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Full text of "Storia documentata di Carlo v in correlazione all'Italia"

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STORIA DOCUMENTATA 




I CARLO ¥ 



IN CORRELAZIONE ALL'ITALIA 



DEI. PROFESSORE 



GIUSEPPE DE LEVA. 



VOLUME II. 




VENEZIA, 

tUL PRBM. 8TABIL. TIP. DI I>. NABATOVICH. 
1864. 



aiil . 



!&• 



CAPITOLO PRIMO. 

Timori di guerra universale per U elezione di Carlo all'impero; sollecitudine del* 
l' Inghilterra e di Venezia, per impedirla ; contrarli disegni di papa Leone X. — 
Consigli inquieti di Francesco I e tuo accordo segreto col papa, non ratificato ; 
contemporanee tratiatiTé 'di quest* ultimo con Carlo. — Tentativo del papa con- 
tro il duca di Ferrara; sospetti di Veaezia intorno a lai e al re di Francia, e. 
sue uegoziazioni con Carlo. — Angustie di Carlo ; arti adoperate per guadagnar 
tempo è per assicurarsi l'alleanza inglese. — Tumulti In It-pagna; partenza éf 
Carlo e suo abboccamento col re Enrico a Deuvres. —• Successivi abboccamenti 
di Eurico con Francesco nel campo dei drappi d'oro, e di nuovo con Carlo in 
(iravelins; trattati di Calais. — Incoronazione di Carlo in Aquisgrana; pregrèssi 
della riforma in Germania; <lisputazione teologica a Lipsia 5 opera di Urico de, 
liutteu ed ambigui portamenti di Erasmo; bolla di scomunica contro Lutero e sue 
conseguenze. — Continuazione delle pratiche del papa colf imperatore, e de' suoi' 
infingimenti, col re di Francia e con Venezia; occupazione di Perugia, di Fer-, 
mu e di altre città dille Marche ; nuovo tentativo contro il duca di Ferrara. — 
Dieta di Worms; ordinamenti dell'imperatore; trattato segreto di alleanza of- 
fensiva tra lui e il papa; decreto di bando contro Lutero; rinnovazione della 
tregua quinquennale con Venezia. — insurrezione dei comuni di Castiglia; pro- 
vocazioni di Francesco I alla guerra nella Navarra, nei Paesi Bassi e in Italia. 



I. Assunto all'imperò Carlo V, successe un anno <\i a-- 
spettazione affannosa per la minacciata Europa. Fra lui e 
Francesco I troppe rimanevano cause di controversia in ogni 
punto dove loccavansi i loro territori*!, perchè la rivalità di 
preminenza, rinfocata dal successodella elezione^ non avesse 
finalmente a divampare in asprissima guerra. Tuttavia qui, 
in Italia, non soprastando molto l'uno all'altro di potenza, la' 
difficoltà dell' ofcndersi li avrebbe ritenuti dalPassallarsi, so 



papa Leone, anzicchè concorrere alla impresa, sollecito fosse 
stato unicamente dell'autorità sua religiosa, per la quale co- 
loro che ne portano la voce i'bellicosi consigli, quando altro 
rimedio non bastasse, dovrebbero sin col proprio sangue 
procurare di spegnere. A que' tempi i principi tanto osser- 
vavano l'Italia quanto che vi aveva sede il papa, e, sia pure 
per usarlo secondo il loro fine di occupare il più che pote- 
vano dall' un capo all'altro della penisola, mostravano al- 
meno che per riuscire avevano bisogno del suo favore. 11 
perchè la neutralità, pericolosa jjipiccpli stati, sarebbe stata 
per lui inespugnabile fortezza, non meno conforme all'augu- 
sto officio sacerdotale che efficace ad agevolare la indipen- 
denza della nazione colPimpedire che il re di Francia o l'im- 
peratore vi prevalesse. Massime eh' ei poteva puntellarla 
nella lega difensiva d' Inghilterra e di Venezia. Vedeva En- 
rico Vili a malincuore l'ingrandimento di Francia, e non 
con altro fine che di contrariarlo faceva le viste di accostarsi 
a Carlo (1 j. Consigliava pertanto Leone a ristrignersi con lui 
é con Carlo medesimo (2), e nel tempo stesso, giusta le con- 
venzioni rogate a Londra nel mese di ottobre del 1518, ra- 
tificava la tregua quinquennale fra i principali sovrani d'Eu- 
ropa, proposta dal pontefice coir intendimento di muoverli 
alla crociata (3); accettava in alleanza i Veneziani sicco- 



(1) Quel re non a bon animo contro Franzo, non per ho che li 
piace veder grande Spagna, diceva giustamente Leone all' amba- 
sciatore veneto Marco Minio. Mariti Sanvto t. XXVII 28 ag. 1519. 

(2) Cui licei antea semper summe faterei, nunc tanun animo et 
viribus coniunctissimus UH esse statuii, idemque Sa lietissimo Domi- 
no Nostro faciendum ; utque Oallorum tractatibus, qui neejusti nec 
salubres esse possimi, in primis abstineat, magnopire consulti, so- 
lùmqdo Catholicae Maieslati et Serenissimo /tuie Regi adhaereat. 
Woisey al vescovo Silvestro, Gigli oratore inglese a Roma. Arch. 
stor. Hai Append. n. 8, .p^g. 319. 

(:j) Iioscóè.The life Of Leon X. t 3, app. n.'XV, 



— 7 — 

me partecipanti a quelle convenzioni (1), e dichiara vasi ri- 
solutamente contro qualunque le avesse trasgredite (2). Più; 
ancora offriva un prestito all'imperatore per il suo ritorno 
dalla Spagna, e proponendogli intima amicizia esortavalo a 
far ogni passo di conserva col papa e a mettersi d' accordo 
col re Francesco (3). A questi raccomandava altrettanto (4), 
e a tal uopo l'abboccamento di già stabilito con lui cercava 
differire, acciocché potesse attirarvi anche Carlo (5) e quin- 
di, composte le loro controversie, mandare ad effetto il dise- 
gno di alleanza universale espresso nelle sopraccennate con* 
venzioni di Londra, per sicurare la pace europea sulla base 
de' presentane'! possessi e mediante l'arbitrato supremo delle, 
primarie potenze che vi prendevano parie. Questa affermava 
essere condizione indispensabile alla impresa della crociata, 
in nome della quale levava milizie ed imposte anche sovra i 
beni ecclesiastici, sebbene con l'animo di giovarsene innanzi 
tutto a sostegno della sua intervenzione (6). 

Né manco deli' Inghilterra adoperavasi Venezia nel re- 
primere P origine dc ? consigli inquieti, dando cuore al pon- 
tefice, ed il re di Francia, che la eccitava a trar partito dalle 
angustie di Carlo (7), esortando a condursi per modo che 



(1) Lettere patente de rntiflcatione 22 lugl. 1519. Maria Sanato 
t. XXVIII IO ott. La patente del Doge trovasi appo Rijmer Foedera 
t VI. par. I, pag. ITO. 

(2) Maria Sanuto t. XWII di Londra 15 lug. IG ag.159. 

(3) Instructiou des kauers Karl fùr I. de le Sauch und seinen 
gesandten bei k. Heinrich Vili. Barcelona 16 ag. 1519. Monumenta^ 
Habsburgica Zw. Abtheil, 1. 1, pag. 103-108. 

fi) Marin Santità t. XXVII di Franca, 15 ag. 

(5) Ibidem di I ngal terra IO ag. 

(G) Lettera mandata al papa col cardinale Campeggio reduce da 
Londra nell'agosto del 1519. Marlene amplis. coli. t. 3. pag. 1298. 

(7) Questo e il tempo, la signoria e tutti fazi il fato suo con que* 
sto re di Romani per esser povero eLijnpotente, il- qua! starateti 



— 8 — 

%ua santità non precipiti alle toglie altrui (4). Talché se 
Leone (osse rimasto contento alla difesa, non gli sarebbero 
mancati potentissimi mezzi. A questo scopo trattò invero e 
con Venezia (S) e coir Inghilterra (3). contrapponendo bu- 
giarde scuse alle giuste doglianze del re Enrico contro i 
suoi portamenti nella elezione all'imperio (4); ma nel tempo 
stesso trattò anche con Francesco e con Carlo per istrignere 
o con T uno o con Y a!tro alleanza offensiva. Fra i due certo 
è che preferiva Carlo, perché in condizione da fargli patti 
migliori in prò non solo della sua famiglia ma eziandio del- 
l' autorità pontificale. Questi, ben lungi dal rinunziar Napoli 
a Ferdinando suo fratello (5), ne richiedeva nuova investi- 
tura, senza la quale, non ostante la promessa dispensa, po- 
tevasi considerare quel regno devoluto alla santa sede (6). 

con tutti per adesso, ma puf vegnira di allra sorte. Martn Sanato t. 
XXVII di Pranza 17 lug. 1519. 

(1) Azo la possi oprar rum la sapientia sua de indolzir el pont. 
et scriver a quelli soi oratori : che procedano cura dexterìta et mo- 
destia cnm sua beatitudine per aumentarla conforme el commi desi- 
derio, azo la non declinasse a le vogl e de altri che non cessano de 
simularla. Arcatilo veneto Afta Constiti X t. \LIII. Oratori in Fran- 
cia 25 luglio 1519 ms. 

(2) Bisogncria il re dir. strenzese più la sua liga col re d' In- 
ghilterra. E bisogna il re chr. fazi pratiche necessarie. Mar. Sanuto 
di Roma 9 lug. 

(3) Marlene Collectio ampli*, t. 3 pag. 1300. Vedi la risposta di 
Wolsey néll'-Arck. *tor. Mal. append. 8, p. 321. 

(4) Ila usato infiniti termini palesi et secreti per divertir li Eie- 
dori da quella inclinatione die si vedea.havieno verso il catholico. 
Arch. *lor. Hai. append. 8, pag. 323. 

(5) Instruction des kaiser» Karl tur J. de le Sancii und seinen 
geaandten in England an k. Heinrich Vili 12 die. 1519. Monumenta 
iiabsburglca. Zweite Abtheilung. t. 1, pag. NO. 

(G| Quod regnum ad sedem aposlolicam devolutum modo cer- 
nitur, postquam re* ipse fmperium requisivit et acceptavit. Marle- 
ne amplia, collect. t. 3, p. 1300 



— 9 — 

V ? era dunque occasione di mercatarla il più che fosse pos- 
sibile, oltre al prezzo anteriormente offerto per Ippolito de' 
Medici di uno stato nel regno medesimo con seimila ducati 
di rendita e titolo di conte (l). Per alzarlo maggiormente, 
alle altre contrarietà di Carlo bisognava aggiungere la mi- 
naccia di una lega avversaria.- Che questo fosse il fine asse- 
gnatole da Leone e ch'ei ben sapesse adoperarvi i timori dei 
Veneziani e degli Svizzeri, gli spiriti guerreschi di Francia, 
i pacifici consigli dell' Inghilterra, le perturbazioni politiche 
della Spagna e le religiose della Germania, addimostranlo le 
negoziazioni che entriamo a narrare. 

II. Al par di Leone anche il re di Francia non si limi- 
tava a cercar riparo alla preponderanza austriaca. Rigettate 
pertanto le proposte inglesi siccome superflue, con dichiara* 
zione che per lui non mancherebbe la pace, sempre che Car- 
lo, conforme ai patti di Noyon, restituisse Enrico d'AIbret 
nella Navarra e i fuorusciti angioini nel regno di Napoli (2), 
significò al papa ed ai Veneziani doversi stare in armi ed at- 
tirare nella lega gli Svizzeri (3); farlo egli stesso per dar 
causa di spese al rivale ed essere pronto in ogni eventò a re- 
sistergli in Italia, a rompere guerra in Ispagna e ne' Paesi 
Bassi, a suscitare tumulti in Germania (4). Consigliò inoltre 
o di mandargli la corona in Germania o almeno di esigere 
che venisse a prenderla inerme (5). e perchè appunto allora 
adunava Carlo nelle Baleari dodicimila soldati a piedi ed ol- 
ii) Carlo re di Castiglfa e di Aragona a Leone X. Saragozza di- 
cembre 1518. Archivio di Simancas in Ispagna. Estado n. 847. ms. 

(2) Mariti Sanvto I. XXVII di Pranza 14 e 15 ag. 1519. 

(3) Ibidem di Franza 17 e 29 lugl. 1519. 

fi) Che voi tenirlo in spesa et in caso ei volesse venir in Italia, 
et farli guerra, faria romperli in Fiandra e in Spagna al duca di Ge- 
ler, e lui re in persona venir in Italia. . . far motion in Germania per 
il duca de Lueenburg (Luneburg) non per far guerra, per mia fp. 
Ibidem eli Franza IO ag. 1519. 

\ò) Ibidem di Franza .9 luglio 1519. 



— IO — 

tocento a cavallo sotto nome di cominciar bene l'impero con 
una impresa contro gl'infedeli in Algeri (i), inanimi il papa 
alla guerra, mandandogli S. Marceau ambasciatore estraor- 
dinario per discuterne il partito <2). Del che si piacque Leo- 
ne in un momento che gli agenti imperiali andavano scarseg- 
giando di offerte; e il principale suo desiderio di proscio- 
gliere Firenze da ogni vincolo coir impero, per le terre che 
da quello teneva, dichiaravano non poter Cesare contentare 
senza il consentimento degli elettori (3); onde convenne ben 
tosto nei preliminari di una lega che, mentre lo poneva in ogni 
caso al sicuro, nuovo appoggio gli dava a negoziare con Car- 
lo ed insieme occasione di passare qualunque volta volesse 
alle offese. Domandava Francesco non fosse data dispensa ed 
investitura del regno di Napoli^ né fatta congiunzione con al- 
cun principe, senza saputa sua, e Leone acconsenti, a patto 
che egli pagasse trecento lame per la sicurtà di Roma, e pre- 
stasse ogni aiuto necessario per reprimere e punire i sudditi 
e vassalli delia santa sede. E perchè su quest'ultimo artico- 
lo, che risguardava principalmente il duca di Ferrara, mosse 
difficoltà l'ambasciatore, essendo il re obbligato dalla con- 
venzione di Londra a non poter operare contro i principi in 
essa nominati, ebbe ordine il cardinale Bibiena di proseguire 
direttamente la pratica, replicando che avendo i francesi un 
pontificato a saccomanno doveriano posporre ogni rispetto; 
altrimenti sua santità penserebbe meglio asfalti suoi^ e non 
pertanto mantenesse colà il filo appiccalo con quella pru- 

(I) Disse ci papa., chel (Carlo) mandava In sua armata in Africha 
per far bon principio la sua prima impresa sia rontra infedelli lizet 
alcuni dicano la vera in Italia. Ibidem di Roma 16 ag. 1519. 

0) Ibidem di Roma 5 ag. 1819. 

<3) VX zercha fdr la investitura per soa cesarea maestà a fiorenti- 
ni di le terre i tien di limperio li a risposto non poi farla por ade?-* 
so, ma si riserva zonto eia in Germania, et està a parlamento con li 
electori. Ibidem di Roma 16 e 18 sett. 1519,* . 



— il — 

denza e dettevi! a che saprebbe usare in una cosa di tanta im- 
portanza (4). Ecco ciò che voleva Leone: tirando in lungo 
le trattative con Francesco, adoperarle a fondamento per cre- 
scere il prezzo dell' alleanza con Carlo (2). 

Non era infatti si tosto comparsa una flotta francese 
sulle coste romane (3), eh 1 ei fece, col mezzo di Baldassare 
Castiglione, confortare l'imperatore a mostrarsi liberale colla 
santa sede (4j 5 e, ioni' ebbe ossequiosa risposta (5), Piando- 
gli suo nunzio in Ispagna Rafaele Medici nel tempo stesso 
che veniva a Roma l'ambasciatore francese S. Marceau. Non 
guari dopo, probabilmente in novembre del 4519, fece con- 



fi) Giulio card, de' Medici al card, di Ribiena. Firenze 16 sett. 
15J9. Ruscelli Lettere di principi t. I, pag. 58-00. 

(2) Gì' et (papa) dava bone parole ali oratori yspanf perchel co- 
nosce li mercliadanti li quali tien ballino qualche altra letera dil ré 
cathotico che voi far quello vora soa santità tamen non lo dicono. 
Marin Sanufo t. XXVII di Roma 9 ag. 1519. Scrive I' orator veneto : 
per questo el papa persuade, et par voi atender ala pace per far il 
fato suo. Ibidem di Roma 11 sett. 1519. 

(3) Va in spiaza romana per intertenir e dar favor e inanimar el 
pontefice. Ibidem di Milan 5 sett. 1519. 

(\) Dicendogli che sua santità non scrìveva né rispondeva alle 
lettere di sua maestà, perchè era stata sospesa de aut praeripiendu, 
alitante tempus tribaendo novum titulum. fialdassare Castiglione 
al card, de' Medici. Toledo 26 sett. 1519. Ruscelli Lettere di principi 
t. l,pag.68. 

(5) Mi rispose Sua Maestà... che insino a quella hora non si era 
intitolato re de' romani per alcun buen rispetto, et dissemi, che non 
desiderava in questo mondo alcuna cosa più che la benivolenza del 
papa et la vera unione et intelligenza con sua beatitudine, et che pei» 
meritarla farà sempre quanto sarà in lui, et non pensava ad altro 
che compiacerla et. accomodarla di quelle cose che fussero neces- 
sarie per conservatione dello stato ecclesiastico, della liberU^di Fio? 
renza et della grandezza dell' illustrissima casa de' Medici, et che se 
alire cose sua Salitila desiderasse, egli non sarebbe per negarle 
mai. Ibidem ptxg.&d. ... 



— 12 — 

volizione segreta col. re Francesco, per cui lasciato era in 
sua balia il duca di Ferrara, e pattuita la conquista del re- 
gno di Napoli, con condizione che Gaeta e latto quello si 
contiene tra il Gariglianoed i confini dello stato ecclesiastico 
passasse alla santa sede; si restituissero alla repubblica ve- 
neta Je città per I? addietro possedute; il resto fosse del se- 
condogenito del re, ma sino alla sua età maggiore governato 
da un legato apostolico (i). Allora, sicuro dell'alleanza fran- 
cese, richiese Leone da Cesare la collazione de' vescovati e 
di tutti i benefizii ecclesiastici nei regni di Napoli e di Spa- 
gna, il proscioglimento di Firenze da ogni legame coir im- 
pero, la cessione di Modena e Reggio, settemila scudi di 
censo per Napoli ed uno stato con seimila scudi di rendita 
per suo nipote Ippolito (2). Se Carlo accetta questi patti, di- 
ceva allorator vegeto, lutto andrà bene ed attèndendo alla 
pace universale starò sempre congiunto colla Francia (3). 

JH. Ben si appose la repubblica veneta non aggiustan- 
dogli credenza (4). Lusingandola con la speranza di riavere 
le cittàper il passato occupate nel Napoli tano 5 cercava Leone 
non essere da lei impedito nella imprésa, tentata in sul finire 
dell'anno 1519 col mezzo di Alessandro Fregoso, vescovo di 
Ventimiglia, abitante allora a Bologna, di assaltare improvvi- 
samente Ferrara mentre il duca Alfonso giaceva oppresso 
da lunga infermità. Fallita l' impresa per diligenza di Fede- 
rico marchese di Mantova, ( il quale, ritirando tutte le bai- 
li ) Grtmier Hisloire de Fwmcc t. XXIII, p. 285. 

(2) Mariti Sanato t. XXVIII di Roma >0 die. 1519 dal protouota^ 
rio Lorenzo da Leze. 

(3) Il cardinale de Medici disse: e ben star cussi e atendef ala 
pace universa] et concludendo disse domine orator il papa non voi 
esser quello sij primo a cominziar guerra et ut verbis ejiis utar me* 
ter il sonar o ala gata. Ibidem di Roma 17, 19, 20 die. 1519. 

(4) Et die al tutto il papa voi esser con Franza tamen lorator 
scrive non li piace questi andari dil papa. IbiJeniùì Roima 1519. 



— 43 — 

che eh' erano in bocca di Secchia, interrnppe al Fregoso la 
facoltà di passare il Po), non gli cadde dall'animo il disegno. 
Laonde stimolò la Signoria e il re di Francia a starsene ar- 
mati per aver motivo di far egli stesso preparativi militari 
a Bologna (i), e la lega con essi, per lo innanzi trattata a 
parole, promise ridurre in iscritto, purché foste tenuta sevre- 
tissima (2). Vi aderì Venezia, avendola il re di Francia com- 
piaciuta di aggiungervi la clausola contro qualunque, sia 
pur risplendente di suprema dignità (3), e diede commissio- 
f ne air oratore in Roma di rogare conforme agli articoli di 
già convenuti con Francesco (4). Questi articoli erano stati 
approvati dal cardinale Bibiena. allora legato in Francia, e 
tuttavia Leone ne intercalò un nuovo che implicitamente fa- 
ceva obbligo ai collegati di aiutarlo contro il dnca di Ferra- 
ra (5). Indi le giuste doglianze della repubblica (6), ed il 

(1) Ibidem di Roma 28 die. 1519. 

(2) Circa la trina liga, la qual el summo ponlifìce è contento far : 
ma azo la fusse tenuta secretissima voria che dala parte nostra la 
se concludesse cum auctorità del conseio nostro di X. archivio ve- 
neto. Ada Consilii X t. XLUI oratori in Francia 7 febb. 1520 ms. 

(3) Centra quoscunque, etiamsi suprema dignitale fulgerent. 
Marin Sanut* t. XXVIH di Francia 18 nov. 1519. 

(i) Acta Consilii X t. XLUI oratori in urbe 7 febb. 1520 ms. 

(5) ^avendo mandato sua Santità dicti capitoli al nostro orator 
in quelli trovo esser adiuncto uno capitalo che non e in quelli a 
Xuj mandati dala Chr. M. de questo tenor : che niuna de la parte deli 
contrabenti possa tuor in sua protettone over defensione recever 
città, terre, over castelli a V altra parte mediate vel immediate su- 
biftetine etiam subditi rebelli over inobedienti : Imo sia tenuta ad 
ogni rechiesta de lalbra parte prestar favor, et adiuto per la castigji- 
tione et punittoite de li dicti. ... ne pare che tacite el potila signar 
el duca de Ferrara et altri Siati Ada Consilii A t. XLIIA oratori 
in Francia 31 marzo 1520 ms.; .,;ftn 

(6) Li capitali de #cta liga cum reformalion et addinone de al- 
cune cose... et ve dicerao la.cpsa «s seme sta ine\pectata per noitps- 
ser dito capitulo cpiUenulo in quegli jQb^quesUprec^leiàM njesi fu* 



— u — 

permesso da lei dato al duca medesimo di venire a Venezia 
per mutar aria (i). La lega pertanto non fu conchiusa, e ve- 
ramente come la designava Venezia non poteva tornar a gra- 
do né del papa né del re di Francia, ai quali importava non 
legarsi con essa per modo da essere impediti a far congiun- 
zione con Carlo, ogni volta che ne cavassero maggior profit- 
to. Del che la repubblica aveva continuo sospetto, occasio- 
nato da parecchi argomenti. Di già coli' orator suo erasi a- 
perto il grancancelliere Robertet che Carlo o/feriva metà del- 
T imperio (2), e sapevasi certo essere passato in Francia un 
gentiluomo spagnuolo per convenire di abboccare col re 
Francesco il signore di Chievres; né delle segrete loro pra- 
tiche d' accordo pareva minore indizio la partenza di Roma 
deir ambasciatore S. Marceau prima che si venisse allo sta- 
bilimento della lega, non restando allora presso il pontefi- 
ce altri agenti francesi che Alberto Pio conte di Carpi, e que- 
sti per grave infermità inetto a negoziare. II perchè, sfidu- 
ciata della Francia, accolse la proposta di Cesare mandan- 
do Francesco Pesaro a Verona per comporre insieme con 
quattro cortimissarii imperiali e coli' intervento di Giovanni 
Pino, ambasciatore francese, le differenze rimaste indecise 
nella convenzione fatta due anni avanti. Proponeva il senato 
fossero da ogni parte restituite le terre nella ultima guerra 
occupate, in guisa che ritornassero tutte le cose nel loro pri- 



rono mandati dal Chr. Re prima a la Santità sua, et poi a la Signorìa 
nostra Armati et conclusi cum consulto del r. s. Maria in porlicu al- 
lora meritìssimo legato in Fraiiza de li quali capitali Nui expectava- 
mò la slgillatione. Ibidem oratori in urbe 2 apr. 1520, ms. 

(1) Questo Conseio ha Inteso per la relatione hora facta el desi- 
derio dell'ili, signor Duca de Ferrara de venir in questa nostra cita 
per mutar aere : et la requisicion Iha facto de bavere uno salvocon- 
daeto secretamente. Et perchè per ogni respecto è conveniente sa- 
tisfarlo et honorarlo. Ibidem \ 1 apr. 1520 ms. 

ffymrin Sanulo t. XXVH di Franta 29 ag. 1519. 



— 45 — 

stino stato, nel qual caso prometteva diecimila ducati al si- 
gnore di Chievres in segno di amore e gratitudine (1), ed 
una conveniente somma di danari ni deputati imperiali (2), 
segnatamente ad Andrea del Borgo che mostravasi il più fa- 
vorevole (3). In tale occasione, governandosi colla consueta 
prudenza, a Francesco Pesaro diede due istruzioni, ostensi- 
bile una, segreta l'altra di non comunicare air ambasciatore 
francese tutte quelle particolarità delle trattative che pote- 
vano condurre ad un perfetto accordo con Cesare (4). Ma gli 
agenti imperiali, ritrovando quando P una, quando l' altra 
difficoltà, andarono protraendo il negozio senz' alcuna con- 



(l)Dandove libertà de poter prometter al dicto Monsignor de 
Chievres in segno de amor et gratitudine ducali diesemille succe- 
dendo lucordo de le differentie cum la restilution di luochi occupati 
ulrinque al tempo de la guerra. Ada Contila X t. XUIl oratori apud 
caesaream M. 12 olt. 1519, ms. 

(2) Quando . . . intendesti che li dicti deputali havessero com- 
mission general et ampia de poter componer tute le diflerentie an- 
tedicte cum reslitution de li luochi occupali.., nostra intention sa- 
ria spender conveniente summa de denari in uno over più de Jor 
deputati secondo fusse expediente (non passò là proposta di limitar 
quesla somma a tremila ducati). Ibidem Francisco Pisauro oratori 
Veronae 15 nov. 1519 ms. 

(3) Li afdrmarete che siamo per usarli tale segno de gratitudine 
che l'hara causa de restar et poterse chiamar ben satisfatto et con- 
tento de la Signoria nostra, Ibidem Francisco de cha de Pesaro ora- 
tori Veronae 22 nov. 1519 ms. 

(4) Che quando dali Cesarei ve sera sta parlato dela materia so- 
prascripta vuj debiate subito partielparla cum el prefato oralor al 
Chr. Re etsimililer la risposta li harete Tatto iuxta la continentia dele 
alligate. Facendoli vuj perho la comrnunksation solamente de la 
propostone de pace et intelligentia tra quella Maestà e la Signoria 
nostra: et tacendo quelle altre particolarità che parerano a la pru- 
denza vostra: demonslrando far come da vuj senza alcuna scientia 

: nostra sì la portkipation de la proposta come dela risposta nostra. 
Ibidem oratori Veronae 7 gen. L530;m». 



— 46 — 

clusione, finché furono richiamati dal loro consiglio d' Inns- 
bruck. Carlo non aveva cercato che tener a bada Venezia, ri- 
mettendo al suo arrivo in Germania la decisione delle con- 
troversie concernenti Y impero, quando cioè con maggior si- 
curezza potesse contare sulF alleanza inglese e sul concorso 
dalla nazione tedesca in cambio delle concessioni che fareb- 
be agli elettori (i). Per la stessa ragione non volle neanche 
convenire col duca di Ferrara che ne chiedeva la protezio- 
ne^). Però, ponendo mente al sito opportuno ed alla for- 
tezza della sua città, come pure ai molti danari da lui accu- 
mulati ed alle bellissime artiglierie, di cui abbiamo detta- 
gliate indicazioni (3), volle assicurarsene per l'avvenire V a- 
micizia, lusingandolo coli' aspettativa di una investitura im- 
periale che comprendesse il Polesine di Rovigo. 

IV. Carlo non era allora in istato di far guerra, avendo- 
gli le molte spese per la corona imperiale tolti persino i mez- 
zi di pagare la soldatesca della flotta destinata a difendere le 
due Sicilie ed a tenere in rispetto il papa (4). Che più utile 
per al presente delle offerte di Enrico VTH e de' suoi propo- 
siti di pace? Pose dunque ogni studio a levargli dall'animo 
il sospetto di qualsivoglia abuso di sua potenza, si dichiarò 
pronto a far intima alleanza con lui, a trovarsi insieme, a 



(1) Nous avons renate cesi affaire jusques a ce que aurons am- 
pie inforrpation de nosdits pays <T Allemaigne ou jusques a ce que 
nous puissions touuer en iceulx. InstruclUm de* kaiser* Karl flir 
Ji de le Sauch und seinen gesandten an k. Heinrich FUI. Molili del 
Bey. 12 die, 1519. Monumenta habsburgica Zw. abth. 1. 1, pag. 111. 

(2) Maria Sanuto t. XXVIH di Barcelona 11 die. 1519. 

(3) 113 pezzi grofti.ed oltre a 100 di più piccoli ; tra i primi 33 
del peso di 100 libb> t sqi dalle 100 alle 150, uno de' quali *e chin- 
ina el gran diabolo ozerei teramoto. Ibidem 14 mag. 1520. 

• (4) L' amba*sciator veneto Corner riferiva non aver Carla trova- 
to più di 20,000 ducati al 20 per Oò per soldare 3000 uomini. Ibidem 
t. XXVII di Barcelona 31 ag. 1619. 



— 47 — 

seguire i consigli nelle negoziazioni con Leone e con Fran- 
cesco, e la condiscendenza portò sino a simular gratitudine 
dei servigi prestatigli in Germania da quel Riccardo Pace 
che, come vedemmo altrove, brigò invece per Enrico Vili 
l'imperio (1). Imporlavagli sopralutto la sua cooperazione 
a guadagnare gli Svizzeri (2), i quali, dacché seppero ch'ei 
s* era obbligato di rivendicare le antiche giurisdizioni tede- 
sche, temendo di essere assaltati dai lanzichenecchi, volge- 
vansi per aiuto alla Francia (3). 

In tali condizioni l'abboccamento dei due monarchi do- 
veva riuscire efficace, almeno come pubblica mostra di lor 
sentimenti concordi. Enrico lo propose, con l' intenzione da 
principio di attirarvi contemporaneamente il re di Francia, 
quasi in un congresso di conciliazione; ma poiché da questo 
disegno gli fu forza desistere, e Carlo d' altra parte cercò in- 
darno di rimuoverlo dall' abboccamento con Francesco, già 
stipulato negli accordi di Londra del 1518, convennero ani* 
bidue che, possibilmente prima dell' arrivo di quest'.ultcimo, 
passando Cesare per mare di Spagna in Fiandra, verrebbe- 
ro a colloquio sulle coste d'Inghilterra, e poscia a più lunga 
conferenza a Calais(4). Or$U 9 disse Enrico a sua moglie Cate- 
rina d' Aragona, presenti gli ambasciatori cesarei, qui ver 



(1) Instruction des kaisers Karl fùr J. de le Saùch und seinen 
gesandten 16 aug. 1619. Monumenta Habsburgica Zw. Abth. tom. 1, 
pag. 103-108. 

(2) C'est l' universel repos de toute la chreslienle de Ics tenir 
lyez a la borine et saiote mtencion de nostrebel onde et de nous . . . 
e' est le secret de tous les secrets de les gaigner, quoy qu' ilz cou- 
stent. Ibidem p, 106, 107. 

(3) Tenendo con la ce. m ,a . dicono e cosa pericolosa per li lanz- 
chinech, poi per l'antiquo odio... dubitano di l' imperio. Marin 
Sanulot. XXVII di Franza 15 sett. 1519. 

(4) Verlrag swtechep kai&er Karl und kònig Heinrich YM. Lon- 
don 11 apr. 1520. Monum. Habsb. op. cit. pag. 146-156. : i >•-.. 

2 



J 



— 18 — 

dremo fra breve V imperatore vostro nipote, e spero avanti 
del re di Francia; altrimenti mi dispiacerebbe, ma non po- 
trei con onore impedirlo, e non ne avrei colpa. Per dargli 
maggior tempo, scrissi al re di Francia che differisca la sua 
venula; ma mi guardai bene dal palesargliene la cagione. 
Confido perciò di aver buona risposta, non essendo possibile 
cV ei sappia ancora in che termini io mi trovi coli' impera* 
tore; ss lo sapesse non vi acconsentirebbe per fermo. Con- 
vien dunque più che si possa tenerlo segreto (i). Di fatto 
nelle trattative corse in proposito aveva Carlo insistito che 
fossero estesi all'impero ed ai domini» ereditarli in Germa- 
nia gli antecedenti trattati difensivi, ed Enrico ne lo compia- 
cque (2), rinnovando oltracciò per altri cinque anni le due 
convenzioni del 24 gennaio 4516, di cui Puna fermava l'al- 
leanza e l'altra ne assicurava gl'interessi mercantili (vedi 
pag. 227 voi. I ), coli' aggiunta che quest' ultima avesse a 
durare ulteriormente di cinque in cinque anni sino a nuovi 
patti (3). 

V. Pressava Carlo a partire di Spagna non meno il de- 
siderio di prevenire l' abboccamento del re di Francia con 
Enrico, che la necessità di recarsi a prendere la corona di 
Germania (4). Ma i popoli di que' regni, per l' odio grande 
contro all' avarizia de' fiamminghi, inasprito dalla promozio- 
ne sua all' impero, onde comprendevano che con danno di 
essi sarebbe necessitato a starsene la maggior parte del tem- 

(1) Die kaiserlichen gesandten bei k. Heinrich Vili an den kai- 
ser. London 19 marz. 1520. Ibidem pag. 125. 

(2) Inslruction der kaiserlichen gesandten in England fùr J. de 
le Sauch an den kaiser. London 14 apr. 1520. Ibidem p. 163-171. 

(3) Rymer Foedera t. VI, p. 1, pag. 183. 

(4) Lettera dell' arcivescovo di Magonza e dell' elettor Federico 
di Sassonia a Carlo quinto, 20 febb. 1520. Archives de Belgique. Do- 
cumenta relatife à la reforme religieuse en Allemagne, premier sup- 
plementt. l,doc. \. 



— ifl — 

pò lontano, levavano già in aperta ribellione. A gran fatica 
avevanlo riconosciuto le corti di Castiglia, né gli presta- 
rono omaggio se non allora eh' ei pur giurò fede alla costi- 
tuzione. Maggiori difficoltà gli opposero le corti di Aragona, 
accettandone la sovranità a condizioni si dure che taluno 
il consigliò di acquistarla piuttosto con la forza delle ar- 
mi (4). Que' di Valenza ricusarongli il giuramento di fedeltà 
se non veniva in persona a riceverlo (2). Né gli bastò il t em- 
po, perocché da Molin del Rey, (dove accolse l' ambasciata 
degli elettori tedeschi e s' era ritirato sotto colore di sfuggi- 
re alla peste scoppiata a Barcellona (3), in realtà per non as- 
sistere più oltre alle corti aragonesi che volevano ricondotta 
l' inquisizione alle forme del diritto comune (4) ), affrettassi 
a ritornare in Castiglia per poi passare sulle coste della Ga- 
lizia e far vela alla volta dell' Inghilterra. Le corti di quel 
regno gli avevano accordato un sussidio di seicentomila du- 
cati da riscuotersi in tre anni; né questi erano passati alloi* 
che, per averne un secondo, le convocò di nuovo nel giorno 
4.° aprile del 4520, e non più in una città della Castiglia, 
conforme alle antiche usanze, ma a San Giacomo di Galizia 
non lungi dal porto e dal momento in cui doveva imbarcar- 
si. L'atto arbitrario e violento fece scoppiare gli sdegni. An- 
cor prima parecchi gentiluomini, strignendosi attorno aU 
T ambasciatore francese, dicevangli : che fa il padron vostro? 



(1) Fray Prudencio de Sandoval Historia del emperador Carlos 
V.Madrid 1846 1. l,pag. 38'i. 

(2) Ibidem yà%. 416. 

(3) Where he had taken refuge from tire pingue broken out at 
Barcelona Vandenesse ltiherary of the emperor Charles V. Wil, 
Bradford correspondence of the emperor Charles V. London 1850, 
p. 484. 

(4) Perchè quelli di Baraelona per compir le corte voleano dal 
re certe cosse, maxime il capitolo dila inquisition, e il re non voria, 1 
Maria Sanuto t. XXVIII di Spagna l ott. 1519. 



— 20 — 

poiché tempo è cV ti si muova (i). Al mal talento di quelli 
aggiungevansi ornai i tumulti cittadini. Di già Toledo, indi- 
gnata dell'anteriore sussidio ceduto ad appaltatori per una 
somma maggiore della concessa, aveva proposto alle altre 
città della Gastiglia di congregarsi fra loro, a fine di recar ri- 
medio ai mali del regno che la prossima assenza del sovrano 
avrebbe aggravati (2); e tanto era cresciuta l'agitazione che 
a gran stento e solo colla forza delle armi potè Carlo partire 
da Valladolid, aprirsi un varco attraverso il popolo tumultuan- 
te e campare la vita del signore di Ghievres, perseguitato 
ocn gridi di morte. Nonpertanto ei rimase inflessibile, ed a- 
perte in persona le corti di San Giacomo, come intese P op- 
posizione dei deputati di Salamanca e di Toledo, quelli 
escluse e questi sbandi, in lor vece designando coloro che 
voleva eletti ad eseguire i suoi voleri. Ma non furono nomi- 
nati, ed anzi prima eh' essere lo potessero, la mutila assem- 
blea trasferita a Corogna aveva fatto deliberazione di ac- 
cordargli duecento milioni di maravedi, alla quale però non 
presero parte i deputati di Salamanca, di Toro, di Madrid, 
di Murcia, di Cordova, di Toledo, ed uno dei due rappre- 
sentanti di Leon (3). Il perchè i cittadini di Toledo furi- 
bondi corsero alle armi, e tolti a capi lo sbandito deputato 
don Pietro Laso de la Vega e don Giovanni de Padilla, figlio 
del commendatore di Leon , animoso giovane e di senti- 
menti generosi, impadronironsi dei ponti fortificati sul Tago, 
e del castello, donde scacciarono il governatore, dando cosi 
il segnale della insurrezione che ben tosto si estese presso- 
fi) Dèpéclie de la Roche-Beaucourt d'avril ou mai 1519. Mignet 
Rivalitè de Charles-Quint et de Francois I. Reoue des deux monde* 
t. XIV 1858, pag. 209. 

(2) Sandeoal op. cit. t. 2, p. 1 1-12. 

(3) Ibidem pag. 37-69 e Antonio Ferver del Rio. Historia del 
lavami e nto 4e.las comunidade», de Castilla. Madrid 1850, cap. 2 
pag. 20-47. s i,:.- ■•■'.■ 



— 21 — 

che in tutte le città della Castiglia. Spegnerla nel suo primo 
nascimento sarebbe stata opera men difficile, e non mancò 
chi ne diede a Carlo il consiglio; ma indugiando ancora la 
partenza correva rischio di non trovar più in Inghilterra il 
re Enrico. Ciò mi sarebbe altrettanto grave che notevole, 
scriss' egli al cardinale Wolsey, ben sapendo vostra signoria 
reverendissima guai vantaggio può recare a me, al re mio 
zio e a tutta la repubblica cristiana /' abboccamento conve- 
nuto, e perciò la prego inslantemente a voler procacciare che 
il re, come ne lo scongiuro con mie lettere, consenta di rilar- 
dare la sua andata (i). Adunque si tosto ch'ebbe favorevoli 
i venti, lasciato governatore in Ispagna Adriano d' Utrecht, 
fece vela da Corogna il di 20 maggio del 4520, e seguito dal 
signore di Chievres approdò a Sandwich, dove il cardinale 
Wolsey s' era condotto a riceverlo. Enrico Vili gli andò in- 
contro sino a Douvres, e là i due monarchi passando cinque 
giorni in grande intimità, benché non conchiudessero ancor 
nulla di presente, gittarono i fondamenti di lor futura al- 
leanza. 

Non è improbabile la voce corsa della profonda impres- 
sione che sull'animo di Enrico fece il giovane imperatore (2). 
Il quale educato alla scuola del suo stesso consiglio, dov'eb- 
be a principale insegnamento la politica e in luogo di libri 
gli affari, a vent'anni dava già alcun segno di quelle doti per 
cui divenne il più disinvolto e fermo uomo di stato del suo 
tempo. L' ardore medesimo con che da fanciullo afferrava 
lo schidione per ferire alla caccia cinghiali (3) e in occasione 
del matrimonio di sua sorella, V infanta Isabella, col re Cri- 
stiano 11 di Danimarca ballava sino a cader malato (4), sa- 
li) Miguel L e. p. 271. 

(2) Pontus Heuterus Rer. belg. p. 356; 

(3) Le Glay. Correspondanee de V empereur Maximilien avec 
Marguerite d' Autriche, sa lille. Paris 1839 t. I, pag. 379. 

(4) Ibidem i. 2, pag. 261, »,...' -. ..» 



— 22 — 

peva ora portare dalle piccole alle grandi cose, ed, occor- 
rendo, maestrevolmente contenere. Il labbro inferiore spor- 
gente alquanto aggiungevagli espressione di fierezza e di vo- 
lontà imperiosa (i); ma sulla larga fronte, costantemente 
serena, e nello sguardo penetrante mal potevi sorprendere 
l'emozioni dell'animo (2) : calmo, riflessivo, considerato, pre- 
paravasi a guardar in faccia la fortuna senza lasciarsi ineb- 
riare de' suoi favori, né turbare dalle disgrazie, dal volto e 
negli atti spirando compostezza precoce ed insolita mae- 
stà (3). 

Ma non questa, si la venalità del cardinale Wolsey gli 
valse la promessa che nell'abboccamento con Francesco non 
avrebbe il re Enrico trattata cosa alcuna in suo danno. Se 
mai pensaste, aveva già scritto l'ambasciatore imperiale 
presso la corte inglese al signore di Chievres, ch'egli voglia 
affaticarsi per noi e per i nostri begli occhi, e fare il sordo 
agli altri che lo sollecitano, mal fondata per fermo sarebbe 
la vostra credenza. Vero è che quando abbiamo bisogno di 
qualcuno gli diamo buone parole e speranze di meraviglie, 
ma a cosa fatta non se ne parla piii. Dovreste sapere che gli 
altri non fanno così. Dar sì dovrebbe al cardinale o una 
mensa vacante, purché renda dai cinque ai seimila ducati ai- 



fi) Juan Antonio de Vera y biqueroa, concie de la Roca. Epito- 
me de ]a vida y hechos del emperador Carlos quinto. Bruxelles 
1656 p. 351. 

(2) Cum esset in cubiculo cum suis familiaribus et domesticis, 
numquam quisquam res laelas vel acerbas ad eum esse allatas ex 
vultu ejus poluil suspioari: tanta erat oris, oculorumque, et totius 
vultus Caesarei constantia, et quasi perennis quaedam serenitas. 
Guillaume Snouckaert de Scauvenburg (Zeriocarus) de vita Caroli 
Quinti. Gand 1559, pag. 269. 

(3) Tanta est ejus gravitas et animi magnitudo ut habere sub 
pedibus universum prae se ferre videtur. Petri Martiri* Anglerii 
Epistolae. Amstelod. 1670, lib. XXXII ep. 643. 



— 23 — 

/' anno, od una pensione di altrettanti ; ma subito, perchè al- 
trimenti gli parrebbe esser trattato da bestia, presumendo 
che per una promessa eseguibile da qui a dieci anni deb ba 
far tulio che desideriamo. Ciò torna lo stesso che dire : date- 
mi una candela quando sarò morto (1). Conforme a siffatti 
avvertimenti il consiglio di stato fece deliberazione di ti- 
rarlo per la bocca con una zuppa di miele (2), e poiché il re 
di Francia gli aveva già significato che qualora aspirasse 
alla sede pontificia potrebbe assicurargli il voto di quattor- 
dici cardinali e la fazione degli Orsini (3), qnesta zuppa, ol- 
tre alla seconda pensione di settemila ducati (4), non poteva 
essere altra cosa che un' eguale speranza e di più facile con- 
seguimento per la maggiore autorità di Carlo V siccome im- 
peratore e re di Napoli. 

VI. Il giorno stesso in cui separavasi da Carlo, fece vela 
Enrico alla volta di Calais per trovarsi insieme col re di Fran- 
cia. L' abboccamento ebbe luogo in una pianura aperta fra 
Guisnes e Ardres, ove i due sovrani e le molte persone di lor 
seguito gareggiarono talmente in magnificenza che la fu deno- 
minata il campo dei drappi d 9 oro. In mezzo a feste d' ogni 
maniera, segnalate da cerimonie che escludevano l'intimità e 
da precauzioni che svelavano il reciproco sospetto, condusse 
Wolsey le trattative (dal i al 25 giugno4520) proponendo in- 
nanzi tutto un colloquio simultaneo con* Carlo nell'interesse 

(1) J. de le Saucli ari Wilhelm v. Croy, herrn v. Chievres. Lon- 
don 7 apr. 1520. Monum. haòsòurg. pag. 139-140. 

(2) Lui traynant d' une souppe en miei parmy le bouche, que 
n'est le bien que l'empereur luy veult ; car jl espere bien en temps 
ad venir estre en lieu ou jl lui poura taire plus grant chose. Cuta* 
chten Uòer die Zusammenkunft dea kaiser* mit h: Heinrich Pili. 
Corogne 13 mai 1520. Ibidem pag. 177. 

(31 Sir Thomas Boleyn au card. d'York 14 mars 1519. Mignet 
Le. pag. 266. 

(4) Btjmer Focdera t. XIII, pag. 714. 



— ai — 

della eoncordia comune (A). Lo ricusò Francesco, e, fermò 
neJ volere che il rivale adempisse le anteriori obbligazio- 
ni (2), non soffri si agitasse tampoco l'altro spediente di 
pace del ritenere egli il ducato di Borgogna purché a quello 
fosse dato Milano (3). Per l'opposto Enrico non si lasciò ti- 
rare a' suoi disegni di guerra, e così ambidue limitaronsi a 
confermare l'antecedente trattato di Londra del 4518 ri- 
guardo al matrimonio del delfino colla principessa Maria, 
colPaggiunta che le pendenti differenze sarebbero per arbitri 
composte (4). Tuttavia nel partirsi rimasero d'accordo a pa- 
role dover Carlo venire senz' armi a prendere la corona a 
Roma per non turbare la quiete d' Italia (5). 

Appena lasciato Francesco (6), andò Enrico a Grave- 
lins, dove, giusta le precorse intelligenze, aspettavalo T im- 
peratore; quindi, accompagnato da lui, tornò a Galais, e là 
convennero di non obbligarsi per due anni col re di Francia 
circa ai patti matrimoniali oltre a quanto avevano sino allo* 
ra stipulalo, e di mandare appresso deputati nella stessa 

(1) II Eboracense si faticha de pacifìehar questa in. 1 * con Franza, 
et voria si facesse un colloquio trino. Mariti Sanuto t. XXIX di Gan- 
tes 10 giugno 15*20. 

(2) Repudiar ogni acordo con il catholico re. Relazione di Ant. 
Giustiniani, ritornato oratore di Francia. Ibidem t XXIX, settem- 
bre 15m 

(3) Tentano di far che il ducato di l' Austria videlicet la ducea 
di Borgogna resti al re cristianissimo e il ducato di Milan sia di la 
catholica e cesarea maestà. Ibidem dell' oratore Giovanni Badoer di 
Franza 16 e 17 giugno 1520. 

(4) Dumo ti t Corps diplomatique t. IV p. 1, pag. 3J2. 

, (5) Glie la opinion dil re di Ànglia e confirmata con quella dil re 
cristianissimo in questo abochamento qual e che venendo l'impe- 
rador in Italia per andar a roma vengi pacifico e non con le arme. 
Mariti Sanuto t. XXIX di Franza 10-26 giug. 1520. 

(6) Non senza lachrime de ambo li re e quasi de tutti li altri per 
tenerezza de amor preseno lun da laltro combiato, Ibidem di Cales 
28 giug. 1520. 



— 25 — 

città di Calais per trattare delle rose discorse e di qualun- 
que altra giovevole all' onore ed alla sicurtà loro (d). 

Per tal guisa si tenne Enrico rigorosamente dentro ai 
limiti del suo trattato di alleanza universale, mentre il papa, 
avversandone l'effetto contrario all'agognata supremazia (2), 
li aveva già trasgrediti nelle sue convenzioni con Francesco 
e con Carlo. Ron era dunque possibile si mantenesse lungo 
tempo la pace. Ma chi era primo a romperla doveva perdere 
l'appoggio dell' Inghilterra. Carlo, non avendo ancor libere 
Je forze, se ne guardò bene. Non così Francesco; tanto più 
che le rivelazioni di Enrico intorno alla seconda conferenza 
coli' imperatore valsero meglio a rinfocare che a diminuire i 
suoi rancori. Gli fece nolo cioè che Carlo aveva richiesta per 
sé la principessa Maria promessa in isposa al delfino; ma 
indarno, essendosi egli opposto non meno a questa che alle 
altre sue instanze di fare insieme la conquista del Milanese 
e fin della Francia {3). Forse Enrico, il quale prevedeva già 
inevitabile la guerra fra i due rivali, per aver ragione plau- 
sibile di star dalla parte dell'imperatore, denunziandone 



(1) Vertrag zwiscben Karl und dem kònig Heinrich Vili. Caluis 
14 Jul. 1520. Monum. Habsburg. cp. cit. pag. 179. 

(2) Nostro Signore non è stato senza qualche ombra, che in 
questo ultimo abboccamento non si trattasse qualche nuova amici- 
tia fra questo re (di Francia) et Spagna, senza saputa, o volontà di 
sua Santità. Lodovico Canossa al card. Bibiena. Poisì 27 sett. 1520. 
Ruscelli lettere di principi. Venezia 1573, 1. 1, pag. 10. 

(3) Mi dice madama, che intende da Mommoransi, il quale fu 
presente al nuovo abboccamento, come Mons. di Cevres et il gran 
cancelliere del re de' llomani hanno con grandissime proferte et in- 
stantie voluto persuadere al re d' Inghilterra che voglia accordarsi 
col nipote a' danni di Francia, et che da Sua Maestà fu loro rispo- 
sto .. . non volea già mancare a quanto s' era obligato. ibidem ed 
Henry' s instructious to sir Rich. Wyngfeld and sir K. Jernyngham. 
Alignei 1. e. pag. 277. 



— 26 — 

le minaccevoli proposte a Francesco, volle aggiunger esca 
agli sdegni e nuovo stimolo ad affrettare le sue imprese. 

VII. Gettati così i fondamenti della futura alleanza col- 
V Inghilterra, e provveduto alla difesa ed al governo dei Pae- 
si Bassi, lasciandovi reggente con più estesi poteri di prima 
sua zia Margherita (i), Carlo V se ne andò ad Aquisgrana, 
dove ricevette solennemente la corona imperiale (2) il di 
stesso 23 ottobre 4520 che Solimano II il grande cingeva a 
Costantinopoli la spada di Maometto. 

In questo mezzo progredita era in Germania l'opera di 
Martino Lutero. Al tentativo di conciliazione del Miltitz re- 
cò non poco nocumento P inopportuno ed indiscreto zelo di 
Giovanni Eck, il quale, dotto uomo ma litigioso per natura 
e cupido di nominanza, mentre chiamava Andrea Bodenstein 
(detto Carlostadio dal luogo nativo) arcidiacono della catte- 
drale di Vittemberg a teologica disputazione intorno alla dot- 
trina della grazia e del libero arbitrio, inserendo nel mani- 
festo di essa alcune tesi men da lui che da Lutero sostenute 
massime sopra la origine della potestà pontificale (3), vi at- 
tirò anche quest'ultimo* con la impazienza stessa, dice il 
Pallavicino, colla quale i soldati volonterosi chiedono il se- 
gno della battaglia. Della qual pubblica disputazione, durata 

(1) Maestricht 19 oct. 1520. Monum. Habsb. op. cit. p. 181-184. 
Credevasi generalmente ed anche in Inghilterra ch'egli l'avrebbe 
affidato al signore di Chievres, mandando Margherita in Jspagna in 
sostituzione del card. Adriano d' Utrecht, perchè, diceva Wolsey, 
leu presences d' elle et de vous (Chievres) ansamele au pays ne pat- 
roni botine ment estre au contentement de tona devx, qui jol oit cau» 
ser aulcuns inconceniens es affaire» du roy. J. de le Sauch an Wil- 
helm v. Croy, herrn v. Chievres. London 7 aprile 1520. Ibidem pag. 
135. 

(2) Baldassarc Castiglione al cardio, di Bibiena. Cologna 2 nov. 
1520. liuacelli Lettere di principi t. 1, p. 70. 

(3) De frette Luthers Briefe an Sylvius 3 fehb. an Spalatin 7 
febb. an Lang 13 apr. 1519. 



— 87 — 

diciassette giorni a Lipsia, dal 27 giugno al 43 luglio ÌÌH9, 
l'effetto non fu né poteva essere che pernicioso. Imperocché 
sebbene vi soccombesse Carlostadio, e Lutero si trovasse 
più d' una volta ridotto in angustie, pure, essendo caduto 
anche P Eck in parecchi errori, rimase incerto taluno sopra 
quegli articoli i quali prima indubbiamente credeva, e mag- 
giormente impegnato il novatore nella contumacia per non 
parere convinto dall' avversario (i). Onde allorché questi il 
piccò come consenziente a Giovanni Huss, mostrandogli 
che una delle sue proposizioni sulP origine della primazia 
romana era stata condannata dal concilio di Gostanza, non 
gli sovvenne altra via dì scampo che il negar fede alla infal- 
libilità de' concilii (2). 

Ruppe allora ogni freno. Non che rispettare la condan- 
na della università di Parigi, una di quelle al cui giudizio si 
erano rimesse le parti, negò il dogma del purgatorio (3) e, 
letti gli scritti di Huss, in quello specchio di sé medesimo 
grandemente si compiacque. Le sue dottrine, egli disse. 
aveva io già insegnato, senza conoscerle, e parimenti lo 
Staupitz : noi siamo tutti ussiti, senza saperlo ; Paolo ed Ago- 
slino lo sono pure : io non so per lo stupore che cosa pensar- 
mi. Oh % terribili giudizii di Dio che permise fosse da cento 
anni rivelata la verità evangelica, ma colpita di anatema e 
di fuòco (5) ! Il perchè tenendosi sugli esempi di lui, còme 
ebbe, per l'opuscolo di Lorenzo Valla sulla donazione di Co- 
stantino, documento delle falsità accettate nelle Decretali, 
non dubitò più esservi inconciliabile contraddizione tra la 



(1) P. Sforza Pallavicino. Istoria del concilio di Trento. Roma 
1656, parte prima pag. 129-137. 

(2) Disputalo excellentis. theolog. Johannis Eccii et D. Martini 
Lutheri. Lutheri Opera Jat. ed. Jena 1612 1. 1. pag. 231 e seg. 

(3) De fVette Luthers Briefe an Spalatin 7 nov. 1519. 

(4) Ibidem an Spalatin febbr. 4520. 



— 28 — 

Scrittura e il papato, e quasi a rendersi ragione della previ- 
denza che di tanto la sofferse usci fuori col dire: per poco 
non dubito che il papa sia proprio V anticristo (1). 

Alle stesse conclusioni ereticali, comechè per via di- 
versa, pervenne Melandone, stato consigliere ed assistente 
alle dispute di Lipsia. Avendo in occasione di quelle pianta- 
to il principio nulla essere l'autorità dei padri e dei concilii 
di fronte alla santa scrittura (2), diede di fallo in fallo sino 
a negare la transustanziazione e la chiesa visibile e poi i sa- 
cramenti, qualificando queste e molle altre dottrine siccome 
erronee opinioni da combattersi con tulle le forze; abbiso- 
gnarvi però più d'un Ercole (3). Ecco il prodigio del mon- 
do, esclamò Lutero, il più polente nemico di Satana e degli 
scolastici, che le loro follie conosce e insieme la rocca di Cri- 
sto; che ha la forza rispondente ali 9 ardimento (4). Questo 
grecista, soggiunse, mi supera anche in teologia, ed in fatto 
per alcun tempo ne segui talmente i consigli da smettere 
qualunque sentenza che da lui non fosse approvata. 

Maggior appoggio che ne' deviamenti teologici del Me- 
landone trovò Lutero ne' sommovitori popolari. Vi primeg- 
gia Ulrico di Hiitten, il quale, imbaldanzito per la vittoria 
del Reuchlin, il sentimento nazionale fece mantice agli sde- 
gni contro il clero. In alcuni dialoghi pubblicati al principio 
del 4520 sfatò il legato apostolico che di scomunica vuol ful- 



(1) Ego sic nngor, ut prope non dubitem papam esse proprie 
Antichristum illiim, quem vulgata opinione expectat mundusradeo 
conveniunt omnia quae vivit, facit, loquitur, statuit. Ibidem Georgio 
Spalatino 23 febb. 1520. 

(2) Defensio contra J. Eekium. Bretschneider Corpus Reforma- 
torum t. l.pag. 113. 

(3) Lettera di Melandone a Giovanni Hess. febb. 1520. Ibidem t. 
l,pag. 138. 

(\) De fVette Luthcrs briefe an Staupitz sept. 1519. 



— 20 — 

minare il sole (1), e la curia romana, baratro miserando di 
ogni nequizia, onde per amore di Dio e della patria deve 
Germania rilevarsi (2). A quest' uopo, pubblicando un' anti- 
ca apologia di Gregorio IV da Ini trovata nella biblioteca di 
Fulda, colse il destro di risvegliare le memorie delle grandi 
lotte contro Gregorio VII, e la dedicò all'arciduca Ferdinan- 
do, fratello dell' imperatore, per infiammarlo all' opera di 
scuotere il giogo romano (3). Questa è la strada, diceva, per 
tornare in miglior stato l'impero; questa la vera gloria; e 
questo il tempo di conseguirla, essendo ornai con molta spe- 
ranza de principi e del popolo rinnovata la impresa da tanti 
anni intermessa. Quindi, predicendo prossima la caduta del* 
la tirannia di Roma, perchè la falce fu già portata alla ra- 
dice dell'albero, volgevasi con calde parole a' suoi connazio- 
nali e li ammoniva a confidare ne' prodi condottieri, a non 
restarsi a mezzo della pugna, ad irrompere tutti in concor- 
dia di volontà. Gettato è il dado; io r osai: ecco il suo mot- 
to (A). 

Il temerario «sempio non segui Erasmo, benché blan- 

(1) Satanae tu tràcles me coelo deiectum ? et solem, quoti aiunt, 
e muudo auferes. Insplcientes. Utrichi Hutleni Opera ed. Ed. Do- 
cking. Lipsiae 1860, t. 4, pag. 303. 

(2) Haec est Roma, omnis spurcitiae lacus, improbitatis sentina, 
malorum inexhausla haec lerna est, ad quam evertendam veluti ad 
publicam quandarn extinguendam perniciem non omnes undique 
concurrent? non velis et equis ibitùr? non ferro àc fiamma erum- 
petur? Vadi&cus dialogus qui et Trias romana inscribitur. Ibidem 
pag. 255. 

(3) Quod facile, oro, nec diutius sinite Romanenses aurisugas 
illudere nationi orbis reginae .. . ut nobis reddita liberiate illis fu- 
randi, grassandi. fràudandique intercipietis consuetudinem. In tt- 
brum de unitate ecclesfae conservando, praefatlo.-m&n. 1520, Ibidem 
t. 1, pag. 328,330. 

(4) Liberis in Germania omnibus 27, 1520. Ibidem t. 1, pagina 
349-352. 



— 30 — 

dito da Lutero (1). Chieda scusa, gli scrisse questi nel 4Si9> 
se a te, che tutti onorano maestro e principe degli ingegni, 
son oso venire davanti, quasi intimo amico, senza lettere e la 
debita prefazione di riverenza (2). L' arbitro della fama ri- 
spose inculcando moderazione; ma, come conscio era di a^ 
vergli spianalo la via e non certo ancora del successo, sog- 
giunse:' né ciò dico perchè il facci, ma perchè ciò che fai 
possi farlo in perpetuo. Ho letto il tuo commento dei salmi v 
mi piace soprammodo e ne spero gran frutto. Il priore del 
monastero di Anversa? che si gloria di esser slato tuo disce- 
polo, ti ama smisuratamente : gli è forse V unico che predica 
Cristo mentre gli altri predicano o le favole degli uomini o il 
loro comodo. Prego Dio che del suo spirilo ti animi sempre 
più a gloria di lui e per il bene comune (3). Poco prima ave- 
va scritto all' elettore di Sassonia: proprio è della tua pru- 
denza e giustizia non permettere che ^innocenza soccomba al- 
l' ipocrisia ed alla malvagità; quel che di Lutero si pensi in 
Roma non so; questo so che ognuno cui sta a cuore la reli- 
gione legge i suoi scritti con gran plauso e piacere (4). In 
simil modo scriveva agli amici, però sempre con qualche 
riserva per non romperla cogli avversarti e poter disdirsi a 
un bisogno. Gli onesti costumi di Lutero approvano lutti, né 
questo è piccolo danno che i nemici non trovino di che calun- 
niarli. De 9 suoi scritti non mi arrogo il giudizio; che anzi 
fUi troppo severo dissuadendone la stampa, acciocché per essi 
non venissero in maggior odio i buoni studii... Amo gì 9 in- 
gegni, e pur non v 9 è alcuno di cui non condanni la licenza 

(1) Martinus Luther studiosissimus nominis lui, per omnia Ubi 
probari cupit. Phil. Melanchthon Erasmo Roterodamo 5 Jan. 1519. 
Erasmi Opera Lugduiri Batavorum 1703, t. 3, par. 1. pag. 403. 

(2) Ibidem pag. 423. 

(3) Lovanio 30 mai 1519, Ibidem pag. 445. 

(4) Lutheri Opera lat. ed. Jena 1612, t. 1, pag. 21 1. 



— Zi — 

nello scrivere. Ma che fare ? ammonir posso, non costringe- 
re (i). Lutero ci diede eccellenti consigli e deh li avesse dati 
con maggiore urbanità t (2). Non sempre giova disvelare il 
vero, e molto sta nel modo di farlo (3). Con più notevole 
doppiezza, mentre con altri disapprovava l' esorbitanze di 
Ulrico de Hùtten, scrivendo a lui ne levava in onore le ope- 
re (4), e diceva le lodi dell' arcivescovo di Magonza che lo 
proteggeva (5). Al quale per questa ragione non si peritò fin 
di commendare Lutero: osò egli dubitare delle indulgenze, 
ma di quelle che altri con soverchia impudenza asseveraro- 
no ; osò sparlare dell 9 autorità pontificia, ma di quella che 
Alvaro, Silvestro e il cardinale di Gaeta esagerarono ; osò 
non curarsi dei dettati di san Tomaso, ma di quelli che i 
domenicani pongono quasi innanzi agli evangeli; osò discu- 
tere qualche scrupolo intorno alla confessione, ma di quella 
per cui i monaci allacciano senza fine le coscienze degli wo- 
mini . . . Crucciavansi le anime pie di non sentire pressoché 
mai nelle scuole e nelle sacre concioni parlar di Cristo e della 
dottrina evangelica, sì tutto delV autorità del papa e delle 
opinioni di scrittori recenti in luogo delle sentenze dei padri, 
con manifesta adulazione e cupidigia di maggioranza e di 
lucro. A ciò reputo doversi imputare le trascendenze di Lu- 
tero (6). 



(1) Tliomae cardinali 18 mai 15J8. Erasmi Op. clt.'t. 3, par. 1, 
pag. 322, 323. 

(2) Rectori scholae Erpburdiensis 31 jul. 1518. Ibidem pag. 334. 

(3) Non semper est proferenda veritas, et magni refert quomodo 
proferatur. Georgio Spalatino, 6 jul. 1520. Ibidem, pag. 559. 

(4) Ipse Ubi tuis scriptis extruxisti monumentimi aere peren- 
nius23 apr. 1519. Ibidem pag. 533. 

(5) Hutteni ingenium indies magis ac magis exosculantur om- 
nes . . . magnum ornamentimi nostrae Germaniae futurum. 20 mai e 
16 ag. 1519. Ibidem pag. 441, 495. 

(6) 1 nov. 1519. Ibidem, pag. 515. 



— 82 — 

Questa lettera che Hùtten doveva consegnare all' arci- 
vescovo fti da lui invece pubblicata colle stampe (l) 9 nella 
speranza che Erasmo, vistosi levare la maschera, sarebbe 
infine costretto di prendere scopertamente le parti del ri- 
formatore. Ma T uomo che nelle sue celie non aveva rispet- 
tato né dogmi né pratiche sante, e pur respinta con indi- 
gnazione F accusa di autore del famoso dialogo tra Giulio II 
e.s. Pietro alle porte del paradiso (2), tremava al solo penr 
siero del pericolo. Abborrendo per carattere dalla lotta, pa- 
revagli che anche il trionfo della verità fosse compro troppo 
caro col sangue (3); onde, secondo che i fatti andavano sper- 
dendo le illusioni di un miglioramento pacifico senza in- 
tromissione del popolo, e più guardingo facevasi e più solle- 
cito a declinare ogni complicità con Lutero e co' seguaci 
suoi (4), per finir poi a sconfessare F opera incominciata, 
siccome incapace ornai di essere capitano quanto insofferen- 

(1) Quo magis admiror quo Consilio factum sii, ut et ederetur 
per typographos, nec tibi redderetur : si hic casus fuit, fui! infelkis- 
simus; sin perfìdia plus quam punica fuit. Erasmus' Alberto cardi- 
nali moguntino 8 oct. 1520, Ulrichi tfaMent Opera t. 1, pag. 421. 

(2) Erasmo Gaesario 16 aug. 1517. Laurentio Campegio cardi- 
nali 1 mai 1519. Ìbidem p. 149 e 265. Viene infatti attribuito a Fausto 
Anderlino di Cividale. Ibidem t. 4, pag. 427 e seg. 

(3) Malo hunc, qualis est, rerum humanarum statum, quam no- 
vos excitari tumultus, qui saepenumero verguntur in diversum, at- 
que putabatur. Laurentio Campegio card. 6 die. 1520. Ego sic odi 
dissidium, sic amo concordiam, ut verear, ne si inciderit articulus, 
citius deserturus sim aliquam veritatis porlionem, quam turbaturus 
concordiam. Joanni Botzemo 25 die. 1522. Erasmi Opera t. 3, par. 1 
pag. 601.739. 

(4) Lutberum non novi; nec libros illius unquam legi, nisi forte 
decem aut duodecim pagellas, easque carptim. Leoni X 13 Settem- 
bre 1520. Nunquam ero neque magister erroris neque dux tumultus. 
Et taraen vix credas, quibus modis invitatus sim, ut me ve! paululum 
Lutlierano negotio admiscerem, cujus si spem ullam faeere volas- 
sero, Lutherana res longe secua hfUMjret. Fratteisoo Ckirigatto 13 



— 33 — 

di servir da gregario. Tuttavia, perplesso ancora fra l'amor 
della quiete e la smania della popolarità, scrisse al cardinale 
Campeggio : non lessi dodici pagine di Lutero, e anche que- 
ste qua e là senz 9 ordine; pure vi ho trovato varie qualità 
naturali, e una singolare attitudine a scoprire l'intimo senso 
delle Scritture. Ho inteso persone savie, di esemplare pietà, 
d 9 intera ortodossia, rallegrarsi d'averne letto i libri; anzi, 
quanto i suoi avversar) avevano maggior virtù, e s 9 avvici- 
navano alla purezza evangelica, tanto erano meno ostili a 
Lutero, e anche non partecipando alle sue opinioni, ne lodar 
vano grandemente la vita (1); e all' elettore di Sassonia che 
gli chiedeva : finalmente che cosa ha fatto quel povero Lute- 
ro ? rispose : ha fatto dm grossi peccati : attentò alla tiara 
dei papi e al ventre dei frati (2J. 

Muove a sdegno la celia quando si considera ch'era già 
venuto in luce il trattato della libertà cristiana, dove Lute- 
ro, riassumendo i punti principali delle sue eresie, sosten- 
ne la giustificazione senza le opere, la sommessione della 
creatura al demonio, e insieme la impeccabilità dell'anima, 
purché creda all' agnello che leva le colpe del mondo (3). 
Questo trattato ardi dedicare a papa Leone con una lette- 
ra, in apparenza di sommessione, quanto dir si possa bef- 
farda ed irriverente. Tra i mostri dell'età nostra, dicevagli, 
coi quali io sono da circa tre anni in guerra, mi trovo ora 
forzato a rivolgere i miei sguardi inverso di voi santis- 



sept. 1520. Quod dicitur quaedam hausisse e libris meis, mihi io ma- 
nu dod erat praestare, ne quia scriptis meis in posterum abutere- 
tur, quando hoc nec Evangelistae, nec Apostoli praestare potuerunt. 
Petro Barbino 13 ag. 1521. Ibidem pag. 578, 580, 657. 

(1) Laurentio Campegio cardinali 6 die. 1520. Ibidem p. 596. 

(2) Muller Erasmus von Rotterdam pag. 293. 

(3) Ab hoc non avellet peccatum, etiam si millies uno die for- 
oicemur aut occidamus. 

'3 



— 34 — 

simo padre, o piuttosto debbo dire che essendo voi la ca- 
gione di questa guerra, non ho mai potuto dimenticarvi. 
Perciocché sebbme io sia stato indotto dai vostri empii adu- 
latori di appellarmi ad un concilio generale senza alcun 
riguardo ai vani decreti de? vostri predecessori Pio e Giu- 
lio che per istupida tirannia lo vietarono; pure non ho mai 
cosi distolto V animo mio da vostra santità che non le pre- 
gassi ardentemente ogni buona ventura. Vero è che appre- 
si a deridere e disprezzare le minaccie di coloro che tentaro- 
no spaventarmi colla maestà del vostro nome, e tuttavia que- 
sto solo non posso trascurare, e mi muove a scrivervi di nuo- 
vo, V accusa cioè di aver sparlato di voi. E qui, dopo aver 
detto che sì celebrala da tanti scritti di grandi uomini e sì 
augusta in tutto il giro della terra era V opinione e la fama 
incontaminata della vita di Leone, che nessuno, per sommo 
che fosse, le poteva andar contra, ripete le solite bruttare di 
Roma, compassionandolo come un agnello fra lupi, o come 
Daniele fra i leoni, o come Ezechiele fra gli scorpioni, e con- 
chiude col proporre pace a condizione che non si pensi far- 
gli cantare la palinodia, né gli s 9 imponga restrizione nel- 
V interpretare la parola divina. Guardatevi, mio padre Leo- 
ne, dal prestar orecchio a quelle sirene che vi danno a cre- 
dere non essere voi uomo, ma un composto d'uomo e di Dio, 
per modo da poter comandare ed esigere a piacimento. Que- 
sto, ve ne assicuro, non può tornarvi giovevole. Voi siete il 
servo de 9 servi e di tutto V uman genere nel posto piii deplo- 
rabile e più pericoloso. Non vi lasciate sedurre da coloro che 
vi fingono signore del mondo, nessuno ammettono cristiano 
senza la vostra autorità, e cianciano di un potere conferitovi 
in cielo, nelV inferno e nel purgatorio. Sono nemici che vo- 
gliono perdervi V anima, siccome disse Isaia : o mio popolo, 
chi ti chiama beato t inganna. Così ingannano coloro che 
vi esaltano sopra il concilio e la chiesa universale, e a voi 
solo attribuiscono il diritto d 9 interpretare le scritture; impe- 



— 35 — 

rocche nel nome vostro cercano puntello alle proprie empietà, 
ed ahi ! per essi Satana ha fatto un gran profitto coi vostri 
predecessori (ì). 

Queste ultime parole alludono agli autori di alcuni scritti 
appunto allora pubblicati sulla potestà pontificale, che per 
vero mal difendevano esagerandola. Uno di essi è Silvestro 
Mazzolini maestro del sacro palazzo, altra volta venuto infe- 
licemente in contesa letteraria con Lutero, il quale, non con- 
tento di ciò che aveva detto essere la chiesa tutta quanta nel 
papa, asserì ora il papa medesimo principe delle spirituali e 
padre delle temporali potenze, capo del mondo, e quindi tnr- 
tualmente mondo intero ; e di siffatta maniera sillogizzando 
conchiuse che soprasta all' imperatore più dell'oro al piom- 
bo; che può eleggere e deporre tanto lui quanto gli elettori; 
dar diritti positivi ed annullarli (2). Sì fatte trascendenze 
curiali confermò Giovanni Eck in un trattato sulla primazia 
di Pietro, pregevole per il soggetto, non per gli argomenti 
tolti dalle false decretali ; e come l'ebbe condotto a termine, 



(1) 6 aprile 1520 Lutheri opera ìat. ediz. Jena 1. 1, pag. 385. Im- 
porta certificare questa data, dipendendo da essa anche la data 
della pubblicazione dell'opuscolo De liberiate chi&tiana con la me- 
desima lettera dedicalo a Leone X, che alcuni vorrebbero posterio- 
re alla bolla di scomunica, e Roscoe dimostra invece anteriore, sul- 
T appoggio della edizione di Jena eseguita coli' assistenza degli in- 
timi amici di Lutero subilo dopo la di lui morte, i quali posero par- 
ticolar diligenza nell' ordinarne cronologicamente gli scritti, nam 
multi, non considerata temporum serie, turpiter hallucinantur* dura 
praetextu scriptorum Lutheri, Chris tum et Belial conciliare student. 
Le osservazioni in contrario del Ranke (Deutsche Geschichte im 
zeitalter der reformation. Berlin 1852, 1. 1. pag. 343) si riferiscono al 
successivo proclama di Lutero alla nobiltà cristiana di Germania 
De statu ecclesiae emendando. 

(1) De juridica et irrefragabili ventate romanae ecclesiae roma- 
nique ponlificis. Roccaberti Biblioteca maxima pontificia. Roma 1698 
t. XIX, pag. 224 e seg. 



— 36 — 

corse a Roma per consegnarlo al papa, mentre ivi agitavasi 
la causa dell' eresiarca. 

Il quale tropp' oltre era andato perchè più reggere po- 
tesse la longanimità di Leone. De' suoi errori avevano già 
fatto giudizio le università di Colonia e Lovanio. Da ogni 
parte, e dal legato (i) e dai frati e prelati rappresentavansi 
al vivo le stragi d^elle anime che faceva in Germania quella 
peste, per Ulrico Zuinglio appiccatasi di fresco anche alla 
Svizzera. E nondimeno nella congregazione di teologi e cano- 
nisti, a cui venne rimesso il negozio della fulminazione, l'a- 
spra contesa intorno alla forma dettata dal cardinale Accolti, 
non avendo potuto mitigare colla maestà della presenza, ter- 
minò il pontefice unicamente coli' autorità della voce (2). 
Fattesi poscia nuove consultazioni, e riformata in alcune parti 
la minuta dell' Accolti, questa fu letta ed approvata concor- 
demente in un concistoro più ristretto, al quale intervenne 
anche l' Eck (3). Indi la bolla del 45 giugno 4520 che con- 
danna quarantuna proposizioni di Lutero, e lui e i seguaci 
suoi esorta a rivocarle ed a bruciare i pestiferi scritti fra 
sessanta giorni, passati i quali cadrebbero nelle pene più ri- 
gorose statuite contro gli eretici (4). 

La parte ch'ebbe l'Eck nel farla spedire, e Tessere a lui 
stata consegnata con officio di commissario esecutore, de- 
plora giustamente il Pallavicino; perchè portandola egli in 

(1) 11 legato vuole che fra Martin Lutero si condanni in ogni 
modo, o T opere sue. Giulio card, de' Medici al card. Bibiena. Roma 
27 marzo 1519. Ruscelli Lettere di principi t. 1, pag. 58. 

(2) Pallavicino, Istoria del concilio di Trento, par. I, pag. 142. 

(3) Bonum fuit me venisse hoc tempore Romam, quod alti pa- 
rum pernoverunt errores Lutheranos. Aliquando omnia audies 
quae egerim in hac causa. Stetimus nuper, Papa, duo cardinales, 
doctor Hispanus et ego per quinque horas in deliberatione huius 
negocii. Epistola Joh. Eccii. Roma 3 mai 1520. Ulrichi Hutteni. 0- 
pera t. 5, pag. 342. 

(4) Bullarium Romanum edit. Coquelines t. 3, par. 3, p. 487. 



— 37 — 

Germania come trofeo della sua vittoria, non della religione 
e meno ancora di Roma, verso la quale tornò con animo as- 
sai mutato (i), dava pretesto a Lutero di farsi credere colpi- 
to non dalla scure di legittimo giustiziere, ma dalla spada 
di appassionato nemico. Dove ha voce e potere l'apostolo Eck, 
esclamò costui al primo sentore avutone, ivi non dubito re- 
gnare l'anticristo : io ti maledico, o bolla, siccome bestemmia 
contro Cristo figlimi di Dio; invoco le fiamme infernali su 
chiunque ti riceverà e ti crederà : ecco com 9 io mi ritratto, o 
bolla, vera bolla di sapone (2) ! A quest' urlo di rabbia ri- 
sponde il manifesto alla nobiltà- cristiana di Germania sulla 
riformazione della chiesa (agosto? 4520), in cui nega il ca- 
rattere indelebile del sacerdozio, considerandolo infuso nel- 
l'umanità come lo spirito nel corpo; e più ancora lo scritto 
della schiavitù babilonica della chiesa, pubblicato in ottobre 
del 4520, dove la chiama peggiore di Sodoma, di Gomorra, 
de 9 Turchi, tipo di ogni vizio ed iniquità, e quindi negati i 
sacramenti, la transustanziazione, il purgatorio, i voti mona- 
stici, T invocazione dei santi, conchiude : né papa, né vesco- 
vo, né uom che sia, non ha potestà d'imporre la minima cosa 
a un cristiano, se non col suo consenso. Altrimenti è tiran- 
nico spirilo. Noi siamo liberi; il voto battesimale basta; ed 
è più di quanto possiamo mai compire. Gli altri voti posso- 
no dunque abolirsi. Chi entra nel sacerdozio sappia che le 
opere sue non differiscono, innanzi a Dio, da quelle d 9 un a- 
gricollore o d 9 una massaia : Dio stima le cose secondo la fe- 
de (3). Infine esasperato dal bruciare che si faceva i suoi li- 
ti) De Roma multo peiora audivi quam sentiam . . . caeterum ne 
praepropere laudem Romam, differo alia in abitionem, turpe enim 
est ea vituperare quae prius laudaveris. Lettera precitata dell' Eck. 

(2) Martinus Lutherus christiano lectori. Hutteni Opera tom. 5, 
pag. 346. 

(3) De captivitate babylonica ecclesiae. Lutheri Opera lat. ediz. 
Jena t. 2, pag. 259. 



— 38 — 

bri (4), ordinò fosse alzato un rogo fuor delle mura di Wit- 
temberg, e quivi, avendo a spettatori gli studenti invitati 
per-pubblici cartelli, il di 40 dicembre 1520 gettò nel fuoco 
le decretali e la bolla, esclamando: giacché avete turbalo la 
santità del Signore, siate arse in eterno. V indomani disse 
dal pulpito : meglio sarebbe che fosse stato incenerito lo stesso 
papa (2). 

Così bandita era la guerra, e tutta in fiamme Germania. 
Di già Lutero, mescolando come al solito contraddittorii con- 
cetti, T empia negazione cioè dell' ordine sacerdotale colla 
cristiana proposta di ristrignere il papato all'officio suo spi- 
rituale (3), nel precitato manifesto alla nobiltà aveva escla- 
mato : non piii celibato, non interdetti, non pellegrinaggi, 
non feste di chiesa, non dispense o indulgenze, non astinenza 
da carne, non messe private più, non più pene ecclesiastiche: 
via % nunzii apostolici che rubano il nostro danaro. Papa di 
Roma, ascolta ben bene : tu non sei il piti santo, no, ma il più 
peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla 
porla dell' inferno . . . Imperatore, sii padrone: il potere di 
Roma fu rubalo a te; noi non siam più che gli schiavi de 9 sa- 
cri tiranni; a le il titolo, il nome, le armi dell'impero; al 
papa i tesori e la potenza di esso ; il papa pappa il grano, 
a noi le buccie. A quest' ultimo grido echeggiarono quanti 

(1) Mea ter arserunt: Lovanii, Coloniae, Moguntiae: sed Mogun- 
tiae cum magno contemptu atque adeo periculo comburentium. 
Mart. Lutherus ad Johannem Staupitium 14 ian. 1521 . Hutteni Opera 
t. 2, pag. 4. 

(2) Parum esse hoc deflagrationis negotium ; ex re fore, ut papa 
quoque, hoc est sedes papalis, concremaretur. Lutheri Opera t. 2, 
pag. 320. 

(3) Es gebilrt nicht detti Papst sich zu erheben ilber weltliche ge- 
tvalt den allein in geistlichen aemtem, als da sindpredigen undab- 
solviren. An den christlichen adel deutscher nation : von des christ- 
lichen standes besserung. Luthers fVerke. ediz. Altenburg tom. 1 , 
pag. 494. 



— 39 — 

avevano in orrore le usurpazioni di Roma contro la nazio- 
nalità germanica ; chi mettendo a confronto i costumi roma- 
ni co' tedeschi (1), e chi farneticando dietro a nuovi ordina- 
menti della chiesa per cui ogni vescovo surrogasse l'autorità 
del papa (2). Ulrico de Hùtten, escluso per comando pontifi- 
cio dalla corte dell'arcivescovo di Magonza (3), gridava a per- 
dita di fiato : finalmente sta per cadere, se non mi falla la spe- 
ranza, quella grande Babilonia madre di ogni cosa abbomi- 
nevole che corrompe la terra e pur, lontana com' è dalle in- 
stituzioni di Cristo, si vanta tenerne le veci. Qual vergogna 
che la nazione regina del mondo serva ancora a sacerdoti 
oziosi I Meglio sarebbe obbedissimo ai Turchi che son più 
miti e più giusti di essi, valorosi, e sopra ogni altra gente 
periti in guerra. Adunque o cessiamo dalV attribuirci l'impe- 
rio e dall' eleggere imperatori che non hanno che il nome, o 
leviamoci da dosso la tirannide pontificia (A). Chi potrà nu- 
merare il danaro estortoci per paliti, assoluzioni, dispen- 
sazioni ed infinite bolle di tal genere? (5). Io coleste favole, 
che mi cantano i vescovi romani non per zelo di religione ma 
per amore di lucro, disprezzerò, rigetterò, detesterò semr 



(!) Nos Christum, vos Ckrysum, nos publicum commodum, vos 
prioatum luxutn colitis; vos vestram avariciam ...et extremam in~ 
guinatissimae vitae libidinem, nostrani nos innocentiam et libertatem 
tuentes prò suis quisque bonis animose pugnabimus. Epistola Udelo- 
nis Cymbri Cusani de exustione librorum Lutheri. Hutteni Opera t. 
3, pag. 465. 

(1) Ein klàgliche klag ari den ròm. Kaiser Caroluro, dimostrato 
lavoro non di Hùtten, ma di Eberlin di Gùnzburg. Panzer Annalen 
der àltern deutschen literatur t. 2, pag. 39. 

(3) Leo X cardinali Maguntino et responsio cardinalis. Jul. 1520. 
Hutteni Opera t. 1, p. 362, 363. 

(4) Principi Fridericho Saxonum duci electori 11 sept. 1520. 
Ibidem t. 1, p, 383-399. 

(5) Carolo romanorum regi. sept. 1520. Ibidem 1. 1, p. 378. 



— 40 — 

pre (i). Ma ahi I noi tedeschi siamo troppo pii, se questa è 
pietà di sostentare i vizii e quella folata di avvocati, di giu- 
risti, di procuratori, di bollisti che ci succhiano il sangue. Chi 
vuol essere in quella stima in cui Dio pose i dodici apostoli, 
sia simile a lui nelle opere; altrimenti, congiungendo allo 
spirituale il reggimento temporale, deve perdere e Vuno e V al- 
tro, perchè le sono cose che non si convengono insieme e nes- 
suno può servire a due padroni, a Dio e al demonio. Cristo 
ha comandato che ogni pastore custodisca il suo gregge; a 
che dunque e come immaginare che il papa sia piii che ve- 
scovo di Roma ? E non è questo un grande pervertimento della 
fede? Ah Dio ! tempo è che di essa ti ricordi, e ci aiuti a ro- 
vesciare il tiranno che la tua parola conculca. Noi tedeschi 
abbiam sofferto assai, e vi è alcuno che possa piU oltre por- 
tarlo in pace? Orsii leviamoci: non ci mancano cavalli, a- 
labarde, spade e prodi condottieri : con noi saranno conti, 
cavalieri, nobili e cittadini, con noi Dio : noi ne compiremo 
la vendetta (2). 

E veramente Girolamo Meandro, venuto nunzio in com- 
pagnia di Marino Caracciolo, scriveva a Roma che, oltre al- 
l' elettore di Sassonia ed al palatino del Reno, applaudiva a 
Lutero la moltitudine; che fuor degli arcivescovi e de' ve- 
scovi più riguardevoli, gì' inferiori ecclesiastici il sosteneva- 
no, perchè ignoranti e dissoluti amavano sentir dire che fos- 
se falsa quella dottrina, la quale non sapevano, e nulli que 9 
precetti della chiesa i quali violavano; che la fazione del no- 
vatore accrescevano molti regolari dell'uno e dell'altro ses- 
so, alcuni per astio contro la potenza de' domenicani, e i più 
per appetito di libertà, in quel modo che i forzati si uniscono 



(1) Alberto cardinali 13 sept. 1520. Ibidem 1. 1, pag. 402. 

(2) Clag und vormanung gegen dem ùbermàssigen unchristli- 
chen gewalt des papsts zu Rorn und der ungeistlichen geistlichen, 
a. 1520. Ibidem t. 3, pag. 475-526. 



— Ai — 

a chiunque movendo ribellione li discioglie dal remo; che 
per lui militavano i legisti insofferenti del diritto canonico, 
e la gran turba de' gramatici e degli umanisti sotto la ban- 
diera di Erasmo (1), il quale però mentre affermava la con- 
dannazione di Lutero essersi fatta non per volontà del pon- 
tefice né conforme alla mansuetudine del vicario di Cristo, 
ma per arte e per impeto de' persecutori (2), scriveva lette- 
re di molto ossequio a Leone riportandone benigne risposte, 
e coir ansia della paura affrettavasi a mostrarsi alieno dall'e- 
resiarca e nelP amicizia e nelle sentenze (3). 

In tali condizioni inevitabile era il trionfo di Lutero, 
pur che il nuovo Cesare l'avesse favorito. A questi volta ron- 
si infatti le speranze di tutti: in ogni tempo, dicevagli Hiit- 
ten, furono i papi avversi agV imperatori: a te spetta il go- 
verno temporale; lo spirituale a Cristo, a 9 suoi apostoli ed ai 
predicanti evangelici che annunziano la dottrina di Cri- 
sto (4). Spezziamo i ceppi, gettiam via il giogo de" r orna- 



li) Pallavicino Historia del concilio di Trento, par. 1, pag. 156. 

(2) Erant tamen qui in bulla . . . mansuetudinem illam deside- 
rarent dignam eo, qui mitissime Christi vices primaria* gerii in ter" 
ri*.., quod tamen ipsi non imputant, sed instigatoribus. Conrado 
Peutingero caesareo consiliario 9 nov. 1520. Bulla vita est omnibus 
inclementior quam prò lenitate Leonis nostri. Laurentio Campegio 
card. 6 die. 1520. Erasmi Opera t. 3, par. 1, pag. 591 e 600. 

(3) Qui Luthero favere videntur, tnodis omnibus conati sunt me 
insuaspartes attrahere... Christum agnosco, Lutherum non novi; 
ecclesiam romanam agnosco, quam opinor a catholica non dissen- 
tire . . . Nullum adhuc Lutheri librum, quamois pusiUum, legi totum, 
nullum illius paradoxum umquam de fendi vel ioco . . . paratus sum 
quocunque arg amento testi/icari me nec unguem latum velie disce- 
dere ab iis qui consentiunt cum ecclesia catholica . . . scio pietatis 
esse nonnunquam celare veritatem. Aloisio Marliano episc. Tudensi 
Caroli Caesaris a consiliis. Hutteni Opera t. 2, pag. 10-1 1. 

(4) Wie allwegen sich die ròmischen biscòff, oder pàpst gegen 
den teùtschen kaiseren gehalten baben. — Das die keiser allwegen 



— 42 — 

ni (i); e il grido nazionale, pur troppo falsato dal reo inten- 
dimento di rompere V unità della chiesa, tuonò nella Ger- 
mania che rispose: spezziamo i ferri, sottraiamo il collo a 
coloro che ci vorrebbero francare dalla disciplina di Crir 
sto (2). 

Senonchè per quanta stima facesse Carlo della dignità 
imperiale, ben era naturai cosa che non da lei soltanto, si 
dagl' interessi simultanei di tutti gli stati sui quali stendeva 
lo scettro, pigliasse norma all' azione. De' suoi sentimenti 
cattolici non occorre parlare, perocché nessuno, fuor di qual- 
che fanatico e più tardi assai, fu oso dubitarne. Basta avver- 
tire che a quelli aggiungevano fermezza considerazioni poli- 
tiche. Sovrano della Spagna, illustrata da tanti trionfi della 
croce; possessore di un vasto regno in Italia, nel centro 
della quale risiede il governo spirituale della cristianità ; le- 
vato al soglio del sacro romano impero, la cui corona da 
Carlo Magno in poi fu posta sempre da' papi sul capo dei Ce- 
sari, poteva portare in pace la negazione della fede stata 
insino allora principale sostegno alla obbedienza de' sudditi, 
anima delle istituzioni civili e sicurtà di potenza? Non ne 
consegue che rimanesse indifferente davanti al grande mo- 
vimento religioso della Germania. Il pio maestro Adriano 
d' Utrecht, insieme colla riverenza alle somme chiavi, avea- 
gli certo instillato il disdegno degli abusi che contaminavano 
la chiesa ; né meno del desiderio di sradicarli doveva sorri- 
dergli la speranza di umiliare coloro che per ragioni monda- 

gewalt die pàpst auff und ab zusetzen gehabt. Ibidem ioni. 5, pag. 
365-386. 

(1) Dirumpamus vincula eorum et proiioiamus a nobis jugum 
ipsorum. Ibidem t. 3, pag. 173. 

(2) Dirumpamus ergo vincula, non simus servi hominum, qui 
nos a Christi servitute avellere conantur. Oratio Constantii Eubuli 
de virtute clavium et bulla condemnationis ad romanorum impera- 
torem Carolum. Ibidem t. 5, pag. 361. 



— Ja- 
ne osteggiarono in ogni tempo i suoi precessori. Ma sin que- 
sto irresistibile bisogno della nazione per al presente im- 
portavagli subordinare ad altre ragioni di stato. Talché nella 
causa di Lutero non vide da principio che una nuova con- 
giuntura, o meglio uno strumento nuovo di negoziazioni 
colla corte romana. 

Vili. Le quali si fecero più assidue e risolutive, dacché 
all'ambasciatore spagnuolo Pietro d'Ujrea, caduto in disgra- 
zia del pontefice (i) succedette don Giovanni Manuel con 
ampli poteri. L' accorto uomo di Stato, giunto a Roma al- 
lora che vi si trovava anche I' Eck, e la quistione religiosa 
dava luogo a tanti concistori e consultazioni di teologi, s'av- 
vide ben tosto dell' utile che ne potrebbe cavare il padron 
suo. Vostra maestà, scrivevagli, dovrebbe recarsi in Germa- 
nia e là far qualche grazia a certo Martino Lutero, il quale 
per le cose che predica mette grande timore al papa (2). 
Parve buono il consiglio ; ed in fatto quando Aleandro 
portò la bolla di condannazione, il signore di Cbievres la- 
sciavasi uscir di bocca, che V imperatore si sarebbe portato 
bene verso il pontefice, se il pontefice si portasse bene con lui 
non aiutando i suoi contrarii (3), e poi soggiungeva : se mai 
il pontefice impacciasse gli affari dell 9 imperatore, anche noi 

(1) Per aver fatto di notte arrestare e poi tradurre a Gaeta uno 
spagnuolo, il quale, in una controversia con altro suo connazionale 
intorno ad un priorato di s. Giacomo, declinando il giudizio com- 
petente, s' era procacciato sentenza favorevole a Roma. L' amba- 
sciatore allegò a scusa gli ordini del suo re, e tre cardinali s' inter- 
posero acciocché il papa non lo scomunicasse. Marin Sanato tomo 
XXVII 28 ag. 6 ed 8 sett. 1519. 

(2) Martin Luter, del qual tiene el papa grandissimo myedo . . . 
dizen que es grande letrado y tiene puesto al papa en mucho cuy- 
dado. Roma 12 mayo 1520. Corespondencia de Carlos V, raccolta dal 
cronista Luigi di Salazar y Castro. Biblioteca de la Academia d'Hi- 
storia de Madrid A. 19, p. 62, ms. 

(34 Pallavicino Hist. del concilio di Trento par. 1, pag. 155. 



— u — 

gli smciteremo tali imbrogli eh' ei non potrà così facilmente 
districarsene (i). Ecco il punto di veduta onde mossero da 
principio Je deliberazioni di Cesare : non la verità sustan- 
ziale delle credenze, né F interesse della nazione che vi era 
congiunto, si la condizione politica delle cose ed il bisogno 
che per essa aveva del papa tanto a soperchiare la Francia 
quanto a consolidare la dominazione in Ispagna. Imperocché 
ivi il governo quale aveva costituito Ferdinando il cattolico 
fondavasi principalmente sull'inquisizione; ma a questa op- 
ponevansi ornai le corti di Aragona e di Castiglia; che anzi 
le prime, voltesi al papa, ottennero alcuni brevi, in virtù dei 
quali dovevansi mutarne del tutto gli statuti per avvicinarli 
alle forme del diritto comune (2). Gli era appunto ciò che 
sopra ogni altra cosa importava a Carlo d'impedire per non 
sciogliere i popoli, a' tempi cosi inquieti, da quel terribile 
freno; tanto più che ne avrebbe patito il danno anche negli 
altri stati e segnatamente nel regno di Napoli. Vero è che in 
cambio correvasi rischio d' innuzzolire a domande insolite il 
papa, il quale avvezzo ad alzarle secondochè crescevano le 
angustie di Cesare e le profferte del rivale, continuava a dir 
vituperio della inquisizione (3), e a far le viste che gli spia- 
ceva di essersi aperto col primo (4). Ma il pensiero applicato 

(1) Leopoldi Ranke. Deutsche Geschichte im zeitalter der re- 
formatioo. Berlin 1852, 1. 1, pag. 372. 

(2) Llorente Histoire de l'inquisition d' Espagne t. 1, pag. 395. 

(3) Està informado el Papa contra la Inquisition y dize que se 
hazen en ella tetTibles cosas de males... que P. M. no lo devria con- 
sentir. 0. Juan Manuel al rey, Roma 30 may 1520. Biblioteca de la 
Accad. a? Historia de Madrid 1. e. A. 19, pag. Ti ms. 

(4) Y en caso que V. M. no se concerte con el papa yo creo que 
ellos (i francesi) se concertaran con el adatto de V.M. porque mu- 
chas cosas se rne han revelado aqui ... agradesteye muy mal al pa- 
pa haverse descuòierto tan darò y apertamente con V. M., stendo 
su condiTio timjda y enbjerta. D. Juan Manuel al rey, Roma 30 may 
1520. Ibidem p. 85, ms. 



— 4» — 

a principali negozii vuole prudenza di Stato non distolgano 
considerazioni d' interessi subordinati, i quali quando for- 
viassero dalla meta, purché quelli riescano a bene, facile è 
appresso riparare. E principale negozio era certo per Carlo 
di non essere ristretto nell' esercizio de' suoi poteri; il per- 
chè, a patto che Leone desistesse dall'anteriore pretensione 
di nominare a tutti i vescovati e benefizi nei regni di Spa- 
gna e di Napoli, recavasi a guadagno la esaltazione dell'auto- 
rità spirituale per adoperarla a far prevalere la imperiale iti 
confronto de' principi di Germania e di qualunque avversa- 
rio. Noi vogliamo, diceva egli, usare la protezione di ma 
santità e della chiesa per modo che le due potestà, pontificale 
ed imperiale, paragonale a dite grandi luminari dell 9 uni- 
verso, si aiutino a vicenda in tener viva e immacolata la 
luce della religione cristiana, disperdendo le tenebre che la 
oscurano, e facendo, giusta la sentenza del Redentore, che 
uno sia r ovile ed uno il pastore. A tal uopo siamo disposti 
di convenire in ogni cosa necessaria a fermare la quiete d'I- 
talia, a svellere le radici delle discordie, a stabilire la gran* 
dezza di sua santità e de* suoi, a consolidare la sede aposto- 
lica (i). Alle magnifiche parole rispondevano le condizioni 
dell' alleanza per la conquista di Milano : Parma e Piacenza 
darebbe alla chiesa; aiuterebbe il papa contro i sudditi e 
feudatarii suoi e nominatamente contro il duca di Ferrara; 
Francesco Maria Sforza tornerebbe in istato. Pareva non vo- 
lesse Carlo per sé in Italia un palmo di terra di più: ma in 

(1) Quod commode fieri non posset, nisi spiritualis gladius si- 
mulque temporalis invicem jungerentur, ac debitis oflìcijs sibi invl- 
cem corresponderent, ut inde unitis christianorum armis contra 
christianae religionis hostes progredì valeamus, christianamque 
religionem, prout nobis est cordi, totis viribus propagare, ut sicut 
nomine ita re et effectu catholici titulum obtinere videamur. VolU 
macht de* kaisers far Don Juan Manuel seinen gesandten zu Rom. 
Brùssel 15 jun. 1520 Monum. Habsb. Zw. Abth. 1. 1 pag* 178. 



— 46 — 

realtà mentre aspirava da una parte alla riputazione assai 
profittevole di liberale campione della santa sede, intendeva 
dall' altra a ristabilire il nesso feudale tra la Lombardia e 
l' impero, per cui avrebbe dischiusa la via alla congiunzione 
delle forze tedesche con le spagnuole. Ne si creda che papa 
Leone si lasciasse illudere dalle apparenze.. Ma ogni volta 
che P imperatore non tenesse fede, andava seco divisando 
colle forze altrui farlo tornare a segno (i), e più ancora 
il confortava la speranza, ampliato che fosse lo stato ponti- 
ficio e rimesso lo Sforza a Milano, di ridestare il senti- 
mento nazionale per modo da scuotere anche nelle due 
Sicilie 1' odiata e mal ferma dominazione degli stranieri (2). 
V era poi nella causa di Lutero altro e gravissimo motivo, 
bastevole a levargli ogni dubbio sul partito da prendersi. 
Quando bene non l'avesse Carlo contentato di ciò che stava 
allora in cima alle sue temporali ambizioni, né il movesse 
o l'animo tanto avverso a' Francesi, quanto grande era l'af- 
fezione ad essi de' Fiorentini per P amore della libertà più 
volte col mezzo loro ricuperata, o Io sdegno della insolenza 
di Lautrech e del vescovo di Tarbes, i quali nello stato di 
Milano qualunque breve o provvisione ecclesiastica con su- 
perbe parole dispregiavano (3), poteva egli congiungersi con 
Francesco senza arrischiare quel poco di autorità che rima- 
nevagli in Germania? Ècco perchè, sebbene ancora ai primi 
di gennaio del 4521 convenisse nel disegno di snidarlo d'I- 
talia coll'aiuto degli Svizzeri e de' fuorusciti lombardi, come 

(1) Francesco rettori. Sommario della storia d'Italia dal 1511 al 
1527. Arch. stor. ital. Append. 22, pag. 335. 

(2) Sperava, consolidato lo Sforzesco in Milano, disporre Cesa- 
re a levarne tutte le armi oltramontane, se non amorevolmente, per 
timore; atteso la comune utilità che unirebbe a questo sempre tutti 
i potentati italiani, oltre al pericolo delle forze francesi, Jacopo Pitti 
Istoria fiorentina. Arch. stor.. ital. 1. 1, pag. 120. 

(3) F. Guicciardini, Storia d'Italia Milano 1851, t. 3, pag. 18. 



— 47 - 

lo certifica la contemporanea rivocazione de' brevi contrari! 
all' inquisizione spagnuola, onde compiacque P imperato- 
re (1 j, pure indugiò a sottoscrivere il relativo trattato, fin- 
ché questi non avesse eseguita la bolla contro Lutero. Ades- 
so, dicevagli, potrete mostrare che vi sta a cuore V unita della 
chiesa; indarno, giusta la sentenza dell 9 apostolo Paolo, ci" 
gnereste la spada suprema della potestà terrena se non la 
adoperaste tanto contro gli infedeli quanto contro gli eretici 
ancor più degli infedeli detestabili (2). 

Bisognava frattanto tener segreto P accordo, starsene 
preparato alla guerra, spignere anzi P avversario a comin- 
ciarla per aver poi di che giustificare la lega con Cesare, e 
chiedere il soccorso dell' Inghilterra. Tanto fece Leone e con 
si rara maestria d'infingimenti, che stimo prezzo dell' opera 
dichiarare. Sua santità è del tutto deliberata a vivere e mo- 
rire in fede e in unione perpetua col re Francesco : queste e 
somiglianti parole aveva più volte il Bibiena tornato dalla 
legazione di Francia a' primi del 1520 e, studioso essendo 
di confermarne P amicizia, in aria di trionfo (3) comunica- 



li) Sin dal 21 ottobre 1 520 dichiarò al grande inquisitore di Spa- 
gna non voler più oltre favorire le pretensioni delle corti di Arago- 
na, né introdurre novità in tale materia senza il consentimento del- 
l' imperatore. Ai 12 dicembre promise annullare tutto ciò ch'era 
avvenuto contro l'inquisizione, e finalmente ai 16 gennaio 1521 do- 
mandò gli fossero rimandati i brevi a Roma affinchè ei potesse cas- 
sarli. Morente, Histoire de l' inquisition t. 1, p. 396 e 405. 

(2) Deus accinxit terrenae potestatis supremo gladio, quem 
frustra profecto gereres juxta Pauli apostoli sententiam, nisi eo u- 
terere cum contra infedeles tum contrainfìdelibus multo deteriores 
h aereticos. Archivio di Franco forte presso Ranke opera citata, t I, 
pag. 375. 

(3) L'ambasciatore don Manuel, scrivendo dei cardinali, dice di 
lui: nopuede nada, ahunque haze entender alla que puede mucho. 
Roma 27 j un. 1520. Corespondencia de Carlos V I. e. Biblioteca de 
la Academia d'HUtoria de Madrid. A. 1 9, pag. 1 1 5, ras. 



— 4& — 

te a Luisa di Savoia madre del re; perchè scrivere a lei, 
secondo ch'egli dice, era come scrivere al re stesso, o come 
alla Trinità, nella quale per larghezza d'ossequio compren- 
deva anche Margherita d' Àlemjon, poi regina di Navarra, 
sua sorella, con espressione usata da' poeti e più che irrive- 
rente in bocca d'un cardinale (1). Chi non avrebbe creduto 
vi rispondessero i fatti ? massime allora che andava nunzio 
in Francia monsignor Giovanni Rucellai, 1' autore delle Api, 
e il vescovo Lodovico Canossa passava, consenziente il ponte- 
fice, a'servigi di Francesco, le cui parti in Roma sostenevano 
due personaggi di molto nome, Alberto Pio conte di Carpi, 
e Giovanni Stuard duca d'Albania, di regio sangue, ma nato 
in Francia e in Francia rifuggito per le discordie della Sco- 
zia. Lo credette Francesco, allorché^ impaziente di sguaina- 
re la spada, eccitava i Veneziani e gli Svizzeri non solo a 
mettersi in apparecchio di armi, ma a far moti provocativi 
di guerra, assicurandoli che verrebbe in persona in Italia 
alla testa di cinquantamila uomini (2), ed al papa proponeva 
un nuovo abboccamento a Bologna per mandare ad effetto i 
patti da cinque anni indietro ivi fermati (3). Ma questi ne 
prese invece occasione a mandare in Elvezia Antonio Pucci, 
vescovo di Pistoia, per soldare e condurre nello stato della 
chiesa seimila svizzeri, e mentre di ciò adduceva con alcuni 

(1) Giuseppe Molini. Documenti di storia italiana. Firenze 1836 
1. 1. Docum. XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII, XXXVIII. L'ultima di 
queste lettere 19 mag. 1520 è anche in ciò importante, che, mo- 
strando il cardinale in letto per molta infermità, viene a spiegare 
naturalmente la morte sua, che pochi mesi dopo avvenne, ed alcuni 
attribuirono a veleno. 

(2) Marin Sanuto t. XXIX, di Francia 22 ag. e 28 sett. 1520. . 

(3) Sommario della relazione di Antonio Giustiniani ritornato 
oratore di Francia : disse averli ditto (il re) che certo el voi venir a 
lion et sii papa li seguirà vera a bologna a parlarli si per ratificar li 
capitoli feno insieme li a bologna et strenzerli più come per ti arsi 
reputation. E par il papa vadi protratiendo. Ibidem sett. 1520. 



— 49 — 

inverosimile cagione, il desiderio cioè di poter vivere sicu- 
ramente, sapendo che ogni giorno erano dai ribelli vassalli 
macchinate cose nuove (1), lasciava cadere nei discorsi con 
altri che fosse in danno dell'imperatore. Allora a Francesco 
il fargli instanza di adoperarli al conquisto di Napoli, ed a 
Leone lo schermirsene^ prima col dire che non ne aveva più 
di bisogno (2), e poi coli' andar in cerca di un nuovo prete- 
sto di chiamarli. Né gli innncò; perocché essendo in que' 
giorni circa tremila fanti spagnuoli (stati più mesi in Sicilia, 
i quali non volendo ritornare in patria passarono a Reggio 
di Calabria) venuti insino ai confini dello stato dèlia chiesa 
con intendimento che il papa s' avesse a riscattare da loro 
come aveva fatto nella guerra d' Urbino, questo accidente 
che porse il destro a Carlo di mandare, giusta gli accordi col 
pontefice (3), cinquecento lance ed altre truppe a presi- 
dio di Napoli, diede anche al pontefice medesimo desiderata 
occasione di colorare colla paura e le nuove armi che faceva 
e la chiamata a capitano generale del marchese di Mantova, , 
il quale siccome vassallo dell'impero non poteva servire con- 
tro Cesare. Quindi nell'atto stesso che mandava il figlio del- . 
l'ambasciatore don Manuel per soldare quelle truppe spa- 
gnuole insieme coli' imperatore (4), dando voce che ciò fos- 
se momentaneo ripiegp e nulla più (5), rivolgevasi a Fran- 
cesco acciocché concorresse per metà alla spesategli Sviz- 

(1) Ibidem di Roma 18 e 27 ott 1520, 

(2) Acta Cornila X oratori in Fraocia 22 die. 1520, m.s. 

(3) Quantunque nel trattato 8 mag. 1521, di cui parleremo ap- 
presso, fosse differito a settembre l- obbligo di mandare 500 lance 
nello slato della chiesa, pure evviun articolo per cui esse dovevano 
condursi jam nuno sub alio colore et pruetextv. Ben si vede che il 
trattato era conchiu&o molto tempo prima delia sua sottoscrizione. 

(41 Gio. Matteo Giberto a don Lorenzo Manuel ed al priore di 
Capua 31 gemi., 9* 18 febb. e 5 marzo 1521. Musatili lettere di prin- 
cipiti,^. 74-79. • 

(5) Mori* tenuto t. XXIX di Roma 17 geo. 2, 13, 18 feto), 1521. 



— 80 — 

zeri che affermava voler condurre a sicurtà sua contro Ce- 
sare. Alla qual domanda, dubitando non forse volesse con 
essi assaltare Ferrara, differì il rispondere Francesco, paren- 
dogli ancora impossibile che, quando bene di ciò non lo com- 
piacesse, ne pigliasse tanta indignazione da accordarsi col 
rivale a' suoi danni (4). Ne godette Venezia, di già troppo 
insospettita degli apparecchi guerreschi del papa (2) e solleci- 
ta della salvezza del duca (5); onde a questo diede facoltà di 
far passare per i proprii dominii da cinquecento fino a mille 
lanzichenecchi, tacitamente senza strepilo e dimostrazione di 
bandiere (4), ed anche allo spodestato Francesco Maria della 
Rovere, non più sicuro a Mantova, dacché quel marchese era 
passato ai servigi del papa, concesse di soggiornare nelle pro- 
prie terre (5). E tanto sicuro tenevasi Francesco dell'alleanza 

(1 ) Francesco Vettori L e. p. 333. 

(2) El pont. far cavalcare le sue gente haver conducto el Mar- 
chese da Mantoa et etiam luj recuperare danarf cum vendere offici ... 
et non sapendo Nuy d che fin tendino cussi gran preparamenti sal- 
vo quello se divulga per le cose de Ferrara: Il che ha affirmato ef 
pont. io consistono cum sacramento non esser vero... et si ben se 
dica chel pontefice chiama sguizari per sua defensione potrianp ben 
queste gente unite in tanto numero mutar pensier et far de le no- 
vità. Acta Constiti x t. XLIII oratori in Francia 16 febb. 1521, m.s. 

(3) Non potevamo salvo che grandemente laudar et extoller la 
sapfentìa de la Cel. ne sua che voglia observar la fede a quel signor 
duca etiam da nuj amato da char. fiol et procurar che cadauno go- 
di el suo in pace... et occorrendo assalto improvisto a quella terra 
non li mancar de soccorso secreto o publìco, affermarete a la M.ta 
sua che Nuj... non slamo per mancar unitamente cum sua M.ta de 
quanto sarà bisogno per conservation de la dieta terra. Ibidem ora- 
tori in Francia 22 dicembre 1520, m.s. 

(4) Che siamo contenti de dar transito a 500 fin ad lOOOlansze- 
nech accadendo el bisogno, i quali debano venir a parte a parte non 
excedendo el numero de 50 in 100 a la volta andando per diverse 
strade et non intrando in alcuna città nostra... tacitamente senea 
strepito et demonstration de bandiere. Ibidem 24 gen. 1621, m.s. 

. (5) Slamo contenti satfefer al desiderio de sua Signoria che! 



— « — 

del papa che, postergando sino i patU anteriprraente fermati, 
non parlava più di affidare la reggenza del regno-di Napoli 
durante la minorità del secondogenito suo ad un legato apo- 
stolico, si ad un Aglio del re Federico, e poi, morto qoepto, 
al duca di Lorena (4), parendogli più che bastevole per non 
lasciarsela fuggire di mano e le- reiterate promesse di venire 
a Bologna (2), e gli armamenti fatti Del Delfinato e in Ita- 
lia (3), e le angustie dell'imperatore in Germania (4). Quin- 
di vistolo esitante a conchiudere (5), stava in sul tirato, i^- 
toravasi, minacciava (§); e bastò nondimeno che quei tor- 
nasse alle tonsuete menzogne: essere disposto a ratificare! la 
lega (7), non over voluto, per buoni partitiche gli facesti, 
accordarsi con Cesare (8), perchè dodicimila Svizzeri, due 

possi renimele terre et luof i nostri et etiam in questa cita nostra 
cum la famiglia et beni $oi star et liabilar; et partir ^ suo bene- 
placito per èsser le terre del stado nostro libere a cadauno. Ibidem 
16geri. 1521, m.$. 

(f ) Marin Sdtoùtot. XXÌX di Roma Ì6 e 26 die. 7520. l 

<2> Che voi tfaf ajute al papa dt zente e socotsoe Ano ala per* 
Mna./6i<femdiFranza6e2ftfebb; 1521. - . . j 

(3) Ibidem di fyilan e di Verona 13 f$fyU52). 

(4)/6^wdiFranzal5e20febl?. ; J5^K. / 

(5) Ma il papa non conclude, eia come el fece a fcologna, chéfó 
trata quasi slriitl rrtaterTa/ EU pap&eqirélld e più in pericolò df ali- 
tri, e tì<m si j risolve. ìbidem di Pranza 16 gen. 15*1. " •: 

(6) ^ re e chiamato primogenito. di lachiesia^e cussi voi eea», 
e |i da al papa le for&e, q prome te a aju tarlo con la perdona ; ina 
quando el vedesse il contrario dil papa, sana il primo diavolo. Ibi- 
dem di Franza 27 febb. 1521. 

(7) Sua Santità li dixe ( all'orator veneto) che l' haveva ben di- 
sposta le òòse cum el SLmo Re. .. essendo luti tre uniti se assecu- 
reressemo et «He al tu** fosse tenuto secretissimo. Anta Censite M, 
t. XLIIII oratori in Francia 6 marzo 1521 , mas, . t 

(8) Non si a valuto accordar con kii v tìzet li facesse boo partiti... 
Perno per ben da Italia e dil chr. ree dila signoria vostra ne volere© 
tuor alcuna impresa senza il VDÌer vostro. Mariti Sòtmto t XXX di 
Roma 2ft^2Zmartt> ifilHVr » -m^mi ./ -.:ao : .:j -j;/ •«',,. « >... 



■~ 51 — 

Mólte tinti dei richiesti ■ ottenessero il paèso per- tostato' di 
; toilàrto'(i)^ ed al governatore Lantrec fosse irnposto di «€- 
-coaìpàgnaHicòfli quattrocento lance e parecchi catarróni mi 
dominio detta chiesa (2). « 

i; Tanto nella gara d ? infingimenti «con Leone andava a 
traverso ciascuno. Ed ohi potesse to storico cancellare al* 
menò la métócrt'ia de'modi più inonesti ancóra co' qitòlij 
-sfotto éèlore di fìon essere oppresso dai due principi ri vali : > 
itìeHtre trattava* con ciascuno, aveva, poco prima raffermata 
ia dominazióne temporale. Per ricuperare Perugia chiamò 
'a 1 Roma Giampaolo taglione e quivi lo fece prendere e deca- 
pitare, malgrado del salvocondotto di proprio pugno; la cui 
violazione nt)n poteva cadere in mente neatìco di quel tirane 
no, fosse pur reo degli enormi delitti confessati nella tortura. 
Quindi tòlse Fermo a Lodovico Freducci, che combattendo 
còni soli dugentò uomini contro mille cavalli e quattromila 
fanti perù Del che sgomentati gli altri signori delle Màrcie 
o fuggirono*, o men cauti, quali Àmadei di Recapati, Zibic- 
-ehiOi di Fabbriano, Ettore Severiani di Benevento corsero a 
Roma per implorare la clemenza del pontefice ed ebbero in* 
vece tortura e capestro (3). Ghe più? noti avendo potuto 
spogliare a fqr?a di Ferrara il duca Alfonso d Este,, praticò 
jpe^apt?; liberto, Gam^ara protonò^rio apò^oUcò u di : farlp 
avvelenare; se $03 che il capitana tedesco Ridolfo Hell, en- 
irato nella congiura solo per averne le» prove, la rivelò, ed 
Alfonso iie fecestendere processo, gli atti del quale, insieme 



- (1| Ghé hora mai dia esser aperto a tutti la causa di tal: aduna- 
no», e cke il re chr. eonvien ajutar il papa per capitoli! hanno insie- 
me. Ibidem diFranza4, 6, 19 marzo 1521. il !. 

(2) Al presente il papa andava realmente oen lui, perho havia 
determinato di aiutarlo con zente . . . ànderono a Roma, poi in rea»» 
mtó Ibidem di Pranza 19, 20 marzo 1621 . 

(3) P. Jovius Vita Leonia X. Basilea Ì578 lib. IV, pag^3J. .:. li 



— da — 

con le lettere originali del protonotario» furono depositati 
negli archivi ducali (i). : .1 

IX. Mentre queste cose avvenivano, adunavano i priori 
cipi tedeschi! alla dieta di Worms, aperta dall' imperatore il 
di 28 gennàio 452-1, anniversario di Carlo Magno. Ma quanto 
da 9 tempi suoi diversa va il sacro romano impero I La\ mo* 
narckia stata una tolta dominatrice del mondo, disse Carlo, 
la monarchia stabilita ed onorata da Dio, non è piU noanco 
F ombra di sé medesima: spero però coW aiuto de' molti rei 
gni e degli alleati largitimi dal cielo di ritornarla all'antica 
sua gloria (2). Gli era ciò che co ? lor voli affrettavano i let- 
terati, esortando alt' udita nazionale sotto il vessillo di Xtesat 
re, cui anche fondine de' cavalieri augurava' maggiore pos* 
sanza in danno de' principi oppressori. Prepoteva al contra- 
rio I» parte degli elettori, cupidi di trarre a sé: V effettuale 
govertìo, sostenuta essendo : indirettamente : e dai piccoli - dir 
uasti per ambizione) di dooiiiMO;, e sin dalla; lega Sv6va> la 
quale, cresciuta in bastanza, mal soffriva qualsivoglia auto- 
rità superiore; massime dacché vi prevalevano i principi e 
tré questi U <*tìca di Baviera ripugnante dall' adoperare la 
lega a tutto altro che a' sucri Ahi, Vero è chele città confò* 
derate, stanti in preda z- principi stessi e sproporzionalmente 
afflitte di lete ed' imposte, 1 facevano opert di svincolarsene j 
ma queste e le rimanenti* escluse altresì; dal partecipare 
nelle diète alle deliberazióni comuni: anziché gradire il eiuW 
solidatiiettto della potestà imperatoria, affissa varisi nella Svàz^ 
zera ? le cui libéHàrion erano meno appetite da* contadini 
ugualmente infastiditi e del clero sovrano e de' principi' se* 
colari e de ? nobiK (3); ', • . I « ,-j.. 



(1) Muratori, Annali d' Italia a». 1620,4.- XJV^pag. 164. i 
(2j L. ftanhe, Deutsche GeaciikiiJe, t, 1, pag. 3Ò& , .;,; -;-....,;, 
(3) Karl Hagen, Deutsche Geschichte. Frankfurt 1855 k-2; pagi 
141 egee. •/.! v f ,| x .-\yA\ *0 



Jft tenia discordia di parti corrodenti T aggregamento 
sociale come impromettersi di farle tutte cospirare nel me- 
desimo proposito di un nuovo ordine diicose? Ntìn ostava 
the dfecidere a quallie di osse ^seienebbesi il di sopra; e 
nèaftto m questo aveva Carlo libere te ittàal, viacolato' es* 
sendo Mnverso 4tf principi da- anteriori promesse e da) ri* 
guardo di non alienarsene l'anima neUa wnwinefite g&eira 
contro Francia. Indi la 8ollecit«dine di fatoreggìara gli * ai^ 
tichì partigiani e i nuovi, di sospendere là risoluzione delle 
pie ardue controversie tra loro per farla dipendere da gran 
zie ulteriori, di evitare i cimatiti arrisicati di riforma. D©k 
t ? artìtésedvo diMagonzd* arctcancelliere ddll- impero^ am* 
ptid i poteri attribuendogli la «spedizione degli atti pubblici ; 
ali* elettore di Sassonia confermò il matrimonio di sua ni- 
pote' coll ? infanta Caterina; al margravio Casimiro di Bran- 
tJebUrgo diede P aspettativa del primo feudo vacantem Ita- 
lia, ed al palatino Federico, ia luogo della promessa vicereg- 
-genza ài Wapòty la dignità di luogotenente imperiate ; ai $uo 
fratelift, V arciduca Ferdinando, lasciò in proprio i cinque 
ducati austriaci (1), ai quali poco dopo aggiunse la c^nt^a 
del Tirólo, i possedimenti nella Bnrgovia, nella Svevìiae nel- 
l ; Alsazia^ e il ducato di Wirtecaberg acquistato colle armi 
dalia lega s veva (2); la sovranità feudale sulP Holsteincop- 
ferì jal ite <dj Danimarca suo cognato, in danno del vescovo di 
Imbecca al quale : spetta va, e tra il grantttaestro dell' ordine 
teutonico e il re di Polonia conciliò un armistizio di quattro 
anni, f destinando sé medesimo, il fratello Ferdinando ed. il 
re di angheria arbitri della contesa intorno^i doveri di vasr 
sallaggio della Prussia verso un principe straniero.; > . .<. • 



(1) Pro yortioiiei haer edito ria 28 apr. 1521. f. B. vou Bucholtz. 
Geschichte der fregierung Ferdinand des ersten. Wien 1831; tom. 1, 
pagil^ : !:i:;irr.vf -.V •:: ■::••■*■• ■;• • /;. •. >-> :. ■ 

\2) Ibidem pag. 158. - * .- u l 



— ss — 

Con tali auspizi incominciarono a Worms te consulta- 
zioni sopra i generali ordinamenti dell' impero. 

Conforme ai patti della elezione proposero gli elettori la 
instituzione di un consiglio di reggenza composto di venti 
persone tra deputati loro e degli altri stati, con facoltà di 
condurre trattative, di strignere alleanze in casi urgenti e di 
spedire gli affari feudali. Tanta diminuzione di potere noe 
soffrì in pace 1* imperatore, e tuttavia, dopo molte contesta- 
zioni e qualche minaccia di compiacere alla parte nazionale 
capitanata da Ulrico de Uùtten e da Francesco de Sickingen, 
dovette infine acconciarvi*!, benché salvo V onore, avendo ot- 
tenuto che il consiglio fosse i usti tu ito soltanto per iL tempo 
della sua assenza e coir aggiunta di due membri da lui no- 
minati. Di pari guisa venn$ anche ristabilita la camera im- 
periale, le cui spese ripartfronsi secondo un'antica matri- 
cola, mutata a carico de 9 cavalieri, non partecipanti al con- 
siglio di reggenza, e delle città né in esso consiglio né 
nella camera medesima rappresentate. In contraccambio di 
tutto ciò, non ebbe Carlo che la promessa di un sussidio di 
quattromila uomini a cavallo e ventimila a piedi per la inco- 
ronazione a Roma, ed anche questo per soli sei mesi, senza 
pagamenti anticipati e sotto còridòttieri tedeschi. 

Nel tempo che quepte cose statoli vansi, agìtavasi ezian- 
dio la causa di Lutero. 

Di già ¥ Àleandro aveva procacciato contro di lui una 
nuova bolla pontificia (3 gennaio 4524 ), dove non sotto la 
condizione della disubbidienza, come nella passata, ma asso- 
lutamente, fu dichiarato eretico; e tuttavia veggendo il gran 
seguito suo, l'alienazione del popolo dalla corte di Roma, la 
difficoltà incomparabilmente maggiore di ottenere in futuro 
da Cesare V esecuzione negli stati imperiali, che per lo t»- 
nanzi ne' patrimoniali, non cessava domandare la facoltà di 
gratificarsi i potenti con grazie e danari. Altrimenti, conchiu- 
deva, si corre rischio di perdere ia Germania per qwrizia 



— 86 — 

d'una monéta, di cui hanno i principi una Miniera inesausta 
nella penna (\). Non era questo spediente riuovo, od affatto 
intentato ; perocché ancor prima a Giovanni Gtopione- fran- 
cescano, confessore di Cesare, fece il papa benigne dimoètrà- 
zioni che vinsero : i sentimenti non favorevoli a Roma (2), e 
ad EveraftJo de la Marck, vescovo di Liegi, passato datta 
parte francese alla imperiale, diede ri cappello cardinalizio, 
per quanto' dovesse recarselo a male il re Francesco (3). Non- 
dimeno nel secondare le instanze dei nunzio esitò, adducendo 
a motivò la revocazione pòc' anzi decretata di' somiglianti fa- 
ndoltà generali (4), per non confessare debolezza; e necessità 
dèi sostegno di Cesare, e non lasciarsi così mettere da Itti 
un freno in bocca negli altri affari d' IlaUa(ò); ma infine 
convinto che i suoi ministri operavano lepidamente nmaf- 
-finchè prevalesse Lutero, ma perchè dal? aggravamento del 
thale s imparasse a tener piU conto di chi poteva medicarlo, 
mandò a fùria e i mandati e il denaro e i brevi caldissimi 
indirizzati alle persóne di maggiore autorità (6). Onde quatt- 
ro si legge esser stata proposto al vescovo di Tuy, accoro- 



(I) Pallavicino, Hisloriadel concilio di Trento, parte 1, pa$. 158. 
. (2). Ibidem Qbg. 155. ' 

(3) II card: Bibiena a Luisa di Savoia 19 mag. 1S2Ò. Molini. Do- 
cumenti di storia italiana 1. 1, pag. 84. 

• (4}' Saudita* sua ppopter revocationem simitium facultatum nu- 
per editam et in cumelteria apostolica pubticatam, respondit im- 
praesentiarum supersedendum esse; est autem contenta , quod prò 
personis quibus gratta s aliqvas concedendas esse iudicabitis, me- 
moriaìia mittaìis, et sànctitas sita faciet expediri lìteras sub plum- 
beo, et sto itti ubèriorem gràtiain hàbebunt a papa, quam a vobis ha- 
* bere possenti Laùrentiu* «arjl. Compegius Hleronymo AJeandro. Ro- 
roae 15jan. 1521. Ugo Laemmer. Monumenta vaticana hisioriamec- 
cjQsiasticam saeculi XVlillustranlia ex tabulariis sanctae sedis ajw- 
stolicae secretis. F^iburgi Brisgoviae 1861. Do<\ li pag. 4. 

|5) Pallavicino, op. clt. pag. 158. 



— *7 - 

pagnatosi air imperatore dalla Spagna, un beneficio già pro- 
messo ad altrui che ne aveva diritto, e pagati cinquanta fio- 
rini ad uno scrittore imperiale In contraccambio di buoni $ 
segreti servigi, che poi sarebbero maggiormente ricomperi» 
sati eon una specie di annua pensione; quando si sente la* 
mentar sempre l' Aleandro che pochi denari gli si mandano 
si per il suo vivere come per donar a segretarii e a sbirri, i 
quali ancor che siano mfensissimi alla corte di Roma, tutta*' 
volta qualche danaro li farebbe saltar a nastro modo (f ) ; 
davanti a si dure prove, de' ribaldi costumi del tempo, chi 
potrà non deplorare che mezzi di tal fatta fossero adoperati 
in una causa cosi grande e santa ? Vero è che non ebbero ef- 
ficacia di sorta, essendo invece bastata nella dieta la giusta 
considerazione fatta dall' Aleandro medesimo che la contro- 
versia con Lutero, non rivolgevasi unicamente intorno alla 
giurisdizione e agli abusi della curia romana, ma sopra i sa- 
cramenti e gli altri dogmi della fede, separati da ogni inte- 
resse del pontefice ed approvati un secolo innanzi dal conci- 
lio di Gostanza contro Wicleff e Giovanni Huss, nomi abbor- 
riti in Germania. Dicono, cosi parlò Aleandro a quell'assem- 
blea,^ la discordia fra Luleto e Roma, sia per alcuni punti 
che conferiscono ali 9 interesse del, papa* Errore grave: giac- 
ché di quaranta articoli condannati dalla bolla, ben pochi ri- 
guardano ali 9 autorità papàie. Lutero nega che le opere sior 
no necessarie per la salute; negala libertà dell'uomo nel- 
V osservanza della legge naturale e della divina. Qual più 
diabolica dottrina per rendere ottusi i rimorsi della coscien- 
za, per rompere i freni della vergogna, per disarmar V one- 
stà degli aurei sproni della speranza ? . . * Appartiene per av- 
ventura questo articolo all'interesse del papa? Vi appartiene 
la virtù eh' egli nega ne\sòcramenti d 3 infónder la grazia ? 

(I) Quia dliter nikil fit ètvlxfaciemùs dltqùid. Estratti delle 
lettere di oleandro. Mtnfer, Beitr&gti lur ttircbengesehkhte p. 78. 



■— w — 

Or che dirò del mostruoso poteMhe conferisce a? laici fogni 
sesso d' assolvere i peccali? .. Tacciamo la empietà dell'im- 
pugnare i voli monastici e, F insania dei 'dite eh 9 è illecito re- 
risiere ai Turchi, perchè Dio ci visita p&r mezzo degl 9 infede- 
li; iè che tornalo stesso che vietar* Mrkornere a farmachi 
nelle malattie, perchè Dio ce le mania a castigo dò peccati. 
Ammirate il cuor\di Lutero^ che nprrebbe piuttosto veder la 
■Germania sbranata dai cerni di Costantinopoli, che custodito, 
M pastori di Roma .... De* quali vorrebbe atterrare la po- 
testà sopra tutta la chiesa neW interpretazione delle scritture 
divine enei governo degli affari ecclesiastici, affermando che 
m Roma si opera diversamente da qmiche ivi s'insegna, e 
cheiperò non èHnsegna per ferità, ma per inganno i . Lasciò 
4the Cristo ci ammonì di operare secóndo gì 9 insegnamenti, e 
no» secondo gli esempii dichi sta su la prima cattedra; ma 
dico ... che i pontefici, romani professarono sempre tale reli- 
gione che condanna tutti loro per manchevoli, ùtolti per tras- 
gressori* alcuni per (scellerati; chq gli costringe atf ma sog- 
gezióne tormentatrice Aeir appetito* ohe sottopone cóme rèi 
molti de? lor fatti, fuor di questa religione perméssi; al bia- 
simo delle lingue in vita ìd< all' infamia delle istorie dopo la 
morte; òhe mtepotie in perpetua gloria, eziandio nei mondo, 
uno scalzo fraticello ad m coronalo pontefice; Quetl piacere, 
qual interesse può sospettarsi inventóre di questa dottrina? 
Come i papi, benché talorwizìosied in altre massime fra 
4oro discordi, sarebbmo statisi costanti* i concordi nell* as- 
severarla, se non fosse ad essi dettata dalla verità ed inspi- 
rata dal cielo f Ghe in Roma e neW ardine de? prelati sieno 
difetti gravi, nqii si dissimula colà con superbia ; si pr&fessa 
contornila* Roma è quella che), non ha molti secoli, decretò 
gli altari e le adorazioni a quel Bernardo, il quale l' ha sì 
aspramente sferzata nelle sue carte . . . Grida Lutero che il 
papa t murpò ilprimqft. tfsurpà ?j* come? forze calle falangi 
<H.Afasfin(f*9r& l* maèi di£<wr* ?~+&htf< t mi\qwsli por 



poli che parlano lingm differenti, che vivono sotto cielo di- 
verso, di costumi, di origine, d'interessi opposti, si accorde- 
rebbero a rkomtfer* come vicario di Cristo il vescovo di So- 
ma disormato, che non possiede altro patrimonio che un can- 
tuccio della terra? . . , Dite che ogni vescovo debb' essere so- 
vrano assoluto nella sua diocesi. Allora invece di una tiran- 
nia, eccovene mille che dovreste abolire.,. Aggiungono, so- 
pra i pescavi regnerà U concilio. Ma, domando io, sarà con- 
cilio permanente? in tal caso i pastori rimarranno lontani 
dal gregge. E se si discioglie, a chi ricorrere per ammini- 
strar rimedii alle malattie della comunità? chi convocherà il 
concilio? ohi vi presiederà? Non vedete in queste brevi inter- 
ro§azioni>qwkrtaieriek\di confusione» di perplessità, di con- 
trasto deformerebbe ed inquieterebbe la chissà?. . . qual con- 
trarietà sorgerebbe di leggi, di riti e sin di dottrine tra i fé- 
deli, credendo ogm popolo che solo il suo vescovo abbia man- 
tenuto l- integrità della \fede? (4)* Questo era un parlar giitf- 
jstQj, inorato; concedente. A, che dunque contaminarlo con 
pratiche piente dicevoli al convincimento del vero e forse 
anco cop discorsi privati ripugnanti alla coscienza del be- 
ne, (2), . j ; quali , davano appicco, , a nuovi oltraggi e minacele 
degli . avv^sòi (j3) ?» Ilelevasi V Aleandro che nella dieta 



J\) Pallavicino \.q,> pagv.Jj«M6§. 

(2) Scribit Spalatili u$AIe?indr um- fuisseausum dicere: Mtiawsi 
vos Gertnani, qui minimum omnium dependitis aeris romano pon- 
tifici, iiiffum. èervitutts romànae excussèrìtis^ (amen curabimus ut 
mutuiicUétàbùt abtimpti vèstro cruore perèàtis. Martini!» Luthehis 
Weaceadao ifaeo, 21 jàn. 1 521 . Hutteni Opera t 2, pag. 6. 

(3) Sic loquutu&ts . t>, *t pontifcium e&cutiatis inaura etiam, 
Germani^ su&m nifiihfninus efignitatetn et regnum tuebitur ponti- 
/ex; etsiiarn eo res deducta e$t, ut futurum, sif veslris vos teli* con- 
fici: tantum enim vàlèlingento Me, ut cértum sit cum primum hoc 
vos ausi fueritis, cxitiabili vestra ctade expiatum irìfacinus. Ulri- 
chus HuUenus Hieró^tt^leróc^ pag. 15. 



_ 60 — 

prevalesse iK consiglio dell'antica libertà germanica fri non 
condannare Lutero senza 'chiamarlo e tienthrlb'/'ed ecco ciò 
<Ate con ogni mezfco voleva impedire. Ma iridarne; che àhzi 
-at-pjòj- cdro e onorevole dottore, non ostante la scortiti nìca 
pontificia, fu spedito un salvocondottOj, a nome dei sovràltò 
-di tanti paesi « regni e ducati. Mólti sconsigliarono Lutero, 
mentr' era ancóra per via, dall' andata, ed ei rispondeta* te 
voglio, quando bene vedessi congiurati contro dime tanti 
diavoli quanti son tegoli sui tetti (ì). Al contrario hi quél 
viaggio* odirò trionfo, potè accertarsi quanto la sua fazione 
fòsse ingrossata 

-.-Fatta* distinzione tra le dottrine che offendono iL dogma 
4 quelle che riguardano soltanto alla costituzione ecclesia- 
atica* aveva*la dieta deliberato di approvare il bando impe^ 
Tfyle se mai Lutero persistesse nelle pritae, ina filanto 
alle seconde di trattarlo benignamente, atfóórdré non le ri* 
trattasse. Limitandosi a queste poteva dunque cohfidài*è tfél- 
V appoggio dell' assembfea, ì cui concordi sentiménti' in pro- 
posito attestano le doglianze 1 solènnemente rinnovate 1 icófatf-o 
gli abusi della corte romana. Avrebbe potuto trascurarle 
Cesare stesso, al quale il confessore Glàpióne prediceva tre^ 
mendi castighi del cielo se non riformava la chiesa ? Oh F o^ 
pera invocata da tanti secoli, l' unità della nazione tedesca, 
la pace avvenire del mondo, tutto in quel punto dipendette 
dal mal talento di Lutero! introdótto alcottéesso de' princi- 
pi it di 47 aprile 4521, alla interrogazióne se riconosceva 
per suoi gli scritti dannati dalla chiesa, e se intendeva ri- 
trattare gli errori ivi entro contenuti, quanto alla prima par- 
te disse che si; quanto alla seconda chiese dilazione a ri* 
spondere. Veramente doveva seitìbrar strano che la chie- 
dessero cose di fede, ed i cattolici potevano fcavanie argo- 
mento a sperare. Slava invece FÀleandro, dice il Pallavicino, 



— 61 — 

in qualche ansietà ; perchè sapeva che molti nemici al nome 
di Roma confortavano Lutero a mantener solamente ciò che 
aveva detto. in pregmiicie del pontefice e della corte, con ri- 
vocare gli errori; nel qual caso mal poteva impromettersi 
che fra tanti secolari e male imbevuti prevalesse nella dieta 
il parere di condannarlo (\).> Pur troppo la inqualificabile 
ansietà durò poche ore. Tornato il domani l'eresiarca disse: 
giacché mi è chiesta una semplice risposta, ed io farolla ; et* 
cola : a meno che non mi si convinca d'errore coir autorità 
della bibbia o colia evidenza della ragione, sendochè die* 
credo papa e concila, non posso ritrattarmi, perchè non 
vuoisi andar contro la propria coscienza; soggiunse poi 
nella sua lingua natia: qui mi arresto: io non posso far più; 
Dio mi aiuti {ì). Sé in Dio, e più confidasse negli uomini 
che gli davano cuore a persistere (3) e nella prepotenza 
della opinione che gli assicurava le spalle, udiamo lui stesso : 
ti papa aveva mandato àlF imperatore di non badare al saL 
vocondotto : i vescovi lo spìngevano :ma i principi e gli stati 
non volterò condiscendere perchè ne sarebbe nato troppo ru- 
more. Gran rinomanza io aveva tram da ciò : ed essi dove» 
vano aver paura di me più che io di loro. Di falli il lan- 
gravio di Assia, giovine signore, chiese di sentirmi, venne a 
trovarmi, disputò meco, e alfine mi disse : caro dottore, se 
avete ragione, il Signore vi aiuti (4). Certo è che Lutero 
schivò ogni prova di concordia e prima e dopo la sua com- 
parsa alla' dieta. Col confessore di Cesare che proponèvagli 

(I)L. c.pag. 175. 

(2) 4cta rev/ 1 palrj? Martini Luther! coram caes. majeatate. Lu- 
McriOp.^ù.2iPag,41l, , 

(3) Pugna tiranne prò Christo.etne cede ma#M> sed wntra auden- 
tiar ito... non carette defen^oribut, neque deerunt unquam vindice* 
Ubi. lllricus ab Hutten Martino Lutero ¥tf 2Qapr, 1521. Hutteni 

Operat.2,p*g,&5e.&8. / -;- ; : 

(4) Lutheri Opera lat. t. 2, pag. 414. „ : ; r . ■ ...-..; / / . 



— 68 — 

ritrattasse almeno Io scritto «opra la* schiavitù bafàtomca 
della chiesa, per non Imckir naufragare -Ualtr^m^ 
ziose che altrimenti condurrebbe a porta, non volte ròeànco 
parlare, rigettando pensinola interposizione deH* intimo $uò 
Francesco de Sicktngen^). Allorché lo sì esortava privata- 
mente a ricevere la dottrina de? concili* ecumenici, rtepon* 
deva che quei di Gostanza fallì in condannare la proposizione 
di Giovanni fltìss che rjstrigne la chiesa a f soli predestinati»; 
quando P arcivescovo di Treviri disse infine proponeese*égK 
stesso qualche temperamento per quiete pubbtìèa, se <ne 
schermi colle parole di Gamaliete nella Scritturar*? questa 
è opera degli uomini, si discioglwrà; mase è <k*Bte tonata 
potrete disciogliere (2). 

E tale predicarono gli apologisti della ostimnone (9). 
Al contrario Gaspare Contarini, ambasciatore della : repubbli- 
ca veneta, dottissimo uomo ed imparziale, esprimendo i seri*- 
timenti delle persone savie e moderate, attestò che bttetò 
non aveva corrisposto ali aspettazione poco mèn che di tut- 
ti (k). Lo conferma il fatto che la maggior parte deli* adu* 
nanza concorse nella sentenza di Gesara manifestata con ima 

(1) Seckendorf y Commeot. hist et apologeticus de luther^nismo 
Ì69Òt.l,p.l42. 

(2) SI ex hortiinffius cònsillum aut opus hoc est^ dissolvette ; i\ 
vere ex I>eo est, dissolvere noi» poteritt s. huthert Opera JM. torti. 2, 

pag. 416. ;- ; ■: 

l$\$he Germans every wkere are t *0 qd(Ucte4U> Luther Y 1fiQt 
rather than he shall be oppresseti by the Pope's authoHty, a hundréd 
thousand of the people will sacri fice their lifes.Leiier of Tonstall 
from the diet of Worms. Fiddes life of Wolsey pàg. 242. ' ; 

(4) Ego homihete (Lùthèr^m^néqùe'dltocttttis slitti, nèipiè vidi ; 
miraberis fortasse cum scias me idque maxime cupere; ferito tàtlb 
tempOruYn sic exigft: tanta" contentìone res haeò tractahir sèilicet 
quantum inteìlfgerè pOtuì. Martihushie éwpeeiàtienefn omniutk'fàne 
fefetilt. kà domioum Matheum bandolutn cogfratumtauum. Vòrma- 
tia 26 apr. 1521. Lo stesso a Nicolò Tiepolo 25 apf. Mar4n Satotió, 
t. XXX, pag. 143 e 146. *'«* v * J ••*= • -^' m^a u, 



— al- 
lunga scrittura, dove si dichiarò risoluto a perseguitare l'e- 
retico, richiedendo i principi a portarsi parimenti come a 
buoni cristiani si conveniva. 

Ma quella scrittura non era tanto fatta per la dieta 
quanto per il pontefice, il quale, come la ebbe dall'ambascia- 
tore imperiale don Manuel, la fece leggere in concistoro e ne 
ringraziò Cesare con un affettuosissimo breve, aggiungendo* 
vi (con dimostrazione insolita ai papi in quella forma di let- 
tere) alcune righe di propria mano. Ecco l' ultimo e risolu- 
tivo movente air alleanza segreta conchiusa a Roma il di 8 
maggio del 4524. 

Poiché le due* potestà pontificale ed imperatoria (cosi 
suona il proemio) ordinò Dio siccome soprastanti a tutte le 
altre, e dall' averle alcuni principi dispregiate derivarono i 
inali, ond' è afflittala cristianità, si fa tra loro perpetua ed 
inviolabile confederazione per purgare la cristianità medesi- 
ma dall' errore,, per ristabilire la pace universale, per muo- 
ver guerra ai Turchi e per ricondurre ogni cosa a miglior 
forma e stato (4) ;=< la qua} confederazione andrà innanzi a 
qualunque altro trattato per modo da annullarlo immanti- 
nente se contraddittorio (2)é Doversi a tal uopo spegnere col 
ferro e col fuoco i perturbatori della pace e sradicare la pri- 



(1) Quoniam utrasque bas potestates, pontificateli) et imperia- 
lem, suprema* omnium con&tituU Deus et ab ipsis, romano ponlifi- 
ce et imperatore, ratio reddenda est gubernationis etjadrninistratior 
ntstotius reipublicae chrislianae . , . attqui priocipum ad a eros et 
primarios principes christianitatis. . . respectum non habueront .-. . 
klcirco ad emendandos cbristiauitalB errores pacemque universa- 
lem constHueadam, beftlum.geqerale contro Turcas suscipieadum, 
omniaque in meliorem statum etformam redigenda, decreta est in- 
violabili* foederis coajuoctia» Du Mont^ t. IV, par. 3, pag. 96. 

(2) Aliae oranes societatea* amicitiae, confoederationes, quas 
atteruter eorum -eum alio quovis principe aut potentato habeat, in- 
telligantur suspensae et abrogatae, quatenus conk&pr aestntem v«r 



— 64 — 

ma cagione delle discordie, scacciando i Francesi d'Itali*. 
Restituirebbesi allora alla chiesa tutto ciò che le spetta: 
Parma e Piacenza staccate dal ducato di Milano, a poi. Fer- 
rara (4), all' acquisto della qaale aiuterebbela l' imperatore 
con tutte le sue forze. Questi obbligavasi inoltre a pren* 
dere sotto la sua protezione la famiglia de' Medici, asser- 
enando al cardinale Giulio di questo nome una pensione 
di diecimila ducati sull'arcivescovado di Toledo, ed uno 
stato nel reame di Napoli di uguale entrata per Alessa n* 
dro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo, già duca 
d'Urbino; a soccorrere il pontefice contro i sudditi e feu- 
datarti suoi; a rimettere Francesco Sforza nello stato di 
Milano e Girolamo Adorno in Genova (2); a perseguitare 
i nemici della fede cattolica e a vendicare ogni danno della 
sede apostolica come se fatto a lui stesso (3>.Promettevagli i» 
contraccambio il pontefice nuova investitura del regno di 
Napoli ed aiuto di tutte le sue armiy sia temporali che spi- 
rituali, per la difesa di esso e contro la repubblica vene- 
ta, ogniqualvolta avesse a romperle guerra, dichiarando 
voler starsene sempre e intimamente collegato con lui per 
qualunque necessità ed impresa, in pace e in guerra (4). 

niant conventionem. Huic vero foederi praesenti alias nullas con- 
ventiones cum quovis alio principe aut potentatu factas seu facien- 
das toteìligatur unquara derogatoria, neqne posstt derogar!. Ibidem. 

(1) Guai clarius luce sii, Ferrariam ad ipsam eedem apostoli* 
cam omni ratione et causa pertinere. Ibidem. 

(2) Ad se omni jure pertinentes... ad legitimam gubernationem 
redigere. ìbidem. 

(3) Quoniam sancissimo domino nostro cura est aliquanto e-* 
liana major rerum spiritualium et pastoralis offici! quam tempo** 
r alium; Ibidem. 

(4) Ncc non in alìis omnibus rebus, negotiis, bello et pace, se 
cum eadem majestate caesarea semper conjunetissimum futurum, 
ut res ipsius caesaria eodem habeat loco, quo suas, in omnibus et 
per omnia. Ibidem. > 



- 65 — 

Contuttociò la minuta del bando contro Lutero, di- 
stesa dall' Aleandro, non comunicò Cesare ai principi che 
nel giorno 25 maggio 4524, dopo aver sbrigati tutti i ne- 
gozi politici. Cotesto indugio, dice il Pallavicino, del quale 
era ignoto il misterici alFistesso gran cancelliere, agitava 
forte i ministri del papa; veggendo nel discioglimento della 
dieta restar sé con le mani piene di vento in cambio di quel- 
la palma che per F addietro parea loro di strignere in pu- 
gno. Ma, soggiunge poi, i principi se vogliono operare prur 
dentemente, conviene spesso che si contentino di parere im- 
prudenti, celando quelle ragioni che, a guisa delle radici, 
non sono fruttifere se non quando sono sepolte (i). E l'ope- 
ra prudente consistette nel lasciar che partissero da Worms 
l'elettore di Sassonia e il palatino, dei quali aveva a teme- 
re la costante opposizione, e nel far leggere il bando ai rima- 
nenti principi non già in una pubblica adunanza, ma a casa 
sua ; dove dal nunzio Caracciolo e dalPAleandro, secondo che 
innanzi erasi stabilito, furono presentati a lui e ai principi 
medesimi brevi affettuosissimi del papa. Allora il margravio 
di Brandeburgo dichiarò a nome comune che il bando piace- 
va a tutti, e che tale era stato il parere concorde della dieta. 
Di ciò fece l' Aleandro che si rogasse atto pubblico, e la maW 
tina seguente (26 maggio) essendo l'imperatore in chiesa 
gli si fé' innanzi con due copie, l'ima latina, l'altra aleman- 
na, affinchè vi apponesse la sua sottoscrizione (2). 

Mal argomenterebbe però chi per queste diligenze di 
Cesare, guardate in correlazione all' alleanza conchiusa col 
papa, non vedesse altro movente de' suoi portamenti con 
Lutero che la ragione di stato. Come pensare non gli met- 
tessero indignazione la intemperanza, la superbia,. la ira- 



fi) Storia del concilio di Trento parte 1, pag. 181. 
(2) Ibidem pag. 181, 182. Ranke (op. cit. t. 1, pag. 388) dimo- 
stra falsa la data 8 maggio riportata dal Pallavicino. 

5 



^66 — 

condia del novatore, quel grande sconcerto in somma di tut- 
ti gl'inferiori appetiti, i quali ha voluti comporre il vange- 
lo? che potesse reprimerla ai sentir negata la infallibilità dei 
concilii e la dottrina de' sacramenti ? che non lo scaldasse 
F audacia di coloro che parte a nome di Ulrico de Hiitten (1), 
parte senza sottoscrizione mandavangli lettere minacciarti 
guerra e morte, e fra le altre una che annunciava essersi con- 
federati quattrocento nobili per vendicare il maestro? Re- 
sta soltanto che, essendo inevitabile la condanna di Lutero, 
seppesi pur ridurla a strumento di fini mondani, cioè a con- 
dizione de'la gran guerra che stava per accendersi colla 
Francia. Tanto è vero che quel bando in cui comandavasi 
a tutti i sudditi dell' impero di prendere P eresiarca, demo- 
nio in sembianza umana ed in abito monacale (2), non ebbe 
né anco effetto. Ben so che al ritorno egli era stato rapito 
dall' e'ettore di Sassonia e trasportato nel castello di Wart- 
burg in Turingia, per salvarlo, forse non tanto dai nemici, 
quanto dalle proprie imprudenze; e so pure che Carlo si 
escusò col papa di averlo lasciato partire da Worms non po- 
tendo procedere più oltre per rispetto al salvo condotto. Ma 
gP italiani che s'intendevano assai di politica, considerando 
che Lutero rimase colà al coperto sino aPa morte di Leone, 
non gli passarono buona la scusa, e la verità fu, dica Fran- 
cesco Vettori, che, conoscendo che il papa temeva molto del- 
la dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo freno (3). 

Espedito il negozio del papa riusci più facile di com- 
porre eziandio temporaneamente le controversie colla re- 
pubblica veneta. Questa non volendo né separarsi ancora 
dall' amicizia di Francia, né chiudere al tutto le orecchie al- 



ti) 27 Marzo ed 8 apr. 1521 . virici Hutteni, opera, t. 2, p. 38-50. 

(2) Luther» IVerke ed. Waleh, t. XV, 2264. 

(3) Sommario della storia d'Italia dal 1511 al 1527. Archivio 
$tor. Hai. Append. 22, pag. 332. 



— 67 - 

le magnifiche parole di Cesare, benché non ne sperasse con- 
formi effetti, aveva fatto avviso di governarsi secondo gli e- 
venti e i più segreti consigli de' due principi rivali. Caldeg- 
giò da principio la lega con Francesco e con Leone, ma a 
patto fosse rogata esplicitamente contro l'imperatore ed e- 
sclusa la clausola minacciante Ferrara. Ambidue la tennero 
a bada, e pur fu un momento eh' ella sene compiacque, allor- 
ché confidando nei tumulti di Spagna, che distoglierebbero 
Cesare dal venire in Italia, fece opportune instanze per trat- 
tenere di là da' monti anche il re di Francia (1). Poi com' eb- 
be contezza e del sussidio decretato dalla dieta di Worms e 
de' movimenti di truppe spagnuole nel regno di Napoli, tor- 
nò al disegno della lega, sempre che le fossero notificati gli 
articoli convenuti tra il re e il pontefice (2). Questi non accor- 
davansi fra loro, e tuttavia Francesco s'era assunto l'impe- 
gno d'indurre la repubblica a consentire nella forma richiesta 
da Leone, non dubitando tampoco le accadrebbe ben presto 
far di necessità virtù (3). Gli era ciò che voleva il papa per 
tirare in lungo le pratiche, e cavarsi infine d'impaccio col 
dichiarare : che V imperatore non veniva per queir anno in /- 



(1) Essendo variate le occorrentie di tempi. Acta Consilii X ora- 
tori in Francia t. XLUI, 9 ott. 1520, ms. 

(2) Essendo sta in alruni deli capituli che alhora se predicava 
(nello scorso anno) pur qualche difficulta come prudentemente vuj 
li havete tocato, et etiam parse a la supientia de la M. ta sua non cus- 
si al proposito deli comuni stati nostri, grato ne saria veder la for- 
ma de i capituli se haverano ad sigillar .... a quanto sua M. (a ne 
exhorta ad star ad veri iti et preparati ... in le terre nostre cum di- 
ligenza se proseguono le fortiticationi. Le gente darme nostre son- 
no ben pagate et in ordene et similiter li capi de fantaria. Ibidem 
t. XLII1. Oratori in Francia 6 marzo 1521, ms. 

(3i Disse Lpom, chel ave lettere dil re, come el faria contentar 
ala signoria a li capitoli (compreso V articolo di potr castigar li sol 
subditi) dicendo; tenimo, quella signoria non si romperà con Fran- 
za. Maria Sanuto, t XXX di Eoma 2* e 31, mag. 1521. 



— 68 — 

talia, dovendo accorrere in Ispagna; e così bene si portava 
contro Lutero ch'ei non poteva offenderlo (4). Vi lesse per 
entro Venezia la prova del trattato segreto di già conchiuso 
con Cesare; onde non le restò che cercar salvezza nella me- 
diazione inglese e nel rinnovamento della tregua quinquen- 
nale coir impero, la quale sin d'allora potevasi arguire l'a- 
vrebbe condotta a più intima congiunzione non si tosto riu- 
scisse a buon segno la impresa disegnata contro i francesi 
nella Lombardia. 

Quel trattato ne differiva il cominciamento a mezzo il 
settembre, manifestamente per aver agio di assoldare i se- 
dicimila Svizzeri destinati in soccorso del duca Francesco 
Sforza, di mettere insieme almeno una parte delle truppe 
tedesche concesse dalla dieta di Worms, e di riscuotere i da- 
nari che traevansi dalla vendita dei demanii napolitani. So- 
pratutto importava lasciar tempo allo svolgersi delle cose in 
guisa che non mancasse l'alleanza inglese. La quale era cer- 
ta soltanto nel caso che Francesco fosse primo a rompere la 
guerra. E lo fu, naturalmente impaziente d'indugi ed imbal- 
danzito dalla insurrezione della Castiglia. 

X. Quivi i cittadini aveano preso le armi da per tutto, 
scacciati i correggitori del re, occupati i castelli delle città e 
stabilito in ciascuna di esse un governo popolare composto di 
deputati delle parrocchie. Indarno il reggente Adriano, ap- 
pigliatosi al parere di alcuni membri del consiglio e massi- 
me dell'arcivescovo di Granata, cercò spegnere nella culla 
• quello spirito audace con severe esecuzioni di giustizia. I 
giudici e le truppe mandate davanti a Segovia e a Medina 
del Campo furono vigorosamente respinti, e il fuoco appic- 
cato dal comandante Antonio di Fonseca,onde quest'ultima 
città andò quasi tutta in cenere con gran perdita di averi, 
fece ancor più divampare gli sdegni. I cittadini di Valladolid, 

(1 ) Ibidem-ài Roma 27 apr. e 15 mag. 1521. 



— 69 — 

sede della reggenza, cui la presenza del cardinale Adriano 
aveva fino allora imposto rispetto, non soffrirono più a lun- 
go rimanersi spettatori inattivi di tante sciagure, e, dando di 
piglio alle armi con non minore accanimento degli altri com- 
patriotti, atterrarono la casa di Fonseca, ribellaronsi a' ma- 
gistrati regii, e posero le mura della città in difesa, come se 
il nemico stesse per attaccarli. 

Atto a felicitare il regno colle virtù private (1), mancava 
il cardinale delle pubbliche volute in tempi cosi inquieti e 
rumorosi. Vistosi nella impossibilità d'impedire fin gli ol- 
traggi a lui fatti, tentò pacificare il popolo protestando che 
aveva Fonseca ecceduto gli ordini {2); per la quale condi- 
scendenza, conforme alla pietà sua, non alla risolutezza di 
chi governa, licenziaronsi i ribelli a maggiori disordini; mas- 
sime dacché congedate le milizie per non avere di che pa- 
garle, essendo esaurito il tesoro dalla rapacità de' ministri 
fiamminghi, cadde l'unico ritegno alla piena del dispetto. 

Però non questo soltanto, si li moveva ancora il nobile 
desiderio di riformare gli abusi politici e di stabilire su fer- 
me basi la comune libertà. Della quale potevano vantarsi 
custodi le città della Castiglia, siccome quelle che, parteci- 
panti alla legislatura e cresciute di potenza per le arti del- 
l'industria e del commercio, temperavano il rigore delle in- 
stituzioni feudali. Scalzarle di continuo, sottrarsi ai carichi 
rimanenti, estendere i privilegi propri, era opera loro e na- 
turale, né mai a procedere su questa via parve più favore- 
vole congiuntura. Mandati pertanto deputati ad Avila con- 
vennero nel nominare una santa giunta, la quale ben tosto 
si trasferì a Tordesilla dove risiedeva la regina Giovanna, 

(1) Buscaba el carderia! Adriano, que era un santo, los medios 
posibles para poter remediar tantos males, con la suavidad y Man- 
dura que su gran-caridad pedia. Sandoval Hi steri a del emperador 
Carlos V, op. cit. t. 2, pag. 147. 
«., mMdsm,m.W. . ._ :.._ .... _ 



— 70 — 

per acquistarsi riputazione di agire in nome di lei, sebbene 
da gran tempo alienata di mente. Dando allora a credere ri- 
stabilita l'autorità della madre, sciolse la Giunta il consiglio 
lasciato dal figlio; le persone che lo componevano fece soste- 
nere o disperdere, ed Adriano ebbe in grazia di riparare a 
Medina del Rio-Seco destituito d'ogni forza e potestà. Quin- 
di a modo di assemblea sovrana, in tanti articoli quanti com- 
ponevano la costituzione e riferi vansi a' varii uOicii ammi- 
nistrativi, dettò gli statuti del futuro governo rappresentan- 
te il voto della nazione: ritornasse il re in Ispagna e vi risie- 
desse come i suoi predecessori ; non potesse né prender mo- 
glie senza il consentimento delle corti, né in caso di assenza 
nominare reggente un forestiero, né introdurre milizie di 
altri paesi; fossero i soli spagnuoli dichiarati idonei agl'im- 
pieghi e benefizii della chiesa e dello stato, ridotte le impo- 
sizioni pubbliche come trovavansi alla morte della regina I- 
sabella e ricomprati i demanii d'allora in poi alienati ; si abo- 
lissero le nuove cariche create dopo di lei, e non si esigesse 
il sussidio accordato dalle ultime corti in Galizia; mandasse 
in avvenire ogni città alle corti un rappresentante del clero, 
uno dei nobili e un terzo dei comuni, ciascuno eletto dal pro- 
prio ordine, esclusa qualunque ingerenza del governo, e col 
divieto di ricevere impiego o pensione dal re o per sé mede- 
simo o per alcuno di sua famiglia sotto pena di morte e 
confiscazione de' beni; pagassero invece le città un onorario 
ai deputati per il tempo che durano le corti ; queste si adu- 
nassero una volta almeno ogni tre anni anche senza convo- 
cazione del re; fossero rivocati i regali dati o promessi a 
qualche membro delle corti in Galizia, e proibito, sotto pena 
di morte, portar fuori del regno oro, argento o gioielli; si 
desse stipendio ai giudici, affinchè non abbiano a ricevere 
porzione delle ammende e multe da essi inflitte; si rivocas- 
sero i privilegi tutti ottenuti dai nobili in danno dei comuni, 
e si facessero indagini sui portamenti di coloro ai quali era 



— 74 — 

stata affidata l'amministrazione del regio patrimonio dopo 
l'assunzione al trono di Ferdinando il cattolico, e qualora 
entro trenla giorni non nominasse il re persone idonee a 
questa investigazione, potessero legalmente provvedervi le 
corti; non si avessero a predicare o a diffondere indulgenze 
finché non fossero esaminati ed approvati dalle corti i moti- 
vi, e il denaro riscosso per le medesime si adoperasse scru- 
polosamente nel proseguire la guerra contro gl'infedeli; 
venissero sottoposti alla perdita delle entrate, pel tempo 
dell'assenza, que'prelati che non risiedono nelle diocesi; 
non potessero i giudici ecclesiastici né gli altri loro officiali 
esigere ammende maggiori di quelle che soglionsi pagare ai 
tribunali secolari; fosse l'arcivescovo di Toledo, quale fore- 
stiero, obbligato a rinunziare la carica, che sarebbe poi con- 
ferita ad un casigliano; dovesse il re ratificare gli atti della 
Giunta, e tenerli per buoni servigi resi a lui ed allo stato, 
perdonando qualunque irregolarità avvenuta, siccome causa- 
la da eccesso di zelo in una santa causa; promettesse infine 
con solènne giuramento di osservare tutti questi articoli e di 
non chiederne mai assoluzione o dispensa sia dal papa che 
da qualsivoglia altro prelato (i). Ecco a qual patto dichia- 
ravano le città della Castiglia di ritornare alla obbedienza 
di Carlo V! 

Ma questi, prima ancora di riceverne T annuncio, ave- 
va fatta deliberazione di non esigere dalle città rimaste 
fedeli il sussidio accordato nelle ultime corti ; di offrire 
alle altre, tornate al dovere, lo stesso favore ; di ridurre 
al pristino stato le gravezze pubbliche, e di aggiungere al 
cardinale Adriano nella reggenza il contestabile della Casti- 
glia Inico de Velasco e l'ammiraglio Federico Henriquez; ben 
si apponendo che quando ciò non bastasse a sedare le riot- 



(IJLo que escritiiò la junta al empèrador 20 oct. 1520. lai* 
dem, pag< 282—344. 



— 72 — 

tose città, sarebbe almeno efficace a privarle dell'appoggio 
de' nobili, di già indispettiti al veder limitati non meno i di- 
ritti del loro ordine che le prerogative della corona. 

Fissarono i nuovi reggenti a Medina del Rio-Seco la se- 
de del governo e il luogo d'unione delle milizie, le quali, 
sebbene inferiori in numero a quelle de' comuni, superavan- 
le di molto in disciplina e valore, composte essendo di fanti 
veterani condotti dalla Navarra e di gentiluomini a cavallo 
«avvezzi alla vita militare. Tuttavia si astennero dal prose- 
guire con vigore la guerra civile senz'aver innanzi esperito 
ogni mezzo di conciliazione; perocché li angustiava il timo- 
re non forse, mentre i due ordini partecipanti alla legislatu- 
ra logoravano a vicenda le forze, s'innalzasse la potestà re- 
gia sulle rovine di entrambi. E riuscirono infatti a staccar 
Burgos dalla Giunta, ma quanto fecero per indurre Vallado- 
lid a seguirne l'esempio andò a vuoto. Né miglior successo 
ottennero dalle negoziazioni introdotte colla Giunta medesi- 
ma, sebbene (eccettuati alcuni pochi articoli o incompatibili 
coi privilegi della nobiltà o troppo imperiosi nella forma) le 
offrissero di far accettare dal re la maggior parte delle sue 
domande, e sin di unirsi con lei per obbligacelo, qualora 
mal consigliato ricusasse (1). Sventuratamente sugli animi 
concitati prevalse la passione alla prudenza. L'accordo pro- 
posto sarebbe bastato a rassodare e a crescere insieme le 
antiche libertà, rendendo le imposte arbitrarie impossibili, 
la convocazione delle corti regolare, l'autorità regale limita- 
ta dalle leggi, la giustizia nei varii suoi gradi equa e consi- 
derata. Che più? avrebbe mutate le sorti della Spagna e stre- 
mata in Europa la potenza del suo re, costringendolo a trat- 
tare co' liberi sudditi in luogo di abusarne le forze. Non vo- 
lendo cedere nulla, si espose la Giunta a perdere tutto. Guai 

(I) Pietro Martire £Angh,ier(i y Opus eplst. Amstelod. 1670. E- 
pist. 695, 713. ■...-.. 



— 73 — 

al popolo che si lascia rapire un bene presente per ismania 
del meglio! 

L'aspra contesa, non composta in prò della Spagna e 
dell'Europa, decisero le armi in danno comune. Diedero ben- 
sì i Casigliani dell'amore di libertà prove singolari. Antonio 
d'Acugna, vescovo settuagenario di Zamora, veduto più vol- 
te colla partigiana stilla spalla, e non mai col breviario alla 
mano o la stola in collo, oppose disperata resistenza a Tor- 
desilla con pochi de' preti suoi, uno de' quali collo schioppi 
buttò a terra undici dei reali ; e il bello era che, mentre pren- 
deva la mira, li benediceva coli' archibugio, poi colla palla 
li spacciava (i). Maria Pacheco moglie del Padilla per ripa- 
rare alla mancanza di denaro, menate le donne in devota 
processione alla chiesa di Toledo, supplicò perdono dai santi 
se spogliava i loro altari a tutela della patria. E Padilla non 
ha chi lo superi in prodezza e nobiltà di sentimenti (2). Ma 
che sperare da soldati, i quali sbandavansi per mettere 
in salvo il bottino fatto a Torrelobaton, e poi nella riso- 
lutiva battaglia di Villalar (24 aprile 1524), rotte le in- 
segne delle croci rosse e resi sordi dal terrore alle preghie- 
re e alle minacce, lasciavano soli gl'intrepidi capitani in ma- 
no de'.nemici? Onore a lui die cadde da eroe. Fra i dolori 
d'una ferita mortale e l'aspetto del supplizio imminente, scri- 
veva alla sua donna: Signora, se V afflizione vostra non mi 
commovesse più che la mia morte, io mi terrei ben avventu- 
rato; poiché essendo essa inevitabile, segnalata grazia ho da 
Dio ottenendola tale, che se mollo sarà compianta, non re- 
sterà però senza vantaggio. Bramerei pia tempo onde scrive- 
re alcune cose per vostro consiglio; ma né mi concedono, né 



(1) Antonio de Guevara: Lettere dorate. 

(2) Verdaderàmerrte en todo lo que he leido de Juan da Padilla 
hallo que fue un gran caballero valeroso y de verdad. Sandoval op. 
cit. t. 3, pag. 236, • ' \ . _ . . . 



— Ti- 
fo cercherei dilazione a ricevere la corona che spero. Voi, 
signora, piangete la disgrazia vostra, non In mia morte, che 
essendo tanto giusta, da nessuno vuol essere compianta. U a- 
nima mia, poiché altro non mi resta, lascio nelle vostre ma- 
ni. Voi, signora, fate con essa come colla cosa che più vi a- 
mò. Non voglio più dilungarmi perchè il carnefice mi aspet- 
ta, e perchè sospetterebbero allungassi il foglio per allungar 
la vita. Il mio fedele Sossa, come testimonio di veduta e delle 
Berrete mie volontà, vi dirà il resto che qui manca ; e cosi 
chiudo quesC ambascia, per aspettare il coltello del vostro do- 
lore e del mio riposo. Indi soggiungeva alla città di Toledo: 
A te corona della Spagna e luce di tutto il mondo fin dagli 
antichi Goti, a te, che a forza di sangue straniero e tuo com- 
prasti libertà per te e per le vicine città; io, tuo legittimo fi" 
gl'io, ti fo sapere come col sangue del mio corpo si rinfresca- 
no le passate tue vittorie. Se non potei porre le azioni mie 
fra le tue memorabili imprese, colpa fu la mala sorte, e non 
la buona volontà; la quale come madre ti prego ricevere, 
poiché Dio non mi concesse di perdere per le altro che quel 
che ho arrischiato. PiU m'importa della tua memoria che del- 
la mia vita. Però considera che tali sono le vicende della 
fortuna, la quale mai non si tiene ferma. Ben veggocon al- 
legrezza che io, il minimo fra 9 tuoi figli, muoio per te, e che 
tu ne hai creati nel tuo seno molli, che potranno tor ammen- 
da del mio castigo. Molte lingue ti conteranno la mia mor- 
te, che io ancora non so, benché vicina, e la mia fine ti da- 
rà testimonio della mia intenzione. L'anima mia ti racco- 
mando come a protettrice della cristianità ; del corpo non di- 
co nulla, poiché già non è mio. Non posso scrivere piii oltre, 
giacché sento in questo istante medesimo il coltello alla gola 
con maggior dolore del tuo affanno che timore della mia pe- 
na (1). Con uguale fermezza andarono al supplizio Giovanni 

(\) Ibidem t. 3, pa$. 237 e 238. 



— 75 — 

Bravo e Francesco Maldonado, comandante l'uno de'Sego- 
viani, l'altro de' soldati di Salamanca. Ma la Giunta, cosi te- 
nace poc'anzi dell'opera propria, non domandò più nulla e 
si disperse. Valladolid apri subito le porte ai vincitori e le 
altre città non tardarono a seguirne l'esempio. Solo la vedo- 
va del Padil'a difese intrepida Toledo, poi cacciata dagli abi- 
tanti, stanchi dell'assedio e persuasi dai preti ch'ella fosse 
valorosa per virtù di malie, si sostenne ancora quattro 
mesi nella cittadella, infine riusci a salvarsi in Portogallo. 
Una sola disfatta definì ogni cosa : tanto importa proporzio- 
nare le forze ai disegni, le riforme al fattibile in continuazio- 
ne di progresso! Dai campi di Villalar, dove andò spenta la 
indipendenza della Castiglia, levossi e si estese la potenza 
assoluta di Carlo V. 

Qual cuore fu invece il suo al principio della insurre- 
zione! Vedeva risponderle i tumulti dell'Aragona, i trionfi 
della germanala di Valenza contro i nobili, gli eccessi popo- 
lari nell'isola di Maiorca, i soldateschi ammutinamenti nel- 
le due Sicilie (4), dove i Turchi saccheggiavano impunemen- 
te Rizzuoli e Reggio (2) e per conseguenza tardavasi a pa- 
gare la prima rata del concesso donativo di trecentomila 
ducati (3). E a tutto ciò potevasi riparare unicamente col 
danaro. Ma donde pigliarlo? L'oflerta del Te di Portogallo 
di un milione di ducati bisognava rigettare, perchè 1 apposta 
condizione di condurre in moglie sua figlia (4) faceva contro 
agli accordi colla Francia e coli 5 Inghilterra. Che giovavano 

(!) Vedi pag.49. Uarmee de don Hugho (de Moncada) depure ne- 
eessite se deffit. M. de Gatti nara an den kaiser. Monum. Habsburg, 
Zw. Abth. pag. 403. 

(2) Mariti Sanuto t. XXIX di Napoli 5 e 7 luglio 1520. 

(3) Napoli e in confusion con poca ubedienzia. Ibidem dì Napoli 
IO luglio 1520. 

(4) Ibidem t. XXVII, di Barcellona 17 luglio 1519.Quatrocento- 
mila ducati immantinente. 



— 76 — 

le favolose notizie appunto allora diffuse di palagi e templi 
d'oro trovati nel Messico? (1). Tanto, è vero, da dar animo di 
alienare a massa demanii, città e contee nel Napolitano (2); 
ma il prezzo non potevasi riscuotere che a lunghi termini 
e infine restò interrotta la vendita per poca sicurezza del 
possesso (3). Non rimaneva che chiedere un nuovo prestito 
al re d' Inghilterra, e questi lo negò (4), per non per- 

(1 ) Ibidem, t. XXVHI di Sevilla 7 gei). 1520. 

(2) Sino alla somma di 600,000 ducati Ibidem t. XXIX di Na- 
poli 6 geno. 1521 . Ai 7 aprile n'erano venduti per 280,000 ducati pa- 
gabili in due mesi. Ai 14 aprile se ne dovevano vendere per altri 
306,000 ducati, ma non si trovavano più compratori. Ibidem. Gatti- 
nara nel precitato suo rapporto all'imperatore, 27 ott. 1521, parla 
invece di soli 500,000 ducati d'oro. Fui advise, que vostre m. le pour- 
roit promptement avoir de Sicile pour I' engaigeraeut de Mazara la 
somme de 50,000 ducas d' or. . . . sur la reserve de Sicile la somme 
de 30,000 ducas d' or . . . sur la dohana, sur la province de Basili- 
cata, et sur les traictes les deniers consignez au tresorier d'Aragon 
se pourroit fere finance de 100,000 ducas d'or, lesquelz v. Tt m. te .a- 
voit ordonne estre delivrez a don Jehan Manuel pour le faict du pa- 
pe . , . de fere la vendicion de Teramo et sainct Severo, et en fus- 
rent despechiez les previleges aux ducz de Termoli et de Haltri 
chascune piece pour 40,000 ducatz de monoye, revenans les deux 
pieces a 70,000 ducatz d'or. . . de vendre aucunes autres terres de 
la succession de Ja reyne jusques a la somme de 200,000 ducas. . . 
Massa, Manitta, Castrovillar, Taverna, la Guardia greca, Trova, Mol- 
feta, Invenazo et Ortonaraar. . . Civita de Penna et Campii. Monum. 
Habsb. 1. e. pag. 404-407. 

(3) Marin Sanuto t. XXIX, di Napoli, 21 apr. 1521. 

(4) Ilz sont en très-grant necessitò d'argent, et, à ceste cause, 
a escript le roy catholicq long temps a et depuis nagueres aul- 
tres lettres au roy d'Angleterre, et fait escripre par ses embas- 
sadeurs qui sont icy, le priant de luy prester ceni mil ducatz, oul- 
tre l' argent quii luy presta quant il alla en Espaigne, et luy fait of- 
fre de plusieurs seurtez en Flandres, promectant de luy rendre la 
dite somme. Il n'y a nouvelles de la response. V ambassadeur Bar- 
.rois qu roy Francois /. er Worms 17 janv. 1 521 , Le Glay Négocialions 

diplomatiques entre la France et l' Autriche. Paris 1845, t, 2.j>. 466. 



— 77 — 

dere la riputazione di giudice imparziale tra i due principi 
rivali. 

Ma quello che gli uomini credevano estremo male tor- 
nò a gran bene di Carlo, perchè menlr'egli affettava di 
pendere da' cenni di Enrico con riverenza filiale, dispettan- 
done Francesco la mediazione (1) lasciavasi invece sedurre 
dai tumulti di Spagna, e, secondo che più tardi quere- 
landosi affermava, anche dai conforti del pontefice, a rom- 
pere la guerra. 

Accontatosi pertanto con Roberto de la Mark signore di 
Sedan e di Bouillon (tornato al suo soldo per una recente 
ingiustizia di Cesare (2) ), col duca di Luneburgo, genero 
del principe di Gueldria,e con Andrea de Foix signore di Le- 
sparre, parente di Enrico d' Albret, sin dal principio del 1521 
concertò l'impresa di molestare i confini della Fiandra e di 
ricuperare a quest' ultimo il regno di Kavarra (3). 

Roberto fu oso mandare un araldo per sfidar Cesare in 
mezzo alla dieta di Worms, e poi con milizie proprie e leva- 
te in Francia, tra le quali eranvi Svizzeri della guardia stes- 
sa del re, invase il ducato di Lussemburgo, dove pose l'as- 
sedio a Vireton. Poco dopo, nel mese di maggio, il signore 
di Lesparre s' impadroni della Navarra tutta, sguarnita di 
truppe, quasi senza colpo ferire fuorché sotto la cittadella 
di Pamplona, la cui leggiera resistenza non ricorderebbe tam- 
poco la storia se ivi non fosse stato gravemente ferito alle 
gambe Ignazio di Loyola, gentiluomo biscaglino, il quale du- 
rante la lunga cura leggendo le vite de' santi a quegli esem- 

(1) Marin Sanuto t. XXIX di Anglia 6, 19, 23 apr. di Wormatia 
4, mag. 1521. 

(2) Aggiudicando la città di Bierge, dipendente dal ducato di 
Bouillon al signore di Emery. Du Bellay Memoires, Paris 1853 
t. XVII, pag. 290. 

(3) Dépeche de Fitzwilliam à Wolsey 18 fevr. 1521. Mignet Ri- 
valile op. cit. pag. 278. • 



— 78 — 

pii s'infervorò per guisa da diventare poi fondatore di un 
nuovo ordine monastico, e di qual ordine! 

Avuta nuova di questi fatti che mettevano Francesco 
nella prevista e desiderata condizione di primo perturba- 
tore della pace (4), ne mostrò Carlo vivissima gioia: tu sii 
laudato, signor Dio, esclamando, poi che da me non è prin- 
cipiata questa guerra, e che il re di Francia cerca di farmi 
più grande di quel che sono; in breve tempo o io sarò povero 
imperatore o lui povero re di Francia (2). Con ambizione 
ancor più minaccevole, voltosi a Gaspare Contarini, oratore 
veneto, disse : o il re di Francia mi esterminerà o io mi fa- 
rò principe di Europa (3). Fatto dunque dichiarare a Fran- 
cesco col mezzo di Filiberto Naturelli ambasciator suo, ch'ei 
lo reputava d'accordo con Roberto de la Marck e con Enri- 
co d' Albret, che rotti erano per conseguenza i trattati tra 
loro conchiusi, e che provocato ed assalito si difenderebbe 
coli 1 aiuto di Dio e de 9 suoi alleati (4), mandò il conte di Nas- 
sau e Francesco de Sickingen con ventimila fanti e quattro- 
mila cavalli a castigare la insolenza di Roberto. Questi in 
pochi giorni s' impadronirono di tutte le sue piazze, tranne 
di Jamets e di Sedan, e passati i confini entrarono nel terri- 
torio francese dove presero Monzon e minacciarono Mezieres, 
città poco forte a que' giorni, ma pel sito suo molto oppor- 
tuna all'invasione della Sciampagna. Nell'istesso tempo altre 



(i) Che valevano le discolpe recate da Francesco con tre lette- 
re agli elettori di Germania? Carlo potè confutarle pienamente. 
Motium Hubsb. pag 184-198. 

(2) Lettera di Aleandro de GaleazzL Brusselles 3 luglio 1521, 
Ruscelli Lettere di principi, t. 1, pag. 93. 

i3) Che l'imperator dice; o chel re di Franza lo exterminera, o 
lui si farà principe dila Europa. Maria Sanato, l. XXI \ lettera del 
Contarini, 1 giugno 1521. di Magouza. 

0) Francois I. cp a Barrois, Villeneuve 14 avr. 1521, Le Clay, Ne- 
goc. diplora. L 2, pag. 469. 



— 79 — 

truppe condotte da capitani fiamminghi, venendo da più 
parti, conquistarono Saint-Amand e Mortagne, e distrussero 
Àrdres, mentre il signore di Fiennes, governatore della pro- 
vincia di Fiandra, con ottomila fanti, mille cavalli e sei pez- 
zi d'artiglierìa, strigneva d'assedio Tournai. 

Peggio che l'invasione del Lussemburgo andò la conqui- 
sta della Navarra. Se, resa Pamplona, fosse stato contento 
Lesparre ad assodare, come giusto pareva, il trono di Enri- 
co d'Albret, nulla avrebbe potuto contrariar l'opera sua ap- 
provata dal voto nazionale. Al contrario, spinto innanzi dal- 
l'ardore giovanile e dal desiderio di compiacere il re Fran- 
cesco troppo facile alle illusioni della prospera fortuna, non 
si peritò di passar l'Ebro e di assediare Logrono, al grido 
di viva il re e il fiordaliso di Francia, viva la comunità 
della Castiglia (1). La era improvvida, tardiva dichiarazio- 
ne in prò d'una causa già perduta a Villalar: sicché e i co- 
munisti e i reali andarono a gara nella difesa della patria: 
gti uni per attenuare collo zelo presente la memoria delle 
passate cose, gli altri per aggiungere al merito della repres- 
sa ribellione la gloria del respingere lo straniero. L'esercito 
loro, forte di dodicimila fanti e di duemila cavalli, costrin- 
se il generale francese a levare V assedio da Logrono, e poi, 
inseguitolo nella ritirata, lo attaccò con tanto impeto nella 
battaglia di Ezquiros (30 giugno 1521 ) ch'ei cadde ferito 
e prigione. Cosi la Spagna ricuperò il possesso della Navar- 
ra in più breve tempo che non ne avevano perduto i nemi- 
ci nel conquistarla. 

Arse d'ira Francesco, né più conobbe rispetti a tenersi 

(1) No se contentaban los franceses con haber ganado a Na- 
varra que era à lo que derian que venian . . . Quiiada està mascara 
y jugando de las armas al descubierto, acometieron a Logrono y 
aun dicen que traian por nombre ó appeilido: viva el rey, la fior 
de lis de Francia y la comunidad de Casiilla. Sandoml y op. cit. t. 3, 
pag.296. 



— 80 — 

in freno, facendo assegnamento non meno sopra le proprie 
forze che sopra quelle'degli Svizzeri. Di già nella primavera 
del 1520 nove cantoni s'erano congiunti con lui (1), e quan- 
do Cesare dalla dieta di Worms volse ad essi imperiose pa-. 
role, anche gli altri cantoni, tranne Zurigo, accettarono la le- 
ga di Francia (2), obbligandosi, verso il pagamento di soli 
mille franchi all'anno per ciascuno, oltre ai due mila nelle 
anteriori convenzioni pattuiti, di cedere agli stipendii suoi 
dai seimila ai sedicimila uomini e di non richiamarli che in 
difesa di sé medesimi (3). 

Allestiti pertanto tre grossi eserciti, mandò l'uno capi- 
tanato dall' ammiraglio Bonnivet ai Pirenei; l'altro condotto 
dal contestabile Borbone, dal duca di Vendome, dai mare- 
scialli Chatillon e La Patisse e dal signore La Tremouille 
ragunò ai confini della Sciampagna e della Piccardia; il ter- 
zo destinò per l'Italia dove già trovavasi il maresciallo di 
Foix Lescun alla testa delle truppe francesi, ed il Lautree 
poco innanzi venuto in Francia rimandò al governo di Mi- 
lano. 

Quivi stava di pessimo animo il popolo abborrente co- 
loro che avevano violati i privilegi del senato ed al consiglio 
liberamente eletto (il quale nel 4512 componevasi di nove- 
cento. e quattro anni dopo di cencinquanta cittadini) sosti- 
tuita un'assemblea di soli sessanta nobili nominati dal go- 
vernatore. Aggiungansi l'enormi contribuzioni, aggravate 
dagli alloggiamenti militari, la insolenza de' comandanti, la 
crudeltà de' tribunali che punivano con atroci supplizii i sud- 
diti contumaci o sospetti. Lautree sostenuto dalla contessa 



<]) Mann Sanuto t. XXVIII, di Milano 20 maggio 1520. 

(2) 5 Maggio 1521. Du Mont t. IV, par. 1, pag. 133. 

(3) Levar uno n.° delli fanti bel vetij armigeri pedestri tanto quan- 
to li parerà o vorrà tarpen nò manco de 6000 et nti più de 16000. Ar- 
chile* de l'Empire franpais ms. •'»•■. 



— al- 
di Chateaubriand, sorella sua e ganza del re, trattò il paese 
come terra di conquista, smungendone danaro e sbandendo 
a torme i ricchi per confiscarne i beni (1). Repulavasi, dice 
Martino de Bellay, il numero de' fuorusciti di Milano non mi- 
nore di quello de' rimasti, e dicevasi che la maggior parte e- 
vano slati esiliali per leggieri motivi oper usurparne gli ave- 
ri; lo che ci procacciava molti nemici, i quali si adoperaro- 
no poi per iscacciarci da Milano onde riavere i loro beni (2). 
Quel gran numero di fuorusciti faceva infatti l'uffizio suo 
consueto d'irritare gli animi e scalzare il dominio; e princi- 
palmente Girolamo Morone, caldo patriota, agitatore infati- 
cabile, acuto, eccellente a cospirare, il quale da Trento non 
cessava di fomentare le scontentezze interne e le gelosie dei 
vicini. Mentre Carlo e Francesco contrasta vansi a vicenda 
l'aiuto degli Svizzeri, scriveva il Morone al cardinale di 
Sion che inducesse i suoi connazionali a favoreggiare in- 
vece la ristaurazione dello Sforza. Ben V accorto mostrò di 
sapere a cui si volgeva : Forse che tu, mio reverendissimo 
e illustrissimo signore, t incollerirai meco perchè troppo ir- 
requieto e insistente non ti lascio posare; ma somiglio ad al- 
cuno, che, vago d'imitare il maestro, apprese piuttosto a 
tender le reti mille fiate invano, di quello che, per pigrizia 

(1) Giangiacorao Trivulzio aveva già detto che se Milano have- 
va fatto Moian (Meillan, alludendo al palazzo costruito in Francia 
da Chaumont d'Amboise coi danari dei Milanesi) forse Cateau Brian 
disfarla Milan ; volendo inferire, che Lotrec haveva favore per con- 
to della sorella. Il cardinale di Bibiena al cardinale Giulio de'Medici, 
Parigi 26 nov. 1518. Ruscelli, Lettere di principi, 1. 1, pag. 33. 

(2) Mémoiresop. cit.l.2,pag. 159. Concordano Gai7/arrf,Histoire 
de Francois I. er t. 2, pag. 202 : les proscriptions avoient depeuplé Mi- 
lan . . . On remarqua que la plus part de ces bannis étoient les plus 
riches citoyens du Milanés; Brantome nella vita di Lautrec: Macia- 
me de Chateaubriant en rebatit tous les coups, et le remettoit tou- 
jours en grace; e Pietro Verri: Storia di Milano, Milano 1835, t. 2, 
pag. 190eseg. 

6 



— 82 — 

ammettendone una sola, lasciarsi sfuggir di mano la fortu- 
na, caso che le garbi sorridere. È forse d'umore il cardina- 
le di Sion di darsi vinto a 9 casi avversi e disperare che s'ab- 
biano un dì o V altro a mutare in prosperi (ì) ? 

Ciò tutto pareva dipendere dal re d'Inghilterra e dal 
papa ; onde o all' uno o all' altro chiese di essere mandato 
ambasciatore di Cesare (2), ed andò a Roma, sebbene a gran 
lunga avrebbe preferita la legazione di Londra, ben si appo- 
nendo che là stava la forza dell' impresa. 

Patrocinò Morone la causa del suo duca Francesco Ma- 
ria Sforza con tanto ardore che taluno credette sopra ogni 
altra ragione efficace a vincere l'esitanze di papa Leone (3). 

La lega tra il pontefice e Cesare aveva invero il carat- 
tere di una congiura, essendo stato consiglio comune di 
procedere, innanzi che manifestamente si movessero le armi, 
o con insidie o con assalto improvviso in un tempo stesso 
per mezzo dei fuorusciti contro al ducato di Milano e contro 
a Genova. Girolamo Adorno doveva entrare nel porto di Ge- 
nova con nove galee armate di duemila fanti spagnuoli, 
mentre che suo fratello Antoniotto, attraversando le monta- 
gne, muoverebbe gli uomini delle Riviere a far tumultuare 
là città. Da altra parte ara stato trattato per Girolamo Mo- 
rone co' principali emigrati che a Parma, a Piacenza, a Cre- 
mona e a Milano fossero assaltate all' improvviso le genti 



(i) Trento 26 nov. 1519. Tullio Dandolo, Ricordi inediti di Giro- 
lamo Morone. Milano 1855, pag. 76. 

(2) Polliceor impensa mea cumulate satisfacere . . . In Italia 
quae geruntur parentque parco compendio complecti possunt. Pon- 
ti fex tametsi perfidiae gallicae callentissimus, tamen uti est taepU 
dus ac imbecillis non audet a Gallis discedere. Al card, di Sion, senza 
data. Biblioteca Marciana : Hieronymi Moroni Epistolae lat., clas. 
XIII, cod. LXXV ms. 

(3) Galeat. Capella (segretario del Morone), De reb. gest. prò 
restitutione Francisci II Medio!, ducis, 1533 1. 1, p. 4. 



— 83 — 

francesi che vi erano alloggiate; e che il marchese Manfredo 
Pallavicini ed un cotale Giovanni, capo di facinorosi notissi- 
mo in quelle montagne sotto il nome di Matto de' Brinzi, 
conducendo fanti tedeschi per il lago di Como (i), ne sor- 
prendessero la città. Perchè la città di Como, cosi suona l'i- 
struzione data al marchese, per molti rispetti è di grandissi- 
ma importanza, ci pare necessario commetterne la impresa 
a persona com 9 è V. S. di grandissima virtù e fede verso 
noi . . . Bisogna subito subito sopratutto, pigliala la città, 
metter ordine talché né per i soldati, né per i partigiani, né 
per la plebe si faccia ingiuria né violenza ad alcuno, né si 
mettano a sacco, né si rubino i beni di chicchessia . . . Acca- 
dendo però che per castigare gV incorreggibili, fosse pur ne- 
cessario che si venisse a saccheggiare le ville o persone pri- 
vate o altro, vostra signoria farà mettere ordine talché tutti 
i denari e tutti gli argenti e Voro e le gioje si conservino per 
noi a sostentazione dei carichi dello stato, i quali siccome 
saranno grandi ed estraordinarii, così bisognerà con gli e- 
molumenti estraordinarii portare, acciocché non siamo ne- 
cessitali d'imporre gravezza ai popoli (2). Deliberossi in ul- 
timo che, succedendo queste cose o alcuna delle più impor- 
tanti, gli emigrati di Milano, si trasferissero di soppiatto a 
Reggio, dove nel giorno destinato doveva capitare il Morone, 
per muovere di là al conquisto di Parma, facendo con più 
prestezza si poteva tremila fanti. Al quale effetto, oltre ai 
denari assegnati allo Sforza per soldare degli Svizzeri, cen- 
tomila scudi dall'imperatore ed ottantamila dal pontefice (3), 
mandò quest' ultimo a Francesco Guicciardini, governatore 



(1) Vennero alcuni dal Tirolo e per la Valcamonica. Mariti Sa- 
nuto t. XXIX di Verona 26 giug. 1521. 

(2) Istruzione di Francesco Maria Sforza a Manfredo Pallavicino, 
8 giugno 1521. Molini, Documenti di storia italiana 1. 1. pag. 90-92. 

(3) Grumello Antonio. Cronaca. Milano, 1856, pag. 260. 



x 



/ 



— 84 — 

di Modena e di Reggio, diecimila ducati con commissione 
che li desse al Moròne e favorisse la concertata impresa, 
ma occultamente, ed in maniera tale che delle azioni dei mi- 
nistri non potesse il re di Francia o querelarsi, o fare sini- 
stra interpretazione del pontefice (I). 

La era di certo terribile impresa e in ogni sua parte ac- 
cortamente divisata. Ma alla grande concordia de' Lombardi 
neir odio contro i Francesi (2) non rispondevano gli animi 
degli altri popoli d' Italia. Firenze malvolentieri lasciavasi 
trascinare ai danni di Francia, si per essere a lei inclinata, 
sì perchè in quel tempo i suoi mercanti avevano a riscuotere 
tra da quella corte e da altre persone private più che ducati 
settecentomila, ed ancora perchè, scoppiando la guerra, i 
corsari provenzali le avrebbero impedita la navigazione (3) 9 
e a gravissimi danni sarebbe stato esposto il suo commercio 
di Lione, dove teneva come una vasta colonia; la quale pur 
troppo per salvare le mercanzie fu poi costretta di rinnega- 
re la patria (4), cooperando così a sviarla da quelle industrie 



(1) Frane. Guicciardini Storia d' Italia t. 3, pag. 20. 

(2) Nec parvi momenti apud Leonem Carolumque ea ratio lblt, 
quod Sfortiarum nomen in»magna gratia esse apud omnes fere po- 
pulares Mediolanensis ditionis constabat, quorum studi um ad bel- 
lum confìciendum magno usui fore non dubitabatur. Quibus rebus 
proponendis et commemorandis Hieronymus Moronus civis'me- 
diolanensis vir magni consilii et auctoritatis per litteras et nuncios 
principes itaìicos ad bellum prò Francisco Sfortia, cujus erat valde 
studiosus, suscipiendum e Tridento cohortabatur : Mediolanenses 
vero ut a rege Gallorum, cui Moronus erat infensus, defìcerent, cun- 
ctis rationibus sollicitabat. Sepulveda Joh. Gen. De rebus gestis 
Caroli V. Madrid J780, pag. 124. 

(3) Francesco Vettori, Storia d'Italia, op. cit. Arch. stor. Hai. Ap- 
pend. 22, p. 336. 

14) Car nostre intention estoit et est de vivre et mourir en la 
subgection et protection du Roy, et estre tous ses très humbles servi- 
teurs et subgets, comune avons esté par cy devant. Memoriale dei 



— 85 — 

coraggiose che prima facevano la grandezza sua, ed a ripor- 
re ogni felicità nell'ozio sicuro. Per diverse e più nobili 
ragioni avversava Venezia ogni novità in Italia, saviamente 
reputando formidabile la potenza di Cesare senza il contrap- 
peso di Francia. Il perchè rimasta in fede di quella, ben 
lungi dal secondare la cospirazione lombarda, le avute con- 
fidenze ricambiò con salutari ammonimenti. Poi, come in- 
tese che già erano molte genti di guerra allestite d' ordine 
del pontefice e di Cesare, affinchè, non riuscendo le cose se- 
grete, potessero subito usare palesemente la forza: che ol- 
tracciò il pontefice medesimo aveva dato commissione al 
cardinale di Sion di soldar Svizzeri (i), ed a Prospero Co- 
lonna, destinato capitano generale dell'impresa, di ammas- 
sare truppe "a Bologna : che d'altra parte il viceré di Napoli 
don Raimondo di Cardona con la cavalleria di quel regno e 
il marchese di Pescara con la fanteria spagnuola s'erano già 
ridotti in riva al fiume Tronto, per essere pronti a passare 
quanto prima portasse 1' occasione; non mise tempo in 
mezzo a far nuovi fanti italiani, e, ragunata tutta la cavalle- 
ria nel territorio bresciano, ordinò a Teodoro Trivulzio suo 
governatore la conducesse sull' Adda, ed ove occorresse, per 
sicurtà de' francesi, il passasse (2). 

Per siffatti provvedimenti mancò ai congiurati l'appog- 
gio sperato nella connivenza o aimeno nella inazione de' Ve- 
neziani. Genova non si mosse al grido degli Adorni, i quali 
avendo intercettati per venti giorni tutti i corrieri che vi 
andavano a fine di rendere meglio inaspettato l'assalto, die- 
dero con ciò stesso motivo al doge Ottaviano Fregoso di 
presentire la loro venuta e di mettere in buona guardia la 



mercanti fiorentini residenti a Lione al Robertet, 15 luglio 1521. G. 
Molini. Documenti di stor. ital. t. 1, pag. 101. 

(1) Hottinger, Geschichte der Eidgenossen t. I, pag. 55-03. 

(2) Paolo Parutdy Historia Vinetiana. Ven. 1645, pag. 196. 



— 86 — 

terra; onde a quelli non restò che ritirarsi nella riviera di 
Levante per poi passare co' fanti spagnuoli in Lombardia, 
rimandando la flotta a Napoli (l). Più infelici riuscirono le 
insidie tentate a Como, perchè Graziano delle Guerre, che 
vi era governatore per Francia, provvide al pericolo in tal 
maniera che ninno si scoperse in favore di Manfredo Pallavi- 
cini, il quale ai 26 giugno 4521 s'era già messo sotto la 
città ; e poi nel giorno seguente, uscendo fuora con le sue 
genti, sorprese e disperse mille e cinquecento emigrati e 
quattrocento tedeschi con tanta facilità da far credere che 
con danaro e con promesse avesse corrotto il capitalo di 
questi ultimi. Manfredo e il Matto che fuggivano per la via 
dei monti insieme con molti altri furono fatti prigioni e 
mandati a Milano (2). I casi di Como ritennero la capitale e 
le altre città della Lombardia dall' insorgere (3), essendo 
ornai pervenute alle orecchie del maresciallo di Foix le cose 
trattate; perchè queste e la comparsa del Morone incognito 
a Milano e la sua andata a Reggio erano in bocca degli emi- 
grati, i quali oltracciò, non seguitando l' ordine dell'adunarsi 
di soppiatto; recaronsi palesemente a Reggio, facendo in 
tutti i luoghi circostanti richieste di uomini e dimostrazioni 
manifeste di prossime novità: ne' quali portamenti continuò 
il Morone venuto dopo loro; mosso senza dubbio dalla spe- 
ranza che più si operasse scopertamente e più sarebbero so- 
spinti i Francesi a qualche mal passo imprudente per cui 
fosse affrettata la guerra. 

Né restò di questa sua speranza ingannato; perocché, 
non contento il maresciallo di guardare i confini lombardi. 



(1) Uberti Folietae, Gen. Hist. 1. XII, p. 722. 

(2) F. Guicciardini 1. e. pag. 21, 25. Jacopo Nardi Istorie della 
città di Firenze. Fir. 1842, t. 2, pag. 61. 

(3) Si Como era preso, Milan voltava, in tutte le terre era intcl- 
ligenlia. Marin Sanuto t. XXX, di Milan 27 giug. 153-1 . 



— 87 — 

da Parma osò la mattina del giorno di s. Giovanni Battista 
(24 giugno) condursi davanti alle porte di Reggio con quat- 
trocento lance, dietro le quali, ma lontano per qualche mi- 
glio», veniva Federico da Bozzole con mille fanti, sperando di 
prendere i fuorusciti o di disperderli. fi mentre convenuto a 
parlamento col governatore Francesco Guicciardini stava do- 
lendosi che in quella terra del papa fossero ricettati i ribelli 
della cristiauissima maestà, alcuni de' suoi uomini di arme 
fecero prova di occupare la porta che va a Modena; ma es- 
sendo preveduta la insidia vennero ributtati da quei di den- 
tro a colpi d' archibugio ed Alessandro Trivulzio ne riportò 
tal ferita che fra due giorni mori. Il maresciallo fu lasciato 
partire per non offendere il re (1). Nondimeno venne la fa- 
ma in Milano ch'egli era stato fatto prigione, la quale diede 
grande spavento ai Francesi, in que' giorni medesimi che 
all'odio de' Lombardi (2). parve rispondessero segni palesi 
della collera di Dio e di future calamità. Imperocché, la vi- 
gilia del di sacro al martirio de' principi degli Apostoli (28 
giugno), una folgore a ciel quasi sereno piombò innanzi alla 
porta del castello ove stavano ammucchiati molti barili di 
polvere, destinati la vicina notte ad esser via tradotti su 
carri. A quel tocco l'ignea materia si accese e con immenso 
fragore schizzò nel vicino torrione, pur esso pieno di uguale 
sostanza ; là violentemente per le angustie del sito lottando 
il fuoco, la pesante mole da' fondamenti svelta squarciò, e i 

(1) Fr. Guicciardini pag. 21 e 22, e Jacopo Nardi I. e. pag. 60. 

(2) Quest'odio addusse il re Enrico Vili a cagione della lega tra 
Cesare e il papa, parlando cogli ambasciatori francesi Antonio de 
Prez ed Oliviero de la Vernade, signore de la Bastie: affare any in- 
terprice made for the takytige off the sayde citie off Regio, yitt the 
sayde Frenshe Kynge, affbre that y hadde putt hym in suche fere off 
extreme subjection, that he iryst not howe to ordre and defende 
hym selfe, and that herby he was compellydde to do as he haith 
doon. Pace to Wolsey 20 jul. 1521, State Papers. 1830, 1. 1, pag. 13. 



— 88 — 

frammenti ne disseminò per P aria, di modo che roventi 
sassi di gran mole sin oltre cinquecento passi lanciò quasi 
scagliati da baliste; i minori assai più discosto volarono. Ed 
era l'ora propria che gli uomini cercando di refrigerarsi an- 
davano passeggiando per la piazza ; però contaronsi nel ca- 
stello da centocinquanta vittime e il castellano tra queste (4). 
Se ne parlò a Roma come di prodigio, o vendetta di 
s. Pietro per l' attentato di Reggio. Stava al suo successore 
il continuarla. Maledicendo pertanto agi' invasori del terri- 
torio ecclesiastico, fece Leone le viste di prendere da quel 
nuovo accidente occasione a nuovi consigli, e P accordo con 
Cesare, come se allora soltanto fosse conchiuso, annunciò in 
concistoro. Immantinente P esercito imperiale e pontificio, 
forte di ventiduemila fanti, milleduecento uomini d'arme, e 
quattrocento di cavalleria leggiera, andò a campo in sul fiu- 
me della Lenza a cinque miglia da Parma. Governavanlo ca- 
pitani italiani e spagnuoli di gran nome: Prospero Colonna 
con autorità di comandante supremo; Federico Gonzaga, 
marchese di Mantova, preposto alle genti della chiesa (2) ed 
avente come consigliere con titolo di commissario generale 
Francesco Guicciardini; Giovanni de' Medici; Ferdinando 
d' Avalos marchese di Pescara ed Antonio de Leva. Né vi 
mancarono insigni prelati: il vescovo di Veroli, Ennio Filo- 
nardo, era nunzio apostolico; Giulio cardinale de' Medici 
andò poco dopo legato; Matteo Schinner cardinale di Sion 
condusse seimila Svizzeri; e il vescovo di Pistoia, Antonio 
Pucci, li sollecitava, ed anch' egli combatteva ; e un arci- 
diacono di Navarra, e fra Nicolò Schomberg arcivescovo di 

. (J) Burigozzo Cronaca di Milano. Arch. stor. Hai. ser. 1, t. 3, 
pag. 432. 

(2) Egli s' era già obbligato con anteriore trattato di sommini- 
strare trecento uomini d'arme. Du Mont^ Corps diplom. t. IV par. I, 
pag. 322 : Innanzi di assumere il comando rimandò al re di Francia 
le insegne dell' ordine di s. Michele, delle quali era stato decorato. 



Capila, antico discepolo del Savonarola, vennero poi in cam- 
po per animare gli assalti; quasi tutti portatori di danari, 
co 9 quali il papa pagava i soldati per la maggior parie a 
spese sue (l). 

All' incontro il re di Francia, non meno che sulle forze 
proprie faceva assegnamento sopra quelle de' suoi amici in 
Italia. Il duca di Ferrara, Francesco Maria della Rovere 
spodestato duca d' Urbino, e i Bentivogli di fresco cacciati 
di Bologna avevano già profferto al maresciallo di Foix, al- 
lorché trovavasi a ncora a Parma, di occupar Modena e Reg- 
gio (2). A quelli si volse di nuovo Francesco (3), confortan- 
doli in danno del papa a riacquistare i loro stati, e con tal ( 
fine operò si riconciliassero i Bentivogli con Ugo de' Pepoli 
suo capitano (4). 

Indarno la savia republica veneta, richiesta di dar loro 
favore o di fermarli con provvisione, se ne astenne, e solle- 



(1) Adi 6 dei presente (luglio) passò per il lago di Garda lo Epi- 
scopo Vendano . . . el qual haveva seco bona sumnia de danari, et 
quelli non potè portar adosso in contanti porto per lettere di cam- 
bio directive a li Focher (Fugger) de Augusta. .. a li 9 del presente 
vene recto itinere uno arcidiacono di Navara nontio pontificio in 
Trento, quale porto due. 40 mila . . . Come la exbursation del da- 
naro per la maior parte per questa impresa de Italia si dice farsi 
per iPPapa, el qual per quanto ba refferito dito Arcidiacono, ba dito 
che vole spender in dui mesi quello che si potria spender in un an- 
no. Adviz d'Amy d'itallie. Trento, 12 lugi. 1521. Molini, Docum. di 
stor. ital. 1. 1, pag. 99, 100. 

(2) Mariti Sanuto t. XXX, di Milan 28 giugno 1521. 

(3) Circolare da Vergy 13 luglio 1521. Molini op. cit. pag. 97. 

(4) Sire, quando anchora da essi Bentivogli io havesse ricevute 
molte magior iniurie, seria sempre disposto per el servitio di V. M. 
scordarmele, et non solo venire in amicitiacumlor et cederli quel- 
lo picolo grado che la fortuna me ha dato in la mia patria, ma an- 
chora, dignandosi V. M. comandarmelo, me li faro fameglo. Ugo di 
Pepoli a Francesco /, 6 ag. 1 521 . Ibidem pag. 109. 



— 90 — 

cita della pace pose ogni studio in dissuadere il re di Fran- 
cia dal ritentare in persona la impresa della Navarra, non si 
lasciando allucinare dalle belle parole di poderosi aiuti per 
la ricuperazione delle sue terre (1). Indarno pregò ancora 
instantemente il pontefice a considerare i perniciosissimi ef- 
fetti de' suoi portamenti (2). Né giovarono meglio gli offlcii 
interposti dai principi elettori per indurre Francesco a rin- 
guainare la spada. La lettera scritta in proposito non soffri 
Cesare che fosse spedita, e il suo cancelliere dichiarò alPar- 
civescovo di Treviri andrebbe a vuoto qualunque trattativa 
con quel re, essendo egli uomo da non tener pace che per 
forza (3). Poteva V imperatore rinunciare ornai ai vantaggi 
assicuratigli dalla lega col papa ? E quando bene Leone non 
ne avesse pur sperato temporali grandezze, bastava la causa 
religiosa per non lasciarlo più tornare indietro da quella fa- 
tal guerra che doveva V Italia dare in preda a Carlo Quinto. 
Ecco il danno di cui ci fece partecipi co' tedeschi la riforma 
luterana: a loro impedi l' unità nazionale; a noi tolse la in- 
dipendenza. 

(1) Captalo tempore debiate in nome vostro pregar la Maestà 
sua che voglia cum la sapientia sua mensurar el suo andar li et non 
exponer la persona sua a la fortuna ... Quanto mo al discorso facto 
per quello de dar bone parole al pontefice et dar oculto favore al 
duca de Ferrara, al signor Francesco Maria de la Rovere, al Benli- 
vogli, et altri, laudamo grandemente quanto ley ne ha dicto per in- 
tcrtenir el pontefice più che se pò, et similiter facerno el recordo 
de favorir quelli Signori, ma questo se potrà metter in constructo 
cum la opportunità. Verum circa ladiutto che sua Maestà ne offeris- 
se quando ne paresse tempo de recuperar le terre nostre . . . ren- 
graciarete per nome nostro la Maestà sua de cussi benigna obla- 
tione. Ada Consilii X y oratori in Francia, 18 lugl. 1521, ms. 

(2) Partita Hist. Venet. pag. 195. 

(3) YVerdc keine Handlung leiden, er sey denn dermaassen zu- 
gericht dass cr dcs Friedens negere. Ranke Deutsche Gcsch . t. 2, 
pag. 210. 



CAPITOLO SECONDO. 



Infinta mediazione del re d'Inghilterra; congreiso di Calaii; andata di Woliey a Bru- 
ges ed accordo secreto con Cesare; ine sollecitudini per un armistizio. — Guerra 
nei Paesi Bassi ed ai confini della Spagna; prosperi successi delle armi france- 
si; ritirata degli imperiali sotto Valenciennes; occupazione di una parte della 
Navarra e di Fontarabia. — Guerra in Italia; calata di seimila tedeschi da Tren- 
to ; assedio posto da Prospero Colonna a Parma e sua ritirata ; passaggio del 
Po; Tenuta del cardinale Giulio de' Medici al campo degli alleati. — Fatti d'ar- 
me di Giovanni de' Medici contro i Veneziani e del vescovo di Pistoia e di Vi- 
tello Vitelli contro il duca di Ferrara; errori di Lanlrec; congiunzione degli 
Svizzeri cogli imperiali e pontificii; diserzione degli Svìzzeri dell'esercito fran- 
cese : passaggio dell'Adda di Prospero Colonna e ritirata de' Francesi a Milano. 
Condizione di Milano: crudeltà commessevi dn Lautrec; entrata degl'imperiali; 
* proclamaz : one di Francesco II Sforza a dura; Girolamo Morone suo governatore. 
— Continuazione e scioglimento del congresso di Calais ; pretendesse di Carlo V 
manifestanti il disegno della monarchia universale; alleanza tra il papa, l'im- 
peratore e il re d'Inghilterra. — Restituzione di Parma e Piacenza alla santa se- 
de ; morte di Leone X. 



I. A quale delle parti guerreggianti darebbe aiuto aveva 
già fermo nell' affetti re d'Inghilterra. La politica sua, fon- 
data nell'antipatia eh' ei senti sempre per la Francia (4), e 
conforme allo scopo universalmente approvato d'impedirne 
l'esorbitanze, portavalo di necessità a soccorrere la rivale po- 
tenza, fino al momento in cui anche di questa si cominciò a 
temere per l'equilibrio europeo. Ma non essendo ancora be- 
ne in armi, né sicuro della Scozia, donde il duca d' Albania, 
sguinzagliato dalla Francia (2), poteva assaltarlo, ed im- 

(1) Il principe di Galles, nominato Enrico, giovine di anni 16 in 
circa, naturalmente nemico de 1 Francesi. Relazione di Vincenzo (Jui- 
rini sulla ambasciata a Filippo di Borgogna 1506. Àlberi Relaz. de- 
gli ambasc. veneti serie 1. 1. 1. pag. 19. 

(2) Che valeva la promessa di Francesco, che non poteudo 



— 92 — 

portandogli inoltre di guadagnar tempo a mettere in salvo 
gli averi de' suoi sudditi nelle terre nemiche, cercava tirare 
in lungo la dichiarazione di guerra, imponendo ai principi 
rivali di rimettere in lui l'arbitrato delle loro contese. Es- 
sendomi obbligalo con giuramento, diceva all' ambasciatore 
francese, di dar soccorso a chi non avrebbe rotti i trattati, 
non posso decidere se debba accordarlo al re cristianissimo 
od all' imperatore, finché non sia fatto certo qual dei due li 
abbia violali, per salvare la mia coscienza davanti a Dio 
e l'onore davanti agli uomini (1). Indi l'invito che man- 
dassero plenipotenziarii a Calais, dove troverebbero il car- 
dinale Tommaso Wolsey, suo ministro, pronto ad udirli. Car- 
lo V acceso di sdegno per la invasione della Navarra rigete 
tava in sulle prime fin l'apparenza di accordi (2), prorom- 
pendo in queste parole; il re cristianissimo mi ha tolto un 
regno, ma ne avrò vendetta (3); e tuttavia si addentro era 
ne' riposti consigli del re Enrico (4) che gli tardò in ultimo 

trattenere il duca dall' andarvi non li darà impazarsi di stato f Ma- 
rln Sanuto t. XXX. di Franza 19 marzo 1521. 

(1) For the dischiarge offhys conscience to Godde^ and savynge 
offhys honor in thys worlydde, Pace to W olagy, 20 Juli 1521. State 
Papers, King Henry the Eighth London 18JlWPl, p. 13. Connoistre 
le tort de l'uà ou de V autre pour ayder et secourir à ctlluy qui se" 
roit lenu prince d y honneur et de promesse. Olivier de La Vernade à 
Francois I rr 5 juil. 1521, Mignét Rivalitè de Charles-Quint et de 
Francois I ep Revue des deux mondes Paris 1858 t. 14, pag. 289. 

(2) Instruction des Kaisers fùr Richard Wingfeld, fur Ph. Ha- 
neton und den biscof von Badajoz an Kònig Heinrich Vili Brùssel 
22, 27 juni 1521. Monum. Habsburg. pag. 207, 212. 

(3) Olivier de La Vernade a Francois I." 28 juin 1521, Mlgnet. 
op. cit. pag. 288. 

(4) Quant a se declairer promptement, il (Enrico) ne le povoit 
fairepour p Luise ars bonnes raisons . . . ac tenda que les ennemiz sont 
preste et lui du tout despourveu . . . Et finablement s' est entiere- 
meni resola a Voppinion du s. T cardinal, qui est, de V envoyer a Ca- 
lays soubz coleur de otjr et entendre les doleances des Francois et les 



— 93 - 

di non parere indocile a' suoi voleri. Tanto confido in voi, 
scriveva al cardinale, che vi prego di venire al più presto pos- 
sibile a Calais per trattare le cose segrete (i). Del pari a 
Francesco I, com'ebbe notizia della fallita impresa nella Na- 
varca e dell'assalto tentato a Genova, non bastò l'animo di 
rifiatare la mediazione inglese (2), sebbene Cesare persistes- 
se nel negare il chiesto armistizio sino al giorno 25 luglio (3). 
Ci son sette ragioni, aveva scritto a quest'ultimo il cancellie- 
re Mercurino da Gattinara, in favore dell 9 armistizio, e dieci 
per la continuazione della guerra; ma queste corrispondono 
ai dieci comandamenti di Dio e quelle ai sette peccati capi- 
tali (4). 

Ai 4 agosto del 1521, convennero a Calais dinanzi al 
cardinale Wolsey i plenipotenziarii imperiali e francesi, sot- 
to la presidenza gli uni del precitato Mercurino da Gattina- 
ra, gli altri del cancelliere Du Prat. Nello stesso giorno no- 
tificava il cardinale al suo re, essere già d'accordo col primo 
intorno agli articoli fondamentali della futura alleanza (5). 



vostre*, et quant il verità qu'il ne pourra appointer les parties, se 
retirera vers vostre mageste pour traicter et conclure lesdites mafie- 
res pourparlees, Die gesandten in England an den Kaiser, London 
6 juli 1521, Monum. Habsbur. pag. 223. 

(i) 20 Lugl. 1521, Museo britannico, Mignet. 1. e, pag. 289. - 

(2) Fitzwilliam and Ri. Iernigam to king Henry Vili, 2 iuly. Sta- 
te Papers t. 6, pag. 73. 

(3) Sir Richard Wyngfeld to Wolsey 16 juyn; Volsey to Fitzwil- 
liam. Ibidem, pag. 72 e 75. Et au regard de la treve lui respondis- 
tnes .... que ri en avions aucune charge ; et que vostre honneur 
saulfne le pourriez consentir. Die gesandten in England an den kai- 
ser 6 juli 1521, Mon. Habsb. 1. e. pag. 221. 

(4) Pour ma finale resolution et pour mon advis, me semble que 
V. M. se doit lenir aux dix comandementz, et non se laisser tempter 
des sept peschez mortelz. Mercurin de Gattinare à l'empereur. 
Dunkerque 30 juil. 1521. Le Glay Nègoc. diplom. t. 2, pag. 473-482. 

(5/ Wolsey to king Henry Vili. State Papers t. 1 , pag. 27-31 . 



— 94 — 

Che più? Sin dal 28 luglio Riccardo Pace scriveva al cardi- 
nale medesimo, aver Enrico fatta deliberazione di equipag- 
giare seimila arcieri, pronti ad accorrere in aiuto dell'impe- 
ratore, soggiungendo : allorché lutto sarà conchiuso con Ce- 
sare e stabilito d'invadere la Francia, reputa ilpadrontnio 
dover ambidue provvedere ai mezzi di distruggere la flotta 
del re cristianissimo. Cosi in sembianza di arbitro operava 
il monarca inglese da nemico, ed alla sorpresa accoppiando 
la perfìdia, richiedeva si aggiustasse quel colpo all' improvvir 
so per assicurarne il successo (4). 

Conforme a queste intelligenze ogni cosa passò nel con- 
gresso con singolare doppiezza e slealtà. Sin da principio si 
parve irreconciliabile la discordia tra i commissarii imperiali 
e i francesi. Quelli rappresentavano siccome atti di ostilità 
l'aggressione di Roberto de la Mark, che il re di Francia a- 
veva provocata, e la impresa del signore di Lesparre da lui 
del pari sostenuta ; domandavano inoltre fosse il padron lo- 
ro ristabilito nel ducato di Borgogna e sciolto dall' omaggio 
feudale per la Fiandra. Questi all'incontro riparavano allo 
schermo del trattato di Noyon in ogni sua clausola inesegui- 
to ; non esser vero, dicevano, che il re di Francia abbia in- 
coraggiato la spedizione di Roberto de la Mark; aver a buon 
diritto rivendicata con le armi alla mano la Navarra quel- 
l'Enrico d'Albret, cui il re cattolico, mancando alla fede dei 
patti, non aveva ancor dato soddisfazione (2). 

(L) And Hys Grace wolde, tliat, at tyme conveniente thys matier 
myght secretly be brokyn to the sayde Emperour, and treatidde in 
suche wyse, that thys interprise myght sodenly be made agaynst 
the Frenche Kynge. And the Kynge takyth thys for an bighe and 
greate interprise, yff itt maye thus by wysedome and goode polycìe 
be brought to passe. Pace to JVoteey 28 Juli, Ìbidem t. 1, pag. 23. 

(2) Relation de ce qui se passa en la confèrence de Calais, com- 
posée par le secrétaire du chancelier Du Prat. Le Glay Nègoc. di- 
plora, t. 2, pag. 529 e seg. — Prècis des confèrences de Calais. Pa- 



— 95 — 

In mezzo a sì contrarie pretendenze Wolsey propose 
una sospensione d'armi che i plenipotenziarii unanimemen- 
te rifiutarono, dichiarando aver solo commissione di chiede- 
re l'aiuto dell'Inghilterra, non già di trattare di pace o di 
tregua. N'ebbe Wolsey il destro di recarsi a Bruges col pre- 
testo d'indurre l'imperatore ad accettar ciò che i suoi mi- 
nistri rigettavano. Carlo V lo aspettava da qualche tempo. 
Noi due, avevagli scritto, faremo più in un giorno che non i 
miei ambasciatori in un mese (4). Potendo ornai disporre de- 
gli ottocentomila ducati d'oro lasciati dal signore diChievres 
(morto a Worms li 48 maggio 4521 ), miserando frutto del- 
le sue estorsioni (2), stavagli a cuore di non tardare più ol- 
tre a mettersi alla testa dell'esercito. Vi mostrerò questo e- 
serrilo, soggiungeva, e vedrete che non ho voglia di dormi- 
re coir aiuto di Dio e de' miei buoni amici (3). Tanto era an- 
zi cupido di guerra da dar fin nelle impazienze ad ogni indu- 
gio del cardinale; onde usci a scrivergli: teneva per fermo, 
giusta le vostre promesse, che sotto colore di procacciare la 
tregua, sareste venuto immantinente per conchiudere tult i 
nostri trattati (4). 

Ai 14 agosto giunse Wolsey a Bruges, e ai 25 era già 
sottoscritto il trattato di alleanza, nel quale stipulossi che 



piers d'état du cardinal de Gran velie. Paris 1841, 1. 1, pag. 125 e seg. 
La prima è scrittura parziale all' imperatore; la seconda al re di 
Francia. Ma oltre ai documenti in esse allegati servono all'illustra- 
zione dell' argomento sotto ogni punto di veduta, imperiale, france- 
se ed inglese i dispacci che si contengono nei Monumenta Habsbur- 
gica, Zw. Abth. 1. 1, negli State Paperi t. 1 e 6, e nel Museo britan- 
nico, dei quali ultimi giovossi Mignet nella sopraccennata sua me- 
moria. 

(1) Bruges 7, ag. 1521, Mignet op. e, pag. 290. 

(2) Th. Spynnelly to Wolsey, juli 1521 , State Papers t. 6, pag. 78. 

(3) Lettera precitata, 7 ag. 1521, Mignet 1. e. 

(4) 9 Ag. 1521 , Ibidem, pag, 290. 



— 96 — 

F imperatore renderebbe il re Enrico indenne di tutte le som- 
me dovutegli dalla Francia e ne sposerebbe la figlia Maria. 
Insisteva Carlo nella domanda che Enrico passasse immedia- 
tamente alle offese; ma questi stimò opportuno farle dipen- 
dere da ulteriori accordi, rimessi al tempo in cui Cesare, 
tornando in Ispagna, converrebbe con lui a parlamento in In- 
ghilterra. E la vera ragione abbiamo da una lunga e singo- 
iar lettera di Wolsey, dove dimostra il vantaggio dell' aspet- 
tare che si logorino le forze e le finanze di Francesco prima 
d'imprendere la riconquista della Guienna e delle altre Pro- 
vincie dal padron suo ereditate (l). Infrattanto dovevasi nego- 
ziare un armistizio, ed ove questo non riuscisse sino al prin- 
cipio di novembre o fosse rotto da Francesco, ne seguirebbe 
entro un mese formale dichiarazione di guerra. Ma per la 
invasione della Francia stabilivansi contingenti di tal fatta 
da richiedere lungo tempo a metterli insieme e innanzi tut- 
to il riordinamento della cosa pubblica in Ispagna. Il perchè 
la si volle differire sino all'anno 4523, con espressa condi- 
zione di far soggetto d'un nuovo convegno la spartizione del- 
le conquiste, prima d'incominciare gli apparecchi militari o di 
pubblicare la conchiusa alleanza (2). 

De' portamenti di Cesare si piacque Enrico (3), e più 
ancora il cardinale, sì per gli onori quasi regii che gli fece, 
sì per la promessa che gli avrebbe procacciato la tiara pon- 
tificia (4). Laonde in uno dei dispacci suoi ritrasse quel 



(1) As tomake any enterprise for the recoverye of Guyen, jour 
auncient inheritaunce ... for the consumption of his treasure, whi- 
che is almooste clercly extenuate. Wolsey to king Henry Vili, State 
Paperst. l,pag. 89-90. 

(2) Bundesvertrag zwischen kaiser Karl und kònig Heinrich 
Vili, Brugge, 25 ag. 1521. Monum. Habsb. pag. 244-271. 

(3) Pace to Wolsey, 4 sept. 1521, State Papers 1. 1, pag. 50. 

(4) Vous direz de par nous a mons. r le legat, comme nous . . . 
le tenons racord despropos que luy avons tenuz a Bruges touchant 



— 97 — 

giovine sovrano in un modo, che quantunque dimostri l'ef- 
fetto dello studio da esso posto a guadagnarselo, pure non 
manca di tratti veri e felici. Questa scrittura di mia pro- 
pria mano, dice egli, non ha altro scopo se non (T informare 
vostra Grazia di quanto veggo e ritrovo nella persona del- 
l'imperatore. Vi assicuro che, per V età sua, egli è pruden- 
lissimo e istruito perfettamente degli affari, freddo e savio, 
circospetto nel parlare, sicuro di sé, usando delle parole con 
molta abilità e precisione. E senza dubbio, secondo tutte le 
apparenze, egli diverrà un uomo di molta saviezza, incli- 
nato alla verità e a mantenere le sue promesse, e fermamen- 
te deciso a stare con vostra Grazia, lasciando da parte le 
altre pratiche, e seguitando mai sempre i vostri consigli. E 
come vostra Grazia ha piena fiducia in me, avendo posto 
sulle mie spalle il carico degli affari, quantunque io sia po- 
co capace di portarlo, così egli è determinato a fare da par- 
te sua. Quindi vostra Altezza ha da ringraziare Iddio, il 
quale vi ha conceduto graziosamente Si disporre le cose vo- 
stre, di modo che non siete mero signore di questo reame che 
è un angolo della terra, ma ancora, mercè la vostra saviez- 
za e i consigli vostri, di Spagna, (T Italia, di Germania e 
di questi Paesi Bassi, cioè della parte maggiore della cri- 
stianità. E quanto a Francia, ora questo nodo è così ben le- 
gato, che anch' essa dovrà badare a quel che voi coman- 
date (l). 

Non pertanto reduce a Calais riprese il cardinale le in- 
finte negoziazioni in aria di corrucciato per non aver nulla 
ottenuto dall'imperatore, alla corte del quale andava dicen- 
do agli ambasciatori di Francesco I, che lo si accusava di es- 



la papalite, Der kaiser an den biscofvon Badajoz. Gent 1 6 dee. 1 52 1 . 
Monum. ìfabsb. pag. 501. 

(1) Wolsey to king Henry Vili. Gravelines 28 aug. 1521. State 
Paper* t. 6, pag. 85. 

7 



— 98 — 

sere tulio francese. Soggiungeva che gli era fatto rimprovero 
di condur solo gli affari del re Enrico e di averlo indotto ad 
abbandonare i suoi diritti alla corona di Francia; che a 
quella corte non si voleva sentir più parlare del trattato di 
Noyon; ma ch'egli aveva . dichiarato air imperatore, non 
soffrirebbe mai il re d'Inghilterra che da lui fosse invaso il 
ducato di Milano. Per ingannare ancor meglio gli ambascia- 
tori medesimi, mormorava di Leone X, il quale dopo aver 
tradito secretamente il re Francesco lo aveva assaltato alla 
scoperta nella Lombardia, d' accordo con Cesare. Vorrebbe 
il papa, diceva, smorbata l'Italia dagli stranieri e con le ma- 
ni degli uni gettar gli altri di fuori (l). Quindi affermava con 
giuramento non voler né papato, né altra cosa, avendo più beni 
assai che non bisognino ad uomo di chiesa; nulla esser sta- 
to conchiuso a Bnjges contrario a ciò che il padron suo ave- 
va promesso al re di Francia; vorrebbe piuttosto perdere la 
testa che distruggere quanto egli slesso aveva edificato ; ne an- 
drebbe altrimenti V ottorsuo che slimava più di lutto il mon- 
do (2). In ultimo, dimostrando troppo grave la discordia tra 
i due monarchi per comporta subito in pace, proponeva una 
semplice tregua, ma come introduzione certa a convegno de- 
finitivo. Mi lascio decapitare, diceva al cancelliere Du Prat, 
se entro sei mesi non v'induco il re cattolico (3), e con- 
temporaneamente, parlando de'commissarii francesi, scrive- 
va al re Enrico : essi non hanno alcun sospetto delle cose fer- 
male coli' imperatore (4). 

(1) Les ambassadeurs de France à Francois l. er Le Glay, Nè- 
goc. diplom. t. 2, pag. 510, 511. 
(2) /6ì<&m, pag. 515, 519. 

(3) Du Prat à Francois I « Mignet 1. e. 292. 

(4) 4 Sett. 1521. Museo britannico, Ìbidem. Ma l'ingannatore re- 
stò ingannato*. Je voy (scriveva il cancelliere Du Prat a Francesco) 
tant de mines et contenances contraires à ceulx de sa suite, et 
nouvelles que chascun jour nous sont rapportèes d'Angleterre, que 



-99- 

Di fatto l'ambasceria cesarea aveva ornai facoltà di trat- 
tar di pace, ma non senza partecipazione del nunzio aposto- 
lico. Il perchè nelle tornate del 2, del 5 e del 9 settembre 
rinnovaronsi le reciproche doglianze e giustificazioni sul 
principio delle ostilità. Richiedeva Francesco risarcimento di 
spese e di danni, e conferma de' sussistenti trattati. All'in- 
contro Mercurino da Gattinara, allegando a prova dell'aiuto 
dato a Roberto de la Marck la intercettata lettera del re al 
conte Alberto de Carpi suo ambasciatore a Roma (1), dichia- 
rava rotti i trattati medesimi e per conseguenza risorte le 
antiche controversie (2). Parve ad Enrico irrefragabile la pro- 
va (3), e tuttavia si astenne il cardinale dal decidere, affer- 
mando se mediatore soltanto, non giudice. In quel giorno 
medesimo 9 settembre cadde o si fece malato, e destinò due 
commissarii in sua vece affinchè prendessero in esame pun- 
to per punto il trattato di Noyon, una volta ogni due gior- 
ni (4). Adoperaronsi con ardore gli agenti di Cesare in s> 
stenere che il padron loro non lo av.eva violato in alcuna par- 
te, e Wolsey se ne mostrò persuaso; ma perchè importava 

ne s$ay que penser ; si n'est qu' il court ung temps qu' il faut avoir 
bon pied et bon oueil, et ne se fìer trop aux gens. Le Glay, Nègoc. 
t. 2, pag. "520. 

(1) Vergy 19 juin 1521 . Papier* d'État du cardimi de GraiweL 
le, Paris 1841, t. I, pag. 116 — 124. Letters . . . sentunto Rome by the 
Frenshe King to the Counte de Carpye, signed with hi* hande, and 
subscribed by Rob. Tett (Robertet), whiche I have seen, conteyning 
the hoole discourse ofhis intended enterprise, aswell by Rob, de la 
Marche in those parties, as the commocion of Italie, and distur- 
baunce ofNaples, wherby the inoasion on his parti e evidenthly ap- 
perithe. Wolsey to king Henry Vili, State Papers, 1. 1, pag. 28. 

(2) Le Glay, Nègoc. t. 2, p. 548. 

(3) The mani f est declaration off breche offamitie . . . evidently 
apperynge. Pace to Wolsey, State Papers, t. 1, pag. 35. 

(4) Que sont bons moyens pour dislayer. Die gesandten in Ca- 
lata an den kaiser, 10 sept. 1521. Monum. Habsb. pag. 309. 



— 400 — 

tirare in lungo la pratica per aspettare i successi delle armi 
imperiali, volle che l'esame si estendesse anche sopra il 
trattato di Londra (i); poi si metterebbero innanzi le pre- 
tensioni del papa (2); indi quelle dell'impero, della Casti- 
glia, dell' Aragona, delle due Sicilie e della Borgogna (3). 

In questo mezzo giunsero notizie dal campo, per le qua- 
li tornò Wolsey alla proposta di un armistizio che in quel 
momento sembravano richiedere i sinistri militari dell'im- 
peratore. 

II. Imperocché avendo il re Francesco affidata la di- 
fesa di Mezieres al cavaliere Baiardo, questi, più lieto assai 
che non sarebbe stalo d'un regalo di centomila scudi, alla 
famosa prodezza accoppiò tali astuzie di guerra da poter 
reggere oltre a un mese con poche truppe gli assalti dei ne- 
mici, e cosi dar tempo al re di venire in suo aiuto con po- 
deroso esercito (4). Il quale non fu appena veduto che co- 
strinse gl'imperiali a dar di volta verso Valenciennes, dove 
Carlo V doveva raggiungerli con animo di assumerne la ca- 
pitanala. GÌ' insegui Francesco, e dopo aver ripresa Mou- 
zon e conquistate^ per via Bapaume e Landrecies, trovossi 
bentosto di fronte a loro. E certa aveva la vittoria pur che 
fosse piombato addosso al conte di Nassau, inutilmente ac- 
corso con forze di gran lunga inferiori ad impedirgli il pas- 
saggio del fiume ond' erano separati i due campi. Indarno 
il contestabile Carlo di Borbone, generosamente dimentico 
della ingiuria fattagli dal re di conferire al duca d'Alengon il 
comando della vanguardia, a lui spettante siccome prerogativa 
della carica, indarno propose non si lasciasse sfuggire la oo 

(1 ) Dont aussy pourrons fere nostre prouffit, et monstrer les con- 
travencions. M. de Gattinara an der kaiser. Ibid.\2 sept. 1521, p. 318. 

(2) Pour entretenir les matieres. Ibidem. 

(3) Gattinara an den kaiser — Der kaiser an seine gesandten 
14 e 15 selt. Ibidem, pag. 321-23. 

(4) Histoire du chevalier Bayard, 1. *6, pag. 111 — 118. 



— 4<M — 

castone propizia (1). Consentivano con lui La Palisse e 
La Tremouille, gli eroi di Agnadello e di Malignano. Ma il 
re, soldato intrepido e capitano irresoluto, preferì al con- 
siglio di que'sperti guerrieri la timidità del maresciallo 
Ghatillon adonestata colla scusa d'una fitta nebbia che to- 
glieva di riconoscere la possa reale del nemico. Per tal 
guisa le truppe di Carlo, minacciate d' infallibile stermi- 
nio (2), poterono comodamente ritirarsi a Valenciennes, 
donde Carlo V tornò in gran fretta a Brusselles (22 ottobre 
4521). 

Malgrado di tanto errore, la guerra de' Paesi Bassi 
andò col meglio de' Francesi. Essi avevano fatto levare l'as- 
sedio di Mezieres, ripresa Mouzon, conquistate Bapaume e 
Landrecies, costretto Cesare a lasciare il campo, ed occu- 
pate le piazze di Bouchain e di Hesdin. Solo la pioggia e 
T avanzata stagione non permisero di soccorrere Tournai, la 
quale poco tempo dopo cadde in potere degP imperiali. Né 
minori vantaggi ebbero i Francesi ai confini della Spa- 
gna. L'ammiraglio Bonnivet occupò tutta la parte della 
Navarra che giace sulla pendice settentrionale dei Pirenei, 
ed entrato poi nella Biscaglia s'impadronì di Fontanara- 
bia (3). 

UT. Pareva in sulle prime dovesse con uguale fortuna 
terminare la guerra in Italia. Prospero Colonna, comandan- 
te supremo dtfgli eserciti di Cesare e del papa, dopo lunghe 
consultazioni, e non prima che fossero calati da Trento sei- 
li) Belcarius, Commentarli rerum gallicarum. Lugduni, 1821, 
lib. 16, pag. 488. 

(2) L'empereur, de ce jour là, eust perdu honneur et clie- 
vance ... Dieu nous avoit baillè nos ennemis entre les mains, que 
nous ne voulùmes accepter ; chose qui depuis nous cousta cher. 
Du Bellay y Mémoires, t. 17 pag. 327. Concorda Pontus Heuterus, 
rerum austriacarum, lib. 8, cap. 12. 

(3) Sandoval, op. cit. t. 3, pag. 391. 



— 102 — 

mila fanti tedeschi, ai quali la repubblica veneta aveva ap- 
parentemente negato il passaggio per i suoi stati, s' era in- 
fine piegato alle instanze del commissario apostolico Fran- 
cesco Guicciardini imprendendo la espugnazione di Parma. 
Però soltanto il 29 agosto del 1521 cominciò a battere il 
quartiere, detto Codiponte, la metà meno considerabile di 
quello che ha la città dalla banda destra del fiume onde 
porta il nome, e già in due giorni le sue artiglierie aveva- 
no atterrata tanta parte della muraglia che il maresciallo di 
Foix Lescun, conosciuta l' impossibilità di più lunga difesa, 
nella notte del 1 al 2 di settembre ritirò tutte le sue truppe 
sulla riva destra ; il perchè sul fare del di vi entrarono 
gl'imperiali e i pontifici con somma letizia degli abitanti, la 
quale presto si converti in amaro pianto, essendo non altri- 
menti che d ? inimici saccheggiate le case loro dagli ecclesia- 
stici e dai fuorusciti lombardi, chQ la turpe avidità di bottino 
(toltone il Morone) non ricompensavano con alcuna diligen- 
za, o intelligenza di spie (i). Senonchè la notte seguente al 
giorno che quelli occuparono il quartiere abbandonato, so- 
pravvennero avvisi che il duca di Ferrara alleato della Fran- 
cia con cento uomini d'arme, dugento cavalli leggieri e due- 
mila fanti, aveva preso all'improvviso i castelli del Finale e 
di san Felice. V'era a temere non si facesse più innanzi con- 
tro a Modena. Si aggiunse la nuova che la sera innanzi Lau- 
trec era giunto fino al Taro. Conduceva costui cinquecento 
lance, settemila svizzeri, quattromila fanti francesi, quat- 
trocento uomini di arme e quattromila fanti dei Veneziani 
capitanati da Teodoro Trivulzio e dal provveditore Andrea 
Gritti. Seguitavamo Francesco Maria della Rovere già duca 
d'Urbino, e Marcantonio Colonna, nipote di Prospero; que- 
sti come soldato del re, ma senza titolo e senza compagnia, 
l'altro dietro alle speranze comuni de' principi spodestati. 

(1) Frane. Guicciardini. Storia d'Italia t. 3, pag. 34, 41. 



• — 403 — 

Al solo annunzio deliberarono i comandanti cesarei di le- 
vare subito il campo da Parma, e in tanto tumulto che non è 
dubbio, dice Guicciardini, se fosse sopraggiunto Lautrec, gli 
metteva facilissimamente in fuga. 

Afflisse questa deliberazione grandemente il pontefice, 
parendogli manifesta sconoscenza dei gran pesi da lui sop- 
portati. E si vuol credere invero non fosse Cesare senza so- 
spetto che quegli, ricuperata che avesse Parma e Piacenza, 
lo abbandonasse nel rimanente della impresa. Meglio torna- 
vagli far entrare i suoi più dentro nel ducato di Milano, e 
lasciar per ultima la conquista delle città assegnate all'allea- 
to. Aveva cosi pegno in mano e di sua fede e dei danari ne- 
cessarii a sostentare la guerra. Aggiungasi che questo era 
spedie'nte opportunissimo per unirsi cogli Svizzeri soldati 
dal pontefice; i quali, sebbene fossero concessi soltanto a 
difesa dello stato della Chiesa, non dubitavasi tuttavia, se- 
condo che il vescovo di Veruli nunzio apostolico afferma- 
va (4), discesi che fossero in Italia, poterli corrompere a se- 
guitare l'esercito anche contro al re di Francia. 

In fatto com' ebbe Prospero Colonna sicura notizia del 
loro avvicinarsi, dopo esser stato circa un mese fermo negli 
alloggiamenti prima di San Lazzaro e poi in riva alla Lenza 
verso Reggio, affrettassi a portar la guerra nel Cremonese, 
e il primo giorno di ottobre passò il Po, mettendo il campo a 
Casalmaggiore. Quivi pervenne la notte medesima il cardi- 
nale Giulio de' Medici che Leone X mandò legato dell'e- 
sercito, si perchè parevagli per la prudenza e dignità sua 
sopra ogni altro idoneo a comporre le discordie insorte tra 
ì capitani, massime tra lo stesso Prospero Colonna e il mar- 
fi) Demum pecunia facile esse duces corrumpere, qui miliies 
quo res postularet technis suasionibusque impellerent. Estratto della 
lettera a Leone X. Galeazzo Capella. De bello mediolanensi seu 
de rebus in Italia gestis prò restitutione Francisci Sfortiae II, Com- 
mentarli, lib. 1, p. 2, pag. 180. 



— 404 — - 

chese di Pescara, si perchè voleva metterlo nella necessità 
di spendere i danari accumulati in Firenze (i). Di questi si 
dissero carichi i tredici giumenti che lo seguivano: effica- 
cissimo argomento a scaldar gli animi de' soldati e a ten- 
tare la fede de' nemici. 

IV. Ornai prospere volgevano agli alleati le sorti delle 
armi. Giovanni de' Medici correndo contro i Veneziani, i 
quali erano passati il Po più alto verso Cremona, ruppe gli 
Stradiotti ; e mentre Prospero Colonna, non potendo da Ca- 
salmaggiore condurre l'esercito a Bordellano per le difficol- 
tà della strada al trasporto delle artiglierie, aveva dovuto 
fermarsi, a mezzo il cammino, a Robecco in riva all'Oglio, 
sotto il cannone della fortezza veneziana di Pontevico, posta 
sull'altra sponda, il vescovo di Pistoia e Vitello Vitelli, man- 
dati alla custodia delle terre della chiesa, assaltarono le genti 
del duca di Ferrara accampatesi al Finale, con tanta furia 
da sgominarle del tutto. 

Discesi erano intanto gli Svizzeri, e certo la salvezza de' 
Francesi stava nelP impedire la loro unione cogli avversari. 
Ma Lautrec che s'era lasciato sfuggire il destro di batterli nel 
passaggio del Po, anziché attaccarli improvvisamente a Ro- 
becco, giusta il consiglio del duca di Urbino e di Andrea Grit- 
ti, scaricando in sul far della notte alcuni falconetti contro i 
loro alloggiamenti, quasi volesse accennare il pericolo prima 
di appresentarlo, diede cagione che prevenissero con la su- 
bita partita le sue minacele. Andarono poi gp imperiali tem- 
poreggiando per modo che dopo essere dimorati circa un me- 
se tra Gabbionetta e Ostiano, si congiunsero in fine a Gam- 
bara con parte degli Svizzeri, procedendo, come scrive il 
Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè il cardinale de' 
Medici e il cardinale di Sion, con le croci d'argento circon- 
date (tanto oggi si abma la riverenza della religione 1) Ira 

(1) Francesco Vettori. Storia d'Italia 1. e. pag. 336. 



— 405 — 

tante armi ed artiglierie, da bestemmiatori, omicidiari e ru- 
batori. Solo que' di Zurigo in numero di quattromila, per 
non romper fede seguitando F esercito contro ai Francesi, 
voltaronsi verso Keggio. 

Allora si parve la efficacia delle pratiche de' soprac- 
cennati cardinali. La dieta elvetica mandò ordini ai connazio- 
nali di ambidue i campi che partissero immantinente, alle- 
gando la indegnità del versare il sangue gli uni degli altri 
per causa non propria. Ma di questo comandamento gli ef- 
fetti furono diversi, perchè mentre sugli Svizzeri del papa 
prevalse Foro all'autorità de' magistrati, quelli dei Francesi 
corrotti con danari disertarono in gran numero, essendo al 
Lautrec mancata la facoltà di pagarli. 

Allora non trovandosi più in istato di tenere il campo 
tra l'Ogìio e il Po, si ritirò Lautrec di qua dall' Adda con 
intendimento di difenderne il passo e di assicurare il Mila- 
nese* Riusci non pertanto al Colonna di valicare quel fiume 
a Vaprio, benché con estrema lentezza, inevitabile in un so- 
migliante tentativo, e tanta che se il nemico vi avesse volta- 
to subito una parte dell'esercito, non è dubbio che lo re- 
spingeva. Accorse bensì il Lescun con quattrocento lance' ed 
alcuni fanti ; ma troppo tardi, essendo stato suo fratello per 
più ore sospeso di quello dovesse fare. Le truppe che non 
avevano ancora passato il fiume, vedendo il pericolo de' loro 
compagni, fecero sforzi magnanimi per raggiungerli, e merita 
particolare ricordanza Giovanni de' Medici, il quale, portato 
da un cavallo turco per la profondità dell'acqua, nuotò insino 
all'altra riva. Combattè il Lescun ferocemente nello stretto 
delle vie; ma infine disperato della vittoria riparò a Cassa- 
no, donde Lautrec ridusse l'esercito a Milano. 

V. Quivi tutti s'erano già in cuore ribellati a' Francesi. 
Prevaleva la parte ghibellina, né meno avevagli in odio la 
guelfa, grandemente offesa per la ingiuria fatta a Giangiaco- 
mo Trivulzio suo capo. Alle consuete angherie si aggiunsero 



— 406 - 

le recenti imposizioni di guerra sotto specie di prestanze, e 
per colmo de' mali le crudeltà de' supplizii. Ancor prima, il v 
6 luglio, e ai 12 agosto, Manfredi Pallavicino e molti genti- 
luomini milanesi partigiani del Morone furono squartati 
nella piazza del castello (i). Ora, per mettere nuovo terrore 
negli animi degli abitanti, il di seguente al suo ritorno (44 
novembre 4521) fece Lautrec decapitare nella medesima 
piazza Cristoforo Pallavicino, zio del sopraccennato Manfre- 
di, l'alto prigione con insidia cinque mesi innanzi. Lo spet- 
tacolo miserando per la nobiltà della casa, per la grandezza 
della persona e per la molta età ; V aspetto di una soldate- 
sca vinta riparatasi dentro alle mura della città (2); la nuo- 
va dell' avvicinarsi de'nemici, prestaronsi a vicenda nelP in- 
fiammare gli sdegni. Stavano i legati ed i principali dell'e- 
sercito collegato in un prato appresso a Chiaravalle, allorché 
sopraggiunse un vecchio esclamando che movessero innanzi, 
perciocché tanto avrebbero penato a pigliare la terra, quan- 
to avessero differito V andata: il pòpolo tutto, al suono delle 
campane, piglierebbe le armi contro ai Francesi. Era il de- 
cimonono giorno di novembre, in cui dirotta pioggia aveva 
guaste le strade per modo che i fanti le attraversarono a 
guado. Verso sera la vanguardia dell'esercito comparve da- 
vanti a Milano con intendimento di porsi a campo. Ma sa- 
puto che deboli erano le trincee alzate in gran fretta da 
Lautrec intorno alla città, noi dobbiamo passar la notte nei 

(1) Grumello Antonio. Cronaca p. 266. Le marechal de Foix 
se ressasia de veeeances cruelles, et combla le desespoir des 
malheureux Milanois; le supplice fut le partage de tous ceux qui 
avoient eu les moindres reìations avec Moron. Gaillard, Vie de 
Francois I, roi de France t. 2, pag. 217. 

• (2) In Milano, infatto, la parte ghibellina è superiore a^sai: i* 
popoli sonj sempre desiderosi di mutazione: chi lascia la campa- 
gna e si rilira dentro alle mura perde di riputazione. Francesco 
Vettori Storia d' Italia. Arck. stor. ital. Append. 22, pag. 337. 



— WI — 

sobborghi, disse il marchese di Pescara, e in un attimo sali 
il primo con soli ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di 
porta Romana. Gli tenue dietro l'infanteria, e facendo a ga- 
ra Prospero Colonna, con un'altra schiera di tedeschi e spa- 
gnuoli, passò i fossi e i ripari di porta Ticinese. I Veneziani, 
non sostenuta per segreti motivi, dei quali mi accadrà di- 
scorrere più avanti) !a presenza degli inimici, si misero in 
fuga, lasciando prigione e ferito Teodoro Trhulzio, loro ca- 
pitano, il quale pagò poi al marchese di Pescara ventimila 
ducati per la sua liberazione. Però dubbio sembrava ancora 
il successo, essendo ornai raccolti e pronti i Francesi alla re- 
sistenza. In quel momento insorse il popolo; e poiché con- 
temporaneamente, superate le trincee, entravano da ogni 
parte i vincitori per le Nolte sotterranee che conduco vano le 
acque della città nei fossi de' ripari e per le porte aperte 
dai loro partigiani ; Lautrec, impedito dal timore e dall'or- 
rore delle tenebre di discernere in si breve tempo lo stato 
degl'inimici, se ne andò la notte medesima con l'esercito a 
Como, donde passò a svernare nelle terre de r Veneti (i). 

Cosi in men di due ore, per sorpresa e quasi senza co- 
noscerne il modo e le cagioni, fu compiuta la conquista di 
Milano che decise de' destini d'Italia ne' secoli avvenire. La 
notte stessa ripristinarono i vincitori il governo ducale di 
Francesco Maria Sforza, in nome del quale Giroamo Morone 
ne assunse l'amministrazione con amplissime facoltà (2). 

Seguitarono l'esempio di Milano, Lodi, Pavia, Parma e 

(1) Lettere del marchese di Mantova 21 nov. 1521 e del car- 
dinale Giulio de' Medici 19 di sera e 20 di mattina. Maria Santi to 
t. XXXII pubblicate da L. Ranke, Deutsche Geschichte im zeitaltcr 
der reformation, t. 6, p. 57-59. 

(2) Ut non minorem durante absenlia nostra potestatem ha- 
beat guam Nos ipsi^ cum coram erimus, simus habituri. Dichiara- 
zione del duca Francesco data a Feldkirch, 13 ag. 1521. T. Dan- 
dolo Ricordi inediti di Girolamo Morone, pag. 80. 



— Ì08 — 

Piacenza. Como invitò il marchese di Pescara a redimerla 
dall'insaziabile comandante Vendenesse, e capitolò salve le 
vite e le robe ; nondimeno gli Spagnuoli entrali dentro la sac- 
cheggiarono con infamia grande del marchese, il quale scan- 
sò poi la sfida mandatagli dal Vendenesse come a mentitore. 
In una parola, tranne Cremona e i castelli di Milano, Novara, 
Trezzo, Pizzighettone, Domodossola ed Arona, il resto della 
Lombardia andò perduto per i Francesi. 

VI. Duranti i narrati avvenimenti non preterì Wolsey 
di volgere in prò dell'imperatore le conferenze di Cambrai, 
interrotte sino da mezzo il settembre e poi riprese il di 
29 di quel mese (4). Sinistravano allora le armi di Cesare 
nei Paesi Bassi e Prospero Colonna era stato costretto di le- 
vare l'assedio di Parma. D'altra parte sorgeva speranza di 
migliore fortuna in Italia, cominciando a discendervi gli 
Svizzeri soldati dal cardinale di Sion. Importava dunque 
aspettare i loro successi. Ma il proposto armistizio, sebbene 
richiesto dalle presentanee necessità, sgradiva a Carlo fin- 
ché il nunzio apostolico non avesse sottoscritto il trattato di 
alleanza del papa con lui e con Enrico (2). All'incontro il 
nunzio aveva istruzione di non far uso del suo mandato, se 
prima non fosse assicurato l' esito della guerra nel Milane- 
se (3). Non restò pertanto che tornare all'esame delle anti- 
che quistioni, stando in cima ai pensieri di Carlo il dichiarar 
nulli gli accordi di Parigi e di Noyon, onde quelle furono 
sforzatamente composte, a condizioni tali che pur in carce- 
re non avrebbe avuto peggiori (4). Il che fece per modo da 
ottenere bensì l'approvazione del papa e del re d'Inghil- 

(1) Die gesandten in Calais an den kaiser, 29 seti. 1521. Mo- 
ntivi. Habsburg, op. cil. pag. 358. 

(2) Der kaiser an M. de Gattinara, Oct. 1521. Ibidem op. cit. 
pag. 398. 

(3) Wolsey to king Henry Vili, State Papers, t. I, pag. 89. 

(4) Car ilz estoient telz que, quant ilz vous eussent eu en 



— 409 — 

terra, perchè questa involgeva il riconoscimento dell'arbi- 
trato supremo del primo, e spianava la via alla gran guerra 
concertata col secondo; ma nel tempo medesimo da met- 
tere ambidue in guardia a che non avessero effetto le di- 
svelate pretendenze alla monarchia universale. Gli è sacri- 
legio, diceva il cancelliere Gattinara (parlando della Navar- 
ro conquistata da Ferdinando il cattolico in danno di Gio- 
vanni d'Albret scomunicato da Giulio II come fautore del 
conciliabolo di Pisa) gli è sacrilegio il contrastare V au- 
torità de 9 principi ; e non è forse vero che tutti i beni de? sci- 
smatici, quali si sieno, vanno confiscati di diritto al par di 
quelli degli eretici, e che la santa sede apostolica può confe- 
rirli ad altrui ? La parte avversaria, se ben considera, non 
può negarlo, avendo i re di Francia per questo mezzo e ti- 
tolo ottenuto la contea di Tolosa e Linguadocca (i). Dopo 
di che Gattinara non solamente risali ai trattati di Arras e 
di Peronne (1435 e 4468) ne' quali venne riconosciuta la 
indipendenza del ducato di Borgogna dalla Francia, ma ri- 
chiese ancora per l'impero la Provenza e il Delfinato, e levò 
persino pretensioni sulla Francia intera, ceduta da papa 
Bonifacio Vili ad Alberto d'Austria (2). Certo che di que- 
ste pretensioni non si voleva la immediata attuazione: ba- 
stava piantarne i principii, e Carlo V li aveva presi in sul 
serio, affidando all'avvenire lo svolgimento progressivo del- 
le conseguenze. Al qual proposito è veramente notevole che 
al cancelliere Du Prat venne meno Y accorgimento di riget- 
tarli del tutto. Anziché limitarsi a contrapporre la legge sa- 
lica alla donazione di papa Bonifacio, soggiunse esser stato 

prìson par force, iìz ne vous eussent sceu constraindre a condi- 
cions plus desrahonables. M. Gattinara an den kaiser, 1 oct. 
1521. Monum. Habs. pag. 369. 

(1) Précis des confèrences de Calais. Papiers d'état du car- 
dinal de Granvelle, t. 1, pag. 204. 

(2) Ibidem pag. 213 - 219, 222. 



— no — 

ogni suo atto contro Filippo il Bello rivocato dal successo- 
re Clemente V; con che non impugnava il diritto pontifi- 
cio, si unicamente la sua applicazione nel caso controverso 
alla Francia (i). 

Continuavano intanto le pratiche per la conclusione di 
un armistizio. Proponevalo Wolsey di diciotto mesi (2), in ciò 
d' accordo con Carlo, il quale noi voleva né tanto corto che 
gli mancasse il tempo di mettere insieme le forze, né tanto 
lungo che gli facesse perdere le buone congiunture (3). Ob- 
bligherebbesi in questo mezzo l'imperatore di non condur- 
re un nuovo esercito in Italia e di rimettere in Enrico la 
decisione delle differenze. All'incontro Francesco richiede- 
va una tregua di cinque o quattro anni almeno a condizioni 
si gravi che non potevano essere accettate dal rivale. Stava 
egli allora per venire a risolutiva battaglia colle truppe im- 
periali levatesi dall'assedio di Mezieres. Non era intenzio- 
ne di Carlo l'accettarla, sì di ritirare le truppe medesi- 
me a Valenciennes; adoperarne poi una parte a guarnire 
le frontiere de' Paesi Bassi, e le rimanenti raccogliere intor- 
no a Tournai per aspettare colà eventi migliori (&). Vero 
è che Enrico reputava ne andrebbe l'onore schivando lo 
scontro (5) ; ma Wolsey comprese che una disfatta, tanto più 



(i) Et, d'autre part, tout ce que Boniface fìstau griefd'ice- 
luy PhUippes, Clement, son succcsseur, le revocqua au concile de 
Vienne. Et si ont esté recongneuz iceluy Phiìippes et tous ses 
successeurs comme rois de France par les papes, Eglise et còn- 
ciles. Et ainsy c'estoit une vraye derision de mettre cela en avant. 
Le Glay, Négoc. diplom. t. 2, pag. 553. 

(2) Ibidem, pag. 555. 

(3) Der kaiser an M. de Gattinara. Monum. Habsb. pag. 373 
375, 398. 

(4) Der kaiser an M. de Gattmara. Ibidem pag. 392. 

15) That yff the sayde Emperour schall refuse to fight wyth 
the sayde Frenche Kynge, offerynge bataigle, he schall, durynge 



— Ili — 

temibile quanto che l'esercito imperiale era stremato da 
malattie e diserzioni (1), avrebbe guastata la impesa di 
già condotta a buon segno. Mandò dunque ambasciatori ai 
due rivali per ammonirli a non combattere (2), colorando 
cosi di sommessione a' suoi voleri la inevitabile ritirata 
delle truppe di Cesare. 

Venuta in que' giorni nuova della presa di Fontana- 
rabia, crebbero le difficoltà della tregua, perchè Carlo in- 
stava che gli fosse restituita quella piazza, e Francesco in- 
vece pretendeva di ritenerla, di provvisionare Tournai e 
di esser fatto sicuro che infrattanto il rivale non andrebbe 
in Italia (3). Consenti Wolsey in questa ultima proposta, 
e, benché fosse scaduto il tempo prefisso a dichiararsi con- 
tro il violatore de' trattati, sollecitò Carlo ad accettarla (4) 
per aver tempo di recarsi in Ispagna e là preparare i mezzi 
alla invasione della Francia. Se questi non erano ne pronti 
né bastevoli, a che implicare il padron suo con una dichia- 
razione alla quale non potevano rispondere gli effetti? Co- 
si pensava l' accorto uomo di stato (5) ; ma Carlo se lo eb- 



hys Hffe, suffre greate reproche and dishonor therby. Pace to 
fVoUey 15 oct. 1521. Stale Papers, t. 1, pag. 75. 

(1) Pace to Wolsey, 27 oct. Ibidem pag. 77. Cardinal Volsey 
an die englischen gesandten bei dem kaiser, nov. 1521. Monum. 
Habsb. pag. 453. 

(2) Der cardinal Wolsey an den kaiser, 20 oct. 1521. Ibidem 
pag. 400. 

(3) Die gesandten in Calais an den kaiser, 31 oct. 2, 3 novem. 
1521. Ibidem, pag. 421-432. 

(4) Je voy bien que la prinse de ceste treue est eri maniere 
hors debon espoir, si l'intencion et vouloir de l'empereur n'est 
de accepter jcelle sans la restitucion de Fontarabye. . Cardinal 
Wolsey an die englischen gesandten bei dem kaiser, nov. 1521. 
Ibidem pag. 435. 

(5) Et se vous pensez vous descharger de la guerre en tirantle 
roy d'Àngleterre a la guerre en verlii de la declaracion que iJ pour- 



— <H2 — 

be a male; e parve quasi dovesse romperla con lui. 
Veggo bene, diceva, che il cardinale vuol fare con me co- 
me consigliò a' miei ambasciadori di fare con quelli di 
Francia, vale a dire di chiedermi cose così irragionevoli 
che r onore e l'interesse m 9 impongano di rifiutare. E sem- 
bra eh 9 ei voglia acconciarmi a tutto suo agio ed arbitrio, 
come se io gli fossi caduto nelle mani. Ma in me non ha 
trovato Vuomo suo; perchè se uno non mi vuole, Poltro 
mi prega (1). Per vero non poche erano in quel mo- 
mento le angustie dell'impera tore. Lo dichiarò egli stesso 
con apposita scrittura, la quale sebbene caricata nelle tinte, 
giusta l'arte sua di affettare miserie per ritorcere i sospetti 
pubblici sopra l'avversario, pure non manca in alcune parti 
di verità. Accettando la tregua con lasciare i Francesi in 
possesso di Fonlanarabia, tanto è importante quella piazza, 
diceva, eh 9 io corro rischio di perdere la Spagna. Non «e- 
cettandola e continuando la guerra, vo incontro al peri- 
colo di veder invase le due Sicilie e messa sossopra la Ger- 
mania. Sol per guarnire i confini de 9 miei stati dovrei spen- 
dere piii di ducentomila fiorini al mese, ed io sono ridotto 
a tale estremo da non poter pagare che per il mese cor- 
rente i trentamila fanti e i quattro mila cavalli onde si com- 



roit faire, vous vous trouverez grandement abuse; car les provisions 
ne sont point faites pour passer ìa mer Teste qui vient, et ne se- 
roit pour ledit s. roy d'Angleterre que perdicion d'argent au 
grand dommaige et foule de son royaurae, se il faisoit la guerre 
en France, sans que soyez pourveu de vostre part pour entrete- 
nir une borine armee tclle que il appertient: ce quenepeulten- 
tendre que puissiez faire d'ung an, lequel temps sera bien par 
vous employe, se l'employez seullement a metlre bon ordre en 
Espaigne. Die gesandten in Calais an den kaiser, 8 nov. 1521. 
Ibidem pag. 446. 

(I) Die statthalterin Margatetha an Jean de Bergues. Ibidem 
pag. 442. 



— 413 - 

pone al presente il mio esercito, avendo già tutto consumato 
e il danaro dei demanii venduti e i sussidii anticipati di due 
anni. Francesco de Sickingen va Creditore di oltre centomila 
fiorini e minaccia, se non è soddisfatto, di far guerra a me 
ed a* miei sudditi. Del pari alcuni principi di Germania 
e persino il conte Palatino intimarono a que' > <f Anversa e 
di Malines che mancando al pagamento delle pensioni avreb- 
bero arrestati iloro concittadini e mercanti. Stando così le 
cose come pensare mi si lasci partire per la Spagna ? e che 
avverrebbe di me se agli Svizzeri riuscisse di fare quel che 
intendono, una lega cioè col papa, col re di Francia e coi 
Veneziani? Soggiungeva destramente 1* imperatore che il re 
di Francia facevagli larghe profferte per discostarlo dall'In- 
ghilterra (i). In tali condizioni trovò Wolsey il ripiego che 
Enrico desse sussidii durante l'inverno per la difesa de* 
Paesi Bassi e proseguisse a Londra le trattative con Fran- 
cesco per agevolare a Carlo l'andata in Ispagna (2). 

Bentosto a quest'ultimo arrise la sorte delle armi. Ai 
49 novembre cadde Milano e ai 22 terminarono le conferen- 
ze di Galais. Due giorni dopo, alla infinta mediazione di En- 
rico Vili succedeva una lega offensiva contro la Francia tra 
lui, il papa e l'imperatore. Per la quale, conforme al tratta- 
to di Bruges (25 agosto), si convenne che Cesare passereb- 
be in Ispagna la primavera prossima a fine di ricomporvi 
del tutto la quiete e di raccogliere denari; che accompa- 
gnato attraverso il canale da una flotta inglese congiunta 
alla flotta spagnuola approderebbe o a Douvres o a Sand- 
wich, ove il re d'Inghilterra andrebbegli incontro per ricon- 

(1) Les pratiques que les Francois mainnent, tantpar le mo- 
yen des Suysses que aultres, pour jnduire l'empereur a traicter 
avec luy apart et sans le moyen desd.» s. ri roy et cardinal. Inslruction 
des kaisers fu,r Jean Haneton an den cardinal Wolsey und M. de 
Gattinara. Oudenarde 16 nov. 1521. Ibidem pag. 453 — 457. 

(2) Wolsey to king Henry Vili. State Paper» t. 1, pag. 84 — 92. 

8 



— <u — 

ciurlo poi a Falmouth; che i Ire confederati assalterebbero 
di concerto il re di Francia nel mese di marzo 4523, cioè il 
papa in Italia con poderoso esercito, l' imperatore dalla 
parte di Spagna valicando i Pirenei con diecimila cavalli e 
trentamila fanti, e da quella di Piccardia il re d'Inghilterra 
con ventimila uomini, rinforzati dalle truppe de' Paesi Bassi. 
Enrico Vili doveva dichiararsi contro Francesco I un mese 
dopo l'arrivo di Carlo V in Inghilterra, ed ambidue obbli- 
gavansi di allestire forze bastevoli per resistere al comune 
avversario, insino alla grande invasione del suo territorio. 
Prendevano oltracciò sotto la loro protezione la famiglia 
de' Medici in Firenze e papa Leone X, il quale da canto suo 
fulminerebbe di scomunica il re di Francia, e d'interdetto i 
suoi stati, incaricando l'imperatore e il re d'Inghilterra di 
perseguitarlo come nemico della chiesa. Prometteva in ultimo 
il pontefice, rappresentato da Girolamo Ghinucci. vescow 
di Ascoli e da Marino Caracciolo, di accordare le necessa- 
rie dispense per il matrimonio di Carlo colla principessa 
Maria, richiesto dagli interessi della cristianità (1). 

Ancora ai 48 di novembre, il dì innanzi alla entrata de' 
confederati a Milano, diceva Francesco agli ambasciatori 
inglesi: l'imperatore non ha frapposto tanti indugi alla 
tregua che per la speranza di prendere Tournai, di conqui- 
stare la Borgogna e di collegarsi cogli Svizzeri. Poiché 
sono nemico dell'imperatore voglio essere suo nemico il più 
terribile (2). Ornai a sì alteri propositi non rispondeva più 
la fortuna. Tournai dovette arrendersi per capitoli a' 2 di- 



fi) Trattato 24 novembre 1521, esistente in originale nelF ar- 
chivio di Lilla. I suoi quindici articoli sono sommariamente ri- 
portali da L. Herbert tbe life and reigne of king Henry the eightta. 
London 1649 p. 117 — 119. 

(2) Lettre du corate de Worcester et de l'évéque d'Ely à Wol- 
sey, 18 nov. 1521. Mignet op. cit. pag. 301. 



— 415 — 

cembro (i). Indarno il re di Francia, per ovviare il perico- 
lo, aveva poc'anzi acconsentito di metterla in mani di Enri- 
co (2). Ma Wolsey mostrò di sapergliene grado, ricambian- 
dolo prima di partire con lusinghiere parole (3). Stavagli 
a cuore non solamente di adescarlo alle ulteriori trattative 
di Londra, si ancora di non averlo sfavorevole per il caso 
che dovesse avverarsi la promessa della tiara pontificia. 

VII. Per la vittoria de' confederati nella Lombardia 
tornavano Parma e Piacenza alla santa sede. Corse voce a 
Roma che Francesco Sforza infine dovesse cedere al cardi- 
nale Giulio de' Medici l' intero stato di Milano, da lui pi- 
gliando in compenso il cardinalato e la cancelleria, e tanti 
benefizj che valessero cinquantamila ducati (4). Mancano di 
ciò le prove, né sembra verisimile che l'imperatore piegas- 
se a tanto; ma certo è papa Leone avere sperato più grandi 
cose ancora quando deliberò di pigliare la guerra contro 
ai Francesi. Che poteva impedirgli il conquisto di Ferrara? 
e non sarebbe lo Sforza, da lui principalmente reintegrato, 
docile strumento a' suoi disegni sul regno di Napoli, e Carlo 
V il braccio secolare della Chiesa per abbattere Lutero? 
Egli era ancor giovane abbastanza da poter sopravvivere a 
tante sognate venture. 

Oh le fallaci speranze degli umani I Sendo alla villa 



(0 Sembra che una comunicazione proditoria ne abbia affret- 
tata la resa. Die gesandten in Calais an den kaiser. 20 nov. 1521. 
Monum. Habsb. pag. 459. 

(2) Le Glay. Nègoc. diplom. t. 2, pag. 584. 

(3) Le cardinal ... a tire à part moy chancellier et m' a dlt 
plusieurs choses que espere, au plaisir de Dieu, vous dire, mais 
que soye par devers vous ; si les elTectes sont tels que les pa- 
rolles, vous aurez bien cause d'eslre conlent de luy. Les ambas- 
sadeurs de France à Francois /, 21 nov. 1521 Ibidem pag. 527. 

(4) Paride de Grassi, maestro delle cerimonie, Diario ms. del- 
la Biblioteca imp. di Parigi t. 3, pag, 918. 



— ne — 

Malliana, mentre stava per mettersi a mensa e già dice- 
va il benedicite, a' 24 novembre ebbe la nuova della pre- 
sa di Milano. Abbandonandosi a quell'allegrezza che suol 
venire nell'animo da una impresa riuscita a buon segno, 
stette gran tempo della notte alzato a vedere le feste che 
facevano i suoi, andando su e giù dalle finestre aperte al 
fuoco del caminetto (4). Per questo vuoisi gli venisse la 
febbre, deHa quale il di seguente, tornato a Roma, infermò 
gravemente. Pregate per me, diss'egli a' suoi servitori, io 
potrò farvi ancora felici. Ma l'ora sua era suonata, e qua- 
si prima che la si sentisse o si potesse conoscere il mal 
suo, senz'aver tempo di ricevere i santissimi sacramenti, 
passò di questa vita il di 4. dicembre 1524, nella fresca 
età di quarantasei anni (2). 

Si parlò subito di veleno, e ne discussero i medici per 
alcuni segni osservati nel cadavere e per altri motivi addotti 
da Paride Grassi maestro delle cerimonie e da Francesco 
Guicciardini (3). Ma la fistola di cui era malato; la poca re- 
gola del vitto, digiunando spesso e poi caricandosi di cibo (4) ; 
il passaggio dall'aria umida e fredda al fuoco del caminetto 
in quella fatai notte delle sue allegrezze, bastavano ad abbre- 
viargli la vita. Alla quale, per molti rispetti impropria di un 

(1) Copia di una lettera di Roma alli slg. Bolognesi, a dì 3 dee. 
1521, scritta per Bartholomeo Argilelli. Marin Sanuto t. XXXII. 

(2) Lettera di Hieronymo Bon al suo barba a dì 5 die. Ibidem. 

(3) Non si sa certo se 'I pontefice sia morto. Fo aperto. Mastro 
Ferando judica sia stato venenato: alcuno de li altri no ; è di questa 
opinione Mastro Severino che lo vide aprire, dice che non è vene- 
nato. Ibidem. 

(4) Digiunava tre giorni alla settimana .. . il Mercore e il Sabbato 
mangiava cose quadragesimali ... il Venerdì mangiava erbe, frutta 
e cose di pasta, e non altro; e diceva, dopo aver bevuto: « gotto 
molto grande risponde bene; datecene un altro. » Sommario detta 
relazione di Roma di Luigi Gradenigo 9 mag. 1 523. Alberi Relaz. 
degli arab. ven. serie 2 voi. 3 pag. 71. 



— 447 — 

papa, parve condegna la improvvisa morte non confortata 
neanco dalia estrema unzione. Ricordò allora il popolo ro- 
mano, non più la virtù dello ingegno e il cresciuto lustro 
della città, si unicamente le onerose profusioni, l'esausto 
erario, le gioie impegnate, gli officii venduti per cavare da- 
naro e il grosso debito lasciato di ottocentomila ducati (1); 
onde le pasquinate dicevano: salì strisciando da volpe, re- 
gnò da leone, morì da cane (2). 

All'incontro la posterità intitolò del suo nome una 
grand'éra di portentoso incivilimento. In ciò immeritamente 
felice Leone, come in ogni sua cosa per otto anni continui, 
dal di che scappò alla prigionia de' Francesi. Rimise i suoi 
in Firenze contro all'opinione di ciascuno. Levossi al soglio 
pontificio insolitamente giovane, che pareva non vi dovesse 
aver parte; e poi che fu papa, quanti più errori fece, a tanti 
più rimediò la fortuna. Spese senza misura, e trovò modo 
di far sempre nuovi danari. Diede per donna a Giuliano 
una che si tirava dietro gran costo, e la morte del fratello 
ne lo liberò. Se la guerra contro al re di Francia nel 
4545 durava, tutto il carico doveva sopportare egli so- 
lo; e non lo potendo, avrebbe avuto infine l'inimicizia de' 
collegati. Francesco trionfò presto e divise con lui i frut- 
ti della vittoria. Se Massimiliano imperatore, quando ven- 
ne sopra a Milano, vinceva, trattava Leone come aveva dise- 



(1) Camera et sedes apostolica dicitur exhausta et debitrix in 
summa Vili C. mill. ducatorum. Paride de Grassi Diarium ms. cit. 
pag. 923, 924. La camera apostolica, morto il papa, restò tanto po- 
vera (che era impegnato tutto ) che non si trovavan danari per far 
le esequie del papa; e si convenne di togliere le cere preparate per 
le esequie del cardinal San Giorgio, morto poco avanti il papa. He» 
fazione precitata di L. Gradenigo. 

(2) Concludo che non è morto mai papa con peggior fama da 
poi è la chiesa di Dio. Capitoli di una lettera scritta a Roma 21 
dee. 1521 . Marin Sanuto t XXXII. 



— 148 — 

gnato trattar Giulio II in correlazione alle idee di riforma 
della chiesa fondate nella separazione della potestà tempo» 
rale dalla spirituale: e Massimiliano si parti con vergogna. 
Nella ignominiosa guerra d'Urbino scoperse Panimo de'car- 
dinali in modo ch'ebbe occasione di fare collegio nuovo, 
traendo danari da quelli che creò e da quelli che condan- 
nò (1). E perchè egli da un canto era cupido di gloria e di 
levare in alto i suoi, dall' altro non avrebbe voluto pensieri 
che l'affliggessero; quasi a privarlo di questi gli mancò an- 
che il nipote Lorenzo, mentre importunamente instava di 
esser fatto duca di Firenze (2). Venne in ultimo l'alleanza 
con Cesare e col re d'Inghilterra, dalla quale impromette- 
vasi il compimento di tutti i suoi fini politici. Qual gioia il 
veder l' uno infervorato dell'onore della Chiesa e della santa 
sede; l' altro per amor suo farsi teologo e confutare le nova- 
zioni luterane in un libro intitolato: difesa dei sette sacra- 
menti t Ne accettò Leone la dedicazione in pieno concistoro, 
come se la venisse non dal re, ma da Dio (3), e a lui conferi 
il titolo di difensore della fede. E che non avrebbe fatto per 
gratificarsi sempre più l'imperatore? Tardavagli assai di 
fulminare della maggior scomunica che mai si fosse veduta 
il re di Francia (4.) ; rifuggendo da ogni proposta di pace o 



(1) Frane, rettori, Storia d'Italia, 1. e. pag. 339. 

(2) Andosseue il duca a Roma per tentare a tale effetto Leone; 
il quale, informato del tutto, lo accolse tanto mal volentieri, quanto 
per que'suoi modi temeva che non gli fosse per intervenire come 
al padre. Onde con molte villanie a Firenze lo rimandò. Jacopo Pitti^ 
Istoria fiorentina. Ardi. stor. ital. ser. 1, tom. I, pag. 1 18. 

(3) Papabreviter respondit se munus acceptare non ab ipso rege, 
sed a Deo transmissum. Hugo Laemmer Analecta romana. Kirchen- 
geschiclitlicbe forsebungen in ròmischen bibliotheken und Archi- 
ven. Schaffausen 1861 pag. 148. 

(4) La descomunion para Francia y para el mismo Rey se baze 
la mas grave que nunca se vio, y yo le doy prissa. D. Juan Manuel 



— 419 — 

di tregua (1), per dar vigore alla guerra, non gli sarebbe 
spiaciuto, cosa insolila in un pontefice, che Carlo venisse in 
persona in Italia (2); profferivasi persino di accogliere Lutero 
a Roma con salvocondotto e di fargli ragione in ciò che con- 
veniva (3). Ma in quella deplorabile guerra, vincendo, per- 
deva; andava anzi in ruina; e la fortuna lo tolse di terra 
prima che vedesse i tristi effetti dell'opera sua; prima che 
il tuono della riforma tedesca prorompesse in tempesta. 



alrey. Roma 27 ag. 1521. Correspondencia de Carlos V raccolta dal 
cronista Luigi di Salazary Castro. Biblioteca de l' Acad ernia d'H isto- 
ria de Madrid. A. 21 msc. 

(1) Mas ponenla tantos miedos de pnz y tregua que es cosa de no 
creer. Ibidem. Avevagli il re di Francia mandato a dire che verreb- 
be a Roma per assolversi da sé a suo dispetto. Quindi l'ambasciatore 
don Giovanni Manuel era d'avviso scrivesse l'imperatore al papa, 
farebbe in modo che quei venisse a baciargli i piedi e a domandar 
perdono. Ma il cancelliere cesareo notò al margine del dispaccio : 
sera bien que Su. M. luy escrica un poco mas moderado. Importa- 
vagli invece che affrettasse la scomunica del re di Francia, ritardata 
per le inlinte pratiche di pace del card. Wolsey, e perciò scrivesse 
in sul margine d'un altro dispaccio 31 agosto 1521 : se deve solici- 
taresta descomunion por que emporta muvho a retraher los suypos 
y venetianos y otros. Ìbidem msc. 

(2) Tengo per buona senal que el papa haya plazer que V. M. ven- 
ga por Italia, que es cosa nueva que los papas haven plazer de la 
venjda de los emperadores, pero sin duda este seùor quiere mal a 
franceses corno V. M. ha visto. D. luan Manuel al Rey. Roma (la 
data 31 dicembre 1521 è manifestamente erronea; dev'essere ante- 
riore di oltre un mese. Ne può riportarsi all'anno seguente 1522, 
regnante Adriano VI, perchè allora Don Giovanni Manuel non era 
più ambasciatore a Roma. Ibidem, msc. 

(3) Dice S. S. que si quisiere venir aca este martin luter que 
puede venjr seguro con carta de V. M. y estar y tornar y que aca le 
darà personas con quien dispute y fable y sera recebjda su razon 
en lo que atonjere y que desto darà todas las^eguredades uecesa- 
rias. Ibidem msc. 



— 420 — 

Certo ch'ei non sarebbe più bastato a superarla. A'suoi suc- 
cessori toccava sostenerne il fierissimo assalto (i). 

(1) Après sa morte, on parla de luy en diverses sortes, Dieu ait 
son ame! De son vivant, il co risenti t à une guerre qui depuis a porte 
domage a la crestienté. Così il cancelliere Du Prat conchiuse la sua 
relazione delle conferenze di Cambrai. Le Glay. Negoc. diplom. 
t. 2. pag. 586. 



CAPITOLO TERZO. 



Conseguente della morte di papa Leone; reintegrazione de* principi da Ini spode- 
stati — Contrasti del conclave ed inaspettata elezione di Adriano d' Utrecht — 
Inutili pratiche di Carlo Y per la confermazione del trattato concbiuso col suo pre- 
decessore ; santi propositi di Adriano ; governo di Roma durante la sua assenza — 
Ricominciamento della guerra in Lombardia ; disfatta de 1 Francesi alla Bicocca ;* 
statuto concesso dallo Sforza al ducato di Milano; espugnazione e saccheggio di 
Genova; turbolenze in Toscana — Andata di Carlo V in Inghilterra e poi in Ispa- 
gna; guerra di Enrico Vili contro la Francia; invasione della Piccardia — Ve- 
nata di Adriano VI a Roma; sue prime azioni e portamenti verso l'imperato- 
re — Vittorie de' Turchi; caduta di Rodi 1 ; progressi della eresia luterana; di- 
segni di Adriano per la riforma della Chieda ; nunziatura di Francesco Cherieato 
di Vicenza alla dieta di Norimberga — Pratiche di Adriano per il ristabilimento 
della pace, e ragioni che lo indussero finalmente a congiungersi eoll'imperatore — 
Portamenti della repubblica veneta sin dal principio della guerra tra i due riva- 
li ; motivi della sua alleanza con Carlo — Nuovi apparecchi militari de' France- 
si ; congiara del duca di Borbone contro a Francesco I ; calata di Bonn l Tel in Ita- 
lia; morte di papa Adriano e sue lodi. 



I. Per la morte di papa Leone X restò interrotta la for- 
tuna degl'imperiali in Italia. Essendosi fin allora fatta la 
guerra quasi coi soli tesori della Chiesa, mancati questi 
tutt' a un tratto, Prospero Colonna e il marchese di Pescara 
furono costretti di licenziare buona parte delle truppe. Più 
ancora nocque l'andata a Roma de'càrdinali di Sion e de'Me- 
dici per la elezione del nuovo pontefice. Imperocché gli 
Svizzeri, non più tirati con pronti danari al volere di quei 
principali sostenitori della impresa, ed inoltre offesi dalle 
inopportune pretensioni di Cesare di ricondurli aR' antico 



— 422 — 

nesso coli' impero, voltaronsi di nuovo a Francia (I), per 
modo che le genti di Zurigo vennero richiamate, nel tempo 
stesso che dodici cantoni accordavano al re Francesco di 
prendere al suo soldo sedicimilà uomini. Ritornarono ezian- 
dio in Toscana gli ausiliarii fiorentini, e la loro signoria sul- 
P invito di Lautrec fece una protesta di devozione a'francesi, 
probabilmente con partecipazione del medesimo cardinale 
de' Medici, che poteva servirsene d'apertura, dacché la cau- 
sa della sua famiglia non era più quella della Chiesa (2). 
Sin de' pontificii meno Guido Rangoneuna parte a Modena, 
e l'altra rimase col marchese di Mantova nello stato di Mi- 
lano più per deliberazione propria che per consentimento del 
collegio de' cardinali, il quale diviso in sé stesso, essendo 
ciascuno immerso nei pensieri di ascendere al pontificato, la- 
sciava prepotere gli oppressi da papa Leone. Di fatto, morto 
lui, Francesco Maria della Rovere, Gismondo da Varano, 
Mala testa ed Orazio Ba gì ioni, figliuoli del giustiziato Giam- 
paolo, Marino e Camillo Orsini, Borghese e Fabio Petrucci, 
ragunati a spese comuni dugento uomini di arme, trecento 
cavalli leggieri e tremila fanti, corsero alla recuperazione 
degli stati loro. Gli aiuti richiesti al re di Francia (3) non 
ottennero, si unicamente la licenza a qualunque fosse soldato 
loro di seguitargli ed ai fratelli Bagliori di partirsi dagli sti- 
pendi de' Veneziani (4). E nonostante, d'un solo impeto, in 
quattro giorni, Francesco Maria riacquistò il ducato d' Ur- 
ti ) Sin dal 29 nov. 1 521 Galeazzo Visconti, agente francese, scrì- 
veva di Lucerna al Robertet: queste lige sono in grosso dixordine... 
ma a tufo spero troverase bono recapito etiam che cum faticha et 
spexa. Tato il mondo corre a me. Molini. Doc. di stor. ilal. t. 1 
pag. 132. 

(2) Lettera della repubblica fiorentina a monsign. de Lautrec, 13 
die. 1521. Ibidem pag. 133. 

(3) Capitoli proposti da Francesco M. della Rovere e suoi colle- 
gati al deputato del re Francesco. Ibidem, pag. 135. 

(4) Frane. Guicciardini, Storia d'Italia, t. 3 pag. 63. 



— 423 — 

bino per la volontà de' popoli; Gismondo da Varano entrò a 
Camerino, e i Baglioni con poco travaglio occuparono Peru- 
gia. Nel tempo medesimo Sigismondo Malatesta, figliuolo di 
Pandolfo, venne introdotto in Rimini dagli antichi partigiani 
di sua famiglia. Finalmente il duca Alfonso di Ferrara, que- 
gli che poc'anzi, scomunicato, spogliato, minacciato d'assedio 
Della sua stessa capitale, apparecchiavasi di vendere a caris- 
simo prezzo la propria vita, fatte coniare medaglie col motto 
biblico ab ungue Leonis, usci fuori con tutte le sue genti, e 
in pochi giorni ricuperò il Finale, san Felice, la Garfagnana, 
Lugo, Bagnacavallo e le altre terre di Romagna, non arre- 
standosi che davanti a Cento, valorosamente difesa da' Bolo- 
gnesi. Poco mancò che anche Parma non ricadesse in mano 
de 9 Francesi ingagliarditi dai narrati avvenimenti e dalla lun- 
ghezza del conclave. 

* IL II quale ebbe principio soltanto il vigesimo settimo 
giorno di dicembre 4524 per dar tempo all'arrivare de'sacri 
elettori assenti ed alla liberazione di Bonifacio Ferrerio ver- 
cellese, vescovo d'Ivrea, stato ritenuto nel milanese per or- 
dine di Prospero Colonna, come favorevole a' francesi. Vi 
entrarono trentotto cardinali, i quali, dopo aver promesso 
con giuramento di osservare la bolla di Giulio II che il papa 
non si facesse per simonia, ricevettero il sacramento della 
comunione; e nondimeno, dice l'ambasciator veneto Luigi 
Gradenigo, si fecero pratiche senza alcun rispetto (i). Carlo V 
aveva promesso di favoreggiare la candidatura del Wolsey, 
e troppo in quel momento abbisognava di lui per non mo- 
strare di tenerselo a mente. Coro' ebbe dunque notizia della 
morte di Leone X diede ordine al vescovo di Badajoz, amba- 
sciatore a Londra, di assicurarlo che non altro attendeva che 



(1) Sommario della relazione di Roma, alberi, Relaz. degli amb. 
ven. ser. 2, voi. 3,pag. 73. 



— 124 — 

di essere informato delle sue intenzioni (4), e voi sapete, mio 
buon amico, soggiungevagli in uno scritto di propria mano, 
i discorsi altra volta tenuti su ciò che vorrei fare per voi. 
Divisate quel che io posso, e fatemelo sapere, che mi adope- 
rerò di tutto cuore (2). Wolsey rispose che era pronto a sob- 
barcarsi ad ogni peso unicamente nell'interesse del padron 
suo e dell'imperatore (3), e non rifuggi pertanto dal richie- 
dere che quest' ultimo desse ordine alle sue truppe di avvi- 
cinarsi a Roma per isforzare il conclave ad eleggerlo, in caso 
non bastasse la buona offerta di' centomila ducati che dichia- 
ravasi disposto a spendere^). Nello stesso tempo, non fidata 
do nella sincerità dell'imperatore, mandò a lui Riccardo Pace, 
segretario del re, per prendere di concerto i provvedimenti 
che avrebbe poi messi in opera come inviato straordinario 
al conclave ; dove, giusta le instruzioni avute, se mai vedesse 
troppi ostacoli alla elezione del cardinale di Jork, doveva 
secondar quella del cardinale de'Medici o di qualunque altro 
membro del sacro collegio favorevole ai due monarchi (8). 
L* imperatore diede al Pace un dispaccio per il suo amba* 

(1) Le requerrez, qu' il vuoile dire son advis, s* il y a quelque 
affection . . . afin de y gaigner sa bienvuellance ; car nous ne faisons 
doublé, que le roy de France luy fera tout plain de belles ouffipes 
de son couste. Lettera precitata, Gent 16dic. 1521. Monumenta hab- 
sburg. pag. 502. 

(2) Lettera 17 die. 1521. Publio Record Office a Londre, citata da 
M. Gachard, Correspondance de Charles-Quint et d'Adrien VI. Bru- 
xelles, 1859 p. XV. 

(3) Maximis sacramentis et obtestacionibus dixit . . . paratus 
omnem subire laborem promittens quod intendit reportare benefi- 
cii et emolumenti ex ea re, est exaltare ambas M. les V. Der biscof 
Badajoz an den kaiser. London, 19 die. 1521. Monum. habsb. pag. 
509 

(4) De quo ego plurimum fui admiratus, et quantumeumque 
extraneum, illud referam M. u V. Der Biscof Badajoz an den Kaiser. 
24 die, 1521. Ibidem, pag.523. 

(5) Lettera precitata del vescovo di Badajoz, 19 dio, 1521. 



— 185 — 

sciatore a Roma don Giovanni Manuel, nel quale raccoman- 
dava caldamente la candidatura del Wolsey, per viriti, fede, 
arie e sagacia sopra ogni altro idoneo a tirar fuori dalle 
tempeste l'agitata barca di s. Pietro e a ricondurla infine 
al porto di salvezza (4), e mandandone copia al cardinale 
medesimo affermava non aver scritto in favore di verun al- 
tro, essendo ogni suo affetto per lui (2). 

Con quel dispaccio ostensibile quali ordini segreti andas- 
sero di conserva a Roma non sappiamo. Certo è che Carlo non 
lo aveva preso sul serio, ben apponendosi che giugnerebbe 
fuor di tempo (3). Come pensare gli potesse gradire la esal- 
tazione al soglio pontificale di un uomo di stato cosi sperto 
ingannatore e voltabile nelle sue amicizie? Di lui le lettere 
di don Giovanni Manuel non fanno menzione; sì del cardi- 
nale Giulio de'Medici e sempre nel primo posto. Questi ave- 
va tutto il favore della parte imperiale, per isperanza di man- 
tenere col suo mezzo là congiunzione della santa sede e della 
repubblica di Firenze. Io vo trattando col cardinale de' Me- 
dici, scriveva di Roma il precitato ambasciatore, affinchè, 
qualora ex non potesse esser papa, dia i suoi voti agli ade- 
renti di vostra Maestà tra me e lui nominati, e siccome V ul- 
timo di questi è il Farnese, tenuto una volta di animo francese, 
così io per assicurarmene mandai il suo secondogenito a Na- 
poli (4). Per l' opposto a Giulio facevano contro non meno i 



(1) 30 die. 1521. Mlgnet op. cit. pag. 619. 

(2) Monum. habsb. pag. 527. Lo stesso scrisse al re Enrico : car 
certes la prudence, doctrine, integrite experience et aultres tertuz et 
bonnes meurs que sont en luy, le rendent meritement digne de tenir 
tei siege, 27 die. 1521 . Ibidem, pag. 526. 

(3) Sin nella sopraccennata lettera al vescovo di Badajoz 16 die. 
scriveva: combien que faisons doubte, que la chose sera tardifue, 
et quMl en soit desia bien avant alle. 

i4) Roma 28 die. 1521 nella citata corrispondenza di Carlo V del 
Solazar. Biblioteca de la Mcademia dHUtoria de Madrid, rase* 



— 426 — 

cardinali di parte francese che tutti i cardinali vecchi, con- 
dotti gli uni dal Trivulzio e da Francesco Soderini (di Vol- 
terra), gli altri da Pompeo Colonna, sebbene partigiano del- 
l'impero: quelli per orrore della memoria di Leone X e per 
condiscendenza al re Francesco, il quale, persuaso non essere 
costume a Roma di dare i voti secondo inspirazione dello 
Spirito santo (4), aveva dichiarato che se fosse eletto l'inva- 
sore del Milanese né egli né veruno de' suoi sudditi obbedi- 
rebbero piU alla santa sede; questi per desiderio di aver essi 
tanta dignità ; tutti, in numero di ventitre, concordi nel ti- 
more che la divenisse ereditaria nella famiglia de'Medici (2). 
Il perspicace fiorentino comprese bentosto ch'ei non 
potrebbe divenir papa; ma che, avendo uniti a sé i voti di 
quindici (3), gli era data almeno la facoltà di designarlo. Pro* 
pose dunque, conforme alle precorse intelligenze coli' amba- 
sciatore imperiale, parecchi cardinali, i quali furono succes- 
sivamente respinti, ed infine portò tutti i suoi voti sopra il 
romano Alessandro Farnese, tra il figliuolo del quale e la 
figlia di Lorenzino de'Medici aveva conchiuso un maritaggio 
per sicurtà di sua potenza (4). Il Farnese parve vicino a riu- 
scire (5) : ottenuti ventidue voti, non gli mancavano che quat- 
tro (6); ma non li ebbe per la inflessibile opposizione dei Car- 
li) Lo disse con queste medesime parole all'ambasciatore in- 
glese Th. Cheyney, il quale le riferì a Wolsey, genn. 1522. Mignet 
op. cit. pag. 619. 

(2) Dei quali ventitre, diciotto volevano esser papa. Relazione 
di Luigi Gradenigo 1. e. p. 73. 

(3) Quindici erano in favore del cardinale de'Medici. Ibidem. 

(4) Il quale Farnese fece promissione al Medici di conservarlo 
e di farlo più grande che mai. Ibidem, pag. 74. 

(5) El que agora parece que està mas cerca de ser papa es far- 
nes y creo que seria al proposito, su hijo de^ste es el que yo enbie 
a napoles. D. Iuan Manuel al Rey, Roma 6 enero 1522, 1. e. Biblio- 
teca de la Academia dtiistoria de Madrid. A. 22 msc. 

(6) Il cardinale Farnese aveva ventidue voti; e i cardinali Egi- 



— 427 — 

dinali Soderìni e Colonna . Wolsey, mandato pure a partito, 
non riunì che nove suffragi, perchè lo si reputò troppo gito- 
vane, disposto a fare riforme e forse anche a trasferire in 
Inghilterra la sede pontificia (4). 

Tanto ostinate erano le diverse parti a non cedere runa 
all'altra che il di 9 gennaio 4522, dopo quattordici giorni 
d'inutili prove, abbandonavasi già il pensiero di ritentare la 
votazione. Chi non avrebbe creduto il cardinale Giulio defe- 
dici sostentasse una speranza ancora, che si avessero cioè 
per la lunghezza del tempo o a straccare o a disunirsi gli av- 
versarli, tra i quali erano molti inabili per l'età a tollerare 
ulteriore disagio? Ei voltò invece la mente alle angustie po- 
litiche del papato e della sua famiglia. Vide Urbino, Pesaro, 
Camerino, Perugia perdute; Parma e Piacenza minacciate 
da 9 Francesi (2); Modena e Reggio non difese abbastanza da 
Vitello Vitelli e da Guido Rangone contro al duca di Ferrara. 
Sapeva oltracciò che i nemici di sua casa, il della Rovere, i 
Baglioni, gli Orsini, ristrettisi tra di loro con patti novelli, si 
erano aggiunto Renzo da Ceri (3), il quale, avuti dal cardinale 
Soderìni i danari e dal re di Francia il nome (4), tentò Siena 



dio (?) e Colonna non gii vollero dare il voto; che se lo davano era 
papa. Retaz. di L. Gradenigo p. 74. In luogo di Egidio da Viterbo è 
nominato il Soderini nel dispaccio dell'ambasciatore de Pins a Fran- 
cesco I, di Roma, IO genn. 1522. Mignet 1. e. pag. 621. 
(I) /tato» pag. 621. 

(2) Noto come una singolarità, che Don Gonzalo Ximenez de 
Quesada in un suo manoscritto inedito, intitolato Apuntamientes y 
anotaciones sabre la historia de Paulo Jovio (esistente nella Biblio- 
teca de Santa Cruz di Valladolid) nega a Francesco Guicciardini 
il merito della difesa di Parma allorché i Francesi tentarono ricu- 
perarla dopo la morte di papa Leone; merito ch'egli attribuisce a 
Roberto Sanseverino. 

(3) Capitoli della lega convenuta fra gli Orsini ed altri collegati. 
Genn. 1522. Molini, Docura. di storia ital. 1. 1 pag. 139-142. 

(4) Lettera di Renzo da Ceri al re Francesco I. Ìbidem p. 143. 



— i28 — 

retta dal cardinale Petrucci. Qual pericolo che di là si esten- 
desse l'agitazione a Firenze, ridestata per la morte di papa 
Leone all'antico amore di libertà! Tra la salate certa della 
città e l'appetito dello incerto pontificato, non era più da esi- 
tare (\). Signori, diss'egli dunque a' suoi colleghi il dì stesso 
9 gennaio, e sempre d' accordo coli' ambasciatore imperia- 
le (2), io veggo che nessuno di noi che slam qui adunati può 
divenir papa. Io vi ho proposti tre o quattro, e voi me li ave- 
te rigettati: al contrario qwlli che voi proponete non posso 
accettar io. Noi dobbiam volger gli sguardi su d'uno che non 
è presente, ed alla domanda di chi intendesse parlare, escla- 
mò: prendete il cardinale di Tortosa, Adriano d'Utrecht, ono- 
revole e vecchio uomo, avuto universalmente in conoetto di 
santo (3), Adriano non aveva mai veduto Italia, non conosceva 
Roma, e, sebbene da circa due anni reggente della Spagna, 
non s'era mostrato sperto dell'arte di governare. Questo ap- 
punto che in altri tempi l'avrebbe fatto escludere, rendevate 
accetto allora. Il cardinale Tommaso da Vio ne lodò le virtù 
e la dottrina; onde cominciando i partigiani del Medici a ce- 
dergli (4), seguitarono di mano in mano gli altri, tanto i 

(1) Jacopo Nardi, Istoria della città di Firenze. Firenze 1842 t. 2 
p. Car voyant Medicisqu'il nepouvoit adoenir, n'estimoit rien tomi 
que V estat de Florence. N. Raince a Francois I. Rome, 9 janv. Mignet 
1. e. pag. 622. 

(2) He hecho memoria a los cardenales confidentes a V. Ma. del 
card, de tortosa (Adriano d'Utrecht) en caso que hayau de eleger 
algun ausente. D. Juan Manuel al Rey. 28 die. 1521 msc. 

(3) Medici, dubitando de li casi suoi, se la cosa fosse troppo ita 
in longo, deliberò mettere conclusione, etbavendo in animo questo 
card. Dertusense per esser imperiai issimo disse: etc. Lettera di Ro- 
ma a dì 19 zener. Maria Sanato. 

(4) El card, de Medici^ lo ba fecho muy bien con el nuevopapa 
porque con todos sus amigos vino en elio; y otros tenidos por sei> 
vidoresde V. Ma, y abun suditos (allude al Colonna) lo hizieron mal 
juntandose con franceses i veneciaaos. D.luan. Manuel al Rey. Ro- 
ma 11 enero 1522 I. e. Biblioteca de la Aoademia d' Historia de Ma- 



— 429 — 

francesi ai quali pareva la men sinistra scelta per il re cri- 
stianissimo (4), quanto gli spagnuoli che reputavano la mi- 
gliore per il re cattolico (2) ; in modo che quel giorno medesi- 
mo'ottenne ventisei voti. Gridossi subito: abbiamo il papa, 
e i rimanenti cardinali, tranne uno, vi aderirono per acces- 
so (3). 

Non lo ebbero appena fatto che rimasero come morti (4), 
non sapendo rendere ragione a sé medesimi dell'aver prefe- 
rito un barbaro ed assente (5). Fu certo effetto della stan- 
chezza e della sorpresa, impeto più presto che deliberazione, 
e nondimeno, se si guarda alla pietà dell'eletto, mai meglio 
che allora potevano trasferirne la causa nello Spirito santo. 
Ma il popolo romano non senti che l' offesa del nome italiano; 
onde i sacri elettori all'uscir del conclave chiamaronsi fortu- 
nati ch'ei si fosse contentato di sfogarsi con le sole villanie 
senza metter mano ansassi (6). E sì vicino parve il pericolo 
di un nuovo esilio della sede pontificia che fu scritto su per 
le case: Roma è da appigionare (7). 

Ricevuta a Vittoria la nuova della sua elezione, stette 
Adriano alcun tempo incerto se accettarla (8), e quando ce- 

drid msc. Dallo stesso dispaccio rilevasi che al card. Giulio aveva 
promesso l'imperatore un vescovato con 10000 ducati di rendita. 

(1) Lettere del card. Trivulzio e di Nicolò Raince a Francesco I, 
9 e 14 genn. 1522 Mignet I. e. pag. 623. 

(2) De que creo que Dios sera servido, y Vuestra Alteza assimi- 
lilo. Don Iuan Manuel à Charles-Quint. Roma, 9 genn. 1521. Ga~ 
ehard op. cit. pag. 5. 

(3^ Nicolò Raince a Francesco I. Mignet I. e. pag. 623. 

(4) Eletto il quale, i cardinali rimasero morti di aver fatto uno 
ebe mai non videro. Relaz. di L. Gradenigo 1. e. pag. 74. 

(5) Fr. Guicciardini, Stor. d' Italia t. 3. pag. 67. 

(6) P. Jooius, Vita Adriani VI. pag. 119. 

(7) Rama est locanda: perchè tutti credevano che il papa tenes- 
se il papato in. ispagna. Relazione di Gradenigo 1. e, pag. 74. 

(8) Cuna esset timoratae conscieotiae formidans tantum onus; 
non decreverat illud subire, Itinerarium Madriàt^ c&p.i 2 pAg. 161 

9 



— 430 — 

dette infine alla considerazione del danno che altrimenti ne 
soffrirebbe la Chiesa, parvegli non poter reggere al peso (i). 
^Ciò che allegra voi, rattrista me, cosi rispondeva alle con- 
gratulazioni di Pietro Martire d' Anghiera, intimo suo. Mi 
spaventa il carico che debbo portare. Oh potessi io, senza 
offendere Dio, gettarlo dalle mie deboli spalle su più gagliar- 
de t Lui che me lo impose mi dia le forze di sostenerlo ! (2). 
Lo afflisse sin da principio la importunità di Carlo V, 
il quale nel tempo stesso che racconsolava il cardinale Wol- 
sey del colpo fallito e gli dava speranza di promozione futu- 
ra (3), attribuendo a sé medesimo il merito di aver levato al 
soglio pontificio l'antico maestro, ne richiedeva in premio 
l'alleanza contro al re di Francia. // collegio de' cardinali, 
scrivevagli Carlo, ha risposto a don Giovanni Manuel mio 
ambasciatore esser stata fatta la elezione di vostra santità 
per riguardo a me. Siate adunque persuaso ch'io ne fui la 

(scritto da BlasOrtiz, canonico di Toledo che era con Adriano quan- 
do giunse la nuova della sua elezione e lo accompagnò a Roma dove 
rimase fino alla sua morte). Lo si trova presso Casparus Burmanus. 
Hadrianus VI sive analecta historica de Hadriano sexto. Trajecti ad 
Rhenum 1727. 

(I) Nequem ob pontificatimi visus est exultasse : quin constai 
graviter illuni ad ejus faraara nuntii ingemuisse. Litterae ex ritto- 
ria. Marin Sanuto t. XXXIII. 

(2} Sed ut vos de honore sumrao, nobis ultro oblato, laetamini; 
ita nos onus annexum exborrescimus, atque utinam illud a nostris 
infirmis, in alios robustiores humeros, Deo inoffenso, rejicere pos- 
sumus. Qui onus imposuit vires ad ferendum suppetat. P. Martire 
Epist. Opus. Epist. 753. 

(3) Sa majestè juge que le nouvel èlu est vieux, raalade, èloi- 
gnè de Rome, de sorte qu'il ne resterà pas longtemps en charge. 
C'est pourquoy elle vous priede la manière la plus cordiale de vous 
tenir prét vous méme . . . Ella a Tintention sincère, lorsque le cas le 
requerra, de faire de son mieux pour votre avancement en cette ma- 
tiere. Richard fVynfetd, ambasciatore inglese alla corte di Carlo V, 
a fTolsey 11 febb. 1522. Mignet 1. e. p. 625. 



— 431 - 

causa e che ne godo come sé fosse toccata a me, insieme col- 
V impero; per dissuaderlo poi dal prestar orecchio alle insi- 
nuazioni de'francesi, soggiungeva : vogliate ricordarvi di dò 
che a me ancor vostro scolaro dicevate e la esperienza con- 
fermò, che buone e dolci sono le loro parole, ma che infine 
non altro cercano che sedurre ed ingannare (4). 

Adriano non iscemò mai l'amore e la gratitudine che 
doveva al discepolo (2) ; ma disdegnava riconoscere dal suo 
favore la tiara, sopra ogni cosa ponendo la dignità di sé stes- 
so e della Chièsa. Tutto che potesse come persona privata 
avrebbe fatto per compiacerlo (3); nulla che offendesse la 
indipendenza dell'autorità religiosa, onde viene al papato la 
virtù prestantissima di moderare le cupidigie de' principi. E 
lo diceva senz' ambagi, con quella franchezza propria degli 
uomini onesti, i quali sanno sceverare ciò eh' è permesso 
all'affetto da ciò che interdice il dovere. Cosi, per cagione di 
esempio, rifiutò il domandato cappello per il vescovo di Pa*- 
lenza, dicendo che con tanti cardinali va perduta là Chiesa 
e che difficilmente ne nominerà qualcuno (4); ma quando il 
segretario dissuadevate dal montare su navi imperiali per 
ischivar sin le apparenze di parzialità, di queste incurante 
perchè forte della coscienza, oh i principi, rispose, non po- 

(1) L'imperatore al papa Adriano VI. Brusselles7 mar. 1522. D. 
Karl Lanz, Correspondenz des kaisers Karl V.Leipzig 1844, t. 1, 
pag. 59, 60. 

(2) Parece que, corno Dios le ha acrecentado el estado, que asi 
ha hecho la voluntad en querer mas a Vuestra Mageslad. No piensa 
ni abla en cosa suya, sino en las de Vuestra Alteza, con tanto cuyda- 
do y amor corno quando era dean de Lovayna. Lope déHurtado de 
Mendopa à Charles+Quint. Vittoria 15 febb. 1522. GachardV e. p. 31. 

(3) Adrien VI à Charles-Quint. Vittoria 15 febb. 1522. //;. p. 33. 

(4) Porque dize Su Sa. que està perchda la Yglesiu con tantos 
cardinales, y que con gran trabaio darà ninguno. D. Lope Hurtado 
al rey: Vittoria 1 5 febb. 1 522. Biblioteca de la Aèademìa d Hlstoria 
de Madrid trac. .' . -; . 



— 432 — 

tranno averselo a male; sta bene anzi che sappiano eh 9 io 
sono aderente delV imperatore, essendo certo cV ex non potrà 
chiedere da me che quanto è conforme a giustizia e al bene 
della cristianità (1). 

D'altra parte il cardinale di santa Croce (Bernardo Car- 
vajal spagnuolo), per darsi il merito principale della sua ele- 
zione, avevagli con apposita lettera fatto credere ebe V amba- 
sciatore imperiale don Giovanni Manuel vi si era opposto (2). 
Indarno Carlo V assicuravalo che, nel momento in cui i car- 
dinali entravano in conclave, don Giovanni Manuel li aveva 
esortati a ricordarsi tra gli assenti di lui, della sua dottrina 
e de 9 suoi meriti, e che il cardinale di santa Croce, ben lungi 
dall' assecondarlo, gli ritirò il voto allorché si accorse che 
avrebbe avuto la maggioranza (3). Indarno lo stesso don 
Manuel asseverava che dopo Dio solo V imperatore lo aveva 
fatto papa, e che all' appoggio di lui doveva non pur la ele- 
zione, si ancora che non la fosse stata rivocata appresso dai 
cardinali di parte francese (4). Non piacerà certo a ZMo> sog- 
giungeva, che vostra Santità non si riconosca del beneficio 
ricevuto dall'imperatore, perchè, sebbene Dio lo abbia vo- 
luto, noi si poteva fare umanamente che per mano di uor 
mini ...Io non cerco acquistar credito per averne mercede^ 
che anzi a questa rinunzio ed anche alla grazia del padron 



(1) En esso todos los principes han de perdonar y han de saber 
que soy parte en loque tocare al emperador, puesyosoy ciertoque 
ha de querer lo que sea justo y bien de la Xri&ndad. Lope Hartad* 
al rey. Vittoria 19 febb. 1522. Ibidem, msc. 

(2) £1 papa querja mucho a Santa Cruz antes de la electiQn y 
agora mas corno le aviso y le ha hecho creher que el iue la mayor 
causa «le su election. Ibidem, msc. 

(3) Charles-Quint à Adrian VI. Brusselles,9mars, 1522. Gqchard 
L e. pag. 45. 

(4) Don Iuan Manuel à Adrieo VI. Rome 26 mar. 152? f Ibidem, 
pag. 56, 58. ;....;-. 



■— 433 — 

mio, mettendo innanzi a tutto il dovere (4). Tanta albagia e 
la licenza degli ammonimenti coi quali designava ora i car- 
dinali da proporsi agli offlcii (2), ora quelli da escludersi sic- 
come aderenti a Francia o a Venezia e consiglieri della neu- 
tralità raccomandata dal sacro collegio, non erano certo 
opportune a guadagnar l'animo del pontefice. Valgano in 
prova le sue risposte a Carlo V. Io so bene che non era né 
del vostro interesse né di quello della repubblica cristiana il 
brigare per me, perchè allora avreste sciolta ed infranta 
l amicizia di colui che fra lutti era il piti necessario alle cose 
di' Italia (3). Tuttavia mi gode V animo non dovere il papato 
alle vostre preghiere, per la purità e sincerità che i diritti 
divini ed umani richieggono in simili cose, e vene so maggior 
grado che non se con tal mezzo f avessi impetrato (4). Sono 
cerio bensì che se fosse dipenduto da voi, non avreste voluto 
eleggere che me; ma quanto ai vostri ministri, allorché ve- 
drete ciò che mi scrivono i cardinali ed altre persone inter- 
venute in questo affare, ne sarete meglio informato. Del resto 
non ci metto alcuna importanza, perchè Dio sa che preferirei 
non aver tanto carico sulle mie spalle (5). 

Ma questa controversia pigliava suprema importanza dal 
fermo proposito di mantenersi imparziale tra i due rivali, 
luminosamente dimostrato non si tosto venne a lui da parte 
dell'imperatore il signore de la Cbaulx (Carlo de Toupet) 
con commissione di farlo accedere al trattato conchiuso coi 
suo predecessore Leone X. Aveva poc'anzi ricevuto Adriano 

(1) Rome, 21 avr. 1522. Ibidem pag. 70. 

(2) ÀYertissements de don Iuan Manuel pour Adrien VI. 11 janv. 
1522. Ibidem, pag. 7-9. 

(3) Reputo che Adriano alluda al cardinale Giulio de' Medici, e 
non al cardinale Wolsey, come opina Gachard. 

(4) Adrian VI an den kaiser 3 mai 1522. Karl Lanz, Correspon- 
denz des kaisers Karl V. L 1 pag. 61. 

(5) Adrien VI à Charles Quint, 5 mai 1522, Gachard I. e. p. 74. 



— 1*4 — 

una lettera di Francesco I, in cui, appellandosi ai suoi dovéri 
pontificali ed alle private virtù, dicevagli, aver* fiducia eh' ei 
non dimenticherà mai il posta che occtqpa, e penserà sovente 
alla salute dell 9 anima sua, e che questo e la buona vita sino 
allora menata lo presùmeranno daW essere parziale e lo ter* 
ranno saldo sul cammino della verità senza riguardo ad 
alcuno, come si addice al padre comune de* principi cristiani 
che deve aver sempre dinanzi agli occhi il diritto, la equità 
eia giustizia (4) ; alla qual lettera magnanimamente rispose* 
V amore che porto ali imperatore non deve indurvi a credere 
che io sia per fare cosa alcuna in danno della repubblica 
cristiana o di qualsivoglia principe. Di questo amore, quando 
bene io tacessi, parlano i servigi che gli ho prestati; ma se 
per lo innanzi non lo compiacqui mai in cose ingiuste, tanto 
meno vorrei farlo adesso che sono vicario di Cristo; e qual 
amore sarebbe questo di procacciargli qualche lucro con isefr 
pito della sua e della mia coscienza (2). Né piegò in vero alle 
voglie dell'imperatore. Non che confermare Hsopraceetìnato 
trattato, ricusò anche di entrare nella lega con Idi e col re 
d'Inghilterra, benché limitata alla difesa dei dominii a! pre- 
sente posseduti ed unicamente offensiva controlli aggressori 
e gP inimici della fede. Acconsenti soltanto a prolungare di 
cinque anni la legazione del cardinale Wolsey; ma, per quan- 
te istanie facesse il signore de tyChaulx, non volle affidare a 
Rafaello de' Medici il governo di Parma e di Piacenza, adda- 
cendo che a tal officio richiedevasi un uomo di Maggiore 
esperienza (3). 

(1) Lettre de Francois l. au pape. Mìgnet 1. e. pag. 626. 

(2) Adrien VI à Francois 1. 21 avr. 1522, Gachardl e. p. 266. 

- (3) Lettres de la Chaulx à Cbarles-Quint, 11, 13, 28 mai 1522. 
Precis de la correspondance de Ckarles-Quint, affaires d'Italie et de 
Portugal 1521-1527 m$c. Arch. du royaume belg. Rafaello de'Medici 
mandato da Carlo V in Isvizzera al principio dell'anno seguente 
perì per naufragio. 



— 435 — 

Questo ed ogni altro provvedimento risolutivo differì 
sino alla venuta a Roma, la quale non successe che sette mesi 
dopo la elezione. Durante la sua assenza tre cardinali cavati 
a sorte ciascun mese esercitavano la suprema autorità, il che 
portando continuo cambiamento di persone, d'intenti, di po- 
litica, impediva che si facesse deliberazione di cosa alcuna, 
eccettuato l'armistizio conchiuso col duca d'Urbino (1). Su 
quello stare lasciavansi crescere in baldanza i partigiani di 
Francia, e tanto che persino il Colonna propose pace con 
essa in nome della Chiesa senza curarsi di Parma e Piacen- 
za (2). Il papa è buono, scriveva P ambasciatore imperiale, 
ma non mancherà chi lo inganni (3). Qual cosa più naturale 
che paresse a Francesco opportuno momento di ritentare la 
sorte delle armi in Lombardia ? Non aveva più contro a lui 
né la santa sede né la repubblica di Firenze, e mentre fidava 
ancora nell'alleanza de' Veneziani faceva maggiore assegna- 
mento che per lo innanzi negli aiuti degli Svizzeri. Solleci- 
tavanlo i suoi agenti a passare un'altra volta le Alpi per 
rinnovare le glorie di Marignano. Oserei assicurarvi colla mia 
vita, seri vev agli Nicolò Raince di Roma, che voi avete ora il 
mezzo di farvi signore perpetuo di tutta Italia (4). 

IV. In vece di venire egli stesso in Lombardia, lasciò 

(1) Raynaldus s Ann. eccl. a<l an. 1522 S 16. 

(2) Los cardinales que V. Ma. sabe se muestran cadadia mas 
eneroigos del papa y de V. Ma. y segun siento piensan que con ha- 
zerse mal las cosas de la Yglesia y de V. Ma. dexara el papa de ve- 
nyr . . . y he sabido que el card. Colunna propuso ayer en consisto- 
no que hiziesse el collegio en nombre de la Yglesia paz conel rey 
de Francia y que no se curassen de parma ny de plazencia. Don 
luan Manuel al rey. Roma 4 febb. 1522 1. e. A. 22. Biblioteca de la 
Academia d'Historia de Madrid msc. 

(3) El es buen hombre y sino le enganan creo que lo hara, mas 
taribien creo yo que no faltara quien lo engane. Roma 14 apr. 1522. 
Ibidem msc. 

(4) 9 genn. 1522. Mignet 1. e. pag. 627. 



— «e — 

Francesco la capitanarla dell' esercito al Lautree, il quale, 
congiuntosi colle genti de 9 Veneziani a Cremona, il primo 
giorno di marzo 4522 passò V Adda per muovere incontro 
ai sedicimila Svizzeri condotti da Renato, bastardo di Sa- 
voia, e da Galeazzo di Sanseverino, questi grande scudiere, 
quegli gran maestro di Francia. Lo raggiunse poco stante 
Giovanni de 9 Medici co' suoi tremila fanti e dugento cavalli 
che nelle insegne portavano il bruno per la morte di Leo-p 
ne X, ond' ebbero nome di bande nere, e pur ora non si re- 
cavano a coscienza di voltarsi ai danni del duca Francesco 
Sforza, stimolati dagli stipendi maggiori e più certi del re 
di Francia. 

Con tutte queste forze mosse Lautrec sopra a Milano. 
Ma Prospero Colonna vi aveva fatte mirabili opere di difesa 
e tra le porte che vanno a Vercelli e a Como due trincee 
lunghe circa un miglio, con sulle teste di ciascuna un cava*? 
liere molto alto e munito per potere impedire che gruma» 
ci si accostassero dalla parte del castello. Nel tempo mede- 
simo Girolamo Morone attese con grande studio non sola* 
mente alle provvisioni militari, ma eziandio a scaldar l'odio 
del popolo contro a' Francesi con lettere finte, con amba* 
sciate false, e col mezzo di Andrea Barbato da Ferrara, frate 
agostiniano, il quale predicando con grandissimo concorso 
esortava ciascuno a soccorrere col sangue e con i danari 
propri le necessità della patria. Dónde tanto crebbe l'ardore 
de' Milanesi che a un tratto levaronsi in armi (4), ed a Pro- 
spero Colonna, ringagliardito del loro aiuto, diedero mag- 
gior agio di provvedere alla difensione delle altre terre,. 

(I) Fu messo un ordene, che ogni parochia facesse el suo ca* 
pitaneo et la sua bandera, con li soi caporali, con quello ordene 
quanto se si avesse de andar alla battaglia . . . talmente che la città 
se rallegrava tutta vedendo che tutti erano d' un animo a mettere 
la vita e la robba per defensione della patria et contra Franzesi. G. 
M. Burigozzo. Cronaca cit. Arch. stor. ital. t 3, pag. 435. 



— 487 — 

mandando con bnona parte delle sue truppe Filippo Tor- 
Biello a Novara, Astone Visconti ad Alessandria e Antonio 
de Leva a Pavia, per modo che con lui non rimanevano in 
città che settecento uomini di arme, settecento cavalli leg- 
gieri e dodicimila fanti. Lo rinforzarono ben tosto quattro- 
mila lanzichenecchi tedeschi soldati coi denari de' Milanesi e 
condotti dal celebre Giorgio di Frundsberg, mentre altri sei- 
mila arruolavansi sotto le insegne dello Sforza, parte co 9 no- 
vera ila ducati mandatigli dal cardinale Giulio de 9 Medici, 
parte con quelli de' Milanesi medesimi e con i pochi che 
Cesare diede a tal uopo a Girolamo Adorno (d). 

Tanto numero di soldati, la disposizione del popolo e 
la prontezza che appariva dei difensori rimossero i francesi 
dal tentare l' assalto delle trincee nel giorno stesso in cui 
ne fecero sembiante, e cadde Marcantonio Colonna, secondo 
il Giovio (2), per le mani di Prospero suo zio, che aveva ag- 
giustato contro lui, senza conoscerlo, una colubrina, e poi 
lo pianse e Io seppellì con grande onore; il qual caso deplo- 
rabile la storia fidente nella* giustizia divina tiene in conto 
di punizione condegna a coloro che dopo avere straziato Ita- 
lia per le ambizioni proprie, ora, combattendo indistinta- 
mente da tutte le parti, la vendevano alle ambizioni stra- 
niere. 

Cosi ridotta la guerra da speranza di presta espugna- 
zione a cure di lungo assedio, andò Lautrec ad alloggiare a 
Cassino, cinque miglia lontano da Milano : sito ugualmente 
opportuno a far continue scorrerie verso la città e ad impe- 
dire che vi entrasse il duca Francesco Sforza di già venuto 
coi sopraccennati seimila lanzichenecchi a Pavia. Senonchè, 
inteso che Lescun suo fratello, tornato di Francia, con nuo- 
ti) Reliquum vero e tributts Mediolanensium conferebatur. Gal. 
Capello, op. cit. 1. 2, p. 1266. 

(2) Vita Ferd. Davalì, \. 2, pag. 205. 



ve genti discendeva in Lombardia^ dovette mandargli in- 
contro buona parte delle sue truppe ; il che portò per effet- 
to che i due eserciti congiunti prendessero bensì d' assalto 
Novara, ma intanto lasciassero più libera allo Sforza la uscita 
da Pavia. Questi in fa tto, partito ocèultamenle di notte e cam- 
minando in compagnia di Antonio de Leva per altra strada 
che per la diritta, fu raccolto a Sesto da Prospero Colonna 
e di là condotto il di A aprile 4522 a Milano, con gran leti- 
zia del popolo desiderosissimo di avere un principe proprio, 
come più amatore de' sudditi suoi e più costretto a fare e- 
stimazione di essi (1). 

A questo sinistro cercò compenso il Lautrec nella espu- 
gnazione di Pavia. Ma Prospero Colonna vi mandò à tempo 
un nuovo presidio di fanti, e poi uscito con tutto V esercito 
di Milano fermossi alla Certosa in sito molto opportuno e 
protetto dalle muraglie d' un parco, a quattro miglia dal 
campo de' Francesi ; donde gli molestò per modo che Lau- 
trec, considerata la resistenza della guarnigione assediata é 
la difficoltà del ricevere le vettovaglie su perii Ticino in- 
grossato da pioggie grandissime, dopo aver perduto parec- 
chi giorni, abbandonò la impresa, ritirandosi a Landriano e 
di là a Monza, per minacciare di nuovo la città che poc'anzi 
s' era disperato di prendere. Marciò accosto a lui il Colone 
na, e ridottosi alla Bicocca, stette là in luogo assai forte a- 
spettando che la impazienza degli svizzeri non pagati co^ 
stringesse il nemico ad assaltarlo. Né gli falli P intento. Beri 
conosceva il Lautrec che anche nell' esercito imperiale era- 
nò non poche difficoltà di danari e di vettovaglie; non sicu- 
ra la fede de' fanti italiani, di cui intere compagnie passava- 

(1) Mai fu visto ne audito tanto triompho; cosse da non crede- 
re foreno facte di allegria... et domandando danari el Sforcia per 
paghare lo exercito Cexareo da gentìlhomìni, merchatantì, plebei et 
poveri herano portati danari, collane, argento. Ant. Grutnello, Cro- 
naca cit. pag. 291. 



— 439 — 

no al soldo de' Veneziani; i lanzichenecchi tumultuanti; i 
capitani discordi. Qual migliore consiglio che approfittare 
de' suoi patimenti e sforzarlo con essi a mutar posizione ? 
Ma gli Svizzeri infastiditi d'una guerra di marcie sen- 
za i consueti successi e gli sperati saccheggi, chiesero ad 
altissime grida o paga, o congedo, o battaglia; e Lautrec, 
non potendo temperarne il furore, dovette infine preferire la 
dubbia fortuna d' una battaglia alla certezza della loro di- 
serzione. 

Era la Bicocca una casa di campagna a tre miglia circa 
da Milano, con ampli giardini terminanti in fosse profonde 
e campi a destra ed a manca chiusi da canali d' acqua cor- 
rente destinata all'irrigazione, uno de 9 quali dietro ai campi 
medesimi attraversatasi sopra un ponte di pietra. A questi 
vantaggi del terreno aggiunse Prospero i lavori dell' arte, 
che il generale Crequi, mandato dal Lautrec a riconoscerli, 
giudicò inespugnabili. Come n' ebbero contezza gli Svizzeri 
e si tentò nuovamente di convincerli del pericolo, mette* 
teci nelle prime schiere, esclamarono, e noi che abbiam 
vinto con forze molto minori nel proprio alloggiamento i 
francesi intorno a Novara, vinceremo anche nel loro gli spa- 
gnuoli. In fatti la mattina del 29 aprile 4522 fu con tale or* 
dine disposto l'assalto, ch'essi in due battaglioni divisi, l'u- 
no de 5 piccoli cantoni sotto Arnoldo di Winckelried e l' altro 
delle città sotto Alberto di Stein, attaccassero la fronte com- 
posta de' lanzichenecchi, dei quali Giovanni de' Medici con 
opportune avvisaglie in varii punti doveva distrarre Inatten- 
zione, e che il maresciallo di Foix girando intorno all'ala si- 
nistra degl' imperiali passasse il ponte, dov' era a guardia il 
duca Francesco Sforza uscito della città colle milizie mila- 
nesi, per poi congiungersi col Lautrec, il quale piegando a 
destra s' era tolto Y assunto di penetrare nel campo degl' i- 
nimici più con artifizio che con aperta forza, avendo ordina- 
to a' suoi di mettere in sulla sopravvesta la croce rossa,' se- 



- 440 — 

gnale degli imperiali, in cambio della bianca che portavano i 
francesi. Tenevano la retroguardia i Veneziani. 

Ben si vede che solo dalla simultaneità di questi as- 
salti dipendeva la loro riuscita. Non avendo le varie schiere 
uguale spazio da percorrere, né potendo per conseguenza 
giugnere contemporaneamente ai posti loro assegnati, uopo 
era che gli Svizzeri, arrivati a poca distanza dagl'imperiali, 
si fermassero, per dar tempo al maresciallo di Foix dì fare 
il giro prescritto. Ma quelli, insofferenti di freno e tutto 
volendo per sé l'onore della vittoria, continuarono a difilare 
verso i fanti tedeschi del Frundsberg e gli spagnuoli del Pe- 
scara, i quali gli accolsero con un fuoco cosi vivo che più 
di mille rimasero morti prima di accostarsi all'alloggiameli* 
to. Non* diminuirono per questo P audacia, e con tutto che 
per l'altezza delle fosse, maggiore assai che non si avevano 
imaginato, a grande stento potessero colla punta delle loro 
picche ferire i lanzichenecchi che ne difendevano gli orli, 
sforzaronsi per ben cinque ore di salirvi senza frutto alcuno, 
terribilmente fulminati dalle artiglierie. 

In questo mezzo il maresciallo di Foix, giunto final* 
mente al ponte di pietra che attraversava il canale, fu re- 
spinto dal duca Sforza, il quale, aiutato da Antonio de Leva, 
fece ottima prova delle milizie milanesi* Nello stesso tempo 
inutili riuscirono le insidie del Lautrec, avendo il Colonna, 
non sì tosto le scoperse, fatto comandamento ai suoi di porsi 
in sul capo una frasca. Allora, al grido di dietro si fugge, ri- 
tirarono gli Svizzeri in buon ordine, dopo aver perduti circa 
tremila soldati e ventidue capitani, tra' quali Arnoldo di 
Winckelried (i). Quindi uniti coi Francesi ritornarono a 



(I) La relazione del Giovio (il quale nella vita del Pescara dice 
che il Lescun, sbaragliati i Milanesi, era enlrato nel campo impe- 
riale ed avrebbe vinta la battaglia se gli Svizzeri, rinnovando r at- 
tacco, avessero impedito a Prospero Colonna di mandar soccorsi 



— 441 - 

Monza, protetti dalle bande nere di Giovanni de 9 Medici e 
dalle genti de' Veneziani (1). Non gP insegui il Colonna per 
non rimettere in podestà della fortuna una vittoria già cer- 
tamente acquistata, né cancellare con la sua la memoria del- 
l' altrui temerità (2), ben si apponendo inoltre di conseguir 
tosto senza pericolo quel che avrebbe ottenuto colla distru- 
zione di un esercito che stava per disciogliersi da se mede- 
simo. 

Di fatto il di seguente Lautrec si levò da Monza per 
passar l' Adda appresso a Trezzo, donde gli Svizzeri, preso 
il cammino per il territorio di Bergamo, tornarono ai loro 
monti. Poi se ne andò anch' egli affidando il comando delle 
truppe al maresciallo di Foix, il quale, sgombrata poco dopo 
la Lombardia ad eccezione dei tre castelli di Novara, Mila* 
no e Cremona, le ricondusse di là dalle Alpi, mentre suo 
fratello giugneva in Francia a scagionarsi d' averla si mal 
governata e si rapidamente perduta. 

Così lo Sforza ebbe l'intero ducato, ma messo a ruba dai 
vincitori tedeschi e spaglinoli, i quali, dopo aver devastato 
l'Astigiano e il Vigevanasco, rivoltaronsi sopra Milano con 
tanta avidità di bottino che fu forza chetarli con centomila 
ducati. Neil' universale abbattimento solo il Morone valse a 
sollevar gli animi, consigliando il suo duca a riordinare il 
Senato, composto di cinque prelati, nove cavalieri e tredici 

contro di lui) vuol essere confrontata con quelle di Guicciardini, di 
Galeazzo Capella, e di Antonio Grumello come pure colle notizie 
che si contengono nella cronica di Berna dello Anshelm e nella sto- 
ria dei Frundsberg di Reissner, alle quali attinse Leopoldo Banke 
nella sua storia della Germania a' tempi della riforma. 

(1) Però Andrea Foscolo nella sua descrizione della battaglia 
dice : non si sa chel causasse, nostri si missero a ritirare in gran 
debordine. Marta Sanuto, t. XXXIII, pag. 191 . 

(2)Partamjam victoriam fortunae et helvetiam temeritatem 
nova teweritate abojere ^no\^ Melcari^' Covamm^i rerum 
gaUic. 1. XVI. pag. bQfr; v . : .:?/// ..; : .-| .•*,;:/* ■ .-;> .: 



— Ufi — 

giureconsulti, con pienissima ed irresponsabile facoltà in tut- 
to che spetta air amministrazione della giustizia e alla tute- 
la dell' equità. Alla invocazione dell' eterno lume con che e- 
sordisce l'editto J8 maggio 1522 e ai passi tòlti dalla sapien- 
za di Salomone e dai salmi di Davide, ben rispondono i fretri 
imposti all' arbitrio del principe, né meno tocca il cuore là 
gratitudine professata a chi gli restò fido nell' infortunio, e 
a chi doveva la grandezza della sua famiglia; onde piace ve- 
der elevato il Morone, V uomo di tutte le ore del giorno, a 
gran cancelliere, e reso onore ai Visconti volendoli in perpe- 
tuo rappresentati nel Senato da due di loro (4). 

Anche Genova, assalita dall' instancabile Colonna, seb- 
bene difesa dal doge Ottaviano Fregoso e da Pietro Navar- 
ro mandato dal re Francesco con due galee, dovette veriire 
ad accordo. Ma nel tempo che lo si trattava e la speranza 
di esso rendeva tnen diligenti le guardie, visto il Pescara 
che una breccia delle mura non era difesa, per quella entrò 
nella città il di 30 maggio 1522, dove con novissimo esempio 
fti sistemato il saccheggio per modo che tutte le genti 
l'una dopo V altra ne avessero parte e agli abitanti non' ri- 
manesse quasi più nulla delle loro gioie e robe preziose* é 
con sì grande barbarie da far dire, aver mostrato Iddio che 
chi confida in altro che in lui è spacciato (2). Pietro Navar- 
ro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e in luogo di 
quest' ultimo fu fatto doge Antoniotto Adorno sotto la si- 
gnoria suprema dell' imperatore. 

Mentre queste cose succedevano in Lombardia, non era 
stata senza travagli la Toscana. Perchè il cardinale di Vol- 
terra col mezzo di Giambattista Soderini, nipote suo e di 
Pietro stato gonfaloniere perpetuo, aveva ordito il disegno 
che vi entrasse per la via della riviera di Genova il mare- 

• (1) T. Dandolo. Ricordi inediti di Gero!. Morone, p. 95-109 •"■' 
(2) Giov. Cambi, Ist. fior. t. XXII, pag. 201 •'-. ' ' ■' ■■ 



— 443 — 

sciallo di Foix nello stesso tempo che Renzo da Ceri giu- 
gnerebbe dalla banda di Siena. Confortavanlo le precorse in» 
telligenze col duca d' Urbino e co' fratelli Bagliori, e mag- 
gior assegnamento faceva sopra gli spasimanti di repubblica 
«he adunavano negli orti Rucellai, quali Luigi Alamanni, 
Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de' 
Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e Nicolò Machiavelli che 
loro dedicò le deche di Tito Livio, e i libri sulP arte della 
guerra. Dal qua] pericolo mosso il cardinale Giulio de' Me* 
dici a tornarsene in gran fretta a Firenze dopo la creazione 
di papa Adriano, cominciò a parlare come proprio sarebbe 
de' sacerdoti, per forma che alcuni buoni cittadini aggiusta- 
rono credenza alla voce astutamente diffusa ch'egli avesse 
in animo di rendere la libertà alla patria. Onde invece di ri- 
strignersi a congiura contro di lui applicaronsi a soddisfar- 
ne le simulate intenzioni con istudii diligenti intorno ai mi- 
gliori ordini di governo libero, che poi fruttarono, oltre alle 
orazioni di Zanobio Buondelmonti e di Alessandro de 9 Paz- 
zi, le istorie fiorentine del Machiavelli. 

Trattava intanto il cardinale col duca d'Urbino, e que- 
sti lasciavasi condurre al suo soldo rompendo la confedera- 
zione poc'anzi stretta cogli altri oppressi da papa Leone, ti* 
rato forse dall' amore della moglie, come Gonzaga, contra- 
ria alla Francia. Ne seguiva P esempio Orazio Baglioni; sic- 
ché, tradito da ambidue (1), Renza da Gerì fece inutili pro- 
ve contro a Siena, avendogli Guido Rangone generale dei 
Fiorentini con la diligenza e con la celerità interrotti tutti i 
disegni. Poco dopo sopravvenivano a* Francesi le narrate av- 
versità. Parve allora a Giulio poter levarsi impunemente la 
BjascJiera* Piacenti neramente la vostra orazione, disse il sa- 



li) Memoriale di Renzo dà Ceri al re Francesco I ed Istruzione 
per mantenere in fede il duca d' Urbino. Mollni Docum. di storia 
ital. t. l,pag. 144-149. > ••-•■■ 



— 444 — 

gretario suo, Nicolò Schomberg, ad Alessandro de 9 Pazzi, 
ma non punto il suggello di quella (4). E perchè ciascuno 
fosse tratto d' inganno fece ritenere il detto Jacopo Diaceto, 
il quale poi, per dolore de' tormenti, avendo incolpato sé e 
gli amici suoi di congiura, andò air estremo supplizio in- 
sieme con Luigi di Tommaso Alamanni (2). Queste puni- 
zioni, e la confiscazione de' beni di coloro che salvarono 
colla fuga, non seguirono, nota Francesco Vettori, per volon- 
tà del cardinale de* Medici, ma per satisfare agli imperiali, 
i quali dicevano che chi voleva mutare lo stato di Firenze 
era inimico di Cesare, e che gV inimici di Cesare s' avevano 
a gastigare senza misericordia (3). Sia pure: come a Mila* 
no, come a Genova, v' era dunque un prefetto imperiale an* 
che a Firenze: ecco presentiti gli effetti della vittoria alla 
Bicocca. 

V. Ma non sull'Italia soltanto, si ancora sopra una gran 
parte della Francia meridionale vantava diritti la Germania, 
non mai dimenticati. Continuava l' elettore di Treviri a in- 
titolarsi arcicancelliere del regno di Arles, e fresca era la 
memoria sia dell'imperatore Roberto l che nel 4404 vi ave- 
va destinato a luogotenente suo figlio, e sia di Federico III 
rivoltosi nel 4444 per aiuto al Delfino, siccome a vicario 
del sacro romano impero. Aggiungami le pretensioni di Car- 
lo V sopra il ducato di Borgogna rapito a suo avo Massimi- 
liano. E per tutte queste imprese sorridevagli la stessa ve*** 
tura che in Italia: qua l'alleanza del papa; là del re Enrico, 
il quale non s' era pur cavato di mente le ragioni de 9 suoi 
predecessori sopra la Francia : tanto è vero che il cardinate 
Wolsey, subito dopo la conclusione del trattato di Bruges, 
avevagli in lunga fila enumerate le Provincie e le città da 

(I) Jacopo Nardi, Istoria della città di Firenze, t. 2, pag. 84. 
. : P)/tatepi,pÈig. 86-91. 

(3) Storia d' Italia 1. e. pag. 343. 



— 445 — 

conquistarsi (1). Il perchè non ebbe si tosto Carlo la nuova 
della vittoria alla Bicocca, che, imbarcatosi a Galais il 26 
maggio 4522, recossi in Inghilterra a visitare il suo alleato, 
il quale nel giorno seguente andatogli incontro a Douvres lo 
condusse successivamente a Cantorbery, a Rochester, a Gre- 
enwich, a Londra, a Richmond, ad Hamptoncourt e a Wind- 
sor, dove le convenzioni di Bruges, confermate a Calais nel 
novembre del 4524, furono distese in un nuovo trattato che 
a ciascuno dei due sovrani faceva obbligo d' invadere la 
Francia con trentamila fanti e diecimila cavalli (2). Rag- 
giunto lo scopo del suo viaggio, per affettuosa e splendida 
che fosse Y accoglienza fattagli da Enrico, pareva a Carlo 
mille anni di andarsene (3); e tuttavia, non essendo ancora 
per mancanza di denaro allestita la flotta su cui doveva pas- 
sare in Ispagna, gli fu mestieri soffermarsi parecchi giorni a 
Winchester; sicché non prima del 6 luglio fece vela da Sou- 
thampton alla volta di Santander. 

Giunto in Ispagna ai 46 dello stesso mese trovò quei 
regni tuttora afflitti dalle conseguenze della guerra civile. 
Ma le paure dei ribelli prudentemente acquetò, dopo una 
ventina di supplizii pubblicando perdono, dal quale non e- 
schise che ottanta. Uno di questi, già fuggiasco e poi tornato 
di soppiatto per cercar grazia, s' avvenne in un vile che lo 
scoperse. Vattene, rispose Carlo al delatore, avresti fatto as- 
sai meglio dire a lui che si salvi, che non a me che mandi a 
preièderlo. Vuoisi pure che, essendosi taluno de' suoi consi- 
glieri doluto de' troppo pochi supplizii, basta, esclamasse, 



(1) Pace to Wolsey 10 sept. 1521 State papers t. 1. pag. 52. 

(2) Herbert The life and raigne of king Henry the Eighth pag. 
126-128. 

(3) Cbarles-Quint à la duchesse de Savoie 22iuin 1522, nei 
m$s. istorici del conte di fVynants già direttore generale degli ar- 
chivi"! di Brusselles. 

10 



— ig- 
noti versiamo altro sangue (i). Ed era inutile invero, dac- 
ché la fallita insurrezione gli valse il potere, che altrimenti 
non avrebbe conseguito, di ridurre le corti a semplici vota- 
toci di donativi. Invece colle apparenze di generosità, collo 
studio di parlare la lingua de' Castigliani e di seguirne le u^ 
sanze, vinse gli animi loro come nessun altro sovrano mai, 
e determinolli a sostenerlo in ogni sua impresa con uno zelo 
ed un valore a cui andò debitore in gran parte de' fortunati 
successi e della temuta grandezza. 

Ancor prima eh' egli partisse d' Inghilterra, aveva il 
re Enrico rotta la guerra a Francesco, togliendone pretesto 
dal rifiuto della tregua impostagli. Poiché tanto mi accade 
di vedere, disse allora quest'ultimo all'ambasciatore inglese 
nell'atto di congedarlo, non vo 9 più fidare in verun principe 
al mondo ; ma se non v' è altro rimedio, spero almeno poter 
difendere me medesimo e il mio regno (2). Il conte di Surrey, 
nominato ammiraglio delle flotte unite d' Inghilterra e di 
Spagna, verso la metà di giugno comparve davanti alle co- 
ste della Normandia e della Bretagna che devastò ; poi dopo 
aver messo a sacco Morlaix, ed accompagnato l' imperatore 
fino a Santander, tornò a prendere il comando delle truppe 
inglesi discese nella Piccardia per operare di concerto colle 
fiamminghe capitanate dal conte di Buren. Inferiore in nu- 
mero a queste unite milizie era l'esercito ragunatò da Fran- 
cesco; ma durante le lunghe lotte fra le due nazioni avevano 
i Francesi trovato il vero modo di difendere contro gl'Inglesi 
il proprio paese, ponendo guarnigioni in ogni piazza atta a 
resistere, evitando battaglie campali, intercettando le vetto- 
vaglie ai nemici, attaccandoli alla spicciolata, logorandoli in 
somma colla lunghezza della guerra. A questo disegno si 

(1) Sandoval, op. cit. t. 3, pag. 268. 

(2) Dépéche de Thomas Cheyney à Wolsey 29 mai 1522. Mi- 
gnet 1. e. pag. 638. 



— 147 — 

attennero il duca di Vendome e il signore de la Tremouille 
con non minore prudenza che buon esito. Surrey e Buren 
dovettero ritirarsi in sul finire del settembre, e gli alleati 
rimisero all' anno vegnente la grande invasione della Fran- 
cia, non essendo bastati gli offici di papa Adriano a tempe- 
rarne gli sdegni. 

VI. Trotavasi Adriano a Tarracona in via per Roma al- 
lorché Carlo V sbarcò a Santander. Avrebbe questi deside- 
rato di venire con lui a parlamento prima che lasciasse la 
Spagna ; ma Adriano se ne scusò (1), e non già come fu det- 
to per timore di mostrarsi parziale (2) ; che a questi rispetti 
non piegano gli uomini di rette e aperte intenzioni, si per- 
chè affrettavanlo a partire le miserie dell'Italia e della Chie- 
sa. Le quali erano veramente estreme: Prospero Colonna 
costretto a stare in ozio colle sue truppe e per conseguenza 
a farle vivere di ruba (3) ; le città tutte taglieggiate secondo 
il bisogno e fin gli stati indipendenti, e Parma e Piacenza, 
terre pontificie, ridotte a quartieri degli Spagnuoli del Pe- 
scara; pronto il de Leva a marciar colle sue genti contro 

(1) Strana cosa pare ad ognuno, che '1 papa non habbia voluto 
aspettar la Maestà Cesarea in Ispagna, perchè troppo indugiava. Il 
che la parte gallica ha per buon segno, et spera che questo ponte- 
fice non debba esser partiale. Girolamo Negro a Marcantonio Mi- 
cheli. Roma 15 ag. 1522. Ruscelli, Lettere di principi t. 1, pag. 90. 

(2) Burmann, Analecta bistorica de Hadriano sexto, opera citata, 
P. 117. 

. (3) Non cesso de scriver ad V. M. poi che l'animo mio sta in la 
magior suspensione che maj fusse, vedendomi una tanta necessità 
de star in otio con questo exercito..! essendo sopravenute le sa- 
pientissime lettere di V. M. de 6 de luglio, le quali chiaramente di- 
cono che no altrimenti se debiano passar li monti che bavuta tìr- 
meza de le cose dei Veneziani e Svizzeri (finché i primi non si risol- 
vessero all' accordo con Cesare). Prospero Colonna all' imperatore. 
Pavia 1 agosto 1522. Correspondeneia de Carlos V, raccolta dal cro- 
nista Luigi di Salazar y Castro: Biblioteca de la Academia tfHisto* 
ria de Madrid. A. 25> msc. 



— 148 — 

chiunque rifiutasse pagare (1); non villaggio, non casa pri- 
vata dove i vincitori non recassero guasti, ferite e veleno 
agli affetti domestici. Mi sarebbe caro assai di vedere vostra 
maestà, scriveva Adriano; ma sì calda è la stagione che se 
veniste a gran passo, vi farebbe male, e se altrimenti, dovrei 
io differire di molto F andata a Roma, ciocché tornerebbe in 
gran danno dei nostri comuni affari e della cristianità (2). 
I dispacci che ricevo da Roma, da Genova, da ogni parie 
d'Italia, affermanti che le cose tutte vanno in rovina e che non 
è possibile rimediarvi senza la mia presenza, mi spaventano 
talmente che non ho cuore d' indugiare piii oltre (3). Sciolte 
pertanto le vele da Tarracona il di 7 agosto 1522 e fatta 
scala a Genova, dove disse messa e racconsolò alquanto 
quella povera città del sacco e de* danni ricevuti (4), poi a 
Livorno, a Civitavecchia e ad Ostia, il vigesimonono giorno 
di quel mese entrò a Roma, e nel di seguente fu coronato 
pontefice collo stesso nome di Adriano VI (5). 

Come il nome, cosi serbò i costumi prischi : nella so- 
lennità dell'ingresso non volle le burbanze e lo spendio che 
si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo: léson 
cose da gentili, e non da cristiani e religiosi; richiesto di 
prendere dei servi rispose voler prima sdebitare la Chiesa; 
e udendo che Leone X teneva cento palafrenieri, si fece la 

(1) Lo abbiamo da una lettera del duca di Sessa all'imperatore. 
Roma 17 die. 1522, nel margine della quale sta scritto di mano del 
cancelliere imperiale: esto parecera muy mal: y no se devrian at- 
temptar tales cosas sin consulta de S. M. haviendo tantas vezes e** 
crito que no se usasse de tal rigor. Ibidem msc. 

(2) Tarragona 27 luglio 1522. Lana Correspondenz des kaisers 
Karl V.t. !,pag.63. 

(3) Tarragona 5 ag. 1522. Gachard Correspondance de Char- 
les-Quint et d' Adrien VI, pag. 105. 

(4| Girolamo Negro a Marcantonio Micheli, Roma 15 ag. 1522. 
Ruscelli, Lettere di principi t. 1, pag. 91. 

(5) Lettera del medesimo, 1 sett. 1522. Ibidem pag. 92. 



— 149 — 

croce, e disse che quattro basterebbero, ma che fino a dodici 
ne terrebbe, per superare il numero di quelli che tengono i 
cardinali, poi che così bisognava fare (i). 

Qual divario tra lui, giusto, pio, operoso, serio, mode- 
sto, vero sacerdote, e gli uomini abituati con Giulio II e con 
Leone X ! Ben era naturai cosa che diffidasse dei più come 
corrotti; ma con ciò appunto, estraneo essendo agl'interessi 
temporali e santamente ignorante de' garbugli politici, ridu- 
cevasi alla necessità di mettere il capo in grembo ai pochi 
cui credeva (2). Di Giulio de' Medici, stato principale agente 
del passato pontefice, rifuggi lungo tempo i consigli (3), 
quasi per ragione de' contrarii rivolgendo ogni favore al car- 
dinale di Volterra Francesco Soderini, e gli affari tutti di 
stato trattava in gran segreto con Guglielmo Enkefort data- 
rio e Federico Enzio suo segretario, ambidue fiamminghi, 
al par di lui inesperti del governare romanamente, ai quali 
aggiunse l'auditore di camera e Giovanni Rufo vescovo di 
Cosenza (i). 

(1) Ibidem. 

(2) Naturalmente cs irresoluto y piensa que todos le enganan, 
y porque ignora todo lo de aca y ahun lo de alla y oye de buena 
voluntad a sus contrarios y por esto tengo mala esperanca de lo 
que ha de hazer por V. Ma. D. Juan Manuel al rey. Roma 8 ott. 
1522, I. e. Biblioteca de la Academia d Historia de Madrid A. 
26 msc. 

(3) El papa por fuer^a se ha de inclinar a alguno y temo que 
no sea Medicis ahunque le quiere bien, pero corno està mal con 
aTgunas cosas de las que papa Leon hazia y que este le governaba 
creo que no se fiara del. />. Lope Hurtado al rey Zaragoza 12 giù. 
1522 Ibidem A. 24 msc. 

(4) El duque de Sesa al rey. Marino 21 nov. 1522. Proponeva 
l'ambasciatore imperiale che air Enkefort si desse il vescovato di 
Tortosa, e lo ebbe poco dopo. Dell' auditore della camera diceva 
fio anda nada drecho, ch'era di Siena e teneva un vescovato d'In- 
ghilterra. II vescovo di Cosenza mostravasi invece buon servitore 
di S. M. Ibidem A. 26 msc. 



— dBO- 
Sollecito innanzi a tutto di ristabilire la quiete negli 
stati della Chiesa, mandò a scacciare da Rimini Sigismondo 
Malatesta; ma i duchi d'Urbino e di Ferrara assolse e ripri- 
stinò, per rispetto al voto de' loro sudditi, non già alle in- 
stanze di Cesare. Che anzi della restituzione di Modena e 
Reggio, più volte richiesta allo scopo di rimuovere ri duca di 
Ferrara dall'amicizia di Francia (4), non volle mai compia- 
cerlo (2); e quando seppe che ciononostante andava Giro- 
lamo Adorno in nome dell'imperatore per conchiudere a 
quel patto un trattato segreto col duca medesimo (3), se ne 
dolse gravemente, alle ragioni imperiali (4) contrapponendo 
i titoli derivanti dalle donazioni di Pipino e di Carloma- 
gno (5). Delle quali è memoranda la stima che faceva Cario 
V. Prevalersi dei titoli del tempo di Carlomagno, scrisse al- 
l' ambasciatore suo a Roma, farmi cosa che non istà bene, 
perchè giusta l'accordo fatto con papa Leone, avanti di 
prendere notizia di questi titoli e rf invocare i diritti della 
Chiesa, sarebbe necessario di restituire il possesso all'impero. 
Che se noi cominciassimo a discutere i titoli antichi della 



(1) Charles - Quint à Adrien VI, Valladolid 27 sett. 1522. Ga- 
ehardop. cit. pag. 121. 

(2) En lo de la restitution de Modena y Retzo que no bay que 
pensar porque son teras de la Yglesia . . . y que Placentia y Par- 
ma no valdrian nada sin ellas Et duque de Sesa al rey Marino 
31 ott. 1522 1. e. Biblioteca de la Academia d 1 Historia de Madrid. 
A. 26 rase. 

(3) 29 novembre 1522. Dichiaravasi il duca Alfonso vassallo 
dell'imperatore, il quale prometteva di fargli restituire Modena e 
Reggio versola somma di 150000 ducati. Précis de la correspon- 
dance de Charles - Quint, ec. msc. Arch. du royaume belg. 

(4) Che Modena era stata solamente impegnata alla santa se- 
de da Massimiliano imperatore per la somma di 40000 ducaU. 
Charles- Quint à Adrien VI. IO gen. 1522. Gachard I. e. p. 146. 

(5) Adrien à Charles - Quint, 31 ott. e 22 nov. 1822. Ibidem 
p. 130 e 137. 



— «1 — 

chiesa e del? impero, ne verrebbero conseguenze piU gravi 
assai; sicché non sembra giovevole né alla chiesa né alla cri- 
stianità che si sollevi discussione di tal fatta in questo mo- 
mento (i). 

Né meglio soddisfece Adriano alle altre instanze del- 
l'imperatore. Le grazie concesse da papa Leone, di riscuo- 
tere il danaro delle indulgenze per la cosi detta crociata, e 
la quarta parte delle rendite de' beneflzii ecclesiastici in 
Ispagna, non confermò che per un anno (2); stette fermo in 
pretendere il terzo del prodotto della bolla per la fabbrica 
di s. Pietro e di s. Paolo (3); l'ambasciatore imperiale don 
Giovanni Manuel, accusato di aver promessa la tiara ponti- 
ficia al cardinale Farnese per la somma di centomila ducati, 
poi degli ostacoli frapposti allo sgombro di Parma e Piacen- 
za e finalmente della cattura del cardinale d' Àucb, inviato 
dal re di Francia a Roma, rimandò scomunicato (4); i ribelli 
delia Gastiglia esclusi dal perdono e rifugiati a Roma non 
volle consegnare (5), riè permise che il vescovo di Zamora, 
Antonio de Acugna, fosse sottoposto alla tortura (6); a Pro- 
li) L'empereur au due de Sessa 12 avr. 1523, Ibidem pagi- 
na 183. 

(2) Qoiqu'elles ne soient que pour une annèe, et qu'il les 
espèràt pour trois ans L'empereur au due de Sessa, 10 juin 1523. 
Ibidem pag. 190. 

(3) Io vece dei soli 20000 ducati riservati alla camera apo- 
stolica da Leone X, il quale poi, rivocando Y anteriore sua di- 
chiarazione, aveva con breve del 14 sett. 1521 attribuito agli stessi 
esattori il prodotto della bolla con Y obbligo di pagare 100,000 scu- 
di ali* imperatore. Ibidem pag. 48, 51, 189, 259. 

(4) Ibidem pag. 135, 140, 141, 153- 156. Don Giovanni Ema- 
nuel si partì mezo disperato. Girolamo Negro a Marcantonio Micheli, 
IO die. 1522. Ruscelli, Lettere di principi t. 1, p. 93. 

(5) Gachard op. cit. pag. 169. Non restò all'imperatore che 
raccomandare al duca di Sessa di attirarli destramente fuori di Ro- 
ma per poi prenderli e mandarli a Napoli. Ibidem pag. 170, 189. 

(6) Ibidem pag. 171. 



— 452 — 

spero Colonna, impadronitosi d'un luogo del Piacentino re- 
putato feudo dell'impero, minacciò i fulmini del Vatica- 
no (i); de 9 ministri di Cesare si dolse più volte con acerbe 
parole (2), e a Cesare medesimo, instancabile nel domandar 
grazie sopra grazie a sollievo delle continue distrette, scrìs- 
se una lettera cosi cruda e piccante, cbe quegli si astenne 
dal rispondervi di sua mano per non lasciarsi andare ad e- 
spressioni che ne accrescessero lo sdegno (3). I quali porta- 
menti inverso di un principe, che pur prediligeva come fi- 
glio, movevano dal santo proposito di tener uguale la bilan- 
cia nelle pratiche introdotte per ristabilire la pace, tanto ne- 
cessaria alla cristianità pericolante tra le armi dei Turchi e 
lo scisma di Lutero. 

VII. Solimano II, soprannominalo il Grande perchè 
seppe disciplinare gì 9 istinti propri e della sua gente senza 
spegnerli, e alla passione d'invadere congiunse il genio del 
dominare e l'amore delle lettere, aveva incominciato il suo 
regno col portare un esercito immenso e trentatremila ca- 
melli di munizioni e di viveri contro l'Ungheria. Caduta 
Belgrado, parve dovesse piombare subito addosso alla Ger- 
mania; ma per allora egli sospese il colpo onde assalire con 
trecento vele e centomila uomini di sbarco l'isola di Rodi, a 
lui sommamente importante per tener aperta la comunica- 
zione colPEgitto (28 luglio d522). I cavalieri di san Giovanni 
che vi tenevano stanza sotto Villiers de l'Ile- Adam gran 
maestro si difesero intrepidamente, di modo che Gabriele. 
Martinengo, valoroso ingegnere bresciano accorso di Candia 
a prestar l'opera sua, potè scrivere a Domenico Venier: non 
sono i Turchi quegli uomini di guerra che si credono; e se 
per tutto settembre ed anche per tutto ottobre fossero venuti 

(1) Ibidem, pag. 175. 

(2) Ibidem, pag. 170. 

(3) L'empereur au due de Sessa, 15 avr. 1522. Ibidem pag. 
182-183. 



— i»5 — 

pur mille uomini di soccorso, mai Rodi non si perdeva (4). 
Addimostranlo i sanguinosi assalti ributtati, la resistenza ti- 
rata innanzi molti mesi con grandissima uccisione degP in- 
fedeli, e la capitolazione non firmata che il di 20 dicem- 
bre 1522, quando, atterrate le mura, erano già passate al di 
dentro le trincee, consumate le munizioni, svanita ogni spe- 
ranza di aiuto. Partiti che furono i cavalieri della città, So- 
limano, in maggior dispregio della cristiana religione, vi fe- 
ce la entrata sua il giorno della natività del Figliuolo d'Id- 
dio: ecco jl frutto delle discordie de' principi, che papa 
Adriano, per diligenze che usasse, non valse ad impedire^); 
frutto tollerabile e direi quasi salutevole, se almeno P esem- 
pio del danno passato avesse dato documento per il tempo 
futuro. 

Continuarono invece i principi a straziarsi fra loro, pre- 
potendo in ognuno o la famelica rabbia o la politica trasan- 
data dall'antica fede che sin del flagello turchesco faceva 
strumento a' suoi fini. 

Per somiglianti ragioni crescevano in baldanza anche 
i proseliti di Lutero. Non è ancora asciutto ^inchiostro della 
sottoscrizione di Cesare air editto di Worms, scriveva il car- 
dinale de' Medici all' Meandro, e già quelli su gli occhi suoi 
ardiscono vilipenderlo (3). Ulrico de Hùtten in una lunga in- 
vettiva contro P Aleandro medesimo non si peritò di chieder- 
gli : se credesse da senno con un solo editto estorto ad un gio- 



ii) Marin Sanuto t. XXXIII. 

(2) In aiuto di Rodi fece fabbricare in Genova alcune navi; ma 
una insolita contrarietà di venti ne vietò sempre il cammino. La- 
onde fanno maggior dispetto in bocca dell'ambasciatore imperiale 
don Giovanni Manuel le seguenti parole : el socorso del papa pa- 
ra Rodos es corno todas las otras sus cosas gue ha dos meses que 
se negocia y hasta oy no hay nada hecho. Roma 8 ott. 1522. Bi- 
blioteca de la Academìa a" Historia de Madrid msc. 

(3) Pallavicino, Historia de) concilio di Trento, part. 1, pag. 187. 



— 454 — 

vane principe di opprimere la religione e la libertà, quasi 
un comandamento imperiate potesse qualcosa contro la im- 
mutabile parola di Dio, né fosse invece da sperare che Cesa- 
re si volgesse col tempo ad altri pensieri (4); e Melandone, 
pigliando le difese dell'amico suo condannato dalla Sorbona, 
a quel giudizio sino allora creduto inappellabile rimandò 
P accusa di eresia (2). Ben tosto due parrochi dei contorni 
di Wittemberg dichiararonsi sciolti dall' obbligo del celibato 
e tredici Agostiniani di quella città disertarono la vita clau- 
strale, chiedendo oltracciò l'abolizione del sacramento del- 
TaHare (3). Portata la cosa in capitolo fu preso il partito di 
lasciar libera a ciascuno l' uscita dal conventò, purché non 
ne abusasse per voglie carnali, e di tor via unicamente le 
messe votive (4). Quanto al sacrifizio in generale anche l'U- 
niversità non volle sancire le innovazioni approvate da Car- 
lostadio, Melandone, Giona ed altri loro simili ; onde V elet- 
tore di Sassonia, da tanta discordia di opinioni in una sola 
città argomentarido a quella del mondo, fece deliberazione 
che si leggesse, si disputasse, si predicasse, ma intanto ri- 
manesse fermo il culto antico (5). Però indarno proibisce il 
male chi non ha in suo potere il rimedio. Carlostadio, pro- 
fessando sulla presenza di Cristo nella eucarestia idee dis- 
sonanti dal maestro, sin dal Natale del 4524 sostituì alla mes- 
sa la cena sotto ambe le specie e senza confessione, e da 
quel giorno in poi folleggiò sempre più dietro ai sogni dei 

(i) Invectiva in Aleandruro, Ulrichi Hutteni Opera t.4pag. 240. 

\2) Adversus furiosum Parisiensium theologastrorum decre- 
timi Phil. Melanclìtlionis prò Lulhero apologia. BreUchneider Cor- 
pus Reformatorum 1. 1 pag. 398. 

(3) Li frati heremilani di S. Augustino hanno trovato e provato 
per le st. scripture che le messe secondo che se usano adesso si è 
gran peccato a dirle o a odirle. Mann Sanuto t. XXXII. 

(i) Decreta Augustinianorum Corpus Reform. t. 1, p. 456. 

(5) Instruzione dell'elettore. Lochau 19 die. 1521 ./fc'etonpag. £07. 



— in- 
segnaci di Nicolò Storcb, i quali da Zwickau rifuggiti a Wit- 
temberg, non paghi di rigettare il battesimo degli infanti, 
predicavano l' Evangelo essere unica base della religione, 
della morale, del diritto, e la inspirazione individuale regola 
suprema della sua interpretazione. Fu visto allora Carlosta- 
dio rinnovare le devastazioni degl'Iconoclasti ; esortare dalla 
cattedra a smettere gli sttxlii per non attendere che a lavori 
meccanici; andar attorno in abiti grossolani a interrogare 
gli artigiani e le donne su) senso di alcuni passi oscuri 
della santa scrittura, dicendo che Dio nascondeva ai sa- 
pienti i profondi misteri della sua dottrina e li rivelava ai 
volgari. 

Stava la riforma tedesca por perdersi, come quella de- 
gli Ussiti, nell'abisso del fanatismo. Se ne spaventò Lutero, 
e la pena che io soffro mi dà rimagine dello inferno, scrive- 
va a Melanctone annunciandogli il proponimento di uscire 
dal suo nascondiglio (1). Indarno l'elettore di Sassonia gli 
pose innanzi i rischi che ad amendue sarebbero sovrastati. 
Voglio venire, replicò: gli affari di Dio non si debbono pon- 
derare con ragioni umane ; muovemi un Signore che non 
ha potenza sopra il corpo solamente, ma sopra V anima : 
vostra Altezza sente così perchè è ancor debole nella fede ; io 
non ho bisogno del suo aiuto; posso darne assai più che ri- 
ceverne; a svellere la zizzania sparsa dal demonio richieder 
si la mia presenza (2). E vi andò senz' attendere nuova ri- 
sposta. 

Nel ritiro di Wartburg, ch'egli chiama il suo Patmos, 
follie e sozzure erano tornate ad ingombrargli la immagina- 
zione. I pungoli della carne, cosi leggiamo in una delle sue 
lettere, mi bruciano per modo che non so più né pregare né 
gemere; accidia, sonno, libidine muovonmi guerra incessan- 
ti 13 genn. 1521, de frette Luthersbriefe t. 2 pag. 125. 
p) 5 marzo 1522. Ibidem t. 2, pag. 137. 



— 466 — 

te (i). Là cercò nondimeno di dar assetto alla proprie idee, 
preparando il simbolo della nuova dottrina. 11 perchè redu- 
ce a Wittemberg infuriò contro i discepoli disubbidienti che 
pretendevano per sé quella franchigia di opinioni di cui egli 
stesso si era valso per attaccare il cattolicismo. Qui giova ci- 
tare alcune delie sdegnose parole: Satana, me assente, è ve- 
nuto a visitarvi, e vi ha spedito suoi profeti: conosce con chi 
ha a fare; e voi avreste dovuto sapere che unicamente a me 
stava bene dare ascolto. A Dio piacendo il dottor Martino fu 
il primo a camminare nella novella via; gli altri vennero 
dopo, e loro spetta obbedire; a me fu rivelato il Verbo, il 
qual esce da questa mia bocca pura da ogni contaminazio- 
ne. Io conosco Satana, e so che sempre veglia in questi giorni 
di trambusto e desolazione; appresi a lottare con lui, è noi 
temo; f ecigli più (T una ferità di cui gli sovverrà lunga pez- 
za. Orsù che cosa significano queste novità assaggiate men- 
tf io mi stava discosto ? Era io sì lunge da non potermi ve- 
nire a consultare ? non son io più il principio della parola 
pura ? io la predicai, io la stampai, e recai più danno al 
papa dormendo, o tracannando birra che non tutti i principi 
e imperatori uniti. E voi volete fondare un' altra chiesa ? su 
via l chi vi manda ? chi v' investì d\un tanto ministero ? Sic- 
come a rendere testimonianza di voi, siete voi stessi, non 
dobbiam credervi alla cieca, ma, secondo il consiglio di s. 
Giovanni, diligentemente assaggiarvi. Dio mai non inviò 
persona al mondo, nemmanco il Figlio suo, la qual non fosse 
annunziata da segni; i profeti tiravano il loro diritto dalla 
legge e dall' ordine, a cui appartenevano ; voi, che unica- 
mente vi fate forti di una rivelazione interiore, io vi respin- 
go; chi viene a mutare la legge deve fare miracoli; dove 
sono i vostri miracoli ? ciò che gli Ebrei dicevano al Signore 
noi ve lo ripetiamo : e Maestro brameremo vederti operare 



(0 



A Spalatiti 15 ag. 1521. Ibidem pag. 43. 



— 457 — 

un miracolo > (4). Certo che i seguaci dello Stordì pote- 
vano rimandare all'interrogatore la sua propria argomen- 
tazione, la sua stessa dimanda; ma noi fecero, e proffer- 
tisi invece a dar prova della loro missione divina coir in- 
tuire ciò ch'egli in quel momento pensava, dissero, es- 
sere V anima sua inclinata ad essi. Lutero confessò più 
lardi che avevano dato nel segno, ma allora si cavò d'in- 
paccio rispondendo ch'erano diavoli incarnati (2). E vera- 
mente le loro innovazioni non riprovò, perchè cosi sentite 
da lui e conseguenze de' suoi insegnamenti ; né meno volle 
approvare, perchè non dichiarate da lui che ambiva la gloria 
di sostituire alla podestà abbattuta della Chiesa la propria. 
Si limitò dunque a biasimare la forma turbolenta e intem- 
pestiva di eseguirle (3), il che portò per effetto che anche 
altrove preti mal vissuti e frati involontarii cogliessero il de- 
stro di rompere la disciplina, della riforma non si curando 
se non in quanto li scioglieva da penosi doveri, e dava de- 
nari e moglie. 

Ripristinata per tal modo la subordinazione a Wittem- 
berg, corse ad Orlemond ove stava Carlostadio per iscacciar 
re questo Satana, e Carlostadio gli fece gettar sassi e fango 
dal popolaccio, poi andò a trovarlo all' osteria dell' orso nero, 
e in questo primo concilio i nuovi apostoli si dissero ingiu- 
rie a gola. Lutero esibì all'avversario un fiorino acciocché 
scrivesse contro la sua opinione; e quegli accettò, e fecero 
portare da bere alla salute uno dell'altro; ma il loro conge- 
do fu: possa io vederti sulla ruota — e tu possa fiaccarti il 
collo prima d'uscire dalla città. 

Rimanevagli tuttavia fido compagno e operoso il Me- 



li) Sieben Predigten D. M. L. Luthers PVerke ediz. Altenburg 
t.2pag. 99. 

<2) Cameratius Vita Melanchtbonis cap. XV. 
(3) L. Ranke Deutsche Ge&chichfet. 2, pfcg.25. 



— 458 — 

lanctone. A lui deve il primo manuale di teologia conforme 
alle nuove dottrine divulgato per tutta Europa (4); a lui in 
gran parte anche l'opera sua principale, la versione della 
Bibbia, che, incominciata ,a Wartburg (2), condusse a com- 
pimento e pubblicò nel settembre del 4522, dove, sebbene 
scarso cT ebraico, attinse dal proprio entusiasmo inspirazioni 
per ripetere le originali e con sublime semplicità riprodurne 
la lirica grandezza. 

Questi fatti colmarono di afflizione il venerando ponte- 
fice. Convinto delle verità rivelate, non poteva supporre 
buona fede ne 5 novatori. Mentr'era ancora in Ispagna e Lu- 
tero recavasi con salvocondotto a Worms, aveva esortato 
l'imperatore a badar bene non si sospettasse di sua fe- 
de: se mai fosse impedito per qualsivoglia ragione di pu- 
nire egli stesso quel malvagio e pestifero uomo, mandas- 
selo almeno al suo giudice, il papa, che lo punirebbe se- 
condo giustizia (3). Nel tempo stesso, e appunto per que- 
sto zelo di religione, deplorava Adriano le ambizioni tempo- 
rali di Roma e gli abusi della sua corte, né ci voleva meno 
a fargli accettare la tiara che il santo proposito di ritornare 
la contaminata sposa di Cristo alla purità del suo comincia- 
mento. Al qual proposito corrispose il discorso recitatogli 
all'entrata in Roma da Bernardo Carvajal, cardinale di santa 
Croce; da quel desso che lo informò delle pratiche del con- 
clave, e poi colla consueta cortigianeria diede merito a Car- 
lo Y della sua elezione (4). In esso discorso leggonsi i se- 
guenti ricordi: eliminasse le arti antiche, che sono simonia, 

(1) Hardt Hist. «ter. reform. t. IV. 

(2) Lutero ad Amsdorf. de frette Luthersbriefe t. 2 p. 123, e 
ad Hartmuth di Cronberg, marzo 15*22. Ulrichi Hutteni Opera t. 2, 
pag. 114. 

(3) Tordesilla 9 apr. 1521. Gachard 1. e. pag. 245. 

(4) Su bondad y religion y doctrina haze grande honrra y 
gloria a V. C. Ma. que de tal emperador no puede venir otro Pa- 



— 459 — 

ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderisse a buoni 
consiglieri; reprimesse la libertà de' governatori ; riformas- 
se la Chiesa sicché più non paja una congrega di peccatori; 
i cardinali e gli altri ecclesiastici amasse d' amore reale, esal- 
tando i buoni, e provvedendo ai bisognosi perchè non s' avvi- 
liscano; amministrasse la giustizia senza divario; sostentas- 
se i fedeli e i monasteri nelle loro necessità; facesse guerra 
ai Turchi; e compisse la basilica di s. Pietro (4). 

Tutto questo e ancor più voleva fare Adriano. Ma la 
luce de' suoi intendimenti rivelò la profondità della corru- 
zione. Nou già che mancassero prelati a Roma di grande 
virtù e consenzienti nella necessità di una riformazione. Ol- 
tre alle lettere del Sadoleto, altrove ricordate, abbiamo una 
scrittura altamente pregevole che il cardinale Egidio da Vi- 
terbo diresse al papa sulle guise di effettuarla. La deprava- 
zione, diceva l'egregio frate, s'insinuò dacché la facoltà di 
sciogliere e legare fu adoperata più a vantaggio degli uomi- 
ni che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla, consideran- 
dola come uno de' principali uffizi del pontefice; escludere le 
aspettative de' benefizi, che fanno desiderare la morte, quan- 
d'anche non la procurino; evitare quell'avaro e ambizioso ac- 
cumulamento di benefizi; reprimere l'ambizione dei monaci, 
che sotto la giurisdizione de' loro conventi tengono infinite 
parrocchie, affidandole a preti amovibili e mal provveduti. La 
turpe vendita di cose sacre ammantata col titolo di compo- 
sizioni repugna a' canoni, mette invidia a' principi, e dà ansa 
agli eretici; sicché dovrebbe restringersi l'uffizio del datario, 
che smugne il sangue dei poveri come dei ricchi. Né le riserve 
de' benefizi sono oneste. Prima di conceder le grazie, si fac- 
ciano da persone savie, esaminare secondo la giustizia e l'e- 



pa y otra Com pania. Roma 13 sett. 1522. Biblioteca de la Acade- 
mia d' /Ustoria de Madrid 1. e. A. 26 msc. 

(1) Cesare Cantù, Storia degli Italiani, Torino 1856 1. 5 pag. 530. 



— 460 — 

quità; e cosi prima di proraovere a benefizj vacanti. A tutti 
poi gli ufflzj si scelgano quei che più buoni sono, abili e fe- 
deli, e si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, 
non queste ad uomini ; le concessioni, gì* indulti, i concordati 
con principi si rivedano esattamente, acciocché questi non 
ne abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e 
imprudente fu poi il modo di maneggiar le indulgenze ; sic- 
ché voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori Os- 
servanti, per le quali riesce svilita l'autorità vescovile. Nes- 
suna cura paia soverchia nell' amministrare la giustizia; un 
cardinale perspicace e savio riveda le suppliche sporte al pa- 
pa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man 
destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anziché im- 
pinguar colle sportule, le quali sono cresciute a segno, che 
le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l'anno, 
or si comperano a più di duemila; come quelle degli audito- 
ri di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi vata- 
tavansi quattromila. I debiti onde Leone X gravò la sede 
col creare tanti nuovi ufflzj, che consumano ogni anno cen- 
trentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redi- 
mere, e se ne esaminassero attentamente i titoli : non si sur- 
rogassero i vacanti, e gì' investiti medesimi si compensasse- 
ro con altri benefizj (1). 

Ma che può il buon volere di pochi in lotta con mali 
profondamente radicati nelle abitudini e negli interessi ma- 
teriali dei più? Voleva Adriano levare gli abusi delle indul- 
genze dichiarandone il valore conforme alla dottrina da lui già 
insegnata e scritta, che cioè i loro effetti non sono assoluti, 
ma più o meno buoni, più o meno perfetti secondo le dì- 
sposizioni del penitente e la qualità dell'opera. Vi aderivano 
Giovanni Pietro Caraffa arcivescovo di Chieti e Marcello Tom- 
maso Gazzella a tal uopo chiamati a Roma, siccome uomini 

(l) 0*fa»-pag.53l. 



— 464 — 

di costumi irreprensibili e molto periti delle cose spettanti 
alla vera disciplina ecclesiastica. Ma Tommaso da Vio, cardi- 
nale di Gaeta, adduceva in contrario il danno che ne conse- 
guiterebbe della stremata autorità pontificia. Ottimo era 
bensì il consiglio suo di ristabilire invece le antiche soddi- 
sfazioni canoniche, onde ognuno, per il bisogno di commu- 
tarle, vedesse da sé la ragione e la utilità delle indulgenze; 
ma anche questo giudicò la Penitenzieria rimedio superiore 
alle forze del corpo infermo, e tale che farebbe perdere 1' I- 
talia senza riacquistare la Germania (4). 

Né minori ostacoli trovò il pontefice nelle altre cose 
che s' era proposto di riformare. Togliere le vendite simo- 
niache degli uffici i non si poteva, senza pregiudicare a quelli 
che le avevano legalmente prese in appalto (2). Qualunque 
mutamento in materia delle dispense matrimoniali era bia- 
simato sotto colore che rallentasse il freno della disciplina. La 
emendazione del governo, conchiudeva il cardinale Soderini, 
non essere mezzo adatto a richiamar gli sviati, si a crescere 
in essi più presto l'autorità e la baldanza; nessuno aver 
mai estinto P eresie con le riforme, ma con le crociate e con 

(1) Fra Paolo Sarpi, Istoria del concilio tridentino. Mendrisio 
1835 t. 1, pag. 66-71. Le argomentazioni in contrario dal Fallavi' 
duo non infermano le notizie che quegli dichiara aver (ratte dal 
Diario di Francesco Chericato. Lo stesso Pallavicino dovette infine 
confessare che il pontefice quando volle metter la mano all'opera 
in riformare la Dateria, incontrò quelle difficoltà e que' disordini, i 
quali non havea propensati ; giacché sì come la pecunia è ogni co» 
sa virtualmente, così la pena pecuniaria è dall' umana imperfezio- 
ne la piU prezzata di quante ne dà il Foro puramente ecclesiastico , 
il quale non potendo, come il secolare, porre alla dissoluzione il 
freno di ferro, convien che g liei ponga d'argento, pag. 206. 

(2) V'erano allora 2150 di questi uffìcii venali, la cui rendita 
annua, rappresentante l'interesse del prezzo di compera versato al 
tesoro papale, importava 320,000 scudi. Leop. Ranke, Die ròmischen 
pàpste. Berlin 1854, 1. 1, pag. 409. 

11 



— 462 — 

eccitare i principi e i popoli all'estirpazione di quelle; do- 
versi por mente eziandio al soprastante pericolo della guer- 
ra d'Italia^ per la quale occorreva non diminuire l'entrate 
ecclesiastiche (1). In somma non erano passati tre mesi dalla 
incoronazione, che Adriano lamentavasi della sua impotenza 
a fare il bene voluto, ripetendo il sospiro già mandato di 
Spagna: vorrei essere piuttosto parroco in Lovanio che papa 
in Roma (2). 

Non tralasciò per questo di far tutto che stava in poter 
suo: abolì le sopravvivenze delle dignità ecclesiastiche; rac- 
comandò parcità nella concessione di quelle grazie che im- 
pinguano la Dateria, fintanto che si trovasse come regolarle 
con perpetua costituzione (3); si fece promettere dai cardi- 
nali che deporrebbero le armi, non darebbero ricetto né* loro 
palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v'ew- 
trasse per esecuzione della giustizia (4), e alla dieta di No- 
rimberga mandò nunzio Francesco Chericato vicentino con 
commissione di procacciare il risanamento della Germania 
dalla infezione luterana. 

Francesco Chericato (Cheregato) aveva l'ingegno pari 
all' animo nobilissimo, la fermezza alla moderazione (5). Ado- 
perato in gravi negozii, prima dal cardinale di Sion e poi 
da Giulio II e da Leone X, a Genova, a Milano, in Isvizzera, 
in Germania, in Francia, in Inghilterra e in Ispagna, levò di 



(1) Quanto dice il Sarpi pag. 73 - 77 è confermato dal PallavU 
cino, il quale soggiunge: il fuoco delle ribellioni non si smorza se 
non o col gielo del terrore, o con la pioggia del sangue pag. 208. 

(2) A Florenzio Oem Wyngaerden. Vittoria 15 febb. 1522. Ca- 
sparus Burmanus Hadrianus VI, op. cit. pag. 398. 

(3) Pallavicino pag. 209. Onophrii Panvinii Veronensis, de vita 
pontif. Adriani VI. Coloniae 1574. 

('i) Giovanni Cambi op. cit. al 1522. 
(5) Marzari, Hist. Vicent. L. 2, pag. 159. 



— 463 — 

sé da per tatto fama intemerata (1). Erasmo ne faceva gran- 
de stima, e con lui consentiva in deplorare la ignoranza de' 
preti, l'insulso chiasso de' frati e la intemperanza de' difen- 
sori dell'autorità pontifìzia, onde nutrivasi l'affetto del po- 
polo a Lutero (2). Non d'altri ornamenti, dicevagli, deve ri- 
splendere il vicario di Cristo, che di quelli per cui Cristo me- 
desimo riempì di sua luce il mondo (3). Ecco la gloria sola 
in cui studiava Adriano, e della quale, mentr'era ancora in 
Ispagna, conobbe ferventissimo il Chericato. Laonde appena 
giunto a Roma lo promosse al vescovato di Teramo negli 
Abruzzi (7 sett. 4522), e poco dopo lo destinò al sopraccen- 
nato officio, imponendogli di confessare liberamente l'odio- 
so passato, del quale ambidue abbonivano la eredità. Dichia- 
rasse ai principi tedeschi, cosi suona la instruzione, conosce- 
re il papa che la eresia luterana era supplizio di Dio per le 
colpe specialmente de 9 sacerdoti e de' prelati, e che però il fla- 
gello aveva cominciato dal tempio, volendo prima curare il 
capo che le altre membra del corpo infermo ; che in quella 
sedia già per alcuni anni eransi viste cose abbominevoli, tur- 
pi usi nello spirituale, eccessi ne' comandamenti, il tutto in 
somma pervertito ; per guisa che si poteva dire esser passala 
la infermitb.dal capo alle altre parli, da 9 sommi pontefici a 9 
prelati minori: aver tutti peccato : non esservi stato chi faces- 
se il bene, neppur uno. Quanto apparteneva al papa, assi- 
curasse esser egli risoluto di riformare la corte, acciocché 



(1( Francesco Barbavano, Historia ecclesiastica di Vicenza. Vi- 
cenza 1760, 1. IV, pag. 107-112. 

(2) Impius sit, qui non faveat romani pontificis dignitati, sed 
utinam sciat ilie quantum officiat illi stolidi quidam, qui sibi viden- 
tur eam pulcre tueri. Erasmus Hot. Francisco Chiregatto. Lovanio 
13 sept. 1520. Erasmi Opera t. 3, part. 1, pag. 58. Giova notare che 
Erasmo lo avvertiva di scrivere con prudenza: literas tuas accepi 
resignatas, caute fac igitur ut scribas. 

(3) Ibidem. 



— 464 — 

quindi avesse principio la sanità onde trasse origine la ma- 
lattia : al che tanto più riputavasi obbligato quanto vedeva 
che il mondo tutto desiderava questa riformazione ; aver sog- 
gettalo il collo a quelV altissima dignità, non per cupidigia di 
comandare o d'arricchire i parenti, ma per conformarsi con 
la volontà di Dio, per ripurgare la deformata sua sposa, per 
sovvenire gli oppressi, per sollevare ed onorare gli uomini 
dotti e virtuosi lungamente oppressi, e finalmente per adem- 
piere tutti i doveri di buon pontefice; nessuno però doversi 
maravigliare se non vedesse così tosto una perfetta emenda- 
zione; perocché essendo imali inveterati e molteplici, biso- 
gnava procedere a passo a passo nella cura, e cominciar dà* 
piti gravi e pericolosi per non turbar ogni cosa col voler 
fare tutto insieme (1). 

Da questi intendimenti pigliava Adriano fidanza in esor- 
tare i principi a combattere l'eresia (2), alla ragione princi- 
pale della offesa maestà divina aggiungendo parecchie altre 
d'indole mondana: la potestà secolare minacciata da chi cal- 
pesta la ecclesiastica, e l'esempio de' loro antenati, alcuni 
de' quali avevano con le mani proprie condotto alle fiamme 
Giovanni Huss. 

Pur troppo le prime prove di riforma fallite a Roma 
scemavano il pregio delle sue ingenue promesse. Né ci vo- 
leva meglio per adonestare la contumacia de' novatori. Fare 
le cose a passo a passo, come dice il pontefice, così motteg- 
giava Lutero, significa che tra un passo e l'altro si frapponga 
la distanza di un secolo (3). Appunto per causa de' confessati 

(1) Instructio prò te Francisco Cheregato. Rainaldus an. eccl. 
t. XI, pag. 363. 

(2) Expergiscantur, excitentur ... et ed executionem sententiae 
apostolicae ac imperialis edicti praefati omnino procedant. Detur 
venia iis qui errores suos abjurare voluerint. Ibidem. 

(3) Sleidanus De statu religionis et reipublicae. Argentorati 1555 
lib. IV, p. 50. 



— 465 — 

abasi, rispose la dieta di Norimberga aver tralasciato di ese- 
guire la bolla di Leone X e l'editto di Vorms, perchè altri- 
menti ciascuno avrebbe creduto che si voglia abbattere la ve- 
rità evangelica e sostentare gli accennati abusile ne sarebbe- 
ro nati tumulti popolari con pericolo di guerre civili; non es- 
servi rimedio più efficace di un concilio da convocarsi entro 
un anno in una città della Germania e col consentimento 
dell'imperatore. Indarno replicò il nunzio Chericato. Quella 
risposta venne inserita nell'editto pubblicatosi secondo l'uso 
in nome di Cesare, benché assente (6 marzo Ì523), e i prin- 
cipi secolari mandarono poi # pontefice una lunga esposi- 
zione, divisa in cento capi, delle loro doglianze, fra quali 
primeggiano i denari che si cavavano per dispense, assoluzio- 
ni e indulgenze; le liti tirate in Roma ; le riservazioni de' be- 
nefizi^ le commende e le annate; le scomuniche ingiuste; le 
cause laiche con diversi pretesti giudicate dai tribunali eccle- 
siastici; le penitenze pecuniarie; le grandi spese nelle con- 
sacrazioni delle chiese e de' cimiteri e per aver i sacramenti 
e la sepoltura (1). 

• Così quello che impromettevansi i letterati da Carlo V, 
eh' ei si ponesse alla testa del movimento nazionale contro 
Roma, fece in fatti il consiglio di reggenza in cui avevano voce 
principale due elettori propizii a Lutero, cioè il Sassone e il 
Palatiuo; onde la riforma tedesca, coll'aiuto de' rappresentan- 
ti dell'autorità imperiale, potè, più presto che svolgersi, pro- 
cedere colla violenza di chi distrugge. Ne cavarono argomen- 
to i maligni a farsi beffe delle sante intenzioni di Adriano 
quasi col confessare gli abusi e col promettere di ripararvi 
avesse porto soggetto di trionfo ai nemici, e il cardinale Pal- 
lavicino, immemore che a quelli dovette pur rendere ragione 
in molle parti il concilio tridentino, fu oso dire che la instru- 
zione data al Chericato ha fatto desiderare in lui maggior 

(1) Centum gravamina, Fasciculus rerum eoepetendarum et fu- 
giendarum t. 1 , pag. 352. 



— 466 — 

prudenza e circospezione, e che non solo il regno del Vatica- 
no, dominio composto di spirituale e temporale, ma il gover- 
no di picciole religioni, quantunque semplici e riformale, 
meglio si amministra da una bontà mediocre accompagnata 
da senno grande, che da una santità fornita di picciol senno. 
Indi conchiude : chi svela tutto il suo cuore getta il dono che 
gli ha fatto natura in darglielo imperscrutabile, e fa comuni 
tutte le sue armi all'avversario (i). La irreligiosa sentenza 
ripeter possono i sostenitori delle temporalità di Roma, 
sperti assai più degli artifizi! della politica mondana che del- 
le massime del Vangelo; non^sinceri credenti, i quali de- 
plorano invece la sciagura de' tempi in cui il miglior papa 
fu costretto a soccombere. 

Vili. Soccombette Adriano per altro rispetto ancora alle 
necessità politiche del papato. Qual dolore il vedersi richie- 
sto di alleanza ora da Carlo V ora da Francesco I, e non po- 
ter soddisfare l'intenso desiderio della pace comune! Allor- 
ché il Turco, giovandosi delle discordie tra i primarii poten- 
tati, osa invadere il regno di Ungheria e minacciare Pisola 
di Rodi, gli è buon cristiano, domandava egli all'imperatore, 
colui che non fa ogni poter suo per resistergli ? Piacesse a 
Dio che col mio sangue potessi riparare ai mali imminenti, 
senz' aver bisogno de 9 soccorsi altrui. E quanto al bene che 
vi voglio, sono assai lungi dal vero coloro che ne traggono 
motivo a dubitare della mia imparzialità; giacché per nes- 
sun uomo al mondo, né per me stesso, vorrei far cosa contra- 
ria a Dio ed alla mia coscienza. Vero è che porto a tutti 
uguale amore e che mi sta a cuore di comporre le contro- 
versie come un buon papa deve fare; onde se taluno mi ap- 
puntasse di non aver pigliato parte per voi, gli risponderei 
che, quando bene ne avessi la volontà, mi mancherebbero le 
forze, essendo collocato in questa sedia piena di miserie, do- 
li) Historia del concilio di Trento 1. 1, pag. 212 e 213. 



— 467 — 

ve non trovai di che sopperire alle spese ordinarie della chie- 
sa, ma debiti infiniti e clamori e lamenti de' poveri. E posto 
anche ch'io fossi ricco, lascio giudicare a vostra maestà se 
converrebbe che mettesse in maggiori scompigli e pericoli la 
cristianità quegli eh' è chiamato a difenderla (1). Indi le rei- 
terate instanze che l'imperatore e il re d'Inghilterra, smes- 
si i dissidii colla Francia, convenissero in una lega'universa- 
le contro i Turchi ; e poiché ambidue rispondevano tergi- 
versando, replicò il pontefice : da queste discordie cava il 
Turco maggior profitto che se gli dessimo un esercito di pa- 
recchie migliaia di uomini. Oh ! i Maccabei difendevano la 
religione e la legge di Dio con ben altro zelo e altro fervore 
che noi, ai quali sembra non resti che il nome di cristiani e 
poco assai della virtù che quel nome richiede; perocché ci 
sta a cuore di prendere vendetta più tosto de 9 nostri nemici 
particolari che di quelli di Dio e della santa fede, e per com- 
piere questo desiderio affatto temporale mettiamo la intera 
repubblica cristiana in pericolo di perdersi (2). Carlo V, non 
che accedere a quelle instanze, insisteva nella proposta 
di una lega difensiva per r Italia, querelandosi col papa di 
mancata amicizia. Se vostra santità, scrivevagli, dichia- 
rasse apertamente al re di Francia ch'ella non può in alcun 
modo separarsi da noi e dalla dignità imperiale, colla qua- 
le, giusta il diritto divino ed umano, la sede apostolica de- 
v'essere perpetuamente congiunta, e che continuando la guer- 
ra ella sarebbe obbligata ad aiutarci per mantenere lo slato 
attuale d'Italia, non v'ha dubbio che quegli farebbe di ne- 
cessila virtù (3). Contemporaneamente, sapendo che corre- 
vano voci di una secreta intelligenza tra lui e il pontefice, 



(1) Adrien VI à Charles - Quint, Roma 30 sett. 1522. Gachard 
op. eit. pag. 126, 127. 

(-2| 16 die. 1522. Ibidem pag. 139. 
(3) 10 genn. 1523. Ibidem pag. 148. 



— *68 — 

raccomandava al duca di Sessa, ambasciatore a Roma, di so- 
stentarle e di crescerle per dar riputazione a sé medesimo e 
sospetto agli avversata (1). 

In questo mezzo la caduta di Rodi esacerbò le angoscio 
di Adriano (2). Chi avrebbe trattenuto i Turchi vittoriosi 
dall' invadere i regni di Napoli e di Sicilia? In quell'istante 
di spavento universale fece un nuovo e solenne sforzo per 
riconciliare i monarchi di Francia, d' Inghilterra e di Spa- 
gna, imponendo loro in virtù della santa obbedienza, se non 
di conchiuder pace, di consentire almeno in una tregua di 
tre o quattro anni (3), e di allestire una flotta ed un esercito 
abbastanza poderoso non solamente a impedire la entrata 
dei Turchi in Italia, ma ancora a strappar loro di mano le 
fatte conquiste (4). Quanto alla lega anche difensiva, scris- 
se all'imperatore, non sarebbe mezzo per aver pace, sì per 
sconvolgere affatto la religione cristiana. Se fossero buoni 
i miei contrarii consigli, lo prova la perdita di Rodi. Ma da 
una parte misi fa ogni dimostrazione d'amore e dall'altra 
il maggior dispregio possibile di questa santa sede (5). A tan- 
ta energia di ammonimenti parve rispondessero gli effetti. 

(1) 10 genn. 1523. Ibidem pag. 172. 

(2) Mi dice il secretario veneto, che quando egli lesse gli avìsi 
et le nuove del generale mandato alla signoria, et le recitò al pon- 
tefice, sua santità fisse gli occhi in terra, et diede un gran sospiro^ 
et non disse parola. Girolamo Negro a Marcantonio Micheli, Roma 
17 marzo 1523. Ruscelli Lettere di principi t. 1, pag. 96. 

(3) Lettre du sieur de Praet (amb. ces. a Londra) à Tempereur 
8 mai 1523. Archives du royaume belgique. Et già il pontefice mette 
mano all'arme sue; cioè alle censure et scommuniche contra 
quelli, qui noluerint accipere aequas condiciones pacis. Girolamo Ne- 
gro a Marcantonio Micheli, Roma 28 febb. 1523. Ruscelli Lettere dì 
principi t. 1 , pag. 95. 

(4) Charles - Quint au due de Sessa 15 avr. 1523. Gachard op. 
cit. pag. 176. 

(5) Roma 2 marzo 1523 in cifra. Biblioteca de la Academia 
d' Historia de Madrid A. 27 msc. 



— 409 — 

Carlo V, dichiarandosi commosso sino al fondo dell 9 anima 
per la piaga recata alla intera cristianità, mandò nuove fa- 
coltà al duca di Sessa di negoziare una tregua secondo le 
intenzioni del papa (4). ÌNe seguì l'esempio Enrico Vili, e 
ancor prima di ambidue il re di Francia, destinando a tal 
uopo i cardinali d' Aux e di Como. Ma che la fosse apparen- 
za e nulla più, addimostrano le instruzioni date agli ora- 
tori, onde doveva avvenire che, non appena cominciate le 
trattative, si conoscesse ch'erano fatiche vane contro insor- 
montabili difficoltà. Pretendeva Carlo che durante la tregua 
da conchiudersi per tre anni rimanessero le cose nello stato 
in cui si trovavano; che i castelli di Milano e di Cremona, le 
città di Fontanarabia e di Hesdin fossero rimessi nelle mani 
del pontefice o lasciati com'erano senza nuove provvisioni ; 
che nella tregua si comprendessero i confederati dall'una e 
dall' altra parte nominati, e se uno dei contraenti la rompes- 
se, tutti gli altri e il papa con essi gli facessero guerra ; che 
i principi d'Europa convenissero insieme a parlamento per 
ripartirsi il carico della crociata, e che a tal uopo il papa gli 
accordasse le grazie consuete e la quarta parte delle rendite 
de' beneficii ecclesiastici in tutta la cristianità; in ultimo che 
gli ottenesse dal re d'Inghilterra la sospensione del paga- 
mento pattuito a Windsor de' centrentamila scudi d'oro al- 
l'anno che quegli riceveva per lo innanzi dalla Francia, e in 
caso contrario lo assolvesse dalle censure ecclesiastiche com- 
minate ai mancatori di fede (2). All'incontro poneva il re 
d'Inghilterra a condizione assoluta della tregua che l'alleato 
suo rinnovasse le convenzioni di Windsor e le adempisse 
esattamente (3). Né meno inconciliabili erano le pretensioni 
del re Francesco. Noi siamo pronti, scriveva egli a Roma, 

(1) Lettera precitata 15apr. 1523 Gachard pag. 177. 

(2) Ibidem pag. 178-181. 

(3) Lettre du sieur de Praet à l'erapereur 1 juin 1523 Archices 
du royaume belgique. 



— 470 — 

di strigner pace o tregua e di far l'estremo di nostra poten- 
za contro il Turco, purché ci si renda Milano, e dichiarando 
di esser forte abbastanza non solamente per difendersi, ma 
eziandio per nuocere ai suoi nemici, non ammetteva altri ac- 
cordi, se non conformi al trattato di Noyon coli' imperatore 
e a quello di Londra col re d'Inghilterra (4). Laonde la tre- 
gua per tempo lungo rifiutò, proponendo in cambio una 
semplice sospensione d'armi di due mesi, da rinnovarsi di 
volta in volta sino allo stabilimento della pace (2). A che 
mirasse con questa proposta, ben si apposero gì' imperiali. 
Sperava anzitutto che nella corrente estate facessero i Tur- 
chi la designata impresa delle due Sicilie, onde l'imperatore 
sarebbesi trovato nell'alternativa o di perdere quel regno o di 
abbandonare la difesa della Lombardia. Oltracciò dalla sospen- 
sione d'armi sarebbegli venuto il vantaggio di rimaner tran- 
quillo durante la state dalla parte dell' Inghilterra, dei Pae- 
si Bassi e della Spagna, e libero perciò di portar tutte le sue 
forze in Italia nell'autunno o nell'inverno vegnente; stagio- 
ni nelle quali non aveva nulla a temere sulle frontiere set- 
tentrionali e meridionali de' suoi stati (3). 

Fra pretendenze così opposte, facile è imaginare l'ani- 
mo del pontefice, perplesso, corrucciato, confuso. Tuttavia te- 
neva ancora uguale la bilancia tra i due rivali, allorché la 
discoperta slealtà del cardinale Soderini, suo principale mi- 
nistro, contribui a darle il tratto verso l'imperatore. Men- 
titegli esortava il re di Francia alla pace, confortavalo in- 
vece secretamente il Soderini a secondare una congiura tra- 
mata nella Sicilia. N'ebbe irrefragabile prova Adriano in al- 
cune lettere intercettate dal duca di Sessa, il perchè lo fece 

(1) Instructions pour MM. les cardinaux d' Aux et de Cosme. 
Mlgnet Rivalité de Charles - Quint et de Francois l. ep op. cit. pag. 642. 

(2) Lettera precitata del signore de Praet 1 giugno 1523. 

(3) Ibidem da una comunicazione dell'arcivescovo di Bari, nun- 
zio pontifìcio in Francia. 



— 471 — 

porre in prigione e a lui ne' consigli del governo sostituì il 
cardinale Giulio de' Medici, entrato in quella occasione a Ro- 
ma con pompa quasi trionfale (1). 

Non si creda per questo, come affermano gli storici, che 
abbracciasse immantinente le parti di Cesare. Rinnovò anzi 
le instanze della tregua triennale con minaccia di scomunica 
a coloro che ricusassero di accettarla (2). Francesco I non ne 
fece alcun conto: richiamati, al primo avviso della prigionia 
del Soderini, gli ambasciatori di Roma e ritenuto in ostaggio 
il nunzio apostolico, scrisse al pontefice, meravigliarsi assai 
che coloro che gli consigliavano di richiedere con tanta im- 
periosità la tregua, non fossero stati dello stesso parere quan- 
do papa Leone gli faceva guerra in Lombardia e il Turco 
assediava Belgrado. Ma papa Leone, soggiunse, amava me- 
glio spendere i danari della Chiesa contro i cristiani e il de- 
bito dell'officio suo, che contro gV infedeli. Poi volgendosi ad 
Adriano : se fosse in arbitrio de* papi di scomunicare re e prin- 
cipi, ne verrebbero conseguenze tristissime, e io credo che i 
magnanimi che pongono innanzi la loro preminenza al van- 
taggio particolare, non se ne acqueteranno. Quanto a me, 
non soffrirò che tornino a nulla i privilegi acquistali a caro 
prezzo da' miei antenati e sin col sangue de 9 sudditi. Ridu- 
cendogli in ultimo a mente ciò che era occorso per tal ca- 
gione tra la santa sede e la Francia al principio del decimo- 
quarto secolo, terminò con queste parole laconicamente uii- 
naccevoli : papa Bonifacio Vili lo fece contro Filippo il Bel- 
lo, e gliene venne male. Pensateci sopra (3). 

Rianimati da cosi altero rifiuto, insistettero con maggior 
forza gli avversarti nella proposta di una lega difensiva ed 

(1) Ibidem e Sommario del viaggio degli oratori veneti che an- 
darono a Roma a dar l'obbedienza a papa Adriano VI. Alberi^ Rela- 
zioni degli amb. ven. serie 2, voi. 3, pag. 1 10-112. 

(2) De Praet à Pempereur 12 juin 1523. 

(3) Mignet op. cit. pag. 643. 



— Ì72 — 

offensiva per sicurare l'Italia dalle armi francesi (4). E par 
Adriano vi ripugnava ancora. L'esempio del suo predecessore 
che gli si metteva dinanzi non bastava a convincerlo: torna- 
va sempre alle solite scuse di povertà e d'impotenza (2). Non 
voglio dichiararmi, scriveva al viceré di Napoli Carlo di 
Lannoy intimo suo, perchè in quel giorno stesso cesserebbero 
di venire i danari di Francia, ond 9 è principalmente sosten- 
tala la mia corte, e perchè tengo di buona fonte che il re di 
Francia favorirebbe V eresia di Lutero, e darebbe nuovo or- 
dine alle cose della chiesa nel suo regno (3). Mandò allora 
Carlo V a Roma lo stesso Lannoy, e questi, combinando i suoi 
sforzi con quelli del duca di Sessa e del cardinale Giulio 
de' Medici nella lotta contro l'esitanze e gli scrupoli del pon- 
tefice, lo fece infine piegare alla fatalità del temporale domi- 
nio. Poiché il re di Francia, disse Adriano nel sacro colle- 



fi) Le due (de Sessa) dira au pape que le refus du roi deFran- 
ce de conclure la paix, ou une tréve de plus de deux mois, et cela 
afin de pouvoir rassembler ses forces et envahir l' Italie, a dèter- 
minè les deux souverains alliés à le prevenir. Charles V au due de 
Sessa 13juil. 1523. Gachard op. cit. pag. 193. 

(2) Sa Sainteté, non obstant toutes le remonstrances à luy fètes... 
s'est monstre très-froid elestonné, sans vouloir donner es, oir de 
soy dèclairer à l'encontre des Francois, singulièrement pour la ligue 
offensive, s' excusant tousjours sur sa povreté, et que de fere du 
courroucé sans puissance, seroit chose de peu d'effect. Le sieur 
de Praet à Vempereur 3 juil. 1523. Archives du royaume belgique. 

(3) Il viceré di Napoli all'imperatore. Napoli 15 luglio 1522. Bi- 
blioteca de la Academia d 1 Hlstoria de Madrid. A. '28 msc. Lo slesso 
diceva all'ambasciatore inglese: allegyng povertie, said He hadno 
riches ne substance to maynteyn warre, et quod vana est sine viribus 
ira; wherfor necessite did compel Hym to take that wey, that He 
myght be assurid not to be troublid with warre, specially wtth 
France, onte wherof did grow and anse more profitles and ema- 
il! mente s to the See Apostolique, and this Courte, by reason of the- 
xpedicions, than of any other thre nacions in Cristendom. Lord 
of Bath to Wolsey 11 June 1523. State Papers t. 6 pag. 129. 



— 473 — 

gio, ricusa di consentire alla tregua, sono costretto ad unirmi 
con coloro che si affaticano acciocché Italia non si turbi; 
perchè dalla quiete o dalla turbazione di essa nasce la quiete 
o la turbazione di tutto il mondo; e ai 3 agosto 4523 segnò 
la confederazione per cui obbligavasi di provvedere alla sua 
difesa insieme coir imperatore, col re d'Inghilterra, col duca 
di Milano e colle repubbliche di Firenze, di Genova, di Siena 
e di Lucca. Essendosi lasciata in facoltà del pontefice e di 
Cesare la elezione del capitano generale degli eserciti colle- 
gati, designò il primo a tale officio il viceré di Napoli, e lo 
accettò il secondo per l'odio che avevano contro a Prospe- 
ro Colonna il cardinale de' Medici e don Giovanni Manuel (d). 
IX. Alcuni giorni prima erano pur riuscite a buon segno 
le pratiche da lungo tempo introdotte tra l'imperatore e la 
repubblica veneta. Questa, forte abbastanza per non poter 
tenersi neutrale,- ma non tanto da ripulsare le maggioreg- 
gianti potenze di Europa, proseguiva con senno e costanza 
nella politica da cui sola dipendeva allora la salvezza del- 
l'Italia, ed era che quelle potenze avessero a contrabbilanciarsi 
fra loro. Indi il consiglio, sin dal giorno della secreta allean- 
za tra Carlo V e papa Leone, di non separarsi dall'amicizia 
di Francia, e insieme di restar aperta per ogni evento a 
quella che trattava con Cesare mediante l'ambasciatore Ga- 
spare Contarini, cercando innanzi tutto, ma inutilmente, di 
voltargli l'animo dall'ambizione dell'Italia alla vera gloria 
della guerra contro i Turchi (2). In conformità del quale con- 
ti) Instruzioni date da Prospero Colonna a Giovanni Vincente 
per trattare con sua maestà, nelle quali smentisce le calunnie ap- 
postegli, attribuendole alla inimicizia di don Giovanni Manuel. Ibi- 
dem A. 28 msc. 

(2) L'imperatore rispose: Dio sa che più volentiera anderia 
contra infìdeli che contra christiani. Ma ve dico S.r Ambassatore 
che ho mal vicino, et bisogna che me proveda de qua et poi andero 
da quella banda de là. Gaspare Contarini al Senato. Gant. 27 luglio 
1521 Biblioteca. Marciana ital. classe VII cod. MIX, msc. 



— Ì74 — 

siglio negò ai seimila fanti tedeschi, di cui parlammo altrove, 
il passaggio per il territorio veronese (4), ma poi lasciò loro 
venire i viveri da Bergamo e portò in pace che violassero i 
confini (2). Perla stessa ragione respinse la domanda delLau- 
trec d' intercettare i corrieri del papa e dell' imperatore (3); 
gettò sopra di lui tutto il carico delle imprese tentate dal 
duca di Ferrara (4); non volle fermare con provvisione que- 
st'ultimo, sì unicamente giovarlo di danari (5), e suo figlio 
arcivescovo di Milano, inseguito da citazioni pontificie, ac- 
colse in asilo a Rovigo, purché serbasse prudenza (6). 

Caduta Milano in mano degl'imperiali, mentre scolpa- 
vasi colla Francia per la fuga delle sue genti davanti ai ri- 
pari di Porta Ticinese, adducendo il rifiuto degli Svizzeri e 
de ? Guasconi di muovere in loro soccorso (7), dava a malia- 
li) L'imperatore mulatosi di colore disse: io non mi pensava 
che quella S. ria servasse simili termini cum me, questi sono segni et 
principio di guerra, guardino ben quel che fanno ...per hora voglio 
haver i passi et passar, poi risponderò a quella S ria . ... né si cavò la 
bereta come è solito suo di fare. Gaspare Contarmi al Senato Bru- 
ges 24 ag. 1521. Ibidem msc. 

(2) Ada Consilii X t. XLIV, proved. gen. Gritii 13 nov. e 9 die. 
e risposta all'ami), cesareo 12 die. 1521. 
(3| Ibidem oratori in curia 2 ott. 1521. 

(4) Che in queste facende tutto el carico h sopra lo ill.mo mon- 
signor de Lautrech, el qual ordena et fa quanto li par ad proposito 
et expediente ... Nuj non havemo tolto in protectione esso Duca. i&J- 
dem oratori incuria 27 sett. 1521 msc. 

(5) Secreta Rogatorum t. XLIX, 2 nov. 1521. 

(6) Quanto specta a la citatione anchor chel pontefice habi di- 
verse vie et modi de far simil acto... tamen scriveremo a quel no- 
stro Rector, che usi ogni diligentia et stagi cauto et vigilante, et in- 
tendendo alcuna cosa in questa materia dagi noticia al R do . suo fiol: 
azo el possi proveder a le cose sue. El qual perho se rendemo certi 
harahavuto tal documento dala Ex. del signor suo patre che etiam 
dal canto suo ambulara cautissimamente. Acta Consilii X t. XLIV 
responsio facienda m. oratori Ferrariensi 5 ott. 1521 msc. 

(7) Secreta Rogai, oratori in Francia 26 nov. 1521. 



•— 475 — 

cuore licenza al Lautrec di svernare colle sue truppe nelle 
proprie terre (1), dopo aver fatto ogni sforzo per ridurle 
invece nel Ferrarese, e con condizione che si astenessero dal 
molestare i nemici (2). Nel tempo stesso di questo e dei soc- 
corsi dati a Francia, che confessava inferiori a quanto avreb- 
be potuto, faceva le sue scuse coir ambasciatore cesareo (3), 
alle quali il vescovo di Palenza, incaricato da Carlo V dei 
maneggi diplomatici colla repubblica, rispondeva ne'iermini 
seguenti : sa Dio quanto io desideri la unione di quella illur 
sitissima Signoria con questa Maestà, e che officio abbia fatto 
e faccia a tal uopo, conoscendo quello stato essere un propu- 
gnacolo della repubblica cristiana ; talché spesso mi vengono 
in mente le parole che soleva dire la regina Isabella di Spa- 
gna, che se Venezia non fosse, bisognerebbe farla per bene 
iella cristianità. Tuttavia se io ho questa opinione, diceva 
all'ambasciatore Gaspare Contarmi, credetemi che lutti gli 
altri che sono appresso questa maestà non vi consentono. Voi 
sapete quello ha fatto intendere sua maestà per mezzo mio 
alla illustrissima Signoria, che la vuol liberare Italia dalla 
tirannia dei Francesi; ella non vuole cosa alcuna e si con- 
tenta del suo. A quei signori piacque dar aiuto ai Francesi; 
se non foste voi, sariano già fuor <f Italia ... E per parlar 
liberamente con voi. come sempre faccio, sappiamo che quella 
illustrissima Signoria, e per lettere vostre e degli ambasciatori 
in Francia e a Calais, era tenuta in certissima speranza che 

(1) Estos (Veneziani) estan con grandissimo miedo y corno per- 
didos, y temen que si franceses se han ydo a salvar a sus tierras que 
con escusa dellos no vayan a lomarselas. Alonso Sanchez (amb. 
imp. a Venezia) al rey, nella raccolta di Salazar y Caslro Biblioteca 
de la Academia d' His torta de Madrid. A. 21 msc. 

(2) Secreta Rogatorum 2 die. 1521 responsio facienda M. Ant. 
Colonna. 

(3) Disse il doge che anche ai cani si darebbe da mangiare, tan- 
to più agli uomini. Alonso Sanchez al rey Venezia 2 die. 1511. IW- 
blioteca de la Acad. d'hist. de Madrid A. 21 msc. 



— 476 — 

dovessero succedere tregue fra questa maestà e il re di Fran- 
cia; perciò ha continuato a dar favore ai Francesi nello 
stato di Milano e più di quello ch'è V obbligazione ma. Però 
sua maestà è risoluta a non voler tregue, sì a vedere il fine, 
e già gli ambasciatori di Francia partirono da Calais e con 
superbia, ed oggi dovranno partire i nostri. Conchiudeva che 
la repubblica dovrebbe ponderare il tutto e badar bene a non 
mettere troppa speranza nella Francia (i). Poco prima an- 
che il nunzio pontifìcio, dicendo al Contarini che le cose dei 
Francesi erano in mali termini, la consigliava ad accostarsi 
all' imperatore, col quale solo aveva controversia del proprio 
stato, perchè così si assicurerebbe in perpetuo, e Italia sareb- 
be degli Italiani (2). 

E veramente, come andò sciolto il congresso di Calais, 
interpose Venezia i buoni officii dell'Inghilterra inverso di 
Cesare (3), al quale, dopo la morte di papa Leone, fece pure 
qualche apertura di pace (4) ; ma ancor vaga e contrabbilan- 
ciata da contemporanee instanze a Francesco di pronti rin- 
forzi (5), per non voltarsi a cose nuove prima che fossero 
meglio confermati gli eventi della Lombardia e della santa 
sede. Cotesti Veneziani, scriveva F ambasciatore imperiale 
Alfonso Sanchez, sono mercanti e stanno a vedere chi sarà 

(1) Gaspare Contarini al Senato, Ondenarde 1 die. 1521 Bibliote- 
ca Marciana ital. classe VII cod. MIX msc. 

(2) Oudenarde 25 ott. 1521 Ibidem msc. 

(3) Secreta Rogat. oratori in Anglia 26 nov. 1521. Videbatur 
rev.mo cardinali (Wolsey) maxime convenire, si id commode fieri 
posset, ut Veneti traherentur in partes M. V., et separarentur a 
Gallis ... Et, ut intelligo, Paceus persensit jam in oratore veneto 
hic existente, quod dominium, si bene tractaretur negocium, for- 
san ad id esse inclinatum et propensum. Der hischofvon Badajoz 
an den kaiser. London 19 die. 1521. Monum. hasb. pag. 509. 

(4) Acta Consilii x, responsio orat. caes. Al. Sanchez 12 die. 
1521. 

(5) Secreta Rogat. oratori in Francia 2 die. 1521 . 



— 477 — 

papa e chi farà loro miglior partilo (d). Li teneva perplessi 
assai più la poca fidanza che avevano nella promessa di Ce- 
sare di ristabilire lo Sforza nel ducato di Milano (2). Tutta- 
via, allorché quegli domandò il passaggio pei diecimila te- 
deschi condotti da Girolamo Adorno, da Giorgio di Frund- 
sberg e dallo stesso Francesco Sforza, si astennero bensì dal 
rispondere risolutamente, ma gli accennarono abbastanza 
perchè dai loro portamenti argomentasse alle intenzioni (3), 
ed al provveditore generale Andrea Gritti diedero ordine di 
lasciar libera la strada, come se fosse impossibile la resisten- 
za (4). Di tutto ciò tennero informato il cardinale Wolsey, il 
quale al principio dell'anno d522 fece loro proporre una le- 
ga con Cesare, con Enrico Vili, col futuro papa e con altri 
principi, non diretta contro alcuno, né anche contro Fran- 
cia, perfettamente conforme alle convenzioni di Londra del 
1548(5). 

Quella lega, evitata allora per non provocare gli sdegni 
dei Turchi (t. i pag. 275) e poi gradita nella speranza d'im- 
pedire la guerra tra i due rivali (pag. 7), avrebbero adesso 
di buon animo riaccettata per tornar in pace l'Italia. Ma la 
vittoria della Bicocca mutò a un tratto la faccia delle cose. 
Seguitar subito la buona fortuna di Carlo non era della ve- 
neta prudenza. Posto anche che a Francesco non succedesse 

(1) Venezia 2 die. 1521. Biblioteca de la Acad. d' Hist. de Ma- 
drid. A. 21 msc. 

(2) El vulgo (di Roma) dize que V. Mad. no quiere el ducado de 
Milati sino para si y los franceses lo publican entre los suycos a 
quien mas ha de pesar. D. Juan Manuel al rey. Roma 1 nov. 1521. 
Lo stesso pensavano i Veneziani. Alonso Sanchez al rey Venezia 
2 gen. 1522. Biblioteca de Madrid msc. 

(3) Secreta Rogai, responsio orat. caes. Sanchez 10 genn. 
1522 msc. 

(4) Ada Consilii X, provved. gen. Gritti 21 febb. 1522 msc. 

(5) Lega per securità et conservatane dei comuni stati. Ibidem 
oratori in Francia 28 febb. 1522 msc. 

42 



— 478 — 

di levarsi con nuove forze dalla depressione patita, e non 
poteva forse venirgli in pensiero di collegarsi coi suoi 
stessi nemici contro la repubblica, come pochi anni addietro 
aveva fatto il re Luigi XII, il che era stato principio di tante 
e cosi gravi calamità? D ? altra parte, separandosi dall'ami- 
cizia di Francia, bisognava badar bene di non mettersi a di- 
screzione di Cesare, imbaldanzito dalle recenti prosperi- 
tà. Lui non amavano certo i Veneziani e come impera- 
tore e come austriaco, cioè erede di antiche pretensio- 
ni sovra i loro domimi; e come fiammingo, cioè di gente 
emula per commercio; e come spagnuolo e padrone di 
quel nuovo mondo che loro toglieva lo scettro de' mari; 
sicché tra i cesarei e i francesi per rispetti politici avevano 
in conto di minor male questi ultimi, ai quali i fiorentini, 
malgrado di tante esperienze, guardavano invece come a 
liberatori. L'ambasciatore imperiale trovavali i piU malvagi 
uomini che avesse mai conosciuto e piU francesi nelV animo 
che non son quelli di Parigi; onde assicurava il padron suo 
che nulla da essi otterrebbe se non per forza (1). La era 
proprio cosi; e qual fede invero potevano riporre in coloro 
che, alla domanda di riaver quanto la repubblica possedeva 
prima della guerra, davano per tutta risposta che sua mae- 
stà sarebbe assai conlenta gli restituisse la signoria quello 
che tenea della casa d'Austria e dell'impero ? AI che Porator 
Gaspare Contarini argutamente replicò, non voler entrare su 
ciò in disputazione, perchè vi sarebbe molto a dire, e chi vo- 
lesse risalire alla origine delle cose troverebbe che i primi 

(l) Son la mas mala gente que yo jamas platique, muy dobla- 
dos y son mas franceses que los que estan a Paris, y sino por 
fuerca no spere V.-M. dellos por virtud que se reduzgan ni hayan 
bondad; han en extremo sentido lacreacion del papa que era el 
cardenal de Tortosa soloporque es hechura de V. M. Alonso Sanchez 
al rey. Venezia 6 e 9 febb. 1522. Biblioteca de la Acad. a" Hist. de 
Madrid A. minse. 



— 479 — 

imperatori furono occupalori dei beni altrui (4). Vero è che 
Cesare, sebbene stretto più che mai col re Enrico Vili, fa- 
ceva al solito ogni studio di melliflue parole e di amorevoli 
atti per tirargli dalla sua parte (2); ma nella trattazione del- 
l'accordo, condotta direttamente a Venezia da Girolamo A- 
dorno suo commissario, non apparivano conformi effetti. 
Pretendeva quegli che si avesse a rinnovare la investitura 
di terraferma come ai tempi di Massimiliano, fermi rimanen- 
do soltanto gli attuali possessi ; i Veneziani insistevano in- 
vece nello scioglimento da qualunque vincolo coli' impero e 
nella restituzione de' luoghi usurpati. Non minore l'ostacolo 
della difesa che volevasi loro imporre, non pur dello stato 
di Milano ma del regno di Napoli contro a tutti, la quale po- 
teva metterli in quel pericolo stesso che cercavano evitare, 
non aderendo alle tregue universali contemporaneamente 
proposte da papa Adriano; di essere cioè primi e forse soli 
a sostenere l'empito dei Turchi. Incomportabile l'obbligo 
del dichiararsi subito contro Francia (3), e più ancora la 
violenza del re d'Inghilterra che, per aggiungere agli ufflcii 
qualche necessità, tratteneva ne' suoi porti alcune .delle lor 
navi e le merci ond' erano cariche, con grandissimo incomo- 
do de 9 particolari mercanti e con offesa della dignità pubbli- 
ca. Indi le sollecitudini di non dar sospetti a Francesco, 
esortandolo a prevenire colla celerità della sua venuta in Ita- 
lia (tante volte promessa ora con lettere, ora con uomini 

(1) Gaspare Contarini al Senato. Bruxelles 2 apr. Ì522, 1. e. 
msc. 

(2) Quando venne in Inghilterra, scrive il Contarini che lo ac- 
compagnava, nello smontar dal vascello prima di montar a ca- 
valla mi fece gran ciera . . . abrazandome strettamente per rispetto 
di V. 5. tal che io Gaspare affirmo a quella non haver veduto 
da Sua Ces. M, usarsi più amorevole atto, Cantorberì 7 marzo 1522 
L e. msc. 

(3) Gaspare Contarini al Senato. Bruges maggio 1522, 1. e. 



— 480 — 

proprii) i consigli de' nemici (I); mentre le pratiche con 
Cesare tiravansi in lungo per aspettare dal progresso del 
tempo maggior lume a discernere il men sinistro partito. 

E lo ebbero poco stante negli avvisi dell'ambasciatore 
residente in Francia, che tutte le forze di quel regno si vol- 
gerebbero contro l'Inghilterra (2); il perchè, sebbene venis- 
sero di là Renzo da Ceri, monsignore de Valliers e poi Lo- 
dovico Canossa vescovo di Baiusa a confermare la volontà 
del re di discendere con nuovo esercito in Italia, non v'era 
più alcuno che le aggiustasse credenza. Intanto era riuscito 
al Contarmi di togliere dai preliminari l'articolo della inve- 
stitura, ed essendosi arreso agl'imperiali anche il castello di 
Milano aveva Cesare acconsentito con laude non piccola ajh 
presso agli Italiani, come dice il Guicciardini, che fosse con- 
segnato in potestà del duca Francesco Sforza. Non già che 
i Veneziani credessero per questo smorzata in lui la cupidi- 
gia della Lombardia. Renzo da Ceri si mostrò buon consi- 
gliere e buon profeta, allorché, esprimendo i loro sentimen- 
ti, scriveva al signor di Montmorency : il re cristianissimo 
può pensare che lo stato è in mano non' del duca Sforza ma 
degli Spagnuoli, i quali non hanno mai per il passato per- 
duto tempo in assettare le cose loro, e né meno lo perderan- 
no in istabilire quelle di Milano e le altre d'Italia, se da es- 
sa maestà cristianissima ne avranno agio; sicché se al pre- 
sente vi sarà una difficoltà a ricuperarle, da qui a qualche 
mese ce ne saranno venticinque (3). Ma infine preferibile era 
un principe italiano anche di solo nome ad un principe fore- 
stiero, un debole duca come Francesco II Sforza ad un po- 
tente monarca come Francesco I (4). Non potrebbesi forse, 

(1) Secreta Rogai, t. XLIX 7 agosto e 21 nov. 1522. 

(2) Ibidem 27 die. 1522. 

(3) 30 luglio 1523. Mulini, Docum. di storia ital. t. 1, pag. 166. 

(4) Questa è la ragione principale in favore della lega dei Vene- 
ziani con Carlo V, che il Guicciardini mette in bocca a Giorgio Cor- 



— 181 — 

o per accordo universale, o pel timore sia della venuta e sia 
di nuove chiamate de' Francesi, costringere Carlo a proce- 
dere con rispetto nelle cose d' Italia, convertendo in realtà 
l'infingimento del non voler un palmo di terra non sua? E 
chi sa non rivivesse nei Veneziani la speranza di poter un 
di pigliare per loro quello stato di Milano da gran tempo 
appetito (d)? Non era ultimo il riguardo che avevano dell'In- 
ghilterra per ragion de' commerci! (2). Vinti da queste con- 
siderazioni e dalla incuria de' Francesi, mostraronsi infi- 
ne più pieghevoli a trattare coli' imperatore, purché vi con- 
corresse anche l'arciduca Ferdinando, suo fratello, il quale 
ne inviò il relativo mandato (3). In questo mezzo era morto 
ai 7 maggio 1523 il doge Antonio Grimani mal gradito a 
causa specialmente della molta età, ond' erasi fatta qualche 
pratica d' indurlo a rinunziare, che i nipoti, per godersi la 
buona entrata, mandarono a vuoto (4); e Andrea Gritti che 
gli successe, sebbene antico partigiano di Francia (5), non 

naro savio del consiglio, il cui discorso nelle Opere inedite t. 1 pa§. 
293-301 è molto diverso e più copioso di quello riportato. nel libro 
XV della sua Storia d'Italia. 

(1) Francesco Vettori, Storia d'Italia. Arch. stor.ital. Append. 
22 pag. 344. 

(2) Volsey scrisse al suo re essere state superate le difficoltà 
bg your mediacion, and moost for your sake 10 ag. 1523 State Pa- 
peri t. l,pag. 117. 

(3) Secreta Rogat. t. L. 6 e 20 giugno 1523. 

(4) Al qual proposito osserva amaramente il Sanuto t. XXXIV 
e cossi va le nostre cosse. Di quel doge scriveva l'ambasciatore im- 
periale : este duque es un loco y por tal lo tienen los mas del colle- 
già y dize mil locuras. Alonso Sancii ez al rey. Venezia 2 die. 1521 
Bibliot. de V Acad. cChist. de Madrid A. 21 mse. 

(5) Per questo dolevasi P ambasciatore imperiale che né egli né 
isuoi colleghi non potevano intromettersi nella elezione dei dogi: 
en estas electiones los embaxadores que aca estan no pueden 
aprovechar a cosa ninguna porque attende que passan por sus 
ordenes los quale* por cosa del mundo no divertirian de un pelo, y 



— 182 — 

che difenderne l'alleanza od astenersi dal parlarne, come fa- 
fermano alcuni storici, perorò anzi in favore della confedera- 
zione con Cesare (d). La quale, dopo lunghe negoziazioni, 
interrotte eziandio per la morte di Girolamo Adorno, a cui 
venne sostituito Marino Caracciolo protonotario apostolico, 
fu segnata a di 29 luglio d523 a queste condizioni : tenessero 
i Veneziani le terre che al presente possedevano, pagando in 
compenso a sua maestà ducentomila ducati in anni otto ; 
concedessero l' impune ritorno in patria agli emigrati, ed 
assegnassero loro pei beni confiscati cinquemila ducati 
d'entrata perpetua; si facesse da ogni parte la. restituzione 
de' luoghi occupati giusta il convegno di Worms; fosse ai 
sudditi di ambedue i contraenti nell'uno e nell'altro domi- 
nio libero e sicuro il commercio e la dimora; tenesse lo Sfor- 
za per la difesa dello stato di Milano in tempo di pace cin- 
quecento uomini d'arme, e altrettanti i Veneziani con l'ob- 
bligo di accrescerne il numero in tempo di guerra fino a 
ottocento uomini d'arme, cinquecento cavalli leggieri e sei- 
mila fanti con apparato conveniente di artiglieria, lo stesso 
facendo Cesare per la eventuale difesa della repubblica; vie- 
tasse ciascuna parte al nemico il passo e le vettovaglie sul 
proprio territorio; mandassero i Veneziani venticinque ga- 
lee in difesa del regno di Napoli, sempre che non fossero in 
guerra col Turco. Nominaronsi il papa e il re d' Inghilterra 
custodi e conservatori di questa confederazione, alla quale, 
come comuni amici, furono aggiunti i re di Polonia, d' Un- 
gheria e di Portogallo, il duca di Savoia (2), la repubblica di 

la suerte aset lo haze ; su condicion de està gente es huyr de lo- 
da platica y conversacion de todos los embaxadores. Alonso Sari- 
chez al rey. Venezia 20 mag. 1523 Ibidem msc. 

(1) Andrea Morosini, Storia Veneta t. 1 pag. 73, correggendo 
Terrore di Pietro Giustiniano (Rerum Venetarum ab urbe condita 
ad annum 1575 liistoria. Argentorati 1611). 

(2) Carlo HI duca di Savoia aveva nel 1521 concesso SI passo 



— 483 — 

Firenze, la casa de' Medici, Antoniotto Adorno duca di Ge- 
nova e il marchese di Monferrato. Fermate le quali cose, li- 
cenziò il senato Teodoro Trivulzio, benché con grande onore, 
siccome partigiano di Francia, e in sua vece elesse governa- 
tore generale della milizia veneta il duca d'Urbino, stato 
sino allora capitano de'Fiorentini, per volontà del cardinale 
Giulio de' Medici, il quale, allo spirare del convenuto tempo 
di servizio, dimandò a Cesare che gli fosse sostituito il mar- 
chese di Pescara (1). 

X. Tanta unione di tutti gli stati italiani e de' primarii 
potentati d'Europa, di quelli per impedire al re di Francia 
la riconquista della Lombardia, di questi per invadere il suo 
regno, reputavasi almeno bastevole a farlo desistere per 
quell'anno dalla disegnata impresa. Di già Andrea Doria, 
malcontento di lui, prometteva passare al servizio di Cesa- 
re (2). Ora possiam dir con Orazio, scriveva da Roma Girola- 
mo Negro al dotto suo compatriotta Marcantonio Micheli, Nunc 
est bibendum, nunc pede libero Pulsanda tellus, poi che per 
la vostra prudenza si spera veder la quiete d'Italia già tanto 
tempo desiderata. Non vi posso scrivere quanto tutta questa 
città si sia allegrata del partito preso per cotesta illustrissi- 
ma Signoria, dal quale si conosce pendere la salute d'Italia 

all'esercito francese, aggiungendovi aiuti di viveri e munizioni. 
Ora, sebbene il re Francesco per ristrignersi con lui rinunciasse ai 
diritti ereditati dai conti di Provenza sulla contea di Nizza (Du Mont, 
Corps diplom. t. 4 p. 319), accostavasi all'imperatore, cedendo alle 
instanze di Beatrice figliuola di Emanuele re di Portogallo, eh' ei 
sposò nel marzo di quell'anno, ed all'aspettativa, con che quegli 
lusingavalo, di acquistare il marchesato di Saluzzo. Lettera di Carlo 
al duca, dicembre 1521. Archivio di Stato e di Corte in Pierina. 

(1) Fide prestantem, gratta apud omnes admirabilem. Il card, 
de' Medici alNmper. Roma 7 lugl. 1523. Bibliot. de la Acad. d f fli- 
rt . de Madrid. A. 28 msc. 

(2) Lopez de Sona al emperador. Genova 13 ag. 1513. Ibi- 
dem msc. 



— 184 — 

e di tutta cristianità; e per gli uomini di esperienza si giu- 
dica che il re di Francia, veduta questa anione, non verrà di 
qua da 9 monti, ovvero che, venendo, facilmente gli sia dato 
delle busse, e corra pericolo di perdere il proprio per F ap- 
pellativo. E se Dio gr inspirasse nel cuore d'acquietarsi e 
cedere al tempo ed alla fortuna, si spereria, con la diligenza 
del pontefice, veramente ottimo e religiosissimo, poter fare 
alcuna opera buona contra il Turco (4). Sola Venezia non 
consentiva in queste improvvide fidanze, e ben lungi dal far 
festa di un'opera impostale dalla necessità, quasi presaga del- 
l'avvenire, cercava nasconderla per veder se gli eventi le con- 
cedessero ancora altra via di scampo. Valga in prova che nella 
promulgazione solenne della lega fatta in Roma a' 5 agosto 
4523 non volle essere nominata (2), e che Teodoro Trivulzio 
a 9 34 luglio di quell'anno scriveva al maresciallo di Mont- 
morency, non dovere il re per questo perdersi d 9 animo, anzi 
dimostrare la sua possanza; che, mostrandola, le cose passe- 
ranno col medesimo favore che sarebbero passate prima y e 
forse la Signoria di Venezia farà per lui quello che non a- 
vrebbe fatto innanzi (3). In fatto da quella lega non si lasciò 
intimidire Francesco. Tutta Europa, aveva egli detto poc'anzi 
al parlamento di Parigi, congiura a? miei danni: sia pure, ed 
io farò testa a tutta Europa. Non temo V imperatore, perchè 
non ha denari; non il re d'Inghilterra, perchè la frontiera 
della Piccardia è ben fortificata; non i Fiamminghi, perchè 
sono inabili soldati. Quanto all' Italia me n 5 espedirò io stes- 
so : andrò a Milano, lo prenderò e non lascierò nulla ai 



(1)5 agosto 1523. Ruscelli Lettere di principi t. 1, pag. 99. 

(2) De Venetis nostris nulla habita mentione. Id quod consulto 
factum fuit, per non voler quei nostri Signori scoprirsi, fin che la 
unione non si fa generale, di che il nostro clarissimo oratore fece 
prima la scusa col pontefice, et per questo noluit interesse. Ibidem. 

(3) Molini, Docum. di storia ita!, t. 1, pag. 167. 



— 485 — 

nemici di ciò che mi tolsero (i) 9 e allora scrisse al Montmo- 
rencv : non islarò bene che quando sarò passato di là col mio 
esercito (2). 

Di già per la fama della venuta sua cominciavano ad 
apparire nuovi tumulti. Lionello, fratello di Alberto Pio, ri- 
cuperò furtivamente la terra di Carpi, mal custodita da Gio- 
vanni Coscia, prepostovi da Prospero Colonna, a cui Cesane, 
spogliatone Alberto, come ribelle dell'impero, l'aveva dona- 
ta. Maggiore scompiglio stava per succedere nel ducato di Mi- 
lano, dove, sebbene il duca Sforza coi cinquecentomila ducati 
d'oro avuti in presto dal re d'Inghilterra (3),. facesse ogni 
poter suo di non affliggere tosto con nuove taglie i sudditi, 
continuavano gl'imperiali sotto coloie di non essere pagati i 
loro saccheggiamenti, dai quali il solo Antonio de Leva, per 
autentica testimonianza del duca medesimo, si tenne purga- 
to (i). Onde all'amore del principe proprio contrastando l'o- 
dio contro a' padroni di fatto, traevano incentivo i vogliolosi 
di rivolture appoggiatisi a Francia. Fra' quali Bonifacio Vi- 
sconti, mosso eziandio da privati rancori e dal desiderio di 
vendicare Ettore suo zio (detto il Monsignorino perchè aba- 
te commendatario di s.Celso dell'ordine di s. Benedetto) 
pochi mesi innanzi trucidato da Giangiacomo Medici per co- 
ti) Mignet, Rhalitè de Charles - Quint et de Francois l. 1. e. 
pag. 645. 

(2) 23 ag. 1523. Ibidem. 

(3) Ut nobis in hac aeris angustia qua premimur opem ferat, 
nosque resque nostras ipsius et Caesaris auxilio partas instaurare 
ac tueri meJius valeamus. Obligacion del duque de Milan para et 
rey de Inglaterra. Medio). 13 mai 1522. Archivio di Simancas msc. 

(4) False le calunnie, dice il duca, contro Antonio de Leva di 
aver espilato o permesso di espilare denaro dai Novaresi. Egli 
fece pubblicare un bando che qualunque si credesse leso si pre- 
sentasse per avere risarcimento, e nessuno si presentò. Francesco 
Sforza all' imperatore. Milano 28 marzo 1523. Biblioteca de l'Acad, 
d Hist. de Madrid A. 27 msc. 



— 486 — 

mandamento del duca e del Morone, i quali colla morte di 
Ini, non dissimile dal fratello Sagramoro dei tempi di Massi- 
miliano Sforza (t. 4, pag. 168), vollero prevenire un tra- 
ditore (d). Tornava il duca da Monza a Milano il di 25 a- 
gostò 4523, e Bonifacio, colto il destro di trovarsi solo con 
lui, essendo stati allontanati i cavalli di sua guardia per di- 
minuire r incomodo della polvere, gli diede un colpo di 
pugnale, che destinato alla testa lo feri invece leggermente 
in una spalla (2). All'istante Galeazzo Birago, avuto avvi- 
so della cospirazione, e non dubitando della morte del du- 
ca, s' impadroni di Valenza sul Po per aprire ai Francesi 
questa porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi 
promessi, e Antonio de Leva andatovi a campo la espugnò 
in due giorni ; sicché la congiura non ebbe altro risultamen- 
to che di menare alla tortura, indi al supplizio molli genti- 
luomini milanesi. La tardanza de soccorsi francesi aspettati 
dal Birago dipendette in gran parte dalla cospirazione a 
que' giorni scoperta del contestabile Carlo di Borbone, della 
quale, per la importanza avuta nelle vicende dell'Italia, ben 
si appartiene alla storia nostra narrare le origini e i successi. 
Carlo, pervenuto al trono ducale di Borbone, e come 
capo della seconda linea di quella casa regnante e come ma- 
rito di Susanna, unica figlia del duca Pietro e di Anna di 
Francia (figliuola di Luigi XI) in cui estinguevasi il ramo 
primogenito, per la nobiltà del sangue e per la grandezza 
dello stato non la cedeva che al re in potenza (3). Uguaglia- 



li) LUta, illustri famiglie italiane. Il processo verbale di Palla- 
vicino Visconte (T. Dandolo, Ricordi inediti di Girolamo Morone p. 
1 13) parmi non basti a scolparne il Morone. 

(2) Lettere dell' ab. de Najera e del duca Sforza all'imperatore, 
nelle quali si attribuisce l'attentato alle subornazioni d#l re Fran- 
cesco, di Galeazzo Visconti e di altri fuorusciti milanesi Bibliot. de 
V Acad. d'Hist. de Madrid A. 28 msc. 

(3) Questo ducha di Borbon ... a anni 29. Prosperoso traze 



— 487 — 

vaio quasi per l'autorità del nome, fatto chiaro nei campi di 
Agnadello e di Malignano, e più assai nella difesa di Milano 
contro gli assalti dell'imperatore Massimiliano nell'anno 
4516 (i). Qual meraviglia che il pensiero levasse sino al tro- 
no di Francia? E cosi innanzi lo portò da chiedere persino 
in quell'anno medesimo l'aiuto di Venezia per il caso che 
Francesco non avesse figli o ne fossero esclusi gli Alencon 
aventi prevalente diritto (2). Di qui forse le disgrazie ben 
tosto succedute a' suoi trionfi. Due mesi dopo la fuga di 
Massimiliano ei fu richiamato da Milano, rimosso dai consi- 
gli del re, non risarcito delle spese fatte del proprio in Lom- 
bardia, privato fin degli emolumenti dLgovernatore della 
Linguadocca e di contestabile di Francia. 

Non si rimase per questo dal comparire a corte, e nel 
campo dei drappi d'oro tanto fasto ostentò che Enrico Vili 
lo ebbe a male, e fissando quel volto altero in cui sorprese 
la tempesta dell' animo, se io avessi tal suddito, disse a Fran- 
cesco I, non gli lascierei lungo tempo la lesta sulle spalle (3). 
Lo afflisse invece Francesco con nuovo dispregio, affidando 
al duca d'Alengon il comando che a lui spettava della van- 
guardia nella guerra di Piccardia, e a questo aggiunse po- 
co stante la minaccia di spogliarlo de* suoi averi. Morta 
essendo la duchessa Snsanna nell'aprile del 4521 ed a- 
vendo il Borbone rifiutato la mano di sposa profferlale da 

uno palo di ferro molto gajardamente, teme Dio, è devoto, human 
e libéralissimo; ha de intrada scudi 120 milia, e per il stado di la 
madre scudi 20 milia; poi ha per l' officio -di gran contestabile in 
Franza scudi 2000 al mese. Sumario di la relazione di ser Andrea 
Trecisan (ambase. veneto a Milano) fatta in pregadi novembre 1516. 
Mariti Sanino t. XXIII. 

(1) Et ha grande autorità ... poi disponer di la metà del exer- 
cito del re ancora chel re non volesse a qual impresa li par. Ibidem. 

(2) Perho in quel caso la ser.ma Signoria volesse ajutarlo. 
Ibidem. 

(3) Henri Martin Histoire de France. Paris 1857 t. 8 pag. 27. 



- 188 - 

Luigia di Savoia, madre del re (1), questa, accesa di sdegno, 
gli contese in giudizio la eredità de 9 feudi trasmissibili alle 
femmine, e Francesco non solamente la lasciò fare, ma si 
uni a lei per rivendicare alla corona gli altri feudi riservati 
ai maschi. Tutto ciò fuor di tempo, abbisognando egli allora 
più che mai di tener congiunte le forze per opporle a tanti 
nemici esterni, e conti 'ogni ragione; sendoche il Borbone 
fondava la legittimità del suo possesso sopra la legge roma- 
na e le consuetudini vigenti dal 1400 in poi quanto ai primi 
domimi, siccome donatario e poi legatario di Susanna, e sul- 
la legge salica degli appanaggi quanto ai secondi, siccome 
erede sostituto (2). 

Vistosi in pericolo di perdere tutto, non si tenne più il 
contestabile nei termini legali di difesa. Piacevagli ripetere 
sovente ciò che un cavaliere guascone, interrogato da Carlo 
VII qual cosa potrebbe risolverlo a mancar di fede, aveva ri- 
sposto, non r offerta della corona, ma una vostra ingiuria (3). 
E gravi erano le ingiurie patite; incomportabile la ingiustizia 
per cui da una potenza quasi regale volevasi abbassarlo alla 
condizione di semplice conte di Montpensier. Più volte io 
Francia e in altre monarchie feudali s'erano veduti grandi 
vassalli e principi del sangue cospirare contro il loro sovra- 
no, non mai ancora mancare ai doveri verso la patria. Ri- 
servata era al Borbone l'infamia di conculcarli, e a Carlo V e 
ad Enrico Vili la viltà di farsene complici. Alcuni mesi dopo 
la morte di Susanna avevagli Carlo V proposta la mano di 

(1) Enrico Vili disse all'ambasciatore di Carlo V: il n'y a eu 
malcontentement entre le roi Francois et le dict de Bourbon sinona 
cause qu'il n'a vola espouser madame la régcnte, qui l'aymefort. Luis 
de Praet à l'empereur 8 mai 1523. Archivio imp. di Henna, presso 
Mignet Le connètable de Bourbon. Revue des deux mondes l. 25 
pag. 878. 

(2) Ibidem jng. 875-877. 

(3) Ferronius, De rebus gestis Gallorum 1. 6 pag. 136. 



— 489 — 

sua sorella. In questo maritaggio, non accettato né respinto 
in sulle prime, cercò poi il Borbone, divenuto ribelle, un 
mezzo di sostenersi e di vendicarsi, introducendo a tal uopo 
nella state del 1522 negoziazioni secrete, per le quali pro- 
metteva di sollevare la Francia e di congiungere le sue forze 
alle spagnuole ed inglesi in quel momento che comparireb- 
bero ai confini del regno, con patto che Cesare ed Enrico, 
di cui non si recava a coscienza adulare le ambizioni e riac- 
cendere le antiche pretese (1), mandassero a lui persone in- 
time e di autorità per convenire negli articoli principali di 
un trattato. 

Di questi articoli, discussi prima a Yalladolid e poi a 
Londra nel giugno del 4523, fu portatore, in nome di Cesa- 
re, Adriano di Croy signore di Beaurain, al quale doveva ac- 
compagnarsi il dottore Knight siccome rappresentante del re 
d'Inghilterra. // duca di Borbone, diceva questi nella istru- 
zione relativa, buon uomo e di nobili sentimenti, mosso a 
pietà della Francia oppressa da Francesco, applicò il pen- 
derò al rimedio de 9 suoi mali (2). Ecco i pietosi motivi che 
il traditore della patria adduceva a' suoi complici e forse 
anche a sé stesso in quegli istanti in cui il delitto ammanta- 
si del sofisma. Nonpertanto che prevalesse ancora in lui il 
grido della coscienza, addimostrerebbelo il non essere com- 
parso davanti ai sopraccennati agenti nel giorno e nel luogo 
assegnati. Se il re e sua madre fossero desistiti 'dall'ingiusto 
litigio ei sarebbe tornato indietro. Ma quegli s' era già in 
questo mezzo appropriata una porzione de' suoi domimi. 

(17 The salci Duke . . . considering also that the King hath title 
to the crowne of Fraunce, the same Dukewas co utente d it shuld be 
notified unto the Klnges Highnes. distruzione di Enrico Vili a Tom. 
Boleyn e Rice. Sampson suoi ambasc. presso Carlo V. State Papers 
t.6pag.l04. 

(2| Instructions geven by the Kinges Highnes to his trusty 
clerc and counsaillour Maister William Knyght. Ibidem p. 131. 



— >|©0 — 

Aveva il Borbone sin dal dicembre del 4522 perduta sua 
suocera, e sebbene essa con alto di ultima volontà, confer- 
mando le anteriori disposizioni, l'avesse lasciato legatario 
universale, pure comprendeva che all'autorità de' suoi av- 
versarti soccomberebbe il diritto. Sapeva oltracciò che il 
cancelliere DuPrat consigliava di ridurlo alla condizione d'un 
gentiluomo con quattromila lire di rendita/Venne per ultimo 
il decreto del parlamento di Parigi che accordava il chiesto 
sequestro de' beni controversi. Allora, al colmo della dispe- 
razione, fatto venire a sé l'ambasciatore di Cesare nella not- 
te del 18 luglio |523 segnò Tabbominevole patto della sua 
ribellione. Fu stipulato che il duca sposerebbe quanto prima 
o Eleonora, vedova del re Emanuele di Portogallo, o la in- 
fanta Caterina sua sorella con dugentomila scudi di dote, e 
si unirebbe coli' imperatore e col re d'Inghilterra contro 
a tutti, e nominatamente contro a Francesco, sebbene non 
acconsentisse ancora di riconoscere a re di Francia Enrico 
Vili, rimettendosi in ciò al beneplacito di Cesare; che que- 
sti entrerebbe in Francia per la via di Narbona con diciot- 
tomila spagnuoli, diecimila lanzichenecchi tedeschi, duemila 
uomini d'arme e quattromila cavalli, mentre il re d'Inghil- 
terra discenderebbe sulle coste occidentali del regno con 
quindicimila inglesi e cinquecento cavalli, ai quali si unireb- 
bero tremila fanti e tremila uomini d'arme levati nei Paesi 
Bassi ; che qilesta invasione simultanea eseguirebbesi non si 
tosto il re Francesco partisse di Lione per assumere il co- 
mando dell'esercito in Italia; che dieci giorni dopo dichia- 
rerebbesi il Borbone, venendo a campo colle sue genti e con 
diecimila fanti occultissimamente preparati in Germania con 
i danari di Cesare e del re d'Inghilterra (4). 

(1} Mignet, 1. e. pag. 889 Non fu redatto formale trattato : pour 
le dangier de deceler cette affaire et aussi pour la haste qu' il re- 
quiert % n*avoil este possible que aucunes gens de longue robe eussent 
eslepresens à conciare lad. lighe a fin de la mectre en forme ole lei' 



— 491 — 

Come n'ebbe il re qualche indizio, andò in persona a 
comunicare i suoi sospetti al Borbone che fingeva di essere 
ammalato per escusarsi dal seguitarlo in Italia, e sperando 
ancora di ricondurlo con la dolcezza al dovere gli promise 
non solo la restituzione de' suoi beni, ma eziandio di divide- 
re con lui il comando dell'esercito. Quegli affermò la pro- 
pria innocenza nel modo il più solenne, e con singolare af- 
fettazione d' ingenuità diede in pegno sua fede che, come 
prima fosse libero dalla infermità, l'avrebbe raggiunto. Parti 
infatti da Moulins sotto colore di seguirlo; ma giunto a Ga- 
yete, nella notte dal 6 al 7 settembre segnò col plenipoten- 
ziario di Enrico Vili una lega offensiva e difensiva, somi- 
gliante a quella conchiusa con Carlo V (1); poi volgendo a 
«Distra valicò il Rodano, e dopo infinite pene e pericoli, 
sfuggito a tutti i drappelli di soldati, che il re, troppo tardi 
pentitosi della propria credulità, aveva spedito per intercet- 
targli il passo e farlo prigione, il dì 8 ottobre entrò a Be- 
sanzone, fortezza in allora dell' imperatore. 

Questa cospirazione tramata in tanta parte della Fran- 
cia con saputa e partecipazione di molti baroni del regno, 
fra i quali Filiberto di Chalons, principe d ? Orange, destinato 
come il Borbone ad apparire nelle calamità dell'Italia, rat- 
lenne il re Francesco dal passare le Alpi. Laonde, non vo- 
lendo desistere dalla disegnata impresa sul Milanese, affidò 
il comando dell'esercito a Guglielmo di Gouffier, più noto 
' sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, capitano inetto, ma 
strisciante cortigiano e uno de' pochi in cui nelle angustie 
di que' giorni potesse fidare. Il quale ridotta in potestà de' 
Francesi tutta la regione eh' è di là del Ticino non munita 

tre* patentes selon la, coutume. Louis de Praet à Charles - Quint 9 
aoùt 1 523. archivio imp. di Vienna. 

(I) Ring Henry Vili and Charles duke of Bourbon. State Paperi 
I6pag. 174. 



— 192 — 

né di soldati né di ripari a sufficienza, passò quel fiume 
nel giorno 44 settembre 4523, sotto gli occhi di Prospero 
Colonna, che per la straordinaria bassezza delle acque non 
potè impedirlo. 

In quel giorno stesso morì papa Adriano. Ben meritava 
gli risparmiasse Iddio il dolore di una guerra ch'egli indarno 
e pur con tanto zelo aveva cercato evitare. Di lui, come 
principe, notar potevano i romani la inettitudine al governo 
delle cose del mondo; ma, come pontefice, l'odio in cui lo 
ebbero è vergogna loro, non sua. Non era Adriano di quegli 
uomini, e massimamente, al dir di Girolamo, Negro, canonico 
di Padova, di que 9 preti soggetti a metamorfosi, che spesso di 
pastori divengono lupi (1). Qual fu a Lovanio e in Ispagna, 
dove diceva voler provvedere a 9 beneficii di uomini e non agli 
uomini di beneficii, tal rimase in Roma (2). Ma il ponderare 
che faceva a lungo innanzi di conferir beneficii (3); il menar-, 
si dietro la dabbene fantesca che il servisse al modo di pfK 
ma; il non spendere per pranzo meglio d'un ducato, eh* 
ogni sera dava di propria mano allo scalco; il suo dir messa 



(1) Girolamo Negro a Marcantonio Micheli sett. \ 522. Ruscelli, 
Lettere di principi t. 1, pag. 92. 

(2) Ne dubito da principio il Negro: ma dubito, che, come beva 
di questo fiume Leteo, non mandi in oblivione tutti questi santi pen- 
sieri, et massimamente perchè natura non tolerat repentina* muta* 
liones, essendo la corte più corrotta che fosse mai, non vi vedo a/- 
cuna disposinone atta a ricever così tosto queste buone intentioni. 
Roma 14 apr: 1522. Ibidem pag. 88. 

(3) Tutta questa Corte sta mai contenta per la natura difììcile 
del principe, il quale nelle grazie è parassimo, benché ciò proceda 
da poca esperienza et da diffidentia de' ministri, et etiandio da sua 
buona conscientia, perchè teme di non peccare. Vero è, che quelle 
poche signature sono giustissime, et non s* intende che da sue ma- 
ni esca niuna essorbitantia. Ma questo non satisfa alla corte male 
avezza. Girolamo Negro a Marcantonio Michele Roma 7 apr. 1523. 
Ibidem pag. 97. 



- 493 - 

e P uffizio tutti i giorni (4); l'abbonimento da ogni fasto (2); 
l'austerità de' costumi eccitarono le risa nella corte abituata 
al lusso, alle magnificenze, alle prodigalità di Leone X. Né 
si rimasero a quelle gli scorretti cherici ; perocché racconta 
Jacopo Nardi aver udito uno di essi nella presenza d'un car- 
dinale, mentre che di certo pericolo corso da sua santità si 
ragionava, insultare al papa, e non si vergognare di mala- 
dire la fortuna che dalla morte lo aveva liberato. E quello 
diche io mi maravigliai, soggiunge il testimonio autorevole, 
fu che il prete da quel cardinale non fu punto ripreso o 
biasimato delle buffonesche parole da lui usate, ma più tosto 
lodato e accarezzato (3). Lui ricco di quelle doti che si so- 
levano ricercare e desiderare ne' tempi manco lontani dalla 
primitiva Chiesa, lui reputato olir' Alpe protettore degl'in- 
gegni (4), dotto nelle lettere sacre, studiosissimo (5), lui dis- 



ti) Sommario della relazione di Roma di Luigi Gradenigo, e 
del viaggio degli oratori veneti che andarono a dar l'obbedienza 
a papa Adriano, alberi Relaz. degli amb. ven. serie 2, t. 3 pag. 74 
e J12. 

(2) Cavalca senza pompa et senza far molto a cardinali, i quali 
spesso, intendendo il papa esser cavalcato, gli corrono dietro in 
quella guisa che fanno i servitori a' loro cardinali. Fi di questo, 
come di nostra vendetta, noi 'altri ce ne pigliamo piacere. Girolamo 
Negro a Marcantonio Micheli Roma 17 marzo 1523. Ruscelli Lettere 
di principi t. 1, pag. 96. 
* (3) Istoria della città di Firenze t. 2 pag. 92. 

(4) Così scriveva Adriano ad Erasmo: ex natura tamen nostra 
et institelo, adde etiam ex eo quod gerimus officio, non faciles prae- 
bere aures solemus ad ea, quae de doclis et virtù! e praeditis viris 
sinistre nobis referuntur ; quos quanto scimus excellentiore doctrina 
praeditos, tanto videmus esse invidiae morsibus magis obnoxios. 1,° 
dlcem. 1522. Desid. Erasmi. Opera t. 3, parte I, pag. 735. 

(5) 11 papa vuole ogni giorno studiare moltissimo; nel quale 
studio non si contenta solo di leggere, ma vuol scrivere e compor- 
re. Relazione precitata degli ambas. ven. pag. 113. Dilettasi sopra 

13 



— 494 — 

sero un barbaro gli umanisti che più non salariava, e che 
presero la fuga beffando e bestemmiando: tulli i Sesti han ro- 
vinalo Roma (i). Onde il Negro querelavasi che le persone 
da bene se ne partissero; avventava il Berni un capitolo 
violento contro di lui e dei quaranta poltroni cardinali che 
T aveano eletto, e Pasquino il dipinse in figura d' un peda- 
gogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scola- 
retti. Che più? Lo si ebbe in conto d'un flagello non minor 
della peste che allora infuriava (2) ; si tentò sin di avvele- 
narlo (3), e la morte sua fu tal pubblica esultanza che alla 
porla del medico si sospesero corone civiche ob urbem ser- 
vatam. A queste indegnità rispondono gli epitafii destinati- 
gli (A). Lo storico onesto li rigetta, e prostrasi invece sulla 
sua tomba a piagnere le miserie dell'Italia nel successivo 
pontificato. 

tutto di lettere, massimamente"ecclesiastiche, né può patire un prete 
indotto. Girol. Negro a Marcantonio Micheli, Roma seti. 1522, p. 92. 

(1) Sextus Targuinius, Sextus Nero. Sextus et iste, 
Semper et a Sextis diruta Roma fuit. 

(2) Usciti d' una peste, siamo entrati in una maggiore. Questo 
pontefice non conosce nissuno, non si vede una gratia, omnia sunt 
pienissima desperationis. Girolamo Negro a Marcantonio Micheli 17 
marzo 1523. Ibidem pag. 96. 

(3) Alcuni servitori del duca di Camerino vennero per avvele- 
narlo. Chi portava il veleno fuggì, gli altri arrestati confessarono, 
ahunque, scrive l' ambasc. imper., creo que no se averigua bien la 
verdad. Lope Hurtado al emperador. Roma febb. 1523. Biblioteca de 
la Acad. a" hist. de Madrid A. 27, msc. 

(4) Hic iacet Adrianus Sextus, cui nihil in vita infelicius conti» 
git, guam quod imperai-it . . e poi impiuj inter pios, perchè sepolto 
nella cappella di S. Andrea tra i due pontefici di casa Piccolomini. 
Clerk, Pace and Hannibal to tFolsey. Roma 24 ott. 1523. State Pa- 
pera t. 6, pag. 178. 



CAPITOLO QUARTO 



Ltagtaua del conclave ; candidatura del Wolsey ; elettone del cardinale Giulio de* 
Medici col nome di Clemente VII — Fallita intintone della Francia; prosperi 
mccessi delle armi imperiali in Italia; pestilenza in Milano — Invasione della 
Provenza ; discordie tra il Pescara e il Borbone ; assedio di Marsiglia ; ritirata 
dell'imperiali — Prime azioni di papa Clemente; governo di Firenze; sua 
politica vacillante — Venuta di Francesco 1 in Italia; presa di Milano; deboli 
tinti de'confederati italiani a favore di Carlo V — Infinta neutralità del papa e 
ina lega segreta con Francia; adesione di Venezia —Assedio di Pavia; andata 
del duca d'Albania nel regno di Napoli; battaglia di Pavia; prigionia del re 
Francesco. 



I. Nel giorno primo ottobre del 4523 entrarono in con- 
clave trentacinque cardinali, già divisi d' animo non sola- 
mente per le volontà opposte di Cesare (1) e del re di Francia, 
ma eziandio per la grandezza del cardinale Giulio de 9 Medi- 
ci. Il quale, benché oppugnato da tutti quegli che seguita- 
vano l'autorità del re, avendo in arbitrio suo le voci con- 
cordi di diciotlo cardinali, e promesse occulte da cinque- al- 
tri di accedere alla elezione che si facesse di lui, nutriva 

(1) Questi al primo annuncio della malattia di papa Adriano or- 
dinò al suo ambasciatore a Roma di adoperare ogni mezzo aftinché 
fosse eletto il cardinale de'Mediri, ed anche la forza se i francesi vi 
si opponessero : temendo siempre respeclo a que la eleccion se haga 
con toda libertad si ya por la parte francesa no se intentasse hazer 
alguna fuerza, que en esle caso haveysos de mostrar reziamente por 
nuestra parte, ayudandoos para elio de los visorreyes de Ndpoles y 



- 196 - 

fondata speranza di raggiungere i due terzi dei voti (1). Ma 
nel quinto giorno del conclave sopravvennero tre nuovi car- 
dinali francesi in vesti di viaggio con istivali e sproni, ed uno 
di essi con un abito di veiluto di color gaio, e cappello a piu- 
me, il quale peraltro giudicò convenevole di cambiare (2). 
Allora si fece più aspra la contenzione, giacche neanco gli 
elettori di parte imperiale mostravano uniti, alcuni per cu- 
pidità particolari, altri, come il Cesarini (3) e il Piccolomini 
per riuscir più facilmente alfine di Cesare col tener a bada 
gli avversarli (4), e Pompeo Colonna per antica inimicizia al 
cardinale de' Medici (5). Questi però ai sopraccennati fonda- 
menti, già avuti alla morte di papa Leone, aggiungeva ora in 



Sicilia y. de nuestro esercito, y de todos los subsidios y olros i»e- 
dios que pudieredes. Charles-Quint au due de Sessa. Valladolid 13 
joui! 1523. Gachard op. cit. pag. 192. 

(1) Los cardinales que entraron en conclave fueron 35 . . . de los 
35 tenia Medicis 18 votos cierlos para ser papa y de llegar a 24. Lo- 
pe Hurtado a V emperador. Roma 5 ott. 1523 in cifra, Biblioteca de 
i Acad. $ hUt. de Madrid. A. 29 msc. 

(2) Giovanni Clerk, R. Pace e Tommaso Annibale a Tommaso 
Wolsey. Roma 24 ott. 1513. State Papers t. 6, pag. 179. 

(3) Primum carilate impulsus quam cristianae reipublicae de- 
beo: deinde ut Majestali vestrae, cui semper deditissimus fui, rem 
gratam facerem. Carta originai del carderia l Cesarino al empera- 
dor. Roma 3 die. 1523. Archivio di Simancas Neg. do de Estado, 
leg.° 1553, msc, 

(4) Nam sic decebat procedere et aliter res fieri non valcbat . . . 
maioris ponderis et emolumenti fuit sic accedere quam aliter cohe- 
rere. Neque hoc utmeam et aliorum servitutem vel fidem v. M. u 
iaetem adduco, sed ut ea dare conspieiat quanta {ratio prout par 
erat in re gravissima habita fuerit. Carta originai del cardenal Pi" 
colomini al emperador. Roma 24. nov. 1523. Ibidem msc. 

(5) // card. Colonna, scrive V ambasc. imper., mi aveva giurato 
sopra un Messale di stare pel Medici, e poi mancò al giuramento. El 
duque di Sesa al emperador. Roma 28 ott. 1523. Biblioteca de VA- 
cad. d>Ài8t. de Madrid A. 29 msc. 



- 497 - 

suo prò F avversione de' prelati e del popolo a un pontefice 
straniero; e bello è vedere in qual modo se ne servisse col 
mettere innanzi il nome di Tommaso Wolsey. « Per quanto 
possiamo scoprire (scrivevano a costui gli ambasciatori in- 
glesi) il cardinal Medici nutre gran speranza di essere eletto, 
e gli amici suoi lo esortano a tentarci la fortuna in suo fa- 
vore: ciò ch'egli si propone di fare. In secondo luogo, egli 
si adopererà in favor vostro, secondo la sua promessa. Non 
trovando disposizioni per voi, farà pel cardinale Farnese o 
pel cardinale della Valle, tutti e due imperiali e suoi grandi a- 
raici. Non riuscendo per questi, esso non si adopererà per 
niun altro presente, e cosi la cosa tornerà agli assenti; nel 
qual caso non c'è dubbio che Vostra Grazia avrà la maggio- 
ranza» (i). Lusingato da tali parole, il cardinale Wolseyfe- 
cesi raccomandare caldamente dal suo re (2), e scrisse una 
lettera ai precitati oratori a Roma, dove, a tacer d'altro, do- 
po mostralo conoscere le probabilità favorevoli al Medici, 
soggiunse « potrà succedere però che troviate che il detto 
cardinale ha troppi avversarli nel sacro collegio per nutrire 
ragionevole speranza di prospero successo. In tal caso po- 
trete agire con più franchezza nell' indagare la disposizione 
di quello* verso di me. Gli direte allora, secondo che il re 
gli ha scritto: che se egli non riuscisse. Sua Altezza farebbe 
i possibili sforzi per me; ciò che in certo modo sarebbe la 
medesima cosa.. Giacché egli ed io non nutriamo che un de- 
siderio, e siamo concordi nel zelo per il bene e la quiete 
della cristianità, per F aumento e la sicurezza d' Italia, pel 
benefizio e vantaggio della causa dell'imperatore e di quella 
del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, 
pel quale io più che per chicchessia nutro amore, stima e 



(1) Roma 14 settembre 1523. State Papers t. 6, pag. 176. 
(1) John Galt. The life of cardinal Wolsey. London 1846 lett. 
XLIl. 



- 498 - 

fiducia. Egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo Pani- 
mo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili 
perla sua persona, gli amici e i congiunti suoi. Con tali pa- 
role vi assicurerete che, non riuscendo nel!' intento perso- 
nale, egli co' suoi aderenti s' adoperi per me. Non vedendo 
adunque probabilità pel detto cardinale, procederete franca- 
mente alle pratiche nel mio interesse, presentando le lettere 
del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudiche- 
rete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete va- 
lere quanto sarà in voi le mie povere qualità. Tali sono la 
grande esperienza degli affari del mondo, e l'intero favore 
dell'imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri 
principi, e la cognizione profonda delle cose loro; il perpe- 
tuo zelo pel bene e per la sicurezza d'Italia e la quiete della 
cristianità; la non mancanza, la Dio mercè, di sostanze e di 
liberalità verso gli amici; la vacanza, che risulterebbe dalla 
mia elezione, di varii alti uffici, di cui disporrei in favore di 
quei cardinali che se ne fossero resi meritevoli colla vera e 
ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza ch'essi 
troverebbero in me; il mio carattere non austero né dispo- 
sto a rigore, ma da contentarsi, per divina grazia, col dispor- 
re francamente e cortesemente di quelle cose che sono o sa- 
ranno mie o a mio arbitrio, non avendo né fazione né fami- 
glia cui potrei dimostrarmi parziale nelle promozioni o col- 
lazioni di beneficii ecclesiastici. Quel che però vale più si è, 
che coi mezzi miei non solo all' Italia si renderebbe perpe- 
tua sicurezza, ma che si ristabilirebbe tra' principi cristiani 
quella pace e concordia tanto necessaria; dimodoché si po- 
trebbe fare contro gì' infedeli la maggiore spedizione che da 
lunghi anni siasi tentata. Essendoché in tal caso 1* Altezza 
del re sarebbe disposta, ed ha promesso di venire, volente 
Deo, a Roma; dove non dubiterei di far giungere parecchi 
principi cristiani, essendo deciso ad esporre la mia propria 
persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la 



- 199 - 

mia presenza conciliare molte cose che ai tempi passati sono 
state cagioni di poca intelligenza fra i principi. Tutto ciò 
però non è da mettersi in primo luogo, né sarebbe il miglior 
mezzo per guadagnare il favore dei cardinali. Userete dun- 
que della vostra prudenza, assicurandoli, e rimovendone i 
dubbj circa una traslocazione della santa sede, o di tardo 
venire, col dire, che seguita ed annunziatami la elezione, 
non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello 
spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rima- 
Dente de' miei giorni .. . L'Altezza del re suppone che le sue 
intenzioni e il suo desiderio in tal proposito non sieno per 
rimaner privi d' effetto, mercè la vostra sollecitudine e dili- 
genza. Onde ottenere tale scopo più facilmente, e per avere 
autorità maggiore, è volontà di Sua Grazia, che vi uniate a- 
gli ambasciatori dell' imperatore, se vi accorgerete ch'essi 
iietìo disposti ad agire nel medesimo senso, siccome ragio- 
nevolmente è da supporre che abbian ordine di fare, giu- 
dicando secondo le precedenti comunicazioni e la intenzione 
di madama Margherita (zia di Carlo V)... Due sono, dun- 
que, le commissioni che avete avute; Puna in favor mio, con 
ampia autorità di promettere per parte del re e promozioni 
e cospicue somme di denaro quante e a quanti giudicherete 
opportuno, tenendovi certi che -e vostre promesse saranno 
religiosamente osservate da sua Altezza. L'altra commissio- 
ne è, che vedendo la probabilità della elezione del cardinale 
de' Medici al pontificato, procediate a promuoverla, usando 
tuttavia riguardi al mio interesse, purché non vi si scorga 
ingratitudine né inimicizia contro il suddetto. Se non v' è 
siffatta probabilità, cercherete di guadagnare quanti mai fa- 
vorevoli potrete, facendo uso delle lettere a ciò. » (Quanto 
segue è di propria mano del Wolsey) « Monsignore di Bath, 
il re mi comanda di scrivervi, che Sua Grazia ha di voi un 
maraviglioso concetto, e che la intenzione sua essendovi no- 
ta, Sua Altezza non dubita che l'affare sarà per essere con- 



- 200 - 

dotto dalla vostra abilità in modo tale, che si ottenga il de- 
siderato efletto. Non dovrete essere parco di offerte ragione- 
voli, essendo esse forse più potenti presso tanti uomini pe- 
nuriosi di quel che sieno le qualità della persona. Voi siete 
savio, e capite quel che intendo dire. Fidatevi di voi solo, e 
non vi lasciate sedurre da blande parole, specialmente da 
coloro i quali, dicano essi quel che vogliono, antepongono al 
mio il lor proprio successo. Ci vuole somma destrezza, e il 
re suppone che saranno per voi tutti quei della parte impe- 
riale, se e' è da fidarsi dell'imperatore; e similmente tutti i 
cardinali giovani, i quali, essendo per lo più in istrette cir- 
costanze, apriranno l'orecchio a belle promesse. Il re desi- 
dera non risparmiate né l' autorità sua, né il suo buon de- 
naro e sostanze. Siate certo che si adempierà tutto ciò che 
prometterete. Nostro Signore vi mandi prospero succes- 
so » (4). 

Allorché questi dispacci giunsero alle mani degli amba- 
sciatori inglesi, le speranze loro erano già svanite. Ben lungi 
dal poter fidare nelle rinnovate promesse di Cesare (2), ve- 
devano il duca di Sessa, orator suo, contrariare ognuno che 
non fosse il cardinale de' Medici. E poi a qual fine si adope- 
rasse il nome del Wolsey, li chiarì ben tosto la risposta data 
dal cardinale Armellino ai conservatori e ad altri principali 
magistrati di Roma, venuti alla porta del conclave per lagnar- 
si degli inconvenienti che risultavano dalla lunga protrazio- 
ni Wolsey to Clerk, Pace, and Hannibal 4 ott. 1524 John Galt. 
The life of cardinal Wolsey, London 1846. 

(2) Affin que cognoissez la dilligence que incontinent qu'avons 
peu rious avons semblablement fait faire par de pa pour le Sieur 
Legat (Wolsey), vous envoyons la coppie des lettres que avons es- 
cript à sa faveur au due de Sesse nolre ambassadeur à Rome. L'em- 
pereur à son ambassadeur en Angleterre. Pamplona 26 nov. 1523. 
William Bradford. Correspondence of the emper. Charles V. Londra 
1850 p. 89. 



— 204 — 

ne. Se vi contentate di un papa estero, disse quegli, siamo 
quasi al punto di dartene uno che sta in Inghilterra. Ma essi 
fecero un gran rumore, esortandoli ad eleggere uno presen- 
te, fosse pur sciocco e insensato (4); onde gli ambasciatori 
medesimi, vista la parte del cardinale de' Medici risoluta a 
star con lui a qualunque costo, ben si apposero, conchiuden- 
do chi dura vince (2). Per vero, oltre ai disagi del lungo con- 
clave, maggiormente incomportabili ai cardinali avversi, per- 
chè <;uasi tutti dei più vecchi del collegio, presumibile era 
li ritraesse infine dall' opposizione il pericolo dello stato 
della Chiesa; perocché non solo Giovanni di Sassatello a no- 
me della parte guelfa e col segreto appoggio di Francia met- 
teva sossopra la Romagna, ma eziandio Alfonso duca di Fer- 
rara, dopo aver approfittato della morte di papa Adriano per 
riprendere Reggio e Rnbiera, apparecchiavasi ad un secon- 
do tentativo contro a Modena, sperando che si avessero a 
dissolvere i fanti spagnuoli che vi erano di guardia sotto il 
governatore Francesco Guicciardini. D'altra parte giovava- 
no a Giulio de' Medici la riputazione di sua somma autorità 
e le entrate grandi dei benefizi ed uffizi ecclesiastici, le qua- 
li, eletto ch'ei fosse pontefice, per deliberazione fatta dai col- 
leghi quando entrarono nel conclave, dovevano ripartirsi fra 
loro. Tuttavia sino a mezzo il novembre egli non era giunto 
ancora oltre a ? suoi diciotto voti. Ma tutto a un tratto Pom- 
peo Colonna gli si accostò. Parve effetto della possanza di 
Cesare a convertire sin le pietre in figli d'obbedienza (3). Ve- 

(1) Wherunto thei made a great exclamation, that in any wise 
thei shold ci) ose some man prese nt, etiam si truncum aut stipitem 
elecluri forent. Clerk, Pace, and Hannibal to Wolsey. Roma 24 ott. 
1523. State Papers t. 6. pag. 180. 

(2) And so by ali lykelyhode he, that can best endure, sball in 
conci usion have the victorie. Ibidem pag. 182. 

(3) Con ei calor y nombre de V. M. que puede tanto que de las 
piedras convierte en hijos de obediencia. El duque de Seta al em- 



— 202 — 

ro è invece che quegli, sdegnato con i cardinali congiunti 
seco perchè avevano ricusato di eleggere il romano Jacovac- 
cio, e temendo non forse si unissero i voti sopra Franciotto 
Orsini nimico acerbissimo di sua casa (1), offri a Giulio di 
farlo papa, purché gli cedesse il lucroso ufficio della vice- 
cancelleria e il magnifico palazzo edificato da Rafaele Riario. 
A tali condizioni indusse nella sentenza sua i cardinali veneti 
Cornaro e Pisani e il precitato Jacovaccio. Ne fremettero di 
sdegno i Francesi, i quali avevano giurato di non dar mai i 
loro voti al medesimo. Ma dopo aspre parole (2), convinti 
ormai di non poter tenere il campo, accordaronsi anch'essi, 
sciogliendosi V uno l' altro dal giuramento, e nelia notte del 
18 novembre, incontrando il Medici, lo adorarono per ponte- 
fice. La mattina seguente, il giorno medesimo precisamente 
che due anni innanzi era entrato vittorioso in Milano, fatta 
secondo la consuetudine la elezione per solenne scrutinio, 
venne proclamato col nome di Clemente VII. 

II. La elezione sua ridusse subito in sicurtà lo stato del- 
la Chiesa, mentre altrove infuriava la guerra di già accesa tra 
i due potenti rivali. Conforme agli accordi col duca di Borbo- 
ne,! diecimila fanti arrolati per lui inGermania,e condotti dai 
conti Guglielmo e Felice de Fùrstemberg, avevano invasa la 
Sciampagna con animo di congiungersi agli inglesi e fiam- 
minghi poco innanzi entrati nella Piccardia. Purché si aste- 
nessero dal saccheggio e comparissero quali liberatori dalla 
tirannia di Francesco I, dava a intendere il Borbone che 
tutte le città aprirebbero loro le porte (3). E gli aggiustava- 
no credenza non meno il re d' Inghilterra che F imperatore. 

perador. Roma 18 nov. 1523. Biblioteca de la Acad. d' hist. de Ma- 
drid A. 29 msc. 

(1) Clerk, Pace and Hannibal to Wolsey. Roma 2 die. 1523 State 
Papers t. 6, pag. 195-200. 

(2) Jurgijs convieijs et alijs injurijs et contumelijs. Ib. p. 200. 

(3) The Duke adviseth that the Kinges army shall, in the mar- 



- 203 — 

Noi saremo accolli, diceva quegli, al grido di patria fi); e 
questi scriveva all'orator suo a Roma : ben hanno i Francesi 
di che dolersi della diserzione del contestabile, giacché per 
essa, colVaiuto di Dio, andranno in rovina (2). Ma i fanti te- 
deschi per mancanza di danaro e di vettovaglie dovettero ri- 
tirarsi, e allora gì' inglesi, che sotto gli ordini del duca di 
Suffolk erano giunti a sette leghe di distanza da Parigi, la- 
gnandosi di questo abbandono e del rifiuto di Margherita go- 
mmatrice dei Paesi Bassi a mantenere del proprio le trup- 
pe fiamminghe capitanate dal conte di Buren, né potendo 
lottar soli contro l'abilità del duca di Vendome e di La Tre- 
molile, ripassarono la Somma per rientrare a Calais verso 
la fine di novembre del d523 (3). Non ebbe miglior successo 
Ja invasione degli Spagnuoli nella Guienna; sia perchè non 
bastarono a Carlo V né gli scarsi sussidii accordatigli dalle 
corti di Castiglia (4), né le gravezze imposte al clero e agli 
ordini cavallereschi, né la tassa della crociata, né persino il 
danaro venuto dall' India e eh' ei si appropriò, sebbene in 
gran parte appartenente a' suoi sudditi (5); sia perchè i 
grandi della nazione, malcontenti di una guerra combattuta 
per causa non loro, condussero poche truppe, e queste indo- 



ching, proclayme liberile, sparing the cuntrefro burnyngand spoi- 
le. More to ffolsey 20 sett. 1523. Ibidem t. 1, pag. 139. 

(1) Ibidem. 

(2) Franceses tienen razon de sentir esto de mons. de Borbon, 
porque, con l'àyudo de Nuestro Serior, sera su cuchillo. Charles 
Quint au due de Sessa. Pamplona 14 dicem. 1523. Gachard Corresp. 
op. cit. pag. 199. 

(3) Wolsey to Sampson and Jernigam 4 die. 1523. State Papers 
t. 6, p. 201-206. 

(4) Le sirvieron con cuatro cicntos mil ducados pagados en tres 
anos. Sandocal op. cit. t. 4, pa#. 46. 

(5) Sampson and Jernigam to king Henry Vili. Pamplona 12 
nov. 1523. State Papers t. 6, pag. 193. 



- 204 - 

cili al freno della disciplina (\). Andato a vuoto V assedio di 
Baiona, intrepidamente difesa dal Lautrec (2), non restò che 
volgersi sopra a Fontanarabia, e colla ricuperazione di quella 
piazza importante (27 febb. 4524) terminò la impresa (3), a- 
vendo Carlo V disciolto bentosto l'esercito per mandar nuo- 
vi rinforzi in Italia, dov' era ornai ridotta la decisione della 
guerra (4). 

Se i Francesi, passato il Ticino, si fossero accostati sen- 
za indugio e colla solita furia a Milano, certo è che Prospero 
Colonna non avrebbe potuto difenderla. Ma l'ammiraglio 
Bonnivet, o per negligenza, o per raccogliere tutto l'eser- 
cito, del quale non piccola parte era rimasta indietro, so- 
prastette tre giorni in sulle sponde di quel fiume, donde 
giunto poi a San Cristoforo a un miglio dalla città lasciò sfug- 
girsi la 'occasione di assaltarla. Cosi diede tempo ai nemici 
di rassettare i bastioni e i ripari dei borghi e d' introdurre 
gran copia di vettovaglie; in questa e in ogni altra opera 
ardentemente aiutati dalla moltitudine, di cui Girolamo Mo- 
rone scaldava l'odio contro a" Francesi (5). Con ugual effica- 



(1) Bui, Sir, He assuryd us ther was no faulte in bis good wyll, 
the whicli, os we may conjectour, we beleve right well, for He hath 
not Castilla yetat bis pleausour and obeysantcommaundement;the 
whicli He expressely confessyd to us, saying, that now He hath beyn 
much deceyvid be som personages, the which in tyme convenient 
He wold not fayle to remembre. Ibidem pag. 192. 

(2) Der Kaiser an seinen Bruder, den Erzherzog Ferdinand. Vit- 
toria 16 gen. 1524. D. r Karl Lanz, Correspondenz dea Kaisers Karl 
V, t. 1, pag. 81. 

(3) Ibidem 2 marzo 152$, pag. 95. 

(4) Der kaiser an den vieekònig Lannoy 2 marzo 1524. Ibidem, 
pag. 97. 

(5) L'infatigable Moron. plus utile au due de Milan, que les plus 
habiles géhéraux, encourageoit et les bourgeois et les soldats, veil- 
loit à l'approvisionnement de la place, à l'avancement des travaux. 
Gaillard Vie de Francois |. er t. 3, pag, 102. 



— 205 — 

eia di prima, frate Andrea Barbato agostiniano eccitavate a 
tener monda da barbari la patria per amore della vita im- 
mortale, né mancavano astrologi che al duca Sforza facevano 
la buona ventura (i). Al primo tocco delle campano, il dì 22 
settembre 4523, accorsero in gran numero i cil ladini ai posti 
assegnati, ciascuno col!e sue armi, e molti anche di quelli 
che non ne avevano (2). Per la qual disposizione degli animi 
e per le molte truppe adunate dal Colonna, deposto il pen- 
siero della espugnazione, trasportarono i Francesi V allog- 
giamento alla badia di Chiaravalle, donde guastarono i mu- 
lini e tolsero le acque a Milano, sperando di costringerla colla 
fame ad arrendersi. A tale effetto il cavaliere Baiardo e Fe- 
derico da Bozzolo con trecento lance e ottomila fanti occu- 
parono Ledi, avendo il marchese di Mantova gonfaloniere 
della Chiesa, e il duca d'Urbino capitano de' Veneziani rifiu- 
tato di muovere in soccorso; quello per non torsi dalla di- 
fea di Parma a che era principalmente tenuto, e questo per 
erilare il pericolo di una battaglia. Indi rinfrescarono di mu- 
nizioni il castello di Cremona, e fatti inutili sforzi per assal- 
tare anche la città, diedero il sacco a Caravaggio, ove dimo- 
rarono alcuni giorni. Dalla quale dimora e dalla contempora- 
nea calata di duemila Svizzeri, ond'erano in pericolo Crema 
e Bergamo, venne scusa opportuna al duca d'Urbino di non 
passare l'Adda e di non mandare a Milano gli aiuti richiesti, 
sendo volontà del Senato ch'ei seguisse bensì i consigli che 
conosceva poter ritornare a maggior beneficio dell' impresa 
e a soddisfazione de ? collegati, ma sempre col dovuto riguar- 
do alla conservazione dell'esercito, dal quale dipendeva la 

(1) Aug. Rapatius (dicevagli) omnia videbis ultra spem tuafau- 
8tum ac feliciorem exitum sortiri, ut alias Deo dante diffusius pro- 
gnosticabo. Archivio S. Fedele di Milano. Governo ducale. Corri- 
spoodenze 1515-1525 msc. 

(2) Lettera di Milano, narra quelli successi de dì 16 set. a dì 22. 
Marin Sanuto t. XXXV. 



~ 306 - 

principale sicnrtà della repubblica (t). Tanto più che gì 1 im- 
pedivano di passare innanzi sicuramente ie genti richiamate 
dal Bonnivet della Ghiaradadda e fatte fermare a Monza, ac- 
ciocché i Milanesi, già privati delle vettovaglie che solevano 
concorrere per la strada di Lodi, rimanessero eziandio senza 
quelle che ricevevano dai colli di Brianza. 

E tuttavia per la fertilità del paese circostante, e per 
avere con i mulini domestici sollevata la difficoltà del maci- 
nato, non mancavano di viveri, i quali procacciavansi ezian- 
dio con frequenti scorrerie, e cosi fortunate da inanimarli a 
chiedere più volte di esser condotti in massa contro i Fran- 
cesi (2). Giungevano intanto successivamente nuovi soccorsi 
per la difesa di Milano. Il viceré di Napoli Carlo di Lannoy 
s'era già messo in cammino col resto delle genti di quel re- 
gno, seguitato dal marchese di Pescara, il quale aveva ripi- 
gliato il comando della fanteria spagnuola. Nello stesso tempo 
il marchese di Mantova, a richiesta del Colonna, entrava io 
Pavia con le truppe pontificie; il Vitelli capitano de' soldati 
fiorentini copriva la strada di Genova, e il duca d'Urbino 
s'era infine piegato di mandare a Trezzo quattrocento ca- 
valli leggieri e cinquecento fanti. Sicché rimanevano serrati 
ai Francesi tutti quei passi onde prima traevano i viveri. Ag- 
giungevansi le insolite asprezze della stagione e le nevi gran- 
dissime. Laonde temendo il Bonnivet d'incorrere in quelle 
necessità nelle quali aveva pensato di poter ridurre i nemici, 
poi che gli andarono fallite le insidie convenute con Morgante 
da Parma, uno de' capisquadra di Giovanni de'Medici, per 
impossessarsi di una porta di Milano, ed eziandio le tratta- 
tive di tregua introdotte col mezzo di madonna Chiara, fa- 
mosa per la forma egregia del corpo, ma molto più per il 



(1) Paolo Paruta. Historia Vinetiana. Venezia 1645 pag. 225. 

(2) Tanto stimano Francesi e Sguizari come se fossero tante 
p....e. Lettera di Gratiani 21 ott, 1523. Marìn Sanato. 



— 207 — 

sommo amore che le portava P ottuagenario Prospero Co- 
lonna (i), deliberò di levare P assedio, movendo il di 27 no- 
vembre 1523 verso Abbiategrasso e Rosate. Non lo assaltò 
il Colonna, fermo in quo/ consigli di difendersi e vincere per 
sole marcie e posizioni senza battaglie, che gli diedero nome 
chiarissimo, ed erano invero opportuni a fiaccar P impeto 
de'Francesi o a rendere inutile P inconsiderato valore degli 
Svizzeri. Ma questa fu ultima sua prova; perocché ai 30 di- 
cembre soccombette alla malattia, di cui da otto mesi lan- 
guiva, e Carlo di Lannoy, già surrogatogli nel comando, giun- 
se in tempo per assumere la direzione della guerra, che poi 
divise col contestabile di Borbone mandato in Italia dall'im- 
peratore col titolo di suo luogotenente (2), affinchè non pas- 
sasse in Ispagna, ne avesse effetto il pattuito matrimonio. 

Stava il Bonnivet ne' suoi quartieri d'inverno aspettan- 
do potenti soccorsi dalla Svizzera (3), allorché vennero a 
rinforzare P esercito imperiale seimila fanti assoldati in Ger- 
mania per cura dell'arciduca Ferdinando (A). E tuttavia nelle, 
consultazioni che si tennero a Milano prevalse il parere di 
Leonardo Emo, provveditore veneziano (5), di non tentare 
giornate, si d'inseguire il nemico, e di sorprendere alla spic- 
ciolata le sue posizioni. Alla qual cosa nuli' altro ostava che 
il mancamento di danari, dei quali dovevansi per gli stipen- 
di corsi quantità grande ai soldati, sebbene Margherita go- 
vernatrice de' Paesi Bassi avesse poc' anzi mandato a Pro- 
spero Colonna centomila ducati d'oro, e il viceré di Napoli 

(1) Frane. Guicciardini, Storia d'Italia t. 3, pag. 1 17. 

(2) Sampson and Jernigam to Wolsey. Pampelune 18 dee. 1523. 
State Papers t. 6, pag. 215. 

(3) Lettera degli oratori della lega svizzera alla repubblica vene- 
ta. 1 febb. 1524. Molini Doc. di stor. ital. t. I. pag. 173. 

(4) Di che più tardi gli rese grazie l'imperatore. Bucholtz, Ge- 
schichte der Uegierung Ferdinand des ersten. t. 2, pag. 264. 

(5) Marin Sanuto t. XXXV, 12 genn. 1524. 



— 208 — 

portati seco altrettanti (i). Ma questa difficoltà sollevarono 
in parte i Milanesi, prestando al duca Sforza novantamila 
ducati, e in parte il pontefice dando occultissimamente al- 
l'oratore di Cesare ventimila ducati e volendo che i fioren* 
tini, in virtù della confederazione fatta vivente papa Adriano, 
pagassero come per ultimo residuo trentamila ducati. Allora, 
lasciati alla guardia di Milano quattromila fanti; andarono 
gl'imperiali ad alloggiare a Binasco, ove non molti giorni 
poi si unì con essi l'esercito veneziano per comandamento 
del Senato, il quale aveva frattanto assoldato altri tremila 
fanti italiani e quattrocento cavalli leggieri in Grecia per cu- 
stodia e sicurtà della repubblica. Indi cresciuti d'animo pas- 
sarono il Ticino presso a Pavia, dopo aver rimandato a Milano 
il duca Sforza e Giovanni de' Medici con duemila fanti ; al che 
non avendo per tempo provveduto i Francesi furono anch'essi 
costretti di passare quel fiume per tenere almeno Vigevano 
e le ricche pianure della Lomellina, onde ricevevano i vive- 
ri (2). Ma in questo mezzo il duca d'Urbino aveva presa 
d'assalto Garlasco, terra forte di sito, di fossi, ripari e guar- 
nigione, mentre i confederati, passata anche l'Agogna, espu- 
gnarono Sartirana; onde il Bonnivet per isnidarveli presentò 
loro due giorni continui la battaglia. Ricusaronla quelli, seb- 
bene superiori di forze; che anzi avuta in mano Vercelli per 
favore della parte ghibellina, lusingavansi già di costringere 
il nemico, ornai chiuso in Novara, a capitolare. Non restava- 
gli invero che due speranze di rimedio: l'una della diver- 
sione, che pareva dovessero produrre i cinquemila Grigioni 
entrati con Renzo da Ceri nel territorio di Bergamo; l'altra 
del soccorso di diecimila Svizzeri finalmente arrivati presso 



(1) Die Statthalterin Margarethe an den Kaiser. 21 febb. 1524. 
Lanz Correspondenz des Kaisers Karl V t. 1, pag. 91. 

(2) Galeatius Capello,. De rebus gestis prò restituitone Franci- 
sci II Medio), ducis 1. 3, pag. 191. 



- 209 — 

a Gattinara. Senonchè col levare una sola parte delle genti 
de' Veneziani e coir unirla alle bande di Giovanni de' Medici, 
sì riparò al pericolo della invasione de' Grigiori, i quali, ve- 
dendo di dover trovare contrasto e non l' aiuto promesso, 
[ ritiraronsi presto alle case loro; sicché, risoluto quel movi- 
mento, potè Giovanni de' Medici occupare Caravaggio e poi 
rompere a colpi di cannone il ponte di Buffalora in sul Ti- 
cino che serviva ai Francesi di comunicazione tra Novara ed 
Abbia tegrasso, la qual ultima piazza, guardata da mille fanti 
sotto Girolamo Caracciolo napolitano, espugnò insieme con 
lai il duca Francesco Sforza, seguitato, oltre ai soldati, da 
tutta la gioventù del popolo milanese. Né riuscì meglio ai 
Bonnivet P altra speranza del soccorso degli Svizzeri; peroc- 
ché questi, sotto colore che il re Francesco avesse mancato 
di fede, non essendo giunte in tempo per unirsi con loro le 
quattrocento lance mandate col duca di Longueville, ricusa- 
la» di recarsi al suo campo; ond'egli fu costretto a rag- 
giungerli dove si trovavano, e poi a ritirarsi con essi, inse- 
guito sempre dagli imperiali, non dai Veneziani, i quali, di- 
chiarando di aver con la difesa dello stato di Milano adem- 
piuto Pobbligo della confederazione, si astennero dall'entrare 
nel territorio del duca di Savoia. Ferito al passar della Sesia, 
commise V esercito al Baiardo, e questi lo salvò al prezzo 
della sua vita, che per un' archibugiata finì a' 30 aprile 4524 
tra le lamentazioni e le lodi degli stessi nemici (4). Le quali, 
ripetute da tanti storici contemporanei, hanno significanza di 
fcnebre canto dell'antica virtù cavalleresca che con lui di- 
scendeva nella tomba. Ormai al valore personale prevaleva 
l'industria: la lorica era stata vinta dall' archibugio, come il 
castello dal cannone. 

(I) Combien que . . . fut serviteur de vre ennemì, si a ce este 
dommaige de sa mort; car cestoit ung gentil chevalier bien aime 
dung chacun. Adrian von Crotj an den kaiser 5 mai 1524. Lanz Cor- 
respond. t. l,pag. 138. 

14 



- 210 - 

(Così i Francesi se ne andarono ancora una volta dal- 
l' Italia. Raggiunto era lo scopo delle due leghe conchiuse 
dall'imperatore, l'uria coi Veneziani, l'altra col papa e coi 
piccoli stati della penisola. Eppur nessuno di questi se ne 
rallegrò. Terre desolate ed arse, città spopolate, enormi con- 
tribuzioni : ecco il frutto della vittoria. £ di più il flagello 
della peste, la quale da Abbiategrasso, dov'era cominciata, 
per il commercio delle cose ivi saccheggiate, si diffuse e po- 
chi mesi poi si ampliò tanto, che solamente in Milano tolse 
la vita ad oltre cinquantamila persone (4). Quante infelicità! 
e il comprendere che per esse non conseguirebbesi altro che 
di cambiar padrone! 

III. La Lombardia, il paese più ubertoso del mondo, la 
mercè de'vincitori trovavasi a tale, che a fatica vi si potevano 
sostentare. // viceré Lannoy, scriveva Adriano di Croy,s^ 
gnore di Beaurain, all' imperatore, non trova tempo nà da 
mangiare, né da bere, né da dormire, ed io non veggo alcu- 
no che piU di lui potesse affaticarsi; tutto per cavar dana- 
ri (2), e il Lannoy medesimo soggiungevagli : temo assai non 
si disciolga V esercito per mancamento di soldi. Col duca di 
Milano io faccio quanto posso; ma egli è stato una cara mer- 
ce per vostra Maestà, e lo sarà sempre finché non riesca di 
far piccolo il re di Francia; al guai uopo se mai vedessero 
qui che non s 9 imprende nulla, ne andrebbe della vostra ripu- 
tazione, perchè Italia è stanca di guerra (3). E si vuol cre- 
dere invero che Io Sforza, non illuso dal titolo precario, cer- 
casse appoggio nel potente vicino; giacche sin d'allora sentiva 



(1) Sepulceda op. cit. I. 1, pag. 149. Burigozzo porta il numero 
de' morti a più di centomila, e Grumello a ottantamila et più presto 
di più che di manco che fu la ruina depsa cit fa Mcdìolaneuse p. 337. 

(2) BuchoUz (ìesdiiclite dcr Hegierung Ferdinand des ersten. 
Wicn 1831 t. 2. pag. 258. 

(3) 18 Marzo 1521. Ibidem pag. 259. 



i 



— 211 — 

bisogno di levar dall'animo di Cesare il sospetto di sua scarsa 
fede (4). 

In tali condizioni qual cosa più naturale che ritentare la 
invasione della Francia l'anno innanzi andata a vuoto? Ancor 
prima l'imperatore aveva comandato a Prospero Colonna di 
entrare nella Provenza, non sì tosto fosse respinto l'esercito 
condotto dall'ammiraglio Bonnivet (2), e dato ordine a suo 
fratello presidente del consiglio di reggenza in Germania di 
ftr decretare la conflscazione della Provenza medesima e di 
molti altri dominii francesi stati un tempo feudi imperiali, 
appartenenti all'antico regno delle due Borgogne (3). Incita- 
vate a questa impresa il Borbone con le solite speranze degli 
esuli: muoverebbe egli difilato a Narbona : venisse Carlo dalla 
parte di Perpignano per congiungersi con lui; allora potreb- 
be presentare battaglia al re di Francia, e, non accettandola 
qiesti, marciare direttamente a Lione e strappargli dal capo 
Ja corona col maggior onore che mai un Cesare avesse (4). 
Approvò Carlo il disegno, mandando a tal uopo nel mese di 
marzo 4 524 centomila ducati ed altrettanti nel seguente apri- 



li) Sono securo in mia conàcientia non habere commisso cosa 
alchuna verso lei che li debba havere offeso lo animo, né alienato 

da sua solita bcnignitate Et perlio supplico se degni fare tale 

demonstratione con eflfecto che questa opinione quale già è sparsa 
per tutta Europa se levi, et ognuno cognosca che vostra- Maiestà mi 
ha in sua bona gratia, et corno sua creatura mi vole in questo stato. 
Carta originai de Francisco Sforza al Emperador 15 lug. 1 524. Ar- 
chicio generale di Simancas Neg. do Estado Leg. 1553, msc. 

(2) Charles V au due de Sessa 13 lugl. 152:3. Gackard op. cit. 
pag. 193. 

(3) Par mes lectres en allemand je vous escripx et a ma cham- 
bre imperiane, pour faire proceder au ban imperiai etcontiscalion... 
du royaulme Darles, du Daulphine, Lyonnois, contea de Valance, 
Dyois, Provance, principaulte Doranges Monteslimar, seigneuries de 
Moson, de Masieres et autres pays. 16 gen. 1524. Lanz Correspon- 
denz des kaisers Karl V. t. 1 , pag. 83. 

(4) Bucholtz 1. e. pag. 260. 



— 212 — 

le, con promessa di ugual somma quanto prima; e, come 
sgombrarono i Francesi la Lombardia, convenne col re dln^ 
gbilterra cb'ei pagasse ducati centomila per le spese della 
guerra del primo mese, restando in arbitrio suo o di conti- 
nuare di mese in mese questa contribuzione o di sostentare 
in Piccardia un esercito potente dal primo giorno di luglio 
sino a tutto il dicembre; cbe Carlo invaderebbe nel tempo 
medesimo la Linguadoca; che ottenendosi vittoria si resti- 
tuisse a lui il ducato di Borgogna ed al Borbone gli stati con- 
fiscati, i quali accresciuti della Provenza e del Delfinato ter- 
rebbe con titolo di re. 

Entrò pertanto il duca di Borbone nella Provenza con 
cinquemila fanti tedeschi, duemila italiani e tremila spagntioU 
condotti dal Pescara, che Cesare gli pose accanto, sotto spe- 
cie di capitano dipendente, per moderarne l'impero. In meq 
di cinque settimane, senza resistenza alcuna, Antibo, Frejos, 
Hyeres, Tolone, allora piazza marittima di poca importanza, 
e poi anche Aix la capitale (9 agosto) si arresero. Voleva fl 
Borbone approfittare della sorpresa del re Francesco per re- 
carsi subito più oltre nelle viscere dello stato o sopra Avi- 
gnone o sopra Arles o sopra Marsiglia, facendo assegnamento 
sulla ribellione de'popoli e sui promessi assalti da altre partì. 
Ma tutti questi fondamenti mancarono. Nessuno, per ragioni 
che avesse, levossi in suo favore, secondo che avevano pre-' 
detto gl'italiani, conoscitori de' rivolgimenti avvenuti nelle 
condizioni sociali della Francia al par di Lodovico Canossa, 
vescovo di Baiusa (d). La indignazione all'atto sleale invi- 
gori anzi il sentimento nazionale, per modo che il re non 
trovò ostacoli a imporre tre grosse taglie una dopo l'altra 



(DE siate certo cbe Francesi adorano il loro re, e non vi fon- 
date nelle ribellioni altre volte seguite in Francia, perchè non vi 
sono più di quei tali principi cbe le causavano. Lettere di principi 
t. !,pag. 132. 



— 213 — 

nell'insieme di oltre cinque milioni di scudi; fino il clero 
piegò ad insolite gravezze; le città accordarono spontanei 
sossidii, e i nobili dovettero assoggettarsi a presti sforzati. 
Che valevano di fronte a tanti mezzi pecuniali i tardi e scarsi 
danari mandati dall'imperatore? Indarno ei cercò averne 
dalla lega sveva e dalle chiese di Germania (4), e delle sue 
angustie è testimonio eloquente l'incarico dato al Lannoy, 
Stesse ogni sforzo per sovvenire il Borbone di altri centomila 
(focati; adoperasse a tal uopo anche i cinquantamila asse- 
gnatigli in dono della città di Napoli per il suo matrimonio, 
e tutto che di buono trovasse in quel regno vendesse ed im- 
pegnasse (2). Né dalla parte di Spagna corrispondeva meglio 
la sua potenza alla volontà; perchè avendogli le Corti di 
Bastiglia negato il sussidio di quattrocentomila ducati neces- 
sario a pagare i cinquemila tedeschi che da Fontanarabia 
tassarono nel Rossiglione (3) e i quattromila fanti che in 
stile prime voleva levare nei regni d' Aragona e di Valenza 
ènei principato di Catalogna (4), non aveva potuto eseguire 
h disegnata impresa della Linguadoca. Mancò similmente la 
invasione della Piccardia; perchè, sebbene il re Enrico VII! 
perseverasse nelle ragioni che pretendeva sopra il regno di 
Francia,. riconosciute eziandio dal Borbone, il quale s'era in- 
fine piegato a prestargli omaggio* senza saputa dell'impera- 
tore (5), pure gli uomini che ne dirigevano i consigli comin- 



(1) Lettera dell' imper. a suo fratello Ferdinando 16 gen. 1524. 
Lanz Corresp. t. 1, pag. 82, e risposta di quest'ultimo 10 giug. 1524. 
Bucholtz op. cit. t. 2, pag. 266. 

(2) 14 Ag. 1524. Bucholtz op. cit. t. 2. pag. 262. 

(3) Charles Quint au due de Sessa. 18 aoùt 1524. Gachard op. 
cit. pag. 207. 

(4) 7 Ott. 1 524. Ibidem pag. 209. 

(5) Herbert Life of Henry Vili pag. 133. Lo stesso rilevasi da 
un dispaccio di de Praet all'imperatore. Hormayr Archiv. an. 1810, 
pag. 27. 



— 214 — 

ciarono a insospettirsi dell' ingrandimento di quest'ultimo, e 
il cardinale Wolsey, posto anche che noi movesse lo spirito 
di vendetta personale, per essere stato due volte frustrato 
da Cesare nella speranza di conseguire la tiara, facendo de- 
boli provvedimenti contro a Francesco, cercava guadagnar- 
sene la benevolenza, acciocché nel suo re fosse rimesso l'ar- 
bitrio della pace (4). 

Per tutte queste ragioni, ed essendo la flotta di Cesare, 
guidata da don Ugo di Moncada, allievo del Valentino, uomo 
di pravo ingegno e di pessimi costumi (2), inferiore d'assai 
alla flotta francese capitanata da Andrea Doria, non consen- 
tiva il Pescara negli arrischiati disegni del Borbone. L'im- 
peratóre lo aveva di già fatto ammonire a non condurre 
l'esercito in luogo dal quale non potesse ritirarsi o dove fos- 
se costretto a combattere colla peggio (3). Noi siamo qui, 
scriveva quegli ai il agosto, tra le smanie del duca di Bar* 
bone e quelle non minori dell 9 ambasciatore d 9 Inghilterra 
( Riccardo Pace), f quali ci stimolano alle imprese di Avigno- 
ne, di Arlesy di Marsiglia. Parevagli folle la prima, impos- 
sibile la seconda, difficilissima, anzi irragionevole la terza. 
Nondimeno, conchiudeva, convenni in questa ultima per mt- 



(1) Questa differenza tra l'intento personale di Enrico e la politi- 
ca inglese addimostrano e le parole che Riccardo Pace, mandato dal 
primo appresso a Borbone, disse air ambasciatore veneto Soriano 
intorno ai fermi propositi del suo re, e i lamenti ch'ei mosse con- 
tro il mal talento di VVolsey, attenta la pessima natura del ditto 
cardinal. L. Ranke Deutsche Geschichte t. 2, pag. 242.. 

(2) Fr. Guicciardini Storia d'Italia t. 3, pag. 134. 

(3) Jay escript au marquis de Pescaire et a monsieur de Beau- 
rains, que votre intencion est, que votre armee ne soit mise en lieu 
dont elle ne se puist retirer ou elle pourroit estre constraincte de 
combaptre a son desadvanlaige. Gerard de Piente, seigneur de la 
Roche, an den kaiser 20 ag. 1524. Lanz Corresp. 1. 1, pag. 144. 



— 215 — 

nor male: domani partiremo e si farà tulio che può farsi al 
mondo (4)* 

E fece invero prodigi di valore. Qual acquisto per Car- 
lo V se avesse potuto avere Marsiglia, porto opporlunissimo 
a molestare con le armate la Francia, ed a passare di Spagna 
in Italia! Ai 7 settembre cominciarono gl'imperiali a battere 
le mura con le artiglierie, e bentosto vi aprirono larghissima 
breccia. Talché ancora al di 45 di quel mese stava di ottimo 
animo il Borbone. Le vostre cose andranno a bene, scriveva 
all'imperatore, e se noi saremo potenti abbastanza per pre- 
untar battaglia al re di Francia, e se, come spero con V aitilo 
di Dio, la vinceremo, ella diverrà il più gran uomo che mai 
sia stato e potrà dettar legge a tutto il mondo (2). Però nel 
giorno seguente soggiungevagli Adriano di Croy: vostra 
maestà si guarderà bene in avvenire dal nominare due co- 
mandanti in un esercito (3), con che accennava alla discordia 
tra il Borbone ed il Pescara. Benché superiore a tutti in ar- 
dimento, valutava al giusto quest'ultimo gli antiveduti osta- 
coli: la : nessuna speranza di soccorso cosi per terra come 
per mare; la disposizione del popolo mimicissimo al nome 

(1) Nosotros'estamos aca éhtre la passion del duque de borbon 
y la no menor del embaxador de Inglaterra ; fuercan a emprender 
Marsella, Arles y Avinon, pareciendome lo de Avinon locura, por- 
que ahunque despues de tornado no se passarla per el lapuente 
sin exercito de la otre parte y perderiamos toda probencia. Lo de 
Arles quasi impossible dexando a las espaldas Marsella y gente suya 
sobre el rio de la duren<?a, que entre la una y la otra habria de pas- 
sar fira vitualla: sinque Marsella tenga grandissimas difflcultades y 
tantàs que haze inrazonable el andar y maxime podiendo por la mar 
que seiìorean poner toda la gente que querran ; he concurrido a 
està por menos mal. Mariana partiremos y se hara quanto al mundo 
se pudiere. // marchese di Pescara al duca di Sessa 17 ag, 1524. Bi- 
blioteca de VAcad. d' hist. de Madrid A. 32 msc. 

(2) Bucholtz op. cit. t. 2, pag: 

(3) Ibidem. 



— 216 — 

spagnuolo; il valore della guarnigione composta in gran par- 
te di emigrati italiani e capitanata da Renzo da Ceri (Lo* 
renzo Orsini), che i soldati francesi, dopo la morte di Baiar* 
do, preferivano a qualunque de' lor generali (4). Avendo una 
palla di cannone attraversato la sua tenda ed uccisogli ac- 
canto l' elemosiniere e due gentiluomini, queste sono, mandò 
dire al Borbone, le chiavi che vi apportano i cittadini di Mar* 
siglia. Nondimeno la sera del 24 settembre fu tentato l'assal- 
to. Respinto anche questo, voleva il Borbone ricominciarlo al 
domani. Ma gli esploratori e alcuni prigionieri riferirono aver 
gli assediati tra la breccia e il bastione interiore scavata una 
profonda contrommina, esser questa gremita di cannoni e in 
bella ordinanza le truppe ne' luoghi più minacciati (2). Sop- 
pesi inoltre che il re Francesco aveva raccolto intomo ad A- 
vignone duemila uomini d'arme, settemila fanti francesi, sei* 
mila Svizzeri e grosse bande di mercenarii tedeschi. Questo 
esercito dicevasi allestito per piombare addosso agli assali- 
tori; ma tutto dava a credere che, senza curarsi di Marsi- 
glia, prendesse invece immediatamente la via dell'Italia (3). 
Sulle maniche delle guardie reali leggevasi la scritta : ancora 
una volta e non pili (4). Recatosi allora al consiglio di guerra, 
chi vuol cenare ali 9 inferno, esclamò il Pescara, quegli t>o- 
da ali 9 assalto; ma chi vuol salvare V Italia a Cesare, m 
segua (5). Levarono immantinente il campo gì' imperiali do- 
po quaranta giorni d' inutile assedio, e divisi in due schiere 

(1) Gbanson militaire sur le capitarne Rance. Chants historiquei 
franpais; XVI siede pag. 96. 

(2) Sandoval Historia del emperador Carlos V, t. 4, pag. 108 e 
seg. 

(3) Carlo V al viceré Lannoy, 1524 Archives de V empire franr 
pais msc. 

(4) Martene amplis. coli. t. 5 pag. 1379. 

(5) P. Jovlus De rebus gestis Ferdinand* Davali. Basilea 1578 lib. 
4 pag. 372. 



— 217 — 

procedettero con grandissimo ordine per la riviera del mare 
sino a Monaco, donde, rotte in molti pezzi le artiglierie e ca- 
ricatele in sui muli, pervennero in Lombardia, per la lunga 
corsa affranti, non scorati. GÌ* inseguì Francesco con uguale 
celerità, sperando di giugnervi innanzi a loro, e un cronista 
milanese afferma eh' ei passò il Ticino dalla parte di Abbia- 
tegrasso nello stesso giorno 20 ottobre 4524, in cui quelli lo 
passarono alla Stella sul Pavese (4). 

Tornavano a insanguinare i piani lombardi. Tanto va- 
leva il loro possesso alla fondazione di una potenza prepon- 
derante in Europa ! Là Carlo Magno, ponendo fine al domi- 
nio de* Longobardi, assicurò la primazia de' Franchi sopra le 
altre genti tedesche. Là gl'imperatori di Germania ottennero 
quel potere qualunque eh' ebbero sulla penisola. Là quasi 
tutto che aveva conquistato Ottone I andò perduto per Fe- 
derico Barbarossa. Là fu decisa la gran lite tra Spagna e 
Francia. 

IV. Andarono a vuoto gli officii di papa Clemente per 
comporta in pace. Come cardinale e consigliere de' passati 
pontefici egli era stato sempre amico di Spagna, a cui doveva 
il ristabilimento de' suoi in Firenze, e si vantava d'aver im- 
pedito Francesco I di spingersi fin a Napoli nella prima inva- 
sione; indotto Leone X a lasciare che Carlo avesse la corona 
imperiale, e la tenesse unita alla napoletana; favoritane la 
lega al riconquisto di Milano e la elezione di Adriano VI, non 
risparmiando per questi fini tesori d' amici, della patria e 
suoi (2). Però ne' successi di quella lega manifestaronsi i 
danni, che né egli, né i suoi predecessori avrebbero potuto 
comportare. Diedero bensì i papi occasione all' ingrandi- 

(1) Martino Ferri presso Pietro Verri. Storia di Milano, t. 2, pag. 
220. 

(2) Memoriale mandato di ordine di papa Clemente VII a mon- 
sig. ili.» Farnese legato in Ispagna. Papiers d'état du cardinal de 
Granvelle. Paris 1841, 1. 1, pag. 280-310. 



— 218 — 

mento degli Spagnuoli in Italia, ma non lo ebbero mai in a- 
nimo. Volevano togliere Milano ai Francesi, non darlo a quelli, 
già padroni di Napoli. Ora al vederli assisi in Lombardia fa- 
cile è immaginare come ne restasse sgomentato Clemente. 

Ma in sulle prime simulò. Ben si appose l'ambasciatore 
imperiale eh 9 ei non leverebbe la testa a cosa alcuna, finché 
non avesse riempiuto il tesoro esausto da Leone X, che À- 
driano, ancora che parco, non ebbe tempo di rinsangua- 
re (1). E il fece con sordide economie sulle pensioni, sui la- 
vori pubblici, sulle paghe dei soldati, sui posti gratuiti nei 
collègi, e con meschini spedienti del monopolio dei grani e 
di nuove imposte sui viveri (2), invece di mettere riparo alle 
mangerie degP impiegati e allo sciupio dell' amministrazio- 
ne. Contemporaneamente fu suprema sua cura di provve- 
dere al governo di Firenze, in modo conforme a quello che 
egli stesso aveva per qualche anno tenuto, con tanta de- 
pressione de' magistrati, che un tal Pietro Orlandini, repu- 
tato cittadino di sessantatre anni, per aver solo dubitato 
della sua elezione canonica, stante la illegittimità de' nata- 
li, venne da essi ritenuto e subitamente decapitato, non a- 
vendo a pena impetrato tanto spazio di potere acconciare i 



(1) La inclinacion del papa a quanto yo puedo corapreìieader es 
seguir la via de Julio que basta que tuvo dincros acumulados no 
levanto la cabeza a ninguna cosa. El duque de Sesa al emperador. 
Roma 2 feb. 1524. Bibliot de V Acad. d' hist. de Madrid A. 30 msc. 

(2) Fa mettere nuove angherie, e fino chi porta tordi in Roma e 
altre cose da mangiare, paga un tanto ; la quale angheria importa 
da ducati duemila cinquecento ... al tempo della carestia che fìi io 
Roma, avendo il papa mandato a torre frumenti in Sicilia, giunti 
che Rirono in Roma vennero a buon mercato, e si guastarono, e il 
papa tuttavia li fece vendere, ed i pistori dovettero comprarli per 
forza: di che per Roma si dolsero molto. Relazione di Roma di Mar- 
co Foscari 2 maggio 1526. Alberi Relaz. degli amb. ven. serie 2, 1 3, 
pag. 126. 



— 219 - 

fatti suoi per la salute (1). Somigliante servilità usarono co- 
loro eh' ei richiese di parere circa il futuro reggimento della 
patria, perchè di tredici eh' erano, dieci adulatori, avvezzi a 
dir volentieri quello che credono piaccia agli uomini grandi, 
benché sentano altrimenti nel cuore, lo confortarono a man- 
dare il nipote Ippolito di anni quattordici col titolo di ma- 
gnifico come capo dello stato, sotto la custodia di Silvio Pas- 
serini cardinale di Cortona (2). 

Fatto questo che voleva, oscillò per alcun tempo Cle- 
mente tra i due grandi avversarti, a seconda degli eventi. 
Allorché dubbia era ancora la sorte delle armi in Lombar- 
dia, tanto alieno mostra vasi dall' accedere alla lega conchiu- 
sa dal suo predecessore, che il duca di Sessa ebbe a pentirsi 
deJP arroganza usata in sollecitarlo (3). Indarno Adriano di 
Croy, venuto a posta a Roma, dicevagli in nome di Cesare, 
pagasse soltanto per tre mesi i convenuti sussidii e baste- 
rebbe a cacciare i Francesi dall' Italia, dal che dipendeva il 
ben essere e la unità del mondo cristiano. Io non so, rispon- 
deva, come far danari; se potessi cavarli dal mio sangue, lo 
farei di buon grado (4). Indarno anche il Wolsey metteva- 
gli innanzi che non sarebbe onorevole per lui disapprovare 
la lega, alla quale, essendo cardinale, tanto aveva contribui- 
to. Non concorrendo effettualmente col re Enrico e coll'impe- 
ratore, soggiungeva, darebbe ad essi motivo di lagnarsi d 9 in- 
gratitudine, e se la loro causa rimanesse vinta, il re di Fran- 
cia sarebbe per acquistare tanto potere da ridurre il papa a 
suo cappellano (5). Ma quando per i rinforzi avuti poterono 

(1) Jacopo Nardi Istoria della città di Firenze, t. 2, pag. 94. 

(2) Francesco Vettori Storia d'Italia. Arch. stor. itat. Append. 22, 
pag. 349. 

(3) Lettera 2 marzo 1524 di Carlo V a don Lope Hurtado de 
Mendoca. Gachard op. cit. pag. 20 L 

(4) Bucholtz op. cit. t. 2, pag. 2^1. 

(5) The Frenche Kinge also, being at suche fordele, wolde tliin- 



— 220 — 

gì' imperlali passare il Ticino, gli soccorse.il pontefice di de- 
nari, di vettovaglie e disgrazie spirituali, assicurando il vi- 
ceré Lannoy che eseguirebbe i patti della lega sopraccennata, 
non ostante la larga offerta del re di Francia d'impalmare il 
secondogenito a sua nipote Caterina con in dote il ducato di 
Milano; onde Carlo V ne restò pienamente soddisfatto (4). 
Vennero poi i sinistri delle armi francesi : il mancato aiuto 
degli Svizzeri, e la ritirata del Bonnivet. Usando allora quella 
moderazione che nelle discordie dei cristiani conviene al 
capo della Chiesa, parlò Clemente di pace, e a tal uopo man- 
dò prima Bernardino de la Barba all' imperatore, e poscia a 
lui stesso e ai re Enrico e Francesco, Nicolò Schomberg ar- 
civescovo di Capua con relative proposte (2). Ben era a ve- 
dersi come le avrebbero accolte i due rivali, le cui ire non 
poteva ammorzare che il sangue (3). Adriano di Croy consi- 
gliava Carlo di schermirsene, lasciando che cerchino pace o 
tregua coloro che ne avranno più bisogno di lui (4). Nondi- 
meno troppo alto era- il grido della cristianità minacciata dai 
Turchi, perchè quegli non facesse le viste di recarselo a co- 



ke to have al his pleausures and commandementes of the Poope, 
whiche had or refused, he then having so grete a fote, wold and 
myght use his holynes as a chaplaine. JVohty to Cterk, Pace, and 
Hannibal febbraio? 1524. State Papers t. 6 pag. 230. 

(1) Charles-Quii! t au due de Sessa. Burgos 1G marzo 1524 Ga* 
chard op. cit. pag. 201. Di questa disposizione del pontefice avversa 
a Francia scrivono anche gli ambasciatori inglesi al Wolsey 24 febb. 
1 524 State Papers t. 6, pag. 254. 

(2) Lettere dell'imperatore al Lannoy 15 apr. Bucholtz t. 2, pag. 
248, e al duca di Sessa 9 marzo 1524. Gachard pag. 203. 

(3) Lo disse giustamente Pietro Martire d' Anghiera: dira ferri 
acies et fiumano cruore fluente* rioi has diriment querelai» JuMi 
1524. Epistul. opus. p. 472. 

(4) Car quant à ce point ne ferons riens ... veu le grand chan- 
gement de voz affaires qui se portent de bien en mieulx. 5 maggio 
1524. Lanz Correspondenz t. 1, pag. 136. 



— 224 — 

scienza. Esortavalo il sacro collegio a non mostrarsi da me* 
no de 9 suoi avi (1), e ciò che vogliono gì 9 infedeli, lo stermi- 
nio de 9 cristiani, scrivevagli il re d' Ungheria, lo preparate 
voi stessi con queste guerre intestine (2). Sin il re di Po- 
Ionia, sebbene alleato di Cesare, con singolare semplicità 
faceva pratiche per risolvere la controversia del Milanese 
in prò del matrimonio di suo figlio maggiore con una del- 
le figlie del re di Francia (3). Acconsenti pertanto l'im- 
peratore d'introdurre a Roma trattative di accordo o di 
tregua colla mediazione del papa, designando nella i ostru- 
zione data a Gerardo de Pleme non uno, si nove mezzi di 
accomodamento (4); il qual numero è per sé prova bastante 
come fosse ineseguibile ciascuno, quando bene mancasse la 
contemporanea dichiarazione de' suoi intendimenti, che si 
contiene in una lettera al duca di Sessa, dove dice non du- 
bitare che la vittoria riportata in Lombardia e la espulsione 
de* Francesi debbano indurre il papa a compiere le sue pro- 
messe (5). Il primo di questi mezzi consisteva nel rimettere 
la decisione delle controversie al giudizio di due persone in- 
telligenti elette per parte in unione col papa, e in caso di o- 
pinioni discordi all' arbitrio di quest' ultimo, il quale pro- 
metterebbe non solamente d' infliggere al contravventore le 
pene ecclesiastiche, ma eziandio di combatterlo colle armi 
sue proprie e di tutte le potenze, da convocarsi in una gran- 

(1) Nam si inchoato iam diu in Gallos bello totum te dedcris, 
perque universam Ilaliam hinc Turcas inde Lutheri dogma passum 
vagari patieris tenuissimo filo hamo adamantino expiscaberis ; pi- 
sces enim dum queritas, hamos pretiosissimos perdes. Roma 1 1 
raarz. 1524. archivio di Simancas Estado. Leg. 1553 msc. 

(2) Presburgo 4 febb. 1524. Bucholtz op. cit. t. 2, pag. 256. 

(3) Lettera dell'lmper. a suo fratello Ferdinando. Burgos 12 
lugl. 1524. Ibidem $. 255. 

(4) Instruction secrète à Gerard de Pleme seigneur de la Roche. 
Burgos^M mai 1524. Ibidem pag. 503-519. 

(b) Gachard op. cit. pag. 203. 



— 222 — 

de assemblea, siccome membro guasto della cristianità, ri- 
belle alla santa madre Chiesa e fautore degli eretici. Si con- 
chiudesse infrattanto una tregua di tre od almeno di due an- 
ni. Proponevasi per secondo la cessione a Francesco del du- 
cato di Milano senza Genova, Parma e Piacenza, verso resti- 
tuzione a Carlo del ducato di Borgogna e di Tournai, e verso 
rinunzia ai diritti di sovranità sulla Fiandra e sull' Artois, 
come pure a qualunque pretensione sopra il regno di Napoli. 
In contraccambio di ciò accorderebbesi per terzo la investi- 
tura del Milanese anche con Parma e Piacenza, presupposto 
il consentimento del papa (da ottenersi almeno colla rinno- 
vazione del trattato per la vendita del sale degli stati della 
Chiesa in tutto il ducato), e persino con Genova, sebbene vi 
fosse aggiunta esplicita raccomandazione di conservarla a Ce- 
sare quale feudo dell 9 impero e porta dell 9 Italia. Un altro 
mezzo avvisavasi nel lasciare sospese le controversie intorno 
a Tournai, al regno di Napoli e ai diritti di sovranità sulFAr- 
tois e sulla Fiandra, ferma sempre la restituzione della Bor- 
gogna in cambio del Milanese. Veniva per quinta la proposta 
che il re di Francia rimanendo vedovo di Claudia pigliasse 
in moglie Eleonora sorella di Carlo, e il primogenito da que- 
sto matrimonio avesse il ducato di Milano come feudo del- 
l' impero; nel qual caso dovrebbesi soddisfare il duca di 
Borbone (oltreché colla restituzione de' suoi beni in Francia 
e colla rivocazione delle sentenze pronunciate contro di lui) 
colla mano di Renata o della sorella di Enrico d' Albret, e 
convenire col re d' Inghilterra circa ai pagamenti delle pat- 
tuite pensioni. Il sesto mezzo riferivasi al caso che la regina 
Claudia continuasse a vivere, stabilendo, in vece del soprac- 
cennato, il matrimonio del delfino colla principessa Maria fi- 
gliuola di Eleonora, sempre che il re Enrico non tornasse al- 
l' anteriore disegno di dargli in moglie sua figlia. Succedeva 
per settima la proposta di due matrimoni, l'uno della stessa 
figlia di Enrico col re di Scozia a sicurtà della pace tra 



fa 



— 223 — 

Inghilterra e Francia, e l'altro dell' imperatore con Carlotta 
figliuola di Francesco, verso immediata consegnazione della 
Borgogna a titolo di dote, e rinuncia alle pretese sul ducato di 
Milano. Che se Francesco Sforza non volesse cedere il do- 
minio, ricevendo in compenso il cappello cardinalizio con cin- 
quantamila ducati di rendita, e il papa persistesse nella pro- 
posta di ammogliarlo con Renata di Francia per non lasciar 
Milano in mani dell'imperatore, appiglierebbesi quest'ultimo 
all'ottavo spediente di acconsentirvi, a patto che morendo il 
duca prima di generar figli tornassero le cose nello stato in 
cui erano, e intanto cinque fortezze della Lombardia avesse- 
ro a comandanti persone accette all'imperatore, e a lui pure 
prestassero giuramento le guarnigioni delle città. Il nono ed 
ultimo mezzo aveva riguardo alle prevedute difficoltà della 
tregua. Se il re di Francia negasse di reintegrar subito il 
Borbone, s' interponesse il papa acciocché gli fossero almeno 
pagate le rendite de' suoi beni od una somma corrisponden- 
te; e se il re d' Inghilterra anche durante F armistizio non 
volesse star senza le annuali pensioni di Francia, si nego- 
ziasse in modo che vi contribuissero un terzo il papa con Fi- 
renze, Lucca e Siena, un altro terzo Milano con Genova, e 
l'ultimo il re Francesco. Restava l'ostacolo maggiore, che 
le truppe francesi ricusassero di abbandonare i luoghi che 
tenevano in Lombardia, ciocché sarebbe pericoloso per la 
quiete di tutta Italia, trattandosi di genti non avvezze a 
mantener le promesse che lor non tornano a bene. Né a 
questo trovavasi altro rimedio che o di protrarre la conclu- 
sione dell' armistizio sino alla compiuta cacciata de' Fran- 
cesi dall'Italia, o di sostentare a spese comuni le guarnigio- 
ni spagnuole. 

Gli era ciò appunto che rendeva impossibile ogni accor- 
do colla Francia. Sin dal principio delle trattative F amba- 
sciatore Saint Marsan non aveva facoltà di strigner pace o 
tregua che a condizione le rimanesse tutta la regione di là 



- 224 — 

del Ticino (1). Le successive sventure non valsero a piegar 
l'animo di Francesco. Laonde Gerardo de Pleme, otto giorni 
dopo il suo arrivo a Roma, scriveva all'imperatore: io ho 
perduta ogni speranza di pace o di tregua, essendo qui il 
conte di Carpi, il quale si adopera incessantemente per la 
guerra. Il papa, soggiungeva, non negozia con caldezza>benr 
che io creda che il buon volere non gli manchi (2). 

Ma gli mancava la fermezza nel ripulsare l' esorbitanti 
pretendenze altrui, e la virtù del moderare le proprie. Non 
aveva appena invocati i buoni offici i del re d' Inghilterra (3) 
che già, per gelosia di preminenza e di guadagni, lagnavasi 
delle pratiche introdotte dal Wolsey coi Francesi, ben accor- 
gendosi, al par di Cesare, che miravano all' unico fine di ti- 
rare a sé, nella previsione di prossimi eventi, l' arbitrio della 
pace (4). Che giovava astenersi dall' entrare nella lega del 
predecessore, se per le sue esitazioni crescevano in baldanza 
gì' imperiali ? La invasione~della Provenza intrapresero con- 
tro il consiglio suo, ed allorché li richiese di soccorso per i- 
scacciare da Reggio il duca di Ferrara, se il papa vuol bene 
all'imperatore, rispose il viceré Lannoy, dovrebbe piuttosto 
restituire al duca anche Modena per farlo pienamente conten- 
to (§). Da questi e somiglianti dispregi pigliavano argomento 

(1) Lannoy all'imper. 20 febb. 1524. Bucholtz op. cit. t. 2, p. 254. 

(2) Gerard de Pleme, seigneur de la Roche an den kaiser 20 ag. 
1521 Lanz Correspond. t. 1, pag. 144, 145. 

(3) Gian Matteo Giberto datario a Marchione Lango nunzio io 
Inghilterra. Lettere de* principi, t. 1, pag. 123-126. 

(4) Quoique lefpape ait raison de se dèfìer de la conduitc du roi 
d' Angleterre, à cause des pratiques que le cardinal d' York a euea 
avec les Frangais ... il croit que le cardinal n' a voulu qu' attirer à 
lui la conclusion de la paix, ou d' une tréve, dans Y cspoir d'en ti- 
rer un parti plus avantageux pour son souverain, que si la nego- 
ciation se traitait par S. S. Charles-Quint au due de Sessa. Burgos 18 
lug. 1524. Gachard I. e. pag. 204. 

(5) Gian Matteo Giberto, datario, agli oratori in Ispagna 22 ott. 



— 225 — 

i pontificii ad aspettarsene di peggiori, imprecando in ogni 
scriltura alla cupidigia ed all'arroganza degli Spagnuoli. 
Delle quali, a non parlar degli altri principi indipendenti, 
anche il duca Carlo HI di Savoia cominciava a sopportare gli 
effetti. 11 precitato Lannoy, minacciando di spogliarlo dell'in- 
tiero Piemonte, soggiungevagli da villano ribaldo, chele 
smorfie e gli ossequii di sua moglie ( Beatrice, figliuola di 
Emmanuele re di Portogallo) non servirebbero a nulla (i). 
Tuttavia finché agi' imperiali arrideva la sorte delle armi 
nella Provenza, stette ancora vacillante il pontefice. Solo al- 
lora eh' ebbe notizia della lor ritirata da Marsiglia mandò 
Girolamo Aleandro nunzio al re di Francia (2), e, come que- 
sti calò in Italia, lo fece raggiungere da Giovanni Matteo Gi- 
berto vescovo di Verona e datario apostolico, intimo suo, per 
Hltare con lui (secondo che apparisce dalla lettera creden- 
ziale con opportuna degnazione indiritta al maresciallo di 
Montmorency, favorito di Francesco I e fra tutti i consiglieri 
il più accorto) di cose e disegni spettanti air onore e alV inte- 
resse di ambidue (3), il qual Giberto, sebbene avesse poc'anzi 
ricevuto da Cesare una pensione di duemila ducati (4), era 
in voce di caldo partigiano de' Francesi. La instruzione avuta 
non conosciamo; ma dai portamenti che vedremo appresso 

1524. Lettere di principi. Lo stesso rilevasi dal precitato dispaccio 
di Gerardo de Pleme all' imperatore. 

(lì Cibrario, Istituz. della monarchia di Savoia, t. I, pag. 142. 

(2) Magnis de rebus christianacque reipublicae hoc tempore 
non solum salutaribus, sed etiam necessariis . . . Quibus etiam ac- 
cessit quod ipse Hieronymus in tuo regno ohm curu laude versatus 
et mores et amorem vestri imbibit (Aleandro era stato due anni ret* 
tore della Università di Parigi). Lettera di Clemente VII al re Fran- 
cesco^ 14 ottobre 1524. Molini, Docum. di storia ital. t. 1, pag. 177. 

(3) Mittentes Gibertum ad regem christianissimum prò rebus ac 
consiliis ulriusque nostrum honorem, ut iudicamus, etcommodum 
spectantihus. 30 ottobre 1524. Ibidem, pag. 178. 

(4) Lettera di Gio. Matteo Giberto all'imperatore, 7 giugno 1524. 

15 



— 226 — 

è dato inferire l' obbligo impostogli di prender norma dalle 
congiunture e dai successi della guerra. 

V. La quale in sulle prime volgeva con prosperi auspi- 
ci! per i Francesi. Milano spopolata dalla peste, sebbene 
conservasse l' antica prontezza degli uomini alle medesime 
fatiche e pericoli, giudicò il Morene incapace di difendersi; 
onde quelli vi entrarono il di 26 ottobre 4524, ponendola a 
guasto (1), mentre le truppe imperiali, dopo munito il ca- 
stello, ne uscivano. E Francesco se le avesse incalzate verso 
Lodi, dove infine fermaronsi, compiva la vittoria; ma ceden- 
do invece ai consigli di Bonnivet, quasi disdicesse alla di- 
gnità di re lasciarsi dietro alle spalle guarnigioni nemiche, 
voltò r esercito a Pavia, presidiata da trecento uomini d'ar- 
me e cinquemila fanti, da pochi spagnuoli in fuori, tutti te- 
deschi, e quel si è più da un capitano, quale Antonio de Le- 
va che aveva assistito a trenladue battaglie e quaranta as- 
sedi i. 

Non si può quasi ricordare Pavia tra le nazioni stra- 
niere, dice uno scrittore contemporaneo, senza il nome di 
Antonio de Leva (2). Straordinarie furono le prove del valor 

Nel margine sta scritto di mano del gran cancelliere imperiale: que 
aquella pension no sera la postrera merced que se Je haga. Biblio- 
teca de la Academia d' historia de Madrid, A. 31 msc. 

(1) All'autorità del Guicciardini, il quale dice, aver il re con la* 
de grande di modestia e benignità proibito che ai Milanesi non fossi 
fatta molestia alcuna, vuoisi preferire quella del mereiaio Buri- 
gozzo, testimone oculare, che così scrive (Cronaca cit. Arch. stor, 
ital. t. 3) : i francesi fazecano tanto male per Milano che non sarto 
possibile a poter narrare, e de robare e de logiare senza discrezio- 
ne, et non tanto il logiare ma volevano le spese et denari, et andava? 
no in le caxe dove li era bon vino, et lo volevano, et così a" altro. 

(2) Gasi no se puede nonbrar Pavia entre na^iones estranas sic 
el nonbre de Antonio de Leyva. Don Gonzalo Ximenez de Quesa- 
da. Apuntamientos y anotaciones sobre la historia de Paulo Jovic 
(dedicati a Luigi Quixada testimonio oculare dei fatti ivi narrati), Bt 
blioteca de Santa Cruz de Valladolid, msc. ^ 



— 227 — 

suo e proporzionate alla importanza della piazza, di cui era- 
gli affidata la difesa (4). Interruppe Y accostarsi de 5 nemici 
con frequenti e impetuose sortite; dietro le breccie fatte 
dalla loro artiglieria eresse larghe e profonde trincee ben 
fiancheggiate; respinse ogni assalto; e coli' esempio, traen- 
te fin le catene d'oro dal collo per farne battere monete, 
indusse non solo i soldati ma gli abitanti a sopportare le 
pia dure fatiche. Dei quali ultimi tanto era 1' odio contro a' 
Francesi, che una delle più illustri matrone, Ippolita Malaspi- 
Da, marchesa di Scaldasole, non isdegnò con le sue belle e 
Manche mani portar ceste di terra al bastione, e con parole 
ornate e piene di efficacia accendere gli animi alla resisten- 
za (2). Per lo che disperato il re Francesco di espugnare la 
città, fece prova d' impadronirsene col divertire il ramo del 
Ticino, che la difende da un lato, nel ramo minore detto il 
Gravellone; e poi che la rapidità del fiume ingrossato da 
pioggie smisurate potè più che l'opera degli uomini o la in- 
dustria dei periti, e gli andò a vuoto anche 1* altro tentativo 
di sedurre prima il Leva mediante un frate zoccolante, a cui 
questi soleva ogni anno confessarsi, indi lo Zollern capitano 
de* Tedeschi (3), si vide costretto nel gennaio del 4525 a 

(1) Sire, vous ettes hien tenu a Antoine de Leve: y a bien servls 
a la defension de Pavie, et ne fey doute que ne le reconnaissez. Der 
vieekònig Lannoy an den kaiser, 5 dee. 1521 . Lanz Corresp. tom. 1 , 
pag. 149. 

(2) Francesco Tegio fisico e cavaliere. Pavia assediata da Fran- 
cesco I Valois re di Francia. Pavia 1655. 

(3) Sandoval (t. 4, pag. 157) dice bensì esser lo Zollern caduto 
in sospetto di tradimento, e per ciò fatto morire di veleno per ordi- 
ne del Leva. Galeazzo Catella ne fa pur cenno, ma soggiunge 
multi existimavere, e con questa medesima restrizione ne scrisse il 
Sepulceda (p. 158), ardentissima febre correptus, nec sine veneni sus- 
picione interiit. ti Tegio, stato durante l'assedio a Pavia, lo vuole 
morto invece per le lunghe veglie e le assidue fatiche, e i canti na- 
zionali lo celebrano siccome uno de' principali eroi della difesa.. 



— 228 — 

cambiare l'assedio in un blocco, con la lunghezza del quale 
sperava ridurre quegli di dentro in necessità di arrendersi. 
E già pareva non la potesse mancare, sia per il grande 
difetto de' viveri, e sia perchè Lannoy e Pescara, aspettando 
i cercati rinforzi, se ne stavano ancora in cotal stato d' ina- 
zione da dar luogo ad una pasquinata in Roma, ove promet» 
tevasi ricompensa a chi avesse trovato Y esercito imperiale 
smarrito in ottobre ne' monti fra la Francia e la Lombardia. 
Indi il piccolo o forse niuno sussidio o di soldati o di denari 
degli antichi confederati italiani (4), e massime di papa Cle- 
mente, il quale, come intese avere il re occupato Milano, 
sebbene affettasse ancora la cura della pace universale, af- 
frettossi a mettere in salvo le cose proprie, ristrignendosi 
con lui. Gian Matteo Giberto s'era bensì recato a Soncino a 
confortare il viceré e gli altri capitani cesarei alla concordia, 
ma non ebbe sì tosto compiuto il finto officio, di cui preve- 
deva l'effetto, che conchiuse col re di Francia un trattato se- 
greto (novembre 4524), pel* il quale obbligavasi quest'ultimo, 
conquistato che avesse il Milanese, a non rivendicare nè.Par- 
ma né Piacenza, a prendere il sale dagli stati pontificii, a 
soccorrere il papa contro i ribelli vassalli e a mantenere in 
Firenze Y autorità de' Medici (2). Nello stesso tempo il nun- 
zio Giberto indusse Giovanni de' Medici a passare colle sue 
bande dalla parte del duca Sforza a quella di Francia (3), e 
il pontefice consigliò a Francesco di mandare il duca d' Àl- 

(1) Vous etes grand, et plus que vos allies ne voudroient. Let- 
tera precitata del Lannoy all' imperatore. 

(2) In questa forma ne diede notizia il papa air arciduca Ferdi- 
nando, e lo si trova negli Annali di Spalatin. Mencken, Scriptores re- 
rum germ. t. 2, pag. 641. 

(3) Et che non farebbe despiacer niuno al papa ... Et essendo 
recercato dal mio (servitore) se S. S. voleva praticar le cose mie, li 
disse de sì, ma che non si scroperebbe apertamente. Giovanni di 
Medici al card. Giov. Salviate 18 nov. 1524. Arch. stor. Hai. nuova 
serie t. 2, p. 2, pag. 116. 



— «29 — 

banìa (Giovanni Stuart) verso Napoli, coli' intento di forzare 
il viceré Lannoy ad abbandonare la Lombardia, e per con- 
seguenza di ristabilire tra gli Spagnuoli in quel regno e i 
9 francesi in Milano l' equilibrio politico dell' Italia. Al che a- 
vendo aderito Francesco per non tener ozioso Y intero eser- 
cito durante la cattiva stagione, in cui non poteva spingere 
vivamente l' assedio di Pavia, acconsenti Clemente che il 
duca predetto passasse colle sue genti per lo stato della 
Chiesa e si soldassero nuovi fanti a Roma (i). Tutto ciò si- 
mulando con Cesare di continuar neutrale. Ma quegli, ben 
"lungi dall' aggiustargli credenza, lo ricambiò di uguale mo- 
neta.' Ancora fa mestieri, scriveva al duca di Sessa, fingere 
coi ministri del papa, e accarezzarli e mostrar fiducia in essi, 
quantunque non vi sia ragione di averla : verrà tempo di 
strignere i conti con quelli che ci servono e con quelli che ci 
diservono (2). 

I consigli e gli esempi del pontefice seguitarono i Vene- 
ziani per il medesimo rispetto alla difesa degli stati loro par* 
ticolari e della comune libertà d'Italia. La quale ben disse 
Domenico Trevisan, senatore di grande autorità, dipendere 
in que' miseri tempi unicamente dal contrappeso che si da- 
vano a vicenda le forze de' due rivali stranieri, non essendo 
né la potenza né la intelligenza de 9 principi nostrali tanta o 

(1) Per opera d'Alberto conte di Carpi, oratore del Re appresso 
a Clemente, si concluse convenzione tra il Re e Papa, solo quanto a 
questo : che il Papa la (gente) lasciasse passare, pagando quello a- 
veva bisogno, e senza offendere terra alcuna de 1 Fiorentini, né sue. 
E il Papa stimò certo, che come questa parte del Re si metteva in 
cammino, che gì' Imperiali si dovessino ritirare verso Napoli: onde 
seguirebbe che Francesco, senza altrimenti combattere, divente- 
rebbe signore del ducato di Milano, e Carlo si terrebbe il regno di 
Napoli, e ciascuno di loro avrebbe cura che l' altro non diventasse 
maggiore in Italia; acciò non fussi più potente a offenderlo. Frane, 
rettori, Stor. d'Italia. Arch. stor. ital. Append. 22, pag. 353. 

(2) Madrid 11 die. 1524. Gachardop. cit. pag. 211. 



— 230 — 

tale che bastasse a scacciarli tutti della penisola (4). / Vèn* 
ziani, aveva già scritto Alfonso Sanchez oratore cesareo, 
non possono portare in pace la grandezza dell 9 imperatore e 
farebbero V estremo di lor potere per impedirla (2). In fatto 
richiesti che ordinassero le genti conforme all'accordo svo- 
gliatamente fermato con lui (del quale essi medesimi poca 
stima facevano e poco ne temevano i francesi), benché non 
negassero, risposero freddamente, come quegli che avevano 
neir animo di accomodare le azioni ai progressi delle cose; 
e quando parve che arridesse la fortuna a Francia e il pda* 
teflce aprì loro la mente sua, diedero commissione a Marco 
Foscari oratore a Roma di rimettere in lui il partito che più 
credesse giovare alla caus a comune, raccomandandogli tut- 
tavia di tirar in lungo possibilmente la conclusione fino a 
che si vedesse l'esito dell'assedio di Pavia (3). Indarno l'am- 
basciatore imperiale protestò non intendere il padron suo 
che alla conservazione dello Sforza nel ducato di Milano (À). 
Ai 42 dicembre 4524 convennero col re Francesco di non 
si offendere reciprocamente, introducendo altresì le pratiche 
per rinnovare P antica confederazione, però col particolar 
patto di non essere tenuti ad aiutarlo nella presente impre- 
sa (5); e nello stesso tempo confortarono occultamente il 
pontefice a far scendere a spese comuni diecimila Svizzeri, 
per non aver poi a rimaner preda o degl' imperiali o dei 
francesi vincitori: cosa approvata da lui, ma per carestia di 
denari o per sua natura instabile e avara non eseguita. 

(1) Paruta, Hist. Veneta, pag. 237. 

(2) No pueden con paciencia tollerar la grandeza del empe- 
rador y si pudiessen barian todo estremo por obviarla, Alonso San- 
chez al cancelliere imper. Venezia 26 giugno 1522. Bibliotec. de la 
Acad. d' hist. de Madrid. A. 24 msc. 

(3) Segreta RogaL t. L, 29 ott. 1524. 

(4) Codice del cav. Em. Cicogna 1003, citato dal Romanin. Stor. 
doc. di Venezia t. 5, pag. 398. 

(5) Secreta Rogai, t. L, 5. die. 1524. 



— 231 — 

VI. Confortato da queste alleanze indugiavasi il re Fran- 
cesco nelP assedio di Pavia fra i piaceri di un mite inverno, 
le lautezze della Certosa e gli spassi del parco di Mirabelle), 
a crescere i quali fece venire di Roma lo scapestrato Pietro 
Aretino (4), lasciando il governo dell'esercito nelle mani del- 
l' ammiraglio Bonnivet e del maresciallo di Montmorency, 
che intanto pensava a comprarsi ostriche e tappeti co' frutti 
dei beni confiscati al Porro di Milano (2), e a farsi conciare 
falconi da Manfredi signore di Coreggio per servirsene nel 
vittorioso tempo che non venne (3). Ai consigli di costoro 
vuoisi attribuire se Francesco, credendo aver di fatto tanti 
soldati quanti gliene facevano pagare, aderì alla proposta del 
pontefice, mandandone porzione (dugento lance, seicento ca- 
valleggieri e quattromila fanti) al conquisto di Napoli col 
duca d' Albania, la cui impresa giovò invece soltanto a trar- 
re dalla sua que' piccoli stati che il timore aveva strascinati 
nella lega dell' imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, 
domandò di essere nuovamente ricevuto in protezióne dai 
Francesi e la comperò con settantamila ducati, ventimila 
de 9 quali in munizioni. Lucca diede dodicimila ducati e al- 
cuni cannoni. Di là unitosi coi tremila fanti italiani di Renzo 
da Ceri sbarcati da una flotta* francese, procedette più in- 
nanzi il duca d'Albania per il dominio dei Fiorentini, che lo 
accolsero come amico; poi si fermò a Siena, la quale per li- 
berarsi dalle molestie dell'esercito non solamente pagò certa 
quantità di danari, ma fece eziandio le viste di acconsentire 

(1) Ha imposto a colui che manda in poste a Roma, che ti faccia 
comandare da la Sua Beatitudine che a lui ne venga. Giovanni de' 
Medici a Pietro Aretino, di Pavia gennaio (?) 1525. Arch. stor. ital. 
nuova serie t. 2, p. 2, pag. 121. 

(2) Ottaviano Grimaldi al maresciallo di Montmorency, 14 nov. 

1524. Molini Doc. di storia ital. 1. 1, pag. 180. 

(3) Manfredi da Coreggio a monsig. di Montmorency, 3 genn. 

1525. Ibidem, pag. 183. 



_ 232 _ 

alla riordinazione del governo desiderata da Clemente VII, 
richiamando Fabio figliuolo di Pandolfo Petrucci non molto 
prima spodestato (4). Finalmente, passato il Tevere a Fiano 
entrò nelle terre degli Orsini, dove raccoglievansi i fanti 
soldati per lui a Roma. In questo mezzo aveva il pontefice 
mandato Paolo Vettori, capitano delle sue galee, a significare 
al Lannoy non avere mai potuto, per diligenza che facesse, 
rimuovere il re Francesco dalla deliberazione di assaltare il 
reame di Napoli; esortarlo perciò a sospendere le armi, de-? 
ponendo in mano sua quel che in nome di Cesare si teneta_ 
ancora nel ducato di Milano; sperare che, fatto questo, si 
converrebbe in qualche modo onesto della pace, per laquàl» 
proponeva che il ducato medesimo, separandosi in tuttcp 
dalla corona di Francia, fosse con la investitura di Cesare, » 
verso compenso in denari, conceduto al secondogenito dei- 
re. Ben era a prevedersi la risposta di chi venuto all'ut^ 
tima contenzione non poteva non riputare che fosse contrai 
a sé qualunque si dicesse neutrale. Donde Clemente, mo~» 
strando di essere menato dalla necessità, perchè il duca dS 
Albania avvicinavasi a Roma, pubblicò, non come fatta pri- 
ma, la convenzione col re di Francia, ma falsata in una sem- 
plice promessa di non offendere Y un Y altro, e in questa 
forma la significò per un breve a Cesare. Il quale, commofir 
so d' animo, gli rescrisse, meravigliarsi assai che non abbia 
avuto alcun riguardo né alla sua riverenza filiale, né ai ser- 
vigli prestatigli fin dalla prima età e per la elevazione al 

pontificato, della quale fu principale strumento (2), né alla 

■ 

(1) Volendo ridurre quella città a un governo da poterne di* 
sporre: e lo rassettò alquanto; ma non fece quello credette. Fran- 
cesco Vettori, op. cit. pag. 353. 

(2) En lo qual, comò vos soys buen testigo, se hizo por nuestra 
parte tanto que fuymos la principal causa de ponerle en la siila de 
san Pedro. Charles-Quint au due de Sessa, Madrid 9 febb. 1525. Ga- 
chard op. cit. pag. 212. 



- 233 — 

parte eh' egli .ebbe come cardinale in confortarlo a questa 
guerra (4), né ai danni che dalla sua mutazione potrebbero 
derivare all'Italia, alla santa sede e a tutta la cristianità. 
Soggiungeva non confidasse alcuno che avesse a sminuire la 
sua potenza in Italia, perchè metterebbe prima ad ogni pe- 
ricolo gli altri regni e la vita propria; esser egli ornai rista- 
bilito in sanità, cessata la quartana che lo affliggeva, e si va- 
lido del corpo da montare a cavallo, correre a galoppo e cac- 
ciare, insomma in tale stato da poter recarsi ovunque fosse 
^chiesto (2). Quindi, dopo aver ripetuto al duca di Sessa, 
aiìnbasciator suo a Roma, che simulasse ancora col datario 
Gian Matteo Giberto e cogli altri ond' era stato mal servito, 
Perchè verrebbe poi tempo di saldar le ragioni di ciascuno, 
^Qnchiudeva: il duca di Ferrara potrà piagnere un giorno 
** aiuto dato ai Francesi, e similmente i Veneziani, dei quali 
***i dolgo assai più che d' ogni altro, perchè senza alcun mo- 
**ivo mi ruppero fede (3). Verrò io stesso in Italia, disse con- 
temporaneamente all' oratore fiorentino, per riacquistare il 
•aitò e vendicarmi di coloro che mi hanno offeso, e massime 
<*ì quel villano di papa (4). Indi le sollecitudini di Gaspare 
^Contarmi nello scolpare la violazione della lega da lui me- 
desimo negoziata, tenendo sempre rivolto l' occhio all' in- 
tento principalissimo d'impedire che Carlo, in caso andasse- 
ro male le cose sue, com'egli e quasi tutti presagivano allora, 

(1) I/imperatore disse all'ambasc. fiorentino: che questa guer- 
ra colla Francia fece soium per lui; non dico per, papa Leone, ma 
per lui, perchè lui governava papa Leone, Gaspare Contarini al 
Senato. Madrid 28 genn. 1525. Biblioteca Marciana ital. ci. VII, cod. 
1009 msc. 

(2) Y no dexamos de cavalgar cavallos saltadores, y passar car- 
reras, y yr a caga, matando venados de nuestra mano, y haziendo 
otros actos de persona que tiene sanidad. Gachard, 1. e. p. 213. 

(3) Ibidem. 

(4) Gaspare Contarini al Senato. Madrid 6 febb. 1525. Biblioteca 
Marciana ital. ci. Vii, cod. 1009 rase. 



— 234 — 

non convenisse con Francesco senza i Veneziani e forse in 
loro danno e mina dell' Italia (4). 

Le previsioni comuni non si avverarono. Mentre il re 
di Francia smembrava tanta parte del suo esercito col so- 
praccennato intento, reso vano dalla saviezza del Lannoj 
che non volle abbandonare la Lombardia (2), ingrossavano 
il loro gì 9 imperiali con nuove genti venute di Germania 
Condusse il Borbone duecento cavalli e seimila fanti soldat 
con i denari delle sue gioie e con quelli dell' arciduca Fer 
dinando (3). Quasi altrettanti ne arrotò il Lannoy, vendendo 
nel regno di Napoli tutto che poteva trovar compratori. Mar 
co Sittich di Ems e Nicolò conte di Salm capitanavano i prì 
mi; Giorgio di Frundsberg gli altri, e le due schiere si uni- 
rono il di 24 gennaio 4525 colle truppe stanziate a Lodi 
Vero è che allora si fece maggiore la necessità de' danari.. 1 
centomila ducati spediti pochi giorni innanzi al Borbone io 
lettere di cambio e gli altri centomila promessi, oltreché in- 
sufficienti a pagare gli stipendii residui, tardavano a venire. 
E quanto non era costato a Cesare il metterli insieme! Cave 
i primi dalla vendita di alcuni diritti nella Castiglia, i secon- 
di dai denari destinati al sostentamento della sua corte (4), 
e forse anche da quel credito di centoventimila ducati verso 

(1) Perche quando le cose sue in Italia andassero male come mi 
dubito e che el vedesse over li paresse esser destituto de li amici 
sui grand . mo pericolo seria che el non precipitasse in disperatione 
ov. non facesse qualche accordo con Francia dannoso a tuta Italia. 
Non è cosa... che più habia habuto l'ochio in tuta questa mia le- 
gatione che a questa. Ibidem, Madrid 26 gen. 1525 msc. 

(2) Wolsey air ambasciatore inglese a Roma, vescovo di Bath. 
Iohn Gali, The Hfe of card. Wolsey, let. XVJH. Accetto come vero 
ciò che r scrive il Wolsey, sebbene Guicciardini e Giovio dimostrino 
il Lannoy risoluto ad abbandonare lo stato di Milano, e ritenuto so- 
lamente dalla'valida opposizione del Pescara. 

(3) Bucholtz, op. cit. t. 2, pag. 270. 

(4) 11 genn. 1525. Ìbidem, pag. 273. 



— 235 — 

la repubblica veneta, e di altri diciottomila verso il duca di 
Milano che avevano i padovani emigrati, in virtù della pace 
ultimamente conchiusa tra l'imperatore e la signoria, e che 
in nome loro gli fu ceduto per i bisogni della guerra da A- 
chille Borromei, Nicolò Trapolino e Marco Bagarotto (4). A 
dirtela schietta, scriveva al Borbone, non ho speranza di 
pandi sussidii né dall' Inghilterra, né da mio fratello, né 
dai Paesi Bassi, essendovi scarsezza per tutto, fuorché in 
Inghilterra, dove manca il buon volere (2). Ma il Pescara, 
proponendo agli spagnuoli gli onori e le ricchezze della fu- 
tura vittoria, ed accendendoli con gli stimoli dell' odio con- 
tro ai Francesi, gl'indusse a promettere di seguitare un mese 
intero T esercito senza ricevere soldo. Lo stesso ottenne dai 
tedeschi Giorgio di Frundsberg, ansio del pericolo di Pavia, 
dov'era chiuso Gaspare suo figliuolo. Non c'era tempo da 
Perdere. Il dì seguente a quello in cui si congiunsero a Lodi, 
andarono gP imperiali a Marignano, e di là passato il Lam- 
bo e preso d' assalto il castello Sant' Angelo, spingendosi 
^^re più innanzi, vennero il terzo giorno di febbraio ad 
foggiare a due miglia e mezzo di Pavia, e a un miglio della 
Sguardia nemica, di maniera che già l'una parte e Paltra, 
^Bsa uscire da' loro campi, si danneggiavano con le arti- 



Non prima che li vide avvicinarsi, pensò Francesco di 
^centi^re le sue forze. Ritornarono all' esercito quattro- 
m l*L fonti da Milano, ma i duemila richiamati da Savona, 
De titre attraversavano senza sospetto alcuno l'Alessandrino, 
ttr Ono sorpresi da Gaspare Maino comandante delle truppe 
& Ho Sforza, e fatti prigioni. Né ebbe migliore successo la cu- 



ti) Et se altro modo o via de dinari noi havessemo tutti seriano 
^rvitio de S. M. Roma, nov. 1524. Bibliot de la Acad. <f kUt. de 
**Xrid. A. 32 msc. 

(2) 3 febb. 1525. Buckoltz, t. 2, pag. 271. 



ra data a Gian Luigi Palavicino o di occupare Cremona o al- 
meno d' impedire che da quella città si movessero le vetto- 
vaglie, perchè venuto a scontro verso Casal Maggiore con À- 
lessandro Bentivoglio cadde egli pur prigione, lasciando : 
suoi quattrocento cavalli e duemila fanti rotti e dispersi. M 
questi sinistri si aggiunse un altro più grave ancora. Gian- 
giacomo Medici, milanese, fattosi signore del castello di Mu&-* 
so dopo T assassinio di Monsignorino Visconti, assaltò Chuh 
venna città importante della lega grigia; onde questa ritoGi 
subito in soccorso della patria i seimila connazionali ch'era- 
no nel campo del re. Cosi V esercito francese si ridusse di 
numero quasi uguale all' imperiale, fatta la debita sottfazio- 
ne nel primo di que' soldati che per le frodi de 9 capitani;* 
per la negligenza de' ministri ricevevano lo stipendio sete 
esservi presenti (1). Quello che più mi fa temere, scriveva 
Bernardo Tasso, padre dell' immortale Torquato, dal camp* 
francese, è che veggio che apertamente stia maestà s'ingaim* 
nelle cose piti importanti, giudicando il suo esercito maggi* 
di numero, e quel de' nemici minore di ciò che in effètto sono 
Io vedo questo campo con quel poco ordine che era, quande 
i nemici eran lontani; né a questa troppa sicurtà so dare uh 
tro nome che imprudenza o temerità (2). Aggiungasi che il 
re d' Inghilterra, sebbene già insospettito di Cesare, avendo 
pure invidia alla prosperità del re di Francia, non solamente 
diede ordine a Riccardo Pace di andare a Venezia per ecci- 
tarla in nome suo alla osservanza della lega con Cesare; ma 
mandò ancora Gregorio da Casale al viceré Lannoy con pro- 
messe grandi e con cinquantamila scudi d' oro, eh' ei lasciò 
a disposizione di lui a Viterbo per il caso che venisse a bat- 
taglia (3). Rappresentò inoltre il Wolsey al pontefice quanto 

(1) Fr. Guicciardini, St. d' Italia t. 3, pag. 145. 

(2) Lettere di messer Bernardo Tasso. Venezia 1561, pag. 4. 

(3) Lannoy a Margherita governatrice de' Paesi Bassi, 1 5 febb. 
1525. Bucholtz, op. cit. t. 2, pag. 272. 



— 237 — 

danno dal cambiamento di sua politica sarebbe per risultare 
alla cristianità in generale, e quanto ne avrebbero profittato 
i seguaci delle dottrine luterane, che di già sono sparse per 
r intera Germania, e non lasciano inlatte la Francia, la Spa- 
gna, le Fiandre, la Danimarca, la Scozia, e forse varie 
parti d 9 Inghilterra. « Il re francese (soggiungeva), avendo 
in sue mani e Milano e Napoli, ed essendo principe si ambi* 
zio&o e cupido di dominio, troverebbe sicuramente i modi 
di ridurre ad obbedienza sua a poco a poco altre parti d' I- 
talia, o per forza o per politica. Egli troverebbe cosi il mezzo 
eli aspirare all' impero romano: conseguitolo o no, sua san- 
tità dovrebbe accertarsi di stare inter Scyllam et Charybdim, 
e di dover servire alla volontà del re francese; il quale, non 
ostante il buon viso che fa adesso, non mancherebbe di di- 
sporre del papa come di suo cappellano. » Quindi, discor- 
rendo degli spedienti per mandare a vuoto i disegni di Fran- 
cesco, instò che si mettesse ad effetto la proposizione in ad- 
dietro fatta dal pontefice al viceré e ad altri capitani impe- 
riali, di rimettere cioè in sue mani, a guisa di deposito e per 
xm corto tempo fino allo stabilimento della pace, le parti del 
ducato di Milano che tenevansi in potere di ambedue i con- 
tendenti. Se le cose procedono bene, conchiuse, il re Enrico 
spera di avere tanta influenza sull'animo dellHmperatore da 
indurlo a dare al duca Francesco Sforza la investitura di 
Milano, dimodoché P Italia sarebbe libera e di spagnuoli e 
di francesi (i). 

Ma che valevano coteste pratiche, dacché, essendo vi- 
cini gli eserciti, riducevasi ormai la somma delle difficoltà 
sostenute molti mesi alla fortuna di poche ore? Non cessa- 
vano gl'imperiali, col dare alle armi e col far nuovi lavori, di 
spingersi sempre più innanzi a palmo a palmo; frequenti 

(l)Wolsey all' ambasciatore inglese a Roma, vescovo di Balli. 
John Gali, op. cit. lett. XVIII. 



- 238 - 

erano le sortite di Antonio de Leva, e continue di giorno e 
di notte e quasi sempre fortunate le scaramucce del Pesca- 
ra, intento a stancheggiare il nemico, a vedere minutamente 
come fosse alloggiato, a cercar modo di trarlo fuori dell'ine- 
spugnabile campo. Il quale aveva grossi ripari a fronte, alle 
spalle ed al fianco sinistro, circonlati da fossi e fortificati con 
bastioni, ed al fianco destro il gagliardo muro del parco di 
Pavia, dove eravi in mezzo il palazzo di Strabello, antico 
luogo di delizia dei duchi di Milano, stato già fecondo di 
liete imagini agli artisti italiani ed ora soggetto di tristissime 
ricordanze (i). Là dentro se ne stava fermo Francesco, non 
cedendo alle provocazioni del Pescara; persuaso gli tornasse 
meglio di essere assalito come un tempo a Narignano, che 
non di assalire egli stesso, come avevano fatto poc 9 anzi i 
suoi con tanto danno alla Bicocca, e ciò anche secando il 
consiglio saviamente datogli dal papa (2), il quale non dubi- 
tava tampoco che, per le angustie che pativano gP imperiali 
di danari e di vettovaglie, otterrebbe in brevissimo tempo, e 
senza sangue, la vittoria. 

Ed erano angustie veramente estreme. Mancavasi in Pa- 
via di munizioni e d' ogni altra cosa, né gli ori e gli argenti 
che il Leva tolse dalle chiese (3) erano bastati a quetare i tu- 
multuanti soldati. Ancora ai 21 febbraio scriveva il Lannoy non 
aver ricevuto i dugentomila ducati promessi da Cesare, né i 
cinquantamila scudi del re d' Inghilterra ; essere falliti tutti 
i tentativi per far uscire il re del suo forte; confidare perciò 



(1) Extrait des lettres écrites en allemand à monselgneur l'ar- 
chiduc Ferdinand par Messer George de Fronsberg. Bucholtz,op.c. 
Docum. p. 1. 

(2) Jacopo Nardi, Istoria della città di Firenze, t. 2, pag. 106. 

(3) Facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne 
ben di più, ma passato il pericolo, gabbato lo santo. Brantome, Vies 
des grands capitàins. 



- 239 - 

i francesi nello scioglimento dell'esercito (4), e il segretario 
elei duca di Borbone soggiungeva : il mio povero signore non 
J*a riposo né di giorno né di notte, e per sostentare le sue 
Stenti* non soccorse da alcuno, ha impegnato lutto il suo, di 
maniera che ora che scrivo non ha neanco venti ducati per 
*?ivere (2). 

In tali condizioni parve lo sciogliere l' esercito dinanzi 
al nemico ugual male che una disfatta (3). Mi dia il cielo, 
esclamò Pescara, cento anni di guerra e non un giorno di 
battaglia*; ma oggi non e' è altra via di scampo (4). Quindi 
portatosi in mezzo de' suoi spagnuoli, voi non avete, disse 
loro, un palmo di terra vostro, né un tozzo di pane per isfa- 
marvi domani; ma dinanzi a voi è il campo, dove abbon- 
dano il pane, la carne, il vino e i carpioni del lago di 
Carda. Noi dobbiamo averlo, noi dobbiamo scacciarne il ne- 
mico. Vogliamo rendere celebre il giorno di san Matteo (5), 
natalizio dell' imperatore. Difatti la notte avanti, dopo aver 
dato nelle prime ore più volte alle armi per istraccare i fran- 
ai Bucholtz, op. cit. t. 2, pag. 275. 

(2) Ibidem. 

(3) De ninguno canto nostra necessidad tenia rimedio . . . des- 
iiazer el esercito a lavio del enemigo era tan mal corno perdillo con 
fcatalla. Relazione della battaglia di Pavia del Pescara, presso Ran- 
Jte, Storia della Germania t. 6. Falsa è dunque la notizia contenuta in 
*ino scritto anonimo, Lettere di 'principi t. 1. p. 153, e sull'autorità 
di questo accettata dal Sismondi, Histoire de France t. XVI p.232, che 
due giorni avanti la battaglia pervenissero di Spagna 150.000 scudi. 

(4| Sandoval, Historia del emperador Carlos V, t. 4, pag. 188. Lo 
stesso scrisse Lannoy all'imperatore nel d) seguente alla battaglia 
«li Pavia: je vous ay jusques a ce jour escript ... la necessite la ou 
nous trouvions par faute dargent, de sorte que eslions contraint de 
combattre le roy de France en son fort, ou prendre appointement; 
car votre armee ne se pouvoit plus soustenir, et estions en danger 
de rompre par faute dargent : et de ces trois points metUons peyne de 
choisir le moins mal. 25 febr. 1525. Lanz, Correspond. 1. 1, pag. 150. 

(5) Sandoval, op. cit. t. 4, p. 191. 



\ 



— 240 — 

cesi, fingendo volergli assaltare altrove, mandò alcuni guasta- 
tori e soldati a far una breccia nel muro del parco, con in- 
tendimento, se gli riusciva la entrata prima che il nemico ne 
avesse sentore, di avanzarsi sopra Mirabello e di là aggiun- 
gersi colla guarnigione di Pavia; in caso contrario, di forzare 
almeno il re ad uscire de' suoi trinceramenti per contrastar- 
gli il passaggio. 

Ma il muro trovossi più forte che non si era pensato, ■ 
già albeggiava innanzi che ne fosse caduta una parte; ond» 
quando la mattina del 24 febbraio irruppero nel parco tra 
mila fra tedeschi e spagnuoli con una camicia bianca sopr 
le armi in segno di riconoscersi dai francesi, questi si eraa 
già mossi e posti in ordinanza (1). Tanto però avevano eoe 
seguito gì' imperiali di trarli fuori dagli alloggiamenti a cona 
battere in campagna aperta. Vero è che da principio non ni 
sentirono che il danno, dovendo passare sotto il fuoco delli 
artiglierie, si che il re stesso uscito per caricarli, al. vedere 
alcuni di loro in fuga, ne pigliò lietissimo augurio, dicendo: 
adesso mi voglio chiamare signor di Milano (2). Ma appunto 
in quel momento incominciò la battaglia, avendo il Pescara 
richiamati i tremila, che col marchese del Guasto suo nipote, 
andavano alla volta di Mirabello, ai quali ben tosto si uniro- 
no i lanzichenecchi condotti dal Frundsberg e da Marco Sit- 
tich. Formavano questi l'ala sinistra, mentre la destra com» 
ponevasi dei suaccennati tremila e dei rimanenti spagnuoli 
e italiani. Accosto di essa non tardò a ricomporsi la caval- 
leria, rinforzata da millecinquecento fucilieri. Il viceré Lan- 
noy, il 'quale aveva sempre creduto di poter trincerarsi 



(1) Epitre du roy traitant de son portement de France et de s* 
prise devant Pavie. Lenglet e Gòbel p. XXX. 

(2) Lettera di Paulo Lusascho al sig. marchese di Mantua (giu- 
sta il racconto del re stesso). Pizzighetloiic, 2 mar. 1525. Marin Su- 
fiuto t. XXXVH. 



— 241 — 

nel parco di fronte ai nemici, comprese allora che ciò non 
era più possibile. Non e 9 è da sperare che in Dio, disse a* 
sixoi soldati, fate tutti quel eh 9 io faccio, e segnatosi in fron- 
te diede di sprone al cavallo per volare alla pugna (1). 

La quale non fu una di quelle splendide giornate, in 
cui come al solito contendono due eserciti dell'onore. Com- 
battevano per necessità, col coraggio della disperazione, sol- 
dati che ancor per pochi giorni avevano promesso di soppor- 
tare ogni stento. vostra maestà, scrisse il Pescara all' im- 
peratore, riportava la desiderata vittoria, o noi compivamo 
Golia morte il dovere di servirvi (2). 

Urtaronsi da prima gP imperiali dell' ala destra cogli 
uomini d' arme capitanati dal re; ma ben più grave e riso- 
lutivo fu lo scontro della sinistra con i fanti tedeschi della 
Gneldria e della Lorena, che sotto il nome di bande nere mi- 
litavano agli stipendii di Francia. Questi, chiusi per un ac- 
corto movimento dello Sittich in mezzo a tre battaglioni, fu- 
rono quasi tutti uccisi. Nel tempo medesimo menavano stra- 
ge i fucilieri nelle file della cavalleria francese, e il Pescara 
assalì gli Svizzeri comandati dal Montmorency. Quella stra- 
ge; il furore di questo assalto; la disfatta delle bande nere; 
l'avvicinarsi dei vittoriosi tedeschi; tutti cotesti sinistri pre- 
staronsi insieme a scompigliare il centro dell' esercito fran- 
e ese. Il duca d' Alengon, capitano del retroguardo e cognato 
*ìel re, si volse per primo addietro (3), con tanto impeto che 
^trascinò seco parte degli Svizzeri, mentre altri battuti e 
dispersi cercarono scampo nel Ticino, in cui non sapendo 
Pilotare miseramente perirono (4). In quel momento uscito 

(1) Sandoval op. cit. t. 4 pag. 207. 

(2) Relazione del Pescara sulla battaglia di Pavia 1. e. 

(3) Fu il primo a vituperosamente fuggire. Francesco Tegio op. 
^it. p. 64. 

(4) Gian Matteo Giberto datario scrisse invece ai nunzii ponti- 
ficii in Inghilterra: gran cosa è, che quelli Svizzeri, intrepidi sem- 
iti 



\ 



CAPITOLO QUINTO 



•*• conseguenze della vittoria di Pavia; generosi intendimenti di Venezia; irre- 
*olotena di papa Clemente e tuo accordo con Carlo V ; infinta moderazione di 
Cesare— Angustie di Cesare ne' Paesi Bassi e nella Germania; dieta di Norim- 
berga e proposta di un concilio universale; convegno particolare di Ratisbona 
« riformazione del clero promulgata dal cardinale Campeggi; progressi della e- 
«"«aia luterana e loro cagioni ; guerra de' villani e comunismo religioso di Tom- 
anaso MQnzer — Condizione della Francia ; provvedimenti della reggente Luigia 
di Savoia; relazioni colla Porta ottomana — Disposizioni dell' Inghilterra verso 
Cesare; sua confederazione colla Francia — Controversie tra il papa e l' impe- 
ratore; disegno di una lega fra gli stati italiani per difesa della loro indipen- 
denza; discordie tra i capitani imperiali; maneggi di Girolamo Morone col mar- 
chese di Pescara; scoperta della trama; assedio del castello di Milano; egregii 
portamenti del senato milanese; morte del marchese di Pescara — Negoziazioni 
di pace tra Carlo V e Francesco \; trattalo di Madrid e condizioni della libera- 
zione; matrimonio di Cesare con Elisabetta di Portogallo — Inosservanza dei 
patti di Madrid; lega di Cognac fra il papa, il re di Francia e i Veneziani con- 
tro l'imperatore. 



I. La vittoria inaspettata di Pavia scosse come un fili- 
line i principi italiani dal sogno di quella politica che, per 
i avere la indipendenza, s'era appoggiata ad un uomo, an- 
ìchè alla nazione. Avevano sperato che i due rivali s' inde- 
bolirebbero a vicenda in una lunga guerra, e a lor verrebbe 
»oi il destro di saltar fuori con forze ancora intere per isni- 
larli dalla penisola. Ormai trovavansi invece agli arbitrii di 
ina soldatesca feroce e ribalda, che, rotto ogni freno di di- 
sciplina, albergava a discrezione dei vinti. 



- 246 — 

Veramente mai Italia, dopo Attila, non era caduta k 
preda a maggiore spavento. Ne soffriva più che altri il pajv 
sia per la coscienza di esser stato primo a correre la fortUK 
francese e a tirar seco i Veneziani (1), secondo che certific 
rono le lettere trovate nei forzieri del re prigione (2), s 
perchè, dalla maestà del pontificato in fuori, sentivasi p 
ogni altro conto molto opportuno alle ingiurie, tanto in E 
renze dove cominciavano a ribollire le dottrine del S 
vonarola, quanto nei dominii della chiesa soliti a rall 
grarsi delle sue angustie. In fatto Giorgio di Frundsbei 
consigliava di assaltarli subito, e mentre gli altri capitani 
riempivano di lor lettere minaccevoli, entrarono gì' irape 
riali nel territorio di Piacenza. Al che si aggiunse ben tosti 
che essendosi il duca di Albania, com'ebbe avviso delle ca- 
lamità del re, ritirato verso Bracciano per stare al sicuro ic 
mezzo alle fortezze degli Orsini aderenti a Francia, le genti 
di questi ultimi andate a raggiungerlo furono rotte da Gioito 
Colonna partigiano dell' imperatore ed inseguite fin entro 
Roma, la quale si levò tutta in armi con gran timore e con 
uguale indignazione del pontefice che all' autorità sua non 
avesse avuto riverenza (3). Sin da quel momento gli parve 
unico scampo l' acconciarsi coli' imperatore, e ne fece motte 
all' orator veneto (4). Ma tutti, scriveva invece Domenico 

(1) Al papa davano principalmente la colpa, che vostra celsitu 
dine fosse andata così ritenuta con sua maestà. Relazione di Ga 
spare Contarini ritornato ambasciatore da Carlo V, 16 nov. 1525 
Alberi Relaz. degli amb. ven. ser. 1, voi. 2, pag. 61. 

(2) L'imper. all' arcid. Ferdinando. Toledo 25 giug. 1525. fP 
Bradford Correspondance of the emperor Charles V.London 185C 
pag. 137. 

(3) Sua Beatitudine sta tanto di mala voglia, che non fu mai ve 
duta di peggiore, e così tutti i suoi. Gio: Maria de* Monti arciv. a 
card. Egidio da Viterbo. Roma 3 marzo 1525. Ruscelli Lettere d 
principi, t. l,pag. 107. 

(4) 11 papa trema, dicendo saria ben lui e la Signoria si adate 



- 247 - 

Pizzamano, tutti maledicono a lui e chiamano la Signoria 
nostra (i). Né la Signoria veneta mancò all' antico suo sen- 
no; imperocché, ben fornita darmi e pronta a crescerle per 
imporre rispetto ai capitani cesarei, rispondeva con vivissi- 
me instanze al papa che facesse calar subito diecimila svizze- 
ri, sforzandosi persuadergli che congiunti insieme e col du- 
ca di Ferrara avrebbero potuto sostenere l' onore italia- 
no (2). 

Allora si diede a conoscere Clemente. Pochi pontefici 
salirono al trono con maggiore estimazione di lui, perchè, 
sebbene fosse stato più presto esecutore de' disegni di Leo- 
ne X che introduttore de' suoi consigli, erasi mostrato de- 
stro in armi e in viluppi diplomatici, e principale nelP asso- 
dare la sua famiglia in Firenze, dove con autorità quasi as- 
soluta regolò le cose in modo da farsi pur ben volere. Ave- 
lia invero Y intelletto capacissimo e notizia maravigliosa di 
tutte le cose del mondo; discorreva con uguale facondia 
di filosofia e di teologia, come di meccanica e d'idraulica; 
in ogni quistione soprastava per sottigliezza d' ingegno ; 
facevasi addentro nelle più difficili: alle quali doti aggiun- 
gendosi l'essere alieno dai piaceri e assiduo alle faccende (3), 
non era alcuno che non aspettasse da lui fatti grandissimi. Ma 

seno con T imperatore. Lettera dell' orator Foscari di Roma 3 mar- 
zo 1525. Mariti Sanuto t. XXXVII 6 marzo. 

(1) Tutta la corte pianze et e come persa et tutti chiamano la Si- 
gnoria nostra et maledisse il papa; ma spagnuoli Io bravano e tutti 
ugnano voler venir contra de nu, ne di altro se parla li in Roma. 
Roma 6 marzo 1525. Ibidem. 

(2) Secreta Rogat. 6 marzo 1525. Inanimar il pontefice a dover 
attender alla quiete e union d' Italia et volemo esser a una fortuna 
^n soa beatitudine, né semo per manchar mai, che separandose 
s aria gran mal di tutti do li stadi. Marin Sanuto all' orator in curia, 
® marzo 1525. 

(3) Discorre bene, vede tutto . . , niuno in materia di stato può 
Sopra di lui . . . uomo giusto, e uomo di Dio . . . è continentissimo, 



a quelle doti non corrispondeva nella risoluzione ed esecrai* 
ne, perchè impedito non solamente dalla molta timidità dell* 
nimo e dalla cupidità di non spendere, ma eziandio da una c& 
ta perplessità che gli era naturale (4); onde, di grande e ri^ 
tato cardinale, né buon papa riuscì, né buon italiano, qua 
la fortuna, dice Francesco Vettori, di pietosa madre dwet 
tata sua crudele matrigna, si volesse pentire di tutti li onch 
e dignità contribuitigli (2). Aveva già condotte le pratica 
con Venezia insino all' estendere i capitoli della lega, e gii 
adoperavasi di farvi entrare il re d'Inghilterra (3), allorché, 
sopraggiuntegli larghe profferte di Cesare, il quale non a 
lui, sì destramente a 9 suoi consiglieri dava colpa della man- 
cata amicizia (4), postergato ogni altro rispetto, il dì primo 
aprile 1825 conchiuse col viceré Lannoy confederazione, per 
la quale i Fiorentini dovevano pagare di presente centomila 
ducati, con patto espresso che sarebbero restituiti in caso 
non avesse Cesare entro quattro mesi ratificato V accordo. 
V erano aggiunti alcuni articoli in separata scrittura e con- 
fermati eziandio per giuramento, che contenevano le stesse 
condizioni per lo innanzi accettate dal re di Francia; cioè 

né si sa di alcuna sorte di lussuria che usi. Vive parcamente... Noi 
vuol buffoni né musici ; non va a caccia né ad altri piaceri, conn 
facevano altri pontefici ... tutto il suo piacere è di ragionare conto 
gegneri e parlar di acque. Sommario della relazione di Marco Fo- 
scari, 2 mag. 1526. alberi Relaz. degli amb. ven. ser. 2, voi. 3, pag 
126 e 127. 

(1) Fr. Guicciardini, Storia d' Italia, t. 3, pag. 211. 

(2) Sommario della storia d' Italia, Arch. stor. ital. Append. 22 
pag. 348. 

(3) Però prima bisogna aspettar da voi aviso, come sia cotesti 
serenissima Maestà d' Inghilterra per pigliarla, avanti che io possi 
farne alcun discorso. Gio. Matteo Giberto datario ai Nunzii in In- 
ghilterra, 1 marzo 1525. Ruscelli Lettere di principi t. 1, pag. 81. 

(4) L'imperatore al duca di Sessa. Madrid, marzo 1525. Gacharc 
op. cit. pag. 216. 



— 249 — 

la vendita del sale di Cervia nel ducato di Milano, e la rein- 
tegrazione del pontefice nei dominii di Reggio e Rubiera, oc- 
cupati dal duca di Ferrara vacante la sede romana per la 
morte di Adriano (1). Tanto al ben pubblico antepose Cle- 
mente il suo comodo particolare, da non considerare che 
metteva quel principe, per ogni rispetto ragguardevole mas- 
sime a' giorni che correvano, nella necessità di gittarsi in 
traccio all'imperatore ! Come Io seppe l'orator veneto Gaspa- 
ra Contarinl : voglia Dio, esclamò, che la timidità sua non sia 
Musa della mina d' Italia (2). 

Non s' era appena ricomperato il papa a prezzo d'oro, 
che la predizione de' Veneziani si avverò. I capitani impe- 
r,a 'i 5 più non temendo la concordia de' principi italiani, col- 
pirono i singoli con enormi contribuzioni. Pagarono i Luc- 
chesi diecimila ducati, quindicimila il marchese di Monfer- 
rato, cinquantamila il duca di Ferrara con promessa di ria- 
ver gli se non convenisse con Cesare, quindicimila i Sienesi 
to contraccambio della facoltà avuta di riformarsi a governo 
dì popolo, il che fecero in presenza degli uomini mandati dal 
v *cerè a ricevere i danari, ammazzando Alessandro Bichi 
P r *ricipale del reggimento introdotto ad instanza del pontefice 
P^** mezzo del duca di Albania. Con questi danari, con cen- 
*°tnila ducati che diedero i Milanesi, e coi dugentomila ri- 
n^ssi da Cesare a Genova per sostentazione della guerra, 
^ei arrivati dopo la battaglia di Pavia, essendo dato ai capi- 



li) Fecero (gl'imperiali) passar r esercito in quello della Chiesa 

(Giacenza) et conslrinsero sua santità a redimere la vexazione con 

ceri to milla scudi, et con fare una lega con loro ... tra l' altre cose 

v * era la reintegratane dei sali del stato di Milano che si pigliassero 

della Chiesa, et la restitutione di Reggio. Memoriale precitato di 

P&Va Clemente VII a mons. Farnese. Papiers d' état du cardinal de 

Gr anvellet. l,pag.294. 

(2.) Lettera al Senato. Toledo 7 mag. 1525. Biblioteca Marciana 
tot. e | # VIL cod# M j X# msc# 



— 250 — 

tani il mezzo di ridurre di nuovo l' esercito interamente i 
loro potestà, chi non avrebbe creduto che seguitassero 
corso della vittoria in nome dell' imperatore, al quale no 
mancavano né titoli, né voglie a farsi signore di tutta Italia 

Da' suoi consigli pendevano dunque le ansietà degli uo- 
mini. Il viceré Lannoy lo aveva già esortato a non perdere 
la occasione favorevole. Voi non avete obblighi co 9 principi 
italiani, scrivevagli,, né essi hanno piU speranza nel re di 
Francia, poiché egli è in vostre mani. Ben creda vi sovvertii 
di ciò che il signor di Bersele diceva, che Dio manda agii 
uomini in lor vita un buon agosto, e che se si lascia passarlo 
senza coglierne i frutti, si corre rischio che non torni più (i). 
Non v 9 è memoria, aggiungeva Margherita, sua zia, che il 
creatore abbia concesso una tal grazia a verun altro princi- 
pe; vi dia egli anche quella di saperne profittare (2). 

Carlo V mostrò invece di poter resistere alle prosperiti 
della fortuna. Com 5 ebbe avviso della vittoria andò subite 
nella sua stanza da letto a prostrarsi davanti una immagine 
della Madonna, ordinò processioni e preghiere per impetrar 
gli dal cielo altre e maggiori contentezze in guerra conto 
gl'infedeli, e parlò di una impresa a Costantinopoli e a'Ge 
rusalemme (3). Conforme a questi sentimenti rispose al Lan« 
noy: poiché mi avete preso il re di Francia, il quale vi pregi 
di tenere in buona custodia, non saprei dove adoperarmi, *< 
non contro gV infedeli: n' ebbi sempre voglia, né la ho mi 
nore al presente. Aiutatemi a ben regolare gli a/fari, accioc 
che prima eh' io diventi vecchio possa far cosa, per la quali 
resti servito Iddio e a me non venga biasimo. Mi dico vec 



(1) 25 febb. 1525. Lanz Corresp. t. 1, pagr. 151. 

(2) 19 marzo 1525. Bucholtz Geschichte Ferdinand des ersten 
t. 2, pag. 275. 

(3) Lettera dell'oratore mantovano Suardin al marchese di Man 
tova 15 marzo 1525. Marin Sanuto t. XXXVIII, 



— 254 — 

ttf chio, perchè in questo caso il tempo passato mi sembra lun- 
<n go e l'avvenire lontano (4). Certo che una grande e inaspet- 
tata felicità suole levar I 5 animo nel primo istante dalle glo- 
bi rie mondane alle gioie degli eterni consigli; ma il disegno 
fi è della crociata mal si avrebbe per indizio di moderazione. In 
r>jf quel tema solito d' ogni esordio diplomatico va sottinteso il 
pensiero di aver in proprie mani la intera cristianità, per get- 
tarla poi tutta addosso ai Turchi. Allorché Gaspare Contarmi 
domandò se continuava l'alleanza coi Veneziani, io non la ho 
per rotta, rispose l' imperatore; non so $' eglino V abbiano, 
Rifacendo contro a me. Poi balbutì alcune parole, le quali 
l'oratore non intese, se non questa sola che disse infedeli. Io 
mostrai, prosegue il Contarmi, di essere benissimo soddis- 
fatto, benché vedessi espressamente che sua maestà andava 
Riversando (2). Ecco il senso de' modesti portamenti, coi 
fl&ali cercava nascondere la vera sua mente. Di questo velo 
?' J facevano necessità le turbolenze de' sudditi e i sospetti 
teli 9 Europa che ora importa dichiarare. 

II. Poca o nessuna speranza di aiuto offrivangli i Paesi 
* a ssi (3), dove i roghi accesi ad Anversa (4), non che estin- 
guere la eresia luterana, ne distesero l'incendio, rinfocando 
1 antico spirito d'indipendenza. Di già la Fiandra e l'Olanda 
nc Usavano contribuir più oltre alle spese della guerra con- 
tr *> Francia e persino alla difesa dei confini nuovamente in- 



(1) Aprile 1525- Papiers d f état du cardinal de Granvellet. 1, 
P a &. 266. 

(2) Lettera al Senato. Madrid 24 marzo 1525. Bibliot. Marciana 
1. e. rase. 

(3) Margherita all' imperatore 5 giugno 1525. Bucholtz op. cit., 
*. 2, pag. 292. 

(tf) Cum adpopularcm plebem a turpissimo errore revocandam 
plerosque impietatis convictos in Gallia belgica gravissimo suppli- 
co ef/a m aitici jusserimus. L'imperatore a papa Clemente Vll y 22 
d/c - *523. Lawz Corresp. t. 1, pag. 80. 



— 252 — 

vasi nel maggio del 4525 dal duca di Gueldria; né a queste 
ed altre angustie trovava miglior rimedio la governatrice 
Margherita, che dissimulare col nipote e tacere (4). 

Meno ancora poteva Cesare impromettersi dalla Ger- 
mania. Di danari ella era avvezza da gran tempo a non dar 
che parole, e di uomini per al presente non aveva abbastan- 
za da mandar fuori, funestata essendo dalla guerra civile e 
sociale, che il consiglio di reggenza non valse ad impedire. 
Francesco de Sickingen, benché posto al bando dell' impero, 
assalse l' elettore di Treviri, promettendo a quegli abitanti 
di redimerli dalla dura legge anticristiana de 9 preti e con- 
durli alla libertà evangelica (2), e quando sopraffatto da 
forze maggiori dovette ritirarsi, 1' elettore di Treviri, il Pa- 
latino, il Langravio d' Assia e la lega sveva, non si curando 
del pubblico divieto, continuarono furiosa guerra contro di 
lui, finché assediato nel castello'di Landstuhl e ferito, fu pre- 
so sulla breccia ejnori (30 apr. 4523). 

La caduta di Sickingen e de' cavalieri da lui capitanati 
tornò in danno del consiglio di reggenza, per la cresciuta 
contumacia de' vincitori. Accusavanlo essi di violala giuris- 
dizione, e il Palatino, deposto l' officio di luogotenente, fa- 
ceva valere i suoi titoli al vicariato dell' impero. Lo contra- 
riavano eziandio le città, chiedenti sempre il diritto di suf- 
fragio e indispettite che nella passata dieta di Norimberga 
fosse stata proposta la introduzione di monopolii e di un si- 
stema doganale, onde avrebbero sofferto le loro industrie; né 
gli era meno avversa la corte imperiale, allora residente in 

(1) Vostre absence, la guerre faulte dargent, et la necessite en 
laquelle je me trouve journellement, me donnant occasion de pas- 
ser ou dissimuler de beaucop de choses que aullrement je ne fe- 
roye, et ausquelles pour le present en moy ne seroit bien scavo/r 
remcdier.Ltt luogotenente Margherita all' ' imperatore, 2\ febb. 1524. 
Ibidem pag.94. 

(2) Meiner. Leben Huttens p. 317. 



— 253 — 

Ispagna, che per esso vedeva stremato il poter suo (1). Tanto « 
è vero che ai deputati delle città, venuti a richiamarsi di 
quelle leggi finanziarie, dichiarò non le avrebbe fatte ese- 
guire, essere anzi intenzione di Cesare di pigliare in sue 
mani il governo (49 agosto 4523). Incolpavasi persino il con- 
siglio di condiscendenza alle dottrine luterane (2). Di que- 
ste e somiglianti doglianze risonò la nuova dieta apertasi del 
pari a Norimberga li 44 gennaio]4524, tredici mesi dopo la 
precedente. Tutti gridano governo e giustizia, scriveva G. 
Hannart commissario imperiale a Carlo V, ma nessuno può 
portare in pace che lo tocchino in casa sua. Tutti vogliono 
comandare e far senza dell 9 imperatore, finché non venga 
loro tanto male da dover poi a mani giunte implorarne' il ri- 
torno (3). Indarno il consiglio di reggenza fece importanti 
proposte circa ai mezzi di mantenersi e di riordinare gì' i- 
stituti giudiziarii. Rispose 1' adunanza non volerli neanco 
discutere, se prima il consiglio medesimo non fosse altri- 
menti composto, e 1' arciduca Ferdinando, dopo qualche re- 
sistenza, dovette infine acconciarvisi, promettendo che nel 
nuovo non sarebbe accettato verun membro dell' antico (A). 
Ma gli stati che lo lasciarono cadere non mostraronsi 
j)er questo sfavorevoli alle innovazioni religiose. Come ven- 
ne il cardinale Lorenzo Campeggi nunzio a quella dieta, gli 
ridussero a mente la scrittura de' cento aggravii stata con- 
segnata a Francesco Chericato suo predecessore, e il Cam- 
fi) Lettera dell' arcid. Ferdinando all'imperatore. Bucholtz t. 2, 
1>ag. 45. 

(2) Et certes, comme suis pour vray averty, la pluspart desdicts 
<lu regiment sont grandz lutheriens; car en beacop de choses et 
provisions quilz ont faictes jlz eussent bien peu user de plus grande 
«liscretion et moderacion quilz nout (eu). /. Hannart an den kaiser, 
floremberg 13 mar. 1524. Lanz Corresp. t. 1, pag. 101. 

(3) Ibidem pag. 102 e 104. 

(4) Relazione dell' arcid. Ferdinando all'imperatore. Bucholtz t. 
% pag. 52. 



— 254 — 

peggi, conforme alla commissione avuta, dissimulò ch'ella si 
si fosse ricevuta per nome de' principi, a fine di lasciar luo- 
go che potessero più agevolmente ritirarsi da quelle istanze 
indiscrete, parlandone come di cosa nota al pontefice per 
contezza privata (i). La qual brutta dissimulazione vede o- 
gnuno che propria non era a contentare coloro che quella 
scrittura avevano elaborata sul serio. 

Messa pertanto a partilo la esecuzione del bando im- 
periale di Worms, dichiararono bensì gli adunati di esservi 
tenuti, ma aggiungendovi le parole restrittive in quanto fos- 
se possibile, onde restava in libertà di ciascuno il condursi a 
suo libito (2). Contemporaneamente fecero deliberazione si 
richiedesse il pontefice d'intimare quanto prima un concilio 
libero universale in Germania, e infrattanto si tenesse un'al- 
tra dieta in Spira nel novembre di quell'anno per esaminare 
nuovamente i cento aggravii e gli articoli controversi di re- 
ligione, al qual uopo invitaronsi i principi tutti a farli stu- 
diare da persone dotte, acciocché nella dieta medesima, se- 
parato il buono dal reo, si potesse determinare ciò che do- 
vevasi scrivere e predicare in quel tempo, finché si adunas- 
se il concilio universale. Il quale parve al commissario im- 

(1) Pallavicino, Istoria del concilio di Trento, par. jl, pag. 224, 
225. 

(2) Vero è che nel recesso della dieta 18 aprile 1524 questa clau- 
sola in quanto sia possibile va quasi perduta nella folla delle parole 
letteralmente tolte dall' editto di Worms ; nel che si vede l'arte ado- 
perata dalla cancelleria imperiale. Perciò il Pallavicino non la ricor- 
da, e forse perciò le città e i conti dell'impero non vollero appro- 
vare il recesso medesimo : toutes le villes imperiale* ont proteste 
contile lexecution da mandat de JVorms, et a ceste occasion nont 
voulu sceller le departement et recez. Sembìablement les contes de 
l'empire . . . alleguant . . . que silz vouloient mettre a execution les- 
dits mandatz, que plustost seti engendroit tumulte et derision que o- 
beissance. Instruclion des kaiserliclien gesandten J. Hannart fùr M. 
Gilles an den kaiser, 26 apr. 1524. Lanz Corresp. t. 1, pag. 127. 



— 255 ~ 

periale unico rimedio. Se il santo padre e vostra maestà, 
scriveva, non lo pongono tosto, ne verrà maggior male, e 
tanto da non si poter più riparare (4). Vi consentiva V im- 
peratore e cercava di farne persuaso il papa, proponendogli 
a questo fine la città di Trento, che i Tedeschi tengono per 
Germania, quantunque sia Italia (2). All'incontro il papa ne 
restò offeso, conoscendo che in tal maniera alzavano i prin- 
cipi tedeschi un tribunale di religione indipendente da lui. 
Il perchè, deputata apposita congregazione, vi fece discutere 
ì mezzi per ottenere la immediata esecuzione della bolla con- 
tro Lutero e del bando di Worms. Tra i quali troviamo la 
proposta dell' Aleandro di togliere P elettorato al duca di 
Sassonia, ed anche quella del pontefice medesimo che i re 
«T Inghilterra e di Portogallo minacciassero di negare il 
commercio ne' proprii stati a' mercatanti de' paesi disubbi- 
dienti, come ad infetti di eresia. Infine fu preso il partito di 
opporsi alla riunione della dieta di Spira, impiegando arden- 
tissimi officii co' principi cattolici e specialmente coli' impe- 
ratore (3). Al quale rappresentò il papa 1' onta recata alla 
sua stessa autorità per Y audacia di coloro che in due adu- 
nanze successive tentarono ritrattare l'editto di Worms: 
questo essere necessario andamento delle cose che la ribel- 
lione incominciata contro la potestà spirituale finisca in dan- 
no della temporale (4). 

(1) Ibidem pag. 128. 

(2) Y pues piden que se haga en Alemania, podria Su S. elegir 
para esto la ciudad de Trento, que es por ellos tenida por Alema- 
nia, ahunque sea Italia. Charles-Quint au due de Sessa. Burgos 18 
juil. 1524. Gachard op. cit. pag. 207. 

(3) Pallavicino 1. e. pag. 228, 229. 

(4) N. Sig. ha di ciò scritto efficacemente alia M. Ces.; accioche 
Ja consideri, che facendo quei popoli poco conto di dio tanto meno 
ne faranno alla giornata della M. S. e degli altri signori temporali... 
l' ahsenza della M. Cesarea ha accresciuta l'audacia loro tanto che 



— 256 — 

Le industri parole^riuscirono fruttuose. Aggiungevasi 
che avendo allora il contestabile Borbone intrapresa la inva- 
sione della Francia, importava a Cesare non contrariare il 
pontefice, del quale richiedeva l'alleanza. Il perchè scrisse 
lettere risentite al fratello suo luogotenente ed agli altri or- 
dini dell'impero, in cui gli riprendeva per la trascurata ese- 
cuzione del bando, per là proposta di un concilio gjenerale 
che a lui solo spettava, e molto più per la intimazione del- 
l' adunanza di Spira, dove si avessero a mutare istituti ri- 
masti per secoli inconcussi. Le dottrine di Lutero dichiarava 
inumane, paragonando quel!' eresiarca con Maometto. Proi- 
biva in ultimo la sopraccennata adunanza sotto le pene con- 
tenute nell'editto di Worms (d). 

In questo mezzo era riuscito al legato Campeggi di ra- 
dunare in Ratisbona i principi stati a lui aderenti nella pas- 
sata dieta; cioè l'arciduca Ferdinando, Guglielmo e Lodo- 
vico duchi della Baviera superiore ed inferiore, l'arcivesco- 
vo di Salisburgo, il vescovo di Trento e 1' amministratore 
della chiesa di Ratisbona, e i procuratori de' vescovi di Bam- 
berga, di Augusta, di Spira, di Strasburgo, di Costanza, di 
Basilea, di Frisingen, di Passavia e di Bressanone. Questi 
con editto del 6 luglio Ì524 comandarono che fosse esegui- 
to ne' lor domini! il bando di Worms, vietato ai sudditi pro- 
pria di mutare i riti dell'antica religione e di recarsi all'uni- 
versità di Wittemberg sotto pene gravissime, sin della per- 
dita della eredità, e prescritto ai predicatori di attenersi 
nella spiegazione della Scrittura ai padri della chiesa latina, 
tra i quali nominaronsi i santi Ambrogio, Girolamo, Grego- 
rio ed Agostino. Nel giorno seguente il legato col loro con- 
ardiscono di ritrattar queir editto, cosa che Cesare proprio non fa- 
ria. Giberto datario a Marchione Lango nunzio in Inghilterra Let- 
tere de' principi t. 2, pag. 124. 

(1) Burgos 27 luglio 1524. Pallavicino 1. e. pag. 230 e L. Ranhe 
Deutsche Geschichte im zeitaltor der reformation t. 2, pag. 131. 



— 257 — 

sentimento promulgò la riformazione del clero, nel proemio 
della quale affermatasi che gran cagione della eresia erano 
stati gli abusi e i costumi scandalosi degli ecclesiastici. To- 
glievansi per essa varie esazioni de' parrochi, gravissime ai 
popolani, le ingenti spese di sepoltura, gli oppressivi pro- 
venti casuali; prescrivevasi che fra sei mesi gli ordinarii, col 
consiglio de'signori laici, aggiustassero tutte le controversie 
eli pagamenti fra i sudditi e i parrochi ; ridotti erano i casi 
riservati e i giorni festivi, e levata a' vescovi la successione 
ne' beni patrimoniali ed industriosamente acquistati da' che- 
tici morti senza testare, come pure la mezza annata nella 
collazione di que' beneficii, i quali appena bastavano per ali- 
mentare un uomo. Imponevasi oltracciò l' obbligo ai vescovi 
eli aver riguardo al merito personale nella ordinazione dei 
sacerdoti, ai predicatori di astenersi dal novellare o dall'as- 
serire insostenibili cose, e ai preti di menar vita internerà- 
ta(4). 

La era bensì salutare introduzione alla emenda, ma non 
riformazione de' principali abusi, e Pallavicino lo confessa 
implicitamente, pur chiedendo se non sia da medico sperto 
nella cura delle malattie il cominciar dai rimedii men forti. 
E nondimeno come anche a quella si opponessero sotto co- 
lorale ragioni i prelati convenuti a Ratisbona, sebbene il le- 
gato evitasse lo scabroso articolo de' concubinarii, lo addi- 
mostra la protestazione verbale che fecero di attenervisi, 
sempre che nella dieta di Spira non fosse altrimenti stabi- 
lito (2). 

(1) Constitutio ad removendos abusus et ordinatio ad vitam 
cleri reformandam per rev. d. Laurentium etc. Ratisbonae nonis 
Julii, Goldast, Constitut. imp. t. 3, pag. 487. 

(2) La protestatione verbale fatta in Rampona nisi in Dieta Spi- 
rensì aliud ordinaretur . . . non fu fatta nisi quoad materiam refor- 
mationis, perche alcuno era che stimava che le sue ordinarie iuris- 
dicioni in qualche cosa fussero gravate, et che ancho ardiva sotto 

47 



— 258 — 

Peggio è che il convegno di Ratisbona, fermato da quei 
pochi principi contro il parere degli altri, segna il principio 
della discordia tra gli ordini dell'impero, onde nacquero poi 
le alleanze e le controalleanze religiose che proruppero in 
guerre devastatrici. Fu visto subito opprimere da una parte 
i novatori (4), trascorrere dall' altra in lor favore ad atti non 
per anco tentati. I deputati delle città convenuti a Spira de- 
cretarono di non lasciar predicare che P evangelo e la scrit- 
tura. Somigliante deliberazione fecero il margravio Casimiro 
di Brandeburgo e il langravio Filippo d' Assia. Ancor più 
oltre andò Federico I, divenuto re di Danimarca e duca dello 
Schleswig e dell' Holstein dopo la cacciata di Cristiano II 
cognato di Carlo V, il qual Federico in queir anno stesso 
d524 che col trattato di Malmoe pose fine all'unione di Cal- 
mar, riconoscendo la Svezia come regno indipendente sotto 
Gustavo Wasa, diede facoltà a' suoi sudditi di condursi in 
religione come meglio credessero di poter giustificarsi di- 
nanzi a Dio. In ultimo, a tacere di altri principi, quali lo spo- 
destato Ulrico di Wùrtemberg ed Ernesto di Lùneburg, a- 
pertamente favorevoli alla causa luterana, anche Alberto 
gran maestro dell' ordine teutonico non teneva ornai celato 

colorate ragioni di opporsi, anchor che nihil Iractarelur contra con- 
cubinarios. Laur. card. Campegius Sadoleto episcopo Carpentor. Vin- 
dob. 22 ag. 1524. Hugo Lacmmer Monumenta vaticana historiam 
ecclesiasticam saeculi XVI ilJustrantia. Friburgi Brisgoviae 1861, 
pag. 11. 

(1) Quelli di Praga intendo che hanno expulsi XV sacerdoti Lu- 
therani . . . Qui continuano in procedere contra questi apostati et 
beretici, et questo Serenissimo Principe gli è molto ardente, et spe- 
ro faremo bene. Quella executione fatta in quella sua terra in Alsalia 
ha molto spaventato questi ribaldi. — 11 principe ha già provisto che 
sia interdetto loro il comertio da tutti li suoi, da li quali sono cir- 
consessi. Il senato d' Augusta intendo che ha fatto decapitar doi di 
questi populari, et ne tiene alcuni altri prigioni. Campegius Sadoleto 
Yindob. 22 aug. e 23 sept. 1524. Ìbidem pag. 11 e 12. 



— 259 — 

ii disegno di apostatare per pigliar moglie e rendere eredi- 
tario nella sua famiglia lo stato ecclesiastico della Prussia (i). 
Né a tanti mali poteva porre rimedio il nuovo consiglio 
di reggenza trasferito ad Esslingen, mancandogli libertà di 
azione e mezzi sufficienti a far valere la sua autorità. Ag- 
giungasi il mal animo de 9 principi a Cesare per le mancate 
pensioni (2), e jnassime dell'elettore di Sassonia gravemen- 
te offeso che la infanta Caterina promessa a suo nipote an- 
dasse invece sposa a Giovanni HI re del Portogallo (3). Gli 
arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Treviri e il palatino 
erano convenuti insieme nell' agosto per trattare di cose, 
dalle quali Y arciduca Ferdinando non aspettavasi che male 
per sé e per suo fratello (4). Parlavasi già pubblicamente 
della necessità di eleggere un nuovo Cesare (5), né mancava 

(1) Le cose solto quel Gran Maestro in re Lutherana vanno di 
malo in peggio, et da ogni parte intendo el capo esser infecto, et 
non mancha chi dica che in tutto è di quelli per voler pigliar mo- 
glie, et aprirli quel stado per se et per suoi successori. Campegius 
Sadoleto, Vindob. 22 àg. 1524, Ibidem pag. 11. 

(2) Si lempereur veult avoir service des princes et autres gens 
en Àllemaigne, et les entretenir en bonne opinion et devocion ... il 
est besoing quii pourveoye et donne ordre au payement des pen- 
Sions. lnstruction des kaìs. gesandien J. Hannart fìir M. Gilles an 
den kaiser 26 apr. 1524. Lanz Corresp. t. 1, pag. 129. 

(3) Per questa ragione il commissario imperiale Hannart, d'ac- 
cordo coir arciduca Ferdinando, si astenne dal parlarne all'elettore 
finché non fosse terminata la dieta di Norimberga /. Hannart an 
den kaiser 14 marzo 1524. Ibidem pag. 113. 

(4) Bucholtz op. cit. t. 2, pag. 68. 

(5) Io vo pur intendendo che molti di questi principi di Ger- 
mania stanno con gli occhi aperti a vedere, se le cose di Cesare con 
Franza declinassino, con disegno, che quando vedano, che sia per 
esser occupato si che *\ non potesse venire in Germania, che lo ri- 
cercharebbero ad volere venire aut ipsis resignare imperium, per 
eleger un altro. Campegius Sadoleto. Vindob. 15 oct. ìblb.Hugo 
Laemmer. Monumenta vaticana pag: 13. 



- 260 - 

chi Dominasse il re di Francia, perchè aveva più, denari de- 
gli altri (i). Che più? alcuni consiglieri elettorali non si pe- 
ritavano di dire al commissario imperiale, che t lor padroni 
volevano esaminare se sua maestà avesse osservati i capitoli 
giurati all'atto della incoronazione, per aver motivo d 9 in- 
stiluire un nuovo governo, o sotto vicarii imperiali, o sotto 
un luogotenente, o sotto un re de 9 Romani (2). Alla qual ul- 
tima dignità aspirava il duca Lodovico di Baviera, confortato 
dall' appoggio di Roma (3). 

Tutto in una parola cooperava a lasciar libero il fre- 
no alla eresia luterana, mal combattuta dall' Eck (4) e da 
Erasmo con quel trattato, non intes o da alcuno, in cui cer- 
cò conciliare il libero arbitrio colla grazia, e per il quale 
scriveva al cardinale Campeggi correre pericolo di essere 
fatto in brani dagl' indemoniati tedeschi (5). Se Dio non vi 
provvede sollecitamente, cosi aprivasi l' arciduca Ferdinando 
con Cesare, una gran parte della Germania non vorrà so- 
per più né di Dio, né de' suoi santi, né della sacra madre 
chiesa, e per quanto io abbia fatto tutto che è umanamente 
possibile per isnervare e distruggere quella maledetta eresia, 
ogni mio sforzo riuscì a nulla (6). A' suoi progressi contri- 
buì non poco l' alleanza di papa Clemente colla Francia, 

(1) Et a este question de parler du roy de France pour cause 
quii a plus a donner descuz que nul autre /. Hannartan den hai- 
ter 13 marz. I52i Lanz Corresp. t. 1, pag. 106. 

(2) Bucholtz op. cit. t. 2, pag. 71. 

(3) Che lui et el fratello erano devotissimi servitori di Sua San- 
tità. Rorarius Sadoleto 14 febb. 1525, Hugo Laemmer op. cit. p. 22. 

(4) La disputa di lo Eckio ho sempre improbato et scrittolo a 
lui. Campegius Sadoleto, Vindob. 17 nov. 1524. Ibidem pag. 15. 

(5) Mihi tamen interim cavendum, ne discerpar a Germanis.... 
nam sunt plurimi qui se jactant evangelico^, quum sunt diabolici 
potius, parati ad omne facinus. Basilea 21 feb. 1526. Erasmi Opera 
t. 3, par. 1, pag. 913. 

(G) 14 ott. 1524. Bucholtz, op. cit. t. 2, pag. 72. 



— 261 — 

**! dandosi a credere o maliziosamente spacciando i luterani 
che Cesare dovesse infine favoreggiarli (i). Per vero nel bol- 
lore dello sdegno, parlando coli' oratore fiorentino, ei s' era 
^sciato uscir di bocca che forse a qualche giorno Mar- 
tino Lutero sarà uomo dabbene (2), e scrivendone al duca di 
Sessa ambasciatore a Roma trascorse nella minuta sino a di- 
chiarare, sarebbesi comportato con P eresiarca secondo gli 
**/ficii che riceveva da sua santità (3). 

Scomposto essendo a questo nu)do ogni ordine politico 
* *} Germania, qual meraviglia che la riforma luterana inco- 
Oiinciasse a manifestare la sua efficacia anche nell'ordine so- 
ci iale? I villani, letto nel vangelo che gli uomini sono eguali, 
Hpiù non vollero sopportare la oppressione feudale. Già pri- 
sma nel 4500 avevano fatto tumulti e leghe, prendendo per 
"Vessillo lo zoccolo contadinesco contro gli stivali de' signori. 
^)ra segnati della croce bianca attrupparonsi in diverse par- 
ti, alzando lamenti e domande, che un uomo d'ingegno pra- 
tico (A) stese in dodici capitoli, moderati e franchi: doversi 

(1) Questi maledetti Lutherani per la voce che è andata che 
^J. S. se adhereva a Francesi, hanno concetta una speranza, che Ce- 
sare debba favorire la pazzia loro, et per tutto il dicono, et così si 
vanno intertenendo et aiutando con nuova mainici, quanto ponno. 
Campegius Sadoleto, Vindob. 7 die. 1524. Hugo Laemmer op. e. p. 15. 

(2) Parole molto da ponderare, maxime che siino dite da Cesa- 
re, qual è molto reservato nel parlare. Gaspare Contarini al Senato, 
Madrid 6 febb. 1525. Biblioteca Marciana 1. e. msc. 

(3) segun los officios que recibimos de Su S<*. Queste parole fu- 
rono poi cancellate nella minuta. Non vi rimasero che le seguenti : 
en la materia de Luter, no es tiempo ahora de hablar. Madrid 9 
febb. 1525. Gachard op. cit. pag. 213. 

(4) Chi ne fosse Y autore non~è accertato, sebbene i contempo- 
ranei, fra i quali anche Jacopo Nardi, concordino nel nominare Cri- 
stoforo Schappeler : uno scellerato rinnovatore della setta degli A- 
nabattisti, chiamato Sca fiero, nella provincia della Svevia, il quale 
scrisse e predicava dodici empii articoli. Istorie di Firenze, tom. 2, 
pag. 120. 



— 262 — 

loro permettere di eleggere i propri preti, che annunziasse- 
ro la parola di Dio genuina, senza mistura; cessasse la ser- 
vitù della gleba, essendo anch' essi ricompri dal sangue di 
Cristo; non avessero a pagare la piccola decima sopra gli a- 
nimali,e la grande sopra i terreni si destinasse ad altri usi; si 
addolcissero i servigi di corpo e i castighi per delitti; potes- 
sero cacciare e pescare, avendo Iddio dato a loro, nella per- 
sona di Adamo, l'imperio sovra i pesci del mare e gli uccelli 
dell' aria; potessero far legna nelle foreste per riscaldarsi e 
ripararsi; si abolisse il tributo, che, alla morte del capocasa, 
esigevasi dalla vedova e dall'orfano, sicché questi non fosse- 
ro ridotti a mendicare ; tacerebbero altri aggravii, purché i 
signori promettessero trattarli secondo il vangelo (4). 

Più oltre andarono svolgendosi le idee politiche, non 
si tosto alcune città presero parte al movimento. Tendevano 
a rifare la costituzione dell' impero su basi più larghe nel 
popolo, e sono le idee medesime che risorsero a' tempi della 
indipendenza degli Stati Uniti d' America e della rivoluzione 
francese: fossero i villani liberati da tutte le oppressive pre- 
tensioni de' signori ecclesiastici e laici; si secolarizzassero i 
beni dei primi, adoperandone parte a compensare i secondi 
è parte a soddisfare i bisogni pubblici; cessassero perciò le 
gabelle di qualsivoglia maniera, e solo ogni dieci anni si pa- 
gasse una imposizione fondiaria per l'imperatore, unico pa- 
trono e sovrano (2) ; si riformassero i giudizii, e gli ordini 

(1) Nel diario di Marin Sanuto, t. XXXVIII di Madrid 27 marzo 
l525,leggonsi 22 capitoli delti villani sublevati in Alemagna. Ben si 
vede ch'essi comprendono anche le domande particolari di ciascu- 
na banda, mentre i dodici capitoli non contengono che le generali 
o comuni. 

(2) L'animo loro è di non obbedir ai papa ne a suoi minislri . , . 
et giurano di observar lo evangelio et recognoscere solo Iddio et 
cesare. Carlo Contarmi, orator veneto, al Senato, Innsbruck omag- 
gio 1525. Marin Sanuto t. XXXVIII. 



— 263 — 

tatti de* cittadini fossero ricondotti alla originaria destina- 
zione: i preti a custodi del loro gregge: i principi e i cava- 
lieri a protettori dei deboli : i comuni a ciò che devono esse- 
re secondo il diritto divino e naturale; in ultimo s' introdu- 
cesse un sistema uniforme di pesi, misure e monete (4). 

Per verità, sebbene inopportune, non erano ingiuste 
domande, e giusto era almeno il protestare in nome dell' e- 
g-uaglianza e della fraternità contro la tirannide e l' avarizia 
eie' prelati e de' nobili (2). D'altra parte la riforma religiosa 
cioveva necessariamente produrre una rivoluzione sociale, 
Xperchè uomini liberi in cose di fede e uomini schiavi in fac- 
cia allo stato sono estremi che non si convengono insieme. 
^Ola pur troppo alcuni ne sorpassarono i termini legittimi, e 
«osi per le loro esorbitanze andò a male anche questa opera 
*ia principio commendevole. Giacobbe Strauss infuriava ad 
TEisenach contro coloro che ricevevano interesse dei denari 
imprestati, e pretendeva essere ancora in vigore T istituto 
mosaico del giubbileo. Tommaso Mùnzer, scacciato dalla 
Sassonia, dava per primo all'anabattismo l'impulso politico, 
dall'eguaglianza de' fedeli dinanzi a Dio deducendo l'e- 
guaglianza politica assoluta, l'abolizione de' magistrati e 
della proprietà, in una parola la comunione de' beni. Dice- 
va avergli Dio ne' colloqui con esso posta in mano la spa- 
da di Gedeone per ristabilire il suo regno sulla terra; on- 
de disceso nelle miniere di Mansfeld, destatevi, o fratelli, 
gridò: destatevi, voi che dormite; mano ai martelli, e per- 
cuotete la testa de 9 Filistei; Dio vi precede; seguitelo. E il 
seguirono, giurando non lasciar la vita pur ad uno de* vi- 



(1) Karl Hagen, Deutschlands Vcrhaltnissc im Reformations 
Zeitbalter, t. 2, pag. 338. 

(2) Par dicono ditti vilani non voler altro, salvo esser liberi di le 
sue faculta et persona.. . et par liabbino ra\on. Murin Sanu(o,tom. 
XXXVIII d' Innsbruck, 5 apr. 1525. 



— 264 — 

venti neir ozio, mentre anche altrove e quasi dappertutto, 
nell' Assia, nella Franconia, in Alsazia, in Lorena, nel Ti- 
rolo, nella Carinzia, nella Stiria, turbe immense di conta- 
dini disfogavano la perpetua ira del povero contro il ric- 
co (1). Animavanle eziandio i profughi cavalieri strettisi at- 
torno al duca Ulrico di Wùrtemberg, il quale fidato negli 
aiuti di Francia e de' baroni boemi che dovevano contem- 
poraneamente assaltar l'Austria e la Baviera, mosse al riac- 
quisto del proprio stato con grosse bande di Svizzeri (2). 
Che sarebbe avvenuto se questi avessero seguitato la impresa? 
Ma come entrarono ne 5 sobborghi di Stuttgard furono richia- 
mati inst antemente dalla lor dieta, e il duca dovette a cosa 
incompiuta ritirarsi con essi (3). Allora la lega sveva potè 
volgere le sue armi contro i villani ; ma infine anch'essa, es- - 
sendo la sua fanteria composta in gran parte di contadini, ^ 
piegò ad accordi (4), al par di molti signori e vescovi impau- — 
riti. Indi la cresciuta baldanza degl' insorti, e il proposito di M j 

(1) La Germania già 500 anni non è stata in tal confusione uni 1- 

versale, si tiene che siano ol»ra 300 milla vilani in liga. Carlo Con * 

tarini al Senato, di Trento 29 apr. 1525. Marin Sanuto t. XXXVIII._ ML 
In altra lettera 13 maggio l'orator veneto li riduce a 200,000— ^). 
Tanti ne novera anche V arcid. Ferdinando. Memorial de lo que e&. ■— / 
comendador Alonso Gonza lez de Meneses ha de dezir y solicitar < 
su magestad, 4 mag. 1525. Lanz Corresp. t. 1, pag. 690. 

(2) praticques des Francois, due de Wirtemberg, Boemois etau— 
cuns autres princes de lempire, dcsquelles ledit viceroy a trouve i 
la prinse de nostre ennemy (Francesco I) plusieurs littraiges . . . E* — t 
sest ensuy desd. praticques, que led. due de Wirtemberg avec unu-« 
grosse bande de Suisses en nombre de trente deux bannieres e — t 
aucuns paysans lutterians est entre en la duche. Erzherzog Ferdi- "- 
nand an den kaiser, 14 marzo 1525. Ìbidem pag. 154. 

- (3) Instruction des erzherzogs Ferdinand fur seinen rath Martic=i 
de Salinas, abgesandten an den kaiser. 12 apr. 1525. Ibidem p. 68& »• 
(4) No hay infante que quiera por ningun sueldo servir contr -^a 
los dichos labradores, de manera que estan las cosas en harto p& — 
ligro. Ibidem pag. 686. 



— 265 — 

non si quetare finché in Germania non vi fossero altre case 
che le loro. Aggiungevansi gli stimoli del fanatismo religio- 
so, irrefrenabile nel bandir guerra all'ordine, alla proprietà, 
alla scienza, come contrarie alla eguaglianza, alle arti belle 
come idolatria. 

Fortunatamente esse consistono sopra leggi superiori 
all' arbitrio degli uomini, e Lutero stesso in que' profeti del- 
l'assassinio riconobbe ed esecrò gli avversarli dell'opera sua. 
Per vero, poc'anzi, affettando la parte popolare, non l'aveva 
perdonata ai dominanti. « Cosa rarissima » diceva « è un 
principe di buon senso, più raro ancora un principe probo e 
onesto. Ordinariamente sono i più gran pazzi o i più sfac- 
ciati marioli della terra; da loro bisogna sempre aspettarsi 
il peggio, massime nelle cose divine che riguardano la salute 
delle anime, giacché sono i manigoldi di Dio » (\). Né par- 
lando dei prelati ricordava tampoco la rassegnazione evan- 
gelica. « Chiunque aiuterà col braccio o coli' avere a deva- 
stare i vescovi e la gerarchia episcopale » esclamava « è 
buon figlio di Dio, vero cristiano, che osserva i comanda- 
menti del Signore » (2); e altrove, scrivendo contro Silve- 
stro Mazzolini : « se contro i ladri adoperiamo la forca, con- 
tro gli assassini la spada, contro gli eretici il fuoco, non la- 
veremo le mani nel sangue di questi maestri di perdizione, 
di questi cardinali, di questi papi, di questi serpenti di Ro- 
ma e di Sodoma, che contaminano la Chiesa di Dio? » 

Ma invocato dai villani arbitro fra essi ed i signori, 
mutò di stile. Ben esortò i padroni a rendere giustizia, es- 
sendo quella insurrezione meritata pena della loro tirannia; 
e nondimeno, volgendosi ai villani « la croce, la croce! » e- 
sclamò « ecco il diritto di un discepolo di Cristo; chi vuol 

(1) Von weltlicher obrigkeit, Luthers H erke, Altemb. tom. 2, 
pag. 181. 

(2) Ibidem, t. 2, pag. 120. 



— 266 — 

essere cristiano deve soffrire e tacere: il cristiano si lascia 
rubare, giuntare, uccidere, perchè egli è un martire sulla 
terra » (4). Finalmente quando gì 5 insorti, più logici eh* e' 
non volesse nel rigettare la distinzione tra V autorità spiri- 
tuale e la temporale, negarono sottomettersi, e inesauditi 
trascesero, montò sulle furie, esortando principi e cavalieri 
a sterminare senza misericordia la esecrabile razza di quei 
cani rabbiosi, e « su, su, principi: all'armi: ferite, forate; 
venuto è il tempo meraviglioso che un principe possa, col 
trucidare villani, meritar il paradiso più facilmente che altri 
col pregare » (2). 

I caldi eccitamenti rispondevano ai furori de' principi, 
che T interesse comune aveva già ristretti insieme. Il lan- 
gravio Filippo d'Assia, il duca di Brunsvich, Giovanni il Co- 
stante elettore di Sassonia, succeduto a Federico il Saggio 
(morto ai 5 maggio del 4525), mossero contro i villani della 
Turingia, e, sconfittili compiutamente nella battaglia di 
Frankenhaùsen del 45 maggio 4525, ne fecero orribile ma- 
cello. Due giorni dopo cadde anche Muhlhausen, dove Mtro- 
zer non aveva potuto stabilire la comunione dei beni che at- 
tribuendo a sé medesimo la tirannide di tutti. Nello stesso 
tempo il duca Antonio di Lorena disperdeva le bande del- 
l' Alsazia, e il capitano della lega sveva sterminava gl'insorti 
del Wùrtemberg. Di là, congiuntosi coli' elettore di Treviri 
e col palatino Lodovico, entrò nella Franconia e mise in 
fuga i paesani nella battaglia di Kònigshofen (2 giugno). An- 
che altrove quelle incondite turbe erano battute dai rego- 
lari castellani e mandate per le spade e per le forche; sic- 
ché la tremenda insurrezione andò spenta col sangue di ol- 
tre centomila traviati. Ne riboccava ancora la Germania, 

(1) Ermahnung zum friecle auf die 12 artickel der bauerschalt 
in Schwaben. Ibidem, t. Ili, pag. 114. 

(2) Wider die raubischen und mòrilorisehen bauem. Ibidem 
pag. 125. 



— 267 — 

quando Martino Lutero menò in moglie Caterina Bora smo- 
nacata, (43 giugno), il che parmi fosse almeno difetto di 
commiserazione alle sciagure della patria. 

. La quale per opera sua soffri un altro e maggior dan- 
no, che fu la impedita unità della nazione e dell'impero; im- 
perocché, mentre ei prima la propugnava, vistosi ora impo- 
tente di sostituire all'abbattuta potestà ecclesiastica la pro- 
pria, per imporre silenzio ai settarii, che in lor favore asse- 
rivano la sua stessa franchigia di opinioni e di portamenti, 
si volse a ringagliardire i singoli principi; onde questi lo as- 
secondarono senza riguardi. Di fatto Alberto di Brandeburgo, 
granmaestro dei Teutonici, violando a sessantanove anni il 
voto di castità col pigliare in moglie la figlia del re Sigismon- 
do di Polonia, si fece da lui riconoscere duca ereditario di 
Prussia (8 apr. 1525): esempio di grande effetto in paese di 
tante signorie ecclesiastiche; e Giovanni il Costante, elettore 
di Sassonia, abolita l' antica giurisdizione, affidò il governo 
della chiesa a una commissione di sacerdoti e laici. Per tal 
guisa ebbe principio la parte politica della riforma luterana, 
eh' è la sua più solenne contraddizione, il riguardare cioè 
P autorità dei principi in materie ecclesiastiche qual com- 
plemento della sovranità territoriale. Ben era naturai cosa 
che i principi se ne servissero di legame col popolo e di 
pretesto a contrariare P imperatore. In tali condizioni, po- 
teva questi fare assegnamento sulle forze della Germania per 
seguitare la buona fortuna di Pavia? Diede nel segno V ora- 
tor veneto Carlo Contarini, allorché scrisse che la guerra dei 
villani potrebb' esser mezzo ad acconciare le cose del mon- 
do (4). 

IH. Sapeva oltracciò Cesare che assaltando la Francia 
F avrebbe trovata intera anche senza il suo re. La reggente 

(1) Forzi con questo si potrà conzar le cose di) mondo. Marin 
Sanato, t. XXXVlM'lnnsbruck 30 marzo 1525. 



— 268 — 

Luigia di Savoia, donna intendentissima e di forte animo 
quanto rotta alle passioni, roostravasi pari alla grandezza del 
pericolo. Instituito un consiglio di governo, al quale prepose 
il duca di Vendome, mentre raccomandava al vincitore di 
comportarsi onestamente con suo Aglio (i), le bastò il cuore 
che fosse innanzi a tutto deliberato di non cedere un palmo 
di terra, quando bene si dovesse lasciare il re in prigione, e 
non parlarne più (2). Quindi provvide alla difesa delle fron- 
tiere; raccolse le genti del duca d'Albania e di Renzo da 
Ceri; riscattò buon numero di prigioni ; fece nuovi soldati; 
indusse il duca di Gueldria ad assalire i Paesi Bassi, e cercò 
alleati sin nelV inferno, richiedendo in nome del re cristia- 
nissimo soccorso dal Granturco : segno evidente che le bar- 
riere del medio evo erano cadute e la età nuova incomincia- 
va. Ancor prima Francesco aveva eccitato il conte Cristoforo 
di Frangipane, magnate ungherese, a fare una diversione 
coi Turchi della Bosnia nei dominii austriaci di Carniola e di 
Stiria (3). Ora l'erede di Luigi il santo mandò dal carcere il 
suo anello a Solimano II (4). Il messaggiero fu ucciso e spo- 
gliato per via ; ma la corte di Francia rinnovò la secreta am- 
basciata, e verso la fine di quell'anno stabilironsi colla Por- 
ta ottoma na relazioni intime, non interrotte mai più, e gran- 
demente efficaci a trasformare il diritto pubblico di Europa. 
Sopra ogni altra cosa importava alla reggente assicu- 
rarsi del re d' Inghilterra, e di là le venne il primo raggio 
di conforto. 

(1) Vous supplie . . . commender qu' il soit traittè comme l'hon- 
ncsteté de vous et de luy le requiert 3 mars. 1525. Papiers d' état 
du card, de Granvelle, t. I, pag. 259. 

(2) Relation d'agents anglais à Henri Vili. A. Champollion, Cap- 
tivitè du roi Francois I. pag. 372. 

(3) Erzherzog Ferdinand an den kaiser. Innsbruck, 14 marzo 
1525. Lanz. Corresp. t. 1, pag. 155. 

(4) Charriere, Négociations avec le Levant. 1, pag. 114-115. 



— 269 — 

IV. Durante V assedio di Pavia erano di già nati tra 
P imperatore e il re d'Inghilterra gravi sospetti, i quali 
crebbero a dismisura dopo la disfatta di Francesco. Il car- 
dinale Wolsey fece dissuggellare le lettere dell'ambasciatore 
cesareo Luigi de Praet, concesse ai francesi di trafficare nei 
suoi stati, e domandò che fosse ridotta la moneta fiamminga 
con minaccia di sospendere altrimenti il commercio co' Pae- 
si Bassi (i). Nondimeno in Enrico Vili rivisse ancora per 
iin momento V antica cupidigia della Francia, e subito che 
intese la nuova della vittoria di Pavia mandò oratori a Ce- 
sare per muoverlo a continuare la guerra : non reintegrasse 
11 re di Francia a qualsivoglia patto, essendo certo che non 
ne osserverebbe alcuno; gli si togliesse la corona, per darla 
non al Borbone, si a lui che naha diritto incontrastabile, ri- 
conosciuto eziandio dall'imperatore; assaltasse questi nel 
tegnente estate la Francia dalla parte dei Pirenei ed ei fa- 
rebbe altrettanto dalla sua ; non aversi a temere per al pre- 
sente vigorosa resistenza; confortarlo la speranza di conve- 
nire insieme con Cesare a Parigi; di là, incoronato ch'ei 
fosse, accompagnerebbelo per la sua incoronazione a Roma; 
tutto che i Francesi tolsero alla casa di Borgogna od all'im- 
pero gli sarebbe restituito; ai dominii di Milano, di Napoli e 
Sicilia congiungerebbe il rimanente dell'Italia ; perverrebbe- 
gli in ultimo anche la Francia e sin l'Inghilterra, se, giusta i 
trattati, prendesse in moglie la principessa Maria sua figliuo- 
la, che, quantunque a malincuore, mostravasi disposto di ri- 
mettere in sue mani insino all' età abile al matrimonio (2). 



(1) Lettera della luogotenente Margherita all' imperatore, 19 
marzo 1525. Bucholtz, t. 2, pag. 287. 

(2) By election he hath th Empire, wherunto apparteyneth al- 
most al the rest of ItaJye . . . by the possibile apparant to come by 
my Lady Princesse he shuld herafter nave England and Irlande, Wi- 
tti the title to the superioritc of Scotland, and in this cace ali Fra- 



— 270 — 

Né queste erano domande ed offerte fatte unicamente per 
avere un pretesto decente di entrare colla Francia in quegli 
impegni che le necessità politiche esigevano (d). Basta leg- 
gere la lettera di Wolsey al re Enrico, nella quale faceva di 
già assegnamento sulla vittoria di Cesare, e si resta persuasi 
del grande onore e vantaggio che il padron suo impromette- 
vasi (2). Che se contemporaneamente aveva ricercato la reg- 
gente Luigia a mandargli un uomo proprio per trattare, ab- 
biamo in questo o una delle solite arti adoperate a forzare 
T allealo, o una nuova prova dell' altro suo intento prin- 
cipale, di farsi talmente arbitro tra i principi, che tutto il 
mondo potesse conoscere dipendere da lui la somma del- 
le cose. 

Ma Carlo V, benché giovane, troppo era ritenuto per 
lasciarsi tirare a così arrischiate imprese. Né V Inghilterra 
gli aveva prestato un soccorso che meritasse tanta parte dei 
frutti, della sua vittoria. Mercurino da Gattinara, grancan- 
celliere, consigliavalo a rispondere, averla egli solo guada- 
gnata, e non essere dicevole il far guerra ad un nemico che 
non può difendersi. Se il re Enrico (proseguiva) vuol tenta- 
re la sua fortuna, basta negargli qualsivoglia aiuto, e ne sa- ■ 
rà impedito. Val meglio lasciar sussistere la corona di Fran- 
cia e fermare nel tempo stesso la preponderanza austriaca- 
À tal uopo, tornando al disegno già esposto nelle conferenze 
di Calais del 4524, proponeva che il re Francesco rinuncias- 

unce witlì the dependences. King Henry Vili to Tunstall and Sii 
Ri. TVyngfeld 3-7 aprii 1525. State Papers t. 6, pag. 421. 

(1) Tale è la opinione di Guglielmo Robertson. Storia di Carlo 
traduz. ital. Milano 1824, t. 2, pag. G4. 

(2) The matiers succeding to the aoauntage of the Imperia lli^^, 
the thanke, laude, and praise shal comme unto Your Grace. Dal! -^ 
stessa lettera rilevasi che Y asluto ministro &' era messo al sicur *> 
anche per il caso che conseguissero vittoria i francesi : by such con 
munications as be set furth with France aparte, 12 feb. 1525. Sta 
Papers, 1. 1, pag. 158. 



— 274 — 

se alle sue pretensioni sul ducato di Milano e sul regno di 
Napoli, restituisse la Borgogna, e riconoscesse i diritti del- 
l' impero sulla Provenza e sul Delfinato. ilei quali domimi 
F uno sarebbe dato al duca di Borbone e F altro al delfino, 
purché prendesse in moglie Maria nipote dell'imperatore (1). 
Aggiungevasi che non era appresso a Cesare in veruna esti- 
mazione il matrimonio colla principessa inglese, perchè non 
ancora negli anni nubili, e perchè nella dote dovevansi com- 
putare i danari avuti in prestanza dal padre. Più assai pia- 
cevagli di congiungersi con Elisabetta sorella di Giovanni re 
di Portogallo, potendo ricevere in dote un milione di ducati 
ed altri cinquecentomila che gli offrivano in tal caso le corti 
spagnuole, desiderose di avere una regina della stessa lin- 
gua e nazione, e che presto procreasse figliuoli (2). D' altra 
parte il grancancelliere medesimo e Margherita governatri- 
ce de 9 Paesi Bassi (3) avvisavano al pericolo di un' alleanza 
tra Francia e Inghilterra. Non restava dunque che tergiver- 
sare. Il perchè, mentre F ambasciatore imperiale a Londra 
era esortato ad usar termini dilatorii (4), mandò Cesare al 
re Enrico il commendatore Pennaloza con commissione di 
dargli a credere che stava per rinnovare la guerra; al qual 
fine, non facendo pur motto, secondo il consiglio della so- 
praccennata Margherita, delle pratiche di matrimonio già 
introdotte col re di Portogallo, domandava che gli fosse su- 
bito consegnata la principessa Maria insieme con la dote e 
con altri dugentomila ducati a sostentazione dell' esercito. 
Non piacendo ad Enrico di lasciar partire la sposa, gli desse 

(1) Bucholtz, op. cit. t. 2, pag. 279-280. 

(2) Ìbidem, pag. 288. 
&) Ibidem, pag. 291. 

(4) Et en cas que paretela lon vous voulsist mectre en quelque 
pratique de guerre . . . vous savez que navez nul pouvoir de nous 
Pour traicter. Der kaiser an seinen gesandten in England L. de 
Praet, 26 marz. 1525. Lanz Corresp. t. 1, pag. 159. 



— 272 — 

intanto i denari, anche in forma di prestito o sotto qualsivo- 
glia titolo, e se non tutti, almeno quattrocentomila ducati (4). 
Ben si addiede il re d' Inghilterra dell' artifizio, e le dissi- 
mulazioni imperiali contraccambiò con la derisoria profferta 
di centomila scudi, non in contanti, ma diffalcabili dalle 
somme anteriormente prestate (2). Alle sue ambizioni per- 
sonali prevalse infine la politica veramente inglese, eh* è 
come dire ragionevole e consentita dalla nazione, la quale 
non poteva desiderare P annientamento della Francia, .tro- 
vando all' incontro la guarentigia della propria autorità ed 
indipendenza nel ristabilimento dell'equilibrio sul contineiw 
te, che per lo innanzi Francesco I e adesso Carlo V faceva 
pericolare. La stessa ragione che tenne sinora disgiunte l'In- 
ghilterra e la Francia doveva ornai raccostarle. Indarno l'im- 
peratore fece nuove proposte (3) in luogo dei patti non os- 
servati di Windsor (4). La reggente di Francia trasse profit- 
to dalle congiunture, e il trattato di pace e di alleanza difen- 
siva fra le due potenze venne firmato nel di 30 agosto 1525. 
Vero è che l' Inghilterra n' ebbe gran mercato, dovendo la 
reggente e con essa i grandi del regno, gli stati di Lingua- 
doca e di Normandia e le principali città assumere in nome 
del re prigione un debito di due milioni di corone d'oro (tre 
milioni e mezzo di lire), pagabili in venti anni, e darne cen- 
tomila in dono al cardinale Wolsey; ma in contraccambio si 
obbligò a fare ogni sforzo per la liberazione di Francesco a 
condizioni oneste e ragionevoli (5), le quali dice Guicciardiri 

(1) State Papers, t. 6, pag. 444-445. 

(2) Bucholtz, t, 2, pag. 293. 

(3) Tunstall and Sampson to king Henry Vili. State Papers, 1. 1 
pag. 45 1-476. Wolsey trovava queste proposte : shal lytelor nothim 
àe to your commodite, proufit, or benefit. Wolsey to king Hena 
X ili Ibidem, t. 1, pag. 160. 

(4) Ring Henry Vili to Tunstall. Ibidem, t. 6, pag. 484. 

(5) Rymer, Foedera, t. 14, pag. 37-48. 



1 



— 273 — 

che consistevano nel non permettere in prò di Cesare lo 
smembramento della Francia. 

V. Non altrimenti che l' Inghilterra rimpetto a Cesare 
doveva in ultimo atteggiarsi il papa. La paura lo precipitò 
nelle sue braccia (4), e la insolenza de' capitani imperiali, che 
gli contravvennero nelle cose promesse, ne lo ritrasse. Per- 
chè nel pagamento dei danari pattuiti non vollero compren- 
dere i venticinquemila ducati ricevuti per ordine suo dai 
Fiorentini, non rimossero i soldati dal Piacentino, e diedero 
speranza al duca di Ferrara di non lo sforzare a lasciar Reg- 
gio e Rubiera. Né da queste operazioni diversa era la mente 
di Cesare, il quale ratificò bensì l'accordo fatto in suo nome 
dal viceré, ma non i tre articoli separati, concernenti la re- 
stituzione delle terre tenute da quel duca, la vendita dei sali 
ne 'lo stato di Milano, e la giurisdizione pontificia nelle cose 
beneficiali del regno di Napoli. Quanto al primo allegava non 
av er facoltà di pregiudicare alle ragioni dell'impero. Faceva 
contro il secondo all'interesse dell'arciduca Ferdinando, che 
dalla vendita dei sali austriaci nel Milanese ritraeva dai tren- 
ta ai quarantamila fiorini d'oro all'anno (2). Il terzo articolo 
avrebbe stremata d' assai la sua autorità sovrana, e perciò 
n on r ammetteva, se con quello che esprimevasi nelle inve- 
stiture del regno, non si congiugneva quel che fosse stato 
^servato dai re suoi antecessori (3). 

(1) Dubita (il papa) non li sia tolto il dominio temporal. Marco 
** **&cari orator ven. al Senato. Roma 22 apr. 1525. Marin Sanuto, t. 
^XXVIH. 

(2) Mande al duque, que en ninguna manera en el ducato se 
a <ì mita ni dexen entrar otra sai que la de su alteza ... y si su ma- 
**^stad quisiere saber que utilitad su alteza podra haber dello, no 
s ^ fiabe lo cierto, pero crese por lo menos que cada ano trienta o 
^ brenta mil florines de oro de renta. Instruction des erzh. Ferdi- 
**<&nd far Martin de Salinas, abgesandten an den kaiser. J2 apr. 
1 525. Lanz, Corresp. 1. 1, pag. 688. 

(3) (Il papa) dell'imperatore è grande inimico, perchè gli hatol- 

18 



— 274 — 

Queste cagioni di sospetto laceravano Y animò del pon- 
tefice, allorché sopravvennero le offerte grandi di Francia e 
i conforti de' Veneziani, che ancor prima lo avevano esortato 
a non sperimentare la mercede degli stranieri. Laonde vi- 
stosi gabbato, cosi leggiamo in una posteriore sua astra- 
zione, cominciò a dare orecchie a chi gli aveva sempre dello 
e perseverava che V imperatore tendesse alla oppressione di 
tutta Italia e a farsene signore assoluto, parendogli molto 
ben conveniente di ristrignersi con coloro che avevano una 
causa comune con lui, per trovar modo di mettersi al sicuro 
delle temute violenze (i). 

Il duca di Milano non aveva insino allora sentito del 
dominare altro che il nome e i travagli. Affliggevalo l'agonia 
del paese dilaniato da soldati rapaci, e non manco il timore 
che Cesare aspirasse a insignorirsene o a concederlo a per- 
sone da lui totalmente dipendenti, come il contestabile 
Borbone e l' arciduca Ferdinando suo fratello, che desidera- 
va aggregarlo a' suoi possessi ereditarli di Germania (2). 



to r ubbidienza della Spagna circa il dare i benefìcii, né ha potuta 
conferire alcun vescovado, che gli abbia voluto dare il possesso^ 

poi, percbé anche a Napoli voleva far così poi ha visto che fec» 

lega con Cesare, che gli diede cinquantamila ducati, volendo che lie — 
vi la gente su quel della Chiesa, cioè da Parma e Piacenza; e prò — 
messogli di fargli dar Heggio e Kubiera, lece poi accordo col duce*, 
di Ferrara: ne da Cesare ha potuto aver cosa che gli abbia richie. — 
slo; sicché di lui si tiene mollo mal sodisfatto. Relazione di Romc*> 
di Marco Foscari, 2 maggio 152G. -4/6m, Relaz. degli amb. ven. set" - 
2, voi. 3, pag. 132. 

(1) iMemoriale mandato di ordine di papa Clemente VII a mons. 
Farnese, legato in Ispagna. Papiers d* état du card, de Granvell&, 
t. 1, pag. 294. 

(2) Y pues su magestad ha visto lo que su alteza ha hecho eri 
servicio de su magestad y conservacion del ducado de Milan, a lo 
menos, sino se le quiere dar, que se haga con su alteza lo que ern- 
bio a pedir. Instruclion des erzh. Ferdinand filr Alonso Ganzale s de 



- 275 — 

Alla quale suspizione, procreata dalla natura stessa delle co- 
se, dava non poco fondamento Y aver Cesare, dopo molte 
dilazioni e solo allora che tornò viva la guerra francese, man- 
data in mano del viceré Lannoy la investitura del Milanese, 
non affinchè la si trasmettesse al duca, ma per mero indizio 
della intenzione di trasmetterla (4), e molto più l' aver Ce- 
sare medesimo, non si tosto riportò la vittoria di Pavia, pro- 
poste condizioni cosi esorbitanti da far credere che le inter- 
ponesse unicamente per differirne la consegna. Aggiunge- 
vansi le insolenze de' capitani cesarei e le dimostrazioni che 
e' facevano di tener occupate le porte delle Alpi, perocché 
distesero i loro quartieri sin nel vicino Piemonte, e alla du- 
chessa di Savoia, che si lagnava de' continui soprusi (2), il 
marchese di Pescara rispondeva: essere ragionevolissimo che 
il dominio suo fosse rispettato; ma essere anche ne cessano che 
i 9 esercito imperiale vi si mantenesse (3). 

Né dalle buone parole di Cesare lasciavansi acquetare i 
"Veneziani, non solo per la coscienza di essergli mancati ai 
capitoli della confederazione; ma molto più per la memoria 
delle gravi guerre avute pochi anni innanzi con 1' avolo suo 
Massimiliano, ond'eransi ridestate le antiche pretensioni del- 
l' imperio sui dominii di terraferma. E come pensare eh' ei 
potesse stabilire la sua grandezza in Italia senza battere la 
potenza loro troppo eminente? Per la qual cosa allorché si 
videro soli da ogni banda e per conseguenza in necessità di 

Meneses, abgesandten an den kaiser. 4 mai 1525. Lanz, Corresp. 1. 1, 
pag. 692. 

(1) Lettera di Carlo V al viceré Lannoy. È del 16 die. 1524 e non 
del 1525, come trovasi erratamente in Bucholtz t. 2 pag. 297. Vedi 
l'esame di Girolamo Morone, in prigione del marchese di Pescara. 
Tullio Dandolo, Ricordi inediti di Girolamo Morone, op. cit. p. 150. 

(2) Quelli populi sono in extrema disperatione per le extorsioni 
li fanno spagnuoli et che cridano franza. Mariti Sanuio^ì. XXXIX di 
Milano, 25 raag. 1525. 

(3) Cibrario, Instituz. della monarchia di Savoia, t. 1, pag. 142. 



— 276 — 

introdurre pratiche di accordo, le condussero per modo da 
non si chiudere la via all' opposto disegno, fidato nel pro- 
gresso delle cose universali. Oltre al riobbligarli alla difesa 
in futuro del ducato di Milano, richiedeva il viceré centomila 
ducati in soddisfazione della inosservanza dei patti passati, 
e a me, diceva Cesare agli oratori Lorenzo Friuli ed Andrea 
Navagero, a me bisogna far molte spese; voi siete ricchi: 
conviene che mi aiutiate (i). Ne offrivano invece ottantamila 
i Veneziani, e in disputale su questa piccola differenza e sul- 
F altra difficoltà circa gli emigrati, ai quali l'imperatore vo- 
leva fossero restituiti i beni di già venduti, interposero lun- 
go tempo, le propensate lentezze giustificando col sistema di 
lor governo a consigli (2). Avvenne in questo mezzo che il 
pontefice incominciasse a conoscere gli artificii degF impe- 
riali, e il re d' Inghilterra a discoprirsi favorevole ai franc o 

si ; il perchè, troncate le negoziazioni, riassunsero scoperta 

mente la insegna di tutori della libertà italiana. Avevano^» 
forze ragguardevoli: mille uomini d' arme, seicento cavallSS 
leggieri, diecimila fanti, e attendevano a farle maggiori (3). 

All' incontro sapevasi essere i Cesarei senza denari, e i sol 

dati, massime i tedeschi, già creditori di molte paghe (ty , 

(1) Dispacci di Andrea Navagero. Em. Cicogna, Iscrizioni ven^3- 
ziane, t.6,p. 176. 

(2) Ai 19 maggio 1525 venne V oralor cesareo per la risj;os ta 
dell'accordo e che il viceré voleva 100,000 ducali d'oro: si rispon- 
derebbe; ma replicando l'oratore, Andrea Trevisan volse parlarli un 
pocho gaiardoto, ma sier Lunardo Mocenigo procurator savio de/ 
conseio disse che non si maraveiasse, le nostre cosse si governa 
per li consigli. Mariti Sanuto, t. XXXVIII. 

(3) Paolo Paruta, 11 istoria Vinetiana, lib. 5, pag. 243. 

(4) La dette est si grande que lon a bien a faire a en bìen vuider 
— votre armee de Italie vous coutte beaucoup a entretenir: vous 
savez que vous leur deviez huit cent mille ecuz, comme avez vu par 
le conte que vous a porte Figueroa. Der vicekònUj Lannoy an den 
kaiser 20 apr. e 17 giug. 1525. Lanz, Corrcspond. 1. 1, pag. IGOe 105. 



\ 



— 277 — 

più pronti a' tumulti e a tornarsene alle loro case che a pren- 
dere nuove imprese : lo stato di Milano d' ogni bene esau- 
sto: il nome degli spagnuoli per le molte estorsioni grave 
a' popoli ed ora più che mai in grandissimo odio per la de- 
lusa speranza di avere un principe proprio e indipendente: 
l'esercito imperiale infine molto diminuito. Quale incentivo 
a' principi di cercare nella unione la salvezza di sé stessi e 
della patria comune! Riducevano a mente i Veneziani la le- 
ga negoziata contro Carlo Vili e i prosperi successi onde fu- 
rono rimeritati. Allora Lodovico il Moro duca di Milano era 
stato primo a proporla. Adesso primo ad accendersi in quel- 
le memorie fu Girolamo Morone gran cancelliere di France- 
sco Sforza, e se ne aperse, pochi giorni dopo la vittoria di 
Pavia, con Domenico Vendramin segretario dellorator veneto 
Marcantonio Venier (1). 

In tali disposizioni degli animi ben si addiedero i capi- 
tani imperiali di non poter custodire sicuramente il re di 
Francia nel ducato di Milano. Indi la deliberazione di trasfe- 
rirlo a Napoli (2). Ma il viceré Lannoy, più astuto e forse più 
al fatto delle pratiche degl 5 italiani e de : tlesiderii di Cesare, 
divisò condurglielo in Ispagna, e celare il disegno a' suoi 
colleghi gelosi. Per questo motivo, e per fuggire il pericolo 
delle galee di Andrea Doria che tenevano il Mediterraneo, 
era necessario coprire il passaggio; e a ciò prestossi il re 
medesimo, persuaso che trattando direttamente col vincito- 
re, lontano dal Borbone, suo suddito ribelle, sarebbe più 
presto liberato. Il maresciallo di Montmorency, riscattato in 
cambio di Ugo di Moncada (3), avendo ottenuto dalla reg- 

(1) Di Milano marzo 1525. Mariti Sanuto, t. XXXVIII. 

(2) Il avoit semble a rn. de Bourbon et tous ceulx de votre con- 
sci! en Italie de tirer la personne du roi dehors et le mener a Na- 
fdtìs. Der vicekònig Lannoy an den kaiser, 10 giug. 1525. Lanz, Cor- 
r esp. t. l,p. 164. 

(3) 3 mag. 1525. Ibidem, pag. 101 . 



— 278 — 

gente di Francia sei galere che stanziavano a Marsiglia (A) 
le condusse a Porto Fino presso Genova; e queste, aggiunte 
a quattordici galere di Cesare, armate tutte di fanti spa- 
gnuoli, preso ai sette di giugno il cammino di Spagna, por- 
tarono salvi Lannoy e Francesco al porto di Palamos nella 
Catalogna. Di là scrisse il viceré all'imperatore: vi dirò a 
voce le ragioni che mi mossero a ciò; sono certo che ne vi- 
vrete piacere e giovamento alla conclusione degli affari (2). 
Vero è dunque quanto Cesare affermava, per Dio e per Y or- 
dine del toson d'oro, di non aver saputo nulla di tale vertu- 
ta (3). Ma come ne ricevette nuova, con grandissima letizia - 

designò per custodia dell'augusto prigione la fortezza di Pa .- 

tacina appresso a Valenza (4), donde, udito eh' ebbe il vi li- 
cere e Montmorency, lo fece condurre nel castello di Ma — * 
drid (5). 

L'andata del re di Francia in Ispagna tolse Tunica spe — ^- 
ranza che la poca sicurtà di tenerlo in Lombardia costrin — -*- 
gesse Cesare a portamenti moderati. Accrebbe anzi il timo- ^ 
re che i due monarchi unissero le loro forze a' danni dell'I— — - 
talia. Guai in ogni caso se si lasciava passare queir istante 
senza uno sforzo estremo per la sua indipendenza. Venezie 
non pose tempo in mezzo, e il salutare disegno" della leg^sa, 
nazionale caldeggiò con quanto animo le davano la grandez^: - 
za del pericolo e la santità della causa. Il duca di Milano rL_ - 

(1) Salvocondotto di Cario de Lannoy 2 giugno 1525 per sei g es- 
tere da condursi dal maresc. di Montmorency. Molini, Doc. di sto "*\ 
Hai. 1. 1, pag. 188. 

(2) 17 giugno 1525. Lanz, Corresp. t. 1, pag. 165. 

(3) Il elio, è contra il costume di Cesare che mai suole giurare. 
Dispaccio di Andrea Navagero, Toledo, 21 giugno 1525, !. e. p. 177. 

(4) L'empereur au viceroy de Naples. Toledo 20 juin. 1525. ¥f. 
Bradford, Corresp. of the emperor Charles V. pag. 125-129. 

(5) Der kaiser an den erzherzog Ferdinand, 31 jul. 1525. Lanz 
Corresp. t. I, pag. 166. 



— 279 — 

spose, farebbe ogni cosa a senno di lei (4). Non era meno il 
papa disposto di mettersi a capo (2): incaricava il vescovo 
di Veruli di soldare diecimila Svizzeri col patto di portarsi 
in Lombardia, ed ove il bisogno lo richiedesse anche nel re- 
gno di Napoli (3), e con consenso de ? Veneziani e dello Sfor- 
za spacciava in Francia Sigismondo Sanzio segretario di Al- 
berto da Carpi, ambasciatore della reggente a Roma, per 
conchiudere le cose trattate con essa intorno all'alleanza co- 
gli stati italiani. La quale volevasi -condizionata innanzi a 
tutto alla rinunzia da parte della Francia a qualunque pre- 
tensione sulla penisola. Di Napoli disporrebbe il papa a pia- 
cimento, come di suo feudo; il Milanese resterebbe a Fran- 
cesco Sforza e ai suoi legittimi successori; per sicurtà del 
cjual dominio darebbesi in moglie al duca o madama d'Alen- 
?on sorella del re di Francia, o Rainiera sorella della defun- 
ta regina con quella dote che il papa avrebbe stabilito. Doveva 
oltracciò la reggente cooperare alla libertà italiana con un 
esercito di seicento lance e quattromila fanti e con un sussi- 
dio di cinquantamila scudi al mese. Raggiunto che avesse il 
suo intento, prometteva Italia di mettere insieme a sue spese 
mille lance e dodicimila fanti per la liberazione del re Fran- 

(1) Fara quanto li consejera questo excellentissimo [stato, qual 
cognosce cliel non si move a farla sinon per la libertà de Italia, si- 
che darà lo assenso. Di Milano deil'oraior veneto, 15 luglio 1525. Ma- 
nn Sanuto, t. XXXIX. Imbuiamo intesa . . . l'amorevol risposta fac- 
tayi per la Ex. sua la qual prendendo gran fiducia de noi persevera 
in voler esser unita cum noi nella inlelligentia se tratta presupo- 
nendo che la cossa se debba governar cum quella mensura che de- 
bitamente se die. Collegio Secreta t. IV, oratori Mediolani, 18 lugl. 
1525 msc. 

(2) A concluder tal liga il papa e caldissimo. Marin Sanuto, t. 
XXXIX, di Roma, 7-9 luglio 1525, dell' orator veneto alli Cai di X. 

(3) Gio. Matteo Giberto datario a M. Ennio Filonardo, vescovo 
di Veruli, nunzio nell'Elvezia. Roma 1 lugl. 1525. Ruscelli, Lettere di 
principi, t. l,p. 164. 



— 280 — 

cesco, e con altrettanti obbligherebbesi la Francia di sicu- 
rare in ogni tempo l'Italia (1). Questo nome ricompare nel- 
l'atto solenne della concordia de' suoi principi, e Italia, Ita- 
lia gridava a que' giorni con lieto augurio Torino, levatasi 
in armi contro gli oppressori spagnuoli (2). 

Veramente in ogni parte, e attorno al papa, inebbria- 
vansi gli animi della fiducia di tener lontani per sempre i 
francesi e di ricacciare gli spagnuoli, onde Italia tornasse alla 
felicità goduta avanti P anno millequattrocentonovantaqnat- 
tro. Quello spirito nazionale che, ridesto più volte, trovava 
ora nelle lettere e nelle arti espressione e nutrimento con- 
degni, pareva dovesse uguagliar tutti nell'ardore della gran- 
de impresa. 

Né mancarono fondamenti a farla credere di facile e 
pronta riuscita. La prigionia di Francesco I aveva diviso fra 
loro, come gli alleati della potenza di Carlo V, cosi i suoi 
generali, cupidi di arrogarsi ciascuno il merito e i profitti di 
quella insigne cattura. Mostrava Cesare con molte lodi di ri- 
conoscerla più assai dal viceré Lannoy che non dal marche- 
se di Pescara, vero eroe della giornata di Pavia; il che, ag- 
giunto all' arbitrio del viceré medesimo di condurre il re in 
Ispagna senza saputa de' colleghi, fece prorompere gli sde- 
gni. Borbone, che in quel re vedeva un ostaggio per farsi 
mantenere le promesse di Carlo, se ne dolse con lettere 
contumeliose (3), e Pescara domandò congedo, per recarsi 

(1) Rcclicstc mandate ad faro in Fran/.a per X. S. Domenico Pro- 
mis e Gius. Mailer. Lettere di Girolamo Morone, Torino 18G4, t 2, 
pr.g. 436-437. 

(2) In turino questi giorni venero alle mani li spagnoli con quelli 
dilla terra, nella qual rixafu morto uno dilla terra pur il che tuttala 
terra si levo in arme et amazorno 7 spagnoli cridando Italia Italia. 
Mariti Sanuio, t. XXXIX, di Crema, 3 luglio 1 525. 

(3| 11 m'a fait grant honte tellement que en ce pais sen parie 
beaucoup de sortes que se n' est a mon honneur . . . Je vous prou- 



— 284 — 

in qualche angolo della terra a terminare, lontano dal so- 
spetto e dalla guerra, la vita (t). 

Queste querele erano tanto palesi in Italia e con tale 
detestazione della ingratitudine di Cesare, che ben era na- 
turai cosa ne venisse stimolo a tentare nuovi disegni. Non a- 
veva poc'anzi il primo vassallo e guerriero della Francia 
dato esempio di diserzione? Potcvasi reputare al tutto im- 
possibile lo seguitasse il Pescara, ugualmente altero delle 
Sue opere egregie mal rimeritale? Egli era pur nato in Ita- 
lia. Che una scintilla di amor patrio non gli scaldasse il 
Cruore? 

Quale acquisto per la causa nazionale! Alle battaglie di 
Havenna, della Bicocca, e specialmente di Pavia egli aveva 
solo riportato più gloria che tutti gli altri capitani. Per in- 
gegno inventivo, operosità, stratagemmi, soprastava a qua- 
lunque del suo tempo. Con lui, già incaricato da Cesare del 
comando supremo, guadagnerebbesi gran parte dell'eser- 
cito; gli altri con Antonio de Leva sarebbero facilmente dis- 
armati e ammazzati a furia di popolo. E v' era un premio*da 
offrirgli, cospicuo: la corona delle due Sicilie. Divenuto re, 
la sua stessa azione avrebbelo congiunto con vincoli indisso- 
lubili alle potenze italiane. Cosi a un tratto sarebbesi conse- 
guita la indipendenza e la unità federale della penisola. 

Girolamo Morone, col quale il Pescara s' era più volte 
aperto delle sue scontentezze, dopo avergli da lontano toc- 
cato le pratiche introdotte tra gì Italiani, essendogli sem- 
brato eh' ei stimasse assai la loro unione co' Francesi (2), si 
fece animo un giorno di scoprirgli il disegno. Avuta la ri- 

/ 

metz, que le Vice-roy quii meyne le Roy de France n' est cause de- 
quoy il est entre voz mains. Le due de Bourbon à /'impirmr, Milan, 
12 juin 1525. W. Bradford, Corresp. p. J16, 118. 

{[) Sepukeda, Hist. 1. VI, p. 1. 

(2) Esame di Morone in carcere. T. Dandolo 1. e. pag. 160. 



— 282 — 

cercata fede di non rivelarlo giammai a persona verona, gr 
pose innanzi la condizione politica dell'Europa, ond'en^ 
data facoltà a' suoi connazionali di scuotere il giogo forestie- " 
ro: parlò della fidanza che in lui riponevano tutti, dei gran- 
di fatti che se ne aspettavano, e del glorioso titolo che avreb- 
be di liberatore della patria : ricordò infine il guiderdone as- 
segnatogli. 

L' astuto guerriero, che aveva teso tanti agguati a' ne- 
mici, né mai in vita sua s'era lasciato sorprendere, stette 
anche questa volta in sé raccolto. Pensò che senza danari CI) 
e con poche genti nello stato di Milano, per esserne andata 
una parte col viceré in Ispagna, poteva trovarsi in balìa dei 
congiurati. Pensò che tornavagli a bene entrare più adden- 
tro nella trama e conoscere i consigli di ciascuno. Gran cosa 
è questa che mi dite, rispose al Morone, più grande ancora . 
che voi la diciate a me. Ho sì ragioni a dolermi ; ma nessu- - 
na scontentezza al mondo varrebbe a farmi macchiare Fo — 
nore. Se dovessi svincolarmi da IV imperatore, vorrei che ciò^ 
a-venisse in modo che il miglior cavaliere non potesse com — 
portarsi altrimenti. Lo farei unicamente per mostrare alVim — 
peratore guai uomo io fossi e quanto superiore a coloro d» 
cui egli fa soverchia stima (2). E cosi bene s' infinse che il 
Morone, tirando a più larga sentenza le coperte parole, noni 
dubitò contentarlo d'ogni suo desiderio maligno. Lasciò che 
parlasse da sé medesimo col duca di Milano, allora infermo, e 
per procacciargli denari indusse il duca medesimo ad accet- 
tare la investitura imperiale, con condizione di pagare al pre- 
sente centomila ducati e cinquecentomila altri in varii tem- 

(1) Questi cesarei . . . non hanno denari ... il marcheze di pe- 
schara ha mandato a dimandare ad imprestito al signor alvize di 
gonzaga scudi 200. Mariti Sanuto, t. XXXIX, dell' orator di Milano 
Marco Antonio Venier, 1 luglio 1525. 

(2) Lettera del Pescara all' imperatore, 30 lugl. 1525. Hormayr, 
Archiv. an. 1810, pag. 29-30. 



- 283 — 

I>f ? e di pigliare i sali dei domimi austriaci (1). Poi, essen- 
dosi aggravata la infermità del duca, mentre dava buone pa- 
iole al papa e ai Veneziani di collocare in caso di sua morte 
i 1 fratello Massimiliano (2), si obbligò con giuramento di 
mettere lo stalo in podestà del Pescara (3). Quindi di ordine 
suo rispedi a Roma Domenico Sauli, intimo del datario Gi- 
berto, per sollecitare il papa a mandar persona degna di fede 
con un breve credenziale che confermasse la promessa del 
regno di Napoli (4). Gli stese in ultimo P intero patio che si 
doveva strignere tra lui, gli stati italiani e i reggenti fran- 
cesi. 

Del quale mostraronsi i Veneziani, come per lo innanzi 
caldissimi (5); congratularonsi col duca di Milano che, non 



(1) Geronimo Moron ... me dixo, que no havia querido syn mi 
parecer comen^ar a pagar los cien mill dueados, yo le dixe, que en 
lodo caso lo devia hazer . . . y asy el se determino. Carta del Mar- 
gues de Pescara, Novara, 8 sett. 1 525. Lettere del Morone, I. e. pag. 422. 

(2) La sant. del pontefice ve disse, esserli sta proposto dal cava- 
liere Landriano per nome del magn. Moron in caso de morte del- 
l'ili, duca de Milano, de introdur in quel stalo il signor Massimi- 
liano ... la qual disse che 1 ricordo del Moron gli piaceva . . . con- 
correndo a questa cossa eliam el consiglio nostro. Acta Consilìi X, 
oratori in urbe. 5 sett. 1525, msc. 

(3) Esame del Morone, 1. e. pag. 176-1/8. Tengo per fé, que si el 
duque muere, que Geronimo Moron hara ultimo de potencia en ser- 
vicio de V. M . . . es verdad que muestra enleramente fiar de mj, y 
siempre Io traygo a lo que quiero. Lettera precitata del Pescara^ 8 
sett. 1525, pag. 422-423. 

(4) Quando el dicho Saulys liablo con Jeronymo Moron le dio 
esperanza que escry vyendole a el papa que me ofrecyese lo que ya 
me avya ofrecydo por su mandado que yo me resolverya. Carta del 
Marques de Pescara a l'emperador, 12 agosto 1525. Lettere del Mo- 
rone. 

(5) Venendo valido mandato da la Ser. Regente et regno de 
Franza nui unitamente cum la Beat, del pontefice erimo contenti de 
concorrer promptamente in prestar lo assenso nostro della intelli- 



- 284 - 

ostante Faccettata investitura, perseverasse nell'accordo <Mf 
essi e col papa (1), e poiché la reggente e gli altri del con-* 
siglio di Francia tardavano di sottoscrivere gli articoli con- 
venuti con Lodovico Canossa, vescovo di Baiusa, in Venezia, 
e con Alberto da Carpi a Roma, proposero che si strignesse 
almeno una lega difensiva tra gli stati italiani, anche senza i 
francesi (2). Rè vi era punto alieno il papa, perchè sebbene 
ansio e sospettoso instasse di aver prima la risoluzione li- 
bera ed esplicita del Pescara (3), nondimeno mandò a lui 
colla richiesta lettera di credenza il romano Wenteboni, in- 
timo del datario, e suo cameriere, confermandogli la promes- 
sa del regno di Napoli e del capitanato generale degli eser- 



gentia fra sua Beat, li Sig. Fiorentini, la Sig. nostra, il sig. duca di 
Milano con recente de Franza per la libertà et sicurtà de Italia e del 
epso regno de Franza. Lettere del Collegio, oratori in curia; 18 luglio 
1525. msc. 

(1) Il che ne è stato di summa satisfactione . . . etsecredemo 
certissimi clic sua magnif. non mancherà de continuamente coadiu- 
var questa buona opera, perchè cussi faremo nui senza dubbio al- 
tresì dal canto nostro. Kt in ciò quanto più usarete parole aftirma- 
tive tanlo più vi conformerete alla mente et inlenlion nostra. Ada 
Cornila A\ oratori Mediolani, IG ag. 1524. msc. 

(2) Ne pareva summamente necessario per securtà d'Italia, che 
senza interponevi tempo se habbia ad far una unione fra S. B., Io 
ili. Duca di Milano, li sig. Fiorentini, et la Signoria nostra a defen- 
sion delli comuni stati da esser tenuta secretissima fino siegua la 
union cum la Franza, cum ha ver etiam il sig. duca di Ferrara per 
la importanza del stato et persona sua. Lettera del Collegio, oratori 
Mediolani, 27 ag. 1525. msc. 

(3) Desia (il datario Giberto) que yo devya a lo menos dezir y 
prometer tanto quanto el papa y el duque por su vya de Jeronymo 
Moron avyan dicho con mygo si tenya el anymo entero y fyrme en 
esto — trabajese (il Moronc) par una resolucion mas libre de mi vo- 
luntad. Lettere del Pescara all'imperatore, 12 e 20 agosto 1525. Do- 
menico Promis e Giuseppe Mailer, Lettere di Girolamo Morone, ope- 
ra cit. 



- 285 — 

^ìti confederati (4), e a levargli l' infinto scrupolo so. come 
barone di quel reame, fosse più obbligato ad obbedire a Ce- 
sare, che per investitura della Chiesa ne aveva il dominio u- 
tile, o al pontefice, che, per esserne supremo signore, aveva 
il dominio diretto, gli fece rimettere, con soppressione dei 
nomi veri, i consigli scritti per ordine suo dal cardinale Ac- 
colti e dal giureconsulto Angelo Cesi (2). Confessa il papa, 
cosi leggiamo nella posteriore sua inslruzione più volte ac- 
cennata, che essendogli proposto in nome e da parte del mar- 
chese di Pescara, che lui come mal contento dell'imperatore, 
e come italiano, si offeriva ad essere in questa compagnia, 
quando si avesse a venire a fatti, non solamente non lo re- 
cusò, ma avendo sperato di poterlo avere con effetto, gli avrìa 
fatto ogni partito, perchè essendo venuto a termini di temere 
dello stato e salute propria, pensava che ogni via se gli fos- 
se offerta da poter sperare aiuto, non era da rifiutare (3). E 
questa via non è dubbio che doveva sembrare la più corta e 
spedita. Vi concorrevano anche i Fiorentini, il duca di Fer- 
rara. Antoniotto Adorno, doge di Genova, Lucca, Siena per- 
sino (4), e tutti non d' altro impazienti che degl' indugi. Io 
veggo, esclamava Gian Matteo Giberto, datario del pontefice, 
io veggo rinnovarsi il mondo e da una estrema miseria tor- 
nare Italia in grandissima felicità (5). 

(1) Despues de muchas persuasiones, prometimientos y razo- 
nes, las quales por no ser prolixo no dire, si no solo que me prome- 
tta luego la investidura del reyno de Napoles, y l'enuncia de Fran- 
cia, el privjlegio de capitan general de todos ellos. Lettera del Pe- 
scara all' imper. 8 sctt. 1525. Ibidem, pag. 415. 

(2) Ibidem, pag. 414. 

(3) Memoriale mandato di ordine di papa Clemente VII a mons. 
Farnese, legato in Ispagna 1526. Papiers d' état du card, de Gran- 
velie, t. 1,pag. 295. 

(4) Lettera precitata del Pescara all' imp. 30 luglio 1525. 

(5) Gian Matteo Giberto a Girolamo Ghinucci. Roma, 10 luglio 
1525. Ruscelli, Lettere di principi, t. 1, pag. 170, 



— 286 — 

Ahi quanto dalle apparenze discordava lia realtà ! 

Le congiure che si appoggiano al tradimento non rie- 
scono mai a buon segno. Ben poteva il Morone, cittadino mi- 
lanese, suddito e ministro di principe secondo ragione indi- 
pendente, cospirare contro gli Spagnuoli; ma l'aver cercato 
di tirare a' suoi disegni, il Pescara, con aperta violazione di 
fede, è colpa che i tempi, l'amor patrio, la politica stessa in- 
segnatagli dai nemici, spiegar possono, non assolvere. Guai 
se nella storia si radicasse coir esempio l'atroce sofisma che 
il delitto possa condurre al bene massimo de' popoli, la in- 
dipendenza. Questa, come ogni altro bene morale, non si 
riacquista che per virtù propria e di condegni proponimen- 
ti. Dei quali allora, se accendevansi i letterati, incapaci era- 
no le moltitudini, non ritemprate neanco collo spirito mili- 
tare. Fuor di Venezia, nessun stato poteva fare assegna- 
mento sulle sue forze; onde non nella nazione, si nell' aiuto 
forestiero, nella diserzione, nelle favorevoli congiunture della 
politica europea, fondavasi la impresa. 

Ben tosto si vide che non bastavano. Ancor in settembre 
di quell'anno 1525 osservò Gian Matteo Giberto che della con- 
giunzione cogli Italiani volevano servirsi i Francesi unica- 
mente per aver patti migliori da Cesare (1), e mentre confl- 
davasi nel tradimento del capitano imperiale avevano avviso 
i Veneziani che nuovi fanti tedeschi calavano per la Valtel- 
lina nel Milanese (2). Del che dolendosi Girolamo Morone (3), 
rispondevagli il Pescara negando: leverebbe anzi le truppe 
che vi erano, conforme al convegno segreto, purché si des- 



ìi) Al vescovo di Bajusa, 4 sett. 1525. Lettere di principi, tom. 1, 
pag. 172. 

(2) Ne siamo restati cum admiratione, et maxime che de tal 
movimento il magnifico Morone non vi liiibi comunicato cosa al- 
cuna. Lettera del collegio, oratori Mediolani, 1 sett. 1525. msc. 

(3) 2 ott. 1525. Lettere del Morone, op. cit. 



— 287 — 

>«^ro danari a pagarle (1). Se non ne porlo, diceva, ai tede- 
cài a Novara, essi si ammulineranno del Mio, e io sarò for- 
zato a pormi in lor potere o a fuggire (2). Che se avessi da- 
a cri a pagar anche le sette compagnie spagnuole, le farei 
ambito uscir dello stalo (3). Accettò il Morone la offerta, pa- 
cando sedicimila ducati (4), e nonpertanto le genti, anziché 
andarsene, crescevano. Giungevano contemporaneamente 
3aHa corte di Madrid dichiarazioni accennanti alla trama. 
Cesare non cessava di chiamare vigliacco e traditore Gian 
ZMatteo Giberto, delle quali parole meravigliavasi assai Pora- 
t:or veneto Andrea Navagero, sendo Cesare tanto moderato in 
ogni sua azione e massime nel parlare, che non si trova in 
cfte cosa se gli possa fare opposizione (5); onde il papa, non 
per iscoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio 
se l'andasse a vuoto, trovò prudente avvertirlo, sotto specie 
di affezione, che tenesse miglior governo in Italia (6). e an- 
cor prima il duca di Milano s' era visto in necessità di cal- 
li) Per levare li soldati se fa quanto se pò et se farà tanto che 
V. S. restarà contenta, ma convene provedere ad questi dinari con 
presleza. Vercelli, 7 sett. 1525. Ibidem, p. 411. 

(2) 7 sett. 1525. Ibidem, p. 412. 

(3) Pavia, 12 sett. 1525. Ibidem, pag. 430. 

(4) A quella parte mi ha tochato il S. Ant.° de Leyva et il S. Lo- 
pis Hurtado circa il levare de la gente dal stato, incontinenli si ha- 
itiano pagati li XVI m. ducati, il che mi confirma V. Ex. con le sue... 
non mi extendarò in rispondere altro, se non in acceptare la offer- 
ta, tenendo per firmo che così sarà exegwito. Mediolani, 7 ott. 1525. 
Ibidem, pag. 447. 

(5) Dispaccio di A. Navagero. Toledo, 23 ag. 1525. Eni. Cicogna, 
Iscriz. ven. t. 6, pag. 179. 

<6) Et che per Y amor di Dio volesse pigliarla per altra via, non 
essendo possibile che Italia, ancorché si ottenesse, si potesse man- 
tenere con altro che con amore et con una certa forma, la quale 
fosse per contentare gli animi di tutti in universale. Memoriale man- 
dato d ordine di papa Clemente VII a mons. Farnese. Papiers d'é- 
tat du card, de Granyelle, t. 1, pag. 295. 



- 288 - 

marne gli sdegni collo spergiuro (1). Qual sospetto tremeo-*^ 
do! che il Pescara fosse uomo a due faccie? Io non posso 
crederlo, diceva Giberto. Quanto egli fece per Cesare nessun 
regno del mondo basterebbe a rimeritare. OC egli voglia 
mendicare di nuovo la sua grazia ? Sarebbe colpa immagi- 
nare che in anima nobile annidar possa cosi basso pensie- 
ro (2). 

Eppur non era altrimenti. Francesco marchese di Pe- 
scara, nato in Italia, aveva V anima degli Avalos spagnuoli, 
suoi avi, stati principali nel fondare la dominazione arago- 
nese di Napoli. Fuor de' fanti spagnuoli che capitanava, non 
v' erano uomini per lui: li conosceva tutti per nome; d'ogni 
loro smoderatezza, sin de' vietati saccheggi, non avevasi a j 
male; bastava che durassero impavidi nel momento decisi — 
vo. All'incontro gl'italiani teneva a vile: non accadde dL« 
rado che li mandasse a fil di spada, e domandato perchè K 
facesse, essendo pur suoi compatrioti, appunto, perchè leu 
sono, rispondeva, e servono al nemico. A quel modo che nei^i 
campi di battaglia la innata arditezza colle studiate avver — 
tenze infrenava, anche l' ambizione, l' orgoglio, la burbanza 
conteneva entro i limiti della lealtà feudale. Lui, educato nei 
romanzi spagnuoli alle idee cavalleresche, non modificò la 
coltura italiana risorta collo studio de' classici. De' suoi tem- 
pi solo una dottrina gli si apprese all'animo: la politica. Cosi 
onesto non fu da rigettare sdegnosamente la proposta del 
Morone: considerò invece che per isventare la trama biso- 
gnava conoscerla a fondo. Si finse dunque inclinato ad ac- 
cedervi, e mentre teneva in susta i congiurati con vane 



(!) Juro che mai potesse uscir vivo dal lecto e dal infirmiti! in 
qual se trovava se lui non era netto e limpio di simil calunnia. // 
protoìiotario Caracciolo all' iwper. Milano, 28 luglio 1525. Bibliote- 
ca de /' Acad. d' /Ustoria de Madrid. A. 35 msc. 

(2) A Domenico Sauli. Ruscelli, Lettere di principi, t. 1, p. 174. 



— 289 — 

speranze, di ogni lor confidenza faceva subito partecipi Fa- 
k*ate di Nagera, commissario imperiale, e il duca di Borbone 
^ Antonio de Leva, suoi colleghi ; mostravasi irresoluto e de- 
sideroso di nuovi schiarimenti, per iscoprir meglio i dise- 
gni e i mezzi di riuscita ; prendeva intanto opportuni prov- 
vedimenti di difesa, trattando col governatore di Alessandria 
yper averne a un bisogno la fortezza, e con Pietro Fregoso, 
51 quale profferì vagli ottantamila ducati per esser doge di 
Genova in sostituzione di Antoniolto Adorno; e di tutto 
questo e di qualunque altra pratica dava senza indugio 
notizia a Cesare, chiedendo instruzione e soccorso (4). Di 
queste pratiche mi valgo, scriveva, per servire vostra mae- 
stà, e con mia grande vergogna, ben conoscendo che manco 
a qualcuno, ancorché il faccia per non mancare a chi più 
debbo (2J. Fuprovidenza che io sia venuto a saperle; altri- 
menti saremmo perduti (3). 

Per vero ne ricevette Cesare anteriori avvisi da altre e 
più parti. L'ambasciator suo a Roma aveva sin da principio 
discoperti i maneggi degl' italiani (4), né la reggente di Fran- 
cia si era recato a coscienza di svelarne il secreto per acqui- 



ti) Da prima col mezzo di Gio. Battista Castaido, capitano im- 
periale, poi con un corriere di Cesare, quindi con Francesco Ruiz, 
con Girolamo suo servitore, e con quelli di Antonio de Leva e 
di Rocandolfo. Lettere del Pescara all' imper. 30 luglio, 12 e 20 ag. 
8 sett. 1525. Hormayr Archi v an. 1810 pag. 29-30 e nelle Lettere 
di Girolamo Morone op. cit. t. 2 pag. 378-397, 413-423. 

(2) Huelgo dellas per servyr a V. M. y no sin mucha verguen$a 
porque non dexo de conoscer que falto a alguno aumque sea por 
uo faltar a quyen mas devo. Lettera precitata 30 lugl. 1525. 

(3) Crea V. M. que ha sido voluntad de Dios Io que ha pas- 
sado, que por ninguna otra via deste mundo era imposible saberlo, 
y nos perdieramos sin falta. Lettera 8 sett. 1525. I. e. pag. 418. 

(4) A mi juyzio y a lo que alcango por via del datario se 
trama todo y V. Mad. sea certo que ahi inteligencias de grandis- 
simo momento y muy pcrjudiciales a vro cesareo servicio. Et du- 

19 



— 290 — 

star mercede al figliuolo (4). Tuttavia non è dubbio cbe sa- 
rebbero facilmente succeduti, se il Pescara, simulando di con- 
correre con gli altri, non ne avesse con varie scuse differita la 
esecuzione. In caso contrario, scriveva Antonio de Leva, i 
congiurali avrebbero ucciso alla impensata la maggior par- 
te delV esercito (2). 

A quelle scuse davano appicco ora gli scrupoli dell'ono- 
re, a quetare i quali diceva il Pescara voler attendere sopra 
i consigli scritti per ordine del papa il parere di un dottor 
napoletano amico suo (3), ed ora la infermità del duca di Mi- 
lano aggravatasi talmente da far credere vicina la sua mor- 
te; onde pareva che, per non ingenerare sospetti negli altri 
capitani, persuasi che in quel caso lo stato ricadesse a Ce- 
sare, non solo gli fosse impedito di rimuovere le truppe, si 
anzi fatta necessità di chiamarne di nuove (4). 

Ma il duca migliorò, e invece il Pescara fu colto da quel- 
la malattia che poco dopo lo condusse al sepolcro. Come re- 
sistere più oltre alle instanze de 9 congiurati? Poiché la sua 
lentezza e l'apparente irresoluzione gì' inquietavano tanto, 
non potrebbero essi anche senza di lui, o meglio contro di 



que de Sesa al emperador, Roma 12 lugl. 1525. Bibliot. de la Acaà. 
a" hist. de Madrid A. 35 msc. 

(1) Lettera precitata di Gian Matteo Giberto al vescovo di Ba- 
iusa 4 sett. 1525. Vedi Henri Martin, Histoire de France. Paris 
1857, t. 8, pag. 86. 

(2) V. M. sea cierta que si no fuera por la intclligencia quel el 
marques ha tenjdo en estas cosas que nos liovjeram tornado sia 
que lo sintieramos la mayor parte del exercilo. Vercelli 20. ag. 
1525. Lettere del Morone op. cit. 

(3) Que sobre elio esperava respusta de Napoles — queda- 
mos que yo embiaria estas allegaciones a quien me aconsejava . . . 
por tener tiempo de otros quinze dias. Lettere del Pescara alt impe- 
ratore 20 ag. ed 8 sett. 1525. Ibidem pag. 384, 415. 

(4) Frane. Guicciardini, Storia d' Italia, t. 3, pag. 199. 



— 294 — 

lui mandare a termine le cose trattate? I rimanenti disegni 
c3i già parevano in ordine : giunta era di Francia la sospira- 
la dichiarazione, sebbene inferiore di molto alle passate prof- 
ferte (4); sollecitava il papa la conclusione degli accordi (2), 
^Venezia dava facoltà all' ora tor suo a Roma di strignerela 
lega italiana a difesa dei comuni stati contro qualunque prin- 
4Àpe cristiano (3). Ormai il Pescara aveva conosciuti i pen- 
sieri di ciascuno e levata a tutti la possibilità di negarli. Tem- 
po era dunque di calar la maschera dal volto e di cogliere il 
frutto delle pratiche tenute con tanta malignità. 

Lo fece egli d'arbitrio suo o col consentimento dell'im- 
peratore ? Ne disputarono coloro che non potevano chiarire se 
fosse sincera o artificiosa la investitura del ducato di Milano 
a Francesco Sforza, spedita in sulla fine di luglio col mezzo 
di Lope Urtado, il quale portò eziandio la commissione di 
licenziare tutt'i fanti spagnuoli, da quelli in fuora cbe allog- 
giassero nel marchesato di Saluzzo, e di rimandare seicento 
uomini d'arme nel reame di Napoli. E se il dubbio sussistei 



(1) Parturiunt montes, nascetur ridiculus mus ; che ben mi pa- 
re poter cominciar così, già cbe quella risolutione, che tanti dì fa 
Francesi hanno annunciato, come l' ad vento del Messia, di voler 
mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello, 
che mandarono ad offerire per M. Lorenzo Toscano; et crederò che 
non tengano tutti gì' Italiani per bestie, se pensano che, sotto sem- 
plice speranza della fede loro, habbiano a darsegli in mano ligati, 
perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare. Gian Batt. 
Sanga a monsignor di Baiusa. Roma 5 ott. 1525. Ruscelli Lettere 
di principi, t. 1, pag. 177. 

(2) Questa nocte ho havute lettere da Roma continenti molti 
capi de importantia, et altre ne ha havute ms. Dominico Sauly in 
conformitate ... In somma contengono tutto quello si expetava da 
Franza, et il N. S. manda qua per stringere le risolutioni pratica- 
te. Girolamo Morone al Pescara, Milano 8 ott. 1525. Lettere del Mo- 
rone s p, 448. 

(3) Lettera del collegio oratori in curia 12 ott. 1525 rase. 



— 292 — 

se, anch'io reputerei col Guicciardini manco fallace la mi- 
gliore e più benigna interpretazione. Ma cosi non è; perchè 
sebbene quella spedizione fosse anteriore all'arrivo in corte 
di Giambattista Castaldo, mandato per primo dal marchese a 
significare la congiura (-i), pure, considerando le notizie che 
n'erano già pervenute a Cesare (2), e le precedenti sue reni- 
tenze per rispetto alla investitura, e l'ufficio dato contempora- 
neamente al sopraccennato Lope Urtado di chiedere al pon- 
tefice dispensa di pigliare in moglie la infanta di Portogallo, 
sua cugina, rimane accertato, non aver egli avuto altro in 
mente che di posare gli animi degli italiani insino a tanto 
venisse il tempo opportuno ad eseguire P antico disegno 
d'impadronirsi della Lombardia (3). Ben so che nei consi- 
glio suo, diviso allora in due parti, sembrava prevaler quella» 
di Mercurino da Gattinara, gran cancelliere, favoreggiante 
raccordo coli' Italia per abbassare la corona di Francia (4)7 
ma quando si bada al risultato finale, e si ricorda che alla par- 
te opposta del viceré Lannoy e di don Ugo di Moncada ade- 



fi) Siendo todo esto vantes de la llegada de Johan Baplista, 
se deve creer que su Magestad hara otra provision. lustrazione del 
Pescara per G. B.jCastaldo e de Gutierez. 20 ag. 1625. Lettere 
del Morone, t. 2, pag. 398. 

(2) Vedi nota a pag. 288. 

(3) Ben si appose Gian Matteo Giberto allorché, mettendo in 
derisione la venuta di Lope Urtado, così scriveva a monsignor 
di Bai usa : Havendo V Imperatore inteso delle pr attiche, che lor te- 
necano in Italia, già la seconda volta ha fatto intendere, che sua 
Maestà non pensa se non a mettere Italia libera et amica et non 
serva. Roma 4 sett. 1525. Ruscelli Lettere di principi, t. 1, pag. 172. 

(4) Relazione di Gaspare Contarini ritornato amb. da Carlo V. 
nov. 1525. Alberi Relaz. degli amb. ven. Ser. 1. voi. 2, pag. 58.— 
Perchè il gran cancelliere era in effetto buonissimo italiano, e molto 
temeva non dalla unione e pace colla Francia seguisse gran danno 
ali Italia. Dispaccio di Andrea Navagero. Em. Cicogna, Iscriz. ve- 
nez., t. 6, pag. 183. 



— 293 — 

*iva con ogni poter suo il marchese di Pescara (J), non si 
può far a meno di credere che desse Cesare la commissione 
del levare l'esercito, tanto grata a tutta Italia, non per esse- 
re obbedito, ma per acquistare qualche giustificazione ai por- 
tamenti futuri. Io non dubito, scrisse infatti il Pescara, che 
vostra maestà prenderà ben tosto un altro partito. Facile è 
farsi signore d'Italia se si mantiene l'esercito e se si pigliar 
no a. tempo le persone dei duchi di Milano e di Genova; al- 
trimenti no, perchè Italia non si può ridurre a servitù se 
non colla forza (2). Accordatevi, proseguiva, col re di Fran- 
cia a questa sola condizione che vi aiuti a conquistarla. Co- 
loro che vi stanno dappresso, vedendo un re prigione, si dan- 
no a credere che voi siate padrone del mondo; ma noi che 
sliam qui e veg giamo come vanno le cose, ben comprendiamo 
che avete un corpo morto, il quale vi nuoce assai più che non 
vi giovi (3). Non erano ancora pervenute coteste rimostran- 
ze all'imperatore che già questi il di di agosto, col mezzo 
di Giambattista Castaldo, aveva dato facoltà al Pescara di far 
tutto che gli paresse più opportuno tanto a Milano quanto a 
Genova, (4-); la qual facoltà confermò poi con suo autografo 
del 1S settembre, aggiungendovi soltanto l'obbligo di con- 
fi) Relazióne precitata di Gaspare Contarioi, pag. 59. 

(2) distruzione precitata per G. B. Castaldo e de Gulierez. 20 
ag. 1525. 

(3) Lettera del Pescara all'imper. Novara 8 sett. 1525. Lettere 
del Morone, pag. 419. 

(4) Lo que Y. M. mando a Jolian Baptista Castaldo, que me 
hiziesse escrivir de Gutierrez por cifra de XI del passmlo, que 
despues de rouchas platicas era en substancia, que aun que V. M. 
deseava que disimulasse segun el tiempo, y que governandone 
prudentemente en mostrar oe no conocer por evitar escandalos, 
sostuvìesse quanto pudiesse, mas que quando la platica fuese tan 
Clara y abierta que no se pudiesse escusar, que yo hiziesse lo que 
me pareciese asy en lo de Milan corno en lo de Genova. Ibidem, 
pag. 420. 



— 294 — 

saltarsi col Borbone e cogli altri capitani (4). Ne prevenne il 
Pescara la esecuzione, facendo che il Borbone medesimo e 
Antonio de Leva, convenuti con lui sin dal giorno 9 settem- 
bre nella necessità di avere in mani proprie il duca Sforza 
e il castello di Milano, di questa loro concorde deliberazione 
stendessero autentico testimonio (2). Ma prima di mandarla 
ad effetto, benché pressato da quelli e dall'abate di Nagera 
commissario imperiale, ne scrisse a Cesare (3), con ammodi 
attendere, se la urgenza delle cose il permettesse, sua ris- 
posta e commissione speciale (4). 

Strignevano intanto, secondo eh' è dimostrato innanzi, 
le pratiche de' congiurati, e d'altra parte troppo era ma- 
nifesto che Cesare non amava sorpassare i termini del 
mandato generale, per gettar poi in ogni evento la colpa 
addosso all' esecutore. Laonde il Pescara, disperato di ofr* 
tenere a tempo le chieste instruzioni (5), deliberò di ridur 



(1) A los XXT. de passado recibj una letra de mano de su M.t 
de XV de mysmo, en que manda, que en lo que toca a lo del du- 
cado de Mylan, baga lo que me paresciere con parecer de Borboo, 
sy no fuere partido, y destos otros que aca estan. Lettera del Pe- 
scara ali* arcid. Ferdinando. Novara 4 ott. 1525. Ibidem, pag. 442. 

(2) Ibidem, pag. 426. 

(3) Ottobre 1525, Ibidem, pag. 437. 

(4) Segundo lo que me ha dicho (il Pescara) y he visto por car- 
tas de Anthonio de Leyva y del Abbad de Najera parece que las 
platicas andan cadadia mas addante y por voto y parecer de estos 
ya el marques havria feebo demostracion. El marques està de opi- 
nion de esperar la respuesta y horden de V. Ma. D. Lope Hw- 
tado al emperador, Navara 27 sett. 1525. Biblioteca de la Acad, 
d hist. de Madrid. A. 35. msc. 

(5) Aun que en rimitir las cosas a mi con el parecer delos que 
aqui estan, siendo el senor duque de Borbon ya partido dias ha, 
se me haze gran merced per la confìanpa que su magestad de mi 
rauestra, no dexa de pcsarme dello, porque cosas de tan gran cali- 
dad y tan particular y fundadamente avisadas quisiera yo hazellas ni 



— 295 — 

subito in potestà sua la persona del Morone, stato autore ed 
ìostrumento principale della cospirazione, ben si apponendo 
«he col suo processo poteva offrire a Cesare la prova deside- 
rata e necessaria per far cadere il duca di Milano dalle ra- 
gioni della investitura (4). Vi consenti l'arciduca Ferdinan- 
do (2), per cupidigia di quella preda (3), largo più che mai in 
consigli ed aiuti (4). 

Giaceva il Pescara, oppresso da grave infermità, nel ca- 
stello di Novara. Quivi, dopo aver fatto venire inaspettata- 
mente le genti che alloggiavano nel Piemonte e nel marche- 
sato di Saluzzo, richiese a nuovo colloquio il Morone. Pote- 
va già conoscere questi che la pratica tenuta con lui era va- 
na; avvertivanlo gli amici che gli si tendevano insidie (5); 
che sarebbe ritenuto; che Antonio de Leva lo aveva detto 
pubblicamente (6); egli medesimo ne stette ambiguo; e non- 



mas ni menos que su roagestad de alla ordenase. Memoria de lo que 
vos et capitan Johan Bàplista Castaldo y Gulierrez haveis de dezir 
a su magestad, Novara 13 ott. 1525 Lettere del Morone. 
(!) Ibidem. 

(2) Lettera al Pescara. Tubingen 15 ott. 1525. Ibidem. 

(3) Aspira sommamente al ducato di Milano. Relazione di Ga- 
spare Contarini 1. e. pag. 59. 

(4) Lettera del Pescara all'arctd. Ferdinando. Novara 4 ott. 
1525. Lettere del Morone, pag. 441. 

(5) fede in V. S. corno in Dio. Me è dato aviso da varìì ho- 
mini et lochi, che me guarde da li agenti cesarti, et che sono 
tradito et ucellato, et che mi faranno mal capitare. Ho voluto avver- 
tire quella, ad ciò che stia attenta, che altri non tenteno quello di- 
spiacerla non manco a lei corno a me. Girolamo Morone al Pe- 
scara, Milano 5 sett. 1525. Ibidem, pag. 407. 

(6) Non voglio tacere che s.r Ant. (de Leva) è intervenuto in 
uno ragionamento, onde se parlava de le pratice de Italia, et si di- 
ceva che io ni era auctore principale ; et lui dixi, che se ini lassava 
conducere a venire verso V. Ex., sarebhe retenuto et da me si 
cavarebbe tutto il vero. Girolamo Morone al Pescara, Milano 8 ott. 
1525, Ibidem, pag. 448. 



- 296 - 

dimeno collo stesso Antonio de Leva si risolvè di andare, ab- 
bandonandosi alla fede per nuova lettera confermatagli (4): 
cosa a me tanto più maravigliosa, scrive Francesco Guic- 
ciardini, quanto mi restava in memoria avermi il Movane 
detto piU volte, neW esercito al tempo di Leone, non essere 
uomo in Italia né di maggiore malignità, né di minore fede 
del marchese di Pescara. 

Giunse il Morone a Novara il di 43 ottobre, e nel gior- 
no seguente accolto benignamente dal Pescara gli divisò per 
filo e per segno le cose già trattate a voce o soltanto accen- 
nate per iscritto: disse venuta di Francia la facoltà di stri- 
gner lega coli' Italia ; darebbe la reggente cinquantamila scor 
di al mese ed altrettanti l'Inghilterra; essere in punto le 
genti del papa, dei veneziani e del duca di Milano; pronti gli 
svizzeri alla chiamata, e non meno di essi gli emigrati in nu- 
mero di cinquecento lance e tremila fanti ; tutti potrebbero 
entrare in campo fra quindici giorni (2). 

Ben si vede aver egli esagerato i mezzi di riuscita o la 
fiducia che in essi riponeva, per indurlo più facilmente a di- 
chiararsi. Né il Pescara tardò ad accorgersene (3). Ma gio- 



ii) Pregola ad venir fin qua, et persuadersi che in questo 
campo contro mia voglia non porria fare ness. quello li paresse; 
e che la mia voluntà è quale deve con persona che tali opere e di- 
mostrationi ha sempre usate verso di me; et se di questo bisogna 
altra sicurtà, V. S. la pensi, et farassi. Che se io stessi sano la si- 
curtà saria andare; ma son certo che se ben saviamente V. S. 
pensa havendo poi ancor saviamente pensato, non ponerà dubbio 
in me, che non lo sapria ponere in lei finché vivessi. U march, 
di Pescara a Girolamo Morone, Novara 10 ott. 1525. T. Dandolo. 
Ricordi inediti op. cit. pag. 200. 

(2) Lettera del Pescara all'imperatore. Pavia 25 ott. 1525. Let- 
tere del Morone, t. 2, pag. 497-499. 

|3) Repliquele que yo tenja que estas cosas no serian concer- 
tadas, ni tan ordenadas, corno el dezia. Ibidem, pag. 498. 



— 297— 

Vava mostrarsi persuaso; tardavagli assai di conseguire il 
Qne de' suoi infingimenti. La mattina del 45 ottobre il gran- 
cancelliere fu fatto prigione dal Leva e condotto nel castel- 
lo di Pavia (1), dove il di 24 andò il marchese in compagnia 
del medesimo Antonio de Leva e dell'abate di Nagera a 
esaminarlo proprio sopra quelle cose che insieme avevano 
negoziate, e il Morone alla presenza di essi confessò (2) e 
stese poi in iscritto tutto l'ordine della congiura, accusando 
il duca di Milano come conscio di ogni pratica, ch'era quel- 
lo che principalmente si cercava (3). Volse bensì forti parole 
al traditore, siccome colui che né vassallo era, nò suddito 
dell' imperatore, né per alcun legame di giuramento tenuto 
ad obbedienza; ma appunto per ciò come rendersi ragione 
dell' avergli svelato i segreti del signor suo, senza presup- 
porre il reo intendimento di scolpare sé stesso? Ahi quanto 
dall'altezza d'animo altra volta ammirata lo veggiamo cadu- 
to I Io non scrivo panegirici, ma storia, ed allo afletto dell'I- 
talia debbo non meno la lode delle azioni nobili di lui, che il 
biasimo delle indecorose. Due giorni dopo l'interrogatorio 
inflittogli raccomandavalo il Pescara a Cesare, perchè non a- 
vesse a patir nulla (4), e il di seguente provvedeva a smurar- 
gli gli averi (5). 



(1) Ibidem, pag. 500 e Rapporto di Rosso dall'Olmo 17 ott. 
1525. Marin Sanuto, t. XL, p. 71. Né in questo, né nella cronica 
del Grumello, pag. 380, troviamo che il Leva fosse nascosto dietro 
agli arazzi per udire i! colloquio del Morone col Pescara. 

(2) Lettera precitata del Pescara 25 ott. 1525, pag. 505. 

(3) Esame di Morone in carcere, Tullio Dandolo op. cit. pag. 
148-179. Lo si trova eziandio nelP Archivio di Simancas sotto il 
titolo Istrumento originai de la information de Hieronimo Moron, 
Pavia 25 ott. 1525. 

(4) Pavia 26 ott. 1525, Lettere del Morone, pag. 509. 

(5) 27 ott. 1525, Tullio Dandolo, Ricordi inediti, op. cit. pagi- 
na 201. 



- 298 — 

Incarcerato il Morone, non tardò un istante il marche- 
se a impadronirsi di Alessandria, di Pavia e di Lodi, e con- 
temporaneamente mandò al duca Sforza nn uomo suo, no- 
minato Brancamonte, a giustificare l'operato, quasi fosse per 
beneficio comune. Rispose il duca sdegnosamente (i). Ha 
quando venne a lui l' abate di Nagera a quest'uopo medesi- 
mo (2), e con commissione di chiedergli la consegna delle 
altre città e fortezze, toltone il castello di Milano, perchè vi 
era dentro la sua persona, trovandosi abbandonato di consi- 
glio e di speranza, gli diede subito facoltà di occupar Como, 
Lecco, Pizzighettone e Cremona, non riservando per sé che 
il castello di questa ultima città. 

Simulò per qualche giorno il Pescara di starsene con- 
tento, e intanto scriveva a Cesare : « se volete aver per voi 
questo stato, come Dio, il mondo, e la ragione addomandan- 
lo, scrivete al duca che consegni anche i castelli di Cremona 
e di Milano e che venga dinanzi a voi ; altro non vi occor- 
re .. . Domani ricevo il corpo di Gesù Cristo, sembrandomi 
che la infermità lo richiegga, e senza scrupolo alcuno assi- 
curo vostra maestà che, al vedere di tutti noi che qui siamo, 
questo è ciò che torna a bene del suo servizio » (3). « Se 
volete » replicava il Leva, « esser signore d' Italia, prende- 
te per voi lo stato di Milano che n 9 è la chiave » (4). 

Non rispose Cesare, indotto a dissimulare dai sospetti 
dell'Europa; ma lasciò che il Pescara facesse. E fece per mo- 



li) Molto mi maraveglio del marchese di Peschara che l'habbi 
usato questo verso di me, per che io sum certissimo che il Moro- 
ne non ha errato in cosa alcuna et mancho io. Lettera dei collegio 
oratori in Anglia 22 ott. 1525 msc. 

(2) A darle muy larga cuenta y razon de ìas infinitas causa» 
que para esto nos havian movido sin decirle la mas essencial que 
el bien sabe. Lettera precitata, 25 ott. 1522, pag. 501. 

(3) Ibidem, pag. 503, 506. 

(4) 27 ott. 1525. Ibidem. 



- 209 - 

do, che poco dopo richiese anche i sopraccennati castelli, e 
perchè il duca ricusò, non si tenne più oltre dal dichiarare 
che dalle lettere di Domenico Sauli, oratore milanese a Ro- 
ma, constava aver egli profferte la sua persona e lo stato per 
la liberazione dell' Italia dalle truppe imperiali (i). Quindi 
dato di piglio alle armi ridusse in poter suo il castello di 
Cremona, e cominciò con le trincee a serrare quello di Mila- 
no, instituendo nello stesso tempo regolare processo di fel- 
lonia contro il duca. Indarno ne fece questi gravissimo risen- 
timento con pubblica scrittura (2). Le contrappose il Pesca- 
ra la prova ch'egli medesimo aveva di sua complicità (3), ed 
entrato che fu in Milano mandò a chiamare Alessandro Ben- 
tivoglio, Francesco Visconti, Tommaso dal Maino, Jacopo di 
Galerate ed altri del senato, invitandoli a continuare nel lo- 
ro ufficio. Risposero che farebbero; quando uno di loro nel 
partire, volgendosi di nuovo al marchese, e che, disse, intende 
farse vostra eccellenza che facciamo V officio nostro in nome di 
Cesare? Ben lo sapete, replicò quegli, e allora il senatore 
richiamati gli altri e trattenutili alquanto a consultare neir an- 
ticamera, tornò al Pescara dichiarando, che essendo venti- 
sette i membri del senato, e soli sette i presenti, non stava 



(1) Lettera del Pescara all'arciduca Ferdinando, 4 nov. 1525, 
Bucholtz, op. cit. t. 3, pag. 14. 

(2) Milano 13 nov. 1527. Biblioteca de la Acad. d'hist de Ma- 
drid. A. 36 msc. Della stessa data è la lettera scritta in Roma da 
Jacopo de Banisio air imperatore, colla quale difende il duca dalle 
Imputazioni che gli diede il Morone. Ibidem msc. 

(3) Essendo la cosa in caso claro et corno verificato et essendo 
corno scoperta la ventate dal principio al fine corno sa epso s.r 
Francisco (Sforza), quale sa che el prefato s.r Marchese non ignora 
dicti andamenti fin dal cominciamento, anzi a la giornata li ha in- 
tesi et saputi per voluntate depso s.r Frane, et alcuna volta di sua 
bocca propria. Risposta del marchese di Pescara al manifesto del 
duca, 13 nov. 1525. Ibidem, msc. 



— 300 — 

a loro il rispondere, ma che quel di stesso sarebbero tutti 
adunati e delibererebbero. La deliberazione fu che se faces- 
sero l'ufficio in nome di Cesare, non meriterebbero fama di 
nomini giusti e dabbene, avendo già promesso e giurato fe- 
de al duca. Udito questo, ordinò il Pescara per decreto 47 
novembre che obbedissero sotto pena di confiscazione de' be- 
ni, e il senato imperterrito rispose : voler che si muti titolo 
e nome, gli è far contro ragione e giustizia, non essendo anco- 
ra il padron nostro giudicato colpevole e privato dello stato; 
mancando a noi stessi, daremmo a credere che male ad altri 
amministriamo il diritto, e mancando verso il duca, chi po- 
trebbe più confidare nella coscienza del debi to nostro (4)? 
Tanta fermezza del supremo magistrato lombardo è confor- 
to, di cui Italia gli deve gratissima ricordanza. 

Non s'acquetò per questo il marchese, che anzi insi- 
stette più che mai perchè Milano giurasse fedeltà all'impe- 
ratore; ood' essa, assediata, bombardata, esposta ai terrori 
d'un governo militare, dopo lungo rifiutarsi e schermirsi, 
propose infine di acconsentirvi, ma con una forinola che la 
obbligasse soltanto a non intraprendere nulla in danno di 
Cesare, senza far parola della sua dominazione (2). Non De 
fu pago il Pescara, e costretti invece i cittadini a raccogliersi 
il di 42 dicembre per parrocchie e ad eleggere in ognuna di 
esse due sindaci, volle che questi in nome di tutti giurassero, 
secondo la forinola che loro mettevasi innanzi, fedeltà a Car- 
lo V, e a' suoi successori, promettendo di non fare né prestar 
mano a cosa alcuna contro di lui, di denunziare qualunque 
pratica degli avversarii, e di condursi in breve come si con- 
viene a città dipendente da Cesare, suo signore, e dal sacro 
romano impero (3). 



(1) Marin Sanuto t. XL, pag. 235-295. 

(2) Ibidem, pag. 359. 

(3) Ibidem, pag. 377. 



- 304 — 

Adempiuto era cosi il lungo desiderio degF imperiali. 
« Alessandria, fortissima città » scriveva Antonio de Leva a 
Carlo V, « ci mette in comunicazione con Genova e quindi 
colla Spagna; Lodi, Como e Lecco colle terre di Germania. 
Per ciò torno a dire che questo stato è la chiave d'Italia 
e che con esso facile è diventare signore di lei, e chi è si- 
gnore dell'Italia è signore del mondo. I Romani tardarono 
cinquecento anni ad impadronirsene, ma poi che la ebbero 
distesero in breve lo scettro sull'universo. Venite adunque 
a porvi sul capo la sua corona, e di qui passerete a prendere 
quella di Gerusalemme (A). « Pensi vostra maestà », sog- 
giungeva il Pescara, « ch'ella è predestinata alla causa san- 
ta di Gerusalemme, e che questa è la via per andarvi » (2). 
Persino sulla repubblica veneta volgeva il cupido sguardo, 
consigliando a farle guerra ; ma non coli' assalire Crema e 
Brescia e altre terre del suo dominio, le quali essendo fortis- 
sime non si otterrebbero senza gran perdita di tempo e da- 
nari, si col portar le armi direttamente fino alle sponde del- 
la laguna ; colà per mezzo di argini deviarne le acque, e giu- 
gnere poi a Venezia camminando sopra fascine. E per mo- 
strare più agevole la impresa, mandava un disegno di Vene- 
zia fatto da un frate dimoratovi lungamente (3). 

Restava a compiere il processo contro lo Sforza. Ma la 
era vana apparenza, e di esito così sicuro, che già Cesare, 
sebbene avesse fermo in animo di tenere per sé il ducato di 
Milano, pure, dissimulando ancora per addormentare il pon- 
tefice (4), faceva le viste di darne la investitura al duca di 

(1) Milano 15 nov. 1525. archivio di Vienna. 

(2) Descifrado de una carta del marques de Pescara a Jo. 
Bapt. Castaldo y a Gutierrez. Milano 16 nov. 1525. Ibidem. 

(3) Dispacci di Andrea Navagero. Em. Cicogna. Isc. ven. t. 6, 
pag. «85. 

(4) Lo que siento de S. Sant.d es gran temor de tener por de- 
terminado que V. 1 Mag.d tomara para si el.ducadod&MUao, qua 



— 308 — 

Borbone (4), coir obbligo di pagare cinquantamila ducati an- 
nui all'arciduca Ferdinando, in cambio dei sali cbe pigliava 
quello stato da lui, ed ottocentomila all'imperatore in otto 
anni (2). 

Nonpertanto risoluto mostravasi lo Sforza di fermar- 
si nel castello di Milano, avendovi seco ottocento fanti elet- 
ti, e messevi quelle vettovaglie che comportò la brevità del 
tempo. Né mancava egli di far fuoco sopra i lavoratori alle 
trincee, ne il popolo furibondo a tumultuare. Ma guai a 
chi gridava il suo duca (3) ! e poi, per grandi che fosse- 
ro le speranze di soccorso date dal papa e dai veneziani, 
impossibile era a lungo andare la resistenza. Però Dio non 
permise che il Pescara godesse il frutto dell'opera sua, aven- 
dolo chiamato all'eterno giudizio il di 3 dicembre 4525 nel- 
la fresca età di trentasei anni. Morì con fama odiosa, non 
temperatagli dai poetici lai della sua vedova Vittoria Colon- 
na, perchè la fedeltà a Cesare disonorò coli' affiggersi alla go- 
gna di spia : ben degno, come spesso diceva desiderare, di 
avere avuto per patria più presto Spagna che Italia. Ricordo 



es articulo que por ninguna forma puede comportarlo nj le basti 
dissimulacion para encubrirlo. Le dugue de Sesa al emperador, 
Roma 12 nov. 1525. Biblioteca de V Acad. d hUU de Madrid. A. 
36msc. 

(1) Clemente pedia (all'imperat.), que si muriese (il duca Sfora), 
tuviese en si aquel estado y que no lo diese al archiduque su her- 
mano, sino a alguna olra persona . . . y aun le senalò que lo podia 
dar al duque de Borbon o a don Jorge de Austria, su tio, hyo natu- 
rai del emperador Maximiliano. El emperador . . . desde luego se- 
nalò al duque de Borbon, y dio la vestidura, (corno dejo dicho) que 
era el primero de los dos que el Papa babia nombrado. Sandoval 
op. cit., t. 4, pag. 305, 306. 

(2) Dispacci di A. Navagero, 1. e. pag. 184. 

(3) 11 povero Milan cridava pensando de poter cridar, ma fu 
una mala cosa per Milano. Burigozzo, Cronaca di Milano, Arch. 
$tor. ital. t. 3, pag. 443. 



— 305 — 

a conforto de' buoni che il tristo, sentendo l'enorme peso 
delie sue frodi nell'animo, cercò scaricarsi avanti di trapas- 
sare (4). 

VI. La morte del Pescara diede fiducia di opprimere 
più facilmente quell'esercito, cui era mancato un capitano di 
tanta autorità e valore. Massime ai Veneziani, i quali, cono- 
scendo meglio di tutti, per il caso sopravvenuto di Milano, 
a quale estremo si trovasse la indipendenza italiana, abban- 
donate le pratiche di accordo riprese col protonotario Carac- 
ciolo, e rinfacciati ad Alfonso Sanchez, oratore cesareo, i pa- 
timenti dello Sforza (S), avevano di nuovo stimolato il pon- 
tefice a ristrignersi con essi e coi fiorentini per la comune 
difesa (3), questa essendo opportuna preparazione all' allean- 
za di Francia. Se grande la necessità di provvedere al peri- 
colo imminente, non minore il rimedio, né deboli parevano 
i suoi fondamenti : romperebbe Francia la guerra alle fron- 
tiere di Spagna, acciocché Cesare fosse impedito a mandar 
gente e danari in Italia; con i cinquantamila ducati da essa 
promessi ogni mese assolderebbonsi diecimila svizzeri; usci- 
rebbero i francesi e i veneziani in mare con una grossa ar- 
mata per assaltare o Genova o il reame di Napoli, mentre i 
veneziani medesimi e il papa, mettendo insieme milleotto- 
cento uomini di arme, ventimila fanti e duemila cavalli 



(1) Vi lascio (così scrisse nel suo testamento) Hieronfmo Mo- 
rone qual è in preggione, et voglio che si supplichi la cesarea Mae- 
stà istantemente per la vita sua et ogni altro benefìtio che gli potrà 
lare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefìtio di 
S. M. abbia ad essere per condannatone del suddetto, dato el caso 
che lui non avesse fatta quella opera che doveva fare. In questo S. 
M. me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei essere 
caricato. Tullio Dandola, Ricordi inediti, op. cit., pag. 202. 

(2) Secreta Rogai., 9 nov. 1525. 

(3) Ibidem, 1525. 



- 304 - 

leggieri, muoverebbero contro l'esercito rimasto in Lombar- 
dia, non grosso, né fornito a danari ed esecrato da 9 popoli; 
concorrerebbe anche il duca di Ferrara, purché Clemente vo- 
lesse contentarlo di Reggio, che già possedeva. 

Restavano le difficoltà altrove notate : i Francesi dispo- 
sti a posporre ogni rispetto degli amici all' interesse loro, e 
l'accordo di Cesare col re prigione tanto più facile quanto 
fossero maggiori gli apparati e le forze della lega fi); queste 
in gran parte composte di soldati ancor nuovi e di poco valo- 
re a comparazione dei nemici, quasi tutti veterani, nutriti 
in tante vittorie e padroni di terre ben fortificate; gli eserciti 
delle leghe malagevoli a provvisioni concordi. Tra siffatte 
difficoltà e gli opposti conforti stette perplesso il pontefice, 
come al solito più presto menato qua e là, che aiutato a risol- 
versi, da Nicolò Scombergh e da Gian Matteo Giberto, suoi 
principali ministri; affezionatissimo l'uno, per vincolo di na- 
zione, all'imperatore; divenuto l'altro, persola ragion de'coa- 
trarii, e appunto per ciò non inconsiderato fautore de' fran- 
cesi (2). Aggiungansi le arti di Cesare in condurlo alle sue 
voglie, ora con melliflue (3) ed ora con gagliarde parole. » Gli 
direte (così scriveva al duca di Sessa, ambasciator suo a Ro- 
lli Dubito, che o non faranno quello VJS. Stima, o se pure pen- 
seranno di farlo, con ogni piccol vento, che di Spagna si mostri 
loro alor proposito, volteranno subito le vele ad altro cammino, et 
lascieranno gì' imbarcati et uccellati da bestie. Gio. Battista Sanga 
a mons. di Baivsa. Roma 5 ott., 1525, Ruscelli, Lettere di principi, 
1. 1, pag. 176. 

(2) Che tal fosse, addimostranlo le lettere di sopra citate, e par- 
ticolarmente quella a mons. di Baiusa 26 sett. 1525, in cui parla dei 
Francesi: « Hanno horamai raffreddato tanto gli animi di chi pri- 
ma gli haria creduto, che se non si accendono essi per riscaldar 
gli altri, et danno doppia sicurità di quello che prima se gli doman- 
dava, io dubito non trovino chi corra con pericolo di esser poi ab- 
bandonato o sul cominciare o a mezzo del ballo ». Ibidem, pag. 175. 

(3) 11 doit travailler de tous ses moyens à contenter le pape, 



— 305 — 

ma) cbe vi è noto donde procede la renitenza sua a convenir 
meco, e ch'ei dovrebbe ben pesare lo stato degli affari; gli 
forate comprendere la importanza della nostra unione per il 
servigio di Dio, per la esaltazione della sua chiesa e per il ri- 
paro degli errori di Lutero » (i ).« Quanto a quest'ultimo, se 
sua santità crede che la presenza dell'imperatore sia mezzo 
efficace ad estirparne la eresia, ella dovrebbe disporre le co- 
se per modo, eh' egli possa recarsi in breve tempo e con sod- 
disfazione di sé medesimo in Germania » (2). Tuttavia, tro- 
vandosi Clemente in termine, secondo l'arguta elocuzione 
del Guicciardini, che anche il non deliberare era specie di 
deliberare, s'inchinò infine a concordarsi coi veneziani e 
a distendere i capitoli della confederazione italiana. Ma 
tale era sua natura irresoluta che nelP eseguire quanto pure 
aveva stabilito, ogni piccolo riguardo che di nuovo se gli sco- 
prisse, ogni leggiero impedimento che se gli attraversasse, ba- 
stava a farlo ritornare nella confusione di prima, perchè rap- 
presenta ndoseg li allora innanzi solamente le ragioni neglet- 
te da lui, non rivocava nel suo discorso quelle che lo aveva- 
no mosso ad eleggere, per la comparazione delle quali si sa- 
rebbe indebolito il peso delle contrarie (3). Non mancava al- 
tro che lo stipulare i sopraccennati articoli, quando ebbe nuo- 
va essere arrivato a Genova il commendatore Errerà, man- 
dato a lui da Cesare, e tanto valse a fargli sospendere la sot- 
toscrizione, con gravissima querela degli ambasciatori, ai qua- 
li aveva dimostrata ferma intenzione di apporta il giorno me- 
desimo. 

Portava l'Errerà, per la ratificazione del pontefice, il 

et lui parler avec la plus grande douceur. Charles-Quint au due 
de Sessa Toledo 23 ag. 1525. Gachard. Corresp. de Charles-Quint 
et d'Àdrien VI, op. cit , pag. 221. 

(1) Toledo 31 ott. 1525. Ibidem, pag. 223. 

(2) Toledo 31 ott. 1525, Ibidem, pag. 224. 

(3) Francesco Guicciardini, Storia d'Italia t. 3, pag. 211. 

20 



— 306 — 

convegno firmato da Cesare col cardinale Giovanni Salviati 
a fine di orpellare i suoi disegni su Milano e d'impedi- 
re nuovi movimenti in Italia. Davasi a credere in esso di con- 
tentare Clemente della restituzione di Reggio e di Rubie- 
ra, e della conservazione del duca Sforza, con patto espresso 
che nel caso dì sua morte non potesse Cesare avere per sé 
quel ducato, né darlo air arciduca suo fratello, ma ne inve- 
stisse il Borbone, che Clemente medesimo assai inconsidera- 
tamente, per le instanze dello Schomberg, gli avevs propo- 
sto, insieme con Giorgio d'Austria, fratello naturale di Massi- 
miliano imperatore, nel tempo che per la infermità fu quasi 
disperata la vita dello Sforza (1). Fatto quel convegno,, il 
cardinale Salviati, ( per vizio delle commissioni e della va- 
nità sua lusingata dalle onoranze ricevute alla corte di To- 
ledo (2) ) non aspettato che da Clemente avesse: la perfezio- 
ne, diede a Cesare il breve tanto desiderato della dispensa 
per il matrimonio con la sorella del re di Portogallo; la 
quale dispensa, essendo stesa prima con espressione sola- 
mente dello impedimento in secondo grado, senza nominare 
la principessa (3), per manco offendere il re d'Inghilterra, e 
perchè avendovi tra loro doppio vincolo di affinità non fosse 
fatta menzione se non del vincolo maggiore, fu necessario far- 
ne un'altra che con espressa aominazione delle persone com- 
prendesse tutti gl'impedimenti. Né di ciò solo lo compiac- 
que il pontefice; che anche la crociata, un momento prima 

(1) Sandoval, 1. e. t. 4, pag. 305. 

(2) Questa dimostratone di S. M. Ces. è stata grandissima et 
mollo notata in questi regni, et ben ha dimostro in questo, come io 
tutte le altre actiooi di S. M., la bontà et sincerità de) animo suo et 
la divotione verso nostro Signore et cotesta santissima sede. Let- 
tera del card. Giov. Saldati TI sett. — 3 ott. 1525. Mulini Doc. di 
stor. ital. t; 1 pag. 194. 

(3) Poupet de la Chaux, gesandter in Portugal, an den Kaiser. 
20 ott., 1525. Lanz Corresp. 1. 1, pag. 173. 



— 307 — 

negata, gli concesse liberamente, e per essa una rendita di 
seicentouiila ducati (i). 

E il convegno medesimo, benché negli articoli del sale 
ò delle cose beneficiali di Napoli diverso dagli antecedenti ac- 
cordi col viceré Lannoy, avrebbe infine accettato, se della 
sincerità di Cesare fosse rimasto persuaso. Ma nel capitolo 
risguardante lo Sforza troppo era manifesto I" artificio di non 
far motto del processo instituito contro di lui, per riservarsi 
la facoltà di disporre del ducato anche in caso di sua morte 
civile per condanna di fellonia, pareggiata dalle leggi alla natu- 
rale. Però ne dolse il pontefice, e l'oratore imperiale replicò 
dettasse egli stesso la forma di quel capitolo e sarebbe in ter- 
mine di due mesi approvata, purché infrattanto non istrignes- 
se lega coi veneziani e con Francia. Conobbe ognuno non es- 
sere questa offerta intesa chea guadagnar tempo; e nondime- 
no vi acconsentì Clemente con grandissimo dispiacere degli 
altri ambasciatori (2). Ben mostrò di sentire i doveri suoi e 
di Carlo, quando descrivendo a quest'ultimo lo sbigottimento 
cagionato dalla occupazione del Milanese, cosi diceva : « quel- 
li che di sé temevano ed a vostra maestà erano poco amici, 
dod cessarono confortarci che, da buon principe italiano e da 
vero papa, proibissimo la servitù e l'oppressione d'Italia. ., 
e benché noi alcuna volta fossimo d'animo sospesi e dubbii 
della mente di vostra maestà verso noi, vedendo da' ministri 
suoi fattici molti oltraggi nel nostro stato e sudditi, nientedi- 
meno mai non volemmo stringere conclusione, che ci levas- 
se dall'amicizia e dall'amore di quella . . tenendo ferma spe- 
ranza, che quel che tante volte ha promesso di stabilire in li- 
ti) Lettera precitata del cardinale Salviati pag. J97-199. 
f2) Questo tempo habbiamo statuito contra il volere d* ogn'uno, 
parendo a tutti gli altri che non si dovesse perdere r occasione, et 
ch'ogni tempo sia pregiudiciale alle cose d'Italia. Lettera di Cle- 
mente VII a Carlo V 16. dicem. 1525. Ruscelli Lettere di principi t. 
1. pag. 178. 



— 308 — 

berta i potentati d'Italia, ora tanto più diligentemente farà, 
quanto l'occupazione del Milanese fu a questa aspettazione^ 
più contrario. Vostra maestà tante volte ha detto voler la pa- 
ce e la libertà d'Italia; eccone il tempo; col restituire lo sta- 
to al duca di Milano levi dagli animi d'ognuno una paura » 
disperazione tale, che può accender grave incendio. Questi 
atti, figliuol nostro carissimo, la morte e il tempo non pos- 
sono annichilare; col sacrificare qualche disegno particolare 
al ben pubblico si guadagna il cielo, ed appresso la posterità 
nome immortale » (4). Oh del cielo e del nome da lasciare 
nella storia avesse egli preso per sé medesimo quella solle- 
citudine che altrui inutilmente raccomandava! Vero è che la 
lega, sottoscritta prima che il re di Francia tornasse in li- 
bertà, poteva diventare in mano della reggente uno spaurac- 
chio opportuno a fare il suo prò con danno de* collegati, men- 
tre all'incontro presumibile era che quanto Cesare avesse 
minore necessità, tanto sarebbero più gravi le condizioni im- 
poste al re prigionie maggiore lo stimolo a violarle. Ma quan- 
do bene questo fosse stato il motivo della dilazione accorda- 
ta, chi non vede che il sedurre all' abuso della vittoria per 
farne fondamento a nuova guerra mal si conveniva colla di- 
gnità pontificale? £ a che cercarlo tanto alto, se nel deside- 
rio in lui connaturale di allungare al possibile il comi nciameo- 
to delle spese e delle molestie, lo abbiamo più ovvio e meglio 
conforme alle cose per lo innanzi e appresso operate? 

Sia comunque, come ricevette Carlo V il capitolo diste- 
so dal pontefice in beneficio di Francesco Sforza, comprese 
subito che gli faceva mestieri interrompere la lega avversa- 
ria. Poteva egli a sua scelta o accordarsi col re di Francia 
in danno dell'Italia, o tenersi amica Italia per deprimere Fran- 
cia; quel partito vedemmo consigliato dal Pescara; questo 
da Mercurino da Gattinara gran cancelliere. Carlo non seguì né 

(I) Ibidem. 



- 309 - 

l'ano né l'altro, appigliandosi ad un terzo, ch'era di stendere 
contemporaneamente lo scettro sull'Italia e sopra alcuna delle 
migliori provincie di Francia. In questo modo mancò non pur 
d'animo generoso, sì ancora di retto discernimento. Milano e 
Genova aveva conquistato; ma non un palmo di terra in Fran- 
cia; la sua invasione era stata respinta; impossibile nelle 
condizioni d'allora il ritentarla. Voleva adunque prudenza 
che stesse contento alla rinuncia delle pretensioni francesi 
suir Italia, e, poiché non poteva abbattere la Francia, guada- 
gnasse il re prigione per farsi dell'antico rivale un nuovo 
alleato. Non è dubbio che l'avrebbe fatto per qualche tem- 
po, e questo tempo sarebbegli bastato a sicurare, non la 
sognata monarchia universale, ma la preponderanza almeno 
della casa d' Austria. 

Se voi vorrete trattarmi come merita un re di Francia 
che si vuol rendere amico e non disperato, state certo di fare 
un acquisto, e di avere un re vostro schiavo per sempre, in 
luogo d'un prigione inutile (4): così avevagli scritto sin da 
principio Francesco, in quel tempo medesimo che ai grandi 
del regno prometteva di aver a somma ventura il rimanere 
in carcere anche tutta la vita per la libertà del suo paese (2). 

Mal rispose Cesare alla fiducia del vinto nella sua gene- 
rosità, designando a plenipotenziarii delle negoziazioni di pace 

(1) Papìers d'ètat du cardinal de Gran velie, t. 1, pag. 267. 

(2) Soyez seurs que, comrae pour mon honneur et celluy de 
ma nassyon, j*é plustost esleu l'onneste pryson que l'onteuse fuyte, 
ne aera jamés dyt que sy je n' é esté sy eureulx de faire bien à mon 
royaulme, que pour envye d'estre delyvréjey face mal, se esti- 
mante bien eureulx pour la libertè de son pays toute sa vye desmeu- 
rer en pryson. Aimé Champollion Figeac Capti vite du roi Francois 
I.er Paris 1847, pag. 160. Concorda con quel che disse a Paolo Lu- 
sascho : che non bisogna che V imperator si pensi farlo far ninna 
cosa che sia in dishonor suo che più presto se ne moreria in pri- 
gione. Lettera di Paolo Lusascho al march, di Mantova Pizzighet- 
tone 2 marz. 1625. Mariti Sanuto, t. 37. 



— 510 — 

il duca di Borbone, il viceré Lannoy,e quel medesimo Adria- 
no di Croi, signore di Reux e di Beaurain, stato principale 
strumento alla fellonia del primo nominato. Né meno graii 
ed offensive erano le condizioni: alleanza contro i Turchi 
coir imperatore che sarebbe capo della impresa, e matrimo- 
nio del delfino colla infanta Maria di Portogallo, nipote di Ce- 
sare; restituzione del ducato di Borgogna con tutte le altre 
contee e signorie possedute da Carlo l'Ardito avanti di mo- 
rire, compresa la Picardia; cessione della Provenza al duca 
di Borbone, la quale congiunta cogli antichi suoi dominii eri- 
gerebbesiin regno indipendente dalla Francia; restituzione 
al re d'Inghilterra di tutto ciò che gli appartiene giustamen- 
te (4), e pagamento al medesimo delle somme promesse da 
Cesare ; cassazione delle sentenze date contro il Borbooe.e 
gli amici suoi. Tutto ciò sotto specie di moderazione, perii 
bene della cristianità, potendo Cesare, secondo che leggiamo 
nella sua instruzione, dimandare Francia intera, già dona- 
ta ad Alberto d'Austria da papa Bonifacio Vili (2). 

Le pretensioni esorbitanti accolse il consiglio di reg- 
genza con un grido d'indignazione. Io non veggo mezzo <ft 
far pace con questi Francesi^ scrisse il signore di Reux e 
di Beaurain, incaricato di proporle, essi sono piti intrepi- 
di Normandia, Gujenna e Guascogna. Papiersd'étatdu cardi- 
nal de Granvelle, t. 1, pag. 265. Al iempo che furono proposte que- 
ste condizioni, non s' era ancora il re d'Inghilterra disciolto dall'al- 
leanza di Cesare. 

(2) Eussions licitement peu pretendre tout le demourant, atten- 
du que, par les mesmes chroniques de France, peult apparoir cora- 
me pape B.oniface Vili priva le roy Philippes le Bel de tout le ro- 
yaulme de France et de tout ce qu'H tenoit, et le adjugea et con- 
ceda a T archiduch Abel d'Àustriche, empereur des Romains 

et n'est cestuy moindre tiltre que celuy par lequel pape Zacharie 
priva le roy Chiderich dudict royaulme de France, et le conceda 
au roy Pepin, duquel ont pretendu droit tous les roys de France, 
Madrid 28 raars. 1525. Capticité du voi Francois /.ir pag. 150. 



- SU - 

diche mai (\)\ Anche il re, all'udirle, esclamò : piU presto 
morire in prigióne (2); dichiarati poi impossibili quasi tutti 
-gli 1 articoli è facile quello del Borbone, purché non lo vedes- 
te giammai (Sbraiterà risposta di suo pugno mandò a Cesare 
con don Ugo di Moncada, liberato in cambio del maresciallo 
di Montmorency. Ma al primo impeto dell'animo tennero 
■dietro ben tosto i consigli della doppiezza; onde si affrettò 
#i proporre condizioni diverse, non meno disonorevoli. La 
cessione di provincie appartenenti alla corona aveva poc'anzi 
rifiutato, non comportandolo le costituzioni di Francia; e pur 
ora, con violazione manifesta delle medesime, offeriva di 
ritenere là Borgogna come dote di Eleonora, sorella di Cesa- 
re, che piglerebbe in moglie, morendo la quale senza figli 
maschi succederebbe in quel ducato il secondogenito dell'im- 
peratore. Rinunciava inoltre alle pretensioni su Genova, 
ifapoli e Milano, non riservando i diritti su questo ultimo 
stato che per uno dei figli che avrebbe da Eleonora. Promet- 
teva poi di sciogliere dal vincolo feudale la Fiandra e l'Àrtois, 
di ricomperare la Picardia, di restituire al Borbone i dominii 
confiscati e di aggiungergli qualche altro stato con la mano di 
tifràr principessa francese, di soddisfare al re d' Inghilterra 
con dangrj, e di contribuire per metà alla spedizione contro 
gl'infedeli. Più indecorosa ancora la offerta di somministrare 
-metà dell'esercito che l'imperatore volesse adoperare in 
Germania e in Italia, sia per andare a Roma a prendere la 
corona dell' imperio, sia per qualsivoglia altra impresa, nes- 
suna eccettuata, nel qual utimo caso avrebbelo aiutato ezian- 



l -(l) Aórien de Croy, signeur de Beaurain et de Roeux à Margue- 
rite d'Àutriche. Saint-Just sous Lyon lOàvr. 1525. Le Glay Nègoc. 
dipi. t.2,pag. 599. 

(2) Papier» d' état de Granvelle, pag. 265. 

(3) Résponses du rei aux articles proposès par l'empereur. 
CaptivUé op. cit. s pag; 166-168. ..-.>. 



— 348 — 

dio eoa la intera sua flotta (i). Al par di Francesco anche il 
consiglio di governo e la reggente sua madre non facevano 
difficoltà di sacrificare Italia (2). Gli era un concedere lar^— 
gbissimo degli stati altrui, purché il re ottenesse la libera- 
zione, senza promettere de' suoi (3). 

Veramente offerte di talfotta proprie erano a diminuirà 
il rispetto del vincitore verso un principe che mostrava non 
averne di sé medesimo. Condotto non guari tempo dopo m 
Ispagna s' era dato a credere che Cesare l'avrebbe ammesso 
immediatamente al cospetto suo, e Cesare il lasciò invece 
struggersi d'impazienza un mese ancora : convenne soltanto 
ad iostanza del maresciallo di Montmorency in una tregua 
per tutto dicembre prossimo, ebe fu sottoscritta non prima 
del di il agosto, essendo quella del 18 giugno particolare 
per i Paesi Bassi, fatta ad arbitrio della luogotenente Mar- 
gherita, e da lui disapprovata (4). Contemporaneamente ac- 
consenti ebe venisse a trattare la concordia Margherita d'An- 
gouleme, duchessa di Alen^on, sorella del re; ma il salvocoo- 

(1) Les articles d' un tratte de paix proposés par le roi etaot 
prisonuier a Pizzighitone, et portès a l'empereur par M. de Reux. 
Ibidem, p. 170-173. 

(2) Et s' il plaist audict seigneur empereur entrer plus avant à 
traiter du fait de Itallie, tant pour l' accroisement du royauroe de 
Napples et duchié de Miliari, que aultrement pour le perpetue! èta- 
blissement de ses estatz, son plaisir sera y adviser. Premiere instru- 
ction a M. dEmbrun pur traiter de la delivrance de Franpoi* I.er, 
Lyon 28 avr. 1525. Ibidem, pag. 177. 

(3) L'aideroit et assisteroit en personne, ou avec grosse armée, 
comme plaisroit à sa majestè, pour le fere beaucoup plus grand, 
mesmes sur Feniciens et autres potentas d' Italie, et aussy sur les 
infideles, avec plusieurs grandes ofifres. Lettre de ... . à madame 
la regente, Toledo 2. juin 1525. Ibidem, pag. 195. 

(4) Je trouve bien estrange et ne me scauroye contenter, que 
T on ayt fait telle chose san premiere scavoir mon intencion et avoir 
ordonnance et pouvoir de moy. Carlo V a Margherita, Toledo 15 
ag. 1525, IV. Bradford Corresp. op. cit., pag. 152. 



— 343 — 

dotto promesso sin da] mese di loglio non le rimise che al 
primo di settembre, e verso un eguale per il duca di Borbo- 
ne, senza la presenza del quale affermava non poter fare al- 
cuna convenzione (4). 

Andavano in questo mezzo alla lunga le negoziazioni in- 
cominciate il di 20 luglio a Toledo tra Carlo di Lannoy, Ugo 
di Honcada e Lallemand, agenti imperiali, e gli ambasciatori 
francesi; tre dei quali (Montmorency, de la Barre, e Babou) 
rappresentavano il re; altri tre (Francesco de Tournon, ar- 
civescovo d'Embrun, Giovanni de Selve primo presidente del 
parlamento di Pungi, e de Brion) la reggente : non tutti abili 
al par che dotti. Giovanni de Selve con prolisso discorso, in 
cui fece entrare la storia di Egitto, di Grecia e di Roma, la 
Scrittura santa, Garlomagno, ed altri nomi celebri, invocò la 
clemenza del vincitore, proponendo bensi che da Francesco 
si esigesse il riscatto, ma senza domandargli parte alcuna 
del regno, che non era in facoltà sua di alienare (2). Tanta 
verbosità non toccò il cuore di Cesare, il quale, riconoscendo 
invece che a lui sarebbe impossibile recitare tante storie e 
così buoni esempi (3), per tutta risposta rimandò gli amba- 
sciatori a discutere co' suoi ministri le condizioni dettate. E 
l'effetto fu di persuadere che Mercurino da Gattinara e Gio- 
vanni de Selve sapevano molto di lettere, ma che le disputa- 
zioni non son fatte per condurre alla pace (4). Continuarono 



(1) Der kaiser an den crzherzog. Ferdinand. Toledo 31 lugl. 
1425. Lani Corresp. t. 1, pag. 166. 

(2) Lettre des ambassadeurs à la regente. Cattivile, pag. 255 
«257. 

(3) Ibidem, pag. 258. 

(4) Que T on scayt bien que mona, le grant chancellier et le 
president sont gens de grant litterature; et l'uri ne s$auroit donner 

à entendre à Y autre qu' il eust tort et que ces disputations 

ne sont pour parvenir & la paix Conference de Tolede juillet et aoùt 
1525. Ibidem, pag. 281. 



— su — 

nonpertanto le conferenze, ora presso il grancancelliere- 
ora presso il- viceré di Napoli : i discorsi e gli scritti succede — 
vansi come al. solito, tanto più numerosi quanto si era meiL 
vicini ad appunlare; si trascorse ben tosto a parole piccan- 
ti (i); e infine gli ambasciatori francesi rimasero convinti chfe. 
Carlo. V non voleva smettere alcuna delle sue pretensioni,;ri- 
soluto a profittare, delle angustie del re prigione, per istrta- 
gerlo a cedere la Borgogna (2), 

.Contro 1 al vero è sì quanto scrissero gli storici dei mali 
trattamenti sofferti da Francesco, avendo gli stessi ambascia- 
tori francesi attestato che fuor della libertà no» gli restava 
altro a desiderare (3); ma l'abboccamento con Carla da lui 
tanto bramato differivasi di giórno in giorno^ «e riè anco allo- 
ra, che fu trasportato nel castello di .Madrid .gli si manifestò 
la intenzione di visitarlo (4). 11 perchè,fatto accorto del mol- 
to guadagno calcolato sopra la sua detenzione, il di 16 agosto 
1523 protestò in iscritto davanti ai plenipotenziarii della reg- 
gente, che se per la lunghezza di quella fosse sforzato $ ca- 
dere la Borgogna e qualsivoglia altro diritto della corona, 

(1) Lettre du president de Selve a monsieur le cancelier Du 
Prat. 12 aoiit 1 525, Ibidem, pag, 295. 

(2) Que la ràisoh et honnestetè ne vouloit que le sjeigneur èm- 
pereiir contraignist ... de laisser et abandonnér icellé ductìè, par 
forre ne par longue prison el detention de sa personne. Première 
prolestation du roi 22. aoùt 1525. Ibidem, p. 301. 

(3) Tanl et si humainement traieté et honorè de ses gardes, par 
la vòllonté de V empereur, qu' il n' est possible de plus, hormis la 
liberté. Lettre des amba&sadeurs au parlement de Paris, Toledo 
18 juil. 1525, Ibidem^ pag. 253. Garnier e dietro lui Robertson dis- 
sero che lo si lasciava cavalcare una mula, ma come un reo Con- 
dotto al supplizio, circondalo da guardie armate. Invece il signor 
de la Barre scriveva alla duchessa d'Alònpon: Le roi s'en va mon- 
ter a chevat pour atler à vespres à Saint- Ger unirne, lugl. 1525. Ibi- 
dem, p. 252. 

(4) Lettre de Charlcs-Quinl à Francois I.er juillet 1525. Ibidem, 
p. 283. 



- 318 — 

una tal cessione avrebbesi per nulla e di nessun effetto (4). 
Non guari tempo dopo infermò gravemente, di maniera che 
i medici fecero intendere diffidarsi della salute sua, se Ce- 
lare non veniva in persona a confortarlo (2). Vi andò Cesare 
il 48 settembre, e la visita fu affettuosa quanto mai, piena di 
parole grate (3); perchè troppo importavagli, sebbene affet- 
tasse il contrario (4), la conservazione di una vita da cui di- 
pendeva i\ fruito della vittoria di Pavia. Il di seguente arrivò 
la duchessa di Alen^on, dopo aver divorata la strada che se- 
paravate dall'amato fratello. Fossero queste consolazioni, o la 
gioventù per sé stessa superiore alla natura della infermità, 
in pochi giorni restò Francesco liberato del pericolo, in modo 
che la duchessa sopraccennala a*2 ottobre potè disgiugnersi 
da lui e recarsi a Toledo, dove attendevate l'imperatore. Ivi 



(1) Première protestation du roi. Ibidem, pag. 303. 

(2) Sendo stato fatto intendere alla ces. maestà, la quale era a 
caccia assai vicino a Toledo, che il cristianissimo stava male, et che 
la infìrmità sua era causata da dispiacere che il re haveva havuto, 
prima, dell'essere stato ristretto alquanto, et ancora che lo impe- 
ratore era passato vicino a due leghe a Madrid. Lettera del card. 
Giovanni Salviati 22 sett. — 3 ott. 1525, Molìni, Doc. di fetor. ital. 
t. 1, pag. 1M. 

(3) Lo imperatore P abbracciò molto amorevolmente, dipoi gli 
disse che non pensassi a cosa alcuna se non a guarire, et che stéssi 
di buona voglia perchè le cose si acconcerebbero tra runa e l'altra 
come sua maes. volessi, et che haveva più caro la vita sua chel sta- 
to .... et T altro giorno la ces. maes. stette in Madrid et visitò la 
mattina et la seta di nuovo il chfistianis. Ibidem, pag. 192, L'empe- 
reur iuy respoodit par telles ou semblables parolles. « Mòn frere, 
ne vous souciez d' autre chose que de vostre guarison et sante, 
car quand vous voudriez demeurer prisonnier, je ne le voudrois 
pas, et vous promets que vous serez delivrè à vostre grand lion- 
neur et contentement. » Captività, pag. 471. 

(4) L'imperatore com'era di animo che nò si alzava per buona 
fortuna, né si abbassava per avversa, diceva : dominus dedit, do» 
minus abstulit, Dispacci di A. Navagero, 1. e, p, 180. ..... 



- 316 - 

riprese le pratiche della concordia, confidando al par della 
reggente, che raccordo già firmato coll'Inghilterra e gli ap- 
parecchi guerreschi dell' Italia varrebbero a far quello che 
onore, virtù e generosità non ottennero (4). E sarebbero ba- 
stati in altro tempo, purché la reggente avesse volto real- 
mente il pensiero alle armi ; ma niuna cosa era più difficile 
ad essa che abbandonare le trattative con quegli che poteva 
restituirle il figliuolo; niuna più facile a Cesare che pascerla 
di vane speranze, e con tal arte tenere sospesi gì' italiani in 
modo che non ardissero tentare da sé la loro liberazione. 
Questo aveva ornai conseguito, e messa al sicuro la Lombar- 
dia ; onde mentre intratteneva la duchessa con dolci paro- 
le (2) e il re prigione con nuove lettere amorevoli (3), lasciò 
che i ministri suoi persistessero nelle condizioni innanzi pro- 
poste, trascorrendo sin a minaccie (4). Massima era la con- 
tesa intorno al ducato di Borgogna, che Cesare voleva osti- 
natamente gli fosse restituito come proprio, e i francesi non 
consentivano se non per dote o per decisione de'parlamen* 
ti (5). Scrisse allora Francesco a Carlo V che ben compre* 
deva non esservi modo migliore a manifestargli la intenzione 

(1) Fauldra que seulx qui sont par de là parlent melleur lan- 
gage qui n' ont fait jusques à present; et ce que vertu, honneur et 
liberante n'ont volu faire, j' ay esperance au bon Dieu que necessité 
le fera. La duchesse cC Angouleme au roi juillet 1525. Captività 
pag. 249. 

(2) Il me tent fbrt bons et honnestes propous. Marguerite d A- 
lenpon au roi octobre 1525. Ibidem, p. 342. 

(3) Cbarles-Quint au roi. oct. 1525. Ibidem, p. 344. 

(4) Nòus ont estè tenues les plus autz termes, jusque aux me- 
naces. Babou au marech. de Montmorency, Toledo 5 oct. 1525. Ibi- 
dem, p. 343. 

(5) En baillant madame Eleonor votre seur en mariage au roy 
et davantaige faisant ung mariage de sa fìlle et de mons.r le Dauf- 
fin, par lesquelles alliances vous et ledit seigneur roy polrez hon- 
nestement transporter votredit droit aux enfans'qui descendroient 
dudit mariage. L. de Praet an den kaiser 14 nov. 1525. Nous leur 



— 3<7 — 

di tenerlo in perpetua prigionia; ma ch f egli era risoluto a 
rimanervi, finché piacesse a Dio, sperando aver da lui la for- 
za di sopportarla (4), e dopo parecchie settimane d' inutili 
dibattimenti e qnalche vano tentativo di evasione (2), fatta 
partire sua sorella verso la fine di novembre, segnò un atto 
di abdicazione a favore del delfino, riservandosi di ripren- 
dere la sovranità, se mai tornasse libero (3). 

Questo atto magnanimo sembrava dovesse troncare ogni 
pratica di accordo. Carlo V non avrebbe più avuto in mano 
che una persona privata, né la Francia altro impedimento 
alla guerra. Ne la stimolava Inghilterra : la morte del Pescara 
era succeduta in buon punto per rianimare Italia : a que'gior- 
ni stessi Solimano faceva accoglienza lietissima al conte Cri- 
stoforo di Frangipane, magnate ungherese, agente di Fran- 
cesco I (4). Come imagi nare si portasse in pace la nuova in- 

avons repondu, que la liberté du roy ne sera point baille, que na- 
yons premier la possession du duche et appartenances .... et que 
la ou avons le droit si clair ne falloit nul arbitro. Der kaiser an L. 
de Prati 20 nov. 1525. Lanz Corresp. 1. 1, pag. 181 e 189. La dif- 
fieullé, relativement à la Bour gogne, a consisté en ce que les Fran- 
pais voulaient que etite question fàt décidée par les pairs de France 
avec le parlement de Paris, et Vempereur, que la decision en fàt re~ 
mise à des arbttres, 31 ott. 1525. Gachard, 1. e. pag. 222. 

(1) Ottobre 1525. Captivité, pag. 384, le roy est entièrement 
resolu de non rendre le dit Duche, si non à la condition avant dite, 
et plustot choisir prison perpetuelle. Nicolas Perrenot à Marguerite 
d'Austrie he, Toledo 19 nov. 1525. W, Bradford, Corresp. pag. 187. 
Ciò stesso scrisse il Perrenot di Lione a di 22 die. 1525. Le Glay, 
Nègoc. dipi., t. 2, pag. 650. 

(2) Un secretaire de France mal content est venu deverà l'em- 
pereur, et a declarè une emprise faite pour sauver le roi de Fran- 
ce ... et est prisonnier un capitain italien qui estoit de l' emprise. 
Perrenot à Marguerite, Toledo 18 nov. Le Glay, Négoc. t. 2, pag. 644. 

(3) Lettres patents pour faire couronner le daupbin Francois 
nov. 1525. CaptMté p. 416-425 die. 1525. 

(4) Chartier* Nègoc. avec le Levaut. t 1, pag. 119. 



— 318 — 

giuria degli onori fatti da Cesare al duca di Borbone, arri- 
vato alla corte di Toledo presso a poco in quel tempo che se 
ne andava la duchessa d' Alengon? 

Eppure nell'istante medesimo che le minaccie dell'Ita- 
lia riducevano Carlo in necessità di concordarsi col re Fran* 
cesco, acconsenti la reggente di rimettere la quistione della 
Borgogna al giudizio di arbitri, e persino, se ciò fosse inevi- 
tabile, di restituirla temporaneamente, demolendo però le 
sue fortezze (i). Ben so quali ragioni la movessero : il peso 
enorme del governo-; la salute mal ferma; le angustie finan- 
ziarie; le difficoltà frapposte dal parlamento nel)' interinare 
il trattato coll'Inghilterra ; qualche segno di commozione dei 
popoli; la fiducia infine di ricuperare quanto prima, la pro- 
vincia ceduta (2). Resta non pertanto accertato, e lo affermo 
ad ouore del consiglio di reggenza, ch'ella piegò a tanto senza 
il suo consentimento. Peggio fece il re Francesco, natura, 
come nessun'altra, facile a concepire, non a sostenere azioni 
eroiche : nel tempo stesso che il maresciallo di Montmorency 
recavasi in Francia portatore dell'atto di abdicazione, diede 
facoltà a' suoi ambasciatori di accordare in modo assoluto fa 
rinunzia della Borgogna (3). 

Parevano così adempiuti i tenaci propositi di Carlo : ei 
riaveva infine lo stato, di cui portava il titolo e le insegne, 
culla de'suoi avi, accanto a 'quali s'era fisso in mente di ripo- 
sare (4). Soddisfatto in questo e in altri suoi interessi, ce- 



ti} Derniéres instructions à ses ambassadeurs, fin de nov. 1525. 
Capticité, pag. 408-415. 

(2) (Bòurgogne) qui a estè toutefois hors des mains de la cou- 
ronne et depuis y est retournè, comrae pourroit encore faire avec 
l'ayde de Dieu. Ibidem, pag. 415. 

(3) Pfoces-verbal de l'fnjonction fàite par le roi aux ambassa- 
deurs. 19 decem. 1525. Ibidem, pag. 441-443. 

(4) Testament de V empereur Charles-Quint. Bruges 22 mai. 
1522. Papiers d' état du card, de Granvelle, 1. 1, pag. 253. 



— 31» — 

dette in quelli del duca di Borbone (cui diede, in compenso 
dei premi per lo innanzi promessi, il comando dell' esercito 
in Italia insieme coli' aspettativa del ducato di Milano), e il 
di i£ gennaio del 4526 Tu conchiuso a Madrid il trattato di 
pace. Qbbligavasi per esso Francesco di consegnare in ter- 
mine di sei settimane seguenti alla sua liberazione il ducato 
di Borgogna, il contado di Charolois, le signorie di Noyers e 
-c|i Castel-Chinone, il viscontado di Ausonna, e la terra di san 
Lorenza; di cedere Tournai; di rinunciare alla sovranità sui 
contadi di Fiandra e di Àrtois, e di restituire tutti i beni mo- 
bili ed immobili al Borbone, al principe Filiberto d'Orafrge 
e a tutti gli altri che lo avevano seguitato. Prometteva poi 
<\\ abbandonare i suoi alleati alla cupidigia dell'imperatore : 
insterebbe che Enrico d'Albret (fatto prigione alla battaglia 
di Pavia ed e>vaso per l'ardimento del suo paggio (i) ) depo- 
nesse il nome e le insegne di re di Navarra, e, non ottenen- 
dolo, negherebbegli ogni aiuto: farebbe lo stesso coi duchi 
di Gueldria e di Vùrtemberg e con Roberto de la Mark;: ce- 
derebbe le sue ragioni sul regno di Napoli, sul ducato di Mi- 
lano, su Genova ed Asti, e darebbe a Cesare truppe di terra 
e di mare che V accompagnassero in Italia per là sua inco- 
ronazione a Roma, ch'eraf come dire per soggiogare il papa, 
i Veneziani, i Fiorentini e i duchi, di Milano e di Ferrara. 
Addossatasi infine il carico dei debiti dell' imperatore verso 
il re d'Inghilterra e della restituzione a Margherita di tutto 
quello possedeva ne'Paesi Bassi innanzi alla guerra. A sicur- 
tà di questo trattato doveva Francesco prendere in moglie 
Eleonora, sorèlla di Carlo; e il Delfino, Maria, figliuola della 
medesima; ratificarne le condizioni al suo arrivo nella prima 
terra di Francia, e, insino a tanto fossero giurate dagli stati 



(1) Il marchese di Pescaravoleva liberarlo versa una'taglia di 
800061 ducati, ma; Cesarei glielo impedì. Dispaccio di A.ftamgero. 
Toledo 2 settem. 1525. E. Cicogna* . tetris;; v^.J; 6, '{>;*199. x '■■ 



— 320 — 

generali e registrate in tatti i parlamenti del regno, dare 
ostaggi il delfino e il duca di Orleans secondogenito del re, o 
in luogo di quest'ultimo dodici dei principali signori nomi- 
nati da Cesare. Àggiungevasi la fede data di ritornare spon- 
taneamente in carcere, quando per qualunque cagione noa 
adempiesse le cose promesse (1). Ma il dì innanzi, presenti 
tutti gli ambasciatori francesi, dichiarò non valido quanto 
avrebbe sottoscritto, e ferma in lui la intenzione, eome tor- 
nasse in libertà, di mantenere illesi i diritti della corona, sai* 
vo il pagamento di un conveniente riscatto (2). Il che non 
tolse che, con la mano sul vangelo e gli occhi volti al cielo, 
giurasse di non rompere il trattato giammai. 

Certo che non pur la religione, sì il sentimento della di- 
gnità di sé stesso sarebbe bastato a farlo più tosto soppor- 
tare la sua prigionia, che condiscendere a patti, i quali avera 
in animo di non attenere. A pretendenze estreme parvegli 
lecito invece contrapporre un sotterfugio estremo, malgrado 
di tanti esempi anteriori ingiustificabile, non essendovi ra- 
gione di stato che prevaler possa alla onestà. E tanto fece 
assegnamento sopra l'assoluzione pontificale che, mentre a- 
privasi col nunzio apostolico di non voler osservare il trat- 
tato (3), contrasse lo sposalizio che ne presupponeva la ese- 
cuzione. Pochi giorni dopo ricevette la visita dell'imperatore, 
e ne lo compiacque con nuove promesse in prò del Borbone 
e de'suoi partigiani. Ned è a dirsi come grandi fossero le ce- 
rimonie e le dimostrazioni di amore tra loro : stettero molte 
volte insieme in pubblico : ebbero soli in segreto lunghissimi 
ragionamenti : andarono portati da una medesima carretta 
al castello d'Illescas, dov'era la sposa Eleonora. Non però 

(1) Du Mont. Corps diplomai, t. 4, p. 44. 

(2) Deuxièrae protestation du roi contre le traitè de Madrid. 
13. janv. 1526. Captivité, pag. 477. 

(3) Gio. Matteo Giberto al vescovo di Baiusa. 17 die. 1526. /ta- 
tti//* lettere di principi, t. 2. p. 31. 



— 321 — 

io tanti segni di pace e di amicizia furono allentate al re le 
guardie, non allargata la libertà, non concessogli persino di 
aver stanza fuori di Madrid (4). Finalmente, dopo due mesi 
passati in questi andamenti, essendo già venuta la ratifica 
della reggente con la dichiarazione che insieme col delfino 
darebbe più presto il secondogenito che i dodici signori, 
parti Francesco a'24 febbraio da quella città, per trovarsi ai 
confini, dove si aveva a fare il cambio della persona sua con 
i figliuoli. 

11 luogo e il modo furono stabiliti con reciproca cortesia 
e diffidenza (2). Carlo Y aveva oltracciò ammonito l' amba- 
sciator suo a fissar bene in faccia que' figliuoli per ricono- 
scerli al momento della consegna (3). Nel decimosettimo gior- 
no di marzo, il re, accompagnato dal Lannoy, dal capitano 
Alargon e da circa cinquanta tra fanti e a cavallo, si condusse 
in riva al fiume Bidassoa che divide Francia da Spagna, e al 
medesimo tempo si presentò sull' altra riva Lautrec con i 
due statichi e con numero pari di scorta. In mezzo al fiume 
era una barca vuota, fermata colle ancore, a cui accostaronsi 
contemporaneamente in sui loro battelli, da una parte il re 
con otto compagni, e con altrettanti dall'altra i suoi figliuo- 
li. E come furono saliti tutti nella barca, passarono questi 
nel battello imperiale, e quegli saltò sul suo con tanta pre- 
stezza che la permutazione può dirsi avvenuta in un momen- 



ti) Relation de ce qui se passa a Madrid entre le roi et l'em- 
pereur — Procès-verbal du traitement fait a Francois I.er en Espa- 
gne depuis la signature du tratte de Madrid. Captivité, pag. 503-509. 

(2) Cèrèmonial règie pour la dèlivrance du roi. Ibidem, p. 510. 

(3) Que vous voyez bien les personnes des trois enfans de Fran- 
ce, et que vous informez si bien de l'aspect, philozomie, corpulance 
et qualitè de chacun d' iceulx, que quand viendra à la dèlivrance 
qui se doit faire selon le tratte, il n' y ait point de tromperie de 
bailler une personne pour autre. L'empereur à L. de Praet. 19 fevr. 
1525. IV. Bradford Corresp. pag. 209. 

21 



— 322 — 

lo medesimo (4). Tiratosi a riva, corse il re senza fermarsi a 
Saint-Jean-de-Luz, terra sua vicina a quattro leghe, e di là 
a Baiona, dove attendevalo sua madre e tutta la corte (2). 

Pochi giorni prima, agli undici di marzo, celebrò Cesare 
a Siviglia le sue nozze con Isabella, figlia del re defunto di 
Portogallo, e sorella di Giovanni HI succedutogli al trono, 
donna di singolare bellezza e virtù. Ma la letizia degli spon- 
sali turbarono ben tosto gli avvisi sopravvenuti di Francia. 

VII. Per me, scriveva il Machiavelli maravigliato dell'ac- 
cordo di Madrid, per me dirò sempre che V imperatore è tm 
pazzo ) se il re saprà esser savio (3). Savio fu Francesco se- 
condo le dottrine del Principe. Ancora in sul partire aveva 
assicurato Cesare che andava in Francia per adempiere U 
cose trattate, alle quali non mancherebbe giammai (4), e por, 
subito che arrivò a Baiona, ne differì di giorno in giorno la 
ratificazione (5), fra le altre scuse adducendo la necessità 
di ammollire innanzi gli animi de' suoi, malcontenti delle ob- 
bligazioni che offendevano la integrità del regno (6). 

Queste prime risoluzioni, onde fu aperta sua mente, rin- 
francarono Italia, minacciata in caso contrario d'irreparabile 
servitù. De' Veneziani, stali in ogni tempo e in occasione 
molto minore principali confortatori di guerra, facile è ima- 



(1) Extrait des registres du parlement de Paris. Captivité, pa- 
gina 522. 

(2) Lettre du président de Selve au parlement de Paris. Bayonne 
18 mars 1525. Ibidem, pag. 518. 

(3) Lettere familiari, 15 marzo 1526. 

(4) Francois I.er a Charles V. Février 1526. Papiers cP état du 
card, de Granvelle, t. 1, pag. 274. 

(5) Le roy de France prend delay a faire ce a quoy il est tenu 
vers. v. m. Lannoy an den kaiser, Victoria 3 apr. 1526. Lanz Corresp. 
t. l,pag. 196. 

(6) Explications du roi au sujet du dèlai qu' il apporte à la rati- 
flcalion du traile de Madrid. Le Glay Negoc. dipi. t. 2, pag. 656. 



- 323 - 

ginare gli assidui incitamenti (I). Al qual uopo, per non in- 
terporre tanto indugio quanto portava la solenne ambasceria 
di già eletta, avevano mandato con gran prestezza in Francia 
Andrea Rosso, segretario de'Pregadi (2). Lo stesso consiglio 
seguì poco appresso il pontefice, tornato al sospetto che la 
grandezza di Cesare avesse ad essere infine la oppressione 
sua. Perchè nella risposta al capitolo da lui disteso rispetto 
al ducato di Milano, non s' era quegli rimosso dal proposito 
d'investirne, in caso di privazione dello Sforza, il duca di 
Borbone che ben conosceva, per sicurtà sua o per cupidità di 
entrare in Francia, obbligato a stargli sempre soggetto; né 
ammetteva che lo stato di Milano levasse i sali della Chiesa, 
.ed ei dovesse riferirsi, nelle collazioni beneficiali del reame 
di Napoli, al tenore delle investiture, anziché all'uso dei re 
passati, i quali le avevano disprezzate; e quanto alle terre che 
teneva il duca di Ferrara confermava l'obbligo della restitu- 
zione, ma con patto gli fosse rimessa la pena della contrav- 
venzione. Aggiungevansi i nuovi soprusi de'capitani imperiali 
nel Piacentino e nel Parmigiano, e la speranza a gran lunga 
maggiore che per lo innanzi di poterli superare, essendovi 
grandissimo apparato di armi e di denari, e non più il timore 
che i francesi per riavere il re abbandonassero la lega (3). 
Queste ragioni, o meglio la penitenza di avere aspettato ozio- 
samente il successo della giornata di Pavia, fecero passare il 
pontefice dalla esitazione alla precipitanza. Allorché gli si no- 
tificarono le condizioni del trattato di Madrid, dichiarò di ap- 
provarle, presupposto che il re non le osservi; ecco V unica 
differenza che avremo allora : in luogo di lui, prigioni i fi- 
gliuoli; ma con questi non potrà /' imperatore acconciare il 

(1) Lettera del collegio 5 febb. 1526. Ardi. ven. msc. 

|2) Secreta Rog. 27 febb. 1526. Ibidem. 

(3) Giustificazione dell'alleanza che papa Clemente aveva stretta 
con Francia e i confederati italiani, contro P imperatore. Fratw. 
Guicciardini. Opere inedite. Firenze 1857, 1. 1, pag. 378-394. 



- 324 - 

fatto suo (1). Mandò poi per aspettare il re in Francia Paolo 
Vettori generale delle galere pontificie, con pubblica commis- 
sione di congratularsi seco, e segreta di rimuoverlo dal con- 
fermare l' accordo. Ma Paolo in su quella via essendo morto 
in Firenze, andò a compiere l'officio Capino da Capo, genti- 
luomo mantovano (2), accelerando la conclusione dell'alleanza 
co 9 potentati italiani. 

La tirò in lungo Francesco, nella speranza che le sole 
trattative basterebbero a indur Cesare di convertire in danari 
l'obbligo della restituzione della Borgogna; nel qual caso, 
benché altrimenti asseverasse, nessun rispetto delle cose d'Ita- 
lia 1* avrebbe ritenuto, per desiderio di liberare i figliuoli, dal 
convenire nuovamente con lui. Convocati i notabili di quella 
provincia, ed avuta la concertata ripulsa di separarsi dal re- 
gno (3), questa scusa, insieme colla profferta di due milioni 
di scudi in compenso, significò al Lannoy e ad Alar$on ve- 
nuti a Cognac per certificarsi della sua intenzione (4), ai quali 
toccò inoltre sentir da molti grandi e prelati francesi ram- 
mentato al re il giuramento della incoronazione di non alie- 
nare il patrimonio dello stato. 

Come lo seppe, si turbò forte Cesare, pugnendogli anche 
T animo una certa vergogna di sua fiducia nella osservanza 

(1) 11 vescovo di Worcester al cardinale Wolsey 7 febb. 1526 
Raumer Briefe t. 1, pag. 247. 

(2) G. Matteo Giberto a raons. di Montmorency 1 marzo 1526. 
Molini Doc. di stor. ital. 1. 1, pag. 200. 

(3) Qual conto ne facesse Cesare, abbiamo nell' Apologia* dis- 
suasoriae refutatio, p. 884, satis piane constai, eos duntaxat voca- 
tos, quos rex ipse antea stipendiatos etjuratos habebat. 

(4) Je ne vois apparence, que Fon vous rende Bourgogne par le 
courier que vous depeschai mercredi, avez re^u les escrìts que le 
roy de France nous a baillé . . . en reponse sur tous le points du 
traitè fait a Madrid, et ce qu' il vous offre de faire. Charles de Lan- 
noy à l'empéreur, Cognac 16 e 25 mai. 1526. Le day Négoc. dipi., 
t. 2, pag. 660, 663. 



— 325 — 

del trattato, universalmente derisa. Sin dal principio della 
prigionia aveva il re Francesco dichiarato ai capitani impe- 
riali, che se mai fosse violentato a cedere la Borgogna od al- 
tri diritti della corona, farebbe ogni poter suo per ricuperarli, 
non si tosto tornasse in libertà (4), e a quanti visitavanlo a 
Madrid diceva scopertamente lo stesso (2). Udivalo ricantare 
in Francia l' ambasciatore imperiale, e perciò consigliava il 
padron suo, o di mettere sì al basso Francesco che non gli 
possa recar danno in avvenire, o di trattarlo cosi bene che 
non voglia nuocergli mai più, essendo meglio in ogni caso te- 
ner prigione il re per qualche tempo, che lasciarlo partire 
mezzo contento (3). Non per altro che per questo motivo, cioè 
non per la eccedenza de' patti, sì per la insufficiente sicurtà, 
ricusò sottoscriverli il grancancelliere (4). Indi la opinione di 
alcuni storici che Carlo V li riputasse del pari inattendibili, e 
nulla più si fosse proposto che disonorare l'eroe di Marignano, 
P ultimo paladino, col mostrarlo codardo, se gli osservava, e 

(1) Captivité, pag. 303. 

(2) Che l' imperatore faccia una delle tre cose, o mi condanni 
ad una eterna prigione, o mi lasci in libertà senza darmi taglia, o 
pur anche se vuole la Borgogna gliela darò per uscir di prigione; 
ma che non isperi mai eh' io gli sia per essere amico. Dispaccio di 
A. Navagero, Toledo 30 ag. 1525, E. Cicogna, Inscriz. venez. t. 6, 
pag. 179. 

(3) Je demeure tousjours dopinion, que vostre mageste doit 
bien penser, avant que laisser partir le roy, et se doit traicter en 
lune des deux extremitez, assavoir de mectre luy et son royaulme 
si bas, que par cy apres il ne puisse grever, ou le traicter si bien et 
en faisant avec sa personne sy estroictes alliances, que a jamais il 
ne vous veulle mal faire . . . encore vauldrois mieulx tenir le roy 
prisonnier pour quelque temps, que de laisser aller a demy content. 
L. de Praet an den kaiser 14 nov. 1525 Lanz Corresp., t. 1, p. 182. 

(4) Il gran cancelliere teneva per certo che il re di Francia non 
avrebbe osservato i patti della pace, e tornava domandare licenza a 
Cesare: ma l'imperatore non gliela accordava. Dispaccio di A. Na- 
vagero, Toledo 29 gen. 1526. 1. e, pag. 185. 



— 326 — 

mentitore se falliva. Ma le si oppone il fatto che a lui pareva 
invece di esser stato troppo discreto (4); e per vero venuto 
in necessità di convenire o col re di Francia o col papa e eoa 
gli altri d'Italia, preferendo lo accordo di Francia per (àrsi 
padrone dell'Italia, aveva manco stimato tante ragioni ch'erano 
in contrario. Potrei addurre molte altre prove di sua fiducia: 
la sorella Eleonora mandata a Vittoria, per entrar come re- 
gina in Francia subito che fosse adempiuto il convegno, e il 
principe Filiberto di Orange, nominato governatore di Bor- 
gogna, in via per assumere l'officio. Ma chi non sa che la ri- 
cuperazione di quella provincia, opportuna a cose maggiori, 
stava in cima a' suoi pensieri, come un debito di onore, una 
vendetta dell'onta patita dall'avo Massimiliano? E fermache 
in lui fosse una idea, nessuna difficoltà, nessuna forza al mon- 
do sarebbe bastata a rimuoverlo. In questo non aveva ancora 
appresa la virtù del conoscere sé stesso (2). Certo è che al 
ricevere i sopraccennati avvisi di Francia, diede libero sfogo 
allo sdegno, rispondendo : se il re non può adempiere i palli, 
ritorni prigione, e verremo poi a nuovo accordo (3). 

Di tali esempi ci furono ne'tempi di mezzo; ma que'tempi 
non erano più. Troppo avevano abusato i pontefici della fa- 
coltà di assolvere per ragioni mondane da obblighi i più sa- 
cri, perchè non ne fosse pervertita la coscienza de' principi. 



(1) Me semble, que moti honneur et bien particulier y a este 
tresbien garde, combien que je croy, que si jeusse volu plus regar- 
der a mon prouffict que a la reste, que je le euisse bien peu gran- 
dement faire. Der kaiser an die statthalterin Margarethe 9 febl). 
1526. Lanz Corresp., t. 1, pag. 191. 

(2) Non prima del 1530 scriveva Gaspare Contarmi : a me pare 
c/te, colla prudenza e buona intenzione, sua maestà abbia smorzato 
il difetto della naturale inclinazione. Relazione dì Ilo ma. alberi. 
Relaz. degli amb. ven. serie 2, voi. 3, pag. 270. 

(3) L'imperatore al duca di Sessa amb. a Roma. mag. 1526, #• 
bliot. de l* Acad. d'hist. de Madrid astante I. grado 3. A. u. 83msc. 



— 327 — 

Confortato da Clemente a mancar di fede (i), non esitò più 
oltre Francesco ad entrar nella lega santa col papa e coi ve- 
neziani, di cui si chiamava capo il papa medesimo e protet- 
tore il re d' Inghilterra. Fine della lega sottoscritta a Cognac 
li 22 maggio 4526 era la liberazione dei figli del re, la con- 
servazione dello Sforza nel ducato di Milano, e la ristorazione 
degli altri potentati d'Italia nel grado ch'erano innanzi si co- 
minciasse l'ultima guerra. Se Y imperatore ricusava, gli al- 
leati obbliga vansi alla offensiva; Francia prometteva un sus- 
sidio di quarantamila scudi ogni mese e due eserciti, uno in 
Italia, P altro di là dei monti, da quella banda che più le pa- 
resse opportuno; i collegati dovevano contemporaneamente 
assalire Napoli con P armata, e il papa disporre di quel regno 
come di suo feudo. Aggiungevasi in due articoli separati l'ob- 
bligo di proteggere i Medici a Firenze e di restituire a Ce- 
sare il reame di Napoli, in caso che entro quattro mesi dopo 
la sua perdita volesse accedere alla lega con le condizioni so- 
prascritte, riservato al papa un censo annuo di quarantamila 
ducati, od un dominio di pari entrata, e fermo sempre che 
sarebbe permessa a Cesare P andata a Roma per la corona 
imperiale con quel numero di gente soltanto che il papa e i 
veneziani avrebbero dichiarato. Contentavasi in ultimo Fran- 
cesco di ricuperare la contea di Asti e quella superiorità su 
Genova che aveva per il passato (2). 



(1) Il breve dell'assoluzione non abbiamo, ma lo affermano Pal- 
lavicino nella storia del concilio tridentino par. 1, pag. 237, Sepul- 
veda, pag. 188, e Sandoval op. cit., t. 4, pag. 460, enoià el papa al 
rey de Francia relaxacion del juramento gue habia hecho. Esiste 
oltracciò il breve 3 lugl. 1526, col quale Pietro Navarro fu prosciolto 
dal voto di non combattere che contro gì' infedeli, per indurlo ad 
assumere il comando della flotta de' collegati. Rainaldus Ann. eccl. 
t. XX, pag. 460. 

(2) Traitè de confèderation, appellò la sainte ligue. Du Mont., t. 
4, p. 1, pag. 451. 



— 328 — 

Pareva dunque che la Francia, dopo tanti errori, pren- 
desse infine rimpetto all'Italia l' officio suo naturale, di al- 
leata e non di conquistatrice. Quale occasione di vendicare la 
battaglia di Pavia, di reprimere la preponderanza, i disegni, 
la fortuna di Carlo V ! Non si trattava più di una lotta tra i 
due rivali per la primazia in Europa, si per la indipendenza 
dell'Italia. Con tal animo l' assunsero gli avi nostri. Batte il 
cuore al ricordarlo; ma come l'ammirazione de'generosi im- 
prendimenti, così dall' amore di patria ritrar deve lo storico 
la forza de' giudizi imparziali a documento de' nepoti. 



CAPITOLO SESTO 



'Hdo dell'Italia contro gli spaglinoli; circostanze favorevoli alla guerra d'indipen- 
denza; cagioni generali di sua mala riuscita. — Arti di Cesare per rompere la 
lega d'Italia con Francia; commissioni date a don Ugo di Moncada. — Diffi- 
denza del duca d'Urbino nelle forze italiane; ritardo degli Svizzeri; conquista 
di Lodi; tentativi di soccorrere il castello di Milano; capitolazione dello Sfor- 
za. — Successi infelici delle imprese di Siena e di Genova. — Corruttela dei 
fanti italiani; avidità degli Svizzeri; diffidenza reciproca de' confederati'; ina- 
ziooe dei re di Francia e d' Inghilterra, e loro pretensioni. — Assalto dei Co- 
lonnesi a Roma; tregua tra il papa e gl'imperiali, non osservata. — Conse- 
guenze della inimicizia tra il papa e l' imperatore rispetto ai progressi della ri- 
forma religiosa in Germania; lega evangelica di Torgau; dieta di Spira e sue 
deliberazioni. — Calata de' lanzichenecchi tedeschi con Giorgio di Frundsberg ; 
loro progressi ; accordo del duca di Ferrara con Cesare ; morte di Giovanni de' 
Medici. — Congiunzione del duca di Borbone con Giorgio di Frundsberg ; vani 
tentativi di assaltare Piacenza e Bologna; tregua del papa col viceré Lannoy. — 
Andata del Borbone in Toscana; tumulti di Firenze; nuova confederazione del 
papa col re di Francia e con i veneziani ; assalto e sacco di Roma. — Spoglia- 
zioni de' dominii pontificii; mutazione di stato in Firenze; disegno di CarUt V 
di por termine alla potestà temporale dei papi. 

I. Liberateci dai diuturni affanni; estirpate queste belve 
Immani che di uomini non hanno che la faccia e la voce (i) : 
jcco il grido del Machiavelli, al quale rispondeva da un capo 
ili' altro Italia, dove non era provincia rimasta illesa in 
Irent' anni di guerra dal flagello di soldatesche feroci, che 
aon intendevano tampoco la lingua in cui i nostri ne implo- 
ravano la misericordia. E buona speranza di cacciarle presto 
lavano la gelosia eccitata da Carlo V e le strettezze di da- 
nari che lo affliggevano, come gli altri principi in que'comin- 
riamenti d'imperi assoluti non ancora fiancheggiati dagli or- 
li) 17 mag. 1526. Lettere familiari. 



— 332 — 

lari e di abili condottieri. Eransi bensì veduti Bartolomeo 
d' Alviano, Federico da Bozzolo, Renzo da Ceri formar corpi 
particolari che uguagliavano in valore le migliori truppe di 
Europa, e Giovanni de' Medici con V ordinamento delle sue 
bande stava già per superarle e per restituire all'Italia l'an- 
tica gloria delle armi. Ma la maggior parte de'fanti assoldati 
mensilmente e licenziati alla fine d'ogni campagna, compone- 
vansi di uomini che per rubare o soperchiare affrontavano 
la giustizia o mercantavano la fede; indocili ad ogni freno di 
disciplina, senza il vero coraggio che nasce da sentimento, 
e come feccia segregati dalla nazione, che la gelosia de'principi 
teneva disarmata. Né le cerne, usate da gran tempo a Vene- 
zia ed introdotte a Firenze durante la guerra di Pisa, ave- 
vano levata la milizia alla dignità che le spetta, di obbligo 
cittadino, non di mestiere. Lo sciagurato sistema de'capitani 
di ventura durava ancora nelle lame spezzate entfslìpendimi 
forestieri. 

Insieme collo spirito militare avevano perduto i governi 
la fermezza di altri tempi. Non già che gli eletti ingegni pre- 
posti alla pubblica cosa, allorché ruppe la guerra, non sentis- 
sero l'altezza della causa per la quale era combattuta. Marco 
Foscari, orator veneto a Roma, prometteva che i suoi fareb- 
bero maraviglie; e questa guerra, scriveva Gian Matteo Gi- 
berto, non è o per un puntiglio d'onore, o per una vendetta, 
o per la conservazione di una città, ma in essa si tratta o 
della salute, o della perpetua servitù di tutta Italia (1) : se 
nei francesi non è in tutto estinta ogni virtù, e il re di Fran- 
cia corrisponderà a quello che disse di voler essere con noi 

questo importa tanto che Nostro Signore ha consentito a molti ca- 
pitali della lega vecchia, quali se avessi avuto tempo arebbe vo- 
luto in altro modo. F. Guicciardini al prolon. Gambara nunzio in 
Inghilterra 3 mag. 1526. Ìbidem, pag. 19. 

(1) Al vescovo di Veruli 10 giugno 1526. Ruscelli, Lettere di 
principi, t. l,pag. 193. 



— 333 — 

per liberare Italia e i figliuoli, e vendicarsi delle ingiurie di 
Cesare, ancor noi saremo uomini e ci aiuteremo per non istare 
a discrezione del malissimo animo di Cesare (i). Ma le riso- 
lute imprese impediva la diffidenza reciproca portata fin sul 
campo nazionale, dove ciascuno conservava quasi piena li- 
bertà di azione, e il papa aveva il suo luogotenente, i veneziani 
un provveditore, ogni piccolo stato, ogni piccola banda il suo 
capo; i quali tutti assistendo ai consigli militari prendevano 
il nome caratteristico di signori capitani della lega. Arroge 
la doppiezza e la pusillanimità di papa Clemente, che pospo- 
nendo al suo l'interesse della patria comune, ricusava di con- 
ciliarsi col duca di Ferrara (2), e teneva continuamente in 
sospetto i veneziani, minacciando di scendere a parziali in- 
telligenze con V imperatore (3). Ecco le principali cagioni, 
onde la guerra, incominciata con lieti auspicii, per la indi- 
pendenza dell' Italia, sorti al fine contrario di rassodarne il 
servaggio. 

II. E pur grandi erano da principio le angustie di Ce- 
sare. Addimostralo l'arte con che cercò di stare in sulle pra- 
tiche e differire l' esecuzioni, sperando rimedio dal tempo. 
Vogliamo dissimulare ancora, cosi scrìveva al Lannoy e a 
Luigi de Praet, e trattenere il re di Francia con buone pa- 
role di fiducia e di amicizia. Badate bene adunque di non la- 
sciarlo mai disperare, né di dargli motivo a farsi sempre 
piU addentro nella lega avversaria. Ch'egli stesso proponga 
i mezzi di un nuovo accordo. Così colle consulle e riconsulte , 

(1) A don Michele Silva IO giugno 1526. Ibidem, p. 197. 

(2) Sogliono dire che per il ben commune d'Italia Sua Santità 
non doveria guardarla così al sottile. Gio. Matteo Giberto a monsi- 
gnor di Pota IO giugno 1526. Ibidem, pag. 196. 

(3) Bisogna disporre i viniziani, e a questo non veggo migliore 
modo che fare destramente che abbino gelosia, che i modi loro non 
induchino il papa a pigliare altro partito. Frano. Guicciardini a 
Gio. Matteo Giberto 18 giugno 1526. Opere inedite, t. 4, pag. 73. 



— 334 — 

colle risposte e repliche, avremo agio di conoscere appieno k 
deliberazioni del papa e dei veneziani (i). Conforme a questi 
intendimenti destinò don Ugo di Moncada, buon discepolo 
del Valentino, al pontefice, con commissione, secondo pub- 
blicava, di soddisfargli (2), ma in fatto di andar prima alla 
corte del re di Francia ; acciocché, inteso se vi era speranza 
o meno di convenire con lai, o non passasse più innanzi, o 
passando, variasse i provvedimenti secondo lo stato e la ne- 
cessità delle cose. 

Fatto certo per le risposte del re di non poterlo più ri- 
durre alla osservanza dei patti, venne il Moncada a Milano 
per tentare almeno lo Sforza a rimettersi nella volontà sua. 
Trovavansi allora i popoli di Lombardia in estrema dispera- 
zione, costretti di accordare a danari con i capitani imperiali 
il peso degli alloggiamenti, e in modo così intollerabile, che 
quando i capitani medesimi chiedevano danari a Cesare, 
questi, ben sapendo le ruberie loro, e che Antonio de Leva ri* 
scuoteva per sé e il fratello suo cinquanta ducali al giorno, 
rispondeva, non comprendere come ne avessero bisogno, vi- 
vendo a discrezione e rubando di quella maniera che faceva- 
no (3). Indi i tumulti in Milano de' 24 e 25 aprile 4526, se- 
dati per interposizione di Francesco Visconti e di altri gen- 



ti) Ciò in risposta al precitato rapporto del Lannoy 16 raag. 
1526. Bucholtz, t. 3, pag. 30-31. 

(2) L' imper. al duca di Sessa 26 apr. e 12 mag. 1526. Gachard, 
op. cit., pag. 227. 

(3) Dispaccio di A. Navagero, 1. e. pag. 188. Però l'ab. di Nage- 
ra, commissario imperiale, scolpava il Leva di questa taccia: V. 
M. me mande cortar a mi fa cabepa sy jamas se hallare que ha 
Ile vado diveda ny indirectamente un maravedj. El es muy noble 
cavallero de limpia condendo, y tan cumplido en las cosas de la 
honrra. (Che anche il commissario imperiale fosse complice delle 
ruberie?) Lettera all'imperatore. Milano 2 giugno 1526. Biblioteca 
de la Academia d* hiatoria de Madrid. A. 37 ms<\ 



— •335 -r 

tiluomini (i), ma con promessa di cavare tutti i soldati dalla 
città e dal contado, eccetto i fanti tedeschi, che stavano al- 
l' assedio del castello. In tanta disposizione degli animi a 
maggiori sollevazioni, opportune erano e rispondenti allo sco- 
po propostosi le commissioni ostensibili che portava seco il 
Moncada : esser Cesare malcontento di tutto che fecero i ca- 
pitani per ridurre in poter suo il ducato, contro gli ordini 
mandati al defunto marchese di Pescara di non innovare 
cosa alcuna se non in uno dei tre casi espressamente indi- 
cati, nessuno dei quali ebbe luogo (2); muoverlo a sdegno 
eziandio 1' estorsioni commesse, levando ciascun giorno 
quattro o cinquemila ducati di più che non occorre al man- 
tenimento dell'esercito (3); voler dunque aprire allo Sforza 
la via della giustizia, facendo che le imputazioni dategli si 
vedessero sommariamente per il protonotario Caracciolo; ma 
colle seguenti sicurtà, ond'è aperta la vera mente di Cesare : 
che consegni intanto i castelli di Milano e di Cremona verso 
promessa giurata di restituirglieli insieme con V intero do- 
minio se sarà giudicato innocente, e di lasciargli durante il 
processo l'amministrazione e le rendite dello stato; non vo- 
lendo consegnare i detti castelli, che consenta vi siano intro- 
dotti soldati imperiali; se neanche questo, ch'esca almeno 
dal castello e venga in città per sottoporsi all'esame del Ca- 
racciolo, dando ostaggi Gian Paolo Sforza suo fratello ed al- 



ti) Andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, 
dicendo : lasciate fare a nói, che conzeremo le cose, che la città non 
averà a lamentarse, Burigozzo. Cronaca di Milano. 1. e. 

(2) No podiendo tener en nos ny en nuestro nombre e! dicho 
estado de Millan ahunque el duque Francisco por terminos de ju- 
sUcia fuesse del meritamente privado, siendo nos for$ado en tal 
caso de ponerlo en otras manos. Instruzione dell'imper. a don Ugo 
di Moncada 30 aprile 1526. Lettere delMorone op. cit., t. 2, pag. 556. 

(3) Sacando del segund nos han jnformado da quatro a cinco 
mil ducados cada dia de mas de lo que se come y destruye. Ibidem. 



— 336 — 

tri quattro dei principali signori milanesi che sarebbero no* 
minati, e i figli e i fratelli, o, in mancanza di questi, i parenti 
prossimi de' governatori, capitani e luogotenenti dei soprac- 
cennati castelli. 

Il di 6 giugno 4526 si presentò il Moncada, insieme col 
Caracciolo e col commendatore Errerà, innanzi allo Sforza; 
ma avuta risposta che prima si levasse V assedio e lo si ri- 
mettesse in istato e poi darebbe le sicurtà convenienti, se 
n 9 espedi prontamente col dire, che parlato che avesse col 
pontefice soddisferebbe ogni suo desiderio (i). Indi andò a 
Roma, avendo prima discorso nella rocca di Trezzo col Ho- 
rone (2), il quale in questa occasione macchiò maggiormente 
l' onor suo, ammonendolo fra le altre cose a non fidarsi del 
duca (3). « Direte al papa (così avevagli imposto l' impera- 
tore) che io non posso far a meno di usare giustizia collo 
Sforza, in caso fosse trovato colpevole, quando bene ne an- 
dassero tutti i nostri regni e l' impero stesso; ma che non 



(1) La verdas es que yo no he conoscido en el dicho duque vo- 
luntad de querer dar el castillo, ny menos de dexar el stado, Aftro- 
cada all'imperatore. Milano 9 giugno 1526. Ìbidem, pag. 576. 

(2) Fuy a Trego a hablar a Hieronymo Morori y lieve comìgo 
al comendador Herrera, al qual dicho Moron se hizieron por mj 
algunas preguntas, las quales con su respuesta V. M. entendera 
del dicho Herrera. Ìbidem, pag. 576. 

(3) Scrisse Don Ugo ad Imperator chel Morone haveva ditto et 
certato che se si fidassero de v. Ex. la li mancaria de) tutto, et che 
non se ne fidassero per cosa del mondo. Gio. Antonio Biglia (oratore 
milanese alla corte di Cesare) al duca Sforza. Granata 21 luglio 
1526. Non è stato di pocha admiratione N. S. visto quello ultimo 
avviso del Biglia circa le parole del Morone al s.r Don Ugo. Lui 
spera in Dio che v. exc. restara duca de Milano et li malevoli col suo 
mal aio. Certo chel Morone ha guadagnato pocho con S. S. per 
questo avviso, e forsi le potria non pocho nocer. Cav. Landriano 
(oratore milanese a Roma) al duca Sforza, Roma 19 ag. 1526. Ar- 
chivio s. Fedele di Milano. Governo ducale. Corrispondenze, rase. 



— 337 — 

intendo tener lo stato per me, nò per il fratello mio, pronto 
essendo invece di disporne come piacerà meglio a sua santità 
e ai veneziani; al quale scopo potrete anzi dichiarargli quel 
che nel nostro consiglio venne proposto : lo smembramento 
cioè del ducato in tante parti per darle a diverse persone 
come feudi dell' impero, e la riduzione di Milano a città li- 
bera, come quelle di Germania; però se aveste nuove certe 
che il re di Francia non vuol serbar fede, né restituire la 
Borgogna, e vi paresse unico rimedio la restituzione dello 
Sforza, farete tutto il possibile più presto che rompere con 
il pontefice (i). » Queste instruzioni confermò con poste- 
riore ordinanza, aggiungendovi la facoltà di contentarlo ezian- 
dio negli altri articoli, sino allora controversi, della vendita 
del sale, delle cose beneficiali di Napoli, e della ricuperazione 
di Reggio e Rubiera in danno del duca di Ferrara (2). 

Venuto il Moncada dinanzi al pontefice il di \1 giugno 
gli dimostrò con parole magnifiche essere in potestà sua ac- 
cettare la pace o la guerra (3). A che avendogli risposto il 
pontefice, non deporrebbe le armi se Cesare non lasciava 
Italia libera, non restituiva con oneste condizioni i figliuoli 
al cristianissimo e non soddisfaceva al re d'Inghilterra, tornò 
il di seguente, proponendo persino di levar V esercito dallo 
stato di Milano, purché sua santità concorresse con gli altri 
d'Italia in una parte de'danari necessarii a pagare gli stipendi 



(1) Instruzione precitata 30 apr. 1526, pag. 563, 564. 

(2) Con que quedemos seguro de la amistad du su santidad, 
y que con su medio podamos alcancar buen concierto con Vene- 
cianos, y traher otros potentados a la liga defifensiva y a la contri- 
bucion necessaria. Der kaiser an Ugo de Moncada 11 giugno 1526. 
Lanz Corresp., t. 1, pag. 215. 

(3) Concludendo alla fine, che portava in seno la pace et la 
guerra. Gio. Matteo Giberto alproton. Gambata, Roma 19 giugno 
1526. Ruscelli Lettere di principi, 1. 1, pag. 209. 

22 



— 338 — 

residui (4). Fu tutto invano; onde il Moncada, dopo avergli 
parlato ancora, si parti da Roma pensoso di vendetta, e il 
duca di Sessa, ambasciatore cesareo, all' uscir del palazzo 
apostolico, disfogò lo sdegno con vile dimostrazione, facendo 
montar dietro di sé a cavallo un mentecatto, il quale con 
ogni maniera di buffonerie dava a vedere al popolo ch'ei si 
rideva de'suoi nemici (2). Clemente insospettito delle sover- 
chie larghezze di Cesare (3), o trascinato dal suo destino e 
dal destino d'Italia, quella volta stette fermo (4), sebbene non 
mancasse chi lo consigliava di non procedere gagliardamente 
col Moncada, perchè potrebbero a ogni ora venire avvisi di 
Francia da far desiderare che quel filo fosse attaccato (5). 
Prepoteva in quel momento la speranza di pronta vittoria. 
Appunto allora erano state intercette lettere di Antonio de 
Leva scritte al duca di Sessa, e di lui medesimo e del mar- 
chese del Guasto a don Ugo di Moncada, in cui sollecitavano 
la pratica dello accordo, ricordando il pericolo loro e del- 
l' esercito di Cesare (6). 

III. Ma non era tanta confidenza in chi aveva a disporre 
delle forze della lega italiana, quanto il timore dei capitani 

(1) Et multa in liane sententiam, Ibidem, pag. 210. 

(2) La fin feust non bien pensée, ung vouloir monstrer de de- 
spriser le monde. Alberto Pio di Carpi al re Francesco, 24 giugno 
1526. Molini, Doc. di stor. ital. t. 1, pag. 205. 

(3) Si è concluso che timendi sunt Danai etiam dona ferentes. 
Gio. Matteo Giberto a mons. di Pota 19 giugno 1526. Ruscelli. Let- 
tere di principi, 1. 1, pag. 214. 

(4) Quod si tu quoque pacem amplecti vis, recte ; sin minus, 
non defuturas mihi vires et arma, quibus et Italiani et romanam 
rempublicam defendam, omnino scito. Papst elementari den kaiser 
Juni 1516. Lanz Corresp., t. 1, pag. 217. 

(5) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 19 giugno 1526 
Opere inedite, t. 4, pag. 79. 

(6) Lo stesso al medesimo 17 giugno 1526. Ibidem, pag. 71. Vedi 
Guicciardini, Stor. d' Ital. t. 3, pag. 251. 



— 339 — 

imperiali. Conducevano l'esercito pontificio, forte di ottomila 
fanti, di sette od ottocento uomini di arme e di ottocento ca- 
valli leggieri, il conte Guido Rangoni di Modena, Vitello Vi- 
telli e Giovanni de'Medici (1), ai quali soprastava France- 
sco Guicciardini come luogotenente generale con pienissima 
e quasi assoluta potestà (2). Altrettante truppe avevano messe 
insieme i veneziani, e le guidava Francesco Maria della Ro- 
vere, duca d' Urbino. Questi, in cui aveva in fatto a consi- 
stere il governo della impresa, per non esservi uomo eguale 
a lui di stato, di autorità e di riputazione, rappresentava 
l'Italia de' suoi giorni, snervata dalla lunga disusanza delle 
armi, e mancante più presto di fede in sé stessa che di virtù 
militare. Assunto capitale era il soccorso del castello di Mi- 
lano. Le sollevazioni di que'popoli valorosi, le poche forze (3) 
e le altre difficoltà de'Ioro oppressori, parevano ai veneziani 
occasioni di gran momento al buon successo della guerra (4); 
onde, consentendo in ciò il pontefice (5), avevano fatto deli- 
berazione di romperla subitamente, non ostante che il re di 
Francia differisse di ratificare la lega. Ma il duca d' Urbino 



(1) Gio. Matteo Giberto a messer Capino in Francia 6 giugno 
1526. Ruscelli Lettere di principi, t. 1, pag. 189. 

(2) Con la maggior autorità, che N. Sig. habbi mai possuto dare 
ad buomo, et meritamente, perchè certo è di qualità singolare. Lo 
stesso al vescovo di Ferali 10 giugno 1526. Ibidem, pag. 192. 

(3) Avevano gì' imperiali a Milano, e sparsi in Cremona, Pavia, 
Alessandria ed altri luoghi da 1 1 a 12 mila fanti ; gì' italiani invece 
20,000 fanti circa, 1400 uomini d'arme e 1500 cavalli leggieri. Gio. 
Matteo Giberto a don Michele de Silva I . luglio 1520. Ibidem, p. 230. 

(4) Perchè potria esser causa della deliberalion di quel Stato 
da la intollerabile servitù in la qual se retrovano et parimenti della 
libertà d'Italia. Lettera del collegio 5 mag. 1526 oratori in curia msc. 

(5) Pare a Nostro Signore che tutto il punto della impresa con- 
sista in soccorrere in tempo il castello di Milano. Fran. Guicciar- 
dini al vescovo di Pota, Roma 31 mag. 1526. Opere inedile, pag. 37. 



- 340 — 

stimando forse più che non era giusto la valentia de' soldati 
spagnuoli e tedeschi, e diffidando smisuratamente de'proprii, 
aveva fisso nell'animo di non passare il fiume Adda, se con 
F esercito non si univano almeno cinquemila svizzeri (1). Gli 
era un voler ferire a colpo sicuro. Per vero in quel proposilo 
conveniva anche Giovanni de' Medici, parendogli che neìk 
fanterie pontificie fatte così in furia si potesse confidar poco, 
e lo stesso Guicciardini confessò che quelle da lui vedute in 
cammino gli fecero giudicare il medesimo (2). Sapevasi ol- 
tracciò essere ornai mancato il fondamento del popolo di 
Milano, avendo i capitani cesarei trovato modo di assicurar- 
selo con nuove sommosse a bello studio eccitate per disob- 
bligarsi dagli accordi fatti ai dì passati. Nel decimosesto giorno 
di giugno venuto il Leva a parole con un gentiluomo che 
non gli fece di cappello, mandollo a morte: del che irritato 
il popolo, prese le armi, sforzò la corte vecchia uccidendo 
cencinquanta fanti di guardia, prese il campanile del duo- 
mo, ne trabalzò le sentinelle, e alcune centinaia di vite visi 
consumarono combattendo. Allora i tedeschi misero fuoco 
nelle case vicine : accorsero gli spagnuoli già chiamati dal 
contorno : i capipopolo e molti nobili, fra i quali Pietro da 
Pusterla, furono mandati in bando, altri vi andarono volon- 
tari (3), e la città restò abbandonata non al saccheggio, per- 
chè dentro dovevasi pur pascere l'esercito, ma al lento san- 
guisugio de'soldati (4). Però, malgrado di queste e di altre 

(1) La intenzione ferma del duca è di non passare Adda senza 
svizzeri. Frane. Guicciardini a Gian Matteo Giberto, 20 giug. 1526. 
Opere inedite, pag. 81. 

(2) 14 giug. 1526. Ibidem, pag. 50. 

(3) 18 giugno 1526. Ibidem, pag. 71. 

(4) La terra è totalmente restata in arbitrio degli spagnuoli, che 
vi sono ingrossati, e che vi alloggiano a discrezione, e con tanta li- 
cenza che è una pietà sentirne parlare. 20 giugno 1526. Ibidem, 
pag. 82. 



— Uì — 

avversità, ben si può dire non esservi stato capitano che met- 
tesse tanta ostinazione in marciare innanzi, quanto il duca 
d* Urbino in non arrischiar nulla. Passar V Adda o V Oglio, 
motteggiava il Giberto, gli è per lui come se Vuno fosse VIndo 
e l'altro il Gange (1). Anzi, dubitando che se solamente con 
le genti sue passava l' Oglio, gì' imperiali non passassero 
l'Adda, e andassero ad assaltarlo, faceva instanza che l'eser- 
cì toecclesiastico, giunto già a Piacenza,indietreggiasse,e, pas- 
sato il Po sotto Cremona, si andasse ad unire con quello 
dei veneziani per accostarsi poi all'Adda e aspettare in sulla 
riva di quel fiume, in alloggiamento forte, la venuta degli 
svizzeri; al che i pontificii, per non lasciar sguarnite le loro 
terre, mostraronsi renitenti, proponendo invece che nello 
stesso tempo passassero i veneziani l'Adda ed essi il Po (2). 
Fu malaugurato principio di sospetti reciproci (3), e conse- 
guenza delle difficoltà trovatesi nell' ingaggio degli Svizzeri. 
Non lo aveva il papa sollecitato a tempo per voglia di non 
spendere. Strignendo poi il bisogno, bastò che il re di Fran- 
cia indugiasse alquanto a conchiudere la lega, perchè ai 29 
maggio desse ordine al vescovo di Veruli di soprassedere a 
sborsare i diecimila ducati mandatigli tre giorni prima (4). 
Volle inoltre sfortuna o imprudenza che la cura del condurre 
que' soldati mercenarii fosse data contemporaneamente a 
Giangiacomo Medici, castellano di Musso, e ad Ottaviano 
Sforza vescovo di Lodi : l'uno per cupidigia di fraudare una 



(1) A monsignor di Pola, 10 giugno 1 526. Ruscelli, Lettere di prin- 
cipi, 1. 1 , pag. 196. 

(2) Francesco Guicciardini al vescovo di Pola e a Gio. Matteo 
Giberto, 17 giugno 1526. Opere inedite, pag. 65-70. 

(3) Gio. Matteo Giberto a Roberto Acciaiuoli, 24 giugno 1526. 
Ruscelli. Lettere di principi, t. 1, pag. 221. 

(\) Frane. Guicciardini al vescovo di Pola, 26 e 29 mag. 1526. 
Opere inedite, p. 26, 31. 



— 342 — 

parte del danaro, l'altro per vanità, ed ambidue per la emu- 
lazione nata fra loro atti piuttosto a guastare il maneggio (4). 
Si aggiunse la opposizione dei ministri francesi, non infor- 
mati ancora della mente del re, e a tutto ciò la natura avara 
degli svizzeri, esigenti condizioni, per effettuare le quali ci 
volevano due mesi di tempo e un pozzo rf' oro (2). 

Così, tardando la loro venuta, perdevasi la occasione di 
soccorrere il castello di Milano, si consumavano danari e ri- 
putazione e si dava comodità ai nemici di avere sussidii. 
Con questi pensieri martellavasi F animo il Guicciardini, al- 
lorché F acquisto inaspettato di Lodi gli balenò un raggio di 
speranza. Teneva quella città in nome dell'imperatore Fabri- 
zio Maramaldo, capitano calabrese, con millecinquecento na- 
poletani, i quali non la cedevano in asperità agli spagnuoli 
ed ai tedeschi alloggiati nelle altre terre di Lombardia; il per- 
chè Lodovico Vistarmi, mosso a pietà della patria, secondo 
le intelligenze avute col duca d'Urbino, sorpresa nella notte 
del 24 giugno una postierla, v'introdusse Malatesta Baglione 
con tre o quattromila fanti veneziani. Indarno accorse da Mi- 
lano il marchese del Guasto : dopo fiero combattimento sgom- 
brarono gF imperiali anche il castello (3). Starno obbligati, 
esclamò allora il Guicciardini, a laudare tutti i veneziani e 
dare loro tante benedizioni, quante io solo ho date a questi 
dì maledizioni (4). 

Questo fatto aperse ai veneziani la via di congiungersi 
coi pontificii, e di spingersi sovra Milano. Non potrei dire, 



(1) A me non è mai piacciuto né la pratica del vescovo di Lodi, 
né del castellano di Mus. Gho. Matteo Giberto a monsig. di Pota, 10 
giugno 1526. Ruscelli, Lettere di principi, t. 1, pag. 196. 

(2) Lo stesso al vescovo di Veruli, 15 giugno 1526. Ibidem, 
pag. 203. 

(3) Marin Sanuto t. XLI, p. 550. 

(4) A Gio. Matteo Giberto, 24 giugno 1526. Opere inedite, pag. 92. 



- 343 - 

scriveva il datario Giberto, quanto pili dolce mi pareria la 
vittoria, se Italia sola, avanti che gli altri aiuti venghino, si 
avesse scosso il giogo (4). Ma il duca d* Urbino esitò. Vi son 
entro, diceva, seimila spagnuoli, e se ci accostiamo faranno 
ogni cosa per fare la giornata. Avendogli replicato il Guic- 
ciardini che al difetto degli svizzeri si potrebbe supplire 
con uno aumento di quattro o cinquemila fanti italiani, rispose 
che stimava piti le buone genti che le molte (2). Tirato infine 
dalle instanze di Guicciardini medesimo e di Pietro da Pesaro 
provveditore veneziano, andò innanzi, ma con intenzione di 
mettere sempre un dì in mezzo tra l'uno alloggiamento e 
l'altro, per dare più tempo alla venuta degli svizzeri. A tanta 
lentezza opponevasi l'ardore di qualcuno; ma nelle consulte 
dei capitani intervenivano venti o ventidue persone, ed i più 
applaudivano (3). Da Lodi Vecchio, dove si unirono gli eser- 
citi a' 28 giugno, in luogo di camminare per la via di Lan- 
drìano, mutato tutt' a un tratto consiglio, si prese quella che 
conduce a Marignano. Quivi giunto ai 30 di quel mese, volle 
il duca riconoscere minutamente i paesi circostanti (4); sic- 
ché non prima del terzo dì di luglio pervenne a San Donato, 
lontano cinque miglia da Milano. « Io non fo professione di 
guerra (scrisse il Guicciardini) e anche dubito che forse la 
volontà grande che io ho che ci liberiamo dal pericolo di que- 
sta intollerabile servitù, mi fa più ardente che non si convie- 
ne; ma veggo pure essere giudicio di molti di questi signori 
capitani, che se svizzeri sono per venire fra pochi di, sia bene 
aspettarli, perchè quanto più si può andare gagliardo, più è 
in proposito; ma quando non venissino, che le forze che ab- 

(1) A monsig. di Pola, 30 giugno 1526. Ruscelli, Lettere di prin- 
cipi, t l,pag.229. 

(2) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 26 giug. 1526. 
Opere inedite, pag. 97-98. 

(3) Chemai veddi cosa più brutta, 28 giug. 1626. Ibidem, pag. 108. 

(4) 30 giugno 1526. Ibidem, pag. 111. 



- 344 — 

biamo bastino a cavargli di Milano : dove se staranno è certo 
che abbandoneranno i borghi, perchè non bastano a guar- 
dargli e si vede non li fortificano; e chi ha giudizio conclude 
che il difendere il corpo della città è difficilissimo, perchè è 
debole al possibile e sopraffatta dal sito dei borghi. Loro sono 
pochi a comparazione nostra, non possono abbandonare la 
guardia del castello, né il popolo è sì battuto che non abbino 
a starne con qualche sospensione (4). » Fosse per queste 
considerazioni, o per false relazioni di qualche esploratore, 
anche il duca se ne mostrò persuaso, e, dato ordine di muo- 
vere il di sette luglio all'assalto, dichiarò al Guicciardini me* 
desimo, presente il provveditore veneto, tenere per fermo che 
quel dì sarebbe alle armi loro felicissimo. Ma trovata, fuor 
della opinione concepita, vigorosa resistenza a porta Romana 
e a porta Tosa, e caduto perciò dalla speranza di guadagnare 
i borghi senza contrasto, ridusse la fazione a scaramuccia 
leggiere ; poi sul far della notte deliberò precipitosamente di 
ritirarsi a Marignano. Chiamati a sé i principali capitani, disse 
aver troppo arrischiato accostandosi a Milano; spettare a lai 
soprattutto la salvezza dell'esercito; esser timidi i wsuoi, in- 
gagliarditi i nemici; molti di quelli disposti nel precedente 
scontro ad abbandonare l' artiglieria se non erano a tempo 
rattenuti ; doversi ancora quella notte levare il campo. Ap- 
provarono tutti; solo Camillo Orsini, notando la ignominia 
che ne verrebbe, consigliava a differire la levata almeno fino 
al domani. Soggiunse il duca che non v'era tempo da mettere 
in mezzo, e allora il provveditor veneto ricordò l'obbligo di 
consultare il partito co' pontificii, né trovato alcuno che ?i 
volesse andare, vi si recò egli stesso con sommo suo perico- 
lo, passando assai dappresso alle sentinelle nemiche. Adunati 
i capitani pontificii, e sentita la deliberazione, Guido Rangoni 
e il Vitelli mostrarono assentirvi; forte si oppose Giovanni 

(1) Al vescovo di Pola, 1. luglio 1526. Ibidem, pag. 115. 



- 345 — 

de' Medici ; Guicciardini si tacque. Tornò il provveditore in- 
sieme col Rangoni e col Vitelli per discuter meglio la cosa ; 
ma visto già il campo in movimento, non restò ai pontificii 
che richiamarsene e seguirlo (4). Ne fecero gran romore i 
veneziani : scrisse il senato al provveditore che rimanesse 
agli alloggiamenti e continuasse l'assedio di Milano (2), e il 
doge medesimo se ne dolse con Luigi de Gonzaga, capitano 
de'cavalleggieri, mandato a giustificare quella ritirata (3). La 
quale, essendo avvenuta il di medesimo, otto luglio, che a 
Roma, a Venezia e in Francia pubblicavasi solennemente la 
lega, commosse gli animi non solo per l'effetto della impresa, 
ma eziandio per la infelicità dello augurio. 

E chi varrebbe a descrivere la costernazione del popolo 
di Milano? Avendolo spogliato delle armi e mandate fuora le 
persone sospette, Antonio de Leva e il marchese del Guasto 
lo credevano abbastanza avvilito per non farsi scrupolo di 
usare ogni estrema acerbità. Né gì' inquietava la mancanza 
di danari a pagare i soldati, i quali alloggiati per le case, 
dopo aver mandato a sperpero le campagne, costringevano i 
loro ospiti a provvederli in gran copia di vettovaglie, e molti 
li tenevano legati per impedire che si fuggissero occultamente. 
Le botteghe stavano chiuse; le ricchezze delle case e gli or- 
namenti delle chiese, sebbene sotterrati, non erano sicuri, 
perchè quelli, sotto specie di cercare dove fossero le armi, 
andavano frugando per tutto, sforzando ancora i servi a ma- 
nifestarli e insieme contaminando i corpi (4).«Donde era (scri- 

(1) Lettera di Pietro Pesaro dal campo, 8 luglio 1526. Marin Sa- 
nuto, t. XLII, pag. 62 e seg. 

(2) Secreta Rogat. 26 luglio 1526. 

(3) Marin Sanuto, t. XLII, pag. 75. 

(4) Gli spagnuoli comenzomo a far per Milano cose, che io non 
le potrò narrare perchè non gh' è chi le credesse. Fra le quali, se 
uno omo d'arme, overo uri fante alogiava in una casa, non bastava 
avere quella dove elogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per 



— 346 — 

ve il Guicciardini) soprammodo miserabile la faccia di quella 
città, miserabile l'aspetto degli uomini ridotti in somma me- 
stizia e spavento; cosa da muovere estrema commiserazione, 
ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli 
che l'avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e 
per le ricchezze de'cittadini, per il numero infinito delle bot- 
teghe ed esercizi, per l' abbondanza e delicatezza di tutte le 
cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e 
sontuosissimi ornamenti suoi così delle donne come degli 
uomini, e per la natura degli abitatori inclinati alle feste e ai 
piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima 
e felicissima sopra tutte le altre città d' Italia. » 

I poveri Milanesi eransi lusingati che il contestabile di 
Borbone, venuto il sesto di di luglio ad assumere il comando 
degl'imperiali, avrebbe per benefizio suo impedito lo strazio 
di un paese, secondo era fama, promessogli da Cesare. E Ce- 
sare in fatto, mandandogli centomila ducati, gli diede ordine 
di riformare le truppe e farle vivere del loro soldo senza op- 
primere il popolo (1) : a tal uopo non prendesse a suo carico 
gli stipendii residui, avendo riguardo al maggior guada- 
gno che fecero vivendo di ruba; delle genti straordinarie 
mantenesse quel tanto ch'era strettamente necessario (2); fa- 



uno delle case, e le facevano pagare un tanto al giorno; talmente 
che el gh'era tal omo d'arme e forte, che toccava da sei o otto scudi 
al giorno, e chi più e chi manco. E se trovavano qualche robe per 
le case che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, bisognava 
che ghe dessero tanti dinari come quasi valeva la roba ... era tale 
omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al 
giorno in farghe le spese ; e non tanto a loro, quanto ancora alli 
cavalli da biada. Burigozzo, Cronaca di Milano, 1. e. 

(1) Reformer larmèe ... et les fere vivre pour leurs deniers 
sans fouler le peuple, 14. luglio 1526. archivio di corte e di stato in 
Vienna. 

(2) Sans mangier ny piller les pauvres peuples pour eviter leurs 



— 347 — 

cesse che gli usurpatori de 9 danari mandati da Ini o ricevuti 
da Napoli e da qualsivoglia altro luogo, e coloro che riscos- 
sero le rendite del ducato sin dal tempo della prigionia del 
Morone, ne rendano conto. Conforme a questi ordini prodigò 
il Borbone compassione e buone parole; ma intanto gli des- 
sero trentamila ducati ed ei condurrebbe l'esercito ad allog- 
giare fuora di Milano; se non lo faceva, giurò contentarsi fin 
d'ora che Dio gli mandasse la prima archibugiata del nemico 
nel capo. La era somma esorbitante per città consumata, e 
nondimeno tutti si tassarono. Ma come la ebbero data, sia 
che que' denari non bastassero ai pagamenti dovuti (4), sia 
ch'ei non potesse resistere alla insolenza de' soldati, incitati 
anche da alcuni capitani che per ambizione o per odio con- 
trariavano i suoi disegni, non tenne fede, né in veruna guisa 
assicurò gli abitanti da que' rapaci, che chiedevano a piena 
gola il saccheggio di una ricca città. Onde per finire tanti 
supplizii, chi si gittava dai luoghi alti nelle strade e chi mi- 
serabilmente sospendevasi da sé stesso. 

Tanta era in questo tempo la mancanza di vettovaglie 
nel castello, che gli assediati, per desiderio di allungare quanto 
potevano la dedizione,fecero uscire quasi cinquecento persone 
disutili (2), le quali nella notte del 47 luglio, attraversate sen- 
za ostacolo le trincee, giunsero al campo di Marignano, e fatta 
fede della estremità in che si trovava lo Sforza e della debolez- 
za delle trincee medesime, perchè fin le donne e i fanciulli le 
avevano passate, costrinsero i capitani della lega a far nuova 
prova di soccorrerlo. Né il duca d'Urbino potè opporvisi, es- 

clameurs et la jre de Dieu . . . que les pietons vivent comme pietons 
et non comme chevaliers. Ibidem, 

(1) Con lettera 27 ag. 1526 dimostrò il Borbone all'imperatore 
non aver riscossi dei centomila ducati, che 75,433, perchè 11,767 
andarono a sconto della cambiale, e 12000 furono tolti anticipata- 
mente prima della sua venuta. Bucholtz, t. 3, pag. 37. 

(2) Lettera del Collegio, 19 luglio 1526. 



— 348 — 

sendo finalmente arrivati all'esercito cinquemila svizzeri con- 
dotti dal castellano di Musso e dal vescovo di Lodi; ma siccome 
aspettava ancora le truppe della stessa nazione ricercate dal 
re di Francia, cosi tenne quattro giorni per marciare da M&- 
rignano a Casoretto, passeggiata di tre ore. Dopo lunghe con- 
sultazioni fu stabilito che il dì 24 luglio si darebbe l 9 assalto 
alle trincee, e in quel giorno medesimo vennero nuove certe 
che il castello, non avendo tanto pane che bastasse alla cena 
di quattro uomini, era accordato (i). Due conclusioni sono 
verissime, scrive il Guicciardini : la prima che era facile soc- 
correre il castello e pigliare Milano, la seconda che il duca 
di Urbino non ha saputo o non ha voluto farlo . . . Se è ma- 
lignità, io non so trovare la radice; se è slata ignoranza, è 
tutta fondata in su uno terrore che gli è entrato nell 9 ànimo 
della virtii degli spagnuoli e debolezza de 9 nostri, che eccede 
ogni ragione (2). E in questa ultima sentenza mi acqueto, 
non nelle illazioni che si fecero di sua dubbia fede (3)* Poco 
stimando le proprie forze, naturai cosa era che ogni speranza 
di vittoria riponesse nella tattica di Prospero Colonna eh' ei 
si tolse a modello ed esagerò. Vero è che aveva mal animo 
al papa, di quella famiglia de'Medici ond'era stato un tempo 
spogliato del suo; dispregiava i consigli del luogotenente pon- 
tificio, come di persona forense imperita delle cose milita- 



(1) Frane. Guicciardini a Roberto Acciaiuoli, 26 luglio 1526. Ope- 
re inedite, pag. 1 18 — fatti li capitoli non era pur uno pane in ca- 
stello, li duca Sforza al cav. Landriano, orator suo a Roma. Crema, 
19 ag. 1526. archivio di s. Fedele a Milano msc. 

(2) A Gio. Matteo Giberto, 27 luglio 1526. Opere inedite, pag. 119. 

(3) Se è malizia e proceda da lui, bisogna nasca o da mala di- 
sposizione verso il papa, o da qualche umore occulto, come sarebbe 
di volere fare cadere questo stato in mano de' franzesi, o dal vo- 
lere con lo stangheggiarci, e di questo più dubito, tirare qualche 
suo disegno. Ibidem, pag. 121. 



— 349 - 

ri (i); dolevasi che fosse in campo il figliuolo del signore di 
Camerino, inimico suo, il quale andava bravando che il papa 
gli farebbe dar presto Sinigaglia, e più acuta sentiva la spina 
di san Leo e di Montefeltro, che i fiorentini ritenevangli an- 
cora. Ma a queste ragioni particolari de'suoi lamenti aggiun- 
gevasi un'altra più forte e giusta, in cui consentir debbe chi 
s'intende di guerra, la mancanza cioè di unità ne 9 consigli e 
nel volere. Indi la proposta del capitanato generale degli eser- 
citi. Questa impresa ha bisogno di uno, che possa comandare 
a tutti, cosi tornò a dire il di medesimo che avvenne la dedi- 
zione del castello di Milano; io credetti si farebbe da primi- 
pio, e non fu fatto; facciasi ora; non mi curo esser quello; ma 
ho deliberato in caso contrario di non travagliarmi più delle 
genti della Chiesa (2). I veneziani, malcontenti delle prove 
avute finora (3), ed alieni, secondo lor natura, dal commettere 
ad uno solo il governo delle armi, fecero ogni opera per ri- 
muoverlo da quella fantasia, come la chiama impropriamente 
il Guicciardini, mandando a tal uopo in campo Luigi Pisano, 
gentiluomo di grande autorità (4). Al contrario il papa spedi 
il breve desiderato, ma con ordine al suo luogotenente di 
non usarne se non per necessità; sicché questi, inteso quanto 
gli pesasse, non lo consegnò (5). 



(1) Francesco Guicciardini scriveva a Gio. Matteo Giberto, di es- 
sere totalmente odioso a tutti, 18 giug. 1526. Ìbidem, pag. 75. 

(2) Lettera precitata, 27 luglio 1526. Ibidem, pag. 122. 

(3) Mostrommi (il provveditor veneto) lettere di Vinegia che 
mostrano pessima satisfattone ; e il Principe (il doge) gli fa scrivere 
che mi conforti a non consigliare Nostro Signore che consenta al 
capitanato, perchè è cervello leggiero e da precipitare uno mondo. 
Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 30 lug. 1526. Ibidem, 
pag. 145. 

(4) 5 ag. 1526. Ibidem, pag. 179. 

(5) 4 ag. 1526. Ibidem, pag. 171. Qual opinione si avesse intorno 
a ciò a Roma addimostralo la lettera del cav. Laudriano al duca 



— 350 — 

Mancata la speranza di soccorrere il castello, non si al- 
lontanò il duca di Urbino dall'alloggiamento preso a duerni- 
glia da Milano; ma differito l'assalto della città insino alla 
venuta degli svizzeri che si soldavano col nome del re di 
Francia, smembrò una parte dell' esercito per mandarlo alla 
espugnazione di Cremona, importante a difficoltare il passo 
a nuove genti tedesche (4). Nel qual consiglio di guerra non 
convennero i soli Vitello Vitelli e Giovanni de' Medici, sem- 
brando loro che a più risolute imprese dessero buon fonda- 
mento il poco numero de' nemici senza danari (2) e la dispe- 
razione de'popoli. I quali erano talmente caduti in preda colle 
robe e con le persone, che volendo il duca di Borbone mo- 
derare il di 2 agosto qualcuna delle consuete violenze, si con- 
citò tanto tumulto addosso da correre pericolo della vita; e le 
migliori parole che gli usassero gli spagnuoli, fu che era trar 
ditore, e che come aveva ingannato il re di Francia, ingan- 
nerebbe anche lo imperatore (3). Tra lui e gli altri capitani 
non era oltracciò concordia alcuna, e il marchese del Gua- 
sto, disgustato per più conti di Cesare (4), faceva professione 

Sforza : Et hora per metere tolto et sale su V insalata et aconzar 
meglio et stomacho ala brigata, et duca d'Urbino vote et intende ha- 
ver et capitaniato generale de la lega, 1. lug. 1526. Archivio s. Fe- 
dele di Milano msc. 

(1) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 27 e 28 luglio 1526. 
Opere inedite, pag. 130 e 136. 

(2) Ai 25 luglio mandò Cesare al Borbone altri centomila ducati 
in lettere di cambio (Bucholtz t. 3, pag. 37), e ai 27 scrivevagli Ad. 
de Rup signore di Vaury, segretario del Borbone medesimo : si vo- 
tre majeste pourveoit diligemment denvoyer de largent a mon seh 
gneur, il le vous employera si bien, et myeulx que argent que vo- 
stre majeste despendit jamais; carj espere quii vous fera seigneur 
et maistre de toute Italie . . . Votre armee vit en ceste ville a discre- 
tion. Lanz. Corresp., 1. 1, pag. 218. 

(3) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 2 ag. 1526. Opere 
inedite, p. 157. 

(4) Dopo la morte del Pescara, il duca Sforza, che di lui solo fl- 



— 38* — 

di amico degl'italiani (4), offerendosi persino di passare dalla 
lor parte, con animo ben diverso dal Pescara suo zio, di cui 
riprovava il misfatto (2). 

Che tutti questi fondamenti bastassero, non potrei dire. 
Certo è che la sconfidenza de 9 collegati in sé medesimi ag- 
giunse audacia agP imperiali di violare T accordo conchiuso 
ai 24 luglio col duca Sforza. Contenevasi in esso che all'uscir 
del castello avrebbe il possesso e il governo di Como, con 
tante altre entrate che a ragione di anno ascendessero in tutto 
a trentamila ducati, e che Gianangelo Riccio suo segretario, 
e il Poliziano, segretario del Morone, resterebbero in mano 
del protonotario Caracciolo per essere esaminati, con condi- 
zione di rilasciargli poi e fargli condarre in luogo sicuro. 
Non è dubbio aver lo Sforza da principio deliberato di non 
far più cosa alcuna che potesse spiacere a Cesare; onde Fran- 
cesco Taverna, orator suo a Venezia, meravigliato di tanta 
fede dopo tanti inganni, non trovava parole sufficienti a dis- 
suadernelo, mettendogli innanzi anche il pericolo che i con- 
federati ristabilissero il fratello Massimiliano (3). Scriveva lo 

davasi, avevalo nominato capitano generale degli eserciti in Lom- 
bardia con decreto 12 dicembre 1525, Archivio s. Fedele di Milano. 
Lettere reali 1522>1535. rase. L'imperatore non confermò la nomina, 
eleggendo in sua vece il duca di Borbone. 

(1) Il Leva affermava che i popoli d'Italia sono affezionati a Ce- 
sare. 11 marchese del Vasto invece scriveva che sono mimicissimi. 
Cesare prendea sospetto del marchese, come troppe italiano, né 
prestavagli molta fede. Dispaccio di A. Navagero, Toledo, 12 genn. 
1526. E. Cicogna, Iscriz. ven., t. 6, pag. 185. 

(2) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 1. ag. 1526. Opere 
inedite, pag. 152. 

(3) Sopragiunsero poi heri sera le lettere de vostra exc. de 27, 
eoa quale ne ordina che non voglia da qui inanzi negotiar in cosa 
alchuna che possa darli caricho presso la M.tà cesarea, per esser de 
sua ferma intentione observare la capitolazione facta ... a molli 
pare cosa nova che sotto pretexto de volerse mostrar fedele al im- 
peratore se tenga in speranza vostra exc. che lo debbi lassarlo 



— 352 — 

stesso Domenico Sauli (1). Diede meglio nel segno l'oratore 
a Roma, approvando l' andata del padron suo a Como, ben 
certo che gl'imperiali non tarderebbero a dargli causa legit- 
tima di romperla con essi (2). E fu cosi : ancor per via ebbe 
avviso lo Sforza che intendevano ammetterlo in Como, ma 
non levarne la guardia che vi era; il perchè, non potendo più 
fidarsi di loro, che, non paghi di averlo spogliato d'ogni be- 
ne, avevano persino attentato alla sua vita col negargli i me- 
dicamenti in castello (3), tornò al campo degli alleati e se ne 
andò poi a Lodi, la qual città fu dagli alleati medesimi libe- 
ramente rimessa in sua mano (4). Di là, infermo, senza un 
quattrino (5), carico di debiti, dopo essersi doluto con Ce- 
ni stato, havendose già sua m.tà tante volte declarato del animo 
suo . . . Questo per risoluto replico a vostra exc. che non decoran- 
dosi liberamente ad esser con la legha, questi Signori et il resto 
delli confederati lo baranno per inimico e procureranno metter il 
s.or suo fratello nel stato. Venezia, 29 luglio 1526. Archivio s. Fedele 
di Milano msc. 

(1) Venezia 29 luglio 1526. Ibidem msc. 

(2) Tra tanto si vederà se francesi voleno mai venir o no, et senza 
dubio li cesarei non observaranno a sua exc. tutto ni forse parte del 
promesso, per il che havra legiptima causa di venir in campo. Let- 
tera del cav. Landriano al duca Sforza. Roma, 1. agosto 1526. Ibi- 
dem msc. 

(3) Si possiamo nominar nel numero de li strupiati, qual cosa 
è solo causata per la crudeltà de spagnuoli, quali oltra che ne 
havevano spoliati del stato et de ciò havevamo al mondo ne vole- 
vano anchora levar la vitta non havendo mai voluto concedermi 
de poter haver pur una sola medicina. // duca Sforza al cav. Lan- 
driano a Roma. Crema, 19 ag. 1526. Ibidem msc. 

(4) Per quello ho potuto ritrahere da sua M.ta molto gli è di- 
spiaciuto che Borbone non habbia osservato quanto havea pro- 
messo. Ma gli è pesato assai che quella se sia ritirata nel paese 
de venetiani et haria voluto fosse sta dal ser.mo Infante. Gio. 
Ani. cav. Biglia, oratore milanese in Ispagna, al duca Sforza. 
Granata, 24 sett. e 3 ott. 1526, Ibidem msc. 

(5) Stamani mi domandò duemila ducati in presto, e altrettanti 



— 3G4 — 

sare che dei capitoli fatti non gli fosse osservato che uno so- 
lo, quello cioè di lasciarlo partire salvo con tutti i suoi dal 
castello (4), affermando sempre la propria innocenza (2), si 
ridusse a Crema, terra dei veneziani, e fece ratificare a Ro- 
ma la lega conchiusa in nome suo colla Francia (3). 

IV. Nel tempo che il castello di Milano pervenne in po- 
testà dei capitani cesarei, sinistrò anche la impresa di Siena, 
tanto importante al papa per isnidare la parte imperiale, che 
vi teneva il governo, da luogo molto opportuno ad assaltare 
Firenze o Roma. Tentata indarno da prima con pratiche oc- 
culte, non riusci meglio colla forza aperta, sehbenc Virginio 

al provveditore veneto clic ne lo servì. Io per non avere danari 
non potetti accomodarlo, ma gli promisi di farlo come ci saranno. 
Frane, Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 29 luglio 1526. Opere 
inedite, pag. 141. Vi avisamo che mai habiamo possuto haver dal 
s.r Locolenente dinari alcuni benché ne li havesse promesso. Imo 
non solo ne ha data la negativa: ma anche usalo alcune parole po- 
dio commendabili. // duca a Francesco Taverna. Crema, 19 agosto 
1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(1) In questo modo trattati qui siamo, trovandosi senza colpa 
nostra privi del stato di fatto et senza cognitione alchuna, havendo 
mille volle dimandato iustitia, non esserne observate le convenzio- 
ni, con negato uno Como che è la minima città del stato ... se tro- 
viamo incerti né sappemo da qual canto voltarsi, maxime trovan- 
dosi infermi exhausti et carichi de'dcbiti et in tuto derelitti da S. Ma 
in la quale havevamo collocato ógni nostro fondamento et speran- 
za. Il duca a Gio. Antonio cav. Biglia, 28 lugl. e 7 ottobre 1526. 
Ibidem msc. 

(2) 11 s.r duca di Borbone, et quelli altri s.ri capit. ces. al reu- 
scir nostro di castello ritennero Gio. Ang. Ritio nostro secr. et el 
8.r proth. Caracciolo l'ha examinato sopra certi articoli dati pel D. 
P. (D'Àvalos Pescara) et sopra il detto del Morono, et in tutto ha de- 
poeto la verità, per la quale depositione sua M.tà Ces. potrà cogno- 
scere la innocentia nostra, 7 ott. 1526. Ibidem msc. 

(3) Mandò il mandato ai 19 ag. e ai 16 sett. 1526 scrivevagli l'ora- 
tor suo di Roma : hogi dio dante ho facto la ratifìcalione de la lega 
juxta formam mandati. Ibidem msc. 

23 



— 362 — 

Orsini, conte dell'Anguillara, Luigi conte di Pitigliano, éGian- 
francesco suo figliuolo, Gentile Baglione, e Giovanni da Sas- 
satello conducessero milledugento cavalli e più di ottomila 
fanti; ina quasi tutti, o levati dal dominio della chiesa e 
dei fiorentini, o mandati senza danari agli emigrati da amici 
loro del Perugino e di altri luoghi. In campo non era chi co- 
mandasse, né chi ubbidisse; non vi erano guardie, non scol- 
te, non luogo assegnato per il mercato (4), sicché i vivan- 
dieri ingombravano coi loro banchi la sola strada che ser- 
viva di sfogo all' esercito. Per i quali disordini, ed essendo 
state battute le mura in vano, né avendo que'di dentro fatto 
segno alcuno di tumulto, fu deliberato in Firenze di coman- 
dare la ritirata. Ma nel di 25 luglio, precedente a quello in 
cui la si doveva eseguire, quattrocento fanti usciti della città 
assaltarono la guardia delle artiglierie composta in gran parte 
di córsi venuti col conte dell' Anguillara : questi subito vol- 
tarono le spalle, e tanto bastò perchè tutti si mettessero in 
fuga, senza mai far testa né fermarsi insino a Castellina, dieci 
miglia distante (2). Così ai fiorentini, oltre alla ignominia, 
restò la spesa del difendere le terre di confine contro i sa— 
nesi indignati; incomportabile in un tempo che contribuivano 
smisuratamente alla guerra di Lombardia. 

Più assai di Siena, sarebbe importato acquistar Genova*, 
per chiudere a Cesare la via de' danari, e que' comodi porti 
allo sbarco di nuove truppe dalla Spagna, colle quali poteva 



(1) Francesco Vettori, Storia d'Italia, 1. e, p. 366. 

(2) Questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio 
dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 
in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, 
quando entrava una paura negli animi che fuggivano, e non sa- 
pevano da chi . . . senza esser seguiti più d' un migjio, ne fuggi- 
rono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior 
signore che si trovi, e in questo mi pare di averne visto l' espe- 
rienza certissima. Frane. Vettori a Nic. Machiavelli, 7 ag. 1526. 



— 3fi3 — 

lettere in pericolo l'esercito accampalo presso a Milano (4). 
"ondimeno i confederati, come al solito, procederono lan- 
cidi, per guisa eh' ei potè a suo agio rinforzarne il presi- 
Io con millecinquecento fanti, e non prima del 29 agosto 
innironsi le loro flotte colla francese lungamente aspettata 
Livorno. Allora i capitani spartironsi la guerra. Pietro Na- 
arro con ventiquattro legni s'impadroni di Savona e di tutta 
a riviera di Ponente; Andrea Doria passato agli stipendii del 
>apa, e il veneziano Armerò, l'uno con otto e l'altro con tre- 
lici galee occuparono la Spezia e Portofino; donde strigne- 
rano Genova per mare. Ma non erano concordi fra loro, e 
federico Fregoso arcivescovo di Salerno, non inesperto alle 
battaglie navali e ricondotto dall'esilio alle armi per ridurre 
a patria a devozione del re di Francia, vedeva ogni giorno 
son lo scemare l'autorità principale (della quale pare avesse 
promessa nelle regie commissioni) crescersi i disgusti (2). 
Tutti poi accordavansi in ciò che fosse la espugnazione per 
m&re impossibile e l'assedio vano, sinch'era aperta alle pro- 
vigioni la strada di Lombardia (3). Indi le ripetute instanze 
al duca d' Urbino che mandasse almeno quattromila fanti a 
chiudere i passi (4). Né quei si mosse, impedito dalla impresa 

(1) Gio. Matteo Giberto a messer Capino, 5 giugno 1526. Ruscelli, 
Lettere di principi, 1. 1, pag. 185. 

(2) Lettere di Federico Fregoso al gran maestro Montmorency, 
Molini, Doc. di storia ital., pag. 213-223. 

(3) La città stava male de viveri et senza quelli che gli vanno 
dal canto de Lombardia, che ordinariamente gli vanno ogni giorno 
da cerca ducenlo some, non l' haverebbe possuta, né la potrebbe 
durare, che detti viveri con pocco numero de gente che guardas- 
sero li passi de verso il stato de Milano, se gli levariano facilmen- 
te. Aovisi di Genova, Ibidem, pag. 249. 

(4) li parere del Doria è (sin da) principio delia guerra), che se 
oltre all' armata sua in uno medesimo tempo si assaltano per via 
di terra con quattro o cinque mila fanti, che l'abbia a riuscire. Frane. 
Guicciardini al cesc. di Pola, 5 giugno 15*26. Opere inedite, pag. 40. 



- 364 - 

di Cremona. La quale, essendosi cominciata da Malatesta 
BagIione,con forze non rispondenti per numero, governo, ed 
ubbidienza alla gagliarda virtù de'difensori, andava tanto al- 
la lunga che infine deliberò condurvisi egli stesso con quasi 
tutti i fanti veneziani, non si tosto ai cinquemila svizzeri che 
già aveva in campo sotto Milano si aggiunsero gli ottomila 
soldati per mezzo del re di Francia. A che non smembrarne 
una parte? e quando bene si credesse ancora impotente a 
due imprese nel medesimo tempo, non valeva forse meglio 
abbandonare V assalto di Cremona per accorrere al blocco 
di Genova (4)? Tanto era di ciò persuaso il Giberto da darlo 
per certo, e così, (poco fidando in lui) diceva, non si essendo 
fatto niente a Genova per essere occupati a Cremona, si te- - 
ver anno di là indarno per non far niente a Genova; e qw — 
sto è stato il gioco nostro di tutto quesf anno (2). Ma s' in — 
gannò : a nulla giovarono le rimostranze del Guicciardini es 
di Nicolò Machiavelli mandato a tal uopo (3) : ostinato in- 
torno a Cremona fece opera paziente con le trincee e eoa 
gran numero di guastatori per guadagnare a poco a poco 



(1) Approverei bene che queste armate venissino verso Geno- 
va ... et penserei che se la fortuna non volessi aiutare Cesare fuori 
dell'ordinario in questa impresa, chome ha facto quasi in tutte l'al- 
tre insino qui, che dovessi riuscire il voltarli, et che nella rivolli- 
tione di Genova consistessi assai la Victoria. Frane. Vettori a Sic. 
Machiavelli, 24 ag. 1526. Molini, Doc. di stor. ital. Arch. stor. tte/., 
Append., n. 9, pag. 418. 

(2) Al protonotario Gambara, 11 sett. 1526. Ruscelli, Lettere di 
principi, t. 2, pag. 11. 

(3) Riferisce Nicolò Machiavelli ... per qualche coniettura e 
parola che ha udito in consiglio, che se bene si scoprissino nuove 
difficoltà, vi sia inclinazione di continuare la impresa : cosa ebe 
merita molta considerazione, perchè passerebbe senza dubio tutta 
la opportunità delle cose di Genova, e ogni altro disegno resterebbe 
implicato e sospeso. Frane. Guicciardini al vescovo di Pota, 14 sett. 
1526. Opere inedite, pag. 362. 



— 36B - 

erreno, e quando il di 23 settembre la ridusse in necessità 
li arrendersi (4), passato era il momento opportuno a cose 
maggiori. La lentezza della guerra, non confortata da verun 
atto splendido, aveva già prodotto l'effetto solito delle leghe, 
li allentarne i vincoli. Uno stato, che solo si difende contro 
nolti, può bensì salvarsi temporeggiando; ma le leghe vanno 
ncontro a tanti più rischi, quanto è maggiore il tempo che 
ichieggono le loro operazioni. Ogni sinistro le espone alla 
perdita di un confederato, e se mostrano diffidenza nelle 
proprie forze, risvegliano anche quella de' sudditi. 

V. Non erano gli stati italiani preparati alla guerra della 
indipendenza, né con la concordia né con la costanza degli 
animi che si richieggono per farla reputare un dovere, quando 
bene non sia più un mezzo pronto di salvezza. Meno ancora 
i popoli a portarne in pace le gravezze, e, sopra ogni altra, 
la grande corruttela de' soldati, i quali, seguitando, benché 
pagati, l'esempio degli spagnuoli, avevano per le rapine ed 
estorsioni loro convertita la benevolenza e la letizia in odio 
e disperazione. « Taglieggiare i paesi; mettere sossopra le 
cose ; fuggire le fazioni; gareggiare l'uno con l'altro, deside- 
rare che il mondo mini per parere savio, o perchè l'altro 
paia pazzo o da poco; voler dare condizione ai cagnotti o pa- 
renti che non lo meritano, senza rispetto alcuno allo inte- 
resse de'padroni e della impresa; seminare zizzanie e mali 
officii per il campo » ecco, scriveva il Guicciardini, i princi- 
pali disordini, ed avrei troppa memoria se mi ricordassi della 
metà (2). Maggiori erano nell' esercito pontificio; ma ne pa- 
tivano anche i veneziani, stando trentasei dì, e alle volte qua- 
ranta e cinquanta, dall'una paga all'altra (3). E dipendevano 



(1) 24 sett. 1526, Ibidem, p. 393. 

(2) A Gio. Matteo Giberto, 14 nov. 1526. Opere inedite, pag. 534. 

(3) Pagano ogni trentasei dì ; i nostri se gli voglio condurre a'31, 
ci è più romore che in inferno . . . Lamentasi il duca d'Urbino, e di 



- 366 - 

in gran parte dal mal governo de' capitani, che le loro genti 
adoperavano comunemente o a mercalanzia, o a pampa e a 
far corte. Quanto invero mostraronsi dissimili le bande con- 
dotte da Giovanni de 9 Medici ! Il quale, essendo tutto giorno 
con esse in sulle esperienze e in sui pericoli, le aveva rese in- 
trepide dinanzi ai più valorosi nemici (i), per modo che se 
la fanteria italiana, diceva a ragione il Guicciardini, avesse 
avuto mai a far prova in una giornata contro agli oltramon- 
tani, o V avrebbe fatto sotto di lui, o non si poteva sperare 
che la facesse mai sotto altri (2). Né a tenere in freno que'ca- 
pitani, o a comporli, se discordi, bastava l'autorità del luogo- 
tenente pontificio da una parte, del prò vv editor veneto dal- 
l'altra; quegli essendo, come persona di professione diversa, 
dispregiato da tutti (3), questi impedito dal rispetto di con- 
sultarsi in ogni cosa con la Signoria (4). 

Aggiungasi la inconsiderata usanza di lasciar liberi i 
prigioni di guerra. E che dire delle frodi de' capitani, massi- 
me degli svizzeri, per farsi pagare oltre al numero de' sol- 
dati che avevano? La era turpitudine inveterata, e non ci si 
vedeva rimedio buono. Ho trovato, lamentava il Guicciardini, 
mancamento sì eccessivo che mi vergogno a dirlo; lasciando 
andare f acqua alla china, pagheremo diecimila fanti e non 



questo ha grandissima ragione, che le fanterie veneziane . . . stan- 
no i più belli 40 e 50 di dall' una paga all' altra, 6 ag. e 9 ott. 15%. 
Ibidem, pag. 185,431. 

(1) 28 ag. 1526. Ibidem, pag. 291. 

(2) 7 nov. 1526. Ibidem, pag. 5J2. 

(3) Io ardo di volootà che tulle le cose siano guidate per lo 
ordine suo, né farò mai difticultà a questo effetto di pigliare fatiche 
o inimicizie ; ma olire che solo non posso tanto peso, non è anche 
a proposito che io sia qua totalmente odioso a tutti, 18 giugno 
1526. Ibidem, p. 75. 

(4) Perchè se le cose poi succedessino male, ne resterebbero 
ruinati a Vinegia, 15 ag. 1526. Ibidem, p. 215. 



— 367 - 

avremo quattromila (i). Quante molestie, e cosi avversi i 
successi! Dolevasi il papa di aver già speso oltre ai quattro- 
centomila ducati che credeva bastassero a compiere la im- 
presa; altrettanto i veneziani; ma più ancora e sino al cielo 
strillavano i fiorentini, ai quali il papa con grandissima em- 
pietà aveva gettato addosso quasi tutto il peso della guerra 
in Lombardia (2). I soli stipendii degli svizzeri importavano 
circa sessantaseimila ducati al mese (3), e pur il papa voleva 
non si passassero i cinquantamila; sicché per la cura del sod- 
disfarli stava in continuo tormento il Guicciardini (4). « Biso- 
gna prima disegnare le genti che si hanno a tenere (rispon- 
devagli), poi calcolare la spesa; non col tassare la spesa, met- 
tere altrui in necessità di fare lo impossibile, o di mancare 
delle forze che occorrono. Io prego vostra santità che si ri- 
cordi, che le genti non si pagheranno co' disegni in aria, e 
che quando è il tempo delle paghe, bisogna mandare danari 
e non conti o ghiribizzi incerti; e la prego quanto posso per 

(1)5 sett. 1526. Ibidem, p. 323, 325. 

(2) N. S.e si trova haver speso sin qui li 400,000 ducati (che 
credeva bastassero a tutto) et poco manco de 500,000 et non se è 
fatto niente o pocho ... et Fiorentini cridano et strilano sin' al cielo, 
Venetiani non cessano de lamentarsi, havendo anchora loro speso 
tanto comò sua San.ta . . . voglio concluder chel papa è stracco et 
venetiani lassi de la spesa, vedendosi tanto mal serviti da li soy. // 
cav. Gaspare Landriano al duca Sforza. Roma, 30 sett. 1 526. Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Lo ordinario delle paghe di tutti importa vel circa a sessan- 
taduemila ducati il mese ; estraordinarii di officiali o altri non do- 
veriano passare tre o quattromila scudi . . . sono in tutto circa a 
tredicimila a condotta di paghe vive, ma in fatti ci è fraude assai. 
Frane. Guicciardini a Già. Matteo Giberto, 24 ag. 1526. Opere ine- 
dite, pag. 270. 

(4) Io mi confondo quando veggo le risposte che mi sono date 
alienissime dalla ragione e dal bisogno, né so farci altra provvisio- 
ne, che tra per questo e per altro morire ogni dì di dolore mille vol- 
te, 7 ag. 1526. Ibidem, p. 247. 



- 368 ~ 

conservazione della sedia apostolica e sua, per beneficio della 
sua patria, e per la salute di tutta Italia, non vada più diffe- 
rendo il risolversi fare grossa provvisione di danari, perchè 
altrimenti non ci è rimedio. So che la si varrà di Firenze, 
ma non tanto che basti se la non provvede lei estraordina- 
riamente. » Poi, alludendo ai fiorentini, soggiungeva : « rin- 
cresce a ognuno il cavarsi di borsa, né sono tutti li uomini 
savi tanto che considerino che il beneficio loro sarebbe spo- 
gliarsi in camicia, più presto che venire in si acerba servitù; 
ma quando vedranno che vostra santità si aiuti ancora lei 
gagliardamente, saranno più pronti; perchè cesserà la que- 
rela che ora offende molti, che la più parte del peso sia di 
chi dovrebbe essere la minore (4). » Fu tutto indarno; non 
avendo danari con modi ordinarii, rimase ostinato il ponte- 
fice a non provvederne con gli estraordinarii, tra i quali il 
più comodo, e il più usitato da'suoi predecessori, era quello 
di far cardinali (2); onde il Guicciardini, maravigliando che, 
per irresoluzione, o per rispetti troppo pericolosi, volesse 
privarsi in tante difficoltà dell' intimo compiacimento di non 
essere mancato a sé medesimo e alla dignità della sede e alla 
salute universale (3), conchiudeva : se il papa non ha denari 
e non ne vuole provvedere^ non si può dire altro, se non che 
i cieli vogliono che miniamo (&). 



(1) 21 ag. 1526. Ibidem, p. 245. 

(2) Governandosi io tante difficoltà con quelli medesimi rispetti 
che è solito fare nelle tranquillità, 15 sett. 1526. Ibidem, p. 371. Ben- 
ché a un papa non potriano mancar dinari sei volesse, a papa Cle- 
mente mancarano per non voler far di quelle cose che fano venir 
delle montagne d'oro, come saria far cardinali et altre cose de quali 
non se ne vole lassar parlare. Dio voglia che non inoramo in una 
uncia de aqua, per non proveder a bon hora. // cav. Landriano al 
duca Sforza, 11 ott. 1526. archivio s. Fedele di Milano rase. 

(3) A Gio. Matteo Giberto, 23 ag. 1526. Opere inedite, pag. 262. 

(4) A Cesare Colombo, 20 seti. 1526. Ibidem, pag. 384. 



— 369 - 

Clemente, indebolito dell'animo, inclinava già a libe- 
rarsi con qualche accordo dalla guerra, vedendo che le opere 
del re di Francia non corrispondevano alle obbligazioni (4). 
Questi, oltre all'aver tardato il pagamento dei quarantamila 
lucati al mese e le provvisioni necessarie per la spedizione 
Sella flotta e per l' ingaggio degli svizzeri, non faceva prepa- 
razione alcuna a muovere la guerra di là dai monti, senza il 
quale fondamento non sarebbe mai stata conchiusa la lega (2). 
Oltracciò le cinquecento lance, promesse nel maggio, e dette 
sempre in cammino, indugiavano tanto a discendere, che di 
esse ancora in agosto sapevasi quello che s' e' non fossero al 
mando (3), ben accorgendosi il marchese di Saluzzo destinato 
a condarle, che tornerebbero inutili (per la rivoluzione ornai 
avvenuta negli ordini militari, secondo che aveva predicato 
il Machiavelli) senza un rinforzo di quattromila fanti (4), 
nella qual spesa dovettero concorrere il papa e i veneziani 
con quattromila scudi per ciascuno (5). Vero è che di queste 
lentezze potevasi pur trovare ragione nella mancanza di da- 
nari, nel credito perduto con i mercatanti di Lione (6), e 

(1) A Gio. Matteo Giberto, 5 ag. 1526. Ibidem, pag. 175. 

(2) A Roberto Aeriamoli, ag. 1526. Ibidem, 173. 

(3) Ibidem, p. 173. 

(4) Poi che le gendarme senza fanti serieno come cosa inutile. 
// marchese di Saluzzo al doge di Venezia, giugno 1526. Molini, Doc. 
di stor. ital., 1. 1, pag. 210. E queste lance erano oltracciò in grande 
disordine. Ibidem, p. 213. 

(5) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 1 1 ag. 1526. Opere 
inedite, pag. 206. 

(6) Né d'baver sicurtà della paghe a venire, né di rimettere in 
Italia qualche buona somma per li bisogni, ci sarà ordine; perchè 
né danari contanti ci sono, et l' entrate, delle quali si prevaleno, 
vengono maturandosi a poco a poco et con li mercanti hanno così 
perduto il credito, che col pegno in mano non gli serviranno, né 
gli fariano sicurtà. Gio. Battista Sanga a Gio. Matteo Giberto. Am- 
boise, 3 ag. \ò%.Mmcelìi, Lettere di principi, t. 2, pag. 7. 



- 370 — 



\ 



nella natura del re Francesco, il quale immerso ne 9 piaceri 
della caccia, del giuoco, delle lettere e delle donne, eoo uà 
cancelliere che gli rubava milioni e la madre che per sé 
gli accumulava, e le amiche che se gli pigliavano, lasciava an- 
dare il governo a posta loro e di negligenti ministri (4). Cosi 
ne scrisse Giambattista Sanga, intimo del datario, mandato 
dal pontefice a sollecitare gli aiuti promessi. Ma chi facevasi 
più addentro ne' progressi delle cose e considerava le scuse 
addotte dal re, ora di non poter risolversi se prima non ve- 
niva certa risposta che attendeva di Spagna (2), ed ora di non 
esservi obbligato se prima non s' intimava a Cesare di ren — 
dergli i figliuoli (3), ben si apponeva che avesse più cara 1j*_ 
lunghezza della guerra, che la celerità della vittoria, sperando 
di riuscir meglio non solo nelle pratiche con Cesare, ma ezian- 
dio negli occulti suoi disegni sopra Milano (4). Lodovico Ca- 
nossa, vescovo di Baiusa, ambasciator suo a Venezia, n' era 
talmente persuaso che, abborrendo dal cooperare alla ruina 
della patria, chiese licenza di partirsene, per non perdere 
la roba, il tempo e V anima insieme (5). Scopo della lega di 



(1) E il negociar molto difficile; perchè il re fugge più che può 
li fastidii ; et il consiglio è lungo ... se ne andasse la vita del re, 
et la ruina del regno non sanno fare altrimenU. Ibidem, pag. 8. 

(2) Il che è un bel passo, dopo haver concluso la lega, et im- 
barcato noi in quella buona forma che siamo. Gio. Matteo Giberto 
a Roberto Acciainoli, 23 giugno 1526. Ibidem, t. 1, pag. 220. 

(3) Cerimonie vane. Gio. Matteo Giberto a mons. di Polari 
lugl. 1526. Ibidem, p. 231. 

(4) Altri credono che V. M. habbia piacere che l'impresa si fec- 
cia difficile, sperando, che questi d* Italia vi debbiano proferire il 
ducato di Milano, per torlo a Spagnuoli. // vescovo di Baiusa aire 
di Francia, Venezia, 22 lugl. 1526. Ibidem, t. 2, p. 1. 

(5) Acciocché io non perda anco la gratia del re e la vostra: 
sì come perderò standovi molto ; perchè mi sarà impossibile d'ha- 
ver tanta patienza quanta mi bisognerebbe. A Madama, madre del 
re, Venezia, 23 lugl. 1526. Ibidem, p. 2. 



- 374 ~ 

ogoac doveva essere di smorbare Italia per sempre dagli 
ranieri, e come credere vi aderisse sinceramente la Fran- 
ai sacrificando ad una idea generosa ed all' interesse dei- 
equilibrio europeo l'antica sua politica di conquista? Il da- 
rk) Giberto comprese infine essersi fatto gran male di porre 
;lla lega la conservazione dello Sforza : siamo andati, ei di- 
va, alla repubblica di Platone per consiglio, ed abbiam 
Aulo liberare Italia; diventeremo invece servi con essa, né 
veggo rimedio alcuno, salvo di cedere al re la cosa appe- 
na (4). Di fatto il papa gli profferse di prendere per sé, oltre 
la impresa di Napoli, anche quella di Milano (2); ma secre- 
imente e senza il consentimento de'veneziani, i quali ancor- 
ile fosse vero che non avessero smesso il disegno d'impadro- 
irsi del ducato (3), erano pur sempre in ciò come in ogni 
[tra cosa a que'tempi miseri i migliori italiani (4). Il perchè 
'rancesco, sebbene da principio vi dimostrasse grandissima 
ìclinazione, ponderato questo ostacolo e l'andamento della 



(1) A monsig. di Baiusa, 1. ag. 1526. Ibidem, pag. 3. 

(2) Il cav. Landriano al duca Sforza. Roma, 1 1 ott. 1526. Archi- 
o $. Fedele di Milano msc. 

(3) Per altro a iudicio mio si contentano Vineziani più di Napoli 
ie di Milano; che per avere posto la mira a Cremona, con la quale, 
>nLodi e con uno Duca sì debole, penserebbono anche più innan- 
» Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 22 sett. 1526. Opere 
adite, pag. 391. 

(4) CI Prìncipe in camera mi ha detto a lettere grande che la 
gnoria vuole in ogni modo mantenere el Duca di Barri (Sforza) in 
ato; el che non bisogna che alcuno pensi fare altremente; et che 
I' è la dispositione.de la Signoria, che più presto venerebbe ad 
pi rottura che permettere che '1 ditto Duca non sua in stato. Et 
ce che la Signoria sa molto bene che'l Re et il Papa non consui- 
no le cose come lor fanno; che consentono spesso a quello che 
>n doverebbero fare, come ha fatto il Papa in questa declaratione 
jale ha signata Avvisi di Venezia, forse del settembre 1526. Molini, 
oc. di stor. ital., t. 1, pag. 255. 



— 372 — 

guerra, onde non era più a temere che la mina dello im~ 
peratore si facesse per mano <T Italia, che non vorria nullo 
barbaro in essa, e non sarebbe bene per lui, come scriveva 
quel furfante di Galeazzo Visconti (4), ricusò la offerta, alle- 
gando con infinte parole il santo motivo, che credeva Dio gli 
avesse data la disgrazia della giornata di Pavia per esser 
venuto a turbare Italia, per la quale sarebbe guerra sempre, 
finché non fosse posseduta dagli italiani (2). Diede bensì pro- 
messa di aggiungere ventimila ducati al mese per la impresa 
di Milano o di Napoli, e di concorrere a questa ultima; mst» 
nel rifiuto del pontefice di concedergli la decima sull'entrata 
beneficiali del regno, ebbe il desiderato pretesto per diffe — 
rime l'adempimento. Volto il pensiero a riavere i figliuoli e 
a conservare la Borgogna più presto con la pace che con le 
armi (3), oppose persino difficoltà all'accettazione del duca 
Sforza nella lega, volendo che si obbligasse di restituire agli 
emigrati di parte francese non solamente i beni patrimoniali, 
ma eziandio le donazioni da lui fatte, al che non sarebbero 
bastate tutte le rendite dello stato (4). Nello stesso tempo 



(1) Al Montmorency. Lione, 30 seti 1526. Molini, Doc. di stor. 
Hai. Arch. stor. ital. Append., n. 9, pag. 420. 

(2) // cav. Landriano al duca Sforza. Roma, 21 ott. 1 526. Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. Così parlavano anche i ministri del 
re, e monsignor di Lautrec dice con persone, con le quali non finge- 
rla, che l'attendere alle cose d'Italia per sé, saria la mina del re, 
ma che bene è mantenerla Ubera, Gio Battista Sanga al datario 3 
ag. 1526. Ruscelli, Lettore di principi, t. 2, pag. 8. 

(3) La freddezza di Francia è manifestissima; scrivono di Fran- 
cia a loro modo, e se procede perchè desiderino più interesse in 
queste cose, mi pare che di costà si sia bene risoluto; ma dubito 
assai non nasca perchè abbino posta la mira di avere i figliuoli 
più con la pace che con le arme. Frane. Guicciardini a Gio. Matteo 
Giberto, 9 agosto 1526. Opere medile, pag. 193. 

(4) Di nuovo vi replichamo che quanto alli beni loro patrimo- 
niali, quanti ne vengano, tanti senza dilatione et spesa saranno re- 



— 373 — 

ava lusinghe di riacquistare la signoria allo sciagurato Mas- 
mi! iano Sforza custodito in Francia, il quale perciò cresciuto 
. baldanza rispondeva sdegnosamente alle umili e piacevoli 
ttere del fratello (i), cui pareva fosse destinato, in luogo 
;1 dominio, un cappello cardinalizio (2). Indi nuove cagioni 
sospetti tra i confederati. 

Né diverso dall' animo del re di Francia manifestavasi 
ìello del re d'Inghilterra. Ricercato di entrare nella lega, 
alla quale era stato caldissimo confortatore (3), per modo 
ìe il Wolsey attribuivagli il merito della conclusione (4), 
iede da principio buone parole (5), e poi, sentiti i casi av- 
ersi delle armi (6), dimandò, più presto per interporre dila- 

ituiti et da noi gratissimamente raccolti. Quanto alle donationi del 
;, non basteriano tutte lontrate del stato. // duca Sforza al (cav. Lan- 
rfano?) Crema, 19 ag. 1526. Archivio di s. Fedele in Milano msc. 

(1) Et se li pare che la fortuna al presente V adiuti più di me, 
uella medesima si potrebbe mutare et fare il contrario, come al- 
•e volte V. S. ne ha visto experientia, che io comandava et lei 
ìi ubidiva. Molini, Doc. di stor. ital. Arch. stor. ita!., Append., n. 9, 
ag. 415. 

(2) Il secretano del Nuntio mi ha dito in confessione, immo scrit- 
) in un foglio le seguenti parole, cioè tenere qua certo disegno 
aturale et in Franza quasi simile ma accidentale poco bono per 
uà Exc. come saria de dividere eius vestimenta et fare ley cardi- 
ale. Agost. Scarpinello (oratore milanese a Londra) al duca Sforza, 
&0tt 1526. Archivio di s. Fedele in Milano msc. 

(3) That the leegge shold be, by ali meanys possibyll, sett for- 
rardys. BUhop Clerk to Wol&ey ,11 mai 1526. State Papers, t. 1, 
ag. 164. 

(4} Shal principaly be ascribed unto Your Highnes, by whois 
ounsaile this liege hath been begon. JVoUey io king Henry Vili, 
oct. 1526. Ibidem, pag. 180. 

(5) Scrive Augustino Scarpinello che il re d'Anglia persevera in 
arli buone parole Jacopo de Banissio al duca Sforza, Roma, 23 ag. 
526» Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(6) Intesa la deditione del castello di Milano et altri successi 
e li Caesariani costì et codardia de li de la liga, se dubita molto de 



- 374 — 

zione che per altro motivo, si obbligassero i confederati al 
pagamento de'danari dovutigli da Cesare, e la entrata di qua- 
rantamila ducati promessagli nel regno di Napoli (i) trasfe- 
rissero nel ducato di Milano (2). Anzi pieno di ambizione e 
desideroso di starsene in mezzo come spettatore e arbitro 
del tutto, proponeva condizioni estravaganti di pace, fra le 
quali che il ducato medesimo fosse del Borbone (3), purché 
a lui si congiugnesse la sorella di Cesare Eleonora, e a sé 
restasse per conseguenza facoltà di maritare la figliuola col 
re di Francia (4). Ben aveva ragione il duca Sforza di lamen- 
tare che tutte le difficoltà de'principi si risolvevano in danno 
della Lombardia (5). Indarno Gio. Matteo Giberto rammen- 
tava al Wolsey ciò che altra volta avevagli detto egli stesso 
intorno al Gallo insolente; essere ornai quello spennato, e 
sorta in sua vece l'aquila molto più pericolosa; doversi anche 
a lei tagliare le unghie, affinchè non avvenga che voglia met- 
to evento de le cose depsa liga. agostino Scurpinello al duca Sforza. 
Londra, 23 ag. 1526. Ibidem msc. 

(1) 30,000 per lui e 10000 per il Wolsey. Gio. Matteo Giberto ai 
proton. Gambata, 20 giugno 1526. Ruscelli, Lettere di prìncipi, 1. 1, 
pag. 215. 

(2) Agostino Scarpinello al duca Sforza. Londra, 5 sett. 1526. 
archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Pare che a quel tempo non ne avesse l'animo alieno neanco 
il papa: me fa dubitare de qualche cosa male, et maxime essendo 
uscito de casa del Nuntio che non saria male per Italia acceptare 
Borbone per duca de Milano, Gio. Ant. Biglia allo Sforza, Granata, 
6, 12 e 16 sett. 1526. Ibidem msc. 

(4) Vuole il matrimonio della principessa inglese col re di Fran- 
cia e Boulogne. Agost. Scarpinello allo Sforza. Londra, 15 ott. 1526. 
Ibidem msc. 

(5) Nui vedemo le cose nostre particulari tanto mal incaminate 
che dubitamo non pocho habbiano ad terminar bene, et tutto per- 
chè ogniuno ne vole lacerare et poner la suma, et par che tutte le 
difficoltà de principi si risolvano con nostro danno. A Domenico 
Sauli. Crema, 4 sett. 1526. Ibidem msc. 



- 375 — 

ore ognuno sotto alle ali Ci). Indarno scongiurava il Guic- 
lardini non si tardasse più oltre il soccorso: altrimenti la 
ripresa si perderebbe, e in luogo di moderare la grandezza 
I elio imperatore, sarebbero i collegati ministri a stabilirgli 
a monarchia universale : morte in principio nostra, ma in 
ine non piU morte nostra che delti altri, perchè sì eccessiva 
grandezza ammazzerà tutti; e se fa il fondamento buono in 
Italia, li altri sentiranno, piU presto forse che non pensano, 
gli effetti di questo male (2). Wolsey e il re, volendo intrat- 
tenere ciascuno ed essere pregati da tutti, non procedevano 
a conclusione alcuna; anzi e l'uno e l'altro rispondevano 
spesso : a noi non appartengono le cose d' Italia ; vedremo 
V anno vegnente se la potenza di Cesare potrà esserci mi- 
naccevole (3). 

VI. Tali erano le condizioni della lega allorché il di A 
settembre 1526, e non prima, la intimarono i confederati a 
Cesare. Sembra quasi abbiano voluto lasciargli tempo a spe- 
rimentare che non l'aveva a temere. Papa Clemente trovavasi 
già in poter suo. Strignevanlo da un canto i ghibellini preva- 
lenti in Roma e altrove nello stato suo, dall' altro la plebe 
per l'afflizione di nuove taglie sempre pronta a tumultuare. 
Più assai i Colonnesi che agguatavano armati dai loro ca- 
stelli. Laonde, scombuiato il senno in tanto affoltarsi di avve- 
nimenti, porse ascolto a don Ugo di Moncada, il quale, men- 
tre ingrossava truppe sul confine napoletano, lo persuase ad 
accettare P accordo del di 22 agosto per cui quelli obbliga- 
vansi a sgomberare Anagni e a non tenere più soldati nelle 
terre del dominio ecclesiastico, con condizione che perdo- 



(1) Al proton. Gambara, 9 giugno 1526. Ruscelli, Lettere di prin- 
cipi, t. l,pag. 191. 

(2) Al proton. Gambara 27 ag. 1526. Opere inedite, pag. 283. 

(3) Gio. Matteo Giberto al proton. Gambara 11 e 13 sett. 1526. 
Ruscelli, Lettere di principi, t. 2, pag. 1 1 . 



— 376 — 

nasse a tutte le offese fatte ed abolisse il monitorio pubblicato 
contro il cardinale Pompeo Colonna. Fu insidia nefanda, tra- 
mata col consentimento dell'imperatore (4), e con singolare 
acume preveduta tre mesi innanzi dal conte Alberto Pio di 
Carpi (2). Perchè non si tosto Clemente ebbe congedati quasi 
tutti i fanti soldati per sua difesa, il cardinale Pompeo nella 
notte precedente il dì vigesimo di settembre con circa otto- 
cento cavalli e tremila villani, in compagnia di Ascanio e Ve- 
spasiano Colonna e dello stesso don Ugo di Moncada, per la 
porta di S. Giovanni Laterano entrò improvvisamente in Ro- 
ma. Clemente, pieno di terrore e di confusione mandò due 
cardinali a patteggiare, ed altri due in Campidoglio per chia- 
mare il popolo alle armi. Ma nessuno si mosse: fuggivano i 
nobili, massime i curiali (3), e i popolani, lieti de' suoi sini- 
stri, aprivano senza, sospetto le finestre e le porte delle bot- 
teghe per veder passare gì' invasori (4). I quali perciò ere- 

(1) Nella precitata instruzione 1 1 giugno 1516 aveva dato ordine 
a don Ugo di Moncada di tenere il sacco ai Colonnesi deliberati di 
scacciar il papa da Roma (para echar el papa de Roma), in caso 
non volesse questi accordarsi con lui : « sera bien que no olvidais 
de prevenir, antes que ser prevenido, y que platicays en secreto con * 
el cardenal Colonna, para que, corno de si mismo, ponga en obra 
lo que, corno ariba, su solicitador nos ha dicho, y que en elio le 
hagais dar todo favor secreto. » Lanz. Corresp., t. 1, pag. 216. 

(2) lls sont en quelque pensée et oppinion de mouvoir quelque 
tumulte dedans Rome avec la part Colonnese . . . et entreront ung 
jour dedans Rome, 24 giugno 1526. Molini, Hoc di stor. Hai. t. 1, 
pag. 205. 

(3) Roma non si mosse, né de tanti cardinali né signori che ci 
sono un solo prese le armi ; parea che ognuno fosse dormenzato 
né ad altro se atendeva salvo a fugir robbe e salvarsi chi poteva 
maxime Curiali. // cav. Landriano al duca Sforza. Roma, 21 selt 
1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(4) In Campidoglio andarono il reverendissimo Campeggio, et 
Cesarino, ma niente operarono con Romani, i quali eran tutti in bi- 
sbiglio, et pareva loro fare assai di stare a vedere. Girolamo Ne* 



- 377 — 

iuti d' animo si spinsero per ponte Sisto in Transtevere, e 
là per Borgo Vecchio fino al Vaticano, essendovi ancora 
;ntro il pontefice. Questi in sulle prime pensò rinnovar le 
eoe della Roma antica aspettandoli sul proprio trono e nella 
aestà della tiara; poi come più prudente preferi salvarsi in 
stel s. Angelo, in tempo che quelli saccheggiavano il suo 
ilazzo, gli ornamenti sacri della chiesa di s. Pietro e gran 
irte di Borgo Nuovo (i). Ma non avendo trovato in castello 
stovaglie, ed esausto essendo di danari (2), gli fu forza ca- 
tetere, accettando una tregua di quattro mesi, con obbligo 
richiamar subito di Lombardia le sue truppe e la flotta 
te bloccava Genova, e di dare per ostaggi della osservanza 
iiippo Strozzi e uno dei figliuoli di Jacopo Salviati (3). Tali 
indizioni gl'i m pose il Moncada, degno ministro di quel Ce- 
tre che dopo aver causato l'assalto de' Colon nesi ne faceva 
vissime doglianze col nunzio pontificio (A); e gliele impose 
andò a ginocchi, cogli atti di maggior riverenza, onde il pa- 
i ricordò le parole del Vangelo : davangli schiaffi e diceano 
live re dei giudei (ti). Per vero avrebbe potuto ottenere an- 
>r più, forse prenderlo a discrezione, e Pompeo Colonna, 

o a Marc' Antonio Micheli,Romz, 24 selt. 1526. Ruscelli, Lettere di 
tocipi, t 1, pag. 234. 

(1) Il palazzo apostolico fu posto quasi del tutto a sacco per in- 
no alla guardaroba et camera del papa ... si stima che il sacco 
issi ducati trecentomila. Ibidem, pag. 235 e 236. 

(2) Di certo ho saputo quando N. S. si ritirò in castello non 
iveva più de 600 ducati, miseria da non credere. // cav. Landriano 
io Sforza, 30 seti. 1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Convenzione di Clemente VII con Ugo de Moncada, per rim- 
ar. Carlo V, 21 sett. 1526. Molini, Doc. di stor. italiana, t. 1, pag. 
8-231. 

(4) Jay dit au nonce le grand desplesir que jay de ce que en a 
ite fait . . . contre mon jntencion et volunte. Der kaiser an Ferdi- 
ind, 30 nov. 4526. Lanz. Corresp., t. 1, pag. 227. 

(5) Jacopo Nardi, Istoria della città di Firenze, t. 2, pag. 124. 

24 



— 378 — 

disilluso nella speranza del papato, si querelò che no 1 fa- 
cesse (i) ; ma al Moncnda parve successo bastante togliere 
tutt' a un tratto alla lega il capo e il titolo di santa. 

Percosse questa nuova come un fulmine gli amatori del- 
l'Italia. Guicciardini, che, senza essere figlio geloso di Firenze 
dov' ebbe i natali, ne di Róma che lo adottò, voleva la indi- 
pendenza della patria comune (2); lui che dispettava i fiac- 
chi consigli di chi esagerandola propria miseria risparmiavasi 
gli stenti dell'uscirne; Guicciardini esclamò: vorrei prima 
morire mille volte che vivere con tanta indegnità; maladello 
sia chi ha più paura de' pericoli che del male (3). Se il papa 
osserva la tregua (scriveva, sospirando, il duca Sforza) ine- 
vitabile è la nostra ruina (4); ma non si pensi che, per es- 
sersi ritirato dalla lega, abbia Cesare a dimenticare le cose 
passate e ch'ei fu causa della unione d'Italia con Francia: 
tenga fermo invece, che, riportando vittoria, vorrà deporlo, 
e, conforme ai premeditati disegni, ingoiarsi 1q stato eccle- 
siastico e Firenze (5). 



(l)Graviler indignante Columna. Onofrii Panvinii veronensis: 
de vita pontif. Clementis VII. Coloniae, 1574, p. 855. 

(2) Parlerò come servitore di Nostro Signore, non come Fio- 
rentino; resolverèmi prima abbandonare Roma e Italia, se pure la 
fortuna volesse così, che vivere in Roma della sorte che viverà 
Nostro Signore. A Gio. Matteo Giberto^ sett. 1526. Opere inedite, 
pag. 395. 

(3) 26 sett. 1526. Ibidem, p. 399. 

(4) Non volemo comemorar di quanta ruina sarla che osservasse 
integralmente la tregua sforzatamele et con tradimento fetta per 
esser troppo notorio, perhohavendo sempre cognosciutaSuaSanU 
andar al camino dela quiete et liberatione de Italia et tutta christia- 
nita no lassaremo de ricordar chel cliristianis. re di franza per la 
salute del regno suo, pocho ha curato liaver dato li figli per obsidi 
alla Ces. M.tà. Al cav. Landriano a Roma. Crema, 26 sett. 1526. 
Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(5) Crema, 1 ott. 1526. Ibidem msc 



- 379 - 

Papa Clemente n'era in cuor suo persuaso; imperciocché 
a lui non mancava prudenza, si la troppa timidità ad ora ad 
ora turbatagli il giudizio. A quel modo stesso che il Guic- 
ciardini reputava, doversi maggior rispetto ad una lega fatta 
volontariamente e con tante solennità per salute pubblica, 
che ad un accordo fatto per forza e con ruina del mondo (1), 
anch'egli era d'avviso di non tenere la tregua né pure un' 
ora di più che fosse necessario (2). Il di seguente a quello 
della sottoscrizione mandò al re di Francia Guglielmo de 
Bellay signore di Langey con sue lettere che la dichiarava- 
no nulla e in nessuna parte obbligatoria (3), e, tre giorni do- 
po, Paolo di Arezzo (4) con commissione di passare poi a Ce- 
sare per le pratiche della pace, ma in realtà per fargli inten- 
dere le necessità e i pericoli suoi, e domandargli, per potersi 
difendere, centomila ducati. Nello stesso tempo non aveva 
appena richiamate le sue genti di Lombardia (5) che con- 
trammandava, ne rimanessero nell'esercito quante più fosse 
possibile sotto colore di essere pagate dal re di Francia (6); 
onde il Guicciardini vi lasciò Giovanni de'Medici con i fanti 
suoi e di Vitello Vitelli, ch'erano in tutto circa quattromila, 



(1) A Gio. Matteo Giberto, 24 sett. 15:>6. Opere inedite, pag. 394. 

(2) Estratto di una lettera di Clemente. Herbert, p. 155. 

(3) Vita di Filippo Strozzi scritta da Lorenzo suo fratello. The- 
saur. antiq. et hist. Mal., t. Vili, par. 2. 

(4) Lettere di Clemente VII e di Gio. Matteo Giberto datario a 
monsig. di Montmorency, 24 sett. 1526. Molini, Doc. di stor. Mal., 
t. 1, pag. 235-236. 

(5) Frane. Guicciardini a Roberto Acciaiuoli, 26 sett. 1526. Opere 
inedite, v- 401. 

(6) Perchè desidera che la impresa resti più gagliarda che si 
può, e che io differisca a levarmi quanto posso, sotto tale scusa 
che non sia con demostrazione di non voler servare la tregua, 
alla quale non vuole in questo principio scopertamente contrave- 
Dire, 6 Ott 1526. Ibidem, p. 424. 



— 380 — 

vigore del campo (4), e le rimanenti truppe non ricondusse 
a Piacenza sulla opposta riva del Po che a di sette ottobre. 
Per tal maniera le forze della lega conservavansi ancora 
superiori di molto alle imperiali. Il marchese di Saluzzo ave- 
va condotte finalmente le cinquecento lance francesi e quat- 
tromila fanti. Oltre ai sopraccennati quattromila pagati dal 
pontefice sotto Giovanni de' Medici contavansi quattromila 
svizzeri, duemila grigioni luterani (2) e circa diecimila fanti 
de' veneziani. Ma la reputazione della lega era perduta, e se, 
scarsa per lo innanzi, ornai dopo i casi di Roma nessuna spe- 
ranza di pronto soccorso francese animava i confederati. Le 
calde esortazioni del papa e di Andrea Rosso, segretario della 
repubblica veneta (3), cadevano in gente cui nulla toccavano 
i dolori dell'Italia. Né si vuol tacere che anche il papa ope- 
rava tanto discordante da sé medesimo che, volendo dal re 
Francesco danari e maggiore prestezza alla guerra, non solo 
gli negava le decime, instando di volerne per sé la metà, 
ciocché il re ricusava, ma ancora non si risolveva a creare 
cardinale il grancancelliere Du Prat, il quale, per l'autorità 

(1) 30 sett. 1526. Restano al signor Giovanni circa quattro mila 
fanti, e benché il pagamento si dica fatto da altri, né apparisca fatto 
da noi, tamen ognuno la intende a suo modo, e quelli di Milano 
l'hanno molto bene accennato, 3 ott. 1526. Ibidem, pag. 407, 418. 

(2) Non ostante le ripugnanze manifestate in sulle prime dal 
papa per rispetto alla dignità della sede apostolica, furono pur presi 
al soldo suo e dei veneziani, affinchè, ricuperato avendo Chiaven- 
na, non si conducessero col duca di Borbone, né lasciassero il 
passaggio per le loro terre a nuove truppe tedesche. Ibidem, pa- 
gina 252. 

(3) Se '1 re christianis. non li provede cum ogni prestezza et ga- 
gliardamente, tutta la impresa de Lombardia sarà ruinata . . . Que- 
sti sariano tempi per la gran importanza de le cosse ... se aten* 
desse ad ben consigliar et proveder al bisogno comune et non ad 
piaceri, quali se togliono poi quando vi è la tranquillità. A monsig. 
di Montmorency, 2 ott. 1526. Molini, Doc. di stor. ita!., t. 1, pag. 238. 



- 381 — 

che aveva nei consigli, poteva essergli in tutti i disegni di 
grandissimo momento. Oltracciò non faceva provvisione di 
sorta per aver danari proprii, sebbene il Guicciardini gridasse 
a perdita di voce : aiutatevi se volete che il re di Francia e 
Dio vi aiuti (I). « Stimando minor male (proseguiva) lasciar 
rovinare il mondo e sotterrarsi in eterno, che il crear car- 
dinali o pigliar altri modi di far danari, non è a maravigliare 
che il re insospettisca o ci tenga per amici inutili, essendo 
veramente strano che di una impresa, dove almanco per ora 
abbiamo più interesse che lui, si voglia ch'egli porti il peso 
per sé e per noi : conchiudo in fine come in principio : io non 
spero da voi nulla di buono (2). » 

In tali condizioni qual fosse l'animo del duca di Urbino, 
facile è immaginare. Conchiuso 1' accordo di Cremona, di 
cui la repubblica veneta diede il possesso a Francesco 
Sforza, com'ebbe nuova della tregua pontificia, andò in Man- 
tovano a vedere la moglie, e vi spese tre settimane: tempo 
ben scello I esclamò amaramente il Guicciardini. Ritornato 
all' esercito a mezzo il mese di ottobre, avrebbe potuto ten- 
tare di nuovo la impresa di Milano o quella di Genova. In 
Milano pativano tanto gl'imperiali di danari, essendo anche 
quelli mandati da Cesare o riscossi dagli abitanti infedel- 
mente amministrati (3), che il Borbone, disperato di 
sostenersi più oltre, aveva già fermo in mente di uscirne, e 

(1) A Gio. Matteo Giberto, 18 ott. 1526. Opere inedite, pag. 455. 

(2) A Cesare Colombo, 25 ott. 1526. Ibidem, pag. 475 Domenico 
Sauli scriveva a Gio. Battista Sanga si trovassero trecento o quat- 
trocentomila ducati, per ogni via che si possa, quando doveste ven- 
dere U chiavi et ogni cosa. Venezia, 27 ott. 1526. Ruscelli, Lettere di 
principi, t. 2, pag. 17. 

(3) No se gastan estos dineros que vienen en poder del Borbon 
con la orden que conviene al servicio de V. M.a. Lope de Soria al 
emperador, Genova, 17 sett. 1526, Biblioteca de la Acad. d y hist m de 
Madrid. A. 38. msc. 



— 382 — 

perciò lagnavasi della tregua che gli toglieva la facoltà di 
condursi a Piacenza o in Toscana, uniche terre aperte alle 
sue genti, per essere troppo forti quelle dei veneziani (4). 
Nonpertanto nel consiglio tenuto il di 47 ottobre dichiararono 
i capitani italiani non potersi ottenere Milano né con la forza 
delle armi né con la fame (2). Restava la impresa di Genova, 
e poco sforzo da parte di terra, secondo gli avvisi che man- 
davano i comandanti della flotta (3), sarebbe bastato a pi- 
gliare quella città, che poteva essere salute di Roma e al- 
terare le condizioni di tutta la guerra. Levossi in fatti Feser- - 
cito l'ultimo giorno di ottobre dall' alloggiamento nel quale^ 
era stato lungo tempo, e, dopo una grossa scaramuccia cor» 
Borbone, si ridusse a Pioltello. Qui intendeva il duca di Ur-= 
bino soprastare tanto che fosse dato fine alla fortificazione dfl 
Monza; di là andrebbe poi a Marignano e lo fortificherebbe 
del pari; finalmente, preso anche Abbiategrasso, manderebbe 
il marchese di Saluzzo con i fanti suoi e cou una banda di 
svizzeri verso Genova (A). 



(1) E vero chel s.r duca de Borbon se dole del poco respecto 
havuto al suo honore de concludere senza sua saputa ; laltro que 
venendoli soccorsi de V. M.à et trovandose senza dinaro de poder 
satisfare multo tempo observandose la tregua et; levandose el modo 
de poter transferirse en Piazencia et per mar et terra de florentines, 
havendo veneciani lo suo paese forte, non sa corno sostener tanto 
peso.// prof on. Caracciolo aliimper. Milano, 3 btt. 1526. Ibid. msc. 

(2) Se fatto hogij consiglio ove furono ditte molte et varie opi- 
nioni, la comune era non si potesse sforzar Milano. Il robar dubioso, 
lassediar fruslatorio, il mutar allogiamento necessario, il tener 
Monza utile. Concluso in somma di partir da qua et allogiarse tra 
Milano et Pavia. Scipione Atellano al duca Sforza in Lambro, 17 ott. 
1 526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Veggasi la lettera di Teodoro Trivulzio al re Francesco, 15 
gemi. 1526. Molini y Doc. di stor. ital., t. 1, pag. 262. 

(4) Francesco Guicciardini a Gio. Matteo Giberto, 19 ott. 1526. 
Opere inedite, pag. 461. 



— 383 — 

Ma Carlo V non gli lasciò tempo di condurre a termine 
/tardi disegni. Stavano già per piombare sull'Italia nuovi 
fanti tedeschi, e la flotta spaguuola capitanata dal viceré 
Lannoy salpava il dì 24 ottobre dal porto di Cartagena con 
diecimila uomini di truppe veterane (4). Se Cesare, diceva 
a ragione il Guicciardini, trovasse negli inimici suoi quella 
ostinazione alla guerra che vi ha lui; io, ancora che gli ac- 
cidenti siano grandi, non temerei mollo, perchè mi pare che 
a ogni male ci saria rimedio (2). « Oh quanto egli è dissimile 
(proseguiva) dall'avo Massimiliano! Questo, sostentato spesso 
da tanti aiuti e danari di altri e da tante opportunità, o per 
impotenza o per disordine o per infelice fortuna, minava in 
mezzo delle imprese ; quello combattuto da ognuno, ma po- 
tente e abbondante di ottimi ministri, a cose già disperate, 
risorge più glorioso che mai : par quasi che la fortuna, seb- 
bene cacciata da lui con grandissimo impeto, persista a vo- 
ler dimorare a suo dispetto in casa sua (3). » 

La venuta della flotta spagnuola; il dubbio di non per- 
dere i collegati, e privato degli appoggi loro restare in preda 
di Cesare; gli stimoli di Gio. Matteo Giberto e del cardinale 
Farnese (A); più ancora lo sdegno concepito contro ai Co- 
lonnesi, e il desiderio, col farne vendetta, di ricuperare in 
qualche parte l' onore perduto, indussero infine il pontefice 
a rompere la tregua. Com' ebbe ragunati a Roma duemila 
svizzeri, tremila fanti italiani e alcune centinaia di cavalli 
con Vitello Vitelli, tolse il cappello a Pompeo Colonna, su 

(1) En nombre denviron X.m hommes tant Despaignolz que Al- 
lemans, entre lesquelx y a beaulcop de principaulx personnaiges et 
noblesse (fra gli altri Ferrante Gonzaga) Per kaiser an Ferdinand, 
30 nov. 1526. Lanz, Corresp., t. 1, pag. 227. 

(2) A Gio. Matteo Giberto, 4 nov. 1526. Opere inedite, -pag. 507. 

(3) Al proton. Gambara, 9 nov. 1526. Ibidem, pag. 525. 

(4) Juan Perez al emperador. Roma, 22 ott. 1526. Biblioteca de 
la Acad. d* hist. de Madrid. A. 39 msc. 



— 384 — 

lui e su tutti di sua famiglia avventò le scomuniche, e sulle 
lor terre (24 nov.) quelle truppe furibonde, che ai ridenti 
dintorni del lago di Albano e fin agli Abruzzi recarono uno 
sterminio da cui più non si ristorarono : di Marino, Monte- 
fortino, Zagarolo, Subiaco e di quattordici altri villaggi non 
rimasero che le macerie. Tornava dunque Clemente con l'ani- 
mo de'primi giorni alla guerra della indipendenza. Fu la più 
ardita e grandiosa impresa sua come principe; la più infelice 
e rovinosa come pontefice. Quanto fece per gl'interessi mon- 
dani dell'Italia tornò in danno de'contemporanei interessi-re- 
ligiosi della Germania : ecco gli effetti del sommo sacerdo- 
zio non prosciolto dalla potestà regia. 

VII. In Germania fu un momento che parve sonata Pul- 
tima ora alle novità luterane : quando il re di Francia nel 
trattato di Madrid assunse l'obbligo di una impresa comune 
contro gli eretici (4), offerendosi inoltre spontaneamente di 
concorrere per metà nelle spese e di andarvi in persona (2). 
Allora Carlo V confidando nella osservanza dei patti, con sue 
lettere scritte da Siviglia il dì ventesimo terzo di marzo del 
4526, inculcò che fosse adempiuto l'editto di Worms, approvò 
la lega conchiusa a tal uopo a Dessau (maggio 4525) tra i 
duchi Enrico di Brunsvich e Giorgio di Sassonia e gli elettori 
di Magonza e di Brandeburgo; dichiarò in ultimo andrebbe 
quanto prima a Roma per provvedere ai mezzi di sradicare 



(1) Pour dresser tous le moyens convenables pour les ditesem- 
prises et expeditions tant contre les dits Turcs et infìdeles que con- 
tre les dits heretiques aliénes du greme de la sainte église, art. 26. 

(2) Quum potissime rex ipse i<] obtulerit, ut si Caesari adversus 
hostesfìdeieumlem essetautinLutheranosmqvendumJs dimidium 
impensae sustineret, et si Caesari gratum esset, cum eo personaliter 
adesset, quam oblationem Caesar prò christianae reJigionis augmento 
respuendam non censuit. dpologiae dissuasoriae refutatio. Goldast 
Poi. imp., p. 884 



— 385 — 

la eresia (4). Ma tutto a un tratto qual cambiamento di cose! 
11 re di Francia ruppe sua fede, e papa Clemente si pose a 
capo de' nemici di Cesare. Ne imbaldanzirono i principi ade- 
renti a Lutero, onde avvenne che alla lega evangelica di già 
stretta a Torgau (4 marzo 4526) tra Filippo langravio di As- 
sia e Giovanni il Costante elettore di Sassonia, per contrab- 
bilanciare la lega cattolica di Dessau, accedessero i duchi 
Ernesto di Luneburgo, Filippo di Grubenhagen, ed Enrico 
di Meclemburg, il principe Volfango di Anhalt, il conte Al- 
berto di Mansfeld e la città di Magdeburgo. 

Cosi stavano le due parti pronte alle armi, allorché si 
adunò la dieta di Spira. Non mai udironsi con maggior forza 
ripetere i consueti lamenti contro gli abusi del clero; non 
mai ancora si andò tant' oltre nelle proposte di riforma : fu 
detto persi no essere meglio che i preti abbiano moglie (2). 
E che sarebbesi detto e fatto, se i commissarii imperiali, a 
discussione già molto inoltrata, non avessero opposto gli 
ordini di Cesare di non trattar cosa alcuna contro le dottri- 
ne, cerimonie e vecchie usanze della chiesa? Proruppero al- 
lora i luterani in minaccie di guerra civile, e molti de'prin- 
cipi stavano per partire. Ma ben tosto prevalse la conside- 
razione, essere quegli ordini, portanti la data medesima delle 
lettere di Siviglia 23 marzo, emanati in un tempo che Ce- 
sare era ancora in buona concordia col pontefice: trovarsi 
ornai le genti di quest'ultimo al campo contro di lui; non po- 
tersi per conseguenza aspettar rimedio da un concilio ecu- 
menico. Laonde si prese il partito di mandar ambasciatori a 
Cesare per pregarlo di voltar l'occhio al misero e tumultuoso 
stato dell' impero, e di concedere almeno un concilio nazio- 
nale, sospendendo intanto la esecuzione dell'editto di Worms, 

(1) Rommel Urkundenband, pag. 13. 

(2) Leop. Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reforma- 
ion, t. 2, pag. 288. 



— 386 — 

dichiarata impossibile da alcuni secondo coscienza, da altri 
per timore di sedizioni. 

In vero, per grande che fosse la devozione di Carlo Y 
al papato, come credere che la guerra mossagli da Clemente 
in Italia volesse contraccambiare con amorevoli officii in Ger- 
mania? Subito dopo la battaglia di Pavia, allorché il papa 
mostravasi ancora vacillante, Mercurino da Gattinara gran- 
cancelliere aveva proposto gli si domandasse un concilio, 
non già, com'egli stesso diceva, per convocarlo effettivamen- 
te, ma soltanto per costrignere il papa a maggiore arrende- 
volezza (1). Sin da quel tempo era stato esortato Clemente 
a badar bene che l'amicizia di Francia non gli costasse la ob- 
bedienza degli stati tedeschi ancor aderenti alla Chiesa (2), 
e di fresco avevagli predetto l'arcivescovo di Treviri che le 
cose sue nella dieta di Spira andrebbero peggio che mai (3). 

Kon pertanto indugiò Cesare a risolversi, e solo allora 
che anche le ultime trattative del Moncada fallirono, a'di 27 
luglio notiGcò a Ferdinando suo fratello il disegno lunga- 
mente discusso in consiglio di annullare le comminazioni del* 
l'editto di Vorras e di rimettere la verità della dottrina evan- 
gelica alla decisione di un concilio. Opinano alcuni (dicevagli> 
che il papa non possa aversene a male, trattandosi di togliere 

II) Buchuìtz. t. 2. p?g. 281. 

(2) That Germany being now so mudi iufected with the Luthe- 
ran heresy, suoli membcrs ofitas stili contioue inlhe communioo 
of thechurch, may be provoked to withdrawtheir obedience,sbouM 
bis holiness appear to act in favour of the French king agalnst tbe 
eroperor. WoUey to bìshap Cterk ofBath. lettera scritta poco prima 
della battaglia di Pavia. John Gali Tbe life of card. Wolsey letL XVIII. 

(3) Le pape . . . m'adii que l'arche\esque de Treves avoit dit... 
qu" il devoit e? Ire seur que a eette beure se feroit là tout le pis que 
se poisrroit contre luy et le Saii t Siege: et que a la diete qui se de- 
voit faire a Spire se eommenceruit a demander ung concile, else 
feroit des autres choses. Lettera del conte Pio di Carpi al re Fran- 
cesco I, 24 giugno 1526 Moiùii, Doc. di stor. ita!., t 1. pag 208. 



— 387 — 

unicamente le pene temporali, non le spirituali, e che in ogni 
modo non vi abbia miglior mezzo di ottenere dai principi te- 
deschi un buon soccorso di uomini a piedi e a cavallo con- 
tro i turchi o contro Italia a maggior bene della cristianità; 
altri sono di contrario avviso per timore di perdere l'appog- 
gio de' cattolici (\). E in questo consentiva Ferdinando, ob- 
bligato eziandio da particolari necessità ad averli in rispetto. 
Sin dal principio delle pratiche che condussero alla lega di 
Cognac, papa Clemente s' era accordato col re Francesco di 
suscitargli nuovi ostacoli in Germania (2), offerendo la co- 
rona di re de' Romani a qualcuno degli avversarii di casa 
d'Austria : quegli al duca Guglielmo di Baviera (3); questi 
all' elettore palatino (4). E già il primo la brigava scoperta- 
mente, allorché un luttuoso avvenimento porgevagli il destro 
di levare ancora più alto i suoi pensieri. Solimano II, l' eroe 
gransignore che durante la prigionia di Francesco aveva con- 
cepito il disegno di congiungere la sua flotta con la francese 
per assaltare la Spagna e contemporaneamente di farsi del- 
l' Ungheria un varco per alla volta dell' Italia superiore (5), 



(1) Bucholtz, t. 3, pag. 371. 

(2) Perchè non è manco odiosa, né formidabile la grandezza di 
Cesare in Alemagna, di quello sia a noi; et quando noi fossimo sup- 
peditati, non la fariano loro bene, Gio. Matteo Giberto a Rob. Ac- 
ciainoli, 22 giugno 152(ì. Ruscelli, Lettere di principi, t. 1, pag. 219. 

(3) Provvisioni per la guerra di Clemente VII. Inform. polii. 1. e. 

(4) Serable qu' il ne s'y trouvera prim:e plus propice, plus pro- 
che ne plus amy de France, et de tout temps, que le conte pullatine 
Peslecteur ... et ce pourra entre le dits roy des Romains, de Fran- 
ce, et les princes cslecteurs faire confederation perpetuelle, et ce . 
trouver moyen bonneste pour investir de nouveau le roy de la du- 
cile de Milan (nella primavera del 1526) Lanz, Staatspapiere zur ge- 
schichte des kaisers Karl V, pag. 32. 

(5) Relazione di Lamberg e di Jurischitsch. Gévay Urkunden 
und Actenstùcben zur gescbichte der verhàltnisse zwischen Oester- 
reich, Ungarn und der Pforte. Wien 1838, fase. 1, pag. 42. 



— 388 — 

Solimano invase quel regno che interne scissure precipita- 
rono dopo la morte del grande Mattia Corvino. A' suoi tre- 
centomila turchi non poterono contrapporre gli ungheresi 
che ventiquattromila uomini, e questi capitanati da un frate, 
arcivescovo di Colocza;il perchè nei campi di Mohacz a' di 
29 agosto 1526 ottenne vittoria sanguinosissima. I princi- 
pali condottieri e cinquecento magnati perirono; quattromila 
prigionieri furono trucidati; re Luigi II lagellone fuggendo 
si affogò. Rimasti per la sua morte vacanti i due troni di Un- 
gheria e di Boemia, alla successione di Ferdinando stabilita 
in anteriori trattati prevalse il diritto elettorale delle nazioni; 
onde insieme con lui concorse al primo Giovanni Zapoly, 
voivoda di Transilvania, e al secondo Guglielmo di Baviera: 
ambidue forti dell' amicizia di Francia e del papa (i). 

In tali condizioni lo strappar di mano ai cattolici quel- 
l'editto che dava loro facoltà di perseguitare i luterani, parve 
cosa imprudente a Ferdinando. Potrete farlo, rispose all'im- 
peratore, quando tornerete in Germania potente, e cavarne 
in compenso una buona somma di danaro (2). D'altro canto 
non era né possibile né conforme alle sue idee insistere 
nella esecuzione. Un compiuto trionfo de' partigiani di Roma 
sarebbegli tornato a maggior danno: quello era il tempo 
che per ingraziarsi a' Boemi doveva promettere di ristabilire 
i compatti di Basilea e di trattarne col papa come se già fos- 
sero confermati (3). 

(1) I tedeschi in Roma affermavano che il papa assisteva la fa- 
zione del voivoda anche con danari : pecunia Trentschinii factionem 
(detto così dal castello di Trentsin sul Waag, sua residenza princi- 
pale) contro, Ferdinandum regem aliquamdlu juvit. Ziegler. Vita 
Clementis VII, presso Sckelhom, Amoenit. t. 2, pag. 308. 

(2) 22 sett. 1526. Bucholtz, t. 3, pag 372. 

(3) Quod rursus ad suum vigorem pervenirent . . . promisimus 
cum sumrao pontiGce iìlud tractare, ac si Bohemis ac Moravis illa 
(compattata) cum effectu essent confirmata. Ferdinandi Meme, 15 
dee. 1526. Du Mont, t. 4, par. I, pag. 469. 



- 389 - 

Poiché dunque e il togliere e P osservare P editto di 
Worms reputavasi egualmente inopportuno, non restò che 
appigliarsi ad una via di mezzo, più funesta ancora. Tale fu 
il decreto della dieta di Spira, con cui fino al concilio ecume- 
nico o al nazionale davasi libertà a tutti gli ordini dell'impero 
nelle cause dell' editto medesimo di governarsi in maniera 
da poter rendere buon conto delle loro azioni a Dio e all'im- 
peratore. In quel decreto consiste la esistenza legale della 
riforma e delle chiese provinciali di Germania. Fu deplora- 
bile conseguenza della discordia tra il papa e l' imperatore. 
Alla lega con Leone X si deve in gran parte l'editto di Worms; 
la lega avversaria di Cognac ne sospese la osservanza. Così 
gli avvenimenti dell'Italia influirono sui progressi dello sci- 
sma religioso, e questi a vicenda recarono il colpo estremo 
alla causa della sua indipendenza. 

Vili. In quella lettera medesima 27 luglio 4526, da cui 
dipendette il successo della dieta di Spira, aveva Cesare ri- 
chiesto il fratel suo o di andare in persona in Italia o di man- 
darvi almeno un grosso esercito. Impedito dai pericoli della 
Ungheria di scostarsi dalla Germania, si rivolse Ferdinando 
a Giorgio di Frundsberg, dandogli facoltà, per assoldar nuo- 
ve genti, d'impegnare terre, castelli, città, e fin i proprii 
gioielli (i). Né con questi, né cogli stessi suoi beni offerti in 
sicurtà, potè Frundsberg trovar danari (2). Nondimeno con 

(1) Ferdinando a Carlo V. Linz, 22 sett. 1526. Gecay Urkunden, 
op. cit., fase. 1, pag. 20. Questi gioielli erano del valore di 60000 
ducati. Traslado de carta de Juan de Castro sobre les diligencias 
que practica para el empeno. Bibliot. de V Acad. d'hist. de Madrid. 
A. 38. msc. 

(2) Et voire que luy mesme a voulsu engaiger et mectre ez 
mains des fouckres (Fugger, banchieri di Augusta) les terres et 
biens quii a lentour dangspurg ne luy a este possible savoir deuJx 
ny aulrement recouvrer argent. Ferdinando a Carlo V, Vienna 28 
ott. 1526. Gévay Urkunden, pag. 22. 



— 390 — 

que' pochi che gli diede infine Ferdinando (4), con trenta- 
seimila talleri mandatigli dal Borbone di Milano (2), e con 
altri ottomila fiorini avuti in presto da parecchi signori (3), 
spiegò le insegne sotto le quali in breve trovaronsi raccolti 
dodicimila lanzichenecchi (A). Egli non aveva a dar loro che 
uno scudo d' ingaggio e mezzo mese di soldo (5). 

Che facevali accorrere? Fu il gran nome del capitammo il 
molto parlare delle ricche prede e de'tesori inesauribili dlta- 
lia ? E l'uno e l'altro, ma l'odio contro il papa assai più (6). 
L'esortazioni di Cesare erano in termini soprammodo insidio- 
si : date pur a credere, scriveva al fratel suo, ch'essi muovm 
contro i turchi ; ciascuno saprà di quali turchi si tratti (7). 
Vero è che Clemente, com'ebbe nuova della disfatta di Mohao, 
con lunghissimo discorso a' dì 43 settembre commiserò io 
concistorio gì' infortunii della cristianità : li disse nati dalla 
discordia de'principiedalla depravazione dell'ordine ecclesia- 
stico; doversi cominciare la emenda dalla casa di Dio: ne da- 
rebbe egli stesso l'esempio; lo seguitassero i cardinali; voler 



(1) Neantmoins attiri que le tout ne se perde et pour asseurer 
iceulx non obstant mes grans affaires iay envoye audict messir 
george ce d'argent quay peu fìner. Ìbidem, 

(2) Borbone all' imper. 6 ott. 1526. Bucholtz, t. 3, pag. 38. 

(3) Da Giovanni Fortembach 4000 fior, pei quali diede in pegno 
tutti i suoi argenti e collane; dal podestà e da Zansturlin di Augusta 
2000, ed altrettanti dai signori del reggimento d'Innsbruck, con ob- 
bligo di restituirli tutti a Natale prossimo. Lettera di Giorgio Frundr 
sberg a suo figlio Gaspare, mandato al campo del Borbone, tradotta 
dal tedesco. Archivio di s. Fedele in Milano rase. 

(4) Ferdinando a Carlo V. Vienna 31 die. 1526. Géoay Urkunden. 

(5) Hermayr Archiv. an. 1812, p. 424. 

(6) Nam germanos lutheranae sectae, qua erant infecti, ratio 
nitiilo secius excitabant, ut erant sponte sua pontificibus et sacer- 
dotibus romanis infensi. Sepuloeda, De rebus gestis Caroli V.Madriti 
1790 e. VII. 

(7) Bucholtz, t. 3, pag. 43. 



- 391 - . 

andare in persona a tutti i principi per concordare una pace 
universale, fatta la quale celebrerebbe un concilio per resti- 
tuirla anche alla Chiesa. Ma le parolesue non meritarono tanta 
fede, quanta in sé avevano dignità; perchè fin la maggior parte 
de'cardinali interpretava, che avendo prese le armi nel tempo 
che già per le preparazioni palesi dei turchi era -manifesto 
il pericolo della Ungheria, lo commovesse più la difficoltà 
della propria impresa che il danno di quel reame (4). Laonde 
Cesare non si astenne dal lasciar libero sfogo allo sdegno. Do- 
po avergli rinfacciati i beneficii fatti e le sofferte ingiurie (2), 
pubblicò un manifesto che nessun seguace di Lutero avrebbe 
ricusato sottoscrivere, nel quale esprimeva le maraviglie del 
veder il vicario di Cristo in terra per interessi mondani farsi 
causa di effusione di sangue, essendo ciò direttamente opposto 
alla dottrina del Vangelo (3). Scrisse in ultimo ai cardinali, 
ricordassero eh' egli aveva otturate le orecchie ai lamenti di 
tutta Germania contro le oppressioni della corte romana (4), 
non permettessero gli fosse fatta offesa dal papa, per amore 
del quale s'era alienato l'animo de'principi (5), lo esortassero 
invece alla pace ed alla celebrazione del concilio, e quando 
negasse condiscendere, il convocassero essi medesimi ; non 

(1) Frane. Guicciardini. Storia d* Italia, t. 3, pag. 295. 

(2) Lettera dell'imperatore a Clemente VII. Granata 18 sett. 1526, 
Lanz Corresp., 1. 1, pag. 219-221. 

(3) Licet credere non possimus eum, qui Chrisli vices in terris 
gerit, vel unius guttae humani sanguinis jactura quameumque se- 
cularem ditionem sibi vendicare velie, cum id ab evangelica doctrina 
prorsus alienum videretur. Rescriptum ad papae criminationes sept. 
1526. Goldast Constit. I, 486, n. 19. 

(4) De injuriis aulae romanae principes ac ordines Germaniae 
non itapridom apud me graviter conquesti sunt et satisfieri sibi eo 
nomine postularunt . . . surdistum auribus lubenseorum postulata 
praeterii, 6 ott. 1526. Lanz Corresp., 1. 1, pag. 221. 

(5) Cujus in gratiam multa feci, ut etiam imperii proceres hoc 
ipso non parum a me alienaverim. Ibidem. 



.. - 392 - 

voler egli rispondere del danno che altrimenti potrebbe de- 
rivarne alla cristianità (1). Di somiglianti querele riboccano 
gli scritti di Ferdinando, avendo sin da principio scongiurato 
il pontefice che desistesse da pratiche sconvenienti con l'of- 
ficio apostolico (2), 

Qual fosse l'animo di Giorgio di Frundsberg non occorre 
dimostrare. Gli stava accanto Jacopo Ziegler, autore di udì 
vita di Clemente VII in cui le vere e le supposte enormità di 
Roma sono velenosamente descritte, ed ei portava capestri di 
seta per istrozzare i cardinali e uno di oro per Y ultimo dei 
papi. Al par di lui infetti erano della eresia luterana i dodi- 
cimila lanzichenecchi adunati a Merano e a Bolzano. Con 
questi e coi quattromila fanti usciti di Cremona che lo rag- 
giunsero a Trento, per una via nuova a sinistra di Rocca 
d' Anfo e per vai Sabbia scese il di 49 novembre a Gavardo 
ne) Bresciano (3). Di là avrebbe voluto unirsi immediata- 
mente con P esercito di Milano. Ma il cammino diretto del 
Bergamasco impedivano i nemici accorsi in gran numero e in 
quel giorno medesimo dal nuovo alloggiamento di Vaprio. 
Né poteva cadérgli in mente di espugnare qualcuna delle 
città vicine, essendo tutte ben fortificate, ed egli senza arti- 
glierie. Non restava che tentare il passaggio del Po per essere 
poi incontrato dal Borbone quando e dove che fosse. Prese 
dunque la via di Borgoforte, inseguito sempre, non mai assal- 



ti) Alioquin si vel propter non convocatum concilium ve! airate 
longam interpositam rnoram respublica Christiana detrimenti quid 
accipiat, id mihi minime tribui oportere protestar. Ibidem, pag. 222. 

(2) Maxime quod talia esse videntur, quae non solum longissime 
ab officio et pectore apostolico discordent, sed et omni ex parte 
cum ilio pugnent; nempe, se auctore, ineundas esse adversus rea 
Caesaris in Italia confederationes. Augusta 1 1 die. 1525. Sudendorf 
Regislrum fùr die deutsche geschicbte. Jena 1849, par. 3, pag. 166. 

(3) Reissner Frundsberg, pag. 86 ed Hormayr^ Archiv. an. 1812, 
pag. 428. 



— 393 — 

Lato dal duca di Urbino (4). Solo allora che entrò nel piano 
tetto il Serraglio di Mantova a di 24 novembre corse grave 
ericolo di esservi chiuso dentro e perduto. Ma egli aveva 
[Dai quattro falconetti mandatigli dal duca di Ferrara (2); e 
desto aiuto in se piccolo riuscì grandissimo per benefizio 
ella fortuna. Oh il rimorso del pontefice! Troppo tardi diede 
colta al Guicciardini di trattare un accordo con Alfonso di 
ste : quando cioè il sentimento del proprio pericolo aveva 
ià costretto quel principe a voltarsi all' amicizia di Carlo V 
arso la investitura di Modena e Reggio, e la promessa di 
aritare in Ercole primogenito suo Margherita figliuola na- 
irate di Cesare (3). Dato fuoco ad uno di que' falconetti, il 
scondo tiro percosse e ruppe una gamba alquanto sopra al 
inocchio a Giovanni de' Medici, mentre strigneva assai da 
resso col consueto ardore i tedeschi passanti il Mincio (4). 
éi qual colpo, essendo stato trasportato a Mantov a in casa 
elF amico suo Luigi da Gonzaga, mori il 30 novembre nella 
tà di ventotto anni. A quella nuova il Guicciardini senti che 
ora della lotta era finita, ne altro restava alla patria sua 
he il supremo soccorso della preghiera : è piaciuto a Dio 
pegnere tanto valore a punto in tempo che se ri aveva piU di 
isogno; non si può opporsi alla sua volontà, bisogna stri- 
nersi nelle spalle (5). Di fatti, passato il Po ad Ostiglia il di 
8 novembre, camminarono i tedeschi, non infestati più da 
lcuno, in su della riva destra alla via della Trebbia, incac- 
iando Modena, Parma e Piacenza. Il Guicciardini che co- 
nandava in quelle Provincie a nome della Chiesa pregò in- 

(1) Leoni, Vita di Francesco Maria d' Urbino, pag. 364. 

(2) Frane. Guicciardini, Storia d' Italia, t. 3, pag. 306. 

(3) Frane. Guicciardini al Garimberto ed a Gio. Matteo Giberto 
7, 25, 26 nov. 1526. Opere inedite, pag. 544, 576, 581. 

(4) Frane. Guicciardini al conte Roberto Buschetto 27 nov. 1526. 
bidevi; pag. 585. 

(5) Al medesimo 30 nov. 1526, Ibidem, pag. 600. 

25 



— 394 — 

vano il duca d'Urbino di accorrere in suo aiuto : questi, te- 
mendo non forse gì' imperiali assaltassero le terre de' vene- 
ziani, si fece dar ordine dal senato di non passare il Po (4). 
Anzi per il rispetto medesimo intrattenne più giorni e le 
bande nere capitanate dopo la morte di Giovanni de' Medici 
dal conte Roberto Buschetto (2), e le genti del marchese di 
Saluzzo, ritiratosi dall' Adda dacché gli parve troppo debole 
l'alloggiamento di Vaprio (3), sebbene poc' anzi avesse deli- 
berato che queste ultime rinforzate dagli svizzeri muovessero 
al soccorso degli stati pontificii, raentr' egli sarebbe rimasto 
alla difesa del Bergamasco e di Geradadda (4). Veggo ndk 
cose di Cesare, lamentava a ragione il Guicciardini, quitto 
smisurala fortuna che è nota a ognuno, ma di tutte le m 
felicità il colmo consiste in questo, che sempre hanno avuto 
a fare con inimici che non hanno sapulo o potuto vaimi 
delle forze loro (5). I venturieri, scriveva un agente del duca 
Sforza, non attendono che ad empir la pancia; maladettosia 
chi si confida in essi (6). Cosi, non inseguiti alla coda, e soc- 
corsi di qualche somma di danari dal duca di Ferrara e di 



(1) Benedetto Corte al duca Sforza. Venezia 2 die. 1526, Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

(2) Esso s.r Guicciardini sta desperato delli fanti era del s.r Gio- 
vanni che non siano passati ; il conte Roberto Buschetto, che ne è 
alla cura, dice haver soprastato per veder la resolutione di Venecia. 
Marino Sasleone al duca Sforza, Parma 1. die. 1526, Ibidem rose. 

(3) Quel che se sij non so, se non è viltà. Scipione AUellano al 
duca Sforza. Mantova 5 die. 1526, Ibidem msc. 

(4) A Triviglio fu fatto consiglio e deliberato che il march, di 
Saluzzo faccia la impresa del soccorso del papa e il ponte sopra 
il Po, e il duca d' Urbino abbia l' impresa di Bergamo e di Giera- 
dadda. Scip. Jttellano al duca Sforza. Soncino 2 die. 1526. Ibi' 
dem msc. 

(5) Al vescovo di Baiusa 17 die. 1526. Opere inedite, t. 5, pag.50. 

(6) 7 die. 1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 



— 395 — 

a/cani altri pezzi di artiglieriajda campagna (4), giunsero i 
iaozichenecchi il di 28 dicembre nel territorio di Piacenza. 
Di là scrisse Frundsberg al Borbone : eccoci felicemente arri- 
vati attraverso alti monti e acque profonde, in mezzo a 9 ne- 
mici, lottando colla fame e con ogni altra necessità. Che dob - 
biam ora fare ? 

IX. Ritenne il Borbone dal congiungersi subito con lui 
la pretensione degli spagnuoli di esser prima soddisfatti de- 
gli stipendii residui. Vero è che, avendo il di 15 dicembre 
cominciato a saccheggiare Milano, furono infine accordati in 
cinque paghe (2). Ma come farne la provvisione? GÌ' infelici 
abitanti, da tanto tempo in preda a que'rapaci ed alle bande 
non men feroci che vi condussero Galeazzo da Birago e Lo- 
dovico da Belgioioso (3), poco o nessun frutto potendo cavar 
dalle lor terre già corse e disertate anche dai soldati della lega, 
i quali non cedettero agli spagnuoli in parte alcuna delle loro 
enormità, erano ornai ridotti agli estremi (4). Il Borbone stesso 

(1) Secondo il Guicciardini avrebbero avuto in tutto dodici pezzi. 
Lettera al card, di Cortona 27 nov. 1526. Opere inedite, t. 4, pag. 
694. Nel diario riportato óaWHormayr (Archiv. 1812) non si fa men- 
zione che di diecimila fiorini, e di que' quattro pezzi di artiglieria 
(due falconetti e due colubrine), che al dir del Guicciardini ricevette 
il Frundsberg prima di passare il Po. 

(2) Gianmarco Burigozzo, Cronica milanese, 1. e, lib. 2, pag. 463. 

(3) L'è vero che spagnuoli hanno fatto mal assai; ma questi 
Taliani (che avevano sempre seguitato la parte francese e allora si 
condussero col Borbone per non esser stati accettali agli stipendii 
dei confederati) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo 
paese, e in la roba, in le persone e in l' onore delle donne ; tanto 
che se Turchi venessero in queste bande, non furiano el mal qual 
fanno costoro. Ibidem. Vedi anche ia lettera di John da Casate a 
Vanne* 28 dee. 1526. State papers, t. 6, pag. 556. 

(4) Jo non exprimo la metà de quello que vedo et tocca con 
mano lo segnor Duca et altri capitani, e questo è a tutto il mondo 
noto. Lo segnor Duca è diligent. mo né mai riposa, ma non pò più 
satisfare con parole, bisognano facti. // protonotario Caracciolo al* 



— 396 — 

confessò aver cavalo danaro insino al sangue (4). Delle sue 
angustie fa prova memoranda F indegno artificio usato col 
Morone: gli domandò centomila scudi per riscattarlo, e aven- 
do questi risposto essergli impossibile dare tal somma, gli 
mandò il prete, il ceppo e il boja; poi si contentò di venti- 
mila (2), dichiarando nel decreto di liberazione che a ciò 
movevanlo e la necessità di danari e i meriti del prigioniero, 
tra' quali la incrollabile fedeltà a' suoi principi (3). Da vero 
che quest' ultimo encomio stava bene in bocca al traditore 
di Francia ! Morone gli diede subito a conto quattordicimila 
scudi, consegnando per sicurtà de' rimanenti Antonio sao 
figliuolo, che poco dopo riebbe con dare altri tremila, per 
avere i quali lasciò in ostaggio il secondo figliuolo Giovan- 
ni (4), e ben tosto diventò segretario ed anima de' consigli 
di lui. 

Con que' denari, e con qualche somma avuta dal duca 
di Ferrara (5), potè finalmente il Borbone uscir di Milano, 

l'imper. Milano 3 nov. 1526. Bibliot. de la Acad. d' hist. de Madrid. 
A. 39 msc. 

(1) All'imper. 8 febb. 1527. Buchòltz, t. 3, pag. 65. 

(2) E gli hanno restituito i beni, e promesso onori e grandezze. 
Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 12 gen. 1527. Opere ini' 
dite, t. 5, pag* 143. 

(3) Cum nihil sit magis necessarium pecuniae, eaeque con- 
sumptus sint ingentes et fere intollerabiles .... animadvertentes 
praeterea ejusdem eomitis H. Moroni praecipuas animi dotes .... 
et inviolabilem erga eos principes fidem quibus aliquando servitu- 
tem suam obtulit et dicavit. Milano 1 . gen. 1527. T. Dandolo. Ricordi 
inediti, op. cit., pag. 211. 

(4) Così ottenne remissione de'rimanenti tremila. 16 marzo 1527. 
Ibidem, pag. 227. 

(5) Gio. Matteo Giberto al protonotario Gambara 7 die. 1526. 
Ruscelli, Lettere di principi, t. 2, pag. 21. Se intende il duca di 
Ferrara haver dati dinari a Burbone per far riuscir li spagnuoli di 
Milano. // cav. Landriano al duca Sforza. Roma 5 genn. 1527.^- 
chivio s. Fedele di Milano msc. 



— 397 — 

love rimase Antonio de Leva al comando della guarnigione, 
) passato il penultimo giorno di gennaio il Po, a di 2 febbraio 
1527 si congiunse a Firenzuola colle truppe del Frundsberg. 
Trovò allora di avere sotto i suoi ordini sedicimila fanti te- 
deschi, cinquemila spagnuoli, duemila italiani, cinquecento 
domini d'arme, e circa il doppio di cavalleggieri. Ove dovesse 
condarli non poteva starsene in dubbio un istante. I senti- 
menti di Frundsberg ci son noti abbastanza; e chi farà le 
meraviglie che anche il Borbone odiasse sopra ogni altro uo- 
mo il papa, dalla opposizione del quale credeva unicamente 
dipendere ch'ei non fosse già duca di Milano? Ferirlo nel 
cuore, ecco la meta della impresa (4). Andranno in Toscana, 
così annunziava segretamente il Morone, per far prova di 
voltare le cose di Firenze (2); ma il duca di Ferrara, meglio 
informato, parlandone con Giovanni da Casale, agente inglese, 
diceva che nò, sì bene a Roma (3). Roma, ringorgata dell'oro 
smunto alla cristianità, era sola che valesse a saziare quelle 
orde fameliche; là proponevansi di por termine alla guerra, 
di sfogare il veleno luterano, di vendicar Cesare e di ristabi- 
lire l' antica autorità dell' impero in Italia. 

Sennonché la difficoltà del procedere innanzi, per man- 
canza di danari, le fece soprastare circa venti giorni intorno 
a Piacenza, di cui il Borbone nell'abboccamento del di primo 
febbraio col Frundsberg (A) aveva deliberato impadronirsi 

(1) 11 disegno loro è di travagliare quanto potranno sua San- 
tità. Frane. Guicciardini al march, di Saluzzo, 11 die. 1526. Opere 
ioedite, t. 5, pag. 33. Dice il s.r duca (di Urbino) haver aviso da buon 
locolaresolutione de inimici essere di unirsi li spagnoli con lansche- 
nec et andar alli danni del papa. Scip. stellano al duca Sforza Ber- 
gamo 17 die. 1526. archivio s. Fedele di Milano msc. 

(2) Frane. Guicciardini al card, di Cortona e a Roberto Acciaiuoli 
1 e 8 genn. 1527. Opere inedite, t. 5, pag. 105, 136. 

(3) 6 genn. 1527, Ibidem, pag. 124. 

(4) Hoggi Borbone, Antonio de Leva et il Guasto si sono con- 
ducti a Marinasgo dui miglia de qui a parlamento cum il s,r Giorgio 



— 398 - 

e concedere il saccheggio ai soldati (4). Guido Rangone con 
grossa gente e Babbone di Naldo con mille fanti veneziani 
accorsero in tempo ad impedirne la espugnazione, e allora il 
Borbone instò che il duca di Ferrara l' accomodasse di da- 
naro e di polvere per le artiglierie, e venisse a congiugnersi 
seco, offerendo mandargli incontro cinquecento nomini di 
arme e Frundsberg medesimo con seimila fanti. Alfonso di 
Este s' era accordato coli' imperatore, astretto, come dice il 
Guicciardini, quasi con minacce, e per odio a Roma, tenace 
in suo proposito di spodestarlo; ma inclinava sempre a Fran- 
cia e ne gradiva i buoni officii col papa (2), per modo che se 
questi l' avesse contentato di Modena, sarebbegli goduto il 
cuore di voltarsi subito alla lega (3). Certo è che dolevasi 
gli domandasse il Borbone i dugentomila ducati ch'ei non era 
obbligato di pagare se non ricuperato che avesse Modena (4), 

et Principe de Orange, per risolver |le ambiguità loro, causate da 
molte difìicultà che hanno più di quello se imaginamo. Avvisi del 
conte Guido Rangone al Guicciardini, Piacenza 1 febb. 1527. archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

|1) Lettera precitata del Borbone all' imperatore 8 febb. 1527. 
Bucholtz, t. 3, p. 65, y si non mutano sententia tentaranno la expu- 
gnatione de Placencia. llprolon. Caracciolo all'imper.Vwiik 17 genn. 
1527. Bibliot. de la Acad. d' hist. de Madrid. A. 40 msc. 

(2) Ugo di Pepoli a m. di Montmorency 7 febb. 1527. Molini 
Doc. di stor. ital., 1. 1, pag. 269. 

(3) La conclusione è che senza dilazione se gli restituisca Mo- 
dena. — Giudica che la vergogna dello accordo sì fresco, e la paura 
o diffidenza lo ritenga più che satisfazione che abbia in questa parte. 
Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 24 febb. e 2 marzo 1527. 
Opere inedite, t. 5, pag. 262 e 272. 

(4) Sta la pratica col duca di Ferrara ma se gli spera pocho. 
Burbone ha in mano la sua investitura et domandali 200000 ducati 
come è obbligato : stangheza per haverla per mancho essendo Bur- 
bone in necessità e tien pratica d'accordo con sua S.tà per far paura 
alli Cesarei. // cav. Landriano al duca Sforza, Roma 14 gennaio 
1527. Archivio s. Fedele di Milano msc. 



— 399 — 

né forse per questo e per altri rispetti temeva meno la vici- 
Danza di quel formidabile esercito amico, che se fosse stato 
in guerra con lui. Laonde desideroso di allontanarlo al più 
presto possibile, rispose al Borbone : il benefizio di Cesare, 
la via unica della vittoria essere camminare verso il capo ; 
condursi, lasciala ogni altra impresa indietro, a Bologna, 
donde potrebbe deliberare o di sforzare quella terra, a che 
non gli mancherebbero gli aititi suoi, o di passare più in- 
nanzi alla volta di Firenze o di Roma. A tal uopo gli mandò 
contemporaneamente qualche somma di danaro, onde il Bor- 
bone potè dare due scudi per uno ai fanti tedeschi; primo 
soldo che ricevessero dacché entrarono in Italia (4). 

La impresa di Bologna era sin da principio ne' disegni 
del Frundsberg (2), e a quella mosse il Borbone a di 22 
febbraio unicamente per aver di che sostentare le sue genti 
di già tumultuanti (3), distribuendole sopra vasta estensione 
di terre, affinchè predassero quelle vettovaglie ch'egli non po- 
teva né pagare né procacciarsi da lontano colla scarsa caval- 
leria. Qual momento opportuno per far loro riscontro poten- 
te! Ma il duca di Urbino, benché persuaso che volgerebbero 
al cammino di Firenze (4), aveva risoluto di spartire lo eser- 

(1) Lettera a Nicolò Capponi, Roma 7 febb. 1526, dio. Matteo 
Giberto al card. Trivulzio 2 marzo 1527. Ruscelli, Lettere di princi- 
pi, t. 2, pag. 51, 55. 

(2) Lettera tradotta dallo spagnuolo di Giorgio di Frundsberg 
al Borbone. Guastalla 3 die. 1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Avanti ieri la fanteria spagnuola fece uno grande ammuti- 
namento e corse, gridando paga paga, verso lo alloggiamento di 
Borbone ; il quale mandò il sergente maggiore a quietarli, e loro lo 
ammazzarono. Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 18 febb. 
1527. Opere inedite, t. 5, pag. 238. 

(4) Potriano unitamente drizarsi alla volta di Toschana non 
solamente per cavar dinari per il presente loro bisogno, ma per redur 
quello stato a loro devotione et fermarlo de sorte che ne potes- 
sero cavar de le altre volte et per guadagnarsi el papa. Lettera del 



— 400 — 

cito in due corpi, l' uno che precedesse gì' inimici, lasciando 
sempre guarnigioni nelle città minacciate da essi e racco- 
gliendole poi di mano in mano che fossero passati; l'altro 
che gli seguisse venticinque o trenta miglia lontano; quello 
dei soldati pontificii col marchese di Saluzzo, con le lance 
francesi e con i fanti suoi e con gli svizzeri; questo dei vene- 
ziani condotti da lui medesimo (1). Non è dubbio esser stata 
così aperta la via agli imperiali di andare dove volessero, 
massime se si considera la condizione del marchese di Sa- 
luzzo, atto più a rompere una lancia che a fare ufficio di 
capitano (2), e chiamatosi inoltre offeso sia che il duca di 
Urbino il mandasse qua e là a suo senno (3), sia che lo Sforza 
non a lui (4), ma a Guido Rangone avesse affidato la rocca 

duca d' Urbino ali* ambasciator suo a Venezia. Il duca d'Urbino ha 
fatto un lungo discorso sopra la guerra presente comprendendo si 
le actioni de inimici come le nostre et concluso per sua opinione 
dover il campo^inimico andar a Fiorenze sì per haver una citò che 
lo sovegna de tutti li dinari saranno a suoi bisogni, come che 
presa Fiorenze hanno il papa convenuto ad ogni pessima capitula- 
tione et il resto de Italia in mal partito. Scip. Altellano al duca 
Sforza, Bergamo 3 die. 1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(1) Francesco Guicciardini al card, di Cortona 8 genn. 1527. 
Opere inedite, t. 5, pag. 202. 

(2) 11 marchese di Saluzzo serve con fede, ma sa pochissimo. — 
Questo capitano franzese non può essere più debole, né pensare 
manco alle cose; la gente d'arme sua male pagata, e i fanti suoi 
senza uno quattrino, fanno tanti mali alli amici, che li inimici non 
so se ne fanno tanti. Ibidem, pag. 224, 398. 

(3) Con dire a Vaprio fui contento di restare anchor che non 
li fussi tenuto, ma non voglio ciiel se li usi a mandarmi dove li 
piace. Nicolò Sfondrato al duca\Sforza^ Parma 12 genn. 1527. Ap 
chivio s. Fedele di Milano msc. 

(4) Nicolò Sfondrato al duca Sforza, Parma 18 gennaio 1527. 
Quanto al caso della rocca di Pontremoli vi diremo esser più che 
chiaro il tutto esser pratica de pietro frane, da Nucetto, qual per 
indirecto se vorria impatronir di quella rocca. // duca Sforza a 
Nicolò Sfondrato. Cremona 19 gennaio 1527. Ibidem msc'. 



— 4M — 

di Pontremoli (4), eh 9 era la strada per la quale dicevasi ver- 
rebbero gì* inimici in Toscana (2). Vero è oltracciò che il duca 
di Urbino aspettava per sé qualche vantaggio dallo spavento 
dì papa Clemente VII e de'florentini : la restituzione cioè di 
san Leo e della contea di Montefeltro. Per questo, allegando 
a pretesto una leggiera febbre che lo assali il terzo giorno 
di gennaio a Parma (3), si ritirò il quartodecimo a Casale 
Maggiore, e di quivi cinque dì poi, sotto nome di curarsi, a 
Gazzuolo (4), dove fece venire la moglie e si trattenne fino 
alla metà di marzo, lasciando libero il campo agli imperiali (5). 
Il perchè Guicciardini, reputando che quel sasso di san Leo 
non fosse premio degno da esporsi a tanta ruina (6), gli diede 
speranza certa di contentamelo, come se ne avesse commis- 
sione dal pontefice (7) : la qual cosa non fu approvata da 
quest' ultimo, indulgendo più all' odio antico e recente, che 



(1) Il duca Sforza al conte Guido Rangone. Cremona 19 gefnn. 
1527- Ibidem msc. 

(2) Frane. Guicciardini ai card, di Cortona 8 febb. 1527. Opere 
inedite, i. 5, pag.214. 

(3) Ogni cosa si fa per haver san Leo, et credo gli succedarà 
havendo progresso la guerra ; chi non sa far il caso suo è poco 
savio, ancoraché di questa maniera sij con pocha comendatione. 
Scip. Attellano allo Sforza. Casale 19 febb. 1527. Archivio s. Fedele 
di Milano msc. 

(4) Frane. Guicciardini al vescovo di Pola e al card. Cortona 19 
e 20 febb. 1527. Opere inedite, t. 5, pag. 240, 249. 

(5) Et lo paese resta non solo distructo ma in pura cenere. Gio. 
Ant. Pietra al duca Sforza. Casalmaggiore 29 genn. 1527. Archivio 
s. Fedele di Milano msc. 

(6)'Vorrei vedere che contrapeso abbia quello sasso (san Leo), 
che per tenerlo si ^voglia dare occasione in tante ruine; la fortuna 
di Cesare è spesso gli errori nostri. A Gio. Matteo Giberto 15 febb. 
1527. Opere inedite, t. 5, pag. 229. 

(7) Istruzione al signor Buoso di Santa Fiora. 20 febb. 1527. 
Ibidem, pag. 242. 



— 402 — 

alla ragione (i). Non pertanto quel disegno di fare dell'eser- 
cito due parti, quanto dannoso al pontefice, altrettanto con- 
forme era al volere de'veneziani, verso i quali il duca di Ur- 
bino aveva principale obbligazione, perchè metteva lo stato 
loro fuor del pericolo che gli inimici, vedendolo sprovvisto, 
preso nuovo consiglio da nuova occasione, venissero ad as- 
saltarlo. Come confidare in papa Clemente che continuava a 
trattare di concordia con quelli, e per lunga prova conosco- 
vasi avvezzo a non osservar nulla di ciò che prometteva se 
non tornava a profitto suo e de' fiorentini (2)? Appunto in 
quel tempo era stata scoperta una corrispondenza tra lui e 
il Borbone, per cui questi impegnava sua fede di non muo- 
vere contro Firenze, e quegli d'indurre i collegati a star con- 
tenti ch'ei fosse duca di Milano (3). Che ben si apponessero 
ne'loro sospetti i veneziani, mostraronlo poco stante gli even- 
ti. Giunto il Borbone a di 7 marzo a san Giovanni in Bolo- 
gnese, avendo inutilmente mandato un trombetto a doman- 
dare vettovaglie a Bologna, dove si erano ritirate le genti 
ecclesiastiche, né potendo assaltarla per mancanza di arti- 
glierie, stava già in punto di partire alla volta di Firenze e 
di Roma, confortato di nuovo dai consigli del duca di Ferra- 
ra (4), quando il pontefice piegò a tal convenzione con gFim- 



(1) Sua Santa m' ha ditto che mai per questo lo darà, el se mi 
è mostrato in grandissima colera con il duca d'Urhino. // cav. Lan- 
ariano al duca Sforza. Roma 22 febb. 1527. archivio s. Fedele di 
Milano msc. 

12) Perchè si ha chiaro che nulla cosa di quello luy promette 
osserva se non quanto è per particulare profitto suo et de fioren- 
tini. // cao. Landriano al duca Sforza. Roma senza data. Archivio 
s. Fedele di Milano rase. 

(3) Il cav. Landriano al duca Sforza. Roma 23 genn. 1527. Ibi- 
dem msc. 

(4) Venuto con lui a parlamento al Finale li 5 marzo. Gio. Mat- 
teo Giberto al card. Trivulzio. Roma 7 marzo 1527. Ruscelli. Lettere 



— 403 — 

penali, che, se l'avessero adempiuta, dava loro facoltà di vol- 
tarsi ai danni della repubblica. Or qui cade in acconcio in- 
dagarne le cagioni e gli effetti. 

La flotta spagnuola che dicemmo salpata da Cartagena 
nel mese di ottobre del 1526 sotto il comando del viceré 
Lannoy, dopo esser stata per fortuna di mare costretta a ri- 
coverarsi in Corsica nel golfo di s. Fiorenzo, mentre veleg- 
giava verso Genova s'incontrò in novembre nell'armata della 
lega condotta da Pietro Navarro e da Andrea Doria. I quali 
accettarono la battaglia anco senza il rinforzo delle navi ve- 
nete, che T Armerò per i venti contrari non potè cavar fuori 
da Portovenere, ove attendeva a racconciarle. Sul principio 
il Navarro imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, 
il quale rovinando trasse seco giù il gonfalone dell' impero, 
e Andrea Doria, cacciatosi in mezzo a due galee spagnuole, 
una ne sconquassò, l' altra buttò a fondo : trecento uomini 
vi perirono a un tratto. Dei legni rimanenti quale più quale 
meno soffersero tutti, e forse tutti perivano, se la orribile 
procella che li sparse quella notte non avesse pur impedito 
di perseguitarli (4). Il viceré andò a ripararsi con diciasette 
navi nel porto di santo Stefano nello stato di Siena, donde 
mandò al pontefice il commendatore Pignalosa con commis- 
sioni espressive della buona mente di Cesare. Quanto più 
volentieri avrebbe sbarcate là le sue truppe e presa la via di 
Roma! Lo disse egli stesso; ma le instruzioni imperiali im- 
ponevangli il cammino di Napoli (2), e d' altra parte ei non 

di principi, t. 2, pag. 57. Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 
e al vescovo di Pota 6 e 12 marzo 1527. Opere inedite^. 5, pag. 
288, 303. 

(1) Instruction des vicekònigs Lannoy fùr seinen secretair J. 
Durant anden kaiser 17 mai. 1527. Lanz Corresp., t. 1, pag. 695. 

(2) Mais pour non aler contre ce que sa mageste avoit escript 
au B.r viceroy, aymoit mieulx se debvoir dobeyr a sa mageste, que 
ensuyvre laultre moyen questoit plus son service, Ibidem, pag. 691 



— 404 - 

sapeva ancora qual fosse la condizione de 9 nemici; il perchè 
si condusse a Gaeta, ove pigliò terra il di 4. dicembre. 

Come ne giunse nuova a Roma, tanto spavento ingom- 
brò l'animo de' prelati (1) che tutti, dal datario Giberto in 
fuori, consigliavano il papa all'accordo (2), e Nicolò Schom- 
berg, arcivescovo di Capua, caldo partigiano di Cesare, mi- 
nacciavalo in caso contrario dell' inferno (3). 

Papa Clemente, per destro che fosse, lo abbiam detto 
altra volta, non era Y uomo che occorreva a scongiurare il 
fato dell' Italia. La sua acutezza di mente faceva anzi ostacolo 
alla costanza del volere. Più che non si convenisse sentiva 
di esser debole a paragone del nemico; i sinistri, i dispendii, 
i pericoli della impresa gli venivano innanzi con tale una 
forza, una evidenza, da turbare il giudizio. Man cavagli il ta- 
lento pratico di cogliere il nerbo delle cose per mettere al 
sicuro quanto almeno è fattibile ed accomodato alle circo- 
stanze. Ne' momenti più decisivi lo si vedeva indugiare, va- 
cillare, pensare a risparmi (4). In lui il principe e il ponte- 
fice pugnavano all' estremo : visse sempre fra due, tra le 
promesse di Carlo V e Io spettro dell'ingrandito Lutero; sperò 



(l)Gio. .Matteo Giberto al nunzio in Inghilterra. Roma 7 die. 
1526. Ruscelli. Lettere di principi, t. 2, pag. 20. 

(2) Li soy tutti lo consigliano al accordo dal Datario in fori ebe 
si dispera et struge. // cav. Landriano allo Sforza. Koma 4 die. 
1526. Archivio s. Fedele di Milano rnsc. 

(3) Il Capuano pinge lo inferno ad sua S a se non si acorda. 
Roma 25 die. 1526. Ìbidem msc. 

(4) Sua Santità è di un cuore frigidissimo, il quale fa ch'ella sia 
dotata di non ordinaria timidità, per non dire pusillanimità... 
Questa timidità è causa che sua santità è mollo irresoluta e molto 
tarda a risolversi, e seppur si risolve, è mollo facile a mutarsi; non 
già per cosa di momento (che questo saria opera de savio) ma piut- 
tosto per causa vile e di poco momento. Relazione di Roma di Ani. 
Soriano 3 lugl. 1531. Alberi. Relaz. degli amb. veneti, serie 2, t.3, 
pag, 278. 



-405 — 

ora nella rovina dell' imperatore la salvezza dell' Italia, ora 
nella rovina dell' Italia la salvezza della Chiesa. Pressato a 
crear cardinali per danari, ad aiutarsi in tanta necessità con 
i modi consueti, eziandio nelle guerre ambiziose ed ingiuste, 
agli altri pontefici, rispondeva : se il corpo è crucialo, non 
voglio dannar l'anima (i); onde il Giberto, pur dichiarando 
che quel mezzo non basterebbe, potendosene tutt'al più ri- 
cavare centocinquantamila ducati, nelP atto stesso che scol- 
pava il padron suo delle accuse mossegli dal vescovo di Baiusa 
e le ritorceva sopra il re di Francia mancatore di fede, usci 
a dire : può essere che Dio ci voglia, come lei dice, per istru- 
mento della ruina d' Italia, e che per questo ci abbia dato la 
grandezza che abbiamo; ma che potremo noi fare contro il 
voler di Dio ? (2) 

Non ebbe si tosto Clemente uditi il Pignalosa e il gene- 
rale de'francescani, ritornato di Spagna con ambasciate dolci 
di Cesare, che mandò quest'ultimo al viceré Lannoy e pochi 
giorni poi anche V arcivescovo di Capua per trattare con lui 
la concordia. Dalla qual prova di sua depressione, più assai 
che dai conforti de' Colonnesi, pigliò tanto animo il viceré, 
che, mentre prima mostravasi contento di una sospensione 
d' armi per sei mesi, dichiarò non volere (3) più tregua, ma 
pace generale o almeno con lui solo, con condizioni che se 
lo avesse preso e legalo non potevano essere peggiori (A) : rein- 
tegrazione de'Colonnesi ; danari per mantenere V esercito e 



(1) Il cav. Landriano al duca Sforza. Roma 10 genn. 1527 Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

(2) 17 die. 1526. Ruscelli. Lettere di principi, t. 2, pag. 33. 

(3) Frate Nicolò è tornato da Napoli ov'era andato per la sospen- 
sione di arnie, et ha portato chel viceré vole generale, perche sa il 
papa non la può far se non per se solo. Il cav. Landriano allo Sfor- 
za. Roma 24 die. 1526. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(4) Francesco Vettori.aU'arcivescovo di Capua. Ruscelli. Lettere 
di principi, 1. 1, pag. 182. 



— 406 — 

consegna in nome di sicurtà di Parma, Piacenza, Ostia, Civi- 
tavecchia, Pisa e Livorno.(l). La conclusione era di spogliarlo 
della sovranità temporale (2). Non altrimenti rimuovevasi Ce- 
sare dai convegni ragionati poc' anzi. Aveva dato a intendere 
ch'entrerebbe con soli cinquemila uomini in Italia, e, presa 
la corona dell' impero, passerebbe subito in Germania per 
dar forma alle cose di Lutero, senza parlar più del concilio; 
verrebbe a patti onesti coi veneziani; rimetterebbe in due 
giudici, deputati dal papa e da lui, la causa di Francesco 
Sforza; restituirebbe al re i figliuoli verso pagamento in due 
o più termini di due milioni di scudi. Ora, avuto avviso del- 
Parrivo dei tedeschi e dell'armata in Italia, dimandava invece 
che il re di Francia osservasse in tutto P accordo di Madrid, 
e che la causa dello Sforza si vedesse da giudici deputati da 
lui solo (3). Ben lo previdero i veneziani, allorché presero 
tempo a pensare prima di compiacere il papa col trasmettere 
a Paolo di Arezzo il mandato per trattare con Cesare, seb- 
bene persuasi essere tanta la viltà e la paura sua che né que- 
sto né altro artificio o ragione sarebbe bastato a r attenerlo (fy. 
Che fece invero Clemente? Fuggire di Roma parvegli gran 
danno per la persona, maggiore per lo stato; il difendersi im- 
possibile, non avendo danari e protestando i fiorentini non 
volerne più spendere. Non restava che accordarsi a condi- 
zioni men dure che fosse possibile (5). Giurava non avrebbe 



(1) Il cav. Landriano al duca Sforza. Roma 26 die. 1526. Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

(2) La conditione de la pace è che sua Santa non habia auto- 
rità sopra beni temporali ma solamente sopra preti senza più. Sci- 
pione AUellano al duca Sforza. Bergamo 17 die. 1526. Ibidem msc. 

(3) Frane. Guicciardini. Storia d' Italia, pag. 311, 312. 

(4) Benedetto Corte al duca Sforza. Venezia 12 die. 1526. Archi- 
vio s. Fedele di Milano msc. 

(5) Il cav. Landriano al duca Sforza. Roma 20 die. 1526. Ibi- 
dem msc. 



- 407 - 

ceduto un palmo di terra (i) ; e pur, quando la necessità stri- 
gnesse, dava facoltà di acconsentire che Parma e Piacenza 
stessero in mano di un terzo (2), o del duca di Savoia o del 
re di Portogallo (3). Offriva inoltre di pagare centocinquan- 
tamila ducati per sé e i fiorentini. Ma gl'imperiali fermi ; ond' 
egli andò temporeggiando ancora, siccome quegli che vedeva, 
toccava e palpava la rovina (4). 

In questo mezzo era accesa gagliardamente la guerra 
ne'contorni di Roma. Correvano i Colonnesi per la Campagna 
con Taria fortuna, e il viceré Lannoy a di 21 dicembre Ì526 
andò a campo sotto Prosinone guardata da milleottocento fanti 
delle bande nere. II perchè Renzo da Ceri, venuto di Fran- 
cia, raccolse a Ferentino le genti ecclesiastiche sparse innanzi 
per improvvido consiglio del Vitelli tra Tivoli, Palestrina e 
Velletri. E già moveva al soccorso degli assediati quando ebbe 
nuova della tregua conchiusa l'ultimo d'i di gennaio del 4527 
col viceré per otto giorni, e con tanto desiderio di pace da 
parte del pontefice che per ridurre i veneziani ad acconsen- 
tirvi offerì di pagare non solo per sé centocinquantamila du- 
cati, ma eziandio cinquantamila per loro. Nonpertanto V avan- 
guardia guidata da Stefano Colonna, giunta a un passo a 
modo di ponte sulle radici del primo colle di Frosinone, al 



(1) Francesco Vettori all'arcivescovo di Capua. Ruscelli. Lettere 
di principi, 1. 1, pag. 180. 

(2) Ma quando pur bisognasse che si dovriano deponer in man 
d' un terzo confidente de l'una et l'altra parte. Nicolò Sfondrato al 
duca Sforza. Roma 11 genn. 1527. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Ne se debbe ripossar a darle in mano del duca de Savoya 
o re de Portugallo con patto che fra otto mesi gli siano restituite, 
perchè in questo mezzo possono accader molte cose che sua San.a 
mai le rihaveria. Il duca di Milano al cav. Landriano Cremona 18 
gen. 1527- Ibidem msc. 

(4) Il cav. Landriano allo Sforza. Roma 40 gennaio 1527, lai- 
dem msc. 



- 408 - 

quale erano a guardia sei bandiere di fanti tedeschi, venne 
con loro alle mani, e sì gli ruppe che da dugento rimasero 
morti e quattrocento prigioni con le insegne (4). Il viceré, 
non volendo mettere la riuscita della impresa al rischio di 
una battaglia, si ritirò. 

Ne prese animo il pontefice a tentare la conquista del 
regno di Napoli, al qual uopo s' era già indettato col re di 
Francia che mezzo darebbesi al conte di Vaudemont fratello 
del duca di Lorena, erede dei diritti della casa di Anjou, e 
mezzo a Caterina de' Medici sua nipote, che quegli condur- 
rebbe in moglie, sicché per parentado venisse ad ordinarsi 
intero. Appunto allora aveva mandati il re di Francia dieci- 
mila scudi per conto della decima concessagli finalmente dal 
papa, con promissione che, oltre al pagamento dei quaranta- 
mila scudi alla lega e dei ventimila al papa medesimo ciascun 
mese, gli darebbe trentamila ducati di presente, e trentamila 
altri fra un mese, purché non si accordasse co' nemici (2). 
Nello stesso tempo Giovanni Russel gli portò in nome del re 
d' Inghilterra trentamila ducati, e speranze di maggiori sus- 
sidii in avvenire (3). 

Deliberossi adunque di assaltare Napoli con V esercito 
per terra, e che le armate della lega, levato il blocco di Ge- 
nova, andassero per mare con Vaudemont e con le bande 
nere capitanate da Orazio Baglione, che il pontefice, dimen- 
ticando le ingiurie fatte prima al padre e poi a lui, aveva di 
nuovo condotto a'suoi stipendii. Le cose procederono da pri- 

(1) Gio. Matteo Giberto al conte Filippino Doria. Roma 4 febb. 
1527. Ruscelli. Lettere di principi, t. 2, pag. 49. 

(2) Lettera del re Francesco al marchese di Saluzzo 18 die. 
1526. archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) King Henry Vili to pope Clement VII 2 Jan. 1527. Stale pa- 
pers, t. 6, pag. 560. Lettera di Gio. Joachimo a Francesco I. Londra 
30 genn. 1527. Molini. Docum. di stor. ital. Archivio storico ital. 
Append. n. 9, pag. 424. 



- 409 - 

ma prosperamente. Renzo da Ceri, entrato con seimila fanti 
negli Abruzzi, occnpò Aquila, Siciliano e Tagliacozzo. La 
flotta saccheggiò Molo di Gaeta, prese Gastellamare, Stab- 
bia, Torre del Greco, Sorrento e Salerno. 

Però a que' lieti principii non rispose il successo della 
impresa. La flotta s' indeboliva in ragione de 9 luoghi che oc- 
cupava e doveva guardare. Meli 9 esercito di terra nessun or- 
dine, non obbedienza, non disciplina; grande la sfiducia dei 
capitani accresciuta dalle pratiche che continuava il pontefi- 
ce co' nemici, e tanta la carestia di vettovaglie o per la ne- 
gligenza de 9 ministri o per le male provvisioni del pontefice 
medesimo (i), che il cardinale Trivulzio legato e il Vitelli fu- 
rono costretti infine di ritirarsi da san Germano sopra Piper- 
no, mentre Renzo da Ceri, abbandonato da una parte de suoi 
fanti, lasciava a' primi di marzo gli Abruzzi per tornarsene a 
Roma. 

Questa ritirata pose termine alle lunghe fluttuazioni di 
animo del pontefice (2). Le promesse amplissime di Francia 
aveva veduto riuscir ogni giorno più scarse di effetti : dei 
denari per la impresa di Napoli non ricevette che i ventimila 
ducati del primo mese (3), e di quelli per la concessione del- 



ti) Oltre alla difficoltà infinita del vivere per il mal ordine, che 
v'è (così aveva scritto il card. Trivulzio al ditario Giberto), non vi 
è obbedienza, non disciplina, non una provisione al mondo di co.»e ; 
et se fra cinque dì al più non vi si piglia qualche verso, ogni cosa va 
in rovina. Gio. Matteo Giberto al card. Trivulzio. Roma 2 marzo 
1527. Ruscelli, Lettere di principi t. 2, pag. 55. 

(2) Perchè s. sant. non è possibile che più si possi mantener: 
questo suo exercito more de fame e scrive el legato che più non 
può durarla . . . perche non ha da vivere et è forza enei se ritira. // 
cav. Landriano allo Sforza Roma 12 marzo 1 527- archivio s. Fedele 
di Milano msc. Vedi anche Paradinus Memoriae nostrae. Lugduni 
1548, lib. 2, pag. 62. 

(3) Gio : Matteo Giberto al card. Trivulzio 12 marzo 1527. Ibidem 
pag. 60. 

26 



- 440 - 

la decima novemila soltanto (4). Pronti soccorsi non pote?a 
sperare dal re d' Inghilterra, il quale era fermo tanto in far 
dipendere la entrata nella lega dal matrimonio della figlinola 
col re Francesco, che per ottenerlo più facilmente mostrava- . 
si contento avesse il Borbone Milano (2). Spaventavanlo le len- 
tezze del duca di Urbino, onde restava aperto agli imperiali il 
passaggio in Toscana (3). Quale occasione ai fiorentini, già 
ristucchi de' Medici, di far rivoltura! (4) Questa, diceva l'o- 
ratore milanese, questa è la ferita mortale che trapassati cuor 
suo (5). Non essendo dunque aiutato abbastanza da 9 confede- 
rati, né volendo aiutarsi quanto avrebbe potuto da sé mede- 
simo, prevalendo più in lui il timore presente che il pericolo 
di mettersi in balìa degl' inimici, piegò infine all'accordo col 
viceré Lannoy. Questi nel tempo che sinistravano le cose di 
Napoli aveva mandato a tal uopo a Roma lo scudiere Cesare 
Fieramosca e il segretario Seron, con commissione di con- 
chiudere la pratica solo allora che avessero notizia che il 
Borbone non Marciava innanzi : mosso a ciò anche da una 
lettera di Borbone medesimo, per la quale, significategli le 
difficoltà di sostentare l'esercito, lo confortava a far qualche 
convenzione (6). Fresca era la memoria della perfida trama 

■ (l) Frane. Guicciardini, Storia d'Italia t. 3, pag. 329. 

• (2) Agost. Scarpinalo al duca Sforza, Londra 5 e 7 die. 1526 e 
Tomaso Bavastro al medesimo, Valladolid 20 febb. 1527. ArcMvios. 
Fedele di Milano msc. 

(3) N. S. sta disperato perche sente li lanzchnechi e spagnolidi 
Lombardia voleno inviarsi in Toscana. Ilcav.Landriano allo Sfona. 
Roma 18 febb. 1527. Ibidem msc. 

(4) Questa sua Firenze li preme tanto che non si potria credere 
. . . non voria la mutatione perchè la casa sua potria stare assai a 
ritornarvi. // cav. Landriano allo Sforza. Roma28febb. 1527. Ibidem 
msc. 

(5) 20 febb. 1527. Ibidem msc. 

(G) Instruction des vicekònigs Lannoy fur seinen secretair I. Du* 
rant an den Kaiser 16 mai 1527. Lanz, Corresp. t. 1, pag. 701. 



— 4H — 

del Moncada e della sua buona riuscita. A che non ritentar- 
la ? Se non v'era modo di sovvenire il Borbone con una gros- 
sa somma di danaro, non valeva forse altrettanto sbarazzar- 
gli la via alla volta di Roma? (1) Indarno i veneziani scon- 
giurarono Clemente a non precipitare di nuovo nelT esperi- 
mentate insidie, offerendogli ogni aiuto possibile e trenta- 
mila ducati di presente in contraccambio del giubileo per il 
loro dominio (2). Continuando il duca di Urbino né* disegni 
antichi, scrivevasi di Roma al Guicciardini, pare a sua san- 
tità poter essergli di poco frutto i loro soccorsi (3). A di i5 
marzo 4527 fu sottoscritta una tregua di otto mesi con con- 
dizione ebe fossero restituite le conquiste fatte da ambe le 
parti e ristabilito Pompeo Colonna nella dignità del cardina- 
lato. Aderendovi il re di Francia e i veneziani, uscirebbero 
le truppe tedesche d' Italia ; in caso contrario, soltanto dagli 
stati della Chiesa e di Firenze, al qual uopo il viceré Lannoy 
doveva venire a Roma per assicurare vieppiù il pontefice 
della osservanza (A). In queir accordo non si fa cenno di da- 
nari da pagarsi all' esercito imperiale ; ma cerio è che Cle- 
mente (forse in un articolo segreto o sotto semplici parole) 
promise sessantamila ducati (5), adducendo a scopo la libe- 



lli Dal successo clela impresa del segnor Viserrei verso Roma 
dependeva la substancia del l'elice exito dela impresa. Ilprotonota- 
rlo Caracciolo all'imperatore. Pavia 17- gen. 1527. Biblioteca de VA- 
cad. dChizt. de Madrid. A 40 rase. 

(2) Ne Ejus Sauctitas tam indignum facinus committeret, quod 
universi pene orbis maxima esset ruina. lohn da Casale to IVolsey. 
Venetiis 26 febb. 1527. Stale Paper -s t. 6, pag. 5G8. 

(3) 23. Febb. 1527. Archivio s. Fedele di Milano msc. 

(4) Bucholtz t. 3, pag. 604-609. 

(5) La somme de soixente mil ducats que en ver tu de ladite ca- 
pitulacion sa sainctete deboit payer. Instruction des vicekónigs 
Lannoy fìlr seinem secretair I. Durant en den Kaiser 17 mai 1527. 
Lanz, Corresp. t. 1, pag. 703. 



— 412 — 

razione di Filippo Strozzi e del figliuolo di Jacopo Salviati 
dati per ostaggi dell' antecedente convenzione col Monca- 
da (4). Quando bene il Borbone avesse avuto in animo di ri- 
tirarsi, come pensare che quella somma sarebbe bastata a 
contentare le sue genti ? Ignorava forse il pontefice di qua) 
natura esse fossero e a qual fine venissero? Aveva detto più 
volte il Borbone che, per accordi che facesse il viceré, ei non 
resterebbe di venire innanzi (2). Confermavate con segreti 
avvisi il Moro ne, proferendosi in tale occasione, qualora tro- 
vasse tremila scudi in presto per liberare il figliuolo, di pas- 
sare a 9 servigi del papa, nonostante che gV imperiali lo acca- 
rezzino e onorino (3). Eppure Clemente, benché nella pro- 
messa di levare le truppe tedesche d' Italia riconoscesse la 
frode della tregua, non dubitava tampoco di aver provvedu- 
to almeno alla salvezza di sé medesimo e della casa sua (4). 
Di questo avviso era anche il datario Giberto, sembrandogli, 
chi il crederebbe? che dalla continuazione della guerra aves- 
se a temere il viceré assai più che il padron suo (5). Indi il 
pessimo consiglio di licenziar subito le genti del cardinale 

(1) Frane. Guicciardini al Garimberto 25 marzo 1527. Opere 
inedite t. 5, pag. 358. 

(2) Nicolò Sfondrati allo Sforza 25 die. 1526. Il duca Sforza al 
cav. Landriano, 15 genn. 1527. archivio *. Fedele di Milano msc. 

(3) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 26 marzo 1527. 
Opere inedite t. 5, pag. 364. 

(4) Che e punto de frandolentia et inganno manifesto conosciuto 
assai per s. San . . . S. S. vorrà più presto cometersi a esser ingan- 
nato da una capitolazione facta dacordo, che expectar una violentia 
con ruina di sua persona, suo exercito, pontificato e patria sua. 
Landriano al duca Sforza. Roma 12 marzo 1527. Archivio s. Fedele 
di Milano msc. 

(5) Io credo, et tutte le ragioni vorriano, che il sig. Viceré ba- 
vesse l'accordo tanto più caro che nostro Signore, quanto più forse 
ha da temere nelle cose del Regno, che sua Santità, o in Romagna 
o in Toscana che sia. Al card. Trivutzio. Roma 8 marzo 1527. Ru- 
scelli, Lettere di principi i. 2, pag. 58. 



— 4« — 

Trivulzio e di rallegrarsi perchè quelle di Renzo da Ceri si 
fossero disciolte spontaneamente, non ritenendo che cento 
cavalleggieri e duemila fanti delle bande nere (1). Ben si ve- 
de Roma travolta in quella vertigine delle menti che prece- 
de ed annuncia le grandi catastrofi. 

X. In questo mezzo stava ancora il Borbone a campo in 
san Giovanni nel Bolognese. Ivi il di 13 marzo i fanti tede- 
schi, delusi da varie promesse di pagamenti, e seguitati poi 
da'fanti spagnuoli, gridando danari, si ammutinarono in gui- 
sa, che ne andava la vita del Borbone medesimo se non fos- 
se stato sollecito a fuggirsi occultamente del suo alloggia- 
mento, dove, concorsi, lo svaligiarono (2). Quel tumulto co- 
stò al duca di Ferrara altri diecimila scudi (3), e fu sedato 
col darne uno per fante, insieme colla promessa di muovere 
fra tre giorni al sacco delle vicine città (4). Poco dopo Gior- 
gio di Frundsberg, colpito d'apoplessia mentre arringava gli 
insorti, si ritirò dal campo; il qual caso, festeggiato in Roma 
come lieto augurio di prossima dispersione delle sue gen- 
ti (5), aggiunse invece nuovo sprone al loro ardore. In tale 



(1) Gio. iMatteo Giberto al card. Trivulzio. 29 marzo 1527. Ibi- 
dem pag. 69. 

(2) Li spagnuoli prima entrorno in caxa di Borbone et li tolsero 
largenti havea di pretto di 300 scutti ; i todeschi li entrorno anche 
elli et con le daghe le taliorno la lettiera e fornimento era di veluto 
et brocato doro. Benedetto Toxo al duca Sforza Mantova 15 marzo 
1527. archivio s. Fedele di Milano msc. 

(3) Hanno havuto diecimila scutti da Ferrara fra oro e moneta. 
Ibidem. 

(4) Si accordò di dare uno scudo a testa alli spagnuoli e tede- 
schi e caminerebbero a Firenze entro 3 giorni, altrimenti sarebbero 
in libertà. Ibidem msc. A la fin on composa en donnant un ecu par 
horame et en leur promettent la loix de Mahomet. Cdsar Ferramo- 
sca au den Kaiser. 4 apr. 1527. Lanz, Corresp. t. 1, pag. 231. 

(5) Gio. Matteo Giberto al card. Trivulzio. Ruscelli, Lettere di 
principi t. 2, p. 66. 



_ 4U — 

disposizione degli animi le trovò Cesare Fieramosca venuto 
per incarico del papa ad inlimare la tregua. Come la intesero, 
scrive questi, infuriarono al par di leoni, e Borbone volle 
che quanto gli aveva detto ripetessi in presenza di tutti i ca- 
pitani. I capitani alla lor volta cavaronsi d'impaccio col dire 
che ciascuno di per sé ne avrebbe parlato alla sua compa- 
gnia. La risposta riusci unanime, che volevano andare innan- 
zi, e con tanto movimento di sdegno che al Fieramosca si 
diede consiglio dipartirsi immantinente da san Giovanni (ì). 
Parve dunque che il Borbone non potesse ridurre al voler 
suo i soldati (2), e in questo senso ne scrisse al luogotenen- 
te pontificio Guicciardini, quasi la necessità lo costrignesse 
a seguitarli (3). 

Fu verità, od una delle solite arti? Io ebbi prima avvi- 
so di buona via, scrive Guicciardini, che procederebbero con 
questo modo di mostrare che la gente non si contentasse, ma 
che era cosa procurata da'" capi, i quali pensano a minare 
totalmente nostro Signore, o trarne una grossissima somma 
di danari (A). Lo conferma anche la dimostrazione contro il 
marchese del Guasto, il quale, abbonendo tutto ciò ch'era sta- 
to fatto finora (5), essendosi levato dall'esercito per non con- 



fi (Relaziono precitata di Cesare Fieramosca all'imperatore. 
Lanz, Corresp. t. 1, pag. 232. 

(2) Ienvoie la traduction des ordres donnees aux capitains; et 
par icelles il verrà les raisons quii allegue pour autoriser sa mar- 
che, qui est que ses gens nont pas voulu accepter la capitulacion 
de la treve, parcequelle ne leur etoit pas avantageuse. Ibidem p. 234. 

(3) Machiavelli, Spedizione seconda a Frane. Guicciardini. Bolo- 
gna 29 marzo 1527. 

(4) Al vescovo di Pola 26 marzo 1527 Opere inedite t. 5, pag. 361. 
Lo si rileva anche dalla relazione del Fieramosca, dove, parlando 
del Borbone, dice :je vis bien qu' il navoitpas un bon dessein^etque 
lui ne vouloit pas ce (aire pag. 231. 

(5) Il abhorre . . . tout ce qui sest fait jusques ores. Ibidem p. 233. 



— 448 — 

trav venire, secondo che disse, agli ordini di Cesare, fu da 
quello bandito per ribelle. 

Procedette dunque il Borbone, ma lentamente, per vie 
rotte da piogge smisurate, con alle spalle l'esercito nemi- 
co. A di 34 marzo pose il campo al Ponte a Reno, e solo ai 
5 aprile raggiunse Imola. Di là, dopo aver prese e saccheg- 
giate alcune piccole città, si volse a destra verso gli Apenni- 
ni, e superatene le alture onde scaturiscono i confluenti del- 
l'Arno e da numerose sorgenti trae origine il Tevere, a' 18 
aprile comparve a Pieve di santo Stefano, minacciando con- 
temporaneamente le valli dell' uno e dell'altro fiume, Firen- 
ze e Roma, senza che si sapesse ancora quale delle due sa- 
rebbe per prima flagellata. 

Sentito il rifiuto del Borbone di accettare la tregua, cre- 
dette il papa da principio che fosse millanto soldatesco o 
stratagemma per avere una maggior somma di danaro (i) ; 
onde al viceré Lannoy, richiedente che la portasse sino a 
centocinquantamila ducati, rispose : se V imperatore è debi- 
tore di qualcosa alle sue truppe, le paghi del proprio (2). Ma 
poi, come seppe che queste andavano effettivamente innan- 
zi, aggiustando fede alle parole del Borbone ritornato in sul- 
le domande di cencinquanta o dugentomila ducati, instò che 
il viceré medesimo, tenuto allora a Roma come ostaggio, an- 
dasse a contentarlo con i danari di più che darebbero i fio- 
rentini. Mi vi acconciai, scrive il Lannoy, per essere in luo- 
go dove non poteva ricusare (3), e giunto a Firenze vi stette 
dieci giorni interi sopra la negoziazione dello accordo, con- 



(1) fìio: Matteo Giberto al card. Trivulzio 31 marzo 1527. Ru- 
scelli, Lettere di principi t. 2, pag. 69. 

(2) Instruction des vicekònigs Lannoy fur seinen secretair I. 
Durant an den Kaiser. Lanz, Corresp. t. 1 , pag. 703. 

(3( Ce que le viceroy, pour estre àu lieu quii estoit, ne pouvoit 
reffuser. Ibidem. 



- AM - 

trariato non men dagli otto della Pratica (4) che dai vene- 
ziani. I quali erano in continuo timore non forse gì' impe- 
riali; partendo dallo stato della Chiesa, entrassero nel Polesi- 
ne di Rovigo (2) : per questo subito dopo la tregua pontificia 
avevano approvato che il duca di Urbino si ritirasse a Gasa- 
le Maggiore, e quando al muoversi del Borbone, vinti dalle 
considerazioni del pericolo dell'Italia, gli diedero pur ordine 
di passare il Po, nulla fidando nel pontefice pusillanime, voi* 
lero che procedesse in modo da poter pigliare di giorno in 
giorno quel partito che richiedessero gli eventi (3). Facile è 
dunque immaginare con quanto studio cercassero distoglie- 
re i fiorentini dal rendere facile a Clemente il convenire con 
gì' inimici comuni. Anzi, per sicurtà eh' ei non si accordas- 
se, proponevano innanzi di passare in Toscana si ritenesse 
il viceré e fosse consegnato in loro mani, o almanco si des- 
sero pegni di qualche città di Romagna od obbligazioni per 
quattrocentomila scudi (4). Quale accordo, scriveva anche il 
Machiavelli a 9 suoi compatrioti, (sebbene sulle prime vi si 
mostrasse propenso, al par di Guicciardini, purché a patti 
ragionevoli (§) ), quale accordo volete mai sperare da quelli 
che essendo fra voi e loro ancora le Alpi, e avendo le vostre 



(1) Sono poco inclinati, parendoli sia uno comperare co' suoi 
danari la mina no tra, poi che si negozia con persone che hanno 
quella stabilità e fede ch'ognuno sa. Francesco Guicciardini al ve- 
scovo di Pota 13 apr. 1527. Opere inedite t. 5, pag. 402. 

(2( 26 marzo 1527. Ibidem pag. 364. 

(3) Jusserunt ut Urbini Dux suas copias ultra Padum traduce- 
ret, quod puto a se non tam feslinanter faciendum, cum pontificis 
animum non videant ad bellum tendere, quod apertius etiam ex li- 
teris cognovere, quas hodie ab urbe accepimus. Iokn da Casale to 
fVolsey. Venetiis 6 apr. 1527. State papers t. 6, pag. 571. 

(4) Frane. Guicciardini al card, di Cortona 15 apr. 1527. Opere 
inedite t. 5, pag. 406. 

(5) A Luigi Guicciardini, suo fratello, gonfaloniere di Firenze 12 
apr. 1527. Ibidem pag. 401. 



— 447 — 

genti in pie, vi domandano centomila fiorini fra tre. dì. e cen~ 
cinquantamila fra dieci di (4) ? Nonpertanto allorché il Bor- 
bone, presa Cotignola e saccheggiata Meldola, s'era accosta- 
to a Val di Bagno, sul cammino della Toscana, confermaro- 
no i fiorentini la capitolazione fatta in Roma con promessa 
di ducati centomila di più, quantunque, scrive l'orator vene- 
to Marco Foscari, non cessassi io di esclamare e dire che sa- 
riano delusi e rovinati (2), e il viceré parti il 43 aprile di Fi- 
renze per condursi al Borbone in sembianza di esecutore dei 
patti. Ma i commissari fiorentini che lo accompagnavano, 
portando seco centomila ducati da darsi in parte dello accor- 
do, il menarono a Castro per abboccarsi col luogotenente 
pontificio Guicciardini ; sicché per questo indugio e per es- 
sere poi stato assalito dai villani del contorno e costretto a 
ricoverarsi a Camaldoli, non raggiunse il campo imperiale 
che a' 24 di quel mese, giorno di Pasqua, a Pieve di santo 
Stefano (3). Borbone crebbe allora la somma domandata a 
dugentoquarantamila ducati. Per lo che i commissari mise- 
ro i danari in luogo sicuro, e i fiorentini, vedendo le difficol- 
tà che &' erano in contentarlo, e non essendo senza qualche 
sospetto di fraude negli imperiali, sollecitarono l'ambasciator 
veneto a far venire in difesa della loro città il duca d'Urbino 
e il marchese di Saluzzo, l'uno alloggiato ancora fra Reggio e 
Modena, l'altro ad Imola (A). Borbone per intrattenere il pon- 
tefice con le medesime arti mandò un uomo suo a confermare 
il desiderio che aveva di accordare con lui, a significargli che 
veduta la pertinacia delle sue genti le accompagnava per mi- 



fi) Spedizione seconda a Francesco Guicciardini. Bologna 2. 
apr. 1527. 

(2) Relazione di Firenze del 1527. alberi Relaz. degli ami), ven. 
ser. 2, voi. !,pag. 47. 

(3) Ibidem p. 48 e Lanz, Corresp. J. e, pag. 704 

(4) Relazione precitata di Marco Foscari p. 48, 



- 418 - 

nor male, e Analmente a confortarlo di non rompere le pra- 
tiche dell'accordo, né di guardare in qualche somma più di 
danari. Il viceré invece dopo esser stato tre giorni interi eoo 
lui, splendidamente accolto ed onorato (1), parendogli disdi- 
cevole alla parte che rappresentava l'andarsene insieme, si 
recò a Siena (2), risoluto tuttavia di dar ogni aiuto possibile 
alla sua impresa contro Roma (3). 

Così avvenne quel che molti avevano preveduto. Il pon- 
tefice, scriveva di Venezia Giovanni da Casale oratore ingle- 
se, t7 pontefice slrignerà tregua col viceré; vi si opporrà il 
Borbone ; poi, licenziate le truppe, e restituite le conquiste fai- 
te nel Napolitano, abbandonato da tutti i confederati nell'ora 
del pericolo, non oserà riprendere le armi : intanto il viceré 
gli darà buone parole finché lo abbia condotto all'estremo ec- 
cidio (4). 

Ma di qual animo dobbiamo noi credere fosse Cesare? 

Fra lui e il papa scambiaronsi ancora di quelle scrittu- 
re ostensibili piene di amore paterno e di devozione filiale, 
che si usano nella curia romana e nelle corti cattoliche. Par- 
lava ancora P imperatore della estirpazione de' luterani, e 
quanto all' Italia dava promesse, delle quali il papa medesi- 
mo ebbe a dire che in fede di quelle avrebbe posto non solo 
tutto il mondo, ma l'anima propria in mano sua (5) ; sicché 



(1) Estant toujours louger beuvaut et mangeant avec le s.r de 
Bourbon qui lui fist de Uionneur beaucop. Lanz, Corresp. I. e, pag. 
704. 

(2) Veant . . . que il avoit capitale au nom de sa mageste avec 
sa sainclete, neust este honneste daler avec l'armee. Ibidem. 

(3) Donra le s.r viceroy toute laide, faveur et assistance qui 
pourra a ladite armee, afììn quelle se tienne ensemble, et fassenl 
les choses qui seront plus de service de sadite magesle. Ibidem 
pag. 705. 

(4) Al card. Volsey, Stale papers t. 6, pag. 571. 

(5) Memoriale mandalo di ordine di papa Clemente VII. a mons. 



— 419 — 

Baldassare Castiglione, nunzio in Ispagna, rimproverato più 
tardi da Clemente di avervi aggiustata troppa credenza, po- 
tè rispondere : se le parole del generale de 9 Francescani e di 
Cesare Fieramosca e delle lettere del viceré meritarono che si 
prestasse loro tanta fede, non è maraviglia che io la prestas- 
si alle parole della bocca propria dell'imperatore dettemi più 
volte, e con maggiore efficacia che non si può scrivere (i). 
Ma opposti erano i fatti : vedemmo già essere stata sempre 
sua mente di governarsi secondo la varietà dei tempi e delle 
occasioni; auche allora che faceva sperare di rimettere nel 
re d' Inghilterra la pratica della pace, aspettando d' intende- 
re prima quello che per la venuta dei tedeschi e dell' arma- 
ta fosse succeduto in Italia, tirava in lungo la cosa, metten- 
do eccezione nei mandati dei collegati, come se non fossero 
sufficienti (2). Corrispondono le instruzioni spedite a' suoi 
ministri. In febbraio ammonì il viceré Lannoy a non lasciar- 
si ingannare dal papa né in nome della lettera da lui diret- 
tagli col mezzo di Paolo di Arezzo, né per cagione dei tur- 
chi o della perdita dei beni temporali della Chiesa : aiutando 
da una parte i Colonnesi, venendo innanzi dall' altra il Bor- 
bone col duca di Ferrara e coi tedeschi del Frundsberg, si 
potranno conseguire molte buone e grandi cose, imperocché 
noiveggiam bene, continua l'imperatore, che que'di Roma 
senza essere ridotti al verde non faranno mai alcuna opera 
buona e virtuosa ; gli è necessario tagliar coreggie dalla pelle 
altrui, cioè trarre di là, dove trovasi più vicino, il danaro 

Farnese legato in Ispagna. Papiers d'état du card, de Granvelle t. 
l,pag. 307. 

(1) Burgos IO die. 1527. Ruscelli, Lettere di principi t. 2, pag. 71. 

(2) Sicché et per simili frivole sottigliezze et per molti altri in- 
dilli che ad nui consta, facilmente si potè cognoscere che sua M.ta 
ci dileggia, et che vole prima vedere lo exito delle cose de Italia 
dove para. Tommaso Bavastro allo Sforza. Valladolid J6febb. 1527. 
Archivio s. Fedele di Milano msc. 



— «0 — 

occorrente al pagamento delle truppe, e mantenere le medesi- 
me a loro carico e spese ; non si deve in ciò dimenticare Fi- 
renze che ben merita di essere altrettanto castigata; trattan- 
dosi di pace col papa importa sopra tutto di mettersi talmen- 
te al sicuro che non si abbia sempre a ricominciare (1). Non 
altrimenti suonano le lettere al Borbone. Il giuoco che aveu 
tra mani, scrivevagli a' 31 marzo, dura di troppo, e voi fa- 
rete, ne son certo, tutto il poter vostro per condurlo a termi- 
ne : mantenete con ogni mezzo possibile l'esercito per costri- 
gnere i nemici ad una buona pace, o almeno ad una lunga 
tregua (2). Vero è che le trattative non interruppe mai, man- 
dò anzi la ratificazione dell' armistizio, ma con ordine al vi- 
ceré Lannoy di non usarne fuor del caso che il Borbone non 
potesse conseguir nulla di meglio; nel qual caso, e quando 
bene i veneziani e i francesi fossero entrati nell'accordo, in- 
tendeva sempre di non osservarlo rispetto ad essi per non 
ritirare V esercito d' Italia (3). Vero è pure che le sue com- 
missioni, giugnendo troppo tardi per la grande distanza del 
luogo, non potevano influire che in generale sull' andamen- 
to della guerra ; massime se si considera che la impresa con- 
tro Roma, non si tosto cominciata, fu anche condotta a com- 
pimento (4). Resta non pertanto memorabile che in quei 

(1) 5 febb. 1527. Buchoitz t. 3, pag. 58 e 59. 

(2) Je ne fais nulle doubte que faictes et ferez lout votre mieulx 
pour achever le jeu que avez entre mains, vous voyez qu' il dure 

beaucoup veuillez fere le mieulx et par tous les meilleurs 

moyens que pourrez pour entretenir l'armee que vous avez et la 
fere exploicter . . . pour constraindre noz ctmemiz de pardela a 
une bonne paix on du moins à une longe treve. Archivio di siato e 
di corte in Henna, citato da Buchoitz t. 3, pag. 66. 

(3) Buchoitz t. 3, p. 68, 69. 

(4) Cura enira hoc bellum romanum, se inscio et absente, non 
citius inceptum, quam gestum et confectum audisset. Zenocaro Gu- 
glielmo a Schauwenburg (consigliere e bibliotecario di Carlo V) De 
republica, vita, etc. Caroli V. Gandavi 1559. 



- 424 — 

giorni medesimi ne 9 quali Borbone e Lannoy trovavansi in- 
sieme alla Pieve di santo Stefano, ai 23 aprile, in un tempo 
che della tregua conchiusa col papa li 15 marzo gli era certo 
pervenuta notizia, non disse pur una parola che al capitano 
supremo rammentasse l'obbligo di adempierla. Veggendo che 
movete contro Roma, scrivevagli invece, dove si potrà trattare 
di pace o di una lunga tregua, feci stendere un nuovo man- 
dato in cui siete per primo nominato ; ma non lo mando a 
voi, affinchè al papa e agli altri potentati d'Italia non sembri 
che veniate a pregar pace, essendo meglio assai eh' essi sap- 
piano che voi venite ad ottenerla per forza (4). Si vede chia- 
ro: T imperatore era più che contento che P esercito suo an- 
dasse a Roma per dettare colà al nemico la pace. 

In quel momento medesimo anche il papa non era più 
disposto ad osservare la tregua che lo separava da 9 suoi col- 
legati. Non mai uomo fu visto in si breve tempo trascorrere 
da un estremo all'altro. Poco prima, sebbene si fosse racco- 
mandato di nuovo alla repubblica veneta (2), subito che in- 
tese la conclusione fatta in Firenze con la presenza e col 
consentimento del mandatario di Borbone, aveva impruden- 
tissimamente licenziati quasi tutti i duemila fanti delle ban- 
de nere e rimandato il signore di Vaudemont per mare a 
Marsiglia. Ora sull' animo suo, esitante sempre per natura, 
potè, più che il sospetto degli imperiali, l'avarizia (3). Come 
ricevette la sopraccennata lettera del Borbone, rispose al 
Lannoy essergli impossibile di dare i dugentoqaarantamila 



(1) Voyant que marchez contre Rome là ou se pourrait traicter 
de la paix ou de quelque longue tréve .'. . . qu'il ne semblat point 
au pape ny aux potentatz d' Ytalie que si avez ledit pouvoir . . . vous 
que les allesser prier de paix, mais e* est beaucoup mieulx qu'ilz 
saichent et cognoissent que les y allez contraindre par la force. Ar- 
chivio di corte e di stato in Vienna citato da Buchollz t. 3, pag. 67. 

(2) Secreta Rog. 6 apr. 1527. 

(3) Onophrii Pavinii de vita pontifìcia Clementis VII. pag. 35G. 



— 422 — 

ducati richiesti, perchè anche i cencinquantamila concessi da 
Firenze eransi adoperati al pagamento delle sue truppe; aver- 
gli oltracciò promesso i romani di soldare ottomila fanti e 
di difendere la città ; sperar egli aiuti dall'esercito della le- 
ga ; voler quindi resistere piuttosto che pagar quella som- 
ma (1); e li 25 aprile conchiuse infatti col re di Francia 
e coi Veneziani un nuovo trattato in gran danno dell'im- 
peratore, com'egli stesso confessò (2). Con quel trattato, 
mentre obbligava i confederati a sovvenirlo di grosse som- 
me di danaro, esimeva i fiorentini e sé medesimo da ogni 
peso che non comportassero le loro facoltà ; onde il senato 
veneto si turbò forte (3), e scrisse acerbe parole all'oratore 
Domenico Venier che avesse aderito senza commissione del- 
la signoria a patti di grave spesa e di picciolo frutto per la 
vacillarla del pontefice : andasse da lui a dichiararli come 
non fatti (4) ; esser grato del resto il tornar suo alla lega 
dopo la sperienza fatta della fede degli imperiali, ma non 
volersi que' capitoli, né il carico di mantener truppe in To- 
scana a sostegno del dominio di sua famiglia (5). 

Ecco dunque l' imperatore e il papa deliberati del pari 
a tentare di nuovo la sorte delle armi. 

Intanto il marchese di Saluzzo era giunto in Toscana il 
di ventidue aprile, e tre giorni dopo anche il duca di Urbino, 
affrettato dall'interesse di difendere il suo stato (6). Perla 

(1) Iiucholtzt 3, pag. 72 

(2) Consentendo a molte conditioni, ch'erano in pregiudizio 
della Maestà Cesarea. Memoriale mandato a mons. Farnese 1. e, 
pag. 300. 

(3) Parendoli si siano obbligati a aiutare con troppi danari il papa. 
Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 29 apr. 1527. Opere ine- 
dite t. 5, pag. 425. 

(4) Marin Sanuto t. XLV, 2 maggio 1527. 

(5) Secreta 2 mag. 1527. 

(6) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 8 apr. 1527. Opere 
inedite t. 5, pag. 391. 



— 423 — 

qual cosa, intendendosi che Borbone era disceso a' 23 di 
quel mese nel piano di Arezzo (1), fu risolato che ambidue 
andassero all' Ancisa, lontana tredici miglia da Firenze, per 
trasferirvi poi le genti, se vi trovassero alloggiamento sicuro 
ed opportuno a impedire il nemico di accostarsi alla città. 
Movevano già a quel cammino, quando per una improvvisa 
rivoluzione poco mancò non volgessero le loro armi allo ster- 
minio di Firenze. 

Della pessima contentezza di Firenze per il pessimo go- 
verno mediceo, debole, tirannico, smugnitore, abbiam tocca- 
to più volte. Costretta a dar uomini e danari senza misu- 
ra (2), fino a tassare i beni ecclesiastici e a vender quelli 
delle corporazioni di arti ; padroneggiata da un uomo come 
Silvio Passerini, cardinale di Cortona, che voleva fare ogni 
cosa e non sapeva far nulla, e le faccende più gravi o non 
concludeva, o concluse non eseguiva (3), qual meraviglia si 
rallegrasse d' ogni traversia del papa ? Indarno Nicolò Cap- 
poni, presago forse de' futuri guai, e certo persuaso che nel 
pericolo presente importasse lasciarle libero il reggimento, 
aveva confortato il papa medesimo di non guardare alla 
grandezza de* suoi più che al bene della patria e al servigio 
di Dio (A). Indarno anche il Guicciardini, con più moderato 
e più pratico consiglio, ricordò al cardinale che, in casi e 
tempi si gravi, dove a ognuno pare giuocare il suo resto, 
dalle cose sustanziali in fuori che sono necessarie a mante- 
nere lo stato, bisogna in tutte le altre largheggiare quanto 
si può col chiamare maggior numero di cittadini a consulta- 
fi) Fra Giuliano Ughi Cronica di Firenze. Arch. stor. Hai. ap- 
pend. t. 7, pag. 140. 

(2) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 9 febb. 1527. Opere 
inedite t. 5, pag. 219. 

(3) 24 apr. 1527. Ibidem pag. 418. 

(4) A raesser Nicolò Capponi di Roma 15 gen. e 7 febb. 1527. 
Ruscelli, Lettere di principi t. 2, p. 48 e 51. 



— 424 — 

re sulle cose di governo. Che giovano P esortazioni a chi 
non sa distinguere quello che pregiudiea allo staio e quello 
che non nuoce? Continuandosi in questi modi inetti, conchiu- 
de il Guicciardini, non veggo modo non nasca qualche erro- 
re grande (i). E fu cosi. Avendo ad essere guardata la terra 
da soldati forestieri, i cittadini, non usi colla strana conver- 
sazione di quelli (2), per mettersi al sicuro di ogni violenza, 
instarono che si concedessero loro le armi pubbliche. Luigi 
Guicciardini, gonfaloniere, e alcuni altri tra 9 più ragguarde- 
voli, intendendo da tutti che se non erano date se le terreb- 
bero, consigliavano si consentisse, con mettervi qualche 
buon ordine ; ma il cardinale tardò tanto a risolversi che il 
di vigesimosesto di aprile, essendo nato tumulto per certa 
contesa di un soldato con un berrettaio, quasi tutti i giovani 
nobili, gridando Francia, s. Marco, libertà, cominciarono a 
correre verso il pubblico palazzo (3), appunto in quel mo- 
mento che il cardinale medesimo coi suoi colleghi Cibo e 
Ridolfi e con Ippolito de'Medici montava a cavallo per muo- 
vere incontro insino all'Olmo al duca di Urbino. Gli fu ben 
detto essersi levato il romore ; ma quel castrone, come lo 
chiama Guicciardini, in luogo d' intendere che cosa era e di 
pensare a quietarlo, rispose non sarà niente e seguitò il 
cammino suo (4). Donde, spargendosi pazzamente per la 
città che i Medici se ne andavano con Dio, crebbe l'animo 
ai più impazienti adoratori della memoria del Savonarola 
di far quello che nella passata di Carlo Vili era stato fatto. 
Occupato il palazzo, piena essendo la piazza di moltitudine 

(1) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 24 apr. 1527. Opere 
inedite t. 5, pag. 419. 

(2) Jacopo Nardi Istorie di Firenze t. 2, pag. 129. 

(3) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 26 aprile 1527. 
Opere inedile, t. 5, pag. 421. Mariti Sanuto, t. XLV1, pag. 335. 

(4) Frane. Guicciardini a Gio. Matteo Giberto 29 apr. 1527. Ope- 
re inedite, t. 5, pag. 429. 



- 426 - 

armata, costrinsero la signoria con minacce e ferite (i) a di- 
chiarare ribelli per solenne decreto Ippolito ed Alessandro, 
nipoti del pontefice, e ristabilito il governo popolare del tem- 
po di Pietro Soderini. Rientrati intanto i tre cardinali con il 
deca di Urbino e col marchese di Saluzzo per la porta Faen- 
za opportunamente guardata da Bartolomeo Valori (2), messi 
in arme millecinquecento de' fanti clr erano nella città, eb- 
bero ben tosto in potestà loro la piazza; ma, reputando quelle 
genti non bastanti ad espugnare il palazzo, stavano già per 
chiamar entro una parte delle truppe veneziane, il che sa- 
rebbe tornato a gravissimo danno di Firenze, e forse al suo 
ultimo esterminio, se non era l'opera accorta e sapiente del 
Guicciardini. Egli la salvò dal ferro e dal fuoco mediante un 
accordo, che nella strada del Garbo, fra' cimatori, sopra un 
bancone d'una bottega si distese in uno stante (3), onde fu reso 
il palazzo verso promessa di perdono generale. Per il qual 
atto di cittadino ottimo chi conosce il modo di giudicare in 
tempi di fazioni non farà maraviglia che riportasse odio e 
dalla parte dei Medici che PacciiFavano di essere stato più 
curante del bene de'cittadini che della sorte loro, e dalla parte 
de' popolani che gli rimproveravano di averli indotti per be- 
nefizio di quelli a cedere senza necessità; quando egli non 
ebbe dinanzi agli occhi che la salute della patria, ovviando 
alle conseguenze di un moto sconsigliato. 

La tumul tu azione di Firenze, benché sedata nel giorno 
medesimo del suo cominciamento e senza uccisione, fu non- 
dimeno origine di gravi danni, avendo impedito che gli eser- 

(1) La Signoria ha concorso a fare partiti e tutto quello che 
hanno voluto, ma è manifesto che è stata sforzata, e lui (Luigi 
Guicciardini gonfaloniere) in pericolo di essere ammazzato e sva- 
ligiatoli la camera. Ibidem, pag. 422. 

(2) Relazione di Firenze di Marco Foscari. alberi. Retaz. degli 
amb. ven., serie 2, voi. 1, pag. 51. 

(3) Ben. Varchi. Storia fìorent. 1. 2, pag. 92. 

27 



— 426 — 

citi collegati andassero all'alloggiamento dell' Ancisa, e cre- 
sciuta talmente la diffidenza de' veneziani che non vollero 
passar oltre se prima non rientravano i fiorentini nella lega 
in proprio nome, per modo da non essere compresi nelle ne- 
goziazioni che per avventura proseguisse il papa cogli im- 
periali. Dopo molte difficoltà si conchiuse finalmente a' 28 
aprile il trattato che gli obbligava a tenere in qualunque luo- 
go d'Italia paresse alla lega cinquemila fanti, trecento lance 
e cinquecento cavalleggieri (i). 

Intanto Borbone, inteso che il nuovo tumulto non aveva 
avuto effetto, s'era a' 26 aprile levato del contado di Arezzo, 
e, camminando in un di da Montevarchi insino nel piano di 
Torrita e di Montepulciano (2), quella bordaglia sua che in- 
titolavasi imperiale, varia di lingue e di religioni, senza disci- 
plina, senza magazzini, senza bagagli, irreparabile come la 
lava del Mongibello, spinta da inesorabile fatalità come le 
torme di Alarico, condusse sulla via che gl'invasori e i pel- 
legrini della Germania calcarono a vicenda da secoli alla volta 
di Roma. Non ritardato né dalle piogge che in que'giorni fu- 
rono smisurate, né dal mancamento di vettovaglie, soccorso 
unicamente da Siena, procedette con tanta prestezza che ai 
2 maggio giunse a Viterbo; ai 4 scacciò di Ronciglione le 
prime truppe pontificie che gli si fecero incontrò sotto Ra- 
nuccio Farnese; ai 5 attraversò la Campagna e verso sera 
comparve dalla parte di Monte Mario dinanzi alle mura del 
Vaticano. 

Fu cosa maravigliosa, se maraviglia è, dice il Guicciar- 
dini, che gli uomini non sappiano o non possano resistere al 
fato, veder papa Clemente spogliarsi in tanto pericolo della 
natura sua sì fattamente che, diventato quasi come procura- 



(1) Relazione precitata di Marco Foscari, pag. 54. 

(2) Fra Giuliano Ughi. Cronica di Firenze. Arck. stor. ital. Ap- 
pend., t. 7, pag. 140. 



— 427 - 

tote degV inimici, non solo proibi agli nomini di partirsene, 
ma ordinò eziandio non fossero lasciate uscirne le robe, 
delle quali molti mercatanti ed altri cercavano per la via del 
fiume di alleggerirsi. Delle truppe veterane poc 9 anzi licen- 
ziate non ebbe fiducia alcuna, ed ora riponevala intera in 
una ciurmaglia senza coraggio né disciplina, raccolta in gran 
parte tumultuariamente dalle stalle de' prelati e dalle botte- 
ghe degli artefici. Di Renzo da Ceri fece sempre bassa stima, 
ed ora rimetteva nelle sue mani e nel giudizio suo la difesa 
di Roma. Quante volte gli erano sembrati di poco o nessun 
conto i soccorsi della lega e in particolare del duca di Ur- 
bino, e pur ora confidava che venissero a tempo ! Agli uo- 
mini prudentissimi che Io consigliavano di ricorrere in mo- 
• mento opportuno a straordinarii rimedii, non porse ascolto, 
e ora soltanto, nelle ultime necessità, creò tre cardinali per 
quarantamila ducali ciascuno; i quali, se anche fossero stati 
numerati, non potevano più giovargli (i). 

Fattosi dunque tutt'a un tratto altro uomo, quando era 
ragione che fosse quel di prima, rimandò con disprezzo il 
trombetto del Borbone venuto a intimare la resa della città 
sotto colore di aver il passo per andare con l' esercito nel 
reame di Napoli (2). Tenne allora il Borbone consiglio di 

(1) Ai 3 maggio pubblicò in concistoro tre cardinali (Benedetto 
Accolti, vescovo di Cadice, Agostino Spinola, vescovo di Perugia, 
Nicolò Gaddi, vescovo di Ferentino) e prese licenza di pubblicarne 
altri due (Ercole Gonzaga, arcivescovo di Tarragona, e Marino 
Grimani patriarca d* Aquileia) Lettera di Domenico Venier, orator 
veneto. Roma 4 e 5 mag. 1527. Mariti Sanato, \. XLV, pag. 41. Vedi 
anche State papers, t. 6, nota a pag. 577. 

(2) Dimanda Borbone il passaggio per Napoli. Patrizio de Bossi 
fiorentino. Memorie storiche dei principali avvenimenti politici d'Ita- 
lia seguiti durante il pontificato di Clemente VII. Roma 1837, e Ja- 
copo Bonaparte, gentiluomo sanminiatese sul sacco di Roma. Mi- 
lano 1844. — Quanto alle memorie storiche del Rossi vedi le no- 
tizie critiche di L. Ranke Geschichte Deutschlands, t. 4. e sulla 



— 428 — 

guerra, e la deliberazione fa conforme al suo primo disegno 
di dar subito l' assalto. Ribelle al proprio re e traditore della 
patria ben sentiva che per onori cbe gli desse Cesare non 
avrebbe mai ricuperato il suo dinanzi alla coscienza pubbli- 
ca. A farla almeno tacere o per forza o per corruzione non 
restavagli altra via, eccetto quella di acquistar stato e fama 
di grande capitano. La Provenza e il Delfinato promessigli 
dall' imperatore non si poterono pigliare. 11 ducato di Milano 
parve essergli disdetto dal papa. Condotto insino a quel di 
per tante difficoltà, con vane promesse e vane speranze, qual 
cosa più naturale cbe nella gloria della presa di Roma ripo- 
nesse il fondamento di sue future grandezze (4)? 

Per T opposto al confessore Michele Fortin, domenica* 
no, diede incarico in caso di sua morte di assicurare l'impe-' 
ratore non aver altro avuto in mente che di servirlo e di 
aprirgli la via alla incoronazione: questo, disse, essere il mez- 
zo più efficace a dar pace alla cristianità; doversi poi pagare 
P esercito in Italia, perchè sotto pretesto de 9 mancati stipen- 
di! furono smunti i popoli e commesse tristi cose, delle quali 
ei sentiva rimorso. Quanto al papa, aggiunse il confessore, 
non voleva che costrignerlo ad un presto, e se dopo la sua 
morte avvenissero scandali pregò la maestà vostra di ripa- 
rare a tutto sollecitamente per Umore dell'ira di Dio (2). 

Sia comunque, resta fermo che coir esercito vittorioso 



operetta di Jacopo Bonaparte vedi la prefazione di Francesco Cu- 
sani, ove trattasi della quistione non ancor bene decisa intorno 
al vero autore della medesima, che alcuni vogliono il Bonaparte, 
altri Francesco Guicciardini o Luigi suo fratello. Sembra che le 
Memorie del Rossi non siano che una compilazione sulla base 
della operetta di Bonaparte o di Luigi Guicciardini. 

(1) Intorno ai suoi disegni vedi Brantome. Mèmoires contenente 
les vies des taommes illustres. Leyda 1692, e la Histoire du Conne- 
stable de Bourbon. Amsterdam 1696. 

(2) BuchoUz, t. 3, pag. 83. 



— 429 — 

intendeva tener occupata Roma e procacciare a) padron suo 
l'autorità de'Cesari antichi. £ fatto é veramente memorabile 
che a quel disegno acconciavansi non pochi degli abitanti. 
Sa ognuno cbe vi prevalevano i ghibellini; ma anche gl'im- 
migrati negli ultimi anni; coloro, ed erano i più, che viveva- 
no di officii e di affari alla corte, non trovavano incomodo di 
scambiare il dominio de'preti con quello di un potente impe- 
ratore, dal quale avrebbero gli utili stessi (i). 

In sul far del giorno 6 maggio 4527 mossero gì' impe- 
riali all'assalto delle mura che circondavano il Vaticano: 
alla destra i tedeschi verso porta Santo Spirito; alla sinistra 
verso porta Portese gli spagnuoli, favoriti da una folta neb- 
bia che impediva ai nemici di prenderli di mira con le arti- 
glierie, insino a tanto si accostarono al luogo dove fu comin- 
ciata la battaglia. Ributtati in sulle prime, tornarono più ani- 
mosi alla prova perchè videro il Borbone spingersi innanzi 
a tutti, prendere una scala, appoggiarla contro il muro ed 
esser primo a montare (2). Ma in quel momento medesimo 
un colpo di fuoco lo stese morto (3): avea trentott'anni; vis* 
suti come nessun 9 altro infelice : perse uno stato antico, e il 
nuovo non acquistò; da Francesco di Francia aborrito; ade- 
scato da Carlo di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che 
quanto meno possiedono virtù tanto maggiore la fingono, la- 
cerato; ben degno della mala morte da sé medesimo predetta 
per lo spergiuro fatto a Milano (pag. 347). La quale tutta- 

(1) Gli Romani si persuadevano che r imperatore avesse a pi- 
gliare Roma e farvi la sua residenza, e dovere avere quelle mede- 
sime comodità e utili che avevano dal dominio de'preti. Vettori. 
Sacco di Roma, scritto in dialogo. 

(2) Francesco Vettori. Storia d' Italia. Arch. stor. itai. Appenda 
n. 22, pag. 379. Vedi anche Sepulveda che allora era presente e 
eoo Alberto Pio da Carpi riparò in castel sant' Angelo, lib. VII, p. 7. 

(3) Renvenuto Cellini si vanta di averlo egli ucciso ; credesi in* 
vece fosse un prete che tirò il colpo fortunato. 



— 430 — 

via non raffreddò, anzi accese l'ardore de' soldati: in meo di 
due ore, superati i ripari e scalate le mure, entrarono nel 
borgo; né al papa restò che il tempo di fuggire in caste! 
sant' Angelo per il lungo corridoio che lo congiunge al Va- 
ticano, coperto da monsignor Giovio col suo mantello viola- 
ceo affinchè gli aggressori noi riconoscessero. Di là potè ve- 
dere la miseranda fuga de'suoi e i barbari che inseguendoli 
gli assassinavano a colpi di picche e di alabarde. Nondimeno, 
fidato ancora negli aiuti della lega, ricusò non solo di partirsi 
da Roma, ma eziandio di far accordo con i loro capitani ri- 
chiedenti in quel supremo momento trecentomila scudi e 
in pegno la città Leonina. Per lo che questi, dopo quattro 
ore d' indugio, mossero di nuovo le truppe, ed occupato il 
Transtevere senza colpo ferire, non trovando più difficoltà 
alcuna (4), la sera medesima entrarono per ponte Sisto io 
Roma. 

Qui la penna sento cadérmi per ribrezzo, non essendole 
accaduto mai di scrivere più dolorosa istoria. Quella Roma, 
carica si di vizi (2) e pur risplendente per cultura, abbellita 
da opere artistiche quali il genio italiano non ha mai ripro- 
dotte, traboccante di ricchezze per tanti anni accumulate; 
quella Roma che dopo i saccheggi del tempo di Alarico e 

(1) In Roma erano almanco trentamila atti a portare arme, da 
anni sedici insino a cinquanta; e tra questi n' erano molti uomini 
usi alla guerra; molti Romani, altieri, bravoni, usi a star sempre 
in brighe, con barbe insino al petto; nondimeno, mai fu possibile 
s' unissino cinquecento insieme, per guardare uno di quelli tre 
ponti. F. rettori, 1. e, p. 380. 

(2) Questo fu uno esempio che li uomini superbi, avari, omi- 
cidi, invidiosi, libidinosi e simulatori, non possono mantenersi lun- 
gamente : Iddio punisce spesso quelli che hanno questi vizii con li 
inimici suoi medesimi e con gli uomini più scellerati di quelli che 
sono puniti ... E non si può negare che li abitatori di Roma, e 
massime i Romani, non avessino in loro tutti i vizii detti di sopra, 
e maggiori. Ibidem, pag. 381. 



- 431 - 

Genserico si credeva inviolabile, nel merìggio della civiltà, 
in nome de) re cattolico, del presunto continuatore de 9 Ce- 
sari, fu abbandonata irremissibilmente alla sfrenata furia di 
quarantamila masnadieri. Dico quarantamila, perchè alle 
truppe del Frundsberg ed a quelle condotte di Lombardia 
dal Borbone eransi aggiunti i fanti italiani di Fabrizio Mara- 
maldo calabrese, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga; quin- 
di lungo il cammino moltissimi cavalleggieri capitanati da Fi- 
liberto di Gbalons principe di Orange e da Ferdinando Gon- 
zaga; in ultimo i disertori dell' esercito della lega e i soldati 
licenziati dal papa, coi banditi e coi vagabondi accorsi per 
cupidità di bottino. 

La uccisione non fu molta, scrive Francesco Vettori, 
perchè rari uccidono quelli che non si vogliono difendere (1); 
ma la preda fu tanta, che gli stessi spagnuoli avvezzi alle 
rapine americane ne rimasero a un punto maravigliati e sod- 
disfatti, sicché vedendo passare i poveri cittadini male in 
arnese facevano loro di berretta, e al danno aggiungendo lo 
strazio favellavano : addio veraci padri nostri, che tali noi 
dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel bene che ci avete 
fatto, e però pregheremo sempre Dio per voi (2). Fu fama che 
tra danari, oro, argento e gioie ascendesse il sacco a più di 
un milione di ducati, oltre alle taglie che montarono a som- 
ma di molto maggiore (3), oltre a quel che non ha prezzo, le 
violenze e le profanazioni. Intorno agli uomini illustri mal- 
trattati o messi in fuga, e alle opere loro perdute, basti leg- 
gere il Valeriano nel suo libro della infelicità dei letterati. A 
Cristoforo Marcello, vescovo di Corfù, imposero que'feroci la 
taglia di seimila ducati, e non potendo egli pagarla, lo incate- 



(1) Ibidem, pag. 380. 

(2) Brantome. Vies des hommes illustres. 

(3) In tutto vuoisi fossero dieci milioni di oro.L. Ranke Deutsche 
geschichte, t. 2, pag. 320. 



— 432 — 

narono a un tronco di albero e gli forarono le unghie, tanto 
che dallo spasimo, dall' intemperie e dal digiuno morì. 

Nelle stanze vaticane, dove era dipinto Attila arrestalo 
dalla spada dei santi Apostoli, i tedeschi accesero fiammate 
che affumicarono i mirabili lavori di Rafaello. Matrone e fan- 
ciulle andarono ad osceno ludibrio sugli occhi de'padri e dei 
mariti incatenati, e dai conventi cavaronsi le vergini per es- 
sere violate a gara nelle orgie imbandite sugli altari coi sa- 
cri vasi. Luterani briachi, messisi a vilipendio i cappelli car- 
dinalizi e i paramenti ecclesiastici, menarono lubriche danze. 
Posto il cardinale di Araceli in un cataletto, il portarono per 
Roma con esequie beffarde; indi il mandarono in groppa di 
un tedesco a mendicare di porta in porta il riscatto. Fin le 
tombe scoperchiarono; e un anello fu strappato dal dito di 
Giulio II quasi a postuma vendetta del suo grido Via i bar- 
bari. Chiamarono un prete perchè accorresse col viatico, e 
condottolo in una stalla vollero forzarlo a dar la comunione 
a un asino, e perchè ricusò lo uccisero; indi accoltisi in una 
cappella del Vaticano, contraffacendo parati e cerimoniale, 
degradarono il pontefice e ad una voce acclamarono a succe- 
dergli Martino Lutero. Chi non avrebbe preferito cader in 
mano de' Turchi, i quali certo non fecero tanti guasti e sa- 
crilegii in Ungheria (4)? Ah! ben aveva vaticinato il veneziano 
Girolamo Balbo, vescovo di Gurk, quando disse a Clemente 
VII : Fabio Massimo temporeggiando salvò la repubblica ro- 
mana; voi temporeggiando rovinerete Roma e l* Europa (2). 
Quello che avanzò alla preda de'soldati, e furono le cose 
più vili, tolsero poi i villani dei Colonnesi. Tuttavia il cardi- 
li) Adeo quod Romanis displiceat, qnod Turca Roman) non 
adventarit ad haec facienda. cum in Hungaria erat, minus enim in- 
festa et moderatior urbis direptio fuisset, minora sacrilegia. John 
da Casale to ff olsey. Venezia 16 mag. 1527. State papers, t. 6, 
pag. 579. 

|2) C. Cantù. Storia degli Italiani, I. 5, pag. 215. 



— *33 — 

oa le Pompeo Colonna, venato il di seguente per godere della 
umiliazione dell'emulo, aperse il suo palazzo a quanti vi ri- 
coveravano; molti cardinali riscattò, a molti diede pane. Ben 
si vede che cercava suffragi per la prossima elezione al pa- 
pato. Ma nulla valeva ornai a ritenere le furibonde masnade, 
le quali dopo aver tutti i viveri della città ridotto in borgo 
per affamare i romani, governandosi sotto ventidue capitani, 
eletti dall'universale (1), rizzarono trincee contro il castello 
sant'Angelo. A quai dolorose meditazioni dovette allora esser 
condotto Clemente dagli effetti disastrosi della sua perplessa 
politica ! E pur aspettava sempre l'esercito della lega. Guido 
Rangone con i cavalli suoi e con quelli del conte di Caiazzo 
e con cinquemila fanti dei fiorentini e della chiesa aveva se- 
guitato il Borbone con tanta prestezza che dove gl'imperiali 
pranzavano le sue genti cenavano (2) ; ma giunto il di mede- 
simo che fu presa Roma a Ponte Salario ed inteso il suc- 
cesso, si ritirò a Otricolo, con animo di andarsene a guardar 
Modena, stimando più gl'interessi proprii che la vita e lo stato 
delpadron suo (3). Le genti della lega erano invece partite 
da Firenze non prima del terzo giorno di maggio, dopo che 
al duca di Urbino furono restituite le fortezze di san Leo e 
di Maiolo, senza P approvazione dei consigli (4). A Castel 
della Pieve e a Perugia ebbero a soffrir tante stranezze che 
là gli svizzeri dovettero entrare per forza con grave danno 
della terra (5). e qua il duca di Urbino colse il destro di levare 

(1) Frane. Guicciardini al card, di Cortona 13 mag. 1527. Opere 
inedite, t. 5, pag. 444. 

(2) Where th Imperialles dync they suppe. Russell lo king Henry 
Vili 11 mai 1527, State papers, l 6, pag. 577. 

(3) Frane. Guicciardini al conte Guido Rangone 10 mag. 1527. 
Opere inedite, t. 5, pag. 439. 

(4| Ben. Varchi. Storia fior. I. 3, pag. 103. 
(5) In questo di Perugia siamo stati trattati molto male di vet- 
tovaglie, e ieri a Castel della Pieve ci furono fatte tutte le stranezze 



— 434 — 

di stato Gentile Baglione mantenutovi con l'autorità del pon- 
tefice, sostituendogli i figliuoli di Giampaolo stato decapitato 
sotto papa Leone X (1). In questa impresa perdette tre giorni, 
sicché solo a' quindici di quel mese raggiunse a Orvieto il 
marchese di Saluzzo, ivi arrivato il di undici. 

A Orvieto convennero insieme per risolvere le fazioni 
future". In vero stava a cuore de'veneziani di liberare il pon- 
tefice dalle mani de' barbari, e con lettere calde ne die- 
dero commissione al duca di Urbino (2); ma, benché si di- 
cesse essere quelli immersi nelle delizie delle prede, troppo 
erano ritenuti ed esperti per non avvertire il pericolo di una 
battaglia campale (3). Dovevano affrontarlo, mettere sé me- 
desimi in arbitrio della fortuna per misericordia di colui, che, 
dopo aver commosso alla guerra quasi tutto il mondo, se 
n' era più volte, senza rispetto alcuno degli amici, ritirato? 
Io per me credo non accada qui indagar l'animo del duca di 
Urbino se fosse o meno disposto a favore di un papa di quella 
casa de'Medici, ond'era stato pochi anni innanzi perseguitato 
a morte e spogliato del suo. Il disegno di cavarlo del castello, 
confidando nella supposta incuria degli imperiali, era già 
riuscito vano al marchese di Saluzzo e ad Ugo de' Pepoli. 
Mostravansi oltracciò le truppe del primo più vogliose di 

possibili ... in modo che si entrò drento per forza con molto mag- 
giore danno della terra che io non avrei voluto. Frane. Guicciar- 
dini al card, di Cortona 8 raag. 1527. Opere inedite, t. 5, pag 437. 

(1) Il duca (di Urbino) mi fa intendere che Gentile Baglioni ha 
mandato a Siena per fanti, e come male satisfatto di Nostro Signore 
pensa farsi padrone di quella città; però lui voleva . . . fare partire 
di quivi Gentile. Ibidem, pag. 446. 

(2) Secreta Rogat. 15 mag. 1527. 

(3) Tamen puto ijs non videri utile, ut (Urbini dux) alterius pro- 
grediatur . . . ipsi non sperant urbem amplius recuperar! posse: 
namque asserunt Caesarianos se munitos intus retenturos, neque 
expugnari posse. John da Casale lo iVolsey. Venetiis 16 mai 1527. 
State papers, t. 6, pag. 579 e 580. 



— 435 — 

saccheggiare che di battersi; renitenti gli svizzeri per man- 
canza di soldo (4). Per queste e per molte altre difficoltà, nelle 
quali consentirono quasi lutti i capitani, conchiuse il duca 
essere cosa impossibile di soccorrere allora il castello, ed an- 
che in avvenire senza il rinforzo di sedicimila svizzeri con- 
dotti per ordine dei cantoni; onde, dopo qualche dimostra- 
zione di accostarsi alla città, il di primo giugno levossi di 
campo. Ne seguì che il pontefice, destituito di ogni speranza, 
convenisse finalmente il quinto giorno di quel mese con gl'im- 
periali, quasi con le medesime condizioni per V addietro ri- 
fiutate. Si obbligò dunque di pagare quattrocentomila du- 
cati, cioè centomila di presente, cinquantamila fra venti di, 
dugentocinquant amila fra due mesi, dando statichi per la 
osservanza il datario Gian Matteo Giberto, i cardinali Trivul- 
zio e Pisani e due suoi parenti Jacopo Salviati, e Lorenzo 
fratello del cardinale Ridolfi. Insino a tanto che fossero pagati 
i primi centocinquantamila resterebbe prigione in castello 
con i tredici cardinali eh' erano seco; poi andrebbe a Napoli 
o a Gaeta per aspettare gli ordini di Cesare. Metterebbe in 
potestà di questo, per essere ritenute quanto paresse a lui, 
oltre al sopraccennato castello sant'Angelo, le rocche di Ostia, 
di Civitavecchia e di Civita Castellana, e le città di Parma, 
Piacenza e Modena. Assolverebbe in ultimo i Colonnesi dalle 
censure incorse. Come fu fatto l'accordo entrò in castello 
con tre compagnie di fanti tedeschi e tre di spagnuoli quel 
medesimo capitano Alargon, stato poc'anzi carceriere del 
re di Francia. 

(1) Lettera di Antonio Boll ani dalle vicinanze di Roma 6 mag. 
1527. Marin Sanato, t. XLV, p. 51 . Anche Scipione Attellano annun- 
ciando al duca Sforza ebe Guido Kangone, il duca di Urbino e il 
marchese di Saluzzo, che saranno circa 18000/an*è, muovevano in 
aiuto del papa, scriveva : ma pocho li spero . . .in ogni caso se fi- 
nirà la guerra fora di Lombardia, per questa volta non è pocha 
ventura 11 mag. 1527. archivio s. Fedele di Milano rase. 



- 436 - 

XI. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora della po- 
testà temporale dei papi. Civita Castellana e Civitavecchia 
non furono bensì consegnate agli imperiali, benché ne aves- 
sero comandamento dal pontefice; ma l'una era custodita io 
nome de 9 collegati e l' altra ritenuta da Andrea Doria in pe- 
gno di quattordicimila ducati di soldo a lui dovuti. Parma 
e Piacenza, abborrendo l'imperio degli spagnuoli, ricusarono 
di ammettergli e gridaronsi libere. Ancor prima, nel giorno 
seguente a quello in cui segnò l'accordo il pontefice, Alfonso 
di Este ricuperò Modena mal difesa da Luigi fratello di Guido 
Rangone. Non guari dopo ripresero i veneziani Ravenna e 
Cervia, e Sigismondo Malatesta s' impadronì di Rimini. 

Colpo più grave toccò Clemente a Firenze. I maggio- 
renti della città, ripigliato animo alla nuova de 9 suoi inforto- 
nii, presentaronsi a Silvio Passerini cardinale di Cortona, 
non più in abito militare come nella precedente insurrezione, 
ma col lucco e col cappuccio, domandando pacificamente li 
libertà della patria. Capitanavali Nicolò Capponi, censore one- 
sto del mal governo de'Medici quanto savio moderatore delle 
intemperanze plebee; ma gli aizzava Filippo Strozzi stato 
uno degli ostaggi dati, come dicemmo più sopra, al Monca- 
da, il quale, quando papa Clemente mancò ai nuovi patti fer- 
mati col viceré Lannoy e quindi al pagamento del suo ri- 
scatto, lo sciolse spontaneamente, affinchè accorresse a gin- 
gner legna al fuoco insieme con Clarice sua moglie, che, co- 
me figlia di Pietro II de 9 Medici, alla morte di Lorenzo II 
aveva preteso sottentrargli ne' diritti e invece s'era visto 
preferiti due bastardi, Ippolito ed Alessandro, e né tampoco 
ornato cardinale il figliuolo (1). 

Silvio Passerini, debole, impaurito, non avendo modo 
senza termini violenti e straordinarii di provvedere ai danari, 

(I) Bernardo Segni, Storia fior. t. I, p. 6. Jacopo Nardi, Storia 
della città t/2, p. 144. 



— 437 — 

nò volendo per avarìzia mettere mano a'suoi, deliberò di ce- 
dere al tempo; sicché per convenzione sottoscrìtta il deci- 
mosesto giorno di maggio se ne andarono di nuovo i Medici. 
Ragunato il consiglio generale, nel quale contaronsi duemi- 
ladugentosettanta cittadini, fu ristabilito il reggimento popo- 
lare della repubblica e creato gonfaloniere della giustizia per 
un anno Nicolò Capponi. Parve occasione sufficiente perchè 
la mutazione si reggesse, ed era al contrario follia sperarlo 
dopo la fatale riunione dell'impero tedesco colla monarchia 
spagnuola costituente la sterminata potenza di Carlo V. 

Il quale godeva che sbizzarrissero i nemici del principe 
di Roma, e dava anzi commissione al duca di Ferrara di rista- 
bilire i Sassatelli in Imola e i Bentivogli in Bologna (4), per- 
maso che gli verrebbe poi il destro di strappar loro di mano 
le prede. Imperocché, quantunque co 9 soliti infingimenti si 
sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era 
successa senza saputa di lui, e, quello che appariva più veri- 
simile, senza la volontà de 9 suoi capitani (2), pure da molti e 
credibili riscontri storici abbiamo per accertato, fosse suo in- 
tendimento torre al papa il mezzo d'ingerirsi mai più nelle 
faccende di governo. Non già che una vittoria riportata con 
tanto strazio di Roma e con tanta profanazione, non gli pe- 
sali' animo : reputiamo anzi sincere le pubbliche mo- 



(1) Leop. Ranke. Deutsche geschichte im zeitalter der reforma- 
Uod, t. 3, pag. 11. 

(2) Poiché il papa ci aveva oggimai occupato gran parte del 
regno di Napoli, volendo il nostro esercito soccorrere quella parte 
dove vedeva il pericolo più vicino, senza che aspettasse il nostro pa- 
rere et comandamento, prese la via di Roma L' esercito te- 
mendo che la tregua stretta col viceré sortisse l' effetto stesso che 
quella di Ugo, contro il voler dei capitani, seguitò la sua strada, 
dove, mancatogli il capitano generale, fece queir insulto che avrete 
inteso. Carlo V al re d'Inghilterra e a tutti gli altri potentati cri- 
itiani, 2 agosto 1527. Ruscelli, Lettere di principi, t. 2, pag. 77 e 78, 



- 438 — 

stre del dolor suo col prendere il bruno e col decretare pre- 
ghiere espiatorie (4); ma qual principe cattolico si recò mai 
a coscienza di non estendere al sovrano di Roma il rispetto 
dovuto al Capo della Chiesa ? Alla corte de'Cesari antico era 
il disegno della riforma, non nel senso dottrinale, si dei co- 
stumi del clero, fondata siili' abolizione della potestà tempo- 
rale. La propose schiettamente il viceré Lannoy. Gli è ** 
cessano, scriveva, che il sacerdozio sia finalmente prosciolto 
dai viluppi mondani; che Roma non dia più occasione & 
scandalo a tutto il mondo; che si estirpino V eresie; in breve 
che a Dio si renda quel eh' è di Dio, e a Cesare quel cWè di 
Cesare (2). All' incontro la vera mente dell'imperatore biso- 
gna sorprendere tra le reticenze e le ambagi del suo stile. 
Vedemmo già aver dato ordine al Lannoy medesimo di con- 
dursi in modo che non si avesse sempre a ricominciare col 
papa (3). Allorché intese l' arrivo del Borbone dinanzi a Ro- 
ma, solo un timore lo angustiò, ch'ei si lasciasse ingannare 
o non prendesse buone sicurtà per il mantenimento della pa- 
ce (A). E le sicurtà desiderate dichiarò non si tosto ebbe 
nuova della vittoria, quando cioè non faceva più mestieri di 
simulare. Nella instruzione che portò seco Pietro de Veyre, 
.barone di Mont st. Vincent, mandato al viceré, sono nomi- 
nate le città stesse, di cui i suoi capitani avevano già imposta 
al papa la resa, e, in luogo di Modena occupata dal duca di 
Ferrara, Bologna e Ravenna. Imperocché, soggiunge Pimpe- 

(1) Le peso en el alma, y mostro gran sentimiento de quehu- 
biese sido con tanto danno de aquella ciudad, y prision del papa. 
Sandoval, op. cit., t. 5 p. 33. Lo stesso imperatore incaricò Pietro de 
Veyre di significare al viceré Lannoy che gli doleva assai, que 
les affaires aient èté contraintz et forcez à telle infortirne des Ro- 
mains. Bucholtz, t. 3, pag. 97. 

(2) Bucholtz, t. 3, pag. 87. 

(3) 5 febbr. 1527, Ibidem, pag. 59. 

(4) 6 giugno 1527, Ibidem, pag. 72. 



— 439 — 

ratore, io stimo ben necessario che sia liberato il pontefice e 
ristabilito nell'autorità spirituale, purché ciò avvenga di ma- 
niera che, se mai gli torna il volere di nuocermi, non ne ab- 
bia la possa (i). Vero è che quelle città prometteva non 
avrebbe ritenute che insino a tanto fosse conchiusa la pace 
universale e convocato un concilio per la riformazione della 
Chiesa. Questo unico rimedio alle maledette eresie raccoman- 
datagli il fratello Ferdinando, e non si lasciasse uscir di ma- 
no il prigione senza aver messo ordine nella cristianità (2). 
Ha qui giova notare che Mercurino da Gattinara, gran can- 
celliere, proponeva sin d' allora si ricongiugnessero Parma 
e Piacenza col ducato di Milano, Firenze e Bologna coll'im- 
pero (3), e che con lui consentiva il viceré Lannoy di rimet- 
tere nel concilio medesimo 1' esame delle ragioni di Cesare 
sopra Roma e sopra altre terre d' Italia (4). Tanta fede ave- 
vano nella causa sua e neir abolizione della potestà tempo- 
rale de' papi ! La quale era invero grandemente desiderata 
da molti, e già si diceva, afferma il Varchi, infino da plebei 
uomini che, non istando bene il pastorale e la spada, il papa 
dovesse tornare in san Giovanni Laterano a cantar la mes- 
sa (5). Quante volte ne' consigli de' principi non ne fu agi- 
tato il disegno? e che altro, fuor che la gelosia reciproca, o 
la difficoltà di convenire nella divisione delle spoglie, ne im- 
pedì la esecuzione? Allorché intese Cesare la lega di Cognac 
disse all' ambasciatore. francese in presenza del nunzio, es- 
sere stato il re Francesco che a lui propose di scendere am- 
bidue insieme armati in Italia, e, sciolto il pontificio dominio, 



(1) 21 luglio 1537, Ibidem, pag. 101. 

(2) Praga 30 mag. 1527. Gévay. Urkunden età, fase. 1, pag. 52. 

(3) 7 giugno 1527, Bucholtz, t. 3, pag. 83. 

(4) Ibidem, pag. 88. 

(5) Storia fiorent. Milano 1803, t. 2, pag. 43. 



— 410 — 

di rendersene padroni (4). Ornai quello di che accusava il ri- 
vale, voleva tutto per sé. Indi l'ostacolo unico, del quale deve 
rallegrarsi lo storico, persuaso che col togliere allora il go- 
verno de' preti in una piccola parte dell'Italia, sarebbesi age- 
volata agli imperiali la dominazione dell' intera penisola. A 
questa aspirava indubitabilmente Carlo V. Vostra maestà, di- 
cevagli il grancancelliere, si trova già sul retto cammino 
della monarchia universale (2), ed egli infatti non dubitava 
tampoco che verrebbe fatto all' esercito suo di acconciarsi 
co' fiorentini e di passar poi sulle terre de' veneziani (3). Se 
si mandano soli seimila uomini di rinforzo al Leva, scrive- 
vavasi da Milano, tutta Italia è vinta e conquistata (A). 

(1) Dispacci di A. Navagero, Km. Cicogna, Iscriz. ven. t. 6, 
pag. 192. 

(2) Bucholtz, t. 3, pag. 85. 

(3) Lettera di Carlo V del 30 giugno 1527. Hormayr. Archiv. 
an. 1812, pag. 381. 

(4) Lettera di Angerer 1. luglio 1527. Ibidem. 



CAPITOLO SETTIMO. 



Accordo di Enrico Vili con Francesco 1; mot irò personale del primo; nuova coofe* 
deraxione tri loro ad Amiens. — Fatti d' arme in Lombardia ; Tenuta di Lautrec 
con un esercito francese ; acquisto di Genova ; presa di Alessandria e di Pavia ; 
•otrata del duca di Ferrara e del marchese di Mantova nella lega contro l' im- 
peratore. — Contumacia dell'esercito imperiale a Roma; liberazione del papa e 
sua fuga ad Orvieto; vaci Manza ed ambagi della sua politica. — Vane pratiche di 
pace tra i due rivali; andata di Lautrec a Napoli; vittoria navale de' francesi: 
difficoltà dell' assedio ; disfida al duello tra Francesco 1 e Carlo V. — Venuta 
del dura di Brunswick con nuove truppe lede» che ; ricuperazione di Pavia ; asse- 
dio di Lodi; progressi de' francesi in Lombardia sotto Francesco di Borbone conte 
di Saint-Poi; ripresa di Pavia; miserie de' Milanesi. — Falli d'arme intorno a 
napoli; passaggio di Andrea Doria alla parte imperiale; disordini nell' esercito 
francese, sua rotta e capitolazione; indipendenza di Genova e riordinamento della 
su repubblica. — Negoziazioni del pontefice con Cesare e con la lega avversa- 
ria ; suoi portamenti col re d' Inghilterra riguardo al divorzio, e con la repubblica 
veneta; ambasceria di Gaspare Contarini. — Elezione dell' arciduca Ferdinando 
a re di Boemia e di Ungheria ; turbolenze in quest' ultimo regno ; opposizione 
della Germania a casa d'Austria; frode di Odone de Pack, e sue conseguenze; 
dieta di Spira e protesta de* luterani. — Declinazione de' francesi in Lombardia ; 
loro sconfitta a Landriano. — Condizione di Firenze ; amministrazione del gonfa- 
loniere Nicolò Capponi; sua caduta; ragioni che mossero Carlo V alla pace di 
Barcellona col papa. — Trattative di Cesare colla Francia; pace di Cambray; 
adesione del re d'Inghilterra; dignità di Venezia. 

I. A tanta minaccia fu contrapposta la lega d'Inghilterra 
con Francia. Sin dal di 30 aprile 1527 si era conchiuso 
T accordo per cui andarono oratori a Cesare ad intimargli o 
la liberazione de' principi ostaggi, o la guerra (i). Quanto 
più dovevansi accendere gli animi alla notizia della perdita 
di Roma I La generale indignazione tornava opportuna a co- 
lorare di pietà gr intenti politici. Finché fresca è ancora la 



(1) Tratte de Vestminster 30 aprile 1527. Du Mont. I. 4, p. 1, 
I>ag. 47<>. 



_ 442 — 

ingiuria, scriveva il cardinale WoLey, reputo doversi tentar 
tutto, muovere ogni pietra, trascorrere sino alla effusione del 
sangue per ritornare il vicario di Cristo alla sua pristina 
dignità (i), e la causa della santa sede, dicevagli Enrico 
Vili nella instruzione per un nuovo trattato col re France- 
sco, è causa comune de 9 principi : non mai le fu recata onta 
maggiore ; e poiché di essa, non in una offesa qualsiasi, sì 
unicamente nell'avidità di dominio vuoisi cercare la ragione, 
così fa mestieri reprimerne a forze unite le trascendenze (2). 
Cosa singolare ! a questo proposito di equiponderanza ter- 
ritoriale, sotto specie di protezione del papa, dava fermezza 
un motivo personale, che poco stante lo spinse allo scisma 
con Roma. Aveva Enrico per moglie Caterina d'Aragona, zia di 
Carlo V, stata prima maritata ad Arturo suo fratello morto 
a quindici anni. Non ostante la dispensazione di papa Giulio 
li, per l'impedimento dell' affinità strettissima (3), di quel 
matrimonio si mormorò sempre, e più allora che, essendo 
morti un dopo P altro i figliuoli maschi, parve avverarsi mi- 
racolosamente la minaccia del Levitico, senza badare alla 
eccezione dichiarata nel Deuteronomio. Ai dubbi mossi fin 
da s. Tomaso d' Aquino sulla facoltà pontificia di derogare 
alle leggi della Scrittura, aggiunsero vigore le dottrine lute- 
rane di già introdotte in Inghilterra; sicché il confessore del 
re da gran tempo andava dicendo a' suoi amici che quel ma- 



il) Cardinalis Eboracensis ad card. Rodolfi! m Patrim, legatum. 
Londini 12 jul. 1527. Hugo Laemmer Monumenta vaticana, pag. 23. 

(2) Ad Iractandum super quocuraque foedere prò resarcienda 
romanae sedis dignitatc commissio regia. Rymer Foedera, t. 6, 
p. 2, pag. 80. 

(3) La dispensazione aveva riguardo anche al caso che il ma- 
trimonio con Arturo fosse stato consumato : curri matrimonium con- 
traxissetis illuclque carnali copula forsan consumacissetis. Così leg- 
geri nel breve pontificio. Burnet, Collection, pag. 9. 



— 445 — 

trimonio non dorerebbe sino alla fine (4). Di questi scrupoli 
e del disamore di Enrico a Caterina, ornai avanzata negli 
anni e senza attrattive, giovossi il cardinale Wolsey per te- 
nerlo fermo nella nuova politica avversa all'imperatore. Ben 
si vuol credere (poiché lo affermò più tardi in giudizio) non 
essere stato egli primo a parlare di divorzio; resta nonper- 
tanto ch'egli ne fece per primo la proposta, allo scopo di scio- 
gliere il maritaggio con cui un tempo Ferdinando il cattolico 
ed Enrico VII avevano pensato di perpetuare la congiunzione 
delle due famiglie. Lo disse egli medesimo a Giovanni du 
Rellay, ambasciatore francese (2). Altrettanto certo è che la 
passione del re per Anna Boleyn, sebbene venisse in accon- 
cio, non era ne'disegni suoi, volti a sostituire allo spagnuolo 
un parentado francese. Di che, venuto in Amiens a parla- 
mento col re Francesco, gettò una parola alla madre di lui. 
Non usci per allora del mistero ; ma quella parola pregò si 
tenesse a mento, ed ei P avrebbe a suo tempo ricordata. 

Con tali intendimenti sottoscrisse a di 48 agosto 1527 
la nuova confederazione colla Francia. Importava ad Enrico 
gratificarsi il pontefice per la sanzione del divorzio, e Fran- 
cesco, ancorché per riavere i figliuoli avrebbe lasciato lui e 
Italia in preda, dovette promettere di non fare accordo alcuno 
con Cesare senza la sua liberazione. Quegli aveva da prin- 
cipio richiesto si costituisse in Avignone una nuova autorità 



(1) Jam pridem conjugium regium velut iniirmum labefactatum 
iri censebat klque ciani suis saepe inlimis amicis insusurrabat. Po- 
lydorus Virgilius Historia anglica, Henricus Vili, pag. 82. 

(2) La quelle rompture rìu mariane ... est de telle imporlance, 
ce dit raon dit seigneur Legat (Wolsey), que tout homme en pourra 
juger qui saura que les premier* termes di* divorce ont été tnis par 
luy en acant, a fin de mettre pcrpetuelle separation entre les mai- 
sons d'Angleterre et de Bourgogne. Depéche de Leveque de Bayonne, 
J. du Bellay 28 oct. 1528. Le Grand Hisloire du divorce, t. 3, pa- 
gina 185. 



9 444 __ 

suprema ecclesiastica: ma poiché i cardinali ancor liberi ri- 
cusarono di andarvi, obbligaronsi almeno i due sovrani di 
non acconsentire alla convocazione di un concilio durante 
la prigionia del papa, e in generale di opporsi a qualunque 
atto impostogli nell'interesse dell'imperatore (i). In con- 
traccambio rinunziò Enrico alle antiche pretese sulla corona 
di Francia, accettando in compenso una pensione annua di 
cinquantamila ducati, da pagarsi fino alla consumazione dà 
secoli. Trattossi inoltre della guerra, e mentre prima vole- 
vasi romperla di là dai monti, principalmente nei Paesi Bas- 
si, fu preso ora di portarla in Italia; al qual uopo, per essere 
certo vi fossero intere le forze stabilite, assunse Enrico il 
carico di un sussidio mensile di trentaduemila ducati, nella 
speranza di rifarsene con un assegnamento perpetuo sopra 
Milano. Si convenne in ultimo nella elezione di Lautreca 
capitano generale degli eserciti della lega. 

II. Innanzi eh' egli passasse i monti avevano i confede- 
rati dato alcun segno di voler giovarsi delle angustie degli 
imperiali in Lombardia. Le genti dei veneziani e del duca 
di Milano, forti di circa tredicimila fanti, cinquecento uomini 
di arme e settecento cavalleggieri, il di 25 giugno i 527 ven- 
nero a Marignano, mentre truppe francesi divise in due corpi 
muovevano contro Alessandria e Novara, e Giangiacomo Me- 
dici castellano di Musso, impadronitosi per inganno della 
rocca di Monguzzo tra Lecco e Como appartenente ad Ales- 
sandro Bentivoglio, discendeva dai colli di Brianza. Erano 
in tutto, scrive Antonio de Leva, quattro contro uno di noi, 
e, pur, raccomandatomi a Dio, volli tentare la fortuna (2). 

(!) Praesertim cum, juris naturalis aequitate pensata, non pro- 
prie a summo pontifice factum dici possit, quod ad aliorum arbi- 
trium facitcaptivus,etiamsi verbis diversissimum profiteatur. Trai- 
té d' Amiens 18 aoùt. Du Mont, t. 4, p. 1, pag. 494. 

(2) Ant. de Leva all'imperatore 14 luglio 1527, Lanz Corresp., 
t. 1, pag. 23G. 



— 445 — 

Affidata a Gian Battista Lodrone la difesa di Alessandria, e 
quella di Novara a Filippo Tormello, andò egli stesso incon- 
tro al grosso dell' esercito nemico, e giunto a Malignano in 
quel momento che le truppe dello Sforza capitanate da Gio- 
vanni Borromeo ne assaltavano la chiesa, benché non con- 
ducesse seco più di duecento cavalleggieri e cinquecento tra 
spagnnoli e italiani, avendo i tedeschi indugiato a seguitarlo 
per mancanza di soldo, diede loro addosso con tanta furia 
che li costrinse a riparare nel campo trincerato, donde, per 
scaramuccie e provocazioni eh' ei facesse, non gli avvenne 
mai di trar fuori i veneziani (1). Poco dopo, avendo sentito 
il di 28 luglio che il castellano di Musso, con duemilacin- 
quecento svizzeri e grigioni soldati dal re di Francia, era ve- 
nuto a villa di Carato, ritornò a Milano, e di là, riposato un 
sol giorno e lasciati soli dugento uomini, quantunque i vene- 
ziani vi fossero vicini a dieci miglia, col resto dell' esercito 
corse ad affrontare i nuovi nemici. Respinto due volte, vinse 
al terzo assalto, ancorché quelli pugnassero come demonii, 
in guisa che per finire il combattimento si dovette ammazzarli 
tutti: mille caddero morti; gli altri, e il castellano di Musso 
con essi, fuggirono. Fu il più gagliardo fatto d'arme, disse 
Antonio de Leva, che io abbia veduto da che sono alla guer- 
ra (2). In tale occasione bene stava a lui lamentare che le 
masnade conquistatrici di Roma, in luogo di concorrere a 
nuove imprese, vi si trattenessero in ozio a godere delle 
ricche prede : se avessero obbedito appena presa Roma, e 
fossero tornali in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vo- 
stra maestà (3). Noi contrista invece la sfiducia degli italiani 

(1) Ils disent quils ont ordre de la seigneurie de ainsi le faire, 
et ils lobservent ponctuellement. Ibidem. 

(2) 4 agosto 1527, Ibidem, pag. 246. 

|3) Car il ny avoit des vivres suffisants dans le villes des Veni- 
tiens, pour sy maintenir quinze jours, et ils nauroient ose se tenir 
en campagne. Ibidem, pag. 243. 



- 446 - 

in sé stessi. Appunto per ciò che quelle masnade non torna- 
rono, e i loro commilitoni di Lombardia rimasero lungo tem- 
po scarsi di numero e in gran penuria di ogni cosa, perchè 
non cogliere il destro ad uno sforzo concorde e vigoroso? 
Sono rimproveri per essi i timori dell' avvenire che turba- 
vano al Leva la gioia de' narrati successi. « Voglio credere 
(scriveva a Cesare) che vostra maestà ignori le necessità no- 
stre : altrimenti non avrebbe ordinato a Lopez de Soria di 
non darmi che trentamila scudi. La supplico a ricordarsi de- 
gli stipendi residui e a considerare che qui non si può piò 
vivere a discrezione, perchè gli abitanti non ne hanno e non 
possono sopportarlo, ed è la più gran pietà del mondo a ve- 
derli; e certo se la maestà vostra li vedesse, vi metterebbe 
rimedio, essendo questo massimo debito di coscienza. Le 
paghe dei tedeschi ammontano ogni mese a venticinque* 
mila scudi e quelle degli spagnuoli a ottomila. Dovetti ol- 
tracciò levare quattromila italiani a quattordicimila scudi 
di soldo al mese, senza i quali non sarei in grado di difen- 
dere lo stato. Aggiungete le spese dei cavalleggieri, delle 
genti d' arme, delle munizioni, de" corrieri, e delle guarni- 
gioni nelle fortezze. Duolmi di non aver più nulla del mio 
a dare. Tutto che possiedo nel reame di Napoli è impegnato 
e in gran parte venduto : Cartagenaper duemila ducati pre- 
statimi tiene la commenda onde mi avete gratificato. Vostra 
maestà mi rimette ai provvedimenti del viceré, ma questi è 
si lontano che, mentre le domande e le risposte vanno e ven- 
gono, ogni cosa può andare in ruma. 11 credito è perduto 
con tutto il mondo. Sembra che confidiate nella vostra for- 
tuna e ne avete ragione ; ma bisognerebbe pur aiutarla, e 
badar bene che Dio non fa ogni giorno miracoli (1). » 

La guerra di Lombardia non si riscaldò che alla venuta 
di Lautrec nel Piemonte con una parte dell' esercito. Il qua- 
li) Ibidem, pag. 2-18. 



— 447 - 

le, per non istare ozioso mentre aspettava il resto, si pose a 
campo nei primi di del mese di agosto dinanzi al castello di 
Bosco nel contado di Alessandria, e dopo dieci giorni di vi- 
vissimo cannonamelo lo costrinse ad arrendersi. Nello stes- 
so tempo Andrea Doria, passato per consiglio del pontefice 
dagli stipendii suoi a quelli del re di Francia, nell' approssi- 
marsi a Genova per ricominciarne il blocco, che, sebbene più 
volte interrotto, aveva ornai ridotta quella città in estrema 
miseria, ebbe avviso come sei grosse navi fossero giunte 
allora a Portofino, cinque cariche di grano ed una di mer- 
catanzie, convogliate da sette galee imperiali. Per il che, an- 
dato colà a voga arrancata, buttò in terra milledugento fanti 
sótto il comando di Filippino suo nipote. Agostino Spinola 
venato in tempo a rinforzarne il presidio li disperse; ma non 
aveva appena vinto che fu richiamato per muover contro 
a Cesare Fregoso, il quale sceso giù dai gioghi con duemila 
fanti si era avanzato fino a san Pier d' Arena. Onde ai ca- 
pitani delle sette galee parve prudente tornarsene a Genova 
per non rimanere tagliati fuori, e toccò invece di trovare la 
mina nel partito in cui confidavano la salute. Ne fu colpa 
il ventò, il quale mutatosi a un tratto fece abilità al Doria 
di abbrivarsi loro addosso e di catturarli tutti, e con essi le 
navi, eccetto una sola; dopo di che con pari agevolezza s'im- 
padronì dei legni carichi di grano e di merci preziose. Que- 
sto, e il talento movitivo del popolo, e la vittoria riportata 
dal Fregoso sopra le genti dello Spinola, indussero i depu- 
tati della città a ristabilire il dominio francese mediante con- 
vegno, che, preservandola dalle vendette di parte, meritò 
pubblici rendimenti di grazie così ai vinti come ai vincitori. 
Il doge Antoniotto Adorno ricoverossi a Milano, ove mori 
pochi mesi dopo, e il re Francesco vi mandò governatore 
Teodoro Trivulzio. 

Tenne dietro a questo acquisto importante Ja presa di 
Alessandria. La quale però fu principio di nuove diffidenze 



— 448 — 

tra i confederati, perchè sebbene Lautrec per intercessione 
dei veneziani (4) desistesse dal proposito di lasciarvi a guar- 
dia cinquecento fanti, pure la ripugnanza di darla libera allo 
Sforza rimase indizio di segreti disegni sopra V intero duca- 
to. D'altra parte non potendo, senza loro contrasto, tirarlo 
al profitto del padron suo, per servirsene almeno di prez- 
zo a ricuperargli i figliuoli, mancò a lui lo stimolo a termi- 
nare prontamente la guerra di Lombardia ; crebbe anzi il 
timore che, rimesso che fosse lo Sforza in dominio, non 
lo avrebbero seguitato i veneziani nel rimanente della im- 
presa. Il perchè avanzatosi fino a otto miglia dalla capitale 
voltò tutt'a un tratto cammino, piombando addosso a Pavia 
dove non erano che ottocento fanti comandati da Lodovico 
da Barbiano conte di Belgiojoso, e la infelice città presa di 
assalto il dì 2 ottobre lasciò saccomettere e vituperare orri- 
bilmente per vendicar la vergogna della rotta e della presura 
del suo re. Indarno instarono allora di nuovo i veneziani e 
lo Sforza che procedesse a pigliare Milano. Oppose Lautrec 
i comandamenti dei re Francesco ed Enrico che principal- 
mente P avevano mandato in Italia per la liberazione del 
pontefice; glieli inculcarono l'oratore inglese e i cardinali 
presenti (2); ond' egli, dopo aver stabilito che gli alleati te- 
nessero le genti loro in alloggiamento molto fortificato a Lan- 
driano a due miglia da quella città, con millecinquecento 
svizzeri, altrettanti tedeschi e seimila tra francesi e guasconi 
il di \ 8 ottobre passò il Po avviandosi a Piacenza. In quel 
giorno medesimo scrisse Antonio de Leva all'imperatore: 
« abbiamo perduto Pavia; ma quantunque tutto il mondo 
sia contro di noi, e ci manchino vettovaglie e denaro, soste- 
nemmo Milano, Como, Trezzo, Lecco, Pizzighettone e Monza 



(1) Secreta Royat. 18 seti. 1527. 

(2) Andrea Burgos (da Borgo) al emperador. Ferrara 20 oct. 
1527. Archivio di Simamas in Ispagna Estado leg. 1553 msc. 



— 449 ~ 

che sono i passi più importanti. Fa compassione veder que- 
sta città e il resto dello stato in tanta mina, smunti i po- 
poli, ed ogni cosa ridotta all'estremo, per modo che non so 
come viviamo (4) ». 

Giunto Lautrec a Piacenza differì la marcia alla volta 
di Roma, sempre in aspettazione degli accordi eh' erano in 
pratica o de' rinforzi di fanti tedeschi condotti dal signore di 
Vaudemont, e risoluto di voler prima assicurarsi del duca 
di Ferrara e del marchese di Mantova, per non lasciar die- 
tro di sé nemici (2). 

Alfonso d' Este, considerata la trista condizione degli 
imperiali, contumaci a Roma, mancanti del necessario in 
Lombardia (3), ben lungi dall' assumerne il comando supre- 
mo proffertogli di nuovo dopo la morte del duca di Borbo- 
ne (4), s' era già in cuor suo voltato alla Francia. Ma le ne- 
goziazioni condusse con tanta industria che da una parte, 
lagnandosi dei ministri di Cesare, quasi inutile fosse segui- 
tarli nella perdizione che da sé medesimi volevano (5), fece 

(1) Milano 18 ott. 1527. Biblioteca de la dead, d'hist. de Madrid. 
A. 41 msc. 

(2) Dispaccio precitato di Andrea da Borgo nisc. 

(3) Lo exercito suo que andò a Roma no è mai tornato in qua 
ma obstinatamente fin qui persevera in la sua contumacia et in tan- 
to disordine que più no se potria dire ... le cose de Lombardia 
ancho stanno male ... no so corno fra tante diflficultà possa durar 
lungamente . . . seria multo bene que ella facesse acordo e pace 
con el rey de Francia . . . necessaria a questa misera e aflita Italia 
e a tutta cristianità. Lettera del duca alfonso d* Este all'imper. 
Ferrara 4 ottobre 1527. Archino di Simancas Neg. do de Estado leg. 
1553 msc. 

(4) Este nuncio del papa y el embaxador de florencia que aqui 
estan dixero al embaxador del duque (di Ferrara) que no crehìa 
que su hamo fuesse tan loco que a està sazon tornasse tal cargo. 
Alonso Sanchez al emperador. Venezia 6 Agosto 1527. Biblioteca 
de la Academia d'hist. de Madrid. A. 41. msc. 

(5) Cum non sit in potestate sua etiam si omnia exponeret 



- /<50 — 

capace Andrea da Borgo, residente imperiale alla sua corte, 
della necessità che lo strigneva ad accordare col Lautrec, 
dall'altra ostentandola fede de'patti anteriori dettò a quest'ul- 
timo e agli altri collegati le condizioni della sua alleanza, 
^on si obbligando di dare che cento uomini di arme e sei- 
mila scudi al mese, in luogo de' centomila richiesti da prin- 
cipio e pagabili in tre termini (4), ottenne la mano di Renata, 
figliuola del re Luigi XII, per Ercole suo primogenito con in 
dote i ducati di Chartres e di Montargis. Volle eziandio fos- 
sero pagati i frutti dell'arcivescovado di Milano ad Ippolito 
suo secondogenito, se gì' imperiali li sequestrassero, conse- 
gnata a lui Cotignola, tolta poco innanzi dai veneziani agli 
spagnuoli, in cambio della città di Adria, la quale instante- 
mente dimandava, e permesso contro ad Alberto Pio l'acqui- 
sto delia fortezza di Novi ai confini del Mantovano. Più an- 
cora che il cardinale Innocenzo Cibo, in nome de'.colleghi 
adunati a Parma, promettesse d'indurre il pontefice a rin- 
novare la investitura di Ferrara, a rinunziare alle ragioni 
di Modena e di Reggio, a lasciargli libera la estrazione del 
sale a Comacchio, a consentire alla protezione che i collegali 
prendevano di lui e del suo stato, a far cardinale il figliuolo 
Ippolito e a conferire al medesimo il vescovado di Modena, 
vacante per la morte del cardinale Rangone (2). E tutto ciò 



substinere tale pondus si ministri V. M. volunt mere — et dicit 
quod nescit in quo prodesset M.i V. ruiua sua. Andrea da Borgo 
all' imper. Ferrara 8 e 26 ott. 1527. Archivio di Simancas. Estado 
leg. 1553 msc. 

(1) Propter quod (lux fuerat in terribili commotione demon- 
strando se non habere pecunias neo uìlum modum ad exbursan- 
dum eos, nec posse etiam quum liaberet illud salva fide sua et ho- 
uore. Andrea da Borgo all' imper. Ferrara 6 nov. 1527. Ibidem msc. 

(2) Il trattato del 15 nov. 1527 si trova nelle Antichità estensi 
del Muratori, parte '2, pag. 341-351, e nel Registrimi fùr die deutsche 
geschichte di Swkndorf. Berlin 1854, par. 3, pag. 172-187. 



— 451 — 

pur limitando i sopraccennati sussidi! a solo sei mesi, e sen- 
za chiudersi la via di tornare air amicizia dell'imperatore, 
avendo dichiarato ad Andrea da Borgo, corno vuole il de- 
stino de' piccoli principi, che se le cose sue volgessero in me- 
glio, terrebbe per nulla, come coatta, r accessione alla h>ga(i). 
Con lo stesso animo vi entrò anche il marchese di Manto- 
va. Maggior aiuto le porse la repubblica fiorentina, rinno- 
vando, non ostante i contrarii avvisi di Nicolò Capponi e di 
Luigi Alamanni, la confederazione colla Francia ; onde le 
bande nere, prese poc' anzi a' suoi stipendii e portate a cin- 
quemila fanti sotto il comando di Orazio Baglione, furono 
promesse al maresciallo Lautrec. 

TU. Tanto apparato di forze nemiche non piegò Cesare 
alla pace, si lo spinse a prevenire il pericolo della libera- 
zione per mano altrui del pontefice. Il tentativo del viceré 
Lannoy di tradurlo a Gaeta era andato a vuoto per la oppo- 
sizione del capitano Alarfon deputato alla sua guardia, il 
quale, uomo non di mal volere, ma troppo scrupoloso, ri- 
spose, non voler Iddio eh' egli meni prigione il corpo di Cri- 
sto (2). Riuscirono egualmente inefficaci gli sforzi di Fili- 
berto d'Orange per istaccare i soldati dal sangue e dal- 
l'avere de' romani (3), né miglior effetto ebbe il disegno 
del duca di Ferrara di convenire con Firenze verso il pa- 
gamento di dugentomila talleri, per poter condurli sulle terre 
de' veneziani e di là in Lombardia, avendone i capitani vo- 
luto invece trecentomila e poi altri ventimila; sicché Fi- 



li) Dispaccio precitato di Andrea da Borgo 6 nov. 1527 msc. 

(2) Disant que a dieu ne plust que il amenast le corps de dieu 
en prison. Le bon home ne last pus test pour mauvaise intenlion, 
mes pour estre trop scrupeuleus. P. de Veyre an den kaiser. 30 
ftett 1527. Lanz Corresp. t. 1, pag. 251. 

(3) Rapporto di Filiberto (Y Oranges all' imper. 21 giugno 1527. 
Bucholtz, t. 3, pag. 79. 



- 452 - 

renze preferi di rimanere nella lega (i). In somma que' sol- 
dati, contumaci pe'crediti delle paghe e de' danari promessi 
dal pontefice, non solo trascuravano gli interessi deir impe- 
ratore perdendo la occasione di molte imprese, ma intenti 
tutti alle prede ed alle taglie accrescevano in suo danno lo 
scandalo del cristianesimo. Ne prese orrore sopra ogni altra 
nazione la Spagna, e tanto che i più cospicui personaggi 
ecclesiastici e secolari non si peritarono di ricordare al so- 
vrano la loro devozione verso la santa sede (2); onde al nun- 
zio apostolico Baldassare Castiglione sarebbe avvenuto di far 
sospendere le funzioni sacre e che i prelati comparissero 
vestiti a bruno, se la pratica risaputasi alla corte non fosse 
stata interrotta con qualche riprensione (3). Ma più di que- 
sto occupava forte l'animo di Cesare il pensiero del divor- 
zio proseguito furiosamente dal re d'Inghilterra. Come n'ebbe 
notizia diede incarico al Lannoy di parlarne al papa, ma con 
cautela, affinchè non vi vedesse un' esca opportuna per tirare 
quel re a 9 suoi fini: avrebb' egli desiderato che con due brevi 
proibitivi a lui e al cardinale Wolsey fosse troncata senz'al- 
tro la quistione (4). Ben si vede qual peso contrapponesse 



(1) Rapporto di Mercurino da Gattinara all'imper. 15 luglio 1527- 
Ibidem, pag. 80. 

(2) Li prelati et grandi di questo regno hanno fatto dimostratione 
de veri christiani, e religiosi, et hanno sentito questa disgratia così 
gravemente, che Nostro Signore et la Chiesa tutta raggionevol- 
mente gli ha da esser obbligata. Baldassare Castiglione al card. 
Agostino Triculzio. Valladolid 22 luglio 1 527. Filippo GuaUerio 
Corrispondenza segreta di Gian Matteo Giberto al card. Ag. Trivul- 
zio. Torino 1845, pag. 248. 

(3) Havendosi pralticato, et convenendo molti in questa opinio- 
ne, et essendo più d' una volta adunati, la cosa si seppe, et parve 
havesse forma di nuova comunità, et fuvi posta la mano, et inter- 
rotta con qualche riprensione. Bald. Castiglione a Clemente FU. 10 
die. 1527. Ruscelli. Lettere di principi. 

(4) Valladolid 31 luglio 1527. Bucholtz, t. 3, pag. 95. 



— 453 — 

agli anteriori disegni contro il principe di Roma il bisogno 
che della sua autorità spirituale aveva l' imperatore in un 
negozio famigliare di tanta importanza. 

Aggiungasi la condizione delle cose in Italia. Quanto 
diversa la trovò Pietro de Veyre da quella che i consiglieri 
di Cesare s 1 erano innanzi immaginata (i)\ Gli antichi amici 
malsicuri o già passati air altra parte : il duca di Ferrara 
instigante i tedeschi a pigliare il pontefice e a condurlo in 
Lombardia; il cardinale Colonna in gran pratiche con quelli 
mentre volteggiavano per Otricoli, Terni, Narni, Spoleto 
tribolando e taglieggiando, affinchè tornassero a Roma nella 
speranza che avrebbero ucciso il papa ; P esercito tutto di- 
sordinalo, senza freno alcuno, minacciante o di cambiar ban- 
diera o di farsi pagare con nuove violenze (2): Clemente VII 
air avanzarsi de' francesi di animo rifatto e pertinace (3). 

Non era più dunque possibile insistere nelle prime com- 
missioni date al Veyre. In conseguenza del suo rapporto es- 
sendosi ragunato in novembre il consiglio di stato, Mercu- 
rino da Gattinara grancancelliere opinò non potersi tener 
prigione Clemente se lo si reputa vero papa, e con lui con- 
sentirono Garcia Loaysa vescovo di Osma, Giovanni Manuel 
e il conte di Kassau. Luigi de Praet fece por mente alla ne- 
cessità di lasciarlo uscir del castello per poter menare le 



(l)Suo rapporto all'imperatore 30 sett. 1527 Lanz Corresp., 
t. l,pag. 248-256. 

(2) Contentabuntur alemani habere pnpam et cardinales in po- 
testate sua et bene ipsi reperient modum habendi solutiones suas. 
Andrea da Borgo alVimper. Ferrara 4 Ott. 1527. Archicio di Siman- 
cu* Neg. do de Estado leg. 1553 msc. 

{3) Je crains que, avant que aions mis le pape en liberte, qui 
ne nous fache du cheval escappe ; car drsja depuis qui sest que Ics 
Franchois prosperent en Lombardie, il brave el fest du mauvais; 
mes jei espoir de le lier si court, que, si il en ast le vouloir, il nau- 
rat le pouvoir, Rapporto precitato di P. de Veyre, pag. 252. 



— 454 — 

truppe alla difesa del regno di Napoli ; valer meglio avve- 
nisse ciò per volontà dell' imperatore che per forza altrui: 
si osservassero del resto le sopraccennate commissioni m 
quanto fosse possibile; e a questa sentenza stette Poupetde 
la Chaulx. Infine tutti convennero nel partito della libera- 
zione in ogni caso del pontefice (4). 

Però innanzi che giugnessero i nuovi ordini a Roma 
varie ragioni concorsero ad affrettarne la esecuzione. Cle- 
mente non aveva pagati che i primi centocinquantamila du- 
cati della somma convenuta nel trattato del 5 giugno, parte 
dei quali gli fu prestata da mercatanti genovesi sopra le de- 
cime del regno di Napoli e sopra la vendita dei sali a Bene- 
vento ; il perchè i tedeschi condussero tre volte gli staticbi 
incatenati in Campo de' Fiori, minacciandoli della forca se 
il resto tardasse. Ma quando uscirono di Roma per allar- 
garsi nelle terre vicine, quegli infelici, serbati come Y unico 
pegno per ottenerlo, poterono sottrarsi colla fuga ubriacando 
le guardie. Questa fuga e il flagello della peste e il timore 
della venuta di Lautrec resero più arrendevoli gli imperiali. 
Giovò pure che, dopo la morte del viceré Lannoy avvenuta 
ad Aversa il dì 23 settembre, fosse principale ministro delle 
negoziazioni col pontefice il generale de' francescani (Fran- 
cesco Quignonez, spagnuolo, conosciuto nel chiostro e alle 
corti sotto nome di fra Francesco degli Angeli), il quale per 
la cupidità del cappello gli era tanto favorevole quanto don 
Ugo di Moncada e Pietro de Veyre che v' intervennero del 
pari, l' uno per natura sua, V altro per le instruzioni portate 
seco ne avevano l' animo alieno. In ultimo la necessità di 
provvedere ai pagamenti delle truppe fu anche cagione che 
manco si pensasse ad assicurarsi per il tempo futuro del pon- 
tefice (2), e così ai 26 novembre 4527 si conchiuse l'accor- 

(\)Bucholtz, t. 3, pag. 119. 

fi) Lo exercito del imperatore (così scrivevasi di Roma li 20 
ott. if)27 ai! Andrea da Borgo in Ferrara) non partirà de Roma sia 



— 455 

do, in virtù del quale egli venne ristabilito non solamente 
fieli' officio suo spirituale, ma eziandio neir autorità tempo- 
file. In contraccambio promise di convocare un concilio uni- 
Tersale per la riforma della Chiesa e per la estirpazione della 
eresia luterana, dando a sicurtà della osservanza Ostia, Ci- 
vitavecchia, Civita Castellana e Forlì, e come ostaggi Ippo- 
lito ed Alessandro suoi nipoti, Gian Matteo Giberto vescovo 
di Verona, Jacopo Salvati e i cardinali Trivulzio e Pisani; 
questi due ultimi fino al ritorno di Galeotto Medici allora 
assente (4). Con particolare trattato dello stesso giorno sta- 
bili i termini allo sborso de'danari per il suo riscatto: 73169 
scudi entro cinque giorni, 35000 al momento della liberazio- 
ne, 44984 Vi quindici giorni dopo, 50000 in ognuno dei tre 
mesi susseguenti, ed altri 65000 nel trimestre successivo, e 
per averne i mezzi si obbligò di creare alcuni cardinali e di 
concedere la vendita della decima parte de'beni ecclesiastici 
nel regno di Napoli (2). Tanto sono profondi i giudizii divini ! 
esclama a ragione il Guicciardini : per uscire di carcere ri- 
corse a que'rimedii ai quali non aveva voluto ricorrere per 
non entrarvi, e convertì in uso e sostentazione di eretici 
quel eh 9 era dedicato al culto di Dio. 

Però sebbene fosse stabilito che il di dieci dicembre 
dovessero gli spagnuoli condurlo in luogo sicuro, temendo 
di qualche variazione per la mala volontà di don Ugo di Mon- 
cada (3), la notte innanzi fuggì travestito dal castello e fu 
da Luigi di Gonzaga capitano imperiale accompagnato insino 
ad Orvieto. Ivi appena giunto scrisse lettere a Carlo V e a 

a tanto sij seguito o excluso lo accordo del papa, et excludendosi 
conducto in securo. Andrea da Borgo all' imper. Ferrara 26 ott. 
1527. Archivio di Simancas Estado leg. 1553 msc. 
(\) Bucholtz,\. 3,pag. 122. 

(2) Capitoli per la liberazione di Clemente VII 26 nov. 1527. Mo- 
lini. Doc. di stor. ital., t. 1, pag. 273-278. 

(3) P. Jocius \ita Poiupeji Colunuine, pag. 197. 



— 456 — 

Francesco I ond'è manifesto l'intendimento di non ristri- 
gnersi subito con veruno, sì di scusare con la necessità ogni 
nuova deliberazione; imperocché, mentre rendeva grazie a 
quello della sua liberazione e a questo dei buoni offici pre- 
statigli, dolevasi con l'uno degli ostaggi e delle terre date ia 
sicurtà (i), e dichiarava all' altro aver sperimentati quegli 
offici insufficienti a soccorrerlo (2). Per vero, contro a Cesare 
il risentimeto era in lui pari all'oltraggio patito; e pur offen- 
devasi ancor più che Firenze e Ferrara fossero accolte in pro- 
tezione della Francia, e Venezia ritenesse Ravenna e Cervia; 
quelle città appunto che Giulio li si era recato a grande onore 
di riacquistare. Reputava bensì sommamente pericoloso che 
Celare avesse insieme Milano e Napoli; anzi diceva che non 
impedendolo a tempo ei sarebbe padrone perpetuo di tutte co- 
se (3), ma quando eccitavamo i francesi a confermare la lega, 

(1) Vostra m.ta può pensare, con quanto honore et autorità noi 
siamo per poter fare et procurare presso a chi bisognerà bene al- 
cuno, immentre che epsi obstaggi et terre date saranno ritenuti... 
non dubitiamo che tosto la rileverà noi, questa santa sede et la re- 
puhlica Christiana. Orvieto 11 gen. 1528 Lanz Corresp., t. 1, pag. 
258. Tuttavia per fargli cosa grata fece le viste da principio di cre- 
dere che siasi tardata tanto la sua liberazione per la morte avve- 
nuta del viceré, conforme a ciò che diceva e scriveva Cesare mede- 
simo : stendo vuestro nuncio testigo de mi buena intencion . . . y de 
quanto he holgado de su deliberacion, aunque ha nido mas Iarde 
que yo quiziera, de que fue causa la muerle del visorey de Napoles, 
quien pormi tenia cargo principalmente dello, y de hazer lodemas 
a contentamiento de vuestra santidad. Burgos 20 febbraio 1527. /fo- 
dero, pag. 262. 

(2) Nec singulare tuum studium ac voluntas ad nos vi liberan- 
dos profìcere posse viderenlur, quin in dies magis res nostrae de- 
teriores et conditiones acerbiores fierent, descendimus necessario 
ad eas conditiones, quas a nobis illa cui iam obsisti nullo pacto po- 
terat necessitas exlorsit. 14 die. 1527. Molini Doc. di stor. ital. t. 1, 
pag. 280. Le cose medesime sono ripetute nella lettera a Luigia di 
Savoia madre del re. Ibidem, pag. 283. 

(3) Si Caesari permittatur aliquid possidere in Italia praeter- 



— 457 - 

rispondeva essere strana la proposta ch'egli sì acconci a ciò 
che fu fatto contro di lui : i fiorentini hanno mandato in ro- 
vina la mia famiglia; il duca di Ferrara mi fece guerra in 
ogni occasione, ed io dovrei tuttavia confederarmi con essi ! (i). 
Indarno monsignore di Lnngavalle, venuto in nome di Fran- 
cesco, prometteva che il re non darehhe Napoli all' imppra- 
tore per riavere i figlinoli, ma lo porrebbe invece in arbitrio 
di lui. Dubita il papa, scrive Gio. Battista Sanga 5 che ciò sia 
vero. Considera gli armamenti che fa Cesare in Germania, 
V esito incerto della guerra, la grandezza dell 9 affetto pater- 
no; ma perchè queste cause non si possono dire senza mettere 
i francesi in diffidenza, scusa la lentezza sua con altre ra* 
gioni: non voler privarsi della fede che l'imperatore mostra 
avere in lui; poter servirsene di strumento opportuno a trat- 
tare col re e cogli altri principi cristiani il bene comune; al 
contrario di nessun frutto tornare ai collegati la dichiarazio- 
ne sua, senza danari, senza forze e senza autorità (2). Nondi- 
meno, per (schermirsi il meglio che potesse, offerì di consentir- 
vi, ma con condizioni che sapeva non avrebbero effetto : ces- 
sione delle terre nel Napolitano siale già assegnate in una 
convenzione con Leone X; stabilimento in quel reame di un 
principe a grado suo; restituzione di Ravenna e Cervia, e 
sicurezza di ricuperar Modena e Reggio (3). Le gravi ammo- 
nizioni avute da Dio non bastarono a fargli deporre né le 



quam in regno Neapolitano, omnium rerum semper erit dominus, 
nisi mature confundatur. Gregorio da Casale a T. Wolsey presso 
Fiddes Life of Wolsey. p. 467. 

(1) Nic. ttaince au Gr. Maitre 28 genn. 1528. Ardi, imper. di Pa- 
rigi. Vedi anche R. Jerningham to Wolsey. Bologna 24 die. 1527. 
State papers, t. 7. pag. 29. 

(2) AI protonolario fìambara nunzio in Inghilterra. Orvieto 9 
febb. 1528, Ruscelli. Lettere di principi, t. 2, pag. 83. 

(3) Risposte date a monsignor di Lougavalle a nome di papa 
Clemente, ibidem, pag. 85. 

»0 



— 458 — 

sue astuzie, né le sue cupidità; deliberato a regolarsi secon- 
do le congiunture, volle stare a vedere da qual parte piegas- 
se la fortuna delle armi. 

IV. Mostraronsi in questo mezzo vane le pratiche di pa- 
ce condotte dai re di Francia e d'Inghilterra unicamente per 
addormentar l'imperatore nelle provvisioni della guerra. 
Sono le arti medesime, dicevano, da lui usate verso di noi fi); 
ond' egli, che n'era maestro, non dubitò largheggiare in pro- 
messe ( di restituire il ducato allo Sforza, di accettare i due 
milioni offerti in compenso della Borgogna, e di comporre 
con i Veneziani, con i Fiorentini e con gli altri confederati), 
insistendo però sulla immediata partita dell'esercito nemico 
d' Italia, il che ricusava Francesco, se prima non fossero li- 
berati i figliuoli suoi (2). 

Laonde, non aspettata ne anco la intimazione di guer- 
ra, avvenuta il di 22 gennaio 4528, mosse Lautrec a' nove 
di quel mese da Bologna, indirizzandosi per la via della Ro- 
magna e della Marca al reame di Napoli. Ivi non ebbe si to- 
sto occupata Aquila, ( illustre in ogni tempo per la grandez- 
za dei fatti ai quali diede movimento, posta com'ella è in 
sito fortissimo, a mezzo la catena degli Apennini ), che una 
dopo l' altra gli si arresero tutte le terre dell' Abruzzo colla 
facilità solita a' popoli cui sembra libertà il cambiar padro- 
ne. Ne avrebbero seguitato l'esempio in brevissimo tempo 
le altre Provincie, se non fosse venuto incontro l'esercito 
imperiale. Il quale dopo molte difficoltà e tumulti per i 



(1) Monsignore Longavalle disse al papa che le pratticbe che 
lor maestà tendono vive in Ispagna, non sono per concludere, ma 
per addormentar l'imperatore nelle provisioni che potila fare in 
Italia; con la qual arte dicono esser proceduta sua Maestà verso gli 
altri. Lettera precitata di Ciò: Battista Scinga, pag. 82. 

(2) Der Kaiser ; n Nicolas Perrenot (ambasc. in Francia) Bur- 
gos 5 feb. 1528. Lanz Corresp. t. 1, pag. 259. 



— 459 — 

soldi mancati (i), non avendo papa Clemente adempiuta la 
obbligazione sua (2), ricevute infine due sole paghe (3), uscì 
di Roma il decimosettimo giorno di febbraio; giorno d'in- 
termissione alle lunghe miserie di quel popolo, perchè poco 
stante vi entrarono Napoleone Orsini detto abate di Farfa, 
ed altri di sua famiglia con i loro villani, facendovi per mol- 
ti di gravissimi danni. 

La partita dell'esercito imperiale da Roma sotto la ca- 
pitanar) za del principe di Orange, costrinse Lautrec a pi- 
gliare, in luogo del cammino più diritto verso Napoli, il più 
lungo di Puglia accanto alla marina, siccome più facile a con- 
durre le artiglierie e a fare provvisione di vettovaglie. San Se- 
vero, Nocera e Foggia gli si arresero al primo invito; ma 
Troja, in atto di fare lo stesso, fu salva dal marchese del 



(1) Se ne duole l'imperatore scrivendo da Burgos il 21 novem- 
bre 1527 al fratello Ferdinando. « Selon l«»s nouvelles que iax de la 
dyvision quii y a entre les gens de mon armee qui fureut a la prie- 
se de Rome et la discorde quii y a enire leurs capitaines de sorte 
quii ne tiennent eucoires nul pour leni* chii f mais chascun denlx 
pretend de lestre, et si leur cioit fon beaucoup de /< ur soulde votjree 
si tres grande somme quii y aurati bien affaire a trourer tant d 'ar- 
gent, quii seroit necessaire pour les bien payer quest lempeehement 
pourquoy la diete armee a tant demoure enlour Home oysruse sans 
vouloir bouger ny aller secouryr le estat de Milan. Gevay, Urkunden 
op. cit. fase. I, pag. 117. 

(2) Non valgon a fargli compiere il capitolato, i lamenti de' Ro- 
mani, e gridi dei paesani, i qtiai paisrono grandissimi e intol'era- 
bili danni, e sanno che r esercito partirebbe da Roma, e dal paese, 
se fusse pacato; e non di m-no S. S. non si move, ne si può cono- 
scere se voglia pagare, o qu: n !o. Girolamo Murane a Girlo P, Ro- 
ma 18 genn. 1528. Tullio Dandolo, Ricordi inediti di Girolamo Mo- 
rone, pajr. 245. 

(3) Queste due paghe portò il principe Filiberto d' Orange da 
Napoli, dov'era andato in persona per far l'ultimo sforzo ond' esser 
aiutato di danari. Girol. Moroue a Carlo V, Roma 11 feb. 1528, /&/- 
dei*, pag. 219. 



— 460 — 

Guasto accorso colla gente più spedita di spaglinoli e italia- 
ni cavalleggeri. Ivi venne il principe di Orange eoa la mag- 
gior parte delle sue truppe, mentre le rimanenti mandò a 
presidio di Napoli e di Capua (1), e, preso un alloggiamento 
forte in sul colle, stette sette giorni di faccia al nemico, a- 
spettando l'artiglieria, lasciata in custodia di Giulio Colon- 
na a Montefortino, e i danari per la paga de' tedeschi, pro- 
messi da don Ugo di Moncada succeduto al Lannoy nel vi- 
cereame. Ma le une e gli altri, ed anche le genti richiamate 
dalla Terra di Lavoro tardarono tanto a venire, che al Lautrec 
sopraggiunsero tutte le milizie lasciate in Abruzzo, cioè il 
duca di Urbino, il marchese di Saluzzo e Orazio Baglione 
colle bande nere; onde al Lautrec medesimo era fatta abilità 
di passare dalle scaramucce de'giorni antecedenti a battaglia 
campale. Avendo oltracciò, dopo un inutile tentativo di sni- 
dare gl'imperiali dal colle, girato loro intorno per guisa che 
restarono in mezzo tra l'esercito suo e San Severo, erano 
impedite ad essi le vettovaglie condotte dai luoghi vicini, 
delle quali sentivano già estremo bisogno (2), essendoci in 
Troja bensì molto grano, ma non modo di macinarlo, e far 
pane, né vino. Per queste ragioni nella notte del 21 marzo 
si ritirò il principe di Orange ad Ariano, lasciando però a 
Melfl ser Gianni Caracciolo, principe di quella città, con quat- 
tro battaglioni spagnuoli e con le genti italiane capitanate da 



(1) Girol. Morone a Carlo V. Benevento 2 marzo, e Troya 7 mar- 
zo 1528, Ibidem, pag. 252, 253. 

(2) Assayerent de nous desloger du fort ou nous estions acups 
dartillerie ; mais cestoit de si loing, quelle ne nous peut fere mal .... 
Et nous aultres ayans faulte dartillerie ne bougeasmes, en sorte 
quilz nous vindrent tournoyans, pensans nous oster les vivres; et 
ja y a six jours que nous sommes ainey voisins, et de vray nous a- 
vons grand necessite de vivres. Philibert von Oranien an den hai" 
ser Troya 20 mar. 1528, Lanz Corrosp., t. !, pag. 263. 



— 464 — 

Lodovico de* Gonzaga (4). Mosse allora contro Melfi Pietro 
Navarro colle bande nere e con i fanti guasconi, e dopo due 
sanguinosissimi assalti la espugnò con grande uccisione, favo- 
rito dai villani tumultuanti che vi erano dentro, i quali presero 
il principe Caracciolo (2). Ne conseguitò la dedizione alLau- 
trec di Barletta, Trani, e di tutte le terre circostanti della 
Puglia, eccetto Manfredonia; indi la conquista di Venosa e 
di Ascoli, l'una per opera dello stesso Navarro, l'altra dei 
veneziani. Ma queste sue prosperità, se da una parte indus- 
sero il duca di Ferrara a mandare il figliuolo Ercole in Fran- 
cia per la perfezione del matrimonio con la principessa Re- 
nata, che prima aveva industriosamente differito, tornarono 
dall'altra in grave danno delia impresa principale. Gl'indu- 
gi per esse causati diedero agio al principe di Orange, come 
ebbe nuova del caso di Melfi, di ridursi in salvo ad otto mi- 
glia da Napoli; donde, conosciuto ben tosto non esservi al- 
cun luogo opportuno a tener l'esercito forte e sicuro dalle 
artiglierie, e costretto eziandio di compiacere ai soldati che 
altrimenti avrebbero fatto a lor posta, entrò nella città il di 
undici aprile, facendosi precedere da Girolamo Morone col 
grave officio di trovar danari e di dar ordine alle vettova- 
glie (3). Le relazioni del quale sugli eventi della guerra, 
scritte a Carlo V per incarico avuto dal barone de Veyre (4) 
restano documenti dell'alto suo senno infelicemente profuso 
ad illuminare il prepotente occupatore dell" Italia. 

Solo ai primi di aprile, lasciati a guardia di Puglia cin- 

(1| Girolamo Morone a Carlo V, Ariano, marzo 1528, T. Dando- 
io. Ricordi inediti, pag. 256. 

(2) Lo stesso, apr. 1528, Ibidem, pag. 258. Concorda con lui 
Giovio (Historiarum sui temporis, lib. XXV, pag. 40). 

(3) Lo stesso, Napoli, aprile e maggio del 1528,/62cfe???,p.258.259. 

(4) Perchè ho dicata la mia perpetua servitù a V. M. accettai ta- 
le incarico, nel quale non mancherò de diligentia e fede, Ibidem, 
pag. 241. 



- 462. — 

quanta uomini di arme, dugento cavalli leggieri, e circa due- 
mila fanti, tutti dei veneziani, procedette Laut ree verso Na- 
poli, ricevendo la dedizione di Capua, Nola, Acerra, Aversa 
e di altre terre circostanti; ma con tanta lentezza, per le vie 
rotte da piogge smisurate e per la difficoltà di trovar viveri 
sufficienti al grosso esercito, che non prima del ventuno 
giunse a tre miglia della città, nel qual giorno ebbe luogo 
una scaramuccia che costò la vita al sopraccennato Veyre, e 
il penultimo dì del mese si pose a campo tra Poggio Reale e 
il morite di san Martino (i). 

Deliberato di attendere non alla espugnazione, ma al- 
l'assedio, volse ogni cura ad impedire che anche per mare 
entrassero vettovaglie agi' inimici, sollecitando a quest'uopo 
la venuta delta flotta veneziana. La quale ( dopo la impresa 
di Sardegna fatta nel novembre dell'anno antecedente di 
conserva con Tarmata francese e con le galee di Andrea Do- 
ria, ma capitata male, sia per i tristissimi tempi, sia per le 
discordie tra i capitani, e in particolare tra il Doria medesi- 
mo e Renzo da Ceri che vi condusse i suoi tremila fanti) 
guerreggiando nelle acque di Puglia sotto il comando di Pie- 
tro Landò succeduto a Giovanni Moro, aveva già occupato 
Trani e Monopoli, e tuttavia tardò ancora di rispondere alla 
chiamata, per pigliar prima Polignano, Otranto e Brindisi, 
cioè i porti lutti posseduti dalla Repubblica innanzi alla rot- 
ta di Agnadello, che secondo le ultime convenzioni col redi 
Francia dovevano esserle restituiti. Di questo indugio pensò 
giovarsi Ugo di Moncada assalendo alla sprovvista le otto 
navi di Filippino Doria, che, gettate le ancore nel golfo di 
Salerno, stava specolando gli eventi. Allestiti pertanto dodi- 
ci legni, dei quali sei galee imperiali, quattro fusto e due 
brigantini, e messivi sopra seicento archibugieri spagnuo- 
li dei più valorosi, e dugento tedeschi, partì da Posilippo il 

(1) Ibidem, pag. 260. 



- 463 - 

di 27 maggio con alcuni capitani di maggior grido, e Fabri- 
zio Giustiniano, nomato il Gobbo, delle cose marittime spen- 
tissimo. Ma giunto air isola di Capri perde tempo ad ascol- 
tare la conclone di certo Consalvo Baretto eremita spagnuo- 
lo che, soldato prima, ed ora renduto a Dio, era in voce di 
santo, mentre le sue genti incoravansi con laute commessa- 
zioni. Cosi avvenne che invece di sorprendere fu sorpre- 
so, imperciocché Filippino, avuto avviso da Biondo Agnese 
napolitano del p; ricolo ond'era minacciato, recossi a bordo 
trecento archibugieri guasconi mandatigli con grandissima 
celerità dal Lautrec, e come scoperse da lontano Tarmata 
degl'inimici il dì 28 verso sera, sferratosi dalla spiaggia, le 
andò incontro, commettendo a Nicolò Lomellino che con tre 
galee si allargasse nel mare sotto specie di fuga, per avven- 
tarsi poi spedito alla riscossa delle pericolanti dopo ingaggia- 
ta la battaglia. La quale, combattuta nel felicissimo sito del- 
la costa di MalQ detto la Cava, anticamente seno pestano, 
incominciò con augurio buono pei genovesi, avendo un solo 
sparo di cannone spazzato via quaranta spagnuoli col capi- 
tano di su la galea del viceré Moncada, Nondimeno, e seb- 
bene schivassero meglio il fuoco de' moschetti riparandosi 
tra i pavesi,due delle lor navi abbordate da tre imperiali sta- 
vano già per arrendersi, quando a golfo lanciato sopraggiun- 
se il Lomellino con la riserva. £ con tanto impeto investì la 
capitana del nemico, che in un punto stesso le ruppe l'albe- 
ro maestro eie sfondò la fasciatura; Moncada ferito nel 
braccio, mentre confortava i suoi, fu morto dai sassi e dai 
fuochi gittati dall'alto delle gabbie. Colse Filippino quell'i- 
stante per sciogliere i forzati, la più parte Turchi e Neri, che 
aveva seco, i quali per il promesso premio della libertà fe- 
cero prodigii di valore, parte tuffandosi in mare con le sci- 
mitarre strette fra i denti per arrivare, nuotando, alle galee 
degli odiati spagnuoli, parte vibrando fuochi lavorati, e pie- 
tre e ferri, tutto quello in somma che la rabbia per arme 



— 464 — 

ministra. Del navilio imperiale non salvaronsi che due legni; 
anzi, indi a pochi giorni, anche uno di questi condotto da 
un marchese Doria napolitano passò ai francesi, sgomento 
pel caso avvenuto al capitano dell'altro legno, che il princi- 
pe di Orange appena ebbe nelle mani fece strozzare per 
sospetto di tradimento. Oltre al Moncada, Cesare Fieramo- 
sca ed altri mille cessarono la vita; venti condottieri, tra i 
quali Ascanio Colonna e il marchese del Guasto, rimasero 
prigioni, e lo storico Paolo Giovio, spettatore della battaglia 
dalle coste d' Ischia, andò il dì susseguente in nome delle 
mogli loro a confortarli sulla capitana di Filippino Doria. 
Questi li mandò poi a suo zio Andrea in Genova (1). 

Crebbe questa vittoria quanto le speranze de' francesi 
altrettanto i patimenti degl'imperiali. Pozzuulo era già in 
mano di Lautrec ed ora gli si arrese Castello |a Alare; due 
strade principali per le quali conducevansi le vettovaglie 
a' nemici. Le sedici galee veneziane, dopo essersi impadro- 
nite de' porti nell'Adriatico, eccetto la fortezza di Brindisi, 
vennero finalmente il 42 giugno a congiugnersi colle geno- 
vesi nel golfo di Napoli (2); sicché, chiuso essendo anche il 
mare, aumentò tanto la carestia di farina, di carne, e mas- 
sime di vino nella città, che i tedeschi stavano per ammuti- 
narsi. Vero è che vedendo poi darsi loro tutto quel vino che 
c'era e i rimanenti soldati bever acqua, mossi dalle instanze 
del principe di Orange, promisero sopportare come gli altri 
gF incomodi dell'assedio (3); ma Girolamo Morone non yì 
si acquetava, parendogli cosa contraria alla indole naziona- 



(1) Pauli Jovii Historiarumsui temporis, t. 2,lib. XXV, p. 43—47. 

(2) Der prinz von Oranien au cien kaiser 14 juni 1528. Lanz 
Corresp. t. 1, pag. 271. 

(3) Que ne sera jamais dit, que par faulte de viri Alemans ren- 
derli une ielle ville que ceste cy. Ibidem. Girolamo iMorone a Car- 
lo V, T. Dandolo, op. cit., pag. 261. 



- 468 - 

le (4). In fatto, disperati di pronti soccorsi gran parte di loro 
minacciarono di passare al Lautrec se insino a un dato gior- 
no non ricevevano la paga (2). Questa era stata accordata in 
trentaquattroinila scudi al mese per gli spagnuoli, e in no- 
vantaduemila per i tedeschi. Yi si provvide da principio 
componendo con i baroni in danari l'obbligo del servigio 
personale e con altri modi straordinarii, poi col dissotterra- 
re gli argenti nascosti; infine non restò più che vendere me- 
tà de 9 grani mandati dal viceré di Sicilia a Gaeta, non ostan- 
te i bisogni dell'esercito (3). Ma grande era la difficoltà di 
far entrare il danaro ritrattone, sia per il mare bloccato (4), 
sia perchè il principe di Melfi convenuto nuovamente con i 
francesi, per non essersi gl'imperiali dato pensiero della sua 
liberazione, avendo ricuperato Fondi e la terra circostante, 
teneva stretti gli spagnuoli dentro la città stessa di Gaeta. 
Nel tempo medesimo Simone Tebaldi romano, mandato da 
Lautrec in Calabria, vi faceva progressi, acquistando con 
duemila fanti tra còrsi e paesani Cosenza a discrezione e 
poscia Catanzaro. A tutto questo aggiungevasi la pesti- 
lenza portata da Roma a Napoli. 

D'altra parte nell'esercito francese non procedevano le 
cose con migliore fortuna. Essendosi per le infermità dimi- 
si) Per la complessione, natura, e consuetudine loro di ber as- 
sai vino, temo che non saranno patienti lungamente di non haver 
altro che pan et acqua, maxime non essendovi modo di dargli da- 
nari, et anche perchè horrnai son fuori di speranza del soccorso 
delti Alemanni. Ibidem, pag. 266. Ma chome a'ianzi del tutto man- 
cherà il vino, se pensa eh* e' non si hahbino a ricordare del giura- 
mento. Marco del Nero (oratore fiorent.) al magistrato de* Dieci a 
Firenze. Napoli JO giugno 1528. Molini Doc. di stor. Ita!, t. 2, pag. 64. 

(2) Girolamo Morone a Carlo V. T. Dandolo op. cit., pag. 263. 

(3) Ibidem, pag. 262 e 265. 

(4) Lesperance que javoye davoir argent de Gayette, du bled 
que y estoit venu, duquel se fait vendre la moytie .... est quasi 
despere. Rapporto precitato del principe di Grange 14 giug. 1528. 
Lanz Corresp. 1. 1, pag. 271. 



— 466 — 

n trita di molto la fanteria, e mancando i guastatori, non si 
lavoravano con la dovula celerità le trincee; onde gl'impe- 
ri ali superiori di cavalleggieri ogni di correvano le strade, 
m assialmente quella che va a Somma, conducendo gran co- 
pia di viveri. Non riceveva oltracciò il Lautrecdi Francia le 
necessarie provvisioni, né per levar nuove genti, secondo i 
consigli de' confederati, né tampoco per il soldo delle trup- 
pe, importante al mese dugentosessantamila lire. Ne ab- 
biamo documento nelle rimostranze fatte al re Francesco, 
dalle quali appare eziandio che, per compire l'assedio, in- 
stava gli fossero mandati per mare seimila fanti tra lanzi- 
chenecchi e francesi (1). Vollaronsi altresì in sinistri i pro- 
speri successi della Calabria, avendovi il conte di Borello, 
figliuolo del viceré di Sicilia, condotto un rinforzo di faoti; 
e in Puglia coloro che tenevano Manfredonia in nome di Ce- 
sare scorrevano per tutto il paese, non impediti dai venezia- 
ni. La flotta di questi ultimi vuoisi pur credere non facesse 
buona guardia nel golfo di Napoli, dacché il principe di 0- 
range comunicò al cardinale Pisani, figliuolo del provvedi- 
tore, due lettere intercette, una degli ambasciatori francesi 
a Roma sulla promessa data al papa di costrignere la Repub- 
blica persino colla forza delle armi alla restituzione di Ra- 
venna e Cervia, l'altra del Lautrec in risposta agli ordini 
avuti di non permettere che i veneziani medesimi s' impa- 
dronissero delle terre loro spettanti secondo le ultime con- 
venzioni. Se gì' impediamo, opponeva al suore, di possedere 
quello che hanno già preso, e su cui vantano antichi diritti, 
temo non forse si accordino con gl'imperiali (2). 

(1) Queste rimostranze intercette dagl'imperiali (rapporto pre- 
citato del principe di Or auge 14 giugno 1528, Lanz Corresp., 1. 1, 
pag. 273) discolpano il Lautrec dalle accuse del Guicciardini. St. d'I- 
talia, t. 3, pag. 397. 

(2) Rapporto sopraccennato del principe di Orange, Lanz^l e, 
pag. 274. 



- 467 - 

Non pertanto Lautrec sperava più nelle angustie del 
nemico che non temesse delle sue difficoltà; sicché non v'era 
modo di terminare la impresa che colla rovina o dell'uno o 
dell'altro. A questo estremo cooperarono gli odii tra i due 
principi rivali, per nuove ingiurie ricambiatesi, maggior- 
mente accesi. Aveva Carlo V ingiunto all'araldo francese 
Guyenne, quando il dì 22 gennaio 1528 gì' intimò la guerra, 
di significare al padron suo che ben si maravigliava non gli 
fossero state riferite le parole da lui dette in Granata al- 
l' ambasciatore Giovanni de Calvimont subito dopo il rifiuto 
di adempiere il trattato di Madrid (1), e poiché questi, ri- 
chiesto da Francesco, finse di non ricordarle più, le replicò 
Carlo ne' termini seguenti: il re vostro ha fatto cosa vile e 
trista, rompendomi fede, e sono pronto a mantenerglielo da 
persona a persona (2). Francesco gli die la mentita secondo 
le regole dinanzi a tutta la corte e a Perrenot de Granvelle 
oratore imperiale (3); e il cartello di sfida, che questo ultimo 
ricusò di portar seco al suo ritorno in Ispagna, mandò col so- 
praccennato araldo (4). Lo ricevette Cesare il dì 8 giugno; 
ma in luogo di rimettere senz'altro la sicvrlà del campo, se- 
condo che domandava Francesco, congedato il Guyenne, lo 
fece seguire dall'araldo suo Bourgogne coll'incarico di re- 
plicare alla mentita del re (5) e di consegnargli l'accettazio- 
ne della disfida, assegnando per il duello quel luogo qua- 
lunque che i padrini eletti da ambo le parti reputerebbero 



(1) Déclaration de guerre faite à l'empereur avec les réponses. 
Papiers d'état du card. Granvelle, t. 1, pag. 321. 

(2) L'empereur a Jean de Calvymont, ambassadeur de France. 
Madrid 18 mars 1528, Ibidem, pag. 350. 

(3) Audience de congè donnèe par le roi a Nicolas Perrenot de 
Granvelle. Paris 28 mars 1528, Ìbidem, pag. 350-359. 

(4) Ìbidem, pag. 360-374. 

(5) Rèponse de l'empereur à la declaration faite par le roi de 
France. Mon^on 24 juin 1528, Ibidem, pag. 394-405. 



— 468 — 

più conveniente, in riva al fiume (Bidassoa) ehe passa tra 
Fontanarabia ed Àndraya. Non dubito, dicevagli con morda- 
ce ironia, che lo troverete sicuro, poiché ivi voi stesso folle 
liberato in cambio de 9 figliuoli datimi per ostaggi di vostra 
fede. Conchiudeva che, se fra quaranta giorni dal di della 
presentazione del cartello, datato li 24 giugno, non gli avesse 
risposto, a lui solo darebbesi colpa dell'indugio (4). 

Arrivato l' araldo al confine, stette aspettando sette set- 
timane ( dal 30 giugno al 49 agosto ) il salvocondotto ri- 
chiesto, avendo il re imposto di non lasciarlo entrare che 
previa dichiarazione di non apportar nulla fuor del campo (2), 
e d'altra parte opponendo l' araldo l'ordine del padron suo 
di non esporre il proprio incarico a chi si sia, se non al re 
medesimo (3). Quest'ordine fu bentosto rivocato (4), e tut- 
tavia volevasi ancora che l'araldo si obbligasse esplicitamen- 
te a non portar seco veruna scrittura (5). La è cosa inone- 
sta, replicò 1' araldo, tenermi per sì lungo tempo a bota, 
e insieme inaudita che chi parla non voglia risposta (6). Egli 
ebbe infine il salvocondotto (7), e Francesco si dolse che il 
governatore di Bajona ne avesse ritardato la spedizione (8). 
Ma come giunse dinanzi al re a Parigi, il di 9 settembre, 
questi, presenti i grandi e i prelati del regno, al sol vederlo 
e prima che aprisse bocca, gli domandò bruscamente la si- 
curtà del campo, e poiché l'araldo voleva premettere la letr 



(1) Cartel de l'empereur. Ibidem, pag. 407-408. 

(2) /fttafem, pag. 413-416. 

(3) Rèponse de Bourgogne au sieur de Saint-Bonnet. Ibide*, 
pag. 416. 

(4) Ibidem, pag. 417. 

(5) Le sieur de Saint-Bonnet, gouverneur de Bayonne, a 
Bourgogne, roi d'armes. 17 juillet 1528, Ibidem, pag. 418. 

(6) Ibidem, png. 419. 

(7) Datato di Fontaineblau, 1. ag. 1528, Ibidem, pag. 421. 

(8) Fontainehleau 13 ag. 1528. Ibidem, pag. 422. 



- 469 — 

tura della lettera e del cartello di Carlo, indispettito continuò 
a gridare : la sicurtà t la sicurtà t non permettendogli di a- 
dempiere P ufficio nella forma prescritta. Però Cesare in tal 
caso da lui previsto aveva ordinato di rimettere il cartello 
Delle roani del re, e persino, se ricusava prenderlo, di get- 
tarlo a'suoi piedi. Ma l'araldo restò smarrito, tenne il cartello 
e chiese il permesso di ritirarsi. Il re lo lasciò partire, non 
ricevette la risposta dell'imperatore, e il duello non ebbe 
luogo (4): ecco lo scioglimento ridevole di un episodio ro- 
moroso. Tanto bollore giovanile, ben aveva predetto il car- 
dinal Wolsey, si convertirà in fumo, ma aggiugnerà gravis- 
simo ostacolo alle pratiche di pace (2). 

Per me credo che l'imperatore non abbia mai preso sul 
serio la disfida. Notevole è il parere dato, a sua inchiesta, 
dal duca dell' Infantado: la giurisdizione delle armisi estende 
esclusivamente alle cose oscure ed implicate, per le quali non 
bastano le regole ordinarie di giustizia . . . se fatti consimili 
potessero compiersi impunemente, quanti non sottomettereb- 
bero al giudizio delle armi il pagamento di debiti i più evi- 
denti ? Il che sarebbe piti presto un sacrificio di sangue, che 
una legge di giustizia e di misericordia (3). Di questo pare- 
re si compiacque Cesare (4); ond' è probabile che ricam- 
biando il cartello non intendesse che togliere all'avversario 
ogni pretesto di nuova querela. Per ciò che spelta a me, scris- 
se al frate! suo, non mancherà che si venga al combattimene 

(1) Relacion da Borgofia. Sandoval op. cit. t. 5, pag. 124. Gail- 
lard. Hist de Francois I.« t. 2, pag. 583-624. 

(2) I Iruste to God these yong corragious passions shalbe fìnal- 
ly converted into fumé, wherby (Gode ayding) the practise of peax 
shall not be impeched, or totally frustrate and disapointed, IVol- 
sey to king Henry Vili. 21 Juli 1528. State papers, t. 1, pag. 320. 

(3) Respuesta del duque del Infantado al emperador, 20 jun., 
1520. Papier* d'etat du card, de Granvelle, 1. 1, pag. 386, 387. 

(4) Carlos V, al duque del lofantado 23 jun. 1528, lbid. % pag, 388. 



— 470 — 

to (4); e in vero quanto alla forma se n' espedi per modo da 
riuscir illeso nell'onore (2), mentre al rivale restò la taccia 
di aver colle tardanze e coi sotterfugi evitata la prova (3). 
Fatto è però che ambidue preferivano egualmente di lasciar- 
la alle nazioni, e cosi la povera Italia per causa non sua con- 
tinuò a sopportarne il flagello. 

V. Sin dal principio di queste contestazioni aveva Ce- 
sare ordinato che di Germania calassero in Lombardia, per 
muovere poi al soccorso di Napoli, diecimila fanti sotto il 
duca Enrico il giovine di Brunswick. D'altra parte erasi sta- 
bilito con consentimento comune de' collegati che alla loro 
venuta si opponesse Francesco di Borbone, conte di Saint- 
Poi, con quattrocento lance, cinquecento cavalleggieri, cin- 
quemila fanti francesi, duemila svizzeri e duemila tedeschi; 
alla spesa del quale esercito, che si disegnava di sessanta- 
mila ducati il mese, concorrevano i veneziani con dodicimi- 
la, e il re d'Inghilterra con trentamila, avendo ottenuto in 
contraccambio dal re di Francia che per tempo di otto mesi 
si facesse tregua co' Paesi Bassi (4). Ma non si usando mag- 
giore diligenza in questa che nelle altre provvisioni, innan- 
zi che Saint-Poi fosse in ordine di muoversi, il duca di Brun- 
swick, partito da Trento e passalo il decimo di di maggio 

(J) 5 Lugl. 1528, Lanz Corresp. t. 1, pag. 275. 

(2) Lettera dell'imperatore al Irate! suo, e di questo a lui,4nov. 
1528 e 18 mng. 15 k i9. Ibidem, pag. .91, 'Ì99. 

(3) El, corno vereis por la relarion que Borgofia, nuestro rey 
de armas, truxo, ha rehusado el convate no queriendo oir nuestra 
respuesta, ni reeibir nuestro cartel en que le seTìalabnmos el cam- 
po. L'empprador a Sancito Martinez de Leca (capitano generale del- 
la procincia dì Gìtipuscoa ) IV ledo 30 nov. 1528. archivio di Siman» 
cas Neg. ,!o de Estado leg.° 15.V4. msc. 

(4) \i era e impreso il duca Carlo di Gueldria a condizione che 
restituisse, Utrecht e (ìrnningen; ina egli non volle aderirvi, onde la 
guerra continuò contro di lui con bu:>ni fortuna. Die statthalterin 
Msirgarel/ie un dea kui.se/'., 7 juli 1528. Lanz, Corre.rp. t. 1, pag. 276. 



— 474 — 

P Adige, era già nel territorio veronese. Ben tosto Peschiera, 
Rivoltella ed alcune altre terre in sul lago di Garda gli si 
arresero. Imbaldanzito per questi primi successi sarebbesi 
accinto alla espugnazione di Brescia e di Bergamo, se il du- 
ca di Urbino, richiamato dalla Marca d'Ancona, non vi aves- 
se accresciuto in tempo il presidio e fatte con maravigliosa 
prestezza nuove opere di difesa (i); sicché, sentendo molto 
incomodo di viveri, dopo aver dato il guasto al paese, 
uscito de 9 confini de 9 veneziani, si condusse nello stato di Mi- 
lano. Antonio de Leva, il quale in questo mezzo aveva sor- 
preso Pavia, gli andò incontro sino a tre miglia da Bergamo, 
e ripassato poi l'Adda insieme, il vigesimo di di giugno si 
pose con lui a campo sotto a Lodi. Ivi erano men di tremila 
fanti veneziani capitanati da Giampaolo, fratello naturale del 
duca Sforza (ritiratosi poco prima a Brescia ), e pur gli as- 
salitori furono più volte ributtati, per modo che ridussero 
tutta la speranza del vincere in su la fame. Fini allora il du- 
ca di Brunswick a persuadersi della vanità de' suoi pensieri. 
Venni in Italia, aveva già scritto al principe di Orange, te- 
nendo per fermo trovare qua il modo, il guai poi non ho tro- 
vato (2). In queste parole stanno le ragioni del mal esito 
della sua spedizione. La Lombardia era esausta; i tedeschi del 
Borbone l'avean corsa l'anno innanzi; ora il Leva co' suoi 
spagnuoli ne succhiava l'ultimo sangue; non rimaneva più 
nulla a soddisfare la rapacità de' nuovi invasori. Danari non 
ricevevano da Cesare (3), uè loro ne somministrava il Leva, 
cupido invece d'indurii a partirsene per non averli compa- 
gni al governo e alle prede. Venne per colmo de'mali la pe- 
ti) Il duca di Urbino al comandante di Bergamo, Brescia 21 
giugno 15*28. Ruscelli, Lettere ili principi, t. 2, pag. 102. 

(*2) 16 Giugno 1528, Mulini doc. fli Stor. ita!., t. 2, pag. 68. 
(3) Al pagamento di que to exercilo non bisognano di presente 
mancho di centomila scudi, et quanto più si tarderà ad liaverli tan- 
to più crescerà il debiti). Ibidem. 



— 472 — 

ste, e ne sterminò duemila in pochi giorni. Il perchè doven- 
dosi ai 43 di luglio dare nuovo assalto a Lodi, gli altri si 
ammutinarono, e poco stante per la via di Como tornarono 
in Germania, tranne duemila circa raccolti nell'esercito dal 
Leva. Ben aveva ragione Girolamo Morone di preferire ai te- 
deschi rozzi, intolleranti, gli spagnuoli superbi ma pazienti (1). 
Se n'era già andalo il duca di Brunswick, quando il 
conte di Saint-Poi arrivò in Piemonte, ed anche con nu- 
mero di gente mollo minore del promesso. Donde disceso a 
Piacenza venne il di il agosto a parlamento col duca di Ut* 
bino a Monticelli in sul Po. Proponeva questi, conforme agli 
ordini del Senato veneto, s'intendesse unicamente ad isni- 
dare gl'imperiali dallo stato di Milano, dipendendo da ciò 
ogni altro successo delle cose d'Italia. Al contrario sentiva 
il francese, reputando impresa più urgente il soccorso del 
reame di Napoli. In tanta diversità di pareri fu preso un par- 
tito di mezzo che pareva servisse all'uno e all'altro, ma co- 
me al solito li eluse a vicenda, né valse a ristabilire la con- 
cordia: mandassero cioè i veneziani nuove truppe e navi 
nella Puglia, e intanto farebbesi principale sforzo in Lom- 
bardia (2). Congiuntisi infatti i due eserciti il di 22 dello stes- 
so mese intorno a Lodi, sei giorni dopo pervennero a Lan- 
driano. Ma ivi consultossi se fosse da espugnare Milano, nella 
quale occasione ben stava a Galeazzo Visconti che il conte 
di Saint-Poi gli chiudesse in faccia le porte del consi- 
glio; ogni maggior vituperio essendo meritato da quel paz- 
zo e tristo, che, per indurre i veneziani a portar in pace i 
francesi padroni di Milano e di Napoli, prometteva loro ver- 
rebbe poi il tempo di cacciare i barbari dall'Italia, e scri- 

(1) Il nervo firmo dell'esercito vorria essere di spagnoli, più 
atti a patir ogni disagio e mancamento di paga. Rapporto a Car- 
lo V. Napoli giugno 15'28, T. Dandolo, 1. e, pag. 267. 

(2) Paolo Partita, Historia vinetiana. Venezia 1645, parte 1, pa- 
gina 318. 



- 473 - 

vendone al Montmorenci si gloriava della burla, a lui chie- 
dendo il governo del Delfinato (4). A Milano era rientrato il 
Leva con tutte le sue forze, e tanto bastò perchè si pigliasse 
invece la impresa di Pavia, stimata facilissima, non essendo- 
vi dentro più di dugento fanti tedeschi e ottocento italiani 
con pochi spagnuoli. I quali, benché si portassero egregia- 
mente, pure per il poco numero dovettero cedere infine ai 
replicati assalti. Il duca di Urbino postosi avanti tra le prime 
schiere, con molti de' suoi uomini d'arme scesi tutti a piedi, 
ed affrontando i bastioni, ov'era la maggior difesa, riportò 
grandissima lode. La città fu presa il di 19 settembre con 
nuovo sterminio di vite e di robe, e poco appresso si arren- 
dè anco il castello in cui Galeazzo da Birago erasi ridotto in 
salvo coi soldati rimasti vivi e con molti abitanti. 

Questo acquisto non fruttò immediatamente la som- 
messione di altre terre, ma rese sempre più incomportabili 
le miserie de'Milanesi. Stava loro addosso il Leva assiduo in 
trovar nuove taglie, nuovi modi di estorcer danaro; aveva 
già fatto arrestare i preposti delle chiese affinchè notificas- 
sero gli arredi d' oro e d' argento sotterrati ; un giorno proibi- 
va, pena la vita, l'uscir di città; un altro ne dava licenze a 
prezzo; a quanti fuggivano confiscava i beni. Per aver soli 
trentamila ducati e tremila sacchi di frumento cedette al ca- 
stellano di Musso il contado di Lecco che apparteneva al 
Morone, il quale fu compensato con terre in Brianza (2). Né 
ciò bastando ai pagamenti de 9 soldati, cominciò in settembre 
a far monopolio di tutte le vettovaglie vendendole tre o 
quattro volte più care dell'ordinario (3); sicché molti poveri 

(1)30 e 31 Agosto 1528. Molini, Doc. di stor. ita!. Arch. stor. 
Hai. Append. n. 9, pag. 447, 448. 

(2) Decreto di Antonio de Leva del 18 apr. 1529, T. Dandolo, 
op. cit. pag. 287. 

(3) No teniendo dineros de V. M. para pagarle ( r esercito ) e co- 
nosciendo Milan non estar tal que pudiese darle de corner puso un 

80 



— 474 — 

morivano di fame per le strade. In ultimo non gli restò che 
proibire di far pane in casa, o tenervi farina, eccetto i con- 
duttori di quel dazio, i quali gli pagavano per ogni moggio 
tre ducati (4). 

VI. Del pari le cose intorno a Napoli giunte erano allo 
estremo. Ambe le parti in parecchie avvisaglie avevano so- 
stenuto a vicenda l'onore delle loro bandiere, e in una di 
queste, del 25 di giugno, sarebbero forse periti gl'imperiali 
tutti usciti fuora in gran immero a predare per la via di Pie 
di Grotta, se il capitano Buria, o per negligenza o per timo- 
re, non fosse mancato al luogo assegnatogli. Ma orinai la pe- 
stilenza ed altre infermità proprie di quel clima ne' calori e- 
stivi, reso ancor più insalubre dalle acque, che, divertite dal- 
l'ordinario corso per i lavori delle trincee, inondarono le cam- 
pagne vicine agli alloggiamenti, menavano orribile strage. 
De' tedeschi condotti dal Frundsberg e di quelli venuti di 
Spagna non rimanevano in tutto più che quattromila; som- 
mavano a manco gli spagnuoli ; contavansi ancora soli nove- 
cento italiani, trecento uomini d'arme, e seicento cavalleg- 
gieri alti al servigio (2). Maggior eccidio pativano i francesi 
non solamente nelle genti basse, ma già nelle persone grandi 
e di autorità, essendo morti il di 45 di giugno Pietro Paolo 
Crescenzio, nunzio del pontefice, e Luigi Pisani, provvedito- 

dacio sobre las vittuallas . . . e fue tan bueno que por cuatro men- 
ses valio ochenta mil escudos. Copia de parrà fos de lo que de par- 
te de Antonio de Leyva se hizo presente a 5. M. sobre lo que paraba 
en Milan 7, gerì. 1529. Archivio di Simancas msc. 

(i) E tolevano della farina de quelli i quali l'avevano notificata, 
e la pagavano lire diciotto al moggio de formento : e quella de se- 
gala lire dodici ; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de 
guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; efo- 
zevano de soldi otto F uno i pani de formento da soldi due, di quat- 
tordici quei di miglio. Burigozzo, Cronaca di Milano, 1. e. 

(2) Girolamo Morone a Carlo V, Napoli, agosto, 1528, T. Dan- 
dolo, Ricordi inediti, pag. 270. 



- 476 - 

re veneziano; e nondimeno Lautrec, per natura sua indocile 
a' consigli altrui, e per certa vergogna di cedere a'primi col- 
pi di contraria fortuna in faccia a nemici che, travagliati da- 
gli stessi mali, pur schernivano i ragionamenti di arrender- 
si, non assenti mai di allargare il campo per diminuire il 
contagio e prestare agl'infermi qualche comodità di curarsi. 
Sicché i due eserciti parevano destinati a disfarsi o a venir 
meno l'uno dirimpetto all'altro, quando tutto a un tratto, 
prima ancora de 9 narrati successi delle armi francesi in Lom- 
bardia, la passata di Andrea Doria a parte imperiale fece 
precipitare gli eventi. 

Da gran tempo agitava il Doria nuovi consigli. Del 
mutato animo apparvero i primi segni, allorché, disciolta per 
le contese avute con Renzo da Ceri ( Lorenzo Orsini) l' ar- 
mata di Sardegna, venne a Genova, e a Napoli dove si deci- 
devano le sorti della guerra mandò in sua vece il nipote Fi- 
lippino. Né alle sue scontentezze mancarono gravi ragioni, e 
dovevano esser tali se vinsero l'odio concetto e ferocemente 
dimostrato dopo il sacco di Genova contro agl'imperiali, dei 
quali quanti cogliesse, rifiutando ogni riscatto, teneva a re- 
mare sulle sue galere. Mandavagli a stento il re Francesco i 
soldi pattuiti, e non gli pagò mai i ventimila ducati promessi 
per il riscatto del principe di Orange da lui fatto prigione 
nel tempo della impresa del Borbone in Provenza; e tuttavia 
pretendeva gli fossero consegnati Àscanio Colonna e il mar- 
chese del Guasto caduti in potere di Filippino nella insigne 
vittoria sul golfo di Salerno. A questi motivi privati aggiu- 
gnevansi, più efficaci, i pubblici. Facile l'accorgersi che Ge- 
nova fosse destinata ai turpi mercati tra Spagna e Francia, 
che la serbava per venderla a miglior vantaggio. Come spie- 
gare altrimenti il proposito d'innalzare a' suoi danni la ri- 
vale Savona già incorporata al regno ed opportuna a pene- 
trare nella valle del Po? Nel mese di maggio ingegneri fran- 
cesi affaticavansi intorno ad essa per metterla in termini di 



— 476 — 

buona difesa. Questo pungeva acerbamente l'animo del Do- 
ria, il quale delle animose lettere scritte al re non ebbe mai 
risposta. In que ? giorni appunto ribollivano in Genova gli a- 
matori delle forme antiche di libertà, dismesse l'anno 4527 
quando, in luogo del doge cittadino, Teodoro Trivulzio ven- 
ne governatore pel re Francesco. Cosa singolare! benché di- 
scordante in sé stessa e datasi prima in servitù di Francia, 
poi de' signori di Milano, quindi ricaduta in potere de' fran- 
cesi, poi degli spagnuoli e un' altra volta de' francesi, le in- 
terne sue forze non erano come altrove logorate, né plebe 
né ottimati all' intutto guasti per lungo uso di tirannia. An- 
darono dunque ambasciatori a Parigi per contrattare il ri- 
stabilimento della repubblica (4). Teodoro Trivulzio, discre- 
to uomo, com'era dell'officio suo, li contrariava; ma senza 
mancar mai al debito di biasimare i mali consigli, che domi- 
navano appresso al re; e minacciato di licenziamento per gli 
intrighi di Jacopo Collino, il quale sotto specie di curare il 
fisco voleva far guadagni a spese della città (2), rescrisse pa- 
role forti e mirabilmente altere (3). Con uguale franchezza 
propose si componesse la controversia intorno a' prigionieri 
colla restituzione di Savona, rendendo così nobilissima te- 
stimonianza alla fede e all' animo del Doria inverso la patria: 
gli amici miei mi hanno riportalo che più gli sarà cara que- 
sta restituzione, che se sua maestà gli donasse uno stato, ed 

(1) Lettera di Teodoro Trivulzio maggio 1528, Molini Doc. di 
stor. Rai. Arck. stor. ital. Append. n. 9, pag. 431 e seg. 

(2) Il medesimo al re Francesco. Genova 28 febb. 1528, Molini 
Doc. di stor. ital. t. 2, pag. 12. 

(3) quanto metterà bomo più alto e più sufficiente al servitio del 
re, tanto mi sarà più grato, perchè desidero più di levarrae di qua 
die molti non pensano ; né passai in Italia per il governo di Genova, 
né manco il ricercai a monsig. de Lautrech, né ne scrissi mai al 
re, né feci parlar mai per miei agenti, come esso monsignor gran 
maestro ( Montmorenci ) può sapere, maggio 1528, Molini Doc. di 
stor. ital. Arch. stor. ital. Append. ri. 9. pag. 434. 



- 477 ~ 

io lo crédo, perchè molte volte nel parlare che mi ha fatto ho 
compreso che ama molto il dimostrarsi che tanto stima il be- 
neficio della patria sua quanto ciascun 9 altra cosa (i). La 
promise il re, ma per mandare in lungo le cose, e ben se ne 
addiede il Dori a che ringraziò freddamente, nulla dicendo 
de 9 prigionieri (2). Tuttavia la sua risoluzione non era anco- 
ra fermata (3); egli aspettava dove andasse a terminare il 
dubbio procedere di Francia. Presto lo conobbe, perchè in 
quel tempo medesimo venne con quattordici galere e con 
autorità suprema su tutta l'armata il signore di Barbesieux, 
uomo, che non sapeva che fosse un mare, un porto, anzi 
neppure una galea, né una fusta, al dir di Brantòme, il qua- 
le soggiunge avergli il re commesso con parole insidiose 
tranquillare il Doria tanto, che gli venisse nelle mani per 
potergli mozzare il capo. Sia comunque, del presunto man- 
dato atroce fece il Barbesieux in sulla via dimostrazioni peg- 
gio che sospette. Le quali posero in diffidenza, non ch'altri, 
il governatore, perchè il re dava ordini che si rinforzasse 
Genova, né di Savona né di accomodamento non si discorre- 
va più (4). 

Allora si vuol credere che il Doria, sottrattosi a Lerici 

(I) Teodoro Trivulzio al Montmorenci. Genova 4 giugno 1528, 
Molini Doc. di stor., ital, t. 2, pag. 33. 

CO ho inteso la resolutione fatta per sua maestà a richiesta del 
8ig. governatore et mia de voler rendere a Genoesi la villa de Sao- 
na, comerchii e sale sì come è convenevole. Andrea Doria al 
Montmorenci, Genova 4 giugno 1528 Ìbidem, pag. 34. 

(3) Teodoro Trivulzio, parlandogli in maggio delle pratiche dei 
repubblicani, non lo trovò del loro parere, parendoli cosa di troppa 
importantia al re et allo interesse del stato ; et mi ha ditto che 
bisogna che S. M. sia meglio informata et gli habbia ben matura 
consideratione. Lettera precitata del Trivulzio. Arch. stor. ital. Ap- 
pend., n. 9, pag. 432. 

(4) Teodoro Trivulzio al re Francesco, Genova 9 giugno 1528, 
Molini, Doc. di stor. ital. t. 2, pag. 35. 



— 478 — 

con le sue navi e i prigioni, facesse le prime aperture agli 
imperiali. Però è manifesto che sicuro di essi, ma non ob- 
bligato a loro, esitò per più di nn mese a dichiararsi risolar 
tamente. Di fatti il dì ih di giugno il principe di Orange 
scriveva all'imperatore: « intesi dal conte Filippino Dona, 
trattando con lui del riscatto di alcuni prigionieri, che An- 
drea è malcontento assai del re di Francia e che cerchereb- 
be di accordare con noi. E la causa n' è che il re non gli vol- 
le rendere Savona per ridurla alla obbedienza di Genova. Io 
per me fermamente credo, che se voi vorrete assicurarlo su 
questo punto e sulPaltro'della libertà di Genova, pagargli il 
soldo delle sue galee con qualche promessa di alcuno suo 
vantaggio nel regno, voi lo potrete avere di certo. Voi cono- 
scete, sire, quale uomo egli sia, ed in quanta necessità ver- 
siamo adesso. Pertanto vi supplico a non rifiatargli cosa 
che vi domandi, perchè non vi occorse mai partito che vi 
tornasse in acconcio come il presente accordo, se lo si può 
condurre a compimento » (4). Stava a vedere il Doria se le 
medesime sicurezze gli venissero, senza mutare bandiera, da 
parte de' collegati. Addimostranlo le pratiche avute col pa- 
pa, al quale scrisse che, se dentro a quel mese di giugno in 
cui finiva la condotta di Francia non lo fermava, piglierebbe 
da sé rimedio ai casi suoi (2). Quanta sincerità fosse dalle 
due parti, non so. Nel Doria si vede almeno un inquieto ri- 
spetto all'onor suo e alla opinione degli uomini. Non altret- 
tanto nobili i portamenti del papa. Esortato con grande insi- 
stenza da Gregorio da Casale agente inglese, mandò a Lerici 
Bartolomeo da Urbino, suo cameriere, a trattare la provvi- 
sione, ma con condizioni cosi scarse, chiedendo per prima 



(1) Lanz Corresp. t. 1, pag. 273. 

(2) Gregorio Casale a monsig. Ambrogio Talenti vescovo di A- 
sti ( lombardo, ma di origine fiorentina e perciò detto Ambrogio da 
Firenze). Viterbo 24, giug. 1528, MoUni Doc. di stor. Hai., t. 2, pag. 36. 



— 479 - 

cosa ta restituzione di Ravenna e Cervia (1), da far sospet- 
tare sin d'allora quel che certificheremo appresso, aver egli 
cercato, come dice il Varchi, colle parole trattenersi amico il 
re, e colte opere farsi benevolo V imperatore. Né altro che 
parole portarono al Doria da parte del re Giovanni Gioacchi- 
mo (2) e Pier Francesco da Noceto chiamato conte di Pontre- 
moli (3), perocché a' 5 luglio Teodoro Trivulzio, lungi dal 
crederlo soddisfatto come falsamente scriveva Ambrogio Ta- 
lenti dal campo di Lautrec (4), confortava Francesco a ricon- 
ciliarselo (5). 

Della ostinazione di quest'ultimo giovaronsi gl'impe- 
riali, sperti dell'arte di non sottigliare ne'patti e di ben tem- 
perare le voglie per farsi durevoli i profitti. Da molto tem- 
po, prima ch'ei passasse agli stipendii del papa, e di nuovo 
nel maggio del 4527 in occasione che Mercuri no da Gattina- 
ra, grancancelliere, trovavasi nell'Italia superiore, avevano 
gP imperiali introdotto pratiche segrete per trarlo a sé col 
mezzo di un eremita agostiniano (6). Ne lo sollecitarono ora 
con grande instanza il marchese del Guasto e il Colonna, e 
la condizione, per lo innanzi rifiutata dal grancancelliere, 
della libertà di Genova sotto la protezione di Cesare assenti 



(1) Altra lettera del medesimo 25 giugno 1528, Ibidem pag. 40. 

(2) Questi nominato dal Molini De Vaulx, altrove Da Passano, 
e dal Guicciardini Dalle Spezie, parmi fosse genovese. 

(3) Gio: Battista Sanga al card. Salviati legato in Francia. 4, ag. 
1528, Ruscelli, Lettere di principi, t. 2, pag. 114. 

(4) Del capitano Andrea Doria per lettere di Joan Joachimo ho 
aviso che al tutto le è ben satisfacto, et se qualche cossa legiera ci 
restava è levata, et delli XX mila ducati della ranson dei principe di 
Orange el re gli ha mandali XIV mila, et presto manderà el resto. 
A Nicolò Raince 27 giug. 1528, Molini Doc. di stor. ita!, t. 2, pag. 44. 

(5) Ibidem, pag. 45. 

(6) Hormayr Archiv. an. 1810, pag. 61 e Buchollt, t. 3, nota alla 
pag. 134. 



_ 480 - 

Antonio de Leva, insieme con tutte le altre che il Dona im- 
pose per bocca del Guasto medesimo venuto a questo effetto 
sulla sua fede a Milano. Le quali erano: si reggesse Genova, 
non si tosto gli verrà fatto di levarla dalla soggezione de 9 suoi 
nemici, a forma di repubblica, reintegrata in tutto il suo 
dominio, massime della terra di Savona, e senza gravez- 
za per la protezione imperiale, fuor di quella che cor- 
tesemente vorrà dare; sia libero ai genovesi di negoziare 
in ogni terra dell' imperatore con tutt'i privilegi concessi 
ai suoi soggetti; i contumaci contro l'imperatore medesi- 
mo abbiano generale indulto; i prigioni sudditi di sua mae- 
stà non sia egli tenuto a liberare; lo farebbe da sé; bene in- 
teso però che in cambio di ogni prigione gli si dia uno schia- 
vo, od un condannato a vita; lo si preponga al comando di 
dodici galee, e gli si paghino di stipendio scudi sessantamila 
d' oro del sole in rate bimestrali ed anticipate, con malleve- 
ria di mercadanti di polso, od in assegni di sua soddisfazio- 
ne, acciocché per mancamento di danaro non sia costretto a 
mal servire; abbia il titolo di capitano e luogotenente ge- 
nerale di sua maestà con l'autorità stessa de' suoi predeces- 
sori e ultimamente di don Ugo di Moncada anche sopra ogni 
altro legno potesse essergli aggiunto; gli si dia stanza nel 
regno di Napoli per sé e suoi con porto atto alle galee; Gae- 
ta piacerebbegli ; possa estrarre dalla Sicilia e dalla Puglia 
diecimila salme di grano; lo si provegga di palle e polvere 
pel bisogno; cominci la condotta il primo luglio del 4528 e 
duri due anni fermi senza poter da una parte dare, né dal- 
l'altra chiedere licenza, salvo che non fosse soddisfatto dei 
pagamenti e lo imperatore si accordasse col cristianissi- 
mo ; dovendo fare fazione gli si conceda mettere sopra le ga- 
lee fino a 50 fanti per ciascheduna a spese di sua maestà; 
supplica infine che dei benefizi vacanti a Napoli ovvero in 
Ispagna o in altri luoghi si faccia grazia ad un suo parente 
fino a tremila scudi di entrata, e più secondo il buon volere 



— 481 — 

di sua maestà (4). Queste condizioni, senz'aspettare gli or- 
dini di Cesare, accettò anche il principe di Orange, nulla pa- 
rendogli troppo grave a tanto acquisto (2). 

Intanto la condotta di Francia era spirata, e Filippino 
Doria a' A luglio si partì da Napoli, dove già da molti di fa- 
ceva mala guardia (3). Allora anche Tarmata veneziana, in- 
termesse le opere delle trincee alle quali attendevano le 
ciurme, pigliò il largo, e poco dopo a' 45 di quel mese andus- 
sene in Calabria per provvedersi di vettovaglie. Vero è che 
a' 48 giunse il Barbesieux colla flotta francese ; ma non ave- 
va che ottocento fanti, essendo restati gli altri, che portava, 
parte alla custodia di Genova, parte per ordine del pontefice 
alla impresa della fortezza di Civitavecchia. Né bastava egli 
solo a chiudere il porto; né quei fanti e i denari, che per- 
vennero al campo dopo aspro combattimento con gl'impe- 
riali, rispondevano alle grandi necessità di Lautrec. Il quale 
però, sebbene caduto infermo, vi oppose sempre la virtù in- 
domita dell'animo suo: revocò con gravi pene le genti sban- 
date; fece assoldarne di nuove nel regno; condusse il duca 
di Nola con dugento cavalli leggieri e Rinuccio Farnese 
con cento; richiamò alcune compagnie di stradiotti de' ve- 
neziani dalla impresa di Taranto, e mandò Renzo da Ceri 
in Abruzzo per levar quattromila fanti e seicento cavalli. Li 



(1) Capitoli di Andrea Doria, Archivio di Simancas, Estado leg.° 
1553 rase. 

(2) Privati d'ogni speranza di soccorso d'Alemanni, et anche 
questi signori havendone poca di ricever in tempo i soccorsi di Spa- 
gna, offerendosi il partito del sig. Andrea Doria, il qua!, come sa 
Y. M. era disposto a soccorrerci, e darci adito di haver victuaglie 
per mare, deliberarono accettar li capitoli che dimandava esso sig. 
Andrea, ancor che non gr intervenisse r ordine e volere di V. M. . . 
e così il s. Principe firmò li detti capitoli. Girolamo Morone a Car- 
lo V. Napoli agosto 1529. T. Dandolo op. e, pag. 268. 

(3) Frane. Guicciardini Stor. d'U., t 3, pag. 411. 



— 482 - 

mise insieme Renzo a stento in venti giorni fra le mine e 
la mortalità grande del paese; ma ormai era troppo tardi. 
Non che sorprendere la Sicilia, com'egli consigliava, per 
metterla in fastidio e pigliarsi il grande incasso delle gabelle 
sul grano (4), che pagavano in gran parte a Carlo V le spe- 
se delle italiane conquiste (2), mancavano al Lautrec persi- 
no i soldati necessarii alla' guardia del campo. Infierì tal- 
mente la epidemia in sul finire di luglio, che ai due di ago- 
sto di ottocento cavalli non vi erano pur cento, e di venti- 
cinquemila fanti, che si contavano un mese prima, quattro- 
mila soltanto atti a reggere le armi (3). Ammalati erano tat- 
ti gli oratori, tutt'i segretarii e tutt'i capitani di conto, dal 
marchese di Saluzzo e da Guido Rangone in fuora. Perlo 
che fatti arditi gl'imperiali scorrevano in grosso numero 
provvedendosi non solo di viveri, ma togliendoli spesso ane- 
mici, rompendo le strade e gli acquedotti, predando le baga- 
glie e i saccomanni insino in sui ripari, e i cavalli insino al- 
l' abbeveratoio; in modo che i francesi, divenuti di assediami 
assediati, pativano anche di fame e di sete. Co* pati menti cre- 
scevano i disordini, e gli aggravò la venuta di Andrea Do- 
na. 11 quale come seppe giunto in salvo, fuori de' pericoli 

(1) Lettera di Renzo da Ceri Aquila 17 ag. 1528. Molini Doc. di 
stor. ila], t. 2, pag. 78. 

(2) Pagano quattro scuti per salma de tracta ... et in Sicilia 
ne sono doy overo trecento miJia salme ... Si sa che la Spagna, 
Cienua, Toscana, et lo paese del papa non può viver senza Sicilia. 
Lettera del medesimo. Aquila 14 ag. 1528, Ibidem, pag. 54. 

(3) Gott schicket under des Frantzosen hauffen ain solche pe- 
stilenz, dass si innerhalb 30 tagen schirr ali starben und von 25000 
ùber 4000 nit beliben. Ziegler, Acta Paparum I. 12. Dio non è man- 
cato alla giusta causa di V. M. ed è accaduto che tra li nimici è ca- 
scata una infirmitate per la quale sono morti assai di loro, più del- 
la metà, e il resto sì dolente che pochi restan apli a portar arme e 
far fazione. Girol. Morene a Carlo F, Napoli ag. 1528. T. Dandolo 
op. cit. pag. 269. 



— 483 - 

del mare, ii messo da lui spedito a 9 20 luglio per le ratifiche 
dell'accordo in Ispagna, mosse con le sue dodici navi a Gae- 
ta ; donde, caricata gran copia di farina, dopo aver conse- 
gnati alle dame napoletane ridotte in Ischia i congiunti 
fatti prigioni dal nipote, entrò nel porto di Napoli, traversan- 
do Tarmata nemica. Nondimeno La ut ree, intrattenendosi in 
su la speranza del soccorso di Saint -|Pol, non voleva ristri- 
gnere il circuito troppo grande dell'alloggiamento, e non be- 
ne ancora riavuto facevasi portare da un posto all'altro per 
mantenervi le guardie. Ma lungo tempo non resse a tanta 
fatica, e la notte del 45 venendo il 16 agosto cessò di vive- 
re. Essendo a lui premorto il conte di Vaudemont, prese il 
comando dell' esercito Michel Antonio* marchese di Saluz- 
zo, impari all'enorme peso (4). Questi, non potendo più so- 
stenersi, sciolse una notte l'assedio; ma non eransi le schie- 
re scostate molto dal campo, quando, in sul far del giorno 
29 agosto, la cavalleria imperiale, accortasi della levata, as- 
sali la retroguardia condotta da Camillo Trivulzio e da Ne- 
gro de la Palisse, mettendola in fuga, e poco appresso i fanti 
spagnuoli raggiunsero e ruppero la battaglia alla quale era 
preposto Pietro Navarro, che insieme con molti altri cadde 
prigione (2). Solo il Marchese di Saluzzo che comandava la 
vanguardia si condusse salvo in A versa; ma seguitato dagli 
imperiali, non bastando a difendersi, ed avuta notizia che 
Capua, la più vicina città per la quale sarebbe passato conti- 
nuando a ritirarsi, aveva aperte le porte a Fabrizio Mara- 
maldo, fu costretto ad arrendersi con vergognosa capitola- 
li) se venissi caso di morte ( di Lautrec ), sarebbe necessario 
che la maiestà del re prevedessi quello exercito d' un bon capo, et 
per quello ritragho non è da disegnar in sul Marchese. Nicolò Cap- 
poni a Giuliano Soderini vescovo di "Saintes. Firenze 24 ag. 1528. 
Molini Doc. di stor. ita!, t. 2, pag. 80. 

{2)Sepulveda (che allora era a Gaeta). De rebus gestis Ca- 
roli V, 1. 8, pag. 34. 



_ 484 — 

zione: lasciasse Aversa con le artiglierìe e munizioni; re- 
stasse egli e Guido Rangone come persona di autorità, prigio- 
ni del principe di Orange; facesse il marchese restituire 
tutte le terre che tenevansi nel regno in nome de' francesi e 
de' veneziani; i capitani e i soldati consegnassero le bandie- 
re, le armi, i cavalli e le robe, concedendo però a quelli di 
maggior qualità ronzini, muli ecortaldi; i soldati italiani 
non servissero per sei mesi contro a Cesare (4). Sia lodato 
Iddio onnipotente t vittoria, vittoria t esclamò il rinnegato 
Morone con feroce e incomposta esultanza (2), alla quale bel- 
lo è contrapporre il dignitoso linguaggio del cardinale Pom- 
peo Colonna, non fosse altro per rispetto alla umanità (3). 
Perocché i resti dell'esercito, chiusi nelle scuderie reali della 
Maddalena, ammucchiati gli uni su gli altri nel fango e tra i 
cadaveri, perirono due volte tanti che non nel campo, e l'a- 
ria per essi infetta estese la moria e le imprecazioni contro 
gli stranieri. Ugo de'Pepoli, succeduto ad Orazio Baglioni 
nel governo delle bande nere, mori in Capua nell'istante che 
vi entravano gl'imperiali, e allora quelle milizie, che sole 
avevano mostrato non essere spento il valore italiano, sban- 
daronsi, né mai più si rimisero insieme. 11 marchese di Sa- 
luzzo mori ben tosto in prigione di cordoglio. A Pietro Na- 
varro, nel maneggio delle artiglierie e nell'immaginare mine 
ed artificii atti alla espugnazione delle terre, primo fra tutti, 
ordinò Carlo V fosse mozzato il capo per mano del carnefi- 
ce; ma il governatore della fortezza, compassionando a quel 
vecchio che di staffiere del cardinale di Aragona con le sue 
virtù erasi innalzato agli onori supremi, andò e lo fece finire 



(1) Capitolazione stipulata in Aversa il 30 ag. 1528. Molini, noe. 
di stor. Hai., t. 2, pag. 85. 

(2) Lettera a Carlo V, T. Dandolo, pag. 271, e all'ambasc. imper. 
presso Clemente VII. Molinì, op. cit., pag. 81. 

(3) A Clemente VII, Ibidem, pag. 83. 



— 485 — 

egli stesso, chi dice con la corda, chi soffocandolo co' guan- 
ciali. 

3Nè la capitolazione di Aversa pose termine alle sventu- 
re del regno di Napoli. Il principe di Orange, rimastovi vi- 
ceré, non ricevendo che scarsi sussidii da Cesare (4), stava 
tutto occupato in esigere danari per soddisfare ai soldati dei 
pagamenti decorsi. Le quali esazioni per rendere più facili 
e per assicurare il reame con gli esempii della severità, man- 
dò al patibolo alcuni partigiani di Francia, ad altri assenti 
confiscò i beni, che furono poi distribuiti tra i suoi capitani, 
a molti fece grazia de' sospetti componendoli in danari: prin- 
cipi! violenti di quel governo assurdo e tirannico che per 
due secoli riempì di miserie la più bella parte d'Italia. Qual 
meraviglia che non pochi preferissero durare nelle armi ? 
Federico Caraffa, il principe di Melfi e il duca di Gravina 
continuarono i guasti della Puglia; Simone Tebaldi romano, 
dopo aver riportato qualche vantaggio in Calabria, entrò a 
Barletta insieme col duca di Sora e con le genti di Alfonso 
di Ferrara (2); Renzo da Ceri, giunto presso Capua il di se- 
guente alla capitolazione di Aversa, ricondusse le sue genti 
neir Abruzzo. Ma queste imprese, più presto che guerra re- 
golare, vogliono reputarsi come il cominciamento di quello 
stato di anarchia e brigantaggio che fu permanente, insana- 
bile piaga del dominio spagnuolo. 

Mentre prolungavasi questa inutile resistenza, raccolse 
Andrea Doria il prezzo del suo passaggio alla parte imperia- 
le. Aveva egli solennemente promesso di non far dimostra- 
li) Je me fays aussi doute que il ( principe di Orange ) trouvera 
estrange, que puisque avez tant tarde, que ne luy envoye plus 
grosse somme. Instructions de lemper. a Gerard de /tye, seigneur 
de Balanfon, envoyé vers le prince d' Orange. Madrid, sept. 1528. 
Papier* d'état du card, de Granvelle^ t. 1, pag. 428. 

(2) Gio: Clemente Stanga al Montmorenci. Barletta 16 sett. 1528, 
MoUni, Doc. di stor. ital. t. 2, pag. 92. 



— 486 — 

zione verso Genova e di non offendere i francesi, fino a tanto 
non avesse superiore (i). Quando la sorte mia, soggiunse a 
Teodoro Trivulzio, vorrà che sia al servizio di altri, mi W- 
sognerà far quello che si richiederà aWonor mio (2). E la 
parola attenne; non essendosi accostato alla città che quando 
ricevette da Cesare la ratificazione dell'accordo. Allora in 
Genova infieriva la peste; Giambattista Lasagna oratore in 
Francia mandava lettere per torre via ogni speranza della 
restituzione di Savona, e Teodoro Trivulzio, non avendo ot- 
tenuto il chiesto rinforzo dal conte di Saint-Poi di mille fan- 
ti (3), né tampoco riscosso il credito di venti mesi di pen- 
sione (4), si era ritirato nel Castelletto. Restava a difesa 
della città la flotta del signore di Barbesieux; ma questi al 
primo annuncio del pericolo ricoverossi nel porto di Savona. 
Per lo che Andrea Doria con soli cinquecento fanti vi entrò 
agevolmente il di 42 settembre, alzando bandiera imperiale, 
quella bandiera medesima che Filippino avea preso nel golfo 
di Salerno. Maravigliato il Trivulzio delle scarse forze dei ne- 
mici confidò di poterli cacciare, pur che accorressero tremila 
fanti francesi; e rimandò a chiedergli al Saint-Poi. Questi, 
attendendo allora all' oppugnazione di Pavia, per la quale il 
duca di Urbino desiderava si mantenesse intero P esercito, 

(1) Andrea Doria ad Agostino Loraellino e Gio: B. Moneglia. Le- 
rici 17 lugl. 1528, Ibidem, pag. 46. 

(2) 19 lugl. 1528, Ibidem, pag. 47. 

(3) Li fanti facevono qualche difftcultà da venirgli per la peste 
et carestia, et sin che questa città non sia un poco assettata, non 
seria a proposito retirarli; benché sei bisogno fusse occorso o oc- 
corresse, haverei messo et metteria da canto ogni rispetto per ha- 
vergli in la città et stargli sicuro : Teodoro Trivulzio a Francesco /, 
Genova 27 ag. 1528, Molini, Doc. di stor. ital., t. 2, pag. 56. 

(4) io non saperia far de questi miraculi de possermi intertener 
qua con niente, et serò costretto lassar che qualche altro vengtai a 
provare come si viva di qua, et se gli saperanno stare senza provi- 
sione. // medesimo al Montmorenci, 9 ag. 1528, Ibidem, pag. 62. 



— 487 - 

commise a Montjean di andarvi in sua vece con le nuove 
genti tedesche e svizzere arrivate poc' anzi di Francia in 
Alessandria. Ma i tedeschi e gli svizzeri trovarono più conto 
a depredare le terre circostanti, massime Ivrea, che ne ri- 
mase deserta; e quando Pavia fu presa e il conte di Saint- 
Poi al primo di ottobre giunse dinanzi a Genova, era ornai 
troppo tardi. Molti de' suoi rivalicavano le Alpi, e i Genovesi 
ai contrario avevano già raccolta buona copia di milizie. Però 
disperato della impresa tornò indietro senza poter né anco 
soccorrere Savona. La quale si arrese il dì 2i ottobre, ed 
ebbe, in pena della tentata rivalità, empiuto il porto con 
barche piene di sassi. Pochi giorni dopo capitolò il Castel- 
letto (i) e fu a furore di popolo spianato. 

In questo modo compì il Doria la impresa per cui alcuni 
levaronlo fin alle stelle, altri il vituperarono come traditore. 
Traditore non fu, perchè finita la condotta di Francia stava 
in poter suo di non rinnovarla; anzi, avendogli il re anche 
prima rattenuti gli stipendii, poteva allegare la necessità di 
voltarsi alla parte opposta per sostentare le sue galee, queste 
essendo condizioni solite, quando la guerra pe' capitani era 
un mestiere. La sua risoluzione onestò invece collo studio 
della patria libertà, e chi ne dubitasse tuttora, le ponga a ri- 
scontro i consigli scellerati e ferocissimi di Renzo da Ceri : 
« si smantellasse Genova, le si togliesse la Corsica e le for- 
tezze di ponente e di levante, un cento delle famiglie pri- 
marie se ne cavassero, e mandassero a Parigi con le donne 
ed i figliuoli per mostrare che il re non istima quattro mer- 
canti, e dare esempio perchè né essi, né altri burlassero sua 
maestà « (2). Onde a Luigi Alamanni, che ragionava di non 
so che ombra d'intorno, ben poteva contrapporre il Doria la 

(1) Capitolazione fra Andrea Doria e Teodoro Trivulzio del Ca- 
stelletto di Genova 28 ott. 1526, Ibidem, pag. 60, e seg. 

(2) Aquila 14, ag. 1528, Ibidem, pag. 53. 



— 488 — 

luce di quel nobile motivo (4), meritando, come scrive il Var- 
chi imparziale, che si creda piU ai fatti di lui che alleparok 
degli altri. Io non dirò che la vittoria gli desse in mano la 
tirannide domestica, alla quale bisogna ammanire di lunga 
mano il fondamento e con astuzia grande; si affermo che a 
Carlo V sarebbe sembrato certo più bella cosa un duca di 
Genova che una repubblica genovese. Al contrario pe' con- 
sigli e per l' autorità di lui quella inferma repubblica pigliò 
buon assetto e durevole costituzione. Descritte cento fami- 
glie delle principali, donde si esclusero i Fregosi e gli Ador- 
ni che per tanto tempo avevano combattuto fra loro a pub- 
blico strazio, se ne cavarono quelle che tenessero sei case 
aperte in Genova, e sommarono a ventotto, a cui diedesi 
nome di alberghi. A questi aggregaronsi le altre famiglie mi- 
nori, innestando guelfi con ghibellini, nobili con popolani, 
partigiani Adorni con partigiani Fregosi, di modo che le 
stirpi cessassero di rappresentare i partiti, e si spegnesse 
col tempo la memoria de' rancori. Dei ventotto alberghi fa 
stabilito si tirassero a sorte annualmente trecento, i quali 
eleggessero a voti cento e costituissero insieme il senato. 
Questo avesse facoltà, non obbligo, di aggregare in capo ad 
ogni anno dieci famiglie nuove, di cui sette cittadine e tre 
rivierasche, e a lui spettasse la nomina de'magistrati; cioè 
del doge biennale, di cui era officio eseguire le leggi già ap- 

(1) se il mondo sapesse quanto è grande l'amore che io ho a- 
vuto alla patria, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla 
grande altrimenti, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qual- 
che parte potuto incolpare. Non vo' già raccontare che il re Fran- 
cesco mi riteneva i servizj, e non mi attendeva la promessa di re- 
stituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver 
forza di far rimutare uno dall'antica fede. Ma ben puote aver forza 
la certezza che io aveva che il re non mai avrebbe voluto liberar 
Genova dalla sua signoria, né che ella mancasse d'un suo gover- 
natore, né della fortezza. Bernardo Segni (udì questo colloquio 
dallo stesso Alemanni ) Istor. fior. 1. 2, pag. 52. 



— 489 — 

provate e proporre quelle che nuove cose introducessero, 
od emendassero le vecchie; degli otto signori o consiglieri 
del doge egualmente biennali ; degli otto procuratori eletti 
pure a voti per un biennio, i quali sembra vigilassero l'en- 
trate e l'annona ; e de' cinque censori incaricati a curare che 
la legge non si alterasse e a sindacare i magistrati, massime 
il doge e i senatori. Di più dal senato tiravansi a sorte cen- 
to, i quali componevano il consiglio minore; questo, unito 
ài signori ed ai procuratori, amministrava le faccende più lie- 
vi ed eleggeva gli ufficiali civici. Il senato sentenziava i reati 
di maestà, gli altri un potestà forestiero assistito da un giu- 
dice del maleficio e da un fiscale. Sette uomini chiamati 
straordinari rendevano ragione civile, prendendo a norma il 
diritto romano, gli statuti e la consuetudine. Si compose 
eziandio una guardia urbana per tenere custodita la città con 
un generale e quaranta capitani, tutti nobili preposti alle 
milizie divise in quattro decurie, di cento uomini ciascuna; 
e tutte le genti dello stato, così di città come di borghi, atte 
alle armi furono descritte dai venti ai sessantanni sotto i 
loro capitani, con obbligo di trovarsi allestite secondochè 
fosse loro ordinato. 

Vero è che per questa riforma rimase escluso il popolo 
dal governo, imperciocché P arroto annuale delle dieci fa- 
miglie popolane agli alberghi essendo facoltativo, il senato 
lo cessò più tardi. Né balza meno all' occhio P altro errore 
di attribuire le cariche supreme dei trecento membri del 
senato all'ordine, non alla persona, tirandole a sorte, e più 
ancora la presunzione di costrignere in miscela impossibile 
due classi di cittadini, anziché preparare la concordia col 
lasciar a ciascheduna facoltà pienissima di trasformarsi in 
un'altra o per merito di virtù, o per favore d'industrie fe- 
lici, ed intanto assegnare ad ambedue una equa parte nella 
cosa pubblica. Vero è altresì che il Doria, sebbene rinun- 
ziasse al dogato a vita proffertogli da principio, e stesse con- 

31 



— 490 — 

tento air officio di censore perpetuo, ritenendo le sue galee 
al soldo di Cesare, aveva in mano una forza contrastante di 
molto col principio dell'uguaglianza politica. Ma so che altra 
riforma più libera né Genova allora avrebbe potuto sostenere 
né le universali condizioni tollerare; so che con le sue pre- 
rogative potè il Doria risparmiare alla patria l'onta del presi- 
dio spagnuolo; e questo, e l'essergli piaciuto solo il titolo di 
cittadino in un secolo devoto a tante false grandezze, gli 
valsero fama, secondo i tempi, gloriosa. Ripeto secondo i 
tempi, perchè Genova aveva nel cuore senza badare alla 
patria comune, e chi a lei badava in quella età sciagurata? 
Fatto strumento alla grandezza di Carlo V, gli dette la vitto- 
ria d'Italia: ecco l'accusa del Segni, che noi dobbiamo 
confermare, vero essendo quanto dice Brantòme, che chi non 
è signore di Genova e del mare, non può ben dominare la 
penisola. 

VII. A queste nuove, come lieto fu il papa di esser ri- 
masto neutrale ! Se non si faceva così, scrisse il segreta- 
rio suo, saremmo ora nel profondo della total mina (1). Ma 
chi può seguitarlo senza dispetto per le ambagi della con- 
sueta politica, distemperata in parole, vacillante nella sot- 
tigliezza delle antiveggenze, sempre sleale e ristretta alle 
cure del proprio utile ? Io vorrei espedi rmene brevemente, 
se in esse non fosse molta istruzione isterica e gran presa- 
gio de' mali che si preparavano all'Italia. La neutralità sua 
non fu virtù moderatrice qual si conviene colf officio ponti- 
ficale, si bassa arte di tener uguale la bilancia tra le due 
parti finché incerta era la fortuna delle armi. Bastò che arri- 
desse alquanto agi' imperiali, e già si vide che stava per 
darle il tracollo : accusava i francesi di non avergli creduto, 
quando egli due mesi innanzi aveva presentito l'alienazione 
del Doria ; dicevasi uccellato da? principi nelle cose di Ra- 

(1) Gio. Battista Sanga al card. Campeggio. Ruscelli, Lettere di 
principi, tomo 2, pag. 127. 



— 491 — 

venna e di Cervia (4); dava ordine al governatore di Pia- 
cenza di non opporsi al passaggio del duca di Brunsvich (2); 
magnificava questo duca, die sulla via stessa de' suoi ante- 
nati, illustri per isludio di religione, andasse incontro alla 
immortalità (3) ; riceveva infine alla sua corte, dove il cri- 
stianissimo non aveva ornai servitore alcuno, Gismondo da 
Este, portatore di parliti larghi a nome di Cesare, tanto che 
per istornarli Gregorio da Casale fece la santa e buona opera 
di farlo pigliare e chiuderlo in una rocca (4), press' a poco 
in quel tempo che Antonio Pucci, vescovo di Pistoia, era ri- 
tenuto neir attraversare la Francia per recarsi nunzio stra- 
ordinario in lspagna sotto colore di esortar Cesare alla 
pace (5). Di tal passo accostavasi a quest'ultimo, in atto di 
stendergli la mano subito dopo i prosperi successi di Napoli, 
e pur tirato indietro ora dal sospetto di sua potenza, ora dal 
desiderio che il pericolo desse maggior valore all'allean- 
za (6). Perciò si mantenne ancora co' francesi ne' soliti ter- 
mini, e quando Giovanni Gioachimo orator loro faceva nuova 
instanza che si dichiarasse per la lega, e che, procedendo 
contro a Carlo con le armi spirituali, lo privasse dell'impero 
e del reame di Napoli, non potendo più resistere, tornò al 
solito sotterfugio di promettere ogni cosa se i veneziani gli 
restituivano Ravenna e Cervia, dando a credere che a que- 

(1) Gregorio Casale a monsig. Ambrogio Talenti vescovo di Asti. 
Viterbo, 24 e 25 giugno 1528. Molini, Documenti di stor. ita!., tomo 
2, pag. 36-40. 

(2) 6 maggio 1528. Bucholtz, tomo'^3, pag. 133. 

(3) 12 giugno 1528. Ibidem. 

(4) Lettere precitate di Gregorio Casale. Molini, pag. 42-43. 

(5) Il cardinale Giovanni Salviati al Montmorenci. Parigi, 20 lu- 
glio 1528. Ibidem, pag. 73. 

(6) Perchè questa è la via d' insinuarsi nella pristina gratia, et 
a podio a podio farsi tirar le cose alla via che desidera. Gaspare 
Contarmi, orator veneto, al Senato. Viterbo, 17 giugno 1528. Biblio- 
teca Marciana, ital. ci. VII, cod. MXLIil, lib. 1, msc. 



— 492 — 

sta condizione vorrebbe piuttosto superiore il re di Francia 
in Italia, che vederne padrone V imperatore, ancorché per 
suo mezzo riavesse Firenze, ed oltre a Cervia e Ravenna, 
anche Reggio e Modena (4). La era condizione, secondo che 
dicemmo più sopra, proposta da lui come impossibile; eben 
se ne addiede V arguto oratore, contrapponendo ai detti i 
fatti, ed alla profferta del maritaggio di Caterina de' Medici 
col duca d' Angoulème terzogenito del re, il rifiuto d' inve- 
stirlo senza indugio del regno di Napoli (2). Privar Cesare 
di questo regno e dell* impero, cosi aprivasi Gio. Batt. a Sanga 
segretario del pontefice col cardinale Salviati legato in Fran- 
cia, è cosa nella quale saria da pensare ancora assai, quando 
fosse del tutto spinto fuori d 9 Italia, e battuto di sorte, che 
non potesse riaversi per un pezzo, non che ora che pure ha 
forze, e che V esito di questa guerra si vede più dubbioso che 
mai. Se sua santità volesse consentirvi, troppo caro compe- 
reria Cervia e Ravenna. Aggiungete che ogni piena die ve- 
nisse ef Alemagna, sboccheria sopra di noi, e che per milk 
promesse che ne avessimo dal re, potremmo essere sicuri, cAtf, 
avendo sì stretto parentado, come ha, col duca di Ferrara, 
non ricupereremmo mai col suo mezzo né Reggio, né Mode- 
na (3). Di questo e di ogni altro interesse mondano, dava 



(1) Et vedesse Veneziani et Ferrara in quella ruina che altri dice 
che per gli torti da loro ricevuti vedere gli vorrebbe. Jo. Joacbimal 
Montmorenci. Viterbo, 16 agosto 1528. Ibidem, pag. 75. 

(2) Quando S. S. veramente havesse voluta la Victoria de fran- 
cesi, ragion vorrebbe che r havesse fatto quel che per aiutarla far 
si dovea, cioè, oltra el declararsi, privar l'imperatore, etc. etc. viva- 
mente aiutare l'impresa di Napoli . ... ma cum tante quante ley 
adduce difficultà et periculi, stante la sua da l'un canto timida e da 
l'altro irresoluta natura, non so ben che me ne dichi. Ibidem, 
pag. 7G-77. 

(3) 11 e 21 agosto 1528. Ruscelli, Lettere di principi, tomo 2, 
pag. 117, 118 e 129. 



- 493 — 

maggiori sicurtà l'imperatore, promettendo eziandio di libe- 
rare i tre cardinali ostaggi e di restituire Ostia e Civitavec- 
chia (i). Le quali promesse confermava con reiterate e si 
pressanti instanze per il ritorno del pontefice a Roma, dove 
lo avrebbe difeso contro qualunque (2), che questi inQne 
deliberò di commettersi alla sua fede, rientrandovi il di 6 
ottobre 4528. Ma qui gli si fecero intorno assidui i ministri 
cesarei, chiedendo in compenso la decima sui beneficii del 
regno di Napoli, la crociata in Ispagna e il permesso di ven- 
dere alcune terre appartenenti ai tre ordini cavallereschi di 
S. Jacopo, Calatrava ed Alcantara per la somma di quaranta o 
cinquantamila ducati di entrata, onde sarebbesi ricavato più 
di un milione d'oro. Il perchè tirò in lungo la pratica, addu- 
cendo quando una difficoltà e quando un 9 altra (3), e mentre 
da una parte, per non offendere Cesare aveva poco prima 
impedito a Renzo da Ceri di pascere le sue genti nello stato 
della Chiesa, ordinandogli d' imbarcarle immediatamente a 
Sinigaglia per alla volta della Puglia (4), confortava dall' al- 



(1) Gisrriondo da Este . . . porta commissioni di Cesare per let- 
tere di sua maestà di 20 di maggio . . . ove si contene che debbano 
liberare li ostaggi Cardinali, et rendere al papa Hostia et Civita vec- 
chia, et che per guadagnarlo non solamente se li restituisca il suo, 
ma anchora se li dia di quello di esso Imperadore. Lettera precitata 
di Gregorio Casale a monsig. Ambrogio Talenti, 25 giugno 1528. 
Molini, Doc. di stor. ital., tomo 2, pag. 40. 

(2) Lettera di Roma a Baldassare Castiglione nunzio in Ispa- 
gna. Ruscelli, Lettere di principi, tomo 2, pag. 140. 

(3) Gio. Joachim al Montmorenci. Roma, 7, 13 e 15 nov. 1528. 
Molini, Doc. di stor. ital., tomo 2, pag. 119 e 120. 

(4) Quando alla fine non la volesse intendere, e se ostinasse in 

voler pascer quelle genti su lo stato di sua Santità ci provve- 

derete per altra via, la qual, senza eh' io ve mostri, sapete qual è 
che .... a un suono de campana, e con allentar la briglia a popoli, 
ce sarà bello e provisto. Jacopo Saldati a Giovanni della Stuffa. 
Viterbo, 3 ottobre 1528. Ruscelli, Lettere di principi, tomo 2. 



- 494 - 

tra il re di Francia a mantenere, accrescere e fomentare quei 
movimenti di Germania che, come vedremo, minacciavano 
il trono di Carlo V (1). E con tanto calore esprimevasi,che 
ancora in dicembre di quell'anno Nicolò de Raince, ambascia- 
tore francese, assicurava esser egli, per quanto pur sembri 
il contrario, inclinato più che mai ai francesi; piagnergli 
anzi il cuore che sia andata cosi a male la impresa di Napoli. 
Non dubito di affermare, soggiunse P ambasciatore, che non 
vi è in questo simulazione di sorla (2). Per lo meno anche 
il cardinale Campeggi, intimo suo, andato allora in Inghil- 
terra diceva il mal possibile di Cesare e che unico modo per 
ridurlo a ragione era la forza : ben sarebbe fargli danno io 
Ispagna ; ma non meno lodevole una impresa in Germania, 
sia qualsivoglia il modo di condurla (3). 

Rimanendo per si lungo tempo oscillante fra i due rivali 
e in poca confidenza con ciascuno di loro, naturai cosa era 
che stimasse assai il conservarsi l'amicizia del re Enrico. 
Però non ebbe animo di contraddirgli, come doveva, alla 
domanda del divorzio; anzi, dimostrandosi desideroso di 
compiacerlo, ma allungando con difficoltare i modi che si 
proponevano, accese la importunità sua, che poi, delusala 
causa funesta d' irreparabili mali. Ancor in settembre del 

(1) Mi disse sua Santità che Y imperatore fosse quasi 

costretto in persona trovarse ben losto in Alamagna per dar ordine 

a molte cose .... le quali non ordinate producevano gran pre- 

giudicio et non minor nocumento, minacciavano a l' imperatore suo 

stato, titolo et dignità Senio le cose in Germania fussero nel 

stato che si dice, a sua Santità parrebbe chel chr. re per ben de gli 
suoy affari le mantenesse, augumentasse et fomentasse. Dispaccio 
precitato di Gio. Juachim, pag. 122. 

(2) Au Gr. Maitre, 14 decembre 1528. Bìbl. imp. di Parigi ras. 
Bethune, 8534. 

(3) Louant fort Tentreprise d' Allemagne, par quel moyen qu' 
elle se puisse conduire. Du Bellay au Grandmaitre, 1 janv. 1529. 
Ibidem, ms. Colbert V, 468. 



— 495 — 

4527, mentre il Wolsey trovavasi a Compiègne per concer- 
tare i disegni della guerra e per indagare le intenzioni della 
corte fran cese circa la eventualità di un' alleanza matrimo- 
Diale da lui tanto desiderata (l), vennero rimesse al dottor 
Guglielmo Kniglit le lettere regie concernenti l'affare segreto 
da trattarsi a Roma con fine ben diverso da quello che Wol- 
sey medesimo a veva in menle. Arrivato a Foligno, al Rnight 
mancò il coraggio di procedere per terre occupate dagP im- 
periali, e'sarebbesi ivi trattenuto sino alla liberazione di 
Clemente, di giorno in giorno aspettata, se un corriere del 
re accompagnato da un cappellano di lord Rochefort (padre 
di Anna Boleyn) non gli avesse portato 1' ordine di andare 
innanzi in ogni modo. Giunto a Roma, non potendo ottenere 
neanco per diecimila scudi un salvocondotto per condursi in 
castello sant' Angelo a parlare col papa, mise in iscritto le 
sue commissioni, e questa lettera, insieme colle credenziali 
e con la scrittura del re intorno alla dispensa, fece consegnar- 
gli dal cardinale Pisani in presenza del protonotario Gam- 
bara. Il qual ultimo tornò, significandogli a nome del papa 
che, subito che fosse in libertà, gli spedirebbe tutto ciò che il 
re richiede nella più ampia forma, secondo il mutuo desi- 
derio (i). 

Scoperto eh 5 ebbe il Wolsey o congetturato l' intendi- 



li) Verisimilmenteel canlenal de Jorch (Wolsey) sacò la pon- 
zonja de està plàtiea de Francia con las vistas que hicieron en Com- 
piena entre él y el rey de Francia para tirar mejor à su intencion el 
rey de Ingleterra con nuevo casamienlo, y con voler de quererse 
vengar que por el casamiento de la emperatriz dejamos de casar- 
nos con su hija. Istruzione dì Carlo V a Lope Hurtado de Mendoza 
(mandato ambasciatore al re di Portogallo per sollecitare la sua al- 
. leanza) Coteccion de documento.? inedilos para la hìstoria de Espa- 
na. Madrid, 1842, tomo 1, pag. 128 e seg. 

(1) Knight toking Henry Vili. Foligno, 4 dicembre 1527. State 
papers, tomo 7, pag. 16. 



- 496 — 

mento del padron suo, io non so se veramente gli facesse la 
opposizione di cui parlano alcuni storici. So bensì di qual 
furore si fosse la passione di Enrico, e che a quel ministro 
sarebbe mancata l' autorità di consigliargli il contrario di 
quello che prima, sebbene per altro scopo, gli aveva per- 
suaso. Di fatto, ritornato in Inghilterra, diede subito incarico 
a Gregorio da Casale di ricordare a Clemente, che nessuna 
ragione mosse tanto Enrico a prenderlo in protezione, quanto 
la fiducia da lui inspiratagli che il pontefice avrebbe assecon- 
data la sua instanza; voler egli il divorzio per ragioni (oltre 
a quelle dello scrupolo concepito, e di certe malattie insa- 
nabili della regina), che non si possono affidare agli scritti; 
dipendere da questo non pur la pace della sua coscienza, si 
ancora la continuazione della stirpe regia, la felicità o la 
rovina dello stato. In caso contrario, conchiudeva, preveggo 
terribili conseguenze, e che il re farà da sé quello che ora 
domanda riverentemente alla santa sede (1). 

Uscito del castello e ridottosi ad Orvieto, trovossi il 
pontefice assediato da ogni parte e dai protettori e dagli av- 
versarii. In tali angustie pur troppo dobbiam credere al Ca- 
sale avess' egli opinato, essere meglio che il re, senza far 
tante instanze, prendi una seconda moglie, e ne richiegga 
poi la decisione della sede apostolica (2). Ma ciò opponevasi 
non meno allo spirito di letterale legalità sin d'allora domi- 
nante in Inghilterra, che al desiderio del re di veder innanzi 
assicurata la legittimità della prole. Per la qual cosa, non 
avendo il Knight ottenuto altro che parole (3), mandò Wol- 

(1) 6 dicembre 1527. Ibidem, pag. 18-20. 

(2) Quia nullus doctor in mundo est, qui de hac re melius de- 
cernere possit, quam ipse rex, itaque si in hoc se resolverit, ut pon- 
tifex credit, statim causam committat (in Inghilterra) ; aliam uxorern 
ducat ; litem sequatur. Gregory da Casale to Wokey, 13 gen. 1528. 
Fiddes, the life of Wolsey, pag. 461. 

(3) Tuum secretarium libentissime audivimus. Ex quo tua Se- 



— 497 — 

sey al papa Stefano Gardiner, suo segretario, poi vescovo 
di Winchester e lord-cancelliere, eFoxe, poi vescovo di He- 
retbrd ; e nel tempo medesimo, facendo grande assegna- 
mento sull' appoggio della Francia, esortò Francesco a far 
per lo scioglimento del matrimonio altrettanto che Inghil- 
terra per la liberazione de' suoi figliuoli : dichiarasse che 
reputa giusta la domanda di Enrico e che un rifiuto del 
papa recherebbesi egli pure a male, né lo scorderebbe mai 
più. Diceva in ultimo Wolsey che se la cosa non riusciva a 
buon segno, ei sarebbe perduto, avendone di troppo assicu- 
rato il suo re (i). Per vero se all'avvicinarsi di Lautrec fosse 
stata intimata in sul serio al papa la volontà di Enrico, qual 
più bel sotterfugio di questo per giustificarsi dinanzi all'im- 
peratore con una specie di violenza morale (2)? Ma i fran- 
cesi non trovarono utile di andar tant' oltre, importando 
loro invece di sostenere, con la validità del matrimonio di 
Caterina, i natali legittimi di quella principessa Maria, erede 
presuntiva del regno, che disegnavano ancora di dar in 
isposa al duca d' Orleans (3). 

Poiché dunque né Enrico voleva procedere senza il 
papa, né Francesco costrignerlo colla forza, non restò che 
rimettere anche questo caso di morale alle negoziazioni di- 



renitas intelliget, quanti Nos faciamus petitiones tuas, quae prae- 
sertim Ubi cordi suut. Pope Clement to king Enry Pili. Orvieto, 16 
dicembre 1527. Stale pape™, tomo 7, pag. 27. 

(1) Pour les grandes asseurances qu' il en a toujours baillé à 
son maistre. Du Bellay à Monlmorency , 22 maj 15*28. Bibl. ùnp. di 
Parigi, 1. e. 

(2) The pope thinketli he might, by good colour, say lo the 
emperour, tliat he was required by the english ambassadours et 
m.r de Lautrech to proceed in the businosse. Dispaccio del dottor 
Knighl presso Herbert. Life of Henry Vili, pag. 218. 

(3) Du Bellay au Montmorency, 8 novembre 1528. Bibì. imp. di 
Parigi, 1. e. 



- 498 — 

plomatiche, il cui andamento e successo, com' è ben a ve- 
dersi, dipendette dagli avvenimenti. 

I due oratori inglesi, giunti il di 20 marzo 1528 in Or- 
vieto, non se ne fecero illusioni. Più che alla stanza disa- 
giata nel palazzo episcopale con soffitte cadenti e apparta- 
menti tutti nudi, senza tappeti, in città incomodissima e di 
cattiva fama per l'aria, credo io alludesse Clemente alla 
inopportunità de' potentati contendenti fra loro, allorché 
confessò essere meglio star prigione a Roma, che libero in 
Orvieto (1). « Le difficoltà e gP indugi che ci si oppongono, 
(scrivevano quelli) muovono unicamente da paura : ognuno 
ci si mostra inclinato al possibile, ma ognuno teme non forse 
una grazia straordinaria fatta al re possa condurre ad una 
nuova prigionia, di cui serba il posto P imperatore » (2). Il 
perchè fecero un di P esperimento di contrapporre paura a 
paura, dicendo al papa che perderebbe Punico principe vera- 
mente devoto, non solo il re d'Inghilterra, ma il difensore 
della fede, e allora il papato, di già scosso, andrebbe in ro- 
vina con soddisfazione universale. A questa minaccia trasali 
il pontefice, qua e là per la stanza veementemente gestico- 
lando ; e ben ci volle finché tornasse in calma (3). Promise 
tuttavia che avrebbe trovala qualche forma per compiacere 
al re, e ciò stesso scrisse a lui da Viterbo (dove poco prima 
si era trasferito), soggiungendo ch'ei doveva certo conoscere 
con quanta considerazione gli convenisse portarsi in questo 
affare, ma che più di ogni rispetto umano poteva in lui l 9 fl- 
more verso sua maestà (4). E per dargliene prova assecondò 

(1) State papers, tomo 7, png. 63. 

(2) That if there vvere any thing doon novum et graliosum, 
agaynst the emperors purpose, it shuld be materia novae eaptivita- 
tis. Gardiner and Fox. Orviel the last day of March. Slrype, Eccle- 
siastical Memoria!?, tomo 5, pag. 402. 

(3) Gardiner and Foxe. Mondai in Esterwoke. Ibidem, p. 423. 

(4) Inventuri sumus aliquam formam satisfaciendi Majestati 



— 499 — 

la proposta de 9 suoi oratori, destinando legato in Inghilterra 
il cardinale Campeggi, persona molto accetta al re (1), con 
commissione di sentire e decidere insieme col Wolsey la 
questione intorno alla efficacia della dispensa di Giulio li. e 
per conseguenza anche quella che n' era dipendente sulla 
validità del matrimonio. Il che importa notare aver egli fatto 
ai primi di giugno del 4528, quando mostra vansi ancor pro- 
pizie le sorti de' francesi davanti a Napoli (2), e verso pro- 
messa d' indurre i veneziani a restituirgli le sue città (3). 

Non guari dopo prevalsero gì' imperiali, e già ai due 
settembre troviamo ricordato al Campeggi che sua santità, 
per obbligata che sia al re d'Inghilterra, deve pure aver 
riguardo al vincitore per non dargli causa di nuova rottura, 
la quale tornerebbe a totale eccidio dello stato ecclesia- 
stico (4). 

Tuae, quam certe scimus prò suaprudentia cognoscere, quam con- 
siderate conveniat Nos procedere in hoc negoli.i, sed plus ornni 
humano respectu potest in Nobis amor erga Serenitatern Tuam. 
Pupe Ciement VII lo king Henry FUI. Viterbo, 9 giugno 15'i8. Slate 
papers^ tomo 7, pag. 71. 

(1) 11 Campeggi era inoltre vescovo di Salisbury, e perciò dice- 
vasi suddito del re, presso il quale fu già legato nel 1518 allorché 
trattossi di una lega universale contro i turchi. 

(2) Commissione pontificia. Viterbo, 8 giugno 1518. Herbert^ 
op. cit., pag. 233, e Rymei\ Foedera, tomo 14, pag. 295. 

(3) Vos scire volo (disse il ponteiìce a Gregorio da Casale) pro- 
missum milii fuisse, si legalus liic in Angliam mitteretur, futurum 
ut mibi civitates a Venetis reslituerentur. Bumet, Hisiory of the re- 
formation, parte 1. Coli, of Records, lib. 2, num. 17. 

(\) Come vostra signoria reverendissima sa, tenendosi nostro 
signore obligalisshno come fa a quel serenissimo re, nessuna cosa 
è sì grande della quale non desideri compiacerli, ma bisogna ancora 
che sua Beatitudine, vedendo r imperatore vittorioso, e sperando 
in questa vittoria non trovarlo alieno dalla pace, .... non si preci- 
piti a dare all' imperatore causa di nuova rottura, la quale leveria 
in perpetuo ogni speranza di pace : oltre che al certo metterla suaj 



— 500 — 

Con queste e somiglianti instruzioni restrittive, tendenti 
a stornare la faccenda o per lo meno a tirarla in lungo (4), 
ma insieme con una bolla decretale ostensibile al solo re in 
argomento del buon volere del papa (2), giunse il Campeggi 
nel mese di ottobre a Londra. Trovato pertinace Enrico nel 
sostenere la invalidità del matrimonio, tanto che se un angelo 
fosse disceso dal cielo non lo avrebbe persuaso del contrario, 
si appigliò al partito di consigliare la regina a farsi mona- 
ca (3). Ma gli sforzi suoi andarono a vuoto: affermò la regina 
in confessione che dal primo marito era rimasta inlatta come 

santità a fuoco et a totale eccidio tulto il suo stato. Gio. Battista 
Sanga al card. Campeggi. Viterbo, 2 settembre 1528. Lettere di 
dicer si autori. Venezia, 1556, pag. 39. 

(1) A partir mio sua santità pensava che sua signoria reveren- 
dissima (Wolsey) .... fusse per affaticarsi con me in persuadere al 
re ch'in questo si havesse a tenere un altro modo; et per aventura 
volesse eh' io persuadessi sua maestà a levarsi questo pensiero . . . 
A che sua santità mi havea date expresse commissioni ch'io m'affa- 
ticassi et con sua signoria reverendissima et con sua maestà. Laur. 
card. Campegius ad Sangam Clementis VII secretarium. Londini, 
28 oct. 1528. Ugo Laemmer, Monumenta Vaticana, opera citala, 
pag. 29. 

(2) La esistenza di questa bolla è provata dalla relazione di 
Gregorio da Casale sulle sue negoziazioni col papa nel dicembre 
del 1528. S. D. N. injecta in meum brachium manu .... dixit .... 
bullam decretalem dedisse, ut tantum, règi ostenderetur concrema' 
returque. Burnet, op. cit. Records 1. 2, num. 17, pag. 42. Cadono 
dunque le obbiezioni mosse al Guicciardini dal Pallavicino li- 
storia del Concilio di Trento, parte 1, pag. 250), senza che per 
questo si possa aggiustar fede alla testimonianza del Guicciar- 
dini medesimo quanto al contenuto della bolla, che fosse cioè de- 
claratoria della invalidità del matrimonio, e che il Campeggi aves- 
se commissione di pubblicarla, se nel giudizio la cognizione della 
causa non succedesse prosperamente (Stor. d'Ital. tomo 3, pag. 405), 
perché nessuno fuor del re e del Campeggi 1' ha veduta. 

(3) Campegius ad Sangam. Londini,!/ oct. 1528. Ugo Laem- 
mer^ Monumenta vaticana, pag. 26. 



— 504 — 

venne dal ventre di sua madre (i), e che voleva vivere e 
morire nello stato matrimoniale in che Dio l'aveva chiamata, 
dicendo che né tutto il regno da una parte, né ogni gran pena 
da ir altra, ancorché potesse essere laniata a membro a mem- 
bro, la farebbe mutar di opinione, e che se dòpo la morte si 
ritornasse in vita, di nuovo vorrebbe anche morire. A tanta 
fermezza non potè negare il legato, la dovuta stima, e pro- 
metto, scrisse al segretario del pontefice, che da ogni suo 
parlare e discorso io sempre la ho giudicata prudente mada- 
ma, ed ora piU ; benché potendo senza perdita evitar tanti 
pericoli e difficoltà, non mi soddisfa molto questa sua ostina- 
zione in non accettare questo sano consiglio (2). Se non sano, 
era unico veramente a levar lui e il papa dall' imbroglio. 
Che giovavagli lo sparlare eh' ei faceva continuo dell' impe- 
ratore ? Enrico e il ministro suo accorgevansi già dell' arti- 
ficio (3); ogni ragionamento per rimuoverli dal proposito 
era come se fatto ad uno scoglio ; ond' ei non vedeva modo 
di protrarre più oltre il giudizio (4). Badate bene, ammoni- 
vaio il Wolsey, non si abbia a dire, che, come per la durezza 
e severità di un cardinale fu disgiunta gran parte della Ger- 
mania dalla sede apostolica, così per un altro cardinale sia 
stata porta la medesima occasione alla Inghilterra (5). 



(1) Et benché tutto mi dicesse sub sigillo confessionis, pure mi 
dette licentia, anzi mi ricercò, ch'io scrivessi a nostro Signore al- 
cune conclusioni. Lo stesso al medesimo. 26 ottobre 1528. Ibidem, 
pag. 28. 

(2) Ibidem. 

(3) Wolsey to sir G. da Casale. Londra, 1 novembre 1528. State 
papers, tomo 7, pag. 104. 

(4) Onde io mi veggo in grandissima angustia et trovomi un 
gran peso alle spalle, né vedo come non si abbia a venire a questo 
iudicio et presto. Campegius ad Sangam. Londini, 28 ottobre 1528. 
Ugo Laemmer, Monum. vatic, pag. 30. 

(5) Ibidem, pag. 31. 



— 502 — 

Mentre il Campeggi ^andava tergiversando in quella sua 
sventurata legazione, affacendavansi gli oratori inglesi in- 
sieme con quelli di Francia per indurre Venezia a rendere 
Cervia e Ravenna (1). Gliele aveva già richieste direttamente 
il papa non si tosto ve nne ad Orvieto, forte lagnandosi che 
della oppressione da lui patita si fosse giovata eziandio per 
rimettersi in possesso degli antichi privilegi ecclesiastici per- 
duti al tempo di Giulio II circa alla nominazione de' vescovi. 
Tale richiesta, fatta a quel tempo e con maniere molto impor- 
tune, parve chiaro indizio eh' ei cercasse occasione di alie- 
narsi al tutto da lei. Aggiungasi la importanza delle due città 
per le ampie possessioni che vi avevano i suoi sudditi e più 
assai per le vie che aprivano ad ampliare il dominio in Ro- 
magna. Laonde, consultato il gravissimo caso in senato, e 
fatta deliberazione di non accettare condizioni di accordo se 
prima non fossero definite le altre controversie con Cesare, 
elesse il dì 46 gennaio d528 ambasciatore Gaspare Conta- 
rmi, il quale, non guardando agli incomodi che a que'giorni 
e la guerra, e la carestia, e la peste facevano asprissiini, 
andò alla corte di Clemente ancor fuggiasco a Viterbo, e poi 
a Roma, quando fu sgombra dagli imperiali. 

Ma quanti officii facesse non valsero mai a calmare il 
pontefice (2): vane tornarono le rimostranze, aver la repub- 
blica occupate quelle città per sottrarle ai nemici ; essere già 
state di sua appartenenza, e poca cosa in confronto dei ser- 
vigi prestati (3) ; esser dessa pronta a riconoscerle da lui 

(1) Per dolum etfraudem occupatas. fVulsey to sir G.da Casa- 
le. 4 oct. 1 529. State papers, tomo 7, pag. 97. 

(2) Io mi sforzo quanto posso di adolcire et mitigare 1' animo 
di sua Santità con la quale bisogna usare diverse insinuationi, né 
bisogna passare certi termini a chi cerchi di non irritarlo ma miti- 
garlo. Gaspare Contarini at Senato. Viterbo, 14 giugno 1528. Biblio- 
teca Marciana Hai. ci. VII, cod. MXL1II, lib. I, msc. 

(3) Molto più importano (così rispondeva il senato agli inviati 



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verso un annuo tributo. Sorrideva talvolta il papa, ironica- 
mente dicendo : voi usate con me una gran confidenza, mi 
togliete le terre, date i benefizii. ponete imposizioni (i) ; tal- 
altra accendevasi in volto e nelle parole borbottando: siete 
maledetti (2),w?a pensiate corto che una delle due cose avverrà, 
o che io mi rovinerò del tutto o che rovinerò voi (3). 

Vano riusci pure il tentativo di levargli P animo dai 
rispetti mondani per muoverlo in nome dell' Italia e della 
Chiesa a disdegnare il pericoloso aiuto della forza altrui. 
Se lei non mi vuol udire come oratore della illustrissima si- 
gnoria di Venezia, scongiurò il Contarmi, la mi oda almeno 
come italiano, che le parla solo per il bene della patria co- 
mune e della santa sede (A). « Padre santo (gli disse dunque 
» un giorno) io le parlerò non come persona pubblica, ma 
» come privato e cristiano e sviscerato servi tor suo. Veggo 
» chiaro due cose : l' una che la repubblica cristiana è in 
» grande pericolo; l'altra che vostra santità è in procinto 
» o di preporre P utile proprio al bene comune, o per P op- 
» posto questo a quello. Sono certo altresì che i cesarei, 
» com'ella stesso mi ha detto (5), non tendono ad altro se 

francesi visconte di Turenne e vescovo di Auranges) le operazioni 
che abbiamo fatte e che siamo per fare a benefìcio di sua Beatitu- 
dine, che le dette due terre, avendo espulsi li spagnuoli di Roma- 
gna, e speriamo etiam d' Italia. Secreta 22 giugno 1528 msc. 

(1) Gaspare Contarmi al Senato. Viterbo, 16 giugno 1528. Dibl. 
Marciana I. e, msc. 

(2) Adgiungendo fra li denti, voi siete maledetti, se ben io com- 
presi le parole masticate .... et qui si accese nel volto et nelle pa- 
role. Viterbo, 18 giugno 1528. Ibidem, msc. 

(3) Questo mi ha detto l'orator francese. Viterbo, 27 luglio 1528. 
Ibidem, msc. 

(4) Rispose il papa : io non voglio pensar se non il ben de la 
Chiesa ; troppo ho io fatto per Italia et a bon line, sì che mi ho rui- 
nato. Viterbo, 5 settembre 1528. Ibidem,, lib. 2, msc. 

(5) Insieme cum sua Santità fu tra noi discorso che Cesare non 



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» non a disciogliere la lega per aver modo più facile di rui- 
» nare i singoli principi ad uno ad uno, e poi farsi padroni 
» di tutto ; e pur so che adesso la sollecitano a mettersi 
» nella via di procacciare il ben suo particolare, per porla 
» in ballo, eh' è come dire per usarla a strumento di male 
» agli altri e di comodo a sé stessi. Attendendo a interessi 
» proprii bisognerà ben eh' ella si faccia parziale, e allora 
» perderà la prerogativa di unico e santo mediatore di pace 
» tra questi principi. Per accordarli insieme e T si conviene 
» persuader loro che smettano alquanto delle ragioni che 
» hanno, e il ben privato al ben pubblico pospongano. A ciò 
» non e' è mezzo più efficace che 1' esempio di lei. Voglio 
» presupporre che la illustrissima signoria e gli altri prin- 
» cipi manchino del debito loro, e vorrà per questo la san- 
» tità vostra mancare del suo e seguire la strada trista? 
» Nella repubblica cristiana gli altri principi sono come per- 
» sone private ; a lei solo è commessa da Cristo la cura del 
» ben pubblico. Quanto poi alle cose della Chiesa io le par- 
to levò Uberamente. Oh ! non pensi vostra Beatitudine che il 
» ben della Chiesa di Cristo sia questo piccolo stato tempo- 
» rale che ha acquistato ; anzi avanti questo stalo, la era 
» Chiesa e ottima Chiesa : la Chiesa è la universalità di Mli 
» i cristiani : questo stato è come quello di ogni altro prin- 
» cipe d? Italia, e però vostra santità deve procurare princi- 
» palmente il bene della vera Chiesa, che consiste nella pace 
» e tranquillità de' cristiani (i). » 

« Io conosco (rispose il pontefice) io so certo che voi 

tende ad altro se non ad dissolvere questa lega per ruinar tutli cura 
facilità ad uno ad uno. Roma, 7 dicembre 1528. Ibidem, lib. 3, msc. 
(1) Avendogli il pontefice replicato, con qual honor mio posso 
mancare a restaurare le cose, le quali la Chiesa ha perduto per mia 
cagione ? soggiunse 1' ambasciatore che anche l'imperatore ha giu- 
rato nella sua elezione di conservare questa dignità e recuperar le 
cose perdute. 



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» dite il vero, e che a farla da uomo dabbene, a fare il de- 
» bito, saria perdere come mi ricordate; ma ho veduto il 
• mondo ridotto a un termine che chi è più astuto e con 
» maggior trama fa il fatto suo, è più lodato e stimato più 
» valente uomo e più celebrato, e chi fa il contrario vien 
» detto di lui eh' è una buona persona, ma non vai niente, 
» e se ne sta con quel titolo solo. I cesarei entreranno nel 
» regno di Napoli, poi verranno in Lombardia e in Toscana, 
» si accorderanno coi fiorentini, col duca di Ferrara, ed an- 
» che con voi, quindi faranno pace conservandovi quel che 
» avete, ed io mi resterò una buona persona pelata, senza 
» ricuperare cosa alcuna del mio. Vi ripeto, veggo bene che 
» quello che mi additate sarebbe il vero cammino, e veggo 
» altrimenti la ruina d'Italia; ma vi dico che a questo 
» mondo non' si trova corrispondenza, e chi va bonariamente 
» vien trattato da bestia. » 

Al che il Contarini con gran calore ripigliò: « se vostra 
» santità considera tutta la Scrittura sacra, la quale non 
» può mentire, vedrà bene che non c'è cosa più forte e più 
» gagliarda della verità, della bontà e della intenzione retta. 
» Deh ! giacché ella stessa vede la ruina della cristianità e 
» the* da un piccolo principio si potrebbe venire in grandis- 
» sima perdizione, la supplico a voler porre le spalle a so- 
» stentare questa repubblica cristiana, ch'è pur stata acqui- 
» stata con il sangue di Cristo, del quale ella è vicario in 
» terra (1). » 

Inutile supplicazione ! Non già (lo dichiarò egli stesso, 
e noi lo abbiamo più volte dimostrato), non già che tenesse 
chiusi gli occhi dinanzi al baratro in cui affondava l' Italia. 
Benché tema la grandezza di Cesare e poco se ne fidi, scrisse 
sin da principio l' arguto ambasciatore, pure lo sdegno gran- 



(1) Roma 4 gennqjo 1529. Ibidem, lib. 4, msc. 

32 



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dissimo supera ogni altro rispetto (1). Tanto può la febbre 
di scettro mondano ! 

Vili. Ai destreggiamenti di papa Clemente, per tirar Ce- 
sare al suo fine di consolidare la potestà temporale, davano 
buon sostegno i pericoli onde quest' ultimo era fuor del- 
l' Italia minacciato. 

Ferdinando, suo fratello, aveva già ottenuti per elezione 
i due regni di Boemia (23 sett. d526) e di Ungheria (26 
nov. Ì526). Cosa strana e pur vera! Dovette il primo, dove 
abbondavano gli utraquisti, più che al favore de' grandi lar- 
gamente rimeritati, alla promessa di aver a cuore la rifor- 
mazione ecclesiastica (2), ed ai portamenti in quel tempo 
assunti da casa d' Austria inverso del pontefice. Non così il 
secondo; perocché ivi le nuove dottrine non avevano ancor 
messa radice, ed anzi a sua sorella Maria, vedova di Luigi 
II Jagellone, che non osservava i digiuni e leggeva gli scritti 
di Lutero, trovò opportuno di far serie ammonizioni (3); quel 
Ferdinando medesimo che alcuni poco prima accusarono di 
lasciar accanto a sua moglie soli tedeschi e tutti luterani (A). 
In Ungheria, dove la fazione opposta aveva eletto Giovan- 
ni Zapoly (H nov. 1526), non era a confidare che nella 
prevalenza di forza; ed infatti, dopo aver accettate, unica- 
mente per guadagnar tempo di armarsi, le negoziazioni in- 
trodotte dal re di Polonia ad Olmùtz (5), mosse Ferdinando 



(1) Viterbo, 11 agosto 1528. Ibidem, lib. 2, msc. 

(2) Bucholtz, t. 2, pag. 420. 

(3) Olmùtz, 19 aprile 1527. Maria con sua risposta di Presburgo 
29 aprile protestò di voler vivere e morire da buona cristiana, at- 
tribuendo quelle voci ai malevoli per farle perdere l'amore del 
fratello. Gévay, Urkundeo etc. op., cil., fase. 5, pag. 65, 68. 

(4) Dedit ei germanos qui omnes fuerunt lutberani. J. Christ. 
v. Engel, Geschichte des ungarischm Ruirbcs, parte 2, pag. 51. 

(5) Combien que nay nulloment cn voulente . . . rions traicter 
ny conclure. noantmcinps . . . pour entretenir les affaires jusque. 



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con ottomila fanti e tremila a cavallo contro il suo rivale. 
Le principali fortezze, una dopo l'altra, caddero senza resi- 
stenza : allora incominciarono a disertare i partigiani dell'an- 
tire, e questi infine, battuto presso Tokay, dovette ricove- 
rarsi a Tarnow in Polonia, mentre Ferdinando li 3 novem- 
bre del 4527 ponevasi in capo ad Albareale la corona di san- 
to Stefano. 

Ma non se ne tenne sicuro. Monsignore, scriveva an- 
cora in quel mese al fratel suo, voi ben conoscete gli unghe- 
resi e la mutabilità del lor volere (i). Si era egli appena al- 
lontanato da essi che levossi un grido universale contro le 
violenze dell' esercito tedesco (2), e Giorgio Mai tinuzzi, mo- 
naco paolino, correva di castello in castello per rianimare 
gli antichi amici del Zapoly, il quale al principio del 1528 
strinse con Solimano, gransignore, un accordo per cui si 
obbligò a riconoscere da lui il regno (3). 

Solimano nell' interesse di sé medesimo reputava ne- 
cessario d ? infrenare a tempo In potenza di Carlo V. Essa è, 
diceva lbrahim, suo visire, epirota rinnegato, come una fiu- 
mana prodotta da ruscelli e torrenti che scava in fine le fon* 
damenta del più forte edifizio nella caverna di un monte (4) ; 
onde agli ambasciatori di 'Ferdinando, comparsi a doman- 
dare la restituzione di ventiquattro piazze ungheresi verso 



a ce que soie de tout prest pour me mectre aux champs, . . . ie 
lui ay bien voulu accorder icelle journee. Gècay, I. e, pag. 00. 

(1) Leur mualìle et fraglie vouloir. Ibidem, pag. 120. 

(2) Bucholtz, t. 3, pag. 269-279. 

(3) Non solum Ungariae regnimi (dichiarò in nome suo l'am- 
basc. Girolamo La>ky), non solum dominia palrimonii sui, sed et 
personara suam propriam non suam esse vult sed vestram. Steph. 
Katona, Historia critica regnum Hungariae slirpis austriacae, t. 20, 
pag. 1. 

(4) Relazione di Uabordancz e Weichselbcrger, ambasciatori 
di Ferdinando. Bucholtz, t. 3, pag. 596. 



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compenso in denaro, rispose che verrebbe a farla in persona 
e con tutte le sue forze. 

Facile è imaginare come ne imbaldanzissero i nemici 
di casa d'Austria in Germania. I duchi di Baviera trattavano 
tuttora cogli elettori e col re Francesco per privarla del tro- 
no, proponendo a tal uopo che ambasciatori francesi, d' ac- 
cordo con que' di Lorena e d' Inghilterra, venissero nella 
prossima dieta a ricordarle i danni sofferti da che quella 
casa vi tiene lo scettro : Costantinopoli, Rodi, ed ormai la 
Ungheria perdute per la cristianità, Basilea e Costanza per 
l'impero; non intendere i fratelli austriaci che a rendere 
ereditaria la corona, e ad ingrandirsi in ogni modo; doversi 
dunque procedere alla elezione di un nuovo imperatore che 
amministri la giustizia, rimetta la nazione tedesca nell'an- 
tico suo statole sia buon cattolico, idoneo ad estirpare l'ere- 
sie (1). 

Nel tempo stesso anche la parte luterana licenziavasi a 
gravi disordini. Avendo Ottone di Pack, cancelliere del duca 
Giorgio di Sassonia, dato a credere che il padron suo si fosse 
collegato col re Ferdinando, con gli elettori di Magonza e di 
Brandeburgo, coi duchi di Baviera e coi vescovi di Sali- 
sburgo, Wùrzburgo e Bamberga.' per {spodestare l'elettore 
di Sassonia e il langravio di Assia, questi due ultimi, messi 
insieme seimila fanti e duemila cavalli, deliberarono di pre- 
venire il pericolo. Lutero entratovi di mezzo consigliò si 
chiamassero invece in giudizio i congiurati. Ripugnavagli 
1' uso delle armi a sostegno delle sue dottrine: la guerra, 
diceva egli, osa lutto, guadagna poco, e perde certo (2). A 
quella sentenza piegò l'elettore. Al contrario il langra- 



vi Forme et maniere de conduire et mener l'affaire d' élection 
au nom du roi de France. Bibl. imi), di Parigi. MS. Bethune n. 
6593, f. 93, citato da L. Ranke, Deutsclie geschichte, t. 3, pag. 29. 

(2) De Fitte, t. 3, pag. 316, n. 986, 987. 



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vio, uomo come nessun' altro impetuoso, invase il territo- 
rio di Wùrzburgo, minacciando quelli di Bamberga da un 
canto e di Magonza dall' altro. Intanto la frode del Pack fu 
certificata (1), e nondimeno il langravio volle i vescovi 
condannati nelle spese de' suoi armamenti. 

Vero è che più tardi se ne penti. Non vi è azione in vi- 
ta mia, disse un giorno, della quale piti mi dolga. Ma irre- 
parabili ne furono le conseguenze. Contro tanta violenza 
levossi il sentimento del diritto e dell'ordine pubblico, ben 
tosto abusato, come al solito in tempi di lotte intestine, per 
dar colore di necessaria difesa a nuove ingiustizie della parte 
contraria. Onde tutto che tra i luterani avevasi in conto di 
vera pietà, tolsero i cattolici a punire ne' loro stati sin col 
fuoco e con gli annegamenti. Nella qual opera di persecu- 
zione fecero a gara con l'arciduca di Austria e con i principi 
ecclesiastici i duchi di Baviera, fermi più che mai nel dise- 
gno di pervenire all' impero. A questo disegno e a questa 
epoca riferisconsi i sopraccennati eccitamenti del pontefice 
al re Francesco di fomentare le turbolenze di Germania e di 
soccorrere il Zapoly (2). 

Aggiungasi lo scisma insorto tra i fratelli uterini della 
riforma. Vedemmo già Garlostadt aver negato la presenza 
reale di Cristo nella santa cena, che Lutero accettò, rappre- 
sentandola sotto la imagine di un ferro rovente, ove col me- 
tallo esiste anche il calore. Gli tenne dietro Giovanni Eco- 



fi) Se ha trovato che in fondamento mai è slata fatta tal con- 
spirazione, ma che una persona privata ha falsificato li sigilli e 
lettere de certi principi. Accursio Grineo agente in Baviera a 
mons. de Grangis, oratore del re di Francia presso gli Svizzeri, 20 
giugno 1528. Molini, Doc. di stor. ital., Arch. stor. ital. Append., 
n. 9, pag. 437. 

(2) Gio. Joachimo al Montmorency. Roma 7, 13 e 15 nov. 1528. 
Molini. Doc. di stor. ital. t. 2, pag. 122. 



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lampadio professore di Basilea, e con maggiore audacia Ul- 
rico Zuinglio. Costui sin dal principio della sua predicazione 
aveva manifestato la tendenza che doveva separarlo dal no- 
vatore tedesco, di mutare cioè non pur gli ordini religiosi, 
ma i civili della Svizzera. Nato (1. gen. 1484) e cresciuto a 
Wildenhaus, alpestre comune del Toggenburgo, i cui abitan- 
ti, per opera massime di suo padre, liberaronsi a poco a poco 
dal giogo feudale dell' abbate di San Gallo, la ingenita ca- 
rità di patria rinvigorì collo studio declassici e della sacra 
scrittura. Commiserò dunque a ? rotti costumi de' suoi, ed 
incolpandone principalmente la funesta abitudine di servire 
a soldo straniero, arse del desiderio di ricondurli al loro 
glorioso cominciamento. A questi sentimenti politici dovette 
la sua elezione nel 1519 a curalo del duomo di Zurigo. Ivi 
continuò a fulminare dal pulpito le alleanze di parte colle 
potenze forestiere, e la venalità clericale; interdisse a fra Ber- 
nardo Sansone milanese lo spaccio delle indulgenze, e il 
vecchio e il nuovo testamento, siccome unica fonte del cri- 
stianesimo, svolse intero e a largo modo, ma con successo 
tanto appariscente nelle pubbliche disputazioni, che il senato 
civico, nel febbraio del 1523, impose ai sacerdoti di non fare 
né insegnar nulla che non potessero provare colla parola 
di Dio, pubblicando a tal uopo una instruzione dettata da 
lui medesimo. Cosi Zurigo restò sciolta a un tratto dalla di- 
pendenza del vescovado di Costanza e quindi dalla unità 
della Chiesa; ed ei potè attendere senza ostacoli a darle una 
nuova costituzione. Nella quale, raffrontata con 1' òpera di 
Lutero, notansi appunto quelle differenze essenziali che la 
indole varia de' riformatori e le diverse condizioni sociali 
de'lor paesi valgono a spiegare. Lutero, sorto in terra di prin- 
cipe, le sue dottrine disseminò con mistura di concetti più 
vantaggiosi al dominio di un solo, e se abbattè la monarchia 
spirituale o il papato, finì col promuovere l'assolutismo tem- 
porale, in un tempo che egli medesimo ne aveva bisogno a 



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soffocare le voci discordi de'proseliti. Al contrario Zuinglio, 
repubblicano, movendo dal principio che la Chiesa non con- 
siste nel papa, nei cardinali, nei vescovi e nelle loro assem- 
blee, si unicamente nel comune, tentò riportare la chiesa 
stessa e lo stato alla semplicità de' primi giorni. Quegli nei 
sussistenti istituti ecclesiastici volle conservar tutto che non 
gli paresse disdetto da una espressa sentenza della scrittu- 
ra; questi toglier tutto che non n'era dimostrato. L'uno 
stette contento a ristabilire nella eucarestia l'uso del calice; 
l' altro, negandovi la presenza reale di Cristo, ne fece un 
semplice rito di commemorazione e di amore. 

La nuova costituzione ecclesiastica intimamente con- 
nessa colla politica ben era naturai cosa andasse a' versi 
dell'elemento democratico, dappertutto in lotta coi preposti 
de' comuni che ricevevano le consuete pensioni e coi ca- 
pitani che la bellicosa gioventù conducevano a depredare 
T Italia, i quali poi uniti dominavano ne' consigli delle città 
e nelle diete. Berna, scosso il giogo degli oligarchi, e dopo 
uditi in disputa Ecolampadio, Zuinglio, Corrado Pellicano 
(Kurschner), Bernardo Haller, e altri campioni, fu prima ad 
accettarla nel 1527; indi Basilea in aprile del 1529, e le due 
città strinsero con Zurigo una confraternita cristiana a di- 
fesa delle introdotte novità, alla quale accedettero ben tosto 
San Gallo, Biel e Mùhlausen. 

Qual meraviglia che anche in Germania le rispondesse 
la simpatia della parte popolana? Butzer e Capitone, stati 
alla disputa di Berna, riformarono la chiesa di Strasburgo 
conforme alle dottrine di Zuinglio. Ne seguitarono l'esempio 
Lindau e Memmingen. Le stesse dottrine predicarono So- 
mio in Ulma, Cellario in Augusta, Blaurer a Costanza, Her- 
mann a Reutlingen, e quanti altri nelle rimanenti città di 
quelle regioni! Indarno gridava Lutero: il diavolo è tra noi 
e manda ogni giorno visite a bussar alla mia porta; uno 
non vuole il battesimo, un altro rigetta la eucarestia, un 



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terzo insegna che un nuovo mondo sarà creato da Dio pri- 
ma del giudizio finale . . . tante credenze insomma quante 
teste, e non c'è mentecatto che, se sogna, non credasi visitato 
da Dio e profeta. Le diatribe e gli scritti polemici di arabo 
le fazioni infiammavano gli animi di vicendevole odio, equa 
e là sorgeva persino il pensiero di collegarsi strettamente e 
per sempre alla confraternita elvetica. 

In tanta discordia tra i riformati si adunò la dieta di 
Spira a' 21 febbraio del 1529. Le due antecedenti convocate 
a Ratisbona andarono a vuoto; Puna in maggio del 1527 per 
iscarso numero d'intervenuti; l'altra in marzo del 4528 per 
contrammandato di Cesare, ad inchiesta del pontefice, che 
ne temeva non buone determinazioni (1). Ma se allora, co- 
me per lo innanzi, facevano assegnamento i luterani sopra 
la maggioranza dell' assemblea, quanto ornai non s'era que- 
sta voltata dall'altra parte ! 11 favorevole editto dell'anteriore 
dieta di Spira del 1526 aveva avuto a principale motivo la 
necessità di sedare le interne dissensioni. Le dissensioni e 
le turbolenze divennero invece maggiori e peggiori. Che al- 
tro dunqu