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Full text of "Storia generale dell' Inquisizione ...: colla vita dell' autore"

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STORIA GENERALE DELL' INQUISIZIONE. 



STORIA GENERALE DELL' INQUISIZIONE. 



STORIA GENERALE 

DELL' INQUISIZIONE 

COBBEDATA DA BABIS8IMI DOCUMENTI 

I 

OPERA POSTUMA 

DI PIETRO TAMBURINI 

DIRETTORE DELLA FACX)LTA' POLITIOO-LEGALB DELL* UNIVERSITÀ' DI PAVU 
CAVALIERE DELLA CORONA FERREA 

COLLA VITA DELL'AUTORE 

• seconda edizione riveduta e migliorata 



VOLUME SECONDO 



MILANO 

PRESSO I FRITELLI BORRONI 
Via iti Vtniart, 4 



NAPOLI 

PRESSO GIUSTINO HEROLLA 
Straik Qa«rtia, 10 



1 866 



/^So é . 




STORIA GENERALE 

DELL'INQUISIZIONE 



LIBRO SECONDO 



CAPITOLO PRIMO. 

Ooglielmina la Boema. 

Ora debbo narrare la storia di Gaglielma, il di ^ cui pro- 
cesso formerà sempre il disonore dell'autorità inquisitoriale ; 
essendo prima stata incensata sugli altari, indi tolta dalla tomba 
io Cbiaravalle, ove le spoglie mortali erano state sepolte, ab- 
bruciate, poi sparse al vento, perchè giudicata eretica e nefanda 
b sua memoria. Il processo dei guglielmiti giace inedito nella 
Biblioteca Ambrosiana, ed il dottissimo Puricelli, che fu biblio- 
tecario, estese una dissertazione, nella quale prova che non erano 
Tere tutte le imputazioni fatte a quella donna, e gli argomenti 
ci parvero tanto giusti e logici, che abbiamo voluto più presto 
di recare il nostro giudizio tradurre dairoriginale inedito gli ar- 
gomenti principali, e credendo d'illustrare in tal modo la ^ 
nostra fatica, e di rivendicare in parte la fama di quella sven- 
turata, piuttosto presa da pazzia che veramente colpevole. 

L 

Quanto io dissenta dagli storici da'quali furono 
per Vaddietro descritti gli atti di questa Gtiglielmind. 

ì. La più parte delle cose che gli scrittori intorno a questa 
doDua ed alia setta di lei consegnarono ai pubblici monumenti 



— 6 — 

delle lettere» e quelle segnatamente che fanno contro alla pudi- 
cizia dei nostri Milanesi, io le credo inventate di pianta e fal^ 
airinlulto. Essa veramente mori Tanno del Signore 1281; tre- 
cenl'anni dopo venne disseppellita e bruciata: davvero allora sol- 
tanto se ne estinse la setta; contuttocìò io non trovai istorico 
di lei che sia anteriore al nostro Donato Bossi. 

2. La prima notizia pertanto di questa Guglielmina e della 
setta di lei io Tebbi dal Bossi, ovverosia dalla Cronaca milanese, 
ch'egli pubblicò la prima volta Tanno 1492; e questa è la stessa 
ch'io parola per parola ripeterò nel capo che segue. 

3. Nella medesima opinione dei Bossi, meno pochissime va- 
riazioni vennero dappoi anche Bernardino Corio e Tristano 
Calchi, e la inserirono negli atti dell'anno stesso 1300, quando 
poco dopo scrissero eziandio le loro storie milanesi. Né alt^ji- 
mente opina anche Iacopo Filippo da Bergamo nel Supplemento 
delle Cronache nel libro I all'anno di Cristo 1298. 

4. Contemporaneo a questi aggiugnesi anche Gaspare Bu- 
gatti nella sua Storia universale italianamente scritta e pub- 
blicata la prima volta in Venezia nell'anno 1571, lib. IV, all'anno 
di Cristo 1305. Cosi nelle stesse parole del Bossi convenne Tan- 
no 1618 anche Abramo Bzovio nel tomo XIV degli Annali ec- 
clesiastici e tomo H dopo i dodici del Baronio all'anno 1300, 
art. 14. Da ultimo Giuseppe Ripamonti, Tanno 1625, nella secon- 
da parte della Storia della chiesa milanese, lib. VII, la stessis- 
sima narrazione de'predetti elegantemente riprodusse con molte 
aggiunte. 

5. Ecco gli storici che liberamente professo di voler im- 
pugnare, ed a' quali ardirei applicare il notissimo detto di 
Cristo Signore: Forse che un cieco può farsi guida ad altro 
cieco? Non cadranno entrambi in una fossa? Farmi davvero che 
in questa parte il Bossi possa assomigliarsi al cieco, del quale 
fattisi guida gli altri scrittori, tutti a mo'di ciechi furono traiti 
a cadere nella fossa medesima. Siccome poi questo principal- 
mente ha in mira di presente la nostra dissertazione , perciò 
eziandio nel capo seguente ci terremo contenti alle sole parole 
del Bossi ; quasi egli avesse scritto quelle siffatte cose a nome 
di tutti gli altri scrittori, né alcuno d'essi in alcuna parte mai 
gli contradicesse , che anzi a gara gli rendessero onore , come 
fecero difatto. 



II. 

Ciò che scrisse intomo alla Guglielmina Donato Bossiy 
rantesignano di questi tali suoi seguitatori. 

1. A questo modo egli seguita narrando nella sua Cronaca 
le gesta deiranno 1300: < Nello stesso anno in Milano un'ere- 
tica occulta, per nome Guglielma, che facea le viste di condurre 
una vita religiosissima e santa , con un tale chiamato Andrea 
Saramita , col pretesto di buone opere , nella loro sotterranea 
sinagoga, usavano insieme ereticamente e facevano ch'altri 
osassero. 

2. e Quivi al mattutino innanzi giorno convenivano dal 
consorzio per essi aggregato donne maritate e vedove occulta- 
mente per ordinazione di quella medesima donna chiericato; 
vi convenivano anche giovani del sesso virile; mentre quella 
maledetta, abbigliata a mo'di prete, nella stessa sinagoga , di 
flanco all'altare, faceva le consuete sue orazioni; infine dice- 
vano tutl' assieme :—" Aduniamoci , aduniamoci, mettiamo il 
lume sotto al sestario, e fate ciò che Dio ha ordinalo; e per 
tal modo a di fissi occultamente commettevano stupri. 

3. « Questa Guglielma si muore, e i monaci di Chiara valle 
la seppellirono per «santa. Dopo il trapasso della quale Andrea 
per sei anni seguitonne le ordinanze ; finché un cittadino e 
grande negoziante di Milano, detto Corrado Coppa, veggendo la 
moglie con qualche frequenza levarsi di buon mattino, curioso 
di sapere ov'ella andasse, levatosi di soppiatto, tenne dietro fuor 
di casa alla moglie e la ormeggiò incognito sino al luogo di 
convegno ; quivi, poiché posto il lume sotto il sestario fu fatto 
buio , prese a modo che gli altri facevano la propria moglie , 
e con essa usò senz' esserne conosciuto , e le tolse di dito un 
anello d'oro con zaffiro incastonatovi, e quindi occultamente 
dopo tutti se ne parli. Di là a quattro giorni richiese alla mo- 
glie dell'anello, perché per sua bisogna aveva a darlo a pegno, 
secondo aveva promesso. La donna finse cercarlo, infine rispose 
con imbarazzo che no'l trovava. 

4. € Egli (Corrado) fece imbandire un convito al quale 
invitò i suoi parenti, amici e vicini, le mogli de' quali aveva 
conosciute nel convegno, e invitò pure le stesse. Essendo tutti 
per amore o per compiacenza venuti al banchetto e stando 



— 8 — 

per mettersi a tavola (qui il Bossi vorrebbe che si correggess 
il testo e si leggesse invece dopo levata la tavola) disse: — Di 
ciascuno alla rispettiva moglie il sollievo eh' io sono per dar 
alla mia, poscia ve ne spiegherò il perchè; e tutti promiser 
di farlo. Tolse egli di capo alla moglie una benda e trovoll 
colla chierica; fecero gli altri il medesimo, e medesimament 
trovarono le loro donne chiericate. Gridarono tutti gli uomin 
ad una onde ciò fosse ; Corrado per filo e per segno dichiar 
la faccenda. 

5. ( Consigliatisi essi fra loro, a Matteo signore di Milan 
si riferisce tutto questo affare ; e per ordine di lui, dietro con 
sulta deirinquisitore deir eretica pravità , Andrea Saramita a 
suoi famigli viene catturato dagli sgherri del podestà, e pos 
alla tortura manifestarono che erano undici anni dacché pec 
cavasi siffattamente da loro e dalla Guglielma. Andrea e mei 
tissimi altri rei e promotori del predetto misfatto vennero bri 
ciati ed insieme l'ossa della Guglielma come eretica: e quel! 
che venera vasi per santa venne dappoi maledetta per eretica 
e le donne che convenivano al consorzio non senza punizion 
vennero dai mariti loro rimandate. > 

6. Fin qui il nostro Bossi intorno alla Guglielma e seguac 
In quali cose poi egli punto per punto abbia peccato contr 
verità, noi lo diremo a suo tempo e luogo: dopo cioè che ni 
colla dissertazione nostra avremo abbracciato la verità stess 
della cosa. Per il che anche lo lettore pazientemente e i 
buon grado sospenda per poco il suo giudizio. 

HI. 

Dove abbiasi a cavare la verità del soggetto 
della nostra dissertazione. 

ì. Ciò che udirassi per avventura con meraviglia, noi ca 
veremo la verità di questa cosa per lo appunto dagli stessi put 
blici atti 0, come dicono comunemente i notai , dai process 
intorno alla Guglielma e seguaci , istrutti ed ultimati debita 
mente e legittimamente l'anno 1300 e che, scritti in pergamen 
già temptf fa con molta diligenza, con moltissima cura ora vet 
gono guardati nella Biblioteca Ambrosiana. 

2. Essi veggonsi con questo titolo in fronte : • Quadem 
delle abbreviature da Beltramo Selvaggio, cittadino milanese i 



— 9 - 

Porta Nuova, notaio, falle alla presenza dei frali Guido da Co- 
chenato e Raincro da Pirovano dell'ordine de'predicatori, inqui- 
sitori delferesia. » 

3. Ma cominciano inoltre a questo modo : e in nome del 
Signore. Cosi sia. L'anno della natività del medesimo 1300, in- 
dizione tredicesima. Siccome per fama e por grido pubblico a 
noi frati Guido da Cochenato e Rainero da Pirovano dell'ordine 
dei predicatori, inquisitori dell'eretica pravità in Lombardia e 
nella marca genovese, deputati per autorità della sede aposto- 
lica, è pervenuto che talune persone si uomini si donne, le 
quali furono altre volte sospette ed infami di eresia e citate 
davanti a diversi inquisitori, avevano abiurata ogni eresia alla 
loro presenza, dopo le dette abiure per lunga pezza ancora li^n- 
nero conventicole e adunanze di molte persone dell'uno e del- 
l'altro sesso ed eziandio predicazioni; noi, volendo discendere 
e vedere se alla voce che ne correva rispondessero i fatti, ab- 
biamo incominciato Tinquisizione contro di loro, come sotto. » 

Cosi quei padri sapientissimi preludevano, volendo imitare 
quel modo d'inquisizione che Dio mostrò col suo esempio nel 
libro della Genesi^ cap. 18, e cui perciò sommariamente com- 
mendò Gregorio I papa, grande davvero, nel libro XIX, cap. 14 
dalla sua Esposizione moraky spiegando quella massima saluta- 
rissima di Giobbe, cap. 30: • Con ogni diligenza investigava la 
causa di cui non mi conosceva. > 

4. Seguono tosto per ordine gli esami delle persone che 
per questo oggetto vennero citate a comparire, e prima d'ogni 
altro quello di Andrea Saramita del fu Gerardo, della città di 
Milano, fuori del borgo di Porta Romana. Il primo esame di 
costui conchiudesi di questo tenore: « Fatto in Milano, nella 
casa dei padri predicatori, nella camera ov'è l'Ufflcio delPInfiui- 
sizione dell'eretica pravità, alla presenza del soprascritto frate 
Guido inquisitore. > Intervennero come testimoni chiamati e 
pregati i padri Pietro de'Marcellini ed Ambrogio Peroni ed An- 
selmo da Castano, tutti deirordine dei predicatori, il giorno di 
mercoledì 20 luglio 1300, indizione tredicesima. Pubblicato dal 
solaio soprascritto. E quivi di continuo alla presenza de'sopra- 
detli testimoni, frate Guido inquisitore, come sopra, comandò 
al sunominato Andrea Saramita, sotto giuramento e con minaccia 
delle pene alle quali è tenuto per obbligo d'ufficio, che non 
debba dire né rilevare né mettere fuori ad alcuna persona al- 
cun che di quanto egli aveva detto preceden tornente col pre- 

Tamb. Inquis. Voi. II. "ì 



— 10 — 

fato inquisitore; e che rindomani, immediatamente dopo la messa, 
avesse a comparire davanti al prenominato inquisitore presso a 
Sant'Eustorgio. Stante die in quel^ convento dell'ordine de'pre- 
dicatori a quei tempi stava eretto il tribunale delia santa Inqui- 
sizione, che di là poscia venne trasferito all'altro convento 
dell'ordine medesimo, detto di Santa Maria delie Grazie, sull'ori- 
gine del quale si può leggere il Santuario milanese di Paolo Mo- 
rigia, in quella parte che tratta delle chiese poste nei fini di 
Porta Vercellina. 

5. Qaesti processi pertanto istruiti appositamente all'og- 
getto che venisse schiettamente e appieno in chiaro la verità 
di quella cosa che la fama avea divulgato intorno a quelle per- 
sone, voglio dire i seguaci della Guglielma, documehti che sono 
tanto veritieri ed incorrotti dalla fede si divina che umana, por- 
geranno la materia necessaria a questa nostra dissertazione, ed 
opportuna a sbandeggiare tutte le favole ed invenzioni; i me- 
desimi ne sveleranno (come svelarono 6no da principio agli 
stessi inquisitori dell'eretica pravità ed ai giudici) le cagioni per 
le quali fu allora condannata la Guglielma e la sua setta, e le 
adunanze, le conventicole e le predicazioni dei medesimi. 

6. Era poi per fermo degna e giusta cosa che quel sacro- 
santo tribunale della sacra fede e dottrina, e prontissimo soste- 
gno delta verità ed innocenza , per mezzo di siffatti suoi pro- 
cessi una volta finalmente liberasse la città nostra da quelle 
accuse e contumelie che dicevamo, e che intanto per cieco ed 
improvvido errore immediatamente pativa da parte di scrittori 
del resto benevoli. 

IV. 

Vengono sommariamente indicati i nefandi 
e stoltissimi dommi di questa congrega guglielminiana. 

1. Questa sètta non fu (per cosi dire) carnale, ma sibbene 
intellettuale, nondimeno delle più pazze ; che cosi la dimostrano 
i dommi di lei predicati principalmente da Andrea Saramita e 
Maifreda Pirovana. Questi io proporrò sommariamente, racco- 
gliendoli a spizzico dai processi predetti. Come poi i medesimi 
ci vengano attestati, io lo dirò nei capitoli che seguiranno. 
Eccoli : 

2. Che la Guglielma era lo Spirito Santo (la terza persona 



— Il — 

della ss. TriDità) incarnato nel sesso femminile» nel seno di Go- 
stanza moglie del re di Boemia e regina. 

3. Che, come l'arcangelo Gabriele avea una volta annun- 
ciato a Maria Vergine l' incarnazione del Verbo e Gristo, cosi 
anche Tarcangelo Raffaele avea annunziato a Gostanza, moglie 
del re di Boemia, Fìncarnazione dello Spirito Santo e di Gu- 
glielma: che questa annunciazione segui in giorno di Pente- 
coste e per modo che la Guglielma non solo fu concepita quel- 
Tistesso giorno nell'utero della regina Gostanza, ma nacque di 
là ad un anno compiuto. 

4. Ghe la Guglielma fu vero Dio e vero uomo nel sesso 
femmineo, come fu Gristo vero Dio e vero uomo nel sesso 
maschile ; e ch'essa avea a salvare i giudei, i saraceni ed i falsi 
cristiani, come per mezzo di Gristo e del sangue di lui vengono 
salvati i veri cristiani. 

5. Ghe la Guglielma, secondo la gloria divina, era maggiore 
della ss. Vergine, madre di Gristo, maggiore d'ogni altro santo; 
stantechè era dessa lo Spirito Santo, e se mori secondo la na- 
tura umana, non già mori secondo la divina. 

6. Ghe la Guglielma, come Gristo, ebbe nel suo corpo le 
cinque piaghe. 

7. Che siccome Gristo risorse col corpo, a vista de' suoi 
discepoli ascese al cielo, e nel giorno della Pentecoste mandò 
loro visibile in lingue di fuoco lo Spirito Santo, cosi anche la 
Guglielma avea a risorgere e ricomparire con corpo umano di 
femminil sesso, prima della generale risurrezione, quindi ascen- 
dere al cielo sotto gli occhi de' suoi discepoli, amici e devoti ; 
poi doveva essa medesima discendere su loro in forma di 
lingua di fuoco: e questi di lei devoti aveano perciò ad am- 
ministrare il battesimo a tutti ed essere come gli apostoli di lei. 

8. Ghe siccome Gristo nella vita mortale ebbe lasciato a suo 
vicario il beato apostolo Pietro ed affidatogli la propria chiesa 
e consegnate le chiavi del regno de' cieli, cosi anche la Gu- 
glielma, ossia lo Spirito Santo, avrebbe lasciata sua vicaria in 
terra Maifreda, dell'ordine delle monache umiliate. 

9. Ghe, siccome il beato apostolo Pietro celebrò la Messa 
e predicò in Gerusalemme, così anche Maifreda, la vicaria 
della Guglielma, avea a celebrare la Messa al sepolcro dello 
Spirito Santo, cioè della stessa Guglielma; dappoi celebrare del 
pari solennemente la Messa, sedere e predicare nel maggior 
tempio di Milano, che anzi avea a trovarsi anche a Roma e 



-14- 

libro contro Vigilanzio» a metà del libro cosi affermava: e Altre 
< eresie dicevano lo Spirito Santo esser venuto in Montano, e 
e dicono Cile lo stesso Manictieo è lo Spirito Santo. » Ecco 
adunque, quali uomini e quanto famosi e degni avessero pre- 
ceduta la Guglielma, e specialmente in quel domma primario e 
capitale, perctiè spacciavasi essere ella lo Spirito Santo. 
Ora mi riporto ai precitati processi. 

V. 

Quale fosse la patria e l'origine della Guglielma : quale il co- 
lore delle vesti da lei e suoi seguaci usitale: quale il nome 
suo primo, e il primo suo genere di vita: quanto fosse pre- 
" murosa ed efficace nella Cara degli infermi: e se la mede- 
sima affermasse di essere lo Spirito Santo. 

1. Dicevasi esser questa Guglielma venuta di Bpemia con 
un suo figlio, anzi essere figlia d'un re de'Boemi ed avere per 
fratello un re di quel paese: e queste cose tutte, se non in que- 
sto capitolo, consteranno dipoi in altra occasione dai sopraci- 
tati processi. 

2. Anctie il primo alunno di Guglielma fu qnelP Andrea 
Saramita di cui abbiamo già fatto qualche menzione. Per il che 
ella chiamavalo eziandio il suo primogenito. Costui pertanto 
fu anche il primo fra i testimoni prodotti da quei processi. 
Perocché interrogato per qual motivo esso Andrea e gli altri 
che appartenevano alla congregazione ed alla conventicola della 
Guglielma vestissero di morello ossia di colore oscuro, rispose : 
Perchè la predetta signora Guglielma portava vesti di bruna 
moreta; e quindi, per conformarsi al vestito di lei, tutti simil- 
mente vestivano, onde apparire tutti della medesima congrega- 
zione e devozione. 

3. Cosi il medesimo soggiunse tantosto : essendoché la detta 
signora Guglielma parimente appellavasi Felicita ed era creduta 
essere lo Spirito Santo, perciò alcuni della nostra congregazione 
che avevano figli o figlie imponevano loro i nomi di Feliciolo 
Feliciola e di Paraclito- 

4. Interrogato poi alla vita che conduceva in quella città 
la Guglielma, aveva rispósto di questo tenore : Essa conduceva 
una vita del tutto comunale , si nel cibo e nelle bevande , si 
nelle vestì. 



— 15 — 

5. Operosissima poi fu la Guglielma nel confortare gli af- 
flitti. Pertanto Dionigi Cotta ( nel suo primo esame ) la com- 
mendava col seguente elogio : Che egli non fu mai sì tristo 
desolato che andato da lei, non ne ritornasse lieto e rin- 
cuorato. 

6. Né mancano di quelli che attestarono di non avere giam- 
mai udito dalia bocca di Guglielma altro che sane dottrine. 
Segnatamente Bonadeo Carentano rispose : Oh' egli la conobbe 
e vide una sola volta nella sua camera nella parrocchia di San 
Pietro airOrto in Milano (nei fini della quale parrocchia abi- 
tava a quel tempo anche la Guglielma) un anno e mezzo prima 
che questa morisse. La qual Guglielma disse allo stesso signor 
Bonadeo: Guardatevi dagli spergiuri, dalle .frodi , dalle usure 
e simili ; né altra parola , infuori di queste, aveva udite dalla 
medesima. 

7. Che anzi Giacoma figlia dello stesso Bonadeo e moglie 
di Corrado Coppa rese testimonianza in queste precise parole: 
Ch' essa aveva conosciuto la Guglielma essendo essa Giacoma 
testimone di anni dodici o in quel dintorno quando la detta 
Guglielma trapassò da questa vita. E la detta signora Giacoma 
disse di avere udito dalla Guglielma parole di buono ed onesto 
ammaestramento e di devozione, né d'aver giammai udito dire 

I dalla stessa Guglielma ch'ella fosse lo Spirito Santo. 

, 8. Ma v' ebbero anche altri testimoni che più chiaramente 

\ espressero come la Guglielma non solo non arrogossi giammai 
la persona dello Spirito Santo , ma costantemente protestò in 
contrario. Dionisio Cotta tra le altre cose dichiarava: Che la Gu- 

> glielma, mentre che visse , disse in presenza dello stesso ser 
Dionisio ed Andrea Saramita e ad un tale compagno del detto 
Andrea : Voi siete tanti pazzi , che dite e credete di me quel 
che non lo è. Io son nata da un uomo e da una donna. Ed io 
credo eh' ella ciò dicesse per quello che poscia veriflcossi, cioè 
perchè taluni dicevano e credevano che la stessa Guglielma 
fosse lo Spirito Santo. 

9. Più evidentemente ancora ciò non consta dalla testimo- 
nianza di Allegranza, moglie di Giovanni Perusio, che sta con- 
cepita in queste parole: Parimenti disse (l'Allegranza) che la 
detta Carabella sapeva bene ed aveva udito da loro che i pre- 
detti Andrea e suor Maifreda da Pirovano dicevano e crede- 
vano che la nominata Guglielma forse lo Spirito Santo e vero 
Dio. Interrogata da quanto tempo avesse ella per la prima volta 



- 16 — 

udito che la Guglielma era lo Spirito Santo e vero Dio, ri- 
spose e disse : Possono essere 24 anni all' incirca da che essa 
per la prima volta aveva udito ciò dal predetto Andrea Sara- 
ramito. E allora essa testimone andonne alla detta Guglielma, 
che allora viveva , e le riferi come il predetto Andrea avevale 
dello essere lei lo Spirito Santo. E la slessa Guglielma ri- 
spose alla testimone ch'ella recavasi ciò ad oltraggio. Essendo 
che essa non era altro che una femmina da poco ed un vii 
verme. 

10. Marchisio Secco poi che allora abitava nel monastero 
di Chiaravalle, agli interrogatorii fattigli (anno 1302, 12 feb- 
braio) rispose cosi: « Che la slessa Guglielma era donna di 
buona condizione, e dicevasi fosse sorella del re di Boemia; 
che dalla stessa Guglielma non udì giammai ch'ella fosse lo 
Spìrito Santo, l'aveva bensì udito da Andrea Saramita ; ch'essa 
mentre che visse in Milano abitò in Borgogna (a quella chiesa 
parocchiale dura tuttora il titolo di santo Stefano in Borgogna) 
ed alla Pusterla Nuova, sita tra la porta Nuova e la Orientale, 
ed a San Pietro all'Orto, ove mori: che quella casa non era 
propria della stessa Guglielma, sibbene del monastero di Chia- 
ravalle, che l'avea comparata da quei de Miracapitibus, ai quali 

' era appartenuta; che esso illuminò il sepolcro della detta Gu- 
glielma col lume delle lampade, ma non più da sei anni in qua, 
e ciò faceva perchè molte persone dicevano che la Guglielma 
avevale liberate dalle loro infermità. — Parimenti disse che — 
una volta, vivente la stessa Guglielma, Andrea Saramita diceva 
che essa era lo Spirito Santo ; e lo stesso Marchisio testimone 
diceva che no. — Pertanto fecero scommessa ed andarono dalla 
stessa Guglielma, acciò dicesse ella quel che era di ciò. E Gu- 
glielma, molto sdegnata in vista, rispose loro sé essere di carne 
e d'ossa, inoltre aver condotto un figlio nella città di Milano 
né essere quel ch'essi credevano; che se non avessero fatto 
penitenza di quelle parole che avean dette sul conto suo, sareb- 
bero andati all'inferno. » 

11. Con finzione nondimeno, a mio avviso, e fraudolente- 
mente la Guglielma pariava di questo tenore quando avvenivasi 
in orecchi alieni dall'udire una si detestabile eresia, quali in 
fatto si professarono essere i cinque ultimi testimoni. All' in- 
contro quel sceltissimo e docilissimo discepolo ed interprete di 
cotanta divinità, Andrea Saramita, attestò infine de'fini l'op- 
posto di quanto quei cinque testimoniarono. Cinque volte appare 



-17 — 

egli da quei processi essere stato esamiDato, e si rìcoDosce in 
molle cose aver egli tergiversato e detto menzogna, e nomina- 
tamente in ciò di che ora trattiamo. Nel quinto esame per- 
tanto, interrogato ond' avesse ricevuto gli errori che già avea 
confessato, rispose con queste precise parole : • Che i suoi pre- 
detti errori avevano avuto fonàamento ed origine dalla signora 
Guglielma, sepolta presso il monastero di Gbìaravalle, della 
diocesi di Milano. La qual Guglielma diceva allo stesso Andrea 
esser essa discesa dal cielo con chiarore e splendpre grandis- 
simo. » E questo Guglielma diceva allo stesso Andrea ch'essa 
era lo Spirito Santo; che dovea risorgere innanzi alla generale 
risurrezione, ascendere in cielo visibilmente e mandare lo Spi- 
rito Santo a'suoi devoti, discepoli ed amici; ch'essa Guglielma 
doveva redimere i Giudei ed i Saraceni e salvarli. Ed altri 
errori similmente disse lo stesso Andrea aver ricevuti dalla 
detta Guglielma; pure di suo capo ed invenzione molti altri egli 
vi aggiunse e trovò corredandoli di molte circostanze ad ornarli 
e a farli più credibili. Parimenti disse il predetto Andrea cre- 
der esso che la suor Maifreda da Pirovano avea similmente 
udito dalla predetta Guglielma i succitati errori, che cioè la 
Guglielma era lo Spirilo Santo. E di questo e degli altri errori 
sopradetti tien per fermo che la suor Maifreda fu istrutta dalla 
stessa Guglielma; poiché lo udi più volte da Maifreda medesima, 
cioè che la stessa Guglielma avea detto a suor Maifreda se essere 
lo Spirito Santo. Ed altri errori similmente udì la della suor 
Maifreda dalla predetta Guglielma, come la stessa suor Maifreda 
diceva al nominato Andrea. — Fin qui lo stesso Andrea in- 
tomo al predetto magistero della Guglielma tanto verso di sé 
(pianto verso Maifreda; e queste cose egli attestava il 22 d' a- 
gosto. 

12. Ciò slesso consta abbastanza anche da quello che testi- 
moni auricolari affermarono, Sibìlia, già moglie di Beltramo 
Malcolzato, e Francesco di Garbagnate, quella il 3, questi il 9 
settembre. Stante che Sibilla asserì con giuramento : che il nomi- 
nato Andrea Saramita le disse, in presenza di molte altre per- 
-sone, ch'esso (Andrea) era andato alla casa della Guglielma, 
sepolta presso il monastero di Chiaravalle, ed aveva trovata la 
Guglielma in camera che stava pregando: che dopo la preghiera 
ella erasi levata e detto al nominato Andrea ch'essa era lo 
Spirito Santo in forma visibile di donna, aggiungendo che qua- 
lora essa fosse venuta in forma di uomo (cioè maschio), essa 

Tahb. Jnquii. Tok IL 3 



— i8 — 

sarebbe morta, come lo fa Cristo, e tutto il mondo sarebbe 
perito. Parimenti disse la signora Sibilla che il prenominato 
Andrea Saramita le disse che allora apparve ivi una certa seg- 
giola, cui la Guglielma trasmutò in bue; e la stessa Guglielma 
disse al medesimo Andrea: Vedi quel bue? prendilo, se puoi. 
E tosto il bue disparve. « 

13. Ecco poi quanto affermò quel Francesco Garbagnate : 
disse < che ricordavasi d'aver udito da suor Maifreda da Pirovano 
e da Andrea Saramita che la Guglielma, stata sepolta presso il 
monastero di Ghiaravalle, mentre che vivea, avea detto a suor 
Maifreda e ad Andrea che dair anno 1262 in qua non erasi 
sacrificato e consacrato il corpo di Cristo soltanto , ma con 
esso anche il corpo dello Spirito Santo, che era la stessa Gu- 
glielma. Onde la stessa Guglielma diceva che non curavasi di 
vedere il corpo di Cristo, né il sacrificio eucaristico, perchè essa 
vedrebbe vi sé stessa. Perchè poi la Guglielma asserisce ciò 
essere avvenuto da quell'anno in ()oi, e non prima , io non lo 
potei punto pescare da alcun luogo: perlochè lo abbandono alle 
sue stesse tenebre. » 

14. Maifreda poi esplicitamente essa pure attestava avere 
la Guglielma affermato d'essere lo Spirito Santo, ma questa 
di lei testimonianza produrremo poi a tempo e a luogo più 
opportuno. 

VI. 

Da chi sia stata inventata la favola della aìribasciata dell'ar- 
cangelo Raffaele alla ìnadre della Guglielma, intomo atta 
incarnazione della medesima, ossia dello Spirito Santo. 

1. Ciò che Andrea Saramita aveva confessato nel numero 12 
del precedente capitolo, d'aver cioè ad ornamento ed a mag- 
giore credibilità aggiunto di sue molte circostanze agli errori 
attinti dalla Guglielma, io penso non doversi ascrivere al solo 
Andrea, ma eziandio a suor Maifreda: e di questo genere penso 
essere la favola da loro spacciata intomo alta missione dell'ar- 
cangelo Raffaele alla regina Costanza. 

2. Nel terzo esame veniva Andrea richiesto di dove avesse 
ricevuto le cose che dianzi aveva confessato a viva voce ed 
aveya inoltre consegnato alla scrittura ; che cioè < l'arcangelo 
Raffgiele aveva annunciato alia regina Gostanza, madre alla detta 



— i9 — 

santa Guglielma» rincarnazioDe della stessa Guglielma in quel 
modo cbe Farcangelo Gabriele aveva annunciato alla beata Maria 
rincarnazioDe di Cristo; e che nel tal giorno sarebbe conce- 
puta e rimasta tanto tempo nel corpo della detta sua madre e 
sarebbe nata in tale giorno. A tutte queste domande rispon- 
dendo, egli disse : < Che egli aveva udito dalla Guglielma che 
essa era nata il di della Pentecoste. E il detto Andrea par- 
lando talvolta con suor Maifreda intorno alla Guglielma dissero 
fra loro che credevano e pareva loro cbe la cosa doveva essére 
così per l'appunto, che siccome l'arcangelo Gabriele annunciò 
alia Beata Maria Tincarnazione di Cristo , cosi pareva ad essi 
che Tarcangelo Raffaele avesse annunciato alla signora Costanza 
regina di Boemia Tincarnazione della Guglielma. > Sifatta per 
verità era la temerità e l'arroganza di quelFAndrea, e di Mai- 
freda, nel fabbricare nuovi articoli a quella fede ch'essi profes- 
savano e volevano spacciare ai credenzoni da non potersi con 
adeguate parole significare* 

VII. 

Avvertimenti di Guglielma a' suoi seguaci prima della morte; e 
se ella s'avesse nel corpo le cinque piaghe. 

^. Prima di trattare della morte della Guglielma è bene 
che rammentansi alcune cose da lei pronunciate innanzi al suo 
trapasso. Quel Danisio Cotta di cui abbiam fatto poco sopra 
menzione, interrogato perchè fosse convenuto a un certo ban- 
chetto pranzo insieme coi seguaci della Guglielma, coi quali 
non legavate alcun vincolo di parentela, d'affinità o di vicinato, 
rispose : < Perchè la predetta defunta Guglielma pochi giorni 
prima che passasse di questa vita aveva detto a maestro Gia- 
como da Perno e ad altre persone presenti , che erano degli 
amici e devoti della detta defunta Guglielma, che eglino doves- 
sero amarsi teneramente ed onorare a vicenda ; siccome il detto 
maestro Giacomo disse a ser Danisio. E lo stesso ser Danisio 
era uno dei familiari domestici e devoti della Guglielma mentre 
ch'essa era in vita. > 

2. Andrea Saramita poi nel terzo suo esame interrogato se 
si raoimentasse le parole dette dalla Guglielma intorno all'ora 
della sua morte, rispose : e Che egli aveva udito dalla stessa Gu- 
gUelma o dalle signore eh' erano ivi , cioè dalle signore Alle- 



— iO — 

granza de'Perusi, Carabella de'Toscani, Booaccossa da Muresco, 
da alcuna d'essa, e da molte altre, che la stessa signora Gu- 
glielma aveva detto alla loro presenza : Voi credevate vedere ciò 
che non vedrete a cagione della vostra incredulità. E questo 
diceva significando le cinque piaghe ch'ella dovette aver avuto 
nel suo corpo come le ebbe Cristo nel suo. > E ciò crede lo stesso 
Andrea ; perchè era voce e credenza generale, fra i devoti e le 
devote della Guglielma, ch'ella avesse le dette piaghe nel suo 
corpo: piaghe che i suoi devoti e devote aspettavano di vedere 
e non videro. — Meraviglioso modo in vero di coprire la fal- 
sità, imputare air incredulità degli astanti la cagione del non 
vedere nel corpo della Guglielma le piaghe ch'essa né aveva , 
né giammai aveva avuto. 

3. E di qui puossi eziandio giudicare quanta fede si meri- 
tassero dappoi le parole di Andrea e di Aidelina , che furono 
pronunziate nel suo esame da Gerardo da Novazano, frate del 
terzo ordine degli umiliati ed ammogliato , come erano allora 
costoro, abitando ciascuno nella sua propria casa. — Parimenti 
disse (cosi leggesi nel processo, addi 18 agosto) il nominato 
frate Gerardo che aveva udito dallo stesso Andrea che la detta 
santa Guglielma aveva avuto nel suo corpo cinque piaghe 
simili alle piaghe di Gesù Cristo. E ciò stesso aveva udito da 
'una certa donna che chiamavasi Aidelina, moglie di uno Ste- 
fano da Cremella, la quale asseriva di avere veduto quelle pia- 
ghe della delta Guglielma e di averle anche deterse. 

Vili. 

La Guglielma muore in Milano: e dopo due mesi circa viene 
con pompa solenne portata a seppellire al monastero di 
ChiaravallCy com'essa avea ordinato. 

ì. Nella parochia di San Pietro all'Orto, ascritta alla Porta 
Orientale ed oggi notissima, la Guglielma abitava da ultimo 
una casa di proprietà del monastero di Chiara valle fuori di 
Porta Romana, e quivi mori nel mese di agosto, il giorno di 
San Bartolomeo. 

2. Aveva legato essa al suddetto monastero tutti i suoi 
beni, ed ordinato di essere colà seppellita. Nondimeno per due 
mesi essa giacque sepolta in una cassa dì legno nel cimitero 
parochiaie di San Pietro, sia che i seguaci di lei meditassero 



— 21 — 

di trasferirla in Boemia , sia che in quel frattempo le appre- 
stassero solenni pompe fanerarie, o sia più probabilmente che 
aspettassero il tempo di poterla con maggior sicurezza traspor- 
tare a Chiaravalle. 

3. Bellacara moglie di Bonadeo Carentano, interrogata se 
per avventura avesse udito ch'erano state fatte alcune vesti 
per la Guglielma testé defunta , e che ella doveva risorgere a 
vita prima deiruniversale risurrezione, rispose < aver essa udito 
t^nsì che quelle vesti erano state fatte , ma non già che la 
stessa santa Guglielma avesse a risorgere, e cbe la stessa aveva 
ad essere trasportata in Boemia. > 

4. Quanto a Sibilla, vedova del fu Beltramo Malcolzato, cosi 
teggesi nell'esame da lei sostenuto: t Parimenti la stessa si- 
gnora Sibilia disse avere in casa sua una cassa nella quale fu 
primamente sepolta la Guglielma; la qual cassa Andrea Sara- 
mita aveva fatto portare neirabitazione della stessa signora 
Sibilia. E disse che i suoi vicini di San Pietro all'Orto chiede- 
vano questa cassa (tant'era l'opinione ch'essi aveano della san- 
tità della Guglielma) e i frati Giacomo da Mozate e Zambello 
Porcello da Chiaravalle, dissero alla stessa signora Sibilia che 
€ssa non aveva a dare la predetta cassa ai nominati vicini, né 
a chichefosse, stante che la Guglielma aveva eletto la sepoltura 
presso il monastero di Chiaravalle, e il monastero quindi aveva 
ad avere la stessa cassa e tutti i beni di lei. > 

5. D'un tenore conforme a queste asserzioni parlava anche 
Bianca da Cerliano: « La cassa nella quale fu primamente 
sepolta la santa Guglielma fu portata dalla chiesa di San Pietro 
all'Orto alla casa della signora Sibilia e di Franceschino Malcol- 
zato, e ve la fece portare Andrea Saramìta , e questo fu da 
due anni in qua. E i frati di Chiaravalle vennero alla casa della 
sopranominata signora Sibilia e le dissero che la prefata cassa 
aveva a rimanere presso di lei. • 

6. Ma non devesi neppure tacere quanto lo stesso Andrea 
nel suo terzo esame rispose alla domanda fattagli se egli tro- 
vavasi presente nel giorno e nell'ora del trapasso della Gu- 
glielma. Imperocché rispose t ch'egli era per l'appunto presente 
e crede che fessevi presente e il maestro Giacomo da Perno e 
il signor Danisio Cotta; il qual signor Danisio si recò col detto 
Andrea presso il marchese di Monferrato, o piuttosto presso Ame- 
dato notalo del predetto marchese, onde ottenerne protezione 
all'oggetto di potere con tutta sicurtà portare la stessa Guglielma 



- M — 

al monastero di Chiara valle, stan teche in allora erayi guerra tra 
i Milanesi ed i Lodigiani. » Dalle quali parole più espressamente 
che da tutti gli altri indizi a me fin qui noti e da questi stessi 
processi vien dichiarato in qual anno precisamente la Guglielma 
sia passata di questa vita. Perocché quella guerra tra i Mila- 
nesi alleati con Guglielmo marchese di Monferrato, ed i Lodi- 
giani (a prò' de' Visconti i primi, i secondi combattenti a prò* 
de'Torriani) cadde nell'anno 1281, e cessò sul cominciare del 
susseguente, come osservò con accuratezza tra gli altri Tristano 
Calco nel lib. XVII della Storia patria. Intorno alla qual guerra 
e pace si ponno leggere inoltre Donato Bossi, e Bernardino Co- 
rio nelle loro cronache , e del pari Carlo Sigonio, Del regno 
(T Italia, al lib. XX; inoltre Gulvane Fiamma nella Cronaca mag- 
giore al cap. 396 e 397, e nel Manipolo dei Fiori al cap. 320 
e 321 e parimenti Fautore della cronaca intitolata II fiore de' 
fiori al foglio 184. 

7. Quanto poi alla pompa funebre colla quale il cadavere 
della Guglielma fu* trasferito a Chiaravalle, e che può credersi 
essere stata affatto singolare e memorabile, questo solo io trovo 
essere stato espressamente deposto dai testimoni!: « Parimenti 
disse la signora Sibilla ch'essa ha in casa sua una tenda di 
zendado vermiglio in un sacchetto, la quale fu posta sopra la cassa 
e sul feretro della detta santa Guglielma quando fu portata a 
Chiaravalle. > 

IX. 

La Guglielma viene con grandi onori tumulata appartatamente 
nel cimitero di Chiaravalle. Ne molto dopo estrattone U 
corpo , viene lavato con acqua e vino commisti : e questi 
conservavansi per la loro virtù meravigliosa nel guarire gli 
infermi, come spacciavano i di lei seguaci. 

1. L'antico cimitero del convento di Chiaravalle è cinto di ud 
muro parimenti vecchio, e molte cappelletto vi sono internatOt 
nelle quali anche a di nostri veggonsi amplissime urne di viva 
sasso, ripostigli di illustri cadaveri. Fra queste cappelletto, una 
viene anche oggidì additata come quella in cui la salma della 
Guglielma affermasi per costante tradizione essere stata deposta. 
Anzi dicono essere il ritratto della Guglielma una certa imagine 
di donna ch'ivi anch'oggi vedesi dipinta sul muro ai di sopra del 



— ts — 

ogo of'era il sutobgo. Qaeih pixtan poi appire ^ Mttcì^clie 
n senza ragione paò giodicarà TÌckìissima al tempo in cui la 
iglieima H fa sepolta. £ poi disposta come segue: quinci h 
argine Maria seduta ^ tiene sulle ginocchia il suo bambino 
!sa; quindi quella donna, in cui tediamo raffigurata la Gu- 
ieloia, genuflessa e supplichevole viene presentata alla stessa 
argine ed a Cristo dal santo abate Bernardo, fondatore del 
onastero, che stawi da un lato e adempie le parti di inter- 
ssore. Essa (la Guglielma) indossa vesti di colore cinerlccio 
naie alziamo descrìtto più sopra e che volgarmente appel* 
si color temè oscuro) ed ha faccia rubiconda si , ma grave 
matura e che ludica Tetà d'anni cinquanta circa. Dietro a lei 
ene un'altra donna del pari genuflessa, ma religiosamente 
data e coperta dal candido abito delle monache umiliate, e 
lesto io credo essere suor Maifreda de' Pirovani. Da ultimo se- 
lono molti allrì ed uomini e donne ginocchioni e tutti vestiti 
irìmenti di abiti di color tanè, i quali è probabile sieno i sc- 
iaci della medesima Guglielma. Anche dopo che fu disseppol- 
to e bruciato il cadavere della Guglielma si lasciò che quella 
Uura vi rimanesse tuttavia intera e superstite a quest'oggetto, 
ì'ella attestasse alla posterità non avere punto quei monaci 
-eduto che la Guglielma fosse lo Spirito Santo incarnato nel 
isso femminile. Imperocché, ammesso ciò, ella fuor d'ogni dub- 
io sarebbe stata uguale a Cristo e superiore alla Vergine ma- 
re di lui; e per ciò non avrebbe avuto bisogno di venire pre- 
miata e raccomandata loro dal santo abate Bernardo In qua- 
tà di patrono e tutelare. Per il che noi pure crediamo che la 
loglielma fu quivi con onore e con riverenza tumulata; tanta 
1 quel tempo era Topinione della di lei santità. 

2. Vediamo ora che facesse posteriormente Andrea Saramita, 
oichè il testimone prete Blirano di Garbagnate, cappellano della 
Uesa di San Fermo, cosi tra l'altre cose nel suo secondo esame 
MI giuramento aflèrmò: e Quando la signora Guglielma fu por- 
ita a Chiaravalle, di là un mese o circa , in presenza e colla 
loperazione di lui stesso prete Mirano, Andrea Saramita fece 
irre e trasse la detta Guglielma dal sarcofago in una cassa e 
I fece portare nella diiesa dei frati di Chiaravalle » ed ivi in 
reKDza di molti frati, chierici e conversi , la fece lavare con 
equa mista a fino. E il detto Andrea raccolse poscia la stessa 
mtara, cficendo che d*essa farebbesi il crisma a eresimare 
devoli e le devote della Guglielma. E quest'acqua fece por« 



-24 - 

tare a MìIbdo presso le sorelle di casa Biassonno, ove abitava 
suor^Maifreda de'Pirovani. E il detto prete Mirano vide più 
volte la sopradetta suora Maifreda o bagnare con guest' acqua 
degli infermi o somministrarne loro onde se ne bagnassero. E 
disse il prefato prete Mirano che quell'acqua fu posta nell'al- 
tare delle sunominate sorelle di Biassonno. Parimenti disse 
prete Mirano che, lavato il corpo della Guglielma come sopra, 
il detto Andrea fo vesti con una camicia lavorata di seta e con 
uno scapolare di lana bianca, datogli da don Graziadeo da Opra- 
no, monaco di Chiaravalle; e che lo stesso Andrea comperò 
poscia uno scapolare nuovo al detto don Graziadeo, in luogo 
di quello.» 

X. 

[ settari della Guglielma, nella speranza ch'ella abbia 
a risorgere, le preparano vesti preziose. 

1. Appettavano essi che la Guglielma risorgesse dai morti 
per salTre quindi al cielo. Pertanto quella provvida gente pre- 
parò vesti preziose, quasi che un corpo già dotato divinamente 
dell'eterna felicità avesse bisogno di nostrali vestimenta, e quasi 
volessero in ciò apparire più savi di quello fossero stati i se- 
guaci di Cristo Signore, i quali, pare, non avevano punto pen- 
sato ad apprestargli le vesti delle quali risorgendo egli si co- 
prisse ed usasse dappoi. 

2. Testimoni di ciò produciamo gli stessi settatori della Gu- 
glielma e quelli che n'erano più al fatto che non fosse la Bel- 
lacara citata più sopra. 

3. Sarà primo quel prete Mirano poc'anzi nominato, nel cui 
primo esame si leggono le seguenti cose: e Parimenti il nominato 
testimone disse, che quando la Guglielma fu moria, il detto 
Andrea fece fare un manto di porpora con una fibbia d'argen- 
to del valore di 30 lire di terzuoli o all'incirca, la quale fibbia 
fu lavoro del fabbro Aimerricò da Varese, ed un vestito di 
porpora e due calzari dorati. E il prenominato Andrea diceva 
che preparava le predette cose per la stessa santa Guglielma , 
poiché aveva essa a risorgere. E il detto testimone vide le an- 
zidette cose coi suoi propri occhi , dodici anni or sono ed 
anche più. 

4. A Mirano succeda Gerardo da Novazano, frate del terzo 



— 15 — 

ordine degli umiliati. Poiché questi parimenti nel suo primo 

esame tra le altre cose deponeva e che aveva più volte udito da 

Aodrea Saramita che la stessa santa Guglielma aveva a rìsor* 

gere e che ^ii ed altri moltissimi aspellavano quella risurre- 

ùone. E in questa credenza sono molte persone, come disse lo 

stesso Andrea. E ciò aveva udito dallo stesso Andrea or fanno 

quindici anni o alPincìrca, nel tempo cioè in cui passò di vita 

b Guglielma. Parimenti il nominato frate Gerardo disse che An- 

drea ed altre persone divote della santa Guglielma fecero fare 

in quel tempo alcune vesti dorate e calzari dorati ed una cassa 

e molti altri ornamenti per la stessa santa Guglielma, della 

quale, come si disse, aspettavano la risu^rezione. E le anzidetto 

vesti e i calzari e la cassa furono veduti da frale Gerardo nella 

casa del detto Andrea, quindici anni sono o alfincirca. » E da 

quel tempo in qua udì più volte dire che aspettavano la risur- 

I rezione di lei, non già allora soltanto. 

XI. 

I Taltm seguaci della Guglielma favoleggiano ch'essa risorgesse 
poco dopo la sua morie e si mostrasse a molte persone. 
Di fatto, dopo molti anni aspettasi ancora ch'ella risorga. 

i. Ne rimane óra a cercare in qual tempo avea la Gugliel- 
iDa a risorgere, secondo che i seguaci di lei credevano. DI 
certo la stessa cosa venne domandata in un secondo esame a frate 
Gerardo, che abbiamo poc'anzi prodotto a testimone. Esso poi 
rispose di questo tenore: Dovea risorgere all'istante. Ondo aveva 
già detto fin dal primo suo esame che essi aspellavano la ri- 
sorrezione della Guglielma subito dopo la morte, e che lo stesso 
Andrea Saramita diceva ch'aveva fatto fare le anzidette vesti 
per vestire la Guglielma quando risorgesse. Quanto alla cassa 
ch'aveva detto aver veduto nell'abitazione di Andrea con altre 
eose, rammentandosene meglio, disse di averla veduta in casa 
di Pietro, frate del terzo ordine degli umiliati" che abitava sopra 
il muro del fossato, il quale avea l'incarico di guarnirla. Colla 
quale aggiunta il predetto frate Gerardo corresse il suo prece- 
dente errore di memoria. 

2. Avevano dunque detto sulle prime che la Guglielma 
poco dopo il suo trapasso tornerebbe a rivivere. Per il che po« 
scia diedero ad intendere eh' ella fosse veramente risorta. Ciò 

Tamb. Ifi^is. Voi. IL 4 



— 26 — 

si raccoglie dal terzo esame di Andrea Sara mi ta, in queste parole: 
Parimenti il nominato Andrea disse che < prima della sna con- 
fessione fatta davanti ai frati Guido da Gochenato e Rainero da 
Pirovanb, inquisitori, e scritta di suo pugno» aveva creduto che 
la predetta santa Guglielma era risorta col suo corpo. » Interro- 
gato il detto Andrea dove dunque ora sta e stette la Guglielma 
col suo corpo dopo la risurrezione prima di ascendere al cielo, 
rispose che < la Guglielma dopo la sua risurrezione stette col suo 
corpo dovunque volle» sia nel sepolcro, sia in qualunque altro 
luogo ove più le piacque, come Cristo stette col suo corpo ovun- 
que volle, e quelli che con Cristo risorsero avanti Tascensione 
di Cristo., E come Cristo era apparso interpolatamente ora a 
Maria Maddalena, ora a'suoi discepoli od a Pietro, cosi dicevast 
dai devoti della Guglielma ch'essa era apparsa di quando in 
quando ai suoi devoti. » Interrogato il detto Andrea a quali fra ì 
devoti fosse apparsa la Guglielma, rispose » ch'egli aveva udito 
dalla signora Ricadona sua madre (la quale secondo ch'egli aft- 
testò nel suo terzo esame , era già morta fino dall' anno del 
Signore 88 (i) per lo meno (sic) ) che la stessa Guglielma era 
comparsa col suo corpo alla predetta signora Ricadona nella 
chiesa del monastero di San Simpliciano in Milano. < Interrogato 
ds( quanto tempo aveva ciò udito dalla predetta signora Ricadona 
sua madre, < rispose ch'egli avealo udito dalla signora sua madre 
quasi subito dopo la morte della Guglielma, prima che la stessa 
signora Ricadona facesse l'abiura dell'eresia alla presenza di frate 
Maifredo di Dovara, inquisitore. » Parimenti disse Andrea di avere 
udito da suor Maifreda, che la Guglielma erale comparsa col silo 
corpo. Fin qui Andrea. 

3. Veramente il maestro Giacomo da Ferno interrogato già 
prima sul conto di suor Maifreda, se cioè egli avesse mai udito 
dalla predetta suor Maifreda, ch'essa parlasse colla santa Gu- 
glielma e stesse in contemplazioni colla medesima, e l'abbia più 
volte veduta in forme di colomba, aveva risposto <' ch'egli non 
avea giammai udito ciò dalla detta suor Maifreda, ma sibbene 
da altri, ma non ricordavasi da chi. t 

4. Di certo poi la stessa Maifreda, interrogata nel suo quarto 
esame, se avesse ella composte le litanie ed i ritmi sullo Spi- 
rito Santo, cioè sulla santa Guglielma, rispose che si, e che era 
stato suo intendimento indirizzare il discorso alla stessa santa 



(I) Devesi certamente intendere Tanno 1288. — Nota degli editori. 



— 27 — 

Goglielma; e soggiunse la predella suorMaifreda t che la stessa 
santa Guglielma, dopo la morte, era comparsa a lei come le 
sembrava, e disse che la santa Guglielma le aveva ingiunto di 
fare quel che fece. » 

5. Così molli altri testimoni esaminati in questi processi, 
laminosamente confermarono che la stessa Maifreda intorno al- 
Tanno 93 di quel secolo, in casa di maestro Giacomo da Perno, 
dopo il pranzo al quale erano convenuti molli fra i [seguaci 
delia Guglielma, spacciò una recente apparizione della Gu- 
glielma. 

6. Né la sola Maifreda, ma anche Andrea Saramita, si at- 
tribuiva queste apparizioni della Guglielma, e le spacciava altrui. 
Quindi il frate Mirano, tra Taltre cose, attestava che i suno- 
minatì Andrea e suor Maifreda dicono ch'essi videro coi propri 
loro occhi la predetta santa Guglielma e che la jstessa benedi- 
ceva a loro la mensa, e che parlava ad essi, come lo slesso te- 
stimone udi dai prenominati Andrea e suor Maifreda. E con ciò 
raffermavano i loro discepoli nella divozione alla slessa santa 
Guglielma. 

7. Queste cose ed altrettali, se ve n'ha, spacciavansi a prova 
di ciò che era stato primamente asserito; che cioè la Guglielma 
poco dopo la sua morte non solo avea a risorgere, ma ch'era 
difatto risorta, e resasi visibile ai suoi discepoli, sebbene la so- 
teone di lei ascensione al cielo s'andasse ancora dopo tant'anni 
differendo. 

8. Ciò nullameno Andrea non s'acquetò a quell'asserzione, 
come che sapesse benissimo ch'era inventata di pianta, né de- 
gna di alcuna credenza. 

Per il che pensò doversi levare a nuova speranza i suoi 
segnaci, che cioè la Guglielma pur finalmente risorgerebbe nella 
Pentecoste dell'anno 1300. Stante che in quesl' anno, addì 13 
d'agosto^ interrogato dagli inquisitori Ottavino da Garbagnate, 
se i predetti Andrea e suor Maifreda ed altri avessero signifi- 
cato il tempo in cui la Guglielma aveva a risorgere , rispose 
che il sunominato Andrea diceva dover, essa risorgere nella 
Pentecoste ultimamente passata, ma che la suor Maifreda non 
indicava il tempo: solo diceva che la Guglielma aveva a risor- 
gere. 

9. Quindi risulta, almeno per confessione della stessa Mai- 
freda, che a quel tempo la Guglielma non era per anco risorta; 
il che constò eziandio dalla confessione della signora Fiore > 



— 28 — 

figlia dei fu Pietro Cossa da Gantù, espressa nella seguenti pa- 
role: e Disse che sono ora tre anni e più (erasi ai 9 d'agosto) 
dacché essa aveva udito da suor Maifreda da Pirovano, che la 
Guglielma sepolta ora presso il monastero di Chìaravalle era lo 
Spirito Santo, e che la stessa Guglielma doveva risorgere prima 
della universale risurrezione, ed ascendere visibilmente al cielo. » 

10. Del resto a quella stessa speranza spacciata dappoi da 
Andrea ha riferimento ciò che nel secondo esame di Danisio 
Cotta del 25 settembre leggesi in queste parole: « Parimente disse 
lo stesso ser Danisio, che aveva udito da maestro Giacomo da 
Perno molt'anni addietro, e più volte, che tantosto v'avrebbe 
un'apparizione ed una grande solennità. Interrogato lo stesso 
ser Danisio qual cosa credesse volersi con ciò significare dal 
detto maestro Giacomo, rispose dicendo credere che colui inten- 
deva parlare della Guglielma ch'aveva a risorgere innanzi del- 
l'universale risurrezione. » 

41. Per tal modo, ad una menzogna così insigne, dovevasi 
togliere ogni credito, anche per la stessa incoerenza degli spac- 
ciatori della medesima. 

XII. 

Due fra i settari della Guglielma vanno in Boemia dal re, della 
cui famiglia credevano ch'ella si fosse, e non senza verità 
come appare. 

ì. Poiché colle maggiori onorificenze fu celebrato il fune- 
rale della Guglielma a Chìaravalle, e ne fu lavato il corpo, e 
preparate magnifiche vestimenta nell'aspettazione del risorgi- 
mento di lei, vuoisi che Andrea Saramita si recasse in Boemia. 
Imperocché nel primo esame di lui, addì 20 di luglio, trovasi 
quanto segue: « Interrogato se avesse conosciuto in vita h\ Gu- 
glielma sepolta presso il monastero di Chìaravalle, rispose che 
sì. Interrogato se sapesse d'ond'era quella Guglielma rispose 
che sì, vale a dire che fu figlia del defunto re di Boemia come 
dicevasi. Interrogato se avesse fatto ricerche intorno alla verità 
di ciò, rispose che si, vale a dire ch'esso era andato sino al re 
di Boemia, e vi aveva trovato che il re era morto, e che la 
cosa era come dicevasi. Interrogato per qual cagione fosse 
andato a fare siffatte indagini, rispose ch'era andato per an- 
nunziare al re la morte della Guglielma; inoltre, onde olle- 



— » — 

nere alcan che dal re a compenso delle spese ch'esso Andrea 
aveva fatte ad onore delia detta Guglielma. Interrogato il detto 
Andrea se fessesi recato dal re dnde promuovere collo stesso 
la canonizzazione della Guglielma per opera della Chiesa» rispose 
che no per allora; ma altro volle disse che si» ma di non avere 
fatto molte pratiche. » 

2. Né Andrea vi andò solo, ma accompagnalo dal frale 
Mirano. Per il che il primo esame di lui comincia a questo 
modo: < 11 frate Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo 
in Milano, Porta Ticinese, contrada dei Pusterla, stato per lungo 
tempo dei devoti della signora Guglielma, sepolta presso il mona- 
stero di Ghiaravalle, e che dopo la morte della stessa Guglielma 
recossi con Andrea Saramita in Boemia da quel ro, e che fu 
segretario speciale di suor Maìfreda da Pirovano e del detto 
Andrea Saramita, citato, ecc., comparve, ecc. » 

3. Che se la Gugliema era davvero figlia del re di Boemia, 
come Andrea diceva di avero avverato, e se del pari era già 
morto quel re, cui Andrea sperava trovare tuttavia vivente, ne 
consegne che quel re fosse Ottocaro, il quale dopo un regno 
di oltre 26 anni (come espressamente raccogliesi dalla Cosmo- 
grafia di Giovanni Nauciero, voi. II, generazione 43) nel 1278 
fa morto combattendo contro Rodolfo re dei Romani, al quale 
poscia saccedette il figlio Venceslao ancor settenne, divenuto 
poi celeberrimo per fama di santità, e morto nel trentesimoterzo 
anno d'età. Or bene, in nessun luogo leggesi che queirottocaro 
abbia avuto una moglie di nome Gostanza, ma primieramente 
una Margherita, e questa vecchia e senza prole; dappoi una 
Cunegonda, come consta e per Enea Silvio neWIstoria di Boemia, 
al cap. 27, e per Giovanni Dubravlo, lib. XVII ùeìi'htoria di 
Boemia. Adunque il padre della Gugliema fu quelfOttocaro. 

4. Per verità Premislao padre al predetto Ottocaro (il quale 
fu anch'esso del pari appellato anche Otogaro o Ottocaro) fatto 
re di Boemia Tanno H99 da Filippo principe di Svevia, impe- 
ratore eletto, dopo avere ripudiata la sua prima moglie, sorella 
che fu di Teodorico marchese di Misnia, indi a poco sposossi a 
Costanza, figlia di Bela re di Ungheria, eroina lodatissima, colia 
quale viveva ancora l'anno 1230 e da cui generò Venceslao ed 
il predetto Ottocaro. — E ciò sulla testimonianza del mede- 
simo Dubravio, lib. XV ed in principio del XVI. t Princislao 
da Filippo imperatore dei Romani, fratello di Federico II, cui 
la Chiesa non riconobbe, in terzo luogo venne coronato in re 



— so- 
di Boemia. » — II capo 27 poi incomincia in lai modo: « Prin- 
cislao ebbe due figli, Venceslao ed Oltocaro. A Venceslao toccò 
il regno di Boemia, ad Ottocaro il marchesato di Moravia. Ven- 
ceslao poi fa monocolo e, morendo senza figli, lasciò il regno 
-ad Oltocaro, che con altro nome si disse anche Princìslao, quinto 
fra i re di Boemia, » — E di nuovo in principio del cap. 28 : 
< Venceslao figlio di Ottocaro d'anni sette da Ottone marchese 
di Brandeburgò fu portato via in Franconia, ed il regno venne 
da lai governato con titolo di tutore; il fanciullo poscia ritor- 
nato rimase solto T autorità della madre ». — Chi sa dunque 
che i veri genitori della Guglielma fossero questi Princislao e 
Gostanza ? Chi sa parimenti che quell'Andrea Saramita cercasse 
di Ottocaro loro figlio, non come di padre, ma come di fra- 
tello alla Guglielma ? Chi sa che, deluso nella sua speranza, 
non sia perciò ritornato perchè allora Venceslao nipote della 
Guglielma dimorava in Franconia, mentre intanto quel tutore 
governava il regno né alcun pensiero si prese di ricompensarla 
degli onori fatti alla Guglielma ? 

4. Veramente il medesimo Dubravio verso la fine del lib. V 
nomina tre figlie nate da Princislao e Costanza: Tuna delle quali 
maritossi ad Udalrico di Carinzia, Taltra ad Enrico principe di 
Wratislavia ; la terza poi, Agnese , consacrò a Dio la sua ver- 
ginità in perpetuo ed abitò in Praga nel sodalizio delle vergini 
istituito da santa Clara. Adunque la Guglieloia era forse Tuna 
di quelle due sorelle- innominate, che o abbandonando il marito, 
rimastane vedova, venne a Milano, alla insaputa de'suoi, con 
quel figlio che condusse seco. 

5. È pertanto opinione cUe la Guglielma fu senza dubbio 
boema d'origine, sebbene non si osi affermare nulla quanto alla 
regale discendenza della medesima. Imperocché, sebbene non 
sembri credibile che tanto la Guglielma quanto Andrea, in tutto 
il resto ereticalmente mentitori, abbiano voluto mentire anche 
in ciò che tanto facilmente poteva verificarsi, che cioè quella 
si spacciasse figlia del re di Boemia, questi attestasse di aver 
trovato che era veramente cosi: nondimeno e questa ed altre 
cose che ne dipendono di leggieri lasciasi che altri e princi- 
palmente i Boemi le ricerchino. 



— 51 - 

Xlll. 

J seguaci della Guglielma allesiiscofio preziosi e splendidi arredi 
onde fosse cdehrata una messa sul sepolcro di lei^ prima- 
mente da uno dediscepoli^ poscia dalla stessa di lei vica- 
ria suor Maifreda. 

1. Qaanlanqae Andrea non avesse riportato alcun com- 
penso delle spese fatte in onore della Guglielma, egli non ristette 
dalFaccnmnlare su di lei altre onoranze, tanto erasi infervorato 
nel cqUo di lei. Pensò quindi di convertirne il sepolcro in altare, 
snl qnale si celebrasse una messa solenne primieramente da 
Franceschino Malcolzato, poscia da suor Maifreda vicaria della 
Guglielma ed insieme dello Spirito Santo. Per il che si diede 
con grande spesa ad apprestare quanto faceva mestieri cosi per 
r altare come pei sacrificatori e loro inservienti. 

2. Quindi suor Giacoma de'Bassani, figlia del fu Prando da 
Nova, monaca delF ordine degli umiliali, interrogata chi avesse 
fatto procurati i paramenti per l'altare della santa Guglielma, 
rispose: < Fu Andrea Saramita, e d'altri non so, stantechè egli 
(Andrea) queste cose pretendeva da' suoi compagni. » 

3. Per il che quando Pietra da Alzate e Catella de' Giosi! 
furono interrogate se avessero dato alcun che per i paramenti 
fatti in onore della santa Guglielma risposero: e Ch'essa si- 
gnora Pietra aveva.dato 42 saldale di perla (soldata ò vocabolo 
lombardo usitato anche oggi da molti contadini nostrali, e si- 
gnifica una dozzina o serqua) e molte altre cose in diversi 
tempi che ammontano ad un grande valore; e la sunominata 
signora Catella avea dato un' oncia di perle e mt)lti altri og- 
getti. E più avrebbe dato se più avesse potuto, per la grande 
divozione sua alla santa Guglielma. » Parimenti dissero che 
io tutte le loro necessità ricorrevano alla stessa santa Guglielma 
e ch'essa in molte aveale esaudite ; e che perciò credevano 
tanto più e le avevano maggior devozione. Onde quelle donne, 
falsamente persuase della santità della Guglielma, siffattamente 
traviavano. 

4. Vediamo ora ciò che asserì Franceschino Malcolzato 
intorno alla messa ed ai paramenti in discorso. Nell'anno i300, 
a di 9 agosto, questo Franceschino era in età d'anni 15 circa, 



— 32 - 

e soUanlo nelP anno precedente o poco prima era slato per 
opera di Andrea e di Maifreda primamente imbevato degli errori 
di questa setta. Fra i quali era anche questo, . che cioè la 
Guglielma, la quale dicesi essere boema, doveva risorgere prima 
della risurrezione universale. Intorno poi alla messa ed a quei 
paramenti cosi egli depose: < Parimenti disse che il prenomi- 
nato Andrea andava signiflcando a lui (Franceschino) dover 
esso (Franceschino) cantare pel primo la messa sul sepolcro 
della Guglielma ossia dello Spirito Santo, e che poscia la detta 
suora Maifreda V avrebbe cantata ivi solennemente; ed ivi in 
seguito predicava con solennità nella chiesa di Santa Maria 
Maggiore in Milano. Parimenti disse Io stesso Franceschino che 
certi paramenti erano stati fatti per Taltare e pei ministri d'esso. 
I quali paramenti furono fatti fare dal detto Andrea, e lo stesso 
Franceschino aveali veduti, ed erano un calice, un turibolo, 
un frontale e tre cappe ossiano tre piviali di seta. I quali para- 
menti e vasi furono fatti specialmente per cantare la messa 
predetta , e li doveva usare la suora Maifreda e Franceschino 
per la messa predetta. E sono parimenti del valore di ben 200 
lire imperiali, come udi lo stesso Franceschino, e lo crede » E 
poco dopo rispose eziandio < che può essere un anno e più 
da che fu per la prima volta dai predetti Andrea e Maifreda 
iniziato a questi errori; e che poscia andò più volte a Chiara- 
valle collo stesso Andrea e senza di lui al sepolcro della Gu- 
glielma, ossia dello Spirito Santo, e che vi fece orazioni e prese 
perdonanze. E parimenti che dopo avere ricevuto la predetta 
istruzione mandava quasi ogni giorno de' comestibili a suor 
Maifreda, perchè ciò aveva ordinato col suo testamento il padre 
d'esso Franceschino ; ed egli per devozione alla detta dottrina 
mandava a lei più volentieri ed in maggiore copia. > 

5. Intorno a detta messa ed ai paramenti, interrogata la 
signora Fiore figlia del fu Pietro Cessa da Cantù rispose < che 
suor Maifreda le diceva che Franceschino Malcolzato figlio del 
fu Beltramo doveva cantare la prima messa sul sepolcro dello 
Spirito Santo , ossia della stessa Guglielma , e che la stessa 
suòra Maifreda aveva a cantare la seconda. Parimenti disse che 
furono fatti dei paramenti per la detta messa cui dovevano 
cantare i detti Franceschino e Maifreda. E la stessa signora Fiore 
aveva veduto di siffatti paramenti un camice, una dalmatica 
ed una stola. » 

6. Inoltre anche Stefano da Cremella disse t eh' egli avea 



— 35 — 

fatto poscia, io onore e riverenza della detta Guglielma, quattro 
dalmatiche seoza maniche, e che aveva ricevuto in casa sua 
certe assi, delle quali avevansi a fare delle predelle a gradini 
per ascendere all'altare della Guglielma e potervi celebrare la 
messa quando la detta Guglielma fosse stata canonizzata, come 
diceva il detto Andrea allo slesso Stefano testimone. » 

7. Del resto anche dal secondo esame di Paria de'Pontarìi, 
seguito il 2 di settembre, abbiamo queste cose. Interrogata se 
ella sa che furono fatte alcune vesti ad uso delle signore 
devote della Guglielma, sepolta presso il monastero di Chiara- 
valle, rispose t che sì, e che ebbe in casa sua sette tonache di 
morello senza gheroni, le quali vesti dovevano essere indossate 
dalle dette suore nella festa della signora Guglielma ; dì queste 
avevano esse il giorno precedente mandate sei alla signora 
Sibilla de'Malcolzati, e Taitra aveva ritenuta presso di sé. > 

8. Da ultimo ne giovi udire anche le seguenti cose dalla 
bocca di Francesco da Garbagnate, anche per conoscere il vile 
prezzo delle cose a quei tempi. Perocché coiui rispondeva a 
questo modo: < Avere egli comperato un drappo bellissimo per 
cinque lire e 10 soldi di grossi, ed una tovaglia dorala per 
calice al prezzo dì 9 soldi di grossi. Del pari disse d' avere 
comperata una tovaglia d' otto braccia o circa di seta bianca, 
lavorata in oro con seta rossa in ambedue i capi al prezzo dì 
lire Ire e soldi cinque dì grossi. Parimenti disse d'avere com- 
prato un drappo d' oltremare vergato in seta ecT oro al prezzo 
di 25 27 soldi di grossi. Le quali cose tutte aveva egli com- 
prato per il culto e per la venerazione della predetta Guglielma, 
ossia dello Spirito Santo. » 

9. Ma tutti questi preparativi conosceremo ancora più di- 
stintamente nel capo seguente. 

XIV. 

Suor Maifreda, per far prova del come sapesse pubblicamente 
celebrare la messa , la celebra in casa di un privato. 

i. Fatti i preparativi suddetti per la messa a celebrarsi in 
onore della Guglielma» parmì di vedere quella vanitosissima vi- 
caria dello Spìrito Santo, suor Maìfreda, balzare di pazza gìoja, 
e smaniosa di mostrare il più presto come ella sapesse pubbli- 
camente pontificare. Pertanto essa celebrò privatamente la messa 

Taiib. Inquis. Voi. II. ^ 5 



— 14 — 

nella casa di un tale suo amico, in presenza dei molti appar- 
tenenti alla sna setta ; ed i soliti processi eseguiti nello stesso 
anno 1300 ce lo dimostrano con due testimonianze. 

2. Perocché sotto il giorno 3 di settembre essi hanno quanto 
segue : < La signora Sibilla vedova del fu Beltramo Malcolzato, 
della città di Milano di Porta Nuova, spontaneamente venne da- 
vanti a frate Gaido da Cochenato, dell'ordine dei predicatori, in- 
quisitore come sopra. La qual signora con suo giuramento disse, 
che dalla festa di Pasqua p. p. a questa parte suor Maifreda 
da Pirovano si parava a modo di un sacerdote, e che suor Eme- 
sina, Andrea Saramita e Franceschino Malcolzato avevano le 
dalmatiche; ed Albertino da Nevate e Felicino Caventano ed 
Ottorino da Garbagnate avevano delle cotte bianche ed appara- 
vano un desco a modo d' altare ed avevano un calice ed altri 
arredi necessarii per dire la messa ; e la nominata suor Mai- 
freda disse la messa , ed ebbe V ostia e la elevò , e fece ogni 
cosa quanto alla messa come fanno i sacerdoti, e il detto An - 
drea lesse Tevangelo, ed Albertino predetto Tepìstola. Ed erano 
presenti In signora Dionese da Nevate e Simonino Collioni. » 
In cotal modo attestava quella Sibilla intorno al presente sub- 
bietto. 

3. Quale poi fosse la deposizione dell' altro testimone in- 
torno a ciò, lo indicano gli stessi processi con queste parole che 
seguono poco dopo : « La signora Dionese, vedova del fu Giaco- 
mo da Nevate della città di Milano, di Porta Nuova, tornò alla 
presenza del soprascritto frate Guido inquisitore come sopra e 
con suo giuramento attestò che dalla Pasqua p.p. in qua tro- 
vossi in luogo ove suor Maifreda da Pirovano si parò o modo 
di sacerdote e fece parare un desco a modo d'altare, ed ebbe 
il calice, l'ostia, l'acqua ed il vino, e li pose nel calice e disse 
la messa ed infine diede la benedizione , ed Andrea Saramita 
lesse l'evangelo vestito di dalmatica. Parimenti disse la signora 
Dionese eh' eranvi presenti la signora Margherita da Nevate e 
Sibilla dei Malcolzati e Bianca ancella della predetta signora 
Sibilla , e tre umiliate che coabitavano colla detta suor Mai- 
freda, ed Albertino da Nevate e Franceschino Malcolzato e Si- 
monino Collioni ed Ottorino da Garbagnate e Felicino Caven- 
tano. » Tali cose leggonsi ivi , e bastano al presente nostro 
proposito. 



XV. 

I seguaci della Guglielma celebrano annualmente tre feste in 
onore cPessa ai monastero di Chiaravalle e vi pranzano 
tutti insieme; uno di quei monaci poi la commenda con 
panegirico quale una santa ed ammirabile per prodigiose 
guarigioni. 

1. Intanto i seguaci della Guglielma celebravano ogni anno 
in onore di lei tre feste al monastero di Chiaravalle; e ciò di 
qaando in quando porgeva occasione a discorsi, panegirici ed 
a lauti banchetti. Quali fosserb queste feste e come venissero 
celebrate lo dichiarano colle proprie loro parole gli stessi testi- 
monii, dai quali furono queste cose affermate e spiegate quando 
ne vennero interrogati. 

2. Bellacara dunque rispose che fanno due feste all'anno. 
Fona il giorno di s. Bartolomeo, l'altra verso il di d'Ognissanti 
(0 sullo scorcio di ottobre), e non altre. Ma su questo punto 
ella pigliava errore, come pure lo pigliarono dappoi e quella 
Sibilla ricordata nel precedente capo e Felicia moglie del fu 
Francino da Casate. Perocché quella disse parimenti che due 
feste air anno si celebrano in onore della Guglielma, V una il 
di di s. Bartolomeo e V altra nel mese di ottobre , quando la 
detta Guglielma fu portata ossia traslocata dal cimitero della 
chiesa dì S. Pietro all'Orto al monastero di Chiaravalle. Felicia 
p(H disse che due feste facevansi all'anno , una nel giorno di 
s. Bartolomeo, nel quale ella mori, e l'altra nel mese di ottobre,. 
nel quale fu essa trasportata dalla città di Milano al monastero 
di Chiaravalle. 

3* Con più verità e più distesamente parlò quel frate Ge- 
rardo da Novazano sopra nominato; perocché alle interrogazioni 
rispose: «Che Andrea ed i complici di lui, ossiano i devoti e le 
divote della santa Guglielma, fanno tre feste solenni all'anno in 
onore della detta santa ; cioè una nel giorno di s. Bartolomeo, 
Del quale ella trapassò di vita, un'altra nel mese di ottobre, nel 
quale venne il corpo di lei trasportato a Chiaravalle, la terza a 
Pentecoste; perché lo stesso Andrea disse che la Guglielma è lo 
Spirito Santo e che lo Spirito Santo risusciterà in essa. » Dopo 
alquanti giorni interrogato di bel nuovo come sapesse che si ce- 
lebravano, e per qual cagione si celebravano tali feste, rispose: 



— 36 — 

e Perchè egli stesso andavasène a dette feste al monastero di 
Chiaravalle e faceva le sue offerte insieme con loro, e pren- 
deva parte con loro ai pranzi che vi si tenevano in occa- 
sione di dette feste; e perché lo stesso Andrea ed altri devoti 
della Guglielma avevangli ciò detto ; e perchè egli stesso per 
ciò ad onore della stessa Guglielma se ne andava con esso- 
loro. » Del resto, il medesimo frate Gerardo in quel suo primo 
esame ricordava d'essere stato altre volte interrogato dagli inqui- 
sitori e che tosto dopo Andrea lo aveva richiesto di ciò che si 
fosse passato tra lui ed essi ; ma ch'egli avevagh risposto : « Io 
ho gridato! Badate ai fatti vostri, perchè i frati inquisitori fanno 
delle minacce! Onde i frati di Chiaravalle fanno male quando 
paragonano la santa Guglielma alla luna ed alle stelle, ne'loro 
panegirici, e quando ricevono offerte e lumi per la stessa santa. » 

4. Piace poi qui Tudire anche Allegranza moglie di Gio- 
vanni Peruzzi, la quale disse « che dopo i predetti insegnamenti, 
cioè quelli che aveva ricevuti da suor Maifreda intorno alla 
Guglielma identificata collo Spirito Santo, andò più volte a visi- 
tare il sepolcro della detta Guglielma con ceri e candele, ed 
assistette alla predica che face vasi in lode della medesima dai 
frati di Chiaravalle nella festa di lei, cioè da don Martino Stra- 
bene e da don Marchisio da Vedano, monaci di dello mona- 
stero. » 

5. Ma ad Allegranza succede altro più istrutto , lo stesso 
Andrea Saramita, il quale nel suo secondo esame disse « che 
quando egli coi compagni, per venerare la detta Guglielma, 
andava a Chiaravalle e tulli insieme vi banchettavano, il signor 
abate di quel monastero dava ad essi pane e vino e il rima- 
nente : e che nella solennità dì s. Guglielma parlavano ad onore 
di lei i monaci di detto monastero (vale a dire don Marchisio 
da Vedano e don Lombardo e don Graziano e don Alessandro) 
commendando la detta santa Guglielma, e la vita e congrega- 
zione di lei. > 

6. Anche la Bellacara sopra citata nel suo secondo esame 
testificò a questo modo : t Ch'essa andava alla solennità ed ai 
banchetti che facevansi nella solennità ed a venerazione della 
Guglielma presso il monastero di Chiaravalle; ch'essa eravi 
andata più che sette volte insieme con Andrea, e vi aveva 
udito la predica fatta da don Marchisio da Vedano monaco dì 
Chiaravalle in lode della predetta santa Guglielma ; e che la 
stessa signora Bellacara era intervenuta al primo pranzo fattosi 



— 57 — 

ili dai devoti e fedeli della detta santa Goglielma*; e che allora 
le spese vennero fatte dal monastero di Ghiaravalle. > 

7. Ma anche Stefona moglie di Felicino da Gaventano ri* 
spose di questo tenore: < Ch'essa era intervenuta al pranto 
fiittosi a Chiara valle ed alla predica di un certo frate di Ghia- 
ravalle di cui non ricorda il nome, il quale in molte maniere 
commendava la detta santa Guglielma , e che a detto convito i 
monaci di Chiara valle fornivano il necessario. » 

8. Ecco poi quanto depose Paria (o Daria) figlia del fu 
Giovanni Pontario. Disse ella : e Ch'era stata più volte alla pre- 
dica che si faceva a Chiaravalle nella festa della santa Guglielma 
in commendazione della medesima. Nelle quali prediche udì 
più volte proporsi da quei che predicavano molti esempi di 
santi e tra essi riferirsene pure alla stessa santa Gpglielma, 
potendosi cioè dire altrettanto anche di quella santa. Che tali 
predicatori erano frati di Chiaravalle, ma non ne fa punto il 
nome ; e che mangiò più volte coi devoli della detta Guglielma 
a Chiaravalle ; e che i frati di detto monastero davano o face- 
vano dare ad essi Toccorrente. • 

9. Similmente anche Pietra moglie del fu Mirano da Gar- 
bagnate disse : € Che com'ella ebbe saputo che la detta Gugliel-, 
ma era lo Spirito Santo, e che doveva ascendere al cielo, andò 
a Chiaravalle verso la festa di s.* Bartolomeo p. p. alla soien* 
fìità della stessa Guglielma, e che vi aveva udito la predica fatta 
da nn monaco di Chiaravalle, nella quale veniva la medesima 
commendata e dicevasi ch'essa Sa una buona signora, santa e 
divota, e simili altre cose. > 

10. Che siffatti predicatori attribuivano persino dei mira- 
coli alla stessa Guglielma lo attestò, fra tutte le altre cose, Bo« 
nadeoda Garentano dicendo: tChe una volta sola trovossi alla 
predica fatta da don Marchisio da Vedano monaco di Chiara- 
valle, rim petto alla porta del detto monastero (perchè non era 
allora, come anche al presente non è, permesso alle donne di 
entrare nella chiesa del monastero) il giorno in co\ si celebra la 
festa della detta Guglielma nel mese di agosto ; che a questa 
predica trovavansi più che 129 persone tra maschi e femmine; 
che don Marchisio predicava e diceva che la detta Guglielma 
era stata una donna di buona vita e di onorata conversazione, 
e che la stessa aveva operato alcuni miracoli. » 

11. Che anzi credevano e predicavano anche che tali mi- 
racoli erano stali operati a prò di talani fra loro monaci stati 



— 38 — 

restituì li a sanità» Io abbiamo dalla testimonianza di Giacoma 
figlia di Bonadeo da Carentano e maritata a Corrado Ck)ppa. e Pa- 
rimenti disse la signora Giacoma, ch'essa trovossi più volte alla 
predica che facevasi a Chiaravalle nella festa della Guglielma da 
quei monaci, i quali commendavano la slessa Guglielma col 
dire ch'essa era di buona e di santa vita e di onorata conver- 
sazione, e che la stessa Guglielma aveva fallo molli miracoli 
anche a prò dei frati di quel monastero ch'erano infermi. > 

12. Chi sa poi che non venissero spacciati come veri e le- 
gittimi miracoli anche quegli adulterii che Andrea Saramila nel> 
suo primo esame non esitò di vantare in presenza degli inqui- 
sitori deireretica pravità? Interrogalo Andrea (che cosi leggesi* 
di lui in quei processi) se sapesse o avesse udito di miracoli 
operati dalla Guglielma mentre che viveva, rispose < che si, e 
specialmente a prò di maestro Beltramo da Perno intorno a un 
cerio segno ch'aveva nell'occhio, e a prò d'Albertino da Novale- 
affetto da una fistola. > Interrogato lo stesso Andrea se sapesse 
udito avesse di miracoli operati dalla Guglielma dopo morta, 
rispose <di aver udito da certe signore che s'erano votate a quella 
santa Guglielma e che per la preghiera di lei avevano otte- 
nuto da Dio quanto esse chiedevano, e specialmente la signor» 
Pietra, moglie di Tomaso Oldegardo e la signora Catella moglie 
di Leone Oldegardo. » Nella quale erronea opinione era a loro- 
compagna anche la signora Sibilla dei Malcolzati. Perocché nel 
primo esame interrogata se sapesse od avesse udito che suor 
Maifreda induceva ed esorlava alcune persone alla devozione di 
santa Guglielma ed a votarsi alla medesima, rispose che no'^ 
se non che la stessa testimone una volta erasi votala alla 
Guglielma a cagione di una éua infermità, dalla quale venne^ 
liberata. 

XVI. 

/ settatori della Guglielma spacciano acquistarsi gran copia di' 
indulgenze da chiunque religiosamente visitasse il di lei se- 
polcro a Chiaravalle. 

{.Vediamo ora con quali allettamenti Andrea e suor Maifreda- 
invitavano i loro seguaci a visitare devotamente il sepolcro della 
Guglielma. 

2. Parimenti disse il prefalo prete testimonio cioè (quel 



Mirano più volte sopra nominato) che Andrea e suor Maifreda 
dicono acquistarsi tante indulgenze da chi va a visitare il se- 
polcro della Guglielma a Chiaravalle, quanto quelli che vanno 
oltremare, dicendo a lui testimone che poteva ben esso otte- 
nere siffatte indulgenze senza recarsi al sepolcro di G. C. in 
Gerusalemme. E poco dopo : < E disse il prenominato prete 
ITiraDO d' avere udito da Andrea e suor Maifreda che da tutte 
le parti del mondo aveano a venire pellegrini al monastero di 
Chiaravalle per visitare il sepolcro della santa Guglielma. > Pa- 
reva che volessero tacitamente insinuare tali cose con siffatta 
argomentazione, che, cioè, siccome Cristo è la seconda persona 
della santissima Trinità, cosi anche la Guglielma ne era la 
terza consustanziale e coeguale a quella, cioè lo Spirito Santo, 
il coi corpo giacevasi in questo sepolcro presso il monastero di 
Chiaravalle. 

XVII. 

Accendono lampade e ceri sul sepolcro della Guglielma e vi 
collocano ostie, quali sogliono consacrarsi da sacerdoti nella 
messa, acciò da quel contatto acquistino la virtù di cacciare 
le malattie. 

1. Lo stesso sepolcro poi di Guglielma illuminavano i di 
lei sanaci con ceri e lampade accese: pid ponevano sovr'esso 
delle ostie, quali si usano da sacerdoti nella messa, quasi che 
da quel contatto venissero santificate e diventassero potenti a 
cacciare le infermità. Gli ammalati pertanto con grande rive- 
renza le mangiavano, ricevendole dalle mani principalmente 
della Maifreda, come quella che anche in questo ministero 
sembrava farla da vicaria della Guglielma. 

2. Tali cose constano ad ogni passo dal processo che ab- 
biamo tra mano ; né mette conto il produrre qui la testimo- 
nianza di veruno. 

XVIII. 

Vimagine della Guglielma viene dipinta ed illuminata a vene- 
razione anche in talune chiese. 

i. Ed anche ciò ne viene comprovato da tre testimoni, il 
primo dei quali è quel prete Mirano ch'abbiamo poc'anzi prò- 



-40- 

dollo. Perocché, venendo egli esaminato il penultimo giorno di 
luglio, queste cose si ebbero dalla di lui bocca, e Parimenti disse 
il prefato prete saper esso perfettamente che alcuni devoti delia 
santa Guglielma ne fecero dipingere la figura col nome di santa 
Caterina. E questo sa il medesimo prete, che egli stesso colle 
proprie sue mani la dipinse nella chiesa di Santa Maria Mag- 
gioVe (cioè nella metropolitana) di Milano ed in quella di San- 
t'Eufemia pure di Milano ed in più altri luoghi. E ciò aveva 
fatto prima di divenir sacerdote. > 

2. Addi 22 di settembre esaminato Stefano da Cremella , 
fra le altre cose vuoisi abbia cosi testificalo. Essendogli stato 
domandato chi avesse fatto dipingere la santa Guglielma nella 
chiesa di Sant'Eufemia in Milano, rispose non saperlo; ma disse 
dr conoscere bensi il pittore. Parimenti disse il me^desimo Ste- 
fano ch'egli aveva in casa sua una pila nella quale teneva Tolio 
pef rilluminazione di detta santa Guglielma dipinta nella chiesa 
di Sant'Eufemia, il qual olio veniva mandalo ad esso Stefano 
da suor'Maifreda. Parimenti disse ch'esso poi a sue spese faceva 
illuminare Timagine dipinta della santa Guglielma. 

3. Finalmente poi anche ser Danisio Cotta, esaminato in 
quel medesimo giorno, disse di avere fatto dipingere la figura 
della defunta Guglielma nella chiesa dei frati di Santa Mnria 
madre del Signore, fuori di Porta Nuova, e di aver fallo porre 
lampada innanzi a detta imagine in occasione che vi fu seppel- 
lito un suo fratello. 

4. E a quest'uso di dipingere nelle chiese la Guglielma si 
attiene anche quella pittura di cui si fa menzione in processo, 
ove parlasi dell'esame sostenuto da suor Maifreda il 22 di ago- 
sto; perocché si hanno colà anche le seguenti cose. Interrogata 
la detta suor Maifreda chi avesse fatto dipingere quel panno che 
sta sopra l'altare nella casa delle umiliate da Blassonno in Mi- 
lano, sul quale stanno effigiate tre persone, due delle quali da 
destra e da sinistra sembrano cacciare dei prigionieri dal car- 
cere, rispose « che o ella stessa (suor Maifreda )o il detto Andrea 
le suore di casa Biassonno avevan fatto dipingere quel panno, 
ma che non ricorda chi veramente sia stalo di loro. • E disse 
che tali pitture erano state fatte prima che essa e il detto An- 
drea e gli altri venissero citati dal soprascritto frale Maifredo; 
perchè in allora credeva che la predelta santa Guglielma fosse 
la terza persona della santissima Trinità e che per essa dove- 
vano esser salvi i giudei ed i saraceni. E questi sono quelli 
che stanno dipinti a sinistra. 



— 41 — 

5. (Chi fossero poi queste suore di casa Biassonno so ne 
parla più sotto al cap. 24, n. 3 del maiìoscriUo). Vediamo ora 
chi fossero que'fratì di Saota Maria madre del SigQore fuori di 
Porta Noova di cui facevasi menzioue al d. 3. Erano per certo 
umiliati e della casa alla Canonica situata a fianco e presso la 
chiesa di San Bartolomeo, la sola che fosse allora dedicata alla 
Vei^ine madre di Dio nel circuito esterno di quella porla. Poi- 
ché quella chiesa della Canonica esisteva già prima che il no- 
stro santo martire Àrialdo, dal quale fu ristorata ed officiala» 
morisse Panno 1066, e ciò consta luminosamente da parecchi 
pubblici documenti. Questa chiesa avevano dipoi ottenuto i 
frati umiliati, e nell'anno 1288 stavano ivi quegli del primo o 
primario istiluto o corpo di quelFordine, che chiamavasi dei 
preposti. Lo che trovo essere attestato in una cronaca scritta 
da uno di quei frati di terzo ordine Panno 1419» e da me pos- 
seduta. Poiché nel capo 34 enumerandosi a parte a parte le 
case del primo ordine e quelle del secondo, fra quelle del 
primo annoveravasi la casa della Canonica in Milano. Quindi 
al capo 37, che contiene Tinventario fallo nel 1298 del numero 
dei frati e suore ch'aveva ciascuna casa, si legge che la casa 
della Canonica aveva frati 9, suore .... ed un servo. La stessa 
casa però fu dappoi riparata nell'anno 1362 con edifizi nuovi. 
Che altramente non puossi intendere il passo della storia mila- 
nese di Paolo Morigia, al lib. I, capo 19, dove scrive : « L'anno 

< medesimo (13G2) fu cominciata la fabbrica della- chiesa di 
e Santa Maria della Canonica, fuori di Porta Nuova, a spese di 
e Minolo deUi Appiani, Imerano Formenlario, ed Arnaldo Albi- 

< sato. > E di nuovo nel Santuario di Milano (altra opera del 
Morigia), dove enumera le chiese poste tra i confini di Porta 
Nuova, scrive: e La chiesa di Santa Maria delta Canonica fuori 
di Porta Nuova fu fabbricata Panno 1362 da Minolo delli 
ApiHani e da due suoi compagni. > Per il che anche gli slessi 
nmiliati, a cagione della sua recente struttura, qualche volta 
non la chiamano altramente che la Canonica nuova, come ve- 
dasi nelle loro costituzioni, che io parimenti posseggo. Perocché 
a distinzione 13, capo 2, sotto Panno di Cristo 143ti, fra i pre- 
posti delPordine allora esistenti al capitolo di Siena, il preposto 
della detta Canonica viene cosi nominato = il frate Filippo, pre- 
posto di Santa Maria madre del Signore in Milano = poscia alla 
distinzione 14, capo I, anno 1436, viene nominato ^= frate Filippo, 
preposto della casa della Canonica nuova in Milano, e la stessa 

TàMB. Jnquis. Yol. II. 6 



— 42 — 

appellazione di Canonica nnova le viene poscia data nei capi 5 
ed 8. Notissime per fermo sono quelle cose clie seguono nel- 
ristesso Santuario del Morigia, espresse con queste parole : 
e Elia fu prepositura (sic) honorevole degli humiliatì, et essendo 
€ queiristituto soppresso, il beato Carlo Borromeo, di santa 
€ memoria, la eresse in collegio sotto il seminario >, vale a 
dire sotto il regime di quel vastissimo e celeberrimo seminario 
de'chierici detto di Porta Orientale, alle spese del quale e la 
<^hiesa e quelle case (che tuttora conservano il nome di Cano- 
nica) furono poc'anzi magnificamente restaurate, come fu da 
me ricordato colla mia dissertazione Nazariana. Adunque in 
questa chiesa della Canonica e presso questi frati umiliati (per 
fare ritorno al nostro tema) stette già dipinta e veniva illumi- 
nata queireffigie della Guglielma di cui facevamo cenno. 

XIX. 

/ seguaci della Guglielma pranzavano in comune, ora nelFuna 
ora nell'altra casa dei loro consorti^ come se ciò fosse or- 
dine dato loro dalla Guglielma. 

1. La Guglielma, pochi giorni prima di morire, aveva rac- 
comandato la mutua carità a'suoi seguaci. Quindi avvenne 
ch'eglino, e a cagione della carità vicendevole e per fare onore 
4ò riverenza a così grande loro maestra, celebravano di quando 
in quando pranzi e conviti. Gii è ciò che metteva innanzi nel 
capo 7, numero 3, Danisio Cotta, come ragione del suo inter- 
vento a un siffatto convito. 

2. Tre volte all'anno pertanto banchettavano essi in comune 
al monastero di Chiaravalle, cioè in quei tre giorni ne'quali 
celebravansi le feste in onore della Guglielma, come fu detto 
altrove. Ma facevano lo stesso anche in Milano, ora in que- 
sta, ora in quella casa de'loro consorti, ed in quella special- 
^mente di Carabella de' Toscani a Porta Romana. Pertanto Gia- 
como da Perno tra le altre cose attestava anche questa: 
e Nella casa della detta Carabella tenevansi banchetti, e sta- 
vano riposti paramenti e ceri per la venerazione della mede- 
sima, e vi si adunavano lo stesso Andrea Saramita e tutti gli 
altri compagni di lui che appartenevano alla congregazione o 
conventicola dei divoti della medesima Guglielma. > 

3. Di questi pranzi o banchetti che facevansi di quando in 



— 43 — 

quando anche nelle case di altri compagni, io ne ricorderò dì 
preferenza dae, prendendoli dai soliti processi ; perchè vha in 
essi qualcosa di singolare, e che merita di essere osservata. 

4. E sia primo quello che fa tenuto in casa Corrado Coppa. 
Il qnal Corrado è senza dubbio quel desso dal quale fu sor- 
presa la moglie in quella sotterranea congrega di Guglielma^ 
come abbiam veduto affermarsi da Donato Bossi e dietro lui 
affermavano concordemente tutti quegli altri scrittori ciechi se- 
guaci di lui. Dallo stesso processo poi sotto il giorno 17 di ago- 
sto abbiamo quanto segue: e La signora Giacoma, figlia del 
signor Bonadeo Caventano e moglie di Corrado Coppa della 
città di Milano, comparve davanti a frate Raineri da Pirovano, 
delFordine de'predicatori, inquisitore come sopra, ed abiurò 
qualsiasi eresia , credenza , favore ed accettazione delP eretica 
pravità, e giurò di stare ai comandamenti della Chiesa e 
degrinquisitori, e di dire la verità intorno a sé ed agli altri , 
sotto pena di lire imperiali venticinque , e si obbligò in tutto 
e per tutto secondo il modo e la forma deirofflcioinquisitoriale, 
statale espressa ed esposta diligentemente, ecc. > Essendo poi 
ella stata interrogata intorno a molte cose, dicesi abbia risposto 
siffattamente. Parimenti disse la signora Giacoma: e Ch'essa 
ebbe speciale riverenza e devozione alla stessa santa Gugliel- 
ma, e che essa trovossi più volte ai conviti che faceva nsi in 
casa della signora Carabella de' Toscani dai devoli della Gu- 
glielma ad onore e per devozione e riverenza della medesima. » 
E disse la prefata signora Giacoma ch'essa per siffatti conviti 
non ispendeva nulla, ma crede che tutta la spesa de'delti con- 
fiti fosse fatta dalla signora Carabella e dal sunominato Andrea 
Saramita. Parimenti disse la signora Giacoma prenominala: 
< Ch'ella non credette giammai e che nemmeno ora crede che 
la predetta Guglielma sia o lo Spirito Santo o una divina so- 
stanza e persona. > Queste cose disse la signora Giacoma, cer- 
tamente degne di fede: intanto però nulla abbiamo intorno n) 
banchetto che noi supponiamo esser stato celebrato nella casa 
di lei. 

5. Ne abbiamo invece una menzione fatta da altri testi- 
moni!, doè dalle signore Dionese ed Aydelina esaminate il 3 
settembre. Quanto alla signora Dionese, ecco quanto risulla dal 
processo: < Parimenti disse la signora Dionese ch'essa fu una 
Tolta in casa di Corrado Coppa , su d' una certa loggia (lobia) 
ad un banchetto, in assenza e senza saputa di detto Corrado. 



- 44 — 

E v'erano presenti la detta suor Maìfreda e suor Fiordebellina 
de'Saramita eia signora Bellacara moglie di Bonadeo Caventano 
e le signore Sibilla de'MalcoIzato e Fiore da Caniù ed Aydelina 
e Andrea Saramita e maestro Beltramo da Ferno e Franceschino 
da Garbagnate e Franceschino MalcolzatoeFelicino Caventano 
e Albertone da Novate e Simonino Collioni. E la predetta suor 
Maifreda allora benedisse le ostie e diede di quelle ostie a tatti 
i predetti intervenuti. » Qui aggiungiamo eziandio quello che se- 
gue immediatamente in queste parole: < Parimenti disse la su- 
nominata Dionese, ch'essa fu un' altra volta colle predette 
suor Maifreda e signore Sibilla ed Aydelina e Margherita da No- 
vate, e coi predetti Andrea Saramita, i maestri Beltramo e Al- 
bertone da Novate , e Simonino e Franceschino Malcolzato ed 
altri molti, in un certo convito che fu fatto alla loro cassina di 
Novate. E la sunominata suor Maifreda allora benedisse le ostie 
e comunicò colle stesse i predetti intervenuti. > Cosi la signora 
Dionese. Segue l'esame della signora Aydelina: t Parimenti disse 
Aydelina ch'essa erasi trovata al banchetto tenutosi in casa dì 
Corrado Coppa in assenza ed all'insaputa del medesimo. E v'era 
la predetta suor Maifreda e suor Fiordebellina de' Saramita e 
tutti gli altri e le altre che la predetta signora Dionese aveva 
nominato come intervenuti in casa del sopradetto Corrado 
Coppa. 

6. Procedo ora all'altro banchetto. Tennesi questo in casa 
del maestro Giacomo da Ferno , e nel processo se ne ebbero 
a testimonii Allegranza de'Perusii, Stefano di Cremella, Ayde- 
lina moglie di Stefano e Carabella de' Toscani. Allegranza mo- 
glie di Giovanni Perusio della città di Milano di Porta Romana 
(sono parole dello stesso Perusio) comparve alla presenza del 
soprascritto frate Raineri da Pirovano inquisitore, come sopra, 
e disse sotto il debito del prestato giuramento e com'ella ricor- 
dasi che sei o sette anni innanzi o in quel dintorno essa Alle- 
granza trovossi in casa di maestro Giacomo da Ferno , nella 
quale erano presenti e il detto maestro Giacomo e ser Danisio 
Cotta, e Giovanni Perusio marito di detta testimone e Stefano 
da Cremella e Andrea Saramita e il prete Mirano e la signora 
Carabella moglie del fu ser Amisene Toscani e una compagna 
di suor Maifreda de'Pirovano e la stessa suor Maifreda ed Ayde- 
lina, e sedevano a pranzo sotto un portico della casa del detto 
maestro Giacomo; e dopo il detto pranzo andarono tutti i sopra- 
detti in una certa camera della casa del prenominato maestro 



— 45 — 

Giacomo, che era coperta di paglia : e in questa camera alla 
presenza di tutte le summeutovate persone suor Maìfreda disse 
che la signora santa Guglielma aveva ordinato a lei suor Mai- 
freda di dire a tutti gli astanti che ella era lo Spirito Santo, 
vero Dio e vero uomo; che pertanto tulli i predetti là presenti 
non avrebbero avuto alcuna scusa nel giorno del giudizio quando 
sarebbero comparsi alla presenza di lei. E aggiugneva la pre- 
detta suor Maifreda: e Sia di me quel che può essere. > E del 
pari disse TÀllegranza di ricordarsi che la predetta signora 
Garabella in quella casa sedeva allora sul suo proprio mantello, 
e che quando ella si fu levata, trovò che nella cintura o corda 
del suo mantello s'eran fatti tre gruppi che prima non v'erano : 
e sì fecero intorno a ciò le maraviglie e bisbigli fra di loro, e 
molti fra essi e la stessa testimone credeva ciò essere un gran 
miracolo. Parimenti disse TÀllegranza che quando Maifreda 
asseriva essere la Guglielma lo Spirito Santo, la predetta Àyde- 
lina rispose, ch'ella ciò ben credeva, e che credeva anzi che 
ella avesse quella carne nel suo corpo che fu crocifissa con 
Cristo. E di ciò il detto Stefano da Cremella, di lei consorte, 
molto la riprese, e E tai cose furono attestate dalPAIIegranza il 
giorno 49 settembre. 

7. Interrogato il predetto Stefano se fosse intervenuto a qual- 
che banchetto celebratosi in casa di maestro Giacomo da Perno 
dai devoti e fedeli e da coloro che sono della congregazione , 
conventicola e credenza della santa Guglielma, rispose e che si, 
e possono essere dieci anni o circa , secondo eh' egli ne 
crede. Al qual convito pure, come dice lo stesso Stefano, tro- 
▼aronsi presenti il predetto maestro Giacomo e ser Danisio 
Cotta ed Amisene Toscani e Giovanni Perusio e Marchisio Secco 
che sta a Chiaravalle e il prete Mirano e il fu prete Guglielmo 
eappellano della chiesa di San Benedetto di Porta Nuova. Verso 
la fine di questo pranzo sopravenne suor Maifreda de'Pirovano 
con una sua compagna e la signora Garabella moglie di Ami- 
sene Toscani e la signora Aydelina moglie di Stefano da Cre- 
mella e la signora Betlacara moglie di ser Donadeo Gaventano 
e la signora Giovanna moglie di Ambrogio da Missaglia. E dopo 
il detto pranzo o banchetto, i sopranominati uomini e donne 
da sotto il portico ove aveano mangiato si trassero ed entrarono 
io una camera della casa coperta di paglia: e quivi suor Mai- 
freda disse chiaramente e con molto calore, udendola tutti e 
tutte che erano .colà, e replicò più volte queste parole: La si- 



— 46 — 

gnora nostra mi disse di annunciarvi ch'essa è lo spirito Santo. 
Ed io lo dico a voi, sebbene fra voi v'abbiano molti Tornasi, 
vale a dire increduli. Ed Aydelina moglie di Stefano allora 
rispose: lo credo bene che la Guglielma sia lo Spirito Santo. 
E Stefano la sgridò e le disse villania per siffatte parole che 
aveva TAydelina proferito. E perchè Stefano aveva sgridato sua 
moglie Aydelina per ciò che avea detto di credere, che la Gu- 
glielma fosse lo Spirilo Santo, la predetta Carabella de'Toscani 
molto sgridò lo stesso Stefano e fece cacciarlo dalla camera; 
ond'è che Stefano non sa quel che poscia si dicessero ò faces- 
sero. > E ciò basta all'uopo nostro della presente attestazione di 
Stefano. 

8. Ecco ora quanto nel di successivo 22 settembre attestò 
nel medesimo tenore la di lui moglie Aydelina. Perocché, es- 
sendo comparsa alla presenza di P. Raineri inquisitore, s'espresse 
cosi secondo' che si ha dal processo. < Ricordansi essa Aydelina, 
testimone, d'essere stata in casa di M. Giacomo da Perno, sa- 
ranno, ora dieci anni ed anche più, siccome ella crede. In 
detta casa trovò convenuti ad un pranzo il predetto M. Gia- 
como ed Andrea Saramita e Stefano da Cremella marito della 
stessa testimone e Marchisio Secco che sta a Chiaravalle e 
Amisene Toscani e Giovanni Perusio e prete Guglielmo cap- 
pellano della chiesa di San Bsnedetto a Porta Nuova e prete 
Mirano, e ser Danisio Colta. E sopragiunsero anche le si- 
gnore Carabella de'Toscani ed Allegranza de'Perusi e Bellacara 
moglie di Bonadeo Caventano e Giovanna flglia di detto Bo- 
nadeo e mcglie di Ambrogio da Missaglia e suor Maifreda da 
Pirovano dell' ordine degli umiliati, e con un'altra umiliata 
sua compagna , della casa Biassonno. E dopo il detto pranza 
tutti gli uomini e le donne sopranominate dal portico sotto il 
quale avevano mangiato recaronsi in una camera di detta casa 
che era coperta di paglia. > Interrogata la prenominata signora 
Aydelina intorno alle cose che furono dette in quella camera, 
rispose e disse e che suor Maifreda sedendo su di un letto in 
detta camera riboccossi le maniche molto sopra del braccio, e 
dopo molta preparazione e composizione del proprio vestimento, 
con molto spirilo Ira le altre cose dette ai soprascritti presenti 
che potevano chiaramente intenderìa, disse anche questo: Che 
ella non ci voleva venire e che era venuta a malincuore, 
perciocché qui molti saranno i Tornasi , vale a dire gì' incre- 
duli, e farete grande mormorio intorno alle pose ch'io sono 



— 17 — 

psr ffire. Gonooostante fece come personal che tiiole obbe- 
dire. La nostra signora unteDdeTa pairlare delh scinta Gu« 
glielma) mi apparre e mi disse ch'io Tenissi s voi> ed annun- 
ciassi a toì totti eh' essa , signora Gaglielnta , è lo Spìrito 
Santo. E la stessa Aydelina allora tosto rispose : Io credo 
che la stessa Goglielma sìa qael corpo eh' è nato dalla Ver- 
gine Maria e che fu messo in croce nella |)ersona di Cristo, 
Ed il predetto Stefano marito deir Aydelina tosto ne la sgridò 
fortemente e le fece molli rimbrotti per le parole che aveva 
proferite. > 

9. Poiché poi qaest* ollima e stravagantissima aggiunta di 
Aydelina viene da lei descrìtta in altro modo da quello tenuto 
dal manto dalla medesima, vediamo con quale de'due consenta 
Pattestazione fatta della signora Carabella Io stesso giorno 22 set- 
tembre. Egli è certo che Stefano marito della predetta Ayde- 
lina e tutti gli altri la sgridarono assai e le fecero molli rim- 
proveri per quello che la stessa Aydelina aveva colà proferito. 
Ella per avventura aveva parlato cosi conformemente a quella 
dottrina esposta da noi più sopra e per la quale sembrava 
volersi dare ad intendere che la carne umana assunta dallo 
Spìnto Santo nella persona della Guglielma era la medesima 
che il divin Verbo aveva assunto nella persona di Cristo: 
per il che neireucaristico sacramento contenevasi tanto il corpo 
della Guglielma quanto il corpo e la carne di Cristo. 

10. Ma qui odasi eziandio per bocca della stessa Carabella 
il earme che fu cantato in onore della Guglielma da alcuni fra 
i seguaci di lei. Parìmenli disse la signora Carabella : e Di 
ricordarsi che Franceschino Malcolzato ed altri compagni can- 
tarono una volta (non sa dire se allre volte) in casa della stessa 
Carabella una canzone composta dalia signora Guglielma, nella 
quale dicevasi la Guglielma essere lo Spirito Snnto. E la 
stessa canzone udi ella cantarsi dal predetto Franceschino e 
compagni in casa della signora Allegranza de' Perusii , e non 
ricordasi se abbia anche altrove udito cantare la summcnto* 
vaia canzone. > 



-48- 
XX. 

Gli altri dommi o piuttosto delirii di questa setta 
espressi dalle parole medesime degli affigliati. 

1. Cominceremo da prete Mirano e dal primo esame dalai 
sostenuto il penultimo di luglio, dal quale si hanno le seguenti 
cose: < Rispose e disse che più volte udì dai predetti Andrea 
e suor Maifreda e da molti altri fra i devoti delia santa Gu- 
glielma, ch'essa (Guglielma) era lo Spirito Santo, la terza per* 
sona della santissin^a Trinila ; ch'essa Guglielma avea a risor- 
gere ed ascendere al cielo sotto gli occhi de' suoi devoli ; che 
erano stati indotti in tale credenza ed istrutti nella medesima 
molti uomini e donne, com'egli crede e sa positivamente : per- 
chè qualche volta trovossi presente quando Andrea e Maifreda 
dicevano agli altri , ecc.; e fra i devoti e le devote della Gu- 
glielma era voce e fama pubblica ch'essi dicevano e credevano 
siffatte cose. > Parimenti disse il prenominato prete Mirano di 
avere udito da Andrea e Maifreda : e Cbe come Cristo aveva 
patito in figura d'uomo, cosila Guglielma potrebbe patire in forma 
di donna a cagione dei peccati dei falsi cristiani e di coloro 
cbe avevano crocifisso Cristo. » E disse del pari d'avere udito 
da Andrea e suor Maifreda : e Che , dopo la risurrezione ed 
ascensione al cielo, la Guglielma avrebbe mandato lo Spirito 
Paracielo sui proprii discepoli nella passata Pentecoste. » E 
parimenti disse di avere udito da Andrea e suor Maifreda : 
e Ch'essi avevano a mutare le leggi e fare nuovi evangeli , e 
creare cardinali ed ordini ; e che nella stessa risurrezione ed 
ascensione della Guglielma dovevano trovarsi degli arcivescovi 
e vescovi. > E talvolta dicevano a lui stesso (il testimonio prete 
Mirano) : e Sebbene vi sottraggiate alle nostre congregazioni, 
pure vorrete bene essere di coloro che vedranno e sentiranno 
le predette cose. > E poco dopo parimenti disse : < Che suor 
Maifreda frinisse i discepoli e le discepolo di santa Guglielma, 
acciò non dicessero la verità, se venivano interrogati , perchè 
lo Spirito Santo li avrebbe ajulati. E credono di sostenere la 
passione per amore dello Spirito Santo , come la sostennero 
gli apostoli per amore di Cristo. » E prete Mirano, testimone, 
disse che Felicino Caventano e maestro Beltramo^da Ferno ave- 
vano detto a lui testimone : « Che prima d'andare dal frati (gli 



- 49 - 

inquisUori dell* eretica pravità) si recasse a parlare colla pre- 
nominata suor Maifreda da Pirovano. > E maestro Giacomo da 
Ferno e molli nitri dissero a lui tal cosa. Parimenti disse il 
prefalo prete d'avere udito da maestro Giacomo e da Andrea e 
da molli altri : t Che qualcuno fra i discepoli avrebbelo conse- 
gnato nelle mani de' frati , come Giuda Cristo in quelle dei 
giudei. » E alquanto dopo: « Parimenti disse il prefato testimone 
d'avere udito dalla predella Aydelina, una volta che tornava da 
Chiaravalle e passò nella casa della signora Carabella vedova 
di Amisone Toscani di Porta Romana, dov'erano stali a pranzo 
eoo molti altri presenti Andrea e maestro Giacomo da Fjwhìo 
ed il fu Amisone Toscani e molli uomini e donne, chela 
stessa suor Maifreda , ovverosia la sopradelta santa Guglielma 
aveva più potere ed autorità in terra di quella ch'abbia avuto 
il beato apostolo Pietro. » E intorno a ciò movea rumori la 
delta signora Carabella. E parimenti disse questo testimone « di 
avere udito dal predetto maestro Giacomo da Ferno nella chiesa 
di Sm Fermo in Milano, che Albertino da Novale aveva detto 
d'essersi trovato davanti al sepolcro delle santa GugUelma e 
d'avere veduto Andrea Saramita venisse legato dai frati le mani 
ed i piedi, e come la beala Guglielma n'avesse prosciolto lo 
stesso Andrea ; e come i frati volessero prendere suor Maifredn, 
ma un angelo del Signore difendeva Maifreda menando a tondo 
una spada sanguinente. E ciò lo stesso testimone aveva udito 
da Beltramo da Ferno » il quale diceva di averlo udito dal 
sopradetto Albertone. » Fin qui l'attestazione di prete Mirano 
emessa nel suo primo esame. 

2. Segue suor Maifreda, nel suo secondo esame, cui si sot- 
topose spontaneamente il 6 agosto, chiedendo perdono e miseri- 
cordia a Dio ed agli inquisitori per aver detto il falso nell'esame 
precedente. Ecco quanto leggesi: Interrogata, ecc., se dopoché 
ella ebbe giurato nelle mani ed alla presenza di frate Maifredo 
da Dovara dell'ordine dei predicatori, allora inquisitore dell'e- 
resia, avesse udito e fossele stalo insegnato che la Guglielma, 
ora sepolta a Chiaravalle, era lo Spirilo Santo, la terza persona 
della SS. Trinila, vero Dio e vero uomo nel sesso femminino, 
a quel modo che lo fu Cristo nel maschile ; se avesse udito e 
fossele stato insegnato che come Cristo pati, morì e fu sepolto 
in quanto uomo, cosi la slessa Guglielma che era lo Spirilo 
Santo, era morta secando la natura umana e non secondo la 
divinità dello Spirito Santo, rispose t che tutte queste cose e 

Tamb. Inquis. Voi. IL 7 



ciascuna d'esse aveva ella udita ed erane stata ammaestrata da 
Andrea Saramita. > Interrogala se le fosse stato insegnato che 
come Cristo risorse col suo corpo e a vista dei discepoli salì 
al cielo, e nella Pentecoste spedi a loro lo Spirito Santo visibile 
in lingue di fuoco, cosi anche la santa Guglielma dovea apparire 
con corpo umano di sesso femminino prima della universale 
risurrezione, ed ascendere al cielo col corpo alla vista dei suoi 
discepoli, amici e devoti, e dovea mandare sovr'essi lo Spirito 
Santo in forma di lìngua infuocata, rispose < che di tutte e di 
ciascuna cosa,siffalta venne istruita dal predetto Andrea. » Inter- 
rogala (suor Maifreda) che credesse ella di siflfatle cose, rispose 
e che uria volta ne dubitava, ma che non palesò mai a chìchessìa 
questo suo dubbio. > Inlerrogala se vennele insegnato che come 
Cristo lasciò quaggiù suo vicario il bealo Pietro e gli affidò la 
sua chiesa e consegnogli le chiavi del regno de' cieli , cosi la 
Guglielma, ch'è lo Spìrito Santo avrebbe lasciata a sua vicarìa 
la stessa suor Maifreda, rispose, < che allorquando siffatte cose 
le venivano delle dal prefato Andrea ella se ne rideva; ma 
nondimeno ch'essa poi credette che cosi avesse ad essere, seb- 
bene talvolta ne dubitasse. » Parimenti interrogata se vennele 
insegnato che come il beato apostolo Pietro celebrò la messa 
e predicò in Gerusalemme, cosi anche la suor Maifreda dovea 
celebrare la prima messa sul sepolcro dello Spirilo Santo ossia 
della santa Guglielma, e poi più solennemente celebrare e pre- 
dicare nella chiesa di Santa Maria Maggiore in Milano, rispose 
t che tulle le predette cose aveale bensi udite da Andrea, che 
ella però alcune volte aveale credule ed altre no. » Interrogata 
se erale stato insegnato dallo stesso Andrea, che siccome i 
discepoli di Cristo scrissero evangeli, epistole e profezie, così 
anche Andrea, cangiando i titoli, avea scritto evangeli, epistole 
e profezie, rispose a questo modo, e Ch'avea bensi udite le 
predette cose da Andrea, ma che le avea credute né si né no. » 
— Cosi dal secondo esame di suor Maifreda. — Ma essa venne 
di bel nuovo esaminata il 17 dello stesso agosto: ed interro- 
gata se avesse mai detto e creduto che la santa Guglielma 
sepolta a Chiaravalle era da più delia Vergine Maria , rispose 
.€ che dacché credeva la Guglielma essere lo Spirito Santo, bene 
avea a crederla dotata di maggior perfezione. Finaluiente aggiun- 
giamo qui anche ciò ch'ella rispose nel giorno 20 dello stesso 
agosto. Interrogata se tutte quelle persone ch'ella avea prece- 
dentemente nominate nel giorno di sabbato 6 agosto p. p. fossero 



— 51 — 

State ammaestrate ed istrutte da lei suor Maìfreda, acciò cre- 
dessero essere la Guglielma lo Spirito Santo, dover ella risor- 
gere iunanzi alla universale risurrezione e salire visibilmente 
in cielo, e dovere per la stessa Guglielma essere salvi i giudei ed 
i saraceni pagani, come la stessa suor Maifreda avea nella pre- 
detta sua deposizione attestato d'avere udito da Andrea , a tuitociò 
rispose la suor Maifreda: e Che ella avea difatti istruito ed 
indotto tutte quelle persone da lei nominate a credere tutte le 
predette cose; e che ella stessa, suor Maifreda, cosi credeva; 
e che, in tutte quelle cose nelle quali avea detto il contrario, 
aveva ella scientemente spergiurato. > 

3. Andrea Saramita poi alle cose che abbiamo già prese 
dalle sue attestazioni queste altre aggiunse nel suo terzo esame 
del 22 agosto. Interrogato il detto Andrea (cosi leggesi colà) 
se mai abbia detto ad alcuno o creduto che la Guglielma era 
maggiore nella gloria alla B. Vergine madre di Cristo ed a 
qualunque altro santo, rispose e ch'egli non aveva mai detto ciò 
a Teruno; però in quanto esso (Andrea) credeva che la Guglielma 
fosse lo Spirito Santo in persona, e fosse in lei una vera di- 
vina essenza, intanto credeva che la Guglielma sopravanzasse 
in gloria ogni altro santo e la stessa Vergine Maria, e questo 
lo avrebbe anche detto se non avesse temuto che le persone 
avrebberne provato orrore. In quanto poi il corpo della slessa 
Guglielma non era ancora glorificato, esso non credeva che la 
Guglielma fosse da più della Beata Maria. » Interrogato lo stesso 
Andrea se nel tempo in cui diceva e credeva che suor Maifreda 
sederebbe sulPapostolica sede in Roma e sarebbe vicaria dello 
Spirito Santo e vero papa, come il beato apostolo Pietro e il 
santo padre il papa Bonifacio , che ora è e fu vicario ed in 
luogo di Cristo, e che sarebbe cessato il papato della Chiesa ro- 
mana ed il rito della medesima ; rispose < ch'esso credeva dovere 
la detta suor Maifreda essere vero papa , ed avere la piena e 
reale giurisdizione ed autorità di vero papa, e che essa aveva 
ad essere il vero vicario dello Spirito Santo in terra, e che il 
papa ed il papato della Chiesa romana che è presentemente , 
ed il rito e V autorità della medesima e la curia de' cardinali 
doveva cessare, e che la predella suora doveva avere l'autorità 
del papa e del papato romano ; e che la prenominata suor 
Maifreda avea a battezzare i giudei ed i saraceni, e tutte le 
altre nazioni che sono fuori del grembo della Chiesa romana 
ed ancora non ebbero battesimo. > Parimenti disse lo stesso 



— 54 - 

deirEucaristia; e che quindi a modo di quello si avessero a 
distribuire e mangiare, quasi che pel contatto di quel sepolcro 
fossero state divinamente trasformate in quel sacramento. Poi- 
ché poi altre ostie benediceva suor Maifreda e le distribuiva a 
modo dell'Eucaristia, è a credere che essa si attribuisse Tauto- 
rilà sacerdotale di farne la consecrazione. 

6. Parimenti disse la signora Sibilla de' Malcolzati: < Che 
la predetta suor Maifreda le segnò una volta il capo, perchè 
essa signora Sìbilia sofifriva dolore di capo. E allora essa si- 
gnora Sibilla genuflessa baciò la mano di detta suor Maifreda. > 
Parimenti disse la signora Sibilla: < Ch'essa vide molti altri ed 
altre star ginocchioni davanti a suor Maifreda e baciarle la mano, 
tra le altre le signore Pietra e Catella degli Aldegardi e Fran- 
ceschino Malcolzato. » 

7. Ecco poi le parole dello stesso Franceschlno. Esaminato 
subito dopo la signora Sibilla, parimenti disse: e Che qualche 
volta s'Inginocchiò davanti a suor Maifreda e le baciò la mano 
non come a papa o a vescovo, ma perchè la credeva una buona 
donna. E la stessa Maifreda lo segnava e gUmpartiva la sua be- 
nedizione. » 

8. Né qui ci manca l'attestazione dello stesso andrea Sara- 
mita. Perocché il suo quarto esame del 26 agosto cosi si con- 
chiude: « Parimenti il prenominato Andrea disse: di aver più 
volte veduto Albertone da Novale, maestro Beltramo da Perno, 
Feliclno Caventano, Slmonino GoUeoni, Franceschlno Malcolzato 
ed i fratelli Ottorino e Franceschlno, figli del signor Gaspare 
Garbagnatl, baciare la mano ed il piede alia predetta suor Mai- 
freda, e d'avere egli slesso (Andrea) baciatale la mano. » Disse 
parimenti il prefato Andrea : € Ch'aveva veduto molte signofe 
baciare la mano di suor Maifreda, cioè la signora Sibilla dei 
Malcolzato, la signora Aydelina, la signora Bellacara de' Gaven- 
tani, e le signore Pietra e Catella degli Aldegardi. E disse ezian- 
dio che crede* che la signora Felicita, vedova del fu Franzlno 
da Cesate, e molte altre devote della Guglielma, baciavano le 
mani a suor Maifreda. > 



— 35 - 

XXII. 

Degli affigliati alla setta molti non credevano 
che la Guglielma fosse lo Spirito Santo. 

i. E fa quesla la cagione per la quale suor Maifreda par- 
lamentando quei convitati in casa di maestro Giacomo da 
Perno, de' quali abbiamo fatto menzione più sopra dopo aver 
loro spiattellato che la Guglielma era Io Spirito Santo, sog- 
giunse altresì queste parole: t E ciò vi dico, sebbene v'abbian 
tra voi molti Tornasi, che é quanto dire, increduli. » 

2. Dello stesso tenore sono le cose che ella aveva detto ai 
convitaU al suo primo entrare, secondo che asserì ser Danisio 
Cottii esaminalo il 25 settembre. Imperocché rispose e disse ricor- 
darsi < che, trovandosi a tavola coi prenominati suoi compagni, 
era soprav^nuta suor Maifreda de' Pirovani dell'ordine degli 
umiliati, e salutatili tutti aveva detto : Voi tutti mangiate lo 
stesso pane e bevete lo stesso vino, ma non tutti siete d' un 
solo cuore e d'una medesima volontà. • Ed interrogato di bel 
nuovo qual cosa credesse aver voluto intendere suor Maifreda 
con quelle parole, rispose: e Credere egli che suor Maifreda 
voleva dire ed intendeva che non tutti i presenti a quel ban- 
chetto credevano che la Guglielma fosse lo Spirito Santo; ma 
alcuni lo credevano, altri no. » 

3. E gli era per ciò appunto cl^e suor Maifreda diceva che 
la Guglielma era lo Spinto Santo, non già in pubblico alla pre- 
senza di tutti, ma Soltanto in privato con alcuni, come già si 
fide e come a di 9 agosto attestò anche la signora Fiore, figlia 
del fu Pietro Cossa da Cantù, moglie del fu Bonaventura di Pa- 
razolo. 

4. Ecco poi taluni di siffatti increduli, quali vengono messi 
io mostra dai processi. 

/ 5. Primo di essi è Ottorino da Garbagnate; perocché, essendo 
stato esaminato il 13 agosto ed interrogato se mài avesse udito, 
detto creduto che la Guglielma sepolta presso il monastero di 
Ghiaravalle era lo Spirito Santo, rispose : t Ch'egli aveva udito 
dire ad Andrea Saramita e a suor Maifreda da Pirovano che 
la Guglielma era lo Spinto Santo, la terza persona della Trinità. 
E tai cose dicevano essi alla presenza di molte persone. E 
questo da tre anni in qua. Sebbene però eglino dicessero sif- 



— 56 — 

fatte cose, esso, Ottorino, non le credeva. » Similmente inter- 
rogato dipoi se avesse ndito alcun che intorno alla risurrezione 
della Guglielma, alla sua assunzione in cielo, alla redenzione 
degli infedeli, al papato, alla messa , alla predicazione di suor 
Maifreda, rispose: « Che le aveva udite più volte, e in diversi 
tempi e luoghi , e alla presenza di molti ; ma che esso non 
le credeva né le aveva giammai credute, sebbene ne faceva le 
meraviglie. » 

6. Della medesima sentenza abbiamo anche la signora Gia- 
coma , figlia del signor Bonadeo Caventano e moglie di Cor- 
rado Coppa , quella stessa di cui abbiamo fatto menzione : 
perocché essendo ella stata interrogata il 17 agosto, disse « che 
non aveva giammai creduto , ed anche al presente non crede, 
che la Guglielma fosse o sia lo Spirito Santo, sostanza o per- 
sona divina. t 

7. Anzi fra siffatti increduli vuoi essere annoverata anche 
la mogUe della stesso Andrea Saramita. Chiamavasi questa la 
signora Riccadona; e il di 9 settembre (quando il marito di 
lei in pena dell'eresia era già stato bruciato, come dimo- 
streremo fra poco) essendo stata esaminata e anzitutto interro- 
gata se Andrea Saramita già suo marito le aveva mai detto che 
la Guglielma sepolta presso il monastero di Chiaravalle era 
lo Spirilo Santo, e rispose ch'ella non aveva giammai creduto 
ciò, e che né Andrea né altri giammai le avevano detto di sif- 
fatte cose. > 

8. E ser Danisio Cotta stato interrogato il 21 settembre se 
mai avesse udito dire che la Guglielma era lo* Spirito Santo, 
se conoscesse alcuna persona che credeva , diceva od inse- 
gnava siffatta cosa , a tutte e singole queste domande rispose 
che no. 

9. Vediamo ora come frate Gerardo da Novazano non solo 
era alieno da siffatta eresia, ma ne tenne altresì lontana la ' 
propria consorte. Sostenne egli l'esame il 19 ottobre, e innanzi 
lutto, interrogato se sapeva che la sua moglie Cara andava alle 
feste, alle solennità ed ai banchetti che si celebravano dai de- 
voti della Guglielma, rispose: « che sapeva benissimo che la 
moglie sua andava alle dette feste e faceva le predette cose, e 
che egli non ne aveva mai fatto a lei verun divieto, ma che 
un giorno le aveva detto: Guardali bene dal credere che la 
Guglielma sia lo Spirito Santo, come dicesi che si creda da altri 
di lei di voti. > 



40. Da ultiiDo ricordisi qui siccome Stefano du C'omella 
riprendesse la moglie Aydelìna {^t la c;ìgìone che abbiamo ìndi- 
calo, ed ora questa stessa bigione la conosi^erenìo uu gito jK^r 
bocca del medesimo Stefano; perocché, es;Mninatvì dì nuovo a 
di 27 ottobre ed interrogalo perchè avesse sgrida 1;ì la propria 
m(^lie e dettole vituperio, egli tosto rispose : « IVrohi^ ossa 
parlava male, e male credeva ; poiché lo stesso Stefano allora 
credeva, ed ora crede, che Favere tale credenza ed il t>arlarne 
di conformità è da erelico ed è conlrario alla fedo callolìc;^ che 
cioè la Guglielma fosse lo Spirilo Santo. » 

XXlll. 

Andrea Saramita e suor Maifreda , subornando i testimoni , s* 
adoprano a ciò i propri errori non vengano pienamenli* 
conosciuti dagl'inquisitori dell'eretica pravità. 

i. Ascoltiamo gU stessi testimoni slati a quest'uopo solle- 
citati; che anzi ascoltisi la medesima suor Maifreda che con- 
fessa di avere ciò tentato. 

2. Molto a proposito il prete Mirano, cappellano della chiesa 
di San Fermo, nelFesame sostenuto il penultimo giorno di luglio, 
depose fra molte altre cose quanto segue : < Si, che possiamo 
comprendere con quali speciosi e fallaci pretesti questi t(!sli- 
moni venissero indotti a nascondere la Verità agrinqulsilori. » 
Disse parimenti < che suor Maifreda (e lo slesso non senza ra- 
gione vuoisi credere anche intorno ad Andrea Saramita) istruiva 
i discepoli e le discepole della santa Guglielma a non diro la 
verità, se mai venissero interrogati , perché lo Spirito Santo 
sarebbe venuto loro in ajuto. E credono di sosteniTe h pas- 
sione per amore dello Spirito Santo, come per Cristo la sosten- 
Dero gli apostoli. > Parimenti disse il prete Mirano, l/'Htimone : 
e Che Felicino Caventano e maestro Bfjitramo da Fcrno gli 
avevano detto, che prima di andare ai frati <cioó agli irKprMi- 
tori) andasse a parlare colla suor Maifreda da Pirovano, E mae- 
stro Giacomo da Femo ed altri molli gli avevano detto tali 
cose. > Parimenti disse il prenominato prete: < D'avere udito 
dai predelti maestro Giacomo, Andrea, e molti altri, che qual- 
caoo deMiscepoli aveva a consegnarli nelle mani de'frati, vjtuut 
Giuda aveva consegnalo Cristo in quelle de'Giti/lci, » 

3. Premesse tali cose, trapassiamo agli allrì ienilìtnouì, e 

Tamii- Inqmu. VoS li. H 



- 58 - 

prima produciamo suor Fiordebellina, figlia dello stesso Andrea 
Saramita, monaca delPordine degli Umiliali. Costei era stata 
esaminata il 28 luglio, ed in molte cose aveva mentito; ma 
tosto dopo sul principio d'agosto si presentò all'inquisitore, 
chiedendo misericordia, e confessò di avere in molte cose sper- 
giurato, e parimenti fin ciò, che aveva protestato non essere 
stata consigliata a negare la verità. Poiché era il vero che suor 
Maifreda le aveva detto di non dire la verità, se non come ella 
voleva che si dicesse; poiché altrimenti avrebbe potuto averne 
brighe e confusione. Al modo che si contenne in questi esami 
suor Fiordebellina si comportarono anche due altre monache 
umiliale, e della stessa casa o monastero di Biassonno, e que- 
ste furono suor Agnese, figlia del fu signor Gabrio Monlenari, 
e suor Giacoma, figlia del fu Prando da Nova. Imperocché dopo 
avere ambedue mentito il 3 agosto in un primo esame, il di 
dopo tornarono spontaneamente agl'inquisitori, dicendo voler 
dire la verità e confessando di essere state subornate onde 
mentissero. E quanto a suor Agnese, ecco ciò che si ha dal 
processo. Parimenti interrogata se mai le venne ingiurio di 
non dire il vero, rispose : « Ghe ciò orale slato ingiunto da 
suor Maifreda. • Per riguardo a suor Giacoma, si ha parimenti 
come segue: « Confessa di aver spergiuralo in tutto ciò che 
disse precedentemente, perché l'avevano istruita (Andrea Sara- 
mita e suor Maifreda) a non dire la verità intorno alle pre- 
dette cose. * 

4. Cosi anche a dì 12 del medesimo agosto la signora Pie- 
tra da Alzate, interrogata se mai dai predetti Andrea e suor 
Maifreda fosse stata indettata a non dire la verità qualora ve- 
nisse citala a comparire davanti agl'inquisitori, rispose, « che 
una volta suor Maifreda avea dello a lei e ad altri : Se ver- 
rete citati a comparire davanti agl'inquisitori, non v'andate 
prima d'aver parlato con me, né parlate se non secondo che 
io vi ho detto. » 

5. La signora Sibilla poi, vedova del fu Beltramo Malcol- 
zato, aveva del pari mentito in molle cose, vale a dire sui prin- 
cipali capi della dottrina della setta, intorno ai quali era stala 
interrogata il 2 agosto; ma poi pentita comparve il dì 8, e 
dopo ch'ella ebbe sinceramente confessata tutta la verità, inter- 
rogata perchè le stesse cose non avesse prima voluto confes- 
sare al padre Guido inquisitore, rispose « di non averle delle, 
perchè non voleva che a cagione della sua rivelazione andas- 



- 59 — 

sero a morte Andrea o suor Maìfreda o qual si fosse allro. » 
Ma tosto dopo ioterrogata di nuovo se era stata indettala da 
alcuno a dire il falso e ad occultare il vero , rispòse • che 
Andrea e suor Maifreda le avevano detto esser stato riferito 
agrinquisitori intorno a noi: se voi avrete detto la verità noi 
saremo morti. > Ed esaminata ancora a di 23 agosto, disse < che 
suor Maifreda aveale detto : Guardatevi dal confessare agi' in- 
quisitori ch'io sostengo essere la Guglielma lo Spirito Santo, 
perchè potrei perciò averne briga. » 

6. Dello stesso tenore è la risposta dì . Franceschino Mal- 
colzato, che fu interrogato il 9 agosto. Essendogli stato chiesto, 
perché le cose dette ora non le avesse confessale quando fu 
esaminato a dì 28 luglio, rispose « perche non voleva che a ca- 
gione della sua testimonianza Andrea corresse pericolo di morte, 
e perché lo stesso Andrea avealo pregato che, se mai venisse 
interrogato dagli inquisitori, non avesse a dire la verità, giac- 
ché egli ne andrebbe morto e distrutto. » E di bel nuovo esa- 
minato a di 13 agosto rispose il detto Franceschino t che sifor 
Maifreda aveagli parlato cosi : Se gP inquisitori mandano per 
le, ne vieni a me, ed io ti insegnerò quello che avrai a dire 
alia loro presenza. » 

7. Segue ora la confessione della stessa suor Maifreda, fatta 
il di 20 agosto e nel suo quarto esame, dopo aver confessato 
che prima non avea detto la verità, ecco quanto leggiamo di 
detto esame: Interrogata suor Maifreda se essa riconosce di 
aver spergiurato di certa scienza nelle cose antecedentemente 
deposte, rispose che si. Interrogata perchè non avesse allora detto 
la verità, rispose: • Ciò esser stato e per certa semplicità e pel 
timore di offendere gli altri devoli della santa Guglielma. » In- 
terrogata se ella avesse detto ad Andrea Saramita e a maestro 
Giacomo da Ferno e ad altri devoti della Guglielma di non 
dire la verità airinquisitore, qualora ne venissero richiesti, ri- 
spose « che si, perchè essa credeva e diceva che qualora fa 
verità venisse a scoprirsi, ed essa e gli altri ne avrebbero avuto 
tribolazioni. » E soggiunse la stessa suor Maifreda credere ella 
che gli altri devoti tacquero la verità e dissero il falso più a 
cagione di lei, suor Maifreda, che per cagione di altra qualsiasi 
persona. Ed essendo stato domandato a suor Maifreda a quale 
de'due pia abbadassero i devoti della Guglielma, se a lei suor 
Maifreda, ovvero ad Andrea Saramita, rispose < che i devoti 
abbadavano bensì ad Andrea, ma più ancora a lei, suor Mai* 



- 60 — 

freda. » Tnli furono le cose messe fuori in quell'esame da suor 
Maifreda. 

8. Ultimo di questi testimoni è maestro Beltramo, fisico, 
ossìa dottore di medicina, figlio di maestro Giacomo da Perno, 
cittadino milanese dì Porta Vercellina. Interrogato egli il dì 2 
settembre se avesse mai udito da alcuni de' devoti della Gu- 
glielma che la predetta suor Maifreda abbia celebrato la messa 
parata a mo'di sacerdote, rispose « che teneva per certo di 
averlo udito dire, ma non sapeva da chi; ben ricordavasì che, 
quando la stessa suor Maifreda e gli altri furono citati a com- 
parire, essa avea detto: Intorno alla messa nulla è stato doman- 
dato. Ed egli, il testimonio, le avea soggiunto: Di qual messa 
parlate voi? E la stessa suor Maifreda l^Iì rispose: Non badate 
a ciò; e guardatevi dal dire la verità, altrimenti io ed Andrea 
Saramita saremmo morti. » Certamente queste cose riferivansi 
a quella messa solenne che già narrammo esser stata celebrata 
da suor Maifreda. 

XXIV. 

Suor Giacoma de'Bassani ricaduta neir eresia vien consegnata 
al tribunale secolare e da quello condannata al rogo. 

1. Con quanta maturità di giudizio, e per quale cagione 
questa Giacoma fosse consegnata al tribunale secolare, non si 
può di certo discornere più fidatamente che dagli atti pubblici 
ai quali siffatta deliberazione fu consegnata e dallo stesso pro- 
cesso che abbiamo sin qui seguito di passo in passo. 

2. Perciocché leggiamo in esso quanto segue: « Nel nome 
del Signore, cosi sia. Nell'anno della di lui natività 1300, mar- 
tedi, 23 agosto, indizione tredicesima, nel palazzo della Curia 
arcivescovile. Convocali quivi e presenzialmente congregati gli 
infrascifitti signori, a richiesta del venerabile padre, il signor F. 
(cioè Francesco) per la grazia di Dio e della sedo apostolica 
arcivescovo della santa chiesa milanese, e de'frali Guido da Co- 
chenato e Raineri da Pirovano, ambedue dell'ordine de'predi- 
catori, inquisitori dell'eretica pravità, deputati dalla predetta 
sede apostolica per la Lombardiii e per la Marca genovese; con- 
vocati, dico, i signori Bernardo de' Talenti, vescovo di Lodi, e 
Obizzo di Busnate, arcidiacono della metropolitana milanese, e 
Matteo Visconti, prevosto di Desio, e Nerzoe di Sesto, ed Obizzo 



I 



— 61 ~ 

de'Bernareggi, prevosto di Vimercale, e Maifredo Lilla, tulli or- 
dìDarii della detta metropolitana, ed i signori Gabriele degli Uc- 
celletti, Guido Stampa, Maifredo di Grepa, Giacomo Cnllica e 
Bellono Mora tutti dottori in ambe le leggi ; stati essendo essi 
tolti precedentemente avvisati per ordine del soprascritto si- 
gnor arcivescovo, come consta dall'avviso scritto nel quaderno 
di Maifredo da Cara, notaio dell' Officio dell' Inquisizione, nel 
giorno di lunedi prossimo passato. E letti ivi e recitati alcuni 
processi e constituli eseguiti dai predetti frati Guido e Raineri, 
Inquisitori, o dall'uno di essi, e presi in seria considerazione e 
spiegati integralmente secondo la forma consegnata dal santo 
padre, papa Bonifacio Vili, al diocesano ed agl'inquisitori del- 
reretica pravità; e domandato e richiesto il consiglio de'pre- 
detli intorno ai summentovali processi dall'arcivescovo e dagli 
inquisitori; da ultimo di pieno accordo e conformila, nessuno 
discrepando, dissero e decisero che suor Giacoma de'Bassani da 
Nova, dell'ordine degli umiliati, della casa di Biassonno situata 
nella città di Milano presso al ponte vecchio di Brera del Guer- 
cio, si può e si deve giudicare eretica e ricaduta nell' abjurata 
eresia; e che quindi, senz'altra udienza, si avesse ad abbando- 
nare al giudizio secolare. Fatto nel predetto palazzo, alla pre- 
senza di tutti i soprascritti. Tale fu dunque la norma colla 
quale codesta suor Giacoma venne consegnata al tribunale e 
braccio secolare dal giudizio ecclesiastico; e questa possiamo 
credere essersi del pari osservata con quelli altri, che diremo 
dappoi essere stati in castigo dell'eresia condannali al rogo, 
come fu, e il cadavere della Guglielma disseppellito, ed Andrea 
Saramila, e suor Maifreda da Pirovano. Perocché non è punto 
dubbio che codesta suor Giacoma abbia tocco una sorte del 
pari infelice. 

XXV. 

// cadavere della Guglielma vien disseppellito e bruciato. 

i. Questo fallo ne vieu attestato dai processi che furono 
ultimati non già nell'anno di Cristo 1300, ma due anni più 
tardi: de'quan processi due pagine in carta pergamena per 
buona fortuna rimasero salve e superstiti; e la prima di esse 
contiene Pesame di Marchisio Secco, che abitava allora nel mo- 
nastero di Chiara valle e, fu esaminato il 12 febbraio. Questi 



— 62 — 

adunque interrogato allora se egli avesse sparlato di coloro che 
avevano fatto bruciare il corpo della Guglielma, o se avesse cre- 
duto che coloro avevano mal fatto, rispose che no e ch'egli non 
si mescolava punto di quella faccenda. Disse bensì che ciò non 
nuoceva punto a colei, se era in paradiso, e che gli inquisitori 
aveano saggiamente operato, e che tulio ciò eh' erasi eseguito 
intorno a quella Guglielma erasi eseguito di buon drillo, a quanto 
egli crede. 

2. Il cadavere poi della Guglielma fu desso tratto di sepol- 
tura e consegnato al fuoco nello stesso anno 1300, nel mese 
di settembre, e nello spazio di tempo che corre fra il 2 ed il 9 
di detto mese. Io per fermo la penso cosi, indottovi da questa 
congettura che ricavai dai processi di quell'anno e mese. Peroc- 
ché, essendo stato interrogalo il di 2 di detto settembre mae- 
stro Beltramo da Forno, in tal modo si parlò della Guglielma: 
• Quella sepolta presso il monastero di Chiaravalle. » Dalla 
quale maniera di dire é chiaramente indicato che fino a quel 
giorno il corpo della Guglielma continuava a rimanere ove era 
stato sepolto. Essendo poi stato esaminato il giorno 9 di detto 
mese Francesco Garbagnati, la stessa Guglielma veniva in tal 
modo nominala e quella che era sepolta presso il monastero 
di Chiaravalle, » come se in quel giorno ella non rimanesse 
nel luogo di sua sepoltura. 

3. Che il cadavere della Guglielma fa bruciato nello slesso 
rogo e giorno che Andrea Saramita, molti scrittori lo credettero, 
e sembra verisimile: questi poi era stato bruciato o nel giorno 9 
settembre o non molli giorni prima. 

4. Intanto io non ammetto per fermo quanto Paolo Mo- 
rigia nel libro I della sua Storia dell'antichità di MilaaOy ca- 
po XIII, all'anno di Cristo 1311, narrava intorno a questa Gu- 
glielma; poiché, • avendo pariato della sella di frale Dolcino, 
novarese, così in fine conchiudeva : « Dolcino con Margherita 
sua moglie furono fatti in quarti sulla piazza di Vercelli e poi 
abbruciati, ed il medesimo fu fatto di Guglielma a Porta Nuova 
di Milano. 



— 63 — 
XXVI. 

Andrea Saramita, il principale alunno della Guglielma, viene 
abbmciato. 

1. Adunque nel settembre del 1300, addi 9 di detto mese 
poco prima, Andrea Saramita era già morto, vale a dire in 
castigo deir eretica sua pravità era già stato abbruciato. Per 
il che in quel medesimo giorno anche la moglie di lui venne 
citata davanti all'ufficio della santa Inquisizione ed esaminata; 
e la menzione che se ne fa nel processo di detto giorno co- 
mincia come segue: < La signora Ricadona moglie del fu Andrea 
Saramita della città di Milano, nel borgo fuori di Porta Coma- 
sina, citata, ecc. comparve nel 1300 in venerdì, giorno 9 di set- 
tembre, indizione 14, cominciata in quelPistesso mese di set- 
tembre. » Segue quindi l'esame di lei, e fra le altre interroga- 
zioni le furono fatte le seguenti: Se Andrea Saramita già suo 
manto le avesse mai detto che la Guglielma sepolta presso il 
monastero di Chiaravalle era lo Spìrito Santo; se il detto An- 
drea altri le avesse mai detto che la Guglielma avea a risor- 
gere prima dell'universale risurrezione, ecc.; se creda che il detto 
Andrea e suor Fiordibellina figlia del fu Andrea e di essa si- 
gnora Ricadona, o alcuno di loro avesse detto alcun che di non 
vero a danno della stessa signora testimone; quanto vino v'aveva 
in casa sua e del detto Andrea ; quando questi (il che é pur 
degno d'osservazione) venne preso ed imprigionalo per ordine 
degli inquisitori ; se ella sapesse che alcune cose erano slate 
esportate o trafugate per alcuno dalla casa del predetto Andrea 
quando egli fu catturato come sopra. > Ecco quanto ella rispose 
a quest'ultima interrogazione, e quinci almeno n'è dato rile- 
vare l'abbietta condizione di quelfuomo. Perocché ella rispose 
che no: se non che essa testimone e gli amici di lei fecero 
esportare da quella casa il suo letto per timore del comune 
di Milano, ma cbe poi ^ ella fece riportare quel letto nella casa 
medesima. 

2. Di questo Andrea il padre si chiamò Gerardo, la madre 
Ricadona, ed una sorella monaca umiliata ebbe nome Migliore. 
E queste avevano ambedue aderito all'eresia guglielminiana , 
come consta dai processi tante volte da me prodotti e nomi- 
natamente dalle testimonianze dello stesso Andrea e di suor 



— 64 — 

Maifreda. 11 primo giorno (e fu il 30 luglio) in che fu esami- 
nalo Andrea, fra le altre cose veniva interrogato se sapesse od 
avesse udito che alcuno diceva o credeva mentre che la Gu- 
glielma era in vita o dopo la morte di lei essere la della Gu- 
glielma lo Spirito Santo. Ed egli rispose: « avere udilo da 
suor Maifreda da Pirovano, da suor Migliore sua sorella e dalla 
signora Ricadona sua madre che elleno credevano essere la 
Guglielma lo Spirito Santo, la terza persona della santissima 
Trinila. • Interrogalo poi indi a poco se la predetta sua madre e 
sorella erano morte in quelPerroré o ne erano state assolte , 
rispose • che non morirono in quell'errore, ma ne furono assolte 
da frate Maifredo da Dovara dell'ordine dei predicatori, ch'era 
allora inquisitore, e s'erano ricredute del loro errore, i Tosto 
dopo interrogato didfiuovo se sapesse od avesse udito che quelle 
signore dopo essere slate assolte, prima che morissero , erano 
ricadute e perseveravano in quel medesimo errore, rispose che 
no, che nulla di poi ne aveva saputo ed udilo. Cosi Andrea nel 
suo primo esame ; ma nel quarto, che ebbe luogo il 16 agosto, 
disse quest'altre cose: Interrogato, ecc., da quanto tempo era 
morta la signora Ricadona madre suo, rispose da dodici e più 
anni. Interrogato se, dopo che la signora Ricadona sua madre 
aveva abiurato ogni eresia in presenza di frate Maifredo da 
Dovara, la stessa signora Ricadona aveva avuto e ritenuto la 
medesima credenza, che cioè la Guglielma era lo Spirilo Santo, 
rispose e disse credere egli che sua madre dopo la terza abiura 
aveva tenuto la medesima credenza. Interrogalo il prenominato 
Andrea per qual ragione così credesse, rispose perché sua 
madre conversava di spesso con suor Maifreda da Pirovano 
dell'ordine degli umiliati, la quale credeva e teneva per fermo 
che la defunta Guglielma era lo Spirito Santo. Però non i'avea 
punto udito dalle parole della predetta signora Ricadona sua 
madre. Parimenti interrogato se suor Migliore de'Saramiti della 
casa degli umiliati di Biassonno, sorella carnale di Andrea, 
dopo la sua abiura avesse continualo nella credenza che la 
Guglielma era lo Spirilo Santo, rispose e disse: « Credo che si; 
perchè di spesso e alla domestica conversava colla predelta 
suor Maifreda, la quale credeva ed insegnava che la Gugliema 
era davvero lo Spirito Santo. • Fin qui Andrea Saramila. E che 
disse ella la stessa suor Maifreda nel suo terzo esame, addì 17 
di agosto? Interrogata da frate Guido inquisitore da quanto 
tempo era trapassala la madre di Andrea Saramila che chiama- 



— 65 — 

vasi la signora Ricadona, rispose: da dieci anni circa, secondo 
che ella crede. Interrogala eziandio da quanto tempo era morta 
la sorella dello stesso Andrea, nominata Migliore, rispose: da 
sette anni in qaa. Interrogata se alcuna suora della casa di 
Biassonno , fra quelle che vi erano rimaste dopoché la stessa 
suor Maifreda eraseno allontanata , come diremo nel capo che 
segue, se alcune dico di esse credeva ciò che essa Maifreda 
credeva, rispose che no, e che nulla sapevano delle predette 
cose. Ma che le prenominate signore Ricadòna e Migliore le 
credevano e n'erano bene informate ; ma che non sapeva se 
avessero perseverato in quella credenza sino al punto di morte, 
e qual fine elleno avessero avuto. 

3. Quanto poi Andrea fosse attaccato alla Guglielma ed 

alla dottrina di lei è già abbastanza chiarito , né ha bisogno 

di veran' altra prova. Rimane ora che dimostriamo quanto a 

vicenda fosse Andrea accetto e caro alla medesima. Lo attesta 

Francesco Chierico , figlio del signor Gaspare da Garbagnate , 

della città di Milano, del borgo fuori di Porta Comasina. Avea 

egli scritto una lettera indirizzata alla signora Diograzia ed a 

Primogenito. Essendo stato interrogato il giorno 4 ottobre che 

avesse voluto significare in quei nomi, rispose, come si ha dal 

processo : che per la signora Diograzia, nominata da lui nel 

soprascritto di alcune sue lettere, intendeva suor Maifreda da 

Pirovano; e per il Primogenito, nominalo nelle stesse lettere , 

intendeva Andrea Saramila ; il quale Andrea fu dei primi ad 

essere istruito nei predelti errori della Guglielma, e perciò essa 

dava ad Andrea Tappellazioue di Primogenito, come la stessa 

Goglielraa avealo detto ad esso Francesco. Quindi Andrea era 

il principale fra i devoti della Guglielma. 

4, Finalmente poi merita di essere qui osservalo che, cir- 
ca 17 anni prima d'ora, lo stesso Andrea Saramita e suor Mai- 
freda erano stati accusati di credere che la Guglinlma era lo 
Spirito Santo, e che essendo stati per ciò chiamati in giudizio, 
avevano fatto l'abiura di quell'eresia. Interrogata la detta Alle- 
granza moglie di Giovanni Perusio il 19 settembre dal sopra- 
scritto inquisitore, se nrai avesse accusato Andrea o suor Mai- 
freda, se sapesse che altra persona li avesse accusati ad al- 
cun inquisitore degli errori che andavano insegnando, rispose 
e disse « che possono essere sedici anni o all'incirca dacché essa 
testimone e la predelta Carabella e la signora Bellafìore avevan 
nolificatA le anzidette cose a frale Maifrcdo da Dovara, ch'era 

Tamb. Inrjuis, Voi. II. 



— 66 — 

allora inquisitore, come ella crede. » E allora il detto frate Mai* 
frodo inquisitore mandò per suor Maifreda, per Andrea Saramita 
e per la madre del detto Andrea (Ricadona) e per una sorella 
del medesimo ( Migliore) e per la signora Bellacara de'Caventani, 
e feceli tutti giurare. La quale Allegranza testimone e la Cara- 
bella avevano udito da Andrea Saramita che la Guglielma era 
lo Spirito Santo e Dio. Da suor Maifreda per allora non Faveano 
udito. Quindi pertanto, per testimonianza di maestro Giacomo 
da Forno, esaminato queiristesso giorno 19 settembre, i pre- 
detti Andrea e suor Maifreda eransi lamentati con lui testimone 
perchè la prenominata Carabella e TAllegranza de'Perusi ave- 
vanli accusati or sono 17 anni davanti l'inquisitore d'aver detto 
e creduto che la Guglielma era lo Spirito Santo. E parimenti 
essendo stata la stessa suor Maifreda interrogata nel suo primo 
esame se frate Maifredo da Dovara aveala assolta quando fece 
l'abiura nelle di lui mani, rispose < che si e ch'era ciò seguito 
in questa chiesa dei frati della casa di Marliana, nella quale 
ora siamo. E fu in lunedi, ed assolvendola diceva il frate,: 
Signore, abbi pietà di me. E non ricordavasi se il detto frate 
la percuotesse con qualche bastone o con verga. » Questa 
chiesa poi dei frati della casa Marliana fuor di dubbio» era la 
chiesa che entro i Ani di Porta Ticinese è dedicata ai santi 
Apostoli Simone e Giuda, e data oggi al collegio Taeggi. Poi- 
ché in quel tempo vi abitavano dei frati dell'ordine degli 
umiliati. 

XXVII. 

Anche suor Maifreda in pena delV eretica sua pravità viene ab- 
bruciata. 

1. Peraltro, dì questo sùpplicio di lei nulla si ha in questi 
processi dei quali abbiamo fatto uso fin qui. Ne suppliscono il 
difetto altri processi eseguiti nel 1322, e pubblicati parola per 
parola da Fernando Ughelli, al tomo IV della sua Italia sacra, 
ove è il catalogo dei nostri arcivescovi, num. 101. Tali processi 
furono tenuti da Riccardo nostro arcivescovo d'allora insieme 
con alcuni dei vescovi suoi sufTragauei ed alcuni inquisitori 
dell'eretica pravità, nel sinodo adunato a Berzolio villaggio del- 
l'Alessandrino, a danno di Matteo Visconti signore di Milano , 
per timore del quale Riccardo stavasi come in esigilo. Negli 



\ 



— Gr- 
atti adanqoe di qael sinodo anche ciò ponevasi a carico di 
Matteo. Una Yolta eziandio, governando di fatto la stessa città 
(di Milano), pregò che venisse liberata una certa eretica di 
nome Maifreda, sostenuta allora in prigione e che fa poco dopo 
abbandonata ai tribunale secolare e da ultimo consegnata alle 
fiamme del rogo. Tali atti sinodali per altro (non è a tacersi) 
vennero annullati da papa Benedetto XII, come difettosi e con* 
trarli alle antiche pratiche, come si rileva dal diploma di lui 
dato in Avignone alle none di maggio V anno settimo del di 
lui pontificato riportato in quello stesso tomo IV e nel catalogo 
. d^Ii anniversari , cioè dove parlasi dell'arcivescovo Giovanni , 
I primo di questo nome, trapassato nell'anno 1354. Ma siffatto 
\ annullamento non toglie che si possa dai medesimi atti senza 
\ dubbio raccogliere e che fosse stato dato un tale carico a Matteo 
[ in quel sinodo e che quella Maìfreda fosse abbruciata in pena 
di eresia. 

2. Non voglio però negare quanto Bernardfno Corlo e Tri- 
stano Calco ed Àbramo Bzovio affermarono francamente intorno 
all'anno dì Cristo 1318; che cioè in quell'anno fu imputato a 
delitto a Matteo l'aver esso prestato favore alla stessa Guglielma. 
Fra le altre cose gli opponevano (sono le parole del Corio) che 
avea conservato quella meretrice eretica detta Guglielma della 
qnale abbiamo parlato sopra. Calco poi nel libro 21 della Storia 
patria fra le altre cose che si rinfacciavano a Matteo ed a' di 
lai figli ricordava l'aver eglino dato favore alla Guglielma, inse- 
gaatrice di strane dottrine. Quindi aggiungeva tosto a loro 
difesa : t le quali cose quanto avessero di vero potevasi racco- 
gliere anche dal solo nome di quella meretrice, essendo palese 
che, non appena venne ciò a cognizione, gli autori di quelPabo- 
minevole setta, per ordine di Matteo, erano stati consegnali ai 

; superiori ecclesiastici e per giudizio loro condannati ed abbru- 

^1 ciati. • Finalmente Bzovio all'articolo 2 fra le colpe per le quali 

I lo stesso Matteo Visconti era stato allora scomunicato da papa 

' Giovanni XXII annoverava anche questa, togliendola dalla storia 

di Bernardino Corlo, d'avere cioè messa nel novero delle sante 

la meretrice Gaglielma, la più infame di tutte le beghine. 

3. Del resto, suor Maifreda (come fu già sovente detto) era 
monaca umiliata e della casa ossia monastero che dicevasi da 
Biassonno: ed ivi era vissuta alcun tempo, anzi vi aveva tenuto 
ragioDamenli coi seguaci della Guglielma e pranzato secoloro 
DOD senza il dispiacere delle altre monache della casa. Quindi 



- 68- 

è che nel primo esame della signora Bellacara, addi 26 luglio, 
leggesi come sopra : Interrogata la stessa Bellacara se fossesi 
trovata con altre donne ed uomini in luogo ove la delta Mai- 
freda avea predicato e parlato a modo di chi predica, rispose 
che si, e molte volte nella casa delle suore di Biassonno e 
neiroratorio ove erano adunale molte persone in modo d'esserne 
quasi pieno V oratorio. E la stessa suor Maifreda esponeva a 
volte l'Evangelio, ed a volte parlava di santa Caterina e di altri 
santi. Ma dopo che la detta Maifreda era uscita di quella casa 
di Biassonno, non aveala più udita predicare od esporre come 
sopra. Anche dal primo esame della stessa Maifreda sostenuto 
il 2 agosto si hanno tali cose: Interrogata se da otto o sei anni 
in qua , dopo cioè ch'ella aveva abiurato come sopra , alcune 
persone si raccogliessero presso di lei , rispose iche si , nella 
casa delle predette suore di Biassonno, alle volte in parlatorio, 
alle volte in infermeria ed altre volte sotto al portico. E quivi 
recitava alcuni^miracoii tratti dall'Evangelio e dall'Epistole, ed 
altre cose che riguardavano gli apostoli. Fra queste persone 
v'aveva talvolta Andrea Saramita, Simonino Montanaro, e Fran- 
ceschino Malcolzato. Ma i maschi non vi mangiavano giammai, 
ad eccezione del detto Franceschino ; le femmine bensi vi man- 
giavano qualche volta. Interrogata la stessa suor Maifreda se 
le suore delia delta casa di Biassonno non le avessero mai 
mosso alcun rimprovero a cagione di banchetti e di quelle 
adunanze, rispose che si, e più volte. Interrogata se nella casa 
dei Cuttica, ove ora abitava, tenevansi pure di simili adunanze 
quali tenevansi nella casa delle suore di Biassonno, rispose: 
non in si gran numero, ma due o quattro persone al più per 
volta. 

4. 1 rimproveri poi che s'ebbe suor Maifreda ripetutamente 
dalle altre monache di quel monastero per quelle adunanze e 
conviti bagordi, io imagino provenissero da ciò, che elleno 
erano sommamente avverse all' eretica di lei dottrina. Difatti 
la stessa suor Maifreda, interrogala il 17 agosto se alcuna delle 
suore della casa di Biassonno, fra quelle che vi rimasero dopo 
che ella orasene allontanata , credesse ciò che ella credeva , 
rispose che no e che non erano informate delle predette cose. 

5. Maifreda pertanto, sì frequentemente ripresa dalle sue 
consorelle, finalmente decise d'abbandonare quella casa unita- 
mente con tre altre intinte della medesima eresia, vale a dire 
quella Giacoma de'Bassani il cui fine infelice abbiamo indicato 



— 69 — 

al capo XXIV e Fiordebellina Sarami ta ed Agnese Montanara» 
che si ricredettero, come diremo più sotto; e si pose ad abitare 
con esse nella casa di un tal Guglielmo Cuttica, detto altrimenti 
Cod^, come sopra abbiamo veduto. 

XXVIII. 

Alcuni, settatori della Guglielma pentiti vengono assolti: ed i 
più d' essi vengono obbligati a portare due croci di color 
rancio, runa sul petto, l'altra sul tergo. 

i. Queste cose appaiono manifestissime dai processi da me 
citati in quest'opera e che io fedelmente riproduco. 

2, La signora Sibilla de'Malcoizato scomunicata, come ere- 
retìca e fautrice di eretici, da'frati Guido da Cocbenato e Raineri 
da Pirovano deir ordine de' predicatori, inquisitori deir eretica 
pravità,, ecc., come sopra, comparve Tanno 1300/ indizione quat- 
tordicesima, giovedì 6 del mese di ottobre, nella chiesa di San- 
V Eostorgio ;de' frati predicatori, alla presenza del sunominato 
frate Raineri inquisitore, pregando e supplicando Tassolvesse dalla 
scomunica ch'aveva incorsa per colpa d'eresia o di favore dato 
all'eretica pravità e specialme^nte alla dottrina bugiarda di suor 
Maifreda e di Andrea Saramita. Per lo che frate Raineri, come 
sopra, condiscendendo alle preghiere di lei, ricevutone prima il 
giuramento ch'avrebbe obbedito ai comandi della Chiesa e del 
detto inquisitore e degli altri inquisitori, salvi gli altri giura- 
menti ed obblighi per essa assunti in presenza degli inquisi- 
tori» assolse la predetta signora Sibilla da qualunque vincolo 
di scomunica e soltanto delle colpe confessate, e la restituì ai 
sacramenti della Chiesa. E il detto frate Raineri, inquisitore, 
comandò alla sunominata signora Sibilia che dovesse integrai- ' 
mente osservare e non trasgredire tutte e singole le cose che 
le furono già ingiunte durante la sua abiura e che le verranno 
in seguito ingiunte dallo stesso inquisitore e da altri inquisitori. 
Qualora ella facesse il contrario in alcuni punti di certa scienza 
e coscienza, ricadrebbe issofatto nella stessa sentenza di sco- 
munica, qual era prima dell'assoluzione, facendosi perciò ma- 
nifesto che la trasgreditrice non era veramente convertita, ma 
che con finzione ed ingannò aveva giurato e spergiurato. E 
^atta formula d' assoluzione a noi basta per ora, e questa si 
sa essere stata usata del pari con altre persone che vennero 



- 70- 

allora similmente assolte. Del qaal numero furono il 29 novem- 
bre la signora Catella, moglie del signor Leone Oldegardo, e la 
signora Pietra, moglie del signor Tomaso parimenti Oldegardo. 
Tre donne adunque troviamo fin qui stale assolte dalla sco- 
munica a questo modo. 

3. Passo ora ad altri, e in maggior numero, stati assolti in 
poco differente maniera. Poiché a costoro, a cagione de'Ioro ec- 
cessi neireretfca pravità, fu inoltre ingiunto che portassero due 
croci di color rancio, cuqite esternamente sui loro vestiti, e rag- 
guardevoli, sul petto runa, l'altra sul tergo. Questa formola di 
assoluzione, adottata allora per la prima volta, è si fatta: e U 
maestro Giacomo da Perno, figlio del fu maestro parimenti Gia- 
como da Perno, della città di Milano, di Porta Vercellina, al 
quale frate Guido inquisitore aveva ordinato di portare due 
croci di colore rancio, sul petto Funa, Taltra sulle spalle, come 
è chiarito dalla carta consegnatagli da Maifredo da Cera, notaio 
deiruffìcio d'Inquisizione, Tanno soprascritto 1300, sabbato gior- 
no iO del mese di settembre, indizione quattordicesima, com- 
parì davanti ài sunominato frate Guido inquisitore, supplicando 
umilmente gli desse licenza di deporre le dette croci. All'umiltà 
del quale posta attenzione e consideralo ch'aveva ricevuto pa- 
zientemente e con umiltà portato quelle croci, frate Guido, dopo 
avere recitate in presenza del sovrascritlo maestro Giacomo e 
di alcuni amici del medesimo ch'erano secolui l'alto di abiura, 
i giuramenti e le obbligazioni assunte da maestro Giacomo per 
le mani degl'inquisitori e le colpe e le sentenze a carico dello 
stesso Giacomo contenute nella sentenza portata dall'inquisitore, 
il detto frate Guido concesse e diede a maestro Giacomo la fa- 
coltà e licenza di deporre le croci stategli imposte per le disor- 
bitanze da lui commesse nell' eretica pravità ; salva del rima- 
nente la sentenza pronunciata contro lui dal sunominato frate 
Guido, che aveva a mantenersi in tutto il suo rigore. Fatto a 
Milano, nella casa de'fratì predicatori, nella camera ov'è l'UfS- 
cio dell'Inquisizione delPeretica pravità, alla presenza del sovra- 
scritto inquisitore, 1300, il lunedì, giorno 5 del mese di dicem- 
bre. » E poco dopo : e II sumenzionato frate Guido , inquisi- 
tore, come sopra, ordinò al predetto maestro Giacomo da Perno, 
ivi presente ed ascoltante, che, a tenore del prestato giuramento 
ed in compenso delle pene alle quali è tenuto per sentenza del- 
l'Inquisizione, deponga sul tavolo del signore Monageno Quare- 
sima, cassiere della città di Milano, a suo nome e a quello del- 



- 71 — 

rUfficio e della Chiesa, per il giorno primo di febbraio p. futuro 
imperiali L. 25 per una parte delle pene incorse e delle colpe 
per esso lui commesse in favore dell'eretica pravità. Fatto come 
sopra, ecc. » Secondo questa formola d'assoluzione, del pari 
che quel maestro Giacomo da Perno, anche taluni altri già affi- 
gliati alla setta guglielminiana ebbero il permesso di deporre 
quelle due croci. 

4. I seguenti difatti erano stati del pari obbligati a por- 
tarle: frate Gerardo da Novazano e Stefano da Cremella il 29 
ottobre; Aydelina, moglie del detto Stefano e la signora Dionese 
da Novate e la signora Fiore da Parazolo e Daria de' Pontari 
il 10 settembre. E questi ebbero il permesso dì deporlo: frate 
Gerardo e Stefano il 10 dicembre, Aydelina e Dionese il 21, 
Fiore e Daria il 23 dello stesso mese di dicembre. 

5. Consta adunque che fra i settari della Guglielmina 
furono salutarmente puniti ed assolti due maschi e sette fem- 
mine. Sebbene ciò non consti del pari intorno agli altri, lo pos- 
siamo per altro non senza ragione supporre, come è a cre- 
dersi ch'essi pentironsi de'loro errori veracemente, e ritornati dav- 
vero alla dottrina cattolica vennero assolti e restituiti alla comu- 
nione cattolica; e che quindi quella dementissima setta spensesi 
afiEatto, sicché non se ne trovò in processo di tempo alcuna 
reliquia. 

XXIX. 

Chi fossero e quanto pochi i seguaci della setta guglielminiana. 

1. Intorno a ciò udiamo innanzitutto suor Maifreda, come 
si ha dal suo secondo esame del 6 agosto : — Richiesta la detta 
suor Maifreda di nominare tutte le persone maschi e femmine 
cui ella distribuì le ostie per lei stessa benedette, ed insegnò i 
snmenzionati errori, rispose che furono le seguenti signore: 

Sibilia, moglie del fu Beltramo Maleolzato. 

Pietra e la signora Catella ambe degli Oldegardo. 

Dionese da Novate. 

Margherita, moglie del fu' Robiate da Novate. 

Bellacara, moglie di ser Bonadeo Caveotano. 

Aydelina, moglie di Stefano da Cremella. 

Fiora, che sta in casa di Ruggero de Luna. 



- 72 — 

AUegranza de' Perusii. 

Pietra, moglie del fa Mirano di Garbagnate (come crede). 

Giacomo, moglie di maestro Giacomo da Perno. 

Antonia, moglie di maestro Beltramo da Perno. 

Giacoma de'Bassani da Nova. 

Suor Piordebellina de'Saramita. 

Suor Agnese de Montanari. 
Ed i signori: 

Andrea Saramita. 

Simonino Montanari. 

Maestro Beltramo da Perno, 

Pelicino, figlio di maestro Giacomo da Perno. * 

Ottorino e Pranceschino fratelli, figli del signor Gaspare da 
Garbagnate. 

Albertone da Novale. 

Pelicino, figlio di Bonadeo Caventano. 

Pranceschino Malcolzato. 

Questi erano adunque i settari della Guglielma nominati 
allora da suor Maifreda. 

2. I medesimi con poca diversità vennero poscia nominati 
da frate Gerardo da Novazano, il 19 ottobre nel suo quarto esa- 
me. Richiesto il detto frate Gerardo di nominare lutti quelli e 
quelle ch'egli sa aver la credenza e la devozione della Gugliel- 
ma, nominò: 

Maestro Giacomo da Perno. 

Maestro Beltramo di lui figlio. 

Albertone da Novale. 

Simonino Colleoni. 

Ottorino e Pranceschino, figli del signor Gaspare da Gar- 
bagnate. 

Pranceschino Malcolzato. 

Pelicino Caventano. 

Sanzino da Garbagnate. 

Danisio Gotta. 

Alberto, figlio del precedente. 

Stefano da Cremella. 

Prete Mirano Busca. 

Don Ubertino, monaco di Chiaravalle, che serviva da sagre- 
stano coloro che usavano intorno al sepolcro della Guglielma, 
e fu loro dato da I signor abate del monastero. 

Le signore: 



Sibilla de' Malcolzato. 

Aydelina da Cremella. 

Bellacara deXaventani. 

Carabella de' Toscani. 

All^ranza de'Penisii. 

Fiora da Cantù. 

Benucauta, moglie del signor Gaspare da Garbagnate. 

Bella, moglie di Giacomo da Garbagnate. 

Dìonese da Novale. 

Interrogato come sapesse che i predetti e le predetto ap- 
partenevano alla congregazione della Guglielma, rispose che osso, 
firate Gerardo, andava con loro, e queglino e quelleno con lui, 
alle solennità ed ai conviti che tenevansi in onore od a vene- 
razione della detta Guglielma. 

3. Suor Maifreda pertanto contava 24. frate Gerardo conia - 
vane 23 di siffatti settari della Guglielma. Ma supponiamo cho 
fossero anche in maggior numero, a malapena però eccedovano 
il numero di 30. Una si piccola cifra aveva ad espriin(»ro 
ed insieme indicare la condizione, sesso ed età di costoro, acciò 
anche da questo si comprendesse in quante parti errassero de- 
scrivendo la storia di questa Guglielma quegli autori ai quali 
opponiamo questa nostra dissertazione. 

Troppo lungo riuscirei se volessi proseguire nel tradurre 
il Puricelli, e non volli offrire del suo prezioso lavoro se non 
quanto poteva bastare per convincere il lettore che le colpo di 
oscenità apposte a Guglielma ed a' suoi seguaci erano infon- 
date, e non fu che una tradizione che si propagò, 'più presto 
frutto dei pregiudizi che esistevano nei popolo , perche questo 
ama sempre di prestare fede più alle cose grandi che esami- 
nare nella loro sostanza Je cause e gli effetti. Basta che taluno 
lanci una parola, che tosto il credulo volgo la ritiene , la cir- 
conda di altre, racconta alFamico, questi ad altri, e la si divul- 
ga in modo cosi spaventoso che nessuno può più venire a capo 
di sraiiìcare dalla credenza popolare gli errori adottati. 

E la storia della Guglielma ci presenta veramente} una 
prova dell'intemperanza popolare, né posso darmi pace che Fio- 
nato B:>ssi, scrittore discreto, abbia potuto contro irrefragabili 
documenti persistere nell'errore. A convalidare poi quanto per 
noi si asserisce, recherò alcune righe di Pietro Verri nr>frio som- 
mo e laminare del secolo scorso, che fece tant^> bene alla sua 
patria e ne fa ricompensato così male. 

Tahb. Inquis. Vul II. IO 



— 74 — 

< Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il 
famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, 
vivea in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata 
pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico come 
beata. Lampade e ceri furonle accesi intorno al sepolcro, che 
diventava ogni di più celebre per la guarigione degP infermi » 
contribuendo a tale celebrità certa Maifreda e certo Andrea ; 
sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori della Gugliel- 
mina. Ulnquisizione volle instituire processo intorno a ciò, e 
la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata 
dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate ; e la Maifreda fu gettata 
viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. 




Pietro Verri. 



Il popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto 
velo di religione nelle adunanze della Guglielmina , e tuttora 
tale tradizione volgarmente viene ripetuta. 11 Muratori , da un 
manoscritto antico che si trova nella Biblioteca ambrosiana, ha 
scoperto le accuse che si fecero a quegF infelici. Guglielmina 
pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato e di essere figlia 



— 75 



di Costania, regina di Boemia, a coi Farcangelo RafRiele Tavev^ii 
annonàata nel gioroo di Peotecost^. Essa diceva d'essero venata 
al mondo per salvare i saraceni, ì giudei e i calUvi crtsUanl% 




Abbazia (lì Chiarf:v;iMr-, 



losj^nava che sarebbe morta come donna, ma (k/i ri.M)rU per 
safire al cielo alla preseùVì de' som df.^cepoli , e cti^^ M;^ìfreda 
sarAbe rìmasia soa vicarìa in terra ed avrebbe celebrala la 



— 76 — 

messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi i 
in Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'eila seduto i 
papessa. Tali almeno Turono i deliri che vennero imputati a quei i 
miseri, i quali sotto il pietoso e illuminato regno della civiltà a 
riceverebbero una caritatevole assistenza dei medici per ricupe- i 
rare il senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice j 
per una morte orrenda. > 

Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della 
religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofi- 
stiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche 
e realmente vacue disputazioni , ovvero nacquero esse per un 
abuso degli studi sacri deir erudizione. Da noi , in mezzo alla 
ignoranza del secolo decimoterzo, nessuno di questi poteva aver 
loro dato nascimento. Il padre delPerudizione italiana, Lodovico 
Antonio Muratori , ci ha fatto l'enumerazione degli errori che 
venivano attribuiti a questi eretici. La maggior parte di quelle 
opinioni chiaramente non è cattolica. Egli è vero però che al- 
cune opinioni ivi censurate potrebbero avere un significato 
innocente, quali sarebbero le seguenti : « La trista vita di un 
prelato nuoce al suddito ed anche a quello che è consacrato a 
Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi cattivi sacerdoti 
e diaconi. — l preti cattivi non possono esercitare il loro mi- 
nistero. '^, 1^ Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non 
se in coqfluuìe. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non 
è lecito ad aìcano lo ammazzare. > Ed è pur vero che non ci 
rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengano le 
altre eresie clie s'imputavano a tanti nostri ibilanesi ; ed il 
Muratori le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno 
Pungilupa Certo è che» essendo grinquisiiori dipendenti affatto 
dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla podestà 
civile col bando e colla morte, la vita e i beni di ciascun cit- 
tadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica di Roma , e 
conseguentemente Roma vi aveva indirettamente acquisita la 
sovranità. 

E qui conchiudendo la cronaca della Guglielmina noi sen- 
tiamo il dovere di dare una spiegazione al lettore dell' esserci 
cosi a lungo indugiati su questo episodio dei delirii umani e 
della ferocità dei tempi. Egli sarebbe stato per noi impossibile 
il rendere colle nostre parole intero il quadro di quei processi 
che pure il lettore ha diritto di volere dettagliatamente cono- 
scere. Epperò di buon grado ci siamo indotti a copiar dalle 



— 77 — 

tie cronache e tradorre dallo storico Poricelli tutte questo 
te notizie. Ora che ci pare aver adempito anche a questo 
) desiderio e come a dire messo innanzi visibihnente le 
fasi di quel processo, che ben valgono a ritrarn^ la flso- 
ai di quei tempi, possiamo francamente tornare alla parte 
;a, ben più rilevante della aneddotica. 



CAPITOLO II 



Il pontefice Clemeiite V e Filippo 11 Bello re di Franeia. 



Tutta la colossale autorità de'pontefici non arrivò a spaven- 
tare Filippo il Bello. Diceva però egli d' averla colla sola per- 
sona di Bonifacio, e dichiarò pubblicamente che l'avrebbe fatto 




Bonifacijo Vili. 

deporre in un generale concilio. Dal suo canto il papa cercava 
di fortificarsi contro il potere del re, e si aggiustò precipitosa- 



- 79 — 

mente con quanti sovrani era in lizza. Acquietò la contesa che 
avea con Odoardo sul regno di Scozia, riconobbe per re dei Ro- 
mani Alberto d'Austria e lasciò a Federigo d' Aragona il pos- 
sesso pacifico delia Sicilia. Defini anco la questione sulPUnghe- 
ria , dichiarando quel regno ereditario e non elettivo » e come 
tale lo aggiudicò a Caroberto, nipote di Carlo Martello , morto 
senza figliuoli; ma la sua sentenza non venne eseguita, ninno 
osservò l'interdetto che Taccompagnava, e la guerra civile con- 
tinuò. Frattanto egli stendeva bolle continue, e fino a quattro 
ne pubblicò in un sol giorno, nelle quali aggravò sempre più 
rinterdetto che scagliato avea sulla Francia, sospese le univer- 
sità e le nomine a'benefizi eziandio con cura d' anime, e pro- 
curò in ogni modo d'intimorire i popoli per eccitarli ad una 
insurrezione generale. 

Ei non sapea che già Nogaret era sceso in Italia con ordine 
del re di prenderlo e condurlo a Lione, dove tener si doveva il 
.concilio. Quest'uomo d'animo risoluto si uni a'Colonnesi, che 
avevano già obbligato il pontefice a fuggir di Roma e a ritirarsi 
in Anagni , sua patria, dove si credea più sicuro. Sciarra Co- 
lonna vi condusse Nogaret in persona: essi sobillarono gli 
stessi Anagnini contro di lui , e col loro ajuto sorpresovi il 
papa, lo tennero prigioniero tre giorni, intanto che si saccheg- 
giavano i suoi mobili e il suo tesoro. Incostante però è sempre 
il favor della plebe : quella d' Anagni fu presto commossa dalle 
disgrazie del suo concittadino, e si penti d'averlo tradito. Leva- 
tasi a un tratto contro i suoi rapitori, e tolto loro non senza 
spar^mento di sangue il papa di mano, lo accompagnò quasi 
in trionfo alla sua capitale. Bonifacio non senti allegrezza ve- 
rnila di si felice rivoluzione; tanto avea dispetto d'essere stato 
ìq potere del sqo nemico : nei più violenti progetti di strepi- 
tosa vendetta, un accesso atrabilare io condusse il mese seguente 
alla tomba. 

Benedetto XI, pacifico frate domenicano, onorò per poco la 
cattedra a cui lo condussero le sue virtù e non ebbe tempo di 
cancellare le macchie lasciatevi dal suo predecessore. Egli è 
goell'umilissimo papa che non volle riconoscere la madre co- 
perta di gemme, e 1' onorò poi rivestita de' suoi poveri abiti. 
Nei pochi mesi eh' ei visse fece ogni sforzo per ricondurre la 
tanquillità nell' agitata repubblica : ristabili i Colonnesi, scan- 
celiò le bolle di sangue contro la Francia e spedi legati a pa- 
cificar r Ungheria. Si vuole che i cardinali stessi, mossi da 



— 80 -. 

invidia, accelerassero la morte di luì in un piatto di fichi, di 
cui era assai ghiotto. 

Il conclave che si tenne dopo la sua morte die agio alla 
congiura francese, per cui si tolse all'Italia T onore della sede 
apostolica. L'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando di Got, fu l'uo- 
mo che Filippo trascelse ad esser papa, dopo essersi fatto con 
inganno cedere dai cardinali italiani la nomina del romano pon- 
tefice. Egli si fece chiamare Clemente V e stabili la sua residenza 
in Avignone, dove chiamò i suoi elettori e tutta la corte roma- 
na. Ivi, ligio afliatto al re di Francia, secondo la promessa a lui 
fatta per essere eletto, cominciò di concerto con esso a tiran- 
neggiare il resto d'Europa. 

1 prmi a provare i funesti effetti di questa formidabile coa- 
lizione furono i cavalieri templari. Noto è come guest* ordine, 
illustre nella sua nascita , degenerasse assai presto dalla sua 
istituzione. Screditato per la sua mala fede, per Tindocililà è 
per l'abuso de'suoi privilegi, offriva all'avarizia de' suoi nemici* 
un favorevole pretesto d'invaderne le immense ricchezze, da 
questi monaci-soldati con ogni sorte di mezzi accresciute. L'abo- 
lizione di quest'ordine, quantunque giusta per gli addotti motivi, 
fu detestata pel modo terribile con cui venne eseguita e per 
le atroci calunnie che vi si frammischiarono. Sette anni dorè, 
la persecuzione, e le fiamme che di tempo in tempo consu- 
marono i più ragguardevoli capi dell'ordine e HI de'suoi ca- 
valieri non si estinsero afliatto che alla morte dei loro tiranni. 
Né l'età rispettabile, né la nascita illustre, ne i più segnalati 
servigi resi alla religione e allo Stato valsero a preservarne lo 
stesso gran-mastro Jacopo di Molai, fratello d'un principe so- 
vrano. Egli dovette languire sette anni tra'ferri dopo essersi di- 
sonorato con nna confessione, che poi ritrattò. 

Quantunque Filippo il Bello avesse in sua balia il pontefice, 
che prono a'suoi voleri ogni cenno eseguiva, nulla curando se 
questi tornassero a detrimento della dignità della Chiesa, avido 
com'era di possanza e d'oro, nullameno il rettore di Francia si 
tenne poco o nulla pago della sua deferenza e stava sull'ag- 
prottato col pontefice. Mente di Filippo era di tenere in pugna 
n pontefice e circuirlo in modo che d'ogni sua volontà fosse 
geloso esecutore; per il che aveva fermo di carpirgli tutto quanto 
re ambizioso, cupido e vendicativo potesse chiedere ad noma- 
ligio ed a papa insaziabile d'oro; per lo che invitollo per la 
primavera dell'anno 1307 ad una conferenza, nella quale si do- 



— 81 — 

veva avvisare al modo d'assestare delicatissimi ed importanti 
affari che la somma delle cose ecclesiastiche riguardavano. Cle- 
mente Y, che dopo la sua coronazione avea a Bordeaux per più 
mesi dimoralo, destando in quella ci Uà graVe malcontento pei 
gravosi balzelli posti sulla chiesa d' Àquitania, acconsentì di 
buona voglia al regale invito e si tramutò a Poiticrs ad aspet- 
tare Tarrivo di Fihppo. 

Oscillante d'animo, non appena era in questa città giunto 
che cominciò a pentirsi d'essersi posto a discrezione d'un mo- 
narca il quale aveva fatto abuso deirinflusso che potente eser- 
citava sull'animo suo, temendone l'immoderata ambizione; per 
il che procurò di sottrarsi a quella specie di cattività nella quale 
avealo posto colla sua astuzia Filippo. 

11 papa ed i cardinali ch'erano venuti a Poìtiers fecero 
in essa città più lunga dimora che non desideravano, imper- 
ciocché il re di Francia ed i suoi ministri ve \\ tennero, dicesi, 
GOQ qualche violenza: il papa tentò più volte, vestito or da sem- 
plice prete, ora sott'altra foggia, di fuggirsene a Bordeaux; ma, 
ravvisato dai satelliti del re per via, fu costretto a ritornarsene 
prigiooiero a Poitiers (1). > 

Rinunciò il papa ad ogni progetto di fuga e si rassegnò 
ad ingraziarsi l'orgoglioso suo protettore a furia d'accondiscen- 
dere a'voleri di lui, questo mezzo parendogli il migliore per 
disarmare l'efiferato animo di Filippo, ch'era giunto a Poitiers 
circondato da numeroso e sfolgorante corteo. Oltre a'suoi più 
fidati ministri, si aveva tolto a compagni i suoi tre Ogli, il 
primogenito de'quali, chiamato Luigi, s'intitolava dopo la morte 
della madre sua, re di Navarra. Egli volle seco anche i fratelli^ 
Carlo di Valois suo consigliere Qdato e Luigi conte di Evreux. 
Avea data la posta di trovarsi a Poitiers a Roberto conte di 
Fiandra, a Carlo II re di Sicilia; ed Edoardo re d'Inghilterra 
intervenne eziandio in quel consesso per mezzo de'suoi amba- 
sciatori (2). 

Siccome il papa ed il re avevano annunciato che il con- 
gresso che si adunava era destinato a provedere alla difesa di 



(1) CletnerUis V papce vita auetore Joanne eanonieo Sancii Victoris 
fmi$Un9Ìs a Baluzio edita. Script, ital., tomo III, p. IT, pag. 452. 

(J> Giovanni Villani, llb. Vllf, cap. 91. — Ferreli Vicenlii, Historia, 
IMg. Ì0i6. 

Taiib. Inquis. Voi. II. ii 



— 82 — 

tutta la crislianità ed alla liberazione di Terra Santa, cosi il re 
d'Armenia vi spedi legati a rappresentarlo, muniti d'uno scritto 
suo nel quale tracciava i modi di riconquistare la Giudea e di 
difendere T Armenia. 

Filippo a quell'epoca mulinava in suo capo molti progetti 
e pensieri gravissimi, ma si può -asseverare cbe la liberazione 
dei Santo Sepolcro non vi aveva parte alcuna, e servire più 
presto il bene della Chiesa di mantello a' suoi pensieri, che di 
fine vero per sua parte al congresso. 

11 vero progetto che più d'ogni altro stava a cuore a Fi- 
lippo era di compiere la sua vendetta contro Bonifacio, e questa 
eragli spino negli occhi, e non lasciava tregua all' agitazione 
dell'animo suo finché non l'avesse pienamente raggiunta. Egli 
anelava con ogni possa a coprire d'infamia la memoria del suo 
avversario, conoscendo che se non otteneva tale scopo correva 
pericolo d' essere egli stesso condannato per la sua empietà. 
Egli a tal uopo non avea dimenticato di provedersi dell'accusa 
che.Nogaret avea steso, corredata degli atti e di quanto i testi- 
moni avevano deposto negli esami. Scopo di Filippo era di 
provare che Bonifacio avea peccato d'eresia su quarantatre titoli 
differenti, e chiedeva perciò che le sue ossa fossero disseppel- 
lite ed arse sul rogo, che fosse dichiarato usurpatore della sede 
pontificia e simoniaco, ed annullate le sue bolle. 

Clemente Y avea resa sacra la sua parola con giuramento 
di fare quanto il re da lui voleva, ma più potente del giura- 
mento era il terrore che provava nel trovarsi in sua balia e 
r esempio de'suoi due predecessori periti in Roma per essersi 
tirata addosso la collera del re di Francia, come dice il Villani 
da noi citato. 

Comprendeva assai bene Clemente V che, dichiarando non 
esser Bonifacio mai stato papa legittimo, era lo stesso che 
annullare le nomine che aveva fatte come pontefice, ed infir- 
mava di nullità la propria come cardinale, carattere ultimo che 
abiliti il prete a divenire pontefice. Nel bivio tremendo in cui 
trovavasi gli fu tavola nel naufragio il cardinale da Prato , al 
quale andava debitore della sua elezione , e pel quale a pre- 
ferenza nutriva fiducia. Lo consigliò a temporeggiare nel man- 
dare ad efielto il negozio , ed a mostrare a Filippo i canoni 
della Chiesa prescrivere che , per assoggettare a giudizio ed a 
condanna un papa , è mestieri di radunare un concilio ecu- 
menico. 



— 85 — 

Clemente, àgniflcato ciò al re, non lo (totò ostile V saoi 
risameatì, e si fissò Vieooa che facea parte del regno d'ArK 
r sede del fotnro concilio; e per mostrai;^! deferente ai desi^ 
trii del re, dichiarò nulle e dì nian effetto tutte le censore 
onnnciate dai suo antecessore contro Guglielmo di Nogaret e 
3gìoaldo di Supino, in occasione deir arresto di Bonifacio e 
(Ilo sperpero del suo tesoro (1). 

Clemente V, accumulando favori sopra favori verso Filippo 
la sua famiglia» avvisava non solo di gratificarsi Tanimo del 
i, ma eziandio di stornare da lui ogni pensiero di vendetta 
«tre Bonifacio che potesse destare scandali nella cristianità, 
niochè cercò di rendersi benevolo Carlo di ValoiSi come colui 
le teneva le chiavi del cuore del re. Filippo fino da IP inco* 
linciare del suo regno desiderava di procacciare al fratello 
Qa corona , ma in onta al suo ardente desiderio Carlo • che 
ntaya titolo di re d'Aragona e d'imperatore di Costanlinopoll 
cagione del suo matrimonio con Caterina figlia di Filippo di 
}nrtenay, non era designato se non col nome di Carlo senza 
rra. 

Clemente V si provò a fargli acquistare gli Stati de* quali 
}n portava che T inutile titolo. Gli aveva accordato fino dal* 
inno precedente una bolla, colla qnale lo autorizzava n levare 
I decime sul clero di Francia, e Tindulgenza per tutti coloro 
le avessero partecipato alla crociata ajatandolo a fare la guerra 
Greci. Carlo avea raccolto il denaro, ma non aveva allestito 
;ercito. Alle conferenze di Poitiers Clemente si mostrò ancora 
\h premuroso di sollev^irlo al trono de'Greci. Il medesimo era 
xopato da Andronico Paleologo, gli Stati del quale erano 
ivasi ad un tempo dai Turchi, dagli Alani e da una compagnia 
avventurieri catalani, che prima si era posta al suo soldo per 
[fenderlo. Nello sconvolgimento in cui sì trovava la Grecia» i 
laggiorenti del regno aveaoo ricorso a Carlo di Vaiola perché 
volesse ajutare a debellare i barbari , offrendosi di rtcono* 
^rlo per loro monarca. 

Dichiarare Carlo capo d' una nuova crociata per conqoi* 
are GostanUnopoli fu atto repentino che fece il papa per 
ttotare Tira del re contro Bonifacio; né ciò cre^lendo bastare, 
ronnnció anatema contro Andronico e contro tutti coloro che 
ressero tentalo di recargli soccorso* Cosa strana invero e 

{1} Tedi YiiiaB,BayiialdledallrfMocraldiFiUp|M>adiCleiM 



— 84 — 

contraria a quanto egli stesso pronunciava nella bolla della 
crociata : imperciocché con questa esortava i cristiani a levarsi 
contro i Turchi, che minacciavano la cristianità, e scomunicava 
invece di ajutare quel re che già si trovava in guerra contro 
i Turchi. 

Filippo avea con sé condotto, come si disse, il suo primo^ 
genito Luigi, e desiderava farlo re di Pamplona. Clemente V gli 
agevolò il calle per arrivare alla meta, e Luigi fu coronato re 
in Pamplona. 

Filippo aveva fatto venire a Poiliers l'arcivescovo d'Arli, ed 
ambasciatore di suo cugino Carlo II , re di Napoli e conte di 
Provenza, onde beneficare col mezzo del pontefice questo ricco 
feudatario della Chiesa. Clemente beneficò il cugino del re, pro- 
curando a suo figlio Carlo Roberto la corona d'Ungheria, spo- 
destandone l'erede Ottone di Baviera. 

Ma per quanto Clemente spargesse a piene mani beneficii 
e grazie sulla famiglia di Filippo, questi si mostrava sempre fermo 
nel volere compiuta la sua vendetta contro Bonifacio: il che 
dava rancore amarissimo all'anima del pontefice. A scemarla 
venne l'inchiesta da Filippo fatta d'abolire Tordine de' templari. 
Il papa ascrisse a sua gran fortuna tale dimanda , come quella 
che intanto procrastinava l'epoca del concilio e gli alti che ne 
dovevano susseguire. 

Indarno molli si sono provati ad indagare le vere cagioni 
dell'odio di Filippo il Bello contro i templari e delle colpe ap- 
poste ai medesimi, delle quali parleremo più abbasso. 

Noi avventuriamo il nostro pensiero, e qualunc^ue egli sia 
ne faccia ragione il lettore. L'epoca della quale teniamo discorso 
è quella di spaventosa corruzione negli atti giudiziari, non 
essendovi atto giudiziario costituito sotto Filippo il Bello che 
non porti l' impronta dell' ingiustizia , e non vi sia mescolata 
qualche falsa testimonianza in base alla quale si condannava 
l'innocente al patibolo. In questo dubbio non possiamo prestar 
piena fede ai documenti che sono fino a noi arrivati, sebbene 
presentino apparenza d' integrità ; l'animo nostro oscilla sem- 
pre fra la verità e l' errore , e siamo costretti a spiegare per 
nnezzo di congetture quello che ci viene tramandato come fatto 
solenne. 

Villani scrive che il priore di Montfalcon tolosano ed il 
fiorentino Noffo Dei, entrambi sostenuti in carcere pei loro 
delitti, ordirono fra loro la congiura che fu cagione esiziale ai 
templari. 



— i5 — 

Costoro » fatti bildaoxosì dal processo di Bonibcìo . nel 
quale ricorse alia te^monianza d'esseri abbietti e Ttlissimi , e 
sicori cbe on'accosa quaot' era pia infame e spaventi^ fcnuto 
(Hù otteneva fede e credenza, si accinsero all'opera. 

Ond*è cbe iniziarono l^accusa contro i templari affermando 
cbe i medesimi, i quali avevano pronunciato voti soietmi di 
povertà e d'obbedienza e di combattere a prò della religione , 
rinnegavano Dio quando entravano a far parte dell'ordine, $pu« 
lavano sul crocifisso» adoravano un idolo deformo ed erano 
imziati nel medesimo mediante schifosa cerimonia^ sottostando 
ad infame prostituzione, e si facevano traditori della crìsUaniUi 
a favore degrinfedeii, quando ciò fare tornava loro utile. Quanto 
più si entra nei particolari delfaccusa, più si rimane stomacali 
per la loro assurdità. 

Filippo, ch'era sdegnato contro i tempieri pel loro orgoi;llo« 
ch'era stato oggetto delle loro censure per Tinginsto e tirannico 
suo procedere, e che reputava degno di morte ognuno che gli 
fosse nemico, né sentiva scrupoli intorno ai mezzi che adope- 
rava per far suo T altrui, ammise come verissima Paccusa e 
fece esaminare i delatori da' suoi giudici , comunicandone lo 
deposizioni a Clemente e chiedendogli d' infierire contro (fuo- 
sl'ordine, divenuto oramai troppo ricco ed ambizioso. Clemente 
dicesi promettesse solamente d'occuparsene e procrastinò la 
decisione di tale negozio, rimettendola all'adunanza che si dovea 
convocare in Vienna. 

Ma Filippo, che amava le misure pronte e decisivct che non 
assonnava mai nel raggiungere lo scopo che si era prefisso, 
instava fermamente presso Clemente. 

Filippo il Bello avea per iscopo e teneva esser utile a chi 
governa il non percuotere con accatti e balzelli tutti I sudditi 
in un sol colpo, ma premere con mano ferrea un data classe 
tutta intiera ; imperciocché nel primo caso corre pericolo II 
despota di trovare troppo forte opposizione a' suoi ordini , nel 
secondo invece spoglia con mano sicura per l'egoismo del 
maggior numero, che si tiene fortunato di trovarsi salvo da un 
gran disastro. 

Tre volte dorante il suo regno spogliò Filippo una clas:4e 
particolare de' suoi sudditi, cioè nella prima i Lombardi , nella 
seconda gli ebrei, nella terza i templari ; ogni volta fece mo- 
rire tutti coloro cbe meglio voleva, tirando a sé il concorso del 
elero^ per reoderio correo dei (mù oeri delitti. Nel I3M i mer^ 



canti italiani furono tutti in un giorno arrestati, sostenuti in 
carcere siccome usurai , e molti spediti al patibolo; nel 1306 
gli ebrei, nei 1307 i cavalieri del Tempio: in tutte e tre con- 
fiscò i beni a beneficio della corona. 

Nel 14 settembre del 1407 Filippo mandò lettere ai preretti 
e governatori del regno nelle quali esponeva le accuse promosse 
contro i templari, ordinando loro di mettersi d'accordo onde al 
più presto fossero tutti i templari del regno agguantati e posti 
in carcere il 13 ottobre, e di serbare geloso secreto intorno a 
quest'ordine. 

Pel giudizio dei templari fu da Filippo deputato Guglielmo 
Humbert di Parigi , domenicano , grande inquisitore e confes- 
sore del re. Imperlante i baili delle Provincie dovevano inter* 
rogarli ed applicare ai medesimi la tortura in presenza dei 
delegati deirinquisizione, promettere perdono a coloro che aves- 
sero confessato i delitti a loro imputati e minacciare l'estremo 
supplizio a coloro che si mostrassero renitenti. L' ordine dato 
da Filippo non si limitava alle persone, ma si estendeva anche 
sui beni, dei quali Is' impadronirono i baili delle Provincie in 
nome del re. 

Gli prdini di Filippo furono eseguiti alla lettera ; non si 
saprebbe dire se fosse più la precisione od il rigore adoperato 
dagli incaricati. Nessun templario potè aver sospetto dei peri- 
coli che lo circondavano, ed all' alba del 13 ottobre i templari 
che si trovavano in Francia furono presi prima che potessero 
armarsi e , separati , furono chiusi in carcere. Guglielmo di 
Nogaret e Reginaldo di Roye ebbero ordine d'impadronirsi della 
casa del Tempio in Parigi , eh' era destinata sullo scorcio del 
secolo scorso ad essere prigione a Luigi XVI, dalla quale usci, 
ma solo per andare al patibolo. 

Giacomo di Holay, gran maestro dell'ordine da pochi giorni, 
ritornato da Cipro per invito dello stesso Filippo onde far parte 
della conferenza di Vienna, e da lui ricevuto in ogni miglior 
guisa, fu posto in prigione. 

Nella domenica 15 ottobre 1307 , nella cappella del suo 
palazzo, Filippo fece proclamare le accuse contro i templari, e 
la Frauda inorridita senti le colpe di quest' ordine composto 
di preti-soldati. 

Gì' inquisitori adoperarono tutti i mezzi per strappare la 
confessione ai templari ; ora cercavano di sedurli con larghe 
promesse per parte del re, ora li facevano languire di fame 



— 87 — 

Delle prigioni, ora con le torture, le quali erano atroci al panto 
che alcuni perivano sotto le medesime. Con questi mezzi usati 
da una barbara e feroce legislazione si strapparono molte con- 
fessioni, che venivano dagli stessi rivocate tostocbè cessava lo 
strazio dei tormenti. 

I ministri del re andavano spargendo cbe l'arresto dei tem- 
plari era stato eseguito coirautorità della Cbiesa e beneplacito 
del pontefice. Ma Clemente non credeva cbe immunità religiose 
fossero violate in modo tanto aperto e brutale. Montato in ira, 
incaricò due cardinali di recarsi da Filippo ed intimargli una 
bolla piuttosto energica colla quale lo rimproverava del suo 
poco rispetto verso la santa sede. Contemporaneamente air e- 
missione della 1)olla , sospese dal loro uffizio gli arcivescovi , 
vescovi ed inquisitori della Francia, cbe arrogavano a sé stessi 
il processo dei templari. Questa bolla è datala: Poitiers, il 
27 ottobre. 

Ma Clemente V, d' animo irresoluto e timido , tremava al 
cospetto di Filippo e non osò persistere nella fatta delibera* 
zione. Dopo di aver sentito in esame molti templari che gli 
furono perciò condotti a Poitìers, revocò la sospensione che 
avea fnlrpinato e permise ai vescovi di processare nelle loro 
diocesi gli accusati templari; tenne però per sé il giudizio del 
gran maestro delPordine e dei maestri di Francia, di Normandia, 
del Poitou e della Provenza. 

La distruzione d' un ordine che la cristianità riguardava 
come scudo possente alla sua sicurezza avrebbe potuto susci- 
tare qualche fermento nel popolo, il quale era avvezzo a rispet- 
tare la possanza e le ricchezze dei templari, ad ammirare il 
loro valore e lo zelo per essi sempre mai dispiegato per la 
fede. Per allontanare ogni pretesto di lamentela e per coprire 
Tingiustizia che commettevano, Filippo e Guglielmo Humbert, 
inquisitori, consegnarono al braccio secolare alcuni ebrei nello 
stesso tempo che i templari. La morte di due ebrei ricchissimi, 
cbe si voleva convertire al cristianesimo nel momento che i 
loro correligionari erano scacciali dalla Francia fece divergere 
la pietà di coloro che serbavano un palpito d'ammirazione pei 
templari, e Tassassinio di questi fu mascherato con quello delle 
due vittime. D'altronde il popolo si avvezza ai supplizi, e vedu- 
tone uno, ne chiede un altro» e la sua credulità adotta facil- 
mente tutte le favole che si pongono in giro. 

Le crudeltà che Filippo commetteva contro i templari a'suoi 



-88 - 

occhi aveaDo assunto il carattere di giustizia, fosse per Io sde- 
gno ch^ fortissimo nutriva contro loro per essersi mostrati tal- 
volta renitenti alla sua autorità, fosse perchè egli avesse risa- 
puto alcune satire che i templari avean messe in giro ponendo 
in canzone il suo coraggio, fosse che le sue casse erano esau- 
rite di denaro ed i bisogni ognora crescenti di averne, e spe- 
rasse colla conflsca sopperire ai medesimi, fosse che realmente 
prestasse fede alle denuncio che due paltonieri avevano fatto 
per speculare sulle sventure dei loro simili, fossero tutte queste 
diverse ragioni insieme, fatto è ch'egli riguardava Tabolizione 
dei templari ed il loro eccidio come cosa giusta e dalle leggi 
divine ed umane comandato. Filippo aveva scelto a giudici co- 
loro fra i suoi ministri che maggiore venerazione aveano mo- 
strato per lui e si mostravano inaccessibili ad ogni pietà. Costoro 
studiavansi di trovare la colpa colà ove il loro padrone avea 
dimostrato di bramarla. 

I delatori dei templari aveano asserito che essi rinuncias- 
sero a Dio ed alla fede in Gesù Cristo nell'atto ch'erano iniziati 
nell'ordine, che sputavano tre volte sul crociflsso, che adora- 
vano un idolo deforme che tenevano nei loro grandi capìtoli, 
che davano ài gran maestro tre baci nefandi, e che questi li 
avvertiva che poteano sottrarsi ai voti di castità che aveano pre- 
stato, permettendo laidezze e stravizi. Tutti i templari arrestati 
furono separatamente in secreto esaminati su tutti i punti d'ac- 
cusa; l'estratto dell'interrogatorio fatto a meglio di cento fra 
essi fu conservato negli archivi. Nel leggerlo si rimane colpiti 
della più alta meraviglia trovando ammesse in gran parte tanto 
turpi accuse. Dopo un esame più attento del medesimo - si viene 
a conoscere che furono ammesse le accuse in forza dei tormenti 
patiti pel timore di soggiacere alla tortura, ma che però sem- 
pre confessano quella parte dell'accusa che può meno compro- 
metterli. Taluno confessa di aver ricevuto al momento delPinizia- 
zione un bacio sulla bocca dal gran maestro, e ch'egli glielo 
ha reso sull'umbelico od in fondo alla spina dorsale; un altro 
asserisce d'essergli stato imposto di sputare sul crocefisso, ma 
che in luogo di profanarlo sul petto, non sputò che da parte; 
un altro che gli fu comandato di rinnegare Iddio, ma ch'egli 
si è dì ciò confessato a Roma e ne ricevette Tassoluzione ; un 
altro dice d'aver veduto bensì una figura nel capitolo, ma che 
essendo il luogo oscuro, non ha potuto distinguere cosa si fosse; 
un altro finalmente asserì che gli era ben stato dato il per- 



— 89 — 

esso di darsi io preda ad ogni oscenità, ma elisegli però dod 
èva mai osato di simile concessione. Tatti sembravano op- 
essi dal medesimo terrore; in tutti si ravvisano uomini per- 
issi dalla minaccia dei supplìzi orrendi ove non avessero con- 
ssato, che cercano di sottarsi alla tortura, ma nel medesimo 
mpo di caricarsi della colpa minore. 

Frattanto queste confessioni strappate cogli inganni, colle 
iDaccie e colle torture, facevano riunite molta impressione sul- 
iDimo d'uomini che non calcolavano il valore delle prove giu- 
liane. 

Tardava a Filippo che V ordine dei templari fosse ovun- 
le distrutto nel medesimo tempo; si rivolse quindi a tutti i 
vranì, e loro comunicò le relazioni che avea ricevute, ed 
ortavali ad imitare il suo esempio. Spacciò un legato ad Edò- 
do n re d'Inghilterra, facendogli sapere le cose orribili e (lete- 
ibili che commettevano i templari repuiinanti alla fede cat- 
lica. 

Nella lettera Filippo esortava Edoardo a non sospendere 
ù oltre l'arresto dei medesimi. 

Edoardo II pareva a tutta prima sdegnato di qunnlo gli 
^municava Filippo, e scrisse anch'egli ai re di Casliglia e dì 
icilia e d'Aragona • sembrargli dovere di considerare sotto 
(ni aspetto favorevole i templari, imperciocché si raccoman- 
ivano per il loro valore e per le lunghe faticlie durate per 
difesa della fede cattolica, e per le vittorie riportate sui ne- 
ici della croce. Li supplicava nel medesimo tempo a chiudere 
i orecchi alle imputazioni dei perversi, i quali non per zelo 
ir la giustizia, ma per cupidità e per invidia volessero ecci- 
rll a servire contro le persone od i beni di quest'ordine. » 
lesta circolare fu scritta a Reading il 4 dicembre 1307. 

II giorno 10 del medesimo mese scrisse Edoardo ai papa 
T raccomandargli caldamente il gran maestro dei templari. Ma, 
5se intendimento secreto del re d'Inghilterra con quella let- 
ra di addormentare la vigilanza dei templari, fosse che Fi- 
ipo vincesse l'animo del medesimo colla brillante prospettiva 
Ile ricchezze che aveano i templari, Edoardo mandò lettere 
ggellate ai suoi luogotenenti d'Inghilterra e d'Irlanda, ordi- 
ndo che nella mattina dell'll gennaio 1308 lutti i templari 
$sero ovunque arrestati e sostenuti in carcere; che i loro 
ni fossero posti sotto sequestro e tutte le carte suggellate. 

Il re di Napoli pochi giorni dopo si determinò ad imitare 

Tamb. Jnquis.YoU lì. i% 



— 90 — 

Filippo : farono nella contea di Provenza arrestati qoarantott 
templari e rinchiusi in carcere; i loro beni furono staggiti, m 
non si conosce se ai medesimi si sieno strappate confessioni 
se sieno stati condannati al rogo. 

In Bretagna furono egualmente arrestati i templari, e 
allorquando si mandò per impadronirsi dei loro beni, i du 
cavalieri di ciò incaricati furono fatti fuggire dal popolaccio, e 
il duca Arturo II pensò di tenere per sé il frutto della confisca 

Gli altri monarchi di cristianità non resistettero alla lusing 
di rendersi padroni delle opime spoglie dei templari ; non fu 
rono gran che solleciti neir imprigionarli ed a strappar lor 
confessióni, ma tenerissimi ed ardenti neir impossessarsi de 
beni, senza esaminare se fossero colpevoli od innocenti, tenner 
le loro commende come roba di buon acquisto dal moment 
che la Chiesa più non li proteggeva. 

Clemente aveva infatti rinunciato a più lungamente difen 
derli. Da Poitiers il 12 agosto 1308 aveva datato una boli 
nella quale dichiarava che i templari tradotti al suo cospetti 
avevano in parte confessate le colpe delle quali erano accusat 
senza usare torture o minacce; e nominava coloro che doveanc 
tenere in sequestro i loro beni, che furono gli stessi princip 
agli Stati dei quali appartenevano gli imputati; 

In Alemagna la cura di custodire i beni staggili ai templar 
venne affidata ai tre elettori ecclesiastici. Nello stesso tempi 
Clemente ordinò la riunione del concilio ecumenico in Vienn; 
sul Rodano pel 1 ottobre 1310, acciocché la Chiesa riunita ii 
assemblea decidesse delle sorti deir ordine. 

Quindicimila cavalieri del Tempio che erano sparsi fra com 
mende e preccttorie in Europa, tutti appartenenti a doviziosi 
e nobili famiglie, avvezzi all'opulenza ^d alla possanza, furono 
precipitati nella più orribile miseria ; quelli che non languironc 
nelle prigioni erano costretti a dissimulare il loro nome ec 
esercitare vili mestieri per procacciarsi il pane. 

Per dare tutta V apparenza della giustizia al suo operato 
pensò Filippo di convocare gli stati e tenere un' assemblea pei 
decidere quivi intorno ai templari. Nella settimana che segu 
le f^ste di Pasqua del 1308 ordinò la seduta, t II re, scrive il 
canonico Giovanni di S. Vittore, fece riunire un parlamento 3 
Tours di nobili e non nobili, di tutte le castella e città del sue 
regno. Egli voleva, prima di trovarsi a Poitiers presso il papa, 
sentire il loro avviso intorno a ciò che meglio era a farsi coi 
templari. » 



— si- 
li re voleva agire con prudenza e, per non dar presa a 
censore, voleva avere il consenso degli uomini d'ogni condi- 
zione del suo regno. Per il che non volle avere ravviso sola- 
mente degli uomini nobili e dotti, ma quello ancora de' laici 
non appartenenti a nessuna delle indicate classi. Costoro quasi 
all'unanimità giudicarono essere i templari degni di morie. 




Chiesa della Sorboria. 



L'Università di Parigi, e specialmente i maestri in teologia 
della Sorbona, furono espressamente invitati a dare la loro sen- 
tenza; il che fecero a mezzo del loro notajo, il sabato che segui 
r Ascensione. 



- 92 — 

Sembrerebbe qaiDdi che principale scopo di Filippo in tale 
convocazione straordinaria sia stalo quello di far attriboire ai 
deputati tutta Tinfamia che scaturiva dagli atti odiosi che erano 
stati commessi e che mulinava di commettere. D'altronde tenevasi 
certo che il voto dei medesimi sarebbe tornato conforme a*suoi 
desìderii. Infatti le otto più considerevoli signorie della Lingua- 
doca fecero procura a Guglielmo di Nogaret, uomo ligio al re 
ed esecutore delle sue iniquità, e gli conferirono mandato di 
rappresentarle all'assemblea di Tours, ed il governatore di 
Beaucair ebbe ordine di costringere i comuni della sua pro- 
vincia a pagare le spese di viaggio dei deputati che loro mal- 
grado mandavano all'assemblea. 

Filippo dopo l'assemblea di Tours si recò nuovamente a 
Poitiers per tenere nuove conferenze con Clemente, imperciocché 
trovavasì impacciato a decidere intorno ai templari che stipa- 
vano le prigioni. Fino allora gran numero d'essi, sotto o poco 
dopo la tortura, era perito, altri erano morti in carcere di cre- 
pacuore e di fame, moltissimi si erano da loro stessi data la 
morte ; ma sembra che nessun pubblico supplizio sia stato or- 
dinato prima del 1309. I commissarii incaricali di esaminare 
in segreto i cavalieri del Tempio aveano dai medesimi otte- 
nuto le confessioni che aveano scritto nei processo, od almeno 
ciò dicevano. 

Nullameno, fra i cavalieri che aveano interrogato, alcuni 
impugnavano d'aver fatte rivelazioni simili, altri asserivano che 
quanto dedussero nel processo era stato loro strappato dalla 
tortura e dalla minaccia di pene maggiori , altri dicevano che 
furono sedotti a calunniare il loro ordine mercè grandiose pro- 
messe di compensi. L'autorità del monarca era compromessa , 
e l'integrità de* soci giudici sospetta. Mal sapevasi in qual modo 
dar compimento a tale processo, imperciocché la prova della 
reità dei prevenuti dipendeva dalla confessione dei medesimi ; 
essendoché in nna giurisprudenza feroce ed assurda che am- 
melte la tortura , se la confessione strappata ad un innocente 
basta a farlo condannare alla morte, il coraggio e l'ostinazione 
di colui che persiste à negare servono di prova della sua in- 
nocenza. 

Si tacque il nome di chi suggerì il consiglio di considerare 
come rilassi coloro che ritrattarono le confessioni fatte sotto i 
tormenti della tortura, ma vuoisi che venisse dalla facoltà teo- 
logica di Parigi. 



— « — 

< U re; per dar oomìodaiDenlo alle esccuikuik dice il Viìbnu 
io un grande piroo fece legare , dasc^ino aii nn (^lo . dn- 
qaantasei de* delti tempieri, e fece aietter fuivo a' ^Mivli « i\\ a 
poco t poco r ano ionaoii Tallro ardei>e . amaìoneiutoU ch<^ 
quale di loro volesse riconoscere Terrore, il percìto siu\ |v^tosse 
scampare, e in questo tonnent;), confortati dai 1oi\> (vin'nlì t 
amici che riconoscessero e non sì lasciassero Cvv^i >ilnuMìto 
morire e guastare « ninno di loro il volle confe^^^^re « lua con 
pianti e grida si scusavano comperano innocenti di cii> e U\\o\\ 
cristiani , chiamando Cristo e sant;) Maria e f\\ altri santi . e 
col detto martirio tutti ardendo e consumando tìninn\o la 
vita. > 

Clemente aveva acconsentito a questa prima osoouxiono» 
che fu ben tosto da altre susseguila. l\ìrcva che |>i)tesso questa 
essere Tultima concessione che Filippo volesse carpirgli |>riu)a 
di lasciarlo partire da Poitiers. 

Nel mese d'agosto parli Clemente per alla volta di \V)V\\{\ 
ove sperava di respirare più liberamente lontano da Filippo » 
che era Tincubo che gli pesava sul cuore, aspettando ivi Topoca 
della riunione del concilio di Vienna. Mentre in Poitiers Cle- 
mente aveva potuto ottenere un ordine da Filippo col (pialo 
comandava agli amministratori dei beni dolf ordino di conso- 
gnarìi ai delegati spediti dal papa , dovette In compenso faro 
una bolla nella quale lanciava le censure contro tulli coloro 
die ospitassero qualche templario, e che, conosciuto, non lo 
consegnassero airinquisitore. 

Sebbene Filippo avesse goduto della sua feroco vnndnttn • 
la voluttà provata rlesciva minore della sua sete di sanKUo. 
Liberatosi da tutti coloro che aveano dichiarate falso lo con* 
fessioni strappate coi tormenti, rimanevano ancora In carcero 
altri templari, fra' quali si trovavano i dignitari dell' ordino. Il 
papa calorosamente insisteva perché fossero consegnati al giu- 
dizio suo, e Filippo aderì alFinchiesta , per la ragiono elio si 
trattava di un ordine non solamente forte e numeroH(i In Fran- 
eia, ma quasi in tutta Europa. 

Nei mese d'agosto del 1309 Clemente inslitul una cornrni/<' 
sione composta dell'arci vescovo di Narlxina, dei venerivi di ìhi- 
veni , di Mende e di Limoges, degli arcidiaconi di Itouen , di 
Trento e di Magoelonne per ricominciare di liei nuovo il pro- 
cesso contro tutto l'ordine dei templari. 

I commissari del papa si riunirono in P^irìgi, e VH ì\7i^%<ì' 



- 94 — 

Sto citaroDO IMntiero ordine dei templari a comparire al loro 
tribunale, nella sala dell'arcivescovado di Parigi il 12 novembre. 
La citazione fu spedila in tutte le Provincie ecclesiastiche della 
Francia. Il 22 novembre Giacomo di Molay fu condotto al co- 
spetto de'commissari del papa, e costoro cominciarono l'inter- 
roga torio; ma l'orrore della lunga prigionia, la fame e la tor- 
tura sofferta, avevangli in sifibtto modo turbata la mente che 
dovettero desistere e rimandarlo dichiarando d'averlo trovato 
ebete e di non giusto intendimento (1). 

Dopo tre giorni fu nuovamente condotto innanzi ai giudici, 
ove ricominciarono l'interroga torio. Molay rispose : < Che da 
dieci anni esercitava il grado di gran maestro dell'ordine e che 
nello stesso non aveva mai riconosciuto che esistesse verun 
disordine, ch'egli sotlomettevasi al giudizio de' prelati, non avendo 
nella sua poverezza denaro per procacciarsi un difensore. » 

I commissari l'ammonirono che, trattandosi d'eretica pra- 
vità, non gli era permesso d'usare del magistero d'un avvocato, 
e ch'egli prendesse conoscenza del pericolo che correva accin- 
gendosi alla difesa dell'ordine, imperciocché dopo quanto aveva 
confessato sarebbe stato dannato al rogo come relasso. Gli fa 
Ietta in allora la' sua deposizione tal e quale tre cardinali de- 
putati dal papa asserirono di averla ricevuta, e compiuta la let- 
tura della medesima, egli si fece il segno di croce per la me- 
raviglia e rispose : t Che se i cardinali fossero d'altra qualità, 
saprebbe ben lui cosa doveva rispondere. > Ed ^essendogli stato 
risposto : e Che i cardinali non erano nomini di ricevere una 
mentita od una disfida » *; ripigliò Molay : • Che non intendeva 
dir ciò, ma che solamente pregava Dio che usasse verso essi 
quanto si suole fare dai tartari e dai saraceni contro i menti- 
tori, che fanno loro troncare la testa e sparare il ventre. » 

I commissari passarono dopo airinterrogatorio di Ponsard 
di Gissiac, che tenea ragguardevole dignità nell'ordine e che si 
era offerto ad %issumere la difesa di tutti, e che toglievasi a 
compagno Rinaldo d'Orléans e Pietro di Boulogne cavalieri fra- 
telli dell'ordine. Ma furono troncate in bocca anche a lui le 
parole, e dovette chinare il capo contro la preponderanza della 
forza, contro la quale si rompe ogni ragionamento. 

Frattanto erano stati condotti a Parigi i principali dell'or- 
dine che languivano per le diverse prigioni della Francia. Som- 



(!) Faluus et non bene compas mentis, Dupuy. 




Condanna dei TcrapUri. 



— 95 — 

mavano costoro a settantaquattro; tutti disposti a difendere il 
loro ordiDO ed a respingere le calunniose accuse che erano con- 
tro lo stesso state iniziate, ed offrivano in prova il fatto che 
nessun templario fuori di Francia non aveva manifestato cosa 
che Tordine compromettere potesse, per la ragione che nessuno 
era stato martoriato dalla tortura, come a rincontro fu prati- 
cato con essi, e chi mostrava le braccia penzolanti e slogate 
dalla corda, chi facea vedere le lunghe cicatrici prodotte dalle 
tenaglie infuocate, chi altre vestigia orrende pei soderti tormenti. 

I commissari! chiamati dal papa continuarono le loro inve- 
stigazioni, e dal mese d'agosto del 1309 al maggio 1311 esami- 
narono duecentotrent'uno testimoni, parte all'ordine apparte- 
nenti, parte stranieri, che erano già stati sentiti in esame dai 
rispettivi ordinari. La maggior parte rettiQcarono le fatte depo- 
sizioni. Otto fra loro dichiararono che, per cavare da essi 
quanto meglio si desiderava, si faceano loro vedere lettere col 
suggello del re, per mezzo delle quali si dava la certezza della 
vita e di libertà se avessero confessato sinceramente. Soggiun- 
gevano che perfino fu loro promessa una pensione vitalizia nel 
mentre loro veniva mostrata la sentenza colla quale Tordine 
era condannato. 

II templario Aimery di Villars disse : Ch'egli aveva depo- 
sto il falso, spinto dai tormenti coi quali lo martoriavano L. 
di Marcilly ed Ugo della Cella, cavalieri deputati del re, e che 
allorquando vide cinquantaquattrò fratelli delPordine sulle car- 
rette essere condotti al rogo per non aver voluto confessare 
nulla, rimase molto meravigliato e commosso, ed il timore del 
fuoco gli fece dire ciò che non doveva e noa poteva asserire. » 

Nel mentre i commissari del papa esaminavano i templari 
per stendere il rapporto che si dovea leggere al concilio di 
Vienna, il quale dovea decidere della sorte delfordine, fu giu- 
dicalo opportuno il radunare i concili! provinciali per sbaraz- 
zare le prigioni che rigurgitavano di captivi. 11 concilio della 
provincia di Sens fu radunato a Parigi e sentenziò quelli mede- 
simi ch'erano stati posti sotto disamina dei commissari del 
papa, tranne ildignitari dell'ordine, la cui sorte dipendeva dalla 
decisione del concilio di Vienna. 

Il concilio provinciale pronunciò la sua sentenza in pubblico 
neiranno 1311. Coloro fra i prigionieri che aveano fatte tutte 
quelle testimonianze che voleano gli inquisitori furono assolti; 
alcuni altri condannati a carcere temporario o perpetuo. Sem- 



— 96 — 

bra però che fra costoro si trovassero quei templari che, dotati 
di membra vigorose, seppero tollerare Io strazio della tortora 
senza nulla confessare; ma coloro che fra i tormenti avevano 
confessato e poscia negato, furono come relassi degradati dal 
vescovo di Parigi e consegnati al braccio secolare. Cinquanta- 
nove furono le vittime condannate al rogo, ed il 12 maggio 1311 
fu eseguita la sentenza fuori della Porta di Sant'Antonio, e fra 
le fiamme che li consumavano non facevano che protestare la 
propria innocenza. Gli altri concilii provinciali lessero pubblica- 
mente la loro sentenza, ma non venne fino a noi tramandata 
se non quella di Sens, né ci è noto il numero delle vittime pe- 
rite negli altri. 

Anche fuori di Francia erano stati radunati concilii provin- 
ciali, ma in questi i templari furono assolti. Nessun testimonio 
erasi presentato a deporre contro l'ordine, e non si adoperò da 
essi l'infame mezzo della tortura per strappare ai cavalieri con- 
fessioni che venivano poscia contradette o distrutte. Due inqui- 
sitori di Francia aveano frattanto chiesto al concilio di Ravenna 
d'interrogare i cavalieri mediante i tormenti, ma i vescovi che 
lo componevano, non vedendo indizi criminosi contraessi, non 
aderirono. Nello stesso modo si comportarono i concilii di Sa- 
lamanca e di Magonza. 

Non rimaneva più oramai se non di decidere della sorte del- 
Tordine e di quella dei pochi dignitari che erano ancora soste* 
nuti nelle carceri di Francia, la quale decisione doveva essere 
pronunciata dal concilio di Vienna; ma la diversità delle sen- 
tenze fatte dai concilii di Francia sulla medesima causa, e quelle 
pronunciate da esteri Stati, in luogo di appianare le difiicoltà , 
le aumentava; per il che Clemente V pubblicò una bolla, colla 
quale procrastinava fino al 1 ottobre 1311 la riunione del con- 
cilio di Vienna. 



CAPITOLO III. 



Frooaiio alla memoria di Boaifaoio TIII. 
OoBoilio di Vienna. 



iDdarno Clemente V ed i prelati di Francia avevano immo- 
lato sui roghi tante vittime di cavalieri del Tempio per placare 
rodio e soddisfare all'orgoglio di Filippo il Bello. A questo fe- 
roce non bastava la sua vendetta , non si trchrava soddisfatto ; 
egli voleva estenderla fino sul capo della Chiesa per mostrare 
a'suoi sudditi ch'era diritto imperdonabile voler cozzare contro 
la sua volontà e resistere alla sua possanza. Nel i:^ rinnovò 
le sue istanze a Clemente V nerchè condannasse all'infamia la 
memoria di Bonifacio Vili. Filippo volea raumiliare la corte di 
Avignone, e, fisso come chiodo nel muro, non allentava un 
ponto solo della fatta deliberazAne. 

Clemente V quando partiva da Poitlers avea dichiarato che, 
non appena si fosse restituito ad Avignone » avrebbe ammes<(o 
all'udienza tutti coloro che intendevano deporre contro il suo 
predecessore. Reginaldo da Supino, cavaliere ed uno dei capi 
della spedizione d'Anagni, si pose in vìa con numero conside- 
revole di testimoni, ch'egli avea a bella posti radunali, accioc- 
ché fossero assunti in esame. Ma allorquando egli s'avvicinava 
ad Avignone i suoi amici, nonché i partigiani del re di Francia 
gli si fecero incontro ad avvisarlo che non lungi dalia città una 
buona mano di armati gli aveano tesa un'imboscata e correva 
perìcolo d'essere ucciso qualora si fosse approssimalo ad Avi- 
guone con tutta la comitiva di testimoni clic seco eondoceva. 

Tamii. ImquU. Voi. II. 13 



— 98 — 

Costoro, fosse per la coscienza che andavano a compiere un atto 
criminoso, fosse per timore del pericolo che altri dicevano corres- 
sero, sì sbandarono, né pel quanto facesse, Reginaldo polè ve- 
nire a capo di tenerli con sé. Allora questi si recò a Nimes, e 
riuniti i maggiorenti della città , protestò al loro Cospetto per 
mezzo del magistero notarile contro Timpedi mento ch'era stato 
frapposto alla procedura, non senza incolpare indirettamente 
il ponteQce delPimboscata tesagli come si andava buccinando. 

Clemente, che ricovrandosi in Avignone aveva creduto di 
sottrarsi per qualche tempo almeno alla ferrea mano di Filippo, 
dopo la protesta di Supino fu preso dal consueto spavento e 
scrisse a Carlo di Valois perchè si intromettesse onde calmare 
lo sdegno del fratello, assicurandolo e^ser sua mente di grati- 
ficarsi r animo del re e che gli stava a cuore al pari di chic- 
chessia r affare del suo predecessore Bonifacio che gli avea 
costato tante lagrime ed angosce da non dire , ma che tale 
negozio era scabrosissimo qualora Filippo non lasciasse tutta la 
cura di finirlo alla Chiesa. 

Ma Filippo non era uòmo da fermarsi alla buccia delle 
cose; scrisse quindi di nuovo al papa lagnandosi seco che il 
processo non progrediva, e che intanto (e prove scemerebbero, 
e che molti dei testimoni potevano morire. Clemente V, sempre 
spaventato per la possanza e la violenza del re di Francia , 
risposegli una lettera piena di unzione ed umiltà cdlla quale 
assicuravalo della sua deferenza e servitù. Per non rimanere a 
parole , alle quali nessuna fede prestava Filippo , il pontefice 
pubblicò una bolla colla quale invitava a presentarsi tutti coloro 
che aveano qualche cosa a deporre in giudizio contro Bonifacio, 
e fissava il primo giorno di u(fienza dopo la festa della Puri* 
flcazione per accogliere le deposizioni e le accuse del re Filippo, 
di suo figlio Luigi, dei conti d'Evreux, di Guglielmo di Plosians 
cavaliere e commissario del re. 

Questa bolla in luogo d'acquietare l'animo di Filippo rìn- 
cappello il suo sdegno, apparendo dalla stessa il dubbio ch'egli 
fosse accusatore e come tale citato dal tribunale ecclesiastico; 
cosa importabile per essolui , che non voleva assoggettarsi a 
giurisdizione veruna e che voleva che si credesse da tutti non 
nutrire egli animosità veruna contro la memoria di Bonifacio. 
Obbligò quindi Clemente V a pubblicare un' altra bolla , colla 
quale annullava la precedente, dichiarava che il re di Francia 
non agiva che per zelo per la verità e per la giustìzia, in modo 



— w — 

che aTea benà sollecitato il pontefice a sentire gli accasatoli, 
ma ch'egli non entrava nel novero dei medesimi. 

Né a ciò limitò le sue pretensioni Filippo» ma costrinse il * 
ddtole pontefice a pubblicare nn* altra bolla , colla quale pro- 
metteva d' accordare piena sicurezza ed il più assoluto segreto 
a tutti i testimoni che volessero deporre contro la memoria 
del papa Bonifacio Vili. 

Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plasians assunsero 
da soli rincarico deiraccusa, imperciocché i conti d'Evreux, di 
San Paolo e di Drenx imitarono V esempio di Filippo, dichia- 
rando di rimettersi in tale negozio interamente alla prudenza 
del santo padre. 

Intanto però che il re voleva apparile giusto e moderato 
presso il pubblico, travagliava a tuiruomo secretamente perchè 
i due commissarii procedessero con tutta alacrità a raccogliere 
e far valere tutte le calunnie ed imputazioni che una turba 
d'aflhmati paltonieri andava spargendo per aver denaro. Mala- 
gevole si è per noi lo stabilire giudizio basato su documenti, 
essendone stata la maggior parte distrutta, ma nulla meno cer- 
cheremo di compendiare quanto di più importante ci è rimasto, 
in modo che se non apparirà il vero in tutta la pienezza della 
luce, potrà il lettore stabilire criterio suUMnverosimiglianza e la 
calunnia delle accuse, e conoscere in gran parte Topera tene- 
brosa di Filippo. Fra tutti i documenti che rimangono, quelli 
di maggior importanza sono intitolati: 1. Articoli e ragioni di 
diritto contro Bonifacio. 2. Articoli e prove contro Bonifacio. 

Il primo di questi documenti contiene vent'otto capi diffe- 
renti d'eresia ; il secondo novantatre. Per generare giusta idea 
della calunnia delle accuse e per mostrare che alle volte il 
voler troppo aggravare con menzogne la verità per far condan- 
nare od infamare la memoria di alcuno, si riesce ad opposto 
fine, ne riproduciamo alcune. 

Gli avversari compri di Bonifacio lo hanno accusato di non 
credere neir immortalità dell'anima, di negare la presenza di 
Gesù Cristo neirEucaristia, di aver più volto dichiarato di non 
considerare peccato la sensualità, d'aver dato ragione alle mas- 
sime d'Arnaldo di Yilleneuve state condannate dairinquisizione 
di Parigi, d' aver fatto innalzare statue in proprio onore per 
indurre i popoli neiridolatria, di prestar fede alla negromanzia, 
d'aver sostenuto che un papa non può farsi reo di simonia, e 
di avere perciò fatto vendere tutte le dignità ecclesiastiche da 



- 100 — 

limone Spini Oorentino , d* aver fatto commettere molti orni- 
cidii in sua presenza, d'aver fra gli altri fatti uccidere dorante 
il giubileo più di cinquanta pellegrini dalle sue guardie perchè 
gringombravano.il passo quando un giorno si recava da San 
Giovanni Laterano a San Pietro» d'aver costretto molti confes^ 
sori a rivelargli i peccati di alcune persone, d'aver mangiato di 
grasso nei giorni di digiuno e d'aver permesso a tutti i suoi 
servi di fare altrettanto, d'aver tacciati i frati come ipocriti ed 
impostori, d'aver abbassato i cardinali rifiutando di consultarli 
negli affari ecclesiastici, d'aver cercato di porre i regni a soq- 
quadro per schiacciare ciò ch'egli chiamava orgoglio gallicano, 
d'aver contribuito alla perdita di Terra Santa, appropriandosi il 
denaro che doveva essere adoperato in difesa di essa, d'aver fi- 
Daimente fatto sostenere in carcere e forse morire il suo pre- 
decessore Celestino V. 

Fra i numerosi testimoni che si radunarono per sostenere 
simili accuse faceano parte due monaci di San Gregorio di Boma 
che raccontavano come si fossero recati un giorno da Bonifacio 
per denunciare il loro abate a cagione delle sue empie dot^ 
trine. Negava questo abate l'immortalità dell'anima e sostenevi 
essere l'accoppiamento dell'uomo colla donna bisogno innocente 
della natura; e Bonifacio dopo di aver loro chiesto se avevano 
mai veduto a risuscitare un morto licenziolii dicendo loro: 
< Andate e credete ciò che crede il vostro abate ; siete motto 
indiscreti a volerne sapere più di lui. > 

. MoUi ecclesiastici e giureconsulti napoletani riferiscono di- 
versi detti pronunciati da Bonifacio alla loro presenza. Fra gli 
altri d'averlo udito a tacciare di contraddizione i dogmi profes- 
sati dalla Chiesa cattolica , e dire che la fede era buona per i 
gonzi e pel popolaccio, ma che gli uomini di dottrina e d'inge- 
gno non poteano adattarvisi. 

Certo frate Bernardo da Soriano asserisce d' aver veduto 
dalla sua finestra che Bonifacio allora notajo apostolico stava 
sagrificando un gallo al demonio che gli era apparso, ed aveva 
col medesimo tenuto lunga conferenza. Attestava di averlo ve- 
duto ad adorare un idolo nella sua camera nascosto dietro una 
4X)rtina e finalmente di averlo inteso, otto giorni prima di mo- 
rire, dire che l'anima muore col corpo, e bestemmiare eziandio 
contro la Vergine e il suo Figlio. 

. , Notte Bonaocorsi di Pisa dichiarava d'avere egli slesso più 
mÀto condotto a giacere con Bonifacio prima sua moglie, poi 



- 101 — 

6Qa figlia, e che avevali yedati in letto commettere atti che il 
tacere è bello. 

Guglielmo Calatagirone, nobile siciliano, asseriva d'aver ve- 
duto la moglie e la figlia di Bonaccorsi giacere con Bonifacio ed 
indicava Nicola di Pisa cavaliere del papa siccome altro mezza- 
no delle lascivie di Bonifacio , che al pari di Bonaccorsi aveva 
prostitnito la moglie e la figlia a Bonifacio. 

Questi testiau)ni confessando la propria infamia distrag- 
gono la verità deiraccusa e mostrano d'essere stati compri dal- 
l'oro di Filippo. 

Altre accaso furono fatte a Bonifacio , ma cotanto invero- 
simili che non vale U riprodurle. 

L'istruzione del processo cominciò il 16 marzo 1310. Cle- 
mente y in quel giorno tenne concistoro ed ammise al mede- 
simo, siccome accusatori, Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di 
Pbsians, fiancheggiati da due ambasciatori del re di Francia. 1 
parenti di Bonifacio presentavansi anch'essi per difendere la sua 
^nemorìa, e quindi entrarono nel gineprajo delle legali ecce- 
zioni. 

Nogaret e Plasians vollero esclusi molti cardinali siccome 
aderenti a Bonifacio, chiesero al papa che fosse data fede ai te- 
stimoni da loro introdotti, che sarebbe il loro nome tenuto se- 
gretissimo a motivo del pericolo al quale si trovavano esposti 
per la loro testimonianza. 

Dal canto loro i parenti di Bonifacio sostenevano che il papa 
non poteva essere giudicato se non da un concilio ecumenico. 
Nogaret e Plasians risposero che le leggi stabilite per l' inqui- 
sizione ammettevano ogni specie d'accusatore quando trattavasi 
d'eresia e non concedevano, difensore all' accusato : per il che 
non poteva avere Bonifacio, morto imputato d'eresia, quello che 
non gli era concesso vivo. In tal modo le leggi crudeli for- 
mulate da un cieco fanatismo venivano dall'Inquisizione rivolte 
contro coloro che n'erano stati primi fondatori. 

Molti testimoni erano stati esaminati dai commissari, molti 
altri dal grande inquisitore Bernardo Guidone, ed intanto Cle- 
mente V si trovava avvolto in gravissimo impaccio. 

Se condannava la memoria di Bonifacio Vili, era lo stesso 
die scuotere dai cardini la Chiesa, imperciocché i cardinali da 
quello nominati non sarebbero stati secondo le leggi canoniche» 
ed i conclavi ai quali aveano assistito con voto deliberatorio in 
hcda alle leggi ecclesiastiche non potevano valere; e finalmente 



Clemente V non poteva essere considerato come legittimo pon- 
tefice quando il voto de'saoi elettori era vizioso nella sua ori- 
gine. Àrrogesi a questo il terribile bivio in cui si trovava, im- 
perciocché , per assolvere Bonifacio , era mestieri accusare (U 
mendacio e di calunnia Filippo « sno figlio ed i proceri del 
regno. 

In tale frangente non sapeva come condursi Clemente; venne 
a toglierlo da quella desolante posizione Filippo, il quale, se 
non poneva in^non cale Bonifacio, mostra vasi non più tanto 
inviperito contro di lui, distolto da questo scopo per la calata 
d'Enrico VII in Italia, che gli dava rangole in materia più so- 
stanziale, temendo che V imperatore di Germania prendesse a 
proteggere il papato, il quale ha sempre fornito pretesto ai di- 
versi potentati di venire alle mani. Filippo adunque acconsenti 
che i suoi ministri acconciassero la lunga controversia. 

Purché la corte di Roma dichiarasse che fosse riconosciato 
il suo procedere e quello de' suoi ministri puro ed onorevole, 
prometteva di tenersi per soddisfatto, dopo la quale dichiara- 
zione avrebbe potuto Clemente pronunciare la sentenza, che 
Teresia di Bonifacio non era bastantemente provata. 

Fu preparata dalla corte di Francia la modula della bolla 
e mandata a Clemente perché vi apponesse la firma. Allora Cle- 
mente con sottile artificio pubblicò una bolla, colla quale ren- 
deva elogi a Filippo ed alla sua corte per aver data facoltà a 
lui di por termine alla controversia e nel medesimo tempo pro- 
sciogliere Bonifacio dalla taccia d'eresia che gli era stala fra le 
altre colpe apposta. 

Lo storico non può quindi farsi giudice inappellabile fra 
tanta oscurila di ragioni che militano prò e contro; solamente 
può asserire che se Bonifacio per avventura ha dato presa alla 
maldicenza ed alla censura, vi fu anche improntitudine per 
parte di Filippo e de'suoi ministri. 

Dopo di avere troncato questo processo, pareva a Clemente 
d'essere rinato, ed alla sua volta si preparava a dar nuove sod- 
disfazioni a Filippo. 

Rimaneva d'ultimare il processo che riguardava i templari 
che già da anni languivano nelle carceri. Ma TatTare era com- 
plicatissimo; imperciocché se le più gravi accuse date contro 
l'ordine dei templari avevano preso corpo nei tribunali dipen- 
denti da Filippo il Bello, i concili provinciali però, che non te- 
mevano del suo influsso, aveano dichiarate quelle colpe insus- 
sistenti e calunniose. 



— 103 — 

11 concilio di Vienna essendo radunato, nullameno andava 
procrastinando la decisione che riguardava l'ordine del templari; 
per il che Filippo, dopo aver tenuto assemblea coi nobili in 
Lione, si recò a Vienna per spronare colla sua presenza i pre- 
lati a- pubblicare finale sentenza. , 

Bernardo Guidone, ch'era Tinquisitore scelto da Filippo per 
definire il processo de'templari, narra: e Che il pontefice chiamò 
molti prelati in concistoro segreto, tenuto il 22 marzo, in un 
coi cardinali, e colà per via di provvisione, anzi come condanna, 
abolì l'ordine deUemplari riservando a sé stesso ed alla Chiesa 
la facoiià esclusiva di disporre dei loro beni e delle loro perr 
sona. 

Il 3 aprile seguente celebrò la seconda riunione del con- 
cilio nella quale fu pubblicata T abolizione dei templari dallo 
stesso pontefice alla presenza del re di Francia Filippo, non- 
ché di quella di Carlo e dei tre figli del re. In tal modo ebbe 
fine Tordine del Tempio dopo aver combattuto centoventiquat- 
tro anni e d'aver ammassate ricchezze straordinarie e d'esser 
stato insignito di privilegi dalla sede apostolica. Da questo lin- 
guaggio di leggieri si comprende che Guidone, come giudice 
inquisitore, non era ben convinto della colpabilità dei prigio- 
nieri; e Tolomeo di Lucca, altro istorico ecclesiastico contempo- 
raneo, non pare esserlo più di questi, allorché dice : < Che i 
prelati, richiesti dal sovrano pontefice, convennero dì pronun- 
ciare sentenza su i templari senza però loro accordare un'udienza 
di difesa. > 

Leggendo la costituzione apostolica per la soppressione del- 
l'ordine, datata 6 marzo 1312, si conosce essere più presto una 
concessione fatta per deferenza alle istanze d'un potere avverso, 
anziché atto di giustizia. Clemente V dichiara: e Che le con- 
fessioni ottenute in giudizio da molti dei fratelli dell' ordine, 
rendono l'ordine sospetto; e che l'infamia divulgata, i sospetti 
generali e veementi, e specialmente l'accusa portata dinanzi a 
Clemente dai prelati, duchi, conti, baroni e comunità del re- 
gno di Francia hanno cagionato gravissimo scandalo, che non 
si potrebbe distruggere fino a tanto che l'ordine esistesse. Die- 
tro tali considerazioni egli sopprimeva di suo pieno potere, e 
non per sentenze definitive, imperciocché non potrebbe farlo 
di diritto, in forza dell'inquisizione e processi esistenti. 

Con altra costituzione apostolica il papa trasmetteva all'or- 
dine degli ospitalieri tutti i beni posseduti dai tem][)lari, come 



- 104 — 

esistevano al momento del loro arresto. Mai cavalièri di San 
Giovanni di Gernsalemme, prima d'entrare in possesso dei me- 
desimi» furono obbligati a pagar somme enormi tanto al re 
Filippo quanto agli altri principi che gli aveano usurpati , di 
modo che Tordine, ben lungi dalFessere arricchito da tale coik* 
cessione» si trovò più povero di prima. 

Alla condanna dei templari tenne dietro la dichiarazione 
fatta dal concilio che Bonifacio Vili era stato un pontefice legit- 
timo, e che non erasi macchiato né d'eresia né d'altra menda. 
Tale esser doveva il risultato dei negoziati dell'anno precedente 
fatti tra la corte di Francia e Clemente V. 

Per dare al concilio carattere imponente in faccia alla cri- 
stianilà, si annunciò il disegno di ricuperare Terra Santa mercè 
una nuova crociata, per la quale dichiaravano Filippo il Bello 
ed Edoardo II re d'Inghilterra di recarsi in Palestina a liberare 
il santo sepolcro dalle mani degl'infedeli. 

Il concilio di Vienna si occupò eziandio d'una setta dairin- 
quisizione riprovata , chiamata società dei beghini. Gli addetti 
alla medesima si dedicavano interamente alla vita ascetica e si 
distinguevano alla semplicità del loro vestire ed alla severità 
dei loro costumi. 

L' Inquisizione era venuta in cognizione come costoro si 
scostassero dai canoni della Chiesa relativamente alla grazia e 
giudicassero inutili alcune pratiche religiose, come sarebbe la 
cieca obbedienza al sacerdozio, il credere alle beate visioni ed 
all'adorazione dell'Eucaristia. 

L'Inquisizione, che aveva potuto scoprire numerosi accoliti 
di questa setta nelle prnvìncie di Lione e dì Besanzone, armata 
di tutto punto scese in campo a dislruggerii. Quindi nuovi pro- 
cessi, nuovi tormenti e continue vittime sacrificate sull'ara del 
fanatismo. 

Nuova esca trovò l'Inquisizione in Francia, mercè Tinstan- 
cabile zelo e la non mai saziata sete di sangue di Filippo. 

L'Inquisizione per ordine di Filippo il Beilo fece arrestare 
Margherita della Porrelta, donna istrutta, saggia e religiosissima^ 
nativa di Hainaut, stabilita a Parigi, che aveva scritto un libro 
intorno all'amore di Dio, nel quale gl'inquisitori scoprirono er- 
rori che furono più tardi rimproverati a Fénéion. Chiamata 
Margherita innanzi al tribunale dell'Inquisizione, fu diffidata di 
abjurare le dottrine che si trovavano sparse nel suo libro; ma 
la donna si' rifiutò di aderire ai voleri deirinquisizione, per il 



-los- 
che Tenne sostenuta in carcere e, dopo un anno di lormenti 
atrocissimi, ai quali con virile animo seppe resistere, fu condan- 
nata al rogo. Per dare V Inquisizione maggior fama ed appa- 
rito imponente al martirio, ebbe scelto il primo giorno delle 
feste della Pentecoste del 1311 per consumare anche questo 
delitto. Fu condotta la povera donna a piedi scalzi dai carne* 
flci in mezzo agli arcieri alla piazza di Grève, e quivi salita 
coraggiosa sulla pira, fu abbruciata. 

Per darle un compagno nel supplizio, Filippo fece condan* 
Dare un ricco d)reo, ch'era convertito alla fede cattolica, tac- 
ciandolo di relasso; cosi il re s'impadroniva dei beni della vit^ 
tima , e fu condannato a perpetua prigionia un fanatico che 
diceva essere Tangelo di FiladelQa. 

Arnaldo di Villanova , provenzale , medico e professore a 
Parigi, spaventato dai rigori delUnquisizione, ricovrò in Sicilia, 
ove mori. Per dare meno inesatta Fimagine del sanguinario Fi- 
lippo, narreremo quanto operò in famiglia. 

Il suo primogenito re di Navarra avea sposato Margherita 
figlia di Roberto duca di Borgogna; Filippo, conte di Poitiers, 
Giovanna, figlia di Ottone IV conte di Borgogna, e Cario terzo- 
genito avea impalmato Bianca figlia del medesimo Ottone. Corse 
in corte di Filippo una voce che le sue nuore avessero infranto 
il coniugale giuramento. Egli sospettoso e cupido di trovare 
ovunque delitti per vedere in ogni luogo vittime e patiboli , 
denunciò ai tribunali Filippo e Gualtieri di Lunay , fratelli , 
come seduttori delle nuore. Furono sostenuti in carcere e posti 
alla tortura, confessarono non solo la colpa della quale erano 
imputati, ma soggiunsero d'averla più volte commessa in luogo 
sacro. Bastò perchè Tlnquisizione vi ponesse gii artigli. Furono 
quindi i fratelli Lunay condannati a morire in una spaventosa 
maniera. Fu loro prima levata la pelle fino a mela vita , indi 
mutilati, poscia appesi per le ascelle, e rimasero cosi malconci 
finché la morte impietosita venne a por fine ai loro tormen- 
tosi dolori. Né colla morte di essi ebbe termine lo sdegno di 
Filippo. Un usciere, accusato di avere loro prestato qualche 
favore, fu loro terzo nel patibolo ; ed a costoro tennero aietro 
iodistintamente nobili e popolani, alcuni accusati di aver tenuto 
mano alFsidulterìo delie principesse, altri di aver conosciuto il 
delitto senza denunciarlo. Si ponevano tosto alla tortura, ed i 
carnefici avevano talmente perfezionata la loro arte infernale» 
che se gli accusati non perivano fra i tormenti, poco dopo mo- 

Tamb. Inquis. Voi li. 14 



— i06 — 

rìTano o in consegoenza dì questi o condaDoati, gli ani cadi 
in un sacco e gettati nella Senna» altri erano nelle prigioni 
strozzati ed in gran nomerò al rogo. 

San Giorgio» sebbene tcscovo e deirordine dei domenicani 
accasato di conoscere il colpevole procedere delle principesse; 
ed avendo omesso di denunciarle, fa posto in carcere, e non 
se ne seppe più novella. 

Luigi fece strangolare Margherita ; Carlo obbligò Bianca a 
cingere il velo neirabbazia di Maobisson, e Giovanna, avendo 
ricevuto in dote la Franca Contea, che dovea essere restituita 
al fratello di lei ove fossele rimasto superstite, per Tavarizia 
del marito, campò la vita. 

L'ordine dei templari era distrutto; la maggior parte dei 
suoi membri era perito m\ rogo o fra le torture o di fame in 
prigione. Solamente il gran maestro ed i dignitari delPordine 
penarono fra lo squallore del carcere e furono : Giacomo di 
Molay gran maestro, che Filippo aveva in altri tempi scelto per 
levare al fonte battesimale uno dei suoi figli; Guy, commenda- 
tore di Normandia, figlio del delfino d'Alvemia ; il commenda- 
tore d'Àquitania, ed il Visitatore di Francia. Filippo un giorno 
si ricordò di loro per spedirli al rogo. 



CAPITOLO !¥• 



BseeazioBe dal fraa maestro de' tempieri. 



Era il 15 marzo dell'aDDo 131 4» e quantunque una fredda 
e densa nebbia sopravenuta a pioggie dirotte diffóndesse un 
malinconico tenebrore sulle contrade di Parigi, pure offerivano 
esse fin dal cominciar del mattino il più animato spettacolo. 
Era un gridar d'impazienza, un andare e venire, un esclamare 
di sorpresa, un trambusto di carri trascinati da mule qual da 
luogo tempo non s'era veduto regnale, e che facea singolare 
contrasto collo squallore delle strade fangose, delle ctìiuso bot- 
teghe, del cielo caliginoso. Una turba di villani accorsi dal bor- 
ghi vicini, che distinguevansi alla lunga barba ed al capelli 
pendenti, di mendicanti, di monaci, di donne, di vecchi e fan* 
dnlli ingombrava le vie. Scorgeansi qua e là appostarsi a caiH) 
di quelle gli arcieri della prevostura colle loro alabarde, i ser* 
genti d'armi colla clava ferrata e colla giubba a manictie pen- 
zolanti, ed alzarsi di mezzo alla folla i lunghi pennacchi dei 
cavalieri baccellieri e banneretti che si facevan largo colla punta 
dei loro pennoncelli; in una parola tutte le condizioni, tutte 
le età mostra vansi in quella immensa adunanza, simile ad uno 
di quei gran mercati marittimi ove convengono i rappresentanti 
di tette le regioni del mondo. Sarebbesi detto o che la citti 
fosse minacciata d'incendio, o che contro a Filippo il Bello si 
fosse concitata una sollevazione sol far di quella che era scop- 
piata alcoBi anni addietro per avere di doe terzi accresciuta! il 
valore delle monete. 



— 108 — 

Ma ravvenimento di quella giornata non toccava le sorti dd 
Parigini ; solo era tale da destarne la curiosità ed il terrore. Le 
turbe non dirigevano i loro passi alla residenza del re, sibbene 
verso le rive della Senna, alla piccola isola di La Goordaime 
o dei Giudei , situata fra i regi giardini ed il convento degli 
agostiniani, ove è adesso la piazza delfina e la statua di En- 
rico IV. I viottoli di Nazareth e di Betlemme, gli aditi tatti 
che mettevano a quel solitario luogo erano zeppi di gente : 
quello diventato era la meta di tutti i motimenti, il centro della 
universale attrazione, né il ponte che alla città congiungevalo, 
né le molte barche ivi adunate bastar potevano a sfogo del- 
Tinnumerevole popolo di curiosi. S'udivano chiamar fortunati 
coloro cui il privilegio della dignità o dei natali guarentiva i 
posti migliori; s'udivano invidiare le nobili donne alle quali 
doveano probabilmente servire le logge innalzate rimpetto alla 
piazza deirisola. Invidiate I e perchè ? Traltavasi forse di qual- 
che nazionale esultanza per conseguite vittorie? o di qualche 
splendido torneamento, in rai una di loro aspirasse al vanto 
di venir proclamata regina degli amori e della bellezza ? No 
eertamente, perocché, in luogo delle note assise dei piii famosi 
campioni, in luogo delle variopinte bandiere sciorinate in segno 
di gioia e del suon delle trombe e dello scalpito dei cavalli» un 
cupo ma operoso silenzio regnava nelUsola dei Giudei, e la 
fitta mano d'armati che ne guardava il recinto pareavi piatto-' 
sio a difesa che a far bella mostra di sé. Unici trofei colà io 
quel piazzale erano due ampie cataste di legna sormontate da 
pali da cui pendevano catene, unica insegna un nero vessillo, 
ifì cima al quale torreggiava la mano della giustizia scolpita in 
legno dorato, e questa lugubre pompa accennava abbastanza 
come un dramma di sangue stesse per aver compimento. 

Ed infatti, dopo alcune ore di aspettazione, ecco in lontano 
adirsi lo squillo d*un corno e un fragoroso scricchiolar d'armi ; 
indi a poco la voce degli araldi gridanti : — Indietro borghi- 
giani ; indietro cittadini ; luogo cavalieri, fate luogo alla giustizia 
del rei — Tutti gli occhi s'addirizzarono a quella parte: si 
fece un breve silenzio, e a questo supcedette tosto un brulichio 
più confuso in tutta la folla, che ricacciandosi a spinte contro 
i muri delle case, lasciò a poco a poco sgombero della via tanto 
spazio che bastasse a dar passo al lungo e mesto corteo che 
lentamente si approssimava. 

Apriva il cammino uno scudiere del re portante lo sten- 



— 109 — 

dardo auarro coi gigli d'oro» e dietro lai procedevano ciDqoaQta 
soldati a cavallo capitanati da Roggero di Foix pipote di quel- 
Taltro Roggero che trentanni addietro avea fatto omaggio spon- 
taneo de'suoi dominii alla corona dì Francia. Seguivano indi 
primi d'una schiera di cavalieri, di scudieri e di paggi, vari dei 
più illustri personaggi di corte, i cui nomi veniansi ripetendo 
da mille bocche nel loro passaggio. Carlo di Valois fratello del 
re, Bertrando di Saint-Paul, Roberto di Goienne, Alano di Beau- 
roanoir, Guglielmo Nogaret gran cancelliere del re, sul cui volto 
sinistro mal si celava la gioia di un'assaporata vendetta. Tutti 
costoro erano in arnese di guerra e colle insegne spiegate, ma 
pia notevol di tutti per la baldanza del portamento e per la 
ricchezza degli addobbi appariva l'impudente Enguarrando di 
Harigny favorito del re, de'cui consigli in gran parte era ef- 
fetto il crudele spettacolo che s'apprestava in quel punto. Con- 
scio egli dell'odio in che universalmente era tenuto, rivolgea 
a quando a quando sul popolo un infernal sogghigno di scherno 
quasi a ricambio di mille tacite maledizioni, e prendea diletto 
di cacciarsi col cavallo fra i gruppi più fitti di gente a goder 
del loro scompiglio. Solo di tanti cortigiani accorsi quasi per 
giustificar colki loro presenza i barbari decreti di Filippo, non 
A scorgea ivi l'intemerato Gaucher di Chillon gran contestabile 
del regno, abbenchò l'uffizio suo gliene facesse quasi un do- 
vere; all'onesto cavaliere più che il corruccio del re avrebbe 
gravato il rimorso di farsi vile approvatore di ciò ch'ei reputava 
ÌQginstizia. Veniva dappoi una processione di domenicani e di 
minoriti, alla cui testa era frate Guglielmo capo inquisitore di 
Parigi, che si facea . precedere da un Cristo in mezzo a ceri 
ardenti; indi seguitavano i cavalieri di toga o giudici del parla- 
mento, e finalmente un'immensa calca d'uomini, di dònne, di 
fàDciulli, i quali gridando — Veht i templari! vehl il gran 
maestro i — precipitavansi fin quasi sotto i piedi dei cavalli per 
contemplare in volto i prigionieri, senza che gli sforzi delle 
guardie a cavallo e degli alabardieri valessero a contenerli in 
buon ordine. 

Jacopo Molay gran maestro dei templari veniva a piedi colle 
mani legate, col capo scoperto, colla persona rivestita di logora 
Ionica, in mezzo a quattro arcieri e con a fianco gli uffiziali 
della giustizia. 

La fisonomia di questo antico campione serbava l'impronta 
di tutti i dolori, accusava tutte le torture fisiche e morali a cui 



- 110 — 

da tanto tempo era in preda. Mal si reggea sulle gambe, ma 
il suo sguardo dignitoso senza arroganza, fermo senza ostenta- 
zione, dava a conoscere che l'energia di un'anima usata a sfidare 
là mòrte si era ridesta nel moniento più decisivo. Né differente 
era il contegno del priore di Normandia, Guido fratello del 
delfino di Viennois, che lo seguiva nella lugubre processione. 
In contemplare quei due volti sformati da lunga barba , da 
incolti capelli, macerati da veglie, da percosse, da stenti e più 
che tutto dal pensiero di uno spaventevole fine, non era alcuno 
fra i riguardanti che non sentisse o compassione o ribrezzo. 

Finalmente dopo un' ora di cammino giunsero essi alla 
meta del doloroso viaggio e stavano ancora i carnefici com-^ 
piendo gli estremi apparecchi del supplizio, mentre gli armati 
si schieravano attorno alla piazza, ed in appositi palchi collo- 
cavansi i giudici e i grandi della corona. Regnava in tutto quel 
mare di gente il silenzio deiransielà, quando la voce sepolcrale 
di Guglielmo di Nogaret, simile a quella dell'angelo della morte, 
s'alzò ad interromperlo con questi accenti: 

— Iacopo di Molay , Guido di Viennois , le deposizioni 
di veridici testimoni , le vostre confessioni e quelle dei vostri 
fratelli v' hanno convinti di apostasia , d' idolatrìa , e d' ogni 
genere d'abbomioazione. Il santo concilio di Vienna ha decre- 
tata l'abolizione del vostro ordine, e l'Inquisizione vi ha rimessi 
alla punizione del braccio secolare. Egli è perciò che la giu- 
stìzia del re vostro signore , dopo avervi ad ogni prova rico«- 
nosciuti cavalieri sleali , corruttori del cielo e della terra , vi 
condanna a perire di lento fuoco in guisa di eretici scomuni- 
cati, e questa sentenza sarà posta immediatamente ad esecu- 
zione. Cosi possa colle vostre ceneri sperdersi la memoria delle 
vostre scelleratezze. — 

Intanto che il cancelliere pronunziava queste fatali parole, 
interrotto soltanto da un sordo romorio degli astanti somi- 
gliante al gemer cupo del vento io una folta foresta, Iacopo e 
il suo sventurato compagno, rialzandosi sulla persona e scuo- 
tendo fortemente la loro catena, davano indizio della più vio- 
lenta commozione: pareva che il sangue rifluito improvvisamente 
al cervello del canuto Molay ne imporporasse le guance scar- 
nate; pareva che un torrente di concitate parole pronte a 
traboccare gli si strozzassero nella gola, tanta era 1' agitazione 
della sua faccia, la contrazione dei suoi muscoli. Ma quell'im- 
peto dell'onor vilipeso fu un lampo, e tosto ripigliando egli la 



— Hi - 

severa saa dignità fé' cenno , protendendo le braccia , di voler 

favellare* 

. — Parlate, o Iacopo, gli disse allora V austero inquisitore 

! di Parigi: le vostre parole sieno quali esige la tremenda ora 

che s' avvicina: ma innanzi tratto sappiate che non è solo la 

misericordia divina che sia pronta ad aprirvi le braccia , ma 

che anche Fumana giustizia può sospendere il suo rigore,. se 

vi mostrerete pentito. Confessate di nuovo le colpe vostre , 

domandatene perdono in faccia al cielo ed agli uomini, e tro- 

( ?erete clemenza. Non vi ostinate ad aggiungere a tanti travia- 

] menti un'impudente menzogna, o Tira di Dio vi sta prepa- 

j rande un fuoco ben più durevole di quel che v'appreslano gli 

' nomini. 

— Impudenti menzogne quelle che voi fabbricaste ai nostri 
danni 1 interruppe vivamente il gran maestro: menzogne quelle 
che ci strapparono dal labbro gli spasimi della tortura e le 
insidiose vostre promesse t Io Io attesto qui per quel Dio che 
mi dovrà giudicare fra poco, per la Vergine santa , per san 
Giorgio mio protettore, noi tutti siamo innocenti dei delitti che 
ci apponeste. Più che d'ogni passata colpa mi pento della viltà 
che in un atroce momento mi trasse dal labbro un' infame 
confessione; questa sola mi rende degno di mille morti. Possa 
Iddio perdonare a noi, come noi perdoniamo ai crudeli che sono 
cagione della nostra rovina 1 

— Templari, non volete adunque pentirvi ? soggiunse Tin- 
quisitore. Pensateci bene , io annunzio da parte del nostro re 
grazia e libertà, da parte della Chiesa assoluzione intera a colui 
che pentito confesserà le sue colpe. 

— Siamo innocenti I ripeterono entrambi. 

E qui le grida della plebe , il pianto dei- parenti , le pre- 
ghiere degli amici si confondeano in una sola esortazione: 
€ Confessate, confessate per pietà dell'anima vostra I > 

— Riflettete, dicea il frate, che i vostri minuti sono nu- 
merati. 

— Sieno, riprese Molay: ma dite a coloro che ci condan-^ 
nano che numerati sono pure ì loro giorni ; dite a papa Cle- 
mente ed al re Filippo che prima che un anno si compia sarà 
decisa la nostra causa davanti al tribunale di Dio. Là li atten- 
diamo. In mams tuasy Domine, commendo spiritum meum. 

— Entro un anno al tribunale di Diol — ripetè il priore 
di Normandia. 



- 11^ - 

— Maledizióne sulle anime vostrel gridò rimpetaoso Ga 
glielmo di Nogaret, augelli di triste augurio. Olà, giustizieri 
fate il dover vostro! — 

E tosto costoi'o, impadronitisi dei prigionieri, li attaccarono 
ai pali; poi Puno d'essi presa una torcia infiammata, la scossi 
fortemente ed appiccò il fuoco alle cataste. Un turbine di fumt 
avviluppò rapidamente i pazienti, i roghi e la piazza. Non altn 
più s' intese che il crepitare delle fiamme misto ai soflbcat 
gemiti delle vittime, al pianto dei loro amici ; non altro si vidi 
per qualche minuto che una nube grigiastra che spandendo ui 
fetido odore saliva a confondersi colle nebbie del cielo. Ma ur 
soffio di vento avendo per un istante dissipato quei densi vapori 
si scorsero nel centro dei fuochi due masse scure ed informi 
che, simili ad infernali visióni, s'agitarono, divincolaronsi e ri- 
caddero carbonizzate in' mezzo alle fiamme, 

A siffatto spettacolo inorridita la moltitudine si sparpaglio 
tumultuando: — Poveri templari I era T esclamazione di tutti 

— Hanno citato il re ed il papa avanti a Dio ! dicevan gli uni 

— Giurerei ch'erano innocenti I susurravan gli altri. — Morte 
ai carnefici! maledetta giustizia che brucia gli uomini in onore 
di Dio ! gridavano i più arrischiati. 

E intanto il fremito e gli urli divenivano di momento ic 
momento più minacciosi, come il muggire dei fluiti che precede 
violenta burrasca, tanto che, ad acchetarli, Rogero di Foix si 
credette obbligato di dare il segno dell'allarme, ed i soldati si 
ordinarono in fila. Il padre inquisitore intonò il Miserere, k 
cui flebili note vennero all' istante ripetute da più migliaia 
di bocche. Siffatta lamentazione , cui di lontano aggiungeva 
malinconia il rintocco della campana funerea e lo squallore 
del giorno presso a morire, mutò ben presto in una sola indi- 
stinta armonia i parlari , le grida , le maledizioni di tanti uo- 
mini, fra' quali pochi furono coloro che osassero applaudire ad 
un atto che pur doveva secondo le opinioni di quella età riu- 
scire accetto a Dio e liberare il mondo da uno stormo di scel- 
lerati. 

Alcuni giorni dopo il tragico avvenimento fu dato a Fi- 
lippo di accorgersi da sé medesimo della funesta impressione 
che questo avea lasciato negli animi. Allorché egli comparve in 
pubblico la prima volta, il silenzio e la diffidenza erano im- 
pressi sulle fisonomie di coloro che più soleano esser prodighi 
di acclamazioni. Ciò contribuì in singoiar modo ad accrescere 



\ 




Itecvime tfei Tem^m acaàti in PirmilUMino ISH» 



— 115 — 

le inquielodìiù di qoello spirilo catonlmente $dspeUi\$o o ;ii 
sQScitam una gatm che non dovea più pbcarsi che colia 
morte. In iscambio della calma soperha che abilualmenle tra- 
sparila dalb fredda regolarità del suo ì\^IU\ e della artiiitiosa 
compostezza che ne reggea i moTimenti. notaronsi in fronte a 
Filippo le repentine contrazioni, T abbattimento profondo di 
nn animo lacerato da cruccioso pensiero ; i suoi occhi contor- 
nati da lividio cerchio, le guance illividite accusarono gli irrequieti 
sonni d^nn nomo a cui pareva che le teste degli abbruciati 
cavalieri avessero servito di spaventoso guanciale. SI , la |\ace 
di Filippo il Bello era perduta per sempre : la morU) di Mola>\ 
la sua fatai predizione e più che ogni altra cosa 11 mise^ 
rando fine di papa Clemente aveano affatto conquiso il suo 
CQore; egli sognava ad occhi aperti tetri fantasmi , inesorabili 
apparizioni. — I morti, o grazioso mio sire, non tornano in 
vita, gli diceva un giorno Enguerrando , e la grandezza vostra 
non faccia onta a sé medesima con vane paure. — 1 morti ò 
vero tornano in vita, ma gli spaventosi loro spettri turbano il 
mio riposo, e non v'hanno uè messe né confessioni che val- 
gano a ridonarmi V antico coraggio. — E dicea vero , chò in 
mezzo allo splendore del trono , sul punto quasi di veder co- 
ronato ogni suo desiderio, parve che Filippo fosso costretto di 
ubbidire alla intimazione che gli suonava incessante nel fondo 
del eaore: Prima che compiasi un anno f aspetto al trihunalv 
éiDkK 

Ma (a crudeltà di Filippo fu ella veramente incsousablli!? 
faiODO tutte calunnie le imputazioni fatte ai templari 7 Ecco 
lu quesito al quale la storia non offerse ancora una soluzioni; 
pndn. IThanno gravissime autorità che assolvono, gravissime 
ehtt condannano; né la luce dei secoli, né il silenzio (kììa pas- 
é^bì pptnono peranco diradar le nebbie che avvolgono le toinln; 
dai templari o far tacere i romori dei loro nemici. Data clic 
avnmo una rapida occhiata alia storia di codesto ordine fa- 
MSe^ vedremo in che consistano le accuse e le difese, onrle 
^iiciina esaminando da sé medesimo la gran controversia, ne 
far ragione a soo senno. 



Taxi. ImqmU, YoL IL ir, 



CAPITOLO V. 



L'Ordine de* Templari. 



Quel religioso fervore che sai finire deir undecimo secolo 
sospìnse quasi tutta Europa al conquisto di Palestina trovò pib 
che altrove alimento nello spirito cavalleresco dei Francesi, e 
nessun'altra nazione seguitò con più ardore la voce che chia- 
mava i popoli a liberare il gran sepolcro di Cristo. Fra i prodi 
che nella presa di Gerusalemme venner compagni a Goffredo 
di Bouillon erano un Ugone di Yayens discendente degli an- 
tichi conti di Champagne, ed un Goffredo di Saint-Omer, per- 
sonaggi egualmente distinti per chiarezza di natali che per valor 
militare, benché di povero stato. Costoro, mal comportando che 
le incursioni de' saraceni ponessero di continuo a rischio la vita 
e la roba di chi recavasi a visitare il sepolcro, si obbligarono 
fra loro ad un voto solenne di difender con Tarme i pellegrini 
e di mantener sgombre dei ladroni le strade della Città Santa. In 
eguale proponimento convennero sette altri cavalieri, fra i quali 
ricordansi i nomi di Goffredo fratello d'Ugone, di Blsol, di Roral. 
di Pagano di Montdesir e di Arcibaldo di Saint-Amand, e si 
formò per tal modo una associazione militare-religiosa, strano 
miscuglio di pietà e di barbarie, qual comportava V indole dei 
tempi. Il patriarca Gismondo e Baldovino II re di Gerusalemme 
altamente approvarono un tale divisamento, e quei cavalieri 
cominciarono ad adempire al loro novello uffizio col nome di 
soldati di Cristo o di cavalieri del Tempio, perocché venne loro 
dato in custodia il tempio di Salomone e presso a quello ebbero 



- 118- 

il iNimo soggìorao. Pochi io nomerò ed in povera condizione» 
vissero esA dapprima sotto all'ubbidienza dei patriarca con di- 
scipline simili a qaelle che osservate erano dai canonici rego« 
lari; ma la fama di;Joro goerresche imprese e la specchiata 
virtù attrassero in breve fra i loro segnaci illnstrì personaggi 
che apportarono air ordine e privilegi e ricchezze. Dopo nove 
anni dalla loro istitazione noveravansi già per testimonianza di 
Tiro trecento cavalieri, oltre alla torba dei fratelli serventi. 
€ Duces et principe$, scrive Iacopo di Vilry, eorum exemplo 
mundi vincala dirumpentes, ad eos confluebant. > Perciò papa 
Innocenzo III trovò opportono di vendicare alla pontificia auto- 
rità la totela immediata di tale congregazione, ed Onorio lU 
per darle pio durevole ordinamento, invitò i fondatori di essa 
nel 1128 innanzi al concilio di Troyes, onde vi ricevessero gli 
statoti e le discipline a tal oopo estese daireloqoente Bernardo 
abate di Chiaravalle* Oltre airobbiigo di proteggere i pellegrini 
e di mantenere Tiùterezza dei cristiani possedimenti in Oriente» 
aveano i cavalieri qoelio di recitare ciascon giorno Tofficio di- 
vino» non che di cibarsi in comone digionando il venerdì, di 
daiB ai poveri in elemosina la decima parte del loro pane, di 
osservare dopo la prece della sera il più assolato silenzio, di 
non portare oro od argento nei loro vestimenti, di non andare 
a caccia» di non mandare né ricevere lettere senza l'assenso del 
l(Nro soperìore» e finalmente di rinnegare mai sempre la loro 
volontà e seritarsi nella più perfetta illibatezza. 

Io qoesto medesimo concilio venne ai templari prescritta 
la foggia del vestimento, consistente in ona tonica bianca scen- 
dente fino al talone e in on mantello parimenti di lana bianca» 
che venne in segnilo fregiato di ona rossa orlatora, e in sol 
lato dietro d'ona croce dello stesso colore. Il berretto fo pore 
di lana bianca oriate di rosso, a coi i gran maestri sovra- 
posero più tardi ona pioma nera; la calzatora di pelle, gli spe- 
roni d'acciaio; e fo vietato qualsivoglia corredo di morbide pel- 
Uece» solo permettendosi nsarie di montone o di agnello, < Ve- 
ttimenta autem unius colori semper esse iubemus, verbi grafia 
oBhi, vel nigra, vel ut ita dicam burella. Omnibus autem mili- 
tttfs professis in Meme et in cesiate si fieri potest, alba vesti- 
menta concedimus, ut qui tenebrosam vitam postposuerint per 
h^dam et albam suo conditori se reconciliari a^ìoscant (1). » 

(!) V* Acta concilii tercensis. 



— 116 - 

E fu preferito ii color bianco per esser egli simbolo di castità. 
« Quid enim albedo nisi integra castitasf » La loro baodiera 
formata d'uà drappo quadrato portante una croce rossa in campo 
mezzo nero e mezzo bianco fu detta Baucens o Bauceaus, da 
un'antica voce francese con cui notavansi i cavalli di color misto, 
e del doppiò suo colore rende ragione un cronichista contem-» 
poraneo.... < eo quod Christi amicis candidi sunt el beiUgni^. 
nigri autem et terribiles inimicis. > Sul sigillo dell'ordine sta- 
tano scolpiti due cavalieri in groppa a un solo destriero per ac* 
cennare alla povertà de'suoi fondatori, ed. attorno una leggenda 
che clìiamavali soldati di Cristo, alia quale poi venne sostituito 
U nome di fratelli del Tempio. 

I templari per tal maniera ordinati formarono numerose 
famiglie e si diffusero per la Palestina non solo, ma per tutta 
cristianità. Fedeli osservatori delle lor regole, religiosi, modesti, 
terrìbili agli infedeli, occupati in tempo di riposo in utili lavori, 
furono per alcun tempo oggetto di riverenza ed amore, e Nulli 
molesti erant, attesta Iacopo da Vitriaco, sed ab ommbus.propter 
humilitatem et religionem amabantur > ; e Pietro abate di Cluny, 
in una sua lettera ad Eberardo lor gran maestro, e Quis non 
ketetur, esclama, quis non exuUet processisse vos non ad sein^ 
plicem sed ad duplicem conflictum !f < alludendo alla singoiar 
castità ammirala universalmente nei cavalieri. Le abitazioni 
loro, caserme e conventi ad un tempo, cbiàmaronsi dapprima 
Maniera dalla voce francese manoir, che significava una casa 
circondata da campi , poi vennero denominate Commende. A 
Ciascheduna presiedeva un grande uffiziale con titolo di priore 
sommesso alPautorìtà del gran maestro, ed ogni cavaliero teneva 
a suo servigio uno o più fratelli serventi , oltre agli scudieri 
ed ai paggi che aspiravano, mediante un faticosissimo noviziato, 
al grado di cavalieri. Gli uffizi divini e le funebri cerimonie 
venivano adempiute dai cappellani delFordine, i quali, esclusi- 
vamente addetti air ecclesiastico ministero , non aveano parte 
alcuna alle fazioni guerresche. Il numero di codeste commende 
fino dal 1244 era maravigliosamente cresciuto, e Habentenim^ 
Scrive Matteo Paris nella sua cronaca, templarii in christianitate 
novem millia maneriorum i; e in sul cadere del secolo XIII 
poiea dirsi non esser nel mondo regno o provincia in cui essi 
non fossero in possedimento di vaste proprietà, quali largite 
per testamento di principi, quali recate in dono dai ricchi che 
si arruolavano sotto alla sacra bandiera.. 



— 117 — 

MoHissime farono le imprese odle quali segnalàroosi i cava- 
lieri, anzi può dirsi non essersi dato combaUimento in Oriente 
coi essi non abbiano faiorosamente assistito. Nell'anno 1133 
qnast tatti i templari perirono sotto il ferro dei saraceni ; 
nel 1148, posti da Baldovino III a presidio di Gaza» sostennero 
i più gravi pericoli, eia salvarono dagli infedeli; nel 1152 tro- 
varonsi alfassedio di Damasco , porgendo più ammirabile cbe 
bastevole snssidio air esercito de' crociali francesi» e nel 1188 
eroicamente difesero Gerusalemme stretta da' saraceni. Celebre 
fa la vittoria che riportò nel 1116 presso Ascalona Odone di 
Saint-Amand gran maestro con soli ottocento fra cavalieri e 
fratelli sulle truppe assai più numerose di Saladino; celebre 
parimente la disperata difesa della gran galea dei templari nella 
battaglia navale data nel 1218 presso a Damiala , in cui essi , 
assaliti da ogni parte, anziché arrendersi» preferirono affondarla 
e trascinare nel loro eccidio i nemici. Damiata» dopo diciannove 
mesi d'assedio» venne in poter de'crociati» e Leopoldo d'Austria 
e gli altri duci con gran liberalità premiarono i templari, che 
si possentemente aveano contribuito al buon esito di quell'im- 
presa. Ma se in questi fatti e in molli altri che legger si ponno 
più diffusamente nelle istorie del Du-Puis e del Gùrtlero meri- 
taron essi encomio di prodi e ricompense di principi e della 
Chiesa, non è a tacere come non andassero securi dalla taccia 
di smodata avidità nei saccheggi» di ferocia crudele nelle vit- 
torie. Fnrodo anzi accusati di avere per viltà o per danaro 
ceduto al soldano d'Egitto un inespugnabil castello posto al di 
là del Giordano presso ai confini di Arabia; di cbe Almanco 
re di Gerusalemme montò in ira si grande che» fatti catturare 
dodici de'Ioro principali, feceli appiccare per la gola. Una delle 
pecche più gravi che si rimproverava ad essi, e che contrastava 
in istrana guisa col titolo di Magister humilis dato al lor capo, 
era una superbia eccessiva ed un incomportabile fasto: e nar- 
rasi a questo proposito che Riccardo Cuor di Leone» esortato, 
secondo lo stile di quella età, a liberarsi dalle sue tre figliuole 
superbia, avarizia e lussuria» rispondesse al sacerdote che cosi 
l'ammpniva: < Do superbiam, disse, templariis et hospitalariis, 
woaritiam monachisi lìixuriam ecclesiasticis pra'latis > ; le quali 
parole, se sono vere» non -danno certo grande idea della pietà 
di quei giorni. Sino al terminare del secolo Xlll seguirono i 
templari le vicende di Gerusalemme, ora perduta, ora ricon- 
quistata; ma, dopo d'aver combattuto con iuutil coraggio, sen- 



- US — 

dosi spento il fenrore che aoimaya i crociati, e i soccorsi cTEq* 
ropa fattisi tardi e iDsofficienti, dovettero abt^ndooare anclì'essi 
le prime lor sedi, e prima del 1300 sgomberare dalPAsia. Non 
avendo più nemici infedeli a combattere, gli irrequieti cavalieri 
molestarono i prìncipi cristiani d'Antiochia e di Cipro, e deva** 
starono la Croazia e la Grecia. Il lor gran maestro Iacopo Molay, 
del qnale il valore e fausterità, a quanto narrava la fama, non 
fa minor di quella di Bertrando di Bianquefort, di Roberto di 
Sablé, di Armando di Périgord e di tutti gli illustri suoi ante* 
cessorì, scelse a ricovero risola di Cipro e già stava ivi appa- 
recchiando i suoi alla conquista di Rodi, che venne poi conseguita 
dai cavalieri ospitalieri, quando nel 1307 scoppiò tutto ad un 
tratto quella terribil procella che lui e Tordine suo dovea tra* 
volgere in un'intera rovina. Filippo il Bello di Francia avea 
già da lungo tempo rivolto alle ricchezze dei templari quel 
cupido sguardo col quale avea saputo frugar si addentro neglr 
scrigni ai giudei; ma le sue controversie con papa Bonifacio e 
le civili fazioni non gli aveano peranco lasciato agio a maturare 
i suoi divisamente I templari erangli divenuti esosi ancor più 
perchè aveano rifiutato di ascriverlo air ordine loro , e forse 
sottomano erano stati i favoreggiatori del popolaresco tumulto 
del 1306 neir occasione delle monete; sicché egli non cercava 
che Toccasione di perderli. La faccenda era di grave momento, 
A per la potenza loro che per l'appoggio che avrebbon trovata 
nelle ecclesiastiche immunità. Pure , asceso che fu al soglio 
pontificale Clemente Y, di nazione francese e più disposto a 
piegare ai désiderii di lui, l'impresa diventò assai più agevole 
e non tardò gran fatto ad aver compimento. Bastarono a ciò i 
romori vaghi del popolo, che accusava di scoslumatezza e d'in- 
temperanza i templari e di segrete pratiche cogli infedeli , e 
specialmente colla famosa tribù degli assassini di Siria. Nolfo 
DeU fiorentino, al quale dappoi nuovi delitti valsero la forca, 
ed il priore di Montfaucon, che era allora prigione per gravi 
misfatti, uomini di perduta fama, comperarono l'impunità facon- 
dosi accusatori del loro ordine, asserendo cioè essersi in quello 
stabiliti segreti riti, nei quali, abjurala la religione di Cristo, 
gli iniziati faceansi adoratori di un ìdolo, profanavano sul campo 
di battaglia la vita, e si abbandonavano alle più laide sozzure 
a cui l'umana corruzione possa arrivare; in una parola, tutti 
gli orrori de* baccanali eran rinnovellati nelle tenebrose orgie 
del tempio. Come più sopra abbiadìo avvertito. 



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Monlay, firan Maestro do 'Templari. 



— «« — 

U «iamo 13 ottotare deiramio 1307, m nrtii di m oràiw 
aite, miti i lemptei diFrancìi, frai'qnli eiz il gnnmMatrù. 
damati setto colore di nnori ordinamentt, forono inqniisiio- 
aiti; la qnal misara con sollecita e sicoramente est^ttn prova 
am'ella fosse meditata da lungo tempo. II papa ne mosse da 
principio alti lamoiti, poi o fosse che le impntasioni acqnisias- 
aero feiie per te importanti rivelazioni dei prìfrionieri. od altro 
aMm degm) motiro a ciò findocesse» rimise alqnanto di (foel- 
Tardore con coi aoleai^ dalTantorìtà poniificisi difendere le im- 
■miti FBligioK, e non solo lasciò bre, ma fino ad nn cerio 
aegDO approvò. Tre anni lottarono gli infelici cavalieri colle 
tortore e gli spasimi d'una cattìTitii : e moUis^mi confessarono 
le rimproverate reitL II concilio adanato a Vienna li dichiarò 
nemici della fede e decretò lo scic^Iimento deir ordine « che a 
dir il vero eraa reso, non che inntìle, dannoso per Paboso di 
qodfe rìccheoEe che senire doveano ad nno scopo che più 
Don potea consegoirsì. Filippo il Bella non contento delle pene 
decretale dai giudici ecclesiastici e secolari, fece nel giorno 12 
maggio delTanno 1310 abbradar vìvi nel sobbollo di San* 
f Antonio ctoqnantaqnattro cavalieri , il qnale orrore si rinno* 
vello puecchie volte nelfe altre provinde di Francia. Sette anni 
dopo recdfio delTordine, Iacopo di Molar e il sno compagno 
priore ffi Normandia, che dapprima erano stali dannati a i>er- 
petoa prigiooia , forono riserbati a coronare il saorìlìtio. Sia 
che tntti in inganno da insidiose promesse, o indeboliti dalla 
tortora piii non avessero vigoria di negare, essi avean giè 
rivdato lotte le tor[Hlndini di cui rordine era accusali^ ed a 
preno a ignondnioso ottenuto di vivere* Ma alloraqnando con- 
dola alle porte del tempio di Nostra Donna , onde facesservi 
ammenda onorevole* intesero la lettura delle depositioni, dichia* 
raroDo ad alta voce essere quelle accuse un tessuto di orrori 
e di calunnie di cui l'ordine era innocente e che essi non 
a?e?aoo mai proferite. Filippo non appena ebbe appresa una 
^ solenne ritrattazione, la quale poco mancò non suscitaSvSO a 
ToiDore la plebe, ordinò il loro supplizio, il quale ebbe Iuoro 
oeirorrìbile maniera da noi estesamente narrata più sopra (1). 

(1) I documenU storici di quei tempi offrono grandi (liibl)lexxn in- 
tonio al laogo ad alla data del tragico avvenimento. La luiiora poro di 
Filippo all'abate di San Germano non lascia campo a dlnpulo intorno 
<1 primo, e riguardo alla seconda la tradizione dei templari In riporta 
i si giorno 39 dei mese cedàr nell'anno dcirordlno iOtì, che corrisponde 
«1 15 marzo del 1315. (Nola degli rditori). 



Così fa spento nn ordine che fa in orìgine splendore della 
cristianità e poscia ne divenne inotile peso. I beni di esso 
parte farono confiscati, parte cedati agli ospitalieri ; i cavalieri 
in alcani regni condannati , in altri assolti. Qaei d'Alemagna 
si difesero porta^ndo audace disfida agli accusatori, e ne anda- 
rono liberi ; qaei della Spagna aggregaronsi ad altre militari 
congregazioni; qaei del Portogallo diedero orìgine all'ordine 
del Cristo. Finalmente non è a tacersi come alcani fanatici 
tentassero di far rivivere tale associazione, pretendendo di es* 
serQ legittimi rappresentanti degli antichi templari, la cai reli- 
gione, secondo essi non mai distrutta interamente, continuò 
nel mistero (1). 



(i) Yidesi a Parigi nel i802 il signor Barginet di Grenoble con altri 
pochi rinnovar le cerimonie del Tempio, dalle quali non furono escluse 
le donne, che sotto il titolo di canonichesse ebbervi parte attiva; ma 
né il fantastico ardore del capo, né la libertà allora concessa alle insti* 
tuzioni più bizzarre poterono ridonar vita ad una società si opposta 
allo spirito dei nostri tempi, e tutto fini in una più noiosa che ridicola 
commedia; come la nuova religione del padre Ghàtel e la emancipa- 
zione femminile dei sansimonisti. 

(Nota degli editori). 



CAPITOLO VI. 



Accasa e difece dei Templari. 



Volendo ora procedere airesame delle accuse date ai tem- 
plari, anziché riportarcene al discorde ed appassionato giudizio 
de' contemporanei , stimiamo miglior consiglio il seguitare le 
tracoe di que' scrittori che ne cercarono le prove negli statuti 
dell'ordine stesso e ne' monumenti. Nicolai, Herder , Anton , 
MoDler e più che tutti il celebre orientalista De Uammer eser- 
citarono la loro maravigliosa dottrina in si difficile assunto. 
L'opinione che la troppo famosa setta de' liberi muratori avesse 
avQtò orìgine dai templari condusse dapprima il Nicolai a cer- 
care nei riti di quelli le segrete dottrine di questi , e il suo 
Saggio sul segreto dei templari pubblicato nel 1782 è il primo 
scritto che ce li rappresenti come seguaci di un misterioso 
sistema. L'abate Barruel» eccitato da uno zelo eccessivo che la 
verità e la ragione non saprebbero approvare , spingendo una 
tal conghiettura agli estremi, non dubitò di proclamare i tem- 
plari come ceppo di tutte le tenebrose adunanze, fonte di tutte 
le trame tendenti a rovesciare i troni e l'altare. Ma le decla- 
inazioni non sono prove, e la fama di queir ordine perciò non 
avreUt)e sofferto nuova onta ove una più valida autorità surta 
non fosse a portarle un gran crollo. Il signor De Hammer, quel 
dottissimo uomo che ognuno sa, in una dissertazione intitolata 
ilysterium Baphometis revelatum, pretese convincere i tem- 
plari coi medesimi loro monumenti di apostasia , d' idolatria e 
dimpurità. Egli reputa che gli stati discoverti in sul finire del 

Tamb. InquU. Voi. IL i6 



- i22 - 

secolo scorso a Roma nella biblioteca Corsini» i quali compar- 
vero tradotti dair idioma provenzale nel tedesco per opera di 
Mùnter , altro non sieno che ordinamenti ingannevoli destinati 
a governare soltanto il volgo dei cavalieri e nascondenti una 
segreta dottrina di cui non avevano la chiave che gli iniziati. 
Una tale dottrina , alla quale , secondo il critico , rannodansi 
quelle degli ismaeliti , degli albigesi , dei seguaci di Mazdek e 
éeWilluminismo, trasse nascimento da quella dei gnostici. E qui 
per intendere le analogie che egli crede di riscontrarci , non 
sarà inutile espor brevemente che cosa vogliasi intendere per 
gnosticismo. 

Noto è a ciascuno per qual maniera le astratte quistioni 
intorno air origine del bene e del male abbiano esercitato, fin 
dalle prime età del mondo, gli spiriti contemplativi degli Orien- 
tali, e quante diverse teorie s'inventassero in Persia, nelle Indie, 
in Caldea per ispiegarle. Codeste teorie convertite in sistemi 
produssero quella falsa sapienza accennata da san Paolo, i se- 
guaci della quale chiamaronsi gnostici o conoscitori. Furono 
costoro filosofi i quali adottarono dapprima una particolare teo- 
logia, fondata sulla credenza ai due principii de' Persiani , alle 
emanazioni panteistiche degli Indiani, in parte modificata dalle 
dottrine platoniche e pitagoriche. Ma alloraquando la parola evan- 
gelica rischiarò di luce divina Timpenetrabile mistero degli ymani 
destini, le opinioni loro assunsero forma diversa ed offerirono 
la strana miscea di sovrumane rivelazioni associate agli errori 
più assurdi. Abbandonandosi ciascuno al poter della sua fan- 
tasia, si ripartì il gnosticismo in numerose famiglie e ger- 
minò i valentiniani, i simoniani, i marcioniti, i carpocraziani, 
ì nicolaiti ed altri molti le opinioni de' quali, discordi ne' punti 
meno importanti, convenivano però in ciò, che Dio supremo 
riconoscevano e con lui altri esseri divini di natura meno ele- 
vata. Ad uno di tali esseri attribuivano la creazione del mondo; 
e tutte le leggi che egli aveva imposto agli uomini, compresa 
la legge giudaica, non ad altro tendevano, secondo essi, che a 
privar l'uomo della» conoscenza del Dio supremo, il quale, stra- 
niero affatto al materiale universo, lo era del paro ai diporta- 
menti de' mortali. Coloro soltanto che pervenivano alla cono- 
scenza di codesto Essere potevano meritarne il riguardo, la loro 
anima acquistava una spezie di spiritualità e diritto ad eterna 
mercede, senza per altro che le azioni del corpo influissero a 
renderia più o meno degna: il quale pericoloso principio del- 



-123- 

riontilità delle opere noD impedi però che fra i gnostici vi- 
yessero uomini d'incorrotta virtù. — Il signor De Hammer reputa 
che la setta dei valenliniani rappresentante degli ofiti, anteriori 
al cristianesimo, sia quella onde i templari trassero le loro 
segrete dottrine. ^Ecco pertanto i loro principii, quali si ponno 
conoscere in sant'Ireneo, che li espose per confutarli. 

Innanzi al cominciamento del mondo, nulPaltro esisteva che 
gran principio di tutto, chiamato anche il Proarca, il Protopa- 
tore, il Buthor o Profondità, e la campagna di lui Eunoia o il 
Pensiero, conosciuta sotto il nome di Caritè o Grazia, e di Si- 
gene Silenzio. Dal loro eterno connubio nacquero Nun, o la 
Mente o il Secondo Padre, ed Aletia o la Verità, e cosi fermossi 
la grande quattriade che fu origine di tutte le cose. La Mente 
e la Verità generarono altri quattro spirili , Logos o il Verbo , 
Zoe la Vita , Antropos TUomo, ed Ecclesia o la Società, 
prototipi celesti di quanto doveva poscia apparire sulla terra. 
Codeste due Tetradi costituirono TOgdoade superiore, dalla 
quale nacquero ventidne Enti od Eoni, distinti con greche deno- 
minazioni a dinotare altrettante astrazioni, come Misura, Amore, 
Bontà, Felicità, Sapienza, e per tal maniera fu popolato V uni- 
verso spirituale o Pleroma da trenta Eoni riparliti in tre schiere 
o decadi, alla prima delle quali presiedevano il Primo Padre e 
Pensiero, la seconda il Verbo e la Vita, alla terza TUomo e la 
Società. 

Al solo Nun primogenito del Primo Padre fu dato cono- 
scere la costui sublimità, agli altri tutti negato; e di qui im- 
mensa invidia contro di lui in tutti gli Eoni, e mille infruttuosi 
tentativi per iscoprire Timpenetrabile mistero. E qui Sofia o la 
Sapienza, ultima nata fra quelli, era sul punto d'appagar la sua 
irresistibile curiosità. Quando Orotele guardiano dei confini del 
Pleroma giunse a tempo ad impedirnela ed a rattenerla fuori 
dei limiti di quella incomprensibile grandezza. La scossa che 
Sofia provò in codesto conflitto fu si forte che le fu cagione 
d'aborto, ed il frutto abortivo dotato di ambo i sessi venne dai 
gnostici con ebraico vocabolo denominato Achamoth, che suona 
Sapienza , il quale fu da Orotele scacciato fuori del Pleroma. 
Ma, a prevenire il rinnovamento dell'accaduto disordine, il Som- 
mo Padre col mezzo di Nun emise due nuovi Eoni, che furono 
Cristo e lo Spirito Santo , e diede al primo l'ufiizio di istruire 
gli altri Eoni intorno all'infinita grandezza del Padre, al secondo 
di pacificarli e renderli uguali fra lóro. Per tal guisa gli Eoni 



— «24 — 

sobirono tutti una identica trasformazione, che rese i maschi 
tutti simili a Nun> le femmine simili ad Aletia, e da quel mo- 
mento, memori del l)eneflzio ottenuto, non cessarono d'inviare 
col mezzo del Cristo tributo perenne di laudi e di ringrazia- 
menti al Proarca. 

Ma qui non hanno termine i deiiramenti dei gnostici. Àcha- 
motb, l'abortivo figlio di Sofia esulato dal Pleroma, orbato di luce 
ed informe, cruccioso s'aggirava nel vuoto, implorando anch'egli 
la benefica mediazione del Cristo. Questi, tocco finalmente dai 
suoi lamienti, inviò a lui il Paracleto circondato da un drappello 
di angioli, il quale commise di dargli una forma e di liberarlo 
dai lunghi suoi mali. Per opera del Paracleto tutti ì desiderii 
e le cure di Achamoth segregati dalla sua sostanza e conden- 
sati in uno diedero origine alla materia, mentre Achamoth, li- 
berato da si grave fardello e fecondato dall'aspetto degli angioli, 
partorì ad imagine di quelli lo spirito. Per dare forma e mo- 
vimento a codeste nuove sostanze, spirito e materia, Achamoth 
generò il Demiurgo o Saldabaoth, che^ quantunque cieco, s'ac* 
cinse all'opera della creazione, ajutato dai consìgli di Achamoth 
e del Paracleto, e cercò di rappresentare per loro istigazione 
nel suo universo il celeste Pleroma. Separò egli dapprima l'ani- 
male sostanza dalla materiale, fabbricò sette cieli dotati d'intel- 
ligenza e collocò il suo trono sul settimo. Ebbe sei figliuoli, e 
questi insieme con Achamoth e con lui costituirono rOgdoado 
inferiore. Rimaneva ancora a formar l'uomo, parte più nobile 
della novella creazione, ed il Demiurgo lo plasmò di fluida fu- 
sibile materia, insofiiandovi una scintilla di spinto che valesse 
a riprodurre in esso Timagine del creatore. 

Tale era la dottrina dei gnostici intorno alla origine delle 
cose, e con istorie del paro ridicole e assurde spiegavano essi 
la venuta di Gesù Cristo, il battesimo ed i misteri tutti della 
religione cristiana, la quale, a loro credere, altro non era che 
un artifizio di Saldabaoth inteso a far che l'uomo rimanesse 
suo schiavo né mai potesse elevarsi alla cognizione deirOgdoade 
superiore, che sola potea perfezionare la sua spirituale sostanza 
e procurare ad esso eterna felicità. I dogmi poi degli oflti 
versavano più specialmente intorno all'Ogdoade inferiore, ed alle 
querele insorte fra il Demiurgo ed Achamoth per cagione del- 
l'uomo. Il Demiurgo, cercando di rapire all'uomo la divina scin- 
tilla per essere adorato come supremo principio, si le' della 
donna stromento a corromperne la mente ed il cuore. Acha- 



— !J5 — 

moth ad impedire tale sconcio si servi del Serpente^ figiiaolo dello 
stesso Demiargo , il quale persuase ad Eva di dare in cibo ad 
Adamo il frutto deirail)ero delia scienza, e cosi le comunicò ii 
coDOScimenlo cbe dovea sottrarlo al dominio del suo facitore. 
Perciò gii otiti venerarono con ispeziale culto il serpente sotto 
nome di Samael e di Michael come simbolo della sapienza, ed 
ebbero in orrore il Demiurgo, emblema del mondo sotto ia 
figura di dragone e di coccodrillo. 

Premesse tali indispensabili illustrazioni, vediamo ora come 
il De Hammer si acciuga a provare i templari miziati in una 
teologia si bizzarra. 

lina delle accuse più gravi portale contro di loro quella si 
fa cbe essi adorassero un idolo o, a meglio dire, una testa con 
lunga l>art>a, di aspetto terribile, rassomigliante ad un diavolo 
ctiiamato Bafoìneto (m figuram Baphometts), ad onor della quale 
hunc^audo ia fede di Cristo, profanavano cou esecrande vitu- 
perazioni ia croce, specialmente il giorno del venerai santo, e 
SI abbandonavano ai pm schifosi eccessi carnali. LiO istruzioni 
date ai loro inquisitori ingiungevano di far ricerca intorno a 
tale argomento, e le confessioni di taluni fra essi condurreb- 
bero a far credere alla realtà di cotale idolatria. Alcuni scrit- 
tori, e fra questi Uaynouard, l'apologista più fervoroso dei tem- 
plari, pensano cbe la parola Bafoifieto sia una corruzione di 
Maometto; ma a rigettar siffatta opinione basta ritlettere cbe i 
templari furono sempre acerrimi nemici de'maomettani, e cbe, 
qoand'ancbe ne avessero abbracciate le credenze, non poteva 
uiai Maometto diventare oggetto di adorazione. Nicolai congbiet- 
tara cbe il Bafomelo sia Timagine del Dio supremo in quello 
stato di eterno riposo cbe gli attribuivano i gnostici e i mani* 
cimi. Autou pensa invece cbe tale figura, cbe in alcune depo- . 
ftoiom dicesi aver quattro piedi, sia tutt'uuo colla stinge egi- 
uaua, simbolo cioè di prudenza e di mistero. Herder sostiene 
cbe essa era un trofeo od un'armatura ; Muuter una custodia 
di tante reliquie simile a tanti altri busti rinvenuti in Italia ed 
iu altri paesi cattolici (1). il sig. De Hammer si dio gran cur^ 
' «il ludagare nei bori anticbi e ue'musei tutte le imagini che a 
lai parvero riunire i caratteri del Bafometo, ia maggior parte 
I <leUe quali rappresentano uomini con lunga barba, alcune delle 

U) Gaucelliei'j, Memorie storiche delle sacre teste dei santi ApoBtoli. 
RoiDi, i8U6. 



— 126 - 

donne, ed altre finalmente delle figure colla barba d'uomo e 
colle mammelle di femmina. Quasi tutte sono piene di segni 
astrologici, tengono un serpente alla cintola, ed in mano quella 
specie di croce ricurva ad una estremità che gli Egizi, chiama- 
rono chiave del Nilo, segno di fecondità e riproduzione Una 
iscrizione araba forma la base del sistema di De Ilammer, egli 
la spiega a suo modo e, paragonatala ad altre che trovansi 
ne'vasi appartenenti ai templari, crede poterne indurre che 
questi si riferiscano ad una divinità nominata Mete, alla quale 
è dato ora il titolo di Tealla onnipotente, ora quello di N(uch 
fecondatrice. Codesta divinità non è, a suo credere, altro che 
uno degli Eoni, quello cioè che presso le varie sette dei gno- 
stici aveva nome di Sofia, di Barbelos, di Prunicos, di Acha- 
moth; e Proclo afferma difatti che Metis era una delle deno- 
minazioni del dio Androgine degli Orfici. Perciò il critico, in- 
terpretando anche il numero otto che. trovasi nella iscrizione, 
come spettante airOgdoade inferiore, adotta Tetimologia del 
Nicolai. I padri della Chiesa ci apprendono due sorta di batte* 
Simo essere stati in onore appo i gnostici: Tuno sensibile, che 
si effettuava colFacqua, Taltro intelligibile, che avea luogo per 
mezzo del fuoco, imagine dello spirito, e questo appunto era 
quello di Mete. L'esame di antichi caratteri destinati a mistico 
USO; raffrontati con parecchi monumenti deHemplari rinvenuti 
nelor conventi di Germania, somministrano al De Hammer no- 
velle prove che essi, seguendo i turpi misteri negli oflti, profes- 
sassero un culto particolare alla forza produttrice della naturq» 
simboleggiata in Achamoth, nel Phallus, in- Bafometo. Per non 
venir qui enumerando tutte le ingegnose osservazioni del cri- 
tico alemanno, ci limiteremo alla descrizione dei monumenti 
della chiesa di Schoengrabern, che racchiude i più rimarche- 
voli. Non solamente egli vi rinvenne imagini oscene tolte alia 
vista del pubblico dalla elevata lor giacitura, ma si ancora Vori^ 
gine, il progresso e il trionfo della dottrina gnostica. 

La prima scultura mostra la caduta di Adamo e d'Eva. 
L'albero della scienza è nel centro ; da un lato Eva mangia il 
frutto vietato intanto che un cane ritto sulle zampe sembra fa- 
vellarle all'orecchio. Due serpenti le circondano il volto e riu- 
niscono le loro teste sovra la sua. Dall'altro lato Adamo coglie 
il frutto a dispetto d'una figura d'uomo colle orecchie appun- 
tate, il quale in atto di rattenerlo gli batte d'una mano sulla 
spalla. Il cane consigliatore corrisponde all'anubt egiziano, al 



— ir — 
ìstagogo o {roida degli iDiziati, ad uno degli arcùntì dei gno- 
ci; raltra Agora è Saldabaoth che Toole proilrire all'uomo 
mezzo di giungere al conoscimento di Achamoth. Ecco Tori* 
le della scienza. 

La seconda scultura offre un uomo assiso sur un trono 
Dente la destra alzata e nella sinistra uno scettro, innanzi a 
i diverse flgure vengono recando frutti ed animali. Ai piedi 
I trono è un dragone rovesciato in alto di ingtiiottire un fen- 
ollo e di rigettarne un altro per le parti inferiori. Ecco il 
egresso spiegato nel testo seguente di sanrEpifanio : Addnnt 
huius mundi prcpsidtin draconis effigiein haherc, ah coqìie 
\imas absorberi cognitione illa destitutas, rursumqae per cau- 
im in hunc mundum refandi. 

La terza scultura finalmente rappresenta un uomo che Im- 
ola a colpi di scure un leone, nel qual leone è di nuovo 

(figurato Snidabaolb ; perciò scrive di esso Origene: Aiunt 

tmtim septum dcemonum leonis habere formam. Ed ecco il 
tonfo del gnosticismo. 

E dopo di avere colPajuto di queste e di altre imagini sco- 
jrte a Wullendorf, a Berchloldorf, in San Venceslao di Praga, 
ella chiesa di Egra, cercato il De Hammer di dimostrare come 
igli ofiti avessero i templari ricevuto gli idoli di Mete, si accin- 
s a provar l'analogia che i loro simboli hanno con quelli dei 
beri muratori, e trova i seguenti ravvicinamenti: 

1. La croce troncata, simbolo del Phallus, del legno di vita, 
ella chiavo della scienza e di Bafometo, si e tramutata nel 
cartello de'liberi muratori. 

2. Il calice cosmogonico, simbolo presso i gnostici del sesso 
emmiueo che ha il suo tipo nei misteriosi vasi di Mitra, di Gl- 
iele, di Bacco, e nelVuma santa degli Egiziani descritta da 
ipQJeio, diede origine alle patere ed alle coppe fraterne dei 
iberi muratori. 

3. Il serpente che guida Tuomo all'albero della scienza 
lirentò il cordone onde questi e i templari soleano cingere le 
•eoi. 

4. Il velo onde fu coperto Achamoth corrisponde al velo 
lei tempio. 

5. Il libro ed i sette candelabri sono i simboli della scienza. 

6. Il sole, la luna, le stelle che veggonsi sugli idoli bafo- 
inetici esprimevano il battesimo di luce dei gnostici. 

Tali sono i principali argomenti del De Hammer, ai quali 



— 128 — 

cercò far puDtello di mille dottissime spiegazioni ch^ rendono il 
suo lavoro un capo d'opera di critica e di erudizione. E^li non 
dubita che i templari non abbiamo appreso i misteri nfllici dai 
sepfuaci di qneìVHassan ben Sabah che è conosciuto nelle istorie 
delle crociate sotto il nome di Vecchio della Montagna. Ed ammet- 
tendo per intiero la esattezza de'suoi ragionamenti, più non ri- 
marrebbero incerti i delitti dei templari» vale a dire che essi non 
fosser macchiati di apostasia, perocché gli oflti erano acerrimi 
nemici del cristianesimo ; di idolatria, perocché il Mete, ossia 
la forza generatrice, era l'oggetto del loro culto; e di deprava- 
zione, perocché il battesimo di fuoco praticato dai gnostici nel- 
l'ombra di misteri che Tertulliano chiama degni di fiamme e 
di tenebre dava podestà agli iniziati di abbandonarsi a quei 
vizio detestabile che disonora i più bei tempi della Grecia e di 
Roma. 

A cotesto ragioni si aggiungono, per condannare i tem- 
plari, le confessioni di molti lor confratelli, T autorità di gra- 
vissimi storici, la sentenza dei tribunali ecclesiastici e secolari, 
e la comune opinione de' contemporanei che deponevano con- 
tro le loro sregolatezze, proverbiale essendo la frase: Tal beve 
come un templario, e: Custodiatis vos, puerU ab osculo tempia- 
riorum. 

Eppure contro a siffatti argomenti, in apparenza invincibili, 
alcune giustificazioni potrebbero opporsi, le quali, se non a pro- 
varli innocenti, valer possono almeno ad attenuarne le accuse. 
Lontani noi dall'ammettere ciecamente l'opinion di coloro che» 
portando la poesia del sentimento là dove la storia non conosce 
che i fatti, pretesero di mostrarci i templari quali vittime im- 
macolate, quali innocenti colombe cadute fra gli artigli della 
sparviero; lontani dall'idea che la lor distruzione esser potesse 
soltanto l'effetto di un infame mercato tra Filippo il Bello e il 
pontefice inleso a toglier di mezzo le arroganti inchieste del 
re, non celeremo che molti e gravissimi disordini non si fos- 
sero intromessi nelle congregazioni del Tempio. L'opulenza ia 
cui eran cresciuti i loro membri, i grandissimi privilegi dei 
quali fruivano, le abitudini di violenza e di guerra, gli ozi del 
chiostro, il soggiorno in Oriente erano fatti per guastarne le 
prime virtù, allora spezialmente che il fervore dei cristiani era 
spento, le fatiche quasi nulle, e l'esempio di altre religiose as- 
sociazioni non molto migliore. Che in alcune commende si fos- 
sero introdotte delle pratiche segrete, o, a meglio dire, un 



— 1J9 — 

cerìmoDiale misterioso deslioato ad accrescere alla mente de ^ 
volgari la cieca ammirazione per la dignità del Tempio, ciò è 
conforme all'indole di quella età, air ambizione di corpo ; ma 
che il segreto dell'ordine intiero esser potesse la negazione di 
Cristo» Tadorazione di un idolo, la più schifosa turpezza, ciò è 
quanto non potrà alcuno con sicurezza affermare. Ripugna alla 
critica illuminata il supporre che una società sparsa per tutto 
Torbe valga a reggersi in flore per anni ed anni senza altro 
scopo che il delitto, senza altro legame che Tinfamia: ripugna 
il credere che genti pronte ad esporre sui campi di battaglia 
la vita in difesa della fede, si ol)bligdssero poi nel segreto delle 
loro celle ad abjurarla. Non ostante Talta estimazione dovuta 
al De Hammer, molti eruditi nelle lingue orientali conservano 
tuttora grandi dubbiezze intorno al modo con cui egli inter- 
pretò riscrizione araba che serve di base alle sue accuse. Essa 
inCatti presenta molti errori grammaticali ed esige una forzata 
trasposizione di lettere per venire all'osceno significato da es- 
soloi attribuitole. Le figure bafometiche sono zeppe di segni 
astrologici, non hanno identità di sesso, variano i loro attributi 
e presentano tutf altro che quel tipo costante che pur dovrebbe 
trovarsi in un idolo di tanta importanza. Fra le iscrizioni di 
tali figure, quelle che non sono in arabo non offrono veruna 
relazione colFoggetto del loro culto. 

Chi potrebbe assolutamente negare che tutte quelle epigrafi 
arabe si scorrette, si mutilate, altro non fossero che forme 
astrologiche, che talismani di superstiziose invocazioni, che leg- 
. geode cabalistiche, di cui gli Àrabi erano maestri, delineate da 
nmlpratici discepoli in un secolo riboccante d'ignoranza e di 
pregiudizi? E chi potrebbe parimenti guarentire che il signor 
DeHammer, nel paragonare alcune sculture esistenti nelle chiese 
dei templari con quelle che egli attribuisce agli otiti, non siasi 
qualche volta lasciato trascinare oltre i limiti del verosimile dal 
troppo amore della sua teorica, fino a veder rassomiglianze ove 
realmente non sono? Infatti molte di quelle croci che egli pre- 
tende troncate espressamente per raffigurare le scandalose chiavi 
del Nilo non potrebbero invece aver subito Toltraggio del tempo? 
Molti di quei serpenti e dragoni nei quali ei ravvisa simboli 
di idolatria e d' impudicizia , non potrebbero esser pompose 
allegorie di debellati nemici, quali veggiamo in altri monu- 
menti del medio evo, senza bisogno di annettervi arcane signi- 
ficazioni ? 

Tamb. Inquis. Voi. II. 17 



— ISO - 

I templari fnroDo accusati d^ aver ereditato T empietà e 
la dissolutezza dei gnostici: ma le iufomie di questi ultimi non 
sono provate se non dalla testimonianza dei loro avversari, i quali 
nel fervore del loro zelo, nella poesia della loro stringente elo- 
qàenza solevano esser larghi all'eresia di tutti gli attributi della 
prostituzione, in quella stessa maniera con cui gli eretici ado- 
perarono poeticamente le allegorìe dell'amore e della generazione 
per spiegare le fantastiche loro cosmogonie. Qual maraviglia 
che questo abuso di figure retoriche abbia poi indotto in er- 
rore coloro che presero le cose alla lettera? 

Parecchi cavalieri, è vero, confessarono tutte le colpe di 
che venne lor fatta accusa, ma non minor numero sostenne 
fra le più dure prove la propria innocenza : altri ritrattarono le 
confessioni quando Tuomo è meno disposto a mentire, in faccia 
ai roghi, ai patiboli ; e ciò dimostra che la corruzione esisteva 
sì, ma non era efl'etto di meditato, universale sistema, piuttosto 
conseguenza inevitabile del loro modo di vivere. Non fa al 
mondo società di tal genere che a torto o a ragione non sia 
stata accagionata di simili eccessi. E per verità non in tutti i 
paesi egualmente i templari furon dichiarati colpevoli, ma in 
non pochi vennero dichiarati innocenti. 1 conventi di Francia, 
ov'era il ceppo dell'ordine, più doviziosi e possenti degli altri, 
avranno senza dubbio annidato i maggiori scandali, ma è più 
che probabile che il gran maestro ed i capi non ne avessero 
contezza. Gli storici contemporanei e gli atti del processo ci rap- 
presentano Iacopo di Molay come uomo valoroso, altero, ma di 
rigida virtù, e d'altra parte ignorante ed incapace perciò di reg- 
gere i fili delle supposte trame dei cavalieri. Se Villani^ Ven- 
tura e molti altri scrittori di cronache le quali attribuiscono 
alla sola cupidigia insaziabile di Filippo il Bello la loro distra- 
zione consultarono forse in ciò più il sentimento dei ghibellini 
che la verità, sant'Antonino arcivescovo ed altri ortodossi storici 
che difesero l'ordine dalle nefande imputazioni non ci parranno 
sospetti. Comunque sia la cosa, l'ordine doveva essere abolito ; 
perocché, cangiato col volger delle sorti in un ricetto di ricchi 
oziosi, era divenuto nocivo, e il concilio di Vienna operò giu- 
stamente decretandone lo scioglimento; ma il supplizio a cui 
Filippo condannò i cavalieri, anche ove si ritengano tutti col- 
pevoli, sarà sempre una macchia indelebile alia sua memoria 
ed un oltraggio airumanilà. 



CAPITOLO VII. 



Il eoaeilia di Vianna a GioTaniii ZXII. 



Uà secoDdo progetto di Filippo, concertato col papa, era 
di coronare imperatore sqo fratello Carlo di Yalois dopo la 
morte d'Alberto d'Austria. Questo degoo figlio di Rodolfo e più 
possente di lai aveva raddoppiati appanaggi paterni, schiac- 
ciati i suoi nemici in dodici battaglie campali, ottenuto il nome 
di Grande : egli peri assassinato da suo nipote il duca di Sve- 
via, di cui riteneva Teredità. Clemente però non giudicò bene 
di compiere la sua promessa, e alla vacanza del trono a£frettò 
rdesione d'Enrico di Lussemburgo, simulando poi tutto lo sdegno 
onde se ne differì la coronazione a quattro anni. Non fu cosi 
di quello che provocarono i Veneziani colFoccupazione di Fer* 
rara, sa coi pretendeva dominio come feudo ecclesiastico, alla 
morte di Azzo d'Este. La bolla che spedi contro loro è delle più 
terrìlHli : < Proibisce ogni commercio con essi anche nelle cose 
più necessarie al vitto ; li dichiara infami e incapaci di dare e 
ricever^ di comparire in giustizia, di esercitare qualunque offi- 
cio; espone ogni veneto ad essere messo in ischiavitii di chi- 
chesia; depone il doge Soranzo e i senatori tutti dalle loro di- 
gnità; confisca i loro beni mobili e stabilì; assolve i sudditi 
dal giuramento di fedeltà ed ordina a tutto il clero di uscire 
dai loro dominii fra dieci giorni, lasciando i soli necessari ad 
amministrare il battesimo ai fanciulli e la penitenza ai mori- 
bondi. » Finalmente si predicò la crociata contro di essi: il car- 
dinale di Perigue condusse in persona Tesercito, che, guada- 



- 158 — 

dagoata una sanguinosa battaglia alle sponde del Po, poseFer« 
rara nelle mani del papa. Il peggio pe'Veneziani fa che la bolla 
venne adempita in più luoghi e nominatamente neiringhilterra; 
onde se vollero ricuperare il loro commercio, i loro fondi e la 
loro libertà, dovettero colle più umilianti sommissioni strasci- 
narsi fino ad Avignone e chieder, perdono a' pie di Clemente. 

Un'altra ragguardevole vittoria avevano ottenuta i crociati 
in suo nome sovra certi settari di Lombardia i quali negavano 
al papa il poter delle chiavi se non era uomo umile e povero 
come san Pietro, senza far guerra o perseguitare alcuno. Cle- 
mente stesso ne die parte al re di Francia come di un aggra* 
devolissima notizia. Questo orribilissimo eresiarca^ dic'egli par- 
lando del lor capo Dolcino, dopo un gran macello è stato 
preso coirarmi alla mano con molti de'suoi dal vescovo di Ver- 
celli, la cui relazione officiale gV invia. Questo sciagurato fa 
messo in pezzi insieme con Margherita di Trento sua moglie > 
fatta passar per istrega, e le loro membra cosi squarciate furono 
date preda alle fiamme. Tali erano le nuove che si ponevano 
in testa dalla corte del papa in quei tempi alle lettere che scri- 
veva a' regnanti. 

L'aflar più serio e che impacciava la più illimitata com- 
piacenza ctie Clemente aveva giurata a Filippo fu il procc^ 
che ei dovè fare al suo predecessore, accusato d'empietà, d'eresia 
e dei più tirannici procedimenti. Raro è che la buona fede 
fiei papi siasi portata a censurare la condotta dei loro anteces- 
sori : contenti talvolta di abolirne qualche particolare decreto, 
sempre felice e venerabile è la ricordanza de' nomi papali nelle 
bolle apostoliche. Riguardo a Bonifacio, Clemente se ne cavò 
alla meglio. 11 processo si fece ; ma tutto fermossi in proroghe» 
io interlocutorii, in preliminari : eccezioni, allegazioni iip con* 
trarlo, proteste reiterate ogni giorno tirarono in lungo la causa, 
sicché non se ne vide mai la sentenza. Finalmente il papa la 
differì al concilio generale che sempre colf intelligenza del re 
era stato convocato già da quattr'anni, come abbiamo più sopra 
accennato. 

Questo concilio, computato il decimo fra gli ecumenici, fa 
raccolto a Vienna nel Delflnato , in apparenza a purgare la 
Chiesa dalle eresie che la infettavano, ma infatti per canoniz- 
zare le pretensioni di Filippo e i suoi concordati col papa. 
Eravi , a dir vero , bisogno che si pensasse una volta anche a 
Questo ramo della episcopale vigilanza, che nei primi tempi for« 



— 133 — 

man la principale occupazione de' capi zelanti del callo. I papi 
sin qni, troppo applicati ad avvantaggiare sa i troni e ne'loro 
traiporali diritti , non aveano pensato che a sterminare coloro 
che or Tana or Taltra combattevano di queste pretensioni; e in* 
tanto namerosi settari saccheggiavano impunemente la morale 
cristiana e il resto della disciplioa e del dogma. Noi dobbiamo 
dame almen qualche idea , che sarà forse cara a' lettori , non 
tanto per gli oscuri loro nomi, quanto per la stravaganza e il 
ridicolo de' loro sistemi. 

I flagellanti pretendevano che il battesimo d'acqua fosse 
inutile senza la flagellazione , che forma quello di sangue : e 
perciò questi fanatici andavano processionalmente mezzo ignudi 
con verghe alla mano , lacerandosi il corpo con non minore 
crodeltà che indecenza , o mescolandosi uomini e donne nei 
nottomi congressi sagriflcavano impunemente alla voluttà iicol 
pretesto di ubbidire al dogma. I begardi e i beghini predica- 
vano che si poteva] in questa vita arrivare a tal perfezione 
da divenire impeccabili : e perciò nelle loro assemblee si ab- 
bandonavano ad ogni sorta di colpa. La flaminga Marret, raf- 
finando su questo dogma , sosteneva che il miglior mezzo di 
assicurarsi delPamore divino era il restar insensibile in mezzo 
a' carnali piaceri. L'olandese Riccardo volle provare colle sante 
Scritture che le mogli debbono essere comuni; il tedesco 
LoUardo • che tutti gli uomini debbono essere eguali in for- 
tuna. Al contrario il parmigiano Segavella donava il suo 
a chi primo incontrava » e credeva imitare gli apostoli por- 
tando la barba , un abito grigio, un mantello bianco, una 
cintara e de' sandali. Questa ruvidezza esteriore non impedi 
che molte femmine cercassero santificarsi colla sua confidenza; 
Questo però era generale a tutti i settari , e V intera libertà 
che accordavano non poteva che procurare loro un' infinità di 
proseliti. 

II concilio di Vienna confuse nella seconda sessione (la 
prima non era stata che preparatoria) tutti questi fanatici con 
alcani francescani caparbii che veneravano un loro confra- 
tello detto Giovan-Pietro-Oliva, coi templari, dei quali il papa 
PQtMicò la soppressione, con Bonifacio Vili. Era presente il re 
Filippo : tre cardinali pariarono in difesa di questo papa dinanzi 
a loi, e due cavalieri catalani si esibirono a combattere per lo 
stesso fine ; per lo che il re e i suoi fratelli mostrarono di re- 
star soddisfatti. Allora il concilio dichiarò che papa Bonifacio 



era stato cattolico né avea fatto cosa alcuna che costitaisse reo 
d'eresia , ma , per contentare. Filippo, si lesse contemporanea*^ 
mente un decreto che proitriiva di mai rinfacciare al re e a'sncM 
successori ciò 6h' ^li avea fatto contro di lui. Si rivocò an- 
cora solennemente la bolla Clericis laicos con tutte le sue di- 
chiarazioni e quanto in conseguenza ne venne. 

Nella terza ed ultima sessione, tenuta otto mesi dopo la prima» 
si parlò della riforma del clero : i suoi abiti debbono essere d'un 
solo colore, niun d'essi può portar armi, far Toste o il macellaro» 
né esercitarsi al commercio. Gli fu levata la cura degli ospedali 
ed affidata a'iaici con certe regole per allontanarne le usurpa- 
zioni e le frodi, e con obbligo di renderne ciascun anno a' ve- 
scovi un conto esatto. ^ trattò a lungo delle esorbitanti esen- 
sioni de' frati, e furon ristrette, abrogando una bolla di Bene- 
detto XI che le favoriva, si sperava che anche i monaci fossero 
ristretti al dritto comune, ma alcuni regali di que' di Cibila 
fecero forse cangiar pensiero a Clemente. Furon posti de'saggi 
ritegni alla condotta delle monache , le quali in que' tempi 
portavano drappi é pelli preziose , si acconciavano con grande 
eleganza i capegli, frequentavano le danze e le feste, e passeg- 
giavano anche di notte per le pubbliche strade. Non » trova 
che fino allora vi fosse la clausura monastica. Il concilio ter- 
minò al solito col pubblicar la crociata per terra-santa , a coi 
dava facil lusinga la conquista di Rodi , fatta due anni avanti 
dai cavalieri gerosolimitani, che perciò vennero poi chiamati 
cavalieri di Rodi. 

Cosi si cuopriva di gloria e cresceva in potenza uno di 
questi ordini già tanto celebri in Palestina, mentre F^ltr» era 
il ludibrio della maldicenza e lo scopo della vendetta de' suoi 
possenti avversari. Le fiamme che di tempo in tempo consu^ 
marono i più ragguardevoli tra'cavalieri templari non si estin- 
sero che alla morie dei loro tiranni. Un più rischiarato giudizio, 
quello della posterità, ha in seguito purgato quest'ordine dalle 
Vili imputazioni che gli furono apposte. Ma non è da tacersi 
che la sua sorte fu fin d'allora onorata dalle lagrime d^li 
uomini probi, e che la superstizione stessa travide nella morte 
del papa e del re la vendetta celeste sull' innocenza persegui- 
tata. Filippo e Clemente morirono appunto, si dice, nel termina 
fissato dal gran maestro il giorno del suo supplizio: entro l'anno 
Filippo, ed entro un mese Clemente. Da questo papa prendono 
il nome le clementine ^ che sono una raccolta di leggi da luì 



— 155 — 

emanate la maggior parte al coDcilìo, divisa in ciogoé libri, la 
4]oaie prima cbiamavasi il Settimo delle decretali. Non gli si 
pQò negare molta dottrìDa e ana mirabile isiancabilità , ma la 
sua avarizia ed il suo genio sanguinario e persecutore resero 
il suo pontificato d'affliggente memoria alla Chiesa. Egli è ancora 
imputato d' aver rinnovato nella sede apostolica V esempio di 
Se^io III per la sua famigliarità colla bella duchessa di Périgord, 
da cui lasciavasi interamente dirigere. 

Bla gli scandali di questo papa sono ben poca cosa rispetto 
a quelli delF avaro superstizioso Giovanni XXII , assunto alla 
cattedra dopo uno de' più procellosi e lunghi interregni. La 
cabala de' Guasconi disperse a un tratto i cardinali adunati in 
conclaye; il sangue degl'Italiani scorse nel Rodano, e le sostanze 
di quegli che seguivano la corte furono saccheggiate coH'immenso 
tesoro di Clemente Y, che ascendeva a trecento mila fiorini , 
somma esorbitante in quel tempo. Giovanni ne riparò ben presto 
la perdita; sotto di lui lutto divenne venale: egli moltiplicò i 
-vescovadi e le traslazioni , inventò 1' uso delle riserve e fece 
pubblico appalto d'ogni privilegio e. indulgenza. 

Quello però che ' distinse il suo lungo pontificato fu lo 
scisma dei francescani e le contese ch'egli ebbe con quest'ordine 
stravagante. 1 suoi individui erano già da gran tempo fra loro 
in rotta si riguardo alla spiegazione della regola quanto per la 
forma de' loro abiti e la qualificazione della povertà serafica. 
Giovanni ne accrebbe i contrasti, facendo divenir queste dispute 
•un affare d'importanza. Tutta l'Europa vi s'interessò, e la discor- 
dia giunse ad eccessi tali da costare la vita ad un nua>ero 
grande di frati superstiziosi e ribelli. Fra essi alcun si vantava 
che san Francesco avea portato sulla terra un vangelo più per- 
fetto di quello di Gesù Cristo. Altri si ostinavano sulla povertà 
che comanda la regola, sino a credere che i loro alimenti fosser 
del papa nell'atto stesso che ne mangiavano e voleano fame in 
suo nome la digestione. Molti finalmente faceano dipendere la 
loro maggior perfezione da un color bigio o nero, da un abito 
lungo stretto e da un cappuccio più o meno acuto. Non si 
potrebbe figurare facilmente l' ostinazione con cui questi pazzi 
sostenevano le loro opinioni, e meno il furore con cui erano 
perseguitati. 11 papa aveva già date fuori più bolle per contrasti 
coffl ridicoli, molte delle quali essendo in aperta contraddizione 
C6D altre, dei suoi predecessori, non fecero che accrescere i 
^ubbidienti e i fanatici. Si pose finalmente a volerla vinta 



— 156 r- 

colla violenza e col sangue. Conventi interi furono dispersi col- 
l'armi, se ne empiron le carceri, e i più caparbi si condanna- 
vano al fuoco. In tal guisa, perirono molti Ae'spirituali de'^a- 
ticelli e ée'bizocchi, chiamati dal papa uomini di profana vita e 
pericolosi scismatici. Il solo affar del cappuccio accese in Frauda 
e in Germania più roghi di qualunque delitto di stato» e Gio- 
vanni XXII dicea gravemente che non si potea sanare tanto 
male se non coi più violenti rimedi. 

La persecuzione contro uomini che il volgo autorizzava per 
santi (Giovanni -Pico-Oliva e Giovanni da Parma) moltiplicava i 
torbidi ed accresceva tuttodì i nemici del papa , molti dei 
quali a meno non agognavano che a balzarlo dal trono. Gio- 
vanni XXII dovea vivere fra continue agitazioni e timori. Fin 
da' primi anni del suo pontificato si tramò alla sua vita, e il 
vescovo di Cahors venne abbruciato come reo di tale perfidia, 
il papa temeva più ch'altro i veleni e i sortilegi : mentre accu- 
sava la superstizione de' maghi, deplorava le debolezze de' ve- 
neflciie de' filtri, puniva colle fiamme gl'incantatori e gli stre- 
goni ; superstizioso all'eccesso , ei medesimo faceva uso degli 
incantesimi a discoprire i suoi assassini, e sul più debole in- 
dizio ne riempiva le carceri, ne spingeva a' supplizi, e impin- 
guava colle Confische il suo erario. 

La persecuzione intimata ai frati e alle streghe non impe- 
diva a papa Giovanni d'intrigarsi ^ negli affari dei principi e 
distribuire corone e regni. Da due secoli e mezzo la Polonia 
era senza re : dappoiché il terribile Gregorio VII ne avea spo- 
gliato Boleslao II, reo del sangue del vescovo di Cracovia, nes- 
suno avea ardito prenderne il titolo. Giovanni XX II volle farlo 
rivivere in occasione della contesa che fu portata al suo trono fra 
Ladislao duca di Sandomiria e Giovanni re di Boemia figlio 
dell'imperadore Enrico VII. Il papa lo destinava a quest'ultimo; 
ma i Polacchi non aspettarono la decisione ch'egli erasi riser- 
vata e coronarono solennemente in Cracovia il duca Ladislao, 
che Giovanni in seguito tacitamente approvò dandogli il titolo 
di re in una lettera che per altri affari gli scrisse. Non si sa 
perchè prendesse con tanta calma codesta rivoluzione dei di- 
ritti papali: certo non fu cosi facile a tollerare l'usurpazione 
di Matteo Visconti, che facevasi chiamare principe e signore di 
Milano. Egli era il capo de' ghibellini in Lombardia , e perciò 
le scomuniche tennero dietro alla nuova qualificazione. Sic- 
come però non faceva, 4' esse Matteo maggior conto che degli 



— 157 — 

eserciti gaelfi, gli si fece un processo come ad eretico, perchè 
avesse il giudice ecclesiastico un migliore pretesto ondQ spo- 
gliarlo dei suoi averi e delle sue dignità, giusta il recente ca- 
none del concilio di Vienna. Si fece lo stesso contro Rinaldo 
Passerino e Can della Scala, che si erano impadroniti di Man- 
tova e di Verona. 

Ma tutti questi procedimenti non valeano contro gente ben 
armata, né ritardavano i loro militari successi. Matteo Visconti 
morì professando altamente in faccia agli altari il suo caltoli- 
cismo e lasciò a' suoi cinque figli i suoi titoli e le sue signorie 
Milano però era assediata da' guelfi condotti in persona dal 
cardinale legato: esso implorò Tdjuto dell'imperatore , e Luigi 
di Baviera, che già da ott'anni ne portava il titolo, non credè 
di poter ricusarvisi. L'alterigia colla quale il cardinale coman- 
dante in capo ricevè gli ambasciadori alemanni indispetti il 
loro sovrano, e il capo dell'ambasciata portossi alla testa 
di tutti i ghibellini di Lombardia , piombò sui guelfi, ne fece 
macello e liberò la città. Questa fu l'origine di tutte le disgrazie 
del Bavaro. 

Luigi era stato eletto in sede vacante dopo la morte di 
Enrico VU. Cinque elettori gli avean tolta la corona imperiale, 
e' I suo valore gliel'avea assicurata contro Federigo d'Austria 
figlio d'Alt)erto il Grande, nominato dagli altri due. Una san- 
guinosa battaglia ponendo l'Austriaco ne' ferri del suo rivale, 
lo avea obbligato a cedergli ogni suo diritto : ma l'anno stesso 
la sua cattiva fortuna precipitò di nuovo i suoi interessi met- 
tendolo in contesa col papa. Giovanni, lagnandosi che senza 
ricorrere a lui per ottenere la corona si fosse fatto giurare 
fedellà da' vassalli dell'impero romano, e che avesse sostenuti 
i Visconti giuridicamente convinti d^eresia, gli comandò super- 
bamente ^di deporre il titolo di re de'Romani e di cassare tutti 
gli atti da lui eseguiti in tal qualità. Un modo si altero irritò 
Uigi: egli protestò altamente contro le pretensioni del papa, 
si appellò alla santa sede e ad un generale concilio, che disse 
▼oler convocare. Assai men ci voleva a provocare Giovanni XXII: 
l'odio implacabile che gli giurò fece risorgere nell' Alemagna 
^ in Italia le fazioni e le guerre che da tanto tempo tacevano, 
si rinnovarono tutti i disordini ed i furori de' Svevi e dei 
Federighi. 

ÀI primo scoppio della querela corsero tosto sotto i sten- 
<hrdi del Bavaro quarlti* nemici s'avea fatto il pontefice ; i frati 

Tamb. Inquis. Voi. 11. 18 



— 158 — 

pérsegoitati furono dei primi. Mentre i Visconti e i Scaligeri scoa 
<^rtavano colle loro viltorie il partito guelfo, spargevano es4 
libri incendiari! contro del papa lo trattavano da usurpatore e ^ 
eretico, né con altro nome il chiamavano che di signor Gior 
vanni Ma più d' ogni altro valse in questa sorta di guerra i 
Luigi l'eloquenza e Perudizione di Marsilio da Padova, scrittori 
pericoloso, le cui massime fecero guerra al pontificato romano 
fin nella tomba e somministrarono tant'arme a'suoì nemici. Que* 
sto intraprendente dottore gli pose sotfocchio Tautorità dei greci 
imperadori nel governo ecclesiastico e gli suggerì dMmitarii 
Luigi non accettò interamente questa opinione, ma se ne pre« 
valse contro la persona del papa per rendere la pariglia a chi 
lo avea deposto. Infatti, sceso poco dopo in Italia, corteggiate 
dai francescani col loro generale Michele da Cesena alla testa 
marciò direttamente a Roma, dove, abjurando i pontefici d'Avi^ 
none, cinse la fronte d'un d'essi della tiara papale. 

Mentre però egli trìonfava in Roma , e il nuovo papa coi 
nome di Nicolò Y lo coronava solennemente nel Vaticano , k 
scomuniche del suo avversano, maneggiate dal clero, soffiava- 
no la discordia neirAlemagna e lo costrinsero ad abbandonare 
ritalia e il suo papa. Luigi lottò con coraggio contro i ribelli e 
protrasse a più anni la guerra , sempre sperando e tentandc 
spesso un accordo col papa, che non potè mai ottenere. Ma Ni- 
colò, fatto assai presto prigioniero dai guelfi e condotto in Avi- 
gnone, vi fu da prima ricevuto con un'umanità che non si sa- 
rebbe aspettata dalla fierezza del suo rivale: ma poco dopo, rin- 
chiuso in prigione, dovette piangervi sino alla morte la follia 
di essersi prestato a servir di strumento alla collera nelle con- 
tese dei grandi. L'ordine francescano, scosso dal terrorismo, rien-* 
trò nel!' ubbidienza ; Michele da Cesena , Guglielmo Occamo e 
Buonagrazia da Bergamo durarono soli a sostenere lo scisma 
con Ficino e pochi altri. 

Le contese sul genere di povertà praticata da Gesù Cristo, 
e che san Francesco voleva imitala nell'ordine suo, duravano 
ancora, quando papa Giovanni ne condusse una nuova, che, seb- 
bene non avesse le agitazioni dell' altra, non lasciò di turbare 
anch'essa la Chiesa i due ultimi anni della sua vita. Egli inse- 
gnava: t Che i santi prima della morte di Gesù Cristo erano 
nel seno di Abramo; quindi passavano sotto l'altare ad aspet- 
tarvi il di del giudizio ; dopo il quale solamente salivano sopra 
d'esso a godere della beata visione di Dio, che forma la felicità 



- IS9 — 

M paradiso. » Quest'opinione, spiegata da lui pol>blicamente in 
■D'omelia, sostenuta con ostinazione in concistoro ad oggetto 
i formarne una bolla, fu poi ritrattata con ugual debolezza due 
nni dopo al punto della sua morte. Servi però di nuovo im* 
^zzo a' teologi sostenitori deir infallibilità pontificia, che di* 
ilinguono il papa cbe parla in cattedra dal papa che parla da 
iriTalo dottore. Giovanni XXII lasciò alla camera apostolica un 
iDgue tesoro: vi si trovarono diciotto milioni di fiorini in oro 
ontante, e tre milioni in vasellame, croci, corone, mitre e 
ioielli. 

La prima operazione di Benedetto XII, terzo papa francese, 
1 di condannare apertamente il sistema del suo predecessore in- 
Nmo alla visione beatifica^ non meno che tutti gli atti di si- 
ionia e d'avarizia che avevano impinguato il suo erario. Si 
usti principii diedero luogo a sperare che sotto un pontefice 
»i virtuoso e saggio sarebbesi alfine ristorata la gloria della 
de apostolica, dai due precedenti pontificati deturpata mise- 
imente. Benedetto avea infatti le qualità d'un ottimo papa e mise 
avvero la mano alPopra. Una riforma generale di tutti gli or- 
ni religiosi che ingombravano la Chiesa segui da presso quella 
dia sua corte; e non mancò da lui che una generale pacifi- 
zione avvenisse in tutta la cristiana repubblica. Queste In- 
voli intenzioni del buon pontefice animarono Luigi il Bavaro 
domandare ud nuovo accordo é la sua amicizia; e Tuno e 
Itra egli avrebbe facilmente ottenuto, senza gì' intrighi di 
lippe di Yalois, che dopo la morte di Carlo il Beilo avea 
>rtato sul trono un nuovo ramo Capete. Questo prìncipe, 
i era interesse mantenere la discordia neirimpero germanico, 
^ andar a vuoto il trattato, e la guerra fra' due partiti con- 
ino. 

Più che ogni altra provincia d'Europa sperò Tltalia che, se 
fosse potuto ottenere da Ini che vi riportasse la sede sotto 
i auspicii del più rispettabile fra'suoi sovrani, le sarebbe tor- 
ito il suo primo splendore. Due possenti nazioni straniere se 

disputavano il Mezzogiorno: i Francesi e gli Aragonesi vi 
ino a vicenda vincitori e scacciati, e gli abitanti delie Due Si- 
ie, fatti conquista or degli uni or degli altri, non facevano che 
gravare le loro disgrazie, prestandosi a servire T animosità 

loro oppressori rivali. Venti tiranni ne straziavano il Nord, 
ioni ghibelline e guelfe divìdevano ogni villaggio in furiosi 
titi: vi davano continue battaglie, e nelle mura della stessa 



— 140 — 

città si battevano furiosamente cittadini pel falso onore d'es- 
sere fedeli all'imperatore od al papa. Le alternate vittorie dei due 
partiti erano sempre segnate dalle più crudeli vendette, che non 
rispettavano sangue, carattere, età. In seguito dal colmo della 
più feroce anarchia delle già. vacillanti repubbliche risorse gi- 
gantesco il dispotismo, e i Visconti, gli Estensi, i Carrara, i Sca- 
ligeri, i Pepoli, i Passerini opprimevano, ciascuno nella sua 
patria, quella bella parte d'Italia che dovea un giorno formare 
il territorio <li una nuova repubblica, delle prime più tranquilla 
e felice. 

Gli Stati del papa, privi della presenza doloro sovrani, 
erano più degli altri in preda alla confusione e al disordine. 
Le famiglie più poderose, impadronitesi a mano a mano dei 
varil castelli che circondavano Roma, vi si erano formata una 
specie di sovranità. Nemiche implacabili Tuna delFaltra, si fa- 
cevano una guerra continua che minava i popoli, inceppava il 
commercio e desolava F agricoltura. Col favore di queste di- 
scordie, immense truppe di ladri, di sediziosi, di banditi delle 
vicine repubbliche vi accorrevano ad accumularvi tutti i mali 
della guerra civile e della militare licenza. Roma, più agitata 
ancora delle città soggette, era meno la capitale d'uno Stato so- 
vrano e il centro della religione cristiana che un asilo di as- 
sassini feroci che altra regola non conoscevano fuori della vio- 
lenza né altro Dio che Tinteresse. Gli abitanti, divisi in cento 
azioni, marciavano sotto altrettanti capi, il cui furore spargeva 
di sangue le strade ed espillava non meno le chiese che i pel- 
legrini che andavano a visitarle. I Colonna e gli Orsini erano 
' alla testa deMue principali partiti, la cui animosità era aumen- 
tata dall'odio personale di queste due grandi famiglie. 

In tale deplorabile stato Roma stendeva la mano suppli- 
chevole a'suoi pontefici e mostrava loro le sue sciagure. Bene- 
detto XXII avrebbe potuto rimediarvi in gran parte col tagliare 
la sua contesa colPimperatore Luigi, che si esibiva pronto a 
ogni patto, e col tornarsene a Roma, come sembrava esigerlo 
la disciplina che obbliga i vescovi a risiedere al loro titolo. Al- 
Tuno e air altro opponevasi la sua nazionalità , che lo tenea 
ligio del re e troppo attaccato ai. vantaggi del suo paese. Fece 
però quanto potè: promettea tuttodì il suo ritorno e spediva 
bolle e legati di pace. Le sue premure giunsero almeno a pa« 
ciflcare la Lombardia, ma fu a prezzo della sua libertà e con 
un nuovo attentato su i troni. Alcuni di quei tiranni, per dar 



- 141 — 

qualche colore alle loro osarpaiioDù si ass(^getUrono al papa; 
ed ei li rìcoDobbe vicari delPimpero nelle rìspeUive città« du- 
rante rioterregQo, poicbè Roma teoea vacante il trono dei 
cesari 

La principale occupazione però di questo buon papa era la 
riunione de'Greci, che Andronico Paleologo» nuovo impp*^lore 
di Costantinopoli, gli fece proporre col mezzo di un abaie ve-^ 
nuto espressamente dal Bosforo. Questo Andronico» stanco di 
vedere l'avolo suo, figliuolo di Michele, occupare; da cinquan- 
t'anni il suo trono, ne lo avea barbaramente scacciato rinchiu* 
dondolo in un monastero. Il tiipore de'Turchi e del re di Na* 
poli, eredi decritti degrimperatori greco-francesi, era quello che 
spingea tratto tratto questi deboli despoti al soglio romano; ma 
essi ben conoscevano rimpossibilità di riamalgamare due chiese 
che, partite dal punto stesso, se ne erano per otto secoli allon- 
tanate cotanto. La virtù di Benedetto gii nascondea la mala fede 
de'Greci, e vi si dedicò con tutto lo zelo di Gregorio X; ma fu 
ancora meno felice di lui. L'abate greco ritornò a Costantinopoli 
pcHtando lettere al re di Napoli esprimenti Tamicizìa che 11 papa 
avea pel moiì^atore de" Greci. Questo fu tutto l'effetto delFam- 
bascìata. 

Benedetto mori in Avignone Panno ottavo del suo pontifi- 
cato, e Clemente VI suo successore, anch'egli francese, continuò 
a tenere in quella città la sua se^e. Egli era d'assai diverso 
carattere; mentre l'Italia e Roma vedevano ogni dì crescere i 
torbidi, indifferente a' loro pianti attendeva alle lettere, ascol- 
tava le rime dell'innamorato Petrarca, volea conoscere l'oggetto 
che le facea nascere e rimunerava di pingui beneficii i poeti e 
le muse. Se talvolta ricordavasi Clemente d'esser pontefice, non 
era che per estenderne i diritti, o spingeva il suo zelo affettato 
a favorire le missioni d'Oriente, a sedar lo scisma d'alcuni frati, 
a censurare seriamente alcune opinioni che una più rischiarata 
posterità avrebbe condannate all'oblio. La Grecia e la Palestina 
entrarono anch'esse per formalità d'uso a far parte delle sue 
occupazioni. Ma dove non risparmiò né pensieri né premura 
fu contro il Bavaro, che avea stancati gli anatemi de'due im- 
mediati suoi predecessori. Invano Luigi aveva anche a questo 
pontefice domandato la pace: non si volle accordargliela che 
die più umilianti condizioni, da'principi stessi dell'impero ra- 
dunati a Francfort giudicate indegne della maestà del trono e 
contrarie a'dirilti del corpo germanico. Il papa non desistè per 



— 142 — 

questo: finalmente i raggiri d'Avignone, le grida del clero ale- 
manno e le arti più vili del re di Boemia determinarono gli 
elettori a balzarlo dal trono per fargli succedere il figlio di 
questo re, Carlo di Lussemburgo. In cotal guisa .ritornò al ni* 
potè la corona d'Enrico Vili; ma egli non l'avrebbe goduta 
pacificamente se Luigi non fosse morto alla caccia V anno se- 
guente d'un colpo apoplettico, che in quel secolo fu giudicato 
castigo del cielo. 

Il nuovo imperatore Carlo lY ricompensò il favore del papa 
mostrandosi interamente ligio alle sue pretensioni Uno de'prìmi 
atti di sua sovranità fu d^approvare l'acquisto da lui fatto della 
contea d'Avignone, fino allora tenuta in feudo imperiale, e che 
r imperatore accordò che fosse posseduta dai papi come terra 
interamente libera. Clemente l'avea comperata coli' esborso di 
ottantamila fiorini d'oro dalla regina di Napoli Giovanna d'Angiò. 
Questa donna, famosa per l'incostanza non meno de'suoi amori, 
che delle sue vicende, era allora alla corte del papa in figura 
di re , e lorda del sangue d' uno sposo indegno di lei , perse- 
guitata da un inesorabile cognato, il re d' Ungheria , obbligata 
a salvarsi in Provenza coi complici del suo delitto, sfuggi appena 
all'estremo supplizio col favore di Clemente, sensibile forse pib 
all'eloquenza di questa donna che alla giustizia della causa di 
lei. Il papa le diede la vita , il regno , un nuovo sposo e il 
denaro per tornare in Italia. 



CAPITOLO Vili. 



Dante sospetto d'eresie. 



Il pia gran genio che vanti V Italia, che riani in sé solo 
tatto Io scibile dell'età soa, corse pericolo di cadere sotto ria- 
qaisizioDe, se per sciagara fosse in vita cadato sotto gli artigli 
del papato. Fa V ira del sacerdozio cotanto accanita contro di 
lai che il cardinale del Poggetto gianto a Ravenna minacciò 
di far disseppellire le spoglie mortali deirAlighieri e porle sai 
rogo. Dante fa accasato d'eresia, e crediamo più presto per ira 
sacerdotale che per altro. Né mai nelle sue opere trapelò parola 
che desse indizio d'esser egli infetto d' eresia. L' ira che sovente 
natriva contro gli abasi che vigoreggiavano in qaest' epoca 
nella corte di Roma, epoca di generale corruzione, imperciocché 
anche presso la corte dei principi succedevano scandali e delitti, 
fa la causa principale della vendetta del cardinale. Dante visse 
ramingo , recando ovunque amarissimo sdegno contro coloro 
che r aveano proscritto. Ed il culto in cui tenni per tutta la 
vita questo sommo luminare non solo nella poesia , ma nella 
teologia , che gareggiare può nella medesima con s. Tommaso 
d'Aquino, mi sforza a dire qualche cosa di lui, che mi fa ritor- 
nare agli anni della mia giovinezza. 

e Di tutti i miseri m' incresce , ma ho maggior pietà di 
coloro i quali in esilio affliggendosi rivedono solamente in 
sogno le patrie loro. » Cosi scrivea Dante nel suo trattato della 
Volgare eloquenza : ciò nullameno eleggeva di starsi in perpetuo 
bando anziché tornare alla patria per vie convenienti solo ad 



— 144 — 

nomini depressi e senza fama. Erano queste a lui già proposte: 
che egli per certo spazio di tempo si stesse prigione, indi in 
alcuna solennità, tratto a pompa de' nemici con cero in mano 
e mitera in capo , fosse misericordievoimente alla ptìncipale 
chiesa offerto. Del preso decreto ebbe Dante contezza per buona 




Dante Alighieri, 



persona, cui risponde: < Questo è adunque il glorioso modo 
per cui Dante Alighieri si richiama alla patria, dopo V affanno 
di un esilio quasi trilustre ? Questo è il merito dell'innocenza 
mia, che tutti sanno ? E il largo sudore e le fatiche durate 
negli studi mi fruttano questo? Lungi da un uomo alla filosofia 
consacrato questa temeraria bassezza , propria di un cuor di 
fango; e che io a guisa di prigione sostenga di vedermi offerto, 
come lo sosterrebbe qualche misero saputello o qualunque sa 
vivere senza fama. Lungi da me banditore della rettitudine che 
io mi faccia tributario a quelli che m' offendono, come se elli 
avessero meritato bene di me. Non è questa la via per ritor- 
nare alla patria, o patire mio. Ma se altra per voi o per altri 



— 145 — 

si troverà che non tolga ooore a Dante né fama, ecco Taccetto, 
De i miei passi saranno lenti. Se poi a Firenze non s'entra per 
QDa Yia d' onore, io non entrerovvi giammai. E che? Forse il 
sole e le stelle non si veggono da ogni terra? E non potrò 
meditare sotto ogni plaga del cielo la dolce verità, s' io prima 
non mi faccio nomo senza gloria , anzi d' ignominia al mio 
popolo ed alla patria ? > 

i Fece tre nobili pistole, scrive il Villani : Tona mandò al 
reggimento di Firenze» dogliendosi del sno esilio senza colpa; 
r altra mandò air imperatore Arrigo , qoando era allo assedio 
di Brescia; la terza a'cardinali italiani, quando era la vacazione 
dopo la morte di papa Clemente , acciò che s' accordassono a 
eleggere papa italiano : tutte in latino, con alto dittato e con 
eccellenti sentenzio e antoritadi ; le quali furono molto com- 
mendate dai savi intenditori, i Scrisse una lettera al re d'Un- 
gheria con questo principio : Magna de te fama in omnes dis- 
^pata, rex dignissime, coegit me indignum exponere manum 
calamo et ad tuam humanitatem accedere. Altra ne scrisse a 
Bonifacio Vili, la quale cosi cominciava : Beatitudinis Tuce san- 
ctitas nihil potest cogitare pollutum, quas, vices in terris gerens 
Christi, totius est misericordice sedes, verce pietatis exemplum, 
mnm(B religionis apex. Ma questa lettera dovette essere scritta 
a Bonifacio assunto al pontificato. Altra al figlio a Bologna con 
questo comìnciamento : Scientia, mi fili, coronai homines et eos 
mtentos redditi quam cupiunt insipientes, honorant boni, vitu- 
ferant maK.- Altra ei cardinali italiani, dove dolevasi delle cor- 
rottele d'allora. 

A tutti è noto deir ospitalità aperta al profugo illustre 
Scaligeri. Solo qui ne rimane a dire che ogni cenno ad 
onore di quella famiglia consecrato nella Divina Commedia 
sembra riferirsi a tarda epoca e tutta contrassegnata dalla già 
fiorente gloria di Cane. Né Dante era tale da secondare strani 
presagi senza base di già occorso adempimento; e presso che 
tolto quanto vedesi nella Commedia pronosticato, era in effetto 
qnand'ei mostrava udirne dai trapassati la predizione. Con 
QQesta norma non sappiamo noi assentire che in que'vocaboli 

E sua Dazion sarà tra Feltro e Feltro 

signiflcar volesse la nascita o la patria di Cane: intendiamo 
ao7j che dir volesse popolazione e nazione da Cane signoreg- 

Tamb. fn^Mi*. Voi II. 19 



— 146 — 

giata, e venisse cosi a significare come Cane mostrava d'avere 
ad essere salute di tutta la Romagna, se già allora non era. E 
il Villani contemporaneo scrSvea : e Fu adem()iuta la profezia 
di maestro Scotto, che il Can^ di Verona sarebbe signore di 
Padova e di tutta la Marca Trivigiana. i Ma ben presto Tnomo 
della verità e deilla rettitudine cadde nello sfavore del potente. 
Ebbesi veramente TAlighieri da'vari amici delle lettere ospizio 
e favore. Ma la virtù trova ricetto presso i grandi soltanto a 
forza di prudenza e di pazienza ; né queste erano le virtb che 
raccomandare più potessero Tesule ghibellino. Egli rìguardavasi 
ancora e voleva essere riguardato quai uno de'già priori^ d'una 
serenìssima repubblica e quale antico amorevole d' un Carlo 
Martello e d'un Nino de'Visconti. Gli ospiti dello sventurato si 
reputavano male rimunerati da quella gratitudine che non 
andava mai disgiunta dalla nobile sua naturale alterezza. Già 
le corti tardi sanno addarsi delle virtù e rado o non mai di 
quelle cadute in umile e basso stalo : quindi nessun signore 
pensò seriamente a ristorarlo de'snoi danni. Non v'ha cosa che 
consumi sé stessa presso i potenti quanto la liberalità. Tanto 
poi il condursi heue nelle case de'grandi è più difQcile, quanto 
più abbiasi ragionevolmente di sé stesso buona opinione. E 
Dante, di nobile schiatta, avea singolarmente in odio quo' che, 
sortito avendo oscuri natali , si erano fatti potenti colla forza 
e coir astuzia. Nello aderirsi or alP uno or air altro di quei 
signori, chiamava sempre in soccorso d'Italia un sommo im- 
perante. 

Aveva Arrigo fatto invitare nel 1310 i Fiorentini a prestargli 
omaggio a Losanna negli Svizzeri. Dante, per colà avviato, ebbe 
un abboccamento con quel frate Ilario monaco del convento di 
Corvo alle foci della Macra , che poi dedicò la cantica dell' In- 
ferno a messere Uguccione della Faggiuola vicario imperiale in 
Genova, e che scrisse la relazione di quell'abboccamento. Era 
egli probabilmente incamminato per quelle parti quando scrivea: 

« Tra Lerici e Turbia. la più diserta, 
La più romita via è una scala, 
Verso di quella, agevole ed aperta », 

scontrandosi Lerici a' confini della riviera di Genova da levante, 
vicino al castello di Vezzano, e Turbia da ponente presso a 
Monaco. Argomentatosi anzi che fino dal 1308 si recasse a tal 



— i47 — 

ìaapo in Germania ed ìtì scrìvendo si stesse il XXIII canto del- 
rinfernc' per aver egli indicata l'Italia, come da lai lontana, 
eon qoel verso 

t Del bel paese là dove il si suona. • 

Per essere poi al fatto di ciò che avveniva, venne Dante in To- 
scaneila, piccola città del Patrimonio dì s. Pietro, di dove scrìsse 
ai perversi nemici snoi una lettera piena di acerbi detti ; non 
a torto irritato, in veggendo per la riforma di Baldo di Agn- 
gliene del 6 settembre 1311 revocati gli esuli con generosa am- 
nistia , ma proscritto novellamente e duramente il suo nome. 
Altra lettera scriveva Dante air imperatore , nella quale cosi 
osava eccitarìo: < Come tu, successore di Cesare e di Augusto, 
passando i gioghi d' Apennino , gli onorevoli segni romani di 
monte Tarpeo recasti, al postutto i sospiri sostarono e le lagrime 
mancarono : e siccome il sole molto desiderato levandosi, cosi la 
noova speranza di miglior secolo a Italia risplendè. Allora molti 
tegnendo innanzi a lor desideri! , in gioia con Virgilio , cosi 1 
regni di Saturno, come la vergine , ritornando cantavano .... 
Ha cbe con si tarda pigrezza dimori , noi ci meravigliamo , 
quando, già molto, tu vincitore nella valle .del Po dimori non 
lungi. Toscana abbandoni , lascila e dimentichila .... Tu cosi 
Tornando come tardando a Milano dimori e pensi spegnere per 
lo tagliamento de' capi la velenosissima idra ? Ma se tu ti 
ricordassi le cose magniQche fatte gloriosamente da Alcide, 
conosceresti che tu se* cosi ingannato come colui al quale il 
pestilenzioso animale ripollando con teste per danno cresceva 
ioAno a tanto che quello magnanimo istantaneamente tagliò il 
capo della vita ... . Che, o principe solo del mondo, annunzierai 
tu aver fatto ? quando avrai piegato il collo della contumace 
Cremona , non si volgerà la subita rabbia o in Brescia o in 
Pavia? Si, farà certo: la quale altresì, qpando ella sarà stata 
flagellata, incontanente un^altra rabbia si rivolgerà o in Ver- 
celli e in Bergamo o altrove ; ed inflnattanto andrà facendo cosi 
che sia tolta via la ^radichevole cagione di quel pizzicore e 
divelta la radice di tanto errore. Col tronco i pungenti rami 
inaridiscono. Signore, tu eccellentissimo principe de'principi sei 
e non comprendi nello sguardo della somma altezza ove la 
volpicella di questo puzzo, sicura da* cacciatori , si giaccia. In 
verità non nel corrente Po né nel tuo Tevere questa frodolente 



ghìbelliDi faorosciti della Toscana, e Dante era già fra i primi 
del suo supremo consiglio e scriveva forse il suo trattato DeUa 
monarchia, che poscia dedicò ai bavaro Lodovico. Arrigo passò 
pel distretto dei Perugini, lasciando vive orme di ostilità, giunse 
bene accolto ad Arezzo, invadendo quindi il territorio dei Fio- 
rentini, prese monte Yarctii, San Giovanni e Figline, e mise a 
sacco e fuoco il contado. La Signoria di Firenze fece partire 
1800 lance ed un grosso corpo di pedoni pel castello d'Ancisa, 
posto suir Arno a quindici miglia da Firenze. L' imperatore » 
diretto dai ghibellini , girò intorno al castello per una strada 
che attraversa le montagne e venne ad accamparsi tra TAncisa 
e Firenze, e precisamente nei piano delFAncisa suirisola d'Ama 
che si chiama il Mezzule; ma intanto Tesercito fiorentino, avan- 
zandosi di notte per strade sviate, potè rientrare in città. II 
giorno 19 settembre 1312 V imperatore passò TArno ove in 
esso fiume entra la Melsola , pose il suo quartiere generale a 
San Casciano castello propinquo a Firenze, a otto miglia, iodi 
attendessi con mille cavalieri alia badia a San Salvi, un miglio 
appena distante da detta città , e dimorò a queir assedio fino 
air ultimo d' ottobre senza dare battaglia. Firenze , ansi che 
lasciarsi intimidire, ardiva sfidare la potenza di lui, méntre pur 
trovavasi accampato alle sue porte. Col nuovo anno aveva egli 
lasciata quella città: andò il 6 gennaio del 1313 a stabilirsi a 
Poggibonzi sulla strada di Siena , ove fabbricò un castello da 
lui nominato imperiale; ma il 6 marzo avviossi verso Pisa. Papa 
Clemente V gli facea sorda guerra. Arrigo volse l'esercito a'danni 
di Roberto, il quale, proclamato rettore, governatore, protettore 
e sotto diverse condizioni signore della Repubblica fiorentina, 
le avea già mandalo a soccorso neirantecedente anno don Luigi 
di Raona con cento cavalieri. Enrico avea contratta alleanza 
con Federico re di Sicilia; questi armò cinquanta galere, sbarcò 
mille cavalieri in Calabria , s' impadronì di Reggio e d' alcune 
altre città. L'imperatore il 5 agosto del 1313 s'avviava contro 
Napoli con duemilacinquecento cavalieri d'Àlemagna, con altri 
millecinquecento italiani e con proporzionato numero di pedoni. 
Potenti giungevano i rinforzi, quando Enrico cadde infermo a 
Buonconvenlo, castello dei Sanesi dodici miglia al di là di Siena; 
il giorno 24 agosto del 1313 si avverò la dolorosa predizione 
del vate. 

Il cavaliere Ranieri del già messere Zaccaria da Orvieto, vi- 
cario del re Roberto di Napoli in Firenze, riconfermò la con- 



— 151 — 

danna di Dante del 10 mai^o 1302 con nuova sentenza nelPot* 
tobre del 131K. I/abate Mehos attesta di aver veduto pur con- 
fermato r esilio di Dante nelle riformazioni fatte nel 1317 da 
un Hubaldo d'Aguglione giurista. Forse il re Roberto volle no- 
vellamente dannato rAlighieri avendo risaputo essere stato da 
lui chiamate re da sermone , o più veramente perchè il poeta 
soldato gli fosse formidabile nemico nella battaglia sulla Nie- 
vole, nella quale perirono Pietro d'Angiò, Carlo di Taranto e i 
principali dei guelfi. 

Oderìsi, parlando a Dante di Provenzano Salvani, dicea: 

« E li, per trar l'amico suo di pena, 
Che sostenea nella prigion di Carlo, 
Si condusse a tremar per ogni vena. > 

Significava cosi lo stato d'uomo gentile stretto da crudele ne- 
cessità a mendicare. Indi gli soggiungeva: — So che parlo oscu- 
ramente: ma passerà poco tempo che i tuoi cittadini, privandoti 
di tutti i tuoi averi ed esiliandoti dalla patria, ti obbligheranno 
a tremare per accattarti del pane: onde, dairesperieuza ammae- 
strato, capirai che significhino questi termini. — E già a tale 
era Dante ridotto mentre scrivea queste cose, e probabilmente le 
scrìvea scorsi due lustri dall'epoca del suo esilio. 

Prima di varcare il Tagliamento , Dante abitò nella Marca 
al Foro Giulio contigua. Caduto Dante nello sfavore di Cane , 
si volse a Gherardo da Camino signore di Tre?igi, indi si tras- 
feri a Udine e vi passò l'intero anno 1317. Ma perchè nel 1318 
dalFAdige al Tagliamento crudelissima ardeva la guerra, essen- 
dosi nel dicembre eletto Cane della Scala a capitano della lega 
ghibellina, si trasferi a Gubbio, fedele municipio dei Romani nei 
vecchi tempi, e nei mezzani rinomata repubblica. Aveva egli 
contratta grande amicizia in Arezzo con Bosone dei Rafaelli di 
Gubbio allorché questi, cacciato della patria dall'armi del cardinal 
Napoleone degli Orsini con Federico da Montefeltro e con molti 
ghibellini, riparar dovette all'asilo aperto alla sua fazione in 
quella città. Dante in Gubbio fu accolto dall'amico prima nel- 
l'abitazione posta nel quartiere di Sant'Andrea ed indi nel ca- 
stello di Colmollaro, situato nel contado Gubbino sopra il fiume 
Saonda, lungi sei miglia in circa dalla città. Questo Bosone dei 
Rafaelli era figlio di Bosone di Guido d'Alberico, era nato circa 
il 1280 e visse lunghi anni dopo la morte di Dante. Avendo 



— ini - 

Bosone affidata a lui Teducazione dè'suoi figlinoli, uno di questi 
chiamato Bosoue Ungaro Rafaelli e per abbaglio d'ammaouen^ 
scritto pur Caffarelli, diedesi sotto la sua istruzione allo studio 
della lingua greca, e Dante se ne rallegrò col genitore per via 
d'un sonetto. Messer Bosone pianse poi la morte di Dante poe* 
ticamente ed illustrò in varie guise il poema sacro. Gredesi di 
Bosone Novello di lui figlio un capitolo in terza rima che con- 
tiene un epitome del poema di Dante e che trovasi unito alPal- 
tro capitolo attribuito a Iacopo figliuolo di Dante. Bosone No- 
vello nel 1337 fu creato senatore in Roma, in compagnia di 
Giacomo di Gante de'Gabrielli, parimente di Gubbio. Gosi vidersi 
sedere sulla stessa panca in Campidoglio il' figlio di quello che 
avea esiliato il poeta e 11 figlio di quello che avealo pietosa- 
mente accolto ed alimentato. Sebastiano da Gubbio, nella sua 
opera intitolata Teleutelogio, lib. HI, cap. 3, cosi a Bosone Un- 
garo scrivea: Dantem Alagherii, vestri temporis poetam fio- 
rentinum civern, tuce a teneris annis adolescentice pceceptorem. 
Molli leggendo sul muro della casa dei conti Falcucci V iscri- 
zione Hic mansit Dantes Ale^herins poeta et carmina scripsit, 
vollero averne antica irrefragabile testimonianza che ivi facesse 
il gran vate queta e lunga dimora ; ma la critica riconobbe 
quella iscrizione del secolo decimosesto. 

Tra le anime degli orgogliosi, il cui supplizio in Purgatorio 
si è di camminare talmente curvati sotto enormi pesi che ap- 
pena conservano V umana forma, riconosce Dante quella del 
miniatore Oderisi da Gubbio. Quest'Oderisi fu nel 1298 da Bo- 
nifazio Vili chiamato a Roma con Giotto ed impiegato a miniar 
libri. Forse cominciava allora l'arte di miniare i corali, tanto 
felicemente coltivata poi da frate Lorenzo degli Angeli fioren- 
tino e dai frati camaldolesi suoi discepoli, la quale distingue- 
vasi in rappresentare compartimenti minuti, a guisa degli an- 
tichi pavimenti a mosaico o di lavoro, come dicono, tassellato 
e vermicolato. Dante avea contratta con Oderisi amicizia in 
Bologna e seco forse condusse in Gubbio questi ultimi suoi 
giorni. Da lui si fa dare il titolo di fratello, probabilmente per 
farsi annunciare suo condiscepolo nello studiar Tarte del disegno. 

t E videmi e conobbemi e chiamava, 
Tenendo gli occhi con fatica fisi 
À me che tutto chin con loro andava. 

Oh, diss'io lui, non se' tu Oderisi, 
L'onor d'Agobbio e Tonor di queirarle 
Ch'alluminare è chiamata in Parigi ? 



- 153 — 

Qoesl'Oderìsi gli parla della nullità della fama procurata dalle 
belle arti. A seconda eh' esse vannosi perfezionando, la gloria 
degli artisti si va eclissando; quegli che succede fa dimenti- 
care colui che lo precedette. Chi oserà sperare che il suo nome 
si conservi di qui a mille anni? e questi mille anni non fanno 
la dorala d'un batter d'occhio nell' eternità. L' anonimo dà al 
verso 108 la seguente spiegazione: e Che un batter d'occhio a 
comparazione del moto del zodiaco, ir quale è il torto circuito 
cbe più tardi in cielo si gira, e dicesi che fa suo moto in trentasei 
migliaia d*anni. » 

Ad obliare le soffèrte calamità e l'orgogliosa commiserazione 
dei grandi, vìsse Dante ritirato alcun tempo nel monastero del- 
l' ordine camaldolese di Santa Croce di Fonte Avellana nel- 
l'Umbria, loogo orrido e solitario. Le camere di quel monastero 
io CQÌ si crede che abitasse dicpnsi pure di presente le camere 
di Dante. Sotto un busto di marmo rappresentante il poeta 
)redesi un'iscrizione indicante la tradizione rimasta. 

Ed ivi pieno del furore di gloria, si consecrava agli studi 
teologici, e fàcea maravigliare quei cenobiti dell'altezza della 
sua mente e della profondità delle sue cognizioni; e famigliari 
a lui essendo le opere di sant'Agostino, ne dispiegava ai me- 
desimi i più riposti tesori. E si doveva sospettare d'eresia chi 
tanto e si bene scrisse di teologia ? Oh bassezza delle omane 
menti, che costringi uomini venerandi per dignità d' animo e 
per virtù a divenire feroci ed ingiusti ! 

Catria è luogo degli Abruzzi, nella entrata verso la Marca 
d'Ancona; il monte Catria è nel ducato d'Urbino, tra Gubbio e 
la Pergola, quasi nel mezzo: 

t B fanno un gibbo che si chiama Catria, 
Di sotto al quale è consacrato un ermo 
Che suol esser disposto a sola latria • 

Sottoposto a quell'alta parte degli Apennini su d'altro monte 
io seno ad una foresta, ergevasi il monastero di Santa Croce di 
Fonte Avellana, venti miglia lungi da Gubbio. Ivi trovò alcun 
riposo all'animo stanco. 

Dante visse un intero anno nel Friuli ed ivi scrisse alcuni 
capitoli del Paradiso. Per più mesi abitò nel castello di Tolmina, 
situato sul fiume Tolomino, presso Pagano Tornano, allorché 
9iBSti dal vescovato di Padova fu trasferito al patriarcato d'Aqui- 

Tamb. /flauti. Voi. ir. 20 



- 151 — 

leia. I montanari dei dintorni di Tolmina mostrano a dito rife- 
rentemente anche ai giorni nostri fra quelle alpi romite la 
grotta di Dante e il sasso pur detto la sedia di Dante, so coi 
solingo sedeva meditando e scrivendo. Quei profondi valloni raffi- 
gurano qua e colà V imagine delle bolge dal divino pennello 
delineate. Il patriarcato d'Aquileia era il più ricco benefizio io 
Italia dopo il romano pontificato. Nella lotta dei patriarchi coi 
Veneziani, durata pel corso di undici anni, quel patriarcato 
avea perduto nel 1294 le giurisdizioni deiristria, ma potè con- 
servare lungamente il ragguardevole principato del Friuli. Ap- 
pena si può credere che Dante sapesse entrar tanto nella grazia 
del patriarca Pagano della Torre, che si fiero nemico era dei 
ghibellini. Nel 1319 trovasi questo patriarca Pagano alla testa 
di quattro o cinquemila soldati a'danni di Lodi; predicò in Bre- 
scia la crociata contro i Visconti e gli altri ghibellini, e trova- 
vasi ancora nel 1323 con molte schiere di combattenti in Lom^ 
bardia, sotto gli ordini del cardinale legato Bertrando del Pog- 
getto. Ma le politiche opinioni e la debita osservanza ai comanda- 
menti del pontefice Giovanni XXH, che dal vescovato di Padova 
avea promosso Pagano al patriarcato d' Aquileia, non toglieano 
ch'ei fosse generoso protettore degli uomini di lettere; e Dante 
aveva appunto mestieri della protezione di guelfi potenti, quali 
si erano e Pagano della Torre e Guido di Polenta , a conse- 
guire una volta la desiderata corona d' alloro per mano della 
patria. 

Se la beila descrizione del modo con cui si costruiscono e 
ristaurano le navi in Venezia non si trovasse nella prima can- 
tica, si avrebbe tutta ragione di avere' per fermo che Dante la 
scrivesse standosene osservatore in quel grande arsenale ; ma 
ei non dovette trasferirsi a Venezia che nel 1312. 

« Quale nelParzenà de'Viniziani 

Bolle l'inverno la tenace pece 

A rimpalmar li legni lor non sani 
Che navicar non ponno; e'n quella vece 

Chi fa suo legno novo e chi ristoppa 

Le coste a quel che più viaggi fece ; 
Chi ribatte da proda e chi da poppa ; 

Altri fa remi ed allibi volge sarte ! 

Chi terzeruolo e antimon rintoppa. > 

Il Sansovino nella sua Venezia, pag. *326 deiredizione ve< 



— 1« — 

neto 1663 ìo-4, descrìTendo il (mlaiio ducale, dice che ^pra 
il Bdgg^ del prìncipe nel salone del consìglio dei Dieci e sotto 
d*iiDa pittura rappresentante il paradiso, erano i sedenti quat* 
tro versi composti dairAlighierì quando Tenne ambasciatore pei 
àgnori di Ra?enna: 

« L'amor che mosse irli l'eterno Padre 
Per flglia aver di sua deità trina. 
Costei, che fu del suo Figliuol poi madre^ 

De Tuniverso qui la fa regina. > 

quella pittura stava situata per fianco alla sedia ducale, prima 
che il Guarìento o Guarinetto colorisse il suo paradiso nel 136S 
in testa della sala, e quei versi furono levali quando si ordinò 
la sala del maggior consìglio. Il paradiso poi del Guariento fu 
nel 1828 rifatto dal Tìntorelto. 

Guido da Polenta inviò Dante ambasciatore al dogo di Ve- 
nezia Marino Giorgi, succeduto a quel Pier Gradenigo che 
primo nel 1288 con uno statuto fece conferire ad un determU 
nato numero di famiglie a perpetuità la sovrana amministra* 
rione dello Stato, ad esclusione di tutte le altre, la qual epoca 
fu nominata U serrar del consiglio. Il doge Pietro Gradenigo 
terminò i suoi giorni nei 1311, e nel giorno 22 dell'agosto di 
detto anno gli fu surrogato nella dignità Marino Giorgi, che 
per vecchiezza non tenne quel governo più di dieci mesi. 
Avendo Dante scritto da Venezia nel marzo dei 1313 una sua 
lunga lettera al detto Guido da Polenta, è a supporsi che 
risiedesse in quella capitale forse un intero anno. 11 Tiraboachl 
asserisce che Dante in quella lettera parla con insoffribile dl< 
sprezzo dei Veneziani: lo che non è vero ; volse egli non senza 
ragione contro quegl'idioti senatori le sue invettive, non già 
contro la più longeva reina dell'altissimo senno. Si sbriga poi 
io stesso Tiraboschi col farne sapere che il canonico Biscioni^ 
il doge Foscarìni ed il padre degli Agostini provarono già e Tarn- 
basciata e la lettera mera impostura del Doni. Giovi intendere 
letteralmente come di ciò parli il detto Marco Foscarìni nel 
Hbro terzo della sua Letteratura veneziana. Non ci sovviene 
d'opera in cui appaiano descritti nomi di letterati per onorarli 
anteriore a quella che deriva da scrittore anonimo di nostra 
pina Dettò costui alla metà del milletrecento un poemetto 
volgare, dove introduce Dante ebe gli addita in visione alquanti 



— 156 — 

celebri veneziani di quel secolo e dei seguente. Ma vi mette 
innanzi solamente i verseggiatori» e benché dica di non volerli 
addurre tatti, e pareccUi infatti ne lasci, pure ne annovera beo 
venti cominciando da Giovanni QuiriDl, Tarnico di Dante, e ter- 
minando in UD fratello suo proprio. (Non dettava dunque alia 
metà del trecento, se quelli pur comprendeva del quattrocento). 
S'impara da ciò, non meno che dalle cose sin qui notate circa 
i nostri antichi letterati, quanto Dante Alighieri si allontanasse 
dal vero in certa lettera, se pare è di lui, scritta a Guido da 
Polenta; nella quale ragiona in guisa di questa città quasi nep- 
pure il nome fosse ancora qui penetrato dell'idioma latino. La 
qual ridicola impostura, piuttosto che macchiare la riputazione 
d^li avoli nostri, ci dinota come le umane passioni sieno atte 
a far travedere gli uomini più sapienti. Mentre se Tepistola 
suddetta è veramente di Dante, non si può imaginare altro se 
non che ve lo inducesse l'affetto sfrenato ch'egli avea alla parte 
ghibellina e lo scorgere come i Veneziani in quei giorni, quan- 
tunque molestati dalle censure ecclesiastiche, voleano aderire 
al papa. Appunto nel 1313 i Veneziani, i quali per la occupa- 
zione di Ferrara erano ancora annodati dalle censure, compe- 
rarono l'assoluzione da Clemente V residente in Avignone al 
prezzo di centomila fiorini d'oro ; e in quel medesimo anno il 
re Roberto a f(H*za di danaro ottenne il dominio di Ferrara. Il 
Foscarini al luogo citato soggiunge con una nota : e Questa 
lettera sta nelle prose di Dante, Petrarca e Boccaccio, date fuori 
dal Doni ; ma ognuno sa che il Doni fu scrittore fantastico. 
Finse librerie, accademie che non furono mai, e dettava ciò che 
gli veniva alla bócca per guadagnarsi il pane. Senza di che 
Dante nella mentovata lettera si allega come di Virgilio quel 
detto: Minuit prcesentia famam^ che è di Glaudiano. Eppure, se 
i versi di nessun poeta doveano essergli noti, lo doveano essere 
quelli di Virgilio, a cui assegnò le parti principali nella sua 
Commedia, avendolo egli scelto per guida dei suo poetico viag- 
gio. > Checché sia di questi argomenti, ecco la lettera. 

Al magnifico m. Guido da Polenta signor di Ravenna. 

e Ogni altra cosa m'avrei piuttosto creduto vedere che quello 
che corporalmente ho trovato e veduto delle qualità di questo 
eccelso dominio. Minuit prcesentia famam, acciocché io mi vaglia 
di quel passo di Virgilio. Io m'aveva fra me medesimo imagi- 



— !57 — 

Dato di dovere trovar qui qaei nobili e magnaDimi Catoni e 
qum rigidi censori de'depravati costami, insomma tatto quello 
ch'essi, con abito pomposissimo simulando, vogliono dar ere* 
dere alla Italia misera ed afflitta di rappresentare in sé stessi* 
E forse che non si fanno chiamare Rerum dominos, Gentenique 
togatamf Misera veramente e mal condotta plebe, da che tanto 
insolentemente oppressa, tanto vilmente signoreggiata e tanto 
crudelmente vessata sei da questi uomini nuovi, destrultori 
delle leggi antiche ed autori d'ingiustissime corruttele! Ma che 
vi dirò io, signore, della ottusa e bestiale ignoranza di cosi 
gravi e venerabili padri? Io, per non defraudare cosi la gran- 
dezza vostra, come Tautorilà mia, giugnendo alla presenza di si 
canuto e maturo collegio, volsi fare Tufficio e l'ambasciata vostra 
in quella lingua la quale insieme con T imperio della bella 
Ausonia è tuttavia andata ed andrà sempre declinando; cre- 
dendo forse ritrovarla in questo estremo angolo sedere in mae- 
stà sua, per andarsi poi divulgando insieme con lo stato loro 
per tutta Europa almeno. Ma oimè! che non altramente giunsi 
nuovo ed incognito pellegrino che se testé fossi giunti dair e* 
strema ed occidentale Tile; anzi poteva io assai meglio qui 
ritrovare interprete allo straniero idioma , s'io fossi venuto dai 
hvolosi antipodi , che non fui ascoltato con la facondia roma- 
na in bocca: perché non si tosto pronunciai parte deir esordio 
chMo m'avea fatto a rallegrarmi in nome vostro della novella 
eledone di questo serenissimo doge: Liix orta est insto, et re- 
ctis corde Icetitia , che mi fu mandato a dire o ch'io cercassi 
d'alcuno interprete o che mutassi favella. Cosi, mezzo fra stor- 
dito e sdegnato, né so qual più , cominciai alcune poche cose 
s dire in quella lingua che portai meco dalle fasce, la quale fu 
loro poco più familiare e domestica che la latina si fosse. Onde 
in cambio d'apportare loro allegrezza e diletto^ seminai nel fer- 
tilissimo campo dell'ignoranza di quelli abbondantissimo seme 
di maraviglia e di confusione. E non é da maravigliarsi punto 
the essi il parlare italiano non intendano; perché, da progeni- 
tori dalmati e greci discesi, in questo gentilissimo terreno altro 
recato non hanno che pessimi e vituperosissimi costumi insie- 
0)0 con il fongo d'ogni sfrenata lascivia. Perché m'é paruto darvi 
qneslo breve avviso della legazione che per vostra parte ho ese- 
gotta; pregandovi che, quantunque ogni autorità di comandar- 
mi abbiate, a simili imprese più non vi piaccia mandarmi, delle 
Qnali né voi riputazione né io per alcun tempo consolazione 



— 158 — 

alcuna spero. Fermeromcni qui pochi giorni per pascer gli occhi 
corporali, naturalmente ingordi della novità e vaghezza di questo 
sito, e poi mi trasferirò al dolcissimo porto dell'ozio mio, tanto 
benignamente abbracciato dalla reale cortesia vostra. 

Di Vinegia, alli XXX di mano MCCCXIII. 

L*amil servo rostro 

Dante Alighibri fiorentino. > 

Egli è ben vero che i versi di Virgilio erano tanto noti a 
Dante da non poter essere per lui scambiati d'una parola con 
que'di Claudiano. A lui diceva lo stesso Virgilio: 

t Euripilo ebbe a nome e cosi '1 canta 
L'alta mia tragedia in alcun loco; 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. > 

Ma doveva pur Dante sapere non meno quale si fosse il 
miglior propugnatore di Troia, colui in cui riponevano più di 
fidanza i Troiani. Gionullameno nelContPt^o, altratt. IlI,.capo2, 
si legge: « Siccome fa Vergi lio nel secondo della Eneide, che 
chiama Enea: luce (che era atto) e speranza delli Troiani (ch'è 
passione); che né era esso luce né speranza, ma era termine in 
che si riposava tutta la speranza della loro salute. » Non per 
questo vorrassi negare che il Convito sia opera di Dante: sola- 
mente, in vedendo che, è chiamato luce e speranza delli Troiani 
Enea invece di Ettore, sarà dubbio cui debbasi imputarne la 
menda^ se a Dante per trascorso di penna o ai copisti. Anche 
neirinferno canto XVIII, v. 133, la cosa sta altrimenti da quello 
che dice Dante; il quale, fidatosi alla sua memoria, non cre- 
dette dover leggere il passo in Terenzio. ìieW Eunuco 3 , i , di 
Terenzio, il parassito Gnatone parla con Trasone soldato circa 
il dono d'una fanciulla che questi a Taide aveva per lui man- 
dato. Trasone interroga Gnatone se sia vero che Taide l'abbia 
gradito e gliene mandi grazie grandi : e Gnatone risponde che, 
non pur grandi, ma infinite, all'uso de' parassiti, che sempre 
parlano ai versi altrui. Virgilio stesso dice a Dante che è nato 
lombardo. Viene perciò accusato dello aver chiamato Lombardia 
una contrada che allora non aveva un tal nome. Anche Igino 
appresso Gelilo riprende lo stesso Virgilio dello avere un non 
so qiial porlo della Lucania chiamato col nome di Velino sta- 
togli imposto cento anni dopo l'epoca a cui si riferiva lo stesso 
Virgilio. 



— 159 - 

Dante abitò ancora per Inngo tempo nella valle Lagarina 
o nella villa di Marco. Vuoisi che a lui fosse ospite amico Gu- 
giielmo conte dì Castelbarco. È anzi rimasta tradizione che 
avesse in proprietà una -casa in Garagnago dì vai Pulicelia» 
posseduta poi lungamente da' suoi discendenti. Neirinf. e. XX, 
V. 65, vedesi menzione del lago di Garda, del Pennino, di vai 
di Monica, dell'Alpi trentine e del Tirolo. Nel e. XII vuoisi pa- 
ragonata la scesa d'un burraio ad un vasta congerie di grandi 
macigni che vedesi presso il villaggio Marco , sotto Lizzana , 
qd' ora vicino di Rovereto , chiamata da' paesani Slavìno di 
Marco, rimasta per la caduta d'un gran monte seguita proba- 
bilmente l'anno 883. Da altri vuoisi che Dante ivi parli invece 
della rovina che si trova di là da Rovereto, due miglia e mezzo 
ìd circa, detta da' paesani il Cengio rosso e dov'è ora il ca- 
stello della Pietra; perchè il Cengio è un monte altissimo, 
parte di cui è rinnovata e parte resta ancora, come appunto 
pare che Dante supponga. Frattanto si ha da ciò che, dovunque 
esalando peregrinasse, intendeva pur sempre assiduo alla grande 
opera. 

Se si presti ascolto a Domenico Aretino, Dante rimase per 
più anni nel Casentino presso que' conti, indi per quattro anni 
continui dimorò in Verona, e finalmente si trasferi pel breve 
resto de' suoi giorni a Ravenna. Guido Novello de' Polcntani, 
sgnore di Ravenna, Ietto aveva per avventura nell'Inf. e. Y, 
y. 73 , r amore e la pena della sua zia Francesca, ed aveva di 
che sperarla compianta perpetuamente per la tanta pielà di quel 
racconto. Sommamente ne' liberali studi ammaestrato qual'era, 
al saggio dire degl' interpreti del Costa, il rimeritare e l'ono- 
rare i sapienti stimava principal parte di giustizia. Mandò quindi 
lettere e messi a Dante offerendogli ospizio ed amicizia ; e lo 
accolse di fatti e lo animò con assai piacevoli conforti. Quel 
Genovese che andò a Ravenna per aversi dallo Alighieri un! 
consiglio, se sia vero ciò che narra il Sacchetti nell'ottava delle 
sue novelle, il conobbe cosi che più di stette in casa sua, pi- 
gliando grandissima dimestichezza per tutto il tempo che vis- 
sero insieme. Dunque Dante ebbe in Ravenna una casa ove 
potere accogliere un ospite ; dunque visse più che >un anno 
io Ravenna; dunque concedeva anche vecchio che altri entrasse 
seco in familiarità. Già ne pare vederlo entrare talvolta ne' re- 
cessi di quella pineta e, al trarre di scirocco, descrivere lo 
sbattimento de* rami ed il remore delle piante. Potè cosi sotto 



— 160—' 

la protezione del grazioso signore ivi farsi più scolari in poesia 
e più amici ; fra quali si dislinse un ser Pielro di messer Giar- 
dino, divenuto poscia familiare al Boccaccio. 

Nella Qne del 1319 Dante si trasferi di nuòvo n Verona 
per rivedere i suoi figliuoli, ivi fermatisi fino da quando s'era 
egli ricoverato in corte degli Scaligeri. Tenne allora Dante io 
quella ctiiesa di Sanl'Elena una disputazione o conclusione filo- 
sofica sopra i due elementi, acqua e terra , se pur non è una 
impostura un libretto stampato in Venezia nel 1508 , che ha 
questo tìtolo: Qucestio florulenta oc perutilis de duobus elemen- 
tis aquce et terr(B tractans, nuper reperta; qiue olim Manlum 
auspicata , Veronce vero disputata et decisa oc manu propria 
scripta a Dante fiorentino, poeta clarissimo^ quce diligenter et 
accurate correcta fuit per rev. magistrum loan. Benediclum 
Moncettum de Castilioi/ie aretino, regerUem patavinum, ordina 
eremitarum divi Augustini sacrceque theologice doctorem excel- 
lentissimum. Dante avea probabilmente perduta la grazia di Cane 
quando, dedicandogli la cantica del Paradiso, cosi gii scrivea : 
e Non ho trovato convenirsi all'eminenza vostra la Commedia 
tutta , ma la cantica più nobile di essa , onorata del titolo di 
Paradiso; questa con la presente epistola, quasi sotto propria 
inscrizione dedicatevi, intitolo a voi, a voi porgo, a voi racco- 
mando. » Volle tuttavia onorar Cane di tanto elogio forse per- 
chè gli stava a cuore di non avere avverso quel prìncipe, già 
divenuto formidabile e potentissimo , per opera del quale spe- 
rava di ritornare alla patria desiderata, o più veramente per 
lasciare un nuovo monumento della sua gratitudine. Negli ul- 
timi anni della sua vita inviò egli a Firenze quella dolorosa 
canzone in cui tante sentenze di sdegno e d'amore rac- 
chiuse ; ingiungendo poi a que%suoi versi che dentro la terra 
per cui egli piange vadano arditi e fieri , appunto perch$ li 
guida amore. 

Andando Dante per alcuna sua faccenda, udì un fabbro 
che al suono deir incudine cantava scioccamente una canzone 
di lui, smozzicando ed appiccando i versi in guisa che a Dante 
pareva ricevere grandissima ingiuria. Onde, entrato nella bot- 
tega, cominciò a gettar per la via le masserizie o i ferramenti 
di quel goffo. Del che maravigliandosi il fabbro e. dicendogli : 
— Fo Tarte mia, e voi guastate i mìei ferri, gettandoli per la 
via ? — Al che Dante rispose : — Se tu non vuoi che io guasti 
le cose tue, non guastare tu le mie. — Disse il fabbro: -—Oh 



— 161 — 

ehe vi goasr io? — Disse Danle: — Tn c^nli il mio libro e 
non Io di' com' io lo feci. Io non ho altr' arte; e tu me la 
guasti. — 

Un Genovese, sparuto, bene scienziato , domandò a Dante 
come potesse entrare in amore a una beli) donna di Genova, 
la quale non che l'amasse, non mai gli occhi in verso lui teneva, 
e più tosto, fuggendolo, in altra parte li volgeà. Dm te, veggendo 
h sua sparuta vista, disse: — Messere, di quello che al pre- 
sente mi domandate non ci veggio altro che un modo; e questo 
è, che voi sapete che le donne gravide hanno sempre vaghezza 
di cose strane. E però converrebbe che questa donna che cotanto 
amate ingravidasse. Essendo gravida , come spesso interviene 
ch'elle hanno vizio di cose nuove, cosi potrebbe intervenire 
ctf ella avesse vizio di voi : e a questo modo potreste venire 
ad eflfetto del vostro appetito. Per altra forma sarebbe impos- 
sibile. — 

Dante tassò destramente di bugiardo un tale che nel 
desinare, riscaldato dal vino e dal favellare, sudando mentiva. 
Venne questi in sentenziare che chi dice il vero non s'affatici. 
Soggiunse Dante: — Io mi meravigliava bene del tuo sudore. — 

Dante domandò a un contadino che ora fosse: egli rozza- 
mente rispose ch'era ora d'abbeverare le bestie. Dante ripigliò: 
— Tu che fai? — 

Stava Dante nella chiesa di Santa Maria Novella appog- 
giato ad un altare tutto solo, forse col pensiero vólto al poe- 
tare. A lui accostatosi un ser sacciuto, tentò indarno più volte 
di tirarlo seco a ragionamento. Dante, perduta Analmente la 
pazienza, volto a quel cotale gli disse : -- Avanti che io risponda 
alle tue domande , vorrei che prima tu mi chiarissi qual tu 
creda che sia la maggiore bestia del mondo. — A lui quegli 
rispose che per l' autorità di Plinio credeva la maggior bestia 
terrestre essere l' elefante. Dante gli soggiunse : — elefante, 
dunque non dar noia. — E, senz' altro dire, da lui si parti. 

In Siena, essendosi abbattuto a trovare nella bottega d'uno 
speziale un libro da lui fino allora inutilmente cercato, appog- 
giato a un banco, si pose a leggerlo con tale attenzione che 
da nona sino a vespro si stette ivi immobile , senza punto 
avvedersi dell'immenso strepito che menava nella contigua 
strada uno accompagnamento di nozze che di colà venne a 
passare. 

In Verona , passando egli davanti a una porta dove friù 

Tamb. Inquit. Voi. II. 21 



— 162 — 

donne sedevano, una di quelle disse air altre: — Vedete voi 
colui che va per r inferno e torna quando a lui piace e qua 
su reca novelle di quelli che laggiù sono? — A quella una di 
loro rispose semplicemente: — In verità tu devi dire il vero. 
Non vedi tu com'egli ha la barba crespa e il color bruno per 
lo caldo e per lo fumo che è laggiù? — Dante, udite quelle 
parole, sorrise alquanto e passò avanti. 

Essendo Dante alla mensa di Cane della Scala, un fanciullo 
ceiatamente nicchiato sotto le tavole raccogliea in mucchio 
a'piè di Dante Tossa tutte spolpate e gittate. Partito il ragazzo 
e levate le tavole, messer Cane, fingendo le meraviglie delle 
tante ossa cosi raccolte, voltandosi verso gli altri, — Per certo, 
disse, messer Dante è gran divoratore di carne: vedete V ossa 
eh' egli ha ai piedi. — Dante, conosciuto il giuoco , pronta 
diede questa risposta : — Signore, sMo fossi Cane, non vedresti 
lant'ossa. — 

Tra la turba degristrioni e dell'altre persone festevoli che 
lo Scaligero tenea in corte uno essendone che riusciva a tutti 
sommamente caro, disse un giorno, in presenza di molti corti- 
giani, Can grande a Dante: — Come sta egli mai che costui, 
balordo, melenso, sia grato a tutti; e tu, reputato sapiente, 
grato non sia ? — Al che Dante subitamente : — Non è mara- 
viglia ; la somiglianza e V uniformità dei costumi generare 
sogliono la grazia e l'amore. — Se fu amara la risposta, era 
ben anche impropria la dimanda. 

Minacciando la Repubblica di Venezia di muover guerra ai 
Polenziani, quel Dante che tanto mal soddisfatto era della sua 
prima ambasciata non ricusò per amore del suo Guido V di 
sostenere la seconda : ma, non avendo potuto vincere gli osti- 
nati animi di quell'ambizioso Senato, lasciata la via del mare, 
che per cagione deUa guerra era piena di pericoli, ritornò per 
le disabitate e mal comode vie de' boschi. L'ultimo suo di, che 
alle tante sue amaritudini doveva por fine , lo aspettava in 
Ravenna. Ivi, sconsolato del non recare alcun frutto di tale 
sua imbasciata in prò dell' amico e mecenate , ammalò , e il 
giorno 13 di settembre del 1321, nella non colma età d'anni 56 
e mesi cinque, rendette l'affaticato ed umiliato spirilo al Crea- 
tore. Ben è vero che 

< È felice colui che trova il guado 
Di questo alpestre e rapido torrente 
- Ch'ha nome vita: > 



— 163 - 

ma la merle rapiva il grand'uoim. o^i vigore della vita ; e dovette 
veoirgli per questo amaramente incfesì^Uaq^ q\^^ gp involava 
inneme quella corona d' alloro di cui sperava órnaw jj^ fronte 
per mano della pentita sua patria : 

« Ritornerò poeta ed in sul fonie 
Dei mio baltesmo prenderò '1 cappello *. 

Il SQO cadavere, dice il Yandelli, fu seppellito in Ravenna 
nel di 14, in cai dalla Chiesa si celebra V Esaltazione della 
santa Croce^ avanti la chiesa de'frati minori di San Francesco, 
intitolata già col nome di San Pietro maggiore o di Basilica 
Petrìana. Pieno di gloria immortale, scrive il Giovio negli Elogi, 
mentre ch'egli considerava la felicità iella patria celeste, desi- 
derala con tanto affetto dai devoti «»rtaH e 4i lui con tanto 
ardore ed ornato di parole, di sentenze e di dottrina cantata, 
prima ch'egli avesse in capo o DeUa k»rS» ^^n pelo canuto, 
d' nna grave infernriità si morì , eoe fne» di spinto insino al 
fine che nel sentirsi venire me&o com^se sei versi da scri- 
vere sul suo sepolcro: 

« Iar« aoDarehiae, superos, FbMgetonta, iacusque 
Luffa'amée «eeHii, vofuerant fata quousque : 
Sed quia pars cessi t fliai4oribu< hotipita caslris, 
Anetoranqae suuoa peint Meibus astrls, 
Hic claudor Dantes, patriis axtorris ab oris, 
Qtteoi geDuit parvi Fioreotit àater amoris >. 

La Bpof^ «irtale fi 4ii |Mè ^qualificati cittadini portata 
e riposta zvuà la porta detta éetta <sbie8a dei frati minori 
in un'arca di mnao. SefmttM est fiwMn^ in sacra minorum 
cede, egregio ^i^éam aiuque eminenti tumulo, lapide quadrato, 
adamussim amstructo^ oompluribus insuper egregiis carminibus 
inciso insignitoque. Ck)8i scriveva il Maoetti pid anni prima che 
il Bembo andasse a Ravenna a ristorare queir arca, su cui già 
eretta erasi una cappella serrata da un cancello di ferro. Tut- 
tavia tengono i piò che quel buon Guido V polenziano, il quale 
all'atto della tumulazione parlò della sapienza , della virtù , 
degllofortunii del perduto amico, facesse racchiuderne per allora 
la sacra spoglia in un semplice deposito , pensando di sacrar- 
gliene altro decoroso meglio e magmQco; lo che dato poi non 
gii fesse per nuova colpa di fortuna. 



— 164 



Firenze domandò le cen^'-* ^e* suo poela nel 1429 e rii 
novo le industrie r^o} oecolo XVI, ma più Iarde, più ineffica^ 
Qgj^tQSPQo»«i(dUue anni dopo la morie di Danle, cioè nei i4£ 
2H;rnardo Bembo, pretore essendo di Ravenna per la Repubbli 
di Venezia , fece rifabbricare quel sepolcro in marmi gre 




Sepolcro di Dante, in Ravenna. 



venati e di rosso antico a strisce bianche: tra molti ornamer 
vi fece scolpire dal famoso Pietro Lombardo Teffigie del poe 
in basso rilievo di mezza figura, in atto di leggere, con la fron 
coronata d'alloro. Sopra b detta effigie in mezzo ad una ghi 



— Ì6S — 

buda leggevansi le parole: Virtuti et kmcri. Tate mooomenlo 
fo restaurato nel IG92 per onlìoe del cardioaie DotoeDìco Maria 
Corsi legato di RaTenna e di monsignore Giovanni SalTìati vioe<* 
legato» come si ha dalla memoria ivi esistente a mano sinistra 
della cappella. Ultimamente, cioè nel 1780» il cardinale Luigi 
Valenti Gonzaga, mentr'era legato in Ravenna, fece a sue siK'se 
innalzare a quelle sacre ceneri un assai più magnifico monu- 
mento, secondo il disegno di Camillo Morìgia illustre architetto 
raTignano. U mausoleo fu ridotto in forma di un tempietto di 
[Manta quadrata, coperto di cupola emisferica, ne'cui pennacchi 
quattro medaglioni p gran cammei portano espressi allreltanli 
sc^getti di nota benemerenza e relazione con Dante. Sono essi 
Virgilio, Rronetto Latini, Can Grande della Sala e Guido da 
Polenta, formati da Paolo Gìabani luganese. In quel sepolcro 
leggesi la seguente iscrizione del Morcelli : 

DANTI ALIGIUERIO 

. PO£Ti£ SUI TEMPOIUS PRIMO 

RESTITUTORI 

POLITIORIS HUMANITATIS 

GUIDO ET HOSTASIUS 1»0LENTIANI 

CLIENTI ET HOSPITI PEREGRE DEFUNCTO 

MOJSUMENTUM FECERUNT 

BERNARDUS BEMBUS PRìETOR VENET. RAVENNìE 

PRO MERITIS EIUS ORNATU EXCOLUIT 

ALOYSIUS VALENTIUS GONZAGA CAUDIN. 

LEG. PROV. ìEMIL. 

SUPERIORUM TEMPORUM NEGLIGENTIA CORRUPTUM 

OPERIBUS AMPLIATIS 

MUNIFICENTIA SUA RESTITUENDUM 

CURAVIT 

ANNO MDCGLXXX. 

Giotto, dipingendo a fresco la cappella del palagio delio del 
podestà in Firenze, vi ritrasse al naturale Dante Alighieri, Bru- 
DeUo Latini e Corso Donati. Andrea del Castagno Tece pure il 
ritratto di Dante nella casa de'Carducci, poi de'PandoKini. Di 
due tavole rappresentanti il poeta Dante ed esìstenti un lern|)o 
oel duomo di Firenze fanno nyenzione il Lami ed il Salvini. Ai 
tempi di Leonardo Aretino mìravasi Tefligie del nostro poeta 
qoasi nel mezzo della chiesa di Santa Croce a mano manca, 
andando verso V aitar maggiore, ritratta al naturale. Il Ibridino 
attesta che de'suoi di l'effigie di Dante reslava ancora di mano 



— 166 — 

di Giotto in Santa Gnoce e nella cappella del podestà. Don Lo- 
renzo monaco camaldolese, pittore della scuote di Taddeo Caddi, 
fece il ritratto di Dante e del Petrarca nella cappella degli Ar- 
dingbelli, nella chiesa della Trinità di Firenze circa Tanno 4370. 
Il gran Raffaello nella celebre opera a fresco delle camere vati- 
cane chiamata la Disputa del Sacramento, ove ha Inogo tra'teo- 
iogi e dottori di santa chiesa, dipinse la testa lam'eata di Dante 
in profilo presso le figaro di san Tomaie d'Aquino e di Scoto. 
Tuttavia il Dionisi , nel suo aneddoto, intitolato Del focale d\ 
Dante, fa del difetto d'un fedele ritratto tale querela: t È ben 
assai che in Firenze, ove tanti bei monumenti e tanti codici di 
questo suo immortai concittadino si conservano, e meno in Ra- 
venna ov'è il suo sepolcro, un ritratto non siaci da cui si rilevi 
ch'egli in qualche modo, se rivivesse, potesse dire : — Io son 
quell'io. — Per me certo non ne ho veduto veruno né in un 
luogo né in l'altro; e di que'che si son pubblicati nelle edi- 
zioni antiche e moderne, ma specialmente dal Za ita e dal signoi 
Beltrame, nel gran libro de'pochi fogli per relazione del sepol- 
cro del divino vate del signor cardinale Valenti nuovamente 
innalzato e abbellito, posso dire senza errare : — Gerto la vo- 
glia mia non fu contenta — ; mentre non trovo che in verun 
conto pur gli rassomigli o in qualclie modo almeno nel volto 
l'adombri. » Il ritratto di Dante ora esistente nella biblioteca 
capitolare di Verona e che fu già del lodato canonico Dionisi, 
è di mano di Giovanni Bellino. In Cividale del Friuli, nella libre- 
ria Claricini esiste un codice in pergamena in 4.^ del secolo XV: 
nel primo canto dell'Inferno, entro l'iniziale N è il ritratto di 
Dante non interamente simile agli altri conosciuti; é di mano 
di Nicolò Glaricini di Cividale, letterato e giureconsulto del se- 
colo XV. È altresì o potrebbe a' curiosi .essere considerevole 
che nessun ritratto mostra Dante barbuto, comecché a lui di- 
cesse Beatrice: 

< Quando 
Per udir se' dolente, alza k barba ; » 

e il Boccaccio assicuri ch'egli aveva i capelli e la barba cresputi. 
Una testa assai bene modellata , che al riferire del Cinelli ap- 
partenne allo scultore Giambologna, indi al suo scolare Pietro 
Tacca, e finalmente alla duchessa Sforza, era stata tolta dal suo 
sepolcro 'in Ravenna. Un busto di lui fu collocato sopra la porta 



— 167 — 

dello stadio dairAccademia fiorentina per opera del senatore 
Baccio Valori. Ultimamente l'immortale Canova innalzò nel Pan- 
teon romano il basto laureato del divino ; e sotto si legge : e A 
Dante Alighieri Antonio Canova MDCCCXIIL Alessandro d'Este V 
scolpi. » Apostolo Zeno nelle sue lettere nota che neir im- 
periai museo di Vienna trovasi una medaglia con la testa di 
Dante. Il Fulgoni nei tre frontispizi della romana edizione pro- 
dusse reffigie di Dante rappresentata in un antico medaglione, 
colla sottil fascia pendente dalla berretta sopra le orecchie. 

Povero Dante! fosti in vita perseguitato dalla rabbia sacer- 
dotale, e le tue ceneri furono minacciate d'essere poste sul 
rogo e sparse al vento dairintolleranza deirinquisizione! 



CAPITOLO IX. 



Roma e Cola da Rienso. 



Intanto che gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare 
Tuccisione del Tratello teneano in Torse Tltalia e dall'un canto 
la resistenza deTeneziani in D.ilmazia chiudeva a quel monarca 
il passaggio dell'Adriatico, e relezione di Carlo IV dall'altro 
privava gli Ungari dei soccorsi che loro poteva dare Lodovico 
di;Baviera, e litalia slessa si stava trepidante tra il timore d*nna 
invasione di barbari ed il desiderio di vedere punito un delitto, 
un'inaspettata rivoluzione trasse all'antica capitale del mondo 
l'attenzione di tutta la cristianità. La città di Roma, ridestata 
da un eloquente demagogo, volle rivendicare le antiche sue 
prerogative e sottomettere alla sua sovranità il papa e l'impe- 
ratore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo romano. 

Gola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, fu di vile 
nazione. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, e 
per lo molto singoiare suo ingegno^in esse avea falli rapidis- 
simi progressi. Erasi egli in particolar modo dato allo stddio 
degli storici e degli oratori dell'antichità ; e trovandosi in mezzo 
ai monumenti della gloria della romana potenza, aveva cercato 
altresì d'informarsi la mente delfantrco spirito de'suoi concit- 
tadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore vene- 
razione di lui per l'antichità, più nobile brama di farne rivivere 
le virtù; né v'era chi avesse più profondamente di lui inve- 
stigati i costumi e le leggi della Repubblica romana o meglio 
sapesse interpretare le iscrizioni ed i monumenti che fino allora 



- 169 — 

erano stati con occhio stupido risguardali dalle geoti, senza 
ch'esse ?i trovassero memoria delle virtù decloro antenati; non 
v'era chi fosse animato da più puro zelo per il ben comune o 
da più caldo amore di patria, né chi finalmente sapesse negli 
altri infondere con più persuasiva eloquenza i propri pensieri 
e sentimenti. Questo chiaro letterato, questo profondo antiquario, 
per ringegno suo fatto capo del governo, diede con tutto ciò 
a divedere bentosto di non avere né il coraggio necessario per 
la difesa del popolo, né la modestia che avrebbe dovuto pre- 
servarlo dairabbagliamento delPinaspettata sua grandezza, né 
la cognizione degli uomini, che si acquista difScilmenle sui 
libri, e senza la quale un dotto non è uomo di Stato. 

Per r assenza dei papi, Roma trova vasi in preda alla più 
trista anarchia; i baroni romani avevaqo afforzate tutte le 
castella dello Stato della Chiesa e tutti i palazzi che posse- 
devano in città, e teneano pure presidio in tutti gli antichi mo- 
numenti che avevano potuto mutare in fortezze. E come nel 
vasto cerchio delle mura di Aureliano la metà dei quartieri era 
deserta, cosi i baroni trovavansì assoluti padroni di molle vie, 
ove avevano innalzati serragli ed altre difese in mezzo alle mine. 
Ma non essendo abbastanza ricchi per tenere continuamente 
truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia a la- 
droni, assassini ed altre persone perseguitate dalla giustizia, alle 
quali davano protezione e guarentivano l'impunità derelitti col 
francar loro un luogo sicuro per ri porvi i frutti delle rapine e 
degli assassinamenti. 

Tuttavia oravi ancora in Roma un qualche avanzo di go- 
verno popolare: i tredici rioni o quartieri della città nominavano 
il rispettivo capitano, e l'adunanza di questi magistrati, chia- 
mati Caporione rappresentava il popolo sovrano; ma non ave- 
vano costoro né I9 forza né l'autorità per farsi ubbidire. Il papa 
erasi usurpata l' elezione del senatore e non afiidava questa 
sublime dignità che a nobilissimi personaggi; ond'è che la po- 
destà giudiziaria e la forza armata trovavansi in mano di quel- 
l'ordine contro del quale avrebbero dovuto adoperarsi. 

Il senatore fingea di non vedere gli eccessi e i misfatti dei 
gentiluomini, non prendendo le armi per punire i delitti so non 
qoando trattavasi di un suo personale nemico. Allora la ven- 
detta nazionale si esercitava in tal modo da turbare vieppiù 
la pubblica tranquillità. I nobili scendevano frequentemente ai 
più bassi rigiri per ottenere dalla corte d' Avignone grazie 

Tamb. Inquis. Voi. II. 22 



benefizi; abbenchè non riconoscessero nel papa l'autorilà so- 
vrana, e come feudatarii della Chiesa credessero dì avere di- 
ritto a maggiore indipendenza che quelli dell'impero. E di siffatta 
indipendenza essi abusavano specialmente nelle guerre civili : 
la gara tra le case Colonna ed Orsini divideva in due parli la 
nobiltà, ed era ogni giorno cagione di atti ostili. Cola da Rienzo 
delle sventure di Roma accagionava ognora i nobili ; quando 
commettevasi un qualche delitto, un ratto, un omicidio, un in- 
cendio, avea nuovi motivi d'imputare ai gentiluomini l'anarchia 
in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro 
da un odio ch'ei confondeva colle memorie della storia, da un 
odio ereditato dai Gracchi: a vero dire egli aveva ben più ra- 
gione^che non gli antichi tribuni di tenere i patrizii de' tempi 
suoi degni dell'odio e della vendetta del popolo. 

Cola fu per la prima volta incaricato di un ufficio pubblico 
poco dopo relezione di Clemente VI. Inviato ad Avignone nel 1342 
per supplicare il nuovo papa a restituire la santa sede nella 
sua naturale residenza, in quella ambasciata arringò egli il pon- 
tefice, sebbene il Petrarca fosse uno degli ambasciadori: la sna 
eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma gli avevano già fatto 
amico il poeta. Clemente VI non si lasciava reggere ne'suol po- 
litici divisamene a senno degli oratori popolari, ma fu mara- 
vigliato dell'ingegno del deputato romano: il creò notaio apo- 
stolico con ragguardevole assegno e gli die l'irttarico di annun- 
ciare ai suoi concittadini che, pel loro vantaggio e di tutta la 
cristianità, bandirebbe un secondo giubileo l'anno 1350, colle 
indulgenze che Ronifacio aveva largite in occasione della festa 
secolare, le quali dovevano rendersi comuni a tutte le gene- 
razioni. 

Cola, di ritorno a Roma, si procacciò reverenza dai suoi 
concittadini, esercitando con integrità la sua nuova carica. Tentò 
pure di ricondurre i suoi colleghi alla onestà: ma dovette ben 
tosto avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva 
rivolgersi allo stesso popolo, se voleva far cessare l'anarchia e 
rendere a Roma quella gloria, quella grandezza, quella giu- 
stizia e quella potenza ch'egli enfaticamente chiamava il buono 
stato. 

Per commovere la moltitudine, le sottopose da bel principio 
simbolicamente allo sguardo i suoi pensieri. Siccome per ra- 
gione dell'ufficio suo era chiamato in Campidoglio, egli vi fece 
esporre un quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il 




(ila ei^emo de a/ruifaì/j^o/ffa/ff. 



— 171 — 

mercato: e Vi si vedeva, > dice lo storico di Roma anoDiroo e 
coDtemporaDeo. < un gran mare burrascoso» e nel mezzo una 
nave senza timone e senza vele in procinto di affondare. Una 
donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e col cinto 
della tristezza: aveva la veste squarciata sul petto, scarmigliati 
i capelli, le mani. in croce al seno, in atto di chi prega per 
essere salvato da imminente pericolo. Vedovasi in cima al qua- 
dro un breve che diceva : È-questa Roma. Intorno a questo va- 
scello stavano altri quattro che già avevano fatto naufragio: le 
loro vele erano cadute, rotte le antenne, spezzalo il timone ; e 
• sopra ognuno di essi vedovasi il cadavere di una donna col nome 
di Babiloniay Cartagine, Troia, Gerusalemme; ed al di sopra un 
altro breve che diceva: U inriiustizia è quella che le pose in 
pericolo e le fece finalmerUe perire. » Quando il popolo, affol- 
lato intorno a questo quadro, Tebbe rimirato alquanto. Cola si 
fece avanti in mezzo a tutti e con maschia eloquenza imprecò 
ai delitti dei nobili, che trascinavano la patria neirabisso. 

Pochi giorni dopo fece collocare nel coro di San Giovanni 
di Laterano una tavola di rame con una bella iscrizione latina 
ch'egli aveva scoperta. Chiamò i dotti ed il popolo a venire ad 
interpretaria, e quando l'assemblea fu adunata, egli si fece in- 
nanzi per leggere Tiscrizione. Era un senato -consulto col quale 
il Senato conferiva a Vespasiano le varie potestà dei romani 
imperatori : atto di schiavitù, nel quale erano ancora conservate 
le forme de' tempi liberi. Cola, poi ch'ebbe terminata rinterpre- 
tazione, si volse al popolo adunato : « Voi vedete, o signori, > 
egli disse, • quale era l'antica maestà del popolo romano; egli 
conferiva agl'imperatori, come a. suoi vicarii, i propri! diritti e 
la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la possanza 
dalla libera volontà dei vostri antenati, e voi, voi avete accou" 
sentito che a Roma fossero cavati gli occhi, che il papa e l'im- 
peratore abbandonassero le vostre mura e non fossero più da 
voi dipendenti. Da quell'istante la pace sbandita dalle vostre 
mura, il sangue de' vòstri nobili e de' vostri cittadini fu sparso 
inutilmente in private contese: le vostre forze esaurite dalla 
discordia, e la città, già regina delle nazioni, diventata oggetto 
del loro scherno. Romani, io ve ne scongiuro, avvertite che vi 
date in ispettacolo all'universo: il giubileo si avvicina, i cri- 
stiani verranno dall'estremità del mondo a visitare la vostra 
città : volete che non trovino che debolezza e ruina, che op- 
pressione e delitti ? > 



— I7J — 

I nobili, da Cola da Rieozo provocati cosi gagliardamente» 
ascoltavano motteggiando i saoi discorsi ed erano ben lungi 
dal pensare che potessero avere un qualche effetto; i cittadini 
andavano dicendo che un arringatore da trivio non cambierebbe 
lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie: ma il popolo 
cominciava a commoversi e ribollire, e le persone capaci di 
entusiasmo erano commosse non meno del volgo. Cola conobbe 
ch'era tempo di procedere più óltre, ed il primo giorno di 
quaresima fece affiggere alla porta di San Giorgio al Veiabro 
una scrittura con queste sole parole : Entro pochi giorni i Ro- 
mani ritorneranno nel loro antico e buono stato. Tenne di poi 
sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone 
che credette infiammate di amor di patria , e vi concorsero 
mercatanti, letterati ed ancora varii nobili dei meno potenti. 
Cola da Rienzo scongiurò quest'assemblea di veri romani di 
ajutarlo a salvare la patria; rappresentò loro la miseria, la ser- 
vitù, i pericoli cui trovavasi abbandonata la città natia; ricordò 
l'antica estensione della romana Repubblica, la fedele sommis- 
sione delle città d'Italia che tutte al présente erano ribellate: egli 
piangeva parlando , e con lui piangevano i suoi uditori : ma 
ben tosto cercò di ridestare il loro coraggio, assicurandoli che 
Roma non aveva ancora perdute le sorgenti antiche della sua 
potenza; che le sole tasse da loro pagate ogni anno bastavano 
per fortificare il governo e sottomettere i loro sudditi ribelli ; 
che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per ripristi- 
nare il buono stato e che potevano far fondamento suirajuto di 
lui. Dopo averli commossi con questi discorsi, Cola volle che 
tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di 
concorrere con tutte le loro forze al ristabilimento della romana 
libertà. 

Era d'uopo cogliere il tempo favorevole per privare i no- 
bili della sovrana autorità. Cola, avvisato il 19 maggio che Ste- 
fano Colonna aveva condotto un grosso numero di gentiluo- 
mini a Comete per iscortare un convoglio di biade, non aspettò 
più oltre : fece pubblicare a suono di tromba in tutta la città, 
che ognuno dovesse nel susseguente giorno recarsi senz'armi 
da lui, onde provedere al buono stato di Roma. Dalla mez- 
zanotte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua presenza 
trenta messe allo Spirilo Santo nella chiesa di San Giovanni 
della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, usci di 
chiesa armato , ma col capo scoperto. Gli slava intorno molta 



— 173 — 

giofrotìi, che faceva risoonare Taere'di grida di giubilo. Rai« 
mondo, fescovo di Orvieto, vicario del papa in Roma» stata 
al SQO fianco ; tre dei più caldi amatori di Roma portavano 
ionann a lai i gonfaloni, nei quali vedevansi dipinte la litiertà, 
hi giustizia e la pace. Lo scortavano cento uomini d'arme 
ed un'infinita moltitudine di popolo disarmato ; e tutto questo 
pacifico corteggio si avanzò tranquillamente verso il Campi- 
ioglìo. 

Giunto appiè della scala. Gola fermossi presso ai iione di 
l^asalto, e voltosi al popolo, io richiese di approvare le provvi- 
sioni per lo stabilimento derbuono stato, che fece tutte leg- 
gere ad alta voce. Questo primo schizzo di costituzione pro- 
cedeva alla pubblica sicurezza, piuttosto che alla libertà dei 
diversi ordini dello stato. Si stabiliva per ogni rione della città 
Qoa guardia di venticinque cavalli e di cento pedoni; alcune 
Davi guardacoste venivano poste lungo le rive del Tevere per 
proteggere il commercio ; i nobili erano privati del diritto di 
tenere fortezze ed il popolo doveva avere la guardia dei ponti, 
delle porte e di tutti i luoghi fortiQcati. In ogni quartiere della 
città si dovevano stabilire pubblici granai; assicurare caritate- 
voli sussidii ai poveri; ed i magistrati dovevano dare sollecito 
corso ai processi ed al castigo dei rei. Queste leggi vennero 
secolte con gran tripudio dal popolo adunato, che diede a Gola 
aotorìtà di mandarle ad effetto, investendolo a tale uopo d(^l 
sno sovrano potere. 

Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto dei 
movimenti del popolo, accorse a Roma coi gentiluomini. Que- 
sto signore era ad un tempo il più potente dei romani baroni 
^ il più amato dal papa. Ma il giorno dopo Cola gli ordinò 
di uscire dalla città ; e quando seppe che il Colonna aveva con 
disprezzo lacerato il suo breve, fece suonare la campana a 
stormo in Campidoglio: onde tutto il popolo fu in anni, e il 
Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore verso 
i^lestrìna.'À tutti gli altri baroni romani fu fatto comanda- 
meato d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i tuo- 
Stìi fortificati della città, le porte, i ponti, ecc., furono dati in 
custodia alle compagnie della milizia. I più famosi banditi, che 
^ molti anni sprezzavano la giustizia e le leggi, furono man- 
giati al supplicio; ed il popolo, adunato in parlamento, conferi 
i titoli di tribuno e di liberatore di Roma a Cola da Rienzo. 1 
iMdesìmi titoli furono pure dati al vescovo d'Orvieto, vicario 



— 476 — 

avesse bisogno. I Perugini gli mandarono sessanta cayalii, cin- 
quanta i Sanesi; e Finterà Italia mostrossi disposta ad assecon- 
dare fors'anco a ricevere i suoi comandi. 

Ma la mente del tribuno non era abbastanza grave e di 
proposilo per resistere alla vertigine causata da un inaspettato 
innalzamento. Pocbi uomini nati in basso stato sanno conser- 
varsi veramente grandi in mezzo alla prosperità. Cola da Rienzo 
avea commosso il popolo di Roma colle allegorie, seguendo in 
ciò il genio del suo secolo e lo spirito di una nazione avida di 
spettacoli; prosegui anche di poi ch'ebbe conseguito il potere a 
voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi: i suoi abiti, le 
corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le iscrizioni 
sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni, 
ogni cosa era simbolica e destinata in tal qual modo ad am- 
maestrare i Romani. Con tutto ciò lo stesso tribuno era beo 
più inebbriato da questa pompa che non il popolo spettatore. 
E già andava egli moltiplicando le - feste e le cerimonie non 
meno per accorgimento politico che per diletto o per vanità; e 
dimenticando che la sua grandezza consisteva in ciò, che ninno 
il pareggiava, né egli potea venir pareggiato ad altri, sforzavasì 
dUmitare i principi e di emularli nel fasto dei titoli e nella pompa 
che lo circondava. Compiacevasi di vedersi sertito. dai princi- 
pali signori e godeva della loro umiliazione. La sua moglie ers 
corteggiata da gentildonne d'alto casato; i suoi congiunti innal 
zati a grandi dignità, ed egli medesimo cercava dMmparentars 
coir antica nobiltà maritando la sorella ad un barone romano 

La presunzione del tribuno cresceva pel prospero esile 
delle sue imprese e per l'approvazione dell'universo, che sem 
brava aspettasse i sooi comandi. Giovanni dì Vico, signore di 
Viterbo e prefetto di Roma, era stato forzato a sottometterglisi; 
assediato dai Romani in Viterbo, ne nscì col favore d'un salva- 
condotto, e recatosi in Campidoglio gittossi ai piedi del tribuna 
implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano, cbe 
gli conservò il suo governo. Tutte le fortezze del patrimonio 
di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il 
quale vedeva quotidianamente giungere a Roma solenni amba- 
scerie, poiché gliene furono inviate da Fiorenza, Arezzo, Siena, 
Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Veiletri, Pistoia, Fp- 
lingo ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò diecimila fiorini; 
i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per di- 
fesa del buono stato ; Luchino Visconti di Milano gli scrisse 



^; 'p 



— 177 — 

chiedeodc^li la soa alleanza. Vero è che gli altri tiranoi dllalia. 
Taddeo deTepolK iqarchese d'Este, Mastino della Scala, Filip* 
pino Gonzaga, ì signori di Carrara, gli Ordelaffi. ed i Malatesti 
avevano ingioriosamente risposto alle sue lettere ; ma come il 
tribuno a?eva annunciato il precetto di liberare ritalia dai ti- 
ranni, rinimicizia loro poteva essere per lui compensata dal- 
raffezione dei loro popoli. Lodovico di Baviera, che ancora vi- 
veva colla coscienza inquieta per le scomuniche contro di lui 
fulminate» gli aveva scritto pregandolo a riconciliarle colla Chiesa. 
Il duca di Durazzo, il principe Luigi di Taranto e la regina Gio- 
vanna Tavevano nelle loro lettere chiamato carissimo amico : 
per ultimo il re Luigi d' Ungheria gli aveva spedita un' amba- 
sciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il 
tribuno condusse gli araldi di quest'ambasciata innanzi al po- 
polo adunato, e ponendosi la corona tribunizia iri capo, risposo 
loro: Io giudicherò il globo della tèrra secondo la giustiziaceli 
popoli secondo Vequità. Ben tosto infatti la causa della regina 
Giovanna e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale 
dagU ambasciatori nominati dalle contrarie parli; ina Cola non 
pronunciò veruna sentenza. 

Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno Tindusse 
a farsi armare cavaliere, come se un tale grado, che lo pareg- 
giava alla nobiltà, non lo rendesse da meno di coloro di cui 
era dapprima padrone. Questa cerimonia si fece il primo giorno 
d^agosto nella chiesa di San Giovanni di Laterano. Venne pre- 
ceduta da una corte plenaria, ove splendidissime feste furono 
date a tulli gii ambasciatori, agli stranieri ed ai più principali 
dei romani nei tre palazzi di Laterano. La vigilia della festa 
di san Pielro in Vincoli il tribuno scese a bagnarsi nella conca 
di porQdo ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino 
dopo essere slato guarito dalla lebbra dal pontefice san Silvestro. 
Cola pernottò nel recinto dei tempio, e nel susseguente giorno 
si presentò al popolo colfabilo di scarlatto e di vaio, e si fece 
da messer Vico Scolto, cavaliere e gentiluomo romano, cingere 
la spada. Ascoltò poscia la messa nella cappella di papa Boni- 
facio, durante la quale si volse ai popolo gridando: < Noi vi 
citiamo messer papa Clemente a venire a Roma , sede della 
vostra chiesa , con tutto il collegio dei cardinali. Citiamo voi 
Lodovico di Baviera e Cario di Boemia, che vi chiamale re ed 
imperatori dei Romani, e con voi tutto il collegio degli elettori 
germanici, perchè giustifichiate innanzi a noi i diritti che van- 

Tamb. Inquis. Voi. II. 25 



- «78- 

tate air imperio , con qaale fondamento pretendete disporne. 
Dichiariamo intanto che la città di Roma e tutte le città dltalia 
sono e devono conservarsi libere; noi accordiamo a tatti i 
cittadini di qaeste città la cittadinanza romana e chiamiamo il 
mondo in testimonio che relezione dell'imperatore romano, la 
^iarisdizione e la monarchia appartengono alla città di Roma, 
al suo popolo ed a tutta rilalia. > In appresso, sguainando la 
spada, percosse l'aria verso cadauna delle tre parti del mondo, 
ripetendo: Questo appartiene a me, questo appartiene a me, 
questo appartiene a me. Spedi poscia immantinente dei corrieri 
^ portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due impera- 
tori. Il vescovo d'Orvieto vicario del papa, che avea assistito a 
tutta questa cerimonia, rimaneva come fuor di sé vedendo tanto 
e cosi inaspettato ardire. Chiamò per altro un notaio per pro- 
testare in faccia a lui ed al popolo che ciò facevasi dal tribuno 
senza sua saputa e senza l'assenso del papa. Ma Ciola fece dar 
tosto flato alle trombe, onde i Romani non potessero udire 
tali proteste. 

Ciò null'ostante il vicario non riflutò di pranzare solo col 
tribuno alla tavola di marmo, mentre la moglie di Ck)la pre- 
siedeva nel Palazzo Nuovo alla mensa di nobili signore. Altre 
tavole erano imbandite nel Palazzo Vecchio senza distinzione 
di grado per gli abati e taonaci, cavalieri e mercatanti, invitati 
alla sagra, e Qn allora non erasi altrove mai veduto in un ban- 
chetto tanta magnificenza. 

Questo fatto esauriva, le entrate di Roma , e le persone 
sagge cominciavano ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola 
poche settimane dopo ai principali signori della nobiltà romana, 
il vecchio Stefano Colonna propose la quistione, se meglio con- 
venisse ad un popolo l' essere governato da un prodigo o da 
un avaro. Dopo molte parole fattesi intorno a quest'argomento, 
Stefano sollevò un lembo del mantello del tribuno, ch'era ornato 
di trine d'oro e di ricami , e gli disse apponendoglielo : « Tu 
slesso, tribuno, dovresti portare i modesti abiti dei tuoi eguali 
piuttosto che questi pomposi ornamenti >. Cola turbossi a quel 
rimprovero per cui parea eh' altri il confondesse col volgo, ed 
uscito della sala serìza rispondere , in un primo impeto d' ira 
comandò che fossero presi tutti i nobili che si trovavano nella 
sala. E per giustificare questo subito rigore, fece tosto correre 
voce d' avere scoperta una congiura che i nobili ordivano 
contro il popolo e contro di lui. Fatto quindi adunare in Cam- 



— ift — 
pidogrio il lorbmeDlo o assemblei generale, il susseguente 
gionio 17 di settembre annoncìA, cbe per liberare per sempre 
popolo dal giogo deirdigarchia disponevasi a far decapitare 
tatti i nobili che a?e?aDo presa parte al Uadimento. Tutto 
parve disposto per qaesC orrìbile esecusione. Nella sala dei 
giudizi furono coperte le pareti d' un arauo di seta bianca e 
screziata a colore di sangue; fu mandato ad ogni barone un 
frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed intanto 
le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. 
Il vecchio Stefano Colonna, coi incresceva di morire» rimandò 
il frate e la comunione, dichiarando che non era disposto, e 
che gli afiEairi delP anima sua e quelli della sua famiglia non 
orano altrimenti accomodati, né lo potevano essere così presto. 

Forse il tribuno non intendeva ad altra mira che a spa« 
voltare i nobili, e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze dei 
loro amici; sicché, quando vide il popolo adunato, sali la tri- 
buna delle aringhe e, tolte per tema le parole Diìnitte nobis 
peccata nostra, si fece presso 11 popolo intercessore per i ba* 
roni prigionieri ; dichiarò in loro nome che questi gentiluomini 
8i pentivano dei loro errori e che d' ora innanzi servirebbero 
il popolo con fedeltà. 1 prigionieri si presentarono Tuno dopo 
Faltro innanzi al popolo e ricevettero la grazia a capo chino ; 
io seguito, risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola 
conferì loro^ importanti cariche, prefetture e ducati nella Cam* 
pania ed in Toscana. 

La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera non me- 
rita in verun caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori 
delle prigioni del tribuno e delle mura di Roma che pensarono 
a vendicarsi. 11 Colonna e due Orsini presero a fortificare il 
castello di Marino, vi adunarono uomini d'arme e munizioni 
senza che Cola pensasse ad opporsi a questi ostili apparecchi ; 
in breve spiegarono io stendardo della ribellione, ed occupata 
Nepi abbruciarono molle castella e depredarono la campagna 
fino alle porte di Roma. 

11 ristauratore della Repubblica romana non era fallo per 
le cose della guerra ; egli non conosceva altrimenti quel valore 
die ammirava negli aulichi e che pensava di far rivivere; e 
per tal modo il contrapposto tra il coraggio di mente ch'ei 
diede a divedere nella sua impresa e V assoluta mancanza di 
coraggio guerriero che mostrò in appresso può sembrare aN 
Tosservatore o ridicolo o afiliggente. Lungo tempo prima di 



- im- 
prendere le armi cercò d'intimorire i suoi nemici colle cita- 
zioni e colie minacce. Finalmente le grida del popolo , ctie 
non voleva più oltre tollerare il gaasto delle campagne, l'ob- 
bligarono a muovere la milizia romana. Ottocento cavalli e ven- 
timila pedoni sotto la condotta di Cola da Rienzo si avanza- 
rono contro i Colonna e guastarono il territorio di Marino 
com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di 
minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse Teser* 
cito in città ; si fece vestire in Vaticano della dalmaticd, man- 
tello fino allora' riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale 
abito un legato che il papa mandava a Roma per ristabilirvi 
Fautorità pontificia. 

Frattanto i Colonna avevano dal canto loro fatta ribellare 
Palestrina, e molti dei loro partigiani esortavanli a recarsi a 
Roma, promettendo d'aprir loro le porte tosto che li vedessero 
avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono 
in Palestrina seicento uomini d'arme e quattromila fanti, avaù* 
zandosi poi fino al luogo detto il Monumento, lontano quattro 
miglia dalle porte. Ma il romano valore era egualmente spento 
nel petto dei nobili come nel popolo, e la tenzone per difen- 
dere per rovesciare il buono stato, la libertà e la repubblica 
trattavasi da ambe le parti con una pusillanimità indegna di 
cosi gloriosi nomi. Benché il tribuno avesse ragguardevoli forze, 
non osava sortire di città, ma invece faceva ogni mattina chia- 
mare a suono di campana il popolo a parlamento; e per ina- 
nimire il popolo adunato , faceva il racconto dei sogni avuti la 
precedente notte e le promesse di ajuti a lui fatte da papa san 
Martino figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio Vili ne- 
mico dei Colonna. 

I nobili , dal canto loro , badavano essi pure ai sogni ; e 
Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'ar- 
me a ritirarsi , per aver veduto in sogno sua moglie in abito 
xdi corrotto. Ad onta di questo presagio, il vecchio Stefano Co- 
lonna presentossi ad una delle porte di. Roma accompagnato da 
un solo servitore e chiese d'essere ricevuto in città; le guardie 
lo minacciarono , senza per altro tentare di farlo prigioniero , 
come avrebbero potuto agevolmente fare. L'oste dei nobili erasi 
avanzata dalla banda di monte Testacelo fin presso alla porla 
di San Paolo, dalla quale i Colonna potevano udire la campana 
del Campidoglio, che suonava sempre a stormo; onde argo- 
mentarono che v'erano aspettati e si ritrassero dall'attaccare il 



popoto toBlochè dtero jpndoii b simun di «saiUnrio sOb 
spranedoli. Mi. mdb lotor imìre ad un fulto dVmi « dìtì^ 
samiog prin di rilinrsi, di sfilar» io ischiei^ amili to |wto 
in atto di sfidare il trìbam. La frappa loro tmi ditìsa in tf^ 
squadre; le doe prime passarono sema essere looie^tat^ e la 
porla tenuta diiDsa comincìd a passare la lem squadm * <^t 
allora fa aperta per rispondere colle bratate alle bravale. Il 
giovane Giovanni Ccdonna, vedendo aperta la porta^ spen^ che 
i snol partigiani se ne fossero impadroniti, e spronato il cavallo 
eDtrd in città, inoltrandovisi per nn tratto d'arco. Con isciajtiirala 
^Ità i snoi compagni d'arme lo lasciarono solo « benché l cit* 
Mini ftiggissero innanil a Ini. Quando Giovanni s' avvide di 
essere abbandonato, volle dar addietro , ma il suo cavallo in* 
ciampò, ed il popolo, aflbllandoglisi addosso^ lo ucciso , l)enchA 
egli domandasse la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna , 
giunto alla volta sua innanzi alla porta, volle entrare ym aoc* 
correre il figliuòlo, poi fuggi di nuovo quando Gonobl)e la 
grandezza del pericolo ; ma ferito con un sasso che gli fu sca- 
giiato nella fuga, fu atterrato ed ucciso presso la porta istenna 
seosa avere potuto nemmeno valersi delle armi. Gli altri genti- 
loomini non tentarono nemmeno di combattere e furono liìse- 
goiti nella fuga dal popolo furibondo, che ne fece molti prigio- 
nieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedore furono 
Decisi in una vigna ove cercavano di nascondersi , gli nitri 
giltarono le armi e non si fermarono se non giunti a nalva- 
nieDto ne* lor castelli. 

La letizia del tribuno dopo questa vittoria, a cui aveva 
presa sì poca parte , fu tanto più smodata quanto più grande 
era stata la sua paura. Tornò trionfante in Campidoglio e do- 
pose innanzi air imagine della Vergine in Araceli la verga 
frilmnizia e la corona' d'argento a foglie d'ulivo. Arringò poscia 
|i popolo si vantò d'aver abbattute quelle teste che nò gli 
imperatori né i papi avevano potuto mai far piegare. Fifialmente 
ooQ permise che si rendessero gli onori funebri ai cadaveri 
dà Colonna : ma invece di approfittare della vittoria e di aftHO- 
&re Marino, che i nobili avrebbero in quel primo umarriment^i 
slAandonato, perdette un tempo prezioso nelle fente ed in ridi- 
^ cerimonie ; armò cavaliere della Vittoria suo figliuolo unì 
loop) medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna ; 
^cerdibe le imposte per pagare i soldati e ne consumò i prò* 
^oti in islolide pompe. Frattanto il popolo iC andava da lui 



- 181 — 

allenando ; yedeasi Giordano Orsini avanzarsi devastando ed 
ardendo fin sulle porte di Roma ; vedeasi che il tribuno non 
era da tanto di far rispettare la sua autorità ; per la qual cosa 
il popolo accusavalo egualmente deisti errori commessi e degli 
oltraggi fattigli da' suoi nemici. 

Giunse infrattanto in Roma Bertrando di Deux» che cosi 
chiama vasi il legato spedito da Clemente VI. Costui aveva di 
molle attinenze coi gentiluomini romani» e dopo il «suo arrivo 
in Italia facea male giudizio del tribuno. Passando per Siena 
aveva detto a que' magistrati esser Cola da Rienzo un nemico 
della Chiesa ; disporsi il papa a farlo processare per delitto di 
ribellione ; pregare perciò la Repubblica a richiamare le troppe 
ausiliarie che gli aveva fio allora somministrate. Non pertanto 
il legato era stato ricevuto, entrando in Roma, da Cola da Rienzo 
con .segni di profonda reverenza e inverso a lui e inverso al 
pontefice; era stato presentato al popolo in pieno parlamento 
ed assicurato dell' ubbidienza della Repubblica e del suo capo. 
Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori di- 
mostrazioni di sommessione: egli voleva privare il popolo 
deirautorità e restituirla ai gentiluomini romani , che gode* 
vano il favore del papa e del collegio de' cardinali; perciò fece 
alleanza con Luca Sa velli e Sciaretta Colonna; ed accusato il 
tribuno di eresia, fulminò contro di lui la sentenza di scomunica. 

Un altro assai più pericoloso nemico e più intraprendente 
sorgeva in pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pe- 
pino, conte di Minorbino, esiliato dai regno di Napoli, dove col 
mezzo di assassinii e ladronecci aveva tentato di vendicare la 
morte del re Andrea , erasi rifuggito in Roma con alcuni dei 
suoi compagni d'armi, usi del pari a disprezzare gli ordini e 
le leggi. Il tribuno , sapendo degli omicidii ed altri misfatti e 
disordini ch'ei commetteano, volle farli prendere o costringerli 
ad uscire di Roma : ma il conte di Minorbino erasi afforzata 
coiralleanza del legato e dei Colonna; e con centocinquanta 
cavalli si appostò nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro 
palazzi ed avevano più partigiani che altrove ; vi si asserragliò 
e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordiai 
del tribuno. 

Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di ca- 
valleria i serragli del conte di Minorbino, e nello stesso tempo 
lece suonare a stormo la campana di Sant'Angelo Pescivendolo. 
Ma tutto quel giorno e tutta la seguente notte il popolo non 



- 183 — 

corse alle armi, sebbene la campana suonasse sempre. ! Romani 
ricnsayano del pari di combattere contro il conte di Mìnorbino 
di difenderlo, nulla calendo loro la sorte di quello straniero; 
perciò non pensavano né a seguire il suo esempio resistendo al 
tribnno, né ad approfittare di quest'occasione per ribellarsi. E 
se non disfavore, niun favore trovava omai in loro quel buono 
stato con tanta pompa annunciato, poi trovato cosi poco stabile: 
erano stanchi delle rappresentazioni teatrali e delle arringhe del 
tribono, determinati di aspettare con tranquillo animo quali ch'ei 
fossero gli avvenimenti anziché di adoperare per determinarli a 
proprio vantaggio. 

Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma 
disarmato; il tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò dei suoi 
propri governi, del bene che aveva fatto, di quello che voleva 
fare; imputò alPaltrui invidia gli ostacoli frapposti ai suoi bene- 
fici divìsamenti, pianse, sospirò e con la sua eloquenza seppe 
toccare di bel nuovo il cuore degli uditori di modo che i so- 
spiri e le lagrime del popolo risposero alle sue, ma non per- 
do si vide tra coloro che stavano ad ascoltarlo alcun moto 
coraggioso , ninno il confortò a procurar la vittoria , che pure 
sarebbe stata assai facile ottenere. < Dopo aver governato sette 
me^ >, disse alla fine, < io deporrò adunque la mìa autorità »; 
e ninna voce alzavasi a dissuaderlo , a richiederlo di tenere 
ancora le redini del governo. Allora Gola da Rienzo fece dare 
flato alle trombe d'argento e, rivestito di tutte le insegne della 
soa dignità, accompagnato da coloro che avevano in tutto se- 
guito le parti sue, e dai soldati, scese dal Campidoglio, attra* 
Terso pomposamente Roma quasi in tutta la sua lunghezza e 
andò a chiudersi in Castel Sant'Angelo. La moglie di lui si tra* 
lesti per seguìrio , e tre giorni dopo la sua ritratta i baroni 
esiliati entrarono in Roma, che ricadde subitamente in peggiore 
slato che don fosse prima del governo del tribuno. 

La rivoluzione che causò la rovina di Cola da Rienzo ac- 
(adde il 15 dicembre del 1347 , meno di sette mesi dopo che 
egli si era fatto capo della Repubblica. In quel breve spazio di 
tanpo, quest'uomo aveva dato al mondo un maravlglioso esem- 
pio della possa dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il nome e 
fe memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure 
deiriaebriamento cui si estone il dotto che dalla biblioteca 
^oe portato sul trono e che non ha potuto prepararsi in altra 
guisa che colla lettura dei libri all'esercizio del sovrano potere* 



CAPITOLO X. 



SoUevaiione del popolo di Roma contro Cola da Rteaso^ 
e sua morte. 



Tra le razze dei tiranni surte sulle rovine della libertà , 
quella dei Visconti a sé chiamava più di ogni altra gli sguardi 
di tutta Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta 
intera questa contrada: e perchè successivamente si segnaJarono 
per accortezza ed ingegno molti capi di tale famìglia , mentre 
altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano in Verona» in Padova» 
in Mantova ed in Ferrara, per questo e per le immense sue 
ricchézze , non che per la potenza già acquistata , sembravate 
assicurato il pieno adempimento de' suoi progetti d' ingrandi- 
mento. Sapeano costoro approfittare di tutte le rivoluzioni d'Ita- 
lia per dilatare viepiù ogni giorno il loro dominio. Ora ridu- 
cevano i vicini Stati a sottomettersi senza riserva, ora soltanto 
offrivano la loro alleanza ; ma la loro protezione ben presto si 
rivolgea per gli alleati in servitù. Continuando a promuovere 
con tutte le loro forze il partito ghibellino, cui gloriavansl di 
rimanere fedeli , ciò praticavano soltanto in quegli Stati in cui, 
coirajuto di questo nome ancora potente, speravano di eccitare 
sediziosi movimenti; né prendevano consiglio da questo spirito 
di parte neirinterna loro politica, ma cercavano di tenerlo vivo 
soltanto presso gli emuli. Secondo che loro tornava meglio , 
cercavano indifferentemente 1' amicizia o dei papi o degli im- 
peratori; gli adulavano ambidue e non serbavansi fedeli ad al- 
cuno , perchè la corruzione e la perfidia erano più utili alla 



— 185 — 

loro amlNzione che dod avreM^ero potuto essere la baona fede 
e la lealtà. Nelle città soggette lasciavano di buon grado che si 
andassero spegnendo quelle fazioni col favore delle quali le 
avevano spesso ridotte in servitù : onde i Lombardi, corrotti 
dalla fertilità delle loro campagne, scordavano volontieri nel 
lusso e nella morbidezza non solo gli antichi odi!, ma la patria 
e la libertà, per le quali da due secoli aveano fatte in addietro 
si grandi cose. Fra le tante città sottomesse ai Visconti, la sola 
città d'Asti ardiva ancora invocare le violate capitolazioni ed 
era sempre sossopra per le antiche discordie degrisnardì e dei 
Gottuari. 

Gli Stati deir arcivescovo Giovanni Visconti erano conler- 
minati a ponente da quello di Giovanni Paleologo, marchese 
dì Monferrato, da quelli di Amedeo VI di Savoia, detto il Conte 
Verde , e dei vassalli di questi , Giacomo principe d' Acaia e 
conte dei Piemonte , e Tomaso marchese di S<ìIuzzo. Tutte 
le città del Piemonte in addietro lìbere , erano soggette ad 
alcuno di questi signori. 1 conti di Savoia erano allora in minore 
età e, in forza di un compromesso col marchese di Monfer- 
rato, avevano scelto per arbitro delle loro contese T arcive- 
scoTO di Milano , il quale, finché visse , mantenne la pace su 
questi confini. 

Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti 
da quello della Chiesa quattro signori; i Gonzaga possedevano 
Mantova e Reggio, i marchesi d'Este Ferrara e Modena, gli 
Scaligeri Verona e Vicenza, e Padova quei di Carrara. La potenza 
delle case d' Este e della Scala era più antica di quella dei 
Visconti, e tutti questi signori avevano tìtoli uguali; pure la 
potenza di queste famiglie era meno stabile assai di quella dei 
Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie giovani 
di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere 
non fosse altra cosa che il diritto di soddisfare i più vergognosi 
appetiti. Per godere a vicenda di tale prerogativa , e non già 
spinti da più nobili brame, i minori dì ogni famiglia cercavano 
sempre di balzare dal trono i loro maggiori, i nipoti gli zìi, 
i bastardi ì fratelli legittimi. Nello spazio dì pochi anni si videro 
queste quattro case infievolite e sossopra per causa di simili 
coDgiure. 

La guerra civile che scoppiò nella casa d' Este non man- 
cava per altro di plausibile motivo. 11 marchese Obizzo avea 
in marzo del 1352 , poco prima di morire , legittimato i figli 

Tamb. Jfifiuis, Voi. II. 24 



— 188 — 

bliche era ancora più diminuito. Genova e Bologna trovavansi, 
almeno momentaneamente, sottomesse ai Visconti; Lucca ub« 
bidiya ai Pisani : onde non rimanevano più che Venezia e Pisa 
e i tre comuni guelfi di Toscana, Firenze, Siena e Perugia ; le 
altre città di quella contrada, in addietro libere, erano piuttosto 
suddite che alleate di queste tre repubbliche. 

A danno dei comuni guelfi della Toscana mirava partico- 
larmente Tambizione deirarci vescovo di Milano, ma d'altra 
parte anch'essi erano accesi fieramente contro di lui dal doppio 
odio contro il partito ghibellino e la tirannide. Abbiamo di già 
veduto in qual modo i Fiorentini avevano respìnta l'aggressione 
dei Visconti nel 1351 e come avevano costretto Tesercito del ; 
signore di Milano a levare l'assedio di Scarperia : ma era meno 
da temersi la forza aperta che i segreti intrighi ; perciocché il | 
Visconti cercava in ogni città, in ogni borgata, di farsi dei par* i 
tigiani, di comperar dei traditori; e durante l'inverno del 1351, 
che venne in seguito a quella gloriosa stagione campale, poco 
mancò che non gli fosse venduta la città d'Arezzo. Il signore 
di Milano aveva fatto animo alla famiglia guelfa de'Brandagli di 
Arezzo a farvisi tiranna, e procuratale Talleanza dei tirannucci 
ghibellini di Agobbio e di Città di Castello. Di già una porta 
era occupata dai Brandagli, e accorrevano in loro soccorso le 
truppe dei Visconti, chiamate per me^zo dei convenuti segni, 
allorché gli abitanti di Arezzo corsero alle armi e cacciarono 
i ribelli dalla città prima che potessero eseguire il reo loro 
attentato. 

Le Repubbliche guelfe della Toscana, in vista del comune 
pericolo, essendosi collegate per la comune difesa, spedirono 
un' ambasciata al papa, onde impegnarlo a farsi capo di un 
partito formato in origine per difesa della Chiesa, e a vendicarsi 
dell'affronto che le sue armi avevano ricevuto sotto le mura 
di Bologna. 

Ma il Visconti stava già da qualche tempo negoziando colla 
corte d'Avignone per placarla, e a peso d'oro procacciavasi 
degli aderenti perfino nel sacro collegio. La viscontessa di Tu- 
renna, amica di Clemente VI, donna che tutto poteva sulfani* 
mo del papa, aveva ricevuti i suoi doni ; onde gli sdegni della 
coi te più s'intiepidivano ogni giorno, e vacillava il suo propo- 
nimento. I cardinali, che sembravano accesi dal più vivo risen- 
timento e più fortemente eransi dichiarati per Tenore della 
Chiesa nei concistori m cui si trattava questa faccenda, non si 



'^ vergognavino nei sossegaente concistoro dì dichiararsi favore- 
^ vofi a quello stesso Visconti di cai erano stati poc'anzi i più 
^ nobili avversatori. 

^ Finalmente il papa cedette alle istante dell'amica e dei bor^ 

tigiani, ed il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei 
cardinali che, risguardando alla sommessione deirarcivescovo 
- di Milano e alla sua santa ubbidienza, annuU^va i processi in- 
3 cominciati contro di lui e rivocava le scomuniche e grinterdettt 
fulminati contro il medesimo. Gli ambasciatori del signore di 
i Milano presentarono a Clemente VI le chiavi di Bologna, quasi 
s in atto di rendergli quella città, ma il papa gliele restituì. Nello 
^ stesso tempo cedette per dodici anni la sovranità di Bologna al 
>| Visconti, dandogliela quasi in feudo in nome della Chiesa, a, 
il patto ch'ei pagasse un canone annuo di dodicimila fiorini. Cento- 
-i mila fiorini furono pagati dal signore di Milano alla camera 
! apostolica per le spese della precedente guerra in Romagna. Più 
di dnecentonhila fiorini erano stati erogati per sedurre 1 più 
impcHlanti personaggi della corte di Avignone e per ottenere 
quel vantaggioso trattato. 

Intanto le Repubbliche toscane, veggendosi prive dei soc- 
corsi del loro naturale alleato, eransi rivolle all'erede di una 
famiglia contro i cui antenati avevano guerreggiato. Era questi 
Carlo IV, re dei Romani, nipote d' Enrico VII e figlio di' Gio- 
vanni di Boemia. Mandarono ambasciatori rappresentando a co- 
stui che quell'avanzo di potere che gl'imperatori conservavano 
ancora in Italia sarebbe in breve usurpato dai Visconti, se il 
monarca non ponea finalmente un freno alla smisurata loro 
ambizione, e che essi eran pronti ad assecondarlo con tutte le 
forze onde abbassare l'alterigia del signore di Milano, a levare 
perciò un esercito ed a pagargli i sussidi! allorquando scende- 
rebbe in Italia a prendere le due corone dei Lombardi e del- 
rimi)ero romano. Carlo IV inviò a Firenze un suo cancelliere 
per continuare questo trattato, il quale venne formulato in tal 
modo: e Per sussidio all'imperatore i Fiorentini dovevano pagare 
duegentomila fiorini; Carlo doveva comandare un esercito di 
seimila cavalli, di cui soltanto un terzo al proprio soldo e il 
resto a spese delle Repubbliche, e i magistrali di queste dove- 
vano prendere il titolo di vicari imperiali. > Il trattato si pub- 
blicò in Firenze nel maggio del 1352, ma Carlo IV, non po- 
tendo ancora allontanarsi dal suo regno di Boemia, ricusò di 
ratificarlo. 



Nella stagione campale del 13S2 l'arcivescovo di Milano non 
si era proposto d'invadere la Toscana con un grosso esercito, 
ma avea distribuite le sue forze in diversi luoghi e dato ajuti 
a tutti i nemici delle Repubbliche. Contro Perugia e Siena aveva 
addirizzato il conte d'Urbino, della famiglia di Montefeltro, il 
signore di Cortona ed il prefetto di Vico, il quale governava di- 
Terse città dello Stato della Chiesa. N^gli Apennini il vecchia 
Pietro Saccone deTarlati era tuttavia, sebbene in età di novan- 
, fauni, il più ardito od instancabile nemico dei guelfi, e inva- 
deva e guastava con improvvise scorrerie ora le campagne di 
Mugello, ora quelle d'Arezzo. Aveva pure costui occupato Borgo 
San Sepolcro, importante fortezza de'Perugini, e poco dopo An- 
ghiari ed altre due castella. Finalmente Francesco Castracani 
intraprendeva nella Carfagnana l' assedio di Barga con forse 
ragguardevoli somministrategli dal Visconti. Ma la lega guelfa 
usci gloriosamente da questa tenzone: riacquistò dopo lungo 
assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona, 
po^to ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai ghi- 
bellini; costrinse il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo 
averlo disfatto nella Garfagnana; e Pietro Saccone, rotto presso 
Bibfena, andò debitore della sua salvezza alla velocità del ca- 
vallo. 

La guerra non sostenévasi da ambe le parti con forze pro- 
porzionate alla potenza dell'arcivescovo di Milano e de'Fioren- 
tini. Non pertanto i due partiti desideravano egualmente la 
pace. Temeva il Visconti gli effetti delle negoziazioni cominciate 
dai gnelfl con Carlo IV; temeva inoltre di cambiauiento nelle 
disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era morto il 5 
dicembre del 1352. dopo avere vissuto non come conviensi ad 
un capo della Chiesa, ma come un principe voluttuoso e ma- 
gnifico, circondato da cavalieri e dame, nel fasto e nei piaceri. 
E il vescovo di Chiaramente, cardinale d'Ostia, datogli per suc- 
cessore ai 28 dicembre, sotto il nome d'Innocenzo VI, poteva 
benissimo nodrir intenzione di rompere un trattato suggerito al 
predecessore dai suoi venali cortigiani. L'arcivescovo di Milano 
credette pertanto opportvno di fare la pace coi guelfi, onde non 
avere nulla a temere dal canto della Chiesa. Propose alle Re- 
pubbliche toscane di venire a parlamento in Sarzana; la qual 
proposta essendo stata accettata, vi si recarono gli ambascia- 
dori d'ambedue le parti e cominciarono le loro conferenze il 
primo gennaio del 1353. Fu gradila dagli ambasciadori la me- 



diuioDe dei Gamtecorti e deib Repabbiici di Pis»» eh eninsi 
consenrati nratrali tn FarcivescoTO ed i FiorenUnì; e colli loro 
mediaaoDe fa coochiaso qq trattato dì pace tra il Visconti e 
le RepQtdUìche di Firenze^ Perugia» Siena, Areuo e Pistoia. 
Podu castelli presi da ona parte e dall'altra furono restituiti» 
e la Repubblica di Pisa si chiamò malleTadrìce deiresecuzione 
del trattato. 

Ha la pace di Sarzana non procurò altro ai Fiorentini che 
un rispetto di pochi mesi. Quindi a poco un esercito più formi- 
d^le che non era quello delfarcivescovo saccheggiò la Marca 
di Ancona e la Romagna; sicché una guerra più disastrosa 
minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo provenzale» 
cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme» chiamato frate Mon- 
reale di Albano » che gr Italiani dissero poi fra Moriale , erasi 
dato a conoscere valente capitano» militando pel re d'Ungheria 
nelle guerre dei regno di Napoli, lo quella sventurata contrada» 
abbandonata a tutti i soprusi dei soldati» aveva il cavaliere 
imparato a dare, in certo qual modo, regola e norma alfassas* 
sinio ed a mantenere una certa disciplina tra' suoi soldali , al 
quali facea però leciti tutti i delitti. Aggiungendo per tale guisa 
la regola alla licenza, egli aveva adunata una compagnia di 
ventura, colla quale era rimasto nel regno di Napoli dopo la 
partenza di Luigi d'Ungheria. La regina Giovanna, por liberar- 
sene» avea assoldato il ]\lalatesta, signore di liimini, con un 
forte esercito; e questi, assediato nel 1352 in Aversa il Moriale, 
il fcH^va a capitolare ed a uscire dal regno, restituendo tutta 
la preda che aveva ammassato. Fra Moriale, col piccolo numero 
de'soldati rimastigli fedeli, erasi poslo al soldo del prefetto di 
Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto e d' alcune altre città del 
patrimonio di San Pietro; ma in cosi basso stalo egli ancora 
nutriva più vasti disegni. A tutti i contestabili che comanda- 
vano una qualche banda in Italia egli aveva mandato a proffe- 
rire paga e servigio come a troppe regolari, signiflcando loro 
inoltre che godrebbero sotto i di lui ordini di tutta la licènza 
di compagnie di ventura.. Raccolti con tali promesse niiltecin- 
qoecento cavalli e duemila fanti sotto le sue bandiere, ei li 
condusse subilo nel territorio del signore di Rimini, del quale 
ardentemente desiderava vendicarsi. Entrato in. quel piccolo 
Slato nel novembre del 1353, prima che terminasse l'inverno 
aveva di già espugnati quarantaquattro castelli. 

Frate Moriate» intanto che metteva la Romagna a fuoco e 



— 19t - 

sangue, andava meglio ordinando la sua compagnia. Creava no 
tesoriere e parecchi consiglieri e segretari, coi quali consultava 
intorno ai comuni interessi. Deputava dei giudici per mantenere 
la pace nel campo e far osservare tra i soldati la più rigorosa 
giustizia, permettendo con tutto ciò a questi ogni sorta di delitti 
a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. Stabi- 
liva un modo regolare per la divisione tra gli ufficiali e i sol- 
dati di tutta la preda, la quale era poi venduta a certi mercanti 
che seguivano r es^cito per quesV uopo, e dei quali voleva il 
Moriate che fossero rispettate le persone e gli averi. Con sifiEatta 
disciplina quei capo di masnadieri faceva regnare rabbondtnzft 
nel campo, e le persone addette alla milizia d'altro non par- 
lavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano mili- 
tando sotto le sue bandiere. Coloro che trova vansi al soldo dei 
principi delle Repubbliche aspettavano con impazienza il ter- 
mine del loro servigio per abbandonarli e recarsi al campo del 
Morinle; e molti ancora commettevano a bella posta un qualche 
fallo per farsi- congedare prima che spirasse il tempo della loro 
condotta. 

11 Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a richie^ 
dere di soccorso i tre comuni guelfi di Toscana. Rappresentò 
loro che quegli assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, 
abbandonerebbero tra poco il suo principato omai esausto, per 
attaccare la Toscana , ove speravano di trovare maggiori rie- 
chezze; e aggiunse che, ove non si punissero sollecitamente 
costoro, il mal esempio sedurrebbe tutti i soldati d'Italia e 
farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società 
medesima. Malgrado cosi potenti molivi, Perugia e Siena rifiu- 
tarono di provocare un nemico che non le aveva attaccate. 
Firenze dava qualche soccorso a Malatesta , ma tanto minore 
del bisogno che questi lo ricusava e prese a trattare d'accordo 
colla compagnia. Le promise quarantamila fiorini perchè uscis- 
sero dalle sue terre, e le diede per ostaggio uno dei suoi figli. 
Egli non potè pagare così grossa somma che licenziando tutte 
le sue truppe, le quali passarono al servigio del Moriale. Nello 
stesso tempo molti dei principali baroni della Germania entra- 
rono nella Grande Compagnia, che diventò più formidabile che 
non fosse stata giammai. 

Le Repubbliche toscane che non aveano approfittato delle 
più favorevoli circostanze per attaccare la Grande Compagnia 
eransi tuttavia collegate per la comune difesa ed avevano con- 



— 193. — 

Teoato di allestire a quest'uopo tremila cavalli. Già il cootin* 
gente dei Fiorentini era giunto a Perugia , quando al Moriate 
Tenne fatto agevolmente di sciogliere quella lega e di scostarne 
i Perugini, dei quali cercò Tamicizia, dichiarando che rispetto^ 
rebbe scrupolosamente la neutralità loro purché gli fosse dato 
di attraversare il loro territorio senza fermarsi e pagando a 
danaro contante tutto quanto gli abbisognasse. Lusingati dalla 
speranza di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza spesa, i 
Perogioi vigliaccamente abbandonarono i loro alleati e fecero 
separata pace col Merlale. Allora la compagnia entrò per 
Asciano e Montepulciano sul territorio di Siena: onde i Sanesi, 
atterriti nel vedersi abbandonati dai loro vicini, patteggiarono 
ancor essi col Merlale e gli pagarono sedìcìmila fiorini affinchè 
proseguisse il cammino senza fermarsi nel loro territorio. 

I Fiorentini avevano in quel tempo deboli e mal esperti 
priori, che non seppero porre la Repubblica in istato di difen- 
dersi. Andate a vuoto le pratiche fatte coi Pisani per respin- 
gere d'accordo il nemico, non riuscirono a mettere un esercito 
iD campagna. Nel mese di luglio del 1354 la compagnia gua- 
stò per otto giorni continui la vai d' Elsa e le campagne di 
Staggia e di San Casciano senza trovare resistenza. Essa era 
ìd allora composta di settemila cavalli, duemila dei quali com- 
battevano a piedi coir armatura dei corazzieri per avere per- 
dati i cavalli , di millecinquecento uomini d' infanteria eletta , 
che allora chiamavansi masnadieri , e di una truppa di. servi , 
di vivandieri , di malandrini, che vantavansi circa ventimila. 
Il Moriale sapeva adoperare vantaggiosamente questa gente che 
segoiva il suo campo per saccheggiare le campagne e pro- 
cacciare vittovaglie ai soldati. I Fiorentini risolvettero all'ultimo 
di venire agli accordi e pagarono venticinquemila fiorini al 
tesoro della compagnia , ed i Pisani sedicimila oltre' i grossi 
doni fatti ai diversi suoi capi , ed il Moriale promise alle due 
Repobbliche cbe per due anni non entrerebbe più nel loro 
^ territorio. Riscosse in seguito quel capo di ventura il rima- 
nente delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, 
iodi condusse la sua truppa in Lombardia , ove ad istigazione 
dei Veneziani erasi formala una lega contro V arcivescovo di 
Hilano. Fra Moriale si pose colla sua truppa al soldo della 
lega, che gli promise centocinquantamila fiorini per quattro 
Q^ di servizio. 

Dopo avere assicurata con questo trattalo la sussistenza 

Taiib. Jnquis. Voi. IF. 25 



— 194 — 

della grande compagnia per lutto T inverno, il cavaliere di 
Moriate ne affidò il comando ad an Tedesco 'chiamato dagli 
italiani il conte Landò o di Landò. Egli con poco seguito si 
recò a Perugia e poscia a Roma , sotto colore di dar sesto ai 
àuoi domestici affari, ma in fatto per annodare corrispondenze 
nel mezzogiorno d' Italia , ove pensava di ricondurre in pri- 
mavera la formidabile sua troppa. I Perugini , spaventati an- 
cora della sua potenza, lo accolsero rispettosamente e gli die- 
dero nelle loro terre il diritto di cittadinanza; il cavaliere 
Moriale passò in appresso a Roma , dove credeva di avere 
diritto alla protezione del governo perchè i suoi due fratelli 
rimasti in Perugia avevano di fresco dato in prestito a Cola 
da Rienzo il danaro che questo celebre uomo avea impiegato 
nella leva di alcuni soldati , coi quali era rientrato trionfante 
in Roma. 

Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si ri- 
guardò di nuovo quale rappresentante dell' antica Repubblica 
romana , quale protettore dell' universo, quale vendicatore dei 
delitti commessi in qualunque parte d'Italia. Fece dunque im- 
prigionare il cavaliere di Moriale e tradurlo innanzi al suo 
tribunale ; lo fece accusare d'avere attaccate senz' essere pro- 
vociaito le città della Marca e della Romagna , di aver messo a 
ferro ed a fuoco le campagne di Firenze, di Siena e di Arezzo, 
di avere comandata una truppa di assassini colpevoli di tanti 
ladronecci ed omicidii ; e perchè il Moriale non altro oppo- 
neva a fatti così notorii che il preteso diritto di guerra, il 
tribuno dichiarò che il titolo di capitano punto non isce- 
mava i delitti che punivansi nelle persone degli altri malfat- 
tori ; condannò il Moriale alla pena di morte e gli fece tagliare 
il capo in Roma il 29 agosto del 1354 sulla Piazza delle Ese- 
cuzioni. 

Cola da Rienzo , che nel dicembre del 1347 era fuggito 
-dal Campidoglio e indi a un mese aveva dovuto fuggire trave- 
àtìto da Castel Sant'Angelo dopo di essere stato condannato 
come eretico e come ribelle ed aver languito ora nelle prigioni 
dell'imperatore a Praga , ora in quelle del papa in Avignone , 
per le Strane vicende della fortuna irovavasv di nuovo rivestilo 
della sovrana autorità nella città medesima da cui era stalo 
scacciato. 

11 primo ricovero di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era 
stà\à la corte del re Lodovico d'Ungheria. Ma avendo quel prin- 



— 195 — 

cipe abbandonata improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi 
senza appoggio, era passato in Germania per implorare la prò* 
lezione di Carlo lY , sperando di poter trasfondere nel re dei 
Romani il proprio entusiasmo per Roma e di rendere questo 
monarca degno dei titoli ch'egli portava. Nello stesso senso il 
Petrarca aveva più volte scritto a Carlo per ricorda rgli i doveri 
degrimperatori. Ma quel discendente della casa di Luxemburgo 
non aveva ereditata la generosità, la lealtà o alcun'altra delle 
virtù cavalleresche di Enrico VII o di Giovanni di Boemia ; ei 
diede vilmente Cola in mano al papa, ed il tribuno giunse in 
Avignone nel 1352 in mezzo a due arcieri. La morte di Cle- 
mente VI, il rispetto a che muoveva Teloquenza e il chiaro in- 
gegno del tribuno, e senza dubbio le raccomandazioni del Pe- 
trarca, che scrisse al popolo romano un'epistola in suo favore 
e fecela poscia trascorrere di mano in mano alla corte di Avi- 
gnoDB e in tutte le città in cui si coltivavano le lettere , per 
destare la voce del popolo a prò dell'amico, salvarono Gola dal 
supplizio di cui era minacciato. Alcun tempo dopo Inno- 
cenzo VI avendo risolto di liberare tutte le città della Chiesa 
dai tiranni che le governavano e di ridurle sotto V immediata 
autorità sua, mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, inca- 
ricato a tal uopo, affinchè il prelato si giovasse dei suoi con- 
sigli , della sua eloquenza e del credito di cui godeva ancora 
costui nella città di Roma. 

Quest'Egidio Albornoz si diceva discendente dalle reali 
schiatte di Leone e di Aragona ; era stato nominato assai gio- 
vane ancora arcivescovo di Toledo, lo che non gli aveva impe- 
dito di fare la guerra ai mori e di rendersi glorioso pe'suoi 
fatti d'arme contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tarifa aveva 
(& propria mano armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 
i343 condotto l'assedio d'Àlgesiras. Ma essendo morto Alfonso XI, 
rÀIbomoz lasciò la Spagna e venne a stare alla corte d'Avigno- 
ne, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalìzio. 

Innocenzo VI l'anno 1353 volle scegliere il duce delle sue 
armi nel sacro collegio e giudicò il cardinale spagnuolo più 
idoneo di ogni altro a riconquistare gli Stati della Chiesa. L' Al- 
bornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe 
e di denaro, ma con promesse di larghi sussidii. L'arcivescovo 
Visconti, tuttoché fosse pieno di sospetto per la costui venuta, 
io accolse pure onorevolmente. 11 cardinale si avviò poscia a 
Firenze» ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla Repubblica il 



— 196 - 

piccolo di sussidio ceotociDqaanla cavalli. Le truppe dell'Albomot 
^erano quindi insufflcienti di gran lunga al compimento de'sooi 
vasti progetti , ma egli fidava assai meno neir armi che nelle 
disposizioni dei popoli; imperciocché la sua impresa dovea tor- 
nare utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di rendere 
alle città la libertà e quel governo repubblicano di cui aveano 
goduto lungo tempo sotto la protezione della Chiesa; veniva per 
fare la guerra appiccolì tiranni, non meno nemici del popolo 
che del papa; aHiranni, air odioso imperio e alle passioni dei 
quali erano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI 
aveva prima di morire pubblicata una bolla di scomunica contro 
tutti gli usurpatori 6 nominatamente contro Giovanni di Vico, 
tiranno di Viterbo e di Orvieto, Francesco degli OrdelaflB, tiran- 
no di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de' Hanfredini, tiranni di 
Faenza. 

I Romani furono i primi a rappattumarsi colla Chiesa per 
Tinterposto dell'Albornoz; ma la riconciliazione loro era meglio 
un'alleanza colla Chiesa che un atto di sommissione alla saa 
autorità. Dopo la fuga di Gola da Rienzo, Roma aveva soflferte 
le più disastrose rivoluzioni: i nobili, tornati in città, avevano 
ricominciato da capo le loro violenze e rapine; onde il popolo 
sotto la condotta di Giovanni Ceroni , demagogo , che prese il 
magistrato in Campidoglio col titolo di rettore, li aveva di 
nuovo cacciati e poi di bel nuovo richiamati per difendere la 
città contro il prefetto di Vico. I nobili, che mai non sapevano 
far senno degli ammaestramenti deir esperienza, avevano tosto 
ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi 
azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo in- 
vano chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere 
r ordine, avea deposta la sua carica ed abbandonata una città 
intollerante d'ogni governo. 

Innocenzo VI, succeduto in quel mentre a Clemente, aveva 
di conserva col popolo preposto due senatori. Bertoldo Orsini 
e Stefano Colonna, airamministrazione di Roma; ma poche set- 
timane dopo la loro elezione, avendo la carezza delle vi Uova- 
glie eccitate le lagnanze del popolo, venne assediato il Campi- 
<lo(?lio, lapidato FOrsini, e il Colonna, gettatosi da una finestra, 
non iscampò da morte che fuggendo travestito da Roma. 

In seguito si riaccese piucché mai furiosa la guerra tra i 
diversi parliti della nobiltà , e la si protrasse fino alP agosto 
ilei <383. Allora, stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro 



— 197 — 

signori, nomiDaroDo di dqovo ud capitano popolare, Francesco 
Baroncelli, scrìvano o notaio del Senato. In sall^esempio di Gola 
da Rienzo, questi prese il titolo di tribuno, mandò ai supplicio 
i nobili più sediziosi e costrinse gli altri a starsene in riposo. 
Roma era governata dal Baroncelli quando il cardinale Albor- 
noz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello Stato della 
Chiesa , e fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col 
legato in nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Acqua- 
pendente e Bolsena aprirono le porte ai rappresentanti del ro- 
mano pontefice; ma Giovanni di Vico, che portava il tìtolo di 
prefetto di Roma , pose in istato di difesa le sette città di cui 
erasi fatto padrone e si apparecchiò a sostenere la guerra. 

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani non le ul- 
time stravaganze di lui, ma ì bei tempi del suo governo e le 
speranze che aveva loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla 
ad incontrarlo a Monleflascone. < Torna a Roma, > gli dice* 
vano, < torna nella tua città; a te s'aspetta il liberaria dai suoi 
mali; fattene signore, e noi ti sosterremo con tutte le nostre 
forze; non dubitare, tu non fosti desiderato mai, né fosti amato 
tanto come in questo giorno. » Ma Cola più non èra indipen* 
dente; ogni suo passo doveva omai tener dietro alla politica del 
cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signorìa di 
Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso che ad appro- 
fittare del credito che quest'uomo godeva presso i Romani 
onde servire ad altri disegni. E ricusando egli a Rienzo pochi 
corazzieri per iscortarìo al Campidoglio, richiese ai deputati 
romani d'armare il popolo contro il prefetto il Vico se deside- 
rafano che Cola ristabilisse poscia in Roma il buono stato. 

In quel mentre Giovanni di Vico, il quale aveva dovuto 
avvedersi dell'odio che gli portavano grandissimo i cittadini di 
Viterbo e di Orvieto, volle dare ai più arditi opportunllà di ma- 
oifeslare i loro sentimenti, onde potere castigarli. Dopo avere 
pascoslamente accresciuto il numero de'suoi sgherri, li distribuì 
io lutti i luoghi afforzati delle due città, con ordine di tenersi 
pronti a menar le mani. In appresso fece da alcuni suoi fidati 
gridare alle armU viva il popolo! Tutti coloro che sopportavano 
ìiQpazientementela tirannide s'affollarono a tali voci nelle strade, 
^ovanni di Vico in Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che non 
spettavano altro che questo segno, uscirono dai loro nascon- 
digli coi soldati e avventandosi contro ai sediziosi, ne fecero 
weDda strage. 



— 198 — 

Con queste accistooi credeva il prefetto di avere rassico* 
rata la sua sovraDità: ed iovece accrebbe il pericolo che gli 
sovrastava; perchè il popolo, sdegnato, rìQatava ornai di difen- 
derlo contro il legato. 

In marzo del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio 
strinse d'assedio contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con 
milletrecento cavalli e diecimila fanti. I Romani andavano in* 
grossando il campo dell'Albornoz, ed altri rinforzi gli giugne* 
vano da altre. bande. Giovanni di Vico non osò aspettare la 
vendetta del popolo, che poteva allora ribellarsegli senza peri- 
colo. Si arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città 
che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto 
la protezione della Chiesa. Per altro TAIbornoz, riguardando alla 
pronta sommessione del prefetto, gli lasciò il governo di Cor- 
neto, Civita Vecchia e Respampano. Il cardinale rivolse poi in 
giugno le sue armi contro Giovanni de\Gabrielli, tiranno di 
Agobbio, e lo costrìnse egualmente a rimettere in libertà la 
sua patria. 

La sommissione del prefetto toglieva airAlbornoz ogni pre- 
testo di ritenere più oltre presso di se Cola da Rienzo. Gli con- 
cedette pertanto la dignità di senatore di Roma, in conformità 
degli ordini che aveva ricevuti dal papa, e lo lasciò partire alla 
vòlta di quella capitale senza soldati e senza danaro. Ma Cola 
avea tanti nemici tra la nobiltà che non poteva arrischiarsi a 
traversare la campagna di Roma ed il Patrimonio senza la 
scorta di alcune compagnie di corazzieri. E trovandosi allora 
in Perugia i due fratelli del Merlale, arricchitisi anch' essi coi 
ladronecci di lui, Cola andò a trovarti e, manifestando loro i 
suoi progetti per la prosperità deiritalia, li esortò ad associarsi 
alla sua gloria ed al potere che stava per ricuperare; e con 
quella persuasiva eloquenza di cui niun altro era dotato si 
altamente gFindusse in fine a dargli in prestito una ragguar- 
devole somma di danaro pel ristabilimento del buona stato. Per 
la qual cosa, allorquando Cola, poche settimane dopo, fece ar- 
restare il cavaliere di Moriale, che, meno facile de'suoi fratelli 
a prestar fede a belle speranze, recavasi a Roma per tenere gli 
occhi addosso al tribuno e forzarlo a mantenere le sue pro- 
messe, ringratitudine di Cola, che condannava il temuto ven- 
turiere al supplicio, fu assai più notata che la giustizia della 
sua sentenza. 

Giunto in Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con sommo 



— 199 — 

giQlMlo» perchè il sao esilio aveva cancellata la memoria della 
sua vanità. L'aatorità che gli confidava il . popolo era confer- 
mata e fortificata dai titoli di coi lo aveva rivestito il papa. Non 
solo Innocenzo VI Taveva nominato senatore, ma riconosciuto 
inoltre nobile e cavaliere, e ratificata in tal modo la bizzarra 
cerimonia della conca di San Silvestro, in virtù della quale Gola 
si era intitolato cavaliere di Santo Spirito. Ma il senatore tri- 
buno, invece di emendarsi de'sooi difetti, aveva nelPesilio per- 
duto queirentusiasmo per le virtù e per la patria che prima li 
compensava. Più difficile a lui riusciva il governare, dovendo con- 
ciliare la volontà del pontefice con quella del popolo. Il supplicio 
del Mortale e quello di Pandolfo Pandolfucci, cittadino romano 
universalmente stimato, gli furono rimproverati siccome delitti, e 
la guerra ch'egli dovea sostenere contro i Colonna raddpppiava 
il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane, rimasto capo di 
questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo averla 
invano assediata, era stato obbligato a ricondurre i saldati a 
Roma senza pagarli, perchè privo di danaro. Cercò in tal pe- 
noso frangente di levare una nuova imposta, ma il popolo non 
la sostenne lungo tempo. 

Il di 8 ottobre scoppiò una grave sedizione in due quar- 
tieri di Roma a un tempo, a Ripa Grande e in piazza Colonna. 
Alcuni forsennati adunaronsi al grido di viva il popolo^ muoia 
il traditore Cola da Rienzo ! e s'avvicinarono al Campidoglio. 
11 tribuno si trovò abbandonato dalle sue guardie, da' suoi 
ministri e dai servitori, e avea a fianco tre sole persone. Non 
pertanto avea fatte chiudere le porle del palazzo; il popolo vi 
appiccò il fuoco, il qual^, divampando per la scala, chiuse il 
passaggio agli assalitori. Cola vesti la sua armatura di cavaliere 
e, preso in mano lo stendardo del popolo, si affacciò al balcone 
di una sala superiore e die segno di voler parlare. Tale era 
il prodigioso impero della sua eloquenza che, se gli fosse stato 
concesso di parlare, avrebbe senza dubbio ammansata la mol- 
titudine. Ma il popolo ricusava ostinatamente di ascoltario e 
scagliava pietre contro di lui per forzarlo a ritirarsi dal bal- 
cone; onde egli, dopo avere fatti inutili sforzi per calmare quei 
forsennati, essendo stato ferito in un braccio, ritirossi entro il 
palazzo. 

Non perciò perdette ogni speranza di arringare il popolo e 
di calmarlo. Si fec-e calare a basso col mezzo di lenzuola legate 
alle finestre, onde gìugnere sul terrazzo della cancelleria, sco- 



perto pur esso, ma pm sicuro dalle offese. Di là tentò oacva* 
mente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu vano. Allora 
fu veduto stare qualche tempo in forse tra il desiderio d' in- 
contrare una morte gloriosa combattendo e la speranza della 
fuga; spogliarsi dell'armatura, poi rivestirla per levarsela di 
nuovo. Finalmente si appigliò a quest' ultimo partito. 11 palazzo 
era già preso dalla plebaglia , la quale saccheggiava le sale 
separate dal luogo in cui trovavasi Cola per mezzo deirincendio. 
Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare 
indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portinaio, 
si pose in capo alcune coltri da letto e , come persona che 
tornasse allora dal saccheggio , attraversando arditamente il 
fuoco, additava agli aggressori in lingua romanesca il luogo 
d'onde veniva colla preda, e faceva loro animo ad avanzarvisi» 
dicendo esservi ricco bottino. Passò in tal guisa, senza essere 
conosciuto, le' due prime porte e la prima scala ; e se avesse 
potuto egualmente superare la seconda era salvo; ma un romano 
lo trattenne dinanzi all'ultima porta e, presolo pel braccio, gli 
disse: Ove vai tu? 

Cola, fermato, non cercò più di nascondersi. Gettò le coltri 
che aveva sul capo, e si die a conoscere pel tribuno. Fu allora 
condotto appiedi della seconda sc/ala del Campidoglio, avanti al 
leone di porfido egizio. Colà egli medesimo solea far leggere 
le sentenze di condanna. Tra i forsennati che lo circondavano 
ninno ardiva toccarlo, un cupo silenzio era succeduto alle furi* 
bonde grida , ed egli colle braccia conserte al seno aspettava 
il suo fato. E già alzati gli occhi, e girando lo sguardo sulla 
moltitudine, disponevasi ad approflllaré del silenzio del popolo 
per arringarlo, quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli 
stava al fianco, temendo gli effetti della sua eloquenza, glMm- 
merse lo stocco nel ventre. Allora tutti coloro che gli erano 
vicini gli si avventarono contro, percuotendolo a gara ; gli fu 
poscia recisa la testa , e il corpo lacerato dalle ferite venne 
trascinato per la città ed appeso presso al tempio di San Mar- 
cello all'uncino d'un beccaio. 

Così morì un uomo che per ben due volte aveva fatta 
risorgere la gloria del nome romano, e peri immolato dal popolo 
alla cui difesa aveva consacrata la vita. 



C.APITOLO Xi. 



Gloria del poatificato di lomoccaso VI. UrlMii^ V. 
Caterina da Siena e Bernabò Viecmiti. 



Innocenzo V[ ebbe la ((loria di conclndorn un iniovn Inil^ 

tato coi Greci molto onorifico alla Chiosa latina. Il ctiialo parò 

non ebbe miglior effetto degli altri. Androni^) nvnn liiMrIntn 

morendo I-erede del trono in elA di novo anni; Il pnlrbirrit di 

Costantinopoli ne prelendea la tutela a fronto di (Giovanni Ofiti- 

tacozeno maggiordomo di corte, ma qun.st* ultimo ttiKll^*» [Ali 

corto, e presi gli ornamenti imperiali, ni foco (U)roriarii dui jm- 

inarca di Gerusalemme insieme coirerodc ikì trono. In np^wìUì 

il tutore relegò il suo pupillo in TesHalonica n fm^ lutto i\it Mèi 

Gantacuzeno mostrò i talenti deirusurfmton) o VA*rvM vaìU prn^ 

mora ramicizia del papa, a cui spedi nunrji mWmwhp di pomi 

aDco alia testa della crociata. Ciò non ((li nim n m^im^rUt 

sol trono : l'amor del popolo rerm I l'aMoKt ni rU'^t'uiUf ni 

ritomo del giovane imperadore, che tiri uìAk vy^Uì^f^m ^\An* 

Parte di rìcondarre alla soa eapilale. i'AUivMUUh nU mnUUiì 

spontaneamente Tasorpala corona e eoi rimri^. di <>i/^*f^( nUfVf 

a oascoDdersi fra' roonact d'AIbr/*, *if^ Wifi If *r^|oMlo. W # M 

figfio del monaco- imperadore f^jKn\^^^ KiAf'iftffp'M , ^ d» Sk 

B^nacciaTa il feifr>ro: •'itkìin p»r1^ i IntfM h ì ìaUuì Vf^^n- 

Icodosi delU ^mem titì>. d^r^i>ww m$\^i^m*^9^^. (^ j^fAfM5 

profincie. Stii&ó 4Wi<f % il Y%\^M^f$ if/^f9\nt¥$ ^fM^f^*', fìU 

moaritìo col pc^fr», ìk & aà Ìm^. ^snf^tmA ìa^ ì^; #> 

tomo dd Gred aST irtfcéiftttw 4i is^mdi. ^ di^r ^«(t'i'^ ^ ^/fi^ 



zione di quindici galee a disposizione dellMmperadore. Il vesco- 
vo di Patti in Sicilia ne portò la ratiflca alla corte di Tracia, 
ma lo zelo di questo prelato non altro ottenne che nna perse- 
cuzione ai vescovi greci. Dal suo canto neppure il papa potò 
somministrare i vascelli, e il trattato andò a vuoto. 

Questo vescovo di Patti era il carmelitano frate Pier-To- 
maso, il quale dalla più povera condizione fu tratto dalla sua 
eloquènza e dalle sue virtù ad esercitare le più importanti le- 
gazioni sotto tre successivi pontefici. Non era che semplice re- 
ligioso quando fu mandato ai re d'Ungheria e di Svevia e alIMm- 
perador Carlo IV; il vescovo di Patti trattò Tunione de' Greci , 
e vide la reggia di Costantinopoli ; trasferito a Moron ebbe la 
legazione d'Oriente e scorse la Palestina; arcivescovo di Greta 
tornò in Italia e ridusse all'obbedienza Bernabò Visconti signor 
di Milano; finalmente patriarca titolare di Costantinopoli accom- 
pagnò la crociata del re di Cipro, che prese Alessandria e gettò 
lo spavento fra i Turchi. Egli mori Tanno stesso a Famagosta. 

Dopo la morte d'Innocenzo VI, Urbano V fu il sesto pon- 
tefice francese che sali di seguito la sede romana in Avignone. 
Egli pure ebbe Sonore di vedersi corteggiato da tre monarchi 
d'Europa, da un sovrano dell'Asia e da due imperadori, Carlo IV 
e Giovanni Paleologo figlìuol d'Andronico: visite ch'ei retribuì 
con indulgenze e reliquie. Egli fu uno dei migliori pontefici 
avignonesi. Lontano dal contrastare co'principi, la sua pietà e 
il suo zelo lo tennero sempre diretto alla ricupera di terra-santa, 
per cui lo stesso imperatore dei Greci si mostrava impegnato. 
Per le sue cure l'entusiasmo delle crociate parve un momento 
che riprendesse vigore, e tutti i principi che vennero succes- 
sivamente alla sua corte e furono da lui stesso insigniti della 
croce, promisero di prestarvisi con ogni impegno. Pietro Lusi- 
gnano re di Cipro, che da molti anni viaggiava in Europa per 
quest'oggetto, vi aveva già dato buon cominciamento; la presa 
di Alessandria fatta da lui sembrava promettere in questo porto 
una scala sicura per quanti avessero deliberazione d' andarvi. 
Urbano, che n'ebbe ragguaglio dal suo legato, il patriarca frate 
Pier-Tomaso, ne fu lietissimo, ma si seppe ad un tempo in 
Europa e la vittoria e la ritirata dei cristiani, i quali si erano 
contentali di saccheggiarla. 

Urbano V aveva pur pensalo all'Italia. Costiluilo in minor 
dignità, era stato uno dei legati che i suoi predecessori vi ave- 
vano spedito ; ne conosceva i bisogni e aveva fermo animo di 



— 105 — 

riine&m. Le bxìoDi dei bkmchi e dei neri si emio aggiunte 
a quelle dei ghibellini e dei guelfi, e tutti insieme ?i pertaTano 
il colmo degli odii d?ilì , le de?astaaioni e le stragi. Urbano , 
per secondare i Toti nnanimi di tutti i buoni, disegnò venirTi 
in pm^ona, ma Tamore nazionale la Tinse in luì: Ti si lasciò 
Ted^ come un lampo, e la sua inopinata partenza la rimise 
ben tosto nel suo primiero abbattimento. 

Durante il suo soggiorno in Italia conobbe il papa due 
nnoTi fondatori d' istituti monastici, e approTÒ le loro regole* ' 
GioTanni Colombino senese, rinunziando ad un tratto agli onori 
della sua patria e alle ricchezze con ogni sorta di mezzi acqui- 
state, credè riparare a passali scandali, aggirandosi di città in 
dttà accompagnato da^,suoi discepoli In abiti laceri e a lesta 
niid:i. Urbano ne fissò loro uno più decente bianco con man- 
tello colore di cannella: furono conosciuti col nome di gesuati. 
L*altra è Brigida nobile sTedese, che, morto il marito, fondò 
nella diocesi di Lincop un monastero per sessanta religioso e 
Tenticinque frati, dando loro alcune costituzioni, ch'ella diceTa 
aTer ricoTule immediatamente da Gesù Cristo. Urbano le approTò 
come tali ; ma non Tolle credere un' altra rivelazione che la 
buona Todova diceva aver avuto da Dio, ch'et morrebbe appena 
ritornato in Avignone. Morì di fatto non ancor tre mesi dacché 
v'era giunto. A quel passo estremo egli assoggettò quanto atea 
dato e fatto alla correzione della Chiesa; espressione singo- 
lare in un papa che fa conoscere ch'egli non si credeva infal- 
Ubile. 

Uniremo ai fondatori poco fa nominati un vescovo illastre 
per nascita e per virtù che onorava una piccola chiesa della 
Toscana. Andrea Corsini era un giovane libertino ed indocile, 
a cui un sogno narratogli dalla madre afililta Te' cambiare vita. 
Fatto carmelitano, i suoi parenti, per non vederlo mendicare 
nelle strade, gli procurarono il vescovado di Fiesole, dove passò 
lentitrè anni nelF esercizio delle virtù episcopali e religiose ; 
raro esempio nel secolo decimoquarto, che in fatti scarseggia 
assai di nomi inseriti nei martirologi. 

Gregorio XI, nipote di Clemente VI, fu eletto in Avignone» 
dieci giorni dopo la morte d' Urbano, con dispiacere di tutta 
ritalia. Questo pontefice deviò dalForme di due immediati suoi 
predecessori e colFamaro suo zelo accrebbe le sventure d'Italia. 
Egli pose tra le principali sue cure il distruggere col ferro e 
col fuoco ogni sorta di eretici, e non faceva che farli crescere. 



— 204 — 

Era sempre la slessa dottrina, detta allora manicheismo, che 
animava questi fanatici , benché cambiassero nome , preso da 
qualche pratica singolare che vi aggiungevano. Cosi i turluj^ni i 
si distinsero sotto Gregorio XI: essi imitarono i cinici del paga- à 
nesimo pretendendo non fosse alcun male soddisfare anche in 
pubblico i bisogni della natura ; e perciò, oltre Tandare mèzzo i 
ignudi, usavano della libertà delle bestie nella congiunzione i 
dei sessi. Gli inquisitori procedevano contro codesti pazzi con ,i 
tutto il rigore che il papa esigeva; la guerra e le esecuzioni «« 
sacro-militari comprendevano gì' interi villaggi e riempivano \p 
d' orrore e dì stragi le stesse città , col pretesto Che fossero 
asili di eretici. 

Spesso però ne riceveano la pariglia , e gì' inquisitori e i 
legati trovarono talvolta le intere popolazioni armate contro di 
loro. In Italia particolarmente si organizzò un'insurrezione gene- 
rale, di cui centro era Firenze, onde si sparse nello Stato eccle- 
siastico. Bologna scacciò il legato ; Perugia ne imitò Tesempio, 
e da per tutto correvasi in folla sotto gli stendardi dei Fioren- 
tini nei quali appariva in lettere cubitali la parola libertas. Il 
papa ne fu al sommo irritato; egli era uomo incapace di misure 
pacifiche e replicò contro i Fiorentini la bolla stessa che Cle- 
mente V avea scagliato mezzo secolo prima sui Veneziani. Ella 
produsse i più miserabili effetti, massime in Avignone e neirio- 
ghilterra, dove il re ed il papa confiscarono a loro vantaggio 
le ricchezze del Fiorentini e li dichiararono schiavi. Ciò nono- 
stante la ribellione non cedeva, e fu d' uopo spedire in Italia 
delle truppe e un cardinale alla loro testa , senza ottenere di 
più. Ciò che gli fece piegare fu il danno che a lungo andare 
ne risentiva il loro commercio; essi implorarono la pace. Una 
donzella senese di non ancora trenranni s' incaricò di portare 
sul Rodano a Gregorio XI il pentimento dei suoi nazionali, e 
non ebbe ribrezzo di sostenere la maestà e la collera del sommo 
gerarca, a'cui piedi tremavano 1 re. Caterina giunse a placarlo, 
e il papa mise nelle sue mani il perdono, raccomandandole 
però l'onore della Chiesa. 

La sua legazione ottenne ancora un altro più considerabile 
vantaggio a tutta T Italia. Non erano le sole virtù di questa 
vergine e il suo coraggio eroico che piegarono il papa alle sue— 
istanze, quanto i prodigi che di lei narrava il suo confessore, 
il generale dei domenicani, che l'avea accompagnata nel viaggio:^ 
ella era stata sposata da Gesù Cristo con un anello d'oro ornato^ 



i 



— 20ù — 

<]i quattro perle e d'un diamante; avea succhiato la ferita del* 
suo costato, cambiato di cuore cod lui e ricevute nelle mani e 
nei piedi le cicatrici delle sue piaghe ; cose che ninno vedeva 
fuori di lei, che ninno or crede, ma che erano allora credute 
con tutta la buona fede dal confessore, dal papa, e dalla Cate- 
rina medesima, tanto può una immaginazione viva, riscaldata 
dalla continua meditazione, dalle lunghe veglie e dagli eccessivi 
digiuni. Con un lai credito ella persuase facilmente Gregorio XI 
essere volere di Dio eh' egli ritornasse alla sua capitale. Gre- 
gorio si decise a ubbidirvi , e Roma rivide dopo otto anni il 
suo vescovo ufiizìare solennemente nel Valicano. Ma il papa 
era francese e mal volentieri privava la patria dell'onore d'essere 
il soggiorno dei sommi pontefici. Intanto però ch'ei si occupava 
sei disegno di ricondurvi la sede, mori in Roma col dispiacere 
di tutto il collegio dei cardinali, la cui massima parte era della 
stessa . nazione. Il conclave che si preparava in mezzo alla 
eflervescenza d'un popolo stanco d' una straniera dominazione 
minacciava la procella, che scoppiò in fatti col più terrìbile 
rimbombo e produsse una nuova rivoluzione nella repubblica 
-cristiana. 

Milano in quest'epoca viveva sotto la tirannìa dei due fra- 
telli visconti, Bernabò e Galeazzo II ; fra costoro non trovavasi 
molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atroce- 
mente non disponevano i popoli a bramare il loro impero. I 
principi italiani, tanto più attivi e costanti, quanto più spera- 
vano di riuscire contro di uno Stato diviso, non risparmiarono 
^rte e forza in ogni occasione ; per modo che non v'é da ma- 
ravigliarsi come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Slato , 
ma bensì come ei non cadesse in un totale discioglimento. 
Bologna era passata nelle mani del papa, e Bernabò vi spinse 
le sue armi fanno 1360, ma senza frutto ; poiché Innocenzo VI 
fece venire nell' Italia Lodovico re (f Ungheria , con buon nu- 
mero di armati,* in soccorso di Bologna, e Bernabò dovette riti- 
rarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Bernabò Visconti ; e 
Urbano V, che fogli successore , confermò la scomunica con 
sua bolla. 1 delitti che s' imputavano in quella bolla a Bar- 
nabò Visconti sono : ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un 
giorno, avendo fallo chiamare avanti di sé j'arcivescovo, lorva- 
raenle gli avesse comandato di porsi in ginocchio ; il che fallosi 
dal timido prelato, Bernabò gli dicesse: — Non sai tu, poltrone, 
che io sono papa ed imperatore, e signore di tutte le mie 



— «06 — 

terre? — ch'egli sagli ecclesiastici esercitasse giurisdizioDe, obbli* 
gandoli a pagare i carichi, facendoli impr^gioDare , e coodan- 
naDdoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che si arrogasse 
la collazione de'beneflcii e Famministrazione dei beni eccle- 
siastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva a 
scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Parlano 
gli storici degli anatemi pronunziati nel secolo undecimo da 
Alessandro II all' occasione di sottomettere la Chiesa milanese 
alla giurisdizione di Roma. Come pure , del famoso interdetto 
pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, Tanno 1216, per 
fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetta 
di Urbano IV, di cui fanno memoria nelle loro pagine, per 
abbassare i signori della Torre, nel 1262: poi le scomuni* 
che pronunziate contro Matteo I Visconti , nelPanno 1321 „ 
allorché la potenza di lui cominciava a dar gelosia a Gio- 
vanni XXII. 

Narrano pure come lo stesso sommo pontefice, non con- 
tento della scomunica e del fin tardetto sulla città, facesse pub- 
blicare contro Galeazzo I una crociata , e invadere il di lui 
Stato; non che come il papa Clemente VI ponesse air inter- 
detto la città, e scomunicasse Giovanni Visconti , arcivescovo » 
e i tre suoi nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo II, perchè avea 
Tarcivescovo comprato dal Pepoii il dominio di Bologna. 

Ora la scomunica cadde sopra Bernabò, il quale era stato 
già due altre volte anatemizzato di riverbero, come discendente 
da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d' un car> 
dinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a Ber- 
nabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per 
ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva 
Bernabò legittimamente allegare per sostenere il dominio, e il 
legato gli offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè 
centomila fiorini d'oro, purché egli abbandonasse le sue pre- 
tensioni sopra Bologna. Ma Bernabò non faceva altra risposta 
se non questa : Voglio Bologna. Nuove offerte faceva il legato, 
e Barnabò rispondeva sempre : Voglio Bologna. Per deludere 
tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta che 
egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. 
Tali erano i dìalogly tra Bernabò ed il legato. Gli annali mi- 
lanesi c'insegnano che esso signor Bernabò ai suoi giorni ebbe 
in odio gli uomini scienziati, laici, cherìci e prelati, e qualun- 
que uomo virtuoso, e sempre elevò sublimemente gli idioti, ì 




Sarnaii ì^Mrftick sul ponte éMiìe^mno Ja Iranfiifiare ìiitto é scomunica 
aimMclaii ofel/^oipa 



— 107 — 

urodeli, gli uomini yili, infami ed omicidi. Un prìncipe di Ut 
arattere poteva far tremare gli nomini di mento che avevano 
la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva riuscire felicemente 
ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono verso del Bolognese 
ranno 1361, e più d'una volta vennero malamente l)attute, senza 
ch'ei punto acquistasse. 

Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe 
fosse Bernabò, e qaal rispetto egli avesse pel diritto delle genti. 
Innocenzo VI gli spedi come nunzi due abati benedettini. Essi 
erano incaricali di trattar seco lui per terminare la controversia 
di Bologna, ed avevano le l)olle pontificie da presentargli. Ciò 
accadde nell'anno 1361. Bernabò stavasene nel castello di Mari- 
goano, rintanato colà per allontanarsi dalla ferocissima pesti- 
lenza che devastava Milano, abbandonata dai due fratelli al caso, 
e senza adoperare alcune di quelle precauzioni colle quali Lu- 
chino loro zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva 
saputo preservarla, abbenchè allora quella sciagura avesse de- 
solata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò 
la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse 
al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Bernabò, scortato 
da una buona caterva d'armali su di quel ponte, ricevè i due 
nunzio i quali se gl'inchinarono, e presentarongii le bolle con- 
segnate loro dal papa. Bernabò seriamente si pose a leggerle, 
indi biecamente mirando i due ministri: < Scegliete, disse, una 
delle due, o mangiare o bere. » I due nunzi, posti in mezzo 
agli armali, senza, scampo, mirando il fiume che scorreva al 
disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze alla scelta, 
mostrarono che non piaceva loro di bere. « Ebbene, mangiate 
dunque, » disse il feroce Bernabò; e furono costretti ì due ve- 
nerabili prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cor- 
doncino di seta e la bolla di piombo. Con tale insulto atroce 
ardi Bornabò di violare non solamente la riverenza che si deve 
al sommo sacerdote, ma i doveri che recìprocamente uniscono 
i principi e le nazioni fra di loro ; e persino le sacre leggi 
d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi popoli agresti e 
selvaggi, di non abusare della condizione d'uno straniero rico- 
verato in casa nostra. Uno di questi due abati era Guglielmo 
da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, pochi mesi 
dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e chia- 
tnossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse 
poi avere Urbono V verso di Bernabò, da cui era stato insul- 



— 208 — 

tato con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con on breve dato 
da Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomonicò 
solennemente Bernabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine 
di cavalière, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio, e co- 
mandò che alcuno non osasse più di trattare con lui. Nel breve 
della scomunica vi eran queste parole : « Perciò il Signore ti 
distruggerà finalmente, ti svellerà e farà esule te dal tuo taber- 
nacolo, e la progenie tua dalla terra dei viventi. » Inoltre, agli 11 
di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio Àlbornoz 
fece pubblicare la crociata contro Bernabò, come già era stata 
pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima ; e tale 
e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli 
venisse istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal 
re di Francia medesimo, ad intimare una crociata contro dei 
saraceni, che sempre più si rendevano formidabili ai cristiani 
del Levante) egli ricusò di Tarlo per allora; anzi protestò ch'ei 
non avrebbe mai dato mano a crociata alcuna, sin tanto, che 
non avesse ottenuto esito felice quella già intimata contro di 
Bernabò. Allora però questa crociala non ebbe effetto; poiché 
la combinazione degli interessi dei princìpi gl'indusse ad accor- 
dar la pace Tanno 1364, in cui Bernabò cedette Bologna al papa, 
che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro. La 
perdita di Bologna e del Modenese fatta da'Visconti non fu una 
riparazione bastante al pontefice; poiché con nuova bolla del- 
l'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una 
seconda crociata contro di Bernabò e fé' che lo attaccassero con 
formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il Mar- 
chese di Monferrato, gli Estensi, i (lonzagbi, i Malatesti, i Car- 
raresi, i Perugini e i Sanesi collegati insième coi Pontificii. 
Questo esercito collegato avrebbe svelta dalle radici la sovra- 
nità de'Visconli se non avesse portato seco quel principio di 
lentore e debolezza, che sono inseparabili dalle armate combi- 
nate, ciascuna porzione delle quali, perchè dipendente da un 
distinto sovrano, si crede la prima di ogni altra, o almeno l'e- 
guale, e si disperde nelle rivalità, che più la tengono occupata 
di quello non faccia la causa comune. Così potè Bernabò difen- 
dersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno 11 
febbraio 1369. Né la morte di Urbano V, che aveva sofferto Tin- 
sulto personale, diede costante fine all'odio pontificio: parve anzi 
che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso come un'ere- 
dità; poiché Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova lega. 



— 109 — 

fin i prìncipi d'Italia» e vedendo che le armi non andavano pro- 
speramente, scomunicò di bel nuovo Bernabò, e liberò i sud- 
diti dal Muramento di fedeltà; poi animò l'imperatore Carlo IV, 
il quale, con suo diploma dato in Praga il. giorno 3 di agosto 
dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Bernabò e 
Galeazzo del vicariato imperiale e d' ogni dignità, e Bernabò 
venne persino degradato dell' ordine equestre. Alle forze degli 
alleati, per opera del cardinale di Bourge, legato pontificio, si 
unirono quelle del duca di Savoia; e sebbene nemmeno questa 
volta l'armata combinata giugnesse a fare conquista sulle terre 
di Bernabò, ella però potè devastarle, e porre a saccheggio e 
in rovina una parte del suo Stato. Cosi la rozza e feroce viola- 
lione del diritto delle genti produsse a Bernabò delle inquietu- 
dini mortali durante il suo regno; e questo è il primo de'due 
fatti. L'altro fatto si vede originato dall' animo ìstesso di quel 
sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata 
ralleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri 
signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga 
signor di Reggio. Questi principi collegati, prima di commet- 
tere ostilità, spedirono i loro ministri a Bernabò, facendogli 
ffire che essi avevano fatto lega col papa, ma unicamente in 
fifesa dello Stato della Chiesa, non mai per invadere gli Stati 
attrai: onde qualora il signor Bernabò avesse restituito i luoghi 
da lui occupati nei Bolognese e nella Romagna, essi non avreb- 
bero mosse le armi contro di lui. Tale era la commissione di 
que'legatì. A questo nobile .uflBcio Bernabò corrispose nella 
pih villana maniera. Ordinò che i , legati venissero a corte ; 
ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero 
la loro ambasciata avanti di un notare; e poiché ebbero ciò ese- 
guito, egli spedi una squadra d'armati e fece attorniare i legati 
de'prindpi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi 
aleane vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione 
della plebe. Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, a 
pom a cavallo; e per due buone ore volle che in tal meschina 
6 i»uKza forma rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: 
iodi li fece girare per la città, esposti al vilipendio ed alle 
lischiale della ciurmaglia; e con tale infamia vennero scortati 
H sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi 
ìtaliaoi sempre gli fossero poi contrarli e pronti a secondare 
contro di lui tutte le proposizioni del papa. 

TiMB. Inquii. Yol. IL S7 



CAPITOLO XII. 



Pontefici d'ATignone, Pietro d'Abano e Oeceo d'Ascoli. 



Per altro la stanza de'ponle&cì in Avignone era stata di 
sommo danno alla Chiesa : né solo aveano guasti i costami e 
la politica , ma conturbato il riposo e la fede. La corruzione 
de'prelati, la scandalosa e disonesta yita de'gioyani cardinali, 
per favore o per brighe innalzati alla porpora» erano talmente 
notori!, che Avignone più non era additata con altro nome che 
quello di Babilonia d'Occidente. Né quest'epiteto trovasi soltanto 
nelle aspre invettive doi Petrarca, ma e nelle epistole e nelle 
scritlnre degli uomini più moderati e pii del decimoquarto se- 
colo. Avignone capiva la feccia degritaliani e deTrancesi ; colà 
venivano a cercare ventura gli aggiratori d'ogni nazione, e seco 
recavano i più abbominevoli vizi de'loro compatriotti ; e il po- 
polo e la corte d'Avignone «avevano fatto costume di ciò che 
appo le altre nazioni era vizio. Ne'precedenti secoli la corte di 
Roma era già stata accusata di smisurata ambizione, di dissi- 
mulazione, di avarizia, d'ingratitudine ; ma nel tempo che i 
papi ebbero stanza in Francia, la corte loro si fece venale e 
perfida inverso alla corte di Francia : licenziosa ed intempe- 
rante divenne la privata vita de'suoi prelati ; e tra gli stessi 
papi, Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostu- 
matezza. 

Gritalianì, cui i propri governi cercarono di rendere su- 
perstiziosi, sono meno di ogni altro popolo inclinati alla credu- 
lità. Il misticismo, non meno che le tetre fantasie, è proprio di 



- 211 — 

querelimi De'qoali roomo pare condannato ai dolore per la in- 
focata gelida temperatura. Nei deserti della Tebaide e sulle 
arene del Gange, o in riva al Baltico e tra le rupi della Scozia, 
roomo può starsi in continuo timore del principio malefico, 
di cui sembra non potere obliare la potenza ; e può offerire 
alla divinità que'dolori che paiono indivisibili dall'umana specie: 
ma di che si tremerebbe in Italia, ove tutto sorride all'uomo T 
E come mai volgere tutti i pensieri airaltra vita, allora che si 
dolce è la presente? 

Nel decimoquarto secolo gritaliani accoppiavano al costume 
di commerciare e comunioare coi popoli di diversa credenza 
assai vaghezza di osservazione, e fino ed esercitatissimo acume 
per quest' uopo. Il disprezzo in cui teneano la corte d' Avi- 
gnone avea lor fatto scuotere quasi al tutto il giogo della 
Chiesa romana ; intanto che gli spiriti erano rimasti assai più 
sottomessi in Francia, ove ridestandosi assai sovente il fanatismo 
con DQOve forze, rinascevano le persecuzioni. Nella stessa Parigi, 
oel Delfinato ed in altre provincie della Francia furono arsi 
sui roghi nel 1373 molti eretici. Le varie loro sètte , tutte 
egualmente condannate ad atroci supplizi , aveano i nomi di 
TnrlQpioi, Beghini, Lollardi e Valdesi. Ma in Italia queirenta- 
siasmo per coi nascono e si propagano le eresie eA il fana- 
tismo per coi SODO perseguitate non erano egualmente feroci 
e crodeli. 

I Visconti , in tempo delle lunghe guerre che avevano 
sostenute contro la Chiesa, ricattavansi delle censure dei papi 
col molestare il clero dei loro Stati, e più taglieggiavano i chie- 
rici quanto più eran percossi dalle scomuniche o dagrinterdetti. 
Né i tiranni della Bomagna si erano più de* Visconti lasciati 
atterrire dai fulmini de'papi o dalle crociate bandite contro di 
loro: e se altri di que'tiranni sorgevano, altri cadevano, ciò era 
effetto della lotta tra V ambizione e la libertà, o dell' affezione» 
dell'odio della vendetta, che sembrarono ereditarli in alcune 
fomìglie; né ci aveva a che fare la religione. I Siciliani, dopo 
i famosi loro vespri, più non furono in pace colla Chiesa per 
lo spazio di ottantanni. I principi di Sicilia della casa d'Aragona 
erano noncoranti delle scomuniche dei papi; sicché dall'una 
all' altra estremità dell' Italia i principi più non temevano le 
censore ed i castighi ecclesiastici. 

La filosofia d' Aristotile era stata universalmente adottata 
io tutte le scuole unitamente coi commentarii d'Averroe. B, 



— «t — 

• 

greco filosofo, supponendo un'anima unica, animatrice di tutti 
gii uomini, fassi con ciò a distruggere la fede nella prowidensa 
e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora 
più direttamente attaccata la religione; ed opponendo la trista 
sua dottrina airìslamismo, in cui era nato, al cristianesimo ed 
al giudaismo » che aveva studiati , vólto aveva in ispezialità 
contro i cattolici i suoi sarcasmi ed i suoi ragionamenti. Il 
Petrarca tentava pressoché egli solo di resistere al torrente 
degli increduli ; ma la setta eh' egli combatteva nelle sue filo* 
sofiche scritture e nelle sue lettere godeva d' illimitata libertà 
e mostravasi ogni giorno più ardita. Gredeasi appena che le 
antiche dottrine potessero giovare al popolo; e la religione, 
quasi incompatibile con una tale filosofia, andava perdendo il 
suo impero sopra gli animi. 

I prelati immersi ne'vìzi e nella lussuria, di che il Petrarca 
nelle sue lettere ha lasciata la più orrenda pittura , avevano 
perduto lo spirito di dominazione , non meno che i popoli 
l'abitudine di essere loro sottomessi. Servilmente ligi alla corte 
di Francia, i prelati nemmeno più si vergognavano della loro 
dependenza. Più in loro non si ravvisava quello spirito che 
s'innalza sopra le cose del mondo, né quell'annegazione di so 
medesimi che mantiene la vera religione, e che, quand' anche 
si accoppiasse con una falsa religione, la renderebbe pure rispet* 
tabile ed utile agli uomini. Anziché risguardare alla terra in 
quanto si riferisce a Dio, il clero più non pensava altrimenti 
a Dio, che in ragione dei propri interessi sulla terra. La religione 
era diventata in mano sua un mezzo afifatto umano di governo, 
uno stromento che i despoti tenevano nelle loro mani per 
valersene contro i popoli. 

Una religione corre ognora grandissimo rischio quando le 
sì costituisce un capo sulla terra; poiché, facendosi dipendere 
la reverenza dovutale dair eventualità e dalla virtù d' un solo 
uomo, la Chiesa si rende mallevadrice de'portamenti del ponte- 
fice che la rappresenta. Vero è che ne' tempi della sventura e 
della persecuzione ovvi maggiore ragione di sperare che non 
di temere , quanto ai portamenti del suo capo; impeciocché 
«gli s'infiamma in allora dello zelo medesimo della sua greggia, 
e l'alto grado nel quale ei si vede innalzato sopra gli altri 
tutti, non é che un impulso a dare loro di sé più luminosi 
esempli. I primi vescovi di Roma , se dobbiamo prestare fede 
ai martirologi, furono quasi tutti santi e martiri; ma di poi che 



— 213 — 

la Chiesa trionfò deir idolatrìa, la leggenda medesima piii non 
sttribtilsce ai loro snccessori tanti pregi e tante yirtb. Il capo 
del clero, depositario del suo potere, non può causare di essere 
trascinato dagl' interessi temporali del suo governo , e di far 
servire la religione alla politica. È questo il maggiore abbassa- 
mento cui si possa esporre un'autorità divina. Il più nobile ed 
il iHù disinteressato sentimento del cuore umano, T abnegazio- 
ne, rintero sacrificio di sé medesimo si cangia in siffatto modo 
nel Yilissimo calcolo deir interesse e della frode. 

Onde a ragione fu detto cbe per quanto appare a chi non 
Tede fondo nelle cose, essere d'un interesse affatto secondario 
che il supremo gerarca sia travolto come tutti gli altri sud- 
diti sotto la legge del diritto comune, e si deve necessaria- 
mente discutere il problema della sua piena indipendenza. Si 
può ammettere , anzi è da desiderare che questo fardello del 
potere temporale sia tolto di dosso al pontefice , ma egli è a 
corarsi che la sua autorità affatto spirituale non sia inceppata 
dalla prepotenza secolare, ovveramente da indegni riguardi umani, 
SQggerili dalla soggezione ad un principe. Un pontefice a cui 
è guarentita V indipendenza , compenserà spesse volte col suo 
coraggio nel biasimare le opere loro i torti suoi propri ; repri- 
merà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi , il di cui 
esempio è si pernicioso, ove sia dato da chi siede in trono; 
citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un 
principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro in- 
giuste passioni, ai loro implacabili odii gli Innoceozi, gli Ales- 
sandri , allorché volsero le armi della Chiesa contro i re di 
Francia, di Spagna, di Germania, d' Inghilterra, fecero se non 
altro sentire ai popoli che i sovrani, non meno de' sudditi, pos- 
sono essere puniti nei loro delitti. 

Quando la corte di Roma, trasportatasi oltremonti, divenne 
tetta di Francia , ella cessò di esprimere in tale maniera il 
^to dei popoli e delle future generazioni. Ella copri col^suo 
ioanto le scelleratezze di Filippo il Bello, e gli somminfstrò 
inbmi pretesti per la carneficina dei templari. Fece co'succes- 
sori di lui vergognosi patti intorno ai beni della Chiesa, sotto 
prttesto di una crociata , che punto non si divisava adunare. 
Tradi con fallaci speranze i cristiani d'Oriente , eccitandoli a 
pmdere le armi; poi lasciandoli senza aita in preda al ferro 
de' musulmani. 

Clemente VI, invece di profondere a Filippo di Valois tutti 



-«14 — 

i' tesori della Chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, alla 
quale costui era lungi dal pensare, avrebbe dovuto muoversi a 
quei coraggio che manifestò in quest'occasione frate Andrea di 
Antiochia, monaco italiano che tornava in allora da Terra Santa. 
Questo venerando monaco , abbattutosi in Filippo , aflèrrò le 
briglie del cavallo, e, fermato il re, gli parlò in tal guisa : e Sei 
tu, gli disse, quel Filippo re di Francia e' ha promesso a Dia 
e a santa Chiesa d'andare colla tua potenza a trarre dalle mani 
de' perfidi saraceni la terra dove Cristo nostro salvatore volle 
spandere il suo immacolato sangue per la nostra redenzione? » 
Il re rispose di si: allora il venerabile religioso gli disse: e Se 
tu questo hai mosso, e intendi di seguitare con pura inten* 
zinne e fede, io prego quel Cristo benedetto che per noi volle 
in quella terra santa ricevere passione, che dirizzi i tuoi anda* 
menti al fine di piena vittoria, e intera prosperità di te , e del 
tuo esercito , e che ti presti in tutte le cose il suo ajuto e la 
sua benedizione, e t'accresca nei beni spirituali e temporali colla 
sua grazia, sicché tu sii colui che colla tua vittoria levi Pob- 
brobrio del popolo cristiano e abbatti l'errore dell'iniquo e 
perfido Maometto, e purghi e mondi il venerabile luogo di tutte 
le abominazioni degl'infedeli, in tua per Cristo sempiterna gloria. 
Ma se tu questo hai cominciato e pubblicato, la qual cosa 
resulta in grave tormento e morte dei cristiani che in quel paese 
conversano, e non hai l'animo perfetto con Dio a questa im- 
presa seguitare, e la santa Chiesa cattolica da te ingannata» 
sopra la tua casa , e i tuoi discendenti e '1 tuo reame venga 
l'ira della divina indegnazione , e dimostri contro a te e tuoi 
successori, e in evidenza de' cristiani il flagello, della divina 
giustizia , e contro a te gridi a Dio il sangue degli innocenti 
cristiani, già sparto per la bocca di questo passaggio. » 

Non è perciò da credere che i papi francesi non chiamas- 
sere altresì innanzi al loro tribunale i principi con cui guer- 
reggiassero. Furono sì uditi rimproverare ai Visconti i loro 
delitti, ma non già con quella sublime favella che si conviene 
al ministro di Dìo sulla terra, bensì col linguaggio d'un acca- 
nito nemico. Urbano Y, in una bolla pubblicata contro di Ber- 
nabò , io chiama figlio di perdizione , animato di uno spirito 
diabolico: ìndi passa a disvelare tulle le turpitudini di questo 
esoso tiranno. Ma non i delitti, bensì le conquiste di Bernabò» 
voleva il papa punire ; perciò' quand' ebbe ottenuta la restitu- 
zione di alcune fortezze che Bernabò possedeva nel Bolognese» 



Urbano lo accolse di nuovo in grazia, assolvendolo di tntte le 
censure pronunciate contro di lui. 

La dipendenza de' papi avìgnonesi dalla corte di Francia 
muoveva a malcontento tutto il resto dell'Europa. Accusavano 
i tribunali ecclesiastici di parzialità, di venalità i legati ed i 
governatori nominali dal papa , e tutta la Chiesa di corru- 
zione. Tutti i vescovi erano tenuti di risiedere presso la loro 
greggia, e guest' obbligazione veniva continuamente ricordata 
dagli uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto 
dare a tutti gli altri l'esempio della disciplina; onde il biasimo 
di tutta la crìstiauità ricadeva sul di lui capo. Frattanto gli 
abusi coirandare del tempo gettavano radice; e la corte ponti- 
ficia non sarebbe mai stata ricondotta da Avignone a Roma, se 
la prima di queste città avesse continuato ad essere per i papi 
un sicuro asilo, inaccessibile alle armi ed alle rivoluzioni del 
rimanente dell' Europa. Ma i Valois , durante lo sgraziato loro 
regno, più non restituirono alla corte pontificia quella pace di 
cui ella aveva goduto in Provenza in cambio della perduta 
libertà. 

Due sommi uomini caddero vittime con poco divario di 
tempo nella prima metà del secolo XIY, e questi furono Fran- 
<^sco Stabili e Pietro d'Abano. 

Il primo, conosciuto sotto il nome di Cecco d'Ascoli, dalla 
terra in cui era nato, uomo di alto ingegno, non potendo far 
eco ai pregiudizi che regnavano in quei tempi , né approvare 
molte cose che si facevano dai papi in Avignone ed a Roma e 
per tutta Italia da' loro rappresentanti, avea esternato alcune 
critiche, ed alcune parole, che riferite al Sani' Offizio diedero 
presa al suo risentimento. Trovavasi a quei di in Bologna; ed 
il tribunale dell'Inquisizione risapute le vere o false colpe, se- 
condo lui, dello Stabili, lo fece agguantare, e posto alla prova 
de'tormenti, fu condannato a far pubblica penitenza ed ammen- 
da, e privato dei titoli di maestro e di dottore. Addolorato per 
cosi iniqua sentenza, la quale, ben lungi dal mitigare lo sdegno 
che avea contro l'arbitrario tirannico potere dell'Inquisizione, lo 
aveva a mille doppi accresciuto, e temendo d'incorrere nuova- 
mente in qualche scappuccio, risolvette di mutar cielo sperando 
di trovare meno inclemente fortuna. Per lui, uomo di svegliato 
ingegno, era mestieri;di recarsi in una terra gentile, ospitale ed 
incivilita, onde trar profitto delle sue cognizioni ; ebbe quindi 
scelto Firenze; Bologna d'altronde a que' di era tumultuosa, es- 



seDdo nato gravissimo pianto fra Jacopo Popoli figlio di Taddei 
e il yescoYO. Avea Jacopo promesso ad un prete, di cui serviyas 
io secreto missioni, un lauto beneficio in benemerenza dei pre 
stati servigi, ed avendolo chiesto inutilmente al vescovo, in ui 
ìmpeto di collera oltraggiò il prelato dandogli una guanciata 
il vescovo, non più ricordando Tevangelico precetto, in vec< 
di volgere Taltra guancia al percussore, diede mano ad un pu 
gnale che tenea soppannato, e feri il Popoli. Costui si mise ; 
gridare a squarciagola, ed entrarono nella sala i suoi scheran 
che avea lasciato nelfanticamera, e dall'altra accorsero i famigl 
del prelato, e nacque fra gli uni e gli altri ferocissima rissa 
al rumore della quale s' adunò il popolo , il quale diviso ii 
due parti venne anch'egli alle mani, e Tepiscopio fa saccheg- 
giato dalla parte vincitrice, e il vescovo si sottrasse alta morb 
colla fuga. Questo trionfo del Popoli produsse poscia la cacciata 
de'Maltraversi, il cui capo era Brandaligi di Gozzadini. 

Ma se Bologna era in tumulto, Firenze per ciò non er; 
tranquilla. La cacciata del duca d'Atene avea svegliati i rancor 
delle parti, la peste che avea incominciato a propagarsi teneva 
gli animi in grave apprensione. L'autorità che la soma teneva 
delle cose più non pensava che a vincere gli avversi partiti, ec 
intanto i frati inquisitori avevano preso un inflasso da non dire 
Per le chiese, per le piazze predicavano sbracciandosi contro 
eresiarcbi, negromanti, streghe, bestemmiatori, e già minaccia 
vano vicino Testremo giorno del creato per incutere grave ti- 
more negli animi del popolo. Certo frate Giorgio da Folignc 
predicava in Firenze sulla piazza ora chiamata del Gran Duca 
ed il popolo ^devoto pendeva dalle sue labbra. Frate Giorgie 
apparteneva a'Francescani che avevano anch'essi grande influ 
enza nel tribunale deirinquisizione, ed il punto sol quale pit 
insisteva nella sua conciono era Tobbligo che correva a' fedel 
di subito denunciare al Sant'Offizio colóro che si rendevano 
colpevoli di parole irreverenti verso la Chiesa ed il sacerdozio 

Francesco Stabili tramutatosi a Firenze entrò in qualche 
intimità con persona per la quale avea avuto commendatizia de 
Bologna. Franco e sincero, aprì a costui l'animo suo, non senz< 
sfogare l'interno sdegno che giustamente nutriva contro colore 
che punir volevano perfino il pensiero, la cosa che il somme 
Iddio concesse libero, che lietò all'uomo di scrutare riserbandc 
solamente a sé stesso il diritto di farne giustizia. Ma il Sant'Uf* 
ficio, che venivagli sempre a panni, seppe tosto quanto aves 




n'afe ùifffo s/ff Mm chpreé/ff^iffff/f.ren'/. ' m'h^/ttrfùr'. 



\- . 



'') 



dMlo eoDfaro ^ lui e DQO?ameDle FraDcesco Stabili cadde io 
inaoo dell'ÌDesorabile trìbuDale, che senza tante formaUtà lo 
coodanoò a morte. E la iniqua senten:;a fa pubUicamenle ese* 
goita correndo Tanno 1347. L'infelicissimo secchio era aUora 
pervenuto all'età d'anni 75. Vittima d'un odio feroce, altro non 
gli era serbato che il compianto de'posteri. Cecco d'Ascoli ha 




VltJJI NI, 



Cecco d' Ascoli. 



nome, fra gli antichi poeti volgari, come autore d'un mediocris- 
simo poema in volgare comunemente chiamato V Acerba, ma 
per isbaglio del copista del manoscritto che servi alla prima 
edizione fattane in Venezia nel 1476 in quarto. Il vero titolo 
dall'autore dato all'opera sua è Acerbo, ossia Acervo, die dal 
htino Acervtis suona congerie o cumulo di più cose diverse ; 
e tale appunto si è il subbietto che abbraccia la fisica, la storia 
naturale» la filosofia morale con accompagnatura di visioni astro- 
lapche. Airedizione veneta tennero dietro altre quattro raris- 
sine tutte, ed altre tre più comuni fatte a ^filano con commenti 
di Nicolò Massetti. 

Pietro d'Abano fu celebre medico e filosofo italiano del 



TiiiB, Inqui$. Voi. II. 



88 



— 118 — 

medio evo ; nacque nel 1280 in Abano, villag^o nella proTlncft 
di Padova ai piedi dd Ciolli Euganei. Pietro h uno de'piii colti 
scienziati de'anoi tem(d» ed i suoi scritti jportano una tal quale 
impronta di orìginaliti, die prova essere stato nell'aatore im 




Pietro d'Abano^ 



ingegno franco e acuto. Fu pertanto tenuto in conto di uno dei 
principali rinnovatori della vera scienza in Italia. La sua dot- 
trina lo fece riguardare come un negromante. Il Sant'UfSzio 
di Padova lo fece agguantare; e dopo lungo processo e tormento 
come reo di magia riuscì ad essere dimesso dalla prigione. Ma 
non gran tempo dopo fu accusato d'eresia; per aver impugnata 
resistenza dei demoni; la vera risurrezione di Lazzaro ecc.; ' 
sottoposto a nuovo processo, durante il quale mori in Pad 
nel 1316« Fu sepolto in onta al volere degli inquisitori m 
chiesa di S. Antonio. Ma il tribunale dell'Inquisiadone imi 
cabile lo volle perseguitare estinto. Pubblicò la sentenza 
condanna, e lo fece abbruciare in effigie. 




'/ 



— 219 — 

Per meglio provare randamento deirinquisizione in Italia 
daremo ora il processo di alcani casi, cominciando da nno te- 
nuto in Ferrara per bestemmia» dal qaale potrà il lettore cono- 
scere il modo della procedura che si teneva dagli inquisitori, 
potentissimi in Ferrara perchè protetti dai Marchesi d'Este, nella 
vigilanza dei qnali traevano argomento alla propria sicurezza. 



CAPITOLO XIII. 



Regole del Tribunale di 8ant'0£Eteio 
€he si deTono pratioare, e che si danno per istroaione. 



PRIMA DENUNZIA DI BESTEMMIE 
1. Ferrara, Giorno 5 giugno 1382. 

(Avanti d'ogni cosa si nota il giorno j mese ed anno). 

% SpoDte personalìter comparait coram adm. rev. parte vi^ 
cario Sancti Officii Auximi» existente in propria cella, in mei-- 
que, etc. 

(Si scriverà la comparsa personale del denunziante, la 
presenza del giudice» il luogo dove si fa l'esame €f la presenza 
del notaro) 

3. Titius fllius quondam Berengarii Cedrari de Neapoli ; 
aBtatis annorum quadraginta circiter; mercator degens de prdB- 
senti in hac civitate Auximi sub parocbia malori; cai delato 
iuramento veritatis dicendae, quod praestitit tactis sacris litteris, 
exposuit ut infra. 

(Circa il denunziante si noterà il nome, padre, cognome, 
patria, età, esercizio, abitazione e giuramento ; e queste cose 
dovrà imparare a memoria il notaro quando non le sa; e circa 
il giuramento avvertirà il vicario di farlo stendere tutto, cioè 
tactis sacris litteris, essendo questo l'ordine della Sacra Con* 
gregazione). 



-MI- 

4. Sari no arnio; Don mi ricordo il giorno iNreciso né il 
mese, ma era poco avanti o poco dopo Pasqua rosata, che, ri- 
trovandomi in piazza vicino alla porta della città detta la Porta 
Grande, verso la sera ginocava dalla banda sinistra di detta 
porta Marzio Belloni e Florido, Galanti con Belramo Agosti, tutti 
talzolaj, al giuoco dei dadi. E perchè Belramo perdeva, disse 
in collera quattro o cinque volte Pattana di Dio; e lo so, per* 
thè ero presente e lo udii colle mie orecchie. Belramo fu 
ripreso da Marzio; ma Belramo, invece di correggersi, disse: 
^ Non mi romper la testa, se non vuoi che ti dia una pugna- 
lata. — E son venuto a iscaricare la mia coscienza, d'ordine 
del mio confessore. 

(Si avvertirà di far dire nel corpo della denunzia, per 
«Titare tante interrogazióni, il tempo, il luogo, i testimonii. Toc- 
«asiooe delle bestemmie, il numero delie volte, la causa della 
sdenza, la correzione, se pur fu fatta, con la risposta del reo 
ed il motivo che Tha spinto di venire al Sant'Ufficio. Se poi il 
giudice si ricorderà di far spiegare qualcuna delle suddette 
circostanze, allora si supplirà con. quelle interrogazioni cheaa- 
raoDO necessarie. Si osservino quelle parole nel principio della 
denunzia: non mi ricorda del giorno preciso nò del mescy ma 
^a poco (wcmti o poco dopo Pasqua rosato, perchè si deve for 
dire al denunziate il tempo più preciso che si può; se non sa 
il giorno, dica la settimana, o il mese, o la stagione; e ciò per 
MTvirsene il giudice nell'esame dei testimonii). 

5. Int. Àn sciat, vel dici audierlt, dictum Belramum alias 
Uas(9ì6masse? 

(Si fa quest'interrogazione per sapere se Belramo sia abi- 
toato nelle bestemmie). 

Besp. Io, padre,: non so uè ho inteso dire che Belramo altre 
volte abbi bestemmiato. 

6. Int. Quare tamdiu distulerit. denunciare in Sancto Officio 
dictom Belramum? 

(S'interroga in questa maniera per farlo avvertilo acciò 
HD'altra volta sia più sollecito ; e si fo anco per vedere se sia 
caduto in scomunica per non aver denunziato dentro il termine 
€tke prescrive l'editto del Sant'Ufficio). 

Besp. Non sono venuto prima perchè non ho pensato d'es* 
sere obbligato, ma avendomi poi aperti gli occhi il mio confes* 
sono» son comparso a soddisbre al debito, mio. 

7. Int. De fama dicti Belrami, tama apud se quam apud 
alios? 



- MI- 

(Se gli dimanda della fama, per conoscere il di loistat 
ed anco il grado deirabiura che si deve intimare al reo» percb 
se la fama cattiva sarà grande, farà mutare alle volte il grad 
deirabiura, rendendo sospetto de veementi chi per altro sar^ 
sospetto solo de levi). 

Resp. Belramo è uomo colerico , del resto non ho cosa 2 
contrario circa la sua fama. 

8. Int. Àn odio, vel amore, et super inimiciUa aliisque gè 
neralibus, etc. 

(Quest'interrogazione dimanda se quel che ha deposto ì 
denunziante Tha deposto per odio che porti a Belramo; poich 
in questo caso il suo detto si diminuirebbe di credito, si rice 
verghe però con la sua diminuzione ; se T ha deposto pe 
amore, cioè in grazia, per far servizio a qualcuno. E se h 
oppure ha avuto qualche inimicizia; ed in tal caso si fa espr 
mere la causa deirinimicizia, e se segui la riconciliazione, quandi 
e come stanno di presente. Per le altre cose generali slntend 
che beni possiede, se si confessa, se si comunica, e da eh 
tempo in qua non Tha fotte; se gli è stato dato promess 
cosa .veruna per quest'esame, se gli e stato detto insegnai 
quello che doveva dire, e cose simili: le quali cose generali 1 
faranno dire ad una per una quando ci fosse qualche sospett 
di fatalità, che per altro non occorre tante minuzie» bastand 
deirodió, deiramore e deirinimicizia; e quando tutto vadi beni 
che non ci sia veruna di queste tre cose, si fa scrìvere: R^ 
pondit Recto). 

9. Quibus habitis et acceptatis dimissus fuit , iuratus é 
silentio et perfecta sua depositione, se subscrìpsit. 

Io Tizio Cedrari affermo quanto sopra di mano propria. 

E se non saprà scrìvere , si noterà : 

Pro ut diiit, cum nesciret scribere, fecit signum crucis. 

Signum t Titii Cedrari. 
(A quello eh' avrà denunziato si darà il giuramento e 
non parlare con nessuno di quello che avrà deposto : ed i 
cause gravi si può aggiungere la scomunica, ed anco la peo 
pecuoiarìa ; che alcuni stimando più delle pene spirìtuali, sempi 
se gli farà leggere dal notare la disposizione, siccome si far 
in tutti gli esami , siano del testimonio dei rei ; altrimeo 
Tesarne non è da dottori stimato mai compito). 

10. Ada sunt haec per me Gurtium Signanum Sancti Offlc 
notarium. 



(U legatiti, ùssoi sottoscrixione del noterò, è neoessurit 
trimente che sena di essa la deposixione sarebbe nolla). 

Le cose generali notate fin qni si avranno a memoria per 
le replicate tante volte quante si feranno le medesime interro* 
galloni. 

1. DECRETO PER L^ESAME DEI TESTIMONI. 

(n decreto si fa per la continnazione della denunzia colle 
altre parti del processo, acciò il processo medesimo appaia ben 
* eoDnesso; e per camminare con segretezza, non occorre sempre 
te citare i testimoni , ma ordinare al mandatario che vada a 
Irofare il testimonio e gli dica che il padre vicario del Santo 
Oflido gli vuol dire una parola; ed arrivato, Tesamini). 

Stesso giorno. 

Attentis snpradictis, dominus decrevit et mandavit testes 
iDformatns citarì, examinari et processum fabricari. 
Ita est: Curtius Signanus S. Officii notarius. 



CITAZIONE. 

1 De mandato admodnm rev. patris vicarii S. Officii Auxi- 
mi, libi liartio Bellone praecipitur quatenus, spatio unius diei 
abhamm tibi facta prsesentatione , personaliter comparere de- 
beas coram eodem p. vicario prò interesse Sancti Officii etc., et 
hoc in et sub poena aureomm decem, locis piis, in caso con- 
tniTentionis, applicandorum ad arbitrium praefati patria vicarii, 
nec Don insuper et hoc in subsidinm, sub poena excommuni- 
tatioDis, etc. 

Et in eventum non comparìtionis prò prima die frequenti 
ad contradicendum, ne condemnerìs in pcenamspreti praseepti: 
^t^ in nostra mansione, die 5 jonii 1683. 

Ita est: Curtius Signanus Sancii Officii notarius* 

Formata che sarà la citazione in questa o simil guisa, s'or- 
dinerà al messo che la presenti, e si farà apparire nel processo 
di qoesrordine a commissione con simili parole: - 



Praefatos adm. R. P. vicario commisit et imposuit ae in man* 
datìs.dedit et dat Balduino de Ruslici8 mandatario» praBseDtIi 
quatenus ex sui parte et maDdato Tadat, portet et in scriptis 
det Martio Bellone copiam citationis praefalae, et eo» persona- 
liter non reperto, dimittat ad domum sua^ habitationis, etc. 

Ita est : Curtius Signanus S. OfiQcii notarius. 

E dopo che sarà stata presentata la citazione, si registri 
nel processo ancora la relazione del mandatario, cosi: • 

fiiomo 5 giugno^ 1382. 

PrsBdictus Balduinus de Rustici^ mandatarius Sancti Officii,. 
ìens et rediens, retulit praBdicto adm. R. P. vicario et mihi 
Botario infrascripto se praBsentasse personaliter Martio Bollono 
supradicto schedulam sibi traditam. 

Ita est: Curtius Signanus S. Officii notarius. 

E quando non si trovasse la persona, si dovrà affiggere o 
lasciare nella propria casa, dicendo nella citazione: Se presen- 
tasse ad domum babitationis Martii Belloni supradicti scbedu- 
lam sibi traditam et eam affixisse, reliquisse et publicasse, et&« 

(Quando poi facesse resistenza , allora si mandi la cita - 
zione: e la forma si vedrà qui dirimpetto; si farà presentai 
in proprie mani del testimonio, o si lascerà nella sua casa, < 
tutto con la segretezza possibile. Si metterà nella citazione vl^mì 
termine competente al testimonio per comparire, considerata !Ma 
qualità della persona, la distanza del luogo e Toccasione d^l 
negozio. Avvertirà però il vicario di non venire in ninna m^r^- 
niera all'esame dei testimoni , se prima non avrà mandata ^8 
denunzia al padre inquisitore e non avrà ricevuto da esso Tc^r- 
dine d' esaminare i testimoni medesimi. Potrà però , quanc^o 
porterà il caso, visitare e descrivere il corpo del delitto, acc^i() 
non facendosi subito non porti il pericolo che non si pos^a 
far più). 

ESAiME DEL PRIMO TESTIMONIO. 

. Giorno 6 giugno, 1382. 

Citatus personaliter comparuit coram adm. R. P. vicario 
Sancti Officii Auximi , existente in sacrario Sancti Marci , ìa 
meique, eie. 



Martins filios Arcadii Belloni, de Pisanro, aBlatìs innoram 
TiglDtisék, exercens artem calceolaria habitans Aoiimi, sub 
parodìia Minori, cui delato ioramento ventati dicendaB, qaod 
praBsUtit tactis sacris lìtterìs, fuit per D. 

3. Se il testimonio sarà citato si noterà : Gilatis persona^ 
liter comparait, etc; se sarà né citato, né chiamato, ma verri 
da sé, scrìverà il notare': Nec citatos, nec vocatus, personaliter 
compamit etc. E questa dottrina s' intenderà anco del reo, il 
quale poò comparire o chiamato o citato, oppure da sé, né 
duamato né citato. 

4. Int. Àn sciat, vel imaginetor cansam suae vocationis et 
praBsentis examinis? 

(Qaando si esamina on testimonio, sempre per la prima 
interrogazione si fa questa. Altri sogliono incominciare con 
ffire: Qaomodo huc accesserit, an citatus, vel vocatus, vel 
spoDte; e per la seconda interrogazione fanno poi questa del 
Domerò 4). 

Resp. Io non so, né m'imagino la causa per la quale V. R. 
m'abbia latto citare ed ora mi voglia esaminare. 

5. InL An cogooscat aliquem basreticum, sortilegum, blas- 
pbemam, poligamum, vel quomodolibet de haeresi suspectum ? 

(Nella seconda interrogazione si numerano alcuni delitti 
spettanti al Sant'Officio, e si mette dentro quel delitto che si 
^ cercando; come s' è fatto nella presente interrogazione, in 
<]Qella ip^TOÌdL blasphemum). 

Resp. Io non conosco alcuna di queste sorta di persone. 

6. Int. Ubi fuerìt anno elapso, quid fecerìt et cum quo 
^el quibus fuerìt solitus conversarì? 

(Si fa la terza interrogazione per sapere se il testimonio 
liei tempo del delitto era in città. E si fa rendere ragione dei 
luoghi ne' quali è stato, delle conversazioni e delle operazioni 
tatte, acciò venga a confessare di avere giuocato nel luogo, e 
tempo del delitto, e d'averìo fatto con i detti testimoni. Se con- 
fesserà d'avere giuocato ne'suddetti luogo e tempo con i sud- 
detti, sMnoltrerà ad interrogarlo : An dictis loco, tempore et 
occasione perdendi viderit aliquam personam irascì. E poi: An 
dictis loco, tempore et occasione audierit aliquam personam 
irasci et blasphemare, et quatenus etc. nominet. Se dice di si, 
s'ordini che riferìsca la qualità delie bestemmie, il numero 
delle volte, e se fu corretto. Quando poi dica di no, si vadi 
interrogando coirioterrogazione che segue, numero 7). 

Tamb. kiqtàs. Voi. n. 29 



Resp. Io tutto r aoDO passato fai in città ; sono caltolajo 
ed ho atteso a, far le scarpe, sebbene non manco di pigliarmi 
verso la sera qualche ora di divertimento con i miei compagni. 

7. Int. In quo ve! quibus exercitiis soleat se divertere, et 
quatenus, etc.» cum quibus sociis, in quo vel quibus locis et 
qua bora. 

(Si prende motivo di far quest'interrogazione da quelle 
parole del testimonio, che non manca di pigliarsi verso la sera 
qualche ora di divertimento con i suoi compagni. E questo è 
il modo d'argomentare è pigliare il motivo dalle parole di quello 
che risponde). 

Resp. Io mi soglio divertire nel giuoco della palla o delle 
càrie, e qualche volta anche ai dadi: si giucca alla palla da 
un capo air altro della piazza, ed alle carte e dadi, sovra una 
pietra grande eretta dalla banda sinistra della porta della citta, 
detta la Porta Grande, ed i miei compagni sono diversi: in 
particolare Marzio Belloni e Florido Galanti, e soglio giuocare 
con loro su le ventitré ore. 

8. Int. An meminerit anno prseterito circa solemnitatero 
Pentecostes, bora vigesima tertia ciciter, se lusisse super dictam 
|)etram taxìllis, et quatenus etc., cum quibus etc? 

(Qui si dimanda del giuoco che fu occasione della 
bestemmia, avendone dato motivo il medesimo testimonio con 
dire che si suol divertire nel giuoco della palla, delle carte e 
d^i dadi ; e s'interroga del luogo ov' è quella pietra , e del 
tempo, cioè dell'anno e della settimana e dell'ora di giuocare; 
e tutto questo s'è fatto per fargli nominare i compagni, alfine 
di sapere se fra essi c'è il bestemmiatore che si ricerca). 

Resp. Io non mi ricordo precisamente di quello che lei 
mi domanda ; ho ben memoria che l' anno passato, giuocando 
io ai dadi un giorno verso la sera con due miei compagni, 
passò una donna per nome MarQsa con un masso di rose, e 
glielo levai di mano e ne presi una, restituendo 1' altre; e da 
questo ricavo che poteva essere o poco avanti o poco dopo 
Pasqua rosata ; quali poi fossero i miei compagni io non me 
li ricordo bene, ma stimo sicuramente che fossero Florido e 
Beiramo, con ì quali soglio gjuocare più spesso, essendo ancor 
essi dell'arte mia. 

9. Int. An diclis, loco, tempore et occasione perdendi aliqua 
persona blasphemaverit ? 

(Le interrogazioni si fanno cominciando dal genere e discen- 



— Si:- 

dendo alla specie, e poi air indìTìduo, come si vedrà nelle (re 
interrogazioni che seguono ; e qui si comincia dai genere « 
cioè se alcQoa persona abbia bestemmiato» senza discendere né 
a Dio né alla Vergine, né ai santi. 

Resp. Io non mi ricordo che nel suddetto hìogo, tempo ed 
occasione di perdere, alcuna persona abbia bestemmiato. 

10. Int An diclis loco, tempore et occasione perdendi ali* 
qua persona blasphemaverìt contra Deum ? 

(Questa è un'internazione in ispecie, perchè si discende 
alla bestemmia contro Dio, potendo essere contro la Vergine ed 
i santi)* 

Resp. Io non ho sentito nel suddetto luogo, tempo ed oc* 
castone di perdere, alcuni di quelli che giuocavano che abbia 
bestemmiato contro Dio. 

11. Int. An dictis, loco, tempore et occasione perdendi ali* 
qua persona ira percita blasphemaverit centra Deum dicendo 
quater aot quinquies Puttana di Dio, et moYììtus ab uno, 
dixerit : Non mi romper la testa, se non vuoi che ti dia una 
pugnalata. 

(Qui si viene alFinlerrogazione deirindividuo ; cioè si di- 
manda s'ha detto Puttana di Dio quattro o cinque volte, e se» 
corretto, abbia risposto come qui si dice). 

Resp. Io non mi ricordo che nel suddetto luogo, tempo ed 
occasione di perdere, alcuno in collera dicesse quattro o cinque 
volte Puttana di Dio, e ripreso abbi risposto: Non mi romper 
la testa, se non vuoi che ti dia una pugnalata. , 

12. Int. Et ei dicto, in processu haberi dictis loco et tem- 
pore et occasione perdendi , aliquam personam ira percitam 
dixisse quater aut quinquies Puttana di Dio, et monita, abbia 
risposto: Non mi romper la testasse non vuoi che ti dia una 
pugnalata. 

Resp. Quare dicat ingenue veritatem. 
(Si fa quesf interrogazione o istanza , per spingere il 
testimonio a dir la verità, che forse niega per far servizio, o per 
non aggravare il. suo compagno. 

Parerà ad alcuno che avanti di far Tislanza, come nel nu- 
mero 12, si debba venire prima a queslMnlerrogazìorie, nomi- 
nando il preteso reo : And dictis loco , tempore et occasione 
perdendi , Beiramus ira percitus blasphemaverit centra D^^um 
qoater aot quinquies, dicendo Puttana di Dio, ecc. ; ma non 
81 può discendere a tal dimanda» perchè con essa si verrebbe 



-MS — 

a costitaire Belramo nel namero dei rei, e pare non si p 
ancora, non avendo contro di sé negli atti, se non il detto i 
4enanziante , il qnale non vale più del detto di Belramo , i 
sendo il detto Belramo eguale al detto del denunziante , \ 
esser fin qni in possesso della sua buona fama. E perchè B 
ramo non è anco udito in giudizio*, e contro di lui non e 
che un testimonio , questo solo non lo può porre nel numi 
dei rei se non confessa lui, o il secondo testimonio da sé n 
desimo coirinterrogazioni generali non depone che Belramo 
bestemmiato ; allora poi, avendosi due testimoni uniformi, n* 
Fesaminare il terzo si può liberamente venire alla detta inti 
rogazione deir individuo , essendo due testimonii suflBcient 
porre Belramo nel numero dei rei). 

Se nel processo s' ha che, nel suddetto luogo, tempo 
occasione di perdere , alcuna persona in collera dicesse qu; 
tro cinque volte Puttana di Dio^ ed ammonita abbia ris| 
sto: Non mi romper la testa, se non vuoi che ti dia una i 
gnalata. 

Resp. Io dico, che non udii niente. 

13. Int. Et monitus ad fatendam veritatem ut supra; n; 
si processo temporis Sanctum Offlcium venerit in cognit 
nem quod ipse examinatus tacuerit veritatem, poniet ipsi 
examinatum tanquam periurum , et modo incidit in exco 
municationem a qua non poterit absolvi, nisi ab eodem San 
Officio. 

(S'aspetta a fare questa monizione nel fine dell'osar 
come la più efficace per fare risolvere il testimonio a dire 
verità : e quando non si risolva , il giudice avrà fatte le s 
parti e lascerà il testimonio in pace). 

Resp. Ora mi ricordo che Tanno passato , e doveva ess< 
intorno a Pasqua rosata , per la rosa che presi dalle mani 
quella donna, giuocando io nel suddetto luogo con Beiramc 
Florido ai dadi, Belramo, per la gran sfortuna nel perde 
si pose a bestemmiare alcune volte contro Dio, e disse Putta 
di Dio; quante fossero le volte non me lo ricordo. 

14. Int. An Beiramus dictis loco , tempore et occasio 
fuerit ab aliqua, vel ab aliquibus personis obiurgatus, et qu 
teiius, etc? 

(Perchè il testimonio nella risposta ha lasciato di d 
questa circostanza, subito si fa spiegare per mezzo deirinteri 
gazione). 



— M9 — 

Resp. Io fui qoeUo che gridai a Belramo, ma lui maggior* 
mente sbadirò e minacciò di darmi una pugnalata. 

15. loL De praBsentibos, quando Belramns protnlil dictas 
Uaspbemias» nltra Floridom? 

(Tizio, Marzio e Florido sarebbero più cbe sofficienti per 
provare il delitto; ma perchè paò essere cbe Florido non anco 
esaminato nieghi nelPesame, si fo nominare a Marzio qualche 
altro testimonio da potersi esaminare, se pnre c'era e se ne ri- 
corda; e nelle cause pia gravi si procora d'accrescere il numero 
dm testimonii per bene impinguare il processo ed aggravare 
il reo). 

Resp. Vi erano molti i quali stavano a veder giuocare, ma 
Don mi ricordo chi fossero. 

16. Int. De fama prasfati Beirami tam apud se quam apud 
alios? 

(Quanto alle due ultime interrogazioni, si vide sul prin- 
cipio, nel fine della denunzia, ciò cbe s'è osservato; si lascia di 
ripetere per non tediare e non confondere i vicarii. Lo stesso 
si dice di tutte le cose generali toccate nella medesima denun- 
zia, alle quali sempre il vicario s'intenderà rimesso). 

Resp. Io tengo Belramo per bOon cristiano , e per tale è 
stimato comunemente^ se bene la collera lo fece prorompere in 
quelle bestemmie. 

17. Int. An ocjio, vel amore, et super inimicitia? 
Resp. Recte. 

18. Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratos de 
^leotio, et perfécto ei suo examine, se subscripsit. 

((ìnando si tratta del denunziante si dice: Perlecta ei sua 
depositione; ma parlandosi del testimonio, si scriverà: Perlecto 
^i suo examine). 

Io Marzio Belloni affermo quanto sopra di mano propria. 

Àcta sunt haec per me Gurtium Signanum Sancti Offici! 
i^otariom. 

ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO. 

1. Stesso giorno. 

(Quando il secondo testimonio e gli altri si esaminano 
^^\ medesimo giorno, si dirà : Eadem die, in mane; vel eadem 






— 132 — 

ha lutto del oaturale: gli si dìmaDda s*è solito a divertirsi: e 
rispondendo nel ginoco, s'interroga in qual giuoco ; e dicendo 
in quello dei dadi, si dimanda de'compagni, del luogo e quando 
cominciò a giuocare ai dadi; e quest'ultimo per sapere se aveva 
cominciato avanti il delitto o quella volta che si bestemmiò; 
perchè se fosse dopo, non sarebbe testimonio: avuto questo, si 
viene airoccasione di bestemmiare, che fu la perdita, e poi si 
discende alla bestemmia stessa ed a quello che segue. 

Risp. Io verso la sera, dopo aver lavorato tutto il giorno, 
mi pongo a giuocare con qualcuno de' miei compagni ed alle 
volte con più. 

10. Int. Quo ludo soleat ludere et ubi et cum quibus? 
Resp. Soglio giuocare alla palla, alle carte ed ai dadi, e 

sempre in piazza ; ed i miei compagni sono Belramo e Marzio 
già noti a V. R. 

11. Int. In quo loco plateae sit solitus ludere taxillis cum 
praBfatis suis sociis ? 

(Qui si dimanda di quel luogo che i dottori chiamane 
locus loci; cioè il luogo limitato e preciso). 

Resp. Eravamo soliti giuocare sopra una pietra posta dalla 
banda sinistra della Porta Grande della città. 

12. Int. A quo tempore incaeperit ludum taxillorum super 
praBfatam petram cum sociis ut supra ? 

(Con l'occasione della risposta a quest'interrogazione si 
noteranno quelle parole: Ho detto male ecc.: s'è detto cosi per 
non cassare quell'altre non ben dette - noi quattro -, per dare 
ad intendere che ne'processi si devono fuggire più che si può le 
cassature e trovare qualche ripiego per non cassare. Quando 
servivo nei Sant'Ufficio di Roma c'era uno di quei signori can- 
cellieri di tanta felicità che non cassava mai , ma sempre io 
qualche errore trovava il suo ripiego. Qualora poi non si possa 
di meno, si cassi in modo che tutte le parole si possano leg- 
gere, per non dar sospetto alla parte). 

Resp. Sarà un anno in circa clie cominciammo a giuocare 
ai dadi noi quattro: ho detto male, noi tre, cioè: Belramo, Mar- 
zio ed io. 

13. Int. A dictis loco, tempore et ludo aliquis perdiderit, 
et quatenus etc? 

Resp. Certo è che in quel giuoco qualcuno avrà perduto ; 
chi poi perdesse, non me lo ricordo. 

14. Int. An dictis loco, tempore et ludo aliqua persona per- 
diderit et occasione perdendi blaspbemaverit ? 



— «33 — 

(Ecco rinterrogazione in genere). 
Resp. Io non so che nel suddetto luogo, tempo e giuoco^ 
alcuno perdesse e con occasione di perdere bestemmiasse. 

15. Int. An diÈtis loco , tempore et occasione aliquis ira 
percilus blasphemaverit contra Deum? 

(Si veda rinterrogazione in specie). 
Resp. Io non so niente di quel tanto che V. S. mi do- 
maDda. 

16. Int. An dictis loco » tempore et occasione aliquis per 
percilus blasphemaverit contra Deum, dicendo qunter aut quin* 
qoies Puttana di Dio, et obiurgatus responderit: Non mi romper 
h testa, se non vuoi che ti dia una pugnalata ? 

(Si osservi rinterrogazione in individuo' quanto alle 
bestemmie , numero delie volte ed alla correzione e sua ri* 



Resp. Può essere che nel suddetto luogo, tempo ed occa- 
sione, qualcuno de' miei compagni in collera abbia bestemmiato 
contro Dio, dicendo Puttana di Dio, e ripreso abbia risposto: 
Non mi romper la testa, se non vuoi che ti dia una pugnalata; 
m io non me lo ricordo e vorrei averne memoria. 

17. Int. An dictis loco, tempore et occasione Beiramus ira 
pereitQs blasphemaverit contra Deum, dicendo qua ter aut quin- 
qoies Puttana di Dio, et obiurgatus respondit: Non mi romper 
la testa, se non vuoi che dia una pugnalata ? 

(Quesf interrogazione è in individuo quanto al delitto e 
numero delle volte, e quanto alla persona, cioè Belramo: quando 
qnisi tratta del genere, specie e individuo, non si pigliano in 
senso logico o metafisico , non si considerando qui le nature 
stratte, come fanno i logici e i metafisici, ma si prende il gè- 
oere per una cosa comune o totale, la specie per una porle di 
qnd comune , e Y individuo per una parte di quella specie , 
come si può vedere in queste tre interrogazioni ; il genere poi, 
ia specie e Tindividuo cadono altre volte sovra il tempo, altre 
som il luogo, altre sovra il delitto, altre sovra le persone e altre 
sovra il numero delle volle). 

Resp. Io non mi ricordo che Belramo nel detto luogo , 
tempo ed occasione, in collera abbia bestemmiato, dicendo quat- 
tro cinque volte Puttana di Dio, e ripreso da Marzio abbia 
risposto : No6 mi romper la testa, se non vuoi qhe ti dia una 
pugnalata. 

18. Tunc, ad excitandam memoriam ipsius examinaUp de* 

Tamb. Inquis, Voi. II. 80' >^ 



— «54- 

mandato D. etc. faeront per me etc. lecte etc. locis etc. saf 
pressis etc. Qaibas: per ipsom etc. bene auditis ac iotellectì 
prò ut asseruit. 

(Quando si presume che il testimonio neghi di dir 1 
verità per fallo di memoria» se 'gli fanno leggere le deposiùoi 
dei testimoni, che hanno detto in quel tempo esser stato h 
presente, ma il nome dei testimoni si tacerà, e si leggei 
puramente quello che sarà al proposito della causa o d 
punto della causa che si cerca. Si fanno anche leggere quand 
si dubita di malizia, per incalzarlo e farlo risolvere a dire 1 
verità. 

Avvertiranno i signori vicarii cheJa medesima formola dell 
bestemmie potrà ancor servire, mutatis mùtandis , nelle caus 
di proposizioni ereticali* erronee e che sanno d'eresia. 

Saranno anco avvertiti che se qualche testimonio r intei 
rogato in ispecie del delitto, avesse variato o nella bestemmi 
nel tempo, o nel luogo, o neir occasione (secondo che avi 
deposto il denunziante) , dovranno i vicarii di nuovo interrc 
garlo se precisamente ha sentito quella precisa bestemmia ni 
tal luogo, tempo ed occasione deposte dal denunziante; perct 
rispondendo di no , esso testimonio resta singolare nella b( 
stemmia da esso deposta e non riferita dal denunziante; i 
risponde di si, resta conteste per una volta in quanto conviec 
col denunziante, e singolare per un'altra secondo quello che t 
udito esso solo in altro tempo o luogo od occasione ; il et 
accade spessissimo, cioè che un testimonio abbia sentito besteu 
miare da solo a solo o alla presenza d'altri. 

E quando nell'interrogazione che si fa a fine di farlo coi 
testare il testimonio negasse, sappia il vicario che sebbene 
testimonio ha deposta la bestemmia con la singolarità , ne 
deve subito fermarsi (benché sia la stessa bestemmia , eoa 
molte volte i testimoni fanno attendendo l'uniformità della hi 
stemmia o proposizione ereticale, senza considerare la singi 
larità e contestura), ma deve venire alla specialità del luog 
tempo ed occasione ; e persistendo nella negativa, si deve ani 
ammonire che si ha in processo che esso si trovò presente n 
tal luogo, tempo ed occasione, quando quel tale bestemmii 
tutto ciò servirà per illuminare il vicario a non fermarsi si 
bito che il testimonio avrà deposto la bestemmia o propos 
zione ereticale d'altro tempo, luogo od occasione^ ma indaga 
la contestura che fa per il fisco). 




ci 



03 

o 



o 



Res|i. Io tio inteso quello che m'ha detio il siitnor notajo» 
cioò che nel suddetto luogo, tempo ed occasione » Belnmo in 
coUera abbia detto, presente me, contro Dio, quattro o cinque 
lolte PttAaiia di Dio, e ripreso da Manie, abbia risposto: Non 
mi romper la testa, se non ¥Uoi che ti dia una pugnalata ; e 
dico assolutamente non mi ricordo dì questo, 

19. Et monitus ad fotendam yerìtalem ut sopra etc.» honore 
Dei et prò exoneratione propri» conscientiae* 

Resp. lo ho detta la verità, che non so niente di quello 
die lei cerca da me, e sempre dirò lo stesso. 

Et cum nihil aliud posset haberi, dimissus fuit, iuratus de 
flleotio; et cum nesciret scribere, fecit signum crucis, perlecto 
ei suo examine: signum crucis f Floridi Galanti, 

Acta sunt base per me Gurtium Signanum Sancti Officii 
Dotariom. 

NB. Segue la sentenza in latino, che omettiamo per bre- 
vità, colla quale il Belramo venne condannato a cinque anni 
di prigionia , da scontarsi nella carcere in cui più tardi fu 
coDdannato il povero Torquato Tasso, 



SEGONDÀ DENUNZIA DEI SORTILEGI 



Giorno 4 giugno 1382. 

1. Sponte personaliter comparuit coram admodum R. P. 
iricario Sancti Officii Àuximi, existente in propria cella* in 
melque, eie. 

Demetrius Alias Artimisii Beviaceto de Castrovilla, astatis 
aoDorom quinquaginta, mercator degens sub parochia magna; 
cui delato iuramento veritatis dicendao, quod prasstitit tacila 
sacris literìs, exposait ut infra. 

(In tre maniere si possono formare i processi, cioè per 
^a d'accusa, per via d'inquisizione e per via di denunzia. Nel 
Sant'Ufficio in questi tempi non si fanno i processi in materia 
<li fède se. non nella terza maniera, essendo questa stimata la 
Wi breve, la più facile e la più sicura; e però da tutti l ministri 
ei deve osservare, se non vi fosse qualche accidente che obbli- 
gasse a camminare in altra maniera). 

2. Saranno sei mesi circa, non mi ricordo del giorno pre* 



— M6 — 

ciso, ma era verso il fine di carnevale, su le ventitré .ore,ch'ic 
stando sovra d' an balcone dìi casa mia con Adolfo Paocaldi 
cliimrgo della città a con Belardo Anlinori, vedemmo un tire 
di piètra lontano, dalla banda destra del balcone» quattro o sei 
persone che cavavano attorno ad una muraglia antica mezze 
diroccata, e fra questi c'era un prete greco, che si chiama comu- 
nemente il papasso, il quale aveva la colla e stola, e. teneva 
in mano un libro in ottavo ed una candela accesa, e mostrava 
di leggere in quel libro, e di quando in quando faceva delk 
croci stravaganti, cominciando aito assai, e poi discendeva a 
basso da tutte le parti della fossa; e pigliava colle dita l^acqus 
da un bicchiere che teneva un ragazzo, e la sprezzava dentrc 
ia cava, e ci buttava anco del sale e delle foglie d'oliva; qual 
non so però se fossero secche o verdi, e gli ho veduti cavare 
in quella maniera solamente quella volta: né mi sono potute 
ingannare, perchè ho veduto tutte le cose narrate cogli occhi 
propri. E sono venuto davanti a V» R. per iscaricare la mi{ 
eoscienea, d' ordine del mio padre spirituale. 

(Nel corpo della denunzia s'esprimono otto circostanze 
cioè tempo, luogo, testimoni, numero delle volte, causa della 
scienza, complici, occasione e gr islrumenli superstiziosi. Nelle 
interrogaziomi ^i di sotto si dioAnia deMa fama^^ sovra Pini 
micizia, come si vedrà più a basso). 

3. Int. An sciai vel dici audiverit dictas olivas, salem, can- 
delam et aquam fuisse benedictas? 

Resp. Io non so veramente se le ulive, il sale, la candela 
e r acqua fossero benedette; io però li stimai tali, e cosi h 
tenevan quelli ch'erano meco: perchór a che fine adoperare 
una candela accesa di giorno? ed a che fine poteva servire 
l'acqua, il sale e le palme non benedette? Coloro dovevano cer 
care i danari, ed avranno adoperate quelle cose benedette cou 
tro i demonii, acciò non l'impedissero di trovarli. 

4. Int. De fama dicli presbyteri, vulgo il papasso? 
Resp. Questo papasso dicono che sia cristiano greco e che 

si trovi in queste parli per riconciliarsi con la Chiesa cattolica; 
altri non mancano di dire che sia una spia del Gran Turco. 

5. Int. Quaretamdiu distulerit denunciare praefata in Sanctc 
Officio? 

Resp. Per non riflettere d'essere obbligalo, come ho avver? 
lilo dopo aver letti gli editti del Sant'Ufficio, e per avermelo 
detto il confessore. 



— M7- 

tt. Int. Aa odio, Tei amore, et super inimicitia t 

Resp. Recte. 

Qoibas habitis et acceptatis, dimissas foit, iuratus de Silen- 
(io; et perlecta ei sua depositione, se subscripsit. 

Io Demetrio Beviaceto affermo quanto sopra di mano propria. 

Acta SQDt baec per me Cartìum SignaDom Sancii Officit 
Qotarìam. 



DECRETO SUCCESSIVO. 



Dominos decrevit testes informatos ettari, examinarì, et 
proeessmd fobricari. 

Ita est : Gurtins Signanus Sancti Officii notarìns. 



CITAZIONE. 
De mandato adm. R. P. vicarìi Sancti Officii, etc. 

ESAME DEL PRIMO TESTIMONIO. 



Giorno 5 giugno 1382. 

Citatus personaliter comparuit coram adm. R. P. vicario 
Sancti Officii Auximi, existente in propria mansione, in mei? 
9ie, etc. 

Adulphus filius q. Arcadii Pancaldi de Piperno, aBtatis an* 
norom triginta quinque, exercens artem chirurgi, degens sub 
parodìia Solari; cui delato iuramento veritatis dicendae, quod 
PraB$titit tactis sacris iitterìs, fuit per D. 

1. Int An sciat vel imaginetur causam suae citationis et 
Pn^ntis examinis ? 

Resp. Se V. S. non mi dice la causa, io non so niente. 

2. Int: An cognoscat aliquem haBreticum, sortilegum, bla- 
^Pi^um, poligamum, yel quomodolibet de baeresi.suspectum? 



Resp. Dio mi guardi eh'io conosca alcQoa di queste sorta 
di persone delle qaali V. S. m' interroga. 

3. Int. De tempore quo manet in hac civitate ? 

(Si fa questa, interrogazione e quella che segue per sco* 
prire se nel tempo del delitto si trovava in città ; ed a questo 
s'avrà sempre rocchio io simili casi, perchè se negasse d'esser 
stato in città, sareU)e finito Pesame). 

Resp. Saranno due anni in circa ch'io servo di chirurgo in 
questa città. 

4. Int. An tempore bacchanalium proxime praeteritorum 
unquam discesserit ab hac civitate ? 

Resp. Diverse volte sarò partito in tempo di carnevale, per 
occasione dell' arte mia dalla città , ma la sera sarò ritornato. 

5. Int. An cognoscat Demetrium Bevìacetum et quatenus a 
quo tempore? etc. 

(Per sapere se fu in casa di Demetrio, e s'afibcdasse at 
balcone, e da qui vedesse il delitto che si cerca, ottimo mezza 
è dimandargli se lo conosce, per dimandargli poi come nella 
sesta interrogazione). 

Resp. Demetrio Bevìaceto è il più grand'amico che m'abbi 
in questa città ed è delle prime amicizie eh' io feci quando 
venni. 

6. Int. An unquam adiverit eius domum et quatenus T etc. 
(Se non fosse andato in casa di Demetrio, né meno sa- 
rebbe stato sul balcone e non avrebbe veduto il delitto). 

Resp. Signor si, che sono andato in sua casa, non una, ma 
cento volte, si per l'amicizia c'ho seco> come per qualche ser- 
vizio, ed in particolare per curare un suo figlino lino. 

7. Int. An domus dicti sui amici habeat aliquod podium » 
et quatenus, etc. an quandoque ad illud accesserit, et si solus,. 
vel associatus, et qua bora? 

(Qui s'ha la mira di far dichiarare sé stesso testimonia 
oculare del delitto, con le circostanze del luogo, cioè di quel 
balcone e del tempo, cioè di quel giorno su le ventitré ore, e 
far scoprire gli altri testimonii, per potere poi dopo lui esami* 
narli). 

Resp. La casa di Demetrio ha un poggioolo o sia balcone 
posto all'oriente, e non si può vedere la più bell'opera; e ci sona 
stato assai volte in compagnia sua e d'altri, ed in diverse ore» 
secondo roccorrenze. 

8. Int. An quandoque , dum esset in dicto podio una cum 



Demetrio et qoodam alio, circa horam Tigesimam terUam, ?iderit 
aiiqmd riogolareT 

(Si tratta io individoo del balcoDe e di Demetrio , e si 
tocca in graefo il giorno, il secondo testimonio non nominato 
o il delitto; e questa generalità basta acciò Pinterrogaiione non 
sb soggestiTa). 

Resp. Io non mi ricordo, in tempo ch'ero con Demetrio e 
qualche altro in detto balcone, su le yentitrè ore, d'aver mai 
veduta cosa particolare. 

9. Int An tempore bacchanalium proxime prsBterìtorum 
qnodam sero, circa horam vigesimam tertiam, dum ipse exami* 
natus esset io dìcto podio cum Demetrio et qnodam alio, viderit 
a parte dextera dicti podii, in distantia unius jactus lapidis, ali- 
quid singulare? 

(Nella precedente interrogazione si parlava del giorno in 
genere, cioè d'un giorno senza determinare di qual settimana, 
o di qual mese, o di qual anno ; qui si viene a trattare d' un 
giorno di carnevale prossimo passato, su le ventitré ore, e di 
Demetrio e del balcone e della distanza del balcone dal delitto; 
ma si tace il nome del testimonio e la qualità del delitto; e tal 
soppressione di nome e di delitto basta anco. per isfuggire la 
suggestione viziosa). 
Resp. Padre, no. 

10. Int. An dictis loco, tempore, distantia et societate, dum 
confabolaretur ad invicem, viderìnt aliquem presbyterum cum 
quibusdam aliis, et quatenus nominet et dicat ubi ^rant, quid 
feciebant et quomodo erant induti ? 

(S'epiloga in questa interrogazione tutto ciò che s'è di- 
mandato nella nona, e si viene a dimandare in genere del de- 
linquente con i suoi compagni, cioè d'un prete con cert'altri, e 
s'apre la strada per sapere in individuo chi era questo prete e 
suoi compagni, dove erano, che facevano e com'erano vestiti; e 
dalla risposta si saprà quel che si cercava). 

Resp. Ora mi ricordo che un giorno di questo carnevale 
prossimo passato, e potevano essere ventitré ore, stando io sul 
balcone della casa di Demetrio, in compagnia sua e di Belardo 
Antinorì, vedessimo dalla banda destra di detto balcone , poco 
lontano, un prete greco che da un anno in qua si trova in queste 
parti, e se gli dice comunemente il papasso, ed in sua compa- 
gnia erano quattro o cinque contadini vestiti con gli abiti soliti 
ioro^ con le pale e zappe. 11 prete era vestito di cotta e stola, e 



tielld mano sinistra aveva od libro aperto, poto grande, e xoà 
la destra teneva una candela accesa, e con esssa faceva ivi molte 
croci, sotto e sopra e da tutte le bande; e quei contadini cava- 
vano allegramente con molta fretta la terra vicino ad una mu- 
raglia mezzo diroccatia, e fecero una bella fossa. 

11. Int. An dictis loco, tempore ed occasione ille presby- 
ter vel ristici projécerint aliquid in dictam foveam , et quate- 
Qus, etc. 

(E perchè in questa risposta non ha anco detto tatto il 
delitto cho s'appartiene al Sant'Officio, se gli fa quest'altra in- 
terrogazione in genere ; cioè s' abbino gettato qualche cosa ìd 
quella cava che avevano fatta). 

Resp. Io non vidi che i contadini gettassero cosa verona 
in quella fossa ; osservai bensì che il prete aveva un libro ove 
leggeva, e teneva una candela accesa in mano, con la quale 
faceva molte croci sotto e sopra, e pigliava colle dita F acqua 
da un bicchiere che teneva un ragazzo, e la spruzzava dentre 
la fossa, e vi gettava anche del sale e delle foglie d'olivo: del 
resto non vidi altro. 

12. Int. An sciat, vel dici audierit, dictam candelam et 
salem et aquam et folia olivarum fuisse benedictas. 

(Fin qui nemmeno abbiamo tatto il. delitto attinente al 
Santo Tribunale; e però si viene ad interrogarlo se quelle cose 
erana benedette, perchè in questo caso farebbero V operazione 
più sortilega e soggetta al foro del Sant' Officio. Né questa 
interrogazione si può chiamare suggestiva, viziosa, perchè il 
testimonio con la sua confessione ha aperta la strada di poteteli 
fare anco questa interrogazione. 

Resp. Coloro, a vedere, cercavano i denari ; ed avendo il 
prete la cotta e la stola, bisogna dire che quelle cose, cioè la 
candela, il sale, Tacqua e le foglie d'olivo, fossero benedette. 

13. Int. De fama dicti presbyteri (vulgo il papasso) tam 
apud se quam apud alios. 

Resp. Io non conosco questo papasso se non di vista ; 
alcuni dicono che sia un vagabondo, ed altri che vadi osser- 
vando ritalia per farne la relazione in Turchia. 

14. Int. An odio, vel amore, et super inimicitia? ctc. 
Resp. Recte. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, iuratas de silentio; 
et perlecto ei suo examine, se subscrìpsit. 

Io Adolfo Pancaldi affermo quanto sopra di mano propria. 



-3M — 

Acta sani haac per ne Corliom SignsDiioi Sancii Qffidl 
nolarioB. 

ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO. 

Vocatos persooaliter comparait coram, ubi sopra, in ma* 
qoe, eie 

Belardos fliios Cerìani AoUnorì de BelloTideri, setatis 
annomm viginti octo» miles, de^ens sub parochìa Palmari : Cai 
delato joramento ferìtatis diceod^e, qood prsestitil lactis sacrìs 
litterìs» foit pò* D. 

1. Int. An sciat, vel imaginetor cansam su» vocationis et 
ineaentis examlnis? 

Resp. Io non so né m' immagino la causa perchè V. & 
m' aM)i chiamato ed ora mi voglia esaminare. 

2. Int. An cognoscat Demetrìom Beviacetum, Adulphum 
Pancaldum, Belardum Antinorum et quemdam presbyterum grs^ 
cum qui vulgo dicitur il papasso, et quatenus, etc. 

(Qui s'osserva la regola toccata di sopra » di mettere 
avanti gli occhi tutti i testimoni» e il delinquente cosi nuda- 
mente^ acciò venendosi a toccare il delitto in geilere, subito si 
venga a ricordare di quel che avrà veduto). 

Resp. Io conosco da qualche anno in qua Demetrio Hevia- 
ceto, Adolfo Pancaldi e Belardo Antinori ; e il papasso ssirà un 
mese che cominciai a conoscerlo, con occasione che si va trat- 
tenendo in qualche bottega, e discorre delle cose di lavante, 
delle quali io mollo mi diletto. 

3. Int. An cognoscat aliquem haBreticum, sortilegum, blaa- 
phemum, poligamum, vel quomodolibet do hasresi suspectumT 

Resp lo non conosco alcuna di queste sorta di persone 
delle quali m' interroga. 

4. Int. An unquam accesserit domum Demetrii Beviaceti, 
et an habeat aliquam practicam dictae domus? 

Resp. Diverse volte sono stato in casa di Demetrio Bevia- 
ceto; non ho però altra pratica che delPingresso della scala e 
della sala, non essendo mai entrato nelle stanze. 

6. Int. An sciat, vel dici audierìt, dictam domum habere 
aliquod podium ? 

Resp. Padre si, che la casa di Demetrio ha un fKiggiolo 
cbe lui chiama balcone, ed è in mezzo della sala verso rorientc* 

Tamb. Inquii. Voi 11 51 



— 242 —, 

(Si notino le interrogazioni che seguono, le quali sodo 
tutte ordinate una diietro air altra, e naturalmente portano al 
delitto che si cerca). 

6. Int, Àn ìpse examinatus quandoque fuerìt super dictum 
podium ? 

Resp. Sarò stato sopra detto poggiolo , o balcone , otto o 
dieci volte. 

7. Int. An tempore bacchanalium proxime prseteritornm, 
quodam die fuerit super dictum podium, et quatenus, etc. An 
solus, vel associatus, et qua hora et qua occasione ? 

Resp. Mi ricordo che ci fui un giorno di questo carnevale, 
e stimo che fosse il venerdì dopo il giovedì grasso; e me lo 
ricordo perchè si ballò tutta la notte, e la mattina del venerdì 
mi levai molto tardi. In mia compagnia era Demetrio e Adolfo 
Pancaldi chirurgo, che aveva medicato un figliuolo dellMstesso 
Demetrio; non mi ricordo dell'ora, ma so ch'era tarda, e Toc- 
casione di ritirarsi sul poggiolo fu per discorrere del grave 
.male del pullino. 

8. Int. An dictis loco, tempore et occasione viderint aliquid 
singulare ex aliqua parte dicli podii? 

Resp. Giacché V. P. ha più sopra nominato il papasso, mi 
don venuto a ricordare che vedessimo lui stesso in compagnia 
d'alcuni contadini, i quali facevano una fossa vicino ad una 
.muraglia me^zo diroccata. 

9. Int. Ex qua parte dicti podii fodiebant prasfati rustici, et 
quantam distanliam a dicto podio ? Et quid faciebat diclus pa- 
passus ? 

(Si dimanda questo per verificare V identità e di quella 
banda o parte dove facevano la fossa, e della distanza del ca- 
vamento dal balcone). 

Resp. Quei contadini cavavano dalla banda destra di detto 
poggiolo, che sarà slato alla distanza di mezzo tiro di pistola. 
\\ papasso stava in piedi ed aveva da una mano una candela 
;^'.xesa che poteva essere di un'oncia, e dall'altra un libro come 
le grammatica del Bonciario, ed aveva cotta e stola; vicino a 
lui: c'era un ragazzo, che in una mano aveva un bicchier d'acqua 
e con Taltra teneva una palma; ed il papasso gettava di quando 
in quando nella fossa delle foglie di palma, e con le dita pi- 
gliava l'acqua da quel bicchiere e spruzzavala nella fossa; e lo 
avrà fatto cinque o sei volle, come altrettante volte vi avrà gel- 
tate dello foglie di quella palma. Con la candela fece un gran 



noBOO di end» ai cn no modd stnoi^iite: ciiMiMten di 
sopra poi dBcenden sanpre facindo croci» e eoa bm^in ite 
tutte le brade» per coi noi ci iMniv^lbvaiiDO in tv^liiw i|iie$l» 
faccenda: mi ricordo anco che gettò più nrile del sale che m 
coDtaiyoo gli porgeva in ona carta. 

10. Int. An sciat» Tri dici andieriL dictas palmas. cande^ 
lam, salem et qnam foisse benedictas? 

Re^. lo m'imagino di sì, per la cotta e la stola delle quali 
era mestilo il papasso» ma non lo so di certo. 

11. Int Qoanto tempore dnraTerit ìUa fossio, et quid fece* 
fìnt recedendo ab illa? 

(Perchè pad essere che nel proseguire ropentione e nel 
partire dal loogo del delitto abbiano fatta qualche altra super^ 
stinone, à b questa dimanda; e non dicendo cosa di nuovo « 
noD occorre ricercare gli altri testimoni circa di questo). 

Resp. Dorò fino ali' Ave MariOy e poi partironsi da quel 
loogo» e noi ci levammo dal poggiolo senxa aver veduto altro* 

12. InL De foma dicti papassi, tam apud se, quam apud 
alios ? 

Resp. Io per me non ho niente in contrario circa il pa- 
passo; quello che sia presso gli altri, non so. 

13. Int. An odio, vel amore et saper inimlcitia? 
Resp. Recte. 

Qulbus habìtis et acceptatis, dimissus fait, juratus do si* 
lentio; et perlecto ei suo examine, cum (prò ut dixlt) nesclrel 
scrìbere, fecit signom Crucis. 

Signum Crucis f Belardi Antinori. 

Acta sunt baec per me Curtium Signanum Sancii Odici I 
notarium. 



TERZA DENUNZIA D'UNA DONNA SOLLECITATA 
A TURPITUDINE NELLA CONFESSIONE SACIIAMENTALK. 



Roma, giorno 7 lu/lw i'Mt. 

Sponte personaiiler comparuit coram adrn. rev» patro vi- 
earìo S. OfQcii, existeote in ecclesia Sancii Marci Auxinii, in 
melque, etc. 

Simpronia Alia quondam Ribaldi Rivellini de Londifio; re* 



— ti4 — 

lieta qaoDdam Berilli Danori; a&tatis annoratn triginta; exercos 
artem malicbrem, et degens sub parochia Occidentali; col de- 
lato jurameoto veritatis diceadaB, qood pra^stitit tactis aaciis 
Utteris, exposoit ut infra: 

1. Per ordine dei mio confessore sono comparsa aTOOti V. 
R. per rappresentarle come la vigilia di san Gìofanni Battista» 
circa l'ora quattordicesima, m*andai a confessare nella chiesa di 
San Basilio, nffiziata dai padri greci, e mi posi in ginocchio in 
un confessionario di noce che sta alla destra di detta chiesa 
quando s'entra per la porta maggiore, vicino all'altare di san- 
t'Atanasio ; e questo confessionario è iLsolo da quella banda, e la 
di' lui grata ha i buchi grandetti , cui dentro ciascheduno si 
Vàie una bella crocetta ; non so però di che materia sia né 
la grata dò la crocetta, e la grata sarà grande come meuo fo- 
glio di carta. Ed avanti di cominciare la confessione, quel 
padre mi disse queste precise parole: < Tu sei bella e grazio- 
sa ; a me piace il tuo viso. ■ Io non diedi mente a queste aue 
parole, ma seguitai la mia confessione, e ricevuta la penitenza 
e Tassoluzione me ne partii. 

Il giorno pei di san Giovanni m'andai pure a confessare 
da lui che potevano essere quinidici ore , e sedeva nel mede- 
simo confessionario; nel tempo della confessione, avanti cioè 
che mi desse Tassoluziorle, mi disse che dovessi sempre andare 
a confessarmi da lui, per il genio che aveva verso la mia per- 
sona, e. che mi voleva esser padre. Dopo avermi data Tassola- 
zione, mi disse: < Andate, ma amatemi com'io amo voi. «Questo 
è quanto posso dire per scarico della mia coscienza. 

(In sumendis denunciationibus talis materiae, cautissime 
€t accurate procedere debebit vìcarius , procurando hat)ere a 
posnitenti sollicitata nomen ecclesisB, posituram et qualitatem 
confessionarii ; nomen , cognomen et patriam confessarli , aut 
saltem diligentem ipsius descriptionem. Curet etiam ut poenitens 
referat praecisa verba sibi dieta a confessarlo cuiuscumque ob- 
scaenitatis illa fuerint, et numerum eorumdem. llidem an acci- 
derint sollicitatìones immediate post, vel in confessione ipsa 
sacramentali, vel quocuroque alio pacto centra Bullam. Cavebit 
pariter vicarius petere a poenitente an coDsensum prsBstiterit ; 
«t si a se ipsa propalare! consensum, Lpsum non scribere. Imo 
animadvertens ipsiam velie suum consensum aperire, statim 
vicarius impediat. Ex alia parte, si viderit personam sollicitatam 
morosam in fatenda sollicitatione oh consensum pradstitum. 



Portar H qnd dm leular dkcn proprimi Cd D S Wis tt i i; imo 
éibehKuaù mnbutur; sed taDtam pnMradiliir qiiod IMMor 
<Iiiid sibi fixerìU Td fecerìt coofessarias. El scìit tk^tus tee 
omoia phirìes finsse ne doni ordìmta, oed elWDi inciikitii i 
Skl CoQgreptkMìe Sancii OfficiL 

i. lot De nomine, cc^omine et patria ditti confessarti t 
Resp. Ho inleso che questo confessore si chiami padre Eta^ 
risto, ma del cognome e della patria non so niente, tranne che 
è greco. 

3. Et ei dicto ut descrìberet dictnm patrem E?ari$tnro« 
Resp. n padre E?arìsto è di statura grande e grosv^io , di 

barba bianca e tanga come quella de' padri cappuccini, e porta 
sempre gli occhiali ; del resto non saprei dir altro. 

4. Int, An aliqua persona adverterit quando itictus pater 
Evarìslns se examinatam sollicìtavit ad lurpia in confessione 
sacramentali. 

(Perchè, può essere, che la sollecitata od il sollecitante 
abbia fotte qualche gesto, per il quale alcuno si sia accorto della 
sollecitazione, perciò si fa questa interrogazione). 

Resp. Io non so che alcuno abbia udito quando il detto 
padre Evarislo m'ha detto le suddette parole nella confessione 
sacramentale. 

6. Int. An sciat, Tel dici audierit, dictum patrein Evariatum 
sollicitasse ad torpia in confessione sacramentali alias personas 
pCBoitentes. 

(Quest'inlerrc^zione sempre si deve fare, perchè le donne, 
ciarlando fra di loro, può essere che una scuopra Tal tra). 

Resp. Due figliuole del signor Alipio Moscati , mie vicine • 
domenica prossima passata dopo pranzo, avanti U porta della 
toro casa, in occasione che si discorreva dei confessori, dissero 
che qnesti era un buon padre, perchè quando andavansi a cen- 
trare le diceva parole molto affettuose. Di queste giovinette , 
che saranno una di quattordici e Taltra di sedici anni, la prima 
si chiama Frassinella, e l'altra Poligetta. 

6. Int. An praefaiae puellae retulerint ipsi examinala verba 
amatoria eis dieta a patre Evaristo in confessioni sacramentali. 

Resp. Frassinella e Pniigetta non riferirono die parole 
avesse loro dette il padre Evaristo nella confesilone Mera* 
mentale. 

7. lot An odio, vel amore, et super inimicitia, 
Resp. Recte. 



. —246 — 

Quibus babitis et acceptatis, dimissa fuit jurata de silentia; 
et perlecta ei sua depositione, com (prò ut dixit) nesciret seri* 
bere, fecit signum Crucis. 

SÌgnam Crucis f SimpronidB Rivellini. 

Ada sQDt baec per me Curtium SigDanum Sancti Officih: 
notarium. 



DECRETO SUCCESSIVO ED IMMEDIATO. 



Altentis SQpradictis, dominus decrevit, praefatas poellas ss- 
crete vocari examioari, et processum fabricarì. 
Ita est: Gartios Signanus Sancti Officii notarios. 



ESAME DEL PRIMO TESTIMONIO. 



Giorno 8 luglio 1382. 

Vocata personaliter comparuil coram adm. rev. p. vicario 
Sancti Officii existente in sacrario Sancti Marci Auximi, in mei- 
que, etc. 

Frassinella Alia Alipii Moscati ab Auximo , virgo ; aetatis 
annorum quatuordecim ; degens sub parocbia Occidentali ; coi 
delato juramento verìtalis dicendae, quod praestitit tactis sacris 
litteris, fuit per D. 

1. Int. De importantia juramenti? 

(Si domanda dell' importanza del giuramento quando si 
dubita cbe non si sappia, come sono i giovani e le giovani; e 
mentre sono diversi testimonii da esaminarsi , si comincia dal 
più giovine, come questa, slantecbè da essi più facilmente si può 
avere la verità). 

Resp. Io so che quando si giura il vero si fa bene, e pecca 
gravemente chi giura il falso. 

2. An scìat, vel imaginetur causam^suaB vocationis, et prae- 
sentis examinis? 

Resp. Io non so, n'è mMmagino la causa per la quale V. S. 
mi ha fatto chiamare ed ora mi voglia esaminare. 

3. Int. An cognoscal aliquem baereticum, sortilegum, blas- 



— n7 — 

.fheniQai, poligamum, abatentein confessione sacramentali ad 
tarpia, vel qnomodolibet de barrasi suspectum T 

Resp. Io non conosco alcuna di queste persone delle quali 
T. S. m'interroga. 

4. lot. A quo tempore inc^perit conQteri sua peccata? 
(Si potrebbe cominciare dalla quinta interrogazione; ma 

essendo giovinetta, non è stato male principiare anco di qui). 
Resp. Io stimo che saranno sei o sette anni che comincio 
a coofessarmi. 

5. Int. Quoties in anno soleat conflteri sua peccata, etqua- 
teDQs» in qua ecclesia, et cui, vel quibus confessariis? 

Resp. Io solevo confessarmi alla mia parocchia detta Occi- 
dentale, ma da sei mesi in qua vado a San Basilio, dove con- 
fessano i padri greci , e dai quali mi confesso ogni quindici 
giorni. 

6. Int. An ad ecclesiam Sancti Basilii accedat ad conflten- 
im sua peccata sola, vel associata. 

(Si fa per far nominare sua sorella o altro testimonio). 
Resp. Vado a confessarmi alla chiesa di San Basilio in com- 
pagnia di mia sorella, che si chiama Puligetta, e con noi viene 
la signora madre per nome Morella. 

7. Int. Quot confessionaria reperiuntur in ecclesia Sancti 
Basilii, et quatenus cujus coloris? 

Resp. Nella chiesa di San Basilio sono tre confessionari: 
QQo posto alla destra della chiesa quando s'entra per la porta 
Qtaggiore, ed è di noce; ed altri due dalla banda sinistra, che 
SODO di legno bianco. 

8. Int. An prsBfata confessionaria sint prope aliquod altare? 

Resp. Padre si; quello di noce è attaccato all'altare di san- 
t'Atanasio, e gli altri due di là; uno è appresso Taltare di san 
Basilio, e Taltro vicino all'altare di san Crisostomo. . 

9. Int. In quo confessionario ipsa esaminata, eiusque soror 
€t mater soleant conflteri ? 

Resp. Io. mia sorella e la signora madre solevamo confes- 
^rsi nel confessionario di noce, posto dalla banda destra. 

10. Int. An dictum confessionarinm habeat cratem, et qua- 
tenus, etc; eam describat. 

(Con la risposta a quest'interrogazione, unita all'attestato 
^Ua denunciante, si prova l'identità del confessionario; perché 
i^l Sant' Officio il primo denunzìante non solo tiene il luogo 
di quello che accusa, ma è anche testimonio ; e con un altro 
PWa a sufficienza). 



Resp. Il confessionario di noce ha una graticella, i di coi 1 
chi sono falli in tal maniera ck^ ciascheduno hanna croGel 
e slimo che questa gralicella non sia di ferro ma di l^c 
e sarà larga e lunga come un fazzoletto ordinario; del resto [ 
so dir altro. 

11. Int De nomine, cognomine et patria confessorìs < 
solet audire confessiones in praefato confessionario nuceo pos 
ad dexleram ecclesiae. 

Resp. Il confessore che suol confessare nel confessionak 
noce suddetto si chiama il padre E?aristo; non so di qual 
gnome e patria egli sia. 

12. Et ei dicto ut descrìbat dictum patrem E^rislum. 
(Qui pure unitamente col detto della prima denunzia 

si prova ridentità del confessore). 

Resp. Il padre Evaristo porta sempre gli occhiali; ha 
zazzera, barba bianca e lunga» ed è grosso e grande assai ; 
resto non so altro. 

13. Int. An de isto patre Evaristo quandoque habu 
sermonem cum atiqaa» vel cum aliquibus personis» et qua 
nus, etc? 

(Si noti il tempo in genere, quandoque e le persone 
rimente in genere aliquibus personis, per star lontano dalle si 
gestioni). 

Resp. Può essere che qualche volta abbia parlato con qi 
che donna dei padre Evaristo, ma non mi ricordo quandi 
con chi. 

14. Int. An de patre Evaristo dominica proximc prsBtei 
locuta fuerit cum aliqua, vel aliquibus personis, etquatenus, ( 
In quo loco, occasione; et quid dixerit? 

(Si discende al tempo in individuo, che fu domenica, I 
candosi il luogo, le persone, l'occasione e parole del disco 
in genere; e però la confessione, che dal tempo di domen 
nasce, non è se non legittima). 

Resp. Mi ricordo adesso che domenica prossima pass 
stavamo avanti la porta di nostra casa io, mìa sorella Pulige 
la signora madre e Simpronia Rivellini nostra vicina, e si d 
corse de'confessori e si nominò anche il padre Evaristo, cu 
e mia sorella dicevamo ch'era un buon padre. 

15. Int. Quare ipsa examinala, ejusque soror dixerint? 
Resp. Io e mia sorella dicevamo che il padre Evaristo 

un buon padre perché nel confessare dice parole molto atì 
tuose. 



16. Et ei dicto ot referat verba affecluosa qoae sibi in con- 
fessione» vel occasione confessìonis sacrameotalis, solet dicere 
dictiis pater Evarìstos, et qaoties, etc. 

Resp. Le parole afTetluose che mi suol dire il padre Eyari- 
sto sono: ch'io sono bella e buona; e Pistesso dice di n>ia so- 
rella e della mia signora madre, e che la nostra casa è una 
casa di bontà e di bellezza, e che vuol venire qualche volta a 
vederci. Non mi dice poi altro; e queste parole me Tavrà dette 
dodici quindici volte, parte immediatamente avanti la confes- 
sione, e parte immediatamente dopo, ma mai nel tempo della 
confessione. 

17. Int. An unquam accesserit domum ipsius examinalae 
dictus pater Evarìstus, et quatenus, etc? 

(Si fa quest'interrogazione per sapere e scuopriro se, es- 
sendo andato in casa loro, abbia dato qualche segno del suo 
animo impuro; nel qual caso le parole dettele in confessione 
si riceverebbero in mala parte). 

Resp. Dopo che noi ci confessiamo dal padre Evarislo sarà 
venuto in casa nostra quattro o cinque volte, e si tratteneva 
in ridere e raccontare le cose della Grecia, e non diceva nò 
faceva altro, 

18. Int. De fama dicti patris Evaristi. 

Resp. Il padre Evarislo è di bonissima fama, e si può dire 
che confessa tutta la. nobiltà della città. 

49. Int. An odio, vel amore, et super inimicilin. 

Resp. Recte. 

Quibus babitis et acceptatis, dimissa fuit, jurata de silenlio; 
et ei perleclo suo examine, se subscripsil: 

Io Frassinella Moscati confermo quanto sopra di mano pro- 
pria. 

Ada sunt haec per me Curtium Signanum Sancii Odicii no- 
ta rium. 

ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO SUCCESSIVO. 

Yocala personalller comparuit coram, et ubi suprj, in mei- 
que, eie. 

Domina Puligelta Alia Alipii Moscati ab Auximo, virgo; 
8Btalis annorum quindecim cum dimidio; cui dclato juramenlo 
ìeritalis dicendae, quod praestitit tactis sacris lillcris, fuit per. D. 

Tamb. Inquis,\o\. U. ■ Zi 



— 2«0 — 

1. lot. De importantia jaramenti. 

Resp. Se dirò la bugia farò un gran peccato; e se confes- 
serò ia verila, meriterò appresso Dio. 

2. Int. An sciat, vel imaginetur causam suse vocationis et 
prsBsentis examinis? 

Resp. Io non so la causa di quest'esame, né me rimagino» 
se V. S. non me *1 dice. 

2. Int. Aq post prandium soleat conversari cum aliqua, vel 
aliquibus personis, ante janoam su^ domus, et qaatenus» etc.? 
(Non è dubbio, che nella fabbrica de^processi ci yc^Iiono 
alcune regole generali ; ma queste supposte, si può cavar la 
verità dai testimoni, e dai rei in molte maniere, purcliè s'abbi 
un poco di giudizio : nell'esame del testimonio passato si cam- 
minò in un modo, e qui in un altro). 

Resp. Ne' giorni festivi siam soliti stare in conversazione 
dopo pranzo avanti la porta di nostra casa la signora madre, 
Frassinella mia sorella ed alcune altre donne nostre vicine. 

4. Int. An dominica proxime praeterita, post prandium, in 
praefato loco habuerint hanc conversationem, et quatenus, quae 
materia fuerit conversationis; et qui, vel quae erant praesentes? 

Resp. Signor si, che domenica prossima passata fummo in 
conversazione, come l'altre volte, e ci eravamo lioi tutte donne 
di casa e una tal Simpronia Rivellini e qualche altra, e si dis- 
corse di diverse cose, delle quali non mi ricordo. 

5. Int. An die dieta fuerit aliquis sermo de confessoribus, 
€t quatenus, de quibus et qnid, etc? 

(Quest'interrogazione si chiama in genere, perchè si parla 
de'confessori e del discorso in comune; è però molto efiScace 
per far nominare i confessori in particolare, e che cosa si dis- 
corse di loro; come s'è fatto nella risposta). 

Resp. Fu discorso de'confessori, e furono biasimali quelli 
che gridano; e noi lodammo il nostro, il quale è benigno, amo- 
roso e consola tulle ; ed è un padre di San Basilio greco, <ihe 
si chiama il padre Evaristo, e confessa tutta la casa nostra. 

6. Int. Quae verba benigna et amorosa solcai dicere in au- 
diendis confessionibus dictus pater Evaristus? 

Resp. Mi suol dire che son bella, che racconto bene i miei 
peccali, che porto bene la mia vita, e che sempre gli cresce 
l'amor verso di me. 

7. Int. Quoties sibi dixerit pater Evaristus praefala vcrba, 
et quando; an scilicet in confessione sacramentali, vel imme- 
diate ante, vel immediate post ? 



Resp. Per lo spaùo di set mesi che mi confesse^ d»l paidn» 
E^rìslo, m^aTrà dette queste parole dai qQsunntai Tolte» e sem- 
pre dentro la confessione ; cioè dopo a^er cominciat4i la confes- 
sione, ed avanti rassolozìone* 

(S*intent^ cosi per sapere il nomerò deMelitti. e in cbe 
maniera ^a caduto nella bolla cmtra soUicHaHk$). 

8- Int. In qoo confessionario soleat dictus pater E?arìstos 
andire conf^ssiones sacramentales, et descrìbat confessarlum 
ipsnm et confessionaiiom. 

(Nella risposta a qnesrinterrogasione si prova per il tono 
testimonio Pidentità del confessionario e del confessore\ 

Resp. Il padre Evarìsto ascolta le confessioni in un con- 
fessionarìo posto alia band» destra della chiesa quando sVntra 
per la porta maggiore ; e questo confessionario ò di noce, ha 
una graticella poco più grande della testa d'uomo» la quale ha 
diversi buchi grandetti» e in ciascheduno si vedo una cnìcotla ; 
non so s'^ di ferro, o di legno, o d'altra materia. Il confessore 
p(H è grande, grosso, e porta la zazzera e barba lunga e bianc«n» 
e tiene sempre gli occhiali. 

9. Int. Àn sciat, vel dici audierit, dictum patrem EvarUtum 
protulìsse praefata, vel similia verba amatoria erga alias persona s 
poenitentes in confessione sacramentali, vel occasione sacrnmen- 
talis confessìonis. 

Resp. Mia sorella suddetta m' ha riferito d' averlo delle 
anco a lei. 

10. Int. De fama dicti patris Evaristi T 

Resp. 11 padre Evaristo è di buona nominanza. 

11. Int. An odio, vel amore et super inimlcitiaT 
Resp. Recte. 

Qi^ibus habitis et acceptatis, dimissa fuit jurata de silonllo; 
etperlecto ei suo examine, se subscripsìt: 

Io Puligetta Moscati confermo quanto sopra di mano propria. 

Acta sunt haec per me Gurtium Signanum Sancii Office 
notarium. 



ESAME DEL TERZO TESTIMONIO INCONTANENTK. 



Yocata personaliter comparoit coram, et ul)i snpra, in mei- 
que, etc. 



D. Morolla uxor D. Àlipii Moscati, aBlalis annoram trigiota» 
cui delato juramento veritatis dicendsB , quod praBstilit tactis 
sacris litteris, fall per D. 

1. Int. ÀQ sciat, vel imaginetar causam suae vocationis et 
prdB3entis examinis? 

(S'è lasciata Morolla per ultima, secondo la regola toc- 
cata di sopra, di cominciare dalle giovani e passare alle più 
vecchie, come che le giovani sono più facili a dire la veriUi). 
Resp. M'imagìno che V. S. m'ha fatto chiamare ed ora mi 
voglia esaminare per causa del mio padre confessore, per nome 
Evaristo. 

2. Et ei dicto : Quare imaginetur, se esse vocatum propler 
patrem Evaristum ejus confessarium? 

Rcfsp. Frassinella mia prima figlia, come ragazza, m' ha 
raccontato tutto quello che V. S. gli ha dimandato, e quel che 
ha ella risposto; e però mMmagìno che voglia dimandare le 
medesime cose anche a me : e se vuole eh' io dica qftello che 
mi occorre, senza ch'ella si pigli fastidio di farmi tanrinterro- 
gazioni, lo farò sinceramente. 

3. Et domino annuente: ipsa examinata deposuit ut infra: 
Saranno sei mesi chMo vado a confessarmi nella chiesa de* 

padri di San Basilio con le mie figliuole, e mi confesso dal p. 
Evaristo, uomo canuto, grande e grosso, di barba lunga, e sempre 
porta gli occhiali e ascolla le confessioni in un confessionario 
di noce posto alla destra della chiesa, quando s' entra per la 
porta maggiore, vicino alPallare di sant'Atanasio; e dello con- 
fessionario ha una graticella quadra d' un palmo e mezzo in 
circa , non so di che materia sia , i buchi della quale hanno 
inserita una bella crocetta. Questo padre, come che amorevole 
e domestico di casa nostra piglia con me, e con le mie figliuole, 
qualche confidenza, ma senza malizia imaginabìle. M'avrà detto 
una dozzina di volte, parie avanti la confessione, parte nella 
confessione slessa, e qualche volta immediatamente dopo, ch'io 
sono bella, che porto bene la vita e che ho falle belle figliuole, 
e ancora esse camminano leggiadramente. 

Il padre è in buon concello appresso tutta la città, ed io 
lo tengo e 1' amo in luogo di padre ; e questo è quello che 
mi occorre dire a V. S. 

Sponte personaliter comparuil coram adra. rev. patre vi- 
cario Sancii Officii Auximi, existente in propria mansione, in 
meique, etc. 



— 1» — 

Qoiboslnbitìs et accepbtis* dimissa fiiit, joratai de siIraUcK 
et perieclo « sqo e3Luiiioe, se sobscrìpàt : 

Io Morolla Moscati confermo quanto sopra di mano propria* 

Acta sont haec per me Cartiom Signannm Sancii Officii 
Notariom. 

(Con questo testimonio unito con gli altri tre suddetti si 
prova per detto di quattro donne l' identità, in qualctie parte, 
e del confessore del delitto, e del confessionario). 



QUARTA DENUNZU, 
D UN CELEBRANTE NON PROMOSSO AL SACERDOZIO, 



Giorno 30 sette^nbre 1682. 

D. Quirìous Alias quondam Laertiì Pisini de Monte Bello, 
dìoecesis Gasalensis, SBtalis annorum viginti duorum, clericus 
diaconus, degens de praeseoli Auximi, sub parochia Australi, 
coi delato juramento veritatis dicendae, quod pr^BStitls tactìs 
sacrìs litterìs, exposuìt ut infra: 

1. Son qui a rappresentare a V. R. che le quattro tempora 
INX)ssimo passate sono andato airordinazione a Venezia con due 
altri che aspiravano, uno al sacerdozio, cioè don Berillo Berilli, 
eTaltroal diaconato, come volevo io, e si chiama Perinuccio 
Halasorte, candiotto. Tutti furono ordinati la stessa mattina; e 
<ioo vedeva ordinare Taltro; io e Perinuccio pigliammo il dia- 
^ conato, e don Berillo Berilli s'ordinò sacerdote, e tenne ordl- 
iiazione monsignore Mitridate nel luogo solilo. Il giorno seguente 
^rimbarcammo per Ancona, e arrivammo il terzo giorno, ch'era 
martedì, ed ivi mi fermai per i miei affari quattro di. 11 secondo 
giorno, che fu giovedì prossimo passato, essendo andato per 
iMirlare al curato della chiesa de' Mercanti , trovai nella sagre- 
stia della medesima chiesa apparato per dir messa il diacono 
Perinuccio Malasorte , e restai sorpreso e vidi che usci fuori 
cosi apparato e si portò a dir messa all'aitar maggiore li vicino; 
e dalla sagrestia vedendosi molto bene l'altare, io l'osservai con 
la vista e Tudii con l'orecchie Ano al fine; il qual altare aveva il 
Kilio e i cuscini di saia bianca, con le trine di varii colori, con 
loattro candelieri e una croce d'ottone, ma erano accese du e 
ole candele d'un'oncia, o poco più, runa. Disse la messi della 



Madonna, che comincia: Salve, sanda Parens; s^mtf^ l^^^lo- 
la, l'evangelo, ed il piief^zio ; consacrò il p»ne ed il vino, per 
quanto parve; alzò Tuno e l'altro» disse \\ Pater, si cqfnuDic^ 
a suo tempo , diede la bene^zjope in fine ^Ua loessa e la 
terminò col vangelo di S. Giovanni, che ha per ultime parole: 
Et verìmm caro factum est, ecc. E perchè questo è uii gravis- 
simo caso ^ì Saor Ol^no» sono comparso a scaricare la mui 
coscienza. 

Int. Qua licenlia, seu qua dlmissoria celebraverit Perinac- 
cius mìssam ? 

Resp. Io non so ^r^a con cpial licenza o dìmissoria abbi ce- 
lebrato Perìn^ccio 1? ^aqt^ messa. 

3. Int. Àn dixerit missam bene, vel male ? 
Resp. La disse speditamente e bene. 

4. lot. An aqdierit verba consecrationis, vel saltem viderit 
motionem labiorum dicti diaconi Perinuccii ? ^ 

Besp. Io non posso dire con certezza né l'uno nò Taltro , 
perchè la distanza, sebbene non molta, non permetteva d'udii 
le parola, che sogliono esser sacre ; e lo star giù con la testi 
del sacerdote, come si suole, impediva di poter vedere il moto 
delle labbra. 

5. Int. De famulo qui tnserviebat tali sacrilegae missae? 
Resp. Serviva la messa il chierichetto della sacrestia , eia 

sentivo chiamare Bertoldino ; non so di chi sìa figliuolo uè di 
che paese, ma era vestilo di color berrettino ed avrà avuto do- 
dici anni. 

6. Int. De qualitate missalis, calicis et paramentorum ? 
Resp. 11 messale aveva le coperte nere con i segnacoli rossi; 

il calice tutto d'argento, con il velo di seta bianca ; la pianeta, 
la stola ed il manipolo di velluto bianco, ma usato ; il camice, 
Tamitto e il cordone di rpba ordinaria bianca, siccome era or 
dinaria la berretta da prete. 

7. Int. De adstantibus diclae mìssae ? 

Resp. A questa messa erano molti, ma io non li conosco 
so bene che don Berillo Berilli slava allora dicendo l'officio il 
chiesa, ed avrà veduto e sentito tutto. 

8. An sciat, vel dici audierit,'dictum Perinuccium celebrass 
alias missas in praefata vel alia ecclesia ? 

Resp. Di questo non so né ho inteso dir niente. 

9. Int. An sciat, vel dici audierit, dictura Perinuccium d(] 
tasse mìssa a se celebratam in alìquo libro sacrarii ? 



Itep. Dopo che Penoaccio ebbe celdmibi U messi e rese 
le grazie, notò la soa messa in qd UbreUo loogo, coperto con 
QDa carta tnrdùna, die sta a qaeslo ffne nella sagrestia; ed lo 
lo Tidi molto beoe; prese il suo mantello, eh' era cotto, e se 
De andò por i fatti suoi, non so dove. 

10. Int.' An sdat, yel dici audierit, dicium Perìnncciam ha- 
boisse aliquot indultum apostolicom quo potoerìt ordinari in 
sacendotem , post redilum in ci?itatem AnconaB , ut supra » et 
celebrare ? 

Resp. Io non so niente di questo ; a me però pare ìmpos- 
sbile per la brevità del tempo. 

11. Int. Quando ipse examinatus vidìt praefatum Perinuc- 
cJDin indolum vestibus sacerdotatibus , quare ipsum non mo- 
onerit ne committeret tantum scelus ? 

Resp. Io non dissi niente , perchè restai incantato a tanta 
iniquità e non ebbi animo di dirgli cos' alcuna. 

12. Int De qualità tibus individualibus praBfati Perinuccii ? 

Resp. Questo Periouccio è dì statura piccola, di peli e ca- 
pelli rossi, ma tutti crespi senza zazzera ; ha un occhio tutto 
searpellato; il vestito è nero, lungo fino al ginocchio; porta un 
pajo di calze di color paonazzo, con scarpe bianche. 

13. Int. De fama dicti Perinuccii, tam apud se quam apud 
alios. 

Resp. lo son forastiere, e non Io conosco, e nemmen so iti 
qiial concetto sia presso gli altri. 

14. Int. Àn odio, vel amore et super inimicitia ? 
Resp. Recto. 

Quibus habitis et acceptatis , dimissns fuit, juratus de si- 
lentio; et perlecta ei sua depositione se. subscripsit : 

Io Quirino Pisini confermo quanto sopra di mano propria. 

Acta sunt base per me Gurlium Signanum Sancii Offlcii 
notarìum. 



DECRETO SUCCESSIVO. 



Attentis praefatis, dominus decrcvit testes informatos secreto 
Tocarì, examinarì et processum fabricari. 

Acta sunt baBC per me Curtium Signanum Sancii Oflicii 
notarinm. 



— S56 — 



ESAME DEL PRIMO TESTIMONIO. 



Giorno ì ottobre 1385. 

Yocatus persoDaliler comparuit coram et ubi sopra » i» 
meìque, etc. 

DomiDQs Berillus fliius quondam Galidonìi Berilli de Ra- 
gusa, advena Àuximi ; astatis annorum viginti quinque; sacerdos 
sdBCuiaris, cui delato jurameuto verilalis dicendaB, quod prae- 
slìlit tactis sacris liUeris, fuit per D. 

1. Int. An sciat, vel imaginetur causam suae vocationis el 
praesentis examinis ? 

Resp. Io non so niente, se V. S. non me lo dice. 

2. Int. An cognoscat aliquem baereticum, sortiiegum, blas- 
pbemum, polìgamum, celebrantem non promotum ad saccrdo- 
tium, Tel quomodolibet de baeresi sus'pectum? 

Resp. Io non conosco alcuno di queste sorta di persone 
delle quali m'interroga: solo tengo cb'uno abbia detta la sants 
messa senz' essere sacerdote ; se pure non ba qualch' indultc 
apostolico. 

3. Et ei dicto ut seriatim narret quid sibi occurrit circa hoc 
Resp. Deve sapere che, non tenendosi ordinazione in questi 

parti, ci risolvemmo in tre d' andare ad ordinarci a Venezia 
corbe facemmo, le quattro tempora prossime passate. Ed eri 
un tal Quirino Pisini, eh' andava al diaconato, ed io al sacer- 
dozio, ed un candiotlo per nome Perinuccio Malasorte, pei 
essere ordinato diacono, come il Pisini: fummo esaminati latti 
e tre e ammessi; ed il sabbato mattina, secondo il solito, io 
fui fatto sacerdote, e gli altri due furono ordinali diaconi, ed 
io li vidi con gli occhi mìei, e T ordinazione fu tenuta da 
monsignore Mitridate nella cappella solita. Il giorno seguente 
c'imbarcammo di ritorno per Ancona tutti e tre, ed arrivamint> 
in tre giorni, e l'arrivo fu martedì ventidue del passato. Arri- 
vali al porto, ognuno andò per i falli suoi. Io mi fermai io 
Ancona sino al venerdì ; e il giovedì antecedente a buon' ora 
celebrai la santa messa nella chiesa parrocchiale de'xMercanti © 
poi mi posi nella medesima chiesa, avanti l'altare maggiore,» 
dire r ufiBcio divino ; e tìei recitare il Te Deum laudamus viJ» 



eomparìre il chierìdieilo Bertoldino con il messale die eoo- 
dooen a Are massai il sèceràote , che non sipevo chi ft^si^ . 
ed il sacerdote cominciò la mess» della Madonna: S^tA 
sancia Farcns; e nel rollarsi a dire il primo Dmvims ixéì$imm 
iD'aTYidi che quello che dicera la santa roess) era l\frìmicdo 
Malasorte , e restai talmente stordito a questo spettacolo che 
non potei segoitare Pufficio divino. E quest'è quanto m'occorrt" 
dire. 

4. Et ei subiuncto ut recenseat partes prìncipales missac 
persointas a Perìnuccio Malasorte, dictis loco, tempore et oc- 
casione. 

Resp. Perìnuccio Malasorte recitò V introito, V epistola, il 
vangelo, il prefazio, il canone, fece la consacrazione ed ele\^- 
zioDe; disse il Pater, si comunicò, disse il Post communio , 
diede la benedizione, e disse Tevangelo di saq Giovnnni, e poi 
accomodò il calice secondo il solito e se ne ritornò in sagrestia ; 
e quivi si sparò; fece le sue divozioni, scrisse il suo nome nel 
libretto a questo fine destinato e, preso il suo mantello, se 
De andò , non so dove ; e so ciò , perchè dopo la messa gli 
andai dietro in sagrestia e vidi tutto con gli occhi miei. 

5. Int. Àn audierit verba consecrationis, vel saltem videril 
Perinuccium movere labia super panem et vinum tempore con- 
aecrationis? 

Resp. Io veramente non udii le palmole della consacrazione 
del pane e del vino ; vidi però Perìnuccio muovere le labbra, 
perchè io era dalla banda del vangelo , lontano una picca 
in circa, ed appresi che dicesse le parole solite della consa- 
crazione. 

6. Int. An sciat, vel dici audierit aliquam, vel aliquas per- 
sonas audivisse verba consecrationis prolata a praefalo Perl- 
Doccio dictis loco , tempore et occasione, vel saltem videril 
movere eius labia super panem et vinum? 

Res. Molte persone erano alla messa suddetta di Perìnuc- 
cio; ma io non saprei dire quali fossero, né so che alcuna (U 
loro abbia udite le parole, o abbia osservato i moti delle lab- 
bra sopra il pane ed il vino fatti dal medesimo Perìnuccio in 
quel tempo, luogo ed occasione. 

7. Int. De veslibus sacerdotalibus, calice et missali cimi 
elibus celebravit missam praBfalus Perìnuccius, et de paramen- 
tis altaris? 

Resp. Perìnuccio disse la messa con quegristessi paramenti 

Tamb. tnquis. Voi. II. ZZ 



— «58 — 

con i quali celebrai io: con la pianeta, stola e manipolo di y 
luto bianco usato ; col camice» cordone ed amitto ordinari 
nell'andare e ritornare dall'altare aveva una berretta nera 
usata. Il calice era tutto d'argento con un velo lacero di i 
bianca*; il messale avea le coperte nere e i segnacoli rossi 
contr'allare ossia palio e i cuscini erano di saia bianca, coi 
trine di varii colori, e suiraltare erano quattro candelieri 
la croce d'ottone, ma due sole candele d'un'oncia in circa er 
accese, 

8. Int. Àn sciat, vel dici audierìt, dictum Perinucciurr 
illa vel alia ecclesia alias celebrasse? 

Resp. Io non so uè bo inteso dire cbe Perinuccio abbia 
celebrato né in quella né in altre chiese. 

0. Int. Ubi modo reperiatur dictus Perinuccius? 

Resp. Io stimo che Perinuccio si trovi sicuramente in 
cona; perchè ivi ci sono diversi suoi paesani, come m'ha d 
lui, i quali non conosco; in che luogo poi preciso non lo p( 
sapere. 

10. Int. De qualitatibus individualibus dicti diaconi F 
nuccii ? 

Resp. Questo Perinuccio è di statura bassa, non ha zazs 
è di capelli e peli rossi, ed ha un occhio scarpeliato; vest 
corto e porta le calzette di color paonazzo, con le scarpe bian 

11. Int. De fama supradicti Perinuccii? 

Resp. Io non ho conosciuto Perinuccio se non in quel ^ 
gio; e non ho contro di lui altro, se non che mai Tho ve< 
in quel tempo recitar V officio divino. 

12. Int. An odio, vel amore et super inimicitia ? 
Resp. Recto. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus d( 
lentio; et perlecto ei suo examine, se subscripsit: 

Io Berillo Berilli confermo quanto sopra di mano pro| 
Àcta sunt hsBc per me Curtium Signanum Sancti 
notarium. 



ESAME DEL SEOOXDO lESTQiQMO. 



Giono 2 Mdìfrt Ì9S&. 

Vocatos persoDaliler oompainiit oonin et ubi snptii^ in 
mriqae, ecc. 

BertoldiDiis fllios Diodonis Menili de Camerìno; :eblis 9tn« 
noram trededm drdten degeos Aqcoim^ sab parochtt Merc^ 
torom, modo adveoa AQximi, cai delato juramento verìtatis 
dicend», qood praastitit tactìs sacrìs Iitterìs> fuit per D. 

1. Int. De imporlaotia jorameoti? 

Resp. Io so che se dicessi la bugia farei un gran peccalo; 
del resto non so altro. 

2. Int. De eius exerdlio et qua de causa sit in hac civitale? 
Resp. La mattina sto a servir le messe alla parecchia dei 

Mercanti d'Ancona, e dopo desinare vado alla scuola, e mi ri* 
trovo qui in Osimo per vedere un mio sio» che mi vorrebbe qui. 

3. Int. Ubi fuerit die Jovis proxime prsBlerllo ? 

Resp. Giovedì prossimo passato mi trovava in Ancona, la 
mattina alla parecchia suddetta a servir le messe, e dopo desinare 
fai alla scuola. 

4. Int. De sacerdotibus qui celebrarunt mlssam die Jovis 
proxime praeterito in ecclesia Mercatorum ? 

Resp. Disse messa in detta chiesa, e parecchia, il signor 
carato d. Berillo Berilli sacerdote novello, d. Antlnoro Plncilll 
e OD altro che non conosco. 

5. Int. Quis inservivìt miss(B illius sacerdote a se Ignorali» 
et qua licenlia ipse celebravit ? 

Resp. Il signor curalo non c'era; quel prete mi disse che 
Toleva dir messa, ed io pensando che fosse uno (legrinvllall dal 
signor curato, lo lasciai celebrare, ed io fui quello che rajulai 
^ apparare e gli servii la messa. 

6. Int. De vestibus sacerdotalibus, de missali, de altari In 
quo celebravit, eiusque paramentis, et de aslantibus lati tnìnmt 

Resp. Mi disse che voleva dir messa della Madonna , e si 
vesti deiramillo e camice di tela bianca ; si cinse col cordone 
ordinario che in mezzo ha un groppo, e prese il manipolo, la 
stola e la pianola di velluto bianco, però usala ; si servi d' un 



— am- 
messale che ha le coperte nere, con i segnacoli rossi, e d' i 
calice tatto d' argento col velo di seta bianca ; disse la mes 
alPaltar maggiore, il qaale avea quattro candellieri con la ero 
d'ottone, col palio e cuscini bianchi trinati di yarii colori, 
erano accese due candele grosse come il dito piccolo, e me 
furono presenti e non mi ricordo quali. 

7. Int. An adverterit alìquem differentiam inter missam pr 
fati sacerdolis et missas aliorum ? 

Resp. Questo sacerdote disse la messa giusto come 
altri. 

8. Int. An ille sacerdos post missam notaverit in aìiq 
libro conservato in sacrario proprium nomea ? 

Resp. Signor si, che quel sacerdote , detta la messa , ne 
il suo nome in un libro piccolo lungo, coperto di carta tu 
china, che si conserva nella sagrestia , e ne ha cura il sign 
curato. 

9. Int. An prò tali missà dictus sacerdos habuerit eleem 
sinam? 

Resp. Io non so niente se quésto sacerdote per que 
messa avesse la limosina; può essere che il signor cun 
glie rabbia data o promessa, perchè altrimenti aoa si sareb 
notato. 

10. lat. Et ei dicto quod describat dictum sacerdotem. 
Resp. Questo sacerdote è di statura piccola, eoa uo occl 

offeso, aoa porta zazzera, ma ha 1 capelli rossi e crespi ; ù 
pure è rossa la barba e porta uaa veste aera corta, con le e 
zette nere pavonazze e le scarpe bianche. 

li. Int. An sciat, vel dici audierit dictum sacerdotem ali 
celebrasse in illa, vel alia ecclesia, et ubi modo reperlatur 1 

Resp. lo non so niente se detto sacerdote altre volle abl 
celebrato in quella o in altre chiese, lo so che non Y ho [ 
veduto né inteso nominare né avanti né dopo, né so dove o 
si ritrovi. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus de s 
lentie; etperlecto ei suo examine, se subscripsit: 

lo Bertoldino Meruli affermo quanto sopra di mano propri 

Acta sunt hsec per me Gurtium Signanum Sancti Officii m 
tarium. 



— 261 — 



ESAME DEL TERZO TESTIMONIO. 



Giorno 3 ottobre 1385. 

Vocatus personaliter comparuil coram adm. rev. patre Vi- 
cario Sancti Offici! Aj^conae , existente ìq loco examinum « in 
ineiqne, etc. 

R. Dominus Sacripantes Mirabellus, parochus Mercatorum 
civitatis Anconae, cui delato juramento veritatis dicendae, quod 
praBslitit tactis sacris lilteris, fuit per D. 

1. Int. De sacerdotibus qni celebrarant missam in sua 
ecclesia die Jovis proxime praelerito ? 

Resp. Nella mia chiesa giovedì prossimo passato furono 
celebrate quattro messe, cioè la mia, che fu la prima, una del 
signor don Berillo Berìlli sacerdote novello» la terza del signor 
Pincilli, e disse Tultima un tale che non so chi sia, il quale 
in mia assenza domandò di dir messa, e il chierìchetto lo per- 
mise; dopo la messa notò il suo nome nel libretto solito, e poi, 
per quanto mi riferi il ragazzo, se ne andò, e non si sa dove. 

2. Int. An a pud se habeat libellum in quo notantur missae 
<IQaB in dies celebra ntur in ecclesia Mercatorum ? 

Resp. Padre si, che presso di me ho quel libro nel quale 
<fàe\ prete notò la messa da lui celebrata, per avermi lei fatto 
insinuare che lo porti. 

3. Int. Et ei per dominum dicto ut exhibeat libellum prae- 
fatano. 

Resp. Volontieri, eccolo qua. 

Et de facto exhibuit quemdam libellum, cuius inscriptio: 
Misss celebrandae in ecclesia Mercatorum 1382. Et incipit 
mnaro 1382. Finit vero. Addì 2 ottobre. Et dictus libellus 
^Uongitudinis unius palmi et quatuor digitorum , et latitu- 
<linìs sex digitorum, coopertus quadam chartula turchina, car- 
tnlaiam per totum , continentem cartas trìginta , et in pagina 
stinta, a tergo, circa medium, tertio loco , habentur haBC verba 
^idelicet: 



Giorno 29 settembre 1385. 

< Io Perinuccio Malasorte ho celebrata la messa della Ma- 
donna » 

Quibus Iransutntis, de mandato domini etc. , fait libelius 
eidem d. curato restila tus. 

4. Int. Qaa licentia» vel dimissoria celebravit in sua eccle- 
sia supradictus Perinuccius ? ^ 

Resp. Io non so dire con qual licenza o dimissoria abbia 
celebrato nella mia cbiesa il prete Perinuccio: se ci fossi stato 
io avrei voluto vedere i suoi recapiti, ma il povero ragazzo che 
attendeva alla sagrestia non ha avuto tanto cervello. 

5. Int. An scrat , vel dici audieril supra supranominatum 
Perinuccium alias celebrasse in sua, vel altera ecclesia, et ubi 
modo reperiatur? 

Fiesp. Io non so né ho inteso dire che il prete Perinuccio 
abbia mai più celebrato nella mia chiesa né in altro luogo , e 
non so dove si trovi ; né io di lui ho cognizione di sorta alcuna» 
se non quella che ho detta. 

Quibus habilis et acceptatis etc., dimissus fuit, juratos de 
silentio; et perlecto ei suo examine, se subscripslt: 

Io Sacripante Mirabelli confermo quanto sopra di mano 
propria. 

Acta sunt haec per me Gurtium Sìgn. S. Officii notarium. 



Un altro processo si è tenuto in Ancona circa la succitata 
epoca, che destò in quella città gran rumore. 

Arnolfo, giovine di gran cuore e bello della persona^ erasi 
invaghito di Solima Qglia d'un ricco ebreo che avea apostatato 
dalla sua religione per farsi cattolico. A costui spiaceva che la 
Qglia si fosse fidanzata ad Arnolfo, perchè teneva propositi cogli 
altri giovani che mettevano in discredito certe pratiche religiose, 
e male erano queste sentite dal Sant'Ufficio ; ma appartenendo 
Arnolfo ad una delle primarie famiglie, il Sant'Ufficio non s'at- 
tentava di farlo imprigionare per leggieri mancanze. L' eresia 
era la colpa contro la quale era inesorabile l'Inquisizione, e per 
perdere un individuo bastava una denuncia d'eresia fatta nelle 
formolo legali. Il padre di Solima per troncare ogni corrispon- 
denza fra essa ed Arnolfo si fece delatore, ed accusò d' eresia 
quest'ultimo al Sant'Ufficio. 



— J65 - 

Il SanrUflQcio dieleorJiDe a' suoi famigli d'agguantare 
Arnolfo; ma venutisi costoro alle sue case, egli fece testa al 
bargello e a' suoi ajutato dai servi, ed arrivò a respingerei 
birri ed a svignarsela. Imbarcatosi, si allontanò da Ancona seco 




Arco di Trajano in Ancona. 



Recando amarissimo schianto per la lontananza dal suolo natio 
^ da colei che gioconda e cara gii rendeva la vita. Vagò per 
^i^tranee contrade, scrivendo però ad un suo diletto amico per 
^vere contezza di Solima; e quando seppe che essa gemeva nelle 
^^rceri deirinquisizione vittima innocente, risolvette di recarsi in 
ancona per liberarla. Il fido amico, che lo teneva per quanto pote- 
>ra a giorno del processo, gli scrisse che l'Inquisizione stava per 
condannare la sua fidanzata a perpetuo ritiro, per punire in 
lei la colpa della quale era accusato il suo amante. Allora Arnol- 
fo sidecise di tentare un colpo ardito per liberarla. Indettatosi col- 



- J6i — 

ramico, noleggiò una barca ben munita di corsari africani , e 
vestitosi anch'egli nella medesima foggia di quelli, approdò di 
nottetempo verso Ancona, al luogo designato coll'amico, il quale 
mercè oro aveva potuto sedurre il custode del ritiro nel quale 
era stata posta Solima. Quasi Arnolfo e Solima erano salvi, 
quando le guardie s'accorsero della loro fuga , e si misero ad 
inseguirli; ma alcuni pirati da Arnolfo posti in agguato si op- 
posero ai birri deir Inquisizione, e mentre fra loro erano alle 
mani, egli toltasi in ispalla Solima, ch'era svenuta per lo spa- 
vento e per la consolazione ad un tempo, corse alla barca, ed 
ivi dagli altri suoi ajutato la collocò semiviva, ed allontanossi 
dalla riva quanto potè per essere sicuro di non cadere nelle un- 
ghie dei birri, e raggiunto poscia il legno principale, ivi tras- 
portata la sua fidanzata volse le prore a terra meno barbara, ove 
fermò stanza colla sua diletta. 



DENUNZIA DI POLIGAMIA. 



Giorno 10 ottobre 1387. 

Sponte personéliter comparuit coram adiD. rev. p vicario 
Sancti OfBcii S. Laurentii existente iu propria mansione , in 
meique, eie. 

Cicero Filius quondam Yirgilii Nardi de Fabriano ; aetatis 
annorum triginta; advena Romae; mercator: cui delato jura- 
mento veritatis dicendae , quod praestitit tactis sacris litteris , 
exposuit ut infra. 

1. Saranno dieci anni ch'io in Fabriano, in casa mia, feci 
il parentado o siano sponsali tra Menelao figlio di Fedele 
Santori mercante di panni e Giberta figlia di Castore Malgradi. 
Furono presenti il padre dello sposo e due suoi fratelli, de'quali 
non so il nome, e il padre della sposa con sua madre, per 
nome Arnulfa Celiarli. Si fece la carta dotale con V obbligo di 
cinquecento scudi di dote , e se ne rogò il notaro Ruggiero 
Pelami, presenti due testimoni!, che si vedranno neiristrumento. 
Ed avuta la fede dello stato libero dalla curia vescovile di 
Camerino, sotto la quale è Fabriano, in tre giorni festivi si 
fecero i proclami dal curato del Piano don Lucullo Arnaldi , 
della qual cura sono parocchiani ambedue gli sposi, e il giorno 




Stima scmptiiàél/e caremM'iiìjaitmme i/iAncma. 



di san Martino del 1377 furono sposati nella stessa chiesa» 
alPaltare della Madonna. Testìmonii fnrono il capitano Filitmlo 




.Chiesa di San Lorenzo in Roma. 



Boccaferri ed io. Sono vissuti per sei anni in forma e Agora 
di matrimonio, e ne sono nati due figli maschi» che non so 
come si chiamino. Dopo il qual tempo Menelao si parti dalla 
i[K)glie, e non s' è mai saputo ove fosse : ma tre giorni sono 
ritrovandomi io per i miei interessi in Roma» incontrai il detto 
Menelao, e dimandandogli del suo stato, mi disse che un tal uomo 
<i^lta Rocca Contrada avendogli detto che sua moglie era morta 
M* averla veduta seppellire con gli occhi proprii, ne aveva 
pigliata un'altra per nome Doralice Talpina, di Mondolfo, dio- 
^ di Sinigalia, e che da questo matrimonio aveva avuto un 
figlio ed una figlia: e dicendogli io che in Fabriano era viva 
^a moglie e vivi anco i figli, si pose a sospirare e poi disse: 
' Quel eh' è fatto non si può disfare. > E perché questo é un 
itrao delitto^ che intendo s'aspetti al Sant'UflScio, sono com- 
pTso avanti di V. R. per iscaricare la mia coscienza. 

TuiB. InpM. Voi. II. 84 



— «56 - 

2. lot. he cadremoDiìs faclis a parocho profato qudùdo con*^ 
lanxit ÌD matrimoDmm de prsBsenti Menelaam et Gibertam in 
ecclesia de qua sopra? 

Resp. Prima dimandò a Menelao se era contento di pigliare 
per sua legittima sposa Git)erta, ed egli disse di si; poi disse a 
Giberta s'era contenta di pigliare per suo legittimo sposo Mene- 
lao, e lei rispose di si; allora Menelao pose nel dito solito di 
Giberta Fanello» e dopo aver fatto il curato alcune cerimonie , 
gli diede la benedizione» e con esortarli a stàr in pace li mmdb 
a casa, dove Menelao fece un bel pasto, e fai invitato aneer io» 
e la sera sul tardi io e gli altri lasciammo la sposa in am di 
Menelao e ce ne andammo. 

3. Int. An Menelaas dixerit ipsi examinalo aliijpiid et dote 
recepta a Doralice eius seconda oxor , et qmteiiQs flic» an faerit 
fectum aliquod instromentem» et qoi notartos se rorafitf 

Resp. Hi disse che aveva avuti seicenlo seod) di dote da 
Doralice, ma non mi parlò nò d'istromento nò di notare. 

4. Int. An dixerit aliquid de paroclio qui eum cnm Dora- 
Hce conjunxit in matrimonium de praasenti, et 4e testibos qui 
assisterunt eidem matrimonio, et quomodo feperìl habere fldeA 
sui status liberi a curia episcopali senogafliensi? 

Resp. Non mi disse Menelao ninna di queste cose. 

5. Int. An odio, vel amore, et super inimicitia? 
Resp. Recte. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus de silen — 
tio; et perlecta ei sua depositione» se subscrìpsit: 

Io Cicerone Nardi confermo quanto sopra di mano propria . 

Ada sunt hSBC per me Curlium Signanum Sancii Offici! no — 
tarium. 



SUCCESSIVE. 



ì. Adm. rev. p. vicarius misit per nuncium expressorTJ 
supradictam depositionem ad reverendissimum patrem Inquism- 
torem Anconae, ut dignaretur significare quid esset faciendotn 
prò fabricatione processus et prosecutione causaB, et eodem d*c 
idem patre inquisitor respondit se rogasse reverendissimum p:»- 
trem inquisitorem Eagubli ut mandaret adm. r. patri vicario 
S. Officii Fabriani extrahere jaridice a libro in quo notanl^^r 



DalrimoDia qua io dies coatrahontur io parochia de Piano ejas^ 
ém terra Fabriani partìtam matrìmoDii contraeti inter Mene* 
JaQm et Gibertam : et etìam scripsìsse adm. re?, patre yicario 
& Qfficii SenògallieDsi ut se transferret ad locom Mondala et 
a libro solito matrimoniomm in quo snpponitur reperiri nota- 
timi matrimonioin inter Menelaum et Doralicem, someret for* 
miler notnlam dictì matrìmonii, et estraheret inslromentom dotis 
et fidem sui status liberi, monendo bine, et inde» ut mitterent 
scripturas faciendas ad manus adm. rev. patre yicarii S. Offlcii 
fioina^ 

Ita est: Curtius Signanus S. Officii notarìos. 

iiiomo 20 ottobre 1387. 

Comparerunt scrìpturae misssd a Rev. adm. vicario Sancii 
OflBeii Fabriani, et incìpiunt, et desinunt ut infra, et fuerunt 
repositas in actis et signatae littera majuscula A. 

Ita est : Curtius Signanus Sancti Officii notarius. 

Copia scripturarùm niissarum ab adm. r. p. vicario Sancti 

Officii Fabriani est quae sequitur. 

i 

I Giorno, 25 ottone 1387. 

1. Adm. r. p. vicarìus Sancti Officii Fabriani praecepit Me- 
naDdro Barello mandatario ejusdem Sancti Officii ut adiret domum 
f. d. Luculii Arnaldi parochi ecclesiae de Piane et ei diceret ut 
sibi ptaceat slatim deferre ad Sanctum Offlcium librum in^ quo 
^ctantur matrimonia quae in dies contrabuntur in dieta paro- 
chia; et fine mora praefatus d. Lucullus sistens, coram eodem 
^dm. r. patre vicario, in meique etc, et delato ei juramento dt 
Meritate dicenda, quod pradstilis sacris litlerìs dixit: 

Avendomi V. P. M. R. ordinato, per mezzo del suo man- 
giano, cbMo portassi il libro nel quale si registrano i matri- 
^onii cb'alla giornata si vanno facendo nella mia paroccbia, 
ì^ho otibidito, &A eccolo qui ; sta sempre appresso di me, e lo 
Conservo fedelmente. 

Et de facto exbibuit mibi quemdam librum cooperlum 

charta pergamena, allitudinis duorum digitorum et chartulatum 

l^er lotum ; apparet paginarum 22S, et incipit prìmum matri- 

tiMnium : adi primo gennaro 1328, et ultimum adi 12 ottobre 



— MB — 

1387, CQm insciiptione de foris: 1328. Uber matrìmonioram qoa 
coDtrahuDtur de die in diem io parochia de Plano Fabriani.e 
sub pagina 150, per me, etc. bene visus etiectus reperi tur ir 
ter caetera notula matrìmonii contracti inter Gibertam Oliai 
Gastoris Malgradi et Menelaum filium Fidelis Sanctorì ; qaai 
etiam de mandato praBfati adm. rev. p. vicarii de verbo ad m 
bum ex dicto libro fideliter extraxi et in actis descrìpu, fi 
ut sequitur, videlicet: 

Denunciationibus prasmissis tribus diebus Testi vis, quaroi 
prima 28 ì)ctobri8» secnnda prima novembris et terlia seplin 
ejnsdem monsis inter missarnm solemnia babitis, nulloque di 
tecto impedimento, ego Lucullus Àrnaldus curalus ecclesisB ( 
Plano Fabriani, dioecesis Camerini, Menelaum filiuro Fidel 
Sanctorì de Fabriano» et D. Gibertam filiam Gastoris Malgra 
parìter de Fabriano, mutuo habito consensu, per verba de pra 
senti matrimonio» praesentibus ibidem prò testibns domino t 
pitaneo Filiberto Boccaferri let Gicerone Nardi, conjunxi. 

Ita est: Arcadius Helitinus Sancii Officii Fabriani notarìu 



SI PROVA LA SGPRAVIVENZA DELLA PRIMA M06UE 
GON L'ESAME DI SÉ STESSA E DI DUE ALTRI. 



Giorno 26 Ottobre 1387. 

Examinala fuit per adm. rev. patrem vicariuro Sancii Ofii< 
Fabriani existentem in sacrario sanctse Luciae ejusdem oppid 
in meique, eie. 

Giberla filia Gastoris Malgradi ; aelatìs annorum viginti qui 
que, cui delato juramento verità tis dicendae, quod praesli 
taclis sacris litteris, praeviis debitis admonitionibus, fuit per 

1. Int. De nomine, cognomine, parentibus, patria, exercili 
vel professione ipsius examinatae? 

Resp. Io mi chiamo Giberla figlia di Gaslore Malgradi e 
Amulfa Geliari da Fabriano ; Tela mia, anni venticinque ; il m 
esercizio è d'attendere alla mia casa. 

2. Int. An sit soluta, vel viro conjuncta, et quatenus eb 




I 



& 



c^^'.A. 






fot wmat» cogiMìfii, pveQlH^ pttriam. MilMi M «surtì- 
tiQB luriii ipisK aamiuàtm^ 

Re^ Io OQQ so se sii oaribta o f^edoTi» panche lim wnl 
sono mi oorìbi, e mio oarito dopo essser nasuto meco «k^uai 
anni se oe andò Tia, e non ho sipQto più nooo detitU sik^ 
SQO nome è Mendao» figlio di Fedele Santoli e di Martinelli 
Acanti n suo paese è Fabriano» d'anni Tentisette» e il suo ecwr» 
ciiio era fare Ù mercante di panni. 

3. InL De quo tempore, qua in ecclesia, coram quo parocho 
et quibos testibns praesentibiis matrimonium contraxerit cum 
dicto Menelao T 

Resp. k> wì maritai dieci anni sono ; si fece lo spasaliido 
il giorno proprio di s. Martino nella chiesa del Piano» alla pre- 
senza di d. LqcqIIo Arnaldi carato, e testimooii furono il si- 
gnor capitano Filiberto Boccaferri ed il signor Cicerone Nardi 

4. InL Per quantum temporis spatium ipsa examinata et 
dictos Henelaus àmul cohabitaverint in figura et forma matri* 
monii? 

Resp. Io, come ho detto, mi maritai dieci anni sono con 
Menelao, e dopo aver seco abitato in figura e forma di matri- 
inonio per lo spazio di sei anni, se ne parli e non so se sia 
▼ivo morto. 

5. Int. Àn ex dicto Menelao fllios genuerit et quatenus eie,, 
dicat eoram numerum et nomina ? 

Resp. Da Menelao ho avuti due figli maschi ; V uno avrà 
otto anni e si chiama Querino , e V altro sette per nome Fol- 
letto. 

6. Int. Ubi ad prassens reperiatur praafatus Menelaus ejus 
inaritQs, et hoc an sciat, vei saltem dici audlerlt ? 

« Resp. Io non so di certo ove al presente si trovi mio 
inarìto Menelao ; si va però dicendo che sia In Slnigalin; altri 
dicono che sia a servire nel Duomo di Spoleto; non so Iti qirnl 
l^ogo, né come sia nata questa voce. 

7. lot. De vicinis domui su» habitationis, et quatenus an 
Quandoque se videant T 

Resp. Di rimpetto alla mia casa abita il signor Fulvio 
Gabiaui, ed alla destra della mia casa medesima ci sta rneHHar 
Roseo Campanella , mio compare al battesimo , e ci vediamo 
ogni giorno: 

Quibus habitis et acceptatis, dimissa fuit, jurata de sllaritio; 
tt perlecto ei suo examine, se snbseripsit: 



lo Giberta H»lgradi confermo quanto sopra di mano propria 
Àcta snnt bsBC per me Àrcadinm Metitinam Sancti Offidi 
notarinm. 



; EADEM Dlp IN VESPEOIS. 

Examinatas prò inforitìatione Sancti Officii qoram Qt ab 
supra, in meiqne etc 

D. Fiilvius Gabbianns, aBtatis annomm trig^nta, coi delafa 
juramentoveritatis dicendse, quod pra^Utit tactis sacris lit< 
teris, fuit par D: 

1. Int. An cognoverit et cognoscat Gibertam ftHam Castori! 
Halgradi et Àmulpbae Cellari, et uiorem Menelai Sanctori T 

Resp. Io conosco molto bene Giberta figlia di Castore Mal 
gradi e di Arnnlfa Cellari, e moglie di Menelao Santorì, 

% Int. An praBfata Giberta vivat et hnmanis vitam dacat' 

Resp. Padre si, che detta Giberta di presente vive al mondo 

3. Int. De causa scientiaB. 

^ Resp. Io lo sa perchè questa mattina ho parlato seco, pei 
vedere se in casa sua fossero andate alcune mie galline. 

4. Int. An in bis partibus reperìatur aliqua alia mulìei 
hoc nomine et cognomino vocata atque bis parentibus nata e 
quatenus etc. 

Resp. Padre no, chMn queste parti non si trova alcun'al 
tra donna che si chiami con tal nome e cognome e nata d 
questi genitori; e lo so benissimo, per avere io intiera noti» 
della persona e parentado d'essa Giberta. 

Quibus babitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus d 
silentio; et perlecto ei suo examine, se subscripsit: 

Io Fulvio Gabbiani confermo quanto sopra di mano propris 

Acta sunt baec per me Arcadium Melitinum Sancti Offi& 
notarium. 



SUCCESSIVE. 



Examinatus fuit prò informationé Sancti Officii et ubi supra 
in meique etc. 

Roseus Campanella, setatis annorom quinquaginta, cui delat« 



— ri — 

I ¥Britalì8 dicedda» quod prastitit bcfis sifcris KUerìs, 
Mtper D. 

1. InL Ao oognoscat et oognoierìt Giberbin flliam Oistorìs 
Halgradi et Arnnlpbs Cellari, et uioreoi Menebi Siiictori t 

Resp. Io G0D06G0 molto brae Giberta flgiit di Castore Mal- 
gradi e di Arnolfa Cellari, e moglie di Menelao Santori, ed fai 
M qnello che ia tenoi al battemmo. 

2. lot ÀQ praefata Giberta ^?at et in bamanis vitaiA 
dncatT 

Resp. Padre si , che Giberta di presente vive e sta con 
buona sainte. 

3. lot. De caHsa scienti» ? 

Resp. Lo so perchò adesso P ho ?ednta sedere sopra la 
porta di sna casa e mi ha dato il bnon giorno. 

4. Int An his in partibns reperiatar aliqna alia mulicr 
hoc nomine et cognomine vocata atqoe ex his parenlibus 
nata? 

Resp. Padre no , che in queste parti non si trova altra 
donna che si chiami col medesimo nome e cognome e nata di 
questi genitori ; e lo so benissimo per la notizia che sempre ho 
avolo della persona e parentado d'essa Giberta. 

Quibos habitis et acceptalis> dimissus fuit , juratus de s^ 
lentie; et perlecto ei sao examine, se snbscripsit : 

b Roseo Campanella confermo quanto sopra di mano 
propria. 

Acta snnt hsec per me Arcadium Militinom Sancii Ofllcil 
Dòtarium, etc. 



INCONTINENTI. 



Vocatus personaliter, comparaìt coram et ubi suprn, in mci- 
9Ue, etc. 

D. Rngerins Polamos notarins curia laicalis , cui dolalo 
ì^ramento yeritatis dicendSB, quod praBstititltactis sacris llttoris, 
tait per D. 

1. Int. An cognoscat Tel unquam cognorerlt Menebum 
^netori et Gibertam Malgradi, et qaatenos de causa sdenti.'n? 

Resp. Menelao Santori e Giberta Malgradi sono marito e 
doglie, sebbene quel disgraziato ha abbandonato questa poT^ra 



— 171 — 

giovine, e Dio sa dove si trova; e ao ehe sono marito e iBOfjlie, 
perchè io feci riatromeoto della dote e mi troni praseate allo 
sposalizio, che fti litfo nella chiesa del Piano, saranno' diaci 
anni, il giorno A a. Martino. 

2. Et èi dictò ift dxhibeat copiam dicti ^nstramenti dotalis 
si forte habet apnd se. ' 

Resp. Essendomi stato insinuato qai dal signor notaio dal 
SanrUfficio, che V. P. M. R. desiderava copia di qaesf latra- 
mento, io senza dilazione l'ho fotta, ed eccola qui: ed il signor 
notaio m'ha potato comunicar quésto per èssere io procuratore 
dei poveri rei di questo santo tribunale. 

Et de facto exhibuit quoddàm fòlium eiaratum in duabus 
paginis cum dimidia^ et incipit: In nomine Domini. Àmen. Gum 
essent in domo domini Giceronis Nardi, etc. Finit vero. Et ita 
convenerunt et conveniunt, etc. 

Quod folium fuit per me, etc, receptum et repositum in 
actis et signatum littera maiuscola B. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus de si— 
lentio; et perlecta ei sua depositione, se supscriptis : 

Io Ruggero Palmi confermo quanto sopra di mano propria _ 

Acta sunt haBC per me Arcadium Melitinum Sancti Offici ^ 
notarium. 

Giorno 20 novembre 1387. 

Pervenerunt ad manus adm. r. patris vicarii Auximi seri — 
pturse missse ab adm. rev. patre magìstro vicario Sancti Oific^^i 
SenogalJidB, quae incipiunt et desinunt ut infra, et fuerunt r^ - 
ceptae in actis et signatas littera maiuscola G. 

Ita est: Curtius Signanus Sancti Officii Amimi notarius, eie 

Giorno 24 novetnbre 1887. 

Adm. rev. patre vicarius Sancti Officii Senogalli», ex com- 
missione reverendissimi patris inqnisitoris Anconae ut patet, ex 
litteris, etc. , una mecum accessit Mondnlphum, et degens in 
conventu Sancti Augustini in cella sibi assignata, coram ipso in 
meique, etc. 

Vocatus personali ter comparai l rev. d. Anastasius Marrìnas, 
cui delato juramento veritatis dicendae , quod praostitit tactis 
sacris litteris, fuit per D. 



-275 — 

i. IqL De eJQS esercì tio. 

Resp. Io sono Tdoìco carato di qoesta terra» ma sotto di 
me ho diversi cappellani che m'ajotano, e il mio esercizio è 
Itttlenare, confessare e comunicare, fare i matrimonii e le altre 
cose solite ai parrochì. 

2. Int. De nomine parochialis ecclesiae. 

Resp. La mia chiesa parrocchiale si chiama la Parrocchia 
Gommie. 

ì. InL Ad apnd se habeat librum in quo natantur matri- 
monia qua conti^huntnr de die in diem ? 

Resp. Presso di me non ho altro libro de' matrimonii , se 
DOQ da an anno in qna, perchè per gli anni addietro» che sa- 
rumo settanta, erano registrati tutti i matrimonii in un altro 
libro ; ma per cattiva disgrazia , tredici mesi sono , essendosi 
attaccato il fooco nella mia casa , s' abbruciò la stanza dove 
dormivo e tutti gli eflètli e libri che si trovavano in essa; e 
fra questi si consumò anche il libro dove si notavano i matri- 
mooii che di volta in volta si facevano ; e adesso si notano in 
QD libro che si comprò allora e si conserva fedelmente presso 
di me. 

Tnnc adm. rev. pater vicarius , ne fisci intentio oh defe- 
ctom probationum destruatur , decrevit examinare parochum 
coram S. Patemitate adm. rev. stantem et testes ab eodem ad- 
dncendos; testes» inquam, qui fuerunt prsBsentes quando prse- 
fatom matrimonium Inter dictos Menelaum et Doralicem fuit 
coQtractum, et ita ad finem supradictum, absque temporis in- 
terrano» sub eodem juramento» fuit per D. 

4. Int. An cognoscat Menelaum Sanctorum et Doralicem 
Talpinam» et quatenus» etc. 

Resp. Io conosco molto bene Menelao Santori e Doralice 
Talpina» e sai^nno, circa tre anni» quando venni ad abitare in 
Qoesta terra. 

5. An sciat inter dictum Menelaum Sanctorum et Doralicem 
Talpinam contractum faiisse matrimonium per verba de prse- 
Knti, et quatenus, etc; dicat ubi, quando coram quo parocho» 
Viibus testibus praesentibus. 

Resp. Io so molto bene che tra Menelao Santori e Dora- 
Bce Talpina fu contratto matrimonio per le parole di presente» 
e fa contratto nella mia chiesa della Parrocchia Comune » tre . 
uni sono, il giorno di san Michele, e fu alla mia presenza e 

Tamb. /iiqfyù.Vol.11. S5 



- 274 — 

di due teslimonii , cioè del signor Tarquinio Bellocchio e de 
signor Questore Campi. 

6. Int. De modo quo foit contractum dictum matrimonian 
inler Menelaum et Doralicem? 

Resp. Questi due signori fecero gli sponsali ed aggiostaront 
la carta dolale con promissione di seicento scudi di dote, e s< 
ne rogò un tal notaio che si chiama Mercurio Campanelli, comi 
mi dissero i medesimi testimonii. Dopo alcuni giorni mi pre 
sento la fede del suo stato, libero fatta da monsignor vicarii 
generale di Sinigalia con una lettera a me, che facessi i solit 
proclami e, non scoprendosi dopo essi alcun impedimento , 1 
dovessi congiungere in matrimonio per verba de prcesetUi; < 
tanto eseguii , come ho detto , tre anni sono nel mese di set 
tembre nelFaltar maggiore della mia chiesa; cioè feci i proclam 
in tre giorni festivi, e poi il giorno di san Michele li sposai 
avuto Tespresso consenso delF uno e dell'altro di pigliarsi pei 
marito e moglie. 

7. Int. De patria et exercitio dicti Menelai, einsque uxoris 
Resp. Menelao dice esser da Fabriano; ed il suo esercizio < 

fare il mercante di panni, e la moglie tende alla sua casa. 

8. Int. Quomodd probaverit et habuerit fldem sui statu 
liberi Menelaus prsefatus? 

Resp. Io non saprei dire in qual maniera Menelao abbi: 
provato ed avuta la fede del suo stato libero. 

9. Int. Ubi modo reperiatur fldes status liberi Menelai e 
epistola sibi examinato scripta a d. vicario generali Senogalia 
prò contrahendo matrimonio. 

Resp. Io n^n saprei dire dove si trova la fede dello stat 
libero" di Menelao; me la mostrò e poi se la portò via; dop< 
fatto il matrimonio stracciai la lettera del signor vicario gene 
rale di Sinigalia. 

10. Int. An Menelao Doralices genuerit filios? 

Resp. Doralice ha avuto da Menelao un figlio ed una figli; 
li ho battezzati ambedue io; il maschio si chiama Ballarino 
i^ la femmina Filabella; il primo avrà due anni circa , e la se 
eonda pochi mesi. 

il. Int. A quo tempore Menelaus reperiatur in hoc locc 

Resp. Non lo saprei dire: io so che tre anni or sono 
binando venni, lo trovai qui. 

Quibus habitis et acceptatis, dìmissus fuit, juratus de si 
♦entio; et perlecto ei suo examine^, se subscripsit: 



- 175 - 

Io Anastasio Marrini confermo quanto sopra di mano 
propria. 

«Àcta sunt hsec per me Àrcadiom Melìtinum Sancii Officii 
nolarinm. 



ESAME DEL PRIMO TESTIMONIÒ 
PER PROVARE IL SECONDO MATRIMONIO. 



Stesso giorno prima del vespero. 

Examinatus fuit prò informatione Sancii Officii coram et 
obi supra, in meique, eie. 

Tarquinius Beiloculus , annorum 38, cui delalo juramento 
veritatis diceodae, quod prsestilit taclis sacris iilteris, fuit 
per D. 

1. Int. An sciai, vel imaginetur causam suae vocalionis el 
praosentis examinis? 

Resp. Padre no, clie non so né m'immagino la causa per 
la quale V. S. mi voglia esaminare. 

2. Int. An cognoscat Menelaum Sanclorum et Doralicem 
Talpinam, et qualenus quo tempore cifra ? 

Resp. Io conosco Menelao Santori da Fabriano, mercante di 
paoni, da tre anni in qua circa che venne a stare in questa 
terra; e Doralice Tbo conosciuta dopo ch'è nata, essendo am- 
bedue noi di questa patria. 

3. Int. An sciai Inter dictos Menelaum et Doralicem con- 
tractum fuisse malrimonium per verba de praesenti, et quale* 
nos, etc. Dicat ubi, quando, coram quo parocho quomodo, et 
quibos testibus praBsentibus T 

Resp. Io so mollo bene che tra Menelao e Doralice fu con- 
tratto il matrimonio nella chiesa della parecchia della la Go- 
^ooe, tre anni circa, alla presenza di d. Anastasio Marrini, che 
^eooe curato in quel tempo, e fui testimonio io ed il signor 
Questore Campi; e fummo presenti, e vedmemo e sentimmo 
(be il signor curato dopo aver celebrata la santa messa dimandò 
^ Menelao Santori se si contentava di pigliare per sua legittima 
sposa Doralice Talpina, ed egli disse di si; e poi si voltò a Do- 
^^ Talpina e le chiese se si contentava di pigliare per suo 
l^ttìmo sposo Menelao Santori, e ancor lei rispose di si; e ciò 



— f 76 — 

detto Menelao pose Fanello nel dito di Doralicè, e dopo a?er ii 
curato dette alcune orazioni li licenziò con esortarli a stare 
pace. 

Qaibus habitis et acceptatis, dimissas foit, juratns de silen — 
tio ; et perlecto ei suo examine, se subscripsit: 

Io Tarquinio Bellochio confermo quanto sopra di mano^ 
propria. 

Àcta sunt haec per me Arcadium Melitinum Sancti Officu 
notarium. 



ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO 
PER PROVARE IL SECONDO MATRIMONIO. 



INCONTINENTI, 



Examinatus foit prò informalione Sancti Officii coram et nte 
supra in meique, etc. 

D. Qaaestor de Caropis, annorum 80, cui delato jurament^ 
veritatis dicendaB, quod pradstitit taclis sacris litterls, fuit per 

1. Int. An sciat, vel imaginetur causam snae vocationis i 
praBsentis examinisY 

Resp. lo non so afifotto niente. 

2. Int. An cognoscat Menelaum Sanctorum e Doralicem Ta 
plnam, et quatenus, a. quo tempore et quo loco? 

Resp. Io conosco Doralice per tutto il tempo di sua vit 
perchè lei ed io siamo nati ed allevati in questa terra e siairrp 
anche vicini: Menelao è forastiere e vende panni di lana; e sa:^ 
quaich'anno che si trova qui, non so se tre o quattro. 

3. Int. An scìat Inter dictos Menelaum et Doralicem cok:3 
tractum fuisse matrimonium per verba de praesenti, et quat^^ 
nus, etc. Dicat ubi, quando, coram quo parocho, quomodo ^ 
quibus testibus praesentibus? 

Kes. Io so molto bene che tra Menelao e Doralice sudde**^ 
è stato contratto in matrimonio, per verba de prceserUi; e f^ 
contratto nella chiesa della Parrocchia Comune airallar maggiore, 
stimo che siano tre anni in circa, alla presenza di d. Anastasia 
Marrini parroco di detta chiesa; e fossimo teslimonii il signor 
Tarquinio Bellochio ed io, e vedessimo ed udissimo tutto quella' 



— «7 - 

«be fece 6 disse il signor pairrooo ai detti sposi, e che si suol 
fare e dire in tatti gli sposalizi; il signor curato dimandò a Me- 
odao Santorì s'era contento di pigliare per soa legittima sposa 
Doralìce, e Ini rispose: Signor si; e poi interrogò Doraiice Tal- 
pina se si contentala di pigliare per soo legittimo sposo Mene- 
lao, ed ella disse di si: ed allora Menelao pose nel dito di 
Doraiice Fanello solito, e dopo aver il curato recitate alcune 
oraùoni, che non intesi, li Ucenxiò dicendo: Andate e state in 
fMice. 

Qoibas habitis et acceptatis, dimissos fnit jnratns de silen- 
fio, et perlecto ei suo examine, se snbscripsit : 

Io Questore Campi confermo quanto sopra di mano pro- 
pria. 

Acta sunt haec per me Arcadium Melitinum Sancii Officli 
notarium. 

Stesso giorno di sera. 

1. Ad modum r. p. vie. una mecum accessit ad illustr. r. d. 
Aotistitem Senogallise et nomine r. p. inquisitoris rogavit suam 
domioationem illustrissimam ut dignaretur mandare cancel- 
Mo curisB episcopalis ut daret et consignaret in Sancto Officio 
<^piam examinum seculorum in eadem curia prò probando statu 
'ibero dicti Menelai Sanctori; et illustrissimus benigne annuii. 

Ita est: Arcadius Mililinus Sancii Officìi notarius. 

6tomo 25 novembre 1387. 

Coram et ubi supra ip meìque. 

Personaliter comparuit d. Alidorus de Fioribus cancellarius 
^^lisB episcopalis SenogalliaB; et delato et juramento veritatis 
^cendsB, quod pr^eslilit tactis sacris lllleris, exposuil ut infra: 

1. Monsignor illustr. vescovo, mio signore, m'ha comandato 
^Ue io consegni giurìdicamente a V. P. H. R. la copia delfesame 
f^tto per provare lo stato libero di Menelao Santorì, ed è que- 
^ che ora presento. 

JBt de facto exbibuit quoddam folinm exaratum duabus pa- 

Kuiis mtegris; et incipit. In Dei nomine, Amen. Die 26 mail 1384. 

^tù statu libero Menelai filli Fidelis Sanctori eie. Finii vero : 

cbe se fosse contrario al certo lo saprei. Quod folium full re- 

ceptnm in actis et signatum liltera maiuscnla D. 



— 278 — 

Quibus habìtis et acceptatis dimissus fDit, juratus de sì- 
lentio, et se subscripsit: 

Io Alidoro Fiorì ho presentato giarìdicamente la suddetta 
copia d'esami. 
f Ita. est: Àrcadios Helitinas Sancti Offici! Dotarìos. 

r Raccolte le prove a suo modo il Santo Ufficio, la cui di- 
mora era a quelPepoca doo molto lungi dal luogo ove ora sorge 
la casa Cenci nota per il clamoroso processo fatto alla famiglia 
per la morte di Francesco Cenci, la cui vita fu un continuo 
misfare, e dei quale le ricchezze furono ingojate dalla voracità 
fiscale, Menelao Santorì come bigamo fu condannato innanzi 
tutto a passare fra le catacombe di Roma quaranta giorni ài 
rigoroso digiuno, ed in religiosi esercizi!, indi purificato, in 
giorno solenne con pesante croce sulle spalle fu obbligato a 
salire ire volte in ginocchio, dì quando in quando percosso da 
colpi di flagello, la scala santa. La medesima è formata, secondo 
la tradizione, dai ventotlo scalini della casa di Pilato e discesa 
da G. C. nel tempo della sua passione. Alla sommità della 
scala si venera una immagine custodita da una fitta inferriata. 
La parte superiore di questo edificio è una cappella che s'apre 
di rado e non è quasi accessibile che al jpapa, ai cardinali ed 
al clero. 

Dopo eseguite le due penitenze fu condannato il suddetto 
Menelao alla prigionia per tutta la vita. In tal modo si puniva 
dairinquisizione un delitto dalla civile legislazione colpita 
da carcere per ragioni di economia sociale, ma non perchè sia 
tale considerata la società entro meno angusti confini. 



SESTA DENUNZIA DEL FURTO D'UNA PISSIDE 
DOV'ERANO I COMUNICHINI CONSACRATI. 



Giorno l novembre 1388. 

Sponte personaliter comparuit coram adm. r. patre vicario 
Sancti Offici! Bononiae existente in propria mansione, in mei- 
que, etc. 




Scala Santa. 



^ 




Scala Santa. 



"K; 



- 2» - 

R. d. Boiaìas fiiins <pndìai Luiri Itosdfi fV ùl$llv^xv'^ 
Mtru dionesU Otteoàs: ^ptitìs umoraoi tiwil>i|iiìiV4|w; $k>n^ 
te saecohris: cappdhniis ecdes» [aiwliulìs W^Mhum. ^ 
ddato jumneolo wriuiìs dioeDd^. quod prx^Ut Molì$ ;?;Mfì$ 
lìtterìs, exposoit ot infra : 

1. SoD qui totlD afflitto per lappreseot»!^ a \\ Ps M. R. 
QD caso molto oitcd^ accaduto la notte pa^^ti. non ^> ;ii 
che ora. nelh chiesa {nroocliiale de^Xobilì^ della quale io ^h) 
cappellano. 

Ieri mattina dissi la santa messa allaltar nia^i^ore o Cimì- 

sacrai duecento particole, numerandole aTanli. per S9)>ere $^ 

lossero stale sofficienti per i nostri parrocechiani* I)o)h> U mia 

comanione aprii con la chiavetta, che avevo portata dalla .^(tn^^ 

stia, il tabernacolo e tirai fuori la pisside, e, consumati alcuni 

frammenti, vi posi tutti li comunichini consecrati allora: couìu-^ 

oicai quattro persone, che vollero anticipare la solennilik di lutti 

i Santi, restando nella pisside centonovantasei particole, o f^tla 

da essi la comunione, chiusi la pisside in cui nvovn rliHV'^lo i 

comunichini, la pósi dentro il tabernacolo, che scrrnl l>one, 

e, posta la chiavetta fuora il calice, fluii la mossa o con osso 

me ne ritornai in sagrestia, dove spogliato degli abili sncor- 

(iolaii e fallo i solili ringraziamenti, riposi la chinvclla dentro 

l'armadio solito, e ben serralo con la sua chiave, chn rlpoM 

poi in saccoccia, attesi ai servizi della chiesa. Quosl» tnallinn 

su le dodici ore è venuto da me piangendo il (^ninpaunro por 

Dome Carlino Belauri , il quale mi ha raccontalo elio , dopo 

^vere suonata TAve Maria solila, essendo andato per viKllnro la 

lampada del Santissimo con una candela in mano , ha mmV' 

vaio fuora la predella delP altare di qua e di \h molto pHrli- 

cole; alzali gli occhi verso il tabernacolo, V ha vodulo Mumi 

I'qscìoIo solilo e senza la pisside, e subito /3 venuto a darinnno 

parie, per essere infermo il signor curalo. Ed io, voHliloml in 

fretta, sono andato seco in chiesa, ed ho veduti KpnrHi i c^ìtm- 

bichini, come per sprezzo, in diverse parli di;tla |>n;dcila, i) 

trovato il tabernacolo aperto, e Tosciolo d'esso hu Tallare mmn 

folto: visitata poi la chiesa, ho trovate serrale tutti; ìh \f(}rUr, 

t^a alla destra deiraitare di san Gregorio ho mf\mrUf un bum, 

per il quale può passare comodamente un nomo, «f f\uft^U} bum 

Per la pratica che ho della chiesa, prima sicfiramenti; non c'era. 

£ perchè questo è caso sacrìlegrr del S. Officio, mm v^nnt^i ^ 

dargliene parte per debito mio e r^r intendere qfji;ll/i chn fA 

da da bre. 



ostioli quaB deest» sed solum corporale ordinariam eitensaro 
in tabemaculo. Quibus peractis idem d.» UDa mecnm et teslibus, 
quibus sopra, se transtaiit ad altare saDcti Gregorìi» et a parte 
dextera eiasdem altaris inventam fuit quoddam foramen flgarae 
circularis, corrìspondeos ex altera parte in via publica, qax 
vulgo dicitur la strada larga, latum per diametrum spatio noins 
ulnaB et duarum unciaron) ad mensuram bracbii mararii. Et 
cum non invenialur fractura alicuius lapidis, tale foramen ap- 
paret fuisse factum aliquo instrumento perforante, movente sci- 
licet unum laterem post alterum. Et ita haec omnia vide, obser- • 
vavi et adnotavi, etc. 

Curtius Signanus Sanctì Offici notarìus. 



ESAME DEL PRIMO TESTIMONIO 
PER PROVARE IL VEDUTO ED IL TROVATO. 



Gorum adm. rev. patre vicario pra3falu existeote in sacrario 
dictSB ecclesiae in meique, etc. 

Vocatus personaliter comparuit Hortensius Perolius deCa- 
^nerino; annorum quadraginta, faber lignarius; testis assumptaSi 
cui delato juramento vèritatis dicendae , quod prsestitìt tactis 
sacris litteris, ad opportunam d. interrogai. 

Resp. V. P. questa mattina ha fatto chiamar Francooio 
Gallina e me, e che ha detto che venissimo in compagnia sua 
e del signor notaro che ora qui scrive, ed abbiamo ubbidito; 
e lei ci ha condotti alla chiesa de' Nobili, dicendo ad ambedue, 
osservassimo tutto quello che veduto avessimo ; ed arrivali al- 
Tallar maggiore, ho visto fuora la predella del medesimo altare 
di qua e di là sparsi molti comunichini, che le persone dice- 
vano essere consacrati ; e V. R. dopo aver finita un poco d'ora- 
zione, ha fatto venir il cappellano e gli ha ordinato che si 
vesta di cotta e stola , e pigli un calice e con ogni rivereoi&a 
raccolga tutte quelle sante particole e le metta dentro, nume- 
randole una per una, e le riponga in qualche luogo onorevole, 
come ha eseguito; collocando il calice con dette particole io 
un tabernacolino posto sulfallaredi san Rasilio; e le particole 
contate erano centònovanta, mancandone sei, secondo che atte- 
stava il cappellano. Dopo V. R. s*è levato in piedi, e salita la 
predella s'è accostato all'orlo dell'altare ed ha accennato al si* 



— »5- 

m notaro ed a noi dae che ci aTricinassimo» come abbiamo 
no; ed io ho veduto il (aberaacolo aperto senza il solito 
(dolo , ed alla parte sinistra dell'altare ho veduto r usciolo, 
le mostrava esser quello che chiudeva il tabernacolo» e preso 
mano da lei e da me ed accommodatolo all'apertura del ta- 
macolo, s'è trovato che conveniva ; ma dalla banda destra ci 
incava il legno di tre dita per lungo, ed è quella parte che 
ediante le due feminelle riceve i polì, ossia gangaretti; e la 
Ddinuzione per quanto appare è fatta con istrumento tagliente; 
dalla banda sinistra si vede la sua serratura senz'alcuna le- 
}Qe ; la quale confrontata da V. R. con la chiavetta solita , 
ibita dal cappellano, conviene ed apre assai bene. V. R. poi 
I guardato diligentemente dentro il tabernacolo, e per ordine 
IO dopo abbiamo guardato bene ancor noi , e non s' è 
ofata pisside di sorte alcuna, ma solo un corporale piccolo 
steso dentro il medesimo tabernacola sopra il qua! corporale 
i?ea star la pisside : fatto questo, bar condotto seco il signor 
>taro e noi due testimonii air altare di san Gregorio , ed ha 
duto alla destra del medesimo altare nella muraglia maestra 
Ila chiesa un buco grande, tondo ; misurato da mastro Fran- 
DIO muratore alla presenza nostra , s' è trovato che per dia- 
stro è largo un braccio e due oncie e corrisponde questo 
co nella via pubblica che si chiama la strada larga ; e per- 
ò si vedono i mattoni levati uno dopo Faltro senza rottura, 
giudico che sia stato fatto il buco con qualche istromento 
oètrante, col quale si sia prima scalcinato il muro e poi le- 
ti i mattoni uno dopo l'altro. 

Quibus habitis et acceptatis, dimissus fuit, juratus de si- 
atto , et cum , prò ut dixit , nesciret scribere, fecit sìgnum 
QCis. 

Signum crucis f Horteosii Perolii. 

Acta snnt tìaac per me Gurtium Signanum Sancii Offlcii 
otarium. 



ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO. 

I. Vocatus personaliter comparuit Franconius Gallina, alter 
8li8 assumptus ; annorum quinquaginta ; faber murarius ; cui 
liato juramento veritatis dicendo, quod pi-a^titit tactis sacrìs 
ima, ad opportunam d. interrogationem ? 



— «Sfi- 
la comuDione in compagnia di Dolabella mia figlia, del campa- 
Darò della stessa chiesa» di coi non so il nome, e del sagrestano^ 
della Rotonds^ che nemmeno so come si chiami. 

4. Int A quo d. Polimins habait commnnichinos exhibitosB 
sibi et aliis persoois a se nominatis ? 

Resp. D. Polimio nell'andar a celebrare la detta messa, dalla: 
sagrestia portò sopra il calice una scatola piena di comunichini,. 
quali riversò sopra il corporale disteso sopra la pietra sagrata^ 
e a suo tempo li consacrò insieme colPostia ; e dopo essersi- 
comunicato lui, prese dal tabernacolo la pisside e dentro posai 
tutti i comunichini, e poi ci comunicò : e comunicati che A 
ebbe, collocò la pisside di nuovo dentro il tabernacolo e serròi 
l'usciolo e pose la chiavetta su l'altare; finita la messa, mise lai 
chiavetta sopra il calice e se ne ritornò col calice stesso ìh sa- 
grestia. 

5. Int. Quomodo ipsa examinata sciat d. Polimium posoisse! 
pyxidem intra tabernaculum,et.clausisseclavicula, eteam por- 
tasse supra calicem in sacrarium ? 

Resp. Io so tutte queste cose delle quali mi dimanda, per- 
chè le vidi con gli occhi miei; anzi facendo la chiavetta un 
poco di stridore nel serrare» tutti la poterono non solo vedere, 
ma anco sentire. 

Quibus habitis et acceptatis, dhnissa fuit, jurata de silentio^ 
et perlecto ei suo examine, se subscripsit: 

Io Viola Mari confermo quanto sopra di mano propria. 

Acta sunt haec per me Curtium Signanum Sancti Offici! 
notarium. 



ESAME DEL SECONDO TESTIMONIO. 



Vocatus personaliter comparuit coram adm. rev. patre 
vicario Sancti Officii existente in propria mansione, in mei^ 
que, etc. 

Carlinus filius quondam Orlandi Belauri de Tridento, an- 
norum quadraginta duorum; pulsator campanarum ecclesia 
parochialis Nobilium , cui delato juramento veritatis dicendo , 
quod praestitit tactis sacris litteris, fuit per D. 

I. Int. An sciat vel imaginetur causam suad vocationis et 
prsBsentis examhiis? 



— i87 — 

Resp. Io m'imagino che v. rev. mi voglia esaminare circa 
il forto della sacra pisside fatto Dell'aitar maggiore della chiesa 
de'Nobili. 

' 2« iDt Et ei dicto ut referat quid sibi occorri t circa prae* 
fatnm fartum? 

Resp. Essendo ammalato il signor curato, la sera dopo TAve 
Maria de'morti porto le chiavi della phiesa al signor cappellano 
per nome d. Polìmio Roselli» e poi la mattina su l'aurora le vado 
a pigliare; e suonata TÀve Maria, visito la lampada del Santis- 
sìmo e raccendo e raggiusto secondo il bisogno. La mattina dei 
Santi mi levai più a buon' ora del solito e » suonata che ebbi 
TAve Maria, mi portai a dirittura all'aitar maggiore con una can- 
dela io mano, e trovai la lampada che ardeva ancora: e dato 
un'occhiata nella predella del medesimo altare, sopra d'essa vidi 
xjfì^ mano di comunichini sparsi di qua e di là, e restai atto- 
idto, non sapendo che pensare ; alzati poi gli occhi verso il ta- 
bernacolo, vidi ch'era aperto e senza il solito usciolo ; e osser- 
vando bene, trovai detto usciolo alla sinistra dell'altare; e poi 
alzata la candela verso il tabernacolo, m'avvidi che ci mancava 
la sacra pisside piena di comunichini, che la mattina antecedente 
il signor cappellano aveva consacrati e posti nella pisside, che 
poi mise dentro il tabernacolo e lo serrò con la 'solita chiavetta; 
la quale, finita la messa clie io servii, portò in sagrestia sopra 
il calice e la collocò nell' armadio solito sotto un' altra chiave. 
Io, vedendo questo spettacolo, ritornai subito a darne parte al 
signore' cappellano, il quale levatosi in un tratto di letto, e 
andati insieme nella medesima chiesa, trovammo quel che ho 
detto di sopra. Visitate le porte, erano ben chiuse , e girando 
la chiesa osservammo alla destra, dell' altare di san Gregorio 
Della muraglia principale un buco fatto a tondo tanto largo 
che comodamente ci poteva passare un uomo ; e corrispon- 
deva il buco alla strada larga, e credo che. per qui passassero 
i ladri. 

3. Int. An illud foramen antea esset , et quomodo hoc 
sciai? 

Resp. Quel buco non c'era, e lo so per la pratica ch'io ho 
biella chiesa da due anni in qua. , 

4. Et ei dicto ut describat pyxidem ablatam , et si ante- 
qoam ponerentur particulae consecrataa ut sopra praeesistebant 
^^ comunkhm? 

Resp. La pisside rubata sarà stata capace di duecento 



comuDicbini ; tutta d'argento e dalla parte di dentro indoratai ; 
larga poco pib o meno di quattro dita , alta otto dita in ciroa 
ed era vestita d'un panno bianco ricamato di rose rosse, e in 
cima del coperchio si vedeva una crocetta pare d' argento. 
Avanti ci era qualche particola o frammenti; ma d. Polimio li 
consumò avanti di metterci le particole consacrate. 

8. Int. Àn in sere antecedenti foerit visitata dieta ecclesia, 
antequàm clauderentur ianuae , et quatenus etc^ a quo , vel a 
quibus ? 

Resp. La sera antecedente ; che fu sabbato , dopo r A^e 
Maria, la chiesa de' Nobili suddetti fu visitata diligentemente 
da me e da d. Polimio ; e non trovando alcuno , serrammo 
ambedue le porte e uscimmo per la porta piccola, quale pari- 
mente serrammo, e ieri mattina nella visita la trovammo pur 
serrata. 

6. Int. Quomodo sciat d. Polimium in mane sabbati posuisse 
pyxidem plenam particulìs consecratis intra tabemaculum , et 
clausisse ostìolum clavicula et eam portasse in sacrarium , et 
quomodo colloca verit sub alia clave? 

Resp. Io lo so perchè sabbato mattina il signor d. Polimio 
mi fece preparare duecento comunichiai e li portò dentro una 
scatola sopra il calice air altare maggiore quando ci andò per 
celebrare la santa messa, e li vuotò tutti sopra il corporale cbe 
avea disteso su la pietra sacrata , e a suo tempo li consacrò 
insieme con Tostia cbe stava sopra i comunichini; e fatta cbe 
lui ebbe la comunione , pose tutti li comunichini entro la 
pisside e comunicò la signora Viola Mari e Dolabella sua 
figliuola , il sagrestano della Rotonda e me ; e dopo con gli 
occhi miei vidi che chiuse la pisside con il suo coperchio 
e la pose con la mano destra dentro il tabernacolo, e poi vidi 
che con Tistessa mano serrò l'usciolo con la solita chiavetta ^ 
la pose sopra V altare 9, 'finita la messa, la portò in sagresti» 
sul calice e la chiuse con un' altra chiave , come ho detto di 
sopra. 

7. Int. Quomodo sciat modo a se narrata ? 

Resp. lo le so perchè le vedevo, e non potevo a meno di 
non vedere queste cose, perchè servivo la messa e stavo attento 
a tutto. 

8. Int. An ,' facta communione a se tribusque aliis , et 
reclusa sacra pyxide in tabernaculo, sciat vel dici audierit idem 
tabemaculum fuisse amplins apertum propria clavicula ? 



— i89 - 

Resp. Io non so né ho inteso dire che, dopo la messa dì 
d. Polinio e dopo la nostra comunione, alcuno abbia aperto il 
tabernacolo con la sua propria chiavetta ; e ninno lo può sape- 
re meglio, di d. Polimìo , che lo serrò e portò via la chiave , 
come ho detto di sopra. 

9. Int. An sciat, vel dici audieril, vel suspicalus fuerit quis 
potoerit fnrari dictam sacram pyxidem ? 

Resp. Io non so, né ho inteso dire, né ho sospettato chi 
abbia potuto fare questo furto della sacra pisside. 

Quibus habilis et acceptatis, dimissus fuit, juralusde silen- 
tio; et perlecto ei suo eiamine, curo, prò ut-dixit, nesciret 
SGrìbere, fecit signum crucis. 

Signum crucis f Carlini Bellauri. 

Acta sunt haec per me Curlium Signanum Sancti Officii 
Dotarium. 



ESAME DEL TERZO TESTIMONIO. 
SUCCESSIVE, 



Vocatus personaliter comparuit coram et ubi supra, in 
meique, etc. 

Capreolus fllius quondam Ansaldi Bellini de Lucerna , aetatis 
honorum viginli septem, sacrista ecclesiae vulgo della Rotonda; 

1. Int. De ultima communione ipsius examinali? 

Resp. Io feci la mia ultima comunione sabbaio prossimo 
passato, che fu vigilia di tutti i Santi. 

2. Int. De ecclesia et de altari in quibus fecit suam com- 
munionem, de sacerdote qui porrexit particulam, et an solus 
vel associatus se comunicaveril? 

Resp. lo mi comunicai nella chiesa de'Nobili, all'aitar mag- 
giore, dal signor d. Polimio cappellano, e in mia compagnia si 
comunicarono la moglie e flglia del signor Mari e il campanari» 
di detta chiesa, trentino, de'quali non so i nomi. 

3. Int. Qua bora se communicaverit et ubi d. Polimius 
sumpserit particulas ad se et ad alios comunlcandps? 

Resp. Quando ci comunicammo saranno slate sedici ore 

Tamb. Inquis. Voi. II. 37 



— S90- 

cìrca, e d. Polimio per comunicarci si servi delle particole cb^ 
aveva consacrate allora nella sna messa, e che avea portate ics. 
buon numero dalla sacrestia dentro una scatola » che riversa 
sopra il corporale e consacrò; e comunicatosi lui, aprì il San* 
lissimo con la chiavetta, che pure aveva portata dalla sagrestia» 
cavò fuori la pisside, Taprì, consumò alcune particole, ch'erano 
dentro, e con la patena vi pose tutti quei comunichini, ch'e- 
rano stati consacrati allora, e poi comunicò noi quattro soli; 
e dopo chiuse la pisside, la rimise nel tabernacolo, tornò a 
chiuderlo con la medesima chiavetta, e cavatala fuori, la pose 
sopra l'altare, e finita la messa la pose su il calice e la rìpor* 
tò in sagrestia: non so poi cosa se ne facesse. 

4. Int., Quomodo sciat ipso examinatus qusB modo 
ravil? 

Resp. lo so tutte quelle cose che ho raccontate percU i 
presente e vidi tutto con gli occhi miei proprìi. 

5. Int. Et ei dicto ut bene descrìbat pyxidem in qua die 
fuisse comunichinos consecratos,et servatos, et si antea pnee* 
sistebant aliquae particulae. 

Resp. La pisside mi parve tutta d'argento con il suo 
perto, ch'in cima avea una crocetta pure d'argento, ed era 
pisside grandetta ed alta non so se un palmo , ed aveva 
vesticciola bianca con le rose rosse; del resto non so dir altrOt 
uè se avanti che ci ponesse d. Polimio questi comunichini ci 
fossero altri*. 

Quibus habitis et acceptatiSf dimissus fuit juratus desilenlio; 
et perleclo ei suo examine, cum, prò ut dixit, nesciret scribere, 
fecit signum crucis. 

Signum crucis f Capreoli Bellini. 

Acta sunt haec per me Curtium Signanum Sanctì OlFicii 
nolarium. 





Dai falli esami si provò per quattro testimonii la preesisten- 
za della pisside con le parlicele e l'identità delle medesime, indi 
si cercò con le più sottili indagini inquisitoriali l'autore o gli 
autori del sacrilego furto: e troppo lungo e noioso sarebbe pei 
lettori il riprodurre gli esami fatti perfino a fanciulli e fanciulle 



— J9l — 

Che si credevano appartenere alle famiglie degli aalori. Se non 
cbeb gelosia d'una donna pose; sa le tracce il Sant'Uffizio di 
scoprire 1 autore. Costui era un uomo nato al misfare, fuoruscito 
«Ravenna, che erasi accasato in Bologna, per nome Leonzio 




strada di Galliora in Bolo<?n a. 



il quale per ordine deir Inquisizione fu agguantalo e posto in 
carcere e fra i tormenti della tortura confessò non solameli le il 
furto della pisside, ma eziandio molti altri, acquali si lasciava 
andare per apprestare lauto trattamento alla donna, che poscia 
dal rangole della gelosia fu spinta ad accusarlo, il SanfUftizio 
con gran sollecitudine ne pronunciò il giudizio innanzi ad affollato 
popolo, che per meglio intimorire condannò il Leonzio a girare 



- 291 — 

per la città nudo sino alla cintura con le mani legale dietro 
dorso» fra mezzo a duecarneflci chìB di quando in quando ci 
delmente lo percuotevano. Fu condotto ai foro de'Mercanli, ( 




Foro dei Moi'caiiti in I>ulo<^na. 



si era innalzato un palco, e quivi, esposto ai dileggi della pi( 
fu percosso. Si rinnovarono le battiture che doveano supei 
le tremila, presso le torri degli Asinelli e Carisenda, clie form 
unaSrarità di Bologna, innalzale nel secolo undecimo e du( 
cimo. Iodi fu fatto passare per la strada di Galliera, e pei 



slnda maggiore fo condoUo al loogo ove ^ en aitalo il n^\ 
e quindi mìseraiDeole perì. Non Togliamo fare commenti so Li 
sproporzione della pena applicata al delitto commesso, imper* 




Le torri degli Asinelli e Carisoiida in Holoffiia. 



<^'<Hxhè in tanta barbarie di lampi jlullo poteva un tribunale 
i ^ogainario e crudele. 



CAPITOLO XIV. 



OioTanni Has • OìroUmo da Praga. 



Ora debbo narrare grandi avvenimenti che segnarono note- 
vote periodo nella storia deir umanità» accadati in Gostanza 
quando ivi si tenne il conciliò onde por fine allo scisma che 
travagliava la Gtiiesa. Le gare fra la tiara e Io scettro si erano 
di troppo prolungate, le tenebre dell'ignoranza andavano dira- 
dandosi» e gli scandali del papato aumentando : per la qual 
cosa il grido di riforma prorompeva dalle università. Era in 
queste il fermento generatore di un grande avvenire. Forse 
non si davano d'un flato tutti gli' attacchi» ma come potenza 
che agogna alla procella de'fatti, lumeggiavano neirintelletto dei 
sapienti, fiammeggiavano nel Quore dei popoli. Bastava una scin- 
tilla a manifestare T incendio di questi principii ; si volevano 
uomini che li avessero incarnati con una forma qualunque di 
teoriche, ma sempre riformatrici, che li avessero precinti del- 
Fusbergo di una costanza degna di miglior causa. Giovanni Wi- 
cleff, Giovanni Hus erano appunto di sifTatli uomini. Trafitti dal- 
l'anatema, che non si spunta per forza né ìrrugginisce per tempo, 
caddero maledetti dagli ortodossi, paventati dai potenti, estimati 
dai filosofi , segnali delle morali sciagure che intenebrarono 
l'aurora della umanità risorgente. 

Giovanni Wicleff era un dotto prete inglese. Nato nel York- 
shire, ebbe a maestro nella università di Oxford Tomaso Bradwar- 
dine e vi apparò la filosofia di Aristotele, la teologia, il diritto. 
Trovossì in tempi in cui il re, i maggiorenti ed il popolo d'In- 



{hillerra pretende?ano accorciare le giorìsdizioni papali e dei 
n\i sol reame. Il principe voleva essere solo a comandare; i 
Daggiorenti agognavano alle pingui sostanze dei cherid e le 
isorpate non volevano lasciare; il popolo non voleva più 
ogare il danaro a s. Pietro ; in ona parola alla rispettosa fede 
egli avi sottentrava la soperba ragione dei nipoti. II presente 
sagiva contro il passato. In questa reazione entrò Wicleff soste- 
ilore dei laicali richiami. Eduardo III usò di lui contro Roma : 
) rimeritò delia cattedra di teologia nella università di Oxford 
el 1372. Lo amavano i laici» Todiavano i preti ed i frati. Scello 
rettore di certo collegio stabilito in Oxford per gli scolari di 
antorbery, i frati, ctie da poco tempo vi si erano intromessi, 
dolsero della scelta. A vece del prete Wicleff volevano porre 
quel reggimento un altro frate. Frati e Infici battagliarono: 
ìoDfarono questi ; quelli, cacciati dal collegio, s' andarono a 
mentare presso Simone di Langbam cardinale arcivescovo di 
antorbery, che li tolse in protezione. Comandò a Wiclefif che 
Odesse il reggimento del collegio a certo frate Errico Wade- 
Qil : al niego del rettore segui il sequestro de'beni del collegio, 
ppellarono i laici a papa Urbano V ; ma il cardinale deputato 
dirimere questa lite raffermò la sentenza del Langham ed 
Ritinse : Wicleff e i suoi fautori sgomberassero il collegio, 
slorassero i frati di qualunque danno. 

Se questo fosse avvenuto in altro secolo, i frati avrebbero 
ilmeggiato in pace la loro vittoria In quel collegio, e i laici 
I ne sarebbero andati a casa scontenti , ma rassegnati. In 
Desto secolo V attrito dei fatti recò quello dei principii. Chi 
rano quei frati che volevano sovverchiare 1 laici in quel 
egozio? diceva la sfrenata ragione: uomini che si erano seque- 
rati dal mondo nel nome di Cristo, consigliere di altissima 
sriezione. Come erano proceduti costoro dagli eremi e da' so- 
aghi conventi fino nelle università laicali, a contenderne il 
iggimento agli stessi laici ? Perchè quella sentenza del Langham? 
uthé la papale conferma ? Era chiaro che il chericato non 
metteva dall'entrare, come un tempo, ovunque si aprisse una 
a d' azione nel corpo della civile conu)agnia. Egli procedeva 
)n in mano il vessillo del mistero , il giogo della fede , con 
iQtorità su Tumana ragione; e giunto alle porte delle univer- 
li, doveva arrestarsi, perchè dentro era il vessillo delle scienze, 
itto di robusti intelletti. Chi era dentro credeva non doversi 
rìre quelle porte che al solo nome della ragione : sforzate , 



— 298 — 

teologiche combattute negli alcovi imperiali ; terribile la UDiver- 
sitaria, perchè seotita dai popoli ; rapida, duratura, perchè sor- 
retta dal credersi deputata a restituire requilibrio nelle parti e 
nelle potenze di cui si compone e per cui vive la compagnia 
degli uomini. ^ 

La eresia wicleffita, come oggetto di storia , va sommaria- 
mente ristretta in questo principio, dico nella invisibilità della 
Chiesa governante e perciò nella invisibilità del potere. * 

I suoi errori rimasero fermentando nel seno della univer* 
silà. Il papato da lui depresso fece sorridere il principato lai- 
cale dapprima, e non altro; ma quando Enrico Vili ammazzators 
di mogli si volle tramutare in papa, il terreno inglese, bea 
coltivato da Wiclefif, produsse subiti e terribili i frutti deiran- 
glicana Chiesa. Il fatto di Wiclefif immediatamente si rapportò 
all'orgoglio ferito di quattro professori, ma mediatamente si 
andava a rannodare alla baldezza della giovane e superba ra- 
gione, intollerante del chericale potere. Per la qual cosa Wicleff 
non poteva starsene in Inghilterra ; la sua mente rapidissima 
viaggiò il mondo. 

Era in Praga, principale città della Boemia, un prete di 
nome Giovanni, che sopranominavano Hus o Hussinetz da 
una terra di quel regno onde trasse i natali. Aveva egli appli- 
cato l'animo alle sacre e profane discipline nella università di 
Praga, e venne in tanta fama di dottrina che in men di sedici 
anni fu creato successivamente bacelliere, maestro delle arti, 
decano della facoltà flIosoQca ed in fine rettore della università. 
Tutto nei libri e .massime nella Bibbia , visse immune dai vizi 
che a quei tempi rodevano la compagnia dei cherici. Anzi 
seppe cosi bene contemperare Tausterità dei costumi alla mo- 
destia e dolcezza dei modi, ch'era il^ desiderato e venerato da 
tutti. La castimonia di ogni suo detto e fatto, le macere e pal- 
lide sembianze del suo volto, rivelavano anima che non voleva 
barattare la virtù con le carezze degli uomini, ma che ne vo- 
leva far buon capitale in quel tesoro evangelico non insidiato 
dai ladri, non guastato da tarlo. Poveri noi, che, dopo avere 
logorate le forze a toccare la cima della virtù, e che crediamo 
posarvi, appunto in quella ci si para innanzi il pettoruto e più 
terribile nemico, la superbia! 

Sofia regina di Boemia lo volle a suo confessore, ed egli ne 
moderò lo spirito lungamente. Ma queir ufiBcio poco avrebbe 
messo in mostra l'animo del prete. Vengo a dire come si rive- 



^nè — 

ae. Era incomiociato nelh Boemia qq oostome di edificarsi 
ipelle dai signori, deputate alia predicaiioDe della parola di 
ì in folgare fa?eUa e proprio di quella parlata dal popola Le 
tednli, le collegiate sì dicevano troppo occupate nelle grandi 
e del culto; sta bene che il popolo abbia popolari chiese, nelle 
di' la parola di Dio suoni nella foraia più famìliaro ai suoi 
lai Volevasi in una parola difOnire V individuo del popolo 
I santuario di Dio. GioTanni Mulheim di Cardubiez , uomo 
Mie e di calda pietà , fece levare del suo uno di questi po- 
lari oratorìi che intitolò ai SS. Innocenti nella città di Praga, 
segnò a questo un peculiare patrimonio con due rettori , da 
minar» da lui e dai suoi discendenti. Aveva nome Bellem 
està chiesa. Giovanni ne fu il primo rettore con Tufflcio di 
idicare al popolo. Conosciuta la mente dei fondatori di que* 
oratorii, nel dir popolo intenderà bene il lettore non signi- 
ire quella voce la indistinta congregazione dei fedeli, ma quella 
rte la quale, povera delle umane comodità, povera di umana 
nenza , era come un oscuro fondo a dar rilievo alla aristo- 
zia dei ricchi e dei sapienti. Chi era deputato a predicare il 
ngelo in queste chiesuole necessariamente doveva prendere 
idi e parole ben differenti da quelle delP alto clero e rìpu- 
si evangelizzatore dei poverelli. Funeste le conseguenze, 
andò codesti evangelizzatori voglion tutto riformare ; ed in 
'0 il prete ed il popolo incominciò ad esistere moralmente 
Ila chiesa in modo ben distinto dagli altri; la distinzione portò 
paragone, il paragone il giudizio del papato e dell'episcopato, 
a terrìbile democrazia incominciò ad insidiare lentamente 
Qtico reggimento della Chiesa. La chiesuola di Betlem fu la 
Ila dell'ussitismo. Di qua mosse Giovanni, da questa tolse le 
ni, in questa Jacobello di Misa profferse al popolo il calicò 
I sangue del Signore, che si rìmutò in feccia di peccati e di 
erre cruentissime. Aggiungi, che il Mulheim donò il diritto 
patronato di questa chiesuola ai decani del collegio carolino 
Praga : di questi collegi erano stati fondati ben quattro in 
)ga ed erano come accademie soggette alle grandi università, 
in solo terre e danaro, ma beneflzii ecclesiastici e chiese ve- 
rano loro concesse dai principi. Questo innesto di università 
]i chiese non era paventato dai re, confermato dai papi, che 
)ltì allora non ne aveano la coscienza dei pericoli. Quel po- 
lo che non poteva circondare le cattedre dei dottori per ascol- 
ne la parola veniva ad apprenderla in chiesa! L'oratorio dun- 



— Ma — 

qne di Bellem era aoa chiesa tiniversitaria fatta pel popolo; é 
ctìi la reggeva era Giovanni d^Hos. 

Non appena Giovanni imprese le popolari predicazioni, tra 
per la fama di dottrina ctie aveva e Tincontaminato vivere che 
faceva , una grande moltitudine accorreva ad udirlo , la quale 
come accendeva il zelo del predicante, ne svegliava la superbia 
e [Mrreqaieto amore delie novità. Nella predicazione al popolo 
di Praga Tanimo di Giovanni acquistò queir abito di austerità 
che più tardi fu vista impressa in quella di Calvino e fino nelle 
corporali sembianze del suo volto, quella veemenza di eloquio 
nel flagellare il male che fu poi volteriana in Lutero» e quella 
solennità di pretese ispirazioni che fu tanto maravigliosa nei 
puritani di Gromwell. Non papa, non vescovo, non privilegi: 
egli prete semplice predicava al popolo. Tra lui e il popolo la 
sola Bibbia. Abborreote dalle corruttele clericali, le maledice e 
fugge in supremo rifugio nella Bibbia. Egli la legge con la li- 
bertà di un uomo che spezzò ogni freno di autorità , perché 
ai suoi occhi chi lo stringeva era peccatore ; e non trovando 
tra il profeta dell'antica legge e Dio alcun mediatore, crede» 
anch'egli investito della missione di un profeta, che può e deve 
tuonare le divine minacce al principe, al sacerdote, al popolo. 
Le immagini orientali dei sacri libri gli scaldano la fantasia ^ 
lo trasportano neirinflnito, nel perfetto invisibile, e dalla vetta 
del Sinai e del Taborre, perchè troppo alte, non vede più sul 
Golgota Tuomo dei dolori, non vede p^ sul Vaticano il figlio 
dell'uomo. Il Cristo di Giovanni è il Verbo generato nel di della 
virtù nello splendore dei santi , e la sua chiesa non ancora è 
scesa dal cielo. Quella che vede in terra imporporata del san- 
gue dell'Agnello, viatrice, lungo il torrente della vita, che gli 
otTre nei peccati, nella penitenza, nella virtù, nella carità, nelle 
speranze e nei timori dei suoi membri, come si maturi nel 
tempo il virperfectus da glorificarsi nell'eternità, è;sinagoga del- 
l'anticristo. La vera chiesa di Cristo, segnata dal Tau della pre- 
destinazione, vagola per lui incerta nei cieli di una inconsegui- 
bìle perfezione. Giovanni nelle sue predicazioni credeva star- 
sene sul Sinai e ricevere dalla mano di Dio le tavole di una 
nuova legge, ed il popolo nella valle ramingava fra le tenebre 
ed adorava sé stesso. 

Perchè i chierici erano guasti, vedi come gli aggredisce, o 
lettore, e vedi come, a gastigare l'autorità presbiterale troppo nei 
più proceduta nella civil compagnia, egli denuda il prete al co- 



-301 — 

ietto del popolo, lo tenta ad infellonire contro la Chiesa e: V9 
*eparando i semi delle grandi guerre di religione in Boeooia: 
So diteci» chierici, non esercitiamo noi sa i fedeli uùb ra- 
one di signoria più violenta di quella che accusano j re deila 
rra 1 Diamo in qualche laico un po' molesto e che fa le viste 
oltraggiarci, e tosto, abusando il cbericale privilegio, per dìt 
tto di pazienza, per impeto di superbia, spesso con le parole - 
più spesso coi fatti prorompiamo — ^ lo trarrò in giudizio que- 

malandrino, gli darò guai, gli flaccherò le corna, gli farò 
[uainare contro Tacuto coltello della spirituale potestà. — - E se 

povero dabbenuomo coglie sentenza di scomunica, non ca- 
amo nei panni per T allegrezza. E non punto per verità ed 
nore di giustizia, ma si per furore ed impeto di feroce ven* 
itta ce lo teniamo sotto; in guisa che ci accoccarooaquel brutte 
agio: — Se ti avviene offendere un chierico, finiscilo di morte, 
è pace non avrai più da lui. — Ecco come con lo spirituale 
Hello, più aguzzo di quello dei re terreni, superbamente si- 
loreggiamo i cristiani; e come andiamo innanzi ai laici perla 
testa del clericale privilegio, paventandoci a cagione di questa, 
m per amore, ma per servile timore, ci chiamano beneQci. 

1 su diteci, chierici, in che mai ponete in pratica e ci fate 
dere Chi è maggiore tra voi si tenga come nuovissimo; e 
i precede quasi ministro? Forse in quella cupidigia dei primi 
?gi nelle sinagoghe, dei primi deschi nelle cene, delie salu- 
toni nel foro e di essere chiamati padri , signori e maestri 
gli uomini? Forse in quella vaghezza di vedervi accodali me- 
da un cliente accoltellatore armato di spada che da un 
Illa chierico recatore solo di un libro? Forse in quel vostro 
sprezzo delle vere ricchezze spirituali della Chiesa, e in quello 
3ndere ogni vostra cura ed affocato pensiero dietro ai tempo- 
i beni? Forse in quel tenere in non cale V umile ministero 
chierico, che vi si addice, e neiraffettare laicale dominazione, 
5 non è per voi? forse in quel vostro pavoneggiarvi nel- 
npiezza delle vesti di preziosa roba che dai piedi al capo è 
iriatamente pomposa, nella frequenza dei clienti, nella mol- 
idine dei cavalli, nella superfluità degli edifici, nell'abbon- 
iza delle suppellettili, neirammassamento della pecunia, nel 
;liere agl'indigenti, nel disprezzo dei poverelli e degli abbietti, 
lo adulare i grandi ed i ricchi, nello osteggiare i veritieri e 
eggiare i piaggianti; in una parola, in tutto che sia gloria ed 
3zza secolare? Ahimè! che in tutta questa ingiuria ed onta al 



— 30» — 

Cristo di Dio ed alla sua legge il sole, il maggiore prelato, si è 
tramutato io tenebre, e la luna, il minore, in sangue. > 

Cosi tonava l'austero prete in un sinodo di chierici tenoto 
in Praga. I vizi erano in gran parte veri; ma questa non en 
medicina a sanare, ma coltello che sperperava. Queirappuutare 
di tirannide il clero verso il popolo era un sollevare questo 
contro il medesimo, fargli chiudere gli occhi su Tautorìtà de'nih 
nistrì di Dio e spingere \ seguaci di Cristo al proselitismo di 
un uomo. Tuttavia, mentre già piange il sole, ossia il papa, tra- 
mutato in tenebre, la luna, ossia l'episcopato, fatta di sangue, 
si tiene dal farne scempio, come fece dopo. In un altro sermone 
riconosce ancora i papi Alessandro II e Giovanni XXIII come 
vicarìi degli apostoli e prega per essi, t Se adunque esso Ales* 
Sandro di santa memoria, nelPufficio di condire ed illuminare, 
venialmente falli, preghiamo Tonnipotenle Iddio che, secondo la 
grande sua misericordia si degni aggiungerlo alia sua gloria* 
Finalmente preghiamolo a preservare dal male il nostro papa 
Giovanni XXIII ed a concedergli che sia sale della terra, luce 
del mondo. > Non ancora la punta della papale autorità lo aveva 
toccato. 

Ma procedendo nei suoi sermoni nella censura de'clerìcali 
costumi e nello spuntare l'autorità dei medesimi, arriva ad qd 
mal passo. Nell'anno 1403 re Sigismondo, che prendeva il titolo 
di governatore di Boemia, irato contro Bonifacio IX, che sorreg- 
geva Ladislao, aveva vietato ai Boemi il recar denaro a Roma. 
Venceslao anche abborriva Bonifacio, perchè approvante la soa 
deposizione, ed i chericì, che si astenevano dai divini uffici per 
l'interdetto lancialo dall'arcivescovo, costringeva con la forza a 
predicare ed a sacriflcare. Giovanni d'Hus si leva protettore dei 
principi a petto del sacerdozio. E messosi a chiosare la parabola 
di quella' gran cena il cui padrone di casa manda da prima un 
servo ad invitare, poi un altro a costringere, incomincia a dare 
una matta interpretazione a questi due servitori. Il primo dei 
due, secondo lui, è simbolo dell'aulorilà spirituale, il secondo 
della temporale. E qui pianta come assioma che, per tutto il 
tempo della vecchia legge fin dalla prima istituzione del re, sem- 
pre questi abbiano sovrastato ai pònteQci. Questa diffinizione egli 
pretende sorreggere con la Bibbia , né la Bibbia interpretata a 
capriccio poteva fallirgli le pruove. Trovò che re Salomone spo- 
destò del supremo sacerdozio Abiathar e mise al posto suo Sadocb. 
< Questo, dice Giovanni, era più che togliere ad un vescovo i 



- 505 — 

beni temporali: eppure Salomone fu re paciflco, ed il suo regno, 
per grazia di Dio, stelle in flore. > Egli tratta di questa depo- 
sizione di Abiathar come di punizione, poiché dice che tra gli 
uffici del re, sia quello di difendere la legge di Dio e di co- 
stringere con potestà coattiva gli inosservanti della medesima. 
E poiché tra il clero, come egli pensava, dal papa air ultimo 
chericuzzo non era più palmo di netto, ne conseguitava- che 
il papa e i vescovi dovessero punirsi e costringersi con la forza 
laicale al bene fare. Gonchiude che cosi pensava anche maestro 
Giovanni Wicleff intorno al principato, né alcuno ne dubitava. 
Da questi principi! conseguitava che i re avessero potestà spi- 
rituale, dèlia quale si trovavano allora scemi per usurpazione 
dei cherici cesarei, ossia dell'aristocrazia chericale. E lungi dallo 
sQorare la cosa, vi va dentro con l'esempio pratico. Re Ven- 
ceslao, che, sotto pena di porre sotto sequestro i loro beneflcii, 
costringeva i sacerdoti alla predicazione ed alla celebrazione dei 
divini uffici, non faceva che esercitare una potestà icommessagli 
da Dio ; e Tarcivescovo che per quel regale sequestro colpiva 
d'interdetto Praga con due miglia intorno di contado, non fa- 
ceva che resistere alla potestà di Dio. In una parola, Giovanni 
non solo preponeva al sacerdozio il principato, ma lo sosti- 
tuiva, senza dirci a che fare rimanessero più i vescovi nella 
chiesa di Dio. Le parole di Hus non erano che una guerra ad 
oltranza al cattolicismo in tutto quello per cui era stato bene- 
fattore dei popoli, conquistandogli diritti di onesta libertà a petto 
della forza. 

Predicava un di Giovanni al popolo di Praga, e, togliendo 
a testo del sermone le parole di Marta a Cristo r— Signore, se 
Qìd ti fossi trovate, il mio fratello non sarebbe morto, — con 
austero cipiglio incomincia a dar contro all'esequie ed ai suf* 
fragi dei morti, ma dei ricchi e dei potenti. Trova queste dan- 
Qevoli per tre ragioni: per la mondana celebrazione del nome 
del ricco trapassato, per le molte menzogne con cui se ne in- 
dora la vita e pel grasso emolumento che ne viene ai cherici. 
Le vane pompe funebri non giovare agli estinti, nuocere ai viventi, 
alimento di vanagloria ; essere piene di scandalo ai sacerdoti, 
che sui cadaveri, quasi corvi, pascevano la gola, contentavano 
l'avarizia. Essere palpatrici dell'amano orgoglio le notti vegliate 
dai sacerdoti nella casa del morto ricco; le loro salmodie, ven- 
dute a pecunia sonante, non affrettare, ma indugiare la libera- 
zione delle anime trapassate; a nulla valere tutto queir affollato 



-504 — 

accompagnamento che tiene dietro alférelro del ricchi, e Muore 
iHi ricco, e gli vedi intorno accorsa tutta la città. Appena qd 
sol cherìco accorre alle esequie del povero. > Condanna il suona 
delle campane, lo smisurato assembrarsi dei preti, la simultanea 
celebrazione delle molte messe, la grande arsione dei cerei, iì 
convitare dei preti dopo le esequie, e altre di cosi fette costa- 
manze. Dirò io stesso: v'era Taboso, ma nissuno che fosse eat- 
toHco potea cosi biasimare quei sacri riti e dottrine della Chiesa. 
Quel continuo andar contro al clero prevaricatore, quello sfono 
ad abbassare l'altezza dei nobili, quel manomettere il potere 
del sacerdozio, doveva far pensare il popolo a sé stesso; ed il 
popolo è sfrenato se si mette a pensare alla sua maniera. Da 
ciò conseguitava che sulla pallida fronte d'Hus il popolo leg- 
geva la opinione del tempo, ossia la formola di quelli che cit- 
deva suoi bisogni. 

Aggiungi che il sermonare di questo prete si dilungava 
molto dalla maniera, che gli altri tenevano. Tutto Bibbia, non 
usava che di quei padri che più intesero al rigido ministero 
della censura dei costumi. Egli chiude la Bibbia per far sentire 
reco della divina parola come suoni sul labbro di san Bernardo 
nel deserto di Chiaravalle. San Bernardo riprenditore di cherici 
e di papi è per lui quasi sempre la via onde immette nelle 
piaghe del clero la robusta medicina dei profeti. Non infiora, 
non orna che con la poesia dei fatti; non incotora che con la 
spontanea antitesi che rimbalza tra il vizio e la virtù. Eigli spegne 
i ceri che ardono intorno al feretro del ricco, disperde l'acci- 
diosa aristocrazia chericale che vi salmeggia e vi banchetta 
intorno; eppure s'inspira all'alito della morte, alla tremenda 
maestà del supremo Giudice, al vuoto suono che rendono le 
tombe ai viventi che le calpestano. Senti, lettore, la sua voce 
neirannnale celebrato nella chiesa di S. Clemente alla memoria 
di Carlo VI imperadore e re di Boemia, come trae a meditare 
la- vanità delle umane cose ed il terrore del novissimo giudizio: 
e. Ma che direbbe Tinclito principe, imperadore e re di Boemia, 
Carlo, di cui facciamo oggi commemorazione, che fu protettore 
(Iella Chiesa, procuratore di pace, amatore dei clero, lume del 
principato, alimentatore dei poveri, edificatore di basiliche, fon- 
datore deir alma nostra università ? Oh I si per fermo, che se 
al trapassato avanzasse la parola, ne direbbe — Vanità della 
vanità, e tutto è vanità. — Che altro mai, di grazia, direbbero 
i nostri maestri di sacra teologia, se i marti rispondessero eoo 



j -Ò05- 

b probT Cbe mai qoel sottilissimo dialettico di Nicolò» Biceps» 
qoeir Adalberto lim{ndissimo oratore* quel Nicolò LitomisseK sta- 
pQDdo par acume di consigli, quello Stefano da Colonia fuoco 
di amore di patria, quel 6io?anni Stickna cima di oratore» e io 
fine quel Pietro Staipna solertissimo predicatore e tutto doN 
cena nell'arte della musica? Che mai risponderebbero costoro 
tatti gli altri, le tombe dei quali calpestiamo coi piedi ? Al 
certo non altro che — Vanità delle vanità, e lutto è vanità. — 
A Dulia giova il profondo sapere nelle arti, a nulla la schiatta 
il grado, a nulla le ammassate ricchezze: la materia di queste 
cose se ne andò come ghiaccio liquefatto al sole. Ecco qua, o 
carissimi : questo inclito principe, cui ricordiamo speranzosi 
ddla sua futura beatitudine, e gli stessi nostri maestri e fra- 
telli in Cristo dilettissimi , aflfondarono quasi pietre. E chi di 
noi sa se abbiano requie? > Sgannati gli uditori della nullità 
delle cose presenti, accenna alla terribile realtà deiravvcnire : 
< Vedete Torribile avvento del Signore. Siede in cima TofTeso 
podice, tutto ira contro i reprobi ; sotto spalancato V orrendo 
caos deir inferno. A destra di lui tutti i peccati accusatori ; a 
manca i demonii trascinanti al supplicio; alle sue spallo Tuni- 
vmo mondo in fiamme; al suo cospetto gli angeli dì Dio rin- 
cacciati airinferno: dentro la coscienza cbe crudamente ti morde 
loori intollerabile fuoco che ti brucia il corpo, ed in questo un 
br plauso di giusti e peccatori, consapevoli di tulli i peccati , 
alla«entenza del santo giudice — Andatevene, maledetti, al fuòco 
eterno! — Con tutto questo in cima al pensiero, facciamo peni- 
tenza, chiediamo perdono. > Vedi come quest'uomo guastatore 
del passato, accennando all'avvenire, mostrava che venisse dal 
medio-evo. 

Quando Gregorio Xll e Benedetto de Luna condussero in 
disperazione i fedeli di vedere terminato lo scisma, per la spon- 
tanea loro cessione, e i cardinali delle due obbedienze seria- 
ODeote convenivano nella celebrazione del concilio pisano, ri- 
medio a quei mali fu grande commovimento di sentenze nella 
Boemia. Papa non vi era universalmente riconosciuto, inefficace 
b forza del chericato, sfrenata quella delle università. Quella 
di Parigi, cbe diffiniva tuttodì le cose della Chiesa per lo zelo 
dà re cristianissimi, metteva vaghezza nelle altre di fare altret- 
tanto. La Boemia teneva per Gregorio. Il consenso dei cardi- 
nali e di quasi tutt'i fedeli nel serbare neutralità tra i due con- 
teodentipont efici non bastò a persuadere il chericato di Boemia 

Tamb. Inquis. Voi. IL 50 



— 306 — 

a lasciare Gregorio e ad aspettare le decisioni del concilio. Te 
Deva fermo. Venne a scuoterlo la università di Praga ; i pra 
féssori avevano a capo Giovanni. La sua voce era conosciot 
dai preti , flagellati dai suoi sermoni ; si misero in cagnescc 
L'arcivescovo di Praga col clero voleva Gregorio; Giovanni coi 
l'università voleva il concilio: corsero le censure. Giovanni, in 
terdetto nei sacerdotali uffizi , fu gridato nemico dei preti. Ec 
allora veramente il divenne. 

Tratto fuori deluderò il predicatore del popolo nella cap- 
pella di Betlem, si volse al popolo, ed ecco come. Aveva Tim- 
peratore Carlo IV fondata la università di Praga nell'anno 1347, 
dandole gli statuti di quella di Parigi e di Bologna. Era per que- 
sti fermato che nelle deliberazioni tre voti spettassero a quelli 
del paese, uno solo agli stranieri che vi concorrevano. Cosi fa 
fatto in quella di Praga, divisa in quattro nazioni, cioè nella boe- 
ma che abbracciava anche gli Ungheresi, i Moravi, e gli Scbia- 
vòni; nella polacca, e in quella di Sa^ssonia, le quali avevano la 
comune appellazione di alemanna: in guisa che tutta la univer- 
sità era di due razze composta , della boema e della tedesca. 
Questa, come più numerosa, a poco a poco da sorella che era 
addivenne emula, poi soverchiatrice. Usurpò i tre voti, lascian- 
done uno alla boema. Le leggi violate mìsero in malo umore i 
professori boemi, i quali vedevano uffici, lucri, onori, tutto colare 
in man dei Tedeschi per la prevalenza dei voti. Non avevano 
torto, ma tacevano. Ed eccoti arrivare in città Girolamo detto 
da Praga, il quale, come dice il gesuita Balbino, avendo ingegno 
acuto e vivace, facondissimo parlatore, non istotte molto a strin- 
gersi d'amicizia colTHus. Egli aveva inteso agli studi nell'uni- 
versi là di Parigi, di Colonia ed Eidelberga. La vita delle univer- 
sità in quei tempi era piena d'azione: l'esercizio della mente, 
i tornei delle dìspute, la coscienza di formar corpo indipendente 
in ordine alla sapienza, i privilegi e l'obbligo in conservarli, 
rendeva gli universitari uomini di proposito tenaci a mantenerlo 
pronti al richiamo, stretti alla resistenza, liberi nel pensiero ( 
nelle parole. L' università era la opposizione al governo dellì 
vecchia Europa ,• disciplinata dal razionalismo, legalizzata da 
rispetto che si portava alla sapienza. Le università, che eram 
state teoretiche nel secolo di Abelardo, in quello di Hus diven- 
nero pratiche. Girolamo da Praga incominciò a darne un chiare 
e preciso documento quando, malamente portando quella inva 
sione tedesca nella università del proprio paese, trovandosi ur 



— 307 — 

di nel coo?eóto de'professori ragunati a deliberare sa la scelta 
del decano, levossi con grande impeto di parola : — Se van 
onotennle nelle università di Praga le consuetudini della pari- 
gioa, com'è sancito dalle leggi di Carlo IV, tornino le tre parti 
dei suffragi alla gente boema — Ed a questa domanda appiccò 
una arringa in prò delle usurpate ragioni dei Boemi. Plaudenti 
i Boemi, riluttanti i Tedeschi, fu lite : ma Giovanni confessore 
di regina Sofia, carissimo alla medesima, ottenne regio decreto 
che la diffini a favore dei Boemi. Tumultuarono i Tedeschi : 
messisi lóro a capo i maestri Giovanni Reinero e Roberto di 
Salisburgo, appiccarono il fuoco al collegio dei teologi, e tutti 
se ne uscirono di Praga, maestri e scolari. Discordi gli scrittori 
del tempo intorno al loro numero, possiamo seguire la sentenza 
di un LÀnda, che vivevo a que'tempi e lo fa ascendere a Iren- 
tassi mila. Non maravigli il lettore che di tutti gli esulanti di 
Praga si formassero molte università, come la lipsiense in Mis- 
Qìa, quella di Ingolstadt in Baviera, la bostochiense in Sassonia, 
ed oltre quella di Cracovia. Tutti questi partiti recavano con 
loro odio a Giovanni d'IIus; e sventuratamente la idea cattolica, 
perchè professata dai Tedeschi, fu rigettata dai Boemi nell'im- 
peto della ripulsa degli stranieri. Queste università d'iracondi 
dottori non durarono molto a formarsi : quella di Lipsia sorse 
Dello stesso anno 1409. Ciò dico perchè sappia il lettore come 
la inimicizia universitaria, che da quel tempo si annestò al zelo 
degli ortodossi contro Hus, non era spicciolata, ma densa e 
serrata. Hus adunque per questo fatto aggiunse alla riverenza 
che gli portavano come prete sapiente le simpatie della nazione. 
Ecco come il suo proselitismo dovè essere rapido, tenace, cru- 
ento per guerre di religione. 

Un Pietro Payne inglese, discepolo di Wicleff, aveva recato 
in Boemia le scritture del suo maestro. Monaci che si dissero 
volere usurpare avevano spinto WicleiT alle male cose, e la uni- 
versità di Oxford a sorreggerlo: tedeschi usurpatori, benché 
eessati, condizionarono gli animi della università di Praga come 
quella di Oxford, io dico, nella credenza di una ingiustizia trion- 
fata. Le due università dovevano amoreggiarsi ; Wicleff e Gio- 
▼anni d'Hus dovevano affratellarsi nella comunanza di una mente 
Dimicissima, a modo loro, ad ogni sociale squilibrio. 1 libri di 
Wicleff furono accolti dai maestri boemi con gioia perchè nuovi, 
letti con avidità perchè creduti opportuni ai bisogni del tempo. 
In quei tempi, mentre i libri delPeresiarca di Oxford leg- 



— 508 — 

gevansi dai maestri e dagli scolari, non era re in Boemia. Vec 
ceslao, che ne recava il titolo, sconosciuta ia dignità regia 
umana, avvinazzato, dormiva sempre. Per la qual cosa il clerx) 
e Tuniversità si trovavano a fronte senza altri per mezzo. Que- 
sta, rimasta a'soli Boemi, più libera procedeva nelle cose sae^ 
e Giovanni d'Hus, che vi avea cooperato, acquistava un di pii 
che Taltro autorità su gli scolari e sul popolo. Per la qual cosa 
si faceva un n pubblico ragionare di Wicleff, se ne lodava h 
mente, si dogmatizzava alla sua maniera; e Giovanni co' suoi 
sermoni persuadeva il popolo già convìnto che a spantare le 
clericali prepotenze vi voleva Wicleff con la sua dottrina. L'as- 
sociazione della mente, Tuniversità, resa superba, rincacciava 
fuori della civile compagnia quella del cuore, dico la Chiesa. 

Erasi già levato Sbynk* arcivescovo di Praga contro a queste 
novità e nelFanno 1408 sommariamente accorreva ài presenti 
pericoli con due decreti, Tuno ai membri deiruniversità pra- 
gense, Taltro ai parochi e predicatori della divina parola: a 
quelli ordinava recassero a lui le scritture del Wicleff, perchè, 
trovate pestilenti, si dessero alle fiamme; a questi, che riba- 
dissero nella mente del popolo come, pronunciate le parole con- 
secrntrici nella ihessa, non altro che il corpo di Cristo rima- 
nesse sotto le specie del pane e il suo sangue sotto quelle del 
vino. Gli episcopali ordinamenti trovarono Giovanni d'Has pet- 
toruto airuscio della università e rispondente : < Irragionevole 
il divieto della lezione delle wiclefiìte scritture; violarsi i pri- 
vilegi degli universitari , licenziati a leggere qualunque libro ; 
erronea la dottrina del solo corpo di Cristo sotto le specie del 
pane, e del solo sangue sotto quelle del vino. > L'università 
fece appello a Roma : Gregorio XII citò al suo tribunale Tarci- 
vescovo. Ma questi, ascoltato da Alessandro V, s'ebbe Bolla da 
luì, sterminatrice degli errori wicleflBti della Boemia. Rinfran- 
cato della papale sentenza, sottomise a giudizio quattro dottori 
pertinaci a non voler dare i libri di Wicleff; vietò ogni pre- 
dicazione nelle cappelle; e nella corte del suo palagio fé' dare alle 
fiamme ben dugento libri ereticali. Enea Silvio Piccolomini 
conta che fossero belli a vedere per la eleganza della scrittura 
e gli ornamenti d'oro che lì fregiavano ; segno del grande amore 
che vi ponevano. 

La cappella di Betlem non doveva più risuonare della voce 
di Giovanni; e questi la levò più forte contro l'arcivescovo. Lo 
sorreggeva il popolo, lo favorivano i magnati, che in quel di- 



— 5M — 

^^ielo seDtifaDO imnla la patrìai superbia, falliti nel patronato 
iJMle amte cappelle. Un altro appello a Roma. Ma Giovanni XXU, 
di rimando citò alla sua curia pel cardinale Colonna Giovanni 
dVus come seminatore di errori e di eresie. Allora uscirono 
innanzi alla papale citazione re Venceslao, la regina Sofia, i 
baroni e la università, preganti non volesse per solenne giu- 
dizio di eresie contaminare la fama del popolo boemo stato fino 
a quel tempo immacolato di ereticale labe; sciogliesse THus 
dalFobbligo della personale comparsa in sua corte; lasciasse 
libera correre la divina parola nelle cappelle : spedisse a loro 
spese legati, provveditori a qualunque abuso cbe fosse sorto tra 
essi. È chiaro come quelle cappelle di nobili patronati, edifi- 
cate pel popolo, rendessero tutto una cosa Hus co'maggiorenti 
e con la plebe. Giovanni d' Hus lo sentiva bene ; e, consape- 
vole della forza cbe il rincalzava, a sua vece mandò tre pro- 
curatori. I quali vennero dal Colonna bruscamente accolti con 
una scomunica. Si volsero al papa: nuovi inquisitori tre car- 
dioali ; nuove' scomuniche contro Giovanni, dichiarato eresiarca, 
e i suoi discepoli. 

La papale scomunica avrebbe potuto raumiliare V animo 
deir ardito professore, ma questi, che era tutto in sul vedere 
le umane infermità dei pontefici e dei chierici, aveva già per- 
duto di vista la spirituale potestà della Chiesa. Il popolo lo 
amava, lo venerava per la forza della parola persecutrice dei 
tristi, per la rigidezza dei costumi e pel molto operato a sal- 
vare le ragioni della sua gente nel fatto della pragense univer- 
sità. Aggiungi che, avvegnaché papa vero fosse tenuto in Boe- 
mia Giovanni, e le spirituali folgori paventassero i Boemi, pure 
il sapere come la mano che le lasciava fosse esercitata in turpi 
simonie ed in cose che ad onesto uomo sconvenivano, mortifi- 
cava la fede del popolo e lo traeva piuttosto appresso al pre- 
dicatore di Betiem , flagellatore di simoniaci, che appresso a 
Giovanni, cui una mala fama disonestava. Per la qual cosa non 
appena Hus s'intese punto delP anatema papale, che appellò al 
futuro concilio: e quanti fino a quel tempo lo avevano seguito 
[M)me predicatore della divina parola lo tutelarono in quella che 
credevano ingiusta persecuzione del chiericato. 

Guai se al gastigato dalla Chiesa incominci intorno a ronzare 
Taora blandiente del popolo: questa leva in incendio la nascosta 
fiammella della superbia che tutti rechiamo nel cuore; e da 
questo incendio, nella propria, la perdizione di molti. Cosi av- 
venne ad Hus. 



— 510 — 

Egli, forse cacciato dallo zelante arcivescovo Sbyok prs 
gense si ritrasse Della sua patria e, protetto da Nicdò sigDOc 
della terra di Hus, non teneva più modi nelle sue predicazion 
E messosi in ponto di martire della verità a cagione del gas 
sto chericato, con lettere andava confortando roniversità, 
popolo, gli amici, a tener fermo contro il papa, che incomia 
clava a chiamare anticristo. Da quel punto la superbia di 1^ 
scpnfinò. L' esilio , il divieto della pa)*ola , la forma delle sa 
epistole» ch'era quella appunto dei primi cristiani pazienti pc 
la giustizia» rinfocava gli animi a suo favore e raffermava qoelJ 
terribile cosa che è il proselitismo. Scrive a tutti i fedeli e 
Praga, egli semplice prete, con que'modi onde esortava sai 
Paolo i primi cristiani, anzi usa di quelle parole che san Paole 
indirizzò ai Filippesi dal carcere di Roma. Li esorta alla co- 
stanza nella fede e a non patire scandalo delle persecuzioni 
che lo agitavano. Si para innanzi ai Pragensi come un santo 
Stefano e come Cristo ìstesso. Questi dai giudei, egli dalFaoli- 
cristo , ossia dal pontefice, perseguitato ; e fa di spegnere nei 
loro petti la fede nella romana sedia con queste parole : < Io* 
ventarono certe religioni fazionate a norma delle umane leggi, 
per aggiogare i semplici al proprio talento e trarseli appresso. > 
L'università, tutelata da Hus a petto della straniera invasione e 
deir arcivescovo vietante la lezione dei mali libri , lo venne a 
trovare neir esilio per lettera che gV indirizzò il rettore della 
medesima. Scrissegli questi parole di consolazione; ricordan- 
dogli quelle della Bibbia: // giusto, qualunqw sia il sinistro, 
non andrà in mestizia. Rispondeva Giovanni ringraziandolo: 
« Lui essere rupe nel tenere la verità; di nulla contristarsi che 
de'propri peccati e del soqquadro delle cristiane cose ; lui vivere 
in Cristo, perciò debito il patire persecuzioni pel nome di lui. Se 
a Cristo ingrediente nella gioria fu conveniente il patire, legge es- 
sere per gli uomini accollarsi la croce e seguirlo. Lo spoglio delle 
ricchezze, lo sfavore e la infamia non curare ; la morte istessa 
non essere che riiroyamento della vera vita. Ma queste cose, 
proseguiva Fesule universitario , non entrano in mente degli 
uomini fatti ciechi dal fasto della fama, delF ambizione e del- 
l'avarizia: e cerl'uni per la paura, quando non era a temere, 
disertata la verità , spogli della carità e di ogni virtù , stanno 
fra due, ed è una meraviglia a vederli poltrire. Imperocché da 
una banda la luce della verità li tira, dall'altra il timore di per- 
dere la fama e di esporre il corpo fino alla morte. Io , confi- 



— SII — 

dente in Gesù Signore, profferisco alla morte questo eorpo, 
semi aYfaiorerà la soa grazia, che io non voglio Yi?ere in 
questo secolo malvagio ad allro che per condurre me stesso e 
gii altri a penitenza, secondo il divino volere. > 

Giovanni è già sni rogo di Gostanza : egli vuole far credere 
che già gli splenda su la fronte Taureola del martirio: e tenen- 
dosi quasi assiso su la sede d' onde si giudicano le tribù 
dbraele, dà bestialmente deiranticristo al papa. Egli è sorretto 
a quella immaginaria altezza dall' adulazione de' suoi complici, 
che lo inebriano delia sua ribellione alla Chiesa. Certo prete 
irieleffita, già vecchio nella licenziosa eresia, conlrallsicendo la 
IHetosa eloquenza dei veri santi , cosi scrìveva nel settembre 
Manno 1410 a Giovanni, ai suoi compagni ed uditori : e Salute 
e quanto più di dolce può pensarsi nelle viscere di G. Cristo 
a Toi carissimi , che io amo nella verità , e non solo io , ma 
quanti conobbero la verità che sta in voi e starà in eterno per 
la grazia di Dio. Mi sono consolato nell'anima nei risapere dai 
aopravenuti fratelli tesliflcatori della vostra verità, del come voi 
camminate in questa. Riseppi a quai distretta di tribolazione 
v'abbia messo T anticristo, stranamente infuriando contro ai 
fedeli di Cristo. > Dopo avere scritte parole di conforto a tenero 
fenno per la verità, ed a patire per lei nell'agone a combattere 
contro r anticristo, cosi si volge ad Hus: < Eccomi a te, o 
Hqs, prediletto fratello in Cristo, sebbene sconosciuto di per- 
sona, non però per fede e per amore, poiché non arriva la 
lontananza a separare quelli che 1' amore di Cristo fortemente 
affratella. Racconfórtati della grazia che ti é concessa ; fatica da 
buon soldato di G. Cristo; rincalza con la parola e con l'esempio, 
e la tua possa fa di raddurre in via di verità , perchè non è 
da seppellire nel silenzio, l'evangelica verità a cagione di frivole 
censure e di folgori anticristiane ; datti a tult'uomo a raffermare 
le membra di Cristo slombate dal diavolo: e, se a Dio piace, 
è bel che spacciato l'anticristo. E per una sola cosa mi sento 
andare tutto in gioia, ed è, che. nel vostro regno ed altrove 
abbia messo Iddio tali spiriti nel cuore di alcuni da farii andare 
giulivi al carcere , al bando ed alla morte per la parola di 
Cristo. > Vedi come Hus era trasportato non . solo dall' aura 
iK)polare nel suo paese, ma dalle laudazioni de'falsi sapienti a 
€ima di nuovo apostolato. Iddio puniva il suo orgoglio, lasciando 
che gittassero le radici della convinzione nel suo cuore ce|:le 
cose che in altri tempi avrebbe abborrite come errori. 



— 5« — 

Intanto il popolo fariosamente si sottraeva dalia SQggesiooe 
dei preti ed agognava ad eguagliarsi a loro nel tremendo mini- 
stero deiraltare. 11 prete era già invilito ai suoi occhi dalle 
predicazioni di Hus e compariva indegno delle sante cose che 
trattava. Rincacciato dalla civile compagnia , spoglio di (^ 
temporale cosa, non rimanevano che le spirituali : a queste die 
di piglio il popolo sollevato da Jacobello di Miss» altro predi- 
catore di altra cappella intitolata a s. Michele. Costui, persuaso 
da un Pietro da Dresda, disse necessaria ai laici per la eterna 
salute la Eucaristia sotto la doppia specie. Lo predicò al popolo: 
e gli ussiti , che erano sempre in sul guardare in cagnesco 
alle cose dei preti, trovarono buona la dottrina di Jacobello e 
Tafferrarono come nuovo documento delle presbiterali usurpa- 
zioni — perchè solo i preti possono bere il calice del SignoreT . 
anche noi possiamo e dobbiamo. — Bastò questo, perchè il 
calice divenisse un simbolo di un conquistato diritto e fosse 
insegna di gravissime guerre di religione. La sete del sangue del 
Signore in Boemia era segnale di altra sete che incominciavano 
a sentire, con gravissimo danno della buona morale, i popoli 
nel secolo XV. 

Sbynk arcivescovo di Praga, andato in Ungheria a chie- 
dere consigli e provvidenze al re Sigismondo , se ne mori 
neiranno 1412 con molto danno della Chiesa di Boemia. Gli 
successe disgraziatamente un certo Corrado , che pareva fatto 
d'un getto col suo re Venceslao. Tutto materia ; di spirito non 
avea che tanto quanto bastasse a muovergli le membra, fatte 
pigre dagli smodati mangiari e dallo stravizzare alla dirotta. 
L'epa era il suo Iddio: del gregge non voleva né poteva curare. 
Le chiavi del granaio e del celialo sempre alla cintola, simbolo 
dell'unica cosa che curasse al mondo. Sempre con una vecchia 
cucìniera, che lo teneva contento. Tesorizzava regali; vendevali: 
e le pastorali tonsure delle sue pecorelle erano cosi presso 
alla cute che queste ne sanguinavano. Ora pensi il lettore che 
bel vento gonfiasse le vele alla eresia degli ussiti sotto questo 
beatissimo arcivescovo. 

Ed era da paventare; poiché il popolo di Boemia era stato 
già messo per la via delle novità , avendogli il predicatore di 
Betlem scaldala la febbre di quelli che credeva bisogni, con le 
blandizie di una libertà insuperabile senza la concussione del 
dogma, e di una ristorata povertà inconseguibile da chi volesse 
rimaner cattolico e perciò ossequente airantica disciplina della 



— 313 — 

Chiesa romana. Wicleff lo aveva levato al gìiuìizio dei suoi spi- 
rìtaali pastori e gli aveva messa nelle mani la Bibbia da Ini 
volgarizzata e commentata, quasi codice di nuove leggi. Il po- 
polo era diveDoto filosofo. La verità che doveva da lui sentirsi 
ed esprimersi col verbo, della tradizione ed i colori della co- 
scienza, h da lui pensata con selvaggio intelletto, pronunciati! 
con ferocia d'intempestivi parlari; e ciò che i professori dialet- 
ticamente facevano nelle università, il popolo manescamente si 
accingeva a fare per le vie. In mezzo a questo popolo, gover- 
nato nelle cose dello spinto da quel Corrado , tornò Giovanni 
dlliis. 

Le sue epistole avevano ognor più infocato Panimo de'suoi 
lettori: ta sua parola erasi ritemperata di nuova forza nelPesi* 
Ihk Quando eccoti arrivar bolla di Giovanni XXIll, con cui questi 
biDdiva la crociata contro Ladislao, invasore dei beni della 
Cbiesa. Hos declamatore contro le clericali: intemperanze, grosso 
per la toccata scomunica, si leva furibondo contro il pontefice; 
sforza Parca degli spirituali tesori delfa Chiesa, a guardia della 
quale vegliava la fede di molti secoli, e, gittate peUrivIi le sante 
ioddlgenze innanzi al popolo, le deride e le danna, quasi tro- 
vato di presbiterale avarizia. Tennegli fronte in pubblica que- 
stioDe il decano della facoltà teologica Stefano Paletz, il quale, 
avvisato ben per tempo della pessima via per cui rovinava Hus, 
ad ora ad ora gli si parava innanzi affrontandolo con lo parole^ 
e con le scritture. Nel fatto della bolla di Giovanni contro La- 
dislao Tenne all'aperto a difendere la Chiesa. Ma tlus, innanzi 
ailiroD tarlo, si ricopre come di scudo di questa protesta: e Esser 
Idi condotto in quel negozio (cioè della crociata) dair onor di 
Dio, dal migliore della madre Chiesa, dalla propria coscienza. • 
Perciò alle cose che era per dire premetteva una invocazione a 
Dio onnipotente , testimone della sua coscienza. Cosi, tutto in 
braccio a questa sua coscienza o spirito privato, con selvaggia 
dialettica , ma nudricata di molta erudizione, toglie al papa ed 
ai cherìci il diritto di guerreggiare. S. Bernardo sembra a lui 
ebe lo sorregga; ma questi, che appare concorde alPeretico nella 
riprovazione dell'abuso, discorda col medesimo nella tem|»(3ranza 
della riforma. Hus spoglia il papa di ogni forza coercitiva; gli 
toglie la spada materiale, gli lascia quella dello spirito. Ma qual 
éioai questa spada? Preghiere, esortazioni, passiva rassegnazione 
fino alla mort^. t Vuole il papa vincere i suoi nemici? Guardi 
) Cristo, di cai si dice vicario; preghi pei nemici e per la Cbiesa, 

Tamb. InquU. Voi. II. 40 



~ su — 
6 dica — Il mio regno non è di questo^ mondo. — Guai al 
civiltà dei popoli se i papi avessero seguito questo consiglio 
petto delle laicali prepotenze. Giovanni d'Hus, tocco dalla ma! 
vista degli abusi, rifuggiva nell'assoluto dei canoni che governar 
la morale cattolica; ma Tintende assai male e non pensa con 
quelli in parte siano pieghevoli nello svolgimento delle fon 
del morale individuo, che è la Chiesa. 

In mano di colui che può costringere sono due forze: quel 
della minaccia di un male e della promessa di un bene. Tol 
le armi ^ila minaccia, toglie Giovanni i beni alle promesse; pe 
che il papa non ha per lui cosa a tutelare su questa terra. E( 
vede le sante indulgenze nel vizio di chi le conferiva, e le neg 
e con una logica che prendeva le mosse dal fatto dei commi 
sari di papa Giovanni, dispensatori di perdoni e di indulgenz 
guasta e sovverte tutta la economia del potere presbiterale sul 
coscienze intorno alla remissione della colpa e della pena. Qui 
sta discussione, fatta nella frequenza delia scuola universitari 
alla presenza di un popolo già maturo alle novità, non potè 
sorreggersi cop eguaglianza di ragione a fronte delia dialetti 
del Paletz. Hus logicava incarnando la parola con la veleno: 
convinzione degli abusi, Paletz coi documenti della tradizion 
Ma la tradizione vive dell'eco della credenza. Quando questa 
cacciata dalle coscienze, quello è suono che muore sulle labb 
della generazione che ci precede. Il popolo di Praga, che avrebl 
dovuto impennare al solo tocco delle avite tradizioni sovvers 
non richiamò, applaudi, tumultuò, gridò papa Giovanni ani 
cristo. A Giovanni la plebea ingiuria: ma a tutto il papato l'ir 
condo sacrilegio. Si mosse il maestro a raffrenare l'irreligio 
licenza, imprigionando i più caldi sediziosi. Furiò la plebe, chie 
•la loro liberazione; promessagli, ristette. Ma non appena s'avvic 
dal sangue che colava da certo luogo detto il pretorio, che gl'in 
prigionati erano stati messi a morte, die di piglio alle armi 
con la forza ricuperò i cadaveri degU uccisi. Andò con religio 
riverenza a seppellirli, quasi martiri della verilà, nella cappel 
di Betlem. Cosi la parola di Hus predicata in quel luogo tris! 
mente individuò tutta una gente in mezzo alla grande comp 
gnia della Chiesa; poiché ogni personalità non si ediQca che 
sangue e di parola. 

Fallita la forza materiale , tentò il maestrato quella del 
persuasione. Non lutti i professori dell'università tenevano p' 
Hus. Commisero ai restati fedeli l'accorrere contro alPauJac 



— 515- 

d^i ossiti. Si radanaroDO e ceDsararono goarantacinque prò- 
posizioDi di Widefl; stando in queste tutta la radice dei pre- 
senti mali. Rafforzarono la lor censura di una prefazione, nella 
qoale a fronte alta confessarono Tantorità dei papa, dei cardi- 
nali e delia romana Chiesa ; dettero del fellone ai segnaci di 
Hns. Freno impotente per il popolo che ciecamente correva al 
predpizio. 

Allo strepito di queste novità levossi il Gerson a guardare 
in che mare fortunasse la insidiata Chiesa di Boemia. Scrisse 
lettere a svegliare il poltrente arcivescovo di Praga , a di 27 
marzo del 1413. Moniti, conforti, preghiere, tutto pone in opera 
io scandalizzato cancelliere a tenere in piedi e vegliante Cor- 
rado a fronte delta tempesta ereticale. 11 Gerson ammoniva, e 
non si avvedeva che le novità ussite erano pestilenti germogli 
che prorompevano dalla mala pianta di queir analisi eh' egli 
aveva elaborata dì cosa chepon si scompone, dico dello spiri- 
tuale potere. Germogli indeterminabili nel loro numero e nella 
loro gravezza. Infatti, maledette e derise le indulgenze, non fu 
più dogma di quei riformatori rispettato. Nello stesso anno Gi- 
rolamo di Praga entrò nella chiesa di Santa Maria ad Nives, 
trasse dagli altari le sante reliquie , le calpestò, gridando fine 
alla superstizione. Die di piglio ad un predicatore carmelitano 
e ad altri due frati , e li tradusse prigioni innanzi alla balia 
della città, a dannarsi al carcere come impostori. Né contento 
a questo, precipitò nella Moldava il povero carmelitano, che 
poi ne usci salvo quasi per prodigio, come lezzo di via. Il po- 
polo vedeva e sghignazzava. Cosi frati , indulgenze , culto dei 
santi, e quanto aveva fino a quel tempo santificato il cristia- 
nesimo nello svolgersi delle sue forme nella coscienza degli 
uomini, era in un fascio trasportato e disperso dall'ansia di un 
popolo che, traviato da uomini prevaricatori , sospirava ad in* 
certo avvenire. 

Ma prima di ascendere al principio che doveva osteggiare 
quelli che chiamava errori delle antiche tradizioni, Hus lo trasse 
a campeggiare nella materia di sci fatti , che espresso con la 
SQccinta veste' dell'assioma. 1. Che sacerdoti ignoranti, magni- 
ficando sé stessi per V offertorio , seducono il popolo, dicendo 
che ogni sacerdote celebrando messa (mi8$ando) crei il corpo 
di Cristo e divenga padre e creatore del suo Creatore. 11. Che 
si aflèrmi doversi credere nella b. Vergine o nel papa o nei 
santi, mentre a Dio solo abbia a prestarsi fede. III. Che i sa- 



— 816 — 

cerdoU coi meglio loro aggrada possono ricnettere i peccati 
sciogliere dalla pena e dalla colpa. lY. Che debbano i soggsl 
obbedire ai propri superiori in ogni cosa lecita o illecita d 
sia. V. Che ogni scomunica, giusta o ingiusta che sia, leghi! 
scomunicato , gli rechi nocumento e lo sequestri dalla comi 
iiidne dei fedeli e lo privi dei sacramenti della Chiesa. VI. U0 
rore della simoniaca eresia, che la maggior parte del clero ta 
sozzava. A questi sei fatti, pensati alla sua maniera , nei qna 
veniva V errore dalla ignoranza malizia degli uomini e m 
dalla santità del principio cattolico , pose appresso sei capite 
che brevemente dimostravano la deformità di quegli errori, 
feceli scrivere sulle pareti della cappella di Betlem , perchè 
popolo li avesse sempre sotto gli occhi del cbrpo, e non isfo 
gissero da quelli della mente. 

Mentre il popolo leggeva e meditava alla sua maniera qc 
ste lucubrazioni paritarie, Giovanni edificava le nuove teorie 
della chiesa di Cristo. Tratta, per otto capi, della natura de 
vera Chiesa e dei membri di coi si compone. Era questa i 
formata ai suoi tempi dì umane corruttele che davano ai eh 
rici una mala vista. IIus abborriva da queste: e come Gersc 
abbominante lo scisma, entrò contro ogni diritto difflnitc 
del potere della Chiesa ; cosi egli, abborrente dalla malizia ( 
costumi, entrò difflnitore della natura de'membri della Chiei 
e quindi della Chiesa medesima. Presupposta V idea cattoli 
della Chiesa, Gerson difilato va al potere che la governa. Hi 
non presupponendo cosa già ricevuta dalla tradizione , ine 
mincia dal difflnire la Chiesa. Come morale individuo colk 
tivo, egli va dapprima alla coscienza delle parti per ascende 
sinteticamente alla composizione del tutto. Rifuggiva da 
umana imperfezione , ma non sa temperare la foga del gia< 
zio: e anzi che posare nell'idea operante, perfezionatrìce, e 
è appunto quella della Chiesa cattolica, si arrocca in quella 
una perfezione già operata, inconcepibile su questa terra, e' 
è quella di una Chiesa già consistente nello scopo che ha ra 
giunto. Per la quale cosa non è la fede professata con le opei 
Tuso dei sacramenti, segni e veicoli della divina grazia, la so 
gezione al potere visibile , vale a dire V umano individuo, ci 
svolge la razionale sua azione nella virtù della fede, della s( 
ranza e della carità ed il divino individuo che lo perfezioi 
coi benefizi! della redenzione; ma è Tumanilà già perfezionai 
solingamente contemplata da Dio .nelFeconomia della sua pe 



— «7 — 

la Chiea di Bus. ìanAti nel misteio delh predestin»- 
90De a Dio solo risibile, è irreperìbile dali* oooio, die la n 
teroodo tra le tenebre delTimperfetto, maestra della sua igoo- 
nm, coratrìce delle sae inlennità. 

QoeUa che suscitò Giovanni d'Hos nella Boemia fu conqui* 
sUtrìoe. Awrébbe Teramente dorato essere conserratrìce, poiché 
«^ sconciò il popolo in quelli che ho chiamati bisogni di cre- 
denza, manomettendo la religione degli avi suoi. Non isve- 
(liò il popolo, quasi a soprassalto, con la voce del sacrilegio: ma 
Kdainenle con quella della riforma e della sua emancipazione 
dilla troppo proceduta potenza cherìcale. Per la qual cosa quando 
il popolo a avvide dello scempio fatto dal predicatore di Betlem 
delle avite credenze, era già desto operante per la mozione de- 
fi^ ostacoli a'suoi voluti vantaggi, ostacoli che Hus aveva saputo 
ri?estìre con la cappa pontificale. E perciò quando egli rovesciò 
questi, rovesciò anche il papato ; e lungi dalPavventar^i ad Hus 
profanatore della sua religione, rìconobbe come opera delle mani 
proprie ed approvò questa che non era più secondo lui profa- 
fiaxione, ma sostituzione della verità alFerrore, della giustizia 
all'iniquità ; anzi Hus fu il suo apostolo. 

Per la qual cosa Hus coi Boemi (e nel dir questo io dico 
di tutti i popoli che già sentivano la potenza ad urtare la vec- 
chia idea religiosa, come se fosse sostenitrice degli ostacoli al 
$00 morale immegliamento) da una parte, tutto il medio-evo 
dall'altra, stettero a fronte minacciosi e parati a battaglia. Quelli 
provocsitori, perchè novatori ; questo difendentesi, perchè con- 
servatore. Ma terribile, inclemente la difesa, perchè guerra di 
religione ; nella quale non entravano battaglieri due soli popoli, 
ma due grandi elementi nelle viscere del cristianesimo, cioè il 
dogmatismo del passato ed il razionalismo dell'avvenire. Lettore, 
pensa che questi due non sono uomini, ma principii : perciò 
^ quando vedrai tra le fiamme ardere e fortemente morire Gio- 
' yanni d'Huà e Girolamo da Praga, non ti volgere intorno a 
maledire gli uomini che edificarono i micidiali roghi, ma leva 
in alto la mente contemplatrice di que'principii. Non volarli 
giodicare ; perchè Iddio nel proprio pensiero, ove li vede, chiuse 
il codice di ogni umano diritto. 

Una mala fama si era sparsa delle cose di Boemia , la re- 
ligiooe pativa, il principato temeva. Supremi giudizi! si volevano 
da papa Giovanni e da Sigismondo ad arrestare la infellonita 
^mia ed a troncare il capo alla eresìa con la condanna di 



— 518 — 

Hus. Esortava Sigismondo i maggiorenti Boemi a condarre ii 
Gostanza Hus, perchè al cospetto dell' oniversale sinodo par 
gasse sé e la sua gente della brutta voce che correva di eresia 
Le esortazioni affortiflcò con un salvocondotto, pel quale fos» 
favorito di ogni maniera di buoni uffici, ovunque desse, andando 
a Costanza. Reco in volgare questo famoso documento, su 
quale i protestanti piantarono le loro accuse contro i padr 
costanziensi dannatoli delF Hus. < Sigismondo, per grazia di Die 
re dei Romani, sempre augusto, re di Ungheria ec. a tutti ( 
singoli principi, cherici e laici, duchi, marchesi ec, capitani, 
podestà, governatori, ec. e comuni, e a tutti i fedeli sudditi del 
sacro nostro impero, in man de'quali saranno per venire le pre* 
senti lettere, col regio favore ogni sorta di beni. 

e Venerabili, illustri, nobili e fedeli amici, con tutta Tanima 
raccomandiamo a voi tutti ed a ciascuno in particolare Y ono 
revole maestro Giovanni d'Hus, baceliiere e maestro delie arti, 
recatore della presente lettera, il quale è in sul muovere dal 
reame di Boemia al generale concilio da celebrarsi nella città 
di Gostanza, il quale noi abbiamo tolto sotto la protezione e 
tutela del sacro impero. Essendo nostro desiderio che nel giun- 
gere che farà appo voi, gli facciate cortesi accoglienze, usiate 
favorevolmente con lui, e che vogliate e dobbiate andargli in- 
contro in tutto che faccia mestieri alla sicurezza e celerità del 
suo viaggio per terra o per acqua, e che senza pagamento 
di tributo, di gabella e di qualunque altro gravame, e sciolto 
d'ogni indugio, lasciate a luì coi suoi servi, cavalli e masseri- 
zie, l'andare, lo stare, il dimorare e il tornare alla libera per 
tutti i passi; per porti, ponti, terre, feudi, balìe, città, borghi, 
castelli e in tutti i vostri territorii ; volendo e dovendo prov- 
veder lui ed i suoi, abbisognandone, di salvocondotlo, ad onore 
e reverenza della nostra maestà. > Dalle quali parole è chiaro 
la regia scrìtta mirare solo alla incolumità di Giovanni nel 
viaggio e favorirglielo, non toccare i casi del giudizio cui an- 
dava a som mettersi. 

Giovanni d'Hus era divenuto novatore nelle cose di reli- 
gione, la gente boema seguivalo ; e ricordi il lettore come quegli 
alle novità prorompesse, e questa a luì aderisse dapprima per 
ristorate ragioni dì quella gente nelle università. Perciò Hus era 
Tuomo della nazione ; a Ini volti gli occhi di tutte, per lui le 
dubbiezze degli eventi costanziensi, per lui le provvidenze a 
cessare la possibile nimicizia de'medesimi. La taccia dì eresia 



— 319 — 

apposta alla Boaua per le DOTìia ussite comaio?eva gli spiriti 

éi queUa geote, e il mantenersi nella fama di buoni cattolici 

era nn d^derio che egnagliaTa quello di tenersi veri boemi. 

Re Venceslao, sempre avvinazzato» non voleva sapere di queste 

cose: il popolo le caldeggiava, favorivanle i magnati, le avver- 

safa il clero. Ha Tarcivescovo Corrado, poltrente nei piaceri 

della mensa, accalappiato dalle blandizie della pecunia, schiuse 

l'uscio dell'ovile ai lupi, che avrebbe dovuto con la vita difen* 

dere. Per la qual cosa Giovanni, innanzi muovere per Costanza, 

àenramente provvedeva alle cose sue e largamente attingeva 

faiTorì della pubblica opinione. 

Fece afiSggere in tutti i pubblici luoghi della città di Praga 
ed all'uscio della reggia una sua scritta che recava: — Nella 
^ prossima assemblea dei prelati del rame da tenersi nel palazzo 
^ arcivescovile, profferirsi, a chiunque avesse voluto appuntarlo di 
ereticale errore, a purgarsene; trovato innocente, provocare su 
gli accusatori la pena del taglione; essere parato a far lo stesso 
nel concilio di Costanza. — Chiese ed ottenne dal vescovo di 
Nazaret, inquisitore della eretica pravità, favorevole giudizio 
della sua dottrina, messo in iscritto e raiTermato da istrumento 
di pubblico notaio. Radunati poi a parlamento i maggiorenti di 
Boemia con Tarcivescovo Corrado a deliberar dei negozii del 
roame, Giovanni si presentò loro, supplicandoli che ove quel 
prelato lo sapesse infetto di alcun errore glielo dicesse, o dar- 
gli via a scolparsi; ove no, attestasse della sua innocenza con 
una scritta, che presenterebbe al concilio a propria tutela. Ot- 
tenoe tutto e dai maggiorenti e dall' arcivescovo. Non còsi gli 
andò il negozio nel sinodo chericale: né lui né il suo procura- 
tore Giovanni di Jessinetz vollero accogliere i preti. Della ri- 
polsa richiamò Giovanni; ed i richiami faceva per man di no- 
taio consegnare a pubblico istrumento. Adunque IIus favorito 
della scritta dell'arcivescovo e dell'inquisitore, che lo dicevano 
purissimo di ogni errore, mosse per Costanza. Tenga fissa la 
mente il lettore a questo fatto; cioè che Giovanni andava al con- 
cilio non con la docile pieghevolezza di un fedele, ma con Tardi- 
tneoto di un filosofo, che muoveva a sfidare con la ragione in 
solenne parlamento le tradizioni di molli secoli. 

Andavasene Giovanni, fidentissimo nel numero de'proseliti 
che lasciava in Boemia, e nella forza della sua parola: ma una 
locagli tuonò alle spalle vere e terribili sentenze, le quali avreb- 
bero dovuto arrestarlo e fargli pensare come dirupasse in una 



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mala via e si traesse tutto un popolo io perdUone. Io é» 
delle belle e quasi profetiche parole che gli indirizzò Stebao 
di Paletz, le quali, come farebbero bene per molti altri, io yp- 
glio recare in volgare: < Guardati, o maestro, e cura a tutf noma 
che tu con i tuoi contubernali e felloni alla santa obbediema 
e camminanti su le nugole non abbi all' impensata a dar per 
terra. Perciò io bo messo innanzi le parole di Osea — Guai a 
coloro che mi disertarono, perchè verranno inabissati. — Vedi 
come e quanto tu abbi a tremare dallo spavento mentre queste 
parole apertamente ti minacciano. Stoltamente e da contumace 
ti se' tolto dall'obbedienza della santa e cattolica Chiesa, conio 
scandalo e pericolo di molti; fatto segno alle sentenze di molte 
chiese, massime dal sommo pontefice, vicario di Cristo; pub- 
blicamente scomunicato, ti scrolli dall' animo il timore di Dio 
e neppur senti la punta dell'ecclesiastica censura. Soffocato 
ogni grido di buona coscienza, con audace e diabolica presQn* 
zione osi intruderti nel ministero della divina parola su la cat- 
tedra della tua superbia e, quel che è peggio, nel divino uflS- 
cio delle messe ; ed a simiglianza del re Saule tenendo fronte 
a Dio, non immolare vittime, né iscellerarti le mani d'indoh- 
tria. Che se dirai — non ho io peccato — dimmi, a qual giogo 
di ecclesiastica disciplina ed a qual prelato tu soggiaci, perchè 
non compari ad un tempo e attore di cause e giudice? Tu giu- 
dice, tu padre, tu testimone. Il proprio diocesano con gliordi- 
narii suoi utBziaii sprezzi e tieni per nulla, anzi pubblicamente 
vai predicando essere il pontefice sommo un'abbominazione, un 
anticristo; e con prodigio di superbia, più superbo di Datan e 
Abiron, tu cacci sotto i piedi ogni santo suo decreto, l'auto- 
rità sua, il suo uflBcio. Ecco come non v'abbia più giogo che 
ti prema ; tu solo signore, tu solo altissimo. Laonde con im- 
pudente audacia, non ovunque, ma là^solo vai dirizzandola 
cattedra del tuo magistero contro la santa romana Chiesa, OTe 
è più denso il favore de' tuoi e della plebe, ove più mani- 
festo il patrocinio della laicale balia. » E dopo avergli rin- 
facciato il come con pubbliche e private dicerie avesse recato 
poco meno che su gli altari Wicleff, salutato da lui cima di fedele 
e di dottore, ed aver seminato la zizzania tra i figli di Cristo 
per raccorrò messe di infame gloria, cosilo stringe: < Ripensa 
ora, ripensa nell'animo tuo qual torrente di mali hai scatenato 
da quel dì in cui cominciasti ad infellonire ed a patrocinare 
r eretico Wicleff. Vedi quale tribolazione levasti contro al tuo 



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Aocesano arciTes£OTo SwiocoDe, col quale fioo alla morte rical- 
dtrando, ti sei fenolo ribelle. Vedi a che rovina e conquasso 
hai trascinato i cherìci; chi percosso e sacche^ato^ chi dalle 
proprie chiese bandito, STìlIaneggiato ; altri pezzati a furia di 
plebe, altri ancora esoli e raminghi, altri, da tenerissimi amici 
che erano, fatti Ton faitro nemici. Era qoesto che si asix'tlava 
da 00 predicatore della divina parola? » 

Addi IS di ottobre dell'anno 1414, associato a duo nobili 
e potenti boemi, Yenceslao de Dnba e Giovanni de China) « 
lasciava Praga. Si fece precorrere da lettere indìritte allo cillà 
per coi era per andare , le quali recavano : < Lui andare a 
Costanza : v^ andasse anche chiunque voleva accagionarlo di 
errore e di eresia, e si preparasse a farlo in pieno concìlio: 
lui essere paratissimo a dare ragione a tutti della sua fede. » 
Vagava foori del tribunale della Chiesa il superbo professore 
e non chiedeva il giudizio dell* episcopale maestrato > librato 
o^r inaccessibili penetrali della fede, ma quello del popolo, 
corruttibile dai lenocinli delia sua dottrina e dalle sembianze 
di novatore che sempre seducono. Infatti una strepitosa fama 
gli andava innanzi, che in Leida, Sultzbach^ LaufT, concitava in 
tatti il desiderio di vederlo, di parlargli, di ospitarlo. Non era 
solo il salvocondotto di Sigismondo che confortava alle orrevoli 
accoglienze , ma anche il sapere che il vegnente ospite ern il 
predicatore dì Betlem, il riformatore della Chiesa. Ma special- 
mente iq Norimberga fu tale e tanto T accorrergli incontro di 
tolto il popolo, che quelle parevano accoglienze degno di un 
trionfatore. Anche i preti festeggiavano la venula di Hus; e 
richiestolo di un secreto colloquio, rispose: — Lui amare in 
poUbHci parlamenti manifestare la sua sentenza ; abborrire dal 
segreto. — E stette ragionando fino a notte ben proceduta coi 
preti ed i senatori di Norimberga. 

Giunse Hus in Costanza nel terzo di di novembre. T.icito 
nngresso, modesto T ospizio: andò a stare in casa di una 
buona matrona, Fida di nome , nella contrada S. Gallo. Come 
fa il di appresso, Giovanni di Chium ed Errico Lutzemberg si 
presentarono a papa Giovanni notificandogli l'arrivo in Costanza 
di Hus e come lo avessero menato al concilio commosso alla 
pQU)ljca fede per imperiale salvocondotto ; prega vanlo volesse |ier 
amore del re de' Romani lasciarlo stare in Costanza incoluiDc 
d'ogni pericolo. Rispondeva il pontefice: < Avvegnaché fratri- 
cida Hus, non permetterebbe per quanto era in lui gli venisse 

Tamb. Inquis. Voi. II. 41 



- 5« — 

nocumento di sorta dimorando in Costanza. » E1 in veroi 
Boemi per molti di non ebbero a lamentare fallo nelle papali 
promesse. Anzi il papa sciolse Hus dal vincolo della scomuoiA 
lo licenziò a muovere per la citlà a suo talento : solo gli vietò 
l'accesso alle messe solenni, per tema di qualche coramoziooe 
tli popolo, ed il predicare, perchè non fosse scandalo. Ed Hus 
voleva predicare; avendo in serbo due sermoni, Tuno dei quali 
era una specie di confessione della sua fede, Faltro toccava la 
necessità della unione e della pace della Chiesa. 

Sigismondo ad un tempo scioglieva la libertà del concilio 
nella inquisizione dell'eresia e confermava il sahrocondotto già 
dato a Giovanni d'Hus e da darsi agli oratori dei due antipapi. 
E qui sorge la famosa questione intorno alla prigionia di Has, 
che sembra irreconciliabile con la pubblica fede, avendo vigore 
il cesareo salvocondolto. Cattolici da una banda , prolestaoli 
dall'altra, molto lungamente han combattuto, quelli a purgare 
il papa, il concilio, l'imperatore dalla mala fama di fedifraghi; 
questi a ribadirla con le prove. Ma quelli non avevano innanzi, 
quasi scopo, che la purgazione dell'ecclesiastica podestà: questi 
il desiderio di manometterla. Tutta volta tra Roma e Lutero é 
un'altra cosa che si chianìa storia, alla quale con libera estima- 
zione dei fatti intendiamo per amore di verità. 

Il Lenfant, caldo ugonotto, che ha molta erudizione di 
storia, filosofìa *poca, si chiude nella sentenza che l'imperatore 
avesse dato ad Hus un salvocondotto assoluto che il guaren- 
tisse da qualunque violenza, con fermo proponimento di non 
violarlo; ma che poi i padri del concilio lo avessero sciolto 
dal mantenere la fede data , stando alle decretali , le quali 
dispensano dall'osservanza della fede verso gli accusati d'eresia: 
cosi dice Gherardo D;Kher, testimone oculare, nella prefazione 
ad una sua storin del concilio, e così crede Lenfant. Il mede- 
simo poi reca la testimonianza del Nauclero, non molto lontano 
(lai tempi dei quali recita, il quiile afferma come i padri indu- 
cessero Sigismondo alla violenza del salvocondotto con questo 
argomento. Essendo il concilio superiore all'imperatore, e non 
avendo concesso salvocondolto ad IIus, non poteva egli impe- 
ratore concederne uno senza il consenso del concino^ massime 
1n un negozio che toccava la fede. Rafferma Lenfant la lesti- 
•monianza dei due storici con certe parole dello slesso Sigismondo 
indirilte ad Hus, le quali non lasciano dubbio che veramente 
fossero uomini i quali argomentassero a quella guisa. Dunque, 



— 52.1 



DChìude il Lenfant, Giovanni d'Hus fu f>ittima non solo dei- 
dio de'suòi nemici, ma anche della debolezza e superstizione 
Vimperaiore, per non dire della sua perfidia. 

Maimbourg, cattolico, nella sua storia del grande scisma di 
bidente, a purgare Sigismondo, immagina che il sajvocon- 
ì\to venisse spedito ad Hus due mesi dopo che egli con le 
le scritte fatte affiggere in Praga e per la città di Lamagna 
inunziava la sua andata al concilio; quasiché il salvocondotlo 
^esse tanto indugialo da non venire in collisione con la prigio- 
ia. Ma nella storia non s' immagina ; e non ha torto Lenfant 
}Dtro Maimbourg. Hus mosse dd Boemia a di 15 ottobre, il 
ilvocondotto fu emesso dall'imperatore a di 18 dello stesso 
lese; fu ricevuto da Hus nel dì 22 in Norimberga; lasuapri- 
lonia avvenne a di 28 di novembre. Il Varillas , a purgare il 
ODcilio , gitta tutto il fallo sulle spalle di Sigismondo. Anche 
gli immagina: ed afferma, essere stati duei salvocondotti ad 
las, l'uno dall'imperatore e l'altro dal concilio; quello assoluto, 
iiesto condizionato ; quindi la prigionia di Giovanni ripugna 
ol primo , non col secondo , non avendo questi osservate le 
ondizioni del salvocondotto sinodale. E qui anche il Lenfant 
la ragione contro Varillas. Non fu altro salvocondotto che quello 
pedi lo da Sigismondo. 

Poniamo ad esame la cosa, lasciando da banda proteslanti 
! cattolici. 11 fatto di cui è stato cosi fragoroso litigio si com- 
«ne di tre elementi. Di Sigismondo col suo salvocondotto: di 
iiovanni d'Hus che ne doveva godere , e del concilio che lo 
lovea rispettare. Discorriamo distintamente tutti questi tre elc- 
DCDli, invochiamone i rapporti che hanno tra loro; aspettiamo 
he la ragione de' tempi, degli uomini e di ogni altra circo- 
tanza, per logica virtù, ci partoriscano la sintesi, storica dì que- 
to avvenimento. 

Sigismondo, reso. consapevole delle gravi turbolenze mosse 
a Boemia per cose di religione, e sapendo come a quelle des- 
erò alimento le parole e le scritture di Giovanni d' Hus , ben 
Dlentieri accolse l' andata di costui al concilio coslanziense , 
arche questo esaminasse, giudicasse, difQnisse i religiosi ne- 
tti della Boemia. Ad Hus , giudicabile dal concilio e che vi 
idava come al tribunale, egli Sigismondo concesse un salvo- 
indotto. Nulla in quello di condizionalo. L'imperatore ordinava 
tutti i suoi soggetti che nulla di male facessero al viandante 
lemo: anzi con ogni modo ajutassero la gita, poiché lo ave:^ 



— 324 — 

accolto Della protezione e tutela del sacro romano impero. 1 
scritta dunque riguardava Sigismondo che la spediva, Giovan 
a prò del quale bandivasi, i soggetti deir impero che la dov( 
vano osservare. Il concilio non, entrava, neir imperiale scritl 
che come scopo a cui mirava il viaggio di Hus, e non altr 
Adunque l'imperatore si obbligava alla sicurezza di Hus via( 
glante per ì suoi Stati, e vi obbligava i suoi sudditi. La obbli 
gazione cessava tosto che Hus raggiungeva lo scopo del su 
viaggio, ossia tosto che entrava in relazione personale col coi 
cilio ; altrimenti il salvocondotto avrebbe avuto uno indetermi 
nato vigore, che sarebbe in contraddizione di ogni logica ( 
diritto. Adunque il salvocondotto impeciale non garantiva 1 
vita e la libertà di Hus che durante il viaggio, come mezz 
senza del quale egli non poteva personalmente presentarsi i 
concilio. Sigismondo lo poteva fare come imperatore, e lo fec( 
né troviamo, fino a che Hus non giunse in Costanza, viola 
zione di sorta commessa da lui o dai suoi sudditi alla dat 
fede. Hus giunse sano e salvo in Costanza, anzi inebbriato, com 
egli stesso dice , delle trionfali accoglienze ricevute nelle citt 
di Germania. 

Il concilio era un tribunale, supremo difflnitore delle cosi 
toccanti la fede ed i costumi, al quale soggiacevano tutti , an 
che r imperatore. Come radunanza di vescovi nella città d 
Costanza , i padri dovevano rispettare il salvocondotto di Sigi 
smondo a favore di Hus ; perchè Costanza era città imperiale 
ed in lei quel salvocondotto aveva forza di legge, alla qual 
soggiacciono anche gli stranieri nel tempo che dimorano ne 
paese del legislatore. Ma, come concilio , quei padri dovevan 
rispettare condizionatamente la scritta imperiale, vale a dir 
ove non fosse stata ripugnante alla giurisdizione del loro tri 
bunale. Della quale condizione l'imperatore non poteva adontars: 
Egli aveva voluto la convocazione del concilio come univei 
sale tribunale deflniente intorno alla fede; ed egli non potev 
senza contraddizione volere ad un tempo che non fosse defi 
niente intorno alla dottrina di Hus. Adunque il salvocondotU 
mentre tutelava in Costanza Giovanni per necessità dì legge 
Io abbandonava nel concilio alla contingenza di un giuiizic 
anche per necessità di legge. E questa contingenza includevi 
la possibile coercizione, ove il giudicato non fosse stato docili 
alla sentenza. Lo stesso Hus lo aveva voluto e preveduto. Neil: 
scritta che fece affiggere alle porle della reggia nel muoven 



- 525 — 

da Frasca egli significava a tutta Boemia ed a latte le na- 
liooi andare al coDciiio per essere giudicato. E conchiudeva : 
< Laonde , se alcuno mi renderà convinto di alcuno errore e 
mi dimostrerà avere io insegnate cose aliene dalla fede di 
Cristo, non mi sottrarrò a qualunque pena di eretico. > Adun- 
que doveva essere un tempo a cui la immunità ctie fruttava 
^d Hus il salvQCondotto cedesse il luogo alPazione di un giu- 
dizio e quindi alla possibile coercizione del giudicato. 11 fallo 
dunque derconcilio starebbe nell'avere prepotentemente anti- 
cipato quel tempo , ossia deir avere vulnerato il salvocondotto 
dato dall'imperatore innanzi che fosse stata maturata la legalità 
del suo giudizio. Vediamo se sia stata questa anticipazione di 
tempo, nella quale solo può slare la violazione della pubblica 
fede. 

Appena giunto Hus in Costanza, significato a papa Giovanni 
il salvacondotto cesareo, tanto di buon animo il papa si poneva 
a rispettarlo cbe apertamente promise adoperare ogni suo po- 
tere perchè ad Hus non fosse fatta violenza di sorta durante 
la sua dimora in Costanza. E raffermò coi fatti le parole. Lo 
sciolse, come dicemmo, dalla scomunica, gli vietò solo d'interve- 
nire alle messe solenni e la predicazione , a causare lo scan- 
dalo. Ciò è affermato da un amico di Hus. Il papa adunque ed 
i Cardinali andarono dapprima assai cauti, e, come futuri giudici 
di Hus, non ruppero la fede per anticipate sentenze. Bene ac- 
colto, beneficato anche della soluzione della scomunica, Hus do- 
veva starsene aspettando Tarrivo de'padri e Tesito del suo giu- 
dizio, rispettando il divieto della predicazione. Egli lo violò, 
perchè era venuto intestardito a predicare, cioè a disseminare 
quelle dottrine che non potevano pubblicarsi prima che senten- 
ziasse il concilio su di esse. Impudentemente spargeva la eresia 
<li Wicleff, violando il papale divieto, e le leggi dell' ospizio. 
Il Cerretano presso lo Spendano lo dice chiaro: Quod doclrinam 
Wklefi in hospith disseminaret. Ora se Hus , disseminando le 
proprie sentenze, sarebbe stato colpevole , perchè prevenuto 
avrebbe il giudizio del concilio, molto più reo addivenne spar- 
gendo quelle di Wicleff, già dichiarate ereticali dal concilio di 
Pisa e dal consenso dell'universa Chiesa. Né ciò che recita il 
Cerretano lascia dubbio di sorta, venendo confermato dallo stesso 
Hus, il quale, appena giunto in Costanza, non rifinì dallo scri- 
vere lettere in Boemia esortatrici a star fermi nella sua dottrina, 
che non era ancora stata giudicata dal concilio. Anzi aperta- 



. — 326 — 

mente dice che egli dod faceva che predicare al popolo, gtosti- 
flcando la sua dottrina. Parla di un Giovanni Lepka suo fautore: 
Ubique plus prwdicat quam ego, declarans meam innocmtifim. 
Era chiuso nella carcere e faceva lo stesso. Egli lo dice scrì- 
vendo al comune di Praga: Quo nomine etiam vos docui verbuin 
Dei; neque adhuc desino vel in carcererà idem agere. Ora era 
questi un fedele che docilmente commetteva alla sinodale auto- 
rità il giudizio della sua dottrina e per cui aveva ottenuto U 
salvocondotto, o un uomo incaponito nell'errore, e dal quale non 
avrebbe mai rimesso? Vegga dunque il lettore che non fu il 
papa che accordò il tempo della immunità guarentita dal sal- 
vocondotto del cesare, ma fu Giovanni d'Hus, il quale come non 
doveva patire danno nella libertà pel salvocondotto cesareo, così 
non doveva inferirne alla pubblica tranquillità con intempestive 
predicazioni. Adunque la sua prigionia fu giusta, perchè ordi- 
nata a preservare la pubblica pace, non violatrice del salvocon- 
dotto: poiché non può essere legge che defraudi il giudice di 
una giurisdizione di prevenzione verso la persona a giudicarsi, 
a guarentigia della futura sentenza. Àiresercizio di quella giu- 
risdizione non venne il concilio di proprio talento, ma vi fu 
spinto da Giovanni d'Hus. Questi aveva un salvocondotto che 
il guarentiva andante a Costanza città imperiale, non andante 
al concilio, che sovrastava nelle cose di fede allo stesso impe- 
ratore, non potendo dare ad altri salvocondotto in rapporto a 
superiore. Né il concilio né il papa ne avevan dolo alcuno ad 
Hus; lo dice egli stesso: e quello imperiale non aveva più al- 
cuna forza tosto che incominciava l'azione sinodale verso di 
Hus. Questi l'anticipa con le sue predicazioni violatrici di un 
divieto : e quando i Boemi chiedevano il rispetto della scritta 
imperiale, i padri giustamente rispondevano: Sacrosanctam s//- 
nodum arguì non posse de fide mentita, quia concilinm non de- 
derat ei salvumconductum, et concilium majus est imperatore 
Sigismondo nulla fece di cui si potesse accagionarlo come 
di violenza del suo salvocondotto. Anzi accolse favorevolmente i 
richiami di Giovanni de Chiura, che venne a lui lamentando I? 
prigionia di Hus; ed ordinò che questi venisse messo in liber- 
tà, cum intimationibus et minis de frangendis carceribus, casv 
quo non r elaxar etur. G'mnlo in Costanza, i padri lo pregaronc 
perché li lasciasse in piena libertà nella causa di Hus, dovendc 
giudicare di materia di fede, il che valeva che avesse infrenate 
le minacele del Chium sparse per le mura della città e confer- 



— 527 — 

masse le provvidenze tolte dai padri ad impedire le sediziose 
predicazioni di IIos imprigionato. In una parola , chiedevano 
che il soo salvocondotlo non incatenasse F azione del concilio 
tanto nel processo del giadizio che nella giurisdizione di pre- 
venzione. Vedemmo che Sigismondo promettesse fare quanto 
chiedevano. Ora l'imperatore, soggetto al concilio nelle cose di 
religione, protettore della Chiesa , non ruppe la fede data la- 
sciando in prigione Uus; ma bensì adempì a quei doveri che 
incombevano a Ini, non per condizionata, ma per assoluta legge. 
E per ora basta. 

Intanto, giunta la nuova della prigionia di Hus in Boemia, 
leyossi un grande rumore. I Boemi si tenevano offesi delle im- 
PQtazioni ereticali che si facevano ad Has, quasi toccassero 
ToDore della loro gente. Quelli non erano tempi d'indifferenza, 
per la quale una opinione religiosa, come ai dì nostri, sBora e 
DOQ va dentro degli animi; perciò la taccia di eretico spiaceva. 
Aggiungi che le novità ussite non toccavano solo le specula-» 
zioni dei teologi e dei BlosoQ , ma anche la pratica economia 
<lel governo e della proprietó. Poter tenere fronte al principe, 
arraffare il pingue patrimonio chericale , scuotersi dair obbe- 
<lienza dei pastori visibili, tocchi dalle spirituali censure, scap- 
parsene a Cristo capo invisibile, èra una cosa che sapeva assai 
{lolce al palato di un popolo che credeva sperimentare qualche 
ingiustizia nella troppo proceduta ricchezza chericale. Non solo 
i laici erano contenti ; gongolavano di gioia anche molti dei 
chericì. In tempi di risoluta disciplina, in tempi di scisma, certo 
^he la collazione dei benefizi non andava sempre secondo lo 
spirito dei canoni. Spesso il privilegio dei natali, l'artifizio au- 
lico fruttava ad indótti e scorretti cherici quello che ai dotti e 
<50stumati si aspettava. Scontenti erano molti ; perciò ad Uus 
si afferrarono, con la religione della riforma, i maggiorenti ago- 
gnatori delle cose dei preti , la plebe francala dalle decime e 
dal troppo imperio sacerdotale, e molti cherici che forse ave- 
vano ragione a richiamare, ma non a ribellare alla Chiesa. Re 
^enceslao e l'arcivescovo Corrado non erano uomini da stare 
^l timone degli affari in tutto questo forlunare. Entrambi erano 
^•Uttodi col tovagliuolo alla gola, pensando alla fugacità della 
^ila, e non curanti della dimane. Per la qual cosa come furono 
%esse la prima volta le guardie attorno alla persona dì llus, 
frissero i Boemi una lettera a Sigismondo perchè fosse lasciato 
in libertà. Essi si tenevano forti alle testimonianze dell'arcive- 



— 328 — 

SCOVO Corrado, che aveva esaminata la dottrina di Giovanni e 
non vi aveva trovata ombra di eresia , e concbindevano pre- 
gandolo cbe libero e senza ceppi fosse data pubblica udienza 
ad IIus, onde dal falso testimonio e dalle calunnie de' suoi ne* 
mici non venisse sopraffatto con somma ignominia dei Boemi. 
Chiuso poi nel convento dei predicatori , più fortemente insi- 
stettero, gridarono per quella che credevano violazione del sai- 
vocondotto ; e dell'eresie di cui si accagionava Giovanni si cre- 
devano essi stessi accagionati. Sigismondo aveva saputo il netto 
in Costanza e nulla fece. Faceva però il papa, che creò due 
commissioni all'esame delle cose di Hus, una composta del pa- 
triarca di Costantinopoli e due altri deputati ad accogliere le 
accuse contro di lui ; Taltra di quattro cardinali, Ailly, Bran- 
caccio, di San Marco , di Firenze , due generali d'ordini e sei 
dottori. 

Mentre questi commissari intendevano ad Hus, il concilio 
era tratto al negozio della unione dalla venuta di certi perso- 
Tìaggi, che recavano la questione nel seno. Erano i legati del- 
l'antipapa Benedetto, di cui non sappiamo i nomi. Giunsero a 
di 8 di gennaio; astuti ministri di più astuto signore. Il De 
Luna, forte in casa del re d'Aragona, come se nulla avesse dif- 
finito il sinodo pisano sui fatti suoi, mandava dicendo volere 
abboccarsi con Sigismondo e re Ferdinando d'Aragona in Nizza, 
e trattare cosi alla buona l'affare della benedetta unione. In- 
tanto chiamavano il pontefice quegli che alcuni appellano papa 
Giovanni, ed il concilio chiamavano congregazione. Dettero di 
spalla alla inchiesta dei legati antipapali gli oratori aragonesi. 
Nella disperazione in cui erano venuti cardinali e prelati di 
vincere il testardo De Luna, confortarono Timperatore alla pro- 
messa di convenire coi deputati delle nazioni, con certe con- 
dizioni, a Nizza, luogo scelto alle conferenze del prossimo giu- 
gno. Papa Giovanni dava del si a malincuore, ma chiedeva un 
salvocondotto per andarvi anch'egli. A queste decisioni si venne 
nel marzo in. una generale congregazione. 

Mentre tempestavano i sinodali spiriti, Giovanni Hus infer- 
mava di renella e di febbre, e a non perder tempo scriveva sacri 
trattati. Fino a che papa Giovanni fu in Costanza, fecero di lui 
buon f^joverno. Chiuso nel convento dei frali minori , ne ave- 
vano la custodia quelli della corte del papa ; e Giovanni loda la 
umanità onde usavano con lui. Lo dice in una sua lettera : 
« Tutti i chierici della camera del signore papa ; e tulli i 



stodi assii pìetos2fDeole hìì gdT«rMno. » Fnirdto il {Vìnie- 
e, i deputati a goardarìo recairooo le chìaTì de Ih prìin(>ne. :) 
^smoodo, che commise Hos ndle mani del Te$coTo di (kh 
inza ; il qaaie tradottolo da quel confento ^ lo fece cbìoden^ 
ila rocca di Gotleben di là dei Reno. È belio vedere, come 
qael di della foga papale , in coi fa tanto roniore in città . 
is credesse morir delia foroe, temendo che i custodì i^n* 
odo solo a fuggir coi papa, non pensassero più a lui. Seri- 
ra : « Già tatti i miei custodi Tanno via, né avrò più man- 
ire , e non so che sarà di me in prigione. > ih i commìs- 
ri scelti dal concilio alla censura delle sue scritture pensa- 
no a lui : ed a tutt' uomo si adoperavano a trargli di bocr;i 
la ritrattazione de'suoì errori. Di questi non era dubbio : op- 
re egli non faceva che chiedere una pubblica udienza dal 
ndlio, per discorreria a modo accademico. Lamentò egli per 
tere ai Boemi deir indugio della sua udienza; con più forti 
lori ritraeva la miseria del suo vivere in prigione, e ranimo 

forte come se quello fosse di un martire. 

Per la qual cosa come la Boemia era tutta levala a rumori 
Ile sue dottrine e furiava della sua prigionia, come di onta 
recata a tutto il reame, sorse Girolamo da Praga. Volle egli 
carsi in Gostanza per tenere il campo contro i suoi avver- 
ri. Sapevano tutti chi fosse; laico, non chierico; baccolliero 
maestro in divinità. Aveva data opera agli studi nelle Uni- 
rsità di Parigi , di Ueideìberg , di Colonia e Oxford : nelle 
tali conseguì fama di molta dottrina. Sapeva più d'Hiis, <iuan- 
nque più giovane: nelle quistioni era un prodigio di acu- 
zza. Uos predicò, Girolamo fece. Contammo delle suo violenze 
profanazioni commesse in Praga : fu dei più solleciti Irascrit- 
ri delle cose di WicleiT, che recò in Boem^ì. Hus lo teneva 
ime suo principale sostegno: ma avvegnaché Girolamo si fosso 
kbligato con promessa a venirio soccorrendo in Costanza, o 
testi nelle àue lettere lo esortasse a non venire , pur volle 
hdare il baccelliere. S'intromise in Costanza a di 4 aprile con 
Il suo, discepolo. Vide, spiò: trovò le cose a mal partito per 
Ins, pericolose per sé; andò via tosto e di soppiatto, itiilottosì 

1 Uberlingen poco lungi da Costanza, scriveva ai baroni boemi 
|e erano al concilio, ed a Sigismondo, che volessero munirlo 
fun salvocondotto per la sua venuta ed andata da Costanza , 

ado purgarsi io pubblica udienza dei delitti che gli veni- 
apposti. I Deputati delle nazioni richieste ris|K>s<>ro in 
Tamb. Inguii. Voi. II. 49 



- 530 - 

nome del concilio : < Noi gli dai^mo il salvocondotto a ve- 
nire, non ad andarsene. » La qual risposta rapportata a Girti 
lamo, fece cbe il di appresso appiccasse alle porle d^Iia citi 
delle chiese, dei conventi, e delle case dei cardinali, una scriH 
la quale recava una sua solenne protesta alllmperatore ed 
l'universo concilio: e Lui voler rendere pubblica ragione d( 
sua innocenza in fatto di fede, malamente calunniato dai s 
detrattori e infamatori del reame di Boemia. Convinto di erro 
e di eresia, non ricusare fin da quel di subire pubblicameli 
la pena che si aspetta a travialo ed eretico. Pregar Timperatore 
il concilio di un salvocondotto. Venuto in Costanza; se f( 
imprigionalo o patisse altra violenza innanzi essere ascolta 
sapessesi il mondo tutto, non aver^ operato il generale com 
lio secondo giustizia. vNulla ottenne; e tolte dai baroni boei 
scritte testimonianze di tutto il fatto di lui , prese la volta 
Boemia. 

Decretato sul papa, si venne agli eretici. Girolamo da Pn 
era in Boemia ; ma la sua protesta fatta appiccare alle porte 
Costanza non era stata obliata dai padri. Chiedeva rendere 
gione della sua fede, chiedeva un giudizio della sua dottrini 
fermo a fronte di un'approvazione o di una condanna con tutte 
pene che s'infliggevano agli eretici; chiedeva un salvocondi 
che gli assicurasse la gita e fa dimora in Gostanza. Molto rumoi 
erasi levato dai Boemi su la prigionia di Hus e su la violazioi 
del salvocondotto concesso a lui da Sigismondo ; perciò i Cosi 
ziensi andarono cauti con Girolamo. Difflnirono in questa sessioi 
spedirsi al pragense il chiesto salvocondotto, o meglio una ci 
zione con qualche cosa che sapesse di salvocondotto. Scriveva! 
« Avere avuto nolvm della sua prolesta, nella quale lamentai 
le calunnie di cui gli dava dell'eretico e del wiclefflta, e chieder 
purgarsene al cospetto del concilio, assicurato di un salvoca 
dolio. Consentire all' inchiesta : e poiché era loro debito ioti 
prendere quelle volpacce, che mettono a soqquadro la vignai 
Signore di Sabaot, ed impedire che non venga contaminata 
chiesa di Dio, chiamarlo e citarlo a comparire fra quindici di 
loro cospetto, e che lo ascolterebbero nella sessione prossima 
suo arrivo. Concedergli, per quanto dipendeva da essi, ed esif 
vaio la ortodossa fede, un salvocondotto, che lo metta al 
verte delle violenze, salvo però il corso della giustizia t.QiH 
sta citazione o salvocondotto, pubblicamente aflìsso in Costaoi 
venne a mano di Girolamo. Da quelle parole, justitia ta 






— 5SI — 

iloa^ onde i Costannaisì si monirono omtro i richiami che 
Dteraiio levare gli eretici, OTe fosse ooiKbonsto Gìroisnkx il 
oofiDt ea^ argomento della proditoria prigionia di Has, non 
iggendosi nel sno salTooondotto quelle parole. Ma come non 
merte 11 dotto nomo, che queste erano snperflae* e ben sì 
■(gelano moralmente da chiunque non ignorava che la scrìtta 
i^miale assicurava dalle violenxe fuori giodiiio, non nella pos$« 
Piile coazione delle leggi, cui andavano incontro qnesti eretici 
ircatori di giudizi. I Gostanziensi resero materiale la lezione 
l^qnelle parole nella scritta a Girolamo, non perchè a suffì- 
^raia non si lecessero moralmente, ma per rìbadiro questa 
PMidizione che tacitamente parlava in quella deirimperatore. 
l Dato fine alla ottava sessione, vennero tosto affissi i cedo- 
pi della citazione lanciata a papa Giovanni. Due notai delh^ 
■kzione tedesca, Gumberto Fabrì e Giselero di Boventen, li an- 
hrono ad appendere con tutti i riti forensi alla porta della città* 
iìamata Svetz-Porten, o Porta degli Svizzeri, per la quale fuggi 
povanni, indi a tutti gli us£ì delle chiese. Questa citazione 
~ iturbò forte i fautori del papa. Tre cardinali, Oddone della 
rana, poi papa Martino V, Brancaccio e Rinaldo di Tricarìco 
ote del Gossa, i quali eransene rimasti a SciafTusa, vedendo 
Brate le cose, tornarono a Gostanza. Una turba di curiali , 
ili fino a quel tempo avevano sperato nella risurrezione di 
Dvanni, vennero anche a posare in Gostanza. 
Papa Giovanni rimaneva deserto; anche Federico d'Austria 
protettore venne sforzato ad abbandonarlo. Questo pessimo 
innello erasi afferrato a Giovanni per causare i giudizi del 
lio. Ma le armi cesaree e la pubblica opinione lo costrin* 
ad arrendersi. Venne in Costanza a fare la dedizione di so 
tutte le sue signorìe in mano di Sigismondo. Questi nel 
fiverio volle che il rorbano impero desse tale uno splendore 
^abbagliare l'universo mondo. Con solenne e pubblico nppa- 
egli accolse in grazia il penitente arciduca. Nel convento 
Francescani si assembrarono! deputati delle quattro nazioni. 
Ile Sigismondo che in quel parlamento intervenissero gli 
itorì di Venezia, di Milano e di Firenze e di altre cittii ila- 
e la ragione è recata dal Wan der Hardt < perchè dalla 
Eione di un potente duca imparassero la potenza . e la 
sta di cesare; e da quello esempio venissero ammacHtratla 
Brare cesare con pio devozione ed a paventarne la potenza. • 
mque come si vide in mezzo a quel convento, Sì^^ismondr^ 



€on acconcia dicerìa disse delia guerra combattuta contro Tu 
siriaco; De recò le ragioni, accusando Federigo della foTorii 
fuga del papa, della minacciata dissoluzione del condilo, delJ 
molle furfaaterie commesse contro le chiese, rubando a maa 
salva i loro patrimoni , e quelle delle vedove e dei pupllfi 
Annunziò finita la guerra , poicbè Federigo gli aveva chiesi 
racconciarsi con lui. Chiese da ultimo ravviso dei padri intom 
al giuramento , con cui si era legato di non fare mai pace ol 
tregua col fellone arciduca. I padri calmarono le spirìtoal 
angosce di cesare^ rispondendo, che la imperiale coscienza od 
doveva temere peccalo di spergiuro, accogliendo in grazia ra« 
siriaco, essendo questo un suo vassallo, a cui faceva miseri 
cordia. Finito il sermone, e sbarazzata dall' intoppo del giur» 
mento la via, vennero Riandati fuori quattro, prelati, i qoil 
conducessero dentro a quel pariamento il duca. Ed eccoli UM 
nare con Federigo burgravio di Norimberga e Ludovico i 
Baviera , illustrissimi principi, in mekzo ai quali veniva tn^ 
contrito Taustriaco. Questi si misero ginocchioni alla imperili 
presenza, ed il burgravio presela parola per Federigo: I 
pietoso intercessore chiese perdono e misericordia de'suoi fall 
promise ricondurre il papa in Gostanza, salvo il suo onoi< 
eon cui si era obbligato a rendere immune la vita e la roti 
del pontefice e di quei che lo seguirono. Al burgravio succosi 
Federigo in persona, il quale con ogni umiltà di modi e ì 
parole disse lo stesso, ponendo sé ed ogni sua cosa in bali 
dell'imperatore. Questi gli toccò la mano. Onde Federigo i 
mani giunte conchiudeva, gratificato di quel perdono, promel 
tendo , non avrebbe mai fatta cosa contro quel serenissia 
signore, ed essere in eterno suo fedelissimo servo. Lo Stumphì 
tedesco conta, che quando Federigo ebbe dette queste cosi 
l'imperatore si volse agl'Italiani e disse loro: « Italiani, voi ba 
sapete come i duchi d'Austria siano i più polenti signori diU 
magna ; ebber)e, vedete come so io mettere a segno questi I 
idlri. » Non ebbe flnilo di supplicare l'austriaco, ed i notai ali 
sue spalle pront'amente scrissero i legali strumenti, conservatai 
deli' atto (iì tanta soggezione. 

La dedizione di Federico non assicurava quella del pip 
ma certo che la rese più facile. II Cessa vedeva netto nell'avn 
iiire non lontana la sua rovina: egli non trovava modi a causali 
ma a tutf uomo sforzavasi indugiarla. Guardava sempre si 
Borgogna, come a luogo di rifugio; e poiché il concilio, teM 



édM ntnSlà brasi bm ne inlnib^ràii^ ;j^Icihm «uri $iik^ (vrv^ 

team z tedi leBporae^iiilok poneva le Uitìn)^ $(^maw^ K)ni 
un oooìo dfon^eisslkilà di spirito prvxiì^kv;}^ cW ^wx;! ;9i f^rb 
col teìksco SifìsnModd. li amcìKo ^pubv:! ;i FVtlHir^^ r;ja\'b 
mescolo dì BesMfoo e quel dì Rù^ . per (^k^rK^ ;ii u>nvlln^^ 
L'impcniore lì mandaTa il bor^nr»TÌodì Ncvrìmher^ <tHi uu u^\K^ 
ifi SOO oomioi d^arme* Al Tedesco ìucooiukùiy;! a iHH^rx> quello 
sciTolargti clie (aceia dalle mani r;i$Uìlo ìtaHaiìo : ìiu\mùuoU\ 
pian piano con la forza. Il bor^uvìo ihmì fece ^Itro che \HMrfO 
qoà som armigeri agli sbocchi della olii, a |virare il |k^)m. s^^ 
si mettesse in foga. Gli arci?escoTÌ lo andan^ìo a Innartv (ìi\w 
vanni li accolse col più beato viso del uìondo, c\>me so nulla 
di nnovo fosse a-venuto. Gii arcivev^covi p^irluvano di oil»xioul. 
di processo, di obbligo a comparire in concilio a purg.^rst uolla 
nona sessione a dì 13 di maggio, rdlic:u*ano oiu) iH>rogrin;) ohw 
qnenza a muovergli la ragione e gli afftHU; oc) egli ctm UKi.^cIda 
dissimulazione rispondeva loro benigna mento: tKs^eroinHUI 
muovere per Costanza; dispiacergli Tessorno ri|Kirlito« » Il hur« 
gravio e i legali se ne consolavano: e Giovanni il ili npprosso 
mandava una procura ai cardinali di S. Marco, di Oauìlmil, di 
Firenze, perchè a vece sua comparissero in oonuilio w <)isool- 
parlo. 

Giovanni teneva fermo, ma con poca sporanxa di siiliiln , 
il concilio procedeva. Difficile era slato lo stabilire prinripli ; 
discendere da questi ai fatti era facile. Le nazioni, nrmonly.ziiln 
dalle formolo legali dei procuratori sinodali, vi andavano a vnin 
gonfie. Il papa era giudicabile; Tavevano cllnlo; n(»n vulnva 
comparire, bisognava condannarlo. La logica dei le^ulni rnndnvii 
invulnerabili i petti dei Costanzìensi; ma in quel pelli, lo dico, 
sordamente fremevano i cuori traili dalla violen/ji d<d IfMnpi 
a trasformare la logica dei princi|)ii, nel (|iiali posavano I di^ 
stini della Chiesa e deirumanità. Si apri la nona MHHHlofM) a di 
43 maggio: versò tutta intorno a papa (iiovanni. Nulla mi ii 
deliberarsi: non erano che formole di crlmlnalo pnxtitdiira di» 
eseguire. Tutti sapevano che Giovantd non narebbe cofnpiiriio, 
tutti sapevano che si andava alle canoniche pufiizionl d<d (um- 
tnmace. Presiedeva il consenso il cardinale di O^iia; i*. v' vrn 
Sigismondo. Il vescovo Koberto di KallHbiiry c^uUi Ut tw^^a iUu 
gli angeli; tutti cantarono le litanie iUtì nariU, il Vmt Crmhfr 
Spiritus ad inchinare, merr;é il mflrAVÌoiki cariti, la divin:i i^»* 



— 554 — 

pienza in loro aiuto nello strano negozio di sospendere un pon* 
teflce sommo. Ma innanzi che i procuratori incominciassero i^ 
loro ufficio, Benedetto Genzìano monaco di s. Benedetto, dottore^ 
ed ambasciatore dell'università di Parigi, racconfortò Fanimo- 
dei padri , glorificò quello di cesare con due lettere dei suoi 
confrati universitari parigini. Anche questi tenevano concilii: 
ed in un loro convento aux Maturins scrissero queste esorta- 
zioni ai Gostanziensi , ad usare sempre più santamente pel 
bene della Ghiesa ; ed a cesare , a gratificarlo di lodi pel gìèt 
fatto. Tutti operavano in buona fede; ed anche il monaco Gen- 
ziano. Ma a me duole assai vedere questo monaco ambasciatore 
di quella università in Costanza. Le tradizioni dell'ordine bene- 
dettino e la storia dei suoi rapporti col papato avrebbero dovuto 
consigliar questo monaco piuttosto alle salmodie che a cosi 
fatte ambascerie. Quelli eran tempi da orare anzi che di nego- 
ziare: eran tempi che per la disperazione degli umani argomenti 
più fortemente consigliavano appigliarsi ai divini. Processe in- 
nanzi alle quattro nazioni ed a ben quindici cardinali (il Gam- 
brai era in Gostanza, ma non volle intervenire alla sessione) il 
procuratore Errico de Pirro ed annunziò fatta la citazione a 
Giovanni, fallita, perchè assente: chiese si deputassero prelati 
a ricevere il giuramento dei testimonii accusatori del pontefice 
e ad esaminare la loro deposizione. A questo levossi il cardi- 
nale Zabarella di Firenze e produsse le lettere di Giovanni, con 
le quali dichiarava lui, il Gambrai ed il S. Marco suoi procu- 
ratori. Lettele , aggiunse : t Lui non essere stato mai procu- 
ratore di alcuno, non volerlo essere allora per Giovanni. 11 Gam- 
brai non rispose, perchè assente: il Fiorentino conchiuse 
« Neppur io: la è ben grave bisogna farla da procuratore contro 
r universo mondo. » Accorse presto il De Piro a segnar col 
marchio della legge la negata procura , dicendo come , es- 
sendo personale la citazione, e criminale la causa, non potesse 
riconoscersi alcun procuratore. Questi legulei sono stati sempre 
le cavallette del genere umano. 

Sbarazzata la via del De Piro, cinque prelati (erarro stati 
destinati dal concilio anche due cardinali diaconi , ma non vi 
vollero andare) presi dalle varie nazioni, seguiti da un codazzo 
di notai, se ne andarono air uscio della chiesa e a gola piena 
gridarono: « Per^l'aulorilà della sacrosanta sinodo costanziense 
cerchiamo del signore papa Giovanni XXIII citato dai suoi se- 
guaci e fautori che qui sono, perchè vengano a rispondere alla. 



— 355 — 

presenza della santa sinodo intorno a ciò che si contiene nella 
scrìtta di citazione. > Gridarono più volte: nessuno rispose, per- 
chè Giovanni stava a Friburgo ; ma quello era semplice rito. 
Tornati in chiesa, lo andarono a rapportare ai padri; e De Piro 
ne stendeva e leggeva pubblico istrumento al cospetto di una 
moltitudine di cristiani, numero copioso. 

II di appresso, che fu il 14 di maggio, fu aperta la decima 
sessione, ed Errico de Pira annunziò ai padri questa essere con- 
tinuazione delFantecedente intorno al negozio di papa Giovanni. 
Perciò tornarono a gridare i quattro deputati delle nazioni con 
due cardinali alle porte della chiesa, chiamando papa Giovanni 
ed i suol fautori. E neppur rispose alcuno. Allora il presidente 
biella sinodo li dichiarò contumaci : ed i cardinali di S. Marco 
^ Giordano degli Orsini con tutti i deputati esaminatori de'te- 
3timoni accusatori del pontefice vennero in mezzo leggendo le 
deposizioni di costoro. Le quali approvate come vere, il De Piro 
dimandò ai padri se lor piaceva che papa Giovanni venisse so- 
speso dairamministrazione del papato, delle ragioni e delle so- 
stanze della Chiesa, e che venisse ordinato ai fedeli di non pre- 
stargli più ubbedienza. Tutti gli risposero con un placet. 

Il lettore vorrà sapere quali fossero le colpe di Giovanni, 
onde venne prima sospeso, poi deposto dal papato, lo non le 
recherò tutte, che queste in man del promotore De Piro ven- 
nero fuori in serie assai lunga ; però trasandando la ragione 
numerica delle medesime, mi terrò piuttosto alla ragione morale. 
Non dubito che Giovanni sia stato un tristo arnese; non dubito 
• della veracità dei testimoni né della equità dei giudici: ma credo 
<^he i tempi operassero molto nella coscienza dei primi e nel 
criterio dei secondi. Nel corso di un secolo ire grandi processi 
mi si parano innanzi: quello di Bonifacio Vili, dei templari e 
di papa Giovanni. Ponendovi sopra la mente, trovo un non so 
che di unissono nella natura delle colpe deposte dai testimoni, 
e' trovo che i testimoni subiscono piuttosto la legge di quella 
che chiamano pubblica opinione, che quella della verità dei 
fatti. Perciò il delitto di cui si accagiona il reo è sempre quello 
che rende infallibile Tapplicazione della pena. L'ateismo, la stre- 
goneria, le carnali corruttele. Quando la ragione di Stato (come 
jie'due primi processi) o la ragione della Chiesa (come in que- 
^sto di Giovanni) si travasava dalla corte nel popolo, dal conci- 
lio nel chiericato, e prendeva la forza di un bisogno, le fanta- 
sie si riscaldavano, e tutte intente le menti nella ragion finale 



- 336 — 

della civile e religiosa salvezza, non più vedevano nelFaccui* 
salo la contingenza di un giudizio, noa la necessità di una con- 
danna. In tali condizioni la punizione del reo s'identifica con 
l'idea dello Stato e della Chiesa tolta da grave pericolo. E quando 
non corre più distinzione tra quelle due idee, gli uomini pos- 
sono diventare caianniatori in buona fede, i giudici iniqui, e 
Vexpedìt arma allora carnefici non deputati dalia , legge. Boni- 
facio Vili, il gran maestro Molay, la pulcella d'Orléans mori- 
vano inconsolati dal pensiero di lasciare ai loro giudici uo ri- 
morso. I legislatori sanciscono le pene nella pacifica ed indiffe- 
rente estimazione deirumanità, i giudici le applicano nella esti- 
mazione degli uomini; la quale se corre tranquilla per la inte- 
grità di chi giudica, non lo è sempre per la mitezza dei tempi. 
È questa una verità che non s' interpreta, ma si legge nella 
filosofia dei diritto penale. Adunque la ragione della Chiesa era 
a que'malaugurati tempi già travasata nel popolo : e Giovanni, 
ancorché fosse stato innocente, doveva comparire reo e doveva 
sperimentare come Vexpedit abusivo dell'umana giustizia spezzi 
anche in man dei pontefici le somme chiavi. 

Il Cossa ne aveva fatte delle grosse: ma era papa. Nel dir 
questo non intendo giustificare la iniquità con la levatura di 
chi ne é imputalo. Appunto perché papa, più scandalosa la colpa, 
più dannevole alla sacra e civil compagnia degli uomini, più 
austero il giudizio, anzi quello che nella Bibbia é chiamato 
durmimum. Ma la legge o positiva o coercitiva è sempre ordi- 
nata a bene della società: e può avvenire che una cieca appli- 
cazione della medesima falli il retto intendimento del legislatore 
e defraudi i soggetti di quel bene che s' impromeltevano dalla 
legge- Di qua la varietà di quella che chiamano procedura le- 
gale. Il fiscale del concilio De Piro menava a tondo la falce della 
legge: incontrò un triregno, e lo segò netto. Ma in quel triregno 
ora il massimo de'poteri, era un'espressione di Dio in terra agli 
occhi degli uomini. Il Cossa fu punito, la società fu appagata, 
ma ove fu più il papa? 

Il lettore ora vorrebbe sapere da me come avrebbe dovuto 
fare il terribile fiscale. Io rispondo che quel che fecero i Co- 
stanziensi non andò ben fatto anche pel mal che ne venne. 
Come poi avrebbero potuto operare, é difficile anzi impossibile 
il dire. Lettor mio, quando si parla di società di sopranaturalc 
istituzione è scopo, si parla di cosa che non è naturale, quindi 
misteriosa. Ammettere che la Chiesa sia sopranaturale per chi 



— 557 — 

fbodd, pel prindfHo che la informa, per io smpo coi mira, e 
toidere, a mo' d'esempio, comprendere al tutto e sempre U 
ione di ogoi suo precetto, di ogni sua credenza, è un TOler 
ioire rindefinilrile. Intendo bene che qoesti nodi nella catena 
una .specalativa eslìmanone si Ontano, si leccano e si lasciano 
re, ma che nella flagranza dei fatti bisogna scioglierli. Ma è 
* Tero che evvi una provvidenza che tolga questo foslidio ai 
li degli nomini in una società sopranaturale come la Chiesa. 
i possiamo correre la serie degli umani fatti, indirizzarli, voi- 
ii or bene, or male; ma la cima di questa serie è impughata 
Ila mano di Dio. Quando sentiamo il caldo del divino con- 
to, bisogna arrestarsi e aspettare. Qualche voU<i ci pare che 
lia cessi d'impugnarla e corriamo ad aflérrarla per fare le sue 
ci. Malti i la sprezziamo. 

Adunque le colpe di cui fu accagionato Giovanni, la com- 
imorazione delle quali giace su cinque grosse pagine in fo- 

del Mansi, si riducono a questo: libertino in famiglia, tiranno 
Ila legazione di Bologna, simoniaco e dilapidatore delle sacre 
stanze nel papato. Arrogi il pessimo grido di aver cacciato 

questo mondo per veleno l' antecessore pontefice Alessan- 
D V, di essersi contaminato di carnali turpitudini, di essersi 
testato al cospetto di vari prelati ed onesti uomini a sostenere 
e l'anima se ne muoia col corpo, e che al di del giudizio non 
sarebbe mai sconciata a risorgere; ed ecco tutto. Questi nodi 
niquità vengono poi risolnti in moltitudine di fatti dall'ana- 
ico fiscale, e ciascuno di questo riceve il marchio del dictui\ 
leter, credilur et reputatur palarti, publice et notorie, l tesli- 
)Di, che con giuramento avevano raffermato le' accuse recate 
[ìtro Giovanni, erano stati dieci vescovi, abati e priori. Il car- 
dale di San Marco raffermò i padri intorno alla fede dei te- 
QQonii e conchiuse Giovanni XXIII essere un dilapidatore dei 
Qi della Chiesa, simoniaco , turbatore della fede; doversi di- 
tarare sospeso dal governo delle spirituali e temporali cose 
Ila Chiesa. E cosi fu fatto. < In nome della santa Individua 
nità Padre, Figlio e Spirito Santo, il concilio tolse dalle mani 

1 sommo pontefice il timone della Chiesa. > 

Papa Giovanni, che fu visitato a Friburgo dagli arcivescovi 
Riga e di Besanzone e dal burgravio di Norimberga, era stato 
Icemente tradotto da questi visitanti a Ratolfcel ai 16 del 
ise, terra fortificata di Svevia poco lontana da Costanza. Ove 
)prio prendesse stanza, lo venne a dire il dì appresso Tarei- 

Tamb. Inquis. Voi. IL *5 



— 338 — 

vescovo di Riga ai deputati delle nazioni, signiflcando loro lo 
stato del loro signore il papa. Diceva il prelato trovarsi il pon- 
tefice nella terra di Ratolfcel, ospitato in una osteria; non es- 
sere ben guardato; doversi provvedere a custodirlo; mandare il 
medesimo supplicazioni ai padri sinodali a suo favore; andar- 
sene tutto in amare lagrime, pentirsi de'suoi falli e raccoman- 
darsi alla pietà del concilio; chiedere un più mite governo. Ma 
la sentenza della sua sospensione era già bandita: e il suo sup- 
plicare era vano. Infatti il di appresso 19 maggio sopravennero 
in Ratolfcel i vescovi di Àsti, d' Augusta , di Toulon con otto 
professori di università, due per nazione, e si presentarono a 
Giovanni significandogli la sua sospensione dal papato e le 
colpe onde veniva dal concilio a quella guisa punito. Parlava il 
Tolonese, uomo rotto de' modi: il quale tolse dalle mani di Gio- 
vanni il sigillo papale. Panello del pescatore, il libro de' memo- 
riali, e mandò tutto suggellato al concilio. Come fino a quel 
tempo il Gossa area sperato con gli aiuti delP Austriaco stor- 
nare dal suo capo i sinodali fulmini, cosi ora alla presenza di 
que' messaggi cadde a tutto d' animo e non pensò che a ren- 
dere meno fragorosa la sua caduta con una cieca sommissione 
al concilio. Neiraccogliere l'acerbo messaggio, ruppe in un gran 
pianto : ed a'suoi famigliari, che lo abbandonavano per coman- 
damento de'Costanziensi, diceva pietosissime cose, forte dolen- 
dosi dell'essere venuto a tanto di miseria da non avanzargli il 
come rimeritarli de'loro servigi. Poi vólto a'sinodali, mandava 
dire al concilio : < Con tutta T anima sottomettersi alle sue 
sentenze; essere paratissìmo a cedere la papale dignità : ma ove 
i padri lo volessero per via dì processo deporre, avrebbe a mani 
giunte accolta la sua condanna e sarebbesi contenuto da qua- 
lunque richiamo. Raccomandare però per le viscere della mise- 
ricordia di Gesù Cristo ai padri del concilio il suo onore, la sua 
persona, il suo stato; Invocare da ultimo il favore ed il suffra- 
gio della serenissima maestà di Sigismondo, ^profferendosi a 
venire in Costanza ed altrove a fare il piacere del concilio. > 
Queste cose faceva consegnare alla scrittura il pontefice, che 
segnò dol suo nome, Baldassare. Il Tolonese nel muovere per 
Costanza, a nome del concilio comandò che papa Giovanni ve- 
nisse stretto in una certa torre di Ratolfcel con un nodo dì 
trecento Ungheri che lo guardassero. E così fu fatto. 

La prigionia del sospeso pontefice rivelò Tanimo de' car- 
dinali verso lui. Costoro erano stati testimoni nel concilio dì 



— 339- 

erribili cose operate contro alla papale autorilà ed avevano 
lovQto, come conseguenza, tatelare sé stessi contro la cbiericale 
irìstocrazia: la quale, giustificata apparentenoente dalle ragioni 
lelPincurabile scisnoa e sorretta dairinsolito suffragio degli unì- 
rersitarì, érasi messa in punta di corpo cbe oggi direbbero co- 
;tìtuente. In tali condizioni questo collegio di cardinali, a dire 
1 vero, addimostrò un tepore di spirili cbe fa un brullo vedere 
iella storia. Renitenti, ma andarono alla famosa quinta sessione; 
il processo di Giovanni prestarono Topera; e se non ruppero 
iIFaperto quanto gli altri padri , ciò avvenne più pel timore 
;he Giovanni, arrivando a mantenersi in seggio, non avesse 
)reso vendetta di loro cbe per la coscienza della loro missione 
iella Chiesa. Infatti come fu risaputo che il pontefice era chiuso 
iella torre di Ratolfcel e cbe trecento Ungheri con le spade gli 
ibbarravano la via a fuggire, quei cardinali, cbe fino allora non 
ivevano preso parie nel suo processo, sorsero inverecondi te- 
itimoni della verità delle sue accuse. Tra questi, sei erano stali 
lecorati della porpora dallo stesso Giovanni, e quattro traslati 
lairordine del presbiterato a quello deirepiscopato. Disonore a 
^storo. I cardinali , come elettori ed eligibili a pontefici , for- 
nano una compagnia sapientemente istituita ad armonizzare il 
intatto delParistocrazia episcopale col vescovo ecumenico di 
toma. Qualunque sia il negozio che si traili nella Chiesa, essi 
lon debbono svolgere gli occhi della mente dal massimo dei 
legozì, dico dalla lulein del pontefice nella integrità delle sue 
*agioni. Un po' d'accidia è per essi un morale suicidio. Che i 
>)stanziensi, nella disperazione de' mezzi a svellere lo scisma, 
;i lasciassero trasportare dal libero e non sano logicare degli 
iniversitari , forse potranno trovare qualche indulgenza per la 
stranezza delle circostanze: ma indulgenza non troveranno mai 
(uei cardinali , che avevano peculiare missione a vigilare la 
^ttedra di S. Pietro. Il papato è la cittadella della Chiesa: 
;hi ìie ha la guardia non può lasciarla , qualunque la bontà 
lei fine. 

Il processo di Giovanni in mano dei fiscali non dovea frut- 
ar solo la sua sospensione dal papato, bensì anche la deposi- 
sione. Era il di 24 maggio , vigilia della undecima sessione , 
iella quale era da emanarsi la insolita sentenza ; e fu tenuta 
ina congregazione dei deputali delle nazioni a preparare la 
Dateria da definirsi il di appresso. I commissari del papale pro- 
;esso dichiararono non aver più che fare; le colpe del Cossa 



— 340 — 

essere tatte chiarite, raffermate dal giuramento dei testimooì 
non rimanere che Implicazione della pena. Pensa il Leofaii 
che in questa congregazione i deputati, presi da certo pudori 
si conducessero a passare con silenzio al cospetto dei conciili 
alcuni dei delitti apposti al pontefice , come, a mo' d* esempic 
ravveienamento del predecessore e le incredibili libidini. Ceri 
che di queste nefandezze non si parlò nella prossima sessione 
Il francese cardinale di Viviers fu presidente alla famos 
sessione del dì 25 maggio, Tundecima del concilio, nella qual 
venne deposto il papa Giovanni XXIII. L'imperatore, i princi 
pi, gli ambasciadori, tutti i cardinali presenti. Al vescovo d 
Posnia toccò leggere le papali accuse. Ad ogni articolo rispon 
deva altro lettore recando il suffragio de' testimoni. Quale pò 
fosse questo suffragio è bello vedere da un solo che vo' recarne 
« Questo primo articolo vien provato vero e notorio da due cai 
dinali , da un protonotario , da due uditori , da un chierico d 
camera, da un licenziato ne'decreti, da un arcivescovo, da un 
scrittore e abbreviatore, da un procuratore di un grande ordine 
da un canonico di una gran chiesa metropolitana, da un vescovi 
da altri notabili uomini, secondo che hanno udito dira, e dall 
pubblica voce e fama. » Ora vedi, lettore, se era a lordarsi di tant 
infamia un pontefice perchè un canonico di una grande metro 
polilapa, un licenziato nei decreti, avevano udito dire e raccoit 
dalla pubblica fama le più sozze cose di questo mondo! Si tac 
ciono i nomi de'testimoni, ed a tutto sostegno di verità si piant 
in faccia al concilio un de auditu publica voce et fama! Neil 
nona sessione a di 13 maggio papa Giovanni, invisibile alle sinc 
dali citazioni, era stato dichiarato contumace, e furono eletti 
commissari' a raccogliere le deposizioni ed i giuramenti dei testi 
moni : a di 18 maggio egli venne condannato e sospeso dal poc 
tiflcato. 11 processo venne fabbricato in cinque di» e processo 901 
di un sol fatto colpevole, ma delfiniera vita dì un uomo. Se 
(:;o$tanziensi avessero sospeso e deposto Giovanni per quell'expo 
dit che ho toccato poc'anzi, ognuno avrebbe detto : i padri, noi 
trovando altra via ad uscire dal labirinto dello scisma , eh 
quella di spodestare il papa, lo spodestarono. Ma favor volut 
poi giustificare il mostruoso partito con legalità di un process 
compilato miracolosamente in cinque di spense quel po' di me 
ralità che veniva ne' loro consigli dall'intento di provvedere ali 
unione della Chiesa. La deposizione di Giovanni doveva slare i 
un immediato contatto col bene della Chiesa , perchè avess 



— 541 — 

meno scaDdalixzata la logica de' credenti in Cristo. Frapporre 
nn processo di quella razza tra il pontefice da deporsi , e la 
Chiesa da pacificarsi, era un chiedere suffragio di legalità dai 
peccati dell uomo; era un sottonnettersi alla necessità dì farli 
esistere, non esistendo: era un trarre le menti dei fedeli piut- 
tosto su la colpabilità del pontefice che su la curala pace della 
Chiesa. Ed allora chi potè più rattenere quelle menti dal cor- 
rere a necessarie conclusioni ? Giovanni, perchè colpevole , è 
deposto dalla Chiesa congregata: dunque ha questa il diritto 
d'inquisire ne'papali fatti; dunque se altri papi infermi da umane 
corruttele non vennero deposti, è a dire o che la Chiesa ac- 
quistasse di fresco quel diritto, o che fosse stata per lo innanzi 
iodolgente per complicità di peccato. Tra queste due punte af- 
faticatisi gli umani intelletti, quale giudizio poteva aspettarsi? 
Eqoalunque sia il giudizio, ove troveremo più Fidea di una 
Chiesa santa e di un pontefice confermante i fratelli nella fede, 
pel suffragio della preghiera di Cristo ? 

Ma nel concilio erano i professori delle università , e si 
procedeva con poca memoria di que'principii che tutti, essendo 
cattolici, tenevano come veri. Compiuta dal vescovo di Posnia 
la criminale lezione, venne approvata dal cardinale di Viviers 
a nome di tutto il collegio de'cardinali, da ira rei vescovo di Mi- 
lano per la nazione italiana, da quel di Posnia per la tedesca, 
dall'abate di S. Lupo per la francese , dal canonico di Cantor- 
bery Tomaso Polton per la inglese. Poi vennero destinati cin- 
que cardinali, TOrsini, quel di Chalant, di Saluzzo, di Cambrai 
e di Firenze a recare al pontefice l'annunzio di tutto l'operato 
contro di lui e della sua imminente deposizione. Questi si ap- 
presentarono a Giovanni senza verun segno di onore: lo tene- 
rne per già deposto. Nissuna fatica: Giovanni venne loro in- 
contro in tutto quello che avea fermato il concilio ; onde lo 
stesso di se ne ritornarono a Costanza apportatóri della cieca 
sommissione del pontefice. Il di appresso, 27 maggio, altri de- 
putati sinodali sopravennero a Ratolfcel : erano due vescovi , 
due abati con un codazzo di protonotari. Questi recarono a 
Giovanni la serie dei suoi delitti , onde veniva deposto ; e di* 
mandandogli se avesse voglia a purgarsene, Giovanni non volle 
leggere il criminale catalogo né rispondere alle accuse, dicendo 
cte il concilio era infallibile. Parole che chiudevano un mi- 
dollo molto amaro. E ripetendo col vivo della voce la sua som- 
missione alle decisioni del concilio » accommiatò i deputati , 
dando loro a recare ^IFimperatore una sua epistola. 



— 542 — 

GiovaDiii non pensavi) pia al papato , ma temeva dei de- 
stini cbe Io minacciavano dopo la deposizione. Voleva una ta- 
vola nel naufragio; si volse al cesare per averla. Scriveva a Si- 
gismondo, che chiama suo carissimo figliuolo^ adonta che que- 
sti non credesse alla sua paternità in Cristo' Incomincia a ri- 
cordargli come il re dei regi lo avesse fornito di un tesoro di 
prudenza a preferenza di tutti gli altri principi di quel tempo: 
e poiché anche le menti più svegliate vanno stimolate a più 
accesi studi di virtù, confortarlo in suo favore a quella cle- 
menza che è sostegno dei troni e della quale egli era stato 
sempre larghissimo verso i suoi ofTensori. Sprofondato come 
era per permissione di Dio e per sua colpa in tanta miseria, 
raccomandarsi a tutt'uomo alla clemenza di lui. Poi si mette 
a commemorare tra V amaro ed il dolce a queir augusto co- 
me e quanto fossesi adoperato per fargli ascendere il trono 
imperiale , dopo la morte di Roberto , in guisa che la corona 
gli stesse sul capo per negoziati da lui tenuti con gli elettori. 
Ricordavagli come neiraffare del concilio fosse stato dolcissimo 
ad ogni suo piacere, avendo lasciato a suo talento la scelta del 
luogo e del tempo per la celebrazione di un sinodo, dal quale 
poco di bene poteva impromettersi. Avere avuto in cima ai 
cuore il suo innalzamento per Tamore grandissimo che gli por* 
tava: richiederlo della stessa benevolenza e di perdono, ove 

10 avesse in qualche cosa offeso. Stesse a suo intercessore appo 
il concilio , perchè dopo la sua dimissione dal papato , salva 
sempre la pace e la unione della Chiesa , venisse provveduto 
al suo onore ed al suo stato. Supplicava da ultimo che volesse 
mandargli subita e benigna risposta. Sigismondo non rispose. 

11 Cossa doveva saperlo e non istemperare la dignità di uoma 
in queste infeconde lamentazioni e preghiere. Egli con questa 
lettera mostrò animo inferiore air altezza dell' ufficio da cui lo 
cacciavano, e dell' infortunio che lo colpiva. Chi scendeva dal 
primo trono della terra doveva nascondersi alla faccia degli 
uomini e non mendicare un cencio di porpora e qualche di- 
gnità nella Chiesa che rendeva più visibile la sua caduta. Egli 
non recava più sul capo il triregno di Bonifacio Vili, ma una 
fronte che ne recava ancora il solco ; non doveva mai fino a 
questo segno inchinarsi innanzi a quel successore degli Ar- 
righi e dei Barbarossa. Giovanni non era allora degno del 
papato. 

Lo deposero finalmente nella duodecima sessione , tenuta 



— «3 — 

I di 29 di ma^io. Tatti presenti, tì presiedeva il cardinale di 
n?iers: per certo ?ezxo» che io qoel secolo era cornane, di 
;>iegare le sentenze della Bibbia a qualunque fatto , ove fosse 
x>nsonan2a di parole , fa Ietto il Vangelo che recava : A mio 
udiàum est mundi, nane princeps huius mundi eiicietur foras; 
piasi che la deposizione di un ponteflce avesse che fare con 
la cacciata di Satanasso. Invocato lo Spirito Santo > il vescovo 
li Arras lesse : < In nome della santa ed individua Trinità . 
Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Anien. II sacrosanto, e gene- 
rale sinodo costanziense, legittimamente assembrato nello Spi- 
ito Santo, rappresentante la universa Chiesa, invocato il nome 
li Cristo, non avendo innanzi agli occhi altri che Dio , veduti 
gli articoli compilati e pubblicati nella presente causa contro 
il signore Giovanni papa XXIIl , e le prove dei medesimi , la 
spontanea sottomissione del medesimo e tutto il processo di 
questa causa, maturamente deliberata la cosa, per questa doti- 
mtiva sentenza, consegnata alle scritture, pronuncia , definisce 
e dichiara come la fuga presa dair anzidetto signore Giovanni 
papa XXIU da questa città di Costanza e dal detto sacro con- 
cilio generale, clandestinamente, di notte tempo, in ora sospetta, 
sotto mentite ed indecenti vesti, sia stata e sia indecorosa alla 
Chiesa di Dio, apertamente scandalosa al detto concilio, turba- 
ziÒDe ed impedimento alla pace ed unione della Chiesa , ali- 
meoto del diuturno scisma , violazione delle promesse e dei 
giuramenti da esso signor papa giurati a Dio, alla Chiesa ed al 
concilio, come fosse stato e sia esso signor Giovanni pubblico 
simoniaco, manifesto dilapidatore delle sostanze e delle ragioni 
non solo della romana chiesa , ma anche di altre molte, e di 
000 pochi luoghi pii ; malvagio amministratore e dispensiere 
delle temporali e spirituali cose della Chiesa ; prima che venisse 
papa e dopo, fino a questi di , scandalizzante la Chiesa di Dio 
^ il popolo cristiano coi suoi disonesti ed abbominevoll co- 
stumi ; come avesse ostinatamente perseverato nelle anzidette 
tristizie e superbia dopo le debite e caritatevoli ammonizioni a 
hi spesse e ripetute volte fatte, e fessesi per questo manife- 
stamente reso incorreggibile ; come per gli anzidetti ed altri 
delitti a lui addebitati e descritti nel processo di detta causa 
dovessesi rimuovere, privare, e deporre dal papato e da ogni 
amministrazione spirituale e temporale come uomo indegno , 
ioatile e dannevoie. E perciò il santo sinodo dì fatti lo rimuove, 
priva , lo depone , dichiarando tutti e ciascuno dei fedeli , 



— 544 — 

qualunque Io stato, la dignità e la condizione che si abbiano, 
sciolti dalla sua obbedienza, fede e giuramento: vietando a tutti 
i fedeli nominare pap3 lui , già deposto dal papato , aderire a 
lui come a ponteQce e prestargli qualunque obbedienza. Tntta- 
Yolta, per certa scienza e nella pienezza della podestà, il santo 
sinodo sopperisce a qualunque difetto, se per caso siane inter- 
venuto alcuno negli antecedenti , e dichiara esso Giovanni do- 
versi condannare, e per la stessa sentenza condanna a tenersi 
e dimorare in qualche opportuna e decente stanzi sotto la si- 
cura guardia del serenissimo principe signore Sigismondo re 
dei Romani e di Ungheria, divotissimo avvocato e difensore della 
universale Chiesa, in nome del sacro generale concilio, finca 
che sembrerà opportuno ad esso concilio pel bene deirunione 
della Chiesa. 11 medesimo concilio poi riserva. al suo arbitrio a 
dichiarare ed infliggere le altre pene che a forma della ragione 
canonica dovrebbero applicarsi pe' riferiti delitti ed eccessi, 
secondo che meglio persuaderà o il rigor della giustizia o la 
ragione della clemenza. > Letto che ebbe il vescovo di Anras 
la strana sentenza, il cardinale di Viviers, come presidente, di- 
mandò se fosse alcuno che avesse a dire contro il deBoito, 
dichiarando come il silenzio si sarebbe tenuto per approva- 
zione. Non fiatò alcuno. Piovvero i placet dai sinodali seggi: 
e Giovanni non fu più papa. Allora il fiscale De Pire chiese 
venisse spezzato il papale suggello e lo stemma del Cessa: e 
fu contentato. Cinque cardinali vennero deputati dal concilio 
a recare al condannato pontefice la sentenza della sua depo- 
sizione; e perchè non rimanesse più via aperta al Cossa, al De 
Luna ed al Corarìo di tornare al papato, fu sancito dai padri 
con speciale decreto non potersi venire alla elezione del nuovo 
papa senza il consenso del concilio, e i tre anzidetti essere 
incafpaci di novella elezione alla dignità di cui venivano spo- 
gliati. 

Ma i Costanziensi non si addormivano alle umili proteste 
del Cossa ; lo temevano sempre risorgente pontefice. Perciò k) 
fecero tradurre nella rócca di Gottleben a una mezza lega da 
Costanza. In quella torre il Cossa, solo e senza pure la compa- 
gnia de'suoi domestici, trovò Giovanni d'Hus imprigionato per 
eresia, in uno stesso carcere un pontefice deposto, ed un ere- 
siarca I lo non so se fra loro ragionassero di quello strano in- 
contro i due prigionieri: so che il Lenfant calvinista non faccia 
a modo suo e coi pregiudizi di sua setta altra considerazione 



he qaella della persecozioDe mossa ad Has da papa Giovanni: 
lei trovarsi insieme nello stesso carcere quegli per alcune par- 
icolari opinioni, qaesti per enormi ribalderìe; e del piacere elio 
lovelte provare il Boemo nel vedersi ragiiìiinlo nelLi slessa 
ena dal persecutore ponteQce. Ma queste sono considerazioni 
he, fatte da un eretico , strisciano ad ali tarpate sulla faaia 
e'falti travisati a suo modo. Levando un po' più in su gli animi, 

lettore, troveremo ben altre verità in quello scontro provvi- 
enziale. Un gran periodo finiva, un altro pur grande incomìn- 
iava. Il medio evo tramontava coi secoli del sentimento: sorgo- 
ano i secoli del pensiero. L'tiltìmo stadio d'un periodo che nas( e 

palpitante di troppa vita, é selvaggio, violento. La provvidenza 
ecide sempre que'due estremi, e nella loro morte è Tequilibrio 

la posa de'sociali elementi, onde T umanità non più barcol- 
indo, ma con sicuro incesso muove e procede, il medio evo 
a tutta cosa del clero, e Tultimo suo stadio doveva segiìnrsi 
ol naufragio di un papa, e fu Giovanni. I secoli del pensiero 
urono cosa de'filosofi; ed il suo primo stadio doveva segtìarsi 
la un selvaggio filosofo, che assorto nella geometria della ra- 
gione, fosse sordo alla voce dell'autorità, e questi fu Giovanni 
l'Hos. Il papa e l'eresiarca dovevano cadere sotto il colpo di 
ma stessa sentenza. La rócca di Gotlleben, che apprescntava ni 
noQdo dai cancelli un papa ed un eresiarca, offri la formola 
)in alta della ragione provvidenziale onde i tempi si succedono. 
^'umanità la intese, e in quella intelligenza vagì T anima di 
ìQttemberg e di Colombo. 

Conta Teodorico da Niem che Cossa indirizzasse lettere a 
inalche suo amico io Costanza, per averne parole di consola- 
tone, e che ninno osasse racconsolario di risposta. Le quali 
altere misero in forte apprensione Tanimo di Sigismondo, che 
fece condurre nel castello di Heidelberg, coiicedend(»gli a 
compagni qualche gentiluomo e due cappellani. Nuovi sospetli, 
movo carcere. L'elettore palatino, che era il guardiano, lo ron- 
lusse nei castello di Manheim, ove il Gessa dimorò \Hr in*, 
noi in mezzo a gente di cui ignorava la lingua. 

Cosi Baldassare Cossa, dopo avere afferrate le somme chi ivi, 
B depose per forza di quel concilio che egli stesso aveva con- 
regato nella speranza di togliersi da'fianchi gl'importuni anli- 
lapi Benedetto e Gregorio. Non «essendo stato mio intendi- 
mento scrivere queste storie per sola esposizione di fatti che 
ila sapevansi, ma per lumeggiarli di sommarie ragioni a vivi- 

Tamb. Inquis, Voi. II. '*i 



- 546 — 

ficare la storia 'dei loro rapporti, è mio debito condnrre il let- 
tore alla lontana visione delle conseguenze, che dalla deposi- 
zione di nn pontefice si derivarono nel morale criterio dei 
popoli. 

I Costanziensi nel decreto di deposizione tacquero dello 
scisma: parlarono solo dei delitti del pontefice, onde lo spode- 
starono. Questo fu un terribile giudizio, che bandito su le alte 
vette del santuario della fede, ove era stato innanzi sommissione 
e silenzio, doveva avere un eco anche terribile nel santuario 
della scienza, dico nelle università, ove era libertà di esame e 
di parola. 11 reggimento della Chiesa è puramente monarchico; 
l'assistenza di Dio, il dono deir infallibilità nella definizione 
delle credenze e dei costumi basta a puntellare la cagionevolezza 
di chi governa ; il temperamento di un potere aristocratico o 
democratico è superfluo, anzi nocivo. Ricordi sempre il lettore 
che la Chiesa è una società divina. I Costanziensi non solo a 
levarono in punto di corpo temperando la monarchia papaie, 
ma giudicando dannabile il pontefice. In guisa che il reggimento 
della Chiesa addivenne puramente aristocratico, ed il pontefice 
discese al grado di semplice uflBiciale deirepiscopato, rimovibile; 
perchè giudicabile. Né si levarono i sinodali sul labile fonda- 
mento di un fatto, ma su quello duraturo dei principii elaborati 
dal Gerson della supremazia di un concilio, che immediatamente 
aveva ricevuto da Cristo il dono della infallibilità. Per la qoal 
cosa i fedeli, che eransene stati fino a quel tempo a capo chino 
innanzi alla cattedra di S. Pietro, credendo che vi fosse assiso 
un pontefice, quando non vi trovarono più papa Giovanni, che 
non era morto , dimandarono del dove se ne fosse andato : e 
neir udire che era stato cacciato via, perchè ribaldo, dovettero 
le loro menti fremere per moltitudine di perchè intorno a cose 
che prima si credevano e non si ragionavano. Di perchè abbon- 
davano gli universitari del concilio di Costanza e ne dettero 
ai popoli a mano larga. Si esaurì la questione del potere papale; 
e si persuasero che quando i papi non stavano a segno, si 
mandavano a casa loro. Ora il potere, massime in quel secolo, 
metteva capo nel pontefice e pontificalmente colava per tutti 
il grado della gerarchia sociale. Per la qual cosa, ove anche i 
popoli avessero voluto per logica temperanza arrestarsi al potere 
papale, non avrebbero potute: dovevano necessariamente andare 
in giù, ripetendo le stesse dimando inlorno ai principi, e con- 
chiudere : Se nella società della Chiesa, che pure è assistita da 



— 547 — 

No ed è sopranaturalmente iDfallibile, è mestieri temperarne 
D modo così energico la monarchia» che sarà a dire ed a farsi 
li una compagnia d' uomini abbandonati alla libertà del loro 
rbitrio ed obbligali a provvedere con gli argomenti della ragione 
Uà incolumità della cosa pubblica? La dimanda fu fatta nel 
agitelo della pubblica coscienza» e la risposta fu data nel segreto 
Iella universale ragione : non se ne udi sillaba, perchè i principi 
edevano in trono, avevano eserciti e non erano imprigionati 
L Ratolfcel, come papa Giovanni. Ma il silenzio della scienza è 
len diverso dal silenzio della fede. In questo posa lo spirito 
Iella pace, in quello cova lo spirito delle procelle. Chi può 
attenere per sempre ? 

L'avere i Gostanziensi messa in contatto la loro sentenza 
li deposizione contro il papa non con la straordinaria circo- 
stanza della scisma, ma coi peccati del Gessa, apri una larga 
)iaga nei seno della Ghiesa e spinse i popoli ad una irrequie- 
azza febbrile, perchè fiutarono da lungi pe^ricolosi problemi a 
risolvere; in Gostanza si abbruciarono ^gli eretici, ma non le loro 
ipinìoni. Queste, abborrile dai padri' nella loro materialità , 
mette dalla specola della fede, spiritualmente si appigliarono 
ille loro persone, senza che se ne avvedessero, elaborate che 
hrono dal sillogismo degli universilarì ed onestate dai lenocinli 
ìeìVexpedit di una giustizia cui poneva in mano le bilance la 
stranezza dei tempi. Ghe fu mai la eresia di Wicleff e di Hus, 
te Doo una indisciplinata reazione alla dissoluzione dei chieri- 
ci costumi ed alla intemperante signoria di alcuni papi? Ghe 
in mai la sentenza costanziense contro papa Giovanni, se non 
Doa legale reazione a quella intemperanza e a quella dissolu- 
itone? I sinodali non dannarono un vescovo, ma un papa: ed 
un papa è potenzialmente tutta la Ghiesa. Essi non deposero 
solo Giovanni come peccatore nel papato, ma come rotto ad 
ogni maniera di lalrocinii e libidini innanzi al papato. Perciò 
il concilio non dannò solo il Gessa, ma tutta la Ghiesa, la 
jnale era, secondo la decisione del concilio, venuta a tanto di 
^tà da assumere alla sedia di S. Pietro un uomo degno più di 
capestro che delPinfula pontificale. Dovettero arrossire di ver- 
{ogoa i cardinali elettori quando il vescovo di - Arras gittò loro 
viso i cinquanta articoli dei delitti di quel Gessa che essi 
ivevano eletto a pontefice sommo: ma quel rossore dovette 
liflbndersi sul volto di tutti i padri sinodali, i quali se non 
foroDO complici della mala elezione, erano complici dì que'mali 



- 348 — 

generali della Chiesa , onde i cardinali potettero senza qo 
ricliìamo de' fedeli fallire a quel segno neir esercizio del loro 
ministero. Voleva il concilio riformare la Chiesa? era suo debito. 
Ma non doveva mai toccare la persona dpi ponteOce, perchè il 
papa nella chiesa cattolica s'identiQca con un principio: echi 
ferisce un principio dirocca e non ediflca. Non dissero i sino- 
dali, come aveva detto Hus, che il papa era r anticristo; ma 
dissero che papa Giovanni era un ribaldo. Ora nei dir questo, 
eslimando il papa nella peccabilità dell'umana natura, non era 
un licenziare altri concilii e dopo i concilii anche gl'individui 
a dire lo stesso di altri papi? L' eresia universitaria di Oxford 
e dì Praga mosse da principii ben contrari a quelli da cui 
mosse il concilio : concilio ed eresia combattettero nemici, pro- 
cedendo nella scala delle conseguenze. Ma quando giunsero sul 
terreno della Anale conseguenza, si trovarono entrambi giudi- 
canti lo stesso papa: 1' eresia assisa sul seggio della voluta 
pubblica opinione , il concilio su quello dei canoni e delle 
decretali. Comune il reo, comune il giudizio, distinta e.coDtraria 
la potestà: con una mano ferivano il papa, con l'altra si feri- 
vano a vicenda. Lettore, quale fu la potenza che mosse a con- 
venire nell'antitesi del potere la fede e la ragione, la Chiesa e 
la tìlosofla nella comunanza del giudizio ? lo non so chia- 
marla, perchè non era potenza degli uomini, ma di qualche 
virtù che prescinde dagl'individui e che cammina solinga nel* 
r assoluto della loro natura, la provvidenza la quale infondeva 
la potenziale capacità a qualche cosa di nuovo nelle umane 
menti e che non voleva infecondo il magistero di quei fatti. 
Vinse il concilio, perchè Giovanni non fu più papa, eie Gamme 
divorarono il riformatore. 

Fu chiamato finalmente Giovanni dllus sull'arena del con- 
cilio. Provveduto a quel modo allo scisma, si volsero i padri ai 
negozi della fede. Questi si rendevano assai spinosi per quello 
che avveniva in Boemia. I Boemi, come narrammo, avevano di 
pessimo animo portata la prigionia di llus. Ora , ne' due mesi 
che corsero dal traslocamento di lui nella rócca di Gottlebeu 
fino alla deposizione del papa, i Boemi non se ne erano stati. 
A fronte della resistenza che trovavano nel concilio e presso 
Sigismondo, avevano, a mo'di dire, simboleggiata la ragione som- 
maria di tutta r eresia wiclefiSta ed ussita con l'uso del calice 
usurpalo dai laici. Ogni eresia è una fellonia all'autorilà delia 
Chiesa per violato dogma di fede o di costume, ma l'anzidetta 



— Sia- 
lo era doppiameote perchè il dogma che dirittamente oppugnava 
era appunto raotorìtà clericale. Aveva Hus tratto dalla calteilra 
il pontefice, per adorar solo Cristo; veniva per C4)nse^enza, che 
bisognava anche trarre dall'altare il sacerdote. Aveva egli strap- 
pata dalle sue mani la podestà delle chiavi, sciogliendo i feileii 
dal sacramento della Penitenza; non fa maraviglio che altri si 
avventasse al prete e gli strappasse dalle mani il calice « per 
recarlo al labbro dei laici a simbolo di conseguita uguaglianza. 
Era per ecclesiastica disciplina vietato ai laici prendere la Eu- 
caristìa sotto la doppia specie del pane e del vino: ai soli preti 
sacrificanti si concedeva Fuso del calice. In tutto quel movi- 
mento degli umani intelletti, nelle università non poteva cor- 
rere inosservato questo divieto. Sfavasene in Praga certo Jaco- 
bello da Misa, paroco nella chiesa di San Michele, uomo della 
tempera di Giovanni d'Hus per dottrina e continenza di costumi, 
quando un di venne a visitarlo un Pietro da Dresda; il quale, 
bandito di Sassonia come infetto di eresia valdese, erasi rifu* 
gìato in Praga e vi teneva scuola di fanciulli. Costui disse a 
Jacobelio che maravigliava forte come, essendo uomo tanto sa- 
puto delle cose di Dio, non si fosse ancora addato del mador- 
nale errore in che si teneva la Chiesa vietando ai laici V uso 
del calice, mentre erano tutta luce le parole di Cristo: < Se non 
maDgerete la carne del Ogliuol dell'uomo e beverete il sangue 
di lai, non avrete vita. > Il paroco accolse le parole del Sassone 
ed i suoi svarioni come avviso del cielo ; si mise in punto di 
riformatore e di apostolo del negletto dogma, predicando a gola 
piena che a salvarsi bisognava bere il calice, come i preti. In 
tempo in cui Hus aveva tanto bene inoculato nelle menti del 
popolo rodio al sacerdozio, questo popolo, usurpatore di ogni 
Qmana e divina ragione, acconciò gli animi delle predicazioni 
diJacobello, in guisa che Praga die di piglio al. calice, comu- 
nicandosi sotto Ja doppia spcfcie , lietissimo di avere riconciui- 
slata cosa che credeva rubala dalla presbiterale prepotenza. I 
preti gridarono, Jacobelio fé' il sordo, i dottori lo aggredirono 
con le scritture, ed egli incaponi peggio. La cosa fu recata al 
concilio dal vescovo di Litomìssel. 

Nella decima sessione costui lamentò i disordini che avve- 
nivano in Boemia pel negozio del calice: voleva si affnittasse 
h condanna di Hos, il quale se non fu autore delle novità in- 
torno airoso del calice, certo che le approv/n ed erano ìMìmì- 
gaeuK dei suoi principii. Il vescovo narrò la irriverente dis|ien- 



— 3S0 - 

sazioDe del sangue di Cristo che si faceva in Boemia, portate 
a furia in certi enormi flaschi, recandone le prove scrìtte. IL 
i Boemi avevano mandate appresso al vescovo accusatore letten 
al concilio nelle quali tornavano sempre al violato salvocondottc 
airinginsta prigionia di Giovanni d'Hus, e davano del calunnis 
toro a coloro che avevano rapportato al concilio del sangue de 
Signore recato profanamente nei fiaschi ed amministrato fio da 
ciabattini. Il vescovo affermava, questi negavano: tra i due ni 
appiglio al primo. Non mi dar torto, lettore; che in quella si 
bitanea invenzione dogmatica, quel preteso santo desiderio de 
popolo agognante al calice non poteva certo contenersi nei cor 
fini, non dico dei riti ecclesiastici, ma uè anche della decenza 
Credo ai fiaschi. Aggiungevano nella lettera i Boemi consigli i 
concilio intorno al modo di votare; neppure ad essi talentavan 
quei voti per nazione; li volevano personali e prescrissero ess 
stessi il modo a raccoglierli. ÀI quale consìglio si aprivano 1 
via con una esortazione alla loro nazione tedesca che era i 
concìlio, la quale, dicevano, più tenera delle altre doveva addi 
mostrarsi di quella riforma, a far zittire la mala fama che re 
cava essere i Tedeschi uomini avventati, che dal furore e no 
dal senno si lasciavano governare. Furono lette queste ietten 
fu ascoltato il vescovo, non fu toccato Hus; perchè il negozi 
del papa era presso a maturare, e bisognava conchiuderlo. 

Ma, deposto Giovanni, tra perchè gli accusatori premevan 
ì padri e perchè i legati boemi strepitavano, si venne ad Hui 
I Boemi non avevano ricevuta risposta dal concilio intorno 
quello che credevano violato salvocondotto ed alle accuse recat 
dal vescovo di Litomissel ; perciò lamentavano di questo siler 
zio in un loro memorandum che presentarono all' assemble 
delle nazioni a dì 31 maggio. Recavano in quello una protesi 
di Hus ripetuta nelle scuole e nelle sue scritture. « Lui no 
avere mai sostenuto né sostenere opinione contraria alla fede 
paratissimo essere a propugnarla col proprio sangue; creder 
a tutti gli artìcoli della divina legge tali come furono rivelai 
dalla santa Trinità e pubblicati dai santi uomini ; ora e sempr 
volere ritrattare e rinnegare quanto per umana infermità avess 
potuto contro quelli dire e pensare. > Recavano i Boemi, a con 
fermare la verità di questa prolesta, il giudizio del vescovo < 
Nazaret inquisitore nella diocesi di Praga, che purgava Hus ( 
qualunque errore ; e conchiudevano per queste , essere il loi 
Giovanni figlio divotissimo della santa Chiesa , ingiustamen 




fuvfimì3r/fm7i0m(fttàwtrtt. 



- 332 — 

assembnimento mise in apprensione Venceslao de Daba e Gio- 
vanni de Ghium prolettori di Giovanni , i quali pensando che 
i Costanziensi senza dare ascolto al colpevole, dal deliberare 
passassero alla condanna, andarono a lamentarsi coiFimperatore. 
Ordinava costui soprassedessero i padri al giudizio fino a che 
non avessero accolto Hus in pubblica udienza ; mandassero a 
lui gli articoli ereticali, volendo sommetterli al giudizio di probi 
e dotti uomini. Questo avvocato della Chiesa aveva pia fede nei 
suoi dottori che nel concilio. L'udienza fu concessa ad Hus, gli 
articoli poi non furono mandati airimpersi/ore. 

À di 5 di giugno venne introdotto Giovanni d'Hus nel re- 
fettorio dei francescani, ove erano assembrati i padri per ascol- 
tarlo. 1 hbri delTerelico, dai quali erano stali tolti gli articoli 
a condannarsi , vennero presentati dalPeleltor palatino e dal 
burgravio di Norimberga affine di chiarire , ove fosse stata, li 
falsificazione degli accusatori. S'incominciò la lettura degli arti- 
coli : letto il primo, Ilus si poneva dietro la Bibbia ed i ss. pa- 
dri per difenderlo, quando si levò un furioso tumulto fra i cir- 
costanti. Tutti volevano parlare, e nessuno si lasciava più in- 
tendere. L'università nel concilio non istava bene; questa é 
sempre ciarliera, massime in que' tempi in cui l'accoccare giusto 
l'uncino di un sillogismo al collo deiravversario era la più beata 
cosa del mondo per un dottore. « Insomma in questa prima 
udienza non si conchiùse cosa. 

Vengo olla seconda: ma qui è mestieri che io prepari 
Tanimo del lettore e lo conduca a certe considerazioncelle ne- 
cessarie alla giusta estimazione dei fatti; le quali, senza stancare 
con la successiva esposizione de'particolari della causa di Hus, 
che già si sanno, njutino alla complessiva intuizione della ragion 
sommaria dei medesimi. Scrivo per nomini ragionevoli e non 
guardo se cattolici o ugonotti siano. Giovanni non fu il fonda- 
tore di una nuova eresia : egli raffermò e diffuse nella Boemi'» 
le novità ereticali di Wicleff e non altro: quello che a lui spella 
non si deriva da peculiarità di dottrina, ma delle politiche e 
sociali condizioni della Boemia. L'eresia dell'Inglese, che ho 
chiamata universitaria, non era che una emancipazione dMI^ 
potestà della Chiesa, quindi negazione della medesima e tras- 
formazione della natura della Chiesa. Questi errori erano siali 
già dannati nello stesso concilio: Hus veniva a causa finita. Di- 
mandargli se approvasse o rigettasse le teorie wicleflile, i' 
bandirgli una sentenza a norma dell'affermativo o negativo ri- 



spoocere che poteva fare, ecco tolto qoello che $i poten ;»>^^t- 
tare dai giodìd e d3iracciisalo. 

Ma Hos apera gettato guanto di sfida, chie^loTa c^f^ser con- 
Tinto per dimostrazione: i professori che erano al concìlio anni- 
IriraDo per foga di entrare in lizza: ed i padri senza un capo, 
dico il pontefice, si mostravano arrendevoli airimpressìono dei 
tempi, che erano universitari, cioè amatori di dispulo. Aggiungi 
che gli accusatori erano preti boemi, i quali da buoni catloUci 
aUwrrivano dall'eresia; e da cherici che si sentivano levar dalle 
mani non solo i sacri patrimonii, ma fino H calice, non vcile- 
vano sobmente in IIus il wicIefiBla, ma un eresiarca di nuova 
stampa. Essi davano ad Hus una personalità ereticale che non 
aveva. Da ciò si derivò cbe, senza avvedersene, nel cavare gli 
articoli a dannarsi dalle sue scritture ne storpiarono forse qual- 
cuno a dargli del deforme, e qualcbe errore non velluto fu so- 
spettato. Conseguitò che si allentasse troppo il corso alla di- 
sputa; e come il concilio non era un'accademia, avvedendosene 
i padri e troncando in gola airaccusato le risposte^ si gridò poi 
dai Boemi, dai protestanti, dai filosofi contro la ingiustizia e la 
prepotenza del concilio. A me, come cattolico, imporla che il 
concilio non abbia errato in fatto di fede; che per finale difll- 
nizione abbia dannato gli errori di Hus. Del fallo degli accusa- 
tori e degli stessi giudici nel corso della discussione io non 
curo. Questi appartengono agli uomini, non al concilio, ed io 
narro di questo e non di quelli. 

Giovanni d'Hus chiedeva essere convinto dei suoi errori 
innanzi essere dannato, e ne aveva il diritto. Ma altra ò In con- 
vinzione, per cui è incatenato il reo al cospetto della logge chn 
ferisce nei tribunali umani, altra è quella che dichiara reo Tero- 
tico in un tribunal di ragion divina, qùal è il concilio. In quelli 
la convinzione si emana dalla provata, veracità de' testimoni o 
dalla provata opposizione dell'azione del reo alla legge: duplico 
prova, l'una che tocca l'esistenza dei falli, l'altra la loro nalurn. 
Nel concilio la convinzione si emana solo dalla provala veracità 
dei testimoni; in questa la discussione, perche solo della esi- 
stenza dei fatti si va in cerca. Della loro natura e della loro 
opposizione alla legge non si discute, ma si difllnisce ; perche 
la Chiesa, come infallibile, non va a tentoni a trovare 1» con- 
venienza sconvenienza dell'umano cona*tto col principio rive- 
lato. Nelle mani sue il deposito della fede e tutto luce. vMv. 
come irraggia la sua mente alla infallibile visione della \mik, 

Tamb. Inquis. Voi II in 



cosi illumina la deformità delPérrore, per quanto opinano I 
canonisti. 

Hus, che aveva crollato l'edifizio della Chiesa tale quale 
erìsto Io aveva levato, che credeva scappato il potere dalle mani 
ilei cberici perchè peccatori, non vedendo nei padri che pecca- 
tori, non da altra forza chiedeva gli si piegasse la fronte che 
da quella delle prove, non mai dalla infallibilità del giudisio. 
Maraviglierei come di logica aberrazione dell'aver egli scelto ad 
arbitro delle sue opinioni la congregazione di una Chiesa di'ei 
dicea corrotta, se non vedessi chiaro esservi lui andato con la 
certezza di un trionfo rìportabile con Tarma del ragionamento. 
Ciò sapevasi dai padri; e perciò non troviamo nella discussione 
lutto quel rigore di procedere quale si richiede in un tribunale 
di umane ragioni. Per le quali considerazioni non fatte dag^ 
eterodossi, la condanna di Hus apparve loro sfornita di quel 
suffragio di diritto, onde i giudici si chiaman giusti, ed il reo 
giustamente punito. 

Sinistro argomento prendevano i Boemi in Praga e quelS 
in Costanza delle cose di Hus dai segni che apparivano né 
cieli. A di 7 di giugno , nella settima ora , furono tenebre 
in quelle due città per una grande ecclìssi solare. Un'ora dopo 
i Costanziensi si assembrarono, presente Timperadore: ed Hus 
venne introdotto alla loro' presenza. 11 renerà in catene stivato 
di soldati. Michele de Causis, accusatore, accagionò Giovanni £ 
errore intorno al sagramento della Eucaristia, quasi avesse negalo 
il mistero delia transustanziazione. Questo errore non era nei 
libri di Hus : affermavasi averlo predicato. Giovanni prese Dio 
in testimone della sua innocenza e chiarì come gli accusatori 
lo accagionassero ingiustamente di quella eresia. Aveva egli 
chiamato, falla la consegrazione, con la voce di pane la santa 
Eucaristia : vietatogli dall' arcivescovo pragense, rispose non io 
altro senso usare di quella voce che in quello che le dava 
Cristo medesimo, dicendo — Io sono il pane vivo disceso dal 
cielo. — Non mentiva Hus. Nel trattato del corpo di Cristo da 
lui scritto è confessalo apertamente il dogma della transustao- 
zìazione, ed è chiamata magna hcei^esis quella di Berengario 
negatore di quel mistero. Poteva bastare la confessione contraria 
di Giovanni, raffermala dalle sue scritture, le quali recavano 
argomenti di credibilità più validi della deposizione de'preseoti 
alle sue prediche. Ma il cardinale di Cambrai d'Ailly, che era 
stato cancelliere, deiruniversità dì Parigi, s'intese professore e 



— 5» — 

\ iofonnare Has io un dilemma: qod si poteva tenere. 
in cbe il Boemo era dei reali oelb teoria degli Qni?ersali. 
la realtà degli malversali accresceva la difficoltà a compren- 
i il mistero della traDsostaniiauoDe. Se era immagioabile 
Dotameoto della sostanza di qq determinato pane nel 

di Cristo, pareva impossibile a concepirsi questa sosUtn- 
B di sostanza , quando il determinato pane non doveva 
arre alcona propria sostanza, ma qoella delPoniversale, ossia 
»ane preso nella generalità deiressere. Adunque il Cambraìs 
limando, se credeva alla realtà d^li universali. Giovanni 
lette del si. Ma qoando il cardinale si poneva a dargli del- 
tico per la rovina del dogma della transustanziazione» cbe 
va da quella teoria filosofica, Giovanni spezzò il nodo del 
nma, avvertendo cbe la transustanziazione era un miracolo 
e non poteva discutersi con le opinioni dei filosofi. Dette 
^0. Su questo terreno il Boemo cessò bene gli assalti di 
loltorì inglesi, che volevano giostrare, e die del menzognero 
Loi accusatori. Allora levossi il cardinale di S. Marco e disse 
il negozio dovea risolversi a norma della deposizione deHe- 
oni, i quali erano degni di ogni fede. E avendo Giovanni 
lUato al testimonio di Dio e della sua coscienza, il cardinale 
)se valere più la testimonianza di quelli accusatori cbe della 
M^scienza, levando a cielo la onestà e la dottrina del Paletz e 
Gerson. Così operarono gli uomini nella discussione : ma 
ò altrimenti il concilio nella diffinizione, non trovandosi 
[li articoli condannati questi cbe toccavano la Eucaristia. 

1 discussione Giovanni potè prendere le sembianze di uomo 
esso : accese vieppiù V ira dei Boemi e , cbiusosi nella 
ica dignità di un martire, si tenne per indomabile dalle 
Sali sentenze. 

Si venne poi, ai fatti, la verità dei quali non si fondava 
I pubblica fama o su le deposizioni de'testimoni, ma su la 
ragabile confessione delle scritture. Si venne alla eresia di 
efif seguita da IIus. In questo poi non era via a scappare; 
Boemo, avvegnaché sempre ostentasse docilità alle istru- 
i del concilio, non si mosse d'un pelo dagli errori cardinali, 
toccavano la visibilità della Chiesa, tali quali li aveva se- 
iti nel suo trattato della Chiesa. Trentanove articoli gli 
10 messi innanzi, cavati dalle sue opere, che non lasciavano 
Ào della sua eresia. Fermato che la sola predestinazione 
tuisca Tuomo membro della Chiesa, giù tutto: non più 



— 356 — 

papa, non vescovi, non sacerdozio, non più aatorità di sorta. 
La parte visibile della Chiesa non è che Sordida materia al 
sindacato di ogni fedele ; alimento di clericale e civile ribellione. 
Onde l'imperatore che né adiva il racconto, quasi che si sentisse 
alla gola un insolito capestro, ebbe a dire ai principi circostanti 
non essersi mai vista eresia più diabolica di qaella di Giovanni 
d'Hus. Lo presentiva allora , lo intese dopo nelle guerre di 
Boemia. Da ultimo un uomo che, lungi dal rigettare le false 
dottrine di Wicleff, impudentemente dichiarava che erano stale 
condannate senza giustizia perchè senza ragioni tratte dalla 
Scrittura; che diceva salvo Wicleff, avvegnaché dannato dalla 
Chiesa ; e che avrebbe bramato trovarsi con lui nell'altra vita, 
si confessava con la propria bocca più che eretico. Se abbiano 
no i giudici e i testimoni usato con lui sempre con tempe- 
ranza di modi e carità non si può dire servendo al vero: ma 
che nella finale diffinizione il concilio si trovasse circondato 
della dignità di un divino diritto giustamente propugnato, io 
dirò sempre e diranno tutti coloro che non vogliono rinnegare 
la fede della storia e della logica. 

I padri costanziensi non avevano un grande desiderio (U 
condannare Hus e di vederlo colpito dalla terribile pena del 
fuoco dalla legislazione penale di que' tempi. Avevano il debito 
di condannare le dottrine : ma se avessero potuto ottenere una. 
ritrattazione di quelle, si sarebbero tenuti al certo più contenti- 
La Boemia era alle porte del concilio con la mano sull'elsa di 
una spada, ed era quella di Giovanni Ziscka. Certo che questa 
né ad essi né a Sigismondo faceva piacere veder nuda. VenceslaO 
Doba e Giovanni di Ghium erano li presenti, personificanti 
tutta una nazione che come mare in tempesta fremeva attorno 
allo scoglio del dogma, che non si piegava né si arrendeva per 
ragioni politiche. Ne reco una prova. Innanzi si sciogliesse 
rassemblea della seconda udienza data ad Hus, il Cambra! ria- 
faccio al medesimo avere detto come di proprio talento fosse 
venuto al concilio, e che né il re di Boemia né lo stesso im-^ 
peradore avrebbero potuto sforzarlo ad andarvi. Giovanni ribadi 
anzi che negare la cosa, aggiugnendo che tanti erano i baroni 
di Boemia suoi protettori e così munite le terre che gli apri- 
vano rifugio che né regia né imperiale potenza l'avrebber rag- 
giunto. Il Cambrai gli dette dell'impudente: un gran rumore 
si levò nell'assemblea contro di Hus. Ma eccoti farsi innaMi 
irto e pettoruto Jl Chlum e gridare: « Bene ha detto Has: 



toni fi Bmài ni :mhiii^ imm 4^ 

die faiffehero fili iMn^i^miri |ììI|v4m^4< 
e che jfehmdbao 4B mniìie ostato .die i^ «mi bA. > 
ta on, o lettore, die, ;per (>ìitti>^ in itMi >d m ìnifie^ 
radure e ad «a ooocffio <|wsie «ìiiMce . «m ivm4ììMiì ;mitìr$i 
dfetro òa mioM pinti i imIiì inni di fmfru dì cm <)iM$i 
noQ tnifi b simile oegi inmii dd mondt^ (w Hmvvìi di <^(Nm^ 
tetleoli. 

D Cimbni e Sigismondo annera i boni^m^ oi^vrtjiiifoni. 

il primo andò eoo doid pirole confoitimio Hn^ p^l $m> Wih\i> 

« pel 9D» onore i sottometterà alU ^^entenm del <!^>nc4IUv U 

secondo (nù langamente rajnonò : t Stesse (Hir eerto doli;! sua 

protezione, alPombra del silfocondotto che {^li ivev» ct^nc^x^^^ 

ioninn che movesse di Pngi a Costami; rìmarrel>bo invio^ 

hta b sua libertà a dire le proprie ra(^oni in pieno sino^io : 

Un proteggerlo» avvegnaché fossero ilcuni che dicessoh> co\w 

MQ potesse nmperatore accogliere sotto il suo p.itrt)c(uio un 

eretico o nomo sospetto di eresia ; consigliarlo col Gambral alU 

sommissione, non avendo i prodotti articoli appicco a tltfoT^a. 

Docile a quei consigli , avrebbe messa ogni cura » per rl.H|>otto 

al re ed al reame di Boemia , di farlo ritornare In patria con 

la boona grazia del concilio e con qualche leggiera ponllonaa : 

altrimenti il concilio terrebbe la sua via contro di lui » voinndo 

perseverare nell'errore; lui riluttante alla sentonza del padri 

accenderebbe piuttosto con le mani proprie il rogo cho lo do* 

▼èva bruciare, anzi che tollerare la sua contumacia, (llovannl 

^ sempre da capo e rispose: < Non volersi ostinare, mn vn^ 

lere che il concilio lo persuadesse del contrario. » 

Nel di appresso tornò Giovanni nel cospetto diOI» nlmiia 
congregazione a rendere ragione intorno a claMcurio d<^l vm- 
tisei articoli che gli erano stati cavati dai trattato della Chieda 
« dri sette tolti da una sua risposta a Stariinlao Znoima« prò- 
Messore di teologia in Praga e stato già suo maestro. In rpfimta 
inrrazione non farò che coglierne la mirnmaria rtiìtUìm, a 
chiarire Tanima di qaesto boemo , nelb quale ri rin^'it^va 
qaelb non solo della sua nazione, ma dei tempi che a) m^« 
(enno. 

Avvegnaché Giovanni degli anzidetti artlei>ll nÌMU) rig^t^ 
ta^ eome non mei^ altri spiegante, eommenbn^loli, iu'f^mmf 
pih cattolico; tntbvolb ostìnalamente fìU^m e nofi fipff^h 



— 558 — 

il veleno generale che vi andava dentro. Nel credere la Cbies» 
una congregazione di soli predestioati ; nel non volere am- 
mettere la visibilità di un capo della medesima, negando a 
san Pietro il privilegio di esserne pietra fondamentale; nel 
non voler riconoscere il pontefice romano senza nna rivelazione 
che testificasse della sua predestinazione ; nel credere spuntata 
ogni censura in man della Chiesa per V appello dal pa(» a) 
concilio e dal concilio a Cristo, Hus non poteva piii rimuoversi 
né dalla autorità della Chiesa congregata né dalle minacce del 
potere laicale. Della opposizione delle sue dottrine con i prin- 
cipi! professati da tutti i fedeli di quel tempo non dubitane 
gristessi eterodossi. Hus si chiari eretico di propria bocca. La 
sua eresia, come ho detto più volte, era quella che prorompeva 
dal razionalismo universitario alimentato dalla corruttela dei 
tempi, che non rispettavano lo stesso santuario. Molti i dottori 
nel concilio ; e gli stessi padri , se non infermavano del male 
della università, ne avevano sempre qualche vezzo , e questi 
vezzeggianti erano i giudici di Hus. Si rivelò a maraviglia que* 
sto che afiérmo nella discussione del XII articolo» che recava 
— e La dignità papale trarre la sua origine dagFimperatori re* 
mani. > — Giovanni d'Hos chiosò questa proposizione e disse 
come la preminenza e la istituzione del pontefice derivasse dal- 
Tautorità dell'imperadore in quanto agli esteriori ornamenti ed 
ai temporali beni donati ai papi da Costantino e suoi succes- 
sori: onde come l'imperadore avanzava di dignità tutti gli altri 
principi, cosi il papa andasse innanzi a tutti i vescovi ; ma non 
in quanto alla dignità che mette capo immediatamente in Cri- 
sto per Tamministrazione e lo spirituale reggimento della Chiesa. 
Il cardinale di Cambrai avrebbe dovuto raddrizzare la chiosa e 
far intendere al Boemo, che la preminenza del papa su tutti i 
vescovi non veniva dalle sustanze periture donate da Costan- 
tino; che il papa era già vescovo ecumenico per un privilegio 
ben diverso dalla convenzione degli uomini di far sedere Timpe- 
ratore più alto degli altri prìncipi. Non curò di questo il gallicana 
universitario: ebbe in mano il papa, non potè tenersi dal carez- 
zarlo, dimandando ad Hus — t Di' un pò*, Giovanni, perchè non 
bai affermato, la dignità del papa esser nata piuttosto dal con- 
cilio che dairimperatorc? > Guarda, lettore; era questa dimanda 
a farsi ad un uomo come Hus, che alla presenza del concilio 
audacemente inabissava la divina idea del romano papato? Ve- 
ramente il Cambrai accennava alla esteriore onoranza data al 




i Hipti Jal w n afll» »>iwi» »»Wi 

a «ita ili lum« *iic» «n «i«AtiMA^ <il# k«i 
poni |a|iMn « in)«f> 9«ih yiit^ 

per ■■«» HipiHtìMnr ìtrtmn^ ;iil 4^0Mx ^ Ik 
appBolo qpesto di OotstmiL SMto b off» 4ii Y^^c^^xti iNra^^ 
i profesnrL Dìcbap ciò* teCMuto |iM^ ;iil MM^ il $^«(4tMNV 
NoD iìiM ue u che tatar te ne ^ tomilan^ lln^ ;imiI uiva 
ritrattaiioDe, poiché rerror^ delle sue doUrìne ih>n I^^ìava aMu^ 
duUiio. faieoiiiìiidò il Gunbnù: « Tedi. Giomniii^ di ^ii^l |^(^l^^ 
raBODe di delitti to sii aeca^noiMilo: ti d» fsir^ ^ in lu;ii KaII^v 
Due sole Tic ti apre ionami il concilio: $oef!UiM^ iin«i » tuo Vk- 
leDlo: se ti sommetti al suo gio<fiiio e ne aocoRK l <H>nuiiul«i* 
iMDti senxa ricalcitrare, della soa dolcena Oil umeinltÀ non ìk\fìx\ 
a dubitare, volendolo anche il rispetto terso il t^ di ÌUmwi^ 
Timperadore suo fratello; se poi vuoi durarla a dtlt^ml<^r« itlln^ 
Golpati articoli, il concilio non li negherà Tasoolto. ma ituAhlatl 
che la mole delle ragioni che ti stan contro recate da ani^l^ntl 
9d autorevoli personaggi non ti schiacci» ed allora verrai a fronti^ 
li ben tristi conseguenze. — Miei revorendlMnlinl pmlrli rtaportn 
9us, ve rho detto più volte: io son qui venuto di proprio ta- 
lento, non per incaponirmi, ma per esser iatruUo, ovn nI lro< 
irasse cosa in cui avessi errato. Datemi un pò* di n^Uì a Mporrit 
i miei sentimenti: se mi falliranno le ragioni» tminkiml pur kIA 
reso alle vostre istruzioni. — Vedete , gridavnno inoltl ad imi 
tempo, Fha sempre con le istruzioni non parla rniil di lutri* 
mra e di decisioni. — Ebbene, riprese lina, dirò UtnixItMil 1 
censura, decisioni come meglio vi aggrarla; \hMìIì \mmihi Mio 
in testimone che io parlo sinceramenti'/, » Allora II (^Miilirifl In 
iwerti che, ove si piegasse a solUimelU^rid al c^>rM;lllo, tmi^r^ 
fermato dairawiso di un sessanta doU/iri approvat«i lU U1IU9 II 
coodlio , lui doversi obbligare a tre r/miU^mi \ a ivM»(»<i#arii 1 
noi errori, chiedendone j^Aomf, % %\nf%fti rMti wm I) nifiifiém 
Otti più Insegnatt , eA a f»me pobMied ritnWtxifftm, ifm Hut 
noni poniò il capo, tra perché al ter^rva iwptit^l/; ^1) é^tmì 
che Doo aveva mai penumli e ptcnlhè %0l ^sff^ ^m 0(0i fV/p 
aoscevi veri dod troiava «Mer<; «laia ^/rilr^^^^to 4^1 ^/ni^ìié$ 



— S60 — 

sQfflcieDza di ragioni; e pregava i padri a non {sforzarlo cootro 
sua coscienza con perìcolo della eterna salate. Lo strinsero eoo 
preghiere; Timperatore gli ricordò le leggi contro gli eretici, a nor- 
ma delle quali doveva sentenziarlo il concilio: tutto invano; dod 
volle ritrattare le sue opinioni. Per la qual cosa rìnfocò più io 
zelo degli accusatori e massime del Paletz e del De Causis; i 
quali si lavavano le mani, sagramentando non avere essi ombra 
di rancore verso Giovanni, accusarlo pel giuramento dato quando 
vennero creati dottori di perseguitare la eresia a tutta possa. 
Al zelo di costoro Bus contrapponeva le sembianze di un io* 
nocente che commetteva la sua causa al sovrano giudice del- 
runiverso. Affldato alParcivescovo di Riga, venne ricondotto io 
prigione. 

Sigismondo, che aveva dato a Giovanni il suo sai vocondotto, 
che tanto o quanto gli aveva lisciato il groppone con qualche 
paroletta melata, poiché nella lettura degli articoli si avvide che 
la eresia ussita usciva di - sagrestia per venirlo a trovare sol 
trono, non volle più tante discussioni ; andò per le corte e cosi 
spose la sua sentenza al concilio appena Hus usci fuori dell'as- 
semblea : e Le accuse contro Giovanni oramai son note; fede- 
lissimi testimoni e la sua stessa confessione le provano a me- 
raviglia. Al fuoco dunque Taccusato, se non si ritrae dairerroce. 
Se obbediente, turategli la bocca, perchè non predichi : penserò 
io a barrargli le porte della Boemia, perchè non v'entri più. Co* 
stui, messo al largo, tornerebbe al vomito. Penso doversi mandare 
per solleciti messaggi in Boemia, in Polonia ed in ogni altro 
paese in cui fosse germogliata la zizzania dell'ussita eresia, eoo 
ordini alla chericale e laicale balia di dare addosso ai predica- 
tori di quella. Questa è peste cui non si rimedia se non dando 
forte alla radice ed ai rami tutto ad un tempo. Presto dunque, 
e s'incominci da Costanza: se v'ha alcuno in questa città amico 
di Hus, e massime quel Girolamo da Praga suo discepolo, venga 
messo al giogo e giogo severo. » Il concilio adunque non coro 
che il dogma guasto da Giovanni: il rogo fu preparato da Sigis- 
mondo guardiano e ministro delle civili leggi: alle quali dava di 
piglio e come avvocato delia Chiesa e come imperadore. Gio- 
vanni andò incontro a quelle leggi ad occhio aperto, non avendo 
voluto soscrìvere la formola di ritrattazione che gli propose il 
concilio. Cosi almeno sentenziano i papiQli fanatici: intomo al 
quale giudizio conviene procedere con cautela, correndo diverse 
opinioni. 



— Sài - 

podiè b sn CRsa fS pwm du^Mìc» : im I^mh- 
nila di VMp fMeia aocte pn presto ^ tndoni^ wlb nifMi 
lifio quelle teorie die pvfero ìdoociml miì nM^s^^^im ii<4 
Ddfio di Onstamii riiestile diih n^ioD canonica QuiKtociLHi^ 
io fa un gno centro dì wom neJ^sìoa e polìUoi: to riKta- 
ito per lo sàsaa pepale» ma, qnst stena saperhx i p^^lrì $ì 
>moDo giodid di ogni genemione di sdsnui andui^ dxìlo. 
odicelo del pipeto» neoesseriiinente OTQoqne ere ind^timni 
xione di r^oni e lotte di conconeoti ed on dirttu> qu^hiu- 
le, dovee infocarsi ii loro giodiiio. doten bramarsi la km> 
nteoza soprema diflSoitrìce di giastiiia« Nel concilio orano le 
liTcrsità, e nelle oniTersiti ii bisogno di rìsoltère im^blt^inl 
LO I popoli trovarono sulla soglia dei secoli del |)ensienK Wi- 
sff ed Hos avevano da professori e da predicatori stretUiuonio 
ingionto il debito della giostìsìa di chi n'era investito. Ingiù- 
3 il prìncipe, giusto il ribellare, dissero quegli eretici, I^a pro* 
Uosa dottrina mise Tarmi in mano ai lollardi in InglUltorriK 
[li ussiti in Boemia. Chi fece percorroro a costoro con la ra- 
dita del pensiero il trìplice stadio del terrìbile sillogismo ti 
ce che la conclusione del prete e del professore a* liientlll- 
sse con la pratica, dico col grido della guerra o della rìbul- 
me? Lo dirò io : fu la capacità delle menti ad acoogllero (|uolln 
olenti dottrine, capacità fruttala dalla presenaa del mnli eli» 
idavano ben altrimenti curati nel santuarìo.o negli Stati. Tra 
predicatore di Betlem.ed il popolo boemo era dunciuo un» 
rmidabile ragione che legava il predicante agli &Mcoltuiitl n 
le incolorava di verìtà le sue parole, ragione che einanavii 
illa malizia dei tempi. Vediamo quai mali generasse in Fraiiclii 
lesta ragione e come elaborasse un cruento problema, Il quiile, 
restito delie paurose sembianze di carneflce» lo inlroduHMe iil 
spetto dei [mdrì di Costanza, perchè lo risolvessero. Io dirò 
dia famosa proposizione di Giovanni Petit. 

Era re di Francia Carlo VI. A dodici anni gli cadilero nelli) 
ani, per la morte del padre, le redini del governo. Un\HiUiUUt, 
irchè fanciullo, a strìngerìe, i suoi zii duchi di Anjou, di Ikrry 
di Borgogna le afferrarono. Emuli tra loro nel (Kilere e nelb 
alizia, oppressero la Francia e le svegliarono nel miuo h pitela 
die fazioni. Re Carlo intanto, sfrenato ai piae^^rì, iM^mpre in 
sta, sempre in sol far guerre, divenne maniaco, e i primi\H 
m ebbero pio freno. AvrdMie dovuto togliere la XH^if/iuté ìM 
Tahs. Mf»»- ^oi. tu 4^/ 



— 361 -• 

reame il fratello del re Luigi d'Orléans e la moglie di lui Isa- 
bella di Baviera ; non fa cosi. Filippo V Ardito, duca di Borgo- 
gna, usci innanzi a tutti e fu reggente. Odio inestinguibile se- 
parò per questo le due case di Orléans e di Borgogna. 

Morendo l'Ardito, lasciò al figlio Giovanni Senza-Panra quasi 
in retaggio la inimicizia con rOrléans e le pretensioni alla reg- 
genza dello Slato. Giovanni era il più ricco principe della cri- 
stianità: signoreggiava la Fiandra; THainaut e la Olanda aveva 
ottenuto come retaggio della sua donna ; era in sulPafiferrare 
anche la signoria del Brabante. Ricco di tanti Stati, gli era stecco 
negli occhi Luigi d'Orléans reggente di Francia. Il re in preda 
ai suoi furori maniaci, la regina e Torleanese divoravano la 
Francia. Dilapidatori del pubblico tesoro, opprimevano, taglieg- 
giavano, succhiavano la vita del popolo; del suo onore non cura- 
vano. La Francia era nuda ed inerme in faccia ai nemici. Allora 
il Borgogna la ruppe apertamente col cugino : fu guerra tra 
loro, e i richiami del popolo ebbero rifugio nel petto del Sen- 
za-Paura. Fu scisma in Francia. I maggiorenti con Orléans, il 
popolo con Borgogna : quelli invocanti un diritto che santifi- 
casse rindisciplinatezza delParbitrio; questi cercatore di un di- 
ritto che lo guarentisse dalla forza. Era mestieri di un fatto che 
spingesse le parti sul terreno del diritto ad azzuflbrsi; il Bor- 
gogna non lo fece lungamente aspettare. Dopo aver dato, per 
conforto del Berry, il bacio della pace al cugino Luigi d'Or- 
léans, dopo aver con lui presa la Eucaristia nella stessa messa, 
banchettato alla stessa mensa, lo fece in un agguato ammaz- 
zare a colpi d'ascia. Lettori, se leggessi quel che si faceva in 
Francia ai tempi di Carlo VI , maraviglieresti dell' impudenza 
straniera a svillaneggiare la nostra Italia come paese feroce di 
tradimenti. Nei romanzi francesi a noi spelta sempre l'avvele- 
nare, il pugnalare , il macchinare proditori!. Meravigliava di 
questo esclusivo ministero: ma, letta la storia di Francia, m'av- 
vidi che come gli antenati di que'romanzieri erano troppo oc- 
cupati a far davvero nella storia, a noi solo spellava a far da 
burla nei romanzi. Ad essi dunque i pugnali slorici, a noi ro- 
mantici. Torno a Borgogna. 

Costui s'infinse dapprima, lagrime sul cadavere del cugino, 
disse non essere avvenuto in Francia tradimento più bestiale ; 
ma finalmente con audacia incredibile venne alPaperlo e con- 
fessò il suo delitto. Il popolo nello spento Orléans, superbo e 
corrotto signore, vide una sua venJetla contro Tarislocrazia rog- 



— 363 — 

gente, nel Borgogna il suo liberatore. Questi venne glorificata 
come un eroe. Allora, sorretto dal popolo» confidente nello sforzo 
delle sue milizie , a fronte alta invocò un diritto che giustifi- 
casse il suo delitto, quasi rimedio di abborrita tirannide. L'u- 
niversità venne in suo soccorso; e mentre i dottori discutevano 
ragioni, le fazioni degli Armagoac e dei Bùcheurs, dei poten- 
tati e del popolo, laceravano con la spada la Francia e chiama- 
vano gringlesi a conquistarla. 

Allo scorcio del febbraio del 1408 entrava a Parigi il Bor- 
gogna con ottocento gentiluomini tutti in armi. Il popolo lo 
festeggiò, gridandolo suo liberatore. A di 8 marzo si appresen- 
tava al re, che ad ora usciva e ricadeva ne'suoi furori, in una 
grande assemblea, nella quale dovea discutersi se male o bene 
avesse fatto il Borgogna a trucidare l' Orléans. Vi era il del- 
fino, il re di Sicilia, i duchi di Berry, di Bretagna e di Lorena, 
di baroni e di cavalieri una turba prodigiosa, moltissimi bor- 
ghesi, il rettore con V università. Certo Giovanni Petit , frate 
cordigliere, dottore della Sorbona, usci in mezzo a perorare la 
difesa delFuccisore. Con una limpidezza di fronte prodigiosa il 
frate dimostrò o meglio pensò dimostrare come non solo Tomi- 
cidio deir Orléans era stalo un virtuoso fatto, ma che, ove il 
Boi^ogna non Tavesse fatto ammazzare, sarebbe stata una col- 
pevole omissione. Chiuse questa tesi in un'armatura di forme 
scolastiche da spaventare chiunque avesse avuto talento di ag- 
gredirlo. Il netto era questo: che era debito uccidere o fare ucci- 
dere i tiranni; ma rOrléans era tale, pe^chè reo di lesa maestà 
e di moltitudine di delitti; dunque il Borgogna ha meritato bene 
del paese. Puntellò, ma a suo modo, la maggiore con moltis- 
sime sentenze tolte dalla Bibbia, dai padri e dai giureconsulti: 
la minore poi con un catalogo di accuse contro il mprto, che 
certo non avevano deir inverosimile. Molti si guardarono in 
viso per lo stupore, altri approvarono: vinse il frate. Il di ap- 
presso Borgogna tornò ih grazia del re ed ottenne lettere di 
perdono. 

La minore e la conseguenza del sillogismo di Petit poteva 
dimenticarsi, ma non mai la maggiore. Il re, quando non era 
matto, vi andava sopra con la mente; ed il corpo dei dottori 
arrossiva dell'impudenza dell'avvocato di Borgogna^ dell'impu- 
denza a dire, non già a sentire la formidabile teorica, che avea 
radice nell'università. Il re commise al vescovo di Parigi Ge- 
rardo di Montaigu ed a certi dottori in teologia l' esame delle 



— 5«4 — 

proposizioni erronee estratte dal Gerson dal libro di POit Nella 
lettera con coi deputava costoro a qoelta censura parlava il re 
di altri errori (quelli di Petit) contro la fede, i costami e lo 
stato sparsi nella Francia e penetrati anche in paesi stranieri. 
I tempi li recavano. Il vescovo tenne una grande assemblea di 
dottori, di prelati, e vi era Gerson: per cinque volte fa adunata. 
Le proposizioni di Petit condannate furono nove. 

e L Essere lecito ad ogni snggetto senza deputazione e 
comandtmento, a norma della legge; naturale, morale e divina, 
ammazzare o fare ammazzare qualunque tiranno il quale per 
ambizione, frode, sortilegio o malvagio artifizio, macchina contro 
la naturale vita del re supremo signore, per usurpare la somma 
nobilissima ed altissima dominazione. E non solo essere cosa 
lecita, ma onorevole e meritoria, massime allorché è tanto po- 
deroso da non potersi dal sovrano farsi da lui conveniente- 
mente giustizia. 

' e li. La legge naturale, morale e divina licenziare ciascun 
suddito a procurare la morte del detto tiranno. 

e 111. Lecito essere ad ogni suddito, non che onorevole e 
meritorio, uccidere o fare uccidere Tanzidetto tiranno, traditore 
e fellone al suo re e supremo signore, per mezzo di spie ed 
agguati. Esser questa appunto la morte dei tiranni e dei felloni, 
vale a dire uccisi alla francese vilainemerU, con raffinate astuzie, 
spie ed agguati : ed essere permesso infingersi e covar dentro 
il disegno dell'attentato. 

t IV. Quegli che uccide o fa uccidere il tiranno con gli 
anzidetti mezii non doversi riprendere da alcuno. Ed il re non 
solo doversi tener contento del fatto, ma doversene giocondare 
ed autorizzarlo, quando ne fosse bisogno. 

f V. Essere debito del re di premiare e guiderdonare coloi 
che nell'anzidetto modo ammazza o fa uccidere il tiranno, in 
tre maniere, col favore, con gli onori e con le ricchezze , ad 
esempio de'premii dati a s. Michele Arcangelo per la cacciata 
di Lucifero dal regno del paradiso ed al generoso Finees per 
la uccisione di Zambri. 

€ VI. Dovere il re amare più di prima colui che uccide o 
fa uccidere il tiranno nelfanzidetto modo, e far bandire sul sno 
reame la sua fede e lealtà, ed anche fuori il reame per lettere. 

f VII. La lettera uccidere, vivificare lo spirito : vale a dire, 
star sempre sul senso letterale nella sacra Scrittura essere un 
uccìdere Tanima propria. 



— 565 — 

• Vin. In ca50 di alle^nia, gìnnimenltx pn^mo^jsa e ft\lo- 
razione fatta tra due cavalieri, qualunque il mcKk\ ove awiM^fa 
che tomi a danno di uno dei promettenti^ della propria ok^Ko 
o figlnioU, non essere tenuti a mantenerli* » 

Bestiali dottrine. Eppure vi vollero ben cinque se;s;sioni per 
trovarle tali, e neppure tutti convennero nella sentenia di con- 
dannarti. Il libro di Petit che recava per titolo — GinstìfiM- 
zione dd duca di Borgogna — in cui erano le anzidotlo pro- 
posizioni, fu dannato al fuoco, perchè queste erano avverso alla 
fede, ai buoni costumi, e scandalose. Il re racc4>lse la sentenza 
del vescovo e dell'inquisitore e maqdò subito a tutti i i^ìrla- 
menti della Francia perchè la conservassero ne' loro rei;lstrì. 
Quello di Parigi volle pensarci fino al giugno prima di regi- 
strarla. 

Gerson ho detto che si trovava in quest'assemblea « anzi 
fu egli che trasse dal libro del cordigliere le nove proposizioni. 
Ebbene, Gerson andava d'accordo col cordigliere: discordavano 
n^li accidenti. Il frate non parlò del supremo principe, usando 
la. voce di tiranno, ma bensì d'un personaggio fellone al prìn-^ 
cipe, che per la sua levatura di stato non si lasciava raggiun- 
gere dalle leggi. In guisa che le sue proposizioni orano ecce- 
denti non per riverenza alla persona del sovrano, ma direi quasi 
per adulazione. Furibonde teoriche, che ponevano ad un loinpo 
In man di privato uomo il diritto di giudicare e di ucciderò un 
prepotente che egli chiamava tiranno. Ma lo scisma papaie aveva 
per cinquanta anni educate le menti a questa genernziono di 
pensieri ; e la ragione umana, assunta arbitra do' litigi di fatto, 
giudicò anche di quelli di dritto. Le università, e massimo la 
parigina, che informava il concilio di Gostanza, dio fuori aon- 
tenze assai ardite; e certo che né essa né il suo cancolllero 
Gerson erano tanto mondi di peccato da potere levare la pietra 
contro il frate Petit. Gerson alla presenza di Cario VI neiranno 
1405 recitò un sermone che a leggerìo fa paura. Incominciò 
col gridare per tre volte Vivai rex, ma tutl'altro che vita augu- 
rava al sovrano. In un secolo in cui anche ì misteri della fodn 
^ volevano tradurre alla percezione dei sensi con le rappre- 
sentanze drammatiche, le questioni di diritto erano trattate alla 
stessa guisa. Il cancelliere con una ipotiposi da retore metto 
sulla scena personificate la sedizione , la dissimulazione e la 
discrezione. La prima non é che il principio netto nett<; della 
occlsione del principe che diviene tiranno; la mcoutì^ é ìh 



— 366 — 

mula e cieca tolleranza di ogni oppressione; la terza è qaell2^ 
che oggi chiamerebbero alla francese il giusto mezzo. Questo 
giusto mezzo era il frutto della università , figlia del re (così 
la chiamava Gersón) e madre delle scienze. Ma la discrezione 
gersonlana non era poi tanto discreta. Questa faceva sapere a 
Carlo VI che il principe non sia punto il padrone di tutto 
il reame; e che come il veleno uccide V umano corpo, così 
la tirannia sia un veleno che spegne tutta la vita politica e 
regia. 

Secondo le teoriche del cancelliere, chi maciulla il popolo eoo 
ingiusti tributi e taglieggiamenti» e rompe il corso alla sapienza, 
è tiranno: chi per questi mali ribella, fa benissimo. A vedere poi 
quando un principe sia veramente tiranno, e sia giusto V infel- 
lonire, Gerson manda il privato cittadino pei filosofi , pei teo- 
logi, pei giureconsulti e gli uomini di santa vita, di naturale 
prudenza e di grande esperienza, perchè gli diano la risposta. 
Ma non dice Gerson come abbia da fare il cittadino per saper 
quali siano i veri filosofi e i veri santi ; questo silenzio con- 
durrebbe il cittadino o a starsene mtuo paziente o a dar d> 
pìglio ai pugnali da forsennato, e la questione non sarebbe ri- 
soluta. Se poi il principe non vuole stare a segno nella fede e 
nei costumi , il cancelliere non vuol tanti dottori consulenti ; 
dice che le leggi divine ed ecclesiastiche mettono in man del 
suddito il ferro e fuoco onde sterminare il tiranno. Quest'ana- 
lisi, com' è chiaro, metteva capo al principe sintetico della so- 
vranità dei popolo , come immediatamente investito di quel 
potere che trasmette al principe per ragione di amministra- 
zione; e di quel principio son contea ciascuno le orribili con- 
seguenze. 

Dopo questo sermone non trovo che Carlo VI desse segni 
di scontento: pensava al Vivat rex. La ragione dei tempi accor- 
ciava il vedere ai principi, prolungava quello dei professori. Gio- 
vanni Major, collega e buon amico di Gerson, ne disse di pia 
grosse nel suo Trattato delVautorità del concilio sopra al papa. 
Egli , demagogo nella ragione divina , doveva esserio di mille 
tanto più in quella umana , e senza uno scrupolo al monda 
mette in man del popolo la regia corona, il quale come la dà, 
la toglie per cause credute ragionevoli. Le stesse cose dice uà 
altro dottore , Jacobo Almoìa , nel suo Trattato dello Stato <? 
della Chiesa. Questi erano i dottori che andavano al concilio 
di Costanza e ne , moderavano le ragioni e fermarono i famoà 



— 567 — 

crefi ddla qaiDta sessione. Se costoro» dopo avere elsiborati 
d decreti , fossero venati nel seno deiraniversità a senno* 
re di economia politica alla gersoniana, non avrei ponto ma- 
rigliato ; dalla ragione ^vina si può prendere norma a di- 
)rrere della nmana: ma che dalla nmana ragione si voglia 
Bendere alla divina ed aggiogar questa a' destini delle umane 
ecalazioni, questo mi pare veramente troppo, e non so in- 
odere come nomini cooQdenti della dialettica ne lasciassero 
appare dal guscio V anima, dico la logica del senso comune, 
tocco di queste cose e passo, che non è mio scopo entrare 
adice delle opinioni di questi pubblicisti e combattere l loro 
rori. Ma a me basta che la loco esistenza chiarisca il lettore 
tomo airindole di quei tempi ed al perchè un concilio ecu- 
enico con le mani proprie nudasse le fondamenta della Chiesa, 
cendo onta alle invidiabili ragioni dei papato romano. Del cho 
I verrà certificato chi mi legge, trovei^ come i decreti della 
linta sessione non poggino sul criterio de'principii inconcussi 
ìe rendono Tuomo immobile sulla coscienza di una verità, ma 
attuavano sulla contingenza delle umane personalità in un 
lorale delirio di contradizioni. 

Innanzi ad uomini di questa tempera di convinzioni venno 
adotto Giovanni Petit o meglio la sua e Giustificazione del duca 
I Borgogna >, perchè era già morto. Dovevano giudicarne la 
3ttrina già condannata dai congregati sotto la presidenza del 
3SC0V0 di Parigi. II giudizio era assai spinoso e per la cosa 
per chi dava occasione a quegli esami, dico il duca di Bor- 
Dgna. Il re voleva che il concilio confermasse la condanna del 
nodo parigino, ma non voleva che il duca impennasse; ne avea 
lura. Costui teneva la Francia pel colio e lo fiiceva tremare. 
er la qual cosa, ad un avviso che ebbe da Borgogna di non 
)stituirsi parte nel giudizio costanziense , abbassò le velo e 
landò dicendo ai suoi legati al concilio di non agire in suo 
ome. Borgogna si guardava ; ma non voleva essere toccato. I 
iinistri regi deputati a questo negozio erano il vescovo di Car- 
issona con due dottori ; i ducali poi erano V arcivescovo di 
esangon, quello di Vienna nel Delfinato, ed il vescovo di Arras 
)n un dottore in diritto. Tre vescovi per difendere Tammaz- 
itore d'Orléans I Si guardavano minacciosi: Borgogna dio il 
ugnale della zuffa con una lettera che scrisse ai deputati della 
azione francese nel concilio e con altre due, Tuna al concilio, 
altra all' imperatore. Io recherò tra i documenti la prima «li 



— 568 — 

queste epìstole^ perchè rivela qaale parte prendesse ilBorgogo» 
negli »fTari del concilio intorno alla pacificazione della Chiesa. 
Il duca abborriva dal concilio, perchè ne temeva la condanna 
come ammazzatore deirOriéans. Bramava vederlo sciolto; perciò 
apriva un asilo ne'suoi Stati al ramingo pontefice: stando alla 
fede del monaco di S. Dionigi aveva fatto imprigionare i sino* 
dali messaggi che andavano a re Carlo; e'gli avevano imputate 
esi2iali macchinazioni contro la vita di Sigismondo, nel viaggia 
che era per fare a Nizza pel negozio della pace. Scriveva la 
prima lettera ai deputati della nazione francese, a di 15 mag- 
gio, quando Giovanni non era stato ancora deposto. Dice 
aver ricevute due loro lettere esortatrici a non dare rifugio a 
papa Giovanni nei suoi Stati, ed ove vi capitasse, a darlo in man 
del concilio; piange un po' pel differito negozio della unione, poi 
si scolpa. Ecco le sue parole: « Poiché si fu ritratto da Costanza 
il nostro signore, il medesimo per solenni messaggi mandò di- 
cendo a me, ignaro del come e perchè di quella ritirata, aver 
lui lasciata Costanza solamente per compiere le sue promesse, 
avendo in animo di recarsi a Nizza a fare la rinuncia cui si era 
obbligato nella sua cedola. Lascio alla vostra paternità pensare 
se io umilmente e riverentemente doveva accogliere que' mes- 
saggi e dar graziosa risposta a coloro che io riconósceva amba- 
sciatori del papa nostro santissimo padre, come tale tenuto e 
riconosciuto dalla Chiesa, non riprovato, non condannato, pro- 
mettendo di voler cedere il papato, di fare il possibile pel bene 
della unione della Chiesa. A mio parere, ciascun di voi, e fosse 
il più cauto, darebbe del matto a chi avesse detto non volere 
accogliere un papa stimato disposto ad ogni bene, massime con 
la speranza dì condurlo a cose migliori. Laonde risposi loro es- 
sere per accogliere ben volentieri e con piacere esso nostro si- 
gnore così bene intenzionato e trattarlo orrevolmente fino a che 
l'avesse durata nel buon proposito. > Dì poi confessa che, avendo 
risaputo dalle loro lettere come la ritirala del papa fosse stata 
clandestina e scandalosa e pregiudizievole alla unione della 
Chiesa, avea rimutato T animo suo versò papa Giovanni, e 
volersi unire a tutti i buoni principi cristiani ad ajutare il con- 
cilio nella estirpazione dello scisma. Pregava i deputati francesi 
a non prestar fede a certi nemici del suo onore che lo anda- 
vano infamando in Costanza in materia di fede , a cagione di 
una proposizione rapportata al delfino ed ai principi del sangue 
in una grande assemblea, nella quale dicevano falsamente essere 



errori coDlro la fede da lai approrsttì. Considera^^ro Ini c^^n> 
della gloriosissima casa di Francis, immacolata fino a quel tempii 
li ereticale bbe: cattolico il suo padre, e lui essere cosi strallo 
Illa fede da propugnarla anche col sangue da buon caTaliere. 
Velia proposizione anzidetta non a^er potuto approrare er^^rv 
deano, essendo la cosa al disopra del suo ìntelleda o non sa- 
jierae affatto. Badassero a discernere la vera dalla falsa pn^^xv 
azione del Petit, arendola ì suoi nemici falsata. Lui non a\ert' 
ifBdata al Petit che la sola ragione de'fattì: del sillogismo che 
38 fabbricò e del suo che vi potè porre lui non rispondere: che 
;e avesse anche alla lontano fiulato Terrore, non ravrobbi' certo 
ipprovato. Reietti e puniti venissero dal concilio coloro che gli 
lavano deirerotico; i quali sebbene mostrassero non mirare a 
lui, pure con la condanna della proposizione non facevano che 
iccendero nuovo fuoco di guerra nella Francia. Soggiacere cie- 
camente alle decisioni del concilio; rigettare quello che rigetle- 
rebbe: slessero però in guardia di coloro che biigiardamenle si 
idoperavano ingannare il concilio, facendo vedere corno la sa- 
lute della Francia dipendesse dalla condanna della pro|ìosiziono 
lei Petit; mentre in Francia nessuno pensava né curava di quello, 
eccetto coloro che muovevano quelle acque a conciliargli I odio 
del comune ed a tirare in perdizione la Francia. ,Lelta questa 
epistola, sì levarono quindi e quinci i regi! ed i ducali ministri, 
protestando a vicenda, a nome proprio, e chiedendo giustizia del 
concilio. 

L'altra lettera indiritta a Sigismondo recava la discolpa del 
Borgogna intorno alla macchinata uccisione del roge. Avevano 
rapportato al duca come Luigi di Baviera cognato di re (ìarlo VI 

10 avesse pubblicamente accusato di aver cospirato con Luigi 
duca di Aquitania, col delQno di Francia ed il conte di Savoja. 
di ammazzare Sigismondo nel viaggio che era por fare a Nizza. 

11 bavaro aveva gittatoin mezzo la mala voce, il duca d^Auidria 
Taveva raccolta e recata a Sigismondo. Borgogna da del calun- 
Qiatore ad entrambi, ed esclama: < Oh la nuova razza di mon- 
EOgnei Oh il plebeo modo di olTcnderei Impotente ad inipugnan; 
la spada, come è uso degli uomini generosi, dh di piglio all'arma 
della calunnia. > E con questo metro cessa la sanguinosa ac- 
nisa. Purgasi anche dell'avere imprigionati i messaggi andanti 
il re di Francia (quelli imprigionati e spogliati nel dueato di 
br dal De-la-Tour tutta cosa del Borgogna;. 

Trovavasi l'imperatore in un'assemblea d«lla nazione frauf 

Tami. Inquis. Voi. II. Ì7 



— 370 — 

cese quando gli Tennero recate queste lettere : erano presenti 
i due duchi, il bavaro e Taustriaco. Avvenne un fatto assai ri- 
dicolo. L'ingrato manifestò a questi Tepistola del Borgogna; idil 
bavaro impennò, chiedendo giustificarsi. Ma stretto V austriaco 
dair imperatore a rivelare onde «avesse risaputo della cospira- 
zione contro la sua vita, rispose netto averglielo detto il bavaro. 
Il bavaro gittò la cosa sniraustriaco, affermando averla risaputo 
da lui. Questi non tenne fermo e confessò come la cospiraziooe 
fosse stata ordita da papa Giovanni col Borgogna ed il contedi 
Savoja, e come avesse anche il pontefice spedito un suo came- 
riere al duca d'Aquitania per trarlo nella sua parte , essendo 
stato desiderio del Borgogna, tolto di mezzo il cesare, accogliere 
in Francia Giovanili e porlo sotto il patrocinio del delfino. Sigis- 
mondo dovette j cader dalla luna nell'udire queste ducali cod- 
'fessioni che toccavano la sua vita. Ma, rassicurato della falsità della 
cosa dalParcivescovo di Vienna, non andò oltre. Il Lenfont pensa 
acconciamente che questo vespaio era stato mosso dairAustria 
per intimorire il cesare e stornarlo dall'andata in Ispagna, indu- 
giare il negozio della unione e, sciolto il concilio, veder risorto 
Giovanni. 

Sigismondo voleva vedere recati a termine i negozi toccanti 
la fede innanzi muovere da Costanza per quello della unione. 
Lo disse in un' assemblea dei deputati delle nazioui tenuta a 
di 7 di giugno : e tosto levossi Gerson recante nelle mani una 
scritta in cui erano nove proposizioni del Petit con la condanna 
del vescovo parigino ; la presentò ai prelati , e venne letta da 
Bertoldo di Wildungen uditore di Rota. Chiedeva il cancelliere 
sulla cosa. Il vescovo di Arras gli andò incontro, affermando 
come la sentenza del vescovo di Parigi e dell'inquisitore fosse 
pregiudizievole all'onore del Borgogna: a nulla valere, avendo 
questi appellato all'apostolico seggio ed al concilio. Gerson in- 
stava venisse confermata dal concilio. L'Arras ratteneva i padri, 
persuadendoli a soprassedere a qualunque sentenza, tra perchè 
l'appellazione era stata sospesa, a non intorbidare l'affare della 
unione, e perchè tanto i procuratori regii quanto i ducali ave- 
vano il divieto dai loro signori di costituirsi parte in quel giu- 
dizio. Vennero lette le istruzioni, che erano tali, di re Carlo e 
di Borgogna, e fu soprasseduto. L'affare di Petit era assai sca- 
bro : i padri lo sentivano e s'indugiavano. 

Nella causa di Petit i padri andavano adagio, in quella dei 
salixtini (erano cosi chiamali quelli che volevano l'uso del ca- 




— n — 

ffWHfeK : ìmfiifiKKiiè $# 
a tracalmio Boffogu « dm «n tute ìmm^mi 
in dei BocnL Doneraio poism die. tojifiwtJo ìt cairn ilill» 
mf del popolo, che già Tawi iflemlo» polenDO tnMtof$ì ùi 
«i , mclie pia terrìbUi ddh nortè deJT Oriè«ia$ > le teom 
A Petit NoD <ficD che i padri per terrrai timori don^ìmiio 
0dar tiobre 11 deposto delb fede: m , salTO U dc^mi delfai 
irlecipaiioiìe del cafice dod necessatria alb salate eterna» po« 
mòo eoDoedere qulche cosa nella ragtone dl$dpKnan^. Ma 
oeslo Aco io dopo i btti , ed i padri operatano prima che 
Desti fossero aTvmoti. Adonqne a di 15 di giugno fU tenuta 
i dedmatena sessione, nella quale fa difBnilo iiHorno all'uso 
si calice, gii usurpato dai laici in molte parti* Dìraniìi-ano l 
idrì: • e Come in alcune regioni fossero certi temerari die af* 
maTano doTore il cristiano popolo ricevere il sacramento 
ella Eucaristìa sotto la doppia specie ; potere anche dopo la 
)na con le virande nello stomaco mangiare il pane eucarìstico 
bere il consacrato calice ; essere sacrìlego il costume della 
Uesa, che queste cose Yietava. |1 santo sinodo, tolto il parere 
i molti dottori, volendo premunire le anime de' fedeli da quoN 
errore, diffiniva e decretava: che sebbene Cristo abbia istituito 
1 amministrato TEucarìstia sotto la doppia spedo a' suol di- 
ìBpoW dopo la cena, toltavolta i sacri canoni ed il costume 
)lla Chiesa vietarono ai fedeli non digiuni la parlecipaaione di 
sd sacramento, eccettuato il caso dMnfermiUi o di altra ne- 
»8ità. Che sebbene ne' primi tempi della Chiesa usassero lutti 
fedeli ricevere TEucarestla sotto la doppia spedo , pure in 
recesso di tempo i soli sacerdoti bevvero il calice, lasciata la 
)la specie del pane ai laici : sotto la quale specie era ferma* 
lente a credersi esistente tutto il corpo di Cristo e perciò an- 
le il suo sangue. Che il ragionevole costume per tanti secoli 
da* santi padri osservato abbia forza di leggo • la quale non 
lecito rigettare senza Tautorità ddla Chiesa: l'affermare esser 
iella sacrilega ed illecita sia un errore , e coloro che »i osti- 
isserò a tenerìo dovessero essere confinati come eretici e 
ivemente puniti dalla ecsiesiastica e laicale balla. » 

Fu approvato con universale suffragio questo decreto e raf« 
rmato da altro, con cui sotto pena di scomunica vennero ob- 
ligati i vescovi a punire i violatori del medesimo, e di tra- 
irli in mano ddla potesti laicale. Stando sul negozll della 



— 572 — 

fede, i promotori del concilio chiesero si nomìDassero commis- 
sarii, ai quali venissero peculiarmente affidate, con piena balia 
di esaminare» le cause intorno alla fede, e di trarne giudicando 
finale sentenza. Vennero assunti a quest'officio quattro cardi- 
nali, rOrsini , il Gambrai , quelli di Firenze e d'Aquileia , con 
quattro deputati scelti da tiascuna nazione. Era questo un sacro 
maestrato, che doveva di continuo vigilare il deposito della 
fede e dei costumi, accorrere ovunque fosse minaccia di no- 
vella eresia, e senza distinzione dì persone ricisamen,te punire. 
Lasciavano però i padri agli antichi commissarii il negozio di 
Hus, che era in sul conchiudersi. 

Il decreto che creava questi commissarii trasse di nuovo 
in mezzo il negozio di Giovanni Petit. Tutti lo approvavano; 
ma al vescovo di Arras non piacque punto. Non voleva tra i 
commissarii il Gambrai, come persona sospetta al duca di Bor- 
gogna. Questo cardinale era tutta cosa del Gerson, di cui era 
stato maestro. Ghiese inoltre, che la sentenza del vescovo di 
Parigi e deirinquisitore venisse annullata dal concilio, e perchè 
la causa era stata recata al tribunale della Santa Sede, e per- 
chè le dannate proposizioni erano assai probabili e sostenute 
da moltissimi dottori: venisse imposto silenzio al Gerson ed al 
vescovo parigino ed anche una pena per le calunnie, onde 
aveva disonestato il nome del duca. Gonfessava però, lui non 
opporsi alla condanna della proposizione intorno alla lecita oc- 
cisione del tiranno, ma volere, che quella venisse ben dichia- 
rata dal concilio. L'Arras voleva cavare il Borgogna dal gine- 
prajo, in cui si era messo più con la difesa del Petit, che eoa 
lo stesso fatto dell'ammazzamento deirOrléans. 

Tra i deputati al concilio del duca erano gli abati delle pid 
potenti babie della Francia, quella di Gtuny e l'altra di Gistello. 
Andavano costoro più. rattenuti del vescovo di Arras, chiedevano 
un novello esame delle proposizioni del Petit, innanzi dichiarare 
anticanonica la sentenza dell'assemblea di Parigi : si esaminas- 
sero le dottrine, ma non si facesse parola dei loro autori e di- 
fensori, ponendo al coverto di ogni onta la fama del Borgogna e 
del morto Petit: si provvedesse anche all'onore dei denuncia- 
tori. E gli avvocati ed i giudici si trovavano innanzi ad un 
brullo guado. Condannare la dottrina del Petit era un dar del- 
l'eretico anche al Borgogna, poiché questi nella verità di qnell:^ 
proposizione aveva collocata tutta la giustiiìcazione del commesso 
omicidio ; e con un anatema sul capo, Dio sa a che altro s^-* 



nDDi Sem-Ritfin. M^ Owtó» VI 4kveri vVGjìvìA.^ ì^ $*»> jxi^tKV 
sui terreDd éàìà %2uesk, e ìk cxì^zm^ ^^:^;ìi \ì$^ \^^$^\\^ sS^i 
?m^ en osa IftVflBTBfcrf nipi>CR\ coòi^ i OAVJU;^fiK^>i ^jiik> 
insellati a gìoioà c&e pn^eourii^x ^u^55frJ^ iv.x^ |Vh^\:*^v^v 
perché il Bdrfxitt i^iirx fa xx^tisjiZoa «v>^\;i*.nv n ^iauA- 
Tano spessoL dniisenri&c^ leaifc«$;»Tii;\\ SI a ;l lit^ri^ 5U |yT^ 
sonale nemico òtl deca e iki PetiU Tv>teni rv^ìli $i u>xi;\^ix U 
caDcellìere era delia buioM de^ì Aral2^^c^ (\t iu ùtu \ti ^|xu^i^ 
freqaeoti niffe, che questi apfMccanQO coi lV>r^vuom la Ta^ 
rigi, se De andò io fiamine la casa di lui. e (xko stoUo .nucho 
a perdenri la nta. LWrras teneTa fronte al cancoilion' con un 
memoriale indirìlto ai padri, nel quale diaio^lrà oo talli Li lùuu^ 
cixia di Gerson col Borgogna e col IVtiU e a tutruoiuo .^tor- 
'Xa?asi di togliere dalle mani del concìlio la c;uK<a. cho ;» Ini 
(ttreva m^lio agitata presso la romana sedo. 

Più speditamente si procedeva contro Giovanni diins. Vo* 
levasi da Ini una ritrattazione» e non volova darla PosUnato 
boemo. I deputati del concilio che lo venivano ad ora ad wnx 
a visitare nella prigione lo trovavano un di più cl^o Taltn^ (onno 
nel proposito. Allora vennero per comandamcnlo del conci- 
lio dati pubblicamente alla fiamme tutti i suoi libri. Sporavano 
l'arsione di questi, quasi minaccia del rogo cho lo doveva hu lu 
oerire, gli avesse ammorbiditi gli spiriti. Nulla di (luoslo; chioso 
a scelta dei padri un confessore ; gli mandarono nn frale , il 
quale come afferma lo stesso Uus lo ascollò con molta doliH^xxu 
e cortesia^ gli dette Tassoluzione (lo dice llus), lo connlKliò alla 
ritrattazione, ma nulla gli prescrisse. Quoslc coso noi n^wnw^^' 
A di 1 luglio volle il concilio tentare le ultime vie a radilnrrn 
aUa verità Giovanni. Gli mandarono una soleimo dnpuUizlnnn, 
in cui erano due cardinali con altri prelati. CoHtoro unii olliu^ 
Bere da lui che una scritta, la quale recava : « Il timori) di 
offendere Iddio e di spergiurare impedirgli Tabiuni Anniì arti- 
coli recati contro di lui da falsi testimoni ; chiamar Dio Ua^lì ' 
nume del come non li avesse mai pre<licati nò HOAt^srinti ; <^)n« 
lessare, che alcuni articoli tolti da'suoi libri rechino qualche 
oosa di falso, detestarti ; ma non voleri! abiurane l4;iniMido di 
confessare cosa contro alla verìtii e le miMuw ìUìì^uìì im\t\ , 
tt potesse la sua voce farcii tanto ehiaramenli; nenllr^^ i\\mìUf 
^ menzogna e i saoi peccati iìa^ rivelarci n^i di m^UMwu ^4(11 
ritrattereUbd in faccia airooiverM uy^wU» (kIhì hUìUè dà tyWfm 



— 574 — 

Che avesse potato pensare. Consegnare queste cose alla scrit* 
tura di pieno suo volere e liberamente >. 

Queste parole chiarirono i padri della inefficacia de' loro 
sforzi a cansare il rigore delle leggi contro gli eretici ; alle 
quali si sarebbero tosto rivolti se la presenza di Carlo Maiatesta 
di Rimini, messaggiero di Gregorio XII, non li avesse tratti al 
negozio deirunione. 

Se ne stava Gregorio da due anni e mezzo in Rimini al- 
Tombra del Maiatesta, che lo riveriva pontefice. Aveva creati 
cardinali, avea ragunati sinodi, avea fatto il possibile per te- 
nersi in seggio: tuttavolta la sua obbedienza era assai sottile di 
numero. Più ragionevole e meno testardo del De Luna, si an- 
dava persuadendo, che bisognava scendere: ma voleva scendere 
con garbo e lasciarsi dopo opinione di uomo che avea sagrifl- 
cato il suo diritto al bene della Chiesa, anzi che di usurpato^ ' 
spodestato per forza di diritto. Deposto Giovanni dal concilio, 
che lo avea adorato vicario di Cristo, pensò questo essere il 
tempo di venire innanzi e cedere in modo da conseguire in- 
tento. Vedremo appresso come i Costanziensi gli lasciassero 
acconciare la bisogna con le mani proprie, per amor della pace. 
Era giunto in Costanza il di 16 di giugno, vigilia della XIV 
sessione, Carlo Maiatesta, signore di Rimini, deputato da Gre* 
gorio come suo procuratore a cedere la dignità papale. Se ne 
rallegrarono i padri, lo festeggiarono assai, sebbene il Mala* 
testa non recasse lettere al concilio, non riconosciuto da Gre- 
gorio, ma al solo imperatore. Le presentò: e visitati privatamente 
i deputati, annunziò a tutti che il Cerarlo avrebbe rinunciato 
il papato. 

Fino al dì quattordicesimo di luglio, in cui fu tenuta la 
decimaquarta sessione, i padri stettero pensando al come ca- 
varsi da un mal passo, a cui li stringea Gregorio. Costui non 
teneva per legittimo concilio il convento costanziense, perchè 
convocato da papa Giovanni suo emulo, né voleva cedere il 
papato in man di un cardinale creatura di Giovanni, presidente 
del concilio. Non contentarlo sarebbe stato un perdere la op- 
portunità di togliere di mezzo un antipapa dei due che erano; 
far presiedere al concilio altri che non fosse un vescovo, era 
un dar di cozzo ai canoni più vitali della ecclesiastica disciplina. 
Lo contentarono. Fu veramente una strana cosa questa sessione. 
Sigismondo vestito tutto all'imperiale, circondato dai principi 
che gli tenevano la spada, lo scettro, la corona ed il pomo e da 



— 575 — 

pinde AMillitQdiQe di banmi alla presena dei andìnuK di santa 
liiesa edi tatti i padri mosse dal suo seggio e andò a sedare in 
inolio del presidenlo della sinodo. L^imperalore in qnel di pnh 
ùedefa. Gli sedevano quindi e quinci ai lati Giovanni cardinale 
li RagBsa e Carlo Malatesta procuratori di Gregorio. Noiì si 
'jòlébrò messa, tacquero i divini uflfiiii, come se quello non fosso 
^ncilio, ma convenuto da dichiararsi tale. Fu invochilo (>erò lo 
Spirito Santo, ed il cardinale di Viviers orò per la {vaco. Allora 
:erto Giobbe Benner protonotaio di Lodovico conte (palatino 
renne fuori a l^gere due bolle di Gregorio XII» le quali a diro 
il vero mi sembrano assai barbaramente scritte: a stenti si la* 
sciano interpretare. Una di esse era indiriizata al cardinale di 
Ragusa, al patriarca di Costantinopoli, che non era presente, al- 
Tarcivescovo di Treviri, alFelettore palatino ed a Carlo Mala- 
testa: e recava la facoltà ai medesimi di convocare di nuovo il 
concilio, di dichiararlo ecumenico, a condizione però che non 
n assistesse Giovanni XXUI. L'altra era indirilta solo al Mala- 
testa, con cui Io dichiarava suo plenipotenziario a faro lutto che 
credesse opportuno pel bene della Chiesa. Come vennero lotte, 
il Malatesta commise al cardinale di Ragusa Tufflcio di convo- 
care il concilio. Àlzossi questi, e fatta .una diceria in lode di 
Gr^orio, in capo alla quale pose queste parole — Qui» oM hicf 
^ laudabimus eum: fecit enim mirabilia in vita sua — dichiarò 
k)Dvocato il concilio per la unione e pace della Chiortn e la 
estirpazione delPeresie^ Sali Tambone Tarcivescovo di Milano, ed 
^Tendo accettato a nome di tutti quella convocazlonei (luattro 
Sputali delle nazioni che gli erano appresso gridarono: IHacd; 
^ Placet gridò anche il cardinale d'Ostia a nome del sacro col- 
Qgio. Dichiarò unite le obbedienze di Giovanni XXIIl e di Gre- 
Torio XII ed annullati i processi e gli anatemi che si orano 
dnciati le due parti. Cosi fu fatta la pace. Allora il cardinale 
li Ragusa, lasciato il seggio che teneva, venne dal cardinale 
le'Conti condotto agli altri cardinali, e ricambiati gli abbracci 
^ i baci, venne messo a sedere tra quello di Firenze o Taqui- 
«iese. 

Gregorio eìAie tutto a suo modo: la nuova cfmyimzìom 
^ieva al concilio queir apparire continuazione (kl pii^rio, in 
Mii egli venne solennemente deposto. I padri riputavano ihpU'SH 
sacrificare al bene della Oiiesa Tapparonza (Jelie eirt^^riorì forrn/i, 
non oedendo potesse nuocere alla canonicili itegli alti anter/^ 
denti quella repentina cessazione del concilio e r^ifmnmiUff per 



— 576 — 

volontà di un antipapa. Certo che la dignità della Chiesa paU 
molto per quelle finte sembianze a contentare un antipapa, cui 
il gesuita Maimbourg dà spesso del buon uomo. Adunque come 
se allora incominciasse a tenersi il sinodo, andato via l'imperatore 
dal seggio di presidente, che occupò il cardinale di Ostia, il 
cardinale di Pisa celebrò messa: da capo s' invocò lo Spirito 
Santo, e il Malalesta lesse la bolla di Gregorio, con cui davagli 
facoltà di rinunciare il papato in suo nome. E qui il principe 
tentò appiccare un uncino, onde afferrarsi e portare in lungo 
la promessa rinuncia , chiedendo al concilio che ^i aspettasse 
resito delle conferenze di Nizza intorno all' antipapa De Lnoa, 
innanzi che Gregorio rinunciasse veramente. Ma Tarcivescovo di 
Milano a nome di tutti gli turò la bocca con un no. Dopo tatto 
quello che si era fatto per afferrare una rinuncia dalle roani 
del Corano sarebbe stato un farla da dabben uomini il lasciargli 
menar la barca al largo. 

Preparavano i padri con peculiari decreti la rinuncia del 
Corario. Erano tutti ad impedire, come era loro debito, la scap- 
pata di qualche altro antipapa, tolto il Corario. Statuirono, e lo 
avevano fatto anche quando deposero Giovanni, che non si an- 
dasse alla elezione deLpapa senza il consenso del concilio; al 
quale spettava la ordinazione del come e del quando di quella 
elezione, sospeso ogni altro diritto e privilegio. Perciò'^supplica- 
vano l'imperatore come loro difensore, a impedire lo scioglimento 
di quella adunanza innanzi si fosse creato il nuovo papa. E 
Sigismondo di rimando mise al bando dell' imperio chiunque si 
facesse con diretti o indirettimo di ad impedire la continuazione 
del concilio; l'imperiale editto venne letto dal vescovo di Cin- 
que-Chiese, suo vice-cancelliere. Approvarono tutti gli atti pon- 
tificali dì Gregorio ne' luoghi ove era stato riconosciuto ponte-^ 
flce, ove però non fossero opposti ai sacri canoni. A fare sempre 
più meno scontento il Corario fu anche dichiarato che il decreto 
il quale vietava una sua rielezione a pontefice non mirava ad 
alcuna sua inabilità, ma bensì al bene della Chiesa, che inten- 
àevasi procurare con quel mezzo: e che i sei cardinali da lui 
veali farebbero parte del sacro collegio indistintamente con gli 
jJtrì, provvedendo il concilio all'inconvenìenza del titolo o dia- 
conia che si^ trovavano avere ad un tempo due cardinali; tutti 
|)1 ufficiali àella corte di Gregorio ritenessero le loro dignità; 
e finalmente esso Gregorio dopo la rinuncia rimanesse cardinale 
di santa Chiesa e si godesse l'erario che possedeva. Queste cose 
in vari decreti. 



Così pftoto un Telo siil passato. ac<*onda!o :i\h nìivlio ì*;u 
TCDire di Gregorio, il Mabtesta Itvossi in Yh\\\ o somìoniN ^i 
padri so qoesto tema — Faaa csi cwn Anodo wwi/m/^^ì tw?/|. 
titB cceìestis — S'intende: l'angelo era il Corano. Hcilo Une ai 
discorso, andò a sedere in nn seggio letatissimo pi\'(^raUvi((i 
dai padri, e di là lesse la fomosa rinuncia: t lo Cario doi Ma^ 
latesta, vicario di Rimini e di altre terre, relton' dolla prtninda 
di Romagna , a nome del santissimo padre in Cristo Signon^ 
Gregorio per divina provvidenza papa XII, procuraton> gonorak^ 
della santa romana Chiesa e del santissimo papa signor nostro* 
monito di piena antorità , non costretto per forza , violonxa o 
errore, ma solamente per manifestare co'fatti con qnaiìta sin- 
cerità e zelo abbia caldeg^ata la anione dei cristiani inolia nnilà 
della santa madre Chiesa, liberamente ed espressanionto rinuncio 
io nome di Gregorio XII ad ogni diritto che ebbi od ho ora 
al pontificato, e lo rassegno alla presenza di Cristo o di qnosto 
universale concilio, che rappresenta la universale romana (Chio- 
sa. > L'arcivescovo di Milano accettava T anzidetta rinunzia In 
Dome del concilio; e mentre cantavasi por ispirituale allogrozzn 
il Te Deum, il Malatesta lasciava il seggio papale e nudoMsnno 
tra i signori assistenti alla sinodo. Non falli ni suo procurntoro 
il Corario; appena risaputo della compiuta sua dcptitnzionn, adu- 
nato il clero co'snoi cardinali, si spogliò di tutte lo insogno pa- 
pali, promettendo di non volerne più sapere, o per lettorn .s(Tltlo 
al concilio confermò tutto l'operato dai Malatesta. Lo forerò 
cardinale vescovo di Porto. 

Mandato con Dio il Corario, rimaneva con lo chiavi di nnn 
Pietro in mano il De Luna. Questi avea polsi più forti di Gni- 
Corìo, e capo assai duro. Lo cominciarono a tentare, l/arclve*- 
ecoio milanese lesse e sottopose al IHacel del concilio una ci- 
tazione all'antipapa Benedetto. Gli annnnziavano dapprima i pa- 
€3ri la rinuncia del Corario, e levavano a cielo quel fimtiWM 
sifluto; poi gli davano dieci di a pensare do[K> la citazioni;, m'/irn\ 
% quali, e non deposto il triregno, lo dichiararono m'Ànuìnlìm^ 
eretico, scandalo della Chiesa e già privati^ delia dignità i>a|^k 
ordinavano a tolti fedeli, fossero stali anche re ^d impi;radort, 
di negare a lui ed a' sooi snccessorì ogni s<iggezione. U MzUmì 
e rostiense risposero: Placet: ma ben altra coiia rin^i^indijfa II 
De Lana, iocapooìto a Caria da papa. 

Cosi floi la decimaqoarta w.mbvs rxm ottimo ^AiUf ^^r la 
unioDe della Chiesa: sì pre^ravano i padri alla ^Urcima/frjint», 

Tamb. Hfuii. ToL IL HH 



— 378 — 

in cui erasi per dare nua definitiva sentenza intorno a Giovanni 
d'Hus. Sigismondo prevedeva che glie l' avrebbero consegnato 
come incorreggibile da punirsi a norma delle leggi laicali; e 
sebbene fosse paratissimo a far il piacere del concilio» tutta- 
volta temeva sempre della commossa Boemia. Volle dare all'ere- 
tico un' ultima stretta per farlo rinsavire. Era il giorno 5 di 
luglio, e gli mandò quattro vescovi e que'due baroni boemi, 
Venceslao di Duba e Giovanni di Cblum , che lo avevano ac- 
compagnato a Costanza e lo amavano grandemente. Costoro il 
dimandarono in nome delFimperatore se egli volesse abiurare gli 
articoli che riconosceva come cosa sua, e se volesse qpn giura- 
mento affermare, non tenere la dottrina di quelli che non ri- 
conosceva per suoi e di consentire in tutto con la Chiesa. 
Rispose non dipartirsi dalla dichiarazione fatta nel giorno pri- 
mo di luglio. Ed in quel giorno venendo tratto di prigione Gio- 
vanni, a comparire innanzi ai commissari, Giovanni di Chlum 
che gli portava molto amore, e non voleva che per remissione 
di spirito fallisse a quello che credeva onor suo e della sua 
gente , con pietosi modi gli andò dicendo : « Maestro mio 
caro, io non sono uomo di lettere e capace di fornir consigli 
a voi cima di sapienza^ tuttavolta se vi sentite colpevole di 
qualche errore , di cui pubblicamente vi accusano , io vi prego 
a non farvi tenere dalla vergogna di ritrattarlo. Ma se vi sen- 
tite innocente, io vi esorto a durare ogni maniera di supplicii, 
non essendo bene rigettar la verità che possa sulle proprie 
convinzioni. > Alle quali parole Hus rispose andando tutto in 
lagrime : < Iddio è testimonio se io sia stato sempre e sia para- 
tissimo a ritrattarmi con tutta Tanima non appena che m' ab- 
biano convinto di alcuno errore coi documenti della Bibbia. > 
Povero Hus I la fede è un dono gratuito del Signore : ed egli 
non ne aveva più. Chiedeva convincersi colla Bibbia; ma la - 
fiducia neirautorità delle scritture non era la virtù della fede, . 
ma la infedeltà all'autorità della Chiesa. Il sagrifizio di una sot-- 
J;omessa ragione non si compie innanzi alla divinità de' libri^ 
santi, ma innanzi alla infallibilità di Dio stesso che parla suM 
labbro della Chiesa. Quei libri serrano la lettera che uccide, e£ 
lo spirito che vivifica: è mai possibile che possa conciliarsi la^ 
immobilità di una .mente che crede , con la mobilità di ud^ 
mente che fatica a sequestrare la lettera dallo spirito? Questcr 
sequestro è già fatto, non per umano artificio, ma per superna 
illuminazione, ed in quello è il deposito della fede. Questo tesoro 



— sni- 
di leritii MD è nf!N»itB, mi wnMTKto ^ mi^^tniK^ 4<^tai 
Cliiea seooodo le Ifigp ààìt ìnMìic^^ tA \ì <MM^ cìii^ im 
partecipa doq poò dbDwdbK esser cmrinUv peivl^ l;ii n^^tk^w 
£ questa Tenta dod è dibcnto oeiriimano ìiìt^UMIiCi èf< |vji<^ 
stori ddh Ctiiesa, ma »lo ìd qnelki di Dk\ nìm^iHl^rlA, ^ un 
chiamar Dìo slesso al trìbonate dei {mprio ciit^irHì ;ii rvi^kMr^ 
ragione delia saa aàooe. Per la (piai cci:» Hn$ ct\ù\)ova im 
impossìbile: ed il condilo che gli negata il chi^.^to m\n (^(vvn 
che ubbidire ad una le^^ che non era opera \Mh mano y\<»^i 
nomini. Necessaria avrertenia è qnesta. o letlon\ \M^tcM non 
pensi essere stati i padri irragionevolmente duri cm ìhx^ ne« 
gandogli cosa ehe a prima vista sembra giusta o facil«>. dico 
il convincerlo con la Bibbia alla mano. Adunque ;iiiovanni di 
Hns, che non aveva pib fede nella Chiesa , non \'ol(>ndo muo» 
vere dal proposito della propria sentenza, doveva dannnriil da 
essa Chiesa; e se era legge nel pubblico diritto che oolplva di 
pene i felloni airautorità ecclesiastica . questa doveva onnal 
raggiungere il testardo Boemo, e lo raggiunse dlfaltl con tutta 
la tremenda maestà della giustizia. 

Noi entriamo , o lettore , nella decimoquintn aoa»iono del 
concìlio di Costanza spettatori di un'lagrimovolo fatto, ti (fuale 
se ci metterà pietà per la terribile vista di una umana vita 
divorata dalle fiamme, non dovrà sconciarsi dalle noMlro mani, 
perchè è protetto dalle ali della giustizia, ó vegliato dal con- 
sesso degli uomini di que'tempi, il quale scriaso n auggnllù il 
volume del pubblico diritto. Forse potò fallire quol coliKiof^Ao , 
perchè traviate le menti nella visione del vero dirlllo, ma noi 
non possiamo giudicarlo nel solenne momento In cut la urfiann 
^nstizia nella flagranza dei fatti ferisco e \ìnnHti, La aciiro^ con 
coi questa tronca la vita del colpevole, /j una cjmmuumwA 
non un principio. In questo possiamo ragionare, non in qiif)ll«i 
perché nella conseguenza é necessità di chi aM^iiìm^ ; nel prUu 
d{H0 la libertà di cbi sancisr^. Giovanni d'HiH al r/fi^\HilUì (M 
concilio tradotto, nelle mani óeWìmpfr^UìrH ctie lo abbr od«, A 
ocdiocato nella conseguenza di ona Ui0%h7Àom ^ìk fatta: ^ffilod} 
la pietà della sua morte pad sgorgare alalia ra0(m^ /k) umirt 
tempi , da coi guardiaoio que^ fottt , mm mail d^tla ffi0Mm 
de' tempi snof. Strìngili per^V, leUofitr, alM» iMmort» di ^tt^h 
die ti ho detto inn:»raì inlofM »lla fsfjmfmti^ (M si^id^N 
potere. Ricorda eiie il cootifio, e««n« CM^m» nniif^v$l^ 0A ììì- 
falfibiie , iMoiste Mi mìtMht delk WkUs. MU M« ^ 4^ 



— 580 - 

costumi , e che nella bassa regione dei fatti sono gli QoniinL 
Se patirai scandalo, non ti volgere ai concilio, ma a questi. 
Miseri noi, clie dovunque muoviamo, ci lasciamo appresso Torma 
del peccalo I 

Una moltitudine incredìbile di popolo era accorsa nella cat- 
tedrale di Gostanza: voleva vedere come si punissero gli eretici. 
Sapevalo , perchè la ragione criminale del secolo era scolpita 
nella sua coscienza : voleva satollare i sensi di una terribile 
visione. Sigismondo co'suoi principi scandalizzati dalla proposi- 
zione di Petit, spaventati dai fatti di Borgogna, erano ai loro seggi, 
impazienti di struggere col fuoco la radice della prava dottrina. 
Il Viviers cardinale ostiense era presidente : cardinali e prelati 
quanti erano in Gostanza non si fecero aspettare. Un tristo mo- 
numento si levava a mezzo della chiesa, dal quale mi penso, 
che non avevano forza torcer gli occhi gli spettatori aspettanti 
un assai lugubre fatto. Era come un altissimo palco, sul quale 
giacevano vesti sacerdotali, da indossarsi da Giovanni, per istrap- 
pargliele dalla persona a simbolo di perduto sacerdozio. Dato 
principio alla messa, Tarcivescovò di Riga usci fuori per con- 
durre Hus dalla prigione al cospetto del concilio; e come non 
erano ancora finiti i santi misteri, tornato che fu, arrestò Gio- 
vanni alle porte della chiesa perchè la sua presenza non pro- 
fanasse il sacrifizio. Egli non vedeva; ma udì i supplicanti pa- 
dri cantare le litanie , V inno dello Spirito Santo ; e le parole 
del Vangelo scelto in quei di — Guardatevi .dai falsi pro- 
feti — dovettero andargli a mezzo del cuore, nunzie di vicina 
morte. 

Gompiuli i divini ufflzi, venne finalmente introdotto alla 
presenza dei padri , e difilato gli fecero salire V apparecchiato 
palco; cosi levato in alto, segno agli sguardi di tanto popolo, 
piegò la fronte ed orò. Quando Tuomo non sente più la paura 
della morte per fallita speranza di schivarla, avvegnaché ancora 
plasmato di ossa e di carne, s' insublima come uno spirito agli 
occhi di chi vive la vita. La contemplazione dei circostanti e 
la tacita preghiera delF eretico venne rotta dalla voce di un 
frate predicatore, il vescovo di Lodi, che, affacciatosi all'ambone, 
cominciò a sermonare al concilio recando innanzi queste pa- 
role dell'Apostolo: — Venga distrutto il corpo del peccato. — 
Se Paolo aveva scoccata questa sentenza allo spirito del pec- 
cato, il frate lo conficcò nel corpo del peccatore. Egli non ser- 
mone che per esortare l'imperatore a punire Hus, non dubi- 



— 581 — 

odo coochìodere la sacra diceria aàlitaodolo come tittima 
sàgnata dall'amana giustizia. 

Vi erano gli stemperati xelanti, ed a contenere questi credo 
le i padri facessero il decreto del silenzio; cosi ò intitolato 

decreto ctie Antonio vescom concordiense venne in mezzo 
leggere appena il lodigiano prelato ebbe finito V avventato 
«mone. Il sacrosanto concilio costanziense minaccia la pena 
ella scomunica latoe sententice e la prigionia di due mesi a 
lìinncpie osasse interrompere la sessione con inutili dispute , 
ssendo tutto già fermato il da farsi intorno ad Hus nelle con- 
regazioni preparatorie, ed a 'chiunque osasse turbarla con voci 

batter le mani ed i piedi. La minaccia coglie tutti, anche i 
escovì» i cardinali, i re e lo stesso imperatore. Questa minac- 
ia fatta anche all'imperatore fece impennare' il p. Maimbourg, 
he visse un tre secoli dopo il concilio. Trovò nel decreto del 
ilenzio una invasione della Chiesa nelle ragioni dei principi. 

Lenfant fa osservare che Timperatore, il quale aveva già ap- 
rovata la sentenza contro di Hus nelle congregazioni , non 
frebbe certo messo impedimento di sorta alla medesima nella 
obblica sessione, e che la minaccia della prigionia era messa 
al decreto col suo beneplacito per meglio contenere gr infe- 
iori. Si accorda però col Haimbourg gallicano intomo alle usur- 
azioni dei padri minaccianti scomuniche ed interdetti ai re 
ìobbedienti ai loro decreti. Ora io dico ad entrambi questi 
Nrittori, che se il concilio non poteva minacciare Timperatore 
i prigionia perchè non aveva il bargello ad imprigionare gli 
Qgusti, poteva e doveva su quelle teste incoronate far sentire 
) scroscio delle censure, ove non fossero stati al segno delle 
ose die toccavano Dio e la salute delle anime. Il concilio dìf- 
iDiente intomo alla fede, come diffioiva nella causa di Hus , 
Km Spendeva che da Dio e poteva e doveva ben dire airim- 
entore di star zitto, pena là scomunica. Non maraviglio del* 
Bgonotto, maraviglio del cattolico : é veramente ridicolo in 
n quel tenemmo per le ragioni regali a scapito di quelle della 



Imposto il silenzio, il promotore del concilio Errico de Firo 
lieie giustizia contro Giovanni d'Hus eretico convìnto. Gli tenne 
etro Bertoldo di Windongen uditore delle cause del palazzo 
losMteo, il quale incominciò a leggere gli articoli di Wicleff 
i eoDdaDoali e quelli di cui era stato accagionato Hus. L'esame 
i^esfimooi era fallo, le vie a raddurre il reo ad una ritratta^ 



— 58f — 

zioDe erano state tutte tentate, ed invano: quelle non erano dn 
forme di procedere e non altro, a dar le viste della legalità ^lla 
già preparata condanna; perciò fu interrotta la lezione e si ebbero 
per letti i rimanenti articoli. Giovanni voleva purgarsi» ma alla 
stessa guisa con cui aveva sempre risposto innanzi ai com« 
missariì del concilio. Per la qnal cosa il cardinale di Firenze 
gli ruppe la parola e commise agli uffiziali del concilio di farle 
tacere. Egli non doveva che ritrattare gli errori oppostigli : e 
sempre più si ostinava a difendersi, chiedendo esser convinto. 
Air impossibile i padri rispondevano col niego : e Giovanni, 
prendendo le sembianze di uomo oppresso dalla prepotenza 
del concilio, con le mani e gli occhi levati al cielo affidava a 
Dio la sua causa. 

Non essendo più altro a fare intorno alla condotta del 
processo, il vescovo di Concordia, a richiesta del promotore del 
concilio , lesse la sentezza, con la quale tutti i libri di Hos 
vennero dannati al fuoco ed il medesimo ad essere degradato 
e deposto dal sacerdozio, e conchiudevano : t Questa santa 
sinodo costanziense , vedendo che la chiesa di Dio non abbia 
più cosa a fare con Giovanni d' Hus, lo abbandona al giodizio 
del tribunale laicale. > Hus ascoltò genuflesso la sentenza; 
richiamò contro V arsione dei suoi libri, che disse ingiusta e 
perchè non lo avevano convinto degli errori che contenevano 
e perchè , ignorando i padri la lingua boema in cui li aveva 
scritti, non potevano trarre un giusto giudizio. Ma i suoi accu- 
satori boemi ed i molti dottori alemanni che erano al concilio 
seppero ben interpretarli da farne intendere il contenuto al 
concilio. Pretese anche cessare la taccia d' incorreggibile e di 
ostinato che gli avevano dato nella sentenza, e di nuovo prese 
Dio a testimone della sua innocenza e lo pregò a perdonare i 
suoi giudici accusatori. Intanto gli si appressò T arcivescovo di 
Milano con cinque altri vescovi deputati dal concilio alla sua 
degradazione, e gli fecero indossare tutte le vesti sacerdotali, e 
prendere nelle mani il calice come prete che fosse in punto 
di celebrare la messa. Era questa un assai trista cerimonia onde 
il sacerdote veniva cacciato per sempre dal santuario, perchè 
la balia laicale avesse potuto senza violare i canoni mettergli 
le mani addosso. Eppure Giovanni ne tolse argomento a chia- 
rire il popolo della forza dell' animo , che credeva arroccato 
nella coscienza della sua innocenza; imperocché neirindossare 
il camice, disse assai prontamente : « Anche al nostro Signore 



— 585 — 

Gesù Cristo fu fatta indossare una bianca veste per beffarsi 
di lui, quando Erode lo mandò a Pilato. > I vescovi lo trassero 
gHi dall'alto sgabello in cui era e, togliendogli dalle mani il 
ealice» dissero : e o maledetto Giuda che, disertato il concilio 
della pace, ti se'gittato a quello dei giudei, noi ti togliamo il 
calice che reca il sangue di Gesù Cristo. > Al che Giovanni 
rispose' con voce assai alta, e lui sperare dalla misericordia di 
Dio bevere in quello stesso di quel calice nel regno suo. > Cosi 
una dopo t* altra strappategli dalla persona le sue vesti con 
parole di riprovazione e sconciatagli la cherìcale tonsura , i 
vescovi gli posero sul capo altissima una mitra di carta che 
recava dipinti tre diavoli orribili a vedere e la parola eresiarca. 
Di che Giovanni non accorò punto , anzi con fronte assai 
serena raccomandò a Dìo il suo spirito e disse: portare quella 
corona di obbrobrio per amore di colui che ne aveva portata 
un'altra di spine. 

Chiusa la sessione, venne Giovanni abbandonato dal con- 
cilio in balia del l'impera tore, il quale commise all'elettore pala- 
tino vicario dell' impero a tenere le sue veci di avvocato della 
Chiesa ed a curare la pena da infliggere all'ostinato eresiarca. 
L' elettore lo nyse nelle mani del maestrato di Costanza, che 
pensò a tutto, ordinando ai bargelli ed al carnefice di abbru- 
ciare Giovanni vivo. Mosse costui al luogo del supplizio con 
incredibile tranquillità di spirito : gli andavano ai fianchi due 
uffiziali dell' elettore ; lo seguivano e lo precedavano due ser- 
genti di città. I principi dell' impero venivano dopo a capo di 
ben ottocento soldati, che a mala pena contenevano l' impeto 
dell' immenso popolo. Fecero passare il reo innanzi al palazzo 
irescovile, perchè vedesse bruciare i suoi libri : Giovanni vide e 
si beffò di quella arsione. Indi, vòlto al popolo, voleva persuaderlo 
in lingua tedesca, come non per peccato di eresia fosse con- 
dotto alla crudelissima morte, ma per odio de'suoi nemici, che 
Qon lo avevano potuto convincere. E giunto al cospetto del prepa- 
rato rogo, con molta pietà di modi cadde su le ginocchia e si 
mise a recitare qualche salmo, e ad ora ad ora. faceva udire 
({ueste parole — e o Signore Gesù, ti prenda pietà di me.... o Dio, 
Delle mani tue commetto lo spirito mio. > Le quali voci andarono 
a svegliare nell' animo del popolo affetti di compassione , e 
corse su le labbra di molti — < Dei fatti passati di questo 
uomo noi non sappiamo: certo che al presente fa delle assai 
belle preghiere.» — Chiese d*un confessore, e l'ebbe; ma come 



— 584 — 

costai lo richiese della ritrattazione de' saoi errori, disse boq 
avere mestieri di confessioDe, non provando il peso di alcuno 
peccato mortale. Volle per V ultima volta sermooare al popolo 
in favella tedesca , ma glielo impedi V elettore; e potè solo 
ringraziare le sue guardie del buon governo che gli avevano 
fatto, significando loro la speranza in cui moriva di andare a 
regnare ne' cieli con Cristo, pel Vangelo del quale pativa. Veone 
legato ad un palo ; intorno gli acconciarono le legna. Fuman 
nelle mani dei carnefice la face del micidiale incendio ; il po- 
polo contenuto dalle milizie, era un deserto intorno ad Hiu. 
Allora relettore palatino, accompagnato dal conte di OppenboD 
maresciallo deirimpero, si accostò al rogo, e dimandatogli per 
ultima volta se voleva ritrattarsi per campare la vita. Giovanili, 
infunato come era, con fermissima voce rispose < voioe 
fsqggellare col proprio sangue i suoi libri e le sue predicazioni 
jf^lle péfitberare le anime dalla tirannide del demonio. > AUon, 
rKrattosi reletto?è,~fu appiccato il fuoco; si levarono le fiamme; 
ed in poco d'ora, entrate nella bocca dell'eretico, gli tolsero b 
vita. 1 carnefici fecero a brani le abbrustolate sue carni , oa 
sperperarono il cuore; tutto, fino le vesti, fu ridotto in ceoere 
e gittate nel Reno, perchè ai presenti Boeroi non avanzasse 
reliquia del predicatore di Betlem. Ma , secondo recita Eoes 
Silvio Piccolomini, poi papa Pia II, questi si gittarono sul ter- 
reno ancor fumante della terribile arsione, e razzolando qualcbe 
po' di ceoere, la mandarono in patria, come cosa santa, ecdta* 
trice di ben altri incendii. 

L'eretico era morto , il popolo tornò a casa purgato dello 
scandalo delle sue dottrine; ma rimasero le menti dei filosofi 
attorno all'estinto rogo rattenute da pericolose idee, alle qaaii 
confortava la costanza dell'estinto ed il perchè del peccato onde 
Hus era stato bruciato. Dapprima gli animi non si arrestarono 
che alla fortissima tempera del suo spirito , con cui aveva af- 
frontata la cruda morte del fuoco. Il Piccolomini, futuro pon- 
tefice, toccando la uccisione di Giovanni d'Hus e di Girolamo 
da Praga, non potè tenersi dal maravigliare della loro forza nel 
..supplicio. < Entrambi, egli dice, con animo costante sopporta* 
<rono la morte ed incontrarono il fuoco, quasi convitali a bao* 
chetto, non dando pure una voce che dess* indizio d'infralito 
aifimo. E messi ad ardere, incominciarono a cantare un ìddo> 
che non fu potuto superare dallo strepito delle fiamme. È voce 
che non fosse stato alcuno de' filosofi che avesse affrontata la 



— 585 — 

lorte* eoo qaella Tigoria di animo con cui qaesli dararono il 
loco. > 

I coe?ì maravigliarono; quelli che vennero dopo, alla ma- 
iviglia aggiunsero il giudizio, vario secondo la sentenza che 
scavano io fallo di religione, per cui Hus fu mandalo a morte, 
protestanti gridarono contro al concilio violatore del diritto 
elle genti: essi muovono dal violato salvocondolto e logica - 
lente si trovano a fronte di un ingiusto tribunale. I cattolici, 
imostrato che non vi fu violazione di salvocondolto , trovano 
iastaUa sentenza, giusta la pena. Giò fatto, tacciono. Ma ad uno 
lorìco non basta questo. Égli deve trarre Hus ed il concilio 
lel pacifico terreno di un esame nel quale la morale estima- 
tone degli uomini e de' loro rapporti coi tempi in cui vive- 
vo, devono liberamente sgorgare dalla mente delFosservatore. 

Erano tempi guasti quelli che correvano, e bisognava rifor- 
nare la Chiesa. Due forze spingevano a questa riforma: quella 
(Opranaturale, ossia la virtù divina, che veglia alla indefettibi- 
lità della Chiesa; e la forza naturale , cioè qnella che emanava 
falla pubblica coscienza. La religione non è solamente una 
legge, ma anche un bisogno: la critica umana potrà agitare la 
SQperflcie del dogma, ma non mai turbarne il fondo, guardato 
gelosamente dai cuori, che hanno la necessità di amare, di te- 
mere, di sperare. Se il clero infermava ne' suoi costumi, come 
infermava al secolo XV, e per cagion dello scisma non si ve- 
dera mano che si stendesse a curarlo, quella coscienza pubblica, 
apponto perchè tenera di religione, gridò riforma. WiclcJT, llus, 
Girolamo da Praga se ne impossessarono e la rappresentarono 
S6Dz'alcun loro dritto e nel loro individuo adunarono la gloria 
ed i pericoli di quella rappresentanza. Si assembrarono i padri 
> Costanza per riformare la Chiesa. Il concilio, spinto dal de- 
trito del sovranaturale ministero, si mise a curare la riforma : 
na, nel porsi all'opera, più della malvagità degli abusi ebbe a 
combattere un censore di questi stessi abusi che voleva emu^ 
Mo nel difficile ufficio , cioè la eresia universitaria. Difficile 
Beo, e dico poco: perchè Tistesso concilio se fu infallibile nella 
leflnizione di fede , non potè impedire che gli uomini di cui 
i componeva non fallissero cit'ca cose non delìnibili; io parlo 
telle teorie gersoniane. Più difficile era in mano di uomini 
rivali: ed infatti Hus, per riformare la Chiesa, la mandò tutta 
ì perdizione. Adunque Hus al cospetto del concilio non fra 
olaroente un eretico, ma un uomo che recava nel seno le osi- 

Tamb. Inqnis. Voi. II. 49 



— 386 — 

genze della pubblica coscienza intorno al guavSto dei chérìci e 
cbe contendeva col concilio, cercando usurpare il ministero di 
curarlo. 11 concìlio era il potere della Chiesa, Hus attribuiva a 
sé il potere della pubblica coscienza. Queste due forze Tanno 
d'accordo, per comunanza di scopo si ajutano a vicenda, quando 
è in equilibrio la loro vigilanza nella esclusione del male. Ha 
guai se la seconda usurpa le ragioni della prima; questa, snrb 
che sia a combatterla, la troverà cosi oslmata e superba, che 
non potrà riconquistare il proprio se non scacciando Temute: 
nella morte di questa è la sua vita. È questa una legge di eco- 
nomia sociale cbe ha vigore in ogni compagnia, massime io 
quella della Chiesa: ed a questa ubbidirono i padri di Costanza 
nella condanna di Hus. Ario , Nestorio , dannati dai concilii , 
recavano su la fronte il solo marchio dall'anatema dogmatico; 
Hus recava anche quello dell'anatema sociale. 

Ma se il concilio, per avere incontrata emula nel negozio 
della riforma la pubblica coscienza, la quale usurpato aveva 
dritti non suoi, dovette necessariamente condannare Giovanni, 
Giovanni dalla personificazione appunto di quella coscienza che 
si arrogava attinse l'ardire nella crudelissima morte. Egli po- 
teva campare la morte ritrattando i suoi errori, e noi fece. 
Quale fu la forza che domò in lui l'istinto della vita? Se lo 
domandiamo ad un protestante, dirà che sia stata quella virtà 
sopranaturale che sorreggeva i primi martiri della Chiesa a 
durare i supplicii. Se ad un cattolico che non guardi alla pe- 
culiare ragione dei tempi, dirà che è slata libidine di umaDa 
gloria, l'orgoglio. Ma un razionalista non poteva vivificarsi della 
fede dei martiri; ma l'ambizione di gloria sostenne sola nei 
tormenti il predicatore di Betlem, che era eretico e riformatore 
ad un tempo. Hus attinse eziandio la forza dalla pubblica co- 
scienza. Questa allorché si leva all'altezza di un principio e ne 
acquista la temperie, fosse anche falsata ed ingiusta nelle pre- 
tensioni sue, com'era in Hus, aggioga l' individuo con la potestà 
della legge. Se il principio della riforma per conservare la reli- 
gione era santo e però oggettivamente divino , si guastò nel' 
l'uomo, che superbo malamente logicava, e fu soggettivamente 
pessimo. Ma la sua trasformazione avvenne dopo che aveva 
spiegala la sua forza nel cuore dell'uomo. Al suo impulso l'uo- 
mo si avviò pel sentiero di una abnegazione» (che peraltro non 
fu mai veramente cristiana, mentre lo spirito non era soggetto 
alla Chiesa), errò nell'operare quel principio, lo falsò, ma non 



— 587 — 

)tè falsare b eflBcacia deirirapalso onde ood cor^gio incontrò 
morte. Qoindi in Hos deploriamo Teretìco goastalore di nn 
incipio al cospetto dei concilio » e y^amo ad un tempo 
la meravigliosa audacia e costanza al cospetto del rogo. Que- 
I personale dualità è figlia della daalità del principio della 
forma, oggettivamente buono neiPeducare Tuomo alfabnega- 
)ne, soggettivamente malo per la depravazione di chi lo ragie* 
Lva. Hos lasciò in retaggio Tesame de' suoi errori ai teologi , 
principio alla storia. 

Se noi abbiamo in noi stessi delle leggi alle quali age* 
ilmente obbediamo, come quella della conservazione propria, 
mo anche leggi estrinseche le quali possono venire in colli* 
Dne delle intrinseche e vincerie. Noi siamo liberi e possiamo 
egliere tra la legge dell'individuo e quella dell'universale. 
Desta ha anche le sue attrattive , e il suo adempimento è 
eondo di una squisita voluttà : ma, per farsi abbracciare, va 
presentarsi all'uomo nella parte sua psicologica; là, essa 
nega i tesori della sua bellezza , là lo innamora , là, a mo' 
i dire , si marita a lui ; e quando l' uomo plastico chiede le 
le ragioni all' uomo dello spirito e gli ricorda la legge della 
roprìa conservazione , egli risponde essere stato vinto da 
D'altra legge più potente ed incontra con fortezza il rogo 
le mannaie. Fortezza che a santificarsi è mestieri vada con- 
iDDta con l'umile soggezione ai voleri di Dio e la obbedienza 
i progetti della Chiesa ; senza di che , è solo ostinazione ed 
rgoglio. 

Mara vigneremo forse della crudele legislazione che depu* 
va al fuoco gli eretici e dell'apparente poca mitezza della 
lùesa che abbandonò a quella l'indomabile predicatore di Bet* 
m. Ma la maraviglia è sempre sintetica , perché frutto della 
itoizione di un complesso che si lascia vedere e non dà tempo 
ragionare. L' analisi è il farmaco più efficace a sanarci dal 
ale di una inordinata maraviglia. 

La pena che s'infligge al colpevole ritrae la sua gravità da 
la doppia fonte : dalla maggiore o minore malizia della colpa, 
dalla soggettiva estimazione della virtù cui si contrappone 
tio colpevole. Cosi vediamo ascendere la gradazione delle pene 
io a quella di morte, secondo la natura del delitto; e vediamo 
noe una colpa la quale presso di un popolo ed in nn certo 
npo attinge 1' ultimo grado della penalità , in altro tempo o 
esso altro popolo sia lievemente pnnita. Questa varietà dì 



— 588 — 

giadizio dipende dalla varia estimazione che si ha della virUi 
coi si contrappone. L'oggetto della fede del XV secolo era 
estimato sopra ogni altra cosa, anzi non pativa paragone con 
altro. Quindi Tabbominio di ciò che osteggiava qaeiroggetto a 
manomettere la fede doveva manifestarsi coi modi più cradi 
di distruzione. La morte» e quella del fuoco. Non era il diritto 
umano quello che informava la legislazione penale contro gli 
eretici, ma il diritto divino. Lt) forza del diritto divino andò 
scemando con la fede: e siamo venuti in tempi in cui Teresia, 
fulminata spiritualmente dalla Chiesa, impunemente se ne stia 
negli Stati laicali , ove però non turbi la ragione politica. Un 
tempo Teresia poteva accendere il fuoco di una guerra di reli- 
gione; oggi alla eresia risponde la indifferenza dei popoli. Questo 
è un certo indizio della fede, ancor viva nel santuario delle 
coscienze, ma spenta al lutto in quello delle leggi civili. Ma 
neUempi d'Hus la fede era ancora viva nelle coscienze e nella 
civile legislazione , ed un concilio ecumenico , depositario del 
diritto divino , non poteva senza contradizione togliergli dalle 
mani Timperio onde governava quello delle genti perchè fosse 
più mite la punizione degli eretici. Che è mai questo che io 
chiamo imperio del divino diritto, se non Pimmediato contatto 
della ragion di Dio, dispensatore della vita e della morte, cod 
la colpabilità umana? Questo immediato contatto esclude il ra- 
gionamento del pubblicista; non può giudicarsi dalFuomo: perciò 
se i giudici potevano sindacarsi intorno alla esistenza della colpa, 
non mai potevano intorno 'airapplicazione della pena. La fiamma 
che divorava gli eretici è quella del fulmine che posa ai piedi 
(li Dio ed aspetta il suo cenno a prorompere. Anche gli eretici 
la pensavano cosi; e se Io seppe quello sciagurato di Michele 
Servolo, eretico arso vivo per comandamento di Calvino. Noi 
certo non avremmo maravigliato se i padri di Costanza fossero 
slati presenti alParsione di un martire di Gesù Cristo; la fed^ 
confessata con la morte di un cristiano non solo onestava, m^ 
santificava la non mite visione di un uomo divorato dalle fiamme- 
fi neppure dovremo maravigliare dell'avere approvata e vedala 
Tarsìone di Hus: la fede propugnata e difesa con la uccisione 
dell'eretico onestava anche la non mite visione. Lettore, notx 
vorrei che ora maravigliassi di me. Lo storico non crea i pria' 
cipii, egli non fa che rivelare i rapporti che questi hanno coti 
le conseguenze: perciò risponderò della logica dei fatti, non ma* 
ài quella dei principii. Adunque il concilio, l'imperatore e Gio^ 



1 1 traa fUto cii^ r b i èi» » ^ > D wMi>ijaik ^i ^à ^W » 
ad n leapo Mie buI ^^CMtmAmii c^M^Oki if fMiK«MMk 
e in a posare wila slcrà si di m kfìM fimdMV^MK^ i^ <ii ^mii* 
maestia coi pMfld dwiiMiiti di qm i^^m c)^ \>wh>ji ^ ^H^ 
di OD ioteUelto cbe combatte. 

Ed io Doo mi sra fitto che ^qpc^bMf^ iti qii^nK^ ^i^'rì^^;^^^ 
alcuni ortodossi; che se doi^essi e^4enMind il ^lutUK^ mi^v xi^m^ 
ratore della fede, non esiterei a dichianire Hii^ uvurttv^ ^ \\\\<\\\\ 
che fecero eseg[Qire la seotenia cameAcì. 

CoDchiQso il negozio della fede intorno »d Hu^ l (v^drl a( 
volsero a quello deiruoione. Papa non orsi piii« \^x\'\\\^ do|Hv^lo. 
TaDtipapa Gregorio neppure, perclu^ aveva cottnto; rhnAUovti un 
solo antipapa, Benedetto XUK Svellere costui M m^^ìw \m\ \M 
ficiie, vi voleva la scure. TuUavolta i |>ai1rl vollcrt) notfOKlnio 
Erasi già fermato che Pimperatore androbbo a Nikk» ti Ir^illtMo 
col De Luna della cessione, e speravnsl che, Ir» poi tlnuHo «ho 
poteva incutergli il processo di Giovanni o lo HponuiHM din uh 
potevano dare le miti accoglienze fatte al codonto (Irniiorlo, Mo' 
Qedetto piegassesi al loro piacere. SlgiHinondo. tutto koIu por lii 
qnione, voleva muovere: i padri provvidero pnrchA Iucommmo ì\ 
sicuro e felice porto. Nella sedicesima e duciniHMoltlmii hdmnIimim 
QOD si occuparono che di Sigismondo, » munirlo di tninporitll 
e spirituali conforti. 

Vennero scelti quattro vescovi ed alcuni dottori, ctii) dovi* 
vano accompagnare Sigismondo in quel vI^kkIo, ni quiill II 
concilio die pieni poteri di trattare c^)l IM Luna UiUnun nìU^ 
coDdiziooi della sua cessione. I^ C4)\fk (Utììéi mrìHnm UiéxuuU 
h deposizione di Giovanni e la rinuncia di llfétumìéf lurono /ImUi 
all'imperatore da recare al De I^na^ perette Vétnémi/io tM éU 
posto e dei cedente lo Ueen^ero rìunA^irn, K ad HÌMU$rUh ^>/o 
ispeciale decreto crearooo il (/erario 'k^no dH ^>/IMo fU^4$f 
^li, perpetuo legai/i a UU/re uhìU V^wa tVht^/tUH ; vM ^H 
fero plenaria assolozK^rie ^k$^% atti ille^ti t^ i{//t^i>^/ ^UW'^ 
propria otitedieoza; rM;Urof^> %utM '4% \^ìi$^Asn ^i ^i U^U^ ^i 
bario per qneiii iij giodizicu: io wj^ t^r^jh^ i^ tH4$m^i% i^ir$^ 
mooio e dif&ità w U^jfsfo Wi imu// fi^i^f. ^^z i^ t^^ié^ ^4 

roQo divìBe ec ctjxmh: rie >vteautsd^ y4^'4^ ^v^t^>^4^ \^ 
che i kafi inn.* orT^istiv U^xA^ Vfsw^ a m(^fi0/4^ fiM^y^^ 
Aveia wtefe* ^homiAv ^;^ifit]^ii^ > iifUk^tMf^ W ^j$^éf. 



— 590 — 

av?enaÌo ai messaggi sinodali che andarono in Frafncia; rìcor- 
davasi di quelle dicerìe sparse dal duca d'Aastrìa intomo alte 
macchinazioni del Borgogna contro la saa vita. Anzi afifer- 
mano molti che quel malandrino delPAustrìaco aveva già pre- 
perata la festa a Perpignano» voglio dire che vi teneva * gente 
per mandarlo via da qnesta misera terra. Ciò non sapeva Pimpe- 
ratore, ma le altre cose sapeva. Accorsero i padri a tuierame 
la persona ; il patriarca lesse dall'" ambone un decreto con cai 
si lanciavano scomuniche ipso facto e si minacciava anche la 
deposizione ai re che avessero inquietato o impedito il viaggio 
air imperatore. Ed a mostrare che dicevano davvero » i padri 
avevano già spedita bolla ai vescovi di Parigi» di Metz, di Tool 
e di S. Paolo di Leone , ordinando loro di fare una rigorosa 
giustizia» usando del bi*accio secolare contro coloro che avevano 
dato addosso e spogliati i messaggi sinodali al re di Francia. 
Si volsero finalmente a Dio. Come si die fine alle litanìe dei 
santi , nella decimasettima sessione , Sigismondo andò a porsi 
ginocchioni innanzi air altare, accompagnato da due cardinali, 
quel di Lodi e TOrsino, scoverto il capo, senza il manto impe- 
riale, umili le sembianze. Da capo si tornò a supplicare i santi: 
e là dove si prega per la Chiesa levossi il presidente cardinale 
d'Ostia e per tre volte raccomandò a Dio la Chiesa con Telette 
imperatore , perchè Io avesse diretto nel viaggio , difeso dai 
visibili e dagrinvisibili nemici, e Io avesse sano e salvo tornato 
al concilio; e per tre volte V universo convento rispose — le 
ne preghiamo, ci esaudisci. — Finalmente, dette altre preghiere 
dairostiense, Sigismondo andò a sedere. Non contenti di questo, 
i padri fermarono con decreto che , lontano V imperatore , in 
ciascuna domenica si celebrasse messa pontificale , si andasse 
in processione pel felice esito del suo viaggio , e si avessero 
indulgenze i preti celebranti ed i fedeli oranti per questo 
negozio. 

Partito che fu l'augusto, nella prima processione che fecero 
i padri pel felice suo viaggio, Gerson li arringò. Costui era 
dotto: ma non so come i Costanziensi lo licenziassero tanto a 
farla da dottore. Aveva preparati i decreti della quinta sessione, 
meglio n'era stato l'autore, ne aveva raccolti i frutti : lene- 
vasi in punto di maestro. Li volle rinfrescare, e per preparare 
gli animi ad un possibile processo da fabbricarsi addosso ai 
testardo De Luna e per tenere giù le leste dei cardinali. Il suo 
discorso è orribile a vedere per le distinzioni e suddistinzioni 



:oo cm rha trinciato, ma se ne cava il netto. Ribadisce il detto 
Dtorno air infollibìle anlorìtà che ha il concilio sul pontefice. 
Diorno al diritto che ha di deporlo ove manifestamente scan- 
blìiaù la Chiesa, e va dicendo. Nulla di nuovo. Non posso 
lerò tenermi dal recare in volgare un brano di questo sermone, 
attento , lettore. — < Il concilio generale può per legittima 
lutorità prendere informazione delle discordie e guerre tra i 
prìncipi cristiani, che incrudeliscono a rovina di tutta la cri- 
stianità ed a penlizione delle anime e dei corpi vietando loro 
e ^e di fatto e costriogendoli con le ecclesiastiche censure a 
>orsi per la via del diritto e della ragione. Questa norma ha 
lato il serenissimo re de' Romani sempre augusto, il quale, 
Limanzi muovere dal condiio al luogo del convegno col re di 
^iragona e Pietro De Luna, tenne ai deputati un discorso che 
è un tesoro di religione e di cristiana pietà, il quale ho io 
ascoltato con queste orecchie non senza una devota compun- 
zloDe di cuore. Espose in quello essere suo proposito , dopo 
sedato lo scisma, di adoperarsi a pacificare i re di Francia e 
dlogbilterra, usando Tautorità pel presente concilio. Parlò della 
pacificazione dei re di Polonia coi Ruteni, indi della spedizione 
a Gerusalemme. E trovò la norma e il fondamento di queste 
paci nel condurre entrambe le parti a sommettersi al generale 
coDcilio ed alia sua difiioizione, alla quale autorità lo stesso 
re, come aveva molte volte innanzi protestato prendendo Dio' 
in testimone, voleva e doveva soggiacere: e ciò a perpetuo 
^mpio di ogni laicale sovrano cattolico. > —Ecco come la pen- 
savano i dottori nel XV secolo, ed ecco come il cancelliere, il 
quale se fosse stato ai tempi di Filippo il Bello , lo avrebbe 
COD la parola e con le scritture sorretto a fronte del magnanimo 
Bonifazio Vili , autore della famosa Bolla Unam , sanctam. 
Gerson, che aveva vedemmiato colle mani e coi piedi il romano 
papato, che lo aveva inabissato nel diritto ecclesiastico , senza 
avvedersene lo va a collocare in cima del diritto civile e gliene 
affida i destini. Egli parlava di concilio supremo giudice delle 
<MQtroversie dei principi laicali e non di papa. Ma nel ricono- 
^re quella supremazia nella Chiesa doveva riconoscerla anello 
M pontefice. Il concilio finiva, rimaneva il papa: e quel papa 
<^heera stato soggetto in casa propria, dico nella Chiesa, andava 
^ comandare in casa altrui , dico negli Stati laicali. Quanto 
Compiango le logiche torture cui assoggettavano la ragione 
^Qesti gallicani I Essi credono trionfare nelle fazionate conse- 



V 



(^ueoze ebe tirano dai prìneipio cattolico ; ma questo 
dà loro il tratto e li trascina da dectiì là dofe ad oedu 
fico sì sarelibero pare accostati* 

Ma né i prìncipi né i popoli fole?ailo (nq slare agli eode 
siastici gfiudizii. E per questo i padri credettero con ana lettera 
andare incontro alle fané della Boemia, che temevano non a 
levasse in tumulto airannunzio della morte di Hus. Essi chiu- 
sero pfelosamento questo fatto nella ragion divina e speravaoo 
che i Boemi dovessero chinarle innanzi la fronte. Andarono com- 
memorando le pestilenti dottrine di Wicleff tante volte condan- 
nate dalla Chiesa e dalle università; parlarono de' suoi seguaci 
IIus, Girolamo da Praga, scelleratissimi uomini, di cui avevano 
libeniia la Boemia, perché sotto il velame della fede non aves- 
nero tratti in inganno i semplici. Toccano del lungo esaminare 
che avevano fatto delie opinioni ussite, della interezza ed one- 
stà dei testimoni, e della invenzione degli errori che in quelle 
covavano. Fan sapere come Hus avesse confessati molti di que- 
sllp non avesse voluto ritrattarli, e che per questo lo avevano 
abbandonato alla balia laicale, la quale lo dannò nella vita. Lo- 
davano il zelo del vescovo di Litomlssel recatore di quelle let- 
tere, alla solerzia del quale andava debitore il concilio della 
scoverta eresia , e da ullimo esortano i popoli di Boemia e di 
Moravia a svellere la zizzania dal campo del Signore, pena a 
chi noi facesse, oltre la divina vendetta, le censure del con- 
cilio. Io recherò Ira i documenti questa lettera dei Gostan- 
zlonsi: ò bene che vegga il lettore come, in faccia ai pericoli 
«Il un reame die certamente era per infellonire a Dio ed al 
principe, non discesero, per umane cautele, dalPalte^za in cui 
si sentivano locati dalla coscienza di un'.adempiuta giustizia. 
In quella ò ancora tutta la virtù del maestrato che guarda h 
vittima della sua giustizia con la scure in mano e non teme. 
Vedremo come i Boemi entrassero nel campo del Signore 
non a svellerò la zizzania , ma a porlo in miserando soq- 
iiuadro. 

Nello scorso febbrajo in una congregazione dei deputati 
delle nazioni apparvero gli ambasciatori del reame di Svezia , 
Danimarca e Norvegia, deputati dalla loro gente ad ottenere dil 
concìlio la canonizzazione di Brigida, nata di regio sangue , e 
fiirnos;! iH»r la pietà della sua vita, e le rivelazioni che scrisse. 
i;:iM'Ya già messii nel catalogo dei santi Bonifacio IX nel ISSI: 
uui ^'ti Svedesi non eran contenti, le dubbiezze dello scisma 



—.595 - 

X)tevaQO far dubitare della papale sentenza. Giovanni, che er> 
incora papa, canonizzò di nuovo la santa. Ora non essendo 
[>iù papa, tornarono an'altra volta gli ambasciatori di Svezia a 
chiedere la canonizzazione di due loro vescovi e di nn frale 
igosUniano. La chiesero al concilio , ed il concilio non volle 
farla. Gerson lo mise in gaardia, scrivendo il trattato De prò- 
iaiicme spiHtuum. Ed ecco on'altra crollata al mèdio evo. Io non 
lieo che sia bene lasciare correre il volga appresso alle visioni 
li menti infermi ed ai miracoli dei ciurmadori, ma nel casti • 
pre questa tendenza deile umani menti al sopranaturale bi- 
sc^na andar molto adagio. Non so se stiano in paradiso tutti 
quelli che si dissero santi in tempi barbari, né so che siano tutti 
veri miracoli quelli che son recitati nelle antiche leggende. Ma 
so bensi che la moltitudine di quei santi e di quei miracoli 
accennarono atrindole d'una generazione di uomini somma- 
mente credente, e che anche nelFaberrazione delle rozze fan- 
ta^e rivelavano Tinsaziabile bisogno del sopranaturale. Questa 
rivelazione è quella che consiglia ad andare con garbo a svel- 
lere la brutta pianta della superstizioite. L' errore de* popoli 
superstiziosi si lega immediatamente al sentimento della fede; 
e spesso nel recidere Terrore si riferisce la virtù della fede; e 
allorché questa fa sangue , avvizzisce e muore. Nei due trat- 
tati di Gerson che bau per titolo Deprobatione spirituum e De 
iistinctione verarum visionum a falsis si vede il teologo che 
ben ragiona, ma si vede un certo non so che di ardito nella 
condanna del passato che rivela il professore ed il Qlosofo. Ri- 
sogna istruire, illuminare il popolo, condurlo alla conoscenza 
del vero e, mentre intende alla verità, sottrargli dolcemente 
dalle mani Toggetto della superstizione. Non bisogna far rumore 
ragionando troppo, altrimenti 11 popolo, vergognoso della super- 
stizione in cui era caduto, incomincia a diffidare anche della 
religione. Santa Brigida non fu allora canonizzata ; il concilio 
lasciò Taffare al futuro pontefice, ma non per questo ella non 
fa poi levata agli onori dell'altare. 

Poche cose vennero trattale nella decimotlava sessione, 
tenuta nel di 17 di agosto: alcuni decreti su T autorità dello 
bolle nel concilio, su quelle di Giovanni confermato dal con- 
[^ilio, su certi ambasciatori spediti in Italia per Taffare delfu- 
nione, e non altro. Dopo questa* sessione, a richiamare gli ani- 
mi de'padri sul negozio della riforma, Bertrando Vagher car- 
nelitano sermonò della necessità di porre subito mano alhi 

Taxb. InquU. Voi. II. !M 



estirpazioDe degli abasi. Furibondo zelo invadeva il frate, e ii 
furibonde parole proruppe; gridava che bisognava corregger 
rinsaziabile avarizia, l'indomabile ambizione, la madornale igoo 
ranza degli ecclesiastici. Di quésti concetti aveva anche usai 
Giovanni Hus. Alle grandi declamazioni non risposero grane 
riforme. 

Corsero un trenta di fino alla decimottava sessione, temp 
prezioso a trattare le cose della riforma, ma miseramente per 
duto a dar ascolto ai dottori parigini, che facevano uno scao 
daloso baccano pel negozio [ài Giovanni Petit. Questi dottoi 
covavano nel seno il veleno delle fazioni che allora laceravan 
la Francia, personali rancori che non mancavano anche ndl 
università e certa febbre di adulazione o verso il re o ven 
Borgogna, che era da più del re; febbre attaccaticcia ai Frac 
cesi anche nei loro parossismi repubblicani. Né Gecson ne 
vescovo di Arras miravano alla morale pubblica quando si a] 
zuffavano intorno alle proposizioni di Petit : miravano a scon 
pigliarsi sul capo la berretta dottorale. Gerson era il più aca 
nito : oppugnava sempre. L' Arras era un tremendo uomo m 
ripellere. Il re Carlo VI aveva fatto pace col Borgogna, e no 
voleva più che i suoi ambasciatori spingessero innanzi la coi 
danna del Petit : ne scrisse anche al vescovo d'Arras ; rùnivei 
sita scrisse a Gerson che restasse dal gridare. Tutto invano, 
dottori eransi impigliati né si volevano lasciare : Giovanni 9i 
lit, con le nqve proposizioni che Gerson credette aver trova 
nel suo libro, spariva e compariva a galla ad ora ad ora: att 
stati rimanevano FArras col cancelliere ed il cardinale di Can 
brai. Quante impertinenze fecero costoro nel sacrosanto co 
cilioi Incominciarono a bezzicarsi coi libelli. Il cancelliere, 
Cambrai ed anche Timperatore furono segno a molli giudis 
intorno alla loro onestà : calunniatore il Gerson , vendicato 
il cardinale, Timperatore abbindolato dagli artifizi! del duca 
Baviera, nemico al Borgogna. Gerson scriveva memorie, inv 
cava i fulmini della Chiesa contro le nove proposizioni di F 
Ut, alimento di discordia tra il re ed il duca e di guerre ci 
tndine: gli avversarli sostenevano essere quelle probabili, m 
toccare la fede e potersi seguire fiuo;;a che la Chiesa non di 
finisse ; ingiusta la condanna del vescovo di Parigi. Ma in mez: 
al fuoco di queste dispute lordarono il cancelliere della tace 
di eretico. Ben venticinque proposizioni cavarono dalle si 
scritture che davano mal odore. Pensi il lettore come impei 



DMB questo inqirisitore di eretici e riferito dottore di tatto 
il sbiodo. Fard i coIih, porgossi ; se bene o mele, non soglio 
SKfoto: certo che nissnno vi pose mente perchè era tennto 
eattolico. 

Andie al Gambraì accoccarono Faccosa di eresia, ma tatto 
il collegio dei cardinali levossi a difenderìo: TArras tenne in- 
dietro totti con eerta scrtttnra che consigliò temperanza ai di- 
isDsori. Ricordò loro che queir affare toccava i prìncipi negli 
Siiti dei quali essi avevano beneflzii ecclesiastici ; che il loro 
gindiido sarebbe stato ributtato da quello della università , e 
(te la digoiti dei cardinali non dava loro alcun diritto di de- 
cidere Intorno a negozii di fede , che solo ai vescovi ed ai 
dottori spettava diffinire. I padri si guardavano in viso, e non 
troiarono in tutto queir anno un mezzo a sciogliere quel 
nodo, che Tira dei dottori avviluppava sempre più. Nulla fu 



Mentre a Costanza avvenivano queste cose, Pimperatore viag- 
giava. Erasi risaputo dai padri a di 4 di agosto che, giunto a 
NariMua , indugiava a muovere ; credettero che volesse prima 
intendere alia pacificazione del re d' Inghilterra con Carlo di 
Francia, per tener fronte con essi al Turco, che precedeva in 
possanza e strepitava in Ungheria. I Costanziensi volevano pri- 
ma la pace della Chiesa. Mandarono a spingerlo F arcivescovo 
di Riga, ed il vescovo d'Asti spedirono in Ungheria a confer- 
mare i maggiorenti nella fede delPimperatore e nel cessare lo 
^orzo turchesco. Ma Timperatore per paura dei Turchi sostava 
in Francia, ma per malizia dei cristiani. Il De Luna era entralo 
in un fermo proposito di non lasciarsi spodestare : uccellava 
l'imperatore, e sapeva farlo. Ferdinando re di Aragona infer- 
mava : e perchè il De Luna diceva che Nizza era troppo lon- 
tana, e l'Aragonese non poteva venire, mutato il luogo del 
convegno, solo a di 18 del settembre Sigismondo e Ferdinando 
si trovarono insieme a Perpignano. Aspettavano Tantipnpa, e 
l'antipapa non veniva. Questi chiese un salvocondotlo: glielo 
mandarono; ma, trovandosi in questo chiamalo cardinale, non 
[iapa, puntò il capo e stelle. Per altro mandò a' deputati del 
concilio le condizioni con cui si sarebbe arreso a cedere il pa- 
pato. Erano stranissime. Voleva adunare un altro concilio, che 
gli avesse confermata la dignità ponliflci», la quale avrebbe hu- 
Sìto deposta, ove però gli lasciassero quella di legato a laUrc 
in latte le Provincie della sua obbedienza con indipendenl» 



:iulorilà spirituale e temporale , salvo il caso che il eoncibo 
non lo rialzasse di nuovo al papato. Risero i dae princi(H coi 
deputati e lo citarono a comparire in Perpignano. Come Dio 
volle vi andò. Entrava nella città Benedetto XIII accompagnato da 
quattrocento cavalli e cinquecento balestrieri: veniva da Va- 
lenza. Due santi uomini che nelle dubbiezze dello scisma lo 
tenevano per papa, Vincenzo Ferreria frate predicatore, e Boni- 
fazio suo fratello» monaco certosino, venivano con lui per sor- 
reggerlo. Gli occhi del mondo erano vólti a Perpignano : tolto 
il De Luna, la Chiesa si liberava dallo scisma. Convennero adun- 
que da una parte Sigismondo coi deputati sinodali, dalfaltra re 
Ferdinando, gli ambasciatori di Castiglia e Navarra, quella dei 
conti di Foix e d'Àrmagnac , che obbedivano a Benedetto : gli 
ambasciatori francesi entrarono come pacieri. 

Ferdinando, logoro dalle infermità, amava più la pace e la 
unione che Benedetto: si mise con Sigismondo a persuaderlo. 
Gli dicevano: stesse alle promesse già fatte, osservasse i giura- 
menti onde erasi legato di deporre ìsr scandalosa dignità; non 
essere più pretesti a velare gl'indugi; deposto Giovanni, dovesse 
imitar Gregorio. Da lui dipendere la pace della cristianità ; lui 
solo ostacolo alla riunione de' fedeli dopo trenf otto anni dm 
fiero scisma. Quella Chiesa che diceva essergli stata confidata 
da Dio tendergli le braccia e pregarlo volesse con la giurata 
cessione del papato sollevarla dai profondo dei mali in cui tran — 
gosciava. Lasciasse generosamente quello che gli uomini potè--;;; 
vano strappare per forza e che la morte, proceduto tanto negi ^ 
anni, certamente ed in breve gli avrebbe rapito e con eternai^ 
infamia del nome suo. > Immoto come rupe, rispondeva il D^ 
Luna € lui esser solo e vero papa, poiché Giovanni e Gre — 
gorio non vollero più sapere delle loro ragioni alla suprema 
dignità : perciò lo scisma non mantenersi da lui, ma dal con — 
venticelo di Costanza. Riconoscesserio papa, e finirebbe lo scisma - 
Venire alla scelta di un nuovo pontefice sarebbe un metterne^ 
due a capo d^lla Chiesa, non volendo andare a rinuncio di sort^* 
e non potendo, secondo coscienza, abbandonare il navicello Ai 
s. Pietro, al governo del quale Iddio lo aveva messo. La vea - 
chiezza degli anni obbligarlo più fortemente a compiere isuoi 
doveri, a tener fronte con maggiore costanza alla tempesta, per 
non adunare sul canuto suo capo Tira di Dio ed il disprezzo 
degli uomini e a non disonestare al confine della vita la sui a 
canizie con un turpe fatto. Lui, tra lutti i cardinali decorato 






4elb pnpm di Gifforio XI ìuaum ta&iùms» lo $ct$w;}k 
solo poleìsi d^gpere in inciHice: 5^ per to non dublM di- 
moia sn di cwiiiiale aivre on dirino al (aputo : gli altri t^ti 
in tempo A scisma non farebbero che tenerla o^>r Tìta. 1a> 
nconosoessero latti a ponttfoe sommo, e le conlorlMite co$e 
della Cliiesa quieterebbero ona Tolta. > 

Con queste r^ioni alto mano in lolle le ct^ofervnie cho .^^ì 
tennero gioslrò il De Lnoa con tale una Tìgorìa dì (Kirv^lo cho 
fotti merafigUati non sapevano come nel $ellanle;^ìmo »nno 
della Tita ei potesse con tanta forza lottare. In un iti arrìu(^^ 
per sette oro contìnue; e dopo era (hù irto che prìma* Hcuo- 
detto in una yerde vecchiezza diede al mondo un solonno tv^oub 
pio del come le fiamme deir ambizione air orlo dei st'|H>lon 
spesso tengano luogo di spirito in queste umane carni. I jiadri» 
al risapere che Timpéralore era giunto a Perpii^nano. cnntan>no 
il Te Deum; ma le allegrezze Tenivano indugiato dairindomu- 
bile De Luna. 

Intanto ardenti oratori stimolavano il concilio alla riforma, 

€d io non posso teoermi dàlP accennare come pensassero gli 

stessi cattolici intorno alle morali condizioni della Chiosai o dol 

<xune fuori dei concilio doveva strepitare quella che ho clila* 

mato pubblica coscienza, ragionando di Hus. E strepitava dav- 

*vero, perchè abusata infuriava. La lettera del Costanzionsl al 

Boemi fu olio sul fuoco, ed incredibili sdegni avvamparono nnl 

petti di quella gente. •— I Boemi non erano scettici, rnn crode- 

ismo : ma poiché stati educati a disconoscere T autori lA dnlla 

Chiesa, le si ribellarono non più ammettendola comò maoslra, 

n» à quaremula nel ministero della riforma. 



CAPITOLO XV. 



La morte di Oirolaiiio da Praga. 



Come vennero pnbblicate le sinodali lettere recatrici della 
morte di Hns, i saoi seguaci si assembrarono nella cappella di 
Betlem, che risuonò un tempo delle sue predicazioni. Celebra- 
rono solenni esequie al medesimo ed a Girolamo da Praga» che 
tenevano per morto» e» a dispetto del concilio, li gridarono santi 
e come santi fermarono la celebrazione di un annuale alla loro 
memoria. Si strinsero tutti nella comune sentenza di propu- 
gnare le sue dannate proposizioni con la forza. Indi fu tenuta 
una grande assemblea di tutti i maggiorenti di Boemia e di 
Moravia, erano sessanta» e fu deliberato de' mezzi a provvedere 
alle cose religiose della patria. Venne scrìtta una lettera al con- 
cilio e segnata dei nomi e dei suggelli di que' signori. In que- 
sta a nome di tutta la loro gente lamentano la ingiu3ta con- 
danna di Hus, il quale, non convinto degli errori che gl'impu- 
tarono falsi accusatori e nemici del reame di Boemia , venne 
crudamente abbruciato. Levano a cielo la santità de^ costumi di 
Giovanni e della dottrina predicata da lui, che tanto avea edi- 
ficati i fedeli, e specialmente la sua carila cristiana. Lamentano 
anche la prigionia di Girolamo da Praga, uomo incomparabile 
per la sua eloquenza, che credeano già messo a morte dal con- 
cilio senza avergli dato ascolto e senza convincerlo. Finalmente 
purgano da ogni taccia di eresia il reame di Boemia ed il mar- 
chesato di Moravia, stato sempre esempio a tutti gli altri fedeli 
per illibata fede alla romana Chiesa. Concbiudono appellando 
dal concilio al futuro pontefice. 



— 599- 

Nella stessa assemblea statuirono che per legati si recasse 
coDdKo ranzidetta lettera, i quali la raffermassero col tìvo 
ila Toce; Tenissero in tutte le chiese destinati buoni preti i 
ali liberamrate potessero predicare la parola di Dio; i vescovi 
idicassero e punissero i preti malvagi e còlti in errore : ma 
3 quelli sentenziassero a capriccio e per odio alla verità evan- 
Sca, Taccusato venisse tradotto al tribunale delP università, 
e giudicherebl)e secondo la sacra Scrittura : i preti de' loro 
Iti non accogliessero altre censure che quelle lanciate dai prò- 
i vescovi, ove però fossero giuste, che se per caso venissero 
iciate in odio della parola di Dio, dovessero a quelle resistere, 
pplicavano da ultimo Iddio a concedere un buon pontefice 
a Chiesa , al quale promettevano ciecamente soggiacere in 
Ito quello che non discordasse con la parola di Dio. Ecco nei 
ti la dottrina di Hus. La Bibbia è il giudice; e interprete di 
leste la privata ragione, Tuniversità. Que' maggiorenti si co- 
ivano gelosamente di un velo di religiosa dipendenza dai ve- 
ovi, dal papa, ma traspariva la più sfrenate indipendenza da 
;ni autorità , licenziando il suddito al giudizio di chi lo giù- 
cava. 

I maggiorenti deliberavano, il popolo operava, ed operava 
furia. Irruppe nella casa dell'arcivescovo e dei preti di Praga» 
le mise a sacco: corse anche molto sangue. Freno non era. 
s Yenceslao era men che uomo; con Pepa infarcita di vivande 
I ebbro sempre , non sapeva che fosse tutto quel rumore. 
li diissero che il concilio avea oltraggiato il reame, e lo cre- 
ate. Gli dimandarono chiese per liberamente predicare e mi- 
strarvi i sacramenti; e, senza sapere cosa fosse quella libertà 
(I predicare, concedeva. Ma poiché il rumore che facevano in 
raga gli ussiti era troppo forte , perchè si saccheggiava e si 
nmazzava , incominciò a temere. Lo quietò prodigiosamente 
trto Coranda prete e tutto cosa del popolo, il quale, arringando 
la plebe, diceva un di: e Sebbene abbiamo dato in un re pol- 
e bevone, pure se ci mettiamo a vedere chi sieno gli altri 
rincipi, non ne troveremo uno meglio del nostro; il quale 
me io chiamerò flore di tutti i re, riposato, di buona pasta, 
itto amore per noi: lui re, chi si ardirà inquietarci? possiamo 
ivere a nostro modo. Se egli la pensa come noi intorno alla . 
bigione, non inquiete i nostri riti, né permette che altri li 
irbi: stendo cosi le cose, penso che dobbiamo raccomandarlo 
Dio e pregargli vita , essendo la sua ignavia la nostra sai- 



— 440 — 

vezza, la nostra pace. » Questo strano discorso venne rapportato 
a Yenceslao, che se ne allietò tutto : abbandonò le redini sul 
collo del popolo e tenne il Goranda come primo tra' hmi amici. 

Con questo re la Boemia doveva dirupare ad ogni genera* 
zione di mali. La pubblica coscienza del bisogno della riforma 
vedemmo infelicemente abusata per Hus ; la vendetta della 
medesima, che si tenne oltraggiata da' giusti anatemi del con- 
cilio , venne personiQcata in un uomo che , come uno spettro^ 
nunzio di morte, si leva nella storia di un popolo qual fa il 
boemo, ma di tutti i popoli che toccano nella loro vita il ter- 
ribile delirio religioso. Io dico di quel Giovanni Ziska il quale 
seppe disciplinare alia vendetta tutta una gente e inebbriarla 
della idea del cielo fra le stragi e le rovine. Maometto, V uo- 
mo del deserto , alletta con le voluttà di un paradiso carnale, 
perchè voleva fondare la nuova religione delfislamismo : Ziska, 
Tuomo del settentrione, alletta con la voluttà della distru- 
zione per conservare, com' ei follemente spacciò, Tanlica reli- 
gione cristiana. Caldissimo tra i proseliti di Hus, la sua morte 
gli aveva messo neir animo certa febbre morale che tacita , 
lenta , matura i procellosi divisamenti. Yenceslao li chiamò 
all'aperto : visto un di Ziska , che era suo ciamberlano andare 
tutto accorato e pensoso, dimandògli che si avesse nella mente. 
E quegli cupamente rispose : < Il sanguinosa oltraggio arrecato 
al reame di Boemia col supplizio di Hus. > Anche il re incon- 
tanente aggiunse: < Che vuoi fare, Giovanni? né io né tu 
possiamo toglierne vendetta: vedi forse qualche mezzo a ven- 
dicare i tuoi compagni? coraggio e lo afferra. > E Ziska lo af- 
ferrò, men per consiglio che per impeto di violenta natura. 

Le cose di Boemia non iscemarono gii spiriti de' padri di 
Gostanza nel negozio della fede : tenevano la loro via contro 
Girolamo da Praga. Costui dopo il primo interrogatorio era 
stato rattenuto prigione in una torre della chiesa di S. Paolo» 
ove infermò gravemente. Tratto alla presenza dei commissari 
a dì 19 di luglio, non sappiamo di questo secondo esame; 
sappiamo del terzo che fecero i padri nel!' undicesimo di di 
settembre, e Girolamo non era più quegli della prima udienza; 
la morie di Hus gli aveva ammorbidita l'anima. Tultavolla te- 
meva rovinare nella opinione de' Boemi. Stretto dai deputali 
delle nazioni a- ritrattarsi , die loro una scrìtta in cui appare 
Tuomo che non fronteggia un ostacolo , ma lo Qancheggia. Si 
sottomelleva al concilio , riprovando gli errori di Wicleff e di 



— tot — 

[OS» sebbene awsse ignorato che qucfsH errori fossero stali 
enmente cosi di Hos. Aflermafi però che non intenden con 
[nella riprovazione arrecare pregiudizio alle sante terìlà pre- 
licate da quei dne nomini ed in particolare alla persona di 
Iqs, intemerato di costumi. Confessa P antica amicizia che lo 
egava a Ini, e nettamente dice di non volere a questa safari- 
icare la verità; e da ultimo dichiara non essere tenuto a ri- 
lattazione di sorta, non avendo mai anteposto airautorità della 
Chiesa il proprio avviso, né tenute le opinioni di llus come 
articoli di fede. I padri non furono contenti di questi) prò- 
lesta ; volevano le cose pib chiare , volevano una sonora ri- 
trattazione. Indugiarono di tre di la prossima sessione, \yet 
^tenerla. 

Girolamo si arrese. Nella decimanona sessione sali Tan^ 
me e lesse al cospetto del concilio : e lo Geronimo da Praga, 
saestro delle arti liberali , conoscendo vera la cattolica Chiesa 
} l'apostolica fede , dico anatema ad ogni eresia , specialmente 
I quella di éui venni, infamato finora, e la quale negli andati 
«mpi esposero e professarono Giovanni Wicleff e Giovanni di 
los nei loro trattati , scritture e sermoni tenuti al clero od al 
[lopolo; a causa de' quali coi loro dogmi ed errori vennero 
K)0(lannati come eretici da questo sinodo costanziense, e rna.^- 
lime per quegli articoli espressi nella sentenza dell'anzidetto 
»ncilio. Consento poi con la santa romana chiesa, l'apos^'^'ica 
lede e" questo sacro concilio, e col labbro sul cuore confesso 
tolto quello che questi confessano , specialmente intorno alla 
!X)testà delle chiavi, ai sacramenti, agli ordini, agli otilci a nlln 
*>ensure ecclesiastiche , alle indulgenze , alle relic|Uio de' santi , 
dia libertà della Chiesa, e anche intorno alle cerimonie ed a 
loanto tocca la cristiana religione, riconoscendo come molli degli 
ìDzidetti articoli sieno manifestamente ereticali e già condari- 
Dati dai santi padri ; alcuni recanti bestemmie , altri erronei , 
)llri scandalosi; alcuni poi offendenti le pie orecchie, ed alciuii 
teiDerarii o sediziosi , e come tali non ha guari cornlannall d^i 
laesto sacro concilio, il quale ha vietato a tutti i caKolici, nnlUf 
^oa di anatema , di predicarli , esperii e profanarli. » Sk ni 
Prestò Geronimo a queste dichiarazioni : ar/dò oltre a rigettane 
(Qche le sue opinioni filosofiche inlonio agli universali ed a 
«Ddere ragione del come egli , preso dalla dolcezza e punii 
le' costumi di ilus, lo aves.se cre^Juto iuwfcmp nella dottrina^ Da 
illimo, presa in testimonio la santa Triniti, giur/; m vii p.nn • 

Tamb. ìnqniM. Voi. II. *A 



-40i- 

geli voler dorare floo alla morte nella verità della cattolici 
chiesa, ed ove avesse questa fallita, si teneva già per colpito di 
tutta la severità de* canoni. 

Finita questa solenne ritrattazione, i padri si volsero ad 
approvare varii decreti , tra' quali più degni di osservazione il 
erano quelli che toccavano i salvocondotti che i principiiaical 
concedevano agli eretici e quello concesso ad Hus , del quali 
fortemente lamentavano molti. Dichiararono i sinodali che I 
salvocondotti dati agli eretici, qualunque il vincolo con coi i 
fossero obbligati ì principi laicali, non dovessero arrecare alea 
pregiudizio alla giurisdizione ecclesiastica, né impedire in quat 
siasi modo V esame , il giudizio e la punizione degli eretici, 
ancorché questi si .rechino al luogo del giudizio affidati alb 
fede del salvocondotto. Fermato questo principio , dichiarano 
fautori di eretici e rei di lesa maestà tutti coloro che o sefft 
tamente o pubblicamente davano del fedifrago airimperatore ed 
al concilio pel salvocondotto concesso ad Hus e che credevano 
violato per la sua condanna. In questo decreto non sono nomi* 
nati i boemi detrattori deirimperatore , ma genericamente gp 
nomini male intenzionati o poco savi; indizio che anche tu 
i cattolici si levasse qualche mormorio pel salvocondotto di 
Hus. Intanto di riforma non ancora si parlava, e vescovi e 
•dottori, ad ora ad ora sermonando al concilio, sbrigliavano la 
lingua contro il clero da far paura. Era per zelo , ma , mi 
;sembra, troppo proceduto. Il vescovo di Lodi, nel di in cui i 
celebravano le esequie del cardinale di Bari, disse cose contro 
i preti che forse non dissero gli stessi eretici. Ognuno s 
aspettava che volesse pregare requie al morto e dirne oo 
po' di bene, ma fu tutl'altro. Il prelato si scagliò contro i vivi, 
e delle clericali incontinenze non toccò, ma immodestamente 
spòse cose che poteva tacere. Dormali ognuno sapeva, i rimedi 
si cercavano. 

Erano contristati i padri di Gostanza per un' altra lettera 
dei Boemi, segnata di ben quattrocenlocinquanta nomi, nelb 
quale, gitlato via dal collo il giogo di ogni autorità ecclesiastica, 
con retti modi rimproveravano al concilio quella che dicevano 
ingiusta morte di Hus. In quella scritta divampava Boemia di 
una terribile guerra a tutto che sapesse di chiesa. Riseppero 
anche come il vescovo di Lilomissel, da loro spedito a tenore 
fronte ali' impetuoso torrente della eresia, fosse stato costretto 
a- nascondersi, avendolo minacciato gli ussiti di lavare nel SQO 



— 405 — 

saogae la boema bandiera lorda d^ infamia dal concilio. Quelli 
die scrissero la lettera avefano le spade in pogno: ti volevano 
le spade. Tottavolta i padri non rimettevano dal loro zelo: si 
issembrarono i deputati delle nazioni e citarono al concilio i 
segnaci (fi Hus. A lenire Tamaro di queste lettere sopravenne 
jpportuna la novella della capitolazione di Narbona e V arrivo 
tei cardinale di Foix, il quale abbandonava Benedetto e veniva 
ad unirsi al concilio, che riempi di santo giubilo i sinodali. Lo 
scisma era finalmente distrutto: non rimaneva cbe far tacere 
Tosfinato De Luna. Pubbliche e solenni grazie vennero rese a 
Dio; e nella cattedrale a di 4 di febbraio vennero giurati i 
dodici capitoli dalTuniverso concilio. Le quali cose come riseppe 
Il De Luna, aflacciossi dalla rócca di Paniscola e con istancabile 
vigoria di polsi si mise a lanciare spirituali fulmini al concilio» 
alTimperatore, specialmente al re d'Aragona, al quale minacciava 
anche di togliere la corona reale. Era un delirio senile per 
febbre d'ambizione. 

Gli affari del concilio procedevano lenti; subivano la deli- 
berazione de'commissarii, poi delle congregazioni generali. Quello 
di Petit andava anche più lento per ragioni di Stato. Il lettore^ 
a cosa fosse questo affare. Ora è a sapere che V oggetto della 
di£Bnizione sinodale che chiedevano ardentemente il Gerson coi 
regii, e che schivavano a tutto potere il vescovo d'Arras ed i 
Borgognoni, avea tre capi : Tuno si era la proposizione generale 
del Petit intomo al lecito ammazzamento del tiranno ; V altro 
della esistenza delle nove proposizioni che Gerson aveva estratte 
dal libro di Petit e che PArras diceva non esistere; il terzo final* 
mente era, definito sul diritto, della ragione del fatto, cioè se le 
proposizioni eransi da approvare o da riprovare astrattamente, 
oppure neiropera e nella persona di Petit. Non cadeva dubbio 
sulla condanna : il nodo era nel condannare la teoria e non far 
gridare Borgogna coi Borgognoni che l'avevano tradotta in pra- 
tica. Pur troppo i padri si contenevano dal venire al mal passo: 
ma il Cambrai e Gerson li tiravano a furia di clamori, che se 
non condannavano proprio Petit col suo libro, la Chiesa andrebbe 
h perdizione, Fumana compagnia verrebbe inabissata. Fin dal 
loglio deiranno antecedente il concilio nella decimaquinta ses- 
sione aveva diffinito intorno alla proposizione generale che potesse 
Mmnazzarsi; anzi essere merito nell'ammazzarsi il tiranno dal 
Uddito con qualunque mezzo onesto o disonesto che (osse. La 
iiffinizione fu la condanna della medesima, come contraria alla 



— 404 — 

fede ed ai buoni costami. Ha non bastò questo; si voleva dai 
regii anche la condanna delle nove proposizioni : ma qui pun- 
tarono i tre commissarii del concilio, clie erano i cardinali di 
Àquitania, di Firenze e TOrsini, anzi dichiararono addì 15 gen- 
naio del 1416 che il giudizio deir assemblea di Parigi presie- 
duta dal vescovo fosse nulla per difetto di forme. Crebbe lo 
strepito dei regii. Gerson con gli ambasciatori di re Carlo si 
appellarono dal giudizio dei commissarii a quello del concilio e 
della sede apostolica. Ora qui domanderei al cancelliere: che cosa 
intende per questa sede apostolica ? Certo la romana , egli la 
distingue dal concilio : e se è la sede di Roma , è appunto il 
papa cui appella. Come? appellare al papa? E non gli bastava 
quel concilio, che immediatamente ricevette da Cristo il dono 
deirinfallibilitàT Quale guarentigia di giustizia potrà dargli quel 
papa fallibile, giudicabile, amovibile dal concilio, quale si trova 
nella sua dottrina? Gerson, disceso dai cieli delle sue specola- 
zioni geometriche ad equilibrare il potere nella compagnia della 
Chiesa, venuto nel basso del fatti, si abbatte nel papa e Io trova 
infallibile, perchè capace di suprema appellazione. È vero che 
gli ha gittato addosso il velo delle parole sedem apostoUcm: 
ma di sotto a quel velo il papa si vede, e gli dice che qualche 
volta è anche un po' fallibile. 

La dichiarazione dei tre commissarii mosse anche i lontani 
Re Carlo scrisse al concilio contro i commissarii chiedendo la 
condanna delle nove proposizioni e la conferma della sentenza 
del vescovo di Parigi. Altra lettera scrisse la Università di Pa- 
rigi a rincalzo della regia, che è un continuo esclamare da capo 
sino alla fine. I professori si ricordavano delle ammonizioni che 
loro dette il delfino quando imprigionò alcuni di loro. In Co- 
stanza poi il vescovo d' Arras e gli ambasciatori regii s' impi- 
gliarono con tanta furia che, non risparmiata la dignità istessa 
dei cardinali commissarii, dettero un pessimo esempio ai fedeli. 
Molto tempo si logorò intorno a questo negozio. Chi ne volesse 
vedere tutto il processo vada alle opere del Gerson : dirne di 
più sarebbe un noiare chi mi legge. Dirò solo che Carlo VI, 
dopo aver purgato TUniversità di Parigi di quaranta dottori, che 
mandò ai confinì, Tebbe tutta per sé; che, dopo aver fatto regi- 
strare al parlamento la condanna che egli fece degli errori di 
Petit, ordinò che quanti esemplari si potessero avere del pesti- 
lente libro venissero lacerati in pubblica sessione ; e dirò da 
ultimo che il concilio condannò solo la proposizione generale 
e non volle passar oltre. 



— 405 — 

Sebbene giunta da Ferdinando d'Aragona, da Sigismondo 
e dal condlio la caiMtolaùone di Nartiona, tottarolta lo scisnia 
non era del lotto sTelto ; NaTarra e Castiglia non eransi dar- 
Tero distaccate dalf antipapa. Per la qnal cosa , poiché i padri 
aspettavano Panione delPantipapale obbedienia, perch6 di. nuovo 
si dichiarasse convocato il concilio, non tenevano più piibblicho 
sessioni, ventilavano e decidevano nelle congregaiioni* 1/ulUma 
sessione, e fn la ventesima, venne celebrata a di 21 novembre 
deiranno <4<5. Fino alia ventunesima, tenuta a di 30 mag* 
gio 1416, Taffiare di Petit tenne particolarmente occupati i psi* 
drì. Ma poiché Girolamo da Praga era in prigione, dopo avere 
ritrattati i suoi errori e significata anche ai Iberni la sua ritrnt- 
tazione , pensarono non doversi più lungamente indugiare la 
conchiusione delia sua causa , la quale , essendo negozio tutto 
di fede, non richiedeva T aggiunzione delF obbedienza del Do 
Luna. 

Vedemmo come i cardinali di Gambrai» di Aquileja, di Fi- 
renze e rOrsini« commissarii della causa di Girolamo, avessero 
rassegnato in man del concilio la loi*o deputazione» poiché va- 
namente rimostrarono ingiuste la prigionia deirerelico dopo la 
sua ritrattazione e poiché vennero anche insultati per diso- 
nesti sospetti intorno alla integrità loro. Ai vecchi commissari! 
furono sostituiti nuovi, e tra questi il patriarca di Costantino- 
poli. Nel 26 di aprile i padri si assembrarono nella cattedrale 
in congregazione generale. Numeroso convegno. Eranvi tulli i 
cardinali, i prelati e dottori e moltitudine di baroni. Leggieri ne- 
gozii, dapprima, indi il gravissimo di Girolamo. I nuovi cominls- 
sarii della sua causa, sostituiti ai quattro cardinali, erano Tanzi- 
detto patriarca ed il venerabile uomo maestro Nftola De DuckcI 
Spachel, dottore in sacra Scrittura. Costoro erano tornati sul gli 
fotto : di nuovo interrogati i testimoni con ia giunta di quelli 
che avevano recato di fresco da Boemia i frati carmelitani. Il 
processo era compiuto: le dimando con le risposte delfaccusato 
vennero profferte alla sinodale assemblea da Giovanni de liochi, 
frate minore e dottore in divinità. Undici erano gli articoli prìn- 
dpali dei cento e due che ne recava scritti il frale. A ciascuno 
veniva appresso la risposta di Girolamo. Questi articoli somma- 
riamente presi si riducevano alfavere egli abbracciati gli errori 
di Wicleff e di Hos ; di averli predicati e sostenuti « ed avere 
anche con fatti ingioriosi verso gii ecclesiastici e I riti della 
romana Chiesa mostrato di essere on wideflUa ed una UMÌta« 



— 406 — 

Confessava Girolamo che egli aveva in Inghilterra trascrìtto tutti 
i librì di Wicleff e di averli recati in Boemia ; che aveva af- 
fermato contenere questi molte verità: non aver mai parlato 
degli errori perchè non aveva lette tutte le scritture deirere- 
siarca inglese ; e finalmente lasciava tutto a Wicheff Y onore 
del bene che aveva scrìtto col vitupero del male. Confessava 
essere stato legato ad Hus d'una grande amicizia, perchè V a- 
veva tenuto per uomo assai onesto, ed esserlo ancora. Alle 
reliquie calpestate , alle indulgenze derise , ai frati percossi e 
feriti rispose col niego. Alla lettura di questi artìcoli fatti dal 
De Rocba successe Taltra del promotore del concilio, recatore 
di altre accuse, il quale chiese che venisse su di quelle in- 
terrogato Girolamo, concedendogli il si ed il no ; non mai di- 
scorso. Fu assegnato il ventesimoterzo di di maggio a questa 
udienza. 

Vi fu condotto Girolamo, io non so se questi sinceramente 
ritrattasse i suoi errori; ma guardando a tutto l'operato da lui 
innanzi venisse in Costanza, è certo che non pareva uomo che 
potesse umiUarsi sotto Tautorità della Chiesa in modo da rin- 
negare sé stesso. Il dubitare della sua sincerità non era certo 
follia nei padri; il ricondurlo in causa dopo una ritrattazione 
tanto solenne era quello che ai cardinali commissarii non parve 
secondo giustizia. Vero è però che come il timore del fuoco 
ammorbidi V animo del Pragense , cosi quel vedersi citato in- 
nanzi ad altri commissari!, quel vedersi a fronte schierata mol- 
titudine di altre accuse , cosi vivamente eccitarono in lui gli 
antichi odii contro una Chiesa che credeva corrotta, che, risa- 
lita repentinamente V altezza di un principio da lui pessima- 
mente ragionato, non vide più le fiamme che erano per di- 
vorargli le carni, ma la sola idea di cui si teneva propugnatore 
e maestro innanzi a tutta la gente boema. Richiesto che pro- 
mettesse con giuramento di non rispondere alle interrogazioni 
che con la semplice affermazione o negazione, non avendo vo- 
luto i padri dargli licenza a discorrere le sue ragioni , non 
volle giurare. Degli articoli alcuni negò, altri confermò : ma che 
egli avesse neiranimo tutto Wichlefif, nissuno poteva dubitare; 
ed ove fosse stato dubbio, egli stesso lo tolse col sermone che 
tenne ai padri, poiché ne fu licenziato dal patriarca di Costan- 
tinopoli. 

Girolamo, nelPorazione che tenne al concilio, manifestan- 
dosi eretico, onde non potè sfuggire la giusta condanna del 




— 4*: — 
ime le fSi dftAe à CMUfnow^w) cnMUto 

dv prìiKipd al didCHirsKik. or\^ e «nfortn^ T ^- 
anblea ^ onre per loi,perdiè UJìa e h B^ \>f^iii^ ki aws^ 
STO aoocoffso a doo ifir cosa ftegìndaieTOi^ all' anima $tta. 
ìsse dapprima : < Come doq fotssde stfaonlUiario U tvdei^ in- 
ooeoli oppressi per fallo di testimooi : molti illustri uomini 
elle sacre e profioe storie trovarsi in tal guisa nunilali in 
erdiiione, e perciò dod mararigliand lui cornei^ (rii sUa^ dih 
ini : rìofrancarìo la speraoxa di potere un (nomo citane qutf^ 
il testimoDii al trilMioale di Dio , giudice dell unÌT^r$\\ Mo^ 
Jruosa ingiustizia arer commessa i padri contro di ìnu ^SfO$i\- 
leodo DUOTi commissarìi ai primi che lo avevano giudicato 
mocepte. Non riconoscere questi nuovi giudici , tenerli conu^ 
ssisi in cattedra di pestilenza. La mala radice onde erano giT- 
logliati contro gii odii e le inimicizie di molti esserti lo ra- 
ioni delia patria fortemente propugnate da lui e da Giovanni 
'Hus a fronte degli Alemanni, invasori della pragenso univor- 
tà, da queir Hus che era fiore di santità. Se in questa lutv 
agnazione del proprio fosse corso umano sangue, non (luvorai 
icolpare Ini o Giovanni, bensì quei cbierici die sconOwHcovano 

loro patria. Vergognare in faccia a Dio ed al mondo della 
trattazione fatta : la paura del fuoco avergliela strappata cil 
rerlo condotto contro coscienza a condannare la dottrina di 
fideB e di Giovanni d' Hus. Lui condannare piuttosto In sua 
trattazione come il più grave peccalo che si aveaso connnoHi»o: 
>ler vivere e morire nella dottrina di Wlclelf e di IIum, minta 
)me la vita di costoro che la insegnarono. • Qui poi non ora 
far altro : la sentenza fu data dallo slesso Girolamo. Vollo 11 
loco, e Tebbe. 

A di 21 novembre, avvegnaché avessero i padri HOHiNsae In 
issioni per dar tempo a venire a quelli delP obbedienza del- 
intipapa Benedetto, pure ne vollero tenere una appunto |ior 
irolamo, nella quale non fu trattato deiruniono. l/arclveiicovo 

Riga vi condusse Girolamo per ascollare la mia vAiiuUuutk ; 

vescovo di Lodi preparò gli animi con un acrrnonf;. (C il m^Mlis 
mo che sermonò i giudici condannanti llon, Panni avitr disilo 
d'alb'a volta che in questo concilio ai fiari/i tropp^ii <ed or;i lo 
peto. Quanti sermoni inqueato di (UmIauzaì e |ierchAf \mcMh 
Itti volevano parìare ^ [lerché vi eran/i trofipt protanmifì» lìti 
incelUere di università, quale era (lermUf imrcìib ihiUi; parto 



— 408 — 

6 parlò assai, e talli io ascoltavano; segno cbe in mia congre- 
gazione di quella natura, in cui la grave e matura deliberazione, 
che non doveva immediatamente connettersi alla suprema dif- 
finizione, si tenesse un conto men temperato che delia scienza 
umana, la quale non sempre illuminava le menti dei padri. Un 
esempio ne dette questo vescovo di Lodi, impronto parlatore 
nella condanna di Girolamo da Praga. Il suo/ sermone è recato. 
alFaperto dalP ugonotto Lenfant, come trofeo di vittoria contro 
la Chiesa cattolica. Taccio desmodi poco men che plebei onde 
il prelato svillaneggiò l'eretico : avvertirò solo che ei disse cose 
non vere. Volendo dimostrare come il concilio avesse fatto un 
troppo mite governo deireretico» afferma non essere quello il 
modo di procedere contro gli eretici, dovendosi accogliere ogni 
generazione di accuse contro di loro ed ogni maniera di testi- 
moni, anche i più infami, coa>e usurai , ribaldi e femmine da 
bordello. Questo diceva il Lodigiano, ma non faceva la Chiesa; 
ed avendone quasi mossa lagnanza ai padri, mostra che il con- 
cilio non accolse questo fecciume di gente a testimoni della 
causa di Giovanni d'Hus e Girolamo da Praga. Troviamo ter- 
ribile la legislazione di que' tempi contro gli eretici per le ra- 
gioni che abbiamo recate, ma non possiamo giammai trovar 
ragioni che onestino la contaminazione della giustizia con la 
nefandezza de' testimoni. Se il Lodigiano o altri usò di questa 
razza di testimoni contro gli eretici della sua diocesi, mal per 
lui; ma non mai troveremo che nella Chiesa siasi canonizzata 
la immoralità de' testimoni per guarentir la fede e la morale. 
Se un pontefice avesse diffinitO) non si sarebbero ascollali questi 
sermoni. 

11 discorso del vescovo di Lodi provocò Girolamo a parlare 
contro un prelato che si era troppo scoverto, perciò vulnera- 
bile. Egli di nuovo dannò la sua ritrattazione, si disse inno- 
cente, appellò al tribunale di Dio. La veemenza del dire fu tale 
che gli animi, commossi più ardentemente, desiderarono una 
sua ritrattazione. Ogni mezzo ad ottenerla fu vano: Girolamo fu 
condannato. A petizione del promotore del concilio il patriarca 
ne lesse la sentenza. 

La ragione sommaria della condanna si era Taver Girolamo 
abbracciate e pubblicamente insegnate le eresie di Wicleffedi 
Giovanni d'IIus; e dopo averle ritrattate con giuramento, esservi 
tornato. I padri confermano col Placet la sentenza; fu invocato 
il braccio secolare, che accorse e tolse in sua balla il reo. Rac- 



— 409 — 

comaodarimo i padri al maestrato laicale di dod iDsallarlo e 
trattarlo con amanita. Girolamo osciva dall'assemblea recitando 
ad alta Toce il Credo. Condotto al supplizio, per via non fece 
che cantare le litanie ed un inno alla B. Vergine: e come vide 
11 luogo della sua morte, lo stesso in cui faveva incontrata 
Hos, si mise lungamente ad orare. Ma i carnefici gli ruppero la 
preghiera, spogliandolo delle vesti: ed egli, affissando il palo cui 
Io dovevano infunare e le legna del micidiale incendio, con lie- 
tissimo volto cantò di nuovo il simbolo delta fede, e vólto al 
popolo, in favella tedesca disse: < Questo simbolo è stalo sem- 
pre la mia credenza, io muojo in questa fede, e non per altro 
io soffro questo supplizio, che per non aver voluto soscrivere 
alla condanna di Giovanni d'Hus, tenendo per fermo essere stalo 
costui un vero predicatore della fede. > Fu appiccato il fuoco, 
e dentro vi gittarono le sue vesti e tutte le masserìzie di cui 
aveva usato nel carcere. Senza pure un segno di dolore, dopo 
aver lungamente lottato con la morte tra le fiamme, rese fuori 
Io spirito. 

Le sue ceneri al fiume; ma la sua morte restò profonda- 
mente scolpita negli animi degli spettatori. Tutti sapevano che 
Girolamo era stato abbruciato come eretico ostinato; ma tutti 
erano uomini, perciò più facili a lasciarsi trarre dalla pietà di 
un male che materialmente affligge i nostri simili, che dalla con- 
àderazìone della colpa onde qubòti soffrono. Le pene che subito 
rispondono alle grandi colpe sono le sole che rìspondono all' in- 
tento dei legislatori, vale a dire d' ispirare Tabbominio del male. 
Quando corre troppo tempo tra V una e Taltra, il pubblico giu- 
dizio, stanco dell estimazione morale della colpa, va a posare 
sul colpevole e incomincia a compatirlo come uomo , anziché 
detestarlo come delinquente. E qui è da avvertire che sebbene 
abbiamo detto la fede informasse ancora la ragione pubblica di 
quei tempi, tuttavolta era inegualmente sentita dagli individui, 
e poteva avvenire che mentre il concilio ed il popolo di Gostanza 
fossero spettatori del supplicio di Girolamo come uomini viventi 
nel cominciare del secolo XV, poteva trovarsi qualcuno che vide 
la terribile arsione come uomo di altro secolo o sia di poca fede. 
E questi fu quel Poggio fiorentino stato poi segretario della 
repubblica di Firenze, dotto di molte lettere greche e latine, il 
goal tale scrìsse una epistola a Leonardo Aretino sul supplizio 
di Girolamo da Praga, che ci rivela la coscienza del secolo sve- 
gliata dagli avvenimenti costanziensi. Questa scrìtlura del Pog- 

Tamb. Inquis. Voi IL 51 



— 410 — 

giò, indiritta (amigliarmente all'Aretino, forse non era destinata 
ad avere qaella pabbliciti che ha avuta : perciò senza freno il 
pensiero, sonora la forma, il sentimento va a pari coIFintelletto 
che giadica; e, qael che è più, il concetto morale nel soo ardi- 
mento accenna a fiducia sa qualche cosa che è fuori l'indivi- 
duo e air individuo sovrasta : io dico di quella che chiamano 
opinione. Poggio non era un eretico: eppure la descrizióne dei 
fatti e delie parole di Girolamo nella sua causa ce lo rivelano 
più fevorevole al reo che ai giudici. La libertà delia parola 
negata airaccnsato, la poca moralità dei testimoni è quello che 
viene fuori dalla epistola del Poggio; onde sembra un avvocato 
del Pragense che, giunto tardi a mettere in via di giustizia i 
padri di Gostanza, appelli su le ceneri del cliente a quella 
della posterità. L' ingegno di Girolamo , la sua eloquenza , il 
principio della riforma, sebbene malamente professato dall'ere- 
tico, e, più di ogni altra cosa, il senso morale che esalano gli 
umani patimenti, qualunque l'anima che si chiude in queste 
membra, trassero la mente del Fiorentino dalle mute e solin- 
ghe regioni della fede nel basso dell'umana ragione, e ragionò, 
e Gran fallo, diceva Poggio, che una mente tanto bella, un'anima 
tanto nobile abbia fuorviato, se pure sia vero quello di cui l'ac- 
cagionano: imperciocché io non m'intrometto a giudicar di cosa 
tanto grave ed amo piuttosto acquetarmi al giudizio dei più sa* 
pienti di me. > Vedi come trasudano queste parole non il dutdrio, 
ma la certezza dell'ingiustizia sinodale! Il Poggio doveva ricordare 
le ultime parole di Girolamo con cui altamente confessò lui tenere 
la dottrina di WiclefTe di Hus, ed in questa voler morire. Questa 
confessione toglie ogni necessità di ricerca intorno alla onestà 
dei testimoni e alle ragioni del processo. Dirò sempre lo stesso: 
io curo del concilio deflniente, non degli uomini del concilio, cbe 
umanamente operarono e forse fallirono. L'umana peccabilità, 
a fronte di un reo che viene giudicato e dannato alle fiamme 
acquista sempre dimensioni assai larghe agli occhi dell'osser- 
vatore; e peccati vi furono, stando al giudizio dei quattro prinoi 
commissarii cardinali ed a quello del senso comune. Per la 
qual cosa il Fiorentino, uscito dall'idea, si chiude negl'individoi 
e grida tacitameute ingiusti i giudici, sonoramente magnanimo 
il Pragense. C tanto egli è trasportato dalla ragione che vuol di 
tutto a suo modo giudicare, senza pure un sentimento dì fede, 
che la fortezza del morente eretico somigli a quella dei filo- 
sofi pagani. « Avreste creduto, egli dice, vedere la morte di 



-411 — 

qoalcQQO dei filosofi deiraDtichità. Muzio Scevola mette la sua 
mano Bel fuoco» e Socrate beve il veleno eoo miuor coraggio 
e intrepidezza di quella con cui Girolamo da Praga durò il 
goppliùo del fuoco, e Ai tempi di Dante un Italiano non avreb- 
be parlato in tal guisa di un eretico: allora le anime $i alzavano 
per mal intesa forza di ragione; e volendo uscire dalla Bibbia 
e dalla leggenda cristiana, Roma e la Grecia si appresentavano 
a costoro come tipo di virtù. Questa scappata dalla Chiesa a 
Muzio Scevola, a Socrate, non si trova nello scrittore della vita 
di Girolamo da Praga, che era suo discepolo ed nomo setten- 
trionale , e che certo è in sul lodare la costanza del maestro. 
Nel paragone dei due lodatori deir eretico da Praga io trovo 
come ritaliano andasse innanzi a lutti ad incontrare il secolo 
che con voce straniera è detto della rinascenza. Bisanzio era 
ancora in piedi al cominciare del secolo XV; ma da gran tem- 
po la fiumana deirìslamismo rodeva le sue fondamenta, e mollo 
della Grecia in veste bizantini) veniva a cadere in seno a questa 
Italia, che alle tradizioni deir antica Roma agognava innestare 
un presente che fosse degno di lei. Venne allora Platone in 
Italia: stanchi gritaliani deir individualismo cruento di guerre 
cittadine, stanchi di analisi , avevano bisogno di riposo in una 
sintesi. Nella mente .di Platone trovarono, la posa, in quella 
mente in cui tanto s'incarnò di realtà IMdea complessiva o uni- 
versale. Era però questa una sintesi razionale; quindi dalla sintesi 
dogmatica del cristianesimo passarono a quella tutta greca, tutta 
pagana, che tanto nelle arti dei tempi medicei che nelle scritture 
d si rivela. Perciò caddero dalle mani le daghe e le mazze ferrate, 
» prese e s'impugnò lo scalpello ed il pennello: i petti scabri di 
dcatrìci non più sofTrirono le maglie di ferro e si vestirono di veN 
lato e di seta: e mentre in Cosenza sermonavano di riforma, Ni- 
colò Machiavello si preparava a scrivere la Mandragora da rap- 
presentarsi in corte del papa. Il bello, quale si dipinse nelle calde 
fantasie della Grecia, quasi ripercosso dalllstesso sole in quella 
degritaliani, ne innamorava le menti, le immergeva in una 
estasi di plastica voluttà. U arti greche crebbero e si educarono 
sotto il pallio filosofico di Platone: Tidea platonica è come san- 
^e che circola per le membra delle greche statue. Con Platone 
Tennero ad un tempo in Italia Fidia ed Apelle. Costoro reca- 
vano appresso tutta una civiltà mortificata dalla barbarle del 
Insso-impero, bandita da Maometto. Firenze li accolse in beni- 
gno ospizio, e gli uomini che incontravano tali ospiti a far loro 



— 4t2 — 

come saol dirsi le onoranze della casa, quale fu il Poggi, erano 
certamente importuni spettatori deir arsione di un eretico , ad 
estimarne la ragione. 

Qualunque però i giudizi che potevano recare i presenti 
ed i futuri della condanna di Girolamo, il concilio teneva la 
sua via con molta energia. Nell'agosto deiranno 1416 i padri 
facevano bandire un monitorio contro gli Hussiti del reame di 
Boemia e del marchesato di Moravia , col quale dato spazio di 
tempo soli cinquanta di, venivano citati a comparire al cospetto 
del concilio, e rendere ragione della loro fede. Vengono in que- 
sto monitorio nominati moltissimi baroni e cavalieri di quei 
paesi ; e reca infine V approvazione di quattro nazioni. Trovo 
nel Wan der Hardit gli atti de' notari intomo air affissione di 
questa citazione alle porte del duomo di Gostanza, di Padova , 
di Vienna, di Ratisbona. Quel reciso giudizio recisamente fu 
eseguito: ed a fronte della pubblica opinione non si ritrassera 
per umana prudenza i fortissimi giudici. 



i CAPITOLO XVf. 



I . 



\ 



OioTftnna d*Areo condannata eomo «fraga. 



Nel 1420 la Francia era in preda ad intestino discordie, n 
guerre sanguinose che recavano nei sno seno gli stranieri ; 
epoca appunto in cui Giovanna d'Arco, inspirata e calda di sacro 
entusiasmo, s'affacciava alla vita. 

Il trattato di Troyes, stipulato il 21 maggio 1420 fra En- 
rico y re d'Inghilterra e Cario VI di Francia , stahiliva che la 
corona di Francia passasse in Enrico V o ne' suoi credi in 
perpetuo dominio. Questo trattato, che sebbene ponesse flne 
alle sventure e miserie della Francia, imponeva alla medesima 
Conta delia schiavitù verso lo straniero, era esecrato dalla mag« 
gior parte dei Francesi. A renderio pib odioso contribuì Tor- 
gelilo e la tracotanza inglese, speciafmente del conte di Hai- 
tingdoD, che non rispettava né leggi né trattati. 

Gir Armagnacchi che pugnavano contro lo straniero non 
vollero aderire al trattato, ed Enrico spinse a tntt'aomo la giiem 
contro di. essi ed il Delflno. Non appena fatto sposo di Caterini, 
quel troculento cuore s'apparecchteva alle stragi, e 8opo aver 
espugnata Sens e Honterean, non rimanendogli che la rócca df 
quest'altima città , il cui presidio era comandato dai cafiitano 
Guitry, mioaecioso si presentò intimandogli la resa; e rtnn» 
tandosi a ci6, giurava di far impiccare intorno alle innn ddta 
rdcca i prigionieri che teneva. Questa minaccia , fitta qfialctie 
secolo prima dal baribari imperatori tedeschi In fUlia, sembrava 
possibile sobmenle in teotonidie anime ; ma r inglei^ re mu 



•414 — 

si mostrò meno feroce, ed al nobile rifloto di Goitry , di oc 
eedere che alla forza dell' armi, egli fece impiccare tutti i pr 
gionieri. Al qual atto, feroce più di qaello che si possa sigo 
ficare con parole, if capitano non cedette , attendendo semp 
rinforzi dagli Armagnacchi e dal Delfino, che fu poi Carlo Y 
Privato della corona per l'assassinio da lui perpetrato del Da 
di Borgogna, ceduta ad Enrico Y, dovette dopo otto giorni e 
dere. La fortuna sorrideva ad Enrico Y, il quale andava sec 
pre più consolidando il suo impero sulla Francia acquistani 
partigiani e città, obbligando il Delfino a ritirarsi al cospet 
delle sue armi. Colpito da forte dissenteria nel 1422 , spirò 
Yincennes, lasciando leldue corone a suo figlio, che allora coi 
tava otto mesi, costituendo reggente della Francia suo frate! 
il duca di Betford, e raccomandando si ad esso che al figlio 
serbare amicizia al Duca di Borgogna figlio dell'assassinato 
Montereau. 

Carlo YI non sopravisse che pochissimo iempo ad Enrio 
e la sua morte dischiuse la via a nuove micidiali guerre. 
Delfino s'intitolò Carlo YU re di Francia , gl'Inglesi ed ì B(V 
gognoni proclamarono Enrico YI, ma la vittoria stava per l'aro 
inglesi, le quali dominavano il nord della Francia» ed assedi) 
vano Orleans; e donde meno sperava ebbe salute. Nel 1410 ei 
nata in Domremy, da umili parenti, una fanciulla, che crescia 
nella semplicità della sua vita, guidando a'campi il suo gr^ 
dotata d'animo appassionato, vedeva con affanno le m^erie del 
Francia sbllo il dispotismo straniero. Nella sua semplicità cn 
dette di sentire voci d'angioli che la chiamassero a salvare 
patria. Divota estremamente, prestò fede a quella inspirazioo 
e si confidò al parroco , il quale non la derise , ma nemmei 
la incoraggiava. La giovinetta si rivolse in allora a Boudricoo 
governatore della Sciampagna , una delle poche terre rimas 
fedeli al giovine re. L'entusiasmo col quale la vergine di Doa 
remy parlò al governatore, in luogo di farlo persuaso, d'acc( 
gliere la sua offerta, la respinse credendola una pazza od invasa 
dal demonio. Sebbene respinta, non allentò della fatta delib 
razione e si presentò a Lougpont, gentiluomo che godeva grani 
estimazione, il quale, biasimando il governatore della sua ind 
ferenza, la persuase finalmente a dare alla giovinetta armi 
destriero e mandarla a Cinon, ove in allora avea trasporta 
Carlo Yli la sua piccola corte. Il re avvisato dell'arrivo de 
giovinetta in spoglie virili si confuse fra la folla dei corligia 



— 415 — 

) Gìofsnnt appena ammessa an^odìenia , senia aver mai ve- 
loto il Ddfino, lo riconobbe e lo distinse inginocchiandosele 
li cospetto. Carlo ed alcuni altri , sorpresi da questo htto e 
Mi *aria inspirata della donzella » cre<tettero che fosM un' in^ 
fiata da Dio a salvare il trono» poiché le cose sue erano a tale 
idotte che non vi roleva che on miracolo a scamparlo dal* 
'abisso snil^orio del quale si trovava. Non mancarono vecchie 
natrone sobbillate da frati e da preti che insinuarono che Gio- 
ranoa potesse essere fattucchiera , ed avesse stretto patto col 
letnonio. Onde provare la sua innocenxa dovette Giovanna sog* 
[lacere a prove umilianti, nelle quali la sua verecondia fta gra- 
^ente oEfesa. Ma ella non ricosò nessuna prova » e da tutte 
l'osd vittoriosa e costrinse al silenzio i suoi detrattori. 

Ricevette dal re lo stendardo sul quale stava effigiato PUo- 
)o-Dio che usciva dalle nubi , ed imbrandita la spada nella 
estra, si pose alla testa delle poche ed avvilite schiere francesi 
s'incamminò verso la Loira per liberare Orleans assediata 
igl'Inglesi, che minacciava di far dedizione per evitare gli or- 
ni e la strage di un assalto. Il di lei entusiasmo si comunica 
me elettrica scintilla alle sue schiere , ogni soldato diventa 
I leone, ed Orlean^s è liberata. 

Il conte di Dunois ch'era comandante dei difensori d'Or- 
ans, usci colle sue soldatesche e si uni a Giovanna, la quale 
lOdossele a liberare le altre terre deirOrleanese, che si trovava- 
> in mano dello straniero. Questi trionfi furono poi coronati 
lUa famosa vittoria da lei riportata a Patay, nella quale caddero 
lenti sul campo più di quattromila inglesi e fece prigioniero 
conte di Talbot generale dei medesimi. 

Il coraggio tornava a ravvivare i Francesi, la corto di Car- 

YII s'allietava, e fu tutta in festa quando alla medesima ar- 

vò Giovanna a deporre gli allori mietuti al piedi del monarca, 

orlandolo a seguirla a Reims, dove sarebbe stato corcato re 

db Francia. 

Infatti Giovanna condusse il Delfino a Reims, ove si celebrò 
saera cerimonia e fu proclamato Carlo VII re di Francia. Or- 
ai il solo nome di Giovanna metteva spavento negl'IngloM, che 
eti{ritosamente si ritiravano sgombrando le città che occup»* 
no; per il che Auieres, Troyes, Chalons che prima parteg- 
ivano pei Borgognoni e gli Inglesi, aprirono volontariamente 
porte a Giovanna, che precedeva l'arrivo di Carlo VII; \ft9r 
che in poco tempo tornò a conquistare gr^n parte deiravilo 



- 416 — 

retaggio. Carlo VII fece coDiare una medaglia per celebrar 
sua coDsacraziooe^ colla leggenda Consilio firmata[Dei. 

Per tutte queste yittorie sembrava a Carlo VH che 
fosse dischiusa la strada alla capitale del regno. Quantun 
Giovanna avesse eseguite le due promesse da lei fatte , 
cioè di liberare Orleans dagli Inglesi, V altra di far conseci 
Carlo VII in Reims, e potesse andarsene gloriosa, si lasciò ( 
suadere di assediare Parigi; la qual cosa non essendole riusc 
imperciocché venne ferita mentre tentava di scalare le mi 
dovette desistere dair impresa, divenendo oggetto dei sarcai 
di molti che alla corte erano suoi nemici. Vedutasi oggetto 
beffe per la mancata impresa , pregò il re a lasciarla parti 
ma egli non vi acconsenti, e per mezzo del conte di Due 
la persuase a recarsi con Tesercito a Compìègne , nella qu 
città potè mercè il suo coraggio penetrare, sebbene assedi 
dagli Inglesi. In una sortita che fece respinse gli assedia 
entro i loro ripari; ma costoro ricevuti rinforzi rifecero te 
a Giovanna, le cui schiere spaventate dal numero dei nea 
fuggirono in città lasciandola sola; per il che quandTessa f 
per entrare trovò chiuse le porle , ed allora si tenne perdo 
ma nullameno tentò d'involarsi ai nemici, operando prodigi 
valore per farsi strada: ma il cavallo, che gli cadde sotto fer 
la costrinse a darsi prigioniera a Lionetto bastardo di Vendoi 
che la consegnò a Giovanni di Lussemburgo. Questo duca 
onta alla sua dignità ne fece turpe mercato , vendendola | 
grossa somma agli Inglesi. Fu chiusa prima nel castello 
Beaumanoir , indi condotta a Roano , dove il duca di Bell 
Taccusò d'eresia e di strega, per cui venne assoggettata airi 
quislzione, capo della quale era il vescovo di Beauvois. Pai 
molti giorni nello squallore del carcere , dentro del quale 
duca di Betford si recò per attentare alla di lei pudicizia, 
finalmente fu pronunciata la sentenza colla quale fu condano; 
al rogo come fattucchiera e fu abbandonata al braccio secoli 
il i6 maggio 1431; e quasi fosse poca cosa il supplizio ( 
fuoco, lo si volle esacerbare esponendola in una gabbia a 
insulti della plebe. Mentre cominciavano a crepitare le fiami 
ella invocava con fervore il nome deir Uomo- Dio e della V< 
gine, ringraziandoli del supplizio e facessero libera la Frani 
d'ogni straniero oppressore. Cosi periva la salvatrice de 
Francia, senza che il suore nulla operasse per scamparla de 
^immeritata fine. Tarda giustizia si fece dal parlamento coprem 




(fifiVMTtflt aj^m ie»Uffài éif^MiauJ^ /Jiyrà Mt/a/y. 




Siifvanna /Àm mjfnsiene. 




Ì7imm/^m/s'//^y^ 



ifc 



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— 417 — 

Yitnpero qael processo, e nobilitando la famiglia dell'eroina. 
la qnale il drammaturgo inglese e l'alemanno Schiller conse- 
arono i versi che renderanno immortale la di lei gloria e 
Dfamia dei snoi carnefici. 



Tamb. Inquis, Voi. 11. 



55 



CAPITOLO XVll- 



Eugenio IV, ooneilii di Basilea a Firanae, 
e fli Usaiti in Boemia. 



Erasi appena pubblicata la pace che Sigismondo, crÌBdeD- 
dosi pure in buono accordo con Eugenio IV» si pose in cam- 
mino alla vòlta di Roma, nella quale fece il suo ingresso il 21 
maggio del 1433, ed il giorno 30 dello stesso mese ricevette b 
corona imperiale nella basilica del Vaticano. Ma la pace della 
Chiesa era assai più difficile da fermarsi che non quella de*pria- 
cipi secolari. Tutta in essa era discordie e disordine ; e Sigis- 
mondo, nella sua lunga dimora in Lucca ed in Siena, non aveva 
potuto conciliare tante opposte pretensioni. La Chiesa cattolica 
tutta intera trovavasi in guerra cogli Ussiti boèmi, la sede di 
Roma col concilio di Basilea, il nuovo papa Eugenio (V con 
tutti i congiunti del suo predecessore della casa Colonna, ed il 
governo pontificio era in guerra altresì con tutti i sudditi della 
Chiesa. 

Papa Martino V era morto la notte del 19 al 20 febbraio 
del 1431. Durante il suo regno erano state ridotte sotto Tanto- 
rità della santa sede tutte le città, tranne quella di Bologna, e 
tutte le Provincie che prima dello scisma erano soggette ai suoi 
predecessori. Irremovibile ne'suoi progetti, ambizioso e non pei^ 
tanto pacifico, egli aveva governati i suoi Stati da buono e giu- 
sto principe. Era stato nondimeno tacciato d'avarizia, e ciò a 
santa ragione, perchè i tesori da lui raccolti non erano stati 
impiegati a vantaggio dei popoli che avevano pagate le imposte, 



— 4i9 — 

Uè del gorenio che le avea riscosse. Alla di lui mmle i sum 
Ittori rimasero sotto la custodia di tre suoi nipoti della casa 
(Monna, lo che fo cagione delle prime gaetre che turbarono 
por tre anni sotto il nuo?o regno lo Stato ecclesiastico. 

Il conclaTe adunato per eleggere il successore di Martino V 
scelse il 3 marzo del 1431, Gabriele Condulmierì, cardinale ve- 
scoYO di Siena. Questo prelato, che non godeva di molta repu- 
tatone, rioni appunto a suo fovore tutti i suflfiragi perchè ninno 
lo credeva degno di co^ grande dignità. I cardinali pon essendo 
ancora d'accordo con coloro che avevano maggior autorità nel 
conclave, cercavano di mandare a vuoto i loro suffragi negli 
scratini che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a scom- 
partirli tra i più dappoco. Condulmieri, il più dappoco di tutti, 
si trovò eletto per quella stessa ragione, contro Taltrui aspet- 
tazione e la propria, da due terzi delle voci. Era costui vene- 
rano e nipote di quel Gregorio Xll che dal concilio di Costanza 
era stato obbligato a rinunciare la tiara. Aveva passata gran 
parte della sua vita nella povertà in abito monastico e si era 
mostrato zelante di tutto il rigore della disciplina claustrale. 
Pteno di fidanza nel proprio ingegno, Tinaspettato suo innalza* 
iDento accrebbe la di lui presunzione. Non degnavasi di udire 
gli altrui consigli; e perchè ninno potesse dargliene, ogni cosa 
fMseva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa a chiusi 
occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prova di fermezza 
llndole col non lasciarsene smuovere, e per tal modo offendeva 
l'amor proprio ed i diritti dei suoi cortigiani e di coloro che 
trattavano con lui; intanto risguardava ognuno che gli si oppo- 
nesse come un reo da punirsi con estremo rigore. Il suo innal- 
eamento non fu cagione di gioia ai Romani, ed in breve il suo 
{ovemamento giustificò gli universali sospetti. Egli si fece chia- 
nare Eugenio IV. 

In sul declinare del quindicesimo secolo furono veduti sc- 
lere sulla cattedra di san Pietro alcuni papi la di coi ripula- 
óone è talmente screditata che gli stessi scrittori ecclesiastici 
lon hanno por tentato di difenderli. Ma Eugenio IV non è tra 
iostoro. Per quanto sia stato pregiudizievole il suo regno per 
'autorità della Chiesa, per quanti errori egli abbia commessi 
Q tempo del suo pontificato, gli annali della corte romana hanno 
msso a giustificarlo, scagliando anatemi contro tutti i suoi ne- 
Did e tenendo per giusto in ogni contesa il partito cui egli si 
itlome, e per empio quello da lui riprovato. Enea Silvio, che 



— 410 — 

darante il suo vegùo era ambasciatore di Sigismondo alla santo 
sede, e che più tardi sali sai trono pontificio, delineò il ritratto 
d'Eugenio da quel profondo politico ch'egli era ; eppure non Io 
incolpa quasi d'altro difetto che di leggerezza, e Egli era d'alto 
animo » , dic'egli, « ma il suo maggior vizio fu di non serbare 
misura in alcuna cosa e d'intraprendere sempre ciò che VGlen, 
non ciò che poteva. » Il Vespasiano, contemporaneo d'Eugenio 
e scrittore della sua vita, lo descrive poco meno che un santo. 
Infatti Eugenio, osservatore scrupoloso di tutte le discipline 
monastiche, austerissimo nelle domestiche consuetudini, si aste* 
neva quasi da tutto ciò che la comune degli uomini rìsguarda 
come piaceri ; ma egli non seppe mai porre limite alle passioni 
oud'era mosso l'animo suo, a tale che la riverenza del gìura- 
niento non raffrenò mai la sua cupidigia. 

In questi tempi io cui lo stiamo osservando , or che gli 
odii di parte si sono spenti , che i pregiudizii più non hanno 
impero, e che i papi, del pari che gli altri sovrani, sono parti- 
colarmente giudicati a seconda delle loro pubbliche azioni, pare 
che pochi pontefici siano stati meno meritevoli d'Eugenio IV di 
occupare la prima sede della cristianità. Nel furore delle rivo- 
lozioni in cui fu ognora involto, nelle guerre col suo clero, 
co' suoi benefattori, perfidi quasi sempre o malconsigliati furono 
i suoi governi. A pochi tiranni si possono imputare tanti atti 
di perfidia e di crudeltà, pochi scimuniti monarchi hanno date 
più aperte prove di dappocaggine e di leggerezza. Onde nob 
si può comprendere come, avendo egli fin dal principio del suo 
regno concitato contro di sé medesimo e contro il vacillante 
suo trono i popoli, i prìncipi e gli stessi prelati, abbia cionon- 
dimeno potuto reggere per tredici anni e trionfare quasi sempre 
de'suoi avversari, dotati di maggior virtù e di più singoiare in- 
gegno. 

Le credenze religiose, che formavano il suo sostegno, con- 
servavano in allora sugli spiriti una influenza la di cui natura 
ed i limiti sembrano inesplicabili. Le menti erano scevre, al- 
meno rispetto alla maggior parte degli uomini, da ogni super- 
stizione, da ogni calore di opinione, da ogni entusiasmo; le ere* 
denze non si alteneano ad alcuna idea morale né reggeano 
contro i calcoli d'interesse privato, ma inspiravano tuttavia un 
abborrimento invincibile per tutto ciò che portava il nome d'ere- 
tico di scismatico. Gli uomini che aveano scosso il giogo 
^'ogni legge morale, rotto ogni freno alle loro passioni, rinne- 




— 4&I - 

mnie BMiw Ai :<07i«^Kv ^ it^ 

di essi a aoelknte poftdfe. U ^sf&tt tùà^p» M \%^k^h\s 
pitriam di Alessudna. cte anìdhlwro dorato :$MiibniT^ )vi> 
odiose a molifo deiTiIta dignità eoctesn^ticji in t»)i ^i ^a 
poslo. taC DOD sontanviDo: ohm imi fé c^gtoM di ;fV4ii>^UK> 
il tradimeoto per meoo del quale il pi|Mi (^ ivhrv' U $ih^ 
vecchio amico, il sao accetto nùDìslro. Rì^Mi\biv»$i f\w>o uha 
legìttima astuzia ddia politicai ìotalsa T artificio Ci>l quAk> il 
Piccliiuio carpiva al papa medesimo quel danai\> con cui ta^Yva 
ribellare gli Stati della Clùesa: e riputatasi dd tviiri oivsa ^(hì\<^ 
naturale che papa Eugenio Tolesse toglierti la Marta dWnoona 
allo Sforza, benché gliePaTesse data ^i meiie.'^iuii^ i> garonlUa 
con mille giuramenti; che più non pareva obbliitalo al «uo xM- 
fensore, dacché pia non aveva bisogno de'suol st^rviiii. .\vn^M>i> 
pure agevolmente trovalo scusa il principe o U prillalo cho sii 
fosse alleato coi Turchi e cogli eretici , purcbò fatto V avoMo 
p^ suo prò e non senza motivo. Ma coloro ohe ponovano hI 
poco freno air ambizione ed alle passioni politiche fmnnvanit 
per anco al solo nome degli ussiti. Essi non oanminnvnno an 
la loro dottrina fosse contraria ai dogmi primitivi huI quali is 
fondata Fumana società o ai doveri verso al Crnaloro; ImNlnvn 
loro che fosse condannata per desiderarne anlontoinnntn Tniitlr- 
pazione col mezzo del ferro e del fuoco. Lo scopo dnlln cro- 
ciate bandite sotto Eugenio IV nella Sassonia • noi Hmiiilnliur- 
ghese , neir Austria e neir Ungheria non tendnv» , corno nnl 
dodicesimo secolo, a soccorrere i fratelli opproHHl, rrin mi cmtnr* 
minare i dissidenti. Non volevasi convertire I Dooinl, imi tra* 
sonarli al rogo. Questa brama era tuttora un dfjldorlo \Hi\uh 
lare appo le genti, sopra le quali poco ornai potiiva la ri)ll(;toriit. 
L'intera cristianità non avea allora un luilo uomo« mwwNin 
tra i più vantati filosofi , che rìputaaii^j le^^ila caìm al cfUllaril 
il convivere coi miscredenti e non ^hhfftrinm itnu\ t/ill^franxa. 
Air imperio dell' educazione , At'AV i'.nm^Ah , tMìh «MlfidMil 
radicate da imù secoli, ond'era vietat/i l^r^arM^ (iti/i «ti/lo (f/ir^l 
ragione delle strane contraddizioni uhUh qnali v^Uar/i// /v^l#;r#f 
rintelletto umano. Non conviene %iU\\tii\n il n/iftlro rn/i/i/i /h 
ragionare agii uomini dì t\m' »wAì , pfà^M ^ vA^Mm di \mu 



— 4M — 

altra logica; né ricusar di credere all'impero delle passioni che 
regnavano allora, perchè ci sembra impossibile cbe insieme reg- 
gessero. La storia prova par troppo evidentemente che il tra^ 
mento della ragione umana non ha limile quando V errore si 
crede fondato dai dettami di un'autorità sopranaturale. A 
quella mescolanza di perfidia e di fanatismo, d'indifferenza p^ 
le leggi deironestà, e di zelo per la fede, i crociati d'Enrico lY 
andarono debitori de' loro prosperi avvenimenti contro gli os- 
siti; per distruggerli e' s'ingegnarono di dividerli, d'ingannarne 
una parte con false promesse , di arruolarli sotto le loro ban- 
diere, di por in discordia ed in guerra gli uni contro gli altri. 
Ninno degli artifizi più condannati dalla più corrotta politica 
venne omesso dai crociati ; e quando ebbero ottenuto l'intento 
loro, credettero di rendere gloria a Dio distruggendo gli stm- 
menti di cui si erano serviti. « In fine della guerra , • dice 
Coeleo storico de' crociati, « rimanevan tuttavia tra le mani dei 
vincitori molte migliaia di prigionieri , che Hainardo di. Gasa 
Nuova voleva distruggere per disperdere quella rea schiatta. 
Ma perchè temeva di confondere cogli eretici gl'innocenti con- 
tadini, che forse erano stati forzatamente arruolati, fece ban- 
dire tra i prigioni che la guerra non era ancora terminata; cbe 
Gzapchon era fuggito ed era d'uopo inseguirlo ; che perciò U 
capitano abbisognava di que' valorosi soldati che avevano mi- 
litalo sotto i due Procopii, nel coraggio e nella guerriera espe- 
rienza de' quali pienamente fidava ; e per quest' uopo aveva 
fatto assegnare loro un soldo dal pubblico fioche il regno 
fosse perfettamente tranquillo; che invitava perciò tutti coloro 
che volevano acconciarsi ai novelli servigi, ad entrare nelle aie 
vicine, aperte a tale motivo, guardandosi però bene dall' am- 
mettere in loro compagnia contadini non usati alle armi; i 
quali era l'obbligo loro di rimandare all'aratro. Per tale bando 
molte migliaia di taborili e di orfanelli entrarono nelle aie 
che, secondo l'uso di Boemia, erano tutte coperte di stoppie. 
Or appena e' vi furono entrati , si chiusero le porte e vi si 
appiccò il fuoco; e in tal modo quella feccia, quel rifiuto 
della razza umana , dopo avere commessi tanti delitti , pagò 
finalmente tra le fiamme la pena del suo disprezzo per la 
religione. > Tali erano nel quindicesimo secolo gli effetti che 
destava il racconto d' una perfidia quando n' erano vittima gli 
eretici; e cosi era ancora in Italia verso la metà del dicia- 
settesimo secolo. Rainaldi , l' annalista della Chiesa , attenen- 



al aasmto del Cocteo. vi ?^Qn(*f ^ollumo ch^ « ifwi\r 
i Aanune bataantuip {Hi libiti itali fiMW^ lenwtnr ^l- 



Fn B cupone di gnfsl'fnTore por opnì Aiimr^i^nr ml^im^ 
il Me cbe Ja lìfomiB iiredimut in Rwmta cMi toni/^ for^rr 
spesso Bcconqnpnata da mote terAm. non i^Mv» un :v^l^f»n 
ire iD Udii né iene mscere il mmoTno dnhhfo :fsni smti ^\ 
tli d^ pipa d^DB Ghie» di coi $i Bpertn vM^v^^ ]% còr- 
moDe. Per 1b stessa raffiane iro^altra più $tmta riforma ^prh 
Dùtita , die il cscvocUio di Basilea intrapr^nilfva vn^IIo KtoKi^*^ 
mpo ìd seno alla orlodassia, vmxìt di^^approvata : Olio^ \ . i^ho 
sr ogni ligmrào era mi^rlìor nomo di Gn^iwito I \\ (n sì^ì^W 
Ito come antipapa, e il portentoso commoTim<^nt<> «M)a Ohii'^i^ 
I tempo di questo agìtatissimo pontitlcato non n^ni1<^lto h W 
erta agli spiriti. 

Pare die nei tempi di cui descriviamo la storia invalonso 
ella Germania una madore ìndiiìendonaa \\\ opinione oit in 
ari tempo un più vero telo per l ^ntlmonli rollDioM. l^h^ 
ene al cmdiio di Basilea fossimo stali chiamali I vo.soovt o l 
epatati di tutte le nazioni cristiano, lìon pc^rl^inin il nno rn 
ittere ritraeva da quello dei prìndpl o doi protali ti^itonolil. rlu* 
i si trovavano in numero assai maggioro, o vi dominava Iti fk\\\ 
ito popolare della nazione frnmmeKfiO iilln (|imln nra nilnnnln 
otte le sue deliberazioni, tutti I suol dncrnll, innlgrnilii li rnr 
ore del bene, della libertà, della rollRlmin , nmtn II rrittrllln 
ra animato, indicano pure una mancntiz» di pmniflinitn ttnlln 
lee, per la quale era impossibile cho quoirnAAninhlnn KhiKtiniiflM 
lai ad una utile riforma. Il concilio avea npfirovato rinl l^^io 
Compactata dei Boemi col re Slgismondr». l'nr II hf^m dolln 
ace, e perchè Sigismondo salir \m\A%fUi ani trono pntArri/t. iirn^ì 
ì qualche modo pattuito d'ingannarci a vicenda, di rA^I|rror.?f 
dente ammettere una nuova professione di ìpA^, ) t,uì t^rroin) 
rano cosi vaghi ed oscuri che ognnno jfKiteva int^o'kifff a m/Kl/i 
QO ; cosicché i Br)em 1 pr>tessero ornai sernhr ar e /^r ro'krssi . t) ) 
attolici non credersi pi^ obbli^ti in ^/p^m^t^ a f^r Irrr^r h 
uerra. Sarebbe stato per avventnra sj»7ìo /vonsijflKr il rWrr»o 
cere per cristiane tntte le sAtle le rfoali, /yvnsAniAf)do iof^'^fn^i 
i dogmi foniiamentaii del cristianesimo , non 6ìtt<*f]A^fff 4i 
pinloni che in cose di minore importan^^ ; ma r ^t^'nlnpfKir/^ 
m amtMgne par^Je quelle stesse ^nistioni rhe for m?»v mo l'^^- 
etto della d^uta, l'indicare ron fermini comoni opinioni 'lìa 



metralmente opposte , il pretendere di andare d' accordo cod 
unia professione di fede intelligibile intomo a qnello da che 
né 1* una né l' altra parte voleva dipartirsi, egli era ana stessa 
cosa che acconsentire ad ingannarsi scambievolmente e man- 
care nello stesso tempo di buona fede cogli uomini e col 
cielo. 

Questo trattato, sebbene assai difettoso, fu non pertanto il 
più giudizioso atto del concilio, non essendo tutti gli altri de- 
creti che vane declamazioni contro Tincontinenza, contro la si- 
monia, contro gli errori di alcuni oscuri eretici. Non era pos- 
sibile di applicare al governo della Chiesa massime cosi vagbe, 
né di sperare un risultamento probabile o possibile da veruoo 
de' suoi decreti. I prelati sinceramente desideravano la riforma 
degli abusi, ma non volevano dal canto loro trovarsi angustiati 
nella propria diocesi rispetto alla libertà e airautorità, e perdo 
non pensavano a stabilire un più fermo ordinamento, col quale 
soltanto poteansi reprimere i vizi ch'ei riprovavano. 

Il concilio più accortamente procedeva nelPoppugnare Tao- 
torità pontificia che nel porre nuovi ordini. Per menomare la 
podestà papale e sostituirvi la propria, i prelati si scagliarono 
successivamente contro le annate, le collazioni dei benefizi, le 
nuove contribuzioni e tutte le altre sorgenti della pontificia ri^ 
chezza. Denunciavano le une dopo le altre nelle loro grandi 
adunate tutte le usurpazioni della corte di Roma, per le quali 
ognuno di essi aveva riportato alcun danno. Il concilio era di- 
viso in quattro parlamenti ossia camere, nelle quali i suffragi 
dei chierici costituiti in grado inferiore sembrano essere stati 
tenuti in pari conto che quelli dei prelati; e questa mescolanza 
faceva- in esse tutte dominare le opinioni democratiche. Lo spi- 
rito di corpo invalso in quelle assemblee fortiflcavasi per la 
persuasione in cui erano i loro membri che tutte insieme le 
loro voci erano voce dello Spirito Santo. Perciò niun limite 
serbavano nei loro ardimenti; si sforzavano di attribuire al cod- 
cilio ogni podestà e voleano sottomettere la Chiesa airautorilà 
popolare della loro assemblea, che agli occhi loro era rautorità 
di Dio. Ogni giorno essi toglievano qualche prerogativa alla santa 
sede per attribuirsela; disputavano in pari tempo intorno al 
merito ed alla forma di tutte le questioni; ogni concessione del 
papa rendevali più arditi a tentare una qualche nuova usurpa- 
zione; insomma la tattica loro era quella stessa delle grandi as- 
semblee legislative che furono viste cozzare coi re nelle ino* 



mrclue £ coi si mob^ h oostitoiioiie. ATrebbero iofailti »n* 
ch'essi mobb b oostitoiìoDe delb Chiesa , se non avessero 
spinta tropp'oltre b propria amhiiioDe. Ma i padri del oondKo 
cedettero afere aotorib dello Spirito Santo per gofernare le 
podestà temporali egoalmeote che la Chiesa di Dio; Tollero *brsi 
ailMtrì de' priDCi|M delb Germaoia e de' re, e le oi^gx)gliose loro 
pretese indìspettirooo aib fine ranimo <teirimperatore Sìj^is- 
mondo e de' loro pia zeboti protettori. 

Sigismondo, poich'ebbe riaccesa la goerra in Boemia, no» 
osservando i patti ginrati cogli ussiti prima della sua incoro- 
nanone, mori rs dicembre del 1437. Per testamento lasciò, 
quanto era in lai, erede delle sne corone Alberto II d'Anstria, 
soo genero. Era questo l'istante in cui la contesa tra il con- 
cilio ed Eugenio maggiormente ardeva. Eogenio, che temeva lo 
spirito indipendente dei Tedeschi e già più volte aveva cercato 
di tradocare il concilio per istancare.i padri coi viaggi o colle 
eccedenti spese e costringerli in tal maniera a tornarsene vo- 
lontariamente a casa, aveva acquistato in quel tempo un inspe- 
rato ausiliario. Era questi l'imperatore dì Costantinopoli , Gio- 
vanni VI Paleologo , che , stretto nella sua capitale dalle armi 
dei Turehi e minacciato dell'eccidio imminente della greca mo- 
narchia, veniva a chiedere agli occidentali una protezione che 
b Usantina alterezza aveva lungamente rifiatata. Egli si sotto- 
metteva a ridarsi col sao clero in grembo alla romana Chiesa, 
ad abiurare le credenze ed i riti pei quali i suoi antenati ave- 
vano sparso tanto sangue, e sperava a tale prezzo di ottenere 
dai Latini, invocandoli come fratelli, maggiori soccorsi. 

Il Paleologo, pel qaale era grande sagrìflcio il piegarsi alla 
credenza degli Occidentali, sperava assaìssimo nella gratiladine 
loro. Nulla poteva essergli più amaro quanto runione delle due 
Chiese, cosa da lai sempre giudicata empia e sacrìlega, e latta- 
?ia voleva in allora indarvi 1 suoi sudditi, onde ottenere a tale 
[Mezzo una poderosa crociata ; ma s'egli avesse preveduto che 
si poche braccia si sarebbero per sua difesa armale in Occi- 
dente, non sarebbesi al certo condotto a tal passo, per cui ri- 
putava offeso Tonor suo e tradita la sua coscienza. Ha a quella 
dora necessità ed alla speranza cedendo, ei volle pure serbare 
b dignità sua ; laonde diflBcoltava intorno alle condizioni. Non 
voleva recarsi nelle ignote e lontane contrade della Germania o 
delta Francia, dal che sarebbero stati anche più alleni 1 grcci^ 
prelati. Sebbene mosso dalle offerte del concilio di Oasllea ed 

Tàmb. Inquii. Voi. IL ^4 



- 426 — 

incerto tra Faderìrsi al papa od al codcìUo, egli protestò che 
non si sarebbe recato a Basilea; e rifiutò pure Avignone e lotte 
le città della Savoia, ove i prelati del concilio avevano offerto di 
traslocarsi per incontrarlo. Desiderava particolarmente di pia- 
cere al papa e di careggiarlo, perchè sembravagli che il papa 
fosse tuttavia il dominatore del cristianesimo ; le ricchezze della 
corte romana, Testensione degli Stati pontificii e la loro pros- 
simità alla Grecia più accetta e preziosa faceangli T alleanza 
d' Eugenio. Questi , ben conoscendo dal canto suo di quanto 
vantaggio sarebbe stata alia propria causa Y unione de' Greci, 
procurava di compiacere air imperatore e giunse perfino a 
proporre di adunare in Costantinopoli il progettato concilio 
ecumenico sotto la presidenza di un suo legato, sperando senza 
dubbio di sgomentare in tal modo i vescovi latini e di scio- 
gliere il concilio di Basilea. 1 padri del concilio risguardavano 
pure siccome cosa di somma importanza V unione delle due 
Chiese e trattavano gli ambasciatori greci con maggiori rigoardi 
che Enrico IV. 

Ma il timore d' impedire V unione della Chiesa greca alla 
romana non valse per molto tempo a frenare T indignazione 
sempre crescente del concilio. 11 papa era stato da molto tempo 
citato a Basilea, e non avendo ubbidito alla citazione, il con- 
cilio lo dichiarò contumace nella xxviii sessione , il 1 ottobre 
del 1437. Eugenio, in guest' occasione, dovette la sua salvezza 
al precipitato e indecoroso procedere dei suoi avversarli. Gli 
ambasciatori di quasi tutti i principi alzarono la voce contro 
una risoluzione che non avrebbe mancato di strascinare il cri- 
stianesimo in un nuovo scisma. Il papa, prendendo ardire da 
questa favorevole disposizione de' sovrani , traslocò di propria 
autorità il concilio a Ferrara: fuvvi tra i padri di Basilea un 
debole partito che tenne dalla sua ed accondiscese alla trasla- 
zione per un decreto fatto in nome di tutta l'assemblea , laonde 
molti de' padri , abbandonato il concilio , vennero a Ferrara. 
L'apertura del nuovo concilio ebbe luogo PS gennaio del 1438. 
Non vi si trovarono da bel principio che cinque arcivescovi, 
diciotto vescovi e dieci abati , quasi tutti sudditi del papa. 
Nonpertanto l' imperatore di Costantinopoli vi si recò subito 
dopo col despota della Morea suo fratello, col patriarca di 
Costantinopoli e con venti tra arcivescovi greci ed i veri o 
supposti legati degli altri patriarchi dell'Oriente. Venne a 
presiederò il concilio Eugenio IV, e la prima sessione dell' as- 



- «7 - 

semidei delle due Cinese fo temibi il giorno S di oUohro ào\ 
1438. 

Io questo concilio ìuliino fnù nnll» rìm^isc di qn^\)o ^* 
rito dlodipendena ond'en sempre uninuito quello di liji.^iNi ; 
chò an» i prehti di Femn non si niostnin>no meno x^bnll 
per la monarchia deUa Chiesa di quello che i )vidri di liisik>a 
fossNX) pel governo repubblicano di quella* E$si c^ìmlannarono 
il concilio de* loro avTersarii, chiamandolo un conciliabolo, pnv 
nunciarono sentenza di scomunica contro gli eccl^sìAslici ad 
esso aderenti, contro coloro che avrebbero corrispondonxa col 
medesimo, contro i mercatanti che vi portcrebb^^ro vìHovarIIo, 
altra cosa necessaria alla vita , eccitando insiomo i kMi «i 
prendersi gli averi di questi mercatanti, valendosi doirnuloril;\ 
evangelica, ;tis/t tulerunt spolia impiomm. D'altra parlo ogni cuni 
di riformare la Chiesa, di stabilire giusti confini tra raulorllA (Inllu 
sede romana e quella de' vescovi, a Ferrara fu abbandonala, o lu 
trattenuta esclusivamente la grande bisogna doirnnlono dollu duo 
Chiese. Le quattro quisUoni, dell'uso del pano sonxa lievito, ilnU 
Tautorità del papa, del purgatorio, e della processione dolio Spi- 
rito Santo, vennero trattate con tutta la 8otllgll(7«%n vMn può 
essere adoperata in argomenti cui non puA agglugnoro riirnanfi 
ragione. 11 concilio fu come una palestra poi teologi AcoInHllcl ; 
i ^ù riputati uomini della Grecia e deir Italia vi si recnronn 
a fare sfoggio di erudizione e di eloquenza. I/nmorn dolio Int- 
iere si era riacceso quasi con ardore eguale in Oriento od in 
Occidente; il clero greco attendeva allo studio disila fllo»olh 
platonica, non ignorava Tantichilà e cercava d^irnitaro yi',Uìi\mmn 
e la dialettica deirantica Accademia. Bessarlono, nmv(i<^'Aiyn di 
Nicea, che fu poi cardinale, recò ai lialini mu quella s/fKìIo 
filosofia un gusto più puro, un metCKio di ragionare \nii wiffiWf 
coi i suoi compatrioti erano giunti i primi collo Mndlo d^llo 
lettere istituito sopra pio larghe bn^l II f)efi.^arione, onorilo in 
Occidente come colui che si era re.v> «tommament/; iKsnem^rito 
delle lettere, ebbe non pertanto la taccia di ómtU^fp, pr^.^so ) 
suoi fratelli d'Oriente; perché si lasciò se/lnrre (Mh 6ìì(u\U e 
dalie ricchezze della corte 4i Koma, ^^Up^fuUfttff il p^r tib? ^l^/^rioff 
ed alla di lui liiserzione tenne dietro la s^mme^sion^. ri^ii^ 
Chiesa greca. Perciocché; e<i^eri/Jo venula» a w^iflA il ih (ririsrr»^ 
del I43Ó il patriarca A CrjHtantinopoK , e totti i v^.v/>vì thfi 
ravefano seguilo essendo slati privati della tenne provv'Ki^ine 
loro promeaaa onde vincermi r animo coda captività e «wll^ 



— 418—. 

tniseria , eglino s' indosserò finalmente a dare il loro asseoso 
alPunione. In questo mezzo, a motivo della peste oppiata in 
Ferrara, il concilio fa traslocato a Firenze, nella coi cattedrale 
fa bandita, il 6 luglio del 1439, nella xxv sessione, V anione 
dei Greci e dei Latini. Sebbene la maggiore parte della Chiesa 
greca abbia in appresso rinnegata questa riconciliazione , essa 
è riconosciuta ancora nelfetà presente dalla piccola congrega- 
zione che porta il nome di greci uniti. 

In conseguenza di tale unione il papa promise ai Greci in 
nome dei Latini una flótta , un esercito e aiuti per difendere 
Costantinopoli, quando i Turchi ne imprendessero l'assedio. A 
conto di futuro sussidio, Eugenio IV fece pagare dai Medici, 
banchieri della santa sede, dodicimila fiorini alla guardia del- 
rimperatore. Le spese di viaggio del Paleologo e de' suoi pre- 
lati erano state in gran parte pagate coi donativi delfe citti e 
d^i principi da cui erano stati ospitati. Pure la condiscendenza 
dei Greci e la lunga loro lontananza dalla patria non dbbero 
per essi, generalmente parlando , che i più meschini rìsolta- 
menti: il solo Eugenio n'ebbe vantaggio. Imperciocché egli 
godette dappoi di assai migliore estimazione, e i suoi aderenti 
ne presero argomento di farlo credere continuamente intento 
alla pacificazione della Chiesa, intanto che, a detta di loro , il 
concilio di Basilea non tendeva che a dividerla. Nulla trascorò 
il papa di quanto potesse contribuire ad accrescere questa 
nuova gloria. Dopo che i greci non meno che la maggior parte dei 
prelati latini, ebbero abbandonato il concilio di Firenze , Eu- 
genio ne trasferì a Roma le poche reliquie, ed in quest'ombra 
di concilio ecumenico ammise le supposte deputazioni degli 
Etìopi, de' Siri, de' Caldei, de' Maroniti ; conchiuse con questi 
disertori di quelle sètte nuovi trattati d'unione, di cui le Chiese 
loro mai non ebbero notizia, ed in tal modo compi apparente- 
mente la pacificazione dell'Oriente. 

D'altra parte il concilio di Basilea , abbandonato da una 
parte de' suoi partigiani, ma sempre frequentato dai vescovi di 
tutte le contrade della cristianità e sempre riconosciuto dalla 
Germania, dalla Francia, dalla Spagna e dall'alta Italia , elesse 
finalmente per papa il 5 novembre del 1439, sotto nome di 
Felice V, Amedeo VIII di Savoia, che in allora, deposto il prin- 
cipato, era decano dei cavalieri di san Maurizio di Ripaglia. 
Questo principe che infioo allora aveva goduto riputazione di 
uomo prudente , e che , stanco delle cure del governo , aveva 



— 4» — 

nel 1434 cedala la signorìa de' saoi Stati al suo figlioolo mag- 
^ore» Laigi prìocipe di Piemonte, accettò la dignità conferitagli 
dal concilio che lo chiamava negli estremi suoi giorni a più 
cocenti cure che non erano state quelle del trono che aveva 
abdicato* £i tenne la sede ora a Rasiiea, ora a Losanna, ora a 
Ginevra con una immagine della corte di Roma , da lui com- 
posta , in quattro promozioni , di ventiquattro cardinali. I due 
coucilii e i due papi continuarono per alcuni anni a fulminarsi 
a vicenda colle scomuniche, e le due parti della Chiesa a dif- 
^marsi reciprocamente colle più oltraggiose e calunniose im- 
putazioni. Questi scandali furono trasmessi ai futuri secoli non 
per mezzo di libelli, ma nelle dichiarazioni infallibili de'concilii 
e de' papi. 

Eugenio IV non doveva pensare soltanto a difendere la sua 
podestà spirituale degoziando coi Grecite combattendo contro 
il concilio, ma ancora i suoi temporali domimi , i quali erano 
qualmente pericolanti per le guerre delle quali non concede- 
vagli iUndole sua irrequieta di rimanersi. Abbiamo osservato 
come nella guerra della Lombardia egli fosse operoso alleato 
delle Repubbliche di Venezia e di Firenze : egli prese parte 
ancora nella guerra di Napoli, ma con minore fervore , e sic- 
come aveva abbracciato la parte angoina , trovossi in pericolo 
a caa3a dei rovesci di questo partito, ch'egli aveva male asse- 
condato. 

Alfonso d'Aragona, che combatteva pel regno di Napoli con 
fianierì d'Angiò, non aveva avuto per lungo tempo altro ne- 
mico a fronte che la moglie del suo emulo, Isabella di Lorena. 
Essa era venuta Napoli nel 1435 con Luigi , suo figliuolo se- 
condogeoito ; dotata siccome ella era di saviezza e di virtù, si 
rendette cara agli antichi partigiani della casa d'Angiò , e di 
conserva con loro sostenne per ben tre anni una lotta disu- 
guale, finché lo sposo venne a raggiungeria. Ranieri approdò 
a Napoli il 19 maggio del 1438. Ma siccome, per ricuperare la 
libertà, aveva dovuto pagare una grossissima taglia, i suoi te- 
sori erano esausti ; egli non recava né sussidi! né truppe in 
nn regno minato le di cui entrate erano divorate dai faziosi. 
I suoi aderenti , vinti non meno dalla dolcezza e dalla bontà 
dell'indole sua che dal suo coraggio, avevano da principio ado- 
perato per lui con fervido zelo; ma poiché si avvidero che ad 
esA soli toccava di fare tutto per lui, il loro zelo venne meno, 
« le sue cose andarono sempre più declinando. Nella Calabria 



— Mo- 
gli era stata tolta GoseDsfa per tradimento, e tutta la provincia 
segai r esempio della capftale e si sottomise ad Alfonso. Neil» 
Puglia Giovanni Antonio Orsini , principe di Taranto , trasse 
alla ubbidienza dell'Aragonese quasi tntte le città, tranne Man* 
fredonia ed alcuni castelli in cui teneva guarnigione Francesco 
Sforza : negli Abruzzi la sola città d'Aquila mantenevasi fedele 
a Ranieri, coi luoghi di confine della Marca d'Ancona, pos- 
seduti pure dallo Sforza. 

Giacomo Caldera o Candela, duca di Bari e il più ferma 
sostegno pel partito d'Angiò, era morto il 18 novembre del 1439. 

Antonio, figliuolo di lui e succedutogli nel comando delle' 
armi e dei ducato di Bari, era meno del padre afifezionato agli 
Angioini, o meno disposto ad ubbidire ad un re che non po- 
teva pagarlo, e cadde in sospetto a Ranieri. Questi volle toglier- 
gli il comando dell'esercito, e perdette Fesercito stesso col suo 
generale, che nell'estate del 1440 passò ai servigi dell'Arago- 
nese. Più non rimaneva nella Campania al principe francese 
che la città di Napoli, e questa pure era assediata e mancante 
di vettovaglie. Tanto nei regno che fuori non vi era esercito a 
principe che potessero arrecagli soccorso. 

Alfonso credette essere giunto il momento favorevole db 
chiudere per sempre l'ingresso del regno al solo alleato che 
avesse Ranieri, e cercò d' impadronirsi per sorpresa di tutto- 
ciò che lo Sforza possedeva nella monarchia siciliana. Questi, 
intento in allora alle guerre di Lombardia, aveva lasciate poche 
truppe nei varii feudi redati dal padre. Egli era afifezionato af 
re Ranieri e nemico d'Alfonso, contro il quale egli e il vecchio 
Sforza avevano lungamente combattuto ; ma prima di partirsi- 
dal regno aveva pattuita con Alfonso una tregua di dieci anni, 
in forza della quale le città da lui occupate erano state dichia- 
rate neutrali ed i loro mercati egualmente aperti alle due fa- 
zioni. I Napoletani, chiusi di stretto assedio da Alfonso, appro- 
fittavano di siffatta neutralità per trarre le vettovaglie da Bene- 
vento; e questo fu il fatale pretesto di cui si valse il re d'Aragona 
per rompere il trattato ed assalire all'impensata questa città, di 
cui impadronissi in sul finire del 1440. Approfittando egli po- 
scia dei primi vantaggi, occupò in pochi giorni, per accordo o 
per forza, tutti i castelli del vicinato e tutto quanto possedeva 
nella Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente 
anno fece muovere i suoi luogotenenti contro i feudi che lo 
Sforza aveva negli Abruzzi , e andò egli stesso ad assedfàre 
Troia. 



— 451 — 

Francesco Sfona, che slava io allora ai servìgi dei Vene- 
wni, era abbastanza occupato nel far testa al Piccinino. Non- 
pertanto mandò pel mare Adriatico due de'suoi luogotenenti t 
Cesare Martinengo e Vittore Rangone, a difendere il suo rotag- 
gio. La cavalleria che questi condocevano approdò a Manfre- 
donia ove le si rannodarono i partigiani pugliesi di llanieri: oi 
-s'avanzarono poscia verso Troia per costringere Alfonso n le- 
game Tassodio; ma questi mosse ad incontrare. i due capitani, 
li ruppe e disperse intieramente le loro poche schiere. Ales- 
sandro Sforza, fratello del conte Francesco e suo luogotencnlo 
nella Blarca d'Ancona , più fortunato contro Raimondo di Cai- 
dora che comandava gli Aragonesi negli Abruzzi: ei lo sconllsso 
e prese con circa cinquecento cavalli; scacciò dalla provincia il 
rimanente della truppa di lui, ma non cercò d'inseguirla e di 
approfittare, della sua vittoria. 

Il cardinale di Taranto, mandato da Eugenio IV, entrò 
pure con un esercito di diecimila uomini nel contado d'Albi 
nell'Abruzzo ulteriore per sostenere il partito di Ranieri ; ma 
dopo una breve stagione campale, che non venne illustrala da 
veran'impresa importante, fece tregua con Alfonso e rientrò nel 
territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Aragona che gli sforzi 
de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi 'soldati sotto 
Napoli e la strinse in modo che le vittovaglie salirono ben tosto 
a carissimo prezzo. Il re Raineri faceva dispensare sei once di 
pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevafio la guardia, 
e tutti gli altri erano ridotti a pascersi di erbaggi o di animali 
ioimoDdi e schifosi. Nondimeno così accetto erasi reso ai NaiMi* 
letahi e di si buon cuore partecipava degli stenti e dei fiericoH 
comuni, che il popolo non moveva alcuna lagnanza e sopfior- 
tava per amore suo i |Hh grandi patimenti. Ma tutta la speranza 
degli assediati fondavasi sol conte Sforza ; sa(>evano essi che 
dopo la pace di Lombardia questo generale capitanava ttu flo« 
fente esercito, che si era arricchito coi tesori d^;llo SMr>/>;ro, e 
che niente ornai lo riteneva in Lombardia. Ranieri lo sc^>ri(fifi' 
rava d' affrettarsi a salvare un amico dall' estrema mina itA a 
vendicarsi di un nemico che lo aveva assaliti) senza CHK^^e 
stato {Mt>vocato. Infatti lo Sforza^ mosso da giut^to vlegno fier 
la ricevuta ingioria, si pose in cammino in princìpio dì gennai/i 
del 4442 per recarsi a confennare oelfabbidieriza il prÌMifiato 
della Marca ed a difeodere o riC4mqQÌJilare i sooi Usiiói ererJi' 
tari! del regno di Napoli 



- 45J — 

Un avversario cosi formidabile potea qd' altra* volta eam- 
biare la sorte della guerra. Alfonso, avvisato dal suo imminente* 
arrivo, supplicò di soccorso il duca di Milano: gli fece sapere 
eh' era in procinto di perdere una conquista che ornai credea 
sicura; gli mandava dicendo essere a lui solo debitore dell» 
corona: per terminare quest' opera altro più non rimanere a 
farsi che tenere lo Sforza fuori del regno finché Napoli ^ fosse 
arresa, ed in allora la sua riconoscenza per cosi grande benes- 
sere non sarebbe più stata impotente. 

È verisimile che, iielP istante in cui Filippo Maria si en 
rappattumato collo Sforza e gli avea data in isposa la figlinola, 
avrebbe potuto sulPanimo di lui tanto da indurlo a rimanersi 
inoperoso, almen qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire 
i feudi toltigli da Alfonso. Ma il duca di Milano non voleva mai 
conseguire i suoi fini che per mezzo di raggiri; egli era sma- 
nioso e gratuitamente smanioso per gP inganni, e preferì di 
mandare in rovina il genero e la figliuola piuttosto che cercare 
dMndurre il primo ad accondiscendere a' suoi desiderio Forse 
la morte di Nicolò marchese d'Este, accaduta il 26 dicembre 
del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad on 
parentado trattato dal marchese. Nicolò, uno de' più accorti 
prìncipi che abbia annoverati T illustre famiglia d'Este, di tanto 
credito godeva appo il Visconti che questi lo aveva indotto a 
porre la sua stanza in Milano, ove andò di fatto a starsi il 5 
aprile 1441, e ve lo avea trattenuto come suo confidente, amico 
e consigliere ; onde spargevasi voce che sarebbe stato istituito 
erede dei duca. La morte di Nicolò, per la quale gli Stati di 
Ferrara e di Modena caddero in successione al suo figliuolo 
naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle 
arti, venne attribuita a veleno datogli, siccome si vuole, da' suoi 
emuli nella corte di Milano. Perduto un tanto consigliere, Filippo 
accostossi di nuovo a coloro che godevano per lo innanzi il suo 
favore, ed in particolare a Nicolò Piccinino; ordinò a questo 
generale di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Vene- 
ziani aveano licenziati dopo la pace e di avviarsi a Bologna. 
Nello stesso tempo scrisse ad Eugenio IV ch'era giunto final- 
mente per lui il tempo di ricuperare la Marca d'Ancona, la quale 
pentivasi pur tanto di aver data in feudo allo Sforza, e gli offriva 
per riconquistaria le truppe del Piccinino, pagate per tutto il 
tempo che durerebbe la guerra;; 

Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della l^a» 



— 45S — 

^ coi eia pvle anche il papa; dappoi lo Sfona era stato ricnv 
Doscioto da Eageoio per arbitro oeir ultimo trattato di pace : 
finalmente in qoeslo stesso. ponto egli accorreva in ajnto di uu 
alleato della corte di Roma ài già ridotto alle ultime angustie: 
ma nò la riconoscenza né i gioramenti potevano tenere a freno 
Tàmbizione d'Eugenio. Egli accettò la proposta del duca di 
Milaho; consenti senza scrupolo alla rovina di Ranieri « nella 
cni salvezza poco prima egli credeva riposta la guarenzia della 
indipendenza della santa sede; nominò il Piccinino gonfaloniero 
della Chiesa e, senza dichiarazione di guerra, anzi protestando 
di volere e bramare la pace, gli dette autorità d* impadronirsi 
all'improvviso di Todi e di assediare Assisi. 

Lo Sforza, trattenuto nella Marca da cosi inaspettate osti- 
lità, abbandonò il progetto di soccorrere la casa d'Angiò. per 
far testa al Piccinino. Intanto il caso favoriva Alfonso a Napoli. 
Un moratore, cacciato per la fame fuori di Napoli, indicò al re 
d'Aragona i giri e T uscita di un acquedotto abbandonato, |)ej 
quale Belisario era entrato un tempo nella città. Credevano ((li 
assediati bastantemente chiuso quel passo con uno steccato od 
avevano trascurato di porre una guardia in quei luoghi umidi 
ed oscuri. Il muratore condusse il 2 giugno del 144S dugonto 
soldati aragonesi per quell'acquedotto fino ad una torre cui 
faceva capo. Nello stesso tempo Alfonso fece dare Tassnllo allo 
mura per distrarre gli assediali; e malgrado la valorosa resistenza 
di Ranieri, gli Aragonesi entrarono in città per due diverso 
parti. È tuttavia probabile ch'ei sarebbero stali respinli so uno 
di loro non fosse stato veduto nelle vie di Napoli inonL-ilo sul 
cavallo di un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale visbi 
fu nniversalmente creduto che una porta della città fosse stata 
occupata dal nemico, poiché v'era entrata la stessa cavalleria; 
ed in allora più non fu possibile di trattenere i Napoletani (latin 
fuga. Ranieri, strascinato dai fuggitivi, si chiuse in Castelnuovo; 
la città venne saccheggiata per alcuno ore: ma Alfonso essen- 
dovi entrato, vi pose buon ordine ed accolse umanamente lultit 
gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di Monte si arre- 
sero dopo poco giorni, quelle di Castelnuovo e di Sant^Elmor 
tennero ancora qualche tempo per Ranieri. Ma questi non vi si* 
volle rinchiudere; egli s' imbarcò per recarsi da prima a Firenziv 
poi a Marsiglia, ed in sui finire dell'anno, perduta la speniriz;! 
di ricuperare il regno di Napoli, fece dare ad Alfonso Ui forto/x^f 
cbe tenevano ancora per lui, onde non prolungare irmUlm^'iilo 

Tamb. Inquis. Voi. II. y*i 



— 454 — 

i mali di un popolo che gU aveva mostrato tanto amore e tanta 
fedeltà. 

Frattanto continnavasi la guerra nella Marca d'Ancona, seb- 
bene i Fiorentini, che risgdardavano la salvezza degli Stati del 
conte Sforza come la gnarenzia della loro propria in^pendenza. 
cercassero» di conserva coi Veneziani, ogni modo per ristabilire 
la pace. 

Bernardo de'Medici erasi recato in loro nome ai due eser- 
citi per essere mecUatore di pace e due volte avea indotto il 
pontefice ed il Piccinino ad acconsentirvi. Ma appena lo Sforza, 
fidando nei loro giuramenti, prendeva la strada del Tronto per 
entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi legati proscic^lie- 
vano il Piccinino dair osservanza «dei patti giurati, valradosi 
della massima, che nessun trattato svantaggioso atta Chiesa è 
valido; e il Piccinino ricominciava la jguerra. La prima volta, 
abusando la fidanza dello Sforza, prese con repentino assalto 
fa città di TolentiQo, la seconda cinse d'assedio Assisi II si- 
gnore della Marca, impedito in tutti i suoi progetti, perdea le 
sue truppe alla s[HCCiolata ; tutte le bande comandato dai suoi 
capitani o da' suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano state 
runa dopo Taltra sconfitte. Assisi fu presa, ed.il nemico vi entrò 
per un acquedotto, come pochi mesi prima era entrato in Na- 
poli. Tre luogotenenti dello Sforza, Manno Barile, Cesare Mar- 
tinengo e Vittore Rangone, tenendo le cose sue per di^^rate, 
si erano condotti al soldo del re Alfonso. Questi sottomise in 
poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed anche nella Puglia 
rimaneva tuttavia fedele a Ranieri ed allo Sforza. Aquila gli 
aprì le porte, Manfredonia e Troia si arresero vedendolo muo- 
vere alla loro volta, e, prima che Tanno volgesse al termine, Fran- 
cesco Sforza più non conservava un solo feudo di quanti suo 
padre ne aveva acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche 
e tante vittorie. 

Ben poteva restare a Ranieri d'Angiò qualche speranza di 
risalire sul trono di Napoli finché il valoroso condottiero che 
teneva per lui era padrone dei paesi degli AbruKzile della Pu- 
glia ; m9 la ruina di Francesco Sforza consumava quella degli 
Angioini, e Ranieri dovette infatti difierire, fin dopo la morte 
del suo avversario, ogni tentativo per rientrare nel regno a cui 
credeva di avere incontrastabile diritto. Egli si era tenuto si- 
curo dell'alleanza del papa ; i loro trattati erano stati confermati 
4la- tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i 



— 455 — 

prìncipi e dalla goarenzia ancora più grande del yicendeyole 
vantaggio: e non per tanto Eugenio lY era il vero artefice della 
mina dell'Angioino. Assoldando il Piccinino e muovendo guerra 
allo Sforza in onta alla giurata pace, Eugenio aveva tronca a 
Ranieri la sola speranza di salute che gli rimanesse e toltagli 
di capo la corona. Il principe fuggitivo, prima di abbandonare 
ritalia, desiderando almeno di rimproverare di. tale perfidia il 
suo imprudente alleato, venne per bgnarsene a Firenze, ove 
trovava^ in allora la corte pontificia; né gli fu difficile il di- 
mostrare ad Eugenio che la guerra mossa contro il suo difen- 
sore avea accresciuta la miseria de'suoi fedeli partigiani, che 
con Ini sostenevano Tassodio di Napoli. Ha Ranieri, privo di 
r^[no e di eserciti, non osò alzare troppo la voce per far le sue 
d(^lianze ; si mostrò pago deiraflTetto che tuttavia gli mostrava 
la corte pontificia e accettò dal papa con riconoscenza Tinve- 
sfitoia éA perduti Stati : perdocchè Eugenio IV, quasi riparare 
volasse U commesso errore^ pose in capo a Ranieri, con soLeone 
cerimonia ed in nome della Chiesa, la corona del regno nel 
punto slesso che questo prindpe era costretto ad abbandonarlo. 



CAPITOLO XVIII. 



LÌTÌ« Andreani. 



Circa jairanno in cui trovasi la nostra storia , istitaitosi 
anche in Pisa il tribunale del Sant'Uffizio, si mietOTano vittime 
dal medesimo e s'innalzavano roghi al pari che in tutte le altre 
città d'Italia ove l'eresia, il sortilegio, la bestemmia, come ab- 
biamo veduto, erano perseguitati. Né qui possiamo intralasciare 
di rilevare un fatto, non ci essendo possibile dire dettagliata- 
mente di tutti, che valga a mostrarci la ferocità colla quale 
avviluppossi la nefasta istituzione, vogliam dire la storia della 
celebre Livia Andreani e dello sventurato suo marito. Livia da 
giovinetta avea impalmato certo Andreani, che non essendo né 
sciocco né imbecille, mal tollerava gli abusi che un di più che 
l'altro andavansi dal tribunale dell'Inquisizione commettendo; 
per il che ne' crocchi cogli amici ne andava biasimando giu- 
stamente il rigore, non senza pungere con qualche arguto epi- 
gramma od un frate o l'altro che a queir ufficio intendevano. 

Non tardarono i frati a risapere i discorsi dell' Andreani, 
coi quali talvolta svegliava Y ilarità nelle brigate, e lo fecero a 
sé chiamare; ammonitolo a desistere dal più oltre offendere con 
indecorose parole la maestà del Sant'Uffizio, lo licenziarono 
sotto comminatoria di farlo agguantare dai berrovieri dell'Inqui- 
sizione. Ma poco nulla fecero breccia sull'apimo dell' An- 
dreani le minacce deir Inquisizione, e continuò nel satirizzare gli 
inquisitori ed i preti : mollo più che esisteva in allora uno sci- 
sma nella Chiesa, il qual porgeva esca ai malevoli di censurare 
la condotta de'pretì, de'cardinali e di tutta la corte pontificia. 

Alla morte di Innocenzo VII, radunatisi in conclave i car- 



— «r — 

dmali, elessero a pain Annto C<nm wtMtHiiNv tm^Kivili^ « 
petrìana di Gosluilimpoi. Cntafai qwislì tlten ^tMH'Miii«l 
areva opìnioDe di essaen n sant noiDd e dì antica ;!«wità: IMM 
aiqieoa insediata linnovò le UVbt prames» di ^MUhm^ a tuli» 
per mtftere fine alio sosma che hoerafa la Ctik>isa. K^li aw^ 
assnoto il nome di Gfte^orio Xn. ed il $Q0 anla|^>nl$ta t^A N«^ 
nedetto xni. Si ^scrìssero a tìceDda calde esiortationì (W aUti- 
care alla sede, onde poscia i dne coll^ dei eardiiKili uuiiM 
fra loro avessero a scegliere un papa che Kovenia^so luUa U 
Chiesa, e fosse posto fine allo scisma. I deputali cl)e il Vo,uo-^ 
ziano aveva mandati a Marsiglia» ove risiedeva lieniHk>tli> \Ul 
con ini d'accordo scelsero Savona per luogo di convegno a( due 
pontefici, ove alla presenta del maggior nmnero dei CAntinali 
che postalmente si fossero radunati pronunciare la fonuale 
rinuncia. Ma né Funo né Taltro volevano addivenire a «lueaio 
ermco atto a vantaggio della Cbiesa; preferivano un poterò di* 
mozzato anziché vedersi soggetti. Benedetto orasi recato llu^ 
a Porto Venere, indi alla Spezia, e Gregorio a Lucca; non gramlo 
Stanza quindi li separava, ed i negoziatori fecero ogni Mforiu 
per indurii ad un abboccamentOt ma indarno; poicliò HcrlMe 
Leonardo e che Tuno come animale acquatico non volua mal 
abbandonare il lido, Taltro come animale lurrcatre non Hi volon 
avvicinare. • 

In questa altalena chi. più comandava erano I canlliiiill dnl- 
Tuno e dell'altro partito, i quali tenevano le redini dello coae 
della Chiesa ed obbligavano i pontefici a subirò la pro/«/4loiio 
della loro volontà. Gregorio, per afforzarsit volle nomlnaro quat- 
tro cardinali; gli altri avversavano la nomina» corno alto che 
potesse prolungare lo scisma; nacque repetio» e del dodlcJ c/lte 
erano radunati in Lucca a far spalla a Gregorio nove al ritira* 
roDo in Pisa. 

Alla loro venuta il tribunale deirinqui^izione avea »p)e((alo 
al masómo rigore per mostrare lo aseio chti nutriva p«;f la niU- 
gìoiie, e moltiplicava arresti e tortora. Il gkivlne Awìr4ì»nK ifià 
in uggia al Sant'UflBzio, era da quello lentilo a tlata ^1 avM 
Mmpre qualcbeduno a'paooì ebe io vigilava; eal^k; d) imtM e 
di cuore, non sapea frenare la lìngua e ricad/Je n^i artivl) /M« 
rioqoiaizioDe. Quello etie importava agli in^i^iikiri ^n di p^rf^ 
raeltere iosieiBe qoalclie indizio etia \^ijfnmm ^MtUfH egli d>r^ 
aia; poiché quasi tutti aAfMh rhn ì$Mùtj^nM fMf «aaa ^ti^ in- 
rooo chiaiDali al àattTU&ncr^ laqnfMti, >rilerri>K;Mi. #V/^i u \f4t\n 



— 458 — 

ddle tortore ohe dovette snbire quel mìsero e ies^i strazi! che 
dilaDiaroQO la soa aoima, poiché, tolto aireloqmo d'una sposa 
che teoeraneote amaYa, d'una fondoila che abbdli?a la sua 
vita, fa martoriato in ogni peggior guisa che i cannibali del« 
rinqui^ione sapessero nella raffinata loro cnideUà immaginare 
e compiere. 

Per rendere più angosciosa la sua situazione, gli umanis- 
simi inquisitori pensarono a gettare la taccia d'eresia su Livia» 
e detto fatto, mandarono i birri per lei e la fecero sostenere in 
carcere. Chi può descrivere le angoscie , i patimenti di quella 
innocente nel vedersi priva del loarito e della figlia, che sola 
le rimaneva a conforto nelle sciagure che V opprimevano ? Là, 
sola, gettata in un'orrida {HlgioM, strema d'ogni consolazione» 
d'ogni soccorso, condannala a temere continuamente nuovi spa- 
ienti e la notizia di nuovi guai , passava le molto ore nella 
preghiera* Ignara della sorto del marito, né potendo nulla sapere 
della figlia» oscillava si può dive fra la morte e la vita in ccm- 
tinua agonia. La sua angoscia aiàhva un di più che l' altro 
aumentando , finché , non reggendole più le fòrze soffrire , la 
poveretta infermò e mercé calde lagrime e ferventi pveghi^fe 
ottenne di abbracciare quasi dal letto di morte la figlia. 

lì Sant' Uffizio, non per sentimento di accondiscendere ad 
una giusta preghiera, ma per le sue viste, acconsenti a permet- 
tere che fo^ nella prigione visitata dalle figlia. Nel medesimo 
tempo incarìeé un padre inquisitore a presenziare quel collo « 
quio e trarre profitto dell'emozione materna per indurla a de- 
porre qualche cosa contro il marito. 

Fu introdotta la figlia, la quale, inginocchiatasi accanto al 
letto, tergeva le lagrime materne ehe in copia cadevano sulle 
nere sue trecce. Quando il padre inquisitore vide che V emo- 
zione di Livia era al colmo, colla destrezza di consumato cac- 
ciatore lanciò il veltro. 

e Livia, sta in voi far cessare tutto questo cordoglio ; dite 
la verità: vostro marito non crede nò in Dio, né nella Vergine, 
né nei santi, e dispreeza la religione, è vero T i 

• No ho risposto fra i tormenti della tortura, no vi rispondo 
ora fra i tormenti dell'animo, che sono ancora più crudeK. > 

e Ma se gli alitri dicono diversamente! ftista, io adesso vi 
parto non come giudice, ma come amico che vorrebbe vedervi 
libera, sana, felice. > 

• Ve ne ringrazio; ma io non posso dire altrimenti da 
quello che ho detto. > 




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€ Sa dMe h Tenta» tì pnmMto di hscter teaire gol totti 
{iorni lostn figfia e, qaùào sarete in caso, di lastiarri an^ 
re lìbera eoo kL > 

. e Ma la tenta Mio sempre detta; noo sono buona » io» a 
* bogie ; noo so cosa sia la meniogoa^ le {larìo come pa^ 
(Si al SgDore od al coofessore. » 

Il frate qQantaDqae inquisitore non era un tigre ; meno 
ITO di cuore degli altri, si era investito (tei dolore e dell'an^ 
•sda (fi liTia, e dair ingenuità del volto credette a quella del 
lore, e raccomandolla alla moglie del carceriere, cbe si trovava 
esente a quel colloquio, dicendo: 

e NoD manchi nulla a questa poveretta; lasciala in corn* 
igDia di sua figlia quanto più si può per i nostri regolamenti, 
quando vuol venire fammelo sapere, che le otterrò sempre 11 
annesso. ■ 

La povera Livia porgeva col capo ringraziamenti al frate 
le se ne andava mostrandosi un cotal poco mesto in volto . 
irbotlando fra i denti: < Ma sicuro che sa niente quella pe- 
ra donna , sicuro. » Presentatosi al capo inquisitore , fece 
nuina relazione, conchiudendo colle parole che andava dicendo 
I sé e sé nel tcfrnare dalla prigione. 

Bla la conclusione di frate Agostino d* Arezzo, che per una 
*ana combinazione da dignitario ch'era nel capitolo del duomo 
Irezzo erasi fatto frate francescano, di quelli ohe portavano 
barba, ed al suo turno doveva prestar mano ai processi del- 
[i(]uisizione, ma lo faceva contr'animo, era nato per Tozlo dei 
iostrì , ma non per tormentare il prossimo , a dllTerenza di 
Iti altri che non ponno vivere senza far male ai loro slmili; 
di lui conclusione, diciamo» a nulla valse. 

L'ln(iuisizione voleva punire, cioét per meglio dire» voleva 
Qdicarsi delle ingiurìe deirAndreani, e facile era al SanrUf- 
io a spacciare per Taltro mondo un uomo cbe avea avuta la 
3Dtura di chiamarsi addosso il suo sdegno. 

In pochi giorni il povero Andreani fu sentenzialo e eonse* 
ato al braccio secolare, e la moglie sua, dopo di aver lan* 
ito in carcere, fu liberata, ed allora solamente seppe di etmr 
leva. Cosi i cardinali radunati in Fisa, fra i noolli divertimenti, 
bero anche quello di aaristere al supplizio di un uofno inan- 
io aUa morte per solo sentimento di vendetta. 



CAPITOLO XIX. 



Basilio OrdeUffi e sua figlia. 



Quasi contemporaneamente, altri roghi s'accendono in Roma. 
Ladislao re di Napoli aveva intrapreso di sottomettere coU*armi 
gii Stati della Gtiiesa : si era mosso contro Roma e vi si mise 
a campo con dodicimila uomini di cavalleria e con altrettanta 
fanteria ; nello stesso tempo mandò qaattro galere ad occapare 
la foce del Tevere perchè i Romani non potessero avere le vet- 
tovaglie dalla parte di mare: espugnò Ostia malgrado la ga- 
gliarda resistenza oppostagli. Pochi giorni dopo la presa d' 0- 
stia Paolo Orsini , che aveva il comando in Roma, apri a tra- 
dimento una porta alFesercito dei re. Allora, ma allora soltanto, 
i cittadini si disposero alla resa , ed erano pronti ad accettare 
quella capitolazione che loro offriva il nemico già entrato nelle 
mura. 

Innocenzo VII era fuggito a Viterbo, ed i Romani, esortati 
da certo Basilio , uomo che sul popolo aveva grande ascen- 
dente, accusarono i Solonna ed i Savelli d'aver tradita la pa- 
tria, come coloro che aveano chiamato Ladislao, ed altamente 
manifestarono la loro avversione al giogo de'Napoletani. Avendo 
Basilio ricusato ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati 
che vi doveano avere ralloggiamento, e volendo questi entrarvi 
a viva forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue 
difese. Cominciò allora fra 'i Romani ed i Napoletani un'acca- 
nita zuffa che sì protrasse Qno a notte ; ma inline Ladislao do- 




^m^M^sMi/cfm/vrew^e/fCfhfff//aéreha/i^ff 






y 



— Ul- 
te oscife di Roma, ed altro noD potendo fare» mandò ad ap- 
care il fuoco in quattro diversi quartieri (I). 

L'attentato di Ladislao per impadronirsi di Roma riusci van- 
gioso ad Innocenzo VII. 1 Romani si rappattumarono con lui 
;Ii mandarono ambasciatori clie lo indussero a ritornare in 
ma, ove mori pochi mesi dopo. 

Là morte d'Innocenzo accrebbe Tira dei Colonna e dei Sa- 
li , e con quella la libidine di vendetta contro i capi della 
Bilione mercè la quale fu obbligato Ladislao a ritirarsi da 
na. Basilio degli Ordelaffi, che era stato il primo ad opporsi, 
segnato come vittima principale. Non volendo ricorrere a 
ui secondari, ebbero scelto quello di farlo perire per mezzo 
r Inquisizione. 

Potenti famiglie com' erano, trovarono prontissimo il San- 
ffizio ad assecondarle nei loro desiderii di sangue. Basilio fu 
)rigionato qual eret»co e bestemmiatore , e Io furono pure 
1 due suoi compagni, chiamati uno il Merenda, Taltro Mat- 
, popolani entrambi. 

Non appena Basilio degli OrdelafQ era stato rinchiuso nelle 
;ioni del Sant'Uffizio, corse per Roma un gran rumore e 
gno nel popolo , e tutti si guardarono in volto e parevan 
i : Bisogna liberarlo. Ma chi più vegliava alla sua sorte era 

figlia Gemma, unica figlia e dotata di quel coraggio che 
I tanto in cuore d'animosa donna che non s'arresta innanzi 
pericoli né alle minacce. Ella con Toro e con l'aderenze 
rò modo di sedurre il carceriere, il quale essendo anch'egli 
) di coloro che amavano Basilio perchè soccorritore del po- 
), si lasciò facilmente persuadere dalle preghiere e dai doni 
Somma ad introdurla in prigione a favellare col padre, 
indo Basilio udì la parola fuggire provò un senso molesto, 
^hè non solea mai fuggire innanzi ai pericoli. Ma Gemma 
si gettò ai piedi e lo supplicò con tanto fervore che, sciolte 
^lene, ed avvolto in un mantello che il carceriere tenea 
nto, potè ingannare le guardie e porsi in salvo. 

Ma cosi non fu di Merenda e di Matteo, contro i quali si 
;ò Tira degli inquisitori, anche per la mancata vendetta con- 
Basilio. 

Non vi fu tormento al quale non fossero assoggettati , e 

(!) Pietro Minerbetti. -r Diario della città di Roma dì Stefano Infes- 
a. Gian none, Istoria di Napoli, 
Tamb. Inquii. Voi. II. ^6 



^ 



— 4M — 

dopo d'essere stati estenuati dai dolori e dagli spasimi, fu loi 
lotta la sentenza di morte cosi concepita : 

Al nome di Dio. Amen. 

Noi frate Accursio di Firenze, dell'ordine de'frati predicatori«=- 
per autorità apostolica inquisitore della eretica pravità nella^ 
provincia di Roma, facciamo noto a tutti, mentre facevamo ìM 
Bostro ufficio commessoci daiPInquisizione, per fama pubblicarsi 
anzi piuttosto infamia, e per fede di molti uomini degni» ch^ 
ad una voce hanno riferito con giuramento siccome Merenda c^ 
Matteo di Prosinone e Basilio Ordelaffi di Roma, in mina loro^ 
e degli altri e pericolo non piccolo delle anime, spargevan(^ 
molte e diverse eresie in questa città di Roma : onde; non vo — 
lendo noi mancare al nostro dovere, ed a norma deirobbligc^ 
nostro di rintracciare la verità, li abbiamo ritrovati, per asser- 
zione di testimoni degni di fede, pieni di contumelie, scandalm 
e mormorazioni, e non conformi ai vero ; perciò li abbiamo fatti 
condurre alla nostra presenza, e costituiti avanti a noi, pigliammo 
da loro il giuramento corporale di dire la verità, tanto riguardo ^ 
a sé stessi come agli altri, ed avendo confessate tutte le colpe 
che loro vennero apposte ed assegnate, dette e fatte in disprezzo 
della fede ortodossa, chiamato monsignore conte d'Àgubbio ret- 
tore della chiesa di S. Giovanni Laterano, monsignore France- 
sco per la grazia di Dio vicario generale, di molte altre persone 
onorale e dottori di legge, per consultare con matura delibe- 
razione e considerazione, invocata la grazia di Dìo e dello Spi- 
rito Santo, sedendo prò tribunali di consenso dei venerandi 
suddetti signori, pronunziamo e dichiariamo i predetti Basilio 
degli Ordelaffi, Merenda e Matteo di Fresinone, eretici costituiti 
innanzi a noi, il primo condannato in contumacia, gli altri qui 
presenti, e per questo doversi consegnare al braccio secolare ; 
e perciò li rilasciamo in potere del signor Jacopo di Cesena 
vicario presente e recipiente perchè li faccia punire nelle debite 
forme siccome eretici incorreggibili. Le loro case saranno ade- 
guate al suolo per lasciare memoria deirinfamia loro. 

Matteo e Merenda furono abbruciati, e le loro case atter- 
rate; sulFuna fu ^innalzata la casa che abitò Salvator Rosa , e 
suirallra quella che a sé stesso adattò Michel Angelo quando 
dimorava in Roma. 



->^?ttììftMlÌiitiV>'itiÌli 




Casa ili Salvator itosu. 




Casa di Michelangelo a Roma. . 






• ( 



CAPITOLO XXX- 



old V ponUfieo e la oottf iora di Stefliao Porcari. 



quiodicesimo secolo la storia politica deiritalla prtienl» 
iviglioso cootraposto colla sua storia letteraria ; iropir* 
. mentre ogni giorno s'andava sempre più accostando 
ina della libertà qnella pure dei costumit deirenernla o 
Tirib pubblica e privata, vedevasl* per lo contrariOi M« 
crescere il fervore della poesia ed una tale ammirazione 
iquenza ed in particolare per rerudizione che sembrava 
alcun che di pib nobile e di pib elevato nel carattere 
Io. Ad ogni modo, se affisiamo un po' a lungo gli sguardi 
celebri letteratt che fiorirono in quest^epoeei benché ne 
I stupire della loro laboriosa attivili, ed essere loro rl« 
iti pei capo^lavori deirantiehili ch'essi ci ecMir^ÈfOfU) 
lelli de* moderni tempi ofuTessl prepararono il fiasci' 
rawisbmo tuttavìa nel loro carattere e nel loro spirilo 
i del disordinameolo sodale, e rieooosetomo la ragkiM 
nulla poievasi sperare da essi che fosse ékupo di qné 
be erano robbìeilo deUa loro aaraiimiooe. In kUk I 
i de'lomi od qnodicesiaio secolo non erMo reflrtlo 
irefiflaenlo ddb o»iobe italica oelb via deHlMlvItt' 
le opere &n Gmìti, én%Và, ékfTiéM, éif9^ • 
li DQB eratto il ftodollo Arila Mtm àmi tt Mh wmétà^ 
detta \mn99mutkm t degfi IlaKaai, m é éMemdiml» 

ÌMftJffcfftt ffcf iMa twtm wféukttÈé aàk Ue^tn méèmUl 



— 444 — 

e di leggi poetiche ch'erano state concepite per altre nazioni, 
per altre lingue, per altri costumi; deirassoluta preferenza che 
davasi alla memoria sopra tutte le altre facoltà della mente 
umana , e infine del servile assoggettamento del gusto indivi- 
duale ai modelli ed airautorità letteraria. Forse questo assolato 
sbandimento delle naturali e vere impressioni, de' pensieri ori- 
ginali, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova na- 
zione fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta 
l'Europa che non siano stati loro di vantaggio i modelli greci 
6 romani con tutta la loro sublime bellezza. Ma sopratutto nella 
politica del secolo vedremo come sia stato servile il carattere 
che , colpa quella smaniosa brama d' erudizione, contrasse il 
pensiero. Il nostro ufficio di storici ne conduce a cercare quali 
fossero le pubbliche virtù degli scrittori del quindicesimo se- 
colo, e noi li troviamo privi d'ogni altezza d'animo, di nobiltà, 
d'amore di patria, di sentimenti politici. 

Le repubbliche ed i piccioli principati ebbero del pari ìq 
qnel tempo dei filologi; ma la sola Firenze, che aveva un Leo- 
nardo Bruno, un Poggio, un Ambrogio Camaldolese, un Manup- 
pini, portava certamente la palma sopra tutte le altre contratte. 
Ora, sebbene tre di que' dotti siano stati un dopo l'altro can- 
cellieri della Repubblica, non troviamo ch'essi godessero nello 
Stato tu un credito proporzionato agli ampi loro studi, nò cbe 
abbiano adoperato utilmente in prò della patria il sommo loro 
ingegno, o introdotto ne' consigli e nel foro una forte e per- 
suasiva eloquenza, o rinnovellato con alcuna virtù o tratto de- 
gno degli antichi quell'antichità ch'ei volevano in ogni modo 
imitare. 

La venuta a Firenze dell'imperatore Federico IH pose al 
cimento l'ingegno di questi pretesi oratori e politici. Cario Mar- 
zuppini, ch'era succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'offl- 
ciò di segretario della Repubblica, venne incaricato d'arringar 
l'imperatore. La sua diceria era in lingua latina, ed ei la dettava 
in due giorni; la sacra e la profana erudizione onde l'aveva ab- 
bellita, la leggiadria dello stile, mossero a grande ammirazione 
gli uditori. Ma né i consigli né lo stesso oratore avevano pare 
pensato allo scopo politico di quella cerimoniosa arringa. L'irn- 
peratore fece rispondere al Marzuppini dal suo segretario, Enea 
Silvio Piccolomini , che fu poi Pio II. Questi , ben più politico 
che filologo e assuefattosi nelle discussioni del consiglio di Ba- 
silea a parlare con una qualche mira determinata , fece nella 



ubobì ohe lic^iaK^iiD» nu- refibci: mi lì Mm^^^d^ okf 
DOD li a cn iiitpwe^chiftUi. ziun se{^ Arf pwv^Jt. ^ i«^n«i«'«Mi 
Manetti fa lidbiesio dì hs;i»DteTi per tnuw ^^irimpMV^^ il 
MarzoppioL 

Questi eixiliti. cbe oca saperftDO nKVwmiv aUiv kW cIi^ 
quelle impinle iii^fi antichi schiloh ^ di^ \>»rijin*K^ |H)r x^^^w^ 
pre d'eioqiieDu. lasciaroiKi il loro seicok^ c^vù elenio i>^if^ i\V)i(^ 
di qoeirarle oratoria cbe pone avivlU^ ^knato ^$(TciUr^ (jinli^ 
imperio nelle repubbliche, questi eruditi tfano uhv^ W\\ |mù 
daUa ?anità che dairamone della gloria. dalU cu(Md)^.i cho «laU 
rauibizione, e preferìiano le corti de* principi, nollo qu.ili r<Hru* 
dizione teorica era venuta in ma^or coutil che ui soi^^niA ap- 
^cata. Nelle repubbliche e* si vedevano avviliti, qualunque v\>lla 
venivano paragonati a magistrati di fermo caMtton\ di chiara a 
giudiziosa mente, quali erano un Neri CiH^poni, un Mano do|tU 
Albizzi un Cosimo de' Medici; i quali, sebbene tKnoMMstOh^ lo 
tleganze del parlare latino e Parte di prenderò a prenttlo daitlt 
antichi dei falsi ornamenti, pure sapevaiìo muovore iili iintnU 
colla forza dei loro pensieri. Ei si trovavano In mlKlIori m\\\\\ 
presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un (ìonzag», ìVìììì Um\\\om 
d'Este, di UD Montefeltro; la loro vita ora totalniiHilo couNnoraiu 
ad un genere d'erudizione che non poteva Adombrare II più no» 
spettoso principe né turbarne lo Stalo. Quaiureni loro iirilitatA 
alcuna pubblica incumbenza, non ricliieduvasl olio li; loro dico- 
rie di cerimonia fossero dettale dairinlerno l(»ro coiivlncliniinlo; 
perciò, essi giustiQcavano senza scrupolo qiioKll aIU Uniniilnl 
cui non avevano preso parte. Lo Incuiiibenzc loro non orano 
quelle di scrutare o di giudicare le azioni • ma di volarlo oon 
belle frasi ciceroniane ; essi erano adoperali non VAum piihhllr/l 
magistrati, ma come relori; non hi pren<lovano tirlff» nò doIlM 
verità de' loro pensieri né della reltiliidiiio doi loro huu\ì%U ìm 
soltanto del loro stile; e quando avevano ropportiinilA di mmU) 
nere il prò ed il contro d'una qualaiv^iglia pro|iOKlM, di parlerò 
ad un tempo in due oppristi sensi , qnfmVhnt iH}r e»4i do^piff 
gloria, conciossiacbè avevano mu ciò fttjPM%\um di mrnU^m in 
tutto il suo lume il loro meni// d'oral/>re e di ^f\\%U. 

Per avere in tal mo>Jo separala ia aecMoz» &4tì4Uow^ l>|/; 
quenza dalla politica, lo Uiie dal peosM^o, nU ^,fwUU ^M /|riin 
dicesìmo secolo non procuraron/i ai leropi in tm WtmvHVf uh 
maggiori virth pobbtiche iih uwni ìfUM ihUfttiff aK^^ ì^mr//\ 



— 446- 

relative al governo della civile società. Non pertanto alcuni Ai 
loro s'innalzarono alle più sublimi cariche delia repubblica cri- 
stiana. Uno dei pib illustri ad un tempo e dei più fortunatr 
fra codesti letterati fu forse quel Tomaso Sarzana che sotto it 
nome di Nicolò V occupò la cattedra pontificia nel periodo di 
tempo da noi discorso. Protettore zelante degli eruditi , a' cui 
lavori aveva avuta tanta parte , splendido rimuneratore delle 
belle arti, delle quali moltiplicò in Roma ì capolavori, non si 
mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali come alle 
arti liberali. Egli aveva contratta nella intrinsechezza dei clienti 
e dei creati di Cosimo de'Medici queirindifferenza di animo 
per la libertà che avviliva i loro animi, e bruttò li regno 
mandando al patibolo V ultimo de' Romani dei tempi di mezzo 
e reprimendo Y ultimo sforzo fatto per rialzare la libertà di 
Roma. 

Nicolò, chiamato al fonte battesimale col nome di Tomaso, 
era nato nel 1308 di un Bartolomeo Parentucelli, medico pisano 
ammogliatosi a Sarzana. Aveva ricevuto i minori ordini in età 
di dieci anni, poi era statò mandato a Bologna a continuare 
gli studi. Essendo egli aflatto povero, era stato poscia costretto 
ad abbandonare quella università dai diciotto fino ai ventidue 
anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai figliuoli di Ri* 
naldo degli Albizzi e di Palla Strozzi. Tornato poscia a Bologna, 
si acconciò a' servigi del cardinale Nicola Albergati, che il fece 
suo maggiordomo. Tomaso accompagnò il cardinale da princi* 
pio a Roma, poi nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, 
in Germania, facendola per lui, per lo spazio di venf anni, da 
economo, da segretario e da medico. Avendolo l'Alberga ti ricon- 
dotto a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tomaso opportunità di 
stringere amicizia coi più illustri letterati che ivi dimoravano, 
quali erano Leonardo Bruno di Arezzo , Giannozzo Manetti , 
Poggio Bracciolini, Carlo Marzuppini, Giovanni Aurispa, Gua- 
sparri di Bologna ed altri molti. Usavano questi di adunarsi 
ogni mattina in un canto del palazzo e di disputare, sola ma- 
niera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro in- 
gegno. Poiché Tomaso aveva accompagnato a palazzo il padrone, 
ei raggiugneva la dotta brigata, vestito d'una semplice tonaca 
turchina ed in berretto da prete: e prendeva caldamente parte 
nella disputa. 

II nostro Tomaso di Sarzana aveva di già dato a cono- 
scere di essere assai versato nella lettura e nello studio degh 



aotori dumo, aTendooe aniochiti con pndìtioM noie i qmikv 
KrittL eopbti di suo pugno: pertiò qorado Qosiiio te' Malici 
ebbe collocala nel oonfento di San Marco la colleiione dai 
manoscritti di Nicolò Nicoli, chiese a Tomaso istraiioni intomo 
al modo di distriboire ona biblioteca, intomo alle ditisioiii dri 
libri ed aUa fòraiaaiooe dei catalogo. La scrittnra dettata per 
eoddisfare a tali inchieste non serri soltanto di noraia per la 
<fistribnzione della biblioteca di San Marte, ma inoltre per 
quelle della badia a Fiesole, del conte di Montefeltro ad Urbino 
e di Alessandro Sforea a Pesaro* Il cardinale Albergati ateta 
generosamente provreduto al sostentamento di Tomaso, proou- 
randogli due beneficiì semplici, nno dei quali gli frutUiva tre* 
cento scodi, e morendo gli aTe?a lasciato molti avori. Ma Ja 
liberalità di Tomaso e più ancora le sue spese in libri od in 
salari d'amanuensi superavano di mollo le sue entrate. Do|M) 
la morte del cardinale Albergati, Eugenio iv lo chiamava a corte 
col titolo di vice-cameriere apostolico e manihvalo di nuovo 
in Germania col cardinale di Sant'Angelo per indurre i Tede- 
sctìi a rinunciare alla loro neutralità tra il concilio di llaslloa 
e la corte di Roma. Al ritorno da questa ambasciata lo foce 
vescovo di Bologna e poi cardinale nell' anno medesimo , che 
non dovea volgere a termine prima che il nuovo prelato salisse 
sulla cattedra di san Pietro. 

Eugenio IV essendo morto il 23 febbraio del 1447» vonnoro 
consacrati nove giorni alle pompe funebri prima che I cardinali 
entrassero in conclave. Durante quest'interregno, Alfonso acco- 
stossi a Roma e si pose di stanza a Tivoli per avvalorare il 
proprio partito. Tutti i baroni romani cercavano di far valore I 
loro diritti durante il conclave : infra gli altri ilattlsta Savolll 
pretendeva di avere quello di custodirne le chiavi ; ma i cardi- 
nali non vollero riconoscerio. D' altra parte il concilio della 
città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli rivendicava I pri- 
vilegi del popolo, i quali erano pure stati recentemente da mm 
esercitati. Fu propriamente in questo consiglio che SUifano 
l^orcari, gentiluomo romano d'incontaminata ripiitazionOt comln- 
tiò ad acquistarsi nome. Il defunto ponteflce avea indispettiti i 
liomani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le Uìimi : 
la tirannide del patriarca Vitelieschit che fu lungo tem|Ni il miio 
Dia accetto ministro , lo aveva fatto abborrìre. Il Porcari , che 
spirava alla libertà e che voleva imitare le virtù «leirantuvi 
toma più che il suo idioma , esorlA i cittadini adunati ad ap- 



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proflUare di quest'unica circostanza per dare più stabile (orma 
allo Slato. « Non hawi >, diceva egli, e in tutti gli Stati della 
Chiesa cosi piccola e mìsera città che non abbia leggi e sta* 
tuli, e che, pagando un tributo, non goda della sua liberti: 
dovrà la sola Roma essere priva d'un vantaggio che a tutte le 
città è comune? Non si trova cosi piccola e misera terra la 
quale, allorché la morte scende a liberarla dal suo tiranno, 
non approfltti deir interregno per ricuperare i suoi diritti o 
almeno per porre un limite alle preroga