(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Studi italiani di filologia classica"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



'■'83.204 



v/ 



' 



STUDI ITALIANI 



DI 



FILOLOGIA CLASSICA 



VOLUME QUINDICESIMO. 




• • • 
• * • 



FIEENZE 

SUCCESSORI B. SEEBER 

LIBRERIA INTERNAZIONALE 
20, Via Tomabnoni, 20 

1907 






INDICE DEL VOLUME 



Castiglioni (Luigi) — Collectaneorum graecorum particula 

altera p. 342-374 

Cbssi (Camillo) — La critica letteraria di Callimaco . . . 1-107 

Galantk (Luigi) — Index codicum classicorum latinorum 
qui Florentiae in bybliotheca Magliabechiaua adser- 
vantur 129-160 

Garin (Francesco) — Theocritea 306-314 

Lhvi Della Vida (Giorgio) e Pasquali (Giorgio) — De 

duobus Stati silvaram locis controverais 123-128 

Mariqo (Aristide) — Difilo Comico nei frammenti o nelle 

imitazioni latine 376-534 

Pascal (Carlo) — Note sopra alcuni epigrammi dell' anto- 
logia latina 108-122 

PiKRLKONi (Gino) — Index codicum graecorum qui in by- 
bliotheca Chisiaaa Romae adservantur 816-341 

Sabbadini (Remigio) — Le biografie di Vergilio antiche, me- 
dievali, umanistiche 197-261 

Tbrzaghi (Nicola) — Due note sul testo di Minucio Felice. 303-301 

Tbìscari (Onorato) — Epicuri ad Herodotum epistula la- 
tine vertit adnotationibus instruxit 161-196 

/albntini (Roberto) — Le ' Emendationes in T. Liviura ' 

di L. Valla 262-302 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO ') 



1. — L'importanza ohe Callimaco ha come critico non è 
certamente minore di quella ch'egli ha come poeta. 

Ingegno vivo, pronto, versatile, nella critica — nuovo 
prodotto di un' età eminentemente ragionatrice — egli ap- 
portò tutta la vigoria e la genialità di un greco degli aji- 
tichi tempi. Egli riconosce, per primo, nello svolgimento 
storico la norma essenziale che il critico deve seguire nello 
studio delle varie forme artistiche, contemperando le que- 
stioni storiche e le ricerche cronologiche coi giudizi esté- 
tici, che ne sono in immediata relazione. Per questo Calli- 
maco non soltanto si può considerare, se non il fondatore, 
certo uno dei più importanti precursori della storia lette- 
raria, ma anche, quel che più importa, sotto un certo punto 
di vista, della critica storica «). Derivando dagli insegna- 

i) Lavoro che otteune la menzione onorevole nel concorso mi- 
nisteriale della R. Accad. dei Lincei (a. 1905). 

s) Si consideri infatti il titolo di una delle parti dei Jlivccxec 
quale troviamo in Snida (s. v. KaXX.): Illva^ xal ùvayqttfprj tdòy xara 
XQÓyovg xcd «n cìqx^^ ysyofiéytoy didaaxàXioy, titolo che dovette essere 
riprodotto nella sua forma generale anche per gli altri libri dell'opera, 
alla quale era preposto senza dubbio 1* altro: nlyaxes rcùr iy rtciar, 
Tiaiàelif éi€cXafÀìp(iyru)y [xal (oy avi^éyQaìfray iy fiifiXloig x' xal q']. Esagera 
pertanto, a mio credere, A. Croiset (préface p. vii della Hitt. de la 
lìttér, grecqut^) quando all'erma che lo spirito storico nella concezione 
della stO|ia letteraria mancò affatto. Non potei consultare l'articolo 
di E. Egger, Calltmaque bibliograpJie nell'-Ann. de Vasaoc, pour Vencourag, 
d. étud, grecq,j 1876. 

Studi Udì, di filol, class, XV. 1 



meliti rstorici di Aristotele e dei peripatetici, Callimaco 
divide in grandi classi le forme varie nelle quali l' intel- 
ligenza Umana ha espresso le proprie manifestazioni arti- 
stiche e tli ciascuna d'esse, segue le vicende nel rispetto 
storico non meno ohe artistico, rappresentandone allo stu- 
dioso tutto lo sviluppo come in un grande quadro: e per 
ciò egli ha chiamato nivaxn l'opera sna, che non devesi 
confondere con yli indici od i cataloghi della biblioteca 
alessandi-iua ..Scimi sa, II, p. 306). 

2. ■ — Non fa bj ire qui diffusamente del- 

l'i m por tii.n za clic i / ìhei ebbero nell'antichità 

e l'influsso ch'rssi i :i tutta la critica antica. 

Basti notali; che tut iritico letterario, special- 

mente quella critiop qu'on peut appeller au- 

jourd'hui la critiqa i, per dirla con l'Egger 

{Essili s>ii- i hì'sl. ile k « Grec»^, p. 552) reroonte 

bien haut daus les e.. loles et des bibliothòqties 

grecques; elle remonte au moins jusqu'an savant Callima- 
que'. K quando l'opera di Callimiico, col procedere del tempo, 
non bastò pii'i la ai venne correggendo, ampliando, come ne 
dà esempio il lavoro di Aristofane di Bisanzio (T^ò,- kji', 
A'«J.;.i..«x"" -Ti'mz»? (Ath.IX, 408/e 410/',c cfr. anche Vili, 
:J3Ctó = fr. lOOd n. 1} ''}, in cui il critico ha fatlo le corre- 
zioni e le aggiunto necessario all'opera del maestro, per ren- 
derla adatta alle esigenze della critica do'siiui tempi '). E lo 
stesso farà forse Ermippo per quella jiarte dell'opera che 
riguardava i filosiofi, conduceudola fino a' suoi tempi (Su- 
somihl, GAL., I, 495 u. IG'. Cosi di gramiuatico in grani- 
li Le ril.i/.ioui dei vcisi degli iuoi o dagli epìgiMmiiii si i-ile- 
riscono sempre alia secocda edinìODe weidmanaiani» mirata dal AVi- 
lamowitz; ijuelladei (rainmoDti al 2" volume doll'opera dello SclineiJer. 
!) Che iiou sia im' opera (lolemicn ijuulla di Arisi ofaae dimostrò 
già il Nauck, Arisf-ph. nyzaniii ■jramm. akx.fra'jM. (Halle, 1S4S) p. 2i5. 
Noa pare che Arislofane dissentisse da UallimaiM per \c ijiiestioià 
storico-ltìttei-ario, piuttosto per quelltì s'''i''i""*'io^'i e linmiistiolie, 
die i^i-ó Loii dovevano trovar luogo uell'opern da lui composta sui 
J/jVi'k!,- calliiiiachei. Ed era ciò naturale, so si consideri che 1» col- 
tura grammalicale e filoloyica di Aristofane era di molto superiore a 
quella di Callimaco, il quale era sempre uu poeta e uollo studio dei 



LA CRITICA I.BTTBSABIA DI CALLIMACO. 3 

matico si vanno tramandando le notizie date da Callimaco 
sugli scrittori TÌssuti sino a Ini; e le sue notizie, i suoi 
giudizi di raccolta ia raccolta per Ermippo, Demetrio 
di Magnesia ecc. giungono fino a Cicerone (cfr. de orai. 
HI, 132), a Dionigi d'Alicarnasso, a Cecilio, a Quintiliano 
e per mezzo loro, ed in gran parte poi per opera di 
Esichio Milesio, Fozio, Suida ecc. fino ai giorni nostri, 
quando la nuova critica storica nello studio della storia 
letteraria ha seguito nelle linee e partizioni generali la 
TÌft tracciata appunto da Callimaco ne' suoi nhaxf;. Si 
spiega quindi la cura posta dai critici nello studio della 
distribuzione, disposizione ed economia dell'opera callima- 
chea, e per questo riguardo ai possono considerare come esau- 
rienti le ricerche del "Wachsmuth (in Philol. XVI, GB3 sgg.), 
confermate poscia dallo Sclineider (II, 297 sgg.) '). Non ba- 
stava però studiare la composizione generale dell'opera nelle 
sue linee fondamentali, conveniva scendere a più minute 
ricerche; e mentre lo Schneider accenna fuggevolmente 
alla questione, il Wachsmuth tentò di determinare anche 
i criteri seguiti da Callimaco nella composizione dellia sin* 
gole parti dell'opera, ma non si fermò a dichiarare anche 
i criteri storici ed estetici del critico e la loro ragione, 
limitandosi allo studio, per così dire, esteriore dei frammenti 
appartenenti ai Jliraxtg. Il "Wachemuth infatti nota che 
Callimaco scriveva il nome dell'autore dell'opera quando 
era noto, e, quando era dubbio, anche quello attribuito 
dalla tradizione: segnava quindi il titolo dell'opera e, 
quando questa ne avea più d'nno, tutti quanti l'uno ac- 
canto all'altro; infine il numero degli ari^w. Ma studiando 
più minutamente i frammenti vedremo che le questioni, 

testi antichi segui piuttosto il metotlo di uà altro critico o poeta, 
Filata, e dei cosidetti glossografi, tanto più che nella lettura de'testì 
facilmenU potevansi commetlere errori, oasondo cominciata appunto 
con Aristofane la scrittura coi segni prosodiaci (Pluygers, De Zenod. 
carmin. homerie. tdilione, Leidae, 1842, p. 2). 

1) Il "Wachsmuth «min etto come primo il mi-a^ iiòy àiitnaxàiùiy; 
Credo più probabili le ragioni dello Schneider (11, 309), che pone per 
primo il uli-ai dei poeti epici e lirici, poscia quello di^i drammatici. 




i a. OHSsi 

tentate da Callimaco nei ' Quadri ', non si ridncevano sol- 
tanto a questo : i.-gli non è soltanto un compilatore delle 
notizie fino a luì tramandate, ma è anche un critico che 
sa vagliare cjucllo notizie, ed in tal lavoro segue giudizi 
e criteri suoi jiersonali, fa spiccare la propria individua- 
lità, cosi olio l'imporCauza dell'opera callimachea ò ben 
maggiore di quanto fa notare il Wachamutli. Quanto poi 
agli imlici dell'opere dei singoli autori, il "Wacbsmuth crede 
che aneliti presso -~ "' " prevalso il criterio alfa- 

betico, tracudooe i indice delle opere di Teo- 

frasto. Io credo in an parte il critico si sia 

attenuto all' ordine come vedremo pei poeti 

drammatici, od al sue per generi come ve- 

dremo per Simonit lìstribuzione che meglio 

si adattava ad un e liriche), poiché la que- 

stione del catalogt può, come noterà a suo 

luogo, risolvere rilti 'achsmuth ai tiene troppo 

ligio alPo[jiiiÌoiio, Cile ^janMuacu nei ' Quadri ' abbia se- 
guito lo norme tenute nella compilazione degli ' ludici ' 
della biblioteca, non escludendo ohe gli uni e gli altri for- 
massero un'opera sola. Ma tale o}dnione, come ho accen- 
nato, nou è da accettarsi affatto, poiché i ' Quadri ', come 
dichiara il titolo stesso dell'opera, erano una specie di storia 
letteraria per generi, senza alcuna relaziono ai lavori com- 
pinti nella biblioteca od alla disposizione dei libri in essa. 

3. — Ma por couosceie appieno il valore di Callimaco 
come critico nou possiamo limitare le ricerche nostre ai 
pochi frammenti cbo derivano o si fanno derivare dai //i- 
rmei-i. Callimaco non è soltanto critico, ma anche poeta, 
ed anche nello suo opero poetiche, tratto tratto, si lascia 
sfuggire giudizi su scrittori e su libri, specialmente nei 
carmi polemici, dove la natura stessa delle questioni lo co- 
stringeva a manifestare i suoi concetti e criteri più chia- 
ramente, sia ribattendo lo accuse che i suoi detrattori gli 

1) li imborliri iu Ctiitraìbì. f. lìiViothels-': VI, 1880. p. 4!K> h. 4, 
cj-eile cliu nella disiiosiiioiie Jelld Uriche, divise per generi, falli- 

e questa mi pai-c l'opiiiioue più probriljile. 



LA CRITICA LETTERÀRIA DI CALLIMACO. 5 

muovevano, sia censurando egli stesso le opere loro. Siccllè 
anche ne' frammenti poetici possiamo trovare una nuova 
e non meno importante fonte per le nostre ricerche; tanto 
più che queste hanno anche un altro valore, in quanto che 
esse ci danno la vera base per poter rettamente giudicare 
anche dell'arte alessandrina, dichiarandoci i criteri che gli 
artisti stessi seguivano nel giudicare le opere dei maestri 
antichi ed il loro valore storico letterario ed artistico, i 
criteri secondo i quali sceglievano ed imitavano i loro mo- 
delli, e quindi le norme che tenevano presenti nella com- 
posizione delle loro opere originali. 



1. — Di Omero e della poesia epiea. 

1. — Rite coepturi ab Homero videmur. 

Lasciando da parte, come errata, la testimonianza dello 
Schol. TowL ad IL 2y 255 che attribuisce ad Omero i ììoq- 
^(ùuxà, opera senza dubbio di Callistrato Aristofanio (cfìr. 
Schol. ad IL A, 244 e S^ 26B), fra gli accenni che ci riman- 
gono dello studio critico di Callimaco intorno ad Omero, 
ai poemi ed all'arte omerica, dobbiamo ricordare in parti- 
colare i seguenti, che dovremo studiare singolarmente : 

A) Tatian. adv. Graec. XLVIII, p. 105 Worth = 
e. 31 ed. Ott. p. 118 (fr. 390); 

B) Apollod. apd. Strab. I, p. 44 ; VII, p. 299 (fr. 563 a) ; 

C) Porphyr., quaesU homer. III (fr. 135); 

D) Schol. ad lì. r, 371 e ^, 62, B, 380 (frr. 562, 
539, 540); 

E) Eustrat., ad Aristot.^ Ethic Nicomach, p. 65 B 
(fr. 76 a); 

P) Epigr. apdv Strab. XIV, p. 638, Sext. Emp. p. 609 
{epigr. VI). 

G) Epigr. in Anth. PaL XII, 43' (epigr. XXVIII) ; 
H) Schol. ad Pind. Nem. II, 1 (fr. 138). 

2. — A. — Taziano, nel luogo citato (cfr. Euseb., jpracp. 
€vang. X. 11) ricordando quelli che parlarono ttsqI rfjg noi^- 
<r€(og To€ ^OfXiJQOv^ yévovg t€ aèroO xaì %QÓrov xaO-' óv ^x//a- 




6 e. OGSSl 

oer, fra i yQrtj.tincincoC nomina Zenodoto, Aristofane, Uaìli- 
maco, Cmtete, Eratoetane, Aristarco, ApoUodoro, riferendo 
poi le opinioni particolari di Cratete, di Aristarco (=: Fi- 
locoro ?) ed accennando alle opinioni di vari altri (rifig 
(ti . . . i'ttiji,! (lì , .) aenza determinare a obi voglia alludere. 
Sulla legione di Taziano furono mossi gravi dubbi 'ì, foraa 
percbt: Taziano su/o ci parla di tali atudi omerici di Zeno- 
doto, di Aiistuf^ne e di Callimaco mentre ne tacciono 
Eusebio (/. c.j, Gì ed. Seal. 1G58), Sincello 

{Cliron. p. ISO D = i,), i quali ricordano Era- 

tostene, Aristarco {: L ApoUodoro, e parimente 

Clemente Alcssand 21, p. 388 eq. Pott.) che 

ai tre ricordati ag me. ' 

Ma ciò può de >o ohe Taziano attinse a 

fonti migliori di q srivarono Eusebio, Giro- 

lamo, Sincello — I dipendere da una fonte 

sola — Q potrebbe parte — se pur l'analogia 

ba alcuu valoie — clie Callimaco non trattò in un libro 
speciale delia vita e delle opero omericbe, appunto come, 
a quanto si può diro quiiai accertato, nò Zenodoto nò Ari- 
stofane =). Callimaco ne parlò nei Ilituxi:^ incidentalmente, 

1) 11 Wihimuu-Liz (apd. Pusch in DÌ»s. phihì. Hai. XI, 18D0, p. 202 
n. 1) vorrebbe miitaro Ku/liuir/',; iu Kiù:/.!>iii;t:i-i^. Ma so Callistrato 
fu più famoso di Callimaco conio critico omerico, quala ragiouo v'Jia 
di dubitare dell'iissorzione <ii TaKÌaiio, ohe aauho Callimaco uo abbia 
parliito, sijecial mante nel ^'h-k: tiii- f':in:i'»iù)'V Kù si puù invocare a 
favore del dubbio nella citazione dì Tazi.ano l'ordino cronologico 
nella distribiizioae dei nomi, poicliù è ben cbiaro c)io lo scrittore 
non vi badò punto. 

i) i'iiscb, u. e. p. 203. Anche il Puscb dubita della sincorìià 
della notizia di Taziano, perché quesli, moutre ricorda autori di cui 
da altra l'onte non sappiamo che abbiano trattato dello questioni di 
cui egli fa parola, trascura altri che di Omero si oci-uparono, o non 
poco. Ma se Taziano non ricorda, come vurrubbu il Puscb, Arato e 
Riauo, non dobbiamo per quentu dubitare di lui, poiché non suppiamo 
se e.sui abbiano iu particolare p.irhito lU'lla questione ntyj jt]i nmi,'- 
<ì("i~. yirnii it i-i'.i ]Ciii',i'ov nir 'o/iijiifir. A Taziano premeva ricordare 
quelli che, iucidentalmeate o no, nves.sero toccato particolarmente 
tale quostioiie, indipeiidcntomeiito dal l'atto che avessero parlato più 
o meno largamente delle questioni riguardanti Omero od i suoi poemi. 



LA OBITIOA LETTERARIA DI OALLIMAOO. 7 

e forse piuttosto che esporre ipotesi nuove e sue proprie 
su tali questioni, egli non fece che riassumere e discutere 
quelle degli altri, essendo anche notevole questo fatto che 
né Eratostene né Apollodoro, i quali non dubitarono di 
combattere spesso le notizie e le opinioni di Callimaco, in 
una questione di tanta importanza per la cronologia greca, 
qual'era la determinazione dell'età omerica, non hanno fatto 
il minimo cenno di un* opinione particolare di Callimaco, 
anche là dove più favorevole si presentava l'occasione. Non 
è del tutto improbabile che Taziano abbia tratto le sue 
notizie da uno di quei tanti compendi di storia letteraria, 
che pullularono nell'ultimo periodo della vita ellenistica, 
e che derivarono direttamente od indirettamente dai JIC- 
vaxsg callimachei, se pure egli non conobbe i Uivaxsg stessi, 
o le aggiunte posteriori fatte a questi, donde derivò il 
materiale della nota erudita. 

Facilmente s'intende pertanto quale importanza abbia 
l'accenno di Taziano. Callimaco avrebbe parlato della vita, 
del genere della poesia e dell'età d'Omero; avrebbe, in altre 
parole, fatto quello che comunemente notiamo anche oggidì 
ne' lavori biografici-critici intorno a qualche scrittore ed 
alle sue opere, una specie di dissertazione storico-letteraria 
la quale poteva trovar suo luogo soltanto nei Ilivaxsq^ i 
quali non si riducevano ad un puro e semplice elenco di 
autori e de' libri loro. E quello che il critico alessandrino 
fece per Omero, possiamo a buon diritto supporre che abbia 
fatto anche per gli altri scrittori, quando su costoro ve- 
diamo riportati i suoi giudizi estetici, e le sue osserva- 
zioni cronologiche od anche storiche e letterarie circa l'au- 
tenticità delle opere, come avremo occasione di notare più 
innanzi. 

Quanto poi allo studio filologico e linguistico sui poemi 
omerici non si può dubitare che Callimaco abbia seguito 
l'indirizzo di Aristotele, di Fileta, dei cosidetti glossografia 
di cui egli stesso si servi (Schol. B ad IL H, 231, cfr. 
fr. 100), e che fu tenuto ancor da Zenodoto. La interpreta- 
zione del testo, continua e sistematica, comincia solo con 
Aristarco: la crit^ica del primo periodo della letteratura ales- 



o e. cassi 

saodriua ni d;i ììììo studio delle singole parole, dei sìngoli 
fatti, secomlo olit^ allo scrittore si presenta rocoasione; e 
giustameuftì il Lehrs ') giudicava che il lavorio de' primi 
alessandrini intorno ad Omero non differisse punto da qaello 
de' primi crititi intomo ad Ippocrate, quale ha chiaramente 
caratterizaato Galeno (praef. voo. Hipp. p. 400). Le glossa 
continuano al tempo dì CalUmaco, e OalHmaoo stesso scrissa 
glosse su Domotrito. 

Però fncilraenti perchè tutte le notizie 

omcriclie die dorivi jo non si possaoo e non 

si debbano riportar* Ta sul poeta scritta dal- 

l' alessandrino, ma s sparse nelle molte e 

e varie ermlite sua *bbe occasione di ricor- 

dare, e <iuindi di dì e incidentalmente, passi 

o parole omeriche, i rtanto andar spigolando 

tutti questi acconuì, ;hi talora, per poter giu- 

dicare a pieno dello »l nostro sni poemi ome- 

rici. Si capisce ila questo come i criteri di Callimaco doves- 
sero essere ben diversi, da lineili di Kratostene e di Aristarco 
e come costoro non dnbita.ssero di rimproveramelo; ma più 
ancora Apollodoro e Porlirio e gU altri che applicarono con 
più stretto rigore le dottrine di quei due maestri. 

3. — B. — Apollodoro infìitti rimproveraCalIimaco ])oi-- 

lòr i^ioxtaviuuìiV imi- iu.imv neiiì 'i(lj ■((')• :i/,tirrv iioà^ti, 



. m^a = Strab. I, p. 44\ 
■a che so in altri si può 



riivUaV Ititi hiÌQxi'(>ar ih'iil 

e poi iStrab. \"li, ]), 2'.)i>' 
scusare questo, Kn'/.f.iiur^'ii óì in] ;r(trr, iifirt.T}iufiu'i-;> y^ 
)'pa/(/(«r()t»],' ■ 5,' jijr iiiv /"«/'dir', Kit/.v>!'iiC:; n]t!6r <fi,oi' i']y 
ót hiìfixix'af, ^xtoitf iti).. i,cfr. anche Plin., niit. hht. IV, 52 
^ f'r. ■"■>."(■} I. (Juesti due luoghi chiaraiiR-nte dimostrano che 
riguardo alle notizie geografiche Callimaco segui da presso 
le indicazioni dei poemi omerici, che venivano ancora con- 
siderati come il testo sacro dell'antica sajiienza ellenica, si 
the per qut-'sto venivano imparati a memoria nelle scuole, 



, Rogim. Itì8:i. Non ho potuto 



Là critica letteraria di CALLIMACO. V 

• 

particolarmente il libro secondo dell' Iliade, che conteneva 
il maggior numero di cognizioni storiche e geografiche *). 
E Callimaco, per seguire troppo da presso l'antica tradi- 
zione, cade in errori che egli, da buon grammatico, da sa- 
piente ed erudito alessandrino {noXvtaxioQ eX ug dXXog lo 
chiama altrove Strabene, e forse non senza una leggiera 
tinta d'ironia) avrebbe dovuto evitare. Eratostene fu il 
primo a studiare la geografia con metodo sistematico. Le 
nuove scoperte, i più rigorosi studi scientifici non pote- 
vano più far accettare senz'altro le notizie che Omero dava 
ne' suoi poemi : ne venne quindi una giusta, per quanto 
rispettosa, opposizione ad Omero, di cui dà chiara ragione 
Strabene stesso in Vili, p. 337. 

Non fa meraviglia adunque che Eratostene, pur ve- 
nerando la sapienza omerica (cfr. Neumann in Hermes, 
XXI, 1886, p. 139), abbia combattuto come i glossografi 
e gli eruditi anteriori (cfr. Niese in Hermes, XXIII, 1888, 
p. 96 sg.), cosi anche il suo maestro e compatriotta (Strab. 
XVII, p. 838). 

ApoUodoro segue e compie l'opera eratostenica, anche 
allontanandosi dal suo maestro. Aristarco. Infatti nei do- 
dici libri, ne' quali secondo Porfirio (apd. Eustath. ad II, 
B, 494 p. 263, 36; cfr. Steph. Byz. s. v. "msvog) illustrò la 
geografia omerica, prendendo argomento dal Catalogo, ebbe 
come fonte principale, più forse che Demetrio di Skepsis 
(cfr. Strab. Vili, p. 339), Eratostene stesso non solo per le 
questioni cronologiche, ma anche per quelle geografiche 
(cfr. Unger in Philol. XL, 1882, p. 618). 

Forse che anche nei rimproveri di ApoUodoro abbiamo 



1) Si spiega quindi T importanza ohe ad esso dava Cercida, il 
quale ne aveva imposto lo studio nelle scuole di Megalopoli; cfr. la 
mia nota De Cercida megalopolitanOf mtliamborum scriptore in Rìv, di 
storia anticaf IX, 1905, p. 414, n. 3. Mi sia lecito qui notare un'omis- 
sione incorsa in quel lavoro. A proposito del fr. 7 e della citazione 
di Gregorio Naz., che né il Bergk, né il Meineke {Jahrb.f. Phil, 1868, 
p. 887) seppero riscontrare, mi sfuggi allora la nota del Haupt (in 
Hermes j V, 1887, pp. 183-184), il quale ritrovò la citazione e corresse 
il passo. 



Il risentire l'eco dcWe 



Non ò 



'l"i 



il luogo di discutere ( 



dello stesso Eratosteiie ? ' ). 



s ragione oJ i 



Apollodoro biasiini Callimaco; ci basti qui notare sopra 
tutto qiipflto: clje Callimaco è rimproverato di star troppo 
ligio alla trai.li/^ione omerica. 

Iiivpce un'altra oaaervazione ai pnò fare a questo pro- 
posito riguardo alla critica di Apollodoro, dalla quale si può 
trarre alcun indizio anche sul metodo caltimacheo. I! Jan 



{DeCillhi. Homo: il 
provare che ApoUoc 
TOTTixai fiv^ixdi, I 

yooixai seguendo U 
il Jan credn seiia'a 
questo non ini pai 
monia di Apollodo 
segue in geneiTile 
Inoglii iu cui wi me 
nel fr. r,.ì<J ; = ('mmf 
polito del uouie Ayj'J.tv 



mterp 



tr. 1897, p. 76) si sforzò di 
elle spiegazioni cosìdette 
alle ètvftoioyixai o àlir^- 
scolio ad 11. E, 422 che 
ApoUodoreae doctriitae. Ma 
tastare a spiegare l'acri- 
iiniaco, poiché EO questi 
me loarorij, non mancano 
itvfioXoyixi^, come ad es. 
■f.ron. IV, p. 403, 29) a pro- 
itazione accettata dallo sco- 



1) In IX, p. :;ii -iW e X p. 471' Striibouo biasima un ragguar- 
devole auloro ^oDza i'ariic Ìl unuitì. Uuu molla ragioue il Niese (iu 
m,ein. Mns. XXXII, 18.S7. p. -JTà) cvnde clie si ac.-ouni a Callimaco. 
Che poi Stralioiie, C'iinu sosticue ìl Nie*o, non abbia conosciuto che 
iudiieltamunte forse l'operi dì Deiuuirici, mi pare routraildioano le 
citazioni di Callislene, rìferontìsi ad Omero u clic Strabene dovette 
attingere direttamente dall'opera di Demetrio di ?Skepsis, la quale 
tu iu parto fonte ;iuclio di Apollodoro. 

; Forse lo studio eiimolo-ieo. connesso i:on .luello eliob.gioo, di 
Cilllimaco più elio ai numi propri si rivolse ai nomi di cose, non 
mancanilo anche i giochi di parole come ad es. il fr, 247 (^. «....-i- 
Mai/ii. p. 201, IS per cui efr. Schoer, l.'iiliìni. "in,"- p- 7 che rimanti,^ 
al tr. -i-'^ =- ychol. xil ^■ìc. Al,:.: (11 1 ed Aol, /«>/. .n,;,.,. IX. '^7, La for- 
tuuii poi avuta dall' iiiterpretazioui; cai li mai bea del l'r. 'iW ci fa oru- 
dere, i ho iiuestn dorivi da uii.i f^lossa omerica pi ni tosto die da un'opera 
poetica, siano pure -li .lìin:, cui pensano ìl Raucli (Die fr„g,„. lìer 
Ailia <k.-^ lùilli..:. Hastatt, I.SOO, p. HJÓ, », [Wi o lo Sctiueidor {li, 686), 
sforzando e rimiil.uido il le>to per ridurlo ad una forma m.^trìea. 
Non possiamo cerl.imcute diro in quale di Ile laute sue opere ormlito 
Callimaco [".--isa aver avvito oi?cii'iione di iuterpretaro in tal modo, e 






LA CRITICA LRTTERARIA DI CALLIMACO. 11 

liaste ad IL 1, 1, p. 1, 39 Bekk., àdXVEfym. Magn, p. 181, 26 sqq., 
da Tzetze (in Cramer, Anecd, Oxon. Ili, p. 377, 32), dal 
grammatico in Cramer, Anecd. Paris,, III, p. 270, 28 e 
p. 300, 22 etc, ed infine in Eustath. ad 11. p. 14, 21. Sa- 
rebbe però questo solo l'esempio di studio etimologico sui 
nomi propri omerici in Callimaco, poiché altrettanto non 
si può affermare per il rXavxwmov del fr. 66/*, derivante 
dall' ' Ecale ' (= Schol. ad Eurip. Hipp. 32 cfr. Naeke, De 
Callim. Ilecal. p. 196 sq.) e per V^Egfisdjg *AxaxTJ(Xiog del- 
l'inno III, 143; su' quali passi a lungo si sofferma il Jan 
pp. 66 sgg. Quanto agli altri vocaboli, ricordati dal Jan, 
come xhvnàgfxsvov {hymn. Ili, 167), ^vdiog (fr. 124), ànóiyeaxog 
(fr. 302), àiiffCdviioq (fr. 336) ecc. essi sono tutti o nomi 
comuni od aggettivi e difficilmente si potrebbe affermare 
se l'uso etimologico, fatto dal poeta, derivi proprio dal- 
l'influsso dello studio omerico. Gli è poi difficile, se non 
impossibile affatto, determinare se, quanto al testo, Calli- 
maco abbia seguito la redazione zenodotea e non piuttosto 
quella cosi detta cipria (cfr. Sengebusch, diss. hom. I, p. 191). 
Che se per il fr. 649 potremmo arguire che Callimaco siasi 
scostato dalla lezione di Zenodoto, altri passi invece di- 
mania etimologica (Meineke, AnaL Alex, p. 99 sgg.; Dilthey, De Cai' 
lini, Cydip-pay Lipsiae, 1863, p. 37 sgg.), io credo più probabile che 
gli scoliasti ed i grammatici della più tarda età abbiano usato piut- 
tosto le opere erudite, storiche e critiche, od i loro compendi per 
trarne più facile ed abbondante il materiale delle loro compilazioni. 
Mi par perciò strano lo sforzo degli studiosi moderni di voler ricon- 
durre ad ogni modo tutti i frr. di sede incerta, che ne sono rimasti, 
soltanto alle ' Cause ' ed ali* * Ecale \ quasi che i grammatici po- 
steriori di tutte le opere callimachee abbiano avuto sott* occhio queste 
sole. Né sono convincenti le ragioni del Dittrich (in N. Jahrb.f. Phil. 
suppl. XXIII, p. 189 per portare il fr. 649 al I libro degli JXxi,a 
(p. 212 n. 31). Alla mia opinione mi inducq il fatto, che la grafia 
^Axf'^Bvg Callimaco usa anche in hymn. Il, 20, dove è difficile ricono- 
scere una pura e semplice licenza poetica per imitazione omerica, 
quasi come conferma da parte del poeta della sua interpretazione 
antecedentemente data e dimostrata. E sebbene le ' Cause ' precedano 
V Inno ad Apollo (cfr. i miei Studi callim. nel VII voi. di questi Studi, 
pp. 371, 399 sg.) è più probabile che la spiegazione sia stata data 
in un'opera erudita e da erudito. 



mostrano ch'egli non eolo ebbe sott' occhio, ma accettò il 
testo zenoiloteo. come il fr. 224 (cfr. Strab. Vni, p. 367 e ao- 
vratutto Schol. D -id U. B, 681, Euatath. tui Odi/ns. p. 1478, 38 
e lo ScoL ,(J Od. ij, 1 per cnì Buttmann, LtxUog. Il, 94) ed 
il fr. 51S (Ioauu. A.1gx. pT 29, 17 e p. 31, 15 ofr. Scoi, ad 
II- S, 4U0, Eiistath. ad II. p. 174, 2) per la lezione y^ 
(cfr. fr. 366) por la quale v. Spitzner in Exairs. XXV ad 
IL S, 499 in edit. IftSfi- 

Nò soltanto pe )grafiehe, ma anche per 

(jnelle initoj^'inficiie ttenne ad Omero, anche 

dissentendo dagli i saa età, come è per il 

mito di Achille, t p ino Achille nell'isola dei 

beati; ma alUira p. Teti Kir^Qsrai aTXiva^ 

Achille invece non \ U'altra vita (cfr. Kniper, 

in Sttid. CtiHùii. Liig 198} e però la madre n© 

è addolorata '). Pai iito di Niobe, ani cjnale 

dovremo tornare p' ene Aristofane ed Ari- 

starco abbiano [losta l'atetesi ad //. ii, (U-1-(Ì17, tanto che 
Aristarco (cfr. Lehrs, o. <■., ]>. 187ì al v. G17 esclama : ,twc 
<J* xttì /.{.'fili yn'iiiit'ii^ ^fwj' t'x xì'jiÌHi TTtaaH (cfr. Picrron in 
ed. lliad. ad 1.) '}, 

1) Auche presso Onioro Acliin« aou vive contento iiuU'Oi-co 
{Od. ■/., 157 8g.), contriiriameute a q^.xaXa ima-iii.iva Ulisse (ib. /, 4S3-a) 
tanto «ho la madre si lameiU:iv,i ilella mortu dui liglij (ofr, anche 
V Eliopide |i. 31 Kiuk. 9iiii .Ufiyoui,',! <jv>- .V-.iV.-s x'ù tkU ,'„hhftn: 
!ii,i,ì-fì tòi- ^itiifii ['•(! IHail. i, ;r> sLj. seblu-iio Proclo, dissentendo da 
Omero, commenti: i,' i-'éiii ùfiiii-niiiSKait lòr :ii<nTii ti; tijv .teixi]i- •■ìjtor 
[r isola dei beati] à'iitxi.ui^n) prevedendo la sorte infelico di Ini, poiché 
non pare il pianto di Tutt soltanto uno sfo^-o d'amui'o cotuo ad 03. 
por la mai,lro di Giasone in Apoll. Kbod. 1, ±a Fu nct-ttii. a Calli- 
maco rimproprielà dell'uso del verbo xii-viiiaO<a per i bnoÌ : anche 
neirinler]iii;tazione (!ol valore di tal vocabolo Callimaco si allouta- 
navft dagli altri jjrainmatioi non potendosi all'eruiurs (ofr. Ducntzer, 
Zt-nod. cto. p. 131) chi) Callimaco abbia letto iu //. i, WO cou Zeno- 
dolo mrioi^Bii: Forse si devo notare iiu' inHiien^ia eHcbilca i AV/.(. 12:^) 
per cui clV. Anlin, De .:h:c. Cullili. Ups. ISriG, p. 71 o Rre-ìan, De r.iUim. 
lerbur. im-eiit. Vratisl., ISó'i, p. 75. 

') Veggasi unclie Filemone Ir. 101 K, (in Kniper, o. e. I. 199;. 
Per il luoi;o omeriuo e pur l' interpretazione del mito data dal prof. 
Amante, (Sui re^ sì ■omerici il, Gl'I .<,/. in /,'n;/s(. di -V(. u<il. 1901, p, l-'U .-;g,) 
cfr, la mia rccan..,iono iu L'Alaneo Vendo, marzo-aprile, IX, i;iU'), 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. IB 

Ma ritorniamo un poco ai passi di ApoUodoro donde 
siamo partiti, essendo opportuno ricercare anche 1* opera 
donde l'erudito trasse le notizie oallimachee. In generale 
credo che si debbano anche per i suddetti frammenti ri- 
petere quanto ho detto per il fr. 549. Che fra tante opere 
erudite, ed alcune poi riguardanti specialmente studi geo- 
grafici, Àpollodoro abbia pensato ad un verso degli Aìxia^ 
come crede lo Schneider, (II, 170) mi pare difficile e già 
il Naeke {de Cali, Hec, p. 198) ed il Bernhardy {Eratosthe- 
nica. Berci. 1872, p. 3) credettero che tal notizia derivasse 
piuttosto dagli ifTtofivfjfiaTu, Il Bentley dubitava di unire i 
due luoghi ricordati col fr. 38 (= Ath. VII, p. 329 a cfr. 
Eustath. ad Od. ip^ 799 = p. 1936, 13) derivante dalle i^vi- 
xal òvofiaaiai. A quanto pare lo Schneider fu indotto a pen- 
sare alle ' Cause ' dal passo corrotto di Ammon. de diff. 
p. 103, che egli corregge jÌQKXTÓvixog èv é/rofiv/ifiati ^ KaX' 
Xifxaxog €V §' ahioDV aioix^ifp òXiyrjv vrjCtda KalvipoOg, ifrfil àè 
odrcù xiL '; aggiungendo pertanto Faddov dai luoghi citati 
di Strabene, trova conferma alla supposizione del Hecker 
(Comm. calUm. cap. duo, Groning. 1842, p. 41) che tutti 
questi frammenti si riferiscano a quella elegia che parlava 
del ritorno degli Argonauti nel secondo delle ' Cause '. Ma 
già il Lehrs (p. 6) combattendo la congettura del Valcke- 
naer, che pensava alP ' Ecale ', si meravigliava che ia re, 
quae ad ipsum Homerum . . . sexcenties a commentatonbus illu- 
strata essety Ammoniiim ad commentarìos Hecalae Callimacheae 
recum'sse; il che noi potremmo ripetere per le ' Cause '. Più 
facilmente si può correggere : Kalkifiaxog ini a%Cxov^ pen- 
sando ad una citazione tratta dall'opera callimachea sulle 
isole, che poteva forse contenere anche dei versi di Cal- 
limaco, addotti dallo scrittore per raflfermare la propria opi- 
nione o per confutare quella di altri. Che se alcuna difficoltà 
forse potrebbe presentare per questo il fr. 624, nessuna ne 
danno invece le due citazioni di Strabene, che sembrano de- 
rivare da opere in prosa. Infatti scrivendo ApoUodoro un 
libro nsQÌ rridcov quale altra opera callimachea avrebbe do- 
vuto consultare più di quella intitolata xTiaeig vtjaoìv xaì 
TTÓXsùov xaì fisTovofiaaCat? Ed Eratostene stesso, scrivendo 



un'opera sistematica di geografia, non è più probabile che 
abbia voluto combattere gli errori di Callimaco nell'opera 
TTfQÌ Ttùi' ti' •lìxoi'iitvtj Txùtufimv ') che non quelli coateneoti 
nelle ' Ciiiise ' ? i.'ogì maggior luce, a mio parere, ricevono 
quelle due piopusizioni incidentali in Strabene xuItisq /^«/t* 
/larixòi ùiì- e Kri/./.ijiàxtp [ffuj'j'i'Witd;»' eìvai] àè fiij Jiàrv, fiB' 
riarmovfiivm y/- yitaiifiatiKf^i. Certi errori si possono scusare 
in un poeta ed in un'opera noetica, non già in un erudito 
e iu chi pretenda d 

4. — C. -- Porfir jallìmaco perchè, benché 

iixQi^t'aìaic^ (iilmeno fta&s'ojatog, gli sfuggi fj 

óiaifooà i^c fi:p/(«;pr>;ij ; i^c xwpjftoflp ieyo/ttVijv 

itiiaiQiiyJui. Quindi, i Sit àvaxecaivetv, sì Toig 

TK.Uoùg irò. l'fr t», « il Cobet, Mmmos. X, 

6 lo Schneider 11, 40 orreggere rtòv eònmdeé- 

iiuv) /.aràciìti Hill % tutto il passo dimostra 

con quale animo anc grammatici si bistrat- 

tavano fra loro, mossi piuttosto clie dall' umore della scienza 
li della verità, dalla partigianeria di scuola e dalla vanità 
ed ostentazione del loro sapere. Porfirio accusa pertanto 
Callimaco di essersi allontanato da Omero per non averne 
ben inteso il testo, commettendo uno strano e grave er- 
rore: e l'accusa di Porfirio ha trovato un forte sostenitore 
nel Oùbet. Jla se anche Porfirio potè meglio di noi leggere 
il testo (= fr, 13Ò, cfr. Schol. B mi lì. 'P, 422 e la nota 
del Pierron, kì), come pensa il Jan (p. 41), non è tale però 
la forza delle argomentazioni porfinane da togliere valore 
alla erudita difesa del Lobecl: {"d Ihtttni. i/ramm. gruec, 
li, -t-'4ì, del Jleiueke (in cdit. Berol. 18G1, p. 1.13) e dolio 
Schneider tll, 403 sgg.), tanto clie il Bredau (p. 82) credette 
opportuno di togliere il vocabolo ùnuTQnyjn dal catalogo 
delle parole nuove attribuite a Callimaco, e da lui modi- 
ficate nuovamente riguardo al significato. Usando il voca- 
bolo omerico Callimaco ebbe riguardo anche ad una ra- 
gione etimologica, per la quale cir. Meineke, /, e. Non è 
qui il caso di discutere la notizia porfiriaua quanto al suo 

', Cfr. anche Koutonicli, .biu^etio Aìexandrina, Bonn, 183C, p. 5sgg. 



mmm^i 



LA OBITICA LBTTRItARIA DI CALLIMACO. 15 

valore grammaticale, bensì nel rispetto storico per lo api- 
rito che !a informa. Porfirio quasi non dubita che Calli- 
maco, scostandosi da Omero, si sia voluto mettere in con- 
trapposizione a lui, opinione che venne anche accettata e 
si volle confermare recentemente da qualche studioso di 
Callimaco. Ma il Nostro non ebbe mai tale pensiero, come 
proverò più sotto, e se qualche innovazione nel significato 
delle parole talora si riscontra in Callimaco non bisogna 
dimenticare che nella formazione del nuovo dialetto la 
lingua ellenica si era profondamente mutata per rispon- 
dere ai nuovi bisogni sociali, economici, scientifici, morali, 
artistici dell'età ellenistica, ne Callimaco avrebbe capita 
l'età sua se si fosse voluto fossilizzare nell'antico linguag- 
gio senza tener conto delle nuove condizioni dì vita. Cal- 
limaco non è un fanatico purista: egli vive della vita della 
sna età e non dimentica il linguaggio de' suoi contempo- 
ranei coutemperando Io studio dell'antica lingua con le esi- 
genze della sua età. E difatto la parola incriminata in 
Callimaco eccola nello stesso significato in Manetone IV, 108 
il qnale ancor più si stacca dall'uso omerico (ofr. Ammon. 
de diff. p. 12, Eustath. ad II. p. 1313, 22), e poi eccola di- 
venuta quasi di uso comune, come ci avvertono VEtijm. Magn, 
p. 79, 37, dove non si può pensare ad un' allusione al solo 
Callimaco, ed Esichio (,1, 140 e 286) ')■ 

5. — D. — All'interpretazione omerica ci richiamano 
ancora i frr, 562 e 639 cui devesi aggiungere il fr. 640,a 
torto trascurato dal Jan. Il primo frammento [= Schei. 
ud 11. r, 371 cfr. Schol. ad II. S, 214) ci dichiara che Cal- 
limaco si allontana nell'ufo dì xsatós (TioÌLVìisazog} da Omero, 
come fecero spesso i poeti e scrittori posteriori, e lo scolio 
oi fa risentire tutto il dispregio e l'ironia usata da Ari- 

<) Cfr, Snida 1, 1, p. 265 e Schol. ad Nic. Ter. 263 dove txaa è 
necessità, a parer mio, vedere, una diretta imitazione da Callimaco, 
ma semplicemente l'oso di una. parola, divenuta propria del linguaggio 
comune. Su tali moditjcuzioni linguistiche v. Kretschraer, Vie Ent- 
slehung dtr Koiné, Wien, 1900; Thutnb, Die giieeh. éprache ini Zeilall. 
d. Hellenùmu», Straseb. 1901 ; e Waekernagel in Die Griech. w. laltin, 
Literat. u. Sprache, Beri. u. Leipz. 1905, pp. 209 sgg. 



i 




starco e dai suoi seguaci verso i primi commentatori ome- 
rici, ira i quali {ùqx"'"', sono chiamati da Aristarco) a ragione 

vien posto dalla scuola aristarcliea anche Callimaco. Ma in 
tal passo non abbiamo argomento sufficiente per notare 
una diretta opposizione ad Omero da parte di Callimaco. 
Il secondo frammento (per il quale v. Dittrich, p. 192 e 206), 
che il Blomfield (in edit. p. 134) corresse rettamente con- 
frontando con ApoU. Bhod. IV, 1G30 (non ricordato dal 
Bredau, p. 441, deriva dallo eooliaste veneto (aiì. U. A, 62) 
che annota -^ imiti ''" *'"'^* yqùffuvfnv aihuz {m'iioi Arìst,}, 
S èotiv itiTifQioi . . . xaì KalXtfiaxog xil. 

Qui forse abbiamo una semplice varietà di lezione che 
Callimaco leggeva nel testo zeuodoteo. Ma io credo in- 
vece che VaUXiog di Callimaco non abbia nulla da vedere 
con Vi^ùXioi omerico. Trattasi forse dì nn semplice ravvi- 
cinamento formale, fatto dallo scoliaste, fra l'antica lezione 
aSXioi, repudiata da Aristarco, ed il verso callimacheo per 
meglio spiegare il significato di quella lezione. E poiché 
Io scoliaste deriva indubbiamente da Aristarco, pensandosi 
al contrasto di scuola fra gli aristarchei ed i critici ante- 
riori si volle leggere nello scolio più di quanto non vi sia, 
attribuendosi a Callimaco una nuova lezione omerica. Ma 
Callimaco non si occupò di questioni di tal genere. — II 
terzo frammento riportato da Schol. A. ad II. B, 380 oÌ 
dimostra come nell'oscillazione fra le varie forme orto- 
grafiche ed ortoepiche di una stessa parola, fenomeno na- 
turale nella formazione del nuovo dialetto, Callimaco si 
sia attenuto, quando più forti ragioni storiche, critiche ed 
etimologiche non glielo impedivano, all'uso omerico, e l'at- 
testazione dello scoliaste ci dimostra altresì in quale conto, 
anche in tempi posteriori, sia stata tenuta, anche per le 
questioni grammaticali, l'autorità di Callimaco. Ed altra 
prova ne danno, per ciò che riguarda l'accentuazione, oltre 
il fr., già ricordato, 518 (ifì)), i frr. 243 (Sàtg = Schol. ad 
li. S, 387; cfr. Ehjm. Magn. p. 266, 37, quantunque il 
grammatico in Cramer, Aneat.. Oxon. Ili, 239 fati àaì; nt- 
Qianiitftsvov xiL) e 329 {Xig = Etfjm. Magn. p. 567, 10; cfr. 
Schol. ad II, A, 480 e la nota del Pierron; Etym. Florent., 



LA CRITICA LKTTBRARIA DI CALLIMACO. 17 

p. 207 e specialmente Choerob., Dici. p. 182, 10 = Bekk. 
Aiiecd.gr. p. 1194 per il quale v. Meineke, Anni. Alex, p. 63). 

6. — E. — Ne le ricerche e gli studi omerici di Calli- 
maco si fermarono solo alla forma, ma si rivolgevano anche 
allo spirito del testo ed alle ragioni storiche dei fatti nar- 
rati dal poeta, se dobbiam prestar fede agli scoliasti B. L. Y* 
ad IL n^ 235 riguardo all'interpretazione di àvimónoSe^ 
detto dei Selli od EUi (= fr. 492 che io credo derivi piut- 
tosto che dagli Airia [Schneider II, 660], dalle èv>vixaì òvo- 
ixaaiat) ed agli scoliasti veneti e leidense ad IL X, 397 
(= fr. 466, cfr. Dittrich, p. 194) i quali, ricercando dia zi 
Uxi^^eùg S^avóvra avgai tòv^Exvoqa (cfr. Proci, ad Plat PoliL 
p. 391), riportano la spiegazione data da Callimaco, che, 
secondo Porfirio [ad IL i2, 16] risale ad Aristotele *). Ma 
sovra tutto si occupò delle questioni letterarie che allora, 
come oggi, tenevano divisi i pareri degli eruditi : le que- 
stioni cioè dell'autenticità delle opere attribuite ad Omero, 
oltre r Iliade e l'Odissea e del valore dell'arte omerica. 

7. — E. — Indizio di tali ricerche callimachee è il passo di 
Eustrazio (per il quale v. Rose in Hermes V, 1871, pp. 61 sgg.) 

1) Lo Schneider riporta il fr. agli AXxui (II, 627), il Bentley ed 
il Ruhnkea (in ed. Ernest, I, 465) all' ' Ibis \ fondandosi sullo Schol. 
ad Ovid, Ib. 329. Se lo scoliasta ebbe sott' occhio anche il carme ri- 
cordato da Proclo, poiché in questo non si faceva menzione di Eu- 
ridamante e Simone Larisseo, ricordati invece dagli scoliasti omerici, 
trasse però da altra fonte la sua notizia, e siccome nell* * Ibis ' non 
pare che si facesse cenno di Achille, convieu conchiudere che le tre 
citazioni derivano da tre fonti diverse, pur tutte buone. Non è mera-, 
viglia che Callimaco in qualcuna delle sue opere erudite, secondo i 
casi, sia ritornato sugli stessi fatti, od abbia ritoccato gli stessi ar- 
gomenti già trattati o accennati nelle sue poesie. Cosi se negli Aìtuc 
(Schneider), o forse, come credo più probabile, nelle è^yixul ovofÀccaliti, 
Callimaco potò ricordare il fatto di Achille (= Proclo) e nell* * Ibis * 
quello di Euridamante (= Schol. ad Ov. lh.\ potè benissimo negli vnofA- 
ytjfiaTtt, parlando in generale dei Tossali e dei loro costumi, magari 
ripensando all'Achille omerico, ripotere più ampiamente e compiuta- 
mente il fatto, portandovi a conferma tutte le notizie ch'egli sapeva 
(— scoli omerici). Ed è più probabile che da quest'opera erudita at- 
tingessero gli scoliasti le loro erudite notizie, che non dai carmi del 
poeta. 

Studi Uni. di filoh class. XV. a 



RO. OBBSI 

nel conimeji tarlo all'Etica nicomachea d'Aristotele (ofr. anche 
Arpocrat., p. T2:ì, 23) e obe convìen riportare per intero 
poiché a molti critici parve corrotto: lìapàyH à' eli (*<*0' 
ivQiar .... rrnii^Gif Maffyhr^v òvofia^Ofu'vi^v 'Olf^C""' M»'';/'"' 
rivft J' tirii]^ '/r HÓvor a^tòì 'ÀQiGtOTt'Xrjg ^v t(p JtQÓìtqi .t*(m 
rro(y(«ir„i, ,i?j.,'i xo-i 'Aq^I^X"?} xai KqotTvoì. xaì KalUiiaxoi 
fr ToF? 'Eìiyifùinntatv fxa^VQoOtii [MaQy.] *?i'ai 'O/zj^qiw tò 
7Tot\u,t. n IJuluiken fad Veli. Patere, p. 20 B) ed Ìl Meineke 
(Hisi, coìiì. ijnuc, 



tfcévì^i, iodotti t'ora 
accenna ad uii'opi 
Aristofane) rignard 
un verso per il co 
(icJ;. Che sB flncha 
non v'iia motivo 
anche Archilo'.'o; ai 
in cui già la oriti 
ragione ciò poteva 



cono A^x^^-fX^i 'J* 'Apiaio- 
3 ad Aves 913. Però questi 
(e non già particolare di 
del ' Margìte ' , di cni porta 
cabolo ìffQàjiiay per òiqt-- 
itò omerico il ' Margìte ', 
le di tale opinione fosse 
ita era ammessa in un'etù, 
s far capolino, a più forte 
nell'ptà di Archiloeo, il quale 



nobilitava così il genere letterario, In cui riuscì famoso, 
e che taeoiiivasi come vile e plebeo di fronte alla aolen- 
iiità de' poemi omerici, facendoue risalire la prima origine 
appunto ad Omero. 

Il Setti {Omero ed Arcì,Ììoa,, estr. dalla Hlv. >!. Si. <inf., 
Il, 1897, p. 12 e 38) ò incerto sulla lezioue da seguire, ma 
poi a p. 13!1 sembra propenso a mantenere la volgata, che 
io credo la vera. Ed infatti, esclusa la correzione del li.uhnken 
e del Meineke, nulla si deduce di più sicuro neppure dal- 
l'opinione del Bergk {PLG. Il, 430) il quale, supponendo 
clie nella citazioue originaria di Eustrazio fosse nei membri 
delle proposizioni e del periodo una disposizione chiastica, 
vorrebbe leggere «/./.« xai 'Atìyj/Aiyui.; kpani-ti in conlrap- 
posto a xtei ka/j.iniiyoi tv 'E.iiyoùiiiiamv. Ma se Gratino 
nella commedia, che da Archiloeo prendeva il nome, voleva 
deridere i giudizi! del vecchio poeta, l'aOermazione dell'au- 
tenticità del ' elargite ' doveva essere mossa in bocca al 
giambografo, e non doveva essere una affermazione di Cra- 
tino di fronte all'opinione negativa di lui: che se anche 
si vuol ammettere che Cratiuo non mottesae sulla scena 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 19 

proprio la figura di Arcliiloco, ma quella in generale della 
gente maldicente è ben probabile che il comico mettesse 
in bocca a suoi personaggi opinioni e sentenze derivati 
da quelle del vero Archiloco. Tanto più che non pare re- 
pugnasse a questi il giudizio attribuitogli da Eustrazio; 
e lo prova anche il fr. 118 B (= Zenob. V, 68 cfr. Plut. 
de Bollert anim. e. 16) nel quale il Bergk stesso trova traccia 
di imitazione, o meglio di diretta derivazione dal ^ Margite ^ . 
E però giustamente il Knaach (in Rhein. Mus., 1904, p. 316) 
si attenne alla lezione tradizionale di Eustrazio, dando 
anche in parte la ragione del favorevole giudizio di Cal- 
limaco, il quale ritrovava nel ' Margite ' tali pregi da 
poter essere benissimo ritenuto come oj)era d'Omero. Gli 
è vero che un'altra tradizione attribuiva il ' Margite ' a 
Pigerete di Alicarnasso, ma questa ebbe minor favore della 
prima, per la quale alP autorità di Archiloco, di Gratino, 
di Callimaco, si aggiunge quella di Aristotele e del ps. Fia- 
tone in Alcib. min. p. 147 (Cfr. Cerfain. Hom. et Hesiod, 
p. 313 Gòtti.). E questo fatto non può non destar mera- 
viglia poiché gli Alessandrini in generale non riconosce- 
vano come omeriche che la ' Iliade ' e 1' ' Odissea ' repu- 
diando le altre, come attesta la Vit, V Hom. (West. 1. 17 sq.) 
xal rf^i (fvasiag xal rf^g àvrdfÀfù)g i'véxa ; adunque per una 
ragione estetica, per quella stessa ragione per la quale 
Zenone toglieva all'antico Omero appunto il * Margite ' 
(apd. Dion. Chrys. orai. LUI § 4 óoxèt [so. Zì^rcov] yàg xaì 
Toùto TÒ TToiìjfia [ó MccQy.] i>nò ^OitnjQov yeyovévai vecoTtQov xal 
ÙTTOTTeiQcoiuvov Tf^g uùtoD (fuccùìg TtQÒg Tioir^aiv cfr. Kinkel, 
EGF, p. 65). Resta pertanto fermo che Aristotele e gli 
Alessandrini nel giudicare le opere omeriche seguivano al- 
tresì criteri artistici ed estetici, quando mancavano altri 
argomenti di natura e valore storico. Da ciò dobbiamo ar- 
guire quanta arte doveva essere nel poemetto attribuito 
ad Omero, quando tanta importanza gli dà Aristotele stesso 
nella ' Poetica ' j). 1448 &, (cfr. anche Eth. Nicom, VI, 7 
ed Eth. Eud, V, 7) *)• Ed al giudizio aristotelico, che ar- 

i) Al Dagna {De Archilocho^ Maddal., 1878, p. 93), che dichiara 
errata l'opinione d'Aristotele o per lo meno corrotto il passo, rife- 



rivo fiao a. Tzetze (v. 94 in Cramer, Anecd. Oxo». Ili, 337) 
si attenne imclie Callimaco, contrariamente agli altri cri- 
tici del suo tempo, i quali segnivano piuttosto Flatooe, 
ne' cui dialoghi autentici si riportano, coma omerici, solo 
passi derivanti dai due poemi maggiori. 

Delle lodi |ioi che, secondo ArpocraKÌOna, Callimaco 
avrebbe tributato al ' Margite ', il Dilthey dubita grave- 
mente, poicLù gli pare ohe Arpocrazioue stesso riporti du- 
bitoso la notizia, t ìfr^fia (il ' Margite ') Kai.- 

liixuy_<ii Httviiu^tiv gerata è la diffidenza del 

DiltliBj-. Inflitti, 96 io, Callimaco parlava del 

' Margite " negli ': or bene, negli ' Epi- 

grammi * ap])unto ' e vedremo nell'epjgr. per 

Creoiilo ed in quel ileva, dichiarata la genui- 

nità di un'opera, i ragione, ragione che per 

il ' Margite ' derivi rio estetico. L'epigramftia, 

riportato forse anc v (Sehneider, ad fr.), potè 

anche o^sere ripututo nei " ijuatlri ', dove più largianieute 
il critico potè dar ragione del proprio giudizio. A questo 
forse pensavi! anche il Dilthey, riportando agli ' Indici ' o 
' Cataloghi ' il giudizio di Callimaco: ma egli dubita del 
significato di ùiixivai [c£v. Hermann, d'i Lue. de coii.-"-r. hìst. 
p. IC), quasi che esso torni allambiguiti della lode stessa; in- 

rendo la tradi^iono :i Pigrote l' iuserzioue iki giambi, si pii6 obbiet- 
tare olio cii'i nou taglie che Archiloco potiìsse couoscere lo stesso il 
poemiv originale. D'altra parte il giudizio) reiiiso di Aristotele dimo- 
stra, che. Del ri faci meato, il poema non avea perduto i pregi per i fjimli 
precede» temente era stato attribuito ad Omero: e questo rioscs strano 
ia un ritaoimeiito (al quale non credono Ilepliaest. p. 11!) Gaìsf , né Mar. 
Victor. -Ics. !/r. p. 68 e 79K; o p. IKK, cfr. Kinkel, FEG. I, p. f.l ^^.) 
quale sarebbe stato quello attribuito a Pigrate. Ed infatti cattila prova 
feco Pigrete stesso nel ril'acimanto d'ili' ' Iliade " con l' inserzione dei 
pentametri, di cui la tradizione riguardante il ' MargLte ' è iurse 
uu doppione od uua deriva/ione, Probabihneuto Gratino w-'O avrebbe 
gabellato per omerico un poemetto ooìiiposto da Pigreto, suo 1:011- 
teraporaneo o di poco anteriore. Di più, la distrihuiione ilegli esa- 
metri e dei giambi nel poeiaotto non era .secondo una noniiii stabilita, 
e ciò non sarebbe stato conforme all'arte di Pìgrete stesso. Non si 
può dubitare dull'auticliità del poomotto, die si vollo l'ar risalire ad 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 21 

fatti Callimaco poiché spregiava inveire ^ piuguibus vitu- 
perila in poetam omnium veneratione sancitum, delecta- 
tus potius sit urbana quadam amphibolia servanda \ spie- 
gandosi tale riservatezza nell'alessandrino col rispetto ed 
il timore de' suoi re. Ma tale opinione deriva dal precon- 
cetto del Dilthey di vedere in Callimaco un avversario di 
Omero, e non conviene dimenticare che il rispetto anche 
verso i suoi re, per quanto (fiXófiriQOiy non trattenne Callimaco 
dal gridare contro la lunghezza de' poemi cosi detti ciclici, 
e dal sostenere chiaramente la propria teoria della brevità 
necessaria nelle opere artistiche di fronte all'ampiezza dei 
poemi omerici. Il dubbio in. Arpocrazione va spiegato ap- 
punto come un dubbio personale di lui, che non avea 
forse sott' occhio il testo dell'epigramma callimacheo, ma 
avea avuto solo indiretta conoscenza dell'attribuzione ome- 
rica del ' Margite ', sostenuta dall'alessandrino, il quale, 
per pensarla cosi, dovea, come ragion logica richiede, am- 
mirare quel poema. Eustrazio invece trasse la sua notizia 
da più diretta fonte e probabilmente conobbe l'epigr. cal- 
limacheo o fors'anco la parafrasi di Mariano; e tutto il 
passo poi sembra derivare o dai UCvaxsg o da un compendio 
di questi, poiché mentre è poco probabile che Eustrazio abbia 
avuto tra mano le opere di Archiloco e di Cratino, è fa- 
<5Ìlmente ammissibile che Callimaco per difendere con l'auto- 
rità di altri la propria opinione, oltre il giudizio d'Aristo- 
tele, abbia apportato anche quello di poeti antichi quali 
Archiloco e Cratino, che egli ben conosceva. Né parmi che 
calzi a proposito l'epigr. di Cratete {Anth, Pai XI, 218) *) 
che il Dilthey arreca come esempio di qneìVttrbaiia amphì* 
bolla, che vorrebbe ritrovare in Callimaco. Ma qui é il gram- 
matico che colpisce un suo contemporaneo o quasi, e l'epigr. 
poteva essere diretto contro Exiforione stesso vivente e 
l'ironia allor si capisce; tale amphibolia non la si capisce 
affatto invece in Callimaco, che non avrebbe avuto bisogno 

*) Per la oritica omerica di Cratete v. Balsamo in Riv. di filoL 
class, 1903 specialm. p. 204 sg. per le divergenze con gli aristarchei, 
e Susemihl, 1 395 n. 101, e p. 899 : per i dubbi sulla genuinità dell' epigr. 
V. Sakolowski, De Anth. Palai, quaest., Lips., 1893, p. 76. 



22 e. CRSEI 

(li ricorievs a tale mezzuccio per non offendere i suoi re, 
poiché allora tutti o qnasi erano d'accordo che il ' Margite ' 
non fosse omerico. 

8. — F, — Kd il preconcetto dì vedere in Callimaco 
quasi mi iiiir^o-iiiicni, condusse il Dilthey ad una falsa in- 
terpretazione anche dell'epigr. VI. 

I prejji del ' Margita ' non si trovavano certo nel 
poema sullk ' Presa di Ecalia ' che la tradiziona avea 



"'limaco atesso non dubito 
filo, benohò la si credesse 
Strom., VI, p. 571): ma 
D dì pregi (Dionys. Halio, 
ftuintil. X, I, 64 e Suid. 
), era troppo lontana (cfr. 
8 p. U51n 19 3gg.)dal- 
oema di Creofilo. TI giu- 
10 per poco le varie foati 
i] tenuto in grande conto, 

d dichiarii, esplicitameute la ragione 

L la propria origine. 



attribuito ad ' imei " 
di riconoscere core 
perfino di Paniasi 
l'arte di Piiniasi, pi 
Ceits. vet. scri'pt. p. 
[— Eudoc. n.° 810 
in generalo Arist., 
l'arto oraoricn, die 
dizio di Callimaco, 
dalle quali ci è stati. 
e, a buon diritto, poichi 
artistica donde ripete' 

Il termine di confronto è l'arte omerica, e se non era 
d'Omero il poema, mal non s'apponeva la tradizione a cre- 
derlo di lui, per i pregi che l'oriiavauo. Ma Callimaco vuol 
ovviare alla falsa tradizione (cfr. Strab. XIV, p.G3S) e dichiara 
senz'altro il vero autore del poema, senza disconosi^ere i 
meriti d'esso : anzi quale elogio migliore per il poeta samio, 
di quelito che il proprio poema fosse creduto opera del padre 
dell'ejiica? Callimaco chiama il poema di Creofilo "maricu, 
con quel qualificativo che serviva a designare reccelluuza 
nell'arte sotto tutte le forme. Ma per il Dilthey quella 
qualificazione ha un valore diverso (p. 9 sg.). Prendendo 
le mosse dalle parole del AVeloher {D. ep. cjjcl. p. 111^: lìim; 
F/nuwhum i-om (kchalia -tk er [CalHm.] in eimm amltre;, Epi- 
gramma heKuu'hrt, che egli crede in contrasto con ciò cho 
il AVelcker stesso dice a p. 224: Wm- scine Meiiiiing Ir-'ii- 
her.i'i/, so gieM ehen dinser Aiisruf {ZsS yO.t) dei' Bcn-tiifl.eniii'j 
(ìen (ìedichts vini Xackdruck, senz'altro dichiara: Itiii'- O-'Ilii/'iii 
aUqumiti^per vlram SH,.n,um ,ìnbila>ixe, mim CaìUmorhi v. rha 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 28 

serio dieta esse viderentur. Gli argomenti addotti però non 
sono convincenti, e la conclusione arbitraria. Infatti egli 
crede che l'esclamazione ZsV ^ils sia, àetta. in ioculari sensu 
come in Anth. Palai. V, 109 e 167 ed in Eupol. fr. 283 K., 
aggiungendo l'esempio di una tazza antica su cui à rap- 
presentato Eracle, tratto all'Olimpo, con la scritta Z^d gìCXe, 
in cui il Welcker (Alt. Denkm. Ili, 419) riconosceva, giu- 
stamente, un'intonazione comica. Ma l'esclamazione Zè€ (piXe, 
se pur si voglia ammettere che sia detta in ioculari seìisa 
nell'epigr. d'Antipatro (Anth. Pai, V, 109), benché T epigr. 
possa essere stato dettato con serio intendimento, non si 
può ammettere invece burlesca in quello di Asclepiade 
(ib. V, 167), dove si risente solo l'imprecazione d'ira e di 
sdegno dell'amante impaziente. 

Del luogo di Eupoli non si può tener molto conto^ 
essendone sospetta la derivazione e la natura stessa, poiché 
comici e fliacografi non dubitavano di mettere in ridicolo 
anche le forme più usuali e quelle più solenni del linguaggio : 
e da rappresentazioni comiche e fliaciche deriva certamente 
la pittura del vaso sopra ricordato, in cui quelle parole Zeù 
g)iX€ sembrano esprimere il sospiro di soddisfazione di Eraole 
che, dopo tante fatiche, giunge iìnalmente alla mèta. Ed 
ha ragione il Dilthey, notando che la figura levitar comica 
del vaso corrisponde alla figura di Eracle àeìV hymn. Ili, 
144 sg. (cfr. Arata, L' inno di Callim. ad Artem,, Pesaro, 1904, 
p. 8). Quivi Callimaco ci dà la rappresentazione dell' Eracle 
divenuta ormai tradizionale *), e lo fa a bello studio perchè, 
amante de' bozzetti e delle scenette familiari, vi insperge 
non di rado quella tinta leggermente comica e faceta pro- 
pria di tali scene *). Ma non è il caso del nostro epigramma, 

i) Su Eracle e le suo imprese in Callimaco cfr. Knaack, Caìli' 
machea, Stettin, 1887, p. 12 sg. e poi in Hermes^ XXIII, 1888, p. 131 sgg. 
A tal ciclo si ricongiunge forse il fr. 6 (= Prob. ad Verg. Georg. Ili, 
19, p. 64 K.) riguardante Molorco, per cui v. Maass in Hermes, XXIV, 
1889, p. 620. Per la comicità della scena v. Haupt in Index lect,^ Be- 
rol. 1888-9, p. 5 sg., Rohde, D. Gr, Rom.\ p. 88 n, 1, Couat, La poca, 
alex, p. 271. 

«) Kortz, Die Eigentamlichkeiten d, Kallimach, Dichtkunst, Còln, 



T — ■ 

dove il critico e=pone, a seriamente, il suo giudizio, sia pure 
sotto veste poetica. 

Né del tutto esatta parmi l'altra osservazione del Dil- 
they: ' [lerinsigiiis delude ac aingularis si quis Callimaobi 
usum dicendi l'oruovit, constantium epitheton nana, &tìov 
àmSàv et ^avliì] 'ló).eta, quorum posterius in ipso Creopliyli 
Carmine valde frenuentainm fuisse probabile est ', Con l'uno 
invero i] poeta, uon fa che indicare, con la solita perifrasi, 
Omero atesso, né i gere alcun senso ironico, 

e d'altra parte ^a\ ivo ohe Creofilo dava al- 

l'eroina del poema (i Laur. aiì Soph. Trach. 266) 

come le avea già d 30 K.), In un poema ohe 

riseute in tutto di , non fa meraviglia l'uso 

dei cosi detti epHh 

Il poeta nell'e odo indicare in breve il 

contenuto del posi due personaggi più im- 

portanti. Un'altra raria, per conto mio, — 

fa il Dilthey muovere a ureonio da parte di CLilIimaco. 
' Porro iu notando libro qua.esita quaedani cernitur ieiu- 
nitas et exilitas '. In un f-i-eo; epigramma, in cui dovevasi 
notare il nome dell'autore e dell'opera, dichiarare l'auten- 
ticità meno di questo e darne anche un giudizio critico, 
qual meraviglia se il poeta accenna di volo all'argomento? 
La leinnUtis e la irAlHas più che quaesiUie sono imposte a! 
poeta dai limiti asseguatigli dal compito che si i>ropone. 
Sicché mi pare che cada de! tutto la conclusione del Dil- 
they, il quale crede di vedere nell'epigr. calHmacheo la 
la condanna del jjoema di Creofilo e interpreta l'ultimo 
verso: ' poetae tam mediocri, qualis est Crecphylus, vel 
hoc aliquid honoris hahet '. Xou era e non doveva essere 
piccolo oiioie e per Creofilo e per qualsiasi altro poeta, che 
l'opera propria venisse scambiata nientemeno che per 
un'opera d'Omero! In tal modo mi pare che il Dilthey 
disconosca il vero valore di tutto l'epigramma, valore già 



]!i02, p. 32 pei vv. fiC-71 duU'iuuo III Haupt, iu Berichl. d. slieU. 
0.sdUiih. ;. Lcipt., phUuI. hht. Classe, Jtìl!), Il, p 401 sgg. ; Dilthey, 
Anat. Caltii.1. Bonn, 1SG5, p. 3G sg. 



LA CRITICA LBTTERARIA DI CALLIMACO. 25 

chiaramente dichiarato da Eustazìo {ad II. B, 730, p. 330, 42). 
È da togliersi pertanto l'interrogazione dopo ^éya del v. 4, 
«d è da intendersi tutto il luogo col Bentley: hoc magno 
honori et laudi est Creophylo: poema suum non indignum 
visum esse quod Homero adscriberetur '. L'appellativo poi 
di d^sXog^ dato ad Omero, e consacrato poscia dalla tradi- 
zione, è altro indizio dell'onore in cui Callimaco teneva la 
poesia omerica. 

9. — G. — A rafforzare la propria tesi il Dilthey (p. 6) 
apporta l'epigr. XXVIII {= Anth. Pai. XII, 43) nel quale 
egli riconosce senz'altro Callimaco quale oppositore di Omero 
B dell'arte omerica, credendo di trovarne conferma nel 
fr. 293: itéQwv (f* Txvia /i^ xa&ofià. L'epigramma però va 
interpretato alquanto diversamente da quello che crede il 
Dilthey, e più chiara luce avrà anche il fr. riportato. Anzi 
tutto non v' ha ragione di staccare col Haupt (in ed. Mein. 
p. 99) e col Dilthey l'ultimo distico dal resto dell'epigramma; 
unzi è la finale che dà ragione di tutto l'epigramma e con- 
tiene il veleno dell'invettiva. E questa diretta indubbia- 
mente (cfr. miei Studi cit., p. 383 sg.) al grammatico Li- 
tania, concittadino ed amico di Callimaco e con Callimaco 
precettore del comune concittadino Eratostene. Figlio, a 
quanto pare, del grammatico Eschrione, che si occupò di 
questioni omeriche ed i cui precetti Callimaco stesso non 
sdegnò di seguire (cfr. per l'accentuazione dì XTg fr. 329, 
Herod. ad II. A, 239, Eustatb. ad II p. 841, 22 e 857, 37), 
egli pure si dette agli studi omerici (cfr. Schol. ad II. I, 378; 
II, 568; Etym. Magn. p. 779, 9; Eustath. ad II. p. 1071 apd. 
"Wolf., Proleg. ad Hom.^ p. 112). Gli studi di Lisania, a 
giudicare dai frammenti, furono piuttosto d'indole gram- 
maticale e prosodica >), e forse Lisania si allontanò dai 
<5riteri di Zenodoto e di Callimaco, avvicinandosi a quelli 
che più tardi saranno seguiti da Aristarco (cfr. Etym. Magn. 
112^ 10 per Od. «, 323). Questo fatto potè forse determi- 



J) Cfr. Gòttling, Comm. de duob. Calltm, epigr.y Jen. 1857, p. 4 
^= Op. Ac, p. 256 sg.) e sovratutto Baumstarck la Philol.^ LUI, 1894, 
p. 708 e Lehnert in Philol. LVII (1898) p. 337 sg. 



Dsre nel giovane suo aooUre, in Eratoateue, quel muta- 
mento d'indirizzo, per il quale si allontanò poi da Calli- 
m&co : causa non improbabile di uno screzio fra i due vacclii 
compagni di studio. A ciò s'aggiunga il diverso criterio 
artistico. Litania, grammatico piuttosto rigido, vedeva in 
Omero il modello che si doveva ciecamente) seguire nella 
composizione di poemi epici: Callimaco invece, poeta per 
natura, pur ammirando Omero, capiva che la sua età non 
consentiva più il ritorno puro e semplice alla poesia ome- 
rica e si sdegnava dello scempio che ne facevano certi coa- 
temporauei, i quali copiaudo o rubando sfacciatamente dal- 
l'antico poeta, senza capirlo, pretendevano di farsi chiamare 
omerici e di far inohindere le opere loro nel grandioso 
ciclo epico, disegnato da Zenodoto. Dì qui trae suo motivo 
l'epigramma callimaclieo, e speciahiieute la virulenza e 
l'ironia dell'ultimo distico, per il quaSe a torto dall'ine- 
sperto raccoglitore veniva posto fra gli epigrammi dellti 
cosi dotta naidtxi) /iaeua (cfr. Gottling, !. e. e Veuiero, Gli 
epigi: di Calh'm., Girgenti, 1897, p. 26). Alla lotta potè a 
dovette dar luogo il tentativo di Apollonio, non approvato 
da Callimaco. Qual poema più degno di Omero, più degno 
di essere annoverato fra i ciclici, delle ' Argonauticbe ' 
del giovane poeta alessandrino? E quale occasione migliora 
per i grammatici idolatri di Omero ed avversari di Calli- 
maco per mordere il grande maestro? La ragione si ma- 
nifesta chiaramente nell'accusa di non saper egli comporre 
un poema lungo ed organico. Callimaco risponde alte ac- 
cuse ed alle insinuazioni con la solita violenza e contro 
l'aulico amico si rivolge amaramente con quelle espres- 
sioni, che altramente erano usate ne' colloqui e ne' richiami 
d'amore, e che per il doppio senso nascostovi rendono ancor 
più pungente l'ironia (cfr. la mia nota in Rio. di st. ant., 
X, 1906, pp. 47G sg.). Lisania si unisce al coro dei lodatori 
del poema ciclico, spregiato da Callimaco, e come imo dì 
quelli adsentatorts, cosi bene colpiti da Orazio {Epixt. II, iii, 
419, cfr. Pers. I, spee. vv. 25-49 sgg.), il poeta si rappresenta 
il grammatico che, durante la lettura, ad ogni momento, 
ricanta il solito ritornello ' vaiyi xalò^ xakói ' (so. tóìxo;) 



LA CRITICA LRTTERARIA DI CALLIMACO. 27 

mentre dall'eco, più esatta e coscienziosa, gli fa rispondere: 
' ix^i àXìiog \ ' bello si, ma è d'altri '. Non è adunque il 
rai^i xaXòg xaXóg una frase erotica in bocca di Callimaco, 
bensì un'espressione adulatoria in bocca di Lisania. Ma, 
qual'era questo poema cìclico spregiato da Callimaco? 

Il Gottling intendeva che fosse il poema longum et non 
unius argumenti sed vari leviterque inter se connexi (l, e), ma 
l'accusa lanciata al poeta era appunto perchè l'opere sue 
erano tutte di tal genere, particolarmente gli Ahia^ almeno 
per quanto ci è lecito congetturare sulla loro composizione. 
Che se Callimaco pensava a quel genere di poemi epici, 
quali la ' Tebaide ' e l' ^ Eracleide ' , biasimati dallo stesso 
Aristotele {d, art. poet. o. 8 p. 1451 a 19 sgg.), non è già 
ch'egli lo spregiasse per la lunghezza de' componimenti, 
quantunque dichiari (fr. 369), che un gran libro è un gran 
male — altramente Omero sarebbe di questo numero — ma 
per il modo col quale quei poeti erano soliti a comporre i 
loro poemi, rivestendosi essi, cornacchie, delle penne altrui, 
gracchiando, come ben disse un contemporaneo di Calli- 
maco (Theocr. idylL VII, 45 sg.) intorno all'aquila omerica. 
Il Welcker crede invece che si accenni a quei poeti cbe 
riunirono in uno varie storie, alludendo a Pisandro, a Museo 
Efesio, ad Apollonio, a Dionisio il ciclografo, e special- 
mente ad Antimaco, quasi che di quest'ultimo volessero 
far ricordo ed Acrone e Porfirione nel commento ai vv. 136 
e 146 dell' ' Arte poetica ' d'Orazio, pei quali cfr. Mancini 
nel commento all'epistola oraziana (ed. Sandron, 1901, p. 19). 
Il Merkel {proL ad ApolL Rh. p. xxiii sq.), più giustamente, 
sostiene che l'aggettivo xvxXixóg sembra significare un de- 
terminato genere poetico derivante dalla stretta e pedestre 
imitazione omerica per l' uso costante di locuzioni ed epi- 
teti omerici, movendo ai ciclici il rimprovero stesso fatto 
da PoUiano in Anth. Falat. XI, 130. Il Dilthey invece pensa 
piuttosto alla materia, prendendo motivo dai precetti ora- 
ziani sulla publica materies, ne' quali, col Merkel, crede di 
ravvisare un ricordo callimacheo. Solo in parte il Dilthey 
viene cosi a spiegare il concetto callimacheo, non tenendo 
nel dovuto conto l'opinione del Merkel, dalla quale più 



facilmeate oonsegud la vera iatei-pretazìone dell'epigramma. 
-Callimaco, pertanto, a parer mio, non inveisce contro nn 
genere speciale di poesia, ma contro il modo col quale esso 
vieti trattato. L'epigramma, già citato, di Polliano, il quale 
conobbe l'opera Callimaco 6i da riportarne un frammento 
(V. 3 = fr. 320 cfr. Enstath., W B. p. 870, 7 e 1299, 37. e 
Meineke, Anat. Al. p. 284) dichiara ben bene l'arte di cotali 
Biidicenti ciclici {Itùnoèihcu 'O/iiJpou), che faceva gettare il 
discredito su tutto un genere letterario. E, con Polliano, Lu- 
cillio {Anth. Pai. XI, 132, 140, 400, -101), Cereale {ih. XI, 144), 
Pflllada (i"6. IX, 168, 169) ed Amtniaiio (t6. XI, 157). L'arte, 
ridotta a tal punto, diveniva ir^ntiàiu, guadagnando il fa- 
cile plauso degli ammiratori ignoranti, che si contenta- 
vano dell'apparenza e della forma. Né è strano che Cal- 
limaco chiami tale arte paeudomerica TTSQtyoitoi (cf. epigr. 
XXXVIII, per cui v, Schneider in PhUol. IV, 1S49, p. 5G5 
e Callim. I, 425) quando già, secondo che ne dice Eustazìo 
{ad 11. p. 1479), Demetrio Falere O ttqiìtos «V itéaxQOV nec- 

èfttl'iiàovv tà 'Oftì'jgov KaitiÌTTsQ AXXoi tà 'BaióJov xaì 'Agx^' 
Ì.ÓXOV xaì ixé^iDv. 

Non parlava adunque Callimaco di quel ciclo epico, do- 
vuto a Zenodoto, poìchà ad esao apparteneva anche la 
' Presa dì Ecalia ', come ne dà testimonianza l'opigr. Y\ 
in cui ne sono contenute le ludi, Callimaco è ammiratore 
dell'arte antica, ma non idolatra: sente ÌI profondo mu- 
tamento artistico avvenuto nella sua età; lungi dal rigi- 
dismo grammaticale ed insensato, imita Omero finchò questo 
si adatta alla natura della nuova poesia; ma vuol battere 
vie nuove quando l'imaginazione su» ama spaziare per 
campi più larghi, quando il etio intelletto vuol avere più 
squisito pascolo alla propria curiosità, e cosi s'iutemle anche 
il fr. 293. Egli beve da piccola fonte, ma da una tonte 
pura (cfr. Propei't,, IV, i, 3 sq.); odia quindi le cose vol- 
gari, allontanando, con sprezzo oraziano, da sé i profani. 
Non pensa già di cacciar, per cosi dire. Omero di seggio, 
per sedervi egli stesso: egli ammira da artista il sommo 
poeta e l'ammirazione sua tanto più si manifesta nello 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 29 

sdegno, che in lui suscita il veder profanata da inetti e da 
mestieranti l'arte di lui. 

10. — H. — Ne ad opposizione sistematica contro Omero 
da parte di Callimaco allude punto il fr. 138 (= Schol. 
ad Pind. Nem. II, 1 ed Eustath. ad II, p. 6, 18). Che si ri- 
ferisca alla poesia omerica lo dichiarano e l'indole stessa 
etiologica del fr. e la spiegazione dello scoliaste, ed i versi di 
Pindaro {Isthm. IV [III], 61 sq.) ricordati anche dal Dilthey 
(p. 26). Non poteva però Callimaco, che si gloriava di non 
aver mai cantato ^V àaiafia óirjvexég (fr. 287 cfr. jniei Studi 
p. 399 n. 2), dichiarando (fr. 490) che solo di Zeus è il 
tuonare (cfr. Anth. Palai. XII, 4 v. 6 e Dilthey, An. Call^ 
p. 6 n.), riferire a se stesso il contenuto del frammento. 
Non è da credere che Callimaco, notando la profonda di- 
versità fra l'arte sua e quella d'Omero, parlasse con di- 
spregio di quest'ultima: e nemmeno si può pensare ad 
Esiodo col Benndorf (Dilthey, p. 163). Il poeta alessan- 
drino dà in questo frammento la caratteristica vera del- 
l'arte omerica. Anche Aristotele avea definito il poema 
epico come il poema largo, pieno, in cui nell'unità d'azione 
campeggia l'eroe protagonista, e cosi lo considera anche 
Callimaco notando che il canto rapsodico era i^vsxég cioè 
fiaxQÓv' di ólov, come spiega Esichio (ad u.). Ma non do- 
veva essere però quell'onda piena d'Eufrate che nel fondo 
trascina anche il fango. Il frammento poi accenna chia- 
ramente alla questione dei rapsodi e del modo col quale 
l'antica epica era stata composta e tramandata: e però 
credo più verisimile l'ipotesi del Dilthey che il frammento 
appartenesse ad un epigramma, che non al proemio degli 
Ahia, come pensa lo Schneider. 

11. Fin qui abbiamo studiato le prove dirette rima- 
steci dello studio di Callimaco intorno ai poemi omerici 
ed al favorevole giudizio intorno all'arte omerica: a queste 
altre se ne possono aggiungere, sebbene meno importanti 
perchè indirette, come quelle che derivano dalla imitazione, 
che de' poemi omerici riscontriamo nell'opere poetiche di 
Callimaco: imitazione sia di pensieri sia di parole o solo di 
motivi spunti artistici. Già l'antico scoliaste, o per meglio 



so e. CK6SI 

dire, gli ficolìasti di Callimaco aveano iQstitiiìto confronti fra 
i poemi omerici ed i carmi callimachei (cfr. ad hymn. II, 7, 35; 
ni, 4, 12, 40, 90, 250; IV, 73, 122, 210, 286; VI, 30); ma molto 
pili i recenti studiosi, fra i quali basti ricordare lo Scheer, 
il Tliioiiville, l'Aulin, il Loebe, il Jan, il Kuiper, che se ne 
sono occupati particolarmente, per le ricerche de' quali pos- 
siamo conohiudere che Callimaco segui da presso Omero 
sempre come suo modello, persino nella forma speciale 
delle finali dei versi, tanto che ai poterono ricostruire con 
molta probabilità, per non dire con certezza, anche fram- 
menti, che altramente sarebbero stati incomprensibili (cfV. 
Jan, p. 86 sgg.). Per il nostro scopo ci basta notare che 
Callimaco si tenne ligio alle forme omeriche oltre che per 
l'accentuazione, come abbiam visto, per l'uso del numero 
de' sostantivi (fr. 428), del genere loro (fr. 98 = Ehjm. Magn. 
p- 502, 27 e sovra tutto Schol. ad 11. A, 312), per l'nao dei 
pronomi (cfi-. Apoll. Dyscol., de synt. Ili, p. 220 e de pronom. 
p. 2GB), ma sopra tutto per il significato de' vocaboli, per 
il quale spesso gli scoliasti apportano l'autorità dell'ales- 
sandrino. Cfr. infatti Schol. ad Od. P, 599 (Eustath. od Od. 
p, 1832, 62 = fr. 190), SchoL ad II. (P, 12 = fr. 200 (Galen., Lex. 
Hlpp. p. 646 Fr. [cfr. Etifìn. Magn. p. 237, 44 lez. del Gaisf. e 
p. 239, 33] e V Ehjni. Gud. p. 117, 48) ; Schol. ad II. S, 399 
= fr. 471 pel quale Apoll, Dyscol. (de coniunct. p. 505, 17) 
rimprovera a Callimaco la soverchia libertà nelle regole e 
costruzioni sintattiche e che ha una grande importanza as- 
serendo che Eurinome era la madre delle Cariti, mentre altri, 
contro Omero, affermavano clie fosse Era od altra dea (cfr. 
Olivieri, Contrib, olla stor. delia coltura uetln Magna Grecia ecc. 
Ciitania, 1904, p. Ifi); fr. 467 in Cyrill. Alex-, confr. lulian. 
VI, 191 addotto a spiegazione AgW òXoòtfQuìv omerico in Od. 
l, 322 ; Schol. ad Od. y, 380 (= fr. 503) ; Schol. ad II. Z, 305 
[= fr. 462) ; Schol. nd II K, 12 e Yen. ad v. 67 {= fr. 440); 
Sch. ad II. 0, 56 (fr. 493); Sch. B ad II *, 636 (= fr. 507); 
Schol. ad II. r, 332 (= fr. 637). Qualche volta Callimaco 
si stacca dalla comune interpretazione omerica; però non 
bisogna ricercare negli scoliasti più di quello che essi real- 
mente dicano, come fa ad es. il Dilthey {Anal. Cali. p. 30) 



LA CRITICA LBTTBRARIA DI CALLIMACO. 31 

a proposito dello Sch. Victor, ad II. z, 484 per il fr. 418 
volendo cercare nello dcoliò tin rimprovero alla sentenza 
callimachea e tentando quindi di difendere Callimaco : opera 
vana, se egli avesse bene inteso lo scoliaste, poiché anche 
gli antichi aveanò rettamente interpretato il pensiero del 
poeta (cfV. Schei, cui Chregor, Nazianz.^ orai, Steltt sae t. II, 
p. 1237 M). 

Nel fr. 631 dove lo Schol. Victor, ad E. 1, 220 rim- 
provera a Callimaco d'aver usato &éog ^àXXstv mentre Omero 
avett detto fidUe ^vr^làg {II. I, 220) in cfr. di Od. é, 60, si 
ptiò spiegare Fuso di &vog col verbo fiàllstv, come audacia 
o licenza poetica in analogia alla forma omerica, alla quale 
però Aristarco avea posta la diple (cfr. Schol. A ad II. I, 220 
e Lehrs, p. 92), facendosi &éog =^ x^vr]la( =i: àQYfiata (cfr. 
Od. ^y 446). Anche P accusa mossa a Callimaco dallo sco^ 
liaste veneto ad 11. T, 382 sull'uso di jer«V (fr. 308) dipende 
da una falsa interpretazione dello scoliaste, che interpreta 
xr«/c ^=^ solo aidoToVy mentre parecchi sono i significati della 
parola (Suid. II, i, p. 425; Eiym. Oud. p. 360, 19; Choerob. 
dict. in Tkeod. p. 196, 26; Etym. Magn. p. 642, 19), tanto più 
che un altro scoliasta avvertiva i^eigag =si rè? trjfiskrj&ai' 
aag rqix^q, considerandosi altresì, come annotava il Heckér 
{Comm. Caìlim. p. 116 cfr. Poli. II, 174 e Clem. Alex., Pto^ 
trept. p. 19 P.), che tale vocabolo era riferito solo alle donne. 

12. — Come per le espressioni formali del pensiero cosi 
anche per le leggende mitologiche. Cfr. infatti il fr. 13 e (Ida; 
cfr. Lycophr. v. 24); fr. 13 d (Aiace; cfr. Lycoph. vv. 387-407 
e le note del Holzinger e del Ciaceri ; v. anche ThrUmer in 
Hermes XXV, 1890, p. 96); fr. 20 (amori di Zeus ed Era); 
fr. 61 (Erittonio) ; fr. 384 (gara fra Atena e Poseidone per 
la conquista dell'Attica); fr. 6 (Dedalo ed Icaro); fr. 386 
(Callisto) ecc. Ma non sempre le antiche credenze omeriche 
potevano soddisfare la curiosità degli eruditi alessandrini, 
l)OÌchè, come sentenziava giustamente Eratostene, avan- 
zandosi i tempi, progredisce la cultura ed è necessario che 
si correggano gli errori dell'età precedenti. Anzi, a tal ri- 
guardo, neir inno primo (v. 60 sg.), Callimaco usa espres- 
sioni piuttosto violente contro gli antichi poeti, linguag- 



gio che pnó scusare solo l'intento polemico che si ravvisa 
in tutto l'inno. Ma in tal luogo, come vedremo, Callimaco 
forse Qon allude ad Omero, dal quale solo in parte sì al- 
lontana (cfr. Od. V, 142-3 non II. N, 182 come mi sfuggi 
negli Sliidì p. 347 n. 1), accostandosi d'altra parte ad un 
altro poeta non meno sacro e venerato per la saa antichità, 
ad Esiodo. 

13. — Da quanto slam venuti dicendo sin qoi intorno 
agli studi omerici di Callimaco io credo che si possa a buon 
dritto couchiudere, che il nostro alessandrino si occupò non 
solo di questioni storiche intorno lilla vita di Omero ed 
ai suoi poemi, ma ch'egli si addentrò anche in più minute 
questioni filologiche, critiche, estetiche ogni qual volta gli 
si presentava l'occasione favorevole, difendendo le varie 
lezioni d'Omero non tanto con speciali disquisizioni gram- 
maticali, quanto con la conveniente e prudente imitazione. 
Quanto al giudizio sull'arte omerica egli non si allontanò 
punto dalla tradizionale ammirazione e se nella elegìa egli 
ottenne, a giudizio de' contemporanei e de' posteriori, il 
primo luogo non possiamo ammettere ohe, primeggiando 
egli in questo genere, inteodesse dì emulare e vincere l'an- 
tico epico, come crede il Dilthey {p. 5), il quale stima fasti- 
diosa superhìa per l'arte omerica, quell'ira e quello sdegno 
che infiammano il poeta contro i deturpatori e profana- 
tori dell'antica e vera poesia. Ed è strano che a tal giu- 
dizio il Dilthey sia stalo indotto dal frequente ricordo del 
nome di Callimaco accanto a quello di Omero, particolar- 
mente presso gli elegiaci romani. Era infatti ben naturala 
ohe trovassero costoro in Callimaco quasi il loro Omero, il 
loro maestro ed il loro autore, per il genere elegìaco: ma 
muno vorrà ammettere sul serio che per questo gli ele- 
giaci romani disprezzassero l'arte omerica, e che dalle parole 
di Eunapio ( Vit, sopkìsf. in Dìopkanto, p. 165) si possa dedurre 
una contrapposizione fra Omero e Callimaco. Il confronto 
fra i due poeti non regge per la diversità del genere ar- 
tistico da loro coltivato ; e di fatto malamente riuscì Cal- 
limaco quando con 1' ' Ecale ' fu, suo malgrado, costretto 
ad imbrancarsi nel gregge dei cidici, da lui spregiati, D'altra 



LA CRITICA LRTTBRARIA DI CALLIMACO. 33 

parte il singolare giudizio di Luciano {de conscr. hist, 67) 
è dovuto ad una speciale opposiaione voluta dallo scrit- 
tore e non fa al caso nostro, riguardando il metodo di 
trattazione instituito dalla nuova età alessandrina in con- 
fronto all'antica arte omerica; e, per di più, non è del 
tutto esatto. 

Tutto perciò ne induce a sostenere che Callimaco onorò 
altamente la poesia epica antica, particolarmente omerica, 
né mai dispregiò Omero per farsi caposcuola di un nuovo 
indirizzo artistico in contrapposizione a lui; ohe anzi ne 
imitò i poemi ma non pedissequamente, secondando il nuovo 
indirizzo e degli studi e del gusto artistico, chiamandolo 
-ihatogy come con lui fecero ed i suoi contemporanei ed i 
posteri tutti. 

14. — Considerando pertanto il giudizio che Callimaco 
dava della poesia omerica ed il criterio da lui seguito nel- 
r imitazione, facilmente si comprende perchè egli censu- 
rasse in generale l'opera degli ultimi epici e specialmente 
de' contemporanei suoi o di poco anteriori, come Antimaco 
ed Apollonio, de' quali dobbiamo ora parlare. 

Della ' Tebaide ' di Antimaco nessun cenno in Cal- 
limaco, sibbene della Lydej della quale l'alessandrino dà 
un poco benevolo giudizio in contrasto stridente, almeno 
in apparenza, col giudizio di altri critici autorevoli, ad es. 
Platone. Ma se si considera per poco lo scopo speciale che 
s'era prefisso Callimaco, e l'indole vera della poesia anti- 
machea e sovratutto la ragione da cui muovono le lodi e 
le censure, forse ogni contraddizione sparisce. Parlando 
adunque della J^y^e, Callimaco la chiama (fr. 74 6) xal naxv 
YQàfXfxa xal oé toqòv e che il significato di naxv sia punto 
laudativo lo dichiara lo Schol. ad Dionys. Ferìeg,, in VU. 
Dion. p. 317 e ad v. 3, p. 977 Bernh. Il poema antimacheo 
era adunque pesante, non limato, non levigato. Né soltanto 
Callimaco l'ebbe a censurare, poiché vi fu chi trovò scon- 
venienza nel proemio dell'opera (cfr. Maass, Aratea, Be- 
rol. 1892, p. 213 n. 4) ; Euforione (cfr. Crat. in Anth. Pai. 
XI, 218) lo posponeva a Cherilo, il quale era stato lodato 
anche da Aristotile (Rhet. Ili, 14, j). 1416, e Schol. paria. 

Slufìi Unì. di filol. cìaes. XV. 8 



31 e. CESSI 

et vtdor. ad 1. in edit. Speagel, LipB. 1867, I, 160, 21 
e II, 436] mentre non si fa parola de' meriti d'ADtimaoo, 
la cui arte si accostava forse troppo a quella di Paniasì, 
non troppo favorevolmente giudicato e da Dionigi d'Ali- 
carnasso {Cens. vet. script, p. 419 R) e da Plutarco (de garr., 
p. blSaff). Ma per ben giudicare del biasimo di Callimaco 
e degli elogi prodigati da Asclepiade tAntfi. Pai. IX, 63), 
da Po3Ìdippo {ih. XII, 1G8), oltre che della natura della 
poesia callimachea bisogna tener conto di due fatti impor- 
tanti che danno all'arte antimachea un carattere partico- 
lare e le fanno assegnare un posto importante nella storia 
delle lettere grecte. 

Con Antimaco comincia nella letteratura quel nuovo 
indirizzo, ohe determinerà poscia quello che sì dirà altt- 
saniìrliiismo. una delle forme dQÌV eìleiiismo che già dai tempi 
di Senofonte si andava designando vagamente nella vita 
del popolo greco (cfr. Mahaffy, The progrea» of Heltenitm 
ili Alexander's Empire, Chicago-London, 1906, e. I). Antimaco 
se non è proprio il primo alessandrino in arte, è il più 
importante dei precursori: alla forma artistica unisce l'eru- 
dizione profonda, e mentre pubblica poemi e carmi d'ogni 
genere sì occupa delle più svariate questioni grammaticali 
e filologiche, discute interpretazioni a varianti, propone e 
scioglie nuove questioni. Ecco uno dei suoi pregi, e noD 
dei minori, presso gli alessandrini; tanto più che egli avea 
adattato al canto epico la poesia elegiaca, che fu preferita 
nell'età di Callimaco. Ma un'altra ragione, e di maggiore 
importauza, gli fece ottenere grande rinomanza ed onore 
presso gli alessandrini. Per primo Antimaco, (cfr. Beneke 
Aittimachus of Colophon and the ^wsiVioii of ÌVomen in gretk 
Poetri/, London, 1896), porta nell'arte il calore di quel 
sentimento d'amore verso la donna che, manifestatosi già 
nelle tragedie di Euripide e più vivo dì poi nelle com- 
medie di Meuandro, pervaderà in breve tutti i campi del- 
l'arte alessLtndrina, infondeudole quella vita nuova, che per 
il tramite della letteratura latina essa ha poi tramandato 
alle letterature moderne. 

Il Beneke, studiando il sentimento d'amore dell'uomo 



LA CRITICA LBITEBARIA DI CALLIMACO. 36 

verso la donna nella letteratura greca antica, fa notare che 
soltanto alla fine del V secolo si comincia a parlare a di- 
scutere, sebbene il sentimento d'amore, nel senso moderno, 
ancor non si conosca, reputandosi quasi nati'onal institution 
l'amóre pe' giovanetti (p. 102-104). Con Antiraaco invece 
ecco un rivolgimento. Innamorato di Li/de, la sposa: essa 
muore ed il poeta, per conforto dell'animo, in memoria di 
lei compone delle elegie che poi pubblica in un poema con- 
tinuato, il quale si intitola dal nome della morta, dove per 
svariate digressioni si narrano leggende d'amore (Plnt. fon- 
sol, ad ApoU. p. 106i, Hermesian. v. 411. ' Now, dice il 
Beneke (p. 108), in this there are two features which it is 
impossible to parallel in any previous Greek poem. The 
L>/de of Antimachus was a lowe-poem addussed to liis wife 
and written after her death. In thea two faots we reco- 
gnise on the part of the writer, a view both of marrìed 
life and of women in general, which ìs entirely new '. 
£d in ciò si distingue anche e sopra tutto dal sentimento 
erotico di Miranermo e di Simonide e dal pathos euripideo. 
E un sentimento nuovo che rinnovella lo spirito dell'uomo 
riguardo alla compagna della vita, sentimento che fa capo- 
lino anche nella commedia nuova, e predomina nel romanzo. 
Dopo la Lyde d'Antimaco s'intendono la Bittìs di Fileta 
e la Leonlion di Ermesianatte, si comprende lo spirito del- 
l'epigramma d'Asclepiade dove si fa sentire l'amore per 
la donna amata, in vita ed in morte {Anth. Paint. V, 162, 
vv. 3-4, e 64 v. 1-4). Se consideriamo pertanto l'opera 
d'Antimaco sotto questo rispetto, non apparirà più imoer- 
ilnndlich, come lo dice il Flach [Gesch. J, Oriech. Lyrìk, 
Tiibing. 1883, p. 436), il giudizio di Asclepiade e di Posi- 
dippo. È un nuovo motivo artistico ohe sfruttano gli ales- 
sandrini in contrapposizione alla vecchia rappresentazione 
dell'amore licenzioso dell'età precedenti. Posidippo, cele- 
brando i poeti d'amore, al (fiXtfQurjro^ Mimnermo {cfr. fr. 1 B.) 
oppone il aéifQiàv Antiraaco; ne questi due poeti sono con- 
trapposti l'uno all'altro per l'arte loro o per il genere 
letterario, ma per il diverso concetto col quale hanno trat- 
tato lo stesso genere, per Io spirito diverso che ne informa 



l'inspirazione. Alimnermo è il poeta dell'amor sensuale: 
egli ama, sogna e vDoIe Afrodite con tutti i suoi piaoerì, 
con tutte le sue voluttà; Antimaco è il poeta saggio, pru- 
dente: il suo amore è di sentimento, egli ama ed invoca quel- 
la Eros, elio iuiluca calma e tranquillità nell' animo affannato. 
Parimente Asclepiade, chi ben guardi, non tanto onora 
Antimaco per ì suoi meriti artistici quanto per il senti- 



mento che iuspira- ' 
è divenuta aifinit: 
ci presenta Jtimn 
che accieca, ricon 
viene a comporre 
pitogli dalla viole 
sacri libri: sacri ( 
ed alla morte era 
spirare l' ebbrezza 
l'entusiasmo di uni 



per la quale la sua Lyde 
; ed Ermesianatte, mentre 
da quell'amore sensuale 
Jicabezza il Colofonio che 
lia terra il ano amore, ra- 
ffoude il suo dolore nei 
bè la pietà li componeva, 

in quei libri non doveva 
Iella voluttà, nò ribollire 
ante o dei piacere soddi- 



sfatto, ma il dolore per la s[)0sa perduta, Ìl rimpianto della 
vita felice trascorsa, perciò lo stile dovette assumere quel 
tono mesto e Hebìle L'Iie ri:^onava per la prima volta sulla 
lira greca, ben diverso dal rimpianto di Mimuermo per la 
giovinezza perduta, e per Ìl timore della veccliiaia che non 
gli concederà di godere i doni della bella Afrodite. Per 
<iuesto carattere dello stile antimncheo credette il Beneke 
di spiegare il giudizio dì ITionigi d'AHcariiasso (dn co-npoi-, 
ver//, p. 300), che lo considera esempio ìt); avendoti; uqiih- 
viai in confronto con quello di Esoliilo e Pindaro. Anzi a 
questa au^tm-u aniumiit par alluda persino Anti[>atro Si- 
donio, die loda il poeta per aver anche battuto iìujijtivv 
xai itrt%-Jai>,i' ùrQUTiór lAiifìi. Palai. VII, -109). Da quanto ho 
notato si vede che gli elogi ad Antimaco non sono dati 
per lo stile suo: ed appunto lo stile soltanto riguarda il 
biasimo di Callimaco, ed ù torto di antichi commentatori 
e di recenti studiosi di voler dare un caratterd generale 
all'appunto callimacheo, che riguarda solo un lato dell'arte 
d'AutimiiCO. Ed infatti Callimaco riconosceva altri pregi 
in Antiuiiiijo se non dubitava di imitarlo persino uelTu^o 
speciale di certe parole, come ad es. TronTtoiji-rt't^ in hijmu. 



LA CltlTICA LBTTKBARIA DI CALLIMACO. 3l 

I, 58 = Antim. fi". 42 K. (Sohol. [Achille] ad Arai. v. 15 efr. 
Maass, Arat. p. 32 e 317, 27; Kuiper, 1, 29), e àitoQ^ò; in h)/mn, 
III, 45 = Antim. fr. 23 K. (Steph. Byz. s. v. J^/uj tlal 
5° della ' Tebalde ' e che i! Nauck crede, a torto, deri- 
vante da falsa lezione dì //. N, 793). Che anzi una certa 
relazione sì è trovata fra hì/jnn. VI, 26 ed Antim. fr. 1 B 
(_= Steph. Byz. s. v. Jtéti'ir, dal 2° della ' Lyde ' l, e per- 
sino sì confusero Ì frammenti dei dne poeti (cfr. Callim. 
frr. 180 e 506). Callimaco, come tutti gli altri suoi contem- 
poranei, apprezzando pur l'innovazione importata da An- 
timaco, trovava però strano ohe in un canto d'amore en- 
trassero tutte quelle digressioni sugli Argonauti, su Kdipo, 
8u Bellerofonte ecc. Gli è vero, che l'erudizione non manca 
anche nell'opere poetiche dì Callimaco, ma non dobbiamo 
però confondere gli Ahta, il cui pregio principale consì- 
steva e doveva consistere nell'erudizione, con le ' Elegie ' 
amorose (Lange, De Collim. Aetlie, Lips. 1882 e i miei Studi 
p. 399 n. 1) per le qnali ottenne il poeta tanta rinomanza, 
ma per le quali a noi, pur troppo, manca ogni elemento di 
gimlizio: 6 d'altra parte ogni congettura in proposito sa- 
rebbe vana. Dell'erudizione d'Autìmaco si giovò CalHraaco, 
ma tuttavia la reputava forse fuor di luogo in nn poema 
d'amore. Le digres»ioni nel poema d'Antìmaco ne rendevano 
oscura, pesante [Tia^ùi) la lettura, facevano perdere il filo al 
lettore, si che Agatarchide pensò di farne più tardi nn com- 
pendìo (Phot. B!òl. p. 171, 1). mentre le difficoltà dello stile 
— quindi 01^ Topo-; — rendevano oscure anche le cose ottime 
ohe egli diceva ^cfr. Phit. Vit. Timol. e. 36 e per la ' Te- 
baide ' cfr. Cicer. Bruì. § ]91 e per l'imitazione dì Adriano 
V. Spart. Vii. Hadi: e. 16 P.ì. Oltre essere pesante, il poema 
era pertanto nà Tooor, e Dionigi stesso [Ccns. vet. script. 
p. 419 E.) riconoscendo' in Antimaco una certa asprezza e 
nervosità conferma il giudizio calliraaclieo, al quale ritorna, 
se ben lo si intenda, nonché il giudizio dato da Plutarco 
(1. e), persino quello dì Proclo {in Plat. Tìm. 1, p. 20). 
Callimaco che odia le parole sesquipedali |frr. 165 e 490), 
che invoca le Grazie perchè ornino ì suoi canti {fr. 121), 
e che nulla di bello vorrebbe che fosse nascosto (fr. 422), 



loda la brevità {fr. 359) e la purezza UéJ^tàtr^i). Riesce strano 
invece che proprio Proclo si meravigli dell'accusa di Cal- 
limaco e quasi lo rimproveri, come fa per Duride, perche 
la pensa diversamente da Platone, quasi ctie con questo Calli- 
maco negasse anche a Platone Ìl fine senso artistico {ad Plot. 
Tini, I, p. 28). Quanto poi alle lodi da Platone prodigate 
alla LijJe, dalle confuse notizie, che ce lo attestano, risulta 
che il giudizio di Platone riguardava piuttosto la natura 
etica, che informava il poema autimacheo. Lo spirito, nuovo 
allora, riguardo all'amore femminile, che dominava uella Li/'ie, 
inspirava simpatia al filosofo, simpatia che potè estendersi 
poscia anche alle altre opere che ne erano meno degne, 
anche per il contrasto artistico fra i due poeti che allora 
tenevano il campo (cfr. Welcker, o. e. I, p. 96 sg.)i Anti- 
maco e Oberilo, fra l'arte nuova e l'arte antica. Così mentre 
Callimaco considerava quel poema solamente nel rispetto 
retorico, Platone ne ammirava il contenuto : non v'era per- 
tanto fra i due critici quel contrasto voluto da Proclo. Dì 
piti, un'altra ragione di opposizione ad Antimaco era per 
Callimaco l'imitazione omerica. Antimaco infatti per essere 
omerico (e tale lo chiama nell'epigr. citato, il suo ammi- 
ratore, Autipatro, senz' ombra affatto di quel!' ironia che 
trapela in quello dì Cratete per Euforione) ruba senza ri- 
guardo ad Omero parole, frasi, costrutti interi come at- 
testa in un passo importantissimo Portino presso Eusebio 
in Praep. Evang. X, 3, 467, nonostante la difesa ohe di 
Antimaco tenta Io StoU (Kinkel, EGF. p. 291 n. 4), ed 
Eustath. ad II. p, 9, 43. Confrontisi altresì fr. 46K ed II. J, 
489 6 la nota a questo verso dello Spitzner (edit, cit.). 
Ad una tale troppo rigorosa e pedantesca imitazione d'Omero, 
non poteva consentire Callimaco, pur ammirando in parte 
l'opera d'Antimaco del quale si può dire che l'Alessandrino 
abiiia dato quasi il giudizio che leggiamo in Quint, X, 1, 63 
e nel quale consentono anche i piii de' critici moderni. 

15. — Quanto ad Apollonio piii breve discorso ci è 
necessario, perchè su di lui ricade il giudizio cailimacheo 
dell'epigr. XXVIII. Per il tempo poi, la natura e lo svol- 
gimento della cosi detta lotta letteraria, cui diede luogo 



LA ORITIOA LBTTRRABIA DI CALLIMACO. 39 

in Alessandria la lettura dei primi due libri delle Argo- 
nautiche^ mi riferisco a quanto già scrissi ne' miei Studi cit. 
pp. 402 sgg. 

Sorta da prima nel campo dell'arte per una semplice 
concezione diversa dell'arte in relazione ai nuovi tempi, 
I)er l'ardire dei contendenti e più ancora per l'astio de' par- 
tigiani, la lotta divenne a poco a poco personale. Ed era 
naturale che in un cosi grande rinnovamento di indirizzi 
e criteri artistici ci fossero contrasti, gare, anche stridenti: 
la storia della letteratura alessandrina ne è piena. Ne in 
Alessandria soltanto, ma in tutto il mondo ellenistico. Na- 
turalmente, in un paese dove il risveglio dell'arte non era 
ancor pieno, dove l'occupazione delle lettere non era ancor 
di moda, gli uditori si contentano di abbandonare la sala 
di lettura ed Antagora rimane solo; in Alessandria invece, 
dove la letteratura diviene professione, gli ascoltatori eru- 
diti non abbandonano il poeta ma si abbandonano ai più 
svariati commenti. Di qui la prima causa del contrasto per 
uno sfavorevole giudizio di Callimaco. Ma non di Callimaco 
solo, a quanto dice la Vita I d' Apollonio, e non per il solo 
Apollonio per quanto ci avvertono i versi teocritei (VII, 
46 sg.). Apollonio ebbe a risentirsi del giudizio del vecchio 
maestro, ed attizzarono le ire probabilmente gli avversari 
ed oppositori ed invidiosi di Callimaco. Si cominciarono a 
spargere più o meno copertamente calunnie contro Calli- 
maco si che questi senti il bisogno di difendersi, e nell'ira 
non ebbe ritegno. Appartengono a questi tempi e si ricon- 
nettono a questa lotta probabilmente i carmi e gli scritti 
polemici del Nostro; e non è di piccola importanza andarne 
raccogliendo i frammenti poiché da essi si possono dedurre 
i criteri artistici ai quali il critico e poeta informò l'opera 
sua poetica. 

Egli si proclama superiore ad ogni bassa invidia, perchè 
le Muse l' hanno infiammato per tutta la sua vita (epigr. XXI; 
cfr. fr. 460): egli di dolci parole si riempie (fr. 261), mentre 
lui, il suo scolaro, ben poco le Muse tennero sulle ginoc- 
chia (fr. 420) e non ebbe infatti chi l'ascoltasse (fr. 236). 
Si rivolge quindi con amaro rimpianto all'antico alunno e 



gli prometti» di rendergli pan per focaccia (fr. 174), da poi 
che avea os^to (anto egli, che nell'alvo materno non avea 
compiuto nepjnir il termine necessario e naturale (fr. 175). 
l'iigprezKa dei nemici ohe gli lanciano di 
i :t'r. 281), mentre egli non sa nutrire lango 
iaentimento con loro (fr. 90): rimpiange la 
mici (opigr. LIX), ohe l'hanno ingannato 
grave è l'odio de'inorteli (fr. 262), e fra 
'ora' con tanta acrimonia ed 



Sì li 

continuo insn 
e profoiiL.lo il 
perdita degli 
(fr. 529) poicl 
questi trovasi fora' 
ironia iuvocato ne 
sari ora (.■opertaraei 
lese sarciisrao, !--ebb 
lotta arniiito de'gi 
sari haiiiiu Ijen sei 
aceto (f^. 8Si. Riha 
pur tociL-are dei di 
tivo a tnnti guai, 
tielie dpì dott 



ales! 



Il, Colpisco i 9U0Ì avver- 
ì (fr. 86 e 87), ora con pa- 
3 non sta per scendere alla 
tte (fr. 92); e gli avver- 
ai : toasirono essi bevendo 
lie do' suoi oppositori deve 
. che prima ha dato mo- 
oome sfida contro le cri- 
.ntlnni, Apollonio, lasciato il primo 



rossore, riprende e compie il suo poeina. E Callir 
corda che l' ignorante insuperbisce per ogni minimo van- 
taggio (fr. 432); il suo avversario, ignaro della poesia, tuoni 
a sua posta, ma solo di Zeus ò il tuonare, ed egli, ben pra- 
tico delle Muse (fr. 522), sì guarda da! venire a paragone 
con gli dei ifr. 491, cfr. fr. 165). Chi non ò nato alla poesia 
è inutile che gracchi ; ngli uomini piccoli piccole cose danno 
gli dei (fr. 179) e però la borsa del mendico non si riempie 
mai (fr. 360). Lo ai accusa di non saper comporre grandi 
libri; ma i libri grossi sono anche mali grossi (fr. 359) ed 
egli non ama il fango che scorre nell'onda piena dell'Eu- 
frate (h>/mu. 11, H'G sq.); prefi'risce I'jicijuli di tina piccola 
fonte, purché sia pura e limpida (epigr, X-WIII"!. 

I partigiani di Apollonio ne lodavano la vivacità della 
fantasia, la genialità dell'arte e Callimaco ribatte che l'arte 
dì luì è rubata, ch'egli preferisce batter vie nuovo (fr. 293i : 
lo lodi pur un Lisania, ma non bisogna misurare il sapere 
con lo stadio persiano (fr. 481). Apollouio non ha usato 
libri reconditi 'fr, 212i ed errò come gli altri poeti mentre 
egli, vecchio, spesso cacciò dagli occhi il sonno (fr. l.>0\ 



LA CRITICA LBTTBBAItlA Dt OALLIHAOO. 41 

e nulla canta d'incerto (fr. 442). Lo bì acousava di man- 
canza d'estro e di forza; ed egli animoniece che non tuttp 
si deve buttare a piene maui e senza discrezione : non tutto 
bisogna lasciar colare dal proprio sacco (fr- 177). Lo si ac- 
cusava di non aver saputo mai cantare un canto continuo 
(fr. 287, ofr. miei Studi p. 399 >i. 2) ed egli vuol dimostrare 
di saper comporre ancLe un poema epico, a quel modo ohe 
. avevano fatto i rapsodi (fr. 138) ; ma il suo cauto sarà con 
più piena bocca (fr. 331) e sarà il modello del nuovo gè* 
nere epico, 

Ma r ' Ecale ' non ebbe pur troppo il successo che sì 
aspettava il poeta, né pose fine alla questione: anzi le rin* 
focolò maggiormente e la prova migliore ne dà 1' ' Ibis ', che 
ninna ragione valida ci può indurre ancora a togliere r Calli- 
maco (cfr. i miei .'itudi cit. p.403 n.) '). Cosi dagli epigrammi, 
dai frammenti polemici e dalle allusioni negli ' Inni ' si può 
dedurre qual'era il concetto artistico di Callimaco, del quale 
mi occuperò in altro lavoro, bastando qui accennare che egli 
voleva la semplicità, la quale, come vedemmo, loda in Esiodo 
ed Arato, la squisitezza della forma e della materia, per 
la quale sente di dover ammirare i poemi omerici dispre- 
giando quelli che tentano insanamente d'imitarli, la gen- 
tilezza del sentimento per la quale ama i canti di Eraclito 
i^epigr. II), riserbando ai carmi eruditi lo sfoggio di un 
sapere prezioso e peregrino. D'altra parte anche dai frr, 
ricordati non pare che Oallimaco fosse quell'astioso ohe al- 
cuno ci ha voluto rappresentare: attaccato si difende, ed 
i suoi frr. si dimostrano tutti o quasi, evidentemente, come 
risposte di accuse, di invettive a lui lanciate: non fa questo, 
cercandone ad ogni modo il motivo, per esaltare solamente 
l'opera propria, per un malsano senso di egotismo. Egli in- 
fatti, critico di gusto fino e non avvinto dai pregiudizi di 
acuoia o dì partito, loda quello che egli sente di dover am- 



■) L'allusione da me notata negli ultimi versi dell' ÌDno secondo, 
e l'interpretazione datane {Studi, p. 374), viene ancor più confermata 
dall'osservazione de! Legrand (in Rei: dei il. anc. III, 1901, p. DOG). 
che quei versi finali vengono richiamati dai vv. 26-27 dello stosao inno. 



42 ™ e. CESSI 

mirare, tanto clie aovente imita anche qnelli di cui ha dato 
poco benevolo giudizio, come abbiam visto per Aatimaco 
6 possiamo notnie ora per Antagora del quale, ae aon ap- 
provò il poema epico, come non avea approvato il tenta- 
tivo d'Apollonio, non dubitò di imitare i carmi erotici 
come dimostra il v. 5 dell'inno a Zeus, derivante indub- 
biamente dal canto d'Antagora a Cratete (ofr. Wilaraowitz, 
Ani. V. Krirìjsi. p. 69), se pur anche qui vogliamo vedere- 
col Kuiper 1,1, fe) t lio dell'uso che avevano 
gli alessaudriiii di (ibievolmente i versi in 
segno di ammirazi cfr. Suseraihl, I, 380). 

IG. — Da ulti; portuno aggiungere due 

parole anche su I se per notare un altro 

motivo dell'arte ej 1 ed interpretare retta- 

mente alcuni jjassi Unachee. 

Indubbi a menti Arato hanno conosciuto 

le opere attribuite ote e poeta, figura ancor 

mezzo storica e itirzzo mitica (ctV. Deraoulin, E/»'mAiì.'ì-; da 
Cì'de, Brux., 1901 spec. p. 5;, ma un giudizio sicuro non 
ce ne ha lasciato Callimaco. Questi forse nell'antico poeta 
risentiva \\n mondo mitico, morale die non avea i)Ìù ra- 
gione d'essere, che non era più compreso. Forse Epime- 
nide diede il grave giudizio sui Cretesi, come arguta- 
mente nota il Maass iArnt. \\. 34.")i, ponendolo in bocca alia 
Verità, e Callimaco ripete le parole del Cretese, ripren- 
dendolo. Probabilmente infatti nella ' Teogonia ' Epime- 
nide il dovette parlare della vita di Zi?us in Creta ed al 
suo poema io credo si rifioriscano le jiarole dì Callimaco: 
Si^ruiiii lì' of} Tiaunuv ù).>^!}iti ì^aciv àoióiii nell'inno ])rimo 
{V. 60 cfr. v. 65) e non già ad Omero. Però se per la ma- 
teria Callimaco si allontana dal Cretese, da questo forse 
egli trae uno di quei motivi artùstici che volentieri e spesso 
usarono gli e)nci alessandrini, cioè la visione icfr. Cesareo 
Un <h-cadHn(e (hll' imtkb!t-< in l!k. Jl fiìoì. I{in3, p. IS sg. 
dell' e.>tr.). Già un accenno a tal forma v'ha in Ksiodo 
;T!ieog. V. .^G si^.j, ma in Epimeuiilo il motivo ù già espli- 



1 rugiuiH' ili iieiisa: 



■1 Kuiper (II, ■ 



LA CRITICA LBTTERARIA DI CALLIMACO. • 43 

caio ed il poeta presenta la sua materia sotto la forma ar- 
tistica di un sogno *). Questo fa anche Callimaco negli Ahia^ 
se ben si interpreta l'epigr. anom. in Anth. Pai, VII, 42. 
Gli altri alessandrini, come TEtolo, Licofrone ecc. alla «ì- 
sione preferirono ìd^profezia^ in cui il dio o l'eroe stesso è 
introdotto a predire l'avvenimento ed a narrarne lo svol- 
gimento: il poeta non narra più se non per bocca diret- 
tamente dell'indovino, il che non si può intendere per Cal- 
limaco. E necessario pertanto tener distinte le due forme : 
quella della visione che risale già ad Esiodo come motivo 
artistico, e della profezia, che, usata solo incidentalmente 
nelle opere letterarie dell'età ellenica, viene a formare il 
motivo fondamentale delle opere poetiche ellenistiche. 

Anche in questo dobbiamo notare come Callimaco, con 
più giusto criterio artistico, si attenga alla forma usata 
dagli antichi, che gli concedeva maggior libertà e varietà 
nello svolgimento de' vari motivi artistici. Riferendo egli 
quello che le Muse gli aveano nel sogno rivelato, poteva 
ben gloriarsi di non aver cantato negli Ahia nulla che 
non fosse veridico e proclamare stolti quelli che non sono 
amici delle Muse. 



2. — Di Esiodo e della poesia didattica. 

1. — In un' età, come l' alessandrina, nella quale la 
scienza avea la prevalenza, e la passione del sentimento 
e la foga della fantasia dovevano essere raffrenate dalle 
disquisizioni erudite e dalla riprova dei fatti, era ben na- 
turale che viva fosse l'ammirazione anche per Esiodo, e 
profondo studio si facesse sui suoi poemi. 

Ben s'adatta pertanto all'opera esiodea, e ne spiega il 
favore goduto in Alessandria, il giudizio di Quintiliano 
(X, 1, 62), giudizio che indirettamente sembra derivare da 



i) Per il sogno, come artificio artistico anche presso gli antichi 
epici cfr. Crespi, Le visioni nei poemi di Omero e Virgilio in Riv, di 
stor, ant X, 1906, pp. 531 sgg. 



quello espresso da Callimaco nell'epigr- XXVII {Anth. Pa- 
lai. IX, 507). Alcune difficoltà offre Ìl testo dell'epigr-, anilo 
qnali dobbiamo fermarci un po', essendo di non poco in- 
teresse anche per l'interpretazione di tutto l'epigramma e 
per la dicliiarazione del concetto critico di Callimaco. Per 
la lezione dell'ultimo verso (^gijroi; a^i-iovoi óyQv^rirj) e 
l'accenno alle caratteristicbe principali dall'arte alessan- 
drina, rimando alla mia nota Aralea in L'Ateneo Venelo, 1901; 
ma qualche altra osservazione è necessario aggiungere per 
confutare l'errata interpretazione sostenuta dal Dilthey che 
anche iu questo epigr. crede di poter trovare conferma 
alla sua tesi, di cui sopra ho largamente parlato. Soste- 
nendo che Voi del v. 1 non si deve congiuugere con ì'faxffi 
del V. 2 (pp. 11 sgg.j il Dilthey afferma che nell'epigr. sì 
nota da parte del poeta l'opposizione fra due diversi poeti, 
posti l'uno in contrasto con l'altro: ad Esiodo pertanto non 
si poteva opporre che Omero : ma non s'intende altor più 
l'uso di Pay^aiov che bisogna mutare in &^a(favov. ' Ita, egli 
conchiude, procedit aptissiraa sententia: Hesiodi en et ma- 
teries et color, Veroor ne Aratns non illum divinitus im- 
missum vatem, sed Hesiodi potius dulcissìmitm epos imi- 
tatus sit'. Ma Callimaco non poteva dubitare che Arato 
avesse imitato piuttosto Esiodo che Omero; anzi questo 
appunto vuol iudicare Callimaco: che Arato è da porsi ac- 
canto ad Esiodo e per il genere trattato e per chiarezza 
e semplicità della dizione (cfr. Koibel iu Hfvtws, XXIX, 
1894, p. 83). Ad un poema didascalico mal sarebbe conve- 
nuto il tuonar degli epici e parimente l'ampollosità dei 
tragici : Esiodo è piano, semplice ; e, come lui. Arato. Nella 
litote abbiamo pertanto il giudizio che Callimaco dà del 
"valore dell'arte esiodea: e, concedendo pure alla litote no 
valore concessivo, ne deduciamo sempre chiaro il concetto 
del critico, che se Esiodo non tiene il primo poeto — e 
questo ben s'intende per rispetto ad Omero — tiene certa- 
mente un posto ragguardevole e de' primi nella storia della 
letteratura greca: e con Callimaco consentono tutti i cri- 
tici antichi e moderni. Notevole altresì l'imitazione for- 
male omerica seguendo al concetto negativo (oi' laxaiov) it 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 45 

positivo (jnfXéXQÓTatov) : ne le parole "^Haiótov àsiciia indi- 
cano che Esiodo ed Arato hanno trattato la stessa materia. 
Callimaco intende soltanto: ' Ecco un canto degno di Esiodo; 
questo ò il metodo, questa l'arte del poeta ascreo ^ Tanto 
più che l'imitazione aratea riguarda le ' Opere ed i Giorni ' 
di Esiodo, più che 1" Astronomia % riconosciuta spuria forse 
nella stessa età alessandrina (cfr. Maass, Aratea^ p. 269 sgg.)- 
Orande elogio per Arato, se si consideri quale onore ebbe 
in tutte le età Esiodo (cfr. Pind. Isthm. VI, 67 ; Demiurgo 
in Anth. Pai. VII, 52 e Mnasalca, tb. VII. 64) si da essera 
considerato nella leggenda persino vincitore d'Omero (Cert. 
Hes, et Hom. 14, cfr. Anth. Pai VII, 63) *)• 

A tale esagerazione però non giunse Callimaco, che 
loda nell'antico poeta particolarmente la Xsn%6%r^q (cfr. 
Anth. Pai., {X, 26) e, conseguenza di questa, la dolcezza. 
Trattandosi di un' opera didattica, qual' era quella di Arato, 
Callimaco non poteva trovare miglior termine di confronto, 
tanto ch'egli stesso non ne sdegnò l'imitazione non solo 
de' pensieri, ma talvolta della forma, come dimostra Vindex 
hesiodeus del Kuiper, alla fine del primo volume de' suoi Stti' 
dia Callimachea (cfr. Hes. fr. 23 K. = hì/mn. IV, 167 per 1' uso 
di Maxrjia)v: si stacca invece per l'uso di iòg^ cfr. Op. et D. 
V. 58 e Callira. fr. 420). Quanto alle relazioni di pensiero 
fra Callimaco ed Esiodo si ricordino lo Schol. ad CalUm. 

I, 96 (= Hes. Op. 311) e III, 63 (= Hesiod. Theog. 146), e 
Schol. ad Hes. Op. 467 (= Cali. fr. 613, cfr. Tzetz. ad Lycophr. 
817; Schol. ad Apoll. Rhod. Ili, 232), Schol. ad Hes. Op., 610 
(== Cali. fr. 285) e particolarmente Schol. ad Pind. Nem. IX, 123 
che ricorda insieme Esiodo (Theog. 634) e Callimaco (fr. 195), 
come pure ad Pyth. Ili, 64 (Hes. Op. 240 [cfr. Eustath. ad 

II. p. 127, 1] e Cali. fr. 91) non rettamente inteso dal Hecker 
(Comm. crii, in Anth. I, 272) e dal ten Brink (in Philol. VI, 222) 
che vollero congiungere a torto col fr. 91 il fr. 83 a (= Diog. 

i) Lo strano giudizio di Posidippo {Anth. Pai. XII, 168) si spiega 
col fatto che l'epigrammista fa la rassegna de' poeti erotici, e per 
questo riguardo Omero ed Esiodo non potevano essere primi. Forse 
che nell'epigr. si risente l'influsso del carme d' Ermesianatte, tra- 
mandatoci da Ateneo? 



<6 e, csesi 

Laert., Vii. Tkal. I, 1, 2) ■). Nà soltanto per le teetimonianze 
degli sooliasti ma anche dallo studio diretto dell'opere CalH- 
machee si può ricoDoscere quanto all'ascreo debba l'alessan- 
drino. Infatti fermandoci solo all'inno primo, e seasa curare 
l'imitazione formale, della quale diligentemente si ocoapkj 
il Kuipor, possiamo fare importanti raffronti : ad es. kt/n»tì 
I, 7-6 e Tkeoff. 96 (cfr. la mìa nota in Spigolature alesaandrùù 
Padova, 1904); hjmn. I, 35 sg. (cfr. Ili, 13) e Theog. 365 (tJ 
Kniper, II, 124); hynm. I, 52 sg. (Ctireti e ninfe Cretesi, cft™ 
Kuiper II, 145) ed Hes. fr. 42 K. ; hjmn. I. 55 e Theog. 492 ' 
bymn. I, 68 sg. — 67 sg. (cfr. miei Studi p. 349 sgg.) e 
Theog. 385 sg. Però la mania di novità in Callimaco non era 
tale da spingerlo a rifiutare sempre le leggende più comuni 
per ricercare le meno note, anche quando l'autorità, ad es., 
di Esìo(}o, gliene avrebbe data occasione, come dichiara lo 
Schol. ad Arat. Phaen, v. 33, poiché Callimaco come Arato 
(cfr. Maass, Arat. p. 261) segui la leggenda più diffusa. 

2. — Del lavoro critico di Callimaco intorno alla vita 
ed ai poemi di Esiodo non abbiamo cenni diretti: ma qualche 
non improbabile congettura si può trarre dai frr. La leg- 
genda del sogno di Esiodo e dell'apparizione delle Muse, 
raccontata da Tzetze e che deriva probabilmente dai versi 
stessi esiodei in Theog. 22 sq., si rispecchia, prima che in 
Teraistio (oc XXX, 1 sqq,), iu Asclepiade {o Archla? in 
Anth, Pai. IX, 64, con qualche modificazione seguita anche 
da Maasim. Tyr., orat. 22; ed in Frontone (ep. ad Marc. 
p. 22 Nab.) che il Meineke (p. 297, in edit.), il Ranch (p. 11) 
e lo Schneider (II, 788) non dubitarono riportasse un fram- 
mento callimacheo; frammento derivante molto probabil- 
mente da «n epigramma riguardante Esiodo e la sua vita, 
con reminiscenza dei versi 22 sg. della ' Teogonia ' . Né si può 
obbiettare quanto riguardo al principio del poema credeva 
Apollonio di Rodi, secondo lo scoliaste (ad v,: cfr. Muetzell 
in edit. Koecklj-Kintel, Teubner, 1870, p. 8), poiché l'opi- 
nione comune anche allora ammetteva che il poema esiodeo 

>) Cfr. da ultimo Anoha fr. 2^ (Eastath. ad II. p. 522, 10) imi- 
tato da Lucillio {Anih. Pai. XI, 183 v. 5). 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 47 

cominciasse con Movaàoìv x.t,X. (cfr. Lncillio in Anth, Pai, 
IX, 572 per il valore ed il tempo del quale epigr. v. Sa- 
kolowski, p. 7 e 20). 

3. — Sull'autenticità delle ' Opere e Giorni ' non si 
muovevano dubbi, come dimostra l'ep. callimacheo : bensì 
sul proemio dell'opera, che il Gottling reputò tratto da 
un inno di Zeus, e specialmente per Teofrasto, Prassi- 
fané (Proci, p. 3 Gaisf. ed in ed. Koechly-Kinkel, I, p. 73). 
Prassifane parlò de' poeti in un libro speciale (Susemihl, 
I, 145); alla sua scuola, che frequentò con Arato, senti 
certamente Callimaco parlare di Esiodo, alla cui arte s'in- 
spirò specialmente il poeta di Soli. Non à strano che Cal- 
limaco, quanto al poema esiodeo, abbia seguita l'opinione 
del maestro; tanto più che nel libro indirizzato a Prassi- 
fane (Vit. Arat. apd. West. p. 54), facendo gli elogi del con- 
discepolo Arato non pò tea fare a meno di toccare dell'arte 
esiodea, come fece appunto nell'epigramma riportato più 
sopra. Conferma di ciò ne sembra dare Cratete, secondo 
lo scoliaste Chigiano pubblicato dal Maass in Arat, p. 213. 
Ne vale il raffronto fra Callim. I, 79 sq. ed Hesiod. Op, 3-4, 
poiché il concetto contenuto in tali passi è uno dei tanti 
luoghi comuni dell'antica poesia, e che in Callimaco può 
derivare benissimo da altra fonte : ammettendo pure la de- 
rivazione, non è questo argomento sufficiente per affermare 
che Callimaco li riteneva genuini. Quanto alla ' Teogonia ' 
non è neppur da dubitare che fosse ritenuta genuina anche 
da Callimaco, quando ancora Aristonico la stima esiodea: 
e dal proemio della ^ Teogonia ' trae motivo anche il fram- 
mento, che io pure reputo callimacheo, presso Frontone. 

Alle ' Eoe ' ci richiama la storia di Cirene e delle sue 
relazioni con Apollo (specialmente nell' inno secondo). Cfr. 
infatti frr. 144 e 145 K. ; ed allo ' Scudo di Eracle ' l'uso 
della parola ngor^tn (hymn. Ili, 52 cfr. Scut. v. 437). Gli è 
vero che riguardo allo ' Scudo ' molti dubitarono anche 
anticamente dell'autenticità, come Aristofane di Bisanzio 
{Argum. r in ed. Koechly-Kink. p. 151), Pausania (IX, 34, 4), 
il ps. Longino (IX, 4), Teodosio {Gramm. p. 54 G.; cfr. gramm. 
apd. Villois., Anecd. gr. II, 174, e Bekk. Anecd, gr. p. 672), 



il grammatico in Oramer, Anecd. Ox. IV, 315, ma ai tempi 
di CailìniaQO era anoor forte la tradizione che attribaiva 
il poema all'Ascreo, tradizione che risaliva a Stesicoro se- 
condo Vnrgum. r (in ed. Koechly-Kiuk. p. 161, cfr. Schol. 
Pinti. Oh/mp. X, 19) 'j e, raffermata poi da Megacle, veniva 
accolta da Apollonio Rodio sebbene le ragioni che questi 
ne apporta non siano le più convincenti (Balsamo, Sulla 
eompog. del carme heatod. 'Aan. Hq, Bologna, 1895, p. 5). Dob- 
biamo inoltre ritardare che EpaiVodito (v. Baiimstarok in 
Zeiitchr.f. deutsi-h. miirgenlniid. Gceeìhch., LI, 1807, p. 433 Sg.), 
il oommentatora di Callimaco, commenti, ritenendolo a 
quanto pare genuino, anche Io ' Scudo ' esiodeo. Cfr. Schol. 
ad V. 301 e cfr. ad v. 430 ove s'accorda con J.'TOnirao citando 
Callim. fr. 317, (per il quale cfr. Scliol. id Apoll. Rh. IV, 1614). 
Nò Epafrodito avrebbe mancato probabilmente di dichiarare 
anche l'opinione di Callimaco sa questi l'avesse pensata 
diversamente da Ini: nò è presumibile ch'egli non cono- 
acesse il giudizio catlimacheo. 

4. — Incerto affatto ogni giudiaio sali' ' Egimio ', ben- 
ché il cfr. fra hì/mn. IV, 20 e Hesiod. fr. 3K. dichiari che 
Callimaco lo conobbe: tanto più che dall' ' Egimio ' l'ales- 
eandrino poteva trarre materiale anche per la sua 'loè~ 
àifi^ti (cfr. Heaiod. fr. 4-5-6 K.), sebbene talvolta Callimaco 
segua per questa, come per la leggenda di Cirene, piut- 
tosto Ellanico scostandosi dalla fonte primitiva, dalla quale 
invece deriva indubbiamente l'elemento erotico della leg- 
genda specialmente per quel particolare che primo intro- 
dusse Esiodo, secondo Esichio (cfr. Apollod. Il, 1, 3 aq.), 
cioè il ginramento per il quale cfr. in particolare lo Sohol. 
ad Plot. Symp. p. 374 B. {= fr. 4 K.). 

Ad Esiodo la tradizione dà anche la ' Melampodia ', 
nella quale si narrava la storia dell'accecamento di Tiresia, 
e, sebbene da' frammenti non apparisca da chi e perchè 
l'indovino sia stato punito in tal modo, considerando la 

') Importante è il ricordo di Stesicoro poiché secondo una Ira- 
dizione, accolta perGno da Aristotele e forse non sconoscinta a Cal- 
limaco, Staaìcoro è considerato figlio di Esiodo stasao. Cfr, Biazo, 
Uii-estwHÌ Sttsicoret, I, Messina, 1695, p. 2T eg. 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLniACO. 49 

citazione di Apollodoro III, 6, 7, non possiamo dabitare 
che il racconto del mitografo derivi da quello esiodeo, ohe 
dà la versione comune (cfr. Lycophr. 683 sqq.). Callimaco 
invece nell' inno V segue una tradizione diversa : che cioè 
l'indovino fu accecato da Atena, avendola egli involontaria- 
mente veduta nuda nel bagno, tradizione già accennata in 
Apollodoro (1. 0.) che la fa risalire a Ferecide, avendo forse 
suo primo fondamento in Omero {Od. x, 573-4 cfr. Anth. Pai. 
IX, 606, 625; Propert. IV, 9, 67; e, per Sofocle cfr. Maiala, 
Chron. p. 47). Ma la difficoltà è nel fr. 415 di Callimaco dove 
Flegonte {hist. mir. IV = Mueller, FHG., III, 618) aflforma : 
IdtOQti Ó€ *^Haioòoc xal JixcduQ'jKpg xcd KXsiragxog [Kléag- 
Xog? M.] xal KaXXiixaxog xal àXXoi rivèg irsgl Taigsaiov xàds.^ 
e segue narrando la tradizione comune che leggesi in Esiodo 
ed in Apollodoro. Lo Schneider (ad fr.) dubita di Flegonte 
(cfr. Kinkel, EGF. I, p. 180) perchè egli non ricorda So- 
strato ; ma non bisogna dimenticare che Flegonte cita 
di seconda mano, e qualche lacuna in lui non può essere 
argomento bastante per dichiarare false le sue asserzioni. 
Però considerando lo Schneider che Callimaco hic quoque 
diversìs locis diversa de Tiresia protulissCf quemadmodum fecit 
fragra. 82 b (coli, fragm. 100 li. 1) etfragm. S82, conchiude: 
Phlegontis fidem non audemus in duhitationem vocare. Io ac- 
cetto pienamente la conclusione dello Schneider, ma poiché 
credo errate le ragioni ch'egli adduce, non essendovi al- 
cuna contraddizione fra i frammenti callimachei da lui ri- 
portati, conviene spiegare altrimenti la citazione di Fle- 
gonte 1). Molto probabilmente Callimaco per raffermare la 

• I) Dal fr. 826 (Strab. IX, p. 438) si rileva che ad Afrodite Cast- 
nìete in Tessaglia si sacrifìcavano de' porci. L'appellativo Castniete 
Afrodite Tavea preso dal monte Castnio in Pam tilia, essendo molto 
onorata in Aspendo (Hòfer in Roscher, Lex. II, 997). Dal fr. 100 /*, n.^ 1 
(= Ath. Ili, p. 95/) ricaviamo che anche gli Argivi nelle feste di 
Afrodite, dette varégut sacrificavano de' porci. Ma in Aspendo era 
una colonia di Argivi (Strab. XIV, p. 667) : qual meraviglia che nelle 
feste di Afrodite Castnia, e quindi anche a Metropolis in Tessaglia, 
dove il culto sarebbe provenuto da Onthyrion, gli Argivi abbiano 
seguito il rito patrio? Neppur contraddizione v'ha fra hymn. IV, 143, 
e fr. 382, poiché confondeodo Callimaco i Giganti coi Titani (Kuiper, 

Studi ital. (U Jilol. class. XV. i 



60 e. CESSI 

propria opinione quanto alla leggenda di Tiresia, che egli 
raccontava diversamente dagli altri poeti, senti il bisogno 
di spiegarla più ampiamente o nel libro delle ' Meraviglie ' 
o negli "^Tnofivì^iÀaTa, Callimaco citò le opere degli altri 
mitografi e poeti per confutarla (cosi il Kuiper anche per 
il fr. 98 a). E probabile che qualche epitomatore negligente 
o malaccorto abbia confuso Callimaco cogli autori ch'egli 
confutava: da una tal fonte derivò Flegonte. Non è falsa 
adunque la citazione di Flegonte per quello che riguarda 
Esiodo, è inesatta per il ricordo di Callimaco. Comunque, 
l'alessandrino trae particolari anche dalla vecchia leggenda 
narrata nella ' Melampodia ', ch'egli ebbe sott' occhio at- 
tribuendola all'Ascreo, se in parte tentò di confutarne l'opi- 
nione, come credo di poter conchiudere dall' interpretazione 
al passo del Tralliano. 

Conchiudendo, per quel che riguarda Esiodo dobbiamo 
riconoscere che Callimaco gli concede onorevole posto dopo 
Omero : e lo onora sia per la materia trattata, sia per la 
forma della quale ammira la grazia, la semplicità e la chia- 
rezza. Ma anche nell' imitazione esiodea Callimaco è libero, 
specialmente per le opere che dubbiosamente la tradizione 



II, 216 n. 1) seguiva Eumelo (cfr. Schol. ad ApolL Uh. I, 1165) che 
faceva Egeone (o Briareo?) nato dal mare e da Gea e combattente 
contro Zeus (Schol. ad Verg, Aen. X, 566, ed. Mai.). Cacciato sotterra 
da Zeus, Briareo venne confuso con quelli che aveano combattuto 
contro il dio: ne venne anche la confusione della colpa. Nò soltanto 
Callim. seguiva tale leggenda riguardo a Briareo. In hi/mn. Ili, 36 la 
Sicilia è detta sede dei Sicani, e secondo Demetrio Calactino (Schol. ad 
Theocr, I, 68), e con lui Diod. Sic. (V, 6), Sicano sarebbe tìglio di Briareo 
(il Bernhardy in Roscher s. v. Briareos senz' altro distingue il Cen- 
timane dal Ciclope), e padre dei Ciclopi. La leggenda di Encelado 
è più recente (Apollod. I, 6, 2, 2) e nata per influenza orfica {Argon. 
V. 1257) e confusa con quella di Briareo : i due tipi mitici si fondono 
in un solo. Properzio II, I, 39-40 sembra riferirsi al fr. 382 di Cal- 
limaco e par che escluda che in quei versi sia espressa un'opinione 
del poeta. Forse il fr. riferisce un argomento che Callimaco dichiara 
di non voler trattare, come accenna Properzio. Per le supposte con- 
traddizioni fra I, 66 e fr. 465; e IV, 73 e fr. 195 cfr. Kuiper, II p. 115 
n. 2, e p. 33. 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 51 

attribuiva al poeta e che egli non si sentiva ancora cosi au- 
dace da negargli del tutto. 

5. — Gli stessi meriti, che si ammirano in Esiodo, si 
dovevano pure ammirare in Arato, col quale Callimaco era 
stretto da vincolo di singolare amicizia (cfr. i miei Studi 
p. 317 e 393 sg.)- NelP opera aratea, nel rispetto artistico, 
si nota, secondo il Nostro, sovra tutto la Xemóttjg (epigr. 
XXVII ed in Vii. Arai. p. 64 e p. 58 West.). Cosi l' ales- 
sandrino trovava nel poema dell' amico suo, se non il mo- 
dello della poesia didattica, certo uno degli esempi migliori, 
nel quale venivano rispettate e le esigenze scolastiche 
(anche in Arato si risente un' assennata imitazione omerica) 
ed il gusto mutato dei tempi: il desiderio di erudizione 
del lettore era pienamente appagato dal poeta, che nel 
metodo di esposizione e nella lucidità, semplicità della trat- 
tazione avea con accortezza seguito Esiodo. Tali meriti in- 
fatti riconosce anche Leonida {Anth. Pai.) IX, 26), il quale 
pare che non soltanto abbia avuto tra mano, come suppose 
r lacobs, ma anche imitato il poema (cfr. Maass, Arai. 311). 
Né Callimaco stesso profittò meno dell'opera dell'amico. 
L'accenno alla nascita di Zeus in Arcadia può essere de- 
rivazione diretta di leggende arcadiche che egli ben cono- 
sceva (infatti si dice che Callimaco abbia composta un' 'Ar- 
cadia ' , seppure questa non è, come pensò il Dittrich [cfr.. 
miei Studi p. 400], una parte degli Aitia\ ma si ritrova 
altresì nel poema principale d'Arato *). Forse convien pen- 
sare ad una fonte comune ? Ma altre derivazioni aratee ri- 
troviamo in Callimaco: ad es. fr. 81 con Arat. Dios. 916; 
Callim. IV, 28 con Phaen. 811-816; Callim. IV, 154 con 
Phaeii. 918; Cali. IV, 174 con Phaen. 692; Callim. I, 76 
con Phaen. 257, mentre in IV, 170 Callimaco si allontana 
per l'uso di nsqàtì^v da Arato, v. 499 (cfr. Apoll. Eh., 
I, 1281). 



1) Il nome di Callimaco va certamente apposto al lemma ripor- 
tato dal Ruhnken (in edit. Ernesti ad hymn. I, 5) da poi che deriva 
da Tolomeo Efestione e narrando il fatto di Medea, donde poi lo 
scoliaste callimacheo, riporta appunto il verso di Callimaco. 



52 0. CBSSi 



3. — Della poesia lirica. 

1. — Dall' epica passiamo alla lirica, della quale Cal- 
limaco non fu meno studioso ; e rintracciamo quei pochi 
giudizi ed accenni, che ci ha lasciati desumendoli anche 
dalle imitazioni : ricerca di non poco interesse quando si 
pensi, che dagli elegiaci trasse le norme per il metro ch'egli 
predilesse e regolò poscia con più ferme leggi, dai giam- 
bografi trasse le forme ed i motti per sfogare il proprio 
rancore e colpire gli avversari, e dai melici trasse i mo- 
tivi principali della sua poesia. Pur troppo, come di Calli- 
maco si perdettero tutte o quasi le opere veramente arti- 
stiche, essendo a noi rimasti frammenti di quelle che l'età 
posteriori ricercarono più per soddisfare la propria curio- 
sità pettegola o per necessità di ricerche erudite che non 
per sentimento del bello, cosi ben poco ci ò rimasto di 
quanto Callimaco scrisse intorno agli antichi lirici. Ma forse 
non credo di andar troppo lungi dal vero affermando che 
dai ' Quadri ' callimachei derivarono, come abbiam visto 
per Omero ed Esiodo, quei giudizi intorno alla lirica greca 
antica, che formarono la base della critica letteraria ed 
estetica posteriore, e che giunsero sino a noi nelle raccolte 
dei grammatici, retori, lessicografi delle più basse età, e 
sono ancor oggi in gran parte seguiti. In questo campo 
anzi l' autorità di Callimaco dovette essere ancor maggiore, 
indiscussa; e questa è forse una delle cause principali per 
le quali si perdette il giudizio genuino di Callimaco. Ac- 
cettato senza contrasto per comune consenso, il suo giu- 
dizio entrò nei manuali retorici, ne' compendi scolastici 
come publica materies e se ne perdette col tempo la pa- 
ternità, mentre per il giudizio sull'epica, non essendo da 
tutti accettato, anzi essendo più debole l'autorità di Cal- 
limaco in questo campo, giunse a noi l'eco del contrasto 
fra i vari critici. 

Lo studio di Callimaco non e rivolto solo air imita- 
zione degli antichi lirici, ma anche alla distinzione delle 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 63 

varie opere secondo il tempo ed il genere, e per taluno, 
l^are, all'edizione stessa de' carmi. Ne Callimaco trascurò 
di ricordare la vita de' poeti o gli aneddoti che si narra- 
vano intorno a loro, negli 'F/ro^riJ/iara e più, forse, nei 
^ Quadri ', dove, nell'introduzione alla trattazione speciale 
dei lirici, ebbe a discorrere dell'indole generale della poesìa 
lirica e de' costumi degli antichi cantori, di che sembra 
un ricordo il fr. 373 a torto dal Ranch (p. 69) riferito agli 
Jhia^ e dallo Schneider agli ''VTTOjiivTJfiaTa (II, 670 cfr. Lo- 
beck, Aglaoph. p. 1021). 

2. — Nessun cenno di Gallino e di Tirteo, benché gli 
accenni di Callistene e qualche vaga reminiscenza ci in- 
ducano a credere, che Callimaco ebbe tra mano le elegie 
di quei primi poeti. Più determinate notizie invece di So- 
lone, del quale parlerò più avanti poiché forse Callimaco 
ne trattò nel libro dei filosofi e legislatori, e di Teognide, 
le cui elegie erano note agli Alessandrini già in quella 
triplice partizione che si ricorda presso Snida. Prevalendo 
la diffusione — anche per ragioni scolastiche — della rac- 
colta gnomica, si formò la leggenda del poeta gnomico. 
Anche allora però io credo che esistesse una silloge dei 
carmi teognidei — simile, se non proprio quella che giunse 
a noi — e che contribuì a rendere meno note le altre 
poesie del poeta — causa non ultima della loro perdita — : 
se pure la glossa suidiana non rappresenta il tentativo, 
analogo a quello tentato ai giorni nostri, di scegliere nella 
silloge le parti genuine. Che se ai tempi di Isocrate {ad 
Nicocl. § 43) non pare, come crede il Bergk {PLG,^, II, 
285 sg.), che tale silloge fosse già formata, essa non do- 
vette però tardare molto ad essere usata : sebbene dal passo 
di Isocrate non si possa dedurre con certezza eh' egli avesse 
fra mano le opere genuine piuttosto che la silloge teognidea, 
dove l' industria e la conoscenza del retore faceva ancor 
discernere le opere genuine anche se il nome dell'autore 
era stato soppresso o forse neppur mai inscritto (Plat. de 
leg. VII, 8106). Si spiega in tal modo perchè nella silloge 
si trovino brani cosi sconnessi e frÉunmenti anche d'altri 
poeti. 



La più notevole relazione fr& Callimaco o Teognid* 
trovò il Reitzenstein (Epigr. u. Skoì. Gìess. 1893, p. 69 
Ined. poet. .jr. fragm. Eoat. 1891-2, p. 8} fra l'epigr. XXVIl 
e Theogn. 959 a proposito della difesa, ciie dell'arte sui 
fa l'alessandriuo. Io credo che l'espressione: bere da pura 
fonie, non voglia indicare se non che la bontà della ma- 
teria trattata, o trovarvi un senso anche materiale mi pare 
sia un voler sottilizzare troppo e vanamente, come fa il 
Dilthey (p. 6). E luogo comune presso tutti ì poeti diro 
ch'essi bevono alla fonte d'AganJppe (fr. lOOe u." 4'i; e 
Callimaco si serve di questo luogo comune per opposizione 
al quale pensò al fiame largo, gonfio, fangoso in cui an- 
negano i suoi avversari, E negli epigrammi, ricordati anuha 
dal Dilthey, ne' quali i poeti del piacere e ilei vino, met- 
tono in burla i poeti astemi, usando, conaciameute o no, 
la frase calliraaohea, non credo sì debba vedere una diretta 
allusione a Callimaco solo: abbiamo lo scherzo, la burla 
de'poeti licenziosi, allegri che amano l'arte libera degli 
antichi, non quella castigata e linda de' più recenti elegiaoi: 
essi amano Ìl vino degli antichi, la licenziosità loro, non 
l'acqua dei contemporanei, quella loro sentimentale, ro- 
mantica morigeratezza di linguaggio. E un contrasto non 
tanto di intendimenti artistici, quanto del modo di godere 
la vita. A chi ama le Grazie, avvertiva Orazio, conviea 
bere poco vino; ma gli epigrammisti amano piuttosto il 
furor delle Muse, l'ebbrezza del piacere; non l'acqua fredda 
che li agghiaccia, ma il vino che apporti ardore e vigoria 
nelle loro vene: quindi l'onda d'Omero, l'ebbrezza d'Ar- 
chiloco, non quella poesiola tisicuzza da romautiei inna- 
morati; anche le ranocchie amano annegare in una fonte 
di vino (Anlk. Pai. IX, 406). 

Oltre la relazione notata dal Beitzenstein ed altri due 
luoghi accennati dal Kuiper (Callira. IV, 2S9 « 261 e Theogn. 
892 e 7), altri indizi possiamo trovare in Callimaco dello 
studio e dell' imitazione teognidea. Infatti il principio del 
secondo inno callimacheo, sia per il concetto sia per ìl mo- 
vimento del pensiero, risente dei vv, 6 ag. dì Teognide; 
e cosi pura i vv. 12 sg. dello stesso inno con i vv. 757 



1 
tra ^^1 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 65 

della silloge teognidea ; donde ci nasce il sospetto che nella 
silloge alessandrina i versi teognidei fossero disposti in 
altro e più razionale ordine, di quello nel quale sono giunti 
a noi. Cfr. ancora fr. 76 e Theogn. v. 11 sg. a proposito 
di Artemide Colenide, sebbene in Teognide si accenni piut- 
tosto al tempio di Artemide in Megara (Paus. I, 43, 1) ; 
fr. 35 e e Theogn. v. 894 (benché incerto), e la costruzione 
(cfr. Bergk, PLG.' II, 195) del v. 462 di Teognide con 
Callim. frr. 176, 306, 446. 

3. — Degli altri più antichi elegiaci nulla abbiamo di 
certo riguardo alla critica callimachea, e bisogna scendere 
air età alessandrina, quando l' elegia si rinnovò nella forma 
e nello spirito. 

Primo e principale fra gli alessandrini, Fileta, del quale 
Callimaco dovette ammirare l'arte, essendo egli il primo 
modello del genere poetico in cui il Nostro ottenne tanta 
rinomanza: e l'imitazione di Fileta non manca nei carmi cal- 
limachei come annota il Kuiper ad hymn. Ili, 164; III, 90 e 39 
e 47; III, 244; IV, 68 ecc. Dobbiamo inoltre ricordare che 
anche Fileta si gloriava di quanto si rimproverava a Cal- 
limaco, cioè di non aver composto un carme continuo, e 
che egli usò mezzi ed artifici artistici, seguiti anche da 
Callimaco, come quello del pomo ne' racconti amorosi e che 
Callimaco pose a fondamento della leggenda di Aconzio 
e Cidippe, poiché mi par difficile che Callimaco pensasse 
per questo alla legge soloniana (cfr. anche Stesich. fr. 27 B, 
ed Alcm. fr. 143 e Philem. fr. 36 K.) od alle ' Piretiche ' 
di Clearco, la cui imitazione in Callim. II, 103, ricordata 
dal Kuiper (I, 219), mi par troppo insignificante. Fileta ebbe 
un altro merito: d'aver cioè nelle scene familiari introdotto 
anche i termini del linguaggio comune, popolare, come 
tentò anche Callimaco, il quale però, se stimò in Fileta il 
poeta, non stimò parimente il critico ed erudito, dal quale 
spesso si discosta nella interpretazione dei vocaboli ome- 
rici, pur seguendone in generale il metodo : metodo però 
determinato piuttosto dall'indirizzo di tutta la cultura e 
gli studi di quel tempo. 

Degli altri elegiaci poi contemporanei non ci dice nulla 



56 G. GESSI 

Callimaco nei frammenti rimastici. Non sarà ad ogni modo 
inopportuno il riscontro fra Callim. fr. 134 ed Asolep. in 
Anth, Pai. XII, 136 e più ancora l'imitazione di questo 
epigramma asclepiadeo nell'ep. XLIII di Callimaco che il 
Kaibel {Hermes, XXII, p. 511) non dubita, però troppo re- 
cisamente, di credere copia di quello. 

4. — In un periodo di lotte e questioni violente, quale 
fu quello in cui visse Callimaco, lo studio della poesia 
giambica doveva naturalmente essere tenuto in grande 
onore, poiché esso appunto offriva le armi più terribili 
nella lotta per colpire gli avversari. E fra tutti gli antichi 
primeggiava Archiloco, al quale rivolse le sue cure Calli- 
maco, che nei suoi carmi ha notato per primo la vera ca- 
ratteristica della poesia di lui, mettendone in giusta luce 
i pregi, contro lo sfavorevole giudizio, che ne aveano dato 
i poeti e filosofi delTetà precedenti. Callimaco senti tutta 
la potenza dell'arte archilochea quando dovette rivolgere 
i suoi strali contro gli avversari, e comprese che il vero 
merito della poesia di lui stava nella violenza del linguag- 
gio, nell'irruenza della passione artisticamente rappresen- 
tata. Due frammenti callimachei ci fanno ricordo della 
poesia d'Archiloco: fr. 37 a (= Keil, Anaì, Gramm. Hai. 1848 
p. 5 e Schol. Saib. ad Ilephaest, p. 169 G,) : 

^Tkxvat àè ÓQtuvv T€ x^^'*^' ifvvòg Ò^V Tf xéVTQOV 
(Jifr^xóg' àn àfifjon-'goyi' ìòv é^H aióf-iarog 

e fr. 223 (= Eustath. ad IL p. 629, 66): To0 jus ins&vTtXf^- 
yog (fQoiixiov *AqxiXóxov, Il giudizio espresso nel primo sembra 
monco ed è molto verisimile la congettura del Dittrich (in 
Neue Jahrb., 1890, p. 831) che esso non sia se non la chiusa 
dell'epigr. adespoto di Anth. Pai. IX, 185, mutandosi come 
giustamente vuole il Veniero (gli ep. di Callim. p. 29) il de 
in di]. Tanto più che il fr. deriva dal F^aiftiov^ nel quale 
con epigrammi Callimaco trattava di questioni letterarie. 
Infatti per il contesto e per la forma i due distici si cor- 
rispondono, essendo l'uno complemento dell'altro. Al &vfiòg 
dell'epigramma adesposto corrisponde il àotfivg x^^og calli- 
macheo; alla (fo^^gà inea^okia Vò^i> xtvTQov aqr^xóg] mentre 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 57 

il quarto verso chiude l' epigramma intero richiamandosi 
con Vìóv callimacheo Vìóg dell'anonimo dell'* Antologia '. Né 
il paragone con la vespa è dispregiativo per Archilooo in 
Callimaco, più di quello che sia per Pericle in Eupoli 
(fr. 94 K.) ; e lo stesso deve intendersi per la similitudine 
col cane. E il x^^^S ^^® '^^ ^^ solito unito con l'ebbrezza 
del vino, che piaceva anche ad Archiloco (fr. 4 B.) e ohe 
dà l'ardire e la violenza nell'amore, come attesta Antifane 
(fr. 18 K.) e Callimaco stesso nell'ep. XLII (cfr. Fritsche, 
De Callim. epigr. spec. prlm.j Rost. 1868, p. 71 sg.) cau- 
sando quei guai di cui l'ebbro non è responsabile (Philippid. 
fr. 26 K. e Panyas. fr. 14 K.) 

Ed anche Archiloco fu poeta d'amore: anzi l'amore 
fu la prima causa della sua poesia e della sua fama, se- 
condo la leggenda. Cosi Callimaco viene ad indicare indi- 
rettamente un' altra caratteristica d'Archiloco : e chiaro ri- 
sulta il significato dèi fisO^vTiXr)^ dato al Pario da Callimaco. 
Il Dilthey invece vuol ritrovare un senso riposto in questo 
aggettivo e crede, che con questo attributo Callimaco voglia 
mettere in contrapposizione l'arte propria con quella di 
Archiloco : al vinoso Archiloco si contrappone l' astemio 
Callimaco. Stimando del pari l'arte d'Omero e quella d'Ar- 
chiloco, come Antipatro in Anth. Pai, XI, 20, il Dilthey, 
considerando Callimaco come oppositore d'Omero, lo deve 
naturalmente credere tale anche di Archiloco e vede nel 
giudizio dell'alessandrino un mal celato dispregio per larte 
di lui. Ma non credo, come più sopra ho notato, che nel- 
l'ep. d'Antipatro si veda allusione diretta proprio a Calli- 
maco; e le parole con le quali l'epigrammista avverte che 
sono da fuggirsi quanti cantano Xóxxag fj Xotfvidaq ^ xatxw 
aijvag poiché sono noir^xtòv (fdXov àxccvO^oXóywv^ sono rivolte a 
quei poeti che ne' loro carmi si occuparono di bazzecole, di 
meschini e vani argomenti invece di attingere al gran cra- 
tere dell'antica e vigorosa poesia. Niun senso riposto nel 
fjLs&vnlijSy che ci presenta il poeta ebbro, quale apparisce 
da;' suoi frammenti (fr. 77 cfr. Bergk, PLG.', Il, 404) tanto 
più che, se il fxe&vTtkr)^ sta bene per Archiloco, non con- 
viene punto ad Omero. 



ss e. CR5SI 

L'imitazione archilochea in Callimaco si riconosce non 
solo nello spirito della poesia, ma anche nelle parole poiché 
ArchilocOy meglio di ogni altro poeta, gli offriva un lessico 
vario e conveniente allo sfogo dell'ira. Cfr. infatti fr. 66« 
V. 2 (cfr. Becker in Philoì. IV, 1&49, p. 478) con Archil. 
fr. 5^)B; fr. 77 con Archil. fr. 184: tanto che il gramma- 
tico del cod. Barocc. 159 (apd. Gaisfopl in PMG. Ili, 123) 
e Choerob. in Thtodos. p. 139, 25 \^B-rgk ad Archil. fr. 47) 
uniscono il ricordo di Archiloco e Callimaco per l'uso di 
parole non comuni, si che talora si dubitò della paternità 
dei frammenti. 

Quanto alla collocazione dei frr., secondo le attesta- 
zioni che ce li hanno tramandati, non è a dubitare che 
fosse nell'opera intitolata Fgafféiov; ma è ben probabile che 
il giudizio da loro dichiarato, fosse ripetuto anche nei 
' Quadri ', dove forse il critico distingueva i carmi del 
Pario secondo i generi, come pare che indichi il termine 
q.Qoifiiov (fr. 223), sebbene alcuni credano piuttosto di do- 
verlo spiegare, e meno bene, non già come ' ditirambo ' 
ma come canneti probrosum (cfr. Aesch., Sept. v. 7), come 
cioè ' violento, infamante '. 

Nulla si può dire delle leggende che si narravano in- 
torno ad Archiloco. Nel fr. 117 si volle vedere un* allusione 
al giambico: che esso sia fr. di un epigramma sepolcrale 
non v'ha dubbio (Schneider 11,385), ma che il ^vy€dx!na 
ricordi proprio Archiloco con un'allusione al fr. 6 archi- 
locheo non credo; tanto più che quel frammento non ci 
presenta il vigliacco dell' epigramma callimacheo : Archi- 
loco, se ha gettato lo scudo, V ha fatto per conservare la 
sua vita, che in altri momenti avrebbe potuto essere pre- 
ziosa ; una morte inutile non avrebbe apportato a' suoi gio- 
vamento; invece, lui vivo, i nemici avrebbero avuto ancor 
da temere poiché egli sarebbe sceso in campo con altro 
scudo, e migliore. Ed allora perchè non pensare i)iuttosto 
ad Alceo ? Della leggenda di Licambe nessun cenno ; ma 
da poiché in Difilo è rappresentato Archiloco come amante 
di Saffo (frr. 69, 70 K.), e Critia ne ricorda presso Eliano 
(u. h, X, 13) gV inverecondi amori, e solo con Dioscoride {Anth. 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 59 

Pai. VII, 361) si comincia a far allusioni a questa leggenda 
è probabile ch'essa si sia venuto formando tra il terzo ed 
il secondo secolo a C. (nel nsQÌ aìxvvix, (JxvzdL d'Aristofane?) 
dalla falsa interpretazione de' frammenti e delle poesie 
del poeta in rapporto alla tradizione degli amori ed alla 
virulenza della poesia (cfr. Piccolomini, in Hermes, 1883). 
E la virulenza della poesia sovra tutto critici e poeti no- 
tarono in Archiloco, ripetendo e nel concetto e nella forma 
il giudizio dato da Callimaco. Cfr. infatti Meleagro {Anth, 
Pai IV, 1, V. 38 sg.); Arith. Pai (Meleagro?) VII, 352, 3 sg.; 
Getul. in Anth. Pai. VII, 71; Julian. ib. VII, 69, 3-4; 70, 3 sq., 
i quali sembrano derivare direttamente dal Nostro. Forse 
la leggenda arcbilochea si formò sullo stampo di quella 
che correva intorno alla morte di Bupalo in causa dei giambi 
di Ipponatte : leggenda quest' ultima ben nota a Callimaco. 
5. — Nei giambi e nei coliambi Callimaco figura di 
ritornare dall'inferno sotto la veste di Ipponatte ed in- 
veisce, con una libertà di linguaggio insolita, contro filo- 
sofi e poeti. Il Flach (Gesch. d. griech. Lyr. p. 676 sg.) crede 
che Callimaco inveisca soltanto contro personaggi morti, 
ma parecchi frammenti mi pare che dimostrino il contrario. 
Non si capirebbe infatti tutta questa acrimonia contro filo- 
sofi antichi (cfr. fr. 92), e sovra tutto il fr. 90 sembra ri- 
sentire della passione che infiamma il poeta: passione reale 
e destata in lui da recenti dispiaceri più che dal solo de- 
siderio di criticare le opere degli antichi. Particolarmente 
ne induce a questo l'accenno ad Evemero nel fr. 86. E 
quando il poeta esclama, che la sua non è Musa venale 
(fr. 77), chi non sente nelle parole di lui lo sdegno contro 
un'infame accusa, lanciatagli dagli avversari? E quando 
il poeta con un sospiro, pare, di sollievo ricorda che il 
tqaytfidóg di buon mattino finalmente non l'ha risvegliato, 
chi non vi ravvisa un'allusione ad un dei tanti poetastri 
suoi contemporanei? E mai possibile ammettere che in 
tanto scambio di carmi infamanti (fr. 281), quale avvenne 
nel periodo della lotta letteraria, Callimaco si contentasse 
di difendersi, colpendo i filosofi morti da buon tempo e solo 
impersonalmente 1' arte de suoi avversari ? Ne le invettive 



co 0. ORasi 

contro i ilitirambìci posaonO ossero dirette solo a poeti 

morti. 

Toriuaiuo ad Ipponatte. I frr, callimacbei dimostrano 
che uella [)riniii età alessandrina la leggenda bupalea si 
era foi-ujata e che l'arte dell'Efesio era tenuta ìn non 
poco oiiors', sf ivi eaaa preferisce rivolgerai Callimaco per 
trarre inspirazione e colorito nel momento più solenne: 
forse il giudizio di Filippo (^jì(A. Pai. VII, 405) che !o 



1 bollore iracondo (xòXoi}, 
deriva da quello dato da 
Ipponatto ed in generale 

Semonide, detto l' Amor- 
ancLà non posaiamo dubi- 
BÌa avendone già parlato 
I li riuniva gemiire insieme 
mlcalkct. alt. IV, 201); e 
.icinamento inì=tituito dal 
'ì7 e Sem. fr. 17, v. 71. 
indi ai melici, clie Calliinuco doveva 
I dei ' Quadri ', insieme con Simo- 
iiivece, senz'aJcuna ragione, Io 



chiama 

che ne infìauima 
Callimaco, ed in 
per tuttiì la poea 

Dell'altro gi 
gino, ueasiin dire 
tare die il Nosti 
Lisaiiia, sia pero] 
(DemetT. o Philot 
qiieato rende prou,.^.. 
Kuiper (1, l'24) fra hi/m 

(). — Veniamo quii 
comprendere nel prini 
iiide e Pindaro, i iji 
Schneider ^11, lìllì poue nel secondo libro. 

Non doveva mancare nei ' (Juadri ' qualche notizia 
intorno alla più antica poesia religiosa ed ai cantori, come 
Orfeo ;cfr. Herraesian. v. 1 sq., PJianocl. fr. 1 Bì, Museo, 
Olimpo, del quale l'importante lemma esicliiano ò la più at- 
tendibile notizia, 'ki;» -■iH.'^t'ì liwile, dice il Flacli {p. HO) 
in .Ur \Wzeichnhmi .f.-x Ah:rawlviner'>= KaìUmachos H^-jt. Di 
Oleno invece Callimaco fa espressa menzione in lY, 304 sq-, 
seguendo la leggenda, dio ne pone l'attività in Delo, men- 
tr'egli era originario della Licia. Le più recenti ricerche 
hanno dimostrato, che non a per nulla improbabile ammet- 
tere l'esistenza di nn poeta Oleno, posteriore a Terpaudro, 
ed autore di inni ad Apollo come attesta Callimaco, ad 
Ilitia ^Herod. IV, ;i5i Pana. IX, 27, 2,1 ed all'iperborea Achea, 
sì che nella leggenda il poeta divenne iperboreo, mentre 
il ricordo di'gli liierLorci non è ciie uno dei più impor- 



LA CblTIGA LRTTBRARIA DI CALLIMACO. 61 

tanti elementi del culto delio; il che dimostra l'inno stesso 
callimachdo. Nella identificazione della patria di Oleno si 
fece una strana confusione, vedendosi nel culto delio, prima 
dell' ionico, un culto fenicio, derivato forse dalle coste licie, 
dove ebbe origine il culto apollineo. Tale leggenda segue 
Callimaco, cui non era del tutto estraneo V intendimento 
di glorificare Delo in contrasto con Delfo, cui richiama 
un'altra leggenda in Paus. X, 5, 8 per la menzione del 
poeta fatta nel canto di Boeo; canto però falsificato e di 
recente fattura alessandrina (Knaack, AnaL Alex.-Rom,, 
Greifsw. 1880, p. 1 sg.). 

Callimaco conobbe anche il canto ad Achea iperborea, 
alla quale il cantore avea dato il nome dell'eponimo del 
suo paese, se egli è, come alcuni pretendono, dell' achea 
Dyme; tale inno avea certo carattere tendenzioso da poi 
che Melampo di Cnma (Paus. V, 7, 8) in un altro inno ad 
Achea contrapponeva Opi ed Ecaerge, seguito in questo 
da Callimaco, il quale però introduce anche nuovi elementi, 
facendo menzione altresì di Loxo (IV, 291 sq.) ricordata 
solo dal solito suo imitatore, Nonno {Dion, V, 489; XLVIII, 
382). Di Oleno si ricorda, come ho accennato, anche un 
inno ad Ilitia e probabilmente il poeta identificava Ilitia 
con Artemide, contro la comune tradizione che la identi- 
ficava con Era. Ponendo Oleno in Delo il luogo di nascita 
di Artemide e cantando in Delo per Apollo l'inno, ricor- 
dato da Callimaco, è probabile che in tali inni cantasse le 
lodi dei due fratelli, e che di questi inni usufruisse Calli- 
maco (cfr. Kuiper I, 174}. Che in hf/mu, IV, 256 con Ilitia Cal- 
limaco alludesse ad Artemide, è chiaro anche dai vv. del- 
l'inno medesimo in cfr. con III, 29 (reminiscenza di un 
canto d' Oleno ?) ne' quali si concede ad Artemide le attri- 
buzioni di Ilitia. E& infatti Era non si adira sentendo il 
canto ad Ilitia (IV, 259) òTTèl xó^-ov è^fr'hro Zsvg, Dunque 
l' Ilitia invocata dalle vergini Delie non è Era per Calli- 
maco, il quale si richiama in tal modo all'antica tradizione 
di contro alla più recente, dimostrando chiaramente il 
Kuiper esser poco verisimile la derivazione da Boeo per T ac- 
cenno in hj/mn. IV, 160, che indica invece il contrario; se pure 



63 e. CESSI 

il ricordo di Meropis e l'alioDtanameQto suo da Cos e la 
scelta del Dome dod è casuale, ma 8Ì rioonnetle con la 
leggenda di Etemea [cfr. Hyg. II, xvi). Non è infatti la 
citazione cailimachea un semplice ricordo storico derivante 
da Perecide (Schol. ad II. S, 256), come invece per Nonno 
(XIII, 278 cfr. Kòhler, Ueh. d. Dionyg. d. Nom. Halle, 1873, 
p. 37 n.). 

Era naturale che Callimaco, cantando le lodi di Delo, 
si riferisse alle antiche tradizioni ed agli antichi inni: ed 
inno era quello d'OIeno, benché in I\', 304 sìa detto rójioq. 
Infatti canto e danza nella festa, descrìttaci dal poeta, non 
sono due momenti diversi della cerimonia religiosa, mentre 
il nomos non s'accompagna con la danza (Taccone, Ant.dtVa 
me!, preci-, Torino, 1904, p. 18). Ne fa difficoltà lo scambio 
dei nomi (cfr. hymit. hom. ad ApolL, 160). Le azioni del can- 
tare e del danzare sono contemporanee, come è dichiarato 
nell'inno callimacbeo dall'uso delle particelle [lèv . . . ài 
(vv. 304 sg.); ed il passo riceve luce da [Luc.J de Salt., 30, 
poiobà il verso callimacbeo non dipende da Omero II. S, 570, 
come credettero lo Scheer (p. l'2) e il Jan (p. 29). 

7, — Callimaco conobbe anche le altre forme popolari 
della lirica come l'imeneo (IV, 296), ì't/taìov (fr. 42), l'e?- 
livoiiU, 20), il peana ecc. (II, 21, 97 ecc.), il ^p^vo; (fr. 144} 
il partenio {hi/miì. Ili e IV), e probabilmente anche gli inni 
orfici (per il ricordo di Epigone in Harpoor. b. v. "Jmv in 
cfr. con Clem. Alex. Sfrom. I, 33 «, V, 571 1> sq,). Ma è im- 
possibile determinare se egli trattasse singolarmente di 
questi vari generi, prima di parlare in particolare dei me- 
lici e delle opere loro. 

Nessun cenno abbiamo per Alcmano; ed incerto è il oon- 
fr, fra Calliin. fr. 147 e Alcm. fr. Ili, poiché pare che Ìl 
verso callimacbeo sia piuttosto derivazione da Antim. fr.SòK. 

8. — Di Terpandro, oltre cbe nei ' Quadri ', Callimaco 
dovette certo far menzione nel libro ueqì àyióviar (fr. 1), 
continuazione ed ampliamento dei ' Cataloghi dei vincitori 
nei giochi' d'Aristotele; poiché troppo famose erano le 
vittorie dell'antico poeta specialmente nelle feste Carnee, 
delle quali si fa ricordo anche in Callimaco. 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 63 

Del valore poetico di Terpandro non possiamo par- 
lare riguardo a Callimaco, ma il nome di lui ci richiama 
ad un'altra questione, della quale non sarà inopportuno 
dare anche qui un breve cenno: cioè, se nella composizione 
degli inni callimachei si debba riconoscere la divisione 
nemica secondo la distribuzione terpandrea delle varie 
parti; questione ardua e spinosa, che variamente tentata 
e discussa dai molti critici, dal Kaesebier allo Steinweg ed 
al Legrand, non ha condotto ancora ad un resultato reale; 
e, naturalmente, a mio parere, movendo da un presupposto 
arbitrario. 

Gli studi metrici presso gli Alessandrini furono — è 
indubitato — curati con molta diligenza, ma solo molto 
tardi si ha notizia di lavori speciali sul vófjiog e bisogna 
scendere fino a Teodoro di lerapoli (Diog. Laert. II, 103). 
I peripatetici conoscevano ed imitarono i nomi terpan- 
drei, ma troppo arbitraria è la conclusione che da tal fatto, 
tenta di dedurre il Beltrami (Gli inni di Callim. ed il nom, 
di Terp,, Fir. 1896, p. 14 sg.) per dimostrare, che anche 
Callimaco applicò negli inni le norme del nomo. Ma il si- 
lenzio concorde degli antichi a questo riguardo e partico- 
larmente di Proclo in quell'importante luogo della ^Cre- 
stomazia ^ (p. 320 a, 33) dove traccia a larghe linee la storia 
dello sviluppo del nomo *), è, checché ne dicano i soste- 
nitori della composizione nemica, un argomento dì non 
piccola importan2&a; tanto più che tutti i tentativi fatti e 
tutti gli schemi, più o meno artifiziosi, proposti, non ci 
possono condurre che a questa sola legittima conclusione : 
che il poeta negli inni ha seguito una certa rispondenza 
artistica fra le tre parti comuni ad ogni opera, il principio, 
il mezzo, la fine, senza costringersi ad alcuna norma fissa, 
rigida, tanto meno poi ad una rigorosa rispondenza nel 
numero dei versi. E che tale disposizione simmetrica fra 
le varie parti debba essere, è innegabile : ma questo è un 
fatto naturale, è un sentimento che, inconsciamente quasi, 
segue ogni individuo in qualsiasi manifestazione della sua 

1) Wilamowitz, TimotheoSj Leipz., 1903, p. 94 sgg. 



64 e. GB88I 

vita intellettuale ed artistica: e tanto più doveva essere 
curata questa disposizione armonica in un età nella quale 
la forma esteriore era, e doveva essere, la prima cura del- 
l' artista. E se il nomo, come afferma il Fraccaroli ' può 
benissimo in dati casi non essere applicato al pensiero, 
perchè non ò essenziale a questo genere di poesia, perche 
è una norma esteriore che non ha radice nella forma, la 
quale perciò non viene turbata dalla sua mancanza ' {Le od. 
di Pimi,, Ver., 1894, p. 45) e devesi considerare come una 
maniera di cantare un'aria (Croiset, Hist d, la Hit, grecq} 
II, 62 sg.) ed in particolare un'aria religiosa, è vano, io 
credo, voler sminuzzare in piccoli raembretti l'inno calli- 
macheo, anche contro la logica del contesto, da poi che 
l'inno non sarebbe divenuto nomo se non quando fosse 
cantato, indipendentemente dalle partizioni artistiche in- 
trodotte dal poeta nel carme. È vero che una certa rispon- 
denza fra la musica e la poesia doveva pur essere, ma bi- 
sogna ancor dimostrare se realmente gli inni di Callimaco 
fossero cantati. Ma di questa questione ad altra occasione. 
Per ora credo che si possa ripetere per Callimaco quello ohe 
il Fraccaroli scrisse riguardo alla divisione strofica e nomica 
delle odi pindariche: che cioè il poeta segui liberamente 
quella partizione naturale, che è essenziale di ogni opera 
artistica e che, come tale, si ritrova anche nel nomo. In 
Pindaro poi era naturale ohe, trattandosi di poesia lirica 
e strofica, la simmetria e la rispondenza fra le varie parti 
fosse più accurata e minuta e che- le sue odi si avvicinas- 
sero talvolta alla composizione nomica si da sembrare esem- 
plate su questa, ma per l' inno callimacheo non e' era nep- 
pure quest'altra restrizione imposta dal genere stesso poe- 
tico, trattato dal poeta. Meglio che per Pindaro pertanto 
avrebbe potuto il Seymour (apd. Fraccaroli p. 44 n. 1) 
dire per Callimaco: che la collocazione del mito al centro 
con una specie di introduzione e seguito da una chiusa 
equivale poco più ad affermare, che si ha principio mezzo 
e fine coi necessari trapassi. 

9. — Agli studi callimachei sui poeti musici ci richiama 
il fr. 541 (Sch. Vratisl. ad Pind. Ohjmp. XI, 13 p. 241 B.) 

18 1. '907 



LA CRITICA LRTTEBARIA DI CALLIMACO. 65 

ove 8Ì allude a Senoorito ed all'armonia a lui attribuita: 
armonia che Callimaco chiama italica dalla regione ove era 
nato il musico (c£r. Flach, p. 274) e che poscia dai critici 
e dai musici fu sempre chiamata con tal nome. 

10. — Nei ' Quadri ' non potevano mancare i ricordi 
di Saffo ed Alceo; ma per questi poeti dobbiamo conten- 
tarci degli scarsi accenni di imitazione che ritroviamo nelle 
opere callimaohee. Si vuole porre a confronto per Saffo 
l'epigramma in Anth. Pai. VI, 269 (= fr. 118 B) col fr. cai- 
limacheo 417 cui lo Schneider (II, 693) unisce il fr. 48' 
(cfr. anche Antipatro in Anth, Pai. VII, 706 vv. 3 sq.) ed 
il fr. 57 col callimaoheo fr. 150: ma sono riscontri troppo 
incerti. Più sicuro indizio ci dà invece la citazione di Saffo 
nell'epistola di Aristeneto intorno ad Aconzio e Cidippe, 
nella quale il retore segui pedestramente l'elegia di Cal- 
limaco. Aristeneto, dopo aver ricordato che nelle nozze 
di Cidippe le fanciulle fioucixwveQcu e fjisiXicfùìvoi (codd. /i«- 
hxo^óvoi, corr. lacobs) cantavano l' imeneo soggiunge : toOto 
cf^ (v. fAshtp.) 2a7tq>o€g tò fjóiaTov (fO^éyi^ia, Il Dilthey (p. 89) 
crede che ' callimachea condivit sophista Sapphus, ut supra 
Hesiodi, ambitiosa mentione '. Che tale parola abbia usato 
Saffo lo dice anche Filostrato (Imag. II, 1), e delle parole 
di lei si serve Antipatro per lodarla {Anth, Pai, IX, 66): 
che la chiusa poi si debba al sofista, con la dichiarazione 
del nome di Saffo, sta bene: ma ciò non toglie che Cal- 
limaco abbia usato quel vocabolo, imitandolo appunto da 
Saffo : ne la nostra conclusione cade anche ammettendo cho 
la citazione derivi, in Aristeneto, di seconda mano. Per Al- 
ceo il Kuiper nota, che l' imitazione del poeta si manifesta 
specialmente dall'inno ad Apollo del Mitileneo, di cui ri- 
troviamo traccia nella parafrasi di Imerio (or. XIV, 10\ 
Cfr. infatti con la descrizione in Imerio del quarto inno 
callimacheo i vv. 260-265 sq. ; 249 sq. ; 304 ; 281 sq. ; ed i 
vv. 2, 5-81, 32-34, 68 dell'inno secondo ed i frr. 187 e 188. 
Specialmente nel secondo inno, dove sovrabbonda l'elemento 
lirico, è probabile che il poeta siasi inspirato, più che al- 
l'inno omerico, all'inno d'Alceo che, a testimonianza d'Ime- 
rio, non mancò d'imitare Omero stesso pur facendo un 

studi UaL di filvì. cUias, XV. 5 



66 ^F e, cBfìsi 

cauto essenzialmente lirico. Callimaco ne conobbe forse 
anche l'inno ail Atena Itonìa (Strab. IX, p. 411) rioordata in 
hjmn. VI, 75: cfr. infatti fr. 9 B' con Callim. V, 63: meno 
certo invece ì! cfr. fta il fr. lOOc n." 14 con Ale. fr. 36 B'. 
11. — Attestazioni notevoli presso Callimaco abbiamo 
per Simonide e per Pindaro. 

Per SimonÌLle è di grande importanza il fr. 566 (ofr. 
27) riguardante l'intitolazione dQo/t^tn, 
simonidei. Lo Schneider 
testo corrotto di Chero- 
le baroociano (in Cramer, 
KaXkifinxoì Sifitùvidij ini' 
edendo che il frammento 
faceva l'elogio de! poeta, 
tres] Jgofit'ai [x<ti t' ùx^'"*' 
inutile poicliè l'allusione 
^k da un'opera poetica 



anche fr. 100 d u.< 
apposta da Callin: 
(II, 090) corregge 
bosco e ilei grami 
Anecd. Oxon. Ili, , 
YQuI-iv ' èmvixot i 
derivi da un epigr 
(II, 43) supplisce ( 
'EXàiaig: stippleui' 
del grammatico i 



i molto probabilmente oai " ijuadrì ' , dove Callimaco, par- 
lando di Simonifle e dell'opere sue, ne distinse gli epinici 
in Tt!fiìÌ7i7Tui<;, 7i(i'i(cO?.oig e óqq/iìgi. Ohe tale distinzione ri- 
salga probabilmente a Callimaco mi pare sia provato dalla 
citazione di Aristotile in Ifis/. Anim. V, dove non è ancor 
determinata l'opera simonidea, donde ù tratto il fraiiimeuto, 
col nome invece che le d;i il grammatico in Bekk. Anecd. 
'jr. I, 277, 27; il quale non deriva direttamente da Aristo- 
telele, ma ebbe tra mano un'edizione alessandrina, poste- 
riore certo a quella seguita da Aristotele, e che fu usata 
anche da Schol. ad ArisUqih. KquH. 405. Il Bergk {PIG.', Ili 
p. HIT)) afferma che tale partizione e distribuzione dei 
carmi simonidei era anteriore a Callimaco: ma in realtà 
non ne abbiamo traccia, e, per quanto è lecito congettu- 
rare dai frammenti che ne sono rimasti, non pare che Ca- 
meleoutc si sia occupato più della vita del poeta e della 
interpretazione dei canti simonidei che della loro classi- 
ficazione, come fece per Anacreonte (cfr. Puscli, o. e. p. 212) 
e forse per Pindaro. 

La distinzione poi delle liriche siraouidee, come pro- 
babilmente per quelle pindariche, si deve riferire al genere: 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. GT 

ciò risalta -dai titoli stessi dei libri e conferma atiobe il 
Leo (in Hermes, XXIV, 1889 p. 287) sostenendo olia tale 
classificazione non si potè fare secondo criteri e ragioni 
metriche. Che se di altri poeti la classificazione delle li- 
riche si fece nell'età alessandrina secondo i metri, non dob- 
biamo riportare tutto questo lavorio al solo Callimaco, tanto 
più cbe all'opera sua forono apportate continue aggiunte e 
modificazioni. Callimaco, come a norma generale, si attenne 
al criterio cronologico, come indica il tìtolo stesso dei 
' Quadri '; ma questo criterio fu poi modificato dai riraaneg- 
giatori e non credo cbe a Callimaco si debba, ad as., l' ordina- 
mento delle commedie aristofanee secondo il criterio estetico, 
col quale sono indicate a noi, uè l'ordÌDamento alfabetico 
delle opere di Teofrasto (Diog. Laert. V, 42-50) che si crede 
derivare da Callimaco per il tramite di Ermippo (Usener, 
Anal. Theophr. Lips., 1888 p. 24). Che Ermippo tragga da 
Callimaco non si può negare (Preller, in Jahrb. filr. Phitol. 
Xvii, 1836 p. 169); ma non si può affermare col Wachsmuth 
(p. 662) ohe egli abbia copiato alla lettera i ' Quadri ' . Er- 
mippo fa un lavoro speciale sui filosofi : traendo la materia 
fondamentale da Callimaco, muta però a sua pasta, spesso 
scostandosi dal suo maestro, sicché à difficile riconoscere iu 
Ini la forma genuina della notizia derivata dai Hivaitfi. 

La distinzione pertanto delle liriche simonidee secondo 
i generi io credo che si debba all'opera critica di Calli- 
maco, e trovò suo luogo nei nivaxsq, ma non già in quello 
navtiióaTtèbv trtyj'pa/i/ffirwi' (Wachsmuth, p. 657) poiché in 
questo si parlava di quei poeti e scrittori e di quei lavori, 
che non potevano essere assegnati ad una classe speciale, 
bensì in quello v&v ttoitjtìóv. come pensa lo Schneider; 
benché, non si sa per quale ragione, lo Schneider rifiuti 
poi anche questa sua congettura per pensare ad un epi- 
gramma, che troppo debole argomento è il dubbio per la 
forma poetica della parola ÓQofit'fft. 

Importante per Simonide è pure il fr, 71 (=: Suid., 
II, n, 768) nel quale è introdotto il poeta ad imprecare 
contro Fenice, agrigentino, che ne distruggeva il sepolcro 
e a minacciargli la rovina che avea fatto piombare sugli 



cs 

Scoi>ac>i in Cranuona. (Per la morte in Sicilia cfr. anche 
Tzetz, Chi!. T, 24 eq., derivante forse da Callimaco, comd 

in VII, 22S). Callimaco conosceva pertanto tale leggenda, 
con la liliale ai collega ijuella sull'arte della memoria, se- 
condo Cicerone (d. orat. II, 86) e Quintiliano (XI, 2, 14), che 
attiugoiio direttitmente a Callimaco fra le diverse fonti cha 
riportavano vaiiamente il fatto, E se ricordiamo che Quin- 
tiliano segue da nrasao il «■indizio degli alessandrini e dì 
Callimaco in par 
che le notizie rigi 
callimachei o da' 
poeta ci ha lasci 
nel fr. 77 chiamar, 
Della vonaiità di 
caricate le tinte, 
tone {Pi-!jI<iij., p. ì 
Sp.)- Callimaco l 
Mofati yùo or qt}.nxtQ(Jì^> 
da Camcleonte i,xA(,:((j - 
Ma si piiù dubita; 
ai versi di Pindan 



«tffxyo> 



farà difficoltà ammettere 
le derivino o dai ' Quadri ' 
ampsndi. Bell' arte poi del 
[levolo giudizio Callimaco 
ichol. ad Pind. hlhm. II, 9). 
janto la leggenda ne abbia 
Mtare, come atte sta uo Pia- 
e {nrt. rhe.L III, 2, p. 14064 
I'aooa§a pindarica (1. e) 
i^r oiiJ' fQyóiii) e raccolta 
ìqói'i^), secondo Io scolìaata. 
se veramente Callimaco abbia pensato 
così, anche, alla questione di rivalità 
fra questi e Siinonide. Le ricerche del Michelangeli {Della 
vii. .li liuo-hU. etc. Messina, 1897) o del iVaccarolì (o. e. p. 14) 
tendono a dimodtraro che generica ò la dichiarazione eli Pin- 
daro, quanto alla nobiltà dell'arte sua. senza alcuna diretta 
allusione a Slmonide od a Bacchilide ; e Callimaco, rispou- 
(lenelo alla accuse mosse a lui, ricordando per contrapposto 
l'arte venale di Simonide, usa il termine ateaso di Pindaro 
anche senza una diretta derivazione o imitazione di luì, 
potendo derivare questa parola triviale in Callimaco anche 
da Archiloco (fr. 184). Lo scoliaste pindarico, notando il 
ravviciuamento fra Pindaro e Callimaco, non lo potè cre- 
dere soltanto casuale, e ne deduce quell'illazione che coii- 
dusso tanti in inganno, creando una falsa leggenda •). 



tentativo del Hccker 
. l'.J. VII, 4% (^fi-. 



i fouilero in uno l'epigr. simo 
7B) con l'epigr. XVII di Cai 



LA CRITICA LBTTSRARIA DI CALLIMACO. 69 

12. — Degli stadi critici sn Pindaro abbiamo notizia 
solo nel fr. 100 d n.* 16 (Schei. Knd., de od. II Pind. p. 312 B.) 
nel quale si attesta ohe, mentre Timeo reputava ^vaian^- 
Qtog la cosidetta seconda pitica, Ammonio e Callistrato 
olimpica, pitica Apollonio l'eidografo ed altri panatenaica, 
Callimaco la considerava nemea. Lo scolio mentre chiara- 
mente attesta, che Callimaco si occupò della classificazione 
delle odi pindariche, dimostra pure che, a quei tempi, non 
esisteva ancora una classificazione da tutti riconosciuta ed 
accettata. Infatti la determinazione ^vaiatr^Qiog indica che 
taluni riguardavano piuttosto la forma o la materia del- 
l'ode, o seguivano altri criteri affatto individuali, che non 
quello adottato dai critici posteriori, cioè dell'occasione per 
la quale il carme era stato composto. 

Cameleonte, a quanto pare, non si era occupato della 
distribuzione delle odi pindariche, né Zenodoto che primo 
ne diede il testo secundum criticae artìs normam instltutam 
(Pusch, 0. e. p. 216), avea fissato ancor un criterio plausi- 
bile, se in Callimaco si trova traccia di una nuova classi- 
ficazione ed in Timeo abbiamo l'indizio di un'altra affatto 
diversa nel criterio fondamentale da quella giunta a noi. 
Ma l'ordinamento calli mach eo delle opere è ben diverso da 
quello di cui noi abbiamo oggi notizia, secondo i due in- 
dici dati da Snida e dalla Vit. VratisL, dei quali l'uno si 
volle riportare ad Aristarco, l' altro ad Aristofane o, se- 
condo la Schneidewin, a Callimaco: e questo secondo in- 
dice, secondo il Bergk, che lo attribuisce ad Aristofane, 
sarebbe appunto stato seguito dai critici posteriori, mentre 
il primo, falsamente dato ad Aristarco, ma che non potè 
essere neppur di Callimaco — il quale avrebbe soltanto com- 
pilato gli indici, tramandati dai grammatici antecedenti, 
cioè Aristosseno, Teofrasto, Cameleonte — , sarebbe ante- 
riore all' aristofaneo. Ma i due indici non sono se non de- 
rivazione l'uno dall'altro (Hiller in Hermes, XXI, 1886, 
p. 257 sg.); rindice Suidiano in fondo non è che una deriva- 
zione incompleta ed errata del Breslaviense. ' Da nun aber, 
nota il Susemihl (I. 438), doch auch schon Kallimachos in den 
nCvaxsg eine sachliche Ordnung gehabt zu haben scheint. 



lo alia asseguazione della 
l'ode seoouda pìtica. Non 
disposizione di tutte le 
lazione, più o meno esatta, 
epinici ecc. dovesse eai- 
6 ovvio ammettere; ma 
ssifìcazione speciale degli 
rda come encomio la Olim- 
,m vieto, considera carme 



TO C. OKSSt 

SO bliebe an siuh Mòglìclikeit, dass Àristophanes eìn&ob 
disse sich angeeignet and es also iiberhaupt gai nicht zwei 
verschieden Aiiordnnng gegeben babe '. Il Susemihl poi, 
pur ricouo^cemlo giuste le osservazioni del Killer, rimane 
dubbioso circa la libertà cbe Aristofane si prese nel segnire 
Callimaco, se pure lo segue. Ma in parto la questione si 
può sciogliere battendo un'altra via. Anzitutto mi pare che 
dallo scolio si voglia dedurre più di quanto, ragionevoi' 
mente, si dcibbii. Tnfiit*!* naon fi «lichiara solo che Callimaco 
non segni gli alt: 
classe cui potrebl 
si tratta parianti 
opere piodaricbe. 
in generale, come 
stere anche primi 
forse non esistevi 
epinici, ed infatti 
piaca Xrir, e Tìl 
{tvauai'jQiog questa pitica, che altri stimava panateuaica. 
Or bene, Callimaco, accettando la divisione generale per 
generi delle opere pindariche, tentò di determinare quali 
componimenti si potessero assegnare a ciascuna classe, e 
quindi di ordinarli secondo un sistema critico e storico. 
Così, per gli epinici, a Callimaco forse risale — e non lo 
nega neppure il Bergli — la quadruplico divisione in odi 
pitiche, istmiche, olimpiche, nemee. Era quindi un lavoro 
critico, storico, estetico quello di Callimaco, tentando egli 
di determinare la natura. Io scopo, il tempo e l'occasione 
di ciascun componimento. Qui stava appunto la parte più 
difficile del lavoro, cbe, fondandosi spesso su congetturo e 
su concetti affatto personali, non fu accolta con favore da 
tutti i critici posteriori. Callimaco s'accordava forse coi 
grammatici dell'età precedente quanto al numero dei com- 
ponimenti, ed alla loro partizione per generi, ma non s'ac- 
cordava nella distribuzione interna, per cosi dire, dei com- 
ponimenti, assegnati a ciascuna classo; ed in ciò ebbe pro- 
babilmente come avversario, Aristofane. Però la quadruplice 
partizione degli epinici fu in massima accettata, se di- 



LA CRITIOA LBTTRBAlttA DI OALUKAGO. TI 

scordi furODo i pareri sulle singola odi, specialmente di 
quelle che, anticamente, come ancor oggi, si prestano ad 
interpretazioni diverse, vuoi per la natura del testo, vuoi 
per l'incertezza delle notizie tramandate intorno ad esse. 
E ai appalesa cosi la libertà di giudizio che ìl Susemihl 
rivendica ad Aristofane, e ai spiega la diversità d'opinione 
di Aristarco, al quale probabilmente risale l'imperfetta di- 
stribuzione che la tradizione ci ha lasciato, e così anche 
la determinazione di pitica all'ode (confermata da Apollonio 
ofr. Schrader in Jahrb.f. Phil. XCIII, 18S6, p. 227 sg.) che 
Aristofane forse riteneva (con CaHistrato) olimpica. Ne fa 
meraviglia tale discrepanza di opinione n6irantichit{i,qitaudo 
ancor oggi essa dura fra gli studiosi: ad ogoi modo mal 
non s'apponeva Callimaco togliendo l'ode dal gruppo dello 
pitiche (cfr. Fraccaroli, o. e p. 18 e 3651 : e se conside- 
riamo che fra le nemee si trovano, ancor oggi, odi che non 
appartengono a questa classe — la qual cosa il Fraccaroli 
spiega supponendo che in qualche antica raccolta esse te- 
nessero l'ultimo posto e fossero loro aggiunte, come appen- 
dice, altre incerte — è probabile ohe Callimaco alle Nemee 
abbia unito quelle di cui non si conosceva chiaramente 
l'occasione della festa, ma che ad ogni modo non erano aè 
pitiche né olimpiche. Questo facilmente ai spiega per le 
odi nemee, e per le istmicbe per le cui feste era più fa- 
cile l'incertezza o la confusione che non per quelle pi- 
tiche e Bpeotalmento per le olimpiche, non mancando di 
queste il computo degli agoni e la serie dei vincitori, spe- 
cialmente per l'opera dì Aristotele, che Callimaco, corno 
ho già notato, ampliò e corresse. D'altra parte Callimaco 
non poteva escludere dagli epinici quel carme che, come 
tale, avea trovato nella partizione generale delle opere 
pindariche da lui seguite. 

Dello studio poi artistico intorno alle odi pindariche 
danno in Callimaco testimonianza le frequenti e notevoli 
imitazioni, specialmente hjmn. Il, 36, per la quale si può 
consultare il minuto commentario del Kuìper. A noi ba- 
sterà qui far notare la conclusione che si pnó dedurre dallo 
etndìo dell'imitazione pindarica, quale è anche attestata 



72 O. 08861 

dal Kuiper (cfr. 1,210), che determina una delle prinoi- 
pali carattoriatiche dell'urte callimachea: cioè l'indipen- 
denza *3 la libcrtit aon la '{uale Callimaco imita i suoi mo* 
delli, dai q^iiali come ape {hi/mn. li, HO ofr. con Pind. Pyth. 
IV, 60) va siicehiando il meglio, mutando e conformando 
l'arte Etutica secondo le esìgeuze della sua età, della cqì 
arte unico giudizio in Callimaco, e favorevole, abbiamo 
iiell'epigr. II, indirizzato alla memoria di Eraclito d'ÀIi- 
carnasao (Strab. X ""' " oni poesie sfuggiranno, 

come s'augurava i , con fallace previsione, 

l' Orco. 



l'ammatioa. 



1. ~ Ai poeti pllimaco aveva dedicato il 

secondo àa'i ' Qua avita della materia ban 

Io richiedeva. Era 1u.«l.m. ,^1.1. .....irressante che le commedie, 

le tragedie, le quali facevano cosi viva parte della vita 
del popolo fossero non solo note, ma anello criticamente 
catalogate e studiate nel loro valore estetico e storico. E 
la prova di questo interessamento la dà in Alessandria il 
fatto, che nella revisione delle opere della biblioteca mentre 
a Zeiiodoto fu aiEdata quella degli epici e degli altri lirici, 
a due dotti diversi fu Dfììdatn quella delle ojiere dramma- 
tiche, a Licofrone i comici, ad Alessandro Etolo i tragici 
satirici; ambedue cultori della drammatica come quelli 
che meglio ne potevano dar retto giudizio; e più ancora 
il fatto attribuito a Tolomeo Evergete (secondo altri invece 
al Filadelfoì riguardo all'esemplare genuino dei tre grandi 
tnigici che quel re s'era fatto prestare dagli Ateniesi. Con- 
seguenza della revisione delle opere drammatiche sono i 
trattati che si fecero intorno a quel genere poetico nel 
primo periodo della letteratura alessandrina, come quello 
di Licofrone, il quale però era jiiuttosto un glossario in 
ordine alfabetico (Strecker, Ile Lycophr. Enjiliyu. Krntoslh. 
c-uùc. mtcrpv., Greifsw., 1,S84, p. 4 sg.ì. A quella di Lico- 
frone segue tosto l'opera di Callimaco, la quale tanto mag- 



LA CRtTIOA LETTBRASIA I 

gior importanza acquista in quanto che, come pare si possa 
arguire da Suiila, egli teutò di tracciare la storia del ge- 
nere letterario nel suo sviluppo storico; concetto e criterio 
seguito anche oggi dalla critica storica. Al nira^ callima- 
cheo si riconnettono d'altra parte molte e gravi questioni 
che io ora toccherò soltanto, senza presumere di darne la 
vera e piena soluzione, ma che ad ogni modo serviranno 
ad illustrare il metodo critico di Callimaco. Importante è 
per tale riguardo il passo in Elyvi. Maijn. p. G72, 27 sq., 
passo variamente corretto dal Bernhardy e dal Heoker, ma 
che piuttosto ha bisogno solo di una retta interpretazione 
(Schneider, TI, 305-306). Secondo lo Schneider, quivi si af- 
ferma che (Jherobosco notava come Erodiano facesse men- 
zione dei ' Quadri ' in cui trovavansi le diduaxaXim Sga- 
fiàtoìv, derivanti probabilmente dagli apografi ateniesi e 
dall'opera analoga di Aristotele (Richter, Pì-oìeg. in Arìst. 
Ve»p. p. 13 eq.): continua pertanto lo Schneider: ' nihil 
Choeroboscus voluit nisi hoc, grammaticum, quem nobis 
incognitum esse fatemur, sibi autem notnm esse addito ar- 
ticulo indicare Choeroboscns potuit, in Callimachi niyaxe? 
incidisse et quae ibi iuvenisset a Callimacho facta ex di- 
dascaliìs excerpta ita in usum suum convertisse, ut inde 
faueret lài i^Tro&t'ffug rat- Sga/iàiMr, non totas, ut arbitrov, 
sed quatenus his insunt óiSnOxalixà ' (p. 306). La quale 
osservazione dello Schneider ci conduce ad un'ipotesi, ar- 
rischiata forse, ma non improbabile riguardo alle itrtoMosi^ 
premesse alla opere dei tragici e dei comici e che ìn ge- 
nerale si riportano ad Aristofane. Infatti non si vuol far 
risalire oltre Aristofane il tempo dì composizione dì tali 
didascalie ed ipotesi; ma se anche Aristofane la ha i:om- 
poste, certo egli trasse in gran parte la materia dell'opera 
sua dalle didascalie calIiTnachee, specialmente per i tragici. 
Infatti nell' art/um. dell' 'Antigone' ') ove si legge XiÀsutai 
3e tu Sga/ia voOzo iQiaxoatòv dt^ri-gov, a ohi si deve riferire 



■) [Si vedano le coagettura àa. varii reoentemeate proposte a 
a proposito delle iadicaziaoi Hoalogha Delta bypothesis del Diooj' 
aalexandros. — G, V.] 



quel i.t'Xtxifii'^ lì cosi per 1' ' Aloeati ' euripidea, quando si 
legge lii-ÌV.tr./Hii,.: tò ÓQuim sVojiJJj; iC'? Non è certo da 
pensare ai ciitalogo dell' Etolo, che dava solo i titoli del- 
l'opere che si trovavano nella biblioteca, né all'opera di 
Licofroue, i.-iif avea un carattere speciale. Hon era infatti 
della natura digli ìndici e dei cataloghi dare il contenuto 
della tragei.liìi o commedia, indicarne l'anno di rappresen- 
tazione ei?c. '.'Ci.'., questioni che potevano invece esaere ac- 
cennate negli ti]>i 
dascalie aristoteli 
maco, dove questi 
l'opera i- nel risp 
tici di Callimaco 
trovano in alcnno 
(nell" Edipo a Ce 
' Medea ' e nell' 
le due ditliiarazio 
l'eco deirordiiiamei.L.>^ c,,.,.uv... 
witz, Anni. Enrip., Beri., 1S7J 
erano raasegniite le tragedie degli antichi, ma tale ordi- 
namento alfabetico non venne sempre rigorosamente osser- 
vato {efr. per l'indice delle commedie aristofanee Nevati 
e specialm. Wilamowitz in Hermes XIV, 1879, pp. 461 ag., 
464 sg.) e Callimaco, cni spetta indubbiamente il primo or- 
dinamento delle opere di ciascun poeta drammatico, preferi 
quello cronologico, secondo il quale più facilmente si apie- 
gano i numeri riferiti nelle didascalie, poiché non pare che 
a ciò osti la determinazione di tempo, in generale, ]ier l'at- 
tività artistica di Sofocle e di Euripide. 

Un'ultima non meno grave questione si ricounette coi 
Jlivaxsi callimachei riguardo alla poesia drammatica. 

2- — Spetta a Callimaco la tripartizione nella storia 
della commedia greca,, in antica media e nuova, quale è 
seguita in generale anche oggidì nelle storie della lette- 
ratura greca? 

Il Kaibel {Hermes, XSIV, ISSO p. 42 sg.) ed il Leo 
{Hermes, XXIV, ISSO, p, 74) sostengono che la triplice di- 
visione è ales,-;andrina, pergamena quella duplice in antica 



londe passarono nelle di- 
ì nei ' Quadri ' di Calli- 
;na gli autori, studiandone 
estetico. De'giudizi este- 
^accia nei giudizi che si 
ti attribuiti ad Aristofane 
le, nell' 'Ippolito', nella 
lei). V ha chi opina che 
uenta ' citati siano quasi 
ii,u {pel quale cfr. 'Wilamo- 
, p. 13.") sq.) secondo il quale 



LA. ORITIOA LETTERARIA DI CALLIMACO. 75 

e nuova commedia: l'una deriva, diciam cosi, dal contenuto 
storico e morale della commedia, l'altra riguarda piuttosto 
la forma linguistica. Nò all' origine alessandrina della tri- 
plice divisione si oppone quanto Aristotele dice in Eth. 
Nicom.y IV, p. 1128 a parlando dell'educazione conveniente 
ad un libero e ad un servo, e dell'uso di ridere e delle 
manifestazioni del piacere, ricordando egli solo le commedie 
naXaiaC e le xaivai'- poiché quivi il filosofo segue un con- 
cetto puramente morale ed educativo ; ma anzi anche quivi il 
filosofo prepara appunto la tripartizione alessandriua. Egli 
riconosce la diversità fra la commedia antica e la nuova 
(cfr. Bernays, Zwei Abhandl, il. die anstot. Theor. d. Dram,, 
Beri., 1880, p. 162 sg.), ma il xaivóg aristotelico va inteso 
nel senso del nostro recente : infatti con Aristotele non siamo 
ancora alla vera e propria commedia, che noi diciamo nuova ; 
bensì quella che per lui era nuova^ da noi ora viene con- 
siderata come media. Distinguendo pertanto Aristotele la 
commedia del suo tempo [media] dall' antica veniva a get- 
tare le basi della tripartizione alessandrina, quando i cri- 
tici notarono la grave differenza fra la commedia media e 
quella più recente, la nuova, con la quale si compiè la tra- 
sformazione della commedia greca cominciata già con la 
commedia media. Io non credo pertanto, come sostengono 
il Kaibel (p. 68) ed il Leo (p. 74), che Aristotele abbia pre- 
sentato ai critici di Pergamo il modello della duplice di- 
stinzione, se pur non vogliamo ammettere che costoro non 
tenessero conto anche delle condizioni storiche. Né in Li- 
cofrone poteva trovarsi tale tripartizione poiché, contem- 
poraneo egli stesso della commedia nuova, difficilmente ne 
doveva trattare, tanto più che il suo lavoro — ad arguirne 
almeno dai frammenti — é ben lontano ancora da una con- 
cezione filologica, nel vero senso della parola, e da ricerche 
artistiche. L'opinione comune invece apporta come primo 
autore della tripartizione Eratostene. Ammettendo anche 
questo, dobbiamo notare che Eratostene ebbe sott' occhio il 
lavoro di Callimaco (Schol. ad Arisi. Nuh. 662) e d'altra 
parte non pare che nel suo tisqì rijg àqxctCaq xwiio^SCaq abbia 
seguito un criterio cronologico, ma abbia compreso varie 



IS a. oBsai 

disssrtanioni di diversi argomenti rigaardaati l'antica com- 
media e le (^nerftioni ad essa attinenti cioè della forma e 
delle coi.ulizloni del teatro, delle questioni critiche del testo, 
dei matjosci'itti eco. ecc. Ma quanto alia partizione della 
commediii greoa secondo il tempo nulla ai può dedurre per 
Eratostdin, poiolié, derivando pur da Aristotele, egli ai fer- 
mava solo aìV aulica commedia, lasciando così impregiudi- 



di Aristotele si doveva o no 
ì' è che il Snsemihl (I, 426) 
sa ad un critico posteriore 
ae di Bisanzio, mentre a 
71, 1888, p. G06 sg. e Goti. 
alitz (De Attic. com. bipixrt., 
ih giù, fìno ai tempi dì 
88). 

!ù in su dei tempi di Ari- 
!ratostene, né ad EufVonio, 



tata la qnestioi!<?, se la nuove 
auddividi-re in aJtr 
pensa dm la tripi 
ad Eratostene, foi 
torto (cfr. Criifiius 
</rM,yt.A,n., IS89, 
Bonn., 1S66) vole 
Adriano (cfr. Susi 
Risalendo la 
stofaue, né poteiid 
il quale paro sin posteriore a ua.lliraaco {cfr. Suhol. ad Arlst. 
Av. 765), io credo clie solo a Callimaco si pos-?a giustamente 
attribuire. Infatti se Licofroce non poteva parlare della 
commedia tiuova, nel sen^o dato a questa parola oggidì, 
tenendosi ad Aristotele, non fu questo per Callimaco, più 
giovane di Licofrone e che potè studiare oltre che i com- 
ponimenti della \:ecch'iii e m&lia commedia, cioè di Ari- 
stofane, di Alessi e di Eubuio, anche quelli della nuovi, 
cioè di ÌVIenandro, come attestano i frammenti. Ora, se cou 
Aristotele si poteva notare il trapasso fra la vecchia e la 
media commedia, ]iìù facilmente poteva il critico alessan- 
diino notare la differenza fia la media e la nuova, special- 
mente per le innovazioni apportate da 3Ienandro, il restau- 
ratore dell'arte comica. Tanto più che riguardo a Menandro 
ed ai poeti della commedia nuova non poteva Callimaco 
servirsi dell'opera ari.-^toteliea, né tampoco di quella di Li- 
cofiune, se pur questi mai ha scrìtto didascalie. Callimaco 
seguendo lo svihippo storico del j;enere drammatico notò 
le differenze fra le varie età e forse non è tanto strano, 
quanto pare al Suseniihl, che Eratostene, o nel proemio od 
iu qualche altra parte dell'opera propria abbia dato anche 



LA CSITIOA LBtTERARIA DI CALLIMACO. 77 

la ragione del titolo suo, servendosi del lavoro di Callimaco» 
Né a ciò si opporrebbe quanto dice il Wilainowitz riguarda 
al significato di .ju^cxi;, che da prima non dovea aver rife- 
rimento al tempo in senso assoluto, ma solo relativamente, 
poiché capo di questa commedia sarebbe stato Platone 
mentre vi si inchiude anche Alessi, più giovane dì Me- 
nandro. Anzitutto è dubbia, per non dire inaccettabile, Taf' 
fermazione del Wilamowitz quanto all'età di Alessi; ma, 
dato pure che essa sia vera, l'assegnazione di Alessi alla 
commedia di mezzo ci dà sempre l' idea di quanto fece 
Callimaco, tentando di notare nello sviluppo storico del 
genere anche la natura dell'opera artistica, e non fa me- 
raviglia che egli, trovando una grande differenza fra l'arte 
di Monandro e di Alessi, credesse di dover assegnare ancora 
alla commedia di mezzo quest'ultimo per le caratteristiche 
dell'arte sua. Aristofane di Bisanzio, non solo conobbe, ma 
continuò, ampliò, corresse i nCvccxsg di Callimaco *). Però la 
commedia nuova già prima di Callimaco s'era pienamente 
sviluppata, tanto ch'egli ne fece gli elogi del maestro. Al 
più, Aristofane potè aggiungere i poeti posteriori a Calli- 
maco, ma per l'indirizzo e l' intendimento artistico deriva 
da lui, come dimostra l'ammirazione che, come Callimaco, 
ebbe per Monandro si da porlo accanto ad Omero (cfr. Anth, 
Pai. Appena, n.® 286 v. 3-4 e Zuretti, Qui in antiq. Eurip. 
poetae sint init., Torino, 1890, p. 31): fatto questo notevole 
poi che Aristofane, pur avendo avuto per maestro il comico 
Macone, non amò in generale la commedia nuova. 

3. — Predilesse l'antica seguendo Aristotele, e forse Eu- 
fronio e più ancora Callimaco. Questi infatti, tolto Monandro, 
non mostra di onorare alcuno dei più recenti drammatici e 
si comprende perchè egli, tutto compreso di venerazione 
per l'antichità, da questa faceva derivare le norme precipue 
di un'arte perfetta, saviamente imitata, e dispregi invece la 
nuova poesia drammatica, specialmente la ditirambica e le 

4; Anche l'indice ambrosiano delle commedie d'Aristofane, nel 
quale lo spostamento dei titoli dipende dall'ordinamento loro cro- 
nologico, pare derivi per Ermippo e Snida dai Jllyaxeg callimachei 
(Zuretti, // num. delle comm. d^Aristof., Torino, 1893, p. 20). 



78 e. CBSsi 

ÌDDOvazioni ]>er le quali la tragedia, per influsso della di- 
tirambica, s'era profondamente modificata. 

4. — La tragedia infatti erasi venuta sensibilmente 
trasformando si che i canti corali a poco a poco si erano 
separati dall'ozione, divenendo semplici intermezzi lirici 
(Crescini, Di A.j'il. poet. traj., Padova, 1905, p. 42): le ri- 
forme di Friuiile, di Timoteo fecero scadere l'antico ritmo 
musicale, avendo ben triste eìTetto sulla poesia che si ri* 
duceva vorrei dii 



scapito della immi 
la poesia i soliti m 
ne' nostri libretti t 
dalle tinte caricat 
sentimento e riesc 
tragedia decadde i 
minio alla ditiran 
mento. Ben si caj 
ditirambici che, al dir di 



■lice libretto d'opera, 
l' arte. Cercando pertanto 
I quali ai ritrovano Bncbe 
ntazione di passioni forti 
^ ohe l'esagerazione del 
naturalezza e realtà, la 
lezza, lasciando il predo- 
sffetto più che di senti- 
li Callimaco verso i poeti 
iuida (T, I, 1350 s. v. "iwr), 7ic(>ì 
riqt).&i' It'Yovai no/.h'i xuì uvi- 
jÌ t/.fyov erJp(«e(p((((i^n'tyXff"i'?) 
tanto che parlando (fr. 84) di nn tragico (e dovette essere 
certamente un suo contemporaneo, che l'allusioue manche- 
rebbe altrimenti d'ogni valore) dice: or nQifir fiir i]fui' ò 
ifidyoìòù-; ì'jeiQii-, quasi rallegrandosi che quell'autore nulla 
di nuovo abbia pubblicato e non gli abbia nuovamente of- 
feso l'orecchio. Anche accettando la spiritosa congettura 
dello Schneider (II, 248) che roafi-ìSói indichi il gallo, che 
v'ha di strano che l' alessandrino abbia chiamato con tal 
nomignolo ■ — è chiaro il gioco di parole — il tragico sec- 
catore che non la finiva mai di strepitare sulle .scene? Più 
esplicitamente è dimostrato lo sdegno di Callimaco in He- 
phaest. p. 36 Gaisf., e nello Schol. Saib, (= fr, 08 e) che trova 
conferma in Tzetze [de vieti: Pìwl. in Cramer, Anacd. Paris. 
I, 79, 11): sdegno che si accorda col giudizio che degli ul- 
timi tragici, ne' quali già si risentivano j primi mutamenti, 
dava l'antica comoiedia, specialmente Aristofane, come av- 
verte lo Schol. Pind. eh: mefr. p. 15 B. Profondo senso di 
amaro sconforto par quindi di sentire nelle parole del No- 



LA CRtTIOA LBTTICBAItU DI CALUUAOO. 79 

atro: ro^oi à' ijrtf ryffav àoiéai (fr. 279). Il giudizio di Cal- 
limaco passò probabilmente in Neottolemo di Paro, che 
molto trasse dal Nostro e da lui in Horat. Ephl. II, in, 37, 
86 pur, come aonoLa lo scoliaste, senz'altro Orazio hoc a Cai- 
limaeho tranatulit qui dixit Xr^xv-^iog Moi)ca. 

4. — Dichiarati cosi i concetti generali di Callimaco 
intorno alla poesia drammatica, veniamo agli ecarsi fram- 
menti calHmaohei che ci danno notizie più particolareggiate 
intorno ai singoli autori o drammi. 

Nessun accenno diretto per Esohilo e Sofocle, tolto 
qualche insignificante riscontro formale: per Sofocle è par- 
ticolarmente notevole il mito di Niobe frigia, nel quale 
non devesi riconoscere uu errore {Antig. 823 aq, e Callim. 
hijmn. II, 23) di Callimaco, ma una rettifica del critico alla 
tradizione lìdia formatasi di poi; mentre incerto è il ri- 
acontro dell'inno V, 18 sq, derivante, secondo lo Zieìiuski 
(in Philoh, LX, 1901, p. 144), dalla Kqian sofoclea per la 
pittura d'Afrodite, e di III, 263 con EUclr. 560 per la su- 
perbia d'Agamennone contro Artemide. 

5. — Di Euripide invece abbiamo ricordo in fr. 100 d, 
n." 3 e fr. 100 d, n.° 26: l'uno datoci da Schol. ad Ariatoph. 
Ao, 1242, l'altro da Schol. V. E. ad Eurip. Androm. 446. 

Lo scoliaste aristofaneo alle parole Aixvftvion fioXaTc 
annota: ò fiir haXKuu^oi y^àq^mv oSrais, Aixv/ivùiis ^oXatg 
ifi^ai vavirjQ r^s àidaaxalias ov ftiiivijrat e continua ripor- 
tando de' tratti del ' Licimnio ' euripideo. Il passo fu va- 
riamente interpretato ed è indubbiamente corrotto. L'iu- 
terpretazione del Ricliter, che inseriva un tcvqì dopo ^oXaìi, 
intendendo quasi che Callimaco non conoscesse !a trage- 
dia euripidea, è difettosa, tanto più che con l'inserzione 
del nvQl, si vienti a mutare il senso della frase; ne d'altra 
parte vale l'obbiezione dello Sobneider (II, 315), che si 
avrebbe in tal modo un Callimaco interprete d'Aristofane, 
poiché dalle parole del Bichter si può conchiudere solo che 
Callimaco interpretò questo passo: interpretazione ohe po- 
teva trovar suo luogo in qualcuna delle tante opere di lui, 
senza bisogno di pensare ad un commentario vero e proprio 
{cfr. Setti, Delia fama di Arislof. presso gli unlkki, Torino, 1881, 



p. 15). Tuttavia mi pare che la più accettabile sia ancor» 
la intei-pre fazione dello Schneider ohe, inserendo un 'Àgt- 
(Troywi'i^; dopo SaXUfiaxo^, cosi inteude: ' CutUmachu» (in 
Iltvùtttiiv eo loco, obi de Euripidi» Licynmìo sermo eraty 
cuius fabulaiì etiam alius ad L. I. scholiastra meminit] ita 
ìocufvs fxt. Aristophanes poeta ìihì dicit AtKVintoti ^okàii ncn 
cogitahtl de Lia/mnio fàbula ' (p. 314) e coutÌDiia ' nain Qnam 
quoque aliquam fabulam óiSttaxakla signiScat quatenns a 
scenico pceta p. '. Per ciò non inteniìo per- 

chè il Wselismi 23) Togiia togliere questo 

frammento ai Ili due luoghi in essi poteva 

trovar luogo la llimaco o là dove il critico 

si occupava di E lue tragedie, o là dove par- 

lava di Aristofai % sua all'opera del tragico, 

quasi rimproveri mtici la mania di cercare 

allusioni anche Qo: il che sarebbe indizio 

del criterio mod' * lui seguito in tali que- 

stioni sottili. 

Il secondo luogo è piT lo Sclnieider (II, 321) indub- 
biamente corrotto poiché i! .iijuiicQuii,~, indicato dallo sco- 
liaste, è aifatto ignoto e dovrebbe^i correggere in Tiiiox^aTf^^ 
(Dindorf, Scìwl. Kuì-'fiwl. I, C). Il Bergk {De cint SupplL 
Aescìi;/}., Friburg., lSri7, p. G) pure ó di tal opinione, che 
per il Nauck {lùin'p. li-ii<joad. I, xvd n. 21) diviene cer- 
tezza, ^[^v lo Schneider stesso ne dubita, ritenendo che Cal- 
limaco, avendo usato poco accurotiirnente dello ' Didascalie ' 
d'Aristotele non abbia capito che questi indicava Demo- 
crate, non come autore del dramma, ma come l'attore clia 
ne avea sostenuto la prima parte. Non credo poro che nel- 
l'opera aristotelica si indicassero anche questi particolari: 
nello didascalie in generale si indicava il contenuto del 
dramma, il nomo dell'autore, il tempo della rappresenta- 
zione. Di più, ò diilluilo ammettere tale sci\mbio in Calli- 
maco cosi accurato nelle sue notizie, tanto più che sulla 
tragedia correvano diverse opinioni, anche nelle didascalie, 
come avverte appunto Io scoliaste. Un' altra difficoltà inoltre 
N'aggiungeva, su pur questa non è la precipua, che cioè 
la tragedia era stata rappresentata fuori di Ateup. 



I 



LA CRITICA LIBTTSBARIA DI CALLIMACO. 81 

Che la determinazione e le notizie dello scoliaste de- 
rivino^ per Didimo (Bergkf Die Abfassungs^ d, Androm^ d,' 
Eurip. in Hermes, XVIII, 1883, p. 489), dalle didascalie cal- 
lixnachee non v'ha dabbio: or bene, qual difficoltà ammet- 
tere che, essendo stata la tragedia rappresentata in Argo, 
colà il poeta l'abbia presentata con altro nome, — fatto 
non nuovo nella drammatica greca — e che con tal nome 
sia appunto stata inscritta nelle didascalie, donde la trasse 
Callimaco? Si spiega quindi perchà altrimenti ignoto sia 
un tal Democrate allo storico della letteratura greca, e si 
intende perche sia non inutile ma falsa la correzione in 
Timocrate, poiché col nome di questo suo amico, pur esso 
argivo, il poeta non avrebbe rappresentato il dramma se 
voleva rimanere incognito sotto un pseudonimo. Né d'altra 
parte sembra verisimile che per uno scherzo comico tale 
dramma venisse dato a Timocrate: le didascalie avrebbero 
sempre portato il nome di chi l'avea realmente scritto o 
presentato. Pertanto non credo che sia nihil de interpreta- 
tione scholii decemendumj come ammette lo Schneider, con- 
sentendo col Bernhardy {GGL.*, II, 2, p. 414). Lo scolio 
invece, interpretato in tal modo, dà molta luce sull'opera 
di Callimaco ; tanto più che esso non afferma che Callimaco 
reputasse realmente di Democrate la tragedia: lo scolio 
non ci dà l'intera notizia callimachea, ma nota solo che 
Callimaco leggeva tale attribnzione nelle didascalie. Ma 
non è probabile che Callimaco, il quale avea ordinati i 
drammi euripidei, forse in ordine cronologico (come ne at- 
testa lo scoliaste), e dell' ' Andromaca ' avea persino deter- 
minato il luogo ed il tempo della rappresentazione, si la- 
sciasse sfuggire che Democrate era solo un pseudonimo, e 
non sapesse chi fosse il vero autore, sebbene le tragedie 
euripidee fossero spesso confuse o scambiate con quelle di 
altri poeti «). Dallo studio di Callimaco deriva probabil- 

i) Cfr. Ath. XI, p. 496 b e Weicker, Gr. Trag. p. 1007. Sulle rela- 
zioni fra Critia ed Euripide v. Wilamowitz, Eurip, HerakL I, p. 15 
n. 22. A oonclusioDi non molto dissimili giunge il Bergk {Die Abfats, 
p. 467 sgg.) il quale ammette ohe nella didascalia la tragedia non 
portasse il nome di Euripide, ma il nome di quello che presentò il 

Studi ital, difilol. cla89, XV. 6 




82 0. OBSSt 

mente anche il giudizio estetico ohe sì legge neW éjió&eaii 
della tragedia e i;he non deriva certo dalle ('noSé'afi? di 

Aristofane di Bisanzio. 

Dallo scotio posaìamo pertanto dedurre che Callimaco 
usò opportuiiaiuente delle didascalie, né ai contentò di co- 
piarle, ma si soffermò anche sulle questioni cronologiche 
storiche rifereiitisi ai drammi, di cui studiava l'autenticità 
il valore e l'imjiortanza artistica considerando per Euripide 
altresì le accuse, iva Aristofane. Ed a tal 

proposito non ù a 3 credere che Callimaco, 

rispetto all'arte dei li in confronto con quella 

dei pili recenti, al indizia di Aristofane e la 

sua critica burlesc notare che la burla di 

Eschilo (Arist., Re . proposito dell'arte euri- 

pidea che tutta U ìnire col kr^xéOiov, indi- 

cando appunto uuf 1 gravi della tragedia di 

Euripide, trova ri giudizio callimaoheo del 

fr. 98 'j? E tale rirapr'jvero uon altri muovevano ad Eu- 
ripide, se di questo appunto Aristotele dovette difendere 
il tragico (fi. (tri. poel., p. 1452'*, cfr- p. 1453 «), special- 
mente alludendo ai prologhi (cfr. Firuhaber, in -V. Jahrh. 
f. Pìiil., suppl. IV, 1851, p. 575 sg., contro il quale difende 
il poeta il Commer, De proì. Eurip. ari. ac rat., Bonn, 1854), 

diiimma, Democrate o Timocrate, il quale nome facilmente scain- 
biavasi con MtrtxQiiri^i;, la cui fioalo l'txQiiti;^ si legge nell'elenco dei 
vincitori delle Grandi nionisiaclie (cfr. Mitllt. d. deulsch. ardi. Insl. 
zM Atheji, IJI, p. 108 1. G) deli' Olimi). 89', 2 sotto i' arcoutato di Aneì- 
uia; il che concorderebbe con la determinazione cronologica del 
dramma dat d F 1 (= A t lane di BisanKio). ' Der Scharf- 

sinn, dico il Be kd K 11 m 1 liat sich also glaozcnd bewilhrt: 
denn or hat t d 7 t d \ ffUbrung der eiiripideischen An- 

dromache r 1 t g 1 t t und gleich das auf dem Wege hjsto- 
rischen Unt u 1 ung g f nd R sultat durch das indirecte Zou- 
gniss der did k 1 h 1 g sicLert. Ihm iat daun Aristopha- 

iies mit richL TU t l^t ahrend Didymos jouur combina- 

tion soine 7 t gt (p. 195-6). La dotcrraiuaziono di 

Callimaco è f t d 11 ho dello Zirndorfer (De cìironoK 

fab.Kari,,,},\ 1 , 18Ì9) 1 pn 1 Andromaca ' nell'Olimp. 89, e con- 
tro il Firnhaber (in Pliiht. Ili, 408 sg.) die la poaeva nell'Olimp. 87, 2. 
lu fondo, le conclusioni de! Bergk appoggiano la mia interpretazione. 



I.A CRITICA LRTTHRABIA DI CALLIMACO. S3 

i quali rignaida in particolare Ariatofane nella dìsputa delle 
' Hane ' (v, I. de Aruim, De prol. eurìp. art. et interpr., 
Greifsw., 1882). Ad ogni modo il giadizio di Ariatotele non 
è, come sostenne lo Schwabe (in Jahreab. il. d. stridii, Eealnch. 
zu Crefeld, 1877/8, p. 29 sg.) sfavorevole al tragico, ne tale 
d'altra parte è quello di Aristofane, che, imitando Euripide 
(cfr. Wilarnowitz, Anal. Eur'ip., Beri-, 1875, p. 148), trovò 
in lui, non ostante i molti difetti, non piccoli pregi, anche 
mettendone in caricatura, com'era carattere della commedia, 
alcune parti o motivi seri tTafiber, Da ms. paroed. apd. Ar\- 
sfoph., Ber!., 1849, p- 41). E Callimaco temperò in parte 
il giudizio del comico e del filosofo, e quella leggiera tinta 
d'ironia per l'arte euripidea che si nota nell'epìgr. XLVIII, 6 
(cfr. Eurip-, Bacch., 494), non e da confondersi con lo sdegno 
che infiamma il critico contro quelli che derubarono il tra- 
gico esagerandone i difetti, e fra questi probabilmente Fi- 
losseno, Agatone ed in particolare Ione. 

6. — Di Filoaseno si possono trovare imitazioni nella 
' Galatea ' di Callimaco, e di Agatone in kymn. II, 17 sg. 
(cfr, Kuiper, I, 197); dove si riconosce sempre il criterio 
precipno seguito dal Nostro nell'imitazione, e più volte 
accennato; di Ione invece abbiamo due accenni nei frr. 836 
e lOOrf n. 15. Il primo (Snida, I, i, p. 1350), che secondo 
lo Schneider (II, 247) deriva dalla compilazione di due scoli 
alla ' Pace ' d'Aristofane (v. 831 e 836), i quali poi deri- 
vano, per giudizio mio, dalla dottrina alessandrina e dalla 
callimaehea in particolare, pare indicare il dispregio di Cal- 
limaco per le molte opere di Ione : ma la ragione non dovea 
essere il numero delle opere sibbeue il genere gonfio e ri- 
sonante di poesia, quale è biasimato nei frr. 98 &, e e forse 
nel fr. 84. L'altro invece (Harpocrat. e. v,"/u)r, p. 103, 15)ci 
dà notizia degli studi critici di Callimaco sulle opere di Ione. 
Arpocrazione attesta che Callimaco attribuiva ad Epigone 
i Teiayuoi ch'erano invece opera dì Ione: ma nella notizia 
di Arpocrazione v'ha certo una grave inesattezza, se pur 
non sì voglia, oome io credo più probabile mutare col Bergli 
(GLG., I, 396, Ti, 236) àig 'Emy. in i>n6 'Eniy., sicché egli 
stesso non reputasse che fosse da togliere, come Ejiigene 




6i e- CESSI 

credeva, l'opera ad Ione. Però Callimaco ricordava come 
TQiayfiói, al singolare, l'opera che tutti citano al plurale: 
nuovo indizio dalla cara che ìl crìtico poneva anche nel da- 
termiaare il titolo dei libri e la loro genuinità. CLe se sì 
potesse dimostrare che anche il principio dei Tgiayiioi, come 
crede lo Schneider, deriva da Callimaco, avremmo un altro 
indizio del metodo di Callimaco, il quale non boIo segnava 
la lunghezza dei componi menti, ma ne riportava anche 
le prime parole per diettuguerli da altri componimenti 
omonimi. 

De' tragici suoi contemporanei il N'astro non apporta 
alcun nome; però non mancò di attaccarli indirettamente, 
e forse on cenno lo dà il fr. 472 : Jr^ut^^^'^ XtXÌ.(i>ra na- 
xó/AVìi/Àav le Kuftì^ia. Il Meineke (edit. p, 292} vede in Co- 
meta e Chellone due poeti della Pleiade alessandrina, ap- 
poggiandosi all'autorità della glossa esichiana A'tì/C/ia' Tra 
T&v tnià (cfr. Phtlol. XIV, p. 43) contro il ten Brink (in 
Pkilol. VI, 69) : ed il Reitzensteiu {tneiì. poet. gr. cit. p. 5 sg.) 
dimostrò, quasi con certezza, a parer mio, che in Cometa 
si allude ad Alessandro Etolo. Ed allora chi ò Chellone, 
odioso al popolo? Forse un altro poeta della Pleiade, con- 
temporaneo di Alessandro Etolo, voglio dire, Licofrone. 
Questi infatti era divenuto famoso per i j-ftT^/Ot e gli ana- 
grammi, genere di rado e non sempre felicemente tentato 
da Callimaco, presso la corte alessandrina, destando forse 
rancore ed invidia in Callimaco del quale non approvava 
l'indirizzo artistico: e non fa meraviglia quindi che il 
Kostro per questo indirettamente lo punga, per metterlo 
in burla, Licofrone dovette, né sappiamo la cansa, allon- 
tanarsi da Alessandria: è lecito arguire che ve Io costrin- 
gessero ragione d'indole politica dalla notizia in Ovid. 
Ib. 529 e dalla nota dello scoliaste, se pur la notizia de- 
riva dall' ' Ibis ' oallimacheo (Bates in Harward Studila 
VI, 1895, p. 80 sg.). Pare in quei versi di risentire la sod- 
disfazione dello scrittore per la morte del poeta, morte 
ch'egli augura al suo presente nemico come giusto castigo; 
quasi ohe come giusto castigo fosse caduta su Licofrone, 
se egli Bvea colpito qualcuna delle persone più ragguar- 



LA OBtTICA LBTTEBABIA DI CILLIUACO. SS 

davoli e potenti nella corte. Il Si^nex^^t'a di Callimaco avrebbe 
cosi una plausibile interpretazione. Quanto alla sedo del 
frammento credo di dover convenire piuttosto con Io Schnei- 
der che lo riporta all' ' Ecale ', che non col Nake [p. 232) 
che Io riporta all' ' Ibis ' poiché forse in questo componi- 
mento, morto già il poeta, Callimaco non avrebbe avnto 
8crupolo di nominarlo direttamente, come nell'accenno ovÌ- 
diano: senza negare con questo che anche nel!' ' Ibis ' Cal- 
limaco potè ritornare sullo stesso argomento. 

7. — Passiamo quindi ai comici, e prima di tutto ad 
Aristofane. Lo scoliaste ad An'st. Nuh. 552 = fr. lOOii, n," 2 
è di eccezionale importanza specialmente storica, della quale 
solo debbo alquanto occuparmi, essendo già stata data retta 
iuterpretazione grammaticale dal Richter {Prol. ad Arìst. 
Veap. p. 15). Anzi tutto ci dichiara che Callimaco non soltanto 
usò le didascalie, ma su queste esercitò la sua critica, non 
prestando sempre loro piena fede. La ragione del suo dis- 
senso egli conferma con argomenti cronologici che neppure 
Eratostene sa contraddire. Però Eratostene cerca di spìe- 
gare e di sostenere l' autorità dell' antica fonte non già nel 
senso che fosse errato il giudizio di Callimaco ed i fatti 
da lui addotti, ma in quanto che Callimaco non aveva forse 
bene inteso il testo atesso o voleva attribuire alla sua fonte 
un'autorità ed un valore che non aveva né poteva avere. 

II fondamento critico più importante nelle ricerche i- 
pertanto per Callimaco, come spesso abbiamo notato, il cro- 
nologico ; e questo viene a confermare le conclusioni che 
sull'indice ambrosiano delle commedie aristofanee ha dato lo 
Zuretti (cfr. sopra a p. 77 n. 1) ; il Setti {DcUa fama cit. p. 15) 
ammette senz'altro che Callimaco per primo ne abbia deter- 
minato la cronologia: lavoro da Callimaco compiuto nei 
' Quadri ' e non già in un commentario speciale anlle com- 
medie del comico ateuiese, fra le quali egli studiò partico- 
larmente quella degli 'Uccelli ', della quale ebbe a giovarsi 
dì molto nell'opera sua TTfgì ÓQVitav (cfr. fr. 100 e n.' 10-15). 

Dall'imitazione poi sia formale sia di pensiero (per il 
giudizio su Euripide abbiam visto più sopra p. 82) frequen- 
tissimi accenni abbiamo negli scoliasti aristofanei, da' quali 




posisiaino arguire che Callimaco oonobbe tutte l'opere del 
comico, specialmente Is opere con diretto intendimento dì 
critica letteraria ed artistica. — Dei poeti dell'antica com- 
media i tVr. oalliraaohei ricordano ancora Gratino la cui 
opinione wuH' autenticità del ' Margite ' è seguita dal No- 
stro, come alibiamo notato a proposito del fr. 74 i (cfr. più 
sopra a p. '21), 

8. — Alla commedia dì mezzo ci richiama Ateneo 
(Vili, 33fi e = fr. ] ido che neppure in Calli- 

maco egli trovò Ci lOdidaacalo ' di Alesai. In 

questo payso storici ite Ateneo mette di fronte 

gli alessaudriui Ci ìtofane, le sue fonti ordi- 

narie, ai piiiac:ogr. di Pergamo, Da prima 

egli ricorre agli a neravigliato quasi di non 

trovare in loro la r iinedia che avea tra mano 

e di cui aveva da to de' frammenti, ricorre, 

come a fonte secor pergamena Parlando egli 

della triplice divisiuuo ^.c.™ uuuunedia, da poi che ricorda 
la così detta commedia /ti'ff)^, ricorrendo tosto a Callimaco 
e ad Aristofane, lascia intendere od almeno arguire, che 
anche presso costoro già fosse tale divisione, per la quale 
gli riusciva ijiii facile e comoda la ricerca: solo dopo di 
aver inutilmente compulsate queste fonti, si decide da ul- 
timo di scorrere anche le tavole degli scrittori pergameni, 
benché quasi lasci intravvedere la poca speranza ch'egli 
stesso nutriva, poiché queste non avevano quell'ordine e 
divisione sistematica, così necessaria per le ricerche, come 
i ' Quadri ' di Callimaco e di Aristofane, che li avea am- 
pliati e corretti. Ora la meraviglia dì Ateneo dì non tro- 
vare in Callimaco cenno dell' ' Asofcodidascalo ' di Alessi, 
lascia ben credere che si parlasse però delle altre commedie, 
od almeno del comico in generale, da poiché sarebbe strana 
l'espressione di Ateneo se né in Callimaco né in Aristo- 
fane si fosse parlato affatto di Ales-si. Pertanto o gli ales- 
sandrini reputavano spuria la commedia, o bisogna ammet- 
tere uuLL dimenticanza in Callimaco; strana dimenticanza 
che sarebbe poscia passata ed iu Aristofane e nei ' Quadri ' 
doi critici dì Pergamo. 



LA CRITICA LBTTBRABIA DI CALLIMACO. 87 

Un altro passo ci richiama alla commedia di mezzo: 
il passo di Tolomeo (1. V, p. 191, 11 sq. West.), riguar- 
dante Enbolo. Però il luogo è oscuro e non dà un concetto 
chiaro del criterio callimacheo, dando luogo a varie inter- 
pretazioni. Tolomeo sembra accennare che a Callimaco sfuggi 
il verso di Eubulo nel ' Dioniso ^: e questa, particolarità 
nel compendio di Tolomeo ha una non piccola importanza, 
poiché à strano che Tolomeo accusasse Callimaco di non 
aver conosciuto proprio quel verso di Eubulo se egli non 
avesse avuto altramente prova che le opere di Eubulo erano 
pur state in mano a Callimaco. Più di questo non si può 
ragionevolmente conchiudere, e troppo incerte sono le con- 
getture che si sono tentate (cfr. Dilthey, AnaL Callìm,^ 
p. 28 e Schneider II, 315). 

9. — Della commedia nuova due ricordi : per Menan- 
dro l'uno, per Difilo l'altro. Di Menandro, secondo l' atte- 
stazione di Callimaco, lo scoliaste ad OvìcL Ib. 690 (= fr. 74) 
racconta la morte violenta nel Pireo (cfr. miei Studi p. 395 n, 2); 
notizia che sembra confermata da Àntistio in Anth. Pai. 
VII, 366, dove la xaCXaip KaQna^irj indica iperbolicamente 
un'agitazione del mare, causa della morte del poeta. Se- 
condo lo scoliaste l'epigramma di Callimaco per Menandro 
era nobilissimitm, il che dimostra in quale alta considera- 
zione Callimaco tenesse il comico. L' epigramma appar- 
teneva certamente al rgatfeiov; ma non possiamo dubi- 
tare che di Menandro si parlasse nei ' Quadri ', accanto a 
Difilo. Per questo invece abbiamo un passo di Ateneo (XI, 
p. 496 e = fr. 100 d, n.<» 4) a proposito dell' ' Eunuco \ Dalle 
parole di Ateneo chiaramente si deduce (cfr. Meineke, HCG. 
I, 451, e Koch, CAF. II, 642) che Difilo dette una du- 
plice recensione della commedia che Callimaco ricorda solo 
col titolo più importante; ed è probabile che 1' 'Eunuco^ 
sia stato il vero titolo, derivato dalla persona principale 
del dramma, come per analogia si può dedurre dagli altri 
titoli. Il secondo titolo aggiunto [SvQaxiéxrig] lascia dubi- 
tare, che oltre l'Eunuco avesse parte importante anche il 
soldato, come à nella commedia terenziana: due fatti che 
secondo l' argomento della commedia terenziana derivereb- 




bero dalla contaminazione del KóÌLn^ Ai MeDBndro a Ae\- 
V EùvoSxui di iJifìlo: forae che invece tali elementi erano 
già fusi nella commedia stessa di Difilo? Di qui forse non 
ostante l'atte.stazione AeW /irgunifnfum, trasse inspirazioBe 
anche Terenzio, che non di rado imito e contaminò anche 
da Difilo i^clr. la mia nota De Battari penona, Patav., 1906 
pp. 3 sq,). 

De' comici con temporanei il oritioo ci ha, laBciato Del- 
l' ep. VII ricordo ito, ohe egli eaorta a bat- 
tere la via iucoinì iciarsi abbattere da no in- 
successo noi teatri vera via, od aoqnisterà 
gloria fra i poster loiie eccessiva del poeta 
non nasconde iin'a; le si manifesta nell'epigr. 
a Lisania? Special: osideriamo l'oscarità del 
lìersonaggio cui è i non potendosi credere che 
anche tale ej>igrai *crÌtto per commissione 
dell'interessato, c( lar Agoranatte Bodio. 



- Degli altri generi letterari. 



1. — Per quello che riguarda lo studio dei prosatori, 
Callimaco segui criteri speciali che è opportuno in breve 
dichiarare prima di venire alla trattazione speciale. 

Lo scopo artistico degli Alessandrini era tutto rivolto 
alla forma, e ^i poteva riconoscere particolarmente nella 
poesia, la quale ancor tentava di mantenere, con l'imita- 
zione dei modelli dell'età precedenti, l'antica purezza. Ma 
per la prosa le cose erano ben diverse: nella prosa non 
si ricerca più l'arte: essa serve solo come mezzo per l'es- 
pressione dei concetti e delle nuove scoperte scientifiche : 
suoi pregi essenziali, la esattezza e la precisione. Quei pochi 
che ancora coltivano la prosa come arte risentono l' influenza 
delia scienza; loro malgrado, si adattano alle esigenze del 
gusto mutato e riescono piuttosto a grottesche contraffa- 
zioni delle antiche opere che a darci lavori veramente ar- 
tistici. Di qui un fatto notevole: cioè tutto Io sforzo dei 



LA CRITICA LHTTCKAKTA I 

critici d'arte à rivolto si poeti, mentre riguardo ai pro- 
satori non si studiano aè gì discutono se non le queatiooi 
storicba, cronologicLe, scientificfae: di rado le q^uostioni 
artìetiche. Non si studia l'imitazione dell'antico prosatore, 
m& in ]ui si ricerca la notizia peregrina, la squisita eru- 
dizione, e perciò la letteratura alessandrina non ci dà, qnanto 
alla prosa, che lavoro di critica e di varia erudizione. Mon 
fa meravigtia che Callimaco in questo campo siasi occnpato 
non dico meno che per la poesia, ma certo con minore in- 
teresse, senza curarsi del valore artistico dell'opere studiate. 
Difflcilmf^nte infatti dai frammenti rimasti possiamo de- 
durre o indovinare il concetto artistico del critico riguardo 
ai prosatori. Egli cita indifferentemente Kcateo ed Erodoto, 
Platone ed Aristotele, Demostene ed Amometo per trarne 
notizie, aneddoti. Nella grande fioritura di opere in prosa, 
quando tutti i generi letterari e tutti i rami dello scibile 
vengono studiati con un ardore e con felici resultati, quali 
di poi non hauno più, o qnasi, raggiunto, era naturale che 
Callimaco dedicasse una grande parte, anzi la massima parte, 
dei ' Quadri ' a tali generi, classificando gli autori secondo 
la materia trattata, specialmente per gli scrittori piìi vi- 
cini a lui per tempo, che ubarono indifferentemente prosa 
e poesia. D'altra parte non riesce strano che di tanto la- 
vorio sia rimasta a noi direttamente solo qualche piccola 
traccia, poiché il giudizio di Callimaco riguardo ai prosa- 
tori non poteva avere quell'autorità e quel carattere indi- 
viduale che avea riguardo ai poeti (Bergk, Die Ahfatsungs. 
cit., p. 491, n, 2). Pei prosatori la maggior parte delle que- 
ationi si ridnoeva sempre a questioni storiche nelle qaali 
il critico difficilmente poteva dire qualcosa di nuovo o di 
particolare, più di quanto uè aveano detto ì grammatici e 
gli eruditi, che sì erano occupati ex professo di quella data 
disaiplina. Il lavorio di Callimaco andò perduto o fuso nella 
congerie di notìzie erudite e grammaticali che i critici ed 
eruditi posteriori da varie fonti hanno riunito e traman- 
dato fino a noi, sicché riesce difficile — spesso impossibile — 
riconoscere quali giudizi risalgano direttamente a Callimaco, 
al qaale ad ogni modo rimane sempre incontestato il me- 




rito d'avf'i" riconosciuto la grande importanza che in qne- 
stioni siffatte ha il criterio cronologico e storico. 

2. — Il terzo niva^ trattava degli scrittori di leggi, 
e ne dà ceuno Ateneo in un luogo notevole (SUI, p. 685 6 
= fr. ICiO'l 11." 20) il quale ci attesta ohe Callimaco non si 
contentò di fare la recensione delle leggi CWachsmnth, 
p. 660), ma parlò della vita degli scrittori (Schneìder II, 311) 
riportando perfino le prime parole del libro o dei libri 
(cfr. anche sopra ~ " " "1 numero degli atixm. A 
questo Ttiiiti penai rmee, XTV, 1879, p. 29 sg.) 
per le leggi di S i probabile che Callimaco 
ne parla:isp nell'i dei filoso^ dove era più 
opportuna la trat testioni riguardanti il filo- 
sofo e leyialatore ti altri ' Quadri ' non è 
possibile, dai frai determinare l'ordine e la 
disposizione, ben( D dubitare che in ciascnno 
d'essi il critico a norme ohe abhiam visto 
per i poGti e]iici e u.ci,i.u,.iu.>,.. 3Ì ricorda il nivat dei filo- 
sofi (Diog. Laert, Vili, 8, 1 ed Ath. VI, p. 252 e), dei retori 
(Ath. XV, p. GG9</ e Harpocr. p. 72), degli storici (Ath. II, 
p. 70 a) e degli scrittori, diciam cosi, di varietà (Ath. SIV, 
p. 643 e; VI, p. 244 «): né ó da dubitare che vi fosse anche 
quello dei geografi, medici, matematici ecc. 

3. — Veniamo pertanto ai filosofi. 

Dai ' Quadri ' abbiamo notizie di Parmenide, Eudosso, 
Democrito, Lisimaco; ma non di questi auli dovette par- 
lare, da poi che già nei giambi faceva ricordo di Talete, 
Chilone, Solone, Pitagora, e nell'ep. I di Pittaco, e di 
Platone nell'ep. XXIII. Nò soltanto de' filosofi antichi, ma 
anche de' suoi contemporanei contro i qnali inveisce terri- 
bilmente (fr. 86). 

Qnanto al criterio seguito da Callimaco è preziosa at- 
testazione quella di Proclo [in Platon. Pnrmen., p. 472 Stallb.), 
poiché ci pare di poterne dedurre, che il critico come di- 
vise i poeti per generi, cosi divise i filosofi per scuole, 
dando di ciascuna indicazioni generali per ciò che riguar- 
dava i concetti e principii fondamentali, seguendone lo 
sviluppo storico-cronologico prima di passare ai singoli au- 



LA CRITICA LBTTBBARIA DI CALLIMACO. 91 

tori. Nel passo dì Proclo si tende già a far notare una 
relazione di trapasso fra la scuola pitagorica e la eleatica, 
distinguendo giustamente Callimaco quello che anche altri 
dopo di lui si lasciarono sfuggire per il carattere della 
filosofia parmenidea. 

Dei sette sapienti abbiamo menzione nei giambi, dove 
si narra la storiella della fiala d'oro, destinata al più sa- 
piente fra quelli e da tutti rifiutata : leggenda che Plu- 
tarco deriva da Ermippo e da Apollonio (= Androne da 
Efeso cfr. Wulf in Disseì^t. Hai., XIII, 1896 e Susemihl, 
I, 479), dove però si parla di un tripode anziché d' una 
fiala. La leggenda della fiala non risale però solo ad Er- 
mippo come credono il Keller, il Hang, ecc. ricordati dal 
Cerrato (in Eiv, di JiloL, 1879, p. 306), ma a Callimaco, al- 
meno (fr. 83 a, 94, 96, 89), se pure non è proprio di in- 
venzione sua (cfr. Eiog. Laert. in vit, ThaL, I, 29). Di Ta- 
lete abbiamo i meriti enumerati nel fr. 94, cui corrisponde 
il fr. 83 a: di un altro dei sette sapienti, Pittaco, abbiamo 
un aneddoto nell'epigr. I, a proposito del suo motto tradi- 
zionale (cfr. Plutarch. de puer. ed,, p. 13/, Suid. II, 2, 1866). 
Quanto a Solone, il Kuiper nota (I, 82) anche l'imitazione 
fra hymn. III, 134 e Sol. fr. 4, e 37 B ; cfr. inoltre Cali. fr. 11 e 
Sol. fr. 23 B. Delle leggende poi che correvano sul conto 
di Solone e che Plutarco trasse da Ermippo, e che in ge- 
nerale i critici ritengono invenzione di quest* ultimo, io 
credo che la vera fonte si debba riconoscere nella fonte 
stessa di Ermippo, in Callimaco, se pur non si vuole risa- 
lire ancor più in su (= Demetrio) ; senza negare che Ermippo 
possa aver aggiunto qualcosa di nuovo da altra fonte. Con 
grande onore si fa ricordo di Pitagora, del quale Callimaco 
ricorda la leggenda della metempsicosi sua (fr. 83 a) e delle 
norme della vita e del rito i^fr. 128); il quale ultimo ac- 
cenno, col Valckenaer ed il Naeke, io credo che derivi da 
un epigramma del Fga^etov piuttosto che dagli Ahut (Bergk, 
Becker, Schneider). La giusta interpretazione poi del Dil- 
they (AnaL Callim., 39, cfr. Kaibel in Hermes, XXXI, 1896, 
268 sg. e miei Studi, p. 391) quanto al toO Sa^iov dinXóov 
delPepigr. XLVIII, 4, impedisce di vedere, col Bentley, 




auche quivi una, i*eminÌ9ceiizR della scuola pitagorica, della 
quale poro Callimaco dovette parlare nei ' Qnailri ' come 
si può Lk-siimeitì (lai passo di Proclo, sopra ricoriìato, 

4. — Nei ' Quadri ' infatti Callimaco parlò di Parme- 
nide (Diog. Laert. IX, 3, 3 = fr. lOOd n." 14) rifiutando a lui 
la paternità de! poema sulla fiaiologia (Suid. Il, 2, 129). E 
riesce strano il dubbio, anzi la certezza del Nostro nel ne- 
gare l'aiiteiiticitù dell'opera di Parmenide: tale orrore forse 



proveDEc d; 

in quel tomaio co 

composti a scopo 

Callimaco conosce 

si mostra conodci 

non dobbiamo cr 

11. 2) che ' Piiavc 

sagt babeli : ot (fa 

mit der Boraeiku 

(rediciit als Falscnuujj uczei;; 

sende Compilator clen Titel forti 



i falaiScati, che numerosi 
mani degli alessandrini, e 
» pia atrauo in quanto che 
Platone e di Teofraato, e 
rina dell' Elea ti co. Se por 
k {Die Ahfass. cit, p, 491 
enea ausschreibt, wird ge- 
■ voìg Ttiffi toO SÌ.OV i'Titffir) 
ichos die.s6s pithagorisoho 
at habe : indem der unwis- 
sielit e9 ans, als venn 



das Urtbeil dea Kritikers sich auf die (Pvaiità dea Parme- 
nides beziehe ', Forse lo acambio potè avvenire nella fonte 
stessa, e la notizia derivò già corrotta in Diogene da Pa- 
vorino ed in questo da Ermlppo (^ Callimaco). 

B. — Callimaco poi ci avverte clie maestri di Eudosso 
furono Archita per la geometria, Filistione per la medi- 
cina: e la notizia vien data da Diogene Laerzio in parte 
(Viri, 8, 1), e da Eudocia (p. 303 FI.) per Filistione: e delle 
opere di lui dovette avere conoscenza diretta aia per gli 
studi aratei, sia anche perche egli stesso se ne servi di 
frequente come attestano i e. 129, 138, 147, 153, 162 di 
Antigono Caristio e cierivanti dalla avvayo)yÌj Qavfiaatoiv 
Kttl naQuóótiav di Callimaco (Schneìder, II, 331). 

Al niva^ dei iìlosofi Io Scbneider (TI, 323) crede di 
dover attribuire la notizia delle glosse democritee: ma 
molto più probabilmente io credo che le ' Glosse Demo- 
critee ' non facciano parte dei ' Quadri ', ma siano un'opera 
a aò (cfr. Daub in Jahrb. f. Phil. auppl. XI, 1880) : cer- 
tamente nei ' Quadri ' il critico non avrà mancato di far 



LA OKtTIOA X.KTTE&AItlA DI CALLIMAOO. 9U 

nidQzions del filosofo, dì riportarvi il resultato delle pro- 
prie ricerche speciali, delle quali a noi non è stata tra- 
mandata notizia traccia alcnua diretta, e dare forse quel 
giudizio favorevole, di cai un'eco si risente in Cioerons 
{Orat. 20, 67; de orai. I, 11, 46 ofr. Dìon. Hai., de mmp. 
verb. 24). 

6. — Per Platone ai ha nn accenno nell' epigr. XXV, 
li proposito delia storiella di Cleombroto Ambraciota, ohe 
ebbe tanta fortuna. Ma nel ricordo dell'effetto avoto dalla 
lettura sull'animo del suicida possiamo arguire un giudizio 
di Callimaco? Qualcuno forse nell'epigramma di Callimaco 
senti una puntura di derisione, e con altro epigramma fu 
risposto al callimacheo (cfr. Ammon. in Poi-ph, laag, 3 e 
Sohol. ad Aristot. Categ. XIII, 39). Ma se si studiano più 
minutamente le cause vere del suicidio di Cleombroto, con- 
siderando anche quanto si narra di Catone l'Uticense (Plnt. 
Cat. 68, 2), si potrà venire a questa sola conclusione che il 
fatto concomitante nella morte dell'Ambraciota passò nella 
leggenda come causa efficiente, e che Callimaco raccolse 
quella voce senza il pensiero di combattere o no la dot- 
trina platonica: tanto più se ai osservano quali opinioni 
avea Callimaco circa la vita futura (Kuiper, II, 158), 

In Antigono Caristìo (e. 144, 169 e 168, 130) abbiamo 
due cenni diretti della conoscenza che delle opere d'Ari- 
stotele e di Teofrasto avea Callimaco: nessun indìzio di 
giudizio critico. Indirettamente invece ad ogni momento 
si possono notare nelle opere oallimachee accenni di deri- 
vazioni aristoteliche e teofrastee, sulle quali ritornerò ad 
altra occasione. 

7. — Quanto ai filosofi contemporanei in Callimaco si 
nota nn fatto speciale. Egli prende viva parte alle que- 
stioni che si agitano fra le varie scuole, esprime con fran- 
chezza insolita il proprio giudizio criticando le varia scuole 
secondo 1© proprie prevenzioni ed i propri pregiudizi più 
che secondo un determinato criterio filosofico. 

Egli tenne distinte le varie scuole come apparisce da 
Ath. VI, p. 252 e: e fra tutte pare spregiasse particolar- 
mente la cinica, cirenaica, megareae e evemeristìca, ohe, al- 



lontanando l'animo dalla religione degli dei, toglievano 
fede alle anticiie leggende, mentre Callimaco, anche per 
secondare il tentativo di restaurazione religiosa e morale, 
cominciato dai Tolomei, ai aforzava di richiamarla in vita 
Delle feste religiose della città. 

8. — Non si perita pertanto di mettere in burla Eve- 
mero (fr. 8P) cliiamandolo y^gaiv dAw^wr (cfr. Plut. d^ plac. 
philos.-p. 880 tì e Sahoh ad C!em. ^te. jjroir. II, 24,p. 102X1.) 
la CLUal determina: Ìo credo, servire di base 

a nessuna questioni me tentarono Ìl Némethy, 



Euhevt. relìij., Bud 
Kònigab,, 1869, p, 
espressione di deri 



id ìl Sieroka, De Euhem., 
^ui detta soltanto come 
)rogio. Per l'interpreta- 
]i Schneider II, 249 sgg. 
I (fr. 100t?n.° 12 = Ath. 
foposito di Lisimaco, che 
ielle teorie di Teodoro, 
,.. jcolari di Teofrasto : l'ap- 



zione del frauime 

E con Evemero, T 

VI, p. 252 CI, di cui 

Callimaco reputav 

mentre Ermippo lo ijiy^,^,^. i. 

partenere alla scuola di Teodoro non era punto un merito 

per Callimaco, il quale rimprovera in Lisimaco anche il 

grave ditetto dell'adulazione. 

Su questo Lisimaco non si hanno notizie maggiori, ma 
non so se a ragione il Susemihl lo riponga fra gli storici 
(T, G34) invece che fra i filosofi. L'autorità di Callimaco e 
di Ermippo, che lo considerano un filosofo, mi persuade a 
metterlo in tale categoria di scrittori, poiché a questo non 
si oppone quanto dice Ateneo a proposito del libro di lui 
sull'educazione di Attalo. 

9. — Alla scuola teodorea appartenne anche quel Ca- 
lida che Callimaco ricorda nell'epigr. XIII, e che il Got- 
tling \De eplyr. CalUm. XIIII cominent., leu. 1852 = Op. ac. 
251 sg.) mise nella sua vera luce. L' epigramma forse non 
è di quelli composti per commissione, ma ò puramente fit- 
tizio, scritto per mordere e colpire la teoria di Carida, il 
quale termina la sua parlata con una frase proverbiale, che 
oscura alquanto il pensiero com'erano soliti ntille loro di- 
scussioni tali filosofi, quando non sapevano come difendere i 
propri asserti, contro chi, più abile, ne avesse notate le gravi 



LA CRITICA LRTTBRARIA DI CALLIMACO. 95 

contraddizioni. A questo ne induce il fatto che Callimaco, 
per toccare e mordere il filosofo, è solito indurre lo stesso 
in persona, od altri per luì dichiarante le sue stesse opi- 
nioni od anche le sue stesse parole, come neìV epigramma, 
come ora vedremo, contro Diodoro Crono. Del resto il far 
apparire o supporre morto chi risponde è artifìcio ben am- 
missibile, specialmente per il dispregio che Callimaco nu- 
triva contro tale genia, che ben volentieri egli mandava, 
come ancor si dice, all' altro mondo (cfr. anche fr. 86). Più 
grave il contrasto risulta dal fatto che quel filosofo, il quale 
sostiene nulla sussistere al di là della tomba, è quegli stesso 
che dal mondo d' oltre tomba risponde ai mortali vivendo 
una vita, ch'egli non ammetteva teoricamente. Frainteso 
V epigramma da un malaccorto raccoglitore, e tolto proba- 
bilmente dal Fga^eToVj fu nell' ' Antologia ' inchiuso fra 
gli epitimbì, anziché fra gli epidittici ^ dove sarebbe stato 
più a suo luogo. 

Non minore acrimonia usa Callimaco contro Diodoro 
nel fr. 70, derivante dal Fga^^sTov ed illustrato ampiamente 
da Sesto Empirico {Adv. math., I, 309). Per il soprannome di 
Crono V. Panzerbieter in Arch.f, Philos., V, 1837, p. 223 sg., 
il quale nota il doppio senso della parola: senso satirico 
che Callimaco stesso fa risentire nel suo epigramma. La 
mordacità, il disprezzo del poeta si manifestano nel mo- 
tivo dei corvi (per il quale motivo cfr. Wilamowitz in 
Nachr. d, kon, Ges. d, Wiss. zu Gdtting,y 1892, p. 734 sg.), 
che sulle tegole della casa ricantano quelle questioni che 
per il filosofo erano la somma della dottrina, mentre Homo 
stesso, per ischerno, ne scrive sulle mura, come si usava 
per gli amanti, il nome, chiamandolo il sapiente. 

10. — Di un altro filosofo, del cinico Timarco, si de- 
ridono le idee nell'epigr. X. 

Nell'epigramma, epitimbio di forma, se pure non è 
solo una finzione, ironicamente si domanda al filosofo, che 
si suppone morto, che cosa ne pensi dell'anima dacché, 
come morto, poteva riconoscere la verità quanto alla so- 

1) Altramente invece il Kaibel in Ileimea, XXXI, 180G, p. 265 sg. 



pravvivenza dell' anùsa: ne risulta un giudìzio tatt'altro 
obe favorevole alle teorie di Tiniarco, del quale pars cb» 
siano indicati nell'epigramma auche i tìtoli delle opere. 
De' cinici però se Callimaco spregiava le dottrine, ammi- 
rava quell'audacia ohe li spingeva alla derisicate de' vìzi 
altrui, Bpecialmente nei siili: ed in Callimaco si trovano 
traccia di imitazione dei siili e delle altre opere poetiche dei 
Cinici, onde opportunamente a Callimaco kj/inti. Ili, 33 il 
Koiper (I, Ó8) pone a riscontro i versi di Cratete in Oiog. 
Laert. T, 98 (= fr. 22 B) e felicemente il Veniero {GU epigr. 
ili CalUm., p. 32 sg.) unisce i frr. 378, 460, 98 d, 261, 267, 106 
formando un epigramma da confrontarsi con quello di Cra- 
tete in Diùg. Laert. VI, 86 (cfr. Bergk PLG.', II, 368). 

11. — Del TTivitS dogli storici abbiamo un aol cenno 
diretto, riguardante Ecsteo (fr. 100 d, n." 10 = Ath. II, p. 70 ò). 
Il Beutley voleva porre questo frammento fra quelli de- 
rivati dal rri'itf^ nayioótmiòv atiyY^uftftririov, ma è chiaro 
che, trattandosi di uno storico, esso deriva da quello degli 
storici, poiché non à credibile che in un perìodo nel quale 
la storia e la geografìa aveano così alta importanza e l'era- 
dizione si occupava di tante e cosi minate questioni, Calli- 
maco non desse un posto speciale agli studiosi di tal materia, 
L annoverasse ad ex. insieme eoa gli scrittori di ga- 
stronomia. Il Meyer (Opusc, I, 88, ii. 70) interpreta lo pa- 
role dì Ateneo quasi che Callimaco avesse attribuita la 'Aaia; 
jTtfitjyijOi^ non al Mìlesio ma ad un Ecateo Nesiote: piut- 
tosto ad un Nesioto, come pensa i! Miiller {FHG., IV, 623) 
trovandosi altri esempi di questo nome proprio. Il dubbio 
di Callimaco riguardo l'autenticità del libro di Ecateo, o, 
diciamo meglio, della seconda parte del libro di lui, fu se- 
guito anche da altri, come da Arriano {Anab., V, 6, 6) e da 
Ateneo stesso, ma al dubbio di Callimaco sì oppone la re- 
cisa affermazione di Eratostene in Strabona (I, p. 7). Como 
apiegare il dubbio dì Callimaco? 

Anzitutto è da notare che il dubbio dì Callimaco si 
riferisce solo alla seconda parte dell'opera di Ecateo, qnell» 
ohe trattava della Libia e dell'Asia, mentre nessun dubbio 
vi ha per la prima parte che riguardava l' Europa (Tropea, 



LA CBITIOA LETTERARIA DI CALLIMACO. 97 

in Atti Acc, Pelor., X, 1896/7, p. 33 delPestr.); d'altro canto 
Arriano, se dubita delle notizie del Milesio, non nega che 
possano anche essere sue, come notiamo ancor in Ateneo; 
ne possiamo dubitare dell' identificazione dell' Ecateo di Ar- 
riano con l'antico storico e geografo. La questione si ri- 
duce, mi pare, al solo Callimaco, il quale è possibile, come 
pensa il Tropea, che possa aver confuso fra loro i nomi 
di altri autori di periegesi, poiché non è presumibile che 
per l'Asia vi fosse quella sola di Ecateo. ' Del resto, con- 
tinua il Tropea, noi non sappiamo nulla dello stato di questo 
fonte, Callimaco, quando esso fu tra le mani di Ateneo : 
chissà non si tratti di un semplice appunto per la biblio- 
teca degli Alessandrini ? che non sia nato questo dal la- 
voro di correzione di cataloghi? E sopra un semplice dubbio 
di Callimaco possiamo noi arrivare sino a vedere tutta una 
falsificazione non dico dell'opera di Ecateo, ma del suo se- 
condo libro? '. Ma, si può ancora supporre, non potrebbe 
la confusione essere nata non già nell'opera callimachea, 
ma in Ateneo nella citazione della fonte? Aver cioè Ateneo 
scambiata la periegesi di un Nesioto, di cui forse poteva 
parlare Callimaco, con quella del più famoso Ecateo, at- 
tribuendo a Callimaco una falsa opinione? Fra le tante 
falsificazioni alessandrine, nulla di strano che corresse per 
le mani dei dotti una periegesi, falsamente attribuita al 
Milesio, e che Callimaco ebbe a conoscere come opera del 
Nesioto, non già genuina; tanto più che trattasi di una 
speciale periegesi dell'Asia, mentre non si può affermare 
che l'opera del Milesio andasse per le mani dei dotti di- 
visa veramente nelle due parti sopra ricordate : Ateneo, 
citando in fretta o di seconda mano potò facilmente scam- 
biare le notizie. Ad ogni modo il giudizio dubbioso di Cai ■ 
limaco, quale si ha in Ateneo, ebbe grande importanza 
nella critica delle oi)ere di Ecateo, tanto che alcuni riten- 
nero interpolata l'opera di Ecateo, in maggior od in minor 
proporzione. Ma la critica più recente si accosta all'opi- 
nione del Gutschmid (in Philol, X, 531 sg.) che senza restri- 
zione si attenne ad Eratostene (cfr. Diels, in Hermes XXII, 
1887, p. 411 sg.). 

studi Hai di fiìoL clasB, XV. 7 



'J8 0. CESSI 

Degli altri storici solo iucidentalraente troviamo il 
uome ii9Ì fiarainenti callimachei, come Amometo e Nica- 
gora (fr. 100 /', u." 35), Policrìto (id. n.' 9), Zenofìlo (id. n." 25l, 
Tcopomjiù lid. li.' 1, 11, 15, 38, 43, 46), Ctesia (id. u.» 19, 
24, 39, 40, .11), Lieo di Reggio [id. n.' 29, 44), Eraolide 
(id. n." 2t>i, Mugiistene (ìd. II." 6), Timeo (id. n." 8 e fr. lOOd 
lì." 1C)'\, i ijiiìili servirono piuttosto come fonte a Callimaco. 
i storici nasciamo ai retori ed agli oratori. 
rentisi ai retori ed agli 
ande attività del critico 
. nelTapplicazioDe del sno 
ace opinioni non furono 
Bsta sempre a lui il ina- 
ine sistematica e la prima 
ine da quelle falsamente 
» per questo mvit^ Ìl cri- 
OQoIogioo. Forse, come ìn- 
brove la storia dell'origine e 



I pochi ceni 
oratori, ci l'anno 
alessandrino u la 
metodo critico. GÌ 
accettato dai criti 
rito d'aver teutat 
cura di disi^eroL-re 
apposte ili singoli 
tif^O segni piottoa 
trodiizione, egli traccia 



delio sviluppo dell' orutoria e delle ane forme; a questo de- 
vesi la couf'usione fatta fra sofisti e retori, avendo Calli- 
maco iiicliiuso fra i retori anche lineili che oggidì non sono 
considerati titli dagli studio.^i: ad os. Dionisio Calco. L'im- 
portanza ili Callimaco por questo l'ispetto è ben grande da 
poiché non solo è il primo degli Alessandrini che abbia 
tentato nn lavoro d'insieme quale erano i ' (juadri ', ma 
ò iincJiG il solo alessandrino cui Dionigi d'Alicarnasso si 
ricliiania oltre che alle tavole pergamene, liifatti il primo 
filologo alessandrino che la storia ci ricordi quale vero com- 
mentatore di orazioni è Didimo, né il eosidetto canone dei 
dieci oratori si può in alcun modo riportare ad Aristofane 
di Bisanzio, ma ò di molto posteriore, tanto che si dubita 
se Didimo stesso l'abbia veramente conosciuto od anche 
Dionigi ^ Cicerone ("Weise, Qiiaest. Caec.il. ISSS, p. 21 sg.) 
o non sia stato composto da Cecilio di Calacte, come pensò 
il Hutinann \!h cui. lìa-.-ia ,„-af., ilòttiiig. 1891, p- 14 sg.ì, 
mentre il Brzoska [De nut. ilec. orcit. nUic. r/tuiesl., Bre- 
slav., 1sS;Ì; 1). IO sg.) lo fa derivare dulia scuola di Per- 
gamu. Ad ogni modo non possiamo allatto escludere che 



LA CBITIOA LETTERARIA DI CALLIliACO. 99 

dall'erudizione callimachea derivino in gran parte e la ma- 
teria rielaborata da Didimo, come troppo asseverantemente 
afferma lo Zucker (Quae rat, inter vitas Lysiae Dlonya, pseu- 
doplutarch. photian. intercediti Erlangen, 1877), ed i giudizi 
che si ritrovano in Cecilie e Dionigi, dai quali dipendono 
altresì i /?<òi ps.-plutarchei e gli accenni che si leggono in 
Fozio (codd. 2B9-268 cfr. Schòne, Die hiograph, der zehn att. 
Eedn. in N. Jahrh.j 1871, p. 7G1). 

13. — L'indipendenza di giudizio di Callimaco si mani- 
festa particolarmente nel fr. 100 d n.<> 24 (= Ath. XV, p. 669d) 
nel quale Dionisio Calco è posto fra i retori, mentre per 
le sue elegie e le peculiarità di queste dovremmo ritro- 
varlo fra i poeti. A dir vero, ci è poco nota la figura di 
Dionisio per poter giustamente determinare il giudizio di 
Callimaco. Però se è ricordato come poeta da Aristotele 
{Rhetor,, III, 2, p. 1405 a), e sei frammenti poetici ne riferisce 
Ateneo (X, p. 443 e; XV, pp. 668 e?, 668/, 669 &, 669 J, 702 e) 
che parla a lungo anche delle sue innovazioni (XIII, p. 602 e), 
in Ateneo stesso (XV, p. 669 cZ) abbiamo un cenno all' oratoria 
di lui, cenno che in parte conferma il giudizio di Calli- 
maco quando Democrito ridendo, àXX' iva xciyco, y^^c*, fivr^- 
/ÀOvevCù) téòv Tod Xuì.)coù jIoii^toD xaì ^rjzoQog lov Jiovvaiov xiX,^ 
quasi con diretta derivazione dai ' Quadri ' stessi. 

Ed un'altra prova di tale indipendenza ci dà il fr. 100 cZ 
n.® 22 (= Schol. ad Aristoph. Av. 692), dove si rimprovera a 
Callimaco di non aver posto rettamente Prodico fra i re- 
tori, dovendosi annoverare fra i filosofi. Ma se una tale di- 
stinzione fra retori e filosofi oggidì ha grande importanza, 
nella prima età alessandrina non era ancor fatta ed i so- 
fisti venivano generalmente confusi coi retori, specialmente 
perchè nell'origine loro sofistica e retorica si scambiarono 
gli uffici e gli incarichi. Ermippo invece pone Prodico fra 
i filosofi e forse diede motivo al rimprovero dello scoliaste 
(Ath. XI, p. 505c^). A far ritenere Prodico un retore ebbe non 
poca importanza il fatto, riferito da Aristotele (Rhcf. Ili, 14 
p. 14156), che egli si faceva pagare 50 dramme da chi vo- 
leva assistere al suo corso sull'uso giusto delle parole: tanto 
più che la tradizione ne fa scolaro Isocrate e di lui ricor- 



- V 



« 



100 T^ 

davasì, oltre ni famoso discorso sn Ercole, (jnello tisqì óì»)- 
ftéiwr òff^óiijro^, esistente amiche dopo la morte dell'aatore. 
14. — Del lavorio oallimacheo iutorao a Lisia è impor- 
tante la notizia in Dionigi d'AUcarnaaso (Dt hneo p. 694E. 
;= fr, \QO(l n." ■Jl), per due motivi. Anzi tutto ci indica 
come molte dellu orazioni dì Lisia prima del tempo di Cal- 
limaco andassero per le mani degli studiosi sen^ia un titolo 
determinato, sebbnna Liain fnssA già oggetto di studio da 
parte dei retori e 



lui riconoscevano n 
ione a Democare, il de- 
ichiara che il lavoro di 
ipratntto, si deve in gran 
ioni determinava le cause 
Fereaico è l' ultima dell© 
e si riporta circa il 380 
) di revisione si deve la 

attribuite a Lisia, ne ri- 
Dionig. d'Alic. e Ce- 
li 



poscnola, come Uà 
mostenieo. Tu sew 
revisione critica, 
parte a Callimaco, 
e lo ragioni. Quei 
orazioni cronologi 
a. Cr. Certamente 
prima cernita chej 
conobbe genuine solo 23B [pa.-Plut. 

cilio di Calacte]; ed a Callimaco, io credo, risalo ancl: 
giudizio per il i^uale Dionigi (cfr. Blasa, Die Alt. Bi'vo'h* 
I, 344) rifiuta a Lisia le duo orazioni per Ificrate (a. 371 
e 354), poiché appunto per tali notizie sembra che Cal- 
limaco sia stata fonte di Dionigi, il quale non discordò di 
molto iinche dai giudizi dell' ale^isandriao, come abbiam visto 
per Antimaco '). Ma in un campo cosi incerto sarebbe av- 
ventato voler trarre deduzioni più particolari. Forse anche 
la notizia di Arpocrazione {^= Dionigi o Didimo?) sulla 
dubbia autenticità dell'orazione coutro Andooide e della 
nona ì'jtìq atQUTiióiov deriva da Callimaco. Non deve po' 
afuggire che il frammento più lungo dell'orazione per Fere- 
nico (=/'■. V8 SLiheibe) ') ci è dato appunto da Dionigi, e 

'J Par i numeri delle ovazioni cfr. StiiJemiiml in Herine^, II, 1367 
43i sg. secando il quale ai risale satnpro ad una fjnto alessaudrina 
(= Callimaco^). 

',1 Blass, «. e. III, 1, p, 51. Conferma no dà ìl gnipi< > della ora- 
zioni, lalsanieiito attribuite a Demadi;, sc:ritte in oppo-^Ìzionr nllu dn- 
mosleuiclio dici cod. laurenz. LVJ, 1 clr. Scliiill i:i Hermes, ITI, imS, 
p. 27-1 sgg.l, Qol (^uala si ebbo a baso della disposizione il catalogo 
delle orazioni demost^uicho dato da Callimaco. 



LA CRITICA LBTl'ERARIA DI CALLIMACO. 101 

l'altro (= fr. 79 Sch.), dei due soli rimasti, da Suida (s. v. 

ovaiu (favaqà)» 

15. — Maggiori e più importanti notizie abbiamo per 
Demostene. Non pare che prima di Callimaco esistesse una 
silloge ordinata e stabilita delle opere demosteniche, le 
quali andavano per le mani dei lettori insieme con quelle 
falsificate e con quelle a lui a torto attribuite, mentre altre 
ne venivano tolte le quali furono riconosciute genuine da 
una critica più oculata e prudente. A tale lavorio di se- 
lezione e revisione attese Callimaco con tale cura e tale 
sistema critico che il Sauppe (cfr. Sohàfer, Demost. u. a. 
ZeìV, I, 344) non dubitò di affermare che a Callimaco si 
deve appunto l'ordinamento secondo il quale a noi sono 
oggi pervenute le orazioni demosteniche e che ebbe la forza 
di resistere a tutte le critiche e di imporsi, non ostante 
i gravi difetti che non vi potevano mancare -). Ne dà te- 
stimonianza in più luoghi Dionigi. Secondo Dionigi, Cal- 
limaco riconosceva come demostenica T orazione per Teo- 
crino {De Dmarch. p. 653 R = fr. IQOd n.^ 18) da taluni 
attribuita a Dinarco (cfr. Meyer, Opnsc. I, p. 89 sg.), mentre 
oggidì i critici unanimi l'accolgono nella silloge demoste- 
nica. Secondo lo stesso Dionigi {de adm. vi Demosth. p. 994 R 
== fr. 100 tZ n.® 19), nei ' Quadri ' era riconosciuto anche 
come demostenico il discorso dv emyQàcpst KaXkif.iaxog ònèQ 
*AlovvT^^aov, Di questa orazione aveano dubitato anche gli 
Antichi ed il dubbio si fa sentire nel bisogno che Dionigi 
ha dell'attestazione callimachea per determinare l'orazione 
di cui vuol parlare ; ma Libanio senz'altro la dichiara {arg. 
ad orai, VII ed. Blass, 1890) di Egesippo e ne combatte 
il titolo stesso, che neppur Dionigi, sembra accettare (cfr. 
per la relaz. fra Libanio e Dionigi, Heinlein, Hegi'sipp. liede 
7t, jì. vergi, niit dem. demosth. Red,, progr. Wiirzb., 1900). 

Il fatto stesso ohe Callimaco discute e combatte l'opi- 
nione altrui dimostra, pur con tutti gli errori di fatto e 
di apprezzamenti, il suo sistema critico per il quale era 
spinto a ricercare la ragione dei fatti che hanno dato mo- 
tivo alle singole orazioni, e specialmente le relazioni cro- 
nologiche, secondo le quali appunto ha ordinato le ojjere 




102 0. CKSW 

detnostenìclie. Apparisce questo dall'ordinamento delle co- 
sidettG orazioni Olintinche. Per queste Dionigi, seguendo 
Filocoro, si oppone alla distribuzione callimachea cercando 
contriisto iiel!:i verità dei fatti e nelle contraddizioni in- 
terne fi il le vario oraxìcni per mutare l'ordine tradizio- 
nale in II, III, I, supponendo c!ie le tre orazioni corrispon- 
dano ai tvB soccorsi inviati dagli Ateniesi (Rauchenstein 
in edit. Eremi, 1829); ma il Weil fintrod, edit. 1881) chia- 



zione di Dionigi, tratto 
ri di Demostene di esa- 
parole. Che anzi Cecilie 
Dionigi, e l'ordinamento 
rè l'ordine proposto dallo 

meglio si può sostenere 
ceutemente ha aSermato 
ico ammissibile (per l'opi- 

. Akad. 1888, p. 273 sg. 



rainente dimo'^tra 
in ing.iinio ilall.'i s 
geraro 1' effetto pri 
di (.'iilacte rigetta 
callimaclieo eLbe l 
Strueve e dal Gn 
contro il (radiziou. 
anche il \^n•^si (in 
nione dell'Unger i. 

V. Baran in Wìkh. Stiid. VII, 190 sgg.). Per la prima filip- 
pica si accetta in generale il posto assegnatole da Calli- 
maco (per la data cfr. Thulheim in Jìerlpkll. IFoc/i. 1894, 
p. l'ISO sg. e 1807 p. 0-13 sg-, per la composizione Baran 
in Wicii. Sfìt'.ì. VI, 173 sg.). Invece per l'orazione TTfol tì- 
fjjri^,- che, secondo l'ordinamento comune è la quinta, Dio- 
nigi {!■:}>. ad Amm. I, 10) ammette l'anno 346 (01. 108, 3) 
come anno di composizione, e quindi la ripone sesta fra 
le filippiche: in generale anche per questa oggidì si segue 
la tradizione callimachea. Si fa questione anche sul titolo 
dell'orazione e forse Callimaco non conobbe il titolo Trtgt 
«pi^'i),.-, non ricordato da Dionigi, da Arpocrazione, dagli 
antichi grammatici, neppur da Libanio. Ma se lo schol- 
p. I")8, 14 ne dubita, trovando contraddizione in un Demo- 
stene che cerchi la pace, non mancarono i difensori, e Li- 
banio (in nrijum.) crede di ovviare a tale difficoltà supponendo 
che il discorso sia bensì di Demostene, ma non mai reci- 
tato, trovando contrasto coi §§ 111-113 dell'orazione sulla 
falsa legazione. Nò i dubbi mossi al proemio sono si forti 
da indurci a toglier fede all'orazione ed all'autorità di 
Callimaco: i proemi non possono far sicura testimonianza 



LA CRITICA LBTTKKAUIA DI CALLIMACO. 103 

(ofr. Swoboda De Demosth. quae fer, prooemiisj Vindob. 1877 
ed Uhle, Qiiaest, de orai. Demosth. falso addici, scHptor.j Lip- 
siae, 1883) sebbene per quello della nostra orazione non 
muovano dubbio nò lo Spengel (in Ahh. d. bmj, Akad. 1860) 
nò il Blass (DAB. Ili, i, 301). Delle altre orazioni demo- 
steniche non si può determinare chiararaente il giudizio di 
Callimaco: ma non possiamo dubitare ch'egli ritenesse ge- 
nuina la XI, TiQÒg T^v ìttictoX'/iv e la XIII, ntoì avvxà^toìq 
avendone una prova nel catalogo delle orazioni ps.-demadee, 
ove si trovano le orazioni in contrapposizione. Un conno 
invece abbiamo di un'orazione perduta, per la quale era 
divergenza di opinione fra Callimaco e Dionigi, come at- 
testa Arpoorazione (s. v. svtniaxr^^fAu p. 72 B. = fr. IQOd 
n.° 23) : ma nulla possiamo dire delle ragioni di tale dispa- 
rità e ci dobbiamo per ora contentare di segnare il fatto 
come nuova prova dell'operosità critica di Callimaco. 

16. — Forse non per tutti gli scrittori Callimaco usò 
o potè usare la stessa diligenza ed accortezza, e anche di 
questo sembra darne prova Dionigi {tle Din. arch. p. 63011 
= fr. 100 d n.® 20) che rimprovera il Nostro di non aver 
curato, come era necessario, le orazioni di Dinarco: il rim- 
provero stesso ci dimostra, che Callimaco s'era occupato 
anche di questo oratore. Quanto all'affermazione di Dionigi 
nessun argomento ci soccorre direttamente per approvarla 
o confutarla (cfr. Diels in Hermes, XXII, 1887, p. 413), 
ma se dobbiamo giudicare analogamente a quanto abbiam 
visto più sopra delle relazioni fra Dionigi e Callimaco, non 
possiamo dubitare che anche per Dinarco Callimaco abbia 
seguito il criterio suo solito e forse può essere un cenno 
sufficiente quello di Fozio (p. 491 h B.) il quale ricorda, che 
mentre per i critici l'orazione 2aTVQ((i ngòg Xctoidì]i.iov ini- 
TQonfjg ànoXoyia è di fattura demostenica, Callimaco la dà 
a Dinarco (cfr. Blass, o. e. III, ii, 274). Il Nietsche (in 
Rhein. Mus. XXIV, p. 183) pensa anzi che da Callimaco 
derivi il primo fondamento del numero delle orazioni di 
Dinarco, cioè 87 quale abbiamo in Dionigi {de Din. e. 6), 
di cui 60 genuine e 27 spurie, alle quali poi Demetrio di 
Magnesia ne aggiunse 73 dalle tavole pergamene. Il ps. 




e. oeasi 



Plutarco t) Fozio derivano pertanto più direttftmente da 
Dionigi (= Callimaco). lì Hartmann crede, che già in Cal- 
limaco ai trovassero per Dinaroo non aolo notizie storiche, 
ma anche yiiulizi aalle caratteristiche dello stile e dell'opare 
di lui, riiiliifiiLiiiiidosi al passo di Dionigi, sebbene il Su- 
semihl (IT. C66j osservi che es feklt filr sie (se. Annabme) 
jtde Spur eliu'S fleweises. Però l'accenno di Dionigi dà ap- 
punto quella triic'" "-!"> •' SnooiTjilil dice mancante. Non 
soltanto le questic i anche quelle estetiche e 

grammaticali orar r lUstingiiere le orazioni. 

Che Calli Iliaco non imente trattate, sta bene; 

ma iuiclif l'aver i nna prova ch'egli le ha, 

por lo meno, teiit parte possiamo credere 

che Dionigi intet per questo rispetto al!» 

sole tavole pì^rgai i avrebbe tanto insistito 

su Callimaco: rlie trapposto alle tavole per- 

gamene il solo Ca Alessandrini, ci dà forte 

indizio che a lui in grau parte risalgono le notizie pm im- 
portanti su Dionigi da fonte alessandrina, per quanto ri- 
guarda l'oratoria prima di Didimo; altramente, se altri ne 
avesse distesamente parlato, non ne avrebbe taciuto il nome 
Dionigi. Questi viene a dichiarare, che Callimaco è uno dei 
più importanti storici dell'arte oratoria, ed anzi quasi con 
meraviglia nota in lui tale lacuna riguardo a Dinarco, dalla 
quale lacuna egli è appunto indotto a parlare più larga- 
mente di questo oratore. Per gli altri oratori certamente 
non avea trovata una tale lacuna, se pure questo difetto, 
come a lui pareva, non era che brevità voluta pensatamente 
da Callimaco in relazione al valore dell'oratore. 

17. — ■ Nessuna altra diretta notizia abbiamo dogli ora- 
tori i cni nomi figurarono poscia nel canone, e cosi pure de- 
gli altri Tiivaxfi riguardanti i medici, grammatici, matema- 
tici (forse in questo parlava^Ji di Gonone, ricordato anche nel 
fr, 34) ecc., eccetto che dell'ultimo nira'S kìv 7TavToda:t&i' 
Gvyymtfiiitiiirìv, cioè degli scrittori che non si potevano as- 
segnare ad una classe speciale, che chiudeva la grandiosa 
opera cnllimaohea. Ed in questo abbiamo una riprova de! 
rigore sistematico, seguito dal critico nella partizione dei 



LA CRITICA LETTERARIA DI GALL15IAC0. 105 

j[eneri, partizione che, derivata dagli insegnamenti dei pe- 
ripatetici, fu seguita in generale dai critici e retori poste- 
riori e si mantiene in gran parte anche oggidì. 

Di quest'ultimo mva^ tre accenni ne ha lasciato Ateneo. 
In XIV, p. 643 e si ricordano per Callimaco quali scrittori 
di nXaxovvTonoitxà avyyQamxcna Egimio, Egesippo, Metro- 
bio e Festo che il Wilamowitz vorrebbe correggere in Faida 
{Hermes XXXV, 1900, p. 665). Di tutti costoro però nulla sap- 
piamo eccetto quanto ne dice Callimaco : e dalla cura del No- 
stro di non lasciarsi sfuggire alcuno dei generi minori, ed in 
questo neppur i nomi forse de' meno importanti scrittori, pos- 
siamo facilmente arguire che niuno dei grandi nomi deir anti- 
chità dovette mancare nei ' Quadri ' , anche se non ne abbiamo 
le prove dirette. In VI, p. 244 a = fr. 100 d n.*» 8, Ateneo per 
Callimaco ci ricorda Cherefonte, per il quale si vegga Su- 
semihl II, 881. L'opera sua era dunque in versi e sotto 
forma di lettera, imitato in questo da Linceo, che Calli- 
maco dovette conoscere, e da Ippoloco macedone. Callimaco 
ricoida il principio dell'opera e dà il numero dei versi. Ma 
il frammento più importante è in Ateneo I, p. 4e = fr. 100 d 
n.® 9. Studiando la storia dei generi, Callimaco, fa la ras- 
segna di quanti se ne sono occupati, distinguendo i generi nei 
vari sottogeneri, come nel frammento precedente a propo- 
sito dei àeiTtvày dagli scrittori dei quali debbonsi distinguere 
i nlaxovvfOTTOtixoiy che scrissero probabilmente in prosa. Né 
badava Callimaco alla forma rassegnando prosatori o poeti 
nei vari sottogenori, e per questo appunto io credo che da 
questo nCva^ Ateneo abbia tratto la notizia callimachea su 
Archestrato. Questi scrisse di gastronomia e particolarmente 
dei pesci, derivando in gran parte il proprio sapere dal- 
l'erudizione aristotelica. Ne la sua poesia dovette essere 
del tutto arida — ed in parte lo confermano i frammenti 
suoi — se Callimaco talvolta non sdegnò di imitarla (cfr. 
Spanhem. in ed. Ernesti II, ad hj/mn, IV, 48), ed il suo 
poema fu di molto studiato come apparisce da Ateneo 
stesso I, p. 4 e, dove ricorda i vari nomi coi quali è ricor- 
data l'opera di Archestrato presso i singoli poeti e critici. 
Per Callimaco l'opera dovevasi intitolare 'H6v7iàx>Bia, quale 




106 O, GR88I 

era probabilmente il vuro titolo. LoScImeiJera torto(n,317) 
vorrebbe togliere il nonae di Archestrato da questo nivu^, 
poiché l'obbiezione sua, che cioè il nome di Archestrato 
doveva |irecoJov6 quello di Cherofonte, no» vale se ai am- 
mette iniiiiito iio accennato riguardo alla suddivisione e 
classificnzione dei singoli generi, non appartenendo ai àeijivà 
l'opera i.li Archostrato, ma alle ' Ednfageticbe ', [il che è 
diverso) se a Clearco, ohe voleva intitolare il poema Junvo- 
Xoyici, ai eoutr:ip[)o unte Callimaco. Inoltre in 

Ateneo Vi, ]i. :244 ù i il compilatore segua alla 

lettera il testo di trae quelle sole notizie 

che gli iioou nece; .ll'autore di cui parla, nò 

v'ba ragione di s passo una lacuna. 



18. — riiimti ostre ricerche, ci sarà op- 

portuno riassumere in poche parole le 'principali osserva- 
zioni che slam venuti facendo sulle norme critiche seguite 
da Callimaco. Anzi tutto ò da ammirare in lui il primo 
tentativo di abbracciare in un grandioso lavoro la storia 
del pensiero greco nelle sue varie manifestazioni; seguendo 
di ciascuna io sviluppo storico, fondando così due dei pili 
importanti canoni della critica storica moderna: la razio- 
nale partizione per genere, quale è seguita presa' a poco 
anche oggidì, e la trattazione storica che nelle questioni 
letterarie ed artistiche ne forma il substrato fondamentale. 
Parlando dei singoli autori, egli li inquadra nei ' Quadri ' 
secondo la ragione del tempo, si sofferma a trattarne della 
vita, ad indicarne le opere e di questo non .si contenta di 
darne l'indice per ordine alfabetico, ma ne studia la ge- 
nuinità, il temjjo di composizione, il valore artistico, rag- 
gruppandole, ove è possibile, secondo il criterio cronolo- 
gico che meglio d'ogni altro pnù servire a dar quasi un 
quadro del valore artistico dello scrittore, o secondo un con- 
cetto sistematico artistico o critico. E riguardo alla genui- 
nità dell'opere degli scrittori non apporta solo criteri sto- 
rici e cronologici, ma spesso anche artistici ed estetici: 



LA CRITICA LETTERARIA DI CALLIMACO. 107 

nulla par lasci intentato il critico per arrivare alla verità 
dei fatti. Spesso cosi abbiamo avuto occasione di conoscere 
anche i criteri artistici di lui, e questo, naturalmente, più 
di frequente per le opere poetiche che per quelle in prosa. 
Giudicando degli antichi, egli ha sempre riguardo all'in- 
dole della propria età, e, mentre nutre alta venerazione per 
Omero, ben intende che ai suoi tempi non era più possibile 
far risorgere l'antica epica e nello spirito e nella forma. 
E checché possiamo giudicare noi moderni dei criteri ar- 
tistici del poeta, quali si possono desumere dai suoi carmi, 
non dobbiamo disconoscere il fìne gusto di Callimaco il 
quale ha saputo giudicare degli antichi poeti specialmente 
cosi acutamente e rettamente che ancor oggi ne' giudizi 
nostri possiamo riconoscere nel fondo il giudizio stesso cal- 
limacheo. Niun altro grammatico o critico antico ebbe tanta 
influenza sulla storia della critica artistica e letteraria 
quanto il Nostro: altri ve ne furono più dotti, anche più 
operosi, ma ninno più geniale in questo campo lasciò i)iù 
larga traccia della propria operosità. 

Camillo Cessi. 




KOTE SOPKA ALCUNI EPIGRAMMI 

DELL'ANTOLOGIA LATINA 



- II. Epigrammi del codice 
e De Philomela. — ~ ~ 
taflio di Licino. — VI. Vepi- 
granima 7>e lilei e vCrlatisma. — VII. De puero 

giaci' jieremplo. dt vini iltiuitrfftus Bomanii. — 

IX. L'epìgramn 

I, — Tra gli epigrammi dell'Antologia più spesso tra- 
scritti nei codici del Eiuascioieiito è ii seguente su Lu- 
crezia (Bnrmann, II, 172, Meyer 833, Riese 787) '): 

Cum follerei gladio castum l.utretia pectus, 
Saiiguinis et torrena egrederetur, aìt; 

' Testes procedaat me non f'avisse tjraDiio 
Sangui^ apiid Mìidos, spiritua ante Deos '. 

In molti codici è poi aggiunto il dìstico: 

Quam beue producti pia nio post fata loi^uentur 
Alter npiid Maiies, alter apud superos! 

ma nei codici in cui è (questo distico, il quarto verso suona 
generalmente: Ante virum sangtiis, spiritus ante Daos, 

Il Biese cita di questo epigramma il cod. di Valen- 
cieuues 145 del .sec. XIT, ed altri G codici del secolo XV. 
Aggiungiamo tutte le raccolte epigrafiche manoscritte, nelle 
quali 6390 è contenuto e che si possono veder notate nel 
C. I. L. VI, pars V, p. 3*, n. 2* h. A tali raccolte bisogna 



') Credia 






.'veitii-e clie dM'Ant'i elogia del Risse 
:> la prima edizione. 



BPIGRÀMMI DBLL'AMTOL. LAT. lOO* 

però aggiungere anche quella della Bibl. Naz. di Parigi^ 
Nouv. aoq. n. 162, f. 9. 

Di manoscritti contenenti l'epigramma e che non sieno 
raccolte epigrafiche, notiamo, oltre quelli citati dal Biese, 
1. e, ed oltre quelli della Naz. di Parigi (8413, f. 47, 14194 
f. 162), i seguenti dell'Ambrosiana: T. 21. sup. cartaceo, 
sec. XV, f. 40'; H. 23 sup. membr. seo. XV, f. 77'; H. 46 sup. 
membr. sec. XV, f. 70'. L'epigr. è anonimo nel cod. di 
Valenciennes sopra citato, nel Parigino 8413, nei codici 
Ambrosiani ora detti, nella citazione di Ottone Frisingense 
(Chron. II, 9); portava il nome di Ovidio Nasone in un 
antico manoscritto onde lo trasse e pubblicò Giorgio Fa- 
bricio e ad Ovidio è attribuito nel cosiddetto codice di 
Marcanova, Modenese V. Q. 13, f. 82^; è attribuito invece 
a Ildeberto nel Parigino 14194, ed ò dopo una poesia di 
Ildeberto nel mscr. GÌ di Tours. Checche dica l'Hauréau, 
Les mélanges poétiques d' Hildelert, 2* ed. p. 159, questa 
attribuzione non ha autorità. Nel manoscritto di Tours, 
ad es., si trova tra le opere di Ildeberto pure il famoso 
epitaffio di Seneca, del quale si hanno codici del IX se- 
colo! Neppure ha grande importanza il fatto che l'epi- 
gramma si trovi nelle raccolte epigrafiche come tratto da 
antica lapide. Quella lapide, se esisteva, era probabilmente 
falsa e trasse in inganno i raccoglitori; ed ò possibile anzi 
che ne esistessero più d'una, giacche qualche raccolta Pin- 
dica a Roma e qualche altra in agro Tarqulnienst. Tra le 
iscrizioDi false di Roma l'epigramma è stato dunque non 
ingiustamente relegato dagli editori del Corpus. Ala l'epi- 
gramma, almeno nella sua parte genuina, e cioè nei suoi 
primi quattro versi, e antico. Nei secoli che precedono il XII, 
cui risale il più antico manoscritto, o nel XII stesso, non si 
scriveva con tanta correttezza, sobrietà, semplicità. Perchè 
dunque si ritrova in alcuni codici delle opere di Ildeberto? 
Anche qui ci si presenta un sospetto, che noi cercheremo di 
avvalorare altrove, a proposito di due elegie su Roma, di un 
distico antico sull'avarizia e di altre poesie, che Ildeberto 
avrebbe usufruite ed interpolate. Chi consideri gli ultimi 
due versi (6-6), si accorge che essi discordano da tutto il 



f 



110 

resto, pur volando essere una spiegazionB e amplificazione 
dei versL preceilenti. Il tanguis è invocato come testimone 
una volta ania rìmm, un'altra volta aijud manes; à ripe- 
tuto con cijiìtd t'uperOB, senza alcuna necessità, il pensiero 
c)ie lo spirilus dsbba essere testimone ante deoa. Il con- 
trasto die l'aulico poeta aveva posto tra ante manes e arile 
deos doveva in ispecial modo piacere ad uno spirito me- 
dioevale, studioso di sottili antitesi; ed ecco la ragione ohe 



ì e continuare quel con- 
. Che l'interpolatore sia 
ramina sia penetrato nelle 
asserire con certezza; con 
il terzo distico è inter- 
non lo hanno risalgono 

ezia è entrato nell'^RfAo- 
se 900) dalla raccolta del 

, n7ì. E poro di forma stentata e 



indusse "'interpol 
tvasto, coniando 
stato Ildeberto e e 
opere sue, si può 
certezza si può pi 
polato e che quic 
ad una tradizione 

Un altro epij 
f Off iti tBnrm. TI 1 
Pithou (Pithooi Ejr.jjr. 
inelegante. 

II. — Noti.-isimo ò l'epigramma di Domizio Marso sulla 
morte di 'l'ibiillo: Te quoque Vergiìio comitcm ecc. Il co- 
dine Ambrosiano H. Jtì yiip. membranaceo, del sec. XV, 
(Properzio, Tibullo, Catullo), a e. 104', dopo il detto epi- 
gramma, e dopo la non uioriio nota biografia: AHius TlbuUus, 
equiM Roiìianus {tic, non regnìin) insltfnis forma ecc. (cfr. Baeh- 
rens, Albìi Tihul/i d'-giarum libri duo p. 88) contiene: 



AHiid ppit,ipliimn Tibulli 
Sub teiioris anuis teneroruiii lusor ') 
DecedeDS diu-a h:ic occo Tibullus hu: 



Tenerorum lusoì' 



ù di Ovidio, Trist. lY, 10, 1. 



') Non ò nel cod. 
cauov:!. Bdruose, n. 222, 
Pnvi-iiio 8413 ecc. Unii 
nell'epigr. J'hosbus 



Mam 
blica 



, 2>c>-! 






i V:il0ijcieijuea sopra citato, iu quello Mar- 
ia quoUj Jlarcauova MoJoaesu V, G, 13, nel 
imitazione di quel distico aggiunto ai trova 
'crita Ilyucinthì, che iinisoe: Dam pars ad 
US. L'epigramma b d'ignoto aiitoro, ina pub- 
liibeilo (\-. ILuiK-au, o. saprà cil. p. 1^2). 



RPIQRAMMI DBLL*AMTOL. LAT. Ili 

Del medesimo codice H. 46. snp. sono degni di nota 
gli epigrammi contenuti nei fogli G9^ e 70'. Già il Sab- 
badini (Spogli Ambrosiani latini, p. 367) aveva menzionato 
tali epigrammi come appartenenti all'Antologia. Di quelli 
contenuti a f. 70"^ tre appartengono infatti eAV Anthologia, e 
di due di essi, quelli di Cesare Augusto e di Scipione, sono 
conosciuti altri codici del medesimo sec. XV. Cfr. Riese, 
AnihoL II, p. 282, nota. I tre epigrammi sono: 

1. Epigramma Caesaris Augusti = Rìese, 855. Notiamo 
la varietà di lezione: 1 Maceduin campos. 2 Sum pater 
Augustus armis belloque superbus. 3 Meque meos timuit. 
4 Quantum ingens mundus. 5 vix sidera. 

2. Epigramma P, Scipioìiits africani = Hiese 842. Va- 
rietà di lezione: 2 feras. 3 Hyspanas annonis | siphaoem. 
4 Perdomui: fractum. 5 bellisque ferox. 6 dirae Kartaginis. 

L'epigramma di Scipione era noto pure dalle schede 
di Heinsius, e da altri codici (v. sotto, p. 118). 

3. V'è poi, appartenente nW Anthologia, anche il noto 
Epitaphium Lucretiae, di che vedi sopra. 

A f. 69^ si legge: Carynina divi Caeaaris Augusti, 
1. Quanta tua est prohitas, quanta est prae^tantia formae. 
8. Et quae te faciat prima puella virum. 

L'epigramma e non di Augusto, bensì di Marziale, 
Vili, 46. Di Marziale XIII, 49 sono pure i due Versus Jlce- 
tulae (sic), che si leggono a f. 70'. 

Infine a f. 69^ si leggono pure i seguenti versi, che 
riproduciamo con la grafia del codice: 

HlC VKRSVS ERAT IN CORONA REGALI ALKXANDRI 

0rlU8 et occasìis, aqailo mihi servii et auater. 
Nomina flvviorvm infernalivm et officia 
JStix acheron lete cocijtus ciim fleijctonfe. 
Odit: meslificat: dediscit: luget et ardel <). 

Questa corrispondenza simmetrica di membri nel pe- 

1) Il primo verso rammenta quello che si legge iìqìV Ani icrberus 
di Fra BoDgiovanui Francescano; /b7»/.r, Lcfltes, Fleyeton, Acheron^ 
cochitia sepia (coil. Cliigiauo H. V. 151, cfr. Kovati, Altraverso il M, 
Evo, p. 109). 



112 0. PASCAL 

riodo (e cioè Slyx odit, Afhiro*i maetti/icat ecc.) è caratte- 
ristica della poesia medievale. 

III. — Noto è il carme De Phìlomela '), (Risse 762), 
che nelle antkiiii edizioni fu stampato tra le opere ovidiane; 
cfr. l'OuicZiuK ilei Lemaire, t. Vili, p. 375-382. lì Goldast, 
Opusculti Ovìdii (Francof. 1610) Io attribuì faluameate a 
certo Albio Ovidio luTeiitiuo. Il carme ò in molti codici, 
dei quali i pii'i aDticLi sembrano risalire al aecolo XI; 



cfr. la nota del ] 






e Schenbl, Siliungsb. d. 


Aìuul za W!en, ] 






. Aggiungerò la menzione 


dei seguenti codi 








Dibl. Nazioni 






r, F, 13, sec. XII, f. 61'. 


Ambros. H. ' 






, cart. f. 72'. 


Ambros. C. Ì 






f. 143'. 


In que-st'Lilti 






■me è sotto il titolo più 


appropriato T'arai, 






pò il V. 46 (Quae cantu 


ciiiicttis erXiqjerat i 






ì la nota in rosso Voces 


Nel codice Ai 


libi-. H. 2:.i 


sup. dopo il carme rilegge: 


Non ine 


movet amor 


quo libi i;:irmiuìi dodi, 


Kca Luil.i 


liic sita est 


s.>KÌt 


tu supplids. 



A proposito del distico (3!-3'2) 
]Nilt[»-ii3 liumnnns depromit v 



riferirò l'ultima parto di uno scolio agli Amor 
(II, C, I), che d leggo nel codice IV. F. 13 dellsi 



: ovidìani 
Bibl. Naz. 



di Napoli, f. 35''. Lo scolio ù di mano del ,sec. XII o princ. 



vel 



I) Cfr. Ler^cli in Ze;>s.'l,r. f. ,1. Alter 
iikl, in SÌt-H>i,j^l: d. Aka.ì. :u \ì'!e.i, l'h 
«) Gfr. Isidoro OriV,/,,. XII, 7 ' e.o vaU 



msw. ISIG, n. -l'J e 50 e 
<ì.-hUi. Ci. IWCiì, p. i-I sgg. 
(i aviti» aalulat dicena avk 
o Solieiikl {1, e. p. 51) 



iirgi>monti'> cho Ididora «juosccsso j^i^i 'io, poosiii De philomefd, e ch« 
ijuiiidi hi compo-ii^'iijiKi di t;il poesia noD potesse collocarsi al di qu 
dol >.:!.sto secolo. N. i lv iliiinio che il rapporto sin precisamente il 
vcr.so. Isidom infiliti cii:. l'^li stesso ì versi ond'egli h,i tratto la su 
porogrina aolizìa. Il pa-r^o apportato così continua; ' ceteia ìiomin 
indHallane dUcll. Ulne est iHml: l'«illacii.^ a voUi tdiorum «omìna d 
BOu'n, Hoc diiiici per me diedre: CaeS'T ave'. 

1B.2.'90T 



,l.'ANTOL. I,AT. US 

del XIII, e a proposito dello psiUacus così dice: ' lalutat 
dìcans. avt efiere. ce(<ii"a nomina institticione discit. hinc eit 
illud quod dicitur eittactis a nobis aliorum nomina ditcere. 
hic per me didici dicere salve chere '. Questa uotizia è tratta 
da Ididoro [XII, 7, 24; v. nota 2" a pag. prec.)- 

Onde è mai nata questa strana poesia Philomela? Sì 
tratta, credo, di uoa cattiva imitazione di un carme di 
Eugenio Toletano (Man. Gcrm. Hihtorica. Auctorei antiq. 
Tomo XIV, p. -253-4, ediz. VoUmer; cfr. Rieae, Antk. n. 668). 
Questi aveva scritto sul carme dell'usignuolo tre brevi epi- 
grammi ed una poesìa più lunga; l'ignoto poeta prese da 
lui emisticbii e concetti e atemperò in luughi dìstici l'idea 
che l'usignuolo superi tutti gli altri uccelli nel canto. Sum 
noctia socia, sum caiUus didcis amica, aveva detto Eogenio 
(epigr. 1) e il nostro poeta comincia Dulcis amica veni. 
Eugenio Toletano aveva detto (v. 21) Nulla tuos umquam 
cantus imitabìtur ules, e l'ignoto poeta (vv. 6-6) Nam quamvis 
alias volucres modulamina templent, Nulla polest moduhs 
aequiperare tuon. Eugenio aveva apportato anche qualche 
esempio di altri augelli (vv. 19-20) ludice me cycnus ut gar- 
rula cedat hìrundo, Cedat et inlustri piitlacus ore libi. E 
il poeta di Philomela si distende per 64 versi a notare, coi 
verbi propri, tutto le voci degli uccelli e degli animali! ') 
Anche il pensiero finale è identico. Gloria a Cristo, dice 
Eugenio (vv. 27-28\ che dà ai suoi servi tutti questi beni ! ; 
e il poeta di Philomela {vv. 69-70) ' Cuncta lamen domino 
depromuut munera liiudis, Seu sem]}er EiUant »ivB sonare 
guaant ' '). 

') Che il primo pensiero ispiratore del carme aia da ricercare 
in quei due versi fu già notato dallo Sohenkl, 1. 8. cit. p. 45. V, pure 
ivi quel che è dotto dello stretto rapporto che ha il nostro carme 
col carme 1079 Meyer (=733 Rioae), che comincia; Quia voluantnt 
àpeeiea numerel, quia nomina diaaat, v nel quale pure sono enumerate 
le voci delle varie specie di uccelli, coi verdi appropriati. Rammen- 
tiamo uà altro epigramma di Eugenio, il SIV, (p. 259 VoUroer): 



') Allo Schenkl (I. e. p. 49) pare spurio quest' ultimo distico, t 
perchè il aemptr aiUanl ò iu contraddizione con tutto il carme, e 

Studi Hai. difilul. cìait. XV. 8 



llj e. PASCAL 

Si tratta (luQqu© di un'esercitazione medievale sui 
carmi di Eugeuio. Un' eseroitazione sul medesimo toma è 
quella del moccico Paolo Alvaro di Cordova (sec. IX) e 
quella del cod. Parig. 2773 del eec. XI, f. 83'', di ohe vedi 
Ijresso Eiii-maun, V, 149 e presso Eiess II, p. 117. 

IV. — Di due epigrammi bti Qìugiirta ha dato recan- 
temeute uotizin R. Sabbadini in Spogli Amòroeiani LuUni, 
p. 304-305, e giustamBUte ha uotato clie iu essi à conaer- 



1 Plutarco {Mar. XII, 4-6), 
di fame, mentre in quegli 
recipitato dalla rupe Tar- 
I in otto versi, avidenta- 
z. Napoli IV, 0. 8), credo 
Jod. Ambros. L. 98. Sup. 
nel cod. Leidense 403, 
ziouB del Biese ad Anth. 
iversa, e cioè Ih segnante: 



igLJotura lugiirtat 



•e). 



Tata lina tradizioni 
giacché questi fa a 
epigrammi è detto 
peià. Lay;:iando si 
mente di età più rt 
opi>ortuiio notare 
membr. sec. XV), 
sec. XV, come ril< 
II, p. xLvi. Lii li'ziff. 

Qtti cu 
Tarpai 

(Il cod. ha hthitm e Tarliti 
L'Ambrosiano ha invece i/ cupis e Tarpaiue nyii'e. 
Dal codice detto di (.tìo. Gherardo Voss, ora perduto, 
ma dal quale trasse lo sue schede N. Heinsius (Heìdelb. 
u. 358, 44), deriva l'altro epigramma su Giugurta, ove la 
medesima tradizione ò conservata, < 
dal Burrnann (II, 2ii) e dal Meyer i 
Fi"itri:i cae<b madons, Kuraid^inii 
Hostia itL'iii Uomao pulsus ab arce iuit. 

V. — L'epigramma edito in Riese 414 (Bnrm. II, 37; 
Meyer 77) ò attribuito a Varroiie Atacino in un codice ora 



perdio il (/omino ù in cout [addizione col v. G6 nati 
Al Iliese parve iuvece sospetto appunto il v. fj(j, ci 
nacense 1150-3 del sec. XI. Ad ojjni modo il iiat 
una (li quelle frasi tradizionali, cMq nin sono i 
rigidamente alla lettera, come jirci fesa ione di fede 
al aempcr s-ìeaiit, dov'è la contraddizione? 
dire: ' quando pure lutti questi animali, che liau: 
ciiiuo iu eterno, sia loda a Dio! 



I che fu g 
11. 728); 



i pubblicato 
ie, 1. e: 



TetiQore troppo 
iofìca. E quanto 



BPIGRÀMMI dell' aNTOL. LÀT. 115 

perduto (S di Biese; v. Praef. voi. I, p. xxxtti) ; è senza 
nome nel cod. più antico Q. 86 della Biblioteca Leidense, 
e nella citazione del cosiddetto scoliaste Cruoquiano (Hon 
A. P. 301 )| mentre lo scoliaste di Persio (II, 36) pone il nome 
di Yarrone, (o, secondo il cod. di Heins. Cicerone). L'epi- 
gramma era pure nell'altro codice or perduto del Yoss, 
onde trasse le sue schede N. Heinsius (Bibl. Heidelbergi 
n. 358. 44) ed ivi portava l' iscrizione De indigna sepuUura 
quae est epitaph Licini tonsoris Octaviani (cfr. Kiese, praef. 
voi. II, p. xLix). Ecco l'epigramma: 

Marmoreo Licinus tnmnlo iacet, at Cato nullo 
Pompeius parvo, credimus esse deos? 

Una rielaborazione di tale epigramma è nel cod. Am- 
brosiano E. 41. Sup. cartaceo, sec. XV (Ecl. Verg. e Tibullo), 
a f. 68^, e crediamo opportuno darne notizia: 

Marmoreo tumulo iacet hic Nero: sed Cato parvo: 
Pompeius nullo : credimus esse deos i). 

Altro rifacimento v. presso Baehrens P. L. M. IV, p. 66. 

VI. — L'epigramma sulla lettera Y come simbolo della 
vita umana, e della doppia via, del vizio e della virtù, è 
compreso nelle Antologie del Burmann (V, 140), del Meyer 
(n. 1076), del Hiese (n. 632). Nelle antiche stampe era sotto 
il nome di Vergilio ; in alcuni codici (v. Riese) è sotto il 
nome di un ignoto poeta Maximinus. Aggiungerò che sotto 
tal nome è pure nel mscr. 5331 di Bruxelles, cfr. Paul 
Thomas, Catalogne des man, lat. de Bruxelles^ Gand, 1896, 
p. 19. L'epigramma è anonimo nel codice 0. 23. Sup. del- 
l'Ambrosiana, cartaceo, del secolo XV, a f. 105^, ove porta 
il titolo De virtutis via. Notiamo la varietà di lezione: 
1 biformi, 2 prof erre, 4 primum, 6 via lata. 10 Atque \ «e- 
quuntur. Altro codice è il Chigiano H. V. 151, sec. XIIL 

i) Nello stesso foglio si legge il distico: 

PaloriB staro dia parcaram lego negatar, 
Magna repente rnnnt, snmma cadunt snbfto. 

ed un epigramma satirico contro il papa. 




IIG e. PASOAL 

I primi ira versi dell'epigramma si trovano pure nel 
cod. Anibros. (t. 76. Sup. membranaceo, del seo. XV, al 
2" foglio in principio fnori numerazione. Ivi è anonimo e 
senza titulij: v. 1 bicorni. 2 epeciem vitae praeferre. 

Nel lu.-ilcsiiiio foglio di quest'ultimo codice, di carat- 
tere dell. Liierlesiraa mano, si legge: 



Tot,, .siuiul h 


:tl . 


■"«- 


n 


uroere capta 


ConiMi^sum ea 








[uas deducit ad illa. 


Quia sempar 








ia iangast. 


Sud ore m prae 








SBta deorum, 


Erit ftd eam ì< 








wr ardua callis 


A;^per et imp. 








cacumiua vaotam est 


UuUis fiilest ^ 








iasima quoudaoi. 


Quanto poi al 








^orae, essa fu tema noto 


ell'anti.,i,it;\; i.fr. 








sgg. Lattanzio, VI, 3, 17, 


sidoro, 0,-,V,-„. I, 3, 


,, 


,— 


..„^,.tU3 Pkilol. XLVII p. 713, 


. 3 e Dieterich, Ne 


hi 


. P- 


192. Cietlo opportuno ramiucu- 


are i versi di un 


,oe 


a del IX secolo, Heirico, nella Vila 


fayn! l'air in Gerì 




An 


Issivdurciisis, 1. I, V. 80 sgg. 


Poeiaa Latini aevì 


V.i 


oUn 


Ili, eil. Traiibe, p. 440) : 


UuLtiidoquiddm 


in 


vitiu 


„ „„,,s o.t haec cerea ilsGti, 


Cumqua iter ambi 


l'ium 


rimosi ad compita vtsit 


Prt>posiiitque 


iam 


Sani 


o praceiiuto bicallera. 


Destra sequi 


une 


atui- 


iuers voloiiue maligno 


Lneva tenet — 


vis 


est 


eji. tum 


via rcctior illi. 



Il cod. Parigino 13757 del sec. IX ha a questi versi 
un lungo scolio (riprodotto dal Traube I. e.) per ispiegare 
il significato della lettera Y come simbolo della vita umana. 
V. pure gli scolii a Persio V, 34 e III, 56. 



VII. — L'epigramma De jmero giade ^leremiAo fu pub- 
blicato dal Riese (n. 709) secondo la copia che Ìl Bineto 
fece di im antico codice di Beauvais ora perduto; cfr. Praef. 
I p. xxxin; II p. IV. Di più il Eìese ebbe dinauxi il cod. 
Vienness 2521 del secolo XII, il Parigino GG30 del sec. XIII, 



EPIGRAMMI dell' ANTOL. LAT. 117 

il Fiorentino 54, 11 del secolo XIV. La lezione che il Eiese 
dà secondo la copia del perduto codice Bellovacense è: 



Thrax puer adstricto glacie cum luderet Hebro, 

Frigore frenatas pendere rupit aquas, 
Cumque imae partes tundo raperentur ab imo 

Abscidit a iugulo lubrica testa caput. 
Quod mox inventum mater dum conderet igni, 

Hoc paperi flammis, cetera, dixit, aquis. 
Me miseram! plus annis habet solumque reliquit, 

Quo nati mater nosceret interitum. 



Notiamo che nella maggior parte dei codici l'epigramma 
finisce al 6® verso, e che nel secondo verso si legge comu- 
nemente /rigore concretas invece di frenatas. L'epigramma 
entrò pure nelle raccolte epigrafiche manoscritte; puoi ve- 
derne notati i codici in Corpus Inscript, Lai. VI, parte V, 
p. 3*, n. 2* g. 

Varie sono le attribuzioni dell'epigramma. A Germa- 
nico lo attribuiva il perduto codice Bellovacense; a Giulio 
Cesare il Parigino 6630 sec. XIII e il Fiorentino 54, 11 del 
secolo XIV; ad Augusto il cod. 93 di Wolfenbùttel. Ag- 
giungiamo quattro codici ambrosiani del secolo XV, cioè: 

H. 23. Sup. cartaceo, f. 76 ^ ' Virgili ' ! 

0. 23. Sup. cartaceo, f. 26^ ' Divi lulii Caesaris '. 

Ivi stesso l'epigramma è nuovamente trascritto da altra 
mano, posteriore, a f. 94' e vi si legge : ' Octaviani de quo- 
dam puero '. 

E. 41. Sup. cartaceo, f. 69' ' lulii Caesaris '. 

C. 64. Sup. cartaceo, f. 168' ' Versus Octaviani ' de 
puero quodam. 

Il cod. Par. 528 (f. 124) lo pone tra i carmi di Alenino. 
Cosi il Dùmmler {Poet. Car. I, 50) ; ma v. Baehrens (P. L. M. 
IV, p. 14 n.). 

A proposito di questo epigramma il Riese (II, p. 160) 
riporta un epigramma molto simile di Fiacco nell'-^nfAo- 
logia Palatina VII, 542. Crediamo opportuno di rimandare 
anche a Marziale IV, 18 e di riportare quest'altro epigramma 



I^IB^^I^H 


118 PASCAI. ^H 


AelVAnthoIogìn Paliitina (TX, 56) attrìbaito a Filippo Tes- ^| 

salonìcese : ^H 


ii TxoiuHùv à" ^Ji) XayitQovfteiov ì'xi-m àXiai/mv, ^^H 

A'at tìi fiiv i^eaéQtj loinàr òifiai' ^ iè ixivovUO^^^^^^È 
04'ii àvayitairiV tìx6 zà^ov nqnffuaiv. ^^^^^H 


Vllt. ~l Ca' 


llu»tr!bm Romania fnr^^^^f 


primamente pubb 


in Classici Auclore» UT, ^H 


p. 359 sgg. da un e 

dei quali tre soli i 1 

schede di Heinain 


Sono veutidue epigrammi ^| 
:to eu Scipione, noto dalle ^M 
.ose noto da un codice di ^H 


Enea SHtìo, qnelU 

del Pithoii (Pithoens) ., .^ 


re compreso nelle raccolte ^H 
io. Di quello sn Scipione '^^ 



sono conosciuti altri tre codici, Ltiuv. 39, 9; Laur. 63,33 
e Bodleiano, mise. 308, tutti del secolo XV. Del medesimo 
epigr. su Scipione e di quello sopra Augusto, noi abbiamo 
indicato sopra un altro codice, cioè Ambre*. H. 46. Sup. 
Di tutta la raccolta, meno -') epigrammi, indicò un secondo 
codice il Duebner, il Gothano 1047 del secolo XV (cfr. 
Jahn's Jakfh. 1828 p. 312). Dopo il Jfai la raccolta fu pub- 
blicata nelle edizioni deWAnthologia del Meyer (n. 711; 
713-722 ; 727, 729, 730, 747, 750-753, 75.'), 756, 759, 771, 878) 
e del Riese (831-854). Il Baehrens indicò {P. L. M. V. 396) 
un altro codice, l'Ambros. H. 184. Inf. membr., del sec. XV, 
a f. 127 sgg. 

Questo cod. contiene l'Etica di Aristotele tradotta da L. 
Aretino, Burlaci Gnalterii Conclusiones Etbicorum, e in fine 
poi gli Epigrammi. Mancano alla nostra raccolta i cinque 
medesimi che mancano pure nel Gotliano. Il Piese di quattro 
di essi (&18, 849, 850, 852) sospettò fossero recenti. Quel 
che si può dire di sicuro e che essi sono estranei alla rac- 
colta. Questi epigrammi di sei versi ciascuno erano posti 
sotto immagini di grandi romani antichi, che decoravano 



EPIGRAMMI dell' ANTOL. LAT. 119 

probabilmente l' atrio di una casa signorile, come è dato 
desumere dal primo epigramma che serve d' introduzione 
generale a tutta la raccolta : 

Quisquis ad ista moves fulgentia li mina gressus, 
Priscorum hic poteris venerandos cernere vultus, 
Hic pacis bellique vìros, quos aurea quondam 
Roma tulit caeloque pares dedit inclita virtus. 
Grandia si placeant tantorum gesta virorum, 
Pasce tuos inspectu oculos et singula lustra. 

Ora nel codice Vaticano del Mai sopra Cesare si leg- 
gono tre epigrammi, dei quali il secondo è diverso per metro 
da tutti gli altri, ed il terzo per numero di versi : non è 
possibile che nell'atrio vi fossero tre ritratti di Cesare. Il 
trascrittore del codice ha aggiunto gli altri due per affi- 
nità di materia. Lo stesso si dica dei due epigrammi sopra 
Augusto: il secondo, che ha intento ironico, non elogia- 
tivo, è estraneo alla raccolta. E pure estraneo doveva es- 
sere l'epigramma su Tiberio. Il cod. del Mai ne conserva 
solo due versi, e già in essi si rammenta la simulata virtus; 
poteva una tal figura entrare tra quelle dei grandi antichi, 
caelo pares? Il copista inseri quell'epigramma, che riguar- 
dava un imperatore, tra quelli degli altri due imperatori, 
Augusto e Traiano. Questi cinque epigrammi dunque che 
mancano tanto al codice Gothano, quanto al codice nostro 
Ambrosiano, dovevano essere estranei alla serie di epi- 
grammi illustrativi posti sotto le immagini dei grandi an- 
tichi. Viceversa il codice Gothano ha due epigrammi che 
mancano tanto al Vaticano quanto all'Ambrosiano, e che 
potevano bene entrare in quella serie, e cioè quello su Cin- 
cinnato (833 Eiese) e quello su Manlio Torquato (836 R.). 

Diamo ora una nuova collazione del codice Ambrosiano. 
Le lezioni chiuse da parentesi quadra sono quelle del co- 
dice Vaticano date dal Mai : 

I = 1 M(ai), 831 E(iese). 

2 poteris] hio poteris {così il Gothano). 

II = II M., 832 E. EoMVLVs. 

1 Troiae] Eomae {cosi il Ooth.), 3 undas {così il Ooth.), 




120 e. PASCAL 

III = V M-, 837 B. CvEivs Demptatvs {aie). 

5 licet iugentis] licet fuigentis. 

IV = IH U., 8U R. M. FvLVivs ca" (»ic). 

3 oppositos. Errore di trascrizione, dipendente 3a 
cattiva interpretazione ài una nota, è al v, 1 cum 
per qiiijitdam. Nel cod. Vatic. mancano di questo epi- 
gramma gli ultimi due versi, che sono invece nel 
Ootliauo e nel nostro. Diamo la lezione del nostro: 

lo vallu 

ompa triuinphi. 

icile intelligenza neppnre 
che è la seguente: 

ilio valuQTQ decenni 
□mpa triumjiho. 

V = IX M., sa ] vs. 

I Solae] moDem (siV/) [ hostem] orbem. 3 quondam 
jiegaretiirj insignis cessisset. In questo passo la le- 
zione del cod. Vatic. non è possibile per il metro. 

II Mai o il Ouebner avean supposto: Cumque Syra- 
roiii quondam riijievi^fìir lionorU l'omjia libi; il Bue- 
cheler ahnuerelur; il B.aelirens condemiiuretur. 

VI = VI M-, 83S E. G. Fabkitivs (sk). 

3 samnitis. 4 loeupletia, G raiseroque (errore per mi- 

VII = IV M., S3G lì. P. DETivri (m'c). 

3 sevaque. '■> sacrata (cot"' il doth.). Q crudelibus] ho- 
stilibus (coiì il Goth.). 
Vili = VIII M., S40 E.. CLAVnn-;< Nejio. 
5 temptoria regis. 

IX = VII M., 839 R. Q. Pabivs Maximvs. 

I totua] toivus (coA il Goth.). 2 et bello clarus et 
armis. ò qui] quoque {coti il doth.) \ moverit arma] 
fregerit arva {r.urr. arma). Il fregtrit era già stato 
congetturato dal Mai ed è pure nel Gothauo. 

X = XI M., S43 E. C. Mariv.'^. 

3 quam] qiie iciuh quae). 4 pompa] turba. 6 Et me 



BPIORAMMl DELL^AMTOL. LAT. 121 

Syllani fregerunt arma furoris] Et mea Syllanos fre- 
gerant arma furores (così il Goth.), 

XI = XII M., 844 E. G. Sceva (aie). 

La lezione è identica a quella del codice del Mai. 

XII = X M., 842 E. Scipio. 

1 ex hoste cadentem. 3 amonisque. 5 victumque. 
6 altae Cartaginis (i7 Goth, diirae C). Di questo epi- 
gramma V. sopra (p. Ili) le lezioni del cod. Arabr. 
H. 46. Sup. 

XIII = XIII M., 845 E. Gnevs Pom". 

1 victritia. 5 servilia bella (correggi civilia b.). 

XIV = XIV M., 846 E. M. Pobtivs (sic) g". 

3 syrtlias. 6 viscera] pectora. Questo epigr. era già 
noto prima del Mai, cfr. Fabricio, Antiqq. p. 151 
e Burmann Anth. II, 52. 

XV = XV M., 847 E. Ivlivs Caesar. 

La lezione, salvo minuzie ortografiche, è identica a 
quella del cod. Vatic. Anche questo epigramma era 
conosciuto prima del Mai; cfr. Fabricio 1. e. e Bur- 
mann II, 63. 

XVI = XIX M., 851 E. OcTAviANVs. 

6 lumina. 

XVII = XXII M., 854 E. Thaianvs. 

2 qui prò piotate. 3 peregravit (meglio il Vatic, e 
il Goth. penetravit). 

IX. — L' epigr. Hermaphroditus è in tutte le raccolte 
AeìV Anthologia (Burm. Ili, 177; Meyer 1538; Eiese 786). 
L'Hauréau (Les mdlanges jjoetiques d' Hildebertj p. 141 sgg.) 
vuol dimostrare che l'epigramma è medievale. Il codice più 
antico in cui esso si trova è del secolo XII (Viennese 2521). 
L'Hauróau per dimostrare Tetà dell'epigramma dice (p. 145) 
* la construction 

tulique 

Yir, mulier, neutrum, flumina, tela, crucem 

«st tout à fait daus le goùt du XII siede; ce laborieux 
arrangement de mots est méme, pour ainsi parler, le cachet 



^^^^^^■J^^^^^^H 


^^^^^^^^^Bf^^^^^^m^^^H 


122 e, l'ASCAL. BPianAMiii dbll'antol. l\t. ^J^^| 


de presane toiiteH les épigrainmea composées en ce temps- 


!à \ Ora, die rjiiella disposizione di parole fosse (.*omunÌ3- 


sima nel scc. XIT è vero: e ad es. tra te poesie attribuite a 


Ildeberto notiamo quella iJeorlu et morte puerl euiuKÌam mon- 


struosi (PatroL, voi. 171, col. 1445) e quello Di morie kominis 


ferae et anjjiiì':^, fivi, col. 1446), ohe ne sono esempii inaigni. 


Ma d'alila pnrte qnesto criterio non dev'essere troppo ri- 


gido. Quel vexzo stilistico si ritrova pure presso qualche 


poeta dell'epoca ai 


miamoades. l'epigr. An^ 


giih, a}>er, hivenif 


, che ai trova iu codici 


molto anteriori (v 


A parte dnnque 3Ì£Fatta 


ragione, l'tisi^egiia! 


leró giusta, giacché l'epi- 


grammii ,'■ di Mati 


9, come mostrò Ìl Tranbe 


tnell'opGrii >) numi 


en, 1891, p. 21-23). L'epi- 


gramma poi IJ,' o> 


eri monxtruQti che tratta 


lo stesso ..foggetto 


oditus, ma stemperandolo 


in im mure di niitit 


zzi sottili e leziosi, (v. Po- 



Irol. V. 171 col. 14-15) e die <■ forse Ai Pietro Riga (Hauréau, 
o. e. p. 131Ì', pilo avere avuto appunto per fonte questo 
epigramma. 

ludicliiamo àclV Hermajhrrirlitus i codici ambrosiani: 

II. 23. Slip., cu-t. sec. XV, f. 7(3*'. E sotto il nome 
cimex vclj'iilcx'. Pulex ò Palei da Cnstoza (sec. XIV), cui 
anche altri mscr. l'assegnano. L'assegnazione è falsa: il 
più antico codice infatti ò del sec. XIl. 

E. 41. Sup. cart. sec. XV, f. CS''. I primi tro versi 
ripetuti auche a f. 69'. 

C. C4. Sup. .''ec. XV, f. 143^ De orla alqne ohitu her- 
via/rodili eiutdem Aiitoiììi. Si tratta di Antonio Beccadelli, 
detto il Panormita, a! quale anche altri codici l'assegnano, 
per una facile confusione con V Ucrmniihroditus, il poema 
che lo rese famoso. 

0. 23. Sup. membr. sec. XV, f. 'IG': PuUx poeta de- 
ortìi et ohitu hermaf roditi. 

T. 21. Sup. cart., sec. XV f. 46'. L'epigramma è at- 
tribuito a Caliiis poeta'. 

Cahlo Pascal. 



DE DVOBVS STATI SILVARVM 



LOCIS CONTROVERSIS 



1. 



II 1, 229 sq. 



insontis animas uec portitor arcet 
nec durae Comes Uh ferae, 

' Comitem durae ferae ' a Statio appellatum esse Or- 
thum vel Orthriim canora, quem fratrem Cerberi fuisse post 
Hesiodi tlieog. 309 (cfr. 293, 327) non desunt testimonia, 
ratns est Heinsius in commentario ad Silium Italicum XIII 
845: eum tamen graviter errasse nemo non putabit, qui me- 
minerit, apud nullum scriptorem vel Graeoum vel Romanum 
praeter Silium Italicum, quem attulimus, Orthum quasi in- 
ferornm incolam commemorari ; nullum ad nos pervenisse 
vasculum, nullam tabulam, nullum anaglyphon, in quo duo 
canes ad Orci limina expressi reperiantur. Quo diligentius 
antem Stati carmina, Silvas Thebaidem Achilleidem, legeris, 
eo minus tibi Heinsii ratio explicandi probabitur, cum nus- 
quam vel Orthi nomen invenire potueris. Sed de hoc satis, 
cum praesertim omnia de Ortho testimonia iam coUegerit 
Hòfer in Roscheri Lexico III 1216-1218. 

Nuper Vollmer (P. Rapini Stati Silvarum libri V p. 336) 
hoc loco Lethaeum illum ianitorem latere suspicatus est, 
quem a Cerbero primus distinxit Spiro (de Euripidis Phoe- 
nìssis p. 54 n. 82): recto ille quidem, quamquam perperam 




k-lDA BT PASQVA) 



testimouium Statium (Theb. VI 498) protulit >). Vollmero 
vero noa aysetitiri vetat hoc UDUin, quod nuaquam apud 
Statiiim lii(> lepeiitur; eemper contra ianitoris uoiniiie Cer- 
berns indicatur (Theb. II 53 [ofr. VI 498], S. V 3, 279); quod 
a vetnstiorum pùetarum exemplis (Hot. C. ITI 11, 15 sq., 
Verg. Aeu. YIII 296. Cfr. ctiam SiJ. Pim. ÌI 5Ó1 sq., IH 
35 sq-) noìì dì-fcrepat. Neque unum tantum locum, quo Sta- 
tius Lethacum laaitorem commemorat (S. IH 2, 112) pro- 
ferre iiivabit: Ilio is dìsputavit Eossbachius 

I. I., 11011 <\k Graeo iiiferis, sed de Aegyptiis 

agitur, tipud quos re fungi iure dicitur Her- 

maiiubis. 

Cnm igitur e e i nallua promei-etur aeusus 

qui toltìrari possel t qui veram Stati souten- 

tiam coniecturis as i. Quorum nemiuem recta 

emeudasMo nobis p Nani illud Siateri {Journ. 

of l'hila!. XXX [1 1) ' prompaisae ', quod in 

' cornea ille ' comimpi potuisse palaeographìcis, ut aiunt, 
rationibna probare studut, uiiiili edse ostendit Postgatius 
{Class. Uevkw XX [190C] p. 30G), cum eum errasse denion- 
stret, qnippe qui prouieiidi verbo vìm quauilaiu, qua ca- 
reret, tribuerit ; male vero locum Vergili (Aen. II 2G0) ad 
suLim corifiriiiandam sententiam protulisse. 

Neque Honsmano [Class. Rei: XX [190G] p. 42) ' durae 
Comes ille sente ' temptaiitl magnani habeudam esse fidem 
idem docet Postgatius 1, 1. Canem eiiim comitem esse serae, 
quii credat? At potiiis, wi forte fugiat, eara relmqnet, ut in 
ilio Properti V 7, 90, quod f ilso adfert Ilousmauus : ' errat 
et abiecta Cerberus ipse sera '. NulHus autem eat momenti 
aitar quo Housmaiius utitur Properti locus V 11, 25 sq-, 

1) Cfr. Itossbaiiliiuiii in Musoo lUieiiiiuo Xb Vili (1893) pp. 5iJ3-5Da 
Unum illius ianitoris ex nuivarsa scriptorura Raraauorum mole cer- 
tuni repariri testimooium iuJicayit Itusibncliius I. 1-, quod (Lue. 
Phars. VI 702 sii-) priinus iiiveni.sset Ettigius in Studiis Lipsien- 
sibiia Xlli (1891) p. 107 sq,: qii^m Irvinnn orlasse, cum illuni apud 
Lucununi ianitorem ITetinnnubin appellasset: potius Qullura alium 
Disi Bi-iarcum (clV. Sii. Pun. XIII 587 sq., Hes. Theog. 734 sq.) ìllum 
bubeudiim osse. 



IN STATI SILVAS. 125* 

nisi quod ostendit Cerberum ad Orci portas devinctum esse, 
qaod iam notissimum erat. 

' Coma saeva ' autem, qnam coniecturam ipse propo- 
snit Postgatins, quamquam comam puerum arcere audacter 
sane dicitur, libenter reciperemus, nisi lenior praesto nobis 
esset ratio emendandi. 

Quod denique Klotzius dubitanter coniecit, ' illa ' prò 
' ille ' legi oportere, de industria postremum reliquimus, 
cura, nostra quidem sententia, propius ad ipsa Stati verba 
accederet. Qua autem ratione usus Klotzius eam invenerit 
coniecturam, cum ipse taceat, suspicari tamen licet, si quis 
nonnullos Stati locos diligenter investigaverit. 

Housmano (Class. Rev. 1. I.) euim ut concedamus, sane 
mirandum esse, nisi Cerbero ai)nd Charontem sit sedes, cum 
tam saepe hi quasi Orci custodes simul commemorentur, 
nihil tamen est causae, cur eundem locum Eumenidibus ne- 
gemus. Ncque vero, Klotziana recepta coniectura, omnino 
eicitur Cerberus, quem centra, cum Eumenides periphra- 
stice, ut aiunt, per eum significentur, in legentium animis 
quasi adesse sentimus. Comites autem Cerberi Eumenides 
appellari nemo admirabitur qui locos nonnullos et Thebaidos 
et Silvarum perlegerit, ubi sorores illae una cum Cerbero 
commemorantur, ut Theb. II 62 sqq. (cfr. VI 498 sqq.): 

saepe Eumenidum vocesque manusque 
in medium sonuere diem, Letique triformis 
ianitor ; 

S. II 1, 184 sqq.: 

illum nec terno latrabit Cerberus ore, 

nulla soror flammis, nulla adsurgeutibus hydris 

terrebit ; 

III 3, 26 sq. : 



longe Furiarum sibila, longe 
tergeminus custos; 



V 2, 94 sq. : 



quin saevas utinam exorare liceret 
Eumenidas timidaeque avertere Cerberon umbrae; 




Considerantibus aatem non nnam tantnm, aed treg esse 
Eumenklea, mliuia probabile videbitur Klotzianum ' illa ': 
at potiua, Silvaviim Jocum iam ante probatum II 1, 185 8Ì 
contuleris 

(nuHa Sor 
torre bit), 

omnium facillimiini 
scribere, (juod nco ì 
eiiim tantum adic 
tatur) et optimum 



□edium ' ulla ' prò ' ilIa ' 
repngnat rationibus (una 
□a tantum litterula mu- 



li G, 14 sqq. : 

ipse fa'-es), Iiom 
servitium, cui t 
imperio a US eriit. 



i gtìniis (liei milii ! subdo 

nem, Urso, tiium cui dulca volenti 

iste nitii!, qui spante sììiiijìie 



HuiuM loci lectionem piane esso infìcetaiii iiec solam 
Stati nrte non digiiam, sed etiam recte dioeudi rationi 
fere contrariam, ne veterea miidem fugit interpretos ; quo- 
rum piimus Marklaiidus locum coniectura temptavit, cum 
' sibimet ' prò ' sibique ' logeret. Tiim IIpìdsìus ' ipse ' 
voliiit, quem probavit Baehrens, qui tamen Heiusiauam con- 
iecturara in textum non lecepìb. Ad codice:^ revortendum 
esse arbitratu8 eat Vollmer, qui iu Silvarum commentario 
(p, i3G7) ' quo ' cura pronomine ' qui ' coniunxit; atque 
hunc orationis iiexum (sciHcet ' qne ' particulaa cum voce 
duobus verbis disiuncta) saepius reperiti adfirmat. Quem 
contia, diaputavit Iiiliiis Zieben (G5tt. gol. Anz. 1904 
pp. G42-Gri8), cum demonstraret {p. Gol sq.) hniusmodi ver- 
borura coiiiniigendortim rationem post dn[)lex ' cui ' ali- 
quid molesti et incompti liabere; asyndoton enim, quo illia 



IN STATI SILVA8. 127 

verbis tantam roboris adderetur, praefracte interrumpi. Et 
Iioo quidem optime ; non bene tamen codicnm lectionem 
defendit: neqne enim quem ' que ' in structura occupet 
loonnii claris verbis explicat. 

Graviorem latore corruptelam suspicatur quidem Phil- 
limorus, sed textnm mutare ausus non est, in critico tamen 
qui dicitur apparatu ' sortis iniquae ' dubitanter protulit. 
Qua de coniectura, cum ipse dubitet auctor, perpauca no- 
tanda erunt. Et omnium primum, vix opus est animadver- 
tere, hoc unum eum fngisse, quod iam dudum Vollmeri 
diligentia omnibus notum erat, Statio ante oculos Hora^ 
tium (S. II 7, 83) obversatum esse, qui monet, eum esse 
sapientem, ' sibi qui imperiosus '. Neque vero in hanc opi- 
nionem adduci potuimus, ut existimeremus scribam aliquem 
ita in bis verbis peccasse, ut, nonnullis mutatis litteris, 
aanari nequeant. 

Nobis quidem persaepe considerantibus, quae liio esset 
adhibenda emendatio, nova in mentem venerat coniectura, 
qua recepta omnes expediebantur nodi. Otiosum enim ìllud 
' sponte ' ante ' sibique ' esse omnes perspexerant : licebat 
igitur suspicari, id tamquam glossema vel glossematis par- 
tem (poterat, ut hoc dicamus, in libri margine ' sponte 
parebat ' adscriptum esse) genuini vocabuli locum occu- 
passe. Cuius vero modi vocabulum illud fuisset, fore spe- 
rabamus ut, si non certe, aliqua saltem veri simili con- 
iectura assequeremur. Atque ita locum temptabamus, quasi 
binis verbis per tv àia dvoTv una et eadem significaretur 
sententia ' animoque sibique \ 

Sed id quoque nimium artificii praebere leviusque ad 
sanandum locum remedium in promptu esse nobis per- 
suasum est, cum doctorum virorum, qui ante nos in Silvis 
emendandis versati essent, studia diligenter investigare- 
mus. Illa enim ab Heinsio iam multos ante annos prolata 
coniectura, quae post tot et tanta hominum studia fere 
in oblivionem venerat *), visa est una probabilis. ' sibi 



*) Neque enim commemoratur in editionibus, quae post Baeh- 
rensianam in lucem prodierunt. 



128 T,EYi Dr;i.Li Vida kt pabqvai.], is stati silvas. 

ipse ' ex ' aibique ' factum esse non difficile &dparebit, 
dummodo accipias corrnptelain iu libro scriptura contÌDua 
esarato natam esse. Accedit, quod taiu saepe Statius in ver- 
aiculorum fine ' ipse ' scripsit, ut haec clauaula ipaiua Pa- 
piniauLte artis propria esse videatur. Taedet omnes lau- 
dare loeos: attaman conferre poteria 9. I 2, 86. 254; 3, 99, 
Il 1, 17. 30, IV 8, 60, V 2, 178; 3, 201; 5, 73. 

Neqne mirandum est extremam quinti pedia syllabam 
elìsani psse : bao ut da plus quam trigiuta 

Vergili locia tao9 atium in bexaraetris com- 

ponendis aecutans qai ignoret), ipae Statina 

usus est in SilvU 



absit: ego Ì 



. (II 3. 3i) 



Quoiiiaiii igit 
bet sensum et pai 
non repngnat, nihil t 



ipsa Stati verba in lucem protulÌ:<stì. 



)meotnra et optimum prae- 
ammaticia metricis legibas 

-, caiisae quod iirbitremur, eum non 



ì Tval. Oct. \[CMVI. 



Georgiv.s Levi Della Vida. 

GeOUI.IIVS PAyQVALI. 



INDEX CODICVM CLAS8IC0RVM LATINORVM 

QYI FLOItENTIAE 

IN BYBLIOTHECA MAGLIABECHIANA ADSERVANTVR 



COMPOSYIT 

ALOYSIVS GALANTE 



Pars II (ci. VII-XL) 



[53] Magi. VII, 1105. 
1 A. Persii Flacci satirae VI (I tamen inde a v. 36 ; V et 
VI numeri s VI et VII distinctae sunt) 20 lohannis An- 
tonii Mazzii in Persium commentarius [^ At ipse semipa- 
ganus ad sacra vatum Carmen hoc etc, Fuit a principio in- 
tentio Poet^ nostri eos poetas carpere etc. ' — ] 88 Servii 
Honorati de finalibus 3-6 (cfr. Keil GL. IV 461 sq.)- 

Chart., cm. 20,4 X 14,5; ff. 88 num. (ff. 14-19, 68\ 71% Tò\ 77-79', 
84^-87' vacua), a. 1475, cum integumento chart. ree. et singulis fo- 
liis custodiae in principio et in fìne. Codex est mutilus in initio. 
Manus eadem cui Persii sat. debentur complures adnotationes in mar- 
ginibus et interlineis addidit. Comment. tot et tantis lituris inqui- 
natnr ut recte Io. Ant. Mazzii autograpbum dicere possis. F. IB^ 
sextam satiram subsequuntur baec: ' 1475 | Explicit intortus per 
totum persius orcus | Explicit obscurus per totum persius orbem. | 
Qui tu lector flector supraacr.] scripsit crede fuisse Ioannem | Quem 
Dii conservent secundum semper in orbe. | niQtoaoy {sio: 1. cQQvjaoy) 
xaì TtuXiy, I Qui tu lector scripsit Mazzum [hoc nomen atramento rfc- 
letum] fdisse putato | hic liber Persius scriptus et auditus fuit | ab 
Ioanne antonio sub Domino Ioanne Lacbo fiorentino. 1475 primo 
anno: quo Florentiam appulit '. Ff. 20-22 inscriptiones rubro pigmento, 
nunc prope evanido, exaratae sunt. F. 73^ ' Excellentie 12 Sancti 
Petri * leguntur. Codex fuit olim bybliothecae Strozzianae. 

Studi Hai. di filol, cla99, XV. 9 



130 00DIGB5 l 

[54] Magi. VII, 1120. 
1 P. Ovidii Narioiiie epistola Sappbas ad Phaonem Ò'' ' Fa- 
bula de qiiodara rustico ' [me. ' Rusticns iixorem aecum 
per paacua diiroiia ' — espi.: ' instruerem Cjuanti fabula 
sit pretii '] Antonii Panorraitae Carmen elegiacura 
[ine: ' Desine me placida uerbis abducere terra ' — expl.: 
' Qiiam siiluniii nostro nomine redde uirum '] 8 ' Egre- 
gius poeta Virgiliua ad quendam puerum ' (cfr. BHtireiia 



>oete Ovidii [hoc nomen IÌ- 

at in cod. 41 9' ' Eius- 

) viro ' [ine. : ' Vir bonus 

llnm ' — expl.: ' offensus 

ectis ' ] 10 P. Vergini 

q] Dirae 13'' ' Egregii 

rgilii Priappea incipit fe- 

itirae et liber Priapeorum 

aroliui, Weidmann, 181] 

' incipit priapeia minor ' (ofr. 

p. 1^ sq.) 26 ' Ovidiua 

(cfr. Bandini II 277 xxxvi) 

■ Si totum membrana 



PLM. IV IGO) 

HCoU ohducta Jeìetm 

dem [in mg. Virgì! 

et sapiens qualem 

prauis dnt palmari;» 

Maronis Jloretiim 

ac famosisisimi poe' 

liciter. t'eliciter ' (i 

iterum edid. Frano. 

pp. 135-154) 26 [in mg.] ' 

Tibiilli Priap. in land. edit. 

[(hlelitm iit iinj>ra] de lumaca ' 

27 epigramma ' iu raulie: 
c^lum calamus nemus omue | Et thetia inclaustvtim scribat 
et omnìs homo j Nec homo, noe calamus, uec pagina tanta 
liqiiorquo j Femiueum facinus scribere snfficerent '] 
ibd. ' Epltapliium Eraccii ducis illustris ' ibd. <Maxi- 

raiuiy ■ Via virtutid et vitii ' [cu: Biihrena PLM. IV 149) 

27" ' Alexandri magni iraperatoris lamentatio ' [ine: 
' Nuuc ego qui totum mundum certamine uici ' — expl.: 
' qui sim nel qualia lector et ipse uide '] 28 Antonii 
Panormitae Hermapliroditi libri II (cfr. Qninqne ilhistrium 
poetarum Luaus in Venerem, Parisiis 1791, pp. 1-45) 
48 eiusdem carraeu ad Petrum Lunenaem [ine: ' Scilicet 
etrurii suut inclita gesta senatua ' — expl. : ' Euehet ad 
superoa lauta tlialia polos '] 49 ' P. Nasonis Ovidii liber 
de somno ' {= Ainorum ITI 5 ed. R. Merkel, Lipsiae 1881, 
I fiO) 50 ' Incipit Ovidiua [Heletum ut sitjira] de speculo 

ifedicine ' [ine: ' Ne tibi diapliceam quia sic sura corpore 
parnas ' — ' Aiiris sic morbum dimisit denique totum '] 



BTBL. MÀQUABBca. 11. 131 

60' ' Incipit Ovidiiis [deletum ut tupTa] de cuctilo ': 
est centra, Àlcuiut Conflictus Veris et Hiemis (efr. Monum. 
Germ. hnt. Poetarum latin. M. Aevi T. I pp. 270-272) 
51" ' Incipit Ovidius [deletum ut suprà] de philomena et 
de proprie tatibua auium et aliquarum bestiarum ' (cfr- Bilh- 
rens PLM. V 363) 53 ' Incipit Ouidius de medicamine 
faciei ' (cfr. ed. R. Merkel, I 165 sqq.) 55 ' Incipit Oni- 
dins de nnce ' (cfr. Bahreus PLM. I 90) 59 ' Incipit 
Ovidius [deletum ut tupra] de speculo Medicine ' [ine: ' Auo- 
tor apud grecos medicamine primus Apollo ' — expl.: 'Terra 
melancolie a qua flemma mutare probatur '] 60 ' Epy- 
thapbium sapra tumulnm regis Roberti per eloquentisai- 
mtim dominum Francischum PetrarcLam ' [ine: ' Hio sacra 
maguaniini requiescunt ossa Roberti ' — espi.: ' IndoHs 
egregius bello, sed pacia amicus "] ibd. ' Pro Lucretìa 
muliere castissima carmina ' (cfr. Bahrens PLM. V 443) 

ibd. ' Christopbaui de pratoneteri carmina ad iacobum 
azarolum in cosmi et domini angeli azaroli laudem ' [ine: 
' Sepe mihi tristi trepidai formidine pectus ' — expl.: ' Nunc 
quibus apponunt me poacunt boa et aaelli '] 61' ' Re- 
sponsio Leonardi Dathi florentini ad Franciscum patritium 
prò Venere' [ine: ' <?> Vice pati duroa nimium nimium- 
qne labores ' — expl.: ' Pare nanque alias musaes in apol- 
Hnis ^de '] 62" ' Carmina Franciaci Patritii ad Venerem ' 
[ine; ' Difficile eat duroa dudum perferre labores ' — expl.: 
' Irridens liber ueueria promisaa sequentea '] 63 ' Epi- 
tapbium Pauli pacbiantia etc. a Chriatophano de pratone- 
teri ' [ine : ' HÌo iacet ignotum Paukia de plebe cadauer ' — 
espi.: ' Deposuit aitam pene uomente suam '] 63^ ' Leo- 
nardi dathi florentini carmina prò eodem Pachìante ' [ine: 
' Hic iacet is panlus scortorum magne fututor ' — expl.: 
' Penìa an aaaiduo fuderit ex uomitu? '] ibd. ' eiusdem 
prò eodam ' [ine. : ' Dulce mori deciis patriam seroantìbus 
nitro ' — expl.: ' Incumbena cunno pellicia immorere ']. 

Chart., cm. 23,6 X 17; ff. 65 num. + 1 non num. (U sqq. vacua), 
ciim integumento chart. et custodìae metnbranìs in principio et in fine, 
a. nói. Prima custodia in ' recto ', praeter quasdum nugas nulliiu 
i, esliibet haoc ; ' Messer Tliommaso di Iacopo di bovnaba degli 



OODICB8 Lìti HI 

1 ' Terao ' ftuteni ' hìe liber est mei 

« «rutumj qnem ego florsntU aoripsi a,oao Hot '. Snbaeqiiitur 

ibidem indes carminum quaa voluraine continentor. Costodisi posbe- 
rior io ' reato ' exhibel fignras admodnin inopte delineaUs, et ia 
' verso ' ootiiìtiii quaedam mythologica, Inscriptioaes rubro, ÌDÌt. autdm 
litteriie caeruleo pigmento exarntae snot. Codes fnit bybliothecfte 
StroBzianae. 

[55] Magi. VII, 1130. 
Albi! Tiballi elegiarum libri IV ^Inter ff. 19-20 desunt 
vv, I, XI 62 — II, I 30) In fine (f. 46') Domiti! Marai 
in Tibiillum epigramma (ofr. Biibrens Fr. post. rom. p. 348). 

Chart., cm. 2t,TXlJ,6; IV. 46 num. cum integumento chait. et 
bini»! 11*, cuatodiae in principio et ìa iìne, gaoc. XV. Inscriplionea et 
initiales litterae rubro pigmeuto enar&tao ; siugulorum autem vv. ini- 
tialea croceo pigmento distinctae suut. F, 46' : ' Deo gratìas Amen | 
Marinua acripsit '. Deinde m. vec. iterum priorom disticlium Dom, 
Marsi exaravit: et, in marginibas, passim varias lectiones addidit. 
In posteriore charta custodiae iiugae quaedam inreninntuT. Codex 
fuit b^bliothecae Strozzianae- 

[56] Magi. VII, 1133. 
Sedulii preabyteri Carminis Paacbalis libri V cum prologo 
(nt in A. Gallandii Bibliotbeca Veterum Patrum, Veae- 
tii8 1773, IX 637 aqq.). 

Memhr., cm. 15,6 X 11,6; ff. 48 num. {vacua 47M8) saec. XVI, 
cum integumento ohart reo. at trinila IT. custodiae in princìpio et la 
fine. Prima pagina nitide et eleganter aaro varìisque colorìbas illu- 
minata exstat; inscriptiones rubro, initiales litterae caeruleo pig- 
mento exaratae. F. 2 ab imo esbibebat haec a m. ree. ' Mouasterii 
angelorum petrus Candidus ' postea obducto atraniento fero deleta. 
Postrema cuatodia in ' verso ' nugas quasdam exhibet. Codex fuit 
bfbliotbecae Slroeiianae. 

[57] Magi. VII, 1134. 

1 Albii Tibulli elegiarnm libri IV cdm titalis in singnlaa 

et Domitii Marai ìq Tibullum epigranimate in fiue (f. 39") 

40 <MaxÌmiaui> elegia (cfr. Bàlireas PLM. V 316-329) 

46 (eiusdem) elegiae II-IV in unum oonflatae (cfr. BSh- 

rens ìbd. 329-340) 50 <6Ìu3dem> elegiae V-VI ut anpra 



BYBL. MAQLIABECH. II. 183 

(cfr. Bàhrens ibd. 340-348) cum snbscriptìone: ^ Scriptus 
ab herimaco maximiane lupo ' 53^ <P. Ovidii Nasonìs 
epistola Sapphus ad Phaonem). 

Chart., cm. 21,7 X 14,7; ff. 57 num. (+i inter 39 et 40 et ii in 
fìoe vacua et non num.), cum integumento et custodiis chartaceis, 
saee* XYI. Prima codicis pagina auro et variis coloribus illuminata 
est; et item litterae init. singulorum librorum. Inscriptiones rubro, 
carminum init. litterae caeruleo pigmento exaratae. Interdum in mar- 
ginibus m. eadem rubro colore et atramento adnotatioues adscripsit. 
Cedex fuit olim bybliothecae Strozzianae: quod patet ex inscrip- 
tione quae in foliolo cqdici praefìxo legitur ' Di Luigi del Sen.'* Carlo 
Strozzi 1684 * . 

[58] Magi. VII, 1136. 
1 Sednlii presbyteri Carminìs Paschalis libri V cum pro- 
logo, ut supra, adiecto tamen ff. 33-35 Hymno I (cfr. Gal- 
landii Bibl. laud. IX 661) 36 Marsilii Ficini epistolae 
et opera varia; quae vide in Operum edit. Paris. 1641 
I 769. 677. 678-686. 667-669. 669-670. 663-667. 671-677. 
666-663. 696-699. 786-787. 788-789. 789. 789-792. 

Chart., cm. 20,6 X 14,2; ff. 90 num. (+ i vacuum non num. inter 
85-36) cum integumento chart. et singulis custodiis in principio et in 
fine, saec. XV, duabus ut videtur manibus exaratus [«) fF. 1-36; /J) 37-90]. 
Inscriptiones et init. litterae rubro pigmento exaratae sunt. Cedex 
fait bybliothecae Strozzianae. 

[59] Itfagl. VII, 1168. 
C. Valerii CatuUi carmina, quibus praecedit epigramma 
[ine: ' Ad patriam uenio longis a finibus exul ' — expl.: 
' Cuius sub medio clausa papirus erat '], cum nonnullis 
autem carminum ' contaminationibus ' (ex. gr. II-III, IX-X, 
XIV -h XVII, XV-XVI, XXX-XXXI, al.). 

Chart., era. 21,2 X 14,8; ff. 48 num. (quorum 44-48 vacua) cum te- 
gumento membran. origin. et singulis custodiae chartis in principio et 
in fine, saec. XY« luitiales litterae rubro pigmento exaratae sunt; 
passim in marginibus adnotatioues (fere omnes ab eadem m.) legun- 
tur. In anteriore membr. custodiae haeo bis a diversis manibus con- 
soripta leguntur ' CatuUus Veronensis ', et ab imo ' ì^e Paris ab- 
ducta gauisus libera moecha | otia pacato degeret in thalamo '; in 



poatoriore ab imo Kiiripid. Androni. Nauok» (Lipsiao 1S89) tv, 1271-78. 
Charta oustadiao anterior haeo exhibet ' Catullua Veronensia — Di 
Luigi del Sua/' Ciilo SItozkì '. Fait enim bybliotheeae Strozzian*e. - 

[60] Magi. Vrr, 1162. 
1 Sex. Aurelii ProperÉiì carmina 91 ' L. Aretini opu- 
souluni de linulibua fiorenti^ Vrbis f%liciter incipit ' [ine: 
' Vellem milii n, dflo inmortali datum esse, ut ' — expl.: 
' populunique eiua ' - - - m^iQ^yg defendite '] 

119 anob. epistola -tholomeo corniti' [ine: 

' Scribis audinisso ( i bine quotidie ad te uo- 

niuiit ' — expl. : '* m nudia in me posse con- 

citare: Bene et di rentia octauo Ka!. maias 

McccLvii.i '] Ij àu eleg. [ine: ' Sanctus 

apud muitas dux il itea ' — expl.: ' Sic apad 

externos denique s 132 anon. Carmen eleg. 

[ine: ' Nimc ego ■ mdentissime priscos ' — 

expl.: ' Kt qn^ nenernnt temporn acerba queri '] 
133 anon. carmeii eleg. [iuc: ' Vinebam liber turba trau- 
quillus ab ornili ' — expl.: ' Jlaxima si durus numiiia uincit 
amor '] 135 anon. carnien eleg. [ine: ' Barbara gens 

italos nenit enersiua penates ' — expl.: ' Qui cladem latio 
pernitiemqne parat '] 13G anou. epigramma (' Diva 

drias nemoris, Nereis alti, Napoa mentis, Klis agri, heroas 
est dea montis '], in mg. ' Nimpbe ' 136^' anon. epigr. 

[ine. : ' Inclytus ^acides placido chironis in antro ' — expl,: 
' Post aliis ueuiet ulta refenda modis '] ibd. epigramma 
' Femina si fuitnm faciet ' etc. (cfr. Bfibrens PLM. I 64) 

ibd. m. ree. ' Dixerat h%c custos iiortorum nerba pria- 
pus [ Vulcanusque timens periìcsre liorret opus '. 

Cliart., era. 21,3X14,1; ff. 13S uuin. (vacua IIT-IIS, l-29'-130, 
137-liiS) cura singulis membraniii cudtodiae in principio ot ia fino 
integiniieuto coriaceo origiu. adghitin:iti:s, n, 146.3 tribu3 raanìbus 
exaratua: «) il'. I-IIG*; ,<) 119-1-29; ;■) 131-11)6". luscriptioues, adno- 
tationes nnonnllae, iiiitiai«s liltorao pleriimqiio caoruleo pigraeuto 
exaratao swnt. F, 9i3 loguntur rubro haec: ' Explìcit liber propertii 
scriptus por mo petrum campaniura ilum erain iu opido auglarii auno 
domiui MuiTcLxiij. Duo gratina'. Co.lcx fuit bvllìotliecao Stroz- 



BYBL. MAGLI ABBCH. II. 135 

[61] Magi. VII, 1164. 
Sex. Aurelii Propertii carmina. 

Chart., cm. 21,8 X 14,7 ; ff. 83 num. (83 vacuum) + 7 vacua non 
num., cum integumento coriaceo origin. et membranis custodiae in 
principio et in fine, saec. XY. Prima codicis pagina et singulorum 
librorum litterae init. auro variisque coloribus eleganter illuminatae 
exst^nt; inscriptiones rubro, initiales litterae plerumque caeruleo co- 
lore exaratae. Perraro m. ut videtur eadem in marg. varias lectiones 
addidit. Prior membrana custodiae nomen possessoris exhibet: * Liber 
antonii beniuieni et amicorum '. Codex fuit bybliothecae Strozzianae. 

[62] Magi. VII, 1193. 
1 P. Ovidii Nasonis epistolae ex Ponto 69 A. Persii 
Flacci satirae VI cura prologo 85 ' Charoli Aretini prò 
hobitu Leonardi Viri doctissimi ad Benedictum inris consul- 
tura elegia' (cfr. Carm, illustr, poetar, {tal., FlorentieLe 1720, 
VI 267 sqq.). 

Chart, cm. 22,2 X 14,9; ff. 119 num. (vacua 82^-81^ 8^-95^ 119') 
+ 111 vacua non num. (in ii-iii nugao quaedam nullius pretii repe- 
riuntur), cum integumento cbart. ree. et foliis custodiae in principio 
et in fine, saec. XV. Inscriptionum litterae rubro vel saepius al- 
ternis ratiouibus rubro et nigro pigmento exaratae sunt. Passim m. 
altera in marg. et interi, adnotationes complures adiecit. F. 08 le- 
gnntur haec: ' Explicit liber epistolarum Ovidii de Ponto quem legit 
magister Guglielmus civis Aretinus Amen. Finis Amen '. Codex fuit 
bybliothecae Strozzianae. 

[63] Magi. VII, 1197. 
1 M. Valerii Martialis epigrammaton libri XIV 190 ' Ex 
Suetonio nonnulla quae ad spectaculorum interpretationem 
faciunt ' [hoc est Nero 31 usqne ad verba ' quasi hominem 
tandem habitare coepisse '; ex Domit. 22 ' Concubitus uelut 
exercitationis genus clinopalem uocabat '; Domit. 4 ' Spec- 
tacula magnifica assidue ' — ' sed et feminarum '; ibd. ' per 
omne gladiatorum spectaoulum ' — ' plurimum confabu- 
labatur '; ibd. ' nauales pngnas ' — ' prospectauit '] 
190^ ' Qu^stio ex Diodoro Siculo ad eorum spect. etiara 
rationem congruam hic subnotare placuit ' [ine. : ' Aegip- 
tiorum regnum heroes ' — 'ex medis in persas transiuit '] 




C0U1CB£ LATIKI 



19J ■ V"'- '"i spec. popnlos pertiaent ex ptolomeo liìc 
signanda duximiis ' [ine: ' Caria in aaia intra joniam eto.' 
— ' stniantur enim trabes din a carie ']. 



Cbart., om. 21-ÌX12; ff. 193 
vacua non nniri. ciira ÌQt«gument>o 
merabraois ciisloiliae in prìncìpio et 
pagina cxbibet initialem littemm aa 



tam; iasceiptì'jneB et aingulor 
brorum cacjiile^u pigme 
etraai-gin. dniii; vel troo 
seasoruin Lasc: f. l"" ' 
Elodia ' D. Antonii Zani 
custodiae ' !ii;io ruissari 
est Iranciaoi aini '; in pi 
di Tommaso Strozzi 16' 



. [vaena 189', 192-193)4-" 
. et varila chartìs et 
fine, saee. XV> Prima codioia 
variiaque ooloribua iltu: 



betn 






i epigramm. lìtterae ii 
lotatioaes compii 
ut. Codex 



tlumni '; in posteriore membr. 
aqquatoio de fìami | Hic liber 
dia ' Di Luigi del Scn." Carlo 
>yblÌotlieoae Strozziatiae. 



[64] Magi. VII 
1 Q. Hoiatii Flacci carrainum liDrì IV 62 einsdem epo- 
don liber 74" eiusdem carmen yaeculare 77 eiusJem 
epistola de arte poetica 88 eiusdem satiranim libri II 

132 eiusdem epistolaruin libri II 164 (Nicolai Pe- 
rotti/ de re metrica [ine: ' <S;i nil a te iocundius nobis 
^jotiiit inueniri quain ut de ratione metrorum conscribe- 
remus ' — expl. : ' ita eniin fiet ut nec te accepti beneficii 
nec me laboris peiiiteat mei. Vale '] 180 (rtibr.) ' Incipit 
ars metrica edita per uiuolaum perotum oratorem ' cuius 
pars maxima exstat in ' Q. Horatii FI. omnia poemata 
cnm ratione carminum ', Venet. ap. Io. Grypbiiim 1684, 
e. 219''-220'. 



Cliart., cm. 21,«X11,5; IV. 100 ntim. (vacua (!P, 7S, 87'", 130', 
ini'-lGir) -p 111 vacua non num , SilfC, XV. Accedunt binne membra- 
nae custodiae in principio et in fine, tegumentum corìao. origiii. 
Inacriptiones et initialea litterae dt^siiat, spatio relieto. Variae manuB 
ree, praosertira in uann. et epp., in margin. et interi, adnotationes 
adJideruut. In priora meiiibr. rubro pigmento in. oadom quao codicem 
exai-iivit indicera in ea qii.ie voluiuine coutineiitiir adscripsit; in al- 
tera l.'guutur baec: in ' verso ' ' O. B. Augustiiji Sarraoeni ', in 
' recto ■ ■ 1>Ì Luigi del Sen.^^' C:irlo Strozzi '. Co.iex fuit enim bjblio- 
tliecao Strozzianae, 



BYBL. MAGLIABBOH. II. 137 

[65] Magi. VII, 1210. 
Aelir Donati in P. Terentii Afri Adelphos commentarius 
(cfr. P. Ter. A. Comoediae ed. Corn. Schrevel, Liigd. Batav. 
1657, pp. 431 sqq.). 

Chart., cm. 21,3X14,7; fF. 60 num. (60^ vacuura), cum integu- 
mento ohartac. ree et singulis chartis custodiae in principio et iu 
fine, saee. XYI. Pars superior complurium foliorum madore nonnihil 
corrapta, ita ut vix ibi exarata legare possis. Codex fuit bybliotheoae 
Strozzianae. 

[6G] Magi. VII, 1221. 
Aureli! Prudenti! Clementis Diptychon (cfr. A. P. C. Car- 
mina ree. et explic. Theodorus Obbarius, Tubingae 1846, 
pp. 300-306). 

Membr., cm. 20,2 X 15,2 ; ff. 3 non num., quorum primum et ul- 
timum custodiarum munere funguntur, et iam quaedam nunc abrasa 
exhibebant (anterior tamen membr. in ' verso ' nonnulla de rebus 
sacris a vetustiore manu exarata ostendit), saec. XIY. F. 1 madore 
quam plurimum corruptum est. Inscriptiones et init. litterae rubro 
pigmento exaratae sunt. F. 7 exhibet haec: * Iste liber est mei bene- 
dicti petri de Kanbinis [baec iam superius scripta et deleta erant]. 
Qui moratur inscolis domini Baptiste de uulterra '; in ' verso ' inter 
quasdam nullius pretii nugas: ' Questo libro e di benedetto di piero 
chanbini ' quae postea deleta sunt. In posteriore membr. custodiae 
iterum * Benedictus petri ', et supra ' COL TEMPO '. Fuit olim by- 
bliotheoae Strozzianae. 



[67] Magi. Vili, 1383. 
1 (in marg.) ' Incipit prologus beati leronimi super epi- 
stulis pauli ad senecam et senece ad paulum R.** ' (cfr. L. An- 
naei Senecae opera ed. Frid. Haase, Lipsiae 1853, III 476-481) 

4 epitaphium Senecae (ibd. Ili 482) ibd. eiusdem 
Ludus de morte Claudi! (ibd. I 264-275) 9^' eiusdem epi- 
stolarum moralium libri XVII (XVII* sunt autem tantum 
epp. I et II usque ad verba ' dabam me spei tantae ' : cfr. 
opera ed. land. Ili 1-132) 158 anon. de virtutibus [ine: 
' <P>riorem caritatera nemo habet quam ut animam suam ' 
— expl.: 'ita ex diuinis eloquiis interior homo nutritur 
ac pasci tur ']. 



I^HI^^^^H 


138 ^^ OODICKS L&TIKI .^H 


Chart., cm. 29,4X32,1; ff- 208 nura.(vaoaal64M56',2(B-) 4- IV ^M 


vacua non oum.. ciim integamento diartac. reo, et ouetodiis abart. ^H 


in principio et hj line, Skee. XV. F. 163 ' li83. a> aprili» ' et, f. 20T-208 ^M 


' XXV. Kal. mnliis ' m. t«c. ndDotationes qunadnm nalliii9 fere prstii ^H 


adscripsitj t'aliis ii-;a quae vacua eraitt. M. eadem qu.'Le codicem exa- ^H 


ravit inscriptione.s in mg. addidit. In anteriorìa cnatodiae ' verso ' ^H 


loguntur haec: ' Hoc Sooece Volumen Angeli tranquilli est plabanì ^H 


casalis Ghuìdi pisUrieneia dioc. Qnod illi douo dediC Tir prestaa- ^| 


tÌBBimus Ginchiiiùtttts de Gìachìnoctis ciuis florenlinus mense Fé- ^| 


bruarii HHi '. In prima custodia liaec 


: ' Del Sen." Carlo di Tom- ^M 


maso Strozzi KiTU ': i 


becae Strozzianae. ^^M 


[68] Magi. V: 


1 


Inter multa et vari 


antographa, partim etiam ^M 


italiee conscripta, 


ad res philologicas pertì- ^M 


nent exataufc if. Il i 


: CicerOQJs epistolae quae- ^M 


dam ad familiare8^ 


. 13. IX 14. Xin 63. 59. ■ 


60. 66. V 18. XVI 


IV 2. 3. 4. 7. 9. 6. X 5. ^1 



Chart., cm. SO.GX^^; ff. 133 num. [plurimn. vacua), cum inte- 
gumciQto chart, ree. et singulis custodiis chartac, in principio et in 
fine, Siioc. XV. Cfimplnribas partibus. a divorsis manìlius esaratia, 
compactiis est. Fiiit olira bvbliotliecao S(i-ozzÌ;inae. 



[69] Magi. Vili, 1418. 
1 e. Pliiiii Seciiiicli epistolariim libri V (uar^iio ad epistolae 
V 8 vtrba ' Suiit onim liomìnes natura curiosi ': cfr- ed. 
H. Keil, Lipsiae IStìS, p. 98, 13) ijS ' Oeorgii Trape- 
zuntii I.'^iii^oge dialectica ad prestaiitem iuve<iie;in p. gam- 
bacurtam ' ;iiic. : ' Multa sunt mi petre qiie lacimit ut ornai 
cura ' — t-xpl, ' et iiiaioriim scientia rerum non abiecta 
uero doctus sis et uidearLs '] 00 auoa. tractatns 'de 
spera ' [ine, ' Tractatum de spera qiiatuor capitulis distin- 
guimus diceiites ' — expl.: ' et habuit m;iguum astrolabìiim 
tricubitura uidelicet aut maioris quaiititati-j ']. 



+ 1V' 



br., ora. ■2i,r, X 16,2 
s i^ustodiae in priiK 
ae f. G8 et 90, F. 1 



ir. 1-20 nu 
I tega mento 

pio et in tino, sacc. XV. l'rini 
t) olefjantcr illnminata exstat 



Gn-GT*, 'ja'-os-) 
origin. et singtilis 



BYBL. MA6LIABBCH. II. 189 

caemleo pigmento exaratae. F. 65^ post Plinii epp. haeo legno tur 
(rabr.): 'Qui scripsit scribat semper cum domino uiuat | Yiuat.et 
in celis migliores (sic) cuìn domino felix '. Codex fuit bybliothecae 
Strozzianae. 



[70] Magi. Vili, 1423. 
Inter quaedam qnae nihil ad res classicas pertinent exstat 
3^ L. Annaei Senecae ad Gallionem de remediis fortuitorum 
(ofr. L. A. S. Opera ed. Haase, Lipsiae 1853, III 446-467). 

Chart., cm. 21,2X14,6; ff. 37 num. (vacua 7^-8^ 36-87) + ii 
vacua non num., e quatuor particulis a diversis manibus exaratis 
compactus, saee. XV. Inscriptiones et init. litterae rubro pigmento 
exaratae* Fuit bybliothecae Strozzianae. 

[71] Magi. Vili, 1440. 
Inter varia ac multa, quorum quaedam (ff. 89-94^, 97-116^, 
292-325) italico sermone conscripta, exstant haec: 2 ' Ca- 
teline in Ciceronem oratio ' [ine: ' <0>mnis homines qui in 
maximis principatibus uitam agunt ' — expl.: ' omnium ci- 
nium gratin et beniuolenti^ uestr^ restituite 'J 14 L. An- 
naei Senecae epp. ad Paulum apostolum (cfr. ed. P. Haase, 
Lipsiae 1853, III 476-481) 18^ ' Fontelinetum incipit, 
in quo tres introducuntur interlocutores, idest Anniuius. 
Mor .... et ph^bus ' [ine: ' Die ubi terrarum maneant tua 
numina ph^be ' — expl. : ' Virtutis pr^tium gustus amarus 
habet '], adiectis in fine bisce versibus: ' Fontelinete meum 
stadio uenerate camenas | Vt tua sint pli^bo dogmata piena 
deo ' 21 anon. quaedam de vocibus, syllabis et alpha- 
beti litteris (cfr. cod. 4, 46) 38 <M. T. Ciceronis de im- 
perio Cn. Pompeii oratio) 51^ <[C. Sallustii Crispi] in 
M. T. Ciceronem declamatio) (cfr. Klotz part. IV voi. Ili 
356-357) 53 <[M. T. Ciceronis] in C. Sallustium Crispum 
controversia) (cfr. Klotz ibd. 357-363) 61"^. 68. 78 M. T. 
Ciceronis epistulae quaedam, quarum nonnuUis italica versio 
addita est, quaeque interdum fragmenta tantum esse vi- 
dentur: ad Fam. XIII 20. XI 25. XIII 6^ XII 27. 9. 21. 
IV 15. V 3. II 4. 2. I 10. 3. XVI I3. II 2. 14. I 6. II 5. 
VII 22. 19. ad Att. IV 12. 13. 14. ad Fam. I 3 177-256 



' Dieta perpulchra «x Ciceronis epiatalÌB per me An- 9QBì- 
pta ', quae omnia recensere operae pretiam non dust. 

Chart., cm. -21 X14,9; ff. 3tìl aum. (plurima vacua). Aooedunt 
siDgula filiti ciistodìaa in principio et. in fice. Codos e compluribns 
partibiis, a dìversis in»nibu8 saec. XV exaratii., compaotus est. F. 1 
babes ' Di Uunnaccorso da Moutemagno '. Fuit bybliotheeae Stroz- 



[72; Magi. V; 

In vol\iii;iiie * n 
zianae, quodque ìtali 
conscripta (era. 22,2) 
IV 42ii sq.) 125 eiu 



., quod fuit bybliothecae Stroz- 
doae ', exsLaot haec aoec. XT 
irvii do acoentibaa (ofr. Kefl 
ÌB (ofr. Keil IV 427). 



[73] Magi. V; 
Inter multa ac va ad rea philologìcas per- 

tinent, exstaiit hat rotii Com meritar iornm in 

Soraiiiam Scipioais I in 2 — I iv 4 listine ad verba ' nt 
ego ijui te gemii ' (,cfr. ed Frane. Eyssenhardt, Lipstae 1868, 
pp. 473-4TÌM 295"' P. Ovitlii Nasonis epistola Sapphue 
ad Phaoiiem, cnin adnotaiionìbus 368"' ' Ovidius de phi- 
loinena', ut iu cod. 54 369'' ' Ovidius de psitaco ' 
= Amonim II 6 vv. 1-38 (cfr. Merkel, I 28) 370 ' Ovi- 
dìus de cuculo ' vv. 1-6 i,i. e. Alcuini Coiiflictns Veris et 
Hieinis, cfr. cod. 54) ibd. ' Ovidius de nuca ' uaijue 

ad V. 93. 



Cliai 



21,7 X I4,!ì ; tv. 372 r 



tegumeuto ineinbitii 

principio ot in fine, 8acc. XV-XVI. 

verBÌa nianibiis exaratis, conipni'.tiis 
pigmento exaratae suat. In integiim. 
cose ialine '. Fuit bybliotliccne Siro 



, (plviri 



la), 



custodiae (typis iinpressis) in 

compluribus paftibus, a di- 

it. Hio illic inscriptioues rubro 

nteriore legitur ' Zib.'ildone di 



i74] Magi. XI, 114. 
1 C. Iiilii Hygini Astroiiomicoii libri IV (cfr. Hyg. ed. 
loliaunis SoliefFer, Hamburg! 1674, pp. 210-338) 57 (= 1 
volumiiiis II') ' Incipit tbeorica distaiitianim omnium spe- 
rarum ciiculoium et plauetarum a terra o.um magnitudine 



BYBL. MAGLIÀBICCH. II. 141 

eorum composita a domino Àndalo de nigro de lanua ^ 
[ino. ' Punctns . centrum . cuspis sunt sinonima ' — expl. : 
' in ilio loco m 46 J-JHfJI quae sunt secunda 47 '] 66 C. 
lulii Hygini Àstronomicon libri III-IV 74 ' Iginii gram- 
matici Astro<Io>gia ' quae nihil aliud est ac Astronomicoii 
liber I et II* prooemium usque ad verba ' ant utilitatem ad 
scientiam aut iucunditatem afierent lectori ' (1. ed. pp. 
210-222); exinde ad finem Hygini compendium potius vi- 
detur 95 ' Expositio canonica descrictionìs {sic) stella- 
rum secundum boreale emisperio '; tabulae quae fortasse 
ad Andali de Nigro opus referri debent. 

Chart., cm. 29,2X22,1; in duo volumina divisus, quorum al- 
terum ff. 21 num. (23-24 vacua), alterum fF. 86 (numeri a\item quibus 
£f. distinguuntur a 57 ad 110 procedunt, ita ut nonnulla cecidisse cre- 
dere liceat), cum custodiis et iutegumentis ree, saec. XIV. Quae 
Hygini in cod. exstant binis coluinuis, cum inscriptionibus et init. 
litteris rubro colore exaratis, coiiscripta sunt, ab eadem tamen m. 
quae celerà exaravit. Figurae nonnullae in Hygini operis parto, quae 
secundo volumine continetur, satis eleganter delineatae et depictae 
sunt. F, 22' (prioris voi.) leguntur haec m. ree: * hic deticit una 
columna que est infra 74 de doctrina temporum ortus signorum ', 
quae re vera dicto loco reperiuntur. Codex fuit bybliothecae Stroz- 
zianae: ambo enim volumina uoraen possessoris praefìxum exhibent 
' Del Sen." Carlo di Tommaso Strozzi 1670 '. 



[75] Magi. XI, 141. 
1 C. lulii Hygini Àstronomicon libri IV, ut supra 38 Fi- 
gurae quaedam in Hygini opus 71 Nicolai Perotti liber 
de metris cura prooemio ut in cod. 64 90 eiusdem ' epi- 
stola de horatii flacci ac seuerini boetii metrorum Jiuor- 
sitate ad helium perottum fratrem ', ut in laud. cod. 64 

105 anon. praecepta ad rem grararaat. pertinentia [iuc: 
' <?>ARS mea multorum es quos secula prisca tulerunt ' — 
expl.: ' ut nigilanda uiris. Ex his similis '] 129 Pri- 
sciani latina interpretatio ex Dionysio de orbis situ (cfr. 
Bàhrens PLM. V 276 sqq.). 

Chart, cm. 21,2 X 11,3 ; ff. 156 num. (57^ 68-70, 100^-101, 128, 156^ 
vacua), cum integumento chart. ree. et singulis chartis custodiae in 



112 0OD1OB5 LATINI 

priacipio et in Una, BaecÉ XT. Insctiptiones et ìnit. Ittterae quaedam 
rubro pigmento, uunc fere evanido, es&rat»e siiat. Codex ut vids- 
tura quaiuor m^iTiibiiB esaratus est: «) 1-67; fi) 71-100; y) 105-127; 
cf) l'20-15G. Fuit olìm bybliotbecae Strozzianoe; quod patet e nomine 
pi>ssea:ìoris in uustodia unteriore iaBcripto ' Di Luigi del San." Carlo 
di Tommaso Strozzi 1679 '. 



[76] iMagl. XIV, 3. 
1 [Aemilii Macri] ^' *"- 
finito, ut in ed. 1 
' de gariophylo ' i 
' de betonica ' soli 
versus [ine: ' Sitil 
fiant ' — expl.: ' ' 
nonellum '] 27 
triuola * (V. e. 89 
uomen foliìs de m 
et iiilia iure nideuuui- 
frustra qnaesivi 
tim latine partii 



-rirtutibua (F. 26, carmiue 

IO o. 98", legantur capita 

intha ' e. 75, ' de urinis ', 

onscriptum) 26*^ anoa. 

eficiant) medici medici tibi 

bellum qniquid solet esse 

■i] ' de paratella ìdest ve- 

efolio ' [ine: ' Herba cui 

ezpl. : ' Tana tamen nobis 

uui- j ^.v- caput in [Aemilio Maero] 

1 (partia II) anon. de agricnltura ' par- 

talice conscriptum et e Petrì Crescentii 



opeie potissimum desiimptum ' [Targionì-Tozzetti] quod 
subsequuntur quaedam anou. de medicina, et magistri Brunì 
Longoburgensis traetatua chirurgiae, et Theobaldi Lozieti 
de Auzigno tractatus de cura pesttilentiae. 



Cbart,., cm. 22 X M,r); fi'. 30 num. (30' vacuum)- - xxil non num. 
-1-313 num., ita ut sodicem e duabus partibus in unum couSatis com- 
pactum esse e:cÌ9tiiiies, aaec. XV. Auccduut iutegumentum raembr. 
erigili, et singuiae cliavtae custodiae iti principio et in fina. Prae- 






duo ft'. 
ibent. Ff. I-XXII non 
iiidunt. F. 20'' haboa: 



m. iudicei 



rum (sic). : 






Explic 



liber 



il qual 
i de V 



acro] laudata 
jubseqtiuntur 
bus herbera- 



MuccLxviii tempore pontificatila domini d. 



Vrbani pape quinti ' unde patet scriptorera codicis, qui full certe 
saec, SV, subscriptiouem c-x alio antiquioro codice tiaustulisse. F. 1 
partis socundae baec laguiitur: 'Scriptum per mauum Ser Georgi] 
doniiui lacobi de bonaparto de Sanoto miniato ' ex alia tameu raanu 
quam quao fodicem oxiiravit. Aliua quidam possessor ree. ff. 30 
(prior partis) et XI nugas quasdam conscripsit, 'a di 22 di Settem- 
bre l.jóG ' unde ftpparut nomcn babuisse 'Giovanni di Pascolo': 
nugae aliaa ineptissiraae ck ead. raanu f. 1288-80 oxstant. 



BTBL. MAaLIABBCH. II. 143 

[77] Magi. XV, 39. 
P. Vegetii Benati Artis Veterinariae libri IV. 

Membr., cm. 26,2X18,3; &\ 133 non num. (133^ vacuum), cum 
daabus membranis custodiae in principio, et integumento coriaceo 
origin., saec* XY« In secunda membrana cast, in ' verso ' circulus 
inest elegantissime auro variisque coloribas illuminatus, qui exbibet 
haec ' in Hoc | codice co|ntinetur | liber Vegetii | Renati Viri | illu- 
stris de m| ascalcia | ': sup. m. ree. ' Antonii petrei Can.<^ fiorentini 
n. 860 ' F. 1 elegantissime illuminatum tria nescio quarum familia- 
rum stemmata exbibet. Inscriptiones rubro, init. litterae caeruleo 
pigmento exaratae. Foliorum sectiones inauratae sunt. 

[78] Magi. XVII, 6. 
M. Vitruvii de Architectura libri X. 

Chart., em. 29,3X22; ff. 68 non num. (vacua 61^-68) cum inte- 
gumento cbart. et charta custodiae in principio. Exaratus est ' Nea- 
poli M^^ccocLiiJ. zviiJ^ Martii * (£ 64). Inscriptiones et siogulorum 
librorum init. rubro, littera init. f. 2 satis elegauter variis coloribus 
depicta. F. 1^ exbibet fìguras nonnullas in Vitruvium. Charta custo- 
diae in ' recto ' ostendit rubr. : ' EST ANTONELLI FEERARII ' ex 
eadem m. quae codicem exaravit. Ibd. alia m. scripsit ' Vetruuius ' . 
In marginibus variae m. adnotationes addiderunt. In superiore sin- 
gulorum foliorum marg. librorum numerus adscriptus exstat. 

[79] Magi. XIX, 72. 
Flavi Vegetii de re militari libri IV. Praecedit vero f. 1 
index in ea quae libris continentur; et abrumpitur opus 
in libri IV 41 (cod. XLIII) verbis ' Sol quoque exoriens 
vel diem condens in- -. 

Membr., cm. 28X20; ff. 43 num. cum integumento cbart et 
foliis custodiae in principio et in fìne, saec. XY. Praefixi sunt duo 
folioli, quorum alter nomen possessoris exbibet ' Del Sen.'* Carlo di 
Tommaso Strozzi 1670 ' . Cedex fuit enim bybliotbecae Strozziauae. 
F. 1 init. littera variisque coloribus eleganter illuminata est: ceterae 
alterna ratione rubro et caeruleo pigmento exaratae sunt, necnon 
litterulae quaedam bic illic croceo colore distinctae. Inscriptiones 
omnes rubro pigmento exaratae. 

[80] Magi. XIX, 96. 
Sex. lulii Frontini Strategematicon libri IV (cfr. ed. Got- 
tholdi Gundermann, Lipsiae 1888, p. x n. 11). 





^^^^^^^^1 


144 


1 CODlCJtS 


"1 

LATINI ^^^^^H 


Cli.- 


>rt., cm. •>!,<! X 14,2; 


ff. ts 


iiam.-rn vacu» noa uum., cuni^H 


integii.u, 


Bntod>-.,uorigin.et 


singi 


1IÌS chartia custoJìae ìotogu meato ^^| 


adglutiu 


alis, saee. XT. Insci 


:ì{itÌDiies, iadicas et init. litterao rubro ^H 


pignitìuti 


» asariti. F, I in oìroalo 


atramente delineato litt«raeGT ^M 


impressa 


,a exatant, Poit olim 


bybliotbecae Strosaianae. H 


[81] Magi. XXI, 9. 




■ 


1 ' Francisci Barbari Ve 


laeti 


ad insignem virniu Laarsn- ^H 


tiuni LlemeJicis oivem floreuÈimim : de re uxoria liber in- ^| 


cipit fé 


lii-'iter ' [% 




DOstri Laureati carissime ' ^M 


— expl 


.: ' ae ani, 




ledìtissimo proficiscitnr ']: ^H 


de 4110 


cfr. Diati 




laris ad Fr. Barbari epp. ^| 


(.Brixiat 


\ lT41i §., 




gi ad (riiar inani epistola 


riuc. : ' 


Dii malefli 




aissimis ' — expl.: ' Vale. 


Constali 


Itili l'I-idioi 




] quam in ter editas frnstra ^J 


qiiae>iv 


i 5t^ Pé 




;erii Nicolao Leon, pbyaico ^M 


epititcli) 


^inc: ' ] 




DÌnam fr- eardinalem fio- ^M 


rentttiu: 


m ' — expL . 




natantia ITI non. Aprelis ' ] ^^ 



-Vj ,p. e 
Floi-en 
matiimouii habita >rediolj 
Jlariae tlUch:!^ ' ^T;^rgi^.■■u 



IWÒ 



Vergilii cfr. De poetis latìnis, 

GÌ ' UEOii. oratio ìu lauderà 

.mi in niiptiis; P, Vicecomiti:- et 

i-To^zcttii ;i:-iC. : ' Etsi de ea re 



qr.e ueiiiiiiem l^Uet ' — espi.: 
siiuc'_ 0-1'' Jli^roiivmi Vit.i 
AldiiKi. "RoMae V'tìTx I 1-V2 
Uui^ B:i:iciensis ad L-ouarauL. 

stro ^{,r.. .v.l diem xi Aureli-; " 



hec omiii.i lite cotifecta 
Palili eremitae"' ut in ed. 
71 F ratrii I.acobi'' Al>- 
Aretinnm opistola [ine: 
— exji'..: ' Vale, Ex no- 
TV Leonardi Aretini 



lacoU-. : 


i' 'viti Bo:iiciensi epis:o!,i 'ii'.c: ' Deambulanti mihi 


p^r toiv. 
iutei- e. 


.r.\ ' — t>x[d.: ■ inib<-<.'o:!iitatLs me^ tu Vale ': quam 
j ■;->.i:- MeLui edidit i:ou iv [>^ri 7-2 Luciani'- 


certa: il-' 


ii.t-n- Scil.noi;e::i Alox-nid.-ciu et H.umib;ìleni apud 


iuttìti-'S : 


.uir.e reddi:;^ ab K'iiainie Auii^ia ;iiic.: ' Alexander 


ine lil 


ice [u-ijpotii ■ — t-xp!-: ' n-.-iv.e iiic ^luideui sper- 
;?t ■ L',:-.:'. ;to-l-'j:o >■:;■. Lr.ci.ir.i A.-^p. (ha/.. VI) 


77 Li-o-.i 


■1: '.! Ar;*.ii:: opL-tol.L ' TLjui.io cambiatori ' ^ Ep. 


V, -2 ,: 


:-. .i. MeLi.^. F:.'re:-;iue 17-H, pars II p. S sqq.) 
L V lIL-::-.i.i Dicni* tr^vUicta de gre:o in latiunm 


.ib AM:ir 


;^-.- L'-j L'oLisol.uior.e (.'iceroiiis ' ;iuc.: ' Cam Cicero 



BYBL. MAGLIABECH. II. 145 

in Macedonia exularet ibique iiitam tristis ageret ' — expl. : 
' Cicero vero cum h^c audisset equiorem animum accepit '] 
86^ anon. de Hieronymi vita [ino.: ' Hieronymus no- 
ster litteris grecis et latinis Rom% apprime eruditila ' — 
exp].: * Roma | inclita erudiuit — Bethleem alma tenet '] 

87 ' Oratio qiiedam Salustii ' (cfr. Bellum Catilinae 68) 

88 Hieronymi ad Aiigustinum epistola (v. in land. edit. 
II 283) 88^ ' Augustinus ad presidium presbiterum ' 
(v. in land. Hieron. edit. II 273) ibd. quaedam de Py- 
thagora, de Ptolemaeo 89 ' Sermo venerabilis viri Am- 
brosii mediolanensinm episcopi, qui pastoralis dicitur ' [ine. : 
' Siquis oraculum reminiscitur, quo frugi famulum ' — 
expl.: 'et connexuit subsequentia '] quem inter editos 
(S. Ambrosi! Opera, Parisiis 1690, II 391-479) frustra 
quaesivi. 

Chart., cm. 21,8 X 15; fi*. 92 non num. -\- vii vacua non num. in 
principio, ni vacua non num. in fine, cum integumento ligneo orig. 
viridi psila involuto, et singulis chartis custodiae integumento adglu- 
tioatis, saec. XY ex. Fuit olim bybliothecae Strozzianae. 



[82] Magi. XXT, 30. 
1 M. T. Ciceronis de finibus bonorum et malorum libr iV 

79 eiusdem de Fato libri quae manserunt (cfr. ed. Klotz, 
Lipsiae 1874, part. IV voi. II pp. 223-239) cum hac rubr. 
adnot. in fine: ' M. T. C. de fato pars ipsius libri explicit, 
qui quidem ut dare uideri potest non est expletus, sed ex 
eo nil plus reperitur ' 87 eiusdem Academicorum ad 
M. Varronem liber primus (cfr. Klotz part. IV voi. I pp. 3-17) 
cum hac rubr. adnot. in fine : ' Nil plus repperi, et credo 
nil plus reperiatur de libro isto. laus deo ' 95 eiusdem 
Timaeus de universo (cfr. Klotz part. IV voi. Ili pp. 266-281) 

102 eiusdem de natura Deorum libri III. 

Chart., cm. 29X20,4; ff. 1G2 non num. cura singulis fF. custo- 
diae in principio et in fine, et integumento ree, sacc. XV. Inscrip- 
tiones, subscriptiones et init. litterao rubro pigmento exaratae sunt ; 
f. 1 autem init. littera panilo elegantius depicta. In marginibus et 
interi, m. plerumque cadem adnotationes adiecit. 

Studi ital. dì filol, class. XV. 10 



146 CODIGBS LATISI 

[83] Magi. XXI, 76. 
1 M. T. Ciceroiìis Tusculanarum disputa tioQam Hber primus 
49 Carmina uoanulla italico Bermene oouecrìpta, 

ChaM., cm- 21,-2 X 14.S; ff. 92 nam. (vacua 4B>48, 52'-53, 68'-59) 
-[-IV V.1CU1L DOu iiuin., ouin custodii^ cbarC. et integumento obart. 
origin., a«oc. XVI ÌU. In f. qnod praecedit et in eo quo voi. conclu* 
ditiir uugae nulliua pratii legnntur. T. 1', 3", 4' alibi m. e&dem pie- 
riimque rubro uniore ad Dotati ones addidit. In chartula tegumento 
■i adslutinatft' ^-.?- —-■- '-npresaa exstttl : ' Ftancisoi Cae- 

. Augusti munifl. 



j84] Magi. S 

Duo frHgmentft 

Tiiaciiianarutn dispu 

inembr. cm. -22.7 X It 
CU-eroiiis De Amicitia VII 24 ' 
Vili 27 ' quod qiiiJora quale s 



., CM. 22,6 X 1&,6 ; ff. 5 non 
f est fragra. M. T. Cicoronis 
«{ue ad verba ' oxpono igilur 
erba vero ' soqsus admittitur 
ninioa ' ni. ree addidit li 
1. §«00. XT exbibat f. 1 M. T. 






; f' ■ 



eiu,sÌT 



ibd. II 8 



[85] Magi. XXII, 24, 
2 aiioi). kaleiidarinm ')' qiiaediiiii de artibus, de philoso- 
pìiia, de variia rebus de urbe Koiua; nulliiis vero prefcii 
28 de dnodfcim Caosaribus [ine: ' Julius Caesar in curia a 
bruto et Cassio ceterìsij^ue percussori bus tribus uulneribiis 
coufossus est ' ^ expl. : ' [Domit.j si cui alii ioco uel itirgio 
obiectarotur '] 37 Servii Houorati de fiualilius (cfr. Keil 
GL. IV 449-455) 44'' ' Cantalj^cii ad discipulnm tracta- 
tiis ile patrouymicis ' [lue; ' Vi^sa libi suut admodum dif- 
ficilia nisi fallor patronoiuica (sic)' — expl.: ' formam 
gr^caiu quae coguosei uou potost uisi a scieiitibu,'* litterns 
grocas '] ùO ;niO]i. quaedain do ioiperatoribus [ine: 

' Xerna Caesar iiiip. Aiigustus a C. luUo tertius decimus 
Doniitiiino successit ' — ^-xpl.: 'ne ut ipse dicebat simi- 
It^s Neroiii Caliculie et Doniitiano esset '] 61 auoa. in 
Hoi^tii carmina iiidiculus vorboriim notabilium [ine: 'Asen- 
tia 4. 5' (-peclat ad v. ' abes ' IV 5, 2, an ad carminis ar- 



BTBL. MAQLIABBOH. II. 147 

gnmentum, i. e. ad * absentiam ' Oaesaris?) — expl. : ' Vnl- 
canus 1, 4. 3, 4 ']. 

Chart», cm. 18,3 X llf4; fi*. 74 nnm. -f- n vacua non nun. in prin- 
cipio et ZLii vacua non num. in fine, cum integumento membr. 
aae€« XT ex. Inscriptioues et init. litterae rubro pigmento exaratae. 
F. 1 legitur ' Questo libro e Digiulio ' . Fuit olim bybliothecae Stroz- 
aianae. 



[86] Magi. XXIII, 12. 
1 Dictys Cretensis de bello Troiano libri VII, praefixa 
Q. Septimii Romani ad Àrcadium epistola 66^ Cata- 
logus navium [ine. : ' Nestor nauium instructam classem 
LXXXX ' — expl. : ' quare ipse proprius interfuit illi 
bello ^] 67 ^ Breuiarium Boman^ bistori^ seoundum 
T. Livium per libros et decades ' scil. periochae omnium 
librorum qnae Livii libris in edit. W. Weissenborn (Lip- 
siae 1862) praemissae sunt, quaeque V 299-319 exstant 
109^ Sex. Rufi annumeraticnes Romanae historiae (ut in 
edit. Mediolan. 1520, e. cxvi''-cxxn). 

Chart., cm. 28,4X18,3; ff. 118 non num. -j- n vacua in fine, 
a* 1461« Adiectae sunt in principio duae membr. custodiae; in fine 
una integumento adglutinata. Inscriptiones rubro, litterae init. cae- 
ruleo pigmento exaratae. Duae vel tres manus ree. in marginibus 
adnotationes addiderunt. In altera membr. custodiae legitur index 
in ea quae volumine continentur. F. 109' leguutur, rubro exarata, 
liaec : ' Ego Johannes stagnensis transcripsi prò nobili et erudito 
Inueni Braccio de martellis die prima Septembris anno MccccLxi 
in domo sua, uelociter ' . In prima autem membr. custodiae nomen ree. 
possessoris exstat: ' Nicolai Tornabonii episcopi *: et haec : ' ^ij ce 



[87] Magi. XXIII, 14. 
1 lulii Fiori epitomae de Tito Livio libri II [cod. IV] (cfr. 
ed. Caroli Halra, Lipsiae 1863) 38^' Coluccii Salutati 
versus de rebus historiae Romanae [ine. : ' Hic noua qui 
celse fundauit menia Rome ' — expl. : ^ Vix celum superis 
et sidera summa reliqui '] 89^ Francisci Petrarca Afri- 
cae libri I vv. 1-37 (cfr. Africa F. P. ed. Fr. Corradini in 




' Padova a F. P. ' , Patavii 

385-918 (jiiiul. ed.). 



1374), et libri VI [cod. Vili] 



Membi-,, cm. 29,9 X 20,1 ; ff. 39 non num. cum diiabus custodiia 
membr. iii principio, ana ia fine intogumento coriaceo origin. adglu- 
tinaU. saec. XIV. F. 1 ìnit. lìttarii variis aoloribus depiata e^t. In 
margìnibiia et interi, odoatatianea rarìis manìbua dabeatur. la mar- 
gine Biiporiore aiugulorum foliornm asqne ad i. 29 libri namerls di- 
Btincti sunt. 



I88| >[a-I. X 
lustiiii L'pitoraae i 
bri XLIV. 



Membr.p cm. 21, 
bìois membroinis ca8 
iategunianto coriacee 
p.iginn auro variisqm 
singiiloruni librorum in.v. .^,~ita 
ratiie. F. 171 leguntnr liaec: ■ N 
propria manu scripsit. Ita est '. Paulo infi: 
lineato, li^iuc liitlius ; ' Aorlre.as ego Foiitaiiii 
meo siguu superiori loci lirmaiii'. In tbli j 



6Ìi Matoria pMIippica li- 



lon num. (ITI' vacimin) cum 
a et in fine, quaram aing-ulae 
tae snnt, aaec> XVi Prima cod. 
lUsime illuminata est; at item 



.^^«riptio 



aspi 



rnbro pigmento esa- 
li ocatus sua 
IO ìnepte de- 
10 subscripai 



[89j .Magi. XXIII, 17. 
1 Iiistinì ppitomae de Trogi Pompeii liì-storia pliìlippica 
libri XrjIV, mutili in iiiitio; incipit eniin opus a librili 
cap. 12, 2 vt-rbis ' cura conlofiueiidi copiaiii non liaberet ' 
(cir. ed. Insti loep, Lipsia© 188.'!, p. 24) 121 Modesti li- 
bellus de vocalmlisrci miìitaris (ut in edit. Antverpiae^, 1585, 
pp. 2.19-25S). 



Membi-., cm. 'J.jX l',I ; IF- 127 umr 
et chiinis custodiao ree, sace. XVI. Ins 
Vaiiis i:oloi-ÌI)us eleganter di^pictae sitnt 
' SOLI . DEO . IIONOS . ET GLORIA 



n tutegiimoiito membraa. 

ioncs et initiales litterae 

gr. f. Ii:)'-120quohabe3 

■:STO . — FELICITAS AVGV- 



STA '. V. 127 Itìi^ilur index in oa quae codice contiiii;ntur : quo tamen 
lustiui locii ' (iuinii Curtii do rebus gastia Alexaudri Magni ' recon- 
sotur. -ModestL liLellus (qui in cod. M. Catoui.-s nomjii exliibot) rubro 
colore oxar.Ltiii est. F. 127' nngae qiiaodam nullins prelii esstaut. 
Passim ailnotationas m. receiitis rcperiwntur. 



BYBL. MAULIABECH. II. 149 

[90] Magi. XXIII, 18. 
Instini cpitomae de Trogi Pompei! historia philippica li- 
bri XLIV. 

Membr. cm. 28,1 X 20: ff. 170 non num. (168^-170 vacua), saec. XY. 
Accedunt biuae custodiao membr. in principio et in line, quarum sin- 
gulae integumento coriaceo impr. origin. adglutinatae. Prima cod. 
pag. elegantissime illuminata est; inscriptiones rubro, init. singulo- 
rum librorum litterae auro variisque coloribus depictae exstant. An- 
terioris custodiae in ' verso ' legitur nomen possessoris ' Marii Ma- 
phei Volaterrani \ qui etiam f. 168 scripsit baec: ' Iste liber est mei 
Marii Mafei Volaterrani et est satis correctus. Sis felix quicunque 
leges: et ne ipsum macules \ et in marginibus passim adnotationes 
adiecit F. 1 m. ree. ' Do figli et eredi di M. Mario MatFei '. Folio- 
ram sectio auri vestigia servat. 

[91] Magi. XXIII, 19. 
I T. Livii ' ab urbe condita ' libri I-X II eiusdem 
* de secundo bello punico ' libri XXI-XXX III 1 eius- 
dem ' de bello macedonico ' libri XXXI-XL 199 lulii 
Fiori epitoma ut in cod. 87 244 ' aliud epitoma Titi 
Livii ' sive periochae omnium librorum, ut in cod. 86. 

Membr., cm. 31 X 21,7, in tria volumina divisus, saec. XV. 1) ff. 263 
non num. (1-03 num.)-l- 1 vacuum; II) ff. 248 non num. + n vacua; 
III) ff. 280 non num. (280 vacuum). Adiectae sunt membranae cu- 
stodiae, quarum nonnuUne intogumentis coriaceis impr. origin. ad- 
glutinatae. Primae singulorum voluminum paginae elegantissime 
auro variisque coloribus et fìguris illuminatae sunt. Inscriptionum 
aliae auro, aliae rubro colore depictae, init. litterae plerumque cae- 
ruleo pigmento exaratae. Interdum m. eadem quae tria volumina 
scripsit adnotatioues in marginibus adiecit. Foliorum sectionos inau- 
ratae exstant. 

[92] Magi. XXIII, 28. 
1 ' Emilii Probi de excellentibus ducibus exterarum gen- 
tium liber incipit feliciter ', i. e. Cornelii Nepotis Vitae 
imperatorum Graecorum (ut prodierunt sub Aem. Probi no- 
mine Venetiis, ap. Sessam, 1516, ff. cccxlii-lx) adiectis in fine 
versibus Aem. Probi [ine: 'Vale liber noster: fato me- 
liore memento ' — expl.: * Felices dominum que meruere 
manus '] 161 ' Gaii Plinii Secundi Oratoris de Viris 



150 C0DICE8 LATINI 

illustribns Ijibor incipit ' i. s. Aurelii Victoris ds v. ìli. 
(ut prodiifc snli Plinii nomine Lugd. Eiitav. ap. Gryphititn 
a. 1531) 2-22 Sex.. Bufi aonuraerat ionia Romanae histo- 
riae liber (ut io land. edit. Mediolan. 1520, ff. cxn'-oxxn). 

Membr,, cin. -23,4X16,8; pp. 251 num. (249 vacua) -(-V vacuaa 
uoa num., aiiec. XV. Adìecte. saut in principio, post cnstodUa mam- 
braniLs, duo follai iailicea in ea quae codice contineatur exLìbeDtia; 
et itam in line nltur index locupltìtìor (pp, 250-2:il) legitur. I'. 1 satis 

elegiiQter auro vnrii^qr ■— '•- — '" — -nata est: ioacriptìonos rubro, 

litterao iuit. itltenia caernlao pigmento Bxaratae 

exstaut M. rsc. in mi Inotationes adiecit. Foliorum 

SMtio iuanratii est. 

[93] Magi. X 
1 Daietis Plirjgii iae, praefixa Cornelii Ne- 

polis epistola iid Si Sententiae quaedam 

IB" ludex ciijiitam li 16 ' Incìpiunt que- 

dam extmctiones o rum Valeriì maximi di- 

stinte et ordinata per omnia cnpituln et per omiies libroa ': 
sequiiutur quidem ordinem Val. M. capitulorum, sed om- 
nino cnm ilìia disciepanfc [ine: ' Primiis liber Yalerii agit 
de cultu diuino videlicet ' — expl.: ' erat exactor discipline 
grauissimns ctim hostes in proximo erant '] 80*' anon. 
epistola [ine, : ' Postfjuam recepi litteras tuaa multa inihi ' — 
expl.: ' Ileriim vale. Luce Vii.i Kalendas f'ebr. featiue ac 
tedioso 'J 8tl C. SalUistii Criapi Bellum Catilinae 
93" eiuadem Bellum lugurtbinuni ; cuins tamen in fine le- 
gitur ' Explicit liber ssahistii catellinarii — dieamu^ gratias 
deo Amen ' 115' quaedam de Sallustio et eius operibus 

116 quaedam italica de Catilina. 

Chart., cin. ■2!),S X22,li ti' 11!) aum. (Sl-SÓ v.ioua) cum foliig 
custoJiae in principio ot in fine, siit^C. XIV. Codicein tres ut videtur 
mauus exaraverunt: «) ft'. I-M st Il(ì-ll!)[?i; ,i) J5-&J; ;■) .sO-115, la 
,<) inscriptioues et lineulae quibus lìttei'aa ìnit. distiugiiiintiir rubro 
pigmento osumtao sunt. F. 3.!>' m. ree. senteiiti;\s ■juasJ.'\in a Sal- 
Inatii Catilin ca\>. 1. -2 iniscripait. 'odex luit bybl iotheoae Strozziiinae. 



[94] >lagl. XXIII, 144. 
1 C. tìalhiàtii Crispì Bellum Catilinau, cuius in fine legitur 



BYBL. MAGLIA BBCIf. II. 151 

hio versus ' H^c memoranda uiris fecit catilina uirilis ' 
35 eiusdem Bellum lagiirthinum. 

Chart, cm. 21,7X14,7; ff. 99 num. + i vacuum non num., 
saec. XYI in. Adiectae sani inembranae custodiae in principio ot 
ih fine, quarum singulae integumento coriaceo impr. origin. adglu- 
tinatae, quaeque olim quaedam, nnnc omnino erasa, scripta exhibe- 
bant. Passim manus eadem quae codicem exaravit in marginibus 
adnotationes et varias lectiones addidit. Codex fuit bybliothecae 
Strozzianae. 

[95] Magi. XXIII, 151. 
1 ' Index locorum in commentariis Caesaris belli Gallici 
descriptorum et nominum quae eis prisca nostraque aetas 
indidit ' [ine: ' Caesar in commentariis Galliam tripar- 
tiens ' — expl. : ' Drepana bythinie ciuitas post heleno- 
polis dieta est '] 49 M. T. Ciceronis prò Fonteio oratio 
inde a capite 5 [1,1] edit. C. F. W. Miiller (Lipsiae 1890). 

Chart, cm. 20,1X14,3; ff. 58 num. (45-48 vacua), cum duabus 
membranis custodiae in principio, una in fìne, sacc. XYI in. Manus 
eadem quae codicem exaravit adnotationes in marginibus addidit. 
Codex fuit bybliothecae Strozzianae. 

[96] Magi. XXVIII, 61. 
1 Andr. Dominici Flocci Fiorentini de potestatibns Ro- 
manorum libri II, sic fere ut prodiit Lugd. Batav. 1629, 
pp. 5-116 47 ' Vibii Sequestris de fluminibus, fontibus, 
lacubus, nemoribus, paludibus, montibus, gentibus, per lit- 
teras incipit foeliciter ' (ut in edit. ler. lac. Oberlini, Ar- 
gentorati 1778) 67^ ' Incipiunt nomina regionum cum 
prouinoiis suis XVII et CXV ciuitatibus et p° de urbibus 
gallicis ' [Lugdnnum desideratum montem ' etc] 61^ ' De 
insulis et promontoriis ' [ine: ' Insule dict^ quod in salo 
sint idest in mari ' — expl.: ^ qnem greci piron uocant '] 

69^ ' Sumpta ex libris cosmographie guidonis rauen- 
natis incipiunt foeliciter; et primo prologus ' (tres tantum 
lineae transscriptae sunt) 70 ' Plutarchus Traiano suo 
salutem ' [ine. : ' Modestiam tuam noueram non appetere 
principatum' — expl.: 'quia in pernitiem imperii non pergis 
auctore plutarcho '] 70^ ' P. Candidi de situ orbis de- 



153 ce 

scriptio ■ Jinc: ' Qoantam inter se terrarum spatio sapa- 
rautiir amLiuh-s ' — expl.: ' quae oultu et memoria satis 
CRiebres li;ibL-iitiir '] 80 ' Heschiuis oratoris ili.' ad athe- 
nienses oratio ' ^a Leon. Aretino cootracta) [ine: ' Re- 
miui.scor Atliouienses Àlóxandrum ' — expl.: ' si noe ob- 
secjHentes aiLi supplicesque inaenerit. Disi') ibd. 'De- 
madis oratoria clarJssìmi et philosopbi ad Athenieuses 
oratio ' ut :;npra) [' ine: ' Àdmirans nehemeuter ad- 



ailiìa iiacuaoi facilias di- 
lania oratoram gr^corum 
it aupra) [ine. : ' Apud nos 
pi.: ' ne forte similes si- 
jlfti Perotti opistolae qaae- 
iQ nrbÌB Romae et de re- 
ilus duo fratres fuerunt ' 



jari% 2300 ' ] 


86~-87 ex- 


Laotantio 


87'' P. Can- 


' Postquam 


ìd princìpio 


irò raaìoie pn 


aeferentem '] 



xpL: 
ripiat. Disi 'j 
maximi ad Atliei^ 
in (jnestione uert 
mus Thebania. DÌ! 
dam 82" .P. I 
gionibiis [ine. : ' '. 

— fxpl.: ' Silican 
cerpta ex epistolia 
didi Lle liominis gè 
luiiiis operis ' — oxpl 

100 6Ìnsili;m dt; niorìblis institiitisqne Rotiiauorum [iuc. : 
' Explicatis ìns (pi% do cosmugrapliia etc' — espi.: ' aut 
gratiam uurbis seutiet defuis-e '] ll-'t' lionati vita Ver- 
gilii 1-10" Nicolai Peiotti epistola lacobo Constautino 
Sanensi [ine: ' Decreni postLao oinuis iii>n solum actioues ' 

— expl.: ' quid seutias ad me jicribas. Vale '] 143 ' Epi- 
stola XXX Diogeiiis ad T-enoneitì pliiloftu]iliuin ' [ine: ' Nc- 
que iixor duceiida est ' — expl.: ' qui leriicn uaturam consi- 
duraut. Vale 'j (cfr. Diog. ep. XLVIl ed. Hercher, EpiUologr. 
Gr., Paris. 1873, p. 2.j7) 143'' ' XVHI" epistola cinici 
Diogenis pbilosophi ad pliauomacnm ' [iiic. : ' Sedebatn in 
tlieatro et libellos glutine resurcicbam ' — expl.: ' nix a 
mo dimissiim abiif J (cfr. ep. XXXIIF, Hercher p. 247) 

14-1 ' ad Ulinipiadem ex .-piatola XIX» Dìogenia ' [ine: 
Noli dolere cnm i'ai:iiliaribiis ' — expl.: ' qui \\\t% bellura 
iii.li.Y^n.nt ■[ (cfr. ep. XXXIV 1-5, Heroher p. 248) 
144' '['. Lncitìtii Cari ile rerum natura 1 ^214*43. 



lljtodilLO i 



f X 1 1,' 



.; 11'. Ili I 



i-ulis raenibranie 
.1. UG4. luscript. 



BTBL. MAGLIABBCII. II. 153- 

6t init. litterae rubro pigmento exaratae sunt. Variae manus in mar- 
ginibus, interdum etiam in interi., aduotat. addidernnt. F. 1' quae- 
dam ex Ciceronis de legg. lib. IIP leguntur. Anterior membr. custo- 
diae in ' verso ' indicem in ea quae codice contineutur exhibet; 
posterior in * recto ' excerpta quaedam e Leonardi Aretini libro de 
xnilitia. F. 144 Labes {rubr.) ' XII® Kalendarum iuliarum die. LXIIHo 
sapra mille et quadringentos salutis anno Florentie '. F. 114^' hi 
versus Lucretianis interpositi leguntur: ' Hoc opus o lector tran- 
scripsit petrus: auorum \ cuius cenninae nomine dieta domus. I Error 
siquis inest: exemplar semina seuit. | Si secus esse putas inuidiosus 
abi *. Codex fuit bjbliothecae Strozziauae. 

[97] Magi. XXIX, 199. 
Post quaedam a rebus philologicis prorsus aliena exstant 
haec: 41 M. T. Ciceronis de partitione oratoria dialogus 

60 ' M. T. Ciceronis liortensius incipit ' = Academi- 
coram priorum liber secundus qui inscribi tur Lucullus (cfr. 
ed. C. F. W. MùUer part. IV voi. I, Lipsiae 1878, pp. 21-86) 

90^ de quodam opere ciceroniano [ine: ' Kpulati fue- 
runt uno conuiuio etc. 'J 93^ M. T. Ciceronis de legibus 
libri III. 

Chart., cm. 29X23; ff. 123 num. (ff. autem 41-123 antea nu- 
meris 1-82 distincta erant), nonnulla vacua. Adioctae sunt custodiae 
et integum. chart. Codex o duabus partibus compactus est, quarum 
altera, saec. XVI exarata, res nullius pretii complcctitur; alteram 
antera saec. XIV ex. quatuor ut videtur manus conscripserunt : 
«) flF. 41-49; ii) 60-90; ;-) et J) 93^-123. In Cicerouis op. variao iii. in 
xnarg. et interi, adnotationes et varias lectiones addiJeruut. F. CO 
leguntur haoc: * E;40 credo firmiter quod hic libor non sit hortonsius 
sed puto particulam esso librorum achadcmicorum ciceronis '. Ibd. 
alia m. : ' Non est hortensius ut patet in primo de finibus bonorum 
et malorum a Tullio, quod incipit non eram nescius etc. '. F. 59^ 
alia m. : ' Quod liber iste non sit Ortensius ciceronis probat aperte 
Augustinus in libro III<* coufessionum. ubi mirabile (?) allaudiindo(?) 
et extollendo memoriam dicti libri demonstrat aperte hunc librum 
non esse hortensium sed aliud opus tulii philosophicuiu et illuni 
etiam (?) fuisse causam sue conuersionis ad lidem CLristi quod(?) 
no '. F. 123 nomen possessoris habes: * Liber Colucii pjeri de sti- 
gnano \ Fuit bybliotbecae Strozziauae. 

[98j Magi. XXXIV, 11. 
8 Fr. Nicolai Palmerii episc. Hortani (quo de cfr. Ughelli 



164 COUlClJS LATINI 

It, Sacra I 470) Hber ' centra fraticelli della oppinione * 
(Targioiii-Tozx.etti) [ino.: ' <S)cripseraiii pridie Beatissime 
pater raamiato tnsSanctitatis ' — expl.: ' TestiasitClirlatus, 
veritatia iiult-ficiena quoti non mentior '] SS* eiasdein 
tractatus contra aaservantes mondicitatem etc. [ine: ' Pa- 
tisti a in<i tìLiiivis-iime frater unde contingit ' — expl. : ' Vale 
et ora prò iiicolao ortano iieterano tuo '] 46" elaadem 
de eodem aryiiraento tractataa [ine: ' Modicus error in 
principio ' — ex] im distant a probation» 

questioni^ preseni idem tractatus de pauper- 

tate [ine.: ' Petia> Pe illa sentiam ^ — ' Vale 

et ora prc me nettì 'J 76* (Marsilii Fioini> 

liber de vobiptate lerum edit. Basileaa 1576, 

I 986 sqq.) non ti lOfj anon. traotatns de 

Mysterio ss. Trii I^nvestigatam dintisaime 

questionem, quant Is igniculum . . .' opusnoQ 

absolutum] llj is epiatolae quaedam ane- 

pigraphae, partim etiam non ansolntae, soil. ad Fam. II 4, 
VI 15, VII -i, IX 23, XVI 13. 20. n. >. 2ò, XIV 21. 9. 8. 16, 
Xm 6". 3. 20. -J6- 51. 47, IV 15. 8, V 18, III 12, Il 7, 
XIII 73, X U. 19. 



,. (piarono vftrua, ex. gì-. l-S) 
liuo. siicc. XV »'\. Fere om- 
suiit aue[>igrapliii, et non ab- 



Chai-t-,rm.28,8Xli);iI. II l noi 
cum chuitia custodia^ Ìii | riiicipio 
nia sci-ipt.T, qiiae hoc uodioe cor.tìin 
Boliitn, Fiiit olim bybliothecnQ Sti-ozii;i,nae. 

[99] Magi. XXXIX, 7. 
S. HJeronymi epiatolae corapliirea. 

Meiiibr., cni. 03,7 X 2.|,7 ; IF. l^O non num. cum smgulis me 
custoJìiio in principio et in fino, et integumento coriaceo iinpr. 
sal^C. XV. Fritna cod. pag. auro vni'iisqiifl coloribua elegantii 
luminata est; insuriptiones nitro, iiiìt. lìtteraii rubro et oaer 
lore dcpiclac. Manus eadem et ali.-ie in marginihus pa,->sim 



tionea addideruiit. lu l'ulìolo 
haec: ' pars epistobirum boati lii< 






[100; Magi. XXXIX, 12. 
Lactmitii Firmiani Divinaium Institutionum libri VII ane- 
pigraplii. 



y»m» 



BYBL. IfAOLlÀBRCH. II. 155 

Chart., cm. 29,4 X 22; fF. 285 non num. -f Lxvii vacua non num. 
Cam binis membranis custodiae in principio et in fine, quarum sin- 
galae integnnaento coriaceo origin. adglutinatae sunt, saec. XV. In 
snmnia ora foliorum fere omnium libri distincti sunt. Initialos sin- 
golorum librorum litterao variis coloribus depictae. Persaepe m. ea- 
dem in marginibus adnotationes adiecit. In fine ab eadem m. habcs: 
'XV d^iebus) absolui '. 

[lOlj Magi. XXXIX, 59. 
1 Index capitum Lactantii 11 Augustini et Hieronymi 
de Laotantio testimonia 12 Lactantii Firmiani Divina- 
rum Institutionum libri VII 276 eiusdem de opificio Dei 
liber unus 300 eiusdem de ira Dei liber unus. 

Cbarfc., cm. 29 X 20,9; ^, 325 non num. (270'-274, 298-299 vacua) 
cum chartis custodiae et integumento membrau., a. 1465. lu fine 
enim Div. Inst. haec habos: ' Firmiani Lactantii diuinarum insti- 
tutionum contra Geutiles liber septimus et ultimus per me presbi- 
terum Siluestrum Dedatiariis Venetum ad laudem dei ac uirginis 
gloriose explicit die XX Septembris MccccLxv '. F. 12'' variis colo- 
ribus depictum: inscriptioues et init. capitum litterao aliae rubro 
aliae caeruleo colore exaratae sunt. Mombranae anteriori adglutinati 
duo folioli, praeter nugas quasdam, baoc exbibent : ' Lactantius iste 
est mei Siluestri de Datiariis presbiteri Veneti quem scripsi manu 
mea ': alter baec: ' Alexii Lapaccini et amicorum ' (liueola inducta 
deleta sunt) deinde : ' Hic liber est nicholai ceretani et amicorum 
eius '. F. 1 legitur: ' Collegii Fiorentini Soc. lesu ex dono PP. Al- 
phonsì Nicolaii et Hieron. Lagomarsinii ex eadem Soc. mense majo 
anni 1751 '. Membrana denique posterior in foliolo adglutinato exbi- 
bet haec: ' Praestantissimo viro et ad omnem eruditionem atque ele- 
gantiam facto Alpbonso Niccolai Soc. lesu Lucensi Sanctarum lite- 
rarum Interpreti Publico Ad bibliothecae Lagomarsinianae usum 
Braccius et Caesar de Bracciis Fratres Forte-Braccii de Montone Ab- 
nepotes Politiano Florentiam in grati animi testimouium Dono mit- 
tunt. Pr. Kal. lan. Anni MDCCXLV '. 

[102] Magi. XXXIX, 79. 
S. Hieronymi epistolae XXV. 

Chart., cm. 23,6X16,8; ff. 140 num. (-f- nonnulla vacua) cum 
integumento coriaceo origin. siiec. XY. Inscriptiones et init. litterae 
rubro pigmento exaratae (prima f. l*" rubro et caeruleo). Folia non- 
nulla madore corrupta sunt. F. 110 index epistolarum quae codice 
continentur exstat. 



^H^^J^^IB 


. M 


1103] Magi. XXXIX, 96. 


1 TsiJori Hispalenais episc. Synonymorum sìve SoHIoquio- 


rum libri II ciim prologo, qui tamen in edit. Paris. l&Jl 


pertiuot iid lii>ellura de contemptu mandi &0 3. Bei^ 


nardi es|iositio in Canticnm Caoticornm [ine: ' Canticum 


canticorniii in <juibu8 aapientisaìmua regura Salomon ' — 


expl.: ' riuiiuis deo in omni loco ']. 


.M«i.,i.r.. cm. 2C 


num. (118 bis numeratum) 


sncc. XIII ùiiabus h 


ci) ff. I-i9; jl) ff. 60 8qq. ia 00- 


luinnis. PniHwduat ■ 


lae osteudunt ' ìnveniarium ' 


quoddaiii libroruiu q 


' giouanai di ser lapo de can- 


ciglieri lift pistoiu. fr* 


ili di madopna saocta Uaria ' . 


Folio ijuod 1 praecefi 


' lucipit liber Soliloquìoriim 


ysiilorii episcopi, vid 


H umudi'. F. 49* •yì.Hs. lata 


liber est fVatris loha 


istorio ordini s fratram sancte 


Marie '. Sub^u.iin.nl 


olumen emi ego michael phy- 


sicus de pisturia dia 


427' a fratro iohaniie ser lapi 


de cancelleriis do pi 


trnm saruoram saocte maria 



praeseute i'rjtro Stefano lucii iiiocii de pistoria libr. V soliJ. XIII 
quos h;LbiiÌt ìn pecunia numerata '. In.^oriptioiies ' uuoiales ' rubro, 
init. litterae rariis coloribus dopictao. Codex t'uit bybliothccae Stroz- 



INDICES 



A. Auctores et Opera. 



A.eschine (ex) 96, 80. 

Alberti Leo B. 23, 78. 

Alcuinus 64, 60 \ 73, 370. 

Ambrosius 81, 89. 

Andalus de Nigro 74, 67. 95 (?) 

Anonynfns 24, 24\ 47, 1. 67, 158. 
69, 96. 76, 1. 81, 86\ 88'. «5, b\ 
28.60.61. 86,66\93,116M1G. 
95, 1. 06, 67''-69. 97, 00\ 98, 105. 

— carmina 6, 22. 3 T. 69. 28, 21. 
85, 34^ 35'. 36. 83. 84. 39, 25. 
61, 124'. 128. 62, 60'. 73'. 76. 
64, 5'. 27. 60. 60, 131-136'. 
76, 26'. — epp. 24, 46. 56. 

60, 119. 93, 80'. — grammat. 
1,1. 8,1. 4,2.11.27.16.8,62. 
16,97'. 23,90. 71,21. 75,150. 

— orationes 14, 17. 51, 139. 
81, 61. 

Augustinus 81,88'. 101, 11. 
Anrelius Victor 40, 112'. 92, 161. 
Aurispa lobanncs 81, 72. 81'. 
Ausoni US 83, 1. 
Barbarus Frane. 81, 1. 
Barsellinus Frane. 14, 1. 
Bartoloni Frane. 51, 130'- 133. 
Bernardus S. 103, 50. 
Boetius 27. 43, 2<;. 49, 68'. 
Bonvieinus de Ripa 6,48'. 49,44'. 

61, 49. 

Bulla papalis 17, 30'. 
Campani Io. Ant. 39,2'. 51,125. 

126. 
Candidus P. 96, 70'. 82'. 87. 100. 
Cantalycius 86, 44'. 
Cassiodorius 17,12'. 



[Catilinae] oratio 71, 2. 

Cato 6, 15'. 49, 1. 

Catullus 40,67'. 45,46'. 69. 

Celsus lulius 23, 1'. 24, 26'. 

Cieero epp. 8, 104. 12. 18, 1. 22, 1. 

26, 104. 68, 128. 71, 61'. QS, 78. 

98, IH. — opera philos. 11. 

17,23. 23,61. 26, 1. 51, 134. 

82. 83,1. 84. 97,93'. 117'.— 

opera rhctor. 15. 16, 1. 19, 1. 

[57']. 20, 1. 21, 1. 55'. 97, 41. 60. 

— orationes 23, 2-59. [51, 136']. 

71, 38. [51'. 53]. 95, 49. 
Claudianus 17, 11'. 29. 
Coluceius Salutati 28, 25. 87, 38'. 
Cornelius Nepos 92, 1. 
Corsini Amerigus 16, 103'. 
Christopliauus de Pratovetere 54, 

60. Gii. 
Crinitus Petrus 81, 59. 
IDares Plirygius 93, 1. 
Dati Leonardus 64, 61. 63'. 
Demade (ex) 96, 80. 
Demosthene (ex) 96, 80'. 
Dictys 86, 1. 
Dietisalvis (de) L. 18, 1'. 
Dirterentiao sermonum 24, 33'. 
Diodoro Siculo (ex) 63, 190\ 
Diogene (ex) 96, 86'. 143. 144. 
Dominorum Florentiao op. 22,50'. 
Donatus 3, 69'. 4, 63. 6, 1. 7, 12. 

65. 96, 115'. 
Epigrammata vergiliana 51, 103. 
Epitaphia 22, 68'. 89, 6. 51, 121'. 
Erytbrea Sibylla 17, 18'. 
Evangelia (excerpta) 3, HO'. 




Floccus Andr. Dom. M, 1. 
Floriis 38, 4'. S7, 1. 91, 199. 
Foiittlintitiim 71, 18'. 
Fulgeatins 5, D. 
Froiitiaiiy 80. 
aellìus 4, 15. 
Gerardinus Ant, 89, la 
Germiinicus i, 2<r. 
Griltii (de) lohanov 
Gwarinus V 
Giiasparrinus 
24, 1. 27. 
Guglieliiiiis ArelÌQi 
Guìao Miigister 51, 
Guidoiita [luveiiiia.ti 

Henricua Septi 

Hei'culi<: labi 

Hieroiij-mus Cal.aber 09, 12'. 

HiQi-OLiymuM S. 22, 75'. tìi, I. 81, 

GÌ'. 8H. 99. 101, U. 102. 
Hm-atius 83,3-1. 51, 1. 12. «4, 1-lGl. 
IIyi;imis 74. 1. 65. 71. 75, 1 
lacobus Abbas lìonicìeosìs 81, 71. 
Ignatius 22. 7.1.76. 
Incolti ;iuc;tuinsdepoiideribus5, 7. 
lohaunoa de Prato 4, 2G'. 
Isidorus Hispalensis 103, 1. 
I talious 4S, 21. 49, 33. 62. 22. G2, 96. 
lustiiius S.S. SI), 1. 90. 
liivauulis 30, 32, 37. 3«. 40, 11. 
KalouJarium romauum 40, 105. 

N.j, 2. 
Lactantius 28,18'. 100. 101,12, 

275. 300, 
Landìjins Christoph. 4, 22. 2,3. 
Lapus de Castelliuaculo ìud. 17. 

;j. 14. 
Leutulus cons. 22, 73. 
Loodardnn Aretiuws 22, 48. 51'. 

ai. IGS'. BO, 91. 81, 71'. 77. 



nrsiaii Oomitius 44. 110*. fifi, 46'. 
artiftlis 4, 36. S9, 5'. 6S, 1. 
artianus CapelU SO, 70. 
la 52, Gì. 57,40. 
aìLimitius 61, 128. U,-21. 
&21SÌ Io. ADt. 68, SO, 
essala 17, iì\ 
iohelotiuB Bern, 8», 12. 
odeetuB 89, 121. 
ontiouliis Ant. 4, 41'. 
Ovidiua 4, G. 23. 'J*'. 2.i, 60. 81. 
35, 37. 77. [39, 1], 41, 1. [39']. 
4.3, [45'. 4G,. 4«, 1. 47, 2. 20. 
60, 53. 54. 1. 49, 53. 55. [8'. 26. 
50. ór. 51)1. 57, 53'. 62, 1. 78, 
295'. 3G;1', 370. ;3e8'. 370]. 
Palmerii Nicolaua 98, S. 33. 46'. 

49. 
Piinormita Ant. 22, 5G, G5. 64,6. 

28. IH. 
Piitritii Frane, 54. C2'. 
Perotli Nioolans «4, 164. 18 J. 76, 

71. ;«. 96, SI'. 140'. 
Peraiii.'t 32, 1. 40, 1. 53, 1. G3, 69. 
Pervigiliuiii Voueris 38, 3. 
Ptitrarca Prauc, 54. GO. 87, 39'. 
Petroiiiiis Arbiter S, 5. 
Philolphua PraQc. ^2, 49. 64'. 28, 

74. 3U, 5. 
rhilippuis M.* duK ilediol, 22,51. 
Piccoloiuiiii A«n. Silv. pp. 25, 1, 

30, 5. 
;Pil;itus] 22, 73'. 
Platiim:^ Platiis 18,11, 
Piiiiiiia Sec. iuu, 3, 110. 69, 1. 



BYBL. MAGLIABRCH. II. INDICBS. 



159 



Fluiarcho (ex) 06, 70. 
Poggius 4, 66. 22, 65 \ 81, 67. 
Politianus Aog. 8$), 11^. 
Porcellius 4, 2r. 61, 123\ 
Priapea 54, 13*. 

Priscianus [7, 43^]. 8, 1. 9. 75, 129. 
Proba Faltonia 48, 41. 
Propertius 4,25. 44, 1. 60, 1. 61. 
Prosper Aquit. 49, 7. 
Prudentiua 6, 2d\ 49, 40. 66. 
Ptoleroaeo (ex) 63, 191. 
duintilianus 13. 
Remigius Antisiodorensis 14, 8. 

20, Id. 
Kinuccius Aretinus 24. 46. 
Kosarium vergiliaDum ci, 126. 
Kovai Frane. 38, 25'. 
Rufus Sextus 40, 101. 86, 109 \ 

92, 222. 
Sallustius 93, 86. 93"^. 94. 
Sedulius 56. 58, 1. 
Seneca L. Ann. 37, II. III. 67, 1. 

4. 9\ 70, 3\ 71,14. 
Sententia centra lesum 22, 76 \ 
Sententiae 8, 111. 112. 22, 66. 93, 15. 
Seraticus Nicolaus 39, 11'. 12. 
Servius Honor. 7, 39'. 28, 37. 53, 

88. 72, 124. 125. 85, 37. 



Sidonius Apollin. 33, 129. 
Sigismundus inip. 22, 49'. 
Statius 48, 1. 51, 70. 52, 1. 
Saetonius 63, 190. 
Synonyma verba 24, 56. 
Terentius 37, 1. 
Theobnldus 6, 42. 
Theodorus ludaeus 22, 69. 
TibuUus 44, 75. 45, 1. 50, 1. 55. 

57,1. 
Trapezuntius Georg. 69, 68. 
Ugolinus Pisanus 51, 148. 
Valerli dissuasiones ad Rufinum 

6, 94. 49, 61. 
Valerii Maximi ' extractiones ' 

93, 16. 
Valerius Probu8 5, 1. 
Vegetius Flav. 79. 
Vegetius P. 77. 
Vegius M. 50, 52. 
Vergerius Petrus Paulus 81, 58. 
Vergilius 1, 108. [28, 16]. 34, 1. 

16.55'. 42. 51,99.129. [54,8. 

9'. 10. 12']. 
Vibius Sequester 96, 47. 
Vitruvius 78. 
Zabarellis (do) Frane. 17, 80. 



K. Codicum possessores. 



A.bbatia Fiorentina 27. 

Alberti 84. 

Alialdi Fanus 29. 

Augustiniani 8. 

Sartoli Thomas 47. 

Benlvieni Ant. 61. 

Biglietti Torrigianus 48. 

Biscioni 36. 

Bonziani Carolus 50. 

Bracciis (de) Braccius et Caesar 

101. 
Buonaccorso da Montemagno 71. 
Cambini Bened. 66. 
Oaacelleriis (de) lohannes 103. 
Candidus Petrus 56. 



Cànigiani 11. 

Cattaui Pandulphus 3. 

Cerretani Nicolaus 101. 

Cocchi 37-89. 

Collegium Fior. Soc. lesu 101. 

Coluccius Salutati 97. 

Corsini Bobertus 4. 

IDatiariis (de) Silvester 101. 

Domiuicus diapitio(?) 35. 

Ferrarli Autonellus 78. 

Fontanini Andreas 88. 

Qaddi 35. 

Giachinoctis (de) Giachinottus 67. 

Giugni 25. 

Giulio (?) 85. 



Sìdì 



Frane 68. 



Lnpar.i 


li A 


eNiu 


ini. 


Lain'oii 


iii^. 


e^[a 


code 


M all'ai 


Mar 


II.S !H». 


alarteli 


Br.i 


cciuij 


RC. 


Mieli ac 


yhy 


^iciis 


103, 


NettiiP 




-Viigi 


stiuiis 


Nicolai 


Alpi 


ousu 


s 101. 


O. B. Aiign 


Hi Ili 


-arrac 


Pescol 


■li} 


lohn 


UllCS 


Petreiu 


Au 


ouiu 




Priccu 


Jfil 


dum 


■2% 


Ridoni 


Fra 


r. 1 




Segrete 


" 


■occl 


ia 15. 


Angfh 


^ (■) 


.-,1, ! 


1-137. 


Antoni. 


s V. 


lii -2 





Ceniilui Petrus 
Eiitiariis ((ie) J^ 



Steriioh (de) W. 

Strozzi 0. 10. ir. t0-2(t. 41-;5. 

7«-«l. 85. 93-08. 103. 
Strozsi Carolus «7. 74. 79. 
Stroziti Aloyaiu.s 7. 18. 2fi. 42. 5T. 

59. 63. 64. 7^ 
StrozEi Matthaeus SI. 
Strozzi Titus 44. 
Toroaboniua NicijlauB 86. 
Tranquilli Angelus 67. 
Varchi Bened. 21. 68, 
ì Nicolaus 1. 

Silvius 1. 
Dhannea Frane. S. 
AntoiiiuB 6S. 



bae. 

intius de Radila 47. 
itts 56. 

Is (de) Ambrosins SI. 
Io. Àiit. aZ. 

lUB riooina epùiosiia TOCftr^, 
US S8. 



Annorum notationes iu coilicibtis obvìae. 



li53 :s. 
1 154 ->*. 

1401 so. 



JJIJ7 11. . 
ll'iO 52, 
MTr. 58, 



Aligbic-ii Jl.u 
Btii;haris (de) 



EPICVRI AD IIERODOTVM EPISTVLA 



LATINE VERTIT ADXOTATIOXIBVS INSTRVXIT 



HONORATVS TESCARI 



Epicuri epistulam ad Herodotum latine reddidi, quam 
ad artis normam edidit Lipsiae a. mdccclxxxii Hermanniis 
Usener, nisi quod ab eo de his locis dis.sentio, quos aliter 
legendos esse censeo: 

Laert. Diog. X 40 rragà óè xuDm ot^iV^v ovó* sTrivorjOilrai 
óvrccvai ovrt TTeQihj/rnxùòg ovts àva?,óyoìg roTg iieoi" 
Àr^TTtoTg^ ó)g [w» libri; oact Usener] xuth ókag qvaéig 
Xctfi^ccróaeitt [/MUfiarófiévcc libri; Xufi^àvonbV Usener] 
xcà nìj wg tovro)v [tà tovtoìv libri et Usener] or/eTrrw- 
jiiaTct ij aviifitfiijXÓTa Xtyóiuva [keyóiitva libri; Xtyonev 
Usener] etc. 

41 rò de àxQov naq VzsqiìV ti ObioQtha^, {àXkà inrjV tò tkÌv 
où TtaQ* tTtoóv Ti ^fMQeTrai [iit/J.à /i^yr r. tt. ov tv, 
y, T, r/, Usener addidit in Praefat. p. xviii)]. cSore eto. 

43 KivoVirai xs rsvvexCàg al àco/ioé tòv cdtòva xaì [(cÌmìcc 
xaì Giussani T. Liicr. etc. II. p. 169; uìaiva «* xaì 
Usener j ed fièv aig i^iaxoàv Cìti (t).?,rj).oìv óiKfcdjiUi'uiy 
al óè uvLoù [avioD Brieger Epikur's Brief a. H; ciò- 
TÒV libri et Usener, qui in Notis conicit: ' fort. av '] 
TÒV Ttakiiòv la^ovcat [itrx^tvtrai Brieger 1. s. ; Taxovaiv 
libri et Usener, qui tameu in Notis: ' laxovaai eo- 
nicias vereor ut recte '] etc. 

studi Hai. di filol cìasa. XV. 11 



xaì ;ii^r xfc'i i] dtà loP nevoB qoQÙ nati ftrjif/liciv ànài- 
li^Gir /«ir àv%tM)if^ttVxo>v [àvttxaìpavtùìV libri; àvttìU)- 
t/'o>'i(i>v i'sener] ytvonÉvt) eto. 

où [ii'^v iivH' ftfia mttà iiiig Sia ).óyav SfmQijXoiig x^àvovì 
Ka't %h <j i-q6i.uvov a&iia èni toèg nXetovs rónovi à^uc- 
vtìiia (àiiiavér/tov yàQ nal loeto) (oi'i*) \oCie addidit 
Giussaiii 1, 8. I. p. 114] ai'vaifixvavfterov {avi'ag,ixvoé- 
fUì-oy libri : n^' AinnÈviuinst'ov UasDer] sv alaHr^ttp etc. 
d. òi>»c xcà tà ?x*') nàriu nóqov aéftftB- 

r^oì' f/ovTt (.tif? Uaener, quiinKotis: 

' articnlun sibomiiia 'J ti^ àneÌQi^ ^ 

[lacunam e enim hoc — infinitum — 

prò — iufii milji videtur] uètiàv etc. 

ivtt {'iva libri xai xàc aviina^eiai ànà 

itìi' Pitùi/es 'an- 

ni (Ti àtoiioi iovctr, ÌTifiàì] TTfff dst ri 

v.Toitirr-ri' li i^v afyxQicttav are^eòv 

«ai iràid/.ridv, 5 irtC jitìii^iUìu uvx *(\- lò flij ÒV noi^- 
Gttta orò' ^}t fiì' in) ùrio^, l'ukù xaiù iittaift'atii Itèv 
n'o/.J.ifip', Kióìv (Ji xai TTQoaóóoVf x«i ùifòJofi; [lO'tBi' ài 
xiiì 7fgvoóóin'i xai àtjóóovg oddidit Giussani 1. s. II. 
\). 34; *V .TiiU.ou- inwf ^i xirì .-r^nuuiSiiri xa'i etyiìóuv^ 
varia lectio Uaeiier]. 

iiÌTs )'«p [uì'is y"9 Giiissuni 1. s. I. p. 66: o('is y"9 óttiuq 
Useuer], i.Ttiòàr (i:in'i iii tÌNt, óii ic.TfiQni r,yxoi ?r 
jtvi i)Ttó(iy_ovaif, i] ti.-it/.ixoi vih' [i^ ótti/Jxoi ore libri et 
Giii^sani ]. s; oi ótti/.i'xoi TJatìUeT], l'ait votlcai [?ffTt 
rofiitai (jiussaiii l. s.; tirii ruf^irtcì' Useiier) Tiiòg z'àv 
fvi invili TttTìtQttcnivov ti\ TÒ iu'y^II^oì' [tò fitysOoi' 
Giussani 1. a.; tò /tt'Ye^og: Usener] [tti^Uxui yÙQ me? 
rfij/.oi' (ós ut ùnn^iH fìaiv ììyxoi' xni ovini biii,Uxoi &v 
TTuit MGiv, ù.isiqui- tir (]i' xwt là niydfo^)' [pareuthesin 
addidit Giussaiii 1. s.] ùxttov tt S-'^urmi jifTTfQaa/it'iov 
àiah^TiTÓr, *( /Uj xaì xa^ iicuiii Oioìqì^iÓy, iiÌ'x tati ftij 
Ili xcti tò *^i;,' lovi'iv lowCtDv votìi- xai ov tift [tu' Tip 
Giussani 1. s.; lovio Usener] x«r« io i-^ì]'; etc. 
I iux(iór il iiiiior i(oKp(ii' tX/^aXófiti [ix^àX/.itvTig Usener; 
ut Uiiieu in Corrigeiidis, txiiu/.óvttgì. m i* tu èXà- 



BPICVRI AD IIBKODOTVM EPISTVLA. 163 

X^crra xaì àfnyfj TTtQara óaX voini^etv rcoi' fxi^xoiv [rcDr 
/Àrjxdi%*y Usener] tò xuia^itxQri^ut ii avxiòv ttqwiov [tt^cS- 
rov libri; nQmxwv Usener et Giussani 1. s. I. p. 70, 
cuius lapsus fortasse in scribendo hic est, interpre- 
tatur enim ' misura fondamentale '] roTq fui^ocn xaì 
èXaTToai naQaaxevà^ovza [naQaaxtvà^ovTa «* Usener] 
Tj 3ià Xóyov etc. 
ibid. aviKfÓQT^oiv óè ex tovtùìv xivrjtnv (oùx} [(oi^x) addidit 
Brieger Jabresb. 1897 p. 164] ixóvioìv etc. 

60 Eaì /iiij%' x(cì tot) ctTTSiQov wg /i^r àvonaTO) /] xaTùarccTO) 

[àvwTàTco ?} xaTù)Tàiw Giussani 1. s. I. p. 167; drvco- 
tdrfp xaì xaTwiaTijfi Usener] oò dei xmrjoQfTv [x«ri;- 
YOQsTv Giussani ibid. xcttìiyoQttv ** Usener] tò àv(a 

ÌJ xàxiù' €Ìg lUtì'TOl tò {fTTòQ XbXfCcXfig^ Ox}tV UV aTùUlilSVy 

€Ìg ànsiQov àyeiv òr [céynv òr libri et Giussani ibid. 
Téivov Usener] ^ir^òbiroTs etc. 

61 odie yàg tà ^agéct ^ùixov oìaOriasrca icov xovtfoyv [tùHv 

IHxqCìv xccì xov(foìv libri et Usener], óicev ys /.rijóàv 
ànavT^ tcvrmg' odts xà fitxQcc [rà fiixgà (JÌQaóvTSQOv) 
Usener] tav jnfyd?,ù)v etc. 

61-62 €(f' ònóaov yàg àv xaiCaxn txdi€Qor, hnì Toaodior 
dina roi^jfÀazi rijv yoQàv (Sxi^asi^ Vuìg <«r %ò àvxixóipì]^ 
ij ^JwiVfi' ?' €x T0& lóiov ^dgnvg vtQÒg tijv to€ 7r/tjJ«rro$ 
dvvaiiiv [nQÒg rijv loD nXì]^avi og òvvcciuv glossema 
Usener]. \lX),à nìjr [à/.Xà inrji' xaì libri et Usener] xaxà 
%àg (SvyxQiatig [avyxQiaeig {ov;- Usener] x/dircov iztqa 
éTòQag Qì]0 ridai ai icDr àrófioìv ìaoraxtòr ovamv^ t(p iq* 
Vva lónov (ftQea'yai rag ir xoTg àd^Qoiafxaatv àxóf.iovg 
xarà xòv iXdx^f^Tov avrexi] x^^^'^i', f'V« iiì] tif ira 
[bixa /t>) é(f' tra Giussani 1. s. I. p. 109; /y /c^ étf' 
iva Usener] xaxà Tovg Xóyoj x}€OìQì]xovg XC'^*'®''^ [xaxà 
tovg Xóyoì O^eaìQt^iovg XQ^^vovg glossema Usener]. 

63 iaxi àè xò /itQog [t(rri àè xò /iU'Qog libri; éVr/ ót xo€ (lu- 
Qovg Usener] noXXijV naQaXXayìiv etc. 

ibid. ToDxo óè Tiiir ai óvrdi.uig xf^g U'vx^t'^ óf/.ov [ófjXor libri; 
àifjov Usener] {aoioDai} ['jioiovat) addidit Gassendi] 
xaì xà 7rdi}ìj etc. 

65 Kaì fi^-v xaì óiaXvofnbrov [ótaXvoi.ii:'yov Giuj'sani 1. s. I. 



161 ^M B. TKSOARl 

p. 211 cod, Xaknt. LXIX 13 secutus; Aru/ttVoo UsenerJ 
roìi ò).oi' etov 

66 oidi xn'thiit (rf; notài xMTjtf«s> [<td! ai'iài xiv^ffeij) 

additlit Brieger], &a%e oòà' a&i&ijitiv xt'xrijrai. oi) yàff 
oior if rotìv irdiò [«^tò libri; lò Uaener] aic&a 
litvov (li-j <óv> [Usener in Notis: ' sv] fort. iòv) ^v'J 
iv zQviip zt^ eixn^fiati etc, 

67 AXXà fti'ff xtii màJtt vt AiS ^nnffxaravoeìv Sit tò étaat/ttr- 

Tov <où àt 

68 &aaìi i7i'!i,if^i 

70 Kal fifjf nal I 

Siov naoa» 

71 oòSl: yitg toOtl 



Ig] ToS èrófiaioì eto, 
tati ògatotg xui xnià zijv 
laya ; aòtoìi libri ; aiófiatos 

' nÒx ài- 



iittsi ttokXàKt^ X 
[ov&eìv Usenerj *• 
jijTi'ur libri et Usener, qui 
tameu in ' or^ròv]. 

] TOÌi 7T<i'/fiTi xa'i T«r," àTTfiSeiatq, xal xiv^- 
-foi xrà aiàaeaiv [xa'i aràtreair, Usener) ìdióv ti avfiTi- 
Miiu, [tsiiiiTiKona Usener] nsQÌ TuSta etc. 
dì xicì ut' ufviiQWfieyn TTQuyiiaTn tlaqt^iiviac roòg av- 
fiJui «,■ TtuQfyyvilaai ti rrèc i/. ifóyyov^ zoiig [<f ^òyyovi 
uvi libri; if.dóyyovi Usener] [iih'.' [(lièv)' addidit Giiis- 
iìui 1, s. I. p. 273] àticyxnaittìiag etc. 
i óiardtTnvj'ii t] diitfà^avin^ [ÓKtcti'SorTog libri et 



ro aiin-oì 



( Trenti! 



[ir^nfTv. Usener] , 
:)■« libri : ^tQÓ'itì 



• nlti 



xiù là tirffX"- 
Sclmeider et 



fiòi-bìg [tràt-X'ifin-oìg libri; fyihxH', 
Uaeiier] xal ùDmì nuK etc. 
' ovv oìió/ieifa xaì adi noi^ * rdf/'I'uror tti'-rù yirtatfm, 
ìij' ii'wii óftoibig taiiv (tia()(rxtfl(7ai [òitoio)g lativ àza- 
^aKTTjffta cod. Lanr. LXIX, 28 et 35; iifioiiog àtaqax- 
tf^rrai Usener], «tVò tò etc. 



BPICVRI AD HBRODOTVM BPISTVLA. 165 

Eplcurus Herodotuiu yalere iubet. 

UDiiff.X S&.8I} 

35 Eie, qui nequeant omnia, quae a nobis de rerum na- ^VÀ''^"*"'eontiS^^^ 

tura scripta sunt, diligenter investigare vel maiores, quos animo comprehendi 

,., .•^x- • «x j menioriaquo caito- 

composuimus, Jibros perscrutari, totius operis epitomen aa airi oportere. 
memoriam rationum retinendam, quibus universa conti- 
nentur, opportune quispiam paraverit, ut in omni tempore 
in eis, quae maximi ponderis sunt, illis subsidio esse pos- 
sint in quantum rerum naturae contempi ationem attige- 
rint. Eos quoque, qui satis in universorum consideratione 
profecerint, formulam universae commentationis elementis 
informatam memoria tenere oportet. Universorum enim no- 
titia crebro indigemus, siugulorum antem non ita. itaque 

^ et pergendum ad illa est continenter et memoria tantum 
retinendum ex quo stabilis rerum scientia fìat: tum sin- 
gulorum quoque notitiam reperiemus omnem si rationes, 
quibus universa continentur, apte animo comprehenderimus 
memoriaque custodierimus; nam summae cuiusvis rei atque 
perfectae scientiae id est praecipuum ratlonibus celeriter 
uti posse, cum singula ad simplicia elementa et voces re- 
ferantur. non enim notitiarum multitudo, quae ad conti- « 

nuam universorum pertractationem spectant, esse potest 

^ nisi quis brevibus vocibus omne in se possit complecti, quod 
etiam per partes diligenter investigatnm fuerit. Quocirca 
cum omnibus utilis sit eis, qui rerum naturae contempla- 
tioni dediti sint, liaec ratio et via, ut te cohortarer ut 
adsiduam in physiologia operam impenderes, qua ego animi 
serenitatem summam consecutus sum, hoc tibi feci quod- 
oamque rationum universarum com2)eudium atque elomen- 
torum summam. 

Primum igitur, o Herodote, quae subiecta sunt vocibus ^''>e?»^'' oportero 

o ì » *i expriini quae via bu- 

intelligi oportet ut, quae opinemur vel quaoramus vel de ^»«cta sU vocibus. 
quibus ambigamus, possimus ad illa reforentes diiudicare, 
neve iniudicata atque confusa omnia nobis in infinitum 
^ <eant> demonstrantibus aut inanes voces liabeamus *). Pri- 

i) Epìcuram . . qui crebro dicat diligentor oportero exprimi quae 
vis subiecta sit vocibus Cic. de fiu. II. 2, 6. 



166 ^^^m R. TRSCARI 

mam enim notloiieia in UDami^uamque dispici vocem oporteb 
et minimi' (ii.Miionstratìoiiia indigere, si ijoidera habebìmus 
ad qiioii i^inr-.-ita vel dubitata vel opinata referamua. prfte- 
. tereasecuì;.liiiii yensiia omnia obaervemiis oportet et prorsns 
notitias, (juae adsunt, aire mentia sive caiuavis indicii, 
itemque son-^us iuteriorea, qui adsunt, ut habeamiis qnlbua 
annotemu<j ilhul, quod demonstrationem requirit quodque 
occiiltum est i). 

Haec iam de ' "us Bubieeta non 3unt, anU 

roadvertenda aim nida: primura nil e ailo 

nasci, omiie enim ;ur, nil seminum indigeos. 

qtiod si interiret, n niliim, omnes perirent 39*^1 

res, ciim ease dei ae dissolverentur '). Prae- 

terea omim somp le nunc est et semper tale 

flrìt. nihìl enim < itetur. praeter enim omne 

nihil est, quod s uem efficiat >). 



') cui (sBiiaui) niai pi-min uuca luud.itft valebìt, — haiit erit oo- 
caltis de rebus ({iio roferoatcs — confirtnare animi quicquain rations 
queamus Luor. I. 122-420. 

iiiveiiidS primis ab sensibus esse creatam — notìtìem veri neque 
sensus posse relelli id. IV. 47^-180. 

iudicift rerui.i (Epicuni.s) in sensibus ponit Cic. da fin. I. 7, 22. 

quidituid pori-o iinimo cernimiis, id omne oritui- a seusibus, qui 
omiies veri orutit, ut Epiouri ratio ilocet ibid. ID, 6i. 

quod est caput Epicuri? si uUum seusua visura falsum sit, nihil 
poteat peroipi id. Ao:id. pr. II. 26, b3. 

Epicurus omnis sonsus veri nuntios dlsit esso ibid. S2, 101. 

aliuJ Epioufi (iudicium eat), qui omne iudieiura in sensibile et 
in rerum notitib et in vohipt.vte coiistìtuit ibid. 46, M2. 

eo . . rsra dimittìt Epicurus, si uniis sensus semol in vitamen- 
titws sit, nulli unqiiara esso credcndum id. de nat. deo. I. 25, 70. 

Cfr. Tohte, Epikur'a Kritcrjen der Walirhoit p. 20 et sq. 

») nullara reui e uilo gigni Luor. I. InO 

nam si du nilo fiercnt, ex omnibus rebus — omue gonus nasci 
posset, nil semine egeret ibid. 1."j9-1()0. 

bue aocoJit ut quidquid in sua corpora rursura — dissoluat na- 
tura neque ad nilum intoremat res. — nam siquid mortale e cunctis 
partibus esset, — ex oculis res quaeque repente erepta poriret ibid. 
■215-218, 

") uec stipata ìuagis fuit unqu.im material — copia nec porro 
maioribus intoivallìs; — n.im nequo adaugoscìt quicqimm nec de- 



KPICVRl AD HERODOTVM KPISTVLA. 167 

Atqui omne <ex corporibus efficitur et loco) : corpora onmeexiMnietc 
enim esse sensus ipse testatur, seoundum quem quod est rum partìm conc 
40 occultum ratione conici oportet, quemadmodum siipra dixi. quibuj «mcMUoi 
locus autein nisi esset, quem inane et spatinm et intactilem <^®o»^°*- 
naturam vocamus *), ncque haberent corpora ubi essent 
neque per quid gererentur, quemadmodum geri apparent. 
praeter ea, prout secundum integras naturas percipiuntur 
non secundum ea, quae harum eventa vel accidentia di- 
cuntur *), nihil cogitali quidem potest, nec ratione animi 

perii inde. — quapropter quo aunc in mota principiorum — corpora 
Bunt, in eodem ante acta aetate fuere — et post haec semper simili 
ratione ferentur — . . nec rerum summam commutare lilla potest 
vis; — nam neque, quo possit genus ullum material — efFugere ex 
omni, quicquam est extra, neque in omne — unde coorta queat nova 
vis inrumpere et omnem — naturam rerum mutare et vertere motus 
Lucr. II. 294-307. 

*) Hanc propter dicendi rationem (ronos <if si f^tj »/i', óV xcroV x«t 
àyatfij (pvaip òyouci^ousf cfr. Lucr. I. 426 : locus ac spatium quod 
inane vocamus) quidam contenderunt grammatici Epicurum vel inter 
se discrepantia permiscuisse (Horschelmann, observat. Lucr. alterae — 
Lipsia 1877) vel inane quoddam vacuum et inane quoddam plenum, 
id est inane, quod re vera esset et inane quod posset esse inter se 
discriminare voluisse (Giussani, T. Lucr. etc. I. p. 21 et sq.). "VVoltjer 
(Lucr. philos. cum font. comp. p. 23) Epicurum inane et corpora non 
inter se pugnantia finxisse censet. Quae variae grammaticorum senten- 
tiae nec Brieger (Philologus LX, 1901) probantur nec Pascal (Studi cri- 
tici sul p. di Lucr. — Roma 1903 p. 80 et sq.), qui contendit repugnan- 
tiam, quam in Epicuri verbis quidam animadverterint, specie magis 
esse quam re. Ut eius verbis utar, inane id est in quo corpora sita 
sunt ; at ubi corpora sint ibi inane es?e non posse par est; corpora 
in inani sita sunt, id est inani circuntunduntur. Epicurus mihi haec 
verba totios*, xevóg, X^^^Q^^i (a'«fpt}g q>vaig prò idem declarantibus ha- 
buisse videtur; nihilque esso magis ab Epicuri niente et moribus 
alienum quam huiuamodi, in cis quae sensibus percipiamus aut 
mente coniciamus, disputandi subtilitatem verborumque doloctum et 
caram. Cfr. Io. Stobaei Aiithol. I 18 p. 100, 6 Wachsm. : ^EnixovQog 
Syófintji (prjtTi fpro ntlaip quod corruptum iure censet esse Heeren pa. I. 
p. 389; rectius fortasse Tìftat^v delevit Usener) TraQcd^drreiy xs^ót'y x6- 
nov, /ctf()«v. 

s) praeter inane et corpora, ut est apud Epicurum, * tertia per 
se — nulla potest rerum in numero natura relinqui ' (Lucr. I. 446-Ì46); 
* nam quaecumque cluent aut his coniuncta duabiis — rebus ea inve- 
nies aut harum eventa videbis ' (ibid. 449-460). Quod apud Lucretium 



nec cotnpreheosibiHum similitudine '). praeterea corporum 
partim couci'etioues stint, partita ea, ex cjniliuB concret 
efficiuntiir '), (iìigc suat indÌTidua et Ìmmiit(ibÌlia, aiqmtli 
omnia ìu nilvim non aunt interitura, sod aliqnid 
in coacre tionum dissoluti onibus valeat permanere, et natura 
sunt solida ne<iae habent ubi ant quo modo dìssolvantur: 
qua re corporum exordìa naturas esse individuas Decesse est '). 



corporum ^^| 
•ncretiones 4t^H 

siquìdetn ^^M 
neoesse est ^^M 

et natura ^^M 



haec daa raperiiiutu< 
sÌDe permilioli — disi 
aUerumidouìua 'advi 
quodque Epicurua in i 
at'unru}}/,. et ov/ifii^,). 
niiinctum, ai/i-rtiui/ia 
talein inourriiat quo 
coaìuDOta, quue nvfir 
quae iste ai;u,if^j,xori 
gentia in dicendo tu 
dÌ9crimiiiFi siimaot U 
vero Muuro iLucretiua, li.: 
critici sul p. di Lucr. p. 1' 

epiatula verba desìdorantur 
et <T^/I|^f,^l;'"(" T'Of »; icV ò 
et iHdioy av,iìthx<ii,i 71 et 



Itei'um ' oat id quod nusquKin 
Bequs gregari ' (ibid, 451'462), 
lis natura abituqus' (ibid.lST). 
itioDe hia duo bus utitur verbia 
iti euct BDii^i^ìjxóg idem se eo- 
onara. At in summani diflicnl- 
,tar necessitate DI ut quaedom 
'pìcuraa aut qnaedaai sTentft 
cpl»nent. SuDt qui de negle- 
sent et qui subiilìa qaaedam 
ententiani defendant. Bectius 
Ni.tes p. m) et P^,s.-.il (Studi 
libi indicare videntur, qui ai/À- 
: Neque tamen in Epiouri 
couiunctiim declarent, nam 
(DI' ,ii<i;i<xo'l.ov»om-ja 70 et 71 
•.tua :ineiixof.nt90Ffin 71 ir 
veniaa et ' quaciliim aviiiie^ii-xtim corporis naturam aeternam facere 
69 (.-> inviov ifi-j-,' miTiov). Cfr. Giussani, T. Lucr. etc. I. p. 28 et eq. 
Pascal, Studi critici etc. p. V2 et sq. Briegar, Epikur's Brief an Her. 
et Bursian's Jahresb. l&'lCi p. 175; Natorp, Forscb, a. Gesch. des 
Erkenataissproblem in Alteithum p. 228 et sq. Zeller, Gescb. 
Phil. der Griuchen III. p. ;ì72. 



t sq.) n 



■rw\- 69 e 



•) ergo praeter inane et coj'pora tertia per s 
in numero natura relinqui — nec quae sub st 
pore noatros — nec rationo animi quaiu quisqut 
quaecuroque l'iueut aut liis couiuncta duabua — reb 
aut harum sventa videbis Lucr. I. 445-450. 

•) corpor.T, sunt porro partim priniordia rerum 
cilio quae Constant principiorum ihid, 483-lgt. 

'] scd quae sunt rarum primordia, nulla potust v 
nam solido viiicunt oa corporc deraum Lucr. I. 4S5-48G. 

et qunniani supra docui iiJI posso creari — de nÌlo nequeqnod 
genit\im est ad iiil revocar! — esse immorlali primordia oorpore de- 
bant — dissohii quo quaeque supremo tempore possint, — materies Ut 
subpeditet rebus reparandia ibid, 513-517. 



nulla potest rerum 
s cadat uUo tetn- 
s3it apisci. — Nam 
rebus ea Invenies 

ura — partim con- 

- stingnere; 



RPICVRI AD nSRODOTVM EPISTVLA. 



1G9 



Omne porro infinitum est. nam ' quod finitum est ha- 
bet extremum. quod autem habet extremum, id cernitnr ex 
alio extrinsecus. at quod omne est id non cernitur ex alio 
extrinsecus \ quare quod non habet extremum finem non 
habet: et cum finem non habeat, infìnitum sit necesse est, 
non finitura *). Ad hoc corporum multitudine infinitum 
4B omne est et inanis magnitudine, si enim esset inane infi- 
nitum corpora vero numero finita essent, nusquam consi- 
sterent corpora sed ferrentur per inane infinitum dissemi- 
nata, quod neque quae sufFulcirent haberent neque quae 
repellerent ea secundum plagas. sin autem inane finitura, 
esset, non haberent corpora nuraero infinita ubi consiste- 
rent »). 

Praeterea quae sunt corpora individua ac piena, ex 
-quibus concretiones efficiuntur et in quae dissolvuntur, 
mente comprehendi non possunt quod ad formarnm attinet 
diversitates ; fieri enim non potuit ut tantae [concretionum] 
diversitates ex eisdem [atomorum] formis mente compre- 
hensis orerentur. Atque secundum unamquaraque [atomo- 



omne eue ini 



omne et inai 
goiCiidine in 
esse et co 
multitudine. 



summa varie 
tomorum i 
non eas tam( 
nitai. 



1) omne quod est igitur nulla regione viarum — fìnitumst; 
namque entremum debebat habere. — extreraum porro nullius posse 
videtur — esse nisi ultra sit quod finiat; ut videatur — quo non lon- 
giu8 baec sensus natura sequatur. — nunc extra summam quouiam 
nil esse fatendum, — non habet extremum, curet ergo lino modoque 
ibid. 958-9G4. 

postremo ante oculos res rem finire videtur; — aei* dissaepit 
colles atr|ue aera montes, — terra mare et contra mare torras terminat 
omnis; — omne quidem vero nil est quod ilniat extra ibid. 984-987. 

yidesne Epicurum, quem hebetem et rudem dicere solent Stoici, 
qnemadmodum quod in natura rerum omne esse dìcimus, id infì- 
nitum esse concluserit? Quod finitum est . . habot extremum . . Quod 
autem habet extremum, id cernitur ex alio extrinsecus.. al, quod 
omne est, id non cernitur ex alio extrinsecus.. Nihil igitur cum 
habeat extremum infìnitum sit necesse est Cic. de div. II. 50, ICS. 

>) praeterea spatium summai totius omne — undique si inclusum 
certis consisteret oris — finitumque foret, iam copia material — undi- 
que ponderibus solidis confìuxet ad imum — nec res ulla gerì sub coeli 
tegmiue posset — nec foret omnino coclum nec lumina solis, — quippe 
ubi materies omnis cumulata iaceret — ex infinito iam tempore sub- 
sidendo Lucr. I. 988-995. 



170 



rum] for 
at non ( 

" attinet, ; 

■ venturqii 
ae (listiin 
torte in 



I). TKHCARI 

ainitio iii6nitae sniit atomi fìgara sìmiles, 



iiiiiiui infìnitae qiiod ad formartim iliversitates ) 
il ti^'tiimmodo mento incotnpreheDsibilea ■}. mo- 
c-iHiinenter atomi perpetuo, aliae longe inter 
l's, alias vero ibidem agitatiooem iiabeutes i 
«nipli^xioDo veraeutnr vel a eomplectentibiis ooer- 
citae sint. Vacui etiim natura, quae nnamquamque earnm < 
dirimit, hoc efficit, fulcimeu parare haud valona [quod vi- 



brationera impodi, 
lisionem vìbration 
ex collisione stato 
est, cura sint ato 
Haec tanta vo 



qaae ia eia ioest, ob col- 
tam coraplexus pristinum 
loipìum autem horum non 
inane aeteroum Bit *). 
aia memoria castodiantar, 



rerum — qualia sint et qusm 
0DÌ3 quam sint varìatn figaris 



■0 flg, 



i) nunc Bga.. ( 
longe distantia t'ormi 
Lucr. II. 333-335. 

quod qiioQiam docui, ijoif^mu ^■jL^satere 
fidem diicat, primordia rerum — tiaita va 
ìbid. 478-480. 

foL'raaruni iiovitatem corporis augmeu — subse^uitur, quare non 
est ut crcJerii possia ^ essa inliiiitìs distantia semina formis — ne 

posse probni-i ibid. 495-4D!i. 

distantia ciim sit — formariim finita, nei;osse est quaa similes 
sint — esse iiifìnitaa aiit summam material — finitara constare, id 
quod tion OSSI! pvob;ivi ibid. 5Jì-5:!8. 

') si cessare piita-s roi'iira primordia poi^sa — cessandoque no- 
vos rerum progigneve motiis, — aiins a vera longe ratioiie vagaris 
ibid. S0-&2. 

sed magis ftdsiduo viirioqua esercita niotu — partìm ìntervallia 
maguis confulta resultant, — pirs etiam brovibus partibns vexantur 
ab ioti!. — et qiiaeouinquo miigis condenso couciliatii — esiguìs inter- 
valUs convecta rosullant, — iadupeJita siiis perpleia ipsa tìguris etc. 
ibid. 97.ICe. 

in hac igitnr iinmensitate latìtudinum, longitudintim, altitu- 
dinum inliniCa vis innumerabilinm volitat atomorum: quae, inte- 
rìeclo inani, cohn erose un t tamea ìntor se, et aliae alias adprehen- 
dentes coiitiniiantur ; ex quo eliì^iuiitin- hae rerum Ibrmae atque 
figiirae Vie. de nat, de. I, 20, 54. 

terni tempore intollegi convenire id. de fin. I. 6, 17. 



KPIOVRI AD IIERODOTVM BPISTVLA. 171 

satis idoneam formulam suggerii <(le> rerum natura cogui- 
tionibus. 

Mundi porro infiniti sunt et qui huius similes etani mundos mnumer»bi- 

* * ^ ^ les esse. 

' dissimiles sunt.- nam atomi, quae sunt numero infinitae, 
qnemadmodum supra probatum est, etiam longissime fe- 
runtur. non enim eiusmodi atomi consnmuntur, ex quibus 
oriatur mundus vel conficiatur, neque in unum neque in 
definitos [mundos], neque in quotcumque similes neque in 
quotcumque horum dissimiles. quare nibil ad mundorum 
infinitatem impedimento est *). 
46 Praeterea formae [quaedam] sunt eadem figura, qua ***• sìmuiacra e 

^ '■^ ^ •• . . summis corporibus 

solida sunt corpora, plurimum tennitate ab eis differentes, deflucntia. 
quae in rerum natura apparent. neque enim huiusmodi 
recessiones in aere nos ambienti neque habilitates ad ca- 
varum leviumque figurarum confectiones neque effluvia po- 
situram conseque et locum conservantia, quae in solidis 
corporibus habuerunt, fieri non possunt: has formas simu- 
lacra appellamus (= ea quae rerum simulacra vocamus 

1) quare etiam. . talis fatcaro necesso est — esse alios alibi con- 
gressus materiai, — qualis hic est, avido complexu quein toneat aetber 
Luor. II. 1064-1066. 

oullo iam pacto veri simile esse putandumst — undique cum vor- 
stim spatium vacet infìnitum — semiuaquc iimumero numero sum- 
maque profunda — multimodis volitent aeterno porcita motu, — hunc 
unum terrarum orbom coelunque creatum, — nil agere illa Ibris tot 
oorpora materiai ; — cum praesertim hic sit natura factus, ut ipsa — 
gponte sua forte oiTensando semina rerum, — multimodis temere in- 
cassum frustraque coacta, — tandem colarunt ea quae coniecta repente 
— magnarum rerum iìerent exordia semper, — terrai maris et coeli 
generis^iuo animantum ibid. 1052-1063. 

praeterea cum materies est multa parata — cum locus est prae- 
sto nec res nec causa moratur — uUa, gori debent nimirum et con- 
fieri res. — Nuuc et seminibiis si tanta est copia quantam — enu- 
merare aetas animantum non queat omnis, — visque eadom et 
natura maneat quae semina rerum — conicore in loca quacquo qucat 
simili ratione — atque bue sunt coniecta, necesse est conlìteare — 
esse alios aliis terrarum in partibus orbis — et varias hominum gentes 
et saecla ferarum ibid. 1067-1076. 

docuit enim nos idem qui cetera, natura eftectum esse mun- 
dum . . tamque eam rem esse facilem . . ut innumorabiles natura 
mundos efiectura sit, elHciat, ell'ecerit Cic. de nat. deo. I. 20, 53. 



172 li. TKSOABl 

"'"- Lucr. IV. 30) I). praeterea per vacuum raotìo, qu&a nallo 
[fere] projmli^iintium fiat oocursu, omne spatium, quod ocuUs 
aut menta coiuplecU posaimus, temporia puncto incotnpre- 
lieu^ibili uoufiuit. offensio eDÌni aut nulla ofi'ensio tarditatìi ■ 

i™^ ^,g] (.Qlai.itatia .similitndinem aocipit '). nequo siraiil corpus, ( 
■:' quod movetur, temporibiia vix cogitatione comprehenaibi- 
libus ad plora loca perveiiit [velut atomi es quibna oon- 
stat), (iK-ijiic, tum tempore sensibili totani simul perve- 



nerit, uudecuniqi 



eo 1 



eii 



enim erit accorac 
illud temjioris pi 
celeritatem [meU' 
■ tum animo teuei 
vix credibili bua i 
tura appareut, r* 
bilibus ntuutiir, o 
habentin, cum prOpi-i., 
aut paucT, ea retuadai 



rai profectiim erit, non ex 
9periinu3 ; ad offensionam 
motus], etìamsi uaque ad 
li miaime obnoxiam motns 

. utile est et hoc elemen- 
U8 simulacra teuuitatibns 
arum, quae in rerum na- 
eb celeritatibua vix credi- 
1 aeqaalem et congruentem 
Il eorum [tanuitatem] nihil 
autem ex multis atque in- 



finitis [atomis] coiistarent »), statini aliquid ea retunde- 43 



1) praeaortiiii cum siiit in suminis corpara rebus — multa r 
nutft. ÌU.CÌ (|Ufttì possint orilino oodem — quo fueritit et forn 
figuriiin — et multo citius, quaGto miuus indupefJiri pnuca queunt 
Lucr. IV. G7-69. 

suat Bliam qu«e sponte sua gignuiitur et ipaa — coQstituuntur 
in hoc cacio qui dicitur af'r ibid. i:il-!o2. 

partim sponte sua qitno liuut in aiìre ipso ibid. 736. 

') praetorea. . , uocìpit: haec ad iitomorura inotioiiem pertinere 
csnset Giussaiii {T. J-ul;i-. ctc. I. p. lO.'i) iniuria, ut tnihi videtur; 
ofr. huius episiulae ^ il. 

») fìkiyi! nyiix'iiiriif: impedimenta exteriora Epicurum significare 
voluisstì iure arbitratur Usener p. 10 iu Noi. alìler seutit Uiuasanì 
(T. Lurr. etc. I. p. 105); cfr. Lurr. IV. 70: et multo cilius. quanto 
minus indupediri pauc.-» queuut. 

') ditiicìlis ac perobscurus iocus est: utnim nnUuti erratum 
prò :iiiì./.i>Ti an piist Tin/.hiTi .subauditur icrri^oi;? non priore est sen- 
tentia, ut perperniii Giiissaui arbitratili' (1, s. ibid.). Uaenor, apud quem 
jioJ.)..)i> p, 10 in N'ot. scriptum videiuu-i: in Corri^7eii((/» enim niendum 
su.stulit. Quod si rioJ./,-.r,- legas. Epicurum (ÌJwJIk, quae multa et cou- 
linontia e .summis corporibus proHuant et visionem ooulorum gi- 



BPICVRI AD HRRODOTVM EPISTVLA. 173 

ret *). praeterea quominus simulacroram generatio eadem ao 
cogitatio oeleritate fìat [nihil eorum, qnae in rerum natura 
apparent, repugnat]. nam et efHuvium e summis corporibus 
oontinens •), haud perspicuum [corporis] imminutione propter 
refectionem *), diu posituram ordine mque atomorum ser- 

gnant, ab eis, quae vagentur sola et visionem mentis excitent distin- 
guere voluisse conicias. Sed tamen ut Usener et Giassani sententiam 
probem inclinat animus, qui noXXuìg legendum et (tróuoig subaudien- 
dum censet. 

1) nunc age, quam tenui natura constet imago — porcipe Lucr. 
IV. 110. 

nunc ago, quam celeri motu simulacra ferantur — et quae mo- 
bilitas oUis tranantibus auras — reddita sit, longo spatio ut brovis 
bora teratur — . . edam ibid. 17G-180. 

. . adeo textura praedita rara — mittuntur facile ut quavis pe- 
netrare queant se — et quasi permanare per aeris iutervallum ibid. 
195-198. 

quapropter simulacra pari ratione necosse est — immemorabile 
per spatium transcurrere posse — temporis in puncto ibid. 101-193. 
*) neo mora nec requies interdatur ulla flueiidi ibid. 227. 
3) tèyTceyanXtJQtìxni — r« cf^ avyxfSluaxK tku'Th óevarà xttì ftetUfìXtjTd 
xal ytvótÀByn x«( tlnoXXvfÀsyce aii'tu. fiVQLioy un' ei(hó?.vi)P' Hn6QX0f.iéyft)v ilei xal 
^BÓytiayj uvQuoy de ojg sixòi étéotoy ix rov Treoit'/oyTog éTiiQoeóynor xal 
ttyaTiXrjQovyrwy rS tc&Qotuuic Plutarchus adv. Coloten IG p. UlGc (Usener. 
Epicurea p. 202). 

eamque esse eius (dei) visionem, ut similitudine et transitione 
cematur neque deficiat unquam ox infinitis corporibus similium ao- 
cessio pie. de nat. doo. I. 87, 105. 

fluentium froquonter transitio fit visionum ut e multis una vi- 
deatur.. quo modo probas continontor imagines ferri? aut si conti- 
nenter quo modo aeternae? innumerabilitas, inquis, suppeditat ato- 
morum. num eadem ergo ista faciot ut siiit omnia sempiterna? ibid. 
89, 109. 

Haec quae apud Phitarcbum et Cicoronem scripta videmus, non 
animadvortit Giussani, qui non ea, qua solet, perspicentia solloriia'{ue 
totam hanc rem mìhi perspexisse videtur. Quae il le in T. Lucr. ole. 
I. p. 231 Nota 2 (* ViìyrurtenXtJQcjaig è, come si sa, il succedersi delle 
imagines fluenti dalla superficie di un oggetto ') et copiosius in 1. s, 
III. p. 158 dipsorit, de simulacrorum èrtSQFKyuóg at^uo avu^iXtjoioua (cfr. 
huius epistulae § 50 et 48) dicenda fuerunt. Vis huius verbi, nisi fallor, 
haec est: perennis ex infinitis corporibus ad corpora imaginum ac- 
cessio, quo fìt ut in rebus oa roficiantur quae imaginibus continenter 
ab rebus ipsis defluentibus amissa sunt. Cfr. Bollettino di filologia 
classica 3-4 anno 1906, Tescari — Nota epicurea: (ìi'rayctnXr^Qioai?. 



ment 
qiiae 


e finge! 
extra 


le. qi 
simt 


qui inter iios et 
vel qiialiacumqu 
impriniaut iu U' 


et iu 
tcnlat 


1) cum t 
') uaqua 

ur ulhi 


fluoiidi 



174 ^^f II, TICSCARI 

vana eumdein ac in solido corpore Ihabuit], etsi interdam 
perinixtum jjeiturbatur, et concrefciones in aere ambienti 
DOS subitae [gignuntur], propterea quod coniplementum non 
fieri in aHitmlinem necesse est '), atque aliae rationes sant 
quibus huiuwmodi natiirae gigmmtiir. nihil enim Lis repu- 
gnaut ea, <]n:ie sensìbns percipimus, si qnis qtiodanimodo 
evidenlia^ res{iiciat ut eoram etiam, qaae exteriora atint, 
coiisensioiios ad nos referat. 
[ Exi^timandi rum figuras videro nos et tf | 

18 ingrediatur '). Non enim 
; formae naturara per a 
leqne per radioa quosdam 
lis ad illa manantia *) ita 
ae quaedam eiusdem colo- 

loa suppedìdet atomorum. 

rea quaeque fluenter — fertur 
bis — uso morK ueo requtes i 
- perpetuo qui 
i licet et KeiiiirC se 
jiiiibiis ijiiapropter < 
s ulla videri ibid. 23<-23S. 

m multo inagis liatìc suut tenuia teitu — quam quae 
US visuiiiquo lacessunt, — corporia haec quoniam pe- 
>, cientr|ue — teuwem auimì iiaturam intua seosuinque 
Uoessuut ibiJ. 7-2S-Tiìl. 

nuuc igitur dooui quoDiam me forte leoiiem — ceruere per si- 
mulacra, oculos quaeoutiKjua laoessiiiit, — scire lioet metitem simili 
ratiouQ moverì, — per aioiulaci'a leonoin et oetera quao videi aequa — 
nec miuua iitque oculì, nlsi quod :nagc tcuula curuit ibid, 752-756. 
nam si xm' (('Joiirui' ìfinnóucn videremu.s, valde laboraieut (i(fiui<i 
ÌQ angustila Cic. ad Alt. II. 3, •_». 

fu eniiii nescio qui, ut quani coram .■»dosse videaro cum scribo 
aliquid ad te; neque id xitr' fi'Juiiuij' yid-dio/fc,- ut dicutit tuì amici 
novi: qui putaut etiam lyiiuoi^iixrìf rfiiiiuaiui spectris.. excitarì id. 
ad fam, XVI. IC, 1. 

plcua suQt imagiuuiii omnia; uulla enim specias coG;Ìtari potest 
uiai pulsu imagiaum id. de div. II. 07, 137. 

imaginea quae tt<h/'.ti uoiaioant, quorum incursione non aolum 
videamus scd etiam cugitemus id. de fin. I. (i. 21 ; cl'r. etiam de nat. 
deo. I. 3;t, lOtì; 37, lO.ì; 38. 107; Acad. pr. II. 10, 125 etc 

>) liorum seiitentiam impugnai Epicurus, qui visionem fieri qvii- 



3 Luor. IV. 225-229. 
i videtur — ceruuudi 



qulppaotei 
netraut pei' 



Ijusdair 



Lilis manaotibus elUuvib 



.i-bilrLi 



-, ut Thaophrastiis 



BPICVHI AD HRRODOTVM BPISTVLA. 175 

ria et figarae secundum modum congruentis magnitudinis 
50 in ooulos nobis et mentem ingrediantar, velocibns iitentes 
motibus, tum ob eam causam unius cuiusdam rei et con- 
tinuae imagiuem praebentes <) et convenientiam >) a re 
servantes propter congriientem inde sustentatìonem, quae 
fit ex atomorum in solido corpore in altitudinem vibra- 

tione •). et quam comprehendimus imaginem aut mente, dadum^nojTseniuV 
per intuitum, aut sentiendi facultate, sive formae sive ac- 
cidentium, forma est haec solidi corporis, quae propter con- 
tinentem spissitudinem vel simulacri fit reliquias. falsum 
et error in eo est quod opinione ad id adicimus *), quod 

1) i. e. si visionem aut cogitationem qiiibusdam e nobis manan- 
tibns effluviis fieri arbitremur, durius sit rationem reddere cur for- 
mae eoram, quae extra suat, in nobis iinprimantur, quam si simu- 
lacris in uos ingredienlibus visionem aut cogitationem fieri teneamu?. 

flaeutium frequenter transitio fit visionum, ut o multis una 
videatur Cic. de nat. deo. I. 39, 109. 

«) cvfAnà&eia — liuius vocabuli vim sic definit Cicero : quasi con- 
sensus, quam ffvuna&uay Graeci vocant de nat. deo. III. 11,28; ex 
qnadam convenientia et coniunctione naturae, quam vocant avunù- 
&€iay de div. II. CO, 124 ; qua ex coniunctione naturae et quasi con- 
centu atque consensu, quam avunà^etat^ Graeci appellant ibid. 14, 34; 
ofr. etiam ad Att. IV. 16, 1 ; V. 18, 3; V. 11, 7; XII. 44, 1. 

s; i. e. simulacra hoc cum corpore convenientiam servant quod 
continua iit imaginum transitio ex atomis in altitudinem vibrantibus, 
cum ndXcig ex interioribus atomis concilio implicatis oriatur et ad 
eaS| quae in superficie sunt, perveniat. 

*) TtQoa&o^à^ù} (opinatus addo Lucr. IV. 4G5; adopinor ibid. 816): 
eadem vero sint lumina necne, — hoc animi demum ratio discernere 
debet, — neo possunt oculi naturam noscere rerum. — proinde animi 
vitium hoc oculis adfingere noli Lucr. IV. 3Sl-i)86. 

cetera de genere hoc miracula multa videmus — quae violare 
fidem quasi sensibus omnia quaerunt, — nequiquam, quoniam pars 
horum maxima fallit — propter opinatus animi quos addimus ipsi, — 
prò visis ut sint quae non sunt sonsibu^ visa. — nam nil aegri us 
est quam res secernere apertas — ab dubiis, animus quas ab se prò- * 

tinus addit ibid. 462-463 (cfr. etiam 438-442). 

dixitque (Epicurus) sapicntis esse opiniouem a porspicuitato 
{iy(<Qy€i(( = perspicuitas = seusus) seiungero Cic. Acad. pr. II. 14, 45. 

Timagoras Epicureus negat sibi uuquam, cum oculum torsissot, 
duas ex lucerna fiammulas esse visas; opinionis enim osse menda- 
cium, non oculorum ibid. 25, 80. 



176 H. TBSCAHI 

confirmationom vel nollam impngnationam requirifc, otiir 
non conlìrmatum aot impugnatura sit '). imaginum euiir 
similitudo volut sarum, qnae vel percipiuntur in statua 
vel secnndum quietem fiunt, vel aacouduin alios quosdam 
mentis intnitoB vel oeterornm indiciornm, nullo modo in 
illis ineaset, qiiae et sunt et vera praedicantiir, nisi vera 
essent quaedain [e oorporibas] atque talia adìscta. nei^ua 
errori locus daretur nisi intelligereraus alteram quoque 
iues^e in iiobia ione prueditam: eecundum 

hanc, si uon o ^el imptignatur, falso, »in 

autem conlìrmal iignatur vero locus est. hoc I 

igitur praecBptu )diri oportet, ne argumenta 

toUantiir, quae tìaa itemque error oonfir- 

metur ùmniaqn( 

iuv?umq^d- Porro ftiulìi lod offluvium quoddam fer- 

corporibus tiif ab HO, quod vbI TCBonat vel strepit vel 

aurea. quodaiMiiiocio ili inem efBcit '). hoc autem 



age, si dlcfvt E|iicureuH quisfiuain : nihil habeo i|uod de sensibug 
coaquerar. iniustum est onim ab eis exigere plus qiiam possant. 
qiudquiJ autem powunt viilara oouli, verutn vident. ergone verum 
videut i[Uod de remo iu aqua vident? prorsus verura, nam causa ao- 
oedoulo quare ha videretiir, si domevsns unda remus rectua appa- 
rerei, magìs oculos meos f:Usao renuiitìatLoiiis arguerem. non enim 
viderent quod talibiis existentibus causis videndum. — fuit Àugnst. 
conlra Academ. III. 11,26. 

toute senaaiiou est vraie Guyau, La morale d'Ep, p, 174. 

l'erreLii' uè vieDt quo de ce que l'ìntelligeuce ajoute à la scd- 
satiou ou voulant l' intcìpruter ibid. p. 175. 

1) t'.Ti/i'fijftiit'w et iri-iitiiiQiiiitfi — qiine meute opinamur SÌ ad ea 
pcvtiiiQut, quae seiisibus sunt subicota, ut prò veria habeantur aen- 
sibus illa coufii-niari opoi-tet; quoiì ni tìnt (m/ éniiiiiQrvQcì'i') prò t&ìsis 
babcuda sunt. Itcm si de cis agìtur, quae e^iiut occulta Deque sensi- 
bus porcipi possunt {iìiii,''.it), ut prò veiis liabeantiir eis ilU non re- 
pugnaro (inj lìrriuttiinoin'), quae Sub aensus cadunt, oportet; quod 
ni tiat prò t'aliis .sunt liabonda. 'i::ii;iiri>ii'iifri- igitur et /iij ài/uuiiQ- 
rriKiV veri, <ìif<;i<!nii<iiìi' et in] ì.ìtiiiiiitvntìr falsi iiidicia sunt. Ct'r, 
Si.xt. emp, A.lv.'dogm. (matb. VI!) 203 (tl-sener, Epicurea p. 179): 

^j principio auditur soiius et vox omiiis, in auris — insinuata 
SUO pepulerc ubi corporo sc-usum Luci', IV, 52-1-525. 

21. 3. '907 



RPICVRI AD HKRODOTVM EPISTVLA. 177 

efflavinm in glomeramina quaedam ex similibus partibus 
oonstantia disseminatur ^), simul quendam inter se consen- 
sum servantia atque peouliarem unitatem, quae protenditur 
ad id, quod effluvium eraisit •) et perceptionem illius effi- 
oientia, sin minus, modo quod extrinsecus fit manifestum 
58 reddentia; siue enim hoc quodam cousensu, qui inde fertur, 
huiusmodi perceptio fieri non potest. non est igitur exi- 
stimandum ipsum aera voce emissa vel eis, quae eiusmodi 
sunt, effiugi (multum enim deest, quo minus hoc ab illa 
[aér] patiatur), sed [tenendum est] ictum, qui in nobis fit, 
cum vocem emittimus, talem efficere nutationem glome- 
raminum fiuxus cuiusdam ventosi, effìciendi vim babentem, 
quae in nobis audiendi perceptionem efficiat »). 

Praeterea et odorem existimandum est, velut etiam «•" qaoq"« »* ©^o- 

' remur quod emù- 

sonura, nullo modo perceptionem ullam efBcere posse, nisi vium quodd«m a re- 

. . bus manat et ad no* 

glomeramina sint quaedam, quae a re ferantur congruentia stras veniat nares. 
ad hunc sensum movendum *), alia quidem perturbate et re- 
64 pugnanter alia vero tranquille et convenienter sese babentia. 

Ad hoc existimandum est nullam qualitatem earum, ^^^^^"^ '" **®"»" 

^ ^ ' iiualitatam ineasc 

quae in rerum natura apparent, atomos admittere praeter praeter flguram •< 

« , , . .. T i • pondus et magnitu- 

nguram et pondus et magnitudinem et omnia, quae neces« dincm. 

i) in multas igitur voces vox una repente — diflfugit Lucr. IV. 
565-566. 

Democritus ac deinde Epicurus ex individuis corporibus vocem 
constare dicunt eamque, ut ipsis eorum verbis utar, (iev/nu àióucay 
appellant Gellius N. A. 15, 8. 

*) hoc ubi non longum spatiumst unde una profecta — perve- 
niat vox quaeque, necesse est verba quoque ipsa — piane exaudiri 
discernique articulatini ; — servat enim formaturam servatque figu- 
ram. — at si interpositum spatium sit longius aequo, — aera per mul- 
tum confundi verba necessest, — et conturbar i vocem dum trans voi at 
anras. — ergo fit sonitum ut possis sentire ncque iliam — interno- 
scerCi verborum sentontia quae sit: — usque adeo confusa venit vox 
inque pedita Lucr. IV. 553-562. 

*) hasce igitur penitus voces cum corpore nostro — exprimimus 
rectoque foras emittimus ore — mobilia artioulat verborum daedala 
' lingua — formaturaque labrorum prò parte figurat ibid. 549-552. 

4) nunc age quo pacto naris adiectus odoris — tangat agam. pri- 
mum res multas esse necessest — unde fluens volvat varius se fiuctus 
odorum, — et fluere et mitti volgo spargique putandumst ibid. 673-676. 

Studi ital. di flloh class, XV. 12 



♦ 



173 

sario figurae adhaereant, omnea auim qualitates ìmmutantur; 
atomi veru noti immutanlur, siquidem aliquìd relinqui opor- 
tet ili coucrutiouum dissolutionibua, quod solidnin alt et, 
dissolvi noci possit '), quod mutationes faciat non in nllnm 
neque ex nilo, sed secundum tran slati on e m miiltorum [id 
est secundum] quorundam accessiones et receasiones '). qaa 
re uecesse est qiiae transfer an tur '} incorruptibìlia sint ne- 
que raiitautis uatura utautur et parLas et fìguraa pecnliares 
et proprias ìiabeai jortet suppoui. in eis enim 

quae apud uoh par iransformantur, figura per- 

cipitiir piont inaa' n corpore mutante, qiiem- 

admoduin detractii .quitur], sed ceterae quali- 

taties [[jercipiunto; necessario] insunt in cor- 

pore mtitaute, queir iractione facta] reliuquitur, 

sed quae ex toto ofl '); [idem de pondero atque 

do magnitudine p . sulBciunt igitur quae re- 

linquuLtm- ad coli. erentias efficiendaB, siqui- 

dom uecesse e^t quaedam relinquantur, quae in nilam non 
])ereant. 

haud allo dobent primoidia, 

nfim quodciiiiniuo suis mutatuiu lìiiibits a\it, — coiitiuuo hoc mors 
est illius qiiod luit aate Lucr. 11. 749-TM. 

IRIDIO. . . omnia sint a, principi bua si^iuiicta iiecessest — ìmmortalia 
si vuluiuus subiungei'B l'olius — fu ii da menta quibua nitatur summa 
salulis; — ae tìbi res redeaiit ad nilum t'uoditus oiiines ibid. 861-861. 

1) 80. atomorum, c^iiae accedunt vel reoudunt ximì auyxQÌacH vel 



I 



mitatur 


in < 


,mms;-qu 


od tacere 


— ìmmiitaL 




iddam 8U- 


.m redigi 


ant: 


ur fmiditus 


omuea, — 



rfi«; 



i corpora quaedam — suut qua 
- quorum abitii aut nditii [xn 
jrdine mutaut — uaturam ro; 



mvertunt 



corpora 



;oQservant naturam 
semptìi' eandcm 
flou,-) mutatoque ordin 
asse Lucr. I. G75-67tì. 
') se. atomi. 

tar m:igia, hoc magLs eat ut ceru 

atiugiiique colorem; — ut fit ubi 

atrum: — purpurea puuiceusque i 

cum distr.ictum «st. disp^rditur oniiiis ; — noscere ut hinc possis priua 

orauera etìiare culorura — particulas quam disceJant ad semina rerum 

ia. II. tìJC-SW. 



:-es quaeque ininutiis — distrahi- 
! poasia — evaueacere paulatim 
Q parvaa p.i.rtia diacerpitur au- 
or clarìssimu' multo, — filatim 



EPICVRI AD URRODOTVM BPISTVLA. 179 

Porro minime putandum est omnem magnitudinem in f®° ^^^V^ 

* ^^ tuaineni in 

atomis inesse ne ea, quae in rerum natura apparent, [opi- «ed magnit 
nioni] repuguent; dìversitates quasdam esse [atomorum] dam. 
magnitudinum existimandum est: melius enim, si hoc po- 
nitur, quae secundum sensus interiores et exteriores fiunt *), 

66 declarantur. omnem autem inesse magnitudinem [in atomis 
si quis ponat], neque utile [hoc] est ad qualitatum difie- 
rentias et simul ad nostros oculos pervenire necesse est 
aspectabiles atomos •) : quod neque fieri videmus neque, qui 
fiat, cogitatione fingi potest. praeterea in corpore finito *° ^^^^^a'JJì^ 
numero infinitas vel quantascumque partes minimas esse partes; praei 
non est credendum, quare non modo sectio in intinitum in in atomis pa 
id, quod minus est, tollenda^st, ne omnia infirmemus neve ™*roTi^* 
in complexibus aggregatorum res in nilum consumere te- po"*n^- 
rendo cogamur '), sed existimandum est in corporibus finitis 

57 ne transitionem quidem in miuus fieri in infini tum posse ♦). 
si quis enim partes minimas numero infinitas vel quan- 
tascumque in aliquo corpore inesse semel dixerit, quo modo 
corporis magnitudo definita esse possit nullo pacto cogi- 
tari potest (aliquantulas enim esse has numero infinitas 
partes minimas piane manifestum appare t, quare si nu- 
mero sunt [hae] infinitae, infinita quoque sit corporis magni- 
tudo necesse est) »); et cum cacumen habeat corpus finitum. 



*) nd&os idem ac sonsus interior valet pracsertim cum ad (cìff&r^aty 
adiungitar in quo verbo sensus exterior accipitur. Cfr. Gujau, La mo- 
rale d* Ep. p. 67 Nota 4 : le terme da nà&ì] désigne les sensations en 
tant qu'elles noiis affectent agréablement ou douloureusement. 

*) pergam conectere rem . . primordia rerum — finita variare 
figurarum ratione. — quod si ita non sit, rursum semina quaedam — 
esse infinito debebunt corporis auctu Lucr. II. 480-482. 

3) i. e. neve rerum suro ma, cum unaquaeque teratur aiti Tfjv 
xofAfjy Big aneiQoy ènl tovXaxioy, in nilum intereat. 

*) i. e. non modo sectio in infìnitum, sed ne transitio quidem 
ad aliquid minus, quod prope sit, in infinitum fieri potest (cfr. Gius- 
sani, T. Lucr. etc. I. p. 65). 

b) fac enim minimis e partibus esse — corpoi-a tribus, vel paulo 
pluribus auge ; — nempe ubi eas partis unius corporis omnis — summa 
atque ima locans, transmutans dextera laevis, — omnimodis expertus 
eris, quam quisque det orde — formai speciem totius corporis eius, — 



180 H. TBSUAKI 

qiiod percipi possit, qnamvis per se ipsnm non cernatnr '), 
quodeuuique sef^uena cacnroen liaic simile mente fìngatnr 
Decesse est ati^iie ab simili ad simile cacumeu, secunàum 
quod seqiiitiir, oogitatione procedaiitem ad iiifinitum per- 
venirtj non liL'isLit. abque minimum, quod percipi sensibua 
potest, ncque tenendum est tale ease ac id, quod transi- 
tionem in miims patitur vel aliud quiddam perfacte et 
ab:>olute diver.sum, «ed commnnltatem quamdam illi esse 
cum eo, quod trai aus patitur, parfcium vero 

perceptione oinnini > '). cnm autem ob [eiiw] 

Gommunitatiri simi m ilUoG [cacnminia] ooulis 

percipere videmuri i alterara ultra, aliud ac- 

quate [cacumen] m -is oculis incurrat. et con- 

seque haec ') cera i;acumine] incboantes non 

in eodem, neque j contia<.';eutia, sed tamen 

propter id, quod ( a est, magnitudines me- 

tieutia, inaiorem [b quae sunt tinmero plura, 

minorein minora. Similiter minimum in atomis sese habere 59 
putanduni est '). illud enim ah eo, quod aacundum sensum 
(oculoiuiiiì ccrnitiir, exiguitate diiìerre sed similiter sese 
habore apparet. siqui>lem et magoitudino praeditara esse 
atomain, secundiim ea, quae sub sensus cadunt. deraonstra- 
vimus, quasi parvam quandam rem tantummodo looge 
eiectam =), Ad hoc haec minima et siraplicia [atomorum] 
estrema magiiitudiuum meusuram ex se praebere primam 






t Lucr. JI. •lB.'i-4:i; 



.) i. 



e. qu; 



etc. p, 48 et s 
j piirtos l^f.T se 
tcuminis parte 



1 oeroatur, ut 



I cernere non quis — extremiim '[uol liabor 
, in illi.s l,uor. 1. 749-752. 
^) i. e, atomum raagoitiKÌine 'iUBilnm iirnoJi 
sea-ius ciiduut, modo exiguitate Jiliureutera 



BPICVRI AD HERODOTVM EPISTVLA. IBI 

[atomis], qnae maiores sint aut minores, existimandum est <) 
seotmdam mentis speculatìonem, [quae necessario adhibenda 
est oum] de illis [agitur], quae cerni non possnnt. [haec] enim 
commanitas, quae ipsis [atomis] est [cum eis, quae sensibns 
percipiuntur], quod ad partes minimas pertinet, ad res per- 
ducendas ad eam perfectionem, quam videmus, satis est *), 
neqoe fieri potuit ut harum [partium atomorum minimarum], 
quae motu praeditae non essent, coacervatio fieret *). 
60 Praeterea quod spatii infiniti supra vel infra est, prae- n»»»»i «s» »» infl" 

, , , , , . inani nec sumn: 

dicari non licet in ilio quasi aliquid summum vel imum esse*), necinfimum^sed 

. . . .1 ... 1 . . ttonem, quae aiin 

eqoidem si supra caput ab eo, quo sistimus, loco in m- vei deoraiun fera 



inflnitom. 



*) i. e. partes atomorum minimae, qnìppe quae magnitudine 
qnadam praeditae sint, omnium magnitudinum principium et meop 
sarà sunt. 

>) ut Giussani (T. Lucr. etc. I. p. 71) interpretatur. 

s) i. e. fieri non potuit ut partes atomorum minimae aliquando 
per se ipsae separatim essent atque atomos confìcerent, oum motu 
praeditae esse non possent. Cfr. Arist. Phys. VI. 10. 1 : rò n/aegèg ovx 
iydéxettti xiysia&ai'j Lucr. I. 631-G34; ea quae nullis sunt partibus 
aucta non possunt . . habere . . motus (cfr. Pascal, Studi critici etc. 
p. 48-57). 

id (cacumen) sine partibus extat — et minima constat natura 
nec fuit unquam — per se secretum nec posthac esse valebit, — al- 
terius quoniamst ipsum pars primaque et una Lucr. L 601-603. 

inde aliae atque aliae similes ex ordine partes — agmine condenso 
naturam corporis explent; — quae quoniam per se nequeunt constare, 
necessest — haerere unde queant nulla ratione re vel li: — sunt igitur 
solida primordia sirapJicitate — quae minimis stipata cohaerent par- 
tibus arte — non ex illarum conventu conciliata, — sed magis ae- 
tema poUentia simplicitate, — unde neque avelli quicquam neque 
deminui iam — concedit natura reservans semina rebus ibid. 604-614; 
Cfr. Giussani T. Lucr. etc. I. p. 56-75. 

*) nunc extra summam quoniam nil esse fateodum, — non habet 
extremum, caret ergo fine modoque. — nec refert quibus adsistas 
regionibus eius; — usque adeo, quem quisque locum possedit, in 
omnis — tantumdem partis infinitum omne relinquit ibid. 963-967. 

remiuisccre totius imum — nil esse in summa,. neque habere 
ubi corpora prima — consistant, qnoniam spatium sine fine modo- 
quest id. II 9092. 

ille atomos conset in infinito inani, in quo nihil nec summum 
nec infimum nec medium nec intimum nec extremum sit, ita ferri, 
ut concursionibus Inter se cohaerescant Ci e. de fin. I. 6, 17. 



llKi li, TKSCARI 

finitum quid deduci liceat, ntinqnam fieri potest ut, hoc . 
iiobìs appareat. iieqae est dicendum {ot' dsT xat7j'i()etv sii- 
baiiditiir) ijnod infra 8it ad punctum, quod meutu finga- 
miis {t'iù riiì^.'itrcog), si in infinitutn deduci liceat {àytiv dv), 
supra simul et infra esse, quod ad illqd [pnnctum] pertinet 
(ttqòì aero): hoc eDÌm mente concipi non potest, quare niiaiQ 
motionem in iiiiìnitum, qnam sesrsum [zijv tìi'w) et aDam, 
quam deorsnm ii^v *àtm) ferra cogitemus {voovfit'rr^v) mente 
licet comprchendi, a nobìs ad loca, quae sa- 

pra caput nostiudi Ilies ad pedes eorum, qni 

supra siint, pervei ■ nobis deorsum ferb (xacu 

tfeQÓnt-iov) [millieii nm, qui infra snnt [per- 

veniat], totam eniì Iteratram alterntri oppo- 

sitani, nihilo mint . ferre cogitari licet '). 

~ Praetcrea aeij noe esse necesse est cum i 

- per inane inferanV quam eas retundat •). na- 

que graviora colepi' ira '), cura qaidem nihil 

eis occurrit iieqiie minora quam maiora feruntur, omnem 
traiectuin nequalem et congruentecn habeiitia, cuiii ne ea 
qaidem quidqiiam retiindit: neque jcelerior] motns, qui 
sursum nut in triinsversum propter plagas aut qui deorsum 
propter proprium pondns fert. qiiamdiu enim (utruinvis) 
motum [atoinus] servabit, tandiu eadem, qiui cogitatio fit, 
celeritato motionem habebit, donec aliquid [eam] retundat 
vel extriusecus vel a propria gravitate centra ferientis vira, t 
At quod ad concrotiones pertinet, apte dlxerit aliquia ato- 
mos, quae sint [per se] aeqne veloces, atiiim alia celeriorea 
esse, nam atomi conciliis implicatae in unum [quaeque] Io- 
cura minimo tomporls puucto inferuntur, tuni non in unum, 
temporibus vix cogitatione comprehensibilibua, sed crebro 
inter se retundunt '), donec motus perpetiiitas sub sensum 

1) fiiiissui.i (T. Luur. «(e. I. p. 1G7 et s^i.) seciUus siira, qui 

■=) 1I..-C ICS reTTioiatiir — ull.i Pma Lucr. II. lJ8-15f). 
') omnia., ileljcut por inane quietum — auque pomjeiibus non 
aequis coucita l'erri iliiU. ^38'-23!). 

; quo tai-dius ire — cogitiir, iiOria,s quasi dum 



BPICVRI AD HRRODOTVM BPISTVLA. 183 

oadat «). quod enim opinamur [praeter id quod sensu per- 
' oipimus] de eia, quae ocalis cernei^e non possumus, tem- 
pora quoque vix ratione comprehensibilia perpetuitatem 
habere motus, in huiusmodi rebus haud veruni est : omnia 
enim, quae oculis cernuntur vel secundum mentis intuituni 
percipiuntur, verasuut «). 
68 Post ea nobis est tenendum, ad sensus exteriores et in- 

teriores [id] referentibus Xita enim firmissima fides erit), 
animam esse corpus ex tenuibus partibus constans ') atque 
per totum corporis concilium disseminatum ♦), spiritus per- 

diverberat ùndas; — nec sÌDgillatim corpuscula quaeque vaporis — 
sed complexa meant inter se inque globata; — quapropfei^ simul 
Inter se retrahuntur et extra — officiuntur, uti cogaatur tardius ire. — 
At quae sunt solida primordia simplìcitate, — cum per inane meant 
vacnnm, nec rea remoratar — ulla foris, atque ipsa suis e partibus 
unum, — unum, in quem coepere locum conixa feruutur, — debent, 
nimimm, praecellere mobilitate — et multo citius ferri quam lumina 
solis — multiplexque loci spatium transcurrere eodem — tempore 
quo solis pervolgant fulgura coelum Lucr. II. 150-164. 

t) a principiis ascendit motus et exit — paulatim nostros ad 
sensus ibid. 1B8-139. 

«) Giussani (T. Lucr. etc. I. p. 100-104) aliam lectionem secutus 
Epicurum atomos semper et ubique aeque veloces fecisse contendi!; 
quod ut probet ad subtiliora quaedam confugit, quae haud scio an 
nunquam Epicurus cogitaverit. Cui quidem longe alia mens est. 
Àtomi enim, dum per inane feruntur nulla re obsistente aeque ve- 
loces sunt, quum nihil pondus et magnitudo ad corporis celeritatem 
pertineat. At atomi concilio implicatae minimo temporis momento 
plagis vacant vel, ut Epicuri verbis utamur, in unum quaeque locum 
feruntnr: mox in diversa abeunt, id est plagas accipiunt; tamque 
minime diuturna permanet atomi cuiusvis itineris perpetuità», ut ne 
temporibus quidem minimis, quae vix mente complecti possimus, 
comprehendi possint, id est, plagae, quibus atomi concilio implicatae 
obnoxiae sunt, infìnitae prope sunt et innumerabiles. Quod si me- 
moriam eorum repetamus, quae in I-4G apud Epicurum scripta vi- 
demus, corporum celeritatum aut tarditatum repulsus esse causas, 
facile colligamus atomos, quae in concilio versentur, aeque veloces 
esse non posse, sed aliam alia celerità te eas uti necesse esse. 

») at quod mobile tanto operest, constare rotundis — perquam 
seminibus debet perquam minutis Lucr. IIL 186-187. 

») cetera pars animae per totum dissita corpus (= naq oXoy rò 
a^Qota^a na^scTJtt^fÀéyoy) ibid. 143. 



181 [[. TRSCARI 

aiinile ciim quadam calorìa mistione ') et partim illi partim 
huic simile; cui pars inait, quae plurimum ab his talibua 
differat '} iitquQ iioo maxime toti corporis conciJio sìt uon- 
sentiens: haec omnia aiiimae vires et interiore^ aenaua et 
mobilitates et cogitationea manifesta <rei3dunt> et ea, qiii- 
bus privati luoiimur. Praeterea animam potiasimam [in se] 
iiabere Cfnis;un cur aentiamiia, prò certo est liabendnm; I 
iieqiie liane acejperet ') nisi a rellquo concilio quodararaodo 
cilìnm, quod animae Lane 
6 huiusmodi eventi per 
aniurn [eventorum], qaae 
esait anima niillam Labet 
se ipaiim bac facilitate 
■a simul cum eo genibum 
tem, qnae circa illud ef- 
lotitiì hoc ipsiim aeutieadi 
vicinitatem et consen- f 



coerceretur '). reliq 
praebet facultatem, 
illam particepa fit 
atmt illiua propria, 
[corpus] s'.'naiim '). 
praeditnm fuit, aeù 
ei praebuit, qnod 
fecta erac, secuudui 
eventum sibi perdi 
aiim etiam illtul particepa fecit, quetniidmodum disi: quare 
anima quamdin est in corpore nunquam aensii carefc, quam- 
qnara aliqiin demitiir corporia par^; quin etiam si quae ipaiiis 
aniniat5 partes peryaiit, quod corpus totura voi pars cor- 
poris aliqua quaasata sit, iluuimodo periiianeat ip^a seiisu 



')ni^ctameii!iaec simplex nobia natura putaadaest. — tenuisenim 
(^uaedam moribuados dost-rit aura — raixU vaporo Luov. 111. 231 -23a 

») quarta quo^jiie bis igiliir qiiai;dam natura ueoessust — adtrì- 
buatur ibid. aiO--^!!. Ufr. ]o. Stobaei, Autliol. 1 4^ p. ifiO, 9 Wacbsm.: 
'EnUoviio^ XQ/iua ix innf(itoi', tx :ìijtuv nvgiùit^ni.ix ;iu(or <('f (iiuifui',-, (x JioioS 
ni-er/iNiix'iv, Ìk reiiroiov dj»',- ilxiiioyit/iiiaini; rovrn if' ijf kÌiuì io iiiaaij~ 

ifnioitìi- Htalti,air, (V nviei't ytìy idi' oi'o^ukJ.iuìVuh' aioiXMif tìml uì- 
a!h;a,y (cfr. Lucr. III. 'IM et sq.). 

s) i. e. nequo haec ei facultas darelur. 

>) iraplexis ita princìpiis ab origine prima — intor se fiunt con- 
sorti praedita vita — nec sibi ijuaequo sino ulterius vi posse videtur 
— crpovis atque auimì scorsum sentirò potestas; -^ sed commuoibus 
inter eos couflatur utrimqitu — motibua aooonsus nobis per visoera 
seusus Lucr. III. SJl-yaC. 

1) at diinissa anini<i corpus caret undìquo sansn ; — perdit enim 
qnod non proprium fuit eins In aevo ibìd. S5G-i)57. 



EPICVRI AD HKROOOTVM KPI8TVLA. 185 

erit praedita; relìqunm concilium quamvis totum perma- 
neat voi partim, sensu carebit si ìUud discesserìt| quau- 
inmcamque est, quod atomorum multibudinem ad animae 
naturam intendi t. praeterea cum totum corporis concilium 
dissolvitur, anima dissipatur neque amplius est eisdem prae* 

66 ditafacultatibus aut eisdem motibus movetur, ut ne sensnm 
quidem habeat. sentiens enim ea, nisi in hac compositione 
aut eisdem utens motibus mente fingi non potest cum quae 
coércent [eam] atque circumdant, in quibus nunc bis utitur 

67 motibus, eiusmodi non sint *)• Porro id quoque animadver- q„Luam cora 
tendum est animam quidquam esse corpore vacans prae- vacans. 
dicari non posse, cum in bis verbis id, quod per se sit, in- 

telligi possit, nihil enim corporis expers cogitari potest 
praeter inane : inane autem neque facere quidquam neque 
pati potest, sed tantummodo per se corporibus niotum prae- 
bet •). quare qui dicunt animam aliquid esse corpore va- 
cans inepte loquuntur: nihil enim si talis esset facere 
aut pati posset: at utrumque hoc circa animam accidere 
perspiouum est. has omnes de anima rationes si quis ad sen- 

68 sus interiores et exteriores referet et eorum memoriam re- 
petet, quae a principio dieta sunt, satis illorum perspi- 
oiet, quae formulis compreheuduntur, ut et particularia ex 
his investigare possit. 

Atqui figuram et colorem et magni tudinem et gra- roIgnuJdinem!''p! 
vitatem et cetera quaecumque de corporibus pra^dicantur <*"• perpetuo cor 

ribus inhaerere 

*) deaique corporis atque animi vivala potestas — iater se co- powa.*'^ ** ^'* ' 
niuucta valent vitaque fruuntur; — nec sine corpore enim vitalis 
edere raotus — sola potest animi per se natura nec autem — cassum 
anima corpus durare et sensibus uti — . . sic anima atque animus 
per se nil posse videtur, — nirairum, quia per veuas et viscera mixtim, 
— per nervos atque ossa tenentur corpore ab omni — nec magnis 
intervallis primordia possunt — libera dissultare, ideo conclusa mo- 
vontur — sensiferos motus quos extra corpus in auras — aéris haut 
possunt post mortom eiecta raoveri — propterea quia non simili ra- 
tione tenentur — corpus enim atque animans erit aér si cohibere — 
sese anima atque in oo poteri t concludere motus — quos ante in 
nervis et in ipso corpore agebat Lucr. III. 558-675. 

«) at facere et fungi (= noulv xid Tiàaxeify) sine corpore nulla 
potest ras — nec praebere locum porro nisi inane vacansque id. I. 
445-448. 



^^^^^HF ^^^^^^^^H 


4H 


velut onjninni vel eonim tantummodo sventa, qiiae ocnlìs 


cernnntiir atquo seonmlara sensum ipsum cognita, non eat 


credendiim qua-dam per se esse natiiraa (hoc enim intelHgi 69 


non poteat) aut omnino non esse aut alia quaedara esse, '^^ 


qnae insnper cuipori insint [ipsa) corpore Ciirentia ') aat ^H 


corporis esse [>nrtes, eed totiiin corpua et universum per ^H 


ea naturam snam perpetuaci accipere, fieri autem non posse ^M 


ut corpus ex eia coustet (velut ai ex ipsia partibns conci- ^H 


liura aliqnod maius i 


,mus] vel minimis vel mi- ^H 


noribus quam tota i 


4ed tanti! min odo, ut dixi- ^^H 


mu8, corpus per ea i 


, perpetuam accipere. His ^H 


eventis rationea qai 


aunt qnibus et mente £□< ^H 


gantnr et percipiaiii 


i universo inbaerentibua ^H 


non ab eo abscissis 


universi corporia notio- ■ 


nem nomen accipiei 


■ 


Praeterpa corp i 


t saepe neque perpetuo 19^^ 


eia inhaereiit *■:. ne< 


, quae cerni non possunt, ^^H 



neque in eortim, quae corpore carent, numero snnt babenda. 
qua re, ut hoc verbo secundum vulgarem sìgnificationem 
utamur '), manifestum reddimus [his] eventis neque totins 
esse naturam, quod secundum natiiram [eius] universam ac- 
cipientes corpus appellamns, iieque eorum, quae perpetuo 
inhaerent '}, sino quibus forpus mente concipi nullo modo 
poti?st; secundum autem quasdaui [peculiares] percipieudi 
rationea, dura corpovi inhaereant siugiila appellari pos- 
sunt *« sed cuivis corpori accidere [illa] vidcmus, cucn 
linee eveuta perpetuo non inhaereaut, ueque ex eo, quod 
est, baec evidentia est reicicndn, neqne liahere [eveuta] 
universi corporis, cui accidaiit, naturam neque eorum, qua© 
perpetuo inhaereant '), ncque per se illa esse existimandnm 
est (hoc enim cogitar! non pofcest giva de bis agitur sive 



') perspicere ut possi 



i gcsln 



lundit 



corpus per ae e 


OD.stai 


re nerpie esse, — ne 


ic riitione cluere eadem qua 


tìonstot inauB, — 


-sed 


iDagis ut merito p'iss 


,is eveuta vncare — corporis 


atqu. loci, ro. 


in qu 


■j quaeqiie geriuituv 


Lucr. I, 478-482. 


.) Epi,.uru: 


m.. li 


ni crebro iliciitililii^'f 


;nler oportere eiprimi, q\iHe 


via suljiecta sit 


vocit 


,us eie. de lìn. II. ^ 


:,<•, (cfr. huiu.s ep. § 37), 



EPIOVRI AD URRODOTVM BPI8TVLA. 187 

de eÌ8, qnae perpetuo inhaerent) ») sed, quod manifestura 
etiam apparet, eventa omnia corporis sunt habenda, quae 
neque perpetuo inhaereant neque ordine [quodam] naturae 
praedita sint sed ea ratione cernantur quem ad modum 
sensas eorum statum et condicionem efficiat. 
72 Praeterea id penitus est considerandum, tempus non ^«pos per se non 

* ... *■■* ®*^ * rebus ipeis 

esse ita quaerendum ut cetera, quae in subiecto quaerimus, consequi. 
ad eas anticipationes *) referentes, quas mente cernimus, 
sed perspicuum [quiddam illud] esse existimandum est, se- 



i) i. e. coniunctis. 

*) nQÓXrjìpis — Tjjy de TiQÓXrjipit^ Xéyovai oloyei xaKtXfjxpiy rj óó^ay 
ÒQ^rjy 17 ìyyoiKv t] xcc&oXixijy yórjaiy iyecnoxeifÀéyrjy (cfr. Cic. do nat. deo. 
I. 86, 100: insita informatio), rovt* éan uyjjfitjy rov rjoXXaxtg t^ù)x>6y 
q>txvéyxog Diog. Laert. X. 33. 

quae est gens aut quod genus hominum, quod non habeat sine 
doctrina anticipationem quandam deorum? quam appellat 7i()6XrjiiJiy 
Epicurus id est anteceptam animo rei quandam informationemi sine 
qua nec intellegi quicquam nec quaeri nec disputari potcst Cic. de 
nat. deo. J. 56, 43. 

fateamur constare illud etiam, hanc nos habere sive anticipa- 
tionem, ut ante dixi, sive praenotioneni deorum : sunt enim rebus 
novis nova potienda nomina, ut Epicurus ipso nQÓXrjipiy appellavit, 
quam antea nomo eo verbo nominarat Cic. de nat. deo. I. 17, 44. 

estera autem similitudinibus construit, ex quibus e£&ciuntur no- 
titiae rerum, quas Oraeci tum éyyoUeg tum TifjoXfjipeig vocaut id. Acad. 
pr. II. 10, 30. 

notionem appello quod Graeci tum eyyoiav tum nQoXrjìpiy id. 
Top. VII. 81. 

cotte clartó, cotte certitude qu'ello possedè, la riQÓXrjipig l'om- 
prunte à la sensatiou, dont olle n'est qu'une empreinte (rt;io?), uno 
image^ un vivant ressouvonir {fxvìjuìf) Guyau, La morale d' Epicuro 
p. 24, Nota 2. 

quant à la nQÓXrjxpig ou anticipation, ce n' est autre chose que le 
souvenir de plusieurs seusations semblables (Diog. Laert. X. 38), 
l'empreinte commune {xvtìos) laissóe par elles dans Tàme, et qui est 
comme l'imago fidèlo dos sensations à venir. Par la nqóXìjxpvg notre 
activité peut devancer et comme percovoir d'avance {nQoXa^u^ctyeiy) 
la sensation. Ainsi se trouvo lió lo passe au présent et à l*avenir: 
la nqóXrjìpig, c*e8t-à-dire la sonsation tout à la fois prolongée et an- 
ticipée, est la condition de tonte recherche, de tonte scienco, de tout 
raisonnement ibid. p. 67-68 Not. 4 (cfr. p. 23 et 174). Cfr. Giussani 
T. Lucr. etc. L p. 176 Not. 2, p. 177 Not. 1, p. 180, 190, 230. 



cHiidum quod tompua longum dioimue ant beve, ìd ratione 
qiiadam indUsoliibili [rebus] aubiungentea ')■ Neque faliae] 
locutiones, quasi meliorea [siut], aaciscendae Mimt, sed de 
hac re illia, qiiLio praesto sunt, uteiidum est; neque aliud 
est de tempore, praedicandum, quasi ^aradera vim et natu- 
ram temporia complectatur, quam baec peculiaris dicendì 
ratio (hoc eiiim quoque quidam faciunt), sed tautummodo 
id maxime est consideraudara, cum quibiis rebus peculiare 



hoc quiddam et p 

tiamur; hoc eiiim Ó 

madversioue [ut w 

noctibusquo eorum* 

atqua trauquilHtat 

id conectRre, circa i 

concipieiitas, seuun 
I Praeter ea, qu 

' concretici] e m speoìbi 

ceruimtui-, ex infÌDito prodia 



quibusqne id ma- 78 
non eget sed tantum ani- 
jamur], nos cuin diebua 
temque perturbatiouibas 
notibus et litatibus rerum 
>c ipanm eventum animo 
pas Buncnpamua. 
indos omDemque fìnitam 
Ì8 habeatem, quaa crebro 
? existimanduni est, cum haeo 



I 



omnia ex peculiari et proprio qnodam turbuleuto atomo- 
rum coiicursn secreta siut et malora et minora'); omniaque 
iternm dissolvi, celerius alia alia tardius, et alia aliis causis 
hoc pati '), neque esso praeterea unins mundos figurae exi- ' 



i) tempus item [jer sa non est sed robus ab ipsis — consequitur 
tompiia — . . uec par se iiuoraquam tempus sentire f^iteudumst — 
seiiiotiiiu ab roriim dki'u placidaque quiaie Liicr. I. i'i'J-iCiò. 

') isti Butem queniadinodum assevpi\irit ex corpusculi-i . . con- 
ciirrentibaa temere atqne c;ìsìi mundum esse perfoctuiii, vel innu- 
merabiles potìus in omni puiii:to li'iiipoiis alios ii:isci, alios iuterjre? 
Cic. de Dat. deo. II. 37, SU. 

haec omnis descriptio siJiTiiiii alqiio Ilio tantus coeli oruatus 
US corporibiis Imo et illuir casu et temere cursiiulibiis potuissa af- 
fici cuiqu.im sano videri potest? ibiij. 11,115. 

Io. Siobaei Anthol. I 21 p. IH:!, 7 Waobsm.: «t uh- <M.n, n^Vrej 



^)i 









lenJo - 



sud ubi discipliuae 
num.-rabililms, omnibus 
aliis csdeiitibus? Cic. do 



igis Lncr. 11. lUl-ni.ó. 

Mu eat v.ritas? in numdis, credo, in- 

i teinpiiriim piiiictis aìiia n^isceatibas 



KPICVRI AD HBRODOTVM KPISTVLA. 189 

stimari necesse est *) «* nequaquam enitn probaverit qui- 
squam in hoc tali mundo haeo talia semina, ex quibus ani- 
malia et herbae ceteraque, quae cernimus, gignantur etiain 
potnisse non contineri (= deesse potuisse) in ilio autem 
tali mundo non potuisse '). 

75 Porro tenendum est naturam multa et varia rebus ipsis ^"f® ™."^** et varia 

*^ ^ natura inyenisaetra' 

esse doctam atque coactam ») ; rationem postea, quae ab il la tionem postea novu 

^_. ^ , ^ .. ^. . -i.- inventit auxisae. 

tradita essent, explorasse et novis inventis auxisse, in aiiis 

[gentibus] celerius in aliis tardius, atque aliis aetatibus 

[maiores habuisse progressus], aliis minores. Quare et rerum non^^ositu^fortu?^* 

nomina principio non impositione facta esse sed ipsas ho- sedquadamvietra- 

. ••■ini ^on« natura© facta 

mmum naturas ♦) per smgulas nationes, propriis adiectas ©sse. 
perturbationibus propria visa percipientes, proprio quodam 
et peculiari modo aera emisisse singulis perturbationibus 
et speciebus formatum ac dispositum, ut esset quandoque 

76 per loca nationum difFerentia; postea vero communi con- 

io. Stobaei Anthol. I 20 p. 172, 3 Wachsm. : 'ETilxovQog nUlaxoig • 
XQonoig róy xóafioy q)&eiQ6a&(ci. 

1) nec enim hunc ipsum mundum rotuudum esse dicitis, nam 
posse fieri ut sii alia tigura, innumerabilesque mundos alios aliarum 
esse figurarum Cic. de nat. deo. II. 18, 48. 

«) i. e. si quis huius mundi hano esse naturam putaverit ut et 
adesse et deesse potuerint ammalia, cur negaverit ceteros quoque 
mundos eadem praeditos esse natura? 

8) Brieger (Epikur's Brief. etc. p. 16) et Giussani (T. Lucr. otc. 
I. p. 273 et IV. p. 108) naturam hominis Epicurum significare vo- 
luisse putant; contra Woltyer (Lucr. ph. cum font. comp. p. 141) 
idem sentit ac Pascal (Studi critici etc.) apud quem (p. 110 Nota) 
scriptum videmus: ' noi crediamo a una ailermazione generale di 
principio, della quale si faccia nei singoli casi T applicazione '. Cfr. 
Lucr. V. 187 et sq. 

*) proinde putare aliquem tum nomina distribuisse — rebus et 
inde homines didicisse vocabula prima — desiperestLucr. V. 1041-1013. 

sonitus natura subegit — mittere et utilitas expressit nomina 
rerum ibid. 1028. 

postremo quid in hac mirabile tantoperest re, — si genus hu- 
manum cui vox et lingua vigeret — prò vario sensu varia res voce 
• notaret ibid. 105G-1058. 

nomina verbaque non positu fortuito, sed quadam vi et ratione 
naturae facta esse P. Nigidius in grammaticis commentariis docet — 
Oellius X.4. 



190 




a. TEacABi 



sensii per .singiilas gentes [rebus nomina] imposìta esse ut 
significationes mirnis ambigiiae inter ee fìerent et brevius 
exiirimereiiUir; ciim autem qui coascii essent, quiirundam 
[novarum] rerum uotitiam inferreut, quas non conspexissent 
[oyteri], quaedaiii [nova] nomina eoa tradidisae, alia quidera 
[ita] emititias-ie coactos, alia vero, quae secundum commu- 
nem ratioiicìn olegisaent, ita interpretatos esse '). 
' Prarteri.-a iieque Jn caelestibua existiniandum sat mo- 

tum et conversion ' " ' flm 6t ortum et occasum 

ceteraque huiusmoi juìsquam ministerio fun- 

gatur ») vel ordine! »rit, sìmul omni beatitu- : 

dine praeditiis cum .e (negotia enim et irae 

et gratino beatltuài ^eninnt '), sed in infirmi- 

tate et mutn et tsimorum fieri solent) '), 

neque esse illas fai ix igne volubili, be&titu- 

i) cfr, Giugsani T. , 278 et sq. 

1) quid uattìiii um iceret deus mundum BÌgaia et 

luiiiinibus tiiiTiquam aedUis (cfr, /Eiroi'pj'ori'io;) ornare? Ciò. de nat. 
deo, I. 9, 23 {cfr. Brieger, Epikur's Uriel". etc. p. JO). 

docuit euim nos idem qui cetera natura eiFectum osse mundum, 
iiihil opus fiiisse fabrica ibid. 20, 53. 

') illud veairum boiiliim et ixeternuni, quibiis duobus verbis si- 
guÌ1ìcB,tis (lenm ibid. 21, 68. 

') omnia eiiim per se divoiu natura necesaest — immortali aevo 
Bumiiia cum p.ioa t'ru.-itur — gemuta ab nostris rebus aeiuiictaque 
longe ; — nam privata dolore omiii, privata periclis — ipsa auis pol- 
leng opibu^, nil indiga nostri, — neo beiio prò meritis capitur. neque 
tangitur ira Lucr, II. GIG-Gól (cfr. ibid. 1093-1094; V. lGG-167). 

ili quibus (supplicationibua) boinines errore ducuntnr; quas di 
neglegi;nt, qui, ut. noster divìnus ilio dixìt Epiciiriis, neque propitii 
tuiquiim esse so'ent neque irati Cic. in L. Pisonem 25, 59. 

intelligitur cnim a beata immortaliquo natura ot iram et gra- 
liam segregar! id. de nat, deo. I. 17, 4ò. 

sive enim muudus deus est, quid potest esse iiiinus quietum 



quHm nullo puncto tempuris inter 


misso vagari circa axem coeli ad- 


miiabili oelerilate? sive in ipso m 


undo deus iuest aliquls, qui regat 


qui guberuot. qui cur.^us astrorum 


, mutationes temporum, rerum vi- 


cissitudiiies ordinesque conservet, 


terras et maria contemplans homi- 


num cominoda vitasque tueatur, 


le ilte est traplicatus inolestis ne- 


gotiis et operosia ibid. 20, 52. 




■■} sed opcurrit uobìs Epicuru 


s ac dicit: si est in doo laetitìae 


adfectus ad gratìam et odi ad iran 


necesse est habeat et timorem et 



BPICVRI AD HHSRODOTVM KPISTVLA. 191 

dine praeditas, quae ad suam voluntatem buiusmodi motum 
aocìpiant ^) ; sed omnis decentia in verbis servetur oportet, 
quae ad buiasmodi notiones spectant, ne repugnantes decen- 
tiae ex bis notitiae exsistant: alioquin maximam in animis 
pertnrbationem baeo repugnantia gignat. quare putandnm 
est secundum interclnsiones, quae prima mundi origine factae 
sint, necessitatem banc et ambitum [siderum] esse perfecta. 

78 Et sane existimandum est pbysiolocriae opus esse causas *" p'^ysioiogì» ind»- 

* *l '^ , ^ gauonem atqae in- 

eorum investigare, quae maximi pouderis sunt atque beatam ventioDem esse ven, 

., i_ j , • i j. • 1 eiuMoe virtutis hoc 

vitam bue cadere et quaenam smt naturae, quae in caele- munus eaae pro- 
stibus bisce spectantur et quanta ad borum diligentem in- p"um ; in ea autem 

, ^ ^ beatam Titani conti- 

vestigationem intendant: ad boc in eiusmodi rebus non esse "«ri 
[quod] multifariam et [quod] probabiliter et alio quovis 
modo sese babere [dicitur], sed omnino in natura immor- 
tali atque beata nibil eorum inesse, quae diiudicationem 

79 aut nllam pertnrbationem suggerant. Et mente licet com- 
prebendi ita piane rem sese babere. quod autem in inve- 
stigationem cadit, [id est] de occasu et ortu deque conver- 
sione et defectu ceterisque, quae in eo genere versantur, 
notiones, [mente comprebendi licetj ad vitam beatam mi- 
nime intendere, sed eos quoque, qui baec perspexerint, 
metus babere cum ignorent quaenam sint naturae et quae- 
nam causae vel maxime ratae, aeque ac si illa non cogno- 
verint «); et fortasse plures [metus babere eos] cum stupor 

libidinem et cupiditatem ceterosque adfectus, qui sunt imbecillitatis 
bumanae — Lactantius, de ira dei IV. 4, 1. 

ró fÀttxttQioy xai urpd^uQioy (beatum et aeteraum Cic. de nat. deo. 
I. 24, 68) ovTB avrà TtQÙyfiuTu «/et otite «AAw nccgé/fiy uiare ovre OQyati 
ovTi /«^taA avyéxsTui' èy àa^eyec yÙQ rò rotovroy — KvQiai óó^ai I. 139; 
quod beatum aeternumque sit id uec babere ipsum negotiì quicquam 
neo exbibere alteri, itaque neque ira neque gratia teneri, quod, quae 
talia essent, imbecilla essent omnia Cic. de nat. deo. I. 17, 45. 

1) ne forte haec Inter coelum terramque reamur — libera sponte 
sua cursus lustrare perennis — . . neve aliqua divom voi vi ratione 
putemus Lucr. V. 78-81. 

neque vero mundum ipsum animo et sensibus pracditum ro- 
tundum ardentemque volubilem deum Cic. de nat. deo. I. 8, 18. 

*) <iuippe ita forraido mortalis continot omnis, — quod multa in 
terris fieri coeloque tuentur — quorum operum causas nulla ratione 
videro — possujit ac fìeri divino numine rontur Lucr. I. 151-154. 



et de ei-^, i-jni 
prehendore i 
[esse] convL'r. 
ceteroriiTinnii: 




illorum cognitione [qiiaestionis] solutioDem 
e maximi momenti annt, dispensationem com- 
e^i'ieat '); quod si pUires causas reperimus 
ioiuim et occaBorura ot ortmirn et defectionutn 
liiiiiismodi, quemadmodniD ìq eia, quae sin- 1 
gnlaria siiut, fir-ri solet, non est creclendnm sent«ntiani, 
[quam] de liis feramus], diligentia oarerp, quanta ad tran- 
qiiiilitateiii et Ijeatitudinem nostrani pertineat. quare con- 
templantfs, ati^ne i- t modis apiid nos similiter 

accidat di' caelesti e occaltia rebna rationem 

reddere debeinus, >, qui neqne sciunt quid 

uno modo aìt et i multifariam evsniat et, 

[quasi] longo inter* vanam qnandam speciem 

perperam videiit quibos animo impertnr- 

bato esse [uobìs] li ;itur ita qiiodamraodo fieri 

posse arhitmliimol oscerans in qiiibsis animo 

essLì tranquillo [noi 1 aulam multis modi»i iìeri 

posse, animo frimiis tranquillo velut sì ìd ita quodammodo 
niono ggj.j exploratnm habeamus '). Praeter haec omnia id prorsus 
t, lioc perturbalioueni in liominura i 



m ad verte H' 



puvidis cum penileut mi'ntibii' saepe — et facìuut animus liu- 
niilis furmidinL' iHvom — depressosqìio premnnt ad terram propteroa 
quod — ignorautiii causarura confervo deoiuiii — cogit ad imperium 
res et coiir.cdi.re regniim LiuT. VI. òl-Tjb. 

I) i. e. ÌDlttlligi proliibeat. 

iotoica inirantuv tjua raiioiie — quaeque g^ri possint, praeaertim rebus 
in il)is — quap supera caput ftetboriis ciriiuritiir in oris, — rursus in 
Antiquaa refertintur roliginnes — ot doiiiiiios acris adsciscuut, omnia 
posse — qUiis niisi'ri credunt, iguaiì rpiid i|iioat esse — quid nequeat, 
finita potestà-: dcJiiquo ouique — i]uanam sit ratioiie atque alte li-r- 
minua haerens I.ucr. V, 82-90. 

1} oinues islas case posse catis.as Epìcurus aìt pluresqus alias 
temptat, et ìllos nui ali'juid unum ex bis afflrmavorunt, oorrìpìt, ciim 
sit ardiiiini do liis, quae ooiiiectiira sequeuda sujit, aliquid certi prò- 
mittere — Si^ir-ca, N;»t. i[uae. VI. 20, 

suiit aliquot quoque ros qitannn imam dii 
satis est, veruni plurns unde t.imea una sit Ltii 

Ktobni-i .\ut!iu!. 121 p. -200,1 "Waclism. 



-TI, 703-701. 



KPICVRI AD HERODOTVM EPISTVLA. 193 

animis maximam fiori, quod haec beata et immortalia esse 
arbitrantur simulqiie volnntates in eis inesse et actiones 
et causas buio rei rej)nguantes *) quodque malum quoddam 
sempiternum sperant vel suspicantiir secundum fabulas sive 
ipsam sensuum privationem in moriendo metuunt; quasi 
ad eos [haec] pertineat ') quodque non hoc sibi persuasum 
habent sed quadam a rat ione ni iena opinione tenent, quo- 
circa hoc malum non definientos eamdem vel etiam vehe- 
mentiorem perturbationem accipiunt quam qui temere haec 

82 ita prorsus esse opinantur. animi enim tranquilli tas in eo 
[vertitur], si ex bis omnibus liberi et absoluti evadamus ') 
perpetuamque eorum, quae universa maximique ponderis 
sunt, memoriam teneamus. 

Quocirca sensus interiore?, qui adsunt, et exteriores 
observandi communi ratione communes, propria propri 
omnisque evidentia, quae adest, secundum singula [veri] 
argumenta. Quod si ad haec animum altendemus, cur per- 
turbatio et metus ortus sit recte ratiouem redderaus et de 
caelestibus deque ceteris, quae semper incidunt, causas af- 
fé rentes omnia, quae ceteros vehementissirae terrent, abi- 
ciemus. 

Haec tibi, o Herodote, de universorum natura sum- 

88 matim perstrinximus, ut si vires haec obtineat oratio di- 
ligenterque animo teneatur, etiamsi quis non ad omnes 
pergat singulorum cognitiones, incomparabilem illum ad 
ceteros homines firmitatem consecuturum existimem. Nam 



1) praeterea siiblata coguitiono et scieutia tollitur omnis ratio 
et vitae degeQ<lao et rorum gerendarum. Sic e physicis et fortitudo 
snmitur contra mortis timorem et constantia contra metum religioni» 
Cic. de fin. I. 19, ai. 

•) nil igitur mors ost ad nos (cfr. x«r« rit'ct en'ai] ner][ue pertinet 
hilum Lucr. III. 830 (cfr. 926). 

scripsit enim et multis saepe verbis et breviter aperteque in oo 
libro, quem modo nominavi, mortom nihil ad nos pertinere Cic. de 
fin. II. 31, 100. 

s) et nDctus ille foras praeceps Acheruatis agendus — funditus 
hutnanam qui vitam turbat ab imo — omnia salTandens mortis ni- 
grore neque uUam — esse voluptatem liquidam puramque rolinquit 
Lucr. III. 37-40. 

Studi itaU di fìlol. clan. XV. 18 



194 ti, TRHCAKI 

et multa ipse in atlHpectuin Iiiceinque profuret eormn, quaa b 
uobia ili universo opere diljgeuter pervestigata sutit at liaec 
ipso, diimmoilu niente ti'ueau tur, pijijjetuoenioltimentoerunt. 
buiusmodi enim sunt ut in q^noqne, qui satis accorate sin- 
gula vel etiam perfeote investiga verint, ad talea opiniones 
accedeutes univeraorum Dftturam rationa masimam parbem 
pos9ÌQt auimoqiie lustrare: quìoamqne aiitem in eorum na- 
iiiero suiit, qui iionduui ad perfectionem perveaerunt, per 
haec nulla viva iiae loaximi ponderÌ3 sunt, 

ad anitui serenil peragrabunt. 



CHVM 



wc&i^'Jii — Sens i, ad quatn omnia ludicia 

rerum sic 39, 82. 

àxovtD — fieri ut efHavium quoddam a oor- 

poribus manet et ad uostras pervenìat aurea 52, 53. 

ùXi^!}t^ì — veruni id esse, quod ocnlis cernatur vel mentis 
intuitu percipiiìtur 62. 

àrTiKoni] — ex qua ea, quae corporis celeritaa vel tarditas 
appellatur, pendet 40; ad conciliorum enim velooi- 
tatem ci! gravitas aut magnitudo pertinet 61, aed 
tantum àì-Tixnnr]Al ; quocirca ai mulacra, qua© testura 
praedita rara nnlli quasi 46 vel exiguae 47 àvttxonrj 
obnoxia sunt, incomprebenaibili quadam celerltate 
ntuntur '). 

<) falso Giussaui (T. Luci-, etc. I. p. 09): ' quando Epicuro parla 
ili lì VI lì! 071 t'i rispetto al moto di un ro:'|io, intende uoii già urti o re- 
sistenze esteriori, tim le iuternu lotturi! dei moti atomici, l'interna 
vibrazione ' . Quid ? cura Epiourus de conciliia disserit, nonne et eite- 
rioribus couoilia et ìuterioribus (tVfii'mKi'V oliuoxia facit? quid? cura, 
de atomia agitur, uum ijna potest esse iu atomis interior c'irixo.Tij? 
Ili ; GÌ iit,.tii-ùi iìi'nyó:ir'iriiiì ' iioa essendo essi (atomi) soggetti ad 
alcuna iutnrna l'u-nxn^fi ' Giussaui (1. s. p. 100) interpretatur ; at 
nusquam liuic verbo eam uotiouem siibicere Epicurus mìbi videtur, 
qui ab liac disputaudi subtilitale abhorreat et naturalibus principali- 
busiiue vorboruui siguilicatiouibus utoudum esse saepe contendat 
(cfr. Lucr. II. ll^lCl). 



EPIOVBI AD HBRpDOTVH KPISTVLA. 195 

àvvixonTO) — 47, 61, 62 (de conciliis generatim), 46, 47 (de si- 
mulacris), 61 (de atomis per vacuum libere volantibus). 

dnei^og — nihil esse in infinito inani nec summnm neo in- 
fimum, sed motionem, quae snrsum vel deorsum ferat 
in infìnitum 60. 

dTOfAog — atomus (Cic. Acad. pr. II, 40, 125 ; de nat. deo. 

I, 20, 64; 23, 65; 32, 91; 39, 109; 41, 114 etc. de 
fato 9, 19 ; 10, 22 ; 20, 46 etc.) ; corpus individuum 
(Tusc. disp. I. 18, 42; de fin. I. 6, 17); individnum 
(Acad. pr. II. 17, 55; de nat. deo. I. 24, 67); corpus 
solidum atque individuum (de nat. deo. IL 37, 93) ; 
corpusculum (Acad. post. II. 2, 6; de nat. deo. 1. 24, 66; 

II. 37, 94; Tusc. disp. I. 11, 22); individuum corpu- 
sculum (de nat. deo. I. 24, 67). — Immutabiles esse 
atomos 40, 41 ; summa varietate atomorum formas, 
non e£ts tamen infinitas 42 ; atomos perpetuo volitare 
atque, interiecto inani, inter se cohaerescere 43, 44; 
corporis motionem, quam sensu percipiamus, veram 
et certam esse 47; nullam in atomis qualitatem inesse 
praeter figuram et pondus et magnitudinem 54, 55; 
non omnem magnitudinem in atomis, sed magnitu- 
dinum varietà tem quandam 55, 56; in corpore finito 
numero finitas esse partes; praeterea in concretio- 
nibus atque in atomis partes inesse minimas '), quae 
per se esse non possint 56, 57, 58, 59 ; aeque veloces 
atomos, cum per inane ferantur etc. 61, 62, 63. 

bXììùXov — imago (Cic. de nat. deo. I. 38, 107 et 108 ; de fin. 
I. 6, 21) ; spectrum (ad fam. XV, 16, 2). — Esse simu- 
lacra e summis corporibus defluentia 46 ; tenuitatibus 
celeritatibusque vix credibilibus simulacra uti celer- 
rimeque fieri 46, 47, 48. 

x€v6g — omne esse inane et corpora, quorum partim con- 
cretiones, partim ea, ex quibus concretiones con- 
stent 39, 40; esse omne infinitum inanis magni- 



«) quas Lucretius (I. 610) partes minimas, vel oyxovg 54-66-57 vel 
oyxovs TtQcitovg 69 vel «x^« 57 vel iXaxiffT(( 59 vel cì/uerd^ara 69 vel 
iXdxi<TT(e dfiiy^ négutn 69 appellai Epicurus. 



i deos 76-77. 

jositu fortuito, sed quadam 

ó, 76. 

tìngere rea quod aliquid in 

1, 62. 

efHiivia quaedam a rebus 

liant nares 53. 

DÌIum 38, 39; omoe ex cor- 

; omne esse iafÌDÌttim 41. 

Qgì Lucr. L 440, 441, 443; 



Iva H. TESCABJ, EPICVAl AD IIRKODOTVM BVISTVLA. 

tudine 41, 42; atomos, inani iateriecto, Inter se 
cobaerescere 44; inane aelerniim esse 44; nibil esse 
praeter inane corpore vacans 67. 

KÓafioi — miincloa innumerabiles esse 46; ex infinito omnia 
prodì^t^e ; mundos autem alios alìarum esse figara- 
rura 73, 74. 

fifTt'iùQOi — ueque oaelestia a deo regi giiberuariqne neqne 
ipsa caelesi 

àvofia ■ — nominf 
vi et rat 

ógàtiì — et videi 
noa ingre 

ùafiti — iìeri ut 
mans'nt * 

a«S — nil de n 
poribua i 

711)1 io) xal TiàiSxia 

ni. 168, 734; V. 35a) 67. 

TiQuaÒo^ù^bi — opinionis esse meadacinna non sensus 50, Bl, 

Gvn7iTo>i.ui — figuram, colorem, magiiitiidinem, pondus per- 
petuo corporibus iuhaerere atque per se esse non 
posse 68, 69; corporibus etiam quaedam non per- 
petuo iniiaerere 70, 71. 

^o^u — tria motiouiim genera 61. 

^vaioXoyiu ■ — ■ in pbysiologia indagationem atque inveutio- 
nem esse veri eiusque virtutis hoc munua esse pro- 
prium ; in ea autem beatam vitam contineri 78, 79, 80; 
sublata cognitione et scientia liomines superstitione 
imbui et mortis timore et raetu religionia teneri 81, 
82, 83. 

(fvCti — quae multa et varia natura inveuisset rationem 
postea novis inventia auzisse 75. 

jl^óvog — tempus per se non esse sed a rebus ipsis con- 
sequi 72, 73. 

rpvX^ — animam corpus esse C3; sensus potissimam cauaam 
esse animam 63, 64, 65, 66, 67; non esse animam 
quidquam corpore vacans 67, 68. 



LE BIOGRAFIE DI VERGILIO 



ANTICHE MEDIEVALI UMANISTICHE 



Le biografie di Vergilio sono state variamente larga- 
mente e dottamente studiate; ma non tutti sono stati esa- 
minati gli elementi che le compongono e le vicende a cui 
andarono soggette, non tutte le fonti sono state compul- 
sate e di talune non bene e stabilito il testo : onde non è 
ingiustificato il dire che in questo campo altro resta ancora 
da spigolare. Qualche spigolatura vi ho fatto anch'io e 
ne do qui comunicazione. In primo luogo una serie di do- 
cumenti o nuovi o nuovamente vagliati, in secondo luogo 
una serie di considerazioni critiche e storiche. Mio prin- 
cipale intendimento non ò di discutere il merito delle bio- 
grafie antiche, bensì di accompagnarle nella fortuna loro 
traverso i tempi successivi e di analizzare i nuovi elementi 
che vi sono penetrati, portando specialmente idee chiare 
precise e definitive sulla redazione umanistica del testo di 
Donato, la quale deve essere assolutamente bandita dalla 
latinità accolta sotto qualsivoglia forma nel Thesaurus Un- 
guae Latinae. 



B. SABGADINI 



DOCUMENTI 



DK DI DoyiZONE. 

S. V 360). 



ParrB\it 1 

Liber ut i [aam dedit illieo Ciieaai 

Coguovit , carmina docta. 

Hoc tu no. i motra repente; 

' Nocte phiit tota, redeuat spectacula maae; 

DivÌBum imporiiim cum love Caesar liabes '. 
Hec ') Mitro pauoa (raetra) ieoit regia in aula. 
Cumquo reperta forent, rex. cuidam focit honorem, 
Qai se laudab.it quod fecerat haec metra cara. 
Tityrus inde doleus iteiiim couscrjpsit oosdem 
Versus, sic pulchra de facta fraude ref'undens: 
' Hoa ego versioulos feci, tulil alter honorem. 
Sic vos non vobis veliera fertis oves. 
Sic V03 non vobis mellificatis apes ' >). 
Hos pariter ') iactans in eadem Caesaris aula, 
Non hituit regem quis carmina tanta reforret. 
Imperai ante aiiiim Marouom ducere vultum, 
Praestat qu^eque; rogat libertatem : 3Ìbi donat. 
Ad te qui iiissu remeavit Caesaris huiits, 
Sed nou quod poscit quisti dare tu albi: nosti ^). 
Nam repotens agros con iusserat Ìudiip°rator, 
Arrius est quidam ceaturio motus in Ìia, 
Eius habens agros; occidcri: quaerit, ut atrox, 
Virgilium; fluvius sed Miucius abdidit illum. 
Se iiictans mortem vitavìt ibi, sed et hostera .... 



i) Cfr. Vorgil 
tutti quattro i pei 



Ed. I 27. ■ ') Nec Mu> 
tametri. i i) partim Mu, 



'j Due codici reos 
■') nostri Murai, 



BIOQRAFIB DI VRROILIO. 199 

II. 

Dalla Cbonaca di Buonamente Alipbando. 
(Maratori, Antiquit medii aevi V 1061 *)• 

Old. AabfM. 0. 8. VII 1 

£ 6 Maiitua un citadino si avia 

Per suo dritto nome Figulo chiamato 
Richo e pieno tra i altri si tenia. 

Era in naturai molto reputato. 
La donna sua Maya se chiamava, 
Nasuta de homo scientiato. 

Una note la donna s'insoniava 
Che fuor dil suo corpo producia 
Uno ramo lauro che fior se portava. 

E possa quel ramo pome facia 
E una verga li paria vedere 
Che fior e fruto asai si avia. 

Questa donna pur si volsi sapire 
Quel che questo sonio indicava 
Inanzi che lei vegnisse al parturire. 

Un grande astrolicho domandava 
Che*l suo sonio li dovesse spianare; 
E quello a lei molto la confortava. 

Dicia: ' Dibiativi confortare 
Di questo sonio, eh* io vi so ben dire 
Che vui ve n* aviti molto d'alegrare. 

Un fìol maschio deviti a parturire; 
Sera sazzo e di sciencia imbuto, 
Non si trovarà simile al ver dire. 

E per che '1 sonio vostro sia computo, 
Per signo di la verga da li fiore 
Virgilio per suo nome sia metuto. 

Questo fìgiolo allevariti cum amore, 
Simel de lui non sera al mondo, 
Per lui averiti anchor grand' honore ' . 

La donna feci l'animo iocundo 
E quando vene al parturire 
Figiol naque tuto masizo e tondo. 

1) Nell'edizione del Muratori il testo è tanto sconciato, da non 
potercisi fidare; io riproduco (quello del cod. Ambrosiano G. S. VII 1 
membr. della prima metà del sec. XV, il più antico di tutti e vici- 
nissimo air originale. Esso rappresenta un primo sbozzo della Cro- 
naca, la quale giunge solamente fino all'anno 1410. 



Grand'alegrez» si fo' cam desire 
Pi^r lo patra e per etiD parantato, 
Di quel figiol zBSchuD avìa a dire. 

Virgilio per auo QOiue fu chiamato, 
Cresuto al tempo a schola mandava, 
Alo luaigìatrQ molto re co ni andato. 

i'iù da li altri luì s'iraparava. 
Da tutta zdDte era desiato 
E dui scholari chi ia Bcbola usava. 



Fé: 



lui 



Lìuchoi 



rn chiamato. 
d a lui segala : 
o colore, 

gran valore. 
irl co m posse, 
a grand'liouore. 

Lo terLu „«,^ ^...jdosn, 

Anchor Osiotim i) libro si compoasa, 
Con fftbulfttion digiti •) anchore 
Elhenam, Culkem auchor distesse, 

l'riapeiam, CaloUchon J) da valore, 
Epigram ohe ») anchor compiloe, 
Cvpam et Diras li fa grand' honore . . . . 

f, 6' Tutto quello di Cremona dato via, 

Arrio ceuturion fu mandato. 
A Mantua vena cum sua compagnia. 

Tuli li ben di Virgilio dato 
Fonno a Arrio intieramente. 
Virgilio ]ie fu molto turbato. 

Notabel verso scrisse 
Manina uè misere nimium 
Di Mantua si parti aman 



A Virgilio 
Partito da lui, 



non par che piacease. 
terminò altro fare, 
1 voia vegnesse 



-n{\)Slurat.{OsÌoti 
) cod. (= digitò = 



n = osdrim = hos. CiHm). \ •) d' Egitto (!) 
■- dettò). I 1) = Cataleaton. \ ') = Epi- 



BIOOBAFIK DI VBRQILIO. 901 

Di voi irlo conoscer e parlare. 
E in la sua mente ebbe pensato 
Di volir tempo un pocho aspettare. 

L*imperator orden avia dato 
Di volir l'altro zoruo chavalchare 
Fuor di la terra dov*era ordinato. 

La note gran pioza cum gran tonare ; 
Lo zorno fatto lo tempo si chiaria, 
L'imperatore si misse a chavalchare. 

Virgilio dui versi si faoia, 
Li qualli avian questo tenore; 
Su la scrana imperiai li metia: 

Nocte pluit iota, rediunt spectacula mane. 

Divisum imperium cum love Cesar habes. 

Questi dui versi viti l'imperatore. 
Volsi Sapir chi fati li avia. 
Egeus poeta si dava T onore. 

Gran vergogna dredo ne recovia. 

De Virgilio mantuano 

Quando Virgilio questo sapia, 
Volsi che imperator si sapesse 
Che di versi li era ditto busia. 

Altri versi di subito si scrisse; 
In questa forma si fu lo so dire 
£ 7 E a la scrana imperiai li misse: 

IT08 ego composui versus: alter tullit honorem. 
Sic V08 non vobìs 
Sic vos non vobìs 
Sic vos non vobìs 
Sic vos non vobis. 

Lo imperator si volsi sapire 
Qual era che questo scrito avia. 
Alchun di Virgilio li ven a dire. 

OrdeDÒ che per lui mandato sia. 
Volsi da lui Sapir la certeza, 
Se quelli versi lui scritti avia. 

Risposi che li paria gran Ibleza 
Che alchuno lo uomo si volese dare 
Di quello chi non era sua fateza. 

E che per Egeus divesse mandare, 
Che li versi manchi complir divesse: 
Chi feci li altri, lo saprà ben fare. 

Ordinò che per Egeus si mandasse. 
Fo venuto; 1* imperator li dicia 
Che quelli versi manchi complir divesse. 



B^^^9H^M 


t j 


Eg«tie dì presente li rispondia ^^^^^^^H 


Che i|uelli versi nou sapria complire. ^^^^^^^H 


E a. ^^^^^M 


' Imperatore, questo vi so ben dire; ^^^^^^^| 


Chi l'eci l'altra, snprà Itau aocha fare, ^^^^^^^| 


comandati chi se desìaa complire '. ^^^^^H 




Che quelli coinpIiT deTesne ^^^^^1 


E Vjrgilio ebbe a comenzare: ^^^^^1 


Sì^. «. -M «^.ìm .^ìera ferii» ^^^^^| 


S 


aratra bove» ^^^^^^^1 


S 


ape, ^^^^H 


s 


^^^^H 


E 


DO ^^^^H 


Cum 


^^^^^^H 


Che d 


^^^B 


E 


e fino grande eror«: ^^^^^^^M 


Di qu 


^^^M 


Avial 


^^^m 


L 


be perdonato. ^^^^^^^H 


Conot 


■an ^^^^^^B^^^^^l 



E di presenta 



ivhiì 



ì Virgilio ohe molto loro si are 

Por Polione la Bncholica composi 
Per Miciiiato Georicha si chiftma 
Anohor Ottaviano oum ana v 
Volsi che da Eaas si scrivesse ; 
Di tarlo voluntier si risposse . . . 



Redazione umanistica della biocìh 
DI Donato. 



Per costituire il testo (.Iella veilaziorie umanistica di 
Donato ho adoperato i seguenti codici: 

Cod. Kiccardiauo 1239 cart. sec. XV. Miscellanea uma- 
nistica; f. 145 P. ViryiUi Maroni» vitii incìjiit felicissime ; 
finisce f. 180 nec minua etiam in eneyde, 

Cod. Laureuziano Aedil. 168 cart. prima metà del 
sec. XV. Per il contenuto vedi ì! Catalogo del Bandìnì 
Supplem. I 475-480; f. IGO' Vii,, !'. Vlrgilii Marouis; finisce 




BIOGRAFIE DI VEBOILIO. 203 

f. 165 turbine corripuit scopai oque infixit acuto. Dopo il 
proemio sulla poesia bucolica, il quale segue alla vita, sono 
inseriti la VirgiL contin. di Fulgenzio in compendio, Ma- 
crobio Sai. TV 3-6 e V 1 e un trattatello umanistico sulla 
composizione vergiliana. 

Cod. Magliabechiano (Firenze) XXVIII 9. 51 cart. 
seo. XV; miscellaneo di mano di Pier Genuini ; f. 144: 
' XIP kalendarum iuliarum die. LXIIII supra mille et 
quadringentos salutis anno Florentiae '. F. 115^ P. Fir- 
gilii Maronia vita per Donatum grammaticum edita incipit; 
finisce f. 140 turbine corripuit scopuloque infixit acuto. 
Finis sit laus deo. Testo identico al cod. Laur. Aedil. 

Cod. Trivulziano (Milano) 817 membr. sec. XV; f. 195 
' Franciscus Sassettus Thomas filius florentinus civis fa- 
ciundum curavit. Mitia fata mihi '. Proviene dalla Corvina. 
F. 175 P. Virgilii Maroniti vita per Donatum grammaticum 
edita incipit feliciterà finisce f. 189 turbine corripuit sco- 
puloque infixit acuto. P, Virgilii Maronis vita per Donatum 
grammaticum edita explicit feliciter. Identico al Laur. Aedil. 

Cod. Vatic. Barberin. 42 sec. XV, f. 160 ss. Autografo 
di Lodovico Sandeo, ferrarese (m. 1482). 

Cod. Bernese 527 sec. XV. Le varianti di esso si tro- 
vano negli Scholia Bernensia ed. H. Hagen, Lipsiae 18G7, 
p. 680-681. 

Ho escluso dalla collazione il cod. Magliabecli. e il 
Trivulz., perchè sono apografi del Laur. Aedil.; sicché a 
base del testo ho posto questo codice (= L) e il Riccard. 
(= R), servendomi in qualche luogo del Bern. e del Vatic. 
Barber. Ho aggiunto anche la collazione dell' ed. pr., che 
sta in capo al commento di Servio a Vergilio ' Venetiis 1471 ' , 
non perchè il testo ci guadagni, ma per dare un' idea delle 
interpolazioni a cui andò ben presto soggetta la redazione 
umanistica. Per risparmio di spazio, ho tralasciato le parti 
della redazione antica rimaste intatte nella redazione uma- 
nistica. La collazione fu fatta sul testo del Eeifferscheid 
C. SvETOM TiiAXQViLLi Belìquiae, Lipsiae 18G0. Le parole 
che si trovano nella redazione antica dell' edizione del Reif- 
ferscheid sono stampate in corsivo. 




Vitii P. Virgilii Maronis. 
Virgilius Maro parentil/ua \ fait et praeeipue | merce- 
nariiim | tradiJuriint. Quem com agrìcolattoHi roique rc- 
eticae et gregibuH praefecisset socer ajiibus curandis regulatn 
5 auxit. Nalus [ MftgDO M. Licinio ) in pago qui Ande dì- 
citur qui nh^t-t u \ Praegnant mator Maia cura aomniasset 
eiìixam | ipuim compactam terrae coaluìsse et excrevisse jllìco 
in ijiecieia | refertae varila | Jiorthus. vequeiiti | divertit ( 
levata | infnniem a | ffenilurae indioaret. Et 

10 accessit ' brevi in' ante | adaeqnasst^t | Vir- 

gili! I refigiuue aw»i l'i hoc est usque septimiim 

annum C'i-emoiiae anno togara virilem cepit 

t7/is coneulìl/as ite ,s erat. evenitene «( eodeia 

ipso die [.ucrellua Sed VÌrgilÌn.s a Cremona 

15 Mediol<tJìum al ino Japolim transiit, nbi cum 

litteris et gvaecia imentem operam dedìsset 

tandem omni curi lio indulsit medicinae et 

mathemLitlcis. Quibua rebus cum ante alios eniditior pe- 
ritiorque eeset, se in urbem contutit statimque magistrì 

20 stabuli equorum Augusti amicitiam nactus multos variosqiie 
morboa in(;ideiites equis curavit. At ille in mercedem sin- 
gulis diebua panea Virgilio ut uni ex atabulariia dari iussit. 
Interea a Crotoniatis pullus equi mirae pnlchritndiuia Cae- 
aari miasus dono fuit, qui omnium iudicio speni portendebat 

26 virtutis et celeritatis immenaae. Hunc cum aapexiaset Maro 
magistro stabuli dixit natura esse ex morbosa equa et nec 
viribus valiturum nec celeritate: idque vurum fuisse inven- 
tum est. (Juod cum magister stabuli Augusto enuntiasset, 

L = ood. Laiir. Aodil. ICS; S = coJ. Ricoard. 1239; E = oaitio 
priucops. I I P. Virgilii -Mai-onis rita incipit felicissime R, ViU P. 
Vii'gilii MaroDÌs pocte maximi quam a DoDato editam nonnulli pu- 
taiit cod. Bern. 527 | 2 P. Virgilius L \ mercciinarium K \ 3 quom 
E et sic seniper \ 4 silvia coemiindis et apibus K ] reculam £ | 5 al 
M. K I Andea K \ G nbast ab /,, est a E \ cum o»i. E | somniavit E | 
7 ilico E \ 9 ut fuit E I evagisse E \ iam tuin itidicaret E \ 10 coa- 
luit II E I adiiequarit E [ 11 id est E \ usque ad E \ 12 et XVII anno E | 
virilem togam /■,' | U eo ipso E \ 15 ibi L \ IG litteris grecis R j 
vtìhemeutissimiim E ] 23 testiri missus /. | 24 dono fuit miasus E \ 
26 equa lieo Jl \ 28 recitaaset E. 



MHl 



BIOQRAFIB DI VBRGILIO. 20& 

duplicari sibi in mercedem panes iussit. Cum item ex Hi- 
spania Augusto canes duo mitterentur et parentes eorum 
dixit Virgilius et animum celeritatemque futuram: quo 
cognito mandat iterum augmentari Virgilio panes. Dubi- 
tavit Augustus Octaviine filius fuerit an alterius; idque 5^ 
Maronem aperire posse arbitra tus est, quia canum equique 
naturam parentesque cognorat. Amotis ergo omnibus ar- 
bitris illum in penitiorem partem domus vocat et solum 
rogat an sciat quisnam esset et quam ad felicitaudos ho- 
mines facultatom haberet. Novi, inqnit Maro, te Caesarem 10 
Augustum et ferme aequam cum diis immortalibus pote- 
statem habere ut quemvis felicem facias. Eo animo sum, 
respondit Caesar, ut si verum prò rogatu dixeris beatum 
te felicemque reddam. Utinam, ait Maro, interroganti tibi 
vera dicere queam. Tunc Augustus: putant alii me natum 15 
Octavio, quidam suspicantur alio me genitum viro. Maro 
subridens: facile, inquit, si impune licenterque qnae sentio 
loqui iubeas, id dicam. AfBrmat Caesar iure iurando nullum 
eius dictum aegre laturum, immo non nisi donatum ab eo 
discessurum. Ad haec oculos oculis Augusti infigens Maro: 20 
facilius, ait, in ceteris animalibus qualitates parentum ma- 
thematicis et philosophia cognosci possunt : in liomine ne- 
quaquam possibile est. Sed de te coniecturam habeosimilem 
veri ut quid exercuerit pater tuus aperire possim. Attente 
expectabat Augustus quidnam dicerot. Quantum rem ego 26 
intelligere possum, pistoris filius es, inquit. Obstupuerat 
Caesar et statim quo id pacto fieri potuerit animo volvebat. 
Interrumpens Virgilius, audi, inquit, quo pacto id conicio. 
Cum quaedam enuntiarim praedixerimque quae intelligi 
soirique non nisi ab eruditissimis summisque viris potuis- 30 
sent, tu princeps orbis item et item panes in mercedem 

1 in om, L I cum autem i? ] 2 canes duo Augusto i^, Aug- caues 
dono E I 4 augumentaii R \ 5 filius esset li \ 6 est om, li \ et equi E \ 
1 igitur li I 8 domi L \ 10 haberrit L \ 12 habere et q- li \ 14 te 
et felicem R \ 1& iubes K \ 22 et] a E \ in homine — possibile est 
om. R I 23 te om, li \ 24 scire E \ possum R \ 25 at ille quantum E \ 
ogo rem E^ ego R \ 2G possim L \ 27 statim om. li \ facto L \ pò- 
tuerat R \ 28 comitio Z^ | 31 panem L, 



'20$ B. atBUADINI 

dari ìussisti: quod quidem aut pistorìa aut nati ptstore 
oJHciiiin erat. At deìnoepR, ìnqait Cassar, non a pistors 
sed a rege njiigni animi dona feres. Placuit Caesari facetia 

illumque pUirimi focit et PoHioni conimenclavit. [ grandi, 
5 aquilino colore ' valitndinB ] phrumque a stomacho et fan- 
cihus \ saepins ] minimi. Fama fuit libidinis promptioris 
III jtuero» fuisse; sed boni ita euin piieros amare putave- 
riiiit ut SocTittes Alcàbiaddffl et Plato %à rraiàiKd; varani 
inter omnes max! una j no» ìnerudittim. Ca- 

io bcìein I consuevissi ìpsum j'o»tea maioribas 

naiu narì-nre ^^olit d Còmmunionem mulieria 

sed pertiniichsinì& ita | eonatat fnisaa ut | 

vulgo appellarotnr lemonatr&nteeque se snb- 

tevfageret | Rextei squiliia iuxta horloa Mae- 

15 cenatianos | uler. le ab Augusto peteret, 

repulsain nun.^iiair ìbna qnotannis aurum ad 

Iiabundantem iiltur lam grnndÌB \ impnberem [ 

studia ut auperius dixi medicinae [ el causam unum omnino | 
semel, sermone j eimitem Milisius tradidit. puer | deinde 
20 Priapeiam et Ejiigratnmata et Dirat e.t Culìcem cnm eiset 
amiorittn XV culus | obdormivisset | praersperat. e palude \ 
praevolavìt j Jìxil pastori et ille | contrivit | etlam et qiiae- 
dam alia opuscula et mox j ut Asiniiim Alpheum Varum | 
indemnem praestitistenl \ georglca honori Maecenatia qiii vix- 
25 dum nolo | adverifus veterem Claudii railitis, ut ali! putant 



1 darò L \ 3 magni animi cod. TtìkuII. 817, magnanimi I, R, 
magnanimo £ j 5 ab /-.', et /- ] G fama est eiim K | pronioria E \ 
7 fuisse om. U\ amasse E \ 8 alcibiaden L \ rma-fi"" cod. Be,fi.527, 
SU03 pueros E, om. in lac. R L {in tnarg. grecum Z.) ] 9 ab Asìnio 
Poi- E I non incrudiLum dimisit. Kam Atexandrum gramm&ticum, 
Cebetem E \ 12 sed] se E \ fiiiase constai E \ fuisse om. R \ 18 ap- 
pellaretur vulgo E \ subtorfugere /J | 14 in exquiliia E | ortes L [ 
meceoaticos }i | IG aurum «m. li ; 17 abunditntem UE \ alitum E \ 
IS STipva diximus E \ li) mellisius R, fuisse melisitis E ] tradit R j 
jioeticam puor E \ 20 priapanm /, [ deinda moretum et priapeiam E \ 
21 XV annorum E \ obdormisset K | proreperst l! | 22 provolavit E \ 
at ilio E I etiam] et /; \ etiam de qua ambigitur Aetnam et mox E \ 
'21 iiidomtiera se E, moleranem R ] in honorem M- edidit cum sibi 
vixdum ;■; I 25 adversum /, j CI- vc-teraui railitis vel ut E. 



t^mm 



BIOQRAFIK DI VKRGIMO. 207 

Arrii centurionis violentiam a quo in altercatione litis agra- 
riae parom abfuit \ Aeneidem aggressus est argumentxtm \ 
graeci» latinisque commtine | continentur | georgica | quo- 
tidie I versus plurimos | solitnm | ad paucissimos redigere 
non àbsurde \ Carmen se iirsae more 2^^^'^^^ \ prosa \ instituit 5 
ut quidam tradunt. Alìi eius sentcntiae sunt ut menti ha- 
buerit quatuor et viginti libros usque ad Augusti tempora 
scripturum atque alia quidem percursurum, Augusti vero 
gesta diligentissime executurnm. quippe qui dum scriberet 
ne quid impetum j imperfecta reliquit alia levissimis versibus 10 
soripsit quos per iocum prò tigillis interponi a se dicebat 
ad sustinendum | Bucolica biennio Asinii Pollionis suasu 
perfeoit. Hic Transpadanam provinciam regebat, cuius fa- 
vore agros suos cum veteranis distribuerentur Virgilius 
non amisit. Hunc Pollionem maxime amavit Maro et ab eo 15 
magna munera tulit: quippe qui invitatus ad prandium 
captus pulchritudine et diligentia Alexandri Pollionis pueri 
eum dono accepit. Huius Pollionis filium Gaium Asinium 
Gallum oratorem clarum et poetam non mediocrem miro 
amore dilexit Virgilius; is transtulit Euforionem in latinum 20 
et libris quatuor amores suos de Citheride scripsit. Hic 
primo in amicitia Caesaris Augusti fuit; postea in suspi- 
tionem coniurationis centra illum ductus occisus est. Verum 
usque adeo hunc Gallum Virgilius amarat, ut quartus Geor- 
gicorum a medio usque ad finem eius laudem contineret: 25 



1 Arii R E I 3 litterisque L \ contineretur Fé \ georgicam L \ 
4 plurimos versus RE \ solitus R \ redigere om. LR \b prorse L^ 
prosaica E \ 6 aliae E \ 8 quaedam E \ 9 exequuntur L | 10 ne 
quid ineptum moliretur E \ aliam E \ 11 per iocum tigillis prò /?, 
prò tigillis per iocum L^ per iocum prò tigillis vel tibìcinibus E \ 
12 triennio E \ Asini L \ Ili cuius favore cum veteranis Augusti 
militibus Cremonensium et Mantuanorum agri distribucr.'utur, suos 
Virgilius non amisit. facta enim distributiouo suos Claudio sou Ario 
datos recaperavit. hunc Pollionem E \ 14 amisit Virgilius {om. non) R \ 
16 coenam E \ 18 Cauum /?, C. E \ Asinium Cornelium Gallum E \ 
20 eufurionem L \ 21 libros R \ sciteride //, Cyth- E \ 23 dictus R \ 
occisus est Cuius Propertius (IV 1,95) memiuit dicens: Gallus et 
in oastris dum eredita signa tuetur Concidit ante aquilae signa 
cruenta suae. Verum E \ 24 ustiue om, R \ 25 coutineront L, 



quam postea, iuljeiita Angusto in Aristftei fabulam comma- 
tavit. Georgica sijpteniiio Nenpoli, Àeneida partìm ia Si- 
cilia pai-tim ili Campania XI annis confeoit. Bucolica eo 
successa \ j^ci- raulorcs orebra proiuiiìtiarentur. At cum Ci- 
i cero quo-->.Luii v..-rsaa awdisset et statilo acri indicio iotel- 
lexisset non L-'juinumi vena editori, iussit ab iiiitio totam 
eglogam re..'it,iri; quiira cum accurate pemotasset, in fine 
ait: altiif spes altera Romae. Quasi ipse linguae latinae 



ida; quae verba ipse po- 
•eveì-aii ab actica Victoria 
tm vil'iiim eituta \ prontni- 
lita miri». Seneca | invola- 
toeem po»»i',t et hypocmìm. 
tutux vera cum ìam forte 
r: atque efiam injnantìbus 
tihi dt Acueide vel prima 
amen \ perfecta demum | 
praecipue ob Octaviara, guae cum \ 
aegre J'oclUitla deua sextertia ])ro siugulo versa Virgilio 
2^) dari iussit, liecUavil \ ut ferme \\Ia de iiuibas | quondam 
in recitando \ num cum [irimo hoc soUuii esset ' Misenum 
Aeolidem ' adiecinsn | simili calore iactatiim subiunxisse j 
statimquÉ sibi imjierasi'e ut \ adecriberet. Bucolica Georgi- 
caque emeudavit. Anuu vero Lll ut ultimam manum Ae- 
25 netdi imponeret statuii in Aeiam secedere triennioque continuo 
omnem operam limatioui d;ire m( rdiqaa | aggressua iter \ re- 
vertenti una cum Caesare redire detìtinavit. At cum Megaram 



spes prillili f'uiysc 
10 atea Aein_'idi iuse 
Augusto alqiie At. 
iiabat aulem cum 
turum su Virgilia 
Aeneidon vixdum 
15 expeditÌQn& Cmitat 
per iocum Utterii 
carmina mitteret, 
tris I sextum; sed liu. 



l Igieni It E ] iS fijoit It I 4 caiitatoras L [ prniiuntintÌons re- 
citareator E | C eiUtas L | 8 aline] magline E \ d Maro fiiturus esset 
sec- /-.' ] postea Aoneidi ipse E | 10 aclinca E \ 11 acelle /j | rer- 
vir- e- AttoUao E \ 12 maxima cum s- et len- E \ praevaliturura E \ 
13 quaedana orti. E \ hypochrisim L, ipocresim Jf, et 03 et hypo- 
orisim curare, eosdeni euini versus eo prouuncianto beue sonare, aine 
ilio vanosceio quasi mutos. AeDeiilos E ] Il diibitaverìt R ] augu- 
stum Lll \ IB Can- abosset et supplicibus E \ miiiacibus E \ 16 vel 
prima cjirmiois hypo T.-ipliia vel quodlibet colon mitterot oegavit se 
facturum Virgìliiis cui tamen E | 18 et sextum E \ hoo E \ 19 refo- 
ciUata E j 21 nam — esset om. E \ 23 sibi om. [. \ 25 in Qraeciam 
et Aaiam £ | 26 in reliqua E [ 27 venire L \ Megara E. 



biografìe di VEKGILIO. 20Ì> 

vicinum oppidum visendi gratia peteret langorem nactus est 
quem non intermisBa navigatio auxit, ita ut gravior in dies 
tandem Brundusium adventarit, ubi diebus paucìs obiit X 
kal. octobris Cn. Sentio Q, Lucrttio consulibun] quo cum 
gravar! morbo se sentiret, scrinia saepe et magna iustantia 5 
petivit crematurus Aeneida. Quibus negatìs testamento com- 
buri iussit ut rem inemendatam imperfeotamque. Verum 
Tucca Varrusque monuerunt id Augustum non permissu- 
rum; tunc eidem Varrò ac simul Tuccae scripta sub ea con- 
ditione legavit, ne quid ederent quod a se editum non esset 10 
et versus etiam imperfectos si qui erant relinquerent. Vo- 
luit etiam eius ossa Neapolim transferri, ubi diu et sua- 
vissirae vixerat. ao extrema valitudine hoc ipse sibi epi- 
taphion fecit diatichun. translata igitur iussu Augusti eius 
ossa prout statuerat Neapolim fuere sepultaque via Puteo- 16 
lana intra lapidem secundum suoque sopulchro id distichon 
quod fecerat inscriptum est: Mantua me | Proculum, fra» 
trem ex alio patre, ex quarta Augustum | ex reliqua L, Var- 
rum et Plocium | Aeneidem 2J0st obitum prout petiverat 
iussu Caesaris emendarunt. Nam nullius omnino sententia 20 
crematu Aeneis digna visa fuit. De qua re Sulpitii Car- 
thaginensis extant huiusmodi versus: lusserat | Virgilius 
frigium I Varrusque | cremata rogo, Extant et Augusti de 
ipsa eadem re versus plures et clarissimi, quorum initium 
ita est: ' Ergone supremis potuit vox improba verbis Tam 26 
dirum mandare nefas? ergo ibit in ignes Magnaque docti- 
loqui morietur musa Maronis? ' Et post paulum: ^ Sed 
legum est servanda fides: suprema voluntas Quod mandat 
fierique iubet, parere necesse est. Frangatur potius legum 
veneranda potestaa, Quam tot congestos noctesque diesque SO 
labores Hauserit una dies ', et ea quae sequuntur. Nihil 
igitur auctore Augusto Varrus edidit, quod et Maro prae- 

1 vicinum Athenis E \ 2 gravitar £^ | 3 ibi jB | 4 en sentioque 
luoretio Lt CN. Sentioque (lucretio om.) i?, Cn. Plantio Q. Lucretio- 
que E I qui E \ cum] ut ^ | 6 sese E | 6 eneidam L \ 7 aut L \ 
8 tacce L \ narusque L^ et Varus E \ 9 Varo E \ 12 et sua vise- 
rat (sic) R \ 13 epithaphium li E \ 18 patrem /?, parte L \ Varum LE | 
23 phrygium E \ de eadem ipsa re J? | 27 paulo post £7 | 28 est om. E, 

Studi iiaU di flloh claaa. XV. 14 



210 



:. BABBADINI 



ceperat, sed siimmatiin emendavit, ut qui versus Qtiam im- 
perfecfcoa si qui ©rant reliquit. Hog multi viox supphra ca- 
nati I apud eum emistichia prattter illud ' Quem tibì iam 
Troia ' BCU3U111 videantur liabere perfectum. Nisius j/rtim- 
6 viaticus '.ni<!Ì!:^f se a senior Ibus dicobat Varriim duorum li' 
brorum oidiimm commutaiie et qui tllQC secundui erat in 
tertiiim iocum \ Carmen et egreasua \ virumque cano. Nec 
Yirgilias qui columen liuguae latiuae fuit oaruit obtreota- 
toribiia. In bucol i eglogas sed insulsitiime 

10 Paro quidam der ido incipit: Tilyn \ teg- 

mine | loquuulur. neida liber Cabili Pictorie 

titulo Aeneidos t miua eum Maecenati »uy- 

posituni xaxottf.fj )rGmqiiB dicebat neque tn- 

niidnm ueque ex tnibua versibue opus illud 

15 confeciasc. JJerun intum contraxit, Perilljaa 

Faustinus furia. 'avi Aviti volumina qnibaa 

annotantur quoa tranetulerit. Aaconiu» Pe- 

dianus libruin coium vt/<,f<^'.-,itivreii Virgilii ucrìpslf. in quo 
pauca admodum ci obiecla j/roponit et potiasimum quod non 

20 recte Iiistoriain contexuit et quod pleraque ab Homero sum- 
pserit. Sed boc ipsum crimen sic defendisse asKuetum { sur- 
ripere et (amen destinasse secedere ul omnia ad societatein 
malorum deeìderet. 

Refert etiam Pedianus benignum cultoreraqne omnium 

25 bouorum atque eruditorum fuisae et uaque adeo invidiae 
expertem ut sì quid erudite dictuin inspiceret non minus 

3 lioLiiiatichia E, om. Ji | i Troia peparit E | videntur E [ 5 a. 
maioribua R | 6 tum E | 8 culmen It | coruit /"., ohi. R | obtrecta- 
tionibua E | 9 enim duas E \ tantum imi. E \ 10 quidem E \ aie 
deridendo E \ 11 toquuntur. alius recitante eo ux Georgicis ' uudus 
ara seri) nudus ' subìeoit ' habebis frìgoro febrem ' , est adversus E \ 
est' et /, I Carbilii E , 12 Aeneìdomaatix E \ mastrix li | a Moe- 
oenatQ E | l\ì xuxojih-, cud. Berti. 527, unt. sine lac. E E, om. i"n lae. 
[in iiiarg. grecum, malefiuienton) L \ appellai om. E | timidum Ti \ 
15 periliiis UE \ IV, furtaj fuit /, | Octavii E \ 16 libroa B, libro 
quom E I Virgiliue L \ in quo om. E j.l9 proponit R \ 20 recte] 
ratione /, | sumpsit E \ 21 ipsum om. E \ defendere E \ 22 secce* 
deve lì, se ceilera E \ aatiatatem raalivolorura reraitteret E \ 26 ex- 
pertem fuiase /■.' ! iuspicerot alterius E. 



BIOGRAFIB DI VERQILIO. 211 

gauderet ac suum faisset: neminem vituperare, laudare 
bonos, ea humanitate esse ut nisi perversus maxime quis- 
quam illum non diligeret modo sed amaret. Nihil proprii 
habere videbatur; eius biblioteca non minus aliis doctis 
patebat ac sibi; illudque Euripidis antiquum saepe usur- 6 
pabat: communia amicorum esse omnia; quare coaevos 
omnis poetas ita adiunctos habuit, ut cum inter se pluri- 
mum invidia arderet, illum una omnes colerent: Varrus 
Tucca Oratius Gallus Propertius. Anser quoniam Antonii 
partes secutus est illum non observasse dicitur, Cornificius 10 
ob perversam naturam. Grloriae vero adeo contemptor fuit 
ut cum quidam versus quosdam sibi adscriberent eaque re 
docti haberentur, non modo aegre non ferebat, immo vo« 
luptuosum id sibi erat. Illud non tulit. Cum enim distiohon 
qui laudem felicitatemque Augusti continebat fecisset vai- 15 
visque non nominato auctore infixisset: is erat liuiusmodi: 
' Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane. Coramune im- 
perium cum love Caesar habet ' : diu quaeritans Augustus 
cuiusnam hi versus essent, eorum factorem non inveniebat. 
Bacillus vero poeta quidam mediocris tacentibus aliis sibi 20 
adscripsit; quamobrem donatus lionoratusque a Caesar e fuit. 
Quod aequo animo non ferens ViVgilius iisdem valvis af- 
fixit quater hoc principium: ' Sic vos non vobis '. Postu- 
labat Augustus ut ii versus complerentur ; quod cum frustra 
aliqui conati essent, Virgilius praeposito distiche sic sub- 26 
iunxit: ' Hos ego versiculos feci, tulit alter honorem. Sic 
vos non vobis nidificatis aves. Sic vos non vobis veliera 
fertis oves. Sic vos non vobis mellificatis apes. Sic vos 



1 gaudere ^ | ac si suum E \ laudare cunctos oa i2 | 2 per- 
versos R \ quisque E | 4 bibliocatbe L \ 5 usurpabat t^c^c^c* com- 
munia E, usurpabat rct taiy (piX(oy xoiya. communia cod. Vatic, Barher, 
lai, 42 (f. 269) | 6 amìcor- comm- R \ 7 omnos R E \ poeta L \ con- 
iunctos R I plurimum om. R \ 8 arderent E \ 9 horatius E \ Anser 
vero E \ 10 sequutus E \ 11 naturam illud non tulit. Gloriae E \ 
vero] non L \ 12 quosdam suos sibi R \ 14 illud non tulit om, E \ 
15 quod E I 16 fixisset R\ìdiE\ll comune LR, divisum E \ 18 ha- 
bes i? I 19 autborem E | 20 Batbillus ^ | 21 ab /. | 24 hi E, duo R \ 
26 honores E. 



212 




». 3ABBAOINI 



non vobid fertis aratra boves '. Quo cognito alìquandia 
Bacillug Eomae fabula fuit, Maro vero exattatior. Cum Eu- 
nium in mami haberet rogaretorque qnidnam faceret, re- 
spondit se amnm colligere de stereore Eunii: liabot enim 
6 poeta iilri egregias seatentias sub verbia non nmitnm or- 
nati3. Interroganti Augusto quo pacto civitaa feliciter g«- 
bernaretiir, ai prcdentiores, inquit, temonom teuuerinfc et 
boni malis praeponantur : itaqoe optimi suos habeant ho- 
nores, nulli tamc 3tÌ qtiicquam fiat. At Mae- 

10 cenas, quid, inqu atatem homini non affert? 

Omnium reram, eimilitudo aut multi tudo 

atomachuiii l'aciu lligere. Item rogavit quo 

pacto qiiiri altam s fortunam servare poteet. 

Si quanto liouon lia praestantior sia, tanto 

16 liberalil.iiu.i ac in arare nitaris. Solitus erat 

dicere nullara vir orem Iiomini esae patientia 

ac nullum iiaporai òrtunam, quam prndenter 

patiendo vir fortis non vincat; quam sententiam in quinto 
Aeneidos inseruit: ' Nate dea, quo fata trabunt retrahunt- 

20 que sequiimur, Quiequìd erit, vincenda omnis fortuna fe- 
rendo est '. Cum quidam eius amicus Cornificii in euin 
maledicta et inimicitiaa'sibi euarraret, quara putas, inquit, 
huiusce malivolentiae causam? nam neque unquam Corni- 
ficium offendi et eum amo. An, inquit, Hesiodi senteutiae 

25 non merainisti, ubi ait arcliitectum arcbitecto invidere et 
poetam poetae? De malis, inquit, Graecua ille iatellexit; 
nam boni eruditiorea araant; sed magna cum mea gloria 
et laude vindictam in manu habeo; maiore enim cura vir- 
tuti inteudam atque quo elegantior ego fìam, eo vehemen- 

30 tiusipse invidia riimpetur. Erat Augusto familiarìsFilistua 



2 Batbjllus E \ cum enim enu- E, quom is aliquando Enn- E \ 
3 in manibus li | 1 themones L \ 8 piepeneutur 11 \ 10 hominum R \ 
11 inquit li I 12 facit E \ interrogavit E | 13 eius om. R \ pot^at. Cui 
Maro: si E \ 14 quantum E \ ait E \ là ai. R E \ nitatur £ | 16 sa- 
pieotia H \ 20 auperanda E \ 22 inquit esse Luìusca rei malevol' E \ 
25 non om. S \ ait jcci xigtifteìs xiQnfieì xortsi xal léxiovi téxiiov xbI 
nttaxòg nicu/ai tpSoviei xtù liotifoV «otif^ arohitectum cod. Vatic. Barber, 
lat. 42 (f. 270') | et om. E [ 27 laude et gloria E \ 30 ipso om. E \ fiUatus L. 



BIOQRAFIE DI YBRGILIO. 213 

quidam orator et poesim mediocriter doctus, cui multiplex 
variumque ingenium erat, qui omnium omnia dieta re- 
prehendere conabatur, non ut verum dinosceret, quod So- 
crates facere consuevit, sed ut eruditior videretur. Hio 
Virgilium, ubicunque convenire dabatur, maledictis salì- 5 
busque vexabat; quare saepe ille aut tacibundus discedebat 
aut suflfusus pudore tacebat. Verum cum Augusto audìente 
elinguem illum dioeret et causam etiam si suam baberet 
defendere nequire, tace, inquit, rabula; nam haec mea ta- 
citurnitas defensorem causarum mearum Augustum fecit 10 
et Maecenatem et ea tuba cum volo loquor quae ubique 
et diutissime audietur: tu loquacitate non modo aures ho- 
minum, sed muros rumpis. Augustus vero Filistum gravi 
vultu increpavit. Tuno Maro, si tempus, inquit, Caesar, 
tacendi hic sciret, raro loqueretur; tacendum enim semper 15 
est, nisi aut cum taeiturnitas tibi noceat aut oratio aliis 
prosit: nam qui contendit, et contentionis finis utilis non 
est, stultis illum annumerandum sapientes putaut. Postea 
quam Augustus summa rerum omnium potitus est, venit 
sibi in mentera an conduceret tyrannidem omittere et 20 
omnem potestatem annuis consulibus et senatui rem pu- 
blicam reddere; in qua re diversae sententiae consultos 
habuit Maecenatem et Agrippara. Agrippa enim utile sibi 
fore etiam si honestum non esset relinquere tyrannidem 
longa oratione contendit; quod Maecenas dehortari magno- 25 
pere conabatur. Quare Augusti animus et bine ferebatur 
et illinc: erant enim diversae sententiae variis rationibus 
firmatae. Rogavit igitur Maronem an conferat privato ho- 
mini se in sua re publica tyrannum facere. Omnibus ferme, 
inquit, rem publicam occupantibus molesta ipsa tyrannis 30 
fuit et civibus, quia uecessarium erat propter odia subdi- 
torum aut eorum iniustitiam magna suspitione magnoque 



2 varium mnltiplexque B \ 3 dignosceret E \ invenire B 
5 salìbisque L \ 6 ille saepe E \ 8 et tamen etiam si suam Zi, et cau- 
sam etiam suam si linguam E \ 9 nequiret E \ 10 facit B \ 12 di- 
vitissime L \ li tum B \ Caesar inquit E \ 16 nisi cum aut i2, nisi 
quom E \ 19 omnium om, R \ 26 fatebatur B \ 29 facere. Tum ille: 
omnibus E 1 31 necesse E, 




2U S. SABBA D INI 

timore vivere; sed ai civea instnm aliqaem scirent, qaem 
amarent [jlarimum. civitati id ntile foret, si ia eo uno 
omnis potestas esset. Qaare et iastitìam, qao modo facts, 
omnibus in futamm nulla hominam facta compositioud 
5 distribnes, <ìominari te et tibi conducet et orbi: benivo- 
lentìam etsìin ita omninm habes, nt deam te et adorent 
et credant. Eiu3 Bentanttam aecatns Caesar principatnm. 
tenuit. Auilivit a Silone praecepta Epicori, coias doctrinae 
socium babuit \ ria diversorum pbilosophtH 

10 rum opiDiones h isso de animo maxima vi- 

deatur, ipse fait im Platonta s^ntentias om- 

nibus aliis praet 



Ibria Boii om. li | Il ipoe 



il 



Vita di Vebgilio di Sicco Poles' 
(seconda edizione). 



Della vita di VergiUo del Polenton ci sono pervenute 
due edizioni: la prima contenuta nell'unico cod. Eiccar- 
diano 121 cart, sec. XV, la seconda trasmessa da più co- 
dici, dei quali ho scelto l'Ambrosiano G 62 ìnf- cart. sec. XV, 
anepigrafo, e il Trivulziano 81-^ menibr. sec. XV, col titolo 
f. 3" Siccunis Polentoni viri clariesini Vitcìe scriplorum illu- 
ttrium latine linguai e in fine la sottoscrizione : M ecce xxxvi. 
Sicconis Polentoni viri clarifsimi Vitae scrijilorum illustrìum 
latinae Hnguae Uber octaviis decimus et ultimiis foeliciter ex- 
plìcit dea gratias. loannea bajittsta Sj'ada de Interamna scriptor 
extitit. 

La prima edizione dell'opera del Polenton si arresta 
al principio del libro VII. 

Reco il testo integro della seconda edizione; della prima 
solo l'introduzione e in nota alcuni altri passi. Per l'or- 
tografìa mi attengo in massima al cod. Trivulziano. 



BIOGRAFIE DI VERGILIO. 

R = cod. Eiccardiano 121. 

A = cod. Ambrosiano Gr 62 inf. 

T = cod. Trivulziano 816. 



215 



R (f. 25) 

Mater qnidem Maya, pater Vir- 
gilius, ipso autem Publius no- 
mine principali dicti. Pater aetate 
prima fìctilia fecit, inde viatoris 
mercenarius, mox prò aspectu bo- 
no et solertia gener iactiis est. Di- 
ligentior hinc singulari quadam 
industria in emendis silvis et 
tractandis apibus egregie quas 
apud socerum invenLsset opes au- 
zit; fortuna denìque meliori usus 
ao ditior passim factus Virgilium, 
quem iam haberet fìlium, puerum 
litteris erudiendum dedit. 

Natus est Maro idibus octobris 
(id fuit paulum post dominatum 
Silae, parum ante natos Catone m 
Uticensem et Oratium Venusi- 
num, conditae autem urbis tunc 
annus erat Vie LXXXI) Gn. Pom- 
peio Magno et M. Luoio Crasso 
primum consulibus. Nec sine 
praesagio, ut de maximis futuris 
viris haberi solet, nativitas Ma- 
ronis data. Quippo gravi dae ma- 
tri per quieteni visum se ramum 
lauri parere^ qui satus mox ve- 
bementer excresceret pomaque ac 
floros varios et delectabiles ede- 
ret. Haeo somnio per noctem. Die 
autem sequenti, ut solent rustica 



A T 

§ 1. Parentes igitur Maro ha- 
buit rusticos *). Fictilia pater fecit 
primum, deinde viatoris merce- 
narius atque tandem bono quo- 
dam prò aspectu ingenio solertia 
gener factus est. Mercaturam egit 
deinde; sed felicior in emendis 
silvis et tractandis apibus quas 
apud socerum invenit fortunas 
auxit. Patri nomen Yirgilius, ma- 
tri Maia fuit; ipse vero P. Virgi- 
li us Maro appellatus est. 



§ 2. Nascitur Maro haud mul; 
tum post tempora dominatus Sil- 
lae idibus octobris Cn. Pompeio et 
L. Crasso consulibus. Annus erat 
tunc ab urbe condita Vl^' LXXXI. 
Nec sine praesagio natus est Ma- 
ro noster. Quippe gravidae matri 
per quietem visum se i) parere 
lauri ramum, qui mox vehemen- 
ter excresceret pomaque ac flores 
varios et delectabiles ederet. Haec 
somnio per noctem visa. Die au- 
tem qui eam secutus est noctem, 
ut solent rustica re soliciti, in 
agrum summo diluculo vìr et 
uxor profecti sunt. Veuter forte 
maturus erat atque ita maturus, 



<) sese A, 

*) R f. 24. * Macrobius vir multarum litterarum et facundie non 
ieiune in eo libro qui est de Saturnalibus inscriptus . . . isto de poeta 
verba facturus Venetum ipsum ac rusticanum vocat (V 2, 1) ; habetur 
eadem apud Servium sententia; ncque vero est omnium quisquam 
qui usquam sit hac de re loquutus qui non assenciat viro huic . . . 
fuisse et faciem et parentes penitissime rusticanos \ 



•216 

profeoti s 
patenti i) 







fcs 



:tyi- forte matu- 
V inntnrus, quoil 
Il parerà prope 
it paeae ìa su- 
,aod=.m.) ibi 
liji:u9 easat) at- 
nte hors, mariti 
aitata prassi - 



Bgressus vugitu. 



quod pateati in agri 

ia via parere prope ci 

tnarilì anxilio secesaìc proximam 

ia fnasain ; nulla erat ibi casa, 

Dullum tugurium, aullua idoneus 

magia locue, omnia caelo et terra 

patebant. Denique pneriiiii uf- 

geata bora, mariti solum et ua- 

turao adiiita gufirngio, enixa est, 

TnfiiQs raro utero egressus vagi- 

n, ut soUnl nasceotes pueri, 

Inm dedit, seti facie laetus, 

batum aetas pateretur, edocuit 

kntua futurua vir ac poeta e s- 

im loviata partii 



ulec 






non quidem 


omnia 




gentiuin ritus exlgeret, quo 


ruu, re ipsa 


era, u, 




000 orat uatus paer, sevit. ìa 


riÌ9 regio e a 


aolera 




US mirum in raodum ao prope 


loco <quoi [latuaass 




to cresoeaa ia arborem se ve- 


virgam eevit. 


qnae .-. 




bus etiam ao >| maximls adae- 


veteribiis ac 


naximis adaequata 


quavit. Ea rea iu admiratioaem 


est. Ees liaec 


summam ia reli- 


atque religionem ai3B0 ducta est, 


gionom ducta 


at^ue ita ducta, 


ut eam Virgilio couseorarent et 


i]uud arborem 


ipsam Virgilio di- 


quaepraegnantes (essent quaeve) 


carini oouss 


rarintque. Matrca 


peperissent ad eam colendatn qua- 


nutem tanta 


veneratione colue- 


si diviuum ad auinen pergerant 


runt, utquae 
gnantes eaaen 


enixaequaevepvae- 
t ad eara veliitidi- 


ac vota darent. 


vinum ad nu 


men ritu gsutiura 




vota darent. 









§ 3. Maro autom apiid parentes in villa lune Andes '), 
postea Pletulae appellata *), educatur puer. Rus est illud 
ilantuano iu agro et Mantuae civitati propinqunm. Man- 
tuam vero antiqnam esse in terra Italiae civitatem et flu- 
mìni Pado vicinam eanderaqne ab Oeno Tuscì amuis et 



1) parenti /; | ') causa fl | J) et it | ») Andos A T. 
') Il f. 25 ' Natila poeta Maro est in villa que civitati proxima 
■■ Andes, postea vero atque in presencia Pletnle dieta est'. 



BIOQRAFIB DI VBRGILIO. 217 

fatidicae Mantos ^) filio conditam ^) ac Mantuam e matris 
nomine appellatam, sententia multorum est *). Qui vero 
haeo diligentius investigante Oenum Mantuae conditorem 
fatentnr, filium aatem Tusoi amuis et fatidicae Mantos 
negant. At vero ob eam rem a poeta Virgilio ' fatidicae 
Mantos et Tusci amnis filium ' {Aen. X 199) appellatum 
dicunt, quod gente tuscus esset Oenus polleretque divinandi 
arte, quam Qraeci mantiam appellarent. Nostram vero ad 
rem illud constat, Mantuam Etruscorum esse coloniam ean- 
demque ab Oeno Etrusco deductam ante bellum Troianum 
esse *). 

§ 4. Qua vero in provincia est, eam nunc Lombardiam, 
sed tunc Venetiam appellabant. Ita enim erat apud veteres 
Italia provinciis distributa, ut quae hoc in angulo est pro- 
vincia, ea quondam Venetia vocaretur, quod Antenorem 
ducem eversa Troia secuti qui e Paflagonia venerant, Eneti 
primum, deinde Veneti vocarentur nomine: gens prisca 
quae ista tenerent loca Euganei appellati (Liv. I 1, 2-3). 
Histriam quidera et quicquid est agri et urbium Adria- 
ticum ad mare atque deinde in Aduam usque flumen pro- 
vinciae huius longitudo capiebat; latitudo vero flumen Pa- 
dum amplectens, se ad montes usque qui Alemanos ab Italia 
dirimnnt extendebat. 

§ 6. Mantuam vero fuisse provinciae Venetae, ut re- 
liquos taceam, et Servius (p. 1, 4 Thilo) egregius Maronis 
interpres **) et Macrobius non ieiunus auctor in eo libro 
qui Saturnalium est inscriptus tradit. Padum quoque Ve- 
netae dicionis esse solere refert Lucanus bellum scribens 
civile verbis istis: ' Sic Veneto stagnante Pado ' (IV 134). 
Eefert item quem amatorios inter poetas nominavi Pro- 



*) ab Oetono Tiberis et fatidice Mancos A | «) appellatam con- 
stat A I ») Qui vero haeo — Troianum esse om. A. 

*) ^ f. 24 * Octonus enim Tiberis et fatidice Mantos filius tenus 
Padum in terra Italie civitatem condidit '. | *») i? f. 24 ' hanc (Man- 
tuam) esse in provincia Venetie veteres omnes dicunt, hoc namque 
Servius, hoc Ysidorus, hoc et Pliniii.^ '. . ,; f. 26 ' Mantuam item esse 
regionis Venetie civitatem Servius poeto nostri diligentissimus in- 
terpres scribit * . 



218 R. f*ABBADim 

pertius 3uam ad Ciathiam ita ecribens: ' Tarn malta illa 
meo divisa est milìa leoto Quantum Hipanis ') Veneto dia- 
sidet Eridano ' (I 12, 3-4). Casibua autem varila, uti sunfc 
mutabilia quaeque, eo ventum est ut provinciae huius et 
nomeu et toruiini mutati sunt; quod autem provinciae 
huius ') vetug Holeret nomea esse, id teuet modo intimo 
in ainu Adriatici maria sita urbs senatu opibus dominata 
pollens: en (jiiidem Venetiae plurali numero appellatur. 
Alteram vero '] T ' • ■ ^ ^jjj^ proviuciam esse q^naa 

Venetia *) vocart morant quidam; haecBri- 

taniam prospecta, et. lulins Cassar ■) ipsam 

qiiod terra ') ma ■giveraarì auderet, se do- 

muiaae suia in 0' morat (III 8-16). 

§ 6- Ceterun taa idonea Virgilium pae- 

rum pater iam d 'Ì8 erudiendum dedit. Cre- 

monae prima egi ; togam etiam virilera ut 

mos erat gentiun 'ogam vero vestem illam 

veterea appellabai. ar ac longa vestea alias 

tegeret eandemque togam a tegendo dici Noniua Marcellus 
acribena de proprietate verborum tradìt (p. 406 Mercierj. 
Utebaiitnr ea Romani civea, praesertim qui versabantur in 
foro ac periti erant; mulieribus quoque uti genere Ìlio ve- 
stimenti licebat. Annoa aeptem ao deeem agebat Maro cum 
togam sumpsit: tum forte iterum qui fuerant cum nasce- 
retur consule.s Gn. Pompeiua et L. Crasaus erant; quo 
autem die toga est a JLarone sumpta, eodem Lucretiiia qui 
esset poeta excellens vita defunctus est '). 

§ 7. Eruditior tandem factua Maro Cremona Medio- 
lanum, IMediolano Romam, Roma NeapoUm perquirens stu- 

') Hispaiiia .1 /? [ ') et, nomeii — provinciae huius olii. A \ ') quo- 
que A I 1) Veuetio T | ■>) iu terra T. 

') fi f. 2-1 ' hos istosaiiiìio GuUos Britonaa in presoncia vocitari. . . 
Testimonio Iiillii Celai et Triinquilli utar ' . . . [lui. 25). | '') fi f. 25' 
' studia iitterttvum Cremoiio priinum egit '. | ') fi f. 25' ' togam 
etiam vtrileni ibi sumpsit septimum ac decimum annulli natua. Id 
autem evenit forte quod anno ilio coiisules Pompeiua tt Crassus. qui 
etiam cum nasooretur, easent. Omen ut, et optimum omen, acceptum, 
quod Lucrutius . , . obiret morteni ipso die. Amatorio hic pooulo 



BIOGRAFIE DI VRRGILIO. 219 

dia profectus est ■). Annos quattuor ante bellum quod ci- 
vile IuIìqs Caesar cum Pompeio gessit, Romam venit. In 
stndiis autem «) litterarnm operam liberalibus artibus sed 
praeoipue mathematicis ac medicinae dedit ^) ; rei quoque 
oratoriae ac poesi ardeiitissime studuit. Dicendi quidem 
artem et metro et prosa in omni genere mirabili quodam 
ingenio diligentia cognitione amplexus est; causam vero 
ut solerent qui periti oratores essent in foro egit modo 
unam; nec illam quidem multa cum gratia habuit **) quod, 
etsi quae dicendi essent instituta omnia artemque omnem 
eloquentiae quantum uUus posset et studio et ingenio per- 
cepisset, ei tamen obstaret natura atque ita obstaret, ut 
nihii oratione soluta gratum satis audientibus diceret: 
quippe sibi non vox, non dictio serviebat; gestus denique 
nuUus accommodatus erat. Poetica vero in re confessione 
omnium excelluit cunctos. Natus enim atque formatus ipsa 
a natura ad poesim videbatur; inerat quoque sibi delecta- 
tio *) quaedam summa faciendi metri; artem vero ita erat 
assecutus, ut nihil ei deesset quod vel tradi ullo perito a 
magistro vel colligi «) ullo a iuvene docili ac studioso 
posset. 

§ 8. Versus ab eo facti per adolescentiam ^) cum io- 
oandi tum exercendi ingenii causa ferun tur multi; habentur 
etiam nonnulli qui ingrati *) sunt audientibus et quadam 



I) autem om, A \ «) delectio A \ «) colli A | *) grati T, 
^) B £. 20" * toga sumpta . . . Mediolanum primo, inde Romam . . . 
postea Neapolìm profectus est '. | ^) R £. 25^ ' In studiis autem lit- 
terarum multum opere (ope cod.) ac diligentie artibus omnibus libe- 
rali homine dignis sed precipue mathematicis ac medicine dedit '. | 
«) i? f. 25^ * Oratorie autem causam (oam cod.) ut solerent docti unam 
modo egit eamque gestu voce dictione non uti optasset multum 
grata acceptaque ' . . . | <*) jK f. 26 ' Versus plurique ab eo per ado- 
lescentiam scripti memorantur, habentur et nonnulli. Duobus eque 
versibus disticon de Culice et de Ballista fecit... (Versus sunt) de 
Ludo XII, de monosillabis Est et Non disceptatio versi bus quinque 
ac viginti scripta; de Viro bono ac sapiente sex ac viginti, de Copa 
sirisca octo et triginta, de Kosis unum et quinquaginta, de Moreto 
centum et viginti tres versus fecit ; de Priapo (priamo cod.) li ber 
unus est; de Ethna monte siculo etiam scripsisse creditur '. 



eìus prò memoiia ao reverentia conservantur. Generia hnins 
in Balistam, qui magìster ludi ob infamiam latrocinìoram 
lapidibua obrntua esaet, diaticon fecit: ' Monto sub hoo 
lapidimi tegit.ur Balista sepultus. Noote dia tutum carpe 
viator iter '. Ciilioi quoque, qui pastorem ce a serpeuto 
dormiens laederetur aculeo excitagaet, disticou scripait: 
' Parve ciilex, pecudum custos tibi tale merenti Fnneris 
officium vitan prò munere reddo '. Versus praeterea feoìt 
de Ludo XII, de Eat et Non ' quinque et 

vigiliti; de Viro te sex et XS; de Copa 

Siriaca Vili et '. unum et L; de Moreto 

CXXIII; de Pri lb; de Ethna monte aioalo 

versus etiam acr 

§ 9. Velvia oa Maro affixit versus'): 

' Nocte phiit to ctacula mane. Commune 

ìmperium cum 1 et \ Tarn quidem sopita 

triumvirali peate iugustus, Auctorem ^ero, 

quod sine nomme _ : laudes contiuerent Octa- 

viani, cum perqiiireret Caesar, m falso poetariim e turba 
quidam Bacillus nomine appellatus professus est atque ob 
eam rem et landes ' ) et dona suacepit. Erat hic poeta quidem, 
sed liaudquaquam aniplius quam mediocres inter poetaa 
habendus. Maro autem id tulit aegre atque valvis iisdem 
repetitum quater hoc principium versus: ' Sic vos non 
vobia ' inscripsit, neque vero bis patefecit nomen. Qui au- 
tem suos esse istos profiteretur atque compleret, Augnato 
multnra ac din perquireute, inventua est nemo. Tum Maro 
nomen apposuit ') sunm atque subiunxit: ' Hoa ego ver- 
aiculos feci, tulit alter honorem. Sic vos non vobia nidi- 
ficatia avea. Sic ■') vos non vobis veliera fertis oves. Sic 
vos non vobis mellificatis apea. Sic vos non vobis fertia 
aratra boves. luppiter in coelìs, Caesar regit omnia mundo '■ 
Proinde Bacillus mnltam in ignominiam ac odiura incidit, 
quod falao nomen siium quos dixi versibus inscripsisaet; 



1/ et laudes om. A \ ») apposuit nomen A \ >) Sic vos — ; 
") li f. 26 in luogo di questo racconto, ha il semplìc 
■SU3 etiam in surripieutein sua odo sunt '. 



BIOGBAFIB DI VBBGILIO. 221 

qui autem verus esset auctor Maro a cunctis atque ipso a 
Caesare summe laudatus est. Haec atque alia ladibunde ab 
60 per risum et iocum scripta feruntur. Materiam vero 
amplioris dignitatis aggressus, priraum canere regum bella 
coepit*): ea tamen in re non perseveravit multum. 

§ 10. Interea vero dum versaretnr in litteris, Cremo- 
nensem agrum Octavianus dedit militibus veteranis, quod 
eorutn opera esset apnd Mutinam et fusus et fugatus An- 
tonias. Homana erat tiinc colonia Cremona. Ea quidom 
simul et Placentia Gallorum in odium quo anno secundum 
bellum Punicum oriebatur deductae sunt (Liv. XXI 26). 
Missi autem qui militibus datum a Caesare agrum aequo 
iure dividerent triumviri, cura Cremonensis non sufficeret, 
Mantuanum cohaerentem finibus adiecerunt. Tum vero qui 
Maronis erat Mantuano in agro relictus sibi a patre fundus, 
Arrio datus est. Ductabat ordines iste et militum fortunae 
humilioris caput erat. Maro igitur animo aeger quod, se 
innocuo, qui esset ager suus quasi praeda hostilis militi 
datus esset neo apud triumviros remedium inveniret, con- 
fugit Romam. Amicorum ibi favore litteras impetravit, 
quibus ademptum sibi fundum restitui iuberet Caesar. Has 
ferens litteras magna cum spe recuperandi agri Mantuam 
rediit; sed contempsit litteras miles atque poetam sua in- 
stantius repetentem aggressus interfecisset, ni pede celeri 
fugiens Minoium flumen proximum enatasset **). Neque vero 
Maronem occidere difficile erat, quod ille miles assuetus 
armis, hio togatus atque inermis esset, neo res lingua sed 
manibus et gladio ageretur. Praedium quidem miles datum 
sibi ut praemium virtuti ac fidei suae debitum tuebatur, 
Maro autem quod suum esset hereditario iure ac litteris 
Caesaris repetebat. 

*) i2 f. 26 ' Deinde amplioris elegantie ac dignitatis materiam 
aggressus, oanere primum regum bella cepit. Cuiusmodi autem reges 
hi essent neque memorai ipse dare neque auctor ullus et veterum 
ac doctorum non dubius est; fuisse illos plurique Albanos sunt, 
quidam Romanos, coniectati *... | ^) i2 f. 26^ ' Miles autem nichili 
fecit has litteras atque poetam instancius sua repetentem interemis- 
set, ni pede celeri fugiens Mincium flumen proximum enatasset ' . 



§ 11. lu aotatem iam creverat Maro: nempe annos 
tum ferme octo et XX agebat '); eed yirtus sua illum in 
diem cognita ])!nicis erat: deniqiie litterae quae favereot 
sibi nihili factue sunt. Proinde reversus ad Oaesarera ite- 
rum qui ader:iiit amicos faventes ac ') propitios habnit. 
Favit nauque sibi C. Maecenas, favit Corneliua Gallus, favit 
Asinius Pollio, favit Varrus *): erant hi priraarii apud Cae- 
garem omiies et poetato quautis poteraut laudìbus extolle- 

bant. Denique far' — --"■ *- 1 benivolentia et favore, 

quod minila arma Jaerunt, Demptoa quidem 

auos recepit 8grc deinde Caesari oognìtua 

brevi singularem entiam et familiaritatem 

venit. Octaviatmi matosque habuisae Virgi- 

lium tradit Sex. n& 1). Erat quidem Octa- 

viartus iu litterie ^riis ac metris faciendis 

haiid mediocriter as enim coluit *) summe 

afcque beuiguus e ir omnes fuit. Quipps au- 

peravit cHuctos "1 do •) atque ita snperavit, 

ut 6ÌU9 favore gratia praemio snos per dies excitata iugenia 
atque floruisse poetarura studia videantnr (Suet. Aug. 89). 

§ 12. Maro igitur huiua ad benefìcii gratiam refereudam 
excolendamque memoria sempiterna quicquam scribere di- 
guum poetae ') ac viro grato constituit. Tum quidera ro- 
gatus a Pollione qui amicus eius ac vìr peritus esset canere 
pastoria coepit: annoa ìsta in re scribenda tres consumpsit. 
Scriptae ab eo quae habentur eglogae decem siint. Imitatus 
est Theocritum Syracusauum '), qui mirabilis hoc in genere 
apud Graecos poeta fuit ''). Res nanque pastoricia est, sed 



ot r I >) caluit r I 1) i 
sium A. 



.ade Mai 



■ ^ r i .) porte A I •) S 



') R f. 21" ' . . . annomm enim octo et vigiliti eti^m Servius 
{Ecì. prooem. p. 3, 20 Thilo) et commentatores relìquì Buccolica ce- 
ciuisse feruDt '. | *>) fl f. 26' ' Adorat fautor albi ante alios Mecenaa, 
aderat Coruelius GalIus, aderat AainiuB Polio, aderat Varrua Qain- 
tiliu:^ '. [ e) Il i. 2G'' ' OctavianuB quidera erga littoratos viros qui 
poeta presertim esgent omnium priaciparo facile bonigniBsìmua fuit 
princeps ; et ceteroa omnos qui sunt qui fueritat qui erunt in hoc 
genere luunanitatis virtute sapientia gloria auperavit '. \ '^) H f- 26" 
' sicut par erat et diguum poeta ac grata viro . . . rogatua ast ... a 



BIOORAFIR DI YBRGILIO. 223 

tantum sanguinìs ac nervorum habet, quod in ea tractanda 
multum gratiae assequi perrari possint. Virgilius autem 
hoc in genere quemadmodum in ceteris facile omnium iu- 
dicio apud Latinos princeps fuit: tantum enim et laudis 
et gloriae prò mirabili suo ingenio et studio assecutus est, 
quod Buccolica sua et domi a studiosis rerum istarum pe- 
ritisque a magistris summa prò excellentia celebrata et 
foris apud populum more gentium in scena per cantores 
habitu, ut solerenty pastorio saepius ac multo cum plausu 
recensita et decantata sint. Cicero quoque eloquentiae ro- 
manae princeps atque iam senex eglogam illam quae ad 
Varrum est et ' Prima Syracusio ' incipit cum in theatro 
cantaretur audivit et admiratus metri elegantiam et digni- 
tatem rei perquisivit auctoris nomen obstupensque vehe- 
menter bis tandem verbis poetae laudandi causa usus est: 
' Magnae spes altera Romae ' *). Quae suam ad laudem 
tanto a viro dieta ne oblivione perirent Virgilius postea 
ultimo Aeneidis libro ad personam Ascanii referens, ut 
scribit Servius, memoriae sempiternae dedit versu isto: 'Et 
puer Ascanius magnae spes altera Eomae ' (Aen, XII 168). 
§ 13. Sed *) quae sunt a me dieta veteranis de mili- 
tibus Cremonensi donatis agro quod Mutinensi bello rem 
bene gessissent, ea Donatus et Servius duo grammatici 
illustres ac summi fuisse bello Philippensi scribunt: hac 
enim de re utrumque ita locutum invenio, ut post Philip- 
pense bellum scripta esse a Marone Buccolica videantur. 
Quod adeo est vero contrarium ^), ut vel non laudatum, 

Polione . . . rem . . . pastoriam canere ' . . . ; f. 27 * Buccolicum autem 
opus hoc aggressus triennio porfecit imitatus Teocritum Siracusium \ 

1) et r. 

•) J2 f. 27 ' ... et foris ad populum more gentium in scena per 
cantores habi tu, utsolercnt, pastorio, saepius ac multo cum plausu re- 
censita et decantata sint. . . Cicero quoque . . . oglogam illam quae * Prima 
Siracusio ' incipit cum in teatro cantaretur audivit et . . . tandem 
verbis his cum sui tum poeta laudandi causa usus est: ' magne spes 
altera Rome \.. Hoc enim Servius (Ed. VI 11) et qui veteres sunt 
huius poete commentatores tradunt '. \^) li f.21 * Verum enim vero 
satis solco mecum admirari esse miuus (nimis cod.) vero a plerisque 
dictum, presertim a Servio qui doctus est (esse cod,) vir et ante alios 



224 R. SABBADINI 

ut tradunt, a Cicerone Virgilium vel agro donatos milites 
re beue gesta, nt dixi, bello Mutiaenai proraue oporteat : 
altero «iniin stante, mere alteruin neoesse est. Equidem 
ista non crimìnandi eos, qui grammatici optimi ac periti 
essenti causa lalienum hoc esse a me velira), sed memo- 
randi veri ac venia cum bona dìcam. Quippe nemo est qui 
nusquam erret; tritum quidam est proverbinra, neminem 
omnium pergeutium ire adeo jìrudentem qiiin longo itinere 
caespitet usquai 

§ 14. Sed I anu, ne dixisse ista per oa- 

lumniam aut aoi , Octavianum gessiase bella 

ordine isto quii , Philippense, Perueinam, 

Siculura, Achaii uitlus (Atiff. 9) et qui An- 

gusti gesta seri s una voce uno testimonio 

uno consenaiL 1 im igitur omnium bellum 

fuiase Miitineni controversia nulla est. Id 

funesta trinmvi secnta est: tum quidem rea 

publiea eversa j 'oscriptorura ei^positae ta- 

bulae, tum qui erat optimatum princeps recnperandaeqne 
libertatis consilinm ac spea una, Cicero, occiaus est. Itur 
deinde Philippense ad bellum, quo Brutus et Cassìus vieti 
atque occisi sunt. Eeliqua tacco quae deinde bella geasit 
Octavius, quod ea nostrum ad institutum nihil attineant. 
Quae autem memoravi de pugna Mutinensi, de peste trium- 
virali, de bello Philippensi, ideo memoravi quod ea impos- 
sibile doceant esse ipso temporum ordine Ciceronem, qui 
ante bellum Philippense obisset diem, laudare quae postea 
scripserit Virgilius potuisse. Atquo itlud Cicero hoc ad pro- 
positnm in epistolis raemorat, ob rem bene gestam Muti- 
nensi ') pugna senatum decrevisse ut qui veteranorum mi- 
litum ea cecidissent pugna, hi perpetuam ad laudem sepe- 

poete huius copiosus vite scriptor et accuratus interpres, Maronem 
cooiniaso Buccolica reoeptis agris, qui bello Philippenai facto dempti 
easent ac mililibus veterania dati '. 

I) uusi]uain esae A, om. T | ") leggi Aoliae«m. ] >) illud — Mu- 
tinensi om. A. 

') li f. '27' ' ...neque vero parum adiumeuti et Sdei prebet 
L. Florua '... (IV i). 



BIOGRAFIE DI VERGILIO. 225 

• 

lirentur de publico; qui vero superessent vivi, hi donarentur 
agro. Adest quoque Maronis aetas: se quidem, cum audax 
sibi iuventas esset, (Geo. IV 566) soripsisse Eglogas refert; 
bello autem Philippensi haud iuvenis, sed vir maturus, 
annos iam natus duos et XXX erat. 

§ 15. Clarius igitur sole constai (nec impugnari quan- 
tnm existimo re ulla potest si ordinem attendimus rerum): 
veteranos milites tum donatos agro cum apud Mutinam rem 
bene gessissent; Maronem deinde restituto sibi qui erat 
demptus fundo scripsìsse Buccolica; Ciceronem postea, 
quam ^ audivit Maronis eglogam collaudasse. Haec quidem 
si Mutinense referuntur ad bellum, sine scopulo in quam 
dixi sententiam suis pedibus eunt; sin Philippense ad bellum 
referre placet, id sustineri, si fas est dicere, praesidio nullo 
potest, quod Maronis egloga sit a Cicerone laudata. Proinde 
id unum stabile et firmum manet, si Maronis eglogam lau- 
datam a Cicerone fatemur, ut bellum id fuisse haudqua- 
quam Philippense sed Mutinense dicamus. Neque vero ab 
his dissentio prorsus, qui cum certus inter eglogas ordo sit 
nullus, primam omnium scriptam ab eo ' Prima Syraousio ' 
(VI) esse putant. 

§ 16. Sed iam tandem ad reliqua transeamus. Absolutis 
igitur Buccolicis, quae his de rebus tractant quibus de loqui 
boum custodes et pastores solent, Maro ad Georgica venit. 
Nomen id e graeco sumptum rem agrariam denotat nec 
oolendi modo agri opus hoc sed arborum etiam pecorumque 
et apum rationem tradit. Hac in re Maro imitatur Hesio- 
dum graecum utique poetam antiquumque atque ilio in ge- 
nere excellentem ; sed quod ille uno libro, hic qnattnor 
explicavit. Hi sunt ad 0. Maecenatem inscripti; nam, ut 
memoravi, hunc virum ob beneficium restituii fundi sin- 
gularì benivolentia coluit. Septennium operi huic perfi- 
ciendo Maro dedit; in eo vero delimando hac lege usus 
fertur *), quod versus uti venirent ad buccam quam multo» 



t) quoniam T, 

*) R f. 27 "" ' . . . hortatu Meoenatis . . . Georgica scripsit ' . . .^ 
£ 28 ' in quibus perficiendis Esiodum illum ornatissimum et vetu- 

Studi itaU di filol, data, XV. 16 



mane colligeret, deinde per dieni retraotaret illoa reeoqne- 
retque siugulatim atque, ut dicere solebat ipse, lambendo 
ursino moi^e oinni oum ingenio arte studio paucissimos ad 
versus dignamL|iia ac delineatam ad formam effingeret. 

§ 17. Opus kl perfectum recitavit Augu.sto: ipsiim enim 
avide audiebat Caesar; fesso ') autem interdum Virgilio 
(nam continuum quatriduum recitavit) aliquaudo succedebat 
Maecenas. Tum est tanta varietas in pronuntiaado visa, at 
opus handquaijiiAr "" ' " id esse ferme quod reci- 

taret Maro, uliud ,s audientibna videretur. 

Enim vero quae ea mira Qum delectatìone 

et auribus attenti liebant ; pronuntiabat qui- 

dein Yirgiltus cui suavitato quadam ; Mae- 

cenas vero cum i loiperet, etsi epectatus vtr 

alioquin ac doctur lan acerbe adcoque insulae 

ac inepte legebat .ret ipse ea nullo sale con- 

dita sed muta =) ( mia vìdereutur, 

§ 18. Postremo a Aeneidam omnium maxi- 

mura ac pulclierrimum opus gratumque et acceptum Au- 
gusto coepit, Primum rem omnem soluta oratione compo- 
auit, deinde in metriim vertit ''); idque artifìcio tanto per- 
fecit, quod in eo ut dici solet et agni peditant et camelli 
natant. Caeaarum enim aspectu primo origiuem et laudes 



stissimum apud Grecos i)oetaiii iiiiitatua est atqiie septei 
lioravit idque in delimando non tomere ueque iuoousnlte (consulte corf.) 
obstìrvttvit, quod niedìtatus quevis esset uti ad buccain,. . venirent... 
postea vero emeudarot sensim atque, ut dioere solebat ipse, lambendo 
lusino moro... elììngeret '. 

I) fessum T \ i) ac T. 

"j li f. 28 ' Opus tandem perfectum Augusto res suaa avide et 
multa cum delectatione audionti recitavit. Sed oum fesso interdum 
^ibi Mecenaa rìces legezidi susciperet, cognita cius vis pronuntiandt, 
inter utruraque ot varietas est; quod recitauto Virgilio que aurea 
.tudioutium quam maxime delectaiont.eadem logon te Mecenate, quam- 
vis erudito liomine ac spoetato, inauiii et muta viderentur, quod 
Maro cum louociaiis et suavitate quadam ac mira cum suavitato, 
Meconas vero insulse et iuepte pronunciaret '. . . [ '') Jl t. 28 ' . .. rem 
omnora soluta primum oratione coUegit disposuit scripsìt, poste* rero 
in metrura vertit '. 



BTOQRAFIB DI VERGILIO. 227 

ao <) gesta populi Bomani canit ; vernm si corticem palpas, 
ea snavìs est atque iocnnda; si medullam inspiois et piane 
degustas, ea piena optimi saporis et >) sapientiae magnae 
est; si eloquentiam tangis, ea tanta est, ut in poeta ora- 
torem esse cognoscas; si metri elegantiam dignitatemque 
consideras, hic ceteros qui latini sint poetas excellit; si 
denique omnia colligis, ipsum esse unum apud Latinos, ut 
est Homerus apud Graeoos, qui principotur ac poeta sit 
omni iure ac merito appellandus, vides. Scripti ab eo operis 
huius libri XII sunt; annos vero in eis perficiendis XI 
posuit *). 

§ 19. Ut vero coepit hoc opus idque amicis ut fieri 
solet videndum exhibuit, tanta eius increbuit fama, ut ipsum 
coelo ferme qui viderent omnes laudibus adaequarent. Multa 
sunt multis a doctis sane viris atque poetis summam eius 
ad laudem dieta. Propertius *") nanque qui poeta esset egre- 
gius et bonus index, ut praeteream ceteros, quid sentiret 
hoc isto de opere his versibus patefecit: ' Cedite Homani 
scriptores, cedite Grai. Nescio quid maius nascitur Iliade ' 
(II 34, 65-66). Erat quippe apud omnes visendi eius expec- 
tatio magna. Augustum vero mirabilis fama adeo inflam- 
mavit desiderio videndi, ut mediis e bellorum curis atque •) 
ìpsis e castris, nam gerebat tunc in Catambros **) bellum 
(Hispaniae populi isti sunt Pirineis montibus et Gallis vi- 
cini) litteras nunc precatorias nunc etiam, sed istas per 
iooum, minatorias scriberet, ut ad se quicquam coepti operis 
destinaret. Eesponsionum poetae ad Caesarem quae meas 
ad manus venit haec una est: ' P. Virgilius Maro Octa- 
viano Caesari salutem dicit. Ego vero frequentes a te lit- 
teras accipio. De Aenea quidem meo si me hercle iam di- 
gnum quid auribus haberem tuis libenter mitterem ; sed 
tanta incohata res est ut paone vitio mentis tantum opus 

i) et r I 1) ac ^ I •) ac T, 

•) jB f. 28 ' Neqne vero minus uno ac decem annis consumarlt * . | 
^') i2 f . 28 * Opus autem vix ceptum '. . . ; f. 28^' ' decantatum a Sexto 
Propertio *. . . | e) jB f. 28^* * Augustus ... ita inflammatus quod ipsa 
e Catambria . . . sepius ad eum scriberet litteras interdum precato- 
i:iaS| aliquando etiam per iocum minaces . . . \ 



ingreBsnn milii videar: cum praesertim uè sois alia ijnoqaa 
studia ad id opiia multoque potiora impartiar. Vale ' (KTa- 
orob. Sat. 124, 11). 

§ 20. Reverso autem Romani Augusto et multo desi- 
derio ac veluti gravida quadam voluntate petenti Virgilias, 
quanquara esse non satis purgata Tss suo videretiir indicio, 
tamen do dilTereado Caeaarì dispHceret lìbros tres "), ut 
potè secundum quartum sextum, ut scripti erant, o&Lendit 
legit recitiivit tal " '' te voce gestu, quod ubi 

illos ad versus, q a sexti ac memoratit Mar- 

cellum, veiiit qui » alius alium obstupentes 

ac lacrimosi cons uidein sunt omnes ad pie- 

tatem ad commisi otam oommoti, ut ne le- 

geret ampliua saej ixque flnem adesso dicenta 

ipso progredì pa rat forte Maroelli huins 

mater et Angusti ea cum recitarentnr illi 

versus: ' Ileu mi ; qua fata aspera ruiupas, 

Tu MarcLdlos eris lìlia plenis ', (VI 882-3) 

■ adeo capta est dulci recordatione nominis sui iocundissimi 
filii, qui ') adolescens optimae indolis et amplissìmae spei 
obisset diem, quod lacrimis ac dolore piena ut matres so- 
leut in terram exanimis procidit, uec sino raedicorum ausilio 
Consilio remedìo levata et reatitata est, Neque vero bene- 
ficii ingrata fait sed tanti fecit nomen filii eius esse ') me- 
moriae sempiternae datum, quod dena sextertìa prò siugulo 
versu ') dari dono •) poetae iuberet. Virgilius autem perraro 
apud amicos, atqne tunc illa modo de quibus ulla sibi esse 
dubietas videretur ut cuiusque audiret iudicium, recitavit. 

§ 21. Ceterum huius emendandi operis studio aecedere 
in Graeciam atque in Àsiam ire porgere statuit triennium- 
qoe alia de ') re nulla impedifciis delimandia modo bis libris 
dare, ut deinde quod vitae reliquum superesset, id totum phi- 
losopbiae otio quieti daret : iain enim senescebat Maro atque 

<) quod A [ «) eiufl om. T, esse om. A \ «) dono wn. 5" ] ») de 

*) JC f.28' ' Becitkvit Iibro9 tres, ntpote secuDdum tertium sertam'.| 
■i) R i. 28' ' commoti silentinm impetr&rent vìicque flnem Odesse di- 
cente ipso progredì paterentur '■!'') Manca questo paitioolare ia R. 



BIOQRAFIB DI YBRGILIO. 229 

nt solent senes rerum fastidio fatigatus otium liberum et 
tranqnillitatem animi perquirebat. Sed quae animo cogitas- 
aetj ea prope omnia, ut saepe mortalibus accidit, ilexerunt 
aliorsum fata. Quippe in Oraeoiam ex proposito navigans 
forte apnd Àthenas, quo primnm declinare statuerat, in 
Caesarem incidit : Oriente nanque domito Somam tnnc re- 
vertebatur Augustus. Maro igitnr ad eum, quod plenus vio- 
toriis princepsque orbis ac sibi familiaris esset, uti erat 
par, visendum salutandum congratulandum accessit; deni- 
que mutato Consilio, Eomam eo cum redire consti tuit. Ipsum 
quoque benigne excepit Augustus atque ipsius praesentia 
et colloquio delectatus, quod magnis semper de rebus et 
pulcherrimis loqueretur, regredi secum animo libens vidit. 
§ 22. Tum quidem quam maxime sol fervebat; bino 
enim vir iam aetate gravis nec bis caloribus assuetus apud 
Megaram (oppidum id Athenis proximum erat) letali morbo 
oorreptus est *). Neque vero navigationem intermisit sed 
perseverans dietim magis atque magis elanguit; denique 
Brundusium delatus eam in aegritudinem venerat, quod *) 
spes iam nulla salutis erat : paucos quidem ad dies vita de- 
functus est, Quippe mortem obiit Maro Brundusii XI kl. 
octobres Gn. Sextio Saturnino et Q. Luoretio Cinna con- 
sulibus *), anno imperii Octaviani post exactam triumvi- 
ralem pestem XII: quadriennium id fuit ante natam Yir- 
ginem beatam, quae Deo piena ac semper virgo verum deum 
et hominem peperit lesum Christum. Inde vero Neapolim 
delatus ad secundum lapidem via Puteolana sepultus est °). 
Monumento autem sunt hi versus inscripti : ' Mantua me 
genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope : cecini pa- 
scua rura duces \ 



*) quod om. T. 

°) B f. 29'' '... fervente sole... langore apud Megarum cor- 
reptiis est . . .'. | ^) i? f . 29' '. . . vix Brondusium seu, ut xnalunt alii, 
Tarentum applicuit^ deinde paucos ibi moratus dies excessit (acces- 
sit ood.) vita XI kal. octobrias annum agens tertium supra quinqua- 
giuta On. Sextio Saturnino et Q. Lucretio Cinna consulibus *. | 
«) B f. 29^ '. . . apud Neapolim ... ad lapidem secundum sepultus est 
Puteolana via *. 



230 R. 8ABBADI.NI 

§ 23. KdtìEilis aatem iu libria ordinem temporuin efc 
gravi et magno eossilio aectitus est Maro noster. Primum 
enim Buctiolica edidit, quod primi saeculi homines armenta 
curarent ueu delìoatis vescereutar cibia aeà ad esum nut <] 
feras caperout aut fractus arboriim glandem poma et huiu- 
smodi raliqua, quae terra produceret nitro, colligereat. 
Deìnde Georgiun soripsit, quod prescindere lerram aratro 
sererequfe ne pntare vitera industria homiomn postea di- 
dieit. Postremo ar*—" -""l'i" l.-Vw,Qdi agroa excitavit bella, 
quae iirbos ac re^ hinc enim sibì scribers 

Aeneidam animus 

§ 24, Yerum 
magna di^jceptatio 
rioulum traxit ree 
in Graeciam quasi 
Varrum obatrinxe 
delimato accideret 
igni corabnreret ■). 



3 buius ut vita exoessit 
a nanqud in litem ao pe- 
>Ì3 suae, quod proficìscens 
,6B&gam mentem haberet, 
quid adversi opere non 
linus purgatum haberet, 
im taioen ae id negaverat 
Varrus. Conteutionem hanc direrait Caesar; servari nanque 
iusait opus emendarique hac lege, ut qui Maronis essent 
familiarea ac poetae docti Varrus et Tucca nihil adderent, 
aliraderent modo ai qua esse superflua iudlcarent, Hao de 
re Sulpicii =) Carthagineusia poetae sunt versus isti; ' lus- 
serat haec rapidis aboteri carmina flammis Virgilius, phry- 
gium quao cecinere ducem. Tucca vetat Varrasque simul, 
tu maxime Caesar Non siuis et Latiae consulis historiae. 
Infelix gemino cecidit prope Pergaraon igni Efc prope est 
alio Troia cremata rogo '. Facti quoque a Nasone qui ha- 
bentur uonnulli atque ipso ab Augusto unua de viginti fe- 
rnntar versus. 

g 25. Servatum igitur est opus egregìum magnoque 
periculo ac ipso incendio liberatum. Additum vero nihil 



>ì ut AT \ <) suppliGii A r I 

'} /( f. 29' ' Rem iu periculiim ac lìtera ailduxit recordatìo 
Imitati^ eius, quod (eiusque cod.) proliciscena in Greciam quasi 
turi mali prosaga mente stricte pracatua easet Tuccam familiar 
suum ai! poelam tuuc egregium ac doctuai virum, si quid advt 
opero non deli^iiato eveciret, id presto 



BIOQRAFIB DI VERGI LIO. 231 

eat usquam nec qnidem qui diraidiati sunt versus ab his 
qui emendarent, Tuoca et Varrò, completi. Dempti vero e 
principio libri primi quatuor isti versus : ' Ille ego qui 
quondam gracili modulatus avena Carmen et egressus silvis 
vicina coegi Ut quamviar avido parerent arva colono Gra- 
tum opus agrioolis, at nunc horrentia Martis ' , ut qui ver- 
sus esset quintus ' Arma virumque cano ', is primus esse 
operis videatur. Ex libro item secundo qui erant post 
Priami mortem et occidendae Helenae *) consilium memo- 
rabant: tres quidem sunt versus supra XX dempti*). Or- 
dinem quoque librorum quidam ita commutatum putant, 
ut qui ab eo tertius constitutus esset, ipsum illum secun- 
dum ordine habeamus. Testamento autem isto de opere cavit 
nihil «) Virgilius. 

§ 26. Heredes vero fecit ex quadrante Augustum, ex 
uncia Maecenatem, ex sextante Tuccam et Varrum, ex se- 
misse Valerium Proculum uterinum fratrem, quod Virgilii 
patre mortuo iterum nupta mater hunc filium ex viro al- 
tero habuisset. Patrera vero oculis captum et quos fratres 
duos germanos haberet Silonem impuberem et Flaccum iam 
adultum unis prope diebus aetate iam grandis amiserat: 
Flaccum enim deflet egloga quinta Buccolicorum sub no- 
mine Daphnis. Opes autem cum paterna hereditate tum 
amicorum liberalitate ad centies sextertium habuit »). 

§ 27. Annos vixit duos et quinquaginta Maro •*). Do- 
mum habuit E>omae in Exquiliis iuxta ortos Maecenatis; 
raro tamen habitavit in urbe, plurimum Neapoli; saepe in 
agro Campano, aliquando in Sicilia obversatus est *"). Vi- 
tabat libens frequentias hominum, clientelas quoque ac loca 
celebria fugiebat; pergens autem ire per urbem, quoniam 

*) operis videatur — Hele (sic) om. A \ «) nichil cavit A \ s) ha- 
Duit om, T. 

•) i? f. 30 ' Quatuor namque ex principio libri primi versus 
dempti, ex libro autem secundo post Priami mortem versus tres et 
▼iginti abrasi...*. | ^) i? f. '29' *...anuum agens tertium supra 
quinquaginta...' | ^) i? f. 30 \ . . domus eius Home in Exquiliis 
iuxta ortos Mecenatis fuit . . . Raro tamen in urbe habitavit, ali- 
quando in Sicilia, sepius Campano in agro moratus est '. 



K. BABBADDII 



id eveniret raro, quasi sdmirabilis et dìvinas monstrabatnr 
digito; ipge vero ns mnltitodo Ipsnm videntiam hommum 
sequeretur, se in qtifts poterai nedes proximaa occnltabat*). 
Quippo arabitioDÌs avaritiae lavidiae ftiit expera. Versua 
alienos ctim recitari ') audiret àut laudabat summe aat 
vituperabat nutiquam, neqne vero AKtollebat se, si lauda- 
restur sui. Alieno se miriim io modum abstinuìt; bona 
quidem exnlis quaa nitro donare sibì An^ustua offerret, 
recusavit constan' ■>• • • -^ gji^j j^^^ licere habere 
quod iusto a dor let. Rerum aatem suaram 

erga omnes liber t enim Earìpidis e aen- 

tentia, omnia an nmunia. Proinde N^eapolì 

saepe obversaiis j Mt vita probatua appella- 

batur vulgo ''). ì obinimìcatus est paulnm 

qnod petenti sib' ad irrigandum praedinm, 

dare pertinacìus haac vero ob rem quasi 

magna lacessìtus omen quod Georgicomm 

secando ifii sorip^ tilem dives arat Capua et 

vicina Vesevo Nola iugo ', abrasit prorsua; ipsum autem 
ita reformavit versum, ut ' ora ' prò ' Nola ' commutato 
nomine babeamus. 

§ 28. Statura Virgilina magnila fuit, corpore grandis 
fuit, colore aubniger fuit, faciem habuit rusticanam. Vesa- 
bntur saepe valitndine varia''); stomaclnim quidem inter- 
dum, fauces atiquando, caput saepe dolebat, aanguinis etiam 
vomitum passua est. Cibi autem et vini modicus '), orani 
denique vita modestus ao temperatu9 fuit. Pluacnlum modo 
qnam liceret pronior in libidinem fertur; ex famulitio di- 



1} recitare A. 

*) lì f. 30' ' . . . ioterdam so proximag ìu odes occuUaret '. | 
^) R f. 30' ' . . et Neapoli (-ìis cod.) parthetnias (sic) Ldest probatus 
vita cogDomento vocatus eat neque vero avaritie minus quam ambi- 
cionia hostis. Bona quidam exulis quo donaru sibi Augustus offerret 
conatanter et animo magno repudiavit ' . . . | "j R {. 30 ' At vero 
irrigandi huiug (predii) causa Nolani gens popiilaris se virtutis ne- 
Boia roganti (riganti coil.) poetedareaquam noluem' . . . (Geli. VI20, 1).| 
') Ti f. aO' ' Color ei aquilioiia .... Valitiidine quidem vexatus (ve- 
eatus culi.) est sepe ' , . . \ ') R {. 30'' ' Cibi quoque ac vini modiouB '. 






BIOQRAFIB DI VBRQILIO. 28S 

lexit ante alios Cebetem et Alexandrum. Amasse istos qui- 
dam turpem ob lìbidinem, aliqui bonam ob indolem, uti 
Alcibiadem amavit Socrates, opinati sunt: nempe doctus 
erat uterqae, grammaticam enim Alexander, poeticam vero 
profitebatur Cebes^): Alexandrum enim sibi donatum a 
PoUione egloga secunda Alexim vocat. 

■ 

§ 29. In studiis quidem poetas nominis latini adeo 
excellit Maro, quod ilio ordine <) principetur cunctis atque 
singularem et *) summam ob excellentiam uti de Aristotele 
qui philosophum aut de Cicerone qui oratorem, ita ») de 
Virgilio loqui, qui poetam nominet, videatur. Eius tamen 
ad famam obscurandam tum ante tum postea quam obisset 
diem impetns multi facti; quippe non defuit quae in eum 
latraret ubique gliscens invidia **). Arguere quidam histo- 
riam, aliqui grammaticam reprehendere conati sunt; bis 
Buccolica, illis Qeorgica, aliis Aeneis displicet; collegit furta 
Macrobius, detexit vitia Servius. Ex Horaero ac poetis 
multis sumpsisse versus obiecerunt quidam; Maronem au- 
tem bis respondisse constat: cur assumere illi ex Homero 
versus non tentarent? futurum enim dicebat si experirentur, 
quod intelligerent difficilius esse versum Homero quam 
Herculi clavam eripere ''). Fuerunt etiam qui scripta eius 
ut sua mutato nomine ederent ; nec qui suus erat familiaris 
Varrus sibi arrogare quaedam abstinuit **). Centra vero 
poetae huius obtrectatores Asconius Pedianus scripsit. 

§ 30. Neque oblitus sum audiri solere qui hoc de poeta 
narrarent multa, quae sunt a nobis ideo praetermissa, quod 
esse illa centra dignitatem viri centra veritatem facti re- 



«) in genere A \ ^) in T \ i) ni T \ 

•) R f. 80^ * . . ex famulicio dilexit maxime Cebetem et Al- 
lexandrum, quod ante alios pneri aspectu et ingenio grati neo im- 
periti essent: profitebatur Cebes poetioam, AUexander gramaticam * ... 
*) jB f. 29 * fuerunt etiam qui virtuti eius ao glorie inviderent '. | 
e) R f. 29 *...quod difficilius eripere versum Homero quam Herculi 
clavam esyet '. ( ^) i? f. 29 '. .. is namque (Varrus) Thiestem trage- 
diam suam voluti factam a Marone inscripsit vulgavitque. Proba 
quoque . . . versus hoc isto nostro ex poeta tanto oum artificio et 
ratione collegit . . . *. 



basane ma^i 
ac feminr.:;:) 
hoc loco -al 




B. ajkBBADIXI 

-1 et obBOÌetis ■) plenft diotaqa« per fiibalw 
a? patom ■)■ Erit ') igitor da Virgilio dictom 



.)D 



>} ae abmletia A, et abs- T '. >) entt A , crai 



*; Il 1. j.r ' Publii Virgitìi Maranis mantuanì vita a pleriaqoB 
tra dÌL;rili.>te;n viri, coatra vdritatem r«i raagììs et obsoletia 
el- eoil. , r<:b i- per Eabolam, a eatarie vera taeta ibb^Ìb qoam 
s expli::ata Éi,'.. y ancia, Doa br«TÌtata illa non 

ineis fabatis deU in secus '. Questa eonaiders- 

le ael testo di S biograSa. 



CONSIDEI 



OHE E STOBICEE 



Deltiì trn anti.,..^ .....gio..c .ergilìanG quella di Probo 
restò del tutto ignota al medio evo ') e di essa non ci oc- 
cupiamo; notissima invece fu quella di Servio, premessa al 
commento dell'Eneide '), poco nota quella di Elio Douato, 
pervenutaci insieme col suo proemio alle Egloghe '), la 
quale anche tra coloro che la adoperavano girava quasi 
sempre o anonima o erroneamente sotto il nome di Ser- 
vio. La prima testimoniauza che ci porge il nome di Do- 
nato è in Servio, il quale nel proemio del commento alle 
Egloghe di Vergilio cita due volte Donato '): e la doppia 
citazione corrisponde a ciò che leggiamo nel proemio di 
questo alle Egloghe. Dallo stesso proemio reca un altro 



I) Tenne in luce solo verso il 1170 e fu stampata la prima volta 
nella 2' edìa. romana (1471) di Vergilio dal Bussi. Questo rarissimo 
incunabolo ò iu Laurenziana 470. C 2. 

>) Pubblicata ultimamente dal Thilo ia Servii Orammatici In 
Very. carm, Commenl, I, i p. 1. 

•) La Vita e il Proemio pubblicati dallo Hagen SckoUa Berntngia, 
Lipsiae 18G7, 734, ia Vita sola dal Reitterscbeid Svrtoni Tbanqvilli 
Reliquine, Lipsiae 18G0, Si: adopero quest'ultimo. 

') Servii In Verg. carm. Comment. ree. Thilo 111,1 p, 2,8;3,2a 



BIOQRAFIB DI VBBQILIO. 235 

passo col nome di Donato il glossario lat. del cod. Ber- 
nense 16 sec. IX-X: ' Characteres id est modi elocutìonum. 
Tres modos elocutionum dicit esse Donatus, quos Graeci 
characteres vocant: laxvòg qui tennis, fjtéaog qui moderatus^ 
àÓQÒg qui validus intelligitur ' *). Dei codici anteriori al 
sec. XV portano il suo nome due soli : il Parigino lat. 11308 
del sec. IX che reca la biografia preceduta dalla dedica : 
EL (FI. il cod.) DonatuB L, Munatio suo salutem '), e il 
Vaticano lat. 1575 del sec. XIII con la biografia mutila e 
il titolo : Incipit Virgilii vita edita a Donato •). In quel me- 
desimo secolo XIII e propriamente nell'anno 1273 cita Do- 
nato uno Svizzero, Corrado von Mure : ' Iste Virgilius, teste 
Donato, doctissimus poetarum \ . . . *). 

In sui primordi del Binascimento la biografia è ancora 
anonima: cosi l'adoperano senza conoscerne l'autore il Pe- 
trarca (m. 1374) ») e il Boccaccio (m. 1376) «), ma alla fine 
del sec. XIV essa ritorna alla luce col nome di Donato, come 
vediamo nel Fons memorabilìum di Domenico Bandini, che 
con queste parole apre la biografia di Vergilio: ' Virgilius . . . 
natus est secundum et Servium et Donatum eiusdem nobi- 
lissimos expositores ' '^) e nel Comentum super Dantis Comoe- 
diam di Benvenuto da Imola (m. 1380?), nel quale leggiamo: 
' ut scribit Donatus super Virgilium ' «). 



1) Hagen SchoL Bem, G8G. La glossa attribuita a Isidoro: ' Le- 
nooiniis. Donatvs Pronuntiabat autem cum suavitate cum lenociniis 
miris ' noD è autentica, cfr. L. Valmaggi in Uivista di filologia XI V 24-25. 

») La dedica fu pubblicata dal Wòltìlin in Pìiilologus XXIV 154. 

«) f. 1^; termina ' pascua rura duces '. Explicit (p. 63, 8 del testo 
del Beiffersoheid) ; f . 3 i carmi ' Temporibus laetis ', * Ergono su- 
premis *; f. 8M Sunto in prosa delle Egloghe; f. 5-6 Expositio *Ser- 
gii (sic) grammatici in libro bucolicorum (V introduzione di Servio alle 
BucoL)] f. 6^-7 Introduzione a un commento all'Eneide; f. 7' sino 
alla fìne il testo dell' AW., Geor,^ Aen, 

*) Cfr. Studi VII, 1899, 37-38. 

5) B. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lombardo di se. e 
leu, XXXIX, 1906, 196-198. 

6) Vedi più sotto, p. 243-44. 

7) Cod. Laurenziano Aedil. 172 f. 400'. 

8) Florentiae 1887, I 43. 




Interpolazioni nel ieHto di Servio. 



La biografìa eli Servio non restò immune da interpo- 
lazioni. Ad es, il cod. Parig. lat. 7959 invece di ' patre 
Vergilio, maire Magia fiiit ' ha ' patre figulo, matre Maia 
fuit ' '). forse togliendo quel figulo dalla vita di Donato- 
Di qui avvenne che taluni, quali i commentatori di Dante, 
presero Fìgnlo p^ " ' dre dì Vergilio. Piero di 

Dante, che scrive . questa notizia: ' Figulus 

pater eius ot ÌI:ì , ' »). Cosi Benvenuto da 

Imola : ' jiater qn: ;nIo8 et mater quae vooata 

est Maia ' '); e loti (m. 1406): ' figliuolo 

d'uno cittadino. e Figulo e d'una donna 

eh' ebbe nome Ma indo >) nel 1410: ' Mantna 

un citadino ai av < nome Figulo chiamato '. 

Ma già il Boccac izzo del suo Donato o ano- 

nimo o intestato u tto l'errore; ' Virgilio fu 

figliuolo di Virgilio lutifigolo cioè d'uomo il quale faceva 
quell'arte di comporre diversi vasi di terra ' '). 

Un' altra interpolazione più estesa pati la vita di Servio. 
Essa per ragioni a noi ignote tace della morte del poeta. 
Quella lacuna fu colmata tra la fine del sec. XIII e il prin- 
cipio del sec. XIV dal fiorentino Pietro Parenti, che allestì 
l'esemplare da cui venne tratto il Servio che incornicia 
il famoso Vergilio posseduto dal Petrarca, ora in Ambro- 
siana. Ecco il passo interpolato, in carattere corsivo: Thilo 
p. 2, 15 ' et aliquos detractos. Qmos ideo Petrus Parentis 
fiorentinu», qui hoc modo volumen instiluit, in suis loda re- 
poiiifecit, quia ipso» quam maxime necessario» iudteavil, exts- 
timans etiam Vìrgilium utpote divino affiatum spiritu cauta» 



1) Thilo I, I p. 1, 3 in nota. 

i) Patri Allegherii Super Danlìi Comoediam comm., Fiori 
1845,36; per l'aimo 1340 cfr. p. 434. 
») I 44. 

>) Fr. da Enti Commenlo eopra la D. C, Pian 1858, I 41. 
») Doeumenli II p. 199. 
«) G. Boccacci II conieiito sopra la Comedia I 118. 



BIOQRAFIK DI VERGI LIO. 287 

rerum et ordinerà ceteris altiua meliusque senaiase. Per ut autem 
Tarenti in Apulie civitate; nam dum Metapontum cupit videre 
valittidinem ex aolis ardore eontraxit. Sepultus est autem Nea- 
poli in CUÌU8 tumulo ab ipso composttum tale dysticon: Mantua 
me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope : cecini pa^ 
fctia rura duces. Titulus est Eneis ^ 0* L'origine dell'inter- 
polazione si manifesta chiaramente, quando si confrontino 
le parole ' dum Metapontum cupit videre valitudinem ex 
solis ardore eontraxit ^ con queste di Donato : ' dum Me- 
gara.. ferventissimo sole cognoscit, languorem nactus est^>); 
ma non si capisce perchè il Parenti abbia sostituito Me- 
taponto a Megara, e Taranto a Brindisi. Comunque, il Pe- 
trarca accolse entrambe le varianti circa il luogo della 
morte e da lui il dubbio {)assò ad altri, come a Domenico 
Bandini, che si riferisce all'autorità petrarchesca: ' Pe- 
trarca autem profitetur eum (Virgilium) obisse Tarenti »), 
e a Benvenuto da Imola che dice : ' Virgilius mortuus est 
Brundisii ... ; alii tamen scribunt quod mortuus est apud 
Tarantum ' *). 

La redazione antica del testo di Donato. 

Ben più gravi e profonde interpolazioni deturparono 
nell'età umanistica la vita di Donato, al punto da trasfor- 
marla in una nuova redazione, onde per intenderci distin- 
gueremo la redazione antica dalla redazione umanistica. 
Parleremo anzitutto dell'antica, indagando quale diifusione 
e fortuna abbiano avuto le principali notizie in quella con- 
tenute. 

Cominciamo dal luogo di nascita. Donato lo dice Andes, 
un ' pagus ' o, come l' anonimo Irlandese »), un ' vicus ' 
non lontano da Mantova, identificato dalla tradizione ita- 

<) B. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lombardo XXXIX 194» 
t) BeifiTerscheid p. 62, 19. 
•) Fons tnemorab, f. 401'. 
*) III 87. 

8) VUa Vergila in Wiener Studien IV, 1882, 168, comunicata di 
sa un cod. irlandese del sec. Vili da M. Petschenig. 



liana di Dante e de'snoi commentatori con Pietole: 'qnel- 
l'ombra gentil per cui si noma Pietola più che villa Maa- 
tovaua ' 'ì. 

Il nome (lolla madre non è trasmesso da Donato, ma 
i biografi medievali lo presero da Servio. L'anonimo irlan- 
dese de! secolo Vili') chiama Maia sorella di Lucrezio: 
' Maiae sororis Lnoretii . . - '; ' Maia retulit (il sogno) 
Lucretio fratri suo poetae olaro ' seguito nel sec. XIII da 
Corrado von Mur 



nium (mater) dum fratri 
irò ohe questo errore pro- 
goondo la quale Vergilio 
della morte di Lucrezio, 
erpolazione nella vita di 
il padre del poeta; l'ano- 
an: ' persona Virgìlìi filii 
' ») ; forse per aver frain- 
55 : ' nonuuili Stimicho- 



suo Lucretio rotti 

viene dalla notizi 

indossò la toga i 

Abbiamo veduto 

Servio alcuni cliia 

nimo Irlandese lo 

fìguli, cui Stimici 

teso lo scolio dani 

nem patrem Theoi, ._ . 

Il nome del poeta è per tutti i biografi PuòIÌuè Vir- 
gilius Moto; ma l'etimologia di esso li ha molto affaticati. 
' Puplius a poplite grandi vel a publicare ' scrive l'ano- 
nimo Irlandese =) ; e un altro anonimo nel codice Lauren- 
ziano 3G. 27 del sec. XIV; ' qui (quia cod.) poetae scientia 
nobilitabantur, in signum huius nobilitatis Publii vooaban- 
tur, quod patet in Virgilio, qui Publius appellatus fuit in 
titulo versuum compositorum ab Ovidio et ab Augusto super 
vita ipsius Virgiliì ' *); dove ai allude ai decastici pseudo- 
vidiani sni contenuto dell'Eneide (' VergìJius magno ' ') e 
a! carme psendaugusteo (' Ergoue supremis ') ') sull'ordine 
dato da Vergilio di bruciare il poema : nel titolo di questi 
componimenti l'anonimo aveva Ietto il nome Puhlius. Quanto 

■t Dante l'urgator. XVIII S-2-83. 

') la Wiener Shidien IV ICS. 

') Cfr. Studi VII 3S. 

V) Ibid. 

») Ibid. 

1) Sedlmeyei- in ÌVtener Sludien VI, 1884, 142. 

-) Biihrens 1'. L. M. IV IGl. 

«) Bihrens 1'. L. M. IV 17S». 



BIOGRÀFIB DI YERaiUO. 239 

• 

a Maro^ ' eloquens intelligìtur ' , soggiunge l'Irlandese; TAli- 
prando al contrario: ' Per la testa 'grossa che lui avia Da 
li scholari Marone era chiamato ' ^). 

Più assai ha dato da fare l'etimologia di Virgilius. Fra 
le accennate da Corrado von Mure troviamo queste due: ' vel 
a verno tempore . . . vel a vergiliis stellis ' «), accolte anche 
dal Poliziano: ' a vergiliis.. vel item a vere ' '). Queste 
due etimologie partono dalla forma antica Vergilius, Dalla 
forma posteriore e medievale Virgilius muove invece l'altra 
etimologia ' a virga \ Essa s'incontra già accennata in Pri- 
sciano IV § 31 ^ virgula Virgilìus ' ed è cosi formulata nel 
sec. Vili presso l'anonimo Irlandese*): ' Virgilius a virga 
laurea, idest mater eius pregnas fuit; vidit se ipsam enixam 
fuisse virgulam lauream, quae tam cito in virgam lauream 
coram crevit magnitudine terebinti '. Viene ripetuta nel 
secolo XIII da Corrado von Mure : ' vel a virga materni 
sompnii ... ; mater enim illum habens in utero vidit in 
somniis se peperisse virgam parvam quo in magnam arbo- 
rem excrevit ' *), e da lohannes Valensis : ' Virgilius nomen 
habuit a virga eo quod mater eius somniavit se peperisse 
virgam quandam que usque ad celum pertingeret ' «); nel 
sec. XIII-XIV dal Burlaeus "') (Burley) e da Benvenuto da 
Imola 8); nel 1410 dall'Aliprando: 'Per signo di la verga 
da li fiore Virgilio per suo nome sia metuto ' °); tra il 1462 
e il 1471 da Antonio Cornazzano »») e da altri. In quest'eti- 
mologia si son fuse le due leggende riferite da Donato 

1) Documenti II p. 200. 

*) Studi VII 37. 

8) Miscellan. LXVII. 

*) Op, cit. 

8) Studi VII 38. 

«) lohannes Valensis Summa de regimine vite humane^ Lug- 
duni 1511, f. 188. 

7) De vita et moribus philosoph. 336 (Knust), Il Burlaeus adopera 
quasi le stesse parole del Valensis perchè attingono entrambi dalla 
stessa fonte del De vita et moribus philoaopliorum, 

«) 150. 
" ») Documenti II p. 199. 

!<») R. Sabbadini Le acoperte dei codici ecc. 155. 



240 K. 8ABBAD1NI 

circa la nascita di Vergilio, cioè del ramua laureua sognato 
dalla madre prima del parto e della vir^d jiojiuUa piantata 
dopo il parto; dalla contaminazione fu tratta la vìrga laurea, 
donde il poeta avrebbe preso il nome '). 

Ma se l'etimologia negli autori citati non esca dal 
campo dalle ingenuità, ella tenta entrare furtivamente in 
qnello delle frodi con una notizia di Celio Bichieri Rodi- 
gino. Sciive egli pertanto nelle Lectiones aniiguae (VTL o. 4) 



pubblicate l'annc 
Àpuleii veteris j 
ab virgìs esse ce 
terea primam ha 
Et vates cui vir] 
sententiae Prisoii 
idem Apuleius in 
si cela un ingan 
venderci per meru 
sunto L. Cecilio Mi...,, 



[mentis Caecilii Minutisni 
tatum comperi Virgiliani 
ter quas sit natus: prop- 
ai auffragetur illud Calvi: 
abile nomen Laurea. Hnio 
um adiicit. Fatetur tamen 
ab vergiliia inflecti '. Qui 
forse in buona fede, vuol 
nmenti ortografici delpre- 
r j.i.|j,.Igìo, la cui età ò di certo 



I 



posteriore al 1489, l'anno che videro la luce le Miscellanea 
del Poliziano, dove (e, LXVII) fu per la prima volta posta 
la questione se si deva scrivere Vergiliiis a V^irgilius: e 
a tale questione è subordinata dallo pa. Minuziano Apuleio 
l'etimologia 'ab virgis': 'propterea primam habere i none'. 
Cosi lo pa, Minuziano dà ragione al Rodigino, che usa sem- 
pre la forma Virgilius, senza aver l'aria di polemizzare 
col Poliziano. Alla stessa questione e subordinata la fab- 
brica del verso di Calvo, affibbiata anch'essa per mezzo 
del congiuntivo suffragetur allo ps. Minuziano. Senoncliè 
Io ps. Minuziano e probabilmente il Rodigino ignoravano 
che la cronologia non consente di mettere in bocca di Calvo 
una lode di Vergilio e che in ogni caso al tempo di Calvo 
non si pronunciava Virgilitis ma Vergilius, il quale a nes- 
suno poteva venire in mente di trarre da virga. Con ciò 
abbiamo colto sicuramente lo ps. Minuziano in flagrante 
reato di frode '). 



1) ò'tudi VII 41-42. 
') Vedo eoa sorpresa che S. Rei 
} contraffattore ohe fu lo ps. Mi 



achc 



irchi di salvare quel pue- 
illuoandoio nel eec. XI T, 



BIOQRAFIE DI VEBGILIO. 241 

La cosiddetta Vita Bernensisj che si trova già nel 
cod. Bembino Vatic. 3262 (f. 2) del sec. IX fa Vergilio 
' dìgnitate eques') \ del che nulla sa Donato. 

Le città visitate da Vergilio a scopo di studio sono 
secondo Donato due : Cremona e Milano. Servio ci aggiunge 
Napoli : ' nam et Creraonae et Mediolani et Neapoli stu- 
duit ' *); e cosi fa il Boccaccio, che nomina inoltre il maestro 
frequentato a Napoli: ' Virgilio . . . primieramente studiò a 
Cremona e di quindi n' andò a Milano .... ; se ne andò a 
Napoli e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto 
tempo ' •). La Vita Bemensis sa di una quarta città, Roma, 
e ivi lo fa studiare con Augusto sotto Epidio : ' ut primum 
se contulit Romam, studuit apud Epidium oratorem cum 
Caesare Augusto ' *). La notizia è ripetuta da Corrado von 
Mure : ' studuit cum Octaviano sub Epydio oratore ' •). Di 
vero e' è, e lo sappiamo da Svetonio «), che Ottaviano fu 
scolaro del rotore Epidio. L'anonimo Irlandese dà a maestro 
di Vergilio Ballista: ^ eum erudivit Balesta '. 

Donato descrive la persona di Vergilio cosi: ' statura 
fuit grandis, aquile colore, facie rusticana ', e nulla più. Il 
Petrarca sa dire anche che incanuti precocemente : ' Numa 
Pompilius . . prima aetate canus fuit et Virgilius poeta ' "'). 

perchè cita il Planude {Revue de philolugìe XXX, 1906, 280). Ma il 
Planude era conosciutissimo noi sec. XV, anzi in quel secolo sulle 
sue traduzioni greche di Ovidio e della Tanna pseudodonatiana (cfr. 
B. Sabbadini in tStudi medievali I, 1005, 284-285) gli umanisti (e chi 
sa anche lo ps. Minuziano?) imparavano il greco. Del resto lo ps. 
Minuziano era, come ho detto, posteriore al li89, e perciò vicinissimo 
al Rodigino. E con altrettanta sorpresa apprendo {ib. 286) che il Plessis 
persiste anche nella seconda edizione del suo Calvus a ritenere ge- 
nuino quel verso. La fìne del sec. XV fu infestata dalle falsificazioni^ 
sul qual proposito si può leggere il cap. X delle mio Scoperte dei co- 
dici latini e greci ?te* sec. XIV e XV, 

i) ReiiTerscheid 53. 

«) Thilo p. 1, 5. 

s) I 120. 

*) Reifferscheid 5B. 

5) Studi VII 37. 

•) De lihetor. -4, 

7) R. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lombardo JLXXIX, 198. 

Studi ital. di filol. class. XV. 16 



24'2 K. SABBADISl 

Vergilio aveva la parola atentata: Benvenuto da Imola ae 
trae la notizia ila Donato: ' Virgìlius fuerat tardissimOB 
in sermone . , ut scribit Donatus super Virgilium ' '). Do- 
nato aggiunge ciie per questo difese una sola causa: ciò è 
noto anche al Xslli, che in una lettera del 1361 scrive al 
Petrarca : ' scia . . Virgilium semel cauaam egisse ' '). 

Tra i couiponimenti giovanili di Vergilio Donato e 
Servio ricordano il distico su Ballista ; indi Donato prosegue: 
' delude Cataletti — - - Epigrammata et Diras, 

item Cirim et Cu t etiam de qua ambigitnr 

Àetnam '; a Servii n septem sive octo lìbros 

hos: Cirìn Aetna leia Catalepton Epigram- 

matn Copam Dira medievali l'Irlandese e il 

Burlaeua non ne i lO. Donizone dal sec. XII 

cita il solo distico >rrado von Mure la 'Copa 

Virgilii ' e il ' M' ')» ì^ quale ultimo manca 

negli elenchi àeg ennto da Imola rammen- 

tando i ' tres libre. ■) ci fa rapire ohe sapeva 

anche dei giovanili, ma non ae ne occupa; invece Vincenzo 
Bellovacense del sec. XIII riconosce le sole tre opere prin- 
cipali, negando l'autenticità di alcune delle minori : ' Vir- 
ijìlius de Outice et Virgiliut de Aetna, quos Aurelianenses 
ad ostentationera et iactautiam circumferunt, inter antores 
apocriphos separandi sunt ' '). Il Beliovacense non adope- 
rava uè la vita di Donato nò la vita di Servio, e quei due 
titoli li aveva uditi dai seguaci della famosa scuola di Or- 
léans, Non è senza importanza che sin da allora a Orléans 
si studiassero quei due poemetti '). 

La lista intera dei poemetti giovanili è data cosi dal Boc- 
caccio: ' Il qual (Virgilio) nou solamente compose l'Eneide, 

') I 43. 

•) LrtlTee de Frane. XeUi <V l'éliar>iue par H. Coohin, Paris 1892, 182. 
») Muratori Ji. I. S. Y J60, 
1) S(udi VII 37. 
»)I51. 

0) -b'j)«cu/um hiitor. VI G2. 

') Sulla scuola d'Orléans vedi J. E. Samlys A histori/ of alai», 
s:ìiolanh>p, 1906', p. G74-77, 



BIOQRAFIB DI VBRGILIO. 243 

XQa molti altri libri, siccome, secondoche Servio scrive, lo 
Stirina, l'Etna, il Calice, la Priapea, il Cathaleothon, la Ciri, 
gli Epigrammati, la Copa, il Moreto e altri ' *). Per sua at- 
testazione stessa il catalogo deriva da Servio ; e questo ci 
aiuta a interpretare il titolo enigmatico lo Stirina, perchà 
molti codici serviani in luogo di libros Kos cirin aetnam re- 
cano, oongiungendo male le parole, libros hoscirina etnam e 
da hoscirina il Boccaccio cavò lo Scirina o lo Stirina. Ma 
còme va che subito dopo egli nomina esattamente la Ciri? 
Forse che l'avrà veduta nel testo? Non credo; si piuttosto 
ne aveva letto il titolo esatto nella sua vita anonima di 
Donato, se pure anche il testo di Donato non portava nel 
suo esemplare il nome di Servio. Da Servio attinge V elenco 
anche l'Aliprando ': Osiotim, Ethenam, Culicem, Priapeiam, 
Catholicon (= Catalecton), Epigramatha, Copam, Diras *) ; 
qui pure comparisce l'alterazione Osiotim = oscirim = hos. 
Cirim. 

Donato nella biografia tocca di un centurione, che nella 
spartizione delle terre del- Mantovano aveva usato violenza 
a Yergilio; nel proemio sulla poesia bucolica, il quale tien 
dietro alla biografia, fa il nome del centurione, Arrio. 
Questo Arrio è rammentato dall' Irlandese : ' Arioni cen- 
turioni ' , dal Petrarca »), dall'Aliprando *). Vi accenna anche 
Donizone «) narrando sulle tracce di Donato come Vergìlio 
si salvasse a nuoto nel Mincio. 

Nell'occasione che Vergilio intraprese il viaggio di 
Grecia e d'Asia Donato racconta : ^ egerat cum Vario, priu- 
squam Italia decederet, ut si quid sibi accidisset, Aeneida 
oombureret ' . Il racconto è cosi riferito dal Boccaccio : ^ an- 
dandone ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il 
detto Eneida, quello lasciò a due suoi amici valenti poeti, 
cioè a Tucca e a Varrone ; con questo patto che se avve- 

1) Comento sopra la Commedia 1 137. Gli esemplari interpolati del 
testo antico di Donato aggiungono alla lista anche la Copa. 
«) Documenti IL p. 200. 
3) B. Sabbadini Le acoperte dei codici 38. 
*) Documenti II p. 200. 
8) Documenti 1 p. 198. 



24i ^^V S. SABBAOINI 

nisse che egli avanti la tornata sua morisse, ohe essi il 
dovessero aidere ' ■). Questo particolare occorre solo in Do- 
nato, onda ù C-erto ohe il Bocoaccio possedeva la sua bio- 
grafia, ma anonima o col nome di Servio. Di quello che 
aggiunge poco dopo Donato: ' in estrema valetudine as- 
sidue scrinia desideravit creraaturus ipae ' è rimasta, me- 
moria nel disUco medievale: ' At ne musa carena vitiia 
Eneydos easet Invidia celi fata tulere uaquam ', tramanr- 
dato da lohanue» a pastilla: ' Unde et mo- 

TÌens oruvit suoe t Eneyda quam nandam 

elimaverat abolet acereut '. 



el tosto di Donato. 

ella redazione umanistica. 

;Ìlìo studiò a Cremona a 

Servio: ' Et Cremoaoe eb 

A Ntipoli, dice l'uraa- 



La rtiditxio! 

Consideriamc 
Vi trovifimo an! 
Milano e Napoli. 
Mediolani et Neap^,.. . 
QÌsta, attese alle lettere greche e latine; il Boccaccio sa, 
come s'è veduto, che vi studiò anche poesia sotto il poeta 
Cornuto. E a N^apoli inoltre, secondo l'umanista, diede 
opera alla medicina e alla matematica, discipline che Do- 
nato attesta che apprese, senza dir dove; secondo il Boc- 
caccio si applicò alla medicina a Milano. 

La leggenda popolare di Napoli novellava di un ca- 
vallo di bronzo ' il quale, per adoperare le parole del Boc- 
caccio '), avea a far sano ogni cavallo che avesse i dolori 
o altra naturale informità, avendo tre volte menatolo d'in- 
torno a questo '• Dalla scienza medica di cui tocca Donato 
a dal cavallo miracoloso della leggenda il biografo umanista 
trasse sufficiente materia per far di Vergilio un veterinario : 
nel qual proposito non bisogna dimenticare la celebre de- 
scrizione del cavallo nelle Georgiche (III 7'2-94), giusta- 
m9i;W ammirata da Plinio (A''. //. Vili 42) e da Seneca 

I) Comento I 137. 

i) Op. oit. f. 188*. 

") Tbiio p. 1, 5. 

») Commto I 121. 



BIOQRAFIB DI VRRGILIO. 245 

{Epist. 96, 68). Quanto alla facezia sulla paternità di Augu- 
8t0| costui non sappiamo dalle fonti che dubitasse della per- 
sona di suo padre, bensi conosciamo da Svetonio {Aug, 4), 
Autore molto familiare al nostro umanista, che Antonio e 
Cassio Parmense dileggiavano Augusto ti'a l'altro perchè 
il suo proavo materno avesse tenuto un forno alPAriccia. 
Ciò supponiamo gli potesse bastare per imaginar la faceta 
risposta, senza escludere che essa gli sia stata suggerita 
dalla novellistica popolare, dove ricorre lo stesso motivo »). 

Dove Donato accenna alla libidine di Vergilio verso i 
fanciulli il biografo umanista cerca una scusante negli esempi 
di Socrate e di Platone, attinti dal Symposium di quest'ul- 
timo. L'umanista ammiratore entusiastico di Vergilio lo 
vuole presentare sotto il più favorevole aspetto ; anche più 
giù inventa che dai doni di Augusto sceglieva sempre de- 
naro da mandare ai suoi genitori per gli alimenti. 

Il centurione con cui litigò Vergilio ha qui due nomi : 
' Claudii . . , ut alii putant Arrii ' . Arrius è noto da Donato, 
come abbiamo visto, e da Servio Ed. IX 1 ; Clodius è ri- 
cordato dal Servio danielino EcL IX 1-2 e dall'anonimo Ir- 
landese : ' villa Andes . . Claudio Arioni centurioni data 
est ' •), dove sarà da emendare : ' Claudio Ariove ' . 

L'ipotesi che l'Eneide dovesse estendersi fino alle im*- 
prese di Augusto : * Augusti vero gesta diligentissime exe- 
cuturum ' deriva da una falsa interpretazione delle Georg, 
III 46 : mox tamen ardentis accingar dicere pugnas Cae- 
saris '; che dovesse poi abbracciar 24 libri, è una dedu- 
zione tratta dai 24 libri di ciascuno dei poemi omerici. In 
sul principio del sec. XV s'affacciò più d'uùa volta il so* 
spetto che l'Eneide fosse rimasta tronca alla fine e furono 
infatti tentati dei supplementi sotto forma di libro XIII: 
da Pier Candido Decembrio nel 1419, da Maffeo Vegio 
nel 1427 »). 

Le notizie su Pollione provengono da Servio Ed, II 1, 



i) L. Valmaggi in Rivista di filologia XIV 17-19. 

«) Wiemr Studien IV 169. 

3) H. Kern Supplemente zur Aeneis^ NUmberg 189G, 7. 13. 



216 

quelle su Gallo dallo stesso Ed. X 1 ; ma è fatta, una per- 
sona sola di Cornelio Gallo poeta e di C. Aainio Gallo figlio 
di Pollioue, noi che l'anonimo umanista fuse ciò oh» lesse 
in Servio Ed. VI 11, X H e in Girolamo 01. 128, 2 ' Qaius 
Asinius Gallus orator, Aainii PoUionia SUus, cnios etiam 
VergiliiiB meminit '. 

' AeneiJa partim in Sicilia partìm in Campania . . con- 
fecit ' prosegue l'umaoista, mettendo a profitto le espres- 
sioni generiche e" " ' ' oquam aecsssu Campanias 
Siciliaeqne pluri ')- 

L'aneddoto idi declamare l'Egloga VI 

in teatro è tolto [ 11; parimente da Servio 

Aen. VI SG2 l'ai' a recitazione del libro VI 

dell'Eneide a 0^ iìarenza che la frase gene- 

rica ' aere gravi 1 oommentatore antico fa 

specificata dal l i in ' dena &estertia prò 

singulo versii V t'. 

Per 'nLic<iUci. aendavit' è fonte lo stesso 

Servio nella vita: 'quod (carmen bucolicum) constat . . emen- 
dasse . . . Georgica . . emeudavit ' '), 

La frase ' Neapolim transferri, ubi diu et saavisaime 
vixerat ' ò già nel Boccaccio; 'acciocché esso quivi gia- 
cesse morto, dove gli era dilettato di vivere '). 

Il carme pseudaugnsteo ' Ergone supremis ' messo a 
profitto dal nostro umanista per la disposizione testamen- 
taria di Vergilio che ai bruciasse l'Eneide, era stato citato 
per il medesimo scopo già dal Petrarca. ') ; lo adoperò anche 
Francesco da Butì ne! commento di Dante '): ' E però com- 
pose quel libro (Eneide), il quale piacque tanto ad Augusto 
che avendo lasciato Virgilio per testamento che quel libro 
si dovesse ardere, innanzi volle che si rompessero le leggi 
e frangatur potius legum ' del carme), che comandavano 
che l'ultima volontà (' suprema voluutas ' del carme) del 

') Reiffetscheid 57, 15. 

1) Thilo p. 2,8-10. 

s) Comento I 138. 

R. Sabbatlini in Itendìcontì del r. Istituto Lombardo XXXIS 194. 

s) I 12. 



■« • 



BIOGRAFIE DI VBRGlUO. 247 

testatore si mettesse ad esecuzione, che Io libro di si grande 
poeta venisse meno \ 

' Virgilius qui columen linguae latinae fuit '. Qui pure 
sentiamo l'intonazione panegirica dell'umanista. 

' Paro quidam deridet '. Ecco un nuovo personaggio, 
' Paro ', uscito non dalle fonti antiche nò dalla fantasia 
del biografo, ma dall'erronea lettura del vocabolo greco 

L'autorità di Pediano per attestare le buone qualità 
dell'animo di Vergilio fu suggerita da Donato, che cita lo 
stesso autore come difensor del poeta contro i maldicenti. 
La frase qui usata ' illum non diligeret modo sed amaret ' 
proviene da Cicerone ad Fara. XIII 47, 1 ' eum a me non 
diligi solum verum amari ' '). Il proverbio di Euripide 
' communia amicorum omnia ' ò noìVOrest, 725, donde il 
biografo l' ha preso direttamente, perchè dei tanti Latini che 
ricordano quel proverbio nessuno nomina la fonte euripidea -). 

La lista degli amici di Vergilio ' Varus (= Varius), 
Tucca, Gallus, Propertius ' è tratta dalle notizie sparse 
nella vita di Donato ; ' Oratius ' direttamente dalle opere 
stesse d'Orazio, soprattutto Carm. I 3, Sat. I 5, 40. I due 
nemici 'Anser ' e 'Cornificius' derivano il primo da Servio 
EcL IX 36 ' alludit ad Anserem quendam, Antonii poetam ', 
il secondo (sul quale ritorna più sotto ' Cornificii in eum 
maledicta ') dallo ps. Servio EcL II 39 ' Amyntam Corni- 
ficium vult intelligere, quia conatus est centra Virgilium 
scribere ' »). Questo Cornificio sin dal 1395 circa era noto 
a Coluccio Salutati, che cosi lo rammentava: ' et ipse Maro 
snnm habuit Cornificium ' ♦). 

Il passo di Esiodo citato in proposito di Cornificio è 
in Op, et d. 25-26. Anche questa citazione ò di prima mano. 

i) Vero è che il passo ciceroniano è citato da Nonio p. 421 
(Marcie r). 

«) Cfr. A. Otto Die Sprichtoìirter . . dcr IVimer, Leipzig 1890, 20. 

8) Thilo III, I p. 24 in nota. Cornificio ò nominato spesso nel 
commento di Filargirio Bucol li 1. 39, III 1. 2. 8. 32. ia2, V 8. 85. 89, 
VII 27, Vili 1. 

*) Cfr. IStudi V, 1897, 387. 



248 ^^V R. SABBADINI 

Ed eccoci alla storia del distico ' Noeta pluit tot» * 
La forma originaria dell'epigramma dovette esser questa: 
' Nocte phiit tota, radeunt spectaciila mane. Diviaum impe- 
rium cum lovo Caeaar habes. Hos ego versicalos feoi, tulli 
alter honorem ; Sio vo3 non vobis melliScatla apes ' '). Più 
tardi al secondo pentametro ne furono accodati altri tre. 
La storiella ai trova narrata difTasamente la prima volta in 
Donizono '), il quale la riannoda alla confìaca del podere di 
Vergìlio. Il poe snoi terreni, si rivolse a 

Ottaviano a Ron let giustizia e compose in 

auo onore il dis it '. Dì esso si appropriò 

un altro poeta, e Saputolo Vergilio, sorìase 

l'esametro ' Ho6 ' coi quattro pentametri 

seguenti. Allora 'icompeusa donandogli la 

libertà e ordinai e dei beni. Ancor più pro- 

lissa è la narrai ido *), il quale le conserva 

il medesimo ues: izione del terreno. Ma o'à 

qualche dìtìorenza, _ o Donizone Vergilio getta 

il distico ' Nocte pluit ' nella sala {aula) dell'imperatore, 
secondo l'Aliprando lo depone sulla sedia (serana) imperiale, 
L'Aliprando poi dice che Vergilio conosciuta l'indebita ap- 
propriazione, scrisse quattro volte l' emistìchio ' Sic vos non 
vobis 'i invitando il rivale a compiere i versi; nel che non 
essendo riuscito, rimase quegli beffato e Vergilio onorato. 
Inoltre nell'AUprando vien fuori il nome del rivale, che 
è Egeus. 

Alla narrazione dell'AHprando si tiene assai vicino il 
biografo umanista, ma la connette non con la restituzione 
della villa sibbene col disprezzo delia gloria insito in Ver- 
gilio, il quale si lasciò più volte rubare versi propri senza 
risentimento, facendo eccezione per il distico 'Nocte pluit'. 
Son da notare due altre divergenze: che il distico viene 
affisso da Vergilio alla porta {valvU) di Augusto e che il 
plagiario si chiama ' Bacillns ', Donde abbiano scovato 



i) D. Comparetti Virgilio nel medio e 

«) Doeumenli I p. 198. 

■') Docamenti II p. 201-20-3. 



BIOQRAFIB DI VBRaiLIO. 249 

questi nomi di ^ Egeus ^ e di ^ Bacillas ' oi resta oscuro. 
Altrettanto ripetiamo del nome ' Filistus ^ , un detrattore, 
' orator et poesim mediocriter doctus \ il quale motteg- 
giava Yergilio chiamandolo ^ elinguem ^: ciò che si ricon- 
giunge air' in sermone tardissimum ' di Donato *). Senon- 
ohè su ' Filistus ' si può avventurare una congettura. 
Nel 1425 fu tradotta dalPAurispa la consolatoria tenuta 
in Macedonia da ' Philiscus ' a Cicerone esule e traman- 
dataci da Dione Cassio *) ; non è improbabile che da ' Phi- 
liscus ' l'umanista abbia desunto il suo ' Filistus '. 

L'aneddoto che Vergilio raccogliesse ' aurum de ster- 
core Ennii ' è raccontato da Cassiodoro De instit div, liti, 1 ; 
lo conosceva anche Riccardo da Bury del sec. XIV, il quale 
lo rammenta cosi : ' quemadmodum magnus Maro se fate- 
tur, in Ennio studium non amisit ' 3). Il Bury aveva tra 
i suoi libri le Instit, div, di Cassiodoro. 

Segue una serie di sentenze che hanno la loro origine 
dalla letteratura moralizzante medievale, e qualcuna si rin- 
viene tra le platoniche trasmesse dal Burlaeus nel De vita 
et moribus philos : ' tunc beatus et felix dicendus est orbis 
terrarum cum sapientes efficiuntur reges '; e ' tocius phi- 
losophie robur est paciencia ' ♦) da confrontare col nostro 
umanista: ' si prudentiores temonem tenuerint ' e ' nullam 
virtutem commodiorem homini esae patientia ' : quest' ul- 
tima desunta anche dall'Eneide V 709. 

Il dubbio di Augusto se dovesse ripristinare la repub- 
blica è già in Svetonio, il quale narra {Aug. 28) che ' de 
reddenda re p. bis cogitavit \ La discussione agitata fra 
Mecenate, Agrippa e Vergilio si risolve in conclusione nel- 
l'apologia del dominio monarchico, quando però il re si 
lasci guidare massimamente dalla giustizia. Tutto questo 
si legge nel Nicocles di Isocrate, dove Nicocle dimostra 
che la monarchia è la miglior forma di governo (§ 14-26) 

1) ReifFerscheid p. 58, 5. 

<) Cfr. Studi VI, 1898, 400. Il tempua tacendi nella risposta di 
Vergilio deriva àa.\V Eccles, 3, 7. 

8) Richardi de Bury Philobiblion, Francofurti 1610, 475. 
*) p. 220 e 230 (Knust). 



260 R. fìABB^DlNI 

e che egli possiede le due principali virtù che abbisognano 
a, un regnante, la giustizia e la temparanza (§ 27-47). 

Chiude l'umanista eoa l'accennare a Sirone maestro 
di epicureismo a Vergilio: e ciò potè rilevare da Servio 
(Ed. VI 13, Acn. VI 264); ma che Vergilio nella conce- 
zione dell'anima umana fosse accademico, lo dovette de- 
durre dalla coQoaoeoza diretta delle opere di Platone. 

Il tei >ne QiuaiiEstica. 

L'autore (ìt nanistìca ebbe tra le mani 

un codice eccel donatiano. Il testo dì Do- 

nato si può div. S8Ì, la pura rappresentata 

dal cod. Sangall X = G, l'impura, rappre- 

sentata dal cod. IO. IX-X ^ B. Stretta affi- 

nità con B hani sto donatiano appartenenti 

al sec. XV, tra i ubrosiano I 29 snp. = A 

e il Vatic. Uttobon. 1455 = O ^). In A la corruzione a le 
interpolazioni sono più gravi che in B. 

a) Ora dimostrerò elio la redazione umanistica, che 
designo con /, è fomlata su un codice della classe G, met- 
tendo a coufronto dall' un canto Gì, dall'altro B A 0. 

Eeifferscheid p. 54, 11 regulam auxiase G, regulam 
auxit 1, auxisse regulam B A \ IS Ande G I, andes B A 0\ 
55, 8 iam durarci G, iudicaret /, iam tum daret B 0, nun- 
tium daret A | 12 religione suscip- G 1, religione et au- 
scip- i» .1 I 14 (juam VII anno aetatis suae coepit G, usque 
septimum annum Cremonae egit et eo ipso anno togam vi- 
rilem cepit /, quam XVII anno natali suo accepit B, quam 
XVII anno natalis sui accepit A | 66, 4 minimi G I, mi- 
nime BAO\ promoris G, promptioris /, pronior bis B, 
pronioris A | 57, 2 sibi PoHione G, sibi a Pollione 1, 
sibì ab Asiuio Pollione B A \ IX subtarfugere G, sub- 

i) f. 1 /'. Virt/ìììi Muronie poelarìint clarlssimi principie vita per 
Donatuiìi ; del 14:>4. 

») f. ^^T' Leoncirilì ATetini in vitam Virgilii excerptam ex com- 
s Servii grammatici. 



BIOGRAFIE DI VEROILIO. 251 

• 

terfngeret /, snfifagere B, suffugeret A \ 14 Mecenatia- 
nos G /, Mecenatis B A | 58, 12 annorum XV G /, an- 
nomm XVI B A \14: praereperet G 1, proreperet B A \ 
praevolavit G /, provolavit B A \ 16 contrivit G /, at- 
trivit B A \ 59j 1 Asinium Alphenumque Gr, Asinium Al- 
pheam I, Asinium PoUionem Alphenum B A \ 15 ursae 
more G /, more ursae B A \ 60, 3 versibus G /, verbis 
B AO\A: interponi a se dicebat 6? /, interponi aiebat B A 0\ 
5 biennio G /, triennio B A \ 1 crebra pron- G /, crebro 
pron- B A \ 61, 2 virium G /, faucium -B -4 | 5 cum 
snavitatem lenociniis (?, oum suavitate lenociniis /, cum 
sua vitate tum lenociniis B A \ 1 posset et ipocrisim G /, 
posset et OS et hypocrisim BAO\ 8-9 eosdem enim-mu- 
tosque B A 0, om. (? / | 63, 3 Gn. sencioque (?, Cn. (en) 
sentioque /, Gn. Sestio Quinto J5, Cn. Sextio (Sestio) Q. A 0\ 

64, 1-2 Italia decederet- combure ret B A 0, om, G 1 \ 11-12 
emistichia praeter illud quem tibi iam Troia sensum vi- 
deantur habere perfectum G /, hemistichia absoluto perfe- 
ctoque sunt sensu praeter illud quem tibi Troia B A \ 

65, 8-9 defuerunt- quidam B A 0, om. Gì \ 18 Cabili G /, 
Garbili BA \ aeneidosmastix G, eneidos mastix (mastrix)/, 
aeneomastix B, aeneomastyx A^ encomastix \ 22 Fausti- 
nns G i, Faustus B A \ quinti octavi aviti G /, quae 
ootaviani J5, que {corr, in Q. A) octavia veti ^ | 66, 2 li- 
brum G /, libro quem B A \ 9 malorum G /, malivolo- 
rum B A 0, 

b) La redazione umanistica ben presto cominciò essa 
pure a patire alterazioni. P. es. il cod. Vaticano Barber. 
lat. 42 aggiunse i due passi greci, l' uno di Euripide xà x<òv 
q)(XwVj l'altro di Esiodo xaì xtQaiisvg^ che mancavano in /. 
Alterazioni sono entrate anche nel cod. Bern. 527 = (7, che 
lo Hagen è incerto se assegnare al sec. XIV o al XV, ma 
che devesi risolutamente collocare nel XV inoltrato. Scelgo 
le sole lezioni sicure, senza trarre nessun indizio dal si- 
lenzio dello Hagen {Scholia Bernensia p. 680). 

Confronto di con /: mercatoris C, viatoris / | prae- 
fecisset C, praefecisset socer 1 \ evagisse C, vagiisse / | 
togam virilem accepit C, tog- vir- cepit / | quodque ve- 



S52 R. SABSADIS'l 

rum e, idque verBm / | et celeritatem C, celeritefcom- 
q«e 1 I procioria C, promptioria / | nani Alexandrum gram- 
maticann C {A 0), om. T | magna spes C (magnae spea A O), 
altae spes / | inaDescere quasi matos C, om. I | Cìinta- 
brica abesset suppUcibus C, Cantabrica aupplicibiis / [ aen- 
Bura videntur C, aeQsam videantnr / [ Paro quidem C, Paro 
quidam / | a Mecenate C{A 0), Mecenati / ( benigBom 
atqae omnium honorum et ornditorura cultorera fuisse C, 



benignom cultor 
fuÌ9se / [ antiqo 
naturam illud a. 
compoaitione /. 

e) Ma piò 
introdotte nella 
dall' Editio prin 
all' ed. pr. degli 
bone e uscita a 
chiusa; '. . . Hm 
guem Correctus 
Qui è presa per 1 



honorum atque ernditornm 
pe C, antiqnum saepe f ] 
Qram / ( comparatioae C, 



i vaste sono le alterazioni 
antica quanto umanistica 

« vita si legge premessa 
I curata da Lodovico Car- 
è detto nell'epigramma di 
jea; opera Carbonis ad un- 
■eatris aerviet ingeniis. MCCCCLXXI '. 
.96 la redazione umanistica, la quale però 
venne doppiamente interpolata: nella parte che spetta al 
testo antico co! mezzo di un codice del gruppo A 0, nella 
parte che spetta al testo umanistico per via congetturale. 
Reco pertanto un doppio prospetto : nel primo il confronto 
ài E A con /, nel secondo di E con 1. 

EAO con 1 nel testo antico: Reifferacheid p. 54, 10 
ailvis coemundis et E, silvis coemendia et A 0, om. I \ 
12 et M. Licinio EAO, M. Licinio / | 13 Andes EAO, 
Ande / | 65, 1 somniavit EAO, cnm somniasaet / | 8 iam 
tum indicaret E, iam tum daret A 0, indicaret {iam tura 
om.) y [ 14 et XVII anno E, quam XVII anno A 0, et 
eo ipso anno / | 56, 4 pronioria EAO, promptioris / | 

57, 2 ab Asinio Pollione E A 0, a PoUione / | 3 non ine- 
ruditum dimisit, uam Alexandrum grammaticum, Cebe- 
tem E A 0, non ineruditum, Cebetem /| 8 fuisse constat 
EAO, constat fuisse i | 14 in eaquiliis E A 0, eaquiliis I | 

58, 6 similem fuìsse Melisius EAO, aìmilem Milisius / | 
poeticam puer E A 0, poeticam om. I | 14 proreperet , . . 



BIOGRAFIE DI VfiRGlLIO. 253 

provolavit E A Q, praereperet . . . praevolavit i | 15 at ille 
JEA 0, et ille / 1 20 etiam de qua ambigitur Aefcnam E A Oy 
etiam et qnaedam alia opusciila / | 59, 4 indemnem &qEA 0, 
se om, / I 5 in honorem E A 0^ honori / | 60, 4 prò tigillis 
vel tibicinibus -E, prò tibialibus A 0, prò tigillis / 1 5 trien- 
nio E A Oj biennio / | 61, 8-9 et os et hypocrisim curare, 
eosdem enim versus eo pronunciante bene sonare sine ilio 
vanescere quasi mutos. Aeneidos jB, et hos et hypocrisim 
eosdem enim versus ipso pronuntiante bene sonare sine ilio 
inanes esse mutosque. Eneidos A 0, et hypocrisim. Aenei- 
dos (rei. om.) I \ 14 Augustus vero cum . . . Cantabrica abesset 
et supplicibus -B, Augustus vero nam . . . Cantabrica aberat 
supplicibus A 0, Augustus vero cum . . . Cantabrica suppli- 
cibus / I 15 minacibus E A 0^ minaulibus / | 16 vel prima 
carminis hypographia vel quodlibet colon mitteret negavit 
se facturum Virgilius cui tamen E^ vel prima carmiuis hy- 
pographa vel quodlibet colon mitteret cui tamen A 0, vel 
prima carmina mitteret negavit cui tameu / | 62, 4 refo- 
cillata EAOj focillata / | 14 in Greciam et Asiara JS, in 
Greoiam et in Asiam A 0, in Asiam I \ 65, 16 alius reci- 
tante eo ex Georgicis . . . febrem E A 0, om. I \ 18 Car- 
bilii E, Carbili A 0, Cabili / | a Mecenate E A 0, Mece- 
nati / I 66, 2 libro quem E A 0, librum / | 6 defendere 
E A Oj defendisse / j 9 ad satietatem malivolorum E A Oj 
ad societatem malorum /. 

E con /: reculam JS, regulam / | est a E, abest a / 
ut fuit editus -B, ut sit editus I \ evagisse -B, vagiisse / 
adaequarit -B, adaequasset / | vehementissimam E, vehe- 
mentem / | dono fuit missus £, missus dono fuit / | reci- 
tasset Ej enuntiasset / | canes dono E, canes duo / | et 
equi Ej equique / | si . . . . iubes £, si . . . iubeas / { scire E, 
aperire / | at ille E^ om. I \ rege magnanimo Ej rege magni 
animi / | fama est eum lib- E, fama fuit lib- 1 \ amasse 
putaverunt A', amare put- / | deinde Moretum et Pria- 
peiam E, deinde Priapeiam / | Claudii veterani militis vel 
ut E, veterem Claudii militis ut / | prosaica E^ prosa / | 
ne quid ineptum moliretur E^ ne quid impetum morare- 
tur / I cuius favore cum veteranis Augusti militibus Cre- 



254 ^^F It. SADBADINI 

monenaiitni et Mantnanorum agri distribnerentur, saos Vir- 
gilius aon amisitj facta enim distribntìone suos Claudio sea 
Ario dato.'^ recuperavit. Hunc £, caius favore agros saos 
onm vetsranìs Jistribuereiitur Virgiliua uon amisit. Huao 1 1 
ad coenam JS, ad prandium I \ Asminm, CorQulium Gal- 
lam E, Asinium Gallum / | occisus est. Cuius Propertins 
memmit dicens. Qallus et in castris dum eredita signa 
tuetur Concidit ante aquilae signa cruenta suae, Verrnn E, 
Lontiatione recitarentur £, 
> fìiturus esset E, fntttnis 
FÌtata E, maxima om. I \ 
vicinum Atheiiis E, Atlie* 
: / I Cn. Plantio E, Cn. 
no e- gr- / I paulo post E, 
1 est i I Troia peperit E, 
5, obtrecta tori bus / | enim 
it E, Bumpserit / | remit- 
i fuisse E, fuiase om. t | 
im. / I ac si stiam E, ac 
r I arderent E, arderei I \ 
'.. I I naturam iUud non tulit. Glo- 
ae / I sibi erat. Cara E, albi erat. 
Illud non tulit. Cum / | qiiod laudem E, qui laudem / | 
id erat E, is erat / | Divisum E, Comraiine / ( authorem E, 
factorem / | Bathillus E, Bacillus / | honorea E, hono- 
rem 1 \ quom is aliquando Enniura E, cum Ennium / | 
stomaebum facit E, st- faciunt / ] interrogavit E, rogavit / 1 
poteat Cui Maro E, cui Maro otn. I | quantum E, quanto I j 
ait E, aia / | nitatur fi, nitaris I ( superanda E, vincenda / [ 
inquit ©aae huiuace rei mal- E, ioquit huiuace mal- / ] lauda 
et gloria E, gloria et laude / | dignosceret E, dinosce- 
ret / I suam ai linguam E, sì euam (om. linguam) /) ne- 
quiret E, nequire / | facere. Turo ille E, tum ille om. I \ 
Decesso E, necessarium l \ ipse tameu fuit E, ipse fuit /. 



S Bst. V 

crebra pronunti) 

esset om. l { m 

praevaliturum E 

Dia ODI. / I gra 

Sentio / I qui ot 

post paulum / | 

peperit om. I | ol 

duas E, duas tai 

teret fi, deciderai. , _.-,.. 

inapiceret alterius E, alteriua 

suum / t quisque E, quisquam 

Auaer vero E, vero 

riae fi, naturam. Gb 



BIOaRÀFIB DI VEROILIO. 255 



La lingua della redazione nmanisticn. 

Nei confronti di E con / è facile accorgersi che la 
maggior parte delle modificazioni e giunte vogliono essere 
emendamenti lessicali sintattici stilistici. E chi guardi al 
testo delle successive ristampe della redazione umanistica, 
p. es. nel Vergilio commentato delUAscensius, vi troverà 
ancor più numerosi emendamenti, di cui uno tipico : ' nam 
qui contendit et an contentionis finis utilis sii non novit, 
stultis illum annumerandum sapientes putant \ che toglie 
l'anacoluto della redazione umanistica: ' nam qui conten- 
dit, et contentionis finis utilis non est, stultis illum annu- 
merandum sapientes putant \ 

Altre correzioni dell'Ascensius si riferiscono agli er- 
rori nell'uso del pronome dimostrativo e riflessivo, errori 
già avvertiti dal Valla sin dal 1449 nel suo De reciproca- 
tiene *). Il Valla notò questi quattro : a) ' duplicari sibi 
(per eì) panes ' ; b) ' voluit eius (per sua) ossa transferri ' ; 
e) * suoque (per eiusque) sepulchro inscriptum est '; d) ^ ro- 
gavit quo pacto quis eius (per nuam) fortunam servare pos- 
set ' •). Ma al Valla ne sono sfuggiti altri sette : a) ' aflSr- 
mat Augustus non nisi d'onatum ab eo (per a se) discessurum ' ; 
b) ' cum Inter se (per eoe) invidia arderet ' ') ; e) ' volup- 
tuosum id sibi (per ei) erat '; d) ' inimicitias sibi (per ei) 
enarraret '; e) ^ venit sibi (per ei) in mentem '; f) 'Agrippa 
utile sibi (cioè Augusto^ perciò ei) foro contendit ' ; g) 'propter 
eorum (cioè rem p. occupantium^ perciò suam) iniustitiam '. 

Agli spropositi di reciprocazione bisogna aggiungere 
una serie non breve di vocaboli, costrutti, nessi, frasi o 
rari o impropri o viziosi o ritradotti dal volgare italiano : 
agricolationi ; indulsit medicinae ; ante alios eruditior ; aug- 
mentari ; an sciat quisnam esset ; oculos infigens ; possi- 

i) Cfr. Studi V 385-386. 

«) / ha potest] posset è una correzione trovata dal Valla nel 
suo testo. 

3) E corresse arderent, facendo invidia ablativo. 



2&6 B. BABBAOI!» 

bile est; coniecturam habeo; aadi quo pacto id conìoio; 
item et ìtem ; repulsam babuit ; bonori Maeceaatis ; etna 
sententiae suiit ut metili habiitrrit; pernotasset ; limationi; 
magna instati tia petivit; de ipsa eadem re; siimtnatim emen- 
davit. ut qui reliquit; aoa mìuus gauderet ac suum fuisset; 
refert fulsse . ■ . vituperare . . laudare . . esse ; factorera ; te- 
monem teuuerint; atomacbum faciunt praeter iutelligere; 
rogavit quo pacto poteat; viudictam in luanu habeoj vìr- 
tuti iutendaro ; in qua re diversae sententiae conaultos 
babuit; bino ferebatur et illiuc; rogavit an conterat; hoIIa 
bominum facta compositioue. 

Inoltra quattro neologismi : felioitaudos ; altum (^ ali- 
mentura); cremata digna; tacibonduB, Da ultimo aloaoa 
clausole di verso esametro alla fine dei periodi o dei xiiXat 
celeritatemque futuraru ; v'iria potuisseut ; abatinuiase; de 
Citberide acripsit; inveniebat; convenire dabatur; pudore 
tacebat; coiiducet et orbi- 
Dalie proprie osservazioni sul reciproco il Valla aveva 
tratto uu dubbio sulla paternità donatiana di quella bio- 
grafia ; scrive infatti : ' Et quale Donati grammatici ... si 
modo Donati grammatici libelkis est de <'tta Virgilii ' . . ■ 
Nessuno oggi crede più all'origine antica della redazione 
spuria, la quale ba tutti i caratteri della latinità umani- 
stica e dev'essere perciò definitivamente cancellata dalla 
latinità legittima; onde è da augurare ohe il Theaaurug 
liitguae tatinae non contìnui ad accoglierne, aia pure trft 
, alcune lezioni. 



La biografia vergilìaiia di Slcco Poleuton. 

La biografia vergiliana del Polenton ci è giunta in. 
doppia edizione, come del resto tutti i primi sei libri del- 
l'opera sua De ili. scriploribus linguae lalinat, della quale 
essa fa parte. La prima edizione di quei sei libri inaiamo 
col cominciamento del settimo si conserva in un solo co- 
dice, il Riccardiano 121; la seconda edizione dell'opera in- 
tera in molti codici, tra Ì quali l'Ambrosiano e il Trivul- 
ziano, ì due che io adopero. 

I8.4.-90T 



BIOGRAFIE DI VERGILIO. 257 

Che la prima edizione sia quella tramandata dal cod. 
BicoardìanOy fu ampiamente dimostrato *); in conferma pro- 
durrò nuovi argomenti dedotti dalla vita di Vergilio. Nella 
prima edizione il Polenton citava ancora Q-iulio Cesare col 
nome di lullius Celsus (§ 5 nota); nella .seconda ci presenta 
il vero nome; nella prima tra gli amici di Vergilio col- 
locava Varrus Quintilius (§11 nota), che nella seconda di- 
venta solo Varrus; nella prima (§ 24 nota) T incaricato di 
bruciar l'Eneide è Tucccij nella seconda il nome è corretto 
in Varrus; nella prima (§ 27 nota) dava erroneamente a 
Vergilio 53 anni, nella seconda invece sono 52 ; nella prima 
(§ 22 nota) restava incerto se Vergilio fosse morto a Brin- 
disi o a Taranto, nella seconda si risolve per Brindisi ; nella 
prima parlava di Esiodo genericamente (§ 16 nota), per 
quello che ne aveva letto in Servio, nella seconda sa dire 
che mentre l'opera georgica di Vergilio comprende 4 libri, 
l'esiodea ne ha uno solo: donde vediamo che s'andava in- 
formando anche degli scrittori greci. 

Nella prima edizione adoperava il commento e la bio- 
grafia di Servio. Per quest' ultima basteranno poche prove : 
§ 1 'mater Maya " (Thilo p. 1, 6); § 5 (nota) 'Mantuam esse 
regionis Venetie civitatem Servius . . . scribit ' (Thilo 1, 4); 
§ 12 (nota) ' rogatus est . . a Pollone . . rem . . pastoriam 
canere ' (Thilo 2, 8) ; § 27 (nota) ' parthenias idest pro- 
batus vita ' (Thilo 1, 7j. 

La prima edizione inoltre ò fondata sulla biografia di 
Donato; e son tanti i riscontri da me riportati in nota al 
testo, che è inutile darne qui la dimostrazione. Piuttosto 
richiamerò l'attenzione su due passi, dai quali risulta che 
oltre alla biografia di Donato, conosceva anche il trattato 
sulla poesia bucolica che le tien dietro: § 10 ^nota) ^ ni pede 
celeri fugiens Mincium flumen proximum enatasset ' (end- 
tare è appunto il verbo di Donato); § 29 (nota) ' Varrus 
Thiestem tragediam suam veluti factam a Clarone inscripsit 
vulgavitque \ 

1) A. Segarizzi La Catinia le urazioni e le epìstoU di Sicco Po* 
Unton^ Bergamo 1809, XLVIII-LII. 

SUuìi Hai, fli fiìuì, chin3, XV. 17 



Possiamo anche stabilire a che famiglia di codici ap- 
parteneva il suo lesto di Donato, ossia alla famìglia B A 0. 
E di vero ai § 2 dà ' leviftta ' con B contro ' levata ' dì O; 
al § 22 (iiot.Ri ' Sextio ' con BAO contro ' Sentio ' di Gf; 
al I 28 (nota) 'Alexandnim gramaticnm ' secondo l'inter- 
polazione di yl 0; e al g 24 (nota) leggiamo il passo ' quod 
proficiscetis in Irreciam . . . precatus esset Tacoam ... si qaid 
adversi 0]>ere non delimato eveniret id presto cremaret ', 
che è in /M 

Due altri In edizione meritano di es- 

sere esniaiiiati : bar eadem apud Servium 

sententia; iieque m quìaquam qui usqnam 

sit liac di.' re loqi anciat viro buio . . . fnìass 

et faciem et par i rusticanos '. Ma Servio 

non parla della . i VergìHo: questa notizift 

si incontra solo e rusticana ' '); e io Do- 

nato certamente scambiò i nomi o il suo 

testo era nuonimo ^ __ imente il nome dì Servio, 

g 13 (nota) ' Verum eniin vero satia soleo mecum admirari 
esse minus vere a plerisqne dictum, praesertim a Servio, 
qui doctns est vir et ante alios poete huius copiosus vite 
scriptor et accuratus interpres, Maronem cecinisse Bucco- 
lica receptia ngris, qui bello Philippensi facto dempti es- 
sent ac militibus veteranis dati '. Anche qui si cita col 
nome di Servio un particolare (erroneo) che occorre solo 
in Donato, il quale attesta che la distribuzione delle terre, 
di cui soffri Vergilio, accadde ' post Philippensem victo- 
riam ' ».. Bimane pertanto ]Ìbadita l'ipotesi clie la bio- 
grafia di Donato da. lui posseduta fosse attribuita a Servio; 
tanto più che Servio nella vita è compendiosìssimo, do- 
vechó il Polenton lo dice qui ' poete huius copiosua vite 
scriptor ' e ciò si conviene perfettamente alla vita di Do- 
nato. Gioverà poi notare che la biografia di Donato ci è 
trasmessa quasi sempre dai codici del commento di Servio ») 



1) Iteiirersclicid p. G6, 1. 
') Reilltrsolicid p. 59, a 
3) L. ValmaggJ in liivlata di filologia XIV 23. 



tam^mmai 



BIOGRAFIB JDI VBRQILIO. 259 

e ricordare che allo stesso commento essa è preposta nel- 
l'edizione di Venezia del 1471 *). Veniva perciò spontaneo 
di assegnarla a Servio, come fece il copista del cod. Vati e. 
Ottobon. 1466 dove è intitolata Vita Virgilii ex commeu" 
tariis Servii grammatici. Abbiamo più su (p. 243-44) veduto 
che probabilmente anche il Boccaccio la possedeva col nome 
di Servio. 

Come nella prima edizione della biografia vergiliana 
del Polenton non s' incontra la menoma traccia della re- 
dazione umanistica di Donato, cosi ne occorrono parecchie 
nella seconda. Intanto v' è la storia del distico ' Nocte 
pluit ' col nome del plagiario ' Bacillus ' (§ 9) ; i)oi il par- 
ticolare caratteristico dei ' dena sextertia prò singulo versu ' 
(§ 20) ; la menzione del componimento pseudaugusteo ' Er- 
gone supremis ' sul testamento di Vergilio (§ 24); la ci- 
tazione della sentenza di Euripide ' omnia amicorum com- 
munia ' (§ 27) e il confronto dell' amore di Vergilio per i 
fanciulli con Socrate ' uti Alcibiadem amavit Socrates ' 
{§ 28). Non può dunque cader dubbio che il Polenton nella 
seconda edizione adoperasse la redazione umanistica di Do- 
nato. E allora spieghiamo il doppio enigma che ci s'af- 
faccia al § 13. Afferma egli ivi in primo luogo che del 
' bellum Philippense ' parlano Servio e Donato, mentre 
Servio, e s' è già avvertito, non vi accenna affatto. Qui non 
ci soccorre altra soluzione se non supponendo, e a ciò era- 
vamo giunti per altra via, che il testo donatiano antico 
del Polenton portasse il nome di Servio e che il nome di 
Donato stesse invece nel suo testo della redazione umani- 
stica. In secondo luogo egli afferma che l'aneddoto della 
declamazione àelVEcL VI udita da Cicerone è riferito da 
Servio e da Donato (' ut tradunt ' § 13) Servio lo narra 
all'-Bc?. VI 11; Donato lo riporta nella redazione umani- 
stica, la quale pertanto risulta nuovamente intitolata al 
suo nome. 



») Ciò spiega come le prime edizioni di Vergilio non rechino 
nessuna biografia del poeta, eccetto la romana del 1471, che ha quella 
di Probo. 



260 R, SABBADINI 

Di qui conchindiamo che il Poleoton nel comporre la 
prima edizionG della sua biografia vergiliana adoperava la 
vita di Servio, più la redazione antica di Donato col nome 
dello stesso Servio; per la seconda edizione entrò In pos- 
sesso anche della biografia vergiliana nella redazione uma- 
nistica coi nome di Donato. 

Oltre a ■jueste fonti principali e altre di minor conto, 
il Polenton conobbe lo fonti popolari con le loro leggende 
ispirate alla m^ ' " ' 'rascnrò con isdegno e di- 

sprezzo {% 80), n 'to discernimento orìtioo, 

del quale ha dat mente nel confutare l'as- 

surdo cronologici 'hilippense ' (§ 13-15). 

Nell'elenco ( jeale giovanili di Vergìlio 

egli registra que vide e lesse, poiché segua 

di ciascuna il m una sola ricorda di qnelle 

che non vide, 1*. Cuhx non conosceva più 

dei due versi rei ol liber de Priapo intende 

la silloge degli 8vj _^.„ _ .,. /)e Ivdo il carme ' Speme 
lucrum ' ')• L'£s( et ìVoh, il Vir bonus e le Rosae sono di 
Ausonio. L' ' Ergono suprerais ' nel suo esemplare era mu- 
tilo, se comprendeva appena 19 versi (g 24). Il carme 
d'Ovidio sulla disposizione testamentaria di Vergilio di 
bruciar l'Eneide (g 24) doveva essere l'epigramma ' Tem- 
poribus laetis ', che non so se sia stato da altri attribuito 
a Ovidio: in alcuni codici è intitolato a Cornelio Gallo '). 

Ci'Ouologiii della redazione umanistica di Donato. 

La redazione umanistica della biografia vergiliana era 
nota col nome di Donato al Valla sino dal 1449 : questo 
il termine ante quem. Un termine poni quem un pò largo 
c'è fornito dai caratteri spiccatamente umanistici della 
liugua e della sintassi di quella redazione. Ancor più si 
circoscrive il termine con l'imitazione delle Bpiat. ad far». 
di Cicerone, le quali giunsero a Firenze al Salutati nel 1392 

ij BiUireaa P. L. M. IV 119. 
>) Id. IV 183. 



BIOGRAFIB DI VBRaiLIO. 261 

e non prima di quell'anno poterono esser conosciute. Il re- 
dattore umanistico adopera il testo greco àèlVOrest di Eu- 
ripide, dell' Op. et d. d'Esiodo, del Symiìosion e di altri dia- 
loghi di Platone. Ora gli autóri greci non si cominciarono 
a leggere nell'originale in Italia se non dopo la scuola di 
greco inaugurata dal Crisolora a Firenze il 1397. Inoltre 
quella redazione era tuttavia ignota nel 1410 all'Aliprando, 
che chiama ^ Egeus ' e non ' Bacillus ' il plagiario di 
' Nocte pluit '. Se infine è vero che il ' Filistus ' della 
nostra redazione sia una reminiscenza del ' Philiscus ' di 
Dione Cassio fatto conoscere dall'Aurispa nel 1426, la do- 
vremmo collocare dopo quest'anno. 

Consideriamo dall' altro canto che il Polenton nella se- 
conda edizione del suo trattato, compiuto il 1433 *), ado- 
pera la redazione umanistica, mentre non la conosceva 
nel 1425, quando pose mano a scrivere il libro III della 
prima edizione *), il quale si apre con la biografia vergiliana. 
Il Polenton era diligentissimo ricercatore delle fonti che 
potevano servire alla sua storia letteraria ; e se la redazione 
umanistica non era pervenuta nelle sue mani, vuol dire 
che nel 1425 non era ancora stata pubblicata. Concludiamo 
dunque che essa fu scritta tra il 1425 e il 1433, ma assai 
più vicino al 1425 che al 1433. 



* 
* * 



Avrei da fare una congettura sull'autore della reda- 
zione umanistica ; ma finche non ho le prove certe, me ne 
astengo. 



Remigio Sabbadini. 



1) Segarizzì XLIX. 
«) Ibid. 



LE EMENDATIONES IN T. LIVIVM' 

DI L. VALLA 



m^ 



Nel Valla, e re essere ancora stndiato 

il filologo: i bi umanista non potevano 

indugiarsi a lue scritti filologici, i quali, 

mentre offrivano i valore biografico, avreb- 

bero rioLiesto una j<vuoiny=a — i^^razioiie. Tali sono le ' In 
NoTum Teatamentum adnotafciones '; il commento critico 
al testo di Quintiliano ') ; le ' Emendationes in T. Li- 
vium '. 

Quest'ultimo opuscolo, più noto dei due precedenti, 
desta un vivo interesse non tanto per la diffusione ohe 
ebbe in tutte le meno recenti edizioni di Livio ') — da quella 
di S. Gryphius a quella del Drakenborch — quanto per aver 
dato luogo a quella polemica, che, iniziandosi col Campano, 

') 11 Commento a Quintiliano villo la luce a Venezia nel 1494, 
Il ' Cedex Vallensis ' di Quintiliano si conserva nella Bibl. Naz. di 
Parigi N. 7723. È un paliinpsesto. Una nota del Valla porta la data 
9 dicembre lili. Nou tutte le annotazioni di quel ms. debbono però 
a lui attribuirai. Fiervillo: Quint. hutit. I, p. cxviii. Paris ItìUO. Tutti 
sanno con quanta cura attese il V. a questo commento crìtico, e qael 
che ne scrisse al Tortelli il 1» Maggio 1417. Un codice di Quinti- 
liano il Valla V aveva avuto anche dall'Aiirispa. Cod. Val. Lat 3370 
fol. 25'. 

>) Il Ituperto, T. Livii Opera. T. I. Pref, Torino 1825, credette 
che queste Emendazioni fossero edite per la prima volta nel 1540, 
meatre fino dal '32 erano state pubblicato a Londra insieme con altre 
opere del Valla. 



^amtmmm$m 



R. VALBTINI, LB EMENDAZIONI LIVIANA DEL VALLA. 263 

continua ai giorni nostri. Il Prof. Sabbadini, cosi valente 
cultore di letteratura umanistica e cosi grande ammiratore 
del nostro Lorenzo, si persuase che l'operosità del Valla su 
Livio poteva essere illustrata non senza utilità, e da tempo 
ne rivolse agli studiosi invito formale >). 

In questo mio studio, senza trascurare il valore cri- 
tico delle Emendazioni, quale risulta dalla secolare po- 
lemica che intorno ad esse si svolse, mi propongo inda- 
gare con quali criteri procedesse V A. nella correzione del 
testo. Per combattere il preconcetto, non senza ragione in- 
valso, che gli Umanisti emendassero i testi dietro subite 
e geniali ispirazioni *), dirò subito che la mente del Valla 
essenzialmente critica, anche in questo arduo compito tracciò 
una specie di metodo, che, se non è formulato, si mette 
facilmente in evidenza, e per certi rispetti i3relude ai cri- 
teri critici delle età più recenti. Egli è il primo emenda- 
tore di Livio, che tale possa dirsi; vedremo in seguito 
quanto dalla sua opera illuminata il testo si avvantag- 
giasse. 

Per la mia tesi trovai un valido aiuto in quella specie 
di commenti che TA. fa seguire all'emendazione proposta, 
quasi per darcene una giustificazione. Questi brevi com- 
menti nel loro esclusivo carattere illustrativo e critico da 
un lato, e polemico dall'altro contro i precedenti emenda- 
tori, potevano soli essere adibiti a lumeggiare questa ' ratio 
emendandi ' del Valla: nessuna meraviglia j)er tanto, se 
fin qui furono in certo modo trascurati. 

1) Ne riporto le testuali parole : ' sarà opera utilissima o bella 
illustrare l'operosità del Valla su Livio tauto per la parte del 
testo — e fin qui il mio compito — quanto per la parte della sua 
autorità storica. £ il Valla coi suoi studi su Livio ha suscitato una 
polemica, che ebbe lunghi strascichi e potrebbe con utilità esser 
narrata '. Cfr. Giorn. Stor. della Lett. Ital. XIV, 292. 

») A dir vero recentemente si è un poco esagerato su questo 
punto. Secondo lo Chatelain, questa taccia verrebbe agli umanisti 
dal non aver essi a sufficienza descritto gli esemplari che consul- 
tavano. Cfr. Palóographie des classiques latins. Voi. Il, p. 7. Paris 1900. 
Mi pare che non sia questa la sola ragione, e che ben altre possano 
trovarsi studiando i criteri informativi delle singole congetture. 



Cou unanii 
8tauo molte voli 
gerò che alcune 
uienticaiiza, rit( 
critiche — valgi 
XXIV 42. 6 — 
rito, contro chi 

Insomma; 1 
valore non tinco 



261 R. VALENTI!!! 

Mi si domanderò a questo puntoi qnali ragioni pos- 
sono rendere interessant© una ricerca su i criteri emen- 
dativi del Valla? L'autorevole parola del Prof. Sabbodiai 
varrebbe da sola a ginstificare ampiamente il mio lavoro- 
Ma io preferirei che si ponesse ben mente all' intrinseoo 
valore di queste emendazioni, che è tale da legittimare 
qualunque studio in proposito. 

accordo critici antichi e moderni ') re- 
sagacia del Valla: aggiau- 
i, da secoli cadute in di- 
more nelle ultime edizioni 
i passi XXII 38. 9, 39. 16, 
) a lui rivendicato il me- 
rrogareelo •). 

issa dell'emendatore, e il 
loune delle sue correzioni, 
mi parve esiges ito studio non si lasoiaBae 

da parte la vecchia polemica; u' altra parte la felicità di 
riuscita, che credetti attribuire in gran parte a certi ca- 
noni fìssi, esplicitamente espressi o tacitamente seguiti, 
mi persuase che poteva tentarsi uno studio su i criteri 
informatori delle ' Kmendationes ' e portare un mode- 
stissimo contributo alla storia della critica filologica in 
Italia nella prima metà del 1400. Del resto chi ignora 
che simili lavori furono già felicemente tentati sopra altri 
emendatori livianì, dei quali il Valla — se non può parago- 
narsi con loro per il numero delle emendazioni e per il va- 
lore dei codd. adibiti — non teme il confronto per l'acume 
dimostrato ')? 

■) Può vedersi con iiuanto rispetto ìl Glareauo parli del Valla, 
in: H. Loriti, Anaotatioues in T. Livìum, fol. I. Lugduni 1655. Al- 
trettanto tanno il Godeleveo, il tìronov G. P. ; il Drakenborch. Nella 
più recenti edizioni liviane del Weiaseiiborii e del Luclis non è 
raro trovare che i moderni lilologi abbiano conlbrraato la loro all'opì- 
nioue del Valla. 

*) A detta del Marchesi nel solo libro XXI nove delle più gs- 
niali emendazioni del Valla, farouo attribuite ad altri. Cfr. C. Mar- 
chesi, Bartolomeo della Fonte, p. 149. Catania 1900, 

') Il Gebhard studiò i metodi e i codici seguiti dal Sigonio, e 



LB RMBNDAZIONI LIVIANB DSL VALLA. 265 

II ' Codex Begius ' e le ^ Eniendationes ' yalliano. 

Quale conto fece il Valla della tradizione manoscritta 
nell' emendare i luoghi corrotti? Come intese la fedeltà alle 
lezioni dei codici? Risponderò subito che le sue emenda- 
zioni il più possibile si conformano air autorità del codice 
Regio. Lungi dall' eccedere in libertà arbitrarie, senza ri- 
nunciare a quell'audacia eh' è lecita e necessaria ad un cri- 
tico, non temette di liberarsi da certi criteri troppo ri- 
stretti, che molte volte impacciano in legami dannosi la 
sottilità della mente deir emendatore. 

Questa libertà del Valla, so cosi può chiamarsi, sembrò 
ai suoi nemici fantastica ed arbitraria, e pretesero ammo- 
nirlo additandogli questo canone critico : ' il numero delle 
lettere nel passo errato come in quello ricostruito deve 
corrispondersi ' *). Ma il Valla saggiamente rispondeva di 
riconoscere con la bontà di quell'ammonimento anche l'in- 
sufficienza di esso. 

Quanti credono affidarsi esclusivamente al numero delle 
lettere, da questo stesso pregiudizio sono ingannati. Quando 
in vero si tratti di emendare gravi e volontarie interpo- 
lazioni dell'amanuense, ognun vede come questo canone 
debba riuscire più nocivo che utile '). Le emendazioni ohe 
qui raggruppiamo, ci convincono dell'equo criterio che il V. 
possedette del modo come attenersi ai vestigi dei mss. Lo 

il Weissenborn scriveva: ' De ratione qua Sigisraiiudus Gelenius 
qnartam T. Livii decadem emendaverit ' . Ext. in Commentationes 
Philologae in honorem T. Mommscnii, p. 302-320. Argomento sul 
quale tornò il Luchs per dimostrare tutto il valore del cod. S. Cfr. 
A. Luchs, De S. Gelenii codice Liviano Spirensi commeutatio. Er- 
langao 1890. 

*) Cfr. Le Invettive di B. Facio, llend. dei Lincei, Voi. XV, p. 526. 

*) ' Cum onim certa edocti simus experientia in codicibus nostris 
non leviores tantum, sed etiam gravissimos accidisse errores, sum- 
mum indicium non in maxima, quae adtingi possit, litterarum simi- 
litudine versatur, sed in optimo seiitcutiarum stilique cum scriptoris 
indole concentu '. Cfr. Heimsoeth, De necessaria in re critica vigi- 
lantia. Fol. IX, Bonn. — II Valla presenti questi criteri. 



266 R. VALKNTINI 

studio ohe egli pone iu una fedultà metodica al cod. Regio — 
del quale uoii diBsimulava a sé stesso la relativa attendibi- 
lità — rende più stridente il contrasto colle violazioni dei 
suoi avversari, i qnalì giungevano fino a cancellare le parole, 
che nella loro ignoranza non intendevano '), E qui meglio 
comprendiamo come pel Valla, che sperimentava qiial prova 
avessero di sé dato i suoi avversari, l'accusa del Faoio 
dovesse suonare come una sfida. Donde quell'antitesi strì- 



dente, cui sopra 
di oculata fedeli 
dalle emeudazio 

Al XXI 31. 
et coeta ianiorB 
batur '. 

I precedent 
primendo la diz 
eo qui p. p.': . 
Valla h,i il dirii 
similitudine 



hìtraria licenza da un lato, 
aale risulterà chiaramente 
leremo in esame. 
in B I) ' minor srat fratre 
Ila qui plus poterai pelle- 

ano creduto emendare sop- 
lostituendo ' qui minor ab 
nto arbitrariamente. E il 
me. ' Estne istud servare 
um litterarum in conìectanda 
Bcripturae veritate alias dictìones eximere, alias adicere? 
Videts quanto id a me sincerius custoditur . . .'; e qui segue 
una serie di felicissime emendazioni intese a sanare l'in- 
tiero passo: ' minor erat fratre ' fu corretto ' minore a/.'. 
Quanto al resto il V. ha il merito di aver ben compreso 
l'antitesi delle due proposizioni nel periodo in questione, 
e a quel ' iure ', che lasciò intatto, contrappose un ' vi ', 
sapientemente intraveduto nel vestigio del secondo ' qui ', 
evidente dittografia del primo. Un simile errore sullo stesso 
codice si riscontra poco appresso al SXI 54. 2. 

Cosi il Valla con facili rimedi, senza trascurare alcun 
vestigio nella lezione errata di B, emendò magistralmente 

1} Per meglio convincerci delle licenze che non avevano dubi- 
tato di prendersi i precursori del Vallit, vorrai si leggessero separata- 
mente le emendazioui da loro proposte ai seguenti luoghi : XXI 31. 6, 
59. 7, 61. 2. XXII 18. 9, 22. 6. XSIIl 7. 3, 30. 3. XXIV 30. 11, 31. 7. 
XXV 1. 10, 3, H'), e la critica che ne la il Valla. 

)) Noterò il codice Regio colla sigla R, e ia generate userò le 
stesse sigle adoperate nel mio studio su questo codice. Cfr. Studi Ital. 
di iil. Class., Voi, XIV, p. 206. 



LB EMBNDAZIONI LIVIAME DBL VALLA. 267 

il passo: alla critica posteriore non restò che far plauso 
alla sagacia dell'emendatore i). 

Né meno arbitrariamente alla lezione ^ ut cuique aut 
locus aut opportunitatem daret aut progressi ' B>. (XXI 35. 2) 
era stata proposta la seguente emendazione : ' aut locus 
aut opportunitas apud eos erat \ E il Valla confuta : ' cum 
nihil sit emendandumi nisi delendo ex tribus ^ aut ' secun- 
dum ' . Certissima questa correzione, che del resto il V. 
(con questo non si mira a diminuirgliene il merito), potò 
prendere da altri mss., i quali non ripetono il secondo 
' aut ' *). ' Ut cuique ' non rappresenta la tradizione mi- 
gliore (solo R con L); gli altri codd. concordemente ' ut- 
cunque ' «). 

Ai luoghi già citati, in cui le emendazioni valliane 
cosi bene si conformano ai vestigi di R, quanto le pretese 
correzioni degli emuli se ne allontanano, aggiungerò pochi 
altri esempi. 

XXII 39. 16 ' tamquam prò Oarthaginis moenibus sed 
ne ... ' R. 

Il Petrarca supponendo che gli amanuensi avessero 
omesso il verbo, dopo il ' moenibus ' aggiunse ' pugnatum 
est ' , sostituito con ' pugnabimus ' dal Panormita. Il Valla 
con meravigliosa divinazione intui nel ' sed ' il vestigio 
del verbo richiesto, e lesse ' sedei ' senza portare nuove 
modificazioni nel testo. A lui dunque il merito di aver sop- 
presso l'erronea emendazione del Petrarca, inconsiderata- 
mente seguita dai suoi emuli, non che la lode di una fe- 
deltà esemplare. E pure questa palmare emendazione fu 
solo rievocata dai critici recentissimi ♦). Prova ne sia che 
il Madvig, provatosi a restituire questo passo, che credeva 

*) Non ebbe seguito una ulteriore congettura di G, P. Gronov, 
accettata solo dal Drak. e Ruperto, che propone un ' poteraut ' da 
ri&rirsi a ' iuniores', soggetto logico. Cfr. Drak., voi. VI, ad h. loc. 

«) Per citar codici di tempi difiFerenti noterò : C. M. Vat. Pai. H. 

») Livio usa rimp. o il piuccheperf. del cong. nelle prop. in- 
dicanti un* idea di ripetizione. Cfr. O. Biemann. Études sur la langue 
et la Grammaire de T. Live, Paris 1885, II»»» Edit. p. 294. Ibidem, 
p. 178. Cfr. anche G. Loane, Livy Book XXI, London 1901, p. 118. 

^) Il Drak., ad esempio, la rifiutò ed altri con lui. 



268 B. VAI.BNTltfl 

ancora iiiemendaio, alla distanza di quattro eecoli giunse 
alla divinazione del Valla. ' Qaod ciim a Valla praeceptnm 
non animadverterem, ipae inveui ' '}. 

Il nostro emendatore è sìstomatìcamente contrario alle 
aggiunte che altri portavano nel testo ') ed un caso ai- 
mile al precedente l'abbiamo appunto al XXJV 31. 2 ' Hip- 
pocratem et Epidicem perseverat rumor ' R, Gli avversari 
aggiungevano ' adveuire '. ' Quasi non subintelligatur, os- 
serva il Valla, * ' itivum, sic: Hip. et Ep. 
esse '. Esclude giunzione, e si appella n 
ragioni gramma' ti aìmili costruzioni >). An- 
che quella rest esito della precedente. Il 
Drak. ed altri ' adesse ' '); ma nelle mo- 
derne edizioni v questa glossa e ripristinata 
l'opinione del T 

Il quale da 'e altre emendazioni potè, 

confrontando, m oal punto arrivasse la de- 

cantata fedeltà ct è quindi da meravigliarai, 

se la loro imperizia pretenziosa suscitò il facile motteggio 
del formidabile competitore. In vero al XXI 40. 2 ' ad 
Ehodaniim flumen aegre vicisseut ' gli avversari all' ' aegre ' 
avevano preferito un ' audaeter '. Ma Lorenzo proponendo 
uu ' egregie ' sarcasticamente prosegue: ' vere audaoter 
non egregie emendaiites, ego egregie non audaeter '. 

Sebbene nei mss. prevalga !a lezione 'aegre', il V. in quel 
vestigio intravide l'esatta dizione, che gli veniva confermata 
da una sicura conoscenza dello stile liviano. ' Egregie pu- 
gnare ' occorre frequentemente: II 47. 9. Ili 29- 7. X 30. 1, 
ne meno usitata ò la frase ' egregie vincere ' (cfr. IX 38. 14. 
XXIV 42. 2 etc). 



I) Mg,, Emeadatt. Livv. Hauaiaa 1877, p. 305 io nota. 

') Anche al XXI 61. 2, gli avversari emendavano coll'aggian- 
gere due dizioni nell' interlinea ; ' tjuasi sic obsciire loquatur Livias, 
osserva il Valla, ut duo verba subaudiri oporteat '. ValJae Luoubra- 
tiones aliquot, Lugud, 15ii2, p. 733. 

3) Vallae. Elegantiarum Liber IH cap. 47. ' Curo venuste verba 
aut desuQt, aut redundaat '. 

') Drak,, voi. VII, p. 743, 



LB EMENDAZIONI LIVIANE DEL VALLA. 269 

Altrove (XXIII 46. 2) un passo di Cicerone (Pro Rab. 
0. VI) gli cadde a proposito per confermare la propria emen- 
dazione e per sferzare la presunzione degli emuli, cui ri- 
volge quelle parole : ' Quin comprimitis istam vocem in- 
dicem stultitiae, testem paucitatis? ^ 

Né il Valla si provò soltanto sopra quei luoghi segna- 
lati come corrotti dai suoi avversari ; si bene sopra nuove e 
più sottili mende, che, sfuggite ai primi correttori, furono 
al nostro Lorenzo rivelate dalla sua invidiabile sagacia. 

In ogni occasione intese allo stesso modo il criterio 
della fedeltà al codice. Non ce ne mancano prove luminose. 

XXII 38. 9 ' mirari se quod nequis priusquam ' E. 

Il Valla congettura ' m. se quomodo (vel: quemad- 
modum) quis (id est « aliquis ») dux priusquam . . ' *). La po- 
lemica su questo passo, cui primo pose mente Lorenzo, 
giunge fino a noi. Il Gronov (lGll-71) e quanti lo se- 
guirono, molto meno del Valla entrarono nel significato 
del passo. ' Quod nequi dux ' scrive il Gronov, significant 
qui numquam dux, id est quemadmodum qui numquam 
exercitum rexisset. Ut nempe Varrò. Hoc etiam auget in- 
dignationem, *). Il Mg. si accosta più da vicino alla con- 
gettura valliana. Di fatti unendo il ' ne ' al ' quod ' pre- 
cedente, con riserva congetturò un ^ quodne qui dux ', 
che più tardi modificò ' quidni qui '. Il Wulillin, seguito 
nelle ultime edizioni, propose Patetesi delle parole: quod 
ne «). Il Fugner darebbe al ' qui ' una accezione avver- 
biale, o ravvicinerebbe questo al passo XXI 30. 2 *). Il 
Loane (Book XXII London 1903, p. 143) lascia ' qui dux ' 
interpretando il ' qui ' come il comune ^ qui fit ' ; ma qui 
non abbiamo una interrogazione diretta o indiretta. Lo stesso 
WòlfHin nelTultima edizione (1905) di questo libro XXII 

1) La parola * Dux ' che si ritrova nell' omondazione Valliaiui, 
probabilmente era anche in R. Può trattarsi di una omissione ti[»o- 
grafìca se è omessa nella lezione a stampa. 

«) Drak, voi. VII, p. 229. 

3) WoUHin: T. Livii Hist. lib. XXII, Lipsiao 187ì3, ad h. loc. 

*) F. Fiigner: Livius XXI-XXflI mit Verweis. auf Cilsars beli. 
Gallio., Berlin 1888, p. 136. 



270 ^^V R. VALENTIN! 

sostiene ' quod alìqui ' '), ravvicinandosi, in certo modo, al 
pensiero del Valla, del quale non sappiamo se più aniioìrare 
la sagacia critica o la felicità di intuizione. 

L'errore di B, comune a tutti i mse., ' ac suomm 
equites ' al XXIII 16. 8. non passò inosservato a Lorenzo, 
che volle il ' siiorum ' cambiato in ' sociorum ". Paleogra- 
ficamente la i'ongettura trovava una sicura ginetificazione 
nella facile confusione di queste due voci nella tradizione 
manoscritta '}. I j non elle il criterio gram- 

maticale militai lorum ', come può vederei 

dalla narrazione 

La congetti lODCordemente accettata. 

Un'altra pi one di un passo corrotto, 



sfuggito agli et 
' Alterius 

©ventu ^ R. 

Opinor lege 

rato a. e. '. Gli 



1 al XSV 12. 4. 
didici curato aaotoritas 



post rem actam editi cQia 
possa aver avuti da 



/ali; 



altri mss. non gli diminuiscono il merito di una abilità me- 
ravigliosa. Vi fu tra i critici meno recenti cki si provò a 
distruggere questa felicissima congettura, fin che il Gro- 
iiov così rivendicò l'onore del Valla: 'NiMH sit in hao 
parte critices qui non videat verani esse frustra a Si- 
gonio repudiatam Vallae coniecturam ' '). Modernamente 
i critici discussero sulla lezione ' cum rato ', che vorreb- 
bero sostituire cou ' ex confirmata ' Freund ') ' compro- 
bata ' Mg, '). K però generalmente accettata la lezione di 
cui siamo debitori al Valla, come la più fedele alla tradizione 
manoscritta più attendibile. 

Se Lorenzo, come apparirà in seguito, sa anche ricor- 
rere alla libera congettura, certo è che, ogni qual volta la 



1) Vedi la recensione iu: Zoitachr, iiir die Osterreieb, Gym 
Miirz lOOO, p, 209 e sogg. 

>) Cfr. Drak., voi. VII, p. 413. Un simile scambio era avV6 
al XXXVII 20, a 

s) Drak., voi. Vili, p. IG. 

') iiucbs, p, 2.54. 

■-) Mg., Em. Livv., p. a56. 



LE BMRNDAZIONI LIVIANE DEL VALLA. 271 

lezione di B poteva in qualche modo sostenersi, si astenne 
da ogni emendazione, preferendo una tradizione attendi- 
* bile ad una emendazione congetturale. 

Gli avversari avevano cambiato in ' aocitus ' la lezione 
' aditus ' di R nel passo XXIV 35. 4. Il Valla preferisce 
lasciare il luogo inemendato, ma erroneamente. Che se gli 
parve possibile essere stato Imilcone ^ aditus ' dai legati 
di Ippocrate, non so come spiegasse il riferimento della 
stessa parola alle lettere di Annibale. La lezione del P* 
' adicitusque ' additava e chiudeva in se l'esatta correzione. 
Il Lipsio (1647-1606) propose argutamente ^ adiutusque ' 
che, a parer mio, trova una perfetta conferma nel seguente: 
' et ipse haud vanus . . . '. 

Senza più dilungarmi noterò solo altri passi, le emen- 
dazioni dei quali tutte si informano ad un esatto criterio 
nell'uso del codice E. Eccoli: XXI 26. 7, 36. 8, 54. 2. XXII 
32. 5. XXIII 17. 10, 36. 4, 37. 6, 42. 12, 42. 13. XXIV 10. 9, 
36. 4, 38. 5, 42. 6, 49. 2. XXV 1. 10. XXVI 17. 6. 

Dovunque la stessa felicità di intuito e la stessa preoc- 
cupazione di rimanere fedele ai vestigi di E. Al nostro 
Valla basta anche cambiare una sola lettera per ritornare 
l'intiero passo alla pristina chiarezza, là dove gli avver- 
sari audacemente aggiungevano o toglievano interi co- 
strutti. Lorenzo trova sempre anormale che le congetture 
non si uniformino per quanto è possibile alle lezioni dei 
codici. In questo equo giudizio, che, senza imporre al Valla 
un asservimento pedante, lo lascia libero nella congettura, 
specie quando avverte una grave interpolazione, sta ap- 
punto il suo merito. La statistica è sempre eloquente. 
Delle 26 emendazioni ai luoghi su riferiti, eccezion fatta 
per i passi XXIII 42. 12. XXIV 35.4. XXVI 17.6, le 
rimanenti prima o poi furono tutte approvate dalla critica 
posteriore, che tributò all' A. onore pari al merito. 

Né è da credere che il Valla si limitasse qui alla cor- 
rezione degli errori più evidenti, giacche aflProntò con suc- 
cesso questioni, ove solo un critico valentissimo avrebbe po- 
tuto provarsi, sia per la gravità dell'interpolazione sia per 
la mancanza di una autorevole tradizione manoscritta. Una 



272 ^V 

bella prova si pai avere al XXIV 38. 6 ove ia lezione 

nec ocGiipatis peoalium ' fu magistral menta emendata . 
' nec praeoccupafciapem iillam '. E Bobbene ' praaoccnpati ' 
poteva leggersi in altri codici, rimane aampre l'emenda- 
zione di ' peculium ', ch^a ofFrono coucordemente tutti i mas. 
Fin d'ora intanto oaserviamo clie il grande nmanìata 
9a ritrovare l'errore, cerca rintracciarne le cause ed ha | 
alla mano gran parte di quei mezzi, che possono assicu- 
rargli unii gran" i riuacita. 

L'esita ettara arbltrarlii 

ationes ' . 

Sebbene il iervammo, preferisse atte- 

nersi fodelment icò certo di consultare altri 

mas. Ogni qual di quel codice gli sembrù 

più che altrove arie collazioni, sebbene il 

Vallii conobbe di „ _ la mano codici di grande 

attendibilità, potevano in qualche modo dichiarare l'inter- 
polazione nel suo divenire, e mettere così l'emendatore 
sopra una retta via. 

Gli aiuti che vennero alle congetture valliane dalle 
differenti lezioni dei msa. non sono certo rilevanti; ma 
non è questo, che mi propongo qui dimostrare. Vedremo 
piuttoato come in certi luoghi universalmente corrotti nella 
tradizione manoscritta, la collazione di più esemplari per 
solito non giovò punto all'emendatore, lo portò anzi ad 
una serio di congetture false. 

Raccolgo nella prima parte di questo capitolo le emen- 
dazioni meno felici, Nessuna meraviglia se quel Valla che 
proponeva sempre una emendazione correttissimo, si cam- 
bia qui in un dubbioso cercatore di ipotesi, in un soste- 
nitore di congetture disparafcissime per emendare uno stesso 
luogo. E tutto ciò come non può menomare di troppo il 
suo valore critico, cosi non autorizzava gli emuli a tac- 
ciarlo di emendatore arbitrario. DÌ fatti il V. è il primo a 
rendersi conto della sua scarsità di ' probati codices ', come 
per primo condanna un modo di correggere, che non se- 



LB EMENDAZIONI LIVIANB DEL VALLA. 213 

guiva per elezione, ma che gli era imposto da molteplici 
cause indipendenti dal suo acume critico, che per ciò ap- 
punto non resta scemato. 

Anzi tutto TA. affronta luoghi ' vexatissimi ' su i 
quali non fecero miglior prova tanti emendatori che la 
seguirono. Lo dimostri il fatto che per la più parte di 
questi passi una probabile correzione è ancora desiderata, 
e per alcuni i filologi hanno quasi rinunciato a trovarla. 
Altra attenuante in favore del Valla consiste nella poca au- 
torità dei codd., onde potè servirsi. Si pensi infatti che per 
Lorenzo il cod. B era il più ^ augusto ^ di quanti se ne co- 
noscevano allora ; or bene tale ms. parrà di nessun momento 
quando si paragoni col P, collazionato dal Gronov. Il quale 
comprese benissimo come in certe emendazioni, tentate 
dai suoi precursori, non si potesse sperare buona riuscita 
senza l'aiuto di un autorevole ms. Cosi al XXVI 7. 9 il 
Valla propose una delle più geniali congetture, che pure 
si avvicinò al senso, non alla lezione del passo. E il Gronov 
osserva : ' sed nulla vi ingenii aut doctrina absque veteris 
optimique libri ope ad verum penetrare potuerunt ' allu- 
dendo al Valla e agli altri correttori *). 

Ciò premesso, dalle parole stesse del Valla apprende- 
remo la sua esitazione davanti alla lezione di mss. discor- 
danti; come troveremo in lui il primo censore del sua 
indirizzo. Dai passi che sono per riferire apparisce com- 
plessa la causa della esitazione tra differenti emendazioni. 
A volte sono le diverse lezioni, che portano l' A. a diversi 
adattamenti di una congettura. Eccone qualche esempio. 

XXn 12. 4 ^ victos tandem quos martios animos Bo* 
manis debellatumque et concessum. Quod quis propalandae 
virtute ac gloria .... animum incensum . . . . ' B *). 

i) Drak., voi. Vili, p. 812. 

s) Il Valla emenda ' Animum incensus ' secondo una regola 
esposta nelle Eleganze circa l'acc. alla greca coi verbi med. pass.; 
costruzione che, a suo avviso, dal tempo di Quintiliano era passata 
nell' uso ordinario (Istit. IX 3. 17). A Livio non è ignota la costru- 
zione di un pari. pass, passi v. con Tace, della parte, cfr. XXI 7. 10 
e altrove. (Riemann, Op. cit. 262. Fùgner, p. 23). 

Studi iiaL di fllol. class, XV. 18 



274 a. VALfcNTiNi 

L'A. propono dna differenti emeodazìorii. 

Nella prima congettura conobbe che il ' ijiiod qtiifi "" 
rappreseutava una doppia grafia di nna dizione unica, uift 
quando si occottui il ' propalandae ' emendato giustamente 
' propalati! de ' ■), possiamo dire cbe l'A. comprese il senso 
del passo, ma non contribuì alia restituzione del teato. 

Ma il Valla, ò incerto della sua emendazione, e con- 
tinua : ' vel quia quidam codices habent ' : ' increpans ■viotoa 
quid tandem? . . senso interrogativo: opi- 

nione che fu anc rdi rievocata. Sebbene dia 

la preferenza alti nohe aedotto dalla eeconda 

lezione ms.; doude rae congetture sono ugual- 

mente infelici ; p Bservare che i oritio: po- 

steriori non riu8 ì questo un ' locus vexa- 

tissiraus '. Il Gr : ' victos tandem quoque 

martios anìmis 1 Imasio (1688-1653) ' auos 

martios a. ' ritei lenb. II Kaeatner ') ^d Ìl 

Loane >} come M. s] martios '. /fingerle pre- 

ferirebbe ' quassoa ' da nessuno seguito. Lo stesso Weis- 
senb, tentò una forma interrogativa '), e da ultimo il 
Wòllllin (4" edizione 190.")) affacciò un ' quiesse ' '). 

Evidentemente siamo ancora lontani da una attendi- 
bile emendazione, nò potremo rimproverare al Valla la sua 
infelice riuscita. Quanto al seguente ' a, incensum ', prevalse 
l'opinione degli avversari, che proponevano ' a. incessit ' '), 

XXIV 4. 1. ' uedum dominationera modice lafcurura. 
Aetatis id ingenium ' lì. 



I 



") Cou i verbi oomiiost 
Livio usa 7 volle Tabi, coi 

') Quaestiones Livv., 

3) Non mi pare die egli ravvicìui giwatainonte la costruzione 

' coiicesdum de ' all' altra [XXII 58. 'ó) ' de diguitate . . . certare ' , 

(Ed. cit., p. 112). 

') M. Miiller, Ab Urbe C. Libri XXI-XSIII. Lipsiae 1889. 

=) Zeitschr. fùr A. W. l&lT. p. 1012. 

■i) Zeitscbr. l'iir die iisterr. Gym. Mili 

'•) Simile costruzione sì trova spesso 
XXIX 3, 9, Ad essa ai atteun. 
und Grainm. lP9ii, p, 217, Cfr 



i separazione o allontanamento, 
hr. l'agiier, Op. cit.. p. 27, 



1!)06, p. 209 9gg. 
rova spesso in Livio. Cfr. XXIII 38. 5. 
Landgvaf iu : Aroh. ftìr Latein. Lexic. 
anche Fiiguor, Op. cit., p. 22, n. 8. 



LB EMENDAZIONI LIVIA NE DEL VALLA. 275 

Siccome l'A. non accenna ad altri che lo abbiano pre- 
ceduto, dal tenore delle sue parole si arguisce che, se- 
guendo B, si distacca da altri codici, con i quali la sua 
congettura è in evidente disaccordo. Cosi egli : ' Ego ac- 
cipio « modico » adverbialiter prò eo quod est temperate 
et modeste ^) ideoque superiorem sententiam sic dando 
<r nedum d. modico laturum ». Sequentemque sic incipio, 
mutoque sic: < Laetati id ingenium ....'. 

Il V. non portò alcun miglioramento alla vera lezione 
del passo, scostandosi dalla dizione ' aetatis ' . Il Drak., ri- 
fiutando una poco felice congettura del Gronov, si accostò 
air emendazione del Valla, sostituendo però ' Laeti ' al 
' Laetati ' *). Il Salraasio su i vestigi di codici migliori 
(la sua congettura mi sembra avvalorata anche dalla le- 
zione del P*) proponeva: ' Ea aetas, id ingenium: et tu- 
tores . . . ' etc. ') seguita anche dal Weissenb. '). Ma a 
H. G. MùUer sembrò sospetto quell' ' et ' davanti a ^ tu- 
tores ' allo stesso modo che nel passo XXIV 3. 16 »). Il Mg. 

sosterrebbe: ' eam aetatem, id ingenium tutores ac- 

ceperunt •) e ciò perchè ' acceperunt ' a suo avviso sembra 
domandi un oggetto, il quale del resto potrebbe anche sup- 
porsi in un ' eum ' sottinteso. Forse si guadagna in fedeltà 
alla più autorevole tradizione ms. congetturando: ' Aetatis 
id ingenium et t. a. a. .... . acceperunt '. L' ^ et ' assume- 
rebbe il valore di ' etiam ' non ignoto alla lingua liviana ' ). 

Oltre V adattamento alle diverse lezioni dei codici, tro- 
viamo altre cause delle molteplici congetture, intese alla 

1) Queste e le seguenti parole non avrebbero ragiono di leg- 
gersi, se non ammettessimo codd. recanti questa lezione ' modicae 
laturum aetatis *, o dotti che la sostenessero. I codd. L. Vat. Pai. 
precisamente mettono V interpunzione dopo ' aetatis ' . 

*) Secondo il Drftger (Hist. Synt. I, p. 352 ediz. II) sarebbe fre- 
quentissimo in Livio r impiego di un aggettivo per una locuzione 
avverbiale. Tanto più, secondo il Nilgelsbach, quando venga rappre- 
sentato uno stato e una disposizione deir animo. Cfr. Lat. Stil., p. 284. 

8) Drak., voi. VII, p. 621. 

♦) Weissenb. Pars III, p. 6. 

s) H. J. MuUer., Ab urbe C. Liber XXIV, Lipsiae 1878, p. 88. 

<5) Madvig, Em. Livv., p. 334. 

") Biemann, Op. cit., p, 277. 



276 

correzione di uu solo pasao. Sodo qnestd le difficoltà inerenti 
al luogo atotìdo, capace di assnmere, come avviene sovente, 
differenti interpretazioni. 

In questi casi il Valla propone differenti congetture 
e tenta tutte le vie per ricoatruire quella lezione, alla quale 
più o meao giustamente crede sentirai vicino. Non ne man- 
cano eseru[ii. 

Senza prendere in esame le sei diverse eongettare nel- 
l'emendazione del .3 ') ^'^'^i^i<^i'<lo alla dif- 
ficoltà da superari .paio ed il Gebhard ') non 
fecero miglior pri . Gronov portò alla que- 
stione utili contri per questo la polemica 
terminasse '). 

Mi fermerò ] in' esplicita dichiarazione 

del Valla, che qua ma venia domandata per 

il suo nuovo modi non che ad una afferma- 

zione cosciente di agi da nu esatto criterio 

metodico. ' Ne quia r, scrive l'A., quod multis 

modis eumdem locum emendamus, cum verns nisi unus esse 
non possit. Nam facimus more illius apud Plautum senis, 
qui complures ex praeda servos coemit, unius certi postea 
in iis reperìendt gratia ' »). 

Il Valla non si lusinga che simile procedimento possa 
condurlo alla retta emendazione : vi ai appiglia solo in quei 
casi in cui per la mancanza di una migliore tradizione ms. do- 
veva abbandonarsi alla divinazione. Anche il Drak. trovò 
eccessiva nel Valla questa proclività alla molteplice con- 
gettura nelle emendazioni dei due passi XXII 51. 2 •) e 
XXIII 8. 7 '). 

1) Vallae, Op. cit., p. 755. 

*) Drak., voi. VII, p. 808. 

)) Madvìg, Em. Livv., p. 347. Più tardi ripresaro la queatioue 
Harant e Bieiuaan. Cfr. Revue de Philol. N. S. Tom. VI, p. 200. 

*) Vftllae, Op. oìt., p. 756. 

") ' lu ultima parte Valla quoque aonisum vìdorat, at verba 
Livii restituere non potuit, quod nimium coniecturis indulgerei ' 
(Drak, VII, p. -299). 

°) Vaila multis modis efiert, verum coniecturae sant, qaaleft 
plures effiugere nou edt ditRcile (Drak, ibidem, p. 396). 



LE EMRMOAZIONI LIVIANB DEL VALLA. 277 

Chi però conosce quante difficoltà questi due luoghi 
abbiano presentato ai critici, non si meraviglierà se io penso 
che il Valla, con un metodo che nasceva con lui e senza il 
sussidio di autorevoli mss., desse già gran prova di valore 
critico riuscendo a penetrare nel senso che i passi celavano. 
B£i8ti ricordare che per il XXIII 8. 7 dopo i tentativi presso 
che vani del Gronov, Husche, Seyffert, Madvig *) solo Heer- 
wagen, contemporaneamente, come pare, a M. Mùller ed 
Harant •) trovò una plausibile emendazione, che il Madvig 
non riusci ad infirmare. Certo a favore del merito critico 
del Valla niilita la difficoltà dei passi affrontati, e la spro* 
porzione dei sussidi, che potevano facilitargli la riuscita. 
Nò si può fare questione di metodo, se le esitazioni nelle 
sue emendazioni non sono rare ») e a volte troppo lontane 
dal testo ms. 

Non possiamo quindi ascrivere a tutto carico del no- 
stro Lorenzo che egli non abbia premesso uno studio sul 
valore dei propri codici per classificarli in famiglie ed 
attenersi cosi alla più attendibile tradizione. Non ce ne dà 
il diritto l'insuccesso nella correzione dei passi affrontati, 
né abbiamo ragioni sufficienti per credere che gli altri co- 
dici dei quali disponeva, potessero uguagliarsi ad R quanto 
all'autorità. 

Al Valla avremmo potuto domandare che, quando per 
ragioni indipendenti dalla sua valentia non poteva sperare 
in una esatta ed unica correzione, fosse stato pago di ad- 
ditarci il passo come sospetto, senza abbondare in conget- 
ture inconcludenti. Forse questo non era compatibile col- 
r indole polemica del lavoro. Non è per tanto da credere 
che Lorenzo o non sappia trarre alcun vantaggio dalla 
collazione di vari esemplari o che le sue congetture ri- 
mangano in un perpetuo fluttuare. 

1) Madvig, Em. Livv., p. 316. 

«) Cfr. Heraeus, Questiones criticae et paleographicae de vetu- 
fltissimis codd. Livianis. Berolini, 1886, p. 109. 

9} Oltre i pochi citati possono confrontarsi i luoghi seguenti: 
XXI 54. 9. XXIV 22. 17, 37. 9, 38. 2, 38. 6, 89. 1. XXV 3. 18, 6. 7, 6. 11. 
26. 1 e altrove. 



278 B. VALBSTINl 

In determiDati casi, esigui per numero, quando il V. 

non potè fare affidamento che sulla sua divinazione, l'emen- 
dazione diviene in certa guisa arbitraria, prevalendo quel- 
l'elemento soggettivo eh' è spesso inevitabile nella critioa 
congetturale ']. Sebbene queste licenze per molte ragioni 
non possano paragonarsi a quelle dei suoi precursori, non 
sarà inopportuno conoscere a quali casi si circoscriva nel 
Valla la congettura arbitraria. 

In lui, come nJatori trascinati a divi- 

nare la correzione e di quelle infelici conget- 

ture, che maggio] i il testo già corrotto. Ne 

fanno fede i aeguei : 20. 7, 26. 1. XXIII 30. 3, 

30. 14 '), 43. 3, 49 44. 10. XXV 9. 16, 10. 9, 

21. 8, 26. 7. XXT 

Basteranno d 

XXV 9. 16 ' infra quam masime fro- 
quentia . . . .' E, 

'Emendo: Ta.^ ^„ _ os ....'. Il Valla suppose 

quel che Ìl passo era ben lungi dal significare: e la sua 
emendazione solo formalmente si avvicinava alla dizione 
' et infra ', che concordemente presentano i mss, migliori. 
Certo è che tale dizione rimase per luugo tempo un enigma ') 
fin che il Gronov lesse genialmente ' et itinera ', resti- 
tuendoci l'esatta lezione. 

XXVI 27. 16 ' Hac circumfusus multitndiue similis 
Siculis obviam egressis Siculisque Romam praebuit claris- 
simarura urbium excidio ac celeberrimis viris bello victos 
accusatores in urbem adducentes ' R. 

') Madvig, Artis coaiecturalis adumbratio: iu Ad versarla Critica, 
voi- I. Hftuniao 1871. 

1) A torto s'ostinò il Valla a. non riconoscere in questo passo 
una felice emendazione dei siioì avversari. Quanto all'emendazione 
del Kiemann ' et mortis causa M. Acmili Lep. ' non <• In nessun 
modo accettabile. 11 ' causa ' non può scindersi dalla locazione 
' aedia dedicandae causa ' che ritroviamo al passo XXVII 33. 6. 
Cfr. in proposito Sohmidt, Beitrilga zur Livian. Lexic. Ilecenaione di 
Zingerle m Zeitachr t d. ostorr. Gym. Novera. 1906, p. 1001. 

^j Anche Bartolomeo Footio non riuscì a comprendere quel ohe 
nasoondesar ro lo parole ' et infra '. Cfr. Morcheai, Op, cit,, p. 139. 



LB BMENDAZIONI LIVIÀNB DBL VALLA. 279 

II Valla oosi emendò questo passo a pichiesta di Gia- 
como Curii : ' Nuno ciroumfusus mùltitudine simul et Si- 
culis obviam egressis potestatem Bomam adeundi fecit et 
nonnullis (vel : « aemulis ») quaerimoniam praebuit claris- 
simarum urbium ....'. 

Basta osservare quanto il Valla si scosti dalla tradi- 
zione ms., per rilevare quanto metta di suo nell'emenda- 
zione. Il Sabellico, il Glareano, il Sigonio, il Gebhard, 
riusciti non meno infelicemente del Valla, sono d'accordo 
nel rimproverargli una libertà troppo spinta *). Sta il fatto 
che lo stesso Gronov non riusci a nulla. Spettava alla cri- 
tica moderna tentare con più fortuna la correzione di 
questo luogo. Il Weissenb., sfruttando una proposta del 
Sigonio, sostituì con ^ pervenit ' il ^ praebuit ' e con 
' egressis secutisque ' l' errata lezione ' egressis siculisque ' . 
Tolse ' ac ' davanti a ' celeberrimis ' e lesse ^ adducens ' 
contro la lezione ' adducentes ' dei mss. più autorevoli *). 

L'opinione del Weissenb. non fu da tutti condivisa. 
Il Perthes e il Friedersdorflf preferirono l'emendazione del 
Kòhler •) ' speoiem praebuit e. u. excidio celeberrimis .... 
adducentis ' , notando che ' speoies ' con un genitivo del 
participio non è raro in Livio (cfr. XXVII 2. 6. XXXV 
34. 9 etc). Il Madvig per rimanere più fedele al ' Roraam ' 
dei mss., provò a sostituire ^ formam * a ' speciem ' e ri- 
mosse ' ac ', come altri prima di lui *). Da ultimo Mitchell 
Henry suppose ' p. speciem dolentis duarum dar. ' nella 
quale congettura troviamo che ^ dolentis ' non è meno ar- 
bitrario del ' quaerimoniam ' valliano ^), 

Ho riferito queste come un saggio di quelle emenda- 
zioni in cui la congettura valila na fu essenzialmente ar- 

1) Drak, voi. Vili, p. 366. 

*) Lectt. Livv. I, p. 23. 

3) Kohler, Qua ratione T. Livii Annalibus usi sunt historioi 
Latini atque Graeci. Gottinga 18G0, p. 67. 

♦) Madvig, Em. Livv., p. 880. Ma il Novak don crede opportuno 
ohe la particella * ac ' sia espunta. Cfr. R. Novak, ' Atque ' vor con- 
sonanten und * ac * vor gutturalen: in Wiener Studien, 1893, p. 256. 

») Cfr. E. Mitchell Henry, Livy Book XXVI. London 1905. 



S90 R. 7ALIU(T1»I 

bitraria. Ma all' infuori dei luoghi su notati, non è facile 
trovare che il Valla si sia completamente affidato alla ispira- 
zioni t'alitasti che. Che anzi in Ini è sempre palese lo stadio 
di eliminare i criteri purameute personali, e ne abbiamo Ì« 
prova in un numero non trascurabile di emendazioni, le 
quali sebbeue si diluugliioo da R, uon degeuorauo in oon- 
congettnre troiipo libere, sono anzi cosi ben condotto, che 
alcune trovarono un pieno consenso nei critici posteriori. 
Per esse ci sarà agevole riconoscere quali vantaggi trasse 
l'A. dalla collazione dei differenti mss. I passi sono i se- 
guenti: XXI 22, 8, 26. 1, 3a. 11, 44. 9, 64. 9, 55. 4, 66. 8. 
XXn 19. 12, 23. 9, 29, 4, 39. 18, 39. 21, 46. 5, 49. 18, 
XXIII 7. 3, 9. 4, 10. 10, 13. 6, 16, 16, 22. U, 26. 6, 26. 8, 
45. 10, 47. 8, 48. 6, 49. 4. XXIV 3. 2, 4. 3, 22. 17, 38. 3, 
39. 1, 39.6, 40. 7, 42.6. XXV 6. 7, 6.11, 16.5, 16.7,33.5. 
XXVI 7. 9, 12. 2, 45, 7. 

Per non diliingarrai troppo addurrò qualche esempio. 

Al XXI 44. 9 emendò la lezione ' nullum contentum ', 
che R ha comune con i migliori codd., in ' nullnm inoi- 
tamentum '. La correzione è puramente congettarale. Il 
Gronov su ragioni analogiche propose ' u. momenlnm ', 
emendazione che non ebbe seguito. Il Gebhard, senza co- 
nosceme la congettura, si accorda con Bartolomeo della 
Fonte ') ' nullum contemptu ' '). Lo Stroth seguito da 
M. Moller, Luchs, Loane congetturò ' contemptu mortìs 
telu>m. Il Frigell rievocò l'opinione del Valla ') legger- 
mente modificandola. Il Fùgner preferisce ' contemptu 
<mortÌ8 inritamentu.m '}. Dna definitiva emendazione del 
passo è ancora desiderata: la congettura vatliana, come 
ognun vede, non si allontana troppo dall' ' inritam.' del 
PQgner. 

XXII 39. 21. Senza aggiungere un ' monco ' coma 
voleva il Petrarca, sostituiva con ' eo ' la dizione ' ego ' 

t) Marchesi, Op. cit., p. 160, 
1) Drak. voi. VI, ad h. loc. 
•) Weiasenb., Para li, f. LXXXVIII. 

t) Fùgaar, Op. oit., p. 29 e 122, ove a sostegno di ' inritamen- 
tum ' ftddaca ì passi IX 23. 14. XXX 11. 7. XL 27.8. 



LE BMiBNDAZlONI LIYIANB DKL VALLA. 281 

nel passo ^ neo ego ut nihìl agatur ' B. Si qualificherà per 
arbitrario questo mutamento, tanto più che queir ^ eo ut * 
malamente si ricongiunge alle parole antecedenti ; ma non 
meno congetturale è la nuovissima proposta del Wòlfflin, 
che vorrebbe ' nec opto ' *). 

Altra conferma che l'emendazione valliana anche quando 
deliberatamente si dilunga dalla tradizione, segue sempre 
dei giusti criteri come un acutissimo esame del contesto, 
la troviamo nei casi seguenti : 

XXIII 49. 4 ' Nec quidquam si ex opulento aerario ' . R 
con i migliori mss. ^ Opinor legendum : nec secus quam si 
ex o. *. Il Valla comprende che tutto ciò deve richiedere 
il senso del passo, e in conformità allo stile liviano detta 
la ricostruzione. Fu seguito da critici competentissimi, 
i quali dopo il ' secus ' preferivano sottintendere ' con- 
duota et praebita sunt ' *)• Jl Weissenb. e Mg., informandosi 
alla congettura del Valla, proposero colmare la lacuna cosi : 
' nec quicquam parcius militibus datum, quam si ' »). 

XXIV 42. 6. La lezione di R dava: ' Alii plerique 

milites si quae prò parte iisdem animis quibus Po- 

puli Romani orta Moenia caepta et civis Maro no- 
mina erant \ 

Lorenzo contro l'autorità di tutti i codd. cominciò col 
leggere ' Galli plerique ', congettura certamente non tra- 
scurabile che, negletta a torto per secoli, si rialTaccia nel- 
l'edizioni di H. J. Mtiller ♦) e Luchs. Quando si rifletta 
che la guerra si svolgeva nel paese dei Turdetani, che Ma- 
gone aveva assoldato in questi luoghi la più parte dei mer- 
cenari e si ponga mente alle parole ^ et spolia plurima 
Gallica ', ognun vede quanto riesca seducente la proposta 
congettura. 

Il Orévier accettò per primo questa emendazione, che 

») Zeitschr. fùr die Òsterreich. Gyranas., Marz 1906, p. 20i). Sem- 
pre congetturali sono le proposte di vari filologi: ' rogo ' Hertz, * stia- 
deo ' Mg., * hortor ' Novak. 

«) Drak. voi. VII, p. 602. 

») Fiigner, Op. cit., p. 345. 

Ó H. J. Mailer, Liber XXIV. Lipsiae 1878, p. 105. 




282 H. VALKNTISI 

attribuì erroneamente al Campano. II Drak., senza accet- 
tarla, ne conobbe la grande probabilità, e ingegnosamente 
cercò legittimalo ilal pnnto di vista paleografico un ' Galli ' 
da ' alii ' > I. Altre ragioni infirmano la congettura valHana; 
e avanti iid ogni altra la tradizione manoscritta. Di più 
mi sembra riscout.rare una certa rispondenza tra ' alii ' e 
il seguente ' iisdem anÌmÌ9, eodemque eventi! '. 

Non mi intratterrò sulle rimanenti emendazioni: ' ii- 
qu6 ' dal ' si quae ' ' " ' ' 1 ' Populi Romani orta '; 

' Moenicoptus ' ' ' i quali non potè a meno 

di far plauso tutti Mriore, 

Non credo op^ -mi così minutamente per 

oiaBcitna delle coi le ad emendare i luoghi 

sopra citati, quan n sarebbe inutile, tanto 

più che dovunque, e sìeno riuscite, troviamo 

una geniilità, rbe a, e che a volte la critica 

posterioitì dovetio asi infatti l'emendazione 

del passLi XXII 4n. manoscritti orribilmente 

corrotto. Il Valla tentò correggere 'Ante alia habitus' senza 
dilungarsi troppo dal codice. Il Gronov meno felicemente 
propose ' sane et alius habitus ' e il Lipsie sull'autorità 
di Polibio ' ante alia ornatus ' -). Ma il Mg., da tutti se- 
guito, ricalcando in certa guisa le orme del Valla, con- 
getturò ' ante alios habitus ' '). 

Così il Kòhler ') prese in considerazione l'emendazione 
valliana del passo XXIII 46. 10 e il Lucha al XXV 6. 11 
sostenne contro la lezione ' illa ' difesa dai Weltz') la lo- 
zione ' ulla ', già proposta dal Valla. 

Riassumendo, le emendazioni congetturali valliane solo 
io un numero ben limitato di casi possono dirsi arbitrarie. 
E in ciò Lorenzo è di gran lunga superiore ai suoi con- 

<) Drak. voi. VII, p. 795. 

') Ibidem, p. 266. 

i) Madvig, Em. Livv., p. 30C. Su questo speciale uso de)!' ' ante ' 
cfr. Iliemaaii, Op. cit., p. 275. 

*) Cfr. Die Partikel ' en ' (em): in Arch. fiir Lat. Lei. und 
Gram., 1889, p, 36, 

s) Weltz, Era. Livv., p. 16. 



■4MMMM 



LE BMENDAZIONI LIVIANA DSL VALLA. 283 

temporanei, per i quali, e ne abbiamo negli avversari una 
prova, la libera divinazione costituiva spesso Punica base 
della correzione. Chi volesse esaminare una ad una le con- 
getture proposte ad emendare i passi già riferiti, trove- 
rebbe che, se l'A. si distacca da un ramo della tradizione 
manoscritta, tenta avvicinarsi ad un altro (XXV 6. 11); e, 
quando deve allontanarsi da B, pone ogni studio perchè la 
correzione, quando à possibile, non se ne dilunghi troppo 
(cfr. XXIII 47. 8. XXIV 38. 2. 39. 6. XXV 26. 1 ed al- 
trove). 

Il criterio paleografico nelle ^ £mendationes \ 

Le amichevoli relazioni che corsero tra Lorenzo e il 
più valente paleografo ed epigrafista del tempo suo, Ciriaco 
Pizzicolli *) (1391-1460) sono indizio di qualche valore per 
dimostrare che il Valla dovesse vantare in materia paleo- 
grafica ed epigrafica una competenza non comune. Questo 
altresì confermano le vittorie che ebbe sul Panormita circa 
l'interpretazione di alcune iscrizioni *) e l'utilità che seppe 
trarre dalle epigrafi di Rimini riportate a conferma di al- 
cune regole ortografiche nel commento a Quintiliano •). Que- 
ste conoscenze epigrafiche e paleografiche giovarono non 
poco al Valla nel suo compito di emendatore, quasi por- 
tandolo a rendersi conto della genesi dell'errore. Non poche 
sono le emendazioni suggerite alTA. da questo criterio, 
che implicitamente o esplicitamente è il solo che giu- 
stifica la correzione proposta. Ne solo da queste emenda- 
zioni, nelle quali prevalse su gli altri tale criterio, pos- 

1) Sono ben note nella sboria deirEpigrafìa le due raccolte epi- 
grafiche del secolo XV dovute al Poggio e a Ciriaco d^Aucona. Per 
Ciriaco Pizzicolli l'Aurispa compose alcuni versi che si trovano editi 
nei: Carm. 111. Poét. Italie, I, 489 sgg. Su questo infaticabile rac- 
coglitore di codici si consulti il lavoro di Erich Ziebarth : ' Cyriacus 
von Ancona als Begrùnder der Inschriftenforschung ' in Neue Jahr. 
fttr Klass. Alt, (1902), IX p. 214. 

«) Vallae, Op. cit., 707 sgg. 

•) Mancini, Op. cit., p. 277. 



■sol R. VAIJINTINI 

siamo farci nn'iilea adeguata degli aiuti rilevantisBimi, che 
l'emendatore domandò alle sue conoscenze paleografiche. 
In questo breve esame esporrò quei canoni paleografici 
che, in casi speciali, trovarono la loro giusta applicazione. 

Il V. conobbe molti generi dì errori, come in tutti i 
mss,, così nel suo R, nati dal costume invalso di leggere 
separatamente !c parole, trascrivendo da una scrittura cou- 
tinua. I primi amanuensi perduta la vera ed originaria di- 
stinzione delle p. I dizioni del tutto nuove, 
che nei codici ari 'ano riscontro. E piiì tardi 
su queste prime i s se ne innestarono, che 
maggiormente in ginaria lezione. Il Valla 
sa rendersi esatte , progressiva corruzione e 
degli errori deri' hsionì di due voci distinte 
in una sola o scis: joe in due con incrementi 
di lettere o sillal 

Molte mende re erano passate nel co- 

dice R, o il Valla eD._.,= ■.,.,u>j ... aarne felicissime correzioni. 

Al XXII 2. 1 scisse ' distrahendoque ' in ' dis tra- 
hendoque ', lasciando ineraendata quest'ultima dizione. E 
certo inconsideratamente : in fatti per quanto evidenti ap- 
paiano le ragioni per cui Servilio protrasse la leva, non 
sembra logica la frase ' dare op. trahendo dilectu. Il Duker 
' habendo ' seguito dal Loane ed altri. 

Più giustamente al XXII 50. 1 corresse ' utilis ' in 
' ut illis ' con felice congettura, che prevalse fino ai giorni 
nostri (Luchs ' eis ') '); come al XXIII 24. 12 alla lezione 
errata ' vasis erat ' sostituì la vera ' vas iis erat ', appli- 
cando il criterio paieografico su accennato. Quello stesso eh© 
rivelò alla sua sagacia l'errore di un altro luogo: XXIV 37.5. 
In R leggevasi: ' placuerat agendum ' che l'A. volle cor- 
reggere ' palam rati agendum '. Delle infinite congetture 
dei filologi ') accenno qui a quella del Gronov ■■■) ' per vim 
erat agendum ' la quale ci riporta alla lezione che oggi 

>) Su questo speciale uso dell' abl. in Livio cfr. Fùgner, Op. 
cit., p. 40. 

«) Luchs, Pars III p. 225, Mg. Em. Liw. p. 344. 
s) Drak. voi. VII, p. 770. 



LB EMENDAZIONI LIVIANB DEL VALLA. 28& 

ò più accettata: la emendazione proposta dal Lipsie ^ palam 
erat ' è ben degna di essere ricordata. 

È superfluo soflfermarci su gli altri luoghi XXII 26. 6. 
XXII 30. 3, ove felicemente corresse errori causati dalla 
fusione di due voci distinte, per convincerci quanto accor- 
tamente l'A. sapesse impiegare le sue teoriche conoscenze. 
Un'altra fonte di errori il Valla l'additò nella grafia 
* e ' del dittongo ' ae ' in fine di parola; tali mende sono 
eliminate ai passi seguenti: XXI 2. 4, 30. 2. XXII 60. 1, 
61. 2. XXIV 39. 12. 

L' interpunzione, che, messa ad arbitrio, alterava il 
senso, preoccupò più volte il nostro emendatore: cfr. 
XXII 22. 6, 46. 6. XXIII 9. 4, 13. 6, 18. 13. XXIV 40. 7. 
XXVI 11. 6. Qui per un esempio riferirò l'emendazione 
del passo XXIII 18. 13 ' tutarentur vires manusque. Id 
peccatum ' E. Ego (Valla) sententiam superiorem sic claudo: 
'...tutarentur vires ', et sequentem mutato ' manus ' in 
' maius ' sic incoho; ' Maiusque id p. '. La correzione pal- 
mare fu concordemente accettata. 

Afi^i agli errori derivanti da false interpunzioni sono 
le false interpretazioni di alcune abbreviazioni, dopo le 
quali l'amanuense ometteva il punto. Al XXI 61. 2 nei 
codici si leggeva ' classi m ', dizione che aveva messo in 
grande impaccio gli emendatori precedenti, fino a far loro 
supporre l'omissione di due parole. Ma il nostro Valla intuì 
felicemente ' classicos milites ' . 

Non sfuggirono a lui le cosi dette accomodazioni gram- 
maticali di voci contigue, dal copista arbitrariamente rav- 
vicinate ^). Simili errori sono esattamente corretti ai luo- 
ghi: XXI 26. 1. XXII 39. 2. XXIII 37. 2. XXIV 4. 7. In 
quest'ultimo passo la vera lezione ' deponendo tutelam ' 
si leggeva ' deponendam tutelam ^ B *). 

i) Su queste interpolazioni si intrattenne il Mg., cfr. Advers. 
Crit., voi. I, p. 53. 

>) Nel restituire ' deponendo ' l'A. dovette essere mosso anche 
da ragioni grammaticali. Su quest'uso peculiare del gerundio in Livio 
rimando all' articolo dello Steele, che illustra questo caso. Cfr. : The 
Gerund and Gerundive in Livy, American Journ. of Phil. Ottobre 190G^ 
pag. 298. 



286 B. VALKNTIKI 

L'emendatore conobbe sicuramente che gli amanuensi 
sostituivano con voci molto trite, quelle dizioni piii inusi- 
tate, in cui si imbattevano, il pid delle volte, s'intende, 
senza averne compreso il valore. Le Emendazioni ce ne 
riportano un caso isolato al XSI 21. 3 ove l'A. corresse 
in ' divenditisque ', colla consueta felicità, la comune le- 
zione ' dividendisiiue ' ')■ 

Per l'uso errato dell'aspirazione anche nel codice R 
erano passati ale ' ' ì se ne erano originati dei 

nuovi »). Al prin XXIII la lezione ' Haeo 

Hanuibal ' si rit igno evidente clie l'errore 

risale alto nel te, ler primo trovò superflua 

quella voce inizi, go supervacunm esistimo, 

et hac de causa ii qui i Hannibal i sìne 

aspiratione scribi ram aspirationis in prin- 

cipio libri non i sequenti vocali, et forte 

maiuscule stiripta q partem huius nominis, 

sed aliiul eijse pui,, r ■! haec ", quorl vicinum 

in scriptura erat, interpretati sunt '. Niente esclude questa 
probabile congettura sulla genesi dell'errore; certo e che 
' haec ' fu eliminato in tutte le edizioni. 

Un altro errore ])er l'abusiva grafia dell'aspirazione 
aveva avuto luogo al XXV 16- 5, ed il Valla corresse: 
' « Hanno » autem superfluam habet aspirationem, quod 
non proprium nomen est, sed ablativus '. 

A Lorenzo siamo pur debitori d'averci dichiarato certa 
lezioni, che, a causa dell'inversione nel collocamento delle 
parole, avevano assunto una forma intricata ed oscura. Da 



■) Sul pari. parf. depon. aell'&bl. ass. ct'r. Filgner, p. 115. Per 
V impiego dell'abl. ass. in Livio cfr. Lib. XXI-XSIH (Riemann e Ba- 
noist, Paris), p, 236. Cfr. anche Steelc. The Ablativa absolute in Lìvy, 
in Amerio. Journ. of Phil. 1002, pp. 295-312 a 412-427. 

') Durante ii M. E. l'abuaa dell'aspirazione era divenuto tanto 
comune, da generare le più grandi confusioni, Cfr, W. Brambach, 
Neugestaltung der Lat. Orthog., Leipzig 1863, p. 2S2. Il tentativo del 
Tortelli spiega quale confusione nell'ortografia ai lamentasse ai tempi 
del Valla: basti dire ohe per certe parole ogni umanista ha una grafia 
propria. 



LE BMSNDAZIONI LIVIANE DEL VALLA. 287 

lai Vordo dicendi fa ricostituito ai passi : XXIII 16. 4. 
XXIV 8. 5. XXV 16. 5. 

Importanti per noi sono le correzioni di quegli errori, 
che Lorenzo fa derivare dalla grafìa scempia di due vocali 
o consonanti uguali e fortuitamente contigue. Tale uso in- 
valso nella scrittura continua, più tardi dette luogo alle 
più sconcie interpolazioni. A questa teorica conoscenza il 
Valla dovette le più felici delle sue emendazioni. Baste- 
rebbe quella palmare del passo XXI 36. 1, che non piace 
ai dotti dell'età nostra meno che ai letterati della corte 
Napoletana <). 

Non meno felice è la correzione del passo XXI 36. 2. 
In B come negli altri mss. leggevasi: ^ impeditus dum 
mille admodum'. ^Impeditus' realmente non attirava sopra 
di sé forti sospetti, e sfuggi agli emuli del Valla ; né ad 
essi soltanto, che alcuni critici, malgrado la magistrale cor- 
rezione del nostro Lorenzo, s'ostinarono a ritenere giusta 
quella dizione. Secondo il Valla la scrittura ' in pedum ', 
diveniva ' in pedil ' anche perchè seguita da ' mille \ Su 
questa grafia originaria, male interpretata, si innestò la 
congettura ' impe[ditus] ', da ricongiungersi al precedente 
' locus ' '). Bimasta poi la doppia dizione, costituita dalla 
congettura ' impeditus ' e dal ' dum \ non espunto del- 
l'originario ' in pedum ', avemmo in M (sec. XI) quella 
lezione che ritroviamo in R. Lorenzo sapientemente emendò: 
^ in pedum mille ', congettura che inutilmente oppugna- 
rono il Glareano e il Sigonio *). 

La medesima conoscenza paleografica, ce ne informa 
lo stesso V., è in giuoco nell'emendazione del XXI 59. 7. 
In E troviamo: ' uUa magis ea ' corretto in ' m. saeva '. 
' Opinor enim ', aggiunge il Valla, S quae ultima est in 

*) Vallae, Op. cit,, p. 726. 

>) Non sappiamo quale fosse la lezione di P., perchè mancante; 
ma è molto probabile che in esso si trovasse la vera lezione e l'in- 
terpolazione aggiunta dalla 2"" m.ano. E certo che M derivò dal P, 
dopo che esso era stato corretto dalla 2*^ e forse anche dalla 3'^ mano. 

s) Il Gronov ed il Drak. compresero il valore àeìV emendazione 
palmare nò dubitarono di accettarla. Drak. voi. VI, p. 182. 



. VALKNTJNl 



' magia ' feotsse ut seqiiens S axcideret, sìont fftctam est 
in ilio superiore [XXI 3G. L) ' r«ctis ac sì istud ' prò 
' reotis saxis '. Anche questa ememlazione trovò oppositori 
in Gebhard, Gronov, Wòlfflin, Kayjter; fu seguita da Mod- 
vig '), M. Miiller, Liiohs. 

Un ultimo errore causato sempre dalla stessa ragione 
l'abbiamo al XXV 5. 2, ' habuit, res ingenti ' B con ì più 
autorevoli mas. ' Manifeatus est arror ', scrive il Valla, ex 
precedenti littera T, nam ' tres ' legenduni est, non ' rea ', 
quod rairor a nemine auimadversum ' . Ne a torto il Valla 
doveva maravigliarsene. 

Qnanto agli errori dìpeudenti dalla grafia scempia di 
due vocali simili e contigue, se ne può vedere un caso 
al XXni 43. 14, ove TA- emendò colla consueta perìzia. 

Né meno esperto si dimostrò nel riconoscere gli avva- 
nuii scambi di lettere in alcune dizioni corrotte. Note- 
remo la promiscua grafia delle nasali ' m ' ed ' □ ' da- 
vanti a dentali. Corresse infatti la lezione ' iam tum ' in 
' tantum ' al passo XXI 30. 6; come al XXII 12, 4, nel 
' propalandae ' di R, felicemente conobbe ' propalam de '. 

Probabilmente al XXI 48.4, proponendo l'esatta le- 
zione ' collisque ' al luogo della falsa ' locusque ', nato 
da nn ' colusque ', che ci rimane in P', argomentò l'av- 
venuto scambio di U al LI di ima scrittura onciale. 

Ai passi XX IH 6. 8. XXIV 8. 6, ci indicò come causa 
dell'errore la facile permutazione delle lettere D e T. 

E forse una ragione paleografica deve ricercarsi, seb- 
bene altri criteri giustificativi non manchino, in quella pal- 
mare emendazione del XXII IS. 9. In B leggevasi : ' media 
quoque '. ' Vos (adversari) suatnlistis ' media '. Ego sic 

emendo : ' Medici quoque ' vel ' medicos ' . . . . quod 

etiam probat Hippocratea '. In quell' ' etiam ' troviamo 
l'allusione ad altre ragioni, che, più valide dell'autorità di 
Ippocrate, militavano a favore della correzione. E non ul- 
tima dovette essere la coooscenza della possibile confusione 
dell'A col plesso CI, errore in molti codici comunissimo. 



'j Madvig, Era. Liv 



LE RMBND AZIONI LIVIANR DKL VALLA. 289 

Si noti in fatti che l'emendatore risali colla prima con- 
gettura ad un ' medici \ esattamente cambiato in ' me- 
dicos ' a seconda delle esigenze sintattiche * ^), 

Molti altri luoghi potrei aggiungere ai già citati, per 
confermare a quale potente contributo in favore dell'arte 
congetturale mettesse il Valla le sue cognizioni paleogra- 
fiche. Sono per vero molti i passi, nell'emendazione dei 
quali, sebbene altri criteri prevalsero, certo il paleografico 
ebbe la sua gran parte. Ed esso da solo giustifica piena- 
mente la correzione dei seguenti generi di errori: 

I. Delle coalizioni di due voci in una e delle scissioni 
di una dizione in più, causate dalla scempia grafia di vo- 
cali o consonanti fortuitamente contigue. 

IL Delle interpolazioni originate dalla errata grafia 
del dittongo ' ae '. 

III. Delle errate o tralasciate interpunzioni. 

IV. Dell'accomodazione grammaticale. 

V. Delle confusioni dipendenti da un uso errato del- 
l'aspirazione. 

VI. Delle inversioni dell'' ordo dicendi '. 

VII. Degli errori dovuti a scambi di lettere. 

Il valore critico di queste emendazioni è tale, ohe la 
maggior parte passarono nel testo come definitive. 

Il criterio grammaticale nelle ' Einendatlones '. 

Quella certissima ' corrigendi ratio ' che già G. Plau- 
tinar *) riponeva in una ' latinitatis accurata notatio ' certo 

i) L'autorità di Ippocrate, citata qui dal Valla, ci farebbe pen- 
sare che fin d*ora egli possedesse quelP esemplare, che era apparto- 
nuto al Re Roberto di Napoli. Certo che in una lettera scritta al 
Tortelli nel maggio *47 — quindi in un tempo dal nostro non molto 
lontano — Lorenzo informa V amico di possedere le opere Ippocra- 
tiche. Cfr. Mancini, Op. cit. 277. Sulle scoperte dei codici di Ippo- 
crate si intrattenne R. Sabbadini in : Storia delle scoperte dei codd. 
Greci e Latini nel Rinascimento pp. 45, G9, 71 eto. in: Bibl. Storio, 
del Rinascimento diretta da Luiso, fase. II. 

>) Cfr. G. Schopp., De Arte critica et praecipue de altera eius 

Studi itaU di filoL class, XV. 19 



non fece difetto al nostro Lorenzo. Qnale indis 
potenza egli vantasse in materia stilistica, morfologica e 
lessicogmfjca lo dicono ì suoi ' Elegantiarum Latinae Lin- 
guae Libri IV ', ohe il Valmaggi ') qualifica come il pro- 
dotto più insigne del formalismo umanistico. È uno studio 
atilistico gi'ammatioale e in parte lessicale che rivela nel- 
l'A. nna illuminata e razionale oonosoenza della latinità in 
genere e dì tutti i grammatici in specie, tra cui predilige 
Servio, Donato, e 

Katuralmentt conoscenze grammatìoalì 

furono abilmente * dal Valla per le sue emen- 

dazioni, che in oe ittraevano cosi ai criteri 

arbitrari, e assuta lamento positivo. Non di 

rado, proposta un À,. ne adduce a conferma 

qualche regola de ;e. 

Le emendazii in questo capitolo, credo 

saranno suflìcienti ;i come il V. sapesse met- 

tere a profitto per ih. un — ,« aei testo una disciplina, che 
conosceva a preferenza di ogni altro. 

Per rifarci dai sostantivi, il V. cominciò col determi- 
nare, grazi© alla sua erudizione filologica, il genere di al- 
cuni nomi, mal conosciuti dai suoi avversari. Al XXin 19. 14 
' raporura ' di R, era stato corretto ' raparum '. E il Valla 
commenta: '....cur mutaveritis non video, cum Cato, 



parte omendatrice. Qiiaenani ratio iu Latinìs scriptotibus ex ingenio 
emandnndis observari debeat, coramentai-iolug, Amsterdam 1662. 

I) Valmaggi, Manuale di filologia classica, p. 2D, Torino 1891. 
A proposito delle Eleganze l'Aurispa da Ferrara cosi scriveva al Valla : 
' Codex Elegantiarum tuarum ab ìia qui tibi non invidenfc in coelum 
(effertur), ii vero qui livore oliquo offioiuntur non poaaunt negare 
rem esse elegantem et lectioae eruditorum vìrorum dignam; sed 
dicunt id brsvins fieri potuisse '. Cod. Vat. Lat. SSIO, fol. 26'. Il Sab- 
badini pubblicò por intiero questa lettera dal cod. Ottob. 1153. cfr. 
Biograf. dell'Auriepa p. 191. 

■] Sembra che quella forma speciale l'Eleganze l'avessero dalle 
esigcnise del tempo. Cfr. Giornal. Storie, della Lett. Ital. VI, p. 167. 
Anche nello ' Reciiminationee ' l'A. si rivela provetto nello studio di 
tutti i grammatici. Si osservino le frequentissime citazioni ohe egli na 
fa e la critica che su loro esercita uelle questioni più ardue. 



LE EMENDAZIONI LIVIANB DEL VALLA. 291 

Varrò, Columella, Plinius, Martialis, Palladius aliique com- 
plares e rapa » neutro genere appellent ' . 

Un caso simile si ha al XXIV 34. 9 ' cubitalibus fere 
caveis ^ B. ' Legendum est e cavis » cuius nominativus est 
« cava » id est « foramina ». Ut apud Plaut. in Menaech. 
(I 2. V. 159) « Etiam nane concede audacter ab leonino 
cavo ». Et apud Cornelium Celsum: « Deinde totum id ca- 
vum, sicut in fistulis dixi, usque ad os excidendum ». Quam- 
quam apud Columellam — si tamen vera scriptura est — 
reperitur in genere masculino: « Deinde cavum, quem fe- 
ceris, surculo obturato (XII. 8. 1) » ' . 

Il V. sembra dubitare della sincerità del passo di Co- 
lumellai ma anche in Orazio (Sat. II 6. 116) leggiamo: 

.... me Silva oavusque 
Tutus ab insidiis tenui solabitur ervo. 

Comunque ' cavus • prevale nella latinità postclassica *). 

Affini alle precedenti sono altre emendazioni, riguar- 
danti il lessico anzi che la grammatica. Al XXI 32. 7 era 
passata inosservata la lezione ' animalia inanimaliaque \ 
' Debuistis emendare, ammonisce il Valla, istud « inani- 
malia » quod non reperitur, in id quod consuetum est : 
« inanima » ' . Cosi al XXI 38. 4 corresse esattamente in 
' verisimile est ' il ' verissimum est ' comune a tutti i 
mss. Hertz, da nessuno seguito, contro questa emendazione 
sostenne ' verisimilius ' ; ma in tal caso malamente il pre- 
cedente ' magis ' modificherebbe il verbo ' affluxisse ' . Da 
ultimo al XXIII 21. 7 ripristinò la lezione * demortuus ', 
che, creduta errata, era stata modificata ^ inde mortuus *. 

Passando agli aggettivi il Valla notò l'uso, preva- 
lente in Livio *), di aggettivi o participi neutri impiegati 
con accezione sostantivale. Su tale osservazione si basa 



i) L'A. non segnalò come errato il passo che seguiva: ' Quae 
proprius quaedam . . ' che interessò vari filologi, e non ultimo il Bie- 
mann. Cfr. Remarques critiques sur les livrea XXIII, XXIV, XXV 
de T. Live. Bevue de Philologie, a. 1882, p. 193. 

<) Eiemann, Études etc., p. 98. 



292 n. VALRNTim 

l'emenduzioiie del paBSo XXI 46, 3 ' Ks quo propinquo 
copias ' Ti, che Lorenzo oorraBs» ' Bxqna propinquo '. Tale 
emendazione à giustificata da quanto poco appresso aggiunse 
a proposito di \m errore simile, avvenuto al XSI 54. 6 
' ad destiuiitum iam ante Consilio ' R, Il Valla, confutando 
gli avversari scriveva: ' Vos « Consilio » mutaatia in t con- 
silium », i^uaai ad coosiliam, non ad locum Consilio deati- 
natum isrit; cnm sic dioatar aubttantive « destinatum » ut 
Buperius ' (46. 3). 



« propinijiium ■, q 

Tali aocezion: 
Livio, nù l'emendi 
guardo errata. An: 
acute osservazioni 
i. a. coDijilio ■ ~-) a- 

Riguardo ai p 
teressante emendai 
accoinpaguiito dal 
supponendo errata la lezio 



,1, sono coDiuuissiinfi m 
ro Valla ò per questo ri- 
il Madvig, il quale mercè 
iustamente ~ ab destinato 
3Ì contemporanei. 
) una sola, per quanto in- 
iama all'uso del ' quisque ' 
V. al passo XXVI 29. 3, 
' se non modo suam quisque 



patriam ' di R, proponeva corregger© ' s. n. m. suam quem- 
que patriam '. Tale emendazione non ebbe seguito, e fu 
presto dimenticata. Il ' quisque ' che si ritrova nei più. 
attendibili mss., erroneamente prevalse: iin che il Mg.*} 
propose un ' quosque ', che il Luchs e Mitchel! Henry 
non dubitarono di accettare. Veramente, sebbene sia ovvio 
in Livio l'uso del ' quisque ' in nominativo dopo il rifles- 
sivo nei casi obliqui »), non capita di trovarlo nelle dipen- 
denti oggettive. In questo caso speciale sarebbe stato poco 
logico riferire il « quisque » al precedente a a£Srmantes > 
anzi che al « se >. E qui appunto è mirabile l'acume di- 
scernitivo del Valla. Però il suo ' quemque ' non è come il 

i) Mg., Em. Livv., p. 277. 

') Su questa speciale colorazione della proposizione ' ab ' in 
Livio cfi'. Fiiguer, Op, cit., p. C4. 

s) Il Valla dopo i grammatici latini, fu il primo a ristabilire 
le regole del ' quisque '. Antonio Raudenss s'era volentieri attri- 
buito questo merito, che è tutto del Valla. Cfr. Oiorn. Storico della 
Lett. Ital. VI, 167. 

*) My., Em. Livv., p. 381. 

») Ftlgner, Op. cit., p. 7. 



I 



LE EMENDAZIONI LIVIANB DEL VALLA. 293 

t 

' quosque * del Mg., facilmente giustificabile da nn vesti- 
gio ^ qaisque * : di più è preferibile la congettura del Mg., 
perchè gli inviati parlano in nome di tutti: osservazione 
forse sfuggita al Valla, che dovette aver presente il passo 
XXV 10. 9. 

Non poche forme verbali morfologicamente o sintat- 
ticamente errate furono dal Valla felicemente corrette. 

Quanto alla struttura morfologica riferirò l'emenda- 
zione del passo XXIII 35. 3, lasciando che l'A. stesso com- 
menti la propria correzione. B leggeva : ' statutum sacri- 
ficium \ ' Legendum est « statum >, de quo fuit inter nos 
apud Eegem controversia, quodque ego multis rationibus, 
atque exemplis probavi '. E giustamente: in Ovidio è ovvio 
' stata sacra '; come in Cicerone ricorre frequentemente 
' statum sacrificium \ Nelle Eleganze poi leggiamo: ' atque 
ut illa superiora idem praeteritum habent, vel alterum ab 
altero mutuum sumit (si tratta dei verbi ' sedeo ' e ' sido *), 
ita haec duo idem supinum vel e sisto :» a « sto » vel e sto » 
a « sisto » accipit, quod est <e statum > * ^). 

Quantunque la congettura valliana fosse cosi lumino- 
samente provata, pure si continuò a leggere ' statutum ' 
fino all'ediz. Frobeniana del 1531. 

Alla costruzione dei verbi ha riguardo l'emendazione 
del passo XXIII 39. 2 ' quae cum Annibale legatis suis 
convenissent ' B ^ Vos emendastis « legati sui :» quod nec 
fuit emendandum, et sic emendari Grammatica vetat *. 
Gli avversari disconoscevano l'esatta costruzione del verbo 
' convenio ' *). 

Altre emendazioni sono rivolte ai modi dei verbi nelle 
diverse proposizioni. 

Al passo XXI 44. 7 ripristinò felicemente un ' con- 
iunctivuH prohibitivus ', domandato anche dal verbo pre- 
cedente »). 

«) Vallae, Elegant. Lib. V, cap. 6. 

t) Sembra cbe il Valla non espungesse le due dizioni ' de iis * 
nelle parole antecedenti, che evidentemente sono una glossa. 

•) F.tigner, Op. cit. 96. A proposito di questo passo, notiamo ohe 
Xàvio usa sempre ' moveo ' transitivamente. 



29-i B. VALICSTINI 

La lezione errata ' accipienda cladea fuerat ' al XXI 
34. 7 fu emendata in ' fuerit \ come esigeva il gerundivo 
' accipienda ' nell' apodosi del periodo ipotetico dipen- 
dente '). 

Meravigliosa à l'intuizione del congiuntivo perifrastico 
al XXiri 8. 9. Cosi in B: ' impetrar! ab Homanis ', E il 
"Valla: ' Non <i impetrati > aoribendam reor, sed « impetra- 
tnri»'. Congettura feliciasìma, clie apri la via a sanare 
interamente il par'- "- ' '~ ai ritrova nelle più re- 
centi edizioni di 1 1. Ili p. 135) non bisogna 
dimenticare che tra utarono l' Àlscbefski e il 
Weisa., congettura i ab R. <p03sit) ', 

Sul] ' uso dell' ' descrittivo cadono le due 

osservazioni che ii lenti luoghi: XXI 68. 10 

' agitando aese m( \ animos ' R. ' Vos, quasi 

mendosa scriptura recipere » in « recepere > 

opinantfls esse pra 3 « movere >, cum sit in- 

finitum, !uit rtìfere coeptug est, ut sit; asse 

movere ac recipere animos coeptum est, aut accipiendnm 
prò movebant ,..,'. 

Per il Valla si tratta di due infiniti descrittivi, logi- 
camente dipendenti da un ' coeptum est ' '). La sua cou- 
gettura fu sostenuta dal Gebhard; ma i critici su questa 
questione non sono ancora d'accordo. Per venire ai più 
recenti il Luchs vorrebbe ' animos <potuerunt> (III p. 56), 
mentre M. Miiller col Valla preferirebbe lasciare il passo 
come sta, e, qualora si dovesse cambiare, leggerebbe ' sese 
moverò (=; moverunt) ae recepere a.', lezione che egli dice 
già apparsa nell'ediz. di Milano 150,"), e che noi, più giu- 
stamente, diremo giìi proposta dagli avversari del Valla '). 

Un altro infinito descrittivo e usato assolutamente il 
Valla lo trovò in ' ardere ' che lasciò deliberatamente inemen- 

>) Cfr. Loane, Book XXI, p. 118. 

') FUgnor, Op. cit„ p. 99. 

>) Teramoato in Livio le forme ' erunt ' hanno una preponde- 
rante ijrevaleuza auUe forme abbreviate ' ere '. Le due forme con- 
tratte in questione non le trovo classificate nello studio di Emery 
B. Lesse: Livy's Use of * arunt ' ' erunt ' and ' ere ' iu : Americ. 



LE BMBNDAZIONI LIVIANA DSL VALLA. 295 

dato nel passo ' omnia circum virgulta ardere ' (XXIl 17. 3). 
Ma prevalse la congettura del Perizonio ' ardere visa ' , 
che trovò sostenitori nel Frigell e nel Madwig •). 

Dove il Valla si manifesta profondo grammatico, è in 
quella felicissima congettura, che contro tutta la tradizione 
manoscritta, propose ad emendare il passo XXI 11. 11. 

Trattasi del diverso valore di due collegamenti avver- 
biali ' Minorem in diem * R. ' Credo legendum ' in dies ' 
ut in Elegantiis '. Il Valla aveva in fatti già dimostrato 
che ' in diem ' aliud multo est, quam ^ in dies '. Illud 
plerumque cum hoc verbo ' vivit ' iungitur .... aliquando, 
sed raro, cum aliquo iungitur verbo .... — e qui suflfraga 
le sue asserzioni con una copiosa esemplificazione — ' In 
dies ' idem est quod ' cotidie ' sed proprie cum quodam 
incremento, ideoque plerumque cum comparativo, ut: ' cum 
in dies malum arctius premeret ' et ' cum in urbe infinitum 
malum serperet, idque manaret in dies latius (Cic. Phil. 
I, e. 2). Etiam sine comparativo, sed tamen per verbum 
significans incrementum ....*) (Elegant. Ili, cap. 68). Que- 
ste profonde ed acute osservazioni non abbisognano di com- 
mento. Il V. a preferenza delle ragioni analogiche s'appella 
solo alle grammaticali, a sostegno della propria congettura. 

Esattamente conobbe anche il valore avverbiale della 
frase ' minime sis ' (XXIII 47. 6) che lasciò intatta, come 
lezione correttissima. E l'interpretazione valliana è oggi 
rievocata nelle più attendibili edizioni. 

A proposito di avverbi, noteremo che il Valla, sul- 
l'autorità di Quintiliano preferisce leggeare ' jam ' una 
grafia ' tam '. Per ben tre volte insiste su questo punto 
ai passi : XXII 69. 13. XXIII 22. 4. XXIV 7. 6 'Si quidem 

Journ. of Phil., 1903, p. 408 sgg. Per me non si tratta di due forme 
di perfetto nel passo in questione. Miglior partito è lasciare il passo 
come sta, accettando T interpretazione del Valla; cfr. Loane XXI, 
pag. 137. 

«) Mg., Em. Livv., p. 294. 

«) * In dies * ricorre frequentemente in Livio. Le esatte osser- 
vazioni del Valla quadrano a capello coli' uso che ne fa il grande 
storico. Può vedersene T esemplificazione in Fùgner, Op. cit., p. 76. 



296 B, vii.aNTiNi 

Quintilìanus alt uau receptnm, ut big « jam » prò * tam » 
Bcribatur '. Molto probabilmente Lorenzo allude a quel 
passo delle Istitaziont (I 4. 10) ove in alcuni mas. e oel- 
l'ediz, di Venezia (18 Agosto 1494) appunto 9) legge ' quìa 
jam, sicat tam, scribitnr ' '). 

Non mt^uo aoate delle precedenti sodo alcnne emenda* 
zioni riguardanti l'uso di alcune preposizioni. Al XXI 36.5 
ottimamente sostituì ' praealtae ' alla lezione ' peraltae '. 
La ragione ci v Ile Eleganae. Quivi, dopo 

aver disttisso su ' per ', oaserva: ' Quo in 

loco notandum e prae » in eadem sìgniSca- 

tione reperiatur, m vocabula cum « prae » 

coniunguntur . . . inter has prae posi tiones 

interesse velie, id mentìns auget < prae »' '). 

L'emendazio ^XIV 31. 7 si basa sopra 

una peculiare ao ireposizione ' eecundum ', 

equivalente ad un a Eleganze il V. s'ara già 

intrattenuto so (nieato nnpiegci del ' gecundum '. Ravvi- 
cinatolo al ' iuxta ' per una larga esemplificazione, con- 
tinna: ' item, quod ab altero secundum est, id iiixta est, 
atque post. Ideoque « secundum » prò « post » accipitnr, 
quasi secundo loco '. A conferma seguono citazioni da Quin- 
tiliano, Cicerone, Livio '). 

Ancbe questa correzione procurò al Valla una clamo- 
rosa vittoria nel circolo di corte. 

Due sole emendazioni ci richiamano all'uso e valore 
delle coDgiunzioai. Il Panormita, supponendo errata una 
lezione ' ergo ' >) di R (XXV 7. 4) l'aveva emendata in 

■) È un ' tocus vexatissurnus '. Jl Capperonnerìua, la Spaldìiig, 
il Bahlmann, Io Stftnder, il Ritachl {Rhein. Mus. XXII, p. 599) il Fier- 
ville (Inst Lib. 1. Parigi ISOO) ed altri ne dettero differenti intor- 
pretazioni. 11 Valla prese certamente un equivoco. Qui si tratta delle 
semivocali u ed i, che erroneamente, secando Quintiliano, manten- 
gono la atessa grafia, quando $ono iu fuuziane di consonanti. 

*) Vallae, Elegant. Liber II, oap. 45. 

») Vallae, Elegant. Lìber II, cap, 46. De ' secundum ' praepo- 

t) Anche al XXXI 11. 15 la lezione del codice 
era stata corretta in ' vìrtutis gratia ', proprio con 
Luchs, De Sigiemundi Qolenìi codice, p, 6. 



I 



US EMENDAZIONI LIVIANA DfBL VALLA. 2^7 

^ gratia ' , ' neeoiens, ceasura il Valla, « ergo » ultima acuta 
esse legendum, quod significat « causam » ut apud Yirgi- 
lium : « illius ergo venimus » ' (Aen. VI, 670). 

Lasciando inemendato ' stetisset ^ al XXV 19. 16, il 
Valla sembra coonestare l' impiego del congiuntivo con un 
' donec ^ accennante ad un avvenimento reale. E, sebbene 
il Sigonio avesse proposto ' stetit ' che ritroviamo nelle 
più recenti edizioni, Gronov e Drak, non dubitarono di 
ripristinare ' stetisset ■ '). 

Il passo interessò ugualmente filologi antichi e mo- 
derni: il Mayerhòfer, l' Alschefski, il Bitschofski, il Mad- 
vig *), il Wdlfflin ed altri proposero differenti varianti, più 
che del congiuntivo, generalmente rifiutato, interessandosi 
delle parole antecedenti. 

Senza pretendere d'avere cosi completamente dimo- 
strato quanta parte abbia avuto nelle ^ Emendationes ' il 
criterio grammaticale — in molte correzioni, sebbene non 
prevalga sopra altre ragioni giustificanti la congettura, se 
ne sente l' influsso preponderante — , diremo che le profonde 
conoscenze dell' A. in materia morfologica, sintattica e sti- 
listica furono opportunamente impiegate a sussidio dell'arte 
emendatrice. La critica moderna approvò gran parte delle 
emendazioni, che abbiamo riferito in questo capitolo. 



I criteri analogici nelle ' Emendationes ^ . 

La vasta erudizione e la conoscenza dell' antichità clas- 
sica in genere forni al Valla valevoli sussidi nel compito 
propostosi. 

Già il Erobortelli in quel primo abbozzo di una espo- 
sizione sistematica delle regole da seguire nell' emendare i 

«) Per Taso del ' Donec * e ' Dum * cfr. J. H, Schmalz, Arch. fftr 
latein. Lexic. und Gramm., 1900, p. 833. Livio sembra che preferisca 
1* indicativo col ' donec ' (Biemann, Op. cit. 297, nota); ma non man- 
cano casi col congiuntivo. 

«) Madvig., Em. Liw., p. 362. 




298 R. VALENTIN I 

testi ') asseriva che primo coefficiente di una sicara ria- ' 
scita è mia vasta erndizione da parto dell' emendatore '). 

Il Valla esegue un doppio criterio analogico: l'uno con- 
sistente noi ravvicinare Livio agli altri autori classici, co- 
gliendo così nell'analogia la conferma della correzione pro- 
posta; l'altro uol mettere Livio in raffronto con Livio 
stesso. 

Emendazioui basate sull'analogia della prima specie 

possono Te.lQi-si ai •■ "^■^"' "1. 6. XXin 37. 2. XXIV 

34. 9. XXV B, 16 sai quali c'intratterremo 

brevemente. 

Con altre co; i al XXII 23. 6 propose 

anche sostituire ' sione errata ' sexlibraa '. 

Nelle Ek'ganze si ito sull'uso ohe fanno t 

classici di tale soi 

Al passo XX imirazione del Qebhard e 

di tutti i moderni a in ' subliois ' l'erroneo 

' supplicatis ', che rdemente i più autorevoli 

mas. Suffragava la correzione con citazioni di autori : il 
Panormita anche qui fu sopraffatto dalla erudizione clas- 
sica del Valla. E qualcosa di simile toccò al povero An- 
tonio a proposito del passo XXVI 36. 6. Il Valla colla so- 
lita sagacia correggeva la lezione ' ut lignum ' dì H in 
' salinum ' e, insegnando' al Panormita l'uso sacrale di 
questo vaso, continua motteggiando: ' Inde diminutivum 
eius salillum, quod ego Antonium docni, qui prò minuto 
accipiebat sale '. 

Indice di non minore erudizione è la correzione pro- 
posta al passo XXV 3. 16 ' Si te illique lata est ut sor- 
tirentar ubi Latini suffragium ferrent ' R. Il V. emenda: 
' sibellaque lata est.... ubi Latini s. f. ' e commenta: 
' Quae sententia talis est: sitellam allatam, in qua auf- 

1) Robortelli, De Atta si ve ratione corrigendi antiquorum libroa 
dieputatio, Nurnberg 1747- 

•) Non mano che lìalle Eleganze, la straordioaria conoscenza 
dell'antichità clasaica che possedeva il Valla, si argomenta dai quattro 
libri di Recriminazioni contro il Facio e il Panormita. 

!) Vallae, Eiegant. Lib. Ili, cap. 13. 



LE BMIBNDAZIONI LIVIANA DEL VALLA. 299 

fragia popnlas de probanda lege poneret. Solitam autem 
afferri sitellam quamdam, cam lex ferenda esset, probat 
Ciò. De Nat. Deor. (I 38): e Ut igitur T. Graochum cum 
videor .... ». Fìt autem e sitella » a e sitala ». Nam apnd 

Plautum in Casina (II 4. v. 296) dicitnr conieotio sortiam 
in situlam fieri. Nisi volamus alio vocabulo emendare, quo 
utitur idem Cicero ad Herennium (I 12) ubi ait : e Cum 
Lucius Saturninus legem frumentariam.... laturus esset,.... 

ille nihilo minus cistulam detulit ...... Quare dubium est 

an e oistella ». scribi possit, quod sit a « cista .... »'. 

A quest' ultima ipotesi diede poi la preferenza. Il Geb- 
hard tributò un omaggio d'ammirazione alla sagacia del 
Valla, la cui emendazione a questo passo sembrava pal- 
mare 1). La polemica si suscitò più tardi sopra un'altra 
questione. Il Gronov, in certo modo preceduto dal Sigonio, 
trovò sospetta la dizione ' Latini suffragium ' lasciata in- 
tatta dal Valla, e, fondandosi sulle parole che precedono il 
passo in questione, non che su quanto poco appresso 
(XXV 4. 4) si legge: ^ tribus in suffragium . . . etc.', pro- 
pose quella lezione, che, colla sostituzione di ' statim ' a 
' dein ', accettò completamente il Weissenborn *). Harant, 
adducendo ragioni paleografiche, congetturò: ^ ubi laturi 
suffragium forent ' . Ma opportunamente troviamo restituita 
nel Luchs quella lezione, che prevale in tutti i mss., e 
che il Valla non aveva creduto scorretta >). 

Nelle emendazioni teste riferite manifestamente si fa 
uso dell'analogia di scrittori classici. 

Ma il Valla sa altresì ravvicinare i peculiari costrutti 
mirando al contesto e allo stile. Egli non considera mai 
isolatamente il passo da correggere, ma lo illumina con la 
narrazione antecedente e seguente : non abusa però dell'ana- 
logia stilistica. All'uso giudizioso che il Valla fece di questo 
criterio analogico egli deve felicissime correzioni. 

Basterebbe la palmare emendazione ' Mediastuticus ^ 
di quella sconcia corruzione ' edixit uti cui ', che leggiamo 

t) Drak. voi. Vili, p. 26. 

«) Lect. Livv., p. 29. 

s) Emendationes ad T. Livinm, in Eevne de I^hil. N. S. I, p. 50. 



300 a. VALSvrm 

in tatti . :a-~. Il V. oommecn: ' Eft aat«m ' Uediaita- 
tiùua ' Lnr.'.'-L inagiatrstus, nt alìù la locU Kpod Liviam 
libro sec _tj li b'vlli Panici pktet ' '). AJ Lipuo dopo (pacata 
divinazime sorprendente, non restò che portare on lieve 
cambiameoto alla ooegetttn» valliana *). 

Non r.-:eiic> interevaiite, tanto pia se vogliamo para- 
gonarla lùKi Ì!:t'elicissiiaa coDgettDrad«gli emuli, è Temen- 
'. i^r.ir'j XXrV 7. Il ' oomitio edixit, atqae edixit 



inire' E, l\ V. coi 
Quod probatur, 
(XXVI 9. ■<) . et 
itinere profectas ■ 
non accenni — à 
correzione. 

Colla precedi 
XXI 43. 15. XX 
XXIV 3(<. 11. X 
logico è -empre l'ispirai--., - 
ai passi XXII 12. 1. XXIII 8. : 
congetture non siano felici come le antecedenti. 

Bastino gli esempi qui citati a dimostrarci la parte 
che ha i! criterio analogico nella ' ratio emendandi ' vai- 
liana. E notevole che anche la più parte di queste emen- 
dazioni passarono come definitive nel testo. 



* k edixit, atqne ex itinere ' 
ilio DOD longe post looo 
n inierat in campnm ex 
«10 — sebbene ad altri l'A. 
, ohe giostifica la palmare 

I l'emendazioni dei paesi 
[XIII 12. 16, 15. 3, 21. 7. 
'. I. 5, ove il criterio ana- 
mendaziona: come pare fo 
', 32. 1, sebbene qneste 



Conclasione. 

Il primo a pronunciare un giudizio snlle ' Emenda- 
tionea ' fu lo stesso Autore '). Egli genialmente si para- 
gona a un pittore, che avendo dinanzi un quadro, guasto 
per varietà di accidenti, tenta riprenderne le tinte o re- 
staurare i profili delle figure '). 

1) Porse il Valla accennò ai passi XSVI 6. 13; XXIV 19. 2 etc. 

') Drak, VII, p. 542. L'appellativo ' medix ' è ovvio nella iacri- 
zioni volscbe. Cfr. Q. Zvetaieff, Inscriptionea Italiae iaferioris N. 47, 
Mosca ÌHm. 

") Vallae, Op. cit., p, 761. 

') Vallae, Op. cit, p. 762. 



LB KMIBNDAZIONI LIVIANE DKL VALUl. 301 

Dopo il Valla, il Drakenborch sì esprime cosi: ' De 
qnibus (cioè delle ' Emendationes ') si sententia ferenda 
foret, in hoc omnes mihi consensuros confido, licet plura 
vitiose in Livii parte a se curata reliquerit, quam inde su- 
stulerit, id tamen non factum esse quod ingènium eius operi 
suscepto non suffeoerit, sed tantum tempori quo vixit ad- 

soribi debere Certe multis partibus provinciam, quam 

privatim ac sponte suscepit, solus rectius administravit, 
quam iunctis viribus adversarii, quibus eadem publica Begis 
Alphonsi auctoritate imposita erat, et plura corrupta, quae 
aemuli vel se emendaturos desperaverant, vel perperam 
emendanda censuerant, feliciter integritati restituit <). 

Il giudizio del Drak. ci sembra a bastanza giusto. 

Esattamente TUrlicbs notò che il Valla fu l'unico vero 
critico del suo tempo *). In tutte le sue opere in tutta la 
vita sua egli rivela il temperamento di un critico : e questo 
fu lo spirito informatore del lavoro da noi esaminato. 

Che il V. abbia lasciato inemendati moltissimi luoghi 
nei libri, che imprese a correggere, è verissimo, ma non 
dimentichiamo che fine precipuo di Lorenzo era solo di con- 
futare le emendazioni proposte dagli emuli: più che un 
emendatore egli è qui un polemista. 

Quanto al valore della sua ' ratio emendandi ' notammo 
che se a volte propone felicissime congetture, condotte con 
severità sistematica di indagine rivolta a conoscere la fonte 
dell'errore, altre volte appare pieno di esitazioni che non 
approdano a nulla. In quali determinati casi questo fatto 
si verifichi, avemmo già modo di osservarlo; e di conoscere 
conseguentemente come il più delle volte in lui l' esitazione 
dipenda da ragioni estranee alla sua valentia. 



t) Drak. voi XV, fol. LII. 

«) Gesch. der Philol. p. 45, in Handb. di J. Mtiller, voi. I, 
Nordlingen 1885. A un di presso le stesse lodi si fanno nella 2" ediz. 
Monaco 1892. Anche i contemporanei del Valla si erano convinti della 
forza poderosa della sua critica e avevano finito coli' ammirarla. 
Bimando qui ad un epigramma inedito di Ludovico Carbone per la 
morte del Valla. Cod. Ottob. 1153 fol. 89. 



302 li. VALBNTINI, r.B OMBKD. LIV. OBD VALI..*. 

Deficienze metodiche nella ' ratio emendandi ' a mio 
avviso non co ne sono. 

Quando in fatti ei pane! ohe il miglior codice che egli 
potè consultato fu Ìl Regio — non possiamo pronunciarci 
sul valore del cod, del Petrarca perchè a mio avviso non 
ancora identificato — , sì ha un beli' addebitargli deficienze 
metodiche in fatto di critica paleografica. Se è vero che egli 
non fece parola dei mas. consultati, salvo quel vago ed in- 
cidentale iiccenno S,, è anche indiscutibile 
che i più autorevi terza decade molto più 
tardi di questo tei nero alla luce, 

A noi questo ibilire, che, se nel Valla 

non troviamo sem t oircoapezìone che carat- 

terizza i critici d( possiamo anche dire che 

con lui la critica vò subito ad un'altezza, 

nella quale non ri tenersi. Un innato acume 

critico lo portò ad , vestigi della lezione dei 

codici; uu!.\ p;irt.icoIare ^oumii Jiutnito gli rivelò a quali 
discipline poteva domandare un valido aiuto nel nnovo e 
difficile arringo, una metodica concezione del suo compito 
gli rappresentò come ottima quell'emendazione che criteri 
differenti simultaneamente giustificassero. 

Cosi il Valla usò per primo quei criteri metodici dai 
quali si avvantaggiò tanto la critica filologica, e che l'Italia 
in età più recenti importò, sebbene più elaborati, come 
merce straniera. 

Roma, Febbraio 1907. 

R. Valentini. 



DUE NOTE SUL TESTO DI MINUCIO FELICE 



XVIII 3: Ool'et Euphrates Mesopotamiam prò imbribus 
pensai. — Cosi si legge in P, ammettendo che la parola 
prec. amnis vada unito con Nilns anziché con Euphrates, 
giacche se un posto le conviene à presso il primo fiume e non 
presso il secondo. La lezione di P non può essere accettata 
soprattutto a causa dell'asindeto, ma forse è meno corrotta 
di quel che pare, e per migliorarla basta mutare il col et 
in coleus nato da coleP male inteso. L'autore voleva met- 
tere in rilievo che la fecondità della Mesopotamia è dovuta. 
all'Eufrate, il quale in certo modo la coltiva e la ricom- 
pensa, con le sue inondazioni, della mancanza di pioggia. 
Insomma il fiume sarebbe qui personificato, come è fatto 
subito dopo per l'Indo. 

XXIV 1 : Ceterum de incendio mundi aut inprovisum 
ignem cadere aut difficile non credere vulgaris erroris est. — 
Questo passo, evidentemente corrotto, fu tartassato in ogni 
modo dalla critica moderna, la quale ha ofiTerto largo ma- 
teriale agli editori recenti e soprattutto al Boenig ed al 
Waltzing, pure arrivando a volte a congetture assurde come 
quella del Boeren accolta dal Boenig, dove, trasportato il 
primo aut davanti a non credere, troviamo una puerile 
contraddizione. Eppure da un lato le parole di Cecilie (XI 1), 
dall'altro la risposta di Ottavio (XXXIV 2) possono farci 
trovare la via per un'emendazione semplice e, se non erro, 
soddisfacente. Cecilie aveva affermato che i Cristiani mi- 
nacciano incendio e rovina perfino al mondo ed alle stelle; 
ora Ottavio gli risponde esser dottrina comune che tutte 
le cose nate debbano perire ; che anche il cielo, dove resti 




301 N. TKRZAOBI, SUL THSTO 

privo di umitlità, si risolva in fuoco; finalmente che gli 
Stoici credevano all'incendio del mondo, quando venissero 
a mancarne gli amori liquidi. Perciò, secondo il concetto 
di Ottavio, il mondo può andare in rovina per due cause: 
per l'incendio o per la siccità, od anche per ambedue in- 
sieme, potendo quello derivare da questa. Ceoilio aveva 
deriso in anticipazione questa credenza; il suo contraddit- 
tore invece la conferma, ed aggiunge che, data l'unanimità 
mostrata dai filos i il carattere dell'evidenza, 

A questo senso ! > modificato lievemente in 

due punti : Cetei mundi, inprovisuni ignem 

cadere haud (da non credere autem (nato 

da una abbreviai irrorìs est. 



Firens 



NiooLà TsazAQHi. 



THEOCEITEA 



1. 

Id. II, 24. . . . xà>g adta Xaxsi fiéycc xannvQiaada 

xannvQidaaa ha K, xanvQiaada M. H.* S. T. W, nvQlaaaa P*)» 
Do per note le difficoltà fatte da editori e commentatori 
in riguardo a questa parola. Etym. magn. 260, 36: Xaxf^ 
liéya xàxnvQiaaaa] Etym. gen. omette la citazione. I cri- 
tici in genere ritengono corrotto il xàxnvgiaaaa dell' Etym. 
Ma da una parte Erod., Phil. p. 461, scrivendo: ' ànav 
d'QaxCaai TÒ ini t&v àvO^QaxcoVy dnsQ ol JiaQuTg ixTtvgCtScci 
Xéyovaiv ', attesta l'uso del dorico ixnvgiaM] da un'altra 
una glossa inedita, probabilmente di Massimo Planude '), 
del Laur. Conv. Soppr. 16 (W), eh. 116^, che parafrasa il 
verso TiQ&xov yàg ^x^*> *^^^ iisraaxodaa nvQÒg ànav&gaxoiytai^ 
sita àvAnvetai^ col primo éfra, che indica come due mo- 
menti distinti Vijxsiv e V àTtav&gaxoiftxO^My a mio giudizio 
conferma il xuì dell' Etym. magn. E K, il ood. teocritea 
pili autorevole, ha xannvglaaaa che può benissimo esser 
corruzione di xàxrr.y onde resta da domandarsi se non avesse 
ragione il Meineke che voleva restituito il xàxnvqiaaaa e 
nel vs. sg., nonostante il consenso di tutti i mss., i^anivccq 
per xifj^anivag. 

1) Qui e sempre uso le sigle adottate dal WilamowitZy Bucolici 
Graeci, Oxonii 1906, p. xiv-xv. 

s) Questa ed altre glosse all'id. II sono aggiunte in rosso da 
una stessa mano, differente da quella cui si debbono le rimanenti. 
A due, ai vs. 36 e 38, [questa edita da Abrens, p. 103, 20 sg., ex codd. 
Vaticani n.^ 95 e 913] ò premessa la indicazione ff»^". Cinque, oltre 
quella da me addotta, sono inedite, ma di poca importanza. 

Studi itaU di filoU class, XY. 90 




306 

va. 0~>. Fra le emeDdazioiii possibili di questo verso 
sarà da pone fx rpjvw à' ÙQxà i^- Vitelli), che meno gì 
allontana da K i,èx «tjiw à' àp^tó). 

ve. 124-26. Bene a proposito Ahrens, nell'edizione mag- 
giore, per nn fine, e BeitzenateiD, in ' Epigramm nnd Sko- 
lion ' (p. 175-Gl, per un altro, hanno richiamato l'atten- 
zione sullo scolio di Oen.^ e K a questi versi ■)• ^o scoliasta 
indubbi&mente legsreva in Darenteai tàà' ^^ ^(ia, xai yà^ 
. . . xaXffiiM e non naXeffnai, come tutti i mo- 

derni *), e nel vs. Il e /lóvov, in luogo di t' etxt 

K, M. H. S. lunt. o ' Tr, Non concordo però col 

Reitzenstein nell'i specie del vs. 126 (inutile 

nel va. 124 la sos là a filler). Per me il nesso 

è: ti tdix^iTt'Jt <ie . l è' AXX^ (i ài9sTie Tiàvrcai 

Ita TifXexfii xaì lai. ' (iftéag. La parentesi è ap- 

posizione, dirù co fxea&t: ' se mi aveste ac- 

colto — e questa s. ma piacevole cosa per am- 

bedue, [loichw ho nome di svelto e bello fra tutti i miei 
coetanei — sarei stato tranquillo, (buono, mi sarei conten- 
tato; f^avxaaa una glossa), 9ol che avessi baciato la tna 
bella bocca, ma se mi aveste respinto etc, . . .'. E63ov non, 
ha sen^o proprio, ' domum me contulissem et dormissem ' 
(Ameis), ma traslato (per es. v. Naher, Mnemoayne, XXXIV 
(1906), p. 165), e non richiede emendazioni ; tàSt al con- 
trario, e già lo vide E. Hiller, non significa gli amici 
(Fritzsohe), né t« à' ijs ifiXa va inteso ' euphemice ' gau- 
dia Veneris (Ahrens). 
Id. XV, 16-16. 
ànifi^g fiàv T-^vog za. nQoav — Xe'yo/tfi iè nQÓav d-rjv — 
Tidvta vÌtqov xai tfSxo? ànò axavùi àyogàaSiur, 
■^vite xtX. 

■) ZRÌ ei ftif éiìc/ea9f fie, ixàScvioy ay lì^xovfÀtvo;, xai ti fiòvov 
IO atófiit flou ^ifiX>iai! ~ xiii iiivrit iiy xiiXw; Ei/e»- ^fitv npnitoe jTtp 
T<ay tiltxitari'iy fluì — li Jf ànbiatiaSe, ràit «V irif ^lar ngoa^yov. Ahrent, 

p. 125, 3 8g. ; Ziegler, cod. Ambrosiani 222 schoUa io Theocr., ad vs. 
>) Anche il Wilamowitz, che emenda il va. 126, lev&ndo il xf, 
assicurato per me dallo scolio; xitl ti fióvov dello scolio 3t«8Sa è I'c> 
re Itóvof. 



THBOORITBA. S07 

Cosi i codd. migliori. Seducente è l'emendazione del Wi- 
lamowitz (già proposta in Index Lect. Gott. 1889, p. 28) 
che, accogliendo VàyoQdtxàeiv di Ahrens, scrive: 

— Xéyofisg àè nqóav &r]v 
^ nanna, vitQov xaì qtCxog ànò axav&g àyogàffàeiv ' — 

Solo : gli scolii non danno sempre maggior probabilità al- 
l' ipotesi dell' Ahrens, che sospettava nascondersi nel nàvta 
un verbo come fiàvta (e cosi egli scrisse) ? Essi in Tr. pa- 
rafrasano (Ahr. 386, 19 sg.) : ò àng)i>g . . . nQèrjv . . . òvijfrcf 
if&ai ànsX^òv .... fjvsyxeVy e nel Laur. 32, 52 (per cui vedi 

oltre) : ò àntpdg 'ijyÓQatfsv iv Tir navrjyvQct vìtqov xaì 

àXaq àvTÌ (pixov, (fraXeìg nag* ifiod, 

vs. 40. Wilamowitz, seguendo la vulgata: 

fAOQ/À(iy ààxvsi Tnnog. 
Io credo che l'interpunzione di Ahrens: 

fiOQfAÙ) àdxv€$y Tnnog — 

sia la buona, non tanto per le testimonianze dello scolio 
ad Aristide etc. (v. Ahrens, ad vs.), quanto pel senso, che 
ne esce assai meglio. Sottintendendo un XaxxC^ei, o simili, 
si spiega benissimo nel vs. sg. x^^^^ ^^ od àei tv ysvéad^ca, 
che non si capisce invece altrettanto quando si legga àdxvsi 
tnnog. Il luogo guadagna anche in efficacia. La madre ha 
detto: ' non ti condurrò, caro; il babau morde, il cavallo.... ', 
e voleva aggiungere ' tira calci ', o simili, ma, vedendo 
piangere il bambino, s'interrompe con un: ' piangi quanto 
vuoi ....'. Tale divisione delle parole riceve una indubbia 
conferma dai vs. 63-66. Ivi Prassinoa, che ha avuto sin 
da piccola una gran paura dei cavalli (vs. 58), si spaventa 
e si felicita di aver lasciato il bimbo a casa, non perchè 
l' àyQiog tnnog minacci di mordere, ma perchè ÒQ&òg àvéatr} 
■e diaxQr^ceXtai xòv àyovxa, 

vs. 79. Ritengo corrotto nsQovàfiata. Sotto questo nome 
devono essere compresi tutti quegli oggetti ohe la canta- 



trioe entimora usi verai 112-122 e che qod sono affatto 
' vesti COLI fibbie ', se coai va interpretata collo Spohn 
questa parola: in ogni moJo la sua radice rtfQi'ivij non si 
adatta nlt'atto al luogo nostro. Aspetteremmo un vocabolo 
significante tQya, come in Hom. Odya. X, 222-3, che Teo- 
crito, e già Tosservò G. Hermann (Opuso. V, 106), ebbe fuor 
di dubbio sott' occhio, e come in Eronda IV, 67-8, passo che 
ha tanti punti di contatto con questo. Delle congetture 
mi taccio. 



vs. 119. xXioQcà 

; aolo 



aXaxàì fiQiO-orifi; àri^&ia 



Cosi 

Ma che ,'ìiii:/m<yrct 

escludersi: nssiird( 

sostituito fl(ii!j-urze-, 

non esseuiilovi es. d 

il >iXiai.tòg femminino del vs. 

Qt'ov)- E neppure si citino a sostegno del ^pi',>ovx«e Eschilo, 

Agam. 5G4-5 e consimili. 



. e recentissimi ^Qt^ovaut. 
izìone è assolutamente da 

isare che ad essa sia stato 

il leggere xXid^iA axiàéeg, 

[naschile, nò vale addurre 

(M?, A, E, non S: àQyv 



, p. 301, 
vo con- 
i Of es si 



Sulla buona via credo fosse R. I. Cholmeley*, 
leggendo ^qìO-ovti. Indipendentemente da lui ■ 
getturato e propongo ^ffi^ovvog. Dello scambio di 
hanno numerosi esempi. Lo scolio parafrasa: ' 
axi^vetl xal xaXv^m Aviji^iov ffèv a^rr.i np xagTiif) 
lÀtvai ytyóyaaiv ') ', e il aèv uùtm zm xuqtik^ trova appunto 
corrispondenza nel testo leggendo jiQi^ovtog. Per l'asindeto, 
cfr. id. VII, 16 e i luoghi ivi citati da Cholmeley. 

vs. 123-132 lu f^fvoij m yiQvaós, w ex Xevxà èXétfavto? 123 
aìftol oivoxóov K^oviS^c Jù natàa ^tgovzfg. 
7iOQ<f>vqiOi di tàftì/ièi di-ai fittXaxéttQOi Stivid. 126 
à MiXaTog f^it x^ ^àv 2aftiav xàva ^óoxwv 
' faiQwtai xXiva rr-ì 'AómvtHi «';» xaXip dXXa. ' 
Tàv ftiv Kvìioii ?x^i, TÙv d' ò ^oóÓTiaxvQjiàiuvti;. 

1) Ahrens, 403, 16 sgg. — K (apud Ziegler) omette il o.V: in tal 
caso sarà da leggere xaia^Qi9o/iéfaii: 



THEOCRITBA. 809 

òxTù)xaiÓ€X6T7]g fj ivveaxaidex ò yccfi^QÓg ' 
od xsvTsT TÒ (fiXrjfiy iti ot ncQÌ xsiXsa nvQQti. 130 
N€v /.làv KvTiQig ixoiaa tòv ai>z&g x^^Q^'^^ àvSqa ' 
à(ò&BV d* à^fxag 

Così i codd., però: 

1.° àv(a del vs. 126 come si spiega? Fritzsche, Ahrens, 
Killer, seguendo in parte F. G. Spohn (Lect. theocr. Ili, 20), 
pongono virgola dopo {fégovtsqe intendono: ' sopra le figure 
di intaglio accennate, che servivano di sostegno al letto '. 
Ma chi ci dice che àvia significhi proprio sopra della xA/rij, 
se di xXiVT] prima non s'è aiSatto parlato? Altri, e primo 
il Toup, a quanto sembrami, unisce àvto fiaXaxwTsgot ^ più 
molli al di sopra ' , ma con ciò non si elimina ogni guaio. 
Le altre emendazioni, più sforzate, le do per note. 

2.** Al vs. 127 VàXXa dei codd. è stato corretto, e bene 
secondo me, in àfià dall* Ahrens [v. contro Naber, 1. e, 
p. 171]. Ma il vs. 128, accennante a due xXTvat con ràv 
fièv — tàv àè *)j Pfl-re difendere VàHka^ onde alcuni moderni, 
seguendo C. F. Graefe (Epist. crit. in bue. gr., p. 69), han 
supposto dopo il 125 la caduta di un verso, come : èVr^cara» 
xUva T^ KvTTQiói tif xal^ àfià (vel a'Sta) \ à MiXatog èQsT^ 
X& T. 2» xaxa^ócxiùv' \ iaTQcotai xtX, Senonchà due xXXvcu^ 
con buona pace di R. Steig (De Theocr. idyll. composit., p. 42), 
qui non han nulla che fare ; ce n' ha da essere una sola su 
cui sta Adonis, e magari anche Kypris: si cfr. il vs. 131 e 
quanto dico più sotto. 

3.® Il verso 128 costituisce, e pel senso e per le pa- 
role, una ripetizione del 127 : itJTQtatai xXCva %(^ ^Àdévtdi .... 
%àv . . Mx^t ^'Aàcovig. E già Ahrens, che, per ragioni metriche 
più che altro, espungeva il vs. 129, volea nel 128 ó ^oàó- 
naxvg ò yaii^QÓg. 

A tutte queste difficoltà credo si ovvii espungendo il 
vs. 128 e trasponendo gli altri cosi : 

(^ ifievog, (o xQ^^^^y ^ ^^ Xsvxcò iXétpavxog 128 

aÌ€%oì olvoxóov Kqov{S(^ Jiì naiSa ifhQOVxsg, 124 

1) Contro rinterpretazione del Michelangeli, Le Siracusane etc.| 
p. 72, vedi Sitzler in Bursians Jahresb., 1897 (voi. 92), p. 167. 



910 r. Basa 

' ^aTQciTm xlira ly UìAviÌi tif xaX^ &/iA ' I27 

(i MiXaiog tget, x^ ^àv Suftiav xàtu jióaxuv' 126 

' TioQffvqttH éè fàjTTjXtg dvvi fiaXoMticiQOi Ìttvw '. 126 

fi€v fiàf KvriQti ?;[o«ra tòt- aùtiìi X"'?^"* ài-à^a' 131 

òxtaixatÓexfiìjS fj svyeaxaidex' * y^fì^S^i' 129 

od xtVTfì iò ^{lìjfi, In oi Jiteì X'fAca nv^QÙ. 130 
'Aài}ev 3" dfiftes ■ . ■ - 

' Al bell'Adone à stoao an letto dì mia lana, diri Miloto, 
e quei di Sarao : vi si irei tappeti (cioè di Samo) 

più molìi del sonnc 30 quello che a XVIII, 19 



e XXTV, 62 il potì' 
efficace il ricordo 
ecceUenza di prot 
letto ti imo solo col 
e IKìmmler iu Pa' 
dalla seguente os& 
SÌQOa espongono, Cv 



ìf(o è chiarissimo; 
ì, gareggianti tra loro in 
è certo interpolato'): il 
, 131 [ofr. anche XVII, 133 
teal-Encycl., 1-386] e più 
versi 78-87 Gorgo e Pras- 
lì di meraviglia, ciò ohe 



ai ofi're alla loro vista, entrate nel palazzo : prima rà ttoi- 
)Uhx (78-9), un po' più apeoificate nei vs. 80-83, e poi, sulla 
àqyvQéa xXKy/iòg, Adone jtQ&iov TovXov ànb xQOiàifav xara- 
fiàXXiDv {va. 84-86); di Afrodite e di un'altra xXtfffiòg non 
si fa parola, e non si capisce perchè, se ci fosse stata, quella 
chiacchierona di Praasinoa l'avrebbe proprio taciuto. Esa- 
miniamo la ^ìéii della cantatrice : dopo l' invocazione essa 
ricorda : 1." tà xaXà, con cui Areinoe àriTaXXti "AÓmviv 
(vs. Ili), cioè frutti, gli horti Adonidis, unguenti, focacce, 
gli amorini etc, vs. 111-122; 2" il Ietto su cui giace Adone, 
diciottenne o diciannovenne, del quale oò xevTtì vò ^lXt]fia, 
perchè *« ot nf^l j:e''i*« rrv^^à. La rispondenza tra la de- 
scrizione sommaria fatta da Gorgo e Prassinoa e quella 
più ampia della yw^j àoiÓà^ è perfetta; anche al vs. 86, 6 
tqi<f(XTjXog "Adoìvi'; 6 xfjv Axiìqovti <fiXtXrm, può dirsi faccia 
parallelo il vs. 131, rSv fiàv KvriQig fxotUa %òv aiix&i xeu- 
fiiiw dvàQct, dopo di cui la cautatrice passa ad esporre ciò 

I) L'eaaers ricordato da Eustazio, ad Dion. Periog., 823, 6 dallo 
soliol. ree. Arist. Bau. 5i2, non ha un gran valore: aoDO tcaCìmo- 
□iaaze ben tarde. 



THKOOBITBA. 311 

ohe si farà il dì aeguente: hoq essendoci menzione di un 
letto di Cypris nella prima parte, nou ci deve essere nep- 
pure qui. 

Quanto al vs, 128 o fn prodotto Aa,\Và)iXa (in Inogo dì 
à/ià) nel 127, dopo che ai era turbato l'ordine nei vs, 126-27, 
può esser glossa di un lettore ohe volle su due xkivcei 
Adone e Afrodite. Entrato nel testo cagionò e. sua volta 
la trasposizione dei versi 129-130, coi quali si univa meglio 
e che passarono così iiiuanzi al 131, a cui originariamente 
dovevano seguire. Anche nei va. 129-131 il senso corre meglio 
disponendoli come ho fatto io ; che il 129 sia sano, checchà 
ne pensino P. Fonteine ed Ahreus, Io accerta il 130 ohe, 
senza il 129, non ha ragione di essere. 



U. V. Wilamowitz, nella Textgeschichte der grieoh. 
Bnkoliker, insiste più di una volta (p. 6 e 30) sul valore 
e maggiormente sulla unicità degli soolii del ood. ambro- 
siano K <)- Sssi invero, quantunque talora se ne distacchino, 
e fortemente, e spesso non poco aggiungano di nuovo, 
hanno stretti punti di contatto con quelli della famìglia I 
di codd., stabilita da Ahreus (voi. II, p. xliv), nella quale 
è meglio conosciuto il ginevrino indicato colla sigla Qen." 
Non pochi scolii di K, e di grande importanza, restano 
però sinora senza riscontro; non è improbabile che un 
esame accurato di tutti i numerosi manoscritti teooritei 
valga a ritrovarli, almeno dispersi qua e là, e fornisca Ìl 
mezzo di completarli ed emendarli. Quanto a me che, per 
consìglio del Prof. G, Vitelli, avevo intrapreso appunto lo 
studio dei mss, di Teocrito, troncato dall'edizione del Wi- 
lamowitz *), che è stata del resto una fortuna pel poeta, 

') Codicis Ambrosiani 222 acholia iu Theocr. edidit Ch. Ziegler, 
Tabingae 1S67. È il cod. 886. nuova numerazione, già, C. &22 inf. 

>) Alcune inesattezza: Jl Wil, aella sua ediziona dispone gli 
idillii 1, 7, 3-6, 8-U, 2, 15 eie come se eoa! avesse K (cfr. Textgesch. 
d. gr. Buk., p. 7). Ma in raaltà questo, come già avevano osservato 
J. MuUer, presso Ahrens, e C. Ziegler, e oome mi conferma il D/ L. Ca- 



312 F. 8ARIN 

posso avvertire che, negli scolii ad alcuui idillii, presenta 
con K una assai notevol concordia il Lftureinziano 32, 62. 
Esso è del sec. XIV, è il cod. D di Pindaro, e degli bcoIìì 
a PiDdarn (ed. Drachmanu), Di Teocrito contiene gli idiUii 
I. V. VI, II. III. IV. VII-XIII. XV. XIV, méQvyti-. per 
I. III-VII va con A. E, per VIII-XIII ha fluito dallo stesso 
fonte onde P, e cosi pnre per II. XIV. XV, nei quali però 
è pili corretto, e conferma alcune lezioni di K [ad es. II, 34 
x(ViJff«(5 àààfltiYin, ^"P ' '-•"- •'"'ov ^ ixaaiigm], guaste in 
P che, per questi t' nota ii Wilaoiowitz, p. 13, 

è parente appunti scolii bisogna diatingaere 

due gruppi: 1." ic I, (in questo id. non vanno 

più oltre), III-VII, VII, va. 40 — fine, —XV. 

Quest'ultimo gru] ?ca da P '), e ora non ci 

intereasa; il prim ilii amplissimi, ohe com- 

prendono in gener ns ha dato ex Gen."", — e 

d'esso confermano olarità ortografiche, errori 

nei lemmi e nell't olii — gran parte di ciò 

che si è aggiunto ex K, e infine qualcosa di inedito. Per 
dare una prova di tutto questo mi fermerò sul V idillio, 
indicando te varianti di rilievo, le aggiunte, le omissioni 

stiglioiii, che ha. a tal uopo eaamiimto il cod., dà 1, 7, 3-6, 8-13, 2, 
14, 15, come la Giuntina, e quiodi B [cfr. E. Martini - D. Bassi, Catal. 
oodd. graec. Bibl. Ambroa., p. 989]. Il cod. Laur. 32, 16, ' S ', è, con 
maggior precisione, dell'ultimo quarto del sec. SUI [il Teocrito, 
eccetto gli id. I, Il e quanto segue dopo XV, vs. 54, è dello stesso 
amanuense cut si devo la Halieutika dì Oppiano, contenuta nel mede- 
simo ms., e datata io flne: 1281], Di Sé copia, per Teocrito VIII-XVIII, 
Mosco III, il Parig. Coisl. 169 (Y di Ahrens} giustamente masso da 
parte dal Wil. Il Parig. 2726, ' D ', che ho potuto esaminare in Fi- 
renze per la benevoleona di H. Omont, è, anche a giudizio dell'il- 
lustre paleografo Prof E. RostagDO, del seo. XV. Piccolezze possono 
ritrovarsi pure qua e 1^ nell'apparato critico: ad es. a Vili, 16 nep- 
pure S ha la lezione buona, ma xutSflijii come gli altri oodd. Ag- 
giungerò qui, poiché mi se ne presenta l'occasione, che il cod. z di 
S. Marco, citato da Abrens, voi. I, p. xxxi, ex D'OrviUe (ap. Gaisford, 
Poet. min., voi. IV p, vili), e il Laur. 35 (Ahrens, p. xxxii, ex Ziegler') 
non esistono, né sono mai esistiti, in Firenze. 

I) E negli id. XIV-XV avvicinandosi P a K lo stesso avviane 
del nostro. 



THEOCRITBA. 813 

in rispetto a K; taccio quando il nostro va d'accordo con K, 
o ha qualcosa di più, ma già noto da altri mss. 

7 àgxst Toi xaXdfiag aùìàq (1. aèXóv) nonnvddev ' àgxsTv . . . 

xaì àiavzaQxel (sic) adXslv &g naiàsg a^Xi^ov^Siv 11 tò 

KqoxvXoq fioi eòmxe ' tì àég/ia fioi èxaqiaaxo 6 KqoxvXog ' <ri> àè 
"codTo àtf/iQTVccaaq *) 14 tòv Ildva tòv àxtiov' àvtì TOi) xvvrjyóv. 
é/raxvfJQsg yàg ol xvvrjyoiy ég ^OTiniavóg [Hai., I. 20] * noXXaì yàq 
f rraxtiJQcav àXewQuL fj, &g (pr^di (DiXo(fT6q>avog, ftrri Ilavòg Isgòv 

nlrjaiov ini raig àxratg tÓQVfiévov (pQovx(^€iv 

16 ó KaXaid^ix^og od Xéyei om. 16 alg Kgax^irjv (sic) àXoi- 

fiav ' sì énioQxoirjv .... od fidtrjv àè tòv Il&va òfxvvdiv, eie" 
'U-aai yàg ol ex nvoiag xaì fiaviag xataxQTjfivl^siv iavroùg fAéX- 
XovT€g • àé €Ìai taOra (1. slaì àè taOta) tà navixà dei fiat a, — 

Kq&d'ig àè xaì Svfiagig nota^AOÌ 'itaXCag 17 om. 

22 Ìaz€ X àTTstTir^g ' i'cog àv ànayoQ6v<Sì]g vixrjd'cìg fj i'ùag àv 

òfioXoyijaeig 30 om., sed est ree, cfr. Ahrens ad vs. 

32 xaì tàXastt ' oi (XvvóevàQoi tónoi naqà {nsQÌ cod.) tò ^(//i 

dXXéfT&at 41 àvu invyiCov ' i^sinétv. Falso Ahrens, 

ut schei, ad vs. 42, in ree. refert 43 ^Y^óg "... ^axttogy 
ex Etym. magn., 774, 8, sumptum, om. 45 xr^vei' xovx^eì) 
Sgveg ' ixstae ' evtadO^a. od fiaàio€fia$ [tijv] ixeiùs fj elg ixeX- 
vov tòv tónov xaì (1. fj) oìxov 46 om. 6B àixaXàv nté- 
Qvv ' fiaXaxòv xo^^ov, tòv Xsyófxsvov ^Xàxvov. énoavQiod^dexai 
Sé (TOI tà t(èv alydv Sagiiaia ànaXditsQa xaì ttòv vécov ngo- 
pàtiùv 61 tàv aavttò ( — tijv cod.) rratécov ' tovttativ ini 
t1\g olxsCag x^Q^^ ^s^v^xég 6B ^vXox^dàatai, ' yQatfstai xaì 
^vXoxC^€tai ' ^vXsiistai, ^vXa téfivei àvijQ ^vXevetai 

69 om. 74 tdi Oovqico iati SifivQta' toOto ò Aàxtav 
(pTjtTÌv irti T(>} nqonstBi xaì naqigyu^ ti\g yXcotttjg. cfr. Gen.** et 
Ahrens ad vs. 86 (pei) (ped' ini x^avfnatog {O^aOf^iati cod.) 
xsttai, iniQQrjfxa ax^tXiaatixóv, — Aàxcov taXàgovg Xéysi toòg 
xaXaxXdxovg iv ofg tvQoddi tò yàXa» ij tà àyyeXa iv olg nem^- 
yaai tòv tvQÓv. — Kaì tòv dvrj^ov ' nsQÌ aéioO (at) cod.) àè 
nouttai tòv Xóyov ò Aàxwv tf^ Xdxcovi (sic) éavtòv naiàoni' 
nt€iv (sic) 4e * €Ìg * * toig dv&€(fi tod tvQod tòv nata a toTg 

f) étÓTi — é/agiauTo, che Ahrens inserisce nello sch. al vs. 13, 
si ritrova anche nel nostro, come in Gen.^ nello schol. al vs. 10. 



314 
dvàtai (I. 
rena 202 L 
àgxavifov 
iuv!/0i. Ita, 
òvóutcìa ót 







a^MJM, TBSOCMtTKA. 

L'3 qrióaoM Tjt^vMt onu 97 im «« 

à 6<«ypa#T0( limvT, nvnci;.^ (sic), «t^- 

100 lem. ié€ rJutv^t, cfr. K, Gen.^ 



113 ...étt^'(,-«io'W>«w»{3Ìe,cÈr. Geii.*).o*r«»f ificod-if;....»»» 



J>nT<;^ir na^tH>u«i-(u 116 
118 (otfiB /liv àMft^A; oléa. — 

I vD«ior.- — J7a^«^e («ic)- 
Tonoi' .... XaH^va .... 

de /#7^;(^<'ra; ^ntp 

War 0>a^i;f. — Rell. om. 

f^Mffi (sic) .... IfÓjM M- 

>i->Jta/i<roi'. (cfr. X) 

I. o#«o; di dUixA; 

. . ycaiv f.Vo. 126 om. 

\Ìi ^TOt tip xaddàxtf 
'ioàaxiaaòg ènav&et' ttiqì te tòv Txéjiava tAv 
z^aywv xai là yóyaia. lati ài maoòe tldoq ^ozàvrfi àv9r^^Q- 
QiiécTfi (cfr. quae coniecerat Adert) éoixòi i.sìc) ^àatg xatà 
fit àvi/oq. 137 om. 142 yqà^tim . . . . ég om. 143 j-prf- 
iptxat . . . ^rfr^ om. 



ij àXi lywiKii; 
^nsu . . . 'if'ti'tt oc 
Rell. om. 120" 
oèxi Ttu^fz sic I ' , ^^ 

Oi* X<!Ì -TitO<Tl]JH 

erfios l:;i •7x1 jUi 

t'ftoi fQlZ-Ki l 

123 A.x/.a..<»o 
^aXaiytì. ' A'à.Awì " o 

ÀÓ/wq :iaO(in 

124 'lutQa nr'f'vàcn 

ài YXvxéitt^ J( /; à^n ùJnxév 

127 post àvtX^aof tf. xàXi 
131 ;io/, 



Firenze. 



Feaxcesco Gabdi. 



} ha; i; ov nag^a9a. 



INDEX CODICVM GBAECORVM 

QYI n BTBLIOTHECA CHISIMA BOHAE AOSERYANTTR 



C0MP08VIT 



OINVS PIERLEONI 



Codionm Graeoorum Bybliothecae Chisianae desoriben« 
dornm opns, iam multis annis ante a me, magistro meo 
optimo Ae. Piccolomini auctore, susceptum, quamquam ne 
nuno quidem, qnod vai de est dolendum, expletum mihi lioet 
dicere, longiorem tamen moram interponere, quominus viri 
docti horum librorum notitiam haberent expletiorem quam 
quae apud Montfaucon (Bibl, 174) [cfr. Blume, Iter it I 188] 
exstaret, adnuente humanissimo viro H. Vitelli, aequum 
non putavi. Scito igitur alios eosdemque fortasse maioris 
pretii libros manuscriptos in hac Bybliotheca inexploratos 
ìacere, quos me quam prìmum publici iuris facturum esse 
spero. In quo optabile est ut Excellentissimus Princeps 
M. Chigi eadem liberalitate qua antea in me utatur. Atque 
utinam graecorum et latinorum [cfr. Catal. a losepho Cu- 
gnoni editum] codicum thesaurum recludat ' servataque 
mella . . . relinet ' , ut nostra quoque aetate — ut Stephani 
Assemani illius temporibus [cfr. Catal. mscr. ab Assemano 
a. 1764 compositum, p. ix] — haec Bybliotheca excellentissimis 
Prinoipibus decori, viris doctis utilitati fieri possit. 



1 (R IV 7). 
1 xXi/ia^ initio mutilus, ine. . . . xtjvrjiSr) (?) x^vx^ì ^Q^^ ^^^ 
àydnrjv to€ &€o€ i^àmcTat i'ixovtsa &(f7t€Q xaì tò (fdifxa (quae 




316 CODIOBB URABCI 

d capat XXXIV; adpÌDgitur enim col. II 

va Kctì Wj tòv ai&va loO ottSfog. ó/iijv. Sub- 
wav Yré- 
ooì yUa 

ósórtw?. fioi li) !fetòv. òxiaia nreB/xa na^éxinv [IS ] éXij^ 
naO^iliv iif xa:)uC^it)v tòv aòv Xàr^ttv 18" <A nouymi) in 
lohaiiuis Climaci Soalam Paradisi praef'atiunctila {M. 88, 



verba portineu 

nota kó") — di 

avTod. Iti TÌif 

scribltur it/ioi; ^tot ff<(Br>«e Xfiiati toB SiaSóxoB 

fii^g T^S *'V aè !}vfitSia^. Xiyeir xai nQÓttttv 



toàneCuv nagiJrjKa nvtv 

av iiiàvvov ^yovfitrov rtSv 

fxaaTog oSv (?) .R xaiaS^v 

^XÓfifVoi «ai fil'Tv tovimv 

fof x(,^iuio)i> <fvXaxsi ye- 

ter à/iiv <DanielÌ8 e 

o/ifj toS àfì^S ìomvvov zoB 

v&' rò inixXtv axoXaattxoù 

I, UCTD usque ad v. atr^QSyftata kf- 

ÌQScriptìo differt.) 21 óavr^iji 

«s tòv ^ior 100 xvQoV (fciKV- 

omnia ìnterlita) luìdvvrfi imdvvr^ 

apist. ad Ioli. Rhait.) {M. 88, 



628. 629). Scqiiuat " 
iifiìv tati nhivtsioig e 
p«,x4> i, ™, nò 
tv rtìì avrà ii^i^ rtw 
/limi ^'X*' ''' l'-foXe 

vòfievoi. xXi^QoióiiQi 

coenobio Khaithen 

fiyovfiévov ' TcC Ayloi 

100 fv ócytuiq (tXi^.'tiSg. (oi- oc 

YOì'Ttt Ta^e 608 v. 1 ; sed 

[iovaxoù laneivoi) Qat)-iv>iii 

vov toi> ffxoiacnxoi) (haec 

Xai&fiv xtX. <Ioh. Climac 

625-628); subacribitur; vi^óXoyoi toO Xóyov o5 ènoìVVfiCa nXà- 

xsg jivsvitaTixai ttTe'Xtavat 22 (Toh, Climaci Scala): 

caput I 26" II 27 III 29' IV 44 V 49' VI 

61 VII 56" VIII 68 TX 58" X 60 XI 60" XII 

61 XIII 62 XIV 64" expleto capite XIV pergit: 

Trgooi/itov toS ttiq! aaifiànDV xaì àafnfiàtiav àr(^g(Ó!t)u)V Xó' 

yov. ÌDC. ^xavCafifT t^jg iiwvàSog vBr sÌQrjXovar^g aiif^g èlvai 

ànòyovov ròv fiQÒg awiiara — des. ùig ipiaiv ò T^g &toXoyiag 

énérvuog (M. 88, 880 v. 26 ab imo) 64' XV 71" XVI 

72 XVII 72" XVIII (est in cod. i^'; item in aqq.) 

74 XIX 74" XX; seqnitur sine diatinctione caput XXI 

usque ad v. &vyàzi,e óftX(a (ibid. 946 B v. 6) 75" XXI 

ine. óetXia ìativ etc. 76" XXII 78" XXIII (f. 80 

est gradus XXIII |in cod. «(?']; apud Migneura 976 promi- 

sce editus) 81" XXIV 83 XXV usq. ad v. iv nciga 

ysvófiftog è/wì rfo^j-jjffwro tixfQi'f^'^v t(5 J*<*>iìi ibid, 680 V. 19 



BVBUOTBBCAK CHtSIANAE. 



87* XXVI usq. ad v, toO aéfimoi naì tìnóco^, ibid, 1036, 
poatremis 17 verbia omissis 94" rif^ì ótanglatom tUàia- 
xfiiov (apud M. snb eodera capite et gradii XXVl) usqne ad 
V. n^ó§Xijfta, acil. postreraia 17 verbia omisaia lOO' ùvatte- 
ipaXaitoaii fv ìnirofii^ t^v nQoeQTjfifyav ì.6yiiiv (ibid. 1084-1092) 

102' XXTI 104' ntqì itaipotie? xaì diaxQlataìi fjtìv- 

Xi&y (sub eodem capite et gradu) 108' XXVIII 112 
XXrX ut ap. Mìgn. sed poatremìs 6 versibua omiaais 
113^ XXX ut ap. Mign. sed postremis 14 verbia oraiasis 

115' Scalae pictae, qiiarum in infimo gradii adacribitur: 
ngmiTj aratami <fvyij xóafiov, in summo (X) óyànr]. Super 
Scalas delineatio quae ut vid. fìguram esliibet I. Christi 
116 brevis adhortatio siue titnio {àva^aivtte, àva^aCreze — 
xal ^v xai lavat eli aÒQiatavi alwvag ytó; d/njv. M. 1160-1161) 

ibid. Tigàg lày noiyè'va <praefatio> aine capitum distin- 
ctione (M. 1165-1208 poatreinis 15 verbia omiasia) 
124 Dorothei epist. ad fratrom qui petebat sibi mitti 
doctrinns inventas ; exstafc graece ap. M. 1613 usq. ad v. [125] 
xaì aotjùireQOi Iffiai (M. 1617); quae eequantur, latine tan- 
tum Labentur in M,, interpretatione Hilarionis Veronensis 
(ino. o'og fiiy ^f ti}v 7iQiÌ!>taiv ò ftaxàgiog. ènì tòv (iovaJt- 
xòv ùnò to€ deo0 §iov òòriyoófiBVng — dee. [126"] tijv Syiav 
Ì7Ti^àT€Vo»v 100 xaX^g jio&ovtiivov aot naXi%t(uv. xaì zfjq èjif^g 
voUqóirjTOi èntqtèxònsvog' ttqóxìqov èi év cwTÓ/tio eoa xaì 
là xatà xòv fiaxàqior éoafOeiiv xiX. (M. 1617 usque ad v. 
elato/ui^iaioc (sic; alterum zo eras.) ; aqq. stpi loC à^§d 
ioOt&^ov. ine. é iiaxàQiog 3i'T(os à^^Sg Juqódtoi' lòv fiovi^Qi 
avv *<e>tì jSibi' àanaaàftivoi — dea. éià tò xgari^aaf adtòv tijv 
inaxofjv. xaì xóìfiai tò ìàiov àéXr,(ia) 129 Dorothei Doc- 

trina (M. 1618 aqq.) inacribitur: tofl à/i^d Jiogo^t'oc àióa- 
axai-iac iiaifOQot nqòg toòg éavtui) /ta&r^Tài' àraX(i)Qì^i<laVTog 
aifioO ex tot) ১à afQidov. xal tò tàiov anv tfv^yiS avvOTtj- 
aa^iévov fiovaai^Qtor. fie <= fiera') rijv toS à^^d lu>\àyvi>vy 
TO0 nùotf^t(,ov) ttXevtijV' xKf rfXeiav anùJiijv to0 àylov n'.a- 
T}Q<,Ò)? fjftav ^agoavov<f.iov 13fi II (inscribitur d') 139' 
IH (e') 141' IV (e') 146' V (f) nt ap. Migneum 
omissis 6 postremia verbia 149' VI (r^') 162' VII l»') 
156 [inscriptio 166'] Vili ((') ine. b svàyqiog dusvSti 



818 



OODICES ( 

158 IX («'} 161 



feVov etc. 158 IX («'} 161 X (/(?'} 164 XI {ly') 
168 XII ile') n^q. ad v. taxe'ttg OvvtQitpM vì^v xlCvr/V toC 
à»79fvovvroi (M. 1762 v. 2). 



Membr. c.m. \i'à,Sy^ib,9; S. i (chart. quo conliaetnr index m. 
Amatii) — IT (ctart; n' nota ' 36 "} + 168 -f li! + iv (oh&rtt-); 
s. XI ex., bii)Ì9 colmnnìs exaratua, litteris iaitialibua pigmento de- 
lineatis. Polioriim 1-4 ora dext. inf. abscissa. In fol. tegumento ad- 
glnt. nota ' 
n plerumque 



an OrienlaUm (lioc v. 
P. 18 erat notula littar, 
Bcholiola m. s. XIV. P. 

Toi~ 6uix6vav ùyigiov ^ 
8up. ' iyo} (fm'jtoi'of ave 
mana ead. ' nuJiu ^^oi 

ij^mv artni, x,<i i .. (i; 
xp:« <?> x„i rij! Sv8y.. 

dextera, ead. m. ' roj if. 
fcaitÒTiì xtanpipi» xiipJii-H, 



. notula: ' Notata dignum < 
•itur (-tur interlit.), yuod nudo 
nr. Syriatiant) mattatn tapùtl '. 
oa erasa. Notulaa rariores et 
s. XIV ' iDwro éftì t« p^^lvn 
) pomajaérav (id.) '. P. 48 mg. 
t4iret(^(?) |Ui.ei<w?> ', F. 86 
ic a 9(e^d; fÀtià toi ayl£iatac 
[ioterlit.) xagiiroUii jiaUa ta- 
3 Terbis iuterlitis '). In mg. 

lai vaifflafuifiotàToi xvfia unì 
( tli nQtaflvrf^iiF (fio/njr, iptùra tm4gXafÀHQàr 



9eòi ijfiìi' Ttotftéya ijxe Qoiftì; , . jol faros ^^ npnio;^ tiaiiai fiaaiXiof 
Kvdoi '. In calce quatemionam ootas; SQnt qaidem qnatern. 21, 



a (R IV 8). 

5 Andreas archiep. Caesar. (prologna in Comm. Apoc), 
(M. 106,216-220) S' eiusdem commentarius in Apo-' 
calypsin (ibid. 220-457). 



Chart. cm. 20,5 X 13,5 ; ff. i (quo notìtia continetnr m. Allatii 
de vita et scriptìs Àudreae Caes.-et de hoc codice) -\- II (Tao.) -\- 184 
(vacua l'-4*) 4- [il (ili'' vac.; ni' verbuni quoddam arabia litteris); 
S. XV-XVI. Io operculi tergo ' 25 '; ia opere, anteriore parte ' 89 '; 
in intcriore ' 89 ' et infra (iaterlit.) ' 1041 '. In ima parto f, 1 rudi 

m. ' + oxifiiof lav xay^iitov '. P. 5, m. ree: ' l pi^XTov r^r fiov^f tov 

a(oir^Q(o)( xi.e"""}'' ^"i agxadiov ■{■ ' deiode al. m, ' /leià tijV alxf"- 
itaattìf tjyógaeK. ria 1650. /iagiiai ex xbjvaiavtivoii '. Infra al. atramento 
sed ead. manu: ' fievedixrov '. In mg. iaf. : ' ix iw tov fieriàixrov [per 
mononcondylion, ead. manu] exe, '. Deinde mononoondylium, qnod 
non explicui. F. 184' al. atram.: ' Benedicli A. SeUueiae '. Qnater- 
niones (23) litteris graecis distinguali tur. Antìquitaa compactus ; in 
tegumenti corio aquila biceps impressa. 



STBLIOTEIBCAB CHISIANAB. 819 

3 (R IV 9). 

I Basilii arohiep. oratìo Ekd invenes, qnomodo ex Pagano- 
rnm eermonibus ait proficiendum (Migne, 31, 664-589). 

Membr. cm. n,6X 11,5; ff. i (i' notoe ' 45 ' at ' 24 ' interlitae, 
iWrum • 45 ' ; i " vac.) + 29 (vacua 27', 28. 29); ». XV-XVI. In voi. 
tergo '23'. Schedule chart, priori folio adsuta continstur libetli iu- 
soriptio m, recent,; f. 1 in mg. infer. delineatum insigne geatiliciam 
Picoolominewm (v. Ae. Piccoloinini, de codìciba» Pii II et l'ii III età. 
ia Bullettino Senese di Storia p. VI 3 p. 487) cum petoso ad c&rdi- 
DRlea pertinente quem gerunt duo parvi angeli. Bariorea in mg. ra- 
bricae. Tabellis ligneis oorio tectis antiqnìtus campaotusj oodiois 
tergam recene instanratum. 

4 (R IV 10). 

1' index graeo. 3 Nili Aacetioon (M. 79, 720 sqq.) 
69" eiuEdem nagaCveon nfòi fiovax'^'^i (ibid. 1236 sqq.) 

61" eiusdem TifQÌ ri Xoyiafiav (ibid. 1145-1164) 
72 eitisdem xttfàXttta rfiuffopa (ibid. 1168-1200) SSeiws- 

dem Tigòi vstùTtQovg /lovaxoùg tSiéaaxaUa (eat epìstola ane- 
pigr. M. 3,303,632) 88" eiusdam epiatula rr^òg ava- 
itfàaiov iniaxonov (M. 2, 294) 89 eitisd. epiatula à^^ovim 
KaO^Tjyovn^via (M. 3, 241) 89 Maximi de charitate centa- 
riae I-IV (M. 90, 960-1073) 140" loO òaiov 7r<«i)e<ò>f ^//tìv 
à^^à xaaiuvov neqì itatVTtàoeitii xai xaròvmv' TiSf naia- 
i^v <sic) myvn%ov xaì àvettolijv xoito^itov xaì «ij; lovcaiv itayto- 
yffs («';r«<fjj fiot ngoasra^ai (laxagiàtraif 7i(tit)eQ xàaia>e yviOQt- 
aai Cot rài xavovixài iiatvnmOfii tiòv xoivo^dùv — i^ Sé xa&a- 
^àri^Ti ffjg xaQÓiaq ij ànoa^oXixì] tekitóctjg nttQaylvtrt» M. 49, 

II sqq.) 156° eìuadem de octo malitiae cogitatìonibua 
(M. inter gpuria 3. Athanaaii 28, 872-905) 179 eiusdem 
7XQ0? XtótTtov TTf^l Tùìv xatati^v (sic) ax^tTjV àyimv rtaTò'^aìv 
(lò X^*''^ Sttbq tTrrjyyftldftijV T£3 [taxaQ((iìTé%(i> nana xàatMQi — 
dee. 193") 194 Marci de baptiamate (M. 65, 985-1028) 

229" eiusdem ngòg tì}v savtoS ìpvxijv (ibid. 1104-1109) 
233" eiuad. /legi vóftov nvBv/iatixoil (ibid. 905-929) 
243' eiusd. ntgl vijtaifiag (aio) (ibid. 1109-1117) 246 ano- 
if&iyfiara ttOv àyiuiv yeq6vr(»v (iac. ^puuj^»j b &yiog !T(or)i)p 
^/À^v ài/avàatog à èniaxonog àXf^aviffsiag nòig laotg 6 v'!,tÒ)g tip 
7T(at}QÌ xal ànfxqivato — dea. Tjtqì no^vefag. àófXy'òi ^^artjoe 



ytqovtfi l^yani ■ rt&s &Xi^ovaC fie ut Xoyi<l{ioi fittv — ènei4)} ei^ 
aùià ntQttTiKitiì) 266 I. C lirysoetomi n^m; uii'i àno- 

Xii^&iVTai lig rà éyxatvia ^'ii Av tif àvnóxtittv. nai Stt tò 
àxaiéiv xe'ff""''^»' ftóvov aèààv ógtfléì. (oi) yàQ àgxeìtò àrtlàig 

vtjS (sic) ùjiaHaySiftéV' xaì ijj{ idv «i3';paf)tìv ^aaikuSag à^iù- 
Omfiev ■ xàgui eia.) 268" ói^yì^un ìpi<%iisi}fXtji neQÌ toO tafcn- 
Tov xe è V (è V lotg ][Qévaii rullata 1 off fiat QixCov s'v xa^tayt'vT^ rfjs 



&g,Qtxi\q yiyoYi 
àSiÓTtiaioi Trinici. 

271 Anastasii l 

itffé'a érrfiì.aiKoO. i 
xaróveg ^aaiv- (^ 
XoGoifùìiàiov lyn 
riji>(; ex toff róitoi 

xóg{ò dv\^^oin)a( 



r 7ro(>fi'i>«'i'Tf; xai iwQaxótSi 

Jfiiig 6ti {idya xaì àyytXixòv 
ìxi o6 Hvvuxòv àvaxgivea&at 
àgx'fe^''»? xu^^i xai eis (sic) 
ixi^ iatoQÌa qidwvoi toù ifi- 
— xai oùxéti ij Xà^va^ fxlr 
■2 8. Basiliì Xayag àaxfjW 
i)0 iyéveto xai Ófioimaiv. ^ dÈ 



à/xaQTut TÒ xàXXog Hjq «(xovos rJxjiMffev — TtQoa^xfimv tntov- 
tov ^iov' &g &v ixTÒg Htj TiovrjQSi érroipiag) 27i'' tovvtav 

T&v Otiaiv Xoymv xai àyimv ivzoX&v /(pifft)!)!) Toff OtoS ijniSv 
àrayivuìtrxofit'ror sì fièv énì èxxXtjaiag jiàvzeg laTtt[ievof àxov- 
tTwaar — /lij f^ovofiàCovveg rf^ filare tòv initfTeiXavTa fti^t 
TTQÒg uSi àniaxtXXtv xà Trgoacdyfiuia ro6 x<.Qiaz)oS xnì i>{(ó)B 
ifjHQr: -V, iiaxi^aiov 274' f^^^axo ò i(j^aù}i xrj^viiativ xai 

Xéyetv ■ fieravoens. ijyyixtv yàg Ij ^adiXeia xiAf oiì<pav><ùv — xtti 
iàoi) «)'(tj [if^ èfitàv tìjiì nàdag xàg fjfiifiag l'ù>g xijg avfie- 
XiCag etc. : -x. iiaQxov 211 (anonymi) nt^ì tiiv àvextpQa- 

atiav Xoymn&v rffi §Xaai}r^fi[aq {xaXtnili ^i^'ii xof ftir'T)Q{ò}g 
XaXméxatov à.^6yoì'ov tirai év ToTg tf^afjaaiv àxtjxóafitv — 
ò ài cV.Xog uùx . . . aXaiiiv coq-iCó/jiivog). 

Membr. om. 22.3 X 16,8; ff. i + ii (vacc.) -j- 279 (vac. 139' ; fo- 
lli 279 exstat tantum lacioia) -\- III + iv (vacc.) noo ead. mauu oxarat. 
S. XII, scil, n) = f, 1-18;'.) = 19-139; e) = 140-278. Io operouli tergo 
' 3fi ', in f. tegumento adglutinato ' 32 '. F. r index lat. m. a. XVI, 
F. 2' ootulae in. 8. XIV, ut vid. : ' tj-iù aij/icòy fioraxòi nrou toii le- 
QBitj xa . . . . firxixov (supra iin. ó^tt; . . . . fi; fta^i) ifir! -/eiqòt nijfnt '; 
estera nou legiintur. F. 3 mg. siip. al. m. : ' rpvì.Xa r^i SijlXov o| ' 
^gcil. 18 prioribus exceptis). F. 1-18 ampliore ducili < 
a f. 19 BOi'ipluia coarctior, panilo antìquior 



BTBLIOTHECAR CHISIANÀB. 321 

ginibus rubricae, notulae, scholiola passim, m. librarii fere omnia. 
QuaternioDum notae in calce m. seriore; inde a f. 140 adpinguntur 
novae quoque notae (quatt. a'-ctj') m. librarii. Quaternione» omnes, 
praeter 29, 80. HI terniones et 18 duernionem; postremi quat. 36^ 
exstat, praeter f. 278, lacinia tantum. 

5 (R IV 11). 

1 ò<Tion(àyT(ùì) naTQÌ xocF/id W& èn^fSnoTHù toO /Aaiovfid, Itadv- 
vr^g fiovaxóg (Io. Damasc. Lequien I 521) IV, IX-X, XI, 
XLVIII usq. ad v. xaì éTioardaeig xaì nQÓaiona (Leq. 620 A), 
omm. 13 postremis verbis nsQÌ — ìqoOiìuv (ibid. 673 C), XII, 
XIV, XV, XVI, XVII coarctat., LXXIX, XXX, VI com- 
pend., VII, Vili, XXXI usq. ad v. ^ igóìTi^aig yéyovsr 
(ibid. 696 C), XXXII-XXXVIII, XXXIX usq. ad v. Xé- 
ysTai àè fj oòaia nagà tò éivai, XL-XLVI, XLVII usq. ad 
V. Toèg àyiovg naxéQug (ibid. 620 B), XLVII usq. ad finem ; 
(distinguitur in cod. tamquam cap. Xy% XLVIII-L usq* 
ad V. (jxéfriv (ibid. 632 C), LI, LII postremis 8 verbis 
omm., LIII-LXV, LXVII, LXVIII, LXVI 44^ ó^g 
iv(b(rsù)g: ij xat^ o^cfiav l'rwaig ini T<i5v -énoatdtcov rovvéCTt 
Tóòv dro/icDV. (i} xa&* imóciaaiv ivdaemg ini t(òv oùcitòv ini 
i/JvX^v xaì (ro)/idi(ov — xaì ndXiv àjioxaO'iffTafiévrjV. ij xaxà 
(fvaiv svw(SB(M)g ttsqì t&v ^TjQtòv xaì éygé&v tovTòCTiv àXevQOV 
xaì €óatog, ctmx ó') 46 %o€ i/^f AAot), elg tò n&v à^dq^ 
trina ò sàv noir^a(i]) àv&gwnog eìg xò roO (Tiofiatog iaxìVy ò 
óè nogvavùìv €Ìg tò lótov (Joìjna àfiagxdvsi {noXX W & fÀaxdgte 
òvvaròv dìg tò ndv ò èàv noti^arj dvO-gconog — d}g tfjg àói- 
xiac tavtTjg «eg '^òv avvs^evyiitvov àvatgsxovcrjg) 47 àv 
dgéov àQXt€7Ti(rxÓ7T\Ovy xaiaagisCag) xannadoxCag ex tfjg ^6- 
gansvtixfig ^i^Xov negì àvactdaswg x€((pdXaia} §!' {igcotijtyeig: 
7Xo€ al ìpvxaì fietà tijv éxórjjniav tod athnatog àn{CacC) xcc- 
^d(fìjCi <sic> ó ^Aaxdgiog iniifdviog — tà tfig ^wrjg tfjg alcov 
ertix^tga (al. m.) xa^axT^^*t'>»'^«0 48 <anonymi> de re 
metrica et grammatica (scil. 48 at òvo/iacriai tcòv ^ttgwv, 
60 negì ìan^ixod ^étgoVy 61 nsgì èXsysCoVy 62 tofiaì t(òv ati^ 
XO)v, nsgì tof.i(bv^ 64^ <de barbarismis) ^ag^agiaixoì eìaìv Xb- 
^€tg etc, TTfgì aoXoixianod etc, 56 negì àiatfógcov <sic> to€ fjQùuxoù 
fiétgov, 66 nsgì nóómv àtavXXidfiwv))» Particulas publicavit 
G. Mangelsdorf in programmate Caroliruhensi (a. 1876) 

studi Hai. di flloL ciati, XV. 21 



822 OOblOlCS GltAECl ^ 

p. 6 sqq. ; ofr. Anecdota Cbisiana de re metrica, in Anacdoia 
varia graeca etc, ed. G. Studerauiid, p. 100 sqq. 57" iieàv- • 
vov vofiiK Di' xpijiijc laù ^ninveiàiov TiQÒg lalàa^ov Sia- 
xovov xai vofiixòr ri]; X^" *^'' *Q'^à)CTjV l'aie) utì^'m' txaxòv 
tò ia/ijìiìtòi' dinaecqioevTst fi^TQov (Congny in Annuaire de 
l'Ansoc. IX 92-96) 69" Sgot aùv t>t& àiàtpofoi xittà ti}v 
nagttéoaiv xtù nlativ t^; àylag xaitoXixf^g nal àn:o0to3uìc1ji 
fxxlr^àiag, anD.tys'vttg &ni> to(l xl^fttftog xitì hi'gmv òaimv 
xaì nttxammv .titiéQ' c Anastasio Sinaita, Ma- 

ximo etc, cfr. ood. p. 82 ap. Puntoni, Studi 

ital. IV 437 80 S ittfol ètat/óqmv tfiXoaóijiaiV 

t/Ìq òiaXixiixfii xatà t ^viaaima excerpta ex Ste- 

phani philosoplii ali 90'" à^x^ ai'v &ta toO 

^vaioXàyav: rov aom vttig TitQÌ tuJv g>vaeaiv rtìv 

àXóyiav (de leone, phanto, lupo, cervo, paa- 

thara, caotore, vulpe, i pente, vipera, aspide, for- 

mica, rana, columba, turuuie, u] i, negl làfféoig/', est nt mihi 
videtur archetypus codicia p, ap. Puntoni, Studi ital. HI 
169-191 105 ànoq>0^{y/xeijixaÌ yvùftai ifiXoaótfwv xaià azot- 
Xsìov (nsque ad litteram //; ine. ('A)Xi^ttv3Qog ò ^affiXeùg 
nXrfiihottg 7ioiè nivaxii ósit'iov, Int/iil's dioyivti rio xvvtxtò 
iftXoaóifd)' ù ài Xtejiàjv eìire' xvvixòv fièv zò ^piB/ia' oil /Jaffi- 
Xixòv ài TÒ àtògov — des. 'n/Xdroiv ò gtXóao^og t(ttozrj9fìg 
ino rivog n&g àv àQiaxu àiotxoìvro at TróXeig, flnev' iàv ol 
y)tXóao<foi ^aaiXfvaoìtjiv, i^ tit ^aatXsìg if.iXuaotf^aiaffiv). 

Merabr. cm. 16X11.5;^. i -|- H (chartt. vacc.) -J- 112-+-iii + iv 
(vaoc), 8. XIII. In folio tegumento adglutinato ' 46 '. Multa folia 
palimpsesta; leguntur hio illic singula verba vel potius litterae, ut 

f. 10 x«i Xi-,at>]y, f. ir x67<Q,i xrii tdati^Q, f. 12 axin-Qoi . . . <pu,tl 

■tijv StgKneiKi' rrùc ipvjfiòp . . . ni (fé niuicvoyic;. ii/diiiir noiijao/i(i' . . to^ 
i$rixoi . . . jf((«o[ò)(, f. 40 .oowTfj,- etc. la mg. rubricae, notulae, soho- 
lioU passim, fere iibìque m. recentiore. F. 45 al. m. s. XIV notula 
de numero septem qui dicitur J niiff.lf'fos n'eiSfioV. F. 100 mg. sup. 
m. S. XIV ' iyiò icpeiV J'iiiijfixc; viò; loi atft/iiiyoii lou i«iìi/i un^z fì 

<_,„,;»,.,•„>,■?;'. 

e (E IV 14). 
1 Nicolai Cabasilae de vita in Christo lib. I-VI (M. 150, 
493-684). 



B7BLI0THBCÀB CHISIAKAE. 823 

Membr. ero. 17,8 X ^^fiì ^' i (chart. ree. quo contiDetur m. re- 
-centiore notula de vita Nicolai Cabasilae) -|- ii (chart. ree. vac.) -|- iii 
(chart antiquo; iii' nota * 32 ') -h iv-vi (chartt. antiqq. vaco.) + 119 
(vacuum 119) + vili + ix (chartt. antiqq.), s. XIY. In tergo * 14 ' ; in 
extema tabulae anterioris parte: ' De vita Christiana*; in f. tegu- 
mento adglutinato ' 42 ' ; in posterioris tabellae externa parte: ' Ni- 
colai CavasUae ' . 



7 (E IV 15). 

1 Theodori episcopi vita S. Spyridonis ; inscribi tur: fiiog 
xal TtohxBia toì) iv àyioig nargòg fjfioiv aniQidtùvog %o€ &av' 
fiarovQyoff iniaxónov xQimd-odvxog xénqov cvyyQaffsìg naqà x^€0- 
iwQOV intaxónov nà<pov: — {iv àqxfl fjv ò lóyog, (fr^alv Iwàv- 
vrjg — [28^] tc3v TidvTcov noitjtijv xaì óetrrtÓTrjv fAij nagiàsTv 
zijv àv&Q(07t6rrjTaj àXXà ikeijtrai xaì inidxéìpaad^ai tijv yijv 
èv Tùà nX'ì^&si Ttòv oixuQfXùàv aÓTod' xal tÌjv sékoyiav : — ) 
cfr. M. 116, 446. 

Chart. cm. 16,6 X H I ff» i (custodiae folio adglutinato, quo index 
continetur et notula haec: * Fuit d. Conatantini Caietani 3f. «. ') + n-v 
(vaco.) + 28 + vi-x (vacc); »• XYII. In operculi tergo * 9 *; in tegu- 
menti mg. * 1669 *: in folio tegumento adpicto * 52 ' (interlit.) * 1669*. 
F. 1 in mg. sup. ' R IV 32 '; in sinistra parte (interlit.) ' R 8. 52 '; 
in dextera : * Vita S, Spiridionia graeoe (hoc. v. interlit. et suprascr. 

* taumaturgi ') episcopi * . Subscribitur f. 28^ alia m. rudiuscula * t /"*- 
XiUX aQxiénKTxonog xaaxoQÌug xingéog <r/€dV«V«? ano^i^Xioxixig fianxttyis — 
séóqsaa xò xiqlo xovaxuvxlyo xo xctxaeyo oiQaxovaio /4oyce/o xov oQÓlvov 
xov ayiov psyeàixxov xov oqov. xaacyovg "x^ \ Al. m., fortasse AUatii: 

* Venetiis 1694 in cenobio S, Georgii Maioris '. 

8 (R IV 18). 

1 lohannis Damasceni Dialectioae prologus, in fine mut.; 
abrumpitur xaì rodro nQoa%ovnM(pa\ (M. 94, 621 v. 4 ab imo) 
2 eiusdem <Dialectica> initio mutila; ine. dtofjiov Xé- 
ysrai' xovTéaxtv tò òvaxsQòig (?) tsixvófxevov' óag ó ààdfxag 
XC&og (ibid. 673, v. 10). Seqq. capp. XLVII (per diagram- 
mata expressum, postremis 4 verbis omissis) XVII, XXIX, 
XXX, VI (secundum breviorem dialecticam), VII (usq. ad 
V. yQafxi.iarixóg èaxi ibid. 666 v. 19), XXXI-L (6 postremis 
verbis omissis), LXVII, LXVI 48 eiusdem expositio 
accurata fidei orthodoxae lib. I (3 priores versus capitis X 



32i coDiOBS r.HABOi 

uaque ad v. i)ì-i„nivùiii addunttir capvtilX; de side ratiir ca- 
put quod a[^iiiì :\f igiieam est post XII) 69 <lib.ir> {oap.VIII 
des. òvo!i>Cùiitv>H libid. 900 v. nlt.j eìttiv oÈr at nuvxti i^' 
&v fj àiayriMjì'j f'aùv aStr/:: — cap. post IX ?r«p( neXàyiuv 
om.) Ili <lib. HI) (desideratur suo loco caput quod 

apud Migtieum est post Vili, in codice vero est [f. 166"] 
post cap. Vili libri IV) 161 <lib. IV> 209 eiuadem 
<institutio '■lomentaria ad dogmata) {M. 96, 100-112) 
215" eiusdeni ;d6 l isto voi untati bua) in fina 

mut. ; abniinpitiir [ xijv IXa^e Jvva/ttV tièóè 

ÒQùv. oi'ài ti fiiQov ij ù-fki^THtij Mal èvt^YTj-inti) 

Svva/iig <fvisixiìii tv«oì ' xaì lè Héì-ttv xaì | (ìbid. 

169 V. 23, sed alic 't) 235 eiuadem <ds 

Haeresibiin, libri fn thaluni, inda a v. <;ipoH>- 

ittv Sii ziH'tdtQQ àvla; ' xoì dieiTiaQovvTmv aéioT^ 

(M. 94, 7(ir) V. 16 al aeque ao eod, Aug, ciim 

V. ohoTiouiav ài Ttavt 'fni^ mcev (M. 773, v. 6) 

239 hymniis notis musicia instructiis, fere omnino evanid. 

ine. . , , (f,«os xirjitt^g irjg aya^rjg vixrfi .... — eiìtJo- 

fw; fieraiit^t^xaQ ... èv tij evào^a aov [ifìj .... aggr^atav 
iXiav TtQÒ? y<tt»>y ixtrsvt awOrjt'ai za .... Qwvvfiuig t<av 

ayaSfùìv xaO-ifQioffag fiativi . . . xaì Twv ÓTiàvTtav j3a- 

atXfi tv ^aCavoig xaì iijxj;^ «fa» ZQonaiov ais<fa- 

rtj^o . . . Tia^iHiaaca . . . xat nqta^ivoiv . . . %ov aiyat pfvov- 
I(DV TOìv naqtvQuiv . . . XXfOTCìafia ùyioìv àdqiavoS xai JV« . . . 
— des. 239" xaì ttqo , , . , 

Membr. CHI. 20,4X17; ff. 1 (chart. vao.) + Il -j- HI + Si» + iv + V 
-I- VI (hoc chart. vac); £f. 1-238 ». XI, f. 2J9 s. X ut. vid. In ood. tergo 
nota ' 27 ■ ; in fol. tegumento adglutin.; ' 38 '. F. ii, m ro. s. XIV 
oontinentur (Vergi li Eclog.; IX Ò9-GT, X 1-iO, Vili 18-67 cum glosaia 
et echoliolis inlerlinearibus et mirginalibus, P. iv, v ead. m. (Ver- 
gilii Georg.) IV 465-"i64; in rectaa partis mg, superiore rnbro nota 
' ini ', F. 2^58' manu liLvarii .subscrìptio haec: ' iteicnó^nai' avy 
Scià II! () xeipiHaiii : loù ffvhiaàifov iaiivvov (in mg, ead. m. {?) roi> <ro- 
if oirKi^joi')) nQtaìIi'iéqnv tnv ianxii'oi '.Seqq, tres versus t-rasi, quorum 
tautum Dota ead, m. ' ^({(i) ,^<p^>i' ',^' il' ' legitur ; in mg, sinistra 
recentiore mnnu ' sy V I G538 | 10J3 '. Sequ. al. notula 4 versus oom- 
pUctens orasa. In codicia marginibus rariores notulaa nailias pretti 
Qi. ree. Liiterae iuitiales singulorum capitani et insoriptioaes rubro 



BTBLIOTHBXJAB OHISIANAB. 825 

pigmento exaratae (libro excepto de inatitutione etc. f. 209 ■qq.)* Qua- 
temiones in fi. calce litteris latinis numerantur. Antiquitus compactas 
tabellis ligneis cerio tectis. 

9 (R IV 19). 

1 Plotini vita Porphyrii 23 index graecus 24 Plotini 
Enneades I (cuius lib. II sequ. post I nullo interiecto spatio; 
itemque lib. VIII post VII) 76 II 121^ III 188 IV 
(post lib. IX enneadis III additur lib. I enneadis IV qui 
iteratur f. 191"^) 261"^ V 308^ VI (librorum ordo cum 
priore Porphyrii consentit; cfr. Plot. Ennead. a Bicard. 
Volkmann edit., Lipsiae 1883). 

Chart. cm. 21,5 X 14,2; ff. i (in quo nota ' 346 *) + ii + in (vacc.) 
-{- 4d6 (vacuum 436^; ff. ad C usque litteris graecis signantur; in caloe 
quaternionum notae; postrema sunt tria folia quaternionis LV; 
if. singula desunt post 85, 92) ; s. XV. In voi. tergo ' 30 ' ; in f. tegu- 
mento adpicto ' 34 '. Cam delineationes Porphyr. vitae (f. 1) et £n- 
neadibus (f. 24) praemissae, tum litterae initiales antiquiorem scribendi 
rationem praeseferunt; ita ut suspiceris talia rubricato rem ex veta« 
•stiore arche typo expressisse. 

10 (E IV 21). 

1 M. Chrysolorae Erotemata , 39 Àesopicae fabulae 
LVIII. 

Membr. cm. 18,6 X 13,5; ff. i + ii (vac.) + 59 (vacua 38, 59) + in 
(vac); 8. XIV ex. In operculi tergo ' 16 *, in folio tegumento ad- 
glutinato ' 40 '. In schedula priori folio adsuta notula haec inter- 
lita ' Carmina graect cum notia ' et index latinus. F. 1 pagina scripta 
circumdata est ornatu in mg. superiore dext. et sinistr.; in externa 
parte autem repraesentatur yitta in qua legitur litteris maiusculis 
scr. ' SoLLiGiTo . BiBVNT . AVRÒ . SUPER * ; in imae partis ornamento scu- 
tum rubro pigmento in quo prostat anulum anreum, cum duabus 
Columbia bibentibus; in summae mg. ornamento avis alba corona 
laurea circumdata. In mg. interna cuniculus pascens. In aDgulo 
dext. sigillum ' S. Andrtat . Romae ' . 

11 (R V 28). 

Catena in Esaiam prophetam ex opp. Theodori Heraol., 
Basilii, Theodoreti, Oyri, Cyrilli, Eusebii, loh. 
Ohrysostomi, Severiani, Nabalot, Athanasii, loh. 



ij^b OODIQBS ORABOI 

Constanti E oi>ol., losephi, Ori genìa, Apollinarii, 
Hippolyti coUeota. 

Membr. om. 23,6 X lG,6j fF. i + li (vaco.) -j- 413 (L63Wt, 409-4U 
ioseruotair post 413i -j- ili + iv (vaco.); b. XIT. In opermili tergo 
' 33 'i iu f. tdgumeato ailpioto ' SO '. Quat«niìoues omotis (54) praet. 
1, 14, 18 tamiones; tolium dssidaratur in LI i^nat.; postremi quatsr" 
nionis ff, fi Bustaal. * 



12 (R V 33). 

1 Index capititm (n ; x(tlr/&\g ayam^. xat %ig 6 

ax<àv avii^v. a'. iÌTt : i^txat awe^fovOt nQÒs ri}v 

ayaTiijv 6tc. ,i' zig «ffri sto. kayo; (05 Tvmxòv jigog 

fiovà^ovrui- c;XC) ì rofios' tra lÙQiaxtj txaftrag 

et II ^ov/ifTui t^ Sì) pt^Xiov 3 Catena ìd- 

soripta: ^i^fiara xè^ tSv óaluv thiiiìqwv ijfi&v 

xarà àXifàfii^iov- av, rro^<t'ff«ie> thaipó(tovg {toO 

àyiov fia^ifiov: tcq&iov. àyàntj fi, àid^taig ff'vxfj? àyait^. 
xaO^ ^v oùSiv iwi' òvtaiv Tt]? Tofl %^*of yvtóffeMc frporf^fi sto. — 
[306"] {Hesychii) oò avaO^'^isovTm nt'xQ^ ^à atQaq,ì[i g,d-à- 
aovatr ovài xoTida'ivat r^s vov Wjiptaig xu'i i^wttxi^i ù<paaen>g 
[it'xet? àYYeXiii yivuìviM, tV x<p((Ti^iw etc. Siint brevissima 
excerpta ex Arsenii vita, ex legibus civilibiis, ex Ana- 
stasii Sinaitae, Àthanasii, Barsanupbìi, Baailiì 
Magni. Diadoclii, Dionysii Areopagitae, Dorothei, 
Eliae Presbyt, E ph vaerai Syri, Esaiae, tìregorii 
Nazianzsni, Gregorii Nysseni, Hesychii Presbyt., 
loh. Chrysostorai, lob. Olimaci, Ioli. Damasceni, 
losephi Hebraei, Isaac monachi, Isidori Pelusiotae, 
Macarii, Marci Ascetae, Maximi Homologetae, Poe- 
menis abbatis, Nicolai, Niconis, Nili, Paliadii, 
Pbilemonis abbatis, Symeonis, Symeonis iunioris, 
Thalassii, Theodoreti Cyri, Theodori operibua, qui- 
bus fongiores Xóym passim inaenmtur, scil. 44'-71" <Apo- 
calypsis S. lohannis cum expositione Andreae archiep. 
Caesarionsis) {M. 106,220^67); 77 Barsanuphii ànoxfi- 
eeig TdJc ój'i'wr iifyàliiv ytQÓvKov {Arróx^itriQ rov lÀtyàXov yégov- 
Tog nQÒi tò itTiò^fQoaa^i^v ìw — [98"] iiiSta etTii niioif ài ìav- 
tog TTUQaxQi^lta Ira fiij xaTdiCxvvr^g aviov ói' ùk?.ov' xXr^Qixòc 



BYBLIOTHBGAE CHISIANAB. 327 

ydQ icTiv) 159 (Dorothei) Didascaliae (M. 88, 1716) 
162^ (ibid. 1733) 167 (ibid. 1676) 174^ <Ioh. Da- 
masceni) Didasc. (M. 95, 85) 185 Dorothei (M. 88, 1761) 
192 (ibid. 1793) 194 (ibid. 1788) 240^ (ibid. 1708) 
243 (ibid. 1812) 266^ (ibid. 1657) 271 series im- 
peratorum Constantinop. («' ó [.léyag xcoCTavTivog ò fv àyCoig^ 
itrj Xà\ ^' xovttTavTivog ò vtòg advod, hrj xi' — [274^] orj' fii- 
xaijX ó naXaioXóyog hrj (spatium vac.)* iaTé(f&rj ih xaì aèxòg 
iv ffj a^rij nóXéi vixaiai, iv dh tò dsv%€Qw Ìttj rfjg aérof} ^a- 
CtXeCag nàXiv inaQéXa^av ot QODfxaToi oi xs (sic) yqaixoì fievà 
xaì Tod a^Tod ^aaikéoag tìjv xiovatavrivovTioXiv) • 281 (Do- 
rothei) Didasc. (M. 88, 1724). 307 Catena inscripta: lóyog 
àaxTjtixòg TTQÒg àrrora^aixévovg sì T€ àvÓQag fj yvvaixag, xaì 
^ovXofiévovg év i^dvx^a &€cb edaQsaifjcfai: iaxsàidaO^ijV óè, rrgòg 

tijv a <= (novaxijv) xvQlav sèXo (-lav) tìjv aùiàdeX^pov to€ 
€Ó<f€^€(fTàTov xvQiov ^acTikéwg Tod [Aixaijk xod naXatoXóyov^ e 
SS. PP. Evangeliis et Ecclesiastico consarcinata, et in ca- 
pita distributa {Urjyfjv vàovaav 'fjO^txdiv ÓQÓaov Xóyoav, iv- 
ta€&* itpevQtjg si fji€TéX&rjg yvrjcricog. Caput priraum est nsQÌ 
ànoTayfjg xóafxoVy ine. laxéov òri, oó XQ^ "^^ ànova^dnevov fj 
tìjv àTtoTa^afjiévrjV tòv xó(ffiov xaì nQÒg tòv ^iov fxdkXov óè tò 
a%àdiov ànoÓQafiùv ztòv i.iovaxf>^v etc. — caput ultimum (quod 
ex indice f. 2 utrique catenae communi apparet esse aXd-') 
est {ix} TCùV &san€a((ùv naxtQiMìV ijfAtòv avvTs&eìg óg tvttixòv 
TtQÒg lÀOvd^ovrag xaì fxova^ovtrag anovdd^ovTag (Tco&flvaiy des. 
*^X^' ^ ^^ ^^*' Ttdvtcov x(vQw)g xaì &(€Ò)g xaì ósttnÓTTjg' ò 
&élo)v Ttdviag aw^eai^at ita g>iXav{t/^Q(07t)iav, ' aétoì xaì ah 
axsQi^eiéV iv àyaÌ}(XXg to€ yevéax^at nXrjQcotr^v Ce tóòv éavrod 
ivTaXfidrcov xaì ^aciXeiag eto.) 346^ Tabula ad Pascham 
inveniendam 347 iniXoyog {ènoì ixhv nQwrjv vò /uióvù) éavxOi 
nQoaéx^iv ijand^BTÓ rs ix&vficog xaì noXXijg inii.isXs(ag ij^{(OTO 
xafà dvvafiiv de tìjv ifiTJv — v€v xaì àeì xaì flg xoòg aiiòvag etc). 

Chartac. cm. 25,3 X 19; ff. i (nota ' 25 ') -f- " 1 ni (vacc.) + iv 
-)- V -f 347 (vac, 175', in quo notula ' Xr^d^ì] ') + vi-x (vac. viii-x) com- 
pi uribus manibus exar. s. XYI. Foliis quae sunt iv, v prae cod., vi, 
VII post cod. ex alio cod. abscissis s. XVI binis columnis exarato 
continentur legum sylloges ouiusdam frustala. F. lY col. 1 | ye- 
véad^tii éxecyog éX^^ev^syQog . . àè rifÀìj/Àarog dtJouéyov. rò de nexovXloy 



^^^^^■^^^I^^^^^^^^^^H 


^^^^^^^l^^^^^l^^^^^^^^^l 


328 OODICRB CIRARCI ^H 


iivioi navtcf el xotfiayol àjc^iaativ — aicriei afta yi^onat HcèSegM | * ^^H 


col. 2 xiijiigieias xRfTiat . . , . ^a)ii»' io lìXlat^iov ngùy/iit xax^ ttiirte* ^^| 


.... vifitiml 7K tjyavv ètfM/Mvn^ pia rj dv^aanla ~ fiTJ Jera/iirov Xé- ^H 


yety roC tà ngdy}j.a)jtt \ [ir*] col. 1 Teon<B> ye/iofie^oy «apd TaS ^H 


yuxii niatei ^t^ijff^.-roj Torio Ixoftmitra. ittgl H i^« nn^Hyeagiijf t^( ^H 


étxiteTÌas ~ <n>oeu()Aforo» D^of ini ^Itoaùf, ntpiaMgw»-, iBwVa»' | ^H 


col. 2 1 rollio ci Ktti à T^t aM^ipi<af . . . , xai ex toÙ iyaytian. et ^H 


iXev&i^a avXà^ot: xajaiùuXmHìaa di natii tiyat aiiiai ~ el H itaqav ^H 


itfioyiiii ol xotyuif'à noA^arn \ [T] col. 1 | . , . , oi'x aatiyóeeviov .... ^^M 


iaX^i ffilavi pmaàutytK. yófta ài «ti nfito^tày ònt'Xiatf — tovjéatly ^^| 


uno TioQPtittt rf/»£Ìf . i 


1 i» niQVfltti ytvia^tii . . . . | ^^1 


col. 2 1 deanaitlm.. 


' (/« npoV ij/Joe ènoaTQifitiy. ^H 


€i éi n«v«ofr<H rottturV 


- vXfi àXXoi^ia Ijy. tt iì ti é/i^f ^H 


xai i!r,i vh,i énoi | 


. . . itytti fi$ dcmóiijy. av yàg ^^H 


piivoy oixciity ioyiiaivw ' 


Wei. f,^XQ' 1 onl. 2 1 Wo-peìw H 


^fiùg ««i ToOto TiQoetm 


t(>' i;iEt'SE(io( oJoT o(ri;;ia>' <sic> ^H 


xiiL r^y ftty iXtvt 


1 [VII col. 1 Itlyt aatpas ^H 


,hoó(ix»f'V "«xovgylm 


> nn^rf Ili» tmoviaiy nof»^ ^H 


pipovXcvilétoiy — iltoS 1 


1 1 col. 2 1 <.f//<RÌ»iaV nlyft £tf, ^H 


dovXtiiétm . . . . ,JXcv}l^ 


i « xtti -VBj-xnCMaa. 1 fvi'l 1 H 


. . . auoy Qiniinix'ùy ròf 


[te.* — oJi i'S.u.jSv 1 col. 2 1 . . ^ 



rij'^ypfJiTnri TTpòj itiiini' ij fTin'jirfic Ityouon 
Jtc/itiriisi': feraci oov xiii ixBiyov — n/iiagovfit9a ri; . . . | [VIIj col. 1 | 
«nuj Joùioc ^ìswffEpaJoKf nip rfiifoini iiji' Hit'9tt>!iii' avioó àyajQtìiat ti 
fiij ii ttx"QiatÌBg — npoo^iflic ó | col. 2 | ^yoififSa . . . yofiij yiVeiai 
TioXXiì xid XKtittfiialtiitaii' xii't xnXiìttii /iiaSvjiixij — fii/ jìXiinruiy i^y op- 

j[iiiai- ò<iiiv nifiXcaitiii pofltreini 5 voraua comipti ut legi ne- 

queant I [vii'] col. 11... Q^oCketat ij JtomfK Òii iv roT( àya^ij niajtt 
va/jevai TiaQÌ)[EJBl rt tiià>) — xai (ijj Xnfliìp loìi jtitpnoiV . . . . | col, 2 va- 
cua, nisi quod iiieat manonoondylion quod, ut vid., tegitur ' loi /to- 
ya/ov aieipiiyov '. P. 2' ' libro p(:i}ino '] infra alia quae non legun- 
tiir et ' K(.G ;. In f. tegum. adglut, ' 28 '. F. v' in mg. ' N. 16 '. 
Ante quaternionem n' (cuiua folium desideratiir) e^t duernio; qua- 
ternionea oranes (folla lingula desiderantur in 4 et 35) praet. 25 et 
26 dueroiones, 29 et 43 terniones, 2 et 2fi quinioties (in hoc altero 
folium desideratiir ante f. 202) et postrem. 44 qui sex S. oonstat. 

13 (R V 34). 
1 Martyrium S. TrypboDÌs (M. 114, 1312-1328) 9 Vita 
Partheni (aliq. (iifFert ab ea quae est ibid. 1348-1365 ine. rà 
xatà TÙi' /it'yav TTaQ&tviov siSivKi [lèv àx()i^wg oiov yf'vvijoiv 
tt xaì tijv ex 7ia(à(ov «corpoy^v ' jStor ts àyMyijV aS^ig' xaì 
t^v xarafiixQÒv {aie') rrgóoàov (v al. atram.) oùàafió&ev fifitv 
d%Qt xai vBv Tiaqaytyovtv — des. ToaoBtov Srt(DV tàiv fiera- 



BVBLIOTHUCAK CDIMANAK. 82^ 

téXoi Csic) ■ à)Q tavx&v ^drj t&v nqoXa^àvfav fiafiTVQtoi- aita 
tsXeìv àiptt'ééciator. tv j[(gtat}iA Ì(rjao)C f& xvqIoì ^/iév. B (fiid} 
»J rfdfa etc. . . -lijuijv t) 21 Passio Theodori Stratelati (ino. jii- 
xirvia) ttì §aciì.(X noUij xsxQtjftivtn r^ nt^i rà tìSioXu àeiat- 
liaifiovlri ■ Tiollij Mai ^ xara rijg eiat^oC; nlareiog énfjQX^ fiavta. 
ofiTog yàg ùèx oliyovg tdir vttò x^'S" *"* <''^ ngAtTji Tttlffas 
Tt^òi »ò aéroS fi'>ìii.ijfta — des. Satm àè toSzo rrarzoìg. éi zatg 
irati TT^fff^eiaig' òiiyiai^ xaì %iìXg àvoi&fv ifmriOfioTq. amaetg 
(/ii'X^i*. xcù ^vatj xoXóaeoig aliavioV r^i' à^lav iiroif feivrrji 
xal ànOQ^Yjttov xoXàUsmv' 5 xal f'/iot /ci'oìto xaì nùat loTg ai 
jìoT^Itòv ìntyQayio/iivoig. ér x<e<ffir)tì Ì(ija'ùi} tiB xvgiio . . . A/iT^v f) 
72 Passio S. Nicephori (ab ea differì qua» est ap. 
M. 114, 1368-1376) ine. oùàiv (^ siipra v rubro) lo,x(v àya- 
ntjg tivat ftaxa^iùiTeQiir. Òoiteq air xal fttaoi'i oèiii' tlòv itàv- 
imv òXeilgiwXfQitV z^v [tiv yào odroig à Otòg nixtioiiTai ég i^ 
tavToS ii|K^ffrt( TTQoarjyoqia — des, ^topì; ìà^ióiùtv xuì xn'àévoiv 
xal Tiórior. éià /iòvt^v f/"'/^* IXtigùiriZa xctl yiiaóflijiar' ,'(ap- 
tvfixoTg naqà Ti\g dvioitfv df|(à; ^ xal óixuliog ol3e /tóvij zAg 
àftoi^àg àiavéfifiv xoanrjffivat aiftpàvoig' àt ij iò^axal tò xqu- 
T«te . , . à/ii^v t 82 Constaatiui et Helenae vita et S, Crncis 
adparitio (ab ea diversa quae est ap. M. et ap. TLeophilum 
lohannem, Mnemeia hagiolog.) ine. to6 litcxngiwTtizov xal 
àyiiofàtov xaì ttqóìzuv i^g z&r ;(fi<;r<at'(3v evat^dag &(o6 xà' 
QiTt nttrtod xal (fZiloxeii^iftì fiiyóXov jiaaiXs'mg xiaviTiaiTivov ^iov 
xal zfjv étlirjXfjV xal èvtzQevTov zQv yortaìv airoO. ziìÙ ze irazoòg 
xmvazai tog' xaì tfjg qiXolttov àyiag /iT^zgòg aizo6 ìXivr^g — dea. 
xdi tòv iTiazòv Xaióv aov èv él^^vr^ qMaSov xaì Òfiovola Jrt 
ffoi (h. V. in ras.) nQt'nei nùaa iòta zifiii xaì n(foffxùrìj<sig vHv 
xal de».... djujjr. 114 lohannìs Chrysostomì lauda- 
tio in Eliam prophetam (TjgótfQOv ftév zàv ìovóairnv 6 J^- 
fiog. zi) zi5v nQo<fi]ztàv ixuXXiojii^szo xz^au' xal ngnqtjzixàv 
^"^•ÌPZ* ycusyiv' riiv Ói tijv roiaf&iTjV nagà t^s BxxXtjtTiag 
àif'i^grjzai xaéyjjzw — ngng fie nàvzeg ot xÒTizo(,v'}Teg xaì rreifOQ- 
tiafts'voi syài oò xoXà^utv IjiSq, àlX' AvaTravato i/xS?' ttèttS 
fj àóga etc.) 119" index graecus {7i{vat àqiazzj t^; mt- 

p'«Jffi;( nvxzidog) 120 rixi^ia tpiXocóifoV Xóyog dn^yijfta- 
iixòg' ntqì zf^g fiig^atuig xal àiaxofiiàilg ctSv Xèil/jàvav %oB 
Aylov nQWTOfiàQzvQog xal àgx'^"^"^''"*' nrstfàvov t (ó x0Qio)g 



330 comoES aRABOi 

rttìv Ì7t a^òv' ' tv igyov &éftevos r:^s aètoO ttqÒì fj/iS? Olà 

,ud)'uti, ó^Zd xt(i Sia nvgtuv ba'.loiW Ayiov — Tiptafitlats iijs 
bntQayiuv i^mitr^iO^oi xal nàvtav tlòv àyloiv naì aÒ ifj lorf- 
tov, 100 fjfiETt'Qiìv fistà aè <T(iiiTljyQ(_o)s »aì usaaTÓrov xaì arti- 
liJTTTO^óg tiTtiitkv'iV thòò^av xtù Ti/iijv xaì utviiv toP (ij-i'oi' etc.) 

131 loliaunis Evangelistae Theologi deci am a t ioni 8 



in dormitioneni S. " 
videlioet desiderane 
&(,eo%ó)xvg xa\ àtì ■ 
ùyiot (irt^ flati roS u^ 
Yfiajog .... xQaTVVpg 
101, V. 19); ino. [J 
xaì òó\t:>uv attici ^ 
vuiiiq toO TTaiQÒi À 
(ibid. 106, V. 9); d,^ 
aov (ibid. 109, 5) — < 
TT^ea^tiaig A^iw&tii-fiev 
nqoaiaaiav, xaì tv TtS i 



ibc. aecia 



fragmenta (folia singula 
et 134) ine. fj àySu irào^os 
'a. xenà co élm^òg év »* 
- des. [133'ì xaì toù xrjfó- 
dorf, Apoaalypg. apoeryph. 
^ ft^l^'jV »oO . . TiQÒg nfiijv 
dea. [134''| yj yàp év- 
ì rot) Ayiov 7Zv(ft''fiaT0^g fit 
a. iva ÓQ^aaiHj i] y^vvijcig 
latio [136*] fjg tix^'^ ""^ 
u énò zfjv aùtfi; axénr,v xaì 
ì iv rtO fiéX).ovTt etc. àfiriv. 



1) 



Membr. cm. 26 X ^^<^'< H' i + " r 136 (ex notis graeeis singulis 
['oliis adpiotis adpariit folia esse 15G; nara post f. qiiod eat 69 folii 
nota est 90)-i-iJi-r iv; 8. XI (.'xceptìs 2 prioribus follia et folii 3 
versii l m. s. XV suppletis); inde a f. 82' featinanter et rudiore ductn. 
exaratus. In cod. tergo : ' Martijriam S. TryphonU ' et ' 17 ' ; in fol. 
tagum. adpicto ' 28 '. Vìtae ut niinc leguntur in codice neque omnes 
neqne eodem ordine dispositae sunt atque in indice f. 119, in quo 
hae Sanctoiuin vitae perhibeutur (asterisco sigaavi eanim quae de- 
siderantur iiiacriptiones): Martyr. Tryph. (infra, al. m. ut vid.: ipil.« »'); 
Partheuìi vita (ut suprii: ^iXir 9. W); Theodor! vita {(pihi X^'j; *Lucae 
«ita Ipioi xtii nnliTtlii lai òalov ;i<(>t)e<o>« «JH" '*'""" '"'' ^'' «^i«'<^'- 
al. m. ffiXa oO') ; Nicepbori passio (tpUti ti9') ; * Blasii passio fq>Ua xC)l 
*Martiniani vita (ry^B ^pi/J; *Theoiìori Theronoa passio (yi'in fixà'); 
*XLII Martyrmn passio {yi'J.n ,eV'); *'n festurn S. Mariae Deiparae 
riji òxiiaiaioi' [ifiXit .c'K'Ji •Alexii vita (errore praamittitur nota t^'); 
*ThoopliaQÌs Ti.i" ti,; aiygìn; (f} vita(9;iAi( ,poì')^ * Mariae Aegyptiaoae 
vita (yi'lft ,(iJiC'); *Oeorgii Martyrium; *laudatÌo ia Ugo/jiiQivQu ^itai- 
'At<:; vita Constantini et Helenae; laudatio in Eliam propilei, (huic 
libello praomittitur nota i/). Reqn. re' in translationem S. Stephani ; 
*,5' in ]. Clii'isti metiunorpb, ; y' in dormitionem S. Mariae Deiparae. 
Subscribitur: ' ti/.'/ft iìquu Tiirni >} nijoxeiuérti '. Usque ad f. 23- 



. BYBLIOTHBCAE CHISIANAB. 831 

IP. particulae hio illic suppletae, quamm nonnullae m. s. XV exa- 
ratae. Foliorum notae ioterdum margiaibus recisis exciderunt. In ff. 
calce notantur qnatemiones (quinio »', terniones te', iC' ^y')* In f. 186 
parte vacua nonnullae fuerunt notulae, quae hodie non legnntur; 
quarum una litteris arabis ezar. 



14 (E V 86) 

1 Beatae Mariae Aegyptiae vita a S. Sophronio archiep. 
Hierosol. graece scripta et a doctissimo viro Federico Metio 
episcopo Termolensi latine reddita (M. 873, 3697-3726) 
49 index lat. rerum in hac vita notabiliorum secundum 
capitum ordinem. 

Chart. cm. 24,7 X '^'^A't ff» i (i*" libelli inscriptio, m. ree; i' vac.) 
-f- ii-v (iv^, V vaco.) 4" 52 (quorum rectae parti et versae nota 
est adpicta; vacua 51, 62); s* XYII^ binis columnis (quarum al- 
tera textus graece, altera versio lat. conti ne tur) exaratus. In fol. 
tegumento adpicto ' 288 '; infra nota ' 1702 ' bis (alterauira interlit.). 
F. II ' Doctissimo ac Religiosissimo viro Francisco Ptniae Sacrae Botae 
Romanac Pontificiae XII^- viro Christodulus Anaxius FUicitate ' (in mg. 
al. m. : ' est doctor Fidericus Metius nunc ep(iscopyus Termolensis ' ; 
ead. m. anni nota: ' An, MDC *); sequ. epist. nuDcupatoria (des. iii^), 
in qua legitur ' cum duobus exemplaribus Vaticanis manu scriptis 
ac vetustissimis ' banc vitam esse conlatam. [Folio 1 adsutus est li- 
belluSy ff. 6, typis impressus s. XV ex. ut vid., in laudem Beatae 
Mariae Aegyptiae. F. i in mg. super, haec notula: ' quisto libro e de 
sor he(Ur(iyce monacha\ F. i' deprecatio lat. in B. Mariam Aegypt. 
(des. Il**); 11^ mg. super, dext. al. m. notula haec: ' alli 2, Aprile la 
sua morte \ alli 14 7bre sua contione, | Desiderarebb.^ dire q(uestyo 
off(ici)o oltre li loro officii ord(inaryii q^ [interlit], c«, [interlit] 8 giorni 
inan9i et 8 dopo le d(ell}e 2 feste; come facev(an)o anticam(enyte auanti 
il Trid(entinoy Conc(ilioy per .... la festa di q(uest}o S(antyo * . Infra 
rudis imago B. Mariae Aegyptiae cum quattuor angelis. 

15 (E VI 40) 

1 Aristotelis Ethicae Nicomacheae 1. 1 10 II 16^111 
26^ IV 36 "^ V 46 VI [notatur littera f'J 61"^ VII 
[^j 62^ Vili [&'] 73 IX [l'j 83 X [x']. Verba quae 
sunt xpéyovCi de rag àvttx€^fÀévag Xinaq — àrjlovón dia vó- 
fjLcov (scil. X 9 p. 127 Didot v. 36 — p. 128 v. 46) posita 
sunt post verba i^nsiQot Tiegì rag [vag cod.j p. 130 v. 1, 




quod atiimadvertit doctus vlr quidam s. XV ex. (ofr. no- 
tulam in mg. f. 92). 

Chftrt.. cin, -28,3X20; ff. I \i^ index m. Allatii; V vac.) + II 
(menibr.; ii' ■.r.lT '; u' vac.) 4- 100(vactift95 100) + ni (m6rabr,);8.XT. 
In cocl. ieri;.! ' 5i '; in fol tegumento anteriori adpicto ' lft99 '. In 
mg. auptr. 1'. 1 ■ ^1. P. Efi Pieniini • .F.S2 in rag. aatuìa ni. s. XVei.; 
' quod hic deficit reperioB ubi est tale sigaurn + '; in mg. f. 93 ' + hoo 
totum m^nutiiin reddatur ubi antea factum est eigaum '. Locus totus 
transposilua linea circiiind»riis. Ouiniouea (sunt 10) notia ambia at 
neuta posteriori adpioto ' Lffìtr 






.•■•■'<?> 






o tee ti s antiquitaa 



le (R VI 41), 

1 XenophontiaG 

39' (IV> 51' I 



.liberi 17' ir 28" (IH) 
. 78 <VTI> 91' <Vni>. 



Chart om. 28,4 X 
ratus a. 1325 (f. Ili ' 



+ 112 (vaoua 111', 1I'2', exa- 
*xo>?Q(ii«) yf ^niy' • et in mg., 
m. ut vìd, Allntii ' ?.52.'j (,'fli-i<-fi ). In codicis tergo nota ' 17 '; io 
tabellae iateinore parte ' 23 ' Folio i quod pestìi est collocandum, ' 
adglutinata est, pagella qua continetur index lat. m. Allatii; supra- 
soribitur oad. m. ' G ' et ' cod. grate. 23 '. F. ii. m. s. XIV, fra- 

gmeatuin hoc exhibet chryjobuUae de vita monastica ( niilir ai- 

liji, fitO.ioi' dì ùiiifian'iioii' tiÒr tmovioii' /joi'iui- «•onep npo'ripov 

Bvi^! fiófi];, mi Xomoìi xbI tiviii- xitl àiotxeìo9ai ini oiioyoftfTa9ai, xal 
Toùrn roV éy/io^oiyia xnl l'OjUifo^ecoi' rgonoi', n«p« toi' éfòs xn't «oit'où 
miSijyoiifiévov lùf laioi'tuty àftipoiégaii' fioi-ióy — dea. ini/ifluvfiirog rou 
re *6«fioB xoi T^s avatfincius ixaré^iis xai lijg ttòv if èfuptoi^^cK fofo- 
Xiùv SioifiXoii xid Tiyev/imix^g noXiicìa; xat xaiaaióatais ■ ti( yÒQ iijV 
Jitpi loriiuv aniifiiuì/ naQilaiuati' xnl ilsfiaiiaaii' xai àatpiiXttay xut ia(iy 
àfieiri^liltav xiiì dia/iov^v xai loV na^óvTa XQ'"">^ovXoi' (postreraus versns 
reaectus, sed tamen legitiir). Rubro. craasis litterìs mononcondylium 
<Xo>oc?>; infra allud mutilura. F. li' m. s- XIV ex.: t ég<ó„iatt toO 
iljljìà Sriluaaiov, npòj roV ti- liyiaif firi^ifini' lòi' ó/ioìoyrinji' : \ f ineiiij 
ér lui ixaioattti itxoaiiù xeipuiaiia lop ixylov rfiBifu^oii yiyganrai x^i9tj- 
atuSai iivas: J xai dui ;ii'(>oV xaiugia^ijaea&ai èy lù fiiXXoyri altari, 
■niiQaxailò, cxxiAvif9r,i-irt Jrif anrftiyciBg roV axonòv lov lìar^óf : anó- 
xQniig: oi rò téXeiof r^c rrpot 9eòv àyani]^ xexiìifiévoi ' , Al, alram. 
' Emplus du qualuor'. Infra al. m. a. XV ' Primn» Alexander /uà 
l(em)p(pyrE I Xenia ^^ fuit pater AmOiadae \ AmiUadas vifir^o fait 
pater Philippi \ Philippus v(er)o paler Aìexandri mai/ni \ qui debeU 
lavit Peraas '. F. i in mg. aup. ' G ' m. recent.; infra ra. e. XIV no- 
tula hnec: ' xtaxiaj-i- /,tXiytximi(ov) x,<,ù ,ov x«9' nx,iru,r éij»t>- Xt- 



BYBLIOTHBCAB OHISIANAB. 333 

yofÀéyov fii^Xiov, &o)fià AariVou f ngòg a yQcctpei &tofÀ«s '; deinde litterae 
nonnuUae deletae. Inferi us ' Xenophontis philosophi de sapientia Cyri \ 
Illustrissimi Beyis Persarum \ Liber eie. '. Al. m. ' 271 '. F. i' in 
stimma mg : * A, Patricij Ep(iscop}i Pientini '. Infra m. s. XIV in. 
verba haec, passim per mononcoudyliam ezpressa (est subscriptio 
chrysobullae cuius reliquiae in f. li exstaat): ' f v . . . . rati ... tv^ 

étxxmvog xov f^cfxtcr/é^toarov omxttxomoatov irovg, iy io xal ro ij^fi- 

TSQoy evffs^ìjg xal evTjQÓ^Xìjtoy vTisffTjjutjyttro xqàxog f *. Sapra haec rubro 
pigmento cra«*sÌ8 litteris ' ó . . . èfiòg . . . «vr .... aXxo . . . '. His in- 
termixta * dy&QÓyixog iy /((>t<TT)a) x(ò t^^€)w nicxòg ^aaiXevg xal av- 
xoxgccxùiQ ^(Ojuttlujy àoixag ayyeXog xofÀyijyóg 6 TiaXaioXóyog f ' . Rariores 
rubricae in cod. marg.; f. 91 ' NT '; f. 112^ ' ARCINTIA | C. GA- 
RATONVS '. In ff. calce numerantur quaterniones. In corio tabellis 
conglutinato ornamenta sunt impressa et in medio quater aquila 
biceps, cervusque — ut videtur — sexies, qui sibi crus lingit. 



17 (R VI 42). 
1 Index graecus 2 Andocidis nsgì rcSv ixvcxì^qCwv 
16^ 71€qI TTiq éavTod xaOóóov 19^ neQÌ rfjg ngòg Xaxeóat- 

fAoviovg éiQì^vrjg praemissa hypoth. 24 xatà àXxt^iàóov 

praem. hypoth. (Andocid. oratt. ed. Fr. Blass p. 1-95) 
28^ ytvog Xvaiov (hoc v. delet.) laaCov (p. 4 a ed. Scheibe) 

29 Isaei txsqì to€ xkscovvfiov xk'/jQov praem. hypothr 
(post V. ^s^aiéxsQov Scheibe p. 12 sect. 22 pergit [30^] àXìi 
insiSfj TÒ TTQdyfia elg éfxdg àifTxtai' xal éfieig xvqìoì ysyóvats' 
^oifdriaaxe xaì ì)^uiv xaì èxtivw tw sv àdov 6vtì' xal /iiij ns- 
Qiiórjts TTQÒg v/fft)v' xal óaijnóvwv éeo^uai é^itòv' ngoirelaxi- 
ad'bv%a avTÒv ÙTiò TovTiùV' àXXà iH€fivrji.iévoi %od vófxov xaì 
%od ÒQxov dv òfi(o/iióxaT€' xal tùòv eÌQr^iiévmv énhQ to€ tiqu' 
ypLaxog* tà óCxaia xal za éùoQxa xarà toùg vófiovg ipìj(fiOaad'€ 
(ceti, omissis) 31 nagl %od tivqqov xXì^qov praem. hypoth. 

38 {nsQl %od vixoXàov xXt^qov} praem. [37^] hypoth. 
41 (tisqI Tod àixaioyévovg xX'^gov) praem. [40 ^J hypoth. 

46 nsgl tod (ftXoxzijiJ^ovog xXt^qov praem. [45^J hypoth. 

62 (rifrQl Tod ànoXXoówQov xXr^gov) praem. [SI""] hypoth. 

56 ttsqI to€ xiQwvog xXi'jgov praem. hypoth. 65 ngòg 
^€va(v€tov neQÌ ro€ àQiaxaqxov xXì^qov praem. [64^J hypoth. 

67"' negl tod àyviov xXijgov praem. hypoth. (p. 1-150 ed. 
Scheibe) 73 Dinarchi xazà irjfxoaO^évovg 84^ (xaz* 
àgiCToyéhovog} 87^ xazà (fiXoxXéovg zi XQ^ nomv (p. 1-66 



334 CODIGBS GRAECl 

ed. Blassi 89' Antìphontis j-iVo; (vita, II ap. Blaaa, An- 
tiph. oratt. p. xxxix) 90 hypoth.; sqq. ^a^fiaxelai xatà 

XovTo^ XTj Sixmoiàvrj (Biase p. 4 sect. 8) 

Membr. cm. £!0,9X^i^i ^- ' (ciiart. qno oontinetnr index m. 
Àmutii ; r ' ^nbsL^riptio ' Hieronijiaua Amatat ') -}- li (cbart. vac.) -1- lU 
(in quo HDtii '11' et infra ■ 688 ' ) -f iv + V (vacn.) -i- 90 + Vl-vm 
(vaco.); 9. XV. in operculi tergo nota ' 52 '. In fi', calce quinionaa 
litterìs griiecìs uutnen i fine mntiloa, dea. oum qui- 

nione ix integro itbeoli ur, praetar finena ipapfiaxeiat, 

iusta indicom i'. 1, A; : i( ònoìoyìat eli lò aitò, ii 

ànoXiiyius I, iarfiioi, in repo(, «nolo;-/!! tpovi^ov) Sf <uf 

Ufiiii'ófievoi iipài-evati', m lupiiaijfios, è* xmijyoQia; 6 Sott- 

rai, X(irij;-oyiK ydcDpl&fi tpórov toi Myovtos àfivvaa»at, 

ex xaitjyoffias 6 iiattQ«, Jtxegrts, ùnèg tov ijguifot' ^pdfot, 

ntpi roi; jfogemoi', Lyot fiooc, Gorgiao ilérti^ ^/Kot^iof, 

vniQ iJiikii/iij^ovs nnoXoyi óivooBvc xaià naXa/tijéovf n^o- 

^oaia;, Lesbonactis Titff. . rov xo^n-ìtiaxoH, Eerodae nc^l 

IS (R VII 47). 
1 lobacuis Clìmacì scala Paradisi cum expositìone Eliae 
Cretonsis (jigo'tetÓQrjfia. Saiiq fiiv xai 6coì ti]v ógerijv ' ó 
tijv naqoDGur ,ìi^kov avv!f-elc, neQmòv etvai fiot Xéystv òoxeX — 
TTQÓKQov roti ^r^to€at t^c lóiav atuTijQiav, laTg nvfVftaTixati 
tavtatg TiXa^ì TiQOTé^eixsv, ég f^tjg ipavshaì) Gradus I 
29 II 38 III 44^^ IV 72" V 82 VI 86" VII 
96" VITI 102" IX 104'' X 108 XI HO XII 
112 XIII 113' XIV 119" XV 132" XVI 133" XVII 

135 XVIII 137 XIX 138" XX 140 XXI 

141 XXII 146" XXIII 151" XXIV 166 XXV 
166" XXVI 195" XXVII 208" XXVIII 218" XXIX 

223 XXX 229 eìusdem liber ad pastorem cum 
expositione Nicephori Xantliopuli 246" Brevis ad- 
bortatio (M. 88, 1160-1161) 247 delineatio quae 8cala3 
Paradisi repraesentat. 

Chart. cm. Jl,2 X 21,6; fl'. i (ree. quo contin. index ni. Alla- 
tii; Ìd mg. ead m. ' Gr. Cod. IO ')-\~ii — y (antiqq.) + VI (membr. 
cm. 29 X 22) + vii (cm. 31,3; X 23,6) -j- vili — xi + 247 (239 bis) 
-f xii.xxili(chartt.)-[-''xiv (membr.); ff. 1-228 s. XIV in.; ff. 229-247 



BYBLIOTHfiCAB CH18ÌANAB. 835 

<cm. 30X22,5. s. XIV ex.)» Iii cod. tergo *53'; in fol. tegumento 
adglnt. * 10 '. F. iii' nota * 439 *; f. vi ouius mg, superior resecta 
cm, 29 X 22 (m. s. XIV ex.) reliquiae Homiliae de Patre Filio et 
Spir. Sancto (ino. . . . ^dciv x«l èTiXaar .... d-eotpo . . ay de . , . (og 6 vlòg 

xa^et ftey ngtot . . | . agtd-fi .... paai . . . ^ovrsg yuQ q>Tj(H nvtovg 

Big tò ovofia tov ngo . . . | viov xal tov àylov nvevfiaxog \ 

tov yÒQ ò vlóg ovx viog tovtov o n^aryrjQ, tpvCBi (fé ... . èy(ù yÒQ (prjfii 

xai 7i(axy èg . , . fièv \ xò «y . . . xd^et fisv . . . xxaxov vtov xad-tòg iy 
x^ (Xvyagi&f^rjaei dsdrjXtoxat ...... [VI^] . . . xal 6 fièy vlóg a ^xovae nttgcc 

xov naxQÓg, èxBiya XeXaXfjxs' xo de n(€(x')'^(j^y ex xov vlov Xa/n^ayei ex 
xov BfJLOv yag fprjfAi Xijìpexai xovxéaxiy ix xùy ifidiy i^ toy t/w ^x x^g 
àfÀfjg (Soq>lag. oxi 6 XaXijaei «qp* éaviov ovdèy. àXX^ oca ay ùxovarj XaXi^' 
UBI, • oca yttQ l/6« xò nyevfÀtt xavxa ix r^o») Xóy(ov) l/et ayev xrjg ixno- 
QBvffBiog xal 6 fièy vlog iy xdi 6yóf4axi> xov tt (ar)p(o)? t^X%9b* xò de nyBvfia 
iy xtà oyófxaxi xov vlov .... — xal mansQ iy tw vidi ògèèxai n(^axytJQy ovxtag 

vlòg iy x(jS nyBviÀa(xC) etc. des. f. vii' (in quo laudatur Gregorius 
Nyssenus) ov yàg xar<a> -nagayùìy . . . TiQoctaytoyrjy ix fÀoyàdog xQidg 

àyeyyfjxa vnaQ/ovaa xal avxéxtpayxog. àXXà xrjy avxìjy (6g «Aiy^ | . . 

xal XQittda yovfÀsytjy xal XByofiéyr^y, xò juèy x(J5 xax' ovalay X6y(o}) xò de 

rw x(«>^* vnag^iy (f. Vii' scriptura in mg. tantum j in media 

folii parte prostat tabula cyclorum solarium). F. 1 in mg, sup. dext. 
' ^. 75 '; infra 'n,ì2' ' n. i() ' et al. m. * • C * ' ; in calce flavo pigmento, 
m. s. XV ' libro settimo \ In antiquiore cod. parte (ff. 1-228) xelfÀsra exa- 
rata sunt rubro. F. 247' m. s. XIV * yBiaqytj&Blg vnò -S-bov «rfefct»/^^?, x^g 
evaefiBiag ystoQytòg xt xt \ lo&a * ijd-eXoy daxQvaiy i^aXelipctg f x^g svae- 
pelag yBtaqyg f t^? BvaB^Biag yBtoQywg xifÀiùJxaxog X(òy aQBXfày dQcéyfnax€< 
ffvXXé^ag éavxó) anBiQag xal iy ddxQvaiy BtffQoavyt^g &6Qla€tg a&Xtjaag de 
di al\u€cxog roJ /(^i<rr)aJ ixof4Ìff(0' xal xaig TiQBa^elaig dyie . .xaTg aaig 
nàai nage .... nxaiafÀaxioy ffvyxofQsTf xrjy ^(ófÀì]y fÀt) Xintày nqòg iqfÀcìg ine- 
drjfÀfjffag di (oy i(pÓQBaag xi'fÀLOjy aXvoBCjy xtày diìoaxóXuyy Ttgoxó&Qoye <(sic). 
ag iy xlaiy ngoaxiyovyxeg deòfÀe&a dtogrjaai tjfÀiy xò fÀéya tXeog'\ x^g eQrjfxov 
TtoXixrjg xal iy atSfÀaxt dyyeXog^ xal d-avfxaxovQyòg dyedeix^g d-eog)ÒQB 
7t(axytJQ tjfÀùjy y(^Q^yyÓQiB (?y, yr^axelay dyQvnylay TtQOffevXfjy o . . . . «... 
Bvffe^ùiy, ^eganeveig xovg yoaovyxag xal xag xpvxdg: xdiy,,n (7tdyxa)y?y 
TtQoaxQBXÒyxioy aoi' dó^a xdi iyixtjaayxi iy aol '. In mg. ter ' dXXd '. Al. 
atram. iteratur a v. xijy ^(ófÀTjy fitj Xincòy usque ad TiQtorò&Qoye (sic). 
F. 248 * ^d'eXoy ddxQvciy i^aXelxpai, xdiy rjfxdiy 7ixai,afÀdxo}y x(vQCye xo 
XeiQÒyQa<poy xal xò vnóXoiTtoy xrjg ^(orjg fÀOv did fÀexayoUtg evaQeaxrjaat 
<TOf dXÌL 6 ix^QÒg dnaxd fxe xfcl noXBfiel xrjy \pvxrjy fiov x(yQiyB ngly Big 
xéXog aTtùjXiofÀey f aga ^aaiXeiB fxrj xdg dd^vag oixelg xal XéXv&ag èavxòy^ 
ov (^yyàg xtòy xeaadqfay ol naideg^ xotavxa ygagjeiy rjdvyayjo. rj yXdUffaa 
ydg fÀOi xovx(oy i&dg ovx rjy, dXX^ (aanegei xiya xgrjfiyoy diodovvoyxog (sic), 
nXriyelca xrj xwy èvofÀdxwy xaiyoxofÀta • ifÀoi xè xài naxgl sXeye, ndxeg ovx 
idldtt^ag' o/nrjgog ovxog dyrJQ. àXXà 7iXdx(oy, dXXd dgKXxoxéXrjg' dXXd aov- 
ffagltoy 6 xa ndyja iincxdfÀByog. xal xavxa fièy ij yXdixxa • aè dà eìy (?) ^a- 
ijlXeie xoiavxa rjfidg ina^yeiy t * . Sequuntur litterae singulae nuUius 



ìlab ^^m OODICBS URAKCI 

pretii. F. 24S' mg. gap. m. a. XIV éXititti naiétta y^ipiit kamiv, tS 

ij'tfei 9eàF : fì J' é-n^Z^t ùvk iif fitxB^ '"*' *'''*' "'' "f" • • "ù «^«(■inVro' ' ■ 
Al. m. litterae: ' ^i/nr ya/ta dijira '. Intra; ' 6 t^< nagoiaijt «-Ttyf- 
ytuV nuKti'dof II fjfuic à^aOiù; jrpafifiàtai' tvnov! y^à^tiv [\ /làkXer itt 
yQK<foy nliijÀilùi; xal fvfgóXaii \\ Mal tDi'oift a</viiSr àn^ifoi uni avft^v~ 
(fior II (ìijrfiiic fìiXtjae iiJiiJk xbÌ fiiaovi \\ rott à/ifiaai filr lòif iaióvrttr 
icrt . ..]\nQB»fU liS^Uvv re «ni iófiiiy attrir \\ r« Kifjiafit JJ «ni Junijc 
iì,u<T(ia»'i' '. Al. atram. m. «er. ' àntitfiicfy o pnatìtvi ano rtji ìtv»- 

^fiéQa xtjfiiiixi}. ,v ((. . .leria grueoin numuronliir ; pq- 

strema siitii 4 iF. qu 



19 (K VII 

1 Index graecua 
Septembii, scil. x 
22"' S. Mauiantia 
30 S. Anthin 
. (PG. CXIV R68-«H1) 



Sanctoruin vitae in mense 
(PG. CXIV 336-392) 
in. Mvr^fÀtìa àyioX. 338-351) 

L72-186Ì 36 S. Babylae 

42 Michaelis- arch. miracu- 



I 



lum in Clionis (M. Bonnet in Analecta Boll. Vili 308-316) 
47" S. Eiidoxii et socc. mm. Melitinae (PQ. 617-633) 
53'' S. Sozontis passio (ibid. 633-640) 56 S. Seve- 
riani passio (ibid. 640-652) 62" SS. Menodorae Metrodo- 
rae Nymphodorae passio (ibid. 653-665) 68 S. Theodorae 
vita (ibid. 666-690) 80" S. Autonomi passio (ibid. 692-698) 
84 S. Cornelii passio (PG. CXIV 1293-1309) 92" 3. Ni- 
cetae passio (PG. CXV 704-712) J)6 S. Euphemiae passio 
(ibid. 713-732) 106" SS. Sophiae, Pisteos, Elpidos, Aga- 
pes vita (ibid. 497-513) 113' SS. Trophimi, Sabbatìi, 
Dorymedotitis pasaio (ibid. 733-749) 121" S. Eustatii et 
socc. passio (Anal. Bolland. Ili 66-112) 141 Asterii ex 
laiidatione in S. Phocam; ine. isQÒg liiv Snai xaì ^eartéaiog 
ò Tav yfìiaiMV naQTi)so>v xaràXXoyog (M. XI 304 v. 10-313) 
145" S. Theclae acta (PG. CXV 821-845) 157" S. Ey- 
phrosynes vita (ibid, CXIV 306-321) 165 hyponftiema ia 
lohannem (ibid. CXVI 684-706) 176 S. Callistrati et socc. 
mm. passio (ibid. CXV 881-900) 184 S. Charitonts passio 
(ibid. 900-918) 193' S. Cyriaci vita (ibid. 920-944) 
204 S. Gregorii vita (ibid. 949-996). 



BYBLIOTHBOAB CH161ANAB. ÒHI 

Membr. om. 80,2X22,6; ff. i + ii (i^ ii vaco.) + 229 (122 bis) 
-r III -h IV (vaco.); s. XI ex., binis columnis exarat. In codicis tergo 
' 50 •; f. I' * 13 '; f. 1 in mg. super., m. s. XVI * Scpr car. 228 \ 
Mttaphrast, voi, p.*^ '. Infra index graecus in fìne mutilus; deside- 
rantur enim tres postremae vitae. F. 90 (quo continetur vita S. Cor- 
nelìi inde a w. r^ xaraaTQaq^ét^ii yaùi rov Jióg usque ad vv. xal 6 ini~ 
axonog noXvg ijiéxeno M. CXIV 1305 v. 12-1306 v. 21) suppletum, viridi 
pigmento exaratum; palimpsestus hic qnidem est; fuit litteris uncia- 
libus scriptus. Uniuscuiusque vitae initio quot quaeque foliis conti- 
neatur adscribilur. Margo dextera ff. 73, 96, 100, 117, 127»», 179,226, 
abscissa. In marginibus ff. 105^ 143, 171, 181% 21S manu s. XIV, 
verba vel singula vel panca omnino, nullius pretii. In mg. sin. f. 175^ 
scholiolum m. s. XIV. 



20 (R Vili 67) 
3 Gregorii Nazianzeni Testamentam (aliqu. differt ab 
eo quod est ap. Migneura 37, 389; des. xXrjióvtog nQsa^i- 
TSQog Tfjg xai/oXtxfjg èxxlrjciag tfjg iv Ixovico nagcHv rfj Sia- 
xhjxr^ To€ aiisaifAwtdtov ygriyoQCov èniaxónov xal TtaQaxhjd'sìg 
nag* aè%od ònéyQailfa x^'Q^ éi.ii\.) 6 index graeo. 7 eius- 
dem Orationes XLV, XLIV, XLI, XV, XXIV, XVI, XIX, 
XXXVIII, XLIII, XXXIX, XL, XI, XXI, XLII, XIV, 
XXVIII (usq. ad v. xal ti fièv iv rivi én èXàxTO \ M. 36, 
37 C V. 8), XXXI (inde a v. | aO^tòai, ngòg nàvra Xóyov 
M. 36, 133 B V. 8), XXVII, XXXIII, XXXVI 276 eius- 
dem Epist. ad Euagrium monachiun de divinitate M. 37, 
384 sqq. 279 Xóyog t{yxaQia%riQioc. <scil. Uitivog Sanegivóg) 
M. 37, 611 279 ix rtòv toù àyCov taiówgov toD rtr^Xov 
ai(ht(ovy sniaToXtòv (Dionysio iuveni ep. CDLIII, lib. I, 
M. 78, 437). 

Membr., 53,8 X '^l/-^ ; ff- i (chart.) + 11 + iii (vaco. ; = 1. 2) -f 279 
(234, 238 bis, 6' vac.) -t- iv -f- v (= 280, 281) ; f. 3-278 s. XII in.; f. 279 
s. XIV. In opercnli tergo ' 61 *. F. i ree. m. * Cod, graec. 8 \ et, 
m. Allatii, index lat. ; in sinistra mg. m. Ph. Vitalis notula de cha- 
ractere et aetate huius cod. [= s. XI]. F. 11 ' 8 ' et ' 133 \ Ff. quae 
nunc suQt 1, 2, 280, 281 ex alio codice abscissa, s. XI ex.; f. 1 fra- 
gmentum homiliae de scala mirabili quae S. lacob apparuit; ine. 
tovroy (fé 7i(ò<; iniyyiocótÀefhct og ovx inoQevf^rj ir ^SovXr^i aas^tày x€u 
tiqIi' ye eineiy ti tó fitj noQSvd^fjyut èy [ìovXiji uae^tòy. ^ovXo^fu vulu 
TÒ eV toìi tÓtiuìi Cf]roi\u6yoy ffKcXvara. (Uoìtl . . . cpaaìy 6 Tigog^tjzrjg tóy 
iìytÌQu fiófoy etc. — des. 2^ oàóg fièy ovy 6 (ìlog 6iq7jt(U, óià trjy lìQÒg iò 

Studi itaU di fiìol, class, XV. 22 



338 CODICRS GRABCl BYBLIOTHIBCAH CHI8IANAH. 

léXog éxacTov xòy yeyyij&ét^rofy irtei^iy * taentg yti^ ol iy toig nXoioi^ arir- 
&evdoyTeg avtofÀariog vnò tov nrerfiarog Ì7nXifiéyag ^8Ìo) ayoyrai xay 
avTol firj atcd^iiviovxai àXJi 6 dgófiog avrovg n^f tò téXog i \ F. 280 fra- 
gmentum vita Sancii in quo saapius commemoratur Baaiérog, semel 
XiiHfdwva; ine. | nxófÀSyov iyiytiaxeto av: xaì ori /vn^* i^r tpart^ xa&i^ 
arato, el fÀrj Tìjy ini4r)[ovtitty vnóuotay rr^i nyevfxatue^i aoipltu àiéXvae — 
des. 281^ xal rijy rijg naiÓòg ngòg irjy atoaayyay c/jifCi^Mrti'. xai téXo^ 
értijye ri^y xata rovs tmyovs dcay tug tpevyovaa tòy ayóga, fAoyat^óytmr 
édóxH TtB^iceaùicS^ai /é^ffiV* o xal avvina eig xóób xò axvf^"* ficx^fAei^f^ey 
kuvxtjy xal avxrjy xrjy Ttgoatjyo^iay fÀCxapaXovaa xovxtoy 6 fia {. F. 1^ 
in calce * &e6da>Qog 6 xofiyr^yóg * et infra ' xaXòfut *; in calce | ' libro 
nono in cale cario ' et iteratur subsoriptio Theodori ; infra compositio 
quaedam ' eìà(oaig xot- to/uov fÀsXayioii' xafÀJtuytaoy vàotQ yXvxv eto,.,, — 
àXytfi" diafittoielg (?y '. F. 8 mg. sup. * N. il '; f. 244^ in calce, m. ut 
yid. Ph. Vitalis, raentio fit de oodicis defectu; f. 279* yersas 2, m. 
ut vìd. Theodori Comneni. evanidi. Passim in mg. rubrìcae scholiola 
m. librarli. Cedex nitide scriptus, binis columnis exaratus; inscriptio 
[ orationis nt'Xn circumdata, ceterarum orationum insorìptiones pi- 
g^entis ornatae, litterae initiales auro inlitae. F. 281* m. s. XV : * do- 
menica die fuit solempnitas Uttatie (== Testaocio?). die luna feettifn 
sancii thomae *. 



INDICES 



A.. Auctores et Opera. 



A.esopus 10. 

Anastasius Antioch. 4. 

Anastasiils Sin. (S.) 5. 12. 

Andocides 17. 

Andreas Caesar. 2. 5. 12. 

Anonymus. a) ascetica, theolo' 
gica {ditjyrjats %pvxf*>(pBXrjg negl 
roti rcc^eairov) 4. (ncQl ttòy àysx- 
tpQdtfTtov Xoyiautiy rrjg ^Xaatprj" 
fiiag) 4. (homiliae fragm. de 
Patre Filio Spir. S.) 18 vr. 
<ohrysobullae fragm. de vita 
monastica) 16 li. (homiliae 
fragm. de scala mirabili quae 
apparuit S. lacob) 20 i. (vitae 
San et i cuiusdam fragm. [com- 
memorantur Baaiayog et 2*ai- 
<T«Vv«]) 20 280« (hymnus notis 
musicis instructus) 8. 

b) philosophicay ethica (defi- 
ni tiones philosopborum) 5. 
{oQog éyciaetog) 6. (apophtegm. 
philosoph.) 5. (apophtegm. tóìiy 
àyiiay yegóytMy) 4. 

e) chronologica (imperato- 
rum CP. series) 12. 

d) metrica et grammatica 6. 

e) iuridica (legiim sylloges 
frustula) 12 iv-vii. 

f) varia (com posi tio : cicToi- 
mg Tov (ùtÀov fieXayiov) 20. (ta- 
bula ad Pascham invenien- 
dam) 12. (de num. septem) 5. 



Antiphon 17. 

Apollinarius 11. 

Aristoteles 16. 

Asterius (S.) 19. 

Athanasius (S.) 4. 11. 12. 

Sarsanuphius 12. 

Basilius (S.) Magnus 3. 4. 11. 12. 

Cabasilas v. Nicolaus. 

Cassianus abb. 4. 

Catena patrum 12 3. iu Esaiam 11. 
ad Eulogiam Michael is Pa- 
laeologi sororem 12 808. 

Chrysoloras v. Manuel. 

Clemens 5. 

Cyrillus (S.) 11. 

Cyrus 11. 

[Daniel Rhaith. 1. 

Diadochus 12. 

Dinarchus 17. 

Dionysius (S.) Areopagites 12. 

Dorotheus (S.) 1. 12. 

Scclesiasticus 12. 

Elias Cretensis 18. 

Elias Presbyt. 12. 

Ephraim Syrus 12. 

Esaias 12. 

Eusebius 11. 

Evangeliis (ex) 12. 

Geronticon v, Anonymus. 

Gregorius Nazianzenus 12. 20. 

Gregorius Nyssenus 12. 

Hesychius 12. 

Hippolytus 11. 




lohanaea apost. ev&ngel. 13. IS. 
lohannes Chrvsostomus -1. 11. 13. 
lohannea Oli 
lohannes CP. 
lohsDaes Dm 
lohaDnes H' 

loseph Bebrneus 11. IS. 
Isanc Uonai.'hus 12. 
Isaeus IT. 
Isidorus Pel US iste! 
Silacarius 12. 
Uanuel Chry colora 
Marcus 4, 12. 
MarCQs evang. 4 
Matthaens eyang. 
Maximua (S.) 1. 5. 
Michael Paelhi'i 5. 
Nabalot 11. 
Nìcophorus Xanthi 
Nicetns phìl. IS. 



IJ. Vitae et martyria Sanctorum. 



Ag-ipes V. Sophia. 


Heleiiae v. Constali tinus. 


Anthimi 19. 


MnmaDtia 19. 


A monomi 19. 


Melitiuae martjres v. Eudoxius. 


ArsoDii 12. 


Menodoraa Matrodorae Nympho- 


Babylae 19. 


dorae 19. 


Cullislrati et socc. 19. 


Mftrodorae v. Menodora. 


Charitoaìs 19. 


Micbaelia arch. miraculum in Ch». 




nis 19. 


S. Crucis adparitio 13. 


Nicephori 13. 


Cornei i! 19. 


Nicetao 19. 


Crucis (S.) adparitio v. Constan- 


Nyraphodorae v. Metrodorae. 


tinus. 


Purtheni 13. 


Cyriaci 19. 


Phooae 19. 


Dorymodontis v. Trophimua. 


Pisteos T. Sophia. 


Elpidos V. Sophia. 


Sabbati i V. Trophimua. 


Eudoxii et socc. mm. MetìtÌDae 


Severiani 19. 


19. 


Sophiaa Pistoos Elpidoa Agapea 19 


Eupheraiae 19. 


Sozontis 19. 


Eyphrosjnes 19. 


Spy rido nis 7, 


Gregorii 19. 


Syineoaia 19. 



BYBLIOTHBCAB CHISIANAB. INDICBS. 



841 



Theclae 19. 
Theodorae 19. 
Theodor! Stratelati Vò. 



Trophimi Sabbatìi Dorymedoa- 

tis 19. 
Tryphonis 13. 



O. Codicum scriptores. 

Michael arehiep. Castor. Cypr. 7. 



l>. Annorum notae in codicibus obviae. 



1033 8. 



1335 16. 



E. Possessores codicum. — Varia. 



A.lexander Magnns 16. 
Alexander Macedonum rex 16. 
AUatius 2 et passim. 
Amatius Hieronymus 1 et passim. 
Aminnadas Xerxis pater 16. 
Andreae (S.) Sigillum 10. 
Andreas Bovxrjadyog diaconus 1. 
Angelus Comnenus 16. 
Arcintia C. Garatonus (?) 16. 
A<ugustini> Patricii Ep. Pientini 

subscriptio 15. 16. 
Seatrix monacha 14. 
Benedictus A. Seleuciae 2. 
Benedicti (S.) Cassinensis mona- 

sticus ordo 7. 
Bybliotheca Vaticana 7. 
Cesar ini Cardi n al is 1. 
Christodulns Anaxius 14. 
Constantinus Caietani monachns 

Cassinensis 7. 
Dominicus Stephani rov rctfilfi 5. 
Georgii (S.) Maioris Coenobium 7. 
Hilario Veronensis 1. 
xttkXiarog fÀeXeyixtuJTfjg 16. 



Metius Federicus episc. Termo- 

lensis 14. 
Monasterium rov atoriJQog XQ^arov 

Tov ^ÀQxaóiov 2. 
Falimpsesti 5. 19. 
Patricii y. Augustini. 
Penia Franciscus Sacrae Rotae 

XII vir 14. 
Philippus Macedonum rex 16. 
Piccolomineum insigne gentìli- 

cium 3. 
Pretii notae 12. 15. 16. 
Stephanus monachus 12. 
Symeon monachus 4. 
Testatie (= Testaccio, qui mons 

est Romae?) 20. 
Theodorus Comnenus 20. 
Thomae (S.) festum 20. 
Thomas Xnùyog 16. 
Tridentinum Concilium 14. 
Vaticana Bybl. v. Bybl.; Vatic 

codices 14. 
Vitalis Philippus 20. 
Xerxes Maced. rex 16. 



COLLECTANEORVM GRAECORVM I 

PARTICVLA ALTERA ^M 

Brevissimo annurm.. =j>tLviit richepersius Aloiphbonis ^^* 
rhetoria epistulas bis, non sine doctorum plaaau, codioum 
denuo recognitorum subsidio et criticis adnotationibas or- 
natas, edidit (Groningae MCMI — Lipsiae MCMV), et Ca- 
rolus Meiser dispiitatioiies critioas, magno labore men- 
tisque haiid spemendo aciimine oonfectas, in Àctia Bavaricae 
Academiae (MCMV p. 197 sqq. — MCMV p. 139 aqq.) adìecit; 
saepe multumque ìgitur ineoum ipse dubitavi num quae 
tres abbino annos Florentiae commoratus e codicibus Lau- 
rcntiania, ad variarum lectioDum apparatum aagendum 
atqiie corrigendum erueram, pancaque alia quae raihi ad- 
notaveram publici iuris f'acerem. Verebar sane ne paene 
desidiosi hominis partes agore viderer, vei nimia corri- 
piendi 608 qui ante me de hia rebus disputaverant cupi- 
ditate affectus existimarer ideoque ipse in reprehensionem 
inciderem, qui raea perexigui pretii esse aentiebam vixque 
digua quae bnius ephemeridis lectoribus proponerentur } 
at interdum Iioc etiam verebar, ne viri docti novisBÌmt 
editoris copila nimium confidenter usi, falsa prò veris ac- 
cipientea errorisque procUvem viam ingressi, licet levia, 
peccata tamen congererent. 



AL. OASTIGLIONI, COLLBCT. QUABO. PARTIO. ALTKRA. 848 

I. — De Alciphronis codice Fiorentino^ Flnt. LIX^ 5. 

Librum notissimum una cum aliis multis codicibns 
italis primas conquisi vit et contulit Seilerus, sed, ut vere 
dicam, ad hunc scriptorem emendandum Meinekius pri- 
mus adhibuit; constat autem foliis scriptis CX atque, inter 
multas variornm iam editas, post Aeschinis, Alciphronis 
nostri nonnuUas epistulas, eodem ordine ac Parisiensis 
(i7. 3021) aliique eiusdem familiae codices, continet. Quae 
de eius forma et materia dioenda erant, satis fideliter Ban- 
dinius dixit, adeoque ille officio suo functus est ut verbis 
nos iam parcere possimus. Valde centra doleudum est ope- 
ram minime accuratam huic libro Seilerum impendissè, 
nimia tamen apud posteros auctoritate; unde factum est 
ut Schepersius quoque, per nostras urbes nostrasque biblio- 
thecas peragrans, libros seilerianos denuo inspiciendos non 
esse sibi persuaderet, Cuius rei egregium damnum quae 
male adnotata vel omissa in recognitione Schepersi recen- 
tissima ipse inveni dilucido exemplo ostendent. 

Antequam autem discrepanlias ordine describam, de 
paucis quibusdam rebus lectores praemonitos volo. Cedex 
noster, ut omnes omnium aetatum libri, saepius consonantes 
geminatas simplices exhibet et sescenties per iotacismiim, 
qui dicitur, et per accentuum crisin peccat. Poterat igitur 
Schepersius qui (Ep. I. 4; p. 6, 3) àxriv quasi variam ad 
verborum correctionem factitandam utilem lectionem me- 
moraverat aliaque huius generis sedulo collegerat, complura 
ubique adderei I. 2 (p. 3, 10) axafpsiSiov^ qnod semper prò 
(SxatfiSiov in hoc codice scribitur 2 (p. 3, 1) FalivaTog (nihil 
igitur Fiorentino cum vnlg. commune est) 3 (p. 4, 6) 
rakarif^ (p. 4, 11) vavxT^Ua 6 (p. 8, 2) vsoXéa^ tritum 
errorem, quem quidem, ut e tabula phototypica editioni 
adiecta patet, etiam codicis N scriba admisit (p. 8, 4) ,aj;- 
rCóaq 7 (p. 8, 16) ìpixxav 16 (p. 18, 16) insxQÓxi 
III. 37 (p. 102, 16) toxv/ift>r* IV. 2 (p. HO, 10) ixaigsiav 

(p. 110, 16) ahidanjiiiai 9 (p. 118, 16) àgyvQioig 
11 (p. 121, 16) ixégoìv^ ubi supra alterum « suprascriptum 



814 AL,. UASTiaLIOMI 

est a(. QuaDtuii deniqne erat alionim codioam etiam Flo- 
reDtini siglura bis loeis addere; IV. 13 (= fg. 5; p. 127, 14) 
T&v «%' ({ffre, quae leotio itidem obaervatiir p, 149, lo /uj 
èv àatr, r. in (p. 11, 16) rjvvtftXa? 

At, puto, hisoe quisqailììs apparatas cressior evasnnts 
erat; consuluit ergo bravitati Schepersius. Verum tamen, 
meo iudicio, aptius cotisuluisset si in praefationia paginis 



panca istiuhimi 
eurum clisertis 
codicum cultoi 
esse: I. 21 {p. 
|U*'/Ì05 IV. 

7ivk{àoc (p. 

litatis est, ali 
col location ibnt 
aufficiefc : I. 8 ( 

10 (p. 11, 201 ìnttìrai 

11 (p. 123, 12) ntiTi^f 13 

tdo€ (p. 129, 15) aiaagiAv 



lia se postea silentio prea- 

[18, attulisset; Bcirent itaqiie 

tro Fiorentino hnec esarata 

IH. 39 (p. 104, 11) Fffi- 

VQtroUvtt 10 {laO, 6) 'ffp- 

Scirent et, siqnid in bis uti- 

ia in accentniim signis et 

perpancsi esempla iidnotassa 

9 fp. 11, I) XaxxoTcXnvt&v 

TV. 6(p. 113, 16) &tiial^ 

;i26, 21) »&%,Xov (p. 129, 2) 

14 (p. 132, 14) la%tm. Ri- 



I 
I 



dicule nonnnnqiiam scriba verba vel distinxit vel aggluti- 
navit, ut talia describere non erubesceret: IV. 14 (p. 133, tì) 
o^rfjj i(c ni'y prò aio' fjttnafir 16 (p. 137, 13) Toff tàye 

toTg ^ ToTg Tauyeroii 18 (p. 143, 11) ^aaikéMOoi ^ ^aat- 

Xtù)g aoi {p. 145, 17) xatTin où Tor^ prò Hai roiovioig. 

Diximus quae pr.iemonenda erant ut dilucidior imago 

codicis lectoribus pareret; nunc autem variarum lectionum, 

quae ad scriptoris verba constituenda spectant, a Sellerò 

et Scbepersio neclectarum, specimen exhibebimus, novum 

epistularum ordinem, ab editore Baiavo constituttim, secati. 

I. 2 {p. 3, 3) Sliji cum N et Vind. (p. 3, 6) àrt^waia 

rarior verbi forma (p. 3, 13) &aXàa<irji; vulgarem 

scribendi consnetiidinem bis alibi deprehendimua: 

1.8 (1.). 9, 13) et 10 (p. 11, 17) (p. 4,3) Xéfi^ov, 

de Xia^iw (Vat. '2 n J"^) nihil scio. 

4 (p. 6, 6) nvTO): di ephelcysticura e hic ut alibi additur, at 

àt prò tradito vulgatoque rf»J etiam codìcea Neap.^ 

Nari. N praebeut et idem Hercherus coniecerat 

tp. 6, 9) [Ji\ tà particniara etiam A^ea;/." 77 ,,/ omittunt. 



COLLRCT. GRABC. PAKTIC. ALTERA. 346 

6 (p. 6, 16) /?(0Ao^ error trivialis quo etiam codex N, siqui- 
dem iu tabula editioni adiecta recte dispexi, inqui- 
nari videtur (p. 7, 1 ijgaTo. 

6 (p. 7, 16) fi€to{xov qui de firjdoCxov rettulerunt, litterarum 
forma decepti sunt (p. 8, 10) Xàyvrjq ubi pristinam 
adnotationem male Schepersius permutavit. 

9 (p. 11, 4) xofiC^civ adToTg cum codd. classis x\ 

10 (p. 12, 6) Atpvxóv] Avxiaxóv cum vulg. Qui Aifivxóv scripsit 

Syrtes, quae proxime a Siculis angustiis scopula ab- 
sunt, in mente habuit, nec immerito; sed tamen vul- 
gata Florentinique lectio minime spernenda est et 
in adnotatione saltem suum locum efilagitat. Ego 
vero, quod ad me pertinet, paulo audacior fuissem, 
praecipue quia multum tribuo bisce Luciani verbis 
{nXoTov ij «^x«^ 8; p. 216 (III) lacob.): xar' exeivo 
yàQ iij avix^aCvsi fisQi^ealhia rò ìlafiKfvXtov ànò Ti\q 
Avxiaxfjg v^aXaTtrfi^ xal ó xXvdiov &is ànò nokXtòv qsv 
fxdTCJV n€QÌ T(p àxQOTrjQioì axi^óf-ievog — ànó^vQoi òé 
sìa nétQai xal ò^sTai Tiaga&rjyóixsvui t^T xXva ficee i — 
xaì giofieQùùTàrrjv TtoisT t'^v xviiiaTCùyijv xaì ròv f^x^v 
fiéyavy xaì rò xdfxa noXXàxiq aùroj iaofiò'yeO^f; xr») axo- 
néXcp, Lyciura mare naufragiis et ipsum aptissi- 
mum nihil quod Libycis Syrtibus invideat habet 
(p. 12, 10) àégi voCTTJawfxev, 

11 (p. 13, 12) aÓTdg non adratg ut omnes perhibent; idem 

scilicet quod UJ. 

13 Epistula inde a verbis (p. 15, 18) ttgiavxéviov incipit 

(p. 16, 19) ég Ilaaétùva deleatur ergo falsa ed. ad- 
notatio. 

14 (p. 16, 9) nàqaXog [xaì] (p. 17, 2) regaatou 

16 (p. 19, 9) sì etiara in hoc libro optime servatur. 

17 (p. 21, 3) 5 navTsXfòg ànwXeiav idem Florentinus, quod 

codices alii permulti, peccat. 
20 (p. 22, 1) (pgixrjg per diplographiam, ut nj (p. 22, 7) 

sì avXXàpovxo, 
22 (p. 24, 6) xaì dXXoù. 
III. 36 (p. 102, 13) àraXavTiSog (p. 102, 16) éXev&egiav 

dolco sane codici hic correctionis laudem tollero, sed 




S46 

iXevÙ6QÌai niisqnam aervator; debetar ìgitur Mei- 
uekii iiigeuio Seileriqae utili errori (Ì6.) àt^anóv. 

37 (p. 103, 1) m6ir,toi (p. 103, 'l) évi Qon(av [àvxQoixia et 

èKKQtiTiut ambo in Thasauria i n veni iia tur, quaenam 
auiem furina praeferenda sit codicea optimi decla.- 
rabiint] ^p. 103, S) rjj non omittitur. 

38 (p. 103, 9) ffwi'oTTotfyetivTijs idem Harl. et J (p. 103. 11) 

fi (ciim HftrU «.^«rf*». * 

39 {p. 104, 14) f ^5 -ra (p. 105, 7) ó Si 

ego qui cod. exemplo MeinekìsQO con- 

tuli deesse i lOfJ, IO) é'/ìik' Schepersins 

ipse in pi liora qos edocuerat 

(p. 105,11)1 Unde ola ab hoc codice 

servari edi( nt, neacio ; quid vero, si 

eoa Seileri decepit? 

40 (p. 106, 4) xi>fi\ correserunt, non, ut ce- 

teri, x**."" ^vqiav euro Meinekio et 

Schepersio (p, 106, 8) *wre<Jii«ro ikantóc;') recte 
(p. 106, 9) Tèe »ÓXoiK curo n^ (p. 106, 13) efe 
xaOxa quae lectio proxime abent ab illa, qiiam sua- 
dente Herwerdeno, ope critica Schepersiua recepit: 
zavtuq (p. 106, 20) èXs'ùdfQÓv fiat. 
II. 2 (p. 26, 11) »x"i'' Bwxtn- (p. 26, 14) òi «a» editores, 
non librarius, peccaverunt (p. 26, 16) naQsX^óv 
«s perverse editores. 

4 (p. 28, 3) ]5 fjfiéttQa s'xaVfj (p. 2S, 4) oi-'f' énò cum 

Vat. 1 (p. 28, 6) duivftoiQOt. 

5 (p. 28, 13) & yvrcih (p. 29, 4) toc zp-icov nihil veri 

igitur et in una et in altera Schepersi editione 

{p. 29, 6) fèOi. 
7 {p. 31, 1) ètfì]Xixiaq B Vat. 2 et Meinekii lectio {ètp' ^Xt- 

xia^), nam scriba saepius partioulas vel pronomina 

enclitica nominibus agglutinavìt (p. 31, 3) ^qiu- 

tutf^àtQyói (p. 31, 4) Toff ntaviov. 

B (p. 31,11) ^ prò éi'cuins erroris causas et exerapla oom- 

plura iam antpa ennmeravimus. 
IV. 2 (p. HO, 8) imo qui primus de ènC rettnlit, ille certe 

somniavit (p. 110, 19) dXXmi rt xà/toi corruit ita- 



GOLLKCT. QRAKC. PAKTlC. ALTKUA. 847 

quo fundamentum quod Carolus Meiser snae loci expli- 
cationi substraxit; nec tamen ego multum doleo, 
nam quantum ex illa fructus percipiatur param di- 
spicio (p. Ili, 1) il Siatfogà. 

3 (p. Ili, 7) omittuntur verba o^x ^ttov satis quidam 

perverse. 

4 (p. 112, 14) TcSr ànoTsvy Ilari (p. 112, 20) ò ^i^t(oq ar- 

ticulus in libro Fiorentino non desideratur; nescio 
an Schepersius novissimae editionis silentio veterem 
suum aliorumque errorem corrigere voluerit. 

5 (p. 113, 8) yàg arég^eiv (p. 113, 15) fASfiifArjtfai. 

6 (p. 114, 4) note (^lèv) ivtvyxàvsiv Vai. 2 J (p. 114, 23) 

fiàh(Tta Idaovrai. 

7 (p. 116, 22) xal xXìjgovg prò x. Xi^govg librarius, qui x e 

praecedenti xaì bue iterum intulit, dedit. 

8 (p. 117, 16) ntxQéxoiv (aie). 

9 (p. 118, 14) Mvgivodvti (p. 118, 17) ai> rf' èviavxóv 

(p. 119, 5) xXaiwv. 

10 (p. 120, 8) Tértagag (p. 120, 20) od ante rothro ad al- 

teram lineam transgressiis scriba non satis curiosus 
omisit. 

11 (p. 121, 14) oèx odrcog cum A (ed. Vindob.). 

12 (olim fg. IV ; p. 124, 6) àQ*&fioi (p. 124, 8) ti àoxeT 

nescio utrum id consulto voluerit scriba an merus 
oscitantiae error sit; certe tamen praesenti tempori 
hic nullus locus est, sed verum, ut saepius, solus 
Cobetus vidit. 

13 (= fg. VI; p. 126, 10) ^vvai^dam (p. 126, 11) ^i*# 

de ànoDav (p. 126, 12) xig [i}r] lacunae apto spatio 
relieto (p. 126, 1) èmansCttaq (p. 126, 9) à** 
énò TuTg fiVQivaig (p. 126, 13) vi] J(a] lòia 
(p. 127, 10) à7€€ÌaitnX€V€To (p. 128, 16) dno^sv 

(p. 129, 6) yàg imxavTÓ vulgare nimirum illud 
ènl ratto voluit (p. 129, 14) f J àtrtsog otxofiiOx^év- 

tsg omisso articulo quem Seilerus damnavit; fueritne 
Sxxoiiua^tvTfg? (p. 130, 2) atyij (p. 130, 2) rad- 
rag^ an tadxa scriba voluerit dubium est (p. 130, 3) 
yodv cfr. priorem Schepersi edit. 




AU CASTIOLIOKI 

14 (p. 130, 16( oAiH (p. 130, 17) Ìàvac9w: (p. 131, 4) 

/laxatfiii «rfyijjM&ts {p. 131, 9) Et^inrrTj (p- 131, 19) 

15 (p. 134, 2) iTtKDtót' ijtiod parum coinmendntur. 

16 (p. 134, 14) xaì tóye /tot in editioue noviadma Bche- 

peraius, qui antea falsa adnotaverat, aihil dicit 
(p. 135, 11) Ì7taifQÌTmi de qua lectìone, codìcis U, 



f'.TK»fp(rw^) testi- 

ìgitur aoiuB J 

^aOÙfC (p. 137, 3)Tra- 

(p. 136, \Q] àlX' ttéwai. 

uaa cum Val. 2 lì; soltis ^ 

fftpa/ÀH^vn; (p- 138, 12) 

ÓTToi 7101 1 oum B ce- 

I Schep. iiduotatìoDem 

eiiai omisìl uilx apto tamea 

, rdJlr/«i; AAfUa (p. 140, 2) 

(p. 141, 13) é? 



mouiis ad 
servavi t 
Otìi] nai 1 

17 (p. 138, 7) y. 

s«Tvavit 

terisque e 

(p. 139, 8) 

spatio relicu^ ,j 

nQHiToi; eh cum Vat. 2; om. HJ 

iiaxdtiHtn^ Cfr. Schep. 

18 (p. 142, 7) xmaXinoi tò (xaiaXiTioiTo * r.i(. 2) (p. 145. 19) 

àQnàaa^, minime vero àpTiaJa;, cum Vat. 2 <p. 

19 (p. 148, 2) «Vi iwi' fjuiatt (p- 148, 7) xatféi oiv 

(p, 149, 1) é/itti'TÌj (p- 149, 3) ÓQa/iàTtuv ixfiv<av 
cum cod. Paris. 28S2 (p. 149, 9) flptó-Uo)? 

(p. 152, 9) fid&ìitv Gwm Meinekio; falsa igitur Schep. 
rettulit (151, 16) ijàuvaT^ curnam Schep. quae 

recte antea dixit, nunc periculosa oblivione preasit? 
(p. 152, 9) ^vaò/teSa (p. 162, 10) x^riatJiQUf 
a^à/tsv in ras. /av (p, 162, 11) ttótqiov ij/iàv qnod, 
quamquam per compendium exaratiim est, tanien 
certum adparet; haud recte igitur editores huno 
Fior, codicem ^fiìr servasse contendunt : iit saepias 
fit, verum deterrirai viderunfc (Palai. 132; Pari», 
Kuppl 20r,) (p. 152, 17) xaì oidi Xtyovarj (p. 163, 4) 
xaì <Tii> àyeic [verba rtìv àr^QiiiTHùv nondum correcta 
videntur: huius nomiiiis articulus et hunc quem 
soliis Florentinus exhibet secum intulìt: nnm iniuria 
satia dubito] tfOla cum Vat. 2 {p. 164, 4) ®a(drjg 



COLLKCT. GRAKC. rAKTlC. ALTE II A. 349 

cum Vat. 2 (p» 164, G) ^'/xiw*** (p. 164, 7) slfn 
tà M,] hi fiera M. quod olim recte Schep. adnotavit, 
idem apographa quaedam recentiora servant: ofr. 
etìam oodicum ^J leotiones (p. 166, 9) xQsiaainì. 

Cognatiouis vincula. quain cum ceteris, cum Vaticano 
altero (gr. 1461) Florentinus noster artiora habet; num 
autem ex eodem exomplo ambo descripti siut, collationis 
Schepersianae causa i), ego quìdem adfirmare non audeo. 
Id tamen subdubito cum propter singularem librorum adfi- 
nitatem, tum propter eas lectiones quas olim Dorvillius 
ex eiusdem familiae codice excerpsisse verisimillimum est. 
Quod quo modo fieri possit disputationis nostrae pars, quae 
sequetur, docere instituet. Ceterum quiu Florentinus et 
Vai. 2 n J Sia eundem ipsum archetypum redeaut sani iu- 
dicii vir non erit qui dubitare possit; ubi vero cum ac, ac* 
Neap, vel N facit, lectionum scripturas paulo antiquiores 
prae oculis nos etiamnunc habere puto: saepius enim in 
bis ce' vel correxit vel etiam corrupit (Cfr. l. II. p. 3, 1: 
p. 6, 6 etc). 

II. — De codice Dor?ii liane deperdito. 

Qui codicis Fiorentini lectiones intento animo consi- 
derat et huins libri tbrtunam, quoad fieri potest, persequi 
studet, rerum nexu quodaramodo tractus, ad alteram quae- 
stionem, huic iunctissimara, qiiam prò viribus expedire 
haudquaquam inutile est, sensim delabitur. Inde enim a 
Seileri temporibus usque ad Schepersii editionem Gronin- 
gensem editores omnes codicum alciphroneorum, quotquot 
ipsis innotuerant, variatati, lectiones nonnuUas quas Dor- 
villius in adnotationibus suis ad Charitoneiu e codice hau- 
sisse viJebatur, religione, ut puto, magis quam utilitate 
permoti, bue illuc addere solebant. Molem autem istam tam 
indigestam, sine discrimine uUo illatam, nunc demum in 

») Hoc dictum est non quia de Schepersii àxgi^euf dubitem, sed 
quia probe scio in criticis, qui dicuatur, apparatibus selectas tantum 
codicum lectioueit exhiberi. 




ecdosi Lipaieawi Scheperaiiia reaecuit, cuius cernsiciim opus, 
postqimin, Vaticauo 2° adhibito et libro Fiorentino fidelina 
qaam aiitea excusso, DÌhìl bonae fragis, nihìl neo novitatis 
Dee utilitatis iiumiiie laiidaiidiim, in illa cotigerie iuesse et 
ipae intellexi, ego niagnoper© laudo, Sed tamen verbÌB 
parnm aut iiiliil proficimns: ut reapse iutellegitur, qui sit 
liber iste dorvillianiia qnove fonte eius memoria fluxerit 
nobis pervestigandum est. Quod faciline quidem eveniet sì 
lectiones a viro ( sub unum conspectnm po- 

sitas attente con; 

I- 1 ijóat dtiiv. ut puto, ceteri, 

2 (p. 3, 6) àv^V. BV Fior, (a;'?) àv^vvta 

fiox&oS/iaif X^ftjìuv xx' Neap." N Fior. 

Xéa§oi xuTiiffot^ x' Ntap.^ HHf 

jTì'igeai x x 
4 (p. 5, 15) yno/ii '.' ìe' ftmfiwtQl^ x. 

■no'iaavt'xovTc.: — ^L,<Tavtxovciì- l'en. n^iìtSt- 

Xovteg Bergl. 
6 (p. 7, 1) ó 0f;U(crrox>l^5 x Neaj/} N x' Vat. 2 Fior. 

ò omitttiut n J vulg. 

6 (p. 7, 7) Eèitv^óh;) coiìd. Eòi^v^oUif vulg. (p 8, 1) 

«S a^rijv cod<}. nQÒg «i)r. vulg. à^ aèt. ci. lyOrvilts. 

8 (p. 10, 9) tìùt^^e yvwfiijg Vindoh. SIS, apogr. reec. sùa&e 

T^S yvtófirfi r.odd. tìm^s yvióftrjV vulg. (p. 9, 13) 

ò Xi/i^o? ovv o^Tog òr ógps codd. fj Ufi^og Fior. 

ò Xifi^mv X N odv om. x viiog om. vulg. 

10 (p. 12, 1) neofii^y^ov/teroi Xeap.'' x' x'* n^nifvfio^ntvoi x 

ngufitiVovittroi -iV. 
13 (p- 16, 3) xaTU<JxXrit}f^i(n x' x' xaraxXiiHlrm x xava- 

xhj&i]vai iV. 
15 (p. 18, 9) dvraiitvmv a:' àvvaftivoig x N' x\ {p. 18, 17) 

àvttftò'aTov r.od'l, exce/ilo J àrànXtbir J àva- 

nktùtr vulg. 
17 (p. 21, 3) ànaXeiav codd. ') ànwldi^ vulg. ónóisiav 
apogv. Palar. VÌ'J. 

1) Ut editoreif DorTÌllìum in hac epistula e suo codice è^^atan 



COLLKCT. OUAKC. PAKTIC. ALTKKA. 351 

20 (p. 22, 4) àvt^iwfie&a codd, exc. J àviAfisO^a J apogr, 
vece. i/jvt(S)fi€i/a vuly. (p. 26, 18) àve^órjtje B ac a* 

n. 2 (p. 27. 3) éiVai fifjrag B ac* iazàvai x ac* ipsvóij 
B uc* ìl*€vdé<Sta%a x x\ 

4 (p. 28, 4) o^y FZor. Kai. i «) oviy' celeri codd. (?) 

^;r*^ Tomoiq Vat. 2 ino t, ceteri. 

5 (p. 28, 13) & ysvvats x x^ *) & yvvais Fior, é yv- 

vai cet, & ifiXé vulg. (p. 29, 1) ^svayTJCavTog 

X se* Vnt. 2, Fior. U é^riytjaavtog A vulg, 

(p. 29, 2) MvQTiov Fior. VaL 2 Magtiov IIJ 
BvQTlag X x\ 

7 (p. 130, 16) tqUoqov B x' tqixóqiovov x x^ takàv- 

xaxov B HarL se' Vai. 2 tàXavxa tòv Fior. %à' 
Xavxov JIJ xàXavxa Ven. 

8 (p. 31, 11) ànéx^ccvójuibrrj {e cod.?) x se' àrvsx^ofAévr] B x*. 
III. 36 (p. 102, 10) €Ìg rijv tqittiv x* i?fe v. fw T (p. 102, 12) 

tpvxxa xaxà xivag Fior, [Vai. 2?) ipixxa xaxà in- 

vag n J ^ X* {? de cod. J Schep. tacei) ol F 

(p. 102, 14) ipvxaYiOYtj&eig x* {etiam J?) orniti, r 
et vulg. 

37 (p. 103, 8) xfi xvxn ^ ^^*- ^ ^'^'*- ^ ni ^'^'^^- ^ ^• 

38 (p. 104, 9) XijiKÓxxovxa Xifiwxxovxi Ven. Xijiibxxovxa Sé 

XiiuL. Harl. r x'^ XifXfhxxovxa om. apogr. Leid. vulg. 
(p. 103, 9) 'laxvoXi/iifi) codd. fere omnes 'laxoXifKp 
vulg. 'ixvoXi'xfp Harl. 
40 (p. 106, 4) xfjg vi(fdéog codd. Schepersius tiullam apo- 
graphorum discrepantiam adnotavit «) (p. 106, 7) ci- 

legisso adfirmarent mero errore factum est: ille enim doctus vir de 
J. 34 (= IV. 17) loquitur, ubi eandem formulam oscitanter Bergleru8 
omisit. 

*) Dorvillium in suo codice ovcf' legisse editores perverse sta- 
tuerunt; hanc negandi particulam ille nec vidit nec voluit. 

') Quid vero in codice suo Dorv. viderit non liquet; eius enim 
verba digna sunt quae fideliter roferantur: ' Méya, tu ysyyccie] melius 
legetur puto .... ubi nunc legitur io q^lXs^ sed non adseutiente co- 
dice meo '. Mihi quidem haud veri dissimile videtur virum ilium 
doctum eadem lectione usum esse, quam nuuc Florentinus exhibet. 

') Sed tameu in vulgata articuium defuisse videtur. 



862 Al~ CAPTIilUONl 

Of^vnii vÀertrds) yior. Xernóg omltt. «(«ri caddi 

(p. 106, 9) ras »ùì.m"; Fior, flj »oè( IkàXvvi Vat. 2. 
IV. 4 (p. 112,5) Ttfiài éèivxiav U J tjqòì tihvxùtc ^al. 2 
Fior, 7T$ò^ tì}r tiftvxiav vitlg. {p. 112, 20) (la- 

aiuQia Fior. V<it. 2 U (^?) ju«ff*i}9(w viiltf. end' 
Sfidai ^' (? eiiam j'/) ànt'éeiSai vulg. 6 ^toìp 

x' (etlnm O?) à omitt. vulff. (p. 113, 1) nHÌ>u>v 
Fior. Vat. & naiitav J nsii}^ U. 

5 (p. 113, G-7) ,; omitt. vulg. (p. 113, 16) 

fiefitar^am atti Kfif. 2 ti J. 

6 (p. 114, 11) %ì !>■. Vai. 2 omitt. fi J. 
1 (p. liti, 18) ^ (, 21) jioxiav cttt. codd. 

vuly. 

8 (p. 117, 10) n .jaànav x' jr«U.}.' Uva 

èyiogriff. Vi a èqii(}. a['<jgr. reee. 

9 (p- 118, 13) &. ^*p«/r ■«!■««. r vnlg. 

(P 118,19) WU .r' tòv XQÓVIH' foCtOV 

l'ut. 138, vuifì. ip. il 8, 20) TTiQi^aanfitvi, Fior. 

Vat. 2 n nQt}^aU<i(tivri J vulg. 

11 (p. 122, n) ànò i^; ^v^iai codd. num articulum vulg, 

omiseritf SsOqo (e cod. ?) àsvgi x* (p. 123, 1) 

oiop f/SAf7r*(»), Saai codd. qualum varietatem vulgo 

DoTv. invenerit, neecio. 

12 (p. 123, 23 = fg. IV) ^lixovg óè xaOeìto «* ') d' exeì 

!}tTzo tipogr. Leid. (p, 124, 6) àpeitfioi {fortaate non 

e codice) à^eO^fiot Vat. 2 à^ti^ftoi Fior, d^v&fiot DJ. 

13 (p. 125, 7) àntifO^àorj x' ATreffigayi^ quia? ') (p. 126, 9) 

^v x' iv DorviUius ip»e (p. 126, ll)*;ri aùirjs 

(adnotationem ego non inveui) fjt tavTì/i a;' 

(p. 128, 6) rriiY-jv Val. 2 J tti.jiJv Fior. U. 

14 (p. 130, 18} ini Uvaiav Fior. Vut. 2 omltt. HJ 

(p. 131, 1) fii Toaoeiav ;(poi'or r* etg deliverat 

Berglerui (p. 133, 20) zòv aòr'Aàcoviv x' om. 



I) ''fi xit.tùro] male in ajìographis <f' énfi &hco'; quae verb» 
edìCores, ut putet, t'ugeruDt. 

») ' fineareiiiptj] sed tu lege ex codice ùrjeqiSàQtj '. Curiiam igìtur 
illud òtitarffiiipti, quasi propriura lionum, Dorvillio inculcavere? 

BB.T.'EOT 



COLLRCT. GRAKC. PARTIC. ALTRRA. B53 

16 (p. 134, 6) ToaodTog Fior. Vat. 2 om. H J (p. 134, 16) 

mxQÒv Fior. Vat 2 (hxqòv UJ (p. 135, 7) fx- 
7toXioQxi(T(o ixnoXioQxijtfùù codd. (p. 136, 11) ijia- 
(pQÓTcog ènaipQ(T(ùg Vat, 2 Fior, ina^Q . . . xtùq II 

énatpQodCxwg /l (p. 136, 12) 7teQiov(X$d(Tat codd. 

7t€Qwv(fitò(fai apogr. Leid, vulg, (p. 136, 1) ngo- 
aénsfiìpav Fior. Vai, 2 n TiQoaépksipav J^ mg. H 
(p. 136, 3) [&] ^atnXse Fior. & fiamk. ceti. codd. 
(p. 136, 6) ànoyvtùd-eiq ànoyv(o<Sx^sig codd. (p. 136, 10) 
%à óè ^deiv — ÒQxeTff&M Fior. Vat. 2 H orniti. J 

(p. 137, 6) eìg tìjv àQéaxsiav sìg rijv aijv àgeax. 
Fior, Vat. 2 tìjv cijv omitt, n J (p. 137, 8) 0iy- 
QinniSCov .^' {etiam II?) Orjgmiàov vulg. (p. 137, 11) 
"EXXàdi nàari Fior. Vat. 2 ndarj orniti, nj. 

17 (p. 138, 12) (fùoatxtòg (pvatxdàg Fior. Vat. 2 J ixov 

(ftxù&g n (p. 139, 6) eTÓXfATjxag TeTÓXfitjxag Vat, 2 

TSTÓXfxrixsv Fior. TeróXfiijaev II i%. J 
(p. 139, 8) vsaviaxov olxsicog Vat. 2 (vsav. *** oix. Fior.) 
veavitfxov oèx oixeiwg II J (p. 140, 2) ngóàzog elg 
T'^v Fior. Vai. 2 sig omitt. n J (p. 140, 6) aù 
Xéysig Fior. Vat, 2 coi Xéysig HJ (p. 140, 11) 
dó^a om. (in mg. deinde add. *) hnbent omnes 

àXX* ò ^hX(ù Fior. Vat. 2 àXX" òv &éXa) UJ 
(p. 141, 3) vii tìjv tovtùìv Fior. Vat. 2 J zijv omitt. 
n vulg, 

18 (p. 142, 11) avvanov^dvoii.i6v codd, avvx^àvoifisv vulg. 

avvanox^^vifiaxoiitv Fior. Vat. 2 ip omitt, HJ 

vulg. (p. 142, 18) TQVffàg <l> x* (?) TQ0(pàg vulg. 

(p. 143, 3) rfig [yrlg] y-qg habent codd. omnes, 

VI 

quotquot exstant (p. 143, 7 dipeiai nullam va- 
rietatem adnotatam inveni (p. 143, 14) ^yvwxa ^ov- 
Xofiai de Vat. 2 iyvcoxa §ovXoiAal as Fior, (p 

^yvùDxa /?. ae II (p. 146, */j.) zrjv xaXijv — jLivatì^- 
Qia Fior. Vat. 2 ip omitt. n J vulg. (p. 145, 6) 
KccXì^va 2aXafùva codd, là (nfjva za iStevà 

i) luvat Dorvilli verba referre : ' tamen in margine eadem manu 
Studi ital, di fllol. cla98, XV. 28 



J»* AL. CASTIGLIOSI 

FloT. Vat. 2 (S; omUt. ceferl (p. 146, 6) tòv Ma- 

gatìdra Fior. Vat 2 if^v Mag. BJ (p. 146, 23) 
x«; rceòg * Fior. (Vat. 2 12 J?) xai orniti, apogr. 

noiinuU't, vulg. (p. 146, 6) „Ìto,v /leYàXmv oó t(Bv 
HfYàXitìv Flnr. Vat. 2 oStoi fityàl. H .1 (p. 146, 6) 
Tt'y^i? 3.' (afi<iin ^?) <P Tìygrfi ajiogr. vulg. 

(p. 145, 15) èitjaioig x' ÌD^aiaig <J>, vnl;/. 

(p. 146, 20) taiovtov a;' {sliam j7) <P me lotothof 
fif'Ogr. vulg.. 
19 (p. 147, 6) iKfte^ ,6 a:' * éxTia^g vulg. 

(p. 147, ' 3!' ietiam J?) int- 

Xagtov vulg. 1 nulla (p. 148, 6) èavtj; 

^aaiXtxi Vat. ^. Fior. avv rj UJ^ 

(p. 148, 7) x< ff./fi) %aÌQei Fior. 

XQì'qoii; vulg. ■. Vat. 2 ^yiQnaav 11 J 0, 

vtdg. (p. Ita, -105 Vnt. 2 * IlQéXfitìq 

Fior. lì J (p. lou, id) dTTiffta Fior. Vat. 2 (P 
d/iiara II à^tc^a J, vulg. 

Quid codex Iste dorvillianus eiusdem sit classi» cuius 
Vaticanus alter, ParÌ!)iaci duo (3021 ; 3050) et Florentinus 
sunt, nemo sanus infitias ibit; etenim ex iÌ9 quae propo- 
nenda curavimua res tam nitide ehicet ut, qui plnradìceret, 
idem de lectorum aciimine maluin iudicium ferret. Dorvìl- 
lin8 quidem alias Alciphrouis epistulas quae in k' servata 
non sunt, in censum vocat, sed mimquam ita ut discrepan- 
tiaa codicis sui recenseat, vulgatae lectionis negligentianj 
sordeave detegat. lam non nimium lubrica res est — neque 
vero tam esigua vel incerta varietatum copia est — de co- 
dice deperdito veri simileni sententiam terre; siquidem 
GII lectiones, magia casu ^luam Consilio excerptae, tale ni cnm 
UItìs qui ad nos perveneruut, consensum offerunt. Ut autem 
haee quae alii iam antea auspicati sunt solnm adfirniaremus, 
tantam lectionum struem digerere minime praetium operae 
fuiaset; iam videnduiii est aliquamne cum ullo e servati» 
codicibus arttorem adfinitatem reperirò possimus. 

Statim e diiobus parisiensibns alter minoris praetii 
abiicieiidus est, quippe bis et qnadragios longe diversam 



. QRARC. PARTIC. ALTKUA, 355 

lectioaem exliibeus vel cntn aliis codicibus vel cum vul- 
gata facit (-^ = 3060); nec melior sors libro buie gemello 
(77^^3021) contingit, namqaa octies tricies iste notabiles 
discrepati tias, qnae nullo gravìore conaensu repenseatur, 
praebet. Rebus ita compositis, a parisiensibus codicibus in 
itaticos Dobis trauseundum est pervestigandiimque bonine 
aliqnid, quod aliquanttitn lucia qiiaestioni nostrae inspergat, 
ex illis lucrari possimua. Et i-evera e lectionibus, qiias au- 
pra attulimug, non miuua quam LXXV cum Fiorentino 
aliisque libris eiusdem vel diveraae classis, III autem cum 
Fiorentino contra omnium librornm anctoritatem faciunt. 
Quibus in varietatibus observandis lectores haud inutile 
tempug eonsumpturos esse puto : III. 40 AerrToc a oodicibua 
omnibus bucusque cognitia abest; IV. 15 /ic/ii/jrytrat sin- 
gularis error fiorentini est aire e librarli oscitantia sive 
ex incertis arcbotypi duotibua ortns; IV. 16 & in hoc libro 
tantum, si de ceteris editoribus credimus, praeterraissiim 
est. Alia praeterea et alia siiut quibus addnctus, ante- 
quam Vatica'ius alter in lucem protractua uova minime- 
que spernsuda me edoceret, Dorvilli librum eundem esse 
ac florentiniim mibiraet ipse persuaseram; tauta tum erat 
lectionum, qnin etiara errorum concordia ut illas paucas 
discrepantias, quae supererant, potius docti viri sine ordino 
excerpeutis ìncuriae quam librornm certae diversitati tri- 
biiere mallem. Et sane iu epistula IV. 16 § 7 in verbi^ et; 
T»)i' (Ti)v àQé'axtiui; propter litterarum aimilitudiuem, scriba 
ffjjv omittere poterai, at poterai aeque iìlum Dorvillius prae 
festinatione oculis non discernere. Nonne autem qui in 
Fiorentino I. 6 fu^Soixov prò disertissimo {istoixov legebant, 
IV. 14 § 1 tti omissum edicebaut, alibi vero Kak'^va prò 
SccXafttvu (ubi error propter praecedentem x«<l»Jr praefesti- 
nate legentibns accidere poterat) orijva prò areni sua non 
librariorum culpa accepiase crederes? Nonne denique qui 
falsas omissioues leotionesque toto caelo dìversaa Fiorentino 
intulerant, [i^i] yriafir^i, ysvVfiTe prò yvvtùe, lifiiÓTzovxa [Sé] 
magna animi tranquillitate emere poterant? anne creditia 
Dorvillium multo meliua quam Seilerom meliore quam ce- 
teros ratione rem egisse? Sed Vaticano codice (gr. 1461) co- 



3Ì6 AL. CASTKtl.lONl 

guito fundamentum quo ciim maxime nitebar corriiit; rau- 
tatiir eoim per illuni rerum facies et iioaiiuUae Dorvtlli 
lectiones bonuin veritatìa documentum accipìuut. Ad quae- 
tìtionem omniuo solvendam muìtnm auctoritatis habet io 
epistula IV. 17 § 4 lectio i-tavCanov vlxeiuti de qua inox dis- 
seremus; ceterum et in II. 4 (urèQ rothoig, in IV. 13 § 1*2 
nr,yì^>; iu IV. 18 § T §„Uo!im dà, in IV. 19 § 2 iavifi siiam 
vim habent nostramque auspicionem refellunt. Oranibua per- 
peusia quae in censum veniunt, libor dorvilHanua medium, 
inter Florentinum et Vaticannm alterum, locum obtìiiet 
maioremque varietatum suarum partem cum ambobua simul 
commuuea habet, ita tanien ut modo florentini modo va- 
ticani auctoritate melius firmiii^que commendetnr. Quae 
quidem eiua origiuem apprime patefacit, ut iam disi, lectio 
est in IV. 17. 4 servata: ibi enim veuviaxov oìxtimi ao in 
libro manuacripto legisse Dorvilliiis testatur, ouius notì- 
tiam Vaticanua confirmat, Florentinum autem confirmasse 
hucusque creditum est. Editorum errorem, qnod ad codicem 
meum peitinet, iam antea detexi, et igitur lacuna, quae 
legentium oculoa fugerat, in communi omnium nostrorum 
codicum archetypo ytaviaxov oéx olxeio>g olim extitisse de- 
demonatrat. (Juorsus haec? pancia nt rerum aummam per* 
atringam, et Vaticani et Horentìni et dorvillienaia scribae 
verba e quodam libro, in quo illud oHx vel erasum vel male 
acrijitum erat, omnes descripsisae videntwr; fideliua certe 
ollìcium auum florentini scriba explevit qui lacunam, ut 
saepius, reliquit: ceteri alibi munera suo egregie functi Lio 
de diligentia aliquantum peccavere. Quod quoniam verum 
esse videtur, iam trinm librorum commune archetypum 
tenemus, e cnìns condicionibns egregie apograpìiorum di- 
scrimina explicantur. Fuerat illud igitiir band optime exa- 
ratum et blattis vel madore bue illuc exesum et corruptnm: 
bine videa quae sit IVequentium in Fiorentino laounarum 
causa, cur denique Dorvillius in libro suo ad IV. 17 àó^a 
desideraverit, ad II. 5 verbi ^fvayi^aavtni tres priores sy!- 
labaa in margine invenerit. Itaque classis, quam siglo ac' 
Schepersius distinxit, codices in dtias familias recednnt, 



COI.LRCT, aBAP^. PARTIC. ALTERA. 857 

quanim ima e Hbrìs ParÌsiensìbu3, altera e libria italicis 
et dorvilliano coustat. 

Qnoniam igitur liber Dorvilli nec tìorentinus nec va- 
ticanus, sed ìnter utriimque inedius esse vidotur, cur ple- 
nam viri docti lectioiiilma fidein derogemus nulla causa 
idonea exstat. Itaque credo in ilio codice et ttóXfir^xaì prò 
TfTÓlur^xai et iiptifit aliaqiie simìlia exarata fuisse iteniqiie 
•fTj^ librarli in transcribendi opere oseitantia omìssum; nec 
dubitamua, quamquam Dorvilli ariolationes nihìli facimns, 
quia ille falsa aiscentus eollocatione (IV. 12) iDiloir^fttòscrip- 
aerit. Sed, ut plenior dispntatio noatra evadat, pauca de aliia 
qiiibusdam discrepantiìs quae Inter tlorvilliauiini et italicos 
libroa iutercedunt adicienda sunt ; etenim non omnia tara 
facili negotio quanj cetera, qnae inra vidimiis vel afferre 
eliam superaedimus, explicari possunt, sed centra ut de Dor- 
villi in eiiotaudis varietatibus consuetudine et ratione non- 
nulla dicamus eftioiunt. Nonnulla equidem in tabulis iam 
antea adlatia ego intuli quae apud editores Àlcipbronis de- 
siderantur ; quaedam vero omisi quae ab illìs eraut recepta. 
Quod qua de causa fecerim explioans, identidem questionem 
supra a nobis propositam exaolvam. Et ne ampHus in re 
parva commorer, virum doctum lectiones suas non omnes 
e libro, qu(!m vocat, suo descripsisse, eed una cum ìstis 
quae in viilgatis editionibus et libria quibusdam minoribus 
f'erobantur admiscuisse etiam nuiic aperte patet. Idqne uoa 
nou coniectiira periclitamur, sed partim ipsiua Dorvilli ver- 
bis, partim iis quae ipsi invenimus fìdem adiungeutes : ille 
enim una cum codice, quando de epistulia ineditis loquilur, 
atjographum quoddam vel apographa aaepius commemorat, 
plerumque ut eorum vìtia, codice comparato, detegat, in- 
terdum vero ut bonas lectiones debita laude estollat; nos 
autem, iu ceteris trium editorum librorum epistulis, eum 
Bergleri editione quasi fundaraento ad nova inquireuda usum 
essa compertum babemus ')■ Qua germani philologi editione 

1) Bergleri editione ad inquisiiictaem nostram adldbila cur Dor- 
villiua oodicia sui ftuctovitatem ailvocavorit his locis intellegìniiia; 
IV, 11 (p. l-3'2, 5) fino n^f Sugiai (ubi, ut iam antea suspicatus eram, 
articulum editio bergleriaua omitlit) ; IV. 18 (p. 142, 8) èaxatoi- ^fiiàv 



AL. CA8TIOLIONI 



ita nsus est ut non periodos vel propositionea ornai ex 
parte corrigeret, sed tantum alicuiuB verbi menduni sanaret, 
cetera intacta reliaqueret. Igìtur in ep. IV. 19 (p. 151, 10), 
cnm Bergleri cooiecturam Tià^fet prò /ràdi probare vult er- 
rorem codicis arguit eed ne uno verbo quidem in eo se 
fiov prò ffioù legiastì testattir; et tamen ita ibi scriptam 
fuisse codiciim omnium consensus eviucit. Item in ep. III. 38 
kifiéjjovra XiiiéirovTt Dorvillius e codice adfert ut vaticani 
(? venetum dicit Scheperaius) libri et Bergleri auctoritati 
subveniat, non nt verara lectiouetn fideliter describat ; ìtaque 
num in eiua codice particnla Sé, quae duo illa verba divi- 
dit, oraissa fuerit incertum est; id tamen ego vix credj- 
derim. Posaum aliis cxeniplis opinionem ineam fulcire et 
docLi baiavi excuaaudam iucurioaitatem ostendere ; malo 
tainen hic pedein siatere et lectorea, qni tantum laborem 
perferre velint, ad Dorvilli adnotationes ipsos relegare, Ce- 
terum qui commemoretur et in quem deainamus dignus 
est hio locus (II. 2) de quo Dorvillins ita: ' dubito an re- 
cipieudum sit codicia mei additamentum ètfaivovto ài xaì 
oì xókaxei èyyvUtv, r^vllìiovu eìrroii àv xai Ilctiaixiiova rra- 
P*(ji«i'((*'. Crederea sane omnia haec codici isto deberi Ber- 
glerique editionem uihil iatorum legisae: fallereria profecto, 
nam quod in edito desideratur solum illud TTaQfdfàvat est. 
Verba, quae antecedunt ex editione bergleriana descripta 
sunt, ncque enim ullus o libria manuacriptia, quotquot ser- 
vati Bunt, ttnoti quod de suo dedit editor primus confir- 
mat, aed varia omnes exhibeut; siTiaig Val. 2 et Fior, uttu^ 
DJ; tìnaii igitur arcbetypura e quo etiam dorvill. fluxit '). 



y^l>iii (Bergl. ijiiiùi' oi: 
11. 2 (p. 26. 14) (>'"'' 
om. Bergl.). Cum aule 
beat, iion sìhq magaa 
loquitur, in 1 
subdubitn. 

') Utile esemplum praebat etiam epìst. HI. 'óG (p, 102, 14) ubi 
in yerbid adferandia, quae e codice siippleta volebat, DorvilliiiB Maia; 
oiaiait, quia, ut puto, Qomen matris Merouriì, putidum glossem», 
nemàterhusiua expiilerat. 



sit); 111.40, i^t rty^cfof (artiouliim om. Bei^l.); 

o — nirgcaitìyni (verbum, qUod est Tta^eeiàrai, 

i vulgata II. 8 (p. 31, It) B!ie/9ayofiÌPtj exhì- 

L veri specie DorriUìuni, qui de diacrepaotia 

iinix^"!'^'''! legisae sed in transcrìbendo errasse 



COLLKCT. «HAKG. PARTIC. ALTBHA. 359 

Multa» epistulas e bibliotheoarum claustrìa Berglerua 
eruerat, nonnallae atitem etìam timc latebant et latuerunt 
iisqna ad Wagneri et Seileri tempora. Quaa tamen Dor- 
vilHua cognovit propter apographum et apographa quae 
6Ì praesto erant. Apographa autem diiobus tautiim loois 
(ep. IV. 13 ^ fg. 6), apographnm aaepius commemorat, ut 
iam dixi, in epistiilis ineditis; quod (juideni Inter servata 
quod fuerit olim deprehendiase mihi vìdebar, cum mirura 
quoddam edìtorum veteruin errorem corrigerem, de qoo 
supra rettuli in lectionuin couspectu (IV. 12 ^ fg. lYj. 
Etenim illud perversuin rf' s'xtì iksìio apographi leideoais 
est lectio eiusdemque apographi sunt alia quae Dorvillios 
adnotat (IV, 12} àge^/ioi (fg. VI) ìaxvàg iyxvi.ovi. Quod autem 
conieoturam voi suspicioiiem no» pvotuli magnae gratea 
ageodae sunt Fortunae qnae apographum intogrum servavit 
et viro clarissimo P. C. Molhuyaen qui, benigne inter- 
cedente S. G. de Vriea, comiter nonnullas eius lectiones 
io meum usum descriptas mihi tranamittendas curavit. 
Itaque ex istie didici hunc librnm (IV. 13 p. 128, 6) m/yrly non 
quod Dorvillius ex apographo reatltuebat rrv^ijv (p. 126, 7) 
àTtfifi^ÓQij non àneat^àifi] prflebere ; vidi etiam me ilU 
iramania peccata falso imputaturum fuiase ai ei (IV. 13, 
p. 124, 15) diveraa ab editis et vnlgatia trìbiiisaem, si illud 
(lY. 16, p. 125, 16) àTiò 3é — iaidXnzitv (p. 126, IO) zQvtpa- 
Qoìi; omiaiase exiatìmaasem. tjuae taiaen omnia errorea sunt 
apographorum a DorvilUo adhìbitorum, de quibus nihil 
certi habeo quod hic proferam. Neque vero operae prae- 
tium fuisaet plura de libria tam vilibua anquirere, quorum 
mentio obiter tantum nobi^ facienda erat. Apographum 
Leidenae (67 L.) auti?m Dorvilliua certe coguitum habuit, 
sed, morem suum secutus, nec diserte illud descripait neque 
ilio tantum nti satia habuit. Nec rairum : Dorvillius, dootus 
sane vir, eo tempore vixit quo doctiores videri philologi 
credebant, si eruditaa adnotationes et animadveraionea uu- 
dique corrasiasent, callimacheae scilicet seutentiae obliti, 
cui vero morem gerere numquam apud mortales invidiosum 
habebitur. 



ITI. — De sylloga ei-oticaram Alciphronis epistQlarnm 
In cod. Laarentiano Plnt. LV. '2 servat». 

Certe Zeiiobins AccìhìoH, vir postea ad altioia fortunae 
munere aublatus '), cnm, saeculo XV iam ad non ingloriam 
fiuem vergente, aliquaa Alciphronis nostri epistnlas descri- 
beret, bibliothecae florentinae raediceae et ducem et per- 
vestigatorem diligentissimnm fere mìriim in modum ae 
soliicitaturum eaae nullo pacto sperabat, At liabent, nt di- 
cnnt, sua fata libelli; Itabent sua fata etiam codices syllo- 
gaeque minorea tam docte quam incuriose compositae; itaque 
factum est ut Bandinius in reqiiireodo quaeniim fuerit Thais, 
litterie imbuta, epistalis oon:4crÌbendis dedita, quaenam Gly- 
cera, frustra tetnpus abeameret et frustra Fabricium ma- 
ni bus versaret. 

Codex, de quo panca dicemns, sua virtute prae ceteris 
profecto non eniinet nec nostris discipliuìa damni quid- 
qimm, quod eins notitiara tres per annos mei scrinii ailectio 
cuatodiverim, venieae existimo. Solita quidem diligentia a 
Bandinio deacrìptus est; quod nostra scìre refert, post Then- 
iiua et Libami, hasce Alciphronis epistulas, hoc ordine tli- 
apoaitas {numeros alterius Schepersi editionis sequor) IV. 18, 
2, 3, 4, 6, 6, 7, continet. Libanii autem opus Rostgaar- 
dius, vir doctus, qui, balticam Daiiorum oram relìnquens, 
saeculo XVII Italiae bibliothecaa maximo studio et adou- 
ratione ut necessarias ad Libauium edendum copias aìbi 
compararet, peragravit, ex altero et eo quoque laureutiano 
libro (Plnt. LIX. 19) oacitanter et aatis imperite a Zenobio 
Acciaioli descriptiim eaae, in eìoadem libri tegumento in- 
dicavit. Ciiiiis indicium recto talo stare, qua est benivolen- 
tia, Rioardua Foerster, surama in bis rebus auctoritas, 
olim por litterss me admonuit. Lihauiura igitur misaum 
faciamus, nam nihil ex eo, quod ad huins ayllogae fructum 
redundet, efficitur : certum enim eat epiatulas, de quibna 
-.ioluri aumua, e codice, qui in italicis bibliothecis non 



1 

lae J 



<) Cfr. quae de eo Baodinius, de codice dis9 






COLLBOT. QBARO. PARTIC. ALTKKA. 361 

am'plius nuno adservetur, fluxisse, neque omnino improba- 
bile est Zenobium ipsnm eas excerpisse et in hano syllo- 
gae formam prò suo arbitrio redegisse. Qiiam ob rem, cum 
ad haec in liquidum producenda nec otium uec necessaria 
rerum copia mihi nunc suppeditet, varias leotiones ad exem- 
plar Meinekianum collatas iterumque ad novam Schepersii 
editionem excussas hio describere satis habeo ; sigla autem 
adieci, quae a novissimo editore excogitata sunt. 

Ep. IV. 18 ènaCgm %à ifià Vat. 2 Fior, n J ani xagC^s- 

Cx^ai % 2 xC ó' €71. fitt^ov tfjg afjg (piliag 

óvvaijÀrjv ad om, § 3 rXvxéqa — avvano^vT^- 

axo/nev verba omiserunt etiam IIJ /ìay]Ó€T€Q(ov 

èv àtóov Tig ^Xog ^ tivcùv x^ [iir^iè yévotto ce* 

§ 4 TtataXeCnoiTO <tò> fnsi^é avvi^^eig cala- 

xcùviag codd. praeter Paris 2832 (olim. S) § 5 xal 

yàg (xal) ixdviiì § 6 aèxod om. àgaoTTayizig 

§ 7 [/nij] xÓTtTù) § 8 aÙK^) ^yvbìv xàv J et upO' 

y ny 

grapha {ad-crTì ^yvo)xa II) oòóèv erK^v/iioD filai U J et 
apogr, § 9 tàg [aóXàg] [oóv] i^oax/tiovg 

§ 10 àya&à (fvófieva àfxoXoyiag {àroX. J^ 
ófAoX, 0) Avxiov àxaSr^ixiag § 11 eXàvO-s- 

Qia^fbvTa quod in mg. correxit ra.* xco/iiaig <P apogr, 
(//?) T^jv xaXijv — nvdnfiQia om. Il J et duo upogr, 

rà atévà ora. Il J et duo apogr, tijv Maga- 

x^ùùva n J et duo apogr. § 12 [dialTsO^aXaaaev/névr^g 

§ 13 ^ fiéya ToTg aargànatg xal IIvoX, xaì {roXg) 
Toiovtoig § 14 àgnà^ag IIJ et duo apogr. [xal] 
ngóg IIJ {?) apogr. Par. suppL 205 *) aòcflg alidi 

§ 16 fj fiéya codd, praeter Fior. oUvoì fn-ydXov 
Paris Buppl, 206 (o^rw fisyàXcov II J) <ó 'Piivog} 

^XénovTi fioi § 16 oi^xé ngoaeXO^étv 

IlroX. xòv IàxhxÓv — xiaaòv s/àoì ytvono § 17 (j:o€) 
xoioviov J {^) apogr, *) àxegaioxtgav. 

i) Hosce duos parisienses codices inter eos qui copulam ser- 
vante in priore ecdosi Schepersius non enumeravit; nullain autem 
varietatem in editione lipsiensi nunc adfert. 

<) Quid hic liber praebeat e Schepersii adnotationibus non constat. 



^^^^H_JB^^^^^^^^^H 


^H^^lB^^^H^^^^^^^BBii 


AL. CASTIULlONt ^^^^H 


V. 2 ^e^nókevtai dto»à^it H J et cipogr. § 2 oi) [cè] O^^H 


§ 4 oin èXattov àfToài^fir,v J et (ria apogr. {Pai. 


Par. 212, 205 nujjfl.) % B àXlio? te Kà/ioi Fior. 


et P,irk suppl. 212 èiaifo^à ysvi]aitai Óè èna- 


vm^M. 


3 n&aai [ffo*] fióvos 0qiùvrfi J et apogr. g 3 [ae] 


ati^aat/iev. 


4 l&] if,djàir, **(wi iinteidr^v) § 2 j-óp Ua- 


vt'jv x' et iipi 


ì] àTTOtevyfiart-rtagwSvTai 


TTàhv Jl, 


4 7i«i)Jff*«s (^oiijffss ^ «' 


mg. li) naa. 


(^as wuf*?. (etiam J?) 


[àv\ 0. 




6 § 2 (Pptli'jy yàg 


? J et n prò V. l.) 


drjXovàti Mvee< 


fif^ol^aJ^ai § 3 ?i(ioi(- 


ftataag. 




6 &BTialfj àv 7.. nott :.iièvy èvtvyxàveiv ./ Vat. 2 ] 


f ;or. {fiìv ivyx- >• ■« "i^off»". 


7rp(.(n};Uij* {— x' et ^ 



"S'Oli''-) S 2 àXXè 
TuvTiav liyovaa fit 



vidg. (etiatn //?) àntt 
V {Xéyovaà Hi n et Pai. 132) 



§ 3 naQ fjiiTv J apogr. et vulg. tÌjv àysQmxiav om. 

IIJ npogr. § 4 <«Ì(> lòv natSéoioTa yàQ olitv 

prior ex corr.) § 5 ovd' èv ^Xaa. J et apogr. 
7 'Axa^ijftiav § 2 Tfpòe i5,'(«s 'EqttvXìSì tfji; A 
§ 3 Ktttf' ij/ifòi' n J tria a}iogr. § 4 A^pof tatxa J et 
apogr. tvifog d'i' RiJitav ne{àsir § 7 nóxtQov 
àfieivov TI A (àfieivov r'} § 8 tavioO (exc. apo^rr. 

Filli/.) Avxiov UÀ (ria aj-ogr. [xaì] fjixgà 
(exc. a/'ogr. Vtml.) [ye] ifavoS/iat apogr. Par. et Pai. 

Quae in uno alterove codice vel .saltem in apographis 
recentioribus iam repertae non sint, adniodum paucaa lec- 
tiones hic liber praebet et ita dispositaa ut ad scriptorem 
emendanduni et perpolienduni pariim aut nihil conferant; 
nam hariim singiilarium varietatum complurea e vitio scri- 
bae potius quain ex arcbetypi eondiciouibus exortae fere 
indignae aiint quae lectorea amplius morentur. At tamen 
una certe lectio inter istas sordes sua quadam luce nitens, 
ne syllogam prorsus abiciamus et coeptara disputationem 



rOLLKCT. ORABC. PAKl 

in medio reliiiquamus facit; dico de illa coniunctione xat 
in hoc epistulae XVIII loco (p. 143, 4) xaì yàg (xaiy fKiiv-ì 
yQà/iiiaia xfxofiio!tcti qr^ai, praeter eeterorum codiciini auc- 
toritatem, servata, quam. si recte Schepersii veterera ad- 
notationem intellego, olirò et "Wagnerus et Schaefenis non 
absurde desiderabant. Venim eninivero doleo quod de lec- 
tionis origine et auctoritate uihil spocdere possnm, nainque 
BUspicio omniuo diluì non potest partìculani liane ipsum 
codici» scribam, neglegentem sane sed non prordiis iadoo- 
tum, e suo ingenio sive ex antiqaa conìectura line intnlisae; 
et revera etiam alibi istiusmodi additamenta adparent, quae 
nnllam orìginìs vetustatem praetendant. Per ista aalebrosa 
loca circumspicientibns nobis statim liaec verba {IV. 6) 
obvia fiunt elg rò ^Hxai; fif xal <«s- rò natót'Qùnu i'axftTiTev, 
in quibos praepositio altera graminatìonra sapit, non certe 
virum elegauter scribentein. Hiic idem pprtinet qnod, cum, 
Fior. Val. a et n vestigia seciiti, prò vulgato tv axé/ifinaiv 
oùà' èr jl3iaa^r,/iiaig, restituereut o>}Ói ^X., editores iamdudum 
animadverterunt; nura antem haec satia vetusta interpo- 
latio recentissimae a Zeuobio admissae esemplum i'uerit 
ego dìiudicare nequeo; utut res est, certe hae aunt oodicum 
recentiorum commuiiia menda. Alterum deniqiie locum nunc 
conaiderabìmuM, non nt verborum traiectionem, quae alila 
de iianaia orta eat, miremur, sed nt uovum supplementnm 
spectemns (IV. 18; p. 145, 17) ror? traipan-mg xai //ro^f/ia/f-j 
xaì ìtoTc} Toio^fìii tfióifoig, quod prot'ecto propter similem 
insequentia verbi litterarum ductnm tam facile aboleri qnam 
per dittographiam oriri potnit. Hoc tamen non est silentio 
preraendnm, oodices nonnuUoa, Inter quos etiam noster 
adnumerandus est, sub epistulae tìnem nvàè à^iog ^v taoig 
(joO) lotoétov àyaSoù exliibere; unde iterum dubitare pos- 
sumua Acciaiolum malo allectum esemplo aliquid de suo 
intulisae ut sententia numeroaior evaderet. Sed haec in- 
certa: potuit enim artioulus propter malam exemplaris 
inveraionera contra seribae voluntatem huc illabi, praeclpue 
quia in omnibua libris statim post Ptolomeum nomen toTs 
aitvQànmg sequitur. 

Nunc ad aìteram huius codicis lectionem, primo quidem 



B64 AL. UASTIULIOHI 

obtntii, partim perspicuam traDBeundum est. Loons (IV. 18; 
p, 143, "/ijl, omissis verbis quae editores e sno ingeuio vel 
adieceriint vel mutaverunt, ita se habet: zà^ ftiv uòv -tnt- 
otoXài to& ^aatXfOìi tìoi àitne/Hl'ttur^r, Tra /i^ xoniio ae Jìg 
Atti TOÌf ^(loìg xal toìg (xslrùv y^d/ifiaaiv èvtvyxtivovaav. Et 
bic nonnulla tam impeiliba esse viris docti» siitit visa ut 
ad medicam artem retiigereiit; idoirco post aoi uegativam 
où inaereiidam esse, omuinm infelicisaime, Reiskius coniecit 
et prò n^ ironico colore Stj legendiim esse Meìnekius 8Ìbi 
persuadere studuit ■). Niim eandem atgiie bic vir doctus 
difficv.ltatem Àcciaiolus qui, vir ut erat graecae liiiguae baud- 
quaqiiam peritiasimua, cum inetiora excogitare nequiret, ^tj 
oraisit, sensisae censendus est? Haud equidem credo; ete- 
nim vel pueri est scire quam rìdiciilam et mancam verba 
ista negatione vel aliqua snltem particula spotiata senteutiam 
praebeant. Respìcianius poLius ad specimen paolo ante pro- 
latuni: ea, statini loci, ìn tain brevi spatio permulti, oc- 
currnut io qnibus omissiones nullo pacto tolerabilee ofiTen- 
dimus. Quiduam boni bic : IV, 18 [éia]ié&aXat}(rfv/tevr^g ; 
4 [r^ij ànoTsiry itati; 7 ài[à itìr] atiitàv? 

Varietatera aatis not.abilem iu epistulae secnndae fine 
babemua; sed tradito yt'vi^iat uumqnam, puto, yeri^aétat 
praeferetis quod unde irrepserìt non liquet. Haud eriabi- 
mus contra si merae librarli oscitantiae haec imputabimus: 
IV. 18 nrjàfXè'(>o>t e sq. fj[iav, xataXfinoixo (tò} ex ditto- 
grapbia, ffui-jj^ti; prò ovvtj&tig, cuiusmodi permutationem 
etiarn in alìia diveraorum scriptortim codictbus me inve- 
nisae memini, IV. 2 »J*' ènaviX&oi pio e'navtXihj (cfr. ibid 4 
jTOfijffHSÌ IV. 7 nrpò? ^/lùs prò nrpò» é/tàs '). Ultimum autem 

1) Locum coDol&matum expedire olìm mibimet ipse videt>ar post 
fiaaMuK inserens ovnio; cuiusmodi niedelaa nunc anliqumm fidem adi- 
cere Don andeo. Polybìi verbis (VII. 20. 3), quao in suuni uaum iam 
aatea Polakìus couvertcrat, servili imìtatioue expressis (ii^o}diene/i- 
tpàfttjy Meisarm voluitj Be'! naque hao oorreotione iieque Palakii 
loDge elegantiore {ij'iXiòf) aot J. santentia mote procedure videtur. 
Menaodrum regis Ptulomei epistulam Oljcerae nondum deferendam 
QurRSse ex buius epistulae ipsius ioitio coiligo. 

*) Thais, in ha.a epistula ad Eutbydemum dato, iuvenem cora- 
pelUt qnippe qui, ad philosophi scbolam cnm seae adplicnerit, eam 



culi.ki;t. orabo. pakth;. ai.tkka. 3ti5 

locum lectioni quao inihi veriasitna. vitletur servavi. Legi- 
mus in epistula aexta qneriraoniaa Thaidìs qiiam amica et 
artis socia beneficii?! saepina ciimalata fefellerat: ^ ài xaXiòi 
flU&i (Vi'it ìtivTu>v fjiieitl'ajo, ubi prò Ani roérrnv in meo co- 
dice ùTtò lovimv scriptum est. Quamquam tradita lectìo 
vitiia nullis laborat, tameu Àlciplironem ita dicere voluisse 
existimo ' illa vero qnnm bene nos poafc tali» beneficia 
repoauit', quoti certe exquisitius est; ceterura cousenta- 
neum est potiua Ano io ùvri' abiisse quam tritam bano et 
vnlgarom cottidiaui sermoni» formam per sciolum quemdam 
in alteram difficitiovera migrasse. 

De hoc libro maiiuacrìpto quaestio iam transacta est: 
i!Ie quidem in eodem quo apographa nuper a tìchepersio 
reiecta loco coUocandiis est; si autem ad illius coguationem 
spectamus, meo quidam iudicio non erraverit si qnis eum 
ex archetypo Pariaiensi codici J (3050) simillimo Huxisse 
contendet '). 

eiusque dooium fugiuC — nìmirLtm sevciiure Aciidemici illius docttiua 
cnptus! Bella sane epistula, qua nos quoque, tam ab Academiaij ve- 
tustis arborlbua remoti, siiperciliosi philosophi seimoueSi quales ver^ 
fiieriat, iteritm exaudimus. Ueretricula blauila dolebat suum iuve- 
Qcra a philosopho corruptbsirao, virtutura laiidem malis tacinoribua 
praetendente, sibi abripi; idem perinde dolebn.K ac Drosis litcianea cui 
et ìpsaa Aristaenetus magistor amatorculum abstulerat, viro uabili 
ortu et bena morato iadigniiin essa cum meretricibns qualBOiimqua 
comraeroiutn babere praedìcans. 

I) Tres Alcìphronia epistulas, Derape 11 5, Il 11, 111 19, iu codice 
recentissimo saeculi XYl ( code x re vera non est; coatinet eaim epi- 
stularum Phalaridialatinam Iieouardi Aretiui versionom tjpis espres- 
sala, et ÌD foliis addìticiis ipsius Phalaridis alìorumque epistulas 
nouQullas gcuece coascriptas) ambrosiano A. 122 sup. t Gb" servat.is 
esse moneo, Nullum lerme est soripti pretiura libri, qui, siquid da 
eiii.s origine oonstaret, classi x .t' adsoribendus esset; memoria tamea 
digoum quod in ep, I, 6 (p. 28, 14) yn'e cura .x' exhibet. 

[Codicum Ambroaianonira oatalogus, quem aiiper D. Bassi et 
K. Martini sollerter composuerunt elFecit ut librum misceUancum 
L. -ti sup. f. 21', in quo Libaiiì, Synaai excerpta airnul et Aloiplironis 
epistula 1,17 exarata suut, iuspicorem; aeo me aliouius uov&o lec- 
tioais iudagande spes ex omui parte fefellit. Legi enim omni laudo 
digoam varietatem (p. 20, 10) oix /(aKoì/uyor, qua Bergleri aliorum- 
que conieotura nuper a Sohepersio reiecta iusto fandamento l'uloitur; 



IV. — De iioimullis epistnlnrnm loeis. 



lis quae disputavimus epimetrum addam, quamquam 
nimia esile videri poteat. Àlciphrcnis epistulaa post mul- 
torum — Berglerum Meìuekium Cobetnm Hercherum ho- 
noris causa commemoro — egregia» curaa, nuperrime per- 
scrutatus est Carolus Meìser, qui Lucianiim aliosque 
graecos scriptorea in usum suum converteua, scriptoris 
sernionem perpendit saepiusque eraendationes protulit, fdlsa 
□ imirum veria admiscens, aed talis ut omnea nonnihìl op- 
timae frugis e lucubrationibus suis deoerpere possint. Ego 
vero cum viro doctiasimo conteiitioiiem inire consulto su- 
peraedeo: eteuìm via louga et ^atis aepera iam noa nrget 
et tam mlhi quam leutoribus exoptatua disputationis ter- 
minus jioD auipliufi est removendus. 

Lib. IL 36 § 1. tpQvyic olxà'rijV ^xio novrjQÓr, 6g óttì^ij 
■tOioi)toq èrti rtSr àyQ&f. Nihil philologia tam exitiosum puto 
quam, prBeoccupato animo, antiquorum lectorum interpo- 
lationes indagare, quoniara aaepisairae verba aententiaeque 
ita disposila suut ut, si quando iuteutlore cura ea perlegas, 
in uncis adiciendi» nunquam nimius tibi videaris. Quod io 
bimc locum apprime cadit, e quo Suhepersius, Meinekiuni 
secutus, verbft 5^ — (ij-pw!' olim exìmebat, ea ab interpo- 
Jatore quodani vitae rusticana^ osore adscripta esso ratus. 
Quae niihi potius corrigenda videbaatur, placuitque vitiura 
in ànidri celatum coniecturae ope austollere et, cum in edì- 
fciouia groningenaia margine àTVfffàvìi adscriberem, id ravera 
feci. Neo qui huiusmodi verbum excogitavit aervum Pliry- 
gem, iam antoquam eum Eudicus emeret, malum hominem 
fuisse negat; pravum animum iste adeo diasimulaverat ut 
u multis eum simplex nistìcus elegeret emptumque secum 

(p. 21, 2) ulta Y ove inveni, quod levi iiogolio poatqueim in rf' ovr 
niutaveris (vis coal'erea I. 3, l vcl IV. 5, 3; cfr. poliua IV. 14, 4 ubi 
codices Seilerua c^rrexit) tu quoque tradito aijà avy praeferes. Lec- 
tioncs CLtm iiliis codìcibus cammundd vet me in orati dna buut h&a: 
inosgia^éf X. a' ànoxtouo N r òxtaaaSiti ae (?) èraÌKtar N x^ x\ E quo 
libro autem epistnU excerpta sit ne cogitar! quidem licot.| 



;. PARTIO. ALTEUA. 367 

deportaret iainiam furciferiim servum ejtperturiis. Cum haec 
mibi eiiotassem, interea novissima cditìo in viroriim con- 
speutum prodiit, qua inspecta Schepersium a Meinekii par- 
tibus recessiase, Herwerdenuiii aiitem àvs^àvtj quod proxime 
a correctione mea abest coniecìsse vidi. Ego mea nimis 
fortasse amo, sed parutn audax Schepersins, qui nihil mu- 
tare ausiis est, certe fuit. 

Lib. UT. 12 § 3. 'Vaxivtfli, xvffTiv ar/inin? nXijQióaceca, 
xaxatféQft fiov tt}c xtqiaXfii. Codicara Harl. Ven. Neap • lectio 
quae est n*l»Jffoiff«, ut iani autea Meiaero (1905, p. 178), et 
mihi quidem melioris notae videtur, quamquam rhetor no- 
Bter et Trkv^QÓm et nifinlT^fii siue iillo discrimine usurpat; 
verum tamen melius periodo consulturnir. me esse existimo 
si iè/ÙTrXì^aaaa reacripsero. 

III. 40 § 2, ò xgv/iòg àè eiaedvszo XsTitòg fi^XQ' ftffX^v 
ttilitòi' xaì àaxébiv. Ut baec, hoc modo disposita, e Fiorentino 
codice recipiantur magnopere suadeo; nam, licet Scheper- 
sius negaverit, omnia subtìliter elegantiseìmeque dieta sant 
et XtTCTÓg magia cum ttaiévtzo qiiam cum x^v/ióg oohaerena, 
praedicative positiis, paene adverbi o6^cio fungitur. 

Lib, IV. 13 (fg. V) § 9. fjSi, xal xi^TiXor &r,d6vt? t,{',^ó- 
pifov, Postquam Cobetus, Alciphronis cCDsor acutua item- 
que severus, verbum hoc ad significandum Insoìniarum 
cantum infelìciter usurpatum esse contendit, non est mìrum 
exstitisse qui codìcas errorìs coarguere vellsnt. Inter quos 
Meieerus et ego ìpse fiiimua. Poetarum memor, quibus la- 
crimosa Phìiomelae et Procnes fata ante oculos obversa- 
baiitur, ille efiivvgi^ov proposuit quod, propter miuimam 
litterarum differentiam et crebrnm alciphroiieum usum, 
satisfacit; ego quondam liane rhetoris descriptionem cnm 
Tlieocrito (Tdyll. Vili. 134 sqq.) et Lougo (p. 2óri, 22 Hr.) 
comparans, lents zephyrornm iiatus inter arborea spirantia 
mentionem desiderabam : et profecto hoc verbo, quod tpi^v 
eit«v est, ad ramorum concussum significandum nullura 
aptiua repperiri potest. Tìieocriti epìgranimatographorum 
Nonni versus esempla permulta nobis suppeditant; quo- 

circa ,)ài> xa'i xoniXov àijSàvfi <i)rfoi' [vel tale quid] ftvg- 

piV«(...> siin^vQiCov volebam; sed in huiusmodi cogita- 



368 AL, CASTtOLIONI 

tìone Ile multam perseverarem emeucìatio ipsa extra srtia 
Jìneg evagana effecit. Nec multura doleo; naiu uiiuo atiam 
illad ài/àòrai ipiifvgiCstv minna et minus mihì displicet. 
Lenissimos amaQtium susnrnis, siiavissimos avium ocncentus 
hoc verbo fideliter exprìmi iiommUa esempla medoonermit, 
e qnibus iiDiim e oartnine pseudotheocrìteo t XX VII, 65) de- 
promptum lectoribus proponam: &g ot /tèv x^^oìan- tatró- 
fisroi [ifXtsaaiv \ àik^lois if't&vQi^oi: 

IV. 14- Sub viridi aiborum umbra Indere et perpotare 
nostrorum tempornm multìs vìria amatae fetninae non 90- 
lent; solebant equidem veteres, quae facta nefanda iucun- 
dissimo riau perseqnebautur utpote quae breve vitaa apa- 
tiura omiiigeiiis gaudìis implere decreverant, Describit ideo 
litterarum meretricula baud omnino expera locum quem 
ipsa et aociae ad compotationem elegerant: ùmuDtioig itaì 
Soffiali ^v ij «aràtiXiaii; non bene certe nei; tali verbornm 
electu quo amicornm plaoaus aibi moveret. Labenti igitar 
codicum aiictoritati quidam vir doctus, quem editores fere 
omiiee secuti aunt, atibvenit, sed suum ènóaxiàg riai non 
mihi magia qiiam Carolo Melsero probare potuit. Neqiie pro- 
fecto meliua uobis videtnr quod bic vir eruditisaimus, quodam 
Araormn Luciano adaoriptorum loco (XII) oonfisus, conie- 
cit; ènò nahvaKioii. Verbum a Luciani et Plutarchi lexicia 
non aliemim, apnd Aloiphronem me legiase non memini ; 
legi tamen adiectiviim uiusqóì (cfr. I. 20. 1) quem etianj hìo 
restituo: tnò etutQoXq tici xiè. (ofr. rn02hlEP0l2 v YBO- 
SKtOiS). 

Ibid. § 4. Turpem contentionem inter perditiasimas 
illaa mulierea exortam Alciphroii vivide describere coaatnr. 
lam Myrrhine fecerat quae faoienda erant ut laudem igno- 
bilom adseqiieretur tantuqne arte opus sttum peregerat ut 
meretricea, una tantum excepta quae rem arte elegantiore 
se peractiiram aentiebat, stupore gravissimo adfìcereatur : 
^Qéfia d' oìnv èvsQyoCaii ti t^oìtixòv iifitat^va^t, ùiu<t' f^fià? 
vij tfjv 'AffQoòittjv xuTanXay^vat. PUiralem pronominis for- 
mam ego reatitui qui f/"' « quodam sciolo, alias eiusdem 
epistulae loci memoria abducto, § 6 éare àvaxQotiiaai ixàtfai 
Kaì viKàv d?roytj l'Off tfKt tìjv &QvaXXida^ ut certum inter duo 



ooLLicOT, (ìhakc. pautic. altkra. ;)il9 

certamiiia (liscriroen existeret, prave interpolatum avbitror. 
At Myrrbine non est sua laude fraudanda, quamquam ab 
aemula superata est: Hanc victrlcem dixere omnes, illara 
sociae oiiratae sunt. Ceterum looi isti quantum tacila 
admiratio a darò manuum tionitu, tantum iuter se difieruut. 
Vix est denique quod moneam laetan bas meretrices nun- 
quam snos ipsanim tuntum adfeotus lectoribus communt- 
care, sed etiam in his alias in societatem suam adacisoere 
solitBs eaae (cfr. IV. 3; 6 eto.). 

in. 10. èyà} di', TTn^akyqi&tìg ini ètìnvov tt'^rttiv, 
d)QX''^l'V'*' ^^^ xó^éaxa. Ita belle nobis alieuae mensae ns- 
aecla! sed non aeque belle baec verba tradita sunt, qnod 
quidem, quo erat mentis acumine, Cobetus sensit et, illud 
na^eii.Tj>fitfìi ini éitnvor ^'ooenae adbibitus') ut a latinitatis 
ratione dictiim excusans, jt^nfiv inanditum intinitum, ad- 
sentieutibua Herohero et Schepersio, delendum censuit, 
Quam conectiouem ego vero probare uod possnm, quoniam 
quam ob causam verbiim, quod rerum gramraaticum ordi- 
oem tam misere pessum dat, huc irrepserit ea minime 
explicatur. Itaqiie, nt etiam dnbia quae de praecedentibus 
vorbia iure oriri possunt solvautur, propone: naQakTjyiii^eìg 
ffiì 3tÌ7i>'ov TtQij'iv. Nequu aliter Alciphronem soripsisse 
confido, si quid ex epistularum huius libri tenore ad »ea- 
tentiam loci firmandam sumi potetit; etenim parasiti nibil 
aliud quam Jèinriov naiyvta a divitibus nepotibusque ha- 
bebantur ideoque non tam ad coenam quam ad convivarnm 
risum excitandum adbibebantur (ofr. III. 3; 3; 7 § 2; 9; 
12 § 3 etc). Et baec irapudenter Capnosphrautes (III. 13, 4) 
iactat: dvfv fjfiSv àvt'ogta nàvta. 

Fragm. VI (pseudoalcipfarODeum). Aaìi èv toU xovgeioig, 
Aatg èv totg ifeàtQotc, èv taì^ t'xiilTjaiaii, èv toTi óixttaii^qioic, 
fv Tf, ^ovXfi, (.Ami;'/ Tiavraxij. Aut èy ti] ^ovl^ dolebitig, et 
tameo iustam causam non video, aut Laidis uominis anp- 
plementum ut similium vocalium molestus conoursns vi- 
tetur accipiendum est. 



staili Hai. di fil„l. 



k 



AL. RASTIULIONI 



A I et A in libri^f niannscriptìa qiiam saope coufun- 
(lantiir probe sriunt omnes qui disciiilinÌB nostria operarn 
dant; iduirco satis miror neminein adhiic ext.itisse qui Iinnc 
epidtuìa^- Vili Aeliam lociim corrigeret xahot-fe sxtivots fxiv 
fj yiiffig (JWwffi àiaS'^iaf fraigag ài ÒjréQcr (Uà, ubi si me 
mens mea oinnino ralis dativi forma longe 

praestat: tmi^an;. lUtem ex eodem fonte quo 

Alciphrouis IV. 9 i ietiir (ofr. etiam IV. 16). 



irn J 



4 



Ad SOHOI.IA e. 
deundnm est ut dia 
vamus symbolasque 
gras adferamus. Hyninorum 



ic demum rursus nobis re- 

m coeptam tandem absol- 

octorum convivinm iotc- 

11 adhuc exciitieiidi nol'is 



restant, adnotationes e tribus libris, quos antea (CoUect. I 
p. 166 sqq.) memoravimus, nulla varietatum, ad verba con- 
stitueuda non pertinentium, ratione habita descriptas exhi- 



Hymnus V. 

1 "Octsat kuitQoxóot]. Non solum verbnm quod est aàxu';, 
bic a Meinekio sapienter illatum, sed codicum quoque 
vulgiitorum articulum ló ante Diomodi^ nonien liber 8 orni- 
sii; adnotandum tamen in parisiensi e etiam xai et Jity 
/t^àovf desiderati. Suum sociique damnum vero emendare 
conatur codicis h scriba, qui, nescio num de suo, absolutis 
omnibus, 5 àtj xai lovtQà érofiàCtiv f^i nceXlàón^ adscripsit. 
A non discrepat ab « 1 tltpvaaaofiétav] ànoi fXovvtmv s h A 

{ijToi} noiàv ... A, recte 3Ì credere vultis 4 SoOaife] 
ÒQfi6%£' (ano %o6 atvto) h, Scholium omisit e 13 JtfijJ' 

àXa^aar^iog] oiaaxe » A, ciim nonnullis, non improbante 
Schneidero 24 EA^anag Schneìderi, in libris non iuveni; 
praefestinate scribunt viri mercede conducti Toì Aax,\ 



CIII.LRCT. iillAKt!. PAKTlf. ALTKItA. H71 

ni ora. A, perverso 14 St'Qi'Yyuìv] xoi'cixi'rfu)!' e 'fTia- 

^oviav] YQ. ÒTia^óviov f, atramento rubro utpote glossa; hanc 
lectionein autem, praeter e, etiam A suo loco eihibet 
32 Sfiaaa/iilì'a] afiij^afiivìj s A. Ex istiusmodi ÌDterprftu- 
tione cudicis lectio, quam Meinekius recepii Sclmei- 
derus laudavit, afia^aftita fluxit. Potest quidem codìcum 
meorum glossa etiara variae lectioaìs raliquiam esse ; satis 
ego dubito, sed non pernego 33 "lka\ tfaxQtà k h A 
tpatQia M 37 EH/i^ùiji iàiàa^i\ 'Oe«oT£i(J(3c n h A, cura e 

à>i] xcà « tò SfìUi » Il A, et e xai.ovfttvov ' l^etov 

t h A, vulg. 46 '.Jpyo;] toviiOTiv & 'AQytToi. Hoc codifes s A ; 
Schneìderus cibil, quonìaui eius libri bonam hanc explicatio- 
nem uon servarunt 67 Nv/iif-av fiiav] taff ante Ttiqeaiov 
perverse omisit A, aed toì) /ucr»(u$ addìdit, quibus verbis for- 
tasse carere, sine ullo detrimento, possumna 60 &tc/itéb}v] 
&éane(a », cum libris &ianta A, cum M 64 KovQaXUii] 
notafiós Boittìjiag novum scholium ex ^ et > erui IVlnnot 
ènì xqàv^] Vulgatae codicum lectioni accedit in k hoc ad- 
ditamentum: fjv ò n-^yaaoi xrj ÓTtli] TtX^^ai irtoiijaév, nbi, 
ante jiXi'jSas arbitrio nostro rò ò^iis siipplere non piane ne- 
cessarium videtur; facilis autem doctrina mytliographica 
scholiastae non codicis scribae, qui plura omisit quam ad- 
dìdit, tribuenda est 76 IJeQxà^aiv] (V[to*> fiekaivónsvog h 

fxgiv<jti/H bene, verbiim unico aptum etiam contra co- 
dicum omnium auctoritatem hic reposuissem ; nunc vero 
ukA \n hanc lectionem conapirant 81 Q EòijqbìÓk] <ó> 
TsiQiOiai h, fortasse recte; cfr. III. 261, V. 37 et passim 

108 Ilóaau J' 'ÀQtaTatoq] prò èarxaQÓixOij in codice A 
è^Qéi>ij inveuimus et prò hniofiivì^v codex h yvfiv^v praebet 

Tijv male omittunt s A 120 TeH] aog est codd. a A 
glossa 126 Aa§daxi3aig\ toìg negi Olàirtoda xaì 'toxa- 

aTTjV [idinada cod.) quod scholium nec Schneideri codices 
nec ambrosiani duo h A servasse videntur: est tamen bonae 
notae atque ab editoribus suo loco recipieudum 130 'Ayt- 
aiXtf] t'iVAiói,' Tip nXovTiort h; recte adnotatum, Sallusti fru- 
stulnm tenemus: cfr. Hesychìum a Bentleyo in huiiis loci 
explicatione adlatum: 'AytalXaog, ò UXin^mv. 



3 



HyiE 



VI. 



7 "EarifQug] i>éàifttai nescio an reote ^TjToOaav om, 
1 1 "Once za xeiifffK /itìXa] ètiì rfjv ytt^vt,v A ; idem, nìsi qund 
prò ^ijiiir^v scriptum est h'urr^v, f. Omnia deniqiie Bp«d 
Schueiderura desìderautur 12 Aosaam] àì%ì voB fXnvaot s 
Xovani, ceteria omissU, A: nova per hoa oodicea expHcatio 
accessit. 16 Kaì.Xixog'iv] xoi prave omissnm 22 Tpimó- 
}if[iog] TQ[7ixoXt(iov viòi- Keì.fo6 { «s**«h> Jr^fi^Ti'i^ | toB altnv 
olà TÒ tòv I *•*****•• aiif/jv. Fabula homìnibus dootis notis- 
sima vix memoranda est, nt scholinm librariorum incuria tam 
misere pessimi datura, quid lectoribus ^lignificare volnerit, 
nitide adpareat: Gelei enim hospitinm, Triptolerai serendi 
tritici doctrinam pueri in soholarum India omnes didici- 
mns. Quae omnia, quamquam ego lacunarum explendarum 
perionlum facere nolo, qiiin hic breviter perstricta fiierint 
non dubito; certe qiiidem ad ea, quae Suhneìderus e codice 
parisienai e deacripsiti Tgtnzóksiiov XéyovaiV òthv KfXsoS, 5i' 
Jrjfi^ztjQ èólda^sv attovfiyiav, novura aliquid accedere videtnr 
quo, cuius causa Cerea adeo Triptolemo faverit nt eum sege- 
tum sationem docuerit, explìcetur: dia tò tòv (Kfkfòv òrzo- 
ài^aa.'^m') fnlrijv, ni failor 23 KàXliov] tò *?!)?■ xàXXwv 

tà dgàyftata (igàfiaza A) sSeiv (aics; l'àeiv A?) Ira xai iig 
{infQ^aaiag (lijs tir f chetai Xiag A) àXirjtm. Nescio meas an 
codicum error mihi coarguendua sit, at certe illiid ìittv 
nullo pacto ferri poteat ; cuins in locum si AiyHv succedere 
iubcbis quid sibi scholiasta voluerit iam melins perspieie- 
mua et, si ita cupido feret, probabimus. 25 Jwztov] x&qa 
s et vulg. 30 'E^ àfta^àv] si àfiÙQTji i^ uh A, cnm a 
tlaì Si (à/iaQat) al A 31 "Oaffov 'EXtvirTvi] 'Elevcrìr ( — i? h A) 
xal "Evv(i óflfwt '.4ttixi]i. Librariorum inscitiam rectissime 
□otavit Sohneidevus, cuius sententiam tamen ex ornai parte 
vis probare possum, namque quo modo aicnlae urbis notis- 
simae nomen huc ex Callimacho itivaserit non tam facile 
est diotu. Igitur duo scbolia in unum librariorum incuria 
Gonfiata esse putaverim, quorum sententiam, verbornm or- 
dine mutato, ita elicerem : 'EXfvalv ^/lOi Urvixi^g kuì "Evvn 



jióXi^ SixtXitii 311 //ori T&vdiiiì] <.ìTtQÌ lò i'i-àiov) a A <;t(pi 

lò è'vSuiv fj^ovr) xtÉ. h 44 tiainu ora. shA 4ò "Ext 

xXaìàa] (fìx'} xXéìàa h 77 heavtòr om. 78'Hv,>e Z/oili'fiiì) 
(t^ii; « ^ ciim codd. ; scholinin om. A 85 ti,- ^v s A ^ 
87 notfivi àfi ***] dgi^/ier rubro atrameato auperaorlptura 
aolus exhibet coJex s, qui Hatam cnm e f'acit; unde mani- 
feste patet errore lapaum esse Schneidenim cum hoc verbum 
quasi ecribae conieoturam existìmaret ad snppleiidam versus 
lacuDam in libro parisieusi adscrtptam. Keque melius res 
cessit CooiìtautiDO Lascuris qui codicum adnotatiouem in 
usiim sunm Ineousiderate arripiens àffii^/xaì veluti proprium 
bonum Callimacho intiilit. Quod certe ne auribae quidem 
voluerunt, ut etiam nunc et ipsi, aìquid ponderia obser- 
vationibus nostris inest, agnoscere possumus; etenim su- 
perscripto verbo seraper glossa signiflcatur exemplorura- 
que ager amplissimua patet quorum, uè extra huins hymni 
finea vager, pauca tantum niodo hic adferre ocutentu» ero: 
44 ètiaauTo] éfioiiùH-tj, rubro colore adpictum; 47 àvsi- 
fibì-a] àraxeifiera 48 noXt'itfatB] noXvnóitrjTf 74 nrpti- 

Xavà] jiQÓifaat^ 82 i#ria(] lQ%exai 91 àXeiiàtm^] fia- 

taiuig 116 àxóXovg] àQTovg 123 Xevxóv] XafiTTgóv 
ISl naiuTiìjgtag] à^Xa^ttt; 128 uuaalfieUn] xtr^aó/ie^a 

item omnia riil.ria litteris distiucta. Omutìm denique diibt- 
tationem fieri poteist ut Suidae locus huio aimillimua tollat 
(I. 1 p. 227 = Callim. fg. 339) : fi/K^e^ffm ■ jisTQrjaai, àQià(i'^- 
aai, TiuQà A«A*tijUàx'j>. Versus lacuna male habitus ut frustra 
Hbrariorum fides culparetnr eflFecit; solide coutra horum 
codicum interpretatione Ruhukenii et Valckenariì iutegratio 
ànditQtV- firmatur 96 X& iiaatòg lòv imvf] Si- iàv'/ Imvf 
A, propter dìttographiam 98 xaXiatQt'iDv] xaXiòv, solus A. 
Cfr. 111,67; Collect. I p. 172 109 Tàr 'Eatì^ Itgetft] 
dvtiva *, cum e et M fjiiiiu t'iQt^tv t) aèioB fnji'ìe ^fl Eaii^ 

mutato ordine A 111 ot fivtg om. i Apcfftì TrXia] ij 

Xeva& e, qui verbum prò dativo accepit 129 Dai'tav^ia 

lag àrtXianni] àè Xsyto prò altero xtXevo) exhibet A 
133 Taìai 6è Jìjà] fiioifòv àótaoi ifj Jijiti^TTjp> A; recte, modo 
iman retìtituas. 

lam quod ad scholia in Callimachi hymiios collata spe- 



ali AL. CASTiriLlONI, COLI.RGT. URARC. PAKTIC. AI.I'RUA. 

ctat olficio iio^i^rci t'imcti sumus; quami^iiam aiitem exigiiEiin 
messem ex agello paeoe iiioulto percepimus, tamen multo 
maioreiu codiciim numeruin, ut scholioriim manipuUtsrectiiis 
et pleniud edatur, quam adhim factum sit, adbibeucluii) iiul- 
luiuque librum, qui ceteris adeo praestet ut iti praesens 
ìllts oarere possìmua, exstare, exemplo damostralum esse 
band frustra speramvia. 



mi ri UCM7I; ■ 



DIFILO COMICO 



NEI FRAMMENTI E NELLE IMITAZIONI LATINE 



La commedia che fiorisce nell'età d'Alessandro è fratto 
d'una concezione nuova dell'arte drammatica: la rappre- 
sentazione verace della vita rendo necessario un intimo stu- 
dio psicologico dei caratteri, che sarebbe per noi del più 
grande interesse conoscere. 

Pur troppo gli scarsi e magri frammenti, che soli re- 
stano della fecondissima produzione comica di questa età, 
ci fanno vedere ben poco di quest'arte; ed il riflesso che 
essa ebbe nella letteratura latina è un riflesso spesso pal- 
lido e scialbo, che il comico romano rappresenta un'arte 
ancora rude, incapace di riprodurre modelli, il cui pregio, 
più che nell'opera intera, stava nella fine analisi dei ca- 
ratteri e nella vivacità delle rappresentazioni. 

Ma lo studio in questo campo, pur irto di difficoltà 
assai gravi, alletta, che l'indagine potrebbe rivelare motivi 
d'arte ignorata. 

Difilo di Sinope, l'attività letteraria del quale si stende 
dai tempi di Filippo, in cui nella Grecia era ancor viva la 
fiamma della libertà, fino al tempo dei diadochi, nel quale 
completo è il decadimento politico, segna quasi il passaggio 
tra l'arte drammatica del periodo di transizione (^uécrij), che 
si congiunge strettamente òoU' antico, e l'arte dagli spiriti 
nuovi ed originali (vta). Attraverso i frammenti del comico 
di Sinope ed attraverso le imitazioni latine non sarà privo 
d'interesse fissare le forme artistiche che si vanno evol- 




376 A. MAnioo 

vendo fino a raggiungere l'arte del graude e geniale imi- 
tatore deil<i vita, Menaiidro. 

Difìlo ohe conserva ancora gli spiriti di satira antica, 
che deplora talora i mali della aociatà, mostrando ohe 
l'ideale politico in lui non è spento, che si compiace dei 
travestimenti comici del mito e della parodia lelteraria, è 
anche rivali.' di Menandro e Filemone nella rappresenta- 
zione dei i:aiatteri e dell'intrigo amoroso, ed è con loro 
uno dei pia t'amosi ti della commedia nuova. 

Spirito iiioi-dace, è ,e è nella vita. 

Gaatona, la d ama, nasconde i doni d'al- 

tro amante temenc ;etto del frizzo del poeta 

nelle rap prese ntazie 



<f vXatioftè'vij 
(ti) (Ftù éiKir I 



tii itavafidS't} 



A! poeta viene incontro un parassita che se ne va ad un 
banchetto di nuzze, e Difìlo quasi a salutarlo con un av- 
vertimento amichevole: 

tiq tàg éavzoù, XaiQSifwr, aiayóvaQ 
iyxo^iiiv ijXoi-s èxaiÉpp yt rtirrepae, 
Tra ftìj nnQaatiiùv xaì aaxQàv ixàGtore 
òdòv jiaJi^oiv tàj yva^nvg ètaaiQtifìfi. 

{AttMO 243 f). 



Di festevole ironia è spesso animata anche l'opera del 
comico: il dialogo vivace e spiritoso ci è testimonio d'una 
felicissima vena d'umorismo I! quale noi verremo via via 
notando, insieme coi motivi d'arte ch'egli preferiva, e nei 
più notevoli dei frammenti e specialmente in quel gioiello 
d'arte drammatica elio doveva essere l'originale del'Kudens' 
plautino. 



DIFILO COMICO. 377 

I. 

Appantì biografici 0* 

Ben poca luce ci arrecano le scarse notizie che posse- 
diamo intorno alla vita di Difilo. 

Sinope, la più importante delle colonie greche nel 
Pontos Euxinos, fiorente pel commercio *), favorita dalla 
natura d*una posizione meravigliosa e d'un terreno ferti- 
lissimo, e nel secolo IV fiorente altresì politicamente, fu 
patria del comico, come ci attesta Strabone »), che rileva 
come questa città fosse madre di letterati illustri. Difilo è 
pure chiamato Sivwjvevg dalTAnonimo Uegl xcDfKpóiag (ed. Kai- 
bel, 18). Il Lessico edito dallo Hermann (p. 323) lo fa Ate- 
niese, ma deve essere un errore di chi si riferiva ad Atene, 
oome centro della cultura e come culla della commedia. 

Il problema più grave è il definire l'età in cui il co- 
mico visse, poiché a questo riguardo non abbiamo ohe la 
notizia indeterminata dell'Anon. /7. xod^a, (ed. Kaibel, 18) : 
Ji(piXog 2iv(07i€Ìg xatà tòv aùiòv xQ^vov eóióa^s MevdvÓQCùi. 
Menandro, dg àatqov iati tilg rt'ag xMjUfoóiag^ è concepito 
come il corifeo della letteratura comica di questo periodo, 
gli altri comici minori gli si aggirano d' intorno. Noi però 
non ci accontenteremo di un dato cosi generico, ma ve- 
dremo di fissare con più precisione Petà del nostro comico. 

Nessuno dei critici moderni *) affrontò la questione, 
che, non ha solo importanza storica particolare, ma si 

1) Sulla biografia di Difilo abbiamo soltanto i cenni del Meineke 
(Fragmenta comicorum graecorum. Historia critica voi. Ij che riman- 
gono senza dubbio fondamentali. Le storie letterarie sono modellate, 
nella parte che riguarda Difilo, su questi. 11 lavoro del Denis: La 
comédie grecque. Paris 1886 (2 voli.), è fatto senza alcuna critica delle 
fonti; tratta di Difilo e cerca di caratterizzarne T opera (p. 414-427). 
Notevole Tart. del Kaibel (Pauly-Wissowa V p. 1163-1155). 

«) Polibio IV, 56: Strab. XII p. 546. 

i) Strab., ibid. ; aydgai óè é^ìjt'syxey (Sinope) àyad^otg tiàv ftèy 
(fiXoa6(p(oy Jioysyrj xòv xvyixSy xal TifÀO&eoy ròy JlaTQitoytty xàiy de noifj- 
lùiy AiiptXoy ròy xvjfÀtxóy, 

*) Le storie letterarie si riferiscono al passo delPAnon. 17. xat/i. 
Per il Susemihl (Gesch. der griech. Literatur in der Alexandriaer- 



STB A, WARìao 

uongimige altresì con ijuelhi dui l' indole e dell' essenza stessa 
dell'arte dìiilea, poiché essa vieue a determinare a quale 
periodo questa appartenga nella profonda evoluzione che 
aabisce la commedia dopo Àriatofane. Ed invero, lasciati 
da parte Ì dati cronologici, chi ben osservi l'indole della 
commedia difìlea, è tratto facilmente ad attribuirla ad un 
periodo anteriore a quello di Monandro. Difilo rappresenta, 
come chiariremo in seguito, l' indirizzo pin vecchio della 
commedia: il rappresentante delle parodie tragiche e d'una 
satira personale più libera deve appartenere ad un tempo 
più vicino alla fiéar^, se egli ne professa cosi decisamente 
i principi informativi; anche da questo potremmo dedurre 
con grande probabilità che il suo anno di nascita debba es- 
sere al di là di quello di Menandro (342) e di Filemone (361), 
ohe rappresentano lo stadio più evoluto della véa. Non è 
un solitario fedele al vecchio indirizzo letterario mentre 
il nuovo trionla, perchè dei nuovi artifici egli usa larga- 
mente; invece l'opera sua in parte spetta ad un periodo 
più antico e va evolvendosi naturalmente. Difilo precorre 
l'arte di Menandro e giunge fino ad usare dei mezzi ar- 
tistici che egli adopera, quando si trova con Ini nello 
stesso agone poetico alle feste dionisiache e lenee. 

Infatti Vèàióa^t ecc. dell'Anonimo non può avere che 
questo semplice significato: ' Difilo rappresentò alcune sue 
commedie contemporaneamente a Menandro ', ma non è 
escluso che egli abbia cominciato già prima la sua carriera 
poetica. 

Mìt, Loìfx. 18.91-2 voi. Il p. 260) il eomìco ' dar Zeit oach gauz dar 
aeusQ Komòdie angehort '. II critico però noo aggiunge alcun argo- 
meato a soatQgna della sua asserzione. Scrana mi sembra l'Dpinioae 
reuisu del Mahaffij {k history of cIisbÌchI Greek literntuve London 1896 
voi. I parta 11 p. 2Gl): ' Dipliitu» of Sinope waa a cojit«mporary ot' 
Meuander and yoanger thiin FhilBmon '.Evidentemente il MahafTy 
presa V éSiSnic' dell'anouimo in un seaso assai più ristretto di 
quello che esso non abbia e l'orse si t'ondò sulla uotisia che ci dà 
Suida intorno a FilemouQ ' ?Qax^ Mefavéeov ngóriiins ' per dedurre 
che nuche Ditilo, come Menandro. era pìii giovane di lui. — Non su 
su quale dato si l'ondi il Denti {Il p. 411) per asserire che Ditilo 
' parait avoir débuté au ihéàli'i' eu 3S1, lorsque Ménundre n'avait «{ue 
quatte ou cinr] ans '. 



L.1P1L1. COMICO. 379 

Un fnimineiito del comico, apiinrtoiieiite alla commedia 
'Erayiafiata, oonservatoci da Ateneo (IV, 166 f), ci offre la 
possibilità di ricavare un dato oroaologico importante che 
ù di piena conferma alta nostra ipotesi. 

Biferiaco il frammento (38 K.); 

S' fiij (Tt't'tftfr^i <I>ntSi/i^) y' éTvyxaver ') 
ò Xafigiov Ktìjairtniis, eiarffrjaàfirjV 
vòfiùv <«év) TO'' nix àxQtjarav, &s éfioì éoxeT, 
&ai' Ì7tixt'À.taÌH\vttl nut aùtip toO natgòg 
lò fiiil[ta. Iteti' fiiavtòv Iva... Xi&or 
àfia^iaìov. xaì aifòJQ tùieXH ityoi. 

Il frammento è un po' oscuro e difEcilmente si riesce 
a penetrarne lo spirito satirico. Certo è però che esso 
suona come derisione dello scialaquatore Ctesippo, che, se- 
condo quanto aggiunge Ateneo a spiegazione del frammento, 
vendeva le pietre del monumento che gU Ateniesi avevano 
decretato alla memoria del padre Cabria, il grande capi- 
tano che morì durante la guerra dei confederati (357-366) 
dinanzi a Chio, combattendo fino all'ultimo, mentre la nave 
calava a fondo '). 

Anche Menandro nella commedia 'OpytJ (fr, 363, v. L K.) 
ha verso Ctesippo un accenno satirico simile : 

xaì ^aipofiai 
xal na^atiXoOfitu vii '''** ""* ytvTqaoiim 
KtìjainTioi, lìùx àv!>Qio7ioq, ir àÌ.ÌYi{i XQÓvip, 
x&'>' &g èxfhog xatiÓofiat xui tot)$ Xii^nvi 
àrta^anavtai;, oè fàg oi'v rijv y^v [tóvtjv. 

(Ateni-o IV, IGOj. 

Ma a neasnao sfuggirà la forma del tutto diversa dal 
frammento difileo. L'espressione: ' diverrò in breve un 
Ctesippo ' mostra che la figura dello scialaociuatore era 

>) Nella le-.ìioDe del primo vurso non segno le correaioni arbi- 
trarie del Uock, ma riproduco il cod, A (Kaibel). 

>) Cfr. Diedero XVI. 7. Nepolo, Chah. 4. Pauaaoia (I 29. 3} af- 
ferma d'aver veduto la tomba di Cabria presso qaelle di Traaibulo, 
Pericle, Foiraiooe. 



380 A. MABIOO 

divenuta proverbiale; per il fatto delle jiietre tolte al mo- 
amnento paterno, il popolo l'aveva già deuomiiiato con 
umoristica iraaginB : ' divoratore di pietre '. Siamo dunque 
in un periodo notevolmente posteriore al fatto del monu- 
mento, a cui ai accenna come a cosa notissima; la tradi- 
zione mostra d'essersi elaborata e ormai da lungo tempo 
fissata sulla bocca del popolo. Ben diversa conclusioue dob- 
biamo trarre pel f'ramm. difileo elio parla d'un fatto d'at- 
tualità: si vuol proporre una legge per frenare l'abuso o 
si vuole sia condotto a termino il monumento decretato. 

L'espressione: &ai éiiiieXfa^i\rai not o^tm roP noTQÒg 
lì) fivi^ua indica chiaramente che il monumento non era 
ancora compiuto quando Difìlo scrisse la commedia. Es- 
sendo Chabria morto verso il 3B5, ci riporteremo tra il 350 
e il 34.^ per la data di questa composizione drammatica. La 
quale deve essere stata certo una delle prime del comico; 
ammettendo che egli abbia esordito venteune come Mo- 
nandro '): saremmo condotti a porre l'auno di nascita verno 
il 3° decennio del secolo quarto. 

Di là da questo limite non potremmo andare: sappiamo 
che Difilo, al pari di Filemone, sopravvisse a Meoandro, poi- 
ché, come osserva il Leo'), Filemone nel iDóafta (= Mostella- 
ria V, 1145) lo nomina come vivente; se la commedia fu 
scritta dopo la morte di Agatocle (289), come dimostrò 
Fr. Huffner '), dovremo ritenere posteriore a quest'anno la 
fine del poeta, che doveva essere sull'ottantina; nessuna 
testimonianza ci autorizza ad ammettere in luì la straor- 
dinaria longevità di Filemone. 

L'anonimo /7*pìxw/t.*) ci dice che morì a Smirne. I! Bergk 



'} ti. xiifi. (ed. Kftibel, 17): Ìdidti{s ói iiQmiai' ètptj^oi lùy M 
•ttìoxXiavf. Euiiebio [SyDi^Uus] iisaii vsrso l'Ol. lU. iS (S21) il primo 
dramma à\ Munandro: Méraróito! ò xoi/iixòs npùtoi' fQÓfia MàSat 
'Oeyijc irlxn. Se la ooinpoaiiione daH"0{jj-ij à del 321, per quella del- 
V'Fj'tiylafiain difilert, che può bea prenederla di oltre un ventennio. 
potiemiDO fissare appunto circa il Mb. 

') Hermea XVIII p. 681. 

>} Fr. Huffner: de Plauti oom. exennplìa nttìcìs p. tì8. 

') P. XXXI : xtktvi^ Jt iy Sftvgffi. 



DIFILO COMICO, 381 

.inppoae ' ) che vi sì t'osse recHto per far rapp resa n tare alcune 
delle sue commedie, perchè Smirne era allora divenuta 
nuovamente una delle più importanti città della costa Asia- 
tica. A parte che questa è una pura congettura, l'età avan- 
zata in cui il poeta morì non ci lascia ammettere come 
probabile che egli scrivesse ancora per il teatro negli ultimi 
Hiuiì della sua vita. 

K naturale pensare che Difìlo fosse in relazione coi prin- 
cipali poeti comici contemporanei. Dei suoi rapporti col 
principe dei comici nuovi, Meiiandro, nou abbiamo testi- 
monianzfl. Con Filemone invece ci è lecito congetturare 
fosse legato d'amicizia: lo mostrerebbero i versi della Mo- 
stellaria 1149 agg- ; ' Si amir.us Deli'hilo nitt PkUamoni'x, 
lìicito h, quo parto tuo» te nei-vo» ludt\ficaveyit ', che deriva 
certo dall'originale {(Póa/ia di Filemone}, attorno a cui il 
Leo '), concUidendo la sua acuta discussione sull'autore del 
iPafffia, osserva: ' verisimile est suae ipsius comoediae Phi- 
lemonem sunm Diphitique nomina inseruisse, iocoae sui, 
honorifice Diphili mentionem lecisse ') '. 

Non cosi Sem bra si possa dire delle relazioni con Linceo 
Samio e Macone: ambedue riferiscono due aneddoti, che 
non presentano il poeta in buona luce. L'uno narra (Ath. 
XTirSSSfJ che in una gara poetica gli spettatori porta- 
rono fuori di teatro il poeta àaxr^fwir'jattVTa aifóÒQa, l'altro 
riporta un molto di spirito dell'etera Gnatena che deri- 
deva Difilo come un freddurista [Ath. XIII p. 5796]. Am- 
messa la contemporaneità della produzione letteraria dei 
due comici con (quella di Difilo, e ciò pare infatti si deva 
ammettere '), si penserebbe subito ad una rivalità: il rac- 



'j UriecliìsGhe Lileniturgeschichte, IV '225. 

>) Leolìones Pl^mlinae. Hermes XVJII pp. 558-5S7. 

') Ibid. p. 661. 

•) Linceo Samio ó detto da Saidii II p. 46(i: avyx^oi-ot Mfriiv- 
S^iov, ma la aua vjln vn oltre quella dì Meuandro (cf'r Meincke hist. 
cric. p. 4G8). Lo scritlo di lui avyygafiiia nti/ì Mti'iirifeov, ohe pare 
di contenuto aneddotico (otV. Alh. VI -U-Zb), raoairerabb» che Linaeo 
appartenne ad uua geiierauiona più. giovane dui grande comico, e Ì1 
iiuyj^eofof di Suida avrebbe ■jui un significato mollo largo. Ma- 



cogliere, come i due comici fauno, titieildut.ì sfavorevoli al 
Sinopenae può in questo caso avere scopo polemico. Linceo 
e Macone, che furono certo molto pia giovani di Dililo, 
avranno cercalo di combattere il vecchio comico, che fino 
alla sua più tarda produzione poetica sarà stato coronato 
di plauso. 

I liberi costumi del tempo permisero a Difìlo come ai 
comici contemporanei di tenore apertamente relazioni con 
le etei'e più famose. Lirceo Samio |Atli. SUI 683f] ci te- 
stimonia che egli amò con ardore una Onatena ') {tijg di 
FraSctivr^i; ^pa 6ii%&i;), donna spiritosa e colta, di cui Ateneo 
(XIII 583, 584) riferisce larga copia di bei motti. DÌ que- 
st'amore ci parla anche Macone [Ath, XIII 679eì. Ma la 
costanza in amore non pare fosse la dote del poeta; Aloi- 
frone ci dà notizia dì alrre relazioni: una Mìrrina scrive 
ad una Nioippa: oii nQoaé'xu fioi nòv ro0v 6 Jt'yikog, àXl' àirag 
fni tijv àitàOaQtav &ctiàXtjì' vt'vtvxf. 

E appunto ad uno di quei colloqui, rallegrati dal vino, 
dall'amore e dallo spirito vivace delle etere, che il poeta 
Htesso non di rado si compiace di porre sulla scena, ci ri- 
chiama l'aneddoto riferitoci dal comico Macone '). Il poeta 
avendo bevuto in un banchetto presso Gnatena del vino 
fresco : 



rvàitaiv 



fX^ig TÒv Xàxxtiv ófinloyovftivwg '■ 
éìg aòròv ahi loiig TtQoXóyvi f/t^àXliififr-' 



cine lu maestio d'Aristuf.iiie grammatiL^o (Atli. VI i-i\ t'} ohe visse 
sxtto i Tolomei Euergeta (267-221) e Filopature (222-205); il Moìneka 
(hisr. cr. p, lfi2) pone il liorire di Macone verso l'Ol. 120. Circa il 800 
viovev.i certo Dililo scrivere ancora pel teatro. 

Il &'. Ilirch ìd uu arlicolo ' Dlphilo-i ' (Ai-uli&alogische Zei- 
tiing 1851 T. IX p 367 agg.) d& notiiiia di uoa rapprnaentaziono va- 
(•uolare, dove egli vedrebbe raffigurato Ditito iusieiiia coiiGnateDa: 
»ul vaso s,i legge l' iscrizione JlifiXa.;. 

') Atl.. XIII uSO». l! DiiiaorrgÌust,B,iiieutB vede in XIll 57» » 
una glassa dell'aneddoto narrato dilfusameiit^ piii iouan^i. 



Mucone ci presenterebbe coaì Difilo rome un freddu- 
rista ; ma poiché la notizia proviene d» un comico a lui 
coutemporaueo, ci lascia dubitare assai cbe tale fosse il 
giudizio generale del pubblico. Un fondamento di verità 
però doveva avere : Difito poteva bene apparire t/jr'xe«s in 
certi giochi di parole e in certo nmorisnio non alimenUto 
da fin comica sincera, die avremo occasione dì notare qua e 
là nei frammenti e nelle imitazioni plautine. 

Più valore, trattandogli d'un fatto che doveva essere 
pubblicamente noto, ha quello che ci narra Linceo Samio 
nei suo 'Anofivrjii'ii'ei'ftttia [Ath, XIII i!>83f): se àytàvi iiir 
Trote aùtàv àtìx^ftovì^aavTa ') atfóàpa àQt^fjvat ètc taf) i/tà- 
iqoi) avvilii; xaì oiàiv ^iTOV éXtttìv ngòg tfjv rvà^aivav. xe- 
XevovTog oUv toH JiiflXav i/yovìifiat io£>i :ióàag aùiòv tfjV Fvà- 
•laivuv, fj ài ' ti yàg, lìntv, oiJx fjqjxivoi f^x^iq; '. Si sarà 
trattato di una gara poetica in cui Difilo l'ap presentando una 
sua commedia avrà preso parte come attore. Spiacque però 
ed irritò gli spettatori. Non ini sembra verosimile cbe ciò 
sia avvenuto perche poco abile attore ; piuttosto, avendo 
conferito al personaggio che egli rappresentava troppa li- 
bertà di satira (tale sembra l'indole di talune delle sue 
commedie) avrà eccitato le suscettibilità del pubblico che 
gli fece provare la sua disapprovazione in un modo non 
troppo garbato, trasportandolo fuori del teatro. 

Ma egli usci anche acclamato e vittorioso dalle gare 
poetiche. Le iscrizioni, scoperte verso la metà del secolo 
scorso, ci testimoniano di tre vittorie dionisiache (C, I. A. 
II 977). Per sé sono poche davvero, ma Filemone stesso 
non ne ha più di tre ed otto soltanto ne vanta il prin- 
cipe dei comici nuovi Menandro. Possiamo tuttavia pen- 
sare che egli abbia ottenuto anche altre vittorie, giacche, 



') li Bergk o. o. IV p, 225 legge, (initiohò ttV/i;,uo^u*'(;ai(i'in, 
tiioxtfiìiaKrta daado così all'aDectdota il seudu peirretta mente op- 
posto: gli npettntiiri, per il suo felice successo, avrebbero portalo ìd 
trionfo il poeta. Ma la coireKJODe è assolulHiiieote inammissibile 
perchè sparirebbe ci>s) Dell'aneti doto tatto il sale [ieirni'gtisia dì Gun 
tona, 11 Kaibel tiene la 1c»;ionB àaxif'"}""'''" "^ acoeDim altn proposta 
del Bergk. 



3 



come o«aerva il Kaibel \p. 11^) non ^ giunto ■ noi l'eleuoo 
delle vittorie lenee. 

I BDoi drammi però non sembrano scritti per !b mol- 
titodice indotta e noe sempre abile nel giudizio, devono 
piuttosto esser stati frutto di stadio mutaro e di rìflesjtooe ; 
ìd qaeato ^easo sarebbe giustificato 1' «epiteto di i!'rxff«; che 
Onatena dava al poeta, e spiegheremmo inoltre cosi U lode 
qnasi naanime cbe i critici posteriori gli tribatarono. 

Difilo è compreso nel Canoite n letta ufi ri un ìa cni occupa 
il terzo posto, dopo Menandro e Filipptde, ed è collocato 
prima di Filemone. U anonima Iltfl xuu. (ed. Kaibet, 1&) 
l'anuorera tra i poeti d^ioAo/tóraroi della commeilìa nnova 
collocandolo subito dopo Filemone e Menandro. Lo stesso 
fa il grammatico autore del fraetatut CoinUnianu* (p. 597). 
Ttefte» invece non lo mette tra ì comici nuovi piv! notevoli : 
oi véoi M^vavd^oi, <Pik^/ton; (Piiiarioiv xaì Tililifog -toÌIÌ ')• Ma 
al giudizio dì questo critico tardivo e farraginoso non si 
dovrà dare gran peso: già il Meineke {faist. cr. p. 546' 
u-'servò come aia ridicola la citazioue di Fìlistione, mimo- 
grafo degli ultimi tempi di Augusto. Più valore ha senza 
dubbio il pas^o di Sintbone (XTI p. 546) che poue i! comico 
tra gli àrépfg àya&oi cui Sinope diede i natali. Più precì^ii 
giudizi danno Alento (IX 583f] che lo chiama fjàitytos e 
Clemente Alessandrino, pel quale Disilo parla yrnìpixéiata 
(Strom. V, 14, 133) e xae«i't<..s xmfi>.>àfT (VII, 4, 26). Snida 
(voce 'Ai^ijva{asl lo cita come autorità di lingua. È curioso 
i^ome A. Oellio (N. A. Il 23) non lo nomini tra i principali 
modelli dei comici romani: egli cita infatti Menaudro, Posei- 
dippo, Apollodoro, Atessi e conclude con un quìJnm olii 
omettendo così Difilo e Filemone. Piomeiie (Ars gr. III, 
484b) invece cita come rappresentanti della ' terlia aetas ' 
della commedia greca Menandro, Difilo, Filemone. 

Noi complesso dunque le testimonianze iintiohe pii'i 
autorevoli ci inducono ad annoverare DÌFìlo tra i comici 
maggiormente famosi che abbia avuto la commedia attica. 



I Prol. ft.i Lvc. p. -267 Miiller 



< m 11 -24 a 



» solo Me- 



Il cHnitlore dellu coinmeilin dittleu. 



La via '), SB essenzialmente ò commeiìift di carattere, 
non ai può dire che abbia del tutto nbbandoaata la satira 
polìlica e letteraria, la quale non è fine a ae slessa come 
nell'antica, ma resta come espediente comico: Ìl frizzo sa- 
tinilo rivolto alla politica o alla letteratura assume per 
lo più un'espressione bonaria: si è ben lungi dal pensare 
che il comico voglia combattere sulla scena ana delle lìere 
battaglie poUticbe d'Aristofane. Ma in fondo nella coscienza 
del popolo ateniese, per quanto indebolito, non era ancor 
spento del tutto il senso di libertà che faceva lecite le 
audaci invettive àelV ctQj^aia. 

Se più frequenti sono le critiche contro i pubblici reg- 
gitori '), una parte notevole ha pure la satira contro potti 
e fìlosolì: la lunga tradizione letteraria offriva copiosa ma- 



I) Cgiitro il Kock, che tiene l'&ntioa dirisione arislutnlica (Eth. 
Nic. -1, Il p. 1128 n 22) di vecchia e nuora: n^v ràr naiaiày a trjy lùc 
xaiviài' (ofr. unche I^'ielitt Do Atciuorum comoedìa bipartita. Bomt 1866), 
il CriMtW (Philologus 66 p. GOiJi crede uecassarift 1a partizione in Ire 
periodi come venne adottata dttl Meiueke. — Lasuiaiidu impregiudi- 
cata U queatiaue storica, se sia o uo autioa la Iriparlizione di-Ila com- 
media, osserveremo cKe come Aristotile, il iiuale mori proprio quando 
Meaaodro cominciava a, scrivere, non poteva vedere che due periodi 
nella commedia, cosi noi, che abbiamo ÌDiianzi lutto il suo evolgi- 
inento Btorico, troveremo logica sttkbìlii-e un periodo mediano tra la 
commedia rappresentata da Aristofane e quella profondamente di- 



i posea far 
I fa ohe pei 



io di Eraclea 



versa che hii per corifeo Menandro, cjitantunque noi 
uuft chiara diatioKÌono tra fitai; e yin: queata infatti i 
fezionare la commedia di carattere, che quella con mr 
aveva iniziato. 

») Cfr. la satira contro Alessandro Magno (fr. i 
p. I M. ; fr. 924 K. = fr. ine. XXXIX M.) e contro Dìon 
(fr. 2J-25 K. ='Al,Hf fr. MII M.) di Menandro. Non aUrìbuianio 
però alla salirà di Meatindro contro Aleasitudro Magno l'audada di 
quelle di Aristofaae, perchè è certo posteriore alla morte del grnu re, 
se il poeta iniziò la carriera verso il 321. Satira politica fecein pure 
Fenicide (cfr, fr. 1 K, = J^Xiiietàtt fr. I H.), Filippide (cfr. fr. L>5 K. = fr. 
ine. Il Al.; fr. 31 K. = ine. Ili M.J, Archodico (cfr. Polibio Xll, 13). 



ri jtlol. e 



I. XV. 



Ho 



3 




teria di r.rilica, tanto più cbe il poeta sapeva di rivolgere 
ad un popolo intelligeute e colto ')■ 

Insomma in quest'uUiino fiorire della comraedia lo spi- 
rito di qnella aristofanesca in piccola parte è ancora restato 
sulla scena attica: la commedia di mezzo dà alla satira un 
contributo ben maggiore, Ed è degno di nota come i fram- 
menti di Ditìlo, paragonati con qnelli di Monandro e File- 
mone, assai poco nnmerosi, dieno Inrga copia di satira per- 
sonale e ttìtterar' " " ' diciamo solo perché è in 
continuità con qi * sia che il poeta derida 

l'empietà e ia ra pò '), ovvero le eofistiolie- 

rie di Stìlpone fi , a senso umorìstico la sa- 

pienza delle seni |, è dovunque la tranqniila 

visione delle cos< I giambo guizza un'ironia 

sottile che ha oi kcifìea concezione scettica 

della vita. Non ■ estraneo il contenuto mo- 

rale: si sente un i 3 di bene, quando il poeta 

deplora la decadevi. i nella società contempo 

ranea ■). Ma sono rare sentenze, su cui talora ■), vergognoso 



<) Non rispondente a verità mi sembra l'aasersioiiB del Suse- 
mihl (OeMcKichte der griech. Literatur in <ler Alexandriner^teit Bd. 
I p. 149) che ' Die Parodie und xnmal die der Tragikor verdchwaiid, 
vermuthlich weil das grosso Publicum in seìiiea alien Dichtei-a nicht 
mehr hÌDÌ&Dglich xa Hause w^r, um solchi] AnspielilDgan sofort ku 
ver^teben '. Àuzi lo studio dei frammenti convince che alla mftssa 
ilei pubblico erano ancora famigliari i graudi poeti tragici. Le alla- 
sioni poi ad Euripide erano così freqiienlri che si pu'j asserire senza 
tema di andare errati che il grande tragico era ancora popolarissimo 
sulla scena attica. Ed in p^irtìcolare ci verrà dato di coDctudere quelito 
per Difilo esaminandone i trammenti e ricercando le alhiiiioai trn- 
giohe Delie imitaKÌoni latina ilei suoi drammi. Valga come esempio 
l'allusioDR, ci)n intentu di critica letteraria airAlcumenn di Euripide 
(Eadens I 1), che presuppone un pubblico a cui sia ben nota l'opera 
del tragico, tanto essa è breve ed oscura. 

') Fr. 38 K. = 'Eyayiafiaia fr. I M. 

i) Fr. 2B K. = r«>of fr. Il M. 

*) Fr. 60 K. = n«Q«aitos ir. I M. 

1) Fr. 24 K. = r«^of fr. fr. I M. ; fr. 97 K. ^ 10 M. fr. ine. e qua 
e là nel Rudens. 

■) Kudeas v. 1235 sgg. 



om par ire m 
dialogo. 

Particolare importanza ha la satira difilea in qiinnto 
pare sia rivolta, proprio come la più antica, verso persone 
viventi, r titoli delle commedie Titfgai'ffT?;?, A/iàareig, Tf- 
>l*ffC«s'(?) mostrano la parte grandissima che ebbe nell'arte 
difilea la derisione dei contemporanei ; e contemporanei 
oltre Ctesippo erano pnre con molta probabilità Timoteo ') 
citaredo e Stilpone 6!o3of'o, su cui egli espone i suoi arguti 
e poco benevoli giudizi. 

Oltre la libertà di satira, che distingue il nostro dagli 
altri comici della véa, v'è un altro carattere ohe lo cnn- 
giunge ancora pii'i strettamente alla fiiar/. Appunto in questo 
periodo di transizione, destinato ad unire lo spirito con- 
servatore e religioso della commedia antica con quello no- 
vatore e scettico della nuova, è trattato con preferenza il 
mito degli iddìi e degli eroi, che vengono sempre piìi uma- 
nizzandosi e perdendo l'antica ieratica maestà fino a diser- 
tare, quasi, l'Olimpo. Tìtoli di commedie che ci denotano la 
trattazione e il travtsti mento del mito sono in Difiio oosi 
numerosi da non potersi confrontare con quelli dì alcun al- 
tro poeta della vt'a: le commedie Javtitàég, 'Hgrt*Ai}e, ©i^ffiv?, 
UtXiàSeq, ^rjfivtai, UvQQct^^), 'Avttyi'goi, "^Exàrij o sono esempi 
nuovi, oppure hanno avuto una trattazione precedente nella 
commedia di mezzo e perfino nell'antica: nessun poeta della 
nuova trattò tali argomenti, e si noti che parecchi titoli di 
altre commedie difilee concordano eoo quelli di poeti recenti. 

K di Difilo son propri ancora tutti gli espedienti co- 
mici dell'arte più antica: l'introdurre personaggi storici e 
letterati famosi come attori ('AfiàatQn; e forse Tid'Qa^airjg: 
Sarrifió '1 in cui oltre la poetessa vengono messi sulla 
scena Archiloco ed Ipponatte; l'intitolare le commedie dal 
nome d' una etera (Swatgi'i) ; il proporre problemi da risol- 
vere ') i&ìjactk fr. 50 K.). 

1) Fr. 17 K. ^ ivrafii ir. V Mein. 

*J Abbiamo parecchi titoli Ji commeilie Inufiaì, ma S|isUnDo tinte 
alla /léar/ od alln itp/m'n. 

1) Cfr. aelU i«;if ui di Anlifaue II fr. 1!HÌ K. = fr. I Meiii. 



Riservandoci a Inogo più oppoitauo lo stadio parti- 
colareggiato dei frammenti, ci b&^ti per ora questo sguardo 
generate Hiill'operit difì!e>i Delle sue caratteristiche, che for- 
mano tanta parte dei mezzi artistici della commedia ante- 
riore a q'iella di Meuandro, da farcì vedere in Difìlo come 
i) ponte di passaggio tra la tiiatj e la vÉa. 

Non solo io spirito, di che la commedia difilea è ani- 
mata, risente il più vocchio indirizzo, ma ancora la pnrezsa 
attica della forma 0, l'arditezza di talune metafore, la me- 
trica relativamente vfiria avvicinano il poeta più ad Antt- 
fane ed Alesai che a Menandro e Filemone. 

Con ginstezza aveva osservato la differenza tra la lessi 
dell'antica e della nnnva commedia l'Anon. //. xuj;». tp. xxxii) 
ij (liv ria tò aaifiatf^ov fxM tij rt'^t x»xfi^^*Vi,' 'Aiitfóty ^ ìè 
naXatà lò óétvòv xaì AttirjXòv %oS ÌÀfttv, fvioie H fTtitrjieiSft 
xai lU^ff? rivas- 

Ma se a ragione può osservare io generate il Bernhardy : 
' im Q-eiat und Form stand die nenere Komòdie hart am 
Seheidewege zwisehen Dìchtnng und Prosa ' •), non pare 
si possa aifermare questo cosi risolutamente per Difilo, il 
quale lascia vedere qua e là immagini ardite e [loeticbe: 
sopratutto dove egli vuole parodiare lo stile della tragedia, 
si eleva fino a gareggiare con esso. Nò il (comico ai limita 
jsolamente alla parodia tragica, ma prende ad imitare, L-on 
un leggero tono di derisione, perfino lo stile epico (fr. 126) 
e quello Urico (fr. 86), Nessuno dei poeti della vtu ha dato 
tanta parte alla parodia letteraria: e questo pure è un ca- 
rattere che unisce Difilo ai comici più antichi. 

Dove però non è la parodia dello stile elevato, la forma 
del dialogo è semplice, quale si conviene al discorso fami- 
gliare: si può chiamare (jousia solo perchè obbedisce allo 
leggi del metro. 



') Mahafiy (A liistory of class. Qreek Lit. voi. 1 parto II p. 261): 
' Tlirough the àntialticiata complaios of sundry late words used l>y 
him, his sCyle ia pure and bright '. Quantunque il Meìueke (1447) 
auDoveri aloune l'arme non proprie del l'attici sino, il giudìsio del Ma- 
liatiy è fouilaiTientalmeDle vero. 

'; Grnnctriss dor Orieohiachua Litteratiir (Halle 1872'), II p. 691 



DIFILO COMICO. 889 

Come nei frammenti/legli altri poeti della véa, il metro 
dei versi difilei è quasi sempre il trimetro giambico o il 
tetrametro trocaico (assai meno numerosi sono però gli 
esempi di quest'ultimo); ma è pur degno di nota che ab- 
biamo un frammento di Difilo, esempio unico in tutta la 
commedia nuova, in cui è usato l'esametro dattilico (fr. 261). 
E neppure possiamo escludere che nei suoi drammi man- 
casse la parte corale, di cui non v' ha traccia negli altri co- 
mici della véa^ mentre l'usarono poeti della [iéarj come Alessi 
(fr. 237) ed Eupoli (fr. 206). 

Già nei Irammeuti abbiamo un esempio di forma lirica 
(fr. 12) : ne abbiamo uno anche in Menandro (fr. 386), ma 
ben più significativo è quello di Difilo, poiché in rapporto 
coi frammenti, che ci son conservati di questo comico (138), 
quelli di Menandro si possono dire numerosissimi (1130). 
Però di ben maggiore importanza ò la scena II, 1 del ' Eu- 
dens': il contenuto sembra un coro non molto dissimile da 
quegli aristofaneschi, indipendente dall'azione e con valore 
puramente esornativo. Un altro argomento importante ab- 
biamo ancora per concludere che Difìlo usò metri svariati: 
Mario Vitt. (Ili p. 2668) ci parla di un 'metrum Choerilium 
seu Diphilium ', un esametro dattilico catalettico in syllu' 

barn secondo lo schema : — uu-uu l-uu-uo— • 

Sia Oberilo o Difilo l'inventore, è certo che il comico l'ha 
usato, se a lui una parte della tradizione lo ascrive. 

Parlando dei comici nuovi, il Bernhardy dunque po- 
teva a ragione affermare: ' nur Diphilus scheint freie, zum 
Theil schwuugvolle Rhythmen gewagt zu haben ' >). 



Le coni medie. 

In fecondità non inferiore agli altri comici contempo- 
ranei più celebrati, Difilo, se dobbiamo credere all'Anonimo 
n, x(ofA, (p. xxxi), compose cento drammi. Il numero però 
sembra approssimativamente arrotondato e ci lascia dub- 

1) Grundriss der griech. Lit. II p. G90. 



890 A. HAHIQO 

bio9Ì ìiutlit sua esattezza. Posto che esso sia preciso, uella 
produzione ltilter<iria il comico sarebbe di poco inferiore a 
Menaitdro, che scrisse, secondo Apollodoro (fr. 96), 105 oom- 
medìe, e di poco snperiore a Filemone, che ne compose, se 
dobbiamo credere a Suìda, 97. 

Comunque sia, la sua attività letteraria fu notevolis- 
sima, poiché, in rapporto al numero piuttosto scarso di 
frammenti, che di lui ci restano, i titoli delle commedia 
attribuite a Ditilo sono veramente copiosi. Il Meìneke ') 
annovera 52 titoli di commedie, il Kock ■) 58 aggiungendo 
a quelli del Meineke: AtvxaSCa (Miller, Métanges, 304), 
ItayxgaiiaffT^? (Poli. 9, 15;, »l'uggito questo alla diligenza del 
critico, Sifatióftéio;, Tritti,. \^t:(fa]7itvtaC''\ di cui ci dettero 
Dolizia le iscrizioni attiche scoperte posteriormente, infine 
'Ovayói che ai fonda ('Opra una fa'sa congettura del Ritschl •) 
di uni parleremo a suo tempo. 

Tolto dunque quest'ultimo titolo di commedia, che è 
da riferire a Demolilo e non a Difìlo, tolto Ìl QegaTfvrai, 
integrazione congetturale (del resto abbastanza sicura), re- 
stano attribuiti al poeta 56 titoli di commedie. Peccato ohe 
i magri frammenti che ad esse si riferiscono ci lascino in- 
travvedere cosi poco, non che d'un intreccio, di scarne che 
ci rivelino alcunché dì organico. 

Le gare poetiche delle feste dionisiache e lenee in cui, 
tolto il curo, iuvslse l'uso di presentare un numero mag- 
giore di commedie, che per l' innanzi, furono la causa di 
una straorilinariu fecondità dì produzione comica. La quale 
naturalmente era causa sfpeaaodi ripetizione dei soggetti già 
da altri trattati: forse era l'atteggiamento diverso della 
materia, la forma vivace e i motti di spirito, che conferivano 
novità alla commedia, anche se ìl soggetto non era nuovo. 



') 


' Fragmeata 


comicor 


Ulti Graecoi-u 


n ■ collegit et 


dieposait 


AugU8 


US Meìnelce. 


- Beioli 


DÌ 18il voi. IV p. 374 8gg, 


- Historia 


critica 


. 416 Bgg. 










•) 


' Comicoruii 


Altioor 


un t'raginenU 


eJidil Thaod 


rus Kock. 


Lipaiae 


t88t voi. II 


p. 3H 8gg. 






J)!!. Koehlor. I 


A. U.992 


Ln aoiigiitlurB 


d'Lu(e£;rajt. è à 


1 Koehler. 


'} 


Ritschl. Parerga Plaut. 1 '372 







Uno sgutirilo Ili titoli dt'lle coroinedie lUfilee ci muatra 
che il poeta ha molli soggetti comuni con altri comici. E 
degno di nota è ancora che bou pochi 9ono i titoli uWs coa- 
cordino con quelli dì poeti della vè'a ; la maggior parte sono 
soggetti girt trattati nella /n'atj: "Àyvoia fu trattata anche 
da Calliade; 'AlifintQia da Alessi, Aiofide. Antifane ; 'Atiii- 
fiàriji da A lessi ; BaiaviTov ila Tiinocle, Anifide, '£x«i»/ da 
Nicostrato; 'HQttxXi]i da Aiiassandride ; 6ija£vg da Anasaan- 
dride; ATJiiriai da Antifane; da Dioiovo Maivófttvog; da Epi- 
gone Mvi^/iàTiov; da Antifane fJaiSsQaatai', da Autifane ed 
Alessi nagàanui; da Enìoco e Timoule lIolv7igà/n<av: Saittftó 
da Amfìde, Antilane, Echippo, Timoc-le; Xqvaoxòoi; da Anas- 
8Ìla. Pochi sono i soggetti trattati esulusìvamente dalla via 
che concordino con quelli difilei : ETtiiina^ófievoq di Anas- 
sippo, Apollodoro Caristio, Filemone; ^^.rtrid/iti'o^di Eumede 
ed Apollodoro Caris. ; (figtup da Anassippo; 'AnoXemovau A\ 
Apollodoro Caris., Apollodoro Geloo, Crobito; EiivoSx"i ^^ 
Monandro; Sixslixòg di Filemone. 

Più numerosi quelli comuni alla fui ed alla /léarj- Udtl- 
^ui scrissero Alessi (media), Apollodoro, Eufroiie, Bgesippo, 
Monandro, Filemone (nuova) ; Aìaont^ófuroi Antifane ed 
Eubulo (media), Ipparco (nuova); Boiàiwi Antifane e Teo- 
filo (media), Monandro (nuova); Fà/io'; Antifane (media), 
Filemone (nuova); "E/inoQog Echippo ed Epicrate (media), 
Filemone (nuova); 'Eirixkt^Qog Antìfaue, Alessi, Diodoro, 
Euioco (media), Monandro (nuova); Zuirgàffioi Antifane (me- 
dia), Ipparco (nuova); QijOavQÓg Anassaudride (media), Ar- 
ohedico, Diosippo, Meuandro, Filemone muova); Kiifa^i^Sói 
Alessi, Antifane, Clearco, Sofilo, Teofilo ^modia), Anassippo, 
Apollodoro, Nicone (nuova); Afvxadla Arafide, Alessi (media), 
Menandro innova); IlayxQattaati/ji Alessi (mediai, Filemone 
(uuova) ; UaXlaxrj Alessi (media). Monandro (.nuova); St^u- 
Tifiivijg Alesui, Antifane, Seiiarco (media), Filemone (uuova); 
2Ln'ano!/trjaxoì'tts Alessi (niedirt), Filemone (nuova), Svi- 
iQotfiii Alessi (inedia), Damosseno, Posidìppo (uuova); tiii- 
làJfX(foi Amfìde (media), Apollodoro Qoloo, Monandro, Fi- 
lippide, Sosicrate (nuova). 

In complesso però si vede come Difilo segua iu gran parto 



i 



la triulisioiKì: vgli hn comuni perfino uod poeti dell'dipjtato 
gli argomenti : 'AràyvQo;, ^>/jUi'<n(, Javatifi sono commedie 
anche ci' Aristofane; 7/(inxi^<,- di Fiiillio, Arehippo, Nico- 
care ; Qt^aav^ói di Cratete; QijOtvi di AristoDÌmo e Too- 
pcrapo; Sitn<fé di Amipaia, 

E, quantunque non possiamo fare raffronti, sono eoo 
moltA probabilità tradizionnli anche gli altri soggetti mi- 
tologici : HfXiàJeg^ lìvQQail). 

Naturalmente non s\ duve credere eh.*: il legame tra 
commedio di titolo uguale eia necessario, speoialmente se 
il titolo è generico, come 'AStl^oi, ràfioi ecc., e si poteva 
applicare ad azioni ed intrecci dill'erenti. Più strettamente 
dipendenti invece devono essere state le commedie i cai 
titoli accennano a personaggi storici e mitologici. Ma il ri)>e- 
tersi dei titoli puì> avere avuto Lause diverse: la fortuna di 
alcuni di essi accolti da parecchi comici d'una ste^ssa et& 
farebbe supporre che talora le gare fossero sopra nu sog- 
getto prestabilito. Mon pochi titoli nella loro vag.i inde- 
terminatezza avranno eccitata la curiosità del pubblico. Chi 
poteva immaginare, per esempio, che trama aveva intes- 
snta il poeta sotto iì nome generico ' le nozze ' ovvero 
' il tesoro ' ' i salvati ' ? Né può essere estraneo il 
desiderio di assecondari' ìl gusto degli apt^ttatori e quasi 
accaparrarsi una benigna aspettativa ponendo ad una unovA 
commedia un titolo di commedia giii l'amo'sa ed acclamata. 

Non dobbiamo concepire Dìlìlo come poeta servile alla 
tradizione: poiché egli precorre e nello stesso tempo ap- 
partiene alla r^tt, e assai probabile che anche nelle com- 
medie, in cni apparisce seguace della tradizione a noi che 
conosciamo solo i titoli o poco più, egli abbia introdotte 
variazioni tali Aa renderlo ben distinto dai suoi predeces- 
sori. Di più, buona parte dei suoi drammi non hanno ri- 
scontro nella commedia con quelli di altri poeti; ed ai 
comici della vta, che ebbero con lui comuni i titoli dì ta- 
lune commedie, è da credere che egli sia stato maestro se 
questi a lui sono posteriori in ordine di tempo. A figure 
e ad intrecci originali fanno pensare le commedie: Al^titìi- 
Ttlx'ji, "Anlijtnoi, //laitaQtóvavattt 'EyxuXùvvifi, 'Ekuimrt ^q.ffoi" 



DI FI LO COMICO. 393 

Qoi>rì€<; *)y Elké^ogi^óf^uvoi, 'Evnyiana%a^ 'EnnQonevg, KXi-qov- 
f.i€voiy nhv^oq>6Qog^ ^vvwqCc^ SxsSia, TeXeaiag^ Tifj&rj^ Ti- 
x^Qavaxrjg, 

Nessuna testimonianza possediamo che ci conduca a 
fissare la cronologia di queste commedie ; eppure ciò sa- 
rebbe interessantissimo per conoscere lo svolgimento del- 
l'arte difilea. Solo l'esame del frammento àe\V^Evay(a^ia%a 
ci ha condotto a fissare la data approssimativa di questa 
commedia ed a riferirla al primo inizio dell'attività co- 
mica del poeta. Per gli altri drammi, ci accontenteremo di 
raggrupparli indeterminatamente, guidati dal contenuto che 
designano i titoli, quando pur lo designano. 

Le commedie di argomento mitologico che ci richia- 
mano ad un'arte più antica spetteranno al primo periodo 
della commedia difilea insieme con quelle che s' intitolano 
da un personaggio storico o letterario '). Cosi ugualmente 
mi pare dover giudicare delle commedie che sono indizio 
d'una satira che abbraccia un popolo intei'o, come Boitovioc^ 
^EniTQonevgy SixeXixàg ') ; i tipi caratteristici di parassita e 
di soldato millantatore *) ci richiamano anch'essi alla fiéarj 
nella quaK? hanno sviluppo maggiore: tali sono le com- 
medie Uagacitog^ ^'AnXr^atog^ AtQr^aiTBiXTjg, 

Ad un periodo più recente e contemporaneo all'opera 
menandrea mostrano d'appartenere le commedie i cui titoli 
designano un intreccio, come ad esempio : ^Adeìopoi^ 'Avaa(p' 
^ófisvot^ ^AnohuodiSa^ Fài-ioi^ JiafxaQvàvovaa, &riaavQÓg^ (PiXà- 
òeXffOi. 

Abbiamo notizia di una doppia redazione della com- 

<) V. più ÌDDanzi la discussione sulla lezione di questo titolo. 

«) V. p. 387. 

3) Con grandissima probabilità il coutenuto di IixeXixóg era sa- 
tirico come ci denota il fr. che ad esso si riferisce: per gli altri due 
titoli la congettura é di analogia. 

*) 11 Bergk CGriech. Lit. Ge>ch. Bd. IV p. 174) pensa che la 
creazione del tipo di soldato millantatore sia del tempo di Alessan- 
dro e successori, in cui la mania d\ivvontui*e era entrata anche in 
Grecia. Ma i titoli dui drammi ci indicherebbero che il tipo fu creato 
e sviluppato (hilla commedia anteriore (Seuarco, Antifane, Alessi) 
meno coltivato fu invece dalla nuova (Filemone). 



8M ' A. «AKIOO 

media Àigi^aitfix'/i, q1>^ nella Siaaxtin^ ai chiamava EóvoOx^g 
^ Srpaztuci;; (Àth. XIT 456c); ed una Sittaxev^ aveva pure 
Svrotffi^ (Ath. VI 247cl. Il rimaueggiamenti^ da parte del 
poeta ài queste commedie non jK)t6va avere per iscopo che 
una nnova rappresentazione. Lo mostra il fatto che uelle 
iscrizioni Ji^r^a. & SzQat. sono catalogati separatamente 
(cfr. I. A, n. 992). L'esumazione di queste vecchie com- 
medie (la notizi" ^""" ^ edazioDB ci confermerebbe 
nell'ipotesi che jrimo periodo) doveva ren- 
dere necessarie che assecondassero il gusto 
dei tempi nuc iormente i^onformi all'arte 
più evoluta, a i poeta. 

Un f'ramrne citato da Ateneo (IX 401 a) 

come Spettante Uàérjt;, cosi nn frammento 

AeW'ATriiXiTioaaa 3ome s|iett;ante a Ji^tÌMs *! 

Secondo il in n'odia sarebbe stata attri- 

buita con incertezza ora all'imo ora all'altro comico; ammet- 
terei invece l'incertezza non sulla commedia ma sui dne 
framm. citati •). Le due commedie dunque a mio giudizio 
furono scritte senza dubbio da Difilo. 



II. 

1 frammenti. 

Dell'attività letteraria varia e complessa dì Difilo non 
ci è dato, pur troppo, di farci che una pallida idea attraverso 
i frammenti e le imitazioni latine: gli uni magri e spesso 
insignificanti, un incerto rifiesso In altre di ciò che era 
l'originale mutato nell' adattarlo ad altra lingua e ad altro 
popolo. Delle cento commedie difilee, feconda produzione 
d'uu'arte in gran parte a noi ignota, restano le brìciole 
che gli eruditi e i grammatici dei secoli tardivi raccolsero 
e a noi trasmisero. Non tanto vaghi di scegliere il fiore 
poetico o l'immagine umorìstica o la eonct^zione geniale, 
che ci sarebbero compenso all'opera perduta, ma piuttosto 



.) V. più giù 1 



Ir. delle dui 



DIFJLO COMICO. 396 

ricercatori delle lessi rare, che il dialogo comico cosi vi- 
cino al discorso famigliare spesso andava loro offrendo, 
s'industriarono di darci brevi versi, dei quali spesso invano 
tenterai di penetrare lo spirito ed indagare il misterioso 
velame che ci toglie irreparabilmente la visione artistica 
delTopera. 

Notammo già come ben poco numerosi sieno i" fram- 
menti iji relazione ai titoli. Di Menandro ci restano 1130 
framm. e solo 84 titoli ; un po' meno rilevante è il rap- 
porto tra titoli (60) e frammenti (247) in Filemone. 

I frammenti difìlei nella raccolta del Meineke sono 82 
coir indicazione delle commedie a cui appartengono (52 ti- 
toli), 52 i frammenti colla sola indicazione d'autore ^). 

L' edizione curata da Th. Kock enumera 84 *) framm. 
divisi tra i 48 titoli di commedie, 48 fr. colla sola indica- 
zione d'autore {àdi]Xù)v Jpa/iaro)»'), 6 fr. incerti od apocrifi 
{àpLifia^ì^xriai^a xal ìptvdsniyQa^a) : insieme 138 fr. 

La estensione dei frammenti varia da uno a tre versi, 
per la maggior parte; parecchi costituiscono la semplice 
citazione d'una parola. I più notevoli per ostensione sono: 
il fr. 43 K. = Zioygàipog fr. II M. che comprende 41 versi ; 
il fr. 32 K. ="Efi7ioQog fr. I AI. che ne comprende 27; il 
fr. 17 K. = *Anohnoi>aa fr. I M. che ne comprende 15; il 
fr. 66 K. := lIoXvnQÓyfKov fr. I M. che ne comprende 14 ; 
il fr. 60 K. = UagàaiTog fr. I M. che ne comprende 12 ; 
il fr. 73 K. = 2vvwQÌq fr. I M. che ne comprenda 11. 

E come ad Ateneo siamo debitori di questi frammenti 
più estesi, dobbiamo anche a lui buona parte (49 framm.); 
di tutta la raccolta. 

Ma Ateneo stesso quasi sempre ci fa notare la parola, 
di raro ci dà il senso comico: se questi sono fram. di straor- 

I) Nella raccolti del Bothe {Poetaruin Comicorum graec. fragm. 
Parisiis. 1845, Didot), clie è con poche variazioni la riproduzione del- 
Tedizione del Meineke, troviamo lo stesso numero e lo stesso ordine 
di frammenti: solo il fr. ine. 12 è riferito alla commedia nXiy&o(p6Qo(:: 
alla congettura avuva dato argomento lo stesso M. 

<) I due fr. in piùdelPediz. Mein. spettano alle commedie Aev- 
lettola, e IhtyxQttiKtiiTJg. 



dinaria magrezza, quelli degli altri autori si possono clas- 
sificare quasi lutti ÌDCoucladeoti. Solo Stobeo pare vada iu 
traccia dei fiori poetìoi che apparìsuono in qualche breve ed 
arguta Mtiteaza. 

Aryou 

Mein. Ir. I p. 376 — Kock fr. 1 (Ath. 3. 40U) '). 

V. 2 /iì/ìuqxvq: lessi di origine strauìera, ma eutrata nella 
dizione famiglie ) traduce: ' Haseukleio "" , 

il Bailly : ' cive i diremmo: ' iotiogolo di 

lepre'. Il luogc eh. 1112): all' ^ ;rpè rf«- 

nvov tijt' ftiftcegx Strerebbe che questo cibo 

serviva da ant : acrive : B. x^Aidorfio; ò 

Òaeiùnovg. A. ylt) . Ma nou mi pare naturale 

attribuire al pri lei dialogo il secondo emi- 

stichio della risj Ila sua interrogazione si 

mostra affatto ii x^^^^*'^"'i iftavTiovi. 

Il frarara. è inaiKiu d'un motivo frequente uella uitSì^ 
e véa: è da riferire probabilmente ad una scena in uni, par- 
landosi dei preparativi d'una cena sontuosa, Ìl ouoco de- 
canta una lepre rara e costosa, con cui si ripromette di 
preparare un cibo squisito. Il noÒanòq o^og ; accenna forse 
al venditore della lepre, vestito in foggia strana per indi- 
care che veniva da lontano. 

Mein. fr. II p. 376 = K. fr. 2 (Ath. 15, TOOd). 

Cfr. léxvov dTtteiv in Artstof. Nub. 18 e Tucid. 4, 133 
nel signi6cat0 di accendere l<t lampada. 



>) Teneado sei fr. por fondamentale la lezione del Meioeke, tra- 
scurai le congetture più antiche sul testo, già discusse e vagliate 
dalla sua critica acuta e prudento. Mi limitai dunque per lo piìl a 
discutere, oltre i luoghi che egli aveva lasciati dubbi, le proposte di 
emendameuti più importanti fatti dal Kock e dai critici più recenti : 
Cubet Misceli, critica, 187G. Colieotane:i critica, Lugd. Batav. 1878. — 
Blaydta, Adversaria in comic. Graec. l'r. Pars II, Hnlle 1896. — Kae- 
h/er. Annotalioues ad comicos graecos, Weimiir IWÌ . — Heriaerden : 
Coniiccruni fragm, Collectnnea crilìra, T.eideo 1903. Teu ni conto al- 
tresì delie congetture pubblicate nelle varie riviste. 

Per i frammenti riferiti da Ateneo, teugo predente l'edizi i •■ 
del Kaibel |lMi>sia, T^^ubiier) 



DIFILO COMK^O. 397 

Se i frarnm. non ci rendono chiaro il contenuto della 
commedia, poco ci dice il titolo stesso: la frase d'uso fre- 
quente àyvo((f àfiaQTdv€iv ci farebbe pensare ad uno dei so- 
liti intrighi amorosi. La commedia è citata da Ateneo 
(IX, 401 a) con Ji^tXog fj KaXXiàStjg iv 'Ayvoiff per il primo 
framm. ; per il secondo (XV, 700d) soltanto con JiipiXoq iv 
'Ayvoiif, La seconda citazione di Ateneo favorisce l'ipotesi 
che il dubbiosi riferisce non all'autore della commedia, ma del 
frammento. Ammetteremo dunque una "Ayvoia di Calliade 
(o Callia, come congettura il Mein. hist. or. p. 460) distinta 
da quella di Difilo, non ritenendo col Meineke che per taluni 
fosse dubbio se il poeta di Sinope fosse o no autore di una 
commedia di questo titolo. 

ÀJEA^OI 

Mein. fr. I p. 376 = K. fr. 3 (Ath. 11, 499d). 

Mein.: In obscuro hoc et corrupto fragraento nihil 
video. — V. 1. Sarebbe accettabile la correz. del Bothe ro*- 
XWQvxfàv se potesse interpretarsi con un senso analogo il rcdv 
óvvaitiévùov che segue; poiché la lezione àdvvccfjtévùov dello 
stesso Bothe urta contro difficoltà metriche, ed è davvero 
strano il conio dell'aggettivo àSvvàiAsvoq (= inops?) che 
non ha riscontro in alcun esempio. Credo sia necessario 
ammettere, come sospetta il Meineke, una lacuna dopo il 2° 
verso, per cui (non parlo dell'erronea congettura del Blaydes, 
che nel terzo verso legge ^^.^v ^adi^tiv o (icavstv ìxóvtmv) 
non mi pare abbia valore la lezione dello Herwerden ^x^v 
ra fiaiveiv, restando sempre insoluta la questione del le- 
game coi versi precedenti. — tfnxooQvx^? ® ®^'^ sostantivo: 
non seguo il Meineke che lo farebbe aggettivo unendolo a 
kayvviov nel senso di execrabile, nefandum] è voce frequente 
nella commedia : cfr. Arist. Nubi 1327, Ran. 807. Antif. (Ath. 
309d). — V. 4:€Qàvo) : propriamente è il banchetto pel quale 
ciascuno dei convitati dava il suo contributo ; doveva essere 
un banchetto semplice e frugala perchè nell'Odissea (I, 226) 
è opposto a Yàfiog. — v. 5 xàntjXog ' taverniere ' (cfr. Aristof. 
Tesm. 347, Lis. fr. 3). 



Verosimilmente Abbiamo in questo tViiram, parte dì un 
diverbio tra servi che si lanciano a vicenda ingiurie e si 
rinfacciano le commesae bricconerie, f Ofr. Mostellaria scena T, 
Casina scena I ecc.)- 

Mein. fr. Il p. 376 = Kook fr. 4 (Stob. Fiorii. 108, 91. 

La sentenza nella sna limpida sobrietà senza l'ombr» 
di retorica ci dà una massima di filosofia pratica die denota 
nell'autore una concezione serenamente positiva della vita. 

Dall'imitaz conosoiamo gli 'Aàfl^ii{ ài 

Meuandro, ove j il mutuo amore di due 

fratelli. Ma par enandro scrivesse un'altra 

commedia dello un intreccio tutto diverso, 

e, cosa curiosa, questa seconda commedia 

sarebbe l'amore vero che essa servì di mo- 

dello, come ci e idasoalia del cod. Ambro- 

siano '), allo Stic 11 soggetto dunque offriva 

materia al poeta per comporre intrecci svariati; esso fu larga- 
mente usato dai comici della vt'a (Monandro, Difilo, File- 
mone, Egesippo, Eufrone, Apollodoro). 



AIPHSITEIXU2 EYNOrXOS H STPATIStTHS 

Mein. fr. I p. 377 = Kock fr. 5. (Atb. 11, 4966). 

V. 1. Il Kock legge: nksimaQ; Tiitìv yt rf«, ma mi sembra 
invece accettabile la correzione dello Headlnm '}, che risolve 
la difficoltà del rrXfiova? nel modo più semplice: iai^' éntf 
Xéaaitai Tileiov ég meìv yé i/ {cfr. Alessi 144, 8 Teùcr. 
XVIII, 11); lo Headiam poi accetta anchf^ l'emendazione del 
Meiiieke nel secondo verso: àdQÓteQuv ^ ('x> tAv eco. Nei 
due emendamenti, opportunissimi per rilevare il senso e 

I) 11 Ritschl {l'arerga p. 274), preceduto dallu Uermana, corregge 
111 questa didiiaoalia 'AétX<pai in •piiaifdL^oi. Però appuoio ìd riguardo 
ai contenuto lo Schoell difese la leKione del aod. Ambrosinno. Or» 
aulla base dello scolio al Fedro di l'Utuiiu Ip. 279c) si ammettono 
comune mente due 'Afy).tpoi di Myiiaudro oon inti-eccio diverso. 

)) Headiam: Criticai note^ (Classical Review lȓ)9 p. 5). 



DIFILO COMICO. 399 

per risolvere le difficoltà graminaticali del frammento, è 
consenziente anche lo Herwerden. 

Mein. fr. II p. 376 = Rock fr. 6 (Ath. 16, 700 e). 

Troviamo il medesimo peusiero ripetuto quasi colle 
stesse parole in Monandro (Avèipm fr. IV): 6 (favóg (= na- 
vóg cfr. Eustat. II. p. 1183, 24) Sari fi€(XTÒg ddatog oètoai. 
Ciò mi indurrebbe a sospettare ohe si tratti di espressione 
proverbiale. Cfr. Eschilo, Agam. v. 284. 

La commedia è ora citata col titolo di AtQrjciTsix^jg 
(Ath. 11, 496 e), ora con quello di 2xQa%mxrjg (16, 700 e), 
ora con quello di Edvoùxog (Callimaco [Ath. 11, 946 e]; Bek- 
ker Anedoct. 95, 17; 100, 31; 101, 29), infine colla forma 
duplice di Eùvodxng fj STQajmtrjg (Ath. 496 f). Quest'ultimo 
titolo ci è chiarito da Ateneo stesso: san de tò dgàfia dia- 
axsvìj ToD Atgr^anBixnvg. E che la commedia abbia avuto due 
diverse redazioni e due rappresentazioni distinte Io pos- 
siamo arguire, come osservammo, anche dal fatto che nelle 
iscriz. (Koehler I. A. n. 992) sono catalogate a parte le com- 
medie AlQrjaiTéixijg © 2TQaTiu)Trjg, 

Il titolo AlQTjaitfixr^g è scherzosamente coniato dal poeta 
per designare il personaggio principale: sarebbe dunque 
un ìwme j)arlante (la palliata ce ne dà moltissimi esempi) 
ila avvicinare al Pyrgopoìinicea del ' Miles ' plautino, il 
quale pure è usato come nome proprio. Il Kock pensa ad una 
formazione analoga 2AV sÒQì^auni^g d'Aristofane (Nubi 447); 
ma mentre questo è aggettivo, VAigria, di Difilo è vero so- 
stantivo, come possiamo desumere anche dalF accento, se- 
condo quello che ci dice lo Schol. Vc*u. ad Hom. 11. n 67 : 
òaoig xvqloig eig -fjg ktjyovffi fiagvTÓroig avvO-éroig nagaxenai 
èniO'StiTtà ò^vvófieva. 

Il doppio titolo della commedia ci può servire per una 
congettura sulT intreccio. Evidentemente il nome del primo 
titolo: AlQrjatTéixrjg è equivalente allo ^r^ar/eàrijg del secondo: 
in quello è designato senza dubbio il soldato millantatore 
che va raccontando delle mura distrutte e delle città prese 
d'assalto per il suo valore. Ma è curioso che il titolo iden- 
tifichi questo personaggio coìV Evvoifxog. Forse la commedia 



400 A. MARI'IO 

avrà avuto nu intreccio siniilw a ijin?llo i\eì\'£Hnuckn» dì 
Terenzio, iinitsto da MeDandro, si aark Mt»tltito cioè di tm 
finto Eunuco: i! milea rappresentato nel ano proprio carat- 
tere vanaglorioso nella prima parte dell» commedia sarà 
poi apparso sotto mentite spoglie, a scopo amoroso, come 
l'ennvico di Terenzio; nella rappresentazione del carattere 
del mileg, come mostra la palliata, il vanto delle più pazze 
imprese guerresche è congiunto con quello delle più audaci 
/ne- Mii— Alorirtniis w. 68 sgg. '). 



AAEinTPÌ 



*>lorÌQ9U 



H titolodiq i Tiene dall'Etym.M.ei, 10 

senza la citazio mento. L'Etym. M, stesso 

ricongiunge il nt son Iti voci àXe^fJLfl,a, àlti^u. 

lì fatto che si trova spesso unita con 

XovTeóv, ad indii lopo il bagno ', ci farebbe 

pensare ad una ) nato tra questa commedia 

ed all'altra di Ditilo intitolata ^alarfìùv: di am^jedne le com- 
medie sono rappresentanti poeti della fiéaij soltanto, spet- 
terà dunque V'AXflntQia al primo periodo dell'arte difilea. 
Ciò dedurrei anche dal passo di Polluce (Vir, 17): àXdn- 
xQiav H^i^xaaiv ot fiétìoi xtDftixoì xal Avtsiai; èv t'f 7i«pì Jiu- 
(fàvtitv ntQi x^^qìov. "AfUfid'iq òi xai i^Sfià èazt 'AXelm^a. 
Donde non mi pare si possa iuferive col Meineke ohe Pol- 
luce non conoscesse la commedia di Difìlo; poteva bensì 
riguardare Difilo tra i fJléao^ Kwiiixoi. Certo però se egli 
cita solo la commedia di Amfide si può concludere che la 
ilifilea non era tra le più famose e meglio riuscite del poeta, 
ma si deve probabilraeute ascrivere ai primi tentativi 
giovanili. 

AMASTPI2 

Mein. p. 378 = Kock fr. 10 (Snida, voce 'Aiftjvaia?). 

Snida cita l'autorità di Difìlo, il quale chiama in questa 

I) Il Ricschl (Parerga p, 100) peoBerebbe che la soena colla per- 
.sona protattion del MiUs spctlnssc n questa commeiìia difilea. Su di 
che vedi la parti' clie tratta l<i imitazioni latine. 



DIFILO OOMK^O. «lOl 

commedia la figlia di Temistocle "Ai/r^vaiccv ^tvtjv (anziché 
'AjTiKijv). Il Meineke opina che delle cinque figlie di Temi- 
stocle enumerate da Plutarco (Vita Tem. 32) si tratti qui di 
quella chiamata ^<ta. L'allusione a questa figura storica 
poteva essere incidentale; anche questo accenno però ci in- 
duce, unendolo a quanto ci denota già il titolo della com- 
media, a pensare che questa avesse una base storica. E ba-. 
diamo bene che per una commedia il fondo storico doveva 
assumere anche un aspetto satirico. 

Se FAmastris, che dà il titolo alla commedia, fu ' Oxa- 
thrae, qui fuit Darii Codomanui frater, fìlia, primum Crateri, 
postea Dionisii IV Heracleensium ty ranni coque mortno Ly- 
simachi uxor ' (Mein.), doveva certo prestare facile argo- 
mento alla satira comica colla sua vita avventurosa. E sembra 
ohe la corte d'Eraclea fosse in particolare modo presa di 
mira dalla mordacità dei comici: Menandro (AlisTg f. I-III 
Mein.) ci rappresenta il marito di Amastri come vorace e 
lussurioso. 

Amastri, data in isposa da Alessandro Magno a Cratere, 
si separa da costui per andar moglie a Dionisio d'Eraclea 
Pontica nel 322, e, morto Dionisio, a Lisimaco nel 302. Si ri- 
tira poco dopo ad Eraclea, dove attende al governo del 
regno; è fatta morire dai figli nel 285. La commedia dunque 
non è posteriore al 285, perchè ci porteremmo troppo in- 
nanzi coli' attività letteraria di Difìlo e, d'altra parte, dopo 
la morte della regina la satira non avrebbe avuto più il suo 
significato. E da riferirsi probabilmente al tempo in cui 
Amastri resse Eraclea. Il poeta di Sinope si sarà compiaciuto 
di mettere sulla scena con derisione la signora della terra 
confinante colla sua patria. 

Non è probabile che la commedia prenda il suo titolo 
da Amastri, la moglie crudele di Serse: il tempo cui essa 
appartenne è troppo lontano dal poeta. 

ANArrpo2 

Il titolo della commedia Avàyvgog è dubbio: Così dà 
lo scoi. ven. all'Il. 9, 122, mentre l'Etym. m. (744, 48) ha : 

studi Hai. di Jìlol, clasè. XV. 26 



402 

èv Ucy^Q'p stt Kuslazio (ai! Hom. p. 740, 20): àfiyvQiov ^qoj^ 
jt Tàlavtov senza citazione di commedia; la citazione di 
Eustazio tì certo orrone» perché Io acliol- veii. e l'Etym. m. 
ci dicODo trattarci di tàlavtor xet'f*""- 

Il Kock [)6 ose rebbi: -mÌ uq titolo 'AvàfiYvgog riportun- 
dosi al fr. 11 oltre che ai passi: Plat. Leg. 3, 679b, Poli. 
6, 191 ; ma dall'oscuro iramm. nulla si può inferire b quella 
del Kook rimane una mera congettura. Tanto più che col 



titolo di 'Àrayi'fii 
commedia d'Arì.- 
trattarai di pare 



'""imoso, libriamo anche un 
ito dramma dilìleo dovev 



ANASSilZOl ^H 

La commedi » d'intreccio: il titolo fa 

pensare ad un a. «simile da quello trattato 

nei drammi difii Plauto, ' Bndens ' e ' Vi- 

dnlaria '. ' I salvati sarebbero dunque naufraghi che la 
tempesta gettò in lidi ignoti, dove, per una strana combi- 
nazione di eventi, si troveranno in rapporto con persone 
amiche o nemiohe: ciò darà argomento allo svolgimento 
dell'intreccio. 



AHABSTOS 

Mein. p. 3S0 = Kock fr. 14 (Ath. 9. 370e). 

V. '2. Il Blaydes anziché Xinaqà legge xaSagà. Ma Ih 
correzione è arbitraria: anche Antifane (fr. 183, G): xal ftfjv 
^a(pàvovì y i'ipovai kinaodg. — v. 4, Per mantenere la lezione 
TiQay/tata e non correggerla in jSpiv/iaTa sarà sufficiente la 
citaz. che fa il Meiu. di Antifane TcuQaa. fr, V, 2. — In 
principio del quarto verso, che apparisce incompleto, aggiun- 
gerei xal toh xvgoìi (cfr. Gratino fr. 129) che non modifica 
il senso, ma concorre ad integrarlo. Lo altera invece senza 
sufficiente ragione la correzione del Bothe di éftot^ in éfioTg. 

Il framm. rappresenta parte del discorso d'nn para?;- 
eita {ì'àn libami; protagonista della commedia), che loda la 



DIFILO COMICO. 403 

cucÌDa di colui al quale andò ospite e la contrappouo, per 
magnificarne la squisitezza, alla sua che conosce solo er- 
baggi ed ulive. 

Che il parassita avesse buona parte in questa com- 
media lo mostra il titolo, che equivale senza dubbio al na- 
Qàmtog di un'altra difilaa: ma le due commedie, pur avendo 
comune lo stesso carattere, potevano avere un soggetto tutto 
diverso. 



AnOBATHS 

'Ano^àtrfi è il cavallerizzo che faceva, nei giochi so- 
lenni, esercizi di volteggio. Ofr. Plutarco (Phoc. 20). 

Il titolo si congiunge colla tradizione della ixéarj: Àlessi 
scrisse un dramma dello stesso nome; altre commedie, come 
UayxQttTtaaTijg di Alessi e Teofilo (si aggiungano Difilo e Fi- 
lemone della vòa\ ^Iff&fjnovUrjg di Mnesimaco, név%a&Xoq di 
Senarco, mostrano ohe gli argomenti tolti dai giochi delle 
feste solenni erano frequenti. Forse qualche gara o qualche 
vittoria speciale offriva occasione al poeta di comporre com- 
medie di questo soggetto. 

AnOAinOY2A 

Mein. fr. I p. 381 = Kock fr. 17 (Ath. 4, 132 e). 

V. 6. ia^^v aò%r}i\ nàtBQ^ cosi legge il Dobree chiarendo 
di molto il senso; è buona anche la lezione del Meineke 
iati ravTTjgy preferisco però la prima. — Tra il verso 8 e 
il 9 non vedo col Meineke la necessità di ammettere una 
lacuna. — v. 10. xagiei xi&vfiaXXov corregge il Kock, ma il 
verso non sembra corrotto. — v. 12. Migliore che la lezione 
del Dindorf anó&rjaov è quella del Kock ngóòsvcov (cfr. Plat. 
Cora. 173, 9); mi pare però vicina al testo quella adottata 
dal Kaibel : a^piv òedaov^ più vicina e più semplice anche di 
quella dell' Headlam: atfódQfaaov. 

Il dialogo si svolge tra un cuoco, che è apostrofato 
al V. 4 (jiQÒq Ch %òv [tiàyeiQov), ed un vecchio, come ci in- 



401 A, UAKitin 

dica il vociitivo jiàieQ ilei v. 5, espresBÌoiie di riapntto ri- 1 
volta apesso uella comineilia al vecchio padrone. E che egli 
sia il padrone lo deduciamo ancbe dal fatto cIjc ha in- 
vitato molta g'Mite ad un pranzo di nozze (v. 1-2). L'eapres- 
sione ohe usa Ateneo ne! riportare ii frammento ' fuzyft- 
QÓv vivtt naQÒyoiv ' pare indicare t-hf nella scEiua il cuoco 
ha una parte importante, come appare anche dai versi oha 
egli ( 



Beute di una cena che ailg- 
concluso in fine della cora- 
te dell' intraccio: e vediamo 
ne interessa direttamente, 
to del dramma. 'AnoXiTtoùaa 
tiu» ' Delìcieus ', bene in- 
dal Meiueke, Bothe, Kook 
. Pen^o dunque che l'argo- 
ille nozze d'una fanciulla 
.i.^hio: mentre il vc-ccliio sta 



Qui non si 
gelli allegramen 
media, essa appa. 
che è il vecchio 
Azzardo un'ipot 
erroneamente ì 
vee-e lo Schweif 
' mulier quae m 
mento della favo.^ 
costretta ad unirsi coi 
facendo i preparativi per la festa nuziale, ella, d'accordo col 
giovane amante, fugge lasciando il vecchio deluso. 

Il frammento di scena che abbiamo innanzi ci mostra 
che il vecchio, dati ordini per la sontuosa cena s'era affac- 
cendato a chiamare alle nozze Ateniesi e stranieri. E na- 
turale che questi preparativi occupino una parte importante 
nella commedia perchè apparisca più umorìstica la delu- 
sione finale del vecchio. Il tono con cui parla il cuoco pare 
mostri che egli si diverte a deridere il padrone imbaraz- 
zato per la scelta dei couvitati; probabilmente è anch'agli 
consapevole dell'intrigo. 

Notevole è nel frammento la satira contro i Bodii ed 
i Bizantini : il cuoco ammonisce il vecchio che serva di cibo 
e vino prelibato i Rodii amanti del lusso e dei piaceri 
{cfr. Plut. cup. div. 5) e sdegnosi dei sobrii banchetti attici, . 
(cfr. Linceo, Kivtaveog v. 1 sgg. [Mein. IV 433 = K. Ili 274]) 
e che premunisca dalla sporcizia dei Bizantini gli altri cou- 
vitati. 

Meìn. fr. Il p. 383 = Kock fr. 18 (Ath. TV 133f). 

v. 2. Il Kock: ' naiÒà^iov adniìtti non potest quia aìne 



DIPILO COMICO. 495 

dubio erns cura coquo colloquitur ' e propone di leggere: 
xaì aicaQov ònòv eilijtfafxsv. Lo Herwerden : értoXttjÀfiàveig (ei)' 
xaì slkij^afiev. Ma non mi pare di difficile interpretazione 
V énoXafjipàvcù nella risposta, come sembra allo Herwerden; e 
d'altra parte non so come possa affermare il Rock che qui 
si tratta d'un dialogo tra padrone e servo : la domanda del 
primo verso non lascia campo 'ad alcuna congettura sulla 
persona che la pronuncia. Dal secondo verso si rileva in- 
vece che si tratta di un TiaiSàQiov, un giovane servo (cfr. 
il fr. 10 di Senarco, dove ha l'ufficio di mescere il vino); 
la lessi non è infrequente nei comici. 

Non v'è dubbio che anche in questo frammento il se- 
condo interlocutore sia il cuoco che spiega l'efficacia delle 
sostanze aromatiche nei cibi ; ed è umoristico quand'egli dice 
che queste eccitano i sensi dei vecchi. Nel framm. vedo una 
conferma dell'ipotesi sul contenuto della commedin, di cui 
parlai precedentemente: in questi versi si parla d'una cena 
a cui i nqea^vtsQoi prendono parte, pare, in buon numero, 
poiché a loro il cuoco si dà cura di preparare cibi speciali. 
Ed è naturale che il vecchio il quale va sposo inviti buon 
numero dei suoi coetanei, escludendo volentieri i giovani 
che l'avrebbero deriso. 

Mein. fr. Ili p. 384 = K. fr. 19 (Poli. 10, 12). 

V. 1. fxakttxatgy detto di veUi, pare sia proprio, oltre di 
Omero (cfr. II. 2. 42, Od. 23. 290 ecc), del linguaggio della 
vb'a (Polluce: ixaXeXto . . . ìtiò t(òv vscott'Qmv) : cfr. in Eubolo 
(M. 3, 267, 2) x^ccviai fialaxatg, ed in Plauto (xMiles 3, 1, 93; 
Stich. 1, 1, 37 ecc.) malacum yallium. 

Secondo il contenuto, che per congettura abbiamo sta- 
bilito, V ^AnoXinoì>aa sarebbe una satira contro gli amori 
senili e si avvicinerebbe al contenuto della ^ Casina ' dove 
troviamo padre e figlio rivali in amore. 

Il Meineke e il Rock pen^sano che il titolo vada cor- 
retto in 'AjioXsiTiovaa, Ma troviamo la citazione chiara in 
tre passi diversi ed 'AnoXsCnovaa è pure una commedia di 
Crobilo. Anche il Naber (Mnem. 8. p. 21) correggerebbe 
l'aoristo nel presente osservando che Apollodoro Gel. e 



406 A. |M\KU10 

Carisi. sL-rissero itn» 'ànulnmivaa e che i titoli di comioiKlie 
stanno sempre al presoTite (&tafio^'OfiàCot«iai, 'E»MÌr^(TiàCof>- 
aai di AristofADe ecc.) ovvero al perfetto ('ÀnsYQtvxiùfiivo^ 
di Alesai), però mai all'aoriato. Non è tuttavia argomento 
decisivo pei' la correzione: l'aoristo può indicare l'azione 
incipiente e dal tentativo dell'abbandono può avere inizio 
la commedia. 

Il framm. 18 è citato da Ateneo (4, 133 f) con JhpiXoi 
3' fi SmaiiTTiog si so atesso aveva citato poco 

prima (4, 132c) ottante a Difilo. Conclude- 

remo dunque eh quella di Dìfilo, un'altra 

conrimedia delio itta o riferita ad un altro 

comico, Sosippo li dover condividere l'opi- 

nione del Mein iir ham; fabulam ab aliia 

Sosippo tributat 

Mein. fr, I p. 384 = K. fr. 20 (Ath. 10, 446d). 

V. % Leggo col Mein. Tiap* i^fiìv.— Zevi è chiamato 
iiuQtìo? (cfr. Erod. I 44), dio dell'annicizìa e dell'amore, in 
que:sto frammento di scena, spettante alla rappresentazione 
di un !>impo9Ìo di etere con un vecchio (cfr. TtàteQ v. 2). 

Mein. fr. Il p. 386 = K. fr. 21. 

L' Antifttticistft citando la lessi fivaààgia aggiunge: 
inoxoQiatixdig i&q fÀvàq- Il Kock : ' vìdetnr nescio quia i/ioxo- 
ptCófitvo? eundem barbariim auro emungere '. La congettura 
però male si fonda salVéTtoxo^iatixtòc: dell'Antiatticiata che 
bì riferisce aolo alla lessi. 

Abbiamo già osservato che il titolo avvicina la com- 
media all'altra intitolata 'AXttmQia. 



B01ÌÌTI02 

Mein. p. 385 = Koch fr. 22 (Ath. 10, 417 e). 
V. 1. Tigò fjftt'eai. Inutile il tentativo dello Herwedeu 
per evitare l'iato; il Meiueke dimnstró (III p. 81} ohe i co- 



DIFILO COMICO. 407 

mici della media e nuova ne fanno uso frequente. — v. 2. 
Il Blaydes corregge ngòg éanégav^ ma il senso è : ' da una 
mattina all'altra \ 

Il Kock sostiene che il titolo sia BoicoTig: ^ Boeoti 
enim Graecis sunt Botonoi non Botwriot {siqniàem Botmnog 
ut BoiWTixóg semper est adiectivum) mulieres Boeotiae Bokù- 
riisg, a provinciis autem oppidisve comoediarum nomina 
(Mein. I 324) numquam petita sunt '. Ma non è vero che 
Boiwtwg sia usato sempre come aggettivo: cfr. Aristof. 
Ach. 624, Lis. 36; Luciano iud. voc. 7; Diodoro epig. 6, 
246 ecc. 

E presumibile che tutto il soggetto della commedia 
sia una satira contro il popolo di Beozia che nella tradi- 
zione attica ha fama di rude e poco intelligente; cfr. le 
espressioni proverbiali ; ^oiiotCa ig^ fioiétiov oig^ poiAuog vodg 
e l'espressione di Luciano (lupp. trag. 32): àyQoTxov xal 
fiouhtiov. A satira contro i Beoti accennano qua e là anche 
altri comici (cfr. Ferecrate Mein. 2, 343; Demonico 4, 670; 
Mnesimaco 3, 667; Menandro 4, 267; Eubulo 3*224): e poi- 
ché dai frammenti di questi poeti ci è specialmente rap- 
presentato il Beota come un vorace divoratore, cosi è le- 
cito inferire che il titolo alluda alla fìgura del parassita. 

L'ipotesi sarebbe ottimamente confermata dal conte- 
nuto del frammento che a questa commedia si riferisce. 



rAM02 

Mein. fr. II p. 386 = Kock fr. 23 (Diog. Laert. 2, 120). 

Il framm. è riferito da Diogene Laerzio colle parole: 
iaxwipO^ri òb (2tik7io)v) Ò71Ò Ji(f{Xov (cod. <PiXov) roO xon^uxod 
èv igàfiazi FdiJioì. La lezione del Menagio /fiffCXov non mi 
pare sia da porre in dubbio: altri esempi troviamo in Ate- 
neo (IV, 133 f. VI 226e) e la difficoltà paleografica è lie- 
vissima. 

Il frammento concorda bene col carattere della com- 
media difilea, proclive alla satira. Stilpone fu maestro di 




laiche difficolttt: il nesso dì 
altri membri, ed è sospetto 
ito. Il Maio, pensa ad una 
or xai nóhv, il Kock: j?«- 
tro emeudiiinenfco è troppo 
■irvov del Meineke quanto 
imono liti concetto molto 
I. Bene lo Herwerdea scio- 
anzi ;i nàXeig leggendo «aiJ- 
;ti amici del SvvàarTjg che 
le! governo della città, e allora il senso 



408 

2jeaone e l'età siui ii |)liò fissare tra il 380-30U (Chriat) : 
tratta dunque di un contemporaneo del comico, la satira 
assume perciò un valore speciale. 

Contro Rtilpone lancia il suo frizzo anche il comico 
Linceo (Ath. 584 a); Diogene Laerzio {2, 120) giudica i dia- 
loghi del filosofo Bofistici e ìj'vxe'>i. 

Mein. fr. I p. 385 = Kock fr. 24 (Ath. 6, 254 e). 

Il secondo ^^ 
^iXov? hon pare 
l'articolo in nani 
sostituzione e 1 
Oiléag jf xai TtóX 
lontano dal teal 
il ^aaii.ttti de! 
diverso dal (fne 
glie la difficoltà 
tài 7i6i.ui;. Intel 
con lui concorroni 
corre naturale. 

A nesstftio afuggirà l'importanza di questo frammento. 
Non contro il xóXa^, buffone innocuo della palliata, si 
parla, ma con tono severo ed elevato si deplorano i mali 
di cui è causa il xóXat, potente nelle corti e nella politica. 
Non si può tuttavia dedurre che questo sia un personaggio 
della commedia ràfioì: si dovrebbe allora dare a tutto il 
dramma un intento civile e politico che forse non è con- 
forme al carattere della commedia di Difilu. È qui proba- 
bilmente un passaggio di pensiero dal xóka^ di commedia 
a! xóXa^, peste della società. Nei primi versi sembra che 
il poeta abbia lo sguardo alle città rette dai tiranni, nei 
due ultimi a' quelle di costituzione democratica: l'allusione 
è certamente alla decadente democrazia ateniese. 

Non accettabile è l'opinione del Bergk (gr. Lit. IV 
p. 218), per il qnale l'ultimo verso alluderebbe alle corru- 
zioni dei giudici nelle gare dei comici: ' Diphilus meint 
wohl die Richter beim Agon der Komiker '. Che legame 
avrebbe allora l'ultimo verso coi precedenti? 

La iigura del parassita non doveva mancare in questa 



I 



DIFILO COMICO. 409 

commedia perchè sombra sia introdotta costantemente dal 
poeta che tratta feste e banchetti nuziali. 



JANAUE2 

Il soggetto della commedia è mitologico e fa trattato 
anche da Aristofane, per cui si ricongiunge alla più antica 
tradizione comica. 



JIAMAPTANOrSA 

Il significato stesso del titolo è assai oscuro: forse il 
iia(.iaQtàrovaa sarebbe da integrare con un genitivo sottin- 
teso. Si potrebbe pensare ad un ^ xod étaioov ' (cfr. Plat. 
Phaed. 267) immaginando si tratti d'una fanciulla ab- 
bandonata dall' amante, ovvero ad un ' éUmàtov ' (cfr. 
Isocr. 4, 93). 

Il titolo così generico ci mostra che il comico cercava 
talora di acuire la curiosità del pubblico con un nome vago 
e indefinito che dava campo alle più svariate congetture. 

ErKAA0YNTE2 

Il titolo è unico nella commedia. 'Eyxaléù) è ' intimare 
il pagamento d'un debito ' : il titolo significherebbe allora 
i creditori; ma, prendendo il verbo nella sua eccezione più 
generica di ^ citare in tribunale ', tradurremo ^ accufatori \ 



EKATH 

Mein. fr. I p. 387 = Kock fr. 28 (Ath. 14, 645 a). 

àjiiifKfùàv^ la focaccia che si recava solennemente a Diana 
Munichia. L'accenno alla sacra cerimonia conviene al sog- 
getto trattato, che richiama i racconti della epopea e della 
tragedia. 

Una commedia 'Excrr^y ha pure Nicostrato, poeta della 
fuaip ed è cnrioso come si trovi la lessi di Xdyvvog, oltre 



410 A. MARiao 

ohe uel fr. 29 di Difilo, aiiclw uei framin. uLe Ateiieo cita 
(XIII 496Ì dair'Exttri/ Ji questo comico. Nou condivido ì 
dubbi e le ipotesi del Dìndorf e del Meiueke, credo con 
' più probabilità Irattcìrsi d'un accordo puramente casuale. 
Polluce iioD esclude che anche altri poeti abbiano usato la 
lessi Xàyvvoi, egli oaaerva solo che Difilo usa tanto iàyt'vos 
quanto layvvtov. 



(Ath. 6, 223a). 
borioso ' è parola di cotn- 
i precetti di Aristotele, 
oste dallo stile dramma- 
Ilo stile tragico. E tutta 
;enere più solenne è fin- 
iti l'apostrofe nel 3° verso 
II.Ì e la collocazione delle 



E^AISÌNBOil 

Mein. p. 388 

V. 3. toSóàaf, 
posizione epica. 
che proscrive que 
tico, Difilo deridf 
conforme allo sti 
vocazione dei tre p 
preceduta dui numerooi 
parole del tutto enfatica. Anche senza la chiusa ognuno 
capirebbe che si tratta di una parodia tragica. Si confron- 
tino i versi 160 sgg. del ' Rudens ', ove l'invocazione a 
Palemoue ha la stessa enfasi. I versi di chiusa convertono' 
la parodia in aperta derisione dei tragici che si credono in 
diritto di usare le espressioni più esagerate (i-éysiv ónavTa) 
e di porre in scena ì fatti più stravaganti {noieìv Snavva). 

Lo stesso pensiero troviamo in Luciano: nel Caronte 
(cap, 4) deride le inverosimiglianza dell'ardita fantasia ome- 
rica '. ' ò Si Ysvvaàai "O/iijpoj ótiò àvoìv Otixoìv adtlKa ^fitv 
àfi^atòv inoiiifft tòv «i)p«i'ov, o^toi ^tfóia^ awifeìg tu S^r] ', 
e nel Timone (cap. 1) le espressioni tronfie ed altisonanti 
dei poeti, usate specialmente Siar ànoQBai TiQÒg là fiérga. 
Ofr. in Menandro (fr. 531, 8) lo stesso concetto : iva eoi xaì 
XQayixiiìtfQov kaXàì, (juil. Wilson Baker ') a proposito di 
questo frammento osserva: ' illam Antiphanis querimoniam 
de meliore tragicorum fortuna, fr. 191 prolatam, repetit (Di- 
philus) '. Il tono però con cui Àntifane parla contro le 



1 



1) Guil. Wilson Baker. De comic 
Claasioal phtlology voi. XV p, '21T. 



graecis litterarum iudicibus. 



DIFILO COMICO. 411 

invenzioni dei tragici è tutto diverso; il fr. 191 pare un 
framm. di parabasi. 

Il titolo di questa commedia complesso ed oscuro ha 
dato luogo ad ipotesi diverse tra i critici. I codd. danno 
lezioni varie; il Casaubonus riferendosi ad un passo di 
Polluce (X 191) legge: "^EXerì^tpogodaiv^ da cui il Meineke: 
^Ekevr^ffogovcff] ^ cum non mares sed virgines mysticum illud 
vasculum portasse probabile sit \ Il Bothe segui il Mei. 
neke. L'argomento della commedia sarebbe dunque: le feste 
di Elena. 

Dal codice Marciano (A) però, studiato posteriormente 
con cura dal Kaibel, risulta che la lezione è: iXaiùìvrjfpQov 
Qovaiv, L'autorità del codice indusse a rettificare il titolo 
stabilito con incerta congettura dal Meineke. Il Kaibel *) 
osservò ohe questa vergine non si direbbe éX€vrj(poQo€(fa ma 
èXsvrjifOQog come XafinaórjfpÓQogy xavrjtfÓQog eoe. che sono pure 
titoli di commedie. E conclude: ^ Magis sine dubio pro- 
phani argumenti fuit Diphili fabula èXaiobva (pgovQoOvzeg 
sive èXaifùvoifQovQodvisg seu denique ne littera quidem mu- 
tata eXaiùovrj^QovQoOvtsg inscripta '. Quest'ultima lezione che 
riproduce il testo senza modificarlo aifatto mi sembra la 
più probabile, dunque: ' i custodì del bosco d'ulivi \ 

. Il Kock modificando la proposta del Kaibel scrive: 
iXaiòv 7j (PgovQoOvzeg^ ^ il bosco d^ ulivi o i custodi \ Ma il 
titolo mi pare strano perchè 1'^ dividerebbe due concetti 
diversi, mentre i titoli duplici delle commedie pare ab- 
biano sempre due concetti o analoghi o che si integrano 
a vicenda. 

Ma si può affermare còl Kaibel che il titolo eXaiuìvr^- 
(f'QovQodvxsc indichi un argomento profano? Mi pare che 
ViXaiév alluda a qualche cosa di sacro, forse al mito di 
Atena, che fa all'Attica il dono prezioso dell'ulivo. 



EAAEBOPIZOMENOI 

Per il significato del titolo è opportuno il richiamo del 

Kaibel, Hermes XVUTI 280. 




412 A. MARiaO 

Kook al |);tsi^o (li Demosti:ue {18, 121): ti XajQt'g Trlatteig 
t( aavtòì' oiU f àX6(ìoqìCbis f'ii ^ovto^i. Il titolo signifìcbo- 
rebbe dunque ' i rinaaviti '. Cf'r. il fr. 



EMnOPO£ 

Meiu. fr. I p. MS ^ Krinb ft-- 32 (Ath. 6, 227 e). 

V. 1. Il Nabf S. VII, 626) supplisce, il 

verso incompleto^ • «ri,; la congettura mi 

sembra assai nati izichè la cougettura del 

Kock: àjii)iiàf.Xnt 9 lontana dal testo, accet- 

terei quella dello aéfiv ■ . xiiS ^iov che trova 

conferma in Tln t. Eep. l,330d; Seuof. 

Cyr. ò, 4, ly. — V legge : avvi\)ta£, ina pre- 

ferisco il avvii)^ de' e al tswtEÌi del Kaibel, — 

V. 21. L'Elli^ (TI: irnal of. phil. VI, 293): 

I would tjuggest Ix&òv ^r/góv ' it is impoijsible to parobaae, 
in conaequence of your mouopolizing the market, the me- 
rest dry fish that has been left over '. La congettura ini 
sembra buona, non esatta tuttavia mi pare la spiegazione che 
l'EUis dà a fieralafietv ' to by after others, i. e. what bave 
rejected ', poiché qui il senso non è generico; interpreto: 
' comperare dopo che tu hai fatto provviste al mercato ' . 
Da rigettarsi è la proposta del Blaydes ix^v oùói'v' la 
quale è troppo lontana dai codici. — v. 22. Giustamente lo 
Herwerden mantiene la lezione dello Scweighàuser, accet- 
tata dal Mein., avvfjx»?, rigettando la proposta del Kock 
avvsTffx^?- — V- 23. Il BUydes e lo Herwerden leggerebbero 
olvov <J*> ; ma forae è preferibile olvov </>. — li Kock at- 
tribuisce i versi 21, 23, 25, 26 ad un terzo personaggio : ciò 
conferisce maggiore vivacità al dialogo. 

È questo il frammenio, se non il più esteso, certo il 
più importante per giudicare la ' via comica ' di che era. 
(miniata l'arte difilea. Poco posaiamo ricavarne per dedurre 
qualche cosa sull'intreccio della favola, ma possiamo am- 
mirare 1(1 si;liietto e naturale umorismo che anima tutto 
questo brano di dialogo vivace e bello. Si noti anche qui 



DIFILO COMICO. 413 

la tendenza del comico a concepire umoristicamente ciò 
clie per altri è grandioso e solenne, come l'accenno del v. 23, 
dove contrappone il glorioso aéhvov con cui venivano co- 
ronati i vincitori dei giochi istmici ^ cfr. Pindaro : nXóxog 
aeXivcov (ol. 13, 33); J(ùq(u)v asXlvwv (Xréyarw^cr (isth. 2, 16)' 
col aéXhvoVy cibo frugale dei poveri. 

La scena è senza dubbio immaginata a Corinto, come 
pensa il Meineke. A torto il Kock dubita che qualcuno narri 
' rem Corinthi factam ': si scemerebbe di molto l'efficacia 
immaginando raccontato un uso di paese lontano; di più 
dal senso del franim. si ricava che il primo interlocutore 
ha intenzione di far applicare la legge dei Corintii, l'altro 
infatti pare spaventato dalle sue parole ; notevole è altresì ' 
che il personaggio A parla sempre in prima persona plurale. 

Certamente non si potrà dare valore storico a questa 
l^gg© che il comico dice essere in vigore a Corinto, come 
mostrii di credere Ateneo nella citazione del frammento. 
Deve essere questo un espediente umoristico, con cui forse 
il servo astuto della commedia vorrà allontanare da Corinto 
lo scialacquatore, oppure venire a conoscere la fonte dei 
suoi guadagni. 

Che V'EfjLnoQog, da cui la commedia prende il titolo 
sia anche lo scialacquatore di cui parla il framm., non ab- 
biamo dati per affermare, mi sembra però assai probabile. 

Mein. fr. II p. 390 = Kock fr. 33 (Ath. VI, 226 e). 

v. 5. Il Blaydes interpreta tovtmv rettamente: IxO^vo- 
TTùoXcàv, di cui doveva essere fatta menzione nei versi pre- 
cedenti al frammento. — v. 7. Lo Herwerden sostituisce 
ydg a ^tv assai opportunamente. 

Il Bothe pose questo framm. prima del fr. 32, ma a 
torto, poiché il brano di scena che abbiamo sott' occhio 
mostra di far parte di un soliloquio che prepara il dialogo, 
di cui il fr. 32 è una parte. I lamenti contro il rincaro 
dei pesci possono spettare allo stesso personaggio, che in- 
terloquisce nel framm, precedente. 

Umoristica è l'allusione alla decima che dovrebbe ri- 
cevere Nettuno per essere ricco, quasi che gli dei avessero 
bisogno della ricchezza dei mortali. Si confronti Io stesso 



pensiero ironico in Luciano (Csrout>', 11). Irtiplioito è il 
raffronto ili Poseidone con Emcle a cui si otfriva la de- 
cima dagli uomini (ofr. Plauto Trac. 661, Baccli. 663, Most. 
983, Sticli. 233, 38G, 392). Notevole ancora è lo spirito di pa- 
rodia nell'allusioni^ al racconto omerico del riscatto di 
Ettore. 

Kock fr. 37 (Miller, Mélanges 356). 

La citazione di 'ApTf'ttuiv, poeta che passò pioverbiale 
col aopranuome d itQi^ràvt^Qo;, si ricongiunge 

colla commedia a . Ach. 850 sgg.ì : Aristo- 

fane fa la parodia loreoiite '"i (fr. 261 Bergkì 

in cui il ' famoso n(/.ÓQTjroi è ironico) Arte- 

mone ', viene ra] effeminato e presuntuoso. 

L'allusione difileu ja^satira letteraria della 

commedia antica. 



la sai 

I 



EISArìSMATA 



Mein. fr. I p. 391 = Kock fr. 38 (Atli. 4, 166f). 

Il Kock legge così il primo verso : et uni avv^Or^g, tPai^tft' 
&v eTi'j'xai'e)', correggendo fiij io ^uw ed accettando la con- 
gettura del Hobree tPatài/i' &v. Ma il senso è notevolmente 
modificato, né acquista certo di chiarezza; di piìi non mi 
sembra che tPadtfini sia nome di commedia, ma piuttosto 
di personaggio reale (cfr. Hom. Od. 4, 42. Thuc. 6, 42. 
Uem. or. 19, 146 b) come Kt^oitìttoì che segue poco dopo. 
Tengo dunque la lezione che dà il codice Marciano ripro- 
dotta dal Kaibel, ed intenderei, non come il Bothe ' Phae- 
dìmum Cteaippi amicum magia idoneum esse dieit ad fe- 
rendam eam tegem ', poiché non si vedrebbe il fine comico 
della citazione di 0aiit/ios, ma piuttosto, immaginando che 
costui rivesta una pubblica carica: ' se l'amicizia e la 
pareutela, che Ctesippo ha con Fedimo, non rendesse inu- 
tile qualunque proposta di legge fattn contro di lui, pro- 
porrei che ecc.'. Io vedrei una doppia satira nel fram- 



i)Cf.»'ryt, carni, rell. 112. Wclchr. Ilheio. Mus. (Utafi) p. 156 agg. 



DIFILO COMICO. 415 

mento, contro lo scialacquatore Ctesippo e contro Fedimo 
che, potendo impedirne gli abusi, non lo faceva. — Nel v. 6 
bene supplisce il Kock la lacuna tra iva e Xiv^ov leggendo 
iva &€ivM X(&ov. — Il B^aibel punteggiando dopo A/»>ov, 
legge il V. 6 in questo modo : àfjia^iaTov xal atfóòqa eéisXil 
Xéyco e spiega: ' ne scilicet operae praetinm sit venum- 
dari '. La proposta mi sembra eccellente poiché scioglie 
assai bene le diflBcoltà d' interpretazione che presentava il 
verso. Non mi pare invece rilevi il senso lo Herwerden. — 
Bene il Kock spiega àiia^iaXov ' molaris ne possit moveri '. 

Il frammento è certamente oscuro anche in questa se- 
conda parte: il Mein. confessava di non saper trovare ' quid 
iocus acrimoniae habeat '.Se si pone mente però al signi- 
ficato dell'aggettivo àfia^iaiov, sul quale pare sia riposto il 
senso umoristico del frammento, i versi non sembreranno 
tanto oscuri. Il comico colpendo colla sua satira lo scia- 
lacquatore Ctesippo, che non rispettava neppure il monu- 
mento del padre, il glorioso Cabria, dice che si verrà più 
presto al termine della costruzione deponendo una sola 
pietra all'anno, ma di gran mole e di poco prezzo, poiché 
Ctesippo non avrebbe la possibilità e non troverebbe d'al- 
tra parte alcuna utilità nel portarla via e venderla. 

E degno di nota che il comico lanci il suo frizzo con- 
tro un contemporaneo Ctesippo, anzi, secondo quello che 
sostenni dianzi, contro due contemporanei Ctesippo e Fai- 
dimo ed elevi la voce perchè sia tolto un abuso deplorevole 
che ridonda a disonore della città. Non si può non ricono- 
scere il fine civile di tale satira. Un accenno a satira contro 
Ctesippo vedemmo anche in Menandro COgyil fr. 1). 

Col titolo è in relazione il primo frammento: l'allu- 
sione a Ctesippo, violatore del sepolcro paterno, deve es- 
ser*' venuta a proposito nella trattazione di sacrifici funebri 
espiatori. Abbiamo già dimostrato che questa commedia si 
deve annoverare tra le prime del poeta: lo mostrerebbe del 
resto anche il framm. 38, il quale indica, per la satira ardita, 
che appartiene ad un periodo più vicino a quello in cui 
erano permesse le audacie aristofanesche. 



SuiJa e Fozio uiUtio iiiit* eooirnedja dal titolo ^BvayiCo^ ■ 
Tsg riferendola a Difìlo: probaliìlraente, come pensa ancbe 
il Meiiieke, si tratta dello stesso dramma. 



EnUtKAZOMENOS 

Mein. p. 393 = Kock fr. 40 (Poli. 10, 137). 

A proposito della carola d'orìgine straniera xarÓiita- 
lig il Denis ') l lile ne se défendait paa ce 

comique facile ' straniere per avere occa- 

sione di spiega' itta evidentemente dì tina 

parola che, qua i, ora entrata nel dominio 

della lingua naz tfenandro {fr. 82), di xàvàvc 

parlano anche j 1, 3, 2; 8, 3, 131 e Luciano 

(dial. mort. 14, ise di parola attica. Il per- 

sonaggio A è p. lervo zotico. 

Al titolo "e rticipio che ai trova speuso 

in nnione con xXì^giiv {Liys. ir. 16, Deni. 1051, 6) daremo il 
significato di : ' colui ohe reclama l'eredità appellandosi al 
tribunale '. Il Bothe : ' lieredìtatein petens '. Non è però 
escluso che sia sottinteso un genitivo di altro significato. 
Nelle imitazioni latine troviamo spesso rappresentati i ri- 
corsi, nelle contese, al giudizio dei magistrati. 



EniKABPOS 

'ETTlxlrjgo? è spiegato dn Polluce (3,33): fj e'm rrnviì 
i';ì x<l»}<»'j> TQtifiOuévì^ nóvrj tfcyàrrjQ ÌTtixlrjgog, nsgióvToi re loù 
ifutQÒi; xaì àno^avóvtog. L'assegnamento dell'eredità a queste 
figlie uniche era spe.sso causa di liti giudiziarie (cfr, Meìer 
nnd Schoemann Ath. Process ]>. 468): questo poteva far 
parte dell'intreccio. 

I) Denis. La cumédiu gracque p. 4'20 È curioao come il Denis 
alFurnii che la citazione di parole nuove o straniere è un carattere 
della commedia di itiezifo. I gemmatici, che ci haano tramandata 
tanta parte dei frammenti non U: andavauo forse oeicaado a bella 



niFiLO COMICO. 417 



EnìTPODEYl 

Come spiega il Meineke, 'Enngnnsvq è ' incola pagi 
^EnnQowfi ' . Pare fosse frequente presso i comici intitolare i 
loro drammi dagli abitanti dei demi attici. II contenuto di 
questa commedia era forse di satira. 



znrPA(i>02 

Mein. fr. II p. 394 = Kock fr. 43 (Ath. 7, 291 f). 

V. 1. jQdx(0Vy secondo TEtim. M. da ÓQdxa) = fiXénw, 
lo apiatorey nome volgare di schiavo. — v. 8. Rettamente lo 
Herwerden sostituisce (Criticai Review 1893 p. 167) a jni- 
a&odv il medio fj,i<r&oi><r&\ — v. 10 sgg. : forse vi è una leg- 
gera ironia nell'accenno al sacrificio dopo che la nave fu 
quassata e malconcia. — v. 19. Il Rock sostituisce, ad ^- 
noifTjxwgy sdoÓTjxwgy ma la proposta non mi pare accettabile : 
s^odrjxùng avrebbe un significato analogo ad sénaxhfiq che pre- 
cede, mentre e^ogrjxdg aggiunge una condizione essenziale 
per un padrone, quale cerca l'abile fidyeiQog, Il verbo eùnogéoù 
sottintende in questo caso ùQyvQlov^ XQrjiAaviov (ofr. Autiph. 
Meineke III 133 [4. 2]), ed è usato spesso anche assoluta- 
mente (cfr. Apollodoro fr. 16, Alesside fr. 98, 3, Menandro 
fr. 301, 8 ecc.). — v. 21. La correzione del Kock di XctXdtv 
xà in jf^cdv T€ è troppo lontana dai codici e modifica radical- 
mente il senso. Cfr. del resto Menandro fr. 166. 3. — v. 23. 
Meglio che, col Naber, énbdvv, le^'go énexvips col Preller 
(Phil. Ili 522), che portò opportunamente a confronto il 
passo d'Aristof. Vesp. 665. — v. 26. Il ringraziamento del 
cuoco a Giove Salvatore per avergli fatto trovare lo scia- 
Ione e fuggire lo spilorcio, è sommamente umoristico. — 
V. 29. èvevQTjiiéva cod. A, ma la voce è usata solo dagli scrit- 
tori tardivi, meglio col cod. B. àvsvQrifiéva, 

Il frammento presenta una lunga parlata di un fnàyeiQog, 
il quale Tcgòg odg ixfiiaO^odv ainòv dtl didàaxei (Ath. 7, 291 f), 
con //QaxtoVy un TQa7i€^onoióg, che egli sta per assumersi 

studi ital. di Jilol, claaa, XV. 27 



418 A, MAUiuo 

quale aiutante uel servizio del suo padroni*; il cuoco esaltn 
la sua perspicacia nalla scelta di colui, al iiuale egli vuol 
prestare l'opera sua. Il verso 6 contiene lo stesso pensiero 
espresso nel framm. 17 v. 4 vgg. 

Il fnimmento ha qua e là motti di spirito, ma la lunga 
parlata non apparisce cosi vivace come il dialogo del fram- 
mento 38. La comicità di questo brano sta nell'espressione 
dei sentimenti grossolani di questo ciiouo, coiiveuienti alla 
volgarità del pei 



Il corso del 
sie. questo : dopc 
vizio di uu avai 
quello che venut 
piaceri, torna a [ 
desidera avere, 
monio, e di quel 

G-li ultimi ( 
initnagiua tenuto nei. 
avvisa Draoona che vi 



)Q è molto ordinato, pare 
le egli non sì pose al ser- 
se ne andò subito presso 
erperatore ed amante dei 
9I)ecie di padroni ube egli 
ti che rovinano il patri- 
a, i parchi ed avari, 
mostrano che il dialogo si 
verso un iTupi'*rot : il cuoco 



stanno celebrando le feste Àdoaie 
e che troverebbe di ohe saziarsi abbondantemente. 

Non molto si può ricavare dal frammento per l'in- 
treccio. Mi pare legittimo inferire che nel nopvttor, dove 
si recano il cuoco e Jgaxwv, sta appunto il nocchiero che 
venne da Bisanzio. A questo infatti il cuoco dice di avere 
offerta l'opera sua, prescegliendolo tra tutti. L'ipotesi è 
confermata anche dai versi (inali : V'Aiévia àyovai dei tv. 39 
sgg. corrisponde perfettamente e.\V'ÀifQoéiffta . . . 7ioi<òv del 
V. 22, poiché le due espressioni hanno senso generico: qui 
il cuoco aveva detto che il nocchiero appena sbarcato s'era 
dato ai piaceri d'amore, negli ultimi versi è indicato il 
luogo, ove TiokvteX&g 'Aàwvia àyovai. 

Fissato dunque quale personaggio de) Zwy^a^og il vav- 
xXfjfog allegro e fortunato, che fa tanti guadagni navigando 
da Bisanzio, è assai probabile che nella trama della com- 
media abbia parte un rapimento di fanciulla libera, un 
motivo spesso usato dai comici della vs'a, (Cfr. Miles glor.; 
Rudens ecc.). 

Mein. fr. I p. 394 = Kock fr. 44 (Ath. 6, 230f). 



Din LO CONICO. 419 

V. 4. 11 Kock corregge infxxs^ preferisco, perchè più 
vicina al cod., la lezione dell' Erfurdt (Observ. p. 467) infi^s, 

V. 5. %ov%oig forse e da sostituire con an verbo. 

Il frammento pare tratti della descrizione di un ban- 
chetto. 11 Kock giustamente pospose questo framm. al 43 
pensando che il banchetto, di cui qui si parla, sia quello 
al quale si accennava noi framm. precedente. 

Mein. fr. II p. 397 = Kock fr. 45 (Stob. Fior. 106, 6). 

È una sentenza, che in forma elegante, esprime un giu- 
dizio pessimista sulla vita umana: vedremo da altri fram- 
menti, e specialmente dalle imitazioni latine, come nel» 
Popera del Sinopense domini un fondo serio e filosofico: 
si confrontino le scene I 3, I 4 del ' Rudens '. Il tono non 
lascia sospettare che qui si tratti di parodia filosofica, Stobeo 
o il suo autore non avrebbe accolto nel ' Florilegio ' la 
sentenza se essa avesse nella commedia tale significato. 

HPAKAH2 

Mein. p. 379 = Kock 46 (Ath. 10, 421 e). 

V. 2. Invece di i^v/xov,u€vov il Kock legge xàfi(pva(bfi€' 
vov che conferisce certo efiìcacia all'immagine; meno ardita 
è la correzione del Mein. xeé&vfxovfxsvov. 

Ateneo nel citare il frammento ci dice che esso si ri- 
ferisce 7T€QÌ Ttvog {tóòv òf.ioiwv) TioXvffàyoìV. Il Kock pensa 
che le parole del frammento sieno di Ercole; ciò è assai 
dubbio per l'espressione indeterminata di Ateneo nsQC tivoq. 
La rappresentazione però di Ercole noXvq)dyog non è estranea 
alla commedia: Aristofane riproduce il dio come un ghiot- 
tone grossolano nelle ' Rane ' con una pittura vivacissima: 
tale rappresentazione era, assai verosimilmente, anche in 
Difilo. 

Il linguaggio del frammento ricorda le audaci licen- 
ziosità della commedia aristofanesca. Il verso 3° credo si 
possa tenere come una prova che il ' phallos ' faceva parte 
degli ornamenti che portavano talora anche gli attori della 
véa. Ciò che del resto mostrerebbe anche il verso 432 del 
'Rudens': 'meus quoque hic sapienti ornatusquid velim in- 





^^^^^^^^H 


420 






m 


diciura facit '. Ed 


tillf 


i scena II 4 dì (juesta commedia ^| 


plEiatiQH, R oaì il varso 


citato appartiene, deve corrispon- H 


dere in modo molto 


sin 


Hle quella del pri^i^eute frammento. ^M 


L'argomento de 


ita 


commedia è senza dubbio una pi- H 


rodia mitologica: il 


mi 


to di Ercole si prestava meraviglio- H 


samen(e alla caricat 


lira 


, e dai comici più antichi esso fa ^H 


trattato largamente: 


; tra i poeti della véu, solo da Difìlo : ^| 


la commedia è dunq 


me 


da attribuire al primo periodo del- ^H 

1 


l'attività dramm 


BPOS 




1 


Mein. p. 39e 




(Ath. 9, 371 a). H 


Nel frammei 




ente la derisione dei pu- ^M 


risti pedanti dell' 




mi sembra di riscontrare ^M 


in esBO lo ste^HO 




iamo nella spirita:^^ laXtd V 


di Luciano intitola. 




, t'iTMv (ofr. in modo spe- 



ciale l'espressione del cap. 9: odii itiv ev xi^nOK ^siaànsvov 
aivtXitav). 



QBSAYPOS 

Mein. p. 399 = Kock fr. 48 (Stob. Fior. 12, 12). 

La sentenza è da riferire ad nn personaggio della com- 
media che sta ordendo un inganno e cerca di persuaderH 
altri alla menzogna perchè serva ai suoi scopi. 



La commedia è probabilmente d'iutrecuio con carat- 
teri propri della véa, per quanto possiamo desumero dal- 
l'osservazione che dei sei poeti, che trattarono questo sog- 
getto, cinque appartengono all'ultima età. 



Mein. fr. I p. 399 = Kock fr. 49 (Ath. 6, 262a). 
i^'oiftoxóXa^og è Sna^ etgijfttvov, il Bailly traduce : ' qui 
I laisse souffleter ponr un morceau de paio on de vinnde, 



DIFILO COMICO. 421 

■ 

vii parasite ' ed il Pape : ' der Ohrfeigeu fùr Bissen hin- 
nimmt, ein niedriger Schmarotzer \ 

Il verso mostra d'appartenere ad una scena in cui due 
servi si lanciano a vicenda ingiurie: il ÓQaTtèTrjv indica 
senza dubbio che si tratta d'un servo. Probabilmente, come 
nelle scene I 1 della Casina e della Mostellarìa, i due servi 
saranno stati l'uno còmpagnolo, l'altro cittadino. 

Mein. fr. II p. 399 = Kock fr. 60 (Ath. 10, 461). 

Dalle parole di Ateneo possiamo congetturare che 
l'azione s'imaginava a Samo {xógag 2a(i(aq). 

Quello che abbiamo innanzi non è un aneddoto narrato 
da qualche personaggio (in questo caso Ateneo l'avrebbe 
riferito nella sua integrità), ma una scena di notevole 
estensione. E questa era con grande probabilità un ban- 
chetto, (come ci fa supporre l'espressione Uótovioiat che è 
da raffrontare col v. 39 fr. 43), a cui avranno partecipato, 
con le tre fanciulle, alcuni efpr^fioi : imaginerei la scena 
analoga a quella rappresentataci da Plauto nella Mostel- 
laria I 4 ; se non che, in questa di Difilo, le etere vi dove- 
vano avere parte maggiore mostrando il loro spirito pronto 
e salace: la proposta dell'enigma sarà certo venuta da ta- 
luno degli s^rj^oi presente al banchetto. 

E degno di nota come Difilo non isdegnasse intro- 
durre nella commedia parti che non avevano nulla a che 
fare coll'intreccio e che conferivano solo ad un fine umo- 
ristico. Ed il vedere che l'umorismo era, in questo caso, 
nell'oscena libertà di linguaggio ci fa pensare che la com- 
media Qrjasvq sia tra le prime composte da Difilo. Già, se 
non fosse altro, lo mostrerebbe anche il titolo che accenna 
ad un intreccio di parodia mitologica. Abbiamo però un ar- 
gomento ancora più decisivo: atvayjiiaioìàco^ xfofio^idslv è de- 
signato dall'Anonimo [IsqI xw/c. VII 8 come una caratteri- 
stica della (AbCìi, 

KI&APnU02 

Mein. fr. II p. 400 = Kock 59 (Poli. 10, 62). 

Si noti il gioco di parole che il comico fa con ^vùtgiv 



Ì3Z A. HARICIO 

(apecie dì vestito; cfr. Arisi. Kob. 70) e SvfftQitv (Btriglin): 
non SODO dunque estranee a Difilo ie allitterazioni e Io figure 
etimologiche di cui Plauto fa larghissimo uso. 

La citazione che del fminiii. fa Polluoe: ^i^tXos nov 
é'v niitag<iidr{' (ii'(}(>( tìgijMtv xii,. sembra atrana al Kock ed 
al Meìneke, ohe legge àvÓQix^. Ma l'epiteto mal si cou- 
vieiie a xt!}aQirióni\ l'aggiunta àìWj^ del resto non ha nulla 
di strano se si confrouti l'espressione ;ti&aQtpÌòg yvvlj in 
Alcifrono 3, 33. 

La figura del citaredo è rappresentata assai spesso dai 
comici ed antichi e nuovi. 

Probabilmente era il cantore che rallegrava nella com- 
media i banchetti (cfr. Clearco fr. 2), forse non senza, nella 
rappresentazione, un intento di parodia dei gloriosi cita- 
redi dell'epica antica. 



Il Ribbeck riferì all'originale di Monandro la comme- 
dia di Tnrpilio, iptitolata ' Lmicadia ' e dì questa riiiscì a 
stabilire con sufficiente probaliitità 1* intreccio '): ima fan- 
ciulla perdutamente innamorata di nn nocchiero, Faone, 
che aveva avuto da Venere in dono un prodifi;ioso unguento 
por rendersi amanti le donne, disperando di ottenere l'amore 
del giovane, si gettò ilal monte Leucade. 

Il Bergk non crede si deva riferire la ' Lencadia ' di 
Tnrpilio d> cisnmente a Menandi'o, ma cuu pari ragione ai 
possa pensare alla .tfvxntfia di Difilo o di Alesai. Per qnanto 
riguarda però la commedia dì iniest'uttimo, il doppio titolo 
sarebbe indice d'un altro intreccio. ' La donna di Leu- 
cade ', ad ogni modo anche presso Difilo è quella stessa 
probabilmente di cui tratta il racconto dì Tnrpilio, la poe- 
tessa Saffo. E noa può essere un duplicato di rappresen- 
tazione colla commedia che reca il tìtolo di Saitifàt: qtti il 



') JJ. LXIX 84 «Kg. dove il Eibbeck rìco.ilniisoe la favola sul 
fo 11 amento del passo di Servio (in Verg, Auii. Ili 27^). Ctr. aaaha 
Uibbeck; ' Comicorum lutiaorum roliqiiiae ' p. tìl. 



DIFILO COMICO. 423 

poeta rappresenta la poetessa, circondata da amanti, lieta 
e felice a banchetto ; nella AfvxadCa invece riproduce sotto 
un altro aspetto la tradizione: gli sfortunati amori per 
Faone e la tristissima fine della poetessa. Le smanie d'amore 
non corrisposto avranno dato argomento a situazioni co- 
miche. 



AHMNIAI 

Mein. p. 401 = Kock fr. 54 (Ath. 7, 307 f). 

I versi sono detti forse da un servo ; cfr. Casina v. 801 sgg. 
L'argomento della commedia è di parodia tragica. I 

casi delle donne di Lemno e della loro regina Ipsipile, 
come avevano offerto argomento alla tragedia (Sofocle : 
yiTJfjtviM] Eschilo ed Euripide: ''Y\pinvXr]\ cosi ispirarono 
pure la commedia: che ai tristi casi delle donne s'aggiun- 
gono nella tradizione mitica gli episodi erotici che pote- 
vano essere presentati sotto un aspetto umoristico. A questi, 
io credo, avranno avuto specialmente lo sguardo i comici 
che intitolarono, come Difilo, i loro drammi Aififivim (Ni- 
cocare, Antifane ed Alessi [AiqiivCa\). E la mia ipotesi è 
giustificata dai framm. di Nìcocare, i quali mostrano che 
la commedia tratta di episodi che ebbero luogo dopo l'ar- 
rivo degli Argonauti. 

MA1N0MEN02 

Mein p. 401 = Kock fr. 65 (Poli. 10, 18). 

II primo verso indica ohe il framm. faceva parte di un 
periodo, di cui non ci è data che la fine: è audace quindi 
e non giustificata la correzione del Blaydes : nQÒq ènl noi- 
Toig e neppure mi pare di poter accettare quella dello Her- 
werden : ngoast' sxsig v€v, per la stessa ragiono, quantunque 
questa sia assai più opportuna p temperata: un ^x^ig o (pé- 
geig doveva avere il verso precedente al framm. — v. 2. 
aiyvvov non mi pare opportuno insieme cogli altri sostantivi, 
inclinerei a sostituirvi col Porson. Xdyvvov, — v. 3. àlXà 
xai è corretto arbitrariamente dal Blaydes in àXX* àvexvdig' 



^^^QIHii^H 


MARiao ^^^^^H 


Più abile, ma pure arbitraria, mi sembm la correzione del ^H 


Kook 'àXX' àxapij. — v. 4. L'aggiunta del prunome a prima ^È 


di o^bf^v, che fa il Blaydes, urta contro il senso del verso: ^| 


dg»óv è da riferire grammaticalmente a xvxXor. ^M 


Il framm. ci pariti d'nno aiffatiam^g: non potrebbe ea- ^H 


sere il Maivófifvoi che dà il titolo alla commedia? La rap- ^M 


presentazione di questo soldato, come ci mostra il fram., ^M 


è quella di un ' milcs gloriosns '. Penso all'uso omerico ^| 


frequentissimo 


ndicare il furore guerresco ^M 


(II- 21, 5; 9, 23 


i pare di sentire net titolo ^M 


una reibìnisceD: 


L tinta di parodia e siarei H 


tentato di dare 


senso di ' feroce nella mi- H 


schia come nn 


J 


MNHMA T. 


1 


Meiti. p. 4C 1 


S (Alt. 3, 124d). V 


Il framm. mostra d'esser tratto da una rappresenta- 



ztone di banchetto analoga a quella cui accenna il fram- 
mento 44. L'emisticiiio richiama l'aneddoto che Ateneo 
(XIII 580 a] racconta intorno a Difìlo ed a Qnatena: il co- 
mico mette volentieri sulla scena ciò che gli è famigliare, 
le spensierate conversazioni, rallegrate dal vino, che egli 
teneva di frequente con le etere. 

Il titolo Mviiftàxior farebbe pensare che l'argomento 
toccasse il culto dei trapassati, a cui accenna anche l'altra 
commedia, di cui già parlammo, ' 'Evayiaftaza '. 

nÀrKPÀTIA2TB2 

Kock fr. 67 (Poli. 9, 15). 

Son parole d'un soldato? Per l'argomento della com- 
media cfr. quanto dissi a proposito dell' ^Tro/San;;. 



aAUEPJSTAI 

Mein. p. 402 = Kock fr. 58 (Ath 10, 423 e f). 



D'.FILO COMICO. 425 

Il Blaydos osserva giustamente che di vij Jfa insieme 
coir imperativo non si hanno esempi: la congettura del 
Caseub., accettata dal Meineke e dal Kock, si fonda sulla 
lezione incerta delPA. : ys vtj àiw naXifq* Da questa, senza 
allontanarmi molto dal codice, congetturerei: ye %od Jió^, 
nat, óóg. L'espressione, che richiamerebbe cosi il mito di 
Ganimede, acquisterebbe assai d'umorismo. Il naióegaavi^gy 
che è evidentemente lui che parla nel framm., farebbe un 
indiretto paragone fra se stesso e Giove ; ci soccorrono al- 
l' ipotesi le spiritose scenette d'Olimpo descritteci da Lu- 
ciano (cfr. dial. deor. 4, 6). 

L'argomento di questa commedia, trattato anche da 
Antifane, è da annoverare tra quelli che spettano agli inizi 
della carriera del poeta. Non era costume di Menandro, e 
probabilmente neppure dei comici a lui contemporanei, di 
trattare gli amori dei fanciulli come ci dice Plutarco (Symp. 
VII 8, 3): odts nmóòg àggevóg iattv igmg èv toaovroig dgà- 
fiaatv, 

nAPA21T02 

Mein. fr. I p. 462 = Kock fr, 60 (Ath. 10, 422b). 

V. 4. Alla correzione dello Herwerden del verso cor- 
rotto e mancante : t^^ yaaxQÓg^ slg fjv nàvz* àv if.ifiàXoig 
àtaa, mi pare assai preferibile perchè più vicina al codice, 
quella del Meineke: ^qmzòv èf.i§alstg ànav (per ^gtotóg cfr. 
Euripide Suppl. 1110). — v. 6. Mein. àXÌL oùx I^tsqov sìg àyyog, 
Kock: ég odx ir. àyyetov. Forse è da preferire questa: il 
senso ad ogni modo è uguale. — v. 9-10. €Ìa(fÓQ€i è sospetto 
al Grotius che legge: slatfOQslg, Il Mein. corregge: eia(po- 
QsTv I TrdvT* €a'/\ Non sarebbe torse più semplice correggere, 
se fosse necessaria una corrt^zione, €ia(foQ(ò? colui che parla 
è certamente il parassita. Ma mi sembra che l'imperativo 
abbia tutta la sua efficacia umoristica. — v. 11-12 non danno 
un senso soddisfacente : h) Hirschig vorrebbe addirittura 
toglierli: ma i due versi, quantunque assai corrotti, dove- 
vano formare la conclusione del pjotto di spirito, il TàXai- 



426 A- MADIQO 

rav del V. 13 ritibiam» il taimniagoi à>^\\& citazione enrì- 
pidea. La correzione più soddisfacente mi pare quella del 
Kock: ' nàvia nov \ Sta tijr t. tà xaxà tavti^v y. ' quan- 
tunque anche cosi il senso non sia molto chiaro. 

La oitazioue di Euripide, fatta con una leggera punta 
d'ironia, è per noi un accenno letterario non privo d'ira- 
portanza. Davvero con molta ingenuità Eu^tazio paro in- 
tenda i versi di Difìlo, poiché egli concepisce il xutaxev- 
ffof come un epiteto rti lode data da Difilo al tragico {Eégt- 
nléi;v 6v xaràxei'anv 6 Jiyiiì.og eÌTier [Eiistat. J205, 20]), L'epi- 
teto di lode messo in bocca al par^issita cht:< cita versi di 
Euripide con fine di parodia, non può avere nessun valore 
obbiettivo: anzi è tutto umoristico ed ironico l'aggettivo, 
se poniamo mente al senso volgare che il parassita dà alla 
sentenza del tragico. 

La quale sentenza non è veramente quale la scrisse 
Euripide, che aveva detto : nx^ì ói XQslu fi ^ xax&g t' Òlnv- 
fi^vtj I j'aoijjp, df(f' Iji àè narra yiyvfZM xaxa (fr. 907 N (Cle- 
mente Aless, Strora 6, 2, 12]); il TaXatniDQoi; del comico 
modifica notevolmente il senso della frase tragica, lasciata 
poi interrotta a metà. Il frammento tuttavia non ha vero 
valore di satira letteraria, né si può dire che il concetto, 
a cui il poeta si ispirava sia quello stesso per il quale Ari- 
atofane nelle ' Rane ' deridevi! Euripide; egli cerca di ot- 
tenere un effetto umoristico e nuH'altro, non v'è sotto un 
pensiero più profondo. Il Baker (1. e. p. 216) interpreta bene 
il senso della citazione euripidea : ' (Diphilus) Enripideni 
videtur quidem laudare, re vera tamen, ut opìnor, parasitì 
persona ludicre inridet '; ma il critico non indaga il valore 
intimo di questa derisione, clie apparisce affatto superficiale. 

Il dialogo, se si tenga nel v. 9 l'imperativo che ha 
un significato assai umorìstico, deve svolgersi tra il pa- 
rassita ed il padrone, cui egli esorta d'essere generoso con 
lui di cibi e bevande d'ogni sorta. L'umorismo del fram- 
mento »ta neH'imiT.agine paradossale e nella sentenza euri- 
pidea, ad arte storpiata dal comico nella forma e nel senso, 
poiché certo essa doveva essure nota e famigliare al pub- 
blico attico. 



DIFILO COMICO. 427 

Mein. fr. Il p. 404 = Kock fr. 61 (Ath. 6, 236b). 

V. 6. Leggo col Dobree x^^Qc^ ^« ^«^ ì^ìV^^j P®r 1* ^^" 
monia del verso. 

Il frammento è assegnato dal Meineke e dal Kock, 
senza esprimere alcun dubbio in proposito, al ^Uagàanog^ 
di Difilo. Si osservi però che la citazione di Ateneo (ó àè 
nagà tol jKpiXfi) {nagùaiTog) ràde (fTqalv xtA), non dice che 
i versi appartengano alla commedia di cui parliamo (chia- 
ramente invece ad essa sono riferiti da Ateneo i fram- 
menti 60, 62: iv UaQuaiTOì^ e il fr. 63 év Tfp iè iniyQaifo- 
juiévqi nagaaiTCf) ógà/iati). Di fi lo, oltre che in questa comme- 
dia, introduce anche in altre il carattere del parassita: lo 
possiamo stabilire con certezza, dall'esame dei franim., per 
le commedie Swoogig e TeXéciaq, Non poteva dunque il 
framm. che stiamo esaminando appartenere ad un altro 
dramma del comico? 

Anche in questo framm. l'umorismo sta nelle ima- 
gini iperboliche : la figura del parassita, come quella del 
soldato millantatore nella véa^ non è un carattere tratto 
dalla vita, è una caricatura; il poeta può accontentare colle 
buffonerie, appropriate in bocca ad un tale personaggio, la 
parte meno colta del pubblico. 

Mein. fr. ITI p. 405 = Kock 62 (Ath. 6, 238f). 

V. 2. Leggo collo Headlam: 8xi, — Non metterei col 
Kock innanzi a jidQ ivccvasi un fx-Zi con cui si verrebbe ad al- 
terare il significato del verso: come nel secondo emistichio 
{fi dia(fx^€iQ€i dd(ùQ)^ si accenna anche nel primo ad azione 
delittuosa per rendere più umoristico il verso che segue, il 
quale dà una spiritosa conclusione àngoaóoxi^Tùìg, 

Ha importanza per l'intreccio della commedia la no- 
tizia che ci dà Ateneo a proposito di questo frammento: 
Ji(f'. (ÀeXf.óvioìv yiv€(Tk/at ydiiioìv tòv nccgàaitov noisT Xkyovxa 
xàóè xtX. Nella commedia avevano dunque una parte no- 
tevole i preparativi per le nozze; il banchetto nuziale do- 
veva essere una parte importante dell'azione. 

Le parole del framm. sembrano dirette a persona che 
vuol trattenere il parassita, [)er parlargli, mentre egli se 
ne va al banchetto. 



Mein. ir. IV p. 406 = Kock fr. 63 (Alh. 6, 247d). 
Le parole sono rivolte al parassita. 

È degno di nota come i frammenti abbastanza impor!' 
tanti che Ateneo oi dà dal ' Da^àanoi ' sono citati per iti 
loro contenuto comico non per una parola stnina o rara 
come molti altri, e riguardano tutti ìl carattere del parajssita, 
che è lecito p-."-»"! '" ■"«ot^orebbo il titolo stesso, avesse 




uno sviluppo I 
tutt'uno quei 
TsXéattti: il t 
non è ragione 



ci induce a ritenere col Kock 
a l'altra di Difilo intitolata 
era il nome di nn parassiti^. 



nEAIAJì 

V. 1. Il jpòv ijv; B. yXnifv^òf aqó^pa 
tfaxi\i; xiX. Ma a mi sembra uecessaria, l'in- 
terrogazione pote\» . .. \ parte clie precedeva il fram- 
mento. — V. 3- ngAttOTOv : il Kock corregge n^ooi{juov, il 
Bothe : §^uiri>v / òv, ma la oommedia poteva beo permettersi 
qnesto superlativo di superlativo proprio del discorso fa- 
migliare. — V. 5. Alla lezione del Blaydes preferisco quella 
del Kock : {imo « òvaàdrjg) oérog ^v yipAs àv»iav. — Il v. 6 
è assai corrotto e male si presta ad una lezione soddisfa- 
cente ; lo Schweighauser propose Sf noXXà za^pav iti- ma il 
senso mi sembra ugualmente oscuro. 

I versi sono forse pronunciati da nn parassita poco 
soddisfatto del banchetto per il quale aveva ricevuto l'invito. 



\ 



Quale motivo degno della commedia poteva trarre Di- 
filo dal mito sommamente tragico delle ' Peliadi ' che con 
Medea cossero le membra del padre? Mi soccorrono i versi 
che nel ' Budens ', imitazione di un dramma difìleo, pro- 
nuncia il parassita Charmides (501 sgg.): 



' Sceleatiorem cenam cenavi e 
Quam quae Thyestae qaoadai 



tntapoaitast et Tsi 



i quali concordano nel concetto co) frammento della Itt- 
Xiààts- Non sarebbe per avventura da questo motivo unto- 



DIFILO COMICO. 429 

ristico (il mito di Tieste e quello delle Peliadi hanno qualche 
somiglianza) un po' largamente sviluppato che la commedia 
prende il nome? 

Nessun altro comico intitolò nskiàóeg una sua corame- 
dia; assai incerta è la congettura del Crusins *), fondata 
sul fr. 245, che Antifane abbia trattato l'argomento tragico. 

DHPA 

Lo Schoell (Rh. Mus. 43, p. 298) considera questa com- 
media come l'originale del ' Rudens ' plautino. Sulla pro- 
babilità di questa ipotesi parleremo più innanzi. 

È arbitraria la correzione del Kock di IIifiQa in Ilégga. 

nAiN@oa>opo2 

A lumeggiare il titolo che suona oscuro e strano credo 
serva il passo di Luciano (Car. 11): ' nXivK^ovq xoì IIv&if(i 
XQV(fdg àvatix^T^ai pucx^òv t(3v %Qr^aiiòiv^ é(f &v xaì ànoXeivai 
fjixQÒv -daxBQOV' (fiXófiavTig óè ó àvijQ exTonoìg ^ (detto di 
Creso). In relazione a questo passo spiegherei UXiv&o^ÓQog 
' il portatore dell'offerta votiva '. Il contenuto della com- 
media non potrebbe essere di satira contro l'arte divinatoria, 
secondo il concetto di Luciano ? Accenni a tal genere di sa- 
tira troviamo anche nel ' Budens '. 

no^rnpArMnN 

Mein. fr. I p. 407 = Kock fr. 66 (Ath. 6, 225 a). 

v. 4. Leggo col Kock ànavzaxod, — v. 13. In nQoaané- 
dtììxév nulla mi pare da correggere (Bothe: ttco?, anéòuìxsv, 
Kaibel : %ót ànédmxBvY il nQoàanoiiócùiiU, ' rendo in più del 
dovuto ', ha senso umoristicamente ironico: ' ti restituisce, 
facendoti fare questo bel guadagno, monete attiche'. — 
V. 14. Leggo col Kock óij. 

Frequenti sono, specialmente nella commedia di mezzo, 
le invettive contro i pescatori. Cfr. il fr. 33 di Difilo. I 
primi due versi attestano che la scena è fuori d'Atene. 

Al titolo della commedia noXvngdy^bov darei, piuttosto 
che il significato di ' faccendiere ', quello che la lessi ha 

«; Philologus XLVI, Coniectaiiea ad com. gr. fragm. p. 606 e 630. 



presso Lisia (120, 20) tli ' intrigante '. On» questo titolo s 
accennti probabilmente al servo abile ed astuto che ha tanto \ 
spesso una parte prìucipalissima nella palliata. 

nrpPA 

Il Kock annota: ' mulieris nomen esse videtur '. 
l'ipoteBÌ del Kock è vera dobbiamo avvicinare questo titolo 
con quello dì ^ipvwp/s. Pensando a Pirra, moglie di De«- 



litologica. 



I (Ath. U, 487al. 
di Saffo rivolte a 



Anti- 



\th. 13, 599d). 
aveva cantato la poetessa ' 
mmaginato che corressero 
ori lirici e le due amabili 



calione, avremn 

2An0SÌ 

M*-in. p. 40 

Sono evide: 
loco in un ban< 

Mein. 409 = 

La legge nd 
di Lesbo (Arist, 
rapporti d'amorf 
figure troviamo spesso congiunte in rappresentazioni va- 
scolari '). Ma l'invenzione di Difìlo, che fa amanti di Saffo 
Àrchiloco ed Ipponatte, i due poeti famosi pei giambi vio- 
lenti e mordaci, non ha fondamento sulla tradizione: forse 
questa nnione dei poeti, d'indole così divema. era «n motivo 
comico. Ancor meno è rispettata la cronologia, che Archi- 
loco, Saffo, Iponatte spettano ad età differenti: oltre 150 
anni corrono tra il fiorire di Àrchiloco e di Ippooatte : 
Saffo non è contemporanea né all'uno né all'altro poftta, 

Il comico poteva ricavare dalla sna invenzione parec- 
chi motivi di riso ; oltre la rivalità di Àrchiloco ed Ippo- 
natte, la tradizione stessa ne prestava materia: gli amori 
sfortunati dei tre poeti, i desideri erotici in (contrasto colla 
deformità fisica, erano buoni argomenti per la vena umo- 
ristica di Disio. 

Mein, p. 409 = Kock fr lì (Poli. 9, 81). 
ColI'Hemsterhusius mi par di sentire nei versi la satira 



I) Jahn, Dnriitelluugen griechischer 



Dichtoi- aut* Va. 



DIFILO COMICO. 431 

dei costurai lussuriosi dei siciliani. E satira contro il po- 
polo siculo deve avere contenuto tutto il dramma; si pensi 
come il comico abbia ritratto nel ' Rudens ' il carattere 
del ' siculus Charmides '. 

Non ha fondamento l'ipotesi del Bergck (Grieoh. Liter. 
IV, 181) che la scena di questa commedia si svolgesse fuori 
d'Atene. 

2ix€hxóg è pure una commedia di Filemone. Dalla ci- 
tazione di k{tQa^ che Polluce in altro luogo (4, 176) riferi- 
sce a Filemone, non è lecito sospettare, come fa il Meineke 
(I 456), che nel passo 9, 81 al nome di Difilo si deva so- 
stituire quello di Filemone; anche Fozio afferma : kitga ^v 
fièv xaì vofuiafià t/, ég J((pikoc, Polluce stesso ci dice : tóHv 
KOìfiUlìàtòv tiveg tfjg lirgac fuvrjinovevovaiv. Parimenti ingiusti- 
ficata è l'ipotesi del Kock : ' fortasse Diphilus Philemoneae 
Siaaxsvijv scripsit '. 

2rNTP0(P0I 

I avvTQotfoi, da cui prende titolo la commedia, sono 
senza dubbio avvéifri^oi^ tra cui la convivenza continua e 
l'educazione comune alimentavano talora forti amicizie, che 
diedero materia ad intrecci svariati di drammi. 

L'intreccio può essere analogo a quello dei 2vvano^inij- 
axoriscy col qual titolo si allude pure probabilmente a avvé- 

2YNQP12 

Mein. fr. I p. 411 = K. fr. 73 (Ath. 6, 247ab). 

V. 1 Leggo col Blaydes : ànò zovxov, — v. 10. Tengo 
la lezione del cod. A coi^ non correggo col Mein. in ^oi. 

I versi fanno parte d'un dialogo tra una etera (pro- 
babilmente Sinoride stessa che dà il nome alla commedia) 
ed un parassita, come indicano chiaramente i versi 4 sgg. 

Quando il comico presenta nei versi 4 sgg. Euripide 
quale odiatore di donne, non fa che continuare la tradi- 
zione aristofanesca (cfr. Lisistrata, Tesnioforiazuse); ma egli 

10 vuol far passare anche come favoreggiatore dei paras- 
siti, e cita per euripideo un verso, che è di sua invenzione. 

11 verso 7 è veramente d'Euripide (fr. 187, 1 N), ma il 



pensiero de! tragico uou q coinpleto, come è oitato da Dìfilo. 
Av^Q yàp Scili; fS ^tuv xiKTrjftèvoi | jà /lèv »ea' ouiovf àftf 
X(a TiaQfii S^, aveva scritto Euripide; ed il comico, omesso 
il secondo verso, volge il primo a significato umoristico 
unendoveoe uno di fua iuvenzione e chiudendo l-ou iiaa 
citazione solenne veramente euripidea. Il verso 9 è infatti 
il V. 535 dell'Ifigenia Taurica e la situazione a cui appar- 
tiene è estremamente tragica; Ifigenia, udito che il 6glio 




. ritornato in patria, lancia 
ioni^ augurandogli che egli 
terra natia: òkoim, vóatnv 
itissima è la parodia dello 
punto in questa chiusa so- 
ppresso nei due versi che 
; il modo con cui il paras- 
fa dei versi euripidei : «^ 
He&u, quasi che il pensiero 
Lutta la sua integrità. 



di Laerte, viva 
contro di lui m 
perisca e non r 

stile trngico ; 1' 
tenne data al p 
precedono. Ed 
sita giustifica !o 
yàQ TÒ à$à[ia lói 
nella ciiazione t 

Anche in questo fr., come nel fr. 60, non vedrei col 
Backer (o. e. p. 216) una derisione (lei tragico, ma un sem- 
plice motto di spirito. 

Jlein. fr. II, HI p. 412 = Kock fr. 74, 7& (Ath. 6, 247 e). 
I due frammenti che Ateneo cita uno dopo l'altro (il se- 
condo con un xaìè^ij^) si dovevano seguire nella stessa scena 
della commedia. Anche qui la scena non è nuova, abbiamo 
la rappre:^entazione di un banchetto: due personaggi del 
dramma, tra cui probabilmente Sinoride stessa, si burlano 
del parassita e lo fauno adirare. Il v. 1 mostra come Ìl 
tipo di parassita, che la commedia amava rappresentare, era 
un carattere docile e mansueto quale si conviene a chi è 
sempre pronto alla servilità- 
li pensiero del verso 6, che concorda anche col framm, 
di Gratino 243, mi pare significhi: ' ornamento apprezzato 
dei banchetti è, dopo il citaredo, il parassita '. Ed in realtà 
i due personaggi della commedia nuova non dovevano dif- 
ferire molto tra loro: ufficio dell'uno e dell'altro, due buf- 
foni per .società allegre, era dilettare. Meno volgare però 
il citaredo : l'epica ce l'aveva rappiesentato nei banchetti, 



^ 



solenne cantore delle ge:4la d'eroi, eocitametito a belle im- 
prese guerresche ; la commedia Io presentava nei banclietti 
essa pure, ma forse come recitatore di versi salnci, accom- 
pagnati colla cetra. 

Mein. fr. IV p. 413 = Kook fr. 77 (Alh. 14, 667 e). 

Leggo collo Stt^phauiis f';[ijvf rrag : infatti Ateneo Del ci- 
ture il framm. dice: x'ì^'^t^^*' ^^ tt^r^ai >tik. Il Meineke 
aveva atfermato giustamente che i fr. 73, 74, 7.^, 76 ap- 
parteiigODO tutti ad una medesima scena; ora io aggiunge- 
rei che alla stessa scena spetta anche questo fr. 77: le 
parole del verso sono dirette ad un citaredo che aveva can- 
tato male ed il framm. 75 lascia supporre che il citaredo 
fosse presente al banchetto; perché si direbbe altrimenti: 
' (isxà %òv xiìfaQipSòv ò nttQuatzog x^iverai ' ? 

Il Kock legge: i,l naqà Ttfin^i'ov a spiega: ' discipuli 
et successores '. Non si capisce quale valore abbia l'accenno 
satirico a questo celebre citaredo, morto fin Jall'Ol. 106, 4. 
Senza alterare il testo, tengo l'opinione del Meineke, che 
vede nel fr. la derisione d'un contemporaneo. 

Il titolo di questa commedia ci è spiegato da Ateneo: 
Svi(oQ{i, fiaigag dvofta (6, 247a) ; ed egli ci dice ancora che 
questa etera era sopranominata fj liixviig. Parrebbe dunque 
veramente che essa fosse una donna reale, non imagiua- 
ria del poeta. Si rammenti il passo di Ateneo (XIII 579f) 
dove racconta che Guatena temeva di essere derisa sulla 
scena da Difilo. Anche con questa etera Sinoride fu il poeta 
forse in relazione. 

La commedia è da porre tra le prime che il poeta 
compose, poiché l'uso d'intitolare commedie dal nome delle 
etere è proprio della /iter»;, e d'altra parte abbiamo notizia 
(cfr. Ath. 6, 247, e) di una posteriore ^laaxfK'^ di questo 
lavoro. 

SXKHA 

Lo Studemuud {Zwei Parallel-Koratìdien des Dìphilus. 
Beri. Woch. 1882, p. 1336) dimostrò che questa commediii 
fu imitata da Plauto nella Vldnlnria. A itxfSia anziché dare 
«ludf itaU di nm. ciaf XV. i-. 



4^ A. MAUKIU 

il siguificuto, cliQ Ila ucH'Odìssea e altrove di ' zattura ", 
preferisco quello che la tensi ha in Euripide (Heo. 113) a 
Teocrito {16, 41) di ' nave '; cfr. i t'raiiiraeuti della ' Viiiu- 
laria ', e special mente il IX. 

Meio. : fabnia videtur a[jpellata ease a parasiti qnodam 
cognomi ne. 

Notevole Ìl pa^so di Ateneo die riguarda questa com- 
media (6, 258e) : xfX"0">"i^Q»'f rf* &ì *'' fiàXiam fTTiiieidig 
lòi' xóXaxa Mi'vavdQog èr rnì ò/iuivvftip rf^a/tait, &i »aì ròv 
rruQàanov JiifiXog fi' Te3ieai(;c. Da cni potremmo ricavare 
che qnesta era una delle commedie meglio riuscite per la 
pittura de! carattere del nagàaitog, Ìl quale doveva essere 
distinto da quello del xóla^. 

Nelle parole di Ateneo troviamo inoltre buon fooda- 
mento per respìngere l'ipotesi del Kock che que^^ta com- 
media aia tutt'uDO coll'altra intitolat.i flaQuanog'- infatti 
Ateneo avrebbe detto come per il xóXct^ di Monandro : tòv 
Tia(tàanov JitfiXoq iv v-ì òtioiróli'p àoa/iaii. 

Il nome TtXtaiag, che non ha un significato che de- 
noti il carattere di parassita (cfr. invece AiQtjatitìxTfi), t'a 
sospettare si tratti d'an personaggio reale: rientreremmu 
allora nella satira schiettamente personale. 

TmPAYSTHS 

Mein. p. 414 = Kock fr. 80 (Ath. Il, 484e). 

Non segno il Kock nella correzione che egli f'^i di àv- 
tlQUTTÓdi in zaTQànoda 3': lo achiavo clie parla nel secondo 
verso (cfr. il vocativo naTSig del v. 4) può ben giudicare 
le parole per Ini ignote nomi di servi, che spesso, almeno 
f]uelli di commedia, designavano oggetti materiali (ct'r. spe- 
cialmente i nomi dei servi nelle commedie plautine). La 
correzione del Kock toglie questo comico gioco dì parole. 

Il nome Ttitfiavax r^i sembra storico, 

(PIAAJEAtliOS 

Forse il titolo esatto è quello dato nella citazione dt»l 
fr. 82, cioè (PtkàieXtfm, che sotto questo nome scrissero com- 



meJie, Autìde, Menaiiclro, Apoìlcloru Geloo, Filippiili^, Sa- 
liera te. 

0PEAP 

Mein. p. 414 = Kouk fr. 83 (Stob. Fior. Ufi, 32). 

NoQ 30 perchè i critici abbiano variamente congettu- 
rato per mutare TiaXtóg: a me pare che l'aggettivo non 
isconveiiga a. XO"^"?- Crat.ete (fr. 39) lo dice titiTmv aoqói; che 
corrisponde a noì.iin; tfx^nrfi; spiegherei : ' vecchio di me- 
stiere ', quindi ' abile ed astuto artefice '. 

Questa commedia di Difilo non sarebbe per avventura 
tutt'uno coi ^l'vaiTotf-ifjiTii'ìVTeq? Si confronti il frammento 
dei ' Commorietite-s ' di Pianto (Prisc. I 280, 19H): ' sa- 
liam in pntenm praecipe?'. 

ÀJB^SÌN ^PAMATiìN 

Mein. fr. ine. I = Kock fr. 86 (Ath. 2, 35, e d). 

Lo Herwerden trasporta il v. 4 dopo il 5; ma ixottTq 
dopo d'aver retto gli infiniti (foovttv, lulii&v, male s'adatta 
a 6gn<nh: Io invece sottintenderei, lasciando immutato l'or- 
dine dei versi, semplicemente Hvm, retto da avfinei^sig che 
precede. 

Il bel frammento pare nn brano di lirica non di oom- 
media, e dello stile lirico io lo considererei come una pa- 
rodia. Il poeta lo faceva forse recitare da un citaredo. 

Meiti. fr. ine. II = Kock fr. 87 {Ath. 9, 55d). 

V. % TTo^vo^oOitoi) pare veramente nn glossema dell'in- 
terprete, come stima il Jacobs. — Non necessaria è la cor- 
rezione di laviac in nÓQvtt.; (Mein.) o 'tatgag (Kockì, poiché 
la parola deve essere certo collegata coi versi che prece- 
dono il friimmento. — Le parole ^óda. ^a^avìSag ecc. del 
v. 4 contengono senza dubbio un equivoco osceno. Il Pape 
Hpiega ^óéav ' Rosen, weibliche Schaam ': ìu questo secondo 
-senso si trova usato nel fr. 1008 v. 29 di Ferecrate. Per il 
significato equivoco di ^atfavtiag^i tenga presente l'espres- 
sione di Lnciano (de mort. Peregr.) ^nqurt3i rijv TTvyijv /?é- 
^vafiévng^ con cui allude alla punizione dell'adultero (cfr, 
anche Arisi. Nnbi lOfifi). Probabilmente l'eqnivoco osceno 



i:outini]ava anche uella parole aegneiiti : ì/egittixvàftuvg, att'jt- 
ifvXa cha fovee non ci sono note nel loro signi6cato pi>- 
polare. La plebe doveva certo afferrare l'oscura allusione 
e compiacorsi del gioco salace e banale. 

Riferisco le parole del frammento ad nu lenone clit^, 
uolpito da qualche punizione pei suoi spergiuri (cfr. il ' lano 
periiirus ' di cui parla Diomede) o giocato da qualche ' adu- 
leacens ', deplora la sua infelicità e i mali ciie deve subire 
per il suo mestiere. Il tono beffardo e volgare del frammento 
ben s' addice a! carattere del lenone che ci viene descritto 
da Difiio nei Svia/io^v^axorifi (Ter. Ad. Il, 1) e nella com- 
media che fu modello ilei ' Rudeua '. 

Meinfr. ine. V = Kock Ir.SStCleni. Al. Strom. (J, 2, 13). 

V. 2, Lo Herwerden legge in luogo di àQjrayàs, àyx<*- 
ràg ed il Blaydes in luogo di aiQf^'lài, xAortag, mi sem- 
brano però, specialmente quest'ultima, correzioni aibitrarìe ; 
dalla lessi a^gt^Xàg sì potrebbe dedurre che le parole del 
frammento sono d'niio schiavo. 

Per il pensiero pessimista, cfr. il fr. 66. 

Mein. fr. ine. VII = Kock fr. 90 (Ath. 9, 383f). 

Nel V. 4 leggo col Crusiua (Phil. 46, 630): %oB ^tiojj- 
(iaxoi\ da attribuire ad un secondo personaggio (cfr. Ari- 
atof. Ucc. 92. Vespe 1611. 

Forse, come pensa il Meineke, è questo un frammeuto 
di dialogo tra due cuochi che esaltano la loro abilità. 

Mein. fr. ine. XVIIl = Kock fr. 93 (Stob. P!or. 79, 16). 

Leggo collo Herwerden aov anziché aoi. Il critico os- 
serva giustamente che Sonito prende :jpesso il 9Ìgni6cato 
di vofiiCfO per cui è inutile la correzione del Eock, Xf^at/it. 

Ohi conosce il carattere dei giovani speusierHti e dis- 
soluti, che la vétt ci dipinge, dubiterà facilmente della sin- 
cerità di questa espressione d'amore filiale: facilmente essa 
avrà un significato tutto ironico, se è messa in bocca ad 
un figlio scapestrato, che dinanzi al padre tinga sottomis- 
sione e che a sua insaputa si dia ai più disordinati piaceri. 

Mein. fr. XIV = Kock fr. 94 (Stob. Fior. 10, 5). 

Il Meineke sospetta si tratti di due frammenti diversi. 
Bifatti manca un legame logico tra le due partì. Stobeo 



r 



UIPILO i;OMlcn. 437 

facilmente gli avrà «uiti por l'atfiuità dell'argoniGiito cou- 
teoutu nelle due ^eutenze. 

Mein. fr. ine. IX = Kock fr. 95 (Ath. 2, 47b). 

Variamente si tentò di correggere yi'itvovi, che non dà 
senso: preferirei la lezione del Blaydes: ' xevovg, disap- 
pointed '. 

Per il senso trafilato di à^érrnvoc ai passi di Cicerone 
(Att. 2, ly; 4, 13) si aggiunga quello di Plutarco (de gar- 
rul. 20); tiqòì tovq lóyavi ó^vnnvoi. Qneat'óJti;rsn-os di cui 
jìarla il frammento non ò forse il carattere del nokvnqàynviv, 
da cui il poeta intitola una commedia? 

Mein. fr. ine. X = Kock 97 (Ath. 5, 189e). 

11 frammento è notevolissimo poiché attesta, come già 
ebbimo ad osservare per il fr. 48, che alla commedia di- 
fiiea non era estraneo talora un fine civile. I versi che 
abbiamo dinanzi suonano come satira delle corti e dei cor- 
itgiiini adulatori (cfr. fr, 24). 

Mein. fr. ine. XTX = Kock fr. 100 (Stob. Fior. 15, 3). 

V. 2, Leggo col Kock Sì /mf. Pare che nei due versi 
si contenga la giustificazione che l'avaro dà ai rimproveri 
che gli vengono mossi. Cfr. Orazio Sat. I 1. v. 43 dove 
troviamo lo stesso pensiero. 

Mein. fr. ine. XVI = Kock fr. 101 (Stob. Fior. 28, 4). 

Lo parole rivolte ad una etera danno occasione alla 
satira contro gli oratori popolari che vengono rappresen- 
tati come mendaci ingannatori del iiopolo. È ;rn semplice 
accenno, ma a nessuno sfuggirà che il concetto e quello 
fitesso da cui moveva la satira violeuta d'Aristofane contro 
il demagogo Clecne nei Cavalieri. Probabilmeute la com- 
media, a cui spetta questo frammento, sarà fltata scritta 
quando, non j^penta ancora la libertà politica, gli oratori 
potevano molto nelle moltitudini. 

Mein fr. ine. XXII = Kock fr. 103 (Stob. Fior. 91, 17). 

Arbitrarie sono tutte le correzioni di questo fram- 
mento; il quale va letto come lo dà il codice. Il Meirieko 
aveva posto innanzi il sospetto che questi due versi spet- 
tansero alla scena che ci narra Ateneo (10, 4.5Ib) della «■om- 
media @taatk (fr. 50), e il dubbio ini pare sia ben fondato. 



13B A. MA RIDO 

II uciinparativo mu^tm che vieue ribdttuta im' upinione 
espressi! precetlenleniAiite da un altro personaggio : bene 
sarebbero collocati i due versi dopo le parole della prima 
fanciulla che opiua sia più duro di tutte le cose il ferro 
àtàit toéi'p ÒQÓamn'tsiv te xcù Tt/ivovai xal j^q^vi tlq dnafta, 
perchè si spiegboiebbe allora bene U ripresa di quel rt- 
HVèJM, per aè un po' oscuro. Non poteva essere questo il 
pensiero di un ^yi^^o^, presente al dialogo, che interrom- 
peva il discorso delle f'auoiulle? 

Mein. fr. ine. XXIV = Kock ir. 105 (Siob. Fior. 96, 9). 
V. '2. xait'atQHl'iv : lo Uerwerdeu legge fittéat^ttl'tv, ma dopo 
aviìXs è inefficace : evidentemente i due verbi, che per noi 
sono alfini di aignilìcato, sì completano a vicenda, come 
raoslra la composizione di ava e xatà\ noi rinforzeremmo 
il verbo con un avverbio. 

Non mi sembra fondata l'ipotesi del Bruuck che In 
sentenza sulla povertà sia riferita da Stobeo a DÌ&Io er- 
roneameute e che essa spetti ìnvecn a Sofocle, mentre del 
comico sitrebbero la beulenza citata piìi sotto oon un So- 
ifiixUovq (Stob. Fior. 96, 10). Se io stile della sentenza ri- 
ferito a Difilo è elevato ed arieggia alta tragedia, uulla v'à 
di strano: già vedemmo quanta parte dia il comico alla 
parodia. Anche se dgSi^y non fosse usato pure da Aristo- 
fane e Platone, come nota il Kock, e fosse lessi propria sol- 
tanto dei tragici, non avrebbe ugualmente iondamento l' ipo- 
tesi del Brunck Non è ancor più elevato lo stile e fìlosofioo 
il concetto, degno veramente del coturno in quest'altra sen- 
tenza (fr. 106), citata pure da Stobeo? 

Jleiu. fr. ine. XXV = Kock fr. 106 (Stob. 98, 6). 

Nella commedia il frammento deve senza dubbio asiìu- 
mere un tono evidentissimo di parodia. 

Mein. fr. ino. XXVII =: Kock 109-110 (Stob. Fior. 
105, 47). 

Nanok giustamente non ritiene di Difilo il secondo 
verso, perchè l'uso del preseute (iwBv inveoe di Cfjv è proprio 
degli scrittori più recenti. 

L'accordo del pensiero del v. 1 col fr. 1059 N. di Euri- 
pide non giustifica l'ipotesi dei critici più antichi che il 



DIFILO coHino. 130 

verso t'osse dui tiagito ; lasciando Ìa differenza f'urinale, 
{Emip.; rv ifvi]Tòir j-e'i'w), mi basti notare che il pensiero 
mostra derivare da una filosofia pratici» e popolare. Per la 
stessa ragione esclnderei all'Ebe si tratti di parodìa. 

Meiii. fr. ine. XXIX = Kock tV. lUa.b (Stob. Fior. 
32, 3). 

èù&aQaéaTsff'iv: il significato non pare appropriato; il 
Bothe pensa ad nn èvi/aQO^c, di cui non si hanno esempi. 
Starebbe bene per il senso i^QiaiÒTfpnv (ofr, Arist. Vespe 
1113), ma ci allontaniamo troppo dal codice. II Kock pensa 
che i versi spettino a due personaggi differenti ; ma non so 
trovare tra essi un tegame chiaro di pensiero, ammetterei col 
Meineke due frammenti. 

Mein fr. ine. XXX = Kock fr. 112 (Stob. Fior. 12, 11). 

II framm. ò oscuro: Gift Qesner {ediz. Stob.), osser- 
vando che il libro 12° di Stobeo s'intitola ntQi i/'eiirfoii; 
aveva corretto: iintQi^ ti^. i/'fPrfoc *»V nt'eóoi qiigei. Ma meglio 
il Meineke: (ipeùóog f'v> | xaiQéb ti^iiuvav xt'góo; é^ xagnòv 
ift'^i ! ióévi^v). Non mi pare tuttavia necessaria l'aggiunta 
di ùévftfov, l'immagine può stare ugualmente: cfr. Sofocle 
fr. 7-17 : aiix è^àyovat ttagnàv ni tptvdsìq Xóyoi. 

Assolutamente inammissibile è la ricostruzione del 
Kencìni (De Terentio eiusqne fontibns p. 120), il quale di- 
menticando che la citazione di Stobeo è jrtpi ipevSm'i;, dà 
un significato tutto suo particolare al frammento leggendo: 
(^ttavjtaatóv èati i.irjàafio€} | xftiptì) xtX. da cui secondo il cri- 
tico deriverebbe il verso II 2, 8 degli Adelphoe di Teren- 
zio: ' Pecuniiim io loco negligere maximum iiiterdumst lu- 
crum '. Sn di ohe cfr. più innanzi Ìl capitolo degli Adel- 
phoe di Terenzio. 

Mein. fr. ine. XXXIII = fr. 115 (Stob. 68, 21). 

Notevole questo acceuuo di satira contro le donne. 

I framm. 112, 113, 114, 116, 117, 118, 119, raccolti da 
Stobeo, possiamo definirli granì di buon senso che il poeta 
va raccogliendo tra ìl popolo. Queste massime di filosofia 
spìcciola abbondano nei comici della v^a e specìalmpute 
in Monandro. 

Mein. fr. ine. XXXIX = Kock fr. 120 (Ant. Pai. II, 439). 



Leggo co] 
6(7), U (16). 

Il frammento è ima satira violenta contro gli Argivi 
verso i quali poco benevola è la tradizione, jlvxat è forae 
riproduzione de! detto popolare 'A(f(tìoi tfApac, citato »1» 
Saida. 

Meìn. fr. ino. XL = Kock fr. 121 (Photins véortóc). 

Non correggo col Bothe diéneeney poiché il (ftcY^jEV 
esprime un concetto analogo al v. 4 del i'r. 64 : tig tà ft^trvr 
fTriXopet'ff* fjajiigdijq lUyas. Il verso precedente forse t«r- 
minava con un ànó. 

Mein fr. ine. XLVII = Kook fr. 124 (Ath. 4, 168c): 

Ricostrnireì dalle parole di Ateneo il trimetro giam- 
bico di Difìlo nel modo seguente: 

tifeìi elx' xetfaiài &anfQ 'AQtf/iimov. 

E detto d'un ubbriaco: ofr. Eustatb. 1504, 6'2: éoxogat 
di nokvm'^aXoi • i ftti/éovifg. Il CasauLiOnus fcudaudosi aur un 
paaso di ArpocruBione interpreta 'Aeit/iiaKir, statua T^trifió- 
trwTtov di Artemide. Ma il Kock obiettò: ' LIecaten tgiftoQ- 
tfov novi, Diansn i^ixttfuìi'iv ignoro, itaijne videndtim an 
promunturium Artemiaium tribua capitibus execurrens in- 
telligi possit '. Come pnò stare allora la i^imilitudine di 
uu ubbriaco? Ed opportiinamentB contro I ipotesi del Kook 
osservò il Crusius (Philologus 46, 630) che 'Bxàtrj ed 'Aptefug 
aono ima noia prdona mitica: si deve quindi intendere 
come aveva interpretato il Casaubonns: là tijq 'Aqtéfiidnci 
àyal/ia. 

Mein. fr. ine. Ili = Kock fr. 126 (Clem. AI. Strom. 
7. 4. 26). 

Nei primi versi si parla di Encnlapio o Melampo ? La 
tradizione del mito e incerta. Alessi ffr. 112) La nn ac- 
cenno simile e parla espregriamente di Melampo : ó MfXàfi- 
novi, ài /Àovng tài IlgoitiSag j fnarae /latt'o/it'vai. Ma il co- 
mico non fa menzione che egli abbia risanato anche il 
patire e la madre: Di6lo dunque o segue nna tradizione a 
noi ignota, ovvero esagera in questa prima parte l'imma- 
gine per far sentire meglio l'antitesi. 



DIFILO COMICO. 



Il seijau del fniioriiento è un po' oscmo ed a chiarirlo 
i crìtici itoii si sono dati molta cura. Una prima di£BooUà 
presenta il participio àyviCtcv, che manca di un verbo finito 
che lo regga: il Bothe lo aostitnisoe con ày^^Cf**', '^^ i^on 
risolve la difficoltà. Senza toccare il testo, io supporrei che 
nella citazione sia stato omesso un emistichio ohe poteva 
es-^ere presso a poco il .seguente: ' où xàfif nnXXà Mtlàft- 
ni'v^ ' (vi do im colorito epico perchè l'hanno anche i versi 
del frammento). Il nesso logico tra il primo ed il secondo 
periodo (v. tì sgg.) è questo : Melampo per sanare le figlie 
di Preto e Preto e la vecchia madre usò mezzi semplicis- 
simi, una sola face ecc., ma nel caso mìo per una sola per- 
sona ho bisogno di tutta l'isola Anticira. 

Notiamo in tutto il frammento lo stile solenne del- 
l'epopea che giunge perfino a riprodurre le particolarità 
del dialetto omerico. TI verso eroico nella commedia pare 
introduzione di Difilo, nella cui arte la parodia ha una parte 
così notevoli'. Epica è la collocazinne enfatica delle parole, 
così il nome patronimico HqohÌóuì, (ftai&v per àvèqiòv (il 
Kock cita, per questo significato, Euripide Klena 1094; 
io però mi richiamerei meglio all'Iliade 6, 214; 11, 427 ecc. 
e airOdis. 16, 102; 18,219 ecc.) e l'appellativo noU- 
ifloia^ag dato al mare (cfr. II. 1, 34; 6, 347 ecc.); e quasi 
questo non bastasse a darci l'impronta della parodia epica, 
il comico introduce uu intero verso omerico: è^ óxaXaQ- 
Qéirao ^tt!/fQeàoii 'SÌKtaviio (Iliade 7, 422; Odissea 19,434). 
L'ardita imagine iperbolica (Sia vtàv vtqò'utv diànffuliov 'Av- 
TixvQuv contiene senza dubbio una festiva derisione delle 
fantastiche concezioni degli epici e richiama ciò clic il 
poeta aveva detto degli scrittori di tragedie (fr. 30) oli 
è^ovaitt 1 fffKi' liyfiv Snavra xnì mimìv ftóvoii. Non mi 
pare quindi concepisca il verso nel suo vero valore 
il Meineke i^uando annota u proposito di 'Artix^ga: ' de 
ipso elleboro dìxìsse videtur; nimia enim ineptum esaet si 
ipsa Anticyrensium urba per nabium tractus advolare di- 
ce retur '. 

Clemente Alessandrino ci dice che in questo fram- 
mento il poeti! xM/cjiJfè Toiii yóijiat;. La derisione risiedo 



t4[)ec ialine lite uell'iiltimo verso: Iva tòràe xiifitv My^iffjVa rroi- 
ifiTw, ma dilficilinRiite possiamo Htabilirne il valor-?. Chiaro 
è il significato di xrj<fi^v che è riferito sempre come esem- 
pio di impotenza (Snida: xi^^^r . . . Xt/etai xui àv&QMrro^ 6 
/itjàiv d^&v évvó/iévog), ma non è ugualmente ohiaio il signi- 
ficato di xÓQii. Il Kock cita Orazio fSat. 1, 10, 78): 'raeu mo- 
veatcimex Pantilins? ' e spiega: ' xó^n est homo aiidax '. 
Ma forse piii opportuno nitfronto si pnò fare col passo delle 
Nnbi d'Arist. (v, 710 sgg.) in cui il comico chiama Ì Corintii, 
scherzando sulla somiglianza del nome, xógtig e dice: ^a- 
xriifai /t' è^ignoms oi Koqivifini \ xaì tài nlfvgài òuq^ùtitov- 
aiv ) xaì itjf tpi'X^^ ixrtiriivaiv \ xaì tox'ì àpx^ii f^éinovaiv ) 
xaì xòv 7JQ(ùxròv àitipériovatr | xaì u ànoloSoiv. L' Ernesti os- 
servò che nel passo v'è un'allusione alla libidine dei Co- 
rinti. Il verso di6leo non potrebbe dunque lignificare: ' af- 
finchè io renda impotente quest'uomo libidiaoao? ' 

La citazione di 'AvtixvQa Rou è sufficiente per giuatì- 
fìcare l'ipotesi de! Kock che il fruraraento spetti alla com- 
media 'EXke^DQi^àfifrtii. 

AMti>l^BHTH2IMA KAl '^EYJEnirPA'PA 

Kock fr. 133 (Phit. Mor. 54 b}. 

L'ultimo verso è oscuro: leggerei fìq ò6óv%a^, ma il 
mutamento è forse tioppo grave, 

Plutftrco cita il frammento senza il nome dell'autore, 
egli aggiunge alla citazione semplicemente: nagaaCiov ó 
Toioffioi eìxnvia/iài tati: il framm. deve appartenere certo 
ad una commedia e perché il libro di Plutarco è pieno di 
passi di comici e per il pensiero parados:jale che i due 
versi contengono. Ma è troppo ardita ipotesi riferirlo, come 
fa il Fritsche, al Tthaiag di Difilo: troppo debole argo- 
mento è il passo di Ateneo (6, 258c), già citato, ove si dice 
che Difilo delineo con cura il carattere del parassita: non 
era introdotta questa figura in moUissime commedie della 
H^oij e della i'*'a? Relegherei il frammento senz'altro tra 
gli àiitìitota. 

Mein. 1 450 = Kock fr. 137 (Etym. m, 127). 



UIFILO COMICO. HB 

Il Jleiiieke corregge II passo i-on*otlo ; àt't'i tnO èi tf!)ó- 
Qov' JitfiXoi èv 'Ayvoi^. Non fu però solo Difilo autore d'una 
Affilia, naa anche Calliaile, Maconee probabilmente ftltri 
comici di Olii no» abbiamo notizia. 



Le imitazioni latine. 

Già prima dei Ritach!, attribuiva W. A. Becker la 
massima libertà ai Bomaui nell'imitaziuiie della commedia 

greca, ma opposta aeiiten/.a leun-; il Ladewig, a cui pifi 
tardi si nnì lo .Sclinltz. Rinnovatore degli studi plautini, 
il Ritschl credette clie nelle commedie del Sarsinate avesse 
grande parte l'invenzione del poeta romano '). 

Dopo il Ritschl continuò la discussione, ma non onderei 
dire che i risultati del dibattito siano stati molto note- 
voli •): nessuno dei critici si diede ad approfondire nn' in- 
dagine sistematica sull'opera piantina, contenti del gene- 
rico giudizio che suggeiiva loro la leltiira delle commedie. 
Segna invece in (juesto genere di ricerche un passo impor 



1) ir. Hteker, De oomìcis romanorum fiibiilis maxime plautiais 
quoestioaia. Lipsiae 1837, p. 76; Ladewìg De Canoae Volcatii Sedigìti, 
Progr. Neiiatrelits 1842: ScUItz, Plitui.us in seiuera Verhaltnisa 
zur mittloreo uod oeueren griech. Eomùdie, Progr. Neustadt IBOtì 
Ritidd, PHrergnpIautintH Leipzig 1844, \!. 277- 

1) Coutro il Mommaen (Rom. Gesch. Ili, 14) che riferiva allH pal- 
liitta alterftsioni moltiusiine dei modelli Attici, sorsB il Kiratlìnij, (Ann!, 
plautina, 1, 14, Oreifsw. 1878; il, 9, Greifsw. 1881, Cl'r. anche Hheiu. 
Mus. XXXIir, -214). Più reMQtemente M. Sahu.Ur (Quomodo Plau- 
ttia attica esemplarla tranatulerit. Greifuw. 1884) cercò nelle comme- 
die di Plauto gli ncueiini a riti e aradenza greche e Frane. Groh 
(Quomi-ido riantuH in comoediis coinponendis poatiis Rraecos secutus 
ait. I.isly filologinké: Praga 1892, I p. 1-16; III p. Ifii-I72; V p. 337- 
StO) hea poco pale aggiungere a ijuello che erii già slato detto, com- 
pnrando Ì pochi l'rartimanti greci cor varai littiai che a quelli si pos- 
aono riferire. Risolse le questioni cronologiche, apesao felicemente, 
Frìedr. HHffner (De Plauti oomoedinrum exemplia Atlicis. Diaa. 
Uatt. 18!I4). 



tantitisimo il lavoro elei Leo ■) uhe non poca luce portò alla 
questione, trattandola da par suo con intuito sionro ed 
originale. 

E da tntti questi studi che io prendo inizio per l'analisi 
minuta delle commedia ciie ebbero per modello i drammi 
del f^inopenae. Non trascurerò le questioni attinenti al pro- 
logo •) ohe offre dati preziosi nul modello attico, al titolo 
della commedia greca, ai frammenti di6lei che i^ì possono 
riferire alla imitazione latina. 

Per quel che riguarda Difilo, i prologhi atesai del Ru- 
mena e della Canili» ci riportano a lui : comiuciamo dunque 
da queste due commedie. 

Il ' Bndeas ' >)■ 

Il ' Rudens ', una delie commedie piantine più per- 
fette, riproduce anche piii fedelmente Io spirito del mo- 
dello attico preso ad imitare, e ci offre il mezzo <H giu- 
dicare et^teticamente l'opera di Difìlo. 

a) IL PSOLOGO. 

Analogamente alla ' Luzuria ' ed ' Inopia ' nel Tri- 
nnmmna e all' ' Anxìtium ' nella Cistellaria. nel Riidens 
espone i precedenti dell'azione un essere astratto e divino: 
Arcturus. Il concepimento di queste divinità nei prologhi 
à del tatto attico: indubbiamente bisogna cercarne l'ori- 
gine negli iddìi dei prologhi euripidei. Ne troviamo tracce, 
fin nella commedia antica: Aristofane nelle seconde Tesmo- 
foriazuse introduce una Kalityè'vtta e Philyllios nell'Ha- 

t) Friedr. I^eo. PlautìnÌBche Forechuogen, Berlin Weidm. Ia95. 
Ofr. ìq modo speciale il capitolo : * Plautu^ und Seìue Origioalea *. 
1, Cfr. Liebiy. De proL-gis Tk retiti imia et Plautinis, GOrlile 1869; 
Diialzko, Do prologis Plautiuis ed Terentiaiiis. BooDae 186B; Traul- 
lueiK, De prologoruia Plautìa, indole alqua natura, BeroIJni 1890; 
Franti, Da comoediae atticae prologis. Augnstae Treveronum 1891. 

f) Mi aarvo dell'udiiiono dello Schoell (Lipgifte, Teubiier) te- 
nendo sott'ocuhio qaell», notevole per l'apparato critico ed il com- 
meuto. del Sanneniiihein (Oxl'ord 1§91). 



laules min ^ngTiia] !a uomnieilia niiuva poi sembra avere 
usato pii'i largamente dì queste figure astrntlu ed allego- 
riche: e nei frammenti di Menandro troviamo un "Eisj'zos 
(Meineke IV p. 307) ed in quelli di Filemone nn Uijg 
(M. p. 31), nei frammenti d'un poeta anonimo un ^ó^ns 
iM. p. 688. n. 339). 

Si è dunque facilmente indotti a pensare che il pro- 
logo del ' Rndena ' spetti nel suo concepimento generale al 
comico greco, come ci inducono pure a tale ipotesi il nome 
steflHO '} del personaggio U^xin^eos, e, la designazione di 
' splendens stella candida' {v. 3; cfr. Arat. Phaen. 94). 
E che il prologo sia imitato da Ditìlo pensarono il Marx, 
il Brix e il Leo *i infine, che con nn giudizio sintetico ri- 
tiene attib'fl la prima parte e l'argomento L'analiai del pro- 
logo ci condurrà n conclusioni non molto diverse. 

In esso possiamo dlstingnere chiaramente: 1' presen- 
tazione che Arrfuyiiii fa di se stesso al pubblico (vv. 1-12); 
2° massime morali e religiose che la divinità imparte agli 
uomini (vv. 13-30); 3" racconto dei precedenti dell'azione 
(V. 31-66); 4" conclusione ■). All'originale attico riferiamo 
senz'altro !a prima parte; poiché se ad esso è dovuta l'in- 
troduzione del personaggio allegorico o celeste, certamente 
ne derivano anche i vtrai che designano l'ufficio e la natura 
di Arr.t.ivui. 

Lo Dziatzko dubita siano plautini i vv. 6-7, lo nega 
assoIntameiiLe pei vv. 9-12; i versi introduttivi si ridur- 
rebbero dunque alla dichiarazione del nome e dell'ufficio 



■) Sehualer, (QuomoJo Plantus ecc. p. 'olì: ' Sidus Arcturus, 
'luod vel ex nomine patet, Uraecis solix fuit insigne, ut minime du- 
biuin sit <nùn Radenti^ prologus.,. prodierìt ex iagenio saltem et 
iiiventloDe Attici poeine '. 

ij M„i-j:, Graifsw. Progr. 1832-1893; firix, uella Edi»!, del Tri- 



aummus. praef. 


p. 20; Leo, Plautin 


Forsch, p. 102 






>) Dtiatxk» 


(Utìber den Riidai 


«pi'olog desPla 


Il US 


Rhein. MuB 


XXtV. (IffiSI) p 


570-5W) passa in 


minuta disatnin 




arsi del pro- 


ogo per stabilir 


e quali sien» da ri 


enerti plautini 


qu 


ali int«rpola- 


zìodì posteriori. 


QuantuQiiue l'assunto dello Duiatzko 


Bia easeu/ial- 


mente diverso d 


al nostro, pure cì 


sei'Vi'enio dei 


■isu 


lati che egli 


ioava, toueodo 


conto delle sue oli 


me oasMrvaziou 







iì6 A. MARIOO 

di stella celeste. Ma non è natarale die iieì vv. 67 agg. 
Areturua narri l'opera sua in favore delle fancialle naa- 
fragbe senza premettere qnale sia i! ano ufficio tra gli ao- 
mini. Il primo verso gùi per so lo accennerebbe: ' rjoi 
geatis omnia mariajue et terras movct '; ma l'accenno è 
così vago che riesce comprensibile solo da ciò che segue, 
anzi esso rende necessaria una spiegazione. Se pur non si 
voglia ammettere che quest'ufficio d'Arcturu» non sia fin- 
zione particolare del comico, ma credenza popolare, come 
pensa lo Schuster (p. 31), cosi generalmente diffusa da ren- 
dere sapertlua ogni spiegazione. )[a a ciò lo Dziatzko non 
accenna neppure, e l'opinione dello Schnster è atTatto ar- 
bitraria. Ad escludere i versi succitati Io Dziatzko è tratto 
anche dal legame che avrebbero coi vv. 13 sgg. i quali ' im 
Grossen und Ganzam einer apateren Recenzion angehòren ' 
(p. 580). Ma il legame necessario è di questi e quelli non 
viceversa, ohe i vv. 13 sgg. sono una prolissa spiegazione dei 
precedenti. 

Io credo dunque necessario ammettere nel prologo di- 
tìleo, e quindi anche in quello scritta da Pianto, tutta 
questa prima parte v. 1-12, la quale dopo rullimo verso 
mostra una lacuna (segnata giustamente dullo tìchoell nel- 
l'edizione maggiore, 1887). K la lacuna doveva contenere il 
pensiero che le stelle celesti prendono conoscenza non solo 
della buone azioni, manuche delle cattive. Né i vv. 10-12 con- 
tengono contraddizione alcuna coi vv. 68 sgg. in cui non si 
dica Areturan nel portare aiuto alle fanciulle riceva Por- 
dine da Giove; non è necessario che il sommo iddio prov- 
veda nei singoli casi, se ha già dato un ordine generico. 

Nei vv. 13-30, lunga parentesi esplicativa dei vv. prece- 
denti, si determinano quali sieuo ! ' facta hoininitm ' e quale 
contegno assuma Giove contro gli empi e si conclude con 
exortazioni morali. Tutta questa parte è cosi freddamente 
e inabilmente condottn, e i versi souo così slegati tra di 
loro, che non ho difficoltà a trovarmi d'accordo con lo 
Dziatzko: ' Ein so weitschweifìgas und wohlfeilss mora- 
lÌKÌren ohne sllen Witz, ist .soiist de.-! PUutiis Sache nicht ' 
(p. 580). 



DiKiLO costK'd, 447 

Anche tolte le incongruenze ili pensiero come la l'An- 
spach '), che sostiene spettare ad una redazione posteriore 
solo i vv. 13-16, 21, resta pur sempre la freddezza e l'ina- 
nità dei concetti. Curiosa l'itisistetiza sull'empietà degli 
spergiuri nel tribunale, quasiché G-ìove tioQ avesse nd oc- 
cuparsi di altro genere di empi. Né si può peusare allo 
spergiuro L(ihr<fx della commedia, che egli non è da anno- 
verare tra gli spergiuri ' qui falsas lìtia falsis testimoniis | 
petunt quiqiie in iure abiiirant pecuuiam ' (v. 13-14) ' qui 
hic litein apidci postiilant peiiirio | mali, res falsaa qui iin- 
petrnnt apnd indicem ' ivv. 17-18). Il lenone Lnbrax mostra 
Tin sacro orrore di liti e tribunali, du cui egli attende una 
inesorabile condanna (l'fr. v. 866 >igg-): egli è doppiamente 
spergiuro, con Phsielìppus e con Grijiits, ma non in tribu- 
nale, Né Lahrax è di quegli scellerati che tentano di pro- 
piziarsi la divinità con sacrifìci (vv. 22-25), anzi degli dei 
sembra ohe il lenone si dia poco pensiero (cfr. V 2). I vv. 26-27 
sono veramente sciocchi nel loro contenuto, come li giudica 
lo Dziatzko. L'rtraiijonizione ai buoni a perseverare (vv, 28-30) 
è intimamente legata ai versi precedenti e si deve pure 
i>>cluder6 dalla redazioiifi piantina. Se tutti questi versi nou 
convengono a Pianto, tanto meno dovremo credere ohe eai- 
Htesaero nell'originale attico. 

Ma plautina e tratta dal prologo difìleo è quasi tutta 
la narrazione dei precedenti dell'azione. Difatti non solo 
si lega strettamente coll'azione che si andrà svolgendo senza 
contraddizioni ed oscurità, ma molti accenni nuovi lumeg- 
giano le parti e caratterizzano i peruonaggi; e sotto questo 
rispetto a torto il Liebig (o. e, p. 38| sostiene che ' ad per- 
noscendara fabulam prologo opus non fuisae ', Se la narra- 
zione di questo prologo rischiara qua e là l'azione e talora 
perfino vi aggiunge nuovi particolari, dovremo oonrludore 
che essa non ò opera dell' imitatore, ma df^l jiopta che aveva 
ideato tutta la trtima della commedia. 

Anzitutto nel verso 32 sgg. : ' Primumdum huic esse 
nomen urbi Dipliilus | Gyrenas volnit ', Plauto ci dà l'im- 



I) Anspaoh, JJ. VÓ'J, p. 161» sgg. 



portante e liioiim uolizin che è dì DiSlo l'originals preso a. 
modello. Ha valore per la commedia la notizia che l'azione 
si svolge a Cirene, poiché aolo al v. 615 si parln di ' Cire- 
nenses populares '). I vv, 34 36 ove si dice del vecchio esule 
che non ' propter malitiam pHtrìa caret', si snppongonu noti 
uel corso della commedia {cfr. vv. 132 ''gg., 606, 740 sgg.); 
cosi i vv. 36-38 che spiegano la povertà del vecchio (^cfr. 
vv. 127, 1234). K per l'azione è ancora necessario conoscere 
come la fanciulla Pafatiìfn veuue in mano del lenone, come 
Pletidipj'U» cominciò ad amarla e quale fosse il patto, che 
egli fece con ' Lubrax ' per comperarla (vv. 39 48): di tutto 
ciò la commedia non ci dà alcnu particolare accontentandodi 
di cenni vaghi come a cose già note. Di particolare impor- 
tanza sono i vv. 49-65, uhe ci parlano con un certa insistenza 
dei mali consigli del sir.tilut bos'pes. causa del rapimento della 
fanciulla. In dipendenza diretta coll'azione, e necessari per- 
chè sieno comprese le prime scene, sono i vv. 57-66. 

Tutto questo preambolo all'azione, non solo perchè serve 
ad integrarla, dobbiamo riferirlo al comico greco, ma perchè 
eiso rivela per se stesso tracce dell'origine attica. Nella tle- 
signazione di D'iemoues ' exnl . . . non propter malitiani ' 
à nn'alhisione alle tnrbolente condizioni politiche delle co- 
lonie greche della Sicilia e dell'Africa; in Cirene special- 
mente s'erano stabiliti molti cittadini ateniesi '). Il v. 63: 
' eam vidit ire e ludo fidicinìo domnm ' ci fa pensare alle 
scuole di educazione musicale che abbondavano in Atene. 
Tutto greco è altresì il giudiaio sfavorevole sugli abitatori 
della Sicilia v. 50, 54 '), 

L'appellativo di urbi» jirodilor (TrpoJon;; «ijs n6i.ea>i) 
dato al ' sicnlns senex ' (v. 50) ha offerto ai critici materia 



1) Bene osserva lo DKÌatzko die nelle commedie plautine 6 iu- 
ilionto il luogo ove ai figura abbia Uiogo l'astioiie, ({utindu osso tiao 
è Ateua (Ampb. 97. Cftpt. U4, Man. 72 Milos 86). 

• I Cfr. Huffuer, De Plauti comoedìa 

>) Ct'r. BpeciHlmenle i frammenti di Tim 
i proverbi; axiioV lìfi/faxi^dni (Ajio-it, X 
liani come lailri; Sixelixij {ZiKtXttùiK, £v^ 
ni lusso dei banchetti (Ap, XV 43) eoe. 



ar 


m 


e se 


iplis attici 


p. tì6. 


Ti 


mou 


Si 


rictiiainiao 


Qoltre 


V 


151 


eh" 


considera 


i Siot- 


(« 


orrt 


'') 


e»nrC« <-)io 


allade 



(li diacussione. Lo Djiiatzko (o.a. ^j.678) atlrìbuitìce rnggiiinla 
a Plauto, che ai sarebbe riferito aUa caduta di Agrigentiim 
del 640, eschuleiido die ne aia autore l'interpolatore della 
commedia, il quale non avrebbe certo dato il breve uenuo di 
' urbis proditor ' ed escludendo pure che sia opera di Difìlo, 
perché non avrebbe potuto riferirai ad alcun falto della st'^- 
ria di Agrigentum. L'Anspaoh (o. e. p. 200) aderendo all'opi- 
nione dello Dziatzko, aggiunge che nella cnrnmedia non 
sono allusioni a questo ' proditor urbis ' che sarebbero 
state spontanee in bMcft al lenone, p. e. dopo i vv. 506, 
522, e conclude: ' Der Grieche hattf^ dies jedenfall^ ver- 
wertet und Plautus herìibergenommen '. Lo Dziatzko vuole 
trovare una conferma alla sua ipotesi in un passo di Lirio 
(24, 35, 6} che narra come il cartaginese llmìoo ' adveniens 
Heracleiam intra pnucos dies Agrigentum recepit, alìarum- 
qiie civitatium quae pnrtis Carthaginienaium erant adeo 
accensae sunt ad pelleudos Sicilia Romanos ut ' ecc. Ma la 
congettura resta sempre incerta perchè qui non si parla di 
tradimento. Esaminiamo senza preconcetti i vv. 49-50: 

FA ader&t hospes par :^iu, aiculas «eaex, 
Scelestua AgrigeiitÌDii», urbis proditor. 

Io non vedo as-soltitamente allusione ad un tradimento 
che gli Agrigentini abbiano fatto in danno alla loro cittA. E 
solo il nir.nlus iénex nhe oltre easere un hospes scelenfur è anche 
un proditor urbi», appellativo che completa la losca figura 
di Charmideg. Il senso è chiarissimo se mettiamo questi 
versi accanto a quello che ai dice di Daemo/ief. Il buon 
vecchio è lontano dalla patria {exutf, ma egli non è un 
fuggiasco politico, un cittadino che congiurò ai dauni della 
terra natale: ' ueque in aJeo proptev malitiam j'alrìa earet ' 
(v. 36). Anche CharmiJen è lontano dalla patria, ma per 
ragione ben diversa, egli è veramente un ' proditor urbis ' 
un vile traditore delia sua città che, scoperto, fugge presso 
un briccone par suo, Labrax (' ei aderat hospes par sui ', 
V. 49), di Ini si poteva lien dire ' propter malitiam patria 
caret '. Il senso del verso così inteso mi sembra sorga dalla 
lettera, semplice e naturale. L' ipotesi dello Dziatzko oltre 

studi Ual. difital. cIoh. XV. S» 



450 A. MARKIO 

ohe dare ad ' urbis proditor ' un signifioato che nOD pnò 
avere, va contro on'altra difficoltà. Il ' Radens ' fu rappre- 
sentato, secondo i calcoli del Teuffel '), verso Ìl 562. È forse 
naturale che Plauto nlluda ad un fatto guerresco, che fu 
certo di secondaria importanza e di cui non aì hanno dati 
per stabilire che vi ebbe parte il tradimento, oltre venti 
anni più tardi ?Dnnque anche l'accenno di ' prodi tor urbis' 
spetta all'originale. Che Difilo continui la tradizione greca 
poco favorevole ai siculi lo moi«tra anche la commedia Si- 
xéXixàg, che vedemmo doveva contenere una satira dei co- 
stumi di questo popolo. 

Resta ad esaminare l'ultima parte del prologo (vv. 67- 
fine). A. stabilire che anche in questi verni Plauto ai at- 
tenne in gran parte all'originale, bastujebbe pensare che 
e^si sono necessaria integrazione delle notizie dei primi 
versi sull'ufficio di ' Arcturus ', la cui figura spetta, conae 
abbiamo visto, alla commedia attica. Fatta la presentazione 
dal dio e detto del suo ufficio nel principio del prologo, ìl 
poeta doveva parlarci dell'azione della divinità nel fatto, 
di cui è argomento la commedia; e sta bene che egli ce 
ne parli ora che ha già fatta l'esposizione di innesto fatto. 
'Arcturus'duuijue, narratoci del pericolo di naufragio corso 
da due innocenti fanciulle e da due vecchi malvagi, ci dico 
che a quelle portò aiuto, a questi danno. Questa parte non 
si lega alfatto con quella in cui ci vien detto che Giove 
scrive in una tavola gli spergiuri e in un'altra i buoni 
(vv, 13-30), che abbiamo escluso si trovasse nell'originale 
attico; si connette invece bene coi vv. 1-12; iu questi 
'Arcturus ' ci rende noto che egli si aggira di giorno, per 
ordino di Giove, salìa terra, a prendere cognizione delle 
azioni umane, ed ora, in quest'ultima parte, .sì comprende 
the la ana missione è di punire o di proteggere secondo 
il meriuj. Il v. 70 ' Kam Arcturus signiim sum omnium 
aierrumnm ' richiama e completa il verso 8 ' Et alia sìgna 
de coelo ad terram accidunt '. I vv. 72-81 ci dicono della 
posizione dei naufraghi al principio dell'azione: è beue che 

I) Teaffd, Studitìn u. Char. p. 340. 



fin dalla prima Sfctm poinsinnio reuderel ooiitu della situ.i- 
xione; tua appariflcoiio un ìnntUe duplicato ì versi 76-77, 
elio prevengono l'azione che ata per svolgersi. 

All'annunzio dei personaggi che inìzieranuo la com- 
media (76-81), segue il verso di chiusa: ' Valete, ut hostes 
vostri diffidaut aibi '. Lo Dziatzko esita ad accettarlo come 
plautino perchè simili chiuse si trovano solo nei prologhi 
di dubbia autenticità (Asin., Cmsìl., Capt., Cistel-, Poen.l. 
Dall'originale lo rigetterei senz'altro: esso risente delle 
condizioni bellicose romane, non di quelle greche de! tempo 
dì Difilo, in cui l'ardore patriottico e guerresco si poteva 
dire spento. Il Nandet da qutssto verso argomenterebbe che 
il Rndens fosse stato scritto qnando ' Hanuibal adliiio visce- 
ribns Italiae inhaereret '. 

b) l'intkeooio della cohuedia 

UNITÀ dell'azione — INCONORUENZE. 

Forse in nessuna delle commeUe, che Plauto e Te- 
renzio hanno imitato dalhì via e che sono a noi pervenute, 
si troverà tanta unità di concezione, tanta ben calcolata 
economia di azione come nel Ritrleue. Tutta la commedia 
si divide in due parti distinte: la prima si raggruppa in- 
torno ai quattro naufraghi, la seconda s' impernia sulla 
scoperta de! vidalua, fatta da (.ìrij'Un, perché appunto per 
questa scoperta Palue»tra è riconosciuta libera e figlia di 
D'iemoiies. Le scene procedono legate strettamente tra loro 
e lievi sono le incongruenze che verremo via via notando. 

Mentre Sceparuin parla dei danni die ha recato alla 
casa del suo padione l'uragano della notte (II), soprag- 
giunge Plesidii/i'ux, di ritorno dal porto, dove aveva invano 
sperato di trovare lo spergiuro lenone (I 2), Licenziati gli 
amici, sta per entrare nel tempio di Venere, dove il le- 
none doveva venire con lui a far sacrifizio alla dea; s'av- 
vede di Scepaniio e del padrone Daemon&i, e chiede no- 
tizie del lenone e della fanciulla. Il dialogo è interrotto 
per osservare, lontano sul mare, dei naufraghi sbattuti tra 
l'onde. PlfHÌtiijijiH» n'allontana improvvisamente fucendo 
voti che naufrago sia l'odiato lenone. 



452 A. MAIILOO 

Riesce un po'sLmtia questa partenza repeiitiua del gio- 
vane, ohe farebbe sospettare che egli avesse preso una ri- 
soluzione importanle; ' Daem. Viden secnndum litiis? — 
PI. Video: reqiiimini. j Utinam is sii quem ego ijiiaero, vir 
aacerriimus. | Valete '. (v. 158 segg.). Atn di questa risolu- 
zione nulla trapela dalla commedia, Ha forse Plauto omesso 
no breve monologo di Plesi'li/'iiui. al principio della scena 
(TU 5), oppure, analogamente alla scena IV 8, un breve 
dialogo con Tiarhalìo, in cui il giovane ci renderebbe noto 
il suo progetto ed l'spri in farebbe la sua gioia per la sal- 
vezza di Palaestra? 

Saapurnio, colla descrizione delle ragazze naufraghe e 
dei loro sforzi per trarsi a salvezza, ci prepara alle scene 
seguenti; ma con arte, poiché se egli ci dice che una delle 
due fanciulle ha già toccato il lido, interrompe la sua de- 
scrizione col dire che l'altra è stata respinta colla barchetta 
ancora tra l'onde. 

Entrati Daemonen e Sc^f'/t'irnìo in casa, compare sulla 
acena Palaettra, la fanciulla che sappiamo già salva, la 
quale si scioglie in lamenti per la aua infelicità (13). Ed 
in lamenti si scioglie ancora Ampelìtc-i che entra poco dopo 
(14). Il parallelismo non nuoce alla vivezza della rappre- 
sentazione, perché le espressioni di dolore dell'una e del- 
l'altra hanno una intonazione diversa: /'alaettiu ha inag;- 
giore finezza di pensiero; il suo è tin lamento filosofico e 
mostra che ella, nata libera, ha un animo pìi'i nobile ed una 
educazione maggiore di Aìnpelitta, che nel colmo del dolore 
esce in propositi di suicidio. Le due fanciulle, rinnitesi, 
chiedono ed ottengono ricovero presso la saceidotessa di 
Venere Ptolemocralia (I 5). 

L'azione qui ha una breve pausa. Il coro dei pesca- 
tori, che rammenta il 26" idillio di Teocrito, apre il nuovo 
atto (Il 1), Trachalio, cerca invano di avere notizie da loro 
sul suo padrone J'Unidipj/iis e sul leuone(II2); trova Am- 
pelisca, uscita dal tempio per attingere acqua d'incarico 
delia sacerdotessa e, informalo d'ogni cosa occorsa (113) 
entra nel tempio. Ampelisca (II 4) è trattenuta da Sreprimiit 
io un dialogo semigalante che richiama un po' il linguaggio 



DIFILO coMicii. 453 

vivace il'AristyiiiuB. Nell'jittetiilere il rìtoriii) del servo col- 
l'acqiia, la fanciulla scorge avanzarsi sul lido il lenone e 
l'altro briccone, suo compagno. Piena di spavento ella f'ngg* 
nel tempio. 

Il salvataggio dei dna vecchi non è preparato né dalle 
scene precedenti, uè dal prologo, dove il poeta (vv. 72-73) 
ci aveva detto solainente: ' mino arabo leuo atcjne bospes 
in saxo simili | sedent eiecti ; uavis confractast eis ' lascian- 
doci iutendi-TB solo che essi hanno ancora la possibilità di 
salvarsi. È un mezzo artistico questo di non dirci ■li più, 
per rendere inaspettata la loro comparata sulla scena, tanto 
più che da questo punto incomincia l'intreccio vero della 
commedia. Durante il soliloi^uio di Sc&.j-nrnio (II 5ì, che di 
ritorno con l'acqua noti trova più Amjìetixea, a'imagina che 
i due si avanzino sul lido ed entrino in scena quando See- 
parnio va a portar l'orna net tempio. I lamenti (116) che 
muovono il lenone e l'ospite contro l'avversa fortuna, sono 
paralleli a quelli delle due fanciulle; ma, con fine accor- 
gimento artistico, mentre là domina la nota seria e com- 
movente, qui l'intonazione è volta tutta ad umorismo. I 
due bricconi sì lanciano ancora ingiurie ed invettive, 
quaudo esce dal tempio ó'ccì/<iii-ii/o. Con naturalezza il poeta 
lo aveva fatto entrare nel tempio per dargli modo di de- 
scrivere la disperazione delle due ragazze all'arrivo del le- 
none (116). E le parole di Sceparnìo sono quelle che met- 
tono in sospetto Lalirax che si tratti delle sue donne; le 
spiegazioni che gli dà Seeparnio lo confermano nel dubbio 
ed egli si precipita entro Ìl tempio (II 7). 

Tra l'atto secondo e terzo uou è pausa di tempo, la 
divisione può avvenire solo |ierohè la scena rimane libera: 
Seepurnio rientra in casa, il harbarun kuHpes va pure nel 
tempio per vedere c^me vada a iìoire la faccenda. L'atto 
terzo è bene inquadrato dal sogno, ohe Daemoiiii$ narra nella 
prima scena (III 1), it quale nell'azione ha il suo compi- 
mento e il cui significato allegorico è spiegato da Duerno- 
ves stesso ver)ìO la fine, 

Truchfilio, che nella scena (II 3) era entrato nel tempio 
a eousoliire Fitlneslrn, esce invocando soccorso contro U 



ibi A. MAitino 

violeusu del lenone, vedendosi impotente « strappargli •!{ 
mano le riigazze (HI '2). Oiiemones B.ocousf<nte & soccorrere 
le infelici, chiama i ' Jorarìi ' per pnniro il vecchio sacri- 
lego ed entra con essi nel tempio. Le parole di Trachalio 
ci fanno immaginare U zntftì impegnata entro il tiampio: 
al lenone si tolgono evidentemente le ragazze, ehe fug- 
gono fuori, ajipeua libere, (1113). Trachnlh le consola e lo 
invita a rifugiarsi all'ara delia dea. Lo spettatore argnisce 
che durante tutta iiuesta scena continua la lotta tra il lenone 
ed i loraril: finalmente Labrax è trascimito fuori del tempio 
(III 4). La scena è aniniatissima: le ragazze spaurite ai teo- 
goilo strette all'ara sacra, il lenone tenta d'avvicinarsi e 
strappamele, si accende una discussione tra il vecchio im- 
pudente e Diiemoiiet e Trarhniio; ' i lorjirii ' stanno sempre 
pronti ai cenni del padrone. Allontanatosi Trachalio per 
avvisare di ogni cosa il padrone P/em'dipjiua, sì accende nuova 
e vivace discussione tra DimmonKs ed i! lenone (III 5): 
infine Daemoner, mes^^o ai lati di Labrux due ' lorarìi ' 
armati di clave coll'ordine dì assestargliene di buone se 
fgli osi avvicinarsi alle fanciulle, entra in casa. G-iunbo con 
Trachalio, il giovane PleMippus trascina il lenone in giu- 
dizio (III 6), i ' lorarii ' conducono in casa di Daemonea le 
fanciulle. Charmidei', che bisogna supporre presente anche 
nelle due scene precedenti come personaggio muto (quan- 
tunque i codici non lo dichiarino), dopo averlo deriso, lo 
segue anch' egli in tribunale. 

\Z qui abbiamo una breve pausa di azione: coll'atto HI 
ha fine la prima parte della commedia che contiene tante 
sceue vivaci, in cui si fanno agire tanti personaggi: ed è 
meraviglia che un'azione cosi complessa abbia ottenuto nella 
versione plautina una riproduzione tanto esatta e in tutti i 
particolari coerente a sé stessa (sì eccettui la pìccola in- 
congruenza notata nella scena I 2). 

Coll'atto IV entriamo nella seconda parte dell'azione, 
che ha per punto fondamentale !a scoperta del vidulus. Il 
monologo di Daemondn fa supporre ohe le fanciulle aieno 
nella sua casa da qualche tempo: egli esce annoiato dai 
rimproveri e dalla gelosia della vecchia moglie, che nou 



DIFILO COMICO. 456 

vorrebbe avero in aan». le ragazze; cltìamato per il pranzo 
rientra (IV l). Il monologo di Gvij.aa infornia Ìl pnbbliuo 
(Iella pesca fortunata del viJulns (IV 2). Sopravviene Tra- 
ch'ilio; l'astato servo riconosce il cidulus e trattenendo 
Gripus per il rudant ') mentre cercava di fuggirsene, lo co- 
stringe a discutere con lui sulla legittimità della pesca 
(IV 3): il modo con cui trattiene Giipus, che se ne vuole 
andare ad ogni costo riesce comicissimo. L'esito della di- 
scussione è la scelta d'un arbitro: questi è Daemones, che 
stava appunto uscendo di casa, costrettovi dalla moglie in- 
toUeraate e sospettosa (IV 4). Trachalio lo mette a parte 
di ogni cosa, lo informa ohe il vidulu» contiene Ì ' crepun- 
dia ' che attesteranno lo stato di libertà di Palaenlvi. Si 
apre Ìl viduìun, il vecchio riconosce la figlia con grandissima 
gioia; mentre gii altri vanno ad annunziare alla madre 
della fanciulla la lieta novella, Grìj'us adirato e deluso la- 
menta la sua mala sorte. Manifestato il divisamente di dare 
la figlia in isposa a Plefidippui (IV 5), il padre felice dà 
l'incarico a Traehalio di condurgli quanto prima il padrone 
(IV 6) e a Gripus, che gli si avvicina per parlargli del ano 
vidulat, esprime i auoÌ propositi dì onestà. 

V'é qui forse una lieve incongruenza: Gripus verso 
la fine della scena IV 4, v. 1191 aveva detto: ' quid tne- 
liust quam ut hinc intro abeam et me siispendam clanca- 
lum ' ecc.; parrebbe però che nelle due scene seguenti 
avesse atteso in disparte l'opportunità di un colloquio con 
Daemone», poiché appena questi ó lasciato solo da Tra- 
cliatio gli si fa innauzi ohiedeudogli quasi ex abrupto : 
' Quam mox licet te compellnre, Daemoiiesf ' (v. 1227). 

Appena il vecchio se ne va in casa per ordinare ai 
cuochi la cena, Traehalio ritorna conducendo seco Pleȓdii- 
pus che raccoglie cou gioia e stupore le liete notizie che 
gli dà il servo fedele (IV 8). Entrati i due in casa di Dae- 
motie», la scena rimane libera ')■ 

1) La corda, forse della relè ia cai si trovava il vidalii» pescato. 

■) Anche dopo la sci^na (IV 4) i personaggi sono tutti entrati 
ili cusa: tenendo questo paolo comò divistone dei d un atti, avremmo 
una più esattii piapomione nell'osi e usi od e dell'atto IV a V. 



ALibiitiuu qui ima nuova pautia d'azione, pauim fissai 
breve perchè l'att.o seguente è aperto con un mouologo 
del lenone ' quem ad recu|JuratorÌs modo damnavit Pleti- 
dlppm ' (V. 1282). 

L'atto quinto è il meno riuscito: l'azione è sostanzial- 
mente finita nell'atto precedente e ormai non può destare 
più interesse. Il poeta però ha trovato un nuovo espe- 
diente per prolungare l'intreccio, nell'ìmaginare che il le- 
none venga a richiedere l'altra ragazza, Purdalieen, che 
ancora gli apparteneva iV l) e che Gripun [ler vendioarei 
del prtdroue e per guadagnare una ricompensa gli riveli 
da chi sia tenuto il suo vidulun (V 2), Nella scena di chiusa 
(V 3) Daemone» definisce con l-abmx Ogni questione © cod- 
cludc tutto per bene: gli restituisce il viduias, ricave i 
' crepiiudiii ' dal lenone, provvede per il riscatto di Ampe- 
litea e di (Iripan. Lh cena, a cui è invitato anche Luhrax, 
suggella i patti coiichìusi e la gioia delle nozze. 

La fine lieta pone dunque termine alla commedia, lieta 
per tutti, ancbe per il lenone, nonostante il suo doppio 
epergiuro. 

L'azione, come ognun vede, procede con una cbiaresza 
maraviglioaa: sempre giustificato, e con n»turalezza, è l'eu- 
trare e l'uKcìre dalla scena dei personaggi; le scene sono 
serrato tutte l'una all'altra e tutte mirano dritte allo scopo, 
nessuna apparisce oziosa o ritarda lo svolgimento dall'azione- 
La quale si va poi spiegando nella piena unità di tempo. 

Dalla prima scena possiamo dedurre che è appena tra- 
scorsa la notte. Sceparuio rivede i danni apportati dal- 
l'uragano notturno: ' Pro di immortales, tempestatem quo- 
iusmodi I Neptunua nobis nocte hac misit proxuma ' {vv. 83 
seg.). Il coro dei peacaLori che nel principio del 2" atto 
entiano nel tempio per vel^e^are la dea e supplicarla d'esser 
loro propizia nella pesca della giornata mostra che aìauao 
ancora di buon mattino. Ne molto inoltrato deve essere il 
giorno al principio dell'atto III, in cui Daeniones racconta 
il sogno fatto la notte precedente. La commedia si conclude 
coll'invito fatto da Duemone» al lenone: ' hic hodìe cenato, 
leuo ' (v. 1417), ma l'emistichio parrebbe indicare che qou 



DIFILO COMICO. ^ 457 

siamo ancora giunti all'ora dal àeTrivov. L'azione si svolge 
dunque tutta non oltre i limiti del giorno solare, anzi gli 
atti, come abbiamo visto, sono cosi strettamente legati tra 
loro in ordine al tempo che ne restringerei la durata ad al- 
cune ore soltanto. 

e) IL ' RUDENS ' E l'oRIGINALE GRECO. 

In tutto il ben congegnato e solido organismo, che ci 
presenta la commedia, apparisce evidente l'opera originale 
del poeta che la concepì; nulla di sostanziale può avervi 
aggiunto di suo l'imitatore, chà non si saprebbe togliere 
una sola di queste scene che occupano tutte, con avveduta 
economia d'arte, il loro posto nel dramma. Anche le scene, 
che, osservate per se stesse, avrebbero solo un fine umo- 
ristico, né pare abbiano importanza per l'azione, trovano 
la loro ragione nell'insieme: senza di esse male procede- 
rebbe l'intreccio del dramma che richiederebbe un artificio 
nuovo di legame; né sarebbe facile imaginarne uno di più 
semplice e naturale che quello ideato dal poeta. 

E la riproduzione dell'originale greco è abbastanza 
fedele: senza che ciò escluda ampliamenti, omissioni, scherzi 
di etimologia, allitterazioni e artifici schiettamente Plautini. 
Quando vediamo nel corso delia commedia cosi numerose 
le allusioni mitologiche, letterarie, politiche, che sono tutte 
proprie del mondo greco, taluna anche ravvolta in un'oscura 
brevità, possiamo certo concludere che almeno questa com- 
media, non oserei afiermarlo per tutte, può servire bene 
di conferma all'opinione del Kiessling, che non molto con- 
cedesse Plauto alla libera invenzione della sua fantasia. 

Non sarà privo d'importanza per il nostro assunto ve- 
dere quali sieno gli accenni principali di questa commedia 
al modello originale greco. 

E ne troviamo uno assai notevole subito nel v. 86: 

Non ventus fuit, verum Alcuraena Euripidi. 

Possiamo ammettere col Vissering che Plauto cono- 
scesse la tragedia di Euripide, già tradotta da Ennio, ma 



non penseremo che gli spettatori roitmui di quel tempo 
L'omprendeasero un sottile giudìzio letterario accennato oscu- 
lamente per vìa metaforica. Il pasao è dunque importante 
per stabilire la fedeltà della versione. 

Dì umorismo pittorico è l'apostrofe di Sceparnio o 
Plegldippii.li innamorato (v. 140): ' Heua tu, qui fana ventris 
causa circumis ' con cui lo designa un ^mfoXóxns- La figura 
dello Bcrocoone, che s'aggira intorno ai templi e dovunque 
si facciano eacrif ire al banchetto sacro o 

ghermirne almeno snsacrata dalla tradizione 

comica. Aristofane j ' (vv. 1052 segg.) una vi- 

vacissima rappresi àviii 'h^oxl^g che, sentito 

l'odore del sacrifi a TQvyaìog per reclamare 

ì suoi diritti. La a uiia audace e festevole 

derisione degli in , 

L'invocazione ^S-- 

' Sed o Palaemon, suncte Neptuni comas 
Qui Harciilis sooius «sse dioaris, 
Quod facinus video? ' 

mostra d'appartenere all'originale, oltre che per lo atile 
d'imitazioue tragica, per l' unione del nome greco IlaXaiftiov 
colla divinità romanizzata, Keptunus. Iloasid^v è identifi- 
cato col Neptunus romano da tutta una tradizione religiosa 
antica, ma non era così facile identificare l'altra divinità, 
llttkaifimv. Il dire che osso corrisponde al Portumnm dei 
latini ■) è esatto solo pel concetto generale di divinità ma- 
rina protettrice dei naufraghi (Cfr. Varr. L. L. VI, 19; Arnob. 
Ili 33; Cic. N. D. Il 26; Serv. ed Aen. V 241; Ovid. Fast. 
VI 547), ma non pare si possa ammettere penetrata nelle 
coscienze popolari l'identità dei due iddìi *): sembra ohe essi, 
pur tenendo ufficio analogo, svolgano ciascuno la loro at- 
tività nella terra, dove il mito, che li riguarda, ebbe ori- 
gine; è per questo che Plauto nella versione romanizza 



1) Rosclier. Lei. Ili 1267. 

«) Un erudito tardivo. Fasto (242, l), : 
marine. 



i U duo divinità 



DIPILO COMICO. 460 

iloaetówv e tiene la forma greca Ilakai^fùv, Beir più effi- 
cace doveva suonare per lo spettatore greco l'invocazione 
di Palemone accanto a quella di Poseidone: a questo si tribu- 
tavano onori solenni sull'istmo, dove un tempio, eretto in 
onore di luì, recava la sua statua accanto a quella della madre 
Ino e della maggiore divinità marina (Paus. II 2, 1; 3); na- 
turale dunque il ravvicinamento nella preghiera ' Pa- 
laemon, sancte Neptuni comes ', che doveva risvegliare il 
mito complesso di Palemone e tutto il mondo degli iddii 
marini, governato dal gran re dell'acque. 

Ed origine greca mostra anche il verso seguente: ' Qui 
Herculis socius esse diceris ', che accenna probabilmente a 
parte ignota del mito complesso di Eracle; l'oscurità stessa 
dell'allusione dà affidamento ohe anche questo verso ap- 
parteneva alla commedia diiilea 0* 

Basterà un semplice cenno di espressioni che trovano 
una corrispondenza diretta nel greco: il ' quisqais est deus ' 
del V. 266 richiama: Zsvg, datig not' iaxiv di Eschilo (Ag. 160); 
la poetica metafora ' equo ligneo ' del v. 268 richiama l'ome- 
rico {S 708) àXòi; innoi. Più importanti sono i vari nomi dei 
pesci, di citazione cosi frequente nella commedia nuova e 
media: ' echinos ' == éxivoq^ ' lopadas ' = Xonàq (è man- 
tenuta anche la desinenza greca), ^ balanos ' = ^dXavoi del 
V. 297. E sembrano pure derivati dall'originale i nomi, co- 
niati scherzosamente e aventi una terminazione patronimica 
greca, ' conchitue atque hamiotae ', con cui Trachalio apo- 
strofa i pescatori (v. 310). Si noti ancora ' anancaeo ' = àrw 
yxaioì nel v. 363. 

I vv. 374 sgg. : 

' iNovi, NeptuDus ita solet: quanivis fastidiosus 

Aedilis est: siquae improbae sani inerces iactat omuis ' — 



«) Sonnenschein spiega: Hercules is the god of travel by land 
aud water: Palaemon may therefore very well be called bis 'so- 
cius '. Ma il verso mi pare alluda ad un fatto particolare, per il 
quale Palemone s potesse dire compagno delle fatiche d'Ercole. Il 
Feckeisen giudica a torto questo verso una interpolazione, la sua 
oscurità stessa sconsiglia dal ritenerlo tale. 



460 A v\ itiuu 

potrebbero laaciiire jiiL^erti su si tratti d'nu'allusioue pu- 
ramente romana per la citazione di 'ledili». Il Leo ') ha 
ban chiarito come Plauto tenda a rendere romane le espres- 
sioni che concernono la costituzione civile e le cariche della 
magietratura. Nell'umoristico paragone degli edili con Net- 
tuno, che sbalestra tra V onde \e imjifobue tne-cer, ^i allude 
ad uno tra i diversi affici degli edili, la sorveglianza cioè 
del mercato, se pendiamo a Roma, u quello unico e ben de> 
terminato de]]' àY'jQavóftng, (vi accenna anche Àristofaue 
[Adi. 723, sgg., Lys. 34, 665, Vegp. 1406]) se pensiamo ad 
nna città greca. E Plauto stesso anziché ' aedìlis ' tiene 
la forma greca ' iigoranomns ^ dandovi l'attribuzione stessa 
che in questo passo del ' Rudeiia ', nel Mil. gì. v. 727 sg. 
Ancor piìi chiaramente mostrano che Plauto parificava i due 
uffici i versi 823 sgg. dei ' Captivi ' dove ' edictionea ae- 
dilicias ' è messo accanto ad ' agoranomiim '. Come sodo 
desunti dall'originale questi due luoghi dei ' Captivi ' e del 
' Miles ', cosi lo sarà probabilmente anche il passo del ' Ru- 
dens ', che ha lo atesso concetto. 

Tutta propria della commedia greca è la rappresenta- 
zione satirica degli indovini. Note sono lo due scene d'Ari- 
stofane (Pace 1052 sgg, Ucc. v. 9511 sgg.) in cui ci vien rap- 
presentato l'indovino come uno scaltro raggiratore ed un 
volgare ghiottone. La sua posa solenne, come vien descritta 
nella Pace, rammenta un po' un verso del liudens (377); 
' Capillum promittam optumumst occipiamque iiariolari '. 
In Roma al tempo di Plauto pare fosse estraneo qnesbo 
concetto di satira religiosa. Lo Schuster (I. e. p. 62) osserva 
giustamente che le parole haviolut,, hariolarl, harlolare in 
quasi tutti i passi plautini non hanno siguifìcato dispregia- 
tivo, ma tali verbi significano: 'indovinare qualche cosa, fare 
una giusta supposizione ' (cfr. Gas. Il 6,4; Poen. Ili 5, 46; 
Rud.324, 1139 sgg.; Asin. 315, 924, 579; Cistell. IV, 2,80); 

<) Acutamente il Leo esaminando un passo del Persa (v. 6R b^.I, 
ove ai parla dì i/uarfrupWuces, di manui ìnkatio. Ai tres inri, vi scopri 
uo poco abile aduttamento alle condizioni romane di ciò che era pro- 
priamaate greco e trovò che rarigiimle doveva iiverii rispettìrameuic : 
qI lyJtKU, ùnttyiayi], avx(nfóri%<i. 



DIFILO COMICO. 461 

nei due unici casi dunque, questo del ^ Rudens ' e Amph. 
1132 8g. in cui il senso è di derisione contro gli indovini, 
i versi devono essere desunti dairoriginale. Per il passo del 
'Rudens' lo Schuster confronta Artemid. Oueirocr. 1 18. Per 
la rappresentazione satirica degli indovini nella commedia 
nuova si ricordi V^AyvQtrjg di Monandro ed il MstayifQtrjg 
di Filemone. 

Alla lessi ' sedentem ' del v. 387 il Sonùensohein an- 
nota: ' bere a technical term for sitting as a suppliant 
(by the statue of the goddess in the tempie; cfr. 648, 673, 
689); similary i^axsTv Soph. Oed. Tyr. 20. Aiax 1173 Eur. 
Heracl. 239 '. 

I versi 489 sgg. : 

' Edepol, Libertas, lepida 's, quae niimquam pedem 
Voluisti ìd navem cum Hercule una imponere ' 

contengono un'oscura allusione. Il Salmasio dichiara di 
non .saperli spiegare. Il Sonnenschein pensa che abbiano: 
' au allusion to some lost myth about Herakles '. E certo 
ad ogni modo che l'oscurità stessa dell* allusione prova 
ohe i versi furono desunti dall'originale; è troppo chiaro 
Plauto in ciò che egli aggiunge di suo, specie se si tratta 
di materia mitologica »). Più che ad un mito perduto in- 
torno ad Ercole mi sembra verosimile pensare ad una re- 
miniscenza letteraria, probabilmente comica: Aristofane 
mette in scena volentieri le divinità più popolari quali 
Eracles, Ermes, Dionisos con un po' di tinta burlesca. 
Eracles specialmente, il dio grossolano dalla forza brutale, 
è trattato con preferenza nelle umoristiche rappresenta- 
zioni della musa aristofanesca. Difilo stesso ha una com- 
media intitolata "^HQaxXfi^ ed in generale i comici della vta 
pare abbiano assunto questo iddio come patrono dal paras- 
sita *). La personificazione della libertà si potrebbe benis- 

>) ò'chuster (ibid. p. 50) rilerisce il verso 489 a Plauto perchè i 
Romaui onorarono pubblicamente la Libertà come dea. Ma ciò non 
sembra ragione sufiicente. 

«) Cfr. Diodoro comico (Mein. Ili, 544, 23 sgg.). 



^^^^^B^B 


m 


Simo avvìciuare alle allre nuineroge gx-r^io ni fica sioni dalIft'^H 


commedia antica, la ' Pace ' p. s-, il ' Tumulto ' d'Ari- ^H 


stoface ecc. ^| 


Pieno di effetto comico è il richiamo alla cena tragica ^H 


di Tieste che fa Charmiileg rinfacciando a Labrax la cat- ^H 


tiva cena che ebbe da lai, vv. 608 seg.: ^M 




Qu.mqu. - 


m aatepositB'tt et Terso '. ^M 


Nel pendio 


30 può non essere estranea ^H 


la derisione delj i 


ne realistica dei fatti piìt ^^M 


orridi fatta nella 


litar» la compassione ddgli ^H 


uditori, pt-r qua^ 


on iti possa negare che si ^H 


alluda a miti gii 


Roma. ^^ 


Forma tuttt 


e è quella del v. 636: ' Me 


prò manduco loi-. 


illuda al tipo di Dosseuiiti 


delle Atellane. 


Richiama ancora l'originai* 


1 il V. 688: ' Quasi vìnis 



graecis Neptunus nobis sutfudit mare ', ohe accenna all'uso 
greco di mescolare i viui di qualità inferiore con acqua di 
mare: {tthog zsit^aXaUUiafiévo^^ cfr, Cat. R. R. 24). SÌ noti 
che il ' graecis ' à giustificato, perchè parla Charmide» 
' barbarus '. 

Notevole è il cenno al mito di Procne del v. 605 : 



' Natas ex Philomela attica 



3 hirundiu 



cenno che apparisce greco per se stesso ed è di pivi inse- 
parabile dal racconto del sogno una dello concezioni, come 
vedremo, tradizionali della drammatica greca. 

Una strana anione di parole straniere romanizzate pre- 
sentano i versi 629 segg, : 

' Tequa oro et quaeso, ni speras aibì 
Hoc aimo multiim t'uturum sirpe et Irm.serpicium 
Earoque eveaturam exngogatD Gapuam salvani et sospitem ', 

dove troviamo tir/je = ail^mv, atQTTiov (Theophr. h. pi. 
VI 3, 4), pianta ohe cresceva in grande abbondanza nei din- 



DIFILO COMICO. 468 

torni di Cirene e costituiva la fonte principale della ric- 
chezza di quella città, accanto a lamserpicium (forse un pro- 
dotto del aikqìiov), nome d' incerto significato e d' incerta eti- 
mologia (Wharton [Etyma latina] la dice una parola africana); 
e subito dopo troviamo la forma greca ' exagogam ' e^a- 
ycoyij unita a Capuam nome di città italica. Il poeta, da 
cui questi versi provengono, sia Plauto o Difilo, mostra 
una retta conoscenza delle condizioni di Cirene e del suo 
commercio. Ma raggiunta Capuam fu facilmente suggerita 
al poeta latino per l'importanza commerciale della città 
rispetto a Romaj mentre le altre forme e il pensiero rima- 
sero quali nell'originale: lo confermerebbe anche la forma 
greca del v. 633 che completa il concetto dei succitati : 
' magudarium ' = fiayvóaQtg che sembra sia il seme del (TiA- 
(fiov. (Theophr. 1. e. 6). 

Per l'inesatta allusione che viene fatta al mito di Afro- 
dite riferirei all'invenzione di Plauto il verso 704: ' Te 
(se. Venerem) ex concha natam esse autumant: cave tu harum 
conchas spernas'. Afrodite (A(pQoytv€ta) secondo il mito nasce 
dalla spuma del mare. L'inesatta espressione plautina bi 
può spiegare col fatto che la dea veniva rappresentata ta- 
lora sul mare sopra una conchiglia. 

Si sente il greco che parla, animato dallo spirito na- 
zionale, neir 'ex germana Graecia ' (v. 737) con cui vien 
distinta dalle colonie la terra madre, verso la quale quelle 
si sentivano, per afiinità spirituale, attratte. 

Il ' ficis victitamus aridis ' del v. 764, che lo Schoell 
(ediz. Lip. 1887) a torto espunge, richiama innumerevoli 
citazioni dei aOxa^ il cibo cosi popolare e quasi indispen- 
sabile per la popolazione attica, fatte dai comici greci. (Per 
la vsa cfr. Filemone Mein. IV 66; Polioch. IV 690, v. 4; 
Anon. IV 628 (97); IV 672 (295c); IV 610 (31) ecc.). 

Si noti come tutta questa scena III 6 abbia somi- 
glianza con quella degli ' Adelphoe ' di Terenzio II 1, con- 
taminata da una commedia difilea, i 2vva7ioi^V7JaxovT€g, In 
questa Eschino dà ordine al servo di battere, ad un suo 
cenno, il lenone : ' Ne mora sit, si innuerim, quin pugnus 
continuo in mala haereat ' (v. 17) ; il verso concorda anche 




formalmente col v. 730 del ' Rudens ', in cui Daemone» dice 
ai 'lorarìi' : ' Voa adeo, ubi ego innuero vobia, dì ei caput 
exocula«i8Ìtìa ' ecc. Dovremo concludere uhe il poeta greco 
non varia molto gli stesai motivi, ciò che del resto avremo 
occssìoDe di provare meglio oel confronto, che istittiiremo, 
fra il 'KudeDs' ed i frammenti della ' Vidularia '. 
I versi 822 sgg.: 

' lam hoc Herculi est Veaeris fuaum qwod fuit; 
Ita duo destituit signa hic cam cUvis seuex ', 

piacevole esclamazione del lenone, che ai vede ai lati i due 
' lorarii ' colla clava, alludono alle rappresentazioni plastiche 
di Eraclea con l'attributo costante della clava insieme eoa 
la pelle di leone. La clava che portano i due ' lorarii ' e che 
suggerisce al lenone il paragone nraoristioo con Ercole, oor- 
risposde al ^ÓTiaiov che Sofocle (Tr. 612) ed Ariatofane 
(Ran. 47, 495) attribuiscono al dio. L'arte plastica greca 
si va largamente introducendo in Roma solo nel I secolo 
av, Cr. Forse la rappresentazione d'Kracle era conosciuta 
al tempo plautino negli idoletti; ai noti però che qui ai allude 
certo alle grandi riproduzioni plastiche che decoravano i 
templi greci. 

Un'allusione ohe spetta sicuramente a Difilo coDten- 
gono i vv. 932 sg. ' Post animi causa mihi navem &ciam 
atque imitabor Stratonicum, | oppida circumveotabor '. Se- 
condo rUasiog, lo Stratonico, di cui si parla, sarebbe il 
celebre musico del tempo di Alessandro il Grande '), che 
andava di città in città per far mostra dell'arte sua. È inu- 
tile dire che l'allusione deve essere tradotta letteralmente 
dall'originale, poiché essa era certo incomprensibile al pub- 
blico romano. 

L'esclamazione ' salve Thalea ', che Gripua indirizza 
ironinaraente a TTochatio (v. 1003), ci trasporta pure nella 
sfera delle tradizioni greche: il vetusto sofo di Mileto era 
per antonomasia ' il sapiente ^ presso i Greci, che a lui 

<) Di questo Stratonico musico raocoiiU vari aneddoti Macone 
(Ath. 348 e — 349f]. 



[iroteBsavftuo mi culto di ammira/.ioue profonda (uf'r. Erod, 
I 173). Qaesto ci dice anohe il verso piantino, ohe net suo 
comico senso di sarcasmo potremmo volgere: ' Oh! il gian 
sapientone ! ' 

Kei versi 1206 sgg. : 

... ' adora» ut rem diTÌnum faciatn, cura iatro 

Laribus familiarìbus, quom auxerunt nostrani familiam ', 

lo Schuster (1. e. p. 26) sente dappresso l'originale, essendo 
consona allo spirito religioso greco questa invocazione agli 
dei /raipftìoi ed siftctioi come mostrano parecchi luoghi della 
tragedia e della commedia (cf. Eiirip. Phoen. 604 ag.; 631 sg. ; 
Ale. Itì2 sg.; Herc. 593; Gratino, Mein. II 142, 3 ecc.). 

Difficile è identificare i ' recnjieratores ', presso i quali 
il lenone dice di esaere stato condannato (v. 1282 sg.), con 
corrispondenti magistrati greci. Nello stesso significato di 
' giudici ' la parola ricorre ancora in Plauto (Bacoh. 529); 
l'istituzione romana di questo consiglio giudiziario speciale, 
che iloveva definire le contese, ci è attestata da Cicerone 
(Verr. 5,28,11), Livio (26, 28), aellio (20,1). Non am- 
metterei qui una aggiunta plautina perchè i versi sono 
essenaiali all'azione; l'originale avrà avuto forse la parola 
generica dixaataC e Plauto avrà tradotto ' recuperatorea ' 
che dava ai versi un colorito romano. 

Allusione a legge prettamente romana, la jilaetoria o 
qiiiiiivicHnuria (cfr. Pttend. 303), contengono i vv. 1380 sgg. 

Si notino infine nel verso 1319 le forme greche che 
si succedono l'una all'altra: ' cantharns ' ^ xàilfaQng, ' epi- 
chysia ' fmxvffn; ' gaoUis ' = j-auAdi; 'cyathus ' = x^affo^. 

d) LA PARODIA TKAUICA E LA SATIHA. 



Oltre i numerosi passi della commedia ohe trovammo 
accostarsi alla lettera dell'originale, dobbiamo notare nel 
' Rudens ' ì caratteri stessi informativi della poesia di- 
filea, che desumemmo già nello studio dei frammenti: la 
parodia dello »tile solenne della tragedia e lo spirito sati- 
rico. Ed è degno di nota come queata commedia, che ha 
Sludt UaL di flloL eia». XV. %i 



466 A. MAKIOO 

tutti i caratteri della via, faccia apparire qna e là lo spì- 
rito di ohe era aaimata la commedia di mezzo. Il poeta, 
anche mutate le forme del dramma, rimane sempre fedele 
e coerente all'arte sua. 

Qnasi tutti i cenai a tragici ed a tragedie, che tro- 
viamo nei comici della vt'a, si riferiacono ad Euripide, che 
col grande tragico novatore esiste un legame dì coQtiaaìtà, 
maggiore di ijnello ancora che unisce la commedia nuova 
all'antica. Se per il conservatore Aristofane ed i comici con- 
temporanei, Kiiripi'le, pieno di spiriti nuovi, era oggetto 
di riso e di scherno, spesso ingiusto od esagerato, sembra 
invece che i poeti della v^a, lontani ormai per il tempo dal 
tragico, capaci dunque di giudicare più serenamente l'opera 
sua, tenendosi lontani dalla satira personale, che ormai non 
aveva più ragione, rispecchiassero il giudizio dei oootem- 
poranei sull'opera di Euripide. 

Son essi testimonianza indiretta, ma sicnra, dello straor- 
dinario favore che dopo la morte di Euripide loccr> alt© sue 
tragedie. Euripide infatti aveva preluso alla sooietà deca- 
dente nella politica e nei costumi, uhe ebbe Atene al tempo 
di Alessandro: le frequenti allusioni al tragico mostrano lo 
studio e la famigliarità del pubblico collo opere euripidee, 
gli scherzosi e rari appunti all'opera sua non ne intac- 
cano mai l'arte e il pensiero, come vediamo in Aristofane. 

Euripide ed una sua tragedia vedemmo g 
mente citati nel v. 86: 



Noa ventas futt v 



i Alcumeoa Euripidi, 



dove, secondo la più semplice interpretazione, si contiene 
UDO scherzoso giudìzio snW'AXxix'^vrj di Euripide <)• (Giusta- 
mente spiega lo 8choeII (Pref. p. ix): ' neque in hoc loco 



<] Male ai fun(]Ar.jno ì critici su quealì versi per desumere il 
contenuto dells perduta tragedia; U ipotesi dello Hartang (Ear. 
reatit, I p. 535), del Franken (Mnem. N. S. Ili p, 36). deU'Otlermeytr 
(de hLsi. fabulai'i in coni. Plaut. Oryph. 1B66 p. 45) mi sembrano Hr- 
bitraiie, perchè urbitraria. é V iuterpretAKÌom) che essi danno a questo 
passo. 



agitnr de vento vel tempestate qiialis l'uerit in Alcumenii 
Euripidi, vernm ipaa Alcitmena dicitur ventila fu issa : qnodsì 
apte dicitur, nìhil significare pote.tt nini aiit personaio aiit 
fabulam cognoraine venti instar Ì. e. liirbulentam dissolu- 
tamque esse '; e, citalo upportnaamente il framni. 376 di 
Eii[)oli, conclude: ' iudicium babeiniis non inficetum, at 
frigidinsculnm, de Euripide solito more mulierem infidelpm 
in fabula detrectante ') '. 

All'azione della tragedia non pare alludano i versi del 
' Rndens ' : iiè occorre trattenersi a combattere le conget- 
tura fantasticbiL' del Franken ') che costituisce no parallelo, 
non conforme alla tradizione, col misto di Danae; il verso 
' Inlustriores fecit fenestraaque indidit ' è semplice spie- 
gazione del precedente ' ita omnis de tecto deturbavit te- 
gutas ', generica descrizione dei danni della tempesta cbe 
richiama bene Ìl v. 108 sg. della ' Mostellaria '; ' Tempestas 
venit I confrigit tegnlas imbriuesque '. Infine badiamo, senza 
forzare il senso, che è Alcmena qualificata procellosa: il 
pensiero del comico mi pare un gindizio faceto sul carattere 
di Alcmena, che Euripide rappresenterebbe, per Difilo, 
troppo impetuoso e passionale. 

Kon sempre ove lo stile si eleva a gravità tragica dob- 
biamo credere che ti poeta voglia fare una parodia : talora si 
tratta dì vere imitazioni, né convien vedervi alcun senso 
umoristico. 

Troppo frequenti ed abilmente condotte sono nel ' Rii- 
dens * queste parodie ed imitazioni tragiche per lasciarsi me- 
nomamente dubitare che esse sieno invenzione del comico 
latino, piuttosto che d'una felice e stretta riproduzione del- 
l'originale. A ragione il Leo (PI. Forsch. p. 119) afiTerma: 



i) t he nell'AIcniena di Euripide ocoorresse U deaorÌKÌoiie di una 
lartosu toiupesta, noii risulta dal luogo plautino, e meno ancora dalle 
parole àfioiyòr vvuta (Cur. fr. 101 Nk'), siauo pure iateae come le in- 
tende Esiohio (CoTiepiìf *ai axoteivtjv). Dalle parole di Plauto lo dedu- 
ceva lo Hartung, dalla glossa di Eaichlo il Wagner (' verba e proeal- 
lau descriptione petita videntur '}, 

>) l'iankcn Aduotat;i nd Plauti liudcQtmn. Mneuios. 1^75 
pp. 34 sgg. 



' Piantila hat eino bewuste MeisterscfaEift iu der Iraitatiou 
dea paratragodisclieii Stila erlaogt '. 
L'invocazione dei versi 160 sgg. i 

' Sed, o PnlaemoQ, sancM Neptuni comes. 
Qui Herculis sociua esse di ceri s 
Qiiod faciuus video ? ' 

ohe dimoatrammo altrove spettare all'originale, si presenta 
DOD colla naturalezza d'una esclamazione famigliare quale 
si conviene alla commedia e specialmente ad un Scuparniu, 
ma con uu tono solenne che ha tutto l'aspetto dì parodia. 
Un atteggiamento simile di pensiero troviamo in Earipìde 
(Iph. T. -270 sgg.): 

a novtiag Ttat ^evxo&sag, reAv ^vXa^ 
Leonora Ualaìftov, Vlietoi; fjfttr y^yo^- 

Nei versi del ' Kudens ' Palaemon non è invocato espres- 
samente come ve&v iféla^, ma ÌI concetto dell' ìnvocazioue 
ò il medesimo, come mostra, oltre che il senso che si 
ricava dalla scena, l'aggiunta ' s&ncte Neptuni comes*. 
Ancor più chiara à la parodia tragica, mi sembra, net verso 
secondo ' qui Herculis socius esse diceris '. Esso nel tono 
famigliare suonerebbe ozioso quanto mai, ma concepito noi 
tono solenne della tragedia o dell'epica, non sembra per 
nulla disforme dalle solenni invocazioni degli iddii, accanto 
al nome dei quali gli attributi e le iodi delle loro opere 
gloriose pare valgano per l' inganno sentimento religioso a 
propiziarli. 

Non si devono interpretare come parodia di tragedia, 
ma come imitazione dello stile grave di questa, i due mono- 
loghi di Palaeetra e Pardallsca (scena I, 3; I 4), dove è un 
effondersi naturale del dolore. Ed è arte del poeta far sen- 
tire il forte contrasto tra queste scene e le altre umorìstiche 
che seguono. 

Nel monologo di Palaèttra le espressioni del dolore 
hanno un fondo di ragionamento filosofico. Qnando la fan- 
ciulla chiede in atto di rimprovero agli dei ' hancine ego 



partein capio ob pietateni praecipuam? ' e su questo pen- 
siero si ferma lungamente ampliandolo e ricercandovi le 
antitesi, non possiamo non sentirò qnanto esso sia simile ai 
soliloqui euripidei : tutto i! monologo dì Palaeslra potrebbe 
essere trasportato beniesimo in una tragedia. Giustamente 
il Leo {p. 141) dà lode a Pianto di avere saputo riprodurre 
bene la concezioue difilea, i due monologhi infatti devono 
essere una riproduzione fedele dell'oviginale. 
Nei versi 537 sgg. : 

.... ' lura optimo ma laviase arbitror. 

La. — Qni? Ch. — Qui auderem tecuia in navem wceadere, 
Qui a fundamento mi usque movisti mare? ' 

possiamo istituire un raffronto col pensiero espresso nei 
versi di Eschilo (Sept. 602 sgg.): 

' *H yàe ^vrtiafiài nloìov séas^ijg àm/jff 
Na^Tijat iftQuoìg xal TtavovQyC^ rivi 

"OÌm^SV àvÌQ^V aitV SeOTTtVOTIf yéVH ' ')■ 

Certo se ì versi di Difllo non sono indipendenti da 
questi di Eschilo, il senso ironico delle parole di Ckar- 
mides ci conducono ad ammettere nua parodia. 1 vv. 616 sgg. 
nella loro enfasi umoristica sembrano una burlesca ripro- 
duzione delie scene euripidee, in cui la tragica situazione 
rende necessarie disperate invocazioni di soccorso. 

Non manca nella commodi» qualche apunto di satira 
contro i filosofi : in questo i comici nuovi sono continua- 
tori della tradizione AeW Aqx^'Ìi^- ^°u '^^^ ^^^ abbiano 
rinnovato le acerbe invettive che Aristofane lanciava con- 
tro i sofisti nelle ' Nubi', ma, interpreti del loro tempo 
scettico e leggero, li riguardavano con noncuranza e di- 
sprezzo, come cianciatori vani, ' I filosofi discutono per de- 
finire il bene e perdono il loro tempo inutilmente ' sen- 
tenziava Filemone {Ilv^qoi Meìn. fr. 1 ^ K. fr. 71). A questo 
conceLto possiamo arguire fossero ispirate le commedie che 

I) Il rafìronto è dui Frankea. Ct'r. MaemoyyaQ III p. 35. 



410 A. MAiimo 

portano il titolo di <t>il(iamf>oi, il cui contutiuto non doveva 

certo essere molto favorevole ai cultori della sapienza. 

Tutto il dialogo tra Giì//u» e Traclitlio della scena IV 3, 
in cui si disonte sulla legittimità del possedere il vidulus, 
è un' eco delle discussioni sofìstiche: l'argomentazione fatta 
a t'orma dì domanda, le risposte indirette, sotto oni si cela 
l'insidia del sofÌF<ma, lo scambio dei termini dal significato 
speciale a qnetlo generala (cfr. p. e. i vv. 975 sgg. dove 
' commuiie ' è preso umoristicamente da Trachalio, che 
trae l'argomento in suo favore, nel significato più largo) 
ci fanno sentire l' intento di satira. Satira temperata e 
senza acredine, ma che ci indica bene Ìl pensiero del co- 
mico : r esclamazione ironica di GripuK all' indirizzo di 
Trarlialio del verso 986: ' Philoaophe ! ' ha tutto il signi- 
ficato dispregiativo di: ' ÌDgarl)UglÌatore, imbroglione '. 

Nella commedia nuova la donua pare un essere privo 
d' importanza sociale, perchè consideralo come di gran lunga 
inferiore all'uomo intellettnalmente. Però tra le figure di 
etere e di fanciulle, che popolano le scene attiche, ve n'è 
taluna che pare capace di sentimenti gentili. Nel ' Ru- 
dena ' Palaeetra non è donna volgare, cosi PhìUmutium 
nella ' Mostellaria '. Ma la donna ci viene presentata spesso 
e volentieri sotto un aspetto burlesco; materia di oomioità 
prestano ai poeti specialmente le vecchie mogli, su cui si 
accumulano frizzi mordaci e spiritosi. I versi 906, 1045 sgg. 
ci rappresentano con vivezza, nella loro brevità, la moglie 
di Daemones, che non appare mai sulla scena, ma il cui 
carattere è reso ben noto al pubblico: ciarliera, sospettosa 
e presa da gelosia. Un' analoga pittura troviamo in un' altra 
commedia difilea, la ' Casina '. 

I versi 1249 sgg,, contengono un'interessante allu- 
sione letteraria. Griptis ridendo sui pensieri e sulle mas- 
BÌine morali che gli viene esponendo Daemones dica: 



' Spectavi ego pridein comicos ad iatunu niodum 
Sapienter <iictn dicera atque is plaudier, 
Quom illùs sapienlis mores moustrabaat poplo, 
Sad quom inde suain quiaqae ibaat divorai domui 
Nallas er&t ilio pacCo ut ìlti iusaeiMut ', 



on'iLo couicu. 



Il poetii tic^tticti non crede ailH missione muralo dell'urte, 
e dichiara ozioso per un comico il mirare al perfezionamento 
etico dei cittadini. E come Difilo erano la maggior parte 
di qiieati comici della rea: spensierati ricercatori di sce- 
nette erotiche nnove e divertenti e di intrecci interessanti, 
uoii avevano neppure lontanamente lo scopo di correggere 
i co:jtumi di esercitare comunque un' eflScacia nella società. 
Ma i versi succitati ci rivelano chiaramente che esiste- 
vano comici che si servivano dell' arte come strumento 
di moralità e che trovavano anzi chi gli applaudiva. La 
notizia assai chiara che ci dà questo luogo del ' Rudens ' è 
da collegare, io credo, con la reazione della commedia ca- 
stigata contro quella erotica; si rammentino i versi dei 
' Captivi' 54 sgg. ; 1029 sgg, : ' neqiie in hac subigitationes 
stunt neque ulla amatio — huius modi paucas poetae repe- 
rinnt comoedias' ') che si possono mettere a confronto per 
lo stesso concetto che esprimono col v. 1251 del 'Rudens' : 
' illoH sapientis mores monstrabaut peplo '. E la preoc- 
cupazione dell'insegnamento morale pare sia maggiore che 
in ogni altro in Filemone : nel 'Triuummus' le prime scene 
sono lamenti di probi cittadini sul peggioramento del mondo ; 
si confrontino ancora i versi 380, 301, 284, 685, 1028. 

Difìlo duni^ue ai ride di questi comici perche egli batte 
tntt' altra strada; ma la sua derisione non e un' invettiva, è 
la tranquilla persuasione, cui non è estranea una sottile 
ironia, che gli sforzi fatti a migliorare il mondo non ap- 
prodano a nulla; il mondo va per la sua via rinnovando 
i vizi e le azioni che vengono ad esso rimproverate, anche 
se applaude ai predicatori di moralità. 



>) Dalla relazione che moslritno i var^i dui Captivi col pMsso del 
'Rudena' concluderei coli' aocott (ire l'ipolesi dello HHtl'nor {De Plauli 
com. ex''mp]ij Attioìs p. 42J che Btabiliace eguale data dei Captivi 
il 314 circa, poiché avremmo un nccordo di lempri, non è necessario 
ohe sia esatto, colla rappr. del ' Rudena '. Il pHSSo eitnto del ' Rudena ' 
mi fa rifiutare l'opinione del Leo (Plnutin. Forach. p. 126) che l'ori- 
ginale dei Captivi sia d'un tempo uotevohneale posteriore. Gir. anobe 
n'ilam:iuiiii iuJ. achol. tìotting 1893 ) 1894 p. 13; Uìcierich, Neliyia, 
pag. 11Ì8. 



3 



e) LE CONCEZIONI E LE KOUUE CLASSICHE TELLA DuAMMAT 
NEL ' RrUENS ' 

L'unità di concezione del 'Hndens', che notammo gi» 
altrove, ci fa sentire nella commedia la sapiente armonia 
delle parti che governa le produzioni classiche più celebri 
della tragedia. La divisione in due parti distinte che sì svol- 
gono la prima intorno ai naufraghi, la seconda intorno al vi- 
duln» e che hanno uno stretto legame di unità tra dì loro, 
è conforme agli esempi delle tragedie euripidee ' Serao)»s ' , 
' Àndromache ', ' Hecabe '. 

Ma colla tragedia il ' Rudenti ' ha oomune il concepi- 
mento di acene intere. 

Tntto il terzo atto è quasi inquadrato dal raooonto 
del sogno di Daemonei, (v. 593-610), che ha il suo compi- 
mento nell'azione e la cui allegoria è spiegata verso la 
fine. L' invenzione ha senza dubbio un intento burlesco, ma 
non per questo essa è disforme dallo svolgimento dello 
stesso motivo nella tragedia. Ksso spetta, come osservò i) 
Leo (p. 166) originariamente ad Omero ed è largamente 
usato nella drammatica: da Eschilo nelle 'Coefore 'e nel 'Per- 
siani ',da Sofocle nell" Elettra', da Euripide nell" Ifìgeuta 
Taurica ' e nell' ' Ecuba ' . E non solo il motivo è usato dalla 
tragedia, ma se ne servi per ottenere i suoi effetti timo- 
ristici anche la commedia antica con Aristofane nell' intro<ln- 
zione delle' Vespe' e la mediana con Alessi (cfr. fr.272). Per la 
commedia nuova notevole è ìl racconto del sogno che fa il 
vecchio Demipho nel ' Mercator ' ("E(»niiQoi; di Filemone), in 
cui possiamo riscontrare somiglianze di pensiero e di forma 
ool racconto ohe fa nel ' Rudens ' il vecchio Daemonen *). 



<) Mars(GreiÌ8waldurProgramin, 1893 1 189 J p. ix), osservando 
ohe il racconto del sogno ne) '.tlaTcutoi'' ó fatto con mano arto che nel 
' Budeos', conclude ohe Plauto non lo trasse daW'E/inogoi ma lo com- 
pose tìgli stesso imitandolo da Diftlo. Il Leo invece (Plnut. ForacJt. 
p. 146) pensa che i due racconti spettino agli originali greci, tua che 
quello di DiQlo aia una ben liescita imitazione di quello di Pil«- 



DlCll.O COMI<:i>. ilo 

11 l'if'ugiurtfi dellt) ilu» fanciulle utl:Oi'iiu «il'altare di 
Veliere, presso il quale si svolge l'azione dì tutto l'atto 
terzo, richiama pure un motivo dì oiii la tragedia oHTre 
esempi numerosi. Per non parlare delle ' Supplici ' di 
Eschilo, la cui azione aemplicitìsiraa si accentra tutta at- 
torno all'Ara sacra, troviamo il motivo usato di preferenza 
da Euripide quale importante episodio per l'intreccio del- 
l'azione, proprio come nel ' Rudens ': 1' 'Andromaca ', 
1' ' Ione \ I' ' Elena ', 1' ' Alcsste ' contengono tutte quelita 
t'orma di rappresentazione. 

Il Leo (p. 144) trova una notevole aomigliauKa tra le 
scene del ' Iludens ' nel III atto e la scena di mezzo del- 
l' ' Edipo a Colono ' sofocleo. Però non al può pensare a pa- 
rodia, come conclude Ìl Leo stesso, perchè non vi è alcun 
accenno di somiglianza. 

Con un eS'etto tutto burlesco abbiamo una ripetizione 
di questo motivo nella ' Mostellaria ' (Hfdafta di Filemone), 
dove il servo Tranione (I 1), per sfuggire il castigo che 
gli vuole infliggere il padrone, sì rifugia all'ara sacra. 

Un espediente generalmente diffuso nell'arte della véa 
è quello di concludere il dramma coìV àrayvépiaiq, un mezzo 
questo comodo e naturale per condurre, dopo l'intrigo, allo 
scioglimento della commedia colle nozze. Le imitazioni latine 
delta commedia attica ce ne danno esempi numerosi ■). Ed ò 
notevole come tutte e tre le commedie imitate da Plauto da 
originali difilei (Rudens, Casina, Vidularia) presentino lo 
^jcioglimento mediante questo riconoscimento dello stato di 
libertà della fanciulla, attorno a cui si svolge l'intrigo. Il mo- 
tivo è certo derivato dalla tragedid, da cui è usalo assai spesso. 
Il Leo (p. 163) trova che la scena IV 4 del 'Rudens' ha 'auf- 
fàliende Aehnlichkeit ' con la scena di àvayvafisaK nella tra- 
gedia euripidea ' Ione ', perchè in ambedue i luoghi il ri- 

inonn. L' argomeDtaaiooe e l'ipotesi Don mi pare abbiano molto va- 
lore: già il Leo stessa aveva, affermato che questo del soguo è iiu 
motivo tradizionale della drammatica, gli accordi formali possono es- 
sere casuali o plautini. 

1) La CI. mmcdie di Terenzio lermiuano tutta (eccetto il ' Phor- 
inio ' ì COLI nyiiyi-uipiaii. Delle 21 plautine ben 9 usano questo motivo. 



474 A. MAiuuo 

conosciraeiito avviane per mezzodì oggeUi ohe servono di 
attestazione sicura della verità. La somiglianza però è molto 
relativa: che in Euripide è la madrn Creiisa, che sì dà a 
conoscere al figlio Ione (vv. 1337 sgg-); od è pure diverso 
il modo materiale di riconoscimento : la madre indica che 
cosa contenga una tela da lei intessuta da ragazza; e sono 
diversi gli atteggiamenti specialmente dei personaggi e la 
sitnazione. 

L'umorismo di tutta la acena V 2, che contiend il gia- 
ramento solenne che Gripus ingiunge al lenone, non può far 
pensare ad una burlesca riproduzione tragica: è Tatto sacro 
stesso, compiuto con tutti i riti solenni, che è considerato 
con derisione dal ' leno perinrua '. Alla lettura della acena 
del ' RudeiiH ' ci si presenta però alla mente quella del gin- 
ramento nell" Ifigenia Tanrica'{vv, 743 sgg.). Esaminando 
da vicino la scena, troviamo contatti formali con quella del 
comico.Nel v. 1335del 'Rudens' Lnhrax invita fJri^rts adire 
con lui le parole del giuramento: ' Praeì verbis quidvia '. 
Ed in Euripide v. 741 :"b^(vf ab d' ì^uqx Sqxov Sarn eé- 
(Te^iJ; e seguono come nel 'Rudens' le parole sacramentali, 
suggerite da Ifigenia a Filade. In ambedue le scene si in- 
voca una divinità particolare quale custode e vindice del 
giuramento: nella commedia Venere, nella tragedia Oiove. 
E a rafforzare il giuramento Gripus: (v. 1345 sgg.): ' Si 
qni fraudassls die ut in quaestu tuo { Venus eradicet caput 
atquQ aetatem tuara ' e nell'Ifigenia (v. 760 sg.): — ti é' 
éxXmiov TÒv Ógxov àóixohfi èfié ; — Avoatog sìtjv. . eoe. Si con- 
fronti anche Ear. Med. 746-55. 

Vedemmo come siano molteplici i legami di questa 
commedia ad Euripide per le concezioni artistiche: ma 
vi scopriamo altresì un legame notevole per l'osservanza 
della legge tutto formale, che Orazio, prendendo come as- 
soluti i canoni dei tragici greci, esprime ne! noto emisti- 
chio A, P. (v. 192): ' ijflc quarta loqui persona laboret ' '). 

■ ) Cfr. Fr. Frilitclie: Qualtior leges aeenicae Graeoorum poaseos 
Lipsia 18fi8. //. Weil (Étadea sur le ilruine antique, Paria, Hib- 
chetta 1897) Ntudia l'appi icniiaiie di questa legge nelle tragedie di 
Seneca. 



DIFILO COMICO. 476 

Osserviflino le soeDc 4*. ò*. 6," dell'atto IH, iu cui il Ititione, 
tratto i'aori d«l tempio, si sforza ioviino di traacinare via 
dall'ara siicra le fanciulle e iofìne viene condotto In giu- 
dizio da PUfidippu^. A queste tre scene Ch-trmidis, il ' si- 
cnlus hospes ' doveva essere presente ; egli era entrato nel 
tempio per vedere che cosa snccedease, subito dopo Labnai- 
nella scena II 7 e, quantunque ciò non sìa detto nella com- 
media, egli deve uscirne senza dubbio insieme con tutti 
gli altri personaggi che prendono parte all'azione delle 
scene seguenti sull'aprirsi della TU 4, perchè nella III 6 
egli parla. Certo la sua figura iu queste scene è secondaria, 
né avrebbp valore essenziale la sua partecipazione all'aziono; 
avrebbe tuttavia contribuito alla tomicità della rappresen- 
tazione se avei^SK coutinuato a lanciare frizzi ironici al 
lenone, come aveva fatto nella scena li 6 e come farà in- 
fine nella III 6. Però, quantunque presente, egli si tace per 
tutto il corso delle scene III 4, 6, per l'artificio scenico delle 
tre persone. 

Assai più grave è il silenzio poco naturale delle due 
fanciulle, rifugiate presso l'ara, per tutte e tre queste scene : 
avrebbero avuto ben motivo di esprimere il loro timore 
di rispondere alle audaci ed impudenti parole dal lenone, 
e specialmente da Pnlaeslia ci avremmo aspettato un'esplo- 
sione di gioia all'arrivo di Plegidippus che ella rivedeva per 
la prima volta dopo il naufragio e che veniva a liberarla 
da ogni pericolo. Tuttavia le fanciulle tacciono sempre: 
anche qui la ragione si deve ricercare nell'artificio scenico 
di cui parlammo. Infatti la scena IV ha per interlocutori 
Daemonee, Lubrax, TrachaUo; come personaggi muti sono 
presenti Amjiélisra, Palaestra, i due ' lorarii ', a cui si deva 
aggiungere, benché i codici non lo notino, Charmldet. Nella 
scena V sono interlocutori dapprima Chnrmides e Labiax, 
poi questi e i ' lorarii ', gli altri sono personaggi muti. La 
scena VI ha un colloquio fatto nello sfondo fra Pleaidìppus 
e Trachiilio, poi (dobbiamo imaginare che quest'ultimo si 
leuga in disparte, perchè non interloquisce piìi) tra Plasidip- 
2'ue e Labrax, a cui sì unisce Charmides, finora rimasto mnto. 

La rapprest'utazione che riesce maggiormente disforme 



476 A. MARiao 

dalla uaturalezKa, [wr l'oaservanza di questa regola, è la 
scena IV 4, in cui alla presenza di AmjiefUca e Palaeetra 
si discute sul vidulue e sull'opportunità di aprirlo tra Dos- 
mone», Trachalio e Gripus. E durante tutta la dissuasione 
le due ragazze rimangono mute, mentre noi aspetteremmo 
dalle fanciulle eapressioni di gioia al solo vedere la pre- 
ziosa valigietta, che esse credevano perduta, per mezzo 
della quale solamente Palaetlrn potrà essere riconosciuta 
libera. E curioso come la situazione poco naturale pare sia 
avvertita dal comico stesso: infatti Grìpu-s chiede a Tra- 
chalio (v. 1113); ' Quid, istae mntae sunt qnae prò se fa- 
bulari non queant? ' La risposta di Trachalio è al sommo 
grado umoristica, tanto più se si ammette come una scher- 
zosa giustificazione della legge delle tre persone: (v. 1II4) 
' Eo tacent quia tacitast melior mulier semper quam lo- 
qoens ' '). 

/) IL VALOBE ESTETICO E MOa.VLB DELLA OOUICBDIA. 

Se im ricco sceiieggiamento, che mostri l' imagìna- 
zione inventiva del poeta, concorre grandemente al successo 
del dramma, qualora vada unito a pregi intrinseci dell'opera, 
senza dubbio il ' Budens \ a nessuna delle palliate secondo 
nell'apparato scenico, fu una delle commedie piià accla- 
mate e famose. 

L'azione si svolge fuori dai rumori cittadini, nell'aperta 
campagna, dove il povero Oaemonea colla moglie ed il 
servo vive lavorando la terra. Da una parte della scena sta 
la casetta del vecchio, dall'altra il tempio di Venere e di- 
nanzi al tempio l'ara sacra alla dea; il verde della cam- 
pagna, il mare divino col furore delle sue tempeste, col 

t) Diomede (III q. 26 p. 465 ad. Gaisf.) dopo di kvere allermato: 
' in dramate graeco fera tres personae aoloe agunt ', aggiunge : ' at 
latÌQÌ scriptorea complurea peraonas in l'abulas ìntL-oduxQniut ut ape- 
oiosiores fraquentia facareot'. La cornmedia attica anova daaquesi 
attonava alla ragola delle tre peraoue: è segno che il poeta latino si 
staooa dall' originale quando nello palliate vediamo (e aoao nume- 
roae) ecceiioni a questa legge, 



DIFILO COMICO. Vn 

muto -iciDtiliio dell'onde in bouaccia ne danno lo infondo: il 
gruppo di pescatori colle reti e cogli ami completano Ìl 
quadro agreste pieno di poesia; è la natura nelle sne bel- 
lezze tranquille e nelle suo forze terrìbili, è la pittura dei 
costumi poveri e semplici, unita alla ieratica maestà del 
culto della dea dell'amore. Attraverso l'azione ci giunge 
l'eco lontana della città coi suoi affari, coi suoi tribunali, 
col suo porto: per la via di sinistra si giunge a Cirene, 
luogo la via di deatra continua il lido del mare senza fine. 

Della commedia ebbimo già occasione di accennare i 
pregi intrinseci notevoli e dell'insieme e delle parti. Il pa- 
rallelismo di talune scene (cfr, I 2, 3 con II 6) anziché ap- 
parire una stucchevole riproduzione dello stesso motivo, 
mostra con quanta arte il poeta miri alla rappresentazione 
di caratteri diversi. Una mirabile naturalezza ha la descri- 
aione che Scajmriiìo fa delle fanciulle naufraghe, sospinte 
e sbattute dall'onde (vv. 160 sgg.); e non meno naturale 
è il dialogo che procede vivace e spigliato sempre, pervaso 
assai spesso da uno schietto umorismo che risiede sopra- 
Lutto nelle situazioni comiche '). Fa difetto però l'analisi 
psicologica nei personaggi: meglio riuscite sono le figure 
dei lenone e di Scejiariìio; Pleiidìjipus è un amante senza 
passione ed insensibili ed incapaci di un forte sentimento 
appariscono le due fanciulle nella seconda parte. Si noti 
però che nel dramma l'intrigo amoroso non ha parte prin- 
cipale, l'intreccio è piuttosto rivolto tutto a preparare 
y àvaYrtÓQiaii- 

Le numerose reminiscenze di motivi classici e l'esatta 
composizione delle parti, miranti ad unità, mostrano che 
questa commedia è essenzialmente di riflessione. Non tanto 
nelle singole scene, come afferma il 'feuffel '), ma nell'in- 
sieme sta il suo pregio; e ben giudicava il Frankeu *): 

<) A torto lo Seham giudica die ' d&s Stdck lil^^t die heìtere 
Komik vermissen, es ist tnebr eiu Schauspinl, das sber schon durch 
die reiche Scenerio den Zuscbauet eiuQehniea musa. ' iQesob. d. 
vaca. L. I p. 61). 

t) Tauflel. Geachiohte der Ròm, Literatur, I p. 156. 

•) Frankeii. Mamos. voi. Ili N. S p, 35. 



' oomplicatione comoedia haec alìis plaiitìiiìs qoq est post- 
ponenda '. 

E che essa sia commedia di riflessione lo mostra un 
certo fondo filosofico, che sta su tatto il dramma, ma che 
appare evidente speuialmente nella sua soluzione. Male il 
Kitsch! ha interpretato questo fondo filosofico. Egli anno- 
vera il ' Rudena ' tra le commedie, che hanno un fine mo- 
rale come il ' Trinummus ' e i ' Captivi ' '). Si rammenti 
il prologo dove Arctarus annunzia d'essere mandato da 
Giove a proteggere gli innocenti ed a punire i malvagi: 
ae la commedia avesse corrisposto ai concetti morali e re- 
ligiosi del prologo, se avesse sciolto nel senso ottimista il pro- 
blema morale, col punire il vizioe premiare la virtù, avremmo 
avuto un'ingenua concezione della vita e avremmo