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STUDI ITALIANI 



DI 



FILOLOGIA CLASSICA 



VOLUME DECIMO. 









FIEENZE 
BERNARDO SEEBER 

LIBRAIO-EDITORE 
20, Via Tornabuoni, 20 

1902 






i'irenze-Koma — Tip. di Giuseppe Bencini, 1902. 



I]^DIOE DEL VOLUME 



Balsamo (Augusto) — De Senecae fabula quae Troades iu- 

scribitur p. 41-53 

De Stefani (Edoardo Luigi) — Palaraedis grammatici frag- 

mentum 40 

— I manoscritti della ' Historia Auimalium ' di Eliano. . 175-222 
Festa (Niccola) — De Palaephato Sonciniano 21-28 

— De Pasiphaes fabula latinis versiculis expressa .... 28 

— Poscritto Palefateo 433-436 

Galante (Luigi) — Index codicum classicorum latinorum 

qui Florentiae in bybliotheca Magliabechiana adser- 

vantur. Pars I (ci. I-VII) 323-358 

GoiDANiCH (P. G.) — Studi di latino arcaico 237-319 

— ' Nominare vetat Martem neque agnum vitulumque ' 

(Cat. r. r. CXLI, 4) 320-322 

Landi (Carlo) — Codices graeci bybliothecae Universitatis 

Patavinae 18-20 

— Indicis codicum graecorum bybliothecae Universitatis Pa- 

tavinae Supplementum 430-432 

Lattes (Elia) — L' iscrizione etrusca della paletta di Padova. 1-17 
Levi (Lionello) — Cinque lettere inedite di Emanuele Mo- 

scopulo (Cod. Marc. CI. XI, 15) 55-72 

Romagnoli (Ettore) — In Aristophanis Acharnenses criticae 

atque exegeticae animadversiones 133-164 

Tamilia (Donato) — Index codicum graecorum qui Romae in 

bybliotheca Nationali olim Collegii Romani adservantur. 223-23G 
Terzaghi (Nicola) — Sulla composizione dell'Enciclopedia 

del filosofo Giuseppe 121-132 

Tommasini (Vincenzo) — Prolegomena ad Xenophontis li- 

bellum de re equestri 95-119 

Truffi (Riccardo) — Erodoto tradotto da Guarino Veronese. 73-94 
UssANi (Vincenzo) — Codices latini bybliothecae Universi- 
tatis Messanensis ante saec. XVI exarati 165-174 

Vitelli (Camillo) — De codice Roncioniano scholiorum in 

luvenalem 29-39 

— Studi sulle fonti storiche della Farsaglia 359-429 

Vitelli (Girolamo) — Prosodiakon 54 

— Eurip. Iph. Aul. 106 sqq 120 

Indice dei primi dieci volumi 437-446 



L' ISCRIZIONE ETEUSCA 

DELLA PALETTA DI PADOYA 



I. 



L'isorizione d'alfabeto venetico (Grhirardini, Not. d. 
Scavi 1901 p. 314-321): 

nahinatarisahvil . 
etsualeutikuìcaial . 

incisa da destra a sinistra in due linee contrapposte sopra 
una paletta di bronzo, disotterrata a Padova presso la ba- 
silica del Santo, pare anclie" a me, come parve subito al 
Teza 1), di lingua etrusca e tale da doversi probabilmente 

1) Lo afferma l' illustre Veterano, cui gli studi etruschi deb- 
bono già la prima trascrizione dell'epigrafe di Magliano, nella po- 
stilletta stampata in calce alla, notizia che di codesta ''singolare 
scoperta archeologica avvenuta presso la basilica del Santo ' pub- 
blicò il Ghirardini nelle Memorie della R. Acc. d. Se. Lett. ed Arti 
di Padova, voi. XVIII, p. 203-206 = 1-4 estr. (adunanza 16 giugno 1901). 
Ivi, oltre all'opinione che si tratti d'etrusco e sia da anteporre la 
linea cominciante per et- « perchè sta alla diritta del frugatoio, della 
palettina, e a chi la prenda in mano si offre, se non erro, la prima », 
egli esprime quella che all' -al di kaial, pur da lui naturalmente ri- 
levato, si possa « ricondurre anche il -kvil, ove non si ricolleghi con 
voci simili a Tinashvil ». E conclude: « ma resta buio, buio fitto, 
anche se dividessimo le parole, e vorrei dire i nomi^ in questo modo: 

etsual . eutiku . Tcaial 
naJcina . tarisa . lcvi\a\l. 

Chi è più ardito degli arditi sognerebbe forse un evrvxtj?; gii altri 
invece si contentano di leggere senza capire, che avviene spesso anche 
nei libri stampati ». 

Studi ital. di filol. class. X. 1 



2 E. LATTES 

leggere anteponendo il rigo che il G-hirardini, illustratore 
del cimelio e primo editore del testo, pospose; vale a dire 
precisamente, a mio avviso : 

et-Sua-Leutiku-Kaial, \ na-kìna-tarìsa-Kvil. 

Invero nessuno disconoscerà anzitutto in fine alla linea 
cominciante con et- il matronimico pretto etrusco Kaial, 
con cui appunto finiscono numerosi epitaffi etruschi i), fra 
cui importante pel nostro presente proposito, perchè di 
provenienza da noi meno discosta, e sopratutto perche rin- 
venuto a Gubbio, fuori dell' Etruria vera e propria, il se- 
guente incontrato testé dal Pianta (Gramm. II 586 num. 304^) 
nel noto manoscritto marucelliano (A XI 1) : 

Ar{nB)-Vahri-Caxal ' Aruns Varius Caiae natus ' ^). 

Ne fa difficoltà il fc del padovano Kaial pel e del normale 
Caial, già essendo occorso Kai pel solito Cai a Volterra 
(CIE. 144) e Adria (Schoene, Museo Bocchi 7-9, cf. 5. 6 Kavi); 
inoltre nelle iscrizioni etrusche arcaiche davanti a avver- 
tesi quasi sempre k per e, sicché p. es. a Barbarano karai 
e a Narce kara per Etr. Sp. V 199. 1 Cara (cf. Fab. 91 care, 
CIE. 2219 e Gam. 802. 5 cari), e pure a Narce ka eka 
(cf. CIE. 4540'', dove male eca) pei soliti ca eca, e kania 
ikam verisimilmente inseparabili da CIE. 15. 76. 304 ecc. 

1) Cosi CIE. 3-Ì58 Lari Petr Caial (male il Pauli lart petr[uni], 
perchè si danno numerosi esempli del prenome Lari e taluno di Petr 
e sta « inter petr et caial figura floris »); 3473 Ar . Bufi . Ar . Caial 
e '74 VI . Bafi . Ar . Caial; 3524 Ar . Ciré . Ar . Caial; 3994 SeOre . 
Casni . Caial; 4261 Ha{sti) . Salvia . Caial; 4395 Mehnati-Velimnas'- 
Caial ecc. 

2) Nota il Pianta ad 1., p. 672, riferendosi anche all'iscrizione 3048 
della stessa origine, che « das Aussehn der Texte ist verdàchtig », 
evidentemente perchè li considera dal punto di vista della gramma- 
tica umbra, e, mentre « der Schluss konnte etr. Caial sein », il prin- 
cipio gli richiama umb. arvamen e simili ; ma già abbiamo CIE. 4058 
Vahris' per 4019 Varis' (cf. 4079 Vahrunis' e 4078 Varuni, Fab. 2026 
Vahrine e CIE. 1197 [Vjarinei). 



l' ISCRIZ. ETRUSCA DI PADOVA. 3 

cana e 52^ A 9 (cf. Gam. 804. 6 e Mumm. XI y 2) ica. Si 
affermò anzi (Pauli, Inschr. nordetr. Alphab. p. 61) che da 
Bologna in su nei testi etruschi « domini esclusivamente » 
il k senza distinzione di tempi e suoni: ma a torto, per- 
chè a Ravenna s' ha Oucer e turce (Fab. 49, cf. CIE. 388 
0uker Arezzo, 1552 turke Chiusi), a Pesaro Cafates e frontac 
(Fab. 69), a Carpigna d'Urbino turce (Fab. 71), a Todi 
Cnei care Brucai (Fab. 90. 91), a Rotzo (Bassano) ctun 
atumc citi (Pa. op. cit. 31. p. 16) per qutun aBumic-s' cidi *)> 
e sta sol questo, che nelle scritture anteromane dell'Italia 
settentrionale il k prevalse più a lungo e venne assai tardi 
sopraffatto dal e. 

Si addimandò pertanto Kaial come ' Caiae natus ' o 
' nata ' la persona che fu o fece quel che il testo di Pa- 
dova dice. Ma deve questo dirci altresì che s' addimandò 
qualcos'altro: perocché ben di rado gli Etruschi designa- 
rono le persone col solo matronimico *), cui usarono pre- 
porre almeno il prenome col gentilizio o cognome, oppure, 
più di rado, questo o quello soltanto. Ora innanzi a Kaial 
sta una voce uscente in -iku^ la quale potè appunto essere 
codesto gentilizio o cognome, perchè fra' gentilizi o co- 
gnomi etruschi s' ha Mudiku-s\ esso ancora con k davanti u 
e, per giunta, esso ancora dell' Italia settentrionale (Fab. 42 
Busca) ; inoltre nelle iscrizioni venetiche abbiamo lassiko 
(Pauli Ven. num. 273 epitaffio di Pozzale, p. 61, 281. 324, 42. 
381, 3. 403), e nelle latine di quelli o de' prossimi siti Bodicus 
Gammicus MoUicus ecc. (Pauli Ven. p. 386). Ma s' aggiunge 
che fra' nomi propri di persona usati da' Greci fu Aswóixog, e 
che già sott' a' Merovingi ricordasi (Holder s. v.) la città di 
Leudicum, oggi Liegi (ted. Ltittich) ; sicché, o si badi alle re- 



i) Anclie nella bilingue di Voltino (Pauli op. cit. 30 p. 15) con 
tre s' (due punteggiati) e due z, insieme con Bugiava s' ha s'omezeclai. 

2) P. es. CIE. 4529 Latìnial in « operculum ossuarii » di Perugia, 
dove male il Pauli suppone che « defuncti nomen erat in arca, cum 
latìnial nomen matris sit », giacché ivi stesso poco prima è lat. etr. 
CIE. 4372 Hostiliae . gnatus per tutto epitaffio di altro « ossuarium > 
perugino: e cosi alquante altre volte, di cui diedi notizia nelle mie 
' Iscrizioni latine col matronimico di provenienza etrusca '. 



4 E. LATTES 

lazioni elleniche, oppure alle memorie galliche, si abbon- 
danti nella regione del nostro testo, ben vi sta un Leutiku 
con t u per d o, conforme alla scrittura da quello rappre- 
sentata. Codesto Leutiku Kaial fa d'altronde il paio con 
Raneni Ualaunal d'una lapide scoperta a Mesocco (BoUett. 
stor. della Svizz. Ital. XV 106 e tav. num. 2), di cui si 
ritocca più avanti, e trova numerosi compagni negli epi- 
taffi etruschi di siffatto tipo onomastico *). Riesce poi cosi 
giustificata l'aspettazione del Ghirardini che l'epigrafe pa- 
dovana, essendo « non v' ha dubbio, di carattere votivo », 
dovesse « contenere il nome del dedicante » (Not. cit. p. 320). 
Rimane a principio della stessa linea etsita-, equidesi- 
nente coi nomi propri di persona etruschi Capricci Velcialua 
Velua LarSua Petrua Pumpua Scena Uillinua (cf. l' incerto 
LarSuia, Petruia e Scava), con catrua Oeusnua renyzua della 
Mummia, con zarua di Formello (cf. zarve nella Mummia), 
con murzua di S. Manno (Perugia) e co' non ben sicuri Qua 
di Volterra e x^n di S. Maria di Capua. Siccome però non 
vedo riscontri quanto alla base, laddove, come i femminili 
Velua LarQua Petrua Pumpua ai maschili Vehh LarQu 
Petru Pumpu, e come, se mai, duo e ^^a a 6u e ^u, cosi 
starebbe -sua allo su di Perugia (CIE. 4596 nicu . su), di 
Orvieto (Fab. 2033 bis f* con Fab.' p. 110 vacl . Lare : sw si) 
e di Capua (Rh. Mus. LV p. 3 lin. 3 . . . eri-Qu-d • su-vacil . 
s'i-pir • s'u ., cf. lin. 1 . . ht-vacil . s'u-'^un . . .^ 4. 5. 6. 12 vacil ecc.), 
divido et-sua ; ed osservo che infatti numerose epigrafi etru- 
sche cominciano con eQ eid eit et. Abbiamo cioè : 

eO-avai-Sizu-suzai-limuìia-atiud-naOl (Not. d. Se. 1898 
p. 406-409. 427-429 con Rendic. Ist. Lomb. 1899 p. 693-708), 
primo inciso della più antica epigrafe etrusca a noi finora 
pervenuta, quella, intendo, che adorna l' orcio di Barbarano 
Romano, epigrafe certamente votiva, la sola finora in cui 
siasi incontrato l'elemento b, la prima che ci abbia dato 
esempio di -h finale come tante venetiche; 



») P. es. CIE. 939 Carnei . Hisucnnl, 1058 Veloseini . Cainal (etr. 
d'alfabeto latino), 1060 Senti. Vilinal (bilingue), 1270 Hele . Capnal^ 
2087 Veizi Numsinal, 2436 Marena Parnal ecc. ecc. 



L'ISCRIZ, ETRUSCA DI PADOVA. 5 

eO : fanu : lautn : Precus' : ecc. (CIE. 4116) a prin- 
cipio della seconda parte (Iscr. paleol. 10-20) dell'epitaffio 
di S. Manno (cf. St. It. di filol. class. VII 500 sg.) ; 

ed-hanìi-nacva-utiis'-$runa (Fab. 2232) e 

ed-a'idum ecc. (Fab. 2257) a principio di epitaffi tar- 
quiniesi, come altresì 

eid : fanu : s'atec : lautn : Pumpus : ecc. (Fab. 2279. 1); 

eit-viscri-titre Arndalìtle-Pumpus (CIE. 2627) a prin- 
cipio dell'iscrizione sicuramente votiva di una piccola statua 
di bronzo chiusina (Pauli piscri sure e itle) ; 

et-an-lautn (CIE. 4105) in « lapis supra portam se- 
pulcri positus » del contado perugino « ex descriptione 
Brunnii » (cf. sup. ed fanu lautn ed eid fanu lautn con 
Fab. 2220 bis o 2327 ter*" an : farBnay^e, con eS-avai- di Bar- 
barano rispondente a a{n)-kara{, e con -e et e -e an tan- 
tosto). — Sta del resto et a ed come eit a eid, e come atumc 
citi sovrallegati di Eotzo a aOuìnic-s' cidi; cf. inoltre mi- 
menica-c marcalurca-c ed tudiu sul piombo di Magliano B 1 
con Novilara 10 tena-c anvs et s'ut e con sveleri-c sve-c an della 
Mummia II 4 = 8 e IV 4 = 17. Appare poi così confermata 
per via ermeneutica l' anteposizione del rigo cominciante 
con et-, consigliata al Teza (sup. n. 1) già dall'aspetto este- 
riore del cimelio •). 

Passando ora alla seconda linea, mentre l'arcaico cippo 
di Volterra guarentisce la separata esistenza di etr. kina 
(CIE. 48. 2 dna : cs' : mestles', cf. Fab.^ 83 .... kinas'- kur- 
tinas- allitteranti e sup. Kaial Calai ecc.), dimostrano i 

1) A favore dell' anteposizione sta forse anclie un altro argomento: 
la parte inferiore e più larga della paletta è anepigrafe, e sono iscritti 
i due orli della parte superiore presso al manico ; ora s' avverte fra 
essi la differenza che la linea cominciante con et- riempie tutta la 
parte ad essa assegnata dell'orlo, laddove la linea cominciante con 
na- ne lascia vuoto in fine un piccolo spazio di circa due o tre ele- 
menti; ma le due linee essendo contrapposte, e gli elementi (17 nella 
linea et-, 16 nella linea na-) il più possibile collocati uno sott' all' altro, 
e precisamente il n iniziale dell' una sotto al l finale dell' altra, non 
parmi ciò sarebbe stato possibile se la linea di et- non fosse già stata 
scritta, quando si scrisse l'opposta (na-). V. inoltre p. 15 n. 1. 



6 E. LATTES 

testi seguenti che il lessico etrusco possedette altresì la 
voce na : 

TinQuv-Acrii . na (Gam. 936 con Undset ap. Bugge 
Beitr. I 196 e v. Duhn Bull. Inst. 1878 p. 60, entrambi 
i quali avvertirono il punto davanti al n, sfugito al Pauli 
Bezzenb. Beitr. XXV 208. 4, cf. XXVI 64) sopra una fiala 
nera di Suessola (cf. Veldur LarBur e Acri con mii mi, 
tii ti, puiia puia ecc.) ; 

ca . nn . matu (Fab. 2581) sopra uno specchio d'ignota 
origine, ornato d'epigrafe singolare ed oscura e però, al 
solito, un tempo sospetta (cf. Deecke Etr. Forsch. Ili 35 sg. 1 
con Bugge Bezzenb. Beitr. XI 10); 

ve-mi-stes . n a tap . lece (Fab. 2596 con Corssen I 719. 30), 
seconda linea della singolare ed oscura leggenda di un'urna 
funeraria d'ignota provenienza; 

mi-na-tiurl[e ecc. (CIE. 1546), principio del- 
l'arcaica epigrafe di un « magnus lapis tiburtinus formae 
fastigatae » trovato a Sarteano ; cf. (Rendic. Ist. Lomb. 1895 
p. 980 sg.) mi-ni-Kaisie, mi-7ii-mulveneke o mulvunke o mul- 
vuneke, mi-ni-kara, mi-ni-cedu e mi-ne-tuna, mi-nu-avue, me- 
-nu-turu con sup. turke e con Partiunus Partunus ecc. — Pos- 
siamo adunque con fondamento leggere na-kina-; separate le 
quali due parole, facilmente scomponesi quel che resta in 
-tarisa-kvil. Infatti già conosciamo tinscvil o tins'cvil, 0aii- 
cvil (Not. d. Se. 1891 p. 433. 6) e insieme Tins C lovis ' 
sul piombo aruspicale di Piacenza) e Oan; e giova poi 
l'analogia della grande iscrizione di S. Maria di Capua, la 
quale diede sav e cnes staccati (lin. 6 ri . sav . lasiei, 8 ilucu . 
cnes . yra-per, cf. 1-2 [riOn^ai . sav cnes . e 6 vacil . sav . cnes), 
laddove prima possedevasi soltanto Fab. 2083 savcnes. Quanto 
poi a tarisa, sta esso al tar che tre vòlte occorre nella stessa 
grande epigrafe capuana (lin. 3. 16. 33) e apparisce con- 
fermato da' tre esempli di dar nella Mummia (Vili 12 e 
probabilmente y 4 = III 19), come p. es. Velisa Larisa a 
Vel e Lar; d'altronde tutti sanno che le forme in -sa tanto 
abbondano quasi nei testi etruschi a noi pervenuti, quanto 
quelle in -al, fatta eccezione pei soli perugini, dove nessun 



l'iSCRIZ. ETRUSCA di PADOVA. 7 

-sa onomastico finora mai s' incontrò : sicché vuoisene de- 
durre, che l'avervi repugnato fu una delle proprietà del 
dialetto di Perugia. 

II. 

Forse però a favore della lezione -tarisa-kvil s'ag- 
giunge altresì l'argomento di un testo parallelo, che si 
scambia luce col nostro e permette di guardare un po' più 
addentro nella sua struttura e significazione. — Sull'orlo 
di un vaso di bronzo trovato presso il castello di Grafen- 
stein, a settentrione di Bolzano, e conservato ora al museo 
di Berlino, sta incisa col solito alfabeto etrusco settentrio- 
nale, da destra a sinistra, la seguente epigrafe ininterpunta 
(Fab. 60 = Pauli 33 p. 16. 106): 

jpevas'niyi^esiupikutiutisayivilipijperisnati 

in fine alla quale, posto sull'avviso dal nostro 

-tarisa-kvil^ 

trovo analogamente, coli' aiuto eziandio della Mummia (X 7 
ipei e 9 ipe ipa) : 

-tisa-')(^vil-ipi-perisnati 

(cf. CIE. 1061 Pulfnei Perisnei con 1158. 2623 Pulfna 
Peris) 1). Ma a Usa precedono due voci equidesinenti in 
-iu, cioè esiu (o ni)(^esiu) e jAkutiu, verisimilmente due nomi 
propri di persona, giacché il primo — se non va, che mi 
par più probabile, con Nixrjaiog (cf. anche Varr. 2. 2. I 1. 8) 
-aiag aioìv- Nicetius -cius — rida quasi tal quale il gen- 
tilizio Esia dell'epitaffio etrusco di Tresivio (Sondrio) -), e 

*) Il Pauli divise tisax-vilipi-perisnati, con -a^ e -a<« suffissi lo- 
cali diversi in un inciso di tre parole, per la seconda delle quali 
manca ogni riscontro. 

2) Il Pauli op. cit. 27 p. 14. 96 legge esial, perchè reputa fortuito 
il punto fra a e l, & perchè cosi diventa verosimile la lezione z{udi) 



8 E. LATTES 

il secondo trova riscontro nel Mazutiu che, preceduto dal 
noto gentilizio Fuluna (lat. FuUonius), si legge nella prima 
linea della maggiore fra le cinque lamine plumbee di Volterra 
(CIE. 50* B 1, cf. Addit. p. 605, 4613 Mazioti lautni Cnev., 
cioè Cnevnas'). Ora in ben tre luoghi della Mummia, cioè : 

XII 12 caperi . zamti-c . svem . dumsa 
Vili 10 cajjeri . zamdl-c . vacl . ar . Jlereri . sacnisa 

VI 6 Oeusnua . caper-c . lied . uay^va . tinOas'a 

occorre caso del tutto analogo; vale a dire in ciascun dei 
tre ad una voce in -sa *) (ossia Bwrnsa sacnisa tindas'a), ana- 
loga al tisa di Bolzano ed al tarisa di Padova, precedono 
due tali parole {caperi zamti-c o zamSi-c e Seusìiua caper-c) 
che, quantunque non vogliansi tenere per nomi personali, 
come Ni^esiic e Pikutiu di Bolzano e Leutiku e pure Sua 
(cf. anche 2óog Iwog) di Padova, sono però equidesinenti in 
due testi (capevi zamOi-c o zamti-c come Ni'/^esiu e Pikutiu) 
e in tutti tre rispettivamente fra loro affini, perchè col- 
legate dalla particola congiuntiva -e, interposta sempre ap- 
punto fra voci equidesinenti o per lo meno similari (p. es. 
CIE. 2426 Arneal Einal-c, cinque volte nella Mummia x^s' 
esvis'-c, a S. Maria di Capua lin. 16 hivus nifus-^c ecc.). Ma 
a quei tre testi s' aggiunge il seguente : 

VII 6-7 trinSas'a . s'acnitn an . ciÌB cedane .sai 

(cf. XII 11 an . s'acnicn . cilo • ce^a . sal)^ dove altra voce 
in -sa (o più probabilmente la stessa che testé incontrammo 

da lui proposta pel precedente z : ; ; ma questo può integrarsi (cf. n. sg.) 
con molto maggiore verosimiglianza Z{edra), perchè S{edre) o S'{edre) 
già s' incontrarono più volte cosi abbreviati, ma non mai s{uOi) o s'(u6i); 
in ogni caso il punto fra a e Z sta ben chiaro nel disegno, mentre 
poi i testi etruschi nei quali concorrano due o più maniere d' inter- 
punzione ornai non si contano. 

1) Non fa difiacoltà la differenza fra -s'a e -sa perchè nella Mum- 
mia stessa incontriamo ces'asin e cesasin, s'acnicleri e saenicleri ed in 
genere s' avvicendato con s in tutte le posizioni e condizioni, al pari 
di s' s ;:, sicché insieme p. es. concorrono sai (due volte) e zal (altret- 
tante, e inoltre zac zax) qui tantosto ricordati, zeri e seri ecc. 



l'iSCRIZ. ETUUSCA di PADOVA. 9 

scritta tindas'a) sta in compagnia, non più di due voci 
associate e analoghe, ma del numerale sai, che dai dadi di 
Toscanella (zal) sappiamo superiore all'unità; e s'aggiunge 
ancora che appunto sai, e insieme il numerale ci superiore 
anch'esso all'unità, e la cifra VI occorrono in epitaffi di 
Viterbo in compagnia pur sempre tutti di un vocabolo 
in -sa, cioè acnanasa : 

F.'^ 318 alenar . zal . arce . acnanasa 
327. 2 alenar . ci . acnanasa 
327. 4 papalser . acnanasa . VI . manìvi . arce. 

Da tutto ciò parmi pur sempre (Saggi e App. p. 55. 148. 150, 
Ultima col. della isc. etr. della M. p. 7) discendere con 
certezza che fra codeste voci in -sa e il numero plurale 
dovette intercedere alcuna relazione, e che quindi, oltre 
a' soliti notissimi -sa nominali e singolari, derivati per lo 
più dal gentilizio del marito e talvolta dal prenome pa- 
terno, l'etrusco ne possedette altri plurali e probabilmente 
verbali: invero, considerata sopratutto la qualità dei con- 
testi allegati, parmi pur sempre assai verisimile che co- 
desti -sa esprimano l'azione o lo stato delle persone indi- 
cate dalle due voci o da' numeri associati con quelli*). 
Quindi capevi zamSi-c (o zamti-c) dumsa o sacnisa e Oeusnua 
caper-c tindas'a mi sembrano dover significare che il caperi 
e il zamti insieme e insieme il Beusnua e il caperi fecero 
e furono rispettivamente quel che dumsa e sacnisa e tinOas'a 
significano, e cosi i alenar zal o ai e i piapalser VI quel che 
acnanasa] e però analogamente Niy^esiu e Pìkutiu di Bol- 
zano quel che tisa, e Sita e Leutiku Kaial di Padova quel 
che significò tarisa. Circa i quali due ultimi -sa possiamo 

1) La condizione verbale parmi resa pur sempre probabile dal 
confronto di sveni dumsa con puiam amce e anice etnam, zilace ucntum e 
[z]ila/nce pulum o zila/nce medium, muluvanilce Jiirsum, sta pru%um ecc. 
(Rendic. Ist. Lomb. 1896 p. 982 sg.), dalle quali strutture per lo meno 
risulta che la uscita -sa equivalse per qualche rispetto alla verbale 
-ce, e che fra la uscita -m e le uscite -ce -sa intercedette alcuna re- 
lazione. Quanto al numero plurale, cf. alenar o papalser acnanasa con 

sacnis'a dui acazr e con dui e r auis'a (Saggi e App. 

p. 147. 150). 



10 E. LATTES 

forse, all' infuori di qualsiasi prematuro tentativo etimolo- 
gico, lusingarci d'indovinarne il senso approssimativo : pe- 
rocché gli oggetti iscritti essendo manifestamente anatemi, 
e le epigrafi di conseguenza votive, come per la padovana 
già senza esitanza affermò il Ghirardini, lice presumere 
che i verbi in quelle, se mai, contenuti, dicano al solito 
' diedero ' o ' donarono ' >). 

Ma se questo fu all' incirca il significato di tisa e tarisa, 
torna probabile eziandio che i rispettivi testi nominino la 
deità cui l'oggetto così iscritto venne ' dato ' o ' donato '. 
Ora dall' un canto, come subito dopo tarisa leggiamo kvil, 
cosi x^'^^ subito dopo tisa (cf. Qancvil e Oan^vil); d'altro 
canto fra le parole etrusche in -il di lezione certa, per lo 
meno due designano certe e note deità {Aril ^ Atlante ', 
Usil o Us'il ' Sole '), mentre poi due, connesse con quelle, e 
insieme una terza, possono dirsi spettare a deità umanizzate 
{avil ' anno ', ril ' età ', Qany^vil per lat. etr. Tanaquil) 2); 
s'aggiunge ancora che fra le deità etrusche una pare essersi 
addimandata Cvei (CIE. 2341) ^), al quale vocabolo sta kvil, 

t) Insegnerà l' avvenire se tisa (cf. tis tes tez e lemnio tiz) e tarisa 
(cf. turce drasce) si rannodino in alcun modo alle nostre parole per 
' dare donare onorare ' e simili. 

2) Credo nome di deità anche tinscvil o tins'cvil, che il Deecke 
Etr. Forsch. IV 29 not. rende ' anatema di Giove ' e il Pauli Etr. 
St. Ili 114 sg. semplicemente ' anatema ': contro le quali interpre- 
tazioni, oltre che il confronto dei testi analoghi, dove mai non si 
parla di ' offerta ' in genere, ma o di ' offerta sepolcrale ' {sudina) 
o del tale ' oggetto offerto ' {culcna, nipi capi ecc.) o del ' dare ' o 
' donare ' senz'altro, sta Not. d. Se. 1882 p. 263 Tinia . Tinscvil s . asi . 
sacni sopra lastrone di Bolsena. Invece ben va Tinscv- col dio Tluscv 
del bronzo piacentino (cf. Saggi e App. 110 Oludcva e Culs'cva nella 
Mummia), come ben va Oancv- Oan/t:- con Madcva Cerer^va Sidxva 
Unxva (Saggi 1. e). 

3) Mal si emenda cver, e peggio soglionsi guastare le due pa- 
role precedenti, nelle quali però tutti riconoscono il nome di note 
deità: V. il mio scritto su ' le due prime linee della grande iscrizione 
etrusca di S. Maria di Capua ' sotto stampa nei Bezzenberger's Bei- 
trage. Con Cv-ei va forse eziandio Cu-s (cf. il dio retico Cu-sl-anu-s 
e il gentilizio etrusco Guislania-s Cuizlania), che CIE. 441 si accom- 
pagna colla dea Ouplda-s' o Gujlda-s', come Cv-ei 1. e. con Gufid (cf. 
Qupites ecc.). 



l'iSCRIZ. ETRUSCA di PADOVA. 11 

come p. es. taril a tar; infine s'aggiunge che nel testo di 
Bolzano a /t'ì7 segue ìjjÌ e che ìpei ipe ipa trovansi verisimil- 
mente sempre associati a nomi di deità i). Ben possiamo 
quindi stimar tale anche Kvil o Xvil; e insieme, essendosi 
per ipa pensato più volte al gr. l'^rj (cf. culcna xvkix^r:, cupe 
xvm^ lat. cupa, epana i^àvì], nipe vimì]Q, putere tiot'ì]Qiov, 
pru^um prucuna nqóy^ovg ecc.), può forse conghietturarsi 
anche designato da ipi con perdonabile imprecisione, trat- 
tandosi di vocabolo mutuato, appunto il vaso eneo offerto 
a Xvil'. Che se ora si confrontino fra loro 

'tisa-Xvil-ipi- 
-Tcina-tarisa-Kvil . 

nasce il sospetto che a ipi risponda kina, sicché questa 
voce alla sua volta designi la paletta di Padova, come ipi 
il vaso di Bolzano. Ma qui manca tuttodì ogni ulteriore 
lume a conferma: perocché ancora niente ci dice il testo 
di Volterra dna : cs' : mestles', e niente ancora ci dicono i 
paralleli della Mummia II 8 = IV 5 an . cs' . mene (mele) e 
e di Magliano A 2 Aiseras . in . ecs . mene, né vedo ancora 
che ci giovi l'incontrare in compagnia degl' ignoti Fab.' 83 
. . . kinas' kurtinas' i noti nijji kapi (cf. sup. nipe, lat. umb. 
capis e lat. cortina). 

Alquanto meno ignoranti ci troviamo circa il valore 
delle voci et e wa, con cui cominciano i due righi di Pa- 
dova. Invero ed et, come già si mostrò, sta per lo più a 
principio si d' iscrizioni votive, sì d' epitaffi ; tutti quindi 

i) Cosi Mumm. X 9 ipa Madcva (cf. X 17 Sul/va Madcva-c e n. 
prec. Culs'cva Cererxva ecc.) e 8-9 Velda ipe (cf. X 10 Eis Cemna-c 
i/ Velda e Plin. n. h. II 53. 140 ' Volsiniìs urbem depopulatis agris 
subeunte monstre quod vocavere Voltam '); quindi credo pur sempre 
(Saggi e App. 69 e Iscr. paleol. 9) non illecito per X 7 S'ercpue acil 
ipei pensare a umb. Cerfe o S'erfie (cf. etr. Pulcpna Peris con Pulfna 
Peris ecc.), e più ancora per Fab. 2279. 3 ipa : ma . ani : (ossia maani, 
cf. ib. 2 sounu . s : per scunus) e CIE. 4116 ipa : murzua : cerurum rispet- 
tivamente a' Mani e a' Ceri (cf. lat. deum Maanium, cerus manus e lat. 

etr. Keri pocoloni). Cf. anche nell' iscrizione di Novilara 5-7 ipiern 

Vultes', bel parallelo per VelOa ijje testé citato della Mummia e nuova 
conferma della etruscità di quel testo. 



12 E. LATTES 

vi riconoscono una particola pronominale o avverbiale, che 
rendono con lat. id o iatic (Corss. I 793 ed, 794 eit) o hic 
o hoc (Deecke Etr. Forsch. V 91 VII 69 id) o in hoc (Pauli 
Etr. St. V 194). Ma pur sififatte interpretazioni debbonsi 
oggi stimare eccessive, dopoché più volte eS ecc. occorse 
in mezzo del discorso, anche fra parole equidesinenti e 
come a rincalzo della congiunzione -e : così CIE. 2183 laBr . 
eit . munlcl . i), Magi. B 5 mulveni . eS . zuci, ib. B 1 mime- 
nica-c . marcalurca-c . ed , tuQiu . nesl, Novil. 10 tena-c . anvs . 
et . s'ut; e sembra ornai più verisimile che ed ei$ eit et fu 
semplicemente particola enfatica e talora congiuntiva, a 
mo' di lat. ecce et (cf. Amati ap. Fab. Gloss. 340 eS = ose. 
lat. et). Né guari diverso vuoisi credere na: infatti mentre 
qui a principio di un inciso sta ed e dell' altro na, sta in 
CIE. 4539. 1 ca : sudi e poi 5 ca : Qui, e in Ballett. Inst. 1880 
p. 50 ei . tnuyi e poi an . ei . seBusri, ossia in ambo gl'incisi 
la stessa particola {ca e ei con an . ei); e però dove questa 
ne' due luoghi differisce apparentemente, vuoisi tenere cor- 
risponda e concordi in realtà; di che porge del resto do- 
cumento 1' arcaica epigrafe di Barbarano, dove a principio 
del primo inciso sta eQ-avai e del secondo a-karai: ora 
come testé vedemmo eO dopo -e sul piombo di Magliano, 
troviamo a dopo -e più volte nella grande epigrafe di 
S. Maria di Capua (Un. 23-24 x^i-c , a . laiei-c, 57-58 utu-^ 
a fjer) e an (cf. a an con ei i e per ein in en) quattro volte 
dopo -e nella Mummia [sveleri-c sve-c an). Infine come qui 
na iniziale d'inciso e CIE. 1516 mero rincalzo di mi, cosi 
accanto ai già ricordati numerosi mi-ni, dove ni pare mero 
rincalzo di mi, un arcaico epitaffio d' Orvieto (Not. d. Se. 1880 
p. 445) suona ni-Larisa-Larekenas-ki con ni iniziale. Risulta 
quindi confermata per via ermeneutica anche l' osserva- 
zione paleografica del Teza (sup. n. 1), che « le due linee 
terminando con punti, é forse di poco momento il preporre 
il posporre » l'una all'altra, quantunque, secondo si di- 
mostrò qui sopra, l' anteposizione di quella che comincia 



1) Non munid . . . ., né eit[va] municl[ed], come propone il Pauli 
senza necessità. 



L' ISORIZ. ETRUSCA di PADOVA. 13 

con et- all'altra cominciante con na- riesca assai più proba- 
bile, perchè più conforme alla paleografia e all'ermeneu- 
tica 1). 

III. 

Nessun dubbio pertanto che sia, come opinò il Teza, 
di lingua etrusca l'iscrizione della paletta padovana; nessun 
dubbio però insieme che l'alfabeto ne sia venetico, come 
concordi giudicarono il Ghirardini e il Teza: in effetto gli 
elementi l u vi si presentano capovolti secondo l'uso pa- 
leoveneto, laddove negli alfabeti detti di Bolzano e di 
Lugano entrambi offrono la figura normale etrusca e paleo- 
latina, e cosi 1' u neir alfabeto detto di Sondrio, dove il l ha 
la figura greca normale, mentre poi ne' testi paleosabellici, 

>) Direbbe pertanto l'iscrizione della paletta di Padova all' incirca: 

' en Sua (et) Leudicus Caiae nati, | en cma donarunt (deum) Cvil '; 

e la donna sarebbe ricordata in essa prima dell'uomo, come maieres/i 
(' matris ') a pateresh (' patris ') nell'iscrizione paleosabellica di Ca- 
stignano, (Rendic. Ist. Lomb. 1891 p. 155-182, cf. C. Pascal Atti Ac. di 
Torino 1895 voi. 31 p. 33), sicché pur questa concordanza, fatta ragione 
del luogo e dell'alfabeto, si aggiungerebbe alle altre veneto-sabelliclie 
(cf. Pauli, Ven. p. 222. 428 colle mie Due iscr. prerom. p. 66-68), mentre 
poi, fatta ragione della lingua, la precedenza di Sua a Leutiku tro- 
verebbe riscontro in quella di Ceisia Loucilia fata a lunio Setio atos 
nell'epigrafe del semietrusco specchio CIL. XIV 4104 di Preneste. — 
..Quanto al testo di Bolzano, credo anch' io perisnati un nome locale,, 
come apertamente il Corssen I 939 (^Piperisnati) e implicitamente il 
Pauli (cf. Atiìiate ManOvate Senate Sentinate Frentinate ecc. e i nomi dei 
popoli alpini intorno all'Adige Catenat.es Licates ecc.), non però ado- 
perato, secondo entrambi pensarono, quale gentizio, ma forse quale ag- 
gettivo d' ipi (cf. Isc. paleol. 34-36 etr. atrane atranes'i, sopra numerosi 
fìttili, con ^AÓQiuvu xsoduicc e lat. Hadrianis [vasis]). Neil' iniziale pevas\ 
il confronto colle epigrafi dedicate a Aiseras' {-as) Oufldas' ecc. mi fanno 
sospettare il nome della precipua deità ricordata sul cimelio (cf. peva/ 
nella Mummia IV 22 parallelo di liindu IX y 1, sicché forse Pevas' fu 
affine a Hindia), congiunto alla quale troverebbe forse Xvil riscontro 
in Hindia Turmucas, Oesan Tins\ lat. Salacia Neptuni e simili (cf. Saggi 
e App. Ili); o forse trattasi di due incisi disposti nel solito modo 
chiastico (circa ' Pevae Nicesius, Picutius Cvilo dederunt X^ìiif Pe- 
risnatem ')? Avvertiamo intanto le tre p allitteranti. 



14 K. LATTES 

che concordano per 1' u coi venetici, il Z concorda coli' uso 
etrusco e latino; e s'aggiunge, sotto il riguardo fonetico 
la surrogazione dell' -u in Leutiku all' -o del ven. laf^siko. 
Non è tuttavia venetico puro l'alfabeto del cimelio 
padovano : invero già avvertì il Ghirardini come ne diffe- 
risca 1' a e vi raanchino quei « segni o trattini che nelle 
iscrizioni paleovenete spesso occorrono da ambidue i lati 
di singole lettere ». Quanto al primo punto, già pure av- 
verti il Ghirardini, come Va di Padova — eh' è quello delle 
paleolatine provinciali, coli' asticina mediana parallela al- 
l'obliqua sinistra o destra (cf. Iscr. paleol. p. 83-88) — 
s' incontri « più specialmente nella Carinzia e nelle re- 
gioni alpine, mentre occorre sparsamente a Oderzo, Pa- 
dova ed Este » : or giova osservare che i testi, cui egli 
accenna, son quasi tutti di lingua etrusca, appunto come 
il nostro e come altri di provenienza non diversa da quelli, 
tornati alla luce dopo la pubblicazione dell'opera del Pauli 
intorno ai Veneti, alla quale egli si richiama, opera di 
poco posteriore (1886) all'altra intorno alle iscrizioni d'al- 
fabeto nordetrusco, dove insieme colle venetiche studiansi 
tutte quelle di simile scrittura e di origine vicina fino 
allora note (1885). Cosi fra Este e Adria (Fab. 39 = Pa. 
Nordetr. 110 p. 43 sg.) aks'ke (etr. acasce acase, cf. Scenatia 
Senatia ecc.), dove 1' a di Padova concorre col romboidale 
di nuteras' poco diverso dal venetico; a Tresivio Esìa Le- 
palial soprallegato ; a S. Zeno-Bolzano (Fab. 23 = Pa. 34 
p. 16. 100) Laturus Ipianus apan (cf. etr. LarOur con VeJdur 
VelOurus ecc., Ladi LarQi ecc., apan-alpan)\ a Bolzano ^?e^'as' 
perisnatl sovrallegati; in vai di Cembra-Trento (Fab. 12 = Pa. 
37 p. 17 sg. 103-106) lavises', e-la, Pitiave, (pelna, vinu-talina 
trina-^e (cf. etr. e-me-la *) con mi la ei ecc., Pitinie con malave 

1) Anzi precisamente e. la nell'arcaica epigrafe etrusca Fab. 
2614 'i""'-, da sinistra, come tant' altre fra le più antiche ; epigrafe no- 
tevolissima anche pel suo aska eleivana (cf. ccaxog èXcùn Iscr. pai. 105 
n. 135, e il nome locale ' Olevano '), che ben va col vinos as'ko del 
testo nordetrusco di Stabbio Fab. 2 '''s == Pa. 15 p. 8. 73. 92. 94, in cui 
non si videro finora che nomi propri. Con alko ib., cf etr. alqu di 
Barbarano e aliqu di Narce. 



L'iSCRIZ. ETRUSCA di PADOVA. 15 

Alaiva ecc., puln, vinum trin e vinm trin della Mummia 
con f arenale ecc.) ; a Dercolo in vai di Non (Pa. 35 p. 1 7. 105) 
kanis'nu (cf. etr. tikes'nu) ; cosi ancora a Mesocco Eaneni 
Ualaunal (cf. etr. ranem capeni 2)&dereni ecc. nella Mummia, 
lat. gali. Cassivelaunus Vellaunodunum) soprallegato, e a 
Feltre (Rendic. Ist. Lomb. 1901 p. 1136 sg.) aiser e Tinia *) 
pretti etruschi; cosi infine perlomeno una volta nell'Etruria 
vera e propria, in un arcaico epitaffio di Chiusi (CIE. 1154) 
Aratia Tauiamenei. — Quanto poi all' assenza de' trattini, 
ben riconobbe tuttavia il Ghirardini nella leggenda di 
Padova un trattino « che sembra fuori di dubbio segno 
d'interpunzione in fondo di ognuno dei due righi » (p. 320): 
ora vuoisi osservare che, mentre dall' un canto ambo i righi 
finiscono con -l, il trattino, anziché dopo questo, vedesi 
posto entro di esso fra le due aste; d'altro canto, una delle 
novità paleografiche offerte dalla grande iscrizione etrusca 
di S. Maria di Capua è appunto quella, che l'interpunzione 
vedesi posta spesso « fra le due gambe del l » (Bucheler, 

1) In queste due voci 1' a di Padova sta capovolto, come quello 
di PrumaOe nello specchio etrusco Fab. 2481, come il r di rupinu 
nella situla di vai di Cambra, come il m nell'alfabeto detto di Sondrio, 
e come il 6 (Pa. qi) iniziale della parte punteggiata e contrapposta 
nell'iscrizioife dell'elmo di Negau (Fab. 59 = Pa. 99 p. 36. 122 e Arcb. 
Trent. VII 149 secondo il calco dell' Hoernes). Anche il primo e di 
Padova, che al Ghirardini parve essere stato senza motivo scritto 
« da sin. a dr. » (p. 320), laddove tutti gli altri elementi procedono da 
destra a sinistra, pare a me semplicemente capovolto per quella 
superstizione di simmetria o di asimmetria, per effetto della quale 
non di rado nelle iscrizioni etnische, quando concorrano contigui 
o vicini due e o e v o due s, l'uno vedesi contrapposto all'altro: 
superstizione forse rincalzata qui dall' intento di mostrar subito da 
qual rigo dovesse cominciarsi a leggere il testo (cf. p. 5 n. 1). In effetto 
presentasi capovolto, come testé si disse, il 6 iniziale della parte 
punteggiata e contrapposta di Negau, che vi concorre con tre altri 6 
pure contrapposti della parte incisa, ma diritti rispetto al primo; 
e presentasi da sin. a dr. per es. il p iniziale del testo di Bolzano 
sopra studiato (per verità con tre altri mediani), al pari per es. del- 
l' e iniziale dell'iscrizione etrusca quadrilinea CIE. 440, dove indica 
doversi legger prima, come più altre volte, la linea che apparisce ul- 
tima e le tre sovrapposte esserne complemento (cf. St. ital. VII 498. 
495 num. 3326. 3429. 3431 e Pauli p. es. a CIE. 4697). 



16 E. LATTKS 

Rh. Mus. LV p. 2) 1): quindi se la surrogazione del trattino 
al punto semplice o doppio degli Etruschi vuoisi riportare 
alla consuetudine dei Veneti, il suo collocamento conferma 
anch'esso l'origine etnisca del titolo. 

Questa della paletta di Padova, che il Ghirardini (p. 320) 
pone fra il V e il IV secolo a. E., non è del resto la prima 
epigrafe etrusca rinvenuta in quella regione. Già infatti si 
accennò testé a proposito dell' a di Padova ad un'altra di- 
sotterrata fra Este e Adria: 

Kuls'-nuteraa'-Smindi-aks'ke (Fab. 39 = Pa. 110 p. 43 sg.) 

scritta sopra una tazza; siccome però precisamente: 

S'minO (Gam. 6 = Pa. Ili p. 44) 

da solo si legge sopra una ciotola conservata nella biblioteca 
del Seminario di Padova, ma d' ignota provenienza, se si 
consideri l' evidente parentela de' due testi -), scritti en- 
trambi sopra anatemi fittili, torna probabile che anche il 



1) Il disegno delle lin. 18-'21 inserito nei Rendic. Ist. Loinb. 1900 
p. 347 offre piuttosto esempio dell'altra simile particolarità del l in 
quel testo, cioè il punto sopra l' asta minore (1, 18 Ourial, 15 sul, 
21 cai, insieme con uno sul dove il punto sta sotto quella). Siffatte 
novità essendosi accampate contro la sincerità del monumento ca- 
puano, diventano ora valido argomento a favore di quella, m.ercè al 
cimelio di Padova, pubblicato due anni appresso. 

2) Cf. Smintìi iS'minO con CIE. 3737 Cai Cestna Sminbinal e 
3736 Cai Cestna S'minOinal e 3738 Caia S'minOinal e altresì osco-etr. 
Fab.^ 133 sg. (con Pianta Gr. II 525 num. 161 sg.) Vihiis Smintiis di 
Capua (cf CIL. XI 1616 Q. ViUus Smintius); inoltre cf. Fab. 2094 3Iaris 
Ismintìians e 2095 bis ^^ Smintìe Ecnatna con Fab.^ 388 = Corss. I 558. 
570 (tav. 17. 2^) Is'iminOii-Pitinie, e v. n. sg. — Debbo alla instancabile 
gentilezza del benemeritissimo Ghirardini la conferma delle notizie 
intorno alla ciotola, e l'aggiunta di qiieste altre: ch'essa cioè « ap- 
partiene alla piccola i-accolta archeologica legata al Seminario dal ve- 
scovo G. B. Sartori Canova », ed è « del genere detto etrusco-campano 
(sec. Ili av. C.) ». Non crede però il Ghirardini ch'essa « provenga 
dal Veneto, ma piuttosto dall' Etruria (o, se mai, da Adria) »; e però, 
nella seconda ipotesi, quasi precisamente di là donde la tazza. 

9. 4. '902 



l'ISCRIZ. ETRUSCA di PADOVA. 17 

secondo cimelio sia stato rinvenuto in luoghi non discosti 
dal primo, e che i due insieme porgano ulteriore documento 
del culto prestato dagli Etruschi ad Apollo-Marte. Smin- 
teo »), come insieme i tre attestano la frequenza e saldezza 
delle relazioni fra Veneti ed Etruschi. 

Elia Lattes. 



>) Il Pauli scorge in SminOi e S'mind il gentilizio del dedicante; 
riesce però assai strano che due volte s'abbia questo senza prenome, 
né patronimico, né matronimico, con ortografia diversa e diversamente 
declinato, sopra due oggetti diversi, benché simili e di simile desti- 
nazione. Per contro nessuna difficoltà, qualora essi nomi si riportino 
al dio cui si dedicarono gli anatemi, secondo che ben si può per con- 
fronto con Maris Ismindians e Is'immOii Pitinie (n. prec), cioè ' Maris 
Sminziano ' e ' Sminzio Pizio ': cosi quindi Kuls' SminOi{s'), mandato 
Kuls\ come già il Pauli, col noto dio infernale etr. Guls'u Culsu, cui 
ben conviene l'epiteto nu{r)teras\ se meco rannodisi a umb. nertru 
(cf. sup. Laturus, etr. e umb. maru kapi cletram aviekl ecc.) ; come poi 
S'mind da solo invece di Kuls' Smindi{s'), cosi, per me, Pitiave nella 
situla tridentina invece di Is'imindii Pitinie. D' altronde anche il cande- 
labro volcente dove queste parole si leggono e, fra' molti d' ogni luogo 
e tempo, più anatemi fittili pur di Volci (cf. Bugge, Etr. Beitr. I 92), 
recano il nome del dio solo, taciuto quello dell'oblatore. — Anche 
nell' indecifrata leggenda della ghianda missile F. 1061*>" = CIL. XI 
6721. 41 riconobbe il Bugge, non so più dove, aversi Ismintiis. 



Studi ital. di filol, class, X. 



CODIOES GRAEOI 

BYBLIOTHECAE VNIVEESITATIS PATAVINAE ') 



DESCRIPSIT 



CAROLVS LANDI 



1 (432). 

Antiphonarium Graecum per Benedictum Episcopulum, mu- 
sicis notis distinctum. Incipit: lio^rj Cvv ^scÒ àyioì rov fis- 
ydXov èansQivov xadwg nagà xvq. BsvsóCxtov EniaxonovXov 
na '^Pv^sifivr^g ^l'àXlaxai. Inde a f. 80 est Missa D. Ioannis 
Chrysostomi : 'AQ'/rj avv ^soj àyioì ti]g deiag xal IsQàg Xsi- 
tovqyiaq rov iv àyioig nargòg tjficùv 'loìdvrov tov XQvcfoCtóiJiov 
xadèag nagà rov avzov ifiàXXovTai (sic). 

Chartac. cm, 14 X 9,5; ff. 150 non num. (149^-150 vacua); s. XV. — 
In custodiae folio extremo receutior manus haec adnotavit: n^sv/ua- 
tixoi fiov àds^(poL y.id av^strovQyol, f^ìj fxov èniXdd-rjad^e oruu vfit'ìjzs xòv 
XV ^ f(X)' oQwyTES fÀOV xòv Tcccpov fié/uvì]<j\^s fiov rrjg ctyctni]? . , . 

2 (437). 

Psalterium Graecum, numeris in psalmodia adhibendis di- 
stinctum. Inc. f. 3 : ^Aqxt^ avv O^scò àyio) t&v soqzwv tov Ild- 
a^xa iJTOi TOV TCsvTrjxo(jTaQiov àgxo/xs'vcov ano Ti\g àyiag xal 
fisyàXrjg KvQiaxfjg rJTOt xfjg ^ojrjcpógov AvaaTaaswg, xal TavTU 
xaS^òg xpàXXovTai nagà Kvg. BeveóixTov EnidxQnovXov xal 
TtgutTOTtanà "PvOv/.ivTjg. 

Chartac. cm. 15X10) ff- 94 non num.; s. XV. 

*} Uodd. 1-7 ex Monasterio Sanctae lustinae Patavino, 8 fortasse 
ex Monasterio Sancii Georgii Maioris Veneto, 9 ex Monasterio Sanctae 
Mariae ' di Praglia '. 



CODICES GRAECI BYBLIOTH. VNIV. PATAVINAB. 19 

3 (1137). 

Antiphonarium graecum, musicis notis distinctum. Inc. f. 1 : 
àgxf] Gvv d-€(ò àyih) xov fisyàXov iarrsgivov noirjO^t'vzog nagà 
diatfÓQwv Ttoirjtwv' yQàifsrai óè oijxwg xal Tiaq ifiov Koafià 
fiovaxov Tov Baodvvì]. Inde a f. 195 a continet: rj d^sia Xsi- 
TOVQyCa TOV èv àyioig TvavQÒg "qfiwv BacfiXeiov tov f.isyàXov, 
xa&wg naqà Koafià fiovaxov xov Baqàvvrj. Sequuntur aliae 
preces. 

Chartac. cm. 14,5X9,5; ff- 280 non num. (3', 4, 5, 17', 42^ 43, 
49^ 50, 54^ 72^ 75^ 76, 77, 79^ 108', 115, 118', 121, 123', ^29^243, 
244-5, 252' vacua relieta; post f. 278 intercidit folium) ; s. XV. 

4 (1140). 
Antiphonarium graecum. 

Chartac. cm. 15X10; ff- 294 non num.; s. XV. Folium mem- 
braneum hunc librum tegit. 

5 (1218). 

Theodori Gazae Grammatica Graeca. 

Chartac. cm. 23X16,5; ff. 160 (158 numer.); s. XV exe. In fine 
per monocondylium scriptum est: ©eoJ ;jf«^ir. réXag óiù ^Qayxlaxnv 
KevdqSov (?) Tw d-soyoyiccg exei ce' v' q' (= 1490). 

e (1289). 
Antiphonarium Graecum notis musicis distinctum per Be- 
nedictum Episcopulum. 

Chartac. cm. 13,5X9,5; ff. 190 non num.; s. XV. 

7 (1321). 
Psalterium Graecum. — Adiciuntur praeterea in fine (fi". 
202 sqq.) graece et latine Canticum Moysis (Exod. e. XV), 
(f. 208) Canticum Regis Ezechiae, (f. 209) Obsecratio Ma- 
nasse B-egis ludae. 

Chartac. cm. 20X14; ff. 212 (f. 212 vacuum relictum); s. XV. 
Columna dextra vacua relieta ut latina adiceretur interpretatio. 



20 CODICES GRABCI BYBLIOTH. VNIV. PATAVINAE. 

8 (1408). 

Theodor! Gazae Grammatica Graeca. 

Chartac. cm. 28,5X18; ff. 108 non num; s. XV. 

9 (1722). 

3 Gsvxagà fxovaxov eóxctl (TvXXsyaTaai ano rf^g ^siag yQa(ffig 
Ttt TcXelara óè ano xov àyiov E(fQaìjii roTg ^ovkofiévoig noXs- 
(.islaai rijV iavToav nqbg za nd^rj xal rag ■fjóovàg eyxsi/Jiévrjv 
nQoaiQsaiv. — 78 Karà>v xatavtmixòg xal naoaxXvrixóg, noir^fia 
xov àyicoTccTov [xrjTQonoXiTov ^iXaósXtfiag xvqìov QeoXrinxov, 
xaxà àXcpd^r^xov .... (ino. 'inwtSaiiévrj (pgovxióog ^icoxixdg .... 
Bla iisydXrj xal (fó^og .... rvvrj iyyvfxcov xa&dnsg nùGa 'q 

yfj ). Cf. A. Ehrard ap. Krumbacher, Gesch. der 

hyzant. Liti.* p. 99 n.° 5. 

Chartac. cm. 12,5X10; ff- 86 (1-3 vacua relieta); s. XYI. 



DE PALAEPHATO SONCmiANO 



Cum rarus admodum sit i) libellus palaephateus Pi- 

' sauri a. 1511 impressus, quem in prolegomenis meis Pa- 

laephatnm Soncinianum a bibliopolae clarissimi nomine 

appellavi, operae pretium fore arbitror si breviter opusculi 

formam et materiam descripsero. 

Fasciculns est foliorum non amplius XVI forma quae 
dicitur octava non maxima (cm. 19,6 X 14); singula folla 
numeris notata sunt in rectis tantum paginis. 

Titulum continet f. 1"" bis verbis expressum, gothicis 
quas dicimus litteris exaratum: 

Palaephati fragmenta 
a byeronimo Son- 
cino nuc primu 
pisauri publi- 
ca luce con- 
donati 



Altera eiusdem folii pagina editorem quasi operis nobis 
ostendit, cuius epistulam dedicatoriam continet bis verbis 

1) Non nisi ex Cinellio {Biblioteca volante t. 1, p. 67) huius opu- 
sculi notitiam habuit Harlesius (Fabricius-Harl. I, 192). Cinelliiis, 
ut ex loco laudato patet, non legerat modo sed etiam in suis forulis 
habuit libelli exemplar. qui catalogum operum a Soncinis impresso- 
rum ante bos XL ferme annos confecit Zaccaria nostras {Fermo 1863) 
laudat quidem (p. 50) sub anno mdxi ' Palaephati fragmenta de in- 
credibilibus historiis ex graeco translata ' , sed ad Panzerum ' voi. Vili 



22 N. FESTA 

inscriptam : Olaeelivs Lvpvs Spoletanvs MAaNiFico domino 
Silvio Montis Maetiani domino dignissimo. Felicitatem 

DIGIT. 

Soncini laudibus et eius ad quem missa est (Silvium 
Piccolomini montis Martiani dominum intellege) epistulae 
pars prior continetur. De Palaephato pauca sequuntur quae 
h.ic rescribere haud piget: 

' Haec igitur Palaephati Pragmenta quae tuo dedican- 
tur nomini benigna Fronte & hilari accipies animo : non ta- 
men ut haec tuae dignitati existimem convenire: Sed ut 
ab altioribus studiis post multam resipiscens lectionem : ac 
siderali contemplatione aliquando defessus in hoc libello 
veluti honestae voluptatis pabulo còquiescas '. 

Igitur in eorum agmen (multi enim sunt) qui palae- 
phateas nugas non sino animi delectatione legi posse ar- 
bitrati sunt Clarelium Lupum Spoletanum i) haud invitum 
cogere possumus. sed hoc nihil ad rem. 

Sequens folium in priore pagina sub hoc titulo libelli 
palaephatei initium exhibet: 

Pkagmenta Palaephati . De . 

hlstoriis . incredibilibvs . 

ex gbaeco . in . latinvm 

teanslata. 

p. 238 ' nos delegat; Panzerus autem (Annales Typograpbici, No- 
rimb. 1793-1803; Vili, 237) Thottii auctoritate nititur. Vix praeter 
Cinellium alius vir doctus qui suis oculis libellum inspexerit repe- 
rias. Duo milii opnsculi exempla inspicere contigit, Florentiae al- 
terum {Bibl. Nazionale olirn Palatina), alterum Romae {Bibl. Vittorio 
Emanuele). 

1) '...qui ai'g^tissimus poeta fuit et publica negocia accura- 
tissime quamplura peregit; fuitque vir perquam iucundus et facetus, 
tum prudentia, tum eloquentia praestitit, eiusque sententiae veneno 
adipatae fuere '. Minervius, De rebus gestis atque antiquis monimentis 
Spoleti, Libri duo (in Documenti storici inediti in sussidio allo studio 
delle memorie umbre raccolti e pubblicati per cura di Achille Sansi. Fo- 
ligno 1879) II, 3. Cfr. G. Marchesini, De Croci cultu etc. Poemetti di- 
dascalici di Pierfrancesco Giustolo. Spoleto 1895, p. 10. 20. 22. 



DB PALAEPHATO SONCINIANO. 23 

Sequitur praefatio, dein fabulae ipsae, quarum inscriptiones 
singulas afferò : 

De Centauris - De Minotauro - De satione dentium - 
De Niobe - De Lyncaeo - De Oaeneo - De Cygno (sic) - 
De Daedalo - De Athalanta et Hyppomane (sic) - De Ca- 
listo - De Europa - De equo ligneo - De ^olo - Fabula 
Hesperidum - De Cotto Briareo et G-yge - De Scylla - De 
statuis picturisque Daedali - De Phineo - De Metra - De Ge- 
rione (sic) - De Glauco Sisyphi - De altero Glauco - De 
Glauco Antidonio - De Bellorophonte et Pegaso equo - 
De Pelope - De Phryso et Helle - De Gorgone - De Ama- 
zonib. - De Orpheo - De Pandora Fabula - De melo - 
De Hercule - De Ceto - De Hydra - De Cerbero - De 
Alceste - De Zeto et Amphione - De Ico fìlia Inachi - De 
Medela <sic> - De Omphale - De cornu Amaltheae - De 
Hyacintho narratio - De Marsya narratio - De Phaone - 
De Ladone narratio - De lunone narratio. 

In fine (f. 73^) legitur subscriptio: 

' Finis Fragmentorum Palaephati de incredibilus histo- 
riis ex graeco I latinu traslata. 

cT Impressum Pisauri per Hieronymum Soncinum 
Die xxiiii octobris M . D . XI ' . 

Sequitur f. 14'": 

' C* Fabula pasiphaes ab ouidio Versibus aedita Variis. 
nouiter reperta . et buie opusculo nunc addita ' : 

ine. ' Filia solis ' , des. ' fata domus ' <= Baehrens, Poetae 
latini minores V 108 sq.; vide infra epimetron meum>. 
F. 14"^: Clarelivs Lvpvs Spoletanvs ad evndem ma- 

GNIPICVM DOMINVM SlLVIVM PlCOOLOMINEVM MONTIS MaRTIANI 

DOMiNVM Palaephati vitam. 

' cT Decreveram satis forsitan consulte Foelix Silvi ma- 
gnanimitatis exemplar. palaephati praesentis autoris Vitam 



24 N. FESTA 

apud omnimodam tuae doctrinae eminentia Harpocratis 
pertransire silentio ne uiderer praesente Roscio gestuui 
agere: Sed sententiam mutare cogit Alexander Gaboardiis 
Vir consumatae eruditionis ac iudicii et multiiuga refertus 
lectione. Cui cum obsequio satisfecerim relic|.s sedulitate 
me satisfacturum Existimo: Vitam igitur palaephati La- 
còice explicatam relege: Palaephatos Tres ^) Fuisse testatur 
antiquitas. Quopt primus abidenus Alexandri Magni Flo- 
ruit temporibus: qui cipriacas atticas et arabicas couscripsit 
historias: pluraque alia quae omitto: Scds nero athenis 
poeta emicuit qui de contentione mineruae cum neptuno 
Versus composuit fere mille : de ueneris amorisque ser- 
monibus ') uersuum quinque milia. Tertius autem pirae- 
neus 3) uel ut multi uolunt parius artaxerxis Temporibus 
uixit: hic noster est de quo nuc agimus: descripsit de bis 
quae uidentur incredibilia et Fabularum fìgmenta quibus 
Lusit uetustas ad ueritatis redegit exemplum ne parum 
periti homines nimis uel creduli uanis deciperentur amba- 
gibus *) fuit tanti profecto testimonii Vt in rebus incre- 
dibilibus indubitatam mereretur Fidem. de bis plu[f. 15'']res 
scripsisse libros testis est Eusebius sic referens Ea q5 de 
ulixe fabulae ferut quomodo triremi Trinacriorum scyllam 
fugerit s) spoliare hospites solitam scribit palaephatus in- 
credibilium libro primo: Sirenas quoque fuisse meretrices 
quae deciperent nauigantes. Hoc etiam Ex eiusdem Palae- 
phati testimonio affirmat Dionysius Quo et Neoterici an- 
tiquo uis saeculo cedentes utuntur saepissime. Dolendum 
tamen est ex ingenti aceruo pauca baec ad praesentis ae- 
tatis notitiam peruenisse incerto tamen interprete: Vale 



i) Aegyptii Palaopliati mentionem a Clarelii Lupi schedis ab- 
fuisse non miramur, cum et reliqua miserrime excerpta et partim 
confusa videantur. 

2) 'AcpQoólrrjg xcd "EQcorog refert Suidas cpcofàg, libi nunc plerique 
post Gronovium yoi'cig legunt. 

3) Sic; h. e. TiQirivEvg. 

4) Sic; multa hic typothetarum errore excidisse veri mihi simile 
videtur. 

8) ' Meretricem fuisse ' excidisse patet. 



DE PALAEPHATO SONCINIANO. 25 

picolomineae domus splendor. Quae litterarum ac pòtifìcum 
seminarili merito dici potest. 

Clarelius Lupus Spoletanus ad lectorem 
Emendat ueterum liber hic mendacia uatuna. 

Hic redit in ueram Fabula ficta fidem. 
Exuit hic Niobe Lapidem Gres dedaius alas. 

Inachis at uaccae cornua: scylla canem. 
Promittant magnae quauis sublimia chartae 

Plus erit hoc paruo codice uera loqui ' i). 

Haec ad verbnm hic referre non curassem, nisi inde luce 
clarius apparerà putassem quaenam Clarelio Lupo doctrinae 
copia et eruditionis supellex praesto fuisset; cui ne illud 
quidem innotuisse videtur sex annis antea graecum Palae- 
phatum ex Aldi officina Venetiis prodiisse. Quo magis la- 
tinam ab eo editam interpretationem examinandam duxi, 
cum ab aldino exemplo nullo eam pacto pendere prò cer- 
tissimo habere possem. Hoc testatur in primis fabularum 
ordo, qui cum codicibus classis A omnino consentit; nisi 
quod frustulum fabulae de Diomedis equis, in eiusmodi co- 
dicibus cum Spartorum fabula male consutum, interpres 
consulto neglexisse videtur. Desinit autem fab. De satione 
dentium in haec verba: hellum cadmo intulerunt] unde patet 
lacunam in interpretis exemplo eandem quam in nostris 
codicibus fuisse. Cui tamen ex his proxime illud accessisse 
dicam dubius adhuc haereo. lam primum satis memorabile 
videtur in opusculi inscriptione et subscriptione non co- 
dicum A sed E classis iraaginem ex interpretatione nobis 
occurrere. Qui enim de ' fragmentis ' loquitnr illum in 
graeco ex twv IlaXccKfàTov vel id genus aliud invenisse di- 
xerim. Forsitan et eruditi cuiusquam recentioris aetatis 
codex ille graecus curas expertus erat antequam in latinum 
converti coeptus est. Capitis certe XIII qualem hic habe- 
mus inscriptionem in Heracliti e. XII legimus, palaepha- 
teorum vero codicum nullus adhuc praebuit. In fabulae de 
Niobe fine inepta illa verba ola xtà Xbyixca interpres aut 
non legit aut consulto omisit, qui sic concludit: quam nos 

1) Hic desinit f. W, indicem fabularum continet f. 15^, Ioan. 
Patri Feretrii Rhavennatis et Alexandri Gaboardi Turcellani versi- 
culis f. IG'' continetur, f. 16^ scriptura vacat. 



26 N. FESTA 

vidimus. Aliud est quo ad E classem revocemur: in fabula 
de anthedonio Glauco, p. 36, 10 editionis meae, est in E 
xal avyxXsioov slg éavxòv h^vag, in nostro autem interprete : 
incluàensque jyisces in se ijjsum. Alibi ad unum alternmve 
codicem classis A lectiones soncinianae accedunt, ut p. 1, 10 
aliquando cura u: nove facit, cum ceteri habeant tóts, 
31 1 poetae igitur dicebant cum a': eXeyov ovv ol TTOirjtaì 
contra ceteros: è'Xsyov ovv ol noXhai et 24, 4 cum e: occio- 
sorum sermo nuncupatur: àQy&v Xóyoq xaXelxai prò AqysÌ(X)V 
X6%og sxaXslto. Codicibus autem B S cum huius exemplo 
communis est lacuna illa in fab. de Centauris p. 4, 8 sqq. : 
multa mala ingerebant. civitatem Larixam incolehant eo tem- 
pore Lapitae <sic> vacati; praeterea illud i^r<$ vertit interpres 
quod B S habent p. 3, 6, A E autem omittunt et p. 3, 9 si 
qui tauros interimerent B S codicum lectionem iterum red- 
didit si' tig àve'Xoi (contra €Ì' rig ovv sXóiio A E) tovq ravQovg. 

Interdum emendatiora interpreti sub oculis fuisse di- 
xeris, ut V. g. 2, 10 non ég àxovoisv, sed quod olim Vitel- 
lius coniciebat Sa àxovoisv : quae ipsi accepissent. Num etiam 
2, 13 àXX' àg adròg sttsXS^cùv laTÓgr^aa: sed ut ipse accedendo 
uidi et interrogaui et 61, 16 àvaxTrjacc/isvog éavxòv'. paulo 
labore solutusf 

In quibusdam nescio utrum de graeci codicis lectione 
an de interpretis arbitrio loqui debeam. Liberius enim non- 
nunquam munere suo ille fungi videtur. Quae adnotavi af- 
feram exempla: 

p. 1, 1 sq. rwp ày&Qcónojy oi fièv A. plerique hominum sunt. 

p. 1, 4 sq. fmtffroiJfft ro 7i«p«7ra»'^»;- nihil horum credunt. 
óè ysvéa&cii, ri rovTCjy. 

p. 1, 11-2. 1 xal vvv re yiperca xcd et nunc essent: et iterum atque 

«J^t? sarai. iterum posterà saecula ui- 

derent. 

p. 25, 1 kéyovaiy ori JìoXog ^v xv- quod Aeolus uentis imperauerit 

Qisvwv Twr nvsvfAurwy A E, absque controuersia narratur. 

p. 26, 7 jM»;A« óè xaXetrai rà ttqo- preterea et oues a gracis (sic) ra- 
dura. fj.r]Xog nuncupantur (!). 

p. 45, 9 £1? àsQtt -qX&E A E. ad eatem (sic) accessit. 

■g,^Q,^ririàro Èré^a[ri^v) érsQKV A E. unaque alteri accommodabat. 

Vix dubitationi locum relinquunt quae mox adiciam exem- 
pla; et tamen bis quoque inest interdum quod ad graecum 



DE PALAEPHATO SONCINIANO. 27 

exemplar vel aliter constitutum vel emendatum haud ab- 
snrde refe ras: 

1, 5 sqq. mihi aiìt quaecunq3 dicentur (sic) fieri posse ui- 

dentur non solu .n. materia *) facta sunt. sermo aut 
de ipsis nullus fuit sed prius opera: et sic de istis 
postea sermo. 

2, 16 sqq. Si quispia crediderit huiusmodi feras repiri qua- 

les centauri fuisse narrantur habentes forma equina 
praeter ^ caput ipossibilibus fidem adhiberet. 

3, 15-19 equitando in tauros longius iaculabantur. et si 

tauri fortius insequerentur illi uelocius cedebant: 
nam equi celeriores sunt '). et in ipsa fuga retro 
uertentes tauros uulnerabant 3). 
5, 10 sqq. Aiut pasiphaem tauru adamasse et opera Dae- 
dali in lignea boue inclusam cum tauro còcubuisse 
peperisseque fìliu cui caput tm <= tantum} esset 
hominis : et caetera membra Bouis 

Interdum linguae graecae parum peritum se prodit inter- 
pres ut qui p. 29, 3 àyàlfiaxa statuas letas 57, 11 àvsxpibv 
nepotem 62, 7 adrofidrcog a casti verterit, ne illud dicam 
quod 2, 2 sq. iv àQxjj in -primis intellegens mirum in modum 
obscurum iam per se locum tenebris densissimis obduxerit: 

' Ego uero Melipsu & Lamiscu Samiu laudaui in primis : 
quae fuerunt: essent, eruntq5 Poetae & rerum scriptores. 
baec in magis admiranda couerterunt ' . 

Item p. 29, 7-9 vix ipse quid scripserit intellexisse vi- 
detur : 

' Hi qui tunc faciebant statuas stantes et letas ordina- 
bant pedibus aequis: quas uero Daedalus perficiebat in solo 
pede tamquam incedentes constituebat ' *). 

i) òyófjcacc vix ita translatum dixeris; num legit interpres yojf- 
fÀccTct (i. e. quasi Xóywy v'A?]!')? 

2) tja((y in graeco defuisse suspicor. 

3) Omissa sunt ergo in graeco ore de axcdrjaay ol raì'Qoi? 

*) Soncini operis deberi puto menda quaedam apertissima ut 
57, 10 ùy&' Èyòg per solo 60, 3 vnsQ avrov per ipso et omissa nonnulla 
ut 2, 11 sq. et regiones nidi xcà xà ^(aqin aviòg elóov et 3, 13 ovx — 
aAA« fxóvov omnino neglecta. 



28 N. FESTA, DB PALAEPHATO SONCINIANO. 

Ut finem tandem de huiusmodi nugis loquendi faciam, 
perpauca supersunt: 

3, 9 coìiculcabant; num avvkXQi^ov prò avvé(fd^eiQov legit 
interpres? 

3, 12 de suo penu addit: ut tauros facilius insequerentur ; 
cuiusmodi expositoris licentiae est illud quoque 7, 7 sq. cum 
frater esset uterinus jiliorum, suorum; fortasse etiam 52, 2 
ipsam .s. natam esse ex comtnotione terrae aliisque Jigmeiitiim 
dedisse, et 57, 10 si praesertim qui ahierat strenuus fuisset. 

68, 7 denique erat discus qui ad illius servìebat 

sic, 18-20 litterarum spatio relieto ; quam lacunam utrum 
Clarelio Lupo de codicis sui scriptura incerto an interpreti 
ipsi ad graecum vocabulum àvaioaaiv vertendum parum 
callido tribui debeat nescio. 



EPIMETRON DE PASIPHAES FABYLA 

LATINIS VEESICVLIS EXPKESSA (v. s. p. 23). 

Omnibus ad hunc diem Palaepliati editoribus ignotum 
fuisse libellum soncinianum mirari iam desii, cum versicu- 
lorum quoque De Pasijjhae editoribus illud idem accidisse 
perspexi; quos quidem versiculos sunt qui Rufino tribuant, 
de Ovidio autem auctore nemo praeter Clarelium Lupum 
testis afferri posse videtur. Ovidii nomen fortasse in codice 
suo Clarelius invenit; ceterum quicumque versiculos illos 
poetae Sulmonensi tribuit aut Metamorphoseon auctori 
propter argumentum convenire illos arbitratus est aut nar- 
ratiunculae ovidianae quae est in Arte am. I 295 memor 
fuit. Quid frugis ad nugas illas recensendas vel emendandas 
libellus soncinianus afferat, Baehrensii textu collato, paucis 
ostendam : v. 6 pudor arcet] pudor retardat 10 non quod 
Isis] non isis quod 11 cornua in fronte eleuat] cornibus 
frontem uelat 14 illigat] alligat 22 Filo resoluens Gno- 
siae] Gnosiacae soluens tecta] fata. 

N. Festa. 



DE CODICE RONCIONIANO 

SCHOLIORYM IN IVYEI^ALEM 



Inter codices qui Pisis in tabulario Roncioniano acl- 
servantur — catalogus omnes complectens proxime edetur — 
est quidam i) n.° 11 a me insignitus, quo haec continentur : 

I (fF. l'"-193'') l'' ^ Lectura super satiras iuvenalis. Ex 
commentariis cornuti copiosissime edita. Et primo ipsius 
vitam nosce incipit. lunius Iuvenalis aquinas i. dequino (sic) 
oppido oriundus extitit qui ad mediam fere etatem sa- 
tyrice declamavit ' etc. (Conspirat cum ' Cornuti Prae- 
fatione in Iuvenalis satyras ' a Gì-. Hoelero in Scholiis 
luvenalianis ineditis n Ettenhemi mdcccxc p. 6 sq. edita; 
nisi quod nonnulla omissa inveniuntur: ex. gr. desunt, 
mea quidem sententia recte, verba: ' vel satyra — circa 
finem ' quae in fine Praefationis scripta leguntur); 2^ ' Prima 
Iuvenalis satyra qua loco prologi utitur. Semper ego audi- 
tor et cet. More omnium aliorum satyricorum ex arupto (sic} 
incipit non ex aliqua delectatione ut Virgilius Lucanus 
Ovidius Statius. Virgilius dicit Arma virumque cano Lu- 
canus Bella per emathios Statius Fraternas acies alter 
naque regna prophanis decertata odiis Ovidius In nova 
fert animus cet. Sed arrupto {sic} incipit ut Persius Ora- 

1) Cod. chartac. saec. XV; ff. 248 (cm. 29,1X20,4), quorum vac. 
les^-lDS"". 22V. 232\ 248. In summo f. 198^ ' Di Ser piero Ron- 
done '. Praecedunt et sequuntur singula folla membr. Tituli et 
litt. init. rubro pigmento exarati. In folio membr. quod praecedit 
nomen possessoris paene erasum est, ita ut haec tantum leganturr 
' Est mei Patri pisani ' . 



30 e. VITELLI 

tius et ceteri satyri (sic) dicens Semper ego auditor et cet. 
s. inutilium scriptorum. Et hic reprehendit de scriptorum 
inutilitate. tantum ut semper sileam et hoc est numqitamne 
reponam s. centra aliquid scribam. Et hoc dicit ex indi- 
gnatione. Auditor est tantum ille qui semper silet quasi 
dicat Non silebo ' eto. Perpetui commentarii haec verba 
finem faciunt 193 •■ ' torquibus ornamenta sunt colli, per hoc 
ornamentum militis intellige per falleras ornamenta equo- 
rum. Finis, laus deo. luvenalis Aquinatis satirarum liber 
quintus et ultimus finit. qui completus est A. D. incar- 
tionis (sic) Mcccc" lii° Die xiii** Madias <m^ corr. mayas). 
Est ser Petri Roncionii N^s ' <= Nomine?). 

II (ff. 199'"-222^) Commentarius perpetuus quidem sed 
multo brevior quam praecedens in satiras luvenalis. Incipit 
anepigraphus et adespotus 199'' ' Semper ego auditor tantum. 
Iratus poeta centra vitia ab interrogatione incipit, nam 
per interrogationem sepe malori quadam vi in alios invehi 
solemus. Ut tullius interrogatione invehitur. Interrogatio 
quidem irascentis non non (sic) omnia verba explicare so- 
lent (sic), igitur non verbum intelligere debemus ut vir- 
gilius mene incepto victam desistere. Semper quasi se Inter 
indoctos ut facilius alios reprehendere possit computat nam 
malori quadam licentia alios reprehendimus cum et nos 
ipsos reprehendere videamur. Semper quidem dicit ut osten- 
dat non aliquando sed continuo malis poematibus obtundi. 
ego ad maiorem efficaciam ut ille ego qui quondam, tantum. 
solum ut dicat obtundor semper nonne illos obtundam? re- 
ponere malta quidem significat ut apud grecos (lacuna) 
pono et dico, sic apud latinos ' etc. Commentarius desinit 
in V. 26 sat. XVI (f. 222^) ' pilades tam amicus ut fuit 
qui prò amico mori cupiebat ' (Amanuensis, nescio qua 
causa motus, scribere desiit, mediam fere paginam vacuam 
relinquens). 

III (ff. 223''-232'") Praefatio anepigrapha et adespota 
in Persii commentarium. Incip. 223'' ' Et si nos in expo- 
nendo libello plurimum operis in premictendo prohemio 
conteramus dubito ne videamur pictoribus vanis aut scul- 
toribus similes qui cum ymaginem facturi si in capite fin- 



SCHOLIA IN IVVENAL. 31 

gendo modum excederent nec aliis partibus convenirenfc 
equidem inridendos putarem. Igitur panca prius preter- 
missa s. de poete vita de libri titulo de intensione eius 
ad carmina exponenda veniemus. Aulus ergo noster per- 
sius flaccus ex vulturio (sic) municipio oriundus fuit non 
ignotis tamen parentibus. fiacco patre matre vero fulvia 
natus est primo Kl decembrium (lacuna} consulibus. Is cum 
(lacuna} pervenisset ' etc. Expl. 233^ ' Satis predixisse ar- 
bitror admodo veniam ad expositionem '. Sequitur commen- 
tarius qui tantum prologum et tres priores satiras com- 
plectitur. Specimen: ' Nec fonte lahra prolui cahallino Non 
est satyrum proponere brevi quid sunt dicturi. ncque in- 
vocare mos fuit. sed sola indignatione incipere statim ab 
ipsa .... reprehendit in principio malos multos poetas qui 
audebant sua carmina musis dicare, fonte cahallino Fabula 
apud ovidium notissima de equo pegaseo qui suo pede 
fontem in parnaso scaturivit. quem (sic} demum est dedica- 
tum musis '. Animadvertendum praeterea in primam sa- 
tiram scholia non ultra v. 97 procedere. 

IV (ff. 233''-247'^) Commentarius anepigraphus et ade- 
spotus nec perfectus in Aristotelis Oeconomicorum libros. 
Inc. 233'" ' Res familiares et res p. Inter se differunt. Diximus 
supra in prohemio quam greci politicam vocant nos ap- 
pellare rem p. bine sunt M. Tulii de rep. libri. Item quam 
illi economicam nostri rem familiarem dixere. bine patris 
familias nomen quod domum gubernat et moderatur. De 
re igitur familiari dicturus Aristoteles premictit differen- 
tiam inter illam et rem p. dicens non solum esse tantam 
differentiam quanta est inter domum et civitatem que sunt 
subiecta earum verum etiam in ilio difPerre quod in re p. 
quidem plures imperant in re familiari autem unus dum- 
taxat est imperator et rector ' etc. Commentarium evol- 
venti haec, animadversione digua, occurrerunt: ' Aristo- 
teles tamen cartaginiensium utitur quibus militie absti- 

nere vino mos fuit. Vide igitur aurea verba de vini potu 
et a nobis quoque observanda. Verum ministri germanici 
qui nobis serviunt ab hac aristotelis sententia longe ap- 
pellaverunt ' (f. 240'' in fine); ' Ita fiorentini omnes civi- 



32 e. VITELLI 

tatem unam faciunt. pisani aliam. senenses aliam ' etc, 
(f. 234""). Quibus ex locis commentarii auctorem hominem 
natione Italum fuisse probabiliter conicias. 



* * 



Codicem hunc archetypon qnod dicitur non esse ex 
errorum genere ipse fortasse iam perspexeris : adde lacunas 
et lacunulas: est profecto apographum, a librario latinae 
linguae fere nescio parum accurate confectum. 

Apud Fabricium autem ad v. ' Cornutus ' boc Mansi 
additamentum scriptum invenitur: ' Ad Cornutum hunc 
respicere arbitror cod. MStum apud amicum meum singu- 
larem D. Martium Micheli Maioris Ecclesiae Lucensis Oa- 
nonicum, cuius usum tnihi permisit. In eius fronte sic lego: 
Lectura super satyras luvenalis Aquinatis ex Commentariis 
Cornuti copiosissime edita et priyno ipsius vitam nosce. Codex 
est chartaceus in f. scriptus an. 14:52 et in Satyras tantum 
octo versatur. Est autem commentarius sapiens indolem 
scriptoris non sane docti et ad genium sciiptoris saec. XIII 
vel XIV. in fine est commentarius alius in prooemium 
Oeconomicor. Aristotelis. Est etiam ibi commentarius alius 
in primam et secundam Satyram luvenalis, sed scriptoris 
ignoti nec piane docti '. 

Codicem a Mansio mira quadam negligentia descriptum 
eundem esse ac Roncionianum a me repertum, nemo, opinor, 
negabit ; Mansi autem de Cornuto verba, vel errata vel certe 
ambigua gravem errorem effecerunt. Putaverunt enim viri 
docti in eo codice, cuius nuUum iam superesset vestigium, 
Cornuti commentarium in luvenalis satiras extare ; quin 
etiam non defuerunt qui Mansi sententia de ' indole com- 
mentarii ' ad suam de Cornuti cuiusdam iunioris (si is un- 
quam fuit) aetate opinionem suffulciendam uterentur; vide 
ex. gr. quae in Hoeleri libello supra laudato scripta ex- 
stant (p. 3): 

' Mansi vero codice manuscripto a. 1452 qui 

commentarius indolem redoleat scriptoris non sane docti 
et ad genium scriptoris saeculi XIII vel XIV, quam sen- 

9. 4. '902 



SCHOLIA IN IVVBNAL. 33 

tentiam secutiis H. Liebl in libello, qui est de distichis 
Cornuti et Cornuto scholiasta, insuper commotus eo loco, 
quem Hauréau e codice Parisino n.° 8207 excerpsit, Cor- 
nutum distichorum auctorem eundem esse putat cum Cor- 
nuto scholiasta iuniore, qui saeculo XIII vixerit et scho- 
liis vetustioribus usus nova composuerit '. 

Res longe aliter sese habet. Nam haec ' lectura ex 
Cornuti commentariis copiosissime edita ' non Cornuti 
grammatici — seu senioris seu iunioris — commentarius 
est ei similis vel affinis quem praebent codices ab Hoelero 
laudati, sed cuiusdam vel grammatici vel certe viri docti 
Cornuti commentarium expilantis. Qua de re fìdem faciunt 
hi loci, ex multis selecti, quibus Cornutus laudatur: 

Sat. Ili, 20 (f. 36^) ' violarent i. a natura sua illa alie- 
narent quia hoc erat 'artificiose illud vero naturale ut dicit 
Cornutus. Tophus est lapis niger et durus et vilis ubi 
ferrum acuitur. Est enim asperrimus a quo solent fontes 
erumpere *). Alii dicunt quod tophus est quedam herba que 
nascitur circa fontes '. 

Ib. 38 (f. 38'') ' conducunt foricas i. locant se ipsos ad 
illa villa facienda. forica est quicquid inmundum foras ei- 
citur. componitur autem a foras et proicio proicis. Cor- 
nutus : nam latrine dicuntur private a latendo quia in domo 
latent 2). conducunt inquam ad purgandum '. 

Ib. 142 (45'") ' paraside quantum ad convivas vel ad 
vasa argentea vel ad fercula. Cornutus. Parapsis est vas 
quadratum pouitur autem hic prò quolibet escali argen- 
teo ' etc. 3). 

1) Cfr. Cornuti scholia (a me ex cod. Laurent. P. 52, 4 descripta) 
ad vv. 18 et 20 ' Dissimiles veris i. non naturales, sed ingenio et opere 
artificis factas: non enim per omnia manus artificis potest imitari 
naturam. Tophum. Tophus dicitur lapis niger et durus et vilis quo 
bene acuitur gladius; hinc Virgilius ' etc. 

2) Cfr. Corn. schol.: ' Conducunt foricas i. locant. forire (cod. 
ferie) dicimus foras ire : foricas dicimus cloacas in quas publica ci- 
vitatis stercora defluunt. Nam latrine private dicuntur in domibus '. 

3) Cfr. Corn. schol. ' Paraside magna i. lance magna aurea vel 
argentea et paropsis Graeci dicunt (lacuna} quod nos opsonium di- 
cimus '. 

Studi ital. di filol. class. X. 3 



34 e. VITELLI 

Ib. 144 sq. (f. 45'") ' samotracum i. gentilium. samotraces 
populi sunt ex samis et tracibus conmixti quorum reliquias 
cura illac transiret eneas secum asportavit in italiani, et 
nostrorum i. romanorum. Cornutus : Samos est insula vicina 
trace que vocatur nunc Samotracia, bine samotraces prò 
quibuslibet barbaris ponit autor *)• Iii illa quidem insula 
erant universa sacra tracie '. 

Ib. 205 (f. 48^') ' sub marmore i. mensa. Cornutus: aba- 
chus est mensa geometralis in qua super glaucum pulverem 
figure geometrali radio depinguntur. Vocatur etiam abachus 
superior pars capitelli saxum s. quadrangulum quod super 
marmoreas columpnas pouitur. Abachus est mensa mar- 
morea super quam ponuntur codices quales dicit codrum 
babuisse ^). Alii dicunt quod abbaclius est quelibet archa 
ubi sunt decem archus sese duplicantes et dicitur a greco 
quod est abax i. decem sunt ibi arcus qui se duplicant. 
in primo enim unitas est. in secundo denarius. in tertio 
centinarius. huiusmodi abachum habebat codrus '. 

Ib. 228 (f. 49^) ' bidentis i. ovis unde bidentis sacrifìcium 
de ovibus vel locus sacrifìcii. Cornutus : bidens est ferreum 
instrumentum rusticorum quo colunt rustici ortum sic dic- 
tum a duobus dentibus quod appellant ligonem ' 3). 

V, 29 (62'") ' lagena saguntina. Saguntum enim civitas 
est Campanie (sic) ubi homines ebrii Inter convivia pugnant 
et prò armis utuntur poculis. lagenam prò quolibet vase vi- 
noso posuit. Cornutus tamen dicit lagena i. occasione sa- 

1) Cfr. Corn. scbol. ' Samos insula est Thraciae, modo autem vo- 
catur Samothracia ut Virgilius dicit ' hinc Samothracas ': prò qui- 
buscumque posuit barbaris '. 

2) Cfr. Corn. schol. ' Ornamentum abaci epbesegexesis (^sic} ur- 
ceoli. ornamentum abaci i. Delpliicae mensae. Abacus boc loco si- 
gnificai Delpbicam mensam, quia similiter erat mensa Apollinis, quae 
apud Delon insulam est, ubi ipse colitur. Abacus etiam tabula est 
geometricalis, in qua super glaucum i. viridis coloris (cod. viridem 
colorem) pulverem fìgurae depinguntur '. 

3) Cfr. Corn. schol. ' Bidentis amans bidens est instrumentum ru- 
rale bifurcum vel bidens dicitur ovis a duobus prominentioribus den- 
tibus quasi dicat: vive in praedictis urbibus amans rurale exerci- 
tium vel pastorale officium. Bidental vero sacrifìcium '. 



SCHOLIA IN IWENAL. 35 

guntina quod apnd saguntum inter hannibalem et romanos 
infaustum bellum gestum est. orta inquit in convivio late 
{sic ; corr. : lite) qualibet occasione tam infausta pugna 
exierit qualis fuit apud saguntum ' »). 

VI, 504 (SO"") ' cedo die (sic) verbum est defectivum nec 
invenitur amplius quam cedo et ponitur prò secunda per- 
sona presentis imperativi modi. Cornutus tamen dicit quod 
invenitur cedite sed ambiguum est ' 2). 

VII, 114 (105') ' satirone lacerte quidam auriga bino- 
mius qui relieta vita urbana rus quoddam pauperrimum 
iuxta romam construxit. Cornutus tamen dicit quod sati- 
pone villam illam una dictio nomen est loci adverbialiter 
positum ut a legit rus lacerte (sic) quod est satipone villam 
illam in ilio loco. ^) quod si causidicorum lucrum consideres 
hec villa melior est quam lucrum illorum '. 

VII, 214(110'") ' allohroga ì. proditorem quia allobroges 
catilinam prodiderat (sic). Cornutus dicit quod allobroges 
dicuntur ruffi galli, cicero autem ruffus et candidus fuit 
unde a qualitate coloris dictus est cicero quem ruffus di- 
scipulus suus vocabat allobrocem qui postea a discipulis 
suis passus est meritam et consimilem contumeliam ' *). 

XV, 1 (183') ' Quis nescit. tane satiram scribit iuvenalis 
ad volusinum (sic} bitinicum de superstitione egiptiorum 
reprehendens eos de violatione divini cultus et bumani. 

») Cfr. Corn. schol. ' Saguntìna lagena i. crudeli ictu lagenae ; est 
enim lagena peculi genus. Saguntinam ideo dixit quia Saguntini 
Hispaniae populi ab Hannibale obsessi, cum auxilium a Romanis 
desperarent, quorum socii erant, coniuges liberos seque ipsos cum 
omnibus suis rebus combusserunt, potius quam Hannibali se dedere 
velleut ' . 

5) Nibil de hac re in Cornuti scholiis, quae in cod. Laur., qui 
a me unus inspectus est, continentur. 

8) Cfr. Corn. scbol. ' Lacertae i. illius bominis ; satipone quidem 
rus est; satipone nam adverbium est loci '. 

4) Cfr. Corn. scbol. ' Bufum i. Rufum illum dico qui quotiens 
dixit Ciceronem Allobroga! quasi dicat: saepius. Iste enim Rufus 
Ciceronis discipulus fuit, qui per irrisionem appellabat praeceptorem 
suum Allobroga a qualitate coloris, eo quod esset rufus, quemad- 
modum sunt galli qui allobroges dicuntur, unde meritas dedit poenas, 
quia ipse a discipulis suis caedebatur '. 



86 e. VITELLI 

Cum enim homo ad hoc creatus sit ut sokim deum adoret 
proximum suum ut se ipsum diligat Egiptii utrumque vio- 
laverant. quia deum non tantum ingnorabant sed relieto 
eius cultu idde (sic, an idola?) adorabant homines non ta- 
men diligebant sed eos dentibus arridebant. eius supersti- 
tionis ut dicit cornutus super hunc locum *) beatus hiero- 
nimus [super hunc locum] imprologo (sic) super vitas pa- 
trum hanc reddit rationem. dicit enim ' etc. 

Ut autem ipse de commentarii indole et praetio, quod 
fere nullum esse adfirmare non dubitaverim, iudices, breve 
specimen ut potui emendatum descripsi. 

Sat. XVI [f. 189^ sqq.] 

1. Quis numerare queat et cet. Haec satira sic intitu- 
latur: ad Gallum de castrensibus i. de commodis militaribus. 
Quidam dicunt hanc satiram non esse opus luvenalis sed 
apositam {sic) aliunde, nullam inde afferentes rationem sed 
suae imperitiae quaerentes solatium. Qui piane a Servio 
{ad Aen. 2, 102> confutantur; nam in expositione Aeneidos 
quedam versum satirae huius in exemplum adducens dicit : 
' luvenalis in ultimo: ' Expectandus erit qui lite inchoet an- 
nus totius populi et cet. ' Cum ergo planum sit quod opus sit 
luvenalis, videamus qua ratione hanc scripsit. In principio 
libri diximus quaqua hoc opus inciperet : quosdam versus in 
Paridem pantomimum ^) egregie compositos scripsit dicens: 

Quod non daut proceres dabit histrio. Tu Camerinos 
Tu {sic) Bareas, {sic) tu nobilium magna atria curas? 
Praefectos Pelopea facit, Phylomena {sic) tribù nos 

{Sat. VII, 90 sqq.) 

Versus isti diu imperatorem latuerunt. Sed nacta 
competenti occasione in prima satira tertii libri ' Est spes 



1) Cfr. Corn. schol. * Quisnesoit Volasi. Hac satira alloquitur quen- 
dam Volusium de superstitionibus Aegyptiorum, qui vana portenta 
colebant, et ad ultimum dicit hominem ab hominibus esse conmestum ' . 

«) panthominium. 



SCHOLIA IN IVVBNAL. 37 

et ratio studiorum in Caesare tantum ' eos competenter 
apposuit. Quod ubi ad aures Domitiani pervenit •) sua tem- 
pora sentiens blasphemari indignatus est. Sed quia tantae 
autoritatis virum publice dampnare non audebat, quasi sub 
obtentu honoris romanis militibus in extremas partes Ae- 
gyptii tendentibus eum praefecit. Qui cum eo quo missus 
fuerat pervenisset, audiens quia propter suum periculum 
missus fuerat, taedio et angore vitam finivit. Profecturus 
igitur in Aegyptum liane satiram scripsit ad Gallum osten- 
dens commoditatem militiae, ita ut sibi plures milites con- 
ciliet. In qua etiam omnes reprehendit qui militia abu- 
tuntur. Scribens ergo ad Gallum dicit Galle premia 
commoda militie felicis ab effectu. 

2. nam si q, d. nemo potest numerare, quia si cum 
prosperitate castra subeamus et in bona constellatione, licet 
ingnavi sicut ^) novi milites, tamen victores erimus et hoc 
est nam si prospera castra propter horam prosperam. 

3. porta s. hostium. excijyiet me tironem sidere i. pro- 
spero eventu hec tua verba s. felicis prospera secundo uni 
adversantur s. ad pavidum. « 

4. plus etenim diceret aliquis: nuquid constellatio tan- 
tam vim habet? Responde: utique quia hora benigni fati] 
fatum benignum bonam constellationem appellat. 

5. epistola Veneris quae apud Martem plurimum habet; 
et bene de Marte exemplum adduxit quia de bello tractavit. 
commendet ut a periculo belli nos defendat q. d. si bona 
hora bellum ineamus melius nobis continget ^), quam si 
Cybele mater deorum filio Marti mandasset prò nobis epi- 
stulam vel soror eius luno. 

6. Samia harena i. ludis qui apud Samon *) fìunt in 
barena in honorem Cybeles vel lunonis ; nam utraque apud 
Samon ^) colitur. 

7. commoda quia multa commoda militiae, ergo trac- 
temus ea. sed prius communia. quorum commodorum. ecce 
commoda enumerare incipit, quorum hoc primum est quia 

i) perventum est. ~) sicet. 3) contiget. *) samo. s) samó. 



38 e. VITELLI 

nemo burgensis militem andet attingere, et si etiam a mi- 
lite pulsabitur, noa audebit clamorem facere. 

8. toga vestis est plebeia. 

9. immo non solum <non> i) audebit togatus pulsare 
militem immo etiam si joulsetur a milite dissimulet iniuriam ^) 
sibi inlatam, quia clamorem facere non audebit. 

10. excussos a milite; inde audeat ©stendere nigram 
ofam. Offa est panis assatus et tumidus; sed liic ponitur 
prò tumore faciei. 

12. atque non audebit ostendere praetori oculos relictos 
sibi, a milite non extractos. Sed medico nil promictente de 
salute oculorum desperante. 

13. hardiacus si miles togato iniurias ^) intulerit, cla- 
morem bio *) inde facere non audebit, sed si aliquis erit 
qui clamorem faciat, omnes ei officient et etiam iudex et 
boc est. volenti s. togato punire hoc i. iniuriam sibi illatam 
a milite, detur iudex hardiacus i. similis Bardiaco ^). Iste 
semper iudicabat acerrime de burgensibus, in milites di- 
cens capitale esse si togatus militem pulsavit. «) datur i. 
opponitur ei. 

14. calceus i. miles calceatus. nam calceus est genus 
calciamenti cum anteriori acumino quo milites utebantur. 
et grandes surae opponentur ei per grandes suras inte- 
rum '') (sic): milites intellege. nam proceri homines olim 
milites fìebant. sura est a genu inferius, crus a genu su- 
perius. magna ad suhsellia sedentis subaudi; olim post mi- 
lites cathedrae solebant fieri. 

15. legibus antiquis primum commodum est quod to- 
gatus militem pulsare non audebit ») ; aliud commodum 
est quod, si pulsabitur a milite, clamorem facere non au- 
debit; tertium commodum est quod, si etiam clamorem 
fecerit, omnes ei nocebunt. Ecce aliud quod miles extra 
castra numquam placitabit: sic enim leges sunt castro- 
rum et hoc est Servatis antiquis legibus et more Cam- 

») non addidi. 2) invitam. 3) similis togatus iugiurias. 

*) hic addidi. s) similia. fi) /orlasse corrigendum pulsaverit. 

7) /orlasse qui grandes suras gerunt ») audebat. 



SCHOLIA IN IVVENAL. 39 

milU (sic) Camillus imperator Eomaniis fuit qui liane *) 
legem dedit, ne miles extra castra placitare cogeretur. 

16. ne miles ecce morem datum a Camillo valium s. 
castrorum et ne litiget. 

17. ^rocul a signis i. castris, nam signa militum sunt 
in castris. iustissima etc. quia omnes .centra militem togato 
placitanti officient «). 

18. Igitur cognitio est de milite i. id quod praetor de 
milite scire cogitur per togati accusationem est. iustissima 
i. militi commodissima; centurionem ponit prò praetore. 
nec michi sicut personam militis superius acceperat dicens 
me pavidum etc. ita et hic personam togati accipit et sunt 
haec verba togati: ' tu dicis quod omnes mihi officient, 
causam meam iudices different '. 

Pisis mens. Novembr, a. mcmi. 

Camillvs Vitelli. 

») hac. 2) officerent {in mg. al' ofificieiit). 



PALAMEDIS GRAMMATICI FRAGmNTVM 



Inveni in scholio codicis Laurentiani 86, 8 (f. 22'') ad 
Aeliani hist. an. V 11 (p. 114, 21 ed. Hercher Lips.) a%a- 
Sóvsg {a%a66vT6g cod.) : rà xrjqia rwv iieXiadàv ' ij, &g ó Ila- 
Xatiir]ó)^g {rtaXaini' cod.), al vswdvì yivóf.isvai iv tolq xr^oioig 
{.léXiTTM. Eadem fere codex Vat. Palat. gr. 260 (f. 54^), qui 
prò fi óag ò n. et fieXtrrai habet ó óè TtaXapLi] et ^éXiadai. 
Frustulum aliunde, quod sciam, non notum pertinet certe 
ad Palamedis [zov òroi.iaToXóyov Athen. IX p. 397 A) xco- 
fiixijv xaì TQayixrjv Xé^iv (cf. Suid. s. v. IlaX. = Hesych. 
Miles. p. 160, 5 Flach; Hemsterhuis ad Aristoph. Plut. 
V. 313 p. 98). Verbum axaówv band raro scriptores comi- 
cos usurpasse patet ex lacobi indice. 

Ed. Aloysivs De Stefani. 



DE SEMCAE FABVLA 

QYAE TEOADES IJSTSORIBITYE 



Peropportunum mihi videtur de exemplaribus, quibus 
Seneca in fabula componenda, quae ' Troades ' inscribitur, 
usns sit, disserere, quamquam de hac re subtiliter dispu- 
taverunt huius generis existimatores. Ex quibus Braunius 
cum (De Senecae fabula, quae inscribitur ' Troades ' , scripsit 
"W. Braun, Wesel, 1870) perperam contenderet singulos fere 
versus huius fabulae cum versibus Euripideis esse compa- 
randos, Leo antera (L. Annaei Senecae Tragoediae — re- 
censuit et emendavit F. Leo. Berolini, apud "Weidman- 
nos MCCCLXXViii, voi. I, pp. 170 sqq.) cum persuasum haberet 
Senecam non Euripidem potius, in Troadibus praesertim, 
sed quasdam Sophoclis fabulas, quae exciderint, imitatum 
esse, multa disseruerunt, quae nobis parum probabilia vi- 
dentur. 

Ac primum in hac fabula ii loci examinandi sunt, quos 
haud dubie Seneca imitatione ex Euripide expressit. Ubi 
enim semel argumentis probatum erit Senecam in quibusdam 
Troadum locis fingendis ex Euripidis fabulis hausisse, recte 
suspicari licebit eundem Euripidis vestigia etiam iis locis 
persecutum esse, quorum non ita explorata ratio est ut 
nullus dubitationi locus relinquatur. Ac non panca quidem 
Senecam ex Euripidis Troadibus sumpsisse colligitur cum 
ex eo quod in utraque fabula de eodem argumento agitur, 



42 A. BALSAMO 

tum ex bis locis, in quibus dubitandum non est quin alter 
alterius vestigia persecutus sit. 

In primis hoc prò certo adfirmari potest, Senecae fa- 
biilae prologo materiam dedisse Euripidis Troadum pro- 
logum; uec necesse habeo utriusque fabulae singulas partes, 
id quod Braunius fecit, comparare, cum imitationis vestigia 
tiim argumento ipso tum ex eo maxime colligantur quod 
in utraque fabula Priami caedis futuraeque sortis Troia- 
narum mulierum mentio continetur, quam nemo est qui te- 
mere ac fortuito factam esse existimet. Centra cnm bis nullo 
modo, ut Paisius (Quibus exemplaribus Seneca in fabula quam 
' Troadas ' inscripsit usus sit, Torino, Loescher, 1888) cen- 
set, comparari possunt vv. 619 sqq. Hecubae Euripideae; 
nihil est enim tam usitatum apud poetas scaenicos quam 
cum in fabulis inducatur qui antea fortunae favore usus 
sit ac delude in calamitatem inciderit diversas fortunae et 
calamitatis condiciones conferre. Dijfficile autem dictu est 
quam sit probabilis Wernerii (De L. Annaei Senecae Her- 
cule, Troadibus, Phoenissis Quaestiones, Lipsiae, tipis Fran- 
ckensteini et "Wagneri 1888) sententia in Hecubae lamen- 
tationibus Latinum poetam Euripidis Troadas commeminisse 
(vv. 143 sqq.): 

àlk^ é Twv luXmyiHiov Tqwcùv 
àXo^oi fiéXsai xal óv(Jvvfj,(poi, 
TV(psT(xi iXioVy aìà^wpiev ' 
fidrriQ ó wGsì maraTg xXayyàv 
ÒQviaiv oTtcog i^aQ^o)' yù) 
IxoXnàv ov ràv avràv 
ol'uv Ttorè ói] 

CXiqTlTQb^ IlQidf.iov òisQsido}.isva 
noóòg àQXsxÓQOv nXayaìq (pQvyiaig 
sdxó/XTtoig s^fjQxov ^sovg. 

Hoc quidem proxime ad verum accedit vv. 814 sqq. ex- 
pressos esse imitatione ex vv. 184 sqq., 197 sqq., 1081 sqq. 
Troadum, ut recte Heinsius, Leo, Wernerius Intel] exerunt; 
itemque vv. 975-976 ex vv. 271-273, vv. 977 sq. ex vv. 247-249 
eiusdem fabulae. 



DE SENECAE TROADIBVS. 4S 

De y V. 196-202, in quibus Talthybius ad chorum refert 
Achillis umbram per qnietem se obtulisse atque ut sibi Po- 
lyxena immolaretur efflagitasse Labari potest quaestio utrum 
Seneca eos imitando effinxerit an nullo auctore usus sit. 

Wernerius qui ultimus, quod sciara, de exemplaribus 
quibus Seneca in Troadibus usus esset disseruit, leviter 
attigit hoc quod, mea sententia, magni momenti est ad 
iudicandum qua ille ratione fabulam composuerit. Recto 
Braunius intellexit ea e quibus, mutata specie, orta sit fa- 
bula Latina in Hecuba Euripidea inquirenda esse: in qua 
primum Polydori umbra apparens in prologo affert quae 
tempus actionis ad quam pertinet fabula antecedunt; deinde 
e taberuaculo, ubi erant Troianae mulieres, prodit in scae- 
nam Hecuba perterrita specie per somnum oblata. Qui me- 
tus statim a choro confirmatur ; Achillem enim ut sibi in 
tumulo Polyxena immolaretur efflagitasse; frustra Agamem- 
nonem omni ope atque opera ut eius vita servaretur con- 
tendisse ; ipsum Ulixem filiam e matris manibus erepturum. 
Si veram rei rationem exigis, non multo secus atque Euri- 
pides rem explicavit Seneca; inducit enim Taltbybium ea 
renuntiantem, quae Euripides per chorum denuntiat. Nec di- 
versa sunt quae apud Euripidem loquitur Achilles (Hec. 114 
noi óij, Jccvaoi, tòv ij^iòv TVfi^ov GTéXXsod^ àyéqaorov à(psv- 
teg;) ab iis, quae apud Senecam dicit praeco: ite, ite inertes, 
manibus mais dehitos auferte honores. Praeterea optimo iure 
suspicari licet versibus 

TToXXrjg ó sQióog ^vvénaias xkvówv, 
óó'^a ó ixooQsi óix àv "ElXrivwv 
axQaxòv alxfirjTijv, ToTg f.ibv óióóvai 
TV^^oì Gcpdyiov, Toig ó' odxl óoxovv. 

adductum esse Senecam, ut altercationem inter Pyrrhum 
et Agamemnonem effingeret. 

Non me fugit Widalii opinio, qui putat Pyrrhi et 
Agamemnonis altercationem Homericae altercationis inter 
Achillem et Agamemnonem imitatione expressam esse. Cum 
enim — id quod non animadvertit Widalius — litis inter 



44 A. BALSAMO 

Acliilleoi et Agamemnonem apud Senecam mentio iiabea- 
tur (spiritus quondam, inquit Agamemnon, truces minasque 
tumidi lentus Aeacidae tuli: vv. 252-253), recte suspicari 
licet, Seuecam in Pyrrhi et Agameranonis altercatione 
fingenda auctorem Homerum habuisse. Huc accedit quod, 
ut vidit ipse Widalius, et apud Senecam et apud Home- 
rum Calchas est arbiter contentionis. Fit tamen interdum, 
ut partes quaedam, quae maximi momenti sunt ad opus ali- 
quod constituendum, sic immutentur, ut aliae prorsus vi- 
deantur. Ut Agamemnon apud Senecam longe aliter atque 
apud Homerum apparet; nam cum in Homericis poematis 
Argivorum rex violeutum ac superbum se praebeat, in fa- 
bula Latina contra sibi benevolentiam conciliat sapientia 
et pietate, quae discrepant a fastu Pyrrhi, qui Agamemnonis, 
qualis est apud Homerum, mores et ingenium refert. Nullum 
dubium est igitur quin Seneca ad eam cogitationem ut Pyr- 
rhi et Agamemnonis controversiam effingeret vv. 114-117 ad- 
ductus sit, quibus mentio continetur altercationis in castris 
Graecorum de Polyxena sacrificanda habitae, in deligendis 
autem viris, qui in contrarias partes disputant, Homeri ve- 
stigiis, ut Widalius censet, institerit. Quod si quaerimus, 
qua de causa Seneca haec sic exponat, ut non narrar! quae 
gesta sint, ut in Hecuba Euripidea, sed rem geri videas, 
Senecam arbitror hanc sibi commodissimam occasionem indi- 
casse, ut disserendi artem, quam saepissime usurpat in fa- 
bulis, ostenderet (vide etiam R. M. Smith, de arte Rhetorica 
in L. A. Senecae Tragoediis perspicica, Lipsiae 1885). Ex hoc, 
praeterea, fortasse coUigitur, ut mea fert opinio, eum in 
Pyrrhi et Agamemnonis scaena fingenda aliquo exemplari 
usum esse, quod haec, si vere cogitare volumus, a fabulae ar- 
gumento abhorret. Braunius tamen cum in hac sit sententia 
in Pyrrhi et Agamemnonis scaena componenda Senecam 
ab Euripidis vestigiis nunquam aberrasse, aliquot versus 
Latinae fabulae cum vv. 577-746 Andromachae Euripideae 
comparat, in quibus poeta Peleum et Menelaam in scaenam 
inducit altercantes; sed ego cum Vernerio consenti© nuUam 
inter locos, quos ille componit, intercedere similitudinem. 
Nam ille confort 



Senec. 250 (Agam.). 

iuvenile vitium est regere non 
[posse impetum. 



248 sq. (Pyrrh.). 

at tuam natam parens Helenae 
[immolasti. 



301 sqq. (Pyrrh.) (vide 260, 315). 

O tumide, rerum dum secunda- 

[rum status 

Extollit animos; timide cum in- 

[crevit metus: 



308 sq. (Pyrrh.). 

et nimium diu a caede nostra re- 
[gia cessat manus. 



DK SSNECAE TROADIBVS. 45- 

Eur. Andromach. 645 sq. (Menel.). 



Tt (f>}r' ì'.v eXnoig rovg yé^ovxug (ùg 

[(Toqpot 

x(à rovg (pQovelv óoxovvrug'EM.rjaiv 

[note; 

624 sq. (Pel.). 

TiQÒg roìa&e d^ sìg dósXcpòy oc ècpv- 

[iSQiaag, 

acfct^cit, xsXsi'ffctg ^vyaréQ svtjd^éaxu- 

[roy; 

703 sqq. (Pel.). 

tJ? xcd av aóg x c<às?.(fSg è^cjyxw— 

[jUeVot 
TqoUc xd&i]a&s rrj r' èxeì axgaxìjyUc 
uó/O-oiaif (cXXùjy xcd nópoig ènrjQ- 

[fxéfot. 

588 (Pel.) cf. 706 sq. 

axìJTTXQM ds TwcTc aòv xa&aifxu^ùt 

[xaga. 



Neque propior vero esse mihi videtur "Welckeri sen- 
tentia, qui censet in fìngenda inter Pyrrhum et Agamemno- 
nem altercatione Senecam imitatnm esse Sophoclis Poly- 
xenam : cum euim huius fabulae, quae tota fere iam periit^. 
pauca admodum supersint, difficile est quod fuerit fabulae 
Sophoclis argumentum coniectura assequi. Ex ilio autem 
fragmento (481 Nk'), quod affert ad suam confìrmandam. 
opinionem, nihil certi colligi posse arbitror. Vide enim:. 

ov ydg zig àv òvvairo TtQOìQdrrjg ctqcctov 
Totg Tcàaiv sl^ai xal TCQoaaoxéaai xccQiv' 
sTtsl oi)ó^ ó xQeCaawv Zevg if.iov rvQctvviói 
ovt' è^€7iof,i^Q(òv om ènav%{,iriGag (fiXog ' 
^QOToTg (ó^) àv èX^wv èg lóyov dixì]V 6(fXoi. 
nwg ói\v è'ywy àv ^vrjTÒg ix ^rrjTTjg ts (fvg 
Jiòg y€voif.irjV ev (pQovslv aoqwxsQog; 



46 A. BALSAMO 

reliqua vero fragmenta qua ratione cum Senecae tragoedia 
conferri possint, non intellego. 

lam cum alia nulla exstent testimonia, e quibus fabulae 
argumentum conicere liceat — Hyginus, enim, nullam habet 
buius rei mentionem, breviter rem perstringunt Proclus, 
Arctinus, Longinus — eorum qui haec subtilius quaesiverunt 
sententias plurimum inter se differre necesse esse videtur. 
Fieri potest ut in hac scaena componenda Seneca exemplum 
contentionis inter Hecubam et Ulixem, quod est in Hecuba 
Euripidea, sibi proposuerit ad imitandum. Et ipse Braunius 
quamquam existimavit Senecam sibi exemplum ab Andro- 
macha sumpsisse, tamen recte vidit quae intercedat simi- 
litudo inter vv. 292 sqq. Troadum Senecae et vv. 260 sqq. 
Hecubae Euripidis. Componantur praesertim vv. 260-261 
nÓTSQCc TÒ XQV^ ^9*' ènriya^' àv^qfùnoCifaysXv \ rcQÒg TVf.i^ov, 
è'v&a ^ovd^vTslv ixùlXov nQéjtsi] cum vv. 295-297: quod si 
levatur sanguine infuso cinis j opima Phrygii colla cae- 
dantur gregis | fluatque nulli flebilis matri cruor. 

In vv. 409-813, qui fabulae medium eumque insignem 
locum tenent, Andromacba commota quod sibi in somnis 
Hectoris species oblata sit, rem seni, quem in familiari- 
tatem receperat, aperit atque eius Consilio obtemperans 
Astyanactem in latibulo occultat. Conatur deinde Ulixem 
decipere hoc illi persuadens, Astyanactem de vita deces- 
sisse ; sed ad extremum, dolo patefacto, Andromacba invita 
a filio discedit. lam quem habuerit Seneca auctorem in bac 
scaena fìngenda perdifficile est indicare, cum nullae exstent 
fabulae Latinae, quarum argumentum a Senecae Troadibus 
non multum differat. Andromachae somnium fere omnes 
consentiunt imitatione expressum esse ex Euripide, apud 
quem Hecuba speciem mortuae Polyxenae per quietem obla- 
tam videt, fortasse etiam ex Verg. Aen. II, 270 sq. Non 
multum autem probabile mibi videtur quod de Astyanactis 
occultatione disputatum est. Quamquam Braunius arbitratur, 
Senecam sibi Andromacham Euripideam ad imitandum pro- 
posuisse, in qua Andromacba Molossum filium occultat, ut 
eum ab insidiis Menelai eiusque filiae Hermionis tueatur, 



DK SENECAB TROADIBVS. 47 

nullo modo tamen haec comparatio mihi probatur. Vide 



enim 



Senec. 577 sqq. (Andr.). Eur. Andr. 453 (Andr.). 

Vitam minare, nam mori votum èfxol óè S-di^arog ovx ovtw ^aQvg 

[est mihi cóg aoi óéSoxTcci. 
Ul. Verberibus, iffiii, morte, ero- 

[ciatu eloqui '^'^ '^^' (^^^^^l-). 

quodounque celas adiget inditam ^«^j,' qJ^ JioylCov, Tiórega xar^ccusTu 

[dolor. [^eA«? 

rj róvo oXéa&ai ff»;? cl^a^xiccg vnsQ. 

703 sq. (Andr.). 406 sq. (Andr.). 

Misererò matris unicum afflictae sTg ncdg ó'tT' '^y ixoi lomòg ocp&a^^uòg 

[mibi jiiov • 

solamen hic est. roìnov xrsysty [xéXXovaiv. 



Non idem sentit de hac re Leo, qui putat Senecam auc- 
toritatem Sòphoclis in Al%}.iaX(ariai secutum scaenam inter 
Ulixem et Andromacham finxisse. Affert ilio testimonium 
Servii, apud quem breviter perstringitur Ulixem Astya- 
nactis latebras investigasse antequam hic de turri deice- 
retur, et fragmenta 9, 10, 11 deperditae fabulae Acci, quae 
inscribebatur Astyanax, etiam a Ribbeckio cum Senecae tra- 
goedia comparatae. Sed animadver.tendum est primum, ut 
ipse Ribbeckius opinatur, apud Accium rem aliter atque 
apud Senecam evenire, deinde ipsum Leonem haec neces- 
sario fateri de Accio ' in Astyanacte Sòphoclis Captivas 
expressisse admodum incerta quidem Welckeri coniectura 
est si fragmentum spectas quo nititur ' ; quare conicit Wel- 
ckeri coniecturam confirmari ' eo quod in Troadibus Po- 
lyxenam secutus esse videtur et Captivis Astyanactis mors 
iustum argumentum praebet '. Harum opinionum, quarum 
una altera continetur, neutra probabilis mihi videtur; ipsa 
autem fragmentorum paucitas impedit, nisi forte hariolari 
velimus, quominus quae fuerint illarum fabularum Sòpho- 
clis, quae non exstant, argumenta coniectura assequamur. 

Servii autem testimonium ex Seneca potius quam ex 
alio fonte e quo ipse Seneca hauserit, ideoque utrique com- 



48 



A. BALSAMO 



munì, quantum equidem iudicare possum, proficiscitur. Huius 
scaenae exemplum in Troadibus et in Hecuba Euripidis milii 
videtur quaerendum esse ; occultationem illam Astj^anactis 
nisi sumamus Senecam ipsum excogitasse, suspicari licet a 
fictis veterum fabulis nunc deperditis eum accepisse, in 
quibus rem non aliter atque ille fìnxerit evenisse trade- 
batur. Neque difficile est probare fabulas Euripideas, quas 
nuper commemoravi, Troadas praesertim, Senecam sibi ad 
imitandum proposuisse; nam, ut mea fert opinio, quod in 
vv. 710-789 huius tragoediae narratur, quandam similitu- 
dinem habet cum scaena illa apud Senecam, in qua Tal- 
tliybius Andromachae refert, fore ut Astyanax Ulyxis Con- 
silio e turri deiciatur. Harum comparationum aliae sunt 
faciles ad intellegendum, alias quae iudicium subtilius re- 
quirunt, diligenter Braunius atque Vernerius perpenderunt. 



Senec. 524 sqq. (Ulix.). 

Durae minister sortis, hoc pri- 

[mum peto, 

Ut ore quamvis verba dicantur 

[meo, 

Non esse credas nostra. Graiorum 

[omnium 

Procerumque vox est, petere quos 

[seras domos 

Hectorea soboles prohibet, hauc 

[fata expetunt, (723) 

SoUicita Danaos pacis incertae 

[fides 

Semper tenebit, semper a tergo 

[timor (725) 

Respicere coget, arma nec poni 

[sinet, 

Dum Pbrygibus animos natus 

[eversis dabit. 

491. 

Grave pondus illum magna no- 
[bilitas premit. 



Eur. Troad. 709 sqq. (Talth.). 
4>Qvyoji' aglaiov tiqlu nod- "ExroQog 

f^ìf fiè arvytjarjg' ov)^ ér.tòv yccQ ay- 

[ys2.(à 

Jiivuiàv rs y.oivà Tle'Aoniówv x ày- 

[yé'/.iuaTa. 

y.xEvovai aòv ncùó , cóg nv&rj y.uxòv 

{liéya. (719) 

V17.ÌK ò" 'Oàvaasiìg èf Ilui/tjV.rjaiy ^é- 

[ywv. (721) 

'Aé^ug ((QiaTov viuìó'cc fxi] XQéfpEiv na- 

[xQÓg. (723) 

^tipcd àè nvQyoìv óelv ag:s Tooixaiy 

[(ino. (725) 



740 sqq. 

(J cpiXxux', w nsQiaaù xi/HTjS^elg xéxvov 

x^^avri nqòg è/S^Qwy /^rjXÉQ a&Xlav 

[Xinviy. 

xò (f' èa&Xòu oì'X ig xcuqòp ì])A^s aov 

[ncexQÓg, 



19. 4, '902 



DE SBNECAE TROADIBVS. 



49 



Senec. TroacL 767 sqq. 

Genetricis o spes vana, cui de- 

[meos ego 

Laudes parentis bellicas, anuos 

[avi 
Medios precabar, vota destituit 

[deus 
Iliaca non tu sceptra regali po- 

[tens 
Gestabis aula, iura nec populis 

[dabis 
681. 

Molire terras, Hectos, ut Ulixeu 
[domes. 



Ear. Troad. 745 sqq. 

(J XéxTQcc rùfxd óvarv/rj re xcd yu- 

[uotj 
oig rjX&ov sig fiéXu&Qov "Exroqóg 

[noxe, 
ov acpdyiov vlòy Aavutdaig xé^ova 

[iuóy, 
((.kX cug rvQKVvov 'AaulSog noXvanó- 

[qov. 

752. 
ovx EÌaiv 'Extcoq x?,€ii'òg tcQndaag 

yrjg è^avs'kd^wv col rpégoiv acorìjoiay. 



Componantar etiam Senecae vv. 739 sqq. cum Eurip. 
vv. 1160 sq., 766 sqq. cum 1164 sq. 1187 sq. 1173. 1175 sqq. 
1180 sq., 775 sqq. cum 1209 sqq., 792 sqq. 750 sq. 812 sq. 
782 sq. 786. Mea quidem sententia non recte Paisius vv. 
735 sqq. Senecae cum vv. 1160 sq. et 1190 sq. Hecubae 
Euripideae componit ; ad Paisii autem opinionem accedo, 
Senecam Hecubae Euripideae vv. 216-414 esse imitatum, 
in quibus Ulixes Hecubae Polyxenam vi eripere conatur. 
Nam facilius intellegere poterimus, hanc scaenam respicien- 
tes, quae causa Senecam impulerit, ut Ulixem deligeret, qui 
Andromachae Astyanactem filium eriperet, quam si, Ver- 
nerii sententiam secuti, habita v. 721 ratione, coniciamus 
hoc versu Senecam adductum esse, ut Ulixem non solum 
auctorem fatalis in Astyanactem sententiae verum etiam 
actorem fingeret. Cum eodem Vernerio non consentio Se- 
necam vv. 476 sqq. expressisse ex Hecuba Euripidea (vv. 
159 sqq.), in qua regina Troiana, cum a choro Troianarum 
mulierum quae sors filiae immineret certior facta sit, has- 
fundit querelas: 

Tig àfxvvsi /noi; noia ys'vvcc 
noia òè nóXig; 
(fQovdog nqéa^vg, (fQovóoi natósq. 



Studi ital. di filol. class. X. 



50 A. BALSAMO 

TTOiccv fj TuvTav fj xsivttv 

GTsiXM ; noi ó' 'fjcco ; nov rig d^swv 

fi óai[.i(iov r(òv ènaybìyóc; 

Idem Vernerius comparat (Hecub. v. 280) 

3^J' àvTÌ noXX&v èaxC fioi jtaQaipvx^, 
Tióhc. Tid^iqvrj ^àxtQov fjyanòiv òdov. 

Quae cum satis trita et pervagata sententia sit, necesse non 
est conicere e Graeco esemplari vel ex alio fonte Senecam 
eam sumpsisse. Fortasse subtilius "Werneriùs imitationis ex 
Hecuba Euripidea argumentum ex eo petit quod ' in Euri- 
pidis Hecuba canticum, quod nostro respondet, sequitur 
scaenam inter Polyxenam, Hecubam, Ulyxera, unde non- 
nulla vidimus Senecam mutuatum esse ad scaenam, quae 
in Astyanactis deductione versatur, perficiendam. Quae 
quidem scaena ipsa quoque a cantico nostro excipitur '. 

In vv. 865-1055 in scaenam prodit Helena, quae cum 
antea decipere Polyxenam conata sit, hoc ei persuadens, Pyr- 
rhum illam in matrimonium ducturum esse, denique, ut 
vera fateatur impellitur Andromacbae verbis, cui signifìcat, 
illam Pyrrho sorte obtigisse, Hecubam Ulixi. Hanc scaenam 
excipiunt Hecubae lamentationes ultimusque cantus chori. 
Quae huius generis existimatores disputarunt, ut exem- 
plar reperirent, quo usus esset Seneca in bac scaena com- 
j)onenda, ea minime profuerunt; ut mihi persuasissimum 
sit, eam nullam rationem habere cum fabula, in qua argu- 
mentum quod Seneca in tragoedia persecutus est, Euripides 
tractavit. Braunius censet argumentum ex utraque fabula, 
Troadibus et Hecuba, depromptum esse. ' Nam quae He- 
lenam loquentem facit poeta, eorum cum priori parte re- 
•vocetur memoria verborum ambiguitatis, qua Talthybius 
usus Polyxenae timentem circumvenerit Hecubam (cf. Eur. 
Troad. 261 sqq.), alia ex Hecubae et Helenae sermone, 
quem supra diximus, petivit '. Sed plerisque in locis, quos 
Braunius componit, mea sententia difficile est similitudinem 
aliquam agnoscere, ut ex hac comparatione intelligi potest. 



DE SF.NECAE TROADIBVS. 51 

Senec. 891 sqq. (Andr.). Eur. Tr. 891 sqq. (Hec). 

Quisquam dubius ad thalamos 6Q<x)vSètiivÓEcpEvye,fj.ija£Xi)n6d^(a. 

[eat, (dqsl y((Q cIvóqùìv ofÀ/uaz', i^aiQsl 

Quos Helena siiadet? pestis, exi- [nóXeig, 

[lium, lues nluTtQìjai, ó' oìxovg- wd~' è'/et xtjXtj- 

Iltriusque populi, cernis hos tu- [fiata. 

[mulos ducum 

Et nuda totÌ3 ossa quae passim 

[iaceut 

inhumata campis? haec hymen 

[sparsit tuus. 

942 sqq. (HeL). Hec. 220 sq. (Ulix.). 

Polyxene miseranda, quam tra- ecfol' '^/«tot? nalóa arjv IIoXv^Éyijy 

[di sibi acpci^ai, ttqòs oQd-òi' jwa' 'A/i'àXelov 

-Cineremque Achilles ante mac- [ragpor. 

[tai-i suum 
Campo maritus ut sit Elysio, iu- 

[bet. 

915 (Andr.). Hec. 213 sqq. (Poi.). 

Vide, ut animus ingens laetus toV c^moV ós §'iov, ^(ó§av Xvfiuv t , 
[audierit necem. oi fisTccxXaiofica, àXXcè d-avelv fioi 
^vvxvx'ta xQEÌaawv èxvQìjffsv. 

960 sq. (Hec). Hec. 280 sq. (Hec). 

^ sola nunc haec est super ?;(f' àyrl -nokliùv èax'i [loi naQaxpv/ìj, 

Votum, Comes, levamen, adflictae nóhg zi&ìjui] pùxrqov i^yEfiwv òóov. 

[quies. 

967 sq. (Hec). Hec. 372 sq. (Poi.). 

Laetai'e. gaude, nata, quam vel- f^rJTEQ, av &' iq^iLV fit^óèy èfinoóiàv 

[let tuos [y^*'1[1 

Cassandra thalamos, vellet An- kéyovacc /U7j&è dowaa • avfx^ovXov óé 

[dromache tuos, [f^oc 

O^afEÌy ngiy aìa/Qwy fiij xax a'^'iav 

[rv/EU'. 

Attamen ex Senecae vv. 920 sqq. 

Sin rapta Phrygiis praeda remigibus fui, 
Deditque domum indici victrix dea ; 
Ignosce Paridi. 

qui conferri possnnt cum Eur. Tr. 924, 929 sq. 948 sqq. 
(Hel.) suspicari licet Senecam in Helenae persona fìngenda 



52 A. BALSAMO 

Euripidis vestigia persecutum esse, qui in Troadibus Hele- 
nam se Menelao purgantem inducit; qiiae tamen munus 
suura tam dissimili ratione apud Eiiripidem atque apud 
Senecam exsequitur, ut non facile adducamur alterum ab 
altero sumpsisse. 

Quod attinet ad scaenam extremam (vv. 1059-1179), 
in qua nuntius Hecubae et Andromachae narrando explicat 
Astyanactis ac Polyxenae mortem, vere dici potest hac 
parte fabulae maxime significari quam rationem in tragoedia 
componenda Seneca secutus sit; cum enim facile intellegatur 
Hecubam et Troadas contaminare eum voluisse, manifesto 
deprehenditur molestus labor, quo non perfecte proposi- 
tum adsecutus est. Apud Euripidem in Troadibus praeclara 
est scaena, in qua Talthybius Andromachae praenuntiat 
Astyanactetìi Ulixis Consilio e turri deiectum iri ; piane 
autem perfecta atque absoluta Hecubae scaena, in qua Tal- 
thybius Hecubae miserrima sorte vehementer commotus, 
rerum humanarum inconstantiam couqueritur atque vo- 
luntati reginae obsecutus Polyxenae mortem narrat. Contra 
perspicuum est artificium, quo Seneca utramque narra- 
tionem in hac scaena inter se coniunxit; ita ut etsi dicat 
' gaudet magnus aerumnas dolor | tractare totas ' tamen 
planum non sit quid Hecuba ' nescio qua mira immuni- 
tate ' , ut Braunius recte animadvertit, sciscitetur ex nuntio 
^ expone seriem caedis, et duplex nefas persequere '. Ex 
iis quae nuper dixi haud dubie coUigitur in postrema fa- 
bulae parte fìngenda Senecam utraque narratione, quae 
apud Euripidem exstat, usum esse, sed nulla similitudo 
mihi videtur intercedere inter singulas sententias in Se- 
necae et in Euripidis fabulis expressas ; qua re ad Braunii 
sententiam accedere non possum, qui nimiam, ut solet, 
licentiam in singulis locis comparandis adhibuit. 

Comparentur enim hi versus 

Senec. 1063 sq. Eur. Hec. 548 sq. 

inactata virgo est. missus e muris ixovaa d-vriaxw • f^tj ns (ixpr]tca XQ^óg 

[puer. roi^uov' -nuqé'iw yÙQ àégyjy svxao- 

sed uterque letum mente gene- [óicog. 
[rosa tulit. 



DB SENECAE TROADIBVS. 53 

Senec. 10G5 sqq. Eur. Hec. 516 sq. 

Expone seriem caedis et duplex rj nQÒg rò óstvòy ^X&sd^ wg èx^Qi(f, 

[aefas [y^Qo^, 

persequere. gaudet magnus ae- -/.xelvoviEg; elnè xalneQ ov ^é'^wv 

[rumnas dolor [cpiXa. 
tractare totas. ede et enarra omnia. 

1152 sqq. Hec. 562 sqq. 

Conversa ad ictum stat truci vul- t'Aefe nùvruìv xXrjfxovéatutov 'Aóyov. 

[tu ferox. lóov, tóó^ et fièf gtéqvov, co veavia, 

Tarn fortis animus omnium meu- -ncdeiv jiQo&vfirj, ncàaov, ei d' vii 

[tes ferit. \uvxévu 

Novumque monstrum est Pyr- XQ^^stg,7taQEaTi Xuifxòs svxQenììsoóe. 

[rhus ad caedem piger. o rf' ov x^ékcof re y.uÌ S^éXcjy ol'xrw 

TJt destra ferrum penitus exacta [xóqtjs, 

[abdidit Té/Lifsc aidiJQw nvEv^urog óiccQQodg. 

Subitus recepta morte prorupit xqovvql cJ" éxtÓQow. ri de xal 9vri- 

[cruor [axova o/Ltojg 

Per vulnus ingens, nec tamen noXkijy n^óyocuy sì/ep eva^yj^ucog tje- 

[moriens adhuc [aEÌy 

Deponit animos, cecidit ut Achilli xovnxova ti xqvnxeiv ofxfiux' cìgaé- 

[gravem [ycoy /oEoiy. 

factura terram, pronam et irato 

[impetu. 

Contra recte Braimius componit: 

Senec. 1178 sq. Eur. Troad. 1331 sq. (cf. 1256 sqq.). 

Repetite celeri maria, capti vae, tw xd'laiyK nóhg' ofÀcog de 

[gradu TTQÓtpEQE nóda aòv ini nXdxag ^ji/c(i- 

lam vela puppis laxat et classis [wy. 
[movet. 

Placentiae a. d. vii Id. lui. 

AvGvsTYs Balsamo. 



PROSODIAKOI^ 



Sono considerate come di diversa origine (G. Meyer Gr. Gr.^ 
§ 113 p. 179; cf. Ahrens-Meister II 227; 0. Hoffmann I 235 etc.) le 
particelle ed ed et; ma per qual mai ragione, mentre per noi sona 
proclitiche tutte e due in senso condizionale, in significato ottativo 
invece scriviamo «l'è lasciamo et senza accento (Kruger Dial. § 54, 3, 3; 
Ivuhner Sijntax p. 965 n. 1; Ebeling Lex. hom. p. 38 etc.)? E noto 
che i grammatici antichi distinguevano la congiunzione dall'avverbio, 
e accentavano questo (sì, non si che è il nome della vocale E) : He- 
rodian. I idi, 14 Lentz; Choerobosc. Schol. in Theod. Can. nomin. 
p. 386, 20 Hilgard etc. Cf. Thesaur. Paris. III 192. L. Lange in Abhandl. 
der sachs. Ges. dei- Wissenschaft VI 309 sqq. Alla nostra abitudine, 
del resto, non risponde interamente neppur quella dei copisti greci. 
E se io avessi avuta l'accortezza di notarmi tutte le testimonianze 
che da piìi diecine di anni mi sono occorse in antichi ed autorevoli 
codici, potrei forse ricordarne ora tante da indurre chicchessia ad 
abbandonare un uso non sorretto da tradizione rispettabile. Ad ogni 
modo voglio indicare alcuni dei luoghi dei quali per caso ho preso 
nota, nella spei'anza che altri s'invogli ad estendere la ricerca. 

Nel cod. Mediceo occorre et yuq Aesch. Prom. 161 Weckl. (Schol. 
«Vrt xov st&e; Sept. 246 et non era inteso come ottativo; nel luogo 
corrotto Suppl. 87 se anche et era ' utinam ', non lo riconobbero)! 
invece non mi è chiaro se lo stesso codice abbia l'accento Soph. OR. 80. 
El. 1416. Per Euripide, nella più recente edizione (Prinz-Wecklein) 
trovo annotato ad Ale. 91 et da B ed et da a, e ad Or. 1100 tj da G. 
Ma posso assicurare che L ha costantemente et ycÌQ (sic) non solo- 
nei due luoghi ora citati, ma anche Ale. 1072. El. 663. Suppl. 369. 
1145. Iph. Taur. 1221. Or. 1209. 1580. 1582. 1614. Rhes. 464. Né si 
creda peculiarità di L: Oi-, 1100 l'accento è anche in E a e, 1582 anche 
in a, 1209. 1580. 1614 anche in G e a. In Hom. y 205 et yctQ s^uol ha F 
(sigle del Ludwich), et yÙQ ifxol G. In Pind. Pyth. 1, 46 e Nem. 7, 98 
il cod. D (sigle dello Schroeder) ha rispettivamente et yàg 6 ed si 
y(4Q a(f)iv. 

G. V. 



CINQUE LETTERE INEDITE 

DI EMANUELE MOSCOPULO 

(Cod. Marc. CI. XI, 15) 



Di Emanuele Moscopnlo discorre con molto acume e 
dottrina Massimiliano Tran nella sua edizione delle epi- 
stole di Planude '). Egli conferma in essa quanto già il 
Titze -) aveva sostenuto riguardo all'età di questo autore, 
e di più dimostra che l'opinione, secondo la quale gli scritti 
che vanno sotto il nome di Emanuele Moscopulo sarebbero 
da attribuire a due diversi personaggi cosi chiamati, uno 
Bizantino grammatico, l'altro Cretese teologo, è falsa e 
dovuta a un' erronea interpretazione delle parole àvsipibq 
tov KQiqxr^g, che si trovano in molti codici e anche in un'an- 
tica edizione. Dal Treu sappiamo che l'unico scrittore di 
questo nome ebbe a zio Niceforo Moscopulo, metropolita di 
Creta, e a maestro Massimo Planude, ch'egli fiori al tempo 
dell'imperatore Andronico Paleologo (1282-1332), che fu in 
relazione con molti dei più cospicui uomini del suo tempo, 
che fu versato in molte parti della scienza, e che trattò 
non solo di grammatica, ma anche di teologia scrivendo 
una òiàle'itg nobq Aarivovg ancora inedita 3)^ alla quale si 
oppose con un altro scritto Giorgio Metochita '*). 

i) Maximi monachi Planudis epistulae, edidit Maximilianus Treu, 
Vratislaviae 1890, pp. 208-212. 

2) Manuelis Moschopuli Cretensis opuscula grammatica, Lipsiae et 
Pragae 1822. 

3) Non so perchè il Krumbaclier non faccia menzione di questo 
scritto del nostro. 

*) Migne, tom. 141, p. 1307 sgg. 



56 ^- l'Evi 

ir cod. Marc. CI. XI, 15 (cart. 22,4 X 14,8, sec. XV) 
contiene, insieme a molte cose di varii autori, cinque let- 
tere e qualche altro breve scritto di Emanuele Moscopulo. 
Le lettere mi sembrano degne di pubblicazione. La prima 
più che una lettera vera e propria è un'invettiva dell'au- 
tore contro certi suoi detrattori. Non appare dall'intesta- 
zione a chi sia diretta e non possiamo dire se sìa contenuta 
in altri manoscritti e in quali. La seconda è dal nostro 
codice attribuita a Massimo Planude, ma dal confronto con 
la terza si comprende che essa è del Moscopulo, ed è senza 
dubbio la stessa che si trova nel codice Coisliniano 341 col 
titolo di vnÓGx^f^ii Toy adcov noòg ròv ^adiXéa '). La terza e 
una lunga lettera allo zio Niceforo Moscopulo, metropolita 
di Creta, certamente quella che si legge pure nel cod. Coisli- 
niano suddetto '^). La quarta è brevissima e scritta al filosofo 
Giuseppe, personaggio molto noto a quel tempo ^). La quinta, 
senza intestazione, è diretta all' imperatore, ed è senza dub- 
bio la stessa che si legge anche nel cod. Barocciano 120 
e nell'Oxoniense Misceli. 99 '), ma nel nostro manoscritto 
è preceduta da una dissertazione fìlosofìca-teologica su le 
origini e l'opportunità del giuramento, e l'ultima parte 
della lettera si ripete in modo curioso tre volte di seguito, 
redatta in tre differenti modi. 

Da queste lettere, che ora pubblichiamo, si può trarre 
qualche altra notizia sul loro autore. Vediamo da esse spe- 
cialmente ch'egli fu tenuto in molto conto dall'imperatore, 
dal quale fu anzi talora consultato in questioni politiche e 



1) Montfaucon, Bibl. Cotslin., p. 455. 

2) Infatti il principio della lettera citato dal Montfaucon (1. e.) 
combina perfettamente col principio di quella che noi pubblichiamo. 

3) Su questo filosofo Giuseppe raccolse abbondanti notizie il Treu 
stesso {Byzantinische Zeitschrift, voi. YIII a. 1899 p. 1-64), il quale 
però non nomina il Moscopulo fra gli uomini eh' ebbero relazione 
con quel personaggio. In questo stesso volume di Studi tratterà il 
Terzaghi della ' Enciclopedia ' di Giuseppe. 

>*) Treu, Maximi monachi Planudis epistulae, p. 212; Krumba- 
cher, Byzant. Litleratur, II ediz. p. 548, 6. 



LETTERE INED. DI EM. MOSCOPULO. 57 

religiose (lettera V), ma che in un certo punto per qualche 
trascorso commesso, pare, ad istigazione altrui, cadde in 
disgrazia ed ebbe a subire una lieve pena (11. II e III), che 
fu anch' egli in relazione col filosofo Giuseppe (1. IV), che 
d'altra parte non gli mancarono avversarli e detrattori, 
ai quali seppe tener testa energicamente (1. III e special- 
mente I). 



I. 



F. 94^. Tov aéiov (se rov aocfcordrov xal XoyKatdTOV xvQov 
MavovrjX tov Moaxonovkov) iniaioXìq. 

"O fitv aocfòg vi-iwv Ì7iiCTdir^g, ò ^éXxiaxoi, xad- fjucov 
To^evGag ovx sQQcojii'rùìg i^óvrcov, àiriiov <>'Z«to tò Ì1.1ÒV ^tkog 
ovx àra}.itCvag. àysxs óf] vi^isìg, ànsi xal xàXkci avfXTCQàxxoQsg 
€cvx('J xal xoivcùvol tòav xo^svfiàxwv Vj xwv ipeva/iaxcov iyivsods, 
xò ^éXog iijj' iavxovg àraòé^aa&e. xàv fjLÌv ùGg^a/.cog (fQd^r^ads 
xtà JLidxTjV avrò à(fiy/Xé'vov rj, xóx i^ór^ ìqoviisv v/iàg ovx è'^w 
TOV xaiQov xr^v fidxrjv àQaa&ai xavxrjvi' si d à<fixoixo xal óiaq- 
QVj'ìsis nàv vi.u'x£QOì> ÒTcXov, xal òià xagóìag èXd(J6isv, àd^Xia 
vfiùjv fj Ttagdxa^ig xal rj ini xà xoiavxa avjJ.(f,(ovia xal ini 
xax(ò àoa vawv avx&v rjd^Qoiciiirr^. àys òr] xsivuìnev xò xó^ov 
xal lò ^iXog xivd^cofuv. vjiisTg óè ònoìg avxò òs^sgO^s nags- 
Gx€vaG[iiì'oi. vii£Ìg òoxéTxe (favXa fiìv eìvai àvx^Qwnia xal 
ùxivì^xótsQa XC^oìV, vnò óè xov (f^óvov rvvl oxQaxrjov/xsra 
Toviov xbv nóXsaov àvagoiniaai. è'ywys ótj X'^Q^'^' ^X^ xovxoì 
T(ò (f^óvfp nQoxtQOì xaxsQya^oiiiroì vfiàg xal óvvafiiv xfj) ii^iol 
piXfi óióòrxi. ó (f^óvog yàg xaxà xbv nQonQi^xóta à'axi ixèv 
xdxiaxog, è'x^i ói xira Xóyov iavxM' xr^xei yàq (fd-ovsQiòv òfi- 
fiaxa xal xQaóirjv. xi yàg xaivòv nag inov àxrjxoóxsg xaxe- 
§Qovxiq0^ì]X£ xal diavéGxi]Xs ; axQocfijV yXwxxr^g fjv ovnw sìg ósvgo 
rjfisTg rjffxrj(jat.i€r ; Tj nov xal ù ipiXòv drì/goìnov iwQàxs tov 
ncoy(ova, aixa xbv aòibv yévaiov xa^eipivov, i^éaxr^xs àv xal 
firjxavrjv xb nQàyi.ia r^yi]aaad€; ovxco xoi fiixQonQfneiag xal 
svr^d^eCag vixTv naoùaxi; xi Sai vj^iéìg; ovx ^v óxe xr^v yXwxxav 
icxQi(faxs ov nsQaixigco xov xaxxàv xal fiafjifiàv, elxa óir^g- 



58 L- LEVI 

^oióaaTS TÒ (fO^byi-ici xcd óisTQavwGaTs Xóyov ; eira eg diócc- 
axàXov (foix&vxeq axoixeia, GvXXa^àg xaì à^QÓav tyjV /.t'iiv 
xaì xhv avv^ì]xrjV i^snaidevO^r^Ts, ,u«t' ov ttoXvv de XQÓvnv 
xttl àrrsxQCvaad-e xoì xsyvixwg sqoìxmvxi, xaì àiiiXXav ir òo^o- 
YQacfuc GvvexQOxrjffaxs, rvv óè noirjxaig ò/^iiXshe xcd XoyoyQci- 
(fotc xaì Qì]XOQGi. xcà at'ya (f gorghi-, xaì TCQoayoQevuv i^óì] xnX- 
Hàis, aaOoòùg [^lèv xovtó ys xaì àrraióevxoìc, ó'/'w? xoX{.iàre; 
TI ovv €QoC\uev r^f^ieìg nQÒg xàg naQ viiwi' xoaavxag fi6xa^oXd;; 
(eoa óaiaóroìv tirai xovx' egyor xaì ttjc àvTixfij^itvr^g i^ugidog; 
icXXà firj ij^iflg ovxw inarsir^insv. v^aìv xavta icàf^isv roTg rràrja 
ioXfiwGiv, oìg àgsxrj {.itv xaì xaxia è^txà^txai xaì evi/vvsxai, 
à fióvoì x(ò i'xovxi Tvyxdrovaiv òvxa yrwoiua' a òè óieQsvvd- 
aO-ai UQOGrjxsi, xavx ovx' iv Xóyoì, (facìv, ovx iv àoi^fio^, 
x'Jeov Xi'yco ttXccGiv xaì il'vyjig óvvat.itv, xaì vov xàxog, xaì gm- 
}iaxog ccQaon'av, xaì xÓGaov Xnyovg, xaì xor^Gxàg àXXoiwGtig, 
xaì vosQcòv av^ìjGiv XdOga nQoiovGav xaì àO^QÓov inideixrv- 
litvr^v, xaì TI f-itv yXéoxxa ri óè Go(fia, xaì xiGiv rj il'vxrj xa- 
■OaiQtxai xaì ^ut'xQi nÓGOv, xaì il nàGiv tic Toóirog xai^/àoGtoyg 
àXXà (-17] oGai óiatpoQaì yvc/ìficòv xaì Go)(iàto)V roGovxoi xaì 
xad^àoGtoìV xgónoi. ti yào xavx èi^r^itìxt xaì iv (fQOVxiòi txi- 
-!}tG^£, ovx àv ovTOìQ ànrjXXàxxtxs àvorjxoìg. ug fitv ovv nag 
vf.ùv tl'grjxa ixtxa^oXàg ov (frinii óaiiióroìV tlvai, xò óè xàxiGxov 
rovxo O^r^gior, xòv (pO^óror xaì xov avxfò ygoof.itvov (i-rj virò 
xovToig TtxàxOai tlntlv ovx àv t'x^'l^'i &^'^ vfitTg ') iitv éiir- 
QtxtTGO^t óaifioGiv iGa %aXiv(ò x(ò (fOóvoì àyó/ievoi, fj/itTg ó sì 
/lèv ytvraCoìg oì'Goixtv ot (fi/ovoviiisvoi, Gxscfurovi^tsOa. ti óè 
iiixgoilJvxi]GoiLi€V, ^rjfuoi\ut^a. ùXX' ov xò óiavaGxfjvai xaì iXt'y- 
'^ai, xaì TttgisXtlv àrxaiótvGiar, ò vvv rji.ietg nsigmiitlfa ógàv, 
xovT ijóì] ìgxÌ xov (irj tvtyxttv óvvaf-itvov. ovxovv ÓGa i/uiè ti- 
ókvai. ÓTXtg Iv tv ^t^aim xir^xai, iniGxoìjitv xov Xóyov xò xi- 
Viji-ia, xaì noXXà Xtytiv tyovxtg snì xov Ttagórxog tàGoìfxtv. 
viitig cT' àv (lèv xov Xoinov GoìCfgovf^xt, oi) xaxòóg àv viiìv I'gmq 
Gyoiì] xà Ttgàyiiiaxa' ti ó' txi ^guGtTg tGtG^t xaì óvGayoìyoi, 
ótGfxà Xóywv iGxvgoxigcov xaì ;(«A/i'à xaì óià TxXtióvcov tXxv- 
Gtig xaì (irj ^ovXofxivovg vfxàg nàvxoìg wg mrxovg àytgwxovg 
xa^é^ti. 

J) Cosi corressi: il manoscritto porta ì^justg. 



LETTERE INED. DI EM. MOSCOPULO. 59 



II. 



F. 95^. Tov ttinov xvQov Ma^ifiov vnóa^eaiq. 

Éi I-lèv iiiisvev dvO^QWTTOC itf oì idr^aiovQyi^d^r^, xcà àcfqa- 
Xwg àv nàvxcc f^SovXavsxo^ xul xazà yvwi.iì]v àv avKÒ sy^wQèi 
xà TCQàYiiaxci <Tvv ovósf-iiù GxXr^QÓxr^xi xcà óvdxsQsici ànav- 
TùovTcc. sTtel óè ày voice xul XijOtj cfvcei riQÓcTadxiv avxfò àiicc 
yiro/.itrfiì, xal óià xavxcc ov óvraxca ère ixsivco f.i£V€iv, xal 
èniGifaXiài iìóì' ^ovXevexai, xcà dvaxsQòog avx(^ xà nQàyfiaxcc 
àrtavxà, xov ^sov xovxo firjxccvwfitvov, Iva xf^ óvay^sosicx. xov- 
xcùv ù>g iivoìTTi óiéyéior^xca xcà èiriaxQtcfrjcd. xoiovxó xi iiioì 
GV}i^é^r^x£V. èjiél yàg n'xov no'O.à óéóiitvcc xcclhccoaCoìv, ovx 
fjv óè fxrj liu'ya xt rvxcuGavxa óavvai (.is óixr^v xal xcòv xaOao- 
aCcàV xv%€lv, svcT€^ovg ^aaiXé'cog xal Gvf.ina^ovq xò xoaf.uxòv 
xovxì (txdcfog lihvvovxog, siiaxaiw^r^v xrjv yvwj-irjV, xal (fav/.oiq 
nQcxyf.U((ji xal ccioxvvi]? à^ioig ii.iccvxòv è'óo)xa, xal xaxeót'^axo 
{.lèv avxà ó vovg ixxQanó/.isvog xov nQoaiqxovxog, vrcovQyrjGs óè 
x(ò v(ò xaxàjg fj x^'Q ^^'' '^'^ ^^'' YQ^TÌì '^(^^ì'^^'^ óovrai. sìz enr- 
xoXov0^ì]crev fj óixr^ xal fj xà^aoaig, ov acfóóoa iièv axXr^Qa xcà 
XYjV óvva/iiir virsQ^aivovffa, ars nctoà avi.iTraihsaxdTov avxo- 
xQccxooog xQid^eTaa xal /.isxQrj^eTaa, txavij de jlIs ànoxcc^àgai tiyg 
XiÌQ ij-idrior, si' ys ^ovXoijur^v xal ìd(jii.ia xì]Qoiì]v xà xqaviiaxcc 
xf'ì firj óvdy^tQcàvsiv ànoxa&aiQÓi-iévog xal warrso àva^ccivtrv 
aùxd. ov órj vvv a xóts s^r^juagxov ^óeXvgà xaxaXafi^dro) xcà 
(fctvXa, à)S svltvg è'S. èxHvov ovrco xavta voi.uX(t), xcà xarr- 
yogùà sjiiavzov, xcà ino ttjc caGxvvr^g ovx f/w òri yerioficct, xal 
àno^dXXopiai xal xtjv nvruir^v avxcóv xcà xcor TragaTxXr^cTioìV 
avtoTc, xal àacfdXhiav àio 0)^11 avv ^ecò /.lij diangd'^ead^ai ') 
xoiovTÓ TI eìg xò s'^f^g. eì ó' ovxcog dO^Xiog eao[xai àg xoiavxa 
Xéyeiv fi ygdcfsiv, avxòg ó &€Òg sl'rj xaxaótxd^cav fi£ xal sv xr^ 
vvv amvi xcà èv xoj jnt'XXovxi. 

1) Cosi cori'essi : il manoscritto di«7iQ((^aa9^«i. 



■60 L- LEVI 

IH. 

F. 96. KvQoy Mavov^X tov Mo<fxo7rovXov toì ^eioì aòrov. 

Ovx àoa Xr]^£iv s^sXXov tov dsivóxara nQarxsiv' ovtco 
(.iccXa qaóiooq tovtÓ fioi naióóS-ev àjioxsxXr^Qwiiévov. àXXà fxoi 
^ttQsTa Oeov fifjvig sìg zovzo snofiévrj trjv (h'xrjV eiangàtrsTai' 
oix olóa nóteQov fjv a^':òg o)(f€iXov t] ol ngóyoroi, oif^iai [.lèv 
ovv àvuìO^tv óè sìxòg óulO^sTv '■). ircsì tcòv imo ^sov ysyovótwv 
divd^QWTTbìV xcà eìg arri. ccXov avr(ò [ioTquì' xsxoìQì^xÓtodv, èira 
olà xccxÌGTìjv ènivoiav eìg è'^vrj xaì yXoixSGag óiaiQs^è'vtcov, sàsi 
Tovg fièv -ÙTtò Ti\g ngovoiocg xaxdysù&ca xaì óaivà nàaxsiv, Tovg 
óè àvàyead^ai, ù)g ino tcòv roiovrcov iniXéyoivTO xaì xa&ai- 
QOiVTO xai> l'ra, xaxà (j QaxQiag xaì òijfiovg xaì noXixsiag, &)?_ 
ènl TQoxov fxsxecoQov à^ n'i óieXrjXafÀé'rov xov xévxQov xaì ire 
avx(p (SXQS(fO}iévov xaì TxeQtóivovj^ièVov XàO^Qu òioXiad-aCvovxogy 
àvàyxì]V VTtaQ^ai xaì tyjv rifxsxsQav ixsinp' naxQióa èrti %à 
àf.ieivo3 àx^'fjyai xaxacfooù xaì xoXàasi, xo7g qoovrinaaiv inuQ- 
■O^sXtJav xaì [léya xofX7ià(Jaaav óxi àga ano XafinQovdxwv nqo- 
yóvbov. xaì órj àyo^iévr-g oìfJ^rjv syìb in ùXXoóanfjg wv rfjv ovxoo 
xad^aiQovaav óixrjv svxoXcoxara óiaógàrni' rj ó àqa xaxvxdri] 
ov(Ta xaì avi-inaOsCxàn] (fd^àvei xàvxav!}a xaì sns'^éQxerai, 
xaì ov noìv àvr^aeiv (fr^<yi, noìv àv ò XQVffòg zfj Avdia inayo- 

Qivai] TrjV xà^aodiv. X^^Q'^ o^*' ccvx^ ^'f]? xr<ósf.ioviag xaì ■Sf.ivog. , 

xaì óij àxove, iva xàv xovxo) nqóvoiav l'ói]g O^snv xaì àrOoco- 
nùov àvanriQuìv rfjv yrwfxrjv èn s/iè' [ànt'xifsiav] *), xaì òmog 
avxcùv xTjV xaxo^ovXiav avxrj ànsxoovGaxo. àrdyxr^v fjiiìv ngo- 
Gfjov ènì AéG^ov àfjjiS,i-Gi)^ai al xaxaneiKfOnaai ixsTvai isgaì 
avXXa^ai, xaì affóóga lovxó ys nQOX€0^vf.iì]xóxsg toìg ngdyjiiadi 
xuxeixó^isi^a^ Iv èyà) ànoTiGo) xr^v óixrjv ijv, ètg è'oixsv, i^icov 
é(f£iXov 2ixfXiu)xaig. inai yàq i(oQco[j.sv xtjv ddXaxxav ini xà- - 0'^ 
vaióèg -ijóì] xQano/iU'vì^v ano xrjg &Qag, xaì rovg xdxicx' àno- 
Xovfiévovg tovxovg ^ixaXiéxag avxjj Tr^oCéxojTag iiàXXov, ov- - ì.»\ 
xixt i3ao(jovi.isv avxfj. óaòoy^iévov óè ndXai ànisvai ngòg AO^w, 
òv sì' xig xaì y^òiQov òvo^idaei fiaxdQcov ovx àv oìuai óia/xag- 

1) Così il ms. evidentemente corrotto: si potrebbe supporre una 
lacuna fra ovf e ai'wihsv. 

2) Espungo come u.na glossa il sost. U7ié/i9stc(y. 



LETTERE INED. DI EM. IIOSCOPULO. 61 

reìv tov 7TQO(Ji]}cortog, ótsvoovfjie&a ti]v ini QattaXiag ànovóX- 
/.iricfai. vjxórciov óè nàvv xal avrfjg óiayivofié'vr^g énò twv ai>- 
T(tìv 2ixòho)rà}V €x TTjs' TOV (!'t]?.swg *) iXwvTcov T^jv Xeiav, xal - 
[irióèv ài^isirov i]órj rfjg d^aXàcar^g óicixsif.u'vì^g, ióóxei oì'xoi xcc- 
^fjùi^at, aciìg àv ÓQ<Jòf.i€v zijv (pogàv ?c5v xivóvvcov TQaxvrofié- 
VKjV ini TÒ vnoXéi(fi}tv tovzo roTg '^Pcof.iaiotg, Ira iình òvGtfÓQOì 
l^ioÌQcc Twv "Pcofiaioov nàvra óovXevGr^, fj ys xal dia ndvrwv fiór^ 
Xcoosì. siv' ovnoo ^v txavcòg tovto ^s^ovXsv^iévov, xal roTg fJ,o- 
vayoXg ccXlì]V ióóxei TQansG^ai. slx avd-ig sìg OszTaXiav fiQsi- 
óov xal àniaxvQÌt,ovto, xal zàósXgjà) eXsyov i{.ioi' ' AcfiirM^gy^— 
uv ravTìjVl tì]v òòòv àrvGaig, xal roTg (piXotg rjóvg àv (paveirjg, 
al' ys, ó)g ànò rwv yQan(xàt(àV slxd^eiv e^sdxiv, ovx f-'xóter àv ò 
TI Gol XQTi'iaoìVTai à(fiyi.iiì'(p. ' nQÒg ravx' eyoiìye' ' Ov noi óoxeT, 
d) ^eXriùToi ' nQÒg avtovg eìnov ' twì' (pavXoTccrcov ànoTvyxà- 
rsiv óg ys, óixaiov òv insiSàv óirj Cx^'ipadS^ai nqàyi^ia xà nqòg 
ijSovr^v à(fsXslv tov Xóyov, Iva [àtj tovxoig adxoTg sig à ys ov 
òsi i'^anaxì'&sìg Xàd^ij, slx' adxòg avxà ravxa ttqoxsivsi, xal 
òi a xcùXvsiv è'ósi avxò, T0vf.inaXiv óià xavxa xóós ti ógàv 
vn àvayxaioì noieìxai Xóyot. ànacJa jiièv yÙQ vt'ov xal nQs- 
G^vràxov ipvx^j nsQi xi óiaxid^sxai, àXX" rjyrii^iovixoì ;f^Cfj/(t'- ~— 
TOV i-ii'! noìv àv tov óiaxiO^iviog fjxxàG&ai, nolv àv à^ioXóyfo 
XQriGttGO^ai nQÒg avrò s^sxaGst. ' ol ó svO^vg ànsiQiav if.iov 
xal ósiXiav xaxsyvotaav, xal ' 'Ays órj ' sifaGav ' ijiistg oi 
noXXoTg nsQixvxóvxsg xrò ^uo xal if.insiQiav xrò XQ^^'V ^^'' *'^^^ 
avXXs'iàvisvoi, ò XI XQ^) àgàv òiaGxsil'i'oiisOa, inixQsil>avxsg xov- 
xooì Tovg savxov Xóyovg àGxsiv, xàv xi óoxoir< fj^iìv snsaO^ai 
xal ,(ijj óiaxsTv xà ^ovXsviiaxa. ' iSóxsi óè noiaGx^ai Innovg, 
xs'xxagag i-itv ini Tj] ànoaxsvf^, TQstg ó' r]f-iTv, sìt svOvg 0sx- 
TttXCag X(*}Q^ìv óià noTa}X(bv, ói 5f.i^Q(ov, óià Xi^avéóv tmv ànò 

Tffi woag, xal tò {.liyiaxov éi vnónxov xov xónov. QaSiov yàg 

sXsyov ànodoùvai ToTg l'nnoig, si' ti nov Gvi^i^aii^ ósivóv. i/^iov 
ós àvaxsxoayÓTog nsql tóùv ^i^Xwv xal ósivà nccGxovTog si 
ovxcog iv àfiCfi^óXoì xsiGóvxai ngàyi^iaxi, ójg nQoGÓoxàv rjfiàg 
l^ièv ànoffsv^sG^ai, avxàg óè 'ixaXoTg xaxaXsXsiil'sa&ai, Xf^ong - 
avxoTg ànavx ióóxst, jxrjòè ànoXcoXvióov xovxo)V alxiovg avxovg 
ilvai xffi ànwXsiag, si' ys ó jàìv xvQiog aòxùv imxàxTOi, avxol 

1) Sic. Forse per Hìjkvog, ix xrjg xov ZìjXvog cioè -nóì^eoig, ossia ex 
^t]XvfJ^Q[(cg. 



€2 L. LEVI 

ót xarà rò óoxoPr axi-iro) noiovGi. xal óìj i^o'^avro tovg l'nTtovq 
tbvsTa^ca. eh' ÌTieì tò ngàffiu éaq iyèa elnov àrro^e^ì^xei xal 
rràaiv ovTcog ióóxst, tov: Tmtovg av^ig àrrkdovto, xal o ói- 
ótòxaGiv àiT£i?aj(fa(Tir èxxaiòexa ófóìToov rotuffiiàzoìv. (faci yào 
TÒv àcfoova ò iièr ànoXtasi f-'x^iv, o ó ilg tò dè'ov àvaXco- 
osi liirj t'xetr. vvvl J' i^r^saav wc ùnoXéaovTsg ') xàg §i^Xovg, 
ovx à)g (fvXaS.OYTsg' rregl yàq avtwv òXiyog avroìg Xóyog. al 
J' àvàG^oio àv [xov nvd^éa&cci à fioi ttsqI tovvcov àoxsT, óu'- 
loifi ày ovTOjg. rjv óve, (faaiv, syevsTo ytvog xQvaovv, fxsd-' ò 
TioXXwv óieXr^XvO^ÓTMV, ixàavov rrjv ìXcctto) (ioTquv Xayòvxog 
TOV 7TQÒ ciicov, vvv sìg Giór^QOvv ànoxaréatri axXr^QÒv xal vrre- 
QOTTTixóv. TOVTOV óì) TioXXrj TtQÒg àXXiqXovg óiagjOQa. xal yào 
imoxQvCovg àv rtg €v avrcò ùxottùjv evQOi -) xal ùxQi^wg XQvaovg. 
oìg [.lèv ovv €7Ti}Jit'§u(L TTQÒg l'^VTj xal TÓnovg àX.Xoroiovg iyt- 
rovTo, QiL.rig ovarjg ov nàvv xoriaif^c, ovioi sÌGiv ovg àv eìxó- 
Tcog Tig àTTOTQomà^oiTo' [ir^xavàg yào xal fiayyaveiag rfj rcs- 
Qiayoìyf^ avXXe'ìdiisvoi Tiegiiadi fj3og xQ^'t^^òv vnorcoir^aàixavoi 
y.arà tà (favXa tmv roiiKyi-iaTon' ^ìjrovvTsg òttoi y^QvCÓg, Iva xo^ 
tavTOvg ayxaraXé^wai (f^sQOVteg. elx STtsióàv Ixavcòg ttqoCxqi- 
jjMdi ttJ? VTtoxQiaaciìg àrceXa&aidr^g, róx fióìj rijv iavxcòv àva- 
xaXvixxovCi xaxor^^eiav, xal ttùv o xi óvvavrai ógcoai xaxòv 
TOvg vnoòs^afiévovg aèxovg. ò óì] (fvGei noóosGri xoiixm toÌ 
xaTaX^aXeiaiiévoì svxav^a nQsG^vti], [làXiat àv^gdoTtwv ovg eì- 
óov èyd). xovxov ò ai'xiov og àv coi rcQoaéXi^i] nàvxag àGfisvoc 
i'Tioóéxj} àvaXanóxag (sic) Kvttqìuvc, (i]} ^) ai' ri axagov òvof.ia 
(favXov. u)v àrcàvxMV ò Ttagoìv ovxoal xXr^QOVó}.iog. òv xoTg av 
KvTTQoì yvvamg òxi [lèv àX.oyiag annXaoìv rf^ ngòg avxòv xoi- 
rcDVicc ó>g aoixsv àrraiQyàcjavxo, y^àoiv é/w aniaxuG^ai^ òxi óè 
fiTj TtavxuTtaaiv a'^rjv^QWTiKfav xal àxQif^còg fj[iiovov ànoir^aav 
airi xaxxàQCùV ^aCvovxa xal Cxavo(fooovvxa {Xóyog yÙQ ai^tàg 
{layyavaiaig xkjI xovto óvvaa&ai óq&v wg xrjv nag' 0[ATi]QCf) 
KiQxr^v, ^ TOvg naQl 'Oòvcfds'a eìg ^oaxì]fiaxa fisTa^é^Xr^xa), firj 
[(èiACfaa^ai odx àv a'xoiiu. olov yào xaxòv xfj "Poìf^aioìV sìaaav 
TTQodcf^agfjVai arti xax(p afi(ò [latà noXXà &v nsTzaiQaixai, àv- 
■O^gwmov àvaXav&agov nàvv, f.iixgoTrga7ia(JTaTov, ò noX'Aov àv 

1) Cosi correggo: il manoscr. (inoléaai'Teg. 

2) Così correggo : il ms. evQn. 

3) Aggiungo per congettura. 



LETTERR INED. DI EM. MOSCOPULO. 63 

Tig rjyì]OaTo toì) iir^óeròg, ov vvr fyò) TcagarccXcoiia. xal (Txómi 
ÓTj Ó7t(og /fc')'w, art' ÙQX'flg ìyto zòv àngày^iova ^Cov ilXói-iriv, &g 
01 avyysvóixeroi ndvxag laaair, xaC tAs (fiXoaoifiag hooìg xarsT^s 
óoiuvg, xcà Tov aóìiiarog ò/uya (fQorii^aiv ùvèTTfii/éV, òiioìg ys 
/nrjV avvtxeiv aviò xcà tifj rruoooùv ànoXXvi.isvoY. fióri f-itv ovv 
ò vovg ì^Qsio xal inTtoìOog TiV, (.iccxagioìg STréiXr^niikvog a'/_o).f^g. 
ovTOGÌ óè rìji' laviov xaxoi'i^aiav TTSQiUeìg f^ioXt^òìg àie óixrvov 
xarédTcaGs, xal òià Xtriìf^g avoag àyóusvov xal riav^ov tìg àv- 
TiTvniav àvTinaQiriyays nm^f.iaTog, xal raTg àvayxaiaig (fQor- 
ri'aiv è}.i^t^Xi]xfV, neoiaioiiGag r^v 6Ìyj)v avx&v edudoeiav énò 
aov. oOev eXai^s óiaóvou novr^oia (favlov àvÒQÒg, xal [aoi ne- 

Ql^QV^lfi) aVTTi Ì7TlO€f.u'Vì] TTCCVT ìjrVGS xai XVlÀaGlV SVf^CCTTriGSV. 

mGt^ si' Il Gvji^aiì] di avcòv èyòì ànoXovaat, x/.t^oovoiiiay òrei- 
QonoXr^Gavra iwv ^i^Xoìv tòìv Gcòr, dròga ^dg^agov cfi?.oGÓg:ov 
àgxisgéwg. six av&ig irrtl dXXov Txerravovgyr^xóxog sdXoìv èyco 
xal TÒ Tcg&yna i^rizaì^sTO svGs^eGcdioì ^aGiXel xal Gv^na^e- 
Gtdvffì rriv óixr^v óixd^orri, TTsgnisi oviog xal nàGiv ixiiginrev 
dròga si^iè (favXóxaTOV utv eìòsv i'iXiog, ròv si /.iriòèv dXXo tovtov 
ys Tsoìg Tt?.siovog d^iovfxsrov. o fièv ovr sìgyaGdiuiv drcaGi òf^- 
Xov wg rovv s^orrog fjv svOvg ònoi rsirsi (foigàGai, syù òè 
irp/rór^Ga Xércì] xavsiXr^uus'rog xal àrcogia, xal xò i.isyiGrov vnb 
Trdrv nsgtt'gyov drògòg ivoxXovfiisrog xal xò ngàyi-i ÒTXwg dr 
Xav^dri'i òsiróxaxa òtaxtx/s'vxog. sìx snsl ovx sGxiv onsg dv 
xòv TOV svxXsovg avxoxgdxogog òiaògdGsisv rovv, ovòè rovxo 
òis'òga, xaC f.is Gvyyv(i)U.ì]g ly^iaìGsv. sxi ys firiv xaxsyioi.iai rcgay- 
j.idx(ov im&s/jisvùìv sxsgcov. si i.isv ovv VTXtg siiov ysvoixó xi 
ngòg xovg ivxavd^a dgyjsgsTg rragà ttjc isgàg Gov ilivyf^g, xf^g 
Tcgoroiag dv suj, si òè firi, xovxo av&ig avxf^g. i^is'xgig dv òs'coiiai 
xad-agGicov, al àyiai svyal xf^g nsyCGxr^g àyn>ìGvri]g Gov fj nav- 
Gaisv xd òsivd t) rtsiGaisv sfis xd GVji^aivovxa ysrraicog (fs'gsir. 

IV. 

F. 99^. Kvgov MavovrjX xov MoGxonovXov ngòg xòv xtumvu- 
Tov sv (.lovayoTg xvgòv 'iwGrjif xòv (fiXÓGO(fov. 

Hd^sXov sìvai ixsxd Gov xal xrò rcvgGoì xòJv Gcov ?.6yo)r 
xal TcagaivsGSMV dvdnxsGdai xriv xagòìav xal yvo\ur^g svoìòiar 
àvatfsgsiv ^s(ò, fiO^sXov, dX'K ovx T^\ tàg soixsv, c(i.iagxóvxa /(£- 



64 L. LEVI 

yceXa roiovicov ènirvxsTv. ottsq ovv óvcTsocog tiq inoir^rsev àv 
ivrvxwv tìxóvi Tov ÌQWf.iivov' 7TQoak(jv yào àv atn^ xal óv- 
GccnorSTràatoìq fi'x^' '^(*vt' syò) vvi' ttoiw, xai aoi tò rraQÒv %hi- 
/.lia/xa 7rt\a7T(t}, xal &g 6vii§6X(f) tovtoì t?}? ei^ifjg vnó aov àvà- 
xlisbìg xttì sdù)óiag tòv s/iòv egona nuQòt}.ivd^ovi.iai' aòv de rov 
XoiTCOv è'gyov xal TTjg (Tijg àQeTfjg, ÓTtìp'tx àv t(Ò ttvqI Tix/fù g 
xal avvavaifkQoig tovt'() t?]? Guvrov il'vxfjg ttjv evoìàiav ^Jffò, 
xal ({.lov i.ifiiV7\ax}ai, l'v àogàroog rfj óvvàfxei r&v ffwv sèx&v 
xal avTÒg àvàirroìfiaf, xal oTtfO àv fi'xov si (Tvvoìxnvv (Tói, 
Tovxo xal àrròjv zaTg sv^aTg ànoXavoì aov. xal tovto /uh' ^dxoì 
vvv. €1 ó' ènl noXv nagarfivoiTO fj diàcraaig, oi'xt'Ti ì-Gzai 
èfiol àvsxrrj. nsigàaof^iai ovv ini ah àffixiaùai e'Qoìri zfjg afjg 
óiiiXiag xal ^t'ag, xai, si ^£Òg Si/sXoi xal ò xQaraiòg avvoxoà- 
roìQ évóoirj, à(fi'§oaai. 



V. 
F. 99^. TOV avioÌK 

Trjv ÙQx^v àv^QMTTog óià rovv irci avvoixCav iX^sIv rivay- 
xda^rj xal ùvvays^aa^fjvai, sttsI fjirj ^v Ixavòg tlg iavrrp i^ag- 
xeTv. TTcog yàg àv éóvvaro xal xrjTcovgòg slvai xal àfinsXovgybg 
xal Trjv àXXrjv t)iTTsigog ysMgyixijv, xaXxsvg xs xal xega^^ievg 
eìvai xal oixoóóiiog xal /nàysigog xal Troi/^iriv, àgxwv xs igyà- 
XTjg xal TtiXoav xal VTroó'rjindxaìV xal èvdvfiàxoov, mv àncirxoìv 
àvdgoìTiog è'xsi /««««i' ; avvfjX^ov ovv f J ùvdyxìjg 7toXXoi\ Tv 
VxaGxog xò èavxnv ngoxeivon' xò nag" sxigoyv Xaf^i^dvì]. ànsi 
óè ttoXXmv awegxofis'vMV yvo)fi(òv sixòg rjv èv xoTg avvaXXdy- 
fiaaiv è'gidag Gv/ii^aìveiv xal f.idxocg xoTg fjO-goiafiévoig, ovx -^v 
óè xfò vosgrò ^dorp ngénov firj xal rovxwv óiógd-ooaiv è^sv- 
geTv, xal órj i^svgsv. i) ó '^v èva xivà xaxaaxfjaat qgovrjasi 
xal ffiTTsigia dia(fsgovxa xwv dXXcov xgtxrjv àrrdvxan' éivai xal 
dgxovxa, i] xal nXaiovg' aaxi óè xò i^ièv f^iovagxia xò ó àgi- 
azoxgazia. à[^i6ivo)v óè ttoXXoì xi^g àgidtoxgaziag i) liiovagxic^' 
iv yàg xoTg nXsioai xov ivòg tìzdùswg èaziv dal vrcoipia. zov- 
XMv ovzu) xaxaazdvxwv, ènei zmv avveXr^XvOózoìV zig i] rtvsg 
olà fxdxyjv xivà ngòg exegov ?y ótà novrjgìav rix(ji}f.ievoi r) zoiovxó 

1. 5. '902 



LETTERE INED. DI EM. MOSCOPULO. 65 

TI trsQov ini^ovXsvactisv àv t^T xoivrò fj t(ò uqxovxi rov xotvov, 
Iva f.irj Tomo Qaóicog yivr^xai, €^rjTr]d^rj àCcpaXia. ènsì óè xà 
liièv èv x(ò (fC(veo(ò ytróusvcc ccvd^QOìTcog óoà xal óioQ^ovv óv- 
vaxcii, xà à' àcfarfj xal iv xi] xaqóCa txàaxov O^soJ {.lóvci) xvy- 
Xdrsi yvwQifjia òvxa, eóo^sv ènì xovxwv ^sòv sxadxov xwv ùv- 
voixovvxoìv TTQoxtiveiv, xal OQxoì rciGxov(Jx}ai xijV TXQÒg xovg àX- 
Xovg avxov òoO^óvr^xa. xal órj xt'xaxxai xal ènsxoàir^oev ànavxag 
oilxoìg òi^ivvvai IV txaùxog àvvnoTixog fj xoj xe xaircj) xal x(ò 
xov xniYov nQOGxàxì]. xal xovrov iyò) xòv ooxov noXixixòv òvo- 
f.ià^u). xovxov 01 òf.ivvvx€g dvsv f.ii6&ov (fvXàxxsiv òcfsiXovGc 
xal i^sTvai [.lèv vói.ii^siv avxoTg àTToóì]{.i€Tv Tfjc naxQidog xal 
€X€Qco&i xr]v ot'xr^aiv xaxaxxàadai, si fir^ ini ^Xà^i] f.i6vov aù- 
xrjg yivoixo tj àrzoórjUia, xal iàv noXéiiioi yérwrxai xf^g rca- 
xoióog asta xxjV avxcov àTcoór^fiiav (isd- (bv xrjv ol'xr^Giv STTOirj- 
(Jttvxo, aviifiaY^sXv avxoTg iv xaXg iidxaig, jj.fj sl'rj óè d-€f.iixòv 
i^siTTsTv iiii'Cxr]Qiov xf^g naxQióog fj vódxcov óiqXovóxi xsxQvii- 
l.iivoìv iniQQOiav fj xoiovxó xi ònsQ fjóstoav nagóvxsg avxij. 
óxav óè ó XMV dXXoov xQaxcóv id-eXrj nsQi éavxòv e^siv xivàg, 
tV SÌ6V avx(ò (fvXaxsg xal énéqfiayioi xal xatg axixov nóXeai xal 
xéi.ia(g, xal àvxinuQaxàxxoivxo f.ilv xoTg i'x^QoTg avxov, (piXohv 
de xovg (fO.ovg, xal rcaoaxivó vvevoisv di avxòv l'v xs noXéii(i) 
xal xaTg àXXaig imxfOQalg, ovx òcfaiXsi xivu ^là^scO^ai, àXXà 
i.iixrd^ovg TVQOxsiviov ixóvxag Xa^i^àveiv, &otisq sì xal xov xoii'ov 
xig fjv (TiQoaxdxì'jg} *), aìx àf-iTteXcòva e^cov igydxr^v ire avxcò i^u- 
a^ovxo. óùoi ixèv ovv xovxov xovg fiia^ovg xaxaóé'^ovxai, ò^irva- 
ùiv adxoj xov (fiXov slvai (fiXoi xal xov i^O-Qod i^d-goi. xal otxóg 
iffxiv ov iyù) ^aaiXixòv ooxov xaXw. sì fièv ovv àrraitst xig 
xiva xovxov xòv oqxov àvev [àigOov, ov dixaioog, if-iol àoxer, 
TOvxo ÓQà, xòv ó i'xsQov òcfsiXsi nàg òaxiùovv ànoóovvai, eoog 
àv fÀSX àvS^QcÓTtcov olxfi ^aGiXéa ixóvxcov xal xaxà noXixeìav 
fj xal avvoixCav dXXojg óioixovf.isvcov. sì óé xig àvxiXsycov tiqo- 
xeCvsi xov -d-sov naodyysXfia sìvai xò fj,r] òfivvvai, nCàg ovv àvsv- 
d-vvog ó xovxo Txoiwv ; àxovasxat mg aixov iffxt xovxov xal xò 
sIqtjvsvsxs xal xò óùxig ovx 'fji^ccQxs ^aXixco XCd^ov xal xò 



>) Aggiungo pei' congettura la parola nooorutrig, che non si legge 
nel manoscritto. 

Studi ital. di filol. class. X. ' 5 



66 L- LEVI 

fjih xqìvsxs iva fii] xQi^fjre, àX}! òf^cog xal itoXéiiovq dv^QO)- 
noi avfx^àlXovaùy xal fidrj zig àfiaQràìv «Jwxs òixvjv vn àvd^QWJioi 
óixàCovTi xal aéuò Tcàvrcog ovx àvaizìoì, si' ys nàg àvd-qwnog ovx 
àvaiTiog, xal ovx ^ffriv og èyxaXsl óià nóXsf.iov azQaTiwx}], 
oda' dg xaTaiféQsrai dixaCTOv ozi xal avzbg óixrjv òifsikoov 
sìz* àXkovg ànfizìjas. zi óì]7toz€; ozi x^sio) vnrjQSzovfxsvog vófio) 
óixà^Bi, &g eivai zrjv zoòv àfxaQzóvzon' xazaóixrjv zov vófiov xal 
ovx avvov zov óixd^ovzog. ovzco xal ÓQxog è'v^a f.iév zig è&éX^i 
TiQOTiszòag òfAVVvai, ifx^Qid^&g àni'jyÓQèvzai, ev&a óè TtoXizsi&v 
sazi avGzaGig xal s^vwv sIqtjvtj {zig yàg àv zivi niazsvaeiav 
àvti)ixóz(i);)i 7TaQax€X(ioQrjzai xal ovxé'zi iozlv VTiev&vvog ói aèzò 
àrj zovzo OZI TcaQaxsx^iQrjzai. sì yàq fiij zovz '^v, xal ó zf^ iav- 
zov yafiszfj Ttgòg éni^viiiav ip,^Xé7t(av f^v àv in aizia, insl 
ó yvvaixl ovzwg Ìjh^Xsttmv }.ioiX€vsi. sì óè zig è'zi èviozaizo xal 
fif] ót'xoizo TiaQaxsxcoQfjcd^ai zòv òqxov sv zovzoig^ ènei i.irjó^ sv 
dXXoig, lazo) firj {xóvov naqaxsxwQr^piévov avzóv, àXXà xal va- 
rojLioO^szìj fis'vov sv sXdzzoai noXXoJ nQayfxacn. zovg yaQ xazi]- 
yoQovvzag àQXi^Qèoog vóf.iog xsXsvsi, zcòv ^siwv nQozid^spiévoùv 
svayysXioùV xaz' adzàv, ò/Livvvai nqózsQOV ó)g àXrj^fj Xs'iovùiv, 
siza zmv xazrjyoQiwv aQX^f^^f^f- l'Ovzo ó' ozi z&v siQì^fis'vcov 
aXazzov navzi nov ófjXov ' si ó ini zolg sXdzzoaiv ÓQxog vs- 
vofio&szTjZai, nwg snl zolg fxsi^oaiv avvòv ovóè naQaxsxMQfj- 
cd^ai óoirj zig dv ; 

syco, (S0(f(hzazs ^aCiXtojv xal GV{.inat}iazazs xal xaQisgi- 
xibzazs, {Xs'yco óè zavza vnèq zòv ijXiov ini Coi Xdfinovza xal 
ósixvvjiisva nàai xal ini zov nagóvzog ngayi^iazog xal ini 
zcùv dXXcov àndvzcov) àvayxaiov sivai (frolli xal cfvf.ig)ÌQ0v zoTg 
ino Gè zò ndvzag òjiivvvai zio auì xgdzsi. nmg yàg àv avvi- 
Czaivzo nóXsig xal xwfÀai, fiVQicov in ai'icòv GvvsQXOf^ivoov 
yvoj/Jióóv, si fiì) ósGi^KÒ zivi aézai xaréxovzai ini zoì sxaGzrjv 
àrvnonzov sivai zoì zs xoivoì xal zoì zov xòivov ngoazàzì]; 
àvayxaiov óè zovzov Xéyoo xal nagaósóof^iévov ói avrò zò avf.i- 
(fSQOv xal zijV zfjg oìxovfiivrjg avazaGiv. ò yàg ÒQxog è'v&a (liv 
zig avzbv i^sXsi nqonszòóg òf.ivvvai, if.i^Qid-ù)g dntjyÓQsvzai, 
svd^a óè noXizsitòv iazi avazaaig xal i^vtòv siQijvr] (zig yàg 
dv zivi niGzsvasisv àviof^ózip ;) zszaxzai, xal ó f.ii] zovzov òfi- 



LETTERE IXED. DI EM. MOSCOPULO. 67 

vvg ovx àvaiTiog. àg yÙQ ó yvraixì fièv ngòg ÌTii&viiiccv ifi^Xé- 
7VC0V, fioixóg, ó óè ya/ÀSTì] avvoixwv sir' avtrj o'STwg èn^Xéjtwv 
ahiag àrft^XXaxica, xaì tri O^slóv icti rcQÓGxayfxa xovg ydfiov 
e'xoi'vag f.ir] éavTMV àk/.ipyOvg ùnoaitQeTv, xatà ravva xaì tà 
T<àv oQxcov è'xfi TOVTwvi' ó /jibv TTQOTisTtjg og^aXsQog, àreQog de 
nuQCixéxooQìjTca xaì rt'raxiai àvayxaicog. si f.ièv ovv iv ÒQeoC 
Tig àeì fiera ^i^Qiwv ztjv óiaTQi^ijV t'x^i, ÓQxov ovósvl ovTog 
ò(f€ÌX(:i, k(og è' àv xig fisr' àvd^QWTCMV oìxfj ^aOiÀsì óioixovfié- 
VMV xaì ^uGiXtl svGs^sGxàxoì xaì (•> xà axf^nxQa ó ^iòg sdoa- 
xev, ÓQXOV è'^ àvdyxr^g òcfsiXsi óovvai. xaì syù) fxèv nsQi xov- 
xoov xavxr^v è'xco xrjv yrcoijiìjv, xaì xovg àXXovg ovxcog nagaivù 
è'xsiv, 61 f.irj nccQanaiwg Sx^éXouv. ò óè MccraQayyìórjg ovxog 
evegyéxìiV fièv €f.iè xaXtX xaì óióàoxaXov xaì fieydXa òixoXoyiT 
naq èfiov ù)(féXf^ad-ai, xaì nàvxa vnaxovsiv xàXXa ivoiiiog sl- 
raì (fì/Gi, év óè xovxo ov (pr^Giv i/ÀOÌ TisiasGd^ai, ' Seóoixtvai yàq 
Xi'ysi xòv ÓQXOV xaì fxdXiad-' óxi xrjV éavxov xaQÒCav axXr^QV- 
vofiévì^v ÒQC(. ircsì è' rj xov aov xQdxovg àyaO^óxr^g xaì ovxoag 
àvéxexui xaì (!i\UTca&eTg adxc^ è(f oig avxcò rcQoaxdxxeig, si xaì 
iyòù VTtÓGXsGiv nsQÌ a^xov óoirjv ercì xoj firj àrreX^sTv avxòv 
xf^g ^uGiXCóog xavcr^GÌ xcòv nóXeoìV TcaQa xò TiQÓGxayfia xov 
Gov XQdxovg, Idoi) óiócoi^u, xuC (fr^fÀi ivxav^a f.isv£tv avxóv, Ikwc 
àv ii^éXoi xò GÒv xQaxog' èàv óè avxòg ànéXx^ri naQà xò GÒv 
TiQÓGxayfxa, svoxog syò) sGofiai xmv ò^eiXofiévcùV avxo^ xoXdG€oav. 

dXXcog' 

ó óè MaxaQuyyCóì]g oÌ>xog XQ'>](^i^!^ov ifÀ,è iavxo^ noXXaxov 
Xéyei yavéGx^ui xaì ótódGxaXóv /.is xaXst xaì i^fjg .... elxa' insì 
ó fj xov GOV XQdxovg àyaxfóxì]g xaì ovxcog àréx^xai xaì Gvfx- 
Tiad^eTg aiixi^ è(f oig avxoj riQOGxdxxsig, sì xai xig txsqì avxov 
VTtÓGxs(iiv óoirj ènì xrò fiij àitsX^sTv avxòv xfjg ^aGiXióog xav- 
xr^GÌ x(àv nóXsoìV naQà xò TCQÓGxayfxa xov Gov xQaxovg ') 

erri xovxo ifjiè tcqoxsCvsi, ìóov xavxrjv Syò) óiócofii, og fxdXiGxa 
Ttdvxcov avxòv olóa, xaì og in aéxov niGxsvw f.ir^ó' àv ei' xi 
yévoixo nQoóoi^T^GsG^ai. à(p (bv yàQ èóo'§é /noi xfi nsiQa, d^àxxov 
àv óoxèX -) xriv xov naxQÒg naxd'^ai yvd^ov, rj xi xaì /.léì^ov 

1) Spazio vuoto nel manoscritto. 
■^) Così corressi: il ms. àoxr,. 



08 ■ L. LEVI 

àXlo rragàvofiov ÒQàdiu, iq if^iè TtQodovvai. b òri fioi xcd zò 
■9-dQQog snoiì^de tov vnhQ i[xè tovtov nQaynaxog^ xcd }iàXiG^' 
oTi xal T(ò leofò TTQoé'ÓQM JvQQuy^^iov óoxòvr sgjccvVj, xcd (pt^fÀi 
ivrav&a fisvetv amòv, xal s^fjg .... 

dkXtog ' 

irrsl <J' ?} TOV cov xqutovc àya&^óxr^g xal ovrwg àrè'x^- 
tai xal (Si'i-iTCa&sTv avrcò xaxavavsig i(f otg amòv ànv^Tv^aev 
ò IsQwvatog TiQÓsÓQog JvQqaxCov, xal aétòg ■bnéd'x^xo ènixiniov 
dé^acj&ai /.li] ànsX&eTv aèxòv xfjg ^aaiXCdog xavxr^al xwv nó- 
Xf(i)v naqà xò TTQÓGxayna xov Gov xQaxovg, fÀVjóè svxav&a [is- 
vovxa xaxà xov (fóv xqàxovg (pQovsiv, si è'xi XQsia Iva xai xig 
h'xsQog VTtóùxsGiv nsQi adxov óóirj, ànsi xal xovxo avxòv ànr- 
xr](T€v ó isQwxaxoq nQÓsdoog JvQQayjov, Idov xavxrjv syò) ÓC- 
ócofii, òg iiàXiGxa rcdvxiov, xal xà è'^fjg .... 



LETTERE INED. DI BM. MOSCOPULO. 69 



APPENDICE 

Credo non si troverà inopportuna una minuta descri- 
zione del codice da cui ho trascritte le lettere che prece- 
dono. Esso è un cartaceo del sec. XV, appartenente già 
al convento dei SS. Giovanni e Paolo (Catal. Berardelli 
n. LXVII p. 215) di dimensioni 22,4 X 14,8. Consta di 
137 fogli numerati, più 13 non numerati e vuoti (7 in 
principio e 6 in fine), inoltre ha due fogli di pergamena per 
coperta (uno in principio e uno in fine). Nel foglio nume- 
rato 1 al margine superiore si legge : philostrati Imagines 
et Heroica 300 saltem annorum. Nel foglio 112 marg. sup. : 
■&£OTÓxe ^oì]^st (loi. I fogli 136 e 137 sono aggiunti posterior- 
mente e presentano scrittura più recente. Nel foglio 137 
al margine infer. sta scritto in rosso: tsXoì twv tjqooixóov tov 

(plXoCtQCCTOV. 

Contenuto : 

F. 1. [Le ixtfQccasig di Callistrato in quest' ordine : 
IV (mancano le cinque prime parole ; incomincia xaig vvfi- 
(paig IÓQV&6ÌC xtX.) - III - V (intitolata sìg tò tov vaqxiaaov 
àyaXfxa, o fjv èv xip àyqoì s'v^a i^Gxsho) -Yl - VII - VIII - 
IX - X (intitolata €ig rò àyaXfJLa rov naviov (sic) ex(fjQaaig 
ÓT£ (sic) i^eQccTrevs) - XI - XIII. Mancano la I, la II, la XII 
e la XIV. Non v'è nome d'autore né titolo generale; i titoli 
e le prime lettere di ciascuna è'xcfQaaig sono in inchiostro 
rosso. Cf. l'ediz. Kayser delle opere di Filostrato Lipsiae, 
Teubner, 1870-71 voi. II p. 421. Il Kayser cita per l'opera 
di Callistrato il nostro manoscritto nella prefaz. al voi. II 
p. XXI e se ne serve per l'edizione]. 

F. 4. sixóvsg (piXoaTQccTov. [Le imagini del vecchio Fi- 
lostrato. V. la citata ediz. del Kayser (voi. II p. 294; cf. 
anche Philostr. mai. imag. ree. S eminar iorum Vindobonens. 
sodales p. xviii); il Kaiser nomina per quest'opera il nostro 
manoscritto nella prefaz,, ma non se ne serve per l'edizione. 
Sono contenute le imagini dalla I=* del libro 1° alla XXIX* 
del libro II" sino alle parole vvxtcoq sxgjoir^aaGa zov .... 



TO L. LEVI 

Il resto segue a f. 103 del manoscritto (v. più innanzi). I 
titoli sono scritti con inchiostro rosso, ma alcuni mancano. 
Vi sono scolii abbondantissimi interlineari e marginali pure 
in rosso sino a tutto il f. 45"", poi la scrittura del testo 
diventa più minuta e gli scolii mancano.' 

F. 60. JlavXov (XiXsvtkxqìov sìg rà iv Ttv^ioig ^sQ/^ià 
flf.iidi.i^ia ói\ueTQa xuTaXrjxTixà [con scolii marginali e inter- 
lineari in rosso]. 

F. 63. [72 epigrammi dell'Antologia con numeros-issime 
glosse interlineari e scolii in rosso e in nero. Sono in 
quest'ordine: IX 39, 108; X 106, 72, 73; IX 148, 359, 360 
133; XI 50; X 38, 116; IX 166; X 55; IX 495, 162, 3 
116, 169, 378; X 28; IX 8; X 33; IX 449, 440, 497, 52 
X 30; IX 47, 126; XI 15; IX 17; VI 302, 303, 221 
VII 744; IX 48, 489, 320, 53, 211 ; X 44; IX 125, 358, 583 
X 109; XI 352; IX 67, 68, 398, 305, 331, 24, 97, 448, 26 
m, 506, 571, 504, 387; X 95, 50; IX 380; XI 79; IX 96 
170; X 56 (finisce con le parole yvv-ì] rig òXoq\ 68, 99 
IX 442; X 35 (comincia fi^ Trtatcov invece di sv TtqàtrMv) 
Non portano nomi d'autore. Cf. ediz. Jacobs Lipsiae 1814] 

F. 77. (làqxov àì'TOìvh'ov €x rwr xft//' aérór [capovers 
scelti dalle meditazioni di M. Aurelio imperatore, alternati 
(cf. M. Antonini Comment. ed. Stich p. ix sq.) con quasi al- 
trettanti capoversi del de natura animalium di Eliano, tutti 
con abbondantissimi scolii e glosse per lo più in inchiostro 
rosso. Sono in quest'ordine: M. Aur. VII 22; El. I 22; M. Aur. 

VII 18; EL 1 25, 28; M. Aur. VII 7 e IV 49 (dalle parole àrv- 
Xr^g syà) òri tovto fioi avvé^ìj alle parole fj (pvcig rov àv&QWTTOv 
àTTt'xei rà i'óia); El. V 22, II 29, I 17, 34, 3, 52, 49; M. Aur. 

V 8; El. IV 25; M. Aur. V 18, 26; El. IV 50, 49; M. Aur. 

VI 13 (fino alle parole tórs f^iaXiGru xaTayor^Tsvsi), 31 ; El. 
IV 57, 60; M. Aur. VI 39, 40 (uniti in uno solo); El. I 1; 
M. Aur. VII 53, 62, 63 ; El. I 2 ; M. Aur. VII 66, 70, 71 ; 

VIII 15, 17 (dalle parole odósvl iiefiTtTsov)] El. I 4; M. Aur. 
Vili 34, 48, 54; El. I 7, 8 (riuniti in uno), 13; M. Aur. 

VIII 57, 56; El. I 9, 10; M. Aur. IX 1 (sino alle parole 
adròg oéx in i'arjg ex^i, ófjXov &g àdrj^st)', El. I 11; M. Aur. 

IX 40, XI 19; El. I 16; M. Aur. IX 42, X 28, 29, 32 



LETTERE INED. DI ESI. MOSCOPULO. 71 

(fino alle parole roiovvog è'aìj), 34, 35, XI 34, 35 (riuniti 
in uno solo), XII 2, XI 9, 21, XII 4, 14 e 15 (riuniti 
questi due in uno solo), 34J. 

F. 92^. [Dodici esametri intorno ai nomi dei mesi egi- 
ziani. Principio TCQ&tog ^ù)0-, fine (fvai^oov vócoq]. 

¥. 93. [Un quadro contenente i nomi dei mesi dei 
Bomani, Egizi, Macedoni, Cappadoci, Greci, Ebrei, Bitini 
e Cipri]. 

F. 93"^. TcsQÌ <yo/.oixia!.iov [adespoto, edito dal Boissonade 
anecdota fjraeca II p. 458. Seguono alcune righe di conte- 
nuto grammaticale su le forme usate e non usate del tema 
verbale ^ai': principio xad^à sari ^V7jf.ii, fine qr^ioqai xaì 
XoyoyQacfoig]. 

F. 94. Tov (fo(p(oTccTOV xaì XoyionàTov xvqov navovrjX tov 
(.loa^onovlov [tre enigmi editi come adespoti da Ed. Cougny 
nella Ajjpendix Nova all'Antol. Palat. {Parisiis^ Didot 1890) 
YII 32, 28 e 27]. 

F. 94^ TOV avtov sTxiaxolrj [v. sopra p. 57]. 

F. 95. XVQOV fia^if.iov TOV nXavovór^. [Uno scherzo sulla 
pronuncia iotacistica. E pubblicato dal Boissonade Anecd. 
Graeca voi. Ili p. 130, da Massim. Treu op. cit. p. 184 e 
dal Treu stesso in Byz. Ztschr. a. 1896 p. 337. Il Treu non 
nomina il nostro manoscritto fra quelli che contengono lo 
scherzo.] 

F. 95^. tov avTov XVQOV /xa^if^iov vnócyisaig [v. sopra p. 59J. 

F. 96. XVQOV iJiavovrjk tov {.loa^OTtovlov toJ d^sCct) avTOv 
[v. sopra p. 60]. 

F. 97^. [Un frammento di metrica senza titolo né nome 
d'autore. E pubblicato come appartenente al Moscopulo da 
F. N. Titze in Manuelis MoschopuU Cretensis opuscida gram- 
matica, Lipsiae-Pragae 1822 p. 49-50]. 

F. 98. àQXiov elg TsdGaQug ày&vccg éTtiyQài.if.iciT(x. [18 Epi- 
grammi dell'Antologia in quest'ordine: IX 357, 391, 557 
(in margine àvxmaTQov elg àQiav), 581 (in margine XsovTog 
(fiXooó(fov sic TÒ f.iovri.ièQiov), 561 (in margine eìg à}.iTisXov 
(fiXinnov)^ 322 (diviso in due di cui l'uno comprende i 
quattro primi versi con in margine slg àva&ijiiiaTcc, l'altro 
gli altri sei con in margine Xsoovióov àvad^rjficcTa t(Ò ccqsi), 



12 L. LEVI, LETTERE IKED. DI EM. MOSCOPULO. 

324 (in margine fxvaaàXxov xf^ à(fQoóÌT)i), 133 (in margine 
£Ìg ycci-iov); XIV 2, 4, 13; VII 121 (in marg. dg nvO^ayóg^v), 

145 (in marg. àaxkrjTiidóov elg ròv al'avra zòv TsXa^wvidóìj), 

146 (in marg. elg ròv aivòv àvTiTrdvQov), 147 (in marg. eìg 
TÒv avTÒv àQXiov), 148 (in marg. dg ròv avróv), 150 (in marg. 
élg TÒV adzóv), 151. Cf.- ediz. Jacobs, Lipsiae 1814. 

F. 99^. xvQov f^iavovijl rov ^oayonovXov ngòg tòv tii^iié- 
zarov èv /xoraxoTg xvqòv 'itoarjfp ròv (fiXóao(fov [v. sopra p. 63]. 

F. 99"'. Tov avTov [v. sopra p. 64]. 

F. 102. [Un frammento grammaticale senza titolo ne 
nome d'autore. Principia: oaXv^i èvearèog xal òàXvoo. Fini- 
sce: ij[jic(QTOv dsvTSQog àÓQiarog à(f ol fisTóxrj ò àfxaQxwv]. 

F. 103. [Le imagini del vecchio Filostrato II 29-34, 
ossia circa dal punto in cui erano rimaste interrotte a f. 59' 
del manoscritto (v. sopra) sino alla fine. Mancano i titoli. 
La prima lettera di ciascuna imagine è scritta in rosso]. 

F. 105. exsi l^'èv tò qÓóov vitó&saiv' iniaTuaévì] de óia- 
xoQsìg v{.iccg òvxag xov [.iv^ov xairóxsQÓr ri avveiGCftQsi ónq)'i]!Aa. 
[Questo a guisa di titolo. Segue una leggenda intorno alla 
rosa, senza nome d'autore. È pubblicata col titolo tisqì 
QÓóov dal Boissonade Anecd. Nova p. 346; il Boissonade 
l'attribuisce a Libanio]. 

F. 106. (fiXoaxQaxov rjQcoixà <sic>. xà TtQÓawrra à^insXovQ- 
yòg xcd (foivi^. [L'eroico di Filostrato con scolii. Cf. l'ediz. 
citata del Kaj^ser voi. II p. 128]. 

Venezia, Febbraio 1902. 

Lionello Levi. 



ERODOTO TRADOTTO DA GUARINO VERONESE 



In un codice miscellaneo cartaceo della Classense di Ra- 
venna, segnato col n.° 203, tra scritture latine di prosa e 
di poesia, di varia natura e di autori diversi, appartenenti 
tutti al secolo XV, stanno innestati due quinterni mutili, 
i quali contengono, con molte lacune, la versione dei primi 
settantun capitolo del libro primo delle istorie erodotee. 
Recano da principio la intestazione : KXaiw itjqoóótov e greco 
latine conversum per clarum virum Guarinum veronensem: 
e terminano con le parole: ' Eos igitur si viceris....' 
(cap. LXXI, § 4). 

Di Guarino ci sono pervenute traduzioni da Luciano, 
da Isocrate, da Strabene e da Plutarco; è noto ch'ei tra- 
dusse anche da Esopo e da Omero '); ma, ch'io sappia, di 
una sua traduzione da Erodoto niuno ha mai fatto cenno, 
né dei contemporanei, né dei più recenti critici e studiosi 
dell' umanesimo. 

1) In una lettera del 1415, diretta a Ugo Mazolato, Guarino 
accenna a un Saggio di interpretazione interlineare fatta ' docendi 
causa ' di un autore greco che non nomina. Ma non si tratta della 
versione erodotea, come comprovano le seguenti parole: ' lacobus 
Ziliolus .... carmina illa tuo nomine milii rettulit. Qua quidem in 
re oro te atque maiorem in modum obtestor ut morem mihi geras et 
raeae satisfacias voluntati .... Cum Florentiae vex'sabar nescio quis 
ad me venit et ut ipsa interpretarer carmina exoravit. Quod cum 
eum docendi causa fecissem, ille .... verbum ex verbo in superiori 
versuum parte exposuit .... Perpudet igitur me tantarum auctorem 
ineptiarum appellar! ' (Lettera edita da Remigio Sabbadini, La Scuola 
e gli Studi di Guarino, Catania 1896, p. 175-76). Era adunque una 
traduzione di versi, non di prosa. 



74 R- TRUFFI 

Erodoto fu certo tra gli scrittori greci più amati e 
studiati dal Guarini, il quale dovette conoscerlo assai presto. 
La grazia, la semplice eleganza, la soavità dell'antichissimo 
storico conquistarono l'animo gentile dell'umanista vero- 
nese, come ci prova il noto brano dell'epistola che nel 1427 
scriveva al Panorraita, per ringraziarlo del dono d'un co- 
dice erodoteo : ' Quam gratum, quam amoenum, quam io- 
cundum mihi extiterit hoc officium tuum, non satis expli- 
care possem quod tuo ductu atque auspicio nobilitavit 
Herodotus et musae, ut verius loquar, Herodoti. Tantum 
taraque benignum ad peragrandas orbis terrarum plagas 
et res gestas ducem parasti, ut nihil praestari suavius mihi 
potuerit. Eius sermone cupide fruor, eius per vestigia flu- 
vios colles maria portus urbes visere datur, immo quod 
mirabilius est cum mortuis confabulari et vivas audire et 
reddere voces ' •). Niente di più naturale per tanto che in 
Guarino sia nato il desiderio di tradurre l'opera ammirata 
e cara; niun dubbio d'altra parte che la versione contenuta 
nel cod. classense sia veramente sua. Esplicita è la dichia- 
razione del cod. stesso, scritta anch'essa di mano del sec. XV 
(prima metà); la lingua e lo stile poi ce ne sono indizi sicuri. 

Se non che io credo che a Guarino nel 1427 non do- 
vesse riuscir nuova la lettura delle storie erodotee ; che la 
conoscenza di quest'opera, con la quale egli prese poi tanta 
domestichezza ^), risaliva a parecchi anni innanzi, e preci- 
samente agli anni della sua scuola di Venezia (1414-1419) ^). 

1) Lettera al Panormita, dal Cod. lat. Monac. 504, f. 180. Il brano 
è citato dal Gravino, Saggio d' una storia dei volgarizzamenti di opere 
greche nel sec. XV (Napoli, 1896), p. 70, e, tranne il primo periodo, 
anche dal Sabbadini, op. cit. p. 101. Al Gravino l' epistola guariniana 
era stata comunicata dal Sabbadini, la cui cortesia squisita e la si- 
gnorile libei'alità coi giovani studiosi sono a tutti note. Io pure debbo 
pubblicamente ringraziarlo dal profondo del cuore, per i suggerimenti 
e gli aiuti di cui mi fu benevolo. V. anche Barozzi-Sabbadini, Studi 
sul Panormita e sul Valla (Firenze), p. 28. 

*) Lo provano le note al codice di Gellio del Lamola (Vatic. 3453, 
membr. di foli. 159), che il Sabbadini crede con molta ragione copiato 
dal guariniano, andato ora perduto (op. cit. p. 119). 

3) Guarino nella sua dimora a Costantinopoli (1403-1408, 2^ metà) 
fece buona provvista di codici, (oltre lina cinquantina) di cui l' Omont 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 75 

Francesco Barbaro, che fu scolaro e familiare di Guarino 
in questa città '), nell'operetta giovanile De re uxoria, 
scritta tra il 1414 e il 1415, e pubblicata tra la fine del '15 
e il principio dell'anno seguente, ricorda più volte Erodoto, 
e con tali parole che fanno vedere non citar egli di se- 
conda mano, ma aver avuto innanzi il testo greco «). ' Si 
qua in his fortasse commentariolis nostris graviter et eru- 
dite conscripta inter legendum occurrerint (dice nelle ul- 
time righe il Barbaro congedandosi da Lorenzo de' Medici 
cui è dedicato il De re uxoria), summo in crani genere 
laudis viro Zachariae Trivisano (eius enim memoriam li- 
bens usurpo) et literis graecis attribuito, ex quibus aliqua, 
quae ad hanc rem pertinebant, hic ex sententia collocata 
exposui. In his vix paucos menses versatus uberes ac iucun- 
dos fructus colligere videor : tantum et ingenium, et studium 
potuit optimi et eruditissimi Guarini Veronensis, quo prae- 
ceptore et amico uno omnium familiarissime utor, postquam 
et ad suscipiendam, et ad ingrediendam humanitatem una 
et multis primariis hominibus nostris, ac mihi dux fuerit, 
et ita dux fuerit, ut eius opera haec divina studia, quibus 
a puero dedicatus sum, longe et fructuosiora et gratiora 
mihi facta sint ' . 

Nel lib. I, cap. 6 (De uxoris ducendae divitiis) scrive il 
Barbaro: ' linde praeclare Persarum legibus ingrati gravis- 
simis poenis plectuntur. Nam, ut refert Herodotus, summum 
apud eos vitium est mentiri, proximum vero debere....', 

ha dato in luce il catalogo : Erodoto non è tra questi. Dopo aver 
trascorsi pochi mesi in Verona (1409), e dopo oltre quattro anni di 
pubblico insegnamento di greco a Firenze (1410-1414), passò a Ve- 
nezia, maestro di greco e di latino. 

1) Già nel 1408 Guarino dirigeva al Barbaro una lettera da Co- 
stantinopoli: diventò poscia non solo maestro ma anche amicissimo 
suo, come ci è prova una nota apposta al commento all' orazione prò 
Sex. Roscio (Sabbadini, op. cit. p. 91). Al Barbaro dedicò le vite di 
Dione e Bruto, tradotte a Venezia. 

2) Nella citata epistola del 1408, il Veronese ricorda Solone, ' qui 
compluribus divitibus factus obviam, nihil est, inquit, quo nostras 
vestris divitias permutare velimus '. Ma non si potrebbe certo affer- 
mare che fin da allora Guarino conoscesse le pagine di Erodoto, poiché 
l'aneddoto è riferito da molti altri autori e greci e latini. 



76 R. TRUFFI 

e continua seguitando molto da vicino il cap. 138, 1 del 
primo libro erodoteo: cosi più avanti, lib. II, cap. 6 {De 
coitus ratione), cita di nuovo lo storico greco: ' Apud He- 
rodotum (I, 8, 3) scriptum est una cum interiori tunica 
mulieres pudorem exuere .... ', E potrei agevolmente ag- 
giungere altri jjeriodi (come quello del proemio, dove cita 
Erod. I, 193, 3), ma mi restringo a uno solo. Nel lib. II, cap. 8 
(De liberoruììi educatione) si legge : ' Nec profecto fidem rae- 
rentur, qui vilissimae rei gratia facile iurant, quique fa- 
cile iurant saepissime vel incauti deierant. Eos vera dicere 
assuefaciant. Id Persis antiquissimum fuit, ideoque forum 
mercaturae ne apud eos esset instituerunt, quoniam men- 
tiendi et dicendi mendacium et peierandi locum esse sibi 
persuasissent '; le quali ultime righe derivano senza alcun 
dubbio da Erodoto (I, 153, 3). Ora se il Barbaro nel 1414- 
aveva tanta conoscenza del testo greco delle istorie, si deve 
concederne naturalmente una ben maggiore a Guarino, il 
quale forse in quell'anno aveva a' suoi scolari letto e tra- 
dotto, tra gli altri autori greci, anche Erodoto. A questo 
tempo risalirebbe, secondo me, e non mi pare avventata 
ipotesi, la traduzione di cui ci occupiamo, raccolta fors'anco 
dal Barbaro stesso, o da qualcun altro, dalle lezioni del 
maestro; e ce lo confermerebbe l'accordo delle parole or ora 
citate del Barbaro ' una cum interiori tunica mulieres pudo- 
rem exuere ' , con quelle della traduzione guariniana (8, 3). 
Come si spiegherebbe allora la lettera al Panormita del 1427? 
Guarino nel 1414 doveva possedere soltanto una piccola 
parte delle storie erodotee, oppure un codice mutilo e 
guasto; e molto più tardi, appunto nel 1427, a Verona 
egli potè per la premura cortese dell'amico venire in pos- 
sesso di un codice intero di Erodoto: di qui la sua gioia 
vivissima e 1' epistola calda di tanta ammirazione. 

A ogni modo questo è certissimo, che la guariniana è 
la prima versione, o il primo tentativo di versione, dello sto- 
rico di Alicarnasso, poiché la nota traduzione del Valla ap- 
partiene alla seconda metà del sec. XV (1452-56/ '), e quella 
del Palmieri, fatta conoscere e illustrata acconciamente dal 

1) Fu impressa a Venezia nel 1474, e poco dopo in Roma. 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. < l 

Gravino (v. sopra p. 74 n. 1), fu compiuta probabilmente 
nel 1463 '). Il Palmieri nella dedica al Cardinale Prospero 
Colonna, dopo un'alta lode dell'opera di Erodoto, accenna 
alle difficoltà incontrate da lui giovane ancora (era nato 
verso il 1423) e inesperto, e afferma che niun aiuto da ninna 
parte aveva potuto soccorrerlo, essendosi egli per il primo 
dedicato a tale impresa: ' Subibat . . . . neminem ante me 
tanto operi manum inicere ausum, quamquam multi et 
praestantes in utraque lingua viri aetatem nostram prae- 
cesserint ' (Gravino p. 52 sq.). Il fatto che il lavoro di Gua- 
rino era rimasto sconosciuto, mi rafferma nell'idea che si 
tratti di un puro esercizio scolastico. Egli stesso ebbe cura 
di avvertirci altre volte che le sue versioni non erano tutte 
destinate alla pubblicazione: alcune miravano ad aiutare 
la lettura dell'originale (Sabbadini p. 130), altre erano fatte 
' exercendi siraul ingenioli ac memoriae causa ' {ib.). 

Ma di quale codice si servi il nostro umanista? Di uno 
degli ojjtimi {'/), o dei deteriores (?/0? Il Gravino, dopo aver 
trascritto la lettera al Panormita, aggiunge : ' Da ciò non è 
possibile dedurre a quale classe noi oggi dobbiamo asse- 
gnare l'Erodoto ch'ebbe in mano Guarino..,. '. La qui- 
stione dei codici erodotei è delle più. intricate, così che 
riesce importante ogni contributo, anche piccolo, allo studio 
di essa. Ma pur troppo noi ben poco possiamo aggiungere 
con questa pubblicazione. Le parole del Barbaro che più ad- 
dietro ricordai : ' Id Persis antiquissimum fuit . . . . ' e che 
dissi derivare dal cap. 153 del I libro di Erodoto potreb- 
bero recare un po' di luce, perchè il detto capitolo manca 
ai codici mutili; inoltre Guarino traduce i cap. dal 56 al 68, 
che pure mancano ai codici mutili, onde il suo cod. sarebbe 
dovuto essere integro: ma troppe sono le omissioni e le 
lacune nella versione guariniana per poter venire a conclu- 
sioni sicure. Mancano, ad esempio, interamente, i ce. 18-22. 
49-52. 54. 57-58. 66. 70, e parti dei ce. 9. 10. 11. 12. 13. 
14. 15. 16. 17. 32. 41. 42. 46. 53. 60. 62. 63. 64. 67. 



1) È ancora inedita e si legge per intero in un cod. della Bibl. 
naz. di Torino, e con interruzioni e mutilazioni in un cod. Vaticano. 



K. TRUFFI 



Se nou che, com' è noto, si hanno codici mutili che 
sono stati poi più o meno esattamente colmati : quello di 
Guarino doveva essere in uno stato miserando, che non 
era suo uso di abbreviare, di omettere, di trascurare nulla; 
egli dei traduttori quattrocentisti è forse il più ligio al 
testo, come in più luoghi il Sabbadiui osserva i). E chissà 
quante volte, lavorando su quel codice (o frammento di 
codice) cosi lacunoso e guasto, avrà ripetute le parole che 
gli venivano spontanee quando traduceva Strabene (Sabba- 
diui p. 127) : ' mirum est dictu quam cadat interdum inge- 
nium simul et industria, cum incohato plerumque sermonis 
capiti, pedes ipsi succiduntur, et media mutesca,t oratio '. 

Dei pregi e dei difetti delle versioni guariniane ha 
parlato con impareggiabile competenza il Sabbadini, ond' io 
dovrei ripetere le sue affermazioni. Mi accontento di rias- 
sumerle brevemente. I pregi principali sono: stile scor- 
revole e disinvolto, grande fedeltà al testo, sintassi in 
generale corretta, cura di rendere tutte le particelle di 
legame e di passaggio che sono nel greco, con lo sforzo 
evidente ' di concretare latinamente quelle sfumature ', 
ingenerando per tal modo ' una spezzatura contraria al- 
l'indole del periodare latino ': tra i più frequenti difetti si 
notano d' altra parte : lingua e frasi non sempre pure, qual- 
che giro di parole confuso e involuto, qualche neologismo 
(ma raro), una certa slegatura, e qua e colà l'uso di parole 
poetiche {ih. p. 128). Qualità tutte che si riscontra anche 
nella versione da Erodoto, che mi par bene pubblicar qui 
integralmente. 

ElCCAEDO TeUFFI. 



1) Veramente, studiando questa traduzione, più volte è sorto 
in me il dubbio che Guarino stesso, l'orse per ragioni didatticbe, 
abbia operato molti tagli, e qua e là riassunto in breve quello che 
lo storico greco allarga in più periodi. Il medesimo sospetto è nato 
nel prof. Sabbadini, cui comunicai le bozze del lavoro. ' Ciò è contro 
l' uso di Guarino, egli mi scrive, ma davanti al fatto bisogna chinare 
il capo ' . Certo si è che il Cod. doveva essere in cattivo stato : al- 
cune omissioni poi provengono forse anche dal copista, che spesso 
non doveva capire neppure il senso della traduzione. 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 79 



CocL. class. 203. 



1 Bellorum quae graeci ac barbari Inter se gesserunt, 
causas in phoenices conferunt persarum sapientissimi. Hi 
enim ex mari rubro ad nostrum dicuntur migrasse mare, 
et loca quae in praesentiarum incolunt. Inde navibus longis 
res assyrias et aegyptias ad mercaturam comportantes, et 
alia petiere loca et Argos imprimis. Ea autem Argos tem- 
pestate terrae graeciae dignitate praestabat. Itaque cum 
phoenices argos appulsi honera exposuissent; quinta post 
aut sexta iam die universis ferme rebus venditis, venerunt 
cum aliae mulieres tum vero regis filia, cui nomen Io fuit. 
Eis in prora stantibus cum prò muliebri ingenio merca- 
re<n>tur, phoenices impetum faciunt. Compluribus sibi fuga 
salutem comparantibus, et caeterae* et Io rapta est, et in 
aegyptum asportata. 2 Hoc pacto persae, non ut graeci tra- 
dunt, lonem aegyptum commigrasse prodiderunt : quibus 
auctoribus prima haec iuiuriarum origo est. Post modum 
graecos ad Phoeniciae Tyrum annavigantes regis filiam 
Europam rapuisse, et ut memoriae proditum est, hi fuere 
cretenses. Quibus in rebus par pari relatum erat. De hinc 
navi longa ad colchorum iluvium Phasim navigantes expe- 
ditionis absoluto Consilio, regis filiam Medeam rapuere. 
Eex itaque misso praecone et raptoribus poenas infligi et 
filiam sibi reddi poscebat. Cui responsum est Ionia raptores 
nullas dedisse poenas et eam minime restitutam esse. 3 Hisce 
rationibus incitatus audacior factus Priami fìlius Alexan- 
der ex Graecia raptam mulierem cuncupivit, nullas uti su- 
periores poenas daturum se se confìdens. Eapta Helena 
missi legati et ut Alexander poenas rapinae daret, et He- 
lenam redderet deposcebant. Centra legatorum postulata re- 
sponsum est, Medeae raptores nihil poenarum dedisse, nec 
Medeam poscenti parenti restitutam. 4 Hactenus rautuas 



80 K- TRUFFI 

mulieriim rapinas dumtaxat extitisse. De hinc Graecos maio- 
rum causas rerum extitisse perhibuere. Priores enim in 
Asiam, quam illi in Europam ductarunt. Ad haec tradunt 
Persae : nullam ob raptas mulieres curam factam ab Asiae 
incolis ; quae praedae, ni voluissent ipsae, non patuissent. 
Asiani vero, magna classe ob Lacedemoniae mulieris rapi- 
nam congregata et Priami urbe destructa, universos sem- 
per sibi graecos hostes rati sunt. 

Asiam et incolentes Asiam barbarae nationes tenent, 
Europam vero graeci inde disiuncti. 5 Hnnc in modum iui- 
micitiarum primordia ex Troiae captivitate ab persis in 
graecos facta produntur. De Ione persarum sententiae phoe- 
nices dissonant, nec eam in Aegiptum raptam pervenisse, 
Eam vero in Argis cum navis praefecto congressam, quae 
primum ut se se gravidam esse intellexit, parentes verità, 
volens cum plioenicibus enavigavit, ne coitus vulgaretur. 
Haec persarum phoenicumque sermone perhibentur. Ego 
autem aut bunc in modum aut aliter factum probare im- 
probareve minime constitui. Qui vero priores iniuriarum 
in graecos causas attnlit dicturus accedam parva et am- 
pliora pariter oppida expositurus. Quae dudum ingentia 
fuere parva effecta sunt. Quae mea aetate magna fuerunt 
antea pusilla extiterunt. Humanae itaque foelicitatis in- 
stabilitatem intelligens utraque memorabo. 

6 Croesus genere Lydus fuit : is populos qui intra Alym 
fluvium sunt rexit, Alys ex meridiana labens plaga per 
syros et paphlagonas in Euxinum pontum ad boream ef- 
fluit ventum. Hic primus ex barbaris quorum ad nos pliama 
pervenit graecos in potestatem redegit : partim ad confe- 
renda tributa cogens, partim amicitiae vinculis sibi co- 
niungens. Imperio quidem lones aeoles (cod. aedes) et 
Asiae dorienses subdidit. In amicitia vero Lacedemonios 
sibi devinxit. Ante Croesi regnum graeci omnes libertate 
fruebantur. Nec te moveat quod Cimmeriorum exercitus 
in loniam ante Croesi tempora irruperit ; quippe cum illa 
incursio, non autem civitatum subiugatio fuerit. 7 Oaeterum 
regia dignitas cum superiori tempore ex heraclidarum iure 
fuisset, ad Croesi familiam quos Mermnadas appellant per- 

2tì. 5. '902 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 81 

venit. Sardibus dominabatur Cacdaules quem Graeci dixere 
Myrsilum ex heraclidarnm sanguine alcaeo prognatus. Pri- 
mus namque heraclidarum Argon sardis rexit. Postremus 
aiitem Myrsi filiiis Candaules. Ante Argonem imperitave- 
rnnt ei regioni qui ex Lydo Atyos filio originem ducebant. 
Unde et regioni cognomen inditum quae prius meonia vo- 
cabatur. Post hcs principatum tennero Heraclidae, quos 
ex lardani filia serva crearat Hercules, per manus cum hi 
regnassent duas et viginti hominum generationes, hoc est 
annos quinque et quingentos, usque ad Myrsi filium Can- 
daulem incolume permansit regnum. 

8 Hic igitur Candaules miro uxoris incendebatur amore 
quam venustate formae coeteras universas anteire sibi ipsi 
persuaserat. Erat inter stipatores regios Gryges Dascyli 
filius Candauli gratissimus, adeo ut ardua cuncta regni 
negotia Gygi Candaules iniungeret, cui et uxoris formam 
praedicare consueverat. Non diu post Candaules Gygem 
hisce compellat vocibus nitro. Uxoris formam praedicanti 
mihi fìdem te nequaquam adhibere reor. humanas enim 
aures ad credendum tardiores esse. Ut igitur nudatam con- 
templeris uxorem operam des velim. Cui Gyges : die rae- 
liora, inquit. An ego nudatam heram aspiciam? Num mu- 
lier interiore deposita tunica, éimul et pudicitiam omnem 
exuit? Scitum illud humanis in rebus est: ut sua quisque 
diligenter indaget. Praestantissimam ut ais eius formam 
esse censeo, desine impia ex me postulare. 9 Candaules ta- 
men cum reluctantem Gygem bono animo esse iussisset^ 
10 clam Gygem domum locat, unde apte torum conscenden- 
tem mulierem omni veste deposita conspiceret : qua visa 
cum gradum referret virum mulier aspectabat. Re autem 
omni e marito cognita dissimulat, ultionem animo prae- 
sumens. Lydi namque ac barbari nudi hominis conspectum 
nefas ducunt. 11 Ubi illuxit mulier locatis fìdelissimis servis 
Gygem accersit, qui eam rerum omnium ignaram esse ar- 
bitratus advenit. Cui mulier : duae tibi inquit offeruntur 
viae : utramvis vado aut ceso Candaule me uxorem et Ly- 
diae regnum cape, aut occumbe, ne deinceps vetita spectes.. 
Cum deinde se Gyges frustra purgaret, necessitate propo- 

Studi ital. di filol. class. X. 6 



32 R. TRUFFI 

sita, Candaulis necem legit. Eogante igitur Gyge et insi- 
diarum et necis viam, idem commonstratur locus : qui et 
nudae mulieris spectaculo fuerat ante delectus. 12 Nocte 
ingresiius cubiculum Gyges, eaque duce latens quoad Can- 
daulem somnus opprimeret, regem interimit, de bine et 
uxorem et regnum consequitur. Eius facinoris Archilochus 
parius ea tempestate dorens in Carmine trimetro iambico 
meminit. 13 Ad ultionem igitur Candaulis occisi insurgenti- 
bus Lydis, ac G-ygis militibus resistentibus, oraculum del- 
phicum Gygem regem affirmat, aut in regnum revocandos 
lieraclidas. 14 Ornatissimis inde et preciosissimis Apollini 
missis donis, duo de quadraginta regnavit annos nullo me- 
morabili facto ab se peracto : nisi quod ducto adversus Mi- 
letum et Smyrnam exercitu, Colophonis urbem cepit. 

15 Post Gygem fìlius Ardys regnat : cuius tempore Cim- 
merii ab Scythis solo primo eiecti, Asiam irrumpentes, 
Sardis praeter arcem occupant. 16 Ardys priennensibus in 
potestatem redactis moritur, postquam undequinquaginta re- 
gnavit annos. Cui successit fìlius Sadyates. Ei cum annos XII 
regnasset Alyattes succedit : hic contra Cyaxarem Deiocei 
prognatum ac Medos bellum gessit, Cimmerios ex Asia eiecit, 
Smyrnam ab Colophoniis aedificatam cepit. Impetuque in 
Clazomenios facto reque praeter spem infeliciter gesta, 17 bel- 
lum intulit Milesiis. 23 Eegnante Lydis Aliatte, Periander 
Cypseli fìlius apud Corinthios tyrannidem exercebat. Cui 
admirandum illud obtigisse perhibent Corinthii, et Lesbii 
confirmant, Arionem Metymnaeum citharedum optimum et 
nulli modulandi arte secuudum, delphinis tergo insidentem 
ad taenarum montem delatum. Is ex omnibus quos novi- 
mus primus ditbyrambos nominavit composuit docuit Co- 
rinthi. 24 Hic ipse de quo loquor Arion cum diutius cum Pe- 
riandro duxisset aetatem, in Italiam <et> Siciliam navigandi 
cupiditate captus est. Ubi grandi conflata pecunia Corin- 
thum remeandi studio ducebatur. Itaque fide dumtaxat 
Corinthiis nautis habita et corintbia nave conducta e Ta- 
rento solvit. Datis igitur in altum velis, nautae ordiri coe- 
perunt insidias, ut eiecto Arione pecunia potirentur. Quod 
ubi intellexit Arion prolatis ad eos pecuniis suppliciter 



GUARINO TBADUTTORE DI ERODOTO. 83 

orasse traditur, ut ei vitam relinquerent, quam minime 
exorare potuit. Eos itaque iussisse ut vel manus proprium 
in iugulum pararet quo humari posset, quom littus at- 
tigisseut, vel e vestigio pelagus insiliret. Eo autem ne- 
cessitatis adductum Arionem contendisse, ut quandoqui- 
dem ita censeaut, eum omni adornatum habitu et in ipsis 
navis tabulatis constitutum cantare sinerent, post canti- 
lenam mortem sibi consciturum esse polliceri. Id permit- 
tentibns nautis, nam suavissimi citharedi audiendi volup- 
tate capti sunt, e pupi (sic) ad medium navis locum secessisse, 
capto deliinc cuncto habitu citharam desumpsisse, et supra 
tabulata stantem cantum quem orthium appellant ceci- 
nisse. Quo absoluto agili se se in mare saltu deiecit, eo 
quo fuerat indutus habitu. Eos subinde datis velis Corin- 
thura annavigasse ; illum vero ab delphino exceptum ad 
taenarnm delatum esse memorant. Ubi cum descendisset 
Corinthum quo erat indumento profectus, rem ordine ge- 
stam exposuit. Id cum Periandro incredibile videretur, 
Arionem clausum sub custodia tenuit. Vocatis dein ad se 
nautis ac diligenter excussis, de Arione curiose perscru- 
tatur. Ei respondentibus sese illum in Italia incolumem 
et beatum Tarenti reliquisse, comparuit improvisus Arion, 
qua re obstupefactos quid contradicerent tam aperto victos 
argumento non habentes obmutuisse constat. Haec Corin- 
thii atque Lesbii. Extat Arionis monumentum in Taenarum 
positum vir haud sane grandis ex aere, dorso delphinis in- 
sidens. 

25 Interea Alyattes lydus moritur, cum annos septem et 
quinquaginta regnasset. Magna et hic post Gygem secundus 
dona obtulit Apollini delphico, periculoso liberatus morbo. 
In quibus crater pusillus est ferro factus mirifici operis 
Inter cuncta delphis aliata munera. Condidit autem Glaucus 
Chius, qui solus ex mortalibus quo pacto ferrum glutine 
coniungeret adinvenit. 26 Post Alyattem eius filius Croesus 
imperium excipit; anno aetatis XXXV°, qui primarios 
graecorum ephesios bello adortus est. Ab quo cum obsi- 
dione agerentur ephesii urbem dianae oblatam voverunt: 
alligatis ad templum fune muris: Interiacet autem terrae 



84 K- TRUFFI 

spatium stacliorum septem qnod ab tempio ad mnros in- 
tercipitur. 27 Subactis graecis asiae et ad pendenda tributa 
coactis: de bine ad comparandam classem animum cogita- 
tionemque convertit, ut in insulas bellnm inferret. Quom 
igitur omnia ad condendas naves in promptu adessent Bias 
priennensis, quamquam alii mytilenaeum pittacum affir- 
ment, in Persam migrat. Roganti deinde Craeso numquid 
afferat uovi, Utique, inquit, bone Rex, nam magnnm equi- 
tatura per insulas apparari certura est: ut adversus sardi?: 
tuumqne delendum imperium esercitum ductent. Cui Croe- 
sus: Ita dii faciant, ut insulares coUecto equitatu contra 
Lydos bellum gerant: Tum ille: vehementer optare videris 
cum equis in continenti deprehendere insulares ob victoriae 
spem. Quid nam optare insularum homines putas? nisi ut 
lydos in mari cum classe deprehendant: ut lonas ulciscantur: 
quos in" Asia in servitutem redegisti. Eo sermone delecta- 
tum Croesum ferunt: et cum hominem vera locutum in- 
telligeret: a comparanda classe revocatura. 28 Postea non 
multo tempore eo potestatis auctus est Croesus, ut universas 
<quae> intra Alym sunt gentes, preter (sic) cilicas ac lycios 
domitas haberet. Sunt autem hi lydi, phryges, mysi, marian- 
dani, chalybes, paphlagones, thraces, hoethini (il testo ot 
Ovvoi) et bithyni, cares, iones, dorienses, aeoles, pamphili. 
29 Quibus lydorum imperio adiectis cum alii qui ea tem- 
pestate sapientiae studio tenebantur, tum vero Solon sardis 
venit quae civitas per id tempus magnitudine florebat. 
Erat autem Solon vir atheniensis conditarum athenis le- 
gum auctor qui decennio peregrinatus erat conteraplan- 
dorum locorum gratia. Eam vero susceperat peregrinatio- 
nem ne quam latarum ab se legum solvere cogeretur. Ea 
si quidem conditione leges tulerat ut arctissimo iure iu- 
rando athenienses obstringeret se decem annos legibus sanc- 
tissime usuros, quas illis tulisset Solon. 30 Hac igitur 
ratione et ut urbes contemplaretur Solon et in aegyptum 
ad Masim regem et Sardis ad Croesum profectus erat. Ab 
quo intra regiam hospitio susceptus est. Tertio deinde aut 
quarto die ministri regii ad visendos regis thesauros cir- 
cumducunt, ingentes quidem ac preciosissimos. Quibus ita 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 85 

perspectis Croesus viso tempore liunc in modum Solonem 
interogasse dicitur, Hospes, inquit, atheniensis frequeus sa- 
pientiae tuae et peregrinationis rumor ad nostras pervenit 
aures ut spectandarum rerum gratia adventas. Nunc me 
cupiditas invasit te ipsum percontandi si quem beatìssi- 
mum omnium vidisse tibi contigit, Haec autem idcirco 
rogabat Croesus quia se mortalium beatissimum esse arbi- 
trabatur. At Solon nullis usus assentationibus, sed vera pro- 
fatus Atheniensera tellum vidisse respondit. Quare admi- 
ratus Croesus accuratissime denuo rogat : quanam inquit 
ratione tellum beatissimum esse iudicas? Quia inquit quom 
tello florentissima adsit civitas, honesta forma et probi- 
tate precipua filli obve<ne>runt ex omnibusque procreatos 
liberosque superstites vidit. Ea vita prospere ac fauste, ut 
humauitus datum est, cum tellus frueretur, summa cum 
laude ac splendore mortem obiit. Atheuiensibus enim fini- 
timorum bello implicatis prelio circa eleusinem commisso 
tellus prò patria fortiter dimicans missis in fugam liostibus 
oppetiit. Athenienses deinde publica impensa edificato se- 
pulchro eo in loco ubi tellus cecidit bumandum curaverunt 
et innumeris cum honoribus prosecuti sunt. 31 Quas quidem 
<ad> res et amplitudine et beatitudine singulares cum cogita- 
tiouem Croesus et animum convertisset, sub inde Solonem 
rogat quem nam beatum alterum perspexisset, saltem se- 
cundas beatitudinis partes se consecuturum existimans. Cui 
Solon: Cleobin et bitona, respondit. Hi si quidem genere 
argivi abunde locupletes erant. Membrorum preterea robore 
validi pugiles insignes multas reportarant victorias. Poste- 
riori tempore cum dies lunoni festus argivìs ageretur, eo- 
rum matrem plaustro vectare ad iunonis delubrum necesse 
fuerat; quom vero in tempore boves ex agro adducti non 
adessent, vocati iuvenes et iugum subire lussi plaustrum 
traxere insidente plaustro matre. Aberat vero templum 
quinque et XL ab urbe stadia, quousque iuvenes spectan- 
tibus universis vexere plaustrum. Argivi adolescentes in 
celum laudibus extollebaut et ea opinione felices filios pre- 
dicabant. Mulieres vero matrem felicissimam vocitabant, 
cui obtigerat tam pios peperisse liberos. Quo quidem tum 



86 R. TRUFFI 

facinore tum gloria laeta mater centra iunonis effigiem con- 
stituta oravit: ut dea fìliis suis qui illam tanto fuerant ho- 
nore prosecuti mercedem eam praemiumque tribueret : quod 
homini foret optimum. Facto voto ubi sacrificium et epulas 
perfuncti suut adulescentes eodem in tempio se se quieti 
dederunt, nec post unquam e lecto exurrexerunt. Qua qui- 
dam in re divino declaratum est iudicio longe melius ho- 
mini esse mortem obire quam vitam ducere. Argivi deinde 
in eorum prestantiae monumentum geminas delpbis statuas 
posuere. 32 Id quom magna perturbatione Croesum affecis- 
set, quid nam o Atheniensis hospes usque adeo tibi nostra 
abiecta videtur beatitudo, ut inter privatos homines nu- 
merandos nos minime esse censueris? Cui Solon: rogas, ait, 
me, Croese, humanis de rebus, qui (sic) deos invidere ac 
perturbare solere novi. Longiore quidem tempore multa in- 
vitis sunt videnda, multa patienda mortalibus. Quod si quis 
annorum septuaginta vitae cursum enumerat in tot dierum 
milibus (sic) nullum prorsns diem alteri similem invenias 
nec res pares adducentem. Huuc in modum tot mortalibus 
calamitatum genera incumbunt. Amplissimas tibi opes o 
Croese et late diffusum videre videor imperium. Quod per- 
contaris nec dum constat, prius quam felicem aetatis exitum 
intellexero. Haud enim qui longiores possidet opes eo qui 
rem familiariter habet in diem beatior liabendus est: nisi 
eum fortune successus consequatur et cunctis bonis preditus 
bouum vitae fìnem habuerit. Plerique enim opulenti mor- 
tales infelices sunt. Contraque complures mediocrem ha- 
bentes victum felicissimi. Qui morborum rerum afflictarum 
et malorum expers speciosusque et pulchris ac probis auctus 
liberis fuerit: adde bonum vitae excessum : hic ille est, quem 
queris, undique beatus merito vocandus. Ante obitum vero 
nondum beatus, sed fortunatus vocabitur, idest ovx òX^iov 
àXX' £vzv%éu: universa complecti, quom sis homo, non licet. 
Neque enim agrum invenias cui nihil desit omnino: quando 
si qua in re fertilis sit, alterius ìndigeat. Qui vero plurima 
producit optimus is liabendus est. Cuiusque rei speculan- 
djis est finis et quorsum evadet. Multos cernere est mor- 
tales quibus cum deus facultates et abundantes ostentavo rit 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 87 

opes, de Line radicitus evertit. 33 Quae dicentem Solonem 
ipsum cnm Croesus accepisset neque grata nlla presentii 
neque hominem [qne] magnifecit sed ut abiectum imperitnra- 
qne dimisit quod presentia aspernatus bona, cuiusque rei 
<finem> prospectandum esse iuberet »). 34 Post Solouis reces- 
sum dira mens et adversa deorum cogitatio Croesum cepit 
ut se se cunctorum hominum beatissimum arbitraretur. Non 
longe post quiescenti oblatum insomnium futurorum in filii 
caput malorum verum portendebat eventum. Duos si quidem 
filios Croesus habebat, alter prorsus perditus erat, siquidem 
surditate captus fuerat ; alter inter aequalis suos longe pri- 
marius cui nomen fuit Atys. Hunc in quiete videro se exi- 
stimabat cuspide transfossum interire. Expergiscens deinde 
Croesus ut secum volvit insomnium magno terrore per- 
culsus est. Dein fìlio uxorem copulai. Quomque lydorum 
exercitum ductare solerei hoc ei munus intercipit, con- 
tos hastas ceteraque id genus ad bellorum usum consueta 
e cubili tolli iussii, ne quid suspensum fìlio inciderei. 
35 Tracianti nuptias filii Croeso sardis advenii vir quidam 
naiione phryx et regio creatus genere manibus impuris ei 
calamitate pressus ingenti. Patrio igitur de more ad Croesi 
aedes vecius ut expiaretur orabat. Croesus autem hominem 
purgaium reddidii. Lydis vero graecisque par adhuc pur- 
gaiionis est modus. Perfecto sacrìficiorum ritu Croesus 
hisce verbis hominem interrogai: die, o hospes, inquit, quis- 
nam es, quave ex phrigiae parie profectus meos lares in- 
grederis? quam virum aut mulierem vita spoliasti? Ei hunc 
in modum respondit: Maxime Rex, gordias midiae filius 
mihi pater est, Adrastus appellor, invitus fratrem interemi, 
omnium egestate pressus eiectus a patre venio. Cui Croesus, 
amicis prognaius ad amicos pervenisti. Apud nos perma- 
nens nullius rei iudigentiam patieris. Casus etiam adversos 
aequo ferens animo, maxime afficieris lucro. 36 Quom igitur 
ab Croeso vicius ei suppediiaretur. Interim ex olympo my- 

i) Alla sommità della pag. del ms. si leggono, dopo un segno 
di richiamo, queste pai'ole <Ovid. Metam. 3, 135 sq.) : ' sed scilicet 
ultima semper. Expectanda dies homini '. Nel testo manca il segno 
di richiamo. 



88 R. TRUFFI 

sorum monte magnitudinis immensae, demissus aper, eulta 
mysorum ingenti strage vastabat. In quem coUecta saepe 
numero mysorum manus cum impetum fecisset, nullo illato 
malo grandia reportabant damna. Tandem missi ad Croesum 
mysorum legati ad opem implorandam fuere . . . . i) vasti cor- 
poris agros vastare. Ad eum capiendum viribus saepe frustra 
tentasse; proinde filium cum lecta iuventute. mitteret ora- 
bant: ut suem captarent aut ex agro prorsus exigerent. 
Croesus vero liaud immemor quod per somnium viderat : 
Filium meum ne querite inquit, haud enim pareret pre- 
sertim ducta nuper uxore cuius potissima illum in pre- 
sentia cura tangit. Lydos vero iuvenes et omnem vena- 
toriam manum ad propulsandam belluam vobis dimittam. 
37 Quae cum mysorum legati probarent Croesi filius inter- 
venit. Se ab omni rei bellicae et venationis labore, cui 
superiori tempore generose ac strenue studeret, exclusum 
queritur. Ignobilem ignavumque videri tum civibus tum 
uxori. Proinde aut se in liane venationem mitteret, aut cur 
detineretur causam ederet. 38 Cui Croesus: non animi tre- 
pidationem ullam obiectare respondet. Sed quae somnians 
prospexisset et denunciatam cuspide necem aperit, quo 
circa et nuptias accelerasse et ne in discrimen exeat cavere, 
si qua via eius custodia vivens sufFurari queat. Ex duobus 
namque liberis cum alter surditate sit penitus inutilis, solum 
eum restare in quo patris curas soletur. 39 Tum filius: danda 
tibi pater venia est, quod tam solertem in me geris cu- 
stodiam somnio ipso premonitus. Verum enim vero sensum 
ignorare videris insomnii; que nam apro manus sunt? que 
ferrea cuspis que tibi terrorem iucutit? Quod si ex dente 
mors mihi in somnio impenderet recte mihi prout facis 
caveres. 40 Hisce victus rationibus Croesus filium in apri ve- 
nationem ire permisit. 41 Addit comitem vitaeque custodem 
Adrastum, eiusque curae ac fìdei filii salutem commendat, 
per eam quam de Adrasto haberet Croesus indulgentiam per 
caedis fraternae piacula ; prò quibus beneficiis benefìcium in 
custodienda guati vita et ab omni impetu conservanda red- 

1) Lacuna. 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 89 

deret. 42 His adhortationibus auimatus adrastus et patrem 
quantum in se est bone animo esse iubens 43 regis filium 
iuventute delecta canibusque stipatum deducit. Ventum 
erat ad olympum montem, indagine facta aper oblatus un- 
dique venatorum corona septus iaculis appetitur. Ubi <in> 
eum Adrastus quem expiatum diximus iacto bastili suem 
quidem nequaquam attigit. At Croesi filium cuspis adacta 
transfodit. Sic denuntiatam insomnii necem casus implevit. 
44 Quod ubi Croeso nuntiatum est multis in liomicidam 
iactis conviciis 45 demum sepulturae corpus mandavit. Adra- 
stus vitam suam pertaesus supra sepulti nuper tumulum 
inspectante populo inter sardis multa prius conquestus mor- 
tem sibi conscivit. 46 Croesus biennio in orbitate fìlli de- 
stitutus luctum extendit. 

Cyrus deinde cambysis filius cnm cyaxaris filium Astya- 
gem imperio spoliasset et rem persicam ad dignitatis fastum 
tolli croesus sentiret, Croesus luctum deponens cogitare 
coepit qua ratione crescentem persarum potentiam occu- 
paret. Ea cogitatione inductus graeca omnia per legatos 
consuluit oracula et ad Ammonis templum misit in africa: 
47 rogaturos quidnam alyatte filius croesus rex lydorum fa- 
ceret in persarum crescentem dominatum. Coetera oracula 
quid croeso responderint nusquam memorie proditum est. 
Ex delphico autem illud posteritati comendatur hexame- 
tris renunciatum versibus 

Mi mensura maris numerus mihi notus arenae 
^Nec surdum ignoro, taciturnos audio cunctos 
Et mihi mens validae testiidinis hausit odores 
Quae simul agnino coquitur cum viscere aeno, 
Aera cui subsunt ferventiaque aera supersunt. 

48 Audito delphico oraculo cogitans que illi et delibe- 
ratu et inventa impossibiiia erant testudinera agnumque ob- 
truncat ac simul i]pse in aeno coquet aeneum superadiciens 
tegmen. 53 Tum innumerabilia mittens apollini delphico 
munera per legatos rogat num quid in persas expeditionem 
suscipiat et sotios expeditionis accipiat. Inde hoc ei red- 
ditum est oraculum, Croesum si exercitum duxerit in per- 
sas ingens destructurum imperium seque potentibus grecis 



90 E. TRUFFI 

in amicitia iungeret consnlere. 55 Missis denno legatis et 
donis ingentibus tertium redditum est oraculum, sciscita- 
batur enim futurus ne diuturnus ei esset principatus 

Cum vero mulus medorum regna tenebit 

[0] Lyde pede auratum tenero fugitabis ad bermum. 

Nec mora nec pudor abducat. Tu vilis adesto. 

56 Hoc allato ornine croesus in spem certam addnctus est 
neque sibi neque posteris nllum imperio finem potiendi <fore> 
quando prò viris mulum imperitare nullo pacto liceat. Post- 
modum cum rimaretur Croesus quos inter graecos poten- 
tiores sibi coninngeret lacedaemonios et athenienses ex- 
cellentiores inveniebat. Hos quidem inter ionicnm genus 
lacedaemonios vero inter doricum. Haec namque priscis 
temporibus prestantiora iudicata sunt, graeca inquam natio 
atque pelasga. Ex quibus altera nondura antiquis excessit 
de sedibus, altera longis iactata erroribus. Regnante nam- 
que Deucalione phthioticum inhabitabat agrum. Sub doro 
autem hellenis filio adiacentia ossae et olympo loca inco- 
luit que istiaeotica appellata sunt. Debinc ab athenis suis 
expulsi sedibus pindum habitarunt. Unde migrantes ad 
dryopas et inde ad peloponesum profecti dorici cognomi- 
nati sunt. 59 Croesus itaque ea tempestate athenis dominan- 
tem pisistratum hippocratis filium accepit. Hippocrati vero 
cum privatus esset et ad spectanda Olympia convenisset 
huius generis prodigium obvenit: sacrificaus enim lebetes 
aqua et carne repletos sine ullo igni ita effervente^ aspexit 
ut desuper eiecta efflueret aqua, quo cognito Chilon lace- 
daemonius consuluit ut uxorem non duceret, quam si ha- 
beret repudiaret et siquidem fìlius adesset abdicaret. Ei 
autem bippocratem rainus obtemperantem aliquanto tem- 
poris spacio creasse pisistratum, quom megacles alcmaeonis 
fìlius et lycurgus aristolaide fìlius geminas athenis factiones 
alerent. Alter quidem maritimorum, Lycurgus vero inco- 
larum campestrium, pisistratus tertias suscitavit partes. Et 
cum tyrannidem affectaret huiusce generis dolum excogitat: 
magno impetu currum medium in fornm agitat, perinde ac 
insectantium inimicorum manus et arma evasisset, cruore 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 91 

manabat. Proinde populo supplicare ut corporis sui custodiam 
concederet. Commemorare suam in megarenses expeditio- 
nem, captam Nisaeam, ceteraque in atheniensem populum 
merita, qua fraudo captus atheniensis populus nonnullos 
delegit qui clavas gestantes pisistrati latus cingerent. Ho- 
rum igitur praesidio munitus pisistratns occupata arce po- 
titus est rerum nulla dignitatum nulla legum permutatione 
facta et rebus omnibus usitatum tenorem habentibus prae- 
cipuam ornandae et constituendae civitatis curam suscepit. 
60 Haud longo intercedente tempore utraque megaclis 
et lycurgi conspirans factio Pisistratum ex urbe deturbat. 
Hunc in modum primo Pisistratus athenarum dominatum 
assecutus nec dum satis fìrmatum amisit. Eo eiecto denuo 
ad intestinam seditionem partes revertuntur. Agitatus igi- 
tur Megacles cum Pisistrato paciscitur ut revocatus in pri- 
stinum dominatum Megaclis filiam uxorem accipiat. Eam 
autem ad rem dolum huius generis commentabatur. Erat 
enim mulier procere staturae cubitorum ferme quatuor 
Phia nomine pulcliritudine alioquin insigni. Hanc omnibus 
armis adornatam <in> currum impositam intra urbem ex 
peaniensi tribù vehunt. Premissis preconibus qui imperata 
facerent. Hi igitur urbem adventantes hunc in modum 
plebem adortantur: Cives athenienses bono animo suscipite 
inquiunt Pisistratum quem inter mortales minerva unico 
dignata bonore in suam reducit arcem. baec ubi precones- 
disseminant fama per populos divulgatur a minerva reduc- 
tum iri Pisistratum. Intra urbem igitur minervam adesse 
credentes precibus et votis aderant, Hominem et Pisistra- 
tum libentes accipiunt. 61 Recepta hoc modo tyrannide Pi- 
sistratus prò pacti conditione filiam Megaclis uxorem ducit. 
Caeterum cum Pisistrato prius adessent liberi et conta- 
minati forent alcmaeonidae. Ex nova nupta fìlios minime 
suscipere cupiens, secum haud solito de more coniungitur. 
quod cum puella matri: mater viro renunciasset. Megacles 
indignatus se se ludibrio haberi cum alterius factionis ho- 
minibus redit in gratiam. Id ubi factum cognovit Pisi- 
stratus prorsus ex urbe concedit et eretriam se se recipit. 
Ubi cum de reditu una cum filiis deliberaret Hippiae sen- 



92 R. TRUFFI 

tentia ') vicit, iterato recuperandam esse tyranuidem. Quam 
quidem ad rem conferentibus dona civitatibus plurimis, 
thebani largitioue cunctos superarunt. Argivi ex pelopo- 
neso mercenarios miserunt milites. 62 Undecimo tandem 
anno, reparaturus regnum agri attici maratbonem occupat. 
ad eum factiosi ex urbe confluunt qui tyrannidem libertati 
anteponerent. Inde ad urbem profecti ad pallenidis mi- 
nervae templum castra posuere. Quo in loco moram facienti 
Pisistrato x\mphilitus homo Acarnan vates insignis huius- 
modi oraculum bexametro carmino cecinit 

Esca iacet fusa, iam retia tensa patescunt. 
Advenient thuani nocturno lumine lunae. 

63 Pisistratus accepto oraculo exercitum admovet urbi. 
Eo tempore athenienses prandio intenti deinde ad talorum 
ludum soporemque se couvertunt : qua occasione facile vin- 
cuntur athenienses, immissisque qui cunctos bono animo 
esse iuberent omnes domos se se recipiunt. 64 Sic Pisitratus 
tyrannidem tertio vendioat 65 quo tempore exercentem Pisi- 
stratum athenis tyrannidem Croesus accepit, quom de con- 
cilianda graecorum benivolentia secum versaret. Lacedaemo- 
nii vero magnis liberati malis victores evaserant, precipue 
ex eo bello quod adversus tegeatas gerebant. Leone spar- 
tanis imperante simul et hegesicle. Spartani cum superiore 
aetate omnium graecorum immodestissimi solutiorem vi- 
tam agerent, ad praestantissimam deinde institutionem 
versi sunt Lycurgi auctoritate viri Inter spartanos spoe- 
tati et probi. Is quom ad ApoUiuem pythium venisset 
phanum ingressus hoc accepit oraculum 

Care iovi atque deis mea pingiiia tempia petisti 
Lycurge, an divis an te raortalibiis addam 
Add abito, magis ipse deus Lycurge voceris 

Sunt qui leges et spartanorum instituta ex apolline pythio 
lycurgo predicta affirment. x\lii ex cretensibus ea delata 

*) La parola è pressoché indecifrabile; mi parrebbe di dover 
leggere ' sententia '. 



GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 0.5 

tradimt ; posteaqnam reddito nepoti suo Leobotae regno in 
cretam commigravit. G7 Lacedaemonii qnom perranlta in te- 
geatas bella gessissent: re semper infeliciter gesta; de- 
mum legatis ad apollinem missis scitantur : quem nam deo- 
rum placare conveniret: ut ex hoste victoriam reportarent, 
quibus renunciatum est ut inventa Orestis ossa ad se ipsos 
ducerent, quomque locum inquirerent hoc modo responsum 
est: Planus locus est in tegea arcadiae ubi duo valida ex 
necessitate venti spirant xài rimog avriivriog et nocumen- 
tum nocumento imminet. Hic Agamennonidem tellus alma 
continet : quem quom vendicaris tegeae victor eris. Dili- 
genti facta indagine quom nihilo magis invenire liceret, 
Lychides àya&oegyiòv iuvenit hunc in modum. 68 Indictis in- 
duciis quom utrinque fierent comertia, Lichides tegeam 
adventat, ubi ad fabrilem delatus officinam ferramenta con- 
templari et artem admirari cepit. Id nbi faber agnovit, 
longe magis mirabere, hospes, inquit, si quae nuper aspexi 
videris: hic namque ut puteum conderem : effossa tellure, 
cubitorum septem sepulchrum comperi. Cum autem nullo 
pacto maiores quam qui modo creantur homines fuisse mihi 
persuaderem sepulchrum aperni. Parem intus vita functum 
mortalem conspicatus sum. Eius autem capta mensura de- 
nuo relata tellure obrui. Haec ipsa loquente fabro Lichides 
Orestem esse coniectura consecutus est, quem predixerat 
oraculum. Duo enim inquit folles geminos spirantes ventos 
aspicio. Incudem preterea et maleum xvrtov et àvrirvrcov. 
Exagitatum vero ferrum nocumentum nocumento imminere. 
Perinde ac ad mortalium malum ferrum compertum esse con- 
stet. Reversus itaque lacedemonem, <rem> ordine pandit. Quo 
circa ficta ratione eiectus urbe lichides tegeam se se con- 
fert. Exposita fabro sua calamitate domum conducit. De 
hinc procedente tempore eifosso tumulo susceptis ossibus 
spartam remeat. Hinc lacedemonii tegeatarum victores facti, 
omnem ferme peloponessum eorum subdiderant imperio. 

69 Quae Croesus ubi accepit, legatos munera portantes 
spartam mittit, qui belli sotios spartanos sibi concilient,. 
his verbis : Croesus Lydis et aliis gentibus imperitans cer- 
tiores vos Lacedemonii facio quod cum ApoUinis oraculo 



94 R. TRUFFI, GUARINO TRADUTTORE DI ERODOTO. 

sibi societatem adsciscere iussus sit, vosque graeciae pri- 
mores esse cognoscat, auctore deo invocat et amicitiae et 
societatis foedere vobis devinciri cupiens, nulla cum fraude, 
nullo cum dolo. Audita legatione spartani simul et apollinis 
oraculo non mediocri laetitia affecti sunt. Deinde foedus 
percutiunt et hospitalitatis iura concelebrant. 71 Croesus 
itaque liaud intellecta oraculi mente in spem venerat brevi 
Cyrum Cyrique et persarum potentiam vastaturum. Proinde 
exercitum parat in capadociam. Erat autem ea tempestate 
inter Lydos vir singulari sapientia et gloria preditus no- 
mine sardanis. Is Croeso hunc in modum consilium pre- 
stitit. Adversus eos mortales expeditionem magne Rex pa- 
ras, que et pelicio subligaculo et pelicio ornantur amiculo. 
Esca vescuntur non quam appetunt, sed quam habent, ut 
qui asperum et incultum pascuntur agrum. Ad haec non 
vini sed aque usus illis cognitus est. Non ficos quas com- 
manducent, non aliud bonorum genus habent. Eos igitur 
si viceris <c. 71, 3>. 



PEOLEGOMENA AD XENOPHONTIS LIBELLI 

DE RE EQVESTRI 



Ad liuius libelli verborum contextum constituendum 
trium generum subsidia adhibemus: veterum auctorum te- 
stimonia, librorum manu scriptorum esempla, editionum 
varias lectiones quas exhibent e codicibus vel adhuc ser- 
vatis vel deperditis enotatas. 

Testimonia. 

I. Pollux. Xenopbontis libellum de re eq. fere inte- 
grum excerpsit (111 nsQÌ mmxcóv òvoficcrwv etc.) nonnulla 
verba declarans atque explicans. Praeterea I 10 voces : x^ÌQC( 
(se. manus tegumentum), xoQixpacav, ipàXiov memorat, et 
in praefatione libri decimi habet : ivétvxóv nots ^i^Xici) roj 
twv SsvocfòàvTog "inmx&v i^r^yslad^ui Xt'yovri (ubi Scheider 
corrigit : tò vel tòv S^v. trrTitxòv xts). 

Hippiatrica. Veterinariae medicinae auctores libri 
duo ed. Grynaeus Basileae 1537 (latinam interpretationem 
confecit I. Ruellius 1530). In bac coUectione variorum auc- 
torum nonnunquam hic libellus memoratur et excerpitur, 
imprimis autem in Apsyrti et Hieroclis fragmentis. 

In Geoponicis Cassiani Bassi XVI 8-9 Ps. Ap- 
syrti fragmentum quoddam reperimus bis verbis incipiens : 
TÒV óè nwXov TÒV iùófisvov àyaOòv óiccyvojaóixsO^a otivcog, ànb 
rcov ipvxixóùv xaì awfxarixwv àQexùtv. Equi descriptio quae 
sequitur cap. I huius libelli respicere videtur. 



96 V. TOMMASINI 

Aelianus in H. An. passim hinc excerpsit at auctoris 
noraen et libelli inscriptionem omnino praetermisit. 

Athenaeus Deipn. Ili 94 habet : xcd S^vo(pm> iv t(Ò 
JIsQÌ iTrmxfjg' aiayóva tiiixQàv (fvvsffTaXfisvrjv. Respicit 18. 

Arrianus de Ven. I 4 e irsi xal aèxòq éxsTvog (se. ^s- 
voifwv) ce ^l'iioìvi 7i£QÌ iTTTrixfjC èvóswq XsXsyfxéva ^v, «^rjO^t] 
óeTv àrccYQàif'ca, ovyì tQiói ttj irgòg tòv ^iinwva, all' òri ùì(fé- 
Xif.ia èli àvd-QWTtovg iyiyvwoxsv. 

Herodianus p. 435 Piers, èra tdóv àXóyMv tòv vwtov 
àgùsrtxùg, xal Ssvoyjcòv IlsQÌ iTtTTtxfjg, tòv vwtov tov innov. 
Respicit III 3. 

Schol. Aristoph. Eq. 1150: xcà ò zoTg Innoig óè ns- 
QiTid^s{.isvog ovToog èxaXsiTO xrj^ióg, ò xaXovfisvog (fijiióg, wg Ss- 
vo(fmv iv Toig IIsqI IrrTrixfjg. Respicit V 3. 

Schol. Ven. II. «P 281 : svtsv&sv S^v. tyjv xscfaXr^v 
TOV Ttctcov xuxaTrXvvsiv vóaTi à^ioT xal tò 7tqoxói.iiov. Respi- 
cit V 6. 

Anecd. Bekkeri I 337 àyxgccTog iXavvo) sirrs S^v. xuTà 
CvyxoTtrjv ùvtI tov àvà xQccTog. Respicit, ut videtur, VIII 10. 

Ibid. I 329 àyxQaT&g sXavvovTa. S^v. ùvtI tov nàvv 
iXavvoYTa. 

Praeterea Hesycliius, Suidas, Etym. M., Pliotius, 
Zonaras, vel potius horum auctores, glossas nonnullas ex 
toc libello sumpsisse videntnr, nunquam tamen de eo men- 
tionem fecerunt. 



CODIOES. 

M Codices qnos novi Xenophontis libellum de re eq. con- 

tinentes snnt viginti: nnus saec. XIII ex., septem saec. XIV 
decem saec. XV, dito saec. XVI. 
Saec. XIIL 
Marcianus 511 chart. in fol. min ff. 408 ap. Zanetti 
p. 274 sq. cuius descriptionem ab Aenea Piccolomini con- 
fectam vide ap. Ginum Pierleoni (De fontibus quibus uti- 
mur in Xen. Cyn. recensendo, in Studi ital. VI p. 65 sqq.). 
De re eq. f. 284^. 

5, 5, '902 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 97 

Saec. XIV. 

Vaticanus gr. 989 chart. alt. m. 0,193, lat. 0,129, B 
ff. 100. Cf. descriptionem ap. Grinum Pierleoni {Studi ital. V 
p. 26 sqq.). De re eq. f. 13\ 

Laurentianus LXXX 13 membr. in-4, ff. 187. Ap. F 
Bandin. Ili p. 202 sqq. De re eq. f. 37''. 

Laurent. LV 21 membr. alt. m. 0,324, lat. 0,213, G 
ff. 276, ap. Bandin. II 285 sq. De quo dixit etiam Ludovicus 
Dindorf (praef. ed. Oxon. p. v). De re eq. f. 258^ 

Laurent. LV 22 chart. alt. m. 0,213, lat. 0,215, ff. 287, E 
ap. Bandin. II 286 sq. De re eq. f. 117"^. 

Lipsiensis Bybl. sen. N.° IX, membr., in-4, ff. 96. L 
Cf. descriptionem ap. Sauppe (praef. ed. Schneid. p. xm). 
De re eq. f. 31--. 

Vindobonensis V 95 chart. (saec. XV Schenkl), in-4, Q 
ff. 327. Ap. Lambec. Bibl. Caes. VIZI 473 sq. De re eq. f. 154. 

Oxoniensis Bodleianus Canonicianus N." 39. 
Chart. ff. 273. De re eq. f. 259^ 
Saec. XV. 

Marcianus 368 chart. alt. m. 0,195, lat. 0,184. Cf. de- M^ 
scriptionem ap. Ginum Pierleoni (1. e. VI p. 69) et Pium 
Cerocchi (Prolegomena ad Xen. Hipparchicum Studi ital. VI 
p. 471 sqq.) ff. 184. De re eq. f. 131. 

Marcianus 369 in fol. ff. 280, de quo Kirchhoff' (praef. M" 
Ath. Eesp. p. vi), Zanetti (Cat. I p. 175), Sauppe (praef. 
ed. Tauchnitz I p. xix). 

Laurentianus 'Conventi soppressi N." 1 10, olim / 
Abbatiae Florentinae N.° 42 designatus, inter codd. e by- 
bliothecis coenobiorum coUectos N.° 2657 ' membr. alt. 
m. 0, 295, lat. 0,212, ff. 148. Cf. descript, ap. Eostagno e 
Festa {Studi ital. I 154). De re eq. f. 86 ^ 

Londinensis Mus. Brit. 5110 chart., in fol. de quo S 
Ruehl in Neue Jahrhuecher a. 1883 p. 736. 

Vaticanus gr. 1334 membr., alt. m. 0,265, lat. 0,170, D 
ff. 104. Cf. descript, ap. Pium Cerocchi (1. e. p. 480). De 
re eq. f. 10^ 

Vaticanus gr. 1619 chart., alt. m. 0,273, lat. 0,200, K 
ff. 231. Cf. descript, ap. Ginum Pierleoni (1. e. p. 70). De 
re eq. f. 157\ 

studi ital. di filol. class. X. 7 



98 V. TOMMASINI 

V Urbiuas gr. 93 membr., ff. 268 (saec. XV Schenkl: 
Mélanges Graitx, Paris 1884 p. 112). Cf. descript, ap. C. Stor- 
naiolo, Codd. Urb. gr. p. 137 sqq. De re eq. f. 216"^. 

iV" Parisinus 1643 olim Colbertinus, chart. formae max. 

De re eq. f. 12''. 

H Parisinus 2955 chart. De re eq. f. 110^ a verbo 

i^sQyà^srai IX 4 usque ad finem continens. 

P PerusinusB34 membr. forma max. de quo Sauppe 

(ed. Tauchn. I p. xx). 

Saec. XVI. 

A R Vindobonensis IV 37 (ol. LXX) chart. in fol. ff. 290, 

ap. Lambec. Bibl. Caes. VII p. 116. Libellus de re eq. bis 

continetur in hoc libro: f. 18''-28'' (R) et f. 138'--148'- (A). 

Z Cod. Meerm. 296 quem Haenelius (Catal. Ili 895) in- 

venit inter codd. in ' Library of Sir Thomas Phillips Ba- 
ronet, Middlehill (Worcester) ' servatos, continentem : Op- 
piani Halieuticon, Euripidis Phoenissas, Aeschyli Persas, 
Pselli Carmen de dogmate Christiane, Xenophontis De re 
eq., AnonjT-mi Duodecim labores Herculis; nunc in duos 
libros divisus, quorum unus (meerm. 296^), Oppiani Halieu- 
ticon continens, in Museo Britannico (Brit. Mus. addit. 11890) 
servatur, alter, reliqua comprehendens, (meerm. 296'' :=: Phill. 
3086) adhuc in bybliotheca phillìppica (Cheltenham) repe- 
ri tur. Cf. Studemund et Cohn, Codices ex bibl. Meermann. 
Phillippici Graeci nunc Berolinenses (Berolini 1890) p. xxiv. 

Vaeiae lectiokes editionibvs adsceiptae. 

luntina, ed. princeps ab Euphrosyno Bonino curata 
atque ' Laurentio Salviate lacobi filio, Leonis Decimi Pon- 
tifìcis Maximi nepoti, Patrono suo ' dicata, a. 1516. 
s Codex Villoisoni a quo varias lectiones in mg. 

exempli cuiusdam editionis iuntinae adscriptas, Villoisonus 
cum Weiskio communicavit (cf. Weiske xen. op. VI p. xxv). 

V Codex Victorii. Fridericus Jacobs cum G. Sauppe 
communicavit varias lectiones ex margine editionis aldinae 
monacensis (2° A. gr. b. 1111) P. Victorii enotatas, quas 
Sauppe in ed. Schneid. partim in addendis, partim in an- 
notatione indicavit. 



PROLEGOM. AD XRNOPH. DE KE EQV. 99 

Codex Gailii. Siglo Y designavit Gailius varias lec- g 
tiones in mg. exempli editionis Stephanianae a. 1561 scrip- 
tas. De quibus cf. Sauppe, praef. ed. Tauchnitz. 

Codex Meadii. Sic denotavit Ludovicus Dindorf li- m 
brum a quo ad mg. exempli Bodleiani edit. Stephanianae 
adscriptae siint variae lectiones (cf. praef. Memorab. ed. 
Oxon.). 

Codex Taiirinensis. In appendice ad Xen. operum t 
editionem *) saepe Leunclavius codicem suum Taurinensem 
memorat. Affirmant Ginus Pierleoni et Pius Cerocchi nuUum 
vestigium hiiius codicis Taurini reperiri. Librum ceterum 
ipsius Leunclavii fuisse, qui in eius mg. ' lucubrationes in 
quali quali suo aulico otio taurinensi ' adscripsit, recto 
intellexit Pierleoni. 

Codicum quos memoravi, Parisino N, duobus Vatica- 
nis {B Z)), tribus Laurentianis {F G E) primus usus est 
Paulus Ludovicus Courier, qui, gallica interpretatione, 
compluribusque annotationibus appendicis loco additis, Hip- 
parchicum cum libello De re equestri edidit -). Sed parum 
diligenter codices inspexit, multas lectiones optimas, prae- 
sertim codicis B proprias, neglexit, variasque lectiones quas 
enotavit siglo r omnino designavit, ncque codicem e quo 
eas duxerat indicans, ncque de codicum auctoritate sen- 
tentiam ferens. Idcirco Courier nulla fide dignus viris doc- 
tis visus est, qui lectiones ab eo collatas, licet nonnunquam 
optimas, verbis illis ' libri Curerii ' praemissis, rettule- 
runt, at eas recipere ausi non sunt, quippe quas utrum de 
ingenio Courier excogitasset an e codicibus duxisset dubi- 
tarent. 

Post Courerium, G. Sauppe in editione Schneideriana 
collationem libri lipsiensis a Sturzio in praef. lexici xeno- 
pbontei iam editam, Curerii, Parisinorumque codicum a 
Gallio in editione a se curata collatorum varias lectiones 

1) Xen. phil. et imper. quae exstant, opera Ioannis Leunclavii 
Amelburni. Liitefciae Parisiorum 1625. 

2) Du commandement de la cavallerie et de VÉquitation, deux li- 
vrea de Xénophoìi traduits par un officier d'artillerie. Paris 1813. 



100 V. TOMMASINI 

collegit. Ludovicus Dindorf postremo in ed. Oxoniensi col- 
lationem codicis (r, quem, etsi parum accurate, diligentiu» 
tamen quam Courier inspexerat, addidit. 

Ego quidem horum librorum novem ipse integros con- 
tuli : Vaticanos tres, Urbinatem, Laurentianos quattuor, 
Marcianum M. Codicis Lipsiensis coUatione usus sum ea 
quam apud Sturzium et Sauppe repperi, nonnullas autem 
lectiones, de quibus dubitatam, Victorius Gardthausen ab 
Aenea Piccolomini rogatus iterum inspexit. Parisinorum 
librorum (quorum ceteroqui nulla est auctoritas) lectiones 
ex iisdem Sturzii et Sauppii anuotationibus comperi. 

Vindobonensis IV 37 collationem utriusque recensionis 
in meum usum E. Vetter, Augusto Engelbrecht interce- 
dente, confecit: exemplum A praestantissimum ipse iterum 
contuli. 

Codicis Z, locos nonnullos inspexit R. Brougliton, cuius 
peritiam adeundam esse F. Gr. Kenyon mihi benigne in- 
dicaverat. 

Ceterorum librorum lectiones quasdam a viris doctis 
descriptas Aeneas Piccolomini mecum communicavit ut de 
horum cognatione indicare possem : Marciani M^ a Lionello 
Levi, Perusini ab 0. Ferrini, Vindobonensis Q, a Carolo 
Schenkl, Oxoniensis a F. E. Brightman, Londinensis a F. 
G. Kenyon, quibus omnibus debitas gratias ago. 

Mirum est quam dispar in Cynegetico et in Hippar- 
cbico recensendo codicis vind. IV 37 auctoritas sit. (Cf. 
Gini Pierleoni Piique Cerocchi opuscula supra citata). Qui 
longe praestantissimus habendus est codicum omnium li- 
bellum de venatione continentium, idem nulla fere aucto- 
ritate inter eos quos ad Hipparcliicum recensendum adhi- 
bemus. Hoc autem me nunc explicare posse puto. 

Xenopliontis opuscula hoc ordine in cod. Vind. con- 
tinentur : Hipp. Hiero, De re eq., Laced. resp., Mem., Oe- 
con., Conv., Cyneg., De re eq,, Conv. Bis igitur libellus de 
re eq. et Convivium ; sed Cynegeticum, Convivii libellique 
de re eq. alterae recensiones ab alia manu scripta sunt. 

Utrumque exemplum libelli de equitatione conside- 
rans, unum (f, 18^-28'^ quod littera R designo), sicut Pius 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 101 

Cerocchi, quod ad Hipparchicum pertinet, repperit, a co- 
dice F descriptum esse comperi, alterum vero (f. 138'^-148'^ 
quod littera A designo) locum inter ceteros libros obtinere 
qui et in Cynegetico recensendo huic codici debetur. Quae 
cum ita sint, e variis libris hunc codicem fluxisse patet : 
prior eius pars, Hipparch., Hieron., De re eq., Lacaed. remp., 
Memor., Oecon., Conv. comprehendens, a cod. F descripta 
videtur, qui eodem ordine haec opuscula continet et Cy- 
negetici fragmentum tantum desinens in verbis xal ini 
^à alla TtaiósvfjiaTa II 1 : altera ab alia manu exarata, Cy- 
negeticum, De re eq.. Symposium continens, a quodam amisso 
libro descripta est. 

Quoniam igìtur R inter codd. alterius classis est re- 
censendus, de A tantum hic disputabimus. 

Unus A lacunam VI 10 naQarr^QsTv-noveXv explet, saepe A 
supplementa variasque lectiones praebet quibus loci cor- 
rupti optime emendentur. Has coniecturas a viris doctis 
excogitatas confirmat : I 1 vofiiXoi.iev cum Weiske -consv 
cett. ; I 14 nXaxHa cum Courier nXuTsa cett. ; ibid. ^sXtìuìv 
MavTov cum Dindorf ^elrCoa iavrwv cett. ; III 2 s^aigoTro 
cum Steph. s^uìqoito cett.; III 4 ixtféQsi cum Dind. -oi 
cett. ; IV 3 icpearì-xórcov cum Zeune àcp. cett. ; V 1 (fog^eid 
cum Dind. (poggia cett. ; VI 5 ònóreQ àv cum Dind. òno- 
TSQuv cett. ; VI 9 sdaia^rjrov {-ctìjtov ms.) cum Cour. àvai- 
ù6^i]Tov cett.; VI 11 àgrcd^oi (ùqti. ras.) cum Steph. -si cett.; 
VII 7 novsTv cum Leuncl. noisTv cett. ; VII 8 wg alterum 
cum Steph. gwg cett.; VII 17 sèd^v cum Steph. eéd^vg cett.; 
ibid. noXépioig cum Leuncl. TtoXsi.uoig cett. ; VIII 13 àv ante 
fiàd^oi cum Bornemann (ad Conv. IV 23) om. cett. ; Vili 14 
óé^mxo cum Schneider -oiro cett. ; IX 3 sd&vg cum Steph. 
siid^v cett. ; IX 8 rax'C^ov cum Cour. rccxiarcc cett. ; IX 10 
TÒ cum Schn. t<>) cett. IX 11 éy%oaQoirj {-oi'ijv ms.) cum Leuncl. 
avyxo3Qoiri cett. ; X 10 &aT£ cum Castalione warrag cett. ; 

X 14 ovóév cum Steph. ovdé cett. ; X 15 o^vwg cum Cour. 
rovTM cett. ; ibid. jnead^sig cum Leuncl. neiad-i-ig cett. ; X 17 
om. a/ta ante yogyóv quod Castalio delevit, habent cett.; 

XI 9 xaxéxsiv cum Schn. -^a cett. ; XI 12 ot cum Hart- 



102 V. TOMMASINI 

mann uaoi cett. ; ibid. xxvTcog cum Cour. tvnoq cett. ; XII 4 
là óè cum Cour. rò óè cett. ; XII 6 TtQoad^evéov cum Chri- 
stiano TTQoa^sTai cett. ; XII 7 om. ùqxsTv quod delevit Dind. 
praebent cett. ; XII 9 om. tov Trtnov quae Leuucl. deieri 
voluit : habent cett.; XII 12 Svo naXxà cum Leuncl. so 
nccXrà vel svTiakTu cett. ; ibid. Svvaxóv cum Castal. àdvvu- 
Tov cett.; ibid. zovnia^sv cum Leuncl. TovfÀnQoa&sv cett. 

At a ceteris libris discrepat nonnullis quoque lectioni- 
bus vulgata minus probandis, velut: VI 14 àeivd èaxi nQuigg 
nQoaàyovTUy IxàXiarcc xtì. (ubi verba illa Tigaoìg nqoaàyovta 
e sequentibus vitiose repetita sunt) cett.: óeivà iazi, fid- 
XiùTcc; XI 2 vTièQ %à enTCQooiì^ev cett.: virò r. s. 

Omnino multis omissionibus, plerumque homoeoteleuto 
effectis laborat, singulorum, quandoque etiam complurium 
verborum, velut: V 1 xal ttsqì tò xalivovad^uL VI 4-5 ovx 
STtaivovixav — xal ràde VII 1 ttqùtov — vrco^aXividCag 
Vili 6 {.làXXov — ònioO^sv XII 13 óè èv — 7rQo^aXXóf.i£Vog 
fxév Sili 14 paragraphus tota omissa. Multa vitia habet 
iotacismo, plurima autem litterarum permutatione expli- 
canda (^ prò (>: I 14 à^aad^ai etc. ; x prò /: VI 15 naQs- 
xovaiv etc; term. -xai prò -rwv: VII 7 taxi^cct pro laxi^V, 

V creberrime desideratur II 3 tiwXoo prò tkóXcov, III 7 eXav- 
vovtt etc), quae omnia nobis ut assentiamur Gino Pierleoni 
suadent, qui codicem archetypum ' minusculis litteris exa- 
ratum fuisse, saec circiter XII, compendiisque refertum ' 
coniecit. 

B Cum A consentit B in lectionibus nonnullis optimis 

quibus virorum doctorum coniecturae confirmantur : IV 2 
{iTtsQaifiovv cum Brodaeo vrcsQSfiovv cett. ; ibid. sóiazózsQu 
{svix. A) cum Dindorf sHiaxw^sQu cett. ; IV 5 xgila^ai cum 
Dind. et Courier, xsxqf^ad^ai cett. ; V 7 àva^àri] cum Zeunio 
alleati] cett.; V 8 rcQoxófitóv xs cum Brod. 7iQoxó}iioC te cett.; 

VI 4 €Ttsidàv óè cum Zeune insióàv ys cett. ; VII 18 ta- 
X6og cum Steph. -écog cett. ; Vili 10 óvo tnrcÓTcc cum Dind. 
óvo IvcTcÓTab cett. ; IX 6 xad-éipovai cum Dind. xa^sipovai 
cett.; X 6 J' ixivovg {ix A) cum Castalione d' ixiTivovg^ 
vel óè /tTtVoyg cett. ; XI 3 aiQsc cum Castal. al'gsiv cett. ; 



PROLEGOM. AD XENOPH. DB RE EQV. 103 

XII 4 artysiv cum Steph. àysiv cett. ; XII 5 rj ante àqi- 
CTSQa om. cett. 

Consentiunt praeterea : I 3 J^ è'yj^ A B, ós g)r]ai cett. ; 
I 5 xQiacovg A B, xgsiaaovg cett. ; I 12 nXuTvteQa za {tè B), 
om. Té cett. ; I 13 ctviòv A B, av tòv cett. ; ibid. naqéxs- 
tai AB, naQó'xoiTo cett.; I 17 noXv A B, noXXoJ cett.; II 1 
n(oXoóaf.iv€Tv A B, nMXoóàfivrjV cett. ; II 2 vitofÀvru-iaxa A B, 
é7roÓ£Ìy fletta cett. ; II 3 tò tcòv Xvtiovvzoov A B, om. tò cett.; 
Ili 10 óvayaQyccXói A B, -Xig cett. ; IV 3 tov Innov A B, to) 
171710) cett. ; V 8 i'vsxsv A B, -xcc cett. ; VI 10 7caQaTì]QeTv A B, 
TiaQw^vvd^ai vel -o^vv^ai cett. ; VII 11 tovtov A B, rov- 
Twv cett.; Vili 5 óióuaxsiv (-« A) nuiaavtu A B, Siòàaxsiv 
Ttacadtco vel óióàaxoov Tiaiaàtm cett.; Vili 6 fjia&stooaav A B, 
■d^aQoovvtoùv fiuiyóvteg cett.; Vili 9 òfxoiag AB, ófxoiiog cett.; 
Vili 12 àvaatqéipavta A B, sniatQsipavta cett. ; IX 2 TtQòa- 
tov fièv toivvv A B, om. fiiv cett. ; IX 10 dCdayiia ti iati A B, 
om. TI cett.; X2 dog AB, Sats ceti.', X4 dvco AB, àvco- 
Tatu) cett. ; X 15 àvco A B, àvootsQco cett. ; XI 9 ij xaXòv i] 
òsivòv fi àyudòv fj ^avfxaGtóv A B, fj xaXòv ^ S^av[Àaatòv 
fj àyai)6v cett. ; XI 12 Gv\niaqé7ioito A B, av[inaqéCoito cett. ; 
XII 8 xaì avTÒv A B, om. xal cett. 

Consentiunt quoque in verborum ordinis permutatio- 
nibus, velut III 11 vrtoSvsad-ai nóvovg A B, jx. òtc. cett.; 
VII 2 tid^étu) tov iTTTcov A B, tov Ire. tid^. cett. ; IX 8 ot ^v- 
fiO£ióéfftatoi xal (fiXorixótatoi AB, ot (fiX. xaì -^^vfi. cett.; 
XII 1 riQÒg tò Gùàfxa tòv ^coQaxa A B, ròr &coQ. nqòg tò 
aùfia cett. ; XII 4 toùavtoé xal toiavtai A B, tot. xal to(S. cett. 
Et in omissionibus: I 1 «Vt, II 1 óel\ III 7 Ititiov, V 6 t&v 
post àvtì, V 10 xal Tiàvv, VI 9 òè post óeótódx^(o, VII 2 àè 
post avyx£xafi,[jL£V(o, Vili 1 xal ante xad^àXXsa&ai^ Vili 5 tò 
ante xatanr^óàv, Vili 14 óè post ói' oXrjg, XI 2 ts ante 7tX£V- 
Qtóv, XI 6 tà. 

Haec indicia satis certa sunt cognationis librorum e 
quibus hi codices fluxerunt, at archetypns a quo ductus 
est A longe praestantior existimandus est ilio a quo ductus 
est B. Hic enim etsi genuinam lectionem Tragatr^gaìv VI 10 
tueatur, lacuna laborat; plerumque ubi A hiulcam orationem 
restituit, B vulgatae scripturae vitia lacunasque prodit. 



104 V. TOMMASINI 

Omittit B per homoeoteleuton verba IV 5 oftwg — òncùg: 
in mg. adscrìpta haec scholia praebet: I 10 yooyÓTSQov' cpo- 
^€Q(i)T£QÒv (sic) àg ànò zfig yoQynvg, II 3 óiafKpórsQOv (?) rov 
(fiXsTa^ai xal rov rro&eTa^ai, III 1 yvdaf-iovsg' ócJdizrfg rivèg 
Tov Initov yrwiiovsg xaXovvxai. 

Poli. Rectam lectionera unus Pollux tuetur : I 200 xgaxvvsi, 

IV 4 xQaxsQvvoi -4, xuqtsqvvoi B, xuxsvqvvoi cett.; I 200 à(i- 
(pióóxfiovg, libri IV 4 àficpiTÓfjicov ; I 201 tpoQ^sia, libri V 1 
(fOQ§ià\ I 214 £7ri(rx6'Xi(fig, libri VII 12 ènixXiaig. Neque prae- 
termittendum est qnod Pollux I 209 annotavit. xal syxa^il- 
(Sd^ai €7róx(og xaì ^s^aicog ^ nccyCwg' xal icpsÓQsveiv sQsTg, &g 
S£vo(f(òv, d xal ^laió^sQov •)• Cum enim verbum qnod est 
ècpeÓQsvsiv hiisquam apnd Xen. reperiatur (cf, Sauppe Lexil. 
xen. s. V.) coniciendum videtur e loco quodam deperdito 
verbum illud excerptum esse. Qui locus tum verbi iifB- 
ÒQsvsiv significationis causa, tum quod Pollux in cap. XI 
libri primi Xenophontem memorans hunc libellum omnino 
respicit, ab hoc excidisse suspicor. Quae si vera sunt, Pol- 
lucem integriore minusque corrupto verborum contextu 
usum esse inferendum. 

Idcirco homines docti, Pollucis verbis nisi, ad xeno- 
phontei libelli vulgatam scripturam emendandam coniectu- 
ras nonnunquam excogitaverunt. Velut: 14 ìpiXoTvxo yàq 
àv . . . 01 xwqTTodfg ubi Schneider (coli. Poli. I 187 ìpiXovvtai 
(lèv al xvfjiJiai xal èXxnvvrai) al xvr\f.iai restituì vult. I 9 vul- 
gatam scripturam ^ ersgai Schneider in fi (fj) èxéqa correxit, 
coli. Poli. I 195 ubi dCxaiog (se. Tttttoc) rr^v diayóva, l'dog 
éxatégav r^v yvàdov laudatur, culpatur: àdixog ttjv aiayóva, 
ÌT€QÓyva&og. I 11 Courier coniecit (gccxig ys fArjv) rj ómXi], 
coli. Poli. I 190 òacfvg óiTtXi\ rò de avrò xal qàxig xal saga etc. 

Nonnunquam Pollucis lectiones a Xenophontis verbis 
discrepant, at non meliores videntur vai vitiosae apparent. 

1) Verba illa cog Sei'oipùy Pollucis codd. B C tantum praebent 
(Cf. Pollucis nomasticon e codicibus ab ipso collatis denuo edi- 
dit et adnotavit Ericus Bette Lipsiae MQM p. 66). A verborum con- 
textu editor ea omnino reiecit, adnotans : ' Non legitur eqpfcT. iu Xe- 
nophonte. Aberravit fortasse hoc scholium ' etc. 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 105 

Velut I 5 xQtaaovg A B,1 191 xiQCovg Poli. ; I 7 ènalXà^ libri, 
I 193 èvttXXà^ Poli. ; III 9 imóntriq libri, 1 197 vnómog Poli. ; 
III 11 xaXivóìascdV ànoxwXvasig libri, I 201 xuXivmaswq xm- 
Xvatg Poli.; V2 inoaTQU)f.iaTa libri, 1183 atQMfiaTcc Poli.; 
V2 xaXìaxQa libri, 1183 xvXiatQa Poli.; Vili 11 àncóùai 
libri, I 212 àcpsTvai Poli.; IX 10 xXcoafióg libri, I 209 xXcoy- 
fióg Poli. Nonnunquam codicum rectas lectiones a vulgata 
discrepantes confirmat: I 3 ngòg xò òànadov I 188 cum G P, 
TtQÒg Tòa óaTvt'óo) cett. ; IV 2 vTtsQaiiiovv A. B -efiovv cett., 
Poli. 1 209 tTt£Qaif.mGig\ lY 4:n£Qi%siX(i,aag 1 200 cum ABDVI, 
200 cett. per i vel i; ; IV 5 xQ'fj^^^'^i^ c^^™^ A B, I 202 xexQ'fj- 
ad^ai cett.; VII 111 iXxvaavra cum F R,l 212 -sg vel ag (A) 
cett.; X 6 èxCvovg cum AB è'/Tvoi I 184 y^itCvovg vel ix,iTÌ- 
vovg cett. 

Quae omnia nullum satis certum indicium ad cogna- 
tionem statuendam codicis quo usus est Pollux cum illis 
qui exstant, praebere mihi videntur. 

Codices L D ad unum genus pertinent. Consentiunt L D 
enim in omissionibus: VI 6 roj àva^dzr], IX 2-3 d-vfÀOsidfj 
ò f-iij àvmv fjxiar' àv è^oQyi^oi' sd&vg fièv oév XQV ^^' '^fì- 
Atque in verborura transpositionibus: I 11 Trjv k'ÓQav àacpa- 
XeUrégav L Z), àcs<f. rrjv i. cett. II 1 xal rwv noXitix&v 

fiàXXwv xal TCQV TtoXsfiix&v L, xal rcòv ixoXsfitxmv fÀàXXov xccl 
x(òv TioXirixùòv D, xal tc5v noXit. fiàXXwv xal t. TtoXefi. cett. 
VIII 9 T« I'tttto) xal ravva L Z), xal t. t(Ò Ire. cett. IX 1 xal 
17T7TOV xal nòùXov L D, xal n. x. t. cett. Bis tantum in iis 
discrepant : I 4 rà roiavra aSxéXì] fidXXov L, fiàXXov r. toi. 
(Sx. D recte ; Vili 10 èXavvovxa àvaxoàvog -L, àv iX. D recte, 
sed signa adscripta sunt in lipsiensi verae sedis. 

Lectiones nonnullas memorabiles reperimus borum co- 
dicum proprias: I 17 svnaióog ^ xal L, evTcoSog ófj xal D, 
om. órj cett. III 3 TiQOGiè^asvoi L Z), rrQO(j6jii€voi vel TtQode- 
f^iévoi cett. Ili 4 à/À(fóóovg L D, àgóóovg cett. IX 2 x(xXs7tòv 
oòóèv L Z), X- fiì]àèv cett. X 7 i^apiivà L Z), {^afuivà cett. 
XII 6 óiéQìjTai L Dj óiaiQr^rai cett. XII 12 sv naXxà L Z), 
Svo TtaXzà A, svnaXta cett. 

Dissentiunt tamen multis lectionibus : I 1 à'^ioTtiatÓTs- 
Qov L, -TSQOi Z) ; 18 TÒ dfjifj,a L] tò J' ònfia Z) ; I 12 séxsi- 



106 V. TOMMASINI 

XótéQov L, evxiXÓTSQov cum Steph. solus recte D ; III 5 nolo 
àè f.iàlXov L; noXv f.iàXXov óè D; V 3 dyoi L, dyr] D', VI 1 
iprìxei L^ iptjxi] ^ 5 ^^ ^ àvvaiz' àv L, òvvairo D ; VI 4 ov- 
tcog L, oiivco D\ VI 5 e ni d' av L^ tò óav D; VI 13 fiij 
noTs L, Tcoxè [xrj D; VII 5 oiJTwg àv />, om(o y àv D\ Vili 5 
om. rw ante fivcoTcì L, habet D ; ibid. óióddxeiv L, dtóàdxoìv D\ 
ibid. ^ àvsvasl ni] L, rj àìf. . . . mq (in mg. àvsvasì) D', 
VITI 8 ov xaxòv Ly xaxóv D] ibid. ^agvvsrai Z,, ^agvvrjTai D\ 

Vili 12 àvTiovg L, èvavriovg D] IX 12 ^vfxoeiófj l'nnov (jirj 

xxà 

Kxcia&ai L, ^vfjiostóst Tnnoì jiir] XQV^^'^'' ^i ^ Q e'xoi L, 

è'xr] J^'ì XI 5 xaxà yvcofirjg L, x. yvwf.ir]V D; XII 7 àg)vXaxTéov L, 

à(pvXaxTov recte cum A, D; XII 8 insinsQ L^ sneinsg óè D\ 

ibid. om. alia L^ habet Z); ibid. àfx^aTr] L, àva^arr] D. 

Quarum lectionum cum nonnullae librarii errori tribui non 

possint, codicis lipsiensis apographum librum vaticanum 

mihi retinendum non videtur, et cum Pio Cerocchi con- 

sentio qui utrumque codicem manasse putat e quodam 

amisso libro praestantiore cuius rectam scripturam modo L, 

modo D servaverit. 

F Laurentianus LXXX 13 has lectiones praebet pecu- 

liares: II 4 IhnaQxog, cett. : l'nnog prima sede; III 11 x^^Xi- 
vcòv, cett. : xccXivcóaseov ; IV 2 aicf^ófisvog, cett. : ala^avójiisvog; 
IV 4 neqixvXéaag, cett.: per i vel «t; V8 twv &f(àv, cett.: 
om. Tftjv ; VI 12 yéyrjxai, cett.: yiyvritai'i VII 8 svGxaXwxa- 
xog, cett.: svaxaXs'axaxog; VII 13 om. al ante yvà&oi, ha- 
bent cett. ; Vili 4 ànsX^óvxa^ cett. : snsX^óvxa ; Vili 5 
óióàaxwv (etiam D), cett.: dióàaxsiv {-si A); Vili 10 fis- 
xa^aXófisvoc cum Cobet, cett. : -XXófjisvog] Vili 11 éXxvaavxa 
cum. Steph., cett. : iXxvcfavxsg {-ag A) ; Vili 13 ^ovXrJM, 
^ovXoio A, ^ovXrjxai cett.; Vili 14 àno^aivot cum A^ cett.: 
-£i vel -7] ; XII 1 xòv [lèv yàg cum A^ cett. om. yàg ; ibid. 
(féQ€i, cett.: (fSQsiv', XII 6 àvanxvdCovxai et ènixXsioviai, cett.: 
-(ovxai -wvxai ', XII 8 ónXi^siv óè ósT, cett. om. óè. 

R N Ab hoc libro descripti sunt R et N. Consentiunt enim 

cum F in omnibus lectionibus supra relatis, nisi quod N, 
cum vulgata scriptura, omittit yàg XII 1. 



PROLEGOM. AD XBNOPH. DE RE EQV. 107 

N innnmeris vitiis librarli neglegentiae tribuendis la- 
borat. Memorabiliora subiciam : II 3 ó irrnog prò ó nwXog] 
III 6 xcd noXXàmg xaì òaansQ prò noXXàxig x. ó. ; III 11 rà- 
(xara prò rsviiara ; IV 2 €xxof.ii0Tri prò ixxojiiiCl] ', VI 13 i'/r- 
TtaQxov prò Tnnov] VII 2 srreì prò insióav] VII 12 sttì ti]? 
xXiaecog prò Tr]? ÌTrixXias(ùg', Vili 4 {.làXiaTcc prò fidaviya] 
IX 6 vTtoXafi^àvfj prò -r«r. 

i? contra diligentius est scriptus : horum vero duorum 
librorum quos ex F manassa satis constat, nulla est auc- 
toritas. 

Urbinatis gr. 93 elegans est scriptura. Omittit inscrip- V 
tionem et primas litteras quae minio fortasse erant exa- 
randae. Exhibet enim : l 1 nstóè prò inside, I 3 lyÙQ prò 
ot yaQ, I 4: àg prò yàQ etc. Consentit plerumque cum F, 
ab eo tamen dissentit lectionibus omnibus supra relatis 
codicis laurentiani propriis, ibique D omnino sequitur. 

Idem dicendum de cod. vind. V 95. Inter quas novi Q 
lectiones, has inveni quibus a ceteris libris discrepat: II 1 
yivwaxcov, cett. : yiyvwcxwv vel -co ; VI 10 nòistv, cett. : no- 
vslv vel nvstv. 

Libar oxon. Bodl. canon. 39 praebet in orationis con- 
textu IX 11 (faivsa^ai vs&oQv^r^fXòvov] at in mg. ngoaiérai 
additum, quod prò verbo ilio (faivsad^ac omnes huius ge- 
neris libri tradunt. 

Britann. add. 5110 simillimum codici F dicit Euehl S 
(Neue Jahrb. 1883 p. 736), cuius libri lectionem illam III 11 
XccXivcùv prò xaXivóìaewv eum praabare comperi. Cum F con- 
sentit etiam XI 5 xarà yvcofir]v ubi, praeter D et codd. ab F 
descriptos, reliqui huius classis libri xarà yv(tì/.irjg exbibant. 
Ab F tamen dissentiti I 8 tò ó' òf.ifia S, zò òfxixa F : a ce- 
terorum huius classis codicum lectionibus recedit : IV 2 
iv(JxiQQ(o^fjTai Sj ivaxiQQco&i] ts cctt. ; IX 2 òqyi^oi S, i^OQ- 
yi^oi vai è^oQyi^oixo cett. Nihil igitur, tam paucis indiciis 
usus, de cognatione huius libri cum F afiSrmare audeo. 



108 V. TOMMASINI 

:Z Cod. phill. quoque cum F consentit: III 11 lulivStv 

prò iaXivw(^s(dv et XI 5 xarà yvùiiiriv. Nullam lectionem 
novi qua ab F discrepet. 

Ceterum codd. D L F {N R) V Q S Z, licet e variis 
libris descripti, has lectiones memorabiles, rectas plerum- 
que, saepe cum A B consentientes, soli nonnunquam, omnes 
praebent : 

I 1 à^ioTiidrÓTSQoi {-Qov -A^), -zsQu cett. cum A B. 11 1 
TOT (xhv vsoì cum A B, xaì rcp ^i. v. cett,, IV 2 iv(XxiQQM&f^ 
T€ {-^TjTai S), èvdxiQCù&fj Ts A 5, ivGxsiQco&fj Ts cett. IV 4 
àg ó^ av (J' àv 0) cum A^ &g J' àv av cett. V 6 roitg -Dsovg, 
TÒv &€Óv cett. (jwv ^edóv K) cum -4 5. V 7 i^ixvov^isvai 
(et K), -fjisvog cum A B vel -nsvaig cett. VI 10 TtaQw^vv^ai 
{-o^vv^vvai (?) N)j nuQaxr^Qeiv A B, naQo^vvd^ui {-^vvsad^ai E) 
cett. Ibid. TiovsTv {noislv Q) cum A B, ttvsTv cett. VIII 13 
àvcixccQiarj, -Qiarj ri -4, -Qiffrjzai cett. IX 2 x^vfioeiòrj (om. L D) 
cum A B, ^v}jiòg elxi] cett. Ibid. è^oqyi^oi (om. L D ÒQyi^oi S) 
cum A B, i^oQYi^oiro cett. IX 11 ngoaiévai (et Ìl, nQoais- 
ad^ai Q), (faivsad^cci cum ^ i? cett. X 6 %itivovg, i%ivovg B, 
i^. Aj i^itivovg cett. X 15 £Ì3i(Tfjiévog òiqTcov, slS-. (lèv ó-^- 
nov cum A B cett. ' 

m Ad hoc genus pertinere conicio librum quem Lud. Din- 

dorf Meadianum noncupavit, cuius duas tantum lectiones 
vir doctus enotavit: se. IS xò óè ò^ifia cum A {xh S' òfifia 
D Q S xò ò}ifxa cett.) ; IV 2 aìa^óiievoc, quod huius generis 
codd. tantum prò aìa^avófisvog exhibent. Eadem ceterum, 
quod ad Cynegeticum spectat, sententia est Gini Pierleoni. 

M Codex Marcìanus 511 discrepat a ceteris libris nonijullis 

lectionibus plerumque vitiosis. Velut: I 2 om. sl'rj ante sì 
xà dvoù] ibid. e'xii P^^ ^'X^* prima sede; I 11 rj^m prò rjóioìv; 
I 17 eéxQÓaaxQoi prò svxQÓaaxoi', II 6 ÒTtóffa prò oca; ibid. 
eariv prò iaxi] III 4 èd-sXoi prò -si] IV 4 oCw, cett. oawv 
vel ó'o'oi'; V 7 s^ixvov/JLsvaig, cett.: -fievai vel -/iti-og; VII 10 
xovcfuywyóxaxog prò -rfi(»oc; Vili 1 sTrsì órj neg, cett. sTtei- 
órjnBQ] ibid. atyroj' prò aóxóv] X 7 cf^r prò óè; XI 12 (F' i^s- 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 109 

yaiQag (cum P), cett. : de i'§. ; XII 6 yiyXvfxoig (cum P) prò 
yvyyXvfioig. 

In mg, m. altera, saec. XV ut videtur, perpetuas no- 
tulas adscripsit memorabiliora verba iterans. Eadem manus 
correctiones variasque lectiones suprascripsit, perraro ta- 
men, quarum nonnullae vulgatam scripturam restituunt : 

se. I 1 Tcoli) l'óiov, I 8 (yvyxa/jinrjv, III 2 lav&dvsi, IV 2 Inncóv 

corr. in Innwv, VIII 3 tò" pièv yàg. Duae autem ab ea di- 

V (o V . 

screpant: II 1 òsi noXaveiv, VII 17 al rov óicoxeiv, quae lectio 

in nullo libro reperitur, a virisque doctis coniectura resti- 
tuta est. 

Ceterum quamquam antiquissimus, vulgatae lectionis 
errores omnes bic codex continet, neque magni pretii est 
in libello recensendo. 

Ex iis quae Ginus Pierleoni et Pius Cerocchi dispu- E 
taverunt, apographum codicis M librum Laur. LV 22 esse 
patet. Cum M consentit in omnibus lectionibus quas con- 
tuli illius propriis, correctiones omnes quas rettuli, recepit, 

praeter II 1 óéi M, ubi ósT E praebet. Alteram correctio- 

v 
nem at rov óiwxtiv perperam interpretatus est librarius, 

qui scripsit r/ at r. ó. Loci codicis M lacunosi chartae pes- 

sumdatae causa, scriba de ingenio explevit, recte plerum- 

que: 14 àvMGÓfxsd-a M, àva^rjaófxs^a E; VII 11 sdóoxifiw- 

ovg 
TSQOV '^ àv M, £t)ó. éó' àv E\ XI 4 àcjXQayaM M, àaxQa- 
ydXovg E; nisi quod prò -bnoatQwiiata V 2, ubi v&aTQÓì- 
liata in M legitur, scriba vyqà aTQWf.iaTa substituit. 

Nonnunquam autem a scriptura cod. M hic liber re- 
cedit, velut: VII 5 iifinnsiov M, s(f Inrtiov E] VII 11 ènl 
rò Qu^óocfoQsTv M, ini t(^ q. E; IX 8 tovto M, tovxo^ E\ 
XI 13 TovTCff M, Tovto corr. in tovto E. Errores cod. M 
saepe nullo siguo correctiouis in E emendatos reperimus, 
vel : IX 1 ànoóaxvvsiv M, àTtodeixvvsiv E; IX 10 àyeios- 
Cd^ai M, èysiQsaO^ai E ; XI 2 fj M, fj E. Interdum vero scriba 
alios errores attulit: 12 m^sXog E, ócpsXog M\ III 4 èifó- 



110 V. TOMMASINI 

óovg E, à(fóóovg M; IV 3 sìsv E, shai M; IV 4 i^àata- 
^fxng E, s^waraO^fxog il/; V 1 iXxofxévoov E, éXxovfiévbov M] 

VI 11 /uiéh] E, fisXXfj M etc. Bis in E verba quaedam ra- 
sura sunt deleta: VII 11 WM qa^oifogeiv -S, stiì. q. M prima 
sede ; VII 5 ÒQ&ògW. E, òq. wv M. 

Manus altera nonnunquam archetypi lectionem resti- 

tuit : VI 13 ccQioTov TTQÒg I'tittov e, TTQÒg l'rtTr. àq. M; Vili 7 
ÒTiMV corr. in oTVcog E, oTtwg M; Vili 14 jiQo^óoxoirj E, ngo- 
(fóoxoirj M] quandoque eam mutavit: VI 10 nvslv E^ nvsiv -M; 

VII 1 '^"Vw Innoì E, om. xal M; Vili 6 mg. àv sXlsiTtrj, 
àvsvasl TTfj M E; Vili 8 tsfiévov '^^xaxóv E, tsfiév°^ xaxóv M. 

M^ Inutile fuerit de Marciano 369 disputare : testatur enim 

I. Morellius (Bibl. ms. gr. et lat. I p. 238) eum iussu Bes- 
sarionis cardinalis a. 1470 a marciano iW" descriptum esse: 
idem affirmant G. Sauppes (ed. Tauchn. I p. xix) Carolus 
Schenkl {Mélanges Graux p. 112) A. Kirclihoff (de Atlien. 
rep. p. vi) Gr. Pierleoni Piusque Cerocchi. 

M^ Inter quas novi varias lectiones e Marc. 368 enotatas, 

has repperi cum M consentientes: I 2 è'xi] prò e'xoi] II 5 ònóda 
prò òaa, ibid. iati prò iaxiv ; III 4 è&tXoi prò -si ; IV 4 òaw 
Uvamovg 'M^, data f.ivcccciovg ME, òaov f.iv. vel ocTwi' ,ur. cett. ; 
V 7 è^ixvovfiévaig, -ovfisvog vel -ai cett. ; VII 10 xvcfayoìYÓ- 
zazog, -tatog ME, -rsQog cett.; VIII 1 aéróv prò aÒTÓV, X 7 
ósT prò ds; XI 12 J' i^sysiQag prò de s^. 

Quae ex M manasse hunc quoque codicem indicant, 
ut iam animadverterunt Gr. Pierleoni et P. Cerocchi. Lec- 
tiones enim quas accepi ab M dissentientes scribae errori 
vel emendationi facile tribui possunt : 1 11 fjditov M^, fjdm M; 
I 17 svxQÓadToi M^, -argot M; Vili 1 ìttsióì] tcsq M^, srcsl 
órJTtsQ M; X 6 óè %itivovg M^, ó' i%irCvovg M; XII 6 yiyyXv- 
fxoig M^, yiyXviioig M. 

Innumera scrìpturae vitia, scribae neglegentia illata, 
corrector optime nonnunquam emendavit. Varias lectiones 
ab altera manu in interi, adscriptas (viri docti cuiusdam 
coniecturae procul dubio tribuendas) quas 0. Keller (Zw 



PROLEGOM. AD XKNOPH. DE RE EQV. Ili 

Xenophon in Philol. XLV p. 184) enotavit, subiciam : I 12 
éag ènì nnXv cum cett. m^ add. xó\ VII 3 xaxa^s^Xrjfiévov, 
m- corr. in -ov cum Steph.; X 4 d^sh] m' corr. in d-éri cum 
Jacobsio; XII 8 in^iTteq Sé m"' cum D et Castalione, M^ cum 
cett. om. Sé. Idem vir doctus has lectiones se in M^ in- 
venisse dicit : I 9 syQTJyoQog corr. ead. m. in syQrjyoQÓg cum 
A D et Steph., iyQriyoQog cett. ; II 3 ixàiócorai cura Casta- 
lione, èxdióoxai cett. ; IV 4 wg, cett. wg ; VI 4 èrcstóàv óè 
cum xl i?, iiTsióàv ys (vel insiè' àvys) cett.; VII 11 irtsiàr]- 
neo corr. ead. m. cum K, ìttsì óénsQ cett. ; VI 5 tw^° m. 
ead., TÒ LDFN^ roi cett. (c5 i?, om. A): VII 17 noléfioig 
cum ^, TioXefiioig cett. 

A codice i^ ductae sunt lectiones in exemplo editionis v 
aldinae quod bybl. monacensis servat, a P. Victorio ad- 
scriptae. Non tantum enim cum lectionibus huius generis 
codicibus peculiaribus consentiunt, verum etiam emenda- 
tiones, coniecturas, errores ipsos codicis E exhibent : III 4 
£(póóovg, cett. àcfóàovg; TV 4: s^dffrad^fAog, cett. s'^wat.] V 2 tyqà 
argco/ictTa, cett. ttTTotJTQÓ) fiata; VI 10 Ttago'ivvsù&ai, cett. 
-oa^vvOai vel -o^vv^ai] VIII 5 èllèinì] quae scriptura in 
mg. E tantum reperitur, àvsvasiTirj cett. ; XII 3 xooXvsig prò 
xcoXvr]. 

Lectiones adscriptae in mg. editionis iuntinae qtias s 

Villoisonus cum "Weiskio communicavit, e codice quodam 

huius generis manaverunt : haec habent enim cum iis com- 

munia : IV 2 hi prò scfri, V 7 i^ixvovfiévaig, VII 10 xvcpa- 

ywyórarog, X 7. òsi. Tamen a codice M potius quam ab E 

eas descriptas esse pnto, cum II 1 óì] rcwXsvsiv praebeat, 

»? m 

ubi M óst in-, E Ssl exhibent. Quattuor lectionibus sine 

dubio erratis a libris universis s discrepati I 17 svxqosqoi, 

sdxQÓaffTQot MEj -(jToi cett.; 116 órróaov, ònóda MM^E, 

òaa cett.; Ili 11 xaqd^eqag prò xaqxsQàg] Vili 5 xov àvanrj- 

ódv prò TÒ àv. 

Cum s consentit omnino g. Nullam lectionem Gail in- g 
dicavit quae a reliquorum huius generis codicum scriptura 
recederet: memorabile II 5 ór] ncaXsvsiv. 



112 V. TOMM ASINI 

Q Cod. laur. LV 21 Ludovicus Dindorf in editione oxo- 

niensi contulit, sed parura diligeuter. Saepe enim huius 
libri lectiones omnino neglexit, nonnunquam siglo L de- 
signavit scripturae varietates cum cod. minime consen- 
tientes. Ex. gr. 113 sqriixiag L, cod. con tra habet ^^é^aag; 

IV 4 xaraQvvoi L, cod. centra xcct' svqvvoi, sv in ras. ; Vili 8 
où ante xaxóv om. L, cod. contra xaXóv. Scholia quoque in 
mg. adscripta Dindorf appendicis loco in praef. adiecit, 
sed haec etiam parum fideliter descripsit. 

Errores huius libri innumeri sunt. Laborat creberrime 
iotacismo {i per ry : olxéxig III 6, xaràvri Vili 6, etc. ; i prò 
ei : nXiaiàxig IV 1, TTsQixiXcoffag IV 4, Idévui V 3 etc. ; rj prò i'. 
rièri (corr. in ìó[]) Vili 4; sì prò rj : àvé^eixs I 1 etc. ; ?y prò oi : 
Tr]v axsloiv X 16), et litterarum permutatione {s prò ai: 
Vili 10 €(fg)£QO)iÀSVai, XI 7 xaxa^évr^Tca etc. ; ai prò s Vili 8 
(paÌQìiTai, XII 2 óé^atxai etc; t; prò t I 5 crj^'^fyj'yfg etc). 
Aberrat in distinctione praepositionis a verbo: I 1 nqòg 
(féqscS^ai, III 1 et 10 xaxà fiavS^drsir, IV 4 xav evQvvoi, 

V 1 TÒ Ti- xàx^Cli, X 13 TtQÒg (fSQSlV, XII 3 £711 XV71XSIV, 

XII 8 à(f,^ avQÓxaxóv èariv, et contra III 12 dia^Xaxsiav, 
V 6 àvxixòùv etc 

Memoratu dignae sunt lectiones nonnullae vitiosae 
quibus a ceteris discrepat : I 1 ^agàS-Qw prò ^d&Qoì, I 8 òq- 
^(òg prò ÒQ&óg, 1 14 «ttì r?J oi5(>« prò i^nò x. o., Ili 9 ivs- 
§aXXov prò své^aXov, V 8 ànoxxsivovGi prò ànoxsÌQovai, ibid. 
toì;? tTTTToi's prò rag t., VI 1 aj)r<>T prò éavxM, VI 4 ircKfV- 
Xà^acd^ai prò è'CTf yy^., Vili 6 xaxanQavi] prò x«r« rà 
TtQavf^, XI 11 óg «j' prò og àv, XII 9 xa^fjxai prò xa^fj- 
ffO^ai, XII 12 d^'r« ^t^v J)^' prò di-rt y« ;itiji'. Tamen duas 
lectiones non spernendas praebet, quarum unam cum Pol- 
luce I 188 consentientem Dindorf recepit: I 3 rtQÒg xò dd- 
nsóov, cett. : TiQÒg xoj óanéóig, alteram VI 7 xàgiaxsQà (cett. 
xà ÙQ.) Dindorf e Curerii editione tantum cognovisse vi- 
detur, cum annotaverit: ' scribendum potius xàg. quod ex 
cod. annotat Curerius '. 

Verba quaedam per errorem omissa sunt, nonnulla vero 
quae in verborum contextu scriba omiserat, ipse in mg. 
addidit. Manus altera correctiones vel varias lectiones in 

5. 5. '902 



PROLEGOM. AD XBNOPH. DE RE EQV, 113 

oig o»' 

interi, suprascripsit, 16 IxaC^ig (m"?) prò slxàì^oiq, V3 t&v 

miTcov, V 5 ^Xànrei, V 7 è^ixvovfisroc, VII 16 fv primitus 

om. acid, m", Vili 10 Innóts, IX 1 ÒQ^óra, X 11 i^v m* 
acid. óè. 

Codexvat. gr. 1616 quoque raulta vitia habet iotacismi, K 
accentus falsos, praepositiones male a verbo aut a nomine 
distinctas. Abundant elisiones manifesto vitiosae : I 10 sd- 
nvowt£QoCt£QoÌT alia, II 4 nàXiGt ijósrai, III 1 ovr' òpLoiwg etc. 
Hanc verbornm transpositionem peculiarem praebet : I 6 xal 
ifyQà e"^£iv rà GxéXvj InusvovTu, cett. : xal Imi. iy. s'§. xà <Jx. 
Omittit : III 6 /.iri ante àitsigov, IV 4 Tfjg ante (fdrvrjg, V 1 rg^ 
ante (farvi], V 9 (.lèv post (bcfsXei, X 9 ix ante rtòv à'sóvwv, 
XII 14 òri. E scripturae vitiis quibus K laborat, archetypum 
a quo descriptus est hic liber multa compendia et cor- 
rectiones interi, habuisse apparet, quas interpretari inter- 

Qoi X 

dum scriba nescivit. Sic verisimile est ex evnvowrsQoi ts, 

eòa 
edTivocoTSQOiTSQoC t' I 10, ex ànoam, ànod&aai Vili 11, ex 
avr^ (prò adróg) avrò II 4, ex t^ d^s^ (prò tòv -d-sóv) twv ^swv 
eum effecisse. 

Cod. abb. Fior. 24 consentit in erroribus modo cum G I 
modo cum K^ multos autem exhibet proprios quorum illu- 
striores bine illinc excerptos subiciam : III 9 om. (pvasi, 
IV 2 Innoìv prò Itttiwv, V 4 om. ó ante InTioq, V 6 ngoaxó- 
(iiov prò TTQoxótiiov, VI 7 om. ò ante iTCTtoxópLoq, VIII 6 àa(fé- 
Gxeoov prò àdifaXéaxsQov, IX 1 av^^aivr] prò avii^air], IX 7 
om. TÒr ante àva^ccTrjv, X 7 xQÓxovg prò rooxovg, XI 9 om. 
rcòv ante òqóvtwv, XI 12 om. ó xt^^tto? àO^QÓog, XII 5 o'i7- 
xd;intsro prò -ra^, XII 13 {.i^ra^aXeiv prò fisraXa^sTv. 

Hi tres codices autem infìmae notae, ad unum genus 
pertinent : has enim praebent lectiones peculiares : I 6 In- 
Tccov cett. IjiTTov, IV 2 ivóvTwg cett. ivóvrog, VI 2 Xf^7y- 
(Jo)'» cett. ;(fA/()'oi'a, VI 7 xoQV(faTav cett. xoovcfaiav, VII 1 
àvicóv cum ^ jB cett. ór/wi', Vili 5 àóiartrjócov cett. óiaTtrj- 
ówv, XII 7 iccXxioj cum 5 cett. if^XxBUf). Loci nonnulli prae- 

Studi ital. di filol. class. X. ,8 



114 V. TOMMASINI 

terea ex uno fonte eos fluxisse osfcendunfc : I 12 fxè'gov fiev 
ti: gititi {i in ras.) G, fuv ti (,afr in ras.) 7, fxsvroi K\ VII 1 
Xa).aQÓv G yaXagóv I xalegóv K ] VII 15 prò «AAwc rs xàv 
ànóxQOTOv : ciD.oog ts xàv ànó^Qorov G, àXXoog re xàvarcw- 
xQOTov K, àkXbìaxs xàv ànóxQOTov /; XI 9 prò ysQaiTéooìv : 
y£Q€T€(ov G ysQaiT€0)V I yeiQaTé'oov K. 

P Perusinum B 34 apographum codicis G dixit Pierleoni, 

e G confcra eum fluxisse negat Plus Cerocchi. Cum codd. 
huius generis lias lectiones communes eum praebere com- 
peri : IV 2 èvóvrwQ, VI 2 xah^dóva, VIII 5 àdianr^dwv, XII 7 
XttXxùp. Cum G consentit : I 1 ^agàdgeo, I 3 ngòg lò óàrcs- 
rov, I 9 òq^JGjc. E ceteris quas novi huius libri varias scrip- 
turaSj nullam inveni quae eum ex G non fuisse descriptum 
declaret, quatenus quidem spectat ad libellum de re eq. 

H Parisinum H qui libelli fragmentum tantum, inde a 

cap. IX 4 usque ad finem continet, ex / derivatum puto. 
Duas tantum lectiones memorabiles Gail indicavit, quae 
cum I consentiunt : XII 5 avyxàmsTo, -xàfxmsTo I, -xàums- 
Tca cett. ; XII 13 lura^SuXtTv, cett. f^isxaXa^eiv. Ceterum vitia 
omnia vulgatae lectionis praebent, ideoque cum codd. om- 
nibus huius familiae conspirant. 

ed. iuntina. Ab eodcm libro I profecta est band dubie editio prin- 

ceps iuntina in quam errores omnes codici I peculiares in- 
fluxeruut. I 4 /looXoig prò §wXoig, I 8 nQoansTrig prò ttqotts- 
rr^g, I 14 óiaQta/né'vovg prò óicoo., I 14 avf^iiisiir^xÓTsg prò avfi- 
^£^i]x6zsg, III 5 ijKfèoeiv prò sx(féQ€iv, V 6 nQoaxófxiov prò 
TVQoxófiiov, VII 1 anaTi] prò andai], IX 7 om. rbv ante àva- 
§àTì]v, IX 11 TtciQuxoavyaTv prò naQà xQavyrjv, X 7 én aèroì 
prò im aèTóóv, X 10 TreQiziS^sa&ai prò TtsQiTi&ezai, XI 12 
om. verba fxèv ó xxvnog, à^QÓov, XII 13 fista^aXstv prò ^s- 
raXa^sTv. Perraro ab I discrepat, ibique vitiose. 

°iatkia°^fnter- Latinam quoque interpretationem quam primus loa- 

pretatione. cliinus Camerarius confecit, graecarum litterarum scientis- 

simus, duorum libellorum auctor, quorum unus: ' Ippoco- 



PROLEQOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 115 

micus seii de curandis equis ' inscribitur, alter: ' de nomi- 
nibus equestribus collectio ' 2), facfcam esse secundum cod. / 
vel editionem iuntinam nulla dubitatione asserere licei. 
Has enim exhibet omissiones quae in / et in iuntina tan- 
tum occurrunt: III 9 rovg ys névroi virómag, ceti. add. 
(pvasi] Cam.: ' qui autem formidolosi sunt non sinunt etc. '; 
XI 12 àd^QÓog f.ièv ó XTVJtog, à&QÓov óè xò (fQvayiia xal tò 
^v(Tì]ua x(àv I'jtttwv avf.i7iaQè'7roiTO, ubi / et iunt. om. à^QÓog 
fièv ò xTVTtog, Cam. : ' tum vero et fremitus et spiritus equo- 
rum consequetur. 

Ceterum vir doctus non tantum codicis I vitia emen- 
davit, vel: I 4 {.léXoig prò jSwXoig, Cam.: ^ per glebas '; 
I 9 lidia xal ai yvàd^oi prò i^iaXaxal al. yr., Cam.: ' buccae 
sint tenerae '; III 5 siicptQsiv prò sxcfsQsiv, Cam.: ' excur- 
rere '; IV 2 ittttùìv prò Itttiwv, Cam.: ' ille locus ' se. equile; 
sed coniectura vitia libris universis communia egregie ple- 
rumque primus correxit. Velut : I 5 0^ fjbéwoi (fXsipi rs ovdè 
aaQ^l naxsiuig libri, Cam.: ' spissitudo non erit venarum 
neque carnium ' coniecisse videtur na%éa quod voluit Cou- 
rier; IV 2 %o fttóixa òrcsqsixovv {vTtsQaipovv A B) Cam. : ' cu- 
ratione indigere corpus propter humoris abundantiam " co- 
niecisse videtur : rò aùtiia vjrsQSf.iovv ; VII 1 òrav ys [xrjv 
TraQaós'^rjTcci ròv inTtéa «e àva^Yjaófxsvov, Cam.: ' ubi verum 
equum conscendendum acceperit eques ' coniecit : òtav ys 
fjirjv 7T. TÒv iTtnov &g àvaj3ìjffó[.isvoc, quod postea Leuncla- 
vius se in ' lucubratione taurinensi ' invenisse affirmavit. 
VII 18 xal à(f iTiTHùv fjLs'vToi Ili] TTQÒg, iTtTTOvg, Cam. : ' cum 
adversum ab aliis equis tum ad illos conversum ' coniecit : 
xal à(f i'tctccov jjisvtoi xal TtQÒg l'rcTTovg. XII 7 sv x(^ ènixai- 
Qotàxoj àifvlaxxsov èaxai, Cam. : ' aliter maxime vitalem 
partem neglexerimus. ' coniecit cum A ei D àcpvXaxxov. 

Restat denique ut aliquid dicam de codice taurinensi, t 
Variarum lectionum quas in appendice Leunclavius con- 
tulit duae tantum cum vulgata consentientes e codice duc- 

1) In Thesaur. graec. ant. lacobi Gronovii XI p. 814 sqq. 

2) Ibid. p. 841 sqq. 



116 V. TOMMASINI 

tae mihi videntur. Viri docti verba haec sunt : III 11 ^ di- 
rsv/nara, lectionem aliam órj rsvi-iara repperi adscriptam 
lucubratione Taurinensi '; VII 11 ' prò t(Ò èniQa^doifOQslv 
notatum erat in Taurinensi libro tò sniQa^òofpoQslv '. Ce- 
lerà vero quae verbis illis : ' ex notis taurinensibus ' vel : 
' Taurini notatum ' vel ' taurinensis lucubratio ' Leuncla- 
vius designavit, eius coniecturae non dubito quin debean- 
tur. Nullis igitur certis indiciis utimur ad cognationem 
codicis Taurinensis cum reliquis statuendam ; tamen Gino 
Pierleoni consentio qui eum ad hanc librorum familiam 
pertinuisse coniecit. Scripturam illam enim rò eniQa^óo- 
(poQetv hi codd. et M tantum praeter A B exhibent, lec- 
tionesque aliorum generum libris peculiares nonnunquam 
praeferendas Leunclavius aut de ingenio excogitavit aut 
omnino ignoravit. 

Ex iis quae disputavimus codices omnes quos novi ad 
Lune libellum recensendum in duas classes distinguo. Per- 
tinent ad primam qui genuinam lectionem TtaoarrjQsTv VI 10 
tuentur, ad alteram qui naQoa^vvd^ai vel -o'§vvd^ai exhibent. 
Haec classis quattuor familias comprehendit. 



I 



I 



1— I 1^ I — 1 I I ^ 

AB DL FVQO{?)S{?)m M GKIPHti:?) 

I — I I 1 

RN M^EWgs 

V 



Nos igitur in recensione quam paramus codices oj^ti- 
mae notae A B omnino usurpabimus, ceterisque ad procu- 
randa horum vitia tantum utemur. 

De qvibvsdam locis deglarandis vel emendandis. 

II 1. Initium capitis II sic vulgo legebatur: oTTcag ys 
f.i'fjv ósT TTioXsiistv óoxsT rjf.ùv ygaTCtéov sivai. Xenophon autem 
addit rem equestrem in urbibus mandari iis quibus opes 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 117 

imprimis idoneae sunt et reipublicae pars non minima 
creditur, longeque satius esse iuvenem valetudinis suae et 
rei equestris, provectiorem domus, amicorum, civilium bel- 
licarnmque rerum studiosum esse quam pullis instituendis 
occupari. Quocirca amicos suadet nt pullum institnendum 
locent. 

Xenophonti igitur de nwloóafjivia non scribere potius 
quam scribere visum esse animadverterunt bomines docti 
qui correxerunt vel óoxiil fj}.iTv <,ufy> yQantéov shui (Oourier) 
vel <o^> óoxal fiiuv yQaméov slvai (Cobet. N. 1. p. 781). Mibi 
autem verba illa oTrwg ys /.li^v òsi TtwXsvsiv potius quam: 
' quomodo equi instituendi sint ' id est ' quae praecepta 
in equis educendis tenenda sint ' significare omnino vi- 
dentur: ' quomodo de pulii educatione sentiendum sit ' 
quasi dicat dncog ys fir^v òsi tòv Innéa nsQÌ TccoXsiag yiyvco- 
Cxfiv qnod Xen. explicite inferius docet: II 6 ó /tir órj 
wffTTéQ syò) yiyvuKfHCtìV tvsqÌ noìXsiag ófjXov òri sxówCsi xbv 
TtwXov vel TI JéT TÒV InTcéa tisqì nookeiàg TTQazTHV quod se 
satis docuisse in fine huius capitis auctor dicit: II 5 xal 
nsQi jiièv TccùXeiag àgxsTv }ioi doxsX toJ Ióicotì] Xéysiv Toaavru 
nQdvTetv. Patet enim non indiscrétis nominibus illis TvcoXsia 
et nwXoóafiviu (vel nwXsvsiv et riMXoóafxvBiv) Xenophontem 
bic usum esse. Verbaque quae sunt: TcctTovTai f,ièv yào órj 
iv Tutg TcóXsùiv tnnsvsiv xtS, causam qua pullus domitori 
tradendus sit ut educatur potius quam causam qua Xeno- 
pbonti de educendi ratione scribere non videatur significare 
puto. Vulgatam scripturam igitur non dubito restituere. 

Cura autem, quod ad verba illa ÓTtwg ys fir]v òsi nco- 
Xsmiv óoxat fji^uv yQaméov stvai pertinet, codd. praestantis- 
simi A B verbum òsi omittant, m^ cod. M in dij corrigat, 
librique universi interpunctionem quandam post ij^lv prae- 
beant, non improbabile mihi videtur particulam ór] e se- 
qùente huc illatani esse et in del corruptam, genuinamque 
lectionem fuisse ÒTrmg ys firjv rtcoXsvsiv doxsT fjfiTv, {ol'ofAcci} 
(vel gjijinì) yqaTiTsov slvai. 

Neque hic silentio praetermittenda sunt quae in Hip- 
piatricis leguntur: p. 261 nsQÌ Innov sl'óovg noXXoTg ysyoa- 
Tixai xaXwgy agiata àè nàvTwv ^ifiwvi xaì Ssvocpwvri liS^r^vaioig 



118 V. TOMMASINI 

àvÓQciai, TiooXodaixviag óè naqà xovg dXXovg [lóvo) S^vo- 
(pwvvi. Engenius Oder qui hippiatricorum novam editionem 
parat, a me de codicum optimae notae lectione postulatus, 
ea verba et in codice praestantissimo (se. Berolinensi Phil- 
lipps 1358 Saec. X) reperiri affirmat, eaque auctori ciiidam 
ignoto deberi censet qui Xenophontem memoraverit ne de 
facie quidem eius libellum noscens. Idem vir doctus Gleoda- 
mum Achnaensem *) libellum de ndolodafiviu composuisse 
opinatus est *) praecepta quae Xenophonti in opusculo de 
re eq. praetermittenda visa erant tradentem. 

Milli vero verba illa referri posse videntur ad ea quae 
Xenophon scribit inferius de pullo mansueto, tractabili 
et homini's amante reddendo, vel ad praecepta quae in 
capp. VII et Vili reperiuntur de variis equitationibus et 
exercitiis. Hoc autem id verosimilius puto quod in libello 
ilio cuius inscriptio IrtTtoaócfiov qui in cod. vat. gr. 1066 
f. 1^ servatur ") haec leguntur ex Hippiatricis transcripta: 
TtsQÌ d'óovg iTtTTCov noXXoì xaXàg s'yQccil.'ttV, xàXXiov óè thxvtmv 
aCficov xaì ^svo(fcóv dvÓQtg à&rjvatoi, yv/iivaaiar óè I'tittwv 
fióvog naQ àXXovg ^svo(fwv fi,€f.ià&rj)C£. 

E qui bus conicio ignotum auctorem verbum illud ttw- 
Xoóafivia perperam prò illis Innaaia vel yvpLvaoia usurpasse, 
quod excerptor probe interpretatus esse videtur. 

XII 8 ÓTtXi^siv Ó€Ì xaì TÒv l'nnov TTQOfASTcomóioì xaì 

TTQOffTeQVióioì xaì naqunXsVQid loig' ravra yàq àfia xaì tuì àva- 
^ccTì] naQaiir^Qidia yiyvsxai. Vulgatum naQaTtXsvQióioig in rta- 
Qaf^iì]Qióioig mutavit Weiske coli. Cyr. VI 4, 1. Quo loco 
collato et Cyr. VII I, 2 correxit ubi ante AVeiske erat jta- 
QanXevQiàioig. , 

Milli vero credibilius videbatur equi naQanXsvQióiu 
equi ti naQafirjQióia praebere, neque intellego quomodo ses- 
soris 7iaQaf.irjQióia equi etiam femina tegere possint. Monu- 
menta vetera quae inspexi nuUum auxilium praebent. Graeci 

1) Cf. Steph. Byz. v. "J/fcci,. vróhi Osaacdica; • ii^Tev^sy ìjy KXso- 
óccfiag, 6 nsol inntxrjg xaì ncoXo&aini'ixrjs yQaipccg. 

2) Cf. Susemihl Gesch. d. Alex. Lit. I 848. 

3) Idem Innoaócpiov continetur in cod. Vat. gr. 114 qui ceterum 
negligentissime scriptus vitiosissimam scripturam exhibet. 



PROLEGOM. AD XENOPH. DE RE EQV. 119 

enim statuari! et pictores non solent armornm imaginem 
exprimere quotiescumque corporis adspectum velant i). Ce- 
terum loco citato VII I, 2 rruQaiir^Qtóioig poscit sequens xcd, 
ncque Xenophontem énki^ov ... l'nrcovg naoanXsvQidCoig, 
xà ó' avrà ravxa Ttagaiir^oiSia fjv xal toJ àvÓQc scripsisse 
verisimile videtur. Couiectnrara Weiskii eo magis reci- 
piendam esse censeo quod qnae sequuntur eam confirmare 
videntur : tccci'tcov óè {.làXiczu xov iTurov ròv xsvs&va óh axs- 
nà^siv' xaioimraxov yàg òv xal àifuvQÓxccxóv èaxi' óvvccxòv 
óè ovv x(p i(fiTiTTÌ(f) aiJTÒv axsnàcca. 

Mirum enim interpretum silentium de verbis avv r^J 
iffiTtuCoì quibus dativi instrnmentalis vim adsignant «). Cnm 
autem in A B xal aèxbv legatur, facilis est coniectura ali- 
quid ante x(?j sifinnuo excidisse. Igitur si scribatur dvva- 
xòv óè Gvv (xciTc TxXevQcàg} xoj ig^iiTTTio) xal avxòr Gxsnàccci, 
difficultates omnes evanescere et quae sequuntur Xeno- 
phontis verba confirmari mihi videntur : xal xà f.ièv órj dXXa 
[xov I'ttttov] o'Sxco xal ó Inrcog xal ò Innevg óottXkS iiévoi àv 
elsv, xvi]aai óè xal Ttóósq xxi. 

Sor. Romae mense decembri mcmi. 

VlNCENTIVS TOMMASINI. 



1) Cf. E, Beulé, UAcropoh d'Athènes, p. 159: ' Un grand nombre 
(se. de cavaliers) ont autour des jambes les ornements que Xén. re- 
commande aux cavaliers et qu'il appelle embates. L'artiste a adopté 
ce detail pour rompre la monotonie des jambes, toujours nues. Car 
il est à l'émarquer qu'il a écarté complètement l'équipement du cbeval. 
C'est une conséquence du principe qui prèside à tonte la sculpture 
grecque, trop amoureuse de la forme pour consentir à la voiler et 
à la défigurer sous les détails '. 

2) Saupp. in lex. xen. s. v. ' avv prò ablativo R. eq. 12. 8 ' an- 
notavit. 



EvRiP. Iph. Aul. 106 sqq. 



Che nelle parole ^óvoo cT' 'j/aiwy ìa/usy tJ? è'/ft luàe \ Kc^X^ag 
Odvaasvg Mai'éleoJg d-\ a cf' ov xcìXm? \ eyvwv tòt', avd-i.g ^EXccyQc'ccpM xu- 
Xi7)g ntlXiv y.rX. sia necessario un èyaì, è cosa evidente; inoltre sarebbe 
logico un fieray^cicpEvv a zig syQccips, non lo è un fjLsrayQacpEiv a rig 
syvw. Tutti e due gì' inconvenienti io eliminavo, un quarto di secolo 
fa, scrivendo : 

KàXxag 'Oóvaaevg MevéXecag (è/cJ) S^. et J' ov 
xcdwg [eyymi'] tot', aiìd^tg fi8xayQà(pM xr'À. 

Non s' intese o si trovò dura l' ellissi di un eyQaipa da ricavare dal 
seguente fxeiayqdcpM (Krùger § 62, 4; Kùhner § 598 p. 1073), e si notò 
in margine un lyvwv da supplire mentalmente; questo £;'<'w»' margi- 
nale fu interpretato come correzione della parola che più le somi- 
gliava, e cosi scomparve dal testo l'e/w (magari potrà essere stato 
scritto erroneamente èyoiv, come il cod. Mediceo ha persino in un 
trimetro di Eschilo Sappi. 748 Weckl.; cf. Pers. 934) e furono aggiu- 
stati i due versi nella maniera in cui ci sono giunti. 

Dopo di me lo Stadtmùller escogitò altre correzioni, e una di 
queste [dxrjxóaaiv per 'j/«(w»' ìofÀSv) ha incontrato qualche favore 
presso il Wecklein, mentre il "Weil (nella 3^ ediz.) aveva senz'altro 
inti'odotta nel testo la correzione mia. Ma V ùy.rjxóaaiv (correzione, 
del resto, per sé stessa poco probabile) non rimedia se non ad uno 
solo dei due inconvenienti: non si dirà dunque che è cieco amor 
paterno, se difendo ancora la proposta mia. 

Perchè l'avrà ritenuta meno probabile il Wecklein? Certo egli 
non avrà creduto necessario un èyoó preposto, anziché posposto agli 
altri soggetti (cf. Eur. Or. 22 ecpvfxsy... Xovaó&s^ig 'icptyéfstd x 'hXéxxqcc 
T èycS. Tro. 791 avXaifis&a f^ijxrjQ xdytó. Soph. OC. 1336 sq. etc); e nep- 
pure gli avrà fatto difficoltà 1' ov in fine del trimetro e staccato dal 
xceXwg cui pel senso va unito (cf. Eur. fr. 240, 1 Nk^ e^uè d" aQ ov | 
fiox^tlf óixcaop] Soph. El. 146tì óéSoqxu cpciaiì civev (p&óvov /j,èy ov j 
Tiemcjxóg. Harmsen ' De verborum collocatione ap. Aesch. Soph. 
Eur. ' p. 14). Più probabile è che egli trovi singolare quel ré unico 
{KccX^ag 'Ot^vaasvg Mevéletog èyoi d-\ non Mei^sXsióg x èycS S^ come il Weil 
e il Wecklein riferiscono). Eppure qualche esempio non manca (Plat. 
Tim. 76 E óéniua XQL%«g oyv/dg re, e altri luoghi platonici analoghi 
in Hoefer ' De particulis platonicis ' p. 9). 

Qualcuno poi si meravigliò che io non avessi scritto, se mai, 
K('(Xx«g 'oóvaaevg xe Mevélet^g r èycó S' — , certamente a torto; perchè 
Mevéleiog non è di quelle parole che giustificano l'anapesto nel corpo 
del trimetro, né d' altra parte, come già allora sapevo (cf. oi-a E-aderma- 
cher ' Observ. in Eur. miscellae ' p. 17), può esser misurato u | u — 
con sinizesi. G. V. 



SULLA COMPOSIZIONE DELL'ENCICLOPEDIA 

DEL FILOSOFO GIUSEPPE ') 



Le fonti della Retorica. 

Tutta l'Enciclopedia può dividersi in due sezioni, quella 
comprendente la Retorica, ed il resto in cui si trovano an- 
tropologia, fisica, matematica etc. Per la prima parte, l'au- 
tore anonimo da cui fu tolto il libro ^) segue Ermogene, 
e forse la fama di cui Giuseppe godè presso i contemporanei 
contribuì efficacemente alla diffusione assai notevole che 
in seguito ebbe il trattato. Occorre infatti nei seguenti mss. 
(e forse in altri a me non noti): Rice. gr. 31 (il più impor- 
tante di tutti, perchè contiene l'Enciclopedia nella reda- 
zione più estesa) ; Laur. LVIII 20, LVIII 21, LVIII 2 ; 
Ven. Marc. Vili 18 (di questi ultimi quattro si servi il 
Walz [Wj per la sua edizione Rhet. gr. ITI); Paris. 3031; 
Mutin. 101; Vindob. 70; Berol. Philipp. 1576; Monac. 78; 
Escur. «P I 6; Bonou. Bibl. Univ. 3562 (scritto per una edi- 
zione del Robortello di cui non resta però memoria alcuna: 
cfr. Olivieri Studi ital. III 433) ; Vatic. 1361 (noto anch'esso 

i) Della vita di questo Giuseppe, che solevamo chiamare E.a- 
cendita, ha scritto da maestro il Treu in Byz. Zeitschr. 1899, Vili 1 sqq. 
Non so però donde egli deduca che Giuseppe partisse da Bisanzio prima 
del 1325. — In questo stesso volume di ' Studi ' (p. 63 sq.) Lionello 
Levi ha pubblicato una lettera di Manuele Moscopulo a Giuseppe. 

2) Cfr. Treu p. 39, 16 sqq. nella prefazione metrica di Giuseppe 
alla sua raccolta, e p. 46. 



122 N. TERZAGHI 

al AValz). Stabilire le famiglie di questi mss. mi fu im- 
possibile, non avendo potuto consultare clie i codici Fio- 
rentini simili tra loro pel testo, e molto differenti per la 
composizione. Forse sarebbe proficuo rifar lo studio e mi- 
gliorare l'unica edizione che possediamo, giacché l'opera 
non è senza pregi, e di alcune parti di essa non mi è riu- 
scito rintracciare le fonti. 

Il primo capitolo (W p. 478-516) di questa avvoifiig qìjto- . 
Qixfjg, come è intitolata nei mss. e nell'edizione, è una epi- 
tome del trattato di Ermogene, da cui son tolte le defini- 
zioni ed una parte degli esempì, sebbene non manchino 
differenze pur non sostanziali. Le somiglianze sono nume- 
rosissime: si confronti, per citar qualche esempio dove son 
raccolte somiglianze e differenze, Herm. tc. arda. II (W 
III 16 sq.) con. los. p. 480, dove troviamo il noto fatto 
TTeQÌ fioixov, oggetto perfino di un xoivòg xónog da parte del 
sofista Nicolaos (W I 323). Ma altre sono le somiglianze 
vere: cfr. Herm. n. eég. 15 (W III 78) con los. p. 484; 
Herm. tv. atea. I (W III 2 sq.) con los. p. 486 ; Herm. 
TV. là. I 8 (W III 239) con los. p. 498 ; Herm. tv. là. II 8 
(W III 349) con los. p. 504, e si noti che tali esempì sono 
scelti seguendo il libro che esaminiamo, ma saltuariamente, 
si da offrire più certa la prova richiesta. 

Il e. II, senza titolo come il I, ma che si potrebbe 
chiamare tcsqì svvuiag, deriva solo in parte da Ermogene; 
nel principio infatti troviamo una trattazione dell' epiche- 
rema e delle sue specie, che si può confrontare con quella 
dell'entimema in Herm. n. svq. Ili 8 (AV*III 124); di più 
l'esempio assai comune della escavazione dell'Istmo, citato 
anche da Dossapatre (W II 103) e da un anonimo (AV VI 33), 
è quasi identico in Herm. ib. p. 124 ed in los. p. 517. Ri- 
petuto sott' altra forma e riferito al monte Ato, esso è 
anche eguale in Herm. ib. ed los. ib. come nell'Anon. ora 
citato (W VI 34). Non corrisponde invece la divisione degli 
iv^vf.ii]f.iaTtt (p. 518) distinti in sei specie, mentre Massimo 
Planude (scholl. ad Herm. "VV V 404 sqq.) ne dà ventun tó- 
7101, Minuciano (tt. inixsiQrifiàzwv W IX 599 sqq.) trentatrè 
in cui sono compresi quelli di Planude e di Giuseppe, 



l'enciclopedia del filosofo GIUSEPPE. 123 

Apsine {tsx. qtjt. ti. rrgooifi. W IX 522) dodici diversi in 
parte dai precedenti. Quanto agli insvlhvniqiiaxa che se- 
guono, Giuseppe (p. 518) li definisce tà fitrà tò rtQmzov insv- 
&vfirj,aaTa Ityovrai. Ora nel cod. Laur. LVIII 20, dopo il ca- 
pitolo Tt. QvO^uov se ne legge un altro (W III 601 sqq.) in 
cui si dà la stessa definizione insieme con altre cose che 
troviamo già nel nostro libro, sicché par giusto supporlo 
estraneo alla primitiva composizione ed introdotto in una se- 
conda edizione dell'opera. Di più parrebbe, a cagion del ti- 
tolo, in ogni caso più opportuna la collocazione al principio 
del lavoro, in cui è appunto benissimo sostituito dal e. II 
di cui parliamo. In questo seguono ancora due parti : la 
trattazione degli epicheremi divisi in Qr^toQixà e (filóao(fa 
(p. 517 sq.), e quella àelV oìxovofiia Xóyoav (p. 519); e di esse 
non troviamo riscontro altrove. Il capitolo finisce con dei 
consigli dati a chi vuole essere retore, affinchè unisca i 
diversi generi di s'vvoia si che ne derivi una giusta me- 
scolanza (p. 521); consigli eguali a quelli che si trovano in 
un opuscolo anon. tratto dal cod. Ven. 444 (W III 610 sqq.). 
Tale la composizione del capitolo; il Walz poi (p. 516 n.) 
afferma che nel cod. Par. 2918 f. 174^ si trova una parte 
di simile principio. Io non so fino a qual punto si possa 
accettare tale asserzione ; posso solamente dire che presso 
Omont Inv. Ili 59, nel luogo corrispondente a questo e ad 
altri capitoli di cui dovrò dare notizia tra breve, si tro- 
vano invece citati alcuni opuscoli di Libanio, e non è 
affatto da escludere che qui si tratti di un errore del Walz, il 
quale del resto sbagliò sempre scrivendo cod. Laur. LVIII 1, 
anziché LVIII 21. 

I capitoli seguenti si possono dividere in tre gruppi : 
1° quelli che non si possono paragonare con altre parti 
dei retori editi ; 2° quelli di cui si può indicare esatta- 
mente la fonte ; 3° quelli di cui si possono arguire le re- 
lazioni, sebbene non si trovi una corrispondenza precisa. 
Al 1° gruppo appartiene il e. III, p. 522 sqq., e la parte ri- 
guardante la òvof-iaroTcoTia nel e. V, p. 532, considerata ge- 
neralmente come figura poetica, e come tale trattata anche 
nel capitolo della nostra Retorica che studia quei tropi 



124 N. TERZAGHI 

(nel cod. Eicc. 31 [R] f. 34^-36 ^ pubblicato dal AValz in- 
sieme con un opuscolo anonimo nel voi. Vili 714 sqq.)- 
Gli axr],accTa (e. VI p. 535 sqq. introduz. al vero trattato) 
sono divisi in ànkà e nsQinsTiXsyixéva, distinzione ignota 
agli altri retori eccetto l' anonimo autore dell' opuscolo de 
octo part. orat. tratto dal cod. Par. 2918 (W III 588) 
in cui si definiscono gli c/TJ/iara ànXà. Lo stesso si deve 
dire pel e. XVII (tt. t. òxim anyi^icòv p. 564 sq.) di cui si 
trova una redazione simile, ma posteriore, nel cod. Par. 2008 
del sec. XVI a f. 167 (cfr. Omont II 178), risalente a Ni- 
cànore lo anyiicaiag. In tale precisa condizione noi ci tro- 
viamo anche pel e. XVIII {n. r. Tfjg Xs^ecog rtaO^wv p. 565 sqq.) 
che è contenuto anche nel cod. Bonon. Bibl. Univ. 2368 
f. 9'' (cfr. Puntoni in 8tudi ital. IV 373): nel cod. Rice. 12 
a f. 173^ si legge la stessa trattazione condotta quasi con 
parole identiche; ma siccome il ms. è del sec. XV (cfr. Vi- 
telli in /Studi ital. II 484), ne viene che essa può derivare 
dal nostro trattato, o che possono ambedue risalire ad una 
fonte unica indipendentemente l'uno dall'altro. Finalmente 
non si può riunire il e. ti. tqóttcov non^Tixm' con l'anonimo 
edito in W Vili 714 sqq. dal cod. Vat. 1405, perchè tale 
ms. è del sec. XV, quindi molto posteriore alla nostra av- 
voipig. L'argomento è, ad ogni modo, uno dei più trattati dalla 
retorica bizantina ; però le maggiori somiglianze si hanno 
con l' opuscolo di Gregorio di Corinto (W Vili 761 sqq.). 
Invece siamo in condizioni molto più favorevoli per la 
seconda categoria da me fatta. Il e. V [n. lé'^soog p- 525 sqq.) 
mostra evidente relazione con l' opuscolo tv. tcov rsaaàQmv 
fisQMV Tov Tslsiov Xóyov, tolto dal cod. Par. 2918 e dal cod. 
Ottob. 173, nel quale, fatta eccezione per la òvofiaTOTioua, 
si trova anche il e. seg. tvsqì rtQénovTog (p. 530 sqq.), sebbene 
la trattazione sia disposta in ordine diverso (W UT 582 sqq.). 
Una parte che segue da ultimo, intitolata nel cod. K n. 
TOV (hcfsXéTa^ai sìg (fgàaiv ex 7roir>TMV (f. 25'' = p. 534), non 
ha relazioni cosi chiare come quelle trovate fino ad ora, 
ma si può pure assai bene collegare col medesimo opuscolo 
tanto per il senso quanto per la forma (W III 571). La 
seconda parte del e. sugli ayrii^iccra, in cui essi vengono 



l'eNCICLOPKDIA del filosofo GIUSEPPE. 125- 

veramente spiegati e classificati si può unire con un opu- 
scolo dallo stesso titolo scritto da Zoneo ("W YIII 673 sqq.)- 
Il e. XIII, intitolato in R f. BO"" neQÌ xov naVYjyvQixov 
(p. 547 sqq.) si trova esposto in egual forma nel cod. Ven. 444 
(cfr. "W III 547 n. 1), ma risale senza alcun dubbio a Mo- 
nandro -neQÌ enidstxTixMV (W IX 213 sqq.)- I ce. XIV, XV, 
XVI, r ultimo anzi ripetuto due volte, si trovano pure nel- 
l'An. par. neQÌ xmv xsaa. (asq&v xxé. (W III 573 [cfr. 575], 
659 n. 1, 562 n. 1), ed il XVI è anche nel cod. Ven. 444, 
il che prova la sua grande diffusione. 

Gli altri ce. formanti il 3" gruppo, e costituenti in- 
sieme con la Xé^ig e con lo ayififJia le otto parti di cui si 
compone ogni specie di discorso (cfr. los. p. 516), hanno 
relazioni assai chiare con Io stesso cod. Par. 2918, e pre- 
cisamente con le due operette citate; ed ognuno potrà 
averne la prova dopo un brevissimo esame. Dopo il e. XII 
{TtsQÌ iisdóóov) segue a p. 540 sqq. uno intitolato tcsqì ipv- 
XQoXoyiccg, che non ha nulla da fare con la materia trat- 
tata, ma che forse si intruse in quel luogo per dare una 
spiegazione maggiore alle ultime parole del e. XII : Iva 
II.IVXQÓV TI xal rooytmov htioi{.ii. Secondo il Walz questa 
parte si trova in un cod. Par., ma certo (e gentilmente 
me ne assicurò il signor Omont) non nel 3031. 

Ora è ben vero che, per testimonianza di Giuseppe 
stesso nella prefazione, la Retorica al pari degli altri trat- 
tati riproduce un manuale allora in uso : ma è anche vero 
che essa ci è giunta solo nella silloge di Giuseppe, e chiun- 
que ne sia l'autore, importerà sempre ricorrervi per quelle 
parti che non occorrono in altri retori editi. 

Cosi in quel che riguarda le figure di parola, la trat- 
tazione di Giuseppe è, per quanto so, la sola (ma cfr. Eie- 
card. 12) donde conosciamo le classificazioni proposte dai 
Bizantini e usate anche oggi nei nostri moderni trattati. 
Lo stesso si dica per gli cx^^jUara o figure di pensiero, di 
cui si trovano bensì trattazioni, ma differenti in gran parte 
da questa. Tutto il libro si compone di due parti non ben 
distinte : la prima tratta le parti del discorso suppergiù 
nella stessa forma che troviamo anche in altri lavori con- 



126 N. TERZAGHI 

simili ; ma in questa parte si intrecciano alcuni capitoli 
della seconda con argomenti riguardanti la ré^vr] come essa 
fu concepita da Ermogene seguito dal nostro autore, e ne 
siano esempio il I ed il II e, quello che riguarda il ^aai- 
Xixòg Xóyog, l'introduzione agli c/i^^itara; altri capitoli ri- 
guardano piuttosto l'esame oggettivo dei discorsi altrui, 
e sono più adatti a riassumere sotto forma schematica le 
cose scritte dagli altri che non a formare il retore o l'ora- 
tore, come il e. sulle figure poetiche, quello sulle figure 
di parola, la parte concernente 1' atticismo nel e. iteQÌ nqé- 
TiovTog. Anche quello che è detto della ipvxQoXoyia, seb- 
bene io non creda che facesse parte della redazione ori- 
ginale, non manca di importanza, perchè costituisce una 
])rova in contrario di ciò che afferma il Volkmann (Die 
Bhet. d. Griech. u. Rom. Leipz. 1874^ p. 239), il quale 
scrive : ' Unter den Rhetoren haben im weiteren blos Ci- 
cero und Quintilian liber das Lacherliche und den Witz 
gehandelt '. Sicché manca unità nel nostro trattato, e l'ano- 
nimo autore, raccogliendo opere diverse, non seppe distri- 
buirle in modo che la distinzione riuscisse chiara ed esatta. 
Ma, ad ogni modo, perchè trattava argomenti importanti 
per la scuola e negletti nei libri comunemente usati, l'opera 
dovè essere molto ricercata, se noi ne vediamo scritti tanti 
esemplari quasi in un solo secolo. 

Termino questi appunti riportando le varie lezioni 
di B, da me collazionato solo per la parte a cui in W è 
imposto il nome di Giuseppe ; che pel rimanente sarebbe 
stato necessario riportar quasi per intero il testo, confuso 
dall'editore con altri simili, ma non eguali. Il Walz segui 
un falso criterio, raggruppando là dove poteva senza guar- 
dar troppo pel sottile ; né come per altri retori abbiamo 
edizioni migliori della "Walziana. Ometto naturalmente gli 
errori di iotacismo, quelli dovuti evidentemente a sbada- 
taggine del copista e le differenze di accentuazione. 

W 478, SRI'- eì'orjTca 480, 2 al lóéai om. R 24 tovTÌ] 

V 

R 7^ Tov TI 484, 30 R 8^ fifi&g ipse scriba add. sic etiam 
502, 16 cfr. R Ih' 485, 3 72 g-" ngoé^r^aav 6 ot^rw sio 



l'enciclopedia del filosofo giusep'pe. 127 

sernper ante conson. lit. 19 post roÓTtoig nXarvvsrai add. 
xaì 7roiì^Tixì)v (pi?>OTii.iiav. è'x£i, t) à syxaTaaxtvog ratg ahi'aig 
fióvaig nXaxvvsrai 489. 32 R 10^ àvTircaQaataxixMq 

493, 32 post iv dXX(>) add. R IV xaì àlXoig èv àXXoì 
29 R 12'" (hvó^uaaa 496, 8 ov óióXov 22 R 13^ rà rrQwxa 
ngcòTCi ri&£vrceg xaì rà dsmegu óavraQu 499, 2 rr^v AOr^- 
vàv] R 13"^ xr^v om. 17 R 14"" xad^aQÓiVjTsg 20 sq. post 
ijiavuqooaC add. y^giaròg yarvcctai, óo'ìàaara, xQKTròg s'^ oé- 
Qarwv, àTtccvTijaaTS 21 €7Tava(poQaiy TTarcc(jTQog:al {certe ])io 
£71. usurpatum) 500, 3 'fj iiéd^oSog] ry dt fi. 502, 6 ó (VC- 
XiTiTcog om. i? IS*" 503, 1 xardyi] 6 iavrov] l'óicc 24 i? 15^ 
€}.i(f.aCvoi 509, 8 ^«AAóf(>arffc] i2 17^ xaXXCxXsig 511, 11 
J? IS"" Toicivd- ezsQcc fj Tfjg ó. 518, 6 i? 20^" (yreoooTg 521, 11 
72 21'" ó avvéaiog 20 i? 21^ avvsiórjg 27 ayroi?] a^5^c5r 

525, 11 i? 22'- i) ;.£'^<g 527, 21 R 23' Tcaodóaiyna tov 
529, 2 xàxslvo' ò Tfjg ^énóog, ò tov tv. xaì ò n. 4 -R 23^ 
^iri ^QaxXair] 531, 4 (Jfi/^ar'] i2 24-^ óiipàv 532, 23 i2 24" 
ig {.ivatayoiìyov (sicut aj). Anon. Paris. 2918, cfr. "W 583, 15 
qua de causa puto hanc R lectionem melioris notae esse 
quam illam a Walzio perhibitam) 27 Ttoó&eaig om. R 
32 àvTÌ tov] i2 25'' ijyovv melius ut puto 534, 4 riov TiXr^^.] 
rwv om. R 539, 12 R 28^ àvofioXoyeiv 22 "/Qf^ad^ai as 
xaì 544, 14 sq. it 29' ytVf (sic prò yivaxai) Totdàa ?; roiàós 
fj a. 15 fiaxQóóv 7]] fiaxQóòv i] ttsqì fiXarécov (add. scriba ad 
mg.) 18 TÒ 0^° fiixQÒv (tò sup. fortasse add. ipse cod. scrip.) 

18 w om. R 546, 22 sq. iarì óiavXXa^ov] R 29'' ex ói- 
avXXà^ov aìg xQiavXXa^ov 548, 24 sq. R 30'" fióvov ^aai- 
Xa'wg TÒ ayx. 551, 6 R 31'' ^ìjTr^ffag 19 ar«i' àycovojv (sic 
in cod. Ven. 444 cfr. W n. a. h. 1.) 553, 7 vov&atetv] 
R 31^ voaod-aTaTv (sic cod. Ven. 444) 555, 8 avGTaiXag] 
i2 32'* avaTTjaag (cod. Ven. 444 CTijaag, ideo meliorem lec. 
cod. puto) 32 o^ avX.] R 32^ oò om. 557, 12 Trdvav- 
voi <sic> (idem ap. cod. Ven. 444) 560, 20 tò] R 33 '' tCo 

561, 1 a(faof.ió^£a^ai] àcfOQi^aaTai 564, 23 -R 34^ xaì «V- 
rfAt? 566, 32 R 37'' dóaXcpòg àóaXcpaòg, nvXèov nvXawv 
569, 11 R 37^ xqdtog xdqTog. 



128 N. TERZAGHI 



II. 



La composizione delle altre parti dell'opera. 

Trascurando le parti di cui fu indicata la fonte dal Vi- 
telli nella descrizione del cod. Rice. 31 (Studi ital. II 490 sqq.), 
accennerò solamente alle altre di cui non si conosceva fino 
ad ora la derivazione. Anzitutto, R sembra il codice più 
completo che noi possediamo, sicché ad esso mi riferirò 
esclusivamente. Dei rimanenti, il Par. 3031 pare in tutto 
simile ad R (Omont III 96, cfr. Vitelli in Studi ital. Ili 381); 
lo stesso si deve dire pel cod. Laur. LVIII 20 in cui però 
il trattato n. svas^siag e gli estratti da Cirillo sono sosti- 
tuiti da un'opera aristotelica e da un tt. niaxeoìq (cfr. Ban- 
dini II 462); la sola medicina manca nel cod. Ven. 529; 
la logica, la fisica, il n. àQsrfjg, gli estratti da Cirillo sono 
anche nel cod. Mon. 78; l'antropologia e parte della fisica 
sono nel cod. Mut. 101. Oltre a questi, due mss. dell' Escu- 
riale sono andati perduti, ossia il 160 del catalogo prece- 
dente all'incendio del 1671 ed un altro non numerato 
(cfr. Miller p. 342 e 528); i due ce. de sensu et sensili 
e jT. Tov 7T0V taxtèov To Tjy. T. ipvx'^'i^ sono anche nel cod. 
Mut. 198; finalmente la logica e la fisica nel cod. Ven. 
Marc. App. IV 24. 

Le parti che ora ci interessano derivano principalmente 
da Alessandro d'Afrodisia e da Giorgio Pachymeres. Esami- 
nato R e collazionatolo col cod. Laur. LVIII 20 {L), col 
Rice. 63 (A, su cui cfr. anche Vitelli 1. e), e con l'edizione 
del De Anima curata dal Bruns (B), e raccogliendo tutte 
le varianti, mi son potuto persuadere che la redazione del- 
l'Enciclopedia deriva da una famiglia di codd. in parte 
diversi da quelli ora noti contenenti l' opera di Alessandro, 
in parte simili al cod. Ven. 258, fondamentale pel De Anima. 
Tengo a disposizione di chi volesse servirsene tutte le dif- 



12. 5. '902 



l'enciclopedia del filosofo GIUSEPPE. 129 

ferenze tra i due testi che ho potuto raccogliere. Il primo 
capitolo di cui troviamo riscontro esatto è in R {. 243'" sqq. 
ed L 279 "■ sqq. senza titolo, fornito di un breve cappello 
corrispondente con precisione al compendio del Pachymeres 
(cod. Laur. LXXXVI 22 [P] f. 190'--191'-; cfr. la traduz. 
del Bechi, Basilea 1560 [T] p. 226), eguale pel resto a B 
141, 30-150, 18. Invece il e. tt. |iir?^,«7;? xcd avr^fiovsvsiv 
{R 248^, L 285'") non corrisponde esattamente al tt. (pav- 
Taaiag di B 78 sqq. ed A 36"", ma ne è un estratto. Anche 
qui l'introduzione è presa dal Pachymeres (P 191'", T227). 
Seguono iu R 249"", L 286^ le parole: ri i_ièv ovv ìgti (pav- 
Tuaici sìor^Tai, zi òé èaxi /.ivì'iIIì] ófjXov ix tovtoìv. i) yàg ttsqì 
zò amò Tovio €yxatdleii^i}.ia Yivof.iév7^ èrtoysia, òtccv i-ifj ànXtòg 
éac TTfoì TdVTMV {votovTOìV L) yivì]Tai, àXXà xal o)? citi uXXov 
yi:yiV)^f.ibvr^, fi.vì]f.ir] iaziv. otccv yàq rj TTJg (favTaaTixfjg óvvd- 
(.teuìc eveQyeia ttsqI tò toiovvov 6yxaxàX6ii.iixa àrckòig yivrjrai 
fii] {{.lèv R) TtQoaXoyit,o}xéYì] òzi òós ò zvTtog àXXov zivóg iaziv, 
àXX uTxXCog, (WT(o {ovzoìg L) ttsoì ccvzò svsoyfi, (parzaaiu zò 
TOi'iviov X^hyazai' ozav óè TtQÒg Z(j) ivsQyeiv tisqI avzò ttqoù- 
Xoyi^rjZai ozi are' àXXov zivòg ys'yovs, xal è'zi ozi zovzo où 
aìa^àvofxai sìxwv ÌGzi zov èv zoj Tiivaxi ysyQai-ifié'vov C^pov, 
zórs !^ivi]!^iì] èaziv. STtsì óè [.ivijfii] xal (favzaaCa zavzòv zt?, 
VTToxeit^it'vfo, (faviaaCcc óè xal aiGO-ridig òiioiwg {al aézai yÙQ 
xal avrai z(ò éTroxeii^isvco, óyg rjJìy UQr^zai), xaXcóg Xsyszai òri 
fv rò aìad^àvszai zovzoy xal nvrjpLOVsvsi za nvì](JLOVsvovTa' àg 
yào ÙTiò zfji aìaO^r^rixfig óvrdiiiewg zfjg ipi'X'fj? ^ò aladàve- 
a^ai xtX. — {R 251^, L 289^) óid zoi zovzo Ttdvza za aco- 
{.laitxà nd^ì] ov Quóioìg àrcoxaS^iazazai [-avrai L), tratta- 
zione che, mi figuro, non sarà difficile identificare con 
alcuna delle parafrasi che comprenderà la seconda parte 
del XXIP volume dei ' Commentarla ' editi dall'Accademia 
di Berlino. 

Quanto al resto, in Z P abbiamo quel che è contenuto 
in B 66,24-27. 68,4. 69,25. 72,5-12. Un'epitome è anche 
il e. seg. TT. C^poìv xiv^ascog, dove però i punti di contatto 
con B sono anche minori ; infatti in P 251^ sqq. L 289^ sqq. 
le parti corrispondenti a B sono saltuarie e presentano solo 
somiglianze di senso o di definizioni (73, 20-22 ; 73, 27 sq. 

studi ital. di filol. class. X. 9 



130 N, TERZAGHI 

76, 8 sq. 77, 17; 76, 16 sq.; 78, 24-79. 4; 106, 11-17) «). 
Invece il e. ir. rov nov Taxvòov tò fjy. r. i^iv^fig iariv è 
eguale nei due lavori, eccettuata l' ultima parte che è un 
commento finale. {R 253''-257'-; L 292'--295''; A 38 MO''; 
B 94, 7-100, 17). 

Del compendio di Giorgio Pachymeres sono a Firenze 
tre codd. Laur.: LXXXVI 1 (solo in parte), LXXXVI 2 
e LXXXVI 22. Per i confronti mi sono servito dell'ultimo 
(P), che è il migliore e presenta il vantaggio di avere i 
fogli numerati 2)^ e della traduzione del Bechi {T). R eà L 
rappresentano una famiglia diversa e migliore di mss. »). 
Una nota scritta in P a f. SO' rimanda all'Enciclopedia 
di Giuseppe, precisamente come un' altra che è in Z f. 41*", 
scritta dalla stessa persona, richiama il lavoro del Pachy- 
meres. Noi abbiamo di eguale : 

TV. toìwv fAoqmv R 19r-200^; L 22r-233''; P 132'-- 
148'-; T 165-182. 

7T. y£r£(r«w? C/^wr R 200^-210^; L 233^-245 ''; P 208^- 
226^; T 245-261 con qualche differenza in principio. 

Tt. ipvxfig R 210^-225'-; L 246'--266'-; P 148''-185^; 
2^ 182-220. In P Z manca il e. tisqì twv ìpvynx&v óvvàfAswv 
che si trova in P 165 ""-168'' = T 200-203; ma ivi segue 



1) In B 251^' son citati due passi del IX {èv rio èi'i'ccTio) lib. 
71. (fvGix. àxQ. di Aristotele; è evidentemente un ei'rore dalla lettera d- 
che il copista credette un numero anziché la designazione, fatta per 
mezzo delle lettere alfabetiche, dei libri di Aristotele (qui Vili). 

2) Il Bandini (III 366) dice che il Bechi si servi di due codici; 
questo è inesatto perchè nella prefazione a G. Eberhardt egli parla 
di un solo esemplare, ' admodum lacunosum, mendosum, et quasi 
indistinctum '. 

3) A questo proposito posso notare che nel breve trattato n. èfvn- 
vLMv (Ed. Didot III 507, 12 sq.) di Aristotele si legge : ov yÙQ fiópov 
TÒ ngoaióv cpafxeu cipd^Qwnoi' ij 'innov slfai,, nXXà xcd ?.svy.òi' xcà xn'kóv ; 
al posto delle ultime parole è scritto in it 257'', L 297 "" IwxQarrjv xcà 
Xevxóv. La stessa lezione, con qualche piccola j^iiferenza, è nel bel- 
lissimo cod. Laur. LXXXV 4 contenente la rielaborazione Aristo- 
telica di Teodoro Metochite. Ma con questo non intendo dire che 
€ssa lezione sia preferibile nel testo Aristotelico. 



l'enciclopedia del filosofo GIUSEPPE. 131 

invece una nota, sul modo di considerar l'anima secondo 
i cristiani, appartenente a Niceforo Blemmydes. Io non 
ho potuto vedere l'edizione di questo autore apparsa a 
Lipsia nel 1784 (cfr. Heisenberg Nic. Bl. curr. vit. et carm. 
Lips. 1897 p. li), ma so di certo, per averlo visto io stesso, 
che il capitolo in questione è nel cod. Mon. 225 contenente 
opere del Blemmydes, al quale si deve anche il trattato 
rr. awi.iaToq (cod. Mon. 225 f. 262 ^-281'^- R 263 ■" sqq.; 
L 304' sqq.). 

7t. aìa^i'iaeoyg xal aìa^rjtwv R 231^-234^; L 274^-278''; 
P 185 "^-190'; T 221-226, anche qui con varianti. In R a 
f. 234'' segue un lungo cap. (ine. àXl' àvakrjjiTé'ov tòv Xó- 
yov — des. f. 242^ xal rf^g òaixf^q) che non è ne in Z né 
in P ne in T. 

71. vTvvov xal sYQriyÓQaewg R 256'--257'-; Z 296'--297'-; 
P 195^-196^ T 231-232. 

7T. svvnvidìv xal rfjg /jLavTixfjg avrwv R 257*^-259^; 
L 297''-300^; P 196^-201"; T 232-237. 

TI. /iaxQo^iórrjTog xal ^qa^v^. R 259^-261'"; L 300^-301^ ; 
P 204 '■-205^; T 240-242. 

jT. vsóxYjTog xal yriQovg xxé. R 261'^-262^; L 301 -303 '^; 
P 205^-208'"; T 242-245. 

Resta a dire una parola sugli estratti da Cirillo che 
appariscono in fondo al volume. Io ho confrontato tre mss. 
di Firenze, ossia il Laur. di S. Marco 683, il Laur. LX 11, 
il Laur. VI 12, tutti contenenti estratti dallo stesso autore, 
oltre l'ediz. del Migne nella Patr. gr., ma ho trovato so- 
miglianze anche minori di quelle già notate dal Prof. Vi- 
telli nell' indice di R. La prima parte del 1° paragrafo 
{R 371'- M [cod. Mon. 78 >)] 316"-) ha riscontro con l'Ep. I 
(Migne 77, 16 C dove si legge niarsvoì, mentre al luogo 
corrispondente nel cod. Laur. LX 11 si legge come in R M 
nKTrevo/isv). Il terzo framm. (R 372"* M 317') corrisponde 
solo in brevissima parte a Migne 75, 64 C; cosi si dica di 

<) Da me interamente collazionato : noto che vi manca il fram- 
mento t; yjv/t] rov nérqov avjÀndax^i' — 7/; lóiu actgxi [R 374''). 



132 N. TERZAGHI, l' ENCICLOPEDIA DI GIUSEPPE. 

quel che segue immediatamente dopo. Il fr. d f.irj (^ovXrj- 
aet xtL (R 373 *" M 318^) corrisponde completamente a Mi- 
gne 75, 88 0. Non ho potuto trovare altro ; forse la grande 
diffusione delle opere di Cirillo fa causa di dispersione delle 
sue sentenze, si che alcune conservate nei codd. dell'En- 
ciclopedia {R M e pare anche Escur. «P I 6) non si trovano 
nei mss. di Cirillo e nella sua edizione. Ad ogni modo ho 
notizia di un altro cod. Mon. 551 f. 19, in cui si trovano 
simili estratti. Forse l'esame di questo potrà dare, sebbene 
mi paia poco probabile, frutti migliori del mio studio. 

Firenze, Aprile 1902. 

Nicola Teezaghi. 



IN AEISTOPHAOTS ACHARNENSES 

CRITICAE ATQVE EXEGETICAE ANIMADVERSIONES 



vv. 119-121. 



Legenti mihi saepenumero illum Acharnensium locum, 
ubi Dicaeopolis, Atheniensium legatorum fraude iam de- 
tecta, Clisthenem his versibus aggreditur (119): 

'i2 x^^SQlJbÓ^ÓvXoV TlQùOXTÒV S^VQr^fJlSVS 

roióvds d , (b Tci&r^xs, tòv ncoyoov è'/wr 
svvov%OQ rjf.ùv '^X^sc écfxsvadfisvog; 

obvia fuit quaedam intellegendi difficultas qiiidnam his 
verbis Dicaeopolis sentiret. Quos versus din animo revol- 
vens, in eandem difficultatem incidisse reperi AVoldemarum 
Eibbeckium i), cuius verba hic proferantur. ' Soli Dik. in 
den Eunuchen Klisthenes und Straton erkennen, so mlissen 
die betreffenden Schauspieler Masken tragen, die sich dem 
Pnblikum gleich als Portriits dieser Menschen kund geben. 
Dar Bart passt aber "weder zu der Persònlichkeit des Kl., 
nocli zu seiner Eigenscbaft als Eunuch. Man nimmt an, 
der Schauspieler bàtte sich des Spasses halber einen grossen 
Bart vorgebunden. Aber wie kann er mit einem Bart 
aufgetreten sein und doch als Eunuch haben gel- 
ten wollen? Das ist kein Spass mehr, sondern Un- 
sinn '. 

1) Die Acharner grieclusch und deutsch, mit Icritisclien und erJcld- 
renden Anmerkungen etc, Leipzig, 1861. 



134 H. ROMAGNOLI 

Cuius sententiae hoc tantum non probaverim, actores 
in scaenam venisse Clisthenis atque Stratonis personis ca- 
pitibus impositis; quod si fuisset, continuo eorum fraudem 
Athenienses deprehendissent. Profecto ore quodam modo 
immutato venerunt, non ita tamen ut intente contem- 
plautem diu deciperent, sed potius ut Dicaeopolis, acrius 
intuens, eos demum agnosceret. Cetera autem tam definite 
Ribbeckius animadvertit, ut nihil in eius verbis immu- 
tandum videatur. lUud tantum fìrmatum velLm, nullo pacto 
locum intellegendum proinde si Dicaeopolis rideret quod 
ore abraso in Atheniensium conspectum venisset, qui pro- 
missa barba Atheuis deambulare solitus esset. Ita enim 
Clisthenes cutem curabat, ut inter feminas maxime femina 
putaretur (cfr. Thesmoj)h., 571); qua de re ipse in bac fa- 
bula gloriatur (574); 

<lHXai yvvaixeg, '^vyyevstg ToVfiov tqÓtiov, 

ÓTi fièv (fCXog siili' vfih', eTxiórjlog ToTg yvdO-oig ^)- 

Neque vero itidem med^lam probaverim quam buie loco 
Eibbeckius convenire existimat : ' Wir haben also in V. 120 
welter gar nichts als eine Ironie gegen Klisthenes zu er- 
kennen, der keinen Bart batte und eben deshalb hier mit 
dem angedichteten aber keineswegs sichtbaren aufgezogen 
wird '• — Nam iure Dicaeopolis Clisthenem ludibrio ha- 
buisset si is personam gessisset cui virilis barba conve- 
niret: hic autem nuUus irridendi eum qui eunuchus in scae- 
nam venerat locus extitisse videtur. 

Ut brevi praecidam, cum nullo pacto verba illa (120): 
zoióvós, ó' d> Tci&ìjxs, TÒT' TTwywv' f/wr, cum versu sequenti 
congruant, restat ut videamus num forte cum eo qui an- 
tecedit rectius componi possint. 

Ac primum, neminem fugit quid significet: ' 'i2 ^sq- 
fjiófioidov nQwxvòv i^vgrjfjiévs ' - Feminas imitatus, quae in 
pudendis abradendis maximam curam impendebaut (cfr. 

») Omnes autem ciuaedos huic cultui indulsisse e plurimis Ari- 
stophauis fabulai-um locis colligitur, exempli causa Thesmoph., 191. 



IN ARISTOPH. ACIIARN. AXIMADV. 135 

Lys.^ 151, Eccles., 13 sqq.)> ^^^li^ cultui, ex Aristophanis 
quidem sententia, Clisthenes indulgebat i), Itaque tamquam 
cinaedum eum poeta perstrinxit quem asseruit nQwxxbv 

Illud autem : xoióvós xbv nwyoìv ì'/,my, non ad verbum 
accipi debet: voliiit enim, si quid video, Aristophanes hoc 
tantum significare, longius iam aetate Clisthenem esse pro- 
vectum. Quae verba ab Aristophane ad arbitrium suum ita 
usurpata minime iudicaverim: quin etiam proba verim vulgo 
tali signifìcatione ab Atheniensibus sumpta esse, si cui iam 
provectam aetatem, eandemque cum moribus dissidentem 
improbare vellent; ncque alia fuit Horatii sententia in 
satura (II, 3, 248) : 

Aedificare casas, plostello adiungere mures, 
ludere par inpar, equitare in arundine longa 
si quem delectet barbatum, amentia verset. 

Haec ceterum et similia translate dieta ubicumque in Ita- 
licis urbibus etiam nunc audire licebit. 

Itaque, mea quidem sententia, Aristophanes Clisthe- 
nem hic obiurgavit qui, iam longe absque iuvenili aetate, 
in tam turpe flagitiosumque vitium dilaberetur. Neque aliud 
respexisse videtur Cratinus, Bathippum quendam nuncupans 
(Kock, frgm. 10): 'Eoacriiioviór^v . . róHv àbùooXsiwv] ubi, ut 
Kockii verbis utar, ' cum Xsìoi dicantur homines molles 
toto corpore levigati, àoìoólèioi videntur dici qui praeter 
aetatem pathici sunt ' . 

Quod si cui videatur iis quae contendimus particula 
oh {roiòvds d'w 7ri^ì]xs) partim obstare, praesto est, ut huic 
etiam difficultati medeamur, lectio quae in Ravennate prae- 
stantissimo codice invenitur: toióvds y é nC^rjxs. Quam si 
probaverimus, coniectura assequemur quae causa fuerit cur 
ea immutaretur. Servaverat enim scholiasta Archilochi ver- 
sum quem hic Aristophanes per ridiculum detorsit : 

TOirjvós ó , ù) nC^ì'jxs, tìjV TTvyijV e'^oìì' — 

1) Cfr. Gratin, fragm. 256: Ìtoj de row/ioóicg 6 K'Ieouu/ov óidù- 
axaXog naouriXTQKJòy ì/w»' yonòu ?.vdi(JTl riVuOvaiòu uéli] tiovìjoì'.. 



136 H. ROMAGNOLI 

quid autem facilius quam ut quidam amanuensis eam par- 
ticulam sic immutaret, ut versuum similitudinem plenio- 
rem efficeret? 

vv. 153-156. 

Cum Theorus, e Thracia reversus, quo ad Sitalcem 
regem legatus missus erat, glorietur se ex illa regione 
Atheuas quam bellicosissimos Thraces adduxisse (153) : 

Kal vvv ònsQ fiax' H (orar ov Gqccxòjv tO^rog 
eTTSfiìpsv (scil. ó ^aGiXevg) vtxiv — 

respondet Dicaepolis (154): rovro insv y ijór^ ou(féq. Quae iro- 
niae dissimulantiaeque causa dieta scholiasta existimat, 
utpote quibus Dicaeopolis significet eos homines imbecillos 
centra prorsusque infirmos iam e prima fronte diiudicari 
posse: Tovio ìpsvóéTcct wg àdd^aròjv f- òì.iyoìv ovtcor. Neque 
vero, illis verbis praetermissis: tJ òkiyon' ovtcov, quae ad Lune 
locum nullo pacto convenire possunt, liaec omnia a veri si- 
militudine abliorrerent, nisi e sequentibus versibus pateret 
Thraces nondum a Dicaeopolide conspectos esse *), immo 
ne in scaenam quidem venisse. Nam praeco nunc tantum 
eos in concionem admittit (155): 

Ot 0Qàxsg devo' odg Oe'oìQog ìjyayer — 

eorumque speciem, quae ridiculosissima profecto fuit, nunc 
primum Dicaeopolis mirarl coepit. 

Alia igitur huius loci interpretatio videtur. Nuper 
enim alii quidam Atbeniensium legati a Perside redierant, 
Pseudartabam, zòv {3aGiXéwg ò(fOa).i.ióv adducentes, sibique 
a rege creditum affirmantes, quem contra Dicaeopolis facile 



i) Haec vero iam E.ibbeckius praeviderat, qui locum ita declarat: 
' Ja, das versteht sich, dass er uns die tapfersten geschickt hat '. 
Zu Gesicht bekommt sie Dikaiopolis erst nachhei', also kann es niclit 
heisseu: ' das sieht man ihnen an '. 



IN ARISTOPII. ACIIARN. ANIMADV. 137 

e nutubus Atheniensem cognoverat, eumqne comitaturaque 
suiim 1) nebulones omnes perditosque iuvenes. Quorum 
fraudem etsi vinitor ille sagax palam osteuderat, in Pry- 
taneum tamen Athenienses "^avvonoXiTai Pseudartabam in- 
vitaverant ; hucque maxime ea legatio evaserat cuius gratia 
inde ab Euthimenis archontis temporibus publicum aes ef- 
fundebatur. 

■ Nunc autem Theorus supervenit, quem permultis ante 
anuis, cum Athenis Theognidis fabulae agerentur, Athe- 
nienses ad Sitalcem regera legatum miserant. Hic quoque, 
non secus ac priores legati, mirabili enarrata barbarorum 
regis erga Athenienses benevolentia, addit a se nonnuUos 
Thraces bellatores Athenas adductos esse. Vix, mehercle, 
fieri potuit quin illieo Dicaeopolidi superior ea legatio 
animo recursaret, ita ut Pseudartabae eiusque comitatui 
similes hos Thraces existimaret, eosdemque in concionem 
tantum adductos ut aliquid, si fieri posset, e publicis opibus 
carperent. Quae a se recte esse intellecta ut significaret, 
nullis accomodatioribus iisdemque brevioribus verbis uti 
potuit quam illis: tovto /àìv ijóì] Cacpé'g, unde haec quae- 
stiuncula exorta. 



De his Thracibus militibus nonnulla adhuc addantur. 
Eos enim Odomantes, eorumque regem Sitalcem Theorus 
nuncupat (156): 

^Ji. TovTÌ zC èari tò xaxòv: 

Os. OóoiidvTOìV CzQaióc. — 

E Thucydidis contra libris constat Sitalcem Odrysarum re- 
gem fuisse -), Odomantes autem a Pollete quodam recto's 

esse 3). 

») Non enira sine comitibus tantus legatus venerat, cfr. v. 115: 
'EXXrjvixóv y ènév^vauv uvóqh? ovtoiI, cfr. v. 122. 

9) Thuc, II, 29. '0 óè TìJQTjs ovrog 6 tov li^xuXxov nciiiÌQ riQdJTog 
O&Qvaaig rj;V fÀsydXrjv ^aaiXslay ini nXéov rijg ciXXrjg Ogay-r^g ènoir^asv, 

3) Thuc. V, 6. IJe^uipug (scil. o KXstJi') naoà JloV.ijy rwr 'odofiufrcoy 
PttaiXétt, cc'^oyia fxia&ov QQÙxag oJ? nXeiarovg. 



138 n. KOM AGNOLI 

Qua de causa autem Aristophanes ita a veritate de- 
flexerifc, fortasse e vocabuli 'Oóói^iarTeg significatione con- 
sequemur. Nam si cousideraverimus eos qui Theorum co- 
mitarentur non Thraces fuisse, verum Athenienses, eosque 
nebulones qui tantummodo vorandi studio Thracum per- 
sonas gererent, continuo videbimus eo nomine, cuius in 
compositione prior pars cum vocabulo òóovg cousonet, ap- 
tissime significatum esse quo maxime, Dicaeopolide indice, 
ii Pseudothraces valerent, id est dentibus. 

Aristophanes igitur cum hos versus scriptitaret, ani- 
mum ad Sitalcem regem et Thraciam intendens, huic no- 
mini 'Oóó(.iavTeg offendit, mire accommodato ut comice in 
hanc significationem deflecteretur, Itaque, cupidi tati indul- 
gens quam semper flagrantissimam habuit in verbis iocandi, 
prò Odrysis Odomantes scripsit, Cur autem regis quoque 
nomen non immutaret ut buie naevo mederetur, et non Pol- 
letem prò Sitalce recordaretur, coniectura forsitan assequi 
potest. Atheniensium enim nullae cum Pollete adhuc pac- 
tiones f aerant ; quae centra paucis ante annis cum Sitalce 
composita erant, Aristophanis versibus, si quid comico poetae 
concedere velis, prorsus imitatione expressa videntur *)• 






Neque de Odomantibus omnia adhuc absolvimus; nam 
quae continuo sequuntur Dicaeopolidis verba eorum aspec- 
tus mirautis (157) : 

etné aoi, covrì ti fjv ; 
Tig Twv OóofxdvTcov vò TTò'og àjTOTsd^Qiaxsv ; 

nemo, nisi quid me fugit, interpretum satis explicavit. 



i) Quae autem in Ai-istophanis comoedia legato tribuuntnr, e 
Thucydidis narratioiie constat Nymphodoro, cuius sororem Sitalces 
uxorem sumpserat, tribuenda esse: 'EAi^wV re slg xù? \4&tjyag 6 Nvfx- 
cpó(fo)Qog, xòi' vlòp (cvTov (scil. J^irccXxovg) 'j&ijycaoy, xóv rs snl Qoaxrjc: 
7ió?,sf.iot' vneóéxexo xnzaXveiy. Hslaeiu ytìq IliuIxìjI' n£\uipai axQccxiùy Qqv.- 
■/.l«v J&}ji'(doig iTiTiéioi' x£ y.c.l neXxc'.oxdJy. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 139 

Primumque omnium veteres lexicographi audiantur, qui 
verbura àjioi^qià^siv qua vi accipi debeat, mirabili concordia 
definiunt. 

Hesychius: ccTtors^Qiaxsv. ànonsifvXXixsv, ànsxà^aQsv. rj 
àè fxeTacpnQÙ ano zwv dvxoffvXXwv. 

Ibd.: ÙTiod^Qid^siv. rò à(pcciQeiv (fv?.kcc avxf^g. xaraxQrjcJTi- 
xùog óè xal rò òriovv àifaiQsTv. 

Etym. Magn.'. ànoO^Qiut,siv. xvQiwg rò àcpsXtìv (f,vXXa Gv- 
xrjc, xaTccxQr^GTixwg rò óvtovv àcfaiQsTv. 

Bekk. Anecd.i p. 428, 5: 'AnoD^QiaGca. ànotfvXXiaai' ^qCa 
yào rà if,vXXc<. x?js cvxffi. 

Cum liis congruit scholiasta : — ànoTsOQiaxev = àné- 
xiXs. xvQiwg óè ànecfvXXiGs avxùg. ^Qiu yàg rà (fvXXa Ti^g 
avxfig — , qui tamen in universo loco interpretando longe 
a vero deflexisse videtur. Qui enim probentur quae con- 
tinuo ille addit : éXeiaivovro óè xal ùtistìXXovto ni 0Qàxsg rà 
aióoTa xal ànoosavQixsva dyfiv ama? Ferissimi per univer- 
sam Graeciam Thraces habebantur, eorum autem asperrimi 
Odomantes: quis credat eos tam delicatae atque enervi cor- 
poris curae indulsisse ? i) Quod si centra evenisse putemus, 
cur Dicaeopolis mirari debuit quae in vulgus procul dubio 
essent pervagata? 

Haec omnia persensisse videtur Blaydesius ^), cum alia 
quaedam coniecit, diversa verbi circoi/Qiàì^eiv usus trans- 
latione : ' 'Anod-già^eiv . . hoc loco significat praeputium 
circumcidere, veretrum denudare : avxov enim xà alóoia, 
■O^qTov praeputium nonnumquam dicebatur: cfr. Eccles., 707, 
P^ax, 1349 '. 

Ncque de avxo) quae Blaydesius contendit negentur: 
verbo autem ^qio) omnino patet propriam non translatam 
vim subiectam esse in loco quem unum ad sententiam suam 



1) Ne immo comae cultui eos indulsisse ex Arcliilochi niiper 
reperto fragmento colligitur quod Reitzensteinius edidit (Sitzungsber. 
d. kòn. preuss. Akad., 1899, XLV): xui 2:(c).fxvd(^r/aaytò ynuyòi^ svcpQOfs- 
a(xaxa) — OQìjixsg àxQÓ ([%} ofj,oi (ex Hom. J 533) — h'c^oLsv. 

2) Aristophanis Acìiarnenses, adnotatione critica, etc. Halis Saxo- 
num, MDCCCLXXXVii. 



140 H. ROMAGNOLI 

confirmandam Blaydesius affert. Quid enim ea verba va- 
leant {Eccles, 707) : 

ToTg yào (jii.ioTg xaì toTg ulaxQoTg 
iìpì]g)iGTai TTOOTiQoig ^iveir, 
éfiàg óè Tè'iog ihqicc Xa^óvrag 
ÓKfóoov (ji'xf^g 
iv loTg TCQoif^vQoig ót(f£(7x}ai, 

neque obscurum videtur, neque in eis interpretandis ambigit 
scholiasta, qui non dubitat addere: tovto óè tra xvì]aixòv 
avToTg tò (fvXXov iiiTionJ. — Quod si omnes fabulas Aristo- 
plianis versaveris, ea translatione sumptum hoc vocabulum 
numquam invenies. Verbum antera àno^oià^eiv eo magis 
ea vi, qua scholiasta sumpsit, usurpari potuit, quod pudenda 
apud Graecos vulgo (Xvxa etiam dicebantur. Quam autem, 
si eum sequamur, e loco sententiam eliciamus? 

Qui panilo ante, svvovyoi iaxsvaaiiévoi, legatos a Persa- 
rum rege missos simulaverant, cinaeduli re vera evaserant. 
Quid, si putemus liand eorum dissimiles hos Odomantes 
fuisse? Cinaeduli autem, ut ab iis quae iam disputavimus 
(cfr. p. 134) elucet, feminas imitati, pudenda sibi abradere 
solebant i). 

Quid plura? Cum Theorus multum esset gloriatus se 
homines ferissimos bellicosissimosque adduxisse, hi autem 
molliter atque delicate pudendis abrasis prodirent, fieri non 
potuit quin Dicaeopolis miraretur rudes eos bellatores ci- 
naedulorum more conciunatos in concionem venisse. Itaque, 
€0S primum intuitus, continuo obstupuit : 

TTOiùìV "Oàoudvrorv ; eiTré i.ioi^ tovrl ri tjV ; 
TIC Twv OóondvvciìV rò rcéog àrTorsd^piaxs : 



1) Haec fortasse respexit Cratiniis ia fabula 'EixTUTTQcefjs'yoi j; 
^Idr.Toc. de qua alias phira. 



IX ARISTOPH. ACIIAKN. ANIMADV. 141 

V. 414 sq. 

Acharnensium seniim ferocia iam infracfca, ad Eurìpidis 
fores Dicaeopolis accedit et ab eo efflagitat ut nonnullos sibi 
e tragoediis excerptos panniculos i) commodare velit (414): 

UXX' àvii^o?.(Jt) TCQÒq twv yovuioìv a , Evomiói], 
óóg noi Qaxióv ti tov TiaXaiov ÓQui-iarog. 
Jet yàq f,i€ Xé'§(xi rei x^QV é^o'<v ^axQccv. 
ccvTì] óè dàvarov, rjv xaxwg keyco, (ftQsi. 

Quos autem pannos primum Enripides perhibet, recusat, 
aliosque cuiusdam mìserioris hominis desiderai (420) : 

Ovx Olì'é'wg r]v, àXX' èV ìcd^hcozèQov — ; 

quibus in verbis aliquid inesse quod universi loci senten- 
tiae non prorsus respondeat, nerao sensisse videtur. 

Superioribus quidem annis acta erat ea fabula quam 
Dicaeopolis bis verbis respiciebat -) : cum vero hic de pan- 
niculis sermo esset quos tunc ille cuperet et qui apud Eu- 
ripidem extarent, praesenti tempore in dicendo, non im- 
perfecto Dicaeopolis uti debebat. 

Accedit quod nonnulla in bis verbis a comico sermone 
abborrere videntur. Nam, cum Dicaeopolis primum dicat: 
ovx Oh'ècog i]v, paullo post (422): àkX' tiegog ^v, vocabu- 
lum Tjv primum ad pannos (422), rursum ad eam tragicam 
personam pertinet, quam in scaenis olim Dicaeopolis spec- 



1) Nerno, ni fallor, sensit hi panniculi translate in verbis am- 
pullas significasse, quibus Euripidis tragoediae scaterent. Neque ta- 
men hoc dubium videtur, neque facere possum quia pertritum illud 
Horatianum memorem : Inceptis gravibus plerumque — purpureus 
late qui splendeat unus et alter — adsuitur pannus. 

2) Verba hic Ribbeckii proferantur, qui locum non satis a ce- 
teris interpretibus explanatum ad liquidum perduxit: ' D. hat gleich 
den Telephos in Sinn, oline sich des Namens bestimmt zu erinnern, 
der erst nachher durch Fragen herauskommt '. 



142 H. ROMAGNOLI 

tasse videtur. Neque hoc discidium ineptum putes, cui co- 
micus poeta indulgere posset. Quin etiam hae concinnitates 
quae vulgo parallelismi nuncupantur, eae sunt, quadara sua 
natura, quae vim alacritatemque comico sermoni adiungant 
si aptae sint et ex omni parte accommodatae: neque si huius- 
cemodi locos in Aristophanis comoediis consideraveris, ul- 
lum invenies qui huic legi omnino non pareat. 

Quod si esquisi\erimus qua ex causa huius loci cor- 
ruptela manare potuerit, mox videbimus verbis àXk' stsqoq 
rjv amanuensis oculos facile decipi potuisse, nisi potius cre- 
damus illum, ut hanc concinnitatis speciem consequeretur, 
arbitrio suo locum ita commutasse. 

Quae autem genuina fuerit lectio, non temere, mea 
quidem sententia, conicere licet. Dicaeopolis enim, Phoe- 
nicis quoque pannos recusans, dicit: Oè (Poivixog, ov, \ àXX 
l'rsQog xtX. Quid si coniciamus hoc efficax denegationis ge- 
nus et antea a Dicaeopolide adhibitum esse ? Neque inele- 
gans versus evadet : 

Oùx Oivscog, ovx, àXX" ex àd^Xiwvéqov. 



, V. 440 sqq. 

Dicaeopolis cum Euripidem exposcit nonnullos panni- 
culos, quibus indutus inimicorum animos iratos oratione sua 
facilius moUiat leniatque, ex permultis quos ille promit, 
Telephi Qaxwixarct eligit atque Mysium pileolum ; nam, in- 
quit (440): 

^f r ... fis dó^ai TTiMxàv €ivai tì]I.I€Qov, 
eìvai f.ièv ÒGneQ eifii, (paivsG^ai óè (nq. 
Tovg f,ièv ^earàg eìóévcii fi' òg sìfi syco, 
Tovg ó' av xoQsvràg 'fjXi&iovg TtaQsaTdvaty 
ònwg àv avTovg QrjficcxCoig (fxifxaXidco. 

Mihi vero, de hoc loco persaepe et diu cogitanti, du- 
bitatio semper in animo haesit. Manaverunt enim duo prio- 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 143 

res versus ex Euripideo Telepho *), quae tragoedia Aristo- 
phani hanc scaenam scriptitarrti ante oculos perpetuo est 
obversata : ex eaque duxit comicus poeta locutioues totas- 
que interdum sententias, quae ad eum dramatis locum quem 
tum scriberet, quodam modo convenirent : qui autem versus 
continuo sequuntvir, quos procul dubio ex ingenio suo fìnxit 
Aristophanes, quo loco siti sunt omnino necesse est sint ac- 
commodati. Quod contra hic evenire videtur. Quae enim eo- 
rum verborum : rovg ^sazàg jti' eldévca — x^of rràe fjhd^iovg 
TTCiosaTurca, fuerit sententia, dubitari, siquidem recte video, 
minime potest : confìsus est Dicaeopolis fore ut, permutatis 
vestibus, spectatoribus quidem notus, a choreutis tamen, 
stolidis et ineptis, prorsus ignoraretur. Sed quamquam et 
stultissimos et ineptissimos, non eos tamen fìngere potuit 
qui nescirent vel mox obliviscerentur quae nuper ex ipsius 
ore accepissent : apertis enim verbis dixerat (385) : 

Nvv ovv !.i€ TTQùQTov tcqIv ).éy£iv iddars 
èvaxsvàa 6/.iavròv olov à&XiwcaTov. 

Neque vero, cum Telephi vestibus indutus, redit paratus 
securi porrigere cervicem, dubitant choreutae quin idem 
ille sit agricola quem panilo ante lapidibus obruere cupie- 
bant (495) : 

TC óqàdsK; ; ri gjTJctsig ; AXl^ Ixfd^i vvv 
àvaiaxvvTog wv (Tiór^govg r àvì]Q, 
ÒGrig 7iuqa(jyJx)V tf^ txÓXh tòv av/^ava 
ànaci iiéXXaig eìg "kéysiv ràvavrCa. 

Neque buie difficultati quomodo mederi possimus in duobus 
commentariis bue pertinentibus invenitur, quorum utrum- 
que breviter perpendamus. 

I. Schol. 443. Kaì olà tovtoìv xbv EvQiniórjv óiaGvQSi. 
ovTog yào aìaàyai xovg yooovg ovvs rà àxóXov^cc (fd^syyof.i8YOvg 
Tij VTCoO^bCsij àXX taxoQiag zivàg ànayyéXXovxag, éog sv taig 

1) Schol.: ol avo aii/oi ovtoi ex Tr}).écpov EvQinidov. 



144 H. ROMAGNOLI 

^oirCàacdC, ovis èj-iTidOwg àvTiXaf.i^avoi.itvovg twv àóixTqS^évTwv 
àXXà i^ma^v àYiininrovxag. 

Haec autem optima, huic loco liaud consentanea vi- 
dentur. Qui enim illis verbis : iiXiOiovg Ttuosatàvui — àXXo- 
TQi'oig Qì]i.iccT[oig GxiixaXit,£a&ai, eandera vim subicias quam 
inesse videmus in: (p^éyysiv fiij àxóXnv&a ttj énod^éasi — tdto- 
QÌag Tiràg ànayyéXXsiv — oi)/. èf,i7ia'd(jùg àvTiXaf^i^dvsct^ai, etc? 
Si Euripidi in tragoediis haec vitia Aristophanes tribiiere 
voluisset, non iis maxime verbis usus esset ! Si cuius men- 
dum quoddam perstringere velis, itane maxime loquaris 
nt prorsus diversa, ne contraria dicam, repreheudere vo- 
luisse videaris? 

Ad rem magis pertinere alterum commentariiim vide- 
tur: Schol. 442/'/v' emrj xOav fxèv ^savwv tò eviraidevrov, tòòv 
óè %0Q£VT(àv rrjv àf.iovaiav. Nec enim ceterae Aristoplianis 
comoediae locis carent iu quibiis choreutas poeta liidifìcetur, 
aut spectatoribus, ut sibi favore velint, blandiatur. Hic au- 
tem quomodo poetae licuit, ut tam inepte iocandi cnpiditati 
indulgeret, totius loci veri similitudinem penitns turbare ? 

Breviter iamperpendamus quaeWoldemarusRibbeckius 
coniecit. Hic igitur contendit Dicaeopolidem iis verbis haec 
significasse, se quae vellet in theatro manifeste exponere 
non posse, sibique ita necesse esse cboreutis historiunculas 
enarrare, e quibus tamen fabulam spectantes quid ipse de 
republica sentiret, perfacile intellegerent i). 

Impediunt vero, ni fallor, quominus haec probemus, 
ipsa verba: Sg elii èyw: quae ita usurpari posse ut signi- 
ficent: ut ego arbitror, nullo pacto concesserim. Ncque 
contendat quispiam Dicaepolidi in comoedia nihil nisi io- 
cularia dicere licuisse. Propius immo ad gravis orationis 
speciem persaepe accedebat vetustum illud comoediarum 
genus ad quod haec de qua disserimus Aristophanea fabula 

» 

1) ' Das Publikum wird gleich erkennen, dass was ich nacliher 
iìber die EntstehuDg des Kriegs sagen werde, nur Scherz ist, was 
ich in Wahrheit voq den Lakedaimoniern halte und warum icli fiir 
den Frieden bin; hier im Theater aber kann ich doch nicht 
sprechen wie in der Volksversammlixng, den Choreuten muss 
ich ein Mài'chen erzahlen '. 

31. 5. '902 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 145 

maxime pertinet, neque a sermonis severitate aliquando 
abhorruit: tò yào óixaiov oìòs xcà fj xQvyoìdCa. Quin etiam, 
velut omnibus patet, plurima quae civili oratori potius 
quam faceto poetae convenisse arbitreris, cum in ceterorum 
comicorum fragmentis, praecipue Eupolideis, tum in Ari- 
stophanis comoediis inveniuntur, maximeque in Acharnen- 
sibus, cuius fabnlae nonnullae partes gravis, sublimem di- 
cam, eloquentiae luculentissima ostendunt exempla '). 

Ncque ficta solum et iocosa quae de belli Peloponne- 
siaci causa Dicaeopolis exponit iudicaveris, ncque vero mi- 
ratus sis in eius oratione simultatem inter Athenienses et 
Megarenses tamquam praecipuam belli causam in medium 
afferri. Thucydides enim àh^&saràxr^v etsi àcpavsaTccrtjv cau- 
sam fuisse dicit Atheniensium potentiam in dies augescen- 
tem -), qua Lacaedemonii perterriti atque exciti essent, oc- 
casionem autem belli primum suscipiendi a Corcyraeorum 
Corinthiorumque simultate datam esse. Namque, ut ex ipsa 
Thucydidis narratione elucet, cum Lacaedemonii ad se om- 
nes ab Atheniensibus iniuriis lacessitos convocassent, Mega- 
rensium querelae de Periclis decreto praeter ceteras statim 
evaluerunt, ita ut legati in Atheniensium conclone decretum 
illud praecipue recordati sint, quo ablato, ceterae belli causae 
omnes fere evanescerent ^). Itaqne in omnium animis haec 
maxime causa belli fuit *). Ncque autem cur Pericles illud 



1) Cfr. Quintil., Instit. orat., X, I 65: Nam et grandis et elegans 
et venusta (scil. comoedia), et nescio an ulla, post Homerum tamen, . . . 
aut similior sit oi'atoribus aut ad oratoi"es f'aciendos aptior. Cfr. Horat., 
Sai., I, 10, 11-12. 

2) Tijv [xèv yàq ct'krj&eaxdtrjv nQÓcpaaiv, c}cpuveGTccTi]u óè ^óyw, tovs 
'A&rjvcdovg '^yovfxai, fieya'kovg yiyyo/néfovg xcd tpó^ov nccQé/ouTccg xoXg Aa- 
xsdcaiÀoyioig àuayxuaat eìg tò noXefxelu. Thuc, I, 23. 

3) noxet>d(dc<g rs ùnuylaxaaS^ab èxéXsvoy, xcd Avyivav civrópofiov 
àcpiévau, xul fxuXiaxd ys ndvxoìv xal èvSr]X6xaTa nqovXeyov tò 
nsQt Meyaqéwv ipìjcpiafjcc xad^eXova i f^ìf ìiv ylyvsad^ui nóXsfA.oy, 
I, 139. 

4) Kcd nccQióyxsg uìXoi rs no?,Xol e'keyov, in àficfóreocc yiyvóuevoi xcug 
yucóiÀUig xcd lóg /or} nole/xElv xcd oig ^iq éf^nódtof elvao xò xpìjcpicTfxct el- 
Qìii't]g, aAA« xciS-sXsìf. Cfr. Arist,, Adi., 535-39, Thuc, ib. : Ol &' 'AS^ì]t'càot 
ol'xs Tf<AAa vTiìjxovov ovxe rò \pìjg}iafj.cc xcc&ijQovy ènixctXoìyxeg èneqyaaiciv 

Studi ital. di filvl. class. X. 10 



146 H. ROMAGNOLI 

in Megarenses iufensum decretum constituerit intellegi 
potest, uec veteres scriptores in hac re omnes consen- 
serunt. Alteram belli causam in Pace fabula Aristophanes 
ipse afifert *), et Plutarchus auctor est propter Anthemo- 
criti, legati a Pericle missi, caedem a Megarensibus per- 
petratam, decretum illud extitisse. Ipse autem Plutarchus 
addit hanc fuisse xoivi'jv xaì cpaveQàv ahiav, et Periclis in 
Megarenses odium aliunde exortum : V7ii]v fièv ovv rig, àg 
è'oixsv, aÙKÒ xaì Idia TtQÒg rovg Msyagéag àiréx^sioc {Peri- 
cles, 30): de hac autem nil scire ille videtur: asserit vero 
Megarenses ut refellerent quae eis de Anthemocriti caede 
arguerentur, illis maxime incusationibus nisos quae in Achar- 
nensium versibus 524-528 ^) continentur, in Periclem eius- 
que pellicem totam culpam transtulisse. 

Et procul dubio fieri potuit ut ab ipsis Aristophanis 
versibus manarent quae de belli causa Thucydidis scho- 
liasta (67) contendit, cum asserit Periclis centra Megarenses 
odium ex iniuriis ab illis in Aspasiam illatis ortum esse. 
Haec tamen non ea videntur quae Aristophanes ipse finxerit; 
potiusque ea, seu vera, seu falsa diiudicantur, in os vulgi 
vagata esse probemus, unde, quod quidem comoediae munus 
est, Aristophanes exciperet. Itaque, nisi comico poetae quid- 
quid amplificandi facultatem negaveris, nullo pacto videbis 
quomodo illa Dicaeopolidis verba ioca tantum ' nur Scherz ' 
existimentur : quin etiam ab eo illam laudem : iyà) óè Xé^oa 
daivà i-iév, óUaia óé, merito sumptam esse facile concedas. 

Kestat ut, si fieri possit, huius loci sententiam aliunde 



MsyaQSvai rrjg yijs ZTJg IsQctg, etc. — Plut., Perici., 29 — ovx «V doxst 
Gv^meaelv vnó ye rwf uXKfav uixiiàv 6 nókefiog xotg Ad^rjpaloig, etg rò 
ìptjcpiafxce XK&s^ety rò MsyaQixòv ènsia&tjacty xcd ifiaXXaytji'ctt, riQÒg tcvrovg. 
Jió xal fiaXiara nqòg xovto, xtX. 

1) Pax, 605. IlQcòrcc fièv yàg tJQ^Sf «r»;? 4>siÓLC(g nQu^tcg xaxdtg • — 
elrcc nsQixkst]g (po^ì]9-slg fxrj [xeidaxoi riig rrj»;?, — rccg (pvasig Tg/uùii' às- 
óoixojg xcd ToV aitoóù'^ Tqónop — tiqIu na&ely ti ósLvòy, cwiòg èSéqikeSs 
rrji' nóXtf — èfi^akiòf (snip&rjqa fj.ixQÒv MsyccQixov xpi](plafXKrog. 

2) nÓQVTjv àè 2ifÀ,ald-av tóvreg MsyaQcc&s — veaviai xXémovai fj,s&v- 
<fox6tra^oi ' — xcld^ ol MeyaQìjg òdt'vctig necpvaiyycofiéyot — ave^éxkeipKf 
Aanaaictg nÓQva avo. 

I 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 147 

conseqiiamur : itaque, ne longum faciam,' quae conieci, etsi 
ea difficultatibus laborare intellego, in medium conferam. 

Puto igitur, neque in hac re a communi opinione re- 
cessisse videor, versus 442-445 illorum qui antecedunt sen- 
tentiam explanasse : non ita tamen ut lucidioribus verbis 
ostenderent quid versus a Telepho prolati sucosa illa bre- 
vitate eaque tragico sermoni accommodata significarent ; 
sed ut Telephi tragoediae momeutum ad quod priores versus 
pertinerent tamquam risibile ineptumque perstringerent. 

Constat enim Telephum in Euripidea fabula, femure 
ab Achillis hasta transfixo, Argos venisse, ibique, squalida 
amictum stola '■), apud choreutas, ducum Argivorum partes 
agentes verba fecisse : idque eo quidem tempore evenisse 
cum qui spectarent in tbeatro haud ignorarent sordidis 
illis panniculis Mysium regem abscondi ; ut clarissime patet 
ex fragmentis. Quorum unum (Nauck", 696), procul dubio e 
prologo ductum, Telephum exhibet cum spectatoribus col- 
loquentem de genereque patriaque gloriantem ^) : 

'i2 yaia nargig, f^v JléXoìp ògi^stai, 
XccTq', óg xs nérQov ^Aqxccóoov dvaxsifXSQOv 
nàv èfi^axsvsig, è'v&sv svxoficcL yévog ' 
Avyrj yàq ^AXéov natg fis xcp Tiqvvd^io^ 
Tixrsi Xa&Qaicog "^HqcxxXsT' ^vvoiò ÓQog 
Ilcco&sviog, è'v^a {irjréQ* àóivcov sjjirjv 
sXvaev ElXsi^vicc — , 

alterum ostendit Telephum narrantem se miseris panni- 
culis mendicum hominem simulasse (frgm. 697) : 

nt(i>x àficpi^Xrjta tfw/iarog Xa^èav qàxtj 

àQXTÌ]Qia TVX^j?, 



i) Cfr. ApoUod., Epit. Vatic, 3, 20. rQvxsaiv '^yicpieafj.évo? eig"jQyos 
àcpixsro. Certe in Euripideo Telepho quaedam Qfjaig inveniebatur, ut 
e versibus efficitur quos ex ea fabula scboliasta refert: /j.tj f^ot cpd-o- 
vri<SBX civSqtg '^EXhjyoji' c'ixQoi, si nrw/ò? wV xérlr^x èv ia&Xotaiu Xéyeiv. 

2) His laudationibus Euripides ipse in Aristopbanis Ranis (940) 
more suo semper in tragoediis usum esse se cornice profitetur. 



148 H. ROMAGNOLI 

tertium autem quibus causis impulsum eas maxime vestes 
siimpsisset (698): 

Ó€i yccQ (xs Trvcùxòv [elvac rrjfisQ.ov] 
€Ìvai fièv oOTisQ slfii, (paCvsad^ai oh /.ii]. 

Quomodo igitur poterant spectatores hominem ignorare 
qui de rebus suìs tam copiose erat locutus? Cum autem 
ille, sordida veste indutus, choreutis advenientibus histo- 
riunculas enarraret, diceretque, non sine ioculari licentia 
quae persaepe in Euripidis fabulis reperitur, Teleplium 
sibi notum esse (frgm. 704): 

otJ' àvÓQK Mvaòv TijXs(pov . . . sits de 
Mvaòq {ysyèùQ) rjv sTts xàXXod^év nod^sv, 
Tccog Toig (AxccioTg) TrjXs(f,og yvcogi^srai, 

atque, ni falsa in boc versu interpretando video, sibi invi- 
sum esse (frgm. 707): 

xaXtàg exoifu. TrjXsgjco d àyw (pQovw, 

cumque sese pauperem esse contenderet (frgm. 703): 

f^ir^ fxoi (f&ovrjdet dvàgsg '^EXXìJvoìv àxQOi 
sì mwyòg wv rérXr^x iv sG&Xotaiv Xs'ysiv, 

fieri non potuit quin apud spectatores cboreutae quoquo 
modo ineptorum imaginem praeberent qui illius verbuncu- 
lis fìdem adiungerent. 

Quae si probentur, facile sit videre quo spectent baec 
Aristophanis in Euripidem salse dieta. Voluit ille poetam 
tragicum perstringere in prologis enarrantem quae si specta- 
tores ignorarent veri similitudinis legibus multo adstrictior 
fabula evaderet 0- 



1) Cfr. quae de prologis Euripideis animadvertit Croisetius, Hist. 
de la littér. grecque, III, 109, sqq. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 149 

Quam reprehensionem aequam vel iniquam existimare 
item licebit : cave autem putes has comici poetae irrisiones 
aequitati criticisque rationibus omnino inservisse. Quod si 
huiusmodi vitnperationes in ceteris Aristophaneis comoe- 
diis consideraveris, nonnnllas quidem invenìas quae neque 
sagacitate neque careant aequitate, ita ut etiam nunc pro- 
bentur: multas autem, ne plurimas dicam, quae civili odio 
solum atque poetarum simultate partae videantur. 



V. 590. 

Cum Lamaclius terribilem in modum Dicaeopolidem 
minitatur (590): * 

Ol'fx' àg re^v^^sig, 
respondet ille: 

Mrjóauóòg, u> Aàixaxs' 
oii yàg xaz' ìa^vv sariv. h J' ìaxvQÒg si 
TI fJb odx à7t€ipwXrj(fag ; svonXog yàq el, 

in quibus quae definite inesset sententia, interpretes, ut 
videtur, nondum acu tetigerunt. Nam, ut eos praetermit- 
tamus qui locum temere alii aliter immutarunt, haec sunt 
Blaydesii verba, ceterorum quoque interpretum opiniones 
una coUigentis: ' Redde : cur non me circumcidis, cur non 
mihi glandem denudas (scil. ense tuo)? Sed ambiguo sensu 
et àTieipwXrjaag dicit, et evojtXog quod bene mutoniatus etiam 
significare potest: nam ojtXov, ut axsvog, nonnumquam valet 
TÒ cdóotov. Ingentem phallum Lamachum gerere, ut supra 
Odomantas (158-161) putat Muller (sic). Vis tamen huius 
loci panilo obscura (sic) est, ita ut latere nonnihil 
vitii suspicer '. 

Quid autem, ambiguitate ablata, àTtoipwXsTv significet, 
Blaydesius piane non dicit; neque tamen putaverim eum 



150 H. ROMAGNOLI 

aliter sensisse atque Ribbeckium, salebrosum locum sic pu- 
dice obumbratem : 

doch bist du so stark, 
mach' einen Streifzug gegen mich, gewappneter, 

neque aliter atque Papium, cuius in lexico haec sunt verba: 
' àTToipcoXsTv: eigtl. die Eichel von der Vorliaut entblosseu 
{Lys. 1136): iibb. geil {Ach. 161); aber nvà (ib. 567) 
= paedicare '. 

In quibus vix videas cur posterìor ea vocabuli vis in 
medium afferatur; prior enim ad amussim verbo àTtoipooXetv, 
quotiens id in Aristophanis comoediis reperimus, convenit. 
A qua demum quo pacto ad tertiam descendatur, nullo 
modo intellexerim. Sed huius postremae coniecturae causa, 
si quid video, fuit quod interpretes omnes, Hesychii aucto- 
ritate nisi, qui asserit òttXov idem ac tò aidolov interdum 
valuisse, illud verbum svonXov trauslata vi, non propria, 
tralaticio more acceperunt. Quod si ad talem gladium di- 
stringendum Dicaeopolis Lamachum lacessisset, quo pacto 
diversa sententia ex eo verbo ànoìpboXslv elici potuit? 

Attamen, si re vera Dicaeopolis ad haec Lamachum 
provocavisset, multo sibi ipse maiorem quam illi iniuriam 
intulisset: quod hic contra evenisse, cum e communi opi- 
nione, tum e verbis efficitur quibus Lamachus, stomachi 
plenus, respondit (593): 

Tavrl Xs'yeig av tòv (TTQccrriyòv nrmxòi wv : 

Verum aliud hic ànoxpooXsXv signifìcavit; verbisque: li 
fi ovx ànsipóaXrjaaq iniuriose Lamachum invitavit Dicaeopolis 
ut sibi turpissima ea voluptate gratum faceret qua tempus 
terere solebat ille Datis de quo in Pace fabula commemorai 
poeta (290): 

ò óscpófxsvóg Ttore . . . ttj? fjisarjfi^Qiag. 

Eiusmodi vero obscenam contumeliam si Romae per trivia 
ambulabis ex ore perditorum hominum hodie quoque au- 
dire licebit, si cui respondeant qui nimis iactator minitetur. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 151 

Itaque non translata vi, verum propria vocabulum 
fijonXov hic accipiendum videtur *). Nam, cum Dicaeopolis 
contendat non alia se ab ilio terriloquo Lamacho formi- 
dare, quid risu dignius quam effingere huic ad tam turpe 
facinus ea ipsa arma usui esse posse, quibus ridicule one- 
ratus in scenam venisset? 

Ut demum venia concedatur si haec tam inverecunda 
tam turpia edisseruimus, ea divini poetae nostri verba pro- 
feremus : 

nella chiesa 
Coi santi, ed in taverna co' ghiottoni. 



vv. 603-605. 

De legatorum nominibus quibus, Dicaeopolide iudice, 
Athenienses publica negotia maxime crederent (603): 

Ti(fafisvo(paivÌ7t7rovg IlavovQyimtaQxidcicq 
irsQovg óè rcaoà XdQr^Tt, Tovg ó' èv Xaódi 
rsQr^to^soódÓQOvg JiofxsiaXa^órag. 

non eodem modo interpretes omnes senserunt. Blaydesius 
enim ad scboliastae potius opinionem accedit, qui ea vera 
nomina quorundam civium Atheniensium esse contendit -); 
alii centra ab Aristophane ea ficta inridendique causa con- 
cinnata hoc magis existimant ^) quod permulta in aliorum 

1) Ceterum, verbum onkoy ea sententia sumptum quam profert 
Hesychius, in Aristophanis comoediis, nisi me fallit memoria, frustra 
quaesiveris. 

2) I. 'O Tiaafxsyóg mg £éyo? xal fjiaaxiyiag xwfÀwdetTca. o de ^cdvtnnog 
tJ? vùiàtjg xcà éTceiQixóg. 6 àè XaQrjg ènl àfxad-Uf óiB^dXXexo. II. Uavovq- 
yi7i7iaQ}(i&ag- rovtovg xuy/^iodeZ (vg nuvovqyovg, tóv rs Tiaafisyày xal xòv 
4'c([yi7iTioy xal '^InnuQ/idrjy xcà réorjxa xòv fpuXccxoóv. 

Blaydesius: Vellicat comicus obscuros quosdam homines Tisa- 
menum et Phaenippum (quos napovoyovg vocat, etc.) et Gereta et 
Theodorura Diomenses .... quos ut iactatores notat. 

3) Muellerus: ' Errat schol. qui bis nominibus certas personas 
significari dicit. Nomina potius comice ficta sunt, et syllaba inn ad 



152 H. ROMAGNOLI 

poetarum scriptis huiusmodi nomina reperiimtur, velut Ar- 
chilochi vel Hipponactis ^vxotQayiór^g (Eustath. 828, 11), 
Alcaei ^o(foóoQTciàìjg (Diog. Laert. I, 81), Gratini ^Eqaaixo- 
vi'àrjg (Kock, frgm. 10), etc. 

Ceterum, nemo interpres, ut mihi liquet, cogitationem 
quidem adhuc suscepit quid ex horum nominum significa- 
tione ad haec effici posset '); quod bic breviter couabimur. 

Tiaafi€ro(faivi7Tnog, ut ordinem quo in nominibus enu- 
merandis Dicaepolis usus est servemus, e duabus partibus 
constare elucet : Tiaaiisvóg, ^aivinnog. In 0aivÌ7t7r(o autem 
quomodo fieri potest ut non omues statim (faivsiv percipiant, 
quod in Aristopbanis fabulis ad sycophantiam significandam 
iibique sumitur? Hoc autem fìctum videtur ad similitudinem 
eius nominis quod frequens apud Athenienses usurpabatur, 
WCXinnog, velut Cratinus §àd-mnnv quoddam composuerat 
(frgm. 10) ut quendam patbicum senem inrideret (cfr. Ve- 
spae, 502). 

Neque minus quorsum Tiaaiiisróg pertineat constare 
videtur. Tuaihca enim hoc siguifìcat, mercedem exigere ^): 
itaque ad pecuniam eo nomine poeta spectavit quam ii le- 
gati e publico aerarlo extorquerent. Neque aliter in hoc 
ipso verbo atque in ós'xsd&ai, àxalaSai^ xlàeiv iocatus est 
Cratinus, ea nomina fingens (Kock, 100): Tiaaf.i€vóv, Js^a- 
fjisvóv, 'Axeaafisvóv, KXavaaixsróv quae quemadmodum inter- 
preteris, cfr. Kock ad fragm. — Quid navovQyog valeat, ita 
liquet ut nihil ad hoc disputemus : nemo enim cum Muel- 
lero consentiat hoc nomen cuiusdam iuvenis fuisse. 

Quod postremum attinet ad l'nnovg atque lUTiccQxiàag, 
quae verba nominibus de quibus disserimus clausulam quan- 
dam praebent, iis haud dubie poeta hoc signifìcavit, na- 
vovQyiav atque Gvxocfavriav Athenis ita pollere ut qui iis 

ordinem equestrem spectat ut ^Eiói-nniSì]? in Nubium fabula '. Idem 
sensit Kockius (ad frgm. 10 Gratini, ubi cernere licei quae de Era- 
smonide admonet Meinekius). Ad haec dubitans accedere videtur 
Woldemarus Ribbeckius: ' Moglich, dass Aristophanes bier gar keine 
bestimmten Personen im Auge batte '. 

1) Vix enim consideranda quae ad OsódojQoy Blaydesius adnotat. 

2) Odyss. XIII, 14. ì]f^6tg J' ccvts uystQÓ^evoi, xcaù ó'fjuoi' — xiaófxe&a. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 153 

se penitus dederent, non pedibus, velut xaXoxàyad^oi ple- 
riqiie, verum equis et curru per iirbem veherentur *), neque, 
velut Dicaeopolis ceterique optimi cives, gregarii in stra- 
mentis ad propugnacula cubarent -), verum, summum im- 
perium cousecuti, tumentes IjinalextQvóvsg militibus impe- 
ritarent, ut Diitrephes ille qui vimineis enisus pennis 
{Aves 799): 

fjQéO^rj (fvXagxog, el^' l'itrtaQxog, elt i'§ oiósvbg 
fisyàXa ngàzTei, xàari vvv ^ovd^òg InnaXsxTQVóav *)• 

Ut XàQì^ra praetermittam, quo in investigando nibil 
profecisse fateor, reliqua sunt quae considerentur nomina 
reQi]To0^aoówQovq atque Jio}.ieicc).cct,óvaq. 

Quorum prius, utraque duarum quibus constat parti- 
bus: — réQì]g' QeóóoDQog — , eadem quae nuper diximus 
significare videtur, scilicet eos legatos incusandos esse qui, 
pecunia corrupti, ut ipsi profìcerent, patriam proderent. 
Cui quidem rei piane accommodatum videtur vocabulum 
òòùQov, quod in OeoócoQo) prorsus enitet (cfr. ócoqoóoxsTv): 
quique in manibus sunt duo loci proferantur in quibus 
eodem modo locati sunt Cratinus et Aristophanes noster. 
Hic enim in Equitibus de Cleone enarravit (987): 

gjaGÌ yàq avTÒv ot 
naidsg ot ^vv£(foit(ov 
Tfjv /ioìQiaxl f.ióvì^v ivao — 
i.iàvTaa&ca i^ai.ià tyjv ?.vQav (cfr. 996) — : 

Cratinus, ut quendam sycophantam eundemque venalem 
morderet, Jwgov ei nomen imposuit (Kock, 69) : 

JcoQOÌ avxonédiXe *). 

i) Thesmoph., 811. OJcJ'' «V xXé\pc<Gu yvvrj l^Evyai y.arcc nsytìjxouTcc 
xdXuvxcc — èg nó'Aiv ìld^oi, twv (ìì^uoaiwu. 

2) Ach.^ 71. Jix. — acpódoa yÙQ èaùìì^ó^rjv èycò — nuQÙ zijy enaX^iu 
ev cpoQvxM xaraxsifusfog. 

3) Cfr. Pax, 1172 sg. 

4) Scliol. ad Equit., 529-30. KQcalvov ^us'Aovg ccQ/ìj.axùinrwy éé riya 
ixeivog ówooóóxov xcà avxocpdyiijV tovto slney, xiX. 



154 H. ROMAGNOLI 

Nec alia, illud fingentem nomen régrjg, Aristophanem cogi- 
tasse crediderim. Quod si plerumque alia quadam significa- 
tione ysQag usurpatur, ne tamen obliviscaris multum comicae 
libertati, praesertim in bis verborum iocis concedendum. 

De àXa^óvi non plura quam de ttcxvovqyv "^erba facienda : 
de Jioi.ieìo) nonnulla fortasse e scbolio ad Vespas coniectura 
assequemur (v. 82): rj cfdó^svov. 'O f.ièv TCQÒg xòv àya&òv 
tqÓtiov sins rò (piXó^svog, ó óè wg xvQiog -^gnuas. xal yàg ó 
(Pikó^svog ixwfxoìósho wg nógvog. EvnoXig iv IlóXeaiv : eari óé 
Tig ^ijXsici WiXó^evog ix Jio^^isiwv xal (pQvvixog ^atvQOig xxX. 

Licet suspicari Philoxenum revera ab eo pago origi- 
nem duxisse, Eupolidemque, redundantiae indulgentem, non 
sine quadam dicendi vi, tanti hominis patriam quoque me- 
morasse. Quid tamen si putemus plerosque Diomenses eo 
vitio laborasse, ita ut omnes órjfiórai per universam Grae- 
ciam non bene audirent, atque ab Eupolide hic potissimum. 
pagus memoraretur, quo nullus patriae locus Philoxeno 
magis convenire videretur ? Quanto maiore comica vi prae- 
dita ea pagi mentio continuo evadat, quae, tali signifi- 
catione ablata, supervacanea quoquo modo videatur ! *) 

Ut summatim quae disserui perstringam, probentur 
necne quae de Jioixeioì conieci, cetera tamen nomina ita 
conformata videntur ut fere omnia vitia significent quae 
tic illic, occasione data, saepenumero poeta civibus suis 
obicere solebat. Hoc autem casu quodam evenire vix pro- 
baverim. Ceterum satis fuit horum nominum significationes 
quas licuit inquirere : quod omnes interpretes, quantum 
quidem scio, mira neglégentia adhuc praetermìserant. 

V. 849. 

Cum choreutae Dicaeopolidi gratulantur quod is apud 
domum suam privatas nundinas sibi instituerit scelestosque 
homines, nebulones, famosos quibus Athenae scaterent ef- 
fugerit, Cratinura quendam etiam memorant (849) àel xs- 

1) Cfr. Rancie, 651. Quae de ' y6}.ioTonoioìs èif rtò Jiofxéiop 'H^uxìalio ' 
Athenaeus (14, G14 D) exhibet, ad alia suspicauda fortasse ansarti 
praebent. 



IN ARISTOPH. ACHARN. AKIMADV. 155 

xaQfuvov }.ioi%òv {.uà fxaxaiQa. De hoc viro scholiasta refert : 
Ovtog f-ieXwv noirjXiqg. xoofioìòsTrai óè ini {.LOi%sia xaì wg àcé- 
fjivcog x6iQÓi.isvog. {loixòg óè sióog xaì ovovia xovQàg àngs- 
novg xivaiówóovg. (jiicì óè {laxaiQo. einav o xaXov^isv 
^VQcc(fiov: quorum nonnulla in suspicionem cadere videntur. 
Illud enim verbum fioixóg si genus quoddam capilli ton- 
dendi significasset, ob eam tonsuram, ut ex illis verbis fiià 
{.laxccigcc efficitur, omnino aut partim caput abradi debuit: 
sed huiusmodi tonsura Athenienses eo tempore usos esse, 
ncque a veteribus auctoribus, quod quidam sciam, tradi- 
tum est, neque e pictis vel sculptis imaginibus quae plu- 
rimae Graecorum artificum adhuc exstant, colligi potest. 
Quin etiam apud eos crinem promittere mos fuit omnibus 
liberis hominibus qui a servis hoc cultu distinguebantur i). 
Elegantiorura autem iuvenum fuit non minus huic usui 
indulgere ^) quam illorum equitum qui in Aristophanis Equi- 
tibus inducuntur a civibus hoc tantum praemii prò meritis 
in bello contra Persas petentes ut sibi cutem atque comam 
curare liceat (579) : 

rjv TtoT siQrjvf] yévriTai xaì rróvcov TtavCwfJied^a, 
(xl'j (f&ovsXd^ rj/jiTv xofjiwai (XTqó' ànsd'cXsyyiaixévoig. 

Cinaedos denique nullo pacto crediderim tum induci po- 
tuisse ut crinem ferro demeterent ^). Quod si postremo illum 
Pollucis locum versantes ubi plurimi enumerantur capitis 
cultus (II, 29 sqq.), ex his pboixóv frustra quaesiverimus, iure 
suspicari licebit scholiastam quae hic de {loi^c^ perhibeat 
ex suo ingenio tantum finxisse '*). 



1) Cfr. Aves, 911: "Eneiru ófjxa óovlog tlìv xó^tjv s^sig; 

2) Cfr. Nubes, 14, 332. 

3) Cfr. Nubes, 1098: no).v nksloyces, vi^ xovg &sovg, — xovg svqv- 
TTQwxtovg- xovroyl — yovv olà' èycò xclysifovl — xcd xòu xofiìjxrjy 
xovxovi. 

4) Quae si ita sint, nulla iam maneat auctoritas in iis Pollucis 
verbis : eXsyof àè ol xwfiMÓol xcà xeiQead^ai fiià f^a/aiga (sed B ómX^ 
juce%càQ(e) ini xiòu xcdlwniCo^uéywv — , quae profecto ex ea scholiastarum 
falsa interpretatione manaverunt. 



156 H. ROMAGNOLI 

Id tamen partim coniectura "Woldemarus Ribbeckius 
iam assecutus erat. 'Da Kr. init seiner Flachkopfigkeit noch 
das Laster der ixoixeia vereinigte, so heisst er hier fxoixòv 
xsxaQfxavog, niclit als ób fioi^óg ©in sìàog und òvofxa xovQàg 
ccTiQSTtovg xivcKiówdovg wàre, wie der Schol. behauptet, son- 
dern weil sich iu seiner Haartraclit die ganze Leerheit 
seines innern Weseus kundgab, die sich wiederum àusser- 
lich in seinem sittenloseu Lebeu abspiegelte '. 

Haec, etsi quid inconcinnum vel potius artifìciosum lia- 
bent, non tamen prorsus refellenda videbuntur, si ea quo- 
dam modo temperemus et poetam putemus verbum f,ioixóv 
prò eo altero adhibuisse, quo rasurae quoddam genus Athe- 
nienses designarent, et illud tantum significare voluisse, 
Gratini iioiy^dav iam primo visu e coma diiudicari posse. 
Quod autem liaud facile fuit; neque ea verba ^u« ;itax«t'(»a 
non omnino supervacanea evasissent. 

Sed quae nobis haec investigantibus usui sint, in non- 
nullis Aristophanis locis inveniuntur cum hoc qui in ma- 
nibus est congruentibus, quibus in interpretandis omnes, 
nisi fallor, a veritate aliquantum deilectunt. 

Primumque omnium, in Avium fabula Peisthetairos 
Euelpiden per ludibrium cum ansere slg svvéXsiuv dex^icto 
conponit, atque ad haec Euelpides (806): 

aò óè xoipix(i> (scil. è'oixag) ye (!xd(fiov ànoTSTiX}iévo^y — 

de quo ànoTSTili^uvoì monet scholiasta: ' àvzl rov ànoxs- 
y.aQiÀSV(i>. évo óè ei'órj xovQùg, axdcfiov xal x-rjnog (tò [lèv ovv 
axàffiov €V XQV' ^ ^^ xfJTVog rò nqò }istw710V xsxodixfia&aì) . 

Verum, etsi facile concedimus ànoxillsadai eadem vi 
qua ànuxtiQsaOai usurpatum, quid tamen artifìciosius, quid 
inelegantius esse potuit, quam merulam cogitare capite qua- 
libet hominum tonsura carminato, ut cum ea ave quam hoc 
modo exornatam nemo umquam vidisset quidam homo com- 
parare tur? Hac arte, mehercle, in rebus comparandis ne 
putaveris unquam usum esse Aristophanem ; qui contra in 
tali re semper elegit quae in hominum oculis perpetuo ver- 
sarentur. 



IN ARISTOPH. ACIIARN. ANIMADV. 157 

^xttCfiov autem, Polluce auctore, idem atque xs(paXi] si- 
gnificai (II, 39) atque hac vi procul dnbio id vocabulum 
sumptum videmus in fragmento quod a Polluce eodem in 
loco servatur: 

Iva firj xciTayrjg rò axcccfiov TiXr^yslq ^vkoì — ')• 

itaque iam patet Euelpiden in loco de quo disserimus hoc 
significare voluisse, Peisthetairon, qui utpote senis -) atque 
ridiculus, calvus ^) procul dubio fuit, plumis indutum eius 
merulae similem esse quae capitis pennas quoquo modo 
amisisset. Aves vero capitibus deplumatis baud rarae con- 
spici possunt, quod, ut ait Aristophanes (105): 

TÒV %£lH(bVCC TtàvTa TOìQVea 

ntSQOQOVsl. 

Impedit vero, si Blaydesio credamus, quominus locum ita 
interpretemur, quod ante axà(fiov articulus desideratur. 
False autem in hac re doctum virum persensisse, e plurimis 
veterum scriptorum locis efficitur, quorum ut qui in mani- 
bus sunt proferantur, Anacreontis haec sunt verba: xó^ii]v 
TTwymvà r" éxrsTiXf^svog, et Aristophanis in Lj^'sistrata (149) : 

El yàg xa&oifisd^ avóov svrsTQtfXfjisvai 
xàv ToTg xf'^f^viOKn roTg ài.ioQyivoig 
yvi-ival TTagiotfXsv, óéXra TTagazeriX/isvai, 
(Stvoivr' àv àvÓQsg, 

ubi quid velit illud óéXxa ita liquet ut vix perpendenda 
existimentur quae monet Blaydesius, hic quoque, ut sibi 
constet, contendens vocabulo déXxa ' depilationis quandam 
speciem aut formam ' denotari. 

1) Qui versus in Dindorfiana editione ita legitur: Iva firl xaxayfig 
axdcpiov xrk. 

2) V. 320: 4>tjfz' ccn àvS-Qcóncoi' ixg)t/&ai ^sìqo ngsa^vrcc di'o. 

3) Cfr. etiam quas antiquorum ludorum scaenicorum imagines 
pietà vasa exhibent. 



158 H. ROMAGNOLI 

Quae si probentur, causa non est cur dissimili vi hoc 
verbum sumptum diiudicetur iu eo Thesmophoriazusarum 
loco, ubi choreutae queruntur quod promissis capillis ludos 
in primis sedibus spectent timidorum scelestorumque ho- 
minum matres quae contra debuissent, axà(fiov ànoxsxaq- 
fisvai post eas mulieres sedere quae fortes viros peperissent. 
Quod autem ad haec scholiasta monet, axà(fiov fuisse sìóog 
xovQccg óovXixfjg, quo pacto cum insigni Hesychii loco con- 
gruat, asserentis axdcfjiov fuisse slóog xovQàg Trjg xecpakfjg ò 
x£ÌQ60&ai (pam rag éxaiQèvovaag, minime video. 

Sed quid multa? Quae huius loci sit sententia, ex iis 
verbis quae continuo sequuntur piane colligi potest (839): 

TfjT yàq sìxòg, w nóXig, 

Xevxà xccl xófiag xa&sXaav nXrjaiov zfjg Aanà^ov; 

Hic enim, cum verba: xó^iag xad^iévai concinne atque definite 
eis opponantur quae mox sequuntur : axà(fiov ànoxsiQsad^ai, 
cum illa 2>romittere, tum haec procul dubio praecidere comas 
significarunt. Quod luctus atque maeroris signum apud Grae- 
cos fuisse neminem fugit i). Itaque, Aristophanis sententia, 
eas mulieres quae tam scelestos fìlios peperissent oportuit 
non alba veste, non comis promissis, verum capite raso, 
ac si in luctu essent, in omnium civium conspectu sedere. 
Nunc autem ad ea veniamus quae in Ecclesiazusarum 
fabula Praxagoras Blepyro dicit (721): 

xaì rag ya óovXag otyi àsT xoùfxovfiévag 

TT^V TÙÓV iXav&sQoov V(paQ7là^SlV KvTTQtV, 

àXXà TtuQà ToTg SovXoig xoip&ad^ai fióvov 
xttTcovdxrjv TÒv x^iQOV ànoxsziXfiévccg. 



») E phirimis scriptorum locis (ut II. XXIII, 135 sq., 152, 
IV, 198 ; Soph. Electr., 449, Plut. Cuns. ad uxor., 4, Athen., XV, 16, 675; 
Lue. De luctu, 11), ille tantum Euripideae Alcestidis proferatur in 
quo rex alt (424) : nàaii/ óè ©STTaXoTaiv wv èycì xqcctóì néfS-ovg yvymxòg 
zrjaàs xotyova&cci 'Aéyoj xovqc7 ^vQìjxet xal fis^ay^i/^oig nénXois. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 159 

Quid postremus versus significai? Credamusne Blaydesio 
liic a poeta quoddam novum depilationis genus designatum 
esse? Quot unquam talis rasurae genera aut esse aut fingi 
potuisse putemus? 

Sed e scholiastae verbis: xarcovdxrjv — tficcTiov ex twv 
xaTCìì fxsQwv vdxog, zovrÀan óixp^éQav, neQi€QQaj.inévov, haud 
inverisimile evadit similitudinis gratia (huiusque modi, ut 
omnibus patet, in comoediis Aristophanes ubique aucupatus 
est) verbum xavcovàxr.v prò x^^QV ^ poeta adhibitum esse: 
qui, ne ambiguitati locus daretur, etiam vocabulo proprio 
raox usus est. Quod ne insolens videatur, praesto est Avium 
fabulae locus (388): 

xal TÒ óÓqv xQ^} ^òv ò^sXidxov, 

ubi eodem modo vocabula quae idem sibi volunt iuxta se- 
quuntur. 

Hermippi demum versum a Polluce servatum (IX, 70-71) 
perpendamus : d'ri ó^ àv xal avi.i^oXov ^qu^v vofiicffidriov, rjfiC- 
Tovóv TI vofiiùfiazog. 6 fièv '^EQfiinnog èv <PoQfjio(pÓQOig Xéyei 
(Kock, 61): 

nttqà x&v xa7r'ì]X(av Xijipofiat rò dvii^oXov 

iv óè Totg jTjiióraig (Kock, 14) : 

oì[ioi %i ÓQaaco (TvfJi^oXov xsxaQfisvog ; 

(xexàg&cti a'oixs rò ijfiKfv}. &(fTs fj ex ^àtégov ixóvov tszvtcco- 
a^cci Tovro ósT TÒ vofiiafidriov vosTad^ai, t] óiaiQsiCx^ai, é)g 
è'xsiv TÒ fisQog sxaTSQOv, tóv ts niTiQccGxovTa xal tòv àvov- 
lisvov, ini avfi^óXo^ tovto) (xév ti TiQoeiXr^cfs'vai, tò óè ivoifeC- 
Xeffd-ai. 

E verbis ósT vosTa^ai apparet quae de avu^óXov forma 
exhiberet Pollucem, ipsum haud satis explorata habuisse, 
verum ut quandam a versu sententiam eliceret ea conie- 
cisse quae si quis cum ceteris locis comparet quibus avfj,- 
§oXoY quodam modo memoratur, minime confirmet. Licet 



160 H. ROMAGNOLI 

tamen haec a Polluce coniecta sint vera: quae convenientia^ 
quae comicae argutiae esse potnerunt in semiraso capit© 
cum nummo quolibet modo dimidiato comparando? i). Ita- 
que non haec probarem, etsi nuUam sententiam haberem 
huic loco potius accommodatam. Verum xsiosiv in comicorum 
poetarum sermone -) idem atque à(faiQata&ca significabat ; 
de quo luculentissimum exeraplum ex Vespis est (1311): 

'O ó' àvaxgaywv àvr^xaa' adròv Tcdovoni 
rà x^Qicc tov tqì^covoc. àrrOjSejShjxÓTi 
23£VsXco T€ rà Cxavàgicc óiaxexaoixévo^. 

Neque aliam in loco de quo disserimus huius vocis vim 
fuisse putaverim, eaque verba dixerim alicuius indigentis 
liominis qui de nummo sibi surrepto quereretur ^). Quodque 
nimii atque immoderati in verbis oi}.ioi ri ÒQuau) ad tam 
parvulam calamitatem conquerendam adhibitis reperitur, 
id maxime comicorum moribus convenit, et ad amussim 
haec querimonia iis Dicaeopolidis verbis respondet quae 
supra protulimus: oTfxoi tàXag ànóXXviiai. 

Itaque, utcumque de Thesmoplioriazusarum loco sen- 
timus, cui tamen vix eandem sententiam quam Blaydesius 
tribuas etsi quae disseruimus repudias, e ceteris locis quos 
excussimus gravissimoque ilio quo iam usi sumus ad Blay- 
desii coniecturam reiciendam: 

yvfivaì TTaQioifxsv, ós'Xza TcaQccrsTiXfisvai, 

prorsus efficitur ea vocabula sine ullo articulo proinde quasi 
relationis accusativos cum verbis ànoxsiQsiad^ai, ànoxiXXs- 

1) Kockius : avfA^o'koi' xexctQ/uéi'og est 6 TTJy rjjxiy.QaiQc.v r?;V tré^uv 
tpiXiqv e/coi', Arist, Thesmoph. 227. Quae verum minus accurate a 
doctissimo viro scripta videntur, cum in Aristophanis loco non de 
maxillis verum de capite dicatur. 

2) Ceterum ex ipsa rei natura sequitur ut a prima ad hanc 
translatam signitlcationem verbum xeiQSiv labatur; nam apud uni- 
versos fere populos huiusmodi metaphoi-a reperitur, ut Italico tosare. 

3) Cfr. Vespae, 787 sqq., Aves, 503, Ecclesiaz., 382. 

31. 5. '902 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 161 

a&ai, ab Aristophane coniuncta, non rasurae quoddam genus 
significasse, verum illam corporis partem quae abrasa prae- 
dicaretur. Quod ita esse in quibus locis articulus invenitur, 
nemo, quantum scio, in dubium vocavit {Lys. 89): 

xof-Ufióvara tijv §hjXé ys naQat£ttXf.isvai — 

Pherecr. frgm. 108, 29: 

fl^vXXiwdai, xaì rà qÓócì x€xaQf.u'vai *)• 

Quid plura? Si quid analogia potest, haud dissimili 
ratione cum xsiQsad^ai coniunctum fxoixóv iudicabimus : cui 
tamen verbo vis propria hic non convenit. Ad quam potius 
translationem respiciamus, monent, quantum ego coniectura 
assequor, ea verba quibus Dicaeopolis, Liberalia agens, Phal- 
lum alloquitur (265): 

^vyx(ù(jbov, vvxTOTTeQiTtkavTJtrjv, iioi^óv, xrX. 

Quod autem vocabulum epitheti loco cum Phallo hic con- 
venire videbatur, fieri non potuit quin aliquando ad Phallum 
ipsum significandum adhiberetur: quo comparationis ge- 
nere mire in comoediis Aristophanes delectatus est. 

Idem igitur verba i^ioixòv xsxaQfXèvog valent atque tò 
TTé'og xsxccQixévog — ; iisque Aristophanes quemlibet Cratinum 
obiurgavit qui raoUitiae ita indulgerei ut feminarum more, 
pudenda, neque id lampade, velut rudiorum -), verum deli- 
catissime -atque accuratissime novacula sibi abraderei. Quod 
idem fuit ac ei naiósqccatCag iurgum obicere. 

vv. 920-925. 

Qui sii dolus quo Nicarchus Atbeniensium classem in- 
cendio deieri posse a Boeoto mercatore dicat, neque ex ipsis 



1) Haec Kockius ita immuta vit: r« qóóu xal xex. v.il. 

2) Ecdes., 1 sqq. 

Studi ital. di filol. class. X. li 



162 H. ROMAGNOLI 

Aristoplianeis versibus i) satis apparet, neque interpretes 
omnes in hac re consentiunt. Quorum in numero, ut a ve- 
tustioribus exordiamur, ostendit scholiasta Ti(prjv parvulum 
scarabaeum fuisse, ^«Jov xav^aQwóeg, cui, Nicarcho iudice, 
Boeotus mercator poterai linamentum incensum infigere, 
eumque per auras iiagrantem usque ad navalia mittere. 
Quae autem si probemus, causa non est cur non de vÓQOQQÓa 
mentionem omnino supervacaneam putemus, praesertim si 
consideraverimus quam vim buie voci subiciant scholiastae. 
Ex horum enim interpretationibus colligitur éÓQOQQÓag ca- 
naliculas fuisse per quas pluvialis aqua e tectis aedium in 
viam deflueret (cfr. schol. Acharìi., 922, schol. Ves2y., 126). 

Sed TÌ(pì]v constat plantae nomen etiam fuisse, tiphae la- 
tifoliae, quae ab ipso Tlieophrasto memoratur {Hist.j^lant. 1, 8), 
et quam Aristoteles aptissimam dicit ad pustulas medendas 
(Hist. animai. IX, 21 : ix^àXXovai óè rag x«^«^a? Tcctg TÌ(pmg)- 

Itaque recentiores interpretes, plantam, non animai, 
commemoratam contendunt; neque buie loco accommodata 
existimant quae de vógoQooTg exhibent scholiastae, potiusque 
probant eas fuisse canaliculas, ex urbe Piraeum versus de- 
ductas, per quas, ricf)] prò scapha, linamentum flagrans Boeo- 
tus mercator usque ad naves mittere poterat. ' Wie das 
nun eine Dacbrinne sein kònne, ist vòUig unklar, man 
wird also wobl an eine Art Wasserstrasse auf der Erde zu 

denken haben und nicbt an ein Insect als Medium, 

das sich ja ein vor dem "Wind geschiitztes Fleckchen 
aufsucheu kònnte, sondern an eine improvisirte Art Fahr- 
zeug flir das Wasser als welches der Halm immerhin gelten 
kann ' 2). 

Nec tamen bis niliil obici posse videtur. Quid aliud 
enim esse bae canaliculae potuerunt, nisi aut cloacae, quem- 
admodum Blaydesius interpretatur, aut rivuli imbribus 
intumescentes ? Attamen nulla fuisset causa cur oporteret 
Boeotus vir ventosum diem opperiretur; ipsa enim profluens 

1) V. 920 Sg. èy&sis ur (scil. x-qv Q^qviùXiSct) eis ricprjV nvrjQ (ioiió- 
riog — ccxprcg ccv ianéfi.xpsiEy i? TÒ vetÓQiov — di vÓQOQQÓag, ^oQsccf èniTi]- 
Qì]ac(g fxéyav. — xeXnEQ Xd^oiro xàv vsiàu xò nvg anu^, — ae'kayoTyx' liv. 

2) Wold. Ribbeckius, v. supra. 



IN ARISTOPH. ACHARN. ANIMADV. 163 

aqua facillime poterai calamum vehere. Quod si putes illi 
§0Qéav (.ityav expectaudum fuisse quo celerius venti flatibus 
classis cremaretur, haud ita facile intellegas quomodo tam 
exilis tenuisque calamus linamenti flammam per aquas in- 
tegrala servaret. Quod si liaec omnia ficta et iocosa, non 
ea tamen esse potuerunt quae a veri similitudine prorsus 
abhorrerent. 

Ab horum sententiis omnino Elmsleyus dissentii, qui 
locum ita interpretatur, ac si sycopbanta dicat ' periculum 
esse ne ilXvxviov accensum per cavum et fìstulosum ricfr^g 
calamum spiritu oris in navale propellat Boeotus ' . Hic iure 
quaerit Eibbeckius : ' was batte dabei die vóqoqqóu zu ma- 
chen? ' 

Quae omnes explanationes, etsi a vero disiunctae sin- 
gillatim videntur, tamen in iis nonnulla arbitror esse e 
quibus recta huius loci interpretati© colligatur. 

Primum enim, rt'^?^ plantam quandam, non animai si- 
gnificavit; quod si contra fuisset, scarabaeus certe, utpote 
animai tam parvulum, a ventu prorsus dirigi poterat ; quae 
autem causa fuisset cur illud in vÓQoQQÓav Boeotus vir im- 
mitteret quae, ut Eibbeckius merito contendit, ' muss 
durchaus die Strasse fiir das zu Befòrdernde sein? ' 

De vÓQOQQÓa autem quid potius credamus, colligimus, 
ni fallor, e Vesparum versibus quibus servi queruntur Phi- 
locleonem senem domi haud posse contineri (125) ; 

'O d è^eóióqaoxs óid re ròóv ìSqoqqo&v 
xcà Twv ÒTTóóv. rjf.i€Tg ó' òg rjv rsTQì]^éva 
sr£^v(ja{.i€V QUxCoiai xàTcaxTuxyaixsv. 

Fuerunt ergo vóqoqqóui, ut scboliastae verbis buie loco 
adpositis utamur, ot xolXoi tóttoi, Si &v x^ìoel rò vócao tb 
èf vsxmv. Quae si cum altero scholio, locum de quo disse- 
rimus declarante compares {Ach. 922): — vSqoqqóu xaXsnai 
rò fiéoog xf^g avsfpaviòog, ói ov rò àrrò xov 6}.i^Qov vówo <fvv- 
ayófjisvov xaxéQxexai — , ncque obliviscaris in rebus exterio- 
ribus atque ad usus vitae pertinentibus maximam fidem 



164 H. ROMAGNOLI, IN ARISTOPH. ACHARN. ETC. 

praebendam esse antiquioribus interpretibus, quamvis eos 
intimam locorum sententiarumque vim intellexisse iure in- 
terdum negaveris, nihil aliud eas canaliculas fuisse animo 
effingas quam fictiles vel potius metallo confectos tubulos, 
velut in Pompeiana quadam domo etiam nunc videre licet. 
Quomiuus mera tecti foramina illas fuisse putemus impe- 
diunt ipsa verba scboliastae, a quo nullo pacto, si ita se res 
habuisset, vocabulum róiroi adhibitum esset. Neque id mirum 
videatur, Philocleonem per tam angustos locos fugam mo- 
litum esse : incredibili enim amplifìcatione quae tamen a 
ridiculosa comoedia non abhorreret, volnit poeta furentem 
erga óixag senis amorem significare. 

Quae si ita fuerunt, potuit Boeotus, ut Elmsleyi coniec- 
turam partim sequamur, in quodam vÒQOQQÓag fragmento 
calamum immittere, cui flagrans linamentum adhaereret; 
quod cum tubi foramen omnino praecluderet totamque 
spiritus vim retinens ad calamum transmitteret, potuit 
hic, velut sagitta, multa vi emitti; non ea tamen quae 
adversi venti, si quidem forte ilaret, impetum superaret ; 
itaque oportuit Boeotus mercator vehementem Aquilonem 
exspectaret, qui ventus ex urbe Piraeum versus exspirans 
magnopere illius operi favere poterat. 

In quibus aliquid inelegans ineptumque inesse fateor; 
quod tamen non ita miraberis si reputaveris in hac fabula, 
quae ad primam Aristophanis aetatem pertinet, buiusce 
modi plura inveniri posse, quae prioris (poQzixfjg xcofioìdiag 
alarissima adhuc vestigia ostendant. 

A quibus etsi recentioris comoediae facetiae longius 
recedunt, raro tamen eae sunt quae nares acutorum homi- 
num non aliquando offendant. 

Hectoe Romagnoli. 



CODIOES LATINI 

BYBLIOTHECAE VNIVEESITATIS MESSANENSIS 
ANTE SAEC. XVI EXARATI 



DESCRIPSIT 



VINCENTIVS VSSANI 



A. (Ex fondo antico). 

I (16). 

Yitae complurium sanctorum, quorum nomina folia 1-2 con- 
tinent. Incipit f. 3: Cum "plurimi sacerdotes sanctorum pas- 
sionem et vitas non haheant et ex officio suo eas nec ignorare 
nec tacere debeant ad excitandam fidelium devotionem Ì7i sanctos 
eorum maxime vitam qui in Kalendariis annotantur succinte 
j>erstringimus. 

Membran. ; cm. 18,3 X 13,2 ; if. 155 num. ; scr. saec. XIII ; binis 
columnis. 

II (4). 

Evangelium secundum Matthaeum perpetuis adnotationibus 
illustratum. Incipit: Cuvi multi scrijpsisse evangelia legantur 
soli mi evangeliste matheus marcus lucas iohannes apud 
maiores nostros pondus auctoritatis ohtinere est probatum. Inde 
a f . 1 est Evangelium cum adnotationibus. 

Membran. ; cm. 25 X l'^ I ff- 1^7 (2 non num.) ; scr. saec. XIV ; 
ternis columnis, quarum media Evangelium, duae exteriores adnota- 
tiones continent. 



166 V. VSSANI 

III (6). 
Psalterium efc aliae preces. Post tabulam mensis lanuarii 
quae est in f. 1 incipit f. 2: qui non abiit in Consilio im- 
piorum. Deest igitur, ut mihi videtur, folium unum. Etiam 
in extremo libro aliquot folla desiderantur. 

Membran. ; cm. 24X16,'?; fi". 130 num.; saec. XV. 



IV (22). 
Officium, quod dicunt, Virginis et aliae preces. 

Membran.; cm. 13,8X10)5; ff. 117 uum.; s.aec. XY; misere la- 
ceratus. 



V (1). 
Liber de conformitatibus Bartholomaei Pisani. Incipit f. 1^: 
Incipit liber secundus de 16 alijs conformitatibus vite h. f. 
ad vitam domini nostri iesu xoi. Desinit f. 91^: dicto novitio 
dedìt qui refocillatus eo . . . . Sed quae totius operis partes 
desiderentur haud facile dinoscas: graviter enim foliorum 
ordo perturbatus est. 

Membran.; cm. 36X25; ff. 91 num.; scr. saec. XY; biuis columnis. 



VI (15). 
Terentii comoediae, Prior pagina primi folli continet Epi- 
tafium, idest illud Terentii epitaphium cuius antiquissimum 
exemplar exhibet codex Harleianus 2750 (cf. Baehrens, 
Poetae Latini minores, V, 385). Ab eadem pagina incipit 
sine ulla inscriptione Andria; inde a f. 43 est Eunuchus; 
inde a f. 88 Eautontumerumenos (sic) ; inde a f. 131 Adelfe ; 
inde a f. 171 sine ulla inscriptione Hecyra; inde a f. 203^ 
Phormio. Praeter didascaliam Pliormionis ceterae deside- 
rantur: centra omnes Sulpicii Apollinaris periocbae in co- 
dice inveniuntur. Nomen argumenti periochis inditum est 
et in margine inferiori prioris paginae folli primi ipsa vis 
nominis argumenti minoribus litteris explicatur : Argumen- 
tum est res ficta quae si non fitit tamen fieri potuit fabula 



CODICES LATINI MESSANENSES. 167 

est neque verìsimilis neque fieri potest ystoria est res gesta 
huius ergo materie nomen est argumentum. Ex hac afiinitate (?) 
quia ita sub hrevitate colligit ipsam rem fictam que tamen 
fieri et esse potuit etc: quae verba ex Cicerone (De invent. 

I, 19. 27) sumpta aliquam societatem nostri codicis osten- 
dunt cum Neapolitano IV D. 30 (cf. Sabbadini in Studi ital. 

II, p. 40). Eunuchus ante Snlpicii Apollinaris periocham 
aliud argumentum numeris solutum exhibet. In Adelphorum 
periocha inde a v. 11 quattuor versus, ut mihi quidera vide- 
tur, requirendi sunt, cum haec verba scripta sint: ut veritas 
patefacta est ducit esthinus a se viciatam civem athicam virgi- 
ìiem uxorera potiticr tesipho cifaristria exorato suo patre duro 
demea. Nulla in codice est versuum certa distinctio. In 
extrema Andria (f. 41^): ego Caliopius recensui ; in extremis 
ceteris fabulis Calliopius (aut caliopius) recensui. Codex nullis 
personarum formis ornatus alterius Calliopianae classis esse 
videtur. 

Membran. ; cm. 18,5 X 12,9 ; ff. 246 num. ; anno 1446 exaratus. 
Nam in extremo codice scriptor haec adiecit: Afri Terencij cartagi- 
nensis viri doctìssimi comoediarum numero sex feliciter liber explicit Aimo 
domini ab eius salutiffera incarnatione Millesimo quadringentesimo qua- 
dragesimo sexto die vero lovis vicesima Secunda iSeptembris in Civitate 
Cesarauguste per me loliannem de campis servicio Reverendissimi in 
Christo patria et domini metuendissimi domini G. episcopi Ilerdensis in- 
sistentem etc. In Eubelio {Hierarchia catliol. medii aevi, II, 185) inveni 
episcopum Ilerdensem inde ab anno 1431 usque ad annum 1449 Gar- 
siam Aznarez fuisse. 



VII (14). 
luvenalis et Persii satirae. Incipit f. 1 : DIS FAV<entibus>. 
Sequitur in eadem prima pagina index metricus satirarum 
luvenalis". Materiam et causas satyrarum hac inspice \ prima - 
Carpitur hac fabula probitas simulata | secunda etc. Alterum 
indicem recentior manus in posteriore pagina folii primi 
adiecit : Semper ego auditor {tantum}, castigai prima poetas. 
Incipit f. 3: lunij luvenalis Aquinatis Satyrarum liber pri- 
mus Incipit] desinit f. HO"": Explicit liber lunij luvenalis 
aquinatis Satirarum Idibus augusti MCCCCLVIIII patavi 



168 V. VSSANI 

per me jy&trum de cap. dicriss. (?) Versus quos niiper in co- 
dice Bodleiano Winstedtius repperit, in hoc libro ut in 
ceteris omnibus desiderantur. Inde a f. Ili sunt Persii 
satirae. Incipit f. Ili: Auli Flacci Persij j)oetae Satyrici 
Satyra prima. In extrerao autem codice (f. 130) sub inscrip- 
tione Gallus poeta clarissimus illos non invenustos versi- 
culos legi, medii aevi temporibus conditos: ' Lydia bella 
puella candida ' etc. quorum unum tantum esemplar in co- 
dice Laurentiano LXXXXI sup, 26 Riesius se novisse dicit 
(cf. Anthol. II p. XL-XLi), cum de Gudiano Guelferb. 342 
nihil adfirmare audeat. Sed Gudianus Guelferb. 342 saec. XV 
exeunte exaratus est; Laurentianus LXXXXI, sup. 26, olim 
Gaddianus 1053 (chart.; Éf. 121; cm. 16,9 X 10), hanc sub- 
scriptionem exhibet : Joannes Sulpitius verulanus excripsit 
hoc opus 1464 Sextilis die quintodecimo: deo gratias. Cum 
igitur librarius noster alteram subscriptionern in extremo 
codice (f. 130^) adiecerit: Fatavi idibus augusti 1459, luce 
clarius apparet in codice Messanensi antiquissimum esem- 
plar carminis illius exstare quod duobus collatis codicibus. 
Fiorentino et Messanensi. sic restituendum censeo: 



Lydia bella puella candida 
Quae bene superas lac et lilium 
Album, quae simul i-osam rubidam 
Aut expolitum ebur Indicum, 
5 Pande, puella, pande capillulos 

Flavos lucentes ut aurum nitidum; 
Pande, puella, collum caudidum 
Productum bene candidis umeris; 
Pande, puella, stellatos oculos 

10 Flexaque super nigra cilia; 
Pande, puella, genas roseas 
Pei'fusas l'ubro purpurae Tyriae ; 

* Porrige labia, labra corallia; 
Da columbarum mitia basia. 

15 Sugis amentis partem animi; 

Cor mi penetrant liaec tua basia: 
Quid mi sugis vivum sanguinem ? 
Conde papillas, conde semipomas 
Compresso lacte quae modo pullulant. 

20 (Siuus expansus profert cinnama. 



CODICES LATINI MESSANENSES. 169 

Undique surgunt ex te deliciae) 
Conde papillas, quae me saucias 
Candore et luxu nivei pectoris. 
Scaeva, non cernis quod ego langueo? 
25 Sic me destituis iam semimortuum? 

Variae lectiones codicum Messanonsis (M) et Laurentiani (L), quem qua 
est diligentia contulit Cartius Mazzi hypobybliothecarius humanissiraus, et An- 
thologiae Siesianae (R) sunt hae: 

Gallus poeta clarissimtis M In locis Galli poetae L | 1 Lidia ML | 3 Albam- 
que ML I 5 capillos ML | 6 avium L | 8 humeris ML | 9-12 Codex L alium ordinem 
exhibet: 11, 12, 9, 10 | 12 Infusos L tirie M | 13 labra labia L labra, labra R co- 
ralia L corallina E. Quamquam in lesicis corallius non inveni, tamen codicum 
concordem scripturam mutandam non censui. | 14 columbarim M columbatim L 
quod E. et ceteri editores receperunt, cum eorum animis illud Matii columbu- 
latim obversaretur. | IG mihi L E | 17 mihi L E | IS (jemipomas E | 20 expansa E 
cimama M | 21 delitiae L | 22 sauciant L E | 24 Seva L Saeva R Scaeva scripsi M 
secutus, qui Sceva exbibet. Cf. Isid., Orig. X 235 : ' Scaevus, sinister atque por- 
versus, uno rov axccoov. Est enim pessimi et crudelis animi. ' | 25 semimortum L. 

Chart.; cm. 18X12; ff- 130; anno 1459, ut vidimus, exaratus. 



Vili (8). 
In principio libri est Tractatus Spere, editus a magistro 
lohanne de sacro busco. Desinit f. 19^: Finis. Die viiij fe- 
bruarii 1470 ab incarnatione. Bartholomeus Abbas s. Gre- 
gorij Venetorum scripsit^ quibus verbis haec recentior ma- 
nus subscripsit: A di V augusto MDXVIII paso di questa 
vita la sua benedetta anima. Inde a f. 20 incipit alius 11- 
bellus: Incipit vita sancti Gregorij pape. Inde a f. 127 est 
Decretalium epitome: Incipit abreviatio decreti, quara in- 
dices Decretalium inde a f. SS"*' sequuntur. Ff. 43^-44'' epi- 
stulam continent, quam si quis ediderit operae pretium 
faciet. Incipit: Serenissime princeps et excellentissim,e domine. 
Desinit: Data Belluni manu 2jropria die 19 Martij 1487. 
Serenitatis vestre Servus p. Episcopus Bellunensis. Litterae 
missae sunt, ut mihi quidem videtur, ad summum Vene- 
torum magistratum, sub illa littera p. latet sine dubio 
Petrus Barozzi, qui tum episcopus Bellunensis, cum invito 
Pontifico a senatu Veneto Patavinus episcopus creatus esset, 
sacerdotium illud recusabat. Tamen obtinuit (cf. Eubel, Op, 
l. II p. 232). 

Membran. ; cm. 22,5 X 16,8 ; fF. 44 num. 



170 V. VSSANI 

IX (3).^ 

Plutarchi vitae e Graeco in Latinum a Leonardo Arretiuo 
conversae. Incipit f. 3 : Leonardi Arretini prologhus in vita 
M. Antoniì ad Colucium incipit feliciter. Inde a f . 3 est 
vita Antoni, qnam sequuntur vitae Pyrrhi (33^), Aemilii 
Pauli (50^), Tib. et 0. Gracchorum (65''), Q. Sertorii (81^), 
Catonis Miuoris (92''), Demosthenis (121). Ff. 80 ''-SI'" con- 
tinent epistulam Leonardi qua Antonio Lusco vitam Ser- 
torii ex Graeco translatam mittit. Inde a f. 131'' est vita 
Ciceronis a Leonardo ipso conscripta: Incipit vita Ciceronis 
a Leonardo composita quae in hoc codice non integra exstat. 
Desinit enim f. 140'' in liaecverba: Tandem vero pompeius 
collecta honorum multitudine coactis etiam .... In f. 131'' est 
Leonardi Arretini prefatio in Cicerone novo. 

Membran.; cm. 26X18,5; if. 140 num. ; saec. XV. 

X (5). 

Libri Ethicorum Aristotelis a Leonardo Arrotino in La- 
tinum conversi. Incipit f. 1 : Ad sanctissimum- ac heatissi- 
mum in Xristo Patrem D. Martinum PP. V. Leonardus 
Arretinus Prefatio in libros Aethicorum. Sequitur Premissio 
quedam ad evidentiam nove translationis (f. 2) et inde a f . 5 
est Aristotelis scriptum Latine redditum. In ff. 89-90 est 
Leonardi Arretini epistola cantra detractores suos ad lo- 
vannem Nicolam Veronensem clarissitnum, ex equestri ordine' 
virum, in qua Leonardus rationes adfert, quibus evincitur 
quod Aristoteles rò àyad^óv vocat non bonum, sed summum 
bonum Latine nominari debere. 

Membran.; cm. 25X1'7,3; ff. 90 num.; saec. XV. 

XI (110). 

Flavii Biondi opera. In f. l"" sunt Lidices rerum quas liber 
primus Romae instauratae continet. Inde a f. 1" est Roma 
instaurata: Biondi Flavii Forliviensis Romae instauratae ad 
Eugenium quartum pontificem maximum liber incipit feli- 
citer. Inde a f. 34" est Italia illustrata. 

Chartac. ; cm. 38X22,9; ff. 135 num.; saec. XV; binis columnis. 



CODICES LATINI MESSANBNSES. 171 



DB (Ex fondo nuovo). 

XII (3). 
Ff. 1-6 Kalendarium ecclesiae Messanensis continent. Inde 
a f. 7 est Breviarium secundum modum et consuetudinem 
maioris ecclesie messanensis. F. 370^ in extremo libro can- 
ticum trium puerorum continet. 

Membran., cm. 13,6; fF. 370 niim. ; saec. XV, binis columnis. 



O (Ex i:)rovenienze monastiche). 

XIII (18). 
Expositio Apocalypsis. Incipit f. 1: Incipit jyrephatio sivejoro- 
loghus in expositione lictere super apochalipsim] cui inscrip- 
tioni recentior manus alio atramente haec verba adiecit: 
autore quodam discipulo D. Bonaventure. Prima prologi verba 
haec sunt : Erit lux lune sicut lux solis et lux solis erit 
septimpliciter (sic) Sicut lux septem dierum etc. In hoc verbo 
ex capitulo ysaie assumpto licteraliter prophetatur precellentia 
fulgoris celestium luìninarium quam infine mundi ad pieni or em 
universi ornatum habehunt. In f. 14^ haec verba sunt: Explicit 
prologus. Incipit expositio lictere super apochalipsim. Expo- 
sitio in haec verba desinit: Immensus eternus et dominus 
henedictus et henedicendus in secula seculorum. Amen (f. 135'^). 
In altera pagina f. 135 legi principium alius scripti : In- 
cipit tractatus confessionum brevis et utilis. Quia funda- 
mentum et ianua omnium virtutum omnisque gratie ac spi- 
ritalis consolacionis initium est conscientiae puritas etc. 

Membran.: cm. 25X1^5 ff- 135 num. ; saec. XIII; binis co- 
lumnis. 

XIIII (95). 
Ecclesiae carmina notis musicis distincta. Initium misere la- 
ceratum haec verba musicis notis supposita exhibet: [de]us 



172 V. VSSANI 

meus salvavi .... tuam. Desinit p. 329 : Sanctus [sanctus 
domijnus deus sabbaoth. PlefniJ. 

Membran. ; initio et fine mutilus ; cm. 45 X 31 ; pp. 329 num. ; 
saec. XV. Cum hoc codice est coniunctus recentior Index Introituum, 
Tractuum, Versiculorum, Prosarum etc. ; pp. 10 quarum ultima vacua. 

XV (96). 

Ecclesiae carmina notis musicis distincta. Paginae 1-6 de- 
siderantur. Incipit infra musìcas notas p. 7: [benejdictus 
sermo oris tuis. Sequitur antiphona Sebastianus dei cultor 
studiose curabat. In media fere p. 303 : Incijìit commune of- 
Jicium. Codex fine mutilus in haec verba desinit: non re- 
l^ellit dominus jjlebem suam. 

Membran.; cm. 4.3,5 X 35; pp. 357 num. quarum sex primae desi- 
derantur, saec. XV. Idem fortasse librarius scripsit hunc codicem et 
eum quem supra descripsimus. 

XVI (32). 

Edictum Romani Pontificis quo fratres Carmelitani qni- 
busdam benefìciis donati sunt. Incipit f. 2'' ab bis grandibus 
litteris : Sìxtus ejnscopus servus servorum dei ad perpetuam 
rei memoriam. Desinit f. 25': Datum Rome apud Sanctum 
Petrum Anno Incarnationis dominice Millesimo quadringen- 
tesimo septuagesimo sexto Quarto Id. Decembr. Pontificatus 
nostri Anno sexto. In altera pagina f. 25 Corradus de Ca- 
racciolis episcopus Pactensis (cf. Eubel 0. l. tom. II p. 232) 
et lacobus de Eabaldis prò Ioanne de Cardellis (cf. Eubel, 
0. l. tom. II p. 94) episcopo Agrigentino pollicentur se 
edictum diligenter observaturos. Desinit f. 25^: Ego la- 
cobus qui supra suprascripta accepto et conjirmo ac manu 
ptropria me subscripsi. 

Membran. ; cm. 37,4 X 26,6 ; fi'. 24 num. Sed primum folium n. 2 
exhibet, cum fortasse n. 1 exMbuerit aliquod custodiae folium, cuius 
nullum vestigium apparet. 



CODICES LATINI MESSANENSBS. 17S 



I> (Ex fondo greco di S. Salvatore). 

XVII (113). 
Codes miscellaneus, qui Graecam epitomen Constitutionnm 
asceticarum Basilii magni a Bessarione compositam ean- 
demque Latine et Italico redditam continet. Incipit f. 1 : 
Tov ixXttiiriQOTurov xal aióeaijKOTaTov xvqov (sic) BrjCauQiwvog 
xaQÓivaXéwq Ti^v à'§iav xcd tò Y^'vog'^'EXXìp'og ^vv-d^ìjxrj Tmv tov 
Ttafi^idxaQog Trargòg fjjxwv Baaiksiov àaxrjVixcòv óiccxà^eoìv etc... 
In summo folio schedula adglutinata est, ubi haec scripta 
sunt: ex rc5v èv xQVJiTocpéQoi] (quem vicum prope Urbem 
vocant hodie Grotta/errata) iiovf^g. Inde a f. 32 est Epitome 
in Latinum conversa. Ff. 59^-61^ vacua sunt. Inde a f. 62 
est Epitome in Italicum sermonem conversa. Desinit f. 94^: 
Explicit Walterus de Valle. 

Membran. ; cm. 22,3X15,5; fi. 95; saec. XV. 



174 V. VSSANI, CODICES LATINI MESSANENSES. 



Praeterea alium codicem in bybliotbeca inveni compac- 
tum cum libro typis scripto, qui notam exbibet Pai. 1, 29. 
Liber typis confectus Floriani Bononiensis Jitris utriusque 
monarche quattuor Lecturas imjjìrQ&sas Mediolani per magi- 
strum Uldericum Sclnzenzeler anno MCOCOLXXXXVII con- 
tinet. Sequitur liber manuscriptus ; cliart. ; cm. 40,2 X 28; 
ff. 97 non niim.; binis coluinnis saec. XV exaratus. Incipit 
sine ulla inscriptione : De heredibus et falcidia. Rubrica et 
continet uberrimam inris materiam in rubricas distributa. 
In superiori margine f. 1 manus recentior baec scripsit : 
Angelus super autenticis] nam opus ille Angelus de Ubaldis 
Perusinus composuit cuius vitam et opera nuper persecutus 
est 0. Scalvanti in L' opera di Baldo per cura dell' università 
di Perugia nel V centenario della morte del grande giure' 
consulto (Perugia, MCMI; cf. pp. 277 et sqq.). Inde a f. 94"" 
aliud scriptum eiusdem iuris consulti est: Incipit tractatus 
de inventario secundum dominum Angehtm de Perusio ; quod 
desinit in f. 96^: Explicit repeticio domini Angeli de perusio 
super tractatu inventarii et sequitur forma. Sequitur forma 
inventarii : Ilaec est forma inventarii etc. usque in f. 97^' 1 col. 



I MANOSCRITTI DELLA ' HISTORIA AMMALIVM ' DI ELIANO 



I inss. della h. a., astrazion fatta di quelli clie con- 
tengono soltanto ^ excerpta ', dei quali non intendo ora 
di occuparmi, sommano a ventuno i). Non più di dieci, e 
di questi parte solo indirettamente, ne conobbe il Jacobs 
(praef. p. lxxiii sgg.) ; il quale però non potè compren- 
derne che sette nel suo tentativo di classificazione, man- 
candogli per gli altri i dati necessari. Egli distinse tre 
famiglie di codici (p. xviii e u. 6) -) : ' unam eorum, qui 
cum editione principe (G-esner, Tiguri 1556) faciunt, cuius 
optimus et antiquissimus est Augustanus (A); alteram, quae 
contine tur codice Mediceo (Z), Veneto (R) et Monacensi (M), 
ex Veneto descripto ; tertiam, in qua est Vaticanus ( F) et 
qui ex Vaticano iluxit Parisinus {E). — Parisinus alter (C) 
nulli liarum sectarum soli annumerari potest, sed inter 
primam et secundam fluctuat '. Il che si xduò rappresen- 
tare schematicamente cosi : 

I. fam. II. fam. III. fam. 



R V 

M E 



ò 



i) Non giurerei che qualcheduno non me ne sia sfuggito, con- 
siderato che taluna tra le pubblicazioni che avrei dovuto consultare, 
non fu a mia portata. Cosi, deploro di non aver potuto vedere quella 
dell' Omont ' Notes sur les mss. grecs du British Museum ', 

s) Per amor di chiarezza sostituisco alle sigle del Jacobs quelle 
adottate da me. 



176 K. L. DE STEFANI 

Chi dia un'occhiata allo stemma a cui arrivo io (p. 210), 
vedrà che l'unico vero errore commesso dal J. fu il non 
aver riconosciuto la dipendenza di JS da Z ; errore che può 
parere tanto più strano, se si pensi che un' osservazione 
del Morelli, dal J. stesso ricordata (p. lxxx), lo aveva 
messo sull'avvisato, e che per giungere alla men precisa 
conclusione (1. e): ' liquido apparuit codicem Venetum (R) 
et Florentinum <L> ex aodem fonte profluxisse ', egli si 
servì per l'appunto dei primi 16 capitoli del lib. I, due 
dei quali, i e. 11 e 12, forniscono la prova palmare della 
filiazione dell' un codice dall' altro. La verità è che il J. 
ebbe tra mano una ben meschina e irrazionale collazione 
di L, eseguita per incarico del Del Furia non si sa da chi, 
la quale non indicando le lacune e i supplementi di se- 
conda mano che L presenta '), mise fuori di strada il critico 
tedesco, al cui fine tatto si deve unicamente se lo sbaglio 
non ebbe troppo gravi conseguenze (p. xix). Dannosa è 
stata, invece, la mancanza di ogni più precisa determina- 
zione intorno al rapporto intercedente fra le varie fami- 
glie ; perchè ne è derivato che qualche volta siano state 
preferite, tal altra prese almeno in considerazione, varianti 
che certamente non furono nell' archetipo dei nostri codici, 
ma rappresentano soltanto più tarde aberrazioni della tra- 
dizione manoscritta. Se ne avrà qualche saggio nelle pagine 
che seguono. Finalmente, un lato debole della classificazione 
proposta dal J. è, eh' essa non è in nessun modo documentata. 

Estendere l'indagine ad un maggior numero di mss. 
e tentar d' assegnare con precisione a ciascuno il posto ge- 
nealogico che gli spetta, corredando ogni affermazione di 
prove tali possibilmente da non lasciar luogo a dubbi, ecco 
l'oggetto che mi sono proposto. A tal uopo ho 1) per 
tutti i mss., a) collazionato il e. 1 di ciascun libro *), 

i) Giova ricordare gì' inconvenienti analoghi prodotti dalle col- 
lazioni un po' grossolane del Del Furia nella classificazione dei co- 
dici di Euripide (Wilarnowitz Anal. Eur. p. 2), di Luciano (Vitelli 
in Mus. {tal. I 15 sqq.) etc. 

2) Fatta eccezione per S = Vindob. med. gr. 7, che fu collazio- 
nato soltanto nei lib. I. II. IX. X. XV. XVI. 

20. 7. '902 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 177 

13) constatata la presenza o l'assenza delle maggiori lacune 
segnalate nel!.' apparato del J. ; 2) per singoli gruppi di 
mss., raccolta una serie di vv. II. atte a determinare il rap- 
porto dei mss. nell'ambito del gruppo. 

Se questa paziente ricerca riuscirà a dare una base 
più sicura alla critica della h. a., il merito ne va dato 
sopra tutto a quelle egregie persone che o la resero pos- 
sibile o l'agevolarono: da Berlino, da Monaco, da Vienna^ 
da Parigi, da Napoli, da Venezia, i prefetti di quelle bi- 
blioteche mi trasmisero con 1' ormai nota, ma non mai ab- 
bastanza lodata liberalità i mss, richiesti; il sig. L. Clugnet 
ed il prof. L. Levi, per intercessione l'uno del prof. I. Guidi 
e l'altro del prof. N. Festa, gentilmente mi fornirono in- 
formazioni e schiarimenti intorno a codici che non potevo 
più riesaminare da me stesso ; ed altrettanto fece, prega- 
tone dal sig. H. Omont, a cui m'ero rivolto, il sig. H. Le- 
bègue. Ai quali tutti m' è caro manifestare qui la mia viva 
gratitudine e porgere i più caldi ringraziamenti. 



Sarà bene anzitutto sgombrare il terreno dai mss. che 
sono copie di altri tuttora esistenti, ed a questo fine prendo 
ad esaminarne alcuni per gruppi, secondo che ad evidenti 
indizi appariscono strettamente affini fra di loro. 

§ 1. — Il primo di tali gruppi è costituito da quattro 
codici : 
i (ilf Jacobs) Laur. 86, 7 (Bandini III 296 sg., Jacobs 

p. XVII sg. Lxxxii sg.) membr. cm. 24,2 X 17,5; sec. XII. 
Contiene: ff. l''-217^ la h. a. di E.; £f. 218 ''-256 Me Witae 
philosophorum et sophistarum ' di Eunapio. Sul f. 256^, in 
monocondilio, il nome Nixrj(fÓQog : forse il possessore del co- 
dice. Titolo della h. a. (f. 4""): AlXiarov nsQÌ ^mwv ìdiórrjTog. 
Sottoscrizione (f. 217^) : waneg ^t'roi y_mQovaiv ìósTv naxqida 
Oi)i(ù xal al yQ(x(fOVT£g ^i^Xiov réXog. ò óè X{Qi0'có)q {.lov Gwùai 
cs Ó€ù7toT{d) fi{ov) écyis xal tfjg atxiov) ^aaiXsiag noirjaai Ce 

studi Hai. di filol. class. X. 12 



178 E, L. DB STEFANI 

(.UTOXor. Ad ogni libro precede l' indice dei rispettivi capi- 
toli, salvo quanto sarà appresso notato pei libri VII e Vili. 
Nei fF. l''-3'*' un indice generale: Jliva'^ xarà àkcfà^irov <sic> 
nsQiéxfov là òvófÀurcc toov ^tocov xaì TragccTréfiTicov slg Tovg ós- 
xasmà TÓ/.iovg rov ÀtXiavov i(fù> svQÌaxeiv rà iv avroTg f^ivì]- 
liovsvó^isva ^wa xaì s^ avzwv àva}iav&dv€iv tu ttsqI itòv 
^(boov èv avToTg yeyQai.ii.ieva. La 1^ mano, che scrisse il testo, 
il titolo, la sottoscrizione e gl'indici ai singoli libri, ha 
anche notati in margine alcuni scolii, due dei quali hanno 
qualche valore perchè contengono citazioni da Pindaro (il 
frammentucolo è sfuggito all'attenzione dello Schròder) e 
da Eschilo non conosciate altrimenti (cfr. Studi ital. VII 414). 
Una '2^ mano, riconoscibile all'inchiostro alquanto più bruno, 
ha qua e là corretto il testo. Una 3^, più recente ancora, 
con inchiostro assai chiaro, ha fatto anch' essa correzioni, 
obliterando spesso (anche mediante rasura) la lezione pri- 
mitiva; inoltre ha aggiunto in margine buon numero di 
scolii esegetici e critici, e tutto il niva'§ xaz^ àXifà^rjxov. 
Questo codice servi di base alle edizioni di A. Gronov 
(Londini 1744) e di F. Jacobs (Jenae 1832). 

R (F Jacobs) Marcianus 518 (Zanetti p. 279, Jacobs 

p. XVIII. Lxxx) membr. cm. 36,9 X 26,5; sec. XV. Eliano 
nei ff. 3^-80^. Titolo (in rosso) e indici ai singoli libri 
come in L. Sottoscrizione in rosso : xkXog tov ÀtXiavov tov 
Qì]TOQog nsQÌ L,(x)(av ldiÓTì]Tog ósxaaTixà ^i^Xiwv. Sul f. 3 si 
legge : ^t^Xiov sf.iov Brjaaaoicovog xaqóì^vàXsoag tov tùóv Tov- 
axXtòv. 

M (m Jacobs) Monacensis gr. 80 (Hardt I 462, Jacobs 

p. XVIII. Lxxxi sg.) cart. cm. 34,5 X 24,2 ; sec. XVI. Eliano 
nei ff. 164 '■-383''. Titolo (in rosso) e indici ai singoli libri 
come in L. La sottoscrizione manca. Di questo codice si 
servirono per le loro edizioni il Gesner e il Jacobs ; ne fece 
per il Matthaei una collazione 1' Hardt nel 1803, come ri- 
sulta da una nota autografa apposta sul verso di un foglio 
non numerato innanzi al f. 164. 

N Neapolitanus III D 8 (Cyrillus II 381 sg.) cart. cm. 

35,9 X 25,2; fine del sec. XV. Eliano nei fiP. l''-23r. Ti- 
tolo (in rosso) e indici a ciascun libro come in L. Sotto- 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 179 

scrizione in rosso : ziXog tov AìXiavov rov grJTOQog nsql t,w(jov 

ìdlÓTÌJOC. 

I quattro codici descritti risultano strettamente affini 
già per il fatto che essi soli concordemente ix) omettono : 
II 21 (p. 45, 2-3) n&v — àvaxdravTsg |1 V 21 (p. 119 17-18) 
fjavxfi — óiaQQs'ov 11 VI 41 (p. 156, 19-20) (xsvtoi — ovv \\ 
VII l'indice dei e. 9-48 (in MN R si legge l'avvertenza: 
èXleiTXovOi [èXXsinsi N] rà rov ^t^XCov tovtov x6(fd?Mia) \ 
10 (p. 178, 5-6) evvoCag — fitzédwxe (in L suppl. in mg. di 
3* mano) || Vili tutto l'indice (in principio del libro MR 
avvertono : èXXeinsi ò nCva^ tov Tj^ §i^Xiov, mai? tralascia 
la parola ^i^Xiov) \\ XIII 14 (p. 327, 25) èroixovvxeq — ns- 
diov li XV 25 (p. 384, 15-16) iiàhara — Maxsóóraq (il óè 
seguente è cancellato di 3^ mano in L, omesso affatto in 
MN R; b) traspongono XVII 6 (p. 413, 30-31) nrixaoav 
xQoxóósiXov — zeTzàQwv dopo (p. 413, 32) àxovco. 

MNR sono copie di L. Infatti a) omettono i seguenti 
righi interi di i: VI 38 (p. 155, 8-9) tovq iisXXovzccg — àGvciòa 
xal 11 XII 7 (p. 296, 6-7) ^sov — óè xaì | 31 (p. 307, 29-30) 
avTolg — yivovTui óè xa- \\ XVII 10 p. 416, 28-30) -revai d 
{^irj — Al&ioTTiu yi-] b) in numerosi luoghi offrono un testo 
la cui spiegazione si trova in Z, : I 11 (p. 9, 6) éoixaaiv 
èXuiio Trjv XQÓciv] -aio) ttjv è sparito in un foro della per- 
gamena in Z; iXccioì zrjV om. in lac. M (suppl. di 2^ m.), 
N R I (p. 9, 7) ìdetv xaì nooaipavaai yCvovvai] TtQoiliava- 
manca per la stessa ragione in L, inoltre nel foro è spa- 
rita la parte superiore e 1' accento di ì nel xaì precedente; 
xaì TTQoaipavaai om. in lac. M (sup^jl. di 2=* m.), N R \ 
12 (p. 10, 5) ^cióiXcùv naQuvrjXÓixevov] in L con ^aói- termina 
il rigo e -^wv na-, che si trovava in principio del rigo se- 
guente, è sparito in un foro ; la 3* mano per colmare la 
lacuna, ha supplito -^oov rcuQa- accanto a j^ìaói- sul mar- 
gine destro ; MNR scrivono balordamente ^jaòiì^oìv na- 
Qa{\-àc.) Qavrjxó{-i£Vov <sic> j (p. 10, 6) xaz' i'xria óè avrov] 
in L con xa- termina il rigo, nel principio del rigo se- 
guente rimane intatto il r, cui pare segua un i, mentre la 
metà superiore di -^l'ia è stata portata via, al solito, da 
un foro della pergamena; la 3* mano ha supplito -tìxviu 



180 E. L. DB STEFANI 

accanto a xu- sul mg. destro; MNB non capiscono e scri- 
vono xaxiyvia (lac.) dk aviov \ 29 (p. 17, 31) tXxei L, ma 2 
scritto in modo da poter sembrare un v (cfr. Gardthausen 
GP tav. 6 2 9); tvxsi (spìr. om.) MN R || II 11 (p. 41,3) 
à'/Aa L, ma A2 scritto in modo da poter sembrare un yyi 
(cfr. Gardth. GP tav. 7 2 3 6 tav. 9/7); àyyia MNR \\ 
VII 1 (p. 170, 4) TiaQaòsiaovg] della 1* mano di Z, per ef- 
fetto di una macchia di umidità, rimangono poche tracce 
illeggibili; la 3* m. ha riscritto la parola, ma d è poco 
chiaro ed ov parimenti illeggibile; MNR omettono iu lac. 
-ódaovg \\ VIII 1 (p. 201, 14) àcfsUov L, dove a è scritto 
presso a poco come il primo a in Gardth. G P tav. 6 a 9 
tav. 9 a 1, ma con l'occhio non ben chiuso, in modo da 
assomigliare ad un w] (tì(fellov MNR || X 1 (p. 243, 12) 
Tiu'Qovzoq] ni(\.B.c. di 6-7 lettere lasciata per un difetto della 
pergamena, la cui scabrezza in quel punto impediva di scri- 
vere)é'^ovro? (t simile o. ^) L\ ni (lac. rispettivamente di 8 
e 10 Jett.) t^ovToz M (dove di 2* m. è soprascr. ^ a ^) N^ ni 
(lac. di 8 lett.) fiovzog R \\ XVII 25 (p. 423,26) àcfvxxM L, 
dove -VX- come in Gardth. GP tav. 7 ?' 15, e il nesso si 
confonde assai facilmente con quello di ex in Gardth. GP 
tav. 8 f 14; àcféxvw MNR. 

M N alla loro volta sono copie di R. Infatti quei due 
mss. presentano a) omissioni corrispondenti esattamente 
a righi ài R: II 6 (p. 35, 17-18) hts ^rjoa — óixrjv \\ IV 52 
(p. 104, 5-7) /xèv TÒ — òif^ttkfioÌK ; b) lezioni che si spie- 
gano con R : 1 2ò (p. 16, 31) xaivt'ag (= Kcaviu xaì) L, dove 
però il segno tachigrafico di xal è unito per la sua estremità 
superiore all' a precedente mediante la codetta di questo, 
perchè evidentemente « e e sono stati tracciati iu un sol 
tratto di penna. R, a cui la cosa deve essere riuscita poco 
chiara, a buon conto ha imitato materialmente il suo esem- 
plare ; ma nel legare a con g ha tracciato un occhiello, 
che dà a e l'apparenza d'un q ed al nesso ag presso a poco 
l'aspetto che ha ao in Gardth. GP tav. 8 q 10. R ha dun- 
que a un dipresso xairtao. Ebbene, M scrive xairsagov e N 
addirittura xcà vt'aoov || II 7 (p. 35, 30) vnodiipovg L. imo- 
diìpy R, dove però y non è il segno tachigrafico di ovg, ma 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIAXO. 181 

semplicemente il nesso vg; V o, che nella stampa non si 
vede, nel ms. è appena rappresentato da un ingrossamento, 
una specie di punto, con cui termina a destra il tratto tra- 
versale di ip. Gli amanuensi di 31 N, a cui nel sec. XV-XVI 
non poteva venir in mente di prendere per ovg un y scritto 
nel rigo (cfr. Lehmann, ' die tachygraph. Abkiirz. d. gr. 
Handschr. ' p. 78), ci videro un a e scrissero énodCipa. 

Oltre alle notate omissioni comuni a, M N, il cod. M 
ha in proprio le seguenti, pure corrispondenti a righi interi 
di li, supplite tutte in mg. di 1* mano: II 24 (p. 46, 22-24) 
iXiv ti kà^oig — xal óiacTTrjffag \\ VI 17 (p. 147, 1-B) aóapLUtt 
xfi — i^u^vCwv ófid-sv 11 Vili 27 (p. 216, 23-25) éXsv^sQuc Xr]- 
^YjV — xal oivov (è inesatto il Jacobs quando afferma che M 
omette anche avv rij che precede ad ikévS^eQuc). 

Disgraziatamente R non ci può essere utile neppure a 
rintracciare la originaria lezione di Z, allorché i correttori di 
questo ms. l'hanno affatto obliterata, giacché é posteriore a 
siffatte correzioni. Ne sono prova eloquente alcuni dei luoghi 
che ho avuto innanzi occasione di citare ; ai quali aggiungo 
qui pochi altri : l 23 (p. 16, 8) àvaanàaai] àvaanà^>-(Jai L, 
dove * 1= ras. di 1 lett. e art corr. di 2^ mano da tc] la 
lez. primitiva dunque era certamente àvccnavaca. R ha àva- 
(jTcaGca I 34 (p. 20, 1) xara^siTcci èavTf\g\ xara^sì tè sauTfjg 
L it, ma in L xs è- in ras. di 3* mano | 58 (p. 30, 12) 

§ovlsvovai {ini di 2"^ mano) L, èni^ovXsvovai it || II 1 (p. 32, 20) 
ànoleiTiwai] ànoXinovoai L R. Ma in L il primo i di 3* mano 
in ras. di 2 lett., la quale si estende in alto a sinistra di tt, e 
di 3* mano anche 1' acc. circonflesso ; la lez. primitiva era 
dunque ànoXsiTTovaai | 8 (p. 37, 5) ànQocpaaiOTwg {ov di 3** 
mano) L, àTiQO(fcioiGtovg R \ 13 (p. 42, 5) ovx òqcctai L R, 
in L ovx ^Sg- ^i S"' mano || V 24 (p. 121, 1) avzotg Tcqòg 
airoòg] aùvotg xà TcaQ avT(òv L R, in L xà sopra il rigo di 
3* mano || VI 63 (p. 168, 24) àGxixcòv di 1'^ m. L; àaxvxwv (!) 
di 2^ m. L, R \\ XIV 1 (p. 339, 15) ixxsivovxeg di 1=* m. Z; 
^xxCvnvTsg di 2* m. Z-, R. 



182 E. L. DB STEFANI 

§ 2. — Passo ad esaminare un altro gruppo di mss. 
V (v Jacobs e Hercher) Parisiensis suppl. gr. 352, già 

Vatic. gr. 997 (Omont III 252 e Jacobs p. xiv sgg. xviii. 
Lxxxiv sg.) cart. cm. 33 X 25; sec. XIII. La h. a. nei ff. 23'" sgg. 
Segue nei ff. 106'*' sgg. la v. h. Titolo: ix twv Aìliavov 
TtsQÌ ^cÓMV lóiÓT{r])T{og) ^i{§Xiov) TTQóoTov. Nonostaute questo 
titolo il codice (e cosi anche i seguenti) contiene la h. a. 
integralmente. Manca la sottoscrizione. Lo collazionò il Bast 
con un esemplare dell' ediz. dello Schneider, e di questa 
collazione forni il Le Bas una copia al Jacobs, il quale 
se ne potè servire per la recensione del testo soltanto dal 
lib. VIII 1 in poi. L' Hercher lo ricollazionò, e ne fece la 
base delle sue edizioni. Io non ho avuto il codice fra mano, 
perchè il suo cattivo stato di conservazione ha impedito 
che mi fosse trasmesso; sicché, ridotto alle semplici notizie 
contenute negli apparati del Jacobs e dell' Hercher, non 
sarei certo riuscito a dimostrare con piena evidenza il rap- 
porto che passa fra questo ms. e i due seguenti, se non 
fosse venuta in mio aiuto la squisita cortesia del sig. Leone 
Clugnet, al quale debbo quasi tutte quelle notizie che avrò 
occasione di dare intorno a V senza che risultino dagli ap- 
parati sopra citati. Di altre son debitore al sig. H. Lebègue. 
E {i> Jacobs) Parisiensis gr. 1694 (Omont II 126, Jacobs 

p. XV. XVIII. Lxxxiii Sg.) cart. cm. 33,1 X 22,7; sec. XVI. 
Contiene E. nei ff. 73'"-286''. Titolo in rosso: sx rwr Al- 
Xiccvov ntQÌ ^(iìMV ìóióvr^Toq ^f^h'ov TtQcorov. Sottoscrizione 
TsXXog). Ad ogni libro è premesso il rispettivo indice. L'ama- 
nuense, che ha scritto tutto il codice (anche i ff. 1-72, con- 
tenenti la V. h. di E. e i frammenti ' de rebus publicis ' 
dello pseudo Eraclide Pontico) ed è tutt'uno col rubricatore, 
si dà a conoscere nel f. 40*"; dove, copiato l'aneddoto di 
Ael. V. h. IX 30 sull' avvedimento col quale 'Avd^aQxog si 
provvide di legna da ardere in un paese dov' era impossibile 
averne, aggiunge in mg., con inchiostro rosso, questa me- 
lanconica riflessione : àXX" ^loìdvrrjg ó Tcrcoxòg iv toj il'v^^i 
dv£V nvQÒg èv '^Pw/.U] ravra tyQuilisv. dsivóv ri fj nsvia, (fiXoi. 
G Barberinus II 92 cart. cm. 33,3 X 22,7; sec. XVI. Con- 

tiene la sola h. a. Titolo come nel ms. precedente. Sotto- 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 183 

scrizione in nero : AìXiavov ttsqì ^woìv ìó(órr]Tog ^i^Xioìv i^' 
téX{nq). Ad Ogni libro precede il suo indice. Sul f. 1"" si 
legge la dedica : 'CI. | Marcello Adriano | Viro | Doctis- 
simo j Humanissimo | Amicissimo | Observantiae et Beni- 
volentiae | suae testimonium, L. M. | D. D. [ Richardus 
Thomson Angl. | Florentiae ] Ex a. d. IX Kal. Sextil. | 
CIO IO iic I 'Aìxì (fiXo'^evir^g '. E a pie di pagina, ma d'altra 
mano: 'Caroli Strozzae Thomae filii 1636'. L'identità 
della scrittura fra E e G è tale che bisogna crederli co- 
piati dal medesimo amanuense. Il quale anche qui prende 
occasione dal testo per isfogare, in verità un po' comica- 
mente, il proprio malumore. Alla notizia di Ael. h. a. VII 26 
(p. 187, 28) che il becco va superbo della sua barba (ó rga- 
yog t(ò ysvsCoì ^aggcòv), osserva : &(Jt€ rovg xQàyovg ffocfwté- 
Qovg àv elrcoif-isv rtòv xsiqÓvtcov tòv yévsiov, ola ol tmv Aa- 
Tircov tsQsTg nqàTTOvai xaxwg. Evidentemente il copista è 
un greco. E similmente la storiella del drago che respinge 
1' offerta delle fanciulle impure (h, a. XI 16), gli suggerisce 
la sdegnosa considerazione : à?.là AazTvoi rag itaiQióag àvv- 
nocróXcog èv toTg tsQotg a-òt&v ^Mf.ioTg smaiv elcféQxsd-^'Cii xal xa- 
■O^flff^ai. àTTonxvofxai rag xccxàg aèrcòv xal (.ivaaoàg Gvvrj&siag. 

L'intima parentela di E G V appare chiaramente da 
una serie di luoghi dove questi tre codici soli presentano 
le seguenti ampie omissioni : V 22 (p. 120, 14-19) ^Eg rovg 
xpvxTfiQug — i^snaiósvasv (cioè l'intero cap.) | 42 (p. 129, 8-9) 
àXXai — tivèg xal \\ VIII 1 (p. 201, 9-12) oéx àvisi — sI'xsto 
xaì I 18 (p. 212, 16-17) ij xs^aXr^v — tò Xoinhv \\ IX 62 
(p. 240, 27-28) filerà rnxéoav — xaì rò GTÓina j] X 44 (p. 263, 21) 
Xccxérag — ovovia xal \\ XII 5 (p. 293, 11 cfr. p. 265, 32-33 
ed. Jacobs) xal tovg ys vf.ivriaCovg — aiJT(ò \\ XIII 16 (p. 329, 9 
cfr. p. 298, 17 ed. J.) xwv àXUìv òri xal nXéov j 17 (p. 330, 12 
cfr. p. 299, 18-19 ed. J.) Maneq ovv xal ovvrtKfovrà ol \\ 
XIV 23 (p. 354, 22-23) xal xmgoC xb — UsXv XbvxoI \\ XVI 27 
(p. 404, 5-7) xal iitvxoi xal — tmv Xoitiwv àv^QWTvcav. 

Un più attento esame mostra che E G sono copie 
(e copie immediate) di V. Per E lo aveva già veduto il 
Jacobs; soltanto la prova ch'egli ne adduceva (p. lxxxiv), 
cioè il consenso in numerose lezioni e la comunanza di 



184 E. L. DE STEFANI 

lacune e omissioni, è insufficiente '). Ogni dubbio è tolto 
allorché si tenga conto di quanto segue: o,) E ha omesso 
un rigo intero di V almeno due volte : V 23 (p. l'iO, 24-26) 
eira ùQViófisvog — ^icciozàvr] avXXa^óvxsq \\ XVI 9-10 (p. 391, 
17-20) 1.1X1 óia(fn-Q€iv — 7TiS^ì]x(ov (faaìv (suppl. in mg. di 
1* mano); l>) nella parola (epil. p. 435, 30) ^otóinv le due 
lettere ^o- sono erase in V (al sig. Clugnet sembra che si 
possano riconoscere ancora tracce di o), E omette ^o- in 
lac. e scrive lóiov] e) in V il f. 39^' termina con le pa- 
role IV 21 (p. 88, 29) ex oh z"oy è'gynv xal xbxXr^ica ed il 
f. 40'' comincia con IV 31 (p. 93, 27) òfjLoXoyovGiv. ùtiotìxtsi 
óè xr/l., cioè è saltato di j)iè pari tutto il lungo brano 

e. 21 nécfvxs óè xaxà ttjV sXatfov — e. 31 àXXà òxrcoxaìóèxcc 
LiTjvcov, che però, ben lungi dal mancare affatto, è sempli- 
cemente spostato e si ritrova nel f. 42, cui occupa esatta- 
mente per intero. La spiegazione ovvia del fatto è che il 

f. 42 si trovasse originariamente innanzi al f. 40, e che 
in seguito staccatosi sia stato per inavvertenza cosi mala- 
mente trasposto ^). Alla sua volta, E nel f. 117^ omette 
il brano citato ; ma poi, fatto avvertito vuoi dalla scon- 
nessione del senso vuoi dalla mancanza di continuità nella 
numerazione progressiva dei capitoli, s' accorse della la- 
cuna, e sottolineate le parole òixoXoyovaiv ano-, notò in mg.: 
oriisiuntov òvi f^à'xQi zccvtìjg Tfjg yQa/^ii^ifjg sGvi xà xov x^ 
xécfcckaiov (= e. 21)* iXÀéiTxaxo yàg sx rov àrxt^oXaiov, xal f.irj 
anovóddavxag àxQi^iàg è'Xa^sv fjf.iàg ovxooal ygdipat. ^r^xi^xèov 
ovv ai nov xà èXXeinovxa evos^sir] ;f(>?jo'//{« òvxu Totg Grcov- 
ócaoig. In seguito, in fatti, ritrovò ciò che mancava, ed in 
coda alla nota precedente aggiunse: svgsd^évxa ovv iygd- 
tpa/Àev èv xoj xt'Xsi rovds xov ^i^Xiov, xal ^iqisi xb ttjc a6Xì]vrjg 
axrjfJia (f^'. Il brano prima omesso è trascritto nei ff. 284'■-286^ 

Anche per G è sicura la sua dipendenza da V. La 
prova sta nelle seguenti omissioni, tutte supplite di 1^ mano 
in mg., corrispondenti ad un rigo intero di V: VI 50 

1) E in fatti 1' Hercher nell'ediz. parigina continuò a citare E 
accanto a V. 

2) Me ne dà conferma il sig. Lebègue. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 185 

(p. 162, 2-4) avxoì vsxQfò — Tovg avvovg, xal \\ XII 18 (p. 302, 
D-ll) £neiyoi.ikyov rex^f^rai — yCvhvca yào [yào F invece di de) \ 
28 (p. 305, 25-27) t'itisq odv Sia — xcà r/)v xoóuv \\ XIII 8-9 
(p. 322, 30-32) IlQcuaioi (sic F> óòvreQoi — xaraaxsh' xal àva- 
xQovaai II XIV 16 (p. 349, 17-19) àga {.ii^xiaxà sanv — òvo- 
(.id^fiv xal noir]T<àv. Inoltre: VIIT 4 (p. 322, 11-13) fxrj ina- 
xovaai cpaaì <sic> xaì xQoqàg — ngoaiòv è un sok) rigo in F; 
l'amanuense di G, scritta la parola ttoocióv, per un'aber- 
razione naturalissima dell' occhio, invece di passare al rigo 
seguente, ha riscritte le parole iniziali del medesimo rigo 
liri vrcaxovaai (faaì, ma accortosi subito della svista le ha 
espunte e cancellate | 5 (p. 204, 15-18) rivàg xal ève ÒQviai 
xa^Tji^iiiovg è^exài^Hv — Tiy ao(fia TsiQsaiai xs xal è un rigo 
solo in F; G dopo xe xaì ha ripetute le parole xivàg xal 
Ì7t ÒQviai xad^ì]f.i6vovg, che poi ha cancellate. 

§ 3. — Un terzo gruppo è formato daimss. seguenti: 
P Parisiensis gr. 1756 (Omont II 135) cart. cm. 23,1 X 15,6; 

sec. XIV. Contiene soltanto Eliano. È mutilo in principio 
per la perdita di tre fogli del primo quaternione, e co- 
mincia I 10 (p. 8, 31) è'^oo (pèQovai xxX. Dei tre fogli per- 
duti il primo doveva essere vuoto, o almeno contenere altro 
che l'hist. an., giacché l'antica numerazione, là dove è 
ancora visibile, è soltanto di due unità superiore a quella 
che ha adesso il codice: così quelli che ora sono fF. 14, 36 
e 40, erano prima rispettivamente 16, 38 e 42. Se anche 
in P, allorché era completo, mancasse, come in tutti gli 
altri mss. di questo gruppo, l'indice del lib. I, non saprei 
dirlo; certo i due fogli scritti ora perduti erano sufficienti 
a contenere, oltre al testo di I 1-10 (p. 8, 31) xwv /^lehxxàv 
(= 177 righi circa dell' ediz. Teubneriana), anche l'indice 
dei 56 capitoli (tanti sono nel ms., perchè talvolta due 
cap. sono riuniti in uno) del lib. I. Basti dire che p. es. nei 
ff 2V. 22'" sg. 23 "■ (dunque nello spazio di due fogli) è conte- 
nuto III 33 (p. 74, 11 àvxi^Xéiiiavxa xxX.) — 47 (= e. 189 righi 
ediz. Teubn.) piìi l'indice dei 60 cap. del lib. IV. Sottoscri- 
zione : (xyéXog avv ^{s)c^ xfjaós xrig ^C^lov. Nei primi 55 fogli 
il mg. superiore o l'inferiore o l'interno, qualche volta 



186 E. L. DE STEFANI 

due margini insieme e tal altra tutti e tre sono stati ri- 
parati (evidentemente perchè guasti) con strisce di carta; 
ma si è proceduto nell'operazione con si poco- garbo da 
coprire talora e rendere illeggibile parte del testo. Sul 
mg. superiore così rinnovato del f. l"" si legge l' avvertenza 
di 2^^ mano : Xeircei xecfà'Xaia déxa rov ttqwtov ^i^Xiòv. Le 
tarme hanno inoltre guastato il ms. in più parti. 

Neapolitanus III D 9 (Cyrillus II 382) cartac. cm. 

32,5 X 23,2; sec. XV. Contiene solo Eliano. Titolo in rosso: 
AlXiavov 7T£qI ^(ócor lùrogiag ^i^Xutv ttqcòtov. La sottoscrizione 
manca. Manca altresì in questo e nei quattro codici se- 
guenti l'indice del lib. I. Nel f. 210^ si legge: ' Antonii 
Seripandi ex Jani Parrhasii testamento '. 

Q Vaticanus Palat. gr. 267 (Stevenson p. 146) membr. 

cm. 22,1 X 15,3; sec. XV. Contiene soltanto E. Titolo (in oro) 
come in 0. Sottoscrizione in rosso (f, 276'') zol avvtsXsaty 
Tóóv xaXcòv i^(f)'>T Xf^QiQ. 

S Vindobonensis med. gr. 7 (Nessel ps. Ili p. 21, Jacobs 

p. Lxxiii) cart. cm. 32,6 X 23; sec. XV. Solo Eliano. Titolo 
come in 0. È mutilo in fine e termina nel f. 201^ con le 
parole XVI 36 (p. 408, 13) xul ètàouTtov óeivwg. L'inter- 
ruzione è cagionata dalla perdita degli ultimi fogli del 
codice. S sembra scritto dallo stesso amanuense che ha 
copiato 0. 

C (e Jacobs) Parisiensis gr. 1695 (Omont II 126, Jacobs 

p. XVIII. Lxxxiv) cart. cm. 30,5x21,5; sec. XVI. Solo 
Eliano. Titolo, (in rosso) come in e sottoscrizione come 
in P. Copiarono due amanuensi: I. ff. l''-3^ (= proem. e 
lib. 1 1-10 fino a p. 8, 31 rtòi' {.ishxxwv)] II. ff. 4'•-194^ Il copi- 
sta n." I è cronologicamente posteriore al copista n.° IL Questi 
•avendo innanzi un esemplare mutilo in principio lasciò tre 
fogli bianchi, quanti gli parvero sufficienti a contenere i 
dieci capitoli o poco meno che vedeva mancare nell'esem- 
plare suo, riserbandosi di supplirli egli stesso o lasciarli 
supplire da altri col sussidio di un ms. completo. Che la 
cosa stia così, lo mostra la circostanza, che essendo invece 
tre fogli di troppo, l'amanuense n.° I per tentare d'arrivare 
in fondo al f. 3^ si vide costretto ad allargare man mano 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 187 

10 spazio bianco, destinato al titolo in rosso, tra un capi- 
tolo e l'altro; questo spazio, che da principio è appena di 
due righi, diventa poi di 3 e finalmente di 7 righi fra il 
0. 9 e il e. 10. E con tutto ciò il copista non è riuscito 
a coprire l'intero f. 3^, in fine del quale rimane spazio 
bianco ancora per tre righi di scrittura. 

D Vaticanus Palat. gr. 65 (Stevenson p. 33) cart. cm. 

31,2 X 21,6; sec. XYI. Solo Eliano. Titolo e sottoscrizione 
(in rosso) come in C. Oltre che l'indice del lib. I manca 
anche quello del lib. XI. Scrissero tre copisti: I. fF. l''-3^ 
(:= proem. e I- 1-10 fino a p. 8, 31 lòav fisXmcùv) ; II. ff. 4''-122'^ 
(= I 10 p. 8, 31 l"ico (fé'Qovai xtL — XI 4 p. 271, 23 aòv 
TÓóe, Jcci.iaiso, aòv zò aO-évog l'iaog sI'tj <sic»; III. ff. 123''-192^ 
(= XI 4 p. 271, 23 còl' lò a^évoq l'Xaog sir^g xaì nàvroùv xrX. 
(sic, ripetendo le ultime parole già scritte dal copista n.'' II», 

11 copista n.** I è cronologicamente posteriore al copista n.° II, 
e per dimostrarlo non avrei che a ripetere in sostanza quello 
che dissi a proposito di C. I copisti n." I dei codici CD pro- 
babilmente non sono che un' unica persona : certo le loro 
scritture si rassomigliano singolarmente. 

I mss. di questo gruppo sono caratterizzati dalle omis- 
sioni seguenti: I 41 (p. 23, 17-18) rf^ yfj — ngnovéovoi xcd \ 
58 (p. 30, 26-29) xuor;^uQovaiv — óuvdf.i€roi. \\ li 6 (p. 35, 7-8) 
-vecov xaì — iavroì | 7 (p. 36, 2-3) ttjv TaxCdrrjV xaì ànoxQvms- 
a^ai I 25 (p. 46,*29-30) à,ar]Tov — óivoì || III 2 (p. 60, 15-17) 
od xóaag — xafióvrag | 26 (p. 71, 11-14) iv taig — xaXiàg \\ 
IV 44 (p. 100, 29-32) lomòv — nagalv^^évra H V 3 (p. HO, 
27-28) xa^iàci — sqU.^ I 28 (p. 122, 20-21) tòv cvvvoiiov — 
(ftQo)V I 39 (p. 127, 30-128, 1) dre zig — àlxaiav \\ VI 44 
(p. 159, 19-20) iihv r)v — wQatov fièv \\ VII 8 (p. 175, 7-8) 
^e(Ó!.ievov — ^O^vj-iniu \ 17 (p. 182, 25-26) moav — sfxffoìvot 
imv I 21 (p. 184, 11) TimdCov — vnoXvovaav \ 44 (p. 196, 7-9) 
ysQaiooìv — ^vata \\ IX 21 (p. 225, 26-27) -zo tìjv óè — zoj 
xccXXh I 45 (p. 234, 25-26) Sia zcov — TcsQinsaóvzag xcd \\ 
XI 16 (p. 278, 27-28) -vog Alvsia — xazà zwv xaXovjiié- \ 
(p. 278, 31-279, 1) ÓQ!.u^&£Ìg — Tfjv^'AX^av \ 22 (p. 282, 32-283, 1) 
xaì Yixwnevog — àffrirviadtìg \ 36 (p. 2S9, 6-7) Xovzgrò — l'/z- 
7101 II XII 45 (p. 316, 12-14) -av àxzàv — xvQzoìac rw- \\ 



188 E. L. DE STEFANI 

XITI 12 (p. 325, 26-27) xaì órj — iiro^aXicóinevoi, 1 18 p. (332, 4-5) 
xoai^itl — avTr^jV i] \ 23 (p. 336, 9-10) òaov — avrò \\ XIV 29 
(p. 364, 23-25) xaì int'rioi — óixtvov || XV 11 (p. 375, 27-29) 
xaì eie oìvov — rjvco/utvì^v | 26 (p. 385, 14-16) xaì ixsyiazovg — 
XQfj(TÌhai II XVI 12 (p. 393, 14-16) xaì al vsaì — uiQovaiv \ 
21 (p. 400, 10-11) àlavai — {.lOQifàg \\ XVII 17 (p. 419, 29-31) 
xaì olà — óiaxóirTovmv \ 25 (p. 423, 21-24) roTg noaì — irtoói^- 
fiara \ 40 (p. 431, 4-5) -Xrjv xaì (filnnóvoìi; — óiscf^éioorro fjXi~. 
C D Q S sono apografi di P. Per C D ciò si ricava 
già con sicurezza dal fatto che l'amanuense n.° II di entrambi 
i codici dovette avere sotto gli occhi un esemplare man- 
cante in principio precisamente di tutto quello che manca 
in P. Per tutti e cinque i mss. poi se ne ha la prova 
palmare in più luoghi in cui essi presentano omissioni in 
lacuna corrispondenti a lettere o parole di P illeggibili o 
sparite in buchi di tarma. Da alcuni indizi parrebbe ri- 
sultare che S siano copie di Q. Potrebbe darsi che si- 
milmente fosse D una copia di ('; ma non mancano dati 
che m'inducono piuttosto a credere, che il copista di D, pur 
avendo sotto gli occhi P, di tanto in tanto, dove questo ms. 
presentava o una lacuna o una difficoltà di lettura, sia ri- 
corso alla copia C, ch'egli aveva a sua disposizione, e nella 
quale un revisore (C") aveva già introdotto supplementi e 
correzioni sia nel testo sia in margine. È inutile eh' io mi 
fermi a dimostrare che tale è precisamente il rapporto che 
corre fra Ce D: il lettore può credermi sulla parola. Do 
invece subito le prove della dipendenza di C D Q S da. P. 
Nelle citazioni che seguono, le parentesi quadre indicano 
lettere di P sparite in buchi di tarma: IV 41 (p. 99, 11) 
il X iniziale di xaxwv è in P quasi interamente sparito per 
un guasto della carta, una specie di scalfittura prodotta, 
pare, da una punta; x- om. in lac. C* (suppl. nel testo C^) Q, 
àxùìv, P>, xàxMi' (spir. cancellato di 1^ mano) /S || V 32 (p. 124, 1) 
imqvéixlia ò] (di i è appena percettibile l'estremità supe- 
riore sormontata da due puntini, di o rimane la parte infe- 
riore destra) P; -a ó om. in lac. C" (suppl. nel testo C") D Q' 
(solo -m, non ó, suppl. Q'); ó (non -la) om. senza lac. S \\ 
XIV 13 (p. 348, 1) iA,£}Acpo{.iai tt* xaì (*= lettera illeggibile, 



1 MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIAXO. 189 

forse (o) P; ,«. 7r(lac. di 2 lettere) y.aì C^ Q S; C' snppli 
nel testo -w, ma poi espunse, sottolineandolo, no) e corresse 
in mg. ttùk; ,«. TTùja xcd D j 20 (p. 353, 5) [o<] óè P; ot om. 
in lac. C^ Q S; C' supplisce nel testo wg, sottolinea wg 
de e in mg. nota ot óè; wg óè sottolineato di 1* m. nel 
testo e ot óè pur di 1* m. in mg. D \ 23 (p. 355, 3-4) ifi- 
nCmcov ò [^i](fiag ì[x&v](ji (ó smozzicato) P; èi.iTc. ó (ìeiC.)(f>iccg 
ì(ìsìc.)gi C\ C^' supplisce nel testo ^i- e x^^ J -D.non pre- 
senta alcuna lacuna; if.ininT(xìv (lac.)g:t«$ (lac.)o'f Q; è{.i7i(TCT(ùv 
(lac.)o'f 0; simiTTTwv (lac.) aocfUtg (lac.}(T<. S \ 25 (p. 358, 3) 
VTto^vyCoìv * àvTÌn{aXoc]' èariv (* = foro di tarma in cui 
è andato perduto parte dell'» iniziale di àvrCnalog) P] 
vno^vyiwv (lac.) àrri7i(\.B.c.) iaxiv C^ Q^ S; C' annulla la 
1^ lac. con una lineetta orizzontale e colma la 2* con -a?.óg] 
Q- nota in mg. àvTinaÀog] D non presenta nessuna omis- 
sione, e ha soltanto la 1* | 26 (p. 359, 7) [zai] (rimane 
qualche resto insignificante) P; xaì om. in lac. C^ Q S\ 
C^ supplisce xal in mg. e D non omette nulla | (p. 359, 17) 
v[rji]' (di 1^ si scorge qualche resto non chiaro) P; -r^t' om. 
in lac. C^ Q; C' supplisce -ricoì nel testo e corregge in 
mg. rri, che però è cancellato da C^ stesso; viqdoì (non i-j^t') 
nel testo D] rr^C om. in lac. S. 

S'è veduto più sopra che tanto in C quanto in D ì 
primi nove capitoli del lib. I, con parte del e. 10, sono 
stati trascritti da un esemplare diverso da P ; da quale, 
non sono in grado di dirlo. Constato semplicemente che 
anche in quei capitoli C D rappresentano la stessa tradi- 
zione che OQS: I 1 (p. 4, 14) «) Xéyovrca óè ovv C DOQS 
e Aj XéyovTai óè E G F H, XéyovvTca ovv (sic) L | (p. 4, 17) 
(xsxs^àXXovTo CD QS, fisra^aXóì'Tsg AEG, (.uré^aXov FH^ 
fieraSàXXovTca L. E non è certo casuale il fatto che ODO, 
soli fra tutti, abbrevino (p. 4, 18) sìvai in ii (sic, acc. om.). 
Senza risposta, parimenti, rimane la questione se Q S 
nei primi cap. del lib. I rappresentino o no P ancora in- 

i) Costretto a far menzione di codici di cui non fa ancora pa- 
rola, rimando il lettore, per ciò che concerne ^ al § sg. di questo 
cap., e per F H al cap. II. 



190 E. L. DE STEFANI 

tegro. A questo proposito, per altro, è osservabile che la 
lez. inec€^àX?.€To mette CDOQS in quello stesso rapporto 
di intima affinità con F H, che con questi mss. ha, come 
vedremo, il cod, P. 

§ 4. — Resta ad esaminare un quarto ed ultimo 
gruppo, che consta di due soli mss. 

(a Jacobs) Monacensis Augustanus 564 (Hardt V 426 sg., 
Jacobs p. XVIII. Lsxviii sgg.) cart. cm. 17 3 X 12,5; sec. XIV 
o XV. Eliano nei ff. 104''-238^. Titolo in rosso: ix rwv 
Alhcivov nsQÌ ^wcov ìóiórr^Toq, ^^ ngòarov. Invece nei libri 
successivi : Alhavov tisqì ^cócov Idióvr^rog /?', y' ecc. Manca 
la sottoscrizione. Ad ogni libro è premesso il rispettivo 
indice. Il codice ha sofferto molto nei margini a cagione 
dell' umidità, ed ha inoltre perduto parecchi fogli, che in 
seguito sono stati suppliti e scritti da una 2^ mano, e sono : 
ff. 104''-lir (indice del lib. I, proem. e I 1-38 fino a p. 21, 32 
è)Qaiaq\ f. US' sg. (I 45-53 da p. 24, 26 <rò> ^&ov a p. 27, 20 
xavaXi fin arco atiróv), ff. 115*^-116^ (I 58-11 6 da p. 30, 7 òh'yì]V 
xaì a p. 34, 18 vnèg), f. 118'- sg. (II 9-11 da p. 37, 10 òó- 
[.lov [sic per óaxstov] a p. 37, 31 ì'tiquitov), ff. 120''-12r' 
(II 13-26 da p. 42, 7 cdtiov a p. 47, 24 óqù) ; nel f. 122 il 
mg. esterno è stato lacerato via insieme con parte del testo 
e poi restaurato con carta più bianca, su cui ciò che manca 
è stato supplito dalla 2^ mano; ff. 123 "-124"' (II 37-47 da 
p. 50, 30 -gS^ì] t(Ìì ófjY.uccTi a p. 56, 2 àcfaoTrdCsi), ff- 126''-128"'' 
(III indice e e. 1-14 da p. 59, 5 MavQuvaCc^ a p. 64, 27 ys- 
vó}i8vogl f. 147'- sg. (V 34-41 da p. 125, 8 àUà a p. 128, 32 
advaig), f. 152 ■• sg. (VI 9-15 da p. 142, 10 tcwqco a p. 145, 17 
xai Tiwg), f. 237^' (XVII 38-41) 0, f- 238'- sg. (epil. da p. 435, 2 
XQì]ixaTa sino alla fine). Che i fogli scritti dalla 2* mano 
siano stati effettivamente suppliti più tardi, che cioè non 
si tratti dell' alternarsi di due amanuensi dantisi il cambio 
nella copiatura del medesimo ms., lo mostrano chiaramente 
due circostanze: a) la 2* mano più d'una volta alla fine 



1) Forse il f. 237^' è scritto da una 3* mano; in ogni caso non 
dalla P. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 191 

delle parti da essa scritte, accorgendosi rimanerle più carta 
che testo da supplire, è costretta, per non lasciare troppo 
bianco, ad allargare man mano la scrittura, senza però 
sempre riuscire nell'intento di coprire il foglio sino alla 
fine; l)) i fogli da essa copiati si corrispondono costante- 
mente a due a due nello stesso quaternione, come p. es. 
in quello formato dai S. 112''-119^ 



1^ mano. 




Questa 2*^ mano pare del sec. XV; certo il codice, che servi 
di base all'edizione di C. Gesner (Tiguri 1556), era nello 
stato in cui l'abbiamo noi adesso già nel 1542, quando ne 
fu copiato il ms. che passo a descrivere. 
B Berolinensis Phillippsianus 1522 (Studemund-Cohn p. 48) 

cart. cm. 31,6 X 24,3; sec. XVI. Eliano nei ff. 2'--192'-. Ti- 
tolo (f. 1^) : AìXiavov tcsqì ^(Óoh' Idiórriroq ^i^licc i^'. Ma nel 
lib. I e nei successivi gli stessi titoli che in A. Nessuna 
sottoscrizione. Indice ai singoli libri, al solito. Nel f. 201^ 
si legge: ,cc(fi.i^' lavvovaQiCov) X' ' iv Tfj Beveria' nóvco xal 
Ó€^iÓT{rj)Ti "iwàvvov KaT{é)X{ov) NavnXoiwTOV. 

I due mss. hanno in comune a) le omissioni seguenti : 
III 37 (p. 75, 10) (fd-ayyo^uvwv — xoiiiaaiag\\ IV 1 (p. 80, 13-15) 
(fvvvofiov — xarà rr^v | 21 (p. 89, 3-7) i^ 'ivdòov — TCQods- 
%év(o 1 26 (p. 90, 24-25) &q — nQoariQxr^pLévov \ 29 (p. 92, 29-30) 
yavQÓg — ^av[.idaai de \\ VII 8 (p. 175, 16-17) TtQÓ^uTa — 
%si^im>a II 1X49 (p. 235, 32) xal rj ^vyaiva — èqyà'Qerai \ 
54 (p. 237, 15-22) 'AQiaiotéXrig — óedsfiavoi \ 57 (p. 239, 3-4) 
ts xà xov — Ix^vsg ava- \ 62 (p. 240, 27-28) ola /.irj — 
à7toQQvipdi.i6vog II X 14 (p. 249, 8-9) àysi — "^HgaxXsooTrjv \ 
16 (p. 250, 17-18) Ì7T€Ì — avTwv \ 48 (p. 265, 22-23) ^a^v 
TccTì]V — ÙTTÒ II XII 6 (p. 295, 6) xal iad^isiv — e%ovai \\ 
XV 12 (p. 376, 25-26) di Sé — ^qóag \ 25 (p. 384, 30-31) 'Aqi- 
avovélrig — s^óofir]xovTa \\ XVII 42-46 || epil. (p. 434, 1-435, 2) 



192 E. L. DB STEFANI 

CniAOrOC. "^Ocrt ^uèv ovv — Twv ndvv nXovaiMv] l>) la 
trasposizione di XI 34 (p. 290, 10-11) ^socpiXfj — ànslOóiTcc 
xaì dopo p. 290, 12 ipvxf]v; e) l'ordine dei e. 34-41 del 
lib. XVII, il quale in A B coincide con quello comune a 
tutte le edizioni a stampa, mentre in tutti gli altri codici 
la successione dei e. 34-46 è 34. 38-46. 35-37 0- 

B, come ho detto, è copia di A. Le prove abbon- 
dano, ix) I due mss. omettono, come vedemmo, i e. 42-46 
del libro XVII e la prima metà dell'epilogo; ma questa 
omissione in J. è cagionata dalla perdita di un foglio tra 
i ff. 237 e 238. "b) Numerose piccole lacune in bianco 
che si trovano in B corrispondono a parole o parti di pa- 
role di difficile lettura o addirittura illeggibili in A^ sia 
perchè svanite sia perchè scritte confusamente. Ecco pochi 
esempi nei quali per brevità chiuderò fra parentesi quadre 
ciò che B ha omesso in lacuna, e fra parentesi tonde ciò 
che non è chiaro in A: I 38 (p. 22, 3) aTt(f[{àYovc)] \\ II 6 

1) Non e' è nessuna buona ragione di continuare a mantenere 
nelle edizioni un ordine, che l'accordo di tutti i mss. contro AB 
mostra falso, e che, coni' è facilmente dimostrabile, non è più antico 
di A, dove appunto è nato per mero caso. L'ultimo cap. scritto dalla 
1' m. è in J. il e. 37 al termine del quale sta il segno + -}--]-, mai 
adoperato in tutto il codice né come fine di capitolo né come fine di 
libro, e che sta dunque ad indicare la fine dell'opera. L'epilogo l'ama- 
niiense o non volle o non potè copiarlo; ad ogni buon conto lasciò 
in bianco il f. 237^ e forse anche altri successivi. Ora si noti che il 
e. 87 è precisamente quello che in tutti i codici chiude il lib. XVII: 
ognun vede quanto sia già forte la presunzione che cosi fosse anche 
nell' esemplare di A. La prova decisiva è data dall' indice del lib. XVII, 
il quale indice cosi in A come nei rimanenti mss. dà i titoli dei 
e. 35-37 dopo quello del e. 46. Se i e. 38-46 non siano stati, per qual- 
sivoglia ragione, neppur copiati dalla 1* m. o manchino al loro posto 
fra i e. 34 e 35 in seguito a dispersione di alcuni fogli del codice, 
pur troppo non risulta dalle mie note; comunque sia, la 2* ra. ac- 
cortasi della mancanza vi riparò aggiungendo in fine i e. 41 sgg. e 
l'epilogo, e dette cosi origine a quell'ordine, o piuttosto disordine, 
che passò poi nelle nostre edizioni dal Gesner in poi. Naturalmente 
la versione di P. Gilles (Lugduni 1565) presenta i cap. in questione 
nella loro successione genuina, salvo che è omesso affatto il e. 42 ed 
è trasposto il e. 35 dopo il 36, cei'to per una inavvertenza dell'edi- 
tore (cfr. Jacobs praef. p. liv n. 9). 

20. 7. '902 



I MSS. DELLA IIIST. AX. DI ELIANO. 193 

(p. 35, 13) 7TQo,SXfj[itog (r)]Tàg \\ III 15 (p. 65, 1) [{elX)]ovvTm ] 
17 (p. 66, 16-17) àuo[{óvarj)Tm] \\ VI 7 (p. 141, 26) £xó[^{iCev)] \ 
23 (p. 149, 19) ò[{QÓ(fov)] I 25 (p. 150, 32) Ì7teQ[{^<dfjv)] | 62 
(p. 167, 30) [ÌT€xfirj)]Qiol II VII 8 (p. 175, 7) 'Ava^c([{yó)Qòv] | 
14 (p. 180, 30) [(tò óè éYQÒv)] Il Vili 17 (p. 211, 25) [{h'- 
rav^a oóv ó)] | 22 (p. 214, 19) àvUef-uT)] \\ IX 59 (p. 239, 23) 
[Ì€ÌQ^{v)rj] Il X 31 (p. 259, 1) [(^)] | 35 (p. 260, 25) [{ianv)] \ 
48 (p. 266, 19) [{Trjg Tttrjvfjg)] || XII 11 (p. 299, 6) 7ió[{av)] || 
XIV 20 (p. 353, 8) [(zovg av)!.i{^)]yMv(favTsg sic B ; in A Vs 
di avix^sXivaavreg è, nella parte inferiore, svanito e quel 
che resta può essere scambiato per un x \ 23 (p. 354, 23) 
7i€XC[xai Ts] sic B] TcsQ'{xai re) A, dove sq è legato come 
in Gardthausen G P tav. 10 q 8, ma il q chiuso come in 
eo ibid. Q 10; se non che in A l'asta e parte dell'occhio 
di ^ è svanita, sicché quel che rimane di questa lettera 
assomiglia ad un X. e) Tre volte almeno l'amanuense 
di B dopo parole che in A formano il termine di un rigo 
ha riscritte (e poi, accortosi dell'errore, ha cancellate) le 
parole che in A formano il principio del medesimo rigo. 
Indico il principio e la fine del rigo di A, chiudendo fra 
parentesi quadre le parole iniziali che B ha ripetute dopo 
la fine : VII 29 (p. 189, 13-15) [ecpsgs óè rò àQyvQiov ò óov- 
Xog.] sTcd óè — fiTtstys ydg ti \ 37 (p. 192, 9-10) [,u«7/j t£- 
ZQù}]fiérog — rà àxóvria \\ XIV 12 (p. 347, 20-21) [xal tqu- 
XsTaC Hai] xcà zfjg — noodàìpairo. d) Due volte almeno 
B omette un rigo intero di A : VIII 5 (p. 204, 21-22) -óai 
xal ini — fxuvxevovTca \ 15 (p. 210, 12-13) Eart óè — ysv- 
adf.i£vog, questa volta però, accortosi della svista, B ha can- 
cellate le parole (lin. 13-14) rfig èvrav&ev (sic per -uvO^u) che 
aveva cominciato a scrivere dopo lin. 11 ^àaru, ed ha ri- 
preso il filo da "Eari óè xrl. 

La 2*^ mano di A, che, come vedemmo, supplì molte 
parti che nel codice vennero a mancare per la perdita di 
parecchi fogli, si è certamente servita di un ms. affine 
a F. Basterebbe già a provarlo il fatto che la 2'*^ m. di A 
e F (e naturalmente anche le sue copie E G) soli danno 
come titolo dell'opera: sx tmv AlXiavov rtsoì ^woyv lóióiVjTog, 
e soli omettono dopo II 42 (p. 53, 22) ^r^niovv (dunque senza, 

studi itaì. di Jìlol. class. X. 13 



194 E. L. DE STEFANI 

che vi concorra l'omeoteleuto) le parole v(f.aiQovfi€vog ex 
T?jc ixeCvov xcf<«g vómq. Lo confermano pienamente le va- 
rianti seguenti, dove fuori parentesi è data la lez. comune 
alla 2-^ m. di J. e a T' (contrassegnata da un asterisco, al- 
lorché la lez. di V è solamente argomentata dall'accordo 
ài E G) e dentro parentesi è indicata la lezione degli altri 
codici: Il (p. 4,8-9) ^Trooaiàaiv . . . nQoaidai {nQoaCaaiv . . . 
nQoaiaaì) \ (p. 4, 17) *óf.i(jog xaì vvv (jvXàtTeiv {ò{.iwg sti xal 
vvv dia(fvXàvx£iv. Invece di ó'/iojg i codd. F H hanno : mg slg) \\ 
II 1 (p. 32, 22) Tdóv {rag sx i&v) \ (p. 33, 2) "" (fsvyovrai J' 
{(péqovrai de) \ (p. 33, 4) * ovt àvan. {orna àvuTi.) || III 1 
(p. 59, 5) ^àvÓQÌ xaì (àvÓQÌ) \ xoiVMvat xaì òòov {xaì òóov 
xoivoìvsl) I (p. 59, 11) ^xaTaXrjcp^fj A, xavaXeicp&fj E G {xa- 
Talei(fS^f^ o -(f&fj) I (p. 59, 20) iXési (éXeco) | (p. 60, 2) Xeovrag 
(XsóvTwv) *). Tenendo conto di questa constatazione, d' ora in 
poi distinguerò le parti di A dovute ai due copisti, designando 
r una, quella scritta dalla 1*^ mano, con A^ e 1' altra con A^. 
Importerebbe assai determinare con maggior precisione 
in quale rapporto stiano A^ V. Io son persuaso che quello 
è copia di questo; e a tale persuasione mi induce in primo 
luogo la considerazione generale che, sia nelle parti da me 
collazionate, sia — per quanto è possibile giudicarne dagli 
apparati insufficienti delle nostre edizioni — nelle rima- 
nenti, A^ non si rivela mai indipendente da V; in se- 
condo luogo, alcuni indizi particolari di dipendenza che 
qui appresso comunico '-) : III 1 (p. 59, 20) àTtouXén (= àjio- 

pXéTiaig) F, ànoxXsnrjg A""'. A parte la confusione di u {= /?) 
con X, A''^ sembra non abbia capito il compendio gg (= atg), 
e abbia preso il primo g per un segno incomprensibile, che 
si accontentò di riprodurre alla peggio, dando al secondo g 
il solito valore di rjg j (p. 59, 23) xvviói ' {= -óiov) F, xv- 
vióì {= -óiag) pr. xvviói ' corr. A^' \ (p. 59, 24) nTQacprjvai 

1) Chi non fosse ancor persuaso, non ha che da scorrere l'ap- 
parato del Jacobs nelle parti corrispondenti alla copiatura della 
2* mano, per trovare ad ogni pie sospinto nuove conferme del fatto. 

2) Vado qui debitore delle notisjie intorno a V alla cortesia del 
sig. Lebègue. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 195 

(' on peiit hésiter entre TtaQUTQa^fjvai et ire QtvQacf rivai, nu- 
oc<TQa(ffivai semble plus probable ') F, TTSQiTQacfTlvai A^, nel 
quale errore è caduto, indipendentemente da questo ms., 
anche (r; tutti gli altri codici, compresa l'altra copia di V 
(E), hanno la lez. genuina TtagarQ., meno FU (cfr. p. 189 
nota), la cui arbitraria lez. nao' sfxov rgacprivui risale però 
sempre a nagarQucff^vai '). Tuttavia non mi dissimulo la pos- 
sibilità che in questi tre luoghi V riproduca materialmente 
il suo esemplare; e in tal caso, naturalmente, resta aperto 
l'adito al dubbio, che A^ sia un collaterale anziché un di- 
scendente di V. È un punto che il futuro editore della 
h. a. dovrà cercare di decidere con sicurezza. 

II. 

Sopra quindici manoscritti esaminati nel precedente ca- 
pitolo quattro soltanto ci risultarono indipendenti: A LP V. 
A questi bisogna aggiungerne ancora tre. 
F (il/2 Jacobs) Laur. 86, 8 (Bandini III 298, Jacobs 

p. xLix n. 24 e lxxxiii) cart. cm. 21,7 X 13,7; sec. XV. 
Eliano nei ff. 14''-94^. Titolo in rosso Alhavov ttsqì L,m(av 
lóiÓTfjtog. Senza sottoscrizione. Manca la divisione in libri, 
e i capitoli invece di seguirsi nel solito ordine sono raggrup- 
pati insieme, secondo l'affinità dell'argomento, in 225 capi. 
A tutta l'opera cosi riordinata è premesso un indice ge- 
nerale degli argomenti {tvCvu^ twv nsQÌ ^(hcov lóioTrjTOJv Aì- 
Xiavov Tov aocpov), che comprende soli 223 capi, essendone 
stati omessi due (il 155 e il 222 del testo), e che comin- 
ciato a scrivere sul f. 14^ continua e finisce nel f. 14^ Il 
lettore potrà formarsi un idea del modo come ha proceduto 
il riordinatore dall'indice seguente, in cui sotto al titolo 
di ciascun capo, qual' è dato dal niva§ -), indicherò i ca- 



1) Aggiungasi Jacobs: XVII 40 (p. 430, 24) nonù] ' nóUv editt. 
omnes falsa explicatione notae tachygraphicae in a <(= A^y (et v (= F)) 

^^' ... 

710 obscurius pictae . 

2) Mentre nel 7itV«^ figurano soltanto i titoli dei singoli capi, 
nel testo invece ogni capitolo ha un titolo a parte. Cosi il capo ^' ha 



196 E. L. DE STEFANI 

piteli che vi corrispondono nel testo di F: «' ttsqì ìqco- 
óiùv I 1. V 35 I /?' TTSQÌ axaQov I 2. 4 (a cominciare da 
p. 6, 3 xaì ol axdgoi xtX.). II 54. XVI 2. XII 42 | y' ttsqI 
àvd^iwv X 47 I (f' TisQÌ xsifàXoov I 3. 4 (fino a p. 6, 2 éXxsa^ai; 
questo capitolo dovrebbe essere compreso sotto il capo y', 
e nel testo infatti è intitolato tiìqì àvd^itòv xaì nàXiv). 12. 
XIII 19 I € TTSQÌ TQwxTov ì^Ovog I 5 | ?' ttsqì yXavxov IxO^vog I 6 
(nel testo più esattamente : ttsqì FXavxìjg yvvaixòg fjg fjQàad^rj 
xvoav)' 16. 29 (nel testo: ttsqì yXavxóg). X 37 (testo: ttsqì avTf^g) 
^' TTSQÌ xvvMv I 7. 8. 38. Ili 2 (p. 60, 25 xvcov KQfjaact xtX. -h 
p. 60, 9 xaì TTSQÌ iTTTTov TTjg Ai^vaoì^g xtX.). IV 19. 40. 45. 

V 24. 46. VI 25. 53. 59. 62. VII 10. 12. 13. 25. 28. 29. 38. 40. 
VIII 1. 2. 9. IX 5. 55. X 41. 45. XI 3. 5. 13. 20. XII 22. 35. 
XIII 24. XVI 31 I ri TTSQÌ ^aXarxiag xvvóg I 17. 55. XIV 24. 
27. 21 I ^' TTSQÌ xì](f7jvog I 9 e cosi di seguito. Il metodo è 
chiaro: a ciascun capitolo che per la prima volta nella 
' historia ' tratta di un dato animale, sono aggiunti, via 
via nello stesso ordine in cui s'incontrano scorrendo il 
libro d'Eliano, i capitoli successivi sullo stesso argomento; 
e i capi pili comprensivi che ne risultano si susseguono 
nell'ordine che hanno in Eliano i loro rispettivi capitoli 
primi. Come non è stato mantenuto l'ordine primitivo del- 
l'opera, così non ne è stata rispettata l' integrità: mancano 
oltre all'epilogo parecchi capitoli interi (II 24. IV 2. 38. 

VI 2. 8. 52. 66. 61. VII 9. Vili 27. IX 10. XI 20. 50. XI 1. 6. 
7. 31-35. 39. XII 7. 37. 39. 40. 42. XIII 12. 21. 25. XIV 2. 13. 
XV 3. 27. XVI 37. XVII 24. 46), altri sono in parte mu- 
tilati. Fra i pochi scolii marginali, che F ha comuni col 
seguente H, è notevole uno solo, contenente un breve fram- 
mento di Palamede grammatico e pubblicato a p. 40 del 
presente volume. 

H Vaticanus Palat. gr. 260 (Stevenson p. 143) cart., cm. 

22,6 X 14,9; sec. XIV. Eliano nei £P. l■•-223^ Titolo in rosso: 



nel 7itV«| il titolo generale /3' nsQi axuQm', laddove nel testo i cinque 
capitoli compresi sotto il n.° j3' sono rispettivamente intitolati: tieqI 
axdoov ix^-vog (I 2), neQi ccvrov (I 4), ttsqI avrov (II 54), negl tov uvxov 
(XVI 2), Tisol TOV avTov xcù t^iykajf (XII 42). 



I MSS. DELLA HIST. AX. DI ELIANO. 197 

AtXiavov <sic> Tiegl ^(ócov ióiór{r])T{og). La sottoscrizione manca. 
L'opera è, al solito, divisa in libri, ciascuno preceduto dal 
rispettivo indice dei capitoli. Sul f. 301^ il nome del pos- 
sessore: A£{ó)vàQÓov ^lovaxiviavov xal {tcov (fikcov}. 
W Vindobonensis med. gr. 51 (Nessel p& III p. 55, Ja- 

cobs p. Lxxiii) cart., cm. 14,5 X 11,1; sec. XIV. Soltanto 
la ' liist. anim. ', ma mutila si in principio che in fine: 
comincia VI 63 (p. 169, 4) xaì f.uvTOi xal xaTaXr^(f&év%ac, 
finisce XVII 40 (p. 430, 29) 'ivóoC qaaiv ol xvxho. Alcuni 
fogli sono adesso fuori di posto; l'ordine originario va ri- 
stabilito cosi: 1. 165. 168. 11. 167. 2-10. 12-164. 166. Il titolo 
nei libri rimasti è AlXiccvov ttsqì ^éiav lóióvrjTog. Ogni libro 
ha il suo indice. Scrissero due copisti: I. ff. l'"-62'" e 140''-168^; 
IL fi'. 62^-139^. Corressero due diverse mani, la seconda 
delle quali è quella stessa che nel f. l'" ha annotato: ' Au- 
gerius de Busbecke comparavit Constantinopoli ', e sarebbe, 
secondo il Nessel, del Busbecke medesimo. Col f. 2 termina 
il quaternione 11° (di soli quatern. è formato quel che ri- 
mane del codice), sicché sono andati perduti in principio 
dieci quaternioni interi e sei fogli dell' 11°; in tutto, dun- 
que, 86 fogli. Siccome i 168 fogli di cui consta ora il ms. 
corrispondono a circa 262 pagine dell'edizione Teubneriana, 
gli 86 fogli perduti (dato che la scrittura non fosse iu 
questi nò più minuta né più fitta che nei 168 rimasti, dov'è 
minutissima e fittissima) erano capaci appena di lauto testo 
quanto n'entra all' incirca in 134 pagine dell'edizione. In- 
vece il testo effettivamente mancante in principio é di 
ben 168 pagine ; rimangono dunque 34 pagine di testo che 
certamente mancavano nel codice, anche quand' esso era 
completo. Ora, i primi cinque libri abbracciano rispettiva- 
mente circa 30 (proem. -|- lib. I), 27, 21, -28, 30 pagine; 
onde convien concludere che, anche prima d' essere muti- 
lato, al codice mancava qualche cosa più di un libro. Per 
poter credere che nulla mancasse in origine, bisognerebbe 
— poiché 34 pagine di testo importano, fatta la propor- 
zione, circa 22 fogli di manoscritto — ammettere che 
giusto i primi undici fascicoli fossero quinioni, e non già 
quaternioni come tutti gli altri. Ma v' è un argomento 



198 E. L. DE STEFANI 

decisivo. Nel ms. i libri portano una triplice numerazione 
progressiva: una, conforme a quella comune alle edizioni 
e ai mss. completi, è di mano recentissima, come prova 
questa indicazione in principio del lib. VII (f. IGS""): ^ ^i^l. ^' 
excusis '; un'altra, meno recente^ che assegna al lib. VII 
il n.° «', al lib. Vili il n.» /S' ed al lib. IX il n.° /, fu 
dunque apposta in un tempo in cui il codice si trovava 
già nel presente stato di mutilazione ; una terza, final- 
mente, è dovuta ora al medesimo amanuense che scrisse 
il codice, ora ad una mano diversa, ma certo di poco po- 
steriore. Questa 2>^ numerazione (1^^ cronologicamente par- 
lando), che in parte è stata obliterata, mediante rasura 
o sovrapposizione di scrittura, dal più antico dei due po- 
steriori numeratori, si mostra, là dove è ancora visibile, di 
due unità inferiore a quella' delle edizioni: così i libb. Vili, 
IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVII, sono rispettiva- 
mente <?', iX'), »/, W, àéxaxov, la, {i^'), {if), is'. Le parentesi 
indicano che la numerazione non pare di 1^ mano. Ogni 
dubbio svanisce: in W o mancavano per l'appunto due 
libri interi dei primi sei, o questi non erano comunque 
completi e ciò che ne rimaneva era ripartito in 4 libri. E 
interessante a questo proposito il codice Vaticano gr, 1376 
(cfr. P. de Nolhac, ' La biblioth. de Fulvio Orsini ' p. 338). 
Questo è un ms. cartaceo risultante dall'accozzo di 3 
o 4 codicetti di varia età e di vario formato. I ff. l'"-29'' 
(era. 16,2 X 11)7; sec. XIV) contengono AlXiavov nsQÌ ^wcov 
ìóiórrjTog. H copista non è andato oltre a V 6 (p. 112, 14) 
xal à(fixovTo elg tòv Xi^èva. E completi non sono neppure 
i primi quattro libri, dove mancano I 23 (p. 15, 25 zr^v àl- 
Xoaq xtI.) — 36, II l-III 46 e III 48-IV 1. Di queste omis- 
sioni solo la prima, che cade esattamente tra i ff. 8 e 9, 
è dovuta a perdita di fogli; delle altre è responsabile il 
copista o piuttosto il suo esemplare. Il testo che cosi ri- 
mane, è ripartito in tre libri, dei quali solo il 1° non è 
numerato: 

Proemio (ff. 1^-2") 
(^i^hov nQwTov) = I 1-23 fino a p. 15, 25 àXrixol <23 da 
p. 15,25 T^v ànwg-^6) 37-60 (ff. 2^-8^ 9^^-14^) 



I MSS. DELLA HIST. AX. DI ELIANO. 199 

^i^XiQv deéTsoov = III 47. IV 2-60 (ff. 14^-26^) 
^i^Xiov tqCcov = V 1-6 fino a p. 112, 14 hiieva (ff. 26^-29'"; 
f. 29^ vac). 
Ad ogni libro è premesso il rispettivo indice, corrispondente 
per il contenuto al testo del ms. ; per il lib. a', l'indice (f. 1') 
abbraccia anche i e. 24-36 ; e per il lib. y\ tutti i e. del lib. V. 
È innegabile che il Vatic. gr." 1376 presenta il testo 
dei primi libri in tale condizione quale possiamo immagi- 
narcelo nell'esemplare di W. Ma per affermare con qualche 
sicurezza che da questo esemplare derivò effettivamente 
anche il Vatic, dovremmo almeno poter stabilire senza 
ombra di dubbio l'intrinseca affinità del Vatic. con W. Di- 
sgraziatamente un confronto diretto fra i due codici non 
è possibile, perchè ciascuno di essi non ha quella parte di 
testo che ha l'altro; è tuttavia. notevole che una variante 
(l'unica significativa fra le quattro o cinque che offre il 
Vatic. nel lib. Il e VI) metta il Vatic. in istretta rela- 
zione con F H P, cioè con mss. che hanno, come vedremo, 
più di altri vicina parentela con W: 1 1 (p. 4, 17) uera- 
iSa?.óvT€g A''' E G (dunque certo anche V; è questa la lez. 
genuina), iisxa^àXXovxui L, fxsxè^alov F H, iisxe^àXXovTO P, 
liete^àXovTo Vat. 

III. 

Veniamo ora alla classificazione dei sette mss. che, dopo 
quanto si è esposto, hanno soli il diritto di figurare in un 
apparato critico della h. a. 

§ 1. — I codici A F H L P V W si dividono in due fa- 
miglie: runa è formata da A^ V^ l'altra da A^FHL PW. 
La seconda è caratterizzata da corruzioni di vario genere, 
sopra tutto interpolazioni, dalle quali la prima è rimasta 
immune. Raccolgo qui appresso quanto si ricava dall'esame 
del e. 1 di ciascun libro ') : 

1) Avverto qui una volta per tutte, che in luogo di F, sempre 
che gli apparati del Jacob? e dell' Hercher non ne diano la lez. espli- 
citamente, cito le sue copie E G, il cui accordo considero come si- 
cura testimonianza della lez. di V. 



200 K- L. DK STEFANI 

a) interpolazioni: II 1 (p. 32, 22) xàq sfx^oXàg tcòv àvé- 
ficov A^ E G\ rag sfx^. tàg ex xCbv àv. FH LP. Che xàg ex 
sia un'interpolazione lo provano i luoghi seguenti della h. a. 
Ili 6 (p. 61, 21) zfig Tov Qsvfiaiog sj.il-ioXfig VII 7 (174, 15) 
àvb'ficov Tivàg è{.i^oXàg 8 (p. 175, 26) y^nixwvog six^oXtjv 
XIV 10 (p. 346, 4) aiigag riva six§oXr]v XVI 17 (p. 396, 20) 
rag za ifi^olàg xwv vstcov Cfr. Aristid. Panath. voi. I 
p. 270 ed. Dindorf xazaiyidog f] atQo^iXov zivòg i/i^oXfj 
Max. Tyr. V 4 à{.i^oXrj xeii.isQÌov vdfxarog Philostr. lun. 
Immag. e. XV p. 137, 7 ed. lacobs tfjg tov avòg €\u^oXfjg \\ 
XI 1 (p. 269, 27-29) à óé /noi fxóva fjóe rj avyyQa(frj naga- 
xaXsi etcì ravtcc. isQeìg eì(^i rròós t(Ò óaifÀovi Boqs^' *) xal 
Xio' vlésg V\ a ót f,ioi, /lóva rjós rj avyyoacfrj TTaga^dXXsi 
(naQaxaXsT HM) xal òsi {órj P) Xéysiv ravva iegà alai 
{Ugà alai P) t(òòs {rifxw rcoóe L) t(Ò óai/iovi Booéov xal Xióvog 
(xiorog A^] x^wvog di 1^ m., ^lóvog corr. di 3^ m. Z ; x«^',««- 
rog W) vta'sg A^ HW LP. In Fé om. l'intero capitolo. È 
evidente che V dà sostanzialmente la lez. genuina, ne altro 
avrà avuto l'archetipo (a) dei nostri mss. La lezione che 
troviamo nei codd. rimanenti, e che, a parte parsoiali va- 
rianti, è da considerare come quella del loro più prossimo 
capostipite comune (/?), è derivata dall'altra per effetto di 
un'interpolazione e di un conseguente infelice tentativo 
di emendazione. Senza dubbio, io penso, le parole dal Xéysiv 
furono in origine una glossa interlineare diretta a spiegare 
l'espressione fi GvyyQa(f)7j naqaxaXaX\ in seguito s'intrusero 
nel testo soppiantando alai, e ne venne fuori un pasticcio: 
a de jLioi f.ióva fjóa rj avyygacfrj naqaxaXal xal dal Xa'yaiv xavTa 
isQaig aldi roiós toj óaifiovi BoQa'ov xal Xióvì]g viasg, dove il 
xal innanzi a dai Xayaiv s'intromise certamente nell'atto 
stesso della interpolazione di queste due parole (cfr. Her- 
cher ed. Paris, praef. p. Ili sg. e Blass ' Hermeneutik u. 
Kritik ' § 10 extr.). In tali disgraziate condizioni del testo 
è ben naturale che un lettore, che avea l'ubbia di volerci 



J/ -vi 

1) BoQE (= -QStt?) è un equivoco per Boqe {-= -qe'oi'), come certo . 

si leggeva o nell' archetipo dei nostri mss. o in quella sua copia da 

cui proviene V. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 201 

veder chiaro, considerasse dai come verbo di «... xavta 
e si credesse autorizzato a correggere in Uqà quel tsQsTg, 
che a lui dovette parere un evidente strafalcione dell'ama- 
nuense. Egli dunque, in mancanza di meglio, interpretava 
presso a poco così : ' le sole cose che la presente scrittura 
richiede (sian ricordate) e ch'io debbo dire, queste cose sono 
sacre a questa divinità '; quindi con Boqò'ov faceva comin- 
ciare asindeticamente un nuovo periodo, in cui il verbo 
eiai era sottinteso e le parole rgsTg fino a tò f.iflxog funge- 
vano da predicato | (p. 270, lò)'XaTQ6V(javT6g xaì tòv ^ sòv V; 
^.azQtvaavrsg xaì àxovovxsg ràv ^scbv A^ H L W, XutQSV- 
Gurtsg Tòiv ^swv P omettendo xaì àxovovxsg per omeote- 
leuto. Mi immagino che la casuale corruzione di xòv ^eòv 
in xwv ^sóov abbia dato origine alla inetta interpolazione 
di àxovovxeg da parte di chi volle dare un reggente al ge- 
nitivo |] XIII 1 (p. 318, 13) x(jùi> ^ewv F; xCóv ^stòv òaov 
A^ L P di 1* m., x(òv ^ewv ÓGiov HWP corr. di 2^ m. Il 
cod. F modifica profondamente ed arbitrariamente il testo. 
' Natum OCON ex 0€QN ' osserva acutamente il Jacobs || 
XIV 1 (p. 339, 11 sg.) ov /.irjv . . . oùóè V: ov f.irjv . . . odóè 
[xrjv A"^ F H L P W. Il secondo fxrjv è una dittografìa del 
primo : Eliano adopera o ov fxrjv . . . ovós (h. a. V 9 [p. 113, 6] 
XIII 13 [p. 326, 10] XIV 7 [p. 343, 9] XVII 37 
[p. 428, 32]) 0^... ovóè fAr]v (h. a. I 13 [p. 10, 26] IV 52 
[p. 104, 24] V 1 [p. 108, 21] VII 27 [p. 188, 3] IX 65 
[p. 242, 5] XI 10 [274, 32] 11 [p. 275, 23] XV 1 
[p. 365, 16] V. h. I 5 [4, 19] III 47 [59, 15] fr. 317 
[p. 276, 22]); mai, secondo la giusta osservazione del Jacobs 
e dell' Hercher, ov firjv . . . ovóè ^iriv \ (p. 339, 15 sg.) ini 
xovg '^ò'vovg V (e F] cfr. p. 208 sg.); ini xovg '§svovg xaì xovg 
^sriovg A^H LP W, Lo Schneider, che pure non conosceva 
la lez. di F, senti che le parole xaì xovg '§aviovg sono in- 
terpolate ; r Hercher con l'autorità di F le espunse. Poco 
persuadente è la difesa che ne fa il Jacobs: ' mihi genuina 
videntur. '^ivoi sunt peregrini (f'7r?^Ai;J'«g x«ì ^éVo< opponuntur 
toTg av^iysviGi ap. Lue. Hermot. e. 24), ì^évioi autem noti et 
hospites. Talibus alliteratiouibus Aeliani oratio gaudet '. 
Il contesto mostra che in E., come in Luciano, ' '§évovg ' 



202 E. L. DE STEFANI 

è l'esatto equivalente di ' ijujÀvóag ' adoperato da E. stesso 
poche righe più sotto, e designa tutti in genere gli scombri 
che non sono fra quelli addomesticati. Una distinzione di 
questi in ' peregrini ' e ' noti et hospites ' riesce fuor di 
luogo II XV 1 (p. 365, 25) oó fif]v Svvavzai F; ov }xì]v ov 
d. A^, oi id^v oò d. FHLP W. Cfr. Hercher, ed. Paris, 
adnot. crit. p. xlviii j] XVI 1 (p. 387, 12 sgg.) 'AvriQ noQ- 
(pvQevg . . . al iiélloi ^.lévsiv rj sx zov ^(óov XQÓa ósvcfonoiòg xal 
àvffexviTTTog xaì oTa rfjV ^agjr^v ègyàaaa^^ai yvYiaiav àXX' ov 
deóo)yoniévrjV, i.uà. Xidov xaracfoQcl óiaifO^siQsi tyjv rcoQCfVQuv 
aÓToTg òCTQaxoig V; invece di ola ^Qg^Q ola ze- sdrai A^, ola 
Té' iaiai F, ola rè tarai H TF, olà rs tarai L P. L'interpre- 
tazione che si suol dare di questo passo è in sostanza la se- 
guente: ' il noQ(fVQsvg, se vuole che il colore che si estrae 
dalla porpora rimanga indelebile e sia capace di fornire una 
tintura genuina^ uccide l' animale con un sol colpo di pietra ' . 
Cosi intendono Eustazio (ad II. 6, 83 = Cramer, Anecd, 
Paris. Ili 205, 21), Philes (de anim. propr. v. 1966 sgg.), il 
Gilles, il Gesner e con lui quanti fino all' Hercher ne ripub- 
blicarono con correzioni la versione, lasciandola però immu- 
tata in questo punto. E in verità, questa è l'unica inter- 
pretazione possibile con la lez. dia rs t'arai, parole che 
bisogna, con un poco di buona volontà, considerare come 
equivalenti ad un ixéXloi ola rs sivai] ed è pur quella che 
si presenta più spontaneamente, anche se si espunge rs s'arai. 
Se non che gl'interpreti non pare abbiano badato ad una 
difficoltà: quanto poco cioè il senso di questo periodo, cosi 
inteso, armonizzi con ciò che segue. Eliano infatti passa a 
spiegare che cosa accade allorché la porpora non resta uc- 
cisa al primo colpo; l'animale, dice, diventa inservibile ad 
estrarne la tintura, per la semplice ragione eh' esso, per 
effetto dello spasimo, disperde la materia colorante: sàv 
òè xov(forsQa ì) TrXr^yrj ys'vrjrai, xaraXsKp^fj óè rò ^(òov s'ri 
aanvovv, àxQsTóg sariv sg rrp' ^a(j:rjv tj dsvrsQov ^Xr^^tTaa rr^T 
Xi&o) noQ(fvQa' vnò yàg rfjg òóvvr^g s'^aràXooas rrjv ^acffjv 
àvanoO^sTaav sg rbv ri]g aagxòg òyxnv ry dXXwg ixQvsTaav. Strano 
modo di ragionare! ^ Se si vuole che il colore da estrarre 
rimanga di buona qualità, bisogna uccidere la porpora d'un 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 203^ 

sol colpo ; non facendo così, 1' animale non fornisce piio af- 
fatto la materia colorante '. È evidente che tutto corre- 
rebbe bene, quando il primo periodo si potesse intendere 
cosi: ' il TTooqvQsvg, se vuole che il colore indelebile e ca- 
pace di fornire una tintura genuina dato dalla porpora 
non vada perduto (i^ievsiv), la uccide ' ecc. E si può in- 
fatti, ma a condizione che si espunga rs sarai. Cosi ra- 
gioni intrinseche ed estrinseche collimano pienamente a 
farci considerare queste parole come spurie. |1 XVII 1 
(p. 412, 5) TiQosixovTO V] TtQosTxov rò £7rr]Qtrjf.iè'vov A^, nQoeC- 
XOVTo 67TìjQzr^(.i€Vov F H P TI', TTQOèTxovTO £Trr^QTr^i.isvov di 1* m. 
TTQosiyovzo inì]Qxr^fiévai corr. di ^^ m. L. Probabilmente 
l'archetipo dei nostri mss. aveva nel testo (p. 412, 4-5) 
Xri?.al óè fiOTTiiiévai asyiarai nQoalxov, e nell'interlinea o in 
margine la variante, o piuttosto la correzione sTtrjQirj cioè 
Ì7Tr^QTrjf.i€vai. Di qui l' interpolazione, complicata con una 
falsa soluzione dell'abbreviatura i). 

b) omissioni e false lezioni: II 1 (p. 31, 21) XCOov d' ixà- 
Gttj A^ e (t ; h'^ov sxàdTiq F H L, Xiihov óè éxacrr] P. E da 
credere che il de in P sia un facile supplemento dell'esem- 
plare di questo ms. ; di qui la forma piena óè invece di J' || 
IV 1 (p. 80, 25) óC iihxiav V; eìg fiXixiav A^ FHL P \ (p. 81, 4) 
àvaxsivàiievog E G; àvuTsivófjievog A^ FHP. Di Z non trovo 
notato nulla nella mia collaz., ma R (e M N) legge pure 
àvaT€ivóf.i£Vog. Cfr. Polyaen. I 18 rò ÓQsnavov in uvrovg 
ài'C(T£(V(if.i£Vog exQbìasv || X 1 (p. 243, 5) «g tocovtov àQcc 
àX?.ì^Xoig GvréoQct'^av EQ] ig toiovtov cloa àXXiqXoìV Gvv- 
tQQu'^av {-€V F) A^ F H L P W (erronea l' indicaz. del Ja- 
cobs riguardo a L). Cfr. Xenoph. Hell. IV 3, 19 avvégga^s 
ToTg 0»^j?«to/c II XI 1 (p. 270, 7) ffvyxoixoyai V; avyxsxQayaac A^ 
avyxexQaywai L, avYX£xQOTì^{.iè'voi &ai H P W {F manca). Bi- 
sogna credere che in ^ non fossero leggibili le lettere -géx- 
di avyxQè'xwGi o che per un difetto della pergamena (un buco, 
una scabrezza della superficie) fosse stato lasciato un in- 



1) ènrjorr]fi£i'KV per rjoxrjuéi'ut, espunto Ì717]otìiusi'oi', congetturò 
dubitativamente il Jacobs; solo aveva torto, a mio credere, di vedere 
in è7iì]i)r)]uéi'ov una mera dittografia dell'originario ènrjqTrjixéyui. 



^04 K. L. DE STEFANI 

tervallo fra avyxQtx- e -oìai. In questa seconda ipotesi, per 
la quale io propendo, nessuna meraviglia che si sia pen- 
sato ad una omissione, tanto più che il composto avyxgexw, 
essendo d'un' estrema* rarità — noi almeno non ne cono- 
sciamo altro esempio, all' infuori di questo d' Eliano, che 
pare abbia anche il merito di averlo coniato (Schmid, ' der 
Atticismus. ' III 269 e 274, dove avyxoiro) è una svista per 
avyxQkxo) — , non poteva affacciarsi alla mente di alcuno. 
D'altra parte, un altro verbo dalle iniziali avyxoax- non 
offriva il lessico ai correttori ; sicché questi furon natural- 
mente tratti a sospettare che un'ulteriore corruzione si 
nascondesse in quelle iniziali, e che avyxQsx- s'avesse a cor- 
reggere in GvyxsxQ. Precisamente, dunque, un caso analogo 
a quello che a p. 180 vedemmo verificarsi nel lib. X 1 fra L 
e le sue copie [| XIII 1 (p. 318, 4) reXoìvog óè E G; óè om. 
A^FHLPW {àè è suppl. di 3"" m. in i, e secondo il 
Jacobs — a me non consta — anche in ^'^) 1| XIV 1 (p. 339, 24) 
àv^sariùai V; àvTSifeaxiòàai A^ F H L P W. Cfr. Hercher ed. 
Paris, p. XXXV e Steph. Thes. s. v. àvzscfsffrido) \\ XV 1 
(p. 366, 10) avratg V (e pare anche W, ma di 2^ m.); avv^g 
A^FHLP e forse W di l-*^ m. 

§ 2. — A partire da ^ (indico cosi l'esemplare co- 
mune di A^ F H L P W) la tradizione si biforca, per met- 
tere capo da un lato di L e dall'altro ad un ms. y da cui 
sono derivati A^ F H P W. 

I mss. A^ F H P più d'una volta si accordano in una 
lezione differente da quella che confrontando insieme L & V 
si deve presumere si trovasse nell'archetipo a: IV 1 (p. 80, 22) 
e^siv ovv naió. A^ F H P, e^siv aèv naid. L V j (p. 80, 24) 
ne(fvxÓTa A'^ FH P; rrsffvxòg G Lj Trecpvxuìg F\\ Vi 1 (p. 138, 7) 
èXhvvsiv A^ H, èXXivvvsiv F^ iXivvvf^iv P\ iXivvsir FGL\\ 
Vili 1 (p. 200, 10) àqìxoìVTUi X6X0Q. A'^FHP, àc/ixcovrai 
xal xsxoQ. E G L. — Ai quali si possono aggiungere i luoghi 
seguenti, in cui però ad A^ è sottentrato A^ : II 1 (32, 19) 
T« QgaxOJv F H P, rà xmv Qqccxwv A^ E G L \ (p. 32, 19) 
GQaxwovg PHP; Qgaxiovg A"" E G L\ Ogaxiovg V \ (p. 32, 21) 
EvQov FH, EtQov P] "E^Qov A^' E G L\ ''E^qov L'. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIAXO. 205 

Quanto a TT, il caso ha fatto sì che, meno r.no, tutti 
i luoghi da cui si può determinare il rapporto che passa 
fra L e gli altri mss. della stessa famiglia, cadano preci- 
samente nella parte di W andata perduta, e che per quel- 
l'unico luogo la lezione di 1-'' mano Vili 1 àcfixwvTcci sia 
affatto scomparsa in W per effetto d'una macchia d'umi- 
dità, e sia stata sostituita di 2* mano dal capriccioso sup- 
plemento avvàg O^eàGomui. Ciò non ostante non vi può 
essere dubbio alcuno: il seguito di questa ricerca ci mo- 
strerà cosi stretta l'afi&nità che passa fra IT" e F H, che 
la dipendenza anche di W da y ^on potrà essere non che 
negata, ma nemmeno considerata come malsicura. 

§ 3. — Alla sua volta il gruppo ^4* FH P W si scinde 
in due: da una parte A'^ F H W, dall'altra P. Si osservino 
le vv. Il seguenti: IV 1 (p. 80, 22) sìvar ^jsiv A^ F H 
{W manca), t^eiv P {e E G L) \ 27 (p. 90, 31-32) xal — fxsXai- 
vav om., senza che concorra omeoteleuto, ^* i^^(TF manca); 
ha P (e G L; ài E ho dimenticato di prender nota) || VIII 1 
(p. 200, 25) xaTti.i£V€ A'^FH W (e (?), xaTS!.i6vsv P (e E L) \\ 
IX 1 (p. 218, 2) iTcoarjixévag A^ FH W; énoar^vag P {e LV)\. 
(p. 218, 5) i^u'XXsi A^ FH W, ixéln P (e ^ (? L) || X 1 (p. 243, 12) 
i\vxf:To A^FHW, i]yxsTo P{eL; i]x06xo V) \\ XI 1 (p. 269, 22) 
^Exazaloq ó MiÀì]Oi* àU' ó Avór^Qitr^g A^ (con * ho indicato 
un ghirigoro indecifrabile che in uno col precedente ^ o ' ha 
l'apparenza presso a poco di un av legato, sul genere di 
quello che si vede in Gardthausen GP tav. 7 a 8 ; secondo 
il Jacobs si tratterebbe d'un ov ' ab aut. manu, sed obscu- 
rius pictum '. Forse è un ovx, come quello rappresentato 
in Gardth. GP tav. 7 ov 8, ma riuscito uno scarabocchio 
per la minutezza eccessiva della scrittura); 'E. oòx o Mi- 
XiqaioQ, all' ò 'A^ór^Qixr^g H W {F omette l'intero cap.); 'E. ò 
MiXr](nog ov, ài)! ò Avo. P {e L V, salvo che — cosa del 
resto indifferente in questo momento — Z ha 'A^ó., e cosi 
probabilmente anche V). L'accordo di Z P F ci assicura 
che ó M. ov è la lez. dell'archetipo («), e senza dubbio la 
lez. genuina; invece A"^ F H W provengono da un ms. {à) 



206 K. L. DE STEFANI 

in cui 01' era stato omesso '). \ (p. 270, 6) Tigoaààovai A^ H W 
(F manca), noocàdwai P {e E G, nQoaàióuìoi L). 

§ 4 — I codd. F H W sono provenuti da una copia 
{e) del cod. d, dalla quale invece A'^ è affatto indipendente. 
Nei luoghi qui appresso citati si vedrà, infatti, che FHW 
(TFper i primi sei libri manca) si accordano tra loro contro J.*, 
la cui lezione, indicata fra parentesi, è sempre quella di 
LP V, cioè quella dell'archetipo: IV 1 (p. 80, 22) naidixbv 
{nmóixà) \ (p. 81, 1) aìnriv {avrhv) \\ V 1 (p. 108, 14) ÒQVi- 
■D^ag sTTonvfiovg {oqv. rovg sn.) \\ VI 1 (p. 137, 25) naQaaxsvà- 
Govra {-aovTog A^ L P, -aavrog E, -aav G) \ (p. 138, 5) roT 
^w(<) fiaQTVQeT xaì '^Of.irjQog {xal "O^a. r<>) Cfpfp /naQTVQÒJv) | 
(p. 138, 8) TovTo ò (r. dìi ò) I (p. 138, 10) désTai {déorraì) \ 
(p. 138, 11) aiQovvzai {sQovvTog) | (p. 138, 17) roìg %e àlXoig 
{tìÌ t£ àXXrj) I (p. 138, 20) snaivsi . . . ttsqÌ (éfivsT . . . rtagà) j 
(p. 138, 22) XoyixM {'ixxòó A^ E G P, 'ixxóo^ L) \ (p. 138,24) 

yXix- 1X8' ovókv ovv P, yXix- iieyàXijg' ovóèv ovv H {y^ix- 
l^ib-ya ovdtv tjv A'^ L; ài P non trovo cenno nella mia collaz,, 
ma che si accordi con A'^ L si può desumere sicuramente 
dalle sue copie C D Q — 8 non è stato collazionato per 
questo libro — , che riproducono la lez. di ^4-'^ L ; yXix- ovótv 
fxéya i]V V) \\ Vili 18 (p. 212, 15-16) /} xscpaXf] — ol'xaós 
avv rotg àXXoig om. F H W. Ma F per ottenere un periodo 
possibile, ha obliterata la lacuna del testo estendendo l' omis- 
sione al precedente de avv rotg àXXoig ed al seguente piévsi 
dè\ H al posto delle parole omesse ha rò Xoitcòv f] tò Xoi- 
nbv <sic !> (nulla om. A^ L] P omette solo tj x£(faXrj\ V e 
le sue copie presentano a questo punto una omissione di- 
versa che coincide solo in parte con quella di F H W: 
cfr. p. 183) Il IX 1 (p. 217, 28) daov (óaa) || X 1 (p. 242, 28) 
trwv ÌT(w) J (p. 243, 3) {^s'Xmv (sX^cùv) \ (p. 243, 7) àXX' ànéarQ. 
avTOvg àn {àXXà ànéarQ. àn) \ (p. 243, 11) vnò M. {vTtò 

1) L'Hercher, ignaro delle relazioni di parentela dei nostri co- 
dici e fuorviato dall'analogia di altri luoghi (ed. Paris, p. xxxviii), 
dette la preferenza alla lez. ovx o ^^- 



I JISS. DELLA HIST. AN. DI ELIAXO. 207 

rov M.) \\XI 1 (p. 269, 22) ovx ò M. HW; in F h omesso 
l'intero cap. (ó M. "''''■■ A^ cfr. p. 205, ó M. ov L P V) \ 
(p. 270, 4) raov (veò) A^ E G P, ve(ò TS) | pityiaxóv xs xal 
{is'ys&og ii-iéy. rs iity. -4* L P, /.u'y. ts tò fity. V) | (p. 270, 8) 
7ravcco}.ióvióv ti {navuQpióviov) \ (p. 270, 10) ixaivoi om. {iìis'lvot)\\ 
XIII 1 (p. 318, 13) Xóyon' H IF; F compendia la fine del 
cap. Ini. 13 sqq. ovx àvif^iaaàvxbìv xtX. cosi: ovim xal rà ^wa 
oì'x uiii.ia {àXóycùv) \\ XIV 1 (p. 339, 9) àOrjQÌag (à^r^giav) || 
XV 1 (p. 366, 5) avlfjC, {avTfjg) | (p. 366, 11) ótà tovvo F, 
diarovto H W {SiKTavrct A'^ E G P, dia vavva L) | (p. 366, 21) 
Tfjg òìpscog om. (ttj; oj/'£oj$) || XVI l'(p. 387, 15) ÌQyàL,€ad-ai 
{iQyàaaa^aì) \ (p. 387, 18) sti om. {evi) \ (p. 387, 19-20) zrc5 
Xi^oì ^Xr^Osiaa {^Ir:-^. r. l.) \\ XVII 1 (p. 412, 8) rs om. H W; 
in F è om. tutta la fine del cap. a cominciare da lin. 5 
im^ovXsvea&ai óè vrc oédsròg (r«). 

§ 5. — I codd. i^// provengono non immediatamente 
da £, ma da una sua copia (^), dalla quale W invece è in- 
dipendente. F H presentano, e W no, a) alcune omis- 
sioni maggiori e minori : VIII 1 (p. 200, 7-8) xovzo — àvaQ- 
QÌìpavrsg \ (p. 200, 26) avxòv | (p. 201, 2) sita {.u'vtoi \ (p. 201, 
15-17) àvtiXa^f^g — óaxóvrog s'§ àg/r^g \ (p. 201, 24) rov [| 
IX 1 (p. 218, 6) óè II XIII 1 (p. 318,' 8) óè \\ XV 11 (p. 375, 
24-28) 7] éxovai] — xat' sm^ov?.i]v "b) numerose varianti 
caratteristiche : VII 1 (p. 170, 1. 2) tovg . . . tovg (x^à? . . . Tàg. 
La lez. fra parentesi è quella di W e, salvo clie non sia 
altrimenti dichiarato, quella anche di A^ L P V) | (p. 170, 6) 
imted-bvta {èrcivrjd^tvta) \\ Vili 1 (p. 200, 4) d^r^Qatal xal [d-Vj- 
Qavixol) I (p. 200, 5) avyysrslg (svysrsTg) \ (p. 200, 7) à7xoXif.i- 
nàvovtai {ànaXXàttovTai) \ (p. 200, 14) ov {è'ti) \ (p. 200, 21) 
ànoósixvvvtat {-xvvvtsg) \ (p. 200, 22) yovv 'AXs'^àvÓQOì {'A. 
yovv) I (p. 200, 23) tóvós tòv tQÓnov {tòv tgóirov tovror) | 
(p. 200, 27) og {&g) | (p. 201, 11) oùx àjtsXifiTiavs (od xats- 
XiiiTTavs A^ W, ai xateXi\a7tav€v L P ; om. V cfr. p. 183 | 
(p. 201, 15) rotg {Tfjg) \ (p. 201, 17) òvtsg (ovtog) | (p. 201, 19) 
avTcò {iavtóv A^ E G L P'- W, iavtòv P') \ (p. 201, 20) àv- 
ÓQiag {àvÓQsiag) \ (p. 201, 24) Xrj^r^v sXa^av (è'Xa^s Xrj&r^v) \\ 
IX 1 (p. 217, 18) ^dqovg {^aqvg) \ (p. 217, 28) adt&v {to- 



208 k". L. de STEFANI 

aovTov W^ toffovTCùv A^ E G L P) \ (p. 217, 29) iivxr^aànsvoi 
(^Qvxì]ffàiiifvni) [ (p. 218, 2) sTiaivov (sTraivcòr) \ (p. 218, 5) 
oixovr (ovóèv) Il XII 1 (p. 291, 18) /^ipiv (liifjvig) \\ XIV 1 
(p. 340, 1) ^ovXoivto {^ovlorrai) \\ XV 1 (p. 365, 25) iavzi]g 
(iavroìg) \\ XVII 1 (p. 412, 4) rrt'óa (nóóa). 

Un antenato di F H, che potrebbe essere tanto s quanto ^, 
doveva aver patito sul principio del lib. II la lacerazione 
del margine esterno di un foglio, e conseguentemente la per- 
dita di una parte del testo. Soltanto cosi si spiega che F H 
presentino una serie di piccole omissioni, per la maggior 
parte indicate da una lacuna in bianco, ed in F talvolta mala- 
mente celate da falsi supplementi: II 2 (p. 33, Id) re^r^lèvai, 
xaì om. in lac. i7; invece di queste parole F ha èv avrtò dai \ 
(p. 33, 14) xaì TÒ è'zi d-avi-ia om. in lac. H\ F supplisce iaxiv. 
àXX' ovTco àxovf^Tai, e dopo il seg. dtav inserisce yàQ j (p. 33, 15) 
xaì àt'Qog xpvxQOv om. in lac. i7, senza lac. F che muta in 
fiETcc^àXXovaiv il seg. ixsxccXaywaiv \ (p. 33, 16-17) xaì fjzig 
-fj altia om. in lac. H\ invece di queste parole F ha un 
semplice &; \ (p. 33, 17-18) X^y^tMaav dXXoi om. senza lac. -^^H 
3 (p. 33, 19) àva^aivovrai om. in lac. FH \ (p. 33, 20-21) 
sravTia i] fii^ig èaxi om. in lac. J", senza lac. H \ (p. 33, 22) 
ori TTf-qoixaai om. in lac. FH (questa nota vale anche per 
i luoghi sgg.) I (p. 33, 25) if.iè xgivsiv || 6 (p. 34, 25) ó avròg 
Xsysi nQsa^vtCv riva \ (p. 34, 26) avrfj ix- \ (p. 34, 27) ngo- 
Tsivovrag xaì \ (p. 34, 28) ó rwv nQsa^vTcòv vióg \ (p. 34, 29) 
xaì TÒv TiaTSa \ (p. 34, 30-31) iXa^érr^v sg sQwta om. in lac. -F; 
soltanto ig egcora om. in lac. H, che però ha sXa^éTv (sic) 
per sXad^éTìjV. Questo vuol dire che l'esemplare comune 
ometteva soltanto -tìjV ig è'Qona j (p. 34, 32) xaì, xovto órj tò 
àóó/iisvov om. in lac. F H \ (p. 35, 1) -(.iato sv om. in lac. F H. 

Il cod. F presenta, almeno nel lib. XIII (ma cfr. p. 201), 
concordanze non casuali con V: XIII 1 (p. 318, 1) sni- 
atàg F F, imnTàg A^ H L P W \ (p. 318, 7) ^(óxov F V, 
^dxov A^HLP W Ij 4 (p. 319, 28-29) xaì Fa — Mwaaig 
om. FV, hanno A^HLPW\\ 15 (p. 329, 9; cfr. p. 298, 17 ed. 
Jacobs) Twv àXXoìv ori xaì nXbov om. F F, hanno A'^HLP W. 
Le due ampie omissioni nei e. 4 e 15 sono indizio eloquente 
che almeno in essi F è contaminato con un ms. affine a F, 

20. 7. '902 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 209 

se non proprio con V stesso. Alla medesima conclusione non 
è lecito venire per il e. 1, dove accanto a lezioni rappre- 
sentanti indubbiamente la tradizione di F, altre ne occorrono 
che fanno fede della dipendenza di F da ^ (cfr. p. 204. 207). 
E da credere, piuttosto, che il ms. affine a V adoperato a 
supplire più meno ampie lacune in una copia di ^, dalla 
quale derivò poi F, sia stato adibito altresì per fare ritocchi 
e correzioni o notare varianti qua e là nel rimanente testo. 

§ 6. — Mi resta a far parola di due mss., dei quali 
non ho maggior cognizione di quella che si ricava dai ca- 
taloghi, e, per uno di essi, dalle poche lezioni che ne cita 
il Jacobs. Sono il cod. 

Escorialensis T I 1 (Miller p. 104) cart. in-fol., sec. XVI 
(nei ff. 1 sgg. la h. a. di Eliano, nei ff. 226'' sgg. le ' vitae 
philosophorum et sophistarum ' di Eunapio); e il cod. 

Upsaliensis 27 (Graux-Martin, ' Notices somm. des mss. U 
gr. de Suède' negli ' Archives des miss, scientif. et litt. ' 1889 
XV 340; Jacobs p. lxxvi sg.) cart. in-4''; sec. XV-XVI. Con- 
tiene soltanto la h. a., e nel f. 120 presenta la sottoscrizione: 
[&]eov TÒ óòóQov xal nóvoQ Mixc(t]^ov ^ÀlqysCov Aaxwvov : [i]v 
Bovvùjvia 7tó?^€i ['iJTah'ccg' xal tcwttjv àf.iv(TTl vrjv §i^Xov dvv 
noXXoTg ccXloig tòv àgi^fxòv ^ è^éyQaxpa vnèq nargidog xal 
yévovg : -+- [y]Qtt(fslg (1. -svg) iXsv&sQog xal XQì^fiàroìv àvwrsQog. 

Quanto all'Escor., la presenza delle vite di Eunapio ne 
rivela sufficientemente la parentela con L\ infatti LNR 
sono con l' Escor. i soli fra i mss. della h. a. che conten- 
gano anche quelle vite. 

Del cod. V si può determinare il posto che occupa 
fra i mss. della h. a. con maggior precisione, in grazia di 
un certo numero di varianti citate dal Jacobs e provenienti 
da una collazione parziale del lib. Ili fatta dall'Aurivillius 
(Jacobs p. e.) : III 3 (p. 61, 2) jirixewg GEL, n^^^on' DQU\ 
4 (p. 61, 5) KaiinvXivov jVEGHLMV, KafJinvXiov CDQU\ 
(p. 61, 6) 'laaTjóóvsg E G H^ Eìatócovai (non eig aiówvag) L, 
elg aióòòvai (ehiócòvai.?) M; elg aióovs-^ (* è difficile dire con 
sicurezza che cosa sia ; forse un aa corretto in a) P, slg 
ort(JoVt(lac. di 3 lett.) C, slg aióóvscpog D, dg móòvioi (acc. 

studi ital. di fllol. class. X. 14 



210 



E. L. DE STEFANI 



grave ; -loi suppl. di 2* m.) Q, slg aidóvioi U \ 7 (p, 61, 27) 
àno(faCvsiv G H L, om. C D Q U \ ini^àX-q G L, èm^aXslv 
(7D Q t7 I 39 (p. 76, 10) ànoa^éwvai GEL, ànoa^évwai M; 
(S^évvvGi D Q U. Per quanto incomplete siano queste indi- 
cazioni, di parecchi mss. essendomi affatto ignota la lez., 
tuttavia è sicuro che U appartiene al gruppo P [CD QS), 
e, come risulta dalle varianti del e. 4 (p. 61, 6), deriva 
da P per il tramite di Q. 

§ 7. — Escludendo il cod. Vat. gr. 1376, visto a 
p. 198 sg., e il cod. Escor., or ora menzionato, dei quali 
non abbiamo che scarsa cognizione, i risultati a cui sono 
pervenuto si riassumono nello stemma seguente *) : 



V 



L 

R 



E G [À''^A-]=A 



C D Q 31 N 



B C 



^ 



s u 



H 



1) Per chiarezza do qui ordinatamente la lista delle sigle: A = Mo- 
nacens. August. 564 (sec. XIV-XV); B = Berolinens. Phillipps. 1522 
(sec. XVI); C = Parisiens. 1696 (sec. XVI); D = Vatic. Palat. 65 
(sec. XVI); £7 = Parisiens. 1694 (sec. XVI); F = Laur. 86, 8 (sec. XV); 
G = Barberin. II 92 (sec. XVI); iT = Vatic. Palat. 260 (sec. XIV); 
L = Laur. 86, 7 (sec. XII); M = Monacens. 80 (sec. XVI); iV"=: Nea- 
polit. m D 8 (sec. XV); = Neapolit. Ili D 9 (sec. XV); P = Pa- 
risiens. 1756 (sec. XIV); Q = Vatic. Palat. 267 (sec. XV); i? = Mar- 
cian, 518 (sec. XV); »S' = Vindoboneus. med. 7 (sec. XV); Z7 = Up- 
saliens, 27 (sec. XV-XVI); F = Parisiens. suppl. 352 (sec. XIII); 
W ^ Vindobonens. med. 51 (sec. XIV). 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 211 

IV. 

Autorità di ms. si soleva attribuire, almeno fino al 
Jacobs (praef. p. lv), alla versione di P. Gilles (Lugduni 1533 
e 1665). L' Hercher non mi risulta che se ne sia mai ser- 
vito; ma siccome non pare che l'abbia trascurata a ragion 
veduta, ne espresse mai, eh' io sappia, alcuna opinione sul- 
l' utilità di adibirla alla recensione del testo, non sarà su- 
perfluo precisare in quali rapporti quella versione stia con 
la tradizione manoscritta. 

Intanto, che il codice adoperato dal Gilles sia da ri- 
cercare fra quelli dipendenti da /?, è abbastanza provato 
dai due passi della traduzione *): 

XI 1 (p. 269, 27 sgg. Hercher) ' nunc dicam dumtaxat 
de sacris Apollinis, Boreae et Chiones filli tres numero ' ecc. 

XIV 1 (p. 339, 15-16) ' quare ex portu solventes ad 
feros scombros gentiles suos natare contendunt ' ecc. 
Nei quali è evidente che il traduttore ha presenti rispet- 
tivamente la falsa lezione isgó. e l'interpolazione xal toòg 
^sviovg, che si trovano entrambe nelle copie di /9; laddove V 
e le sue copie nel primo passo leggono correttamente Isgeig, e 
nel secondo non interpolano xal tovg ^svCovg (cfr. p. 200. 201). 

Ma si può determinare con maggiore approssimazione 
l'esemplare del Gilles. Metto a confronto la versione latina 
col testo di Eliano: 

III 1 (p. 60, 3-6). 

toT? yc(Q tot ^Qs'cpsai rocg éavrdUy ' cui rei testimonio sunt pueri 

fiKQtvQovaiu ori rots axvfivoig eorum infantes quos simili a tque 

xwv Xeói'twv rijg ìai]? re xcà ófioiag catulos leonum aequalique vic- 

óudxrjg à^iovat xal xoirrjg fxtàg xal tus ratione uno eodemque tecto 

crtéyrjg. alunt '. 



1) Eifettivamente si tratta di due versioni. La prima del 1533 
comprende solo una scelta di capitoli Elianei, a cui sono aggiunti 
luoghi di altri scrittori antichi e supplementi del Gilles stesso; il 
tutto disposto in un ordine sistematico, per generi e specie di ani- 



212 E. L. DE STEFANI 

L'erroneo toTg axvfxvoig è proprio di P e delle sue 
copie ; tutti gli altri ms. hanno tovg axvfxvovg. Il Gilles evi- 
dentemente traduce la prima lezione *). 

* 
III 2 (p. 60, 13-18). 



ovTE yovv avtolg (se, roìg innoig), 
xofiidìju nqoacpÉQovaLv ol ^sanórm, 
ov xaTaxpcòfTsg, ov xaXivS^&qav ig- 
yaad^Evoi,, oi'X òn^àg èxxa&aÌQopxeg, 
\ov xófxag xTsvlI^ovreg, ov x^'^^^^ 
vnonXéxovreg, ov Xovovxeg x«^oVr«?,] 
«AA« iifia te àiìjvvaay xòv tiqoxsì- 
[lEvoy óqÓ^uou, xcÙ uno^dptsg féfis- 
aS^Kt làai,. 



' pabulum enim dominos eis nec 
largiri, nec eos cum laboraverint 
strigili perfricari nec eis cubilia 
substernere, nec ungulas expur- 
gare, sed simul atque iter insti- 
tutum confecerunt, ex equis de- 
silientes bos ad pastiones demit- 
tere '. 



Le parole fra parentesi quadre sono omesse soltanto 
da P e CDOQS] anche la traduzione, come si vede, le 
salta a pie pari. E questo fatto si verifica due volte ancora: 



IX 45 (p. 234, 22-28). 



^AyQov YEiTviMvxog yf^aXdrTtj xcù 
(fvxòjv nccQsaxoixoìv èyxuQTKov ysoìQ- 
yoi noVkuxig xaxa'ka^^dvovaiv èv 
ùÌQq d-sgeio) noXvTToddg te xal òafiv- 
7.ovg EX ràv xv^udxwv ngoEl^óvxag 
xal [cTtc? rw»' ngé^voiv dvegnvaavxag 
xal xolg xXdSocg nsQinEaóvxag xal] 
o7i(OQÌCovxag, xal dlxrjv inÉ&Eaay 
roìg fpoiqal avXXa^óyxsg avxovg. 



' Polypos et osmylos in sic- 
cum egressos aestivo tempore, 
ex maritimis arboribus frugiferis 
fructus subripientes, saepe agri- 
colae et deprehenduut et prò di- 
reptis fructibus poenas ex com- 
prehensis sumunt ', 



mali. La seconda del 1565 dà il testo integro della h. a. senza ag- 
giunte estranee, e nelle parti cbe ba in comune con la pi-ima pre- 
senta qualche correzione e ritocco. Nelle citazioni che son per fare 
do il testo della più antica, ma le conclusioni cbe ne traggo banno 
tutto il loro valore anche per quella del 1565, perchè nei passi citati 
le difierenze fra le due versioni non toccano mai i punti critici. 

i) Con una copia di P è messa in relazione la versione del Gilles 
anche da questo luogo dell' apparato critico del Jacobs, cbe cito sosti- 
tuendo le sigle da me adoperate: XI 19 (p. 281, 22) ' nauTsdldag A L M, 
navT^Xag E V, nayxiXag W, navxdx'kag C, napxìjxkag S, Panteclas GUI. ' . 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 213 



XIV 1-2 (p. 339, 25-340, 6). 

ol de Ti&uaol (se. axófijìQoi) ènuv- ' deinde cicures properantes 

iu<si ansvóopxeg èg róy hfxéyce, xal ad portum regrediuntui', atque 

Tot'? tavTMv xt]Qccfiovg vnsì.d^óvxeg ibidem intra cavernas abditi, a 

apafiéi'ovat, rò ósiXivòu ótÌTivov. ói pescatoribus cibaria expectant, 

de ìjxovat xof^lCoursg, si ^ovXovrccv quae quidam ipsa eis cotidie lar- 

avfd^ìJQovg sxeif xal cplXovg niaxovg. giuntar, si ipsos ad piscatum 

oaì]f^£()c({, jUeVrofc nQuxxsxav xavxa adiutores atque amicos fidos ha- 

[xal Seivòig (paaiv. bere velint. Quod si bominibus ex 

e. 2. IxuQov, ótaxv&EÌar]g xrjg iecore laborantibus atque ex ar- 

Xo^ijg nsol nàv xo aiòuct^] i) èciv quato morbo aegrotantibus scom- 

(fw? èixcpaysTu dy^'f-Qw-nio voaovvxi xò brum edendum dederis, quemad- 

r]7ic(Q xal txzsQov s'/ovxi,, acoS^ijasxai, modum rei piscatoriae bene periti 

(óg ol aocpol xwv àXiéoìv óióuaxovatv. docent, ad sanitatem redibunt '. 

Ne abbiamo abbastanza per affermare che il codice 
adoperato dal Gilles doveva essere gemello di P. Identi- 
ficarlo con uno dei mss. che possediamo non so se sia pos- 
sibile (a me per ora non lo è); ma, comunque, ho forte 
sospetto che si tratti di una copia di P assai somigliante 
a D. Ed ecco perchè. Alle parole di Eliano III 1 (59, 6-9) 
àxov(o óè ori xal slg rag oixiag rcov MavQovGmv ol kéoVTsg 
(foit&civ ÒTav adroTg à7TavTì](Tr] {àTtavti]' A F ànavtd E) 
à^rjoiu {-qiav B) xal lipòg avxovg ìdx^QÒg ttsqiIcc^i], corri- 
sponde la versione : ' hunc (leonem) audio, cum venandi 
ratione falsus fame premitur, Maurorum domos adire '. La 
singolare traduzione ' venandi ratione falsus ' ha la sua 
piena spiegazione nella lezione di D : avToTg ànavTt^ar] 
xhTjQia. Al Gilles dev'essere sembrata ovvia l'emendazione 
avtovg ànar^ajj ^TJga, se pure, ingannato dal ms., non cre- 
dette (né ci sarebbe da stupirne) all'esistenza di un so- 



1) Male ha invocato l' Hercher (ed. Paris, adnot. crit. p. xlv) 
l'autorità di C per giustificare i tagli ch'egli ha creduto di dover 
qui fare. Si tratta di una lacuna propria di P e delle sue copie, che 
l' accordo dei rimanenti mss. esclude assolutamente si ti'ovasse nel- 
l' archetipo. La clausola tpuaiv del e. 1 è certamente genuina (cfr. Ili 7. 
IV 3. 17. V 20. Vili 18. IX 17. 55. X 7. 47. XII 26. XIV 2. 21). 



214 E. L. DE STEFANI 

stantivo femminile -d^rjQCa 0- Invece di V 1 (p. 108, 1) yi\v 
Tfjv IlaQiavwv, come hanno tutti gli altri mss. (con le va- 
rianti: naQsCccv F^ nuQsiavmv H e forse i', àQiav&v Vat. 
gr. 1376), D legge yijv tì\v MuQiavSixwv. La versione del 1533 
ha: 'terram Mariandyneam ' ('Parianam terram' quella 
del 1565). 

Vedemmo a p. 187 sg. che i codd. C D P QS hanno, 
oltre alle tre or ora ricordate, altre numerose omissioni. 
A queste altre corrisponde, nella versione del Gilles, un 
testo o integro affatto o meno incompleto. Questa circo- 
stanza, nonostante l'apparenza, non diminuisce minima- 
mente la probabilità che la versione latina dipenda da una 
copia di P. Se si pensa che nei tre casi testé citati l' omis- 
sione non cagiona un guasto evidente del senso, talché può 
facilmente passare inosservata, e che, invece, negli altri 
si rivela ora più ora meno, ma sempre sensibilmente, in 
una corrispondente sconnessione del pensiero, si troverà 
più che plausibile una delle due ipotesi: o che il G. oltre 
al ms. affine a P, di tanto in tanto, cioè solo quando il 
bisogno se ne faceva sentire, ne consultasse un secondo; 
o che nell'unico ms. da lui adoperato quelle lacune fossero 
state già colmate, non mediante una revisione generale di 
tutta l'opera, ma via via che alla lettura il testo appariva 
monco. In conclusione, la versione latina non rappresenta 
una tradizione diversa da P e può essere interamente tra- 
scurata. 



V. 



Il mio proposito era semplicemente di dare una clas- 
sificazione dei manoscritti della h. a., e potrei quindi con- 
siderare come terminato il mio lavoro e far punto; ma, 
a dir vero, mi parrebbe di deludere una giusta aspettazione 
se non facessi conoscere ciò ch'io penso intorno al valore 



') Cfr. Etym. Gud. 261, 51: QriQla- »; nóhg (1, nayls) xai ri aygu, 
tJToi TÒ xvyìjyiop. Che l' archetipo dell' Etym. Gud. (cod. Barber. I 70) 
legga OìJQa, non toglie peso alla citazione. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 215 

relativo dei nostri codici. Lo farò assai brevemente, non 
prima però di essermi sbrigato del cod. F. 

§ 1. — Abbiamo già avuto occasione di vedere con 
qiianto arbitrio sia in F trattato il testo di Eliano, di cui 
non è rispettato né l'ordine né l'integrità (p. 195 sg.). Ma il 
peggio è, che il recensore di i^ si é proposto di dare della 
h.,a. un testo il più che per lui si potesse leggibile; e 
non v'è licenza che a tal fine non si sia permessa. Un 
saggio ne avemmo a p. 208 nella cura che si dette di far 
sparire alcune delle lacune che il suo esemplare presentava 
in principio del lib. II; un esempio istruttivo e caratte- 
ristico del suo metodo s' ha alla fine del e. 1 del lib. X. 
Qui Eliano, a proposito della zuffa accanita impegnatasi 
fra due elefanti rivali in amore e combattuta sino alla fine 
con egual valore da ambo le parti, ricorda con sarcasmo 
il ben diverso esito che ebbe il duello fra l'effeminato se- 
duttore di Elena e l'offeso marito, e lo fa attenendosi al 
racconto omerico (F 369 sgg.): afferrato per l'elmo e igno- 
miniosamente trascinato da Menelao, Paride si sente stran- 
golare (rjyx^To) dal soggolo, allorché in buon punto la cor- 
reggia si spezza e interviene Afrodite {fj Jiòg xaì Jicórr^g) 
a sottrarre il Troiano alle vendette dell'inferocito avver- 
sario. Disgraziatamente il recensore di F trovò nel suo 
ms. invece di rj^sro la lezione ijvx^ro (errore comune a 
A^ FH W)j la quale divenne il punto di partenza di una 
serie di rimaneggiamenti, per cui, sparita dalla scena la 
figura della dea. Paride diventa nientemeno che figlio di 
Zévg (ó Jióg) e si strappa da sé stesso il soggolo dell'elmo. 
Mette il conto di citare il passo Elianeo nelle due redazioni : 

h. a. X 1 (p. 243, 11-18). cod. F. 

sl'XxETo de 6 Hàoig vnò rov Ms- eT?.xsro xcù 6 Ildoig vnò Msvé- 

vé'lsoi X(à rjy/ETO rov If^avtog ccv- Afw xcà t]v xsro rov Itucéyrog avròv 

ToV nis'Coyros rov vnò rtò xQuvei. rtis^ofrog vnò rw xQccyei ccvslvai,' 

' xul vv xBv s'ÙQvaaév re xal o óè aìovaév re cìaneróv te ^sic!^ 

àansrov rJQuro xvóog ' (F 373) yf(Q ^?« to xvóog 6 rov 'Jroéoìg. 

rov ^Aroéwg, sì fit] è^quyrj (xsv 6 si fiìj soQciyr] jxsv o i^ucig, uvròv óè 



216 E. L. DB STEFANI 

l/ittS, avxòv de i^ìJQnaasv ^ Jiòg iSrJQnccasy 6 Jiòg cdax'iarrjv fiù/riv 

xttl JiO)Pr]g ala/iaTi^v f^àxrjv xal xcd uvapÓQov fiefiuxr}[A.évog, xal 

ceyctyó'QOP jus/Liax7]/népop,xalàn6X- ctnsX&iòP 6 (fedo? èxa&Evds fxsTcì rtjg 

x^ojy 6 (fedo? èxdd^svóe justù rijg y.E- [xs^oixev^évrjg, 
^oi/er^afV?;? i). 

Di fronte a questa tutte le altre manipolazioni del 
testo impallidiscono. Eccone ad ogni modo un altro paio: 
IV 1 (p. 80, 25) di un giovinetto si dice ch'era &Qa diangsTcè^... 
xalov/Jisvov óò ài' r]Xixiav elg ònla fji7]ós'7T(o, cosi secondo l' evi- 
dentemente genuina lezione offerta da F; il recensore di F 
ha invece sottocchio un testo corrotto in cui a ài' è so- 
stituito sìg (cosi A"" H L P), ma non si perde, e corregge 
xaXovixsvov jLièv slg ^Xixiav elg ònXa àè firjàéTtco \ Vili 1 
(p. 200, 12-17) €x àè Tfig ófJLiXiag Tavtrjg (cioè dall'accoppia- 
mento del maschio della tigre con una cagna) ov xvmv (paalv 
alla riyoig tixTfTai. ex àè tovtov xal xvvòg S^r^leiag eri xCyQig 
TsX^eìr] àv, ó àè ex tovtov xal xvvòg elg ttjv fxrjTSQa ànoxQi- 
rsTai ... xal xvcov TixrsTai, leggono cosi A^ E G L P W, e 
anche H^ salvo che in luogo di "hi ha un oè che è un 
controsenso; ma questo ov è la chiave di volta del testo 
di jP, il quale invece di sti Tiyqig Tsy^d^. àv ò àè ex t. x. x. 
elg TYjV fii^TSQa ha scritto ov Tiyqig Tsx^sirj àv, alla ig tìjv 
fiTjTSQa. — Senza numero sono le modificazioni neppur giu- 
stificate dalla necessità di emendare una corruzione: III 1 
(p. 59, 16) av àè àga per (rè àè \ (p. 59, 25) ovv om. | (p. 59, 26) 
alàovg VTro7tlì]aS^dg per vir. ala. || V 1 (p. 108, 7) òti ev&v 
per ed^v j (p. 108, 11) xalovfxsva per vi.ivovpi£va \ (p. 108, 23) 
xal Ti^m'ov om. | (p. 108, 24) nQosiQrifJLsvoi om. || VI 1 (p. 138, 8) 
nsQi Tov lé'ovTog om. ecc. ecc., che stimo inutile annoiare 
me e chi legge con una enumerazione che potrei allun- 
gare ancora di molto. Piuttosto verrò alla conclusione. Te- 
nuto conto di tutto, a me pare di non esagerare affermando 
che F, per rimaneggiamenti che dal piano generale del- 
l'opera discendono ai minuti particolari della forma e del 

>) Le varianti àeì mss. sono : tov om. innanzi a MspéXea) H W \ 
Mei'elùov E G | rjvxsro A^ H W, rjx^£xo V \ véxvp per vv xsv E \ eÌ- 
Qvaéf re A'' E G L P, s'iQvas rè H W | xal om. H ed evicJentemente 
anclie l'esemplare di F \ xXéog per xiJcfo? W. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 217 

pensiero, rappresenta più che una particolare recensione, 
quasi una nuova redazione della h. a. ; e che il futuro 
editore di questa potrà trascurarlo afifatto, tanto più che 
un più genuino rappresentante di ^ egli ritrova in H. 

§ 2. — Capisaldi per la recensione del testo erano e ri- 
mangono Le V. lì secondo di questi due codici ha sul primo 
il vantaggio d'esser scevro delle non poche interpolazioni 
che deturpano i e in generale gli apografi di ^, e ci porge 
aiuto preziosissimo ad eliminarle ; ma a parte questo, i due 
mss. presso a poco si equivalgono, e non saprei attribuire 
all'uno un'autorità maggiore che all'altro: molte corru- 
zioni di L si correggono per mezzo di F, altrettante di V 
per mezzo di L; nessuno dei due basterebbe da solo alla 
costituzione del testo. L'accordo di Z, e F stabilisce con 
sicurezza la lez. dell' archetipo, di regola anche nel caso 
che i mss. rimanenti convengano tutti in una lezione di- 
versa. Tanto meno sarà da attribuire valore diplomatico 
a lezioni assolutamente buone o relativamente migliori che 
singoli mss. o gruppi di mss. offrano in contrasto con L V. 
I casi che si presentano nel materiale di cui dispongo, ri- 
guardano sempre facili emendazioni, che non devono essere 
altrimenti considerate che come felici congetture : tale è 
p. es. XVI 1 (p. 366, 5) ay^Tj? dato da FEW (dunque già 
da s), mentre i codd. rimanenti A^EG (dunque certo anche V, 
e sbaglia il Jacobs che a lui come a E attribuisce a^Xfjg) 
L P e rispettive copie hanno «yrfjg. La lez. avXf^g è stata 
congetturata, indipendentemente da FHW, dal Gesner, 
e si trova come correzione di 2* mano in M {airr^g). Un 
valore notevole, invece, possono acquistare A^ H P TF, al- 
lorché L V discordino fra di loro e non diano modo essi 
due soli di determinare la lezione dell'archetipo; in tal 
caso l'incontro di A^ H P PFcon F porge un criterio sicuro; 
meno sicuro e da usarsi con discrezione, se l'incontro è 
solo di parte di essi M- 

i) Frequenti, pur troppo, sono le volte che questo prezioso sus- 
sidio dà A'^ H P W viene a mancarci, il loro accordo con L non avendo 
nessun peso nella bilancia; e ciò accadendo, bisogna rimettersene al 



218 E. L. DE STEFANI 

§ 3. — Nei tre capitoli della h. a. che seguono ho cer- 
cato di restituire il testo dell'archetipo, trascurando di regola 
di rappresentarne gli errori di accento e di spirito. Quanto 
all'apparato si avverta che nel lib. I 1, mancando P, ho 
designato con [P] il consenso di C D Q S, senza inten- 
dere di pregiudicare la questione accennata a p. 189 sg. Per 

criterio che di volta in volta appaia più opportuno, che però non 
sarà mai, come ho detto, quello dell'autorità maggiore di i o di V. 
Mi resti-ingo ad un esempio: VI 1 (p. 138, 20) nldtwv 6 rov 'ÀQiarujyog V, 
xov om. A^ {F) H L P. L' Hercher, inclinato a dare maggior peso a V 
ne ha adottata la lezione, preceduto del resto dal Jacobs, nonostante 
la sua non assoluta confidenza in V (praef. p. Lxxxv); è stato però 
un errore, e basta a convincersene l'esame dell'uso Elianeo. Nel 
quale, allorché il genitivo di origine non dipende dai nomi appella- 
tivi nalg, vióg e simili, si seguono le norme seguenti. a) Se il nome 
del figlio non è espresso ed è indicato soltanto il nome del padre 
(non anche della madre), questo è preceduto dal suo articolo in ge- 
nitivo: h. a. V 54 (p. 1.Ò6, 31) o ys ,uj;V toì Accsqtov \\ VII 27 (p. 188, 18) 
roì) NsoxXéovg \ 39 (p. 193, 4) 6 rov locpilUv |1 IX 64 (p. 241, 20) o tov 
Nixofxc(%ov II X 1 (p. 243, 15) o roi 'JxQéwg \\ XII 6 (p. 294, 28 sg.) tòv 
rov Jióg II XVI 18 (p. 403, 18 sg.) o rov Tvóécog . . . ò (Tè xov AasQxov. 
Analogamente bisogna leggere IX 21 (p. 225, 24) xr]y rov Jióg, come 
pare abbiano (lo argomento ex silentio) gli apografi di /3, e non xrìv 
Jióg, che è la lez. attestata per F. — Ib) Se il nome del figlio è 
espresso (come nel luogo in questione) o se al nome del padre s'ac- 
compagna quello della madre, allora il genitivo di origine non ha 
articolo proprio: IV 42 (p. 99, 29) MEÌéayQLo nò OtMstogW VII 11 (p. 178, 31) 
Ku^i^vaov KvQog \\ Vili 1 (p. 200, 22) 'AXs^ih'ócno yovv rio 4'i).inTiov \\ 
IX 21 (p. 225, 20) xrjv Jiòg 'EXévrjv || X 1 (p. 243, 16) r] Jiòg xcà //twV?;? | 
14 (p. 249, 13) reo Jt,Sg xal Arjxovg \ 35 (p. 260, 25) xrju J. xcà A. \ 
49 (p. 267, 24) xòuj. xcà A.\\X.l 10 (p. 273, 2) tw A. xcà A. \ 16 (p. 278, 29. 
31 sg.) AlvEic(g ò 'Jyxiaov . . . 'Jaxciyiog 6 Jlveiov xcà KQeovarjg \ 27 (p. 284, 14) 
9? Jt,òg 'EUvri I 40 (p. 290, 20) roV OXvióu roV Mì]Pidog \\ XIV 25 (p. 356, 30) 
xrjv Alìixov MijóeMv \ 28 (p. 362, 33) t>/j' 'Sìxsai'ov Jmq'iócc \\ XV 25 
(p. 384, 30) 'AQiaxoxé^g d" o Nixofxcixov \\ XVI 3 (p. 389, 2) "AmccvÓQog 
o ^lUnnov \\ XVII 25 (p. 423, 12) 'AXé^avSqov ròv ^iXinnov (esempi come 
II 18 [p. 43, 28] XsÌQ(j)i'og rov Kqóvov ecc. rientrano in un caso più ge- 
nerale). Uniche eccezioni sono : V 1 (p. lOS, 9) rw rjy? 'Hovg Méfi-fovo 
e VI 25 (p. 151, 10) Sst'ocpwy 6 rov rQv?.Xov', delle quali la prima sembra 
giustificata dal fatto, che qui alla più comune indicazione dell'ori- 
gine dal padre è sostituita quella dalla madre, e la seconda proba- 
bilmente sparirà quando si avrà più esatta cognizione della lezione 
dei vari mss. 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 219 

ciò che concerne F, mi servo degli apparati del Jacobs e 
dell' Hercher, e in mancanza di un'esplicita indicazione da 
parte loro, ne desumo la lezione dall' accordo jìJ E G (rispet- 
tivamente E (?) ; ma quando ciò accade il lettore è messo 
sull'avvisato dal simbolo [V]. 



I 1. 



KaXsTrai Tig Jiof.it]Ó€ia rfjcyog xal sQcodiovg ey^si noXXovg. 
oltoi, (faci, Toùg ^ag^ccQovg nvre àSixovdiv ovts adroTg noo- 
aiciGiv' sàv db ""EXXyjV xciràgi] ^e'vog, ot óè ^sia tiri óooQsà 
TtgodiaGi ixréQvyag ànXéoavTsg olovel xaiQàg rivag sig ós'^icoGiv 
T€ xal nsQinXoxàg. xal à7Troi.i6'v(ov zòav '^EXXiqvwv oé% inocfsv- 5 
yovaiv àXX' àtQeuovai xal àva'xovrai, xal xaS^rj^isvoov elg rovg 
xóXnovg xaTanérov'cm mdnsQ oiv ènl ^svCa xXiqd^évTsg. Xéyovtai, 
óè ovTOi Jiofxi^dovg iraÌQOi slvai oi avv avtoj rmv ònXcov rrnv 
€711 rijv ^ iXiov (xatsaxr^xórsg, zijv ngorégav (fvaiv sìg tò tcov 
ÒQvC^oìV jieTa^aXóvTsg sìóog, óiLiMg eri xal vvv óiacpvXàireiv 1& 
TÒ alvai "'EXXrjVsg rs xal WiXéXXiqvsg. 

I 1, 2 uvroTg] clv F, tcìxov H \ TTQoaiùaiv [F] || 3 y.uxuQQri F | gsìyos 
A^ G ] oiÓE F H W 4: nooaiùai [F] | ^siicóasig F \\G cc'à'/.c< L | ciuTÉ/oyrca 
FII\\ 7 xciTccnéxwvTai F, xutcinétuì/Tab H | Xéyovyrai L\\8 óè ovroi] ovv 

OVTOI Z/, óè ovv ovroi [P], óè owx V (sembra, osserva il sig. Lebègue, 
che in F ovv sia stato supplito dal copista, il quale, avendo scritto 
óè ovxot, s'è accorto a tempo d'aver dimenticato ovv. Per conto mio 
aggiungo, che nell' archetipo ovv deve aver figurato come supplemento, 
variante o correzione marginale o interlineare, e cosi anche in ^) \ 
óiofXTJóovg óiouìjóovg H, ma il primo óioixtjóovg cancellato con inchiostro 
rosso II 10 {J.EXB^aXov F H, fXSTE^ciXXovxo [P], fxsxa^ScéXXovxca L \ ofiwg] 
wg stg FH | ert om. [V] \ (pvXccxxeiv [V]. 



IX 1. 



'^O XéùùV TìSrj ngoijxcov tijV tjXixiav xal yiJQa ^uQvg yeys- 
vrjfjisvog -d-iqQccv f-ièv ijxiatóg iffrtv, àCfiévwg óè àvajiavsTai èv 
Totg vTtdvTQOig ■^ XoxnwósGi xaradooiiaTg, xal ràv ^r^Qicov ovóè 
ToTg àff^evsatdtoig snid^aQQH, róv ts amov XQÓvov vg^oQwasvog 
xal TÒ tov (SwfxaTog evvocov àcd-svég. ol óè s^ amov yayevr^- 5 



220 E. L. DE STEFANI 

{itvoi ^aQQOVVTsg tìJ Tfjg ijXixCag àxf.ifj xal xfj QÓafxrj tt (Jvf.L- 
(fvù TiQdiaai fièv snl d^rjQav inàyovTui óè xal tòv rìór^ yé- 
Qorra, éd-ovvTsg avróv ' eira ènì /lacfrjg Tfjg òóov fig èX^etv 
ósT xazaXiTtóvTfg, è'xovTai rrjg àyqag avroC, xal ivyióvxsg ro- 

10 aovTcov 6aa ànoxQrjasi, xal adroTg xal tm ysyerr^xóri crgùg, ^qv- 
Xr^aànsvni ysvvaTóv rs xal òiàtooov xaXodai xòv narsQa óìg 
óaiTVfióva éariàroQag arci d^oivr^v ol véoi tòv yeyi-Qaxóza, tòv 
naisQa ot nalSeg. ò de rjavyji xal §à6ì]V xal oiov sqtvcov sq- 
Xszaf, xal rrsQi^aXòov rovg naidag xal ttj yXóìTXìj ^uixQà vno- 

15 aiqvag, mCtisq ovv ènaivmv zfjg svdiiQiag, t^exai tov ósiJtvov, 
xal avv ToTg vtéaiv iatiàvai. xal 2óXoùV fièv ToTg Xéovffiv oò 
xsXévH TavTa <?>, vo}xo&eTwv TQécpeiv rovg naTSQag sirdvayxsg, 
óidàaxei de rj g^vaig, fj vóixcov àv^Qwnix&v fxéXsi ovóév ' yivstai 
óè àzQSTiTog avvi] vóixog. 

IX 1, 1 ^cìqovs F H \\2 de suppl. di 2^ m. W\\3 xalg A^FHP \\ 

4 re om. A^ F H \ avxov i^ m., avrov corr. 2* m. L; éavrov A^ FH\\ 

5 èi'oùv {y soprascr. 2^ m.) W \ ysyevvrjfiévoi, TP"!! 7 ngoaiaai P, nQoiùai F, 
nQdìdai TF ]| 9 xoaovTtav] avrùji' FU, roaovtov TF || 10 oaov FHW \ 

yEysyi'ì]xo F, ysyspyrjy.órt W, ysysyijXÓTO (sic) P | acpùg om. F | /uv- 
xtjadusyoi F H \\11 yefcùof ri xal W \ dianoQou pr. ókìtoqov corr. W\\ 

12 duirijfióya W \ O^oi F, d^olvrj H, &olvccv [F] | xòv om. innanzi a 
naxÉQu [F] e TF nel quale è supplito di 1* m. || 13 eonov 1* m. bq- 
Ticov corr. 2^ m. ^^ || 14 nsQÙ.a^uìv E (dove A in ras.) F H | xoìv (acc. 
om.) per rovg A^ \ yXwaar] [F] | vnoarjfijjvag A^ F H W\\ 15 dopo ovv 
agg. x«ì F I snccivov F H '\ 16 vtevaiv A'^ \ 2ój?.ov 1^ m. Ió'àwv corr. 
2^ m. TF I 16 sg. ?.éovat xaixu ov xelevei A^ F H LP W\\lQrì om. G | 
fiéXXsi A^ F H W I ovdsv] OV-/.OVV FH che interpungono dopo fiéX- 
ket II 19 de om. F H. 

XV 1. 

QiqQav lyS^voìv MaxsTiv àxovdag oióa, xal fjós rj S^i]Qa 
iati. BsQQoCag ts xal QsaaaXovixiig fxéaog qsT TcoTaf.ióg òvofjia 
"AcTQaTog. sìalv ovv svTav&a ìyi^vsg xr^v XQÓav xaxdffTixToi' 
rivag adtovg ot sTri%wQioi xuXovai, Maxsóóvag sQéaihai Xcpóv 
5 èCTiv. ovxovv odvoi noiovvtai XQogjrjv fAviag èni%ooQÌovg èv xt^ 
TCOxafÀOì 7T£X0fJL€vag ovóév xi xalg àXXa%ód^i fxviaig TCQoasixa- 
(ffxt'vag oùóè /.lijv Cyr^xwv òipsi naoaTtXr^aCag, ovà av el'noi xig 
xalg xaXovfiévaig rjfxsgóat xr]V [ÀOQifrjv slxóxoag àv àvxixQivsG&ai 



I MSS. DELLA HIST. AN. DI ELIANO. 221 

tovTO TÒ ^oìov ovòè Tcdg f^isXCaacag avicàq ' è'xotxft óé xiva twv 

10 TtQosiQTqiiévcov sxàcxov fioÌQav ìóiav. soixaóiv ovv tò (xèv ^oà- 
<Tog fivTai, tò óè [.isys&og siTtoig àv àv^rjóóva, (f(fr]xòg óè x^jv 
XQÓav àrcsf^id^aro, §op,^sl dà &g cct /Àt'hrrai. xaXovai óè Tn- 
novQov avTÒv nàv òaov slaìv imxwQtoi. sxdaiTOvCiv ovv èni- 
xsifxsvoi TQocp^v T'fjv suvtoTg KfiXrjV, oó fxrjv óvvavxai roìig èni- 

15 vr^xof^iévovg Xa&eTv ì^^vag. òxav ovv ccvxov èrtinoXà^ovaav xr^v 
fiviav d^sàdrjXai t/c, fiGv%f\ xaì v(fVÒQog vecov sQXsxai, xivfjaai 
xò arco Ó£Óoix(bg 'Sócoq, Iva fi'fj co^iJGr] xò ^i]Qaf.ia. slxa èX^cùv 
nXr^Ciov xaxà xrjv ùxiàv avxfjg, éno^avèav xaxénie xrjv f.ivTav, 
&g òiv i^ àyeXòóv Xvxog àgnaGag r] /i^ra i^ adxrjg àsxóg' xaì 

20 xovxo dgàdag ì)nsiGi\Xd^s xrjv (pgixrjV <?>. l'aaGiv ovv et àXisig 
xà ngaxxófisva xaì xataSs fièv xaig fxvCaig sìg déXeaQ xòav 
Ix^viiìv XQiòvxai ovóbv ' iàv yàq avvcòv TiQOffàiprjxai x^^Q ^^' 
^Qwnivr], àcpfjQTjvxai fièv xrjV XQÓccv xr]V av/xq^vri, fiaqaCvsxai 
óè avxaig xà nxfgà xaì à^Qcoxoi yivovxai xolg Ix^vai, xaì óià 

25 xavxa ov ngoaiaaC xi (?) adxatg, àTCOQQijxcfì (fvdsi xàg siQrj/Asvag 
{is}iiarjxóxsg ' coglia ó' oév nsgisQXOVxai xovg ìx^vg iÓQO^rjQixrj, 
óóXov aòxoìg snivo-^aavxsg oiov. x(j) àyxicyxQo) neQi^àXXovaiv 
fQiov (foivixovv, fiQfJLoaxaC xs xo^ ìqìoì óvo nxsoà àXexxQvóvog 
VTiò xoTg xaXXéoig nscpvxóxa xaì xrjQcJ xijv xQÓav naqeixadiiéva' 

30 ÒQyvCag óè ò xd?Mf.ióg iaxi, xaì rj ÒQfxià óè xoaovxov è'xsi xò 
f.ifjxog. xa^iàaiv ovv xòv óóXov, éXxó^isvog óè vnò xf^g XQÓ<xg 
ò Ix^vg xaì olaxQovfxsvog àvxiog eqx^xai, xaì x^oivrjv éiioXaix- 
§àv(av ex xov xdXXovg xrjg òipsojg e^eiv ^avfjiaaxijv, slxa ^lévxoi 
nsQixavòiv siiTiXàaasxai xoì àyxiazQO), xaì nixQag xrjg saxiàascog 

35 ànoXéXavxsv '^Qr^p,évog. 

XV 1, 1 olóa cìxovaag A^ \\ 2 Qsau'koviy.rjg G, QsaalovLXrjq Z/ || 3 'Jarv- 

Qcàog [V] I elal F || 4 ripag ccvrovg uixovg TF |1 5 ovxovv] oV ye ovv J.^, 

ovx ovv H I noiovvrag 1^ m., -rea corr. 2* m. P |1 6 nerofiévag trasposto 

innanzi a lin. 5 ènixcoQiovg F \ xt] xoi forse F^ xbu {sic) H\\Q -^fÀSQsav 

A^ F H L P TF; in L corr. di 2^ m. ì^/uéQcag \ XQofprjv per fxoQcpiiiv G\\ 

9 fxeUxxuig F JS W \ xivct om. A^ \\ 10 d-ccgaog [V] \\ 11 f^vUc F H] fxviatg 

nel testo, yo' ixvTca in mg. G] fivlca corr. di 2^ m. in f^vlaig L | st- 

noio H I àv&tjóóvca PT || 12 ànsua^avxo W | XnnovQiv TF || 13 ènu/ja- 

/uvi 

qiov A^ F I èxàicaxovaiv A^, èxósxovaiv P \ ènixEi [V] \\ 14 éavxrjg F H 

otg 
éavxrjg G \ ov agg. dopo ov fxìjv A^ F H L P W \\ 15 yovv per ovv 
A'^ ilLP W, yoì' F I èncncduCovaav [F] || 16 scpvÓQog FHVW\ véwv 



222 E. L. DB STEFANI, I MSS. DELLA HIST. AN. ETC. 

per corr. di 2^ m., forse da véuv i || 19 o Ad'xo? HV \ e!^ ttvXrjs F HW \ 
aieróg G e forse L || 20 xù W \ cpQixa A^ FHLP W \\ 22 xcà agg. dopo 
avTciJy H II 23 iccprjQrjTui G \\ 24 (cvrìjg A^ FHLP; avzatg come sem- 
bra W, ma per corr. | ci^Qora F, a^gcora H [V] | yiyvovxuv G || 25 
rovro FH W \ nQoaiàatv per TjQoaiaai rt [V] \ avrotg A^ \ rjQìj^évag L 
(' ex correctione ' Jacobs) || 26 fj.sfxiatjxórccg [F] | aocpia] a A^ \ ó^ ovy] 

yovv F I Ix&vg E^ tx^vag G ; rovg Ix^vg om. A^ \\ 29 xaXéoig F, xaXsoig L, 

axccXXéoig W \ nccQSixtca [V] || 30 oQyviag 1* m., ogyvia corr. 2^ va. L] 
oQyvlccg P | fxiàg agg. innanzi 2i 6 F \ xulufxóg èariv //, xdXccfiog èailv L \ 
ij om. A^ H L P W I ógfiià HP; oQfiuli 1^ m., ÓQf^uh corr. 2^ m. L \ 
óè om. F I ToGovroy è'/st] roauvrij xccrà F | ro om. [V] || 31 xccd-itjaiv 
A^FHL, corr. 1^ o 2^ m. P, TF; xu»luaiv pr. P | éAx. (Tf] x«ì éAx. F \ 
XQÓag] ^e'aff F || 33 t^? oxpswg om. J^ PZ" TF | £tr« [j.évroi om. P' || 34 e^- 
TiahiaasTai, A^ L: èfinhiaasrca notato in mg. di 2^ m. ^4^ |1 35 etvxsi' W. 



Roma, 27 aprile 1902. 

Ed. Luigi De Stefani. 



INDEX CODICVM GRAECORVM 

IN BTBLIOTHECA MTIONALI OLIM COLLEGI! ROMAOT ADSERVAKTVR 



COMPOSVIT 



DONATVS TAMILIA 



Codices graeci, qui nunc in Bybliotheca Nationali adservantur, 
sunt vigiliti; centra in catalogo manuscripto duodeviginti tantum 
recensentur; nam cod. 19 nuperrime emptus est, cod. autem 20 in 
codices latinos et italicos, qui ex bybliotheca Teatinorum S. Andreas 
de Valle in Bybl. Nat. post a, mdccclxx translati sunt, relatum in- 
veni !)• Codices 1. 2. 3. 4 ex bybliotheca Capuccinorum Arae Caeli, 
6. 8. 13. 17. 18 (quos, praeter 13, olim Mureti fuisse constat) 2) ex by- 
bliotheca Collegii Komani in Bybl. Nat. post Ordines Eeligiosos, qui 
dicuntur, diremptos devenerunt. Reliqui unde manaverint et quando 
in Bybl. Nat. conlati sint, non liquet. In Codicibus autem recensendis 
librariorum scripturae vitia non emendavi, quo facilius ex ipsis mendis 
Codicum natura cognosci posset. 

Restat ut maximas gratias Pio Franchi de' Cavalieri agam, qui, 
summa qua est humanitate, et schedulas suas (is enim olim codices 
Bybl. Nat. describendos susceperat) mihi ultro obtulerit et auxilium 
mihi petenti nunquam denegaverit. 

Scr. Eomae. xiv kal. aug. mdccccii. 

DONATVS TaMILIA. 



1) Codices 3. 4. 5. 6. 8. 10. 13 breviter descripsit Alien in Notes on Greek Ma- 
nuscripts in Italian Libraries, London 1890; cf. etiani C'iassical Revieiv, n. 8, 1889. 

2) De bis Codd. nullam mentionem fecit P. de Nolhac (ad quem provocat 
Alien) in libello qui inscribitur La Bibliotheque d'un Humaniste au XVI Siede 
(Mèi. d' Aroh. et d' Hist. de 1' École Frane;, de Rome, 1883). Ante annum 1757 nrnlti 
graeci codices in bybliotbeca Collegii Romani adservabantur, qnos ad Societatem 
lesu a Francisco Turriano et a M. Antonio Mureto adlatos esse testatur Laze- 
rius (' Miscellan. ex Mss. libris Bybl. Collegii Romani ', I, p. xiv; Bomae, 1757). 
Dirempta Societate a. 1773 a Clemente XIV, codd. venditi esse videntur ; qui, re- 
stituta Societate, fuerintne recuperati necne fuerint, non constat. Hoc certum est 
et complures codices Bybliotbecae Casanatonsis (Bancalari, ' Codd. Bybl. Casan. ' 
in .Studi ital. II, 162) ante a. 1774 Societatis lesu fuisse et anno 1870 hos tantum 
paucos manu soriptos libros, de quibus supra, inventos esse. 



1 (ex bybl. Scliol. Pianun S. Pantaleonis). 

7 Anastasii Sinaitae, praemisso (1-6^) indice, quaestiones 
et responsiones (M. 89, 329-824) 214 <7r>foì zfjg smcfa- 
vsiac rov xv ix ròav àrroaToXixcov óiarà^scov ((syréx^rj fièv ó 
xg fifxòóv Ig xg sx rfjg àyiag TiaQ^srov [xagiag iv ^rjzXsé'fi — 
àvsXi^cp^r] óè TcayiMrj ì'. &Qu èvva Tr^g vf.i€Qag) 214^ Hesy- 
chii in Christi Natalem (M. 93, 1450) ' 215 Basilii de Spi- 
rita Sancto (M. 32, 142 *") et regulae brevius tractatae 
(M. 31, 1252"=) 215"^ Polycarpi epistula ad Pbilippenses 
usque ad v. àXXà ròv ircèg rjfiwv àjTo^avóvta xcà ói rjfiàg 
■bnó (Punk, ' Opera patrum Apost. ' I, Tubingae 1887, 
p. 266-77), quibus (218*) Barnabae epistula subnectitur 
iam inde a v. tòv Xaòv ròv xaivòv hoinà^wv (Punk, I, 14-58). 

Chartac. cm, 32 X 22 ; ff. 230 (230 vacuum) ; s. XVI. Alia maaus 
in mg. auctoritates latine adiecit. In parte superiore t.V litteris ru- 
bris prima manus scripsit: BiiSX^^ xuloi\uévi] odi^yóg. 

2 (ex bybl. S. Pantaleonis). 

I. Gregorii Nazianzeni (1) de rebus suis (M. 37, 969-1017), 
(20^, 22) in laudem virginitatis (ih. 521-573), (39^ 4) prae- 
cepta ad virgines (i6. 673-632), (60^", 19) ad monacbos in mo- 
nasterio degentes (ih. 642-643), (60'*', 17) de animae suae cala- 
mitatibus {ih. 1353-1378) cum paraphrasi perpetua. 
IL Georgii Codini (71) de originibus cnopolitanis usque 
ad V. iv €vl xal aèròg TsOsuai (M. 157, 435-458), (76'', 10) de 
forma et ambitu urbis cnopolitanae usque ad v. §aails(av aè- 
ToxQUTOQYjaàvTMv {ih. 469-472 B), (76^, 8) iterum de originibus 
cnop. a V. xQ't^i <^è sìóévai òri zoì TCsvTaxiaxiXioarc^ ad v. xcd ròv 
&ÓX0V {ih. 460 A 1-461 B 4), (77 "^j 8) de aedifìciis cnopolitanis 

6. 10. '902 



CODICES GRAECI BYBL. NATION. ROMANAE. 225 

inde a v. zip' àè àyiccv sècfr^iJLiav tÌ]V nérgav {ih. 572 C-612). 
III. Actorum concilii oecumeuici fiorentini (87'') fragmenta 
('Conciliorum coli, regia ' XXXII p. 484, 24-485, 6; 485,21- 
486, 2; 522, 1-12; 519, 2 ab imo-520, 21; 528 sqq.; 533, 28- 
538 fin.) 96^, 19 de die festo S. lohannis Baptistae apud 
florentinos (. . .tov ngoéÓQov ntòc TsXsTrca — (fi?.o(fQÓv(og fji^iàg 
idé'SavTo T7j ^€coQÌa rfjg eoQTfig. Cf. Cod. Laurentian. 3 sod 
in Studi ital. di jilol. class. I, p. 133). 

Chartac. cm. 27X22 (ff. 26-43 et 58-70^ cm. 27X19); ff. 100 
quorum omnium inferior pars plus minusve periit, excepto 87, cuius 
excidit pars superior (69'. 70. 70^ 88'. 90"". 9V. 92'". 93^ 94'. 98-100 
vacua); scripserunt diversae manus s. XTI. F. 88'" ooog rrjg clyiag y.(d 
olxovusyltji avyóóov èv (fXcoQrjyrla yeyofiét'7]g svarjjSiog inlaxonog. F. 97' in 
fine èy (pkcjQEyricc rov aocpoìtuxov a/oXuQLOv noóg xovg ijf^srsQovg \ rrj 
S^sia xcd isQÙ avvóSui Trjg x«^' TJucig ayiag ixxXrjaiag • / ugiaroig xcà ri- 
fÀicordtotg nurociat, ysojQyiog o a^o 

3 (ex bybl. S. Pantaleonis). 

1 Vita S. Antonii a S. Athanasio scripta, inde a v. rr^v 
xccQÓiav vfxwv (M. 26, 873, 14-976) 29^ S. Athanasii vita 
incerti aiictoris (M. 25, CLXXXV sqq.) 45 "" S. Macarii 
eremitae vita {rcuQccxaXoviiev rjueìg ol ranaivoì xal iXà^iatoi 
fAovaxoC etc. Cf. Fabric.-Harl. X 271) 58'^ S. Hypatii vita 
{yìafXTTQol i^ièv xal ol Tùtv àXXoìV uaorvQoov à&Xoirixol ày&vsg etc.) 

61^ lobannis Chrysostomi homilia in Barlaamum 
mart. (M. 50, 675 sqq.) Basilii Magni (70 tornii, in 
enndem (M. 31, 483), (73'') epist. XLVI ad virginem lapsam 
(M. 32, 369), (SO--) epist. XLV ad monachum lapsum {ih. 365), 
(82'") epist. CCXXXVI ad Amphilochium usque ad v. rf^g 
rov àyad-ov ifóóscog ó vtòg zavra Xéysi {ih. 876, 2 ab imo). 

Membran. cm. 26X 18; ff. 82 in mg. pessumdata; s. XI. Codex 
binis columnis scriptus, mutilus est in principio et in fine; complura 
folia exciderunt post quateruiones 1. 2. 4. 7. 8, Fol. 1'' imo mg. ' Do- 
mus S. Pantaleonis Schol. Piar. | Ex haered. Fran.c» de Rubeis ' . In 
mg. bic illic sunt verborum textus correctiones secundae manus. 

4 (ex bybl. S. Pantaleonis). 

2 Scbolia in Theocriti Id. I-XVIII (cf. ' Cod. Ambrosiani 222 
schol. in Theocritum ' ed. Christ. Ziegler, Tubingae 1867) 

studi ital. di Jilol, class. X. 15 



•226 CODICES GRAECl 

34 Scholia in Hesiodi Opera ex Prodi commentario 
(cf. ' Poet. min. Graec. ' ed. G-aisford, Lipsiae 1823, II 
p. 23 sqq. ; titulus est ix xCov axoXmuìv ttqÓxXóv ixkoyrj tmv 
àvayxaioxaQwv). 

Chartac. cm. 31,5X24,5; ff. 60 (1. 56 ^ 58-60 vacua) in inferiore 
parte madore consumpta; s. XV. F. 2'' mg. sup. ' Qsoxoirov, Biblioth.* 
P. P. scholar. Piar. s. Pantaleonis, è^ov as^uanavov óoxelov- xcà xiHp 
(fikcov ' et manu s. XVI vel XVII ' nunc Io. Fracisci de Rossi '. In 
charta folio 57'' adglutinata manus librarii eiusdem, qni cod. exa- 
ravit, instrumenta agraria delineavit nominaque apposuit, in parte 
superiore scripsit ' Si rem quaeris haec no displicebit '. In custodiae 
folio '465'. 

2 Aeschyli Agamemnon cum scholiis nonnullis margina- 
libus, (V) praemisso argumento cum dramatis personarum 
indice et (1^) ciim scholio metrico ad v. 1 (Aeschyli Tra- 
goediae ex ree. G. Dindorfii, Oxonii 1851, III p. 522) 
30 Scholia in Agamem. usque ad v. 221. 

Chartac. cm. 21,1 X 14,7 ; ff. 32 (if. 30-32 alia manus scripsit), ma- 
dore et tineis male habita omnia, praesertim 29-32, quorum pars 
excidit; s. XV. Codicis mentionem fecit Vitelli in Museo ital. di ant. 
class. Ili, 312. 

6 (ex bybl. Coli. Rom. Soc. lesa ; olim Mureti). 
2 Opusculi nescio cuius extrema pars deos deas, viros fe- 
minas in Iliade laudatos percensens (ed. Piccolomini in 
Hermes XXV, 1890, p. 452 not. 3 ; Schimberg in Philologus 
XLIX, 1890, p. 424) 2, 15 Homeri vita (ed. Piccolomini, 
ib. p. 453 sq. ; Sittl in Sitzungsherichte der philosoph.-iyJiilol. 
und hist. Classe der k. hayer. Akad. der Wissenschaften 1888, 
II p. 274 sqq.) 3 Signa Aristarchi Homerica (Frid. 
Osanni ' Anecdotum Romanum ', Gissae 1851, p. 3-5 ; Schim- 
berg l. e. p. 425) 3^ Scholia minora in Iliadis libros A-Z 
(usque ad v. 373; fol. 167^ enim propter litteras admodum 
evanidas legi non potest) cum argumentis litteris uncia- 
libus exaratis. 

Membrau. cm. 24,5 X 16,5 ; fi". 167 (immo 168, post enim 50 inve- 
nies 50^; in principio folium unum excidit: manus non ipsius codicis 
scriptoris, antiqua tamen, summo mg. prioris cuiusque quaternionis 



BYBL. NATION. ROMANAE. 227 

folii niimeratioiiem adiecit, ut f. 9 7? devrsooy rov a", 17 r tov «" r, 
64 J' rov nqwTov 0. 72 K rov TiQwrov alcpa^irov I, 88 ,u" rov «' IB); S. XI. 
F. 1 fragmentum Menologii m. s. XII continens extremos versus com- 
memorationis s. Vincentii et inde a v. 7 longam comraemorat. S. Theo- 

? > e 

dori Studitae. 41 ~ TOY 0€OAOrOY M"" (h- 6- rgtjyoQLOv} €\C €AYTON 

MeiAMAZIMON ' TNCOMAI (o J'«o ^rjrig nénov&Ev, oi'cf' «V ére^iw niarsv- 
aeisp • 6 de na^wv sìg avyxarddEaiy éroifiórsQog — xqelaaoiv cpD.og èyyvg 
ij (xds^gjòg fÀttxqàv olxwv. og, «V svXoyrj (piT^ov rtò tiqwÌ' [leydXrj rrj (pcjvij . 
xaragoifuévov ovóèv óiacpsQEiv dóh] :) In extremo f. 79"^ rov 6soi.óyov, ov- 
óèv laxvQÓtsqov yiJQCog. xcd ov&èu (fiXlag ((lósaifiairsQoy — èxì-einovreg 
(Zasl xunvòg i^éhnov. F. 79"^ Gregorii Naziauzeni hymnus vesper- 
tinus (M. 37, 511 sqq.), cui subnectuntur scholia quaedam, sed ad 
aliud Carmen pertinentia {su xe nXrjy rà avfinavra fiarcaórtjrog: ax 
orsióog cpì]aiv rwy etti rrjg y^g tieqi (pqovxlSag rQECpofÀÉPWV xoafiixecg — 
Kcysg fxot iva àvaipv^w ax cccpEg [loi avyxt^QrjCÓv fiot. àfuxpv^cj. uvanav- 
aofiai). 103' nàg iìv&Qumog l^tàu. èv eIxóvi SuinoQEvExai. fjroi rij rov d^sov 
zyoóiv ró xaxEixóva. ^ akkov rivòg ^uiov. Vnnog S^tjXvfictyi^g- ij ùXXo rt xòv 
xarà rò i^&og yivóiÀEvog. rj ovrcag • o xóafxog ovrog. Eixoiy iari rov ccogd- 
rov xcà porjxov. uixE^ovaiiog ovv tioqevexuì o civ&Qionog su rovxu) rtò xó- 
Guio. èaxiv eìxcóp: + Sunt hic illic in mg. notulae latinae manus 
saeculi, ut videtur, XII, quae res in scholiis explicatas summatim 
complectuntur. Codicem descripserunt Maas in Hermes XIX, 1884, 
p. 559 sqq., Schimberg l. e. p. 423 sqq.; Alien, in The Classical Be- 
view, N. 8, 18S9, p. 351, et Sittl, Sitzungsher. der ph. ph. u. liist. Classe 
der k. k. Akad. d. Wiss. zu Milnchen 1888, II, 255. 

7. 

lohannis Chrysostomì liturgia graece et latine. 

Chartac. cm. 19,7 X 13,3; fF. 38 (1^ 34-38 vacua) ; s. XVII vel XVIII 
(fp. 3''-9'' et 33-33" alia scripsit manus). Explicatioues quae ad litur- 
giam pertinent latine tantum scriptae sunt. 

8 (ex bybl. Coli. Eom.; olim Mureti). 
9 Iliadis lib. I cum notis latinis maxima ex parte gram- 
maticalibus copiosissimis et (1-4'") prolegomeuis graece {èv 
éQX^ roi) §i§liov eOog ówòsxà riva nqoléysiv óctisq elaìv \ ò §iog ' \ 
Tj àv^iyQcccfi]' (sic) | -q tov (Sxiyov noiÓTrjg' \ ò axonòg' j ò àqiS^- 
fiòg z(àv §i^U(x)V' I TÒ xQ-^at/iov' I 6Ì yvricJiov tov noir^xov rò 
^i^Xiov' I rj Tcc^ig rr]? àvayvwaswg' \ fj sìg %à x8(fdXc(tcc éiaC- 
Qsaig' I nolov slóog noiiqiiarog' \ fi vnó ti fiòQog àvutfoqà' 
TsXsvtaTov fj s^riyi](iig). Inc. Tavra ot yQa^uf.iaT(xol xarà f-iC- 
lÀTjaiv Twv i^i]yr]T(àv tov àQK^roTsXovg ^r^rovaiv etc. F. 2 con- 



228 CODICES GRAECI 

tinet grammaticalia, metrica ad historiam graecae poeticae 
pertinentia), quae omnia a viro non indocto saeculi XVI 
in suum usum digesta videntur. 

Chartac. cm. 29,8X21,6; fF. 85 (4^ 5-8. 53\ 80^ 84^ 85 vacua); 
s. XVI. Versus Iliadis in foliorum parte anteriore (versus 585-595 bis 
scriptos inveuies) rubro colore scripti sunt, prolegomena et notae, 
quae partim interlineares, partim in aversis foliis sunt exaratae, co- 
lore nigro. F. l"" mg. sup. ' Coli. Rom. Socj. lesu Cat. inscrip. ex 
bibl. Mureti '. In custodiae folio ' del 1500 circa '. 

9. 

42^Eustathii commentarli in DionysiumPeriegetam, prae- 
missa (31') epistula ad ducam lohannem inde a v. Xóyoiq 
snióoaiv iÀoyi^ói^iì]v (' Geogr. min. ' ed. Muller, Paris 1S61, 
II p. 202, 21). ' 

Membran. cm. 20X12,8; ff. 221 (1-30. 212-221 vacua); s. XY. 
F. l"" summo mg. ' del 1400 '; fi'. 42\ 68\ 69 ' picturis ornata. 

10. 

Ephraemi Syri testamentum. 

Chartac. cm. 21,1 X 15,4; ff. 14 (1. 13 \ W vacua); a. 1641. F. 2" 
summo mg. alia manus scripsit. * Testamentum s. Ephraem Syri '; 
IB' sig xrìv naouuvd-lau nó).ip rijg svQoictg . iyguxpEv 6 Qoóivòg Ns6(fvrog 
[idem qui cod. 14 exaravit] ax riuog ^ef^,SQciy?]g ^ijiXov cexua. /ucàov le. 
14^' exoerptum quoddam ' é'wg Tióxe -nolg (filousixovuey óie'Aelf rò auj/na njg 
èxyJ.rjaiug, fxrj èrtiaxdfXEvoi rò jéì.iov BsXrjfia rov Osov, axoTTTJaw/usi' xolvvv 
éuvxovg firj oncog ^ovXófÀevoi xiqp ^ccai.Xixrjv xccxé/eiu otfoV, 'AvoóIuv òósv- 
aiafxsv. xò yàg o'ieadca xco?.vst xò sli'ao. éuvrovg xolvovv doxiuuawiusi' si 
ècfisy èv xrj nlaxst, xcà rùiv anoaxo'kixijiv (cxo).ov&ovpx(cg vnoóslyuctxa. ' Te- 
stamentum S. Ephraem Syri. Historia di S. Niceforo tradotta dal 
greco litterale alla lingua Volgare da D. Neofito Rodino '. 

11. 

Locntiones et verba <ex Heliodori Aethiopicis excerpta), 
ordine alphabetico digesta (continet tantum 0-T) interdum 
latine reddita (ine. énl ròv nXrjaiov alyiaXòv xfi i^é'« xatijyovTo 
1 [Heliod. Aeth., ed. Mitscherlich, Argentorati, 1798; 1, 1], 
expl. Tccxv statim | iyò) f.ièv wg eixov eig ròv nsiqata portnm 
Athenarum xaxt^r^v 1 [ih. 1, 14). 

Chartac. cm. 20X14; ff. 16; s. XVII vai XVIII. Mutilus in 
principio et in fine. 



BYBL. NATION. ROMANAE. 229 

12 (ex bybl. Capuccinorum Arae Caeli). 

2 Pauli Lannii docfcrina Christiana ex editioue descripta, 
quae prodiit Parisiis apud A. Vitro a. 1668, manu P. Cle- 
mentis Romani capuccini, qui addidit (42) Carmen de Cbristi 
passione, (46) Dies irae, (47) Canticum Paschale, (48"^) glo- 
riosa Domina, (48^^) Miserere, (49) Stabat Mater, (51) Ji- 
òaaxaUu eìg xovroXoyìa (sic), omnia neograece. 

Chartac. cm. 20X IMl ff- 55 (F. 2\ 3\ 1\ 8\ d\ 10". ir. 12\ 
13'. 50". 55 vacua); a. 1720. F. 1" ' P. Clemens Romanus prò malori 
facilitate Puerorum in hoc Libei'culo adiiecit (sic) etiam Actum Con- 
trictiouis, Actum Fidei, Spei et Cliaritatis. item Psalmum Miserere, 
Dies irae, dies illa. Canticum Paschale. Stabat Mater. et in fine 
Doctrinam Christianam breviter accomodatam; addidit quoque ora- 
tionem quam Pueri in Insula Siirae post Scholam psallunt '. 2"" ' P. 
Clemens Romanus Concionator Capuccinus, Praefectus Missionum 
Regni luncti, nec non Missionarius Apostolicus in Graecia Libercu- 
lum hunc Anno 1720 transcripsit, cuius titulus est Enghiridion Doc- 
trinae Christianae prò Graecis, quem P. Paulus Lannius Concionator, 
et Missionarius Cap^: ex Parisiensi Provincia Parisiis typis tradiderat. 
anno 1668 '. 

13 (ex bybl. Coli. Eom.). 

Basilii Seleuciae episc, praem. (1^) indice, orationes I-IX 
(M. 85, 27-137), XI-XVII {ib. 148-225), XXIX (ib. 325 sqq.), 
XXXIV, XXXIII, XXXII, XXXI {ib. 337-373). 

Chartac. cm. 19,5 X 13; fif. 155 (immo 158, nam post 51 invenitur 
51% post 88 88% post 131 f. 131=^; ff. 136. 141. 142. 154\ 155 vacua); 
s. XVII. Codex diversis manibus est exaratus. F. 1"^ ' x OcDfxàg 6 fiaa- 
GÓvTiog I Basilii Seleuciae Episcopi | Homiliae | Collegii Rom. cat. 
inscr. ' ; imo mg. ' B. S. ' . 131' Jr^f^iaaiuvòg icpayéyQucps (hoc verbum 
deletum). 135' (ìlé^avÓQog o IdaxaQig ùvayéyQacpE. 140' 'iwdvytjg «Ae|to? 
àvayéyotKpe. 148' nérqog 6 xoì.éirjg (cyayéygcccpe. 154' ysoJQyiog rgó/uneg 
((fccyéyQC((pe. 

14. 

Martyrologium romanum, praemisso (l*-38) indice Sancto- 
rum, in graecam linguam translatum. 

Chartac. cm. 20 X 13,5; ff. 231 (f. 1 repetitum; 1. 19^ 39. 40. 41'. 
228'. 229. 230. 231 vacua); s. XYII. Titulus est (4F) ' yard ri]i^ rijg 
isQÒig (xouaicoy 8y.y.i.r]aiag rd^iv a\vayivciay.6fÀevov. nsQié/oy ndviccg rovg 
iwg Tov \ pvv èy rrj ayaroXixfi ófiov te y.cd óvrixrj è%y.h]ala | cyvtaafÀévovg 



230 CODICES GRAECI 

dylovg, mu rà? ètrjaiovg fxyìj/uccg sv\ae^w5 re clfia xcà eùA«/?w? x«r« xónovg 
rg x«\9-ohxr} èxxXrjala éoQTctCsiy avurj&Eg | Kelevasi, | FQrjyoQLov. \ IF. èx- 
do&èf, xcà ovQ^uvov òyàóov (cvcc\yv(aQi,ad-èv. su éè ('oiut] eret atjnjQlo) \ 
/iXiooTiò éiccxoaioariò ZQiaxoaTiò | àsvrsQ(o xvTKD&éu. \ Yno &è rov èv 
nqea^vTÉQoig èXa/iarov Nsogjvrov ()o\óiyov rov Kvnqlov. rov èv 'Pw'^Wfl iX- 
Xtjvixov (pQOì'\xiaxriQÌov xqocpifiov. elg xtjy éX'Àtjuwy yXùiaaav \ vvy tiqiòxov 
óianoq&[j.sv&sv '. F. 1' ' 5. 6. 5 ' . F. 1* ' summo mg. ' Martirologiu 
in Graecu conversu '. 



15. 

1^ Itinerarium Terrae Sanctae vulgari graecorum lingua 
conscrlptum (Tit. TCQoaxvvrjTctQiov avv \ ^oo àyico t'»}? àyiag \ 
TcóXswg IXrjfx zrjg \ àvayivcacJxovaiv. \ XaiQsiv èv xcò rw i9w | 
ri}iòv (sic). — Prooemium ine. àxovaats nàvrsg ol (sic) sv- 
(Ss§slg. XQidTiavnì dvÓQsg ts xal yvvaixsg (sic), f^iixooì zs (sic) 
xaì ixsyàXoi tavvì^v rijv óir^yrjaiv si ònóia (sic) óitjyavai (sic), óià 
Tovg. àyiovg. rónovg. òtcov s èrcsQinàtr^cSev. ò xg f^ucòv Io ya, — 
Incip. (2^) Avxì] Xoinòv rj àyia. nóXig. ijx sìrat dg ttjv iitaiv rrjg 
yflc, wg Xs'yei ò nQO(piqTqg xrX. (Libellus constat capitibus XV> ; 
expl. xaì ó)g . . . . pbrjXia óv()f.iùg ri\g Xvóóag. eìvai tò yià(fa, 
fjyovv. ìénnì-j Xsyojxévì] sìg ttjv -Osiav yQaiprjv, avrov elvai ò 

yiayi òrtov sQXOVVvai (sic) rà xaixrja iitrovg nqoaxvvrp 

tàdsg xaì àné^ei zfjg àyiag nóXswg. IXr^^i fÀijXia (et litteris 
minutioribus) òóe ótjyfjd^r^xa (sic) rrsgl atleta iiiovg. j xónovg tf^g 
tXrjfi. xaì nàvxciXovg àyiovg. \ xcà s^()vXw{.iovv nàv rcoXXà 
steQu (sic) de vccyQccil'o). | AXX òf.i(og &Qa e(p{}aa£v wós vaxa- 
ranavCdì. \ Kcà óiavayirdoGxsTai, Tcó&av èxsXsiwO^rj. \ E xovxo 
de TÒ noCr^fxa, xsia nàvxug èTrsówO-rj. \ Eig Xav^Qav óè xfjV 
■^•avixaaxrjV xaì ttjv à^i(o{.isvrjv. \ Tov àyiov aà§^axov aercxov 
tijv xsxaQixof.iévrjV. \ '^'OcJot zò xxdcf^ai àósXtfoi (sic), xaì àyo- 
Qàasxézo. I MsyàXov nXovxwv s'xstai nàvza (fvXàysxéxo. \ Evi 
óè iv Tftj oì'xcodag. èXàqexs svXoyCav. \ "Ynò ztjV '^iXrjj.i, zrjv 
nóXiv zrjv àyiav. \ Ocfoi (sic) tò àvayivuxfxszai, fxàXXov (sic) 
xaì To (sic) cpvyàa^ai. \ Jéof-is óè zòv xv, zrjg [SaaiXsiag và- 
a&ai. I ExC xs xaì nsQi sfiov. Xvdiv àiLiaQZì]i.idxù)V. Oixog va- 
Xà§(o à(ffaiv, ix zèav éfjiwv (sic) TTzaiCfidzcov. | xaì óia (sic) 
xovxo TÒ Xom&v (sic) sva ttqo (sic) zov aicóvog. | Jo^d^co zqi- 
aiTtócfzazor, àiwva (sic) zov aim'og) 37^ 'Av^qwtiov et Xd- 

Qov alphabetus, in fine mutil., alia manu pessime exaratus 



BYBL. NATION. ROMANAE. 231 

(prooemium quod decem versibus constat, incip. + ccqxv- 
^otov aXg)a^VT(o' yQacpco xhsov xa Xcnyia, expl. xai xga^o Ce 
ccnov xaQÓiug va as §oyi{)^iafxuq. Alphabetus ine. 'Av&QOTTOùg 
ojÀS xciQOTu. xai (Si ae xvviyagvg c(xo)f.ia \ véog ^QV(!xof.is y rvQ- 
Tsq vafiov naqvg \ o yjcQog \ avxhqonog v'^^ aXv&vva' xai nv- 
■d-sov nXaCfievog | fiayo v/xs TisnufAsvog. xaì t^v [à€ oQigiisvog. 
— w av^QCOTiog j 2aQa xayv ^oO^uxui fjis vatfvyo ccnov xòv 
XccQU) xai vaglxiova Xovxì-gyv&o. xai xa fiavadag (psQU) \ w x^" 
Qog.) 41 Praecatio ad beatam Virginem {Jecrrnva rtavxcov 
ósCnvva xai navxov sinsQxeoa. uvaoa navvo) avaóa. xov %«- 
Qov^vij, €VÓo}'^(ox£Qa — eKTaxofCov naod-svs. xai XvxQO(Tei.iag xr^g 
(fQVxxvg xvg (fw^sgag exvvvg. xov (po^sgov xov xoovaa'aov óv- 
xiov e^aóixcov). 

Chartac. cm. 15,3 X 10,6; ff. 42 (F. 40. 4r. 42 vacua) ; ff. 37 MI 
alia scripsit manus): s. XV. Initiales singulorum capitum, nunc ali- 
quantum evanidae, coloribus et auro clistiuctae suut. Eadem ma- 
nus quae codicem scripsit, monumenta deliueavit. F. l"" summo mg. 
' del 1400 '. 

16. 

3^ Anacreontea (Anacreon Teius poeta lyricus, ed. los. 
Barnes, Cantabrigiae, 1705; carmina 1-56 p. 2-196; ed. Rose, 
Lipsiae 1876, carm. 23. 24. 31. 30. 42. 41. 29. 35. 14. 16. 6. 
9. 11. 12. 7. 26-'^ 3. 4. 21. 22. 17. 18. 34. 38. 43. 46. 47. 15. 
16. 19. 8. 13. 25. 49. 52. 50. 44. 15. 48. 33. 36. 40. 32. 28. 27 ^ 
27\ 27^ 37. 2\ 2". 54. 55. 57. 53. 51. 26') òV Gre- 
gorii Nazianzeni hymniis ad Deum (M. 37, 508 sqq.), 
(53^) hymnus vespertinus usque ad v. 28 {ib. 513), (54^) ad 
se ipsum usque ad v. 16 {ib. 1290), (55^) ad suam animam, 
Carmen anacreonticum {ib. 1435 sqq.). 

Chartac. cm. 15 X 10; ff. 69 (singula folia recta et 2. 49-50. 64-68 
vacua); s. XIX. Desunt spiritus et accentua. Alia manus in ff. 13*". 
32'". SS"". 46'' adnotationes nounullas criticas scripsit. F. 1'' ANA- 

kpeon|to€|thi'oy me'ah. 

17 (ex bybl. Coli. Eom. ; olim Murati). 
1'^ (Guari ni) erote mata initio mutila (in fine pauca sunt 
praetermissa; Erotemata Guarini, Ferrariae, 1509) 96 tisqì 
TTQoaoìdiwv. Gvvoipig TtsQi àvxiaxoi%eioìv Tcoòg ìòiuìTug {'laxs'ov 



232 CODICES GRAECI 

ÓTi tÓTTOi TTjs ò^siag hCÌ TQsTg — xal yàQ ovx uq&qov icrlv 
alla àlri&ivòv £7riQQì]f.i(x 103 ' Clarissimi viri Guari ni 
veronensis ad Franciscu barbarum venetum ' epistula de 
spirita (Cum amorem tuum erga me benefìciaque franci- 
sce recenseo — nec scribendum ~ (fiXolvog. VALE) 
106 jisQÌ óaffsiag xaì ll.!ilfjc: {nóca 7rvsvf.iaTa ; avo — xal ovroìg . 
àvacfOQixbv' ano xfig odrog àvtoìvviiiag) 125 TceQÌ avvótaiiov: 
{Ti sGTi dvvòsCfiog. lé^ig cfvvóevovùa xà alla iiéqiq tov 16- 
yov — CvvsTTÓ/iisvog óè xal ^aQvvsxai) 127 ttsqI sniQQ^fxazog: 
{ti iati èniQQrji.ia, jiisQog lóyov àxhtov xarà Qi'i^arog leyó- 
ixsvov — laxéov ori xà èmqqrniaTa ano nàvrcov zàv fieQùov 
tov lóyov yivovrai). 

Membran. cm. 11,5X8,4; ff. 129 (immo 131, nam post 57. 114 
inveniuntur ff. 57^ 114^; ff. autem 128^. 129 vacua); s. XV. Scriptura 
folii V prorsus erasa; in parte superiore picturae vestigia. Manus 
recentior versus qui perierant supplevit ' aroixeòct Tiagù roìg"E'/.h]aty \ 
sìxoat y.cà réaaccQu svQlaxEXfa | JicdQsirai (fé slg cpuìviJEVTa | xal avfi- 
<f(ora. ax- (poìvrj\eyra fièf nóaai KQi.{}^f^eìi((i, '. Medio mg. ' Coli. Rom. 
Soc. Tesu cat. inscr. ex bibl. Mureti '; summo mg. ' 'Elhjvtxì] etg yQci^j.- 
fiurixTqv sìaaycoytj '. (F. 1^ ine. ' ému. «. i. ^. 7 . . . '). 

18. 

Porpbyrii isagoge (ed. Busse in ' Comm. in Arist. ' IV 1, 
Berol. 1887). 

Membran. cm. 11,3X8,5; ff. 55 (54\ 55 vacua); s. XV vel XVI. 
In indice cod. graec. manuscripto codicem in bybliotheca Mureti ac 
deìnde Coli. Rom. fuisse affirmatur, quod nuuc ex ipso codice non 
liquet. 

19. 

1 Horologium 190 Preces ex Basilio et Ephraemo 
excerptae. 

Chartac. cm. 16X11; ff- 266 (54' vacuum), in principio et in 
fine mutilus; s. XV vel XVI. F. 188^ tabulam cycli lunaris, f. ISQ"" 
tabulam cycli solaris et &s[xshov rij? asf.tjui]? continet. 

20 (ex bybl. Teatinorum S. Andreae de Valle). 
1 <Athanasii Tachygraphi) Martyrium S. Aecaterinae inde 
a V. l'^ft) Tijg nólscog xal irelsico^rj vnò tov ^tcpovg (cf. Ood. 108 



BYBL. NATION. ROMAXAE. 233 

bybl. Angelicae in Studi ital. IV 145) 3 Marbyriiim 

S. Andrene apostoli (Tischendorf ' Acta apostolorum apo- 
crypha ', Lipsiae 1851, p. 105-30) 11^ Martyrium S. Bar- 
barae et S. lulianae nsque ad v. xcd ravra slnovarfi avTfjg, 
flXO^sv ò xvQiog ini àgi^iaroq XsQov^in (cf. M. 116, 313 B et 
' Bibl. Hag. Grraec. ' p- 15; incipit: xcu ixfivovg rovg xaiQOvg 
^aaiX^vovTog iAa^ti.itarov tov nagavó/iov. xaì àds^eaxàtov i)ysf.io- 
vsvovTog iiagxiarov, rjV óiMyfiòg xarà ràv xC^C^^avctìV etc). 
17 Martyrium S. Luciae (Io. De lohanne, ' Acta sincera 
S. Luciae ', Panormi, 1758, 4", p. 35-59) 22^ Martyrium 
S. Agathae (M. 114, 1332-45) 31 Martyrium S. Blasii epi- 
scopi Sebasteni (M. 116, 817-30; cum quo codex in fine con- 
cordare non videtur; sic enim explicit: sTeXsiwiHj óè avrCov 
■fj fiaorvokc tjYSixovévovTog àyQoixoÀuov eìówXoXdrQov. xavà óè 
rjl^iàg ^aailavovTog Tv yv '.' u> fj óó§a etc.) 39 S. Thomae 
apostoli martyrium; cum M. Bonnet ' Act. Thomae ', Lip- 
siae 1883, non concordat: (Jyévsro nera tò àvaaz'qrai rbv xv 
riicóv Fr yy ex vsxocòr, avyxaXeaàiievog rovg ócoósxa ànoató- 
lovg — rn' yào sxeT xcd iiaQiàfi fj Jir^ tov xv f^wv iv yv. 
xaì àaTTctadi-UVog Ttavrag ó rJ^tofidg. sxà&iaev èv fxéaw a^vwv. 
xaì ióir^yeiTco (sic) exaarog rà avi^i^s^rixóta avxCb. rio àè ^sm 
rji.i<àv eh] óó'^a etc.) 56 "" Martyrium S. Marci evang. (con- 
cordat cum Cod. Parisino 881 [cf. ' Bibl. Hagiogr. Gr.' p. 74], 
expl. e^aXov nàXiv a^oiviov elg tòv tqccxìiXov avvov. Xsyovrsg 
GvQais TÒV ^ov^aXov) 61 Martyrium S. Parascevae : (}} nrjyri 
r&v IciiiuTMV xnv yv xaì rf^g à^iercaivov noXireiag xf^g avxmv 
xaì GvvófiiXog xwv ovoarcòv ^aaiXeiag.'. ^Ev xoTg xaiQoTg sxeivoig 
fjv xig òvóiiaxi àyàd-wv — .*. 'EiiaQxvqr^ae óè ry àyi'a naQaGxevrj 
fATjVÌ lovXiov xg iv xaiQóÒ ^aaiXeoig àax?.r]7tiov iXX'^VMV. xaxà 
óè rji^iwr ^aaiXevovxog xov xv rif-icov Tv yT', & i] óó'Sa . . . àfiì]V. 
Cf. Codd. Vatic. 1573. 1581^ Vatic. Pian. 21') 68 Jn 
Christi transfigurationem: {f.iex£fxoQg^(ó0^r^g èv xCù òqsc /« ó -d-g. 
ósC^ag xoTg {.la^rjxaTg aov xijv óó'^av — óo^àawfisv xrjv adrov 
f.i£xc(f.iÓQ(fO)aiv TiQoaxvvriaoìfisv xtjv àyiav xQiaóa) 70 Chro- 
nographia ab Adamo usque ad Leonem regem et ad Ger- 
nianum patriarcham : {yQovoygàtfiv (sic) xa&còg ol è^óouijxovia 
ixóeóéxaaiv eQnì]revxal xcd ol Xonxoì i^rjr^xai .'. ànò àóàii — 
Tc3 óè xQiaxcciósxdxM è'xei. xfjg aixov §ciaiXsiag. xóai-iov óè qcx . 



234 CODICES GRAECI BYBL. NATION. ROMANAE. 

'ij^imd^rj Tfji; eTiiaxoTTfjg ysQfiavòg ó naxoiàQxrjq) 75^ Vita 
S. Macarii romani (A. Vassiliev, ' Anecdota graeca byzan- 
tina ', Mosquae, I [1893], 135-64; expl. i^ayyéXovTeg t^v 
noXiTsiav rov òdiov fiaxagCov rc3 òdm àOxhìTciw reo ?}yoi',a«»'w 
ijfxcòv xcil nàoiv Totg naroctCì xcd àósX(f,oTc. Iva nàvrsg ot 
àxovovTeg óo'Sàcoìixsv ròv xv rji.icóv Tv xr> u) rj óó^a . . . ài.iriv) 
9V vrcoi.ivrii.iaxu tov xv rji^icóv Tv xv xaì OQg tjfXMV nqay- 
&évxa èrti novxiov TTiXdzov: {eyco àvavCug txqoxìxxooq. xvyxàvuìv 
vofjioua&ijg. siri ràiv ^eiMV yQacfòiv. ènéyvwv ròv xv rji^iàjv Tv /r. 
nàvxag noosld^óav. xaxa'^iw^fìc óè xaì zov àyiov ^anxia^axog. 
eQsvvrjaag rà -bnoiÀvrinata. rà xaxà xaiQÒv nqayid^évxa. irci xov 
XV fjfxwv tv %v. o xuxbi}svxo lovdaToi xax uvxov ènl novxiov 
TCiXàxov. xavxa evoèov xà VTTói^ivi^iiaxa. iv s^oaixoTg yQai^i- 
fiuGiv. xaì xi\ xov d^aov svóoxCa }ie0^iQ{.nqvsvGa avxà youii- 
f.iuaiv éXXrjvixotg. ek sjxTyvcoaiv jràvxojv xwv inixaXovfiévtóv xò 
ovof.ia TOV XV rjfiwv iv %v. snì xfjg ^affiXnag d-eodwaiov. xò 
énxaxuidtxarov xaì ìovaXsvxiviavov xò e'xxov ivóixxov ... ; ^v- 
'Ev exsi 7T£VX€xaiófxàxo) Tijg xjysfxoviag xi^sQiov xaiaaoog ^aai- 
Xéoìg QwiiuCoìv xaì fjoéóov ^aaiXéwg yaXiXaiag — vfÀvrjaavxsg 
ànavvig ànéXi^^axs exaGxog àvijQ elg xòv olxov avxov óo^d'iovxsg 
òxi avxGì lu'vft xò xgdxog vvv ts xaì àtì elg xovg alcova; xcov 
alooroìv) 109^ Jirp'r^aig iooarjtp. àvcò àgifiax^iaig} xov alxr^- 
Gaiiévov xò Gwiia xov tv. TtuQà niXàiov. nsQÌ xrjg xov xv rta- 
Qaóódicùg. sv w xaì x(àv óvo Xr^axóov xàg alxìag ixifSQèi: {syò 
ìcoafjcp ànò àqiiiax&iag ò ahr^Cafisvog nagà niXàxov. xò (SòbiAU 
xov XV. TiQÒg xacfijv ... .'. ^Ev èxsCvaig xalg fji.uQaig iv alg xa- 
xéxQivav xòv vlòv xov ^v Gtavowdf^vai — abrumpitnr his 
V. xov óè Xr^axod xov ex óé'^icov (sic) ovx svoéd^xj xò ffcói^ia. 
xov óè àxé'oov Xr^axov à)g TceQiÓQaxovTO rjv fj lóéa. ovxwg ovv 
xò (jwi.ia avTov. òxe ovv fjxr^aàiiì]V xò awaa xov iv TTOÒg xò 
svxacfidaai). 

Chartac. cm. 21 Xl^; ff- 113 (immo 114, nani post 30 iuveni- 
tur 30^); in principio et in fine mutilus; (plurima folia in principio 
excìdisse videntur; nam martyrium S. Andreas apostoli [f. 3] signatur 
numero ,ue', martyrium 3. Barbarae [f. 11^] numero f^g', martyrium 
S. Luciae [f. 17] numero ,«?' etc. ; nonnulla folia exciderunt post f. 16 
et 18, unum post 104j f. 19 mutilum); s. XV. 



INDICES 



A.. Auctores et Opera. 



A^eschylus 5 2. 

Alphabetus "Avd-qw-nov et Xcìqov 
15 37'. 

Anacreontea 16 3^. 

{Ananias JlQoxly.TMQ) 20 91 '. 

Anastasius Sin. (S.) 1 7. 

Anonymus. a) theologica, asce- 
tica, liturgica, sacra varia 6 41. 
(canticum Paschale) 12 47. 
(concilia florent.) 2 87- (dies 
irae) 12 46. (Christi passio) 
12 42. (Christi epiphania) 1 214. 
(Christi transfiguratio) 20 68. 
(praecatio in Virginem) 15 41. 
(de die festo S. lohannis Bapt. 
apud florentinos) 2 96^ (o glo- 
riosa domina) 12 48. (Miserere) 
12 48^. (Stabat mater) 12 49. 
(Liturgia) 7. 

b) grammatica et metrica 5. 

8 2. (de prosodia) 17 96. (de ac- 

centu) 17 106. (de coniuuctio- 

ne) 17 125. (de adverbio) 17 127. 

e) historica, mythologica 6 2- 

d) chronologica 20 70- 

Aristarchi sigua homerica 6 3. 

(Athanasius Ti'.xvyQurpog) 20 1. 

Athanasius (S.) 3 1. 

Barnaba apost. 1 218. 

Basilius (S.) Magnus 1 215. 3 70. 19. 



Basilius Seleuciae episc. 13. 

Concilia (fragm.) 2 87. 

Doctrina Christiana 12 51. 

Ephraemus Syrus 10. 19. 

Eustathius 9 42. 

Excerpta 6 41. 10 14^. 

G-eorgius Codinus 2 71. 

Gregorius (S.) Naz. 2. 6 79". 16 u\ 

(Guarinus Verouensis) 17. 

Hes3'chius 1 214 ^ 

Hesiodus (v. scholia in Hes.). 

Homerus 6. 8 9; vita 6 2 ; v. Schol. 

Horologium 19. 

Johannes Chrysostomiis o6l'- 7. 

(losephus Arimatheus") 20 109^. 

Itinerarium Terrae Sanctae 15. 

Locutiones et verba excerpta 11. 

]yCartyrologium romanura (gras- 
ce) 14. 

Menologii fragraentum 6 1. 

Paulus Lanius 12 2. 

Polycarpus 1 215^ 

Porphyrius 18. 

Proclus 4 34. 

Prolegomena in Homerum 8. 

Scholia (in Aeschylum) 5 30. (in 
Gregorium Naziaz.) 6 79"^. (in 
Hesiodum) 4 34. (in Homeri 
Iliad.) 6 3^ (in Theocr.) 4 2. 

Theocritus (v. scholia in Theocr.). 



236 



CODD. GR. BYBL. NATION. ROMANAE INDICES. 



B. Vitae et martyria Sanctorum. 



A.ecateriuae (auct. Atlianasio Ta- 

ch^'graplio) 20 i. 
Agatliae 20 22'. 
Andreas apost. 20 3- 
Antonii 3 1. 
Athanasii 3 29 ^ 
Barbarae 20 11 '. 
Blasii episc. Sebasteni 20 31. 
De Christo commentarli 20 91^. 

20 109. 



Hypatii 3 58. 
lulianae 20 11 ^ 
Luciae 20 17. 
IVIacarii erem. 3 45^'. 
Macarii Romani 20 75^. 
Marci evangel. 20 56^'. 
Parascevae 20 61. 
Theodor! Studitae 6 1. 
Thomae apost. 20 39. 
Vincentii 6 1. 



O. Codicum scriptores. 



A-lexander Lascaris 13. 
Clemeus (P.) Romaniis capucci- 

nus 12. 
Demissianus 13. 
Eusebius episcopus 2 (?). 
Georgius Scholarius 2 (?). 



Georgius Trompes 13. 
Johannes ^Jlé'itog 13. 
Petrus Coletes 13. 
Rhodiuus Neophytus 10. 14. 
Tliomas Massutius 13. 



13. Annorum notae in codicibus obviae. 
1-tOO 9. 15 I 1500 8 I 1641 10 | 1720 12 



E. Possessores codicum. Varia. 



Bybliotheca S. Pantaleonis 1. 2. 
3. 4; Capuccinorum ' Arae 
Caeli ' 12; S. Andreae ' de 
Valle ' 20; Societatis lesu 
' Collegii Romani ' 6. 8. 13. 
17. 18 (?). 

Codices. (Cod. Laurent. 3) 2. (Cod. 



Paris. 881) 20. (Codd. Vatic. 
1573. 1581 5; Vat. Pian. 21 3) 
20. (Cod. Bybl. Ang. 108) 20. 

Franciscus de Rubeis 3. 4. 

Muretus 6. 8. 17. 18 (?) 

Sebastianus Joxsìog 4. 



F. Codices picturis distincti. 

4 19 I 15 I 17 



STUDI DI LATINO AECAICO 



Kon mediocres tenehrae in Silva, 
uhi haec captanda, ncque non in 
tramitibus quaedam obiecta quae 
euntem retinere jfossent. 

Varrone. 



I. 



L'iscrizione di Caso Caiitovios e il latino arcaico 
preletterario. 

Fu trovata la preziosa iscrizione nei lavori di prosciu- 
gamento del lago Fucino. Essa è incisa sopra una lami- 
netta rettangolare (0,11 X 0,12 m.) di bronzo. La laminetta 
doveva avere quattro fori (tre sono ancora riconoscibili) 
uno a metà di ciascun lato, attraverso i quali passavano 
dei chiodi che la fissavano ad un oggetto che, vedremo, do- 
vette essere un dono votivo. 

L'iscrizione è in alfabeto latino, a lettere rilevate per 
opera di sbalzo, imperfettamente bustrofedica. 

Eccone il testo : 

1. caso . cantovio {da sinistra a destra). 

2. s. aprufclano . cei {da destra a sinistra). 

3. p. apurfinem . e {da s. a d.). 

4. salico . menur {da s. a d.). 

5. bid . casontoni {da d. a s.). 



a 

6. socieque doivo {da s. a d.). 

7. m. atoier *actia {da d. a s.). 

8. prò . l[eceo]nibus Mar- {da s. a d.). 

9. tses. {da d. a s.). 



238 P. G. GOIDANICH 

Il testo è guasto, per una frattura in basso. Il risana- 
mento del Bùcheler di l . . . . nihus in legionibus o meglio 
in hcionihus *) è indiscutibilmente giusto. La frattura inte- 
ressa più meno gravemente anche le lettere 6^ e 5* del 
nesso atoier *actia', della 6*, da me segnata con l'asterisco, 
dice il Jordan (Ohservatìones Romanae Suhsicivae, p. 5): « si 
quis p, r, h, d, e, /, extitisse dixerit non praefracte ne- 
gabo » ; della 5* anche, il Jordan dice : « mihi videtur esse 
a, cuius transversae in medio hastae ductus in ipso mihi 
aere plus semel huc illuc verso certo vestigio apparuit. » 

Il primo facsimile esatto fu pubblicato dal Jordan {l. e. 
p. 4) e ripetuto dallo Zvetajeff (IIID. p. 18). Gli altri facsi- 
mili, del Barnabei {Not. d. Se. 1877 tav. XIII), del Ga- 
murrini (Apjyend. al GII. del Fabretti, tav. X), riprodotti 
dallo Zvetajeff (in tav. annesse alle IIMD.), hanno Cason- 
tonio per Casontonia e . . . . attici .... per actìa. 

Primo a correggere quest'ultimo errore fu il Garrucci 
(cfr. Add. ili Syll. p. 18 e tav.) ; la lettura fu confermata 
dal Dressel (lettera al Jordan riprodotta in Deutsche Lite- 
raturztg. 1883, p. 334 e in Zvetajeff, IIMD. p. 177) e dal 
Jordan stesso, ih. p. 3. Il Dressel e il Jordan (Z. e.) cor- 
ressero poi anche la falsa lettura Casontonio in Casontonia, 
intorno alla quale restandomi per certe parole del Jordan 
{ih. p. 5) ancora alcun dubbio, pregai l'amico Dante Va- 
glieri, direttore del Museo Nazionale Romano, di far rive- 
dere per me l'iscrizione. Per mediazione sua e per gen- 
tilezza del principe Alessandro Torlonia, proprietario della 
preziosa iscrizione, la vide il cav. Pasqui « sindaco eccel- 
lentissimo » -), che mi comunicò la seguente risposta: 
« Fra la quinta e la sesta linea, a sinistra, si è formato 
uno strato di ossido verde che ha coperta in quel punto 
la lamina nascondendo qualche segno di lettera. Vi appa- 
riscono i tentativi fatti con uno scalpello a scopo di ri- 
muovere detta ossidazione e questi tentativi ebbero per 

1) Quasi con certezza s' ha da scrivere ìecionU'US col e, se Actia 
sta, come vedremo esser probabile, per Angitia. 

2) Al principe Alessandro Torlonia, al cav. Pasqui e all'amico 
D. Taglieri rendo qui le più vive grazie. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 23^ 

conseguenza alcuni sgraffi e danni subiti dalla lamina. Non- 
dimeno esaminando la sottile lamina anche dalla parte op- 
posta è visibilissima, in una forma completa, un' a perfet- 
tamente simile alle tante dell' iscrizione. Non è una lettera 
tanto piccola, quanto è stato indicato dal Jordan e dallo 
Zvetajeff, ma precisamente della grandezza che qui ri- 
produco ». 




La settima lettera della quinta riga è per cosi dire uno 
scarabocchio ; parve in ogni modo evidente a tutti quelli 
che hanno veduta l' iscrizione che l' incisore volesse scri- 
vere S. — Doivom è nell' iscrizione, ma se il lettore con- 
sidera : che mal riuscito è V S della quinta riga ; che assai 
frequentemente in grafia antica si trovano aperte lettere 
rotonde, sconnesse lettere composte con aste ; che proprio 
in quest' iscrizione sono aperti il Q di socieque il D di me- 
nurbid e doivo, sconnessi 1' V di socieque V M di Martses e 
di doivom, e, in certo senso, il 5 di / ... . nihits, V R di ^ro, 
gli sarà assai facile ammettere guardando il facsimile che 
l' incisore volesse scriver donom e che, sbagliata la propor- 
zione, per non alzare troppo sopra la norma 1' angolo del- 
l'-^, credette possibile di lasciarlo cosi imperfettamente scon- 
nesso. Di siffatti equivoci non mancano altri esempi : cfr. 
Eitschl, PLME. tav. XII (s. 1. r) e tav. XIII 1. 1 (SC. 
d. B.), dove si legge IV octohr. per iV(onis) Octohr.; v. an- 
cora V Index Palaeogr. ih. p. 112 e la p. 17 dell' ^narr. in 
tabulas — Inoltre lo Schneider in Centralhlatt 1882, 4 nov. 
e il Pauli Alt. Stud. fase. I, 1883, p. 70 proposero di leg- 
gere, invece di esalico menurbid, esalicom enurhid] vedremo 
più tardi essere impossibile che menurbid abbia il signifi- 
cato che gli si attribuisce, invece è quanto mai plausibile 



240 P. G. GOIDANICH 

la correzione proposta. « E opera pazza, è vera insipiens 
sapientia, dice il Comparetti {Iscrizione Arcaica del Foro 
Romano, 1900, p. 12), quella di chi per riguardo ai punti 
si creda obbligato a spezzare una parola pur chiara e ovvia 
in più vocaboli ridicolamente strampalati e inauditi ». È 
notissimo il caso di FHE : FHAKED, sulla fibula di Pre- 
neste ; nel solo SC. de Bacch. si legge: compro . mesise, 
adi . esent (per adesent), inceider . etis. Per esempi greci cfr. 
Comparetti {l. e.) e Larfeld, Gr. Epigrapliik p. 549. Ricordo 
anche il sest. a. plens dell'iscrizione peligua IIID. 34, 
IIMD. 32; cfr. pure von Pianta, Gr. d. 0. U. Dial. II, 
p. 653 n. 3. 

L'età dell'iscrizione si può stabilire per criteri grafici 
e storici. Segno per lo meno di una discreta antichità è la 
forma bustrofedica; tanto più che io credo, contro quanto 
fu osservato, che in prevalenza sian le linee da destra a 
sinistra. Nei facsimili, è vero, appare il contrario: in essi 
cioè la riga prima appare scritta da sinistra a destra e la 
quarta va pure da sinistra a destra, spezzando il sistema 
bustrofedico. Ma bisogna ricordarsi che l' incisione è fatta 
a rilievo per sbalzo ; quindi, per formarsi un concetto del 
sistema grafico dell'incisore, bisogna guardare l'iscrizione 
a tergo, perchè da questa parte fu effettivamente fatta l'in- 
cisione. Guardando a tergo (si prenda un facsimile e si 
guardi contro luce dalla pagina opposta) si vedrà che ef- 
fettivamente l'incisore scrisse la prima e la quarta riga 
col sistema antico da destra a sinistra; per la prima riga 
si potrebbe dubitare forse che l' incisore ciò facesse ad arte 
per far si che la parte sbalzata risultasse scritta da sinistra 
a destra ; ma quest' ipotesi è assolutamente da scartarsi per 
la quarta riga, la quale, contro il sistema bustrofedico, 
quindi per svista, è tratta da destra a sinistra; la svista, 
come fenomeno incosciente, è la miglior prova che ten- 
denza naturale, abitudinaria dell'incisore fosse di scrivere 
da destra a sinistra. E anche un altro sicuro indizio posso 
offrire al lettore di questa tendenza naturale per invete- 

14. 10. '902 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 241 

rata abitudine nell'incisore. Guardi ancora il lettore un 
facsimile contro la luce dalla pagina opposta ; e non potrà 
non colpirlo che il bid della quinta riga (la quale, a tergo, 
va da sinistra a destra) è impresso col B in direzione da 
destra a sinistra *); quest'altro errore è un altro manifesto 
indizio delle abitudini grafiche dell'incisore di scrivere da 
destra a sinistra. Queste osservazioni non potran parere a 
nessuno una inutile sottigliezza, l' età dell' iscrizione non 
potendosi stabilire che per criteri grafici, e il sistema gra- 
fico da destra a sinistra essendo più antico del sistema da 
sinistra a destra *). Antica è dunque certamente l'iscrizione. 
Ma delle più antiche no. Le lettere infatti sono si di forma 
arcaica, ma Q, M, R hanno già la forma più moderna : il Q 
non ha più la forma del Koppa come nell' iscrizione di 
Buenos, ma neppure ancora l'appendice tirata orizzontal- 
mente; ilf è di quattro non più di cinque gambe; VR ha 
l' appendice all' occhio. Si osserva già qualche tendenza agli 
angoli acuti. Inoltre l'uso dell'alfabeto latino e, più, della 
lingua latina in territorio marsico impedisce di assegnare, 
almeno con le nostre cognizioni storiche, all'iscrizione una 
rilevantissima antichità. Tutto sommato non si andrà lungi 
dal vero supponendo che l'iscrizione sia della seconda metà 
del secolo IV av. Cr., e più vicina al 300 che al 360. 

L'iscrizione contiene la dedica di un dono votivo, certo. 
« Unzweifelhaft haben wir, wie ja auch Bùcheler gesehen 
hat, vor uns die "Widmung eines "Weihgeschenks : Caso 
Cantovios . . . socieque . . . prò l[egio]nibus Martses steht deut- 
lich da ». (Jordan, Hermes, XV, p. 8). Anche la piccolezza 
della lamina conduce alla stessa idea (Jordan, ib. p. 10). 
Non basta : l' oggetto dedicato non dovette esser fabbricato 
a posta per farne un dono votivo, perchè, allora, sopra di 
esso sarebbe stata incisa l'iscrizione; e, se non fu incisa 

i) Non è questo della nostra iscrizione l'unico esempio di tal 
fatto. 

2) Anche l' uso di C per G in ACTIA (= Angìtia, v. s.) è un 
carattere di una notevole antichità. 

Studi ital. di filol. class. X. 16 



242 P> G- GOIDANICH 

neppur posteriormente, quando l'oggetto venne dedicato, 
vorrà dire che o la materia o la forma o la preziosità del- 
l' oggetto ne distolsero i dedicatori. 

Sulla lingua di codesta iscrizione, all'aspetto cosi di- 
versa dal latino letterario, ebbero i dotti ad esprimere assai 
disparati giudizi. Il primo editore italiano, il Fiorelli, (Not. 
d. Scavi an. 1877, p. 328), poi il Gamurrini {Apjpend. al 
GII. del Fahretti, n. 940), lo Zvetajeff {IIMD., n. 43 e 
iriD., n. 45), il Deecke {Altit. Vermuthungen, appendice alle 
IIID., n. 12) non dubitarono di considerarla scritta in dia- 
letto italico ; il Mommsen non ha voluto inserirla, per si- 
mile giudizio, nel voi. IX del CIL. (cfr. il voi. a p. 349); 
« nicht rein lateinisch » la disse il Hùbner (Róm. Epigr. 
in IM.'s Handbuch, voi. I, p. 652) ; il Biicheler la ritiene 
latina, ma aggiunge sulla sua lingua questo grave giudizio: 
« begreillicher "Weise liegt lexikalisch zwischen der Sprache 
dieser Zeit und der des hannibalischen Kriegs eine ganz 
andere Kluft als in irgend einem Jahrhundert nach Be- 
ginn der Literatur, selbst zwischen Plautus und Phaedrus » 
(Rh. M., voi. XXXIII, p. 489); un pari giudizio esprime 
il Jordan : « quid autem mirum quod in titulo latino inter 
Marsos saeculo quinto aeri inciso sunt multa quae gram- 
maticos exerceant » {Obs. roni. subsic, p. 6). Per intendere 
a quale età più precisamente dovessero riferirsi i due dotti, 
bisogna ricordare che il Bùcheler colloca l' iscrizione di Bue- 
nos, per il rotacismo, tra il 334 e il 312 (Rh. M., voi. XXXVI, 
p. 236) e il Jordan nel 300 {Hermes, voi. XVII, p. 256), e 
che l'iscrizione di Caso Cantovios è ad essa di non poco 
posteriore; di non poco, perchè nell'iscrizione di Buenos 
l' ilf è ancora di 5 aste, V R non ha ancora l'aj)pendice al- 
l'occhio, il Q conserva la forma del Koppa. 

Tutt' all' opposto io credo non solo latina l' iscrizione, 
ma anche d'un latino non dissimile da quello di Catone 
e di Plauto. Si metta in rapporto questa prospettiva coi 
giudizi testé riferiti del Biicheler e del Jordan e si vedrà 
che la nostra interpretazione promette anche un impor- 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 243 

tante sussidio per la storia del latino arcaico preletterario 
e, mediatamente, un sussidio nel giudizio sull'età di alcuni 
documenti latini arcaici. 

1. Interpretarono l'iscrizione: il Bùcheler, Rh. M., 
XXXIII, p. 489 sg.; il Jordan, Hermes, XV, p. 5 sg. (1880) 
e Observationes Romanae Suhsicivae p. 3 sgg. (1883); il Gar- 
rucci, Add. in Syll. 1. L., p. 18; il Deecke, ap. Zvetajeff 
IIID., p. 178; per interpretazioni parziali, si veda Zvetajeff 
IIMD., p. 38. 

Esaminerò queste interpretazioni, e darò quindi la mia. 

Il Bùcheler traduce: Caso Cantuvius Aprojìculanus 
imperator ajnid Jinem Issalicum scitu Casunfuniorum socieque 
divom consessui prò l[egio]n%hus Marsis {Rh. M., voi. e. p. 489). 

Questa interpretazione ha parecchi punti deboli. 

1. La traduzione di ceip{os} (di cui ceip. sarebbe se- 
condo il Biicheler un compendio) con imperator è mera- 
mente fantastica, perchè non solo non si è letto ancora 
mai un ceipus con tal significato imperaior, ma non si po- 
trebbe neppur trovare un etimo che in qualche modo co- 
desto valore di ceipos giustificasse. Il Biicheler pensa al 
latino cìpus, cippus. Ma, s' immagina, per es. in nostra 
lingua, un' autorità denominata « il piolo » ? Quanto al giu- 
dizio del Jordan su questo cipjus, v. s. — 2. Anche è oifesa 
non poco la sintassi dalla collocazione dei nomi dei dedi- 
catori; il socieque dovrebbe stare accanto al nome del pre- 
sunto dedicatore primo nominato {Caso Cantovius) e non 
esserne separato da due complementi « apudjinem Issalicum » 
e « scitu Casuntuniorum ». — 3. Meramente ipotetica è pure 
la traduzione di doivom atoierbactia con divorum consessui; 
anzi è filologicamente non molto simpatica l'ipotesi, per- 
chè un Olimpo non ebbero gi' Italici. — 4. Dal punto di 
vista della fonetica un doivo tema parallelo a deivo si po- 
trebbe ben difendere; ma intanto in tutto il dominio dia- 
lettale italico r aggettivo e i derivati hanno sempre il vo- 
calismo ei (cfr. Biicheler, Lex. hai. s. v. deva deivà). — 
5. Inoltre osserva il Jordan, Hermes, XV, p. 12 : « auffal- 
lend bleibt es venn wir es hier mit der "Widmung eines 



244 P. G. GOIDANICH 

"Weihgeschenks oder Gòtterbilds zu thun hatten, dass die 
Localitàt, wo dasselbe stehe, angegeben worden sein 
solite, und zwar nicht etwa ein lucus, "wie man es etwa 
erwarten solite, sondern apur finem einer Gemeinde ». — 
6. Menurbid tradusse il Biicheler per ' scitu ' ricordando 
il € promenervat est in Carmine Saliari prò moneta di 
Fasto, 205 M. Ma questo avvicinamento è solo specioso, 
non resistente alla critica. Il suffisso -hi- o -6-, 'hhi- o -hh- 
sarebbe una cosa nuova in una lingua indeuropea. Esiste 
solo un suffisso -hJio- (cfr. Brugmann, Grr., II, § 78); ma 
questo non si trova più produttivo in periodo storico se 
non nel balto-slavo *); è mai credibile che questo suffisso 
si fosse conservato vivo o avesse riacquistato vitalità in 
dialetto marsico, e che qui snaturatosi per scadimento fo- 
netico si fosse confuso coi nomi di terza in consonante e 
insieme a questi coi temi in -i-? Questo del suffisso. Ma 
anche se fosse possibile giustificare questo, non si saprebbe 
poi come spiegare convenientemente il menur che precede. 
Chi potrà ancor dubitare davanti a questa vanità del wie- 
nurhid, che, spostato semplicemente il punto, si debba leg- 
gere esalicom en urhid invece di esalico menurbid? — 7. La 
traduzione poi del Bùcheler: di ' menurbid Casuntonio ' 
con ' scitu Casontoniorum ' non si regge più, poiché è stato 
posto in sodo che nell' iscrizione è Casontonia e non Ca- 
sontonio. 

Il Jordan, come ho detto, ha proposto due interpre- 
tazioni. Risparmierò il tempo e lo spazio che dovrei im- 
pegnare a riferire e criticare la prima (in Hermes, 1. e), 
perchè il Jordan stesso 1' ha abbandonata. In Obs. Rom. Subs.y 
egli traduce cosi l'iscrizione: Caso Cantovios Apruf {i)c{p)' 
lano{s) ceip{os) apur finem Esalico{m) {statuit), menurbid ca- 
sontonia(i), socieque; doivom atoiera{i) a{n)gitia{i) — vel atoier- 
bactia{i) — prò l[ecio]nibus Martses. — Ceip. è considerato 
qui dal Jordan come compendio di Ceip(os), sinonimo di 
' imperator '; ma mette il conto di riferire quanto a pro- 

1) Anche degli avverbi got. in ha s' è proposta un' altra inter- 
pretazione. V. Bugge, IF,. V, p. 177. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 245 

posito di una tale interpretazione ebbe a scrivere il Jordan 
stesso in Hermes, XV, p. 12 : « Bucheler, dar ceip. als Titel 
deutet, erinnert selbst, man kònne versucht sein, w-egen 
des Jìnis an cippus, cipus zu denken. Aber ist es ein Titel, 
so weiss ich mit dieser Vergleichung nichts anzufangen ». 
Ora né il Jordan dice, né poteva dire, per qual mai ra- 
gione dopo pochi anni la spiegazione del Bucheler più non 
gli paresse strana. — Di menurbid ' scitu ' sopra s' è assai 
discorso. — Nuova è, 1' interpretazione di Casontoniaii) ' cu- 
riae conventusve '. Il J. ragiona cosi: « casa latinum vo- 
cabulum, quod tugurii notioni proximum est, in curiae con- 
ventusve notionem potuisse defleoti nemo facile negaverit : 
deflexum esse suffixo duplici . . ., ne hoc quidem video quibus 
possit redargui rationibus ». Ma questa in se poco simpa- 
tica ipotesi è subordinata all'altra che wenwròic^ significhi 
scitu; e, dovendosi leggere en urbid, casontonia non potrà 
significare assolutamente curia. — Il nesso atoier i^ actia 
reputa il Jordan, e giustamente come vedremo, che debba 
contenere in dativo il nome della divinità a cui fu dedi" 
cato il dono votivo ; in particolare egli fa due ipotesi su- 
bordinate alla lettura dell'elemento di cui si ha traccia 
al posto dell'asterisco. Se, dice il Jordan, si legga 6, al- 
lora il nome della divinità in dativo è Atoierbactia{i). Che 
specie di nome poi sia questo Atoierbactia confessa il Jordan 
di ignorare. Né io lo seguirei per questa via. Ammettendo 
invece che la lettera segnata con l'asterisco fosse un a, 
viene il Jordan ad un' ipotesi che, per una parte, a me 
pare colga nel segno. « Nimirum, egli dice {Obs., p. 6 sg,), 
repertus est titulus inter emissarium Claudii et vicum Luco 
cuius nomen a luco Angitiae celeberrimo superesse constat : 
haud protjul ab eo loco repertus est titulus henzenianus 5826 
Angitiae sacer. quid igitur si Cantovium socieque prò le- 
gionibus Marsis huic deae aliquid dono dedisse sumpseri- 
mus? Angitiae prisca litteratura Ancitiai scribendum fuit: 
quodsi ' adulterinum ' in hoc nomine n — ita enim vo- 
luere veteres grammatici anguìs, angari alia nasalis ante g 
et e usurpatae exempla adferentes — omittere licebat, J.ci- 
tiai nomen deae facile eo decurtandi more, quem Aprufclano 



246 P. G. GOIDANICH 

scriptum prò Apruf(i)c(u)lano monstrat, Actiai fiebat idque 
ipsum detracta rursus dativi finali in aere videtur extare. 
eodem modo nomen deae in titillo aeserniuo truncatum 
esse suspicatus est Bùchelerus (v. Prellerum meum t. II, 
p. vi): Stenis Kalaviis Anagtiai diivai dunum deded y>. Io 
accetto senza esitanze questa ipotesi del Jordan che per 
tutti i riguardi mi par bellissima. Non potrei invece se- 
guire il Jordan là dove egli dice che atoiera sia un appel- 
lativo di Angitia. Egli stesso del resto confessa di non ve- 
dere assolutamente che cosa un tale appellativo potesse 
essere (ib. p. .6). La parola doivom vorrebbe il Jordan spie- 
garla come ' sacrum '; rimando a quanto si è detto sopra 
alla osservazione quarta contro il Bncheler su questa forma 
nominale, inusitata fra gl'Italici e in latino. — Anche 
rimando a quanto sopra ho detto, all'osservazione quinta, 
sulla collocazione del socieque. — Finalmente osservo che, 
anche prescindendo dai particolari, considerando l'inter- 
pretazione del Jordan nel suo insieme, essa non è accet- 
tabile per ragioni di stile. Tradotta, la sua interpretazione 
sarebbe questa: Caso Cantovio [collocò questo oggetto] presso 
il confine Esalico, per deliberazione della curia e i com- 
pagni; [esso oggetto è] sacro ad * atoiera Angizia per le 
legioni marse. Codesto non è, anche a prescindere da tutto 
il rimanente, lo stile delle iscrizioni dedicatorie ; e non si 
capisce perchè il Jordan non abbia almeno data al periodo 
questa men ostica forma: Caso Cantovio presso il confine 
Esalico per deliberazione della curia e i compagni stabili- 
rono questo tempietto (?) ad atoiera (?) Angizia per le le- 
gioni Marse. 

Ecco come legge e interpreta il Garrucci « Caso 
Si^ìurio) Aprufclano Cei, P. Apurjine Messalico, Menurhid 
Casontoni socieque donom atoier Bactia prò l . . . nibus Martses. 
In linea 3 coniunxi litteras ME quas sculptor divisit puncto 
inducto, errore ut puto. Ibi etiam Apurfine videtur sculptum 
prò Aprufine, collato Aprufclano lineae secundae. Cei est, 
ut puto, praenomen patris. Menurbid Casontoni ponitur 
prò Minervaid Casontonai, sive Minervad Casontone, col- 
latis dativis primae Detrone Fortune, Erine, Victorie Ve- 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 247 

Siine et hic Socie. D finalis additur nunc primum casui 
tertio. Atoier mea qnidem sententia scriptum est prò ato- 
ler(ont) vel dialecto vel errore sculptoris. Bactia oppidum, 
in Dion. Ant. Bazia fuit in Sabinis ... — In linea 8 ar- 
bitror supplendura l(atro)nibus eo sensu quo milites con- 
ducti olim latrones dicebantur ex gr. rov Xutqov origine' 
(Fast. 118) ... — His positis tabella narrai: tres viros, hoc 
est Casonem Cantovium, Spurium Aprufclanum Cai (filium), 
P. Apurfinem Messalicom, prò militibus marsis qui erant 
Bactiae, donom contulisse Minervae Casontonae Sociaeque » ! 

Una cosa è qui, fra le tante non approvabili, che a 
me par probabilissima: è che in atoier si celi il verbo. 
Questa opinione ancor meglio la giustificherò a suo luogo. 
Anche il Jordan dice al proposito : « ncque absurde verbi 
recuperandi [Garruccius] periculum fecit ». Sul resto dice 
il Jordan: « Haec omnia ita comparata sunt ut serio refelli 
nec possint nec debeant », {Ohs. p. 6). Io sottoscrivo. 

Il Deecke finalmente interpreta così l'iscrizione: Ca&o 
Cantovius Aprujìculanus, cipus (i. e. custos finium) ajnid 
fineni Aesalicorum in urbe Casuntiniorum, sociique sacrum 
agi vovent prò legionibus Marsis. — Le difficoltà di una 
tale interpretazione saltano agli occhi subito. Cipus è im- 
possibile che voglia dire ' custos finium ' per quanto sopra 
s'è detto; è poi ostica una simile costruzione « custos apud 
fìnem », « custos finium » dovrebbe stare. — Né può essere 
accettata questa interpretazione per ragioni archeologiche. 
Abbiamo visto che dalle condizioni esteriori dell' iscrizione 
risulta che essa accompagnava ed illustrava un dono vo- 
tivo. Secondo il Deecke si tratterebbe invece della me- 
moria di un sacrifizio. Di memorie pure e semplici di sa- 
crifizii compiuti io non conosco altri esempi e non mi pare 
che la celebrazione di un sacrifizio potesse dar incentivo 
alla redazione di un'epigrafe. — Ma poi a che prezzo è 
risultato questo periodo! Doivom, naturalmente, vuol dire 
divum, res divina, sacrificium; « 2?ac^m(n^) mit Verlust des 
nt wie altlat. de(lro{ni) ... ; "pactiàre vielleicht von pactium, 
wie initiare von initium, otiari von otium] es regiert den 
Acc. e. Inf. [perchè non allora l'infinito futuro?]; atoier 



248 P- G. GOIDANICH 

Inf. Passivi = *actu-ier [la ragione dell' a lunga la si vedrà 
di poi!]; vgl. zum Schwund des e =. h volse, atahusj pàlign. 
aticus; in jpactia blieb das e wegen dar Kiirze des vorher- 
gehenden a [!!] ; zum u s. lat. actUtum., das doch wohl ein 
*actuere voraussetzt [?] ; der Uebergang in o ist durch das 
i veranlasst [?!!]; s. auf dem Stein von Grecchio ruezim 
*ruitim [?] und toitesia zu tuèri [sic!!!] ». E chi più n'ha 
più ne metta! 

« Pagina iudicium docti subitura movetur »! 
Finita la critica dell'altrui interpretazioni, passo a 
riferire l'interpretazione mia. 

I caposaldi della quale sono questi due. Primo, che 
l' iscrizione sia latina : a questa, opinione sono condotto, 
come già furono indotti il Biicheler, il Jordan e il Gar- 
rucci dalla schietta latinità delle parole apur, Jlnem, sodi, 
que, prò, l{ecio)nibus, lessicalmente, foneticamente, morfo- 
logicamente, sintatticamente considerate, e ancora per 1' en 
urhid, ohe il Bùcheler e il Jordan entrambi prima non 
intravvidero e che il Jordan poi non accettò. — Secondo, 
che essendo Caso Cantovios e socieque separati dai due com- 
plementi apur finem e en urhid, non possano assoluta- 
mente essere considerati quali due soggetti coordinati della 
stessa proposizione e che quindi noi ci troviamo in pre- 
senza di due proposizioni coordinate, legate fra loro, 
secondo la propria funzione del -que, in istretto legame 
ideale *). 

II metodo della nostra ermeneutica è presto tracciato: 
si hanno due proposizioni, di cui conosciamo i soggetti 

i) Per quanto mi paia superfluo, ricordo che « Die Hauptfunktion 
der Partikel que ist die, dass der mit que eingefiìhrte Teil eine zu- 
sammengeliorige Reihe als ein Ganzes abschliesst ». Schmalz, Lat. 
Synt. in J. Milller's Handh. W § 170, p. 460. Su proposizioni legate 
da -que, cfr. Draeger, Hist. Synt. d. l. Sprache, voi. II, § 314 nn.^ 10-18. 
Nel latino arcaico -que era più frequente che nel classico (Draeger, 
ih., § 314, p, 32, Schmalz, Lat. Synt. ib. p. 459); cfr. Cato r. r. praef. 4: 
ex agricolis viri fortissimi gignuntur maximeque pius quaestus stabtlis- 
simusque consequitur minimeque invidiosi minimeque male cogitantes 
sunt ecc. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 249 

(Caso Cantovios socieque)', dovremo cercare quali siano i 
verbi e gli oggetti; cosi ci orienteremo. 

La prima proposizione deve arrivare fino al 2" sog- 
getto, socieque ; è dunque : Caso . Cantovios . apruf ciano . 
ceip . apurjinem . esalicom . enurbid . casontonia. In queste 
parole si presenta come sostenitore della funzione di og- 
getto apruf ciano, e per la funzione di verbo non resta che 
ceip. Ma che vorranno dire V uno e l' altro ? Intorno a ceip . 
per portarlo alla significazione a cui ì suoi vicini di pro- 
posizione lo costringono, ci si presentano queste due 
ipotesi : eh' esso sia un compendio di un ceip{ed) e sia 
scritto falsamente con ei per e, in modo ch'esso venga a 
significare cepit. — Sono queste ipotesi ammissibili? Con- 
viene al senso generale dell' iscrizione un cepit ? Ecco i 
quesiti paleografico e filologico a cui dobbiamo rispondere. 
Tanto il compendio quanto la falsa scrittura si giustificano 
assai bene ! Per l' abbreviazione non mi richiamerò ai com- 
pendia scripturae più comuni, ma a casi singolari quanto 
il nostro: in CIL. X, 8054 si legge Retus Gabinius C. s. 
Calebus fec. te, dove fec. = fecit (Mommsen, Garrucci); nel- 
l'iscrizione che sotto riporterò, CIL. I, 1175, si legge asper 
per aspere, e nel titulus mummianus, CIL. I, 541 (facsimile 
in Tafeln zu F. Ritschl 's Epigrapfisch — Gramm. Abhand- 
lungen tav. Ili) si legge duci, per ductu (in fine della 1. 1), 
capi, per capta (in mezzo la riga terza). Cfr. anche Quint. 
Inst. I, 7, 12 : interim G quoque [veteribus in verbis 
adiectum ultimum] ut in pulvinari Solis, qui colitur iuxta 
aedem Quirini, vesjjerug quod vesperuginem accipimus. Quanto 
all' et per e mi richiamerò al decreivit e a\V impeirator del 
-decreto di L. Aimilius L. f. CIL. II, 5041. È quasi superfluo 
ricordare che gli ei di questo documento spagnolo, che è 
del 189 av. Cr., rappresenterebbero una vera anormalità per 
il latino urbano dell'epoca e solo possono giustificarsi come 
false iicostruzioni ortografiche di uno scriba provinciale 
nella cui bocca i dittonghi ei mediani s' erano ridotti ad e *). 

i) € Il compromesise » del SC. de Bacch. (186 av. Cr.) va consi- 
derato ragionevolmente come mendoso; e fu poi pure questo docu- 
mento publicato « in agro Teurano » [v. nel doc. a 1. 30], in Calabria. 



250 P. G. GOIDANICH 

Che ciò molto verosimilmente fosse avvenuto anche del 
latino in bocca marsica assai per tempo risulterebbe dal 
Vecos = veicos in CIL. IX, 3849. L'equazione ceip = cejtled], 
dunque, dal lato paleografico regge. Dal lato filologico poi, 
cioè rispetto al senso dell' insieme, il cejrit in un' iscrizione 
nella quale si parla di legioni (e nessuno dubita che l . . . .- 
nibus ìnarUes sia da reintegrarsi, col Bucheler, in legionibics 
marsis) appar del tutto conveniente. — Che cosa sarà poi, 
qnelV a2:)ruf ciano preso da Caso Cantovìos ajìurfinem esa- 
licom? Con un mezzo semplicissimo io vi ho scovato una pa- 
rola latinissima che al senso generale dell' iscrizione quadra 
mirabilmente. Visto che aprufclano non può significare 
niente e data l' incostanza e l' imperfezione della punteg- 
giatura, per cui quasi nessuno si peritò di dividere in due 
parole atoier * actia e apurjinem^ e memcrbid s' ha da leggere 
m. en urbid, io divido anche ajjrufclano in due parole : apru 
e fclano ; con che ottengo la proposizione : Caso Cantovìos 
aprum « fclanorum » o « fclanum » ceplt cet. Aj)ru{m) giu- 
dico l'accusativo di a/>er, il « porcus singularis ». Giustifico 
la forma dal lato paleografico, fonetico e filologico. Del- 
l'omissione di -m in antiche epigrafi si han troppi esempi 
perchè occorra far citazioni ; quanto all' -um per -om (mal- 
grado esalicom, doivom e fclanom), esso è pienamente giu- 
stificato dal -bus per -bos e da apuì' per apor (Paul., Exc. 
ex Fest. 26 M.) della stessa nostra iscrizione. — Dal lato 
filologico si cfr. Plinio, N. H. X, 6, 1 : Romanis eam [aqui- 
lam] legionibus C. Marius in secundo consulatu suo proprie 
dicavit. Erat et antea prima cum quattuor aliis : lup)i, mi- 
notauri, equi, aprique singulos ordines anteibant. Paucis ante 
amiìs sola in aciem portavi coepta erat; reliqua in castris 
relinqiiebantur. MariiLs in totum ea abdicavit ; e Paol. Diac. 
(ex Fest.) Porci effigies inter militaria signa quintum lo- 
cum obtinebat. Ciò posto vorrebbero dire le prime parole : 
G. Cantovio prese l'insegna dei « Fclani ». Soddisfa 
ciò alle esigenze filologiche dell'iscrizione? Essa accom- 
pagnava un dono votivo ^^ro legionibus Marsis ; aver presa 
un' insegna significa aver compiuta bene un' impresa mili- 
tare ; più giustificabile di questa, nessun' altra occasione di 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 251 

un donativo alla divinità da parte di legioni potrebbe tro- 
varsi ; la frase « aprum cepit » quadra dunque all' insieme. 
Ci sono contro tale interpretazione alcune difficoltà che è 
inutile per ora indicare al lettore e che io dichiarerò e risol- 
verò più tardi. — Nel /c?ano che segue si cela un determina- 
tivo etnico di api'zt(m), e cioè o un sostantivo nel gen. plur. 
un aggettivo nell' acc. sing. La parola deve fuor di dubbio 
essere, come fu da tutti ritenuto, guasta e va emendata. Ma 
come ? Trattandosi di un nome etnico e delle imprese di un 
popolo di cui ignoriamo la storia, non si può fare alcun' ipo- 
tesi che ci lasci tranquilli. Il nome locale Ficulea i) potrebbe • 
suggerire un' emendazione ^cZano(m). — Ma si ricordi anche 
che un errore materiale grafico di F per E è ovvio e anche 
comune ; nella sola Lex lulia Municipalis, CIL. I, 206 si 
trovano : 1. 2 eafdem per eaedem (= eadem, neutro plurale), 
1. 15 eoruvi per forum, 1. 69 viceversa forum per eorum, 
1. 85, di nuovo, eoro per foro] 1. 84 sueragio per sufragio] 
1. 124 euerit per fuerit ; 1. 160 euit per fuit ; e si ricordi 
ancora questo, che nel latino rustico il dittongo ae si mo- 
nottonghizzò assai prima che in Roma (cfr. Varr., LL. V, 97 
ircus, quod Sabiìii frcus: quod illic fedus in Lafio rare 
edus : qui in lorbe ut in multis a addito, aedus ; e VII, 96 : 
rustici Pappum Mesium, non Maesium a quo LìlcìUus scrihit: 
« Cecilius [joretor] ne rusticus fiat -» -)] un indizio di una pro- 
nuncia di e per aa anche in territorio marsico potrebbe 
esser 1' ei di queistores, nella citata iscrizione Vecos supn^as), 
considerando esso ei una varia scrittura tradizionale per e 
di qualunque origine. Data dunque la possibilità di quel- 
l'errore e di questa pronuncia il nome Aeclanum suggeri- 
rebbe d' emendare Eclano{m). — Più ardita, ma per ragioni 
topografiche più simpatica, sarebbe la ipotesi che il Fclano 
celi un Aequiclanum] avrebbe cioè preso il manipolo marso 
di Caso Cantovios un' insegna degli Equicoli ; l' F sarebbe 
come sopra un error fabrilis per E e questo sarebbe il 
rappresentante di ae, in pronuncia rustica; il qui di E{qui}- 

>) Un Fienile v'è anclie j)oco più al nord di Orvieto. 
*) Cfr. Seelmann, Aussprache des Latein, p. 167 sg. 



252 P. G. GOIDANICH 

clanum sarebbe stato omesso per distrazione dell'incisore. 
Che qualche elemento manchi nel Fclanum è indubitabile ; 
la distrazione die dico appare molto verosimile se si pensa 
che nel testo poteva essere stato scritto ECVICLANO ; 
fatto il primo C l' incisore poteva facilmente saltare col- 
l'occhio al secondo e scrivere quindi il lano finale; quanto 
alla possibilità di un errore ortografico di C per Q o QV 
si cfr. eqo per eco ' ego ' CIL. X, 8336, 1 (Ardea), Maqolnia 
(per Macolnia) CIL. I, 54 p. 533, Cinti = Quintis CIL. I, 868 
(Olla ex Vinca S. Caes.); oquoltod SO. de Bacch. 15; huiu- 
sque CIL. I, 603 (Lex Vicana Furfensis) ; parecchi casi si- 
mili in iscrizioni di Falerii. — Resta della prima propo- 
sizione: apurjìnem esalicom enurbid casontonia] il che vuol 
dire: presso il confine « esalico » (o il territorio 
« esalico », cfr. Bùcheler 1. e.) nella città di « Cason- 
tonia ». I nomi locali sono una vera croce. Il Biicheler 
(1. e.) ricorda un Issa presso Reate citato da Dionig. ant. 1, 14; 
e traduce esalico per issalicum ; ma si dirà giustamente : 
questo e uno scambiar le cose ! Qualche somiglianza vi è 
certo fra i due nomi, ma, veramente, esalicum presuppone 
« Esalium » o « Esalia » o un quidsimile. Il Deecke poi ri- 
chiamò alla memoria <>: Aesula oder Aesulum bei Tibur » ; 
anche con questo avrebbe esalicom solo una grande somi- 
glianza, non sarebbero i due temi identici. Esalicus (se e 
sta per ae, e ciò potrebbe essere) presuppone un Aesalia 
o un Aesalum o un Aesala{e); di più sfuggi al Deecke una 
giusta nota del Hùbner in Hermes I, p. 426, che ha, nel 
titolo « Aefula nicht Aesula », il suo contenuto e un'altra 
del Mommsen {Histoire de la Monnaie Romaine voi. Ili 
p. 211), che diffida àeW Aesulum di Veli. Patere. I, 14. Però 
l'insistenza con cui torna a galla la forma spuria con l's 
potrebbe indurre a pensare che realmente fosse esistito un 
Aesulum o un Aesula. Questa forma come pure i nomi lo- 
cali Aesis (città e fiume), Aesernia (Isernia) ^) sono forse i 



») Da ricollegarsi forse etimologicamente con aes-culus ' specie 
di quercia '; quest'etimologia giustificherebbe la frequenza del nome; 
per l'è in luogo di ae v. il testo. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 253 

prossimi parenti di qnelVAesalum o sim. che è, ho detto, 
presupposto da esalicom. — Neppur di « Casontonia » ab- 
biamo un preciso parallelo ; tutta volta, dal punto di vista 
della toponimia, e tanto per il tema quanto per il suffisso, 
è Casontonia tutt' altro che un novum nescio quod. Già il 
Biicheler e il Deecke richiamarono l'attenzione su nomi 
locali simili. « Zum Ethnicon Casuntinius (eig. Casontonms), 
scrive il Deecke (1. e), vgl. den etr. Eigennamen * Casun- 
tinies, erhalten in wbl. genitiv casuntinial Fabr. 1583; ca- 
suntinial App. Gam. 716 (aus Perugia); jetzt die Landschaft 
Casentino bei Arezzo ; ferner in Umbrien Casuentum oder 
Casentium, Ethnicon Casuentini oder Casuentillani] auch 
fluvius Casuentus in Bruttium ». Ma non basta questo; an- 
cora il nome « Casontonia » è forse connesso con tutti i 
nomi or riferiti assai più strettamente di quanto non ap- 
paia a prima vista. Tra il tema Casonto- e il tema Ca- 
suento- può non essere passata altra differenza che quella 
eh' è tra il latino soror e l'i. e. *sioes6{r). — Quanto al suf- 
fisso 'Onia io aggiungerò il ricordo di Bononia, Vetulonia, 
Acersonia = Aquilonia, Lemonia, Histonium (cfr. anche i 
nomi gentilizii Pomponius, Sempronius, Petronius ecc.) *). 

Riassumendo, la prima proposizione sarebbe : Caso . 
Cantovios apru{'m) Pclano{m) ceipe{d) apur Jinem Esalicom 
en urbid Casontonia] e si tradurrebbe: Casone Cantovio 
prese l'insegna dei « Fclani » (o l'i. « fclana ») presso 
il confine esalico [o il territorio esalico] nella 
città di Casontonia. 

Questa sentenza come ho accennato andrà più tardi 
ancor meglio definita. 

La seconda proposizione è: socieque clonom atoier in actia 
prò l{ecio)nibus Martses. Dal donom e dal prò l(ecio)nibus 
3Iartses, dallo stretto legame fra le due proporzioni indi- 
cato dal que risulta chiaro che come la prima proposizione 

1) Il passo del Jordan (Obs. Eom. Subsic. p. 7), al quale riusciva 
strana una forma di abl. Casontonia senza d, accanto all'ablativo 
[-locativo] ' menurhid ' , mi induce a ricordare che 1' {en)urbid stesso è 
segno del già compiuto sincretismo tra locativo, ablativo e istru- 
luentale. 



254 'P- Gt. GOIDANICH 

contiene, per dir così, l'antefatto, con questa seconda è 
espressa la dedicazione vera e propria. Passiamo a dichia- 
rare la proposizione particolareggiatamente. In essa il sog- 
getto è, si disse, socie; donom, è l'oggetto complementare, 
j)ro l. m. il complemento indiretto: resta atoier ^^ actia. Lo 
stile consueto di queste iscrizioni dedicatorie richiede, in- 
dispensabilmente, un verbo come dederunt, dedicaverunt, 
donarunt, lìortarunt^ ^^osuermit, statuerunt e in dativo il 
nome della divinità onorata: son questi gli elementi che 
noi dobbiamo considerare celati in atoier * actia. Posto questo, 
simpaticamente ed energicamente ci vengono incontro l'ipo- 
tesi del Gi-arrucci su atoier e quella del Jordan su actia. — 
Starà dunque, credo io col Garrucci, atoier per atoler(e) o 
atoler{-ant). Su questo atoier si osservi ancora quanto segue. 
Lo scambio di i con l non sarebbe cosa nuova (cfr. Lex 
Rep. CIL. I, 198 fatniiia per familia; Lex Lue. de luco sacro 
ib. IX, 782 NI per A^(umum) L ; Lex Corn. de XX quaest. 
ib. I, 202, 41 cauias per caulas ; Lex Ac. Rep. 1. 15, omnls 
per omnis). L' o di afoZer(unt) è normale in un' iscrizione 
arcaica. — Un atoier con la T scempia in un'iscrizione del 
IV secolo av. Cr. non meraviglierà nessuno. — Quanto 
all'uso del verbo afferre, è vero che il verbo più comune- 
mente usato in queste iscrizioni dedicatorie è il verbo dare ; 
ma non ci manca neppur per questo il parallelo; si cfr. CIL. 
I, 191 : PI. /Specios Menervai donom 2^ort[at]. 

Quanto al nome della divinità a cui la dedicazione è 
fatta io seguo come ho detto il Jordan leggendo iieWActia 
un Angitia i); la forma di dativo in -a nei monumenti ar- 
caici è frequentissima; gli esempi quindi superflui. 

La lettera non più riconoscibile per la frattura, segnata 
da me con l' asterisco, fra atoier e actia fu di tale imbarazzo 
al Jordan ch'egli pur lodando il Garrucci per aver indicato 
un atoler(unt) celato nell' atoier (v. sopra), si vide costretto 
per essa a non approfittare dell'ipotesi del nostro e quasi 
quasi a rinunziare alla sua (1. 1.). Eppure il Jordan stesso 
ci dà modo di uscire vittoriosi dalla difficoltà. Ricordiamoci 

1) Per Angitia cfr. anche Lattes iu Iscriz. Paleolat., p. 18. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 255 

infatti che egli, in base alla visione presa dell'originale, 
dichiarò della lettera tra atoler e actia : si quisp, r, 6, D, E, /, 
extitisse dixerit non praefracte negabo. Ma allora ; se im- 
maginiamo che sia stato un e la lettera non più ricono- 
scibile, si ottiene senz'altro un atolere^ la forma integra 
della terza plur. che il Garrucci sospettò compendiata; se 
immaginiamo che sia stato un cZ, possiamo vedere in esso un 
compendio di divae: si cfr. CIL. I, 175 Dei . Marica = divae 
Maricae; ib. 511 D. Hecat = Deae Hecatae. — L'appellativo 
diva è anche nell'iscrizione osca citata dal Jordan stesso 
ib. : Stenis Kalaviis Aniigtiai diivai dunum deded. 

Vuol dire dunque l'iscrizione in sostanza questo: Ca- 
sone Cantovio prese l' insegna « Fclana » presso il confine 
« Esalico » nella città di « Casontonia », e i commilitoni 
di lui portarono in dono i) ad Angitia (o alla dea Angitia) 
per le legioni Marse. 

Questo risultato non può ancora lasciarci soddisfatti; 
perchè noi non vediamo ancora qual mai nesso possa es- 
servi tra le due proposizioni, delle quali la prima fa men- 
zione di un atto di valore compiuto da Casone Cantovio 
e la seconda parla di un donativo alla divinità da parte 
dei suoi commilitoni per le legioni marse. 

Senza questo nesso fra le due proposizioni, che stret- 
tissimo è dimostrato dal que, noi dovremmo dichiarare la 
nostra combinazione fallita. Ma un rapporto ideale, e stret- 
tissimo, fra le due proposizioni esiste, e quale esso sia mi 
faccio subito a dimostrare. 

Si tenga presente il contenuto di queste iscrizioni vo- 
tive: CIL. I, 63, 64 M. Fourio C. f. trihunos militare de 
praidad Maurie dedet] M. Fourio C. f. trihunos militare 
de 2)'''a.^dad Fortune (sic) dedet: CIL. I, 542: Sancte! . . . 
De decuma, Victor, tibei Lucius Mummius ^) donum moribus 
antiqueis prò usura ^) hoc dare sese visum animo suo cet.; 

1) L'oggetto sul quale posava l'iscrizione. 

2) L'espugnatore di Corinto. 

3) Il Ritsclil emendò prò usura in promiserat; ma solo ragioni 
di stile consigliano di emendare il testo dell'iscrizione; lo stile [ « hoc 
dare sese visum est animo suo »] è per verità barbaro, quasi più di 



256 P. G. GOIDANICH 

in quest'altre che seguono è indicata la provenienza del 
bottino: CIL. I, 630 M. Claudius M, S. ») consol «) Hinnad 
cepit 5) — Martei M. Claudius M. F. consol. dedit; CIL. 
I, 531, 532: M. Fulvius M. F. Ser. N. Cos *) Aetolia «) cepit, 
M. Fulvius M. F. Ser N. Nobilior Cos Amhracia =) cepit. 
Ricorderò anche la curiosa notizia conservataci da Livio 
XLI, 28 che, assoggettata la Sardegna, in rendimento di 
grazie, per l' impresa ben compiuta, Ti . Sempronio Gracco 
dedicasse a Giove una lapide della forma dell' isola — una 
gran lapide, se « in ea simulacra pugnarum pietà [erant] ». 
Comunissimo dunque era l'uso di dedicare parte della 
preda alla divinità e d'accompagnare la dedicazione con 
un'iscrizione. Che cosa, ciò posto, possiamo più ragione- 
volmente credere dedicassero i commilitoni di Casone Can- 
tovio a nome delle legioni marse che una parte di preda? 
Ma allora niente vieta ed appare anzi un'ipotesi simpati- 
cissima che alla divinità dedicassero i commilitoni di Ca- 
sone Cantovio l'insegna che egli aveva gloriosamente strap- 
pato al nemico. Ecco dunque trovato egregiamente il nesso 
fra le due proposizioni. La cosa più vi si riflette e più 
diventa verosimile. L'oggetto che ricordava materialmente 
un atto di valore di uno dei loro e un'onta dei nemici, 
doveva avere per i dedicatori uno straordinario valore e 
sembrar loro degno di essere offerto alla divinità. Ma a 
a questo valore morale possiamo supporre s'aggiungesse 
anche un pregio intrinseco dell'oggetto: le aquile romane 
eran d'argento durante la repubblica e d'oro perfino nel 
lusso dell'Impero. E ancora una considerazione del tutto 
materiale, e già sopra fatta, fiancheggia la nostra ipotesi 
che un oggetto scelto nella preda e precisamente 1' « aper 

Mummio ! Ma l'emendazione del Ritschl è troppo violenta. Questo 
sia detto di passata, che per il mio scopo è indifferente qualsiasi 
lezione. 

1) Marcello, l'espugnatore di Siracusa. 

2) Negli a. av. Cr. 222, 215, 214, 210, 208. 
3J A. 210 av. Cr. 

*) A. 184 av. Cr. 
») Ablativo. 

U. 10. '902 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 257 

fclanus » fosse stato dedicato. Sopra abbiamo detto par- 
lando dello scopo dell'iscrizione questo: « l'oggetto dedi- 
cato non dovette esser fabbricato a posta per farne un 
dono votivo, perchè allora sopra di esso sarebbe stata in- 
cisa l'iscrizione »; questo dono preso dal bottino sarebbe 
appunto un dono non fabbricato a posta ; e, sopra abbiamo 
aggiunto, « se non fu incisa l'iscrizione neppur posterior- 
mente, quando l'oggetto venne dedicato, vorrà dire che o 
la materia o la forma o la preziosità dell'oggetto ne di- 
stolsero i dedicatori ». Anche questa condizione conviene 
alla nostra ipotesi che V ajjer captus fosse l'oggetto donato 
alla divinità. 

Un sentimento commisto di orgoglio per il loro eroe, 
di gratitudine e di quell'affezione schietta per chi s' è fatto 
superiore all'invidia, poteva indurre i commilitoni di Caso 
Cantovio, forse morto nella mischia •), a perpetuare nel ti- 
tolo l'onor del suo nome. 

Il contenuto dell'iscrizione, a dirlo in breve, sarebbe 
dunque : Casone Cantovio prese quest' insegna dei « Fclani » 
e i suoi commilitoni la dedicarono alla dea. Contro questo 
risultato ancora un'ultima osservazione potrebbe muovere 
un inesperto, e va prevenuta. Si domanderà, forse: non sa- 
rebbe da aspettarsi con codesto significato un « hunc{e) o 
honc{e) aprM(m) »? Si risponde: no, il hunc non è affatto 
necessario. Ricorderò l'iscrizione CIL. I, 1146 M. Memmius. 
M. f, Pr. (aetor) signa haseis de . sua 'pecunia, dove il Wil- 
manns (Exempla I, p. 9) annota : . . . neque unquam jjaene 
jjTonomen demonstrativum additur', interdtim cuius dei signum 
dono datura sit refertur ita : illi deo ille Castorem dedit 
similive modo cf. tìtulum sequentem aliosque. 

Il risultato della nostra ermeneutica si può riassumere 
nel testo e nella traduzione che qui seguono. 

1) Cfr. la dedicatio sorana CIL. I, 1175: M. P. Vertuleieis C f. 
Quod re sua d[i£]eidens asper[e] afleicta parens timens heic vovit, 
voto hoc solut'o] [dejcuma facta poloucta leibereis lubetes donu da- 
nunt Hercolei maxume mereto . Semol te orant, se [v]oti crebro con- 
demnes. 

Studi ital. di filol, class, X. 17 



258 P. G. GOIDANICH 

Testo: Caso . Cantovios . apru(m) Fclano(m) . cei- 
p(ecZ) . apur finem . esalicom . en urbid . Casontonia 
«ocieque . donom . ato^ere [v. atoZer(w?iO à{eiva)] 
A(n)c(i)tia prò l(ecio)nibus . martses. 

Traduzione: Casone Cantovio prese questo cin- 
ghiale (insegna) dei « Fclani » presso il confine 
« esalico » nella città di « Casontonia », e i suoi 
compagni d'arme lo portarono in dono ad Angitia 
(o alla dea Angitia) per le legioni marse. 

.2. Interpretata cosi l'iscrizione, conviene porre nel do- 
vuto rilievo r importanza che essa assume per la storia della 
lingua latina nel periodo arcaico preletterario. Come ab- 
biamo sopra detto, non può essere la nostra iscrizione po- 
steriore al 300 av. Cr. ; e noi abbiamo in essa un docu- 
mento che il latino intorno al 300 av. Cr. dovè essersi 
fissato in quella forma lessicale e morfologica in cui esso 
ci appare nelle opere letterarie del periodo arcaico. Noi 
dobbiamo dunque, proprio in base alla nostra iscrizione, ar- 
rivare sulle condizioni del latino nella prima metà del se- 
colo 3° proprio alle conclusioni opposte a cui, come appare 
dai giudizi sopra riferiti, arrivavano il Biicheler e il Jordan. 

Codesta nostra risultanza apparirà del tutto ragione- 
vole, mentre non ragionevoli appariranno i giudizi del Bli- 
cheler e del Jordan, a chi considererà le condizioni del la- 
tino nei primi monumenti di latino arcaico letterario, nei 
frammenti di Lucio Livio Andronico. 

Lucio Livio Andronico, con gli scritti del quale s'inau- 
gura la letteratura romana, venne in Roma forse nel 272 
av. Cr. Leggendo i frammenti rimastici delle sue opere 
noi possiamo persuaderci che l' elocuzione liviana non dif- 
ferisce che in minima proporzione dalla lingua letteraria 
posteriore. Né si può pensare che il suo testo sia stato ri- 
modernato nel lessico. Infatti, se gli antichi nei giudizi 
su di lui concordano nel presentarcelo come un uomo di 
scarso ingegno e destituito di gusto letterario (Cic, Brut. 71, 
Liv. 27, Graz., Ej). IL 1, 69 sgg.), per quanto riguarda 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 259 

l'elocuzione, nessuna frase hanno essi che riveli il loro 
imbarazzo alla lettura degli scritti liviani. Anzi da Orazio 
sappiamo che il suo maestro Orbili© adottava l' Odissea di 
Livio come libro di testo ; è mai possibile che il pedante 
pedagogo arrivasse fino al punto di infliggere ai suoi sco- 
lari un testo in gran parte inintelligibile? Nel caso, Orazio 
non si sarebbe certo lasciato sfuggire l' occasione di far 
pagare anche a Livio le percosse onde gli era stato largo 
Orbilio ! Ammettere che già allora il testo fosse stato ri- 
vestito di forma nuova è addirittura impossibile. 

Inoltre prima di Andronico un'attività letteraria aveva 
spiegato in Roma Appio Claudio Ceco, e neppure della lingua 
di questo ci è tramandato il minimo accenno ch'essa con- 
tenesse oscurità di dizione. 

In perfetta armonia con queste condizioni sta dunque 
il fatto constatato che un titolo del 300 av. Cr. circa sia 
scritto in un latino perfettamente identico al tipo di lingua 
che ci appare nel latino letterario. 

Ma da questa constatazione noi possiamo desumere 
altre utili illazioni sull'età di altri documenti arcaici pre- 
letterari. 

Come sopra abbiamo accennato, il Biicheler (Rh. M. 
voi. XXXVI, j). 236) pone l'iscrizione di Buenos tra il 334 
e 312 av. Cr. e il Jordan {Hermes^ voi. XVII, p. 256) giusto 
nel 300. Ora tra la lingua dell'iscrizione di Buenos e della 
nostra intercede una differenza grandissima; per cui o si 
dovrebbe giudicare l' iscrizione di Buenos scritta in un dia- 
letto latino diverso dal letterario *) o collocarla, ragionevol- 
mente, molto più in là di quanto pensano il Biicheler e 
il Jordan. 

La ragione per cui ai due dotti parve necessario di 
collocare l'iscrizione di Buenos in un'epoca assai vicina 
fu l' opinione che il rotacismo latino sia avvenuto nella 
seconda metà del sec. IV av. Cr. e che pacavi sia un in- 
finito e precisamente la continuazione di una forma origi- 



i) Cfr. in Riv. d. St. Aiit., a. V, n. 2, il mio articolo siili' iscri- 
zione di Duenos. 



260 P- G. GOIDANICH 

naria con -s- intervocalico. Ma codesta opinione sull'età del 
rotacismo è assolutamente falsa; le notizie su cui essa si fon- 
dava erano queste. 

Cicerone nella lettera a Papirius Paetus {Fam. 9, 21), 
facendo la storia della famiglia dei Papirii, primo nomina 
Papirio Mugillano (Censore nel 311/443) e continua a dire : 
sed tum Papisii dicehamini; jjost hunc XIII f nere sella curuli 
ante L. Pcqyirium Crassum (dittatore nel 340, console nel 336 
e 330 av. Cr.) qui primus Papisius est vocari desitus. Una 
seconda notizia ce la dà Pomponio {Dig. 1, 2, 2, 36 ed. 

Mommsen) : idem Ap>2)ius Claudius, qui videtur ah hoc 

processisse (?) r litteraìn invenit ut prò Valesiis Valerli 
essent, prò Fusiis Furii. 

Probabilmente i) a questo stesso ordine di idee si ri- 
ferisce il i)asso di Marziano Capella (3, 24) : Z vero idcirca 
Appius Claudius detestatur quod dentes mortui dum expri- 
mitur imitatur. 

Per quanto Cicerone usi il verbo dicere (« Pa^Jisii di- 
cebamini ») e si alluda in Marziano Capella alla pronunzia 
effettiva di Z, sarebbe assurdo pensare che la volontà di 
Appio Claudio facesse mutar pronunzia ai Romani. Di più, 
il passo di Marziano Cappella è assurdo anche perchè pre- 
suppone che possa riuscire singolare al senso estetico di 
alcun uomo una pronunzia che è in lui abitudinaria. La 

•) In realtà uè grammatici ne glossatori ci danno indizio ve- 
runo di una grafia Z per il suono che precedette ad r da s. Solo 
Vello Longo Ed. Keil, VII, 50 dice: mihi videtur [z littera] nec* lattilo 
sermone aliena fluisse cuin inveniatur in Carmine Saliari. Ma, pxir 
troppo, egli non ci dice per qual lettera questo z stesse, e potrebbe 
essere che fosse per uno z di voce esotica al posto del più tardo s, ss. 
Cfr. Diomede K. I, 422-3: Messentius, jjytissare, tablissare: Prisciano, 
I, 49: Saguntum massa Setlius ecc. (Seelmann, Auspraclie des Latein, 
p. 318 sg.) o per il continuatore di dj (cfr. iscriz. di Buenos dze, cor- 
rispondente a ts di Martses nell'iscrizione di Caso Cantovius). Solo 
considerando che difficilmente la strana notizia sullo e si sarebbe 
salvata senza l'egida della fama (oltre ai passi sopra citati ricordo 
ancora Quintiliano, I, 4, 13-4: 7iam ut Valesii Fusti in Valerios 
Furiosque venerunt cet., Terenzio Scauro K. VII, 13, 13 sg. item 
Furios dicimus quoa antiqui Fusios cet.) dell'altra riforma, si può 
essere indotti a credere verosimile che le tre notizie si completino. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 



261 



confusione tra i concetti di lingua parlata e lingua scritta 
durata fino ai giorni nostri regnava sovrana presso gli an- 
tichi 1). Dalle notizie riferite non si ricava affatto che verso 
la metà del IV secolo av. Cr. si compiesse il rotacismo di -s- 
inter vocalico ^), e per nessun modo nemmeno che in quel- 
l'età, e per opera di Appio Claudio, fosse sostituito nella 
grafia l' ortofonico r al posto dell' ~s- intervocalico etimo- 
logico e tradizionale nella grafìa. Quelle due notizie voglion 
dir solo questo che Appio Claudio fece mutare la grafia 
di alcuni nomi propri che ancora tradizionalmente si 
scrivevano con s, mentre già s intervocalico si pronunciava r. 
Sull'età del rotacismo noi non sappiamo dunque assoluta- 
mente nulla di preciso : dunque la presenza di parole con r 
da -s- non sarà critica per fissare l' età di un documento 
romano alla seconda metà del secolo IV av. Cr. 

Ciò posto noi possiamo giudicare l' iscrizione di Buenos 
di tanto anteriore a quella di Caso Cantovios di quanto si 
creda necessario a spiegare la gran diversità linguistica 
che intercede fra le due iscrizioni. 

Non senza qualche utilità possiamo adoperare le prece- 
denti constatazioni ed argomentazioni sulla vexata quaestio 
della lingua e della data di un altro famoso documento, non 
giunto questo fino a noi, il primo trattato fra Koma e 
Cartagine. Della lingua del quale scrisse Polibio : àg {avv- 
■d-Tqxac) xttdóaov fjv dvvccxòv àxQi^éarata ói€Qf.irjvev(TccVT£g rjf.i£Tg 
VTToyfyQd(faf.i£V' TrjXixavrrj yàQ rj óiacfOQa ys'yovs Tfjg óiaXéxtov, 
xaì rragà "^PcofJLaioig, Tfjg vvv TtQÒg ttjv àq^aiav, &ar£ rovg óv- 
vsTwiàiovg t'vicc f.ióXig £§ Ì7ii(STà(ye(x)g disvxQivsTv (IH, 22, 3). — 
La data del trattato è ancora ^) oggetto di controversia fra 

1) Dell'esattezza degli antichi in fatto di criteri fonologici ci 
dà un saggio anche Pomponio col suo « Appius Claudius r litteram 
invenit ». Similmente Paolo Diac. 85 M.: Folium a Gracco venit, quod 
illi dicunt cpvXXof, sed ideo per unuvi L, quia antiqui non gemi- 
nabant consonantes. Cfr. anche Schuchardt, Vocal., II, p. 285. 

2) V, per es. Stolz, Ilist. Gr. d. lat. Sprach., I, p. 276; Lindsay, 
D. lat. >Spr., p. 345. 

3) Per dare un' idea del profondo dissidio che ancor oggi regna 
nel campo della storiografia romana basterà riferire che contro il 
Pais il quale con gran vivacità dichiara {Storia di Roma, voi. II, p. 188): 



262 P- G. GOIDANICH 

i più autorevoli scrittori di storia romana. Alcuni seguono 
Polibio che colloca il trattato nel primo anno della repub- 
blica, 509 av. Cr. ; altri si vedono invece, malgrado il ri- 
spetto universale verso Polibio, per il contenuto del trat- 
tato che questi riferisce, costretti a reputare « più vicina 
al vero » ') la data accolta da Diodoro (XVI, 69, 1) ed 
Orosio (III, 7, 1), il 348 av. Cr. La controversia per noi 
ha una grave importanza: perchè col seguire Polibio si 
colloca il documento poco intellegibile in un' età assai an- 
tica e priva ancora di un movimento letterario, tanto che 
una notevole differenza nella parte lessicale tra la lingua 
d'allora e la lingua storica appar giustificabile; seguendo 
Diodoro ed Orosio il documento verrebbe ad esser non solo 
sincrono o assai presso che sincrono all'iscrizione di Caso 
Cantovios che si dimostra invece intelligibilissima, ma pure 
di un troppo breve periodo distante dalla letteratura ar- 
caica e di un periodo in cui, volere o no, i Romani s'erano 
costituiti in un organico assetto civile, che già ben s' in- 
travede illuminato da un sereno albore di cultura. Dal- 
l' esame accurato e calmo della controversia sul trattato è 
rimasta in me l'impressione che il dritto e il torto stiano 
un po' da una parte e un po' dall' altra e si debba tentare, 
più che di decidere nettamente la questione in un senso o 



« La difesa della data polibiana fatta in seguito [dopo il Mommsen, 
roem. Chronologie, 2^ ed. p. 320 sgg.], di quando in quando, da vari 
critici attesta solo o mancanza di metodo o dilettantismo e mostra 
una volta di più come non basti fare la luce perchè il cieco volgo 
veda la verità », 0. E. Schmidt ricorda (in N. Jahrb. f. d. kì. Alter- 
tumswiss. ecc., voi. V-VI, fase. I, p. 42, 1900) che fra codesti dilettanti 
andrebbero annoverati anche Heinrich Nissen e Eduard Meyer, e con 
non minore vivacità gli osserva : « AVir finden also hier bei Pais deu- 
selben Glauben an die eigene Unfehlbarkeit wie bei so vielen Mo- 
dernen: was Polybios und dar ihn umgebenden Kreis von Ròmern, 
Scipio und Laeìius, nicht richtig verstanden, das versteht der Pro- 
fessor des scheidenden XIX Jahrhunderts ganz genau. Wer die Ein- 
sicht und das Urteil des Polybios verteidigt, beweist Mangel an 
Methode oder Dilettantismus ». Il garbuglio è certamente, lo sa chi 
conosce da vicino la questione, molto grave. 
1) Cfr. Pais, 1. e. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 263 

nell'altro, di trovare una via di mezzo die concili le due 
diverse sentenze. Infatti, da una parte non è possibile il 
dubbio che Polibio abbia avuto sott' occhio il trattato da 
lui trascritto, ne che questo abbia offerto a lui e ai suoi 
contemporanei in Roma quelle gravi difficoltà d'interpre- 
tazione (si ricordi soprattutto 1' espressione xa^óaov ^v óv- 
vuTÒv àxQi^tGTcna óisofxr^vevaavcsg) che si giustificherebbero 
solo coli' assegnare al trattato una data molto antica. E 
non può inoltre non fare su di noi una forte impressione 
il fatto che Polibio, sagace e prudente qnal era, accettasse 
per quel trattato la data tradizionale. Dall'altra parte però, 
non ostante la grande autorità e fede storica del Megalo- 
politano, è impossibile dissimularsi che il contenuto del 
trattato non possa essere riferito, almeno per certi punti, 
che a condizioni molto posteriori al 509. In tali opposte 
esigenze il cercare un punto di conciliazione tra esse si 
mostra assolutamente indispensabile. Questa conciliazione 
a me pare possa avvenire cosi- Si può pensare : che in realtà 
un patto tra Roma e Cartagine fosse stato in tempo an- 
tico sancito, e fissato su un documento in Roma, e che la sua 
stipulazione venisse dalla tradizione riferita al prim' anno 
della repubblica; ma che un nuovo trattato venisse battuto 
fra le due città molto più tardi, nel quale si rettificassero 
le condizioni primitive secondo le mutate condizioni poli- 
tiche del nuovo tempo; che nel nuovo protocollo fosse con- 
servata la dizione dell' antico, salvo quelle modificazioni di 
sostanza che dalle condizioni nuove erano suggerite ; che 
questo più recente protocollo abbia avuto sott' occhio Po- 
libio e sia stato spinto appunto dalla oscurità della dizione 
a ritenerlo, coi suoi contemporanei, per quel trattato che 
la tradizione riferiva al 509. 

Vediamo se questa ipotesi resista alla critica. La pos- 
sibilità di un antico trattato tra Roma e Cartagine non 
potrebbe senz'altro scartarsi. Perchè, anche a non insistere 
nella considerazione che condizioni politiche e civili quali 
mostra avere avuto Roma sul limitare della storia vera e 
propria non s'improvvisano, anche a non insistere sull' idea 
che i trovamenti di iscrizioni latine assai antiche fuori 



264 P- G. GOIDANICH 

del Lazio ci fan pensare a Roma come ad una piovra che 
abbia presto strisciato i suoi tentacoli, certo è che da greci 
sicelioti anche molto antichi le origini italiche dovettero 
essere connesse coi Romani. Antioco, contemporaneo di Ero- 
doto, riferiva sugli indigeni italici di Sicilia la leggenda 
che Morgete fosse uno dei re itali, il successore di Italo, 
il predecessore di Siculo venuto da Roma (Dion. Hai., I, 
73 e 12). Questa leggenda, formatasi con tutta probabilità 
nella prima metà del V secolo, indicherebbe che Roma do- 
veva già allora avere assunto nel Tirreno una qualche po- 
sizione notevole, se il suo nom,e potè diventare in lontane 
fantasie quello della madre d'un popolo più vicino che ad 
essa, all'Africa. Né contro questa deduzione si potrebbe 
opporre il fatto che Erodoto, il quale soggiornò nella Ma- 
gna Grecia, non faccia motto né di Roma né di Romani e 
nomini invece gli ^Oirixoi, né il fatto che la leggenda enea- 
dica si fermi prima che a Roma a Laurentum, né il fatto 
che per i Romani stessi erano le origini della città poste- 
riori a quella di altre città del Lazio. Anche queste no- 
tizie che paiono in opposizione si possono assai bene con- 
ciliare e se ne può vicendevolmente correggere la portata. 
Quanto al silenzio di Erodoto va notato che anche Aristo- 
tile dà ai latini il nome di Opici ed Aristotile certo attinse a 
fonti siracusane del V secolo ; e ancora si vede dai frammenti 
di Antioco « come gli storici siciliani giudicassero siculo 
lo strato etnografico antico di altre regioni, ad es. del Tir- 
reno e delle Gallie » (Rais, St. di R., voi. I, p. 16). Vuol dire 
tutto ciò che gì' Italici indeuropei si presentavano ai Sice- 
lioti come un popolo di razza affine ch'essi dai più vicini 
rappresentanti solevano chiamare col nome o di Opici 
o di Siculi. Ma ciò non implica, in nessun modo, né una 
preponderanza degli Opici o Siculi sui Latini, né l'impos- 
sibilità che la popolazione del primo Settimonzio si fosse 
verso il principio del V secolo cementata in un'unità ci- 
vile in modo da presentarsi sovente unita a disturbare na- 
viganti cartaginesi che visitavano le coste del Lazio, cosi 
che anche questi considerassero utile la stipulazione di un 
patto con la città, né l'impossibilità che questa avesse as- 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 265 

sunto uno sviluppo commerciale da poter trovare vantag- 
giosa la stipulazione di un patto con un concorrente stra- 
niero. Vuol dir solo il silenzio di Erodoto che Eoma non 
aveva assunto ancora un predominio sugli altri ed un'im- 
portanza politica tale quale l'ebbe assai più tardi. Cosi la 
relativamente tarda origine di Roma, che dalla stessa tra- 
dizione romana ci viene riferita, non importa alla sua volta 
che il nucleo latino insediatosi sui sette colli non sia per 
favore delle condizioni topografiche, presto salito in fiore, 
non certo ancora cosi da soverchiare le altre città latine, 
ma almeno da non esserne impedito nell'acquisto di una 
posizione indipendente. 

Dall'altra parte, senza venir meno alla considerazione 
dovuta al grande Megalopolitano, si può giustificare l' errore 
in cui egli si lasciò indurre dalla tradizione ri,mana" di- 
cendo, come è stato detto, che per lui, geniale e scrupo- 
loso indagatore del movimento politico dell'età sua, restava 
la preistoria romana in seconda linea; ond'egli potè non 
essere spinto ad indagare e criticare nei particolari un 
fatto che era tanto alieno dal compito suo, quando egli 
avesse ragione di giudicarlo in massima possibile. — Quanto 
poi riguarda il riferimento nella tradizione dell'antico, e 
ai tempi di Polibio non più esistente, trattato, proprio al 
prim'anno della repubblica, possiamo giustificarlo pensando 
quanto facilmente i Romani per il loro tardo odio al no- 
men regium potessero essere indotti a glorificare l' avvento 
del regime aristocratico con l'assegnargli la stipulazione di 
un patto onorifico e vantaggioso alla città. A riprova di 
questa naturale tendenza ricorderò che a Giunio Bruto si 
attribuiva anche l'aver abolito i sacrifizi di vittime umane 
(Macrobio 1, 7, 34). 

Senza tema di esagerare, mi sembra che si potrebbe 
collocare la data di questo primo trattato, che sarebbe ser- 
vito come di falsariga a quello visto da Polibio, poco prima 
o poco dopo il 450. In un tal documento, discosto di un 
secolo Q più dall'iscrizione di Caso Cantovios, di circa due 
secoli dal primo fiorire della letteratura romana, la oscu- 
rità della lingua potrebbe ben essere giustificata. 



266 P. G. GOIDANICH 

xlllo stesso risultato si arriverebbe ammettendo che 
invece di un trattato tra Roma e Cartagine servisse di 
falsariga al trattato visto da Polibio il formulario tradi- 
zionale di altri trattati. Ma, bisogna aggiungere, una tale 
ipotesi presupporrebbe per Roma condizioni politiche tali, 
che renderebbero appunto verisimile la stipulazione di un 
patto anche con Cartagine. 

Resta che diciamo due parole sulla lingua e l'età di 
un altro famoso documento dell'età arcaica, le leggi delle 
XII tavole. Sulla lingua di esse scrive Gelilo (NA. XX, 1,4): 
Sed quaedam istic esse animadvertitur aut obscurissima aut 
dilìga ^). Ohscuritates, inquit Sex. Caecilius, non assignemus 
culpae scribenthtm sed inscientiae non adseqiientium. Quam- 
quam hi quoque ìjjsÌ qui quae scripta sunt minus percipiunt 
culpa vacant. Nam longa aetas verha aut mores ohliteravitj 
quihus verbis moribusque sententia legìim comprehensa est. 

Anche le leggi delle XII tavole che si assegnavano 
dalla tradizione all'anno 450 av. Cr., ha il Pais (cfr. St. 
di R., voi. I, p. 452 sgg.) cercato di dimostrare che non 
possono essere tutte fra loro coeve e che alcune parti di 
esse dovettero essere redatte in tempi più vicini a noi. 
In favore della data tradizionale ha fatto opposizione al 
Pais il de Sanctis {Riv. di FU., voi. XXVIII, p. 443 sg.). Io 
non possiedo ne potrei, senza allontanarmi per molto tempo 
dal mio campo speciale di studi, formarmi una cultura giu- 
ridica sufficiente per giudicare di ardue e delicate questioni 
di storia del diritto. Tuttavia anche dal solo punto di vista 
linguistico credo che alcune osservazioni vadano fatte ad 
un giudizio del de Sanctis che riferirò; e credo si possa o 
si debba proprio per considerazioni linguistiche propen- 
dere per la data tradizionale anzi che per i dubbi mossile 
sempre con grande acume e con la sua solita larghezza 
d'idee dal mio illustre Maestro. 

Scrive il de Sanctis {Riv. di Filol., voi. XXVIII, 
p. 443 sg.) : « Tengo per fermo . . . che il primo codice 
scritto è quello delle XII tavole. La tradizione lo attri- 

1) L'aui dura si riferisce alla severità delle leggi. 



STUDI DI LATINO AKCAICO. 267 

buisce ai decemviri, e non vedo che sia stata addotta in 
contrario prova convincente . . . Con ciò non voglio dire 
che i frammenti a noi pervenuti delle dodici ta- 
vole ci rappresentino la redazione primitiva. La 
iscrizione di Dueno e anche la nostra (del foro romano) ci 
provano che essi appartengono ad una redazione 
assai posteriore. E non credo si andrebbe molto errati 
ritenendo che essi ci rappresentino la lingua stessa 
della fine del se e. IV, in cui erano scritte le opere di 
Cn. Flavio e di Ap. Claudio Ceco ». 

Fa dunque il De Sanctis questo ragionamento: i fram- 
menti delle XII tavole sono di gran lunga più intelligibili 
che non altri documenti di latino arcaico preletterario, per 
esempio che non l'iscrizione di Buenos, quindi devono le leggi 
anche se redatte nella metà del V secolo aver subito un tra- 
vestimento in età posteriore. In tal ragionamento, mi per- 
metto di dire che l'acuto ed elegante ingegno del professore 
torinese si è lasciato ingannare in doppio modo dalle appa- 
renze. In primo luogo bisogna ben tener presente questa con- 
dizione di fatto che le leggi delle XII tavole e l'iscrizione di 
Duenos sono due documenti di genere diverso, quella essendo 
un documento privato, queste un documento pubblico e di 
primissimo ordine. Codesta diversità non può trascurarsi nel 
giudizio sulla lingua di essi documenti. Le espressioni giuri- 
diche e politiche adoperate nelle leggi delle XII tavole *) 
acquistavano, appunto per questa sanzione letteraria, 
quella forza di resistenza, che valse a salvarle dall' oblio. In 
tutt' altra condizione era invece per questo riguardo la lin- 
gua in cui venne redatta l'iscrizione di Duenos; era essa 
la lingua della pratica quotidiana. Questa non avendo nella 
metà del secolo V né per molto tempo dopo trovato il so- 
stegno di un largo uso letterario era esposta a più mutevole 
sorte. Dunque per necessità naturale delle cose la lingua 
delle XII tavole, in qualunque epoca redatte, doveva giun- 
gere alla posterità molto più intelligibile di altri monumenti 

1) Come ius, antestari, hi ius vacare, manum inicere {endo tacere), 
assiduus vindex, proletarius, civis. nexus, mancipium, forum, comitium, 
causa, lis, reus ecc. ecc. 



268 P. G. GOIDANICH 

coevi; e uoi non possiamo inferire da questa loro maggiore 
intelligibilità né una relativamente più vicina redazione 
né nn rimodernamento che esse abbiano subito. A pro- 
posito di questo presunto loro rimodernamento mi piace 
anche di aggiungere che esso non mi pare probabile, perchè 
in fondo la loro lingua sa un acuto odore di antichità; e 
tanto è meno probabile un siffatto travestimento quanto 
più si risale all'età della loro redazione. 

Ma, ho detto, noi cadiamo nel ragionare come ho rife- 
rito sulla lingua delle XII tavole in due inganni, e il se- 
condo è forse più curioso del primo. Perché non è vero 
che le leggi delle XII tavole non siano ricche di note 
arcaistiche, di note che ci rispecchiano anche la lingua 
parlata volgare della antica età 0. Solo se anche per questi 
elementi del lessico non dottrinali noi ci troviamo in condi- 
zioni di minor perplessità che di fronte all'iscrizione di 
Duenos, non bisogna dimenticare che questo é l'effetto di 
una nuova condizione di favore creata artificialmente per 
le tavole dalla tradizionale esegesi di esse da parte di ma- 
gistrati, giuristi e archeologi romani. 

Ma, non dimentichiamo la condizione favorevole all'in- 
telligenza delle leggi nell' essere infarcite di termini tecnici 
della pratica forense e curiale, immaginiamo per momento 
di non possedere le preziose informazioni esegetiche degli 
eruditi antichi, confrontiamo le condizioni del linguaggio 
non tecnico nelle leggi con le condizioni del lessico nel- 
l'iscrizione di Caso Canto vios, in Lucio Livio Andronico 
o in Catone, e ci persuaderemo facilmente che intercede 
fra le leggi e questi monumenti troppo più grande diffe- 
renza nel lessico che non si possa misurarla col metro di 
un cinquantennio o anche di meno. Io credo insomma che 
anche la dizione delle leggi parli in favore della data della 
tradizione. Questo direi quasi metro linguistico noi lo pos- 

1) em iin, caluitur^ jjedem struit, transque dato, endo tacito endoque 
plorato, arcera, tempestas ' tempus ', (morbus) soidiciis, fortus ' porta ', 
ohvacjidave, esdt escunt, nec [= neg ' non '], concapis, sarpere ' purgare ' 
* putare ', sam, occentare, nox ' nocte ', adorai ' accusat ', ascea, ìessus, 
•duplio, proquiritare legem e qualche altro. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 26& 

siamo, s'intende bene, applicare solo per quei luoghi che 
a noi son pervenuti con citazioni testuali e fra questi con 
tanto più fondata ragione ad esempio per passi quali questo: 
« si caluitur pedemve struit manum endo iacito », che pre- 
senta meglio improntata la marca della arcaicità. 

Considerati dal lato della lingua sia in se sia in rap- 
porto all'iscrizione di Caso Cantovios tutti insieme questi 
documenti letterari che abbiamo ricordato, come pure l'iscri- 
zione sulla Stele del Foro, per quel tanto che si può in essa 
decifrare, ci fanno complessivamente l'impressione che i 
primi palpiti di una vita civile in Roma e i primi conati 
di un'ordinata per quanto scarsa attività letteraria- rimon- 
tino ad un'età, se non antichissima certo assai lontana dal- 
l'età che noi diciamo veramente e propriamente storica. 
Se, per fissare materialmente il nostro giudizio, diciamo 
di pensare al primo 500 av. Cr. non mi pare che ci me- 
riteremo la taccia di imprudenti. 

Anche dei Carmi Saliari notizie antiche di nobile fede 
ci attestano che fossero per gli eruditi della Republica e 
dell'Impero di assai difficile comprensione. Dice Yarrone 
(1. 1. VII, 2): Aelii hominis in primo in litteris exercitati in- 
terpretationem carminis Saliorum videbis et exili littera ex- 
ped'itam et jyraeterita ohscura multa] e Quintiliano: >iSa- 
liorum carmina vix sacerdotibus suis satis intellecta (I, 6, 40); 
Orazio {Eijìst. II, 1, 86 sgg.) addirittura afferma: ...Sa- 
liare Numae Carmen qui laudat . . . ilhtd, Quod mecum ignorat 
solus volt scire videri . . . 

Il Carmen Arvale offre a noi le difficoltà d'interpreta- 
zione che tutti sappiamo e che ora mi accingerò ad affrontare. 

I giudizi sopra espressi sull'età dell'iscrizione di Buenos 
delle leggi delle XII tavole e del trattato tra Roma e 
Cartagine ci consentono di attribuire anche ai documenti 
di poesia religiosa ora ricordati una assai nobile antichità. 
Ma se alla tradizione scritta di essi precedesse un periodo 
di tradizione orale o di quanto la prima eventualmente 
precedesse la seconda non sappiamo nò sapremo mai. 



270 P. G. GOIDANICH 



II. 

Il Carmen Arvale. 

Un' altra delle poche e perciò sacre memorie del latino 
arcaico preletterario è il famoso Carmen Arvale. 

Esso giunse fino a noi per una fortunata serie di casi. 
Tramandato prima per chi sa quante mai redazioni mano- 
scritte, recitato il 29 di Maggio dell'anno 218 d. Or. dai 
Fratres Arvales, inciso in marmo negli Acta Fratrum Ar- 
valium di quell'anno *), accolto, come in sacro Museo, nel 
suo grembo dalla Terra, fu restituito alla luce ed all'amore 
dei dotti sulla fine del secolo decimottavo. 

I tentativi d'interpretarlo furono molto numerosi 2) 
e spesso arguti; ma non han dischiuso ancora la farfalla 
della verità da questa crisalide di testo. A una prima rico- 
gnizione dell' insieme, mi si offrirono cosi facili vie d' uscita 
dalle difficoltà che una forte speranza di un buon esito 
m' indusse a questo tentativo nuovo. 



1) Sugli Acta e il collegio in generale vedi specialmente Ma- 
rini, Gli atti dei Fratelli Avvali, 2 voli., Roma 1795; Henzen, Acta 
Fratrum Arvalium, Berlino 1874; Hoff'mann, Die Arvalbruder, Bres- 
lavia 1858 e N. J. f. Pliil. u. Paed. voi. 155, p. 55 sgg. ; Wissowa in 
Pauly-Wissowa, Eeal-Encycl. s. v. Arvales fratres. Per il facsimile, 
v. Hùbner, Exempla, n. 1024. 

2) Cfr. Bauli Altit. Sticd. fase. IV, clie raccoglie (pp. 3-13) le in- 
terpretazioni fatte lino al 1885, Schneider, Exempla, I, 1, p. 103, Birt, 
Arch. f, lat. Lex., XI, p. 149 sgg. Conosco solo dal cenno fattone in 
IF. Anz. voi. X, p. 175 sg. i lavori del Netusil, Gli Ambarvalia, i 
Fratelli Avvali, e il Carmen Arvale, Fil. obozr. voi. 12, 195 sgg. (in 
russo) e Modestov, Alcune necessarie repliche al prof. Netusil Filol. 
obozr. 12, 47-53 (pure in russo); dal cenno letto, non mi pare che il 
Netusil arrechi utili contributi alla esegesi del Carmen. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 271 

1. — Testo e criteri della sua restituzione. 

Eccolo il sacro testo : 

1. enos lases iuuate 

2. (e^noslases iuuate enoslasesiuuate neueluaeruemarma sinsin cur- 

rereinpleoresneuelueruemar mar 

3. (si)QSÌn currereinpleoris neueluerue marmar . sersiucurrereinpleoris 

s atur . fureremarslimen 

4. (sal)istaberber satur . fuferemarslimen salistaberber. saturfufere- 

mars limensaiisiaberber. 

5. (sem)unisalterneiaduocapitcoQctossemun.isalterneiaduocapitconctos 

simunisalternieaduocapit. 

6. (conct)osenosmarmoriuuatoenosmarmoriuuatoeuosmamor . iuuato 

triumpetriumpetriurapetrium 

7. (petri)umpe. 

Leggermente offesa rimane l' iscrizione per una sfal- 
datura della lapide a sinistra ; mancano le lettere che io 
lio poste fra parentesi. Ma il danno non è grave ; per 
un' altra singolare fortuna fu il testo tramandato triplice- 
mente ripetuto ; onde noi possiamo esser sicuri del numero 
delle lettere mancanti e fino ad un certo punto sapere 
quali queste lettere fossero. 

Un'altra manifesta offesa ebbe il Carmen dall'impe- 
rizia del lapicida o di altri copisti anteriori. Infatti noi 
troviamo nella triplice ripetizione varietà di lezione che 
tutte dipendono da sviste dei copisti. Si legge marma ac- 
canto a marmar^ mamor accanto a marmoVj sins accanto a 
serSj furere accanto a fufere, saiìsia accanto a salista, al- 
ternei accanto a alterine. (Si legge ancora luaerve e luerve^ 
fleoris e pleores, semunis e simunis ; su queste dittografie 
V. sotto ai loro luoghi). 

E sarebbe meno male se il danno fosse puramente ma- 
teriale, limitato a questi errori constatabili. Ma al danno 
materiale pare si aggiunga in questi errori un danno mo- 
rale. Qual fede, cioè, possiamo avere noi in un testo che 
ci si presenta in condizioni così infelici ? Anche là dove 
esso nelle tre ripetizioni è identico parrebbe che non po- 
tessimo essere assolutamente sicuri di possedere la esatta 



272 P. G. GOIDANICH 

riproduzione dell' originale. Potrebbe infatti esso essere an- 
dato soggetto ancora a molte altre scorrezioni che non 
siano più da noi riconoscibili, perchè in copie a volta a 
volta successive si livellasse la diversità di lezione mo- 
dellando la scrizione esatta sulla non esatta. Ben intende 
ognuno che se noi non riuscissimo a difendere almeno in 
parte il carme da codesto sospetto dovremmo giudicarne 
a priori impossibile l' interpretazione, vano, per non dir 
peggio, anche il tentarla. Fortunatamente non mancò una 
ragione per cui la sospettata e temuta jattura del Carmen 
non potè avvenire. Questa ragione è che il Carmen è un 
testo sacro. Infatti tutti sanno che gli antichi Italici po- 
nevano, in generale nell'esercizio del culto, una diligenza, 
uno scrupolo ancora di molto superiore a quello dei pra- 
ticanti le religioni positive moderne e che questa scrupo- 
losa diligenza s'adibiva anche nella conservazione delle 
preghiere. Si sa delle preghiere in particolare, che, for- 
mulate una volta, venivano conservate nei testi rituali 
(cfr. Gellio, N. A., XIII, 23, 1). Si sa ancora che non era 
lecito introdurre in esse alcuna mutazione; dice Quintiliano 
(I, 6, 40) dei non compresi carmi saliari : sed illa anulari 
vetat religio et consecratis utendum est i). 

Dunque noi possiamo star sicuri che il testo che noi 
possediamo non dev'essere molto lontano dall'originale e 
che, se degli errori esso contiene, devono essere questi er- 
rori solo r effetto di ingenue sviste da parte dei copisti. 

Il testo su cui si basa la mia traduzione è dall' origi- 
nale solo in pochi punti diverso. Già da quanto si è ri- 



i) Lo stesso scrupolo si osservava anche nella recitazione delle 
preghiere. si leggeva la preghiera, il che dicevasi de libro recitare 
(cfr. anche gli Ada Fr. Arv. a. 218: Sacerdotes . . . libellis acceptis .... 
tripodaverunt in verba haec); oppure un sacerdote col libro in mano 
pronunciava prima parola per parola, la formula, il che dicevasi verba 
praeire, praefari, sacra carmina praecantare (cfr. Marquardt, Rom. 
Sfaatsv., Ili, p. 171 sg.). Come una rarità cita lui. Capitoliu., M. 
Antonin. Philos., 4 che questo imperatore recitava preghiere nel col- 
legio dei Salii nemine praeeunte, quod ipse carmina cuncta didicisset. 

14. 10. '902 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 273 

cordato risulta che un' assoluta fedeltà alla tradizione è 
impossibile perchè esso non è identico nella triplice ripe- 
tizione. Ma oltre a questi constatabili errori, un lungo ed 
attento esame del testo mi persuase della necessità di am- 
mettere in esso qualche altra lieve menda. Io non potrei 
cominciare tranquillo la mia esegesi se non dimostrassi 
prima la possibilità di un tal fatto. Per crederlo possibile 
basta pensare alle già accennate particolari condizioni della 
tradizione del Carmen: certo non meno di sette secoli esso 
fu tramandato manoscritto di generazione in generazione 
fino all' anno 218 d. Cr. Che in tutto questo immenso spazio 
di tempo qualche errore venisse commesso in una delle tre 
ripetizioni del Carmen e poi passasse per livellazione anche 
alle altre in modo da non essere più riconoscibile, chi ri- 
fiuterebbe di ammettere ? Si consideri poi anche che in- 
trodotto una volta casualmente un errore non era più pos- 
sibile correggerlo altrimenti che appunto livellando l' una 
variante sull' altra, per la ragione che molto probabilmente 
ai Romani stessi era da gran tempo prima del 218 il Carmen 
incomprensibile. 

Ma naturalmente di questa facoltà di emendazione, per 
quel che sojjra è detto sulla scrupolosa trasmissione dei 
testi sacri, non e' è lecito di abusare. Per quanto sopra s' è 
detto, d' un' emendazione suggeritaci dal contesto potremo 
esser paghi solo se da essa risulti il risanamento d'un in- 
genuo errore, solo se noi potremo veder chiara la via che 
alla svista condusse i copisti. Quanto alla pratica effettua- 
zione di questo risanamento, si capisce che si dovranno tener 
presenti le abitudini ed i vizi grafici delle età che visse il 
Carmen fino al 218 d. Cr. 



2. — Esegesi del Caemen. 

Enos Lases juvate, neve luaerve (v. 1. luerve) Marmar 
(v. 1. Marma) sins (v. 1. sers) incurrere in jpleores (v. 1. pleoris), 
sono i due primi versetti ; ma vanno legati in un periodo 
come mostra chiaramente il neve. 

studi ital. di filol. class. X. 18 



274 P- G. GOIDANICH 

Le divinità invocate sono Lases e riarmar. Lases sta 
certamente per Lares ; del -s- conservato dirò più sotto. 
Marmar è non meno certamente Mars (cfr. per es. Birt, 
Arch. f. lat. Lex. voi. IX, p. 171 sgg. ; Kretschmer, KZ. 
voi. XXXVIII, p. 129 sgg.). 

Il significato di enos Lases juvate è sicuramente: ' Lari 
soccorreteci '; furono proposte anche interpretazioni di- 
verse; ma sono aberrazioni, olie non meritano neppur 
d'esser ricordate. Tuttalpiù si può discutere se eìios equi- 
valga esso a nos o se sia e nos = ' deh! noi '. La prima 
ipotesi ha il conforto di forme quali gr. i-xsT ind. a-sau, 
umbr. e-tantu = ' tanta ' lat. e-quidem ecc. (v. Brugmann 
Grr. II, § 436); si potrebbe anche pensare ad una analogia 
di un lat. are. *eme parallelo ad f^u£. La seconda ha il so- 
stegno valido della forma E-castor. — Ad una decisione 
non si potrebbe arrivare che per la scoperta fortunata di 
un'epigrafe nella quale stesse enos per 7ios in proposizione 
che non desse luogo ad equivoci, cioè in proposizione non 
esclamativa. Ma, e questo più c'importa, l'una e l'altra 
ipotesi non lasciano dubbio sul valore dell'intera frase. 

Meno lu{a)erve che è semioscuro, assai chiara è anche 
la frase seguente, in cui è espresso l' oggetto dell' invoca- 
zione: neve sins (o sers) luaerve (o luerve) incurrere in pleores 
(o lìleoris). Dai più prudenti sins e sers si crede che equi- 
valgano a ' siris ' ' sinas ' , e che sers sia una corruzione 
grafica di sins. Io non credo genuini ne sins nò sers, ma 
entrambi una corruzione grafica di siris. Si veda infatti a 
qual sorta di difficoltà si va incontro ammettendo che sins 
fosse nel testo originario. Dopo nèive) il latino adopera il 
congiuntivo pres. o perf. ; per es. : ne me morari censeas 
Plaut., ne feceris e simm. (cfr. Delbrùck, Syntax, II, 376 sgg.). 
E possibile credere che un sinàs si riducesse a sins'^ Non 
è possibile, per la vocale lunga. Ma poniamo che sinàs si 
riducesse prima a sinas per l' accorciamento degli esiti giam- 
bici; anche la sincope in un sinas non sarebbe latina perchè 
dopo vocale tonica breve la sincope di sillaba finale non 
ha luogo in latino (v. Ciardi-Dupré, BB. voi. XXVI, p. 217, 
e cfr. specialmente minus e nimis)] un sins anche da sinas 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 275 

rappresenterebbe dunque uno stadio fonetico al quale il 
latino non è mai pervenuto; e non abbiamo alcun esempio 
nelle glosse del più arcaico latino che ci autorizzi a cre- 
dere avvenute di si gravi perturbazioni nella lingua dei 
più antichi monumenti di Roma. In sers, giudicandolo una 
continuazione di ' seras ' da serds e traducendo neve sers 
' non permettere ', oltre ad una difficoltà fonetica pari a 
quella incontrata in sins avremmo anche una difficoltà lessi- 
cale. Pertanto non solo è impossibile credere che sins e sers 
stessero ab- antico nel nostro documento, ma è altrettanto 
agevole mostrare come sins e sers possano essere una cor- 
ruzione grafica di siris. Come tutti sanno, della grafìa cor- 
siva dell'Impero, in cui saranno state trascritte e la copia 
consegnata al lapicida ed altre copie precedenti del Carmen, 
abbiamo insigni documenti le tabulae ceratae pompeiane e 
daciche (CIL. IV, p. 1 ; III, p. 2). In questi documenti un 
ri si confonde assolutamente con un n. Si confronti per la 
grafia delle tabulae ceratae daciche la Tavola del Zange- 
meister in fondo al volume del CIL. che le contiene; delk 
tabulae ceratae pompeiane la tavola alfabetica non è an- 
cora uscita; quella dell' Egbert {Introduction to the study of 
latin Inscrijytions, London 1896, p. 44) è incompleta i); ri- 
mando dunque direttamente al voi. del Corpus. Si cfr. : Se- 
veri {ri = n) p. 293, Tritt. XIV, 1. 14; JSorni {V r qui con 
l'asta prima dell' ?i forma un n) ib., 1. 10; instipulatum {n = ri) 
p. 296, Tritt. XXII, 1. 2 ; Quart ... (V r è fatto come le 
prime aste dell' n) ib., 1. 9; Terenti (1' r è fatto come le due 
prime aste dell' n) p. 298, Tritt. XVIII, 1. 10; Erotis ib., 
(l'r come sopra); Umbriciae (con ri = n) p. 306, Tritt. XXVI, 
1. 5; Nummos (con n = ri) ib., 1. 8; primi (con ri = n) p. 309, 
Tritt. id., 1. 19 ; triginta {ri = n ed n = ri) p. 314, Tritt. 
XXVIII, 1. 24; lucundi huxiarum p. 383, 1. 2 (con n = ri, 
ri = n) ; instipulatum, p''iwias ib., 1. 3 (con n = ri e 
ri = n) ecc. ecc. — Certo in un documento molto antico 
sarebbe da aspettarsi un cong. aor. seiris anziché slrts] ma 

i) È perciò inutile, anzi dannosa a chi non abbia diretta cono- 
scenza della fonte. Metto in guardia il lettore che dovesse ricorrere 
a questo sussidio. 



276 P- O- GOIDANICH 

oltreché poteva esistere ancora ab antico un sirìs da i. e. 
stats con i normale (della sillaba protonica preceduta da 
consonante in sandhi), la grafia del testo certo non è quale 
fu nell'originale, come più tardi rivedremo. — Parimenti 
un siris scritto cosi: jltt) poteva esser letto sers, in quanto 
che l'asta dell' i e la verticale dell' r insieme rappresentano 
la figura dell' e ') e l' asta dell' r tratta abbondantemente 
lunga in modo da passar sopra la forma dell' i finale con 
questo poteva dar la figura di un r. Io non credo dunque 
si possa dubitare che siris stesse nell'originale. 

Una interpretazione sicura del nesso lu{a)erve non si 
presenta subito; accontentiamoci per momento di quanto 
si può arguire a prima vista sul suo valore: lu{a)erve è 
molto verisimile che contenga il concetto di pestilenza. 
E allora le parole neve luerve Marmar siris incurrere in 
^leores dovevano significare presso a poco: ne permettere 
o Marte che la pestilenza ne colpisca di più (di quanti ne 
ha colpiti). Tutto il resto, meno luaerve, non offre difficoltà. 

Non incurrere^ ma ingruere si trova in questo senso 
in Livio. 

pleores e pleoris, quanto alla desinenza, sono dop- 
pioni morfologici; quanto al tema di 2>^^ores, non può es- 
sere assolutamente esclusa l' opinione del Jordan {Krit. Beitr. 
z. GescJi. d. L. Sjyr.j p. 189 sgg.) che pleores sia un errore 
per i^loeres^ anche queste trasposizioni in epigrafi essendo 
abbastanza comuni; ma dimostrarla come il Jordan pre- 
tenderebbe non si può ; il greco ttXsicov, TtXeTùtog, il lat. are. 
stesso col plisima ^) [dei carmi Saliari] (Festo 205 M) ga- 
rantisce l'attendibilità di un \a,t. pleores da, ple-ios-es ] in ogni 
modo, e questo più importa, i^leores o ploeres che s'abbia 
a leggere, i più prudenti traducono la parola con plures. 
Or plures non può avere qui significato diverso da quello 

») Cfr, le tav. del Zangemeister e dell' Egbert 1. e. 

2) Sospetti contro questa forma furono invero elevati (cfr. Osthoff, 
IF. voi. Vili, p. 46) ; ma non se n' intende la ragione ; plisima è in- 
fatti certo tramandato con grafia di età tarda, rimodernata; ma questo 
fatto non può arrecar meraviglia, come avremo sotto a notare stu- 
diando le condizioni grafiche in cui è giunto il Carmen stesso. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 277 

da me attribuitogli; plures ha in latino talora significato 
di ' parecchi ', ma sarebbe una goffaggine pensare che si 
potesse pregar la divinità : « non permettere che la pesti- 
lenza ne colpisca parecchi ». I più degl'interpreti, per il 
preconcetto (sul che avremo da tornare a p. 311 sgg.) 
che il Carmen debba necessariamente essere una formula 
ambarvale danno a pleores il significato di « popolo », sup- 
ponendo che jylures potesse significare « i molti » e poi 
figuratamente « il popolo » i). Ho detto supponendo, per- 
chè questo significato di «molti» plures non l'ha mai 
avuto in latino. Almeno l'unico esempio (Georges, A. L. W. 
s. V.) che si adduce all'uopo: Nimioque ine jjlufìs jpauciorum 
gratiam Faciunt jpcLi's hominum quarti icl quo lìrosint jy^uribus, 
Plaut., Trin., 13, nulla prova. E vero infatti che p. e. in 
italiano ciò si tradurrebbe « e' è chi troppo in maggior 
conto tiene il favore di pochi che l' utile dei molti » ; ma 
non è men certo che in una frase latina, come quella di 
Plauto, pauci e inulti sarebbero, per esprimermi con ter- 
mine scolastico, un grosso errore di grammatica; quando 
due grandezze ai trovano in latino contrapposte si pon- 
gono entrambe al comparativo ; questa funzione sintattica 
hanno plures e pauciores nel pas^o di Plauto. — Il termine 



>) « Wir haben sclion oben darauf bingedeutet, à a,ss plures oder 
wie sonst die Form des Wortes gelautet haben mag, nicbt obne Wei- 
teres verstandlicb ist. Ira eigentlichen Sinne kann der Comparativ 
nicbt verstanden werden : er Icdnnte entweder niir bedeuten ' in noch 
mehreren als bisher ', und dies ist fur eine alljahriicb wiederkehrende 
Formel ein unpassender Gedanke, oder ' in mehreren ', d. h. eine 
gewisse, aber doch beschrànkte Zahl, und das ist erst recht unpas- 
seud fiir ein jì^o populo dargebrachtes Gebet. Also kann plures nur 
die ' Mebrheit ', d. h. die grosse Menge des populus bedeuten, wo- 
fiir ich aus der alten Latinitat kein Beispiel beizubi-ingen weiss. Was 
wir erwarten, [ecco il preconcetto!] ist in populum, in universos, una. 
das wùrde wohl verstanden werden konnen, wenn in pleros (das ve- 
raltete Wort wird aus Cato belegt) iiberliefert wiìre. Aber ich habe 
oben mit Bedacht nicht vorgeschlagen, pleros aus pleores zu machen, 
weil ich die Mòglichkeit nicht fur ausgeschlossen balte, dass der 
Comparativ plures in der altesten Sprache geradezu in Sinne des Po- 
sitivs gebraucht worden ist!,.. » (Jordan, Beitr., p. 207). 



278 P- G. GOIDANICH 

del paragone è sottinteso in incurrere in pleores « colpirne 
di più » (di quanti ne ha colpito) come in ne ])lura dìcam 
« per non dir di più » (di quanto ho detto). 

Torniamo a luaerve luerve. Delle due grafìe è più ve- 
rosimile che luaerve sia 1' originale. Infatti è più naturale 
che nella copia del testo venisse omessa una lettera anziché 
se ne scrivesse una di più. Alla stessa conclusione si ar- 
riva se si ammetta che la doppia grafia provenga da un 
copista tardo in bocca al quale ae suonasse e ; è di gran 
lunga j)iù naturale che uno trascriva con e un'ae ch'egli 
ha pronunziato e. che non il caso opposto ; anche nella 
nostra lunga pratica individuale della scuola sempre quello 
scambio e non questo abbiamo riscontrato. Ma se luaerve 
è la forma originaria, si aggiunge una difficoltà di più al- 
l'ipotesi di alcuni che vollero vedere in luerve un derivato 
di lues del tipo caterva Minerva. Luaerve, allora, si presta 
invece assai bene ad essere diviso in due parole luae rue 
considerando il rue come soggetto dell' infinito -) e luae 
come genitivo dipendente da rue e traducendo luae rue(m) 
con ' furia o mina di pestilenza ' . Entrambe le parole non 
sono estranee al lessico latino. Lues significa in latino pe- 
stilenza. In un tal significato di ' pestilenza ' lua non si 
trova in latino; ma si fa menzione di una antichissima 
divinità dei Romani Lua, dea della distruzione e dell'in- 
fecondità ; anche perchè la si pone nel cielo di Saturno 
{Lua Saturni) ad essa può attribuirsi come a tutti gli dei 
dell' agricoltura la potenza della devastazione (cfr. Preller, 
Bom. Myth., -p. 418 sgg.). Ciò rende del tutto plausibile 
l' ipotesi che etimologicamente lua e lues sian la stessa 
parola. Dal lato morfologico, cioè, lua (da luja) sta a lues 
(da lujes) come materia a materies ecc. 



1) Altro è il caso di uno che redigendo una composizione ori- 
ginale e non sapendo come s'abbia a scrivere se ae od e scriva in- 
versamente l'uno per l'altro; nella copia l'originale supplisce alla 
poca perizia grammaticale. 

2) Scritto dunque rue per ruem; è inutile fermarsi a giustificare 
questo fenomeno. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 279 

Riassumendo i primi cine versetti significherebbero : 
« Lari soccorreteci e tu Marte non permettere che la ruina 
la furia della pestilenza ne incolga di più ». 

Passiamo al terzo versetto : sai itrfiir eremar slimensali- 
staherher (v. 1. fu/ere, sali, sia). — Questo si presenta an- 
cora più oscuro del secondo. Bisogna orientarsi per indizi. 
La prima impressione ch'esso desta è che vi sia contenuto 
uno sviluppo del pensiero che è nel secondo. Infatti nel 
secondo si prega Marte che egli impedisca l' estendersi di 
una furia di pestilenza e nel terzo l'invocazione è fatta 
allo stesso dio e lo si prega, come mostra chiaramente il 
satur e confermerebbe la lezione furere, che basti la cala- 
mità di cui è parola nel secondo. Ma dopo questo fugace 
raggio di luce noi ricadiamo nella più fitta tenebra colle 
parole che seguono; e si deve ben dire che le interpreta- 
zioni datene o tentatene non possono chiamarsi neanche 
lontane parenti della tollerabilità. 

Dopo parecchi tentativi fatti per ottenere un senso 
plausibile salvando il testo tramandato, io mi determinai 
ad accogliere due emendazioni al testo (una delle quali 
forse non indispensabile) che da prima spontaneamente e 
facili mi si erano presentate e con le quali si può invece 
giungere ad una interpretazione decente. Lasciandomi cioè 
guidare da quella scarsa ma sola luce che, come abbiamo 
notato, proviene dal satur e dal ficrere sul contenuto del 
verso, io ho pensato che in luogo di sai o sai s' abbia a leg- 
gere sat. Prima di esaminare l'utilità che da questo ritocco 
può venire all' interpretazione, conviene ricordare che dal 
lato paleografico esso non presenta la minima difficoltà; 
infatti lo scambio di un t con i è frequente, e ne troviamo 
un esempio proprio tre sole lettere dopo nel Carmen etesso - 

(is.a)', e similmente dello scambio di t con l troviamo 

un esempio nel protocollo latino che precede il Carmen 
sulla stessa nostra lapide dove è scritto otiis per oUis. — 
Il satistaherher tanto facilmente cosi ottenuto si può divi- 
dere in tre parole sat ista herber ; e allora si presenta assai 
favorevolmente, perchè consona al significato generale del 



280 P. G. GOIDANICH 

contesto, l'ipotesi che herher sia il nome di un qualclie 
morbo e che quindi quest'ultimo xwlov del verso voglia 
dire « abbastanza sia (a te) questo morbo ». La prospettiva 
è abbastanza incoraggiante; perciò senza indugiarci per 
ora sull'aposiopesi del verbo eato o fitat e a ricercare per 
herher un qualche plausibile più preciso valore, rivolgiamo 
la nostra attenzione al primo emistichio. 

Di esso si hanno come si è detto, due lezioni satur 
furereMarslimen e satur fufereMarslimen. Chiaro è che una 
dev'essere la corruzione dell'altra per uno scambio del co- 
pista fra un r e un /. Se noi prendiamo 1' ultima lezione 
dovremo dividere il xtòXov cosi: satur fu fere Mars ìimen. 
Dal Bergk (Zeitschr. f. d. Altertumsivissenschaft^ voi. XIV, 
p. 142) in poi i filologi tedeschi hanno infatti supposto 
che il fu sia un imperativo di un aoristo atematico della 
base hheve ' essere '. Ma si tratta di una congettura; ed 
essa per di più non trova un sostegno eifettivo nella storia 
delle lingue i. e., neanche nel veda e nel greco che pur 
sono così ricchi di forme verbali; inoltre nel latino la 
forma frequentissima d'imperativo di ' esse ' è es esto e nel 
periodo arcaico (v. Georges, Lex. d. lat. Wortf.), in Plauto, 
si trova per di più un imperativo di /io, fi file ; pensando 
a ciò si vede quanto difficilmente avrebbe potuto reggersi in 
lat. un /w, posto pure che in periodo i. e. esso fosse esistito, 
per la concorrenza che da queste forme gli doveva venire, 
concorrenza validissima perchè in latino l'imperativo è 
sempre connesso al tema dell'azione durativa. Per questo 
io credo conveniente assumere come genuina o più prossima 
alla genuina l'altra lezione satur fur ere Mars limen. Queste 
parole devono formare una sola proposizione; e ciò per 
due ragioni. Prima di tutto perchè, prendendo a sé, come 
mi pare si debba, le parole satur fur ere Mars e traducen- 
dole eventualmente: Sazio (sii) d'infuriare o Marte, non si 
saprebbe che fare di quel limen o per esso si arriverebbe 
allo sfuggito limite ultimo delle iijterpretazioni inaccet- 
tabili; in secondo luogo il vocativo in latino (e anche nel 
Carmen stesso) non occupa l'ultimo posto della proposizione 
o, per dirla esattamente, conserva la posizione di enclisi 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 281 

sintattica i. e. — Il periodo che cosi otteniamo satur fu- 
rere Mars limen non permette altra interpretazione che 
questa : sazio (sii) o, Marte, che infuri il limen. E anche 
per limen dal contesto siamo indotti a pensare che esso 
sia il nome particolare d'un morbo. Prima di ricercare 
una etimologia congrua per codesto limen nel significato 
di morbo, cerchiamo di difendere il nostro periodo satur 
furere Mars limen (= sazio [sii], o Marte che infuri il limen) 
dal punto di vista sintattico. L'inciampo maggiore è senza 
dubbio la mancanza del fuas od estod. Per giustificarla bi- 
sogna che noi o giustifichiamo l'aposiopesi di un fuas con 
esempi analoghi, o che giustifichiamo, senza violenze, una 
possibile corruzione del testo. Riporterò qui alcuni esempi 
di ellissi citati dal Drager {Hist. Synt., P. II, p. 171 sg.): 
Cic. de off. Ili, XVII : Ratio ergo hoc postulat, ne quid in- 
sidiose ne quid simulate ne quid fallaciter (se. fiat) ; de fin. 
II, XI : tum ille finem, inquit, interrogandi, si videtur (fa- 
ciamus); Att. IV, 15, 6: deinde Antiphonti operam (se. de- 
deris); X, 16, 6: et litterarum aliquid interea (mitte). L'altra 
ipotesi è che la parola per ' sii ', sia rimasta nello stilo 
di qualcuno dei molti copisti succedutisi fino al 218 av. Cr. 
Una tale ipotesi si può facilmente difendere: s'immagini 
solo che il ' sii ' fosse nel testo originale espresso con fuas. 
Quanto facile era che un copista in un nesso SATVRFVAS- 
FVRERE scritto il FV di FVAS saltasse poi con l'occhio 
al FV di FVRERE ed omettesse cosi l'ASFV! 

Dobbiamo ancora dal punto di vista sintattico difen- 
dere la costruzione di satur fuas con l'accusativo e l'in- 
finito. Entrerebbe il saturum esse nella categoria dei verba 
affectuum, i quali consentono la costruzione infinitiva pro- 
prio « "wenn nicht der Grand, sondern nur der Inhalt des 
Affectes gegeben wird » (Dràeger, Hist. Synt., P. IV, p. 372). 

Quanto al secondo emistichio l'aposiopesi di un fuat 
conviene senz'altro ammetterla. Qui però essa appare al 
nostro gusto molto meno violenta che nel primo emistichio; 
e tanto meno se nel primo emistichio stava un fuas. Ci 
resta, per definire l'interpretazione di questo terzo ver- 
setto, di ricercare un significato più preciso per le due voci 



282 P. G. GOIDANICH 

limen e herher, che il contesto ci ha indotti a sospettare 
fossero nomi particolari di morbi. 

Per limen un riscontro etimologico che suffraghi il si- 
gnificato voluto dall'insieme, ci si presenta come più presto 
e meglio non sapremmo immaginare, nel greco Xoiinóg ' pe- 
stilenza ' '). Dal punto di vista morfologico e fonetico non 
abbiamo alcun impedimento ad accettare una simile etimo- 
logia. Quanto alla forma del suffisso diverso in limen che 
in loii^ióg, ricordo che alternative di temi in -n- e temi 
in -0- sono nell'indeuropeo frequenti [cfr. xsQiia e xÓQi.iog 
Brugmann, Grr.^ H\ § 112, de Saussure, Mém., p. 130 sg.j 2). 
Quanto al vocalismo della radice, l' i può continuare o un i. e. i 
(breve o lungo) un i. e. ei perchè cosi il vocalismo normale 
(ei) come la riduzione (i) sono propri dei temi in -men »). 
Tuttavia la forma con ei è la più frequente. Probabilmente 
nell'originale stava un leimen che in tempo più recente con 
ortografia più moderna (v. sotto) fu modificato in limen. 

Di herher io ho pensato che possa esser riconnesso a 
fehris. Infatti : un ris finale dava er ; il h iniziale starebbe 
per f, in seguito ad assimilazione. L'assimilazione, infatti, 
sia vocalica che consonantica, tra la sillaba iniziale e la 
consecutiva soprattutto, è uno dei fenomeni più comuni del 
latino: ricorderò, come esempi di assimilazione consonan- 
tica, quinque per jpenque, coquos per pequos, furfur (in cui 
s' ha il fenomeno opposto che in herher), e harha per farha 
(in cui si ha come in herher un h-h da f-h) ; viceversa fehris 
potrebbe essere da ferhris per dissimilazione (cfr. memor da 
mermor, gr. {.léQixsQa sgya Esiod., praestigiae per 2'^''^^^^''^^- 
giae, increhui per increhrui, v. Lindsay, Lat. Spr., p. 109, 
Bréal, Mem. d. 1. S. d. L., voi. Vili, p. 47 i); questo ferhris 

1) « ?.otfx6g Pest; vgl. ai. ni-lTyate klebt an; zur Bedeutung lett. 
Upams anklebend, anstechend; lipama sérga anstecbende Senclie ». 
Prellwitz, J^t. W. d. gr. Spr. s. v. Xoiixó?. 

2) Anche un altro indizio di tale simultaneità di temi iu -0- ed 
-n- vi è, e non fu osservato: il suffisso -aiua potè uscire dai suoi 
limiti primitivi appunto per tali doppi temi in -0- e -n- nel maschile. 

3) V. per es. Brugmann. Grr., II, § 117. 

*) Probabilmente è anche ferhui da ferbrui. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 283 

originario potrebbe essere sia una forma nominale con re- 
duplicazione intensiva [cfr. incl.: ganga f. ' il f. Gange ', 
jan-gama-ni ' ciò che si muove, che è vivo '; Jcarkari-s^ -i 
' specie di suono '; gargara o-i ' vaso per burro '; ululi' 
' ululatus '; carkarti-s ' fama '; (^dardrus) dardus ' sfogo 
[della pelle]; greco: yayyA/oj^* vsvqov avarQocfiy, yàyyqcava 
cancrena ' yóyyQog i) yoyyQéórig xf^g iXaiug ex(fV(jig Esich.; 
óévÓQsov' óà'vÓQov ' albero '; xéyxQog ' milio ' rsv^Qsia ' chiac- 
chiericcio '; ToviQvg ^ murmur ' ecc.; lai. furfur, marmor^ 
murmur ecc.], sia un tema in -ri- di una base hher-s-. La 
doppia forma con b- assimilato ed /- conservato non po- 
trebbe far sorgere opposizione a questo riavvicinamento 
etimologico; i fenomeni di assimilazione di consonanti fra 
loro non a contatto sono assai spesso dipendenti da causa 
psicologica; per questo in essi come nei fenomeni di ana- 
logia noi non possiamo pretendere quella conseguente inec- 
cepibilità che nei fenomeni fonetici di causa fìsica; c'entra 
nell'assimilazione assai spesso la spinta individuale nel più 
ristretto senso della parola. D'altra parte un doppione berher 
ferbris si potrebbe anche volendo giustificarlo. Il nomina- 
tivo ^ ferber e per es. l'acc. ^ferbrim si trovavano per ri- 
spetto all' assimilazione in condizioni diverse : in ferber le 
due sillabe erano perfettamente identiche meno che nel/- e 
nel b-, in fer-brim erano invece dal punto di vista della 
collocazione dei fonemi le due sillabe diversamente costi- 
tuite. Non si può negare che le condizioni della prima forma 
erano più favorevoli all'assimilazione che quelle della se- 
conda; quindi, come tanto spesso avviene, poterono su un 
paradigma crearsi due forme berber e ferbris. Simili dop- 
pioni non sogliono avere entrambi lunga vita; il berber 
dopo poco avrebbe ceduto il luogo al più diffuso ^'ferbris, 
l'autecedaneo presunto ài febris. Del resto berber, staccatosi 
come abbiamo immaginato da ferbris, potè anche aver acqui- 
stato un'accezione alquanto diversa, che naturalmente noi 
non siamo più in grado di controllare. 

Riassumendo, i primi tre versetti significherebbero : 
(Deh !) soccorreteci Lari e tu non permettere o JMarte che 



28i P- G. GOIDANICH 

la furia della pestilenza ne colpisca di più; sii sazio o 
Marte che infuri la pestilenza, basti questa febbre ! 

Buio pesto, si può dire, è nel versetto seguente : s mu- 

msaltern. advocapitconctos. Proviamo ad orientarci pruden- • 

temente. 

Conctos ' tutti ' in un dialetto italico potrebbe essere 
anche nom. plur. ; ma in un documento latino anche antico 
non è ardito escludere addirittura questa ipotesi, e consi- 
derare necessario il prendere conctos come 1' oggetto della 
proposizione. Il verbo è senza dubbio (ben pochi dissenti- 
rono) celato in advocajpit ; « celato » dico perchè advocapit 
non significa nulla, e a prima giunta, invece, per criteri 
fi.lologÌGÌ si presenta come la sola possibile ragionevole ipo- 
tesi eh' esso sia una voce del verbo advocare sinonimo di 
invocare i); solo starà allora advocapit per advocahit o ad- 
vocarit. Delle due emendazioni di gran lunga più ovvia 
risulta paleograficamente la seconda. Per scambi di P ed E, 
in iscrizioni v. CIL. I, 206 1. 43 dcqye per dare^ ih. 1. 139 
IlIIvijj per IlIIvir ; per la grafia delle tabulae ceratse, si 
confronti per es. i p e gli r del trittico n. XXVIII, CIL. 
Ili, p. 315, e, per un corsivo diverso da quello, le stesse 
lettere nelle parole Popidi, HeE,enni ib. p. 329 1. 14 e 17. — 
Alter nei sta due volte nel testo, la terza è alter nie. Questo 
è evidentemente una falsa scriptio del primo ; di simili 
trasposizioni non mancano esempi in antiche epigrafi (cfr. 
CIL. I, 206 1. 110 ispe per ipse; ib. 532 1. 5 convenumis 
per convenimus), in questo caso potè però esser provocato 
1' errore da indecifrabilità di un testo ; infatti e ed i nel 
corsivo dell'impero si scrivevano (^V- , l , onde [\l. si può 
leggere ei, ie od Hi ; e la scrizione di II per E è propria 
anche della grafia arcaica ; in modo che anche in periodo 
arcaico [ [ | potevan esser letti et ie ed Hi (v. per es. Erinie in 
Mommsen, Unt. Dial. tav. XV, Ritschl, PLME. tav. Ili D). 

1) Varr., r. r. I, 1, 7: iis igilur deis ad venerationem advoca- 

tis , ecc. V. Birt., Ardi. f. lai. Lex. XI p. 184 sgg. Per V ad vo 

<iapite del Pauli, Alt. St. IV 36 sgg., v. Birt., ib., p. 185 u. 1. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 285 

Alternei dunque poteva stare in tutti i tre luoghi nei ma- 
noscritti dell'età imperiale e forse ancora nell'apografo del 
lapicida. Questo alternei poi o sarà una falsa scriptio di 
alterne (falsa scriptio forse, come vedremo, contemporanea 
alla composizione del Carmen, certo possibile solo in un' età 
in cui i dittonghi paratonici si pronunciavano già monot- 
tonghi ed ei restava solo come grafìa tradizionale) o sarà 
nom. plur. È preferibile la prima ipotesi. Dal lato filolo- 
gico troviamo che a questo luogo può assolutamente con- 
venire V alternei. — Pari fiducia non può essere concessa 
alla parola simunis o semunis. 

Il Semunis fu preso nel senso di ' Semones ', dei della 
semente; e l'invocare tali divinità parve quanto mai op- 
portuno in un carme arvale, anzi in una formula ambar- 
vale, che tale si considerò il carme. Ma veramente è Se- 
munis e non proprio Semonis nel testo ; e noi non abbiamo 
un solo esempio di u per o nelle memorie di latino arcaico; 
di più in una delle tre ripetizioni (e nella prima per frat- 
tura della lapide mancano le prime tre lettere) è simunis 
e non semonis ; e neppure d' i per è abbiamo ricordo in al- 
cuna memoria. Ma poniamo pure che da Semones potesse 
per errori grafici o per una speciale pronuncia essere ri- 
sultato un Semunis e un Simunis ', da una simile lettura: 
Semones alterne advocarit conctos in qual modo si può ri- 
cavare un senso decente? Prima di tutto manca il soggetto 
della proposizione. In secondo luogo è certo che V advocarit 
dovrebbe esser preso in senso prescrittivo e la proposi- 
zione contenere quindi una prescrizione rituale. Or non 
è una prescrizione rituale qui assolutamente fuori di posto, 
il Carmen essendo tutto una preghiera, chiuso com' è dal- 
l'invocazione enos Marmor juvato corrispondente all'iniziale 
enos Lases juvate? 

Ma v' ha di piii per me. Il desiderio vivo di strappare 
al tempo il celato segreto mi ha indotto ad una speciale 
ricerca sui Semoni ; e da essa è proceduta in me la con- 
vinzione che i Semones non sono mai esistiti se non nel 
cervello di grammatici antichi e di troppo creduli mitologi 
moderni. 



28G P. G. GOIDANICII 

Poiché un tal fatto è di capitale importanza per l'ese- 
gesi del Carmen, è uopo che io proponga al giudizio del 
lettore per filo e per segno la dimostrazione del mio asserto. 

Teorica artificiale dei Semoni e sua origine. 
— Valore mitologico sincero e originario di Semo. 

I concetti vigenti sui Semoni sono questi : 
a) Vi è una pluralità di Semoni; 
Ib) Questi Semoni sono di natura loro divinità 
simili ai Lari, ai Geni, agli Eroi; 

e) Più precisamente, i Semoni sarebbero ge- 
nii rurali, « spiriti delle sementi »; 

d) Secondo altri, invece, i Semones sarebbero i 
genii della fecondazione in tutta la natura. 

Io esporrò prima lealmente tutti gli argomenti che 
possono sostenere queste opinioni. Poi ne confuterò il va- 
lore nello stesso ordine in cui li ho qui appresso enunziati. 
a) Vi è una pluralità di Semoni. 
Quest' opinione si fonda sui fatti seguenti : 

1. Semunis (per Semonis), plurale, sta nel Carmen Arvale. 

2. Semunu nell' iscrizione dedicatoria di Corfinio è gen. 
plurale. 

3. Fulgenzio, in de ahstì'. serm., parla di Semones: (v. 
sotto). 

4. In un passo di Marziano Capella, II, 156 (v. sotto), 
alla parola rjfxid^soi si dice corrispondere la parola latina 
Semones. 

l>) Questi Semoni sono di natura loro divi- 
nità simili ai Lari, ai Genii, agli Eroi. 
Quest'opinione si fonda sui seguenti passi: 

1. Varrone presso Fulgenzio, de ahstrusitate Serm.. s. v. 
Semones: Semoneque inferius derelicto Deum depennato at- 
toUani orationis eloquio. 

2. Fulgenzio, 1. e. : Semones dici vohierunt deos quos 
caelo adscriberent oh meriti j^aujìertatem, sicut sunt Priapus, 
Epona, Vertumnus, nec terrenos eos dejmtare vellent pjro gra- 
tiae veneratione sicut Varilo ait: Semoneq. ecc. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 287 

3. Marziano Capella : (II, 156) : sed superior portio [se. 
aeris qui est a lunari circulo ttsque in terram] eos sic ut 
conspicis claudit quos ^ui&t'ovg dicunt quosque Latine Semones 
aut Semideos convenit memorare^' hi animus caelestes gerunt 
sacrasque mentes atque sub humana effigie in totius mundi 
commoda procreantur. 

4. Paul., p. 74 M. : Dium quod sub caelo est extra tectum 
ab love dicebatur et Dialis Jiamen et Dius, heroum aliquis 
ab love genus ducens. Ma siccome Dius Fidius e Senio son 
la stessa cosa, dunque, si pensa Semo è « heroum aliquis ». 

5. Lactant., Inst. Div., I, 15, 8: privatim vero singuli 
populi gentis aut urbis suae conditores seu viri fortitudine 
insignes erant seu feminae castitate mirabilis, summa vene- 
ratione coluerunt ut . . . . Latini Faunum, Sabini Sancum, 
Romani Quirinum. Semo, poiché Sancus è uguale a Semo, 
vien posto anche qui allo stesso livello che Fauno e Quirino. 

6. Varrone, d. l. Z., V, QQ: Aelius Dium Fidium dicebat 
Diovis Jilium, ut Graeci Jiócfxooov Castorem et putabat hunc 
esse Sancum a Savina lingua et Herculem a graeca. — San- 
cus e Semo son la stessa cosa, come dimostra il Semo Sancus] 
quindi, si dice, Semo^ come Sancus^ perchè identico questo 
al greco Ercole, appartiene alla categoria degli eroi. 

7. S. Agostino, de Civ. Dei, XVIII, Gap. 19: Sabini 
etiam regem suum primum Sancum sive lU aliqui npjpellant 
Sanctum rettulerunt in deos. 

E precisamente : 

e) I Semones sarebbero genii rurali, delle se- 
menti. 

Quest' opinione si fonda sui fatti seguenti : 

1. Semunis sta per Semones nel Carmen Arvale, che si 
reputa una formula ambarvale. 

2. Semunu sta, si crede, per Semonum, accanto a Per- 
seponas, nell'iscrizione maggiore di Corfinio. 

3. Semo non si può riconnettere, si dice, etimologica- 
mente altro che con la rad. sé {sevi, senien cet.). 

4. In un passo di Macrobio, Sat. I, 16 si trova citata la 
dea Semonia. Il passo è : ajJud veteres quoque, qui nominasset 
Salutem, Semoniam, Sejam, Segetiam, Tutulinam ferias ob- 



288 P- G- GOIDANICH 

servahat — Questa Semonia, perchè le si trovano accanto 
anche Seja Segetia, si reputa una dea delle seminagioni. 
Affine ad essa sarebbe Sèmo, dalla stessa radice se. 

Secondo altri invece : 

d) I Semones sarebbero i genii della fecon- 
dazione in tutta la natura, nell'uomo, nell'ani- 
male e nei vegetali. 

Questa opinione, che, come vedremo, non è altro che 
una modificazione della precedente si basa pur essa sulla 
ragione etimologica. 

Io sottoporrò ad un severo esame critico tutti gli ar- 
gomenti qui sopra lealmente addotti. 

Ognuno dovrà convenire che il Semunis del Carmen, 
sia per le ragioni fonetiche sia per le ragioni stilistiche 
che ho detto sopra, è più che dubbio possa equivalere a 
Semones. Se nientemeno che la possibilità di una tale in- 
terpretazione è più che dubbia, assumere come criterio per 
l'esistenza di una pluralità di Dei detti Semones il Semunis 
(Simunis) del Carmen sarebbe una petizion di principio. 

E altrettanto si dica del Semunu dell'iscrizione di Cor- 
fìnio. Anche questa iscrizione è ancora indecifrata ') e forse 
indecifrabile 2) ; ed è un'ipotesi come un'altra il credere 
che il Semunu dell'iscrizione di Corfinio abbia a che fare 
con Semo, nome di divinità; semunum potrebbe nient' altro 
essere che una forma parallela a semen (rie. per esempio 
termen, termo) ; si tratterebbe allora invece che del dio Se- 

i) Essa suona, nel testo del Pauli, Alt. St., V, p. 9: 

pracom 

usur , pristafalacirix . prismu . petiedu . ip. . uidadu 
cibdu (oder eihdu) . omnitu . uranias . ecuc . empratois , 
Usuisi . cerfum sacaracirix , semunu . suae (oder suad) 
aetatu (oder metatu oder retatu) . firatu . fertlid praicime . 

perseponas 

afded . ette . uus , pritromepacris puus . ecic 

lexe . tifar . dida . uus . deli . hanustu . herentas 

-) Il Pauli colle sue diligenti misurazioni {Altit. Stud., V) di- 
mostrò che il masso fu mozzato a colpi di scalpello nella testa e a 
sinistra dell' iscrizione. 

14. 10. '902 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 289 

mone o dei Semoni molto semplicemente di ' seme ' che do- 
veva portarsi praicime Perseponas, nel tempio di P., o come 
tributo alla dea o per il sacrifizio ! Ma posto pure che il 
Semunu di codesta iscrizione sia un caso di Semo inteso 
come nome di divinità, è un mero arbitrio prender Semunu 
come un genitivo plurale ; potrebbe invece essere un accu- 
sativo singolare ; non è vero che in osco i. e. -ovi si continua 
con -om, i. e. -oììi con -w(m), sempre (cosi il Pauli, Altit. 
Stud., V, p. 109. cfr. invece v. Pianta, Gr. d. 0. U. DiaL, 
I, § 44, B). Anzi dirò che dall'insieme del passo sarebbe 
preferibile l'ipotesi che si tratti di un accusativo singolare 
che non di un genitivo plurale. Il p^sso è : ... cerfum, 
sacaracirix semunu suad; più che semunu, sì ])YestBj cerfum 
a essere considerato come l'oggetto del sostantivo sacara- 
cirix perchè la collocazione normale del genitivo esplica- 
tivo è davanti il sostantivo e non dopo -); quanto al verbo 
da cui il Semunu immaginato equivalente a Semonem dipen- 
derebbe, io nulla oserei affermare; potrebbe essere ch'esso 
si trovasse nella parte mancante a sinistra della terz' ultima 
linea, potrebbe darsi che il verbo sia afded della penul- 
tima riga. 

Ma se si prescinde da questa menzione di « Semones » 
nel Carmen Arvale e nell' iscrizione di Corfinio, noi non 
troviamo che altrove se ne parli, se non è in opere di gram- 
matici glossatori o teologi, nei passi che sopra ho rife- 
rito. Ma cosi stando la cosa non può non sorgere il dubbio 
che questi Semoni sian nati e vissuti solo, come ho detto, 
nella mente di antiquarii romani. I Semones infatti si pre- 
tenderebbe che fossero divinità come i Genii e i Lari. Or 
basta appunto il confronto con codeste divinità per mo- 
strare che i Semoni non ebbero mai una reale esistenza : 
i Genii e i Lari, i quali, secondo il concetto degli antichi 
animavano e proteggevano, come si vorrebbe dei Semoni, 

1) Prima di Cerfum vi è la lacuna marginale (Palili) che avrebbe 
contenuto il sostantivo reggente di Cerforum. 

2) Anche il prismu petiedu per tal ragione meglio che un geni- 
tivo plurale dipendente da pristafalacirix pare un accusativo singo- 
lare retto o dalla preposizione ijp o da un verbo ip vidad ' observet'. 

Studi ital, dì filol. class. X. 19 



-290 P- G. GOIDANICH 

quanto ha vita o vegeta sulla terra, si rispecchiano, anche, 
in corrispondenza a questo dominio, come in folla viva ed 
energica nelle opere letterarie dell'antichità romana; di 
Semoni, invece, non la più smorta immagine troviamo spec- 
chiata in alcun passo di autore che sia l'espressione ge- 
nuina del sentimento religioso romano (se non è appunto 
in opere di grammatici o glossatori o teologi, acque morte 
intorbidate dalla speculazione filologica e questa della tinta 
che c'insegna il ci. l. l. di Varrone) né in alcun' altra me- 
moria dell'antichità. Basta questo confronto per, non dirò 
ancora, dimostrare luminosamente, ma per far sorgere i 
più legittimi e gravi dubbi che i Semoni non possano avere 
avuto che una artificiale esistenza. 

Ora vi è anche modo di dimostrare che questa dei Se- 
moni è una teoria artificiale di origine letteraria e che 
solo ad essa è dovuta la menzione che se ne fa nei passi 
che sopra ho riferito di Fulgenzio e di Marziano Capella. 

Con « isplendor di vera luce » appare nel Cielo romano 
solo un Senio, il Senio Sancus. Questo ci deve guidare a 
ricostruire il lavoro mentale che portò gli antiquarii ro- 
mani alla teoria dei Semoni. 

Una serie di notizie autorevoli ci dimostrano sicura- 
mente che Sento Sancus era identico a Dius Fidius. 

Ovidio, Fast., VI, 213: Quaerebam No7ias Sanco Fidione 
referrem an tihi, Senio Pater? Tum tnilii Sancus ait: Cui- 
cumque ex illis dederis ego micnus hahebo, Nomina ter ìi a fero, 
sic voluere Cures. Hunc igitur donarunt aede Sabini Inque 
Quirinali constituere iugo.' 

Varrone, l. l., VI, 66 : Aelius Diura Fidium dicebat Diovis 
Filìum et putabat hunc esse Sancum ab Sabina lingua . . . 

Fest., s. V. Praedia, p. 241 M: . . . in aede Sanctus qui 
deus dius fidius vocatur. 

In iscrizioni: lE-N. n. 6670: Semoni Sanco Deo Fidio 
sacrum; Henzen ad Or. n. 162: Sanco Sancto Semoni Deo 
Fidio sacrum. Cfr. anche Euseb., Hist. Feci. II, 13. 

Stabilito questo, che Semo è lo stesso per sua natura 
che dius fidius, richiamo alla memoria i passi seguenti: 

Varrone, l. L, V, 66 : Aeliiis Dium Fidium dicebat Diovis 



STUDI DI LATINO AUCAICO. 291 

jilium ut Graeci JióaxoQov Castorem et putahat hunc esse 
Sanctum ah Savina lingua et Herculem a graeca. 

Paul., Ex. Fest., p. 147 M: Medius Jidius compositum 
videtiir et significare lovis filius id est Hercules, quod loveni 
Graece JCa et nos lovem, ac fidium prò filio, quod saejpe antea 
prò L litera D utehantur. Quidam existimant iusiurandum 
esse per divi fidem ; quidam per diurni temporis id est diei fidem. 

Da questi passi si ricava che gli antiquari romani (e sa- 
ranno stati, al solito, dell'età sullana) presero a studiare 
la forma diusfidius che si ha nella formula del giuramento 
medius fidius. Le risposte al quesito, si ricava da Paolo, 
furono varie. Fra l'altre, e da Varrone si sa che fu del suo 
celebre maestro Elio, questa: dius vuol dire, come il greco 
JiÓQ, ' lovis ' e fidium sta per filium. A questa strana biz- 
zarra cervellotica spiegazione, sebbene non sia precisamente 
detto, pure manifestamente traspare dai passi di Varrone 
e di Paolo che arrivò Elio per questa via. Accanto a medius 
fidius si trovavan le formule mehercules e mecastor; le tre 
formule furono da lui, si vede, reputate equivalenti; Er- 
cole e Castore erano figli di Giove; quindi dius fidius fu 
da lui tradotto, per il ragionamento riferitoci da Paolo 
Diacono, con lovis filium. 

Ma, dato questo, il processo per cui Semo diventò un 
fii^iiS^sog, e quindi alla pluralità greca degli rj/^ii^soi si fece 
corrispondere la pluralità dei Semones, non solo è chiaro 
ma fu inevitabile. Dius fidius e Sancus o Semo Sancus 
noi abbiamo visto sopra che effettivamente erano de- 
nominazioni di un solo concetto mitologico ; identificato dius 
fidius con Castor ed Hercules era inevitabile che con 
questi venisse identificato pur Semo Sancus ; e questa iden- 
tificazione da parte di Elio risulta come in fatto avvenuta 
dal passo di Varrone. Allora siccome Castor ed Hercules 
■erano ^fjii&soi, naturalmente un fjixC^sog doveva essere con- 
siderato pur Semo Sancus ed era più che naturale che Sèmo ed 
rifxC^aog fossero reputati etimologicamente [semi — = fnii — ] 
equivalenti, sopra tutto poi da dotti che non si peritavano 
di trarre dalla corrispondenza di dius con Jióg le conclu- 
sioni sopra riferite. 



292 P- G- GOIDANICH 

Nessuna traccia abbiamo detto di Se moni, di codesti 
presunti fratelli dei Genii e dei Lari, viva si riscontra nel 
mondo romano. Contro questa condizione effettiva, che va- 
lore possono avere quattro passi di grammatici di tarda 
età o di teologi cristiani (Valerio Fiacco, Marziano Ca- 
pella, Fulgenzio, Lattanzio), se tutti direttamente o indi- 
rettamente attinsero ad Elio Stilone? Durante la Repu- 
blica una sola volta si trova che Semo abbia in un'opera 
letteraria il valore di rj^i^sog: presso Varrone, nel passo 
citato da Fulgenzio. Ma qual meraviglia che Varrone ar- 
rivato alla riconnessione sopra dimostrata inevitabile di 
Semo con rjfii^eog, per il modo che si è detto, si servisse 
letterariamente dell'artifizio suo o di Elio Stilone? 

Ad una pluralità di Semoni arrivano i moderni per 
altra via. L' opposizione preliminare che, ho detto sopra, 
ci mette in sospetto contro le testimonianze antiche (il fatto 
cioè che, mentre di Genii e Lari son piene le memorie 
antiche, di Semones — se si tolgono i passi discussi e va- 
lutati nulli, di Marziano Capella e Fulgenzio — non si 
faccia parola mai), vale anche contro le conclusioni dei mo- 
derni. Ma io voglio mostrare che non più valide sono le 
loro premesse. 

Esaminiamo il valore degli argomenti per cui si fa del 
Semo un « Saatgeist » : 

1. Il Semunis del Carmen non ha valore alcuno, per 
le ragioni sopraddette. 

2. Ne ha, per le ragioni pur sopra esposte, valore di- 
mostrativo il Semunii dell'iscrizione di Corfinio. 

3. Posto pure che Semonia sia una divinità campestre 
— il che dal passo di Macrobio non risulta provato — questo 
non è una prova certa che una divinità rurale fosse Semo. 

4. Resta la coincidenza etimologica di Sèma con Sémen, 
(Semonia) sè-vi ecc. Ma chi vorrà fondare su una semplice 
etimologia una teorica, a cui come vedremo si oppone la 
realtà dei fatti storici? 

Tutti questi quattro argomenti per provare che Semo 
è un « Saatgeist » non sono argomenti validi, sono essi solo 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 293 

degli indizi, e dimostrarne rigorosamente l'attendibilità 
bisogna. 

Vediamo se la conclusione che da essi si vuol trarre 
corrisponda alla realtà dei fatti. 

Un solo Semo abbiamo ricordato nella precedente di- 
mostrazione che effettivamente ha vita propria, il Semo 
Sancus. Ora che Sevio Sancus possa essere quanto Saatgeist 
Sancus non si può pensare neanche per un momento. Prima 
per ragioni intrinseche. Sancus infatti indubitabilmente cor- 
risponde al Dius Fidius: l'appellativo « Saatgeist », posto 
il concetto noto del Dius Fidius, al Dius Fidius non può 
convenire; quindi non può convenire neppure a Sancus. 
È tanto vero questo che alcuni moderni *), accortisene, as- 
serirono che Semo non significava « il dio delle Semina- 
gioni » ma rappresentava solo la « fecondità dell' uomo e 
della natura ». S'intende bene a che miri quest'ipotesi: a 
trovare per Seino un concetto più indeterminato che sia 
possibile, per potervi includere anche quello di Sancus (ossia 
del dius fidius); fanno i mitologi moderni come gli etimo- 
logisti antichi: strappa, strappa, la figura deve essere sfi- 
gurata e diventare un'altra. 

Ma neppure per quest'altra ragione può Semo esser 
l'equivalente di genio o d'un quissimile. Chi attribuisce 
alla parola Semo un tal valore la reputa un appellativo, 
Semo Sancus reputa cioè che valga quanto per es. « Saatgeist » 
Sancus. Forse anzi penserà qualcuno che il nesso Semo Sancus 
non possa dar luogo ad altra interpretazione grammaticale 
se non appunto questa, che uno dei nomi sia il proprio, 
l'altro l'appellativo e che, essendo Sancus certamente il 
nome proprio, Semo debba essere necessariamente 1' appel- 
lativo generico. Or neppur questo è vero. Anzi si può 
provare che Sèmo è un altro nome proprio della divinità 
Sancus e quindi a questo equivalente. Ciò risulta soprattutto 
dal passo di Ovidio che qui ripeto : Quaereham, dice Ovidio, 
Nonas Sanco Fidione referrem an tibi Semo pater? Tum milii 



1) Cfr. Birt., ih., p. 184. 



294 P. G. GOIDANICH 

Sancus ait: Cuicunque ex illis dederis ego viuìius JiahebOy 
nomina terna fero. Che sian tre le divinità qui nominate 
Fidius, Sancus e Semo risulta indiscutibile per il fatto clie 
Semo e Sancus sono qui disgiunti e per il fatto che Ovidio 
dice « cuicunque ex illis »; se si fosse trattato di due, 
sarebbe stato necessario dire utricunque. Il trovarsi in 
Livio, Vili, 20, 8 : eius . . . bona Semoni Sanco censuerunt 
consecranda vai quanto il « Semoni Sanco Deo Fidio » o 
l'altro Saìico Sancto Semoni Deo Fidio » delle citate iscri- 
zioni; cioè, sono Semo, Sancus {o Sanctus), Dius Fidius tanti 
appellativi del dio posti uno vicino all'altro. Meno che in 
Livio e nelle due iscrizioni non si trova Semo accanto a 
Sancus in nessun luogo ; e nella seconda delle due iscrizioni 
or ora citate il Semo segue al Sancus, Sanctus '). 

Il nesso Semo Sancus (del solo Livio) è dunque for- 
tuito, son Semo e Sancus due nomi diversi della stessa di- 
vinità, Semo equivale a Sancus, non è Seìno un appellativo 
generico come « genio » o un quissimile. 

Esaminiamo ora l'ultima ipotesi sulla quale si basano 
i moderni per poter giustificare la traduzione del Semunis 
del Carmen con Semonis; quest'ipotesi è che Semo rappre- 
senti «die Zeugekraft von Mensch und Natur », e s'in- 
tenda come termine generico, in modo da potersi concepire 
anche come una pluralità. 

Anche contro quest' ipotesi valgono le oj)posizioni sopra 
fatte contro Semo preso nel senso di Saatgeist: il Semunis 
del Carmen, il Semunum dell'iscrizione di Corfinio, il Se- 
monia di Macrobio, la presunta etimologia da rad. se, non 
sono che meri indizi ; se fosse esistito un termine Semo di 
un valore cosi generale, certamente se ne sarebbe conser- 
vata altra traccia nell'uso come nome comune -); Semo in 



i) Probabilmente Livio tolse il nome da fonte monumentale e 
trascrisse Semoni Sanco pur sapendo che eran due nomi propri della 
stessa divinità. 

2) Né alcun valore potrebbe avere l'osservazione che Sancus 
poteva essere una divinità sabina e che quindi quel che era appel- 
lativo suo e comunissimo d'altri « genii » nella Sabina, poteva in 



STUDI DI LATINO AUCAICO. 295 

Semo Sancus non è un appellativo generico ma un nome 
individuale. Oltre a questi argomenti che militano ugual- 
mente bene contro entrambe le ipotesi ve n' è uno speciale 
di natura intrinseca contro la seconda ipotesi che fa Se7no 
« die Zeugekraft von Menscli und Natur ! » « Forza fecon- 
datrice dell' Uomo e della Natura ! » Ma si è pensato se- 
riamente alla portata di una simile altisonante frase? Par 
possibile che un popolo primitivo, e del più tipico poli- 
teismo, arrivasse ad una cosi sintetica concezione di forze 
naturali ? Ma finalmente : nella realtà effettiva noi troviamo 
il Semo solo come l'equivalente del Dius Fidius; or quale 
traccia vi è ancora nel Dius Fidius di questa quasi direi 
spinoziana concezione della « Forza fecondatrice dell'Uomo 
e della Natura? » 

L'intelligente lettore ha capito che in fondo l'unico 
sostegno, almeno in apparenza serio, di questa teorica dei 
« Semoni » resta l'etimologia del nome. Sèmo, si dice, come 



Roma esser divenuto epiteto proprio del solo Sancus. Io ho da pa- 
recchio tempo radicata nella mia mente la convinzione che gli anti- 
quari romani ebbero per sistema di credere d' origine italica e greca 
istituzioni e parole che con codesti popoli ebbero i Romani comuni. 
All'erudito lettore basterà questo cenno perchè egli veda interamente 
la verità. Eppure sarebbe incredibile a dirsi ed è amenissimo a leg- 
gersi quanto continuano a fantasticare sulla base di testimonianze 
di simil fatta e storici e filologi, malgrado che popolare sia ormai 
la più grande scoperta storica del mondo, gloria fulgida e imperitura 
della grammatica comparata, la scoperta dell'unità linguistica e mo- 
rale degli indeuropei. — In ogni modo bisogna ben tener presente 
al proposito che solo di iSancus si parla come di una divinità o di 
un eroe sabino, e che quindi solo esso si considera come una parola 
sabina; non mai cosi Semo. E da questo silenzio, notevole molto 
perchè spesso si doveva parlare di Semo e Semones dai grammatici, 
è più probabile credere che il Semo mancasse ai Sabini che crederlo 
inquilino in Roma. Finalmente osserverò che Yarróne stesso ci mette 
sull'avviso contro l'opinione che io combatto dicendo (L. L., V, p. 74): 
« et arae Sabinam linguam olent quae Tati regis voto sunt Romae de- 
dicatae; nam, ut annales dicunt, vovit Opi, cet.; e quis nonnulla no- 
mina in utraque lingua habent radices, ut arbores quae in confìnio 
natae in agro serpunt ». 



296 P. G. GOIDANICH 

sémen, deriva dalla radice sé; da qui non s'esce, si pensa; 
per questo Sémo deve, si conclude, significare o un « Saat- 
geist » o « die Zeugekraft von Mensch und Natur ». 

Veramente, ripeto, pur su questo sistema di illazioni 
io avrei da fare tutte le mie riserve : il fondare teoriche 
mitologiche su etimologie è sempre alquanto pericoloso; 
l'etimologia può essere solo la riprova della giustezza di 
una concezione mitologica; se invece l'essenziale natura 
di un tipo è in antinomia colle illazioni d'ordine etimo- 
logico, si abbandonino queste. 

Sennonché v'ha di più ancora! Prendendo a conside- 
rare un po' meno superficialmente il nesso Semo Sancus e 
stando al vero effettivo valore mitologico di Semo, vien 
subito fatto di trovare un'altra etimologia che al concetto 
di Semo corrisponde perfettamente. Abbiamo dimostrato 
che Semo non è un appellativo generico ma un nome proprio, 
un altro nome proprio del concetto religioso designato da 
Sancus. Il concetto di Sancus è chiaramente espresso nel- 
l' altra denominazione, Dius Fidius ; Sancus si riconnette 
con Sanctus, sancio, sacer. Ma con le parole di questo etimo 
si può benissimo riconnettere il sinonimo di Sancus, Sènio. 
Per il vocalismo a\e troviamo la stessa proporzione che tra 
seco e sacena] per il consonantismo Semo sta a sacer come 
lama a lacus o come lùna^ jDraen. losna ad av. raoana e simm. 

Ma con ciò l'ultimo baluardo della teoria, che fa o, 
io credo che possiamo ormai arrogarci il diritto di dirlo, 
faceva di Sènio un « Saatgeist » o « die Zeugekraft von 
Mensch und Natur » e conseguentemente creava dei « Se- 
moni » identici a' Genii, baluardo che era la presunta ne- 
cessità di riconnettere etimologicamente Sèmo con la ra- 
dice se ' seminare ', è abbattuto. 

Un solo Semo esiste nel mondo religioso romano; il 
Semo Sancus. Il semunis del Carmen non può essere di 
questo singulare tantum il plurale « per la contraddizion 
che noi consente ». 

Visto dunque che non solo per ragioni fonetiche e sti- 
listiche un Semunls spiegato per Semones qui non aveva 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 297 

luogo ma olle addirittura i Semones non esistettero mai, 
noi siamo indotti a supporre die Semunis (o Simunis) sia 
da smembrarsi in munis e uu se o un st *) da cui dipenda 
V acìvocarit che si cela in advocajpit. Cosi si ottiene, come 
nuovo punto di partenza all' indagine, il periodo : se (o si) 
Tnunis alterne advocarit conctos enos Marmor juvato, uu bel 
periodo che ricorda col si lo schema di altri documenti con- 
generi -) e in cui tutte le parole sono o paiono latine. Sin- 
tatticamente, munis si offre come soggetto, advocarit come 
verbo della prima proposizione. 

Il senso dell'insieme non è però chiaro; questo dipende 
soprattutto dal fatto che non sappiamo che cosa significhi 
munis. Da qui dunque bisogna cominciare. 

Munis. — La parola non solo non è estranea al les- 
sico latino, ma si trova mentovata in un senso che al no- 
stro luogo potrebbe perfettamente quadrare. 

In Paul., Exc. ex Fest., p. 99 M si legge : munem certum 
est significare officiosum unde e contrario immunis dicitur qui 
nullo fungitur officio. E in glossari latino-greci munitas 
ÀstrovQYicc CG.LL. II, 475, 3; 485, 41; munium Xsirovoyia 
II, 504, 37; 361, 70. — munis ' ministro ' è dunque un pre- 
zioso e bel cimelio di latino arcaico e che con un tal si- 
gnificato al nostro luogo quadra perfettamente. 

Ma di munis nel senso di « ministro » ottenebrata men- 
zione od accenno io trovo in un passo del de agricultura 
di Catone. 

Il luogo di Catone a cui alludo non ci porta troppo 
lontani dal nostro soggetto in quanto è contenuto nella 
nota formula ambarvale in r. r. cap. CXL. Si dice colà: 
« Agriim lustrare sic oportet. imiterà suovitaurilia circumagi : 
cum divis volentihus, quodque hene eveniat, mando tihi, Mani, 
uti illace suovitaurilia fundum agrum terramque meam, quota 
ex parte sive circumagi juhes sive circumferenda censeas uti 
cures lustrare ». • 



i) Per l'ortografia v. sotto. 

2) Cfr. per es. di questo « si modestiae » il Carmen Saecuìare di 
Orazio vv. 33-48 e la preghiera di Crise ad Apollo in i?., I, 37-42. 



298 P- G- GOIDANICH 

La parola Mani diede luogo a controversie. Esposte 
le quali, il Keil i) dice : « intelligitur autem homo rituum 
et caerimoniarum peritus cui lustratio agrorum a domino 
f lindi mandatur ». Ma stando così, come vuole il Keil, la 
cosa, noi restiamo molto sorpresi che Catone suggerisca 
un nome proprio in una formula generale: restano solo i 
riti per alcun tempo, gli uomini, ohimè! son rapidi in 
questa fuga di vita; sarebbe legittimo attenderci che Ca- 
tone dicesse : Uomini cui mandaveris ut rem diviitam faciat 
sic dicito: ' impero tihi ' cet. Ma oltre a ciò, non s'intende 
per qual dif&coltà rituale Catone reputasse necessario nella 
cerimonia ambarvale l'aiuto di un intendente. Tal cerimonia 
è affatto semplice, punto più difficile delle cerimonie ante 
mèssim faciendam {ib. cap. 134) o ad lucum conlucandum 
{ih. cap. 139) o ad daptem faciendam {ih. 131), nelle quali 
l'aiuto di un tale homo rituum caerimoniarumque peritus 
Catone non reputa necessario; il più difficile era di ricor- 
darsi le formule rituali, ma queste sono da Catone stesso 
suggerite; avrebbe potuto suggerire quel poco di più che 
occorreva, se il dominus fundi avesse avuto facoltà di 
adempier da se il sacrum aynharvale. Non dunque per la 
difficoltà della cerimonia, ma per la solennità sua, doveva 
esser richiesta l'assistenza di un intendente; il che vuol 
dire che tal uomo doveva essere un sacerdote. Allora tanto 
meno parrà opportuno il nome proprio in questo luogo -), 
perchè un appellativo generico di sacerdote non poteva 
certo a Catone mancare. Nel voc. Mani^ deve dunque es- 
sere un nome comune di sacerdote. Ma a qual etimo ac- 
costeremo un tal manius? Io lascio, per evitare lunghe e 
infeconde discussioni, che rifletta il lettore. E vedrà il 
lettore presentarsi ovvia l'emendazione del mani in muni, 
vocativo' di un nom. munius o del nom. parallelo munis, 

i) M. Porci Catonis de Agri Cultura liber., M. Terentii Varronis 
Rerum Rasticarum l. Ili ex ree. H. Keilii, voi. II, fase. I, p. 145, 
Lipsiae 1894. 

2) Aggiungo però che una simile stranezza si ha nella formula 
dei Comm. Cons. ap. Varr. 1. 1. VI, 88. Anche quivi però non credo 
che il Calpurnius fosse nella formula originale un nome proprio. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 29^ 

col significato di ministro già sopra addotto e che tanto 
bene converrebbe al passo del Carme che discutiamo. Pa- 
leograficamente lo scambio di un a con un w è ammissi- 
bile ; ma di tali scambi tra le falsae scriptiones del libro 
di Catone, che io ho all'uopo diligentemente collazionato, 
non ne ho trovati. Però questo non infirmerebbe gran fatto 
la mia ipotesi, la menda inani per munì potendosi ben giu- 
dicare un'elegante correzione fatta nel suo codice da un •) 
dotto a cui il munì non dava senso veruno. Si badi ancora 
al fatto che il presunto munis, che qui nuovamente avrebbe 
l' utile senso di ministro, si troverebbe in una formula am- 
barvale ; e dei Fratres Arvales, anche se non era questo- 
l'unico ufficio loro, è facile credere che celebrassero anche 
cerimonie ambarvali ; da questo punto di vista il passo di 
Catone, se è vera la nostra ipotesi, acquista ancor maggior 
importanza. 

Delle doppie forme munius e munis è quasi inutile ri- 
cordare che questi sono doppioni giustificatissimi e che il 
contatto dei temi in ijie coi temi in i[ei nel nom. acc. po- 
teva produrre dei metaplasmi; cioè: moinis, gen. moini dat. 
moinioi cet. poteva passare facilmente — e nei più degli 
aggettivi di 3'^ è ciò avvenuto — alla declinazione moinis 
*moineis ecc. 

Dunque e il tenore dell'ultimo periodo del Carmen 
consente di prendere munis nel significato di ' ministri 
invocatori ' e varie memorie suggeriscono e confortano una 
tale interpretazione. 

Torniamo dopo ciò a considerare nel loro insieme gli 
ultimi versi del Carmen: si munis alterneii) advocarit conctos^ 
e nos Marmor juvato. — Dato advocarit singolare, m,unis 
dovrebbe essere preso per un singolare; ma come è possi- 
bile che uno solo faccia un'invocazione di una o più di- 
vinità « con alterna vece » ? ! Né alterne potrebbe riferirsi 
all'oggetto invocato, neppur se questo fosse una pluralità; 



1) Si ricordi che i mss. del r. r. provengono tutti da un solo 
archetipo. 



800 P- G. aoiDANicn 

advocare conctos alterne clie cosa potrebbe, se riferito al- 
l'oggetto, voler dire se non « successivamente »? Ma un'in- 
vocazione di più individui non può avvenire che in un solo 
modo, nominandone i singoli successivamente, e si prescrive 
alcunché solo quando in più modi lo si possa eseguire. Ne- 
cessariamente dunque V alterne si riferisce al soggetto. Ma 
allora si vedrà che giuocoforza è ammettere che il munis 
sia plurale e che V advocarit che abbiamo posto per advocajnt 
debba ulteriormente essere modificato in un advocarint i). 
La menda, come tutti sanno, è per molti altri esempi epi- 
grafici arcaici giustificabilissima. Cfr. dedrot per dedront 
CIL. I, 173 (Pesaro); Poponi per Pomponi ib. 939; emevut 
per emerunt ib. 1148 (Cora); liihetes per luhentes ib. 1175 
(Sora) ; cubai per cubani ib. 1326 (Falerii). 

Il nuovo testo, a cui s'arriva, è dunque: Si (v. se) 
mìinis aìternei advocarint conctos enos Marmor juvato ; ci 
resta di determinare chi siano stati i munis advocantes, in 
che sia consistita V advocatio, e a chi si riferisca il conctos. 

Si deve intendere per advocatio la recitazione del Car- 
men? I munis a cui s'allude sono i sacerdoti che la fecero? 
Ne l' una né l'altra cosa sono possibili. Il sacerdote che 
recitò o i sacerdoti che recitarono l'inno 2) parlano in prima 
persona, come si vede dall'invocazione d'aiuto (enos Lases 
j. enos Marmor j.) ; quindi per munis vanno intese altre 
persone; e per conseguenza anche V advocatio dev'essere 



1) Giudicarono plurale (ma di seconda persona) la forma: il 
Thorlacius, 1812 (rufet) ; il Creuzer, 1820 (idem); G. F. Grotefend, 1820 
(advocate); Aug. Grotefend, 1829 (advocabite); lo Zeli., 1829 (ruft); 
il Ramshorn, 1830 (advocate); H. Meyer, 1835 (advocate); il Klau- 
sen, 1836 (advocabite); il de Gournay, 1815 (advocabite); il Corssen, 1846 
(advocabitis); il Preller, 1858 (advocabite); il Mommsen, 1863 (ad vo- 
cabitis); il Bucheler, 1876 (advocabitis); il Marquardt, 1898 (advo- 
cabitis); l'Edon, 1882 (abvolate). Il Galvani 1839 giudicava la forma 
prima plurale : « Alternamente i Semoni tutti invocbiam congiunti ». 
Cfr. Pauli, Alt. it., p. 3 sgg. 

2) Tutti nel 218: « e< aedes clausa est; omnes foris exierunt. ibi 
sacerdotes elusi, succincti, libellis acceptis, Carmen descindentes tripoda- 
verunt in verha haec ». 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 301 

qualcosa di diverso dalla recitazione dell' inno ; sarà stata 
un'invocazione a nome, una sacra citatio delle divinità o 
della divinità. 

A chi si riferirà la parola conctos? Preudendo conctos 
come un accusativo, l'ultimo periodo si traduce letteral- 
mente : « se i ministri con alterna vece invocheranno ' tutti 
insieme ' o Marte soccorrici ». Che vuol dir ciò? Ossia chi 
saranno queste divinità che tutte insieme i munis dovevano 
chiamare a soccorso? 

« Tutti gli dei » difficilmente possono essere stati. Prima 
di tutto, mal si giustifica l'omissione del nome deos a cui 
il conctos si riferirebbe come attributo. In secondo luogo 
sarebbe strano questo sperare nell'aiuto di Marte « se i 
munis avranno invocato tutti gli dei »; tanto questi altri 
dei, quanto Marte stesso avevano, infatti, nel concetto re- 
ligioso antico, di per sé il potere di venire incontro all'egra 
umanità; se a tutti gli dei fosse stata rivolta la domanda 
di aiuto, noi ci aspetteremmo una frase come questa : « se 
tutti, o Dei, vi avremo invocati, soccorreteci, o Dei » i). 
Più ovvio parrebbe che nel conctos s'abbiano a intendere 
i Lari e Marte che anche nell'inno son uniti in bella com- 
pagnia. Anche così però col si munis altemei advocarint 
conctos sarebbero invocati tutti insieme i Lari e Marte, e 
poi, coli' enos Marmor juvato^ si pregherebbe d'aiuto il solo 
Marte. In questo caso la difficoltà accennata si potrebbe 
in qualche modo sorvolare ragionando cosi. I Lari erano 
divinità inferiori, anche nel contesto del Carmen appaiono 
in seconda linea, in prima linea è posto Marte : i Lari ap- 
pena sono invocati in testa al Carmen, la preghiera al solo 
Marte è rivolta, è Marte che si prega di non permettere 

1) Potrebbe però anche darsi, voglio aggiungere per scrupolo, 
che, per eufemismo, significasse lo scriba una serie ben nota di Dei 
minori contenuta negli indigitamenta. L'eufemismo è frequentissimo 
nei culti antichi ; a questo appunto si deve la scarsezza di notizie 
sugli indigitamenta] si ricordi anche il passo di Macrobio sopra ci- 
tato : qui Semoniam Saluterà cet. nominasset, ferias observabat e Plat. 
Crat. cap. XVIII: óisneg èv rais sv^uìs vófxóg èarty £r;feff^Kt, oi riyés 
re xcà ónód-ey x^^Q^^'^'' òyo/xal^ófxevoi. 



302 P- O. GOIDANICH 

che la lue ne colpisca di più, è Marte che si scongiura 
d'esser sazio di tanta strage; e il ragionamento potrebbe 
voler concludere esser naturale che da Marte si invochi 
precipuamente l'aiuto. j\[a anche il periodo: si munis al- 
terne advocarint conctos enos Marmor juvato « Se i mini- 
stri [v] invocheranno tutti, Marte, deh, soccorrici », posto 
che conctos sia accusativo e che si riferisca ai Lari e a Marte, 
per essere compiuto in tutte le sue parti ha bisogno di 
un ' vos ' complementare che al conctos serva di sostegno. 
Questa difficoltà si potrebbe dirimere agevolmente in questo 
modo. È noto che in latino arcaico comune fenomeno era 
la tmesi i); per ciò un vos advocarint classico in latino ar- 
caico poteva suonare ad vo[s] vocarint. Un copista succes- 
sivo quanto era facile che trascrivesse advocarint per advo- 
vocarint o anche advosvocarintl ^) 



1) Ob vos sacro, in quihusdam precatiombus est, prò vos obsecro et 
sub vos placo, prò supplico, Fest. 190 M.; v. auche ib. 308 e Quiutil., 
X, 8, 3. 

2) La forma ad vo vocarint è possibile immaginarla esistita ac- 
canto alla latinissima ad vos vocarint nel caso che sia possibile ri- 
costruire un vò col valore di vos. Pur troppo presentano gì' indeu- 
ropei una tal farragine di forme pronominali per la prima e seconda 
duale e plurale cbe non è possibile valersi in questo punto della 
coincidenza di parecchie fra esse lingue per studiare sicuramente 
quelle di una singola lingua. Tuttavia l' acc. du. ind. nàu, gr. voi 
rende verosimile la presenza nel latino arcaico preletterario di un 
duale acc. no, poco importa se duale sintatticamente o solo morfo- 
logicamente; iiós e vos d'altra parte paion pure originarli per il con- 
fronto coU'av. nà°, vd"; la proporzione nus: vos =^ no: vó, rende pro- 
babile anche l'esistenza di un accusativo du. vo, poco importa se 
duale anche nell'uso sintattico o solo morfologicamente; questa ipo- 
tesi di un vo acc. du. viene confortata anche dalle forme di acc. du. 
2"' pers. ind. vcc-m e abulg. va (abulg. a = i. e. o [ed d]). E ciò è ap- 
punto quanto volevamo dimostrare probabile. Anche dalla forma 
anormale del nominativo plur. ìiós vos noi saremmo indotti a pen- 
sare all' esistenza originaria di un duale acc. (e nom.) 7id, vò ; perchè 
sul modello di queste forme comuni per il nom. e l'acc. anche le 
forme di acc. nos vos potevan passare alla funzione nominati vale; 
in ciò magari aiutate dall'analogia dei nomi, come pensò il Brugmann 
(Grr., II, § 418). — vo poteva anche essere la forma di fonetica sin- 
tattica davanti a sonora (cfr. sèviri). 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 303 

Ma Ogni difficoltà sarebbe pure ugualmente appianata 
se il testo fosse cosi redatto: si munis alterne advocarint 
conctos enos Marmor juvato, enos Lases juvate; perche allora 
il conctos si considererebbe un attributo apposto al voca- 
tivo Lases e Marmar. Ora è facilmente giustificabile l'omis- 
sione di quest' 67108 Lases juvate? Nella lapide del 218 la 
triplice ripetizione del carme è fatta in modo che tripli- 
catamente si conseguano i singoli versetti. Poniamo che 
cosi sia stato sempre distribuito il testo e che alla fine 
stessero, in una delle tante copie fatte del Carmen, nella 
penultima riga enoslasesjuvate e poi sotto tre volte enos- 
marmor juvate ; bisognerebbe ammettere, per giustificare la 
presunta perdita di un enoslasesjuvate che un copista scritto 
il primo enos della prima serie saltasse poi, per distrazione, 
alla riga seguente e trascrivesse i tre enosmarmorjuvato. La 
cosa assolutamente inverosimile non è. Ma ancora più ve- 
rosimile l'omissione dell' enos Lases juvate diventa per questo 
modo. Non solo è credibile ma è si può dir certo che l'inno 
non fu in origine recitato tre volte in quella disposizione 
che appare nella lapide del 218; questa forma di recita- 
zione sarebbe per sé molto bizzarra e non è confortata da 
alcun altro esempio, antico o moderno. Nel manoscritto 
originario dovettero seguirsi tre ripetizioni del carme in- 
tero ; appena dopo, o attraverso una copia in cui le tre 
ripetizioni non erano una sotto l'altra, ma una a fianco 
l'altra, o per la trafila di una copia in cui era una volta 
trascritto il Carmen con la prescrizione « ter dicunto », si 
sarà venuti alla trascrizione nell' ordine che è negli Acta 
del 218. Se ora noi poniamo sotto gli occhi il Carmen tre 
volte trascritto in colonna, cosi : 

a) Enos Lases juvate 

Neve luae rue cet. 

Satur furere cet. 

iSi munis alternei cet. 

Enos Marmor juvato 

Enos Lases juvate 
Ib) Enos Lases juvate 

Neve luae rue cet. 

Satur furere cet. 



304 • P. G. GOIDANICH 

e cosi via la seconda e la terza volta, apparirà, come noi 
cercavamo, « facilmente giustificabile » l'omissione di uno 
dei due « Enos Lases juvate consecutivi ». Arrivato il co- 
pista che commise l'omissione alla seconda e poi alla terza 
ripetizione poteva non far altro che ricopiar la propria 
trascrizione e cosi ripetere ingenuamente il suo errore ini- 
ziale. Il fatto è, ognuno vede, dei più probabili e quasi il 
Carmen stesso sorge a dirci: si, è proprio cosi. Perchè il 
Carmen stesso negli Acta del 218 si chiude con cinque 
triumj^e: e mi pare non sia lungi dal vero chi crede che 
nel testo originale ve ne fossero sei. Uno stesso errore 
commesso, probabilmente in altra età, per la stessa via, 
nello stesso testo! 

Ma questo triumpe UHumpe, che cosi bene ci è servito 
di esempio, risica di mandar all' aria la nostra combinazione. 
Infatti si potrebbe essere indotti a credere che i sei triumpe 
trium.'pe facessero due a due clausola a ciascuna singola re- 
citazione dell'inno. In siffatto caso non sarebbe più « facil- 
mente giustificabile » l' omissione di un dei due Enos Lases 
juvate che non combacerebbero essi più, ma sarebbero divisi 
dai due trìumjje triumiie. Ma non è necessario che cosi siano 
stati spartiti i sei triumpe. Già il Jordan ebbe a supporre 
(Topographie d. St. Bom., I, 1, 275; Krit. Beitr.^ p. 260) 
che i triumpe siano un'aggiunta posteriore « unter der Au- 
toritàt der Staatspriesterschaft ». Anche se ciò non fosse, 
è certissimo però che l'esclamazione non ha nulla che fare 
col contesto del Carmen; essa si ricollega unicamente 
colla tripodatio. In queste condizioni ideali non solo è pre- 
sumibile ma è preferibile l'ammettere che le formule nel 
rituale originario avessero questa disposizione: 

Fratres ter dicunto 

e seguisse a questa indicazione l'inno tre volte trascritto; 
e poi: 

Tum ter dicunto 
Triumpe triumpe 

14. 10. '902 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 305 

Con tale disposizione appunto è, per concludere, l'omis- 
sione di uno dei due Enos Lases juvate combacianti, come 
ho detto, facilmente giustificabile. 

Prima di offrire al lettore il testo e la traduzione clie 
sono il risultato della mia critica e della mia ermeneutica 
è necessario che attenga la promessa più volte fatta di 
occuparmi dell'ortografia del Carmen. Inoltre anche un 
sentimento estetico mi induce a offrire il testo in quell'or- 
tografia in cui si possa credere ch'esso sia stato redatto. 

3. — L'OETOGEAFIA DEL CaEMEN. 

a) Come nell'iscrizione di Duenos, abbiamo anche 
qui accanto a forme con r da s etimologico una forma con s di 
grafìa storica: accanto a '^ siris, incurrere, ^leores {v.plo.eres), 
furere, advocarint sta Lases. Tutti reputano che nell' origi- 
nale del Carmen si avesse in tutti codesti casi s. Se una 
modificazione ortografica ci fu, questa dovette avvenire in 
tempo assai antico^ quando ancora era vigente la grafia 
storica di s per r da s etimologico, nella 1* metà del se- 
colo IV, dunque, come si sa. Ma allora bisognerebbe am- 
mettere che il Carmen andasse più volte soggetto a va- 
riazioni ortografiche, essendo incurrere, munis da incurere 
moinis variazioni non ammissibili avanti al I secolo av. Cr. 
E però possibile che già nel testo originario del Carmen 
stessero, accanto a Lases, incurere furere ecc. Che sappiam 
noi dell'età del Carmen? Solo supponiamo che esso sia 
assai antico. Ma non è* « antichissima » anche l'iscrizione 
di Duenos, dove si ha pakari da pakasei? 

1>) Quanto a si, se, alternei, se si ammette che nel- 
l'originale stessero sei e alterne non si spiega perchè a volta 
a volta i copisti mutassero solo 1' un sei in si o se, ne s'in- 
tende la necessità del mutamento à'' alterne in alternei. Se 
poi si volesse trovare un'età in cui tale triplice grafia ei, i, e 
del dittongo finale vigesse, bisognerebbe non oltrepassare 
il principio del II secolo av. Cr. Ma, insisto, non si vede 

studi ital. di filol. class. X. 20 



S06 P- G- GOIDANICH 

la necessità del mutare nella copia d'un testo l'ortografia 
sua, ove la grafia originale sia anch' essa corrente in quel 
dato tempo. Invece anche tanto la grafia si se per l'ori- 
ginario sei (da sva^i) quanto la scrizione inversa di alternei 
per alterne potrebbero considerarsi coeve alla composi- 
zione del Carmen; ciò è reso probabile dalla grafia ei, e, l 
dei dittonghi finali brevi nell' iscrizione di Duenos : Jove 
(i), nei (proci.); Q/>e noine; pakari, noisi. 

e) Dall'altro canto i rimodernamenti, seirts, leimen, 
moinisj incurere in siVis, limen, munis^ ìncurrere possono 
essere stati fatti da una sola mano, verso la metà del I se- 
colo av. Cr. Ed ecco perchè. Il Ritschl (Op. Ph., IV, 165 sg.) 
distingue nella storia della geminazione quattro periodi 
« Non est geminatum . . . ante JEnnium ; j^'''^^''^'^'^^^^''^ "^^^ gemi- 
natum vel non geminatum inde ah anno circiter 680 [= 174 
av. Cr.], h. e. paicllo ante mortem Ennii qui a. 585 [■= 169 
av. Cr.] ohiisse ijerhihetur ; saepius geminatum quam non ge- 
minatum j)ost a. 620 [=: 134 av. Cr.]; constanter, ijaucissimis 
exceptis vetustioris moris reliquiis, paullo post annum 640 
[= 114 av. Cr.]. E nella terza lettera epigrafica al ]\iommsen 
{ih. p. 356) dice il Ritschl: « ich mòchte schlechthin mit 
Ihnen sagen, dass wàhrend des siebenten Jahrhunderts in 
dieser Hinsicht die gròsste "Willkùr geherrscht habe ». Ora, 
a ognuno parrà assai verosimile l'ammettere che a mutare 
l' incurere dell' originale in ìncurrere dovesse essere indotto 
più facilmente un copista di quell'età in cui la geminazione 
era d'uso generale e il non geminare una stranezza; co- 
desta età cadrebbe verso la metà del I secolo av. Cr. 
Ricordato che V ei di alternei verosimilmente era nel 
testo originale, vediamo ora di investigare in quale età 
poteva precisamente essere che un dittongo ei mediano 
{seiris leimen) da un trascrittore di un documento venisse 
mutato in i, e un ei finale {alternei) fosse conservato intatto. 
Il periodo che meglio adatto si mostra a simile condizione 
è proprio la metà del I secolo av Cr. Di utile ammae- 
stramento può essere la Lex Julia Municipalisj un lunghis- 
simo documento ufficiale, di 164 linee, dell'anno 709/45: 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 307 

in essa accanto a sei *) casi di mediano ei per ei ed i eti- 
mologici, se ne trovano trentotto -) con mediano i. Invece 
accanto a tre -t finali ^) si trovano sessanta -ei ^) finali. 
Per tali condizioni posto pure che nell'archetipo, per dir 
cosi, del Carmen fosse stato scritto seiris leimen alternei 
non sarebbe ingiustificabile che verso la metà del I se- 
colo av. Cr. un trascrittore emendasse i primi due in siris 
e lìmen, lasciasse invece invariato alternei. 

In questa stessa età poteva legittimamente essere 
trascritto un moinis in munis; perchè l'antico dittongo oi 
già da un secolo prima s'era ridotto ad u {utier nell'epit. 
d. Scip. CIL. I, 33). 

Ci si offre così la possibilità di ammettere che il 
Carmen fu una sola volta rimodernato nell'ortografìa. E 
noi l'accetteremo volentieri quest'ipotesi. Per quanto l'or- 
tografia non sia cosa essenziale in un testo, pure, per lo 
scruj)olo nella trasmissione dei testi sacri sopra notato, non 
è verosimile che il Carmen andasse continuamente soggetto 
a variazioni. Si osservi poi al proposito anche, che in nes- 
sun' età meglio che nell' ultimo cinquantennio repubblicano 
è giustificabile una tal riforma, dacché allora vi fu una 
sosta nell'attività archeologica e la lingua non meno dei 
costumi parve volerla rompere compiutamente con la tra- 
dizione. 

In base a questa mia convinzione ho regolato l'orto- 
grafia nel testo che segue. Nel quale e nella traduzione 

1) deicet 1. 8, 11; deicere 110; feient 64; inveitum 93; conscreip- 
tum 109. 

2) convivio 133; convivium 139; ire 129, 131; inito 139; peregri- 
nos 11; petitio 19, 97, 107, 125, 141; designatei (?) Ih] primas b, 7, 162; 
vectigalibus 73; dixet 74; dixeril 74, 125; dicito 96; dicere 106, 127, 129, 
131; bina 92, 102; invitum 104; lihitinam 94; conscriptus, a, uni ecc. 139, 
149, 1281»^ 131, 129, 96, 133, 136, 117, 124, 157 ; privatum 29. 

3) tuerì 22, 23, proportioni 38. 

*) utei 5^3, 8, 11*"», 15, 27; profilerei 1^^ 2, 4, 6, 7^1^, 9, 10, 11, 
12, 13; fierei 7, 10; tuerei 33; in partei 25, 21; quei 1, 2, 8, 11, 18, 19, 
24, 33, 37, 39; factei 24; createi 24; designatei 25; ei 22; iei 24; quei- 
quonque; 17, 24; eis 10, 27, 35; proxumeis 25, 41; loceis 27; sei 1, 2, 
4, 7, 8, 9, 10; seive 4, 30, 31; ibei 15; ubei 15, 20. 



308 P- G. GOIDAXICH 

che l'accompagna si compendiano i risultati della mia ese- 
gesi. Segno con a, 6, e le possibili restituzioni ed inter- 
pretazioni degli ultimi due versi. 



TESTO. 



[ter] 



Enos (v. E nos) Lases jiivate 
Neve luae rue Sfarinar seiris incurere in pleores 
Satur (fuas ?) furere, Mars, leimen, sat ista berber. 
a) Sì (v. se) moinis alterneì advocarint conctos 

Enos (v. E nos) Marmar juvato. 
"!>) Si (v. se) moinis alternei ad vo[s] vocarint conctos 

Enos (v. E nos) Marmar juvato. 
e) Sì (v. se) moinis alternei advocarint conctos 

Enos (v. E nos) Marmor juvato. 

Enos (v. E nos) Lases juvate. 

[ter] 
Triumpe, triumpe 

TRADUZIONE. 

(Deh) soccorreteci Lari; 
né permettere o Marte che la furia della pe- 
[stilenza ne colpisca di più; 
ti basti, o Marte, che infuri la pestilenza, ba- 

[sti questa febbre! 
a) Se i ministri con alterna vece invocheranno 

[tutti (eufemistico). 
(deh,) soccorrici Marte 
1t>) Se i ministri voi tutti insieme con alterna 

[vece invocheranno 
(deh,) soccorrici Marte, 
e) Se i ministri tutti (voi) con alterna vece in- 

[vocheranno 
(deh,) Marte soccorrici 
(deh,) soccorreteci Lari. 

Secondo questa interpretazione il Carmen sarebbe stato 
una preghiera rivolta dai Fratres Arvales ai Lari e a 
Marte per invocare il loro divino soccorso contro 
la furia di una pestilenza. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 309 

4. — Commento filologico. 

Ho detto sopra che supremo paragone dei nostri ri- 
sultati dovrà essere che contenuto e forma del Carmen si 
confacciano ai postulati morali dell' ambiente religioso in 
mezzo al quale il Carmen fu composto. 

Intendimento di queste note è di mostrare che la mia 
interpretazione soddisfa a questa primissima esigenza me- 
todica o del buon s.uso, che dir si voglia. 

1. Ricorderò in primo luogo che tanto Marte che i 
Lari vengono opportunamente invocati come protettori 
contro la furia di una pestilenza. 

Quanto a Marte abbiamo la testimonianza precisa della 
formula ambarvale di Catone {r. r. 141) sulla quale avremo 
a ritornare: Mars pater te precor quaesoque uti . , . tu 
morbos visos invisosque prohibessis defendas averruncesque . . ., 
pastores pecuaque salva servassis duisque honam valetudinem 
milii domo familìaeque nostrae (cap. CXL). 

Ma anche ai Lari si tributavano culti per invocare la 
protezione loro contro la furia dei morbi; ciò si faceva ai 
Lares compitales. Nella ricorrenza annuale della loro festa 
si sospendevano ad essi la notte gomitoli e fantocci fiei 
compita, e nelle case teste di papavero e d'aglio. Questi 
fantocci si chiamavano pilae e maniae] Festo, p. 128 M: 
Manias dicunt ficta quaedam ex farina in hominis jiguras e 
Paul., 144: Maniae, turpes deformesque personae. Mania era 
la madre dei Lari (Varr., IL, IX, 61) e a Mania si sospen- 
devano pilae come ai Lari. Quale fosse il significato sim- 
bolico e lo scopo di quelle offerte e' informano chiaramente 
Macrobio e Festo. Macrobio, 1, 7, 34 : permutationem sacri' 
jicii invenio postea Compitalibus celehratam cum ludi per urbem 
in compitis agitabantur, restituii scilicet a Tarquinio Superbo 
Laribus et Maniae ex responso Apollinis, quo praeceptum est 
ut prò capitibus capitibus supplicaretur. Idque aliquandiu obser- 
vatum est ut prò familiarium sospitate pueri mactarentur 
Maniae deae, mairi Larum. Quod sacrijtcii genus Junius 
Brutus consul pulso Tarquinio aliter constituit celebrandum. 



310 P' G- GOIDANICH 

Nam capitìbus alln et papaveris supplicari lussit ... ; factumque 
est ut effigies Maniae [' et Laribus ' doveva esser nella 
mente dell'autore] *) suspensae prò singulorum foribus peri- 
culum si quod immineret familns expiarent. E Festo, p. 239 M: 
Pilae et effigies viriles et muliebres ex lana Compitalibus su- 
spendebantur in compitis, quod hunc diem festum esse deorum 
* inferorum quos vocant Lares, putarent, quibus tot pilae 
quot capita servorum tot effigies quot essent liberi po- 
nebantur ut vivis parcerent et essent his pilis et simu- 
lacris contenti. 

In generale poi, pratiche religiose di espiazione si 
trovano sempre connesse a culti attinenti all'agricoltura 
(v. Preller, Róm. 3Iyth., cap. IV). Che il Marte italico sia 
stato precisamente un dio dell'agricoltura è troppo noto 
perchè occorra ripeterne la dimostrazione. Gioverà invece 
brevemente mostrare che anche i Lari erano connessi a 
culti agricoli. L' argomento di maggior importanza è questo. 
Vi era una tradizione secondo la quale appunto il collegio 
degli Arvali sarebbe stato istituito da Romolo e composto 
da lui e da undici figli di Acca Larentia (la quale è la 
« madre dei Lari »); e che gli Arvali praticassero culti agri- 
coli è indubitabile. Inoltre riferisce Tertulliano de Spect. 5: 
« Et mine ara Conso illi in Circo defossa est ad primas metas, 
sub terra cum inscviptione huius modi: Consus Consilio, 
Mars diLello, Lares coillo potentes ». Non v' ha dubbio 
che il Consilio potens derivò da una falsa etimologia popo- 
lare perchè Consus era il dio della seminagione (Preller, 
Rom. 3Iyth., 420 sgg.); l'iscrizione è dunque posteriore al- 
l' istituzione dell'ara: e perchè certo il dedicatore aveva 
in animo di consacrar l' ara a divinità affini, dobbiamo cre- 
dere che anche Marte e i Lari qui venissero onorati come 
dei della campagna. 

Concludendo, opportunamente si poteva ricorrere ai 
Lari e a Marte per averne l'aiuto in un tempo di grave 
epidemia. 

1) Cfr. Varr., apd. Non., p. 538, 14: Suspendit Laribus Manias^ 
molles pilas cet. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 311 

2. Ben più aspra questione s' eleva sulla natura del- 
l' intero Carmen e l'occasione per cui fu composto. 

Ho detto sopra die i critici si son lasciati guidare nel- 
l' interpretazione del Carmen dal preconcetto che esso 
sia una formula ambarvale. Ora se confrontiamo con 
la preghiera di Catone la traduzione da me offerta del 
Carmen, le due formule appaiono essenzialmente diverse. 
Infatti la coincidenza non va più oltre di quanto abbiamo 
già notato, che anche nella formula catoniana s' invoca 
l' aiuto di Marte ad averruncandos morhos visos invisosque *). 
Nella preghiera di Catone si prega però ancora Marte ^ uti^ 
tu fruges, frumenta vineta virgultaque grandire heneque evenire 
siris '. Questo deve reputarsi elemento essenziale di una 
formula ' fundi terrae agrique lustrandi ergo \ Manca una 
tal nota nel Carmen, come lo interpreto io: e manca con 
ciò ad esso il principale carattere di una formula 
ambarvale. Il suo carattere letterario anzi appare nella 
mia interpretazione chiaramente quel che ho detto: esso 
sarebbe stato una preghiera rivolta dai Fratres Arvales ai 
Lari e Marte per ottenere il loro divino soccorso contro 
la furia di una presente pestilenza. 

Secondo il preconcetto fin qui seguito mancherebbe 
alla mia interpretazione una solida base filologica. Ora io 
voglio mostrare che pur essendo indiscutibile, anche a mio 
avviso, che ufficio degli Arvali fosse anche quello di cele- 
brare ambarvalia pubblica, non sia però con ciò per nessun 
modo escluso che essi potessero celebrare anche altre ce- 
rimonie, e in particolare di tali a cui il testo del Carmen 
convenga. Si tengano presenti questi due passi. Varr., l. L, 
Y, 85: Fratres Arvales dicti qui sacra pubblica faciunt propterea 
ut fruges ferant arva [a ferendo et arvis fratres arvales dicti] ; 
sunt qui a Fratria dixerunt. Fratria est graecum vocabulum 
partis hominum ut Neapoli etiamnunc; Paul., ex Fest., p. 5M: 



1) Che questo fosse caratteristico delle precatiunes amharvales si 
rivela anche da Festo s. v. pesestas. [pesestas starà, come ho detto 
per un pedetas del primo originale ; quanto al secondo e di * pesestas 
cfr, per es. il terzo e di tempestatebus CIL. I, 32 ecc.]. 



312 P- G. GOIDANICH 

ambarvales hostiae dicehantibr quae prò arvis a *duodecim *) 
fratribus sacrificahantur, passo che con tutta verosimiglianza 
è pure desunto da scrittori repubblicani. 

Da questi due passi si rileva che ufficio degli Arvali 
era celebrare cerimonie ambarvali; ne abbiamo ragione di 
dubitare che essi non ci riferiscano la verità. Ma si badi 
ch'essi poi non provano che ufficio unico degli Arvali 
fosse questo della celebrazione degli amharvalia pubblica, 
né che altri sacra publica non avessero essi facoltà di ce- 
lebrare. Nella notizia di Paolo questo che dico è per sé 
manifesto; perche non si vuol da Paolo, o non si voleva 
dalla sua fonte, determinare le funzioni degli Arvali, si 
bene definire gli ambarvali. E sarà parimenti manifesto 
quanto io affermo anche nella notizia varroniana, solo che 
la si consideri non in sé e per sé, ma ponendo mente allo 
scopo di tutto il cap. 15, 1. V de l. l. Nel quale si svolge 
questo tema : « Sacerdotes universi a sacris dicti » ; a Varrone 
per quel momento non importava adunque d'altro che d'in- 
dicare una qualità essenziale o magari secondaria -) che 
giustificasse, o a lui paresse giustificare, il nome dei sacer- 
dozii; e dei Fratres Arvales trovò la mirabile etimologia a 
ferendo et arvis. Può dunque voler significare il passo che 
gli Arvali non celebrassero altre cerimonie che Ambarvalia, 
non recitassero altre preghiere che la formula ambarvale? 
Certo che no! — Invece si ha altrove qualche accenno ad 
un'ulteriore attività del collegio. Da un passo di Strabone 



1) Invece che daodecim sta nel testo duobus. L' emendazione è 
fatta in armonia con la notizia più sopra riferita che gli arvales eran 
dodici di numero. Ma forse non è necessaria. Il «fratres» fu osser- 
vato pone fuori quistione che il passo si riferisca agli Arvali, che 
soli ebbero in latino la denominazione di fratres. Ma forse in Festo 
il discorso era molto più lungo e si diceva che due dei fratres ac- 
compagnavano l'ostia attorno il campo; da qui forse il duobus del 
compendio di Paolo. Chi ha molto in pratica i glossari di Festo e 
Paolo, e ha badato al sistema di Paolo nel compendiare Pesto, tro- 
verà la cosa al tutto verisimile. 

») Valga d'esempio questo: Flamines quod in Latto capite ve- 
lato erant semper ac caput cinclum hahehant filo Flamines dicti. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 313 

(V, 230) si rileva chiaramente ch'essi avevano anche l'uf- 
ficio di celebrare il sacrum amhurhiam o amhurhìale. Ecco 
il passo : f.i£Ta'iv yovv rov nénTtxov xaì xov Vxvov XiO^ov xwv 
tà ixOua óiaar^iittivóvron' ttJc 'Pw/ì?^? xa/.ehui TÓnoq <Pi\aroi' 
TOVTov J' ÒQiov àno(faCvovai rrjg ròte '^Poìf.iaCwv yfjC, oT &' Is- 
QOfivriixovsg ^vaiav initsXovaiv ivrav^d rs xaì èv u'/.Xoiq 
róivoig TrXsioaiv «5 óoioig ai&r^i^ieqòv, t]V xaXovaiv ^Jin^aQuviav. 
Il passo non fu inteso ed è a parer mio nella quistione di 
singolare importanza. Il luogo indicato da Strabone coincide 
assai bene con l'ubicazione del lucus deae diae (v. Henzen, 
Acta Fr. Arv., p. 47 sgg.). Invece àin^aooviav non può cor- 
rispondere ad amharvale, come vuole il Henzen ed altri con 
lui, perchè il senso dell' intero periodo richiede assoluta- 
mente « amhurhium », come vide chiaramente e senza esi- 
tanze sostenne l'eletto ingegno di Carlo Odofredo Mtiller 
(in Fest., p. 5 ad amburbiale). Ora à/^i^agoviav non è ne am- 
hiirhaìe né ambarvale né amhurhium [sacrum) *), ma certo a 
quest'ultimo foneticamente si avvicina. Non si può pensare 
che Strabone, l'uomo del mestiere, sagace, che tanto tempo 
della sua vita passò in Roma, confondesse cosi i due ter- 
mini e le due idee amhurhium ed amharvale nella sua testa, 
che vi si formasse un termine confuso nuovo amharvium. 
Si può esser certi che la confusione provenne da chi trovò 
nell'originale àfi^ovQ^ìav e sapendo solo di ambarvalia tra- 
sformò àfJi^ovQ^iav in àf-i^aooviav. Cosi o presso a poco cosi «), 
anche il Milller. Non ugualmente sarei disj)osto a seguirlo 
nel credere che gli Arvali non celebrassero (v. al 1. e.) 
sacra amharvalia, come non seguo il Henzen nel pensare 
che essi non celebrassero feste amburbiali ; credo insomma 
che gli x4.rvali celebrassero non soltanto gli amharvalia 
sacra, come risulta da Varrone e da Paolo ai 1. e, ma in- 
sieme anche amburbia sacra, come risulta dal jiasso pre- 
zioso di Strabone. Così si dimostra che anche altre ceri- 



1) Amburbale v. amburhium dicitur sacrificium quod urbeni circuit 
ambit victima, Serv., in Vergi'l. BucoL, III, 77. 

«) Il Miiller, Fest., p. 5, attribuisce l'errore a Strabone (« nisi 
ipse Strabo nominum eorum similitudine deceptus est »). 



314 P- G. GOIDANICH 

monie essi compivano oltre alle ambarvali i). Ma non basta. 
Jj amhurhium, come consta a tutti, era una festa di puri- 
ficazione della città e di espiazione. Or con ciò si 
arriva ad ammettere che gli Arvali compissero cerimonie 
che con quelle, per cui il Carmen originariamente 
a mio avviso sarebbe stato scritto, avevano iden- 
tica natura. Non basta. Abbiamo sopra ricordato che coi 
culti agricoli erano connesse anche cerimonie di espiazione. 
Abbiamo in ciò un conforto morale a crederci autorizzati 
d'attribuire cerimonie del genere anche alla fratria degli 
Arvali. 

Abbondano dunque gli argomenti per provare che una 
preghiera della natura che appare avere il Carmen, secondo 
la mia interpretazione, poteva essere stata composta e re- 
citata nel seno della fratria degli Arvali. 

Ma dirà alcuno: posto pure che simile preghiera ^^ropfe?* 
morhos fosse del rito arvale, alla cerimonia del 218 non era 
essa opportuna. Rispondo: ma, anche di una formula am- 
barvale si potrebbe dire sed tunc non erat his locus. Chia- 
risco questa mia sentenza. La seconda delle tre feste ce- 
lebrata in onore della Dea Dia, in luco Deae Dlae, cadeva 
il giorno 29 di maggio; e lo stesso giorno ?i sa da calen- 
dari rustici e da testimonianze cristiane che si tenevano 
le feste ambarvali *). Da questa coincidenza il AVissowa 
(in Paìiììj-Wissoiva's Real-Encyclopcidie, p. 1478) e prima di 
lui il Mommsen, il Jordan, il Henzen, l'Usener, nei luoghi 
che il AVissowa cita esattamente, non dubitarono di repu- 
tare identiche anche le due feste. Ma siccome gli amharvalia 
tal nome hanno « quod arva ambiai victima » e questa ca- 
ratteristica funzione non si trova eseguita dagli Arvali 
il 29 maggio durante l'impero, il Marini (Atti,pre/., XXIX,. 
contro, si noti bene, il giudizio da lui stesso espresso nel 
libro a p. 138 che le due feste fossero identiche), lo Schwegler, 

1) Altrove gli Arvali sono detti anche giudici nelle questioni 
di confini. Cfr. Enmann, Bulletin de VAcadémie imi). ^^- sciences d. St.- 
Pétersbourg, dicembre 1899, p. 269 sg. n., e Rudorff, Schriften dei- rcim. 
Feldmesser, II, p. 243. 

2) V. Marini, p. 138; Henzen, p. 47. 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 315 

il Marquardt, il Preller, il Huschke, il Hirschfeld, l'Olden- 
berg (nei luoghi citati presso Henzen, Acfa, p. 46; Wis- 
so"wa, Encycl., p. 1478-79; Marquardt, Rom. Staatsv., Ili, 
p. 194, n. 6) negarono che le due feste fossero identiche. 
Io sto con quest'ultimi, o sto, per meglio dire, coi fatti, 
cioè io non posso trovare le due feste identiche dal mo- 
mento che non eran tali: dall'altra parte però non ho ra- 
gione di negar fede ai passi sopra citati di Varrone e di 
Paolo secondo i quali gli Arvali avevan fra le loro ceri- 
monie anche gli Amharvalia; insomma io credo che durante 
la Eepubblica essi celebrassero ambarvalia, che durante 
l'Impero non li celebrarono più. Quale sia la vera ragione 
di questo fatto, che ricostituito il sodalizio degli Arvali 
essi non conservarono il loro carattere originario, (non li 
vediamo, infatti, celebrar piii né gli amburhia, né gli am- 
harvalia) con certezza non possiamo dire, perché ci è ignota 
l'agonia durata dal collegio durante l'ultimo tempo re- 
pubblicano. Tuttavia un indizio della causa di tali con- 
dizioni io credo averlo ravvisato; e perchè, mi pare, può 
contribuire a toglierci sempre meglio il dubbio sulla veri- 
dicità di Varrone, di Strabene e della fonte di Paolo, lo 
voglio esporre. Si ricorderà il lettore che Strabone non 
dice che la fratria degli Arvali compiesse gli Amburbia 
ma gli t€QOf.ivì]f.iov€g [pontifices]. È codesto l'indizio; qui non 
avremo che un caso particolare del potere assorbente dei 
pontefici ; appunto perchè i pontefici attrassero a sé quanto 
vi era di più sacro anche nella congregazione degli i^rvali, 
essa decadde durante l'ultimo tempo repubblicano; e quando 
risorse il collegio per opera di Augusto, non fu perchè 
questi fosse mosso dalla molla del sentimento religioso, ma 
solo lo moveva il sentimento egoistico della glorificazione 
di sé e dei suoi i); lo provano anche le infinite cerimonie 
per l'imperatore e la sua casa che si fanuo, come appare 
dagli Acta, durante tutto il periodo imperiale; quanto al 



1) rovg ts isQsu? y.cà rag legsictg ii^ raig vnsQ rs rov dtjuov xcd Tijg 
pov^ijg svxeùg xcà vnèQ èxelvov (Augusto) óuoiwg svxsaO^ui (Cass. Dio 
LI. 19). 



316 P- G- GOIDANICH 

resto, alla restaurazione, sia pure con intendimenti archeo- 
logici, vera e propria dei culti antichi poco ad Augusto 
poteva calere e poco calse. 

OxDporrà ancora qualcuno : se la preghiera non era per 
nessun modo propria della cerimonia celebrata il 29 di mag- 
gio del 218 d. Cr., come una tal formula potè essere stata 
allora scelta per la recitazione ? Si risponde : il Oarmeu. 
era certo per i Fratres del 218 meno che satis intellectum; 
codesta ignoranza del contenuto giustifica una scelta che 
alla cerimonia non sarebbe stata opportuna. Percliè una 
tale scelta non avvenisse bisognerebbe pensare che si con- 
servasse fino allora un rituale completo degli Arvali ; pro- 
babilmente questo rituale non esisteva più e questa formula 
veniva conservata quale formula degli Arvali antichi (o senza 
designazione alcuna?'?) in libris pontìjicus. — Ma si dirà: 
perchè poi andare a scegliere una formula che non s'in- 
tendeva non si sapeva se fosse o no opportuna alla ce- 
rimonia? Il motivo di un tal fatto è presto trovato. Certo 
la nostra doveva venir considerata una delle più antiche 
formule, forse la formula originaria degli Arvali. Il velo 
di mistero che l'avvolgeva, la veste magnifica di vetustà 
che l'adornava dovevano conferirle un singoiar grado di 
santità, e, più che giustificare, favorire una scelta che alla 
cerimonia conferiva un eccezionale grado di solennità. 

Visto cosi che altri riti oltre gli amharvalia potevano 
esser propri degli Arvali, visto che anche una formula am- 
barvale non era accomodabile alla natura della cerimonia 
che si compiè il 29 di maggio del 218 in luco Deae Diae, 
visto che anche una formula non opportuna potè, perchè 
incompresa ed antichissima, recitarsi a titolo di maggior 
solennità, nessun argomento estrinseco, storico, di perples- 
sità io trovo contro la mia interpretazione del Carmen. 

Ma vi sono invece argomenti intrinseci, di stile, che 
non permettono di confondere la preghiera di Catone col 
Carmen Arvale. Lo stile delle due preghiere è essenzial- 
mente diverso e rivela nei compositori delle due formule 
una diversa disposizione d'animo; ed una diversa 
finalità nelle due preghiere appare di conseguenza ma- 



STUDI DI LATINO ARCAICO. Sii 

nifestamente ad una prima lettura. La preghiera catoniana 
è placida, diffusa, prolissa, fredda come una formula rituale, 
il Carmen è brevissimo e concitatissimo. Evidentemente 
le due preghiere sono state concepite in momenti psi- 
cologici essenzialmente diversi; la formula catoniana 
dimostra nel compositore un animo calmo, sereno, non of- 
fuscato da alcuna nebbia di dolore, fiducioso nella prote- 
zione del dio; il Carmen appare invece il parto di uno 
spirito in preda al terrore, è un'alta lirica, l'espressione 
di un dolore profondamente sentito. Diverso essenzialmente 
appare dalla dicitura lo scopo delle due preghiere: nella 
formula catoniana s'invoca la divinità perchè conservi 
nelle buone condizioni di cui godono il sacrificante, la sua 
famiglia, il suo bestiame, e gli conceda una lieta ricolta ; 
tutt' altrimenti nel Carmen s'invoca pressantemente il soc- 
corso della divinità contro una presente calamità, contro 
una pestilenza che allora menava strage. E, si badi, io non 
m'aggiro in circolo vizioso, prendendo a base del giudizio 
estetico la traduzione risultata dalla mia restituzione cri- 
tica e dalla mia ermeneutica linguistica; gli è prendendo 
il Carmen nella condizione in cui ci è tramandato, che esso 
desta una tale impressione. Incurrere in pleores altro non 
può voler dire se non ' colpirne di più '; ìuaerve non può 
se non vogliamo librarci nel mondo delle fantasie, non con- 
tenere un appellativo di un morbo ; il « neve . . . sìns » si 
offre ovvio ad essere spiegato con un ' non permettere '; 
il primo verso dunque offre chiaro il senso: « non permet- 
tere o Marmar che il morbo ne colpisca di più ». JE pos- 
sibile una tal preghiera se non in mezzo all'infuriar d'un 
morbo? Benissimo armonizza col senso di questo verso tutto 
ciò che è chiaro nel verso seguente : il satur e il fiirere del 
terzo verso manifestano questo in modo chiaro, ch'esso con- 
tinua il concetto del verso precedente, dove è detto neve 
siris luem incurrere in pleores. Si arguisce dunque dal primo 
barlume dall'iscrizione riflesso, che il Carmen non può es- 
sere stato scritto e recitato bonae vaìetudinis causa, ma propter 
morbum, ch'esso non possa assolutamente essere una for- 



318 P- G. GOIDANICH 

mula ambarvale, ma debba giudicarsi ispirato dallo sgo- 
mento di una terribile pestilenza e destinato a invocar 
l'aiuto di Marte e dei Lari contro il terribile flagello. 
Queste considerazioni di stile avranno io credo un gran 
peso per chi sia avvezzo a badare oltre la scorza delle cose. 
A proposito di stile, ancora un'ultima difesa ed un'ul- 
tima osservazione. 

Il verso del Carmen Satur fu furere Mars limen sat ista 
herher ' ti basti che infuri o Marte la peste, basti questa 
febbre ', come io lo restituisco ed interpreto, potrebbe forse 
offendere il gusto di alcuno, parergli, dirò cosi, di un li- 
rismo forse eccessivo. E potrebbe, per questo lato, alcuno 
esser indotto a dubitare della plausibilità della restituzione 
e dell' interpretazione del verso. Ma quel sat ista herher, in 
primo luogo, non è necessario prenderlo come 1' espressione 
della stanchezza, dell' irritazione umana contro la divinità, 
il che sarebbe poco conforme allo stile di una preghiera; 
si può invece intenderlo come l'espressione del terrore, 
dello sconforto, dello sbigottimento degli uomini davanti 
la vinta natura, di fronte allo spettacolo triste di una mi- 
serevole strage di morte. In secondo luogo dirò, mal si 
giudica di un componimento letterario antico col paragone 
dei sentimenti morali ed estetici dell'età nostra. A noi 
moderni tutti umili davanti alla divinità certo pare irre- 
verente quel satur fu furere Mars ; ma al sentimento reli- 
gioso degli antichi, alla disposizione dei loro animi verso 
la divinità esso è del tutto consentaneo; espressioni simili 
a questa del Carmen derivanti da una confidenza ingenua 
con la divinità presso gli antichi Italici non fanno difetto: 
saevit toto Mars impius orhe dice Virgilio, e presso gli Umbri, 
nelle tavole Iguvine, Marte s' invoca anche con le fiarole 
Tursa... Martier ' Terror Martis ' (Buecheler, Umhrìca, p. 98). 

Io penso che al lettore sarà balenato più volte nella 
mente per il sat ista herher un grazioso parallelo del nostro 
Carmen con l'ode d'Orazio 1. I, 2. Prescindendo dall'intento 
politico, considerando l'ode nella sua verità effettuale, essa 



STUDI DI LATINO ARCAICO. 319 

è scritta ad procuranda prodigia *), ispirata dallo sbigotti- 
mento che neir animo del popolo e del poeta avevan pro- 
dotto i calamitosi segni dell' ira divina, come il Carmen 
fu, a mio avviso, ispirato dallo sbigottimento nella cala- 
mità di una pestilenza. 

E a questa somiglianza dell' ispirazione fa riscontro e 
in modo veramente impressionante lo scheletro e l'anda- 
mento lirico dei due componimenti. Anche in Orazio al- 
l' invocazione delle divinità precede la manifestazione del 
dolore, e la frase iam satis terris nivis atque direte grandinis 
misit Pater ricorda assai da vicino il gemito antico Satur 
(fuas) furere Mars limen^ sat ista berber del Carmen. 

Io trovo in questa coincidenza formale un argomento 
morale a favore della mia tesi, in quanto dimostra che lo 
stile del Carmen è al tutto confacente alla disposizione 
psicologica degli antichi romani; perchè, sincerità a parte, 
uno e lo stesso era l'ambiente religioso in cui dolorava 
l'antico pio poeta del Carmen e in cui agitava il suo scet- 
tico plettro il poeta dell' Impero. 

P. G. GOIDÀNICH. 



1) Per supplicationes prodigiorum averruncandorum causa cfr. 
Livio, X, 23; XXII, 1; XXIV, 10; XXVI, 23; XXVII, 37; XXXI, 9; 
XXXII, 1, 9; XXXIX, 56; XL, 2. 



' NOMINARE YETAT MAUTEM NEQYE AaNYM YITYLYMQYE ' 

(Cat. r. r. CXLI, 4j. 



Questo luogo è giustamente considerato mendoso. Le 
emendazioni tentatene sono riferite dal Keil nel suo Comm. 
in Cat. d. agri cult. 1. Lipsiae 1894, p. 146 sg. O- Di esse giu- 
dica il Keil: ' in interpretatione vel emendatione verborum 
frustra laboraverunt iuterpretes ' (ib). 

Io propongo questa emendazione: nominare velato Martem 
neque porcum neque agnum vitulumque. Questa mi pare che 
venga spontaneamente suggerita dal contesto del capitolo 
catoniano, che dice cosi : 

Agrum lustrare sic oportet. impera ^) suovitaurilia cir- 
cumagi: ' cum divis volentibus quodque bene eveniat, mando 
tibi. Mani, uti iliaco suovitaurilia fundum agrum terram- 
que meam, quota ex parte sive circumagi iuhes sive cir- 
cumferenda censeas, uti cures lustrare '. lanum lovemque 
vino praefamino, sic dicito: ' Mars pater, te precor quae- 
soque uti sies volens propitius mihi domo familiaeque no- 
strae, quoius rei ergo agrum terram fundumque meum suo- 
vitaurilia circumagi iussi, uti tu morbos visos invisosque, 
viduertatem vastitudinemque, calamitates intemperiasque 
prohibessis defendas averruncesque ; utique tu fruges, fru- 
menta, vineta virgultaque grandire beneque evenire siris, 

1) ' iwmmare vetat matrem neque agnum vitulumque dederat Mo- 
rula, nominare vetant partem sqq. coniecit Gesuerus, hac addita iu- 
terpretatione, partes sacrificii, porcum agnum vitulum, singulatim 
nominare in ipso sacrificio fas non esse, licere autem tum, cum aliquo 
horum litatum non sit. nominare vetas vel vetant porcum sq^q^. Schnei- 
derus. non magis probari poterit quod Luebberto commentat. pon- 
tific. p. 8 visum est, verbis nominare vetat Martem indicari ritum 
sacrificiorum ex pontificum libris ritualibus a Catone petitum esse '. 

2) Questo e i seguenti imperativi che s' incontrano nel capitolo 
sono stati spazieggiati da me. 

14. 10. '902 



P. G. GOIDANICH, CATON. R. R. CXLI, 4. 321 

pastores pecuaque salva servassis duisque bonam salutem 
valetudiuemque mihi domo farailiaeque nostrae : harumce 
rerum ergo, fundi terrae agrique mei lustrandi lustrique 
faciendi ergo, sicuti dixi, macte bisce suovitaurilibus lacten- 
tibus iumolandis esto : Mars pater, eiusdem rei ergo macte 
bisce suovitaurilibus lactentibus esto '. item [esto item] 
cultro facito struem et fertum uti adsiet, inde obmoveto. 
ubi porcum inmolabis, agnum vitulumque, sic oportet : 
' eiusque i) rei ergo macte suovitaurilibus immolandis esto ' 
f nominare vetat Martem neque agnum vitulumque. si mi- 
nus in omnis litabit, sic verba concipito: ' Mars pater, 
siquid tibi in illisce suovitaurilibus lactentibus neque sa- 
tisfactum est, te bisce suovitaurilibus piaculo '. si in uno 
duobusve dubitabit, sic verba concipito: ' Mars pater, quod 
tibi illoc porco neque satisfactum est, te boc porco piaculo ' . 
Il senso di quelle parole nominare vetat Martem neque 
agnum vitulumque, lo si vede cbiaramente ancbe oltre la 
menda, deve essere questo : è da Catone prescritto cbe du- 
rante il sacrifizio non abbiano a pronunciarsi i nomi Mars 
agnus vitulus, e ciò, s' intende, per la litatio. È bene osser- 
vare, innanzi tutto, cbe per una prescrizione di tal genere 
questo è nel capitolo il luogo opportuno. Infatti, se il let- 
lore bene osserva, il capitolo è diviso nettamente in due 
parti: nella prima son date le modalità e le formule del 
sacrifizio, nella seconda son contemplati i casi di invalidità 
del sacrifizio. Ma ' nominare vetat Martem ' cet. non ba senso 
percbè mancberebbe il soggetto. Opportuna invece apparo 
la correzione in veiato, percbè allora il soggetto è il do- 
minus fundi, a cui o per cui son date le prescrizioni di 
tutto il capitolo; una tale correzione appare ancbe spon- 
taneamente suggerita dallo stile del capitolo, cioè dagli 
imp^ativi cbe accompagnano le prescrizioni precedenti e 
seguenti il nostro passo e cbe da me, per l'evidenza, sono 
stati spazieggiati: impera, praef amino, dicito, facito, obmoveto, 



1) JJ eiusque, con ogni probabilità, deve stare per eiusce; l'errore 
può ben essere anche antico molto, cfr. huiusque per huiusce CIL. I, 603 
e simm. 

Studi ital. di filol, class. X. 21 



322 P. G. GOIDANICH, CATON. R. R. CXLI, 4. 

concì'pito (bis). Finalmente si raccomanda la correzione per 
la sua semplicità. Ma non s'intende perchè solo il nomi- 
nare V agnus e il vitulus dovesse invalidare il sacrifizio e 
non anche il nominare il porciLs. Per questo reputo neces- 
saria nel passo l'ulteriore emendazione: neque porcum neque 
agnum cet.; l'omissione delle parole neque porcum nella frase 
neque porcum neque agnum, per la ripetizione del neque, era 
molto facile che avvenisse. 

L'intendimento religioso della prescrizione catoniana 
è assai chiaro : nominando durante il sacrifizio la divinità 
e le vittime si sarebbe incorsi in una profanazione. È una 
delle tante forme dello scrupolo degli antichi nella cele- 
brazione dei loro sacrifizi. 

P. G. GoiDANICH. 



INDEX CODICYM CLASSICOEVM LATINOKYM 

QVI FLORENTIÀE 

IX BYBLIOTHECA MAGLIABECHIANA ADSERVANTVE 

SCRIPSIT 

ALOYSIVS GALANTE 



Pars I (ci. I-VII) 



Erit, opinor, operae pretium codicum latinorum Bybliotiiecae 
Magliabechianae indicem edere, tum quod ipsi codices nonnullius 
fortasse momenti videantnr, tum etiam quod quem catalogum sae- 
culo prosimo superiore loliannes Targioni-Tozzetti et Ferdinandus 
Fossi manu propria exaratum reliquerunt, eo adiuc, nonnusquam 
mendoso ineptoque, pauci tantum uti possent, qui manibus suis 
ipsi pervolverent suisque oculis inspicerent. Hisce de causis nunc 
operis mei primam hanc particulam in lucem proferre visum est, 
quae classicorum tantum auctorum. codices ad fundum qui dicitur 
Magliabecliianum atque Strozzianum (ci. I-VII) pertinentes com- 
plectitur: quibus enim apographis mediae et recentioris aetatis 
auctores prorsus continerentur, ea omnino praetereunda putavi. 
Cum autem, ut interdum evenit, in miscellaneis quos vocant libris 
huiuscemodi latina opuscula recentiora vetustioribus et classicis 
interponerentur, ea quoque mihi ut potui sedulo recensenda exi- 
stimavi, ita ut codicum fere omnium in hoc indice illustra torum 
absolutam quamdam speciem et quasi simulacrum eiEngerem. 

Praesentio tamen, quod equidem nollem, fore ut in hoc opu- 
sculo non panca desiderentur, multa etiam quae corrigere vel im- 
mutare velis reperiantur : sed insolentiae ac .temeritati qua ni- 
mium meis viribus fìsus rem non ita parvam adgressus sum venia, 



324 CODICES LATINI BYBLIOTH. MAGLIABECHIANAE. 

ut spem habeo magnam, fortasse non deerit. Sciat enim qui leget, 
me operam ad id tantum dedisse, ut adiuc fere ignotos codices 
prò virili parte manifestos et exploratos efficerem, et inventario, 
quod losepli Mazzatinti, hisce de studiis optime meritus, una cum 
Fortunato Pintor brevi editurus est nonnihil subsìdii praeberem. 
Eeliquum est ut Baroni Bartholomaeo Podestà bybliotliecario 
humanissimo, nec non Fortunato Pintor suavissimo sodali meo prò 
beneficiis in me ad susceptum opus peragendum liberaliter con- 
latis nunc gratias quam masimas agam. 

Scribebam Floreutiae, kal. Septem.br. mcmii. 

Aloysivs Galante. 



[1] Magi. I, 3. 
1 Anon. grammatica latina, non magni vero pretii, quippe 
quae a qiiodam ludimagistro saec. XV conscripta videatur: 
a p. 66 autem nsque ad 81 Donati Artis Grammat. II 17-III 6 
(Keil, GL. IV, 392 sqq.) exhibet 108 P. Vergilii Ma- 
ronis Aeneidos lib. VI vv. 1-159 116 Index rerum. 

Membran. cm. 16,6X12; pp. 124 num., quarum 119-123 vactiae: 
pp. 1-107 saec. XV, 108 sqq. saec. XYI in. Praefixae sunt duae mem- 
branulae : «) vacua, ^) ' Si te nulla mouet santarum gloria rerum ': 
.p'^ m. ree. ' Questo libro sie di Nicolaio dantonio dormanno - chi lo 
troua render louoglia dame sarà - pagato in bere - Nicolaus Vola- 
teranus (Zacchi) ' . Postrema pag. exhibet alphabetum graecum ; ' Res 
siluii ant' iohannis ' et ' Res siluii zacchis ', ' Res -Guglielmi de 
Guglielmis et etiam siluii de zacchis quia consobrini sunt vale ', 
omnia ab eadem m. exarata; deinde nugae nullius momenti. In po- 
ster, membrana custodiae, post graeca alphabeta, quaedam pretii 
nullius insunt inscripta. In grammat. lat. inscriptiones et initiales 
litterae colorato pigmento exaratae. 

[2] Magi. I, 8. 
Sexti Pompei Festi de significatione verborum, litterae A-N 
usqne ad ' Nequiquam ' (cfr. Bandini, II 627). 

Membran., cm. 31,3X14,5; ff. 101 num., a. 1427: sequuntur 
duo ff. numeris non distiucta: adiectvxm est unum f. custodiae membr. 
in principio, unum in fine. Inscriptiones et litterae initiales rubro 
pigmento exaratae. F. 101'', rubr : ' Hactenus in exenplari reverendae 
vetustatis scriptum repperi Antonius Marii filius florentinus civis tran- 
scripsit Florentiae. nW Non. Angus. M.ccccxxvil. Valeas qui legis'. 
Est hic idem Antonius qui Laur. LI, 5 ' xiii, Kal. Octobr. Mccccxxvii ' 
descripsit, ut patet ex Bandinio II 528 (cfr. Od. Piscicelli Taeggi, Pa- 



326 CODICES LATINI 

leogr. Artist. di Monteoassino, 1882, p. 16). Manus eadem in mg. latinas 
et graecas dictiones addidit. Altera recentior manus antiquos folio- 
rum numeros maiores effecit. Non omnes quiniones litteris distiuctos 
inveni. In foliorum sectione auri vestigia exstant. 



[3J Magi. I, 37. 

1 Anon. grammatica latina, sic fere ut in cod. 1 ; e. 69^-78'^ 
sunt Donati Artis Gramm. II 17-III 6 (Keil, GL. IV 392 sqq.) 
et e. 87-96^ versibus hexametris scriptae, quibus inter e. 91 
' Carmina quaedam differentialia ' leguntur [ine. : ' Dicitur 
esse nepos de nepa luxuriosus ' — expl. : ^ Est bara por- 
corum : uenerabilis ara deorum Prima breuis petit, h. longa 
est sine .h. secunda ' 104 M. T. Ciceronis epp. aliquot 
familiares, scil. (edit. Orelli) II 4, VI 15, VII 4, IX 23, 
XVI 13, 20, 22, 2, XIV 20, 8, 16, XIII 7, 3, 20, 46, 51, 
47, IV 15, 8 (usqne ad § 2), V 18, III 12, II 7, XIII 73, 
X 11, 19 110 Plinii Secundi epp. duo scil. (ed. Gesner, 
Lipsiae 1805) I 11, 6 110^ Excerpta quaedam ex Evan- 
geliis 111 Sententiae quaedam excerptae e Salomone, 
Hieronymo, Aurelio Angustino, Ambrosio, Gregorio 
112 Flores sententiarum e Terentio, Plauto, Cicerone, Sal- 
lustio, Livio, Val. Maximo, Vergilio, Statio, Lucano, Ho- 
ratio, Persio, luvenale, Ovidio. 

Membran., cm. 15,5 X lOj ff- 116 uum., -\- i n. n. (vacua 103', i; 
i'^ fere deletas litteras ostendit) saec. XV. Adiecta sunt singula folia 
custodiae in principio et in fine, quorum alterum in ' recto ' exliibet 
adnotationes grammaticales nuUius pretii, in ' verso ' : ' Queste Regole 
sono Di pandolfo di pellegrino Cattaui che se asorte Lui leperdesi et 
venisino Alemane di unaltro che lui Sapia chie elpadrone quando che 
lui le abia Adoperate quello che gli Piace si ricordi di me che lo perse 
fatta lascritta 1554 ' ; alterum in ' recto ' eiusdem Pandulphi litteras 
(a. 1555); in ' verso ' nugas nullius momenti. Inscriptiones et ini- 
tiales litterae colorato pigmento exaratae. Fuit olim cod. bybliothecae 
Biscionianae, ut patet e foliolo integumento anter. adglutinato, in 
quo etiam liaec typis impressa leguntur : ' Francisci Caesaris Augusti 
munificentia '. 

[4] Magi. I, 40. 

2 Anon. grammatica latina mutila, recentis aetatis 6 P. 
Ovidii Nasonis epistola Sappbus ad Phaonem 11 Anon. 



BYBLIOTHECAE MAGLIABBCHIANAE. 327 

regulae prosodicae, parvi tamen momenti 21^ Porcellii 
ad Cosmam Medicem Carmen [ine: ' Salue honor ausonie 
gentis, spes una nepotum ' — expL: ' prole: deos at mox 
elisiumque petas '] 22 Christophori Landini Carmen de 
Xandra (cfr. Bandini, Specimen Litterat. Florent. I 125 sqq.) 

23 eiusdem Carmen eleg. [ine: ' Ergo sic nostro se- 
uissima pestis amico ' — expL: ' Ossa beatorum spiritus 
arua colit '] 25 Sex. Aur. Propertii Carm. II, 7 

26 ' Martialis coqui ' Carmen [ine: ' Pedicatur heros fellat 
pinus ole quid ad te?' — expl.: ' Sed quid agas ad me pertinet 
ole nihil '] (Mart. Ep. VII 10 ed. Gilbert, Lipsiae, 1896) 

26^ Caesaris Germanici de puero glacie perempto (cfr. 
Bàhrens, PLM., IV 103) ibd. lohannis de Prato carmen 
[ine: ' Indolis egregie iuuenis cui maxima cQ,li ' — expl.: 
' Signati. te corde uale semperque tenebo '] 27 Anon. 
prosodicae regulae latinae, nullius fere pretii 44^ An- 
tonii Monticuli de Faventia versus [ine: ' Ne me autem 
possis ingratum dicere forsan ' — expl. : ' Et decus ex . . . 
(Zac): famamque ad sydera tolle '] 45 Ex Auli Gelili 
Noct. Att. Ili 8 epistola CI. Quadrigarii 45^ Guarini 
Veronensis argumenta Satirarum luveualis (cfr. Fabricius, 
BMIL., IV, 121) 46 Anon. quaedam de vocibus, syllabis 
et alpbabeti litteris [ine: ' Vocum alia licterata alia in- 
licterata. Vox licterata est ' — expl.: ' y autem solummodo 
in dictionibus peregrinis utimur ' ] : non sunt Gasparini Bar- 
zizii, ut ait dubitanter Bandini II 626, ii, quod sunt etiam 
in cod. Magi. I, 2, quo de cfr. Rajna, De vulg. eloq. (Floren- 
tiae, 1896) p. cxlviii 53 Donati Artis Grammaticae II 17- 
III 6 (cfr. Keil, GL., IV 392 sqq.) 59 Caroli Marsuppini in 
Leonardum Aretinum elegia (cfr. Carm. illustr. j)oetar. ital., 
Florentiae 1720, VI 267 sqq.) 63 Leonardi et Caroli Are- 
tini epitapbia 63^ eiusdem Caroli Marsuppini (quo de 
cfr. Mazzuchelli, II 1001 sqq.) latina versio orationis Achillis 
ad Ulixem (II. J 308 sqq.) versibus hexametris [ine: ' Parce 
praecor duris proles generosa laertis ' — expl. : ' Sex iam 
princi<pi>biis danaum mea dieta referte '] 66 Poggii 
epist. ad Petrum de Noceto [' In recessu meo reliqui S. D. 
nostro Eusebio ete '] et ad lohannem Salvettum [' Recipi 



328 CODICES LATINI 

ad (sic) te litteras plenas huraanitatis etc. '] quae inter 
editas Lutet. Paris. 1723 frustra quaesivi. 

Chart., cm. 20 X 13,7 ; ff- (^Q num., saec. XV. Adiectae sunt sin- 
gulae chartae custodiae in principio et in fine. F. 1 praeter quasdam 
nugas possessorum nomina (quibus linea inducta est) ostendit: ' hic 
libar est laurentii demarcho dequona ' et ' hic liber est Roberti johan- 
nis Stephani de corsinis ', quod nomen iterum f. 1' exliibet. Codex 
fuit olim bybliothecae Biscionianae. Exstat autem in foliolo tegu- 
mento anter. adglutinato inscriptio: ' Francisci Caesaris Augusti 
munificentia '. 



[5] Magi. I, 43. 
1 Valerli Probi de notis antiquis liber (cfr. Keil, GL., IV 271) 

2 (Marii Victorini) de orthographia fragmentum (cfr. 
Keil. GL., VI 7 sqq.) cum lacuna inde a 12, 21 usque ad 18, 12; 
a 13, 25 usque ad finem (26, 13) pauca tantum passim ex- 
cerpta leguntur 5 ' Quod repertum est ex petronio Ar- 
bitro fragmentum vocabulorum ' [ine. ' Nitrium dicitur Ani- 
tria ' — expl.: ' inde iubileus remissiuus '] 7 Incerti 
(cod. : ' Remi Flauinii peritissimi grammatici ') de ponde- 
ribus et mensuris carmen (usque ad v. 163 ' aquis ' : cfr. 
Bàhrens, PLM., V 71) 9^ ' Fabii placidiadis Fulgenti! 
expositio Antiquorum sermonum ad Grammaticum . . . (lac.) ' 
(cfr. ed. P. AVessner, Commentat. lenens. VI, 2). 

Chart., cm. 29,5 X 20,5 ; ff'. 13 num. (vacua 4'' et 13') saec. XV ex. 
vel XVI in. Adiecta sunt bina folia in principio et in fine. Omnia eadem 
m. perscripsit, quae etiam rubro colore inscriptiones, initialia verba 
et notulas marginales exaravit. F. 9 post carmen de pouderibus etc. 
legitur ' Quod Repertum in codice Antiquissimo non satis emendato ' : 
f. 13 m. ree. nomen possessoris ' Io: Frane. Zeffi ' exhibet. 

[6] Magi. I, 45. 
1 [Aelii Donati] Grammaticae latinae compendium, quod sub 
titulo ' Donato al senno ' circumfertur (prodiit Floren- 
tiae, 1628) usque ad p. 75 15^ Catonis versus morales 
praevio prooemio in prosa oratione (cfr. Bàhrens PLM., 
III 214, 216 sqq.) 22 Anon. ' liber Ethiopi ' versibus 
hexametris, ut in Laur. LXXXXI sup. 4, iv (cfr. Bandini 



EYBLIOTHECAE MAGLIABRCHIAXAE. 329 

III 746, iv), additis in fine versiculis octo 29^ Aureli! Prii- 
dentii Olementis Diptycbon (cfr. Obbarius p. 300 sqq.) 
34^ Anon. ' liber contemptus mundi ' (cfr. Bandini I 32, xiii) 
42 Theobaldi Episcopi ' liber tres lej ' seu Physiolo- 
gus, ut in laud. cod. Laur. (cfr. Bandini III 745, in), adiectis 
tamen in fine bisce versibus : ' Carmine finito sit laus et 
gloria Christo. Cui si non aliis phaceant (sic) hec metra 
thebaldi ' 48^ Bonvicini de Ripa liber vitae scliolasticae 

(cfr. edit. Venet. 1547) 69 Anon. ' liber exopi ' cum pro- 
logo [ine: ' Ut iuuet et prosit conatur pagina praesens ' — 
expl. postrema fab. : ' Blanditie plusquam dira venena no- 
cent '] 94 Dissuasiones Valerli ad Rufìuum ne ducat 

uxorem (cfr. Bandini II 23, xiv), usque ad ' Phoroneus rex 
qui legum thesauros populis publicare non '. 

Membran., cm. 22X16,1; ff- 96 num. (2r, 68^ 9r-93^ vacua) 
-j- i-lil vacua n. n., tribus manibus exaratus: «) ff. 1-21 saec. XIII iu.J 
^) fF. 22-91 saec. XIII ex.; y) ff. 94 sqq. saec. XIV. In «) capitum 
initiales litterae rubro, in /S) inscriptiones et litterae iuitiales siugu- 
lorum versuum variis coloribus pictae. Praefixa est membrana custo- 
diae, exhibens in ' recto ' quaedam nullius momenti, in ' verso ' 
haec: ' Hieronymus Lagomarsini donavit Biblioth: Coli: Fiorenti 
Societ. lesu An. Sai. 1754 In Bibl: 1 '. 

[71 Magi. I, 50. 
1 Sexti Pompei Festi de significatione verborum litterae A-N 
usque ad ' Nequiquam ' (ut in cod. 2) 39^ Servii Hono- 
rati de finalibus (cfr. Keil, GL., IV 449 sqq.) 42 Donati 
de pedibus, de accentn (cfr. Keil, IV 369-372) 43 "^ [Pri- 
sciani] de accentibus (cfr. Keil, III 519 sqq.). 

Chart., cm. 30,4X20; ff. 48 nura., omnia (et etiam adnotationes) 
ab eadem m. saec. XV exarata. Adiectae sunt duae chartae custodiae 
in principio («, ^) una in fine. Codex exbibet nomen possessoris in- 
scriptum in /? 'Di Luigi del Sen.''*^ Carlo di Tommaso Strozzi 1674 '. 

[8] Magi. I, 50"". 
1 Prisciani Institutionum grammaticarum liber acephalus 
[ine: ' maior alter minor est uitium facit ' — expl.: ' in 
aliis construccionum plerisque idem seruent ': i. e. ]ib. 



330 CODICES LATINI 

XVII, 29-XVIII, 157 (Keil, GL., Ili 126-278)] 62 Notae 
quaedam grammaticales nullius pretii. 

Membran., cm. 18 X 12,3 ; ff. 63 num. : ff. 1-61 saec. XIII, ff. 62-63' 
saec. XIT. Adiectae sunt in principio duae membranae custodiae («, ,^), 
una in fine (y) : in (ì'' et y^ notulae grammaticales quaedam, aliae 
nullins momenti fere abrasae. Codes adnotatioues mg. complures 
einsdem manus, nonnullas antera alterius exhibet: initiales litterae 
variis coloribus pictae. Fuit olim bybliothecae Augustinianorum Cor- 
tonensium. 

[9] Magi. I, 52. 
Prisciaui Institutionum grammaticarum. libri XVI mutili 
in initio [ine: ' incipit eius nomen, ostendit '; cfr. Keil, 
GL., II 8, 15]. 

Membran., cm. 27,5 X 16,5; ff. 101 num., saec. XII, cum singulis 
chartis custodiae in principio et in fine. Deest unum f. in principio : 
f. 88 antea distinctione per numerum carebat: 40 et 41 numeri duplicata 
folia signabant. Inscriptiones et litterulae initiales colorato pigmento 
exaratae: aliae autem init. litt. (v. e. f. 6^, 31"^, 46, 55, 56, 80^) haud 
inepte Cassinensium monachorum more depictae .sunt. Complures 
manus in interlineis et marginibus adnotatioues addiderunt. Codex 
fuit olim bybliothecae Strozziauae. 

[10] Magi. I, 55. 
Sexti Pompeii Festi de signifìcatione verborum. 

Chart., cm. 21,7 X 14,8; ff. 106 num. (vacuum 106), omnia ab ea- 
dem m. saec. XV exarata, quae etiam graecas atque latinas dictiones 
in mg. addidit. Adiectae sunt siugulae membranae custodiae in prin- 
cipio et in fine. Codex fuit olim bybliothecae Strozziauae. 

[11] Magi. VI, 27. 
M. T. Ciceronis de natura deorum libri tres. 

Chart., cm. 21,7 X l^i^J ^'- 1^0 num. (100^' vacuum) quae omnia 
aeque ac marginales aduotationes m. eadem exaravit, a. 1467. In f. 100"" 
enim subscriptio exstat haec : ' Sextius Nicolaus scripsit dorai Cauu- 
sianorum die iii^ mensis Martii icccc . lxvii '. Inscriptiones et notae 
quaedam rubro colore exaratae: librorum initiales litterae auro et 
coloratis pigmentis ornatae. F. F, inter huiuscemodi ornamenta, Ri- 
dolphorum gentis signum exhibet. In membrana, cum tegumento an- 
teriore conglutinata, exstat inscriptio: ' difrauc" de» dimes. L" ri- 
dolfi. T. denat. deorum '. 



BYBLIOTHECAK MAGLIABECHIANAE. 331 

[12] Magi. VI, 88. 
M. T. Ciceronis epistolae aliquot familiares, cum italica 
versione anonymi: scil. X 32 (usque ad ' seditionera fece- 
rint '), 33 (ab ' Atque utinam eodem s. e.' ad finem), 35, 
34, XI 1-9, 11-26, 28, 27, 29, XII 1-14, 15 (usque ad ' quae 
res nos uehementer fefellit '). 

Chart., cm. 22,5 X 16,6; £f. 95 num. (F et 95'' vacua), saec. XVI in. 
Ciceronis -epp. latine in ' recto ' tiniuscuiusque folii inde a 2 in- 
scriptae sunt: italico autem in ' verso ' inde a 1^. Adiectae stint sin- 
gulae chartae custodiae in principio et in fine : in chartula tegumento 
anteriori adglutinata inscriptio typis impressa legitur: ' Francisci 
Caesaris Augusti munificentia '. 

[13] Magi. VI, 123. 
M. Fabii Quintiliani Institutionis oratoriae libri I fragmen- 
tum (inde a e. 1 ' bona facile mutantur in peius ' usque 
ad e. 5 ' uitium quod fit singulis uerbis sit barbarismus '). 

Membran., cm. 31,9 X 23 ; ff. 6 num., saec. XV, cum singulis 
chartis custodiae in principio et in fine. 



[14] Magi. VI, 124. 
' Variorum opuscula philologìca ' nimirum 1 ' Franci- 
scus barsellinus Bernardo oricellario ' [ine. : ' Postulatur 
a te iamdiu uel potius efflagitatur ' — expl.: ' Commenda 
me Bernardo Vectorio et petro guicciardino. Ex urbe 
vij idus lulias M.ccccLxxv '] ' 8 In Martiani Min. Fe- 
licis Capellae nuptiale carmen (Remigli Antisiodoreusis) 
glossae, ut infra, cod. VI, 177: usque tantum ad verba 
' Neaca nesca autem subsequendo ' 14 lohannis de Griffii 

' Pro Cesarie ' autograph. ut videtur [ine: ' Quis ille est 
qui meas perstrepit ad aures ' — expl. : ' Viuat igitur 
Aurea CQ,saries, crines nodentur in aurum '] 17 Anon. 

oratio in principio lectionum [ine. : ' Intermissus paucorum 
dierum cursus ' — expl. : ' inter auditorum suorum plausus 
discessit. Finis P. F. He.']. 

Chai-t. misceli.; ce. 8-13 (quarum vacuae 11 sqq.) cm. 29 X 1^)2; 
saec. XVII. 



332 CODICES LATIXI 

[15] Magi. VI, 128. 
[M. T. Ciceronis] EhetoricoriTm ad Herennium (cod. ' Ad 
aticnm Amicum suum ') libri IV. 

Chart,, cm. 21, 6X 14,6 ; flf. 70 num. (TO'" vacuum) saec. XT. Adiectae 
sunt siugulae membranae in principio et in fine, quae custodiae cod. 
inserviant: altera vero integumento ligneo adglutinata. Inscriptiones, 
lectiones marginales complures, initiales litterae colorato pigmento 
exaratae. Exstant (praesertim in cod. ff. 1-8 et 12-35) in mgg. et in- 
teri, adnotationes, charactere ut plurimum minuto perscriptae, quas 
fere omnes manus altera addidit. Prior membrana custodiae in ' recto ' 
et in ' verso ' uugas quasdam nullius fere momenti praebet. In te- 
gumento anteriore legitur inscriptio: ' Dalla Segreteria Vecchia e 
non già dal Lami - v. Archivio nostro - Filza IX n. xxxv '. 



[16] Magi. VI, 129. 
1 ]\I. T. Ciceronis de inveutione rbetorica libri II (cod. ' rlie- 
thorica ad hermaghoram ') 97^ Grammaticales regulae 
latinae, parvi vero momenti [ine. : ' Quot sunt genera no- 
minum septem Masculinum femininum neutrum commune 
omne promiscuum et incertnm '] 103^' Amerigi Corsini 
elogium in Nicolaum Martellum [ine. : ' Quid misere ex- 
tinctum quaerulis deflemus amicum ' — espi.: ' Mens redit 
ad sedes celestia regna beatas ']. 

Chart., era. 21 X 14,3, ff. 104 num., saec. XV ex. (ff. 97^ sqq. aliae 
manus exaraverunt), tegum. lign. Adiecta sunt singula folla membran. 
in principio et in fine, in quibus (binis columnis saec. XIII) exstat 
commentarii cuiusdam in SS. Scripturas fragmentum. In cod. manus 
altera marginales adnotationes addidit. In f. 104' rationes privati 
iuris insunt inscriptae. In ' recto ' membr. custodiae posterioris le- 
guntur haec : ' A di 6 dimarco ueni astare adartimino nel 1479'. 
Codex ad Bybliothec. Magliab. accessit ex ' Segreteria Vecchia ' . 

[17] Magi. VI, 131. 
Praeter quaedam italica: 8 Isocratis ad Demonicum oratio 
e graeco in latinum versa (per Lapum de Castelliunculo 
iuniorem) (cfr. Bandini, III 365, et Luiso, Studi ital. VII, 
pp. 290-291) 6^ ' Messalae disertissimi Oratoris ad Octa- 
uianum Cesarem Augustum de progenie sua et olStiis urbis 
Rom^ breue compendium ' (prodiit in Historiae Romanae 



BYBLIOTHKCAE MAGLIABECHIANAE. 33B 

Epit., Amsterod. 1630, p. 292 sqq.) 11^ ^ Descriptio balnei 
Aponi edita a Claudiano poeta ' (ed. Gesner, Lipsiae 1759, 
p. 657) 12^ Tlieodorici regis Aloysio architecto epist. 

quam Aurelius Cassiodorius scripsit [ine: ' Si audita ue- 
terum miracula ad laudem clementi^ nostra ' — expl. : ' ut 
tanti nideamur ruris menia custodire. Vale '] 14 Iso- 
cratis oratio ad Nicoclfin e graeco in latinum versa (per 
Lapum de Castelliunculo iuniorem) (cfr. Luiso, 1. 1.) 
18^ ' Extracta de libro qui dici tur Vasilographia id est 
Imperialis scriptura Quem Erytliea babillonica ad petitio- 
nem grecorum tempore Priami regis edidit etc. ' [ine. : ' Ex- 
quiritis me o illustrissima turba Danaum quatenus graios 
euentus ' — expl.: ' Hos autem in sortem demonum uoret 
auernus '] 23 M. T. Ciceronis paradoxa Stoicorum 
30 Francisci de Zabarellis (quo de cfr. Bandini I 648) sermo 
[ine. : ' Diuina misteria fratres amantissimi ' — expl. : ' re 
ipsa compotes effici largiatur. amen '] 80^ ' Incipit con- 
fìrmatio domini clementis <IV> pape super buUam domini 
vrbani <IV> pape prò secunda feria ' (11 Aug. 1264: cfr. 
Potthast, Regesta Pontijic. Romanor. (Berolini 1874) II, 1538). 

Meinbran., cm. 26,6Xl'if)6; ff. 34 non num. (F vacuum) saec. 
XV in. nitidissime tribus ut videtur manibus exaratus: a) £f. J 32 ; 
/?) ff. 32^-34' et V m.; y) ff. 1^ m.-2^ Praeter tegumenta lignea, ac- 
cedit chartula exhibens indicem in ea quae cod. continenti! r. In- 
scriptiones, subscriptiones et initiales litterae colorato pigmenti exa- 
ratae. Ff. 1-2 palimpsesta sunt Dantis Aligherii D. C. Paracl., e. \'-VI 
(cod. saec. XIV dim.). Codex fuit olim bybliothecae Strozziau.ie. 

[18] Magi. VI, 165. 
i^ [n. n.] rubr. Lotterii Nisii Neronis de Dietisalvis prae- 
fatio in Cic. epistolarum excerpta ii [n. n.] ad euudem 
Platini Piati Mediolanensis (quo de cfr. Argelati, Bibl. 
Scriptor. Medici., 1745, II p. 1107) elegia [ine. : ' Te mea 
lucteri petiisset epistola pridem ' — expl.: ' Gratia: me 
pithyam noueris esse tibi '] 1 eiusdem Lotterii ' ex- 
certa (sic) quaedam M. T. Ciceronis epistolarum ad Len- 
tulum, quae familiares dicuntur ', 18 [23] ' epistolarum que 
gratiarum actiones dicuntur ', 21 [31] ' epistolarum que 



334 CODICES LATINI 

obiurgatori^ dicuntur ' , 22 [37] ' epistolarum qu^ commen- 
datitie dicimtiir ', 29 [53] ' epistolarum quQ, congratula- 
torie dicuntur ' [corr. siip. consolatorie], 33 [63] ' episto- 
larum quQ, consolatorie dicuntur ' 38^ [68^] eiusdem alia 
excerpta e Ciceronis operibus. 

Chart., cm. 28,4X21,5; ff. i-:i non num., 1-47 num. (quorum 
vacua 17 \ 19-20, 26 '^-28, 31-32, 41 sqq.) numeratione vero perturbata, 
quippe quae maioris olim voluminis folla antea signaret. Inscriptiones 
et initiales litterae rubro pigmento exaratae. Quam rationem secutus 
sit Lotterius hic de Dietisalvis in Cic. epistolis excerpendis, cum e 
praefatione e. i^ (die primo maii 1462), tum e brevi specimine patet, 
quod exempli causa hic appono: eh. 1 Cic. ep. fam. I 4 (cum. lac. in 
§ 2 a verbis ' fictae religionis ' usque ad § 3 ' Ego neque de meo 
studio '), 5 (cum lac. in § 2 inde a ' studia impediret ' usque ad § 3 
' A uobis agentur ') cui adduntur postrema verba ep. 5^ inde a ' Tu 
fac animo forti ', 6 inde a § 2 ' Sed praesta te eum ', 7 (cum lac. 
inde a § 1 ' non praetermittam ' usque ad § 8 ' Gaudeo tuam dis- 
similem '; expl. in § 9 verba ' memoria consulatus tui ') etc. Codex 
fuit olim bybliothecae Strozzianae: f. i'' exhibet enim haec: ' Di 
Luio-i del Sen." Carlo Strozzi 1677 '. 



[19] Magi. VI, 176. 
1 M. T. Ciceronis de inventione rbetorica libri II 56^ ' In 
E-hetoricen Q. Cornificii capita ' (sunt capitum Rhetoricae 
ad Herennium argumenta in ordinem disposita) 57^' [M. 
T. Ciceronis] Rhetoricorum ad Herennium libri IV. 

Membran., cm.l7,4X 12; ff. HO num., saec. XIII omnia ab eadem 
manu perscripta. Adiecta est una charta custodiae in principio, una 
in fine. Libi'orum inscriptiones et singulorum capitum litterae ini- 
tiales colorato pigmento exaratae. Variae manus passim in interi, et 
mgg. adnotationes addiderunt, quarum nonnullae postea abrasae sunt: 
ex. gr. subscriptio in iine (f. HO), quam nugae quaedam nullius mo- 
menti excipiunt. F. llC glossematum quorumdam indicem exhibet. 
In f. 1 ab imo exstat inscriptio: ' Aug.°' Nettuccii est etc. '. Codex 
fuit olim bybliothecae Strozzianae. 

[20] Magi. VI, 177. 
1 M. T. Ciceronis de partitione oratoria dialogus 14 <Re- 
migii Antisiodoreusis) glossae ad Mart. Min. Fel. Capellae 
libros I et II de nuptiis Philologiae et Mercurii. Est antea 



BYBLIOTHECAB MAGLIABECHIANAB. 335 

breve operis summarium [ine. : ' Nuptiale Carmen finxit Mar- 
cianus ' — expl. : ' quia illa de fondamento idest de literis 
disputai, et reliqua '], post quod ' Fabula Mercurii ' [ine: 
' Mercurium negotiis praeesse uolunt eumque ' — expl.: 
' unde lucanus motumque coler cillenius habet ']: liaec ex- 
cipit notitia brevis de auctore et opere 14^ [ine: ' mar- 
cianus genere kartaginensis fuit ' — expl. : ' quae propa- 
latur per sermonis acumina in ipsis quasi competentes 
nuptie ']: exinde 14^ glossae <E,emigii Antisiodorensis) ut 
in Bandini II 538, n 70 Martiani Minnei Felicis Capel- 
lae de nuptiis Philologiae et Mercurii libri I et II (cfr. 
quae de huiuscemodi codicibus Eyssenhardt profert, in edit. 
Lips. 1866, p. xxv). 

Chart., cm. 28,6 X 16)8; £f. i-ii vacua n. n., 1-94 num. (13 vacuum), 
iii-iv vacua n. n., saec. XIV ex. vel XV in. ; madore in super, parte 
corruptus. Adiecta sunt singula folia custodiae in principio et in fine. 
Nonnullas adnotationes in interi, et mgg. eadem et aliae manus 
addiderunt: graeca verba inepte latinis litteris exarata sunt. Codex 
fuit olim bybliothecae Strozzianae. 

[21] Magi. VI, 185. 
' M. T. Ciceronis ad quintum B<rutum?> fratrem liber de 
Oratore ', scil. de Oratore libri III et Orator ad M. Bru- 
tum : 1 De Oratore cum quibusdam lacunis et transpositio- 
nibus, ex. gr. I 128-157, I 193-11 60 [in bis II 19-30 postea 
sequuntur] ; desunt II 245-287 (cfr. Orelli, I 270) et etiam 
III 17-110 (cfr. Orelli, I 297) 55^ Orator ad M. Brutum 
inde a ' multoque robustius quam hoc humile ' (cfr. Orelli^ 
1420: ' Hinc incipiunt codices manci '). De bis omnibus 
cfr. Bandini, II 496 sqq. 

Membran., cm. 26,2 X 18; ff. 1-65 num. (-}- 1. ii vacua u, n.), a. 1418, 
cum binis membranis custodiae in principio et in fine. Inscriptiorubr.: 
capitum litterae initiales variis coloribus depictae. Varias lectiones 
nianixs eadem, alias deinde altera m. addidit, quae item complurium 
defectuum notas scripsit. In f. 65' exstant inscriptiones : ' M, T. Cice- 
ronis ad quintum B. fratrem. Liber de oratore explicit. prò Nobili 
ac Facondo ceterarumque scientiarum peritissimo luuene Matheo 
Simonis pbylippi domini Leonardi de Stro99Ìs de florentia. per me 
Ser Ambroxium Ser lacopi de Marudis de Mediolano scriptus. Anno 



336 CODICES LATINI 

domini Mcccc"xviiJ et die tertia mensis Augusti. Deo gratias. Amen '; 
et haec: ' Histe liber est mei Matthei Simonis philipi destrocis '. 
Folii 1 margo inferior exhibet signum Strozzorum gentilitium, atra- 
mento nonuihil corruptum (cfr. Bandini II 520, cod. xxxvii) et in- 
scriptionera : ' Ex munere R. Dui Ludouici .... fior. 1574. men. iun. '; 
in superiore margine legitur: ' Bened. Varchii '. Cedex fuit olim 
bybliothecae Strozzianae. 

[22] Magi. VI, 197. 

I M. T. Ciceronis epistolae aliquot ad familiares, scil. : 

II 4, 14, IV 5, 6, 12, 9, 10, 11, 13, 14, 15, V 3, 6, 7, 5, 10, 11, 
VI 2, 14, VII 14, 15, 8, 19, 4, 5, 12, 31, IX 9, VII 30, IX 12, 
14, 25, X 1, 2, 6, 4, XIII 16, 17, 20, 23, XII 16, 18, 4, 6, 3, 7, 
XVI 10, 15, 14, 16, 21, 26, XV 20, 12, 14, 13, 8, 10, XIII 43, 
44, V 12, 16, 17, 19, VI 3, V 18, 8, 15, VI 4, 5, 9, XI 16, 
25, 22, IV 3, XI 17, III 9, 13, VI 18, VII 7, VI 22, VII 1, 
VI 19, II 6, VI 11, 13, 12, IV 7, I 6, II 1, 2, VI 16, XIV 11, 
X 7, 9, 19, 27, 35, 13, 14, XI 4, 6; cum hac adnotatione in 
fine : ' Harum epistularum finis Tallii Ciceronis utilium 
electarum per egregium ac virum faraosissimum Gruarrinum 
Veronensem, qiias si diligentissime frequentabis summura 
tibi proculdubio afferei decus, plurimumque vtilitatem. 
Amen '. 47^ Epistolae variae, scil.: ' Guasparrini per- 
gamensis Andreae luliano ' (cfr. Sabbadini, Lettere e ora- 
zioni ed. e ined. di Gaspar. Barziza, Milano, 1886, p. 25. 84) 

48 Leonardi Aretini epistolae (ed. Mehus, Florentiae 1741) 
X 4 quae Panagatho (non Colutio) inscribitur, et I 3 
49 Francisci Pliilelphi Alberto Enoch [ine. : ' Maxima uel- 
lem suauissime frater, ut ea vis '], quam in edit. Gregorii 
(Venet. 1502) frustra quaesivi 49"^ ' Gloriosissimi prin- 
cipis Sigismundi Romanorum imp. per dominos florentinos 
destinata ' [ine. : ^ Serenissime ac gloriosissime princeps 
post humilem recommendationem. Gloria et magnitudo ' — 
expl. : ' Vt gratiam et benignitatem regiam in suis negotiis 
reportent. Datum florentie xi. kal. Majas M''cccc°xxxvii.j '] 
50^' ' Epistola Magnificorum dominorum florentie ad il- 
lustrem et excelsum Dorainum diium francischum fuscha- 
rum Venetiarum ducem ' [ino. : ' Qm per effectum operis 
manifeste deprehenditur ' — expl. ' perfecto atque fìdeli 

21. 11. '902 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 337 

animo iteratis. Datum florentie etc. '] 61 ' Epistola Il- 
lustrissimi principis Phylippi Marie ducis Mediolani ... ad 
Reuerendissimum . . . dominum Nicolaum de Bononia Ti- 
tuli Saucte Crucis dignissimura Episcopum Cardinalem. Ad 
uestri Consolationem etc. Sicuti conclusa est bona amici- 
tia ' — expl. : ' sicut una et tanta res mernit ' 51^ Leo- 

nardi Aretini ep. Ili 5 laud. edit. 53 italica quaedam 

56 Antonii Panormitae (quo de cfr. A. Mongitore, de, 
Scriptoribus Sicul. I 55 sq.) de laude Eljsiae Carmen (cfr. 
Bandini II 192, lix) 56^ eiusdem ' carmina sancti claui 
domini nostri yesu Christi ' [ine: ' yesu Christi pre- 
tiose claue ' — expl. : ' Laus honor. Amen ' ] 57 ' No- 
uus tractatus de compositione Rhetorice editus per Magi- 
strum Gasparrinum pergamensem ' usque ad ' tota autem 
insula modica ' (ed. I. A. Furettus, Romae 1723, p. 11) 
64 Epistola ' Guasparrini pergamensis Andree luliano ' 
eadem ac supra f. 47^ ibd. Guarini Veronensis lohanni 
Lamolae epistola (cfr. Sabbadini, Guarino Veronese e il suo 
Gjnstol. ed. e ined., Salerno 1885, p. 49, n.° 533) 64"" Fran- 
cisci Philelphi Alberto Enoch Zancario ep. (cfr. Bandini 
III 635 xii) 65 Antonii Panormitae Nicolao de Malpiliis 
ep. (cfr. Bandini III 635 xi) 65^ Poggii Guarino Vero- 
nensi ep. mutila (cfr. Sabbadini, Guar. Veron. etc. p. 33, 
n." 324) 66 Sententiae quaedam 68^ ' Epitaphium 
Dantis iior. poetae in urbe Ravennae ' [ine. : ' Inclite fama 
cuius uniuersum penetrat orbem ' — -. expl.: ' Quem genuit 
parui florentia mater Amoris '] 69 (Declaratio Theodor! 
ludaei ad Philippum Argentarium) ut in cod. Laur. LXXXX 
sup. 36 (cfr. Bandini III 515, vn) cum subscriptione ' Pul- 
cherimum explicit opuschulum - 73 Lentuli Consulis Ep. 
de Christo ad Senatum Eomanum, cum monitu praevio ut in 
praef. cod. Laur. (cfr. Bandini III 516, viii) 73^' Epistola 
Filati ad Claudium imperatorem (cfr. Bandini II 609, xiv) 

74 ' Epistola Ignatii discipuli beati lohannis Euangeli- 
ste ad eundem lohannem ' (cfr. Cotelerius, SS. Patrum qui 
temporibus apostolicis floruerunt opera (Lutetiae Paris. 1672) 
p. 941) 74^ Alia epistola eiusdem ad eundem (cfr. Co- 
telerius, ibd.) 75 ' Epistola eiusdem ad Mariam matrem 

studi ital. di filol. class. X. 22 



338 CODICES LATINI 

yesu ' (cfr. Cotelerius, ibd.) ibd. ' Epìstola Beate Marie 
Virginis matris yesu ad Ignatium ' (cfr. Cotelerius, p. 942) 
75^ ' Epistola sanati Geronimi presbiteri ad rusticiim 
monachum de snperandis et mundi istius illecebris fugien- 
dis ' (cfr. Hieronymi Operum (Veronae 1734) T. I p. 926) 
usque ad p. 928 verba ' circuraflectende nauis dictata prae- 
dicat ' 76^ ' forma sententìe late repente contra ye- 

sum Nazzarenum. Nos pilatus vices Cesaris tenentes Con- 
"dempnamus yesum Nazzarenum ilagellari et ad montem 
Caluarium duci et ibidem crucifìgi et in altum eleuari '. 

Chart., cm. Ì21,3X 15,1; ff. '«6 num. (quonxm vacua 62^-63", 67 ""-GS'") 
omnia ab eadem m. perscripta, praeter, ut videtur, f. 66 quo ' senteu- 
tiae quaedam ' contiuentur, -|- i-iv vacua n. n. ; saec. XV. Chartae 
custodiae in principio et in fine adiectae sunt. Omnibus seuionious 
in mg. sup. scriptum est ' yhs ' : quaedam adnotationes passim le- 
guntur. In imo f. 66" exstat rubr. : ' Epistolae Simonis poggini no- 
tarii fiorentini ' (cum rubr. eius sigla iterum in fine quinti et septimi 
senionis repetita) quae postea desiderantui*. Codex fuit bybliothecae 
Strozzianae. 



[23] Magi. VI, 198. 
1^' ' lulius Celsus de bellis ciuilibus e. cesaris 1° IX° ' 
[ine. : ' Tubero cum in africam ueuisset iuuenit in pro- 
uincia ' — expl.: ' eo loco cogit . . . '], mg. ' prò oratione 
Ligaria ' 2 M. T. Ciceronis oratio de imperio Cn. Pom- 
peii 14"^ eiusdem prò Archia poeta 20 prò rege 

Deiotaro 28^ prò M. Marcello ad Caesarem 34^ prò 
Q. Ligario 41^ prò P. Quintio (cum lacuna unius versus 
VI 24-25 inter ' publico ' (sic} et ' pueros ' [cfr. Creili 

II 6, 23] et verbi ' impetrassent ' spatio relieto IX 33 
[cfr. Creili II 8, 31], et item parvo spatio relieto post ^ ui- 
xerunt ' XXX 94 [cfr. Creili II 27, 14], cumque lacuna post 
' questus ' ibd.) 61 eiusdem ' de somnio Scipionis ' 
(= M. T. 0. de republica VI 9-26) 70 Guarini Veronensis 
de diphthongis (cfr. Fabricius, BMIL, VII 120) 74 <Fran- 
cisci Philelphi oratio in initio lectionum) ; cfr. Baudini 

III 295, Lviii 74'' ' eiusdem oratio in principio lectionis 
ethicorum ' (cfr. Bandini ibd. lix) 78 Lepidi Comici 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 339 

<scil. L. B. Alberti) Philodoxios fabula (edid. Aldus j\Ia- 
nutius, Lucae mdxxciix ; cfr. Fabricius, BMIL, III 352, qui 
eam tribuit Carolo Marsuppino, auctore Eyb: at cfr. etiara 
Mazzuchelli I 316, et P. Balmann, Die latein. Dramen der 
Italìener etc. in Centralbl. flir Bibliothekswesen, XI (1894) 
p. 174) 90 Regulae prosodicae et metricae, parvi mo- 
menti [ine. : ' Omnes pedes quibus uersus conficiuntur aut 
sunt duarum aut trium ' — expl. cum exemplis syllab. 
brevium ' bubulus sodalis '] 97^ <P. Ovidii Nasonis epi- 
stola Sappbus ad Pbaonem) 102 ' lannotii Manetti ora- 
tio funebris in solemni Leonardi Historici ac Poetae Lau- 
reatione ' (cfr. Leonardi Bruni Epistolarum libri VIII recens. 
Laur. Mehus (Florentiae 1741) I, lxxxix sqq.). 

Chart, cm. 21,6 X 1^,5; ff. 125 num. (vacua l"", 60, 68, 69 [quibus 
inter tf. quattuor abscissa sunt], 76 \ 77, 97'", 101^, 125', post quod 
ff. quattuor abscissa), saec. XVj variis manibus ©xaratus. Praeter 
cvistodias chartaceas in principio et in fine, exstat in princ. custodiae 
membrana, itemque ff. 61 et 69 membranacea sunt. Inscriptiones et 
litterae initiales nonnullae colorato pigmento exaratae. Adnotationes 
in Cic. orationes duae vel tres manus passim addiderunt. Codex fuit 
olim bybliotbecae Strozzianae. 

[24] Magi. VI, 203. 
1 ' Incipit Orthographia Guas<parrini Barzizii) ' ' Quo- 
niam recta scriptura quam gr^ca appellatione Orthogra- 
phyam dicimus ' — expl. : ' In uel con L uel R composito, 
sibi mutant '; cui sequuntur quaedam de praepositionibus 
' Ad dicit proximitatem idest approximatiouem ' — 'Se 
dicit separationem ' 24^ ' De Quattuor temporibus la- 
tinorum doctorum, quae post Romam conditam fuerunt ex. 
clen. card. Quatuor uidentur post romam conditam — quem 
cicero fuisse primum eloquentem affirmat ', m. ree. 
25 ' Declamatio Collutii pieri Cancelarii fiorentini ' (cfr. 
Bandini III 703, xiv), praefixis vero bis verbis: ' Lucretia 
spurii lucretii filia et colatini tarquini uxor a sexto Tarquinio 
regis tarquiuii filio per uim cognita, ipsa consentiente solum 
infami^ metu : ne Tarquinus sicut minabatur sibi occise 
iugulatum seruum in lecto sotiaret. uocatis ad se patre et 



340 CODICP^S LATINI 

viro eis rem narrat. Vltionem iniiìriQ, promitti facit, et 
demnm uult se Decidere : uetant pater et coniunx ' 
25^ ' pars altera eiusdem declamationis ' (cfr. Bandini, 1. 1.) 
26^ ' Oratio legatorum barbarorum ad C^sarem. qui ad 
genua prouoluti: uerba in hanc fecere sententiam. In comen- 
tariis ' [ine. : ' Farce C^sar parce. Neqne propter degeneres 
actus nostros ' — expl. : ' dum ille perierit '] ibd.-ST'' 
' Responsio C%saris ad praedictos legatos ' [ine: ' Ad h^c 
C^sar. Et anno altero primi furentum ' — expl. : ' similem 
clementiam inuenernnt ']: sunt excerpta ex lulii Gelsi Com- 
mentariis de Vita lui. Caesar. 1. YIII (cfr. C. I. C. Op. Lugd. 
Bat. 1713, p. 132-133) 27 ' Rhetorica Guasparini perga- 
mensis ' (cfr. edit. los. Alex. Furietti, Romae 1723, pp. 1-15) 
adiectis vero in fine bis verbis : ' Hq,c qu^ subduntur ab or- 
dinis ratione resecata fuerant. quQ, quoniam nobis perneces- 
saria uisa sunt : nullo pacto pr^termittenda putaui. Quod s. 
boc relatin is ea id inmediate post suum antecedens colloce- 
tur — Cicero tum natura, tum consuetudine ad omues res 
honestas fiammato studio rapiebatur ' , quae in praefata edit. 
prorsus desiderautur 33^ Differentiae sermonum (cfr. 

Keil GL. Suppl. p. 275 sqq.) cum bac adnotatione rubr. 
in principio: ' Reperi autem in antiquissimo codice libellum 
de dififerentiis fuisse Oiceronis non satis mihi constat. quia 
tamen utilis uisus est et bue explanandum deduxi. b^c 
nerba sunt Collutii Oancelarii fiorentini de difPerentiis Oi- 
ceronis in rebus dubiis ', et nonnibil ab editis interdum 
diversae 41 Series praepositionum, adverbiorum, inte- 
riectionum et coniunctiouum, italica versione singulis vo- 
cibus adscripta 44^ Index verborum quae in ' differen- 
tiis sermonum ' (v. supra) recensita sunt 46 anon. epistola, 
[ine: ' Cum redeunti mibi ex scbolis ser Georgius berus 
meus litteras tuas redderet ' — expl. : ' secund^ epistola 
materiam tuam non defuturam certe scio. Vale '] 46^ Ri- 
nuccii Aretini (cuius praecedit epistola ad Laurentium de 
Columna) latina versio epistolarum Bruti (cfr. R. Hercher, 
Epp. Graeci, Paris. 1873, pp. 177 sqq.) ut in Bandini II 
416, III 55 anon. epistola mutila de obitu lohannis La- 
molae [ine: ' Materiam dolorosam atque lugubrem boc tem- 



BTnBLIOTHECA-E MAGLIABECHIANAE. 341 

pore tibi scribendi ' — expl. : ' beneuiuendi rationes ac- 
cepisse. Qnamuis uero '] 56 Verborum synonymorum 

series alphabetico ordine digesta [ine: ' Abditum. opertum. 
obscurum. absconditum. obumbratum etc. ' — expl. : ' Vel- 
latiir. operitur prestolatur. Expectat, Substinet ']. 

Chart., cm. 20X14,7; if. 62 num., SJiec. XV, custodiae chart. 
Inscriptiones, litterae initiales et adnotationes mg. rubro pigmento 
exaratae. Ff. 1-45 antea 81-125 iiumeris distincta fuerant. F. 62^ no- 
tulae quaedam nullius momenti de genere nominum leguntnr. Ce- 
dex fuit bybliothecae Strozziauae. 

[25] Magi. VI, 205. 
1 Pii pp. II historia de duobus amantibus (cfr. edit. Venet. 
per Io. Bapt. Sessam, 1504), praefixis vero eiiisdem epi- 
stolis ad dominum Guasparem Novicastri Caesariiim Can- 
cellarium et ad dominum Marianum (cfr. Aeneae Silvii Pic- 
colominei Opera omnia, Basileae 1551, pp. 622, 623) 
60 <P. Ovidii Nasonls epistola Sapphus ad Phaonem). 

Chart,, cm. 16,7 X 11)6; ff. 64 num. (vacuum 59"^), saec. XVI in., 
cum duplici custodia chart. in principio, et singulis membranis co- 
riaceo tegumento anteriori et posteriori adglutinatis : quarum altera 
quaedam abrasa, altera quaedam nullius pretii exhibet. Inscriptiones, 
initiales litterae et nonnullae adnotationes rubro pigmento exai'atae. 
Prior charta custodiae, praeter quaedam nullius momenti, haec osten- 
dit inscripta: ' + 1612 - Celli Heredi d'And.* di Raff. di Rin." di 
Niccolò Giu.gnj '. Codex fuit olim bybliothecae Strozzianae. 

[26] Magi. VI, 208. 
1 M. T. Ciceronis de officiis libri III (om. verba I 13, 40 
' Seciuido autem — approbavit '; cfr. Creili IV 652, 20), 
cum auon. adnotationibus praesertim in lib. I 104 Ci- 
ceronis epistolae tres ad fam., scil. I 6, IV 5, 6 (usque ad 
' Sed cum cogitarem '). 

Chart., cm. 21,3X14,7; ff- 104 num. (vacuum 7") -j- i-vi vacua n. n., 
saec. XV, cum custodiis chartaceis in principio et in fine. Praefìxum 
est post anteriorem custodiam folium membran., in quo narratiuncula 
haec legitur: ' 2* die aprilis 1469 ante quintam horam somnium feci 
accepi canora iuuenem idest catellum et vi compellebara mauduare et 
intingere in catinum cum ursulo et cum noUet comedere reddidi eum 



342 CODICES LATINI 

verberibus assuma costam (?) nec lamentabatur sed contorquebat ue- 
mentcr se '. Cic. de off. duae manus perscripserunt, a) ff. 1-7 "", 
jS) flf, 8 sqq., quariim altera passim capitum rubricas adiecit. Adno- 
tationes autem plerasque tertia manus exaravit. Codex fuit byblio- 
thecae Strozziauae: foliolum enim antefixum exhibethaec: ' Di Luigi 
del Seu/« Carlo di Tommaso Strozzi '. 



[27] Magi. VI, 220. 
Anicii Manlii Severini Boetii de philosophiae consolatioue 
libri V, ex editione qnae Florentiae per luntas a. 1507 
prodiit descripti. 

Chart., cm. 13 X 10; ff. 127 num., saec. XVI, cum singulis chartis 
custodiae in principio et in fine. Inscriptiones et adnotationes non- 
nullae rubro pigmento exaratae. In fine (f. 127^') codex praebet ' er- 
rata quaedam ', ad editionem luntinam pertineutia, dviobus cliartis 
fortasse carentia. Codex fuit olim Abbatiae Florentinae. 



[28] Magi. VII, 85. 
1 Magistri Guglielmi Aretini (quera apud Mazzuchelli fru- 
stra quaesivi) dififerentiae serinonum, versibus hexametris 
[ine: ' Est deus eternus nostro de corpore diuus ' — expL: 
' Assiduis annis uetus est: labor ipse senescit '] 16 [P. 
Vergilii Maronis] Moretum 18^ Lactantii Firmiani Car- 
men ' de resurrectione domini lesu Christi ' (soli, carminis 
' de Pascila ', ed. Bipontinae (1786) II 441, vv. 1-100, prae- 
positis vero vv. 39-40) 21 Anon. Carmen de partibus 
orationis et de differentiis verborum [ine. : ' lam uacat 
intendit caret licet ac uacuum dat ' — expl. : ' Subleuat 
beo animum rationis utque carentem '] 37 ^ Seruii mauri 
bonorati gramatici optimi de quantitate silabarum ' (= S. H. 
de finalibus, cfr. Keil GL. IV 449 sqq.). 
• 

Chart., cm. 21,5 X 14,7; ff. 40 num. (vacuum 40"'), saec. XV tribus 
manibus exaratus: «) &'. 1-20; jS) 21-36"; y) 37-40. Adiectae sunt chartae 
custodiae in principio et in fine. F. 15" exstat inscriptio: ' Expliciunt 
differentie Magistri Gulielmi Aretini Am(en) iste difFerentie sunt 
Francisci Mattei Sergucci de Ortignano. finis. Amen. Amen '; et f. 18: 
' Explicit Moretum Virgilii quem ego Donatus scripsi Amen '. F. 20' 
nugae quaedam nullius momenti manu /S) exaratae leguntur. 



*\ 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 343 

[29] Magi. Vir, 144. 
CI. Claudiaui opera quaeclam, scil. 1 In Rufinum libri II; 
deest praefatio quae fertur libri II 12^ de tertio consu- 
latu Honorii Augusti 15^ de quarto consulatu Honori Au- 
gusti 23"*" de consulatu FI. Mallii Theodor! 28 in nuptias 
Honorii Augusti et Mariae Fescennina 29^ in nuptias Ho- 
norii et Mariae praefatio et Carmen 34 de bello Gildo- 
nico liber cum prooemio quod fertur libri II in Rufinum 
(v. supra) 41 de laudibus Stilichonis libri III 5G^ de 
sexto consulatu Honorii Augusti 65 in Eutropium libri II 

80 de bello Getico liber 89 in consulatu Probini et 
Olibrii fratrum panegyricus 92 carmen paschale (quo de 
cfr. Teuffel, (Lipsiae 1890) p. 1128, 7) 92^ in lacobum 
magistrum equitum epigramma. De hoc codice {F) cfr. Th. 
Birt, Mo7i. Gemi. Hist. (Berolini, 1892) pp. cxxii et clx. 

Membran., cm. 22,6 X 11>1 5 ^- 92 uum., saec. XIII. Adiectae sunt 
binae membr, custodiae inter se adglutinatae in principio et in fine; 
anterioribus sequitur membranula cum notis de re astronomica in 
' verso '; in ' recto ' autem haec de Claudiano poeta exhibet: ' Iste 
auctor intendit promouere stiliconem et extollere laudibus rufinum 
autem uituperiis suprimere (?) ', et alia manu: ' lunotuit Claudianus 
tempore Theodosii imp. circa an. 397'. Posterior membr. custodiae 
in ' recto ' ostendit initium expositionis cuiusdam in Claudianum, 
cuius breve specimen emendatum ut potui hicappono: ' Priusquam 

accedamus ad lictere expositionem uideamus .... C^ pascitur inu .... 
niuentibus inuidetur. Claudiano autem non sic contigit. Iste siqui- 
dem post mortem . . suam (?).... uatur a quibusdam annumerar! 
inter poetas. quidam enim non intelligentes uersus difficiles in clau- 
diano. dixerunt eum esse non poetam. et quasi per inuidiam honorem 
et nomen poeticum sibi subtrahentes inpericie sue ita prestabant 
solatium. Contra quos probatur auctoritate duorum uirorum fuisse 
poeta, auctoritate s. seruii in cemento quod scripsit super marcianum. 
ubi dicit eum poetam egregium. et auctoritate horosii. in diuina pa- 
gina multum excellenti, qui dirigens epistolam aug."* ad honorem 
theodosii imperatoris chatolici scripsit sic. Vnde ille poeta egregiiis. 
paganus autem peruicacissimus dixit etc. '. Cod. litt. init. aliae auro 
variisque coloribus Cassinensium more illuminatae, aliae tantum 
colorato pigmento depictae. ' Scholia admodura panca, in . . . panegy- 
rico nulla. Correcturae omnes fere manui 1 debentur praeter illam 
in V. 259 ' Birt. Codex (ut patet e membranula in principio) fuit a. 1599 
Fani Alialdi Massimiliensis : f. 1 ab imo exhibet autem inscriptionem: 
' Ioannes Priceus emi Genève 1632 '. 



344 CODICES LATINI 

[30] Magi. VII, 198. 
D. Iimii luvenalis Satirae I-XII (duodecimae vero tantum 
vv. 1-13). Satirae VI desunt versus, quos E. 0. "Winstedt 
recens invenit in cod. Bodl. Oxf. (Canon. XLI). 

Chart., cm. 21,1 X 1^6; ff. 48 num., saec. XV ex., cum foliis cu- 
stodiae in principio et in fine. Tertio quaternioni quartus praepositus 
est. In prima tantum charta complures aduotationes (nonnullae etiam 
rubr.) in mgg. et interi, leguntur. 

[31] Magi. VII, 260. 
P. Ovidii Nasonis Fastorum libri V (libri quinti vero tan- 
tum vv. 1-305). 

Chart.. cm. 21,1 X l-i,'< ; ff- ^73 num. + i-v vacua n. n., saec. XV ex., 
cum chartis custodiae in principio et in fine. Quinionis alterius prima 
et postrema charta desunt, ita ut libri I vv. 485-534 et libri II vv. 207-256 
desiderentur. Aduotationes paucas eadem et aliae manus addiderunt. 



[32] Magi. VII, 276. 
1 A. Persii Flacci satirae VI cum prologo 34 Q. Ho- 
ratii Flacci epistolae ad Pisones (de Arte Poetica) vv. 1-68 

37 D. lunii luvenalis Satirae XVI in V libros distin- 
ctae (primae vero satirae desunt vv. 1-81, duabns chartis 
abscissis; et satirae XV praemittitur XVI, qua de re cfr. 
Bandini II 154 xxix, 155 xxxi, 156 xxxiii, 157 xxxvi et III 
768 XXXI 2, 769 xxxi 3). 

Merabran., cm. 1(3,3 Xll»^; pp. 216 num. (quia 59 et 60 numeri 
omissi sunt), saec. XV eadem manu exaratus, praeter pp. 34-36, quibus 
epistolae horatianae fragmentum continetur. Adiectae sunt binae 
chartae custodiae in principio et in fine : anteriorum altera in ' verso ' 
exhibet indicem in ea quae codex complectitur, nulla tamen men- 
tione inlata de epistolae ad Pisones fragmento. Inscriptiones et ad- 
uotationes nonnullae rubro, litterae initiales caeruleo pigmento exa- 
ratae. Passim variae manus reco, in mgg. et interi, aduotationes 
glossas et lectiones diversas addiderunt. 

[33] Magi. VII, 315. 
1 Decimi Magni Ausonii Carmina admixtis nonnulHs epi- 
stolis (cod. vero ' Caii Solili Sidonii Apollinaris panagiri- 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 345 

corum liber incipit '); sunt haec opuscula sic disposita, ut 
patet e R. Peiper edit. (Lipsiae 1886) p. lx sqq. ; codex est 
enim familiae Z, et ' cum Urbinate [649] ita conspirat, ut 
omnes ex eodem libro descriptos esse appareat ' (cfr. Peiper, 
o. 1., p. Lxxvi, Scheukl, Mon. Gervi. Hist. (Berolini 1883) 
p. XXV ; Bandini II 103 et 534) 120 ' Caij Sollij Sidonij 
Apollinaris Panagiricorum ', i. e. Decimi M. Ausonii opu- 
sculorum index, saec. XVII exaratus 128 ' Index poe- 
matum Ausonii ', i. e. panegyricorum Sid. Apoll. ead. m. 
ac supra perscriptus 129 Sidonii Apollinaris carmina, 
scil. (edit. Venetiis, I. B. Albritii, 1774) 1-15, interposita 
suo proprio loco epist. ad Polemium, 17-20, 16, 24, epist. 
ad Pontium Leontium, 22, 23; cfr. Luetjotiann, Mon. Germ. 
Hist. (Berolini 1887) p. xx. 

Membran., cm. 25,4 X ^'^ì'^] PP- 272 num. (quarum vacuae 125-127 
et 270-272), saec. XV, cum membrauis custodiae in principio et in fine. 
Prima codicis pagina, auro variisque coloribus (ut p. 129) elegan- 
tissime illuminata, stemma nescio cuius familiae, nunc omnino abra- 
sum, exhibebat. Inscriptiones et initiales litterae singulorum opu- 
sculorum colorato pigmento exaratae. Quotquot in Ausonii carmi- 
nibus graeca verba insunt, omisit codicis scriptor, spatio relieto. In 
foliorum sectione auri vestigia exstant. 

[34] Magi. VII, 384. 
1 P. Vergilii Maronis eclogae X 16 eiusdem Georgicon 
libri IV, quorum primo manus ree. argumentum lieptasti- 
chon praeposuit 55^ eiusdem Aeneidos libri XII (libri 
vero XI vv. 1-623, quibus, nullo praeterquam recenti di- 
stinctionis signo, adiciuntur libri XII vv. 337 sqq.) cum 
argumentis hendecastich. in singulos, exceptis tantum primo, 
cui praemittitur exordium * lUe ego qui quondam etc. '; 
tertio, qui habet argumentum decasticbon, et duodecimo 
cum XI, ut supra dictum est, coniuncto. 

Membran., cm. 25,5 X 17,1 ; ff. 222 num., saec. XY, sino custo- 
diis cum coriac. tegumento origin. F. l"", Inter elegantes picturas 
auro variisque coloribus illuminatas, stemma exhibet Albertorum 
gentis ; nomen quoque possessoris aderat, omnino nunc abrasum. 
F. 222^ m. jDaullo recentior, quae ' Explicit. Deo gratias ' exaravit, 
subscriptionem addiderat, cuius, nunc erasae, tantum exstant haec: 



346 CODICKS LATINI 

'nel M.cccc." LXJ ° ' . Inìtiales litterae auro variisque coloribus de- 
pictae sunt. Adnotationes complures passim una atque eadem manus 
addldit ; recentior autem m. folia numeris distinxit, iudicem in omnia 
quae codice contineutur in f. 222" adiecit. 

[35] Magi. VII, 721. 
Inter quaedam carmina italica haec latina exstant: 34^ 
Anon. elegia [ine: ' Noli te tantum Quintine affligere 
noli' — expl. : ' Yir bone qnocl coniunx sic tua mecha 
queri '] 35^ Anon. (eiusdem?) elegia [ine: ' Oro tuum 
vatem serua o pharetrate cupido ' — expl.: ' Ad nos sub- 
missas porriget ille manus '] 36 Anon. ' Isotta estensis 
nympha lUustris Vrbinatem ducera ferro peremptum spon- 
sum ac coniugem suum deflet: eiusque sortem iiebiliter 
miseratur ' ut in cod. Laur. XCI sup. 43, e. 4^ sq. (cfr. Ban- 
dini III 808) 37 P. Ovidii Nasonis Artis Amatoriae li- 
bri III 77 (eiusdem Eemediorum amoris libri vv. l-26> 

83 Anon. quaedam disticha [ine. : ' Vsque nouos solens 
quamuis memorare triumphos ' — expl.: ' Atque leges te- 
nui carmina eulta lyra '] ibd. duo disticha inscripta ' Hi- 
las poeta ' [ine: ' Si steriles tacuere din Leonelle camene ' 
— expl: : ' Ora rigant fusis pallida lacrimulis ' 84 Anon. 
versus hexametri [ine. ' Eegum sancta parens altoque e 
sanguine ducis ' — expl. : ' Detinuit totiens propulsa su- 
perbia celo '] 150^ lohannis Carpensis disticha quaedam 
[ine. : ' Quisquis dirceo summis de fonte liquores ' — expl. : 
' ipsa tamen leta suscipe tu facie ']. 

Chart., cm. 19,9X1'^)^') ^- ii vacua, 1-157 num. (quorum vacua 
77^-82, 83 ^ 8■l^ 89-89 ''i', 117, 149, 153^-155), saec. XV, cum chartis cu- 
stodiae in principio et in fine, et tegumento membr. Inscriptiones et 
quaedam initiales litterae rubro pigmento exaratae. F. 76" exhibet 
inscriptionem : ' Publii Ovidii Nasonis liber de arte amandi feliciter 
explicit. per me Iwuweix bonisium ad honorem dei et gloriosissime 
eius matris marie semper Virginis nec non beatissimi hieronjmii to- 
tiusque curie triumphantis die 7 octobris 1450 uigente tunc temporis 
Lucretia casta decoraque ' i. e. Lucretia Bonisia Veneta, cuius in 
honorem collecta haec carmina sunt. Eiusdem lohannis (cuius manu 
fere omnia quae cod. continentur conscripta sunt) est adnotatio f. 150", 
ex qua coustat Leonellum Estensem kal. octobr. 1450 naturae con- 
cessisse; eodemque die Borsum eius fratrem principatum obtinuisse. 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 347 

In f. II exstat inscriptio : ' 1473. Questo libro^ sie de ms. domenego 
fìolo che fue de Andrea de lionardo diapitio (?) de Alemagnia etc. . . . ' . 
In foliolo integumento anter. adglutinato impressa haec sunt: ' Fran- 
cisci Caesaris Augusti munifìcentia '. Fuit olim codex bybliothecae 
Gaddianae, n. 876. 



[36] Magi. VII, 823. 
D. lunii luvenalis Satirae XVI cum anon. adnotationibus 
in mg. et interi. 

Chart., cm. 22,2X14,8; ff. 92 num. + i-n vacua, saec. XTI in., 
cum custodia in principio : in fine tantum charta integumento ad- 
glutinata, Satirarum inscriptiones et initiales litterae quaedam rubro 
(at fere nunc evanido) pigmento exaratae. Adnotationes et scholia 
duae raanus scripserunt, quarum altera satiras perscripsit. F. 83"" 
(sat. XIV, 175) rubr. leguutur Pseudophocylid. vv. 42-47 (Bergk, 
PLG., II 461). Foliolo qui tegumento anteriori adhaeret, impressa 
haec sunt: ' Francisci Caesaris Augusti munifìcentia '. Codex fuit 
olim bybliothecae Biscionianae. 



[37] Magi. VII, 932. 
Var. Codicnm membran. fragmenta, scil. I P. Terentii Afri 
Hecyrae: «) I 2, 54-118, /5) III 1, 34-3, 11 II L. Annaei 
Senecae Herculis furentis: a) IV 1011-1065, /9) IV 1183-1237 

III [eiusdem] Octaviae: a) I 275-343 (usqiie ad verbum 
' memi '), ^) IV 718-782 IV Poematis cuiusdam fran- 
cogallico sermone conscripti fragmentum. 

Membran., I cm. 28,9X20,5; ff. 2 num., saec. XIII : II cm. 
23,1 X 16 (resecta vero folla sunt in mg. sup.), fi'. 2 num., saec. XIII: 
III cm. 26,4X19,4; fi". 2 num., saec. XIII-XIV: IV cm. 29X20; 
f. 1 num., saec. XIY. Omnia haec fragm. custodiae codicum seu vo- 
luminum fuisse videntur: I euim 2' exhibet inscriptionem 'Fab- 
bricanti '; in n l"" legitur ' Entrata '; in III 2' ' presidia '; in IV ", 
praeter quasdam definitiones parvi momenti, haec exstant: ' Ihesus. 
Hec logica ars est mei raoysi de montebelio, qui eam emi ra.''cccc.''xxj'> 
die xvij mensis aprilis quinquegintaquinque solidis in bononia ' , et 
ibd. mg. inf. ' (opera?) S. leronimi que sunt lohannis benedicti .... 
menghiui ' . In I personarum nomina rubr. et scenarum initiales lit- 
terae colorato pigmento exaratae. In II et III adnotationes manus 
altera addidit. Codex fuit olim bybliothecae Cocchianae. 



348 CODICES I^ATINI 

[38] Magi. YII, 933. 
Inter quaedam graeca (cfr. Olivieri, Studi it. V 406), ita- 
lica, anglica et gallica: 3 Pervigilium Veneris (Bahrens 
PLM., IV 292) 4"^ Fiori de qualitate vitae (Bàlireus PLM., 
IV 346) 25^ Francisci Rovai ad Paganinum Gaudentium 
epistola (3 id. octobr. 1631) et Carmen alcaicnm [ine: ' Per 
saxa qnalem riuus inhospita ' — expl.: ' Auspiciis reco- 
lent secundis ']. 

Chart., misceli.: eh. 3-6 cm. 28X20,4, saec. XYI (kal. lau. 1578); 
eh. 25 cm. 26,7 X 19,6, saec. XVII. Fuit bybliothecae Cocchianae. 

[39] IMagl. VII, 934. 
1 [P. Ovidii Nasonis] ' opusculum de limaca ' (cfr. Ban- 
dini II 277 xxxvi) 2^ Io. Ant. Campani ad Pium pp. II 
elegia [ine: ' <A>d te dine parens nostrum decus ire iu- 
betnr ' — expl.: ' imperio accedat tenerla tota tuo '] 
5 Pii II pontificis distichon ad Philelphum [' Pro numeris 
numeros nobis expectate poetQ, Mutare est animus carmina 
non emere ' ] quod in Operum edit. (Basileae, 1551) frustra 
quaesivi ibd. ' Responsum philelphi ad Pium Pontificem ' 
[' Pro numeris numeros tibi si fortuna dedisset Non esset 
capiti tanta corona tuo '] ibd. ' Epitaphium Philelphi 
in pontificem Pium ' [ine: ' Quo magis ingratus nemo 
fuit alter : et idem ' — expl. : ' Soluite nota deis quod 
rapuere Pium '] 5^ M. Valerli Martialis epigrammata 
quaedam, scil. (ed. Aug. Taurin. 1833) I 20, XI 92, Vili 35, 
VI 61, I 22, XII 47, I 41, Vili 46, IX 98, interposito tamen 
Inter primum et alterum epigram. ' de Lucretia ', quod 
in editis non exstat 7 Laurentii Lippi Collensis ad Lau- 
rentium Medicem disticha [ine: ' <I>uditium subitura tuum: 
subitura penates ' — expl.: ' Nil tibi: nil maius ferre 
poeta potest '] 8 eiusdem ad eundem disticha [ine: 
' <G>loria laurigeros magna est monstrata triumphos ' — 
expl. ' SQ,pe sub hac meta uester anhelet equus '] 10^ 

(eiusdem ad eundem?) disticha [ine: ' <Q>ualiter assirio 
phQ,uix reuocatur in orbe ' - — expl. : ' Concedit uit^ tem- 
pora leta tu^ '] 11^' (eiusdem) disticha quattuor ' de 



BYBLIOTIIECAE MAGLIABECHIAXAE. 340 

amore louis, de amore plurimorum, de protheo Carpatio 
uate, de historia Troi^ ' (v. in Oppiani Halieuticon etc, 
Venetiis 1508, f. ^) ibd. ' An<geli> Polli<tiani> in obi- 
tum michaellis uerini ' (cfr. Bandini III 542 lxx) ibd, 
' Nicolai Seratici Carmen in obitu M. uerini ' [ine. : ' Ante 
diem raptum questa est elegia tibullum ' — expl.: ' Di- 
sticba qui sanato digna Catone leges '] 12 ' einsdem 
TSTQccfjTixov ^ [ine: ' Contigit impubi seri quod prouenit 
annis ' — expl.: 'Vita etenim uirtus non mora longa 
pati '] ibd. " Ber<nardi> Micbelotii in eundem ' [' Ne 
fle: iuuo: fruor: tandem pater optime ueris Delitiis : c^lo: 
posteritate deo '] ibd. ' Ant. Gerardini in eundem ' 
[ine: ' Regia pyramidum c^dant monumenta uiator ' — 
expl. : ' Lictera plus nerui quam sua carnis habet ' ] 
12^ Hieronymi (Calabri) Carmen in eundem [ine: ' Hic 
situs est michael sexta triaturide raptus ' — expl. ' As- 
serit impubem : sed probat esse senem ' ] ibd. Laurentii 
Lippi CoUensis Carmen ad Laurentium Medicem [ine: '<D>i- 
spersas ponti gentes aciesque natantum ' — expl.: ' H^c 
dum Corycio uacui modulamur in antro '] 13^ eiusdem 
latina versio bexam. versibus Cynegeticon Oppiani lib. I, 
et III 432-489, et IV 425 sqq. [ine : ' <0> f^lix mundi co- 
lumen tibi carmina canto ' — expl.: ' Turba canes pr^dam 
rapiunt sub marte cruentam '] 24 eiusdem epigrammata 
quaedam 25 Sequuntur carmina quaedam saec. XVIII, 
nullius pretii, quorum ultimum gallico sermone perscriptum. 

Chart., misceli.: eh. 1-25 era. 21,1X14,3; ff. 36 num. (nonnulla 
vacua). Ch. 1-25 sunt saec. XYI, ab eadem m. conscriptae. Inscriptio- 
nes quaedam rubro pigmento exaratae. Codex fuit olim bybliotheca© 
Cocchianae. 

[40] Magi. VII, 948. 
1 A. Persii Flacci Satirae VI cum prologo 11 D. lunii 
luvenalis Satirae XVI in V libros distributae 67'' C. Va- 
lerii Catulli Carmina, quibus praecedit brevis Catulli vita 
et hexastichon ' guarini ueronensis oratoris dar."' in li- 
bellum Valerii Catulli eius conciuis ' (cfr. Bandini II 97, 
99, 100, 235); sunt eodem ordine disposita atque in edit. 



350 CODICES LATINI 

Luciani Mùller (Lipsiae 1883), multis vero diversa ratione 
inter se coniunctis. 101 ' Sesti RufS. [i. e. Enfi] viri 
consnlaris Valentiniano Augusto de historia romana libel- 
lus ' (ut in edit. Io. lanssonii, Amsterd. 1630, p. 279 sqq.) 
112^ ' Plinius de Viris illustribus ' i. e. qui fertur 
Aurelii Victoris nomine liber (in praef. edit. p. 182 sqq. : 
cfr. Fabricius, BL., II 79). 

Chart., cm. 23X15,2; ff. 140 uum. (quorum vacua 35, 100^, 
139 sqq.)) omnia ab eadem manu, quae etiam adnotationes quasdam 
fecit, Siiee. XV perscripta. Adiectae sunt cliartae custodiae in prin- 
cipio et in fine. Inscriptiones quaedam rubro pigmento exaratae. 
Ff. 78-80 m. altera notas complures addidit. F. 66^ leguntur haec rubr.: 
' die mercurii . . . aprilis bora ili noctis anno domini M^ccccLxxv ' ; 
f. 100 : ' Catulli Veronensis epigraramatou libellus explicit Neapolis 
X Febi-. M°ccGcLxxvj '; f. 112 ' 1475 '. F. 1 impressa exbibet baec: 
' ex Museo Marcb. de Sterlicb '; et 139"^: ' Questo codice fu donato 
a me Giovanni Lami dall'Eccellentissimo S.'" D. Romualdo di Sterlicb 
Marchese di Cermignauo etc. il quale ricevei il di 10 di Novembre 1750 ' . 

[41] Magi. VII, 966. 
1 P. Ovidii Nasonis Artis amatoriae libri III 39^ In- 
certi Nux elegia (cfr. Bahrens, PLM., I 88) 43 P. Ovidii 
Nasonis Medicamina faciei 44^ eiusdem Amorum III, V 
1. e. Somnium (ed. Burmann, Aug. Taurin. 1822, II 171) 

45^ [eiusdem] Carmen ' de medicamine aurium ' (cfr. 
Bandini III 762) 46 [eiusdem] Pulex [ine. : ' Parue pulex 
sed amara Ines inimica puellis ' — expL: ' Et iam nil 
mallet quam sibi me socium ']. 

Cbart., cm. 30,3X21,2; ff. 45 num. + i-i'^ vacua n. num.,, 
saec. XIY ex. vel XV iu. Adiectae sunt singulae custodiae membran. 
in principio et in fine. Initiales litterae rubro colore depictae. Ple- 
rasque adnotationes manus, ut videtur, eadem addidit in mg. et in- 
teri.; recentior autem altera f. 1 quaedam de novem Musis scripsit; 
tertia passim varias lectiones exaravit. Codes fuit olim bybliotbecae 
Strozzianae. 



[42] Magi. VII, 1018. 
P. Vergilii Maronis Aeneidos libri XII cum Ovidii hende- 
cast. capitulis in singulos, primo tantum excepto (tertius 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 351 

vero et octavus capitula prae se decasticha exhibent; quarto, 
quinto et duodecimo [decastich.] Ovidiannm monostichon 
addidit. mg. manus recentior). 

Membran., cm. 25Xl"-^)6; ff. 107 num. (vacuum postremum), 
Saec. XIII, cum custodiis chartaceis et integumento recentiore. Li- 
brorum et capitum inscriptiones rubro, initiales litterae rubro et 
caeruleo colore depictae. Variae manus adnotationes glossas et di- 
versas lectiones in mgg. et interi, addiderunt. lu iufer. singulorum 
if. ora exstat vetus'distinctio per latinas loco nuraerorum notas ; in 
super, i-ecta quaque pagina recentior manus arabicis numeris tf. di- 
stinxit. Codex fuit olira bybliothecae Strozzianae: in custodia enim 
anter. leguntur haec : ' Di Luia-i del Sen.''® Carlo Tommaso Strozzi 1679 ' . 



[43] Magi. VII, 1035. 
Inter quaedam italica et occitanica exstat 26 Anicii Manlii 
Severini Boetii de consolatione philosophiae fragmentum, 
inde a verbis ' in tempore constitutum quod totum etc. ' 
(cfr. Operum edit. Henrici Petri (Basileae 1546) p. 945) 
Tisque ad finem. 

Membran., cm. 32X21,5; if. 3 num., saec. XIV, quae cum tri- 
bus aliis coniuncta, e quodam codice boetiano abscissa fuerunt; et 
in bis tribus tum vacuis ' cantio ' quaedam Antonii de Becharis de 
Ferraria ab eadem fortasse manu inscripta est. In Boetii fragm lit- 
terae singulorum paragraphorum initiales rubra lineola distinctae 
sunt. In fine exstat inscriptio rubro pigmento exarata : ' Anno do- 
mini milegimo ccCxLij" completus fuit liber iste '. Fuit olim by- 
bliothecae Strozzianae. 



[44] Magi. VII, 1053. 
1 Sex. Aurelii Propertii Elegiarum libri IV, nulla carmi- 
num vel librorum inscript., carmina autem, cum edit. Bo- 
doniana (Parmae 1794) conlata, vel in duo divisa sunt (ex. 
gr. II 6, 8, 13, 19, 20, III 1, 3, 23, IV 6, 8) vel in tria (II 18), 
vel etiam e duobus in unum conflata (I 11-12, 20-21, II 24-25, 
III 18-19) ; cfr. Bandini II 97, 99 etc. Elegiae IV 9 v. 42 
legitur ' Accipit haec fesso uix mihi terra patet ' (cfr. Ban- 
dini II 101) 75 Albii Tibulli Elegiarum libri IV, cum 
titulis in singulas, 1-4 tamen exceptis ; carmina II 5 (laud. 
edit.) et III 6 in duo divisa sunt, et IV 11-12 in unum 



352 CODICES LATINI 

coniuncta. In fine (f. 110^) Domitii Marsi in Tibullum epi- 
taphium (cfr. Bahrens Fr. poet. rom. p. 348) et A. Tibulli 
vita, ut in land. edit. p. 121. 

Membran., cm. 24,5 X 15,1 ; if. 110 num., saec. XV. Praefisae 
sunt duae membranae custodiae, quarum altera tegumento coriaceo 
impr. adglutinata; in fine exstat tantum membrana integumento 
adhaerens. Initiales litterae alterna ratione auro et caeruleo pigmento 
exaratae sunt. Recentior manus rubr. nonnuUis Propertii carminibus 
argumenta disticha praeposuit et adnotationes passim adiecit. In cu- 
stodiae membrana anteriore, supra quoddam stemma, inepta manu 
delineatum, leguntur haec: ' Titi uesp. Strozae propertius ac Ti- 
bullus ': in poster, autem membrana nugae quaedam nullius fere 
momenti insunt. Codex fuit olim bybliotliecae Strozzianae. 

[45] Magi. VII, 1054. 
1 Albii Tibulli Elegiarum libri IV cum titulis in singulas 
elegias (diversis tamen a cod. praeced.), cumque iisdem ac 
supra notavimus carminum distinctionibus et coniunctio- 
nibus. In fine rubr. eadem Tibulli Vita 46^ C. Valerli 
Catulli Carmina, quibus praemittitur ' epytaphium ' he- 
xastichon Guarini Veronensis (cfr. cod. 40). Plurima car- 
mina in unum conflata sunt (ex. gr. 2-3, 9-10, 14-17, 15-16, 
21-22 etc), 62 in duo divisum est, et 60** carmina 23-42 
sequuntur. 

Chart., cm. 21,5 X 14,2; IF. 100 num, (vacua 99' et 100), saec. XYI, 
cum binis custodiae membranis in principio et in fine, quarum sin- 
gulae integumento coriaceo impr. adglutinatae. Inscriptiones et ti- 
tuli rubro, singulorum carminum initiales litterae caeruleo pigmento 
exaratae : f. 1"" et 64' litterae init. auro variisque coloribus eleganter 
illuminatae. Eadem manus quae codicem scripsit adnotationes quas- 
dam et varias lectiones addidit : alia deinde interdum italicam non- 
nullorum verborum versionem adiecit. Membrana anterior cust., f. 100' 
et membr. posterior in ' recto ' exhibent, praeter alias ludi causa 
delineatas tiguras, stemmata nonnihil inter se differentia. In poster, 
custodiae membrana fìgurae in Aesopianas fabulas non omnino inepte 
descriptae exstant. Codex fuit bybliothecae Strozzianae. 

[46] Magi. VII, 1055. 
1 P. Ovidii Nasonis Fastorum libri VI cum notis et ani- 
madversionibus 105 Kalendarium romanum (lanuarius- 

21. 11. '902 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 353 

lunius ; cfr. Ovidii Opera ed. P. Burmann, Aug. Tanrin. 1822, 
V 3 sqq.). 

Chart., cm. 21,9 X 14,7; ff. 109 num. (vacua 52^, 109^), saec. XV. 
Adiectae sunt iu principio et in fine singulae membranae custodiae, 
fragmenta codicis columnati saec. XIII, cura rubris inscriptionibus, 
cuiusdam operis de re medica seu naturali. Singulorum librorum 
inscriptiones rubro, initiales litterae rubro et caeruleo pigmento exa- 
ratae. F. 1'' exbibet possessoris stemma (Ridolpborum-Strozzorum 
gentis). Cedex fuit bj-bliotbecae Strozzianae. 



[47] Magi. VII, 1056. 
1' quaedam de Ulixe et Penelope [ine: ' XJlixes ut multi 
uoluut ' — expl.: ' quidquid Licophron loquatur malilo- 
quus '] 2 P. Ovidii Xasonis Heroides epistolae (ed. Bur- 
mann, Aug. Taurin. 1822) I-IV, saec. XV ex. perscriptae 

20 eiusdem vetustiori manu epp. V sqq., excepta tan- 
tum epistola Sapphus ad Phaonem ; Vili caret autem primo 
disticho, et XXI.- sunt vv. 1-12 (cfr. Bandini II 237, 238, 
IV 175). 

Chart., cm. 21,5X14,9; ff. T9 num. (vacua V, 16 M9^, 79"), cum 
custodiis cbartaceis: ff. 20 sqq. a. 1407 exarata. Exstat enim f. 79'' 
subscriptio haec: ' Ego laurentius ser Niccholai de radda scripxi (sic) 
finemque vidi. Mccccvu in domo Tommasii bartholi de castro fio- 
rentino die decimo setimo agusti ' . Inscriptiones quaedam et initiales 
litterae rubro pigmento exaratae. F. 1" saec. XVI in. exaratus. Ma- 
nus, ut videtur, eadem quae codicis fP. 20 sqq. perscripsit adnota- 
tiones in mg. et interi, addidit, exceptis, ut par erat, £f. 1-20, quibus 
a m. altera paucae tantum notae adiectae sunt. Cedex fuit olim by- 
bliotbecae Strozzianae. 



[48] Magi. VII, 1063. 

I P. Papinii Statii Achilleidos Libri V cum argumentis 
hexasticliis in singulos, primo tamen excepto (cfr. Bandini 

II 262) 21 Italici Ilias latina (cod. ' Omeri Acchilleydos 
liber '); post v. ' Tuque faue orsù (sic) uatis iam phebe 
peracto ' (quo desinit ed. Bahrens PLM., III 59) hi duo 
sequuntur: ' Pandareus hunc secum trans pontum uexit 
homerus | Scilicet argiuum dedit poeta esse latinum ' (sic 

studi ital. di filol. class. X. 23 



35J: CODICES LATINI 

fere ut in Bandini III 745; cfr. Bàhrens PLM., Ili 4 n.) 
41 Probae Faltoniae Centones Vergiliani in Vetus et 
Novum Testamentum (cfr. Bandini III 676, 771). 

Membran., cm. 25X16,5; ff. 52 num. (vacua 39'', 40, 51' sq.) 
saec. XV, duabus mauibus exaratus: «) ff. 1-39; /i) ff. 41 sqq. Acce- 
diiut ciistodiae et integum. chartac. receutis aetatis. In «) inscriptio- 
nes, litterae init. et paragrapbi rubro pigmento exarati. Membranae 
quaedam sunt palimpsestae : at quid antea inscriptum fuerit non 
liqtiet. F. 51 exbibet subscriptionem : ' Iste liber est torrigiani bi- 
glietti qui moratur scolis magistri zanobi per solidos xi. Laus tibi 
Cbriste quoniam liber explicit iste qui fecit hunc librum uadat im- 
paradisum '. Codex fuit olim bybliothecae Strozzianae. 



[49] Magi. VII, 1064. 
1 Oatonis versus morales, praevio monitu in prosa oratione 
(cfr. Bàhrens PLM., Ili 214, 216 sqq.) 7 Prosperi Aqui- 
tauici Carmina cum brevi notitia de auctore, ut in cod. 
Laur. LXXXI sup. 38 (cfr. Bandini III 773) 33 Italici 
Ilias latina, libri I-VI (VI vero usque ad v. 38) 40 Au- 
relii Prudentii Clementis Diptychon (cfr. Th. Obbarius 
p. 300 sqq. ; Bandini I 721, III 747) 44"^ Bonvicini de 
Eipa liber vitae scholasticae (prodiit Venetiis, ap. Frane. 
Bindonum, 1547) carens duobus ibi postremis versibus 
61 Dissuasiones Valerii ad Rufinum ne ducat uxorem (cod.: 
^ . . . siue epistola beati yeronimi ad eumdem '), cfr. Ban- 
dini II 23, XIV 68^ An. Manlii Severini Boetii de scho- 
lastica disciplina usque ad Capitis II verba ' tertiam gu- 
lositatis assistricem '. 

Membran., cm. 24,6X1'7)3; &■ 71 num., omnia ab eadem manu 
sacc. XV conscripta, cum custodiis chartaceis ree. Inscriptiones, ini- 
tiales litterae et signa paragraphorum rubro ac caeruleo pigmento 
exarata. Quasdam adnotationes passim manus eadem addidit. Codex 
fuit olim bybliothecae Strozzianae. 



[50] Magi. VII, 1069. 
1 Albii Tibulli Elegiarum libri IV, cum titulis in singulas, 
et cum iisdem distinctionibus et coniunctionibus ac supra 



BYBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAB. 355 

notatae sunt (codd. 44, 45). In fine rubr. epitaphion Maphei 
Vegli Distich. lib. I, ix'' 53 <P. Ovidii Nasonis) epistola 
Sapphns ad Phaonem. 

Chart., cm. 22,2 X 1^,9; ff. 58 num., saec. XYI in., cum custo- 

diis chartaceis et integura. ree. Inscriptiones, initia et quaedam adno- 
tationes mg. rubro, sed fere nunc evanido, pigmento exarata. Manus 
eadem complures animadversiones adiecit. F. 58"^ manus altera scripsit: 
' hic libar est caroli bonziani et suorum amicorum ' . Codex fuit by- 
bliotbecae Strozzianae. 



[51] Magi. VII, 1087. 
1 Q. Horatii Flacci de arte poetica liber 12 eiusdem 
epistolarum libri II (epist. I 15 in duas divisa est, inde a 
V. 26: cfr. Bandini II 144) 49 Bonvicini de Ripa liber 
de vita scholastìca, ut in praefata edit. (v. supra cod. 49) 

70 P. Papinii Statii Acbilleidos libri V, in septem ta- 
men sectiones divisi, nullis librorum argumentis praefìxis 

99 P. Vergilii Maronis Georgicon IV 319 sqq. usque 
ad finem 103 epigrammata vergiliana ' Nocte pluit tota ' 
et ' Hos ego uersiculos ' (cfr. Bàlirens, PLM., IV 156) 
ibd. Italici Ilias latina 121 [P. Vergilii Maronis] Copa 

121^ Epigrammata quaedam: epitaphium Hectoris et 
Acbillis (cfr. Bandini II 126) inter Epigr. et Poematia vo- 
terà (Lugduni 1596) p. 81 exstant; et epitaphium Caesaris 
Augusti est partim inter edita Io. Ant. Campani (Vene- 
tiis 1502) VI, 38 123 Magistri Guidonis ' ad campanum 
in uictuperium magistri iobannis fractigen^, ' [ine. : ' Nos 
apud est nebulo quidam ludique magister ' — expl. : ' Et 
tantum uitii nequitieque sue '] 123^ Porcellii ' in mar- 
garitam ' et ' ad bellum puerum ' epigrammata 124^ 
anon. Carmen [ine: ' Vir bonus et prudens qualem uix 
reperit unum ' — expl. : ' Offensus prauis. dat palmam et 
praemia rectis '] 125 Io. Ant. Campani ad Virginem 
Mariam oratio [ine: ' <A>d t© dina parens lacrimis mise- 
randus abortis ' — expl.: ' Alma perusinam tueare puer- 
pera gentem '] 126 ' eiusdem epistola ad magistrum gui- 
donem ' [ine. : ' Quale per eoos sol lucifer emicat ortus ' — 



356 CODICES LATINI 

expl. : 'Mentis apud quemuis posterà regna tuus '] cum 
subscriptione 127 ' responsio campani ad illam superiorem 
epistolam guidonis in uituperium magistri iohannis fratti- 
gene feliciter explicit. Nunc autem irati h^' ad guidouem 
scripsit videlicet His ego mentitum fateor me laudibus esse 
Quod nunc iudicium tunc amor ille fuit. Campanus ' 
ibd. ' Rosarium uirgilii ' cum lacunis [ine. : ' uer erat et 
blando mordentia frigora sensu {al. morsu) ' — expL: ^ per 
capud hoc ceruus ille uel alter erit ' : cfr. Mancini, Studi 
ital. Vili 233] 128 versus in lenonem [ine: ' et une 
(1. iure?) et merito coram pretore uocaris ' — expl.: ' Ne 
desinit meritis munera larga tuis '] ibd. Maximini epigr. 
de Y littera (cfr. Bàhrens PLM., IV 149) 129 P. Ver- 
gili! Maronis eclogae IX (inde a v. 35) et X 130 "■' Fran- 
cisci Bartoloni de Arquata (quem apud Mazzuchelli frustra 
quaesivi) oratio in laudem matrimoni! [ine: ' <N>ullus ue- 
strum mirari debet uiri prestantissimi pudicissim^que ma- 
trone ' — expl.: ' Et tandem pulcra faciat uos prole pa- 
rentes. dixi '] 132 eiusdem ecloga [ine: '<Q>uid siluane 
iaces placida resupinus in umbra ' — expl. : ' li felix se- 
getesque . . . . tibi reddat agellus '] 133 eiusdem sermo 
[ine. : ' Non ambigit haec natura r. p. ' — expl. : ' iam 
finem dicendi facio '] et versus [ine: ' Accipe te dignam 
pretor celebrande coronam ' — expl. : ' Quq, patria longum 
nostra testetur amorem '] 134 M. T. Oiceronis Somnium 
Scipionis 136^ [eiusdem] in C. Sallustium Crispum con- 
troversia, tantum usque ad § 2 verba ' sed omnia reco- 
gnituros uetera ' 137^ ' labores herculis ex plinio et 

aliis historicis collecti per pomponium et sunt XII licet 
plures esse inueniantur ' [ine : ' Primus labor. Leo ne- 
meus fuit primus herculis labor ' — expl. : ' quem ad mo- 
dum poet% venerem auream dixerunt '] 139 anon. ora- 
tiones duae autogr. de prudentia et iustitia [ine 1* : ' per- 
suadeo ipse mihi idque profecto certum habeo ' — expl. : 
' sua pietate imbutos uos reddat in s. s. amen ' ; ine 2*: 
' Tradiderunt ueteres morem namque ' — expl. : ' quam 
uestre prolis pacifice continuande per infinita s. s. amen'] 



BVBLIOTHECAE MAGLIABECHIANAE. 357 

143 Ugolini Pisani Philogenia comoedia (cod. Ephy- 
genia); cfr. P. Bahlmann, ' Die latein. Dramen der Ital. etc.^ 
in Centralhl. fur BihUetheksiv. XI (1894) p. 175 156 Se- 
quuntur quaedam italica, interquae: 168^ Leonardi Bruni 
Aretini fabula Tancredi ex Boccaccio cum prooemio ad 
Bindaccium Eicasolanum (cfr. Bandini V 372, 408 ; L. Bruni 
Epistolarum I p. lxxxi, et Mazzuchelli VI 2209, xiv). 

Chart., cm. 20,9 X 1^,2 ; ff. 186 num. (vacua 48, 96-98, 161-162, 
172^', 185^ sq.) saec. XY pluribus manibxis exaratus: «) ff. 1-99 scripsit 
quidam cuius exstat f. 47" subscriptio haec : ' Iste liber scriptus fuit 
a me gemiano ser bartoli decimo nono die mensis septembris et sub 
hora tertia et sub Annis domini Mcccc"'oxx8'o ' ; ^) ff. 99-137 exa- 
ravit Angelus quidam: f. 120'' ' Ego angelus expleui hunc librum 
nonis may in castilione fiorentino ad primam noctis horam. Qui scripsit 
hunc librum ducatur imparadisum ' et 130 "^ ' Expleui hunc librum 
X kal. aprilis 1467 die dominico '; o') &• 137^-138"; &) ff. 139-142'; 
s) ff. 143-156 etc. In «) f. 1 et 49 initiales litterae variis coloribus 
pictae : versuum singulorum litterae initiales rubra lineola plerum- 
que distinctae. In /?; passim complures adnotationes manus ut vi- 
detur eadem adiecit. Ff. 99-138 antea aliis numeris distincta fuerunt. 
Praemittitur index in ea quae codice continentur. Codex fuit byblio- 
thecae Strozzianae. 



[52] Magi. VII, 1088. 
1 P. Papinii Statii Acliilleidos libri V 22 Italici Ilias 
latina; post v. ' Tuque faue cursu uatis iam phebe peracto ' 
(Bàhrens PLM., Ili 59) hic sequitur : ' Pyndarus hunc li- 
brum scripsit imitatus homerum ' 42 Henrici Septi- 
mellensis liber de diversitate fortuuae (cfr. Bandini II 128, 
III 138) GO'^ Dodecastichon eleg. ' Taurina saxo adole- 
scenti (sic) perpulcro hec panca ' [ine. : ' Saxea corda geris 
nec sunt tibi nomina saxi ' — expl. : ' Suplicia et penas 
improbus ipse dabis '] ibd. octastichon eleg. ' Tauris 
cinesio puero formoso hec etiam panca ' [ine. : ' Salue eterne 
puer et nostri gloria sedi ' — expl.: ' Teque prior faciat 
lauris amanda uirum '] 61 Maximiani [Galli] liber de 
senectate (cfr. Bandini II 116; Bàhrens PLM., V 313 sqq.) 

73^ Anon. elegia in qua Alda puella ' casus suos mi- 



358 CODICES LATINI BYBLIOTH. MAGLIABECHIANAE. 

serabili ratione enarrat ' ut in cod. Laur. XCI sup. 43 
e. 2 sqq. (cfr. Bandini III 807) 76 Anon. elegia sino ti- 
tillo [ine. : ' Est grauis ille labor quem premia nulla se- 
cuntur ' — expl. : ' Hec potui albitrio non tachuisse meo ']. 

Chart., cm. 21,6X14,7; ff. 77 num. (vacuum 77^) a. 1469, cum 
custodiis chartaceis ree. in principio et in fine, et duplici custodia 
membrau, in piùncipio. Inscriptiones et subscriptiones rubr. ; singu- 
lorum versuum initiales litterae rubra lineola distinctae; librorum 
litterae init. auro variisque coloribus eleganter illuminatae; uon- 
nullae aliae caeruleo colore depictae. F. 21'' legitur: ' Explicit liber 
statii achilleidos die ottatio octobris ' ; f. 73': ' Explicit liber Galli 
die uigesimo secundo mensis febrarii '; f. 77: ' Espleto hoc libro 
die 29 mensis marzi 1469 ' . F. 1 exbibet stemma iiorentinae familiae 
Giuociii, Codex luit olim bybliothecae Strozzianae. 



+ CAMILLO VITELLI 



STUDI SULLE FONTI STORICHE DELLA FARSAGLIA 



Hvdaea&cà riva cpaui xcd vars- 
QOf .... asd^si'. 



Camillo Vitelli nacque in Genova il 17 di Agosto del 1877: è 
morto a 25 anni nella sala di studio della Biblioteca del Seminario 
filologico di Gottinga, il 3 di Novembre del 1902. 

Della sua intensa operosità filologica aveva dato non pochi saggi: 
Note ed Appunti sulla Autobiografia di Lucio Cornelio Siila (Studi ital. 
VI 353-394, a. 1898); Le Selve di Papinio Stazio (Atene e Roma n.° 6 
pp. 283-295, a. 1898); Sulla composizione e pubblicazione della Farsa- 
glia (Studi ital. Vili 33-72, a. 1900); Index codicum latinorum qui Pisis 
in bìjbliothecis conventus S. Gatherinae et Vniversitatis adservanfur 
(ib. Vili 321-427, a. 1900); Studiorum Gelsianorum particida prima 
(ib. Vili 449-488, a. 1900) ; Indicis codicum latinorum Pisis in bybliotheca 
conventus S. Gatherinae adservatorum supplementum (ib. IX 508-512, 
a. 1901) ; De codice Roncioniano schoUorum in luvenalem (ib. X 29-39, 
a. 1902); Catalogo dei codici che si conservano nell'Archivio Rondoni 
in Pisa (Studi storici del Crivellucci XI 121-176, a. 1902) : Godices ita- 
lici qui Pisis in Bibliotheca Gonventus Sanctae Gatherinae adservantur 
(Rivista delle Biblioteche e degli Archivi XIII 139-144, a. 1902). Molti 
materiali di lavoro, raccolti con amorosa diligenza, aveva lasciati a 
me in Firenze ; altri faticosi studi aveva cominciati e condotti a buon 
punto in Gottinga, dove tanto affetto e simpatia gli ebbero maestri 
e compagni di studio, dove era tanto felice di poter lavorare a suo 
agio, giorno e notte. 

Pubblico, per ora, questi appunti Lucanei, ai quali lavorò in Got- 
tinga sino agli ultimi giorni, e che, pur frammentarli come sono, 
lasciò in forma presso a poco definitiva. Giudici equi e benevoli ve- 
dano quante delle sue osservazioni colgano il vero: io, suo padre, non 
ho se non il diritto e il dovere di attestare che egli fu onesto e leale 
fino allo scrupolo, negli studi non meno che nella vita ; che per tanto 
apprezzò la vita per quanto potesse studiare e lavorare alla ricerca 
disinteressata del vero, o di quello che vero gli appariva ; che come 
vittima pura ed immacolata del lavoro scientifico merita il ricordo e 
il rimpianto non di coloro soltanto che vivo gli vollero bene. 

Firenze, Dicembre 1902. 

G. Vitelli. 



STUDI STILLE FONTI STORICHE DELLA FAESAGLIA 



a) 



Liican. Ili 298-762. Assedio di Marsiglia, 
vv. 298-372. Cesare, lasciata Roma, muove alla volta 
della Spagna; nella Gallia Marsiglia sola osa opporgli re- 
sistenza. Orazione dei Marsigliesi per distoglierlo dall' entrar 
coli' esercito nella città: risposta di Cesare. 298-9 ' ille 
ubi deseruit trepidantis moenia Romae agmine nubiferam 
rapto superevolat Alpem ' ; cfr. Ces. b. e. I, 33, 4 ' ab urbe 
profìciscitur atque in ulteriorem Galliam pervenit '; Oros. 
VI, 15,6 ' mox Alpes transvectus Massiliam venit'. 
300 ' cumque alii famae populi terrore paverent '. Livio 
(come risulta dal confronto di Dione XLI, 19, 1 e Floro II, 
13, 23) diceva che nella Gallia la sola città che non si sot- 
tomise a Cesare fu Marsiglia {{.lóvoi ràv sv Tfj FaXaria ol- 
xovvTwv — , ^ nihil hostile erat in Gallia .... sed ad Hispa- 
nienses Pompei exercitus transeunti per eam duci portas 
claudere ausa Massilia est ' ). 302 ' fìdem signataque 
iura ' (Veli. II, 50, 3 ' fide melior quam Consilio pruden- 
tior '). Si accenna a un trattato d'alleanza fra Pompeo e 
Marsiglia. Ambasciatori della città di Marsiglia si trova- 
vano a Roma allo scoppiare della guerra civile : Pompeo, 
fuggendo a Capua, li aveva esortati (Ces. 34, 3) ' ne nova 
Caesaris officia veterum suorum beneficiorum in eos me- 
moriam expellerent \ Che essi promettessero a Pompeo 



362 e, VITELLI 

l' aiuto della loro città è fuor di dubbio, benché Cesare 
non lo dica espressamente. Quando Cesare giunse nella 
Gallia Narbonose, questa ambasceria ■ — non è inutile no- 
tarlo — aveva già fatto ritorno a Marsiglia. ' non Graia 
levitate ': reminiscenza di Lucano è il ' Graecula civitas 
non prò mollitia nominis ' FI. 13, 24. 305-6 ' hostemque 
propinquom orant Cecropiae praelata fronde Minervae i)- 
è indicata l'ambasceria di cui parla Cesare (35, 3). 
307-355 Orazione dei legati Marsigliesi. Interessanti sono 
i seguenti confronti : 

vv. 307-9 ' Sempre 2) Marsiglia Dio. 19, 2 tw ts yÙQ óìjuw Twr 

è stata l' alleata del popolo ro- 'Pwuaiwv ai\ufjaxeri'. Nell'orazione 

mano ' . presso Cesare questo pensiero non 

si trova. 

vv. 312-29 ' Se voi (cioè Cesare Ces. 35, 3 ' Intellegere se, divi- 

e Pompeo) volete far la guerra sum esse populum Romauum in 

civile, a noi non spetta il pren- duas pai'tes. Neque sui iudicii 

dervi parte ' 3). neque suarum esse virium di- 

1) Cfr. Liv. 29, 16, 6 (dei Regini) ' ramos oleae, ut Graecis mos 
est, porgentes '; 30, 36, 4 ' haud procul aberat, cum velata infulis 
ramisque oleae Carthaginiensium occurrit navis '. 

2) Né il ' semper ' (v. 307) né il ' comprensa est latus quae- 
cumque annalibus aetas ' (v. 309) sono esagerazioni retoriche : Cice- 
rone De Oif. 2, 8, 28 poteva dire alludendo al trionfo di Cesare ' por- 
tari in triumpho Massiliam vidimus, et ex ea urLe triumphari sine qua 
numquam nostri imperatores ex transalpinis bellis triumpharunt '. 

3) Il nesso dei pensieri nei vv. 321-9 è, senza dubbio, il seguente: 
« Dio voglia che tutti coloro che non sono romani si rifiutino — come 
facciam noi Marsigliesi — di prender parte alla guerra civile (vv. 321:-6). 
Giacché, in tal caso, rimanendo fra loro solamente cittadini Romani, 
reciproca ' pietà ' impedirà loro di venire alle mani e non sarà 
possibile la guerra civile (vv. 325-7). Che se voi (tu e Pompeo) 
' non comuiittitis illis arma quibus fas est ', cioè ai soli cittadini 
l'omani (= se alla guerra civile fate partecipare anche i non Romani), 
la conseguenza sarà la fine dell'universo (v. 328 ' finis adest rerum '), 
giacché questi ultimi, non trattenuti da vincoli di sangue e di co- 
munanza di stirpe, combatteranno accanitamente ». Curioso a notarsi 
è che appunto un simile pensiero sembra avere assai guidato Dione 
(e. 58, 9) nella descrizione, del resto completamente retorica, della 
battaglia di Parsalo: nella quale all'esitazione e alla titubanza dei 
Romani e degli Italici è contrapposto l'ardore e il coraggio con cui 



FOKTI DELLA FARSAGLIA. 363 

scernere, utra pars iustiorem ha- 
beat causam. 

Dio. 19, 2 fATJre noXvTTOKyuoysìy 
rt uì'jd-^ Ixayol ótaxoìyca nórsoog c<v- 

XWV ÙÓlXEt. 

vv. 330-5 ' Entra pure nella Dio. 19, 2, 2 tóars el ^asV ng w? 

città, ma disarmato : sia Marsiglia (piXog èihéXoi noòg acpùg è'/.&eìy xai 
un luogo ove tu e Pompeo pos- àucpoTSQovg uvxoig civsv rcòy otiìmv 
siate venire inermi senza peri- óégea&ca ìÌEyov, ènl noXé^co óè ovdé- 
colo '. rsQoy. In Cesare, solamente, ' neu- 

trum eorum contra alterum iu- 
vare aut urbe aut portibus reci- 
pere ' (85, 5). 

Verisimilmente, da Livio deriva anche il concetto con- 
tenuto nei vv. 310-11 ('se tu vuoi far guerra contro ne- 
mici di Eoma, noi siam pronti a parteciparvi '), quello nei 
vv. 336-8 •) (' vel cum tanta vocent discrimina Martis Hi- 
beri quid rapidum deflectis iter? non pondera rerum nec 
momenta sumus ') è certamente il pensiero ' alla forza op- 
porremo la forza ' ampiamente svolto da Lucano (342-355). 
Nessuna traccia di Livio, al contrario, nell'orazione di Ce- 
sare (vv. 358-72); il lettore comprende subito che essa è 
interamente opera di Lucano. 

combatterono gli ausiliari . . . . i quali, in realtà, o non presero parte 
alla battaglia o fuggirono vilmente. Per ' finis rerum ' = la fine del- 
l' universo, del mondo cfr. VII, 137 ' tot rerum finem '; IX, 411 ' tertia 
pars rerum Libyae '. L'interpretazione del Weise è da rigettare 
senza esitazione; quella dell' Haskins ' the end of our troubles is 
at band unless ye entrust arms to those who may lawfully use them ' 
mi pare improbabile, non già perchè manchino, come egli dice, esempi 
di res ' in this sense without some qualifying adiective, e. s. malae, 
adversae ' (V, 68 ' finemque expromere rerum ': la fine della guerra 
civile), ma perchè ne risulta un pensiero che, pel modo con cui è 
formulato, viene ad essere in contradizione con l'augurio contenuto 
nel V. 324 sg. 

1) Nei vv. 338-41 ' numquam felicibus armis usa manus 

moenibus exiguis alieno in littore tuti ' le tinte son troppo forti 
perchè si possa supporre che si tratti di un motivo oratorio tolto da 
Livio: Marsiglia, a quel tempo grande e fiorente, con città e ter- 
ritori considerevoli sotto il suo dominio, aveva, com' è noto, dietro 
di sé una storia gloriosa di guerre vittoriosamente combattute contro 
popolazioni galliche per terra, contro Tirreni e Cartaginesi per mare. 



364 e. VITELLI 

vv. 372-4. Cesare, avvicinatosi alla città, ' moenia clausa 
conspicit et densa iuvenum vallata corona ': cfr. per es. 
Liv. 36, 12, 8 dei Tirreensi ' dato enim band perplexo re- 
sponso (ad Antioco) .... portisque clausis armatos in muris 
disposuerunt '. 

vv. 375-87. Descrizione della città. Cesare incomincia 
le opere d'assedio. 375-8 « Non lungi dalle mura s'inalza 
un colle (tumulus) sul cui vertice si estende un pianoro 
(parvom campum) : sul colle rinforzato con opere (longo 
munimine) gli assedianti pongono il campo. Di fronte a 
questo colle la città ' celsam consurgit in arcem ', è cioè 
la cittadella : il colle e la cittadella si trovano allo stesso 
livello (par tumulo): nel mezzo fra l'uno e l'altra si apre 
un avvallamento (mediisque sedent convallibus arva) » *). La 
descrizione è chiara e precisa: il ' tumulus ' è la collina 
de S.* Charles (54 m.), ove appunto gli assedianti posero 
il campo; l'arx è la Butte des Carmes (' arcem ' Ces. II, 
1, 3; 38 m.), le mediae convalles il Vallon de S.* Martin 
(Ces. II, 1, 3 valle altissima). Lucano segue da vicino la 
fonte. 381-7 « Gli assedianti stabiliscono di congiun- 
gere — difficile impresa (res inmenso statura labore) — 
il tumulus e l'ara (diversos colles) mediante un terrapieno 
(agger). Ma prima credono necessario di chiudere la città 
dalla parte di terra costruendo una linea di circonvalla- 
zione che dal campo giunge fino al mare. Questa linea di 
circonvallazione è costituita da una fossa e da un parapetto 
(fossa, densas tollentia pinnas cn^spitibus): in linea per- 
pendicolare ad essa si avanzavano ilei ' bracchia ' » ^). Ce- 

1) vv. 379-80 ' proxima pars ui-bis celsam consurgit in arcem 
par tumulo mediisque sedent convallibus arva ': cfr. Liv. 36, 24, 8 a 
proposito di Eraclea ' rupem .... quae fastigio altitudinis par media 
valle velut abrupta ab arce erat ' . 

2) vv. 383-4 ' ut totam qua terra cingitur urbem clauderet ' cfr. 
Liv. 38, 4, 6 a proposito dell'assedio di Ambracia ' ea omnia vallo 
atque fossa ita iu.ngere parat, ne exitus inclusis ab urbe, neve aditus 
foris ad auxilia intromittenda esset ' ; vv. 384-5 ' a summis perduxit 
ad aequora castris longum Caesar opus ' cfr. Liv. 37, 26, 8 ' igitur 
operibus oppugnare urbem adgressus, ad mare partibus duabus pa- 
riter munitionibus deductis '. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 365 

sare II, 1, 4 parla del terrapieno che serviva a colmare il 
vallone intercedente fra i due colli, tace della linea di cir- 
convallazione. 

vv. 388-452 : nei quali è narrato come gli assedianti 
si procacciassero il materiale occorrente. Nei vv. 396-8 un 
particolare tecnico che Lucano trovò nella fonte : ' l' agger 
costituito da terra e virgulti è tenuto insieme da un'ar- 
matura di legno, che gli dà la solidità necessaria a sop- 
portare il peso delle torri '. Che gli assedianti in quel- 
l'occasione distruggessero le selve (vv. 394-5) attesta anche 
Ces. II, 15, 1 ' omnibus arboribus longe lateque .... (Lue. 
' late procumbunt nemora ') in finibus Massiliensium ex- 
cisis '. Che fra queste si trovasse un bosco sacro ^) non è 
improbabile, quando si pensi che i boschi erano se non l'unico 
il principale luogo del culto per le popolazioni galliche : che 
Lucano tal notizia abbia trovata in Livio parrebbero mostrare 
le indicazioni precise contenute nei vv. 427-8 ' nam vicina 
operi belloque intacta priore inter nudatos stabat densis- 
sima montes '. Ma, naturalmente, finzione del poeta è che 
i soldati di Cesare esitino all'ordine di atterrare la selva, 
e che egli atterri di sua mano una quercia per dare l' esem- 
pio. Per i vv. 450-2 ' utque satis caesi nemoris, quaesita per 
agros plaustra ferunt ' cfr. Ces. II, 1, 4 ' Ad ea perfì- 
cienda opera C. Trebonius magnam iumentorum atque ho- 
minum multitudinem ex omni provincia evocat '. 

vv. 453-55 trovano, per certe sfumature del concetto, 
riscontro nel passo di Dione XLI, 19, 3 ó yào Kulaaq xQÓvov 
Hév riva «e xal gaóioìg avvovg uiqì^cjcov (Lue. ' dux tameu 
impatiens haesuri ad moenia Martis ') TCQoasxaQxéQr^os .... 

1) V. 412 ' simulacraque maestà deorum arte carent ': partico- 
lare immaginato da Lucano, con verisimiglianza. Cte i Galli anche 
prima della conquista romana avessero simulacri delle divinità lo at- 
testa Ces. b. g. VI, 17, 1. Citar Lucano come prova o conferma dell'in- 
filtrazione di elementi gallici nel culto greco di Marsiglia (Class nel- 
r Encicl. del Pauly IV, 1633) non è permesso : Lucano dice 445 sg. 
' gemuere videntes (vedendo cioè atterrare il bosco sacro) Gallorum 
populi; muris sed clausa iuventus exultat '. Sono i ' Gallorum po- 
puli ' (p. e. gli Albici ' barbaros homines .... qui .... montes supra 
Massiliam incolebant ' Ces. b. I, 34, 4) che considerano violati i loro dei. 



366 e. VITELLI 

sTieiT sTtsidì^i àvTTqQxovv, èxsivovq jiièv irsQoig TTQOGSTa^sv, adtòg 
àè eg TYjV 'l^ìjQiav 'f^nsixd^ì] (Lue. ' versus ad Hispanas acies.... 
iussit bella gerì '). Cesare I, 36, 5 brevemente ' liis (alle navi) 
D. Brutum praeficit, C. Trebonium legatum ad oppugna- 
tionem Massiliae relinquit '. 455-473 « Sull'agger co- 
struito 'stellatis axibus' vengono erette due torri mobili alte 
come le mura, contro le quali, mediante ruote non visibili, 
sono fatte avanzare (v. 458 ' per iter longum causa repsere 
latenti ' ). Dalle torri sono lanciati proiettili sugli assediati ; 
ma questi, disponendo di potenti baliste, si difendono con 
successo (463-8 ' sed maior Graio Romana in corpora ferro 
vis inerat ' etc.)- Le torri — ciò si rileva indirettamente 
dalla narrazione — sono o distrutte o costrette a ritirarsi ». 
455-6 ' stellatis axibus agger erigitur '. Lo Stoffel II 
p. 356, mettendo a confronto il passo di Silio Italico in 
cui sono descritte le opere che Fulvio fece costruire al- 
l'assedio di Capua (XIII, 109 sgg.), intende per ' stellati 
axes ' le pareti che sostenevano l' agger da ambo le parti 
' pareti fatte di letti di tronchi d'albero sovrapposti, les 
arbres de chaque Ut croisant à angle droit ceux du Ut in- 
férieur '. 456-8 ' geminasque aequantis moenia turres 
accipit: hae nullo fixerunt robore terram, sed per iter lon- 
gum causa repsere latenti \ L' agger su cui sono erette le 
due torri è quello che, come abbiam detto, colmava l'av- 
vallamento fra il campo di Trebonio e la cittadella. Lo 
StofiPel I p. 293 fa notare che Cesare, a proposito dell'in- 
cendio che lo distrusse, nomina una sola torre (II, 12, 3); 
e parimenti una sola torre nomina come esistente sull'agger 
costruito a sinistra dell' agger principale (II, 14, 5 ' alteram 
turrim aggeremque '). Lucano dunque, secondo il quale 
sopra un sol terrapieno erano due torri, commette una li- 
cenza poetica ' par laquelle une seule terrasse est repré- 
sentée comma pourtant les deux tours qui surmontaient, 
lune la terrasse de droite, l'autre celle de gauche '. Non 
credo: le torri di cui parla Cesare nei passi citati sono 
torri fìsse, quelle che descrive Lucano mobili; quelle ser- 
vivano a proteggere ' quae circum essent opera ' (II, 10, 1), 
queste s' avanzano esse stesse contro le mura. Converrà 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 367 

piuttosto dire che alla costruzione di torri fisse gli asse- 
dianti ricorsero in seguito, dopo i tentativi ampiamente 
descritti in Lucano; in questa opinione mi conferma il 
fatto che Cesare stesso in due luoghi (II, 1, 1, 2, 6) parla 
di più torri (verisimilmente mobili) che si trovavano su un 
solo agger; e il sospetto dello Stoffel II p. 394 ' Peut-étre 
s' est-il glissé là quelque fante de copiste dans les manuscrits' 
non sembra in alcun modo giustificato. Che del resto in 
tutta questa descrizione Lucano non lavori di fantasia, lo 
mostra un particolare riferitoci anche da Cesare : quello 
sulla potenza delle baliste dei Marsigliesi (Lue. 465-8 ; 
Ces. II, 2, 1). 

vv. 474-486. ^ Maggior successo ha, sulle prime, un 
assalto fatto dagli assedianti riuniti in testuggine, giacche 
la vicinanza rende inservibili le macchine nemiche : tut- 
tavia con sassi e proiettili lanciati a mano i Marsigliesi 
riescono a sfasciar la testuggine ' *). Lucano è parimenti 
l'unico che descriva un tale assalto; ma anche qui un par- 
ticolare che concorda con ciò che Cesare riferisce in altra 
occasione, prova l'autenticità del racconto: si confrontino 
i vv. 477-80 ' quae prius ex longo nocuerunt missa recessu 
iam post terga cadunt; nec Grais flectere iactum aut fa- 
cilis labor est longinqua ad tela parati tormenti mutare 
modum ' con Ces. II, 16, 2 secondo il quale una delle ra- 
gioni che indusse i Marsigliesi ad arrendersi fu il vedere 
' suorum tormentorum usum, quibus ipsi magna speravis- 
sent, spatio propinquitatis interire '. 

vv. 487-96. ' Gli assedianti fanno un nuovo tentativo 
avvicinando alle mura una vinca, coperta di uno strato di 
terra -): sotto di essa con leve ed altri arnesi cercano di 

1) vv. 482-3 ' ut grandine tecta innocua percussa sonant ' l'im- 
magine anche in Liv. 28, 37, 7 ' itaque tanta vis lapidum creberri- 
mae grandinis modo in propinquantem iam terrae classem effusa est ' . 

2) Forse anche nel ' tecta fronte ' {v. 488) è un particolare 
tecnico che deriva da Livio (cfr, Vitruvio X, 15, 1 a proposito delle ' te- 
studines ' dette èqvxrlóeg, ' frontes vero earum fiunt quemadmodum 
anguli trigonorum uti a muro tela cum in eas mittantur non planis 
frontibus excipiant plagas sed ab lateribus labentes sine periculoque 

■ fodientes qui intus sunt tueantur '). 



368 e. VITELLI 

far crollare il muro, contemporaneamente agisce l'ariete 
che è dentro la vinea. Ma i Marsigliesi rovesciano su di 
essa gran quantità di sassi e materie infiammabili, la vinea 
è scompaginata e i Romani costretti a ritirarsi '. La vinea 
quale è descritta in questi versi presenta molti punti di 
somiglianza col ' musculus ' descritto da Cesare II, 10 : 
tanto quella quanto questo sono gallerie d'approccio; anche 
il musculus è ricoperto con mattoni e con fango (II, 10, 5), 
e su di esso gli assediati precipitano ' saxa quam maxima ' 
e materie incendiarie (II, 11, 1-2) e sotto di esso gli assa- 
litori ' vectibus intima saxa turris hostium, quibus funda- 
menta continebantur, convellunt ' (II, 11, 3). Non so se 
sia possibile identificare la vinea col musculus ; ma certo 
sarebbe errore credere che Lucano descriva qui proprio 
l'assalto narrato da Ces. nel e. 11 del 1. II, giacché il 
risultato di esso nei due autori è interamente diverso : fa- 
vorevole agli assediati, che distruggono la vinea e costrin- 
gono gli assalitori a battere in ritirata, in Lucano; favo- 
revole agli assedianti, che riescono a far crollare la torre 
nemica e costringono i Marsigliesi ad arrendersi, in Ce- 
sare. Un passo di Vitruvio X, 16, 12 mostra che anche 
qui si tratta di un episodio, di cui tacciono i Commen- 
tarli e che la fonte di Lucano narrava : ^ testudo autem 
arietaria cum ad murum pulsandum accessisset permiserunt 
laqueum et eo ariete constricto .... denique totam machi- 
nam malleolis candentibus -) et ballistarum plagis dissipa- 
verunt. ita ea Victoria civitates (fra le quali Marsiglia) non 
machinis sed contra machinarum rationem architectorum 
sollertia sunt liberatae ' . Le parole ' ea Victoria ' non la- 
scian alcun dubbio in proposito : si tratta di un assalto vit- 
toriosamente respinto dai Marsigliesi. 

vv. 497-508. ' Gli assediati, imbaldanziti pel successo 
ottenuto, fanno di notte una sortita e incendiano le opere 
d'assedio dei Romani ' ^). Lucano falsa, forse scientemente, 

1) V. 490 ' suspense fortior ictu ' cfr. Vitruv. X, lo, 2 '. . . . in 
Hs suspendit arietem '. 

2) Cfr. Lue. V. 494 ' adusti roboris ictu '. 

3) V. 501 ' telum fiamma fuit ': cfr. Liv. 5, 7, 2 dei Veienti che 

20. 1. '903 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 369 

il nesso dei fatti : secondo lui, la sortita è una conseguenza 
dei successi Marsigliesi. Cesare invece (II, 14) narra che essa 
sarebbe avvenuta durante un armistizio che gli assediati, di- 
sperando di poter ulteriormente difendere la città, avrebbero 
chiesto e ottenuto dai Romani : cfr. anche Dione XLI, 25, 2. 
Secondo Cesare l'armistizio sarebbe stato violato dai Mar- 
sigliesi, secondo Dione dai Cesariani. Lucano concorda con 
Dione nell'indicazione del tempo in cui la sortita sarebbe 
avvenuta: ' nocturni ' = Dio. rvxróg; Ces. invece (II, 14, 1) 
' meridiano tempore ' . A proposito del v. 501 ' rapiensque 
incendia ventus ' cfr. Ces. 1. e. ' secundo magnoque vento 
ignem operibus inferunt. Hunc sic distulit ventus ' etc. 

vv. 509-10. ' I Eomani, perduta ogni speranza di com- 
battere con successo dalla parte dì terra, risolvono di tentar 
la fortuna per mare '. Il ' victis ' si riferisce ai Romani: 
ne ciò che precede né i versi che immediatamente seguono 
permettono di credere che Lucano intenda qui i Marsigliesi i). 
Lucano modifica il nesso e l' ordine degli avvenimenti, veri- 
similmente per una ragione artistica: la battaglia navale, 
che termina con la sconfitta dei Marsigliesi, deve esser la 
catastrofe del dramma. Per questo egli la narra per ultimo, 
dopo la sortita dei Marsigliesi, mentre Cesare (e cosi pure 
Livio: cfr. Dion. XLI, 25) la narra — come del resto av- 
venne — prima di essa. Per una ragione parimenti artistica, 
assai facile a comprendersi, il poeta fonde in una sola le due 

con un' improvvisa sortita notturna incendiano l' agger costruito dai 
Komani : ' ingens multitudo facibus maxime armata ' . Da Livio forse 
deriva anclie il particolare contenuto nei vv. 503-4 ' nec quamvis 
viridi luctetur robore lentas ignis agit vires ': cfr. Liv. 6, 2, 11 a 
proposito del vallo dei Volsci incendiato da Camillo (' flammis in 
castra tendentibus vapore etiam ac fumo crepituque viridis materiae 
flagrantis '). 

1) Tale possibilità, ammetterebbe lo Ziehen, se intendo bene le 
sue parole (in ' Berichte des freien deutsh. Hochstiftes in Frankf. 
a. M. ' VI (1890), fase. 1> p. 60: ' Wem diese poetiscbe Lizenz (il 
fatto cioè che in Lucano non è narrato l'esito dell'assedio) allzufrei 
erscbeint der mag in den Versen III, 509-10, zusammengehalten mit 
der folgenden Erzahlung der auch hier vereitelten Hoffnung auf Ret- 
tung, eine genùgende Andeutung des Ausganges erblicken ' . 

Studi ital. di filol. class. X. 24 



370 e. VITELLI 

battaglie navali che in Livio trovava descritte : le quali del 
resto, e per l'esito, sfavorevole ai Marsigliesi, e pel modo 
con cui furono combattute, ebbero molti punti di somi- 
glianza fra loro. Il Commentum Beruense, cui era possibile 
il confronto con la fonte di Lucano, afferma che il poeta 
descrive la seconda battaglia navale. 

vv. 510-16. Preparativi dei Romani. Nei vv. 510-13 si 
accenna alla flotta fatta costruire in breve tempo da Ce- 
sare ad Arelate (Ces. I, 36, 4) ; nei vv. 514-16 si narra che 
questa flotta, sotto il comando di Bruto, discese il corso 
del Eodano e stazionò nelle Stoechades i) : particolari assai 
precisi, l'ultimo dei quali è confermato da Cesare (I, 56, 4, 
' hae ad insulam quae est contra Massiliam stationes ob- 
tinebant '). 

vv. 516-20. Preparativi dei Marsigliesi. 618 ' grau- 
daevosque senes mixtis armavit ephebis : Ces. II, 6, 5 ' nam 
et honesti ex iuventute et cuiusque aetatis amplissimi .... 
naves conscenderant ' . 520 " et emeritas repetunt nava- 
libus alnos ' : Ces. II, 4, 1, ' Massilienses .... veteres ad 
eundem numerum exnavalibus productas navis refecerant '. 

vv. 521-8. ' Le due flotte si muovono incontro a forza 
di remi: giacché non spira nò il vento del nord [favore- 
vole ai Marsigliesi] ne quello del sud [favorevole ai Romani] : 
siamo nelle prime ore del giorno ' . La frase di Cesare II, 4, 5 
' nacti (i Marsigliesi) idoneum ventum ex portu exeunt ' 
non è sufficiente per indurci a ritenere invenzione di Lu- 
cano questi particolari. 

vv. 529-37. Ordine di battaglia della flotta romana : 
' allegali le navi maggiori (triremi, quadriremi ' et plures 
quae mergunt aequore pinus ' , cioè quinqueremi) : fra le ali, 
in forma di mezza luna (' lunata fronte '), le navi piccole 
e leggiere. La nave di Bruto e a sei ordini di remi ' . Par- 
ticolari storici che mancano in Cesare. 

vv. 538-82. Descrizione della battaglia. ' Le due flotte 
sono ormai a pochi metri di distanza l' una dell' altra : il 

1) Lue. V. 516 ' Stoechados arva teneus ' = presso le isole Stoe- 
chades: erra indubbiamente il Desjardins, Géographie historique et 
administrative de.la Gaule, I (1876) p. 181. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 



371 



clamore delle ciurme copre il suono delle tube. Lo scontro 
è cosi violento, che le navi rimbalzano indietro per lungo 
tratto !)• Le ali della flotta romana si sono intanto spie- 
gate : negli intervalli fra nave e nave penetrano quelle 
nemiche. Agili ed atte ad eseguire rapide evoluzioni sono 
le navi dei Marsigliesi : ' at Romana ratis stabilem prae- 
bere carinam certior et terrae similem bellantibus usum ' 
(556 sg.). Bruto quindi comanda ai suoi di afferrare e tener 
ferme, mediante ordigni a ciò preparati, le navi nemiche, 
trasformando cosi la battaglia navale in battaglia terrestre 
(v. 566 ' tecto stetit aequore bellum) '. Che anche in questa 
descrizione il poeta non lavori di fantasia, provano i se- 
guenti confronti: 



Lue. 547-8 * et iam diductis 
extendunt cornua proris diversae- 
que rates laxata classe receptae ' . 



Ces. II, 6, 2 ' Diductisque no- 
stris paulatim navibus et artificio 
gubernatorum et mobilitati na- 
vium locus dabatur ' : con le pa- 
role ' gubernatorum ' e ' navium' 
si accenna naturalmente ai piloti 
e alle navi dei Marsigliesi, la tat- 
tica dei quali consisteva nel ' cir- 
cumvenire nostros aut pluribus 
navibus adoriri singulas' (I, 58, 1). 

Ces. I, 58, 1. Il miglior com- 
mento a questi versi è il seguente 
passo di Cesare nella descrizione 
della prima battaglia navale: 'Ipsi 
Massilienses et celeritate navium 
et scientia gubernatorum confisi 
nostros eludebant impetusque eo- 
rum excipiebant '. Anche a pro- 
posito della seconda battaglia, Ce- 
sare accenna alla superiorità che 
veniva ai Marsigliesi dalla perizia 
dei piloti e dalla mobilità delle 
navi (II, 6, 2). 

i) vv. 545-6 ' in puppim rediere rates emissaque tela aera texe- 
runt vacuumque cadentia pontum '. Il ' que ' ha in certo modo va- 
lore consecutivo: le navi rimbalzano cosi indietro che i proiettili 
scagliati dall'una e dall'altra flotta vanno a vuoto cadendo nello 
spazio che intercede fra esse. La descrizione avrebbe guadagnato in 
ordine e chiarezza se il poeta avesse collocato i vv. 547-8 dopo il 552. 



vv. 553-5 ' Sed Grais habiles 
pugnamque lacessere pinus et 
temptare fugam nec longo fran- 
gere gyro cursum nec tardae flec- 
tenti cedere davo '. 



372 e. VITELLI 

vv. 556-7 ' At Romana ratis Cesarei, 58, 3 accenna alla poca 

stabilem praebere carinam certior mobilità e alla pesantezza delle 
et terrae similem bellantibus navi romane; Dione XLI, 21, 3 
usum '. alla grandezza di queste navi. 

vv. 565-6 ' Ast alias manicae- Ces. I, 58, 4 ' Itaque dum lo- 

que ligant teretesqne catenae, se- cus comminus pugnandi daretur, 
que tenent remis i): tecto stetit ae- aeqno animo singulas binis navi- 
quore bellum ' (cfr. anche 569-70 bus obiciebant atque iuiecta manu 
' miscenturque manus. navali più- ferrea et retenta utraque nave di- 
rima bello ensis agit '). versi pugnabant atque in liostium 

naves transcendebant '. Che i Ce- 
sariani facessero lo stesso anche 
nella seconda battaglia navale at- 
testa una frase di Ces. II, 6, 2 ' si 
quando nostri facultatem uacti 
ferreis manibus iniectis navem 
religaverant ' . 

Nei vv. 583-751 sono descritti singoli episodi della 
battaglia : immaginati evidentemente dal poeta per indivi- 
dualizzare l'azione. Uno di essi gli fu forse ispirato da 
ciò che nella sua fonte egli leggeva di Acilio, soldato della 
decima legione, il quale ' abscisa dextra, quam Massilien- 
sium navi iniecerat, laeva puppim adprehendit, nec ante 
dimicare destitit quam captam profundo mergeret ' (Val. 
Mass. Ili, 2, 22). Lucano vuole abbellire, e per abbellire cade 
neir inverosimile : questo valoroso (un greco, non un ro- 
mano: V. 610) afferra con la mano una nave nemica: la 
mano gli vien tagliata. Egli cerca di prendere con la mano 
che gli resta quella tagliata : finisce col perderle ambedue. 
Tuttavia, pur cosi mutilato, non si ritira dalla battaglia, 
e para col suo petto i colpi diretti contro il fratello. Finché 
* solo nociturus pondere ' (v. 626) si lancia sulla nave ne- 



1) ' seque tenent remis ': un particolare che deriva certamente 
da Livio. Cfr. 36, 44, 8 ' Livius indignatione accensus praetoria nave 
in hostes tendit. adversus quam eadem spe duae, quae Punicam 
unam navem circumvenerant, cum inferreutur, demittere remos in 
aquam ab utroque latere remiges stabiliendae navis causa iussit, et 
in advenientis hostium naves ferreas manus inicere et, ubi pugnam 
pedestri similem fecissent, meminisse Romanae virtutis ' etc. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 373 

mica e l'affonda »). Verisimilmente un accenno ai tentativi 
per incendiare le navi che il poeta trovò in Livio, ha dato 
occasione ai vv. 680-90. 

vv. 752-762. ' Le sorti della battaglia volgono favo- 
revoli ai Eomani, che affondano o fauno prigioniere le navi 
nemiche : solo pochi riescono a fuggire. Dolore e dispera- 
zione dei Marsigliesi ' = Ces, II, 7, 2-4. 

La narrazione di Lucano e il frettoloso riassunto di 
Dione (XLI, 19. 21, 3-4. 25), combinati insieme e completati 
con alcune notizie conservateci nel Comm. Bern. (v. 514 e 524) 
e con un'altra riferitaci da Val. Massimo (III, 2, 22), sono 
sufficienti perchè noi possiamo ricostruire nelle linee ge- 
nerali e spesso anche nei più minuti particolari la narra- 
zione di Livio. Degno di nota è che questi inseriva allo 
stesso modo di Cesare i varii episodi dell'assedio di Mar- 
siglia nel racconto della guerra di Spagna ^). Livio con- 
sultò verisimilmente s) anche per questa i Commentari; 
ma sua fonte principale fu senza dubbio uno scrittore che 
questi avvenimenti esponeva più ampiamente e in parte 
differentemente da quello che si legge nei Commentari. A 
questa fonte indipendente da Cesare risalgono certamente: 
a) notizie di carattere topografico: su Marsiglia 



i) Quanto ai nomi dei protagonisti di qixesti episodii, due sono 
Romani, sei Greci. I nomi dei Romani Tagus (586, al. Catus) e Tyr- 
rhemis (709) gli ftiron forse suggeriti da Virgilio, presso il quale 
hanno questi nomi rispettivamente un Rutùlo (IX, 418) e vin Etru- 
sco (XI, 612). I nomi dei Greci sono Telo (592; anche in Virg. VII, 334), 
Gyareus (600), Lycidas (636), Phoceus (697: da Focea, madrepatria 
di Marsiglia), Lygdamus (710), Argus (723). 

2) Ciò risulta da Dione : cfr. Grohs, ' Der wert des Dio Cas- 
sius ' etc. p. 37. Acutamente osserva lo Ziehen p. 60 ' der Ausgang 
der Belagerung wird in der Pharsalia tiberhaupt nicht erzàhlt, doch 
wohl deshalb, weil dem Dichter ein zurùckgi-eifen auf diese Vorgange 
in dem obendrein erst spater ausgearbeiteten vierten Buche nicht mehr 
gelegen war '. 

3) Dico 'verisimilmente', perchè, come il lettore comprende, anche 
le notizie che hanno riscontro in Cesare poteva Livio trovare e de- 
sumere dall'altra fonte. 



374 e. VITELLI 

(vv. 375-80) ; sul campo dei Cesariani (vv. 377-8) ; sul bosco 
sacro (vv. 427-8). 

h) le notizie sulla linea di circonvallazione costruita 
dagli assedianti per tagliare le comunicazioni fra Marsiglia 
e la terra ferma (vv. 383-7) ; alcuni particolari suU' agger 
(vv. 396-8 e spec. 455-6 ^ stellatìs axibus agger erigitur '); 
il numero delle legioni che Cesare lasciò con Trebonio 
(Comm. Bern. v. 514 ' tres legiones cum Trebonio '; Oros. 
VI, 15, 6 ' Trebonium cum tribus legionibus relinquens '). 

e) le notizie sui varii assalti (mediante torri mobili, 
la testuggine e la vinca) respinti vittoriosamente dai Mar- 
sigliesi : descritti ampiamente da Lue. (455-96) e accennati 
fugacemente da Dione con le parole (25, 1) rag %s jiQoa^oXàg 
IcxvQ&g ànaxQovovro. 

d) numerosi particolari a proposito della seconda bat- 
taglia navale : il nome del comandante della flotta Marsi- 
gliese (Hermon sostituito a Parmenone, sconfitto preceden- 
temente : Comm. Bern. v. 524); l'ora in cui le due flotte 
si muovono incontro (521-2); l'ordine di battaglia della 
flotta Eomana (compresa la notizia cbe la nave di Bruto 
era a sei ordini di remi: vv. 529-37); i tentativi per in- 
cendiare le navi (vv. 680-90) ; i prodigi di valore compiuti 
da Acilio (Val. Mass. Ili, 2, 22, Lue. 609-33). 

e) la narrazione della sortita avvenuta di notte 
(Lue. 499 ' nocturni '; Dio. 25, 2 ryxro'c) e provocata dai 
Cesariani che avrebbero violato l'armistizio (Dione 1. e): 
narrazione che non è in alcun modo possibile metter d'ac- 
cordo con ciò che narra Cesare (II, 14), secondo il quale 
l'armistizio fu violato dai Marsigliesi e la sortita avvenne 
verso il mezzogiorno. 

/) la notizia che Cesare non tolse ai Marsigliesi la 
libertà (si cfr. Ces. 11,22, 5-6 con Dione XLI, 25, 3 e Oros. 
VI, 15, 7). 

IV 1-401. Guerra di Spagna, 
vv. 1-3. Con ragione suppone lo Ziehen (p. 68) che 
l'osservazione contenuta in questi versi si trovasse in Li- 



FONTI DELLA FÀRSAGLIA. 375 

vio: questa guerra fu infatti quasi incruenta, ma di capi- 
tale importanza pel seguito e l'esito della campagna. Remi- 
niscenza di Lucano è, in parte, il giudizio di Floro II, 13, 26 

' Anceps variumque, sed incruentum in Hispania bellum ' . 

vv. 4-7 cfr. Ces. b. e. I, 38, 4 ' Petreius ad Afranium 

pervenit, coustituuntque communi Consilio bellum ad Iler- 
dam propter ipsius loci opportunitatem gerere ' '). 8-10 

' Latias acies ' sono le cinque legioni di cui disponevano 
Afranio e Petreio, in contrapposizione alle truppe ausiliarie 
indigene. Lucano come truppe ausiliarie nomina gli Asturi, 
i Vettoni e i Celtiberi -): cfr. Caes. 38, 3 ' equites auxi- 
liaque toti Lusitaniae a Petreio, Celtiberiae, Cantabris bar- 
barisque omnibus, qui ad oceanum pertinent, ab Afranio 
imperantur '; e si tenga presente che i Vettoni erano una 
popolazione della Lusitania, gli Asturi* avevan le loro sedi 
nel nord della Spagna presso l'Oceano. 

vv. 11-23. Topografia d'Ilerda e della regione circo- 
stante, dei campi di Cesare e di Pompeo. 11-3 conten- 
gono accurati particolari topografici: la contrada è anche 
oggi rinomata per la sua fertilità {' pingue solum '), la col- 
lina C colle modico ') sulla quale sorgeva la città è alta 268 
m. sul livello del mare. Che Ilerda fosse un'antica città lo 
dice, per quel che io so, solamente Lucano: né v' è ragione 
per non credergli. Non esatta è l'espressione ' leni tu- 
mulo ': cfr. Schneider, Ilerda (Berlin 1886) p. 11 ' Der 
Berg fàllt nach drei Seiten steil ab, nur die Westseite ist 
sanft abgedacht '. Questo lato della collina che presenta 
un dolce pendio è indicato da Cesare 45, 5 con le parole 
' declivis locus tenui fastigio '. 13-6. Eccettuato l'epi- 

1) V. 7 ' pervigil alterno paret custodia signo '. ' signum po- 
trebbe essere non ' la parola ' come s' intende comunemente, ma il 
segnale di cui parla Polib. 14, 3, 6. ' alterno ' indica che Afranio e 
Petreio avevano il comando supremo un giorno l'uno e un giorno 
l'a,ltro, turno usuale in simili casi: cfr. Monimsen, R. G.' I, 48. 

2) La perifrasi con cui Lucano indica i Celtiberi (v. 9 sg. ' pro- 
fugique a gente vetusta Gallorum Celtae miscentes nomen Hiberis ') 
trova perfetto riscontro in App. Iber. 2, p. 62, 23 Mend. KeXrol uot 
óoxovai note, rtjf JIvQi^vrjy vneo^tivTeg, ccvtotg (agli Iberi) avvoixijaac, od^sv 
ccQcc y.cà TÒ Ks?.ri^tJQù)y opofia sqovtj. 



376 e. VITELLI 

teto ' placidis ' dato alle onde del Sicori, nel resto grande 
precisione. Ai piedi della collina, ad oriente, scorre il Si- 
cori ' inter Hesperios non ultimns amnis ' , il principale 
affluente dell' Ibero; un ponte di pietra (saxeus) conginu" 
geva (Ces. 49, 2) e congiunge tuttora la città colla riva 
sinistra del fiume: ' ingenti arcu ': il ponte misura in lun- 
ghezza 196 passi (Schneider p. 10) ; ' hibernas passurus 
aquas ': rimase infatti illeso nella grande inondazione suc- 
cessa durante la campagna. 19-23. Un accenno alla pia- 
nura compresa fra il Sicori e il Cinga, nella quale si svolse 
la prima parte della campagna. A proposito dell'attri- 
buto ' rapax ' dato al Cinga, affluente dell'Ibero (vv. 21-3), 
si legga la descrizione di una jDiena subitanea fatta da un 
liestimonio oculare presso Schneider p. 18 ' Die Gewalt des 
Stromes rollte grosse Steine, Felsblòcke und Bàume vor 
sich her ' ») etc, 16-8. ^ At proxima rupes signa tenet 
Magni ; nec Caesar colle minore castra levat ; medius di- 
rimit tentoria gurges '. Da Livio deriva non solo la prima 
notizia, che cioè i Pompeiani avessero il loro campo su di 
un'altura (cfr. Caes. 43, 1 ' Erat inter oppidum Ilerdam 
et proximum collera, ubi castra Petreius atque Afranius 
habebant ' etc: la collina di Gardeny, alta 210 m.), ma anche 
le altre due che parimenti su un'altura (la collina di Mal- 
pas; 184 m.) fosse il campo di Cesare e che un torrente 
(verisimilmente quello segnato sulla carta dello Stoffel col 
nome di Clamor del Valle) scorresse fra i due campi. Il 
Gòler (II, 36), lo Schneider (p. 12) e lo Stoffel (I, 51-2) col- 



i) Sarebbe in errore chi, rammentando l'origine spagnuola di 
Lucano, credesse che egli in questo libro della Farsaglia descrivesse 
luoghi da lui veduti : Lucano nacque nella Spagna, ma ' octavum .... 
mensem agens Romam translatus est '. Fra parecchie consimili de- 
scrizioni in Livio scelgo quella di Scodra, una città dell' lUirio 
(44, 31, 2 sgg.): ' munitissima longe est et difficilis aditu. duo cingunt 
eam flumina, Clausala latere urbis, quod in orientem patet, prae- 
fluens, Barbanna ab regione occidentis, ex Labeatide palude oriens. 
hi duo aranes confluentes incidunt Oriundi flumini, quod ortum ex 
monte Scordo, multis et aliis auctvim aquis, mari Hadriatico infertur. 
mons Scordus ' etc. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 377 

locano il campo di Cesare in pianura: nei Commentarii si 
legge solamente che esso distava circa 400 passi dai piedi 
della collina ov'era il campo dei Pompeiani. Faccio notare: 
che Appiano II, 42 p. 727, 8, d'accordo con Lue. pone il 
campo di Cesare su delle alture {ènl xor^ixvwv); che Cesare 
stesso 64, 1 accenna ai ' superioribus locis, quae Caesaris ca- 
stris erant coniuncta '; che queste alture dallo Sto£fel,-che 
ha visitato i luoghi, sono state identificate colla collina di 
Malpas; che verisimilmente ' coniuncta ' non è da interpre- 
tarsi ' vicini ' , come consiglia il Doberenz-Dinter, ma ' con- 
giunti ' . Non ho competenza sufficiente in materia per impe- 
gnarmi in una discussione ; mi par però che non vi sia 
difficoltà ad ammettere che il campo di Cesare, pur essendo 
in pianura, fosse sulla riva destra del Clamor del Valle : in 
tal modo questo torrente verrebbe a scorrere, come attesta 
Lucano, fra il campo dei Cesariani e quello dei Pompeiani. 
La traduzione del Gòler p. 36 ' und nicht auf dem kleineru 
Hugel schlug Casar sein Lager, sondern mitten durch seine 
Zeltreihen iloss ein Gewasser ' è senza dubbio errata ; i due 
versi sono da tradursi : « Non minore è il colle su cui Ce- 
sare pone il suo campo; un torrente separa, scorrendo nel 
mezzo, i due accampamenti ». 

vv. 24-8. Questi versi, specialmente il v. 25 ' spectan- 
dasque ducum vires numerosaque signa ', mostrano che la 
fonte di Lucano narrava ciò che si legge in Cesare 41, 2: 
' Ipse (Cesare) .... triplici instructa acie ad Ilerdam profi- 
ciscitur et sub castris Afranii constitit et ibi paulisper sub 
armis moratus facit aequo loco pugnandi potestatem. Po- 
testate facta Afranius copias educit et in medio colle sub 
castris constituit. Caesar, ubi cognovit per Afranium stare 
quo minus proelio dimicaretur ' etc. Fantasia di Lucano è 
che vergogna e pietà di patria trattenessero i due eserciti 
dal venire a battaglia. 28-31 è descritto ciò che Ce- 
sare narra 41, 4-5 ^ a fronte centra hostem pedum XV 
fossam fieri iussit. Prima et secunda acies in armis .... 
permanebat (Lue. ' primae perstant acies '), post hos opus in 
occulto a III acie fiebat. Sic omne prius est perfectum opus 
quam intellegeretur ab Afranio castra muniri ' (Lue. ' ho- 



378 e. VITELLI 

stemque fefellit ') ')• Anche l'indicazione dell'ora ' prono 
tum .... Olympo in noctem ' è sufficientemente precisa : 
cfr. Oes. 41, 6 ' Sub vesperum '. 

vv. 31-47. « Al mattino Cesare tenta d' impadronirsi 
mediante sorpresa del colle ' qui medius tutam castris di- 
rimebat Ilerdam ': prevenuto dai nemici si ritira protetto 
dalla cavalleria ». In questi pochi versi, pieni di errori e 
di inesattezze, è condensato ciò che Ces. narra nei cap. 43-7: 
nei quali sono descritte due distinte operazioni che si svol- 
gono in due località vicine ma differenti : a) i Pompeiani 
prevengono i Cesariani che tentano di occupare il colle, 
li respingono e li mettono in fuga; Cesare con la nona 
legione accorre in soccorso dei suoi ; h) i Cesariani inse- 
guendo i nemici fuggenti verso la città s' impegnano in 
luogo angusto e scosceso ; dopo lungo combattimento, me- 
diante l' aiuto della cavalleria, riescono a ritirarsi. Livio, 
come risulta da Dione 41, 20, 6, distingueva le due ope- 
razioni e le due località: è dunque errore di Lucano, non 
della fonte, aver confuse insieme le une e le altre. Inoltre 
' luce nova ' (v. 32) è inesatto: l'occupazione del colle fu 
tentata non il giorno dopo, ma alcuni giorni dopo che Ce- 
sare aveva cominciato la costruzione del campo (Ces. 42-3); 
parimenti inesatto ' qui medius tutam castris dirimebat 
Ilerdam • = che trovandosi fra il campo di Cesare e la città 
la rendeva sicura : questo colle (oggi : Puig Bordel) si tro- 
vava invece ' inter oppidum Ilerdam et proximum collem, 
ubi castra Petreius atque Afranius habebant ' (Ces. 43, 1). 
Nei vv. 37-43 il poeta lascia libero corso alla sua fantasia: 
quel piccolo colle (' une éminence, sorte de monticule ' 
Stoffel I, 50) è descritto come un'alta montagna: ' rupes.... 
in altas ' (v. 37), ' monte ' (v, 38). Può anche essere che Lucano, 
il quale, come abbiam già detto, confonde le due località 
in cui si svolsero le due operazioni, attribuisca al ' Collis ' 
ciò che la fonte diceva di un versante della collina su cui 

1) Front. I, 5, 9, descrivendo questo stratagemma, dice che Ce- 
sare fu indotto a ricorrervi ' cum .... recipiendi se sine periculo fa- 
cultatem non haberet ': verisimilmente egli stesso ha escogitato questo 
a parer mio poco plausibile motivo. 



FONTI DELLA PARSAGLIA. 379 

sorge Ilerda : cfr. Ces. 45, 4 ' Praeruptus lociis erat utraque 
ex parte derectus ' 47, 3 ' quod montem — ascendissent ' . Gli 
unici particolari che in questo brano si riscontrano esatti 
sono : V. 32 ' subito conscendere cursu ' = Ces. 43, 3 ' unius 
legionis antesignanos procurrere atque eum tumulum oc- 
cupare iubet '; V. 35 ' rapto tumulum prior agmine cepit 
= Ces. 43, 5 ' prius in tumulum Afraniani venerunt'; 
V. 46 ' sic pedes ex facili nulloque urgente receptus ' ») = 
Ces. 46, 3 ' Equitatus autem noster .... commodiorem ac 
tutiorem nostris receptum dat '; v. 47 ' victor '. Verisi- 
milmente Livio — e giustamente — attribuiva la vittoria 
ai Pompeiani ; secondo Cesare 47, 1 se l' attribuirono am- 
bedue gli eserciti. 

vv. 48-129. L' inondazione del Sicori, trasformata dal 
poeta in una specie di diluvio universale. Che le inonda- 
zioni, non infrequenti, del Sicoris trasformino la pianura 
che si estende sulla riva destra — la Noguera — in parte 
in un lago attesta lo Schneider p. 15; che allora l'inon- 
dazione presentasse un carattere veramente eccezionale ri- 
ferisce Ces. 48, 1 : è quindi verosimile che il campo di 
Cesare, il quale si trovava per giunta presso un torrente, 
fosse inondato (v. 89 ' alto restagnant flumina vallo '). 

Nei vv. 56-9 abbiamo un'indicazione cronologica. Que- 
ste pioggia torrenziali avvennero ' postquam vernus cali- 
dum Titana recepit sidera respiciens delapsae portitor Helles, 
atque iterum aequatis ad iustae pondera Librae temporibus 
viceré dies ' : dunque, dopo che il sole era entrato nell'Ariete 
e dopo l'equinozio d'inverno, cioè in primavera. Cfr. Fior. II, 
13, 27 ' interim abundatione verni iluminis commeatibus 
prohibetur ' e App. presso il quale l'espressione, di cui 

1) Si guardi il lettore dal credere di trovare un particolare 
tecnico nel modo con cui è descritta l' evoluzione della cavalleria: 
V. 45 ' munitumque latus laevo producere gyro ' . Oltre la contra- 
dizione notata dal Francken (' qui se convertit iit laevum latus 
<' munitum ') opponat, non laevo sed dextro gyro flectitur '), si tenga 
presente il passo di Cesare 46, 2 ' Equitatus autem noster ab utroque 
latere (non quindi da una sola parte, come indurrebbe a credere 
l'espressione ' laevo gyro ').... sumnia in iugura virtute conititur '. 



3S0 e. VITELLI 

a un certo punto della narrazione si vale {^éQovg ìttsX- 
^óvTog b. e. II, 42, p. 727, 15), mostra che egli considera 
successi in primavera gli avvenimenti — fra i quali 1' inon- 
dazione — narrati precedentemente i). Notizie inoltre che 
derivano certamente da Livio sono le seguenti : vv. 83-7 
■ le nevi dei Pirenei, liquefatte dalle pioggie, fanno stra- 
ripare il fiume ' = Ces. 48, 2 ' (Tempestas) ex omnibus 
montibus nives proluit ac summas ripas fluminis superavit ' 
(a ragione Lucano nomina i Pirenei, ove appunto il Sicori 
e i suoi affluenti hanno le loro sorgenti) ; v. 90 ' non pe- 
corum raptus facijes ' = Ces. 48, 6 ' pecora .... propter bel- 
lum finitimae civitates longius removeraut '; vv. 91-2 ' tec- 
tarum errore viarum fallitur occultis sparsus populator in 
arvis ' , da confrontare forse con Ces. 48, 4 ' ncque ii qui 
pabulatum longius progressi erant, interclusi fluminibus 
reverti . . . . poterant '. 93-7. Fame nel campo di Ce- 

sare : i vv. 96-7 ' prò lucri pallida tabes ! non deest pro- 
lato ieiunus venditor auro ' mostrano che la fonte di Lu- 
cano accennava all'alto prezzo cui era salito il grano: cfr. 
Ces. 52, 2 ' lamque ad denarios l in siugulos modios an- 
nona pervenerat ' . 

vv. 130-143. Nei vv. 130-40 (costruzione del ponte sul Si- 
cori) è narrato ciò che Cesare riferisce 54, 2-4. Interessante 
specialmente è il seguente confronto: vv. 131-2. ' Primum 
cana salix madefacto vimine parvam texitur in puppim 
caesoque inducta iuvenco ' = Ces. 54, 2 ' reliquum corpus 
navium viminibus contextum coriis integebatur '. Anche 
la similitudine al v. 134 sg. 'sic ... . fusoque Britannus na- 
vigat Oceano ' sembra debba la tua origine a una frase 
di Cesare 54, 1 ' imperat militibus Caesar, ut naves fa- 
ciant, cuius generis eum superioribus annis usus Britanniae 
docuerat '. Un particolare, cui Cesare non accenna espli- 
citamente, ma che si rileva indirettamente dalla sua nar- 

1) Lo StofFel II p. 424 pone le inondazioni negli ultimi giorni 
■di maggio e nei primi di giugno, secondo il calendario giuliano: pe- 
riodo corrispondente agli ultimi di giugno e ai primi di luglio se- 
condo l'antico calendario romano; il Goler (II p. 43) nei primi di 
maggio secondo il calendario giuliano corretto da Gregorio XIII. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 381 

razione, è contenuto nel v. 130: ' il ponte fu costruito 
quando l'inondazione aveva cominciato a decrescere '. Sa- 
rebbe forse un errore credere che i vv. 139-40 ' non pri- 
mis robora ripis imposuit, medios pontem distendit in 
agros ' contengano una notizia tecnica attinta a una fonte 
diversa dai Commentarii : verisimilmente Lucano ricorse a 
tale espressione unicamente per indicare la stabilità e la 
solidezza del ponte '). Per i vv. 141-3 ' Ac ne quid Sicoris re- 
petitis audeat undis, spargitur in sulcos et scisso gurgite 
rivis dat poenas maioris aquae ' : cfr. Ces. 61, 1 ' fossas pe- 
dum XXX in latitudinem complures facere instituit, quibus 
partem aliquam Sicoris averterei vadumque in eo flumine 
efificeret '. 

vv. 143-156. 1 Pompeiani, lasciata Ilerda, muovono verso 
l'Ibero; Cesare li insegue. 143 sg. ' Postquam omnia 
fatis Caesaris ire videt ' . Neil' ' omnia ' sembran riassunte 
tutte le condizioni favorevoli in cui Cesare, per improvviso 
cambiamento della sorte, veniva ora a trovarsi, condizioni 
enumerate Ces. 60, 5. 144-7 cfr. Ces. 61-3; pel v. 146 
sg. ' Indomitos quaerit populos et semper in arma Martis 
amore feros ' cfr. Ces. 61, 4 ' Hic (nella Celtiberia; Lue. * ul- 
tima mundi') magnos equitatus magnaque auxilia exspecta- 
bant ' . Nei vv. 148-156 è riassunto ciò che Cesare narra nei 
capitoli 63-4 : si confrontino i vv. 149-152 (passaggio del 
Sicori a nuoto) con Ces. 64, 5-6; i vv. 155-156 ' iamque ag- 
mina summa carpit eques, dubiique fugae pugnaeqiie tenen- 
tur ' -) con Ces. 64, 1 ' cernebatur equitatus nostri proelio 
novissimos illorum premi veheraenter ac nonnunquam su- 
stinere {al. subsistere) extremum agmen atque interrumpi, 
alias inferri signa et universarum cohortium impetu no- 
stros propelli, dein rursus conversos insequi ' . Da accenni 

«) Poca accuratezza d'espressione nei vv. 137-8 ' His ratibus 
traiecta manus festinat iitrimque succisum curvare nemus ': cfr. Ces. 
54, 3 ' militesque his navibus flumen transportat .... ex utraque 
parte pontem institutum biduo perficit '. 

2) Cfr. per la frase Liv. 1, 14, 8 ' velut Inter pugnae fugaeque 
cousilium trepidante equitatu '; 1, 27, 11 ' Inter pugnae fugaeque 
consilium '. 



382 e. VITELLI 

fugaci contenuti in alcuni versi s'intravede che Livio nar- 
rava questi fatti più ampiamente di quello che non faccia 
a prima vista supporre la frettolosa esposizione di Lucano : 
p. e. v. 148 ^ Nudatos Caesar colles desertaque castra con- 
spiciens ' Ces. 64, 1 ' Prima luce ex superioribus locis .... 
cernebatur '; v. 149 ' neo quaerere pontem ' Ces. 63, 2 ' pons 
enim ipsius magnum circuitum habebat '. 151 sg. ' ra- 
puitque ruens in proelia miles quod fugiens timuisset iter ' : 
all'ardore dimostrato dall'esercito in quest'occasione ac- 
cenna ripetutamente Cesare (64, 2. 3. 7.); così pure alla dif- 
ficoltà e al j)ei'icolo di passare a guado il fiume (64, 3) 
' timebat tantae magnitudini fluminis exercitum obicere ' . 
Un particolare non menzionato da Ces. contengono le pa- 
role ' receptis armis ' v. 152 sg. : ' their arms — annota giu- 
stamente l'Haskins — had been previously carried across the 
river in boats '; ma esso, come il lettore comprende, è di 
tal natura che Livio (forse anche Lucano) possono averlo 
escogitato senza bisogno di ricorrere a una fonte diversa 
dai Commentarli. Che il passaggio del Sicori fosse effet- 
tuato prima di mezzogiorno (vv. 154-5 ' donec decresceret 
nmbra in medium surgente die ') si rileva indirettamente 
anche da Ces. 64, 7. 

vv. 157-169. Cesare, prevenendo i nemici, occupa i pas- 
saggi che conducono all'Ebro: i due eserciti accampano 
a breve distanza l'uno dall'altro. 157-60 ' Attollunt 

campo geminae iuga saxea rupes valle cavae media ; tellus 
hinc ardua celsos continuat colles, tutae quos inter opaco 
anfractu latuere viae ' : è descritta, evidentemente, la lo- 
calità cui Ces. accenna con queste parole (66, 4) : ' v milia 
passuum proxima intercedere itineris campestris ; inde ex- 
cipere loca aspera et montuosa ' e ' Suberant enim montes 
atque a milibus passuum v itinera difficilia atque angusta 
excipiebant ' . Se, come sembra, l' identificazione proposta 
dallo Stoffel è esatta, la valle, che secondo Lucano s'apre 
fra due catene di colline, sarebbe costituita dalle due pia- 
nure ' Plaine de Enviure ■ e ' Plaine de la Saria ' ; il sen- 
tiero che passa fra gli alti colli, sarebbe il ' Défilé de Ei- 
varoya '. 160-2 ' quibus hoste potito faucibus emitti 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 383 

terrarum in devia Martem inque feras gentes Caesar videt ' 
= Ces. 65, 4 ' Hos montes intrare ciipiebant (i Pompeiani), 
ut equitatum effugerent Caesaris praesidiisque in angustiis 
collocatis exercitum itinere proliiberent, ipsi sine periculo 
ac timore Hiberum copias traducerent ' . 162-7 è rapi- 
damente accennato ciò che Ces. racconta nei cap. 68-70; 
nelle parole ' Ite sine ullo ordine ' (v. 162 sg.) è verisi- 
milmente un' allusione alla difficoltà della marcia (cfr. Ces. 
68, 1 ' magnoque circuitu nullo certo itinere exercitum 
ducit '); pel v. 167 ' et ad montes tendentem praevenit 
hostem ' cfr. Ces. 70, 3 ' Confecit prior iter Caesar ' i). Le 
feroci parole che Lucano fa pronunciare a Cesare in questa 
occasione (vv. 162-6), sono ispirate alla nota tendenza an- 
ticesariana : Cesare, benché si trovasse in condizioni emi- 
nentemente favorevoli per dar battaglia, resistette alle 
istanze dei suoi che chiedevano il segnale dell' attacco (e. 71). 
Le parole ^ quibus armatis pepercistis ' nel frammento di 
Livio conservatoci dal Comm. Bern. (v. 354) mostrano che 
Livio conosceva e narrava questo episodio. 168-9 ' illic 
exiguo paulum distantia vallo castra locant ' ^-) : Ces. 72, 5 
' Caesar .... quam proxime potest hostium castris castra 
communit '. 169-253 Pompeiani e Cesariani, trovandosi 
accampati vicini, fraternizzano : Pompeo sopraggiunto uc- 
cide i soldati di Cesare che si trovano nel suo campo e 



i) La manovra é descritta da Frontino II, 5, 38: che egli però 
non attinga a Cesare, ma a Livio, indurrebbe a credere il fatto che 
non si riscontrano somiglianze d'espressione. Frontino conserva 
quando può — quando cioè non crede opportuno di condensare in 
un breve estratto la narrazione (né qui è il caso) — frasi e parole del- 
l' originale : cfr. Gundermann, Quaest. de I. F. s. libris in Fleckeisens 
Jahrb. XVI Supplementb. (1888) p. 361 sgg. Non insisto su alcune 
piccole differenze (Front. ' exiguo circuitu flexit repente ' : Ces. 69, 3 
' paulatim retorqueri agraen ad dexteram '; Front. ' peditatu quem 
praemiserat .... inordinatos est adortus ' non trova riscontro in Ces.) 
introdotte forse dallo stesso Frontino: faccio però notare che quel 
' velut captis castris ' è un'espressione efficace e immaginosa che 
egli potrebbe aver preso da Livio. 

2) Cfr. per la frase Liv. 4, 27, 3 ' bina castra hostium parvo 
Inter se spatio distantia ' ; 27, 12, 10 ' castra exiguo distantia spatio ' . 



384 e. VITELLI 

riconduce i suoi all'obbedienza. La scena del fraternizza- 
mento è da Lucano abbellita con alcuni particolari di sua 
fantasia (p. e. i gran pianti che i soldati fanno nel rive- 
dersi V. 180) ; dimentico della stagione e della storia — era 
d'estate, e i fatti, come appare da Cesare, si svolsero nel 
periodo di poche ore — ci descrive i soldati che assisi in- 
torno al fuoco passan la notte raccontandosi i casi loro. 
Notizie che derivano da Livio sono le seguenti : v. 172-4 
' da prima Cesariani e Pompeiani si salutano dai rispettivi 
accampamenti '; vv. 176-7 ' audet transcendere valium mi- 
les . . . . hospitis ille ciet nomen, vocat ille propinquum : 
Ces. 74, 1 ' milites .... vulgo procedunt, et quem quisque 
in castris notum aut municipem habebat, conquirit atque 
evocat '; vv. 181-2 ' et quamvis nullo maculatus sanguine 
miles, quae potuit fecisse timet ' : Ces. 74, 2 ' quod .... 
arma .... cum hominibus necessariis et consanguineis con- 
tulerintj queruntur (i Pompeiani ; Lucano invece — e se 
ne comprende facilmente la ragione — attribuisce tal pen- 
timento ai Cesariani, come appare dai vv. 182-8); vv. 196-8 
' Pax erat et miles castris permixtus utrisque errabat ; duro 
concordes caespite mensas instituunt ': Ces. 74, 4 ' Interim 
alii suos in castra invitandi causas adducunt, alii ab suis ab- 
ducuntur, adeo ut una castra iam facta ex binis viderentur '. 
I vv. 205-10 trovano completo riscontro in Ces. 75, 1-2 
' Quibus rebus nuntiatis .... Petreius vero non deserit 
sese. Armat familiam; cum hac et praetoria cohorte cetra- 
torum barbarisque equitibus paucis (Lue. ' famulas dextras ', 
'turba stipatus ').... improviso ad valium advolat, collo- 
quia militum interrumpit (Lue. ' iunctosque amplexibus 
ense separat '), nostros repellit a castris (Lue. ' praecipitat 
castris ' ), quos deprehendit interfìcit (Lue. ' multo disturbat 
sanguine pacem ' ). Il ' tradita venum ' (v. 206) è forse l' eco 
d'un' osservazione di Livio, che avrà attribuito a corruzione 
la progettata diserzione dei Pompeiani. 212-235 orazione 
di Petreio: Ces. 76, 1. 'Quibus rebus confectis (l'espul- 
sione cioè dei Cesariani e l' uccisione di alcuni di essi) 
flens Petreius manipulos circumit militesque appellat ' etc. 
Che Livio avesse a questo punto un'orazione, e che Lu- 

20. 1. '903 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 385 

cano se ne sia servito per comporre la sua è più che ve- 
rosimile ; è impossibile, naturalmente, determinare fino a 
qual punto i vv. 219-20 ' ducibns quoque vita patita est? 
Numquam nostra salus pretium mercesque nefandae pro- 
ditionis erit ' contengano un' allusione alle trattative di 
cui parla Ces. 74, 3 ' fidem. ab imperatore de Petreii atque 
Afranii vita petunt '; un'allusione al giuramento, che — 
dietro le esortazioni e l'esempio di Petreio — prestano i 
Pompeiani (Ces. 76, 2), contengono, se non m'inganno, le 
parole ' foedere nostro ' al v. 234. 235-253. I Pompeiani, 
eccitati dalle parole di Petreio, mettono a morte i soldati 
di Cesare che si trovano nel loro campo : 235-6 ' omnis con- 
cussit mentes scelerumque reduxit amorem ' cfr. Ces. 76, 5 
' mentes militum convertit et rem ad pristinam belli ra- 
tionem redegit *'; 252-3 ' Ac velut occultum pereat scelus 
omnia monstra in faciem posuere ducum ' cfr. Ces. 76, 4 
' Edicunt penes quem quisque sit Caesaris miles, ut pro- 
ducat: productos in praetorio interfìciunt '. 

vv. 254-401. I Pompeiani si mettono in marcia alla 
volta di Ilerda; Cesare, bloccatili nel loro campo, li co- 
stringe alla resa. 254-9. L'elogio — una rarità in Lu- 
cano — contenuto nell'apostrofe che il poeta rivolse a 
Ces. mostra chiaramente che trovava nella sua fonte ac- 
cennato l'atto generoso di Cesare: cfr. Ces. 77, 1 ' Caesar, 
qui milites adversariorum in castra per tempus collo- 
quii venerant, summa diligentia conquiri et remitti iu- 
bet '; cfr. anche Dio. 23, 1. 259 sgg: i fatti qui breve- 
mente accennati sono ampiamente narrati in Ces. 78-83. 
Nei vv. 259-61 ^ Polluta nefanda agmina caede duces iunctis 
committere castris non audent ' l'espressione ' non audent ' 
induce a credere che nella sua fonte Lucano trovasse un 
accenno alle numerose diserzioni dei Pompeiani (Ces. 78, 2). 

262-3. ' Campos eques obvius omnis abstulit et sic- 
cis inclusit coUibus hostem ': la situazione descritta da 
Ces. 81, 1 ' Tum vero neque .... neque ad progrediendum 
data facultate (Lue. ' campos abstulit ') consistunt necessario 
et procul ab aqua (Lue. ' siccis ') et natura iniquo loco castra 
ponunt '. ' Obvius ' è espressione inesatta per la cavalleria 

studi ital. di filol. class. X. 25 



38G e. VITELLI 

di Cesare, che inseguendo i nemici, ne ritardò e infine ne 
rese impossibile la marcia (Ces. 78, 4). Né precisa sembra 
l'indicazione della località ove i Pompeiani accamparono: 
' coUibus '; con più verosimiglianza Dione 22, 2 xw^for 
xoUov 0- 264-6. ' Tunc inopes undae praerupta cingere 
fossa Caesar avet nec castra pati contingere ripas aut cir- 

cum largos curvari bracchia fontes' : Ces. 81, 6 ' Conatur 

eos vallo fossaque circummunire . . . . ' 82, 1 ' tertio die 
magna iam pars operis Caesaris processerat '; le parole 
' nec castra pati ' ecc. mostrano chiaramente che Livio 
parlava del tentativo descritto da Ces. 81, 3-4 ' Illi ani- 
madverso vitio castrorum tota nocte munitiones proferunt 
castraque castris convertunt .... Sed quantum opere pro- 
cesserant et castra protulerant, tanto aberant ab aqua lon- 
gius '. 267-282, I Pompeiani ridotti alla disperazione 
uccidono le bestie da soma ' non utile clausis auxilìum ', 
e s' avanzano pronti a dar battaglia : Cesare con una breve 
orazione trattiene i suoi dal combattimento. Cfr. Ces. 81, 7. 
Il brano è assai interessante : esso ci fa toccare con mano 
che in Lucano abbiamo la materia dei Commentarii pas- 
sata attraverso l'elaborazione di Livio. Cesare (82, 3), ac- 
cennando alle ragioni per cui egli credette in questa cir- 
costanza opportuno d'astenersi dal prender l'offensiva, dice: 
' eisdem de causis quae sunt cognitae '. Le ragioni cui egli 
allude sono esposte ampiamente nel cap. 72 : ripugnanza 
a tentar le sorti della battaglia, quando poteva vincere 
senza combattere ; ripugnanza a spargere inutilmente san- 
gue cittadino: se ne aggiungeva ora una d'ordine pura- 
mente tattico (82, 3). Nell'orazione che Cesare tiene presso 
Lucano si accenna in certo modo al primo di questi mo- 
tivi : v. 274 ' non ullo constet mihi sanguine bellum ' ; am- 
piamente svolto però è un altro: ' Cesare teme i nemici, 

i) Beucliè il modo come Cesare si esprime (82, 2) possa indurre 
a credere die i Pompeiani accampassero su un'altura: Ces. ' aciem 
sub castris instruunt ' (non : * ante castra ' ). Le due indicazioni di 
Dione e di Lue. possono mettersi d'accordo supponendo quest'altura 
sulla quale i Pompeiani accampavano circondata da altre più con- 
siderevoli. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 387 

che, disperando della propria salvezza, combatteranno con 
estremo furore '. Questo motivo, di cui tacciono i Com- 
mentarii, era il principale per Livio, come risulta dal con- 
fronto con Dione 22, 3: ' Cesare evitò la battaglia tò fxév 
ri (fo^ìi^slg /.irj xal eg ànóvoiav xaxaCxàvrag è^sQyàdoiìVTai vi 
dsivóv, TÒ óè xaì ciXXùìg àxovitì tìcfccg naQaatiqaeax^ai iXniaag ' e 
con Front. 2, 1, 11 ' arbitratus alienum dimìcationi tempus, 
quod adversarios ira et desperatio incenderet ' . Nella nar- 
razione liviana due particolari erano messi fra loro in più 
immediato rapporto cbe non appaia dai Commentarli: l'uc- 
cisione cioè delle bestie da soma, e l' avanzarsi pronti a dar 
battaglia. Si confronti: 

Ces. 81, 7-82, 1 ' Illi et inopia Lue. 267-271 ' Ut leti videro 

pabuli adducti, et quo essent ad viam, conversus in iram praeci- 

id paratiores, {al. ad iter expedi- pitem timor est. Miles non utile 

tiores) omnia sarcinaria iumenta clausis auxilium mactavit equos, 

interfici iubent. In his operibus tandemque coactus spe posita 

consiliisque biduum consumitur ; damnare fugam casurus in ho- 

tertio die magna iam pars operis stes fertur ' . 

Caesaris processerat. Illi impe- Front. II, 1, 11 ' C. Caesar bel- 

diendaereliquaemunitionis causa lo civili, cum exercitum Afranii 

bora circiter nona signo dato le- et Petreii circumvallatum siti an- 

giones educunt aciemque sub ca- geret isque ob boc exasperatus 

stris instruunt ' . interfectis omnibus impedimentis 

ad pugnam descendisset, conti- 

nuit suos ' etc. 

Per l'indicazione cronologica al v. 282 ' Substituit merso 
dum nox sua lumina Phoebo ' cfr. Ces. 83, 3 ' ad solis oc- 
casum ' . 292-336. La maggior parte di questi versi è de- 
stinata a descrivere i tormenti della sete : Lucano, natu- 
ralmente, lavora qui di fantasia. Che i Pompeiani tentassero 
di procacciarsi l' acqua scavando dei pozzi (vv. 292-6) è ve- 
rosimile : se però trovasse questo particolare nella sua fonte 
lo escogitasse da se stesso, appunto perchè verosimile, 
non è possibile dire. L'indicazione topografica nei vv. 335-6 
è sufficientemente esatta : l' armata pompeiana si trovava 
appunto nella regione fra il Sicori e l' Ebro ; dal Sicori 
il loro campo distava meno di due chilometri (' vicinos '). 



388 e. VITELLI 

337-362. Le trattative della resa. 337-8 ' pacisque 
petendae auctor .... Afranius ' : può esser che nella sua 
fonte Lucano leggesse che Afranio indusse il collega ad 
arrendersi *) ; né ciò è inverosimile dato il carattere del 
personaggio quale lo descrive Ces. 75, 1. 339 ' semia- 
nimes in castra trahens hostilia turmas '. Secondo Lucano, 
dunque, Afranio s'avvicina colle sue truppe al camjDO di 
Cesare : particolare che determina forse con maggior pre- 
cisione ' eum locum, quem Caesar delegit '. 340-3. ' Ser- 
vata praecanti ' etc. : verisimilmente un'aggiunta del poeta, 
che, com'è noto, si compiace di nobilitare i suoi eroi pom- 
peiani; Ces. 84, 5, riferito il discorso di Afranio, soggiunge: 
' Haec quam potest demississime et subiectissime exponit '. 
L'orazione di Afranio vv. 344-362 si rivela modellata da 
vicino su quella che il poeta trovava nella sua fonte : da 
essa deriva verisimilmente anche l'esordio ^) (vv. 344-7) e, 
certamente, i concetti espressi nei versi seguenti : 

Lue. 348-51. ' Non partis stu- Ces. 84, 3. ' non esse aut ipsis 

diis agimur nec sumpsimus arma aut militibus suscensendum, quod 
consiliis inimica tuis. nos deni- fidemergaimperatorem suum Cn. 
que bellum invenifc civile duces Pompeium conservare voluerint. 
causaeque priori, dum potuit, ser- Sed satis iam fecisse officio sa- 
vata fìdes '. tisque supplicii tulisse '. 

vv. 354-0. ' nec cruor effusus Liv. (citato nel Comm. Barn. 

campis tibi bella peregit nec far- p. 132, 3 Us.) ' et duces ulli usui 

rum lassaeque manus '. in bello milites, per quos tibi licuit 

vv. 359-60. 'nec enim felicibus sine sanguine vincere? quod Cae- 

armis misceri damnata decet '. sari pulcrum est, petimus (Lue. 356 

' nec magna petuntur '): quibus 
armatis pepercistis, deditis con- 
sulas ' . 



1) Che Livio riferisse che in quest'occasione Afranio dette il 
figlio in ostaggio (Ces. 84, 2) risulta dal passo indubbiamente lacu- 
noso del Comm. Bern. v. 337 ' obsidem prius dedit quam se Afra- 
niiis dedit '. 

2) Giacché esso è, in fondo, un elogio di Cesare. Verisimilmente 
dalla fonte deriva anche il pensiero contenuto nei vv. 352-3 (la resa 
dei Pompeiani permetterà a Cesare di portare indisturbato la guerra 
in Oriente). 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 389 

vv. 355-6. ' hoc hostibus unum Ces. 84,5. ' Itaque se victos 

qtiod vincas ignosce tuis '. confiteri: orare atque obsecrare, 

si qui locus misericordiae relin- 

quatur, ne ad ultimum suppli- 

cium progredì necesse habeant ' . 

vv. 356-362. ' Nec magna pe- 'Dìo.22,4:. naQsàoacéy acpag, ècp' to 

tuntur: otia des fessis . . . . neo iutìts ri óeivòv nd&uìai fx^xe ènl xòv 

enim felicibus armis misceri dam- nounrjtov uvayxaa^i^waiy oi avazQa- 

nata decet . . . Hoc petimus, victos xsvaca. 

ne tecum vincere cogas '. 

vv. 363-401. Una declamazione veramente inopportuna 
contro il lusso (vv. 373-382) e una descrizione in tono ele- 
giaco della tranquilla vita domestica in contrapposizione 
alle fatiche e ai pericoli della guerra (vv. 385-397) occu- 
pano la maggior parte di questo brano. Particolari storici 
contengono solamente i vv. 363-4 ' Caesar facilis voltuque 
serenus ilectitur atque usus belli poenamque remittit ' . In 
Livio il poeta trovava certamente un elogio della mitezza 
e della generosità di Cesare, un' eco di esso è senza dubbio 
nelle parole * facilis voltuque serenus ': rammenti il let- 
tore che Cesare nel poema è quasi sempre descritto come 
un mostro assetato di sangue. Quanto a ' usus belli poe- 
namque ', i due concetti si leggono parimenti uniti presso 
Cesare 86, 1 : I Pompeiani udendo le condizioni proposte 
da Cesare gioirono ' ut qui aliquid iusti incommodi expecta- 
vissent (poenam), ultro praemium missionis ferrent (usus 
belli.... remittit) ', e presso Dione 23, 1: ovts yctQ àns- 
xTiivs TÒ naQanav xwv iv tovtm xm ?ro?.6\u(o àXóvxoov ovòéva, 
xaiTOi ixsCvcùV nort iv àvoxf] tivi àcfvkàxxoìc, rivàg x&v éavtov 
exovvag (f^etodvxcov, ovxs roj JIo/LinrjiM àvrinoXeiif^aai i^s^ià- 
(jccxo. 382-5 ' Tunc arma relinquens victori miles .... suas 
curarum liber in urbes spargitur ' . Da Cesare 86, 3 e 87, 4 
si apprende che quelli dei soldati pompeiani che avevano 
in Ispagna domicilio o possessi — la terza parte di tutto 
l'esercito — furono subito licenziati; gli altri, gli Italici, 
furono mandati al fiume Varo. Ciò narrava anche Livio : 
cfr. Com. Bern. 337 ' placuitque ut ipse (Afrauio) cum Pe- 
treio provincia excederet; milites, Hispani qui erant, illinc 
abirent, ceteri Eomani ad Varum fluvium in Italia deducti 



390 e. VITELLI 

militia solverentur '. Da due versi del 1. VII (vv. 232. 640) 
si rileva chiaramente clie Livio sapeva che parte di queste 
truppe raggiunsero in seguito l'esercito di Pompeo (Ces. 
ITI, 88, 2; App. 43, 15-6). 385 sgg. ' quantum donata 
pace potitos ' etc. Che i Pompeiani fossero assai lieti di esser 
congedati, è attestato espressamente da Cesare nel cap. 86. 
Le due narrazioni di Lucano e di Dione Cassio (41, 
20-24), aggiuntevi le poche notizie conservateci dal Com- 
mento Bernense ») e da Frontino, ^) sono sufficienti per darci 
un'idea assai precisa della narrazione liviana. Questa se- 
guiva — spesso anche nei più minuti dettagli, come mo- 
stra specialmente Lucano — i Commentari. Le notizie che 
Livio non attinse a Cesare sono le seguenti : 

1) Notizie di carattere topografico : su Ilerda e la 
regione fra il Sicori e il Cinga (Lue. 11-16. 19-23); sulla 
posizione dei due accampamenti di Cesare e di Pompeo 
presso Ilerda (Lue. 16-18) ; forse sulla località descritta da 
Lue. 157-160. 

2) Forse un'indicazione cronologica: Livio, come ab- 
biam veduto (Lue. 56-59; Fior. II, 13, 27), poneva in pri- 
mavera l'inondazione del Sicori. Dico ' forse ', perchè po- 
trebbe darsi che egli la deducesse dal passo di Ces. 48, 5 
' Tempus erat autem difficillimum, quo neque frumenta in 
hibernis erant neque multum a maturitate aberant ' . 



1) L'inesattezza per la quale il Comm. Bern. attribuisce sette le- 
gioni ad Afranio e Petreio (v. 4 ' septem legiones Pompeiauas tene- 
bant hi duces '), trova riscontro nella Per. ex ' L. Afranium et M. Pe- 
treium legatos Cn. Pompei cum vii legionibus ': forse essa era già 
nell'Epitome. Cesare parla di sette legioni, comprese le due agli or- 
dini di Terenzio Varrone (85, 3; 38, 1): Livio faceva la medesima di- 
stinzione, come resulta da Fior. II, lo, 29 ' quid enim una post 
quinque legionis? ' 

2) Alla guerra di Spagna si riferiscono i seguenti stratagemmi 
di Frontino: 1, 5, 9 (Ces. 41, 4. 6); II, 5, 38 (Ces. 69-70); 1, 8, 9 (Ces. 66); 
II, 18, G (Ces. 80); II, 1, 11 (Ces. 82-3). Livio, come mostra Lucano, 
narrava certamente il primo (Lue. 28-31), il secondo (Lue. 162-7) e 
l'ultimo (Lue. 267-282). Quest' ultimo egli deve aver preso da Livio: 
il secondo per le ragioni sopra esposte non sembra derivi direttamente 
da Ces. ; da Cesare si può essere sicuri che non deriva il terzo. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 391 

3) Alcuni particolari che mancano in Ces. o sono da 
lui narrati un po' diversamente : a) Dione 20, 5 narrando 
il combattimento cui dette occasione l' occupazione del pic- 
colo colle presso Ilerda, tentata dai Cesariani, fa compren- 
dere — come non si rileva da Cesare 45, 2 — che la fuga 
dei Pompeiani fu uno stratagemma per trarre in luogo 
sfavorevole i nemici : cfr. Schneider p. 12 ' Ich glaube wohl, 
dass die Flucht auf Ilerda darauf berechnet war, Oasars 
Soldaten in die Falle zu locken '; h) Dione 20, 6 (= App. 
II, 42 p. 727, 9-11) narra che un riparto di truppe cesariane 
' era passato ' sulla riva sinistra del Sicori, e vi si trovava 
quando la tempesta interruppe le comunicazioni fra le due 
rive del fiume : queste truppe furono assalite e distrutte 
dai Pompeiani, senza che Cesare potesse venire a soccor- 
rerle : un fugace accenno a questo fatto sembrano contenere 
le poche parole che si leggono in Ces. 48, 4 ' ncque ii, 
qui pabulatum longius progressi erant, interclusi iluminibus 
reverti .... poterant ' *) ; e) Frontino (1, 8, 9) — che molto 
probabilmente attinge a Livio — narra con alcune differenze 
e maggiori particolari lo stratagemma cui Cesare ricorse per 
impedire una marcia notturna degli avversarli (Ces. 66, 1) ^). 

1) TJu caso simile era successo a Fabio al principio della cam- 
pagna: Ces. 40, 3 sg. Il Grohs p. 42 è, a parer mio, in errore quando 
mette in relazione questo fatto con quello narrato nei Commentarli 
I, 51: l'assalto dato dai Pompeiani al convoglio proveniente dalla 
Gallia. Dione dice ÓLcc^àvrwv Tiywy ig rei ènéxEivu tov noTafxov: si 
tratta, dunque, di truppe che avevan traversato il fiume, che dalla 
riva destra del Sicori eran passate sulla riva sinistra, non del con- 
voglio che venendo dalla Gallia era stato costretto a sostare sulla 
sinistra del fiume (Ces. 51, 1). Inoltre dalla narrazione di Cesare 
appare che delle parecchie migliaia di persone che scortavano il con- 
voglio furono uccise dai Pompeiani solo poche centinaia : a questo 
numero relativamente esiguo male s'adattano le espressioni con cui 
App. e Dione indicano le perdite àvÓQwv .... nlfj&og • ncivxctg uvrovg. 

2) Riferisco i passi: Ces. ' Media circiter nocte iis, qui aquandi 
causa longius a castris processerant, ab equitibus correptis, fit ab 
bis certior Caesar duces adversariorum silentio copias castris edu- 
cere. Quo cognito signum dari iubet et vasa militari more concia- 
mari, mi .... iter supprimunt copiasque in castris continent '. Front. 
' C. Caesar, per exceptum quondam aquatorem cum cJompérisset Afra- 



392 e. VITELLI 

Della narrazione Appianea (II, 42-3) due soli partico- 
lari non si leggono nei Commentarii : a) dei Pompeiani 
nella critica situazione descritta da Ces. 70, 3 Appiano 
ci sa dire che (42 p. 727, 21-2) iné&saav ratq xsffuXaTg rag 
àffTTióceg, ònsQ èaxì avji^oXov iavTovg Tragaóióórrcor; — h) di 
Petreio nell'occasione cui Cesare allude 75, 2 egli riferisce 
(43 p. 728, 6-7) che twv ts ÌóCoìv rjyeinóvoìv sriaTaiiuróv riva 
avtoxeiQÌ óisxQì'if^ccTO *)• 

Concludendo, le notizie che a noi sono pervenute sulla 
guerra di Spagna, risalgono — fatta eccezione per pochissimi 
e spesso insignificanti particolari — ai Commentarii di Cesare. 

e) 

IV 402-581. Un episodio della guerra nell'Illirio. 

vv. 402-3. ' La fortuna, fin qui sempre e dovunque fa- 
vorevole a Cesare, gli si mostra ora contraria '. Verisimil- 
mente, tal pensiero in questa o simile forma il poeta tro- 
vava già in Livio. Le parole di FI. II, 13, 30 ' Aliquid 
tamen adversus absentem ducem ausa Fortuna est ' sono 
evidentemente una reminiscenza di questi versi di Lucano ^). 

vv. 404-5. E indicata, mediante una perifrasi 3), la re- 

nium Petreiumque castra uoctti moturos, \\t citra venatiouem suo- 
rum hostilia impediret Consilia, initio statini noctis vasa conclamare 
milites et praeter adversariorum castra agi mulos cum fremita et 
sono iussit: continuere se, quos retentos volebat, ai'bitrati castra 
Caesarem movere '. 

1) L'orazione che Appiano (43 p. 728, 19-27) fa pronunciare a Cesare 
giunto al Varo — dove appunto avvenne il congedamento dei Pom- 
peiani — è finzione dello scrittore: per giunta, inverosimile, giacché 
Cesare era sempre in Ispagna quando queste truppe giiansero al Varo. 

2) Cfr. p. e. Liv. 6, 3, 1 ' Cum in ea parte in qua caput rei Ro- 
manae Camillus erat, ea fortuna esset, aliam in partem terror ingens 
ingruerat '. 

3) Livio avrà detto, come la periocha ex, ' in Illyrico ': Lucano, 
con una figura comune ai poeti, indica la regione nominando una 
città (v. 404 ' longas Salonas ') e un fiume (v. 405 ' tepidum Jader '). 
Non insisterei su ciò se non vedessi che lo Ziehen (p. 62) nell'epiteto 
' longae ' crede di scorgere ' die Spur einer genaueren Ortsbeschrei- 
bung, die der Dichter bei Livius fand ' : tal supposizione è qui com- 
pletamente ingiustificata. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 393 

gione ove la fortuna delle armi si mostrò sfavorevole a 
Cesare : l' Illirico. È ingiusto quindi tacciar d' inesattezza 
o poca precisione Lucano perchè Salona e lader si trovano 
molto distanti dall' isola di Curiata (Veglia, nel golfo del 
Quarnero) : ne vai la pena confutare D. Voss che, appunto 
per questa ragione (nell'ediz. di Ces. B. C. Ili, 10 dell' Ou- 
dendorp; Stuttg. 1822 p. 275 sg. ' nam Curicta immani 
spatio ab Salonis distat. Quare ergo Lucanus propinquam 
diceret? Quid Curictae cum ladro? Nugae hae sunt ') leg- 
geva al V. 406 ' Curetum ' invece di ' Curictum ' e in- 
tendeva l'isola Corcyra Nigra nell'Adriatico. Quanto al 
' tepidum lader ' , il Franckeu annota : ' lader Lucano flu- 
vius est, reliquis auctoribus urbs '; e che si tratti di un 
fiume ra' induce a credere più che 1' ' excurrit ' (cfr. Vili, 
539 ' perfida qua tellus Casiis excurrit harenis ') il ' tepi- 
dum ', epiteto poco conveniente per una città. Nel ' Sup- 
plemento al Bullettino di Archeologia e storia Dalmata ' 
n. 4-5 a. 1902 p. 5 leggo di un fiume lader che scorre 
presso Salona. 

vv. 406-414. C. Antonio è bloccato nell'isola di Cu- 
ricta. 406 ' illic ', cioè nella regione accennata nei due 
versi precedenti, nell'Illirico. ' bellaci confisus gente Cu- 
rictum ': secondo Lucano, dunque, Antonio s'era ritirato 
nell'isola fidando nel favore degli indigeni, che per un 
certo tempo gli porsero aiuto e poi — come ci fa sapere 
Dione 40, 2 noóg zs rwv stxixoìqCùìv syxataXsKfd^évTu — l'ab- 
bandonarono. Dal ' bellaci ' si potrebbe forse rilevare che 
gli aiuti consistessero in diretta partecipazione alle ope- 
razioni militari. 408 ' extrema ora ', particolare topo- 
grafico autentico : Antonio è costretto, verisimilmente in 
seguito alla defezione degli indigeni, a ritirarsi presso il 
lido (FI. II, 13, 31 ' Curictico litore '). 409-14. La po- 
sizione occupata da Antonio — probabilmente un luogo 
forte per natura — gli avrebbe permesso di mantenervisi 
a lungo, ove non fossero venute a mancare le vettovaglie : 
cfr. per quest'ultimo particolare Dio. 40, 2 Xihoì niead^évra:, 
Fior. II, 13, 32 ' deditionem fames extorsit Antonio ' . Dal 
V. 411 ' pascendis summittit equis ' sembra potersi rilevare 



394 e. VITELLI 

che Antonio avesse seco un riparto di cavallerìa, cosa non 
improbabile ; non giustificata è la conseguenza che ne vor- 
rebbe trarre il Francken : ' Peninsulam fuisse, quae ut fife 
altiore mari separaretur a continenti, fidem faciunt quod 
equi adsunt '. Se cosi fosse, non si comprenderebbe perchè 
gli assediati avessero bisogno di zattere per giungere sul 
continente. 

vv. 415-47. Tentativo di fuga mediante zattere. 415-6 ' Ut 
primum adversae socios in littore terrae et Basilum videre 
ducem ' : Basilo — dice il Comm. Bern. (p. 134, 30) che attinge 
evidentemente a una buona fonte — ' Antonio in auxilium 
venerat cum duabus legionibus audiens eum obsideri '; da 
Lucano apprendiamo che egli occupò sul continente una 
posizione di fronte all'isola di Curicta. 417-32. La de- 
scrizione delle ' rates ' contiene particolari tecnici, che 
solo Lucano riferisce (le parole di FI. 11, 13, 32 mostrano 
che questi sa più di quel che non racconti ' rates quales 
inopia navium fecerat '). Queste zattere ce le dobbiamo, 
io credo, immaginare costruite cosi : delle botti vuote sono 
mediante catene legate l' una dietro l'altra in modo da 
formare una fila. La carena è costituita da varie file di 
botti, tenute insieme (le file) da travi disposte a due a due 
nel senso della larghezza della ratis. Negli spazi che in- 
tercedono fra i ' gemini ordines ' di travi si trovano aper- 
ture ove agiscono i remi ; i remiganti vengon cosi ad esser 
riparati dai proiettili nemici. Su ciascuna zattera viene 
eretta una torre. Le ragioni per le quali le zattere furono 
cosi costruite, furono forse le seguenti : ottenere solidità e 
stabilità tale che permettesse di trasportare su ciascuna 
di esse un gran numero di uomini (su una di esse infatti 
s'imbarcarono circa mille Opitergini, cfr. FI. II, 13, 33: 
numero enorme, dato ciò che sappiamo della capacità delle 
navi antiche); renderle invulnerabili ai rostri delle navi 
avversarie che avrebbero potuto assalirle durante il tra- 
gitto (che contro navi solidamente costruite i rostri fos- 
sero inefficaci, si rileva per es. anche da ciò che Cesare ri- 
ferisce b. g. 3, 13, 6 delle navi dei Veneti ' Ncque enim 
his nostrae rostro nocere poterant : tanta in iis erat fir- 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 395 

mitudo '); metterle forse in condizione da poter manovrare 
in quei paraggi diflQcili e scogliosi, al qual proposito si 
cfr. ciò che Ces. (ih. § 7) dice delle navi sopra menzio- 
nate ' et in vadis consistere nt tutius, et ab aestu relictae 
nihil saxa et cautes timerent \ 417-9 ' extendunt . . . . 
contexunt'. II soggetto dei due verbi parrebbe a prima vista 
' i soldati che si trovano con Antonio nell'isola '; che Lu- 
cano abbia però in mente come soggetto ' le truppe che si 
trovano sul continente con Basilo ' è dimostrato, a parer 
mio, dal seguito della narrazione (cfr. Fior. II, 13, 32 'missae 
quoque a Basilo in auxilium eius rates '). 427-31 è 

indicato il tempo in cui le zattere partono dal continente, 
nell'ora del riflusso (' ut cum ipsis — le ' rates ' — in 
se redirent maria et ut iuvante pelago puppes innata- 
rent ' Comm. Bern.): particolare anche questo conserva- 
toci dal solo Lucano ')• 433-7 ' Noluit Illyricae custos 
Octavius undae confestim temptare rates ^) celeresque ca- 
rinas continuit cursu crescat dum praeda secundo ' , parole 
da interpretare cosi: ' Ottavio, prefetto della flotta jjom- 
peiana, (quando vede le ' rates ' muover dal continente 
verso l'isola) non le assale; egli aspetta che ' cursu cre- 
scat praeda secundo ' ^), che cioè le tre zattere giungano non 
molestate nell'isola e imbarchino i soldati (per poi assalirle 
al ritorno); ' et temere ingressos repetendum invitat ad 
aequor pace maris', cioè fa in modo che le tre zattere giunto 
nell'isola tentino nuovamente il tragitto vedendo inattivi 
i nemici. L'osservazione era certamente in Livio. 445-7. 
Sulle tre ' rates' giunte nell'isola s'imbarcano i soldati 
d'Antonio e salpano sul cadere del giorno : particolari storici. 



1) Cfr. Liv. 29, 7, 2 ' cum priraum aestu fretum inclinatum est, 
naves mari secundo misit '. 

2) I codici, falsamente, ' ratem ' : forse per influenza del ' ratis ' 
al V. 4B0. 

3) Errata è l' interpretazione dell' Haskins : ' liaving been suc- 
cessful in carrying off the first instalment of soldiers, they would 
be emboldened to embark a largar number for the second trip '. 
L'errore è prodotto dal credere che nei vv. 429-31 sia indicata la 
partenza delle ' rates ' dall'isola. 



396 e. VITELLI 

vv. 448-468. « I Pompeiani ricorrono ad uno strata- 
gemma indicato loro dai Cilici: sotto l'acqua essi tendono 
delle catene, le cui estremità vengono assicurate a degli 
scogli sul lido. Due delle zattere passano oltre incolumi, 
la terza, che trasportava soldati di Opitergium comandati 
da Volteio, rimane impigliata. Invano essi tentano di di- 
simpegnarla spezzando le catene. Intanto i nemici stando 
sul continente tirano le catene : la zattera è trascinata sugli 
scogli presso il lido e circondata da ogni parte: dalla parte 
di terra dai nemici che si trovano sulla spiaggia, dalla parte 
del mare dalle navi ». La narrazione di Lucano spiega e 
completa il breve accenno di FI. 11, 13, 32 ' nova Pom- 
peianorum arte Cilicum (reminiscenza dei vv. 448-9) actis 
sub mari funibus captae quasi per indaginem (l'immagine 
fu forse ispirata a Floro dalla comparazione nei vv. 437-444); 
duas tamen aestus explicuit, una quae Opiterginos ferebat 
in vadis haesit ' (Lue. 454 con maggior precisione ' haesit 
et ad cautes adducto fune secuta est '). 

vv. 469-73 « S'impegna la battaglia cui pon fine dopo 
breve tempo il sopraggiungere della notte ». (Si rammenti 
che le zattere erano partite dall'isola poco prima del cader 
del giorno : vv. 446-7). Particolare storico : v. 471 ' plenam 
vix inde cohortem ' cfr. FI. 11, 13, 33 ' vix mille iuve- 
num manus '. 474-581. Volteio incoraggia durante la 

notte i suoi alla resistenza vv. 475-520 : che anche in Li- 
vio fosse un'orazione, è più che probabile (cfr. Comm. Bern. 
V. 462 ' primum suos hortatus est, ut fortiter dimicarent ' ; 
FI. 11, 13, 33 ' hortante tribuno Vulteio '); e può darsi che 
alcuni motivi (p. e. 485 ' fuga nulla patet ' ; 495 ' specta- 
bunt geminae diverso e littore partes '; 507 ' temptare 
parabunt foederibus ') derivino appunto da essa. 520-573. 
« Gli Opitergini, incuorati dalle parole di Volteio »), son 
risoluti a morire piuttosto che arrendersi. Spunta il giorno: 
da ogni parte nemici. I tentativi per indurli alla resa sono 
sdegnosamente respinti. S'ingaggia di nuovo la battaglia, 

•) V. 525 ' optavere diem ' cfr. Liv. 3, 2, 10 ' his vocibus inri- 
tatus miles in diem posterum in castra reducitur, longara venire 
noctem ratus, quae moram certaminis faceret '. 



FONTI DELLA PARSAGLI A. 397 

che dura a lungo; alla fine essi si uccidono fra loro»: cfr. 
FI. 11, 13, 33 e il Comm. Beru. al v. 462. Nei vv. 525-7. 
' Nec segnis vergere ponto tunc erat astra polus; nam sol 
Ledaea tenebat sidera, vicino cum lux altissima Cancro 
est ' è contenuta un'interessante indicazione cronologica.. 
Giustamente, a parer mio, osserva lo Zippel, Die ' Ròmische 
Herrschaft in Illyrien bis auf Augustus ' (Leipzig 1871) 
p. 304 ' . . . . Lucan erkUlrt auf diese Weise die belle Naclit, 
welche fur den Verlauf des Kampfes wichtig war; er hat 
daher diese Angabe w'ahrscheinlich nicht erst aus dem Da- 
tum der Schlacht abgeleitet, sondern ihm wird eine be- 
stimmte Nachricht vorgelegen haben, nach welcher Anto- 
nius zur Zeit der Sonnenwende den Pompeianern unter- 
lag '. Secondo lo Zippel l'equinozio estivo cadeva allora 
nella seconda metà d'iigosto, giacché in una lettera di Ci- 
cerone datata il 16 Maggio 49 av. C. si parla dell'equinozio 
primaverile come da venire. Se è cosi, avremmo in Lucano 
una conferma della notizia conservataci da ik.ppiano (II, 47 
p. 732, 13), che cioè la sconfitta di Antonio nell' Illirico avvenne 
quasi negli stessi giorni in cui Curione col suo esercito soc- 
combette in Affrica : il quale avvenimento è dallo Stoffel as- 
segnato al 20 agosto 49 secondo l'antico calendario Romano. 

La parte dei Commentarli in cui eran narrati questi 
avvenimenti (secondo il Nipperdey nelle ' Quaestiones Cae- 
sarianae ' premesse all'edizione p. 160 sgg., nel terzo libro 
fra il cap. 8 e 9, dove la tradizione manoscritta presenta 
appunto una lacuna; secondo lo Zippel p. 203, nel secondo 
prima o dopo la narrazione della guerra d'Affrica) è an- 
data perduta senza lasciar traccia : il frammento conser- 
vatoci da uno scoliasta di Lucano (AYeber, al v. 404) ha, se 
non m'inganno, tutta l'apparenza di essere apocrifo: la 
prima parte dello scolio non può certamente derivare dai 
Commentari, e la seconda mi pare un misto di una notizia 
tolta da Floro e di un' altra che lo scoliasta credette poter 
dedurre da Lucano i). 

1) ' Sciendum secundum I. Celsum qtiod Caesar liabuit a prin- 
cipio tres i^rovincias, scil. Galliam Cisalpinam, Transalpiuam et II- 



398 e, VITELLI 

Le notizie che ci sono pervenute in proposito (oltre la 
narrazione lucanea, 1' accenno nella periocha ex ; Dione 
XLI 41, 40; Fior. 11, 13, 30-4; Oros. VI, 15, 8-9; gli Scolii 
Bernensi al v. 416 e 462) provengono da Livio. Molto dif- 
cile è collegarle e combinarle insieme : il nesso dei fatti mi 
sembra debba essere il seguente. 

Nell'Illirico Cesare aveva mandato con navi e truppe 
Cornelio Dolabella e C. Antonio: il primo s'era accampato 
sulla costa illirica, il secondo nell'isola di Curicta. Ottavio, 
prefetto della flotta Pompeiana, assale improvvisamente 
Dolabella : disponendo di numerose truppe navali opera uno 
sbarco sul continente, lo vince e lo costringe alla fuga; 
Dolabella ripara presso Antonio nell'isola di Curicta. In uno 
scontro navale Antonio ha parimenti la peggio i): gli in- 
digeni che fino ad allora gli si erano mostrati favorevoli 
e l'avevan soccorso, vedendo che le cose vanno male per 
lui prendon partito per i Pompeiani: Antonio mal sicuro 
anche dentro i confini dell'isola, si ritira e si fortifica sul- 
l'estremo lido dell'isola, in posizione inespugnabile ove non 
gli faccian difetto le vettovaglie. Ortensio accorre con una 
flotta per disimpegnare Antonio: ai suoi ordini egli ha Ba- 
silo e Sallustio con due legioni. La flotta pompeiana non 
li lascia giungere fino all'isola; i Cesariani, sconfitti per 
mare, prendono terra nell'Illirico: Basilo con due legioni 
risale la costa e si colloca di fronte all'isola di Curicta. 
Costruite tre zattere, le invia ad Antonio perchè imbar- 
catovisi con i suoi possa traversare il tratto di mare che 

lyricum. Ad Illyriciim miserat dtices Antonium et Basilum ad occu- 
pandas fauces maris Adriaci, et semotim castra metati sunt Autonius 
in Illyricum et Basilus prope ladrum ' ; cfr. Fior. II, 13, 31 ' cum fauces 
Adriani maris occupare lussi Dolabella et Antonius, ille Illyrico, hic 
Curictico litore castra posuissent': al nome di Dolabella lo scoliasta 
sostituì quello di Basilo, dai vv. 405-6 di Lucano dedusse falsamente 
che Basilo avesse il suo campo ' prope ladrum '. 

1) Antonio, suppongo, non doveva aver con sé più di 6000 sol- 
dati. Egli si arrese con 15 coorti: sulle ' rates ' s'erano imbarcati 
verisimilmente 3000 soldati. Le 15 coorti, date le perdite che avevan 
subite durante la campagna, difficilmente potevano avere un effet- 
tivo superiore ai 3000 uomini. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 399 

separa l'isola dal continente: in due viaggi, ove la fortuna 
fosse stata favorevole, esse avrebbero potuto effettuare il 
trasporto delle truppe d'Antonio. Le zattere, non molestate 
a bella posta dai nemici, giungono nell'isola: Antonio v'im- 
barca la metà delle sue truppe, 3000 uomini circa, I Pom- 
peiani riescono, mediante lo stratagemma descritto, a im- 
padronirsi di una di esse ; le altre due riescono a giungere 
incolumi sul continente. Antonio, travagliato dalla fame, 
perduta ogni speranza di potersi congiungere con Basilo, si 
arrende ad Ottavio con le quindici coorti rimaste nell' isola. 

d) 

lY. 581-824. Guerra d'Affrica condotta da Curione 
contro Varo e Giuba. 

vv. 581-90; 656-665. Curione, sbarcato in Affrica, s'ac- 
campa prima presso il fiume Bagrada, indi presso i Castra 
Cornelia. 582 ' tum ' indicazione cronologica, confer- 
mata da App. p. 732, 13, dal quale apprendiamo cbe gli in- 
successi dei Cesariani nell'Blirio e nell'Affrica avvennero 
quasi contemporaneamente (rc5v atr&v rj!.isQ(òv). 583-4 
' audax ' = temerario: cfr. Ces. 23, 1 ' iam ab initio co- 
pias P. Attii Vari despiciens '; ' Lilybaeo littore ': Curione 
salpò dunque da Lilibeo (Ces., vagamente, ' profectus ex 
Sicilia '); ' nec forti velis Aquilone recepto ' Ces. ' biduo- 
que et noctibus tribus <in> navigatione consumptis ' : Lucano 
indica la causa, Cesare l'effetto, cfr. Zieben p. 65 ' die 
Zeit ist ziemlicb lange fiir einen Weg von ungefàbr 800 Sta- 
dien (40 geograp bische Meilen) : Skylax 111 recbnet zwei 
Tage vom Promontorium Hermaeum bis Lilybaeum ùber 
Cosura cf. Itiner. marit. 517 '. 585-6 ' inter semirutas 
magnae Carthaginis arces et Clupeam tenuit stationis lit- 
tora notae ': Ces. 23, 1-2, nominato il luogo — Anguillara — 
ove approdò Curione, soggiunge ' Hic locus abest a Clu- 
peis passuum xxii milia babetque non incommodam aestate 
stationem ' ; Livio precisava la posizione della località, 
nominando oltre Clupea anche Cartagine. 587-8 ' Pri- 
maque castra locat cano procul aequore, qua se Bagrada 
lentus agit siccae sulcator harenae ' . Una lieve inesattezza 



400 e. VITELLI 

nel ' prima ': cfr. Ces. 24, 1 ' triduiqne iter progressus ad 
flumeu Bagradam pervenit; castra locai ': Ces. 24, 2 e 26, 1 
(' castra ad Bagradam '). Da Livio deriva certamente l'in- 
dicazione topografica ' procul aequore', pochi chilometri 
lungi dal mare (come si rileva dalla carta dello Stoffel) : 
forse anche l'epiteto di ' lentns ' dato al fiume '), Nei 
vv. 589-90. 656-60 son descritti i ' Castra Cornelia ', cosi 
nominati da Scipione che v'accampò nell'inverno del 204-203 
av. Cr. ' tumulos exesasque undique rupes ': Ces. 24, 3 

' iugum derectum eminens in mare, utraque ex parte prae- 
ruptum atque asperum '. Regno d'Anteo e teatro della sua 
lotta con Ercole si supponeva ai tempi di Lucano la parte 
orientale della Mauritania (p. e. Plin. n. h. V, 3; Mela 
III, 10, 106 ' Hic Antaeus regnasse dicitur '); ma il poeta, 
che vuol ravvivare la narrazione con un episodio mitologico, 
non guarda tanto pel sottile e trasporta quello e questo 
presso i Castra Cornelia. Che con la parola ' tumulos ' 
Lucano volesse alludere alla tomba di Anteo (cfr. Mela 1. e. 
' illius, ut incolae ferunt, tumulus ') credette, falsamente, 
il Micyllus. Nei vv. 661-4 ' Curio laetatus, tamquam for- 
tuna locorum bella gerat servetque ducum sibi fata prio- 
rum ' etc. abbiamo, senza dubbio, riprodotta un' osserva- 
zione di Livio '): cfr. App. 44 p. 729, 17-20 ' I nemici già 
prima che Curione sbarcasse in Affrica s'erano immaginati 
che egli óià óo'§oxo7iCav àf.i(f,l ròv ^f^gaxu ròv ^xiTCìoovog xaTu 
óó^av Tfjg sxeCvov nsyaXovgyCag azQaTonsósvGsiv. Parimenti 
un'osservazione di Livio è nelle parole ' non aequis viribus ' 
al V. 665. Secondo Lucano (vv. 663-4) Curione si sarebbe 
accampato nei Castra Cornelia al principio della campagna, 



1) Silio VI, 140 sg. ' arentis lento pede sulcat liarenas Bagrada ' 
e 777 ' leutus Bagrada ' imita certamente Lucano. 

-) Cfr. Liv. 6, 28, 5 ' duna conscribitur Romae exercitus, castra 
interim hostium (dei Prenestini) band procul Alia flumine posita, 
inde agrum late populantes fatalem se urbi Romanae locum cepisse 
inter se iactabant, similem pavorem inde ac fugam fore ac bello 
Gallico fuerit ' ; 29, 1 (parole del dittatore) ' videsne tu ... . loci for- 
tuna illos fretos ad Aliam constitisse? ' Similmente ' fortuna loci ' 
anche 5, 54, 6. 

20. 1. '903 



FOXTI DELLA FARSAGLIA. 401 

prima della battaglia in cui sconfisse Varo. Da Cesare (37, 4) 
risulta che Curione trasportò là il suo campo dopo questa 
battaglia, quando ebbe certa notizia dell'avanzarsi di Giuba : 
prima di ritirarsi nei Castra Cornelia egli accampava vi- 
cino ad Utica (26, 1 ' prope oppidum ') : i Cesariani dunque 
accamparono successivamente presso il Bagrada, presso 
Utica, e nei Castra Cornelia. Che non si tratti d' inesattezza 
di Lucano dimostra evidentemente Appiano, dalla cui narra- 
zione appare che Curione accampò (p. 729, 21 sgg.) da prima, 
almeno per un certo numero di giorni, nei Castra Cornelia, 
e poi presso Utica : indi successe la battaglia cui abbiamo 
accennato. 

vv. 666-686. Le forze di Varo, governatore della pro- 
vincia e di Giuba, re di Numidia. I versi 666-70 sono da 
confrontarsi specialmente col principio del capitolo 44 di 
App. ; ' robore .... confisus Latio ' son le due legioni di 
cui parla Ces. I, 31, 2; V excursus geografico contenuto nei 
vv. 670-686 è, certamente, un' aggiunta di Lue. : verrà esa- 
minato a suo luogo. 

vv. 687-93. Ragioni che movevano Giuba a combattere 
contro i Cesariani e specialmente contro Curione : cfr. 
Dione XLI, 41, 3 ó óè órj 'ló^ag. ... rei ts xov JIoi^iTTr^iov wg 
xal tà Tov drifiov rfjg ts ^ovXfjg 7iQOTif.i(Jov (Lue. 687 ' nec 
solum studiis civilibus arma parabat ') xal tòv KovQion'a 
olà TS TovTO xal ÒTi Ti]v Te ^aaiXsiav avxov óijfiaQxcov àifsXt- 
a&ai xal ttjv xutoav drjfxoaiwaai sTcsx^CQrjas, ^ioòóvìJjUC. 688 sgg. 
' privatae sed bella dabat luba concitus irae ' etc). Oltre 
che nel concetto, la somiglianza si estende anche all'atteggia- 
mento del pensiero. Anche Ces. II, 25, 4 rammenta la legge 
con la quale Curione tribuno della plebe ' regnum lubae 
publicaverat '. 

vv. 694-714. Curione, essendo sospetta la fedeltà delle 
truppe, crede il miglior partito tentar le sorti della bat- 
taglia : sconfigge Varo. 694-99 ' trepidat .... Curio quod 
Caesareis numquara devota iuventus illa nimis castris nec 
Rheni miles in undis exploratus erat, Corfini captus in 
arce, infìdusque novis ducibus dubiusque priori fas utrum- 
que putat ' : Ces. 29, 3 a proposito delle voci e dei timori 

studi ital. di filol. class. X. 26 



402 C, VITELLI 

sparsi nel campo di Curione ' civile bellum ; genus homi- 
nnm, quo<i i>d liceret libere facere et seqni quod vellet .... 
legiones hac qiiae paulo ante apud adversarios fuerant ' 
(eran le due legioni che eran passate a Cesare dopo la 
presa di Corfìnio : Ces. 28, 2) ; che Curione stesso non fosse 
immune da tali preoccupazioni dimostra l'orazione che si 
legge in Ces. e. 32. 700-1 ' nocturna munia valli de- 
solata fuga ' : verisimilmente, allusione alla descrizione 
di cui parla Ces. 27, 1 ' Proxima nocte centuriones Marsi 
duo ex castris Curionis cum manipularibus suis xxn ad 
Attium Varum perfugiunt ' . Livio narrava forse che questi 
centurioni disertarono coi loro uomini abbandonando i posti 
di guardia? 702-10 Soliloquio di Curione che dichiara 
unico rimedio a questa critica situazione il dare batta- 
glia ' campum miles descendat in aequum, dum meus est; 
variam semper dant otia mentem '. Era appunto il con- 
siglio che, secondo Cesare, gli davano alcuni (30, 1) ^ Erant 
sententiae, quae conandum omnibus modis castraque Vari 
oppugnanda censerent, quod <in> huiusmodi militum con- 
siliis otium maxime contrarium esse arbitrarentur '. 
710-714 è brevemente riassunto ciò che Ces. narra nei 
capp. 34-5 ; ' apertis campis ' non è un'indicazione molto 
esatta, come si rileva dai Commentarli ; ' foeda fuga ' : 
Ces. 34, 7 i nemici fuggirono ' priusquam telum adigi posset 
aut nostri propius accederent ' . Anche la riflessione conte- 
nuta nei vv. 711-12 Lucano trovò nella fonte: furono appunto 
questi facili successi che trassero Curione alla rovina. 

vv. 715-723. Stratagemma di Giuba ■•): cfr. Ces. e. 85. 
716-7 ' laetus quod gloria belli sit rebus servata suis ' 

1) V. 714 'terga, donec vetuerunt castra, cecidit' cfr. Liv. 38, 27, 3 
' victores usque ad terga secuti ceciderunt terga ': la frase ' terga 
caedere ' ricorre spesso in Liv. p. e. 2, 11, 9. 25, 4. v. 713-4 ' foeda 
fuga ': Liv. 1, 12, 5 ' fugam foedam siste ' (4, 46, 6 ' fuga turpi '). 

2) Narrato da Front. II, 5, 40: presso il quale il nome del ' re- 
gius praefectus ' è Sabbora (Lue. Sabbura ; Ces. e App. 45 p. 730, 16 Sa- 
burra). Questa concordanza ortografica fra Lue. e Front, induce a 
credere che anche quest' ultimo abbia attinto a Livio : cfr. anche 
Front. ' patentes campos ' Lue. 743 ' patulis arvis ' (Liv. p. e. 28, 12, 15 
' super campos patentis '). 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 403 

potrebbe essere un' osservazione di Livio. 718 ' obscu- 
rat.... suam per iussa silentia famam ': allusione alle 
voci fatte a bella posta spargere da Giuba, che egli cioè 
fosse stato costretto a ritornare con la maggior parte del- 
l'esercito nel suo regno, minacciato da tribù confinanti. 

719 ' hoc solura metuens incauto ab hoste timeri ' = 
Dio. XLI, 41, 4 (fo^ìj&aìi f.iì) xcd 7iQonvd^ó}xevoq . . . è'iuvaxdsiì^ 
temendo che Curione, se fosse venuto a sapere della sua 
avanzata, non partisse dall'Affrica): ' incauto ab hoste ' è, 
a parer mio, la lezione giusta : ' incauto ' contiene natural- 
mente un giudizio del poeta. Curione — narra Ces. 37, 1 — 
sulle prime non voleva credere all'annunzio dell'avanzarsi 
di Griuba: ' tantam habebat suarum rerum fiduciam '. 
723 ' ipse cava regni vires in valle retentat ' : Ces. 38, 3 
' rex cum omnibus copiis sequebatur et sex milium passuum 
intervallo ab Saburra consederat ' . Il ' Cava valle ' è, verisi- 
milmente, un particolare topografico che deriva da Livio ^). 

vv. 730-798. Curione, caduto nel tranello, s'impegna 
in una battaglia che finisce con la completa distruzione 
del suo esercito e con la sua morte. 731 ' non explo- 
ratis occulti viribus hostis ': Ces. 38, 2 ' his auctoribus 
(a quelli che gli riferivano la ritirata di Giuba) temere 
credens '; 39, 1 sg. avendo domandato ai prigionieri ' quis 
castris ad Bagradara praesit, respondent Saburram. reli- 
qua .... quaerere praetermittit ' . 732-3. ' Curio noc- 
turnum castris erumpere cogit ignotisque equitem late di- 
scurrere campis ' : Ces. 38, 3 ' equitatum omnem prima 
nocte ad castra hostium mittit ad flumen Bagradam '. 
734-7 'sub aurorae primos . . . . motus': Dio. 42, 3 érto 
rrjv eco, Ces. 39, 1 ' quarta vigilia ' (Livio verisimilmente 
' sub auroram '); ' multum frustraque rogatus ut Libycas 
metuat fraudes ': particolare, assai probabilmente auten- 
tico, tramandatoci dal solo Lue. Che non mancasse chi di- 

i) Per la frase cfr. Liv. 27, 1, 6 ' spem fecero incautum hostem 
adgrediendi ' ; 3, 5, 5, ' incautum hostem ' . 

2) ' Cava vallis ' ricorre frequentemente in Liv. : p. e. 28, 2, 2 
' ibi in cava valle atque ob id occulta considere militem et cibum ca- 
pere iubet '. 



404 e. VITELLI 

sapprovasse la temerarietà di Curione si rileva da una frase 
di Ces. 37, 6 ' itaqne omnium suorum consensu Curio 
reliquas copias exspectare et bellum ducere parabat ' . 
739-798. Nei vv. 739-40, ' Super ardua ducit saxa, super 
cautes abrupto limite signa ' è descritta con rapidi tocchi 
la marcia di Curione, della quale tace Cesare, parla am- 
piamente Appiano, che, doj)o aver detto che egli segui 
per un certo tratto una strada ipafXfÀwóìj xaì uvvóqov, sog- 
giunge 45, p. 730, 21 sg Xó(fovg àvéógafisv : a questa parte 
della marcia per sentieri montuosi accenna appunto Lucano. 
741-5 la concordanza coi Commentarli è completa : 
cfr. 40, 2-3. Saburra ordina ai suoi ' ut simulatione timoris 
(Lue. 'simulatae nescius artis'; Front, 'simulatu regressu') 
paulatim cedant (Lue. ' cessero parum ' ) ac pedem referant — 
Curio ad superiorem spem addita praesentis tempore opinione 
(Lue. 'ut Victor') hostes fugere arbitratus (Lue. 'fugam cre- 
dens'; Front. ' tamquam fugientem') copias ex locis supe- 
rioribus in campum deducit (Lue. ' mersos aciem proiecit 
in agros '); nel ' procul e summis conspecti collibus ho- 
stes ' (v. 741) è verisimilmente conservato un atteggiamento 
della descrizione di Livio. 746-7. Secondo Lucano i Nu- 
midi avrebbero occupato le alture appena che Curione fu 
disceso nella valle; secondo Cesare in seguito, quando Cu- 
rione, disperando della salvezza dell'esercito, cercò di riti- 
rarvisi (Ces. 42, 1 ' hos quoque [cioè ' proximos colles '] 
praeoccupat *) missus a Saburra equitatus ') : la lieve diffe- 
renza rimonta, verisimilmente, a Livio 2). 750-768. La 
battaglia comincia con scontri delle due cavallerie : Ces. 
41, 4 i cavalieri di Curione per la stanchezza dei cavalli 

*) Se l'occupazione delle alture da parte dei nemici fosse av- 
venuta subito dopo che Curione ne era disceso, Ces. avrebbe detto 
* praeoccupaverat ' . 

2) Forse egli credette di dar cosi un atteggiamento più dram- 
matico alla narrazione; forse influirono su lui — magari inconscia- 
mente — descrizioni di battaglie consimili : p. e. Sali. lug. 50, 3 ' lu- 
gurtha, ubi extremum agmen Metelli primos suos praetergressum 
videt, praesidio quasi duum miliu.m peditum montem occupat, qua 
Metellus descenderat, ne forte cedentibus adversariis receptui ac post 
munimcnto foret ' . 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 405 

(41, 3 ' labore confectis ' Lue. 750-761) ' neque longins fu- 
gientes proseqni neque vehementius equos incitare poteraat 
(Lue, esagerando, 761-764 ' nec profuit ulli cornipedis ru- 
pisse moras; neque enira impetus ille incursusque fuit ' etc). 
At equitatus hostium ab utroque cornu circuire aciem no- 
strani et aversos proterere incipit (Lue. 765-8 ' At vagus 
Afer equos ut primum emisit in agmen ' etc.). 769-787. La 
fanteria è distrutta senza potere oppor resistenza. 772-3 
' neque enim licuit procurrere centra et miscere manus '- 
cfr. Ces. 41, 6 ' sic neque in loco manere ordinesque ser- 
vare neque procurrere et casum subire tutum videbatur ' ; 
773 ' undique saepta iuventus ' e 777 ' ergo acies tantae 
parvum spissantur in orbem ' e 780-1 ' densaturque globus 
quantum pede prima relato constrinxit gyros acies ' : tutti 
questi particolari trovano completo riscontro in Appiano 45 
p. 731, 2-4 y.vxXoìaccatvoìV J' cahóòr rStv Nofiàdcov iTrnèwv erri 
jiitr Tira xQÓvov vttsxcoqsi xcà €g ^oa^v avvsatéXXero, mentre 
Cesare 41. 7 ha soltanto ' tota acies equitatu hostium circum- 
data tenebatur'. Anche il particolare contenuto nei vv. 781-2 
deriva da Livio: ' non arma movendi iam locum est pressis 
stipataque membra teruntur ^ *). Che Livio facesse parola 
dell'intervento di Giuba nella battaglia, o almeno di rin- 
forzi inviati a Saburra si rileva da Dione 42, 4: che Lu- 
cano, benché lo ometta, non ignorasse questo particolare è 
dimostrato dalla comparazione coU'ichneumon vv. 724-9 
(l'immagine contenuta nei vv. 724-5 si riferisce a Saburra; 
quella contenuta nei vv. 726-9 all'intervento di Giuba), 
vv. 793-98: morte di Curione: ' Curio fusas ut vidit campis 
acies et cernere tantas permisit clades compressus sanguine 

1) Pei vv. 772-776 cfr. Liv. 38, 26, 7 ' velut nubes levium te- 
lorum coniecta obruit aciem Gallorum. nec aut procurrere quisquam 
ab ordinibus suis, ne nudarent undique corpus ad ictus, audebaut, et 
stantes, quo densiores erant, hoc plura, velut destinatum petentibus, 
vulnera accipiebant ; pei vv. 777-781 cfr. Liv. 2, 50, 7 ' coeuntibus- 
que Etruscis iam continenti agmine armatorum saepti, quo magis 
se hostis inferebat, cogebantur breviore spatio et ipsi orbem conligere '; 
pei vv. 781-82 cfr. Liv. 23, 27, 7 ' dum corpora corporibus adplicant 
armaque armis iungunt, in artum conpulsi, cum vix movendis armis 
satis spatii esset ' . 



406 e. VITELLI 

pulvis ': è il momento cui Cesare 42, 2 descrive con le pa- 
role ' Tum vero ad summam desperationem nostri perve- 
niunt et partim fugientes ab equitatu interficiuntur, partim 
integri procumbunt ': i vv. dunque 784-786 contengono 
un' esagerazione del poeta. ' Non tulit adflictis animam pro- 
ducere rebus aut sperare fugam ': il modo di esprimersi 
mostra che nella sua fonte Lue. leggeva ciò che riferisce 
Cesare 42, 3-4: Curione esortato " ut fuga salutem petat 
atque in castra contendat .... numquam se amisso exercitu 
(Lue. adflictis rebus) .... reversurum confirmat atque ita 
proelians interficitur '. 

vv. 799-824. Epitafio di Curione, modellato sulla ' fune- 
bris laudatio ' (Studi ital. di fìlol. class. Vili p. 66) che Lu- 
cano trovava in Livio. La caratteristica liviana conteneva 
verisimilmente: a) un accenno alle eminenti qualità di Cu- 
rione (Lue. 814 ' Haud alium tanta civem tulit indole Roma ' : 
Veli. II, 48, 3 similmente in una caratteristica ' vir nobilis, 
eloquens, audax ' ; 6) un accenno al principio della sua car- 
riera politica, quando egli ' prò Pompei partibus id est, ut 
tunc habebatur, prò republica.... stetit' (Veli.); e) un accenno 
al suo passaggio dal partito pompeiano al cesariano, in se- 
guito a danaro donatogli da Cesare (Lue. 816-20; i vv. 816-18; 
trovano un certo riscontro in Velleio ' cuius animo neque 
opes ullae neque cupiditates sufficere possent'); d) un accenno 
alla parte capitale eh' egli ebbe nel provocare lo scoppio 
della guerra civile (Lue. 802 ' gener atque socer bello con- 
currere iussi) : Veli. ' bello autem civili .... non alius maio- 
rem flagrantioremque quam C. Curio tribunus pi. subiecit 
facem '. 

La narrazione lucanea, completata con quella di Dione 
(XLI, 41-2) e con un frammento di Livio conservatoci dallo 
Scoliasta Gronoviano nel commento all'orazione prò Q. Li- 
gario (Orelli-Baiter, M. T. Cic. Schol. I p. 415), mostra che 
Livio, anche per questo episodio della guerra civile, se- 
guiva passo per passo i Commentari. Le notizie i) che sem- 

1) Ometto, deliberatamente, tutti qiiei particolari che si rilevano 
indirettameute da Cesare: dalla indicazione data da Cesare del tempo 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 407 

hrerehhero non potersi in alcun modo a questi ricondurre, 
sono le seguenti : 

a) Curione avrebbe accampato nei Castra Cornelia 
al principio della campagna, prima della battaglia in cui 
sconfisse Varo : a sceglier quel luogo fu indotto dal ricordo 
delle gesta di Scipione Affricano (Lue. 661-5 = App. 44 
p. 729, 19-730, 2). 

ò) quando Curione mosse contro Saburra, non mancò 
chi invano l'ammoni ad usar prudenza e circospezione 
(Lue. 735-7). 

e) il particolare sulla marcia di Curione contenuto 
nei vv. 739-40 = App. 45 p. 730, 19-20. 

d) i particolari sulla battaglia contenuti nei vv. 777-81: 
cfr. App. 45 p. 731, 2-4. 

Ho detto ' sembrerebbero ' , non ' sono ' , per la seguente 
ragione. Se noi avessimo piena certezza che la narrazione 
appianea derivasse completamente da fonte del tutto indipen- 
dente da Livio, nessun dubbio si dovrebbe avere ad ammet- 
tere che tali notizie Livio attingesse a una fonte diversa dai 
Commentari; e siccome il nucleo della narrazione d'Appiano 
risale quasi certamente ad Asinio Pollione, cosi non sa- 
rebbe improbabile congettura il supporre che Livio facesse 
uso — sia pure assai limitato — delle Storie di questo 
scrittore. Se invece potesse provarsi che elementi della 
tradizione liviana si trovano — pel tramite per es. di Stra- 
bene — in Appiano, allora, data la natura di quei parti- 
colari, propenderei ad ammettere che si tratti puramente 
di inesattezze e ampliamenti dovuti alla negligenza o alla 
fantasia di Livio, il quale in tal caso avrebbe fatto uso 
esclusivamente dei Commentari. 

Certo è che la narrazione d'Appiano non può derivare 
interamente né da Cesare ne da Livio. Notizie che non pos- 
sono rimontare ai Commentari sono, senza dubbio, le se- 
impiegato da Curione nella traversata dalla Sicilia in Affrica, poteva 
dedurre che il vento non l'aveva favorito; dalla menzione di Clupea 
e dal seguito della nai*razione poteva dedurre che il luogo ove sbarcò 
Curione si trovava fra Clupea e Cartagine ; che Curione salpasse da 
Lilibeo poteva supporre, benché Ces. dicesse ' profectus ex Sicilia ' etc. 



408 e. VITELLI 

guenti : 1." il particolare riferito sopra alla lettera a); 
2.° i Pompeiani avvelenano le sorgenti presso i Castra Cor- 
nelia: malattie nell'esercito di Curione (p. 729, 21-730, 2); 
3." i particolari sulla marcia di Curione (p. 730, 15-22), 
compresa l'indicazione dell'ora (ttsqì tqittjv wquv rjfÀèQag: 
Ces. ' quarta vigilia ' e, in accordo con Cesare, Lue. e Dione) 
e della stagione; 4.° i particolari sulla battaglia riferiti 
sopra alla lettera d), inoltre l'indicazione del passaggio del 
fiume da parte dei Numidi (p. 730, 24) ; 6.° la testa di Cu- 
rione è portata a Giuba (p. 731, 13-14); 6.*' le informazioni 
sulla parte avuta in questi avvenimenti da Asinio Pol- 
lione (p. 731, 5-9. 10-11. 17-19); 7.° Fiamma, prefetto della 
flotta, fugge con le navi, appena giunge l' annunzio della 
catastrofe (p. 731, 16-17); 8.° molti di quelli che riescono 
a rifugiarsi sulle navi son gettati in mare dalle ciurme, 
a scopo di rapina. Che in Livio non fossero narrati tutti 
questi particolari (e che quindi Livio non possa esser V unica 
fonte di App.) induce a credere con relativa sicurezza anche 
il silenzio di Lucano: giacché si può esser certi che se egli 
in Livio avesse letto ciò che è sopra indicato al n.° 2°, a 
nessun costo avrebbe rinunziato alla descrizione dei terri- 
bili fenomeni dell'avvelenamento; anche della notizia al 
n.° 5.0 troveremmo assai probabilmente un accenno nel poeta, 
se in Livio egli l'avesse troiata. 

e) 

V 403-60. Sbarco di Cesare nell'Epiro, 
vv. 403-11. Cesare in Brindisi. 403-6 ' inde rapit 
cursus ' etc. Alla celerità con cui Cesare si recò a Brindisi 
allude anche App. 53 p. 738, 9-10 €c rò Bqsvtsctiov fjTrsiyaTo, 
vo/^ii^cov T(p àóoxì]TOì iiàXiara sxnXTq^eiv rovg noXsfxiovg. 
407-8 ' clausas ventis brumalibus undas invenit ' : cfr. 
App. 54 p. 739, 16 yisijiéQtoi ó^ rjcyar TQorrai (Dìo. 39, 1 in ì'^óóm 
Tov erovc)' 409-10 ' turpe duci visum, rapiendi tempora 
belli in segnes exisse moras portuque teneri ' : evidente 
allusione a ciò che App. narra p. 739, 15-18 (Cesare im- 
barcate le truppe srt' ùyxiiqùtv àrtscrdXsvs, xXvdwvCov óiara- 



FONTI DELLA FARSAGLIA, 409 

Qcc(y(jovTog .... rò Tivevacc àxovTcc xal àcxuD.ovta xaxexw'/.vs 
fJ-s'XQf ''"* ^^v TiQÓJTr^v Tov tTOvg rjUeQav sv BosvTsaioì óiu- 
TQiipai). 

vv. 412-23. Orazione di Cesare ai soldati : « I venti in- 
vernali sono per noi più opportuni dei primaverili, giacche 
quelli 1) spirando più fortemente e senza interruzione ren- 
deranno impossibile l'assalirci alle navi nemiche » : pensiero 
che Lucano trovò certamente nella sua fonte. Si confronti 
App. 56 p. 741, 24-742, 5 ' Cesare preferiva che le truppe 
rimaste in Brindisi con Antonio tentassero la traversata 
d'inverno piuttosto che di primavera: d'inverno o sareb- 
bero passate inosservate ai nemici, ?' xal ^làaaaO^ca i-uyé&si 
rs rscòv xal Ttrsi^auTi ' e Ces. Ili, 25, 2 ' duriusque cotidie 
tempus ad transportandum lenioribus ventis exspectabant ' . 

420. ' Phaeacum e littore toto', non Durazzo, come 
intende l'Haskins, ma Corcira, ove stazionava Bibulo con 
110 navi (Ces. IH, 7, 1). 421 ' languida iactatis com- 
prendant carbasa remis ': le navi con cui Cesare trasportò 
l'esercito eran navi da carico a vela, le navi nemiche eran 
navi da guerra, a remi. Cfr. App. p. 739, 20-1 ' Cesare im- 
barcò le sue truppe irti ókxàówv ' ai yào fjaav avzcò vfieg òliyai 
fiaxoai, ^aoóco xal 2ix£?uav scfoovoovv '. 422-3 ' rumpite 
quae retinent felices vincula proras; iam dudum nubes et 
saevas perdimus undas\ Lo stesso movimento oratorio presso 
Appiano alla fine dell'orazione che fa pronunciare a Ce- 
sare 53 p. 739, 8-9 iyù} fièv ài] xal tÓvós tòv xaioòv nXetv 
dv fj Xéysiv fiàXXov i^ovXófxr^v. 

vv. 424-460. Cesare salpa al cominciar della notte : 
poco dopo che le navi hanno preso il largo il debole 
vento che le spingeva viene a mancare interamente e la 
flotta rimane immobile esposta al pericolo di un assalto 
da parte delle navi da guerra nemiche ^). Al mattino il 

>) V. 417 ' sed recti fluctus soloque Aquilone secandi ': annota 
il Francken ' Mire aquilo hic admiscetur, quasi borea opus sit Brun- 
disio in Epirum transmissuro : num festinationis an iguorantiae do- 
cumentum sit dubium '. 

2) vv. 448-9 ' illinc infestae classes et inertia tonsis aequora 
moturae ': allo stesso pericolo si ti'ovò, in seguito, esposta anche la 



410 e. VITELLI 

vento ricomincia a soffiare: Cesare approda felicemente a 
Paleste. Questi particolari sulla traversata, conservatici dal 
solo Lucano, sono storici: a ragione li accetta lo Stoffel. 
457 ' movitque Ceraunia nautis: Dio. 44, 3 snsQamd^ì] 
TTQÒg rà dxQa tà KsQuvvia (bvo}Jiaai.iéva] App. 64 p. 739, 22 
ènò óè %£iixa)V(ov eg rà KsQccvvia òqyj neQiaxd^siq. 460 ' Pa- 
laestiuas .... liarenas ' : Ces. Ili, 6, 3 ' ad eum locum qui 
appellabatur Palaeste ' : Livio, verisimilmente, precisava 
la posizione di Paleste nominando i monti Acroceraunii. 

/) 

Y^ 461 — VI, 332. Guerra nell'Epiro e nell'Illirico 
fino alla battaglia di Farsalo. 

V, vv. 461-75. Cesare e Pompeo accampano l'uno vicino 
all'altro presso il fiume Apso. Nei vv. 461-3 'prima duces 
vidit iunctis consistere castris tellus, quam volucer Genusus, 
quam mollior Apsus circumeunt ripis ' è indicato senza dub- 
bio il momento cui Cesare 13, 5-6 accenna con queste parole: 
' Caesar .... castra .... ad flumen Apsum ponit in finibus 
Apolloniatium .... Hoc idem Pompeius fecit et trans ilu- 
men Apsum positis castris eo copias omnes auxiliaque con- 
duxit ' (il campo di Cesare era sulla riva sinistra del fiume, 
quello di Pompeo sulla destra). La descrizione dei due fiumi 
(vv. 463-7), l'Apsus e il Genusus, brevi di corso ambedue, 
navigabile il primo per le acque abbondanti fornitegli da 
una palude [la palude Lj^clinitis], torrente impetuoso 1' altro 
quando il sole o le pioggie liquefanno le nevi, deriva senza 
dubbio da Livio. Nei vv. 469-71 ' miserique fuit spes inrita 
mundi posse duces parva campi statione diremptos admotum 
damnare nefas ' è verisimilmente un' allusione alle trat- 
tative di pace, annodate in quest'occasione appunto fra Ce- 
sariani e Pompeiani, e andate a vuoto : cfr. Ces. Ili, 19. 

flotta d'Antonio. Cfr. App. 59 p. 7-14, 16-18 roTi; óé, ojg iy ycchjvrj, àéos riv 
Tio'Kv ^i\ ocpù? cct^aTQìjasiaf »}' y.araóvasiap ed /naxQcd roTg iu^óXon. Il par- 
ticolare contenuto nei vv. 449-50 ' gravis hinc languore profundi 
obsessis ventura fames ' ha tutta l'aria di essere invenzione di 
Lucano. 



FONTI DELLA PARSAGLI A. 411 

vv. 476-503. Cesare esorta invano Antonio a traver- 
sare l'Adriatico con le truppe rimaste in Brindisi. 476-7 
' Caesaris adtonitam miscenda ad proelia mentem ferre mo- 
ras scelerum partes iiissere relictae': cfr. App. 56 p. 741, 21 
à&QÓoig de roig Crgatoig o-ò OvvstvXsxovxo, IIoi.inrjiog [.lèv eri 
yvf.ivd^a)V xovg vsoaxQaxavTOvg, ò óè Kalaao xovg ex Bqsvxs- 
aiov TtsQijÀSVcov. Verisimilmente Livio riferiva ciò che si legge 
in Appiano, e con intenzione Lucano che è pompeiano tace 
di Pompeo. 480-497. Anche Livio aveva a questo punto 
un' orazione in forma di lettera : un frammento di essa con- 
servatoci dal Comm. Barn. (v. 494 ' naufragio venisse vo- 
let ' . . . . Livius de hoc ' veniant si modo mei sunt ') è inte- 
ressante, perchè mostra che lo storico assumeva lo stesso tono 
patetico che riscontriamo nel poeta. I vv. 495-7 (e così pure 
il V. 479 ' iam tum civili meditatus Leucada bello ' ) sono 
stati al poeta ispirati dal fatto che egli nella sua fonte leg- 
geva dei sospetti che Cesare aveva coiicepito sul conto 
d'Antonio: cfr. Dio. XLI, 46, 1 {iTcéitxsvas acfàg (Antonio e le 
legioni che eran con lui in Brindisi) }.isc!svsiv xs xal a(pt- 
Sqsvsiv toTg ngàyiiaai, olà nov èv raig axàdsai (fiXsT yiyvs- 
a^ai — , e le istruzioni date da Cesare a Postumi© presso 
App. 58 p. 743, 15-24. 497 ' terque quaterque ' (cfr. 480 
' saepe '): che simili istruzioni Cesare mandasse più volte 
invano ad Antonio, si rileva anche dalle altre fonti. 

vv. 504-702. Cesare, durante una notte tempestosa, tenta 
invano la traversata dell'Adriatico. Non privo d'interesse è 
vedere a quali artifizi ricorre il poeta per abbellire e ren- 
der più drammatico l'episodio. In Livio ') egli lo leggeva a 

1) Erra certamente il Grolis p. 54 sg. (seguito dal Kornemann 
p. 641), quando a questo proposito parla di due differenti tradizioni, 
rappresentata l'tina da Lucano e da Dione (cioè Livio), da Appiano 
e Plutarco (cioè Asinio PoUione, secondo il Koruemann) l'altra. 'Nach 
der Angabe der beiden letzteren, segelte Caesar auf einem Flusse 
(Plutarch uennt ihn Aous) abwarts bis in die Nahe der Mùudung, 
konnte jedoch wegeu der hochgehendea Wogen des Meeres, w.elche 
der Wind in den Strom hineintrieb, die See nicht gewinnen [neppur 
ciò è preciso : cfr. App. 57 p. 743, 6-7 xcà ij vavg vnò ^iag è'^éninrs xov 
noxauov]. Bei Dio und Lucan aber wird von einem Flusse gar nicht 
geredet, sondern es besteigt Caesar am Meeresgestade ein Boot, 



412 e. VITELLI 

uu dipresso nella forma seguente : ' Cesare, avendo conce- 
pito l'audace disegno di recarsi in persona a Brindisi per 
imbarcarsi e condurre con se le legioni rimastevi, lascia col 
pretesto di sentirsi indisposto gli amici riuniti a banchetto 
e, travestitosi, si fa di notte su di un carro condurre al 
fiume, l'Aoo, ove dei servi, da lui segretamente inviati prima, 
hanno pronta una nave: pel pilota e i marinai egli è un 
messo di Cesare. Il pilota titubante è dai servi indotto a 
salpare e discendere il corso del fiume ; ma, giunti alla foce, 
il vento spira cosi contrario, il mare è cosi burrascoso, 
ch'egli si rifiuta di procedere. Allora Cesare si svela colle 
famose parole : Coraggio ! Tu porti Cesare e la sua for- 
tuna. Con uno sforzo supremo i marinai riescono a supe- 
rare la foce e ad entrare nel mare. Ma la tempesta infuria 
più terribile che mai ; la notte sta per finire e il pericolo 
di essere scorti dai nemici si fa sempre più grande. Ce- 
sare è costretto finalmente a cedere: la nave ritorna in- 
dietro e risale il corso del fiume '. Una leggenda, senza 
dubbio, che deve forse le prime sue origini alla fantasia 
popolare. A Scipione che aveva osato recarsi da Siface per 
stringere con lui un trattato d'alleanza, Livio fa dire da 
Fabio (28, 42, 21) ' provincia et exercitu relieto sine lege, 
sine senatus consulto, duabus navibus, populi Romani impe- 
rator, fortunam publicam et maiestatem imperii, quae tum 
in tuo capite periclitabantur, commisisti '. Che dovremmo 
dir noi di Cesare che lascia improvvisamente il suo eser- 
cito di fronte al nemico sujjeriore di forze, per esporsi a 

fahrt hinaus auf die See, wird aber durcli eineu Sturm an dei" Fort- 
setzung der Fahrt gehindert '. Che la divergenza sia illusoria mostra 
Val, Mass. 9, 8, 2 (il quale riferisce verisimilmente la tradizione li- 
viana) ' per simulationem adversae valetudinis convivio egressus 
(= App. p. 742, 12-3 cevròs à «tto óicùti]? vTie/cÓQìjas iièi' wg xc'tiut'wì' rw 
acóficiTi) maiestate sua servili veste occultata naviculam couscendit 
et e flamine Ago maris Hadriatici saeva tempestate fauces petiit ' etc. ; 
il frettoloso accenno di Dione 46, 2 ènéih] /uèy àxariov rivòg oig rig 
tikXog, Xéyojy vnò rov KcdaaQog ne/LKp&ijyKi mostra che Livio narrava ciò 
che si legge in App. 56 p. 742, 8-12. L'omissione del particolare cui il 
Grohs allude è in Dione determinata da studio di brevità, in Lu- 
cano da ragioni artistiche. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 413 

un pericolo quasi certo? Inoltre, non era, come ognun com- 
prende, umanamente possibile che in una sola notte egli po- 
tesse giungere a Brindisi e ritornare con le legioni: anche 
ammesso che la traversata gli riuscisse felicemente, doveva 
rimanere assente parecchi giorni. Curioso che gli scrit- 
tori, i quali ci sanno dire p. e. il numero dei servi che lo 
accompagnarono e il numero dei remi della nave, abbian 
dimenticato di riferirci chi lasciò a sostituirlo nel comanda 
dell' esercito ! Si senta ora Lucano : è notte ' tertia iam vi- 
giles commoverat hora secundos *) '. Cesare travestito tra- 
versa il campo immerso nel sonno e s'aggira pel lido del 
mare. Trova finalmente una barchetta : poco lungi è la ca- 
panna del nocchiero che dorme placidamente e, a quel che 
sembra, profondamente, perchè Cesare è costretto a bussare 
parecchie volte : 

molli consurgit Amyclas, 
quem dabat alga, toro, quisnam rnea uaufragus, inquit, 
tecta petit? aut quem nostrae Fortuna coegit 
auxilium sperare casae? sic fatus, ab alto 
aggere iam tepidae sublato fune favillae 
scintillam tenuem commotos pavit in ignea 
securus belli; praedam civilibus armis 
scit non esse casas. 

Grrata occasione al poeta per fare un elogio della povertà. 
Segue il colloquio fra Cesare e Amicla : questi è esitante : 
Lucano, diligente studioso di Virgilio e di Arato, fa una 
lunga enumerazione dei presagi della tempesta. La de- 
scrizione di questa occupa un centinaio di versi ; in una 
quindicina (vv. 580-93) son diluite le famose parole di Cesare, 
vv. 678-702 « Cesare ritorna nel campo ' iam luce pro- 
pinqua ' : i suoi che sanno del pericolo cui si è esposto 
gli muovono affettuosi rimproveri » cfr. Plut. Ces. 38, 4 
'AvióvTi óè aVT(ò xarà nh~i^og àm^vtoav ol oxQaTidàxai (vv. 680-1 
' circumfusa duci. . . . turba ') noXXà ixsiKfófAsvoi xal óvana- 
x^ovvrec, si firj nénsiGrui xcà avv airoTg ixóvoig txavòc dvca 
vix&v, àX)J àxOsTca xal naoa^àXXstai óià rovg ànóvtag ótg àni- 

1) Indicazione cronologica che forse il poeta trovò in Livio. 



414 e. VITELLI 

GTiòr ToTg TcaQovaiv. App. 58 p. 743, 13-5 Kuicaqu d' di fitv 
iOiivt-ia^ov Tfjg sivoXfiiaq, oX d' ÌTt£f.iéf.i(fovTO wg aTQaridoTrj ttqs- 
noY tqyov dgyaaiiévov, od arQazrjo'ì (Lue. 685-7 ' cum tot 
in hac anima populorum vita salusque pendeat et tantus 
caput hoc sibi fecerit orbis, saevitia est voluisse mori'); 
per il ' luce propinqua ' nel v. 678 cfr. 57 p. 743, 9 ttAì^- 
Gia^ovcfr^g rji^itQag. 

vv. 703-21. Antonio trasporta nell'Epiro le legioni ri- 
maste a Brindisi. La narrazione lucanea, tolta la confu- 
sione dei venti (al v. 705 e 720 dovrebbe esser nominato 
l'Austro invece di Borea o Aquilone ; al v. 721 l'Africo in- 
vece dell'Auster : cfr. Ces. Ili, 26) — confusione di cui Lu- 
cano, non la fonte, è certamente responsabile — , è eccel- 
lente. 703-5 ' nec non Hesperii lassatum fluctibus aequor 
ut videre duces, purumque insurgere caelo fracturum pelagus 
Boream, solvere carinas ' : Ces. 26, 1 ' Illi .... administran- 
tibus M. Antonio et Fufìo Galeno .... nacti Austrum naves 
solvunt ' : verisimilmente parecchie ore prima della fine del 
giorno, come parrebbe rilevarsi da ' permixtas habuere 
diu ' (v. 707). 709-10 ' Sed nox saeva modum venti ve- 
lique tenoreni eripuit nautis excussitque ordine puppes ' : 
particolare autentico. Durante la notte, le navi, che fino 
allora erano andate di conserva, si sparpagliano : notizia 
da mettersi in relazione con l'altra conservataci da Cesare, 
che cioè due di esse rimasero indietro (28, 1) ' Nostrae 
naves duae tardius cursu confecto '. 719-21 ' praete- 
reunt frustra temptati littora Lissi Nymphaeumque te- 
nent nudas Aquilonibus undas succedeus Boreae iam portum 
fecerat Auster ' : cfr. Ces. 26, 4-5 ' Nacti portum qui ap- 
pellatur Nymphaeum, ultra Lissum milia passuum III, eo 
naves introduxerunt (qui portus ab Africo tegebatur, ab 
Austro non erat tutus) .... Quo simulatque intro est itum, 
incredibili felicitate Auster, qui per biduum flaverat, in 
Africum se vertit '. Nel ' frustra temptati littora Lissi ' 
un particolare taciuto da Cesare : tentarono invano di sbar- 
car presso Lisso. 

vv. 722-815. Pompeo invia a Mitilene, nell'isola di Le- 
sbo, la moglie Cornelia. Nulla vieta di credere che anche 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 415 

Livio facesse menzione di questo fatto e accennasse al do- 
lore che arrecò a Cornelia la separazione dal marito. Lu- 
cano ne prende occasione per darci un episodio di affetto 
e tenerezza coniugale. 

VI 1-18. I due eserciti accampano vicini: Cesare, im- 
paziente di decidere le sorti della guerra, cerca ripetu- 
tamente di trarre a battaglia campale Pompeo. Non riu- 
scendovi, muove celermente alla volta di Dirrachio: è pre- 
venuto da Pompeo, che si accampa sul colle di Petra. Tolta 
la notizia contenuta nei vv. 3-4 ' capere omnia Caesar moe- 
nia Graiorum spernit' — allusione, verisimilmente, all'occu- 
pazione di Orico e di Apollonia da parte di Cesare (cfr. Ces. 
Ili, 12) — , il resto si riferisce senza dubbio a ciò che si legge 
nei Commentari III, 41-42, 1. Che Cesare tre volte offrisse 
battaglia al nemico, sarà forse esagerazione di Lucano; 
Cesare 41, 1-2 narra di una sola volta »). 13 ' tectus via 
dumosa ' da confrontarsi con Ces. 41, 3 ' magno circuitu 
difficili angustoque itinere ' . 15 ' hoc iter aequoreo prae- 
cepit limite Magnus '. Secondo Cesare invece il tentativo 
di Pompeo di prevenirlo andò fallito : egli giunse presso 
Dirrachio, prima di Pompeo, ' cum primum agmen Pompei 
procul cerneretur ' ; e posto il campo presso la città, ne tagliò 
fuori 1' avversario. Lucano è, dunque, in errore «J. ' Ae- 
quoreo limite ' (non ' per mare, mediante delle navi ' come 
intende falsamente il Francken, ma ' lungo il mare, lungo 
la costa ') precisa l'indicazione di Ces. 41, 4 ' breviore 
itinere '. 

vv. 19-28. Descrizione di Durazzo. « La città è ine- 
spugnabile, più per la posizione naturale che per le forti- 

1) Ho detto forse, perchè il modo con cui Floro (II, 13, 38) si 
esprime, parrebbe indicare che Cesare facesse più volte questo ten- 
tativo: ' Caesar prò natura ferox et coùficiendae rei cupidus (Lue. 
vv. 6-9) ostentare aciem, provocare, lacessere ' . 

2) Causa dell' errore potrebbe forse essere l' aver Lucano confuso 
le due marcie di Cesare e Pompeo su Dyrrachium, fatte in tempi e 
con risultati diversi (Ces. Ili, 13, 41), attribuendo alla seconda il 
risultato della prima. A proposito di questa Appiano 56 p. 741. 15 dice 
noov'/M^ei' ouùjg 6 Jloiunyjtog xò Jvqqcìxiov y.al nc(Q uviò èatQuroné^evasv 
(Ces. 13, 3)'. 



416 e. VITELLI 

ficazioni che la difendono. Circondata da ogni parte dal 
mare, ' exiguo debet, qiiod non est insula, colli '; sugli scogli 
terribili ai naviganti s'inalzano le mura ». Riferisco dallo 
Stoffel I, p. 164 sg. la descrizione della breve striscia di 
terra ') all'estremità della quale si trovava la città di Dir- 
rachio : ' Bornée le long du rivage par des falaises de terre 
bianche très escarpóes, elle s'arréte du coté de la terre à 
de vastes lagunes, ce qui en fait une presqu' ile à peu près 
isolóe. Elle n'est accessible en effet que de deux còtés : au 
nord par une bande de sable qui la relie au cap Pali; au 
sud par un isthme (v. 25 ' exiguo .... colli ') à travers le 
quel passe l'ótroit canal par où les lagunes et la mer se 
communiquent '. Lucano prese certamente questa descri- 
zione da Livio, nel quale erano forse anche alcuni accenni 
alla storia della città -): un'eco di essi potrebbe essere nel 
' Taulantius incola ' v. 16 e nel ' Ephyrea moenia ' al 
V. 17: secondo App. 39 p. 724, 13 sgg. i Taulantii scacciati 
dalla città dai Liburni vi ritornarono coli' aiuto dei Corciresi. 
vv. 29-79. Cesare blocca Pompeo mediante una linea 
di circonvallazione. Secondo Lucano (v. 31. 64-5), Cesare 
avrebbe tentato — e vi sarebbe in parte riuscito — di 
costruire questa linea di circonvallazione senza che il ne- 
mico se ne accorgesse. Ciò non è detto da Cesare; ma non 
v' è davvero bisogno di possedere molte cognizioni d'arte 
militare per comprendere che le cose debbono essere andate 
per r appunto cosi e che in Lucano e' è conservato un par- 
ticolare autentico. 69-79 « Pompeo accortosi delle inten- 
zioni di Cesare ' a tuta deducens agmina Petra diversis 

1) A questa, cioè alla penisola di Dirrachio, non alla città di 
Dirracliio, si riferiscono in realtà i particolari contenuti nei vv. 23-5. — 
Per i vv. 22-3 ' sed munimen habet nullo quassabile ferro naturam 
sedemque loci ' cfr. Liv. 1,- 15, 4 ' urbe valida muris ac situ ipsa 
munita ' ; 24, 3, 8 ' sed arx Crotonis, una parte imminens mari, al- 
tera vergente in agrum, situ tantum naturali quondam munita, postea 
et muro cincta est ' . 

2) La desci-izione liviana è presso Floro II, 13, 40 riassunta nelle 
parole ' quam vel situs inexpugnabilem faceret ' . Non casuale sarà 
il fatto che e Appiano II, 39 p. 273, 19 sgg. e Dione XLI, 49, 2-3 banno 
non brevi ' excursus ' sulla città di Dirrachio. 

20. 1. '903 



FONTI DKLLA PARSAGLIA. 417 

spargit tumulis, ut Caesaris arma laxet et efifuso claudentem 
milite tendat ', e viene cosi ad occupare un territorio che 
misura [nel suo circuito] la distanza esistente fra Roma ed 
Aricia [xvi m. p. secondo, gli Itinerari; realmente 16,500] 
o fra Roma ed Ostia [xvi m. p., secondo lo Scoliasta Ber- 
nense; realmente 15,000] » = Ces. 44, 2 sg. ' Relinqueba- 
tur, ut ... . quam plurimos colles occuparet et quam latis- 
simas regiones praesidiis teneret Caesarisque copias quam 
maxime posset distineret; idque accidit. Castellis euim xxiiii 
efifectis XV milia passuum circuitu amplexus ' etc. Nei 
vv. 30-40 è descritta la linea di circonvallazione costruita 
da Cesare: essa è costituita da una fossa (v. 39) con ter- 
rapieno (vv. 32-5), e rinforzata da castelli che si trovano 

sui colli (vv. 39-40) : cfr. Ces. 43, 1 ' Erant circum 

castra Pompei permulti editi atque asperi colles (Lue. 30 
' vastis diffusum collibus hostem '). Hos primum praesidiis 
tenuit castelloque ibi communiit. Inde .... ex castello in 
castellum perducta munitione circumvallare Pompeium in- 
stituit ' 1). 43-4 ' non desunt campi, non desunt pabula 
Magno ' etc. Cfr. Ces. 44, 3 ' multaque erant intra eum 
locum manu sata, quibus interim iumenta pasceret ^ . 
45-6 ' flumina tot cursus illic exorta fatigant, illic mersa 
suos '. Basta gettare uno sguardo sulla carta dello Stofìel 
(n.° 15) per convincersi che Lucano non lavora di fantasia. 
Dentro la linea di circonvallazione scorrevano infatti i se- 
guenti torrenti : Lesnikia, con un affluente Belbera, un tor- 
rente anonimo ' desséché en été ', Crateia con diversi af- 
fluenti uno dei quali porta il nome di Grand Ravin, Freuca : 
solamente il primo ha le sue sorgenti fuori di essa. 



1) vv. 32-5 ' nec caespite tantum contentus fragili subitos ad- 
tollere muros, ingentes cautes avolsaque saxa metallis Graiorumque 
domos direptaque moenia transfert ' : cfr. Liv. 36, 16, 2 (di Antioco 
accampatosi alle Termopili) ' cum duplici vallo fossaque et muro 
etiam, qua res postulabat, ex multa copia passim iacentium lapidum 
permunisset omnia ' e 36, 22, 11 (a proposito delle opere d'assedio 
costruite ad Eraclea dal console Acilio) ' deserta, quae in vestibulo 
urbis erant, tecta in varios usua non tigna modo et tabulas sed la- 
terem quoque et caementa et saxa variae magnitudinis praebebant ' 

Studi ital. di ftlol. class. X. 27 



418 e. VITELLI 

46-7 ' operumque ut summa revisat, defessus Caesar mediis 
intermanet agris '. Esagerazione: tre o quattro ore eran 
sufficienti a percorrere il tragitto esistente fra i punti 
estremi (cfr. Stoffel I p. 171). Ve poi appena bisogno di 
notare che l'esagerazione cade nel grottesco nei vv. 51-4 *). 

78-9 ' classica nulla sonant iniussaque tela vagantur 
et fit saepe nefas iaculum temp tante lacerto '. Forse allu- 
sione a ciò che si legge in Ces. 44, 6 : ' Pompeo per im- 
pedire ai Cesariani l'occupazione dei colli ' sagittarios fun- 
ditoresque mittebat .... multique ex ncstris vulnerabantur 
magnusque incesserat timor sagittarum '. 

vv. 81-105. Nel campo di Pompeo muoiono i cavalli 
per mancanza di pascolo; i soldati per la pestilenza. 
81-87 (mortalità dei quadrupedi) : cfr. Ces. 49, 2 ' Liben- 
ter etiam ex perfugis cognoscebant (i Cesariani) equos 
eorum tolerari, reliqua vero iumenta interisse ': coli' andar 
del tempo le cose peggiorarono . (Ces. 58, 3-5). 85 ' ad- 
vectos ' è, verisimilmente, da intendersi ' trasportati, im- 
portati dalle regioni vicine ' : cfr. Ces. 68, 4 ' Cogebantur 
Corcyra atque Acarnania .... pabulum supportare ' . 
88-103 (la peste): cfr. Ces. 49, 2-4 ' uti autem ipsos (i Pom- 
peiani) valetudine non bona cum angustiis loci et odore tae- 
tro ex multitudine cadaverum (cfr. specialmente vv. 100-3) 
.... tum aquae summa inopia adfectos .... Ita illi necessario 
loca sequi demissa ac palustria et puteos fodere cogeban- 
tur ' (cfr. Lue. V. 107 ' nec inertibus angitur undis '). 
103-5 ' tamen hos minuere labores a tergo pelagus pul- 
susque Aquilonibus aer littoraque et plenae peregrina messe 
carinae ' : solamente l' ultimo particolare in Ces. 47, 3 ' co- 
tidie enim magnus undique navium numerus conveniebat, 
quae commeatum supportarent '. 

vv. 106-17. Fame nel campo di Cesare. 106-9 ' At 
liber terrae spatiosis collibus hostis aere non pigro nec 
inertibus angitur undis, sed patitur saevam .... famem ' : 
Ces. 49, 5 ' At Caesaris exercitus optima valetudine sum- 
maque aquae copia utebatur ' etc. Nel ' voluti circumdatus 

») Pei vv. 54-60 cfr. Zieheu p. 69 sg. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 419 

arta obsidione, famem ' (vv. 108-9) e nel ' saturimi tamen 
obsidet hostem ' (v. 117) è un'evidente allusione alla ' nova 
et inusitata belli ratio ' di cui parla Cesare a principio del 
capitolo 47. 109-10 ' nondum turgentibus altam in se- 
getem culmis': Ces. 49, 1 ' lamque frumenta maturescere 
incipiebant '. 113 ' veliere ab ignotis dubias radicibus 
lierbas ' Ces. 48, 1 ' Est autem genus radicis inventum .... 
quod appellatur chara, quod admixtum lacte multum ino- 
piam levabat '. 

vv. 118-262. Primo tentativo di Pompeo per rompere 
il blocco : prodigi di valore compiuti da Sceva nella difesa 
di un castello. Rinforzi sopraggiunti in aiuto dei Cesariani 
costringono il nemico a battere in ritirata. Sarà bene ram- 
mentare al lettore che nei Commentari troviamo narrata 
solamente l'ultima parte di questo episodio: il resto è 
andato perduto in una lacuna che occorre nel cap. 50 e 
di cui è difficile misurar l'estensione. 118-124. Pompeo 
che vuol rompere il blocco ' non obscura petit latebrosae 
tempora noctis ' , ma ' latis exire ruinis quaerit et impulso 
turres confringere vallo '. Lucano, nell'intento di celebrare 
Pompeo, gli fa un merito di ciò che era necessità : se questi 
voleva rompere il blocco, doveva combattere. 125-37. Pom- 
peo stabilisce d'assalire quella parte della linea di circon- 
vallazione che è più vicina al suo campo e dove si trova 
il castello comandato da Minucio. Favorito da una selva, 
che lo copre durante la marcia dalla vista del nemico *), 
egli giunge improvvisamente sotto il castello. I difensori, 
sorpresi, sono in preda al terrore ; alcuni sono uccisi, tutti 
feriti. I Pompeiani cercano d'incendiare il castello, get- 
tandovi materie infiammabili, e di rovesciare coli' ariete 
il parapetto. La maggior parte di questi particolari ci è 
conservata solamente da Lucano. Da una frase di Cesare 63, 1 
^tribus proeliis ad munitiones' sembra rilevarsi che Pompeo 
tentò di aprirsi un varco assalendo contemporaneamente 



1) Cfr. Liv. 28, 2, 1-2 ' Tria millia ferme aberat, cum hauddum 
quisqiiam hostium senserat. confragosa loca et absiti vh-gultis tege- 
bant colles '. 



420 e. VITELLI 

tre punti diversi; che però lo sforzo principale fosse di- 
retto contro il castello di Minucio (sotto gli ordini del 
quale si trovava il centurione Sceva: App. 60 p. 745, 6-8. 
18-19), si releva da Svetonio, lui. 68, secondo il quale al- 
l'espugnazione di esso furono destinate quattro legioni. 
132-3 ' iacuere perempti, debuerant quo stare loco ': 
gli uccisi dovettero essere pochissimi, giacché Cesare 53, 2 
riferisce di aver perduto in tutti e sei i combattimenti 
che avvennero in quel giorno solamente venti uomini. 
133-4 ' qui volnera ferrent, iam deerant ' : storico, benché 
sembri un'esagerazione; cfr. Ces. 53, 3 ' Sed in castello 
nemo fuit omnino militum quin volneraretur '. 138-43: 
cfr. Ces. 53, 6 ' eius enim opera castellum magna ex 
parte conservatum esse constabat '. 144-6 notizia, cer- 
tamente autentica, sulla carriera militare di Sceva, che 
da semplice soldato era salito al grado di centurione du- 
rante le guerre di Gallia. 149-165 orazione di Sceva per 
incuorare i suoi, atterriti e fuggenti; nella tirata retorica 
non manca un particolare che sembra toccar la realtà (la 
certezza d'esser soccorso da Cesare vv. 162-4): un'orazione 
consimile era forse anche in Livio. 165-169 ' movit tan- 
tum vox illa furorem ' etc. cfr. App. 60 p. 745, 16-18 totg 
ó àXXoig ctlótog ini rrò avi.i^e^rjxÓTi xal óofiij rcQoaéneas. 
169-79 Sceva difende animosamente il castello; tutto diventa 
un'arma nelle sue mani; sugli assalitori scaglia sassi e per- 
fino cadaveri ; rovescia giù dal muro quelli che vi sono saliti, 
ad altri che cercano d'arrampicarvisi taglia le mani o brucia 
con pali infuocati gli occhi e la faccia. In questa narra- 
zione è senza dubbio un fondo storico : i particolari menzio- 
nati da Lucano sembrano riassunti nelle parole di Appiano 
p. 746, 8 nolXà xal lafxrcqà ÓQm'. 180-246 Sceva, ' ut 
primum cumulo crescente cadavera murum aequavere solo ', 
si lancia con un salto fuori del castello e fa strage dei ne- 
mici. Una selva di dardi si conficca nello scudo; è ferito 
in più parti del corpo ; perde un occhio. Stremato di forze, 
grida ai nemici di volersi arrendere: ma quando uno di 
essi gli si avvicina, gli vibra un colpo e l'uccide. A pro- 
posito dei vv. 180-3, molto più verisimile è la narrazione 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 421 

di Appiano p. 745, 6 sgg., secondo il quale Scava dispe- 
rando — dopo eh' era stato ferito all' occhio da un dardo — 
della salvezza sua e del castello, ne sarebbe uscito fuori 
{nQ07Tr^ói]aag = 181 ' non segnior extulit illum saltus ' etc.) 
facendo le viste di volersi arrendere. Propendo a credere 
che lo stesso narrasse Livio, e che Lucano, nell'intenzione 
di fare apparire più grande il valore di Sceva, abbia in- 
trodotta tale modificazione nel racconto liviano. Storici 
sono gli altri particolari: Cesare 53, 4 (anche Val. Mass. 
Ili, 2, 23) riferisce che nello scudo di Sceva furono trovati 
centoventi fori fattivi dai dardi; Appiano p. 745, 21 parla 
di sei ferite (Val. Mass. ' capite umero femine saucio '); 
che perdesse un occhio attestano concordemente Ces., Valer. 
Mass. e App. 228-46 : cfr. App. p. 745, 10-15 aiomrjg 
<J' avroj ysvo}iév7]Q^ Jlofim^iov Xoy^ayòv tm àvdqia yrwQiiiov 
èxàXei' 'cw^f TÒv ojiioiov CsavTfò, (KÒ^s tòv (fCXov, xal TTs/ine 
f-ioi Tovg x^ioayoìyìjaovTag, irceì révQwiiai^ . TCQoaÓQcijxóvzoov ó ó>g 
avTOf.i()XovvTi óvo àvÓQóùV, tòv /.lèv etp^aGs xTsivag, rov óè ròv 
&IXOV àjtsxoipsv. Il nome Aulo che si trova dato al centurione 
pompeiano crederei inventato dal poeta. 246-8 'altus Cae- 
sareas pulvis testatur adesse cohortes. Dedecus hic belli Ma- 
gno crimenque remisit, ne solum totae fugerent te, Scaeva, 
catervae':cfr. Ces. 51, 1-2 'Interim certior factus P. Sulla — 
auxilio cohorti (alla coorte che difendeva il castello) venit 
cum legionibus duabus, cuius adventu facile sunt repulsi 
Pompeiani. Neque vero conspectum aut impetum nostro- 
rum tulerunt, primisque deiectis reliqui se verterunt et 
loco cesserunt '. 250 ' subducto qui Marte ruis ': cfr. 
Val. Mass. IH, 2, 23 ' super ingentem stragem quam ipse 
fecerat conruit \ 256-7 : cfr. la nota del Francken: ' Su- 
spendunt donarium sodales prò Scaeva, qui defecerat, in 
simulacro inermi, quod in praetorio erat'. Potrebbe essere 
che Lucano trovasse tale notizia nella sua fonte. 

vv. 263-313. Secondo tentativo, felicementa riuscito, 
fatto da Pompeo per rompere il blocco. 268-9 ' hinc vi- 
cina petens placido castella profundo incursu gemini Mar- 
tis rapit ' . jSTel ' castello vicino al mare ' è da ravvisare 
quella parte della linea di circonvallazione ' quae pertinebat 



422 e. VITELLI 

ad mare longissimeque a maximis castris Caesaris aberat ' . 
(Ces. G2, 2). L'espressione ' incursu semini Martis ' è esatta: 
l'assalto fu dai Pompeiani condotto contemporaneamente e 
per mare e per terra (cfr. Ces. 63, 6). Nei vv. 269-71 ' ar- 
maque late spargit et effuso laxat tentoria campo, miitan- 
daeque iuvat permissa licentia terrae ' è, senza dubbio, 
un'allusione a ciò che Cesare narra 65, 3: ' Pompeo, rotto 
il blocco, s'accampò fuori della linea di circonvallazione '. 
278-80 ' vix proelia Caesar senserat, elatus specula quae 
prodidit ignis »): invenit impulsos presso iam pulvere mu- 
ros ' : cfr. Ces. 65, 2 ' Caesar significatione per castella fumo 
facta .... deductis quibusdam cohortibus ex praesidiis eo- 
dem venit. Qui cognito detrimento ' etc. 285-9. Cesare 
muove contro un riparto nemico comandato da Torquato, 
il quale atterrito ' agmina interius muro breviore recepit, 
densius ut parva disponeret arma corona ' 2). Questo episo- 
dio è ampiamente narrato nei Commentari e. 67: ' muro 
breviore '' è il ' castellum ' ove ' pulsa legio sese receperat ', 
' breviore ' in contrapposizione di ' malora castra ' (Ces. 67; 
66, 5). Cesare tace di Torquato ; lo rammenta però Oros. 
VI, 15, 19. 290-313. ' Pompeo accorre in soccorso dei 
suoi ; i Cesariani presi da terror panico si danno alla fuga ; 
la sconfitta sarebbe stata completa, ove Pompeo non avesse 
trattenuta, dall' inseguire i nemici' . A proposito dei vv. 290-2 
' Transierat primi Caesar munimina valli, cum super e 
totis emisit collibus agmen effuditque acios obsaeptum Ma- 
gnus in hostem ' bisogna notare che ' munimina valli 
sono le ' munitiones ' (Ces. 67, 4) del campo ove si tro- 
vava la legione comandata da Torquato, ' munitiones ' che 
i Cesariani avevano varcato. È un errore — probabilmente 
di Lucano — l'immaginarsi Pompeo che viene in soccorso 
ai suoi scendendo giù per i colli : Pompeo, come si rileva 

1) Cfr. Liv. 28, 5, 17 ' ipse in Tisaeo .... sijecularn posuit, ut 
ignibus procvil sublatis ' etc. 28, 7, 1 ' Philippum et ignes ab Oreo editi 
monuerant, sed serius Platoris fraude ex specula elati '. 

2) Liv. 36, 9, 12 ' relieto exteriore circulo muri, defìcientibus 
iam copiis iu interiorem partem urbis coucesseruut, cui brevior orbis 
munitionis circumiectus erat '. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 423 

da Ces. 69, 1, mosse dall'accampamento che sotto il blocco 
aveva costruito sulla riva del mare : ora dalla carta dello 
Stoffel (n.° 15) si vede che e quello e, in generale, il ter- 
reno ove si svolse questo episodio era completamente in 
pianura. Preciso invece è 1' ' obsaeptum ' : i Cesariani si tro- 
vavano come chiusi nella cinta del campo da loro conqui- 
stato. 296-9 ' Caesaris ut miles glomerato pulvere victus 
ante aciem cacci trepidus sub nube timoris hostibus oc- 
currit fugiens ') inque ipsa pavendo fata ruit'. Che i Ce- 
sariani al solo vedere avanzare le legioni di Pompeo fos- 
sero presi da terror panico e si dessero alla fuga attesta 
lo stesso Cesare (App. 62 p. 747, 10-11 ' Cesare ai suoi, atter- 
riti e fuggenti, mostrava naxgàv sn xòv noi.in;i]cov òvza '); 
che parte di essi nel loro terrore fuggissero dalla parte 
d'onde il nemico avanzava, potrebbe essere un particolare 
che Lucano trovò nella sua fonte. 299-313. Alla guerra 
civile poteva esser posto fine con questa battaglia, ove 
' pietà ' non avesse trattenuto Pompeo. Che in quest' oc- 
casione r esercito di Cesare corresse il rischio di esser com- 
pletamente distrutto, lo ammette Ces. 70, 1 e lo narrava cer- 
tamente Livio, il quale riferiva anche il detto di Cesare 
che leggiamo in Plutarco e in Appiano ; ma che ' pietà ' 
trattenesse Pompeo, è fantasia di Lucano : non fa bisogno 
di dire che timore di cadere in un' insidia o imperizia im- 
pedirono a Pompeo di trar frutto dalla vittoria. 

vv. 314-332. Cesare, abbandonata Durazzo, marcia alla 
volta della Tessaglia. Pompeo, invano esortato dagli amici 
a portar la guerra in Italia, lo insegue. 314-15 la mar- 
cia di Cesare è descritta nei capitoli 75-81 dei Commen- 
tari. 317 'comites': App. 65 p. 750, 8 e Plut. Pomp. 66, 3 
nominano Afranio come autore del consiglio di portar la 
guerra in Italia. 318 ' hoste carentem ' : App. p. 750, 12-3 
7toXs{.ii(jùv eqrjixov Dio. 52, 2 ovis .... à'^iófiaxà ys àvxinola- 
/ifjaca '^v. 319-392. Orazione di Pompeo, modellata da 
vicino su quella che il poeta trovava in Livio: cfr. Plut. 



1) Cfr. Liv. 5, 45, 3 ' pavor .... in fugam et quosdam in ho- 
stem ipsum improvidos tulit '. 



421 e. VITELLI 

Pomp. 66, 4 rfjg óè '^Pwf.ujg {.iuXictu xrjòsad-ai ròv àrcbìtàru) no- 
Xefwvvra ttsqI avrf^g, oTcoìg ànccd^rjg xaxwv ove a xcd àvrjxoog ns- 
Qmévrj ròv xqcìtovvtu. Dio. 52, 3 tcÓqqw re yào xov nsQÌ amrjg 
óó'Scei TToXsiiieTv àcfsarì^xtrm i Rovisto xcà (fó^ov ovótra roTg év 
T/] 'jPw/t/y TÓTe ovai TtaQuayislv ff§iov. Lucano e Dione concor- 
dano nell' attribuire ' solamente ' al desiderio di rispar- 
miare Roma e l'Italia la decisione di Pompeo: ma, verisi- 
milmente, e l' uno e l' altro trovavano menzionate nella 
fonte comune, sia pure come secondarie, altre ragioni (per e. 
quelle o alcune di quelle che si leggono in Plutarco e in 
Appiano) : Dione le tralasciò per desiderio di brevità, Lu- 
cano perchè più grande apparisse la magnanimità e l'amor 
patrio di Pompeo. 

Combinando insieme le notizie conservateci dai varii 
rappresentanti della tradizione liviana e prendendo a base 
nell'ordinarie la narrazione di Lucano, abbiamo, per gli 
avvenimenti che vanno dallo sbarco di Cesare nell'Epiro 
fino al suo arrivo in Tessaglia, il seguente sommario : 

Cesare occupa Orico, Apollonia àXXa ts tmv èxeivr] xw- 
gicor èx'/.sixfd-kvrcc vrrò zcov xov JIo/ÀTcrjiov (fQovgdóv *) : Dio. 45, 1 
(un accenno all' occupazione di Orico in Floro II, 13, 41) 
[Ces. 11, 3 sgg.]. 

Pompeo, avuta notizia dell'arrivo di Cesare, [dalla Ma- 
cedonia] gli muove con parte dell' esercito incontro, a marcie 
forzate, nella speranza di batterlo prima che Antonio abbia 
potuto raggiungerlo con le legioni rimaste in Brindisi ^) : 
Dio. 47, 1 [Ces. 11, 2]. 



1) Con queste parole Dione indica senza dubbio le città cui Ce- 
sare nomina 12, 4 ' Hos sequuntur Byllidenses, Amantini, et reliquae 
finitimae civitates totaque Epiros et legatis ad Caesarem missis quae 
imperaret facturos se pollicentur '. 

2) 77^0? Tj;V 'jno'iK'lwi'lav .... ìjluaEv = ' marciò verso, alla volta di 
Apollonia ' non ' si spinse, giunse fino ad Apollonia '. Inopportuna è 
quindi l'osservazione del Grolis p. 56 ' Ferner ist geradezu Unsinn, 
wenn gesagt wird, Pompeius, der nach den Kommentarien (IH, 13) 
Beine gesamte Streitmacht am rechten Ufer der Flusses fest im Lager 
hielt, wiire mit einem Teile des Heeres gegen das siidlich vom Apsus 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 425 

Cesare s'avanza fino all'Apso: Dio. 47, 2. I due eser- 
citi accampano vicini, Cesare sulla sinistra, Pompeo sulla 
destra del fiume: Dio. 47, 1; Lue. V, 461 [Ces. 13, 5-6]. 
Descrizione dell' Apso e del Genuso: Lue. V, 462-7. 

Cesare, inferiore di forze all' avversario, non osa esporsi 
a una battaglia e intavola trattative di pace ') che vanno 
a vuoto: Dio. 47, 2; Lue. V, 469-71 [Ces. 19]. 

Pompeo, stimando opportuno prender l'offensiva, tra- 
versa il fiume; durante il passaggio delle truppe, il ponte 
si sfascia ; i soldati che si trovavano sulla riva sinistra, 
tagliati dal grosso dell'esercito, sono uccisi dai Cesariani; 
Pompeo, considerando questa disgrazia come un ' omen ', 
rinunzia ad ulteriori tentativi : Dio. 47, 3 [cfr. App. 5o 
p. 744, 1-6 2); in Ces. nessun accenno in proposito]. 

Invano Cesare esorta ripetutamente Antonio a rag- 
giungerlo con le legioni rimaste a Brindisi ; lettera di Ce- 
sare ad Antonio : Lue. V, 476-98 (col frammento di Livio 
citato nel Comm. Bern. al v. 494) ; Dio. 46, 1 [Ces. 25, dove 
mancano alcuni particolari che Livio riferiva: p. e. il so- 
spetto concepito da Cesare sulla fedeltà di Antonio]. 

Tentativo di Cesare per recarsi a Brindisi : Lue. V, 
499-702; Dio. 46, 2-4; Val. ]\Iass. IX, 8, 2 [Nessun accenno 
nei Commentarli : ciò che Lucano narra nei vv. 678-700 
trova riscontro, come abbiamo veduto, in Plut. ed App.]. 



am Aousflusse gelegene Apollonia hingezogen ' . Nel óvvcifxev xwi pro- 
pendo a vedere un particolare che era in Livio e manca nei Com- 
mentari; Pompeo marciò contro Cesare e s'accampò vicino a lui presso 
l'Apso solo con una parte dell'esercito. La frase con cui Appiano 
60 p. 745, 1 sg. incomincia la narrazione dei combattimenti presso Dir- 
rachio xcà nò Kcdaccot, avunug 6 axQCitòg ijórj nctQ^y, naQrju óè y.cd Jlofx- 
nrjUt) fcfr. Oros. VI, 15, 18; Veli. II, 51, 1), presuppone la notizia con- 
servataci da Dione e mostra che il concentramento di tutto 1' esercito 
pompeiano ebbe luogo in seguito, a Dirrachio. 

») Secondo Livio, dunque, le proposte di pace fatte da Cesare 
erano imo strattagemma per guadagnar tempo: sotto altra luce sono 
rappresentate le cose nei Commentari. 

-) Le notizie presso Dione ed Appiano sono acutamente combi- 
nate insieme dal Grohs p. 57-8. 



42G e. VITELLI 

Antonio e Bibulo; Antonio e Libono ^): Dio. 48, 1-3 
[Ces. 18, 1. 23-4]. 

Antonio e Galeno salpano da Brindisi e sbarcano nel- 
r Epiro: Lue. 703-21; Dio. 48, 4 -2) [Ces. 26-7, dove man- 
cano i particolari conservati da Lue. nei vv. 706-10. 719]. 

Cesare si congiunge con Antonio : Dio. 47, 3 xàv tovtuì 
xaì Tov 'AvTcoviov insX^óvTog. Lue. V, 722 ' undique col- 
latis in robur Caesaris armis ' [Ces. 30]. Pompeo invia a 
Mitilene la moglie Cornelia: Lue. Y, 724-815 

I due eserciti accampano nuovamente vicini 1' uno al- 
l' altro [presso Asparagio] : Cesare, avendo invano tentato 
di trarre Pompeo a battaglia campale, marcia celermente 
alla volta di DirracLio ; Pompeo — prevenendolo (?) — 
s'accampa sul colle di Petra. Descrizione di Dirrachio : 
Lue. VI, 1-28 [Ces. 41-42, 1] «). 

Cesare dà l'assalto al campo di Pompeo; è respinto: 
Dio. 50, 1 [nessuno accenno nei Commentari] *). 

Cesare blocca Pompeo costruendo una linea di circon- 

1) Le parole di Dione 48, 1-2 ùptjydysxo cJ? -/.cu [iiaaó/Lieyog ròv 
s'/.-nlovv. z«r«/^£t? xs ég riqv yfjv si riferiscono, a parer mio, a ciò che 
Cesare narra 14, 1-2 ' Calenus .... naves solvit paulumque a portii 
progressus litteras a Caesare accepit, quibus est certior factus, portus 
litoraque omnia classibus adversarioruni teneri. Quo cognito se in 
portum recipit navesque omnes revocat '. Nel qual caso errore di 
Dione è il credere che questo tentativo avesse luogo dopo la morte 
di Bibulo: da Cesare 14, 2 risulta che, quando ciò avvenne, Bibulo 
era ancor vivo. Le parole 48, 2 ?/ui;V«ro xs aì'xòy ìa/vQcò? 7iQoa,ìa'A6vxa ol 
si rifei'iscono a ciò che Cesare narra 24, 2-3. 

«) La frase di Dione 48, 4 nqòg óè órj ctvrov rovtov (cioè la tem- 
pesta) (iucfóxeooi èy.c(y.onc'(&riaav indica con poca precisione il naufragio 
delle navi Rodie (Ces. 27, 2) e la critica condizione in cui si trova- 
rono le due navi cesariane (Ces. 28). 

3) Dione 47, 3 (Pompeo) (fo^t]&sls «7re/w()?;<Te ngòg xo Jvqqc</iou e 
49, 1 o re nountjtog èg xò Jv^gd/ioy .... cìpsxiÓQì^ae xcù 6 Kalauo ènrj- 
y.oXovd^i^aev falsa per la sua fretta e negligenza abituale il nesso dei 
fatti: anche qui il miglior rappresentante della tradizione liviana è 
Lucano. 

4) Errore sarebbe il credere che a questo tentativo di Cesare si 
riferisca App. 61 p. 746, 8-11 : il quale è invece da confrontarsi con 
Ces. 38. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 427 

vallazione: Lue. 29-79; Dio. 50, 2-3; FI. Il, 13, 39; Oros. 
VI, 15, 18 [Ces. 43-6]. 

Pestilenza nel campo di Pompeo, fame in quello di 
Cesare: Lue. 80-117 [Ces. 47-9]. 

Pompeo tenta di rompere il bloceo; l'assalto prinei- 
pale è diretto eontro il castello di Minueio: Lue. 118-262 
da completarsi con le notizie conservateci in Val. Mass. 
Ili, 2, 23 (il nome del prefetto Pompeiano che diresse l'as- 
salto; le ferite di Sceva; nel suo scudo vengono contati 
120 fori: quest'ultimo particolare anche in FI. II, 13, 40) 
e nel Comm. Bern. VI, 126 da cui apprendiamo che il pre- 
nome di Minueio era Lucio. [Ces. 51-3: il confronto con 
Ces. è possibile solo in parte per la lacuna che si trova 
nel capitolo 50] '}. 

Contemporaneamente Cesare tenta d' impadronirsi di 
Durazzo : Dio. 50, 3-4. Fior. II, 13, 40 ' nunc expugnatione 
Dyrrachi inrita, quippe quam vel situs inexpugnabilem fa- 
ceret ' [in Cesare il racconto di questo episodio è andato 
perduto nella suddetta lacuna]. 

Secondo tentativo di Pompeo per rompere il blocco : 
espugnato il castello di Marcellino, ei s'accampa fuori della 
linea di circonvallazione. Cesare assale la legione coman- 
data da Torquato; ma al sopraggiungere di Pompeo coi 
rinforzi il suo esercito, preso da terror panico, volge in fuga 
e sarebbe stato completamente distrutto, ove Pompeo avesse 
saputo approfittare della vittoria : Lue. 263-313 ; Oros. VI, 
15, 19-21 (le parole ' Pompeius vero Caesaris quoque te- 
stimonio Victor ' si riferiscono senza dubbio al detto di 
Ces. citato da App. 62 p. 748, 4-6) ; Dio. 50, 4 [Ces. 62-71, 2: 
nel quale mancano alcune notizie : p. e. il nome di Tor- 
quato, il detto di Cesare ; altre son riferite con divergenze : 
p. e. Ces. 71, 1 calcola a un migliaio le perdite da lui su- 
bite, Orosio a 4000 soldati]. 

1) A questo episodio, e nello stesso tempo a ciò che Cesare narra 
nei cap. 45-6, sembra alludere Dione 50, 2-3 con le parole no'AXcd uèy 
ovv xcù èv rovtio ud}((a avriòy, ,3QU/sìcei, d" ovy èyiyvovro • xcà èv ruvrtag 
rote [xèv ovToc rote cfè èxetfoi xcà èvixiav x<à èvixòjvxo, uiate xcà d^y^axeiy 
Tt^K? afxcpoxéowv óicoiwg. 



428 e. VITELLI 

Marcia di Cesare alla volta della Tessaglia: Dio. 51, 1. 
52, 1 l'j'xTos T6 yào i^anivaCwg ànavsGTrj xal tòv 7ror«/iòi' 
TÒY rsYovobv GTtovófj óiè'^ì]. 51, 4-5; un accenno all'espu- 
gnazione di Gomphi anche in FI. II, 13, 41 [Ces. 76-81]. 

Guerra in Tessaglia e in Macedonia condotta da Cassio 
Longino e da Domizio Calvino: Dio. 51, 2-3 [Ces, 34-8] -). 

Contegno di Pompeo dopo la vittoria di Dirrachio : 
Dio. 52, 1 [Ces. 72, 1. 71, 3]. 

Invano esortato a portar la guerra in Italia, insegue 
Cesare e lo raggiunge in Tessaglia: Dio. 52, 2-3; Lue. 316-332 
[in Cesare si legge solamente dell' inseguimento di Pompeo 
75, 3-77, e del suo arrivo in Tessaglia 82. 1]. 

Questo sommario mostra ad evidenza che la narra- 
zione liviana, pur concordando nelle linee generali e in 
molti particolari con quella di Cesare, conteneva un nu- 
mero non esiguo di notizie che mancano in questa e che 
non possono quindi da essa derivare : con verisimiglianza 
si può supporre che esse risalgano ad Asinio Pollione. 

Fra Cesare e Appiano (54-65 p. 739, 24-751, 2) intercede 
a un dipresso lo stesso rapporto che è fra Cesare e la tradi- 
zione liviana : Appiano concorda con Cesare nelle linee ge- 
nerali, ma ofifre numerosi particolari che mancano in que- 
sto. L' opinione, prevalente fra i critici, secondo la quale 
la narrazione d'Appiano sarebbe in buona parte inconcilia- 
bile coi Commentari, è, a parer mio, erronea. Le pretese 
divergenze fondamentali non son^ che errori e confusioni 
causate dalla negligenza dello sciirtore. 

Nei Commentari si legge di due marce aventi per 
obiettivo Dirrachio, fatte da Cesare e Pompeo in tempi e 
con risultati diversi: nella prima (Ces. 13) Cesare s'avan- 
zava da Apollonia, Pompeo dalla Macedonia, e giunse prima 
quest'ultimo; nella seconda (Ces. 41-42, 1) mossero ambe- 



i) Le pai'ole di Dione xcei riysg àuì ravrcc y.al uTjrjvxoixoXìjxEaccv si 
riferiscono forse alla diserzione di Roucillo ed Ego (Ces. 59-60). 

2) Le poche notizie di Dione mostrano evidentemente che Livio 
in questa parte seguiva una fonte indipendente dai Commentari. 



FONTI DELLA FARSAGLIA. 429 

due da Asparagio, e giunse prima Cesare. Appiano 55-56 
p. 740, 21-741, 17 parla ampiamente della prima e tace della 
seconda, non già perchè la sua fonte riferisse questi avve- 
nimenti in maniera diversa da Cesare, ma per un errore 
topografico: egli s'immagina evidentemente il fiume Apso 
(p. 741, 19 'AkcoQu è da correggersi col Rutgers in "Aipov) 
presso Dirraclno. L'errore spiega perchè egli non faccia men- 
zione della marcia di Pompeo fino all'Apso, e di quella di 
Cesare e di Pompeo dall' Apso ad Asparagio e da Aspara- 
gio fino a Dirrachio. Inoltre p. 745, 19-22 è riferito a Mi- 
nucio ciò che la fonte narrava senza dubbio di Sceva. 

Esempio insigne di negligenza e leggerezza incredi- 
bile sono i capitoli 60-1: secondo Appiano, Pompeo tenta 
di rompere il blocco prima che Cesare l' abbia bloccato ! 
Le varie parti della narrazione Appianea dovrebbero succe- 
dersi in quest'ordine (cosi si succedevano certamente nella 
fonte): 60 p. 745, 1-2 Cesare e Pompeo s'accampano l'uno 
vicino all'altro presso Dirrachio; 61 p. 746, 11-18 Cesare 
costruisce la linea di circonvallazione ; 60-61 p. 745, 3-746, 11 
primo tentativo di Pompeo per rompere il blocco, tentativo 
di Cesare per impadronirsi di Dirrachio, fame nel campo di 
Cesare, Cesare offre battaglia a Pompeo 61 p. 746, 18 sgg. 
secondo tentativo di Pompeo per rompere il blocco, scon- 
fitta di Cesare. 

Alcuni dei particolari che si leggono in Appiano e 
mancano in Cesare si trovano, come abbiamo veduto, anche 
nella tradizione liviana. È possibile che la narrazione di 
Appiano derivi indirettamente o direttamente, in parte o 
tutta, da Livio; impossibile è dimostrarlo. 



INDICIS CODICVM GRAECOBVM 

BYBLIOTHECAE YNIYERSITATIS PATAYIXAE 

SYPPLEMENTYM 



10 (500). 

I Preces ante Missam {svxrj rfig Tgané^rig ■\- xsò &g fv- 
/.óyr^osv . . . ■), 1^ Benedictio (-f svkoystTs nuxéQsg àyioi avy- 
yoiqr^aaxé fxoi t(ò ciiucotwÌjò . . . .) 2^ Index graecns (v. 
infra) 3 Basili! Magni homiliae in XL martyres postrema 
verba inde a xaì àyyékoig xcà àv&QiÓTtoig rovg TieTixwxótag 
rjsiQuv (M. 31, 525); eiusd. hom. in Barlaam mart. (484-489), 
7^ in Gordium mart. (489-508), 19^' de ieiunio sermo pri- 
mus (164-184), 33 de ieiunio sermo alter (185-197), 42 de 
invidia (372-385) 51"^' Plutarchi opiisc. de virtute et vitio, 
54 animine an corporis afPectiones sint peiores, usq. ad 
V. où ^vaovTsg oinoi GVYs).ì]).v-^uaiv (p. 501 F). 

Membran., cm. 20,5X15; ff- 56 (2'' vacuum ; priora duo latinis 
litteris, cetera arabicis designantur) ; s. XII vel XIII. Codex initio 
et fine mutilus: initio doceat cum alia tum antiquitus scriptum in 
custodiae integumento ligneo ' Carmina Nazianzeni in typis. Item 
sermones in codice ' (quibus verbis deletis Benedictus Bacbini ad- 
didit: ' Item S. Basilii sermones 5 et Plutarchi opuscula tria Grece, 
ms. saeculi 13. Bachinius '); fine index graecus in f. 2^' (scriptus post 
avulsam priorem libri partem), unde patet codicem liaec quoque Plu- 
tarchi opuscula olim exhibuisse: 1) de Alexandri fortuna vel virtute 
oratt. duae; 2) bruta animalia ratione uti; 3) terrestriane an aqua- 

1) Praeter illos, quos descripsi in huius volum. pp. 18-20, ut hos 
quoque codices invenire ac describere possem effecerunt viri humanissimi 
Marcus Girardi bybliothecarius Patavinus et Abdelkader Modena hypo- 
bybliothecarius. — Codd. 10-12 ex Monasterio S. lustinae Patavino, 13 ex 
Monasterio Conventualium Bellunensium, 14 et lo in emtis. — C. Laudi. 



CODICES GRAECI BYBLIOTH. VNIV. PATAVINAE. 431 

tilia animalia sint callidiora; 4) septem sapientium convivium. — 
Quae leguntur in codicis ff. 7-8, scil. extreraam homiliae in Barlaam 
partem, inde a verbis tj;V rov atgctTìjyov xo?.o^o)0-sìa(ey stxópu rcùg vixs- 
TÉQCitì usyalvvKTe xsxvcag (M. 489 init.) et initium orationis in Gor- 
dium usque ad verba s^uoxovaco^ tiqós enuivov -acci xolg wQfX}]-, receutior 
manus, s. XIV ut videtur, supplevit. Tertia aliquanto recentior manixs 
Preces in f. 1'' et Benedict. in f. 1^ exaravit. 



11 (983). 

72^' Emmanuelis Chrysolorae TitQÌ óaasiag xal ipilf^g, prae- 
missa latine epistula Guarini Veronensis ad Franciscum 
Barbarum Venetum de ortbograpbia (f. 72); 77^ eiusd. nsQÌ 
rov irciQQrjfiarog, 78 neQÌ xov ovvóéaiiov 80 Isocratis Eua- 
goras, 97 Busiris. 

Chartac, cm. 20y^li,b] ff. 147 (79, 106'', 107 vacua), quorum 
1-71 et 103-147 latina continent, se. vitam Ciceronis per Guarinum 
Veronensem (1-39), Pauli Pizolpassi Bononiensis historiam suorum 
temporum (41-71 ; anepigrapb. in cod.), Basinii Parmensis Astrono- 
micon (108-136), alia; s. XT. Graeca scripserunt dixo librarli: a. 72-78 
(et epist. ad Fr. Barbarum), 6. cetera. 

12 (1009). 

Emman. Chrysolorae ègojt'iqfiara avvomixà, Codex initio mn- 
tilus; ine. f. 3 nago^movov xal ^agvTovov. zi sazi pagaia; 
TToiórr-g avXXa^ijg àveifiévov è'xovcTa (f^óyyov ... ; des. f. 96 tò 

TSTVCfùO/JléVOV, TOV T€TV(fO)f.l£VOV. 

Chartac. cm. 21 X 1^,5; ff. 99 non num.; s. XV, sed priora duo 
ff". et postremum, custodiae loco, membranea sunt et a codice sacro- 
rum ofdciorum s. XII manant. In f. 97 extr. scriptum est: -\- sts- 
Xei(ó&t] ró naQÒv pi^Xiov ÙtiqìXX. ice' tj/néQa rglrt] uiga TccV rijs rjfÀéqag -\- 
In f. 97^' recentior manus quaedam adnotavit ad grammaticam per- 
tinentia {nóO-ev xóvog; nccgcì rov rsivto . . . .). 

13 (1190). 

Emman. Chrysolorae sqootì] fiata avvomixà. Inc. sìg nóaa 
òiagovvcui tà slxodixéT'caQa yQccfifiara ', des. rò sffófisvov rov 
èaoixévov. 

Chartac. cm. 20 X 13,5; ff. 41 (1 et postrema duo vacua); s. XT. 
Cod. nitide scriptus cum litteris initialibus et lemmatis rubro colore 
exaratis. 



432 CODICES GRAECI BYBLIOTH. VNIV. PATAVINAE. 

14 (1355). 

Grammatica graeca latine conscripta cum indice verborum 
et latina interpretatione. 

Chartac. cm. 21X15; ff. 83 (4^ 32^ 40^ 48', ÒV, 62^ 11', 82, 
83 vacua); s. XVII. 

15 (2247). 
1 Indices ad Procium {Iliva^ rtòv e^ ^i^XCwv IIqóxXov Jia- 
óóxov . . . .) 11 IIqóxXov óiaóóxov IlXutojvixov slg n)v IlXà- 
Tcovog ^soXoyiav. Incipit : '^/raCar /j.èv . . . .; expl. f. 108^ av- 
iccQxwg ^6^aaavia}.iéva et margine inferiori f^isrà de tccvta 
(Platon, theol. V, 33, p. 318) 111 Jafxaaxiov (fiXoaócpov 
ànoQsiai ttsqì tùóv ttqwtwv àgxfòv, usque ad w. oiùóè rovzo 
ònsQ àvzixsitai et margine infer. reo dia (quod initium est 
verbi óiaxQivofiévco; I 302, 7 Euelle): sed post vv. (f. 121) 
àX?M xal sìdog ò avv&srov r} ovv (I, 20, 24 E.) quae sequuntur 
usque ad v. twv aw^srcov sìówv (I, 21, 1 R.) recentior manus 
supplevit, neque Damaseli textus denuo incipit nisi f. 122 
inde a verbis cpsQs xctl tù>v TtaXaidov S-soXóycov v7toi)-éasig èni- 
oxoTii]a(afxsv (I, 284, 22 E.). 

Chartac, cm. 35X24; ff. 132 (1', 59, 60, 61, 65, 109, 110, 121% 
132 vacua); s. XVII. Ante Damaseli opus f. Ili'' suprascriptum in 
margine est: I)]fi£Lcoaai, ori, snl T-ijg ^aaikeiag 'lovanvioci'ov 6 Jccf^daxiog 
ovTog ^y xal IifxnXixiog o Kih^, 6 xwv 'jgiaTOTeXixwy §i^U(av è'ìrjyrjxiqg] 
qua lustiniani mentione factum est, opinor, ut nescio quis in f. 110 
adscriberet: ' Leggi di Giustiniano in greco. Ms. imperfetto '. Co- 
dicem inspexit Ruelle, qui panca de eo rettulit in novissima Dama- 
scii editione (I, xv). Passim rara comparent scholia in codice. 



20. 1. '903 



POSCRITTO PALEFATEO 



Spectatum satis et donatum iam rude quaeris, 
Maecenas, iterum antiquo me includere ludo? 
Non eadem est aetas, non mens ! 

Cosi vorrei dire all'egregio "Wippreclit, che dopo al- 
cuni anni di silenzio riprende con giovanile baldanza *) 
quella polemica, a cui mi riesce oramai difficile impegnarmi. 

Piuttosto, a parlare ancora una volta (Dio voglia sia 
l' ultima !) di Palefato mi muove l' incomparabile humanitas 
di H. Diels e di U. v. AVilamowitz-Mòllendorff, che, avendo 
ricevuto il mio volume, mi avvertirono quasi contempora- 
neamente d'una omissione in cui ero caduto. Infatti, no- 
nostante il buon volere e la cura posta nel raccogliere tutto 
il materiale che faceva al caso mio, mi sfuggì l' articoletto 
di Gc. Botti Un codex de PalaepJiatus nel Bulletin de la 
Société Archéologique d'Alexandrie n. 2, 1899, p. 74 sg. Qui 
rimedio, come posso, a questo difetto della mia edizione, 
o piuttosto dei miei j^irolegomena, giacché, come vedremo, 
il codice a me ignoto non poteva essermi di aiuto alla in- 
tricata bisogna di restituire il testo. 

Vale la pena di riferire le precise parole del Botti: 

' Dans un apographe provenant, je crois, de feu Sir Harris, 

je trouve le commencement du traité de Palaephatus nsQi 

1) Nell'opuscolo Zur Entwicklung der Bationalistischen Mythen- 
deutung bei den Griechen. I. Tùbingen 1902. 

Studi ital, di filol. class. X. 28 



434 N. FESTA 

ànCaroiv ìatoQiwv. L'apographe en question ne donne que 
la première page du ^ns. qui est à deux colonnes. J'en 
donne lei la transcription '. Segue la trascrizione della 
prefazione fino a p. 2, 9 della mia ediz. Quindi il Botti 
aggiunge: ' C'est évident que le ms. a été copie par quel- 
qu'un qui n'avait qu'une mediocre connaissance de la lan- 
gue grecque. Il me semble cependant de faire chose utile 
en donnant ici cet apographe, tei qu' il est '. Con notizie 
cosi vaghe riesce difficile sottoporre ad un serio esame 
questo codex alexandrinus, se cosi vogliamo chiamarlo. Pure 
si presenta come abbastanza probabile l'ipotesi che l'apo- 
grafo risalga a un papiro o a un codice molto antico; il 
che non è poco, se si pensa alla età piuttosto recente dei 
nostri mss. Il testo però, per quanto si può giudicare da 
un frammento cosi limitato, si avvicina spiccatamente alla 
recensione A E. In cosi poche righe ho notato le seguenti 
coincidenze di A E con b (adopero questa sigla per il nuovo 
codice) : 

p. 1 tit. latoQiòav 1 sg. rwv àvO^QWTiwv ol f.ièv yàq 

TCsiS^ovxtti 4 noXvTTQaYf-iovsg 8 ttqÓtsqov rà eQya (om. 
iyévsTo) 11 sytvaro yÙQ rórs 2, 4 ysvóiieva 9 ànsld^òav. 

Col testo dell' Aldina h coincide in due lezioni abba- 
stanza caratteristiche: 1, 6 oj'o/m [vedi il mio Siifple- 
mentum nel voi. IX di questi ' Studi '] e 2, 6 tvexs. Invece 
una sola delle lezioni caratteristiche di S si ritrova anche 
in h: 1, 5 firjóèv in luogo di i^ujàè — ri. 

Quanto alle lezioni proprie di h, si tratta in gran parte 
di scorrezioni, o di falsi supplementi del trascrittore. Le 
parole rdóe — àniariùv 1, 1 sono omesse, in modo che avy- 
ybyqacfci si attacca immediatamente oXV latoQi&v del titolo. 

1, 5 yivea^ar. 9 non son chiari i segni adoperati 
nella stampa del Botti, ma ritengo non improbabile che h 
avesse xai (oa)a(i) iioQffai, mentre mancano nell'apografo 
le lettere da me supplite nelle parentesi. 10 yevoiiisva- 
cì7io\ts non può essere che una erronea trascrizione di ys- 
vónsvau TÓTs, quindi anche il precedente Xsyo^usva va cor- 
retto in Xsyo^svaii). Del (x)ai per ai, poco dopo, è respon- 
sabile solo il trascrittore. 11 allori. 2, 1 rsQivsrai e 



POSCRITTO PALEFATEO. 435 

ÒSI per Ts yivarca e àsì sono sviste, mentre ó' tyoyys si può 
considerare come lezione di h. 3 E(fTiv ag Qe {ri to (sic nel 
Botti) si riduce al solito "Eativ à iyévsTo, visto che anche 
nel rigo 1 e' è scambio fra le lettere y e q. 5 ^av/xa- 
CTcozegov. 8 ói€iXrj(fag sysvsro (om. ori si ;U^) ! 

Non ho ancora detto niente del titolo, per lasciare da 
ultimo la questione più grossa. Infatti per questa parte 
abbiamo da h una curiosa sorpresa: 

JlaXaicpccTov jixtaiov zov "Afia^avtécog tvsqI ànidTcov latogiàv 

' Also ' mi scriveva in proposito il "Wilamowitz ' der 
Verfasser wollte ein altattischer (vorathenischer) Prophet 
sein, oder Philosoph, wenn Sie lieber wollen, aus einem 
obscuren Demos. Das ist also der Musensohn, und die Pseu- 
depigraphie ist bewiesen '. 

E cosi il Diels: ^ Der Titel JIaXai(fàrov làxraiov rov 
'Aiicc'^avT éwg negl ànCaTwv iCtoqiwv bestàtigt meine s. Z. Schra- 
der mitgeteilte Yermutung, dass die Schrift pseudonym sei 
(die Sie aus p. 32 richtig S. XXXY 4 erschlossen haben) 
und die Imitation des lonier Schwindel '. 

I due illustri maestri potranno aver ragione, ma la 
prova decisiva manca tuttora. A me il titolo di h pare utile 
a fare uscire un po' più dal campo mitico il Palefato Ate- 
niese di Suida. Essa conferma il nome ^AxxaTog per il i)adr6 
e ci fa sapere anche il demos di origine. Anche un ateniese 
del IV o magari del III sec. poteva tenerci a dichiararsi 
Hamaxanteus, come si può vedere dalle iscrizioni. Quanto 
al grado di verisimiglianza che può avere in se questa 
notizia, cosi stranamente sfuggita ai redattori bizantini 
dei nostri codici, e quanto alle complicazioni che ne ver- 
rebbero per tutta la mia teoria sui vari Palefati, mi ricordo 
in tempo la dichiarazione fatta a principio di questo poscritto. 
Solo mi sia permesso di assodare che fra quella brava gente 
di Hamaxantheia non e»a impossibile trovare qualche figlio, 
per così dire, di una musa. Conosciamo pure (C. I. A. 1832) 
KaXXiÓTTì] JioxXiovg Ui.ia^av(Tyt'ùog ■d-v{ya)Tr^q. Certo il nome 



436 N. FESTA, POSCRITTO PALEFATEO, 

di Palefato non s' è ancora trovato inciso in una lapide, 
almeno non sembra che sia venuto in mente di leggere 
p. es. in C. I. A. 1831 'AifQodiaia {JlaXai^yàrov C^}ia§}avTt\(ùg). 
Aspettiamo dunque la luce senza impazienza, onde può an- 
cora venire, da qualche sepolcro attico o da qualche tomba 
egiziana. 

N. Festa. 



INDICE GENERALE 

DEGLI 

STUDI ITALIANI DI FILOLOGIA CLASSICA 
(VoLTjm I-X; 1893-1903) 



Albini (Giuseppe) — Praecipuae quaestiones in Satiris 

A. Persii Flacci II 339-878 

— Per un verso di Ennio Vili 503-504 

Amati (Curio) — Contributo alle ricerclie sull' uso della 

lingua familiare in Euripide IX 125-148 

Balsamo (Augusto) — Codici greci della biblioteca di 

Piacenza VII 504 

— Sulla composizione delle Fenicie di Euripide. . IX 241-290 

— Indice dei codici latini della biblioteca comunale 

di Piacenza IX 489-494 

— De Senecae fabula quae Troades inscribitur . . X 41-53 

Bancalaki (Francesco) — Sul trattato greco De vocibus 

animalium I 75-96. 512 

— Index codicum graecorum bibliotbecae Casana- 

tensis II 161-207 

— Voces animalium IV 224 

Bloch (Leone) — Sul Filottete di Accio ...... I 97-111 

Capo (Nazareno) — De S. Isidori Pelusiotae epistularum 

recensione ac numero quaestio IX 449-466 

Cerocchi (Pio) — Sul testo dell' 'InTiuQxixóg di Senofonte. Ili 510-517 

— Prolegomena ad Xenophontis Hipparchicum . . VI 471-492 

— Animadversiones criticae ad Xenophontis Hippar- 

chicum Vili 73-78 



438 INDICE GENERALE 

Cessi (Camillo) — Studi callimachei . VII 301-413 

— Leggende Sibaritiche IX 1-29 

Cocchia (Enrico) — Nuovo tentativo di emendazione 

a Plauto (Mil. I 21-24) II 299-306 

COSATTINI (Achille) — Index codicum graecorum byblio- 

thecae archiepiscopalis Utinensis V 395-400 

— L'epitafio di Lisia e la sua autenticità. . . . VII 1-36 

— Note latine VII 199-203 

COSTAXZI (Vincenzo) — De oratione tisqI nohrslag quae 

Herodis Attici nomine circumfertur. . . . VII 137-159 

COVOTTI (Aurelio) — Quibus libris vitarum in libro 

septimo scribendo Laertius usus fuerit . . V 65-97 

— Melissi Samii reliquiae VI 213-227 

Dal Pane (Francesco) — Sopra la fonte di un passo di 

Arnobio IX 30 

De GreCtORI (Luigi) — Di Dioscuride e dei suoi epi- 
grammi IX 149-193 

De Stefani (Edoardo Luigi) — I codici Fiorentini delle 

Elleniche di Senofonte Ili 364-368 

— Due codici delle Elleniche di Senofonte. ... V 101-108 

— Collazione di un codice delle Elleniche di Seno- 

fonte VI 229-248 

— Scholia codicis Laurentiani LXXXVI, 7 in Ae- 

liani Hist. Animai VII 414 

— Ramenta Vili 489-496 

— I codici Vaticani delle Elleniche di Senofonte . IX 237-240 

— Per il testo delle epistole di Eliano IX 479-488 

— Palamedis grammatici fragmentum X 40 

— I manoscritti della ' Historia Animalium ' di 

Eliano X 175-222 

D'Ovidio (Francesco) — Noterella Plautina (Stich. 639) II 307-820 

Fava (Mariano) — Codices latini Catinenses .... V 429-440 

Festa (Niccola) — Quaestionum Theognidearum spe- 
cimen primura I 1-23 

— La Strategia di Giovanni (Synes. ep. 104) ... I 127-128 

— Voces Animalium I 384 



DKI VOLUMI I-X. 439 

Festa (Niccola) — Indice' dei codici greci Laurenziani 
non compresi nel catalogo del Bandini (in 

collabor. con E. Rostagno) I 129-232 

— Ancora Voces animalium Ili 496 

— Nuove osservazioni sopra l'opuscolo di Palefato 

JIsqÌ ànlariov IV 225-256 

— Un altro manoscritto di Palefato IV 185-191 

— Mutus (Horat. Epist. I 6, 22) IV 191 

— Indice de' codici greci di Lucca e di Pistoia.. . V 221-230 

— Noterelle alle epistole di Teodoro Duca Lascaris. VI 228. 458 

— Note al testo di Fedro VI 257-270 

— Sopra un passo dei Caratteri di Teofrasto • . . VI 470 

— Noterelle alle epistole di Teodoro Lascaris. . . VII 204 

— In L. A. Senecae De Beneficiis libros animadver- 

siones criticae Vili 429-438 

— Euripid. HeraJdes, 497-502 e 533-537 IX 124 

— Variarum lectionum supplementum ad Palaepha- 

tum, Heraclitum et Excerpta Vaticana . . IX 495-507 

— De Palaephato Sonciniano X 21-28 

— De Pasiphaes fabula latinis versiculis expressa. X 28 

— Poscritto Palefateo X 433-436 

Fraccaroli (Giuseppe) - Thucyd. VI, 61, 5. Ili, 84, 1. V 63-64 

— Catalogo dei manoscritti greci della biblioteca uni- 

versitaria di Messina V 329-33G 

— Dei codici greci del monastero del SS. Salvatore 

che si conservano nella biblioteca universi- 
taria di Messina V 487-514 

Franchi de' Cavalieri (Pio) — La Panoplia di Peite- 

tero ed Euelpide I 485-511 

— La forma del Kothon II 139-53 

— Index codicum graecorum bibliothecae Angelicae 

(in collabor. con G. Muccio e con prefaz. di 

E. Piccolomini) IV 7-184 

— JlevxeavQiyyoy ^vXoy VII! 99-113 

Fuochi (Mario) — De titulorum ionicorum dialecto . II 209-96 

— De vocalium in dialecto ionica concursu obser- 

vatiunculae VI 185-212 

— Le etimologie dei nomi propri nei tragici greci. VI 273-318 

Galante (Luigi) — Un ' Ostrakon ' calcareo greco-copto 

del Museo di Firenze IX 194-198 

— Contributo allo studio delle epistole di Procopio 

di Gaza IX 207-236 



440 INDICE GENERALE 

Galante (Luigi) — Index codicum classicorum lati- 
norum qui Florentiae in bj'bliotlieca Maglia- 
bechiana adservantur. Pars I (ci. I-VII) . . X 323-358 

Goidanich (P. G.) — Studi di latino arcaico .... X 237-319 

— ' Nominare vetat Martera neque agnum vitulum- 

que ' (Cat. r. r. CXLI, 4) X 320-322 

Graeven (Giovanni) — Lucianea V 99-103 

Heiberg (Giovanni Ludovico) — Corrigendum (De cod. 

Mutinens. gr. 166) VII 160 

Jorio (Giuseppe) — L'epistolario di Demetrio Cidone . IV 257-286 

KiRNER (Giuseppe) — Contributo alla critica del testo 
delle Epistulae ad Familiares di Cicerone 
(1. IX-XVI) IX 369-433 

Landi (Carlo) — La poetica di Aristotele nel cod. Ric- 

card. 46 Ili 68-70 

— Opuscula De fontibus mirabilibus, De Nilo etc. 

es cod. Laur, 56, 1 descripta Ili 531-548 

— De Theophrasti Characterum libris fiorentinis . Vili 91-98 

— Codices graeci bybliotbecae Universitatis Pata- 

vinae X 18-20 

— Indicis codicum graecorum bybliotbecae Univer- 

sitatis Patavinae Supplementum X 430-432 

Lasinio (Ernesto) — Alcuni appunti sulla ' Consolatio 

ad Liviam ' IX 199-206 

Lattes (Elia) — Nabarci, Falisci ed Etruscbi. ... Ili 225-245 

— I tre primi fascicoli del Corpus inscriptionum etrii- 

scarum IV 309-358 

— I fascicoli quarto e quinto del nuovo Corpus in- 

scriptionum etruscarum V 241-278 

— I fascicoli sesto, settimo e ottavo del nuovo Corpus 

inscriptionum etruscarum VII 455-503 

— L'iscrizione etrusca della paletta di Padova . . X 1-17 

Levi (Lionello) — Hyperidea IH 246-248 

— Lucianea IV 359-364 

— Variae lectiones in Luciani dialogos meretricios. V 200 

— Cinque lettere inedite di Emanuele Moscopulo 

(Cod. Marc. ci. XI, 15) X 55-72 



DEI VOLUMI I-X. 441 

LoEWY (Emanuele) — Sopra il Donarlo Maratonio degli 

Ateniesi a Delfo V 33-38 

— Appunto su Neleo VI 28 

Luiso (Francesco Paolo) — Studi su l'epistolario e le 

traduzioni di Lapo da Castiglionchio juniore. VII 205-299 

Malagoli (Giuseppe) — Un codice ignorato di Tibullo. V 231-240 

Mancini (Augusto) — Sull' acrostico della Sibilla Eritrea. IV 537-54D 

— Due codici greci a Livorno IV 541-542 

— Sul De Martyribus Palaestinae di Eusebio di Ce- 

sarea V 357-368 

— Codici greci della biblioteca Lucchesiana di Gir- 

genti VI 271-272 

■ — Codici greci della biblioteca Comunale di • Pa- 
lermo VI 459-469 

— Osservazioni critiche sul Ciclope dì Euripide. . VII 441-454 

— Index codicum latinorum publicae bybliothecae 

lucensis Vili 115-318 

— Codici greci a Lucca Vili 319-320 

Muccio (Giorgio) — Studi per una edizione critica di 

Sallustio filosofo Ili 1-31 

— Index codicum graecorum bibliothecae Angelicae 

(in collabor. con P. Francbi de' Cavalieri) . IV 7-184 

— Osservazioni su Sallustio filosofo VII 45-73 

Nencini (Flaminio) — Sul proverbio (in ovov {ànò xoós 

cenò rvfi^ov) xarccnsasty II 375-390 

— Emendazioni Plautine Ili 71-132 

— Emendationum Lucretianarum specimen . . . Ili 205-224 

— Ossei'vazioni critiche ed esegetiche a Persio, Gio- 

venale, Marziale IV 287-308 

— Illustrazione di due facezie citate nel De oratore 

di Cicerone VI 249-253 

NiCCOLiNi (Giovanni) — L. Appuleio Saturnino e le sue 

leggi V 441-486 

Olivieri (Alessandro) — Indice de' codici greci Bolo- 
gnesi (in collabor. con N. Festa) Ili 385-495 

— I Catasterismi di Eratostene V 1-25 

— Indicis codicum graecorum Magliabechianorum 

supplementum V 401-424 



442 INDICE GENERALE 

Olivieri (Alessandro) — Tre epigrammi dal cod. Vien- 
nese 341 (Nessel), 127 (Lambecio) .... V 515-518 

— Frammenti dell'Astrologia di Efestione Tebano 

nel cod. Laurenziano 28, 34 VI 1-27 

— SnW Aiace di Sofocle. Sui y.v^iaxrjxiiQeg omerici . VII 181-192 

— Tavolette plumbee di defixiones VII 193-198 

— Gli UTPIKJ di Aetios nel cod. Messinese n.» 84. IX 299-367 

Pais (Ettore) — Emendazioni Diodoree I 113-126 

— Intorno a due iscrizioni greche trovate in Sar- 

degna III 369-378 

— Rettifica a proposito di una iscrizione greca . . IV 192 

— Il Porto di Satiro V 109-112 

— Un passo di Polibio (II, 31, 1) a proposito di Mas- 

saia V 279-286 

— Eryx = Verruca? VI 121-126 

— A proposito della legislazione di Diocle siracvi- 

sano VII 75-98 

Parodi (Ernesto Giacomo) — Noterelle di fonologia la- 
tina I-III I 385-441 

— Intorno alla formazione dell' aoristo sigmatico e 

del futuro greco VI 417-457 

PiccOLOMiJfl (Enea) — Nuove osservazioni sopra gli 

Uccelli di Aristofane I 443-484 

— Osservazioni critiche ed esegeticbe sopra i Cava- 

lieri d'Aristofane II 571-592 

— Sugli scolii all'Anabasi di Senofonte Ili 518-530 

— Prefazione all' ' Index codicum graecorum biblio- 

thecae Angelicae ' IV 7-32 

— Index codicum graecorum bibliothecae Angelicae 

ad praefationem additamenta VI 167-184 

PlERLEONi (Gino) — Cod. Palatini Heidelbergensis 375 

folla sex in cod. Urb. graeco 92 IV 193-200 

— De Xenopbontis libello venatorio in cod. Vat. 

Graec. 989 V 26-32 

— De fontibus quibus utimur in Xenopliontis Cy- 

negetico recensendo VI ■ 65-96 

— Xenopliontis Cynegetici capita II-III VI 407-416 

— Index codicum graecorum qui Romae in byblio- 

tlieca Corsiniana adservantur IX 467-478 

PlSTELLi (Ermenegildo) — lamblichea , I 25-40 

— Sul IV libro di Giamblico I 233-238 



DEI VOLUMI I-X. 443 

PiSTELLi (Ermenegildo) — Per la critica dei Tlieologu- 

raeua arithmetica V 425-428 

— De recentiorum studiis in Tyrtaeum collatis. . IX 435-448 

Puntoni (Vittorio) — La nascita di Zeus secondo la Teq- 

gonia Esiodea I 41-73 

— Sopra alcune interpolazioni nel testo della Tita- 

nomachia Esiodea Ili 35-67 

— Frammenti di una recensione greca in prosa del 

Physìologus Ili 169-191 

— Sulla seconda parte del Catalogo degli Olimpii 

nella Teogonia Esiodea Ili 193-204 

— Per la sticometria degli scritti del Nuovo Testa- 

mento Ili 495 

— Indicis codicum graecorum Bononiensium ab Ale- 

xandre Oliverio compositi supplementum. . IV 365-378 

— Indice de' codici greci della biblioteca Estense di 

Modena IV 379-53G 

E.AMORINO (Felice) — Quo annorum spatio Manilius 

Astronomicon libros composuerit VI 323-352 

— De Suetonii operum deperditorum Indice deque 

Pseudosenecae epistulis ad Ioannem Bapti- 

stam Gandinum Vili 505-509 

Rasi (Pietro) — Codicis Laurentiani LXVIII 8 lectio- 

num exemplum (Caes. b. G. IV) Ili 497-509 

— ' Inscius ' con valore passivo? VI 254-256 

— Putii. Namatian. I 64 VI 319-322 

— Postille Virgiliane IX 291-297 

Romagnoli (Ettore) — L'azione scenica durante la pa- 

rodos degli Uccelli d'Aristofane II 155-160 

— Sulla esegesi di alcuni luoghi degli Uccelli d' Ari- 

stofane V 337-356 

— Studi critici sui frammenti di Solone VI 35-59 

— OINON EXEIN EN TPA KATlHAEIP.l VI 60-64 

— Appunti sulla gnomica bacchilidea VII 161-174 

— Eig fila é'f VII 175-180 

— Proclo e il ciclo epico IX 35-123 

— In Aristophanis Acharnenses criticae atque exe- 

geticae animadversiones X 133-164 

ROSTAGNO (Enrico) — Indice dei codici greci Lauren- 
ziani non compresi nel catalogo del Bandini 
(in collabor. con N. Festa) I 129-232 



444 INDICE GENERALE 

RostaCtNO (Enrico) — Bellum Hispaniense cum cod. 

Laur. 68, 8 collatum II 135-138 

— Codici greci Laurenziani meno noti II 154 

— Il libro De hello Africo nel cod. Laur. Ashb. 33. II 321-337 

— De generatione hominis V 98 

— Scolii di Olobolo all'ara di Dosiade V 287-288 

— Indicis codicum graecorum bybliothecae Lauren- 

tianae supplemeutum VI 129-166 

EuBRiCiii (Riccardo) — Per la critica del ' De genera- 
tione et corruptione ' di Aristotele .... VIII 81-87 

Sabbadini (Remigio) — Il commento di Donato a Te- 
renzio II 1-134 

— Gli scolii Donatiani ai due primi atti àelV Eunuco 

di Terenzio Ili 249-363 

— Biografi e commentatori di Terenzio V 289-327 

— Spigolature latine V 369-393 

— Briciole filologiche VI 395-406 

— Una biografia medievale di Vergilio VII 37-43 

— Notizie storico-critiche di alcuni codici latini . VII 99-136 

— Giunte alle ' Notizie storico-critiche di alcuni co- 

dici latini ' VII 440 

— Sui codici della Medicina di Corn. Celso . . . Vili 1-32 

— Le edizioni quattrocentistiche della S. N. di Plinio. Vili 439-448 

Tamilia (Donato) — Euripid. Alcest. 590-97 .... VI 127-128 

— De Chalcidii aetate Vili 79-80 

— De nonnullis Hieroclis et Philagrii facetiis in 

Cod. Vat. gr. 112 Vili 89-90 

— Index codicum graecorum qui Romae in byblio- 

theca Nationali olim Collegii Romani adser- 

vautur X 223-236 

Tartara (Alessandro) — Sulle Verrine di Cicerone . V 39-62 

— Addenda, explauationes, emendatioues .... VI 29-34 

Terzaghi (Niccola) — L'edizione Giuntina delle Vite 

di Plutarco e il codice della Badia fiorentina . IX 31-34 

— Sulla composizione dell'Enciclopedia del filosofo 

Giuseppe X 121-132 

Tocco (Felice) — Del Parmenide, del Sofista e del Filebo. II 391-469 

— Della materia in Platone IV 1-5 

— Heraclit. fr. XXV (p. 11 Byw.) IV 5-6 

— Il dialogo Leopardiano di Plotino e di Porfirio . Vili 497-501 



DEI VOLUMI 1-X. 445 

ToMMASiNi (Vincenzo) — Imitazioni e reminiscenze ome- 
riche in Bacchilide VII 415-439 

— Prolegomena ad Xenophontis libellum de re eque- 
stri X 95-119 

Truffi (Riccardo) — Erodoto tradotto da Guarino Ve- 
ronese X 73-94 

TJssANi (Vincenzo) — Codices latini bybliothecae Uni- 

versitatis Messanensis ante saec. XVI exarati. X 165-174 

Villani (Luciano) — Per la critica di Ausonio ... VI 97-119 

-j- Vitelli (Camillo) — Note ed appunti sull'autobio- 
grafia di Lucio Cornelio Siila VI 353-394 

— Sulla composizione e pubblicazione della Farsa- 

glia VIII 33-72 

— Index codicum latinorum qui Pisis in bybliothecis 

Conventus S. Catherinae et Universitatis 

adservantur Vili 321-427 

— Studiorum Celsianorum particula prima. . . . Vili 449-488 

— Indicis codicum latinorum Conventus S. Cathe- 

rinae Supplementum IX 508-512 

— De codice Roncioniano scholiorum in luvenalem . X 29-39 

— Studi sulle fonti storiche della Farsaglia ... X 359-429 

Vitelli (Girolamo) — Tre versi di Euripide .... I 23-24 

— L'edizione Trinca velliana della Fisica di Filopono. I 74 

— Le Muse di Giordano Bruno I 112 

— Ad Eurip. Med. 1078 I 126 

— Clytaemestra I 239-240 

— I manoscritti di Palefato I 241-379 

— Epistola di un Anonimo IJsqI ^uailslag .... I 380-383 

— Schellersheim e i codici greci di Badia .... I 441-443 

— De generatione hominis II 138 

— Sulla Medea di Euripide (vv. 458 e 893). ... II 160 

— Philostr. mai. Imag. II 26, 1 II 208 

— L'iato nel Romanzo di Nino II 297-298 

— Sophocl. fr. 82 Nk- II 298 

— Le epistole attribuite a Dione Crisostomo ... II 337-338 

— La leggenda di S. Teodosio in un codice Genovese. II 374 

— Codici fiorentini dello storico Erodiano .... II 470 

— Indice dei codici greci Riccardiani, Magliabechiani 

e Marucelliani II 471-570 

— Ancora un codice di Palefato Ili 31-34 

— Appunti sul testo di Dione Crisostomo .... Ili 192.221,378 



4i6 INDICE GENERALE DEI VOLUMI 1-X. 

Vitelli (Girolamo) — Frammenti di Alessandro di 

Afrodisia nel cod. Riccard. 63 Ili 379-381 

— Frammenti di Giovanni Antiocheno nel cod. Paris. 

gr. 3026 Ili 382-384 

— Anthol. gr. V 170 (voi. I p. 149 Stadtmuller). . Ili 509 

— Eurip. Iphig. Taur. 288 Ili 530 

— Melisso e Talete (ap. Olympiod. De arte sacra 

p. 81, 3 sqq. Ruelle) Ili 548 

— Cass. Dion. XXXVl 20, 1. 34, 3 IV 200 

— Eurip. Iphig. Aulid. v. 1011 IV 364 

— Alciphron. Ili 48, 1 V 278 

— L'Economico di Senofonte nel cod. Marc. Ven. 513. V 328 

— Eurip. fr. 36 Nk- V 394 

— Una copia del Carme etimologico di Giovanni 

Euchaites VI 120 

— Eurip. Hippol. 271. Herc. 1211. Ctjd. 316 .. . VII 44. 74. 300 

— Argum. VI Nubium Aristoph Vili 78 

— Eur. Fr. 60, 2 Nk- Vili 88 

— Procop. de bello goth. 2, 3. 6. 7. 24 Vili 114. 502 

— Un proverbio della collezione di Mosca ed Eur. 

Or .395 sq Vili 428 

— Una parola dei ' Proverbii di Esopo ' . . . . IX 290 

— Appunti per l'apparato critico ad Euripide . . 1X298.368.434 

— Per i ' tetrasticha ' di Ignazio IX 367 

— Prosodiakon ■ X 54 

— Eurip. Iph. Aul. 106 sqq X 120 

Zappia Vincenzo — Della pretesa origine classica del 

villaggio Resina Ili 133-168 

ZuRETTi (Carlo Oreste) — Indice de' mss, greci Torinesi 

non contenuti nel Catalogo del Pasini. . . IV 201-223 

— Per la critica del Physiologus greco V 113-219 



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9 classica 

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