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Full text of "Studj di filologia romanza"

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STUDI 

DI 

FILOLOGIA ROMANZA 



ERNESTO MONA» 



ERMANNO LOESCHER E C 

Ti> del Oono, tOI. 



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STUD.] 

FILOLOGIA ROMANZA 



PUBBLiCIATI 



ERKESTO .«ONAl'I 



ROMA 
EliMAXXO LdESCIlEI! & (:.- 

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BOTTEGA D'ERASMO 

VU GAUDENZIO FEUMII. t 
TORINO 



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INDICE DEL VOLUME SECONDA 



, NoU filolopdie. pag. 

C Dt LoLiJi, Cantica» dt amor a de maUittr di AlToOM 
d Sabio. 

P. IUjiia, Ossemzioni suII'aUM IhIìi^im del eoA. vaL re- 
gina 14G2. 

L. LmuTTO, n eoi^DDtiTO e l'indic&tÌTO italiano. . . , 

L. BuDBU, Nuove eoireDoni a Leu Boto» e Lo Donate. , 

E. G. Pabodi. I riracimoiiti e le traduzioni italiane del- 

r Eneide di Viiplio piinut M tÌDascimenta. ... , 

F. Notati, Un nuovo ed nn vecchio frammento del Ti-ì- 

tlra» di Tonunaao 



Lm 



Digli zodBjGoOgIc 



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i'y 3.4 AA A 3C 

NOTE FILOLOGICHE 



I 

ETIMOLOGIE ITALUNE 



Non sarà altro che borea; notisi infatti come la frase 
' che bona ^ equivalga perfettamente all' altra ' che aria \ 
Sarà allotropo da aggiungere all'indice dei Ganello. 

2. Cortina, 

Vedasi di questa parola l'etimologia dieziana(£. W.*!^^) 
e qnelle dello Stono e del Bngge, citate dallo Scheler {E. 
W. 716). È evidente però che la parola non è che un di- 
minutivo di eoUre (v. per l'et. E. W. 104), come prova la 
forma veneta eóUrina. Si avrà la trasposizione dell' -r, ed 
il dilegno dellM, come in cuscino (non da eulcitìnuui, etH^i- 
HHuty come vuole il Diez, ma da Cidcitinum, euUieìnum, cuU- 
rimum; cfr. per fatti analoghi Flechia in Arch. II, 325-62), 
in tipi^io da «Ipiculo-, in sodo da soPdo, ecc., ove -all'-l 
precede sempre vocale labiale. 

3. Crogiuolo, 

lì Diez {E. W. 366) ha alla voce crogiare: < Crogiare 
lURten, erogioì<a-e dampfen. Solite es zuaammenhàngen mit 
abd. eJiroic gerOstetes, welches Grafi* IV, 616 nls zweìfel- 
baft ao&telltP si (oder gè) una gì berObren ?ich z, b. anch 
im it. asio, agio. > 



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fM/U iitt^. humtis. e nm m h moo» ^ 

MW #>wA ityi W 'uiumliifirgiiil > 

U n^M^, Mlk >B AfvmffiiK '.£. IT- Tur . k> >lk 
«".^ir ffi^Mflv'. < Climi» gì Miri xn Ab- wifcmEniiiy yg. £e 
^n> «« m M WW W IKd. «. t. om—r amptfftftiW muli mA oiU. 
>>'ii'«^ fi.iUl kriuuf: ■■iiiMiiiii.iiiiliilTIl àudw. S. EODfim:<l 
M '>n«niM 'h Wa. «, T, ijnnav. mifli ILòan an 'OTiiart. «-o 
lUiA vi)r«*:jbrt «l«t. <yweiilrf— 1 alfe ifie ^nelt <ìbr ìna^cs- 
4^ vHiUir km^xMit-Ijl «ini. • A bk ^mit «ftav ns^td 
i^lfiui «tdMA UAfMM o haaeo. a pmn ifin a qsete tocì 
Mh'mì^mt bhna. D lissré deriva b «^ «r^wiil» Atl bt. 

■^.■n •isra a3a<» cke eb *^ ■■■■■— —*- ddia tsmAb iw^rra 
(usiv dai kttaaitL 

&*x!na patir « ciiaio cfe I9 fp. ctwm& e TiL «w- 

f.-:ì* «sfoe» Ksir fte»» «Vee»: 3 ^^lulLr taù fo- -^ir cu 
£;<:iirtki» ht. '(rvruMoi. oa<M in TroiiuLna r r mn i i» per 

*p. ì. K.-w» a^"tj. <«•*. <>3(stt» Luào (nvMÌdw à c?q- 
u«4lKù. $.>irw p<ef ^x ùwmxitS? 'erwriitm. cai toW cnt- 
iiA/v: i,».>t;k là ^"«fir p^ù&au « Jix tmÈnK - r > * 3 ■liiìl 1 

1 '■•.■M»ì,- si c%Ktt:3'MTà »,*ìrà, ■Tf/in'vr 'r $aià «me* <■«». 
r w>V «'is* JkH Wji •.U-ii %u / il 7 Ès fiowEÈ»»'; <>*» ' »'■■» ff 
^•^v<^ K-JiM^V 'iw 'f-wi/fUAV. Lk 3. cnmM'f raiv rùa ■■ «timo 






doyGoogle 



NOTI FILOLOOICHX •1 

Del Inc^o citato tesse coat la storia di fibi^a in parecchi 
dialetti italiaui: < Yob fibuia, fubtla, fidt'la piac, /utbt'a, 
gen. fabhia, bresc. bei%. fòbbia. Dann nm einen Schritt 
n-eiter /ìtMa fiaba tea. tir. fiuba, frinì, fuibe, romgn. fiobba 
nebea den Terben z. B. fìial. ii^iJtà romfpi. afitibc >. 

Però ehi doq s' acqueti a qaesta mntaa metatesi voca- 
lica, cVè nn fatto assolutamente inaudito in romanzo, può 
spiegare in altro modo i continuatori di fihula che hanno 
il riflesso d'un ti nella tonica. Prendiamo il veneto, (e quel 
che si dice del veneto può essere in questo caso esteso a 
tutti gli altri dialetti); in veneto accanto al nome fiuba 
vive il verbo titubare. Questo verbo si spiega naturalmente 
da ij^nlare per le fasi legittime infiblare, infuUare, in- 
flabare. L'i s'è fatto w, perché atooo seguito da labiale (1). 

Sul verbo cosi modificato si forma il nome; da itifiubare 
è dedotto .fiuba. E lo stesso dicasi di tutte le altre forme 
che il Mnssafia cita. 

Infatti, come farebbe il Mnssafia a spiegare colle sue 
tm.sposizioni di i e di u il veneto si^io^=sibilus? Invece 
SHÒÌo è desunto da siAiarc, eh' è il normale continuatore 
di slìfilare, come sigolo è il vero continuatore veneto di 
sibilus. Ora fitAa : it^tuhare =■ svbio : stanare. 

Quanto poi alla voce stipula, non c'è bisogno di ricor- 
rere a metatesi vocaliche per ispiegare le forme ove appare 
nella tonica il riflesso- d' nn ti latino. H latino stesso pre- 
«entn le due forme attqìula e stipula; dalla prima è Tit 
stoppia, il pr. cstoble, il fr. ciouble, il picm. sirubia, Ìl sardo 
istuiu, it gen. atutjgia, ecc.; dalla seconda il fr. élculc, il 
pad. vie stéda, il ver. strèpala ecc. (2). 



(1) Lb Bontà (Z, n'.T«)danm ipto^re «ai 11 (r. mf/ttHir; tuA al iplBcam 
le «Mn Kiim* dUta dal Du (S. H'. Wl). Benlildna ■gxiniigsra It prov. afuUar. 

<4t HDD da/tiili DB d> -fUiUa derireri 11 uUUi» JfnNi (efr. sii. l,Mlf\ ck* 
n Dua(Gr. I, MI, b.) annoccn fra |ll shoii» di > aWdwo di/, nnos dkjndla- 
derlvoianut-Ten. e.w)B-«. illn(in«Brmlo\ eh» mri .«mijdu dlfl •mclo^f (ftr. 
iiiK ^= f<um;IMif,lifaiM, DM, eie), fanumsuo fbs lu «in q orila otilauo luolU r»K- 
purll di koudglEipxL 



Digli zodBjGoOgIc 



5. Fromba. 

FronOfa equivale nel eognificato « fitmàa, ma non etìmo- 
logicamente. Fionda è da funda con l inBerto nella prima 
aillaba: per ispiegare fromba bisogna ricorrere a *fmdib»- 
torio-, fun^bìdario e, sempre con I inserto e poi disàmi- 
lato, fromholiere. Da frontiere è estratto il nome from- 
bola, e da frombola, preso come diminntÌTo, fromba {l). 

6. Goffo. 

Il Kei {E. W. 1C8) deriya i/o/^'o da xofic. A parte la 
mancanza di ragioni storiche che giustifichino il grecismo, 
r etimo ben si conviene al significato della parola italiana. 
Ha il Ten. jh/o vale ' incurvato leggermente della persona '. 
Sarà qnesta parola la stessa che goffo ? Io lo credo; e credo 
pure che il veneto sia il significato originario della voce; 
perciò cerco nn altro etimo. Si suol dire che l'it gobbo è da 
gibbHS, e presenta eccerionalmenfe un o = i. Ma veramente 
U parola ìt. deve continuare una forma arcaica e popolare 
*gHÌtbMS, immane da quel processo di assottigliamento (2) 
che portò tanti h latini ad i (cfr. hibfty libd, ecc.). Data 
questa forma gab-ins, ed amme'^so che in essa gub continui 
un'originaria radice gitdh (d'alb'a opinione è il Vanicék 
{E, W.* 85, ma il Van. erra anche nel fissare un origi- 
lUtrìo gii), non si può forse credere che allato od essa vi- 
Tesse una forma, nella quale T aspirata fedelmente rì con- 
tinuasse, come in ruftis accanto a raber? 

Ecooeì ad oa ipotetico *<?n/W$, dal qnale l'it. gt^o, il 
Tf n. flw/W, Msf. (ft). 



ft-M-*tHu l'-àMi-n, JDwKfc ft la |«-t«f« tW-— ^ M ». 1) 



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J 



HOTE rBiOUKIICBB 



7. Guaresta. 



Ognim Bft come la Toce, propria dei dialetti detrAJta 
Italia, gresta, significaiita ' ura acerba ', derivi da agrestis. 
Or è curioso dì riscontrar forse lo stesso vocabolo in com- ' 
posizione nel fior, gitaresta, significante ' Bf>ecie di ara 
aspra ^ ch^ io deriTerei da {vi)nea agrestis. 

8. Cro^in. 

U Diez {E. W. 376) cita il gr. ànP^ ^ propone dub- 
biosamente l'etimo (vc/'J^o^iki. ' Nessun accenno a questa 
voce negli Allotropi del Ganello e negli Studi del Goix. Mi 
pare che porti na etimo ìfoiviot il De Mattio nella sua Gram- 
tHtUiea (che non ho e non posso citare). Sarà veramente 
da (vei-)ffOffita. In&tti notisi come in molte città la gogna 
sia detta ancora ' pietra della vergogna ', e poi osservisi 
come la &ase che in ven. suona fare la sgogna ' fare le 
beffe ^ (come solevasì fare ai rei posti alla gogna), suoni 
in nap. ed in sic. fare a scuoncica, parola che presuppone 
una più semplice * scwmcia, che pub derivare soltanto da 
{cere)eumlia. Vedasi per -mli dc = nei Ascoli in Areh. II, 
149 n. 

9. MuUttaire. 

Dice il Flediia {^Aràt. II, 8) che < midinare, significante 
medUare, fantasticare, anziché venir da mtdino, sta proba- 
bilmente per murinare, nato per metatei^i da ruminare >. 
Ma troppo evidentemente in questo verbo, formato su miu- 
liaa, abbiamo le stesso trapasso ideologico che in macchi- 
nare (utaehiita = taacitta). 

10. Scemo. 

R Diez {Gr. II, 138 a.) crede che la voce aceiuo sia un 
paitìdiHO abbreriato in luc^o di scemato. Al contrario Ga- 



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nello {Z. f. roin. Fluì. 1, 511) sedendo Io stesso Diez (E. 
W. 2S4) pone scemo ■:= semis. Ha resistenza d'an a^et- 
tJTO ìfitàao sanus è attestata da nna glossa di Filosseno: 
< seiHns=:-^-avòi > (cfr. Bréal, Les tablcs. Eugtibines, alla 
voce acniu). Da questo aemus l'it. geemo, il pror. sciu ecc. 

11. SeotiAieeherare. 

Deriverà forse da eotiseribSlarc per le fasi iaterinedie 
* coascribcrare, * aconerSterare, * seojuJiihcrare, scomWc- 
chentre, 

12. Tribù. 

Che tribù sia parola lettowia, immediatntncnte driÌTiita 
dn4ribus, non è alcnn dubbio; infatti è troppo evidente die 
trevo, trCffO sarebbe stata la forma popolure (eh-, séco, svt/a 
da schum) o, con assimilazione della finale al frenere, trvca, 
trrtja; ma si può domandare, perché questa parola cbe i 
dotti trasportarono dal dizionario latino nel nostro, da una 
parte non vi si sia adattata secondo la legge d'adattamento 
dolle dff inenze latine all' ambiente italiano, per la quale -us 
riducesi ad -o, e dall'altra v'abbia subito uno sjwstimiento 
d'accento, fenomeno che, ntro in parole popoliirì, in parole 
d'origine letteraria è rarissimo: mostri insomma dn una 
parte, guanto alla finale, straordinaria tenacità, dall' altm, 
riguardo all'accento, soverchia ed a prima vista ingin^ifi- 
cata arrenderolecza dell'elemento latino. 

Trova subito U spiegazione dei dne fatti, che sono solo 
apparentemente in contraddizione fra loro, chi voglia badare 
alla condizione in cui dovettero trovarsi j primi italiani 
che Tollero usare il latinismo. La rìduzioue uatunile e le- 
fpttima di trìhiis a iribo era loro impedita dal fatto che il 
genere della parola veniva a trovurn in discordia col colore 
della fiunle, ed il solo escniplarc italiano iu cui quelita di- 
pfordin si noti « In ninno s, essendo apjiunto iiu caso isr»- 



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KOTE FIUH.OaiCIIX 7 

Isto, DOn STen fona uuilc^ea sufficieiite a gìiutificue il 
naoTo esemplare < la M&o » (I). 

Potevano adattare la finale al genere, ma ona desinenza 
io -a avrebbe di troppo aUontanato la parola dalla forma 
latina. Non restara altro cbe t<^lier l' ^ e dire < la tribù >, 
forma strana però, ripugnante all' ìndole italiana. £ a qae- 
sta decisione ì primi naatoii della parola, pur riluttando, 
saran Tenuti; qoand'ecco alle loro mentì balenare i riflessi 
italiani, apparentemente immediati, di virtus, Juventus ^ ecc. 
virtù, gioventù, ecc., (2) e tribus collocata, non nella sna 
ra^one morfol<^ca, ma nella esteriore coincidenza della 
soa finale, in rapporto con questi, Tiene per essi a fissarsi 
nella forma tribù, che sola può m pari tempo Balvare ì di- 
ritti dell'etimo latino e dell'ambiente italiano. 

13. Zatta. 

Non da *ptatta come Tuole il Gaiz (St. ^et. 173), ma 
dn stìahi stlatta. E sarà forma prettamente toscana. 



II 
ETDCOLOGIE VENETE 

1. BQtiare. 

Sibiare ' essere incerti , indugiare ' da * Inviare formato 
Bu (irt'tnn. 

2. (ertola. 

Ceriola (la Madonna della). Come le tocì corrispou- 

(1) KoUid ob* Suto lUii la lii^, mi U prapoiU dulaK« bud piacque, a U 
(OnuB UDD lUeohi. 

(I) Pn l'orlslue di UU rurme ledi qaeUo clw l'A«cou oocm laHU acnsU In 



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denti Canddora, Ctuideìara e tr. Ckaadàeur scendono dal 
geo. caaddarum, * canddorum, così la voce citata avrà per 
etimo eereorum. 



^andda ' lucciola ' da cicindela. Altro nome veneto 
della Incciola è hatigesda-^* baUisdiee. 

4. Gwieèga. 

Gaìitèga ' ^zzoviglia ' da * gaudiatiea per le fasi gaìsa- 
dega, gaueadega (per au = an cfr. Caìz, Sttidi ^ etim, p. 1, 
e eeg. e vedi fenomeni analoghi in yen. pomare^pau- 
sare ecc.)i gnneóega, garucga. Cioè -o/tco scende ad -óego, 
-ego, come in sidvègo = selvatico, (cfr. goszoei^ia da gau- 
dibilia secondo il Gaix, o. e. p. 28.) 

5. Gestra. 

Gcslra, voce nist. ' famiglia, rozza \ da gesta, fr. ge~ 
ste, e di-, la salita gesta di Dante. L'epcnteHi dell' r è nor- 
uialv: cfr. note a ~»Kitte in Arek. ^oU. I. 

6. Lugia. 

Ltigia ' scrofa ' da iHìtvies. Cfr. ìoja presso Caix, o. e. 
p. 32. 

8. JUca. 

Jtlètt (nella frase < irar a mèa > ' tirare al proprio de- 
siderio ') da wrta. 



MfiJÌ>ia {ni. ee. nella frase « malbìa cJù Io tx>ea > ' gnai 
a chi lo tocca ') da iitalc aìAìa con a tonico dileguato in 
virtft della proilisi. 



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HOTB PlLOLOaiCflE 9 

9. Natpersega. 

Naspersega (fratto bastardo ohe nasce dall' innesto del- 
l'albicocco 8ul pesco) da nueipersìeut» che il diz. laL attri- 
buisce a Marziale , oppare più sempliccmeate da nux persica ; 
cfr. fior, pesca noce. 

10. Oafegare. 

Onfegare "" ungere le^ermente ona coBa ' da * uHdifìeare. 

11. Pèni. 

Pèca ' orma, impronta del piede ' da pediea. 

12. Firare. 

Pirare 'stentare a fare una cosa' da pigrare. E no- 
ti^ come questa voce appogi^ l'etimologia dello Storm 
{Ardt. IV, ^y) perU(are=* pigriùare. 

13. Scanio. 

Scunio (dicesi dì cosa consumata, sfatta). Part. di un 
nn verbo, che non esiste, seutùre da *exeonderc. Per l' as- 
similazione progressiva ndi := niii vedi qui appresso sjìanire 
e cfr. ven. sinico ^ sindaco , sMìko;. 

14. Spanire. 

Spanire (dicesi dello sbocciare dei fiori) da *ext>anilvre: 
cfr. qui innauzì scmilo e redi Dìez, Gr. I*, 219, ov'è citiita 
uoa forma di ant. fr. espanir. 



DigitizedOyGoOglC 



15. Vt^m. 

l'nfni (dicevi ià tcnm ìseoltK, bob buì dksodata) da 
nVilM. n £x. I»t & a « ferra ray» > il thIotc dì ^ terra 
ÙK«Ìtk \ £ j»i» pnnwo ««aqMO di fivuB ntunìnaiiTale 
4k i^iMi««» i«lì «hxì dutì UT AsmG ìa Ank. II, 4-SÌ-8. 

Mnv dtfìl'tt&nabf. T/'^iMaK^aì ^ frit^-éiema^^ «d è ps- 
Ctda tiwtatuk ttxll;» (i>wiÌ3SBB?iw anetràcs. Bote^nde sopra- 
«tiKt» ^ tttoiM ii«t $it>» «ÈiS&utBmn al k»>«o «HUcnte, ore 
»^4^^ni^^ viNtt'<teft menni» «&» Bvmnàìs*. aO» categorìa 

ir. 



.uiN/Mxi .-Il ^' atiintftar imiM con piopocxnntaka qaantità 

ài Citfl '^ .1» * .VIHfMMa'titfV. Sii 4 «UBuIusJa <W BCHl mì 

mw «vmk^ iitiEi^ >]iiik>n» X ^tù^itiui 9vìl* turum iMT etimo 
..«»(*«»**» v>. ^SìImvhiu ?•>.«»..>• .«t iVtril JHw£. f&Oa «ttì 



■. ■,.«■..1.-, ■■.',^ .•(.•.M .la «(fuM> H<ìt'. e»i :i :>uiv jù.-m. 



dOyGoOgIc 



.^OTE FILOLOIiiatE 11 

A me pare che la seconda forma esiga un'ultra elìiiio- 
logia, anche per qaeWdluiit che non so quanta vitalità 
abbia arato in romanzo. AqHende=ccc{um) ««fc^it. quimJÌ 
(come aveva già notato il Diez E. TV. 424); allcìide, per 
una falsa connessione etimologica che il popolo vide fra 
aqHCììàe ed aqiù, sarà forma desunta da alTi e formata su 
agucndc. Cioè : aìlende ; aSi ^ aquende : aquì. 

E notisi la fìrase spagnola aUende y aquende ' di qua e 
di là'. 

2. sp. ehapuear. 

Il Diez {E.W. 439) è in dabbio soli' etìmolo^a di que!>ta 
parola. DerÌTerà da * sub-puieare; e cfr. ven. stra}>ozto 
' tuffo ', 

•ì, «nt. pori, erfio. 

II Diez {E. W. 447) propone per questa parola, che 
equivale ni nostro ' tranne ', l'etimo praetì-rquod, ma. egli 
dice < die iibkurznng wure keine gewohnliche >. 

A me puro die si possa vedere in qaesVergo l'equiva- 
lente etimologico dell'italiano frtoreìic^foris quod. E vero 
(he il port. non conosce il dileguo dell'/* iniziale, che lo 
spitgnolo ama; ma, badisi, foHs è appunto quell'efcmiihirc 
che mostra il dilegno dell'/" iniziale in altri ambienti ut» 
normalmente ì'f è tenace, come nel francese (Iiors) <• nel 
romaiieiu (or). Cfr. Diez, Gramiu. I,* 263. 

Il culitriimento lìuìVd radicali; ìu /r, estraneo al jmrt,, i- 
Kpicirutu dalla proclisi. 

4. sp. arguir, port. crguer. 

Il Diez {E. ir. p. e.) deriva queste forme da rrif/rrr 
t niit scltner behaii'llung des g;itturals>, e nota un' iiltra 
forma ."p. rrrpr. 

Kixcr deriverà certamente da eriijere o, per dir meglio, 
sa.Tìi infinito formato sidle forme dui presente die hanno 
la g paUtiuu, come il nostro ergere è formato su triji , crijc; 



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12 

er^ur ioTee* sui foniuio siiU& prìms er'go. E cosi il pori. 
apiur. £ M si oppooesse che nd porL, per ^aà verbi sul 
tipo di eriga, erigis, in cui la 2.* e 3.* p^^ del prae. di^ 
ferÌBoono dalla prima non Bolo per V esponente della persona, 
ma anche pel carattere della consonante che lo precede, 
la. 2.* e la S.' pers. hanno agito salta prima costringendola 
ad accettare il loro modello (c&. D^Oridio, o, e. p. 38): 
onde Terrebbe ad esser tolto, non esistendo la gutturale 
nella 1.* pere., il motìro aUa produzione dell'infinito ans- 
Ic^eo; à potrebbe collo stesso D'Ovidio (L e n. 3) osser- 
vare che forme gutturali fecero capolino nel pori ant. A. 
queste ai lega arguo' (1). 

5. sp. htmvMe. 

Sopra troppo scarsi e discutibili esempi ( v. Gramm. 1, 338 ) 
si basa il Dìex {E. W. 46Ó) per ammettere in questa voce 
rintruBÌone, dovuta a ragioni semplicemente fonetiche, d'un 
d dopo l. Sarà invece forma analogica, focata sopra liumil- 
àad, ove Ìl d k legittimo. 

6. sp. poeima. 

II Dies {E. W. 477) deriva qaesta parola dal gr, nttsfi*. 
Deriverà invece da &k&Ci)>a, come l' equìvaleute itoliuiio boz- 
Mima. Cfr. Canello in Arch. ffiott. IH, 391. 

7. port scprar. 

D D'Ovidio {Gramm. pori. p. 14 e n. 1) deriva il port. 

(1) 1 propnllo di iIbDI (Dnw rB'IDnlI. B'on ««Mmn mu a». Con» soto 
a S'Ornai) (L 0,0.). lo lUlUBDl-tbttBOIiMaU'ilUlrudK aTvlnw lo /■«•, /lyi' ba 
^ialo ■ Oln fiiffù. HM MB., l»aaè di •fMfgtt, • ,hI* ecc. Tenendo eonto di qncita 
ai*Dtk,(J pab fona iplagar* ■& pisUn» cbc 11 Dtoi son ha beo rliolnto : lafencal 
«•ira. ntteMn (ofr. Disa, Omwr. n, lED n.) È ani» dobUò da mithicirt, na 
DOS «nUuMBU. I« aarte arrVurh, nitHCi, eniua al aati mMlUlnta, pel iwtalo 
UMcno daU'altalaiia. DaU'altn aaiun, miHd, aciiMi. So gnoaU aeric, coutiibanda 
raaslofla dj tiuttrt, al tartan l'IsllBila. 



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non riLOLeGicBE 13 

soprar da SHfflare e confronta per il p da /" il bolognese 
soppiare. Si tratta invece d'un rero p latino; che non da 
infilare ma da obsu^are hanno certo origine le dette forme, 
a cui dereei aggiungere il ven. supiare, 

8. 8p. vedija. 

Non da «eOm, come mole il Diez (E. W. 496), ma da 
tiiiada. Equivale esattamente, prescindendo da! genere, 
all'italiano vitieeJiio. Dal significato latino di ' riccio della 
vite ' la parola fadlmente passò a quello dì ' riccio di lana , 
di capelli '. In it. accanto a vUiecJtìo si ha viticeìo , con 
suffisso untato. 



IV 

VOGLIO, SOGLIO, VOLGO, SCIOLGO 

Giustamente osserva il D'Ovidio {Gramm. pori. p. 38 
n. 3) come le forme dì pree. it. in ~go non etimologico siano 
promosse dall'analogia delle forme di pres. in -go etimolo- 
gico. Forme qoali. soi^o, v<dgQ, dolgo ecc. devono il loro 
-go a qnelle ove tale terminazione 6 legittima; srcìgo, colgo, 
nigo ecc. (1). 

È ledto però fare una domanda: perché i due soli pre- 
sentì di volere e solere non hanno obbedito a tale corrente 
analogica, ma hanno conflervato inalterata la loro forma eti- 
mologica, voglio ^^*voleo (2), 8oglio^= soteo? 



(1) n D'Ovidio non oatenftixnB* 11 loiiUnUTa f hh^ (/»/. EC, 1) iotttK it patiin 
■l* BaopIsHBo duilawa, ditCRBinato dilU tìbu, et» lUcRlUlmiiDonM piodxiut l'iv- 
Tnttawnto del lumUcllaia «lyii* .- rtHjt, ces. pcc 

11] A yrapoalla di ' teln. Don t «alU U toni» IpotalU» di 1 * pn*. piar. ' i«- 
tninf, eka porta II Dna (Or.n.lM g.) per dir ngltn» ttìì'll. •aoliaiit. I'<ij*i0ii« i 
fonu ■salosick eonlata *a [(^fg, a eoi t tnliu>Uqa«Us*flltl» ehdu talU i pTM. 
It. b diffennla U *■• piar, dsllft I.' glof. 



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14 B. MlBCEBStKI 

La risposta è facil« : per non confondere voglio con volgo 
« 80(fiio con sciolgo ; e se la spiegazione della seconda forma 
di 1.' pers. sembrasse troppo arnschiata, e s'opponesse che 
la forma ind. prea. normale di sciogliere e l'analogica di 
aoUre abbastanza si sarebbero distinte pella differente pro- 
nanzia della consonante della radice, allora si potrebbe dire 
che salvò soglio an tal qnale nesso simpatico di questo verbo 
con vogiio, determinato dalla condizione di servilità in cui 
ambedue ì verbi in latino ed in italiano si trovano. 

E poiché si nominò voìgo e sciolgo (1), si può fare nn' altra 
questione. Volgo muore da volvo, e sciòlgo da exst^ro; or 
perché le forme di 2." e 3.' pars, pres, volcis ed exsohis non 
Hon trattate, sotto il rispetto fonetico, allo stesso modo; ma 
vólcis dà volgi ed exsolvis sciogli? E tra volgi e sciogli 
qual'è la forma che continua puramente la tradizione fone- 
tica? E se sono analogiche entrambe, qn&li potenti ana- 
logie aiprono a divìder le forme di due verbi originaiia- 
mcnte stretti da tanta forza di vincolo aniilogico, quant'è 
quella che si sviluppa dalla rima nella 1.* pers. prcs.? 
Che sciogli e volgi siano forme analogiche, è fuori di dubbio; ' 
volgo e sciolr/o derivano foneticamente da voh-o ed cxsdlro, 
come anche il D'Ovidio crede (1. e), ma né tvlgi nù seioi/ìi 
possono ri H petti vomente derivare da volviSj exsohis. 

Sciogli, sciofflir, scioglianio nccimto a sciolgo sono pro- 
dotti dall'analogia dei pren. in -ìgo, come cof/li, cogli'', co- 
gJianio, accanto a colgo. Ma perché, in virtù appunto di 
quest'analogia, rolgo non ha avuto forme quali *ro^i, *ro- 
^ic, * vogliamo? 

Perché tali forme si sarebbero troppo accostate alle cor- 
rispondenti del pres. di volere: anzi l'ultima pì sarebbe con- 
fusa colla sua omologa. Le forme del pren. di valf/crc rifug- 
gono dal confonderei con quello di rohre, come vedemmo 
que.'ite fuggire nella 1.^ pers. quelle; e lasciau^i attrarre 
dalla maggiore analogia dì tutti i prcs. in -go etimologico 



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HOTB FtLOLOOICU 



preceduto da consonante, che tntti (tranne quelli in -igo) 
hanno nelle dette forme la palatina: ergo, ergi, erge; ungi, 
unge, ecc. ecc. 



V 
IL GHE LOMBARDO- VENETO 

In una nota del suo recente studio sai Pronomi per- 
sonali e pOBsessiTÌ {AnA. glott. IX, 79), il D'Oridio, se- 
guendo l'antorìià del Flechia e quella dell* Ascoli, afferma 
riwlntamente che la forma pronominale proclitica ed encli- 
tica glie del lombardo-veneto corrisponde etimologicamente 
alla fior, vi = ibi. 

L' illustro glottologo, a conferma del trapasno di v, seguito 
da vocale, in g, necessario per iitpiegare l'equazione ibi, 
iti = glie, porta esempi lombardi di v iniziale fiittori g: 
quindi, fatto osservare come il v della forma citata tanto 
più facilmente passasse in g, in quanto si trovava, per la 
giusta posizione con altre parole, ad essere spesso tra vo- 
cali, porta altri esempi lombardi di v tra vocali =.7; final- 
mente trova una splendida conferma alla sua dichiarazione 
nell'uso enclitico proclitico di nna forma pronominale 
sarda bi. 

Cosi gli esempi lombardi, come il parallelo mirdo a me 
pajono illuHOij. 

Cominciamo dai primi. Per v iniziali fattoci g, il D'OWdio 
cibileforme lombarde (/0Hi<r^:=r'>»i/Vo,^?2"(=osa*'P, ed AhcoH, 
Slvrì. erit. I, 29 n. In ambedue questi csempj (ai quali rì 
sarebbero potati aggiungere i veneti gomito e ff'Ai>r<. = voìim 
ed altri), come pure negli esempi citati dal Salvioni {Fon. 
<1d di(d. mod. ddla città di Milano, p. 210), si ha vera- 
mente il fatto di g- = v, ma, badif<i, sempre dinanzi a vo- 
cale labiale. 



DigitzcdCyGoOgle 



16 B. MAKCBISWI 

Per V tn vocali biliosi g, il D* Ovidio tnta le forme lom- 
barde uga, pagura, regoìzà. In questi esempj (ai qnali 
avrebbe potuto ag^migeie i ven. spago, se veramente de- 
riva da pavor, di v primario, 8Ìgolo= sibilo, certamente per 
l'intermedio *ait>do, di v secondario, e gli alteri allegata dal 
Sslvìoni, o. e 212), sì ba ancora il fatto di v primario o 
secondario cbe diventa^, ma negli ambienti vocalici ttHi,a-«, 
e-0, a-o, i-0; e per gli esempi del Salvioiii é-o, e-o, oltre 
i citati: dunqne, in tutti i casi, quando preceda o segna vo- 
cale labiale. (Vedi pel genovese Arch. II, 125.) 

U trapasso adunque del v iniziale ed intervocalico in g, 
frequente nel lombardo, rorisBimo nel veneto, è sempre pro- 
dotto dalla vocale labiale, nel primo caso seguente, nel se- 
condo precedente o Bruente la conaonante. Come potrà 
danqae foneticamente giustificarsi la derivazione di ghe da 
dn, ove, se consideriamo la forma piena, il h fattosi g tro- 
vasi nella ponzione t-i, se coninderiamo la forma tronca, 
trovasi seguito da », o tutt'àl pia da e? 

Ed in qneet'oltimo caso, notisi cbe nemmeno Taso della 
parola nella fìrase può aver dato luogo al frequente trovarsi 
d'tins tal vocale dinanzi ad es^a, cbe producesse, per Tato- 
nidtà della parola, quella posizione vocale labiale + v + eon- 
sontutte, onde vediamo derivare nn caPO di v=g; pcrcbp 
questa posirione è, notisi, »-a {Hi/rj), mentre invece nel no- 
stro caso si può avere tutt'al più o-r. Rimano il paral- 
lelo sardo. 

Ha il bi delle forme sarde citate dal D* Ovidio, dahilu 
' d^lielo ', 6(7 Uopo a narrar ' glicl lio a dire \ deriverà vera- 
mente dall' ibi ? Prima di studiar questo, voglio ancb'io avan- 
zare nn'ipotesì intomo alla derivazione del gite in questione. 
Ed è, in poclie parole, questa. Giustamente nota il D'Ovidio 
che il ^tc ba le funzioni stesse del ci avverbiale toscano, e 
bene deriva il ci da nna forma avverbiale ccc'hic (p. 7S). 
Ora, tenuto conto che, per colpir giusto nella derivazione 
di queste piccole {larole, bisf^rna aver rìgnardo al loro si- 
gnificato avverbiale (dal quale il pronominale si svolse), 
non si potrà forse a buon diritto credere che Ìl ghf derivi 



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MOTI moLOOICU 



17 



da nna composiàone avrerbiale affine a quella che prodiiH^e 
il ei toscano, dalla composizione avrerbiate eccu' hie =: tose, 
qw? Nel ven. il qui suona ki; come nella posizione enfatica 
d dice mi som li:=(io sono qni), cosi nella posizione pro- 
clitica si sarà detto mi H son, U lei ài (ta ci sei) ecc. ecc. 
la tutte queste troBÌ il Jb' si trovaTa atono a precisamente 
protonico tra la fonna verbale e la pronominale ; il ifc ve- 
nin dunque a troTarsì (eccettuato il caso del pronome 
di 3.*) tra Tocali; cosi, seguendo la sorte di tutti i it in 
sillaba disaccentata lombardo-reneti, sì sarà attenuato in .'/. 
Da ntt ki son eccoci a mi ghi son. il ghi poi sarà diren- 
tato ghe per quella stessa ragione per la quale tutte le 
protoniche lombardo -Tenete in i anche Inngo volgono ad <■ 
(t. D'Ovidio p. 74). 

Ed eccoci all'esempio sardo, unico sostegno ormai restato 
al D'Ovidio, che tento di rivolgere a mio vantaggio. Perché 
anche nel b del bi sardo a me pare si possa riconoscere la 
normale trasformazione (in territorio logndorese, e Tesem- 
pio del D'Ovidio è logndorese) di un qu originario (v. Ar- 
ci*. 11, 143 n.). Co4: sardo &t = fior. qut= ven. (flic. 



PERFETTI E PARTICIPI FORTI ITALIANI 
DI FORMAZIONE ANALOGICA (1) 

A) Forme analogiche di perfetto promosse dal 
participio, 

I. Pari, in -so, perfetti in -ni. 
fl) Verbi in -dert. 
[Azione parallela del parL e dell'infinito, sui tipi: ri- 
dere, risi; rodere, rosi, ecc. ecc.] 



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1. cecidi j veeiso (occìbob) tieeisi 

decidi - portati da dedso (decisns) ad decisi 
recidi ^ reciso (recisas) recisi 

b) Verbi in -ndere. 

[Azione Bempliee del participio, subordinata ai modelli 
del tipo antecedente:] 

1. accendi ì . acceso (aceensos) accesi 
incendi ) ^^ ^ inceso (incensile) incesi 

2. defendi j . difeso (defensos) difesi 
offendi * P**^*" °* offeso (offensus) " offesi 

3. fndi portato da /mo (fìisns) 'a fusi 

4. BUnpendi portato da sospeso (euBpensos) a sospesi 

{appesi, vilipesi) 

5. prebendi portato da preso (prehennns) a pr€£f 

6. ascendi i , ,. , asceso (ascensns) , ascesi 



7. renpondi portato da risposo (respon-sum) a risposi 

(1) (Tedi § Vili) 
6. tetendi portato dn teso (tensus) a irsi 

II. Part. in -sso, perf. in fssi. 

[Modello: eessi, cesso.'] 

1. misi portnto dn messo (missaa) a messi (sporadico) 

2. fidi portato da fesso (Sssus) a /c8<' (id.) 

3. scidi portato da scisso (scissus) a s'eissl 

IIL Part. in ~rso, perf. in -rsi. 



[Uodello: arsi, arsoJ] 

1. converti portato da converso (conTerans) a eom-ersì 

2. momordi portato da tttorso (moreos) a morsi 



■r nurbl qnelU ^I partlelplo. 



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.J 



lY. Pftrt. in -nto, -rto^ peif. in -nsi, -rat. 

[Uodelli: unsi, unto; torti, torto.'] 

1. papogi portato d» punto (pnnctas) a punsi 

(piinzi già nei comp. Ut.) 

2. redemi portato da redento (redemptns) a redensi 

3. sperili 1 . aperto (apertoa) hA^P^^' 
coopemi \ P* coperto (coopertos) copersi 

S) Forme analogiche di participio promoMse 
dal perfetto. 

I (t. a U). Perf. in -s»i, psrt. in -a$o. 

[Ifodello: eessi, eesso.] 
1. Tictam portato da vissi (tìxì) a visso (are.) 

II (t. a TV). Perf. in nsi, -m, part. in -^fl -rio. 

[Modelli: unsi, unto; torsi, torio.] 

1. pìctns portato da pinsi (pinzi) a pinta 

2. fictns portato da finsi (finzi) a finto 

(fi^iés è già in Terenzio, Ikn. 1, 2, 24). 

3. mnlsom portfato da munsi (1) (mnlsi) a munto 

E qui si pub &re una questione. Perché da stritujere 
abbiamo soltanto sporadicamente striato P Qual forza potè 
impedire che questo verbo obbedisse alla fortiaaima analogia 
che seguirono i verbi succitati ? Certamente il valore anche 
d' aggettivo die ^r^o ha , in quanto s' oppone a tarpo, venne 
a porlo quasi in una condizione isolata, sottraendolo agli 
attacchi dell'analogìa. Aggiungasi a questo T azione eser- 
citata dalle forme consanguinee, tutte prive delPn e popò- 



y 



Diai.zodBjGoOglc 



20 B. MIRTHMKI 

lari: strrUii, slretifszn, strettoio, ecc. È vero che anche />/'»- 
gere ha pittore, pitinra, ma «od forme dotte; le popolari 
sono pintore, pintura. Fingere ha fiitiro, fitlitio, fteioìie, 
forme anche queste erìdentemente dotte, e perciò tardive 
ed inefficaci; fituione è il lat fietio, ma con l'n intnii^o per 
l'opera stessa del participio. Vincere (t. § VI) ha soltanto 
vittoria, che è parola dotta; popolare sarebbe vittoia. 
4. sparsQs portato da «porsi (sparsi) a aparto (ar&) 

La m^giore analoga arsi, arso ecc. voleva Petìmoli^ro 
sparso, che infatti s'è mantenato; accanto ad esso è nato 
sparto pei r onalogis d^Ii inf . in eons. ■+■ gere o mns. •+■ cere , 
cioè di quelli inf. che hanno il pres. in ~go {spargere, spargo), 
i 'quali hanno tatti il perf. in -io. Vedi infatti torca, tor~ 
cere, torsi, torto; vngo, ungere, umsì, wiito; piango, ecc. ecc. 
Ha sparlo mena debole vita, e sdo la tradizione poetica lo 
conserva. 

C) Porrne analogiche di perfetto e participio 
promn^^se dall'infinito e dal prediente. 

L Perf. in -si, part ih -w». 
n) (.T. A 1 a\ Verbi in -Arr. 

1. nssìsi axniso 

2. iìitrisM iiitrisn 1 1 ) 
a. frw=r (Piiiy. XXXII, 32). 

fornui i-.4^]uta. che a Diuite e^^torse la rima. 

h\ (,T. A 1 h\. Verbi in -nrfcrr. 



doyGoogIc 



J 



NOTI flLOLOGICHZ 21 

( ascosi \ ascoso (1) 

* ttoseon ì nascoso *■ * " ■* 

2. resi reso 

Ma spalliere fa «patito, perché subisce T aDalogia degli inf. 
in -an-i-eoits-i-ere: piangere, pianto: frangere, franto, ecc.; 
e nolinsi anche le conneseioni ideologiclie con spargere, di 
coi abbiam visto sparto. 

II (t, a II). Perf. in -ssi, part. in -esso. 

1. (M<U«I fMOSW 

Viceré, vissi, niiico tema Terbale in v, (piovve impersonale 
lia poca efficacia analogica) pTÓmostse la forma mossi di 
tHiiocere: su tHoasi si foggiò ni0550, pel rapporto cessi, cesso; 
e ricordisi l'are visso. 

III (v. A III). Perf. in -rsi, part. in -rso. 
1. persi perso 

Pel frequente ricorrere delie finali -rsi, -rso in perf. e part. 
di temi in -nlei'c, assumono il -si, -so anche peri, e part. 
analogici di inf. in -ntere, -rere. 



2. corsi corso 




V eersi 
''• ' scersi 






4. parsi (are.) 




IV (v. A IV). Perf. in -nsì, rsi, part in 


-uio, rto. 


1. fransi franto 

2. spinsi spinto 

■i' vinsi vinto 


(y. B II) 


I temi in l hanno generalmente il pres. in 
per la formazione del perf. e del pari forte, so 


-go; quindi, 
no trascinati 



fi) nrltlluMnlB (Umcilatlco U nn. kvhIh (sbusBilltm). 



L^ _ 



Diai.zodBjGoOglc 



i«^fi de non 
L ad 



r . -rtn ..: — ^fcrc jun >«c«wao i mndeUi C 111 . 



iM«/'K'/-c. c/'yefo laaaa uaT^ciM. emterso, terso, 
M MntHi y^puiiui. TuLti i (MMnpoeti di /Vrrf! 
1 Tie'.uiiktÀ. 'x»A'aaalo^A di a/trire, a/M^rsi^ 

iM. ->^9 o«>rtù !e^ s /rssì, come in lat. av- 
fw. nit^ìunK ittyiiiio, ciie dalla coscienza po- 
iui(utuu« à«ì :<igBÌfieato. non fonmo pia rìco- 
:uuipi«>ei dì ^cy», ed ebbero per£ in -j;t. 

^'L Perl in iti. 

.iii*i<J)(U ili HHiXcre, iwcqtii. 



..Google 



;ion nLOLOoiCHZ 23 

I perf. giacqui, tacqui, ecc. diedero a nascere nacqui. 
Or' è da considerare che, tenuto conto del valor sibilante 
di e fior, segato da vocale palatina (v. AbcoIì, Corsi di 
gUM. p. 22, ed altrove) collimano con nascere nelle forme 
del pres., sicché giaci, giace, taci, tace sì pronunziano qua^i 
come tiasci, nasce. 

VII. Perfetti senza caratterì^^tica. 

Cadili supplisce eccidi, ed è formato euU' analogia dei 
perf. forti senza caratteristica, che raddoppiano la cons. ra- 
dicale: tenni, volli, ecc. N'otisi come la forma senza carat- 
teristica sia amata in it. specialmente dai verbi in -ere (con 
e accentata): questa fu la ragione che portò cadere a caddi. 

Vili. Participi in -sto. 

Sono cinque: risposto, nascosto, rimasto, chiesto, visto. 
I primi tre sono, come già vide l'Ascoli {Arch. IV, 393-5), 
direttamente formati su posto. 

In risjK>si è contencto posi; nel part. di risposi doveva 
et'sere contenuto jiosto; quindi risposto accanto a risposo. 
(v. A I h). 

Con rìspoiulere rima nascondere, che perciò piegò nascoso 
(v. C I i) a nascosta; e se si opponesse che tale spiega- 
zione non vale, perché anche fondere rima con rispondere, 
eppure non fa fasto, si potrebbe dire che fuso è rimasto 
vivo per l'ajiito analogico prestatogli dal perf. fusi; ma in 
dialetti del mezzodì, come nota il D' Ovidio (v.jlrcA. 111,467) 
rifoste, rifuosfo. Per ispicgare Y analogia di n'inasto, badisi 
alla serie seguente: poni, pone, posi; rimani, rimane, ri- 
masi; quindi rimani, rimasi, ritnasto, come poni, posi, posto. 
Non Bono certo facili a spiegar:<i le ultime due forme : chiesto 
e visto. 

Quanto a chiesi, chiesto, dice T Ascoli (Arch. IV, 394): 
« Abbiamo un * quaesui, * quaesUum tirato sul modello di 
* positi, posÌtnm\ e questa livellazione ai riproduce anche 
dal provenzale: pos, post; gues, qais perf., ques, quia, quist 
pari. > 



edOyGoOgle 
J 



Zi K. 1IA1I0IIE8IKI 

Ma chiesi pu& essere quaesii, ed un attalogiw *qaaeso 
(secondo Ala) spiegherebbe l'it. ekieso, il prov, ques, qids. 
Che un primo analogico chiesa sia paseato ad un secondo 
analogico chiesto per analogia antinomica esercitata da ri- 
sposi, risposto? L^idea mi sorride, e la noto, Renza però 
tenerci gran fatto. Uecèndo dal dominio it., il proT. ha 
quisl, ma ancbe respost. 

La questione si fa ancora più grossa, quando passiamo 
a visto. L^ essere esso romanzo comune (it. visto, sp. e port. 
visto, proT. visi ecc.) pare escluda fatto d'un'analcgiii. 
romanza, a cui anche sarebbe stata arrersa la forma i<enza 
cAratterintica del perf., e rimandi la forma al fondo popo- 
lare latino, ove pub essere analogica, o, meglio, può essere 
il part. regolare non di viderc ma di viscre, elio il lut. cLims. 
noi) ha, ma it pop. deve aver avuto, *t't!iitus. 



LE DDE RISOLUZIONI ITALIANE 
DEL NESSO CL 

II problema delie due risioliizioni italiuuc d<;l no>sci OL 
(kkjo, Ijo), che il Canello risolve in uii inudi>, e l'Asicili in 
un altro {Arrh. III, 28tì-8), mi pare possa avere una sem- 
plice rìsolimone fouetico-analogìca. Se iiun in' iugniiiio, lii 
posizione CL + voc. palat. è ben differente dalla posizione 
CL ■+■ TOC. non palaL ; la poiìizioue del nesso OL negli esiti 
del siag. (CLO-, OLA) non è foneticamente ngimle alla po- 
sizione del GL nel plur. (CLÀE, CLI). La voc. non palut. 
pare dovesse favorire la vittoria del G, quella palat. la vit- 
toria dell'L: da CLO-, OLA legittimamente Hjo, lija; du 
CLAE, CU legittìmamente ìje, ìji (1). 



rh. IX, IH). 1x1 DtlW LL. Din 
^uir puutlitla la tan. io -HJ •to 



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ROTI FILOLAaiCBS 25 

Così la lingua earebbe stata disposta a portare Ì sing. 
io CLO-, CLA a kJ^jo, kkja; ì piar, in CLAE, CLI a^t«, 
j^i; se non lo fece, fa perché la fonetica fa Tinta dall' ana- 
logia, dalla simmetria, e generalmente il nng-, per ragion 
d* uso m^giore , volle imporre la sua forma al plur. ; il plur. , 
in àleuni pochi esempi, per ragioni speciali ideologiche, che 
forse è possibile trovare, vinse, e si prestò poi a lasciar ti- 
rare da aé nn sing. analogico. Vediamo questi pochi esempj, 
che prendo da Canello (Arch. Ili, 351-4). 

1. Da acuctda, agucchia; da aciiciilae, aguglie, guglie {à 
parla sempre di guglie di una cattedrale). Poi da gn^ic, 
guglia, come da agucchia, agucchie, 

2. Non artiglio da artieulo-, ma da articuli, aiiigli: (la 
rugion del plnr. è evidente). Poi da artigli, artiglio. 

3. Da auriada, oreccJtia; da auriculae, oreglie, oriate; 
le due forme lottano ; tanto vale Y oso del sing., quanto l' uso 
del plur., o meglio, del duale; vivono ambedue, e creano 
l'una il sing., l'altra il plur. corrispondente; finalmente il 
King, trionfa, ma dal plur. è origliare (cfr. la &ase 'essere 
tutto orcccJti '). Da oreccJiia è orecdtiare, (c&. la frase ' por- 
gere orecchio^). 

4. Da rìavicula-, cavicchia ; da clavicidae, caviglie (duale). 

5. Da caiàeuli, conigli, poi eoni^io. Vince il plur., per- 
ché si parla sempre di molti cenigli d'una eonujliera. 

6. Da tnacnla, macchia; da waculae, maglie. (Si parla 
sempre di molte maglie.) 

7. Da tiianiculu, tiianecckia 'il manico dell'aratro'; da 
iiiauiculae, maiiiylie e smaniate. (Si parla per lo meno di 
due manitfiie, di due siHamglie: duale.) 

8. Da spiraetdi (il neutr. spiraetda non è romanzo), 
spiragli, spiraglio. (Più in uso anche qui il plur.) 

9. n Canello dimentica l'allotropo jMt-tcoZojjien'jflio. Anche 
qui, da periculi (vedi pel neutr. num: ant.), perigli (perché 
ei parla per lo più di molti perigli), poi periglio. 

IO. Mi restano senza spiegazione: ventriglio accanto a veii' 
tricchio, ma credo che il popolo parli di ventrigli d'un ani- 
male; ed i due esempi veitdo-, vecchio, veglio; speculo-, s/ìec^ 



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SA E. MAEomwnn 

rhh, tpfffUo, Pei quali mi par soltanto d possa dire che 
tiMVhìo miipreaenta il Hin^., e oe^io (are) oa sing. da no 
(iliir. Tf^oUn Myfi; (notisi la {rase * una riomone di ev 
ffU \ w^o. , ma lultanto wccAto), e lo stesso in xpeeckto, speglio 
(aro,). 1 «noti dicono 'Tardarse n'tei sped'. Se poi in 
(jtipxt? tlue parola il oing. in itl;}o ha trionfato, ciò si deve 
h1 fìittu clic la rìmlutìone •» iq>poggìata daDe parole della 
fnml^tla, (ovv il ^/o è legittimo, come a forinola iniziale, 
)it>r Ptfft» at>c¥nt«tn ; ii|>KfìUo, speeAiato, speeduare, ecc. ecc.: 
m'MwHt. «hvAm-m», imtttìiiart, ecc. eec E questo, nò- 
tinti (ItivrtW ^fmmtlamte appoggiare Q trioaifo dd singo- 
iHrv. l'iyfMM» ^ evidentemente feomato sa ivyfM: c£r. tec^ 



(ì lin*(.v<: Nf-.<ftc* n/7-.-rtT ^voM àt&viai si. «nm^ttf . S.' 

it!w*">i* ^ «<^ -<*ÀM>im- «^ IR», lufi t <m i < r ime Tmì i,*in »?- 

,,..,.,. ^.vi^.," -sip.lK-wv TU».— r jjìt -neiìtt tu^iipa ìmk^ 

,.■ ■■«% V» "n-,t" ^ »uKr*^T»m ònL'ion. ir- 7<»n3«k> 

It'. Tr.vi ■'-•■ ■'■ ~ -v^^-: :t\-nU Tl^llTTi plM (ftt f Vex^> 



7 *;....., .i. 



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^ 



non PILOLOOICHE 27 

È chiaro quindi che il Oautier qrII' intendere il verso, 
dato a roevet il valore di vuole, ha preso vos come forma 
funzionalmente e forse anche etimologicamente ugnale a 
pobis. Ma il semplice roever ha egli questo significato di 
txiere? Srideiitemente roma- non è altro che il latino ro- 
gare; ora, come dice J' Ascoli {Arch. Glott. VH, 411 e 610), 
t continuatori di rogare hanno generalmente in romanzo il 
significato di pregare, secondo che attestano concordemente 
lo spagnolo, Ìl latino, il rumeno, l'antico francese. Dunque 
il solo roevet non ragnificherà vuole, ma a vuole equivarrà 
l'intera frase roevet vua (con naturale trapasso ideologico 
da ' vi prega ', a ' vi domanda ' e quindi ' vuole *) : à troverà 
cioè in qnesto verso nn prezioso cimelio d'nso sintattico in 
lutino stesso rarissimo. Trovasi quest' uso in Plauto ( Trin. 
prol. T. 21): Nune vog hoc rogai (Plantus) Ut liceat possi- 
<lere hanc iiouten fabtdam, ove l'eguaglianza vos rogai=vuU 
è dimostrata dal v. 12 del prol. detì^Asin.: Asitioriam volt 
esse, ai per vos licct. Il verso fr. dev'essere dnnqae inteso 
cosi: Qu^Ii t'ha tradito che di ciò vuol fingere, che ciò 
vuol dissimulare. 



SOPRA ALCUNI LUOGHI DEL POEMA PROVENZALE 
SU BOEZIO (1) 

1, T. Xi: E ni vera den non fai emendameoL 

Lederei invece : En ivers deu non fai emendameut. Ivers 
sarebbe per me egnale aA_evert (inverso), e l'en sarebbe Vin 
di ivers, lanciato fuori, direi quasi, dalla preposizione, se- 
condo la tendenza alla ripetizione del primo elemento nei 
composti preposizionali ed avverbiali , che s' avverte così 



MmlMi, Opptln. 1S«4. 



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^pe^so n«l campo def pariarì 

Et eccrs De» no 'n ftu ammdameitt. 

i. T. I4>15: Dis qne Tm pn», mija nonqiis la te 

qae epalar forlmitz, sempre lai epsameot. 

Senza motare la firsse dù que F a presa in deaqveV abrasa , 
come & il HoffinaDD, darei a dis il valore temporale di 
de ex (cfr. il fir. dèa qae con significato posteriore cau^e, 
come nel nostro poiM); darei al forfaiti non il ralore che 
t^i dà il Dìez ed il Bartsch, ma qnello di acc plnr. del 
MMt. forfait» ' delitto ^ ; toglierei quindi la virgola tra for- 
faiU e sempre, darei ad ^dor il significato di ' anche al- 
lora ' (c& eps in senao quasi avverbiale nei T. 18, 172), ed 
intenderei i dae versi così; Dopo che Tha presa (la peni- 
tenza), non la oiiserva affatto, perché anche allora (anche 
avendola presa) subito & egualmente delitti. 

3. V. 30: Enant eo dies foren ome Mio. 

11 ms. ha Esns . oais. Il Baynonard e il Diez lessero 
malamente: Enfantz, F. Meyer osserva che od Ezhs eqni- 
vale ad hms, e l'intera frase Exns . onis ngitifìca ' en un 
eertain temps ', ovvero Ems . ams equivale ad ante anuos 
'aotrefois': nel sno lìecHcil d'aitcictts textcs has-latius, 2>''0- 
pfHtaMX et fraa^is scrive en anz en dies. 

11 Barti^h, nella f^a recensione del testo di Meyer, cretle 
che ^i deva leggere ctiam "• frnher '; per lui aiaut en dies 
non vQol dire altro che * in froheren tagen '. 

Ma sarà meglio leggere col Meyer en ajiji, e prendere la 
frase e» aiir en dics nel neuRo di ' nel tempo passato \ of- 
frendoci nna locuzione simile il v. 20iì8 della Chanson de 
Seìaud: Ensembie tiBum estet e atu e dis. 

4. <r. 3ó: Prob Jlallio lo ni emperador. 

11 HOndgen accetta la mutazione fatta dal Bfihmer di 
aprob. dato dal m^., in j»vò. La ragione della mutazione 
del Bshmer è metrica: ^altios vale in altri luoghi tre 



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aon nLOLOoicsE 29 

sillabe; quindi la lezione aprob MaUio aninenterebbe il rerso 
d'una sillaba. Ma percbé non ei può credere che MaUio 
abbi» potato ralere andie due sillabe P Trattandosi di nome 
preso a prestito direttamente dal latino, è meglio credere 
qoesto, che storpiare con an' illecita recisione la forma solita 
provenzale oproft (1). Ed infatti anche il v, 23, letto se- 
condo la lezione del ms., fa Mallios di due BÌIlabe: Morx 
fo UaUios Torquator dunt eu dig. 

11 BShmer anche qui correg^ sopprimendo illecitamente 
il fo, e il HQnd^n accetta la mutttùone fatta dal Bshmer. 

5. V. SS: e lem soli'ea a toc dUs flar. 

n Tobler crede che solC sia nn presente; il BShmer ed 
il HOndgen sono della stessa opinione ; anzi il BShmer scrÌTe 
soil. Ma sarà veramente un imperfetto apostrofato per solia : 
GonfrontiÀ infatti il t. 75 : domine pater, e tctn fìai! en toni. 

'•. T. 93: La sapìencia compenre qui pogues 

B ms. : Qui so^KCitna compenre pognes. Così ul t. 140 ìl 
ms. ha: qu'el era eomps moU onrat e rix, ed il Hdndgen 
sedendo il Hoffinann ed il BShmer corrige: Qu'd era 
eoms e mali onrax e rix. 

A mio credere, è da conserrare per ambedue questi Ter^i 
la lezione del ms. Nel secondo emistichio di cìa»cuno la 
nllaba manca solo apparentemente, che, b badar bene, i 
due versi presentano nn nr originato dalla cadnta d' un' atona : 
eouipeiirc^comprelteiidere, onraz^hoHoratiis. Ora è molto 
probabile che Io sforzo fatto nel pronanziare il gruppo dì 
tali consonanti (tir), che mal s'accordano tra loro, si sia 



(1) (U tron lo pra. bdcIi* /irti, mt, per qnal eh» pm mluHiiD itgìl winp( SkI 
Biftiek, eoi Tslon wMiiillcamtDia tn«bta)«. C t un WMaplo nonlrulo, do • fitt 
ir n (Ctr. US, 9().iiM4nMU (ruw diT'Hun •{ipnalil muUU In Barrai it ii pareM 
ilirtmniti il pnfodo Don n. t-'mat. fr. ka nollwito apr^, «petti, l'It « j>r«c*, Il 



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opposto al totale dileguo delTatona; la quale, d^eaerata 
in Tocale ìiranraiale, dorette sopraTrireie, non tterando 
T^>pnsentaxione nella grafia, ma fonnando metrìcaniente 
la sillaba. 

7. Generalmente il temptmd del v. 97 : 

LtÌBi comlaTa dd tonporal ram es, 

è preso nel senso dell' agg. lat. temporalig. Il Bartsch pone 
temporat-s ' tempord, zeiUicli \ D HOndgen traduce co^ il 

Terso : < dort er^Uilte er TOm zeiUichen , wie es 

(besdiaffen) ist, > 

A me pare invece che la parola tempond sì deva pren- 
dere come nome e nel senso della corrispondente italiana 
temponìe. Cosi meglio s* accorda il yerso citato col aegnente : 
Ut sol e luna, ed, terra e mar, cum es. 

8. V. 159 : niD M Mw dols e m» meDnt pecax. 

n Diez traduce meiua * kleine >. U Hfindgen invece 
traduce < viele >. < Was (egli dice a pag. 16 nella sua edi- 
zione del poema) in kleine Teile zertegt ist, ist aoch in 
TÌelen Teilen vorbanden >. Ma l'interpretazione dieziana 
trova per me un appoggio nel v. 2370 della Oiaaso» de 
Buratta: Df hm-k petfhiex, drs gram f drs menne. 



Palermo, 1886. 



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OANTIGAS 

DE AMOR E DE MALDIZER 
DI ALFONSO EL SABIO 

KX DI CIBTIOIII 



IP» 



Il WolF(2), il HUa y Fontasals (3) e il Diez (4> riten- 
nero, senza fame oggetto di diacQ^oce, che El i?ey Doni 
affanso de casteUa he de leom, a cai il canzoniere portoghese, 
cod. Vat 4803, attribuÌBce 19 cantìgaa, 61-79, foBse Alfonso X 
il Sapiente, salito al trono dì Castìglia e Leone nel J252 
e morto nel 1284. Primo il Br^a, nella prefazione alla 
edizione crìtica dei testo dato diplomaticamente dal Monaci, 
asserì che ■ nenhnma can9ào de ÀfFoneo X apparece corno 
eicerpto noa Gaocioneiros portugnezes > (5), e credette pro- 
vare che l'aatore dì quei diciannove componimenti fosee 
Alfonso IX di Leone: « No Cancioneiro da Vaticana, en- 
contram-se dezenove composifòes (n." 61-79) eob a rubrica 
£1 rei Dom Affoaso de Oliatala e de Leom. Quem rennin 
estas duas coròas foi Affonso IX rei de Leào, pelo casa- 
mento com dona Berengnella , infanta de Castella, em sc- 
gimdas nnpcias ». Ora, nella storia della Spagna è un fatto 
indiiiciisso che i dnc regni dì Castiglia e Leone fnrono per 
la prima volta riuniti nel 1229, epoca appunto della moifte 
di AIfon.so IX, da Fernando III il Santo, suo figlio, che fu 



(1) 1 namcrl VattSat, em col il dluo la poadt dal ou» 
«Budo ■luBO da Mll. itf rUartKOBO il eod. Tit. tSM (allt. Idnuiif)! qsudo Bona 
•ecnniii^iU daU* iatiUU CB. li rllMaonw al eod. Coloeol'BfaBeaU («dia. IloltMil). 

(1) Sh^HU nr 0(kUcM( Ut tptaliHm URd ywfiyfulnWH XattaHUflinriw ; Bar- 
ila. lEH. pag. -m. 

|S) tM TraMdanu <n St/oiie; BanMlOBa, IMI. pac. MM. 

(4) Cittr dK ««• ptrUiflttUt*! Xmid-miU K^f—U: Bonn, 1M3. 

(>)*aa.IJ. 



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32 e. M LOLLIB 

semplicemente re di Gastìglia dal 1217 al 1229. Alfonso IK 
q>osò, i Tero, nel 1198, Donna Bereiigaela, figlia di Al- 
fonso Vili re di Castiglia; ma, primieraineote, io\4 rìpn- 
diarta, per volere del Papa, nel 12(Mt; e, secondariamente, 
da questo matrimonio non potè certo mai sperare la ria- 
nione delle due corone, poiché D. Berenguela aveva dei 
fratelli, ed uno, il primogenito, morì soltanto nei 1211, 
quando già era nato l'altro, Enrico, che succedette poi, di 
fatto, al padre. Cosi che la rubrica sovrapposta alla can- 
tica 61, appunto perché dà la riunione dei due titoli, non 
pub significare il re Alfonso IX, Tuttavia il Braga credè 
dare una riprova della sua dimostrazione, allegando * urna 
canfào em estylo popular (n.* 79) composta por El rey 
J). Affamo de Castola e de Leao >. Questa canzone fa- 
rebbe, secondo l'egregio filologo portoghese, una satira di 
Alfonw IX dì Leone contro Alfonso II di Portogallo, il 
quale disertò la crociata del 1212, per correre col suo eser- 
cito in Portogallo, a spogliare le proprie sorelle dell' eredi ttt 
patema. Ma io osservo prima di tutto che Alfonso lì, pc>r 
le condizioni inteme del suo stato, cioè appunto per le sue 
contese colle sorelle, non potè in quel momento abbando- 
nare il Portogallo e recarsi di persona contro i Mori, e, se 
non vi andò, mi par logico che non potè nemmeno diser- 
tare il campo; e non so come di lui posxa dire il Braga 
che ( se retinira depois da batallia das NavaR de Tolosa , para 
vir ecc.... », mentre poche righe più sopra cita l'autorità 
del Rosseenw Saìnt-Hilaire per far sapere che < Portiigal 
mnndou o infante D. Pedro >. E la storia (1) ci ricorda 
che i Portoghesi ebbero grandissima parte nella vittoria di 
Tolosa: tanto che Alfonso Vili, prìncipal promotore di 
qneirimpresa, al suo ritorno in GastigUa addimostrò ad Al- 
fonso II la propria gratitudine, obbligando il re leone^ie a 
restituii^U i cartelli che gli aveva usurpati. Secundarìa- 
mente, ammesso anche che ta cant. 79, la quale e 



Hf4. te fm . m. 



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CUnOAS DI ÀLtOSaO Bb'SABIO Si 

Qaem da goerra tevou caTalejroa 

E à n Um toj guardar dionraa ecc. 

allaflft proprio alla TÌgliaceherìa di Alfonso II (che sarebbe 
però setnpre qaella di non essere andato, marqaella di es.ter 
scappato), come mai poò farsene aatore Alfonso IX dì Leone, 
il qoale nemmen lai andò di persona, ma inviò semplice- 
mente le proprie troppe sotto la scorta del fratello? (1). 

Uonqae, mi pare, prescindendo dalla rubrìca del codici*, 
le altre ragioni allegate dal Braga non à portano neiii- 
metio esse a ritenere Alfonso IX aatore di quella serie di 
cantigas del cod. Yat. che va dal n.* 61 al 79. 

S allora, a chi rÌTendiciume la paternità? 

U dare ad tm tal quesito nna soluzione indincatibile non 
è cosa molto facile e piana; perché, anche dopo gli stndj 
del Braga, si paò dire che nei Canzonieri portoghesi la 
cronologìa di moltissimi trovatori non abbia neppure un 
punto fisso che possa servire sicuramente di guida a chi 
Teglia avrentiirarsi in ulteriori ricerche. Sicché, per proce- 
dere oltre, a noi non si offre altra ria che analizzare mi- 
nutamente ciascun componimento del regal trovatore, per 
rilevame quelle ollasioni, da cui si possa dedarre delle date 
almeno approssimative. 

Primieramente, e più a lungo che sulle altre, ci ferme- 
remo sulla cont. 70. È ana cantiga de maldizer che Alfonso 
indirizza al trovatore Pero da Ponte. Dopo averlo, nellf 
prime due stanze, accusato di eresia , riene a dirgli nella terzn : 

Vos nom trobadei comò proea^, 
Mais comò Bemaldo de Booaval. 

Fero da Ponte e Bernaldo de Bonaval dovettero e^ser tra 
i prioùpati rappresentanti dell' arte trovadorica ai loro 



(1) «licrvl da UoB,IOB]«nnbcDallManiel«TSld*OMUll*.ii«tonlntpM n 
1 pcnooDa; nule 11 atrafa fcnpUnson b'tn arss l'èli U di hi ln<ni<«ii >. I 
EETW SU!(T4lii.iimK, KH. tEif. IV, SI . L' Hwon 
Intl ipcMM da Alftnu K. t tìl»tìae» eba *(ll Ib' 
ma di Aimu Vni a al moMrò più IneUnahi ti 



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IH e. M LOLUS 

tempi: qiii^st» ci attestano Ìl nnmero rilevante delle loro 
poesie che ì due canzonieri contengono e le allusioni che 
si riferiscono ad essi nelle poesie di altri trovatori. Se, esa- 
minando queste e quelle, ci sarà possibile determinare l' epoca 
in cui i dne segréis vissero, noi avremo già un dato per 
circoi^rrìvere l'epdca in coi dove vivere qnesto re Alfonso, 
che il) quella cantiga li nomina insierae, l'uno accanto al- 
l'altro. 

La cant. 572 (1) di Pero da Ponte è in lode di Fer- 
nnniln 111, che aveva compiuta la conquista di Siviglia: 
dunque ha una data posteriore al 1217. La cant. 573 
piange la morte della regina Beatrice di Svevia, prima mo- 
glie di Fernando UI; e siamo così ni 13^36. La cuut. Ó74 
piango In morte di Fernando HI ed esalta l' asccn.'iioue 
al trono di AIfoa'«> X (1252). Il n.* 575 è an'rmìcxa, per 
dirla ulhi portoghese, in morte di nn D. Lopo Dias. Nella 
ianiiglia dei signori di Bi^oglia è nn continuo uUemarsi dì 
Lopi e Dieghi: difatto. abbiamo un D. Lopo Dias. che si 
trova ricordato con Alfonso Vili in un atto pubblico, nel 1 179: 
ed ahbiiuno poi suo nipote che anche luì i-i chiamò, rinno- 
vando il nome del nonno, LojW) Diiis, e questi è che fu detto, 
pel !<\m valore, VtiÌM^t brinai nel 1212 I» troWamo. giovane 
ancora, alla battaglia di Tolosa, accanto a suo |>;idrel).I>iegit. 
Ma poiché la cantiga di l'ero da Ponte non ci dà alcun par- 
ticolare, che si debba necessariamente riferire all'uno e min 
all'aUni dei due, non ci è iK>s.sihae sapore dì chi e>sa in- 
tenda i>:irhirL*, La cant. 5(H è anch'essa aa ciiihwa, in 
morte ili lì. TerAtt'onso. Il tit. LVII. § 1.-, del Nobi- 
liari» dì I>, Pedro ci fa sapere che Jhtm TAlo Affimso fu 
figlio di DoiH Alfi>M.tso TeiUz o rclho e dona Titrej/ia lìo- 
lìti^Hvz Oiton. E, s,>n£a alloiit;uiarci dal Kobiliario di D. 
l'etln», troviamo qnalche data che circoscrive in certo modo 
r epoca in cui qnfsto pv'rsonaggio fiorì. Nel tit. XV si dice 
dei fratelli di Tareyia RiMlrìgnez Girt>a. madre di Tello Af- 



(1) IVrrtfMls 



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CAHTiaiS DI ALPOXSO Et SJtBIO 



fonso, che forom na lide àas naues de T(Mosa eom elrre^ 
(foni Affomaao. E nel tit. LVII, sopra citato, leff^ianio che 
D. Affonao Tellez d« Cordora, fratello dì Telo Affonso, fo^ 
casado eom dona Jllaria Annes, la qnale fora ante barregha 
Aàrre^ dom Sa»eho o tutto de Pùrtagidl. E poiché qnesti 
è certo Sancho I, morto nel 1211, a poca distanu da quel- 
l'anno probsbiliceate D. AffoDso Tellez sposò donna Maria 
Annes. Sicché circa il 1211 ì dne fratelli doverano gik e^ 
sere adolti. Dell'epoca della morte di D. Telo, come ogiinii 
vede, non si può dedurre da quanto sappiamo nulla di certo. 
Però, quel poco che ci dice il Mobiliano di D. Pedro, è con- 
fermato dal Livro velho (1), che a p^. 156 mantiene la 
stessa successione genealogica : soltanto, la madre del nostro 
D. Telo vi è chiamata D. Elvira Rocbigues Giroa, mentre, 
secondo D. Fedro, ri chiamò Torchia Hodriguee Giroa; e 
poco dopo yi ri dice che < D. Affonso Tellez de Cordorn (cioè, 
il fratello di Telo) foi caeado eom D. Maria Annee fiaticela 
que fora ante barregàa deirey D. Fernando * ; mentre prima 
del 1367 non sali al trono di Portogallo nessun don Fer- 
nando (2). La caut. 578 ci ofire una data ben fissa, cele- 
brando la presa di Valenza per opera di Giacomo I d'Ara- 
gona, che fo nel 1238. 

Lo ste«(SO Pero da Ponte ha poi tre cantìgas (n.' 1171), 
1179, 1184) che si riferiscono a Sueir'Eanes, di cui né il 
canzoniere Vat. né il GB ci hanno conservato alcnn com- 
ponimento. All'in fuori di qneste tre cantigas che gli in- 
dirizza Pero da Ponte, solo altre due volte si allude a Ini 
nei canzonieri portoghesi , nna volta nel Vat. , alla cant. 1117 
che gli rivolge Affoms'Eìanea de Cotom, e un'altra nel GB, 
al n." 143, di Martym Soares. Dai Nobiliarj, circa l'epoca 
in che egli visse, non possiamo nulla ricavare di preciso: 
em solo ci aasicnraao ripetutamente che fu figlio di lo/taiu 



(I) Cori pel ISMIimrit fi D. Padro. otmu t»l IJtn rrM* dto OeII- edlilana <l 
l'Aarit-nla di Llabou sai XemtmnU Ftri'italliit Biilorin. 

(1) L'eqnlTora potnbtM i^Jacml ex] Iitto clia U ct>htr ninfllfii di Frniu 
41 pDrtngiIlo porUn tfifnala n awnnrHe àr\ TuMrt. 



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Diai.zodBjGoOglc 



e. DB LOlLtS 



Soares ile l'nnlta o troha^or (1). Ma dalla saddetta cantiga 
di Martin Soaree arremo a conchiudere, più in là, ch'egli 
era vivo e oauo nel 1269 (?. a pag. 55, n. 1), 

Inoltre , Pero da Ponte indirizza una cantica d' escamho 
(n.*1173) a Pedr'AgTido, e T altra cantica, anch'essa d'escar- 
nho, contro Pedro Bodinho (n.° 1180), è motivata dalla morte 
del medesimo Pedr' Agndn. In qnest' ultima il poeta imma- 
gina che Pedro Bodinho debba, per acclamazione dei proprj 
concittadini, prender Ini in Burgos il posto di marito disgra- 
ziato, rimasto vuoto per la morte di Pedr'Agudo. Di co- 
stui parla anche, nd n." 1007, Gon^I'Eanes do Vinhal, il 
quale ha in due altre caatiga<j del Canzoniere (999 e 1008) 
due allusioni ad epoca molto tarda: giacché colla seconda, 
che, stando a ciò che dice la rubrica, si riferisce all'esilio 
dell'infante D. Anrriqne, fratello di Alfonso X, a Tunisi, 
si va fino al 1259; e colla prima, in cui è meiitOTata chia- 
ramente la lide de Mouron, fino al 1289. Questo fatto dì 
Qoa9al'Eanes, che ricorda come vivo Pedr'Agudo, ci co- 
stringe a credere che questi non morisse avanti la metà del 
Ree. XIII:. e a quell'epoca quindi deve riportarcii la can- 
tiga 1180 di Pero da Ponte, né devo esserne molto distante 



n Buai poi (fVr/iu. p. XXX) fi rìulln, coma oMurita ■• < 
KfliìlB, alt-unD IIH la cut. MT Jl lohu Soarei da Payra. 1 
d» «gli B* dà (l>.g?. XXVm a XIIS) a mt pan cauteli-^ q 



Srmiola la 


la prima lUoza allnd 


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1. On,4aft 


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Tnvi d 


Hi Ima itann 













Diai.zodBjGoOglc 



CASTIGAS DI ALFUHSU KL 8ABI0 37 

l'altra n.' 1173. Che poi in quel torno di tempo vivosf 
Fedro Bodinho (1), la cui pretesa elezione coincide colla 
morte di Pedr'Agudo, troviamo U riprova in ciò, eLe egli 
è ricordato nel n." 1202 da Pedr'Amigo, trovatore di epoca 
assai tarda, come si può rilevare dal fatto che in quoUa 
stessa cantica parla di Lourciiio jotfrai; il quale nel n," IDI» 
tenzona con lohani d'Àvoim, vissuto anche sotto D. Diu- 
nirio (2). 

In un'altra cautìga de maldizer, che porta il n." 1175, 
beffeggia Berualdo de Bonaval, perché conrive con una 



rUailnt •Isvuero ■ SiDdia VI prima dal IJIÌ, nuiio la col egU fra 
a (unrrn'ii tu ebbe uid pula glorio** nella tilloi'Ia deU* Xail. E la 

& Il ha nel dna Dltlml Tetsl della ataiua 



J quii iIladoDa «cUialuiamnita a OlaedliiD I d'AiigoBa • non a Fedro II. Ola- 
ciiiuo I, rlIuuM ecede del trono lu etl teaeriulnii, tu ncoao al ijenra da ORiil p«- 

Tij-o OomiM Cbirrinbo, al □. 1108, che t Doa cautlua d'escaruho probabllnieiilc oc- 
ci^iunata iUirimpnqta Blrai>rdi Darla dal baraggia (1317), ricorda qiicata aptde di re- 
clgilDne di Giacomo I, alludendo, più ■pccUcaiaiaeste, alta mlaerl» cba cireuudù il 
lucerò n nel recluta di Moiiion. col vcrao 

Cini tìie. In conclnaioDa, la caat f>ST di loliam Boarea de Fajia al rll«rìK« ad epoca 

rc^lFFiore al lìll t &tfttitr quindi lUta un prodotto aenlle della ana muH, glao- 
rW- lecondo 11 l-ifrt r-lkt «36 e 353 egli nacqna poco dopo la battaglia di Onrl- 
qor(ii3n}. Non VI poi dimenticato che /cJi'iii .^sorri di Anfat tra I tre qnattro trova- 

di lini* Ucncla de Cluntroa. [Carlt al CmiuliMil 

(1) Nota coiiH! iiQutl poveri mariii abbiano perBno nel nome il seDtoredellmlonj 
<li<;(ruJa JI»IiVfJ^ tara da leii = becco. Coa) anele Hartin it Van^a della eant. 1181 
iloiri qnoato cohdodic alle Impreae di ana moglie, anIlclHi al crociato Unulielmo de 
C<>ni«, mo anlcnito, «xondo repnta II Bbxoa (rii/at. pag. XXVUl). 

iì) DI D. Inam d'AToln II L'rm uUo (p. 101} d dice cba tu primi» il' fi /Iftf 
I>M l/sin» jHo'rr il' fi rtg doM Diiiii ilt Pbi'I'i-mì. B'gnardo alni abbiamo poi alcune 
dttedoenmcntale; qni-lla del IH», In nua donaLlone di Bienne cus tattoffll da Al- 
unno 111, e l'altra del l'JCS, ijnando egli e ano figlio Podro Annea, come mallivailort 
»i Mtm^o 111 iH-lle couvcDiioDl da lai dablllte con Alterno X olroa II dominio del- 
l'.tlnrre, ebbero In conaeitna, a nnliia di loglio, 1 caatclll di Ttvira, Lonic, Taro. 
Fiiieme, Slltca e AIJotnr(V. UuHn.'i~(xo. lU, Or,). E luAne upplamo che era ancor 
lin dopo 11 1179, lutcou ad ualatvra D. Ucalrko, itcdoia dj Alfonao III, nello cor» 
d'Ho atalu (t. lla,ioA, rrtftu. LIS) 



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38 e. DE LOLLIS 

donnaccia, la cui compagnia non può far onore a un bom 
segrd: nell'ultima strofe gli dice: 

E Tos mentec non metedes, 

M da filba faxa, 

andando corno vsedes 

con algain p«oii qnalqner, 

aqoel tempo «vemoa ji, 

aignen tos mispeTtarà 

que no filho parfavedei. 

Qneuta satira di Fero da Ponte lia luminoso riscontro col 
D.° 1086 di Ayras Peres Veytorom, il qnale mette anche lui 



OH poi Padr* lUuJSK poctUH Tana la Ona dal ••«. TIII, U prma dlrattaad Ir 
iafn«ablla al tnrra Bilia maX. lUO CS. ÌÌ BOtg a tatti owu* ID dna apocka dalb 



tato a rafidan t graTl dlasrdlnl dal ano ngDo, non pot< pet no aunaotc laadar la 
Spaglia ; aia dbI 117* ci al HmtM di pnpoalb) a, afMata la enr* della itato «1 priBO- 
■aalto rcnumOa, a« D* andò colla BW(li* • 1 0(11 nlDorl la Fnacla, a Baanealre. 
p reian II Papa, par far lalaia I lool diritti alla ecamia Impnlala. Or bana; la 
oaiil. lUO OB i DB* taiuoDa tra lobam Taaaqnn a F*dr'AiBij(o drea la prativa 
di llfonao alla corona luparlala; U primo watlaoc ebc, ac la coaa rlaadaaa, iareblw 
«■ danno pai CaatigUaul ; 11 aaooBdo imUana, oom' i di neocaiilti, 11 eontrarlo. Xalla 
taru ataou dica TauQnac 



PfdrAatiKi riapraida; 



Kcall ulUml dna Tarai c't parfluo l'alliidiBa chiara alla -' car. anaaiii» 

Il B* iD rraDCla , agli Uaeerà a capo dallo atato 11 BsUo. A qnaata caallea qMsdl 
*> aw n Data la data dal 11». 

Non «Dulia pel tcmlaaclar di notara cba Prdr'lmiEu Bodcn Caiaa di ■ 
coaa lala i «naBltala qui da lolian TaaaQuaca lalaal Tanta cgllriMMal a. 11 



Diai.zodBjGoOglc 



CimOU IH ilTOKM Bb Bino 39 

ìa becUsa, per la stesBB ragione, il bom segrd D. Berualdo. 

La seocHMla stanza aonchiode: 

flcarades 

eom mal rifimtin se tm emprenfaar 
d' aignn mpu, e Toa depofs luut 
BIho d'oDtro, que por tosso eriedes. 

Queste due caatigiiB si riportano, non c'è dubbio, allo 
stesso persoiuig^o, allo stesso fatto e qnindi alla stesais- 
t-ima data; data, che, del re^to, uon pub esser molto reiaota, 
poiché Ayras Peres Veytoroni è nn trovatore che, nel giro 
delle allusioni comuni o recìproche, si rìaggrnppu <.-oit lohHm 
Biiveca, Pero d'Ambroa e Gon^al'Eane» do Viuhnl, i qnali 
Turcarouo tutti la metà del eec. XIII: anzi egli, con D. loào 
Avoim e loiio Suares Coellio vissero ^qualche po' anche sotto 
D. Dionisio (1). 

Femam Dias Estatnrào del n.* 1183 di Pero da Ponte 
è certamente Io stesso che il Fernam Diae del n. 1090: poi- 
ché le due cantigas sono' moiiTate dallo stesso fatto. Ora, 
r [Ultore del 1090 è lo stesso anonimo che compose la can- 
tiga de maldizer dos que dcrom os Castdoa corno non iJe- 
liam oZ retj don Jffonso (III) (u.* 1088). E anzi in questa 
stesRa cantiga, tra i baroni traditori è mentovato Femam 
Dias. Questo personaggio fu dunque indubbiamente con- 
temporaneo di Alfofiso Iir (2). 

Qui finiscono tutte le allusioni che per noi possouo es- 
igere di qualche interesse nelle poesìe di Pero da Ponte. 

Quanto alle cantìgas di Bernaldo de Bonaval, nna sola 
di t^ae ci presenta un persona^io storico. Ed è il n.* 6tì3, 
doTe il trovatore tenzona con Abril Perez. D Livro das linlia- 
'jras del conte D. Pedro ci dù notìzia di lui nel tit. XXXVI 
§ 16: < E dom Pere Affonso, filho de dom AfTonso Veegas 
Mofo e de dona Aldora Pires netto de dom Egas IHonis e 
da minhana dona Tareja Affonso, casou com dona Oraca 



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40 e. DE LOLLIS 

AfFoiiso fiiha delrre; Àffonso prìmairo e de dona Elnira 
Qalter de gaanfa, e fez em ella dom Abril Pires >. Ciò 
che è identicamente ripetuto nel Livro vdko, pag. 162 : 
< D. Pero Affonso Slho de M090 Tee^^ foi casado com 
D. Urraca Affonso filha d'elrey D. Afibnso o primeiro rey 
qiie bornie em Portugal, e de Eluira Chialter, e fege em 
ella D. Abril Pires de Lumiares »..,. «e esbe Abril Pires foi 

casado com D. Sancba Nunes de Bamoza >. Dnnqne 

Abril Perez fu nipote di Affonso Enriquez, re di Porto- 
gallo; ma non c'è bisogno di andare accattando d'in sui 
Nobiliaij notizie incerte sulla sua TÌta, quando di lai, cbe 
ebbe grandissima ingerenza nelle cose del ano paese, par- 
lano tutte le storie del Portogallo. In queste, Abril Perez 
ne appare come uno dei devoti della corona, come uno di 
quelli cKe con maggior zelo cercarono riparare ai disastri 
del regno di Portogallo, sotto Sancbo II. Egli è una delle 
principali figure in quella specie di interregno: nel 1223 
sparisce dalla scena del governo il maggiordomo Pedro 
Annes de Novoa, sbalzato dall'odio degli altri fidalghi, e 
per tre anni il carico dello stato riposa successivamente su 
varj signori, tra cui troviamo Abril Perez. Nel 1228 lo 
troviamo antora tra quei pochi, che, in qoella fantasma- 
goria di successioni, conservarono a corte una posizione 
eminente. Nel 1240, egli, vecchio, insieme col vescovo di 
Coimbra, Tiburcio, è scelto arbitro per comporre le que- 
stioni sorto tra la cittadinanza di Porto e il pastore di quella 
città. Abril Perez morì nella battaglia presso Porto, circa 
a 1245 (1). 

Perciò, possiamo esser certi che la tenzone 663 tra Ber- 
naldo de Bonaval e Abril Perez è anteriore al 1245. E se 
consideriamo che quella è una tenzone d' amore , o, per 
dirla olla provenzale, un joes enamorate, noi siamo indotti 
a ripnriArla ad un'epoca di porecchj anni anteriore alla 
morte di Abril Perez, il quale mori assai Tecchio, come ci 
assicura la storia, e, inoltre, negli ultimi anni di sua vita, 



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CiimOU M 1LF0H80 EL «ASIO 41 

& gravato delle cure dello stato, cod da iar pensare cb'egli 
non avesse tempo ed agio per gli sft^hi della mass erotica. 
. Bernaldo de Boaaral, ad ogni modo, fa ano contempo- 
raneo, e, approasLmatÌTamente, anche ano coetaneo. Infatti, 
abbiamo qnalche a^omento per credere ch'egli dovesse 
esser Tecchìo, fora* anche decrepito, verso il 1250. It 1252 
è all' incirca la data la più avanzata che presentino le can- 
tigas di Pero da Ponte da noi esaminate; ora, anche se si 
viglia ammettere che la cant. 1175 dello stesso Pero rasenti 
questa data estrema, ne rianlta che per lo meno verso il 1250 
Beraaldo doveva esser già vecchio abbastanza. La maniera 
in cui Pero da Ponte nel n.° 1175 e Ayraa Peres Veytorom 
nel n,* 1086 rimproverano a Bemaldo le sne velleità amorose 
è assolutamente la maniera che si è osata sempre al mondo 
coi vecchi che voglion &re certe cose inconciliabiti coi ca- 
nuti. Pero da Ponte parla chiaro abbastanza: 

E vos mentes non metedes 

se eia fllho Qzer, 

andando corno veedes 

con al^nn peon qualqner, 

aquel tempo avetnos ]à 

itlgven vot tuipeylard 

que no (Uho parf acede». 

Che dunque Bemaldo potesse aver la sua parte nel figlio 

non poteva essere che un sospetto E Ayras Peres parla 

ancora iiiù chiaro: 

de qa« flearedes 

con) mai escara ho se vos emprenhar 
d'algUD rapaa, e vos depojH leiiar 
filho d'outro que por vosso crìedes. 

Questa circostanza dei giovani che potrebbero aver usur- 
pati i diritti di Bemaldo, include evidentemente un'antitesi 
colla vec^iesjsa di lui. 

D'altra parte poi, queste dne cantigas d'escamho non 
posgono riferirsi ad un'epoea molto anteriore alla metà del 
9ec XIII : perché Ayras Peres lo troviamo vivo ancora ifotto 



L 



Diai.zodBjGoOglc 



42 e. DE LOIX» 

D. Dionisio (1), e, snpponùmio, non arra poetato DeDe fasce, 
né avrÌL aTBta una longevità biblica. Di i^ ^e dm la 
nietà del sec XIII, dovesse essere sneoi tìto Bem^do, Io 
prora anche il la^ che nella cant. 1069 parla di lai loluiiu 
Baveca il qnale, per le sue relazioni poetiche, che appaiono 
nel canzoniere VaticaDO, ya annoverato tra i trovatori della 
coite di Alfonso X il Sapiente (2). 

Questa è, tutta insieme, la cronologia che d può rac- 
cogliere dai componimenti di Pero da Ponte e Bemaldo 
de Bonaval; cronologia qua e lit un po' incerta e vaga, è 
vero, ma che circoscrive in complesso par l'epoca in cui 
vinsero e poetarono i due trovatori. D'altronde, prima di 
andare in fondo, capiterà di poter mettere la mano su qutiicke 
altro fatto che avvalorerà questa cronologia a primo aspetto 
un po' elastica. 

Delle poche allusioni che n questi due jogrnes fanno 
gli altri poeti nei canzonieri, abbiamo già detto qualche 
cosa incidentnlineute. Non ci resta che a ricordare il n.* 1148 
(frammento) di Fcninui Rodrignes Redondo, e il n." 1149 
di .\ffoms' Eanes de Cotom, che son tutti due apertamente 
indirizzati a Pero da Fonte. II frammento di Redondo i- 
di pochi verci e non può dar appicco a nessuna deduzione 
d'importanza: nella cnntign d'esciirnlio IHO Affons'Ennes, 
accanto a Pero da Ponte, nomina lohnm Fcniamhr o niowo. 
Ora, la cant, 975 di Alartìn Soares è anch' es-sa contro (jnei^to 
stesso lohnm Fcrnandez, come chiararacnte dinmstra la ni- 
hrioji: e Està nuitiga fez d'escariilio u bfi qiiu diziiim lohnn 
Kcrnandis e ?emelhava mouro <h'C. . . >. La cant. 07>^ dello 
stesso Martim Soarew toma n befleggiitro loliain Keruau- 
dez (3). E altre due ancora re ne :^uno contro (|iiivto pu- 



Mtl cium Io ■■■( dua riniimii IIMG e IDU'. allu 
11 qnalc Hconlatio mei» (tonfai' Eiiwi da Viuhd 
li^vatorl: ma t. Abcktf In dpprrFwi a jn^f ^ n^* : 
(3) Manin Boana lu llK'Ilf nu ctDIlea de malOIIi't nuli 



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DI 1LF0S8O EL UBIO 43 

?ero dìarolo, la 1012 e la 1013 di lobam Soares Coelho (1). 
Il n.* 1013 eomìnda: 

lohuD Feroandea, o mund'è tornado, 
« de pnun pQTdamoa qne qaer Air, 
veemo lo emperador levuiUdo 
eont» Roma e Tartan» tììt: 
« ar TMmos aqni don pedir 
loban Femandes, a momro crozado; 

e allude certamente all^ assedio poeto a Roma dall'esercito 
imperiale nel 1241 , e all^inoltramento dei Mongoli in Enropa 
nello stesso anno; inoltramento clie suscitò un allarme ge- 
nerale in tutta Europa, da potersi chiamar crociata (2). La 
data sicura del 1241 cbe va assegnata alla castiga 1013 
contro lobam Femandez, dorrebbe far supporre che órca 
quell'epoca poetassero auche Martin Soarea, Affoneo de 
Cotom e don Boy Oomez de Breteyros, che motteggiano 
lo stesso personaggio. L' esser poi nominato Pero da Ponte 
insieme con loham Femandez nella cantiga di Cotom con- 
ferma, anziché contrariare, la nostra deduzione, poiché sap- 
piamo che tutte le date slcnre dei componenti di Pero si 
{^girano intorno s queir epoca (1236, 1238 ecc.)- 

Da tale catena dì idlusionì messe a riscontro l'tina del- 
l'altra, si può coDchindere a prima vista che la cronologi» 
di Pero da Ponte non presenti alcuna data anteriore al 
regno di Fernando III (1230). Quanto al BonaTal, abbiamo 
risto che egli, benché recchio, era vivo verso la metìt de) 



(I) k man irsoueiilo Arila eutlg» d'cKaniha di Don Raj Oonei d* BrF- 
l*7m, la qiull d leu°BO nel cod. CB lotto I Bh. IMS ■ IH*. 

(S) QuHtft diU eni Inoltnti bob dcTC oalplnl 1b ubi cmBtlgi di loluun Soaif* 
Csalbo: ebé 1dt«» dorr^nino BiusTtgUkrd qBilon si ItotuiIbid dinuit] ad mx 

Il qiult mbblwBO (li delta chs Tinn uaon hMo D. DhmWo: ■ Ik cut. 1 

lohuB flouH Coctha è laatrituta > Don Bvjtamn, iMto tnmtor*, clic, oooM ■ 

r TITO (otto D. DIobMo. Tatto qucMo. col nostn mt 

■apporrà Ib loluBl Baara bbo dai pia tardi Innila 

i. XIU: bcI tàlte, egli BopiHTliuc ad AlfuB» HL (Cb£ B>aua. pa<. LVI, 

fa^LZT.) 



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44 e. DK L0LLI8 

Ree. XIII (1). Se a queste circostanze si raTTicìna 1* altra 
dellii nibrìcii clie nel God. Vat. acccompagna la serie di 
cantigas dal n.* 61 al 79: < EIrey Dom atfonso de castella 
he de leom >, vien voglia 8uV>ìto di affermare che l'autore 
della cant. 70 non possa essere He non Alfonso X di Ga- 
stiglia. Giacché le corone di Gn^tiglia e Leone, rìanìte da 
Fernando III, passarono poi a sno figlio Alfonso X. 



II 



Io non Toglio esser corrivo ad asserire. Che anzi, per 
amor della reritù, mi piace, prima di fermarmi ad una, 
esaminare tutte le ipotesi. 

Ohe la rubrìca, cow com'è, voglia significare Alfonso IX 
di Leone è assolutimiente imposàbile: nei testi dei nobilìnrj 
e delle antiche cronache i re di Leone non son inai cliin- 
mati altrimenti che cofiI. Noi perii, benché crediamo che 
le rubriche del Cod. Vat. meritino fede quasi sempre (2), 
pure ToglÌEimo ammettere, per il momento, la probabilità 
di uno scambio, che abbia dato luogo ad errore. Dopo l.i 
riunione delle due corone, si considerò sempre il regno di 
Leone (;ome assorbito da quello di Cnstiglia, e perciò si usò 
diru rli frequente re (lì Cti.-<fii/li<i semplicemente, per inten- 
dere il re lìi Caslitfìia e ili Lroiii: Per esempio, al tìt. LV, 





1 cint. 70 di He AUon» non il i>uò cl- 




qnrlla W IcrlllL In csh i dello clis 


Vrtn da Pome apprrH da BoDival U «ik ii 


luilrn di porlarc 1 mi Vtntr vivo U 


dMefpolo unn nrlnde U poonibllllà ■.be 11 




drlla qiiarU muta 




' f" "*• ™ * "• 


•'-''" ■"""' 




re ■ Bonml luctiT Tiro, t co«i guiito 


urUa niixurs « nel iiiiio tbc nou rn& xnet 


. per DM ilcniu luloMli. 


(■J| Cn ciò HOD Inlenila dire tbt uon 


■t*|lli>icro Hill: che ■mi que>tci pule 




Il poca Imputtana e qniuJl di laclle 


c.>nfiul.>iip. C<«i p, e. U nibH« del no 9 


■!f uou ba nuli. . vrjpr» «1 l-^nto e 


d*r« cuutrDsr '|i»lcba hImeIìo: n» ibafllliir 


e quando Pi tratta ili re, ebe rapprcwa- 




a p.'i .««r Uniti (adlel 



Diai.zodBjGoOglc 



ClSTIGAa DI ALFOSBO EL 8ABI0 4ó 

g 7, del Nobiliorio dì J). Fedro, il re Alfonso XI è detto 
semplicemente Dom Affonso de Castdla; e al tit. LVII, il 
Sgho di Alfonso X è detto Bemplicemente Sameho de Ca- 
stità. Similmente, al tit. XXVI, accade per lo stesso Al- 
fonso X: e molti altri &empj se ne potrebbero citare. Si 
capisce quindi come an amanuense, al trovare il semplice 
reff de Castdla, potesse credere di fare il suo dovere, espli- 
cando il titolo eoli' ^giaogerri e de Leon, anche quando 
con rey de Castra era denotato precisamente il re della 
sola Castij^Iia, prima cbe avesse Inogo la riunione in Fer- 
nando HI. Ammessa la probabilità di questo errore, il 
poeta potrebbe essere Alfonso VIII di Castiglia, morto 
nel 1214. 

Ma terminiamo di esamiaare le cantigaa poste sotto 
qDC:<ta benedetta rubrìca e vediamo se dalla interpretazione 
di esse risalti più probabile la paternità di Alfonso Vili 
di Castiglia o quella dì Alfonso X di Castiglia e di Leone. 

Tra questi 19 componimenti ve ne ha quattro che sono 
di una singolare importanza storica, poiché si riferiscono 
evidentemente ad avvenimenti politici contemporanei al 
poeta. Portano i numeri 69, 74, 77 e 79. 

La cant. 74, bellissima u-tisticamente per l' fallita della 
descrizione e la potenza del colore, ritrae senza dubbio una 
rotta che i Cristiani- paUrooo dai Mori (1). 



le II Bngm dà la qniMU tonai,: 



Diai.zodBjGoOglc 



Benché iti tal cBotig^a un' interpret^one niinutft, a pa- 
rola, BÌ dia diEBcilmente, pure è pounibile coglìeiri parec- 
chie allasioni che trovano TÌacontro nella battaglia di Àlar- 
cos (1195), secondo ce la descrìTono le storie. Fn dace 
dei Oastigliani Alfonso Vili, e la hattagflia ebbe luogo 
il 19 luglio del 1195: 

Vi eotejITes de granhom (tie) 



i Mori erano provenienti dal Marocco; e Atamor dei versi 



Yì coteyfTee 

esUr tremendo lem Aio 
ant' OB monros d' Azamor, 

è una città del Marocco. Il panico della cavalleria rasti- 
gliana accennato nei versi 

geoete, 
poys reroete 
Ben alf&raz corredo r, 
estremece 
e esraorece 
o coteyfTe com pavor; 

la strage dei ginnetti di cui si parla nei versi 

.... eeneteH trosquiados (1) 
cobriam-nos a redor; 

In s^oDimto e la fnga delle tnippc, descritti iielPultiniii 
cobra, cono ritratti anche nelle storie delle guerre coi Mori (21. 



Orna* fimli, apMtl* di <u 
toA, h> credo. Il ttttgfi, THt 

dt TrMIxd: mtril. Bl i 
(;) Eccn 11 dnwrliInBB ci 



Diai.zodBjGoOglc 



CAKTtOAS DI ALFONSO EL HABIO 4< 

Per via di tali riBContri, il n.° 74 parrebbe scritto «In 
Alfonso YIII dopo la battaglia di Alarco»: ma noi, pr 
quanto quella cantiga possa couTeDÌre a tal personaggio e 
A tale aTTeoìmento, non possiamo, soltanto in viata di ciò, 
deciderci ad assegnare ad Alfonso YIII tutta la serie dei 19 
componimenti che il codice vaticano contiene da n,* 61 a 79. 
Invece, proseguiamo nell'esame di essi, contentandoci, per 
ora, di far osservare che la località, determinata dal Gua- 
dalquivir nella terza cobra, mal si accorda con Alarcos che 
è presso Calatrava, sulla Guadiana, nella Mancba. 

Nel n," 79 il Braga, come ablùamo già visto, crede sco- 
prire una cantiga de maldizer di Alfonso IX contro Al- 
fonso II di Portogallo < que se retirara depois da batalbn 
das Navas de Tolosa, para vir desapossar suas irmoas da 
hemn^a de D. Sancbo I, que Ihes pertencia > (1). Che 
questa cantiga sia opera di Alfonso IX abbiamo già dimo- 
strato assurdo; che sia di Alfonsa YUI contro Alfonso II 
dì Portogallo, nemmen questo parrà, verosimile. Alfonso II 
non prese parte, di persona, alla battaglia di Tolosa; que- 
sto è vero: ma, lo ripetiamo, vi invib T infante D. Fedro 
con nn buon contingente:-e, mi pare, Alfonso VIII non 
aveva poi tanta ragione di resLirne scontento. Tant' è vero 
che, reduce da quella campagna gloriosa, per mostrar la 
sua gratitudine ad Alfonso II, gli rese il possesso dei ca- 
stelU che Alfonso IX gli aveva usurpati. Ora, che il re di 
Ca'itiglia si prendesse la pena di mostrarglisi così calda- 
mente grato coi fatti, per poi divertirsi a motteggiarlo in 
un feroce .4rventese, mi pare coi^a fuor di ragione. D'altra 



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• fuggir.. 


















lUAbUunoRlinoti 


>ta»r*(t. 


>1 


Lim-. , 


^tritili: 


; di qiian 


lo qnl di» 


HBrw. 



DioilzodBjGoOglc i 



48 e. DI LOLLIS 

purta, rinterpreUziona di qneeta caotìga è tatt^ altro che 
agevole e piana: anzi le allnsioni oscure, i motta dldllini, 
di cui ridonda, la rendono adattiseiina a dÌTerse intnpiv- 
tazioni. I primi Tersi 

Qaem da gnsm levon caTalejros 

e i'sa terra foj ^urdu' dineyros, 

nom Tem al ma;o! 

Qaem dn guerra se toj com malilade 

e à sa lem laj cnnprar anUde, 

nom Tem al uayo ! 

se a prima vÌRta parrebbero dar ragione al Braga, dopo 
aT«TÌ peiuato aa un pocliino, si piegano docìLnente ad altre 
interpretasnonì : la prima stanza, s'io non mi sbaglio, dice 
ehiaro che rì tratta dì uno che condusse via dal teatro della 
guerra i radi cavalieri, e se ne andò a casa, a costodire il 
proprio scrigno. Ma Alfonso II, Io ripetiamo ancora ana 
volta, non andò lai al campo : e ì cavalieri che mandò sotto 
la scorta di D. Fedro non tornarono che a cose &tte e glo- 
riosamente, come i soldati di Gastiglìa. La seconda stanza 
ripete in parte il concetto della prima, e con quell'emisti- 
chio e fof comprar erdade > sembra proprio che voglia dir 
dell'eredità di Sancho I: ma, o che erdade in prt. non si- 
gnifica anche sostanza, avere 8emplicemente?(l). E la terza 
Rtanza co% mai vorrà dire? Il cod. GB ha eóncuiitja, che 
dà laogo alla correzione 

O que àm guerra se fay com neraÌEo, 
pero Dom veo qnand'a {««ito ago, 
nom. T6m ecc..., 

con on senso abbastanza chiaro, di nn barone, cioè, che frrr 
patto col nemico . . . Ciò che Alfonso II non fece di certo. 
Ia qnarta stanza allude ad un principe che non andò al 



ft) Prl idinil&ntadl trnlipA' • bnfiHhr >u41i'dlTM(«r trrritnriah- ari Pnrlnc>i 
* «Hi Mapl, T. l'HKH;tn.iso, Hi, UIl Vn, put. MI, • «r. «ufha il Hunuc ri 
di ad Imh^. tn sii ■»'' liiniiBntl, vtrììn dt Mit»>mliHm. 



rdB.GoOglc 



DI ALFOKSO SI SkSW 49 

mago, per esigere le martineguas , osfria la tiuiRa di focatico 
che à pagava il giorno di S. Martino (1), 

pero nom veio pob Sam Hartinfao. 

La decima allude ad un altro che andò alla guerra senza 
portar le provvigioni pei soldati 

qne com medo fnpu da froDteyra 
pero tragìa pendon sen ealdeyra. {t). 

E finalmente gli ultimi due versi 

qae da gnena fi:>y por racaiido 

macar en Bui^iu fu piotar escndo, 

oom vem al majo (H), 

ELtlndono a qualche signore della vecchia Castiglia che, benché 
aresee &tti tatti i preparativi di guerra, non andò poi alla 
frontiera. 

Decisamente io credo che questa cantiga da lo sfogo 
d'un prìncipe contro la defezione dei suoi vassalli o dei suoi 
alleati, in tempo di guerra, e si riferisca quindi non ad un 
solo, ma a molti diversi. Se veramente fosse di Alfonso Vili 
e si riferisse alla battaglia delle navi di Tolosa, dovrebbe 
aUudere proprio al re di Leone, che, secondo l'Herculano, 
non spedi nemmeno ajuti e devastò il territorìo di Castiglia, 
in assenza del re, e, fora' anche, ai principi crociati stra- 
nieri che, dopo l'espugnazione di Cslatrava la vieja, vollero 
tornare indietro igoominiosameote e tentarono, nel ritorno^ 
di saccheggiare Toledo. Ma, perché non si potrebbe riferire 



KoM. KhaiJfirit. 

» ■ ■ tnUdira mm m* IdiIiuIm • diati niitl*M dna Sint-litmiut 
m Ood« ale o Hoalo XV... Pelo pandko h mmtrsta a podrr • 
llitArsm ca •«u Tualtoapn BfaBm: v^\t rntJtii-n^iiJto nn mr-anin 
«dù oa (■UD'ludH «taTi pfotidi, quiriun dl»r. qua tlnhsm mnlloabeiM.nin- 
tOHdBbooi dlnlHlnia, pan Ibw pafu, a mi militar». Burrt-aniA. KlitrnlariB.K. t. 
• tal riguardo uiclic 11 duUo laTora sha t'&xiDO* bk Lo* Rio* pobblleè aBlIn 
iwiTu XiUiva n CntHOa iunait la lini mdia, vili Sa. il Ktftt-x. INKI. 13 Hu- 
mbr* a 10 Dlnmbrt. 

(1) Tradnef: Cafci tlittttu aurf» éatta jtwn-n fvr fnuni, *w.rt,' miw /alle <Iìfì~' 
rt a mo aruda In B ifoi. iiaii rtim al imigsia. 

«^A^>.J.,br»Mi<, II. 4 



^ 



Digli zodBjGoOgIc 



5I> U. DB lOLUS 

invece alla battaglia di Alarcos? !□ qnella disgraziata im- 
presa Alfonso Vili fti itolo: i re di Nararra, d'Aragona, 
di Leone e di Portogallo non. lo ajntarono e, per di più, 
il primo si alleò coli' emiro Yaconb. Lo sdegno condensato 
nelle stanze di questa cantiga riftponderebbe beniii^inio allo 
stato d'animo del re di Cartiglia, che ha dovuto subire una 
sconfitta dagli Infedeli, per la vigliaccheria degli altri prin- 
cipi cristiani della penisola. 

Così nell'uno come nell'altro caso, certamente questa 
cantiga può, in8Ìeme colla 74, fornire dei validi ai^onientì 
u chi voglia tirar fuori dalla rubrica del codice viiticano 
Re Alfonso Vili di Castiglia. Ma a me stesso che mi t^ono 
sforzato di accumulare tutte le prove possibili in suo favore, 
non sembra a norma di critica rigorosa il «acrìficare ad 
una probabilità, dipendente al tutto dall'interpretazione di 
due oscure cantigaH, la probabilità che risulta da un in- 
sieme più largo di circostanze e dalla verosimiglianza di 
una cronologia stabilita sopra un complesso ben più vasto 
di fatti. Che, del resto, delle guerre tra i principi della 
penisola iberica e i Mori la storia non sa che poco ed in 
confuso: le fonti, cioè le cronache cristiane ed arabe, hanno 
spessissimo delle lacune e si coiitntddicoiio ancora più di 
sovente; non dovrebbe ijuiitili farci maraviglia i^c ni-Ila stiiri:i 
del regno di Alfonso X non potessimo rinvenire una graiuK- 
sconfìtta dei ('ristiani, pure l'orse accaduta, chi) spiegit^r't! 
la cantica 74. Tuttavia, le storie ci fanno supere clm Al- 
fonso X ebbe lungamente n combattere i Mori di Spagna 
e d'Africa. 1 Mouros A^Az/iiiior mentovati nella cant. 74 
Insciano intendere che ivi si trutta di una battaglia coi Mori 
del Marocco: e sappiamo che nel 1275 ci fu un'invasi.iue 
Africana nel regno di Alfonso X e a capo degli Infedeli 
stava Yous.sonf, emiro del Marocco. Tra le altre coce, fu- 
rono allora sconfìtti e tagliati a pezzi 8000 Castigliani, co- 
mandati da D. KhOo de Lara; fatto d'arme a cui la cronaca 
araba assegna la stessa importanza che a quello d'AInrcns. 
Una seconda sconfitta subì l'Arcivescovo di Toledo, lascian- 
dovi la vita. Nel 1278. dallo stesso Youssonf fu battuto 



DigitizedOyGoOgle 



CilTMlB M AIFOHM EL UMO 



r infante D. Fedro all'assedio dì A^eziiM. Per Inn^ 
anni poi dorò la solIeTaxìone dei Mori di Andalusia sotto 
Mohamed I Al"*""*^ e sotto suo figlio, Moliamed IL In- 
sonuna, coi Morì combattè rìpetntamente Alfonso Z, e ad 
nna delle tante battaglie che accaddero può riportarsi la de- 
Krizione della caat. 74. Incordiamo qnì ancora die rnnica 
indicazione di luogo data in qnei versi è quella del Qua- 
dalquivir, inconciliabile colla località di Alarcos; mentre 
sappiamo die il teatro delle guerre tra Alfonso X ed i Mori 
h quasi sempre il suolo d'Andalusia, che il Guadalquivir 
attraversa per Inngo tratto del suo corso. Aggiungo: la 
cani. 79, anziché alludere alla vile condotta degli altrì prìn- 
cipi della penisola verso un re di Castiglia, potrebbe allu- 
dere ai tradimenti e alle diserzioni di molti suoi sudditi. 
ìlei 1270 fu una rivolta generale dei signori castigtiani 
contro Alfonso X: essi andarono, niente di meno, a rìcono- 
Kcere la sovranità di Alahmar, emiro dì Granata, nemicis- 
simo della Citstiglia, e, per via, misero a sacco e fuoco le . 
terre. Più tardi , Suncho suo figlio, mentre era alla frontiera, 
si ribellò, fece un'escursione in Anduloaia, in cerca di pro- 
seliti, si alleò con D. Dionisio di Portogallo, e, non contento 
di CIÒ, mandò suo fratello D. luan a spargere il seme della 
ribellione tra i signori del territorio di Leone. E all'uno 
dei due figli potrebbero alludere i versi 



que da pierni se foj com gram medo 
Cantra sa terra «spargendo tredo 



E la cobra 

Qaem da gnena se toj com maldade 
E fa sa terra fo; comprar erdade 

potrebbe benissimo riferìrfii a Sancho che nel 127lj lasciò 
la frontiera per andare a comprar eràaàe, per correre cioè 
a Città Reale, ove era morto il fratello primogenito Fer- 
nando, a raccogliere l' eredità del trono, e, l'anno appresso, 
nel 1276, conchinse nna poco onorevole tregua con Ben 



DigitizedOyGoOgle 



Yousnonf emiro del Marocco, per aver agio ad attutire i suoi 
piani d'ambizione, 
E l'altra cobra 

que da fnerra ae fo; com nemigo 

potrebbe voler, significare qnalcano dei baroni alleatisi col- 
l'emiro di Granata. 

Finalmente, qualche stanza potrebbe far pensare ad En- 
rico, fratello di Alfonso X, il quale, inviato da questo contro 
ì Mori di Xeres nel 1257, dopo poco abbandonò il suo posto 
e si rifugiò a Tunisi pres.<to i nemici della fede. 

Ma questo sirventese, irto di difficoltà, a chiunque lo ai 
voglia riferire, non gli si attaglia di certo a capello : se una 
stanza conviene ad un personaggio, l'altra conviene ad un 
altro; e tre stanze, che possano con sicurezza riferirsi ad 
nn solo, non si mettono insieme. Quindi, mi pare che se 
io mi trovo imbarazzato a riferirlo ai traditori di Alfon»^ X, 
altri non possu facilmente fare in modo die calzi perfetta* 
mente ni traditori di Alfonso Vili (1). 

Passiamo perciò ad esaminare le due rimanenti di queste 
cantigas, non so se dir politiche o militari, nella speranza 
dì trovarvi qualche allusione più determinata. 



ti eautarBie. Li primi Uaiiu li 



mrlln. gnnlo «uaponlmnita poi dn 
U *l(BnMi X, parcba ndli prlmm Ridi 



<p Alfnn» ri Siblo r 11 ano |>ri- 



Diai.zodBjGoOglc 



ClXTlaAS DI ALF0MS4 EL SÀBIO 53 

La c&nt. de maldizer n.* 69 rimprorer* ad nn fidulgo 
di aver abbandonato il proprio tiignore alla frontiera: 

Ea esto fez com'è d« bom sen 
en flihar adail qae eonhecia, 



. fex-lhi de desini leJxar 

e de seestro leixar lidar: 



adifl è iDu; sahedor 
(jue o ^ìou por aquela carreyra, 
ponjue [o] fez desguiar da rronteira 
e eiu tal guerra leixar seu senhor. 

Custiii si cLiauia don loham e, indubitatamente, è lo stesso 
■i CIÒ allndono la cant. 1055 di Fero Barroso 

Chegou aqoi don loliam 
e veo mui ben gujsado 
pero nom veo ao majo 
por nom cbegar endoado..., 

d la cant. 1558 GB di Affonso Meendez de Bec^teyrus. 

Ebbene: Pero Gomez Baixoso, lo asserisce anclieil Bra^a 
Il ])«},'. LI, fu contemporaneo di Alfonso X. E veramente 
questo ei può provarlo senza uscire dal canzoniere Vaticano. 
Kgli nel n.° 1057 fa una cantiga de maldizer a Pero d' Am- 
inola, perché questi menava vanto di essere stato in Terra 
Saata, mentre non era vero. Questo fatto pare dés.se molto 
da dire ai trovatori contemporanei: nel n." 1004 gli rinfacciu 
title impostura Dom Gon^Hl'Eanes do Vinhal, il quale anxi 
incomincia dal ricordare la notorietà del fatto 
Pero d' Ambroa , *«iHf>r' oj cantar 
qae nuoca vòs andastes Bobre mar; 

nel n.* 1066 (1) gliela rinfaccia loham Baveca e, finalmente, 

(1) Kon «n cha H 

la m rmwr>i eh* »i 



^- 



Digli zodBjGoOgIc 



nei n.* 1193 Pedr'Amigo. Anzi questi dne oHimi deter- 
minano fin dove airÌTÒ il bugiardo troTitore, e dicono che 
non si spinse oltre Montpellier (1). Basta questa circo- 
«.-tanza, che, cioè, Barroso abbia poetato sullo stesso argo- 
mento che tre tardissimi troratori, contemponinei di Al- 
fonso X, per inferire che egli poetò sotto questo stesso re. 
Tnttavia, vi è da allegare di questo un'altra prova, che è 
più decisÌTH ancora. Nella cant. 1056 di Barroso si le^^ 
la stanza segataie: 

Fera non voa enston nada 

mha. jd« nem mha tomada, 

gradades com mlu espada 

e com inea Farallo looro 

bem da vila de Graada 
tragu'«u o oar*e o mooro. 

la quale iiccenna g)àie i! Braga l'ha osservato a pagi- 
u» XXX VII, con tutta evidenza al posyeK>o pacifico di Gra- 
nata, e ci porta quindi ad un'epoca di molto posteriore 
al 1246, anno in cui Fernando III si rese tributario l'emiro 
di Granata, Alahmar. Se dopo tutto ciò si vorrà aucora 
KtuT suir ipotesi che l'autore della cant. 69 sia Alfonso Vili, 
bisognerà sostenere anche l'iiltra, che Pero Barroso, già, 
trovatore sotto il regno di costui, ci si facciii poi ritrovare 
ancor vivo e vegeto alla corte dì Alfonso X. Uuu bella 

fiUi: « cv>ì. p^r liKid mie, tiene ■ licnnUK liBsU iBiliti dui uKdciiuio In OtÌedIc 



(1)KM eod-CB. n.* US.n 
bHU II (nnalne &iicir'£uH, 
> Maolpellicr! 



doyGoogle ^ 



CAXTIGiS DI ALFOKSO EL HABIO 



longevità ìurero, che non ha iiiillu du invidiare a <iii'!Ha ri! 
Pero da Ponte e qualche altro ! (1). 

Infine, la cant. n.° 77 è indirizzata anch' ewa cuntro un 
barone traditore: la terza e quarta stanza dicono: 



(I) Da'DitImft prmr* ■ ]» pln forU, eb* la lietTO dal mdUHo dtllxttiwtcu- 
Ufi IIWT. U nueondo qnl In nota p« eoloro ob* aaa il »MnMDt»«rD dell» gli 
aUigite. lì BriRi Tnol b» di Pm Otmti Barrttt do tmnaatggSo dtttrmtt da fVta 
Sirrm < ooju «Df», agli dl«, allndun à tasUi* mali anlj((ia. sono ■ biUIba ile 
Acni; • tauuF^ a cnl al rifciiaoa ì apputo 11 o.° IIMI, In uni raro Bairoau mot- 
tifeia Paro d'Ambnia, parcba coitol aiaa dato ad tntaDdacs di caaen indato ad Arri, 
luntra In retiti Din arerà panato U man. Il Dram eolaa a Toloqnnl'allnuknis 

lanca nella l.* croolata |ier opera di Saladino, o a qnella oIm aLba luogo nella >.■, 
per ovrl» del Cilatlanl. Uà Invece è cblaro cha data ooa'i antichi Don ti pownc nem- 
uwoo aoapettare : prlmleramante abblajuo gli Tlalo ohe I qnattro troratorl cha Int- 

abblamo parecchi IitU I quali ci provano par Ti» dlratta che Pero d'Ambnia lu 
coaifmpoiueo di Alfonau It Sapienle. Ilei a.» UH CB Para Ha/aldo di noUila ■ 
Fm d'Ambroa dal proTvtdlmentl sba 11 re ha decretato di prende» contro l'abnao 
rkeda geni* d'OffllltiBDaai 1 dolutolo di Ira&ndar: a nall'nlUmA cobra conchtada: 











S.r. q.. IM «ha «do ,«u-.<.™. 




Cbi, leggendo qnexta eaiiUea. non ricorderi U famou anpplUa cbe o 


el 13IS aninnt 




1 ciani di poeti 


I l'ibmo che del nabli titolo di IrtAnJar facevano 1 più volearl canti 


iitorle T A qua- 




ohe AKunao X 




1 provvedimeli U 








• *na poatnu a 


lOnU eantiga, aol ano faeinplare a atampa del ood. CB. 




XoB retta quindi clic a trota» il nulo di aplegare come, nel lem 


pi di Alt.-...». X. 



Birmo potcane tllndcrr ad una crociata d'Aeri. E qneato al fi preato. Giacomo 1 
d'Anfana nel 11C3 il reco Inlilalore d' una cKWlata, a cnl eontrlbni anche Alfonao X 
coBsomlnl e danaio. Fero leene andarono male: la dotta la aorprtaa da noa gran 
trmptata; aieeli* una parte di eaaa dovè fermaral a UontpelUcr, neutro l' altra pm- 
•rgni ed arrivò ad Aeri (BoiauDv S^iKT-Hiuinn, IV, in), t IndublUlo eh* Faro 
d'Ambroa e Saatr'EanM prewro parte a qneata crociata e. mentre InnWD tn quelli 

viittino dopo 11 lift, ma anche Suelr'Eanca, Inlomu m3 quale non abbiam nulla 



u- 



Diai.zodBjGoOglc 



itti e. DB LOLLU 

que fllhou gma sokUda 
e DHnai fet <»iVtUg«d&, 
i pM non ir à Gnada, 

qne favoneia: 
M é rìc'oiaem on ha mesnada 

maldito Beia! 

O qne meteo tut tale^a 
poue'aver e mnyta ineip, 
è por aaa entrar na Teiga 

qne favoneìs: 

paye chns mol'i qne mantenga 

maldito soia! 

Qui l'oscurità doq è molta e ni comprende benissimo che 
il poAtii è indignato .contro un vigliacco biuYiue che pr«.se 
I» solibula e « rifìiitò poi di entrare nella celebre Ve{pt dì 
Grninnta, contro gli Infedeli. Con tutto ciò non pu& aver 
nulla che fare Alfonso Vili: l'impresa di Granata non fu 
mai tentata da lui, nemmeno anzi imma^nuta, mentre Al- 
fonHO X ebbe ripetutamente a far delle spedizioni contro 
quell'ultimo ricettacolo dei Mori (I). 

Ma lasciami ornai le battaglie e andiamo in traccia delle' 
donne celebrate da questo re poeta. Delle 19 poesie a Ini 
attril)uìte, nessuna ve n'è, cof<a strana, che possa chiamarsi 
cantigli d'amor: mentre ve ne ha quattro, che, pur rien- 
trando tm le ojintigits d' escornho, trattano, senza alcun ri- 
guardo al pudore, argomenti osceni. Chi fa le spese della 
cant. 61 è la soldìdeira per nome BiUteira. Costei si trora 



<I) n Bnn ■ p^. IXXVI TlGondiiaa ill'ipoa di Fenuiido in la cutliu da 
bbIso eb« kllDdoDo tilt tlfsmUi fiitla nal territorio di Gruuu. Ontunute, oltn 
cliii mir apoca di FanaDJo IH, ma bob poiKuio rU^rlnl cba i qnclla di AldMua X : 
rololit ni kìJODMo Tm di CuU|[IÌK, né ilIoaBo CE di Iinou», DÌ >]cbb alm dal pilB- 
olpl loro enutnuponnal tantuoBo Vlmprn» di Gnuta. Fa Farnando m che la 
■iiinrlnii<> asl 13M ; «irU parò al aceontcatti di rcndarwU trlbnurli, UiciandoUt la 
poHnao dei Uori, totta aa loro Eiolro. DI 4n«t4 tu* dfibolen pa(b il fio «io 
HrIId AlroniKi X: polcbc I Mori di OnnaU.d.<roivFna-prllUa lo alleailopfr Ibdiid 
(aiupo 11 iu»UH»(a drlla rtocoaHi. luivnoru flualiuinle uri 1X6 eoolro 11 dubita Al- 
foB>i< S e ull Jeltrru hd unw <li ttrt uuu agli bIUwI uiul iIuUk au tIU. 



rdBjGoogle ^i 



cumius m lumao n. buio 57 

esaUtt parecchie sitre rolte, Sa poeti dirersi, cohI nel cod. 
ViL come nel GB. Nel Vai. la prendono a soggetto delle 
loro «antigas, nd n.* 982 Pero Gar^ia Burgalee, e nei 
D.' 1070, 1129, 1203 e 1197 tre trovatoTi che noi già co- 
nosciamo, loham Baveca, Pero d'Àmbroa e Pedr'Àmìgo; 
Del CB si rifeiiscono alla stessa il n.* 1501 di Fernam relbo, 
i D.' 1506 e 1509 di Vaasco Perez Fardal (1) e il 1574 di 
Pero d'Àmbroa. 

Di loham Baveca, Pero d'Àmbroa u Fedr^Amigo ab- 
biamo dimostrato all'evidenza che appartennero all^ epoca di 
Alfonso X (2); dì Pero Oar^la Burgalez e Vaasco Perez 
posòamo asserir lo stesso: difatti, il primo nel n.* 193 CB 
fa menzione di lobati Coelho (3), e Vaasco Perez appunto 
nell'or citato n.* 1509 tenzona con Pedr'Amigo, prendendo 
ad argomento Balteira. Ora, tatti questa ci rappresentano 
Balteira per osa donna di mal' affare, appunto come fa re 
Alfonso nel n.* 64. Anzi uno di essi, Fero d'Àmbroa, oltre 
che celebrarla come tale in due cantigas, fa in relazioni 
amorose con essa, secondo ci attesta Vaasco Perez Pardal 
nel a.* 1506 GB. Kon e' è bisogno di dirlo, il mestiere che 
costei esercitava è inconciliabile con una età avanzata; e 
ie à ammette che essa incominciasse ad esercitarlo sotto 
Alfonso Vili, riesce inconcepibile che non fosse stata giu- 
bilata sotto Alfonso X e desse ancora allora occasione aUe 
chitarrate dei trovatori (4). 

(I) U auUIlin» ueiU n» Carla a» Omialiint ci ittarti gb* aal euunlal* di 

(1) ttt Iidua Barsu a Paro d'Ambma t. »|m > pif. U. b.* 1, dm al dl- 
wrtn Ebe la f il* di ytre d-Anbna ■ Mootpalllai, eaotaU b*1 b.° IOM da lobam 
Bitta, ebbe Inngo nal IMI. Qnuibi a quello, «Tramo plt 1b U la prora la piò 
UsiiaiiU della ne relulcid diretta «» AlIoBao X. 

(I| VI Ini *. ■ paf M. 

(i) La cast. IM* CB oBn a qnMto tlgiurlo an paaao dlOcoltoalaaltiio n mi 
i obbllgs nnmtn rarmud nn pochina. SI tratta, coma abMaB» già tIKo, di usa 
(•■BM tra Taaaeo Perei Pardi! e Pedr'Amigo: eecoaa la due prime atanu: 



Diai.zodBjGoOglc 



Ed eccoci fiaaJmmte alla eaat. 66 di Re Alfintio, V ultima 
cbe ci ietti atd euniiure. Im. prima sbofe dice: 

Pero da PiMilie h», scahor, gran peccado 
De «eas caidaicc qae d toj fattar 



Onve craoi leaipo. d l'oa qner lograr 
E d'oatrut mnjUa qne noni sej coniar, 
ForqiM q'aada vistido e hoorado. 

Qui, non c'è dubbio, d paiia di Àffona'Eanes de Cotom 
come morto (I), e dal tono con cui re Alfonso parla dì lui 



(1) Il Bn(a espi qnt«lo uiclu Ini, • > pai. LT <iei ìwim* : < mh 
At-m— IX il UutclU e dr Imo dli qn* P-td da Parta tanàa _ cm 
toou Kann 4r CMuhi, > falkelda. .. >, »pbii* a F^ XXVm. &.- l. Al 
i«<ws In I Inralprl drlU corte di AlfCMO m: Sa MB mMb H «w 



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cimeli DI ILTONSO EL SIBIO 



si alimenta che 1> sua morte datasse da lunga pezza: 
qne qaanlo «1 laundo 



poiqiM ^aBda natido e boonulo 

cora'i o que ^"anda urufado 

E pojrs nom ha qnem n'o porem retar 
que^n, seni ey hmjw por mi retado. 

Qnell'oje, ripetato dne Tolt«, non fa supporre un ieri 
abbastanza lontano ? e quei dne versi della fiinda non fanno 
forse intendere come già da tempo Pero da Ponte Tira dei 
cantari per mala via ereditati da Alfonso di Cotoni, senza 
cbe nessQD altro abbia protestato, finché ora finalmente re 
Alfonso si è deciso lui a trarlo in giudizio? 

Or bene: ammesso cbe corra un non piccolo intervallo 
di tempo tra la morte di Cotom e la data di questa can- 
ti^^a 68 e die l'autore di essa sia Alfonso Vili ; basta ricor- 
derà che questi morì nel 1214, per venire alla conclusione 
irrefragabile che Cotom dove morire sulla fine del sec. XII. 
il impossibile a noi accettare questa data così remota, che 
ci renderebbe inesplicabili parecchi fatti. 

Pero da Ponte, con cui egli fu in relazioni strettissime (1), 
lo ritroviamo ancor vegeto trovatore sotto Alfonso X, la cui 
ascensione al trono feste^a nel n,' 574. Sueir'Eanes, altro 
trovatore con cui Cotom fu in relazione diretta (il n.' 1117 
è Qua tenzone tra i due), è contemporaneo dì Pero da Ponte 
che gli dedica tre cantigas, 1170, 1179, 1184; e abbiamo 



f n (m. IttH. «oa» Mi le tnTUBW vln lUa e.irta di AlRmu II[. sba iBsomluelb 
> n^uit Mi lUCt Xi. qoHl slò noa bagtaw«, In qoHU uedHima euUa* " 
BnolmiB' LmvLXXm) tTOTaalliulonl nMantl a D.Ptdn), tntallo di Alfcnu U 
di Potioftlla; weoDda Ini, Il D. Pad» dalla tana ttaata, olia donabb' Haera In- 
pircaui, Bnbba appasta l'IsflnU. Ha oona e'antn qui D. Pediv InfuiMI Ctr- 
tnnuaata qvtì tltalo onorUeo di rfeii ì premaiao al noma di Pero da PoqM prr 
taOHi. eeaia •< trnTa ■paaa» D-Ue eantliiu d' CKanha « nella traumi (t. p. n. 1 
(.' MS, MI, 1014, 11» a iU», atì qiula ultlBM al coneada il ano bravo don allo 

(I) T. aachi 11 n.° IH eba à nna tMUune tia Pero da Fante e Cotom. 



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60 e. UE LOLUS 

provato aoprft come vivesse e non fosse veecliio nel 1269 (I). 
In terzo Inogo, Cotom nella cani. 1149 mentovR lohan 
Fernandee o mauro (2); ma noi abbiamo gik vifito ohe la 
eant. 1013 di loham Coelho contro questo stesso personag- 
^o porta la data sicura del 1241: a quanti anni innanzi 
rimonterà la cant. 1149 di Cotom? Si tratterebbe di pa- 
recchie desine d'anni, certamente. E credibile che dopo 
tanti anni questo personaggio seguitasse ad esser bersaglio 
dei motti dei trovatori? È naturale invece sapporre che i 
personaggi ricordati in varj componimenti di vsrj po^ti 
abbiano avuto il momento di moda, che li ha resi argo- 
mento adatto olla satira, momento di attualità che non po- 
teva divenire nn» tradizione. Così che tutti i componimenti 
che volgono intomo ad una di queste vittime della maldi- 
cenza poetica debbono rentringerKi intomo ulla stc-ma data, 
approssì mativamente. 

Tutto questo considerato, antore della cant. 68 non può 
essere Alfonso Vili. 



lU 

£ cosi, in conclusione, le relazioni, dirette od indirette, 
chi; ci è riuscito di stabilire tra il Ile poeta autore delle 
canti^iis 61-79 e molti trovatori dei canzonieri port<>ghe*i, 
benché rcHtinn valuti in un periodo di tempo nblMist-nnzn 
largo, a))])iijono tutte poi^teriori al primo decennio del se- 
colo XIII , col quale fini il regno di Alfonra VIIL Quanto 
ad AlfonfK) IX, lo abbiamo dimostrato in principio, non >i 
ha nessun arjroment:» in »iio favore, a cominciare dalla indi- 
cazione che nel cod. Vat. accompagna quella serie di poetile. 



(1) V. |Hf^ W, Q.* 1. ABgiaaifD qnl i-be nel 1M9 non «i 

Ui Lo ridirai MB* no «ao enaiMffDO di ■nntan.tn <iiu 
■1 d)vrrtl>*n« ■ axXtrecluU pel loro uodD di vtiUR. E il 
da D'U liti dlilp, fo auo ugosicBlu di luu sinblu t»|ip(i 



Diai.zodBjGoOglc 



cumcia DI AUOKso il aàbio 61 

Rimane quindi la sola ipotesi da accettare, che l' autore di 
ti-aa àu proprio Alfonso X. 

Ma prima di pronunciarci definitivamente, cotiHiiltiamo 
ancora un po' l'esterioritiL dei codici portoghesi, la quale 
ci potrà forse fornire la prora deciaiva che varrà a riassu- 
mere e coQTalidare tntte quelle finora accumulate. 

U Bra^ è convinto, e ae ne rende ragione, che nei 
Canzonieri portoghesi a noi pervenuti non si contenga nulla 
di Alfonso el Sabio (1). Eppure, questi è il solo tra i re di 
Castiglia che venga ricordato come trovatore dal Marchese 
di Santillana nella celebre Carta ao CondestnvH: < N'eate 
reino de Castella poeton bem n Rei D. Affonso o sabio e 
eu vi quem viu dizeres sens >. AI tempo del Marchese (il 
quale, si badi, nacque nel 1398) sì conoscevano di Al- 
fonso X anche i dizeres che non possono essere che canti 
portoghesi, alla limosina (2), a giudicare dall'uso che di 
((tiella e parole consimili fa il Santillana (3). Come mai di 
queste cantigas profane di Alfonso X nulla sarebbe a noi 






»Iilua i 






B ddnr >■« I>lo>>l« '■ PoiMgiJ....*. Qui Ipili 


(Dal mie 





Diai.zodBjGoOglc 



perreonto nei canzonieri porto^hed? Luciuido stare per 
un memento la serie Vaticaoii , di coi abbiamo discosBo fi- 
nora, noi siamo convinti che aaa parte del ano canzoniere 
amoroso ci è conaerrata dal codice Colocci-Brancnti, nella 
fierie che va dal n.° 467 al n.* 478. A db provare, non c'è 
bisogno, fortunatamente, di spendere molte parole: basta 
dire che il a.* 467, con coi ha principio detta serie, non è 
che la XXX delle Caittigas a Maria nel codice toledano (1). 
Tale scoperta, se ci interessa già per sé asaolntamente (2), 
ci interessa poi anche perché ci darà parecchie e vahde prove 
per dimostrare che la serie vaticana 61-79 non è che la 
continuazione di questa contenuta nel codice Coloccì-Bran- 
cati. 

Difftttì: 

1.* La rabrioa che il Colocci di suo pugno mise in teflta 
a questa serie del cod. GB è identica a quella che porta 
la serie Vaticana 61-79: < £1 Bey don Aff[on]so de Castella 
et de leon >. È indubitato che il ms. padre, quello cioè da 
cui il cod. Vat. e il CB furono esemplati, doveva autoriz- 
zare a ci& il Colocci. Vedremo or ora, al n.' 3, come egli, 
ciò &ceado, si uniformasse al cod. esemplare: notiamo in- 
tanto sin da ora che abbiamo così la miglior prova che 



(1) Pai pilmo, vniB, parlb dMuunanU di qatMo cndMu 11 qtult. • quante ai 
pob «rioBMDUt* (UlU nui magnl&osDn, dOTÌ ««mt tnasritta per bowiwImImi» di 
Alfiinao itoaH), U Pidn Bunm. d*Ub «u pmnfnjlM S^jaiìialii. EsU >IUM« A* •] 
•no taapo al DtuuarTtva naita S. CMua ili HMfrf*. CoL alò cba m» Me* Il Bomwina 
Di O*ino, BM. Xi^Ii. ton. Q, pmg. Ul. Oi»U«B« IDtt poaata tm mOrf— • Iitti 
dulia Variiliia, tatta In portbfhtM. Qo(«U IM pel aon la prlna eka al taffoso ancba 
■al eoo, dall' Eaonrlala, Il qoala M ba Mt In totta. 

I. XXX dal mi. tsl*L, (»a ti !««■• Mi OB : 



(I) I qnl, aabila appana anBDClatg tal btto. 103UD adampien 
lanon (t. paf. n, n.> S) di date» noa pcora crldaBUaaJma -1 
«, dalle rrlaxlanl fra Àltanio X a ti tiorator* Pare d'Amtiroa. 1 



Diai.zodBjGoogle 



CàSTIOAS ui alfosso bl babio 6-'! 

con tal mbrica non (A vuol denotare altri che Alfonso X 
el S&bìo. 

2.' n n,* 478, con cui w chiude qae»ta serie del CB è un 
framinentia d'an gol verso, il primo, indabbiamente, d'noa 
rantì^. In esso it Poeta si rirolge a loham Rodrignez: 
loham Rodrìguii, velo voa qaeizar ; 

t questo atesso personaggio figura nella cani. 64 della serie 
Vaticana. Di più. Con questo verso, nel cod. CB termina 
i! foglio, e ne segue uno bianco, il 106: col 107 poi in* 
comincia la serie 479-496, che è quella Vaticana ^•79, 
disposta nell'identico ordine. Manca dunque nel CB il 
componimento 61 del Vat., quello che apre la serie delle 
jioe^ie del re Alfonso. Come spiegare tal mancanza? Il 
n* 61 è acefalo nel cod. Vaticano: non ha che due stanze, 
le ultime certamente, poiché al di sopra di esse il Colocct 
DoUi: Desunt, postilla che tuo! significare certamente la 
mancanza non soltanto dei versi di questa poesia, ma di 
aitrì interi componimenti. Queste due stanze rimano tra di 
loro: fanno dunqiie parte d'ana «antiga a e<^>las iliihint 
avvero uitisAonaiis, per dirla alla provenzale. Ma il veri^u 
Ile nel CB chiude la serie 467-478 è un decasillabo con 
Illusa maschile, e questa chiusa è in -ar: e il primo verso 
li ciascuna delle due-stanze al n.* 61 Vat. è anch'etwo un 
lecasiUabo con la chiusa maschile -ar. In perciò non dnbit4i 
nato che il n.° 478 CB sia il primo verso di una cantigli 
coblas uniissonans, di cui il n.° 61 Vat. ci dà le due ultimi' 
:;inze. Si a^finnga che in queste il poeta appare inteso 
J impartir comiigli ad un tuie, e quel verso 

lobam Rodrigaci, veio vas qaeixar 
Liscia appunto aspettare che il Poeta conforti di consigli 
lesto per^M>naggio che egli vede lamentarsi. 

Co^l solo poi pub spiegarsi Tesser bianco il f. 106 nel 
'I. CB. È noto cbi^ nel testo del cod. CB si distinguono 
ì .'scritture (1), le quali attestano come alla trawrizione 



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64 e DE LOLIIB 

aitendessero contemporaaeameDte tre copista s em Tenirano 
distribuiti i quinterni ieìV esemplare. Accadera spesso quindi 
che il quinterno ad uno di essi assegnato si chiudesse col 
principio di una poesia, trovandosi il resto di essa nel quin- 
terno assetato ad un altro. E questo è precisamente il 
caso nostro: dopo il n.* frammentario 478 rimane del quin- 
terno un^ altra carta (f. 106) che è bianca, e colla 107, in cui 
si l^gono il n. 62 YaL e Begg., incomincia nn altro quin- 
terno, scritto d'altra mano. Eridentemente dnnqne, il co- 
pista del primo quinterno, quello cioè che ra chiude col 
f. 106, trovò in fondo 'al quinterno dell'esemplare solo il 
primo verso del n." 478, e quello copiò, in fondo al f. 105, 
lasciando bianco il 106, per avore esaurita la materia del 
quinterno esemplare. II resto poi del componim^to «i tro- 
vava in principio del quinterno assegnato ad un altro : questi, 
probabilmente, trovandolo mancante del primo verso e quindi 
anche del nomerò d'ordine, tralasciò affatto di copiarlo, nella 
convinzione che l'altro copinta o forse anche il Colocci ste^'^o 
avrebbe colmato quella lacuna (1). In ultimo, è da notare 
a tal riguardo il richiamo che si legge, in alto, sul verso 
del f. 3*^, nel cod. Vat., là dove h il frammento 61: quento 
richiamo è scritto di mano del Colocci e dice: etir. lOG. 
Certo, egli volle notare che le due stauze portanti il n.* 61, 
da lui segnato come frammento, dovevano, come seguito 
del n.° 478 dell'altro apografo, andure in e«<A0 a carta KMJ, 
l'ultima carta, bianca, come abbiamo visto, del quinterno. 
Se non fox-te per ciò, a che egli farebbe nn richiamo a i|ne~tn 
carta biuuca ? 



«MlF eb>glf iMcfkHC dA ptrt* i Hii TFr*l tb« di phi coTvb %i troTarA 
ruerlH* le Un* •rgarntl eba «nao comiilFts II Celncci poi nmb I* li 
vi uisoaDlo DOD Ptibt 11 lampo d II modo di «ImarU. UunU t Kiup 
.D'IpoMil chr fardiiuo e carni Ulp MlIUntn It pTrnanUsm» al Irltjn. 



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cjsnatB DI ÀLFono il ubio <Ì5 

3.* VA eoi. GB, U serie 467-478, qnelU, doè, che in- 
dablniunente appartiene ad Alfonso X, costa dodici compont- 
nienti, secondo la Qamerozione del testo (1); T aitai 479-496 
ne conta 18: il cod. YaL poi nella serie 61-79 ce ne dà 19. 
Ammesso quindi ehe debbano Tinnirsi le due serie GB, op- 
pure, ciò che Tale lo stesso, che la prima di esse dehba 
torxaaxe nn sol tutto colla serie Vaticana , fondendo in ano 
il n.* 478 CB e il n.' 61 Vat., la serie complessiva risal- 
tante conterrà, in qualunque dei due casi, SO poesie. Eb- 
bene : nel Gaiologo degli Anton Portoghesi (2) che il Colocd 
compilò sul ms. esemplare delle copie a noi perrenate, al 
Ry don Affonso de Casidla et de Leon è assegnata una serie 
di 30 poesie, da ik' 467 a 496 incluso, che sono precisa- 
mente gli stessi numeri che segnano, i termini estremi (3) 
della longa serie del cod. GB restituita da noi per intero 
al solo Alfonso X. Koi che sappiamo con quanta accora- 
tezza r emdito marchigiano attendesse a tali riscontri e tali 
ricerche, ci riteniamo certi che il codice, sul quale egli com- 
pilava il catalogo, attrìbnÌTa sonz^ altro le trenta cantigos ad 
nn solo, cioè al Rcif don Affonso de Castdla et de Leon, e 
che sull'autorità di esso il Golocci pose questa rubrica, nel 



(1) n n.* Ili i portato dk nn bnT* fnnmcato Ib otMIiIlana poro; 
X.,* uru d..i. M n). 



H omiinnliiieiite eliB aegnt. In pt. Dm i comimUto lulla nnmamioDi; f) n.*lt« 
ripele per da* componlnuinU ctnuKcnClil ; inoltn, bUosDl Kcrinn dal D.* UH i 
tnimiaiito M>mpp«togU di S daeuilltbl gtemUeJ. Blcobé, In Malli, qiie*ta m 
■mbbe di qatDdlel eoinpanlmaDtl. 

{:) n ÌLtatt, atta la «coiiit-Dal eod Tat. sili. Io pnbblleiilg ippradlM! ■! ca 
nlm porloglMM Vulcua ««tj. 

(» Kel GB difUtl 11 n.* UT è portalo lUIU uotlga 



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66 CUnSU DI ALFONSO BL BUIO 

CB, in testa alla cantìffa a Moria che apre la serie com- 
plessiva 467-496 (1). 

E adesso finalmente che mi pare di aver eliminato o^ 
dnbbio dalla coscienza mìa, e, oso anche sperure, da qnella 
del lettore, concludo che questo Bey don Affonso de Castdla 
et de Leom in ambedue i canzonieri portojfhesi non può es- 
sere altri che Alfonso el Sabio, il quale regnò dal 1252 
al 1284. 

Così, l'opera sua trorodorica è ampiamente rappresen- 
tata nei canzonieri portoghesi da un complesso di 33 poe- 
sie (2), le qoali eon ripartite nettamente in cantigas d'amor 
e cantigas de maldizer, ì due generi, cioè, che costitui- 
scono i due grappi tra cui i Canzonieri portoghesi siatema- 
ticameate ripartiscono le poesie dei principali trovatori. La 
parte comune al cod. Vat. e al CB non ci dà che cant^as 
de maldizer, fatto che già da solo indace nel sospetto che 
in quella raccolta delle poesie di Alfonso sia mancante qual- 
che parte: e appnnto la parte mancante, che è quella che 
si Ic^e solo nel CB, contiene a principio, subito dopo la 
cantiga in lode di Maria, le poesie amorose. Di cantigas 
d'aiuigo non ve ne ha alcuna, a mene che non si voglia 
come tale considerare il frammento 475 GB, che veramente 
ù d'intonazione popolare.' Ma l'arte di Alfonso X, il più 
dotto re dei suoi tempi, aveva forse delle pretensioni troppo 
aristocratiche perché potesse ab1)a«ìariìi a quel genere vol- 
gare eh? fu invece cosi coro a D. Dionisio di Portogallo. 

CeSUI de LoLLiS 



(1) È oblucduMiLlOT, quello eh«Tlaoni1iltodo)M>abUDea,lnoi»lniiluwra eoi 
S.* 4T* lepBBdad'nii tn)ntondlTengdiU'>at(>ndeln,i «IT-tTB, il Oolocd irrabbe 
loro mrenMi !■ rtUtJT* rnbrin. 

(S) DK ' n B non 30, fcnhi t1 computo fi fnniDicui < atnnni iHWlo In teita 
ftl n." iW, lo nnt. iTl"-, *74"', die 11 Colixel oon uiunrerii ni nft coO. CD no 
uri Calali^ ifi .1n(*ri FtrfaiAnà. 



Diai.zodBjGoOglc 



OSSERVAZIONI SULL'ALBA BILINGUE 
DEL eoa KEQJNA U62 



Sull'alba latino-romanza cbe GioTanni Schinidt tra&ic 
alla luce dal codice vaticano Regina 1462 ed illutitrò con 
osservazioni sne e del Sachìer in una rivista destinata a 
(^tndi di filolc^a germanica (1), e che in nn' altra riviste 
congenere fii poi subito presa a studiare da L. Lolstner (2), 
l'attenzione dei romanisti fa richiamata vivamente dal Li- 
tcraliìrUatt fiir deat. und roman. PitiUUògie (III, 37, gen- 
uajo 1882) e da un Report on the Philology of Uic romance 
hiiguaffcs presentato dallo Stengel olla Philologicat Socictif 
di Loiidra(pi^. 137-138 dell'll.' Address presidenziale). E 
lo Stengel, cui giù doveva Ìl Literaturblatf un'interpreta- 
zione del ritornello volgare di questa poesia, discorse an- 
cora di essa sotto vari rispetti nello scrìtto intitolato Ber 
Eitlwiclcliiiu/xffnnfi drr prowiisidisclirn AUta{ZfU. fiir rommt. 
Pluìoìoific, IX, 407), e nell'altro Utibcr dai lalcinischiii 
Vrsprung lìer romanischeii FUiifidinsiliiner wul damit tcr- 
ìcandtcr tceitercr Vcrsarten (MisceUauca di Filologia e Lia- 
gnistlea in memoria di N. Caiz e U. A. Canello, pag. S). 
S'allungano, a complemento della rassegna, le poulia cose 
dette in proposito da L. Ikdmer(i>tc voìkstiimlidten Dichi- 
«ngsartcn der aUprov. Lyriì:, Marburg, 1884, nel n.' 2ti delle 
Atiftg. M. Ahh., pag. 3), e dal Eurting {Enct/clopacdic u. 
Méltoddogie dcr roman. FhHol., II, 438), 

Il documento è degno davvero di sommo inter&'i.se. 
Primo esempio che ^i conosca di Alba e primo in pari 



0} auiri/l /ir ^tiU.J1iaiiL bits-'nn E. HOrmiui o. t.HfHKn, i. XUtl« 
[>) 2«r i»/<tf(B JIte;DrII( 0trmmi«.t. XXVI (1881), PM. tlri-«M. 



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tempo di una composizione minta di Tersi latini e Toljfarì, 
eìwo avrebbe già dae titoli per pretendere a un posto molto 
onorevole nelln storia letteraria del medio evo. Ma ancora si 
aggiunge, che per poco cbe sia da dar ragione allo Scbmidt, 
che dice non potersi far la scrittura troppo più recente che 
il principio del secolo X, nel ritornello noi ci si trova aver 
dinanzi il più antico monnmento della poesia e della lingaa 
provenzale. 

Della provenzale; giacché dell^eitser questo il linguaggio 
coi il ritornello volgare vada assegnato, non dubitò fino dai 
principio lo Schmidt, e non dubitarono gli altri. E con 
ragione di certo. Bensì sarà lecito dubitare che possano 
accettarsi le interpretazioni proposte finora. 

Avanti di discutere, comincicrò dal metter qui la poesia 
tutta intera in forma di copia diplomatica del testo vati- 
cano, omessi molto a malincnorc i neumi, che solo una ripro- 
duDone fotografica potrìi rendere esattamente. U carattere 
è minntissìmo. 

PhebìelarD uondom arto iobore; FeK aurora lamentcrris tenue 

SpicuUtnr pl^s dgunal sargìte; Lnlliu par nnUL'niar atra sol (1) 

Poypas aliigìl miraclar tcnebras ; Eiiiucaulod o^tìmu insilile 

Torpentesi]; glisc ani intorti pere ^ Quo.-su.iiU: prcrt) <'Uiu.-it(2) iiut^ro 

Liolba [Kirt uniJ.'iaar atra sul; l'uy pas allibii iniradar IcqcItt.is 

Abarcturo di>%'recal' aiinilo; Puliiiuiis ronluut astra mdìds 

Orienti tentai' septeutrio; l^ln]uut uiuA.iuar atro sul; Poy 
[pas abifil (3) 



(1) n rlH-iH. «n* btm lU* MCb* lo Sceubt (pm. SSt), n nnUlo In rliion.i). 
Tra** U shlkTe d^II'^mn Del B>Dm& ai tmn oriaostate anrappoiU il •cmnito n. 
IkBÌH* l'ctibcrg ■ toatanim; e eli cke 1^ endats lu fIiwmi duvet- 



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avW ALBA 1>EL COD. uo. 1462 fi!) 

Ed ora, per mi^^or comodo, «^ginngiiiino ancora da 
solo il ritornello, disponendone i vera tn colonna e sepa- 
randone gli elemenlà dove sulla separanone non pnù esserci 
dubbio: 

L'alba part(o par) ninet mar atta sol 
Poypu (o Poj pas) abigil mindar Ubebns. 

U senso compiuto di qaesta serie di parole non si af- 
faccia subito darrero Ini stesso, per quanto alcuni Toca- 
boli ci suonino familiari. Si sforza di costringerlo a uscir 
fnori il Sochier movendo dalla lenone pari e scomponendo 
Po!/i>as abiffiì miraclar in Rnf pas* a higil mira dar: pro- 
cedimento per sé fitesBO più che legittimo. Piirl per lui è 
l'a\~Terhio locale ben noto; poy è poggio; in nitm gli par 
^a da Tedere nn imperativo, e in clar un predicato di tcno- 
hras. La parola più difficile da masticare è hiffU. U Sucbier 
la >piega identificandola col francese bigie, voce per cui già 
fu uie?>a inDnnzi l'ctim&Iogin da oìAìquvs, e ch'egli, con 
multa verosimiglianza, riporterebbe ad Miculus. Sicché, 
c^li conchiude, il senso verrebbe ad esser questo: < L'alba 
di là dril'nmido mare attira il sole (1). Esso, guardando 
torto (2), paspa il poggio. Mira, son chiare le tenebre! » 

Lo Stengcl accetta, le divisioni del Suchier e la sua di- 
chi.iTuzione di higil, salvo il dare al vocabolo un valore più 
generale, che l' etimologia da óbliquus od oUicuìus giustifica 
npiiioiio. Mira peraltro è preso da lui come indicativo. Ma 
la difTtrenza maggiore consiste nell' adottarsi la lezione par, 
mcttL-sdo così nn verbo al pcwto di una preposizione. Quanto 
a pilli, si considera come una grafia dovuta a influenza la- 
tina. Ed ecco lu spiegazione: < L'alba appare, il sole at- 
tme r nniido mare , passa di sbieco il poggio, luminosa- 
mente riiichiara le tenebre (3) >. 

(1) CD-. &dl'i]l« tMtaan, «trlbnlM • Onlniit d* BnMll. Biii ^tnw. • . . En 

<3l<Bclikleii<l>. 

[9)'DacMli>t baU die Setiatten > nella mMOBa MdMea,*ih[iKt brlsbll.v uiwu 
' Die diikncH > dcH'IucIfiic. 



Diai.zodBjGoOglc 



70 p. uju 

Le maggiori obbiezioni cbe aon da mnorere all'inter- 
pretazione del Sucbier colpiscono del pari qnella dello 
StengcL Ciascuna delle dae suscita tnttaTÌa aDch« difficoltà 
«ne proprie ; ed è bene rìfiarm da queste. Di peculiare al 
Sncbier noterò quel < Clar tenebrasi > esclamazione d'nna 
breriloqnenza, efficace, se si noie, ma poco presumibile. 
Poi, il Benso attribuito ad a bigtl non pnò stare ee non in 
quanto )a frase si riferisca al sole; soltanto alla personifi- 
cazione del Bole essa può convenire; e co^ difatti s'in- 
tende (1): ma urtando contro nno scoglio, giacché il sole, 
oggetto nel primo Terso, mal può diventar eoggetto nel 
secondo senza esservi rappresentato da nn pronome. S'ag- 
giunga altrcBÌ che l'immagine che ne risulta, se può parere 
ingegnoiia e piacere a noi, gente del secolo .XIS (2), stori- 
cunioutc non è qni punto verosiniile. 

Allo Stengel non so se sìa da rimproverar molto, o poco, 
la tnuluzioDe di mira. S'egli pensò che questo vocabolo, 
attraverso a < specchiare > potesse giungere propriamente 
al significato di < rischiarare >, il suo è un grave torto; se 
invece intese < guarda », e col « rischiara » volle solo ren- 
dere liberamente l'idea, si può trovare che la libertà è un 
poco eccessiva e qui non bene a proposito, mn la sostanza 
delle -cose riman salva. Disapproverò piii recisamente che 
tra p'ir e pari si scelga la lezione dataci una volta sola a 
preferenza di quella che occorre in due luoghi. Che re- 
plicatiunente abbia scritto part per mera influenza latina 
chi II accanto non s'è punto lasciato indurre da cotale in- 
fluenza a darci, se anche non ìuiiìiid Ituiactl, pur lo meno 



(I) Onci 'bv 1> Tpnioiw ■Bemtt. rfaterlur pM uiflle Dna ipHlc di (wnirnrtitn 

■l<oa>lr crrt» aueho tir Idia del Indnllm : * . . . alM risi- uiMbaiilicli I> I» u>Ue<'. ix-v 
tlKh planUMlM-lK' ncblldcnDU d« la dm phiHH deb TulzlrlicTMIcD >i'iiuruanlgaDin. 
ulaalpint Ton d.T Alba uitcHBdlst «ad eldrlipaai tirnaf^icgcu, airb blDiirder 
Birrntflnlnttbl.dEiuiTaitnKqrcntm» ducuanij^, » n ngvn.aVr dm bacai 
bi'rtlx-ruiiiH md (iHtUcb la tonar BMjaMìt un lilmUicl oTKLciut, dli: acliallvu dt-r 
d:!!!»!.-»!!!. die nock dw lind bodcAes. Im bq Tcrharad. > 
R)V. 1. 



DigitizedOyGoOgle^ 



sull'alba tm. 00». ma. 1462 71 

vmid o umed (1), Don è Terosimile. Qouito alia m&nc&nza 
del 5 flessionale in sol, non mi conunoverebbe, trattandosi dì 
un vocabolo che non aveva il s neppore nel nominativo 
ktiao; ma quel sole che attrae il mare, non ho davrero 
come possa star qui. È il fenomeno dell'evaporazione che 
Terrebbe, se mai, ad essere significato (2); e nessuno intanto 
mi contesterà che il modo di esprimer la cosa sia molto 
etrano per una composizione come la nostra. Ma la stra- 
nezza dell'espressione è ancora il mate minore: il pe^o 
si è che non regge assolutamente il concetto. Perche reg- 
gesse, dovremmo essere alle ore calde del giorno (3j; e in- 



(1) HoD TDglla IniMer* nUs ODUMTTatkaa ùeìt'K f^* " matlTo dal muis 
lu In oiliumi ma non tm]mBd«rù di botar* die hi gn£^ eoWh è frvqnMito u»] 
?1 prOTUualo.dDll'atà cUiklo. Ed A ad i *d eu) tempo a'ha dlppartntto d 
tdpif fiamoH, ci» rtglatn lnu*il, hiAifa, niriliumil. B'Intrnda che lo qnn 
miu II conaarruime deU' i a'Ju d> lega» a accopplan oon uso ifoilameato di 

(3) KoD Ira lacdalo di domaDdirml, ae non 1 loleaa algulflcara Iiitcco bh i 



lonli ebo aurebUa (eotata di narcaia un apjwiwio lu mia coiRikn» ben orria di 
r"l tniiJ In ^r tiiMii, o aache jxvf Untici. Ha l'aplnsala tlcu niPDo qoiuido al 
l'UDorge cha itmti, coma Thlnm poi, ha ottima laglon d' eaaera. E l'idaa dal rl- 
emtiuwnta io non «o che al ala «tata — Don neghlam troppo laDia blaogno — 
■K'tmao 1 freeie 1 latini, uè dorante 11 medio «io. L'ha tanto poco VltsUlo.sba 
và iBoriara l'aH>arli dell'anron prodauuenta eoi fatto oppoito. dd poaar* tm- 
pn^lH d'cjffnl «omo di viAto, a dot renderaj 11 mara parfottamanta tranquillo 
pw., VII. 15-38). Ben allm eoaa da qndla Dba qui al rlebledei^bba i l'aura lanDUi- 
lUMcedcell albori >(Puri., XXIV, IU)i qneU- < òn mattnUna • clia l' alba al eaocU 
luouil D clic h appcua < tremolai . . 1* marina i, Uevemesla Inorcapata (]b„ t 111). 

■tntulil IsRoatmibUI; a osai rlaparmJo loro l'olftosto dall' eaaer meaao Inntnii nnl- 
custBta pel vcdenl ntbito MartaM. 

(3) Qnlndl sci Culti (t. 101-103) afrcm qncato Intlo li dorè d •) *nal rapprs- 
natue & aola il naiidlaiio : 



■0 patn:tib« oaaervart eL> par 1 da* Oceani qoall a' InunailoaiaDa, gln- 
rjclti della terra, H aola d donra tnnai proa- 
l'cDo e uaicora af^rato per l'allro. Ma ebe ■ 
de ad ìHo eoiiaeKiMiiaa dM B* rembbani non penai ncnonanant* Il poeta, il ea> 
W* (li da >«, ed 1 pM dtmiBtiato piMltliamento dal Jlmma». -^ Anorto ebe nel 



Diai.zodBjGoOglc 



vece Siam proprio al primo albegj^re. Ci u è detto sabito 
ni principio che il aole non è neppore spuntato: 

Pbd>i Clara nondtun orto tubare 
Fert anrora hunen tenie tenne. 

E aucord tii ripete all'ultimo, in qnanto solo adesso van 
qtarendo dagli ocelli le stelle: 

Pedi snos eoadnnt artia radìos, 
Orìeati teoditar septeotrio. 

Che se alcano mi dice^(^e che di fronte alla parie latina 
delle siogole strofe il ritornello volgare rappresenta e ri- 
presenta Tolta per volta nna progressione che dall' alba va 
fino iillo sfolgoreggiare del sole (1), osserverei che queste 
Bon raffinatezze soverchie; che a cotale idea potrebbero, s-c 
mai, prestnrsi la prima strofa e la terza, ma che ad essa 
mal risponde la seconda ; e che poi ad ogni modo la progre^-- 
doae richiederebbe che il mare attratto dal Fole venisse 
perlomeno nell' ultimo posto. E per qnauto laminosi, i suoi 
raggi sarebbero a qneste ore deboli sempre. 

Veniamo olle obbiezioni comuni. L'identificazione di 
bii/il col bii/lc frwicese immaginata dal Suchier, accolta 
dallo Stengel, non è sostenibile. Giìi, posta T etimologia 
da MiriiÌMS, la soppressione del primo 1 per mgionr eufo- 
nica non la no capire abbastanza ^e non in quanto il secondo, 
per la cadata dell' /i mediano, venisse et'.'o pure a tiiniirsi 
complicato colla consonante precedente: starà bene higlc da 
ì^igif, come foible in cambio di floilAc; ma cosa imiiedi^se 
a lÀigfA-^ rimanere, non so veder troppo. Rassegniamoci 
tuttavia anche a qnesta ridnzione: è hlg<A, non hiijH — lo 



Ttpatin II pMM bo wrHIo di i«ii|iii^lu (fim eolia Tscdie ciUiIibI, iiatce dJ (i-i 
romr poDC [1 Ribbrck. iwffDlto étti BaaolBt b dal FoTbifipr. Cna bnoiu pa« di qnntl 
rrfdel FKnci. <1 P"' bt contro di «4 la nilant rlliilacuMelif, • pJ« anron, per tU 
bea rMrUa, la craii nflOM de] ita— . 

(I) L-Uea dolU |«i«mrt«M. HMttiU pmltru al rllnnirllc, i m<rr« . enuu 
«'è vMo, tu ecita parole riportata pac'aual lu buU, >ua io oc del SikUct o dillo 



dOyGoOgIc 



8CU.* ALBA DEL COD. EBC. 14fi2 73 

i>a benissimo e lo dice il Sndiier — che ci doTremmo a^^pet- 
tare. Sigil ci espone a un doppio ^ajo. La necessità di 
attribniie graficamente a g dinanzi a i il valore gottarale che 
nella prononzia aveva pndiito da molti secoli, non è una 
difficoltà tanto le^iera. Ma poi il mutamento dell'o in t, 
assolatamente non si pnb ammettere, davanti soprattutto ad 
una consonante che favorisce il snono di o ; il confronto di 
scgud, eatal. aegol, lat. volg. secale, è fuor d' ogni proposito. 

Altri malanni appariranno ben diiari se costringeremo 
ii essere letterali le traduzioni libere del Sachier e dello 
StengeL II Sncbier dovrebbe tradurre: < L'alba di là da 
Qiuido mare attrae sole; po^io passa guardando torto. Hira: 
chiaro tenebre! > . E Io Stengel: « L'alba appare; umido 
mare attrae sole; poggio passa di sbieco; illumina chiaro 
tenebre». che sorta di lingo^gio è cotesto? Diciampore 
arditamente che nessun individuo di nessuna popolazione 
romanza si espresse mai in siffatta maniera. 

Infatti, si commettono qui offese contro l'ordine delle 
parole portato dalle consuetudini neolatine. Potremmo am- 
mettere il < more attrae sole > se il sole ci venisse innanzi 
con qualche seguo che lo desse a riconoscere per soggetto; 
niaqni, come s'è visto, cotal condizione ci manca, E quanto 
li Pog posa, proprio non vedo scusa che valga. 

Come non ne vedo di quell' affacciorcisi l'articolo al prin- 
cipio con alba per altrimenti non rimostrarsi. Certo le pib 
delle omissioni, interrogate isolatamente, possono dare buon 
conto dì sé. Nessuna meravìglia di tenebras, dacché, se 
rintf!grit]\ fonetica ci qualifica sempre questa voce nel terri- 
torio gallico come di tradizione dotta, qui l' accento, indubbia- 
inente sull'ultima sìllaba, mostra chiaro che abbiamo a fare 
addirìttnra colla forma stessa latina. Nessuna meraviglia nep- 
pure dei pati utwA mar, giacché, con e senza preposizioni av- 
verbiali che gli diano carattere di fbnuota (1), accade d'incon- 
trare mar senza articolo: ricorderò T nsitatissìmo olire-mare 



a TiMMmiIaM r«H1«i[BH del Dm, put. X 



\4- ^ 



Diai.zodBjGoOglc 



74 P. KiJKA 

italiano, il de lai nier di testi francesi (1), il qtiepasseìi mar, 
del Boezio provenzale (t. 56). E se non fosse per l'agg^t- 
tÌTo, il caso nostro cadrebbe nella categoria delle forinole; 
ma se l' aggettivo nuoce sotto questo rispetto al valore della 
giustificazione, marcisce poi subito il dnnno, se si consi- 
dera elle naeWuniet mar, strano in sé medesimo, tuoI rite- 
nersi traituzione o reminiscenza dell' /(KiiitWa marta virgiliano 
{Acn., V, 594), il che viene a dire cbe non dobbiam qui 
aspettarci la manifestazione piena e spontanea dell'uso vol- 
gare. Àncbe di sol, od anri, cbe vale ancor più, di soleil, 
soleilh, abbiam molti esempi senza articolo (2); sicché per 
sé stesso potrebbe assai bene passare. Ma non credo che 
possa trovar scusa il Poy. E non pub trovar scasa un 
numero cosi cospicuo di deviazioni dall'uso romanzo, fossero 
pur legittime tutte prese ad una ad una, quando vengano 
ad accumularsi in due soli ver^i, che non si direbbero più 
scritti in volgTire, bensì nella più smaccata lin^a Sdenziana. 
Queste ultime difficoltà sarebbero tolte in parte, seguendo 
una certa idea che lo Stengel accennò senza svolgerla l'ul- 
tima volta che ritornò sul soggetto (3): idea giù espret^sa 
e Bosteniitii dal Laistner (pag. 146), intendendo peraltro in 
modo diverso. Perché non dovrebbe poif, dice lo Stengel, 
poter esser jmi i? > Ed egli vorrù, se non erro, fondarsi sul 
notÌEsimo costume paleografico, di dare all't finale la forma 
del j. Bieche ij pujii equivalere ad y. — Che il costume ri- 
salga così ulto, davvero non credo; e ad ogni modo credo 
di dovere escludere che la possibilità di leggere in rotai ma- 
niera ci sia per il codice nostro, sicché bitiOguerebbe rin- 
viarla congetturalmente ad un suo esemplare. Ed ancora 
resterebbe la difficoltà, come mai, chi si trovasse avere j>oi t 



|l) < Et U&t de •MidKlcn da nj 
il ìlimillm In ilndrculIlsU edito dsl 
Kltroì. D credo inch* piò >i>eHei, unDllk ddl'utindu. Olhrin, v, tO: •£! ilr cs 
U da la U ucTi Bliulliuvnle nel Ihvt B^iart, >. SCfiic Dio w In quanU allrl 
Invglil. 

(1) V. Dm, enmm.. m. N. 

(1) Slitntt. ti nitL. ft- '• 



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SCU'UBt DEL COD. BSfl. 14G2 75 

nella mente, in cambio di nnire t con poi, non lo lasciasse 
solo, o piattoeto non lo congiongesse colla Toce che se^e, 
alla quale Torrebb^esser riferito per il senso. Sennonché, 
finendoci lecito di considerare l'ipotesi senza domandarne 
conto alla paleografia, doTiem riconoscere che essa paò chie- 
dere un Talido sostegno ad ana peculiarità non isfnggita al 
Laistner: sa poy s'hanno costantemente dne neomì, il che 
non se^e per nessan' altra sillaba ; par daaque contare petr 
dne sìllabe, anach^ per nna sola. 

Data la lezione Fui i, poi Terrebbe ad essere avverbio, 
non sostantivo : e allora non sarebbe più anomala la collo- 
cazione e non mancherebbe qui pnnto an articolo. Ha 
ecco che invece nascerebbero altri gnai. Ci voglion molti 
sforzi per riferire i al mare, coi soltanto può tentar di con- 
gìnngera; e riferito che ri ria, non s'ottiene ancor nnlla 
di sodisfacente. Che se finanziamo all'* e solo ci ri con- 
tenta di prender Poy come avverbio, il posa rimane senza 
nn complemento, di cni sente pnr vivo il bisogno. Inoltre, 
contro il I^ avverbio, stato monosillabo sempre in qoanto 
n^cito da un monosillabo, la ragione dei dne nenmì addotta 
dianzi mantiene tntta la sua forza; ri spnnta invece se Poy 
k poggio, dacché, tiattandori dell'ente di podium, s'è do- 
vuto sicoramente passare anche per una fase bisillaba, pago, 
poge (1). E ad ogni modo, ri sarebbe levato di mezzo qual- 
che inciampo, non ^ombrata la via. 

Insomma, le interpretazioni del Suchier e dello Stengel, 
ne quali fìiron proporie né l^^nnente modificate, non 
riescono a sostenerri. E nondimeno esse valgono meglio di 
qaella messa avanti dal Laistner. Questi vide rettamente 
in più di una cosa; rilevò ancor egli come sìa strano che 
l'articolo s'avesse unicamente colla prima parola; s'accorse 
clie il sole in un'alba, e in questa nostra s^natamente, era 
liior di proposito ; ma trattò il testo con un arbitrio, che basta 



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da solo n coadannare T interpretazione ch'egli avrebbe vo- 
luto cavarne. Ecoo cosa esso diviene nelle mani sae: 

r alba part oiuet mar atns; 

sol poi i pas, 

ab egei n'inuit las tenebraa. 

II che dovrebbe signiBcare: e L'alba di là dal mare e* av- 
vicina (1); solo che esso Borga e valichi (2), tosto se ne an- 
dranno le tenebre *. Qui abbiamo a fare con un ingegnoso 
giochetto, non con altra cosa. E anche pul valore dato alle 
parole e' è da ridire. Qnanto al credersi che la triparti- 
zione del ritornello — cui il Laistner tiene più asKai che alla 
sna spie^inzione del senso — sia fiuggerìta dalla notazione 
nenmntica, è un cavar deduzioni non punto neceh^arie da 
cose pepRio che incerte. E occorre anche sotto quesito ri- 
spetto {-.IT tacere degl'indìzi, che, poco o tanto, ripugnano. 
Né il fatto, che a questo modo s'ottengano tre versai rimati, 
può avLT molto peso. Sono rime di cui fncciamu us-=ai to- 
Icutieri a meno. Però s'è proprio costretti a mettersi in 
traccia di un'interpretazione nuora. 

Rifucciumoci diJla parola upparsa più ardua, ralc a dire 
dal blffil. non sarebbe nuii csìjo ii^ più né uit-uo che 
vifiH? vocabolo di sicnro ndnttatiMt-inio al contesto, e che 
difatti s'incontra con tutta la sua f:imiglia non so (juaiite 
volte, iiUorché si va aggirandosi per questi nostri lìariig^i. 
La sjùegazione è tanto ovvia, che di certo non può uou es- 



(1) Pia «.Ito (MB. ORI f por t«rità poco d'»c™nlo «ilU dlcbJir» 


ione cbe 


nel rrlmi. Tcrw i]i»1 è rtjil.' fluì iiuincwrilto oimil cnaa tU cliinrt all'liifui'i 


-i di n/i->. 


Il Lalatnrr prilla anche ■ iTCìuIrro l'art ronic S.* p. «Ina- <1vl iirm. ili i"». 






vide clic 


V-màMttrm > V 11 onatrarlo del TanlrcT — PoMa iinriiti itilteulotK-, atwb. 




tur IntiiidiTilibo Vulra ud iHrat eom'i^bbc poi a bre lo «fiigiI: • (Il gI"i 


roo) tne 



(3) UUpctM ad f jKii 11 Laldaor ba In nota (paR. tlS) Ùtì\t Yicf»!* abba- 
mia ilraiio. SI domanda (0 mal non avriM da >lEnlBcarc > adaRlo >. A (irglielo 
[DllU-an al dovrebbe, ipcondo Ini. poter rlnn'lrc lu due modi : jitmilnidD i fa 



Diai.zodBjGoOglc 



BOLL* ALBA BEL COD. Ufl. 1462 77 

seni preBentata subito anche ^li altri interpreti, i quali 
l'amn rifiatata, pensando di trovarsi dinanzi un ostacolo 
iosuperabile in quel b. Lasciando da parte una spiegazione 
grafica, che per i^ioni cronologiche non pub conrenire (1), 
sta il &tto, che in una vasta regione provenzale, la quale 
abbroccis tutto il territorio sud-ovest, estendendosi niente- 
meno che da Beziers a Bajona , da Hontalbano ai Pirenei (2), 
il V latino e neolatino suona b. Il fenomeno, in una misura 
non ancor bene determinata, è cosa tott' altro che recente. 
Esso è avvertito per il guascone dalle Let/s ^Amors (II, 194); 
ci appare nelle carte del secolo XIII (3); fa capolino nel 
frammento della vita di S.** Fede d' Agen, che, se non ispet^ 
terìi al secolo XI, cui s'attribuisce aolla fede del Fauchet, 
sarà bene della prima metà del XII; e risale di certo a 
un' età ben più remota ancora. Si tratta verosimilmente di 
cosa che ripete le ragioni sue dalle antiche condizioni etno- 
grafiche di quei paesi. Almeno, par di averne un indizio 
assai significativo nelle analogie che sabito ci offire l' altro 
Tersante pirenaico. 

Se bi{fil è vigli. Va che lo precede non pub sicuramente 
esser piii preposizione. Com'ebbe a pensate un momento 
unche il Suchier, «nstoltosi dall'idea per motivi non validi, 
bisogna unirlo con pas, che si troverà così avere di fatto 
ciò che tanto il Suchier quanto to Stengel gli attribmvnnn 
ad ogni modo in potenza, supponendo avvenuta un' eli^iione. 
Quest'esempio ci mostra che la distribuzione delle lettere 



(t) Ulndo »Ua qiuii Idantttà che al rUimitn tra 11 t a niu forma de] t inl- 
tlila, fnqiKDM Dal aeooU XIV a SV, ma eha aTaoU al Keola XIU dod pai euara 
In tuo. La elMoatuua ab* nal eodlca Tattsano 11 i noRro dod ala lotalalc, ambtw 
•tfBiOeatoiiocaaaial.tnacDdatraiipoOTTloUniiipom eb« faaManelu oalarlalDienia 
tililata in nn pragaolton. su Tolta dw da aaao eomlDoUTa la parola, m pisnilera 
akijil Boa» no mwaiboli) nnleo, bob h la Mate ■«aanno. 

(I) V. TAuia, l)id. 4- U. nm. in JIM lU la Frana, I. 1«7. EHI a*»EDa la 
puDlladtà di cDl qnl al parU agli ■ Idioms* bltarrolii. DaibODDaia, albigeoli, lun- 
IntulD, oraDUlbaDali, gwcoD, bdaroala ■( iiuaretnoli >. 

(3) Uam, m<Hl§ ne uut diarie Ijiaiaiu: Balla IlauMuia, m, US. 



DigitzcdCyGoOgle 



78 r. EkiKA 

dataci dal manoscritto non merita troppo rispetto : insien 
colla libertà, sancita dallo stesso testo latino, di sepanu 
àò che il codice <a oSre congiunto (1), potrem prender 
anche quella di congiongere ciò che cà sta innanzi dÌYÌ& 
E allora viene ad esserci consentito on tentativo, di coi sai 
poi a giudicare dall'esito. se il 5 di «ol noi lo congini 
pessimo coli' o^ra precedente (2)? 

Venuta meno la fede nella divisione delle parole, su 
lecito acc<^lier nell' aoimo dei dubbi anche contro la ripa 
tìzione dei versL Chi scrisse non intendeva forse megli 
degP interpreti moderni ciò che metteva sulla pergamena (3 
Ce ne è indizio quel suo scrìvere ora par, ora pari ; e a fianc 
all'indizio verrà a collocarsi una prova, Be il dubbio mes! 
innanzi rispetto al 8 di sol prenderà consistenza. Qiianl 
al Poffpas e BÌTahiffil, di così mostruosa apparenza, no 
mi ci voglio fondare per certi speciali riguardi. Bensì ai 
vertirò che una forte ragione di sospetto che i versi volga 
siano mal ripartiti, s'ha in ciò, che, mentre i versi latini so 
tutti di misura uniforme, questi del ritornello sono inve< 
l'uno più lungo, l'altro più corto. £ del ripartire male : 
pub rendersi conto facilmente pensando ad nn esemplai 
in cui i verdi fossero scritti di seguito, a fog^u di pru.'^ii 

Un'altra proposta, questa di genere conservativo. S' 
visto come, partito in due, mira^r procuri delle noje. Lr 
sciamolo stare qnal è, e prendiamolo come l'infinito di u 
verbo, analogo per formazione, identico per significato 



(1) SI abbia qnisd'lsuiul pmanlc la Ttprodtulnu dlplomatlc* elM ba duo 1 
prloolpla. 

(t] U UdUUto, Mita U ilipctLo malotialr, Bon i naora. Xslla lu pnttu i 
«Utoilai», 11 LalitDir, coma a'ìTwJnto. Ilaria atare il «il, aarpox'nAn la pali Imi] 
U pardiU ili nv i finale Dalla loet aDlecxlcuta (pa|. U!): in iaos" dJ ilnt 1 1 
n* aiRUba aorlMa uno aolo. -Uà la anf uoU (pai. «IS] «hU peoaa asdia al ui 
pila* ipoaunicat '. E Val Eht non rH ritnlta. apirgi allori eemc < oc eeii >. ili 
randa ad ■ alba • Il prauom?. So U aìBUtal alrUla, atiiUl pan! 

(a) Oh* non iDte&dHae, dichiara apertamcitt» ancbo fl Lalatuor, fog. ili. 
■DMi agIl,aoma a'è TaduM, adotta par 1 Tenl una iiBon rJpaiUilour, molto t 
Tema pPTillro.da qnalla a ani rarro lo. 



rdBjGoOgIc - — 



sull'alba dil cod. Bza. 14fi2 79 

tpeadari, speccHare. Se con questo senso (1) nn verbo sif- 
fatto non è stato segnalato ch'io sappia, esiste in provenzale 
ptt significar < specola >, non ssmplicemente miranda, ma 
altresì propriamente mirade (2), cioè il sostantivo donde 
»«> %or^ spontaneo. Ed è poi troppo naturale, quando si 
consideri come siano gemelli apcada e speeulutn , che nel ter- 
ritorio dove speeidum era utiroU, foase derivato dallo stesso 
tema e col medesimo saffisso il vocabolo che doveva dir 
( specolare >. Qnanto al ci di miradar, si sarebbe tentati 
a priori di prenderlo per un latto grafico, o come qualcosa che 
peràstease bensì al secolo X , ma che cedesse poi il campo al 
^lito Ij, Ut. Sennonché il miracle, attestatoci trecent'anni 
dopo, induce in un'altra persuasione. Il vocabolo ebbe a 
fissarsi e a perpefcnsjrsi in quella forma semidotta per ra- 
gione dì nn' allotropia, cui l'Italia offire un esatto riscontro 
col sno specola, speeoìare, di fronte a specchio, speedanre. 

Poste tutte queste cosey- ritenuto che ^par voglia esser 
preferito il part^ più pieno e meglio attestato, soppressa 
p^ ora, ma non surrogata da nessun' altra la divisione dei 
Tersi dataci dal manoscritto, ecco cosa ci diventa il ritornello : 

Lalba pari amet mar atras ol pò; pau bigìl miraclar teaebru. 

Tutto è piano adesso, salvo che s' ha un intoppo in quel- 
l'd, che ci ha da valere come articolo, e al posto del quale 
noi ci dovreomio aspettare un Io. Kon istarb già a dire 
che l'intoppo possa esser tolto di mezzo col semplice rìfe- 
nrxì all'ol del Saintonge, Foitou e paesi contermini (-3), 



naSlioUI*- 

OWA ■] paida,«a4rr Itati Indotti ftaorlTOTfliiDLbuua&l* 
udan In dna, dio* eh* i ntlraclv lit^gaM uosli la 
à allodara, enda. al n 



(}} a^TviuiiD, Lii. RsBL, IV, 939. L'EHmplo addotto, apparti Mnte alla CrO- 
ubj della Crociala ooatio gli AlUgoi, i dato aomo di OnOlam da Tndala i ma. ••• 
«ala mi U aTnrtln P. Uorer, e*» oad« naUa parta ipittanta ■ un rlmaton Tolo- 
*ua, Uà poi cbl d TogUa; a alò ne MOrMOS di molto U Talora 

(1) OteucB. DH SmintWtl-iii Blalitti itr l,aaa<- 'v^- ''Mf», imiia, Mn- 
'••>«• hW Jiiym mit. BaUteJann. Un (tom. in, bae. l* tal FiwiifMi SXtiUa), 



DigitizedOyGoOgle 



80 r. Kuu 

ài otti un «Mtnpio, indicatomi da P. ICeyer, è anche q( 
VAiffar ìfaurÌH (1): qaesCoI non s'incontra che con v 
lun di pronome, anzi unicnniente di pronome nentrale; 
nelle pittiate che lo pOHacdettero e posseggono, le qnali n< 
non neppur quello che geograficamente faccian proprio j} 
noi, r artìcolo nuonain altra maniera. Bensì farò osserrn 
che H il provenzale classico non usa per Tarticolo mascoli 
«Itre forme che h, f, -t, la coesistenza dì nn rf, perpetnati 
in oerti dialetti, spettanti per dì più alla r^one cui ci : 
porta anche il 6 per v di biffil, è stata messa fdor di dabbio (: 
()r», il mutamento in o dì on e atono qnal è il nostro, p 
Ti» di un 1 che gli tenga dietro, è no fenomeno più e 
giostificaio da leggi fonetiche assai genosli, che altri eseni 
« iHO«tnbiko non esser per nnlla tima^ senza effetto i 
domiaM> deU'«c. hat<iiniiuontì»rù£pómpol,ia}tampm 
•ttraverM a fompcm^ fUM/W (3). Lecìtifsìino dnnqiie 
supporr* eh» anche dì là dalle Alpi ^ aa potuto avere 
ot articolOt come in certi noetrt dialetti louibardL Xe^isiii 
)Utfr«vÌ|;lia tuttavìa che un trascrittore, il qoale, come v 
drmno tra poco^ di>v«Ta trovarsi dinanzi ira atmsol tut 



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8ITLl' U.B1 DBL COD. BIG. 1462 81 

niiito (1), non abbia rarrìsato Poi per ciò che era, e si sta 
lasciato prendere dall'idea quanto mai OTTÌa, che la seconda 
parte del ra^nippamento fosse costituita dalla parola a)I (2) : 
opportonissima in apparenza per il contesto, e non cosi 
opportuna inreee in realtà; che, altra cosa è l'alba, altra il 
levar del sole. 

Tolto qaesto ostacolo, non ho oramai neppnr biso^o di 
tradurre. Si vede bene che il ritornello sif^nifica: 

L'aUtt, di là dall'nmido mare, dietra il poggio, paBsa vigile s 
spiar per eatro alle teoebre. 

Certo le cose potrebbero esser dette meglio; ma se non 
SODO, si aspetti di srìiins^c ^^^ fiiic della trattazione, e si 
vedrà che siam tutt' altro che in diritto di meravigliarcene. 

Se è chiaro il senso, a^ba nna lieve irregolarità di forma 
nella mancanza del s flesBÌonale in vìgil, "Son istarò a trin- 
cerarmi dietro l'ipotesi di ana trascrizione inesatta, e nep- 
pure dietro la ragione generica di altre violazioni consimili ; 
avfertirò piuttosto che il vocabolo viene ad essere tal quale 
il uominativo latino, il che vuol dir molto trattandosi di 
una parola non popolare nient' affatto. E ^giungerò che 
nel servirsi di questa voce l'autore non commise forse sem- 
plicemente nn latinismo in genere, ma potè avere alla 
mente on passo di Ovidio {Mctam., Il, 112), dove al modo 
stesso l'epiteto è attribuito all'alba: 

.... Ecce vigli ralilo pateTecit ab orto 
Porpareas Anrora fores .... 

E se non questo passo propriamente, qualcosa di concimile. 
Quanto poi a certe omìiisiotii di articoli, adesso che di quattro 



(1) B' è Tlsto clM U prua» nlU t quid ddIÌo usha nal naatm msdrain» muoacriUo. 

(1) Sapisliiu, Bllk wdoilCBa clw II tt potna sauEltuB. umo aUrflniIlo nn'ct- 
latti utcb* H»! manilore. Kma nppoito aloè oIh au> DiaH btiLiti a br 
•nopecn la mlm Mi nn conBitlnnla cfmtlt. Vni DMUlODMda qui cotale lilui jicr 
nrucrla Botto (U oecU di coloro ein ■aaolataiBcaU bob ToIaaieRi Mpare den'aJ 
■rtlBlo.MB dablta di dichiarare che l'Ipotcal adottata sai leato mi pare pruICrl. 



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son ridotte a due, ben giustificabili come b' è mostrato di 
già a faTore altrui, neasnno potrà più dire cbe siam fiiDT 
della legge. 

Rispetto alla di^bazioiie ritmica, è troppo evidente 
che nel testo, quale l' ho ridotto io, ìl primo rerso termina 
con ^y. Ne risolta che ci troriamo ad avere due decasil- 
labL Ed eccoci, dalla condizione anomala di nna tesi dif- 
ferente dall' aatitesi, condotti a quella normale della parità, 
costituita per di più da un genere di verso tra i più comuni. 
Si opporrà heoA che una certa anomalia venga sempre ad 
esserci, in quanto dei due decasillabi il primo abbia la pan'^^a 
dopo la sillaba seeta, il secondo dopo la quarta. Ma, la- 
sciando stare qualche altra considerazione che non tarderà 
ad affacciarsi, vedremo svanire l'anomalia, se diremo che 
nei nostri due versi la pausa interna conti assai poco: al 
modo stesso e per la r^one medesima che Dell' ui»o italiano, 
dove ne consegue l'identico effetto dell'adoperarsi promi- 
scuamente quelli che per l'epica francese sono due tipi 
ben distinti (1). £d anche un altro risultato della nuova 
ripartizione vuol mettersi io evidenza. Con essa Foy non 
ha neppur più bisogno d'esser computato bisillabo per giu- 
stificare i due neumi della notazione musicale. ÀI termine 
del verso, dove alla tonica può sempre tener dietro un' stona , 
quelle due note stanno molto bene; e sta benissimo che 
dei due versi il primo abbia musicalmente una chiusa aca- 
talettica, e il secondo l'abbia invece catalettica. Dal con- 
trasto di quest'ultima colla prima risulterà per l'orecchie 
l'impressione, sempre imperiosamente richiesta, die il pe- 
riodo musicale è compiuto. 

Come si vede, la ritmica s'accorda dunque molto bene 
colle nos^e congetture. Ma, s'io non m'inganno, oltre t 
darci cosi buona ragione del testo quale credo sia da re- 
utituire, si presta altresì ottimamente a rendercela ben pieni 
della condizione in cui ce lo tax>viam sotto gli occhi nd co- 



ti) Or^. AirSfuf. /r.. ff. tU. 



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siill'alda del cod. reo. 1432 &1 

dice ratìcano. Segnatamente ci ^uta in modo assai efScace 
a giostificare meglio che non si sia potato finora l' attrìbn- 
doDe di poff al eecoado verso : che è in sostanza il solo 
ponto piti o men scabro della spiegazione mia. Ed ecco 
in qoal modo. 

Si considerino qnegli accoppiamenti di parole che il co- 
dice ci ofire anche nella parte latina (1). Finché si trat- 
tasse di HmneaatoSf Quossiutdd, Abardia-o, non aTreramo 
certo motivo di andar in traccia d'nna spiegazione diversa 
dalla consueta, che abbia qui ricemto nn' espressione grafica 
il tatto della proclisia. Sennonché cotale spiegazione non 
vai ponto per i%ctirfaro, ìvmentcrria (2), PoIìshos. A prima 
giunta, si sarà portati a non vederci altro che capricci di 
scrittura; ma quando si sia posto mente che i versi constano 
di dipodie trocaiche complete chiuse da una dipodia catalet- 
tica — trochei ritmici , si badi , non propriamente metrici — e 
quando insieme si sia avvertito che i nostri raggruppamenti,, 
cosi quelli notati dianzi, come questi altri, rispondono sempre 
ad una dipodia, si dovrà bene ridursi a conchiudere che in ciò 
appunto vada cercata la ragione della grafia. Si sono scritte 
solitamente unite le voci che costituivano un^ unità ritmica. 

Dalla parte latina si riportino adesso gli occhi sulla vol- 
gare. Lì si vede raggruppato costantemente umdmar (3), 
unito una volta almeno LalbajMrt; quanto alla sequela di 
lettere che son pietra d'inciampo, Poi/pasabigil, o sono 
scomposte in Poi/pas abiffil, oppure — la seconda e la terza 
volta — in Pop pas ahigil; aiiigìl, insomma, è costante. 
Sempre dunque si tratta — dacché Poy, come s' è visto, ha in 



(I) DiHi, non «ter chiuo dOTuoqnaM l'iatonilan* ita itaM di urìTtr 
diviso. Qut »gftloimarb pariltro che Ift mia cPptb fa prcan cde Minplli» 
HI SBitsiu, un» ilaiiu unton del •iBiiillaito cha l'DDlona l> dlTldono jn 
"ara. XauBD timore pcnuito ch'Io aU aUtii tratto iDeoDaeliiaonlo ■ dur ■ 
un wpetto pln (tTonTOl* alla ooucIiuIodI mia cba In naiti Iioii avcvoro. S 



n poclaliH) di dubbio. 



Diai.zodBjGoOglc 



81 P. UJKA 

PQ modo u in OD altro un valor doppio — di tre sillabe o di 
qualcosa di eqnìralente, coli' accento principale sull'ultima. 
Ora, tre sillabe a qaesta maniera rappresentano onb dipodis 
btKaìca catalettica, simile a qneUe che diindono ì Tosi la- 
tini; e però vaol beo ritenersi cbe i rag^^ppamentà abbiano 
nella parte volgare l'orione stessa cfie nella latina. 

Ciò si^Gca cbe la nostra Alba ebbe nelle sae Ticende 
ad imbattersi in nn trascrittore, il quale credette i versi 
volgari costrutti cogli stéssi elementi dei la^i (1), e che 
ancor essi ebbe a scompartire giusta cotale idea, oacnran- 
done viepiil il senso, forse già poco intelligibile a lui me- 
desimo. Questo trascrittore non è da identificare col nostro, 
oscillante di continuo tra l'unire e il dividere; chiaro par- 
tìcolarmente dal Pùy pas, che non sodisfa più uè al senso 
né alle pretese ragioni ritmiche. Sia come si vuole, una 
volta venuti nel pensiero che s' avesse a fare con una serie 
di dipodie catalettiche — e miradar e tentòras davano essi 
pure una forte spinta a ritenere così — bisognava di ne- 
cessità, o attribuire Po^ al secondo verso, o Pas al primo. 
Qualunque delle due cose si fosse fatta, non ci potremmo 
dnnqne meravigliare ; meno che mai poi una volta che il par- 
tito cui s'ebbe ad attenenti è il meno assurdo di sicuro, in 
quanto almeno noe ha diviso tra due versi i brani di una 
stessa parola (2). Delle alterazioni subite in cotol maniera 
dal testo si potrii anche esser tentati di accagionare, in cambio 
dì nn semplice trascrittore, chi ebbe a trovare per la nostra 
Alba, o forse piuttosto ad applicarle, la melodia di cui va 
provveduta, sotto condisioae, s'intende, che costui non sia 
stato l' antere stesso; ma dui pensare così mi dissuadono le 



(1) Qanl ch'ebbo ft arsilvn 11 tnHcJttor« vedoutc1i« ìo Btottffal; « TftglDacTt^ 
IlMlDUinniile di cario qmnda d proDdi li tetto qui* d i tnmudato. 

(2) ><'U'agt!<'n]>piHii>iitD rltmleo dalla alllaba (TDTBinbb*, eom* tioTiTo prima 
ueor lo, (Ina fai'ililulanc ad lotanderB 11 puiagcia da almi It td dira w( eU Don 
■lima* iilr|;ai>i lU'al artloolo. V. pag. Bl, D. 1. Alrailo, oom« ebloai aoprittntta 
di na Trrvo, non cri ccmporlito dal ritmo, ctia ricbledcrm nii'nlUiu illliba acoiui- 
tati, ■ furtfiiMiiile scccnUtik Qnladi tanto pia poteri pcnurst cho l'aTcuo a Icg. 



Diai.zodBjGoOglc 



wll' uba del cod. ssg. 1462 85 

due note sol Pop, dandomi la perauosione che k melodia 
suppon^^ la ripartizione originaria dei veTEi, e non T attuale. 

Certo non pretenderò che un po' di dubbio non resti ad 
annebbiare la spiegazioni mie; ma un grado ragguardevole 
di probabilità non si Torrà, epero, ad esse negEtre. Senza 
nulla trasporre, senza mutare una sola lettera, bensì colla 
semplice congettura di una forma suggerita, nonché sancita, 
dalla fonetica generale e speciale, e collVeercizio un poco 
lar^ del dovere che assolutamente e' incombe di modificare 
la ripartizione degli elementi portata dal codice, si cOns^ue 
che diventi regolare e ben intelligibile un testo anomalo e 
che aveva finora resistito a tatti gli sforzi degF interpreti. 
Sarebbe strano davvero che con mezzi siffatti si ottenes- 
Eero, senza dar nel segno, effetti di cotal natura. 

Dalla considerazione del solo ritornello alziamo adesco 
io ^aardo all'Alba tutta intera, per renderci conto del- 
l'essere suo. Fu messa avanti l'idea che anche nella parte 
latina essa non sia forse che la versione di un modello vol- 
gare (1). C'è ragione, oppur no, di pensare in cotal modo? 

Non solo non c'è ragione perché si pensi, ma ci son 
motivi perché assolutamente non. si deva pensare (2). Già 
il linguaggio ed i pensieri stessi, almeno nella prima strofa 
e nella terza, portano a ritenere che noi ci si trovi qui 
dinanzi una composizione concepita in latino fin dall' ori- 
giue. Ha poi è troppo chiaro che quando si supponga 
un originale romanzo, il ritornello dovrebb' esser preso te- 
stualmente di lì. Ora, i nostri due versi, lungi dall'essere 
di stampo popolare, son fattura abbastanza goffa e artifi- 
àosa di un poeta erudito, avvezzo a scriver, latino: il vi- 
gH e l'timcf mar, siano o non siano imitazioni dirette di 
Ovidio e Virgilio, soprattutto poi il iew^àsy stabiliscono 
ht cosa incrollabilmente (3). Cosi cessa anche quell' ultimo 

(1) Srraran. Btr*rt, L dt; ■ t. ueba ZiU, ì. Ut. 

(z) V. uKlM. n Lumns , pag. 418. 

U) Birlnnao D mirmtìMr iitairmi, mi domniaaialaterlttn* m» rlTolRCH* per 



liUna Titada. o i« miri ili mi li tnolei, limile ili* n 



V 



Diai.zodBjGoOglc 



ffi P. KAJN'A 

residuo di meravigliit che mai potesse esser rimasto pe 
la variabilità della pausa nei due decoBÌllabi; ed è tolte 
viceversa, o^i diritto dì argomentarne che la variabilit 
fosse la legge primitiva, o altri termini che le norme ita 
liane e non te francesi ci rappresentino le condizioni ori 
ginarie (1). Questi à trovano essere i due più anticli 
decasillabi volgari che ci sian pervenuti; ma in essi ne 
non abbiam dinanzi due esempi del decasillabo genuino 
bensì semplicemente un doppio riflesso dentro ad uno spec 
chio non troppo limpido. Cotal difetto di limpidezza nnsc 
tuttavia vanta^OBo: in quanto permise che ci fossero ri 
flessi insieme i due tipi, e attestata per conseguenza coi 
probabilità somma l'esistenza di entrambi fin dal tempi 
della nostra composizione. 

Per quel che spetta alla storia della poesia romanza ii 
genere e della provenzale in ispecie, il non potersi la nostri 
Alba prendere come una trnduzione, non nuoce per nuUn 
Se non è traduzione, imitazione, in senso molto largo, noi 
dì un determinato originale, ma di un tipo di composizione 
vuol esser ritenuta dì sicuro. Perlomeno è ben certo ch< 
nn poeta enidito non poteva pensare a introdurre in un'Albi 
latina un ritornello volgare, se delle Albe volgari per inten 
non ne fossero esistite fin d'alloro. 

E dall'imitazione ci è dato argomentare dì qnesto Alb< 
qualcosa più che l'esistenza. Esse avevano come tratti 
caratterisUco il ritornello, e un ritornello in cui appunti 
si ripeteva l'annunzio dell'apparire dell'alba, ponendolo ii 
bocca ad una ecolta; il che viene a dire che erano niolt 
simili a quelle che nel medesimo territorio provenzale ri 
troviam poi nel secolo XII e nel XIII. Così è tolto ogii 
dubbio rispetto alla continuità di questi prodotti dell'otto 
cento o del novecento con quelli delle età posteriori. 

Né qui ci si deve arrestare. Ln scolta (ttessa ci iiiduc 
a supporrt.' una forma molto antica di Alba, die invitasF^i 



(1| va. Ort$. diir Eji*f. /r., 1. elt. 



doyGoogle 



sull'albi del c6u. ueu. 1462 87 

gli Domini a destaisi per ragione guerresca. Ebbene, con eif- 
btta varietà par bene avere un legame l' imitazione nostra: 

Ed incaidoa [li}aslium insìdie 
TorpeDteaque gUscoiit iatercipere, 

dice la sola allusione specifica al vivere umano che s' abbi» 
11 dentro. 

L'allusione vuole che la poesia sia ravvicinata per questo 
rispetto al famoso canto modenese, 

tu qui servas annìa ista moenia, 

che piiù quasi servirà di commento (1). Come l'nna è 
un'Alba, così l'altro potrebbe intitolarsi Notturno: non 
popolare neppur esso, alla maniera almeno che da molti si 
erede, ma indizio esso pure di canti popolari davvero (2). 

Abbia pur qualcosa di guerresco, non sarà tuttavia in 
quanto più o men guerresca che la nostra Alba fu trascrìtta 
nel codice ora vaticano da una mano eh' ebbe ad esser 
quella di un frate benedettino (3). A meno che il trascrìt- 



(1) SI coniUMlno 1 Tutl dM Kgneiio ti prima: 



E coti li ncconuudukio* cba abbknia tilt, ftoa; 



antt da <iuS ■■IsrlU a ndUre non podbd mm, pare ■ a*, qneato cmiW lue- 

(9] In nn inoButero baoadattlaa pare anneno oha D sodica it troiHU nel ac- 
ik. UV o SV. Ma t Indillo U Sttm ImiiiciUi, oba nu mino d[ cai ibbluo lì 
unto degli eaardil oaltlgTsflel — a ajardilD caUlKTafleo Bana imbablImcDla aodie 
Ulti parola — terina ini tirM del ro)[Uo di guardi* al IcrmlDC dal lolame. 



l 



Diai.zodBjGoogle 



tore non sia stato mosso da un semplice interesse artistico 
e musicale, fa certo un'idea religiosa che dovette incitarlo. 
Il precetto del non poltrire, del aoo lasciarsi cogliere dal 
giorno chiaro nel Ietto, era ^dato con molta insistenza 
dal cristianesimo ai fedeli, ed agli ecclesiastici soprattutto; 
per i monaci poi renÌTa ad essere imposto propriamente 
dalla Bietola. E n' eran nate da secoli e secoli delle com- 
posizioni poetiche, come ad esempio certuni tra grinni di 
S. Ambrogio, e quello Ad galli eanium dei Kathuupiv&v dì 
Prudenzio, i quali possono ben dirai delle Albe essi stessi. 
S'egli è così, la nostra poesia, insieme coli' Alba gaer- 
resca. Tiene a rappresentarci anche la religiosa. Il Laistner 
va più oltre: la vorrebbe un'Alba religiosa addirittura, da 
mettersi appunto colle composizioni di S. Ambrogio e Pru- 
denzio; e gli hostes chesi son visti afFaccìarciM ^on avrebbero 
ad essere altro che i demonii. Ma lasciando stare che questa 
interpretazione della voce Jicstium è qui in sé stessa poco 
probabile (I), l'ispirttùoae religiosa dovrebbe, se mai, manife- 
starsi con ben altra larghezza e chiarezza (2). Si dirà.che 
alle idee religiose si rìtomava poi forse in qualche strofa 
Bcgnente, non tramandata a noi (3); ma sarebbe davvero in- 
concepibile che un trascrittore ecclesiastico volesse fermarsi 
là dove erano espresse le idee che maggiormente gli dove- 
vano stare a cuore. 

(I] I4 narnu probslilliti, mcordwi non ]& riadk Iniponfblle (cfr. * ile boatlnm 
ntain ecMsblti In nn» Innn» poesia pnbbllnU SI freieodal Uitntun, Bgtmiil 
£rfH(N(/<ir, ì. OS. T. 317). l'aM dil plniml*; gli* 1> «cerna nuBCtanucnlc l'fwnJu. 
bea pl& onpintiioo M ol ImluiM al «cimo lattoni*. 

(1) Do' liplmlou* ralliriiMa il potMblw font carcani ancb* mi mirftht lim- 
ina. Db qulsb* coelUasiilo «■■trcbb* nella IdM rtpreut, p. e*., Dall'Inso M 
falli nnfinir, eilato piìi aopra. Ha M l'iaplmlona d fbaae, urcbb* aneba ìi tlaiaMa 
dancro mollo lotOlnta. 

(3] Cba dilla tltot» alao «tale oma«H, pnb molto ben* liiitiia|ÌDai(l,mapar*la 
dj aampUea aoaiattara, twD fondata n snlla di pcaltiTO. Db lòndaniento la cMi- 
■attora aarà lanlala 01 mcarlo la qnal non maral l' olltma volta Mtltto pra tnlera 
n rltoniallo, parendo, al dlrik poeo leradmilo oba la Irawriilono Tolnae tsteiroai- 
panl par ritpanui» dna parola idtanlo. flaanoncM di qnaato fklto ol al olfr* vna 
■plefailoD* anal planalbll*. Per aorltàra tatto Intero l'nllliua rttao al aairlilM du- 
Talo Dollocarlo aolla linea aaceculra, dota aaicbba rlmuto laolalo, irlolindo eoaìla 
dlapoalzlone per eopplc ohe «'un manlcnnta In tutta la poesia. 



Digli zodBjGoOgIc 



sull'alba del cod. usa. 1402 89 

Binsdrebbe più facile l' immaginare che se delle strofe 
fdroDo omesse, contenessero pensieri erotici , che all'animo 
tàmoiato dell'amanuense non sia piaciuto di trascrivere. Che 
anche l'antore vero e proprio voglia esser ritennto eccle- 
siastico, non osterebbe di certo;, a cosa sì ndorrebbe mai 
la poesia erotica latina del medio evo se la gente di chiesa 
non ci si fosse liTolta? E allora la nostra Alba, unita- 
mente alla varietà guerresca ed alla religiosa, rappresente- 
rebbe anche quella cui il genere va pressoché unicamente 
debitore della sua nominanza nella letteratura provenzale. 
Ha qui siam più che nel dubbio; l'omissione di strofe è 
problematica affatto; e non è bnona cosa voler ricavare 
da on frutto succoso più di quel tanto che se ne spreme 
senza troppo sforzo. Nel succo arrischiano d'entrare ele- 
menti che ce lo vengano a intorbidare. 

Pio Rajna 



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Diai.zodBjGoOglc 



a, coDoiinmvo e l^ikdicatito it&uako 91 

«ccondnriamente: Come mai naasolaeoDJngazione, la quarta, 
|i.)tcra trarre per analoga dietro di sé le altre, noa avendo 
la terza altro esempio che il saddetto P Per me la classe 
invece che più delle altre ha iaflaito sul fatto, insieme alla 
quarta conjagozione, è la seconda. 

Abbiasi ad esempio il verbo moitcre, iitoneamus. La 
prima persona plorale riduceva oeceasariamente il sno e 
atono protonico in i. Ma a ciò ingiungasi un fatto forse il 
più importante nel fenomeno. Ed è: che alla seconda con- 
jagazione appartiene uno di quei verbi che sono più ne- 
ce?<3arj nella pubblica e privata conversazione, e che alla 
sua volta è un verbo ausiliare, cioè il verbo Jtabere. 

Il verbo haberc avrà tratto facilmente dietro a sé il verbo 
essere, e difatti abbiamo subito: siamo. Si aveva dunque, 
per parlare figuratamente, una potente artiglieria da opporre 
al quasi porro tiitwflt -emo della prima, e ai cosi ormai viziati 
della terza, { quali avevano già una forte spinta ad entrare 
nell'analogia comune: 1.* a cagione della desinenza -aHius, 
2.° a cagione dei succitati casi in -eiamiés. Questo fatto 
però avvenne molto lentamente, e solo nella Toscana, in 
via assoluta, come potrei facilmente dimostrare. Resta per6 
la questione più spinosa. Come mai l'indicativo presente 
entra nella stessa orbita -iatuus? 

Qui veramente siamo nel fatto di due tempi, l'ìndicE^ 
tÌTo presente e il soggiuntivo presente, ì quali non hanno 
confini bene determinati. E a renderli indeterminati, se- 
condo me, influisce massimamente ciò, che la prima pars, 
plur. del soggiuntivo sia nel tempo stesso prima plur. del- 
l'imperativo, la quale persona nell'imperativo è la più de- 
bole. Evidentemente, il comando, quando implica anche 
il suo autore, non pub non rimanere alquanto attenuato. 
Snppongasi che alcuno dica: Andiamo, prepariavto ciò dte 
itiecessario, dipoi partiatno; e si comprenderà di leggieri che 
l'imperativo successivo al primo sìa di un grado inferiore 
all'antecedente, così da derivarne un raaentameuto direi quasi 
dell'indicativo presente, che favorisce la confusione. Ha 
ciò che specialmente diede il tracolto alla bilancia, si è il 



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92 IL ooxfiimiTo t L amcATno italiano 

fatto che per alcuni verbi la seconda peis. del pres. indi' 
eatiro dirent^Ta eguale alla seconda pers. plnr. dell^impe 
ratiTO, e n arerano in tal ^nisa due persone che tendevani 
a identificarsi: cioè il congiantivo prima pers. plot, vaseii' 
tante l'indicatiTO presente, che arerà allato di sé l'ìmpe 
ratÌTO fleconda persona plurale, egnale nei dae tempi e modi 
r imperatilo e l'indicativo presente. Questa panni la ven 
ragione per cui la desinenza -iamo passò all' indicatÌTo pre 
sente prima persona plurale. Il fatto si potrebbe illustrar! 
anche con riscontri dialettali, ma forse non parrà necessario 

D.' Leoke Lczzatto 



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NUOVE COEKEZIONI 
A LAS BASOS E LO DONATZ 



II prof. T. Caanì si prese cut» di confrontare col ms. 
Landau la stampa delle dne antiche grammaticlie proven- 
zali da me data nel precedente rolume degli &udj, e pub- 
blicò il risaltato della colazione nella Rivista critica della 
Ictt. ital. (a. U, n.' 4, col. 112-13.). 

Le inesattezze della stampa non sono poche, ma in ge- 
nerale 6i tratta di forme più o meno storpiate , che in nna 
edizione critica ognuno rettificherebbe uiche senza il con- 
fronto degli altri mas. Mi preme poi di aTrertire che le 
conclosioni dello stndio comparativo dei mss. delle dne gram- 
matiche da me fatto nell'introduzione rimangono inalterate; 
e ciò si intenderà facilmente quando ai sia detto che le 
inesattezze sono nella massima parte dovute ad errori di 
stampa, che mi lasciai Bfaggire rivedendo le bozze. Pro- 
curo dì riparare al mal fatto in quell'unico modo che mi 
è ora possibile, riportando anche qui le correzioni pubbli- 
cate nella suddetta Rivista. 

L. B. 

Lin. 3S EsA-unenz «- EitxuHtnt ; Il cnjarìon •— eutiarhn ; U ens«- 
gvaea^^eittrffnanKn; 49sbÌ «>/'«; 61 cnion =eutioH; S3aac = kane; 
GTbon — 6«ti; 78 cnieron <— euteron ; 80,81 coiion ■» cuti'on ; 86 Retro- 
mas => iZcrrouia*; lOi, la mon^'mond; 111, 115 demonstron -a- 
dtMOBtroii; l;-E3 san ->• lun; 158 aubsUnUoa •= iu«fanf l'ua ; 163 ce ^~ 
glie; 177 ^ngaian'— gingillar; 180 mof [mes] h>n;310uentadom = veii- 
Jadorn; 211 san — fon; 926 ee = d; 836 Ammii^ Arnauz; 241 
iéitcboS'=deUflioa; Hìhraa^bra»; 363 soaco; 10Ì fenisson:o^i>- 
nuaon; 287 s'iD^ìan = tinguìara; J89 sovors ^ «oror» ; 200 Des ■= 
M*; 3!>3 iioux = poux ; ^M saber ̻aber) ; 306 acnsa llu =* aeunatiii ; 3uR 
eU c«Ie< [a •lutls] aqestes; 399 ìta—Ia; 407 irollic — ifalììt; 425 



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peno bar] «i; 439 eaaagmi^ = emtmfmds; 451 ticsì qom A' d«l neo- 
ladom. [gidat iiìj epblaa dagd . emiitmr p dU Bem man perdiit lai- 
tnuer iwaAuipria] qi dù qe UnUminm ; ixà dich — difA; 458 nega- 
BIU — imvwium; 479 eM«r — Mcr; 4S0 Ed = S; 483 klcam — oZeun; 
489«3iiii — mcmm; 506 phisOT— ^buor»; 515 en = «n; 534 colo — 
oaio; 524-^ es [rf] senblmns ; 539 deoeti >= dni»; 546 soideier— >*af^ 
^ùr;547 HeUld = IMUer; 54S gnSger — yrcsi^; 553 ben = Im; 
568 snbilutia — ndiifaii't» ; 57S <M = et; 585 qoiea = jiuu; 504 
ii)etaùnia = »(«MiMa; 596i]it = ùiC; 597 in [m] estreit; 599 ILas = 
Ma»; WKi AeKxax — dtteaOx: 601 Unx =: ìaiU; 607 In oU [sola] pois; 
609 Alia = J0/«: 614 egalmeot -> (VmImm; 623 vie-=(f>e; G31 co- 
mandar = eomandat; 635 coiaotra =~colallra; 636 avlre = anlrii 
644 verb = B«rk; 664 dd = d« ; 666 ni Ul = in lui; 674 enin = a-en ; 
679 u^in; 6S6 unati = «Mix; 703 In ((«); 71S ferir -=/^gii ir; 
731 videlicz •-> nddiM( ; 740 eo dia amat [hi aia* amat.} cel aia; 
75S lltiquàfttwiN ad doctrfnam sìmplidn* = aliqHam ad doelriaam si'iii- 
ptieÌMia; 755 oliquondum = aliquid; 756 ^mplicìiu ^ simpliciuHi ; 
799 lenei ~ /Iriu ; 808inils = Mi(: 809 babeto — habeba; 815 Impi-e- 
terito — Jit preUrilo; 8)9 feiaset — feìMett ; 834 becec>-(<K: rec = 
tee; 843 lalet — boM, peotlent = jwiif<(; 8fó neri» »■ iin-be; 833 
ester v> e$ttr» ; 8S0 mudent = murfen ; 887 regul ^* degut ; 883 ererìt ^^ 
eMrft; 889 reslreìt >- dofreil ; 897 dlli-=c;n; 890 aiiiem <-= Auwn; 
910 endicatJon e tndiealiu; 933-34 issem. issetz. littcm. istrtz.) issem; 
950 broneinr = baroneiar; 981 Hngerar = J/ofernr; 983 McUuInr = 
MtUarar. 990 pra, clìcarpalessar '= praeliear. imlnsnr; lOOò Son- 
post = conjMil ; 1010 trncar == (raHcar ; 1015 vpminisnr= rrrtt/imr; 
1030 absteener — abarner; 1033 senber = /rn/i»/-; 1038 od^-oii; 
1044 entaluargir = entalHaUjìr; 1043 ensolelir = rafolflir; 1060 ma- 
lament — «Molnnun; 1065 tal ■=■ t»; 1067 lu = (Hf; lOTO ar {ar). 
1079 Inoa^lKfM; 1094 2 «ecoado auirai è espunto nd cod.; HOC 
tennn — Uimt ; 1 107 ablatiiu e aìdaiiu ; 1 1 1 1 in é espunto nd cod. : 
1112 dda — dola; 1114 «s [of] ablattu; 1119 aminada — ant'moda 
1134 dMleiai=:<lMl«iaIi; 1133 fiOs »*<itf ; 1143 baltz. balle ballz 
[baltt.] calti; 1153 erlans >— eslnna; 1136-37 demans. demans. {dr- 
Man*.]; 1170 tarti — dartz; 1171 H. « Marts; HamarU -= Maiuaii: 
lisi iusticiatz. [iHttieiatti; 1193 cecs = (M*; IISG ceis»fKÌ«; ISO; 
amtarelti :e eantar^lz; 1314 conninens = eoHtji«iw; 1233 volnin = 
rotiH; 13i7 encens. [enreus]; 137G Tiunls = fiitah; 1977 jnuennU = 
JHHtnalt; 13S5 bobans — Man*; 1388 Pezans = A*itii(, Talons - 
Tatan»; 1391 Gaians >^ Ooxaiu. 



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RUOTI COUmOHI A UB UflOB I LO DOXiTZ 95 

Le panie Sol no» ante» jna m (Um far toUu h» parautai fi 
ham dir atltaugi aoao rìpetnU dna volte nella stampa come nel co- 
dice, dove perii ÌI copista avverti il sno scorso di penna scrìvendo 
accanto alla riga ripetuta un uaeat. In Mfoito a queste correiioni 
GODO da. fore le seguenti rettiflcazioni nelle note dell' In tniduzione : 
p. 33S, n. 9, Un. & euitron e. tiOtran; p. 339,, L 3 vanno cancellale 
le parole 6 «iiM^>i]ainM e invece di 12-13 qti m^ = {fai) si lej^ 
BoltanLo fai; L 5, 2i eMHi)on e 22 » 24 ei^t)ioii; L IS dopo eaualt 
si metta 38 aiHffHlar{a\ ; L 9 da sotto, si eancell) 23 Ia[«]ì L 7 da sotto, 
si ae^nuga: 27 Ia{t] dote U^i] maerc e i3 ifallU <>• ifaittie. A p. 341 
L 8 da sotto, invece di aut boa, si legga mot m ta bo», e a p. 348. 
L 7 si cancellino le parole dal nnm. 16 in poi. 

Rìvedeudo le Annotazioni (pag. 'JQi e sgg.) mi avvidi di aver 
oine^-so le seguenti si^e: Testo B, 69, 33 HL'; 71, 30 L'; 73, 9 L'; 
76, 4 invece di aobrenion^r) le^ mbn-uion; 78, 36 L'; 82, fi I D; 
83.2 H. 31 Steiig., 34 L', 37 Steng.; 85, 8-9 HL', 34-5 cfr. HL", 45 
L'; ae, 1 L>, 30-40 L'; 87, 1 L'; Testo H, 70, 34-5 Sten;, p. XXQ. ; 
72. 29-30 B; 8G, 5-6ir<y., 37-$BL'; Testo L', 77, 7 B; 8i, 3Q BH; 



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Diai.zodBjGoOglc 



aiFACIMENTI E LE TRADUZIONI ITALIANE 
DELL' ENEIDE DI VIRGILIO 

PBIÌIA DEL BIKASCIJIBKTd 



I Cimosi tru vestirne 11 ti, a cui il poema capitale di Virgilio 
dorè anfoggct tarsi nel medio evo, fiirouo per la prima volta 
esaminati con sufficiente larghezza dal Pey, nel suo Sd'jgio 
sul JRoman d Eneas (1); e ad essi dedicò poi una parte del 
ano importante libro il Joly, studinndone in pagine assai 
belle di Tivacità e di bnon gusto le reliizioni colle vicende 
del ciclo classico nell'antica letteratura francese. 

Allorquando la materia di Koma s'avanzava a prendere 
il Huo posto accanto alla materia di Francia e di Brettagna, 



1) AUSUiiiu PET, AhI ncr ti Btauiui ifSuiBM J'tfTii ìa »«. it la BUI. Imp, 
IBM. Si ndi dello alcao k. uelw UKoiiit it Start di YtUiti it li Ramia 

w «te In UlirtKfl. far JMn. «nf Sufi. UUr. U, 1-JS. Dal Jolt dio l-opara 
Oli it S«i»lt-M«ll it II Kaman it Trai »H Iti mrlamtrjMut 
tOimiiri a il r/ptftì grftt-laliM sn mantii-éff, Ptrii, ISTO-ISVI. lontlla è poi che 
lo die» cha ni (nrons ntlll per più rlipetti 11 belllnlnio Iitoto d«I prof. D. Conri- 
■em, Vii-siHt uil aolie Sta, Llvoroo, 1873, a quello di A. Oiat, Sima niUt mitmarit 
t ntltiwuit'«*'lmi dil <*ii<t Ita, Tonno, 1809. 

Aeccniuto lA llliii da'qiull mi luno nlio di pia, mi aUlacIto ili tlvolgon pDl>- 
bUd rtnRTulameiiU ■ quelle penane elia mi elontuDD di duU, di nollile, di con- 
UgU. Lanciando tntUTln da parla, perché troppo el TOmblM, Il diro di qnauto lo 
ala tonato al mio iUnilrs maatn Prof. PIO R^na, Tnno fi qnile tutti noi auol 
dlacepoU abbiamo debiti di gntltndlna dirai qnaal Inllnitl. rlnflrailerù Bugnatametile 
n db. Pro!. D. CompaiettI e 11 Ch. Prof. A. D'Ancona, cbe mi tornirono libri dincill 
ad arei^ d-aHrande: Il Ch. Pmt Koratl, eha mi fu oorleia da'nool atipuotlill Ch. 
Pcot Car. OaeUno Ullanaal e 11 Bot. Car. ActlaBl. Prefetto della Launnziiua, per 
«■crai adoperati gentilmente In mio favore i finalDicute U mio bnua anilcg Dott. 
Egidio Oom, al quale debbo piò d'una notlila. 



Diai.zodBjGoOglc 



era ìmpositibìle che VEneide fosse trascarata, e non d tei 
tasse di ridurla al ^sto del tempo, trasformando il ma> 
stoso esametro nello srelto ottonario, e aUa severa e colossa! 
architettora romana sostituendo i firastagli bizzarri d'ui 
cattedrale (gotica. S'ebbe cosi, accanto all'opera dì Beno 
de Sainte-More e accanto al Soman de Thiòes il Soma 
^ Eneas, e l'eroe vir^liano, pio e contegnoso, come coli 
cbe portava in s^ i destini del mondo, con sua gran mi 
raviglia assunse vestì e sentimenti di cavaliere fendale, 
dalla Lavinia classica, appena intraveduta nello sfondo i 
nn virgineo atteggiamento di addolorata, ebocciò faori nr 
Lavinia nuova, la castellana innamorata del biondo e splei 
dido Enea, cbe non sapendo in qnal altro modo svelarg 
il suo amore, nasconde nn foglio dentro una freccia e glie! 
fa saettare davanti. 

U Roman tT Eneas fu il solo poema medievale frauce! 
che traesse dall' Eneide la sua materia e anche gran pnri 
della sna forma ? Sarebbe incauto l' affermarlo, mentre pò: 
siamo assicurare che se anche il Poema fosse stato solo (1 



I naU e thUU probiUlmtaH di kn 



li*tl«n «n OrUndD, TiugODO *i>portat] imi fuma: 
denta di PodiId Fiuto, Eh* inno qnalle eb< Il n 
di Trol» «d Elliwiida. Kooo I ymk di Btrtnod i 



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une 1 nAR. itai. iwll k^eide 109 

perduto per Bempre; il soggiorao infine di Enea a Cartagine 
Tten prolongato. S^U si parte < vedendo la stagion di pri- 
nuTera « il tempo di navicare bello e cliiaro > (1), mentre 
in Virgilio si mette in mare « hibemo sidere > e < mediis 
aqnibnibus > (2). Del quinto Libro è cnrìoBa una piccola 
klf^nnta fatta aìV Eneide: l'antica Beroe, ebe qui diventa 
Berce, (sotto l'aspetto della qoale in Yi^ilio si trasforma 
Oinnone per indar le Troiane ad ardere le navi, mentre Ar- 
mannino, sopprìmendo la trasformazione, fa ietigatrìce lei 
stessa) ha nella Fiorita dne figlinoli, Cnriaa e Cleopas. 
Finalmente dal sesto libro noteremo che nella rassegna dei 
suoi discendenti, Anchise mostra al figlinolo Silvio vestito 
di bianco, coli' asta in mano e bianche rase in capo ; Romolo 
I Remo con nna croce in mano e < calzari legatoi > in 
piede, tntti adomati a mo' di pastori ; Marcello pallido in 
volto, sopra nn bianco palafreno ; Cesare, cai veniva portato 
sopra la testa < nn gon&lone di aqnila intagliata >. 

Che cosa dobbiamo noi pensare di qnesti mutamenti? 
Aldini si spiegano senza difficoltà: Ecuba fatta spettatrice 
della morte del figlinolo, probabilmente deriva da una specie 
d'anione della vomone virgiliana coU'ovidiana, accettata 
da Dante (3), secondo la quale la madre vide il corpo del 
■ EDO Polidoro > sul lido marino, e ne impazzò. La morte 
di Anchise, come ci è data da Armaanino, proviene dalle 
favole dassiche, favole accennate anche nei versi di Virgi- 
bo, II, &17-49, messi in bocca ad Anchise medesimo: 

Jam prid«m invùtu Divù et inntìlis, annoi 

demoror; ex qao me DivOm paler atqne hominom rei 

fuliDinu adOant ventU et contìgit ìgnL 

Dove Servio nota: «Fabula sane talis est; cnm inter 
aeqnales epularetur Anchises, gloriatus iraditnr de concu- 
bita Teneris. qood com Jovi Tenns questa esset, emeruit 
ut in Anchìsem ftilmina mitterentur; sed Venus cum eum 

il) T. m t. 

(t) L. IV. KW ■ SUt 

{%) Or. JUna. EOI. iS mn.: hifmtt. XXX. IS Mft. 



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110 B. a. PUODi 

falmìne posse Yidisset mterimì, miserata inrenem io aliam 
partem fìilmen detomt. Anchisee tamen afflatns igne caele- 
sti semper debilis rixit » (1). Secondo altri sarebbe stato ac- 
cecato dal fulnune, ma Igino invece dice proprio che ne fu 
ncciso, Favola XGIV, cosicché b' accorda col nostro tranne 
pel laogo della morte, che tace (2). ìla qui il luogo della 
morte veniva dato da Virgilio, mentre il modo era taciato 
da lui, cosicché Armannino potè aggiungerlo di suo, senza 
che a noi importi dì ricercare se ciò fosse conveniente o no. 

Difficoltà maggiori non ofite l'indagare d'onde sia ve- 
nuta all' A. l'idea dello strano oso del Castolo di Lenc&de. 
Infatti anche qui ci aiuta Servio, al v. 275 del L. Ili : * Et 
formidatus nautis: autqqodlocasliostilìs,,.. aut, ut quidam 
volunt, quia moris erat aliqnem ei de nautis immolari ». 

Anche del prolungato soggiorno preìtso Didone potremmo 
cercare dì renderci ragione. Infatti, soppresso da. Arman- 
nino l'intervento di Giunone, mancava ornai ad Enea ima 
ragione ed un motivo all^ immediata partenza, tanto più 
quando le sue navi, essendo rotte e sdruscite, avevan bi- 
sogno di lunghi raddobbi. Ma |>erché il discorso con Anna 
e la confessione a lei fatta furon mutati di luogo, senza 
alcun riguardo all'efficacia maravìgUosa che quelle poche 
parole hanno appunto là dove son messe, prima della colpa, 
con quello scoppio di pianto che le chiude, eh' è di per sé 
un capolavoro di verità e di passione? E d'oudc vennero 
ad Armanniuo Enea fatto re di Cretii, i due figli di Beroe, 
O, com'egli dice, di Berce, e gli atloruumenti curiosi delle 
anime de' suoi discendenti, mostratigli dal padre? 

Una risposta ornai, combinando queste particolarità con 
certi tratti da noi osservati più sopra, si potrebbe comin- 
ciare a darla. Ma tuttavia raduniamo prima nitrì fatti, 
esaminando i Librì seguenti: la risposta si farà di per sé 
pi il evidente. 



(1) Srnii snuimnHeì (m fir-mlìtr in r/rfilil rumini nmmiuhrii, n 
ammaim THn.o bt Hamm Hjiaiii. Llpili. Tsnbntr, IKR. 

lì) Pw lauro mi ifito drìl' rIIkIodc di Ltour, aionnsl di OabUiu 



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UTAC. I TBAD. ITAL. DEU'eKBIDE 101 

dal pTo£ Rajna medesimo (1), e del quale c'è pure un esem- 
plare tra i codici Ashbarnhamiani della Laarenziana, in un 
codice della Braidense di Milano e finalmente in un Parigino 
del quale non lio che' poche notìzie. 

Potremo finalmente dir qualche coaa d' un brenssimo, ma 
assai strano racconto dei casi di Enea in Italia, che è inse- 
rito in una versione o meglio rifacimento poetico del Te- 
soro dì Bnmetto Latini, trovato da me in un Codice della 
Palatina. 

A complemento del nosb^ studio daremo da ultimo nu 
rapido cenno di quelle bien narrazioni che si sogliono tro- 
vare in gran parte delle solite Cronache TTnìversali, latine 
italiane, ed anche altrove, specialmente nei Cominenta- 
toii dì Dante. 



I. I KIFACIMENTI IN PROSA 



CAPITOLO I 

U < nOI^TA > DI ABMUnnXO GIUDICE 

Cominciamo dalla Fiorita di Armannìno, come quella 
che ha la data sicura del 1325, e che dev'esser quindi 
anteriore alla Fiorita di Guido da Fisa. Il Mazzatinti, 
come dicemmo, fece uno studio completo, sebbene non molto 
esatto né sicuro, delle fonti di essa, e non potè non av- 
vedersi, per quello che concerne la parie nostra, che il 
compilatore aveva seguito Virgilio e talvolta una fonte fran- 
cese, ch'egli afferma essere il Roman (TEtieas. Vediamo 
se si debbano accettare in tutto le sue conclusioni, o se 
invece non convenga modificarle notevolmente. 

(1) ndd.pac. M3. 



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102 E. e. puoDi 

E^li RCrÌTe in principio: < Coti il libro XXII comincia 
nella Fiorita d' Armannino la legenda d'Enea, nel rao- 
eonto della quale esso segni altematàramente Yn^ìlio e il 
Romanzo francese attribuito a Benolt de Sainte-More > (1). 
Esamina i primi quattro libri e poi dice qnasi a modo di 
conelosione: < L* Armannino fin qui ha riprodotto fedel- 
mente il racconto di Benolt, e qnesti alla sna volta non s'è 
mai diecosiato dal testo vi^iUano, tranne in nn lut^o, àoÌ 
dove fa menzione del oepolero di Dìdone e >lell' epitaffio die 
ìei ricordava e Y infausto amor sno > (2). Fermiamoci nn 
momsnto ad esaminare il ramificato e la verità di queste 
aaaeizioni. 

E chiaro che il dir che Armannino b' è tenato al racconto 
dì Benolt, il quale s'è tenuto a Virgilio, deve ngaificare 
che ba Armannino e Virgilio e' è Benolt come intermediario, 
e che quel poco di sno che il francese ha introdotto nel- 
l'opera del poeta Ialino trovandosi, almeno nella parte es- 
senziale, riprodotto da Armannino, ci rende sicuri della di- 
pendenza di questo da quello. Ora da che punto comiueiò, 
secondo il Mnzzattntì, questa dipendenza e questa fedele 
riproduzione ? Dai primi libri intanto no certo. Infatti dalla 
CEposizione ch'egli stesso fa del poema francese e della Fio- 
rita, sì ricava' che il troverò e Armannino hanno seguito 
nna via del tatto divema. Questi, dovendo continuare cro- 
nologicamente la sua compilazione, trascura affatto il Li- 
bro II délT Eneide, avendo già narrato i fatti in esso com- 
presi, in modo ben diverHO e da altra fonte, nella parte 
precedente; comincia invece dal terzo, e riprodottolo con 
molta esattezza, trascurando solo l' episodio dei Ciclopi , toma 
indietro al primo, col quale conduce Enea presso Didone. 
Quivi la preghiera a lui rivolta di raccontare i pericoli corn 
e il racconto suo sono accennati con parole generali : < Poi 
ch'ebbe mangiato Dido or mena Enea a vedere le belle 
opere del suo lavorio; or lo mette in -parole, or gli £a con- 



(:) LiOB. dt. tMg. SOL 



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urie. I TBU>. ITU.. DELL ENEIDE 103 

tare e gran fatti di Troia. Lnogo non trova né giorno né 
notte; il san amore di di in di cresce. > (l) 

II taroTero segne invece Virgilio: dopo i preamboli eìu 
Troia e il giudizio di Paride, si ha la tempesta che sbatte 
le navi in ÀMca; ivi poi il racconto fatto da Enea, benché 
non sia affatto rìaasnnto in una quarantina di versi , come 
il Mazza tinti vuole (2), ma in circa 350, comprende solo il 
secondo Libro dell' Eneide, del qnale Armannino non b' è po- 
tuto valere, e trascura quoGÌ completamente il Libro III, 
che invece costitoisce la mosaima parte del Conto 22.* della 
Fiorita. È manifesto adunque che qui non pub esserci 
qntstione di dipendenza dell'uno dall'altro; ed è anche 
manifesto il perché della coincidenza accennata dal Mazza- 
tìnti in modo da indurre facilmente in errore, che entrambi 
trascurino l'episodio dei Ciclopi: in realtà il Mancese omette 
i Ciclopi perché omette tutta la narrazione del settenne 
viaggio di Enea. 

Veniamo ora a considerare piti minutamente il Li- 
bro IT, per vedere se almeno in questo potessimo riscon- 



ti) Tania qimlo pu», ramo rII allrt eb* mi mani di tlpart*» deUm Fiorila, 
-tao i% mi dtiU KieoiidD U Cod. Laiir. PI. LXXXIX mr. M. QntatD al tran IB 
n*a >1 r. 131 r. Piò olln darò alcnol icbtarlinBDU intento ■! Codio! Fkirvutlnl d'Ar- 
matuilno. perche tSb cha oa'dlu II U. è iptaw lomnicttnte o Innalto. 

Blgnardo *1 modo d> ma lanuto odia truorlilon* dal manoactlttl In generila, 
■1 noti eba non mi aone obbligato ad nna «cmpalnu (tdclU DtironDgrafla. ■ roaì 
in tutti 1 lanital dove II dnhblo ani Talora del acjtna Dan en poulblle, ho aontilulLa 
all-antlco il modamo «nrlapondenta. Qnindl ho dlallnlo h da >, ho IntrodDllD U ( 
alpoatodel ( e del f.hoaaritto II e non el eU. Ho iDoltra «opprtaso 1'* dova ora 
noi non l'nitamo piò; a Bntlnianto bo pantiigB>a<o " aeiientiiato il più ruttamcnle 
■«allibile iDTec* per i* eonaonartl doppie o aenpliel, e in Rmarale por tntto elb 
cfaa in qnilcbD modo poterà cBarr dubbio o arere una ipaclala Importanza, mi aon 
tesata fcdalKalmo al Codleo da eoi tra«rJveTa. 

(11 n U. affanna eli anila fede dal PkÌ, Fmsì ttc, ma non i troppo eaatlo nalU 
dtazlona, dicendo^ tanto qnlri some nelt* altra apoccalo daUo etcaao A. VEaiiii 
Ut Htiiri it TtUiti atc. cba, non tutto U L. H k rlannnto in una qnaranlink di 
Tenl, nu la aola praaa di Troll eo'anoi tuU apIaodlL Prima di qa«ll iDTace «1 
neeonU langamanta lo atntagemiiia di Einone con ciò cbe il attiene ad cbko. Dal 
Rtmaa fEnwt io parlo a cito tUroKa 1 irrii, aeoondo U Cod. Lliir. ri. XLI tt.dl 
latlnia «aaai lUmdl*, ma molto curtctlo a meno ramuodcmato ^liv ni<a Ila anello 
atcnJlo dal Pei no'mol EatntU. 



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lui B. a. pjkKoui 

trare tracàe d' ttna più stretta relazione tra la Fiorita e il 
Boman d' Eneaa. Nella Fiorita è seguito Virgilio : 1* approdo, 
la caccia dei cervi, distrìbaiti poi alle nari, l'incontro di 
Enea e di Acate con Venere trasformata in cacciatrice, 
finalmente il loro entraxe nella città coperti d'ona nebbia 
non ci posBOQO lasciar dubbio. Solo si potrebbe credere 
che le stesse cose si trovasaero anche nel Roman d^Eaeas, 
e che da questo più che dal poema latino le avesse attìnte 
il bolognese. Ma sialno ben lontani da ciò: il troverò fa 
ÌDcor^giare i suoi da Enea, ma questi non va egli stesso 
ad esplorare il paese, bensì manda alcuni de' suoi, che en- 
trati in Cartagine, descritta con splendidi colori, ed abboc- 
catÌMi colla regina, ritornano coli' invito fattogli di recarsi 
presso di lei. Tralasciamo d'accennare al magnifico abbi- 
gliamento del duce Troiano e al nnmero);o corteggio col 
qnale egli entra nella città, fatto Regno all'ammirazione 
de' cittadini, che lo distinguono subito fra tutti olla bella 
persona ed al nobile portamento. 

Non meno gravi né meno evidenti Kono le differenze se 
si continui l'esame. Nella Fiorita, mentre Enea sta os- 
servando le pitture del tempio, giunge Sidone e id pone 
sul e tribunale ■. Stavano diuLinzi a lei < innestrì e manovali 
e soprastanti n quelle opere fare. Ella con costoro divi- 
sando l'opere che era mettere di fare, con loro dìspotava, 
ragione rendea a chi la domandava > (1). Come si ^ente, 
tdomo in Virgilio (2). A un tratto ecco con gran rnmore 
i compagni, che fi credevan perduti, di Enea, ma che in- 
vece, buttati dalla tempesta ad an lido guardato, eran stìiti 
fatti prigionieri dalle giurdie Tìrie. Le parole d'ilionen, 
la risposta di Didone, e poi, all'osservazione di Acate, 
l'nscire dei dne dalla nebbia, son tutti tratta virgiliani, i^eb- 
bene abbreviati. < Dido reina vedendo Enea sccp« gìEi dello 
scanno e per mono lo prette e fagli grande onore; nella 
Rolft reale l'à -condotb^. Quivi s'apparecchia ci mangiare. 



(s) i». I, Mi -ve. 



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UPIC X TKAD. ITJtL. I>ELL ENBtl>E 1U>J 

Dido gnarda Enea d^ogni lato; ^avano bellì^imino Io Tede, 
fresco e colorito, bianco e biondo e crespi i snoi capelli e 
di begli costami ornato. D'amore s'accese di Ini al forte 
che ad altro non pensava se non di potere sodisfare al fino 
desideroso appitìto > (1). Enea intanto manda Acate per 
Ascanio, che venga con doni per la r^na. De' timori di 
Venere e della st^titnzìone di Cnpido ad Aecanio l' A. non 
tocca; ai doni accenna appena, ma più a longo parla del 
gioTÌnetto: < Qnello venne tanto bello e conto, costumato e 
gentilesco che somigliante non ai vide già mai. Inginocchia- 
tosi dinanzi alla reina e fatti e ricchi presenti che '1 padre 
gli mandò dicendo, Dido il guarda e per amore del padre in 
braccio lo \àeae; ora lo bacia, ora Io gnarda e abraccia; et 
qniri in Ini in Inogo del padre ne prende diletto > (2). I 
Troiani < mangiano di grande volontode, perb che grande 
mesitiero n'aveano. Dido non cessa quanto coperto pnote 
qoondo el padre e qnando el figlinolo per Ini rimirare; al 
mangiare dà hiogo, e solo questo fare le pare dolce cibo > (3). 
Cosi dopo accennato all' indifferenza d'Enea, che di nulla 
s'accorgeva, come il cacciatore che a sna insaputa ha ferito 
Qiortitliuente la cerva, e all'amore invece sempre crescente 
di Didone, Amiannino fa seguire la descririone della caccia, 
trascuroudo tutta la prima parte del L. IV, cioè fino al 
T. 128. 

In questo luogo che abbiamo parte rìasBnnto, parte tra- 
^tto esattamente, alcuni tratti hanno davvero un tale 
colorito frnnce.te, che si potrebbe crederli desunti dal Jìo- 
«ifin iTlCiìms. Ma ciò non è, KÌa che si conKÌdcri l'ordine 
ilei fatti, sia che invece la forma. Il troverò, trasformando 
tutto al modo cavalleresco, ci mostra Enea e Didone che si 
t'eg^no lontani dagli altri nel vano d'una finestra, ove si 
trattengono dolcemente a discorrere; poi, se anch' egli trn- 
iKiura la sostituzione del Dio d'Amore ad Ascanio, almeno fa 
che Venere, abbruciando il giovinetto, gli infonda il potere 



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lOG . B. 6. riBODI 

dì ÌDnnmorare chi primo lo bacì; descrive ì doni, descrÌTe a 
luogo l'amore che dai baci d'Ascanio s'insinna oel cuore 
dell'iofelice regina; infine, dopo che Enea ha finito il ano 
racconto, essa lo conduce alla camera destinatagli, assiste al 
euo coricarsi, e poi partitasi di là a gran pena, passa nna 
notte angosciosissima, nella descrizione della quale il troverò 
spiega tutta la sua conoscenza delle trafitture della passione, 
e trova espressioni spesso efficaci ed ardite, anche troppo 
ardite se sì vuole, quantunque il tutto si risenta sempre un 
po' del linguaggio convennonale del tempo. Il mattino 
Bidone chiama a sé Anna, e solo dopo il consiglio di lei (la- 
sciando da parte anche qui Venere e Giunone) vien decisa 
la caccia. 

Ma se non nel racconto, potrebbero esservi qua e là 
imitazioni di forma. Infatti il Mazzatinti accanto allt: pa- 
role d'Armannino < reggendolo bianco e biòndo e vermì- 
glio etc. » mette ì versi del francese: 

Le def a bloot recercelé, 
cler ot 1« vis et la figure 
el bele la reguardenie (1). 

Ma a me non pare che qui si possa parlare d' imitatone. 
Ambedue i paKui hanno il loro punto di partenza ne' bei 
versi di Virgilio I 589. segg. : 

Restitit Aeneas, elaraque in luce rerulsit, 
OS humerosque Deo simìlis; namque ipsa decoraui 
cnesariem nato genctru, iDmenqDe iuTentae 
pnrpunum, et laetos oculis adllàrat honores. 

Il < purpureum > è tradotto nel * colorito r, come quel 
< giovine bellissimo > risponde al < lumen iuventne > ; * bion- 
do » invera non è nel latino, mentre è nel francese, ma ciò 
significa poco, tanto più aggiunto a < creiipo > , quando f^i 
consideri che questi sono i due epìteti dald da Amuinnino 
quasi sempre ai capelli, per esprimerne il maissimo grado 



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U»C. K TILiS. ITAL. DBLl'bDZIDS 107 

a periezioiie, e quando s sappia che il biondo era nno dri 
antteri più stereotipati della bellezza cooTenzionale del 
mtdio ero (1). 

La caccia è in Ànnannino ricalcata sn Virgilio, con di 
pift certe conaiderazioDi morali ; omessa è qui, ma si troTS 
JHJI sotto, la descrizione della fama; omesse totalmente in- 
TKc eoDQ, per la tendenza a far di meno del sopranoatorale 
pagano, la preghiera di Giarba e la risoluzione di Giore, 
che n'è la conseguenza, di mandare Hercnrio ad Enea. Il 
resto è compendiato dalV Eneide con sufficiente esattezza. 
Ora è ben vero che air Eneide sì tenne fedele anche il poeta 
fnncese; anzi il messaggio di Giove è in esso e non in 
Armumino e cosi qualche altro particolai^; ma tutto il 
colorito è cosi mutato, che avendo nell'nn caso e nell'altro 
le cose medesime, ci appariscono in una luce affatto direraa. 
Anunnino è ancora, se non altro perché il piti delle tolte 
noD fa che tradurre, più Ticino all'antichità; col Soman 
itE«eaa siamo in medio evo pieno e schietto, e non si po- 
trebbe ammettere senza chiuder gli occhi all'evidenza, che 
Titaliano abbia attinto dal irancese alcuna cosa. 

Se pel quarto Libro l' assolata indipendenza de' nostri 
ine rìfacitori ci pare dimostrata, sul quinto poi e sul sesto 
i dabbii non possono quasi neppure sussistere. Infatti il 



'■■^ U qnkJe puvft Gbe gli Ardf ni lulU Lm chioma, la quale «ra blonda a eivapa»; 
Idgt ifnetUTl «DO di AnouDlDo. La dUomadl Tanera. cbs al Ik iocontra ad Ensa 
■dinlt, Iraalormala In euctatrlee. i pur blonda, mntia Virgilio DOD co D* dice 
Halm: lOU inai bloodl capelli kìoIU per lo Tento ihilsaTaBo > t 111 r., più 
"it iRDdea la ina bionda cbloma oom* O'amlouala dlTlno al qnale aemprn rt- 
Hu> (. isi r.>^ [Il in i ripetuto pei eirora Al eU nmikaTli il eodiei). Dal reato 
B M ledere li libro del BmcE, Il Up* Mf ttfc* itU* JmM mi mtilit aa, ijwws. laSS, 
> H3f ' 10. 30. IM ttc E al potrebboro ottai* molti altri «Hmpi olti* ai tnol : per 
'iru qsaleana. di proia. ore Ueitir • erupf *l ttoflno miti, eltetenw 11 OtraiMniii, 
Mlt aa-m della Olont. IT : e La FlamBetta, Il «al capelli eraa empi , Inngkl e 
f<n.:ii PatatUn digli ÀOii'l.lUia-n- '» itaiHwa vauo e lubarbe Apislln, cft- 
'làte t* HU ereapa ■ UoadlMlmi coma di fronde d'ano odotUem e MtdlMlma 



Diai.zodBjGoOglc 



106 E> 0> PIBODI 

Libro V ha in ArmannÌDO nn ampio sviluppo, ineutre • 
appena accennato nel poema; il se^to poi, contenendo Tln' 
feino, ci conduce ad una delle parti dove T originalità d 
Armannino è pii) sicura e più incontestabile, originalità bei 
inteso nel senso del non essersi egli astretto a segnire tu 
testo più che un altro, mentre di elementi dirersi composi 
nn Inferno suo. E cosi nessuno dei sei primi libri ci ma' 
etra la minima traccia dì qnel Roman tf Eiteas che Arman 
nino avrebbe dovuto tenere davanti come fonte principalis' 
sima del suo racconto ; ed essi ci conducono invece, fra tratt 
che pur tradiscono davvero un'influenza iraneese, a qnalchi 
cosa che è sempre più stretto e più fedele eìV Eneide latina 

Possiamo qui raccogliere, prima di procedere oltre e d 
trarre delle conclusioni, certi altri fatti, che per tutto i 
corso dei sei primi libri dÌKtingnono la narrazione d'Ar 
mannino da quella di Virgilio. 

Eccone i principali. Polidoro dice d'essere stato uccìm 
< in prcNenzia della sua dolce madre » (1); Idomeneo avevi 
abbandonato Creta < forte temendo di certi suoi nemici * (2 
e qnindi Enea è fatto volentieri re di tutto il paese; nel 
l'isola di Leocade (rhe non è più isola e si chiama Eucat« 
c'è uno strano e barbaro costume: <di quanti in quello laogt 
arrivava, uno conveniva che morto funsi e di lui fattone i 
sacrificio in su l'altare d'Apollo * (3). La morte d'Anchisi 
è narrata cou ima circostanza che in Virgilio non è : < es 
Bendo Anchi.'« ni sacrificio, subitamente sorreunono folgoi 
da cielo con la snetta focosa e ordente, e percosse Anchise 
ond' egli uè morì. Questo intervenue, come diceano coloro 
però che egli sì vnntò che carnalmente Vcnus dea cono 
scinto avea > (4). Passando al quarto Libro, Didone noi 
svela ad Auna il suo amore se non dopo che ha commessi 
già il suo fuUo con Enea; la descrizione della Fama i mu 
tata di pofto e mcKsa in bocca dell'infelice regina, ch< 
n^li ultimi momenti rimpiange il suo bel nome di castit 

1 



Diai.zodBjGoogle 



BITAC. B TBilt. ITAL. I»Ll'kXE1I>B 9^ 

ndsdoDÌ in prosa noD poche dovettero tenergli dietra, di- 
pendenti da esso più o meno; e che anche queste, colla 
facilità maraTÌgliosa con cui la letteratura francese sì diffuse 
in Eoropa nel medio evo, dovettero spargersi ovunque, co^l 
ad allettamento del popolo, come a sollievo delle lunghe 
noie signorili. 

Tuttavia delle attrattive sue ben potenti ne aveva anche 
per gli nomini del medio evo il poema latino nella »ua 
forma originale; e sopratutto attingendo forza e vita sua 
propria dalle scuole, dove s'apprendeva a venerarlo come 
tesoro di recondita dottrina e compendio di tutta l'umiinu 
sapienza, doveva presso coloro che a cagion d' onore si chia- 
mavano chierici r riuscir vincitore non di rado nella lotta 
contro le sovrapposizioni straniere e contro gli adornamenti 
cavallereschi. Ora in quanta parte si sostenne e vinse e fn 
adottato come materia di racconto poetico per il popolo o 
di esposizione in certo modo dotta e storica per i letterati 
e i sem i letterati ; e in quanta parte invece dove cedere allo 
attrattive di bellezze nuove, che' se meno pure, se meno 
eccelse, se meno dorature, eron però quelle che rispondevano 
meglio ai sentimenti ed ai costumi del tempo? 

Ln risposta a tuie domanda è, per ciò che riguarda 
l'Italia, l'ometto delle pagine che seguono. E^tuiiinando 
una per una, il più. esattamente che sia possibile, le reda- 
zioni conservateci in prosa e in poesia, dipendenti in qualche 
modo àaìV Earide, e inoltre le traduzioni di es.sa, cerche- 
remo di trame qualche conclusione, benché T essere il nostro 
materiale non certo piti che nn frammento di quello che 





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Digli zodBjGoOgIc 



lOO Z. O. PIXODI 

nn tempo esistette, non ci possa permettere di fondarci i 
di esso come sopra un terreno pienamente saldo e sìcnro. 

Non tenendo conto per ora delle tradnzioni, a cni di 
dicheremo in fìne un capitoletto speciale, noi dÌTÌderemo 
rifacimenti dì Virgilio io prosastici e poetici. I prosasti 
sono i segaentì: 

I. La Fiorita di Armaunino Giudice, cominciando d. 
Conto XXIL Essn fu già studiata dal Mazzntinti, ancl 
per la parte che ci riguarda, ma non sarà inutile tornar 
sopra. 

n. Il Fiore (VIUtlia di Guido da Pixa Carmelitano, pi 
quella parte di esso che si kuoI stampare da sola col tdto! 
/ F<Mi tTEnea. 

III. Quei FaUi (T Enea che Gioachino De Marzo pu) 
blicò per intero in Appendice al Riio, Saggio (T iììuittrasioi 
a un Codice Volgare della Guerra dì Troia, e cLVgli a 
trìbuì ad un Anonimo Siciliano. Vedremo come anche nel 
Biblioteche di Firenze questa yersione sia rappresentata i 
vani codici. 

IV. Un lungo pezzo d'una compilazione di Storia Un 
versole, contenuta in un Codice Magliabecliinno, la qua 
ha per titolo: Fioretto (Mia JBUAÌa. 

V. Una redazione latina, interpolata con Tersi di Vi 
giho, la quale è contenuta in un Codice Riccardiano. 

VI. Una seconda redazione latina, intitolata StiiitUi 
Virgilii Eiimtìos, anch'e.ssa contenuta in un Codice Itii 
cardinno. 

Di redazioni poetiche it numero è a»sai ristretto, ne 
avendone io trorato che due. 

I. Quella parte del Tiviano & stampa, che fa dal pr<i 
Pio B^jna chiamata r Aquila Xcrn (1), cioè gli ultimi oti 
conti, dai quali però bisogna ancora togliere il XIX e il X> 
che trattano delle Storie Romane fino a Cesare. 

IL II poema contennto in nn codice senese segnalai 



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BITIC. I TMQ. ITIL. DELl' ENEIDE 111 

Sbarcato alla foce d^l Terere per far sacrifizio a Giu- 
nonfl, e riconoscinta all' esclamazione di Giulio e alla scoperta 
della bianca troia la terra predestinata, Enea fa inalzare 
da' suoi lon^ le rive del Tevere on forte castello, cui chia- 
mano < Albana per la bianca porca la quale quivi trovò > (1) ; 
e intanto manda cento de' suoi in ambasciata al re della 
contrada, Latino, domandandogli terra pe^ suoi e profferen- 
dogli om^gio e "tributo. LatÌTio li accoglie benissimo; il 
consiglio dei baroni risolve di acconsentire alle loro domande. 
Qui si vien raccontando di Lavinia già promessa a Turno, 
dei prodigi cbe avevan poi dissuaso il vecchio re da quel 
matrimonio, e delle predizioni circa la venuta d'un illustre 
straniero, al quale i fati la destinavano. Latino adunque, 
colpito dair arrivo di quei J'roiani, che gli parevano ap- 
punto l'illustre gente aspettata, manda cento cavalli ad 
Enea, e lo fa invitare a recarsi alla città. Ci sia permesso 
di riportare qui colle parole stesse di Àrmannino il brano 
che si riferisce alla venuta di Enea a Lanrento, giacché è 
importante assai per la nostra quistione e il Mazzatinti 
non credè di doverlo neppure accennare. 

< Tutta gente traggono per vedere Enea; donne e don- 
ielle stanno agli balconi per vedere la troiana gente. La- 
vina con molte donzelle trasse per vedere Enea e gli suoi 
baroni. Molto gu,Brda Enea el barone, el quale cavalca 
tanto bello e dextro. Mai non le parve vedere ninno tanto 
leggiadro stare in una sella, in capelli biondi come Toro, 
anellati e crespi, con uno cerchietto in capo di fine seta, 
fornito di rilucenti e preziose gemme. Tutti rilucono e suoi 
biondi capelli intomo alla sua fresca e colorita faccia. Uno 
mantello di grisi foderato è d' uno panno baldacchino molto 
ricco e bello. Nelle staffe portava e snoi piedi fermi e forti ; 
bene signoreggiava tutti gli altri baroni. Grande e grosso 
di persona, bene gli risponde ogni membro a modo. La- 
Tina il gnarda; non mai le parve vedere uno cavaliere di 



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fat m nd z'a |ÌBf hrir pM- 
Bin «o^ ic<x et i ^iii 
nù» te le |a''<c 4e kédte 
&wa< qz W «^T* MtoiL 
■•J: lo loe da.-vaw< v>3 «d- 
£«1 (|«e v^ est r**s <* U>x- 
gnat k» afl f--<at par les in«iii 
L«niie h en la lor amt; 
d'aite biK^tf* patda ja$, 
Tit Eoeam qui fa Òeaai, 
Canaenl fa es;:«n)c kv bn. 
Molt U faiiil4e (it ci bd el «eaL . 
Amun Fa de sop <lart feme; 



0) F. isi r. * »»«_ 



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BIPAC. I TUO. IT AL. DILL EHEIDE ll!l 

aina qn'ele ftut d'ilaec mene 
ja a ebangit -e. foiz colore. 
■» Or est cbeoile n lai d'amore : 
voiUe OH non uner l'estuet (!)■ 

Ci si presenta ora qui pìtt ioBistente la qoistione: que- 
st' episodio fa traefoimato in tal modo da Àrmannino, op- 
pure gli Tenne indirettamente da una fonte cbe noi non 
conosciamo ? Le differenze non sono pocbe ; prìncipalissima 
la soa trasposizione, e l'averlo collegato con un altro fatto 
di cui né Vigilio né il francese ci padano, l'andata di 
Enea a Lanrento, appena avutone T invito da Latino. Pei> 
che avrebbe il nostro A. dovuto inventar quest'andata? E 
sopratutto egli che per lo piU abbrevia e tocca rapida- 
mente, perché avrebbe qui dovuto diffondersi in una de- 
ecrizìoDe tutta di colorito francese, se questa non gli veniva 
offerta da un testo che aveva dinanzi ? La sua intenzione 
era dì mettere insieme una Fiorita di storie raccolte qua e 
là, non punto un romanzo; ora ciò ch'egli non trovava in 
Virgilio poteva benissimo senza scrupolo toglierlo da altri, 
ma dif&cilmente si sarebbe indotto a lavorare di fantasia. 
E questo era, come si sa, il carattere generale de' nostri 
Italiani del medio evo : pìeui d'un superstizioso rispetto p«r 
l'antichità, mirando più cbe al diletto all'insegnamento, più 
die al romanzo alla storia, accettavano come provato abba- 
stanza tutto ciò che trovassero narrato da altri, ma non 
capivano troppo come attorno ad un fatto si potessero rica- 
mare quelle bizzarre fantasie, che in tanta copia sgorga- 
vano invece dai cervelli de' nostri vicini d'oltr'ÀIpe. 

Seuonché, lasciando pure da parte queste considerazioni 
generali, se la fonte d' Àrmannino è, oltre all'^Tteùfc, il 
Bonian $ Eneas, nna quantità di piccoli fatti restano senza 



(I) Diamo qnl 1* prloelpaU Tarlutlda] tailo dal Par: 3 Bgirdi dawn; Iloti 
ra à «ni rami U pL I cranlini dd mai mUt; S 1« Tnliiu: 1 eon- 
■acDunt: lOn'ail; H bclU; 14 cuenni la 1« qol la t. ; IB eigiM*; 
Emau; 30 fngud* daui toa; SS (a dlloc; S4 A al cangk: color: 



Digli zodBjGoOgle 



ti -^LiiTib «vT aoMCV tt ^MH^ 1^ biK- c^ à dica 
•ATie». ^ •<» ^VAÙ s 3uLi.. m ^^ n^lv a^ar stesa 






. rjE ji:.ijn( aT i:.:w! 



— «— I jL-is ^iù: 



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BITÀC. X TBiD. ITjUo MLL'iSUDI 115 

dimeno Tenere che & dono al figlio delle ormi fabbricate 
ig Tolcano, è conservata. Mentre Enea sì reca presso 
ETandro per aiuti, Tomo assale il castello Albano, cosi 
detto dalla bianca troia (1); il numero delle schiere e dei 
gneirieri cb' egli conduce ci è dato nella Fiorita con molta 
minutezza, certo non sulle traccio di Vir^o; ì giorni di 
combattimento sono molti, invece di dae come aeìT Ennide; 
l'ordine dei fatti è assai mutato. Particolari curiosi e che 
confermano assai bene la nostra spiegazione si trovano nella 
battaglia fra le genti di Turno e quelle d'Enea, quando 
questi BCeude dalle navi cogli ottenuti soccorsi. Anche qui 
si danno con esattezza le cifre, e un colorito cavalleresco 
gì diffonde su tutto il racconto. Non poeriamo a meno di 
riportare la descrizione del duello mortale tra Forone ed 
Enea, col quale la battaglia comincia. Que^ veniva in- 
nanzi minacdando e chiamando Enea ad alta voce : < Pharo 
era della persona grande e grosso; gitante parea a vedere. 
Enea l'ode; arditamente gli risponde: Lascia le parole e 
vieni a' fatti, se tu hai forza, che ti bisognerà. Quello si 
trasse innanzi e alzò la mazza, e credette ferir Elnea in sn 
la testa; ma quello che era maestro e costumato, colse uno 
Balto e scansò quel gran colpo. Enea allui de la spada feri 
in sn lo scudo, ma non che allui aprozimare si voglia. 
Qaivi è la forte battaglia de' due buoni pedoni; Vuno è 
grande e smisurato, e V altro è di buona t^lia, ma niente 
pare Enea a rispetto di Pharo. Intorno alloro da ogni lato 
è la forte battaglia tra qne' pedoni. Enea sta con Pharo 
a mano a mano: motto è durata quella loro battaglia; Enea 
pensi di sbrigare el fatto. Uno grande lancione con uno 
ampio ferro, el quale in vulgare follaricb la (sic) chiama 
(usare sì suole a caccia di tnnghiale), quello si fece dare 



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11« «. fi. MMM 

Kmm « «M tata» f.im !• ban* a nuvou Per mezzo i] 
y«4U« V ìmì à lictr c^ saa ^ nke knn né puiaera, 
«tic 4ijn«' » f«nr wn (£ fs^us d fcm. Coa U sua 

A: Iki^fa^N' w« £bìk: tp i^ itsàm i im tutto s ntinra 
W MMiTVv T'isw >a£TnBt» B^ *-~— ■*- éae Tolte, e b 
T— T a« aSa faa mwk 




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BtFlC E TSID. ITAL. DELL^ESBIDE 117 

il pia valido sostegno della battaglia ; Airone noD va però 
iupnnito, ma per mano di Atys, compE^pia di Camilla, pro- 
babile trasformazione, ma non armaniuDiana certo, di Opis, 
ha trapassata la vena organale (1). 

n fatto di Tibnrto, come yieu chiamato nella Fiorita, 
(Jie da Tarconte è tratto a forza tra le schiere b-oiane (2), 
licere alcuni tocchi nuovi; Armannìno, completando Vir- 
giho, ci informa che tra i due v'era mortale inimicizia, poi- 
àié da Tibnrto era stato a Tarcone accìso an fratello; ci 
informa inoltre che i Troiani fecero strano del prigioniero. 
< Mai di tonno non ed fe^ tanti pezzi, quanti quella gente 
feòono di Tibnrto >. I Rutn]i sono sconfitti, Turno è co- 
stretto a lasciare l'agguato contro Enea; questi giunge sotto 
la città e s'accampa su un forte colle, press' a poco come 
nel Roman ^ Eneas, ma senza la splendida descrizione che 
in esso è della tenda di lui. Qui viene al duce Troiano il 
messaggio di Turno, recando la sfida; ed è nella tregua 
conchìusa per attendere il giorno del combattimento fra i 
due campioni che, come si sa, avviene l'episodio della frec- 
cia, unica traccia d'una fonte francese che il Mazzatinti 
abbia sguaiata nella Fiorita. 

Però le differenze che tra la t^orUa e il romanzo vi sono 
anche in qne&to episodio, eopratutto il diverso contenuto 
del < breve > mandato, mostrano che questa non è la fonte 
diretta, e tolgono quindi ancbe qui la necessiti di supporre 
che il poema francese fosse esso stesao tra le mani di Ar- 
mannino. "Sci poema, Lavinia fa senz'altro la confessione 
del suo amore; nella Fiorita invece avverte Enea di guar- 
darsi dai traditori, avendo intero che si macchinava di ten- 
dergli un agguato nel giorno del suo combattimento con 



canEi»>ooiitrasTnnM>. «te.i tOllT. Set cuUUo di cai il liatU. parti Liunno 
iLnxn nelli id* DacrOHimt ti iidta Ittìia. VansUs, IHl, t M i. Dal npllola In- 
Urao %i Bibltil: < BafnltmOa pai U Kegn rttrorul nn altro ponte ili plctn. «opn 
Aelto flm» Ticino id Harona eaatcUo tto. >. 

Il] Sai Km** H'Snni» VL> < trucUa 11 a l'orinai Tolua >. parlaudo di AKinlo 
cb( nnido 11 A^Uo di '^ Timo. 

(3) Vaa, XI. TU iff ., ora parò furaco di Tlbarto il ba Vanulo. 



DigitzcdCyGoOgle 



118 I. e. piiODi 

Turno. Neppur è da tarascorare che qoi Enea domanda ai 
pastori il nome della fandalla che Tede alla finestra e poi 
s'allontana senza farle alcnn se^o e senza riceTeme da 
lei; net poema francese Lavinia gli manda un bacio « del 
qnale Enea mai non seppe il sapore >. Però, nonostante 
queste differenze, o immediata o mediata, la relazione tra 
ì due racconti è indiscutibile (1). 

Grandi mutamenti con ri sono fino al duello con Turno; 
anche nella Fiorita l'accordo è rotto dagli amici di costui, 
ed Enea, mentre tenta di calmare gli animi, è ferito da 
ona fireccÌB, nel collo però, e non già, come in Vii^Iio, 
nel ginocchio. Dopo varii casi e nuovi accenni a Lavinia 
che cerca d'Enea, Turno vergognoso e disperato della fuga 
de' suoi, decide di riprendere il duello col duce troiano, 
duello nel quale i tratti de' poemi cavallereschi, per non 
dire delle Otansons de geste, prendono spesso il disopra sul 
racconto virgiliano. 

Cosi siamo giunti al fine di questo lungo e forse pro- 
lisso riassunto ed ora possiamo ripetere e sopratutto com- 
pletare i lisuItatL Àrmannino, compilando i suoi fatti di 
Enea, ei tenne assai stretto, sopratutto nei primi libri, al- 
l' £neide latina ; qualche cosa gli vennero fornendo i com- 



|,)»™-_y„«.u.^»,i,«.„oa.„ 


k frecci. liucIM. con DI» 1.1- 


tua JcDl». occocn inebii tìlron ncU'utla luali 


namUr* moccM. AUudo al 


«i-*rrf i, Jh/l, UW Lodi*. aglU di FnHDDBt. U HTT 






U dui* tD topxn. 



V. Kilt. lÀIt. il Fr. XXn, «M. ÀIMka t putkioUil, com* 

eUlà eliMto, ■ clic uvU'jn^f* ti IVtmiài, di dabbto anton (Gui<ia?), qnwH di- 
fcBdcBdnal anppnu». )ier dlmnatnr poi li con Iraponibllr, d'aTrr conankalo cwi 
rHiUHi |>cr Diuuo d Olia lativra coutrinU in nui frcnU. Tuiua uo pa'dKcno *1 
ha nella Xor. I dtlU Qlun. IV del OnaminiK. 



doyGoogle — ^ 



urie. I nuD. ITU., deu'zkeidb 119 

menti, di Serrio e d' aitili. Dal Libro VII in poi )e traode 
d'ont fonte francese, già manifeste anche prima, si fauno 
sempre piti numerose ed evidenti; ma qnesta fonte segae 
anch'essa ben da Ticino V Eneide, assai più che il Romanzo 
non faccM, tuan ne dere essere come noa libera traduzione, 
fatta nello stile delle Chaaaons de gcste. Insomma essa par- 
rebbe qualche cosa di molto simile a quella compilazione 
sn Cesare, tradotta da Cesare etesso, da Salloatìo, da Sve- 
tonìo e da Lncano, di cni parlò il Meyer nel toL XIV della 
Somania (1), con infedeltà non molto ma^^orì e con ag- 
giunte ed ampliamenti e abbellimenti del gusto medesimo. 

Ma qoi ci si presentano due obbiezioni. In primo 
lut^o se la fonte francese dì Armannino è cosi vicina al- 
l' Eiteide, non pnò egli areme attinto anche quello che ci 
parve provenire direttamente dal poema latino? In secondo 
luogo è lecito a noi trascurare le traccie qua e là troppo 
evidenti del Roman d'Eneas, e non fanno esse ona forte 
opposizione all^ipotesi che abbiamo proposta? 

Certo il semplice fatto della grande somiglianza e della 
strettisàiinia parentela che corre ira molti passi d' Armannino 
e quelli corrispondenti dì Virgilio, non basta ad assicnrarci 
dellu dipendenza immediata del primo dal secondo; come 
neppnr basterebbe l'addurre, e ce ne sono, luoghi tradotti 
alla lettera. Propensi ad ammettere che la cosa sia ci fa 
veramente il sapere che l'autore della Fiorita era uomo 
dotto pel suo tempo, e certo non ignaro del latino; ma 
anche qui bisogna andar cauti, perché senza dubbio per un 
uomo d'allora, anche dotto, poteva benissimo tornare assai 
pib agevole il tradurre dal francese che dal latino, tanto 
più il latino poetico di Virgilio. Cerchiamo adunque se 
dall'opera del giudice bolognese possano trarsi argomenti 
positivi, intemi; non sarà difficile che, se egli ha realmente 
tradotto o a meglio dire raffazzonato il poema classico, 
cjnalche frase, qualche costrutto e in special modo qualche 
errore sìa rimasto ad attestarci il fatto in modo sicuro. 

(1) Ìm frtaiiini mtfilaUtia /nmtalit i'kMatH mCHimt, I-M. 



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120 E. O. PAXODI 

E darrero a tue sembra che degl'indizi ce ne siano < 
non pochi. I Tersi 140 e 141 del Libro III: 

Unquebant dnlds animas aat segni Irahebuit 
corpora, 

paiono aver lasciato traccia di sé nell' armanniniano < gì 
huomiiii egrotavano e subitamente cadeano morti ganza ri- 
medio 1 (1), per mezzo appunto di quel latinismo < egrota- 
Tano » corrispondente ad < aegra », che mal potrebbe pro- 
venire da un testo francese. Cosi pare i rr. 94 sgg. del 
Libro I: 

terqu« qnaterqiie beaU, 

quis ante ora patrum Troiae Bub moenibus altis 

conti pi oppeterel 

parrebbe che dovessero star proprio davanti a chi li rendeva 
cosi: < quanto si possono tenere beati quegli che morìranc 
«otto le mura di Troia in presenzia de' loro padri e pa- 
renti! > (2) Infine, per lasciare molti altri fatti di minori 
importanza, schiettamente latina è anche la fra-^e Fieguente; 
< ora non ti tiene Ardea la cittade, anzi se' nella forza dei 
Troiani > (3), la qaale traduce la minaccia virgiliana dì 
Fandaro (o secondo Armannìno, che lavora alla le^ta, di 
Biccia) a Turno rinchiuso nel campo troiano: 

Non haec dotalis regìa AniaUie, 
ne« murìs cohibet putriis media Ardea Turaum (4); 

e latina è pnre T altra che accenna alla mìsera morte di 
Amata: < prese una fune e insù una trave la gittò e con 
quella allacciandosi el collo, rimase tri^^to incarico dell' alta 
trave » (5). 



(1) r. iM T. 


{») P. Ili , 






(1) F. in r. 


(1) .i™. IX, 737-Wl. 




{») r 


. IWl 


-. ca. Jm. xn, va. 



Diai.zodBjGoOglc 



Ktric. I tkju>. iTAL. dsll'eneipe 121 

Io credo che le prove da me offerte fin qa! sarebbero 
gis sufficienti, se non a dare nna certezza assoluta, per lo 
meno a rendere assai Terosimile che Amannino si serTÌsfie 
anche del testo latàno ielV Eneide; tnttsTÌa, piuttosto che 
queste prove per cosi dire positive, varranno a rendere non 
dabbia la cosa dne fatti negatavi, dne errori cioè, dove il 
latino ha faradito il nostro Radice bolognese ed è rimasto 
sotto il travestimento italiano ch'egli voleva imporgli, cosi 
chiaro, cosi traeparente da non lasciarci desiderare di più. 

È notissimo l'episodio di Caco ticciso da Ercole, che nel 
Libro Yin deW JBit€Ìde è messo in bocca ad Evandro, Il 
ladro fnggendo, appena scoperto, era gìanto a tempo a bar- 
ricarsi saldamente nella caverna sotto l'Aventino, che gli 
serviva dì nascondiglio; ma l'eroe, tentato invano di sfor- 
zare l'entrata, salito sopra la spelonca, divelse dalla sna 
bnse un enorme sasso che la copriva, e lo precipitò giù 
pel monte. 

Slabat acuta sìlex, praedsis midìqiie saxis, 
speluDcae dorso insai^ns, aJtissinia visu... 
haue, at prona ii^o laeTiun incumbebat ad amnem, 
ilexter in adveisum nilens concussit, et ìmig 
avolsam solvil radicibos (1). 

Ora ecco la curiosa traduzione d'Armannìno: < quivi era 
nno elee molto grande e per forza Io prese e con tanta smi- 
i'arata forza lo crollò, che schiantò e nippè tutte le barbe 
e con tutto el cenpo quindi lo levò > (2). La * silex > è 
diventata un' < ilex > ! Certo simile abbaglio non era pos- 
dbile che ad un italiano. 

U secondo non è meno significatiTO, e si riferisce a letn 
che occorrono nello stesso libro, poco pìii oltre. Venere, 
ottenute da Vnlcano anni divine per Enea, gliele apporta, 
■leponendole sotto una quercia, e l'eroe comincia ad am- 
mirarle e volge e rivolge stupefatto 



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Diai.zodBjGoOglc 



Diai.zodBjGoOglc 



121 E. e. PAIOM 

tuli a riolsra l'accordo del dnello fra i dae terrieri; nj 
che quando il duello hi riprende, tanto la Fiorita come il 
Romanzo ranno d' accordo nel descnTerei i dne baroni cfa« 
s'ortano colle lancio, scavalcandosi a vicenda, e che poi 
asaatiiìsi colle spade, à martellano per un pezzo di grandi 
colpi. 

A spigare qneste somiglianza senz'ammettere una di- 
pendenza immediata, riguardo ad esse, della fonte di Àr- 
mannino dal troverò, si presenterebbero due vie: o eh( 
Àrmannino medesimo si fosse servito dì ambedue le fonH 
che, in modo opposto a quello che proponevamo noi 
r autore del Romanzo avesse attinto esso Etesso dalla nostri 
ipotetica versione dell' Eneide. Ma qaesto secondo caso ti 
subito eecluHO; non solo perché tanto meno completo è i 
Romanzo che non la supposta versione, ed in cose di ca- 
pitale importanza, ma perché vi si <qipone la ragione de 
tempo, quando à noto a tutti che mentre il Roman ^ Enan 
si può attribuire alla prima metà del sec Xil , una versiont 
in prosa, come la nostra dovrebb' essere, ci farebbe discen- 
dere per lo meno al XIIL 

Resterebbe dnnqne a considerare la possibilità che 1( 
fonti francesi d' Àrmannino fossero due, e a questa l'argo- 
mento principale che opponemmo è precisamente quelle 
delle differenze che anche nei fatti in cui la Fiorita e Ì 
Romanzo si accordano, potemmo riscontrare, e che ci pnr< 
ben difficile sì possano attribuire ad un iutenùoniile rimO' 
neggiamento di Àrmannino. Qualche nuova conferma tro- 
veremo nell'esame che facciamo seguire di una particola! 
redazione della Fiorita. 

U God. Magi. II , III, 136, descritto dal Mazzatinti nel en< 
piccolo elenco dei manoscritti superstiti d' Àrmannino (1) 
contiene, com'egli avvertì e come aveva già avvertito altr 
prima di lui, una Fiorita rimaneggiata; e questa vien d 
solito detta, non credo molto esattamente, il rifacimeub 



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HIFAC. a TKJin. ITAL. DELL'ESlIDt 125 

lei Covoni. Anche nn altro Codice è identico a questo, 
dmeno per tutta la parte clie precede le Storie Romane, 
^ è il Laur. Qodd. 95, del quale MazKatinti non s'oc- 
one e non diede notizia (1). 



(I) È eutlaaa il f*tls eba 13 H. (bbu Ignonla e tnmnto r«lat(ui* di od 
Min, dit pan i dualità bbI BandinJ, SappL II M. È vn du. nrtireo, pnt»- 
Uoenle dflllm metà d«l Mfc XT, di disHuiDDA ItV per 31, lerjtto 4 dnfi coloDaii, wm 
iltiaU nmt « lnreijlii« e eoa ntbrJcb«> QncMe però dvTono ev*rv Btitp igjrfiiiilA 
<^, gfieclw lo iptzlo l»tA spoaH) m stolto ■ coutenvrlB. La □bmarailoDO è In 
ifra natoe; l'alUmo foglio i 11 CLXXXIX. rh't IncoUsto «ni eulonc di gnlrdU 
KB ttUta, eoDW DOB è Dtppnr« 11 praccdraW. H Bi*. lai*» innca al L CLXXXTtL 
u soa BUBD poalttlan caoeallb qneato Doinaro, aoalltatiidoall 11 IÌÌ In dfn ara- 
ich». La ragloDs ala aTldmUmoDU Io ciò obr, mmM U Oodlea Ta ngolamWDte 
•1 1 alt-TIU ([ngU In col al moUenc la Tavola drlla Ittril-), • poi ancora Bua ti X, 
bi F biuico. aalla anblto dopo al XXIIII. nuBeando 1 logli di nuuo; Slcch* Il 

iwu : Ktto ata ancora acrìtto, di nano dlraraa : • Qaeato iniro « d« tlRliaoll di ber- 

Hn detto nel tento dio II Cod. IM t clilaaiato rltadtngnto del cìaminl cun nOD 

illj 1> parto cliv conpnnd* la Storie Trojan* « di En*a. ma quando ■! Tkn< al 



lannlDO, neutte 11 Uagl. lU aa ne allonluia di i 
i*ne 11 llfufm di UeoTennto da ImoU. oona In 

Agglnnglama qulcba colliia ancba anlle caratterlatlebe dosU altri luaa. Fio- 

■nrcnUanl PI. LXII lì. a PI. LXXXIX Int. , SO, g dal Uafll. II, UI, tSD; la accenda 
ilUag1lab«bliulII,Ilt, ISIa II. Ul. IM, Dol Ua||l, II. UI, ISf parleremo più olire. 
I prima delle dot clual da noi alablllto i più conplcU e prubabllurnte Tla]ionde 

brtTrlaU ncll'e«prM«l0Be e d'aver qna a là leggiere fllffcraoto. aliamo l'andaU 

r leuir* al re Idtluo. OIiuiU aono alla città, alla qnale tnUl 11 cittadini (I. 01 r.) 
fauno lati Incontro per vederli! donne e Aontelle tntMal ra«rnauo dll banconi. 



ABpaBnie diceva che 
bo atc. >, Strana U 
t SofV* pntUuwlU, tr 



Diai.zodBjGoOglc 



120 LO. PUOI» 

In primo ìaogo questa apecUle redazione della Fiorita 
mostra eTÌdente lo stadio di accostarsi di più, almeno in 
certi luoghi, all'Eneide, la quale dorerà quindi esser soi- 
t'occhio nel testo latino (o tutt'al più in una traduzione 
italiana) al rifacitore. Cosi, subito nei' principii del suo in- 
namoramento, Didone chiama a sé Anna, come io Yii^;ìlio, 
e le parole dell' infelice regina e la risposta della sorella sono 
quasi rese alla lettera: < Anna, mia cara sorella, non so da 
sia qaesto nostro oste, ma bene mi pare alinolo di Dea. 
Più sono li suoi atti divini che mondani.... Quant^io ne 
ridi mai de li baroni, niente mi paiono a petto ad costai. 
Se promesso non avessi al cenere di Sicheo di non prendere 
mai marito, costui è quello solo eh' io mi contenterei d' avere. 
Ha innanzi la terra me viva sommerga, che io mai tale ìm- 
promessa rompessi a lui > (1). 

La descrizione della caccia ha un colorito suo speciale. 
Dido viene < ornata tutta a modo di caciatrice, come a ba- 
ronessa si conviene, sa in uno carello cioè cavallo bosso, 
bene anbiante. Dido giva con V arco a mano e col turcasso 
al collo .... Li cani aburano (2) e squittiscono ; li cacciatori 
colli comi là fanno levare le fiere selvaggie e qui ca- 
vriuoli Dido caeado va altra caccia, la quale prendere 

non pub a la sua voglia. Ma Venos mandò allora uno ainto 

per sodisfare a Dido > (3). Come si vede, il colorito 

fìrancese non manca. Invece poco più sotto rimettendo al 
suo luogo la descrizione della Fama, spostata da Armanniuo, 
e poi accennando all'ammonimento di partirsi fatto dagli 
Dei ad Enea, il rifacitore ritoma a31^ Eneide. 

Trascorriamo sui libri di mezzo per venire' all'arrivo in 
Italia. Siccome, nonostante le aggiunte, il carattere gene- 
rale del codice è d'essere piti breve che la Fiorita auten- 
tica, manca il discorso di Enea ai compa^ per ìnvitarh 



a. tv In iiriDatplD. 



Diai.zodBjGoOglc 



Diai.zodBjGoOglc 



128 B. a. risODt 

Greco et colle Bae mani neetse Lanmedon... > (1). Evandn 
gli dà DD piccolo eseruto di ccc caTalìerì; < bslestrìerì e ar- 
cadori et altra sua geat« furono mille, lecondo la veritadf 
e la verace storia > (2). Ànnannino dice invece ce cavalier 
e della gente del popolo più dì mille, tenendosi in parte fidi 
- all' Eneide (3) : ora non e' è qnì on' affermazione del nfaciton 
che esso solo dice le cose esattamente? 

La madre di Enrialo e il suo dolore per la, morte de! 
figlio sono aggiunti, dietro Vii^ilio; il combattimento d: 
Enea con Farone è assai abbreviato; dopo la morte di Fal- 
lante sono inseriti i versi Danteadii < Vedi quanta virtC 
]'ba fatto degno etc. > (4). L'ambasciata a Diomede è sok 
nel nostro rifacimento, ma invece del Yenolo vii^iliano ( 
mandato a lui Tiburto; c'è anche qualche altro piccole 
particolare aggiunto. Si ondeggia, come si vede, sempn 
fra V Eneide e qualche altra cosa, che è probabilmenb 
un'altra fonte e non la fantasia del rifacitore, ma sulla qualf 
si potrebbero avere dei dubbii. Senonclié i dubbii svani- 
scono affatto quando s' è giunti al solito episodio della freccia 
lanciata ad Enea: ivi alcune parole, che nel testo più antico 
della Fiorita non si trovano e che pur si trovano nel Rotiutn 
d! Eneas, ci parlano assai chiaro. All'osservazione dell' <ar- 
cadore > che troppo male egli farebbe a rompere la tregua, 
saettando fra la gente d'Enea, Lavinia risponde: < Non 
per ronpere triegua questo fo, ma perché pare che Enea 
guardi le fortezze di questa nostra città. E quella gent( 
che di quindi passa la possiamo avere per grande sospetta. 
E perché egli s'aveggft.che non fa bene et altri s'avede del 
sno mal fare, voglio che gitti presso allui questa saetta > (5). 



(I) r. cxxxn r. 
(11 F. cxxxn V. 

. (3) Ubili vm, TT. SIB-IB: 



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Diai.zodBjGoOglc 



130 S. tt. PAMODt 

nino, on è divenuto d^aos ìnvax>6Ìnuglianu uielie sutg» 
gìore: non spiegava If differenze del racconto di lai rigaardo 
al primo ionamorarfli dì LaTÌnia, e ora non spiega neppure 
le aggiante del rifacitore; inoltre ci verrebbe a dire cbe 
ambedue bì sarebbero trovati in possesso di due fonti, nna 
delle qnali identica, T altra similìssima, e che ambedue, come 
per on tacito accordo, lasóondo dell' nna traccie diverse nel 
loro racconto, per Y altra poi 6Ì sarebbero incontrati a non 
valersene che in due soli e identici episodii. Cosi torniamo 
all'ipotesi già messa innanzi, confermandola: esisteva nna 
versione probabilmente abbastanza fedele dal ponto di > ista 
medievale e francese, ielT Eiteide, nella quale erano en- 
trati alcuni passi estranei p«- inflnenza del Roman ^Encas; 
questa fu la fonte unica, oltre V Eneide, della Fiorita pri- 
mitiva; a questa, più o meno rimaneggiata, ricorse ancbft 
il nostro rifacitore, direi quasi per correggere, con essa alla 
mano, le infedeltà di Armannino. 

Non ci resta che i^:ginngere i pochi fatti di qualche im- 
portanza che abbiamo ancora net nostro testo, e confron- 
tarli coll'ipotefà proposta; cosi il doppio duello di Turno 
con Enea, mentre in Virgilio, e poi anche nella Fiorita ori- 
ginaria, la prima volta l'accordo è turbato avanti che il com- 
battimento cominci; così lo specificare il nome del cavaliere, 
primo violatore della tregua, il quale si chiama « Pames 
cioè Pares > ; finalmente un nuovo duello di Enea con Mes- 
eapo, quando l'eroe è tornato di già, guarito da Giapige col 
dìttamo, a rinfrancare ì suoi e ricondurre la vittoria con 
loro. Questi tre fatta, specialmente il nome del cavaliere, 
che in Yii^lio è l' augure Tolumnio, derivano evidentemente 
dalla fonte da noi ricercata. Invece pa6 servire a mostrarci 
con nna nuova prova come il nostro rifacitore attinga pure 
direttamente dall'Eneide, nna similitudine da luì aggiunta: 
< Feciono come il villano, quando nello arare vede venire 
il vento pieno d'ocqoa che fo^e quanto più può, perché 
nuocere li può al suo lavorio > (I). 

(Ij T. CUVl t. Ctr. il«. UI, «U 10. 



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Diai.zodBjGoOglc 



Va>-^ d aw«m A» Ai ^ m Ib ùa-m w 3 nnaato d«' casi 

i»M>'tri-a. a>(BÌmù «Ha sarvs^ df^ne ^ Tnù; ms, 
a di nspetto 



m àt-'~v'i"s l'D-e^ Afa.-!:!!. à~. 'rnecu ^t^ certa à fonda 
-it7,A c»^.=i.'n« .-.:fc^-ia: l'-mcoani' acTa &. XCIII clic 
£-w:u <ì t niiti^ùK L^fiz'." * ò~I ?iZi»i6n ». Gaido con- 
1-*^ ù v-i -i.7«-r! ri»- 1-^.!— * ilt- iBaT= e &kea. d<^>o che 
5t ri f>i3' ò» T&«w ( Il iiu~ri', Bti « ncK rasa Wn ^aiqnamo. 
CI» r»tt->-i* »=-.— .a?; ò'-ntf ri-* £nSL. qmatio Tmne in 
ItMìì*. )■ ofTu Ti^M» r'ft iJE: ࣠ai Ttus i«*»i séro >. 
il Kilt, ^v vniài. swr^r cv'^t •nrtfnr -vijàuirc. sìatirl>« Scttìo 
TttTTV U w«4. St: c:^;— -auBiiM- f Ihnnipi (TAlìcuiXK^-o. chf 
>'arr"'>"'à«rf'<iiw a. ooucùt mnàr noe 3ai. aon j*ot^ fs?«re a 
mfc Br>&:iij^: cdiuÓ: Dnt ai; «an iFvemnaiDe il wnt^rltarv 
ri» li. umf RÌf s. nas^JiBfii. ms amàj^aaa^ tite tanè Guido. 
TWirrtiinòf riif i^ ijiiiiicbF nutòr £iiea xn'va sTuto il Pal- 
ladiru rT«ài«** d: ^vunr srrr»ffl» diF T ar^m «co fin daDn 






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BIT AC. B TUD. ITAL. DELl'kNEIDK 133 

La prima sosta del viaggio di Enea è in Trucia, ove 
fuido dai crudele fatto di Polinestore prende alimento ad 
na rassegna de' più famosi avari ; dalla Tracia a Delfo, e 
a Delfo a Creta, ore è tralasciata la menzione delle feste, 
imserrato è l'approdo alle Strofadi; ma, oltre alla grande 
incisione del tutto, omessa è risola dì Leucade, la prima 
isita e il salato all'Italia, T arrivo alle terre dei Ciclopi 
all'incontro d'Achemenide. 

Abbìam così raggiunto la narrazione virgiliana del L. I, 
sabito ci ai danno dal compendiatore ì ragguagli su Dìdone, 
m questa volta con nna modificazione delle parole dì Vir- 
ilio, della quale parleremo altrove. In Yii^ilio Sicbeo è 
n ricchissimo signore, * sed regna Tyri germanus habe- 
I diviene Siclieo medesimo, 
iella storia del re Oiarba, 
ne, poi innamoratosi di lei 
B astuzie. 

jlita menzione del capo di 
tato come augurio e segno 
ttà, Ouido aggiunge la non 
ato prima, che è anche in 
Tata di Enea e d' Àcate in 
nuove ad osservare che ciò 
rione di spiriti o per virtù 
che è noto che Guido Go- 
lii altro se non la pietra 
la porta (1). Riguardo al- 
ad Ascanio, il nostro A. 
bbellimento poetico. Tra- 
' arrivo dì Pento ad Enea, 
città, il travestimento con 
lodii staccati e indipendenti 
, di Priamo. Adonta è, 
lUe M^morfosit la morte 






DigitzcdCyGoOgle 



131 L a. pixoDi 

Del L. lY c^ è eome lo scheletro ; del V e del YI quasi 
nalln; intorno all'andata all'Inferno espone però i varii 
pareri, snl modo in cai s'abbia da intendere, se come fin- 
none poetica o allegoria morale , o buI modo in cui possa 
essere avrenuta, se per negromanzia etc 

n L. YII è fedelmente rìassnnto: al nome di Cecnlo (2) 
è aggiunta la spiegazione che se dà Servio < qnia oculis 
minorìbus fnit > ; il tredicesimo capitano di Turno è Ippo- 
lito, mentre in Yirgilio è il figlio di lui, Yirbio. Soppresso 
è nel L. Vili l'episodio deUe armi procacciate da Yenere 
ti figlio, n combattimento del L. IX è assai abbreviato; 
curioso è il modo dì rendere le parole di scherno rivolte da 
Remolo ai Troiani: < Yoi, come feroine, pigliate lo spec- 
diio e lo tambaro ed andate a ballare > (3). 

Yenendo al L. X, Enea * cercò tutte le contrade della 
marina dalle parti di Roma fino a Pisa e radunò moltissima 
gente da battaglia > ; nella rassegna l'ultimo capitano, cb'è 
Auleste, vien omesso e il sesto, cioè Cupavo, è fatto figlio di 
Cinira, cb'è il quinto, mentre da Virgilio non appare. Il 
soprannaturale pagano è soppresso quanto piò è possibile, 
e cosi anche in conseguenza l' astuzia di Giunone per trarre 
Turno dalla battaglia. 

1 Libri XI e XII, tranne i soliti episodìi, soprattutto 
degli Dei, saltati, e i combattimenti un po' riassunti, sono 
del resto tradotti con molta esattezza; bella e viva è la de- 
scrizione del trasporto di Follante alla sua città e lo E^an- 
dersi del popolo incontro € con lamiere e con le facelline 
de' morti accese in mano > (1). Egli aggiunge di suo clie 
< la notte era già venata >, e davvero questa determina- 
zione, sebbene non di Virgilio, accresce la tristezza e la 
funebre solennità della scena. La ferita d'Enea è guarita 
dal medico che possedeva del dittamo presso di sé; non è 
Giutuma che volge sempre il carro di Turno in parte con- 
traria ad Enea, ma Tomo stesso che lo sfo^e: < andava 

(1} jiH. VII, mi. • tt) itH. a, US «H- 



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Diai.zodBjGoOglc 



136 E. 6. PASODI 

tÌTo si venne primo dalle contrade di Troia fidatamente 
Italia e alli liti di LanrenU . . . . > (1). E il Gap. 1: < B 
lissimo di corpo, cliiaro di carne e di eangae splendici 
fn Enea figlinolo di Ancliise, nepot« del re Priamo, il gu 
Bignore^ò la provincia di Frigia e la città dì Troia; ooi 
fd potentissimo ricchitisimo savio, e parlatore omatissin 
fu largo e ne le aversità costante, allegro e sollacevo 
non ingrato; le quale caose, e fortune marine e teires 
in perpetua recordanza Yir. versificando scrisse a petitic 
di Ottaviano Imperatore » (2). 

II Mazzatintì né al Proemio né a questo Capo 1 n 
accenna, ma è eridente che non può esser quisiione d 
V Eneide latina né del Fiore. Fare il compilatore non i 
nomo da far da sé e raccozzò da varie fonti le varie membi 
convenienti o no, del suo strano lavoro. Questi due capii 
letti infatti appartengono siir Eneide tradotta dal Lancia, 
cui sono il principio, e m possono vedere nell'edizione fi 
tane dal Fanfani nell' Etruria di Firenze (3). 

Lascio stare il Gap. 2, la cui prima parte non so d'oD 
provenga, ma quei che seguono, dal 3 al 16, cioè fino a 
morte di Didone, riproducono veramente la Fiorita di Gui 
con qualche leggiera variante e ahbreriatura e con un'i 
finità di spropositi; il 17 poi contiene la lettera, accenm 
senz'altro dalMazzatinti , che la regina, deliberata d'nc 
dersi, scrisse ad Enea. Ora non c'è che aprire il volumel 
delle Eroilìi di Ovidio, di cui la settima è precisamente u 
lettera della regina Didone al nostro Troiano, per acci 
gersi che qucllii è la traduzione di questa. < Poi che i fu 
chiamano il bianco Cinno, posto nelle ondose herbe, a 
guade del fiume dimandando (sic) canta; così canto io. 
Enea, io non ti scrivo perche io spero per i miei pre{ 



n* dolU dlirnalaU biIUìob* et» ha danntl. 
rlnuiimli ÉB Tirlf tiiIU, ■ piSS- IM-IST {eoo Ire iia£ 

i, vM-ai*. t9i-iix, ea-va, la-'.ta, cè uutia i* u 



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Diai.zodBjGoOglc 



viene a troviirsì in gran parte edito, senza averlo mai s 
spettato. Si può notare, a cliiarir meglio il modo tenn 
dal compilatore, che nel Gap. 64 egli ha inserito la citazio 
di Dante, G. XVII del Pui'gatorio, t. 34 agg,, < Snrse in n 
visione una fimdulla etc » , che è tratta dalla R. GLXXV] 
di Goido. 

Poiché siamo a parlare di contaminazioni, in senso f 
o meno proprio, continuiamo. U Mazzatinti accenna (1) 
un Codice del Fiore <S Itolia in cui sarebbe inserito Te] 
eodio della freccia lanciata ad Enea per volere di Lavini 
che sappiamo essere di Armsnnino (3). Basta esamini 
con qualche attenzione il Codice per vedere di che si tra 
realmente. Al f. 112 r., nelle ultime righe, Camilla inseg 
nn cavaliere dalle armi splendide che le fugge diniinzi, < 
ella disiderosa di quella preda cioè dello oro che colui at 
adoBso, il segaia *. Siamo alla quartultima riga e a 
R. CLXXI di Guido; quando tutt'a un tratto questa 
abbandonata, e ci troviamo, senza che l'amanuense va 
neppure a capo, in un nuovo ordine di fatti: * Questi 
uno cavaliere il quale anea nome Àrrone il quale fa nt 

nel terreno Narnyle > Non solo e' e una lacuna di soni 

ma abbiamo cambiato d'autore: Mumo cioè passati nd A 
mannino, che ora vien seguito con tutta fedeltà, fino 
fondo. È troppo naturale quindi che col resto ci sia nnc 
il famoso episodio. 

Assai più curiosa è una vera contaminazione di Gai 
con Anoannino, la quale si trova nel God. Magi. Il , III , Il 



(1) t a OA. lI>eL n, \tl. eb» couUdd* B^iUKom, CfWa fluniiti», 
nia /Timd'iin dlOiorun Vuxiin. lUDtlU; poi 11 fiori dt Omoo, iSaal 
Ir di Suite a df I PatnT.v. Kilttn dal Sbdfi. Il /!<»( porli lo IdiiOo U ■ 



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UFAC. E TIAD. ITIL. DELL KSEIDE l-PÌ 

lescrìtto dal Uazzatìntì nel buo elenco dei Codici d'Arman- 
lino, coll'oBserraraonfl, pà fatta dal 3Inzzi, che in csko 
'amannense ìm interpolato il Prologo del Fiore ^Italia (Ij. 
M cosa è an tantino diversa: invece del solo Prologo n ha 
aterpolato tatto o qaasi tatto il Fiore, e spesso con un 
irocessD cosi cnrioso di compenetramento, che merita se 
le dia nu'idea. Io per allontanarmi il meno possibile dal 
aio argomento, e poiché il Codice è da capo a fondo eom- 
K)sto collo stesso sistema, toccherò in specie della parte 
he tratta dei Fatti d^Enea. 

Al £ 95 T. si narra del Palladio: ■ Quando Priamo fecie 
ore la città la qnale (per) per Gianson ed Ercole e gli altri 
oro componi guastarono, sicome già dissi, Priamo fecie 
are nel tenpio ano idolo ad honore di Palla idea che jKr 
litro nome è ehiamaia Minerva [il qnale tenpio era molto 
nrande], e nel mezo della città. Questa era capo dì tntti 
i tenpli del sno Reame e a coniare li ornamenti di qnello 
enpio maraviglia sarebbe. Effinitto che ffa lo detto tenpio 
fi) cSistiaUc seajpiio si dicie che scicse in questo tenpio, d 
'naie renìsse dal Ci^o... > 

11 carattere ritto rappresenta il testo d^Armannino, il 
«rsivo la parte che appartiene a Guido, la qnale è presa dalla 
i. xeni, colla quale poi ai continua per un pezzo, cioè 
ino alle parole: < di dare lo 'nperio dd mondo li greci >. Fra 
larentesi quadre ho scritto ciò die non si trova né in Guido 
lè in Armannino, almeno nei testi che ho consultato io. 

Dopo le parole pur diana citate vien ripresa la Fiorita 
lei Giadiee Bolognese, ove si narra l'ordirà dd tradimento 
n Troia, e la decLdone di Priamo dì mandare il figlinolo 
'olidoro al re Polìnnestore ; ma appena riportatone, con 
Dsen>iibili mutazioni, le primissime righe, il Codice riprende 
rnido alla K. CJLVll e la inserisce tutta, compresi ì vera dì 
Wte: < In questo mezo Priamo qnan disperato dì sua 
alate, manda nn suo fi^ìntdo minore, lo quale aveva nome 



(:) ra*. ■ • mihm tm. 



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140 B. a. PARODI 

Polidoro, co moHa quantità d'oro e d'argento e di tesar 
aUo Se ài Tarsia, lo quale era molto avo aiuieo... >. 

Al f. 197 T. comincia rinsemone della K CXXXH, ori 
ai racconta la presa di Troia secondo Virgilio, dopo le primi 
righe coneerrate d' Àrmannino : < Virgilio per non dire tot 
gognia d'Enea.... volle qaesto gran male ricoprire poe 
tando per figura, diciendo che essendo li Greci molto rott 
e affaticati, non credendo mai per via di battaglia noi 
potere avere e vinciere la città e pigliarla; onde per guest 
voletulo tornare a casa e dai fati essendo impediti etc. i 
Nelle parole di Qoido il compilatore si permette nna ra 
riuite: all'isola Tenedo dietro eoi si nascondono i Greci 
Bosiitnisce < il monte Rofareo non molto di Inngie dalla citt 
di Troia > , com' è nel Bolognese. 

La R. CXXXU è inserita, com'abbiam detto, per intere 
e così, senza meitcolanze estranee, le RR. GXXXUI e CXXXIV 
Qui è ripreso Annannino : < La verità della presa della grand 
città di Troia si è che Ili traditori etc. >. 

Dopo il breve passo che così comincia, eegne la R. CXXXV 
eia CXXXVII; poi la R. CXXXV. Ed è notevole come l'n: 
degli autori sta sempre completato coli' altro: < Ecuha, vt 
dato. . . Polidoro morto da Pulincstorc, subitto ucci del senn 
e come cane andava orlando, tale che pareva che fuss 
arabiata. Allora li Greci le furono intomo; con bnstot 
e con pietre l'ucàrtono, e chosì Ecuba sua vita Qui. j 
quiiicì viciìc die Oddio etc. ». Invece delle parole, abba 
stanza este^^e, di Àrmannino sulla morte di Ecuba, Giiid 
diceva solamente: * usci della memoria, e come cane ral 
bioso, cominciò a latrare. E quivi viene che Ovidio etc : 
Q compilatore, che voleva sopratutto essere completo, al 
bandoDÒ il cenno meno esteso per ìl piit esteso; altro\ 
invece, quando si tratta di due versioni affatto different 
messe l'ona di seguito all'altro. Co^ riusciva ad unire ì 
nn tutto, organico o no gl'importava poco, qoanto avevau 
raccolto nelle due opere loro Àrmannino e Guido ; riuscivi 
almeno secondo il soo credere, a costituire on ammirabi 
corpo di duttriue, d'insegnamenti e di storie, soprattutto u 



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142 K. s. ruKm 

re Latino e per amore di LaTÌns feeoe &re an Dobìli 

fForte casteUo... > fi 225 t., e « bus Tolta condotto i 
in fondo, senza piil interrnzioni di sorta. 

Per dare anMdea del modo che il nostro compilat 
tiene sovente nel compenetrare insieme Armannino e Gni 
riferiamo il capitolo di Polidoro, che i caratteristico; 

< . . . ariTÒ nel porto dì Semo Tracia e qnÌTÌ disci 
con sua conpa^ia. £ andando Enea a spasso per 1 
selTa per trovare di belle erbe verde per coprire nn alt 
done intendea di fare il sacrificdo, il quale (sic) vìdde 
bello ciesto di verde mortella, del quale ramo iscantò 1 
rsmaciello, del qoale subbito hnscirono gocciole di eaD] 
freschissimo e vermiglio. Veggcndo ciò Enea fu ptaic 
tiHìlto stupore e tremore e maravigliatuloai lìd sangue ch^ 
ttccito di qucUa verga , voUe prouare V altre se ronjKtulole ■ 
t<i88ono sangue. E ronjiendone un' altra per simile modo 
Fora n'usei sangue [come allora fosse fatto]. Di che E 
si maravigliò, ma per conosciere meglio che questo fui 
tutto lo ciesto fschiantù intero di terra. AUora utTi i 
hoeeie di sotterra die disse: Enea, perché laeieri lo mif 
cite è qui sotterrato, cogliendo questi rami li quali mi e 
prono tutto? Disse allora Enea: Chisse'tu che cboi'ì pn: 
Rispose la voccie: Io sono Pnlìdoro tuo cogniato, fìglii] 
del misero Priamo, lo quale mi mandò co mnlto tesoro 
coservarlo colla mia persona al Re di Torciti, lo quale av 
per fedele amico; e quello conte ebbe novdle che Troia 
presa, mi feccie uccidere co molti dardi e spade, ell'»i 
si tenne [e io ne sono morto]. E però Enea guanìalt 
noìte iseiderare le tue piafosse mani. Ognmè, fratello » 
fnggi le terre crudeli, fuggi V avara contrada ; fuggi di qut 
luogo avaro e altrove prendi tuo riposo > (1) 



B ttaltato Alt qnl, «cgq« per Arti 



Diai.zodBjGoOglc 



Diai.zodBjGoOglc 



144 L a. PABOM 

jmoao Kiitti in fiomitiiio e forse il loro nnmero poti 
già STTaloiar r<^«iuoiie die U loro patria eia in Tosci 
non hi Sicilia; ma T esame poi del dialetto del manost 
£ Palermo dedde, a mio credere, la qaestioQe recdeii 
eerti che ri ha in e«o nn Toscano, il quale va prend 
•embìaiue inoUne sotto la penna dell' amaimense , e no: 
eerersa. 

11 compilatore, dopo «Ter narrato le Storie di Troii 
in nna specie di nooro Prologo le n^oni che lo indui 
a far sefjnire ad esse fl racconto dei fatti d'Enea. Rag 
primissima è che la storia ne rin-icirà meglio compìata 
eonda, che essendosi già fa,tto menzione più volte di E 
non sarebbe giusto che anche di lui non si narrasse [ 
lungo; terra ed oltàma < che Ili suoi aveaimenti ftirouo 
ntviglìoìà e notabili più che d'altro oomiuo che mai : 
al mondo... E Ilo principio fne delo romano inperio. 



romiBc, nrabben lUU CLXSXIIt; 
^ uau inlTi che » 1(7: U dint-mil 
pnida aAll* luaH dsl Codl«, e Inoltn lU uno «baglio tn più d' bb foglio, cam 
«UU'uUco unuocBK. I UtoU da'upltoll ■oud Id tomo a ttna uctac la ìe 
OomlncU eoli* panila dPl I>HilDfD; • dliparuo a niruo gal hocho tllrnirt 
dka jUi irò Del DiniKlk) di «nto matlao «igni albo» dia non f> fnillu u 
|Uata...> Non nunu idaniina cba db roRllo, rnma dal mia appanascbr di 
US Dnmarulouo cbo comliKlcnbba col li, h dob tona •• OBCflUlo o M»]] 

■odo: • AIIhb lo ra latino IncbonluirulF in*n<U par Esra • divafU il lalt'>> 
latan* di di* Enea di eJo In molto allriro prKht ai rtcborda dalle parvlc k 
(Il dalla aacblH aso padi* qnando aoda » bnlcau. Onda tgU... > 

■erlHo a dn* colonBr, con Tara nbriclit a «a inlilall Biniate. n«« d tar 
porta tu talw tUolo : H rv«VaM atirr* enUt CiWtn i Litrmut. lance dJ Cnldi 
dio* «oatlan* la noalra eampllulaua a U «ntlana iBlara. tnaac Q Fmnio. i 
data dalla taioU dai capitoli La nanarBilaBa i triBltnMa landiiBa. I 1 1-' 

{■raeUaotmt* la prima patta M caca Ta tao al l. in r., a fatti poi Msiinci 
FMifEmt. Blandii ■obd di BanslltlMT. a D t IWi *l MI al W r. • 
ralllDio foglio a«lUo,*an£tK«w;B^HratlasHaKin,arM(H MaBiM.tr. W 
QaMtl qoaUn Codiai, eba ha dawriUo bimnla. Mao tatti colkfsli la 1 
atreUlaalBW, al da dorn eaaan (indiali r 



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WIAC B TEàD. ITU- DELL* iKtlDE 145 

) quale tutto lo mondo era sogiogato; e bncora fu prìn- 
) della DobìlR città di Berna , la quale sucesivilemente (2) 
mio, la qnale primieramente ai fondò e edificò nella 
a Madre Ecleda della santa fe^ catolica, e tutta la Banta 
[ione > (3). Son parole quali se ne trovano anche in 
lannino e altrove ; e a loro corriapondeno perfettamente 
noà versi di Dante nel Canto II deìV Inferno: 

Lo qna'e e il qunle a voler dir lo vero 

Fur sUbilili per lo loco Bajilo 

IT siede il snccessor del maggior Piero. 

ondo contengono tutta la filosofia della storia, come il 
io evo r intendeva; filosofia della storia che cominciata 
Orosio, pur troppo non finì con Boasuet. 
1 nostro Autore o compilatore che si voglia, finito it 
Prologo ginstificativo e invocata la testimonianza di 
^tio, dà principio al suo racconto, e naturalmente do< 
Io proseguire le Storie troiane, prende le mosse da ciò 
■■ narrato net L. Ili deìV Eneide, come vedemmo fare ad 
lanniuo e a Guido da Fisa. Ma eccoci subito ad una 
okre alterazione del racconto virgiliano. 
3nea partito con LXII navi (4), col padre e col figliuolo, 
^me la ventura lo mena, in prima mente pervenne allo 
lio delo re Folinestore, fedele del re Priamo ; e era stato 
to con Palidoro per cupitidade del tesoro, lo quale elli 
i; e erano stati -sepeliti nelle rena del mare, ma Ili Dei 
ceano strafomiati in piante di canne * (5). Enea an- 
io per la spiaggia, giunge ad nn < pantano d'acqua, 



1) TntU I Codd. di FlmiH li fiult; Il PilermlUai) a I* tnalt, eb« i finito, 
ijn tmo dal Da Uu» dà la luloaa fimU: ntmiHwImmU; tvUi ITomuiI: 

^ -^mltino ZQCgUo: « In la qaiila li foDdòpri^ 




!«HiTon aioopitta, RUecb^ p«l m 
r^clplo n torto dot Da Dino. 



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14C ■■ fl> FAMHH 

nel f][aale enno molto canne >. Ne rnppe una, ed ecco 
uscire parole e seatgue: < nobile Enea, nel qiiale non è 
ninna virtade quanto per carità, qnanto per piata, come 
se' stato cosi crudele in verso del mìsero Polidoro, sanza piata 
della mia passione? ài rotte le mie menbre, no come fos- 
sono state di tuoi Ticini, ma come fossono state menbr« di 
tuoi nimìci. Ritorna adunque alla tua mente e usa piata 
e non dare rincrescimento alla mia passione... > (1) 

In questo luogo si notano dne fatti, che possono sulle 
prime sembrare contradittorii : accanto alle traccie manifeste 
d^ana trasmissione orale colle sue inevitabili confusioni, si 
trovano delle evidenti reminìscenui virgiliane. Cbe Polio- 
nestore potesse dì assassino mutarsi in assassinato, e divenir 
fido compagno, anche nella triste sorte comune, di Polidoro, 
mi pare impossibile, se non s'ammette un abbaglio della 
memoria. lufoschire di proposito le tinte scure con le quali 
nn malvagio è dipinto, si capisce, e fa in grande estensione 
praticato, sopratattó nel medio evo (2); ma tentare una si- 
mile riabilitatone, no, perché non se ne vedrebbe lo ^copo, 
perche sarebbe contrario alla tendenza comune di punire la 
colpa, allontanandola sempre più dal contatto e dalla lode 
dei buoni. D'altra parte anche le reminiscenze virgiliane 
ftono evidenti: alle parole < come se' fatto cossi crudele etc. > 
rispondono i w. 41-42: « Quid miserum. Aenea, luccras-"... 
Puree pias scelerare manus > ; come a quelle clie seguono, 
< ài rotte le mìe menbre , no come fossono stute de' tuoi 
Ticini, ma etc. > risponde: < Non me tibi Troia Extcrnum 
tnlit... Nam Polidorus ego >, w. 42-45. 

Continuiamo l'Asame e la raccolta dei fatti, prima di 
discutere più olbn. Ricordato esattamente il sacrifizio agli 
Dei, il nostro A,, saltando l'arrivo a Belo e poi a Creta, 
conduce i Troiani < in Romania, all'isole le quale à nome 
Astrofates, nella qoale abìtavanp cierti a nim a li chiamate 



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teste comi 
to come n 
le Uripi 
dall' ana 
ente Ene 
). Dopo 
ai iìboItc 
« fosse lei 
10 qnindi 
is cUe a 
ì Eripie < 
lale stara 
^ente, p 
in questi 
e i sQoi e 
ito è diffii 
alterazioi 
irgiliani, 
poco rimi 
leU'oraco: 
i'a Creta 
delle- A] 
a poco, 
tfa in ch( 
mi pare i 
ne orale < 
iga, sulla 
cendo, no 
tenandosi 
loveva fa 
era la de 
iche accr< 
», che ai 
no Tenne 



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148 L O. FJLSON 

gli altri fatti, non più come paralleli, ma come dipendenti. 
Quindi rintenziooe attribuita ai Troiani di fondare la loro 
città, non a Greta, ma nell'isola Astrofates medesima; quindi 
il far interrogare l'oracolo non da' Troiani, ma dalle stesse 
Arpie, che poi riferiscono loro il responso, invitandoli a 
partire. E evidente che le profezie di Celeno avevano la- 
nciato una troscia assai profonda nella mente dei narra' 
tori, e fora' anche il non sapersi dar ragione di qnesto snc 
spirito profetico senza ricorrere ad altro espediente, con- 
tribuì a far attribuire alle Arpie l'andata all'oracolo, tante 
più che la cosa si presentava pare come più semplice « 
più spìccia. Sull'importanza così curiosamente accresciuta 
della batti^lia coi mostruosi animali, non ci soffermiamo, 
poiché ci pare un risultato naturale e spontaneo: tante 
sfoggio di bruttezza e di terrore per un cosi piccolo risul- 
tato, com'era quello di rapir dei cibi di sulle mense, non do- 
veva parer possibile a un narratore medievale che di terribili 
mostri, spavento dei cuori piìl saldi, aveva piena la mente. 
Enea, partito dall'isola, giunge presso il re rfiA'flr(Cia(l). 
che non è altri che Eleno, e vi trova Andromaca, la quale, 
dopo tentato invano di nascondersi per vergogna, accoglie 
i Troiani nel suo palazzo e tiene ad Enea un curioso di- 
scorso : La fortuna' sbatte per stranieri paesi voi , che siete 
pure i più gentili uomini del rooudo. Ma non tormentn 
meno anche me, poiché dopo aver avuto un così grande t 
croi glorioso marito, ora mi trovo < così bagascìameute nin- 
ritata > (2). Ginn(j% iu quel punto il re, e fa ai Troiani 
festose accogliente; poi, quando si partoro, li regala splen- 
didamente. Andromaca avverte Enea che sopratutto < non 
dovesse passare per Ilo lato dentro della Cicilia, perché is 
quello luogo era pericolo del Faro, ma dovesse andare di 
fuora » (3). 



n Di Mini 
U CwUw 

poucrlcra. 



rdBjGoOgll. 



Diai.zodBjGoOglc 



lóf* E. a. PAUOUt 

che Enea non pnote andare dì fuori della Cicilia; fiiUi ne- 
ceNità di andar» dentro dal Faro. E Ili Greci lasciando di 
seguire Enea, allora Enea prese terra > (1). 

Di tutto ciò non è il minimo ricordo neil'Saeitìe e pare 
proprio una bizzarria di qualche narratore. Ma poiché di 
narratori abbiamo già parlato più volte, ed anzi ne abbiamo 
suppósto una catena abbastanza lunga, prìmn che proce- 
diamo innanzi e cerchiamo di spiegarci in qualche modo, 
se è possibile, la genesi anche di questa bizzarria, sarà 
bene che ei^poniamo un po^ largamente le ragioni che ci sem- 
bra stiano in favore della nostra ipotesi. Io credo che non 
si saprebbe intendere come mai potes.se riuscire così con- 
fusa e monca unii narrazione, certo legata ossei strettamente 
air Eneide, quando o non si volesse ammettere k trasmis- 
sione orule, o si volesse che l'alterazione fosse tutta pro- 
pria d' un solo cervello, in cui le ti'accie si fusiere luolto 
sbiadite. 

Kon ripeterò ciò che già dissi a proposito della confu- 
sione prodotta.si nel racconto di Polinnestorc e Polidoro, e 
poi in quello delle Arpie; è cosa affatto impossibile che si 
abbia in eiwi qualche cosa d'intenzionsilo, di voluto. Il 
dire che il mio A. abbia attinto da vnrii; fonti non gìovìi 
molto; poiché Punico modo degno di discussione in cui ciò 
potesse accadere, sarebbe questo, clic unu narriizione attinia 
da Virgilio si trasformasse alqiinnto serunilo una fonte leg- 
gendario. Il che non spiegherebbe nulla, e non .«ì colpirebbe 
come mai in una redazione scritta si venissero dile;^uando 
in modo cotì strano le traccìe del poema lutino. Che se pi 
volesse che poi quel risultato della confluenza di due fonti 
fosse stato posto in carta a memoria da imo che non ricor- 
dava piò bene, il problema dei luoghi di A'irgilio ancora 
riconoscibilissimi in mezzo olla generale trasformazione e 
confusione, resterebbe insoluto ed intatto. Del resto an- 
che lasciando questo do porte, le difBcoltù non sarebbero 



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UTÀC. B TKÀD. ITAL. «LL'cOIDB 151 

in tatti e dae i casi che spostate: dal testo nostro passe- 
rebbero alla ipotetica fonte l^gendaria, anch'essa in fondo 
proTcnienifi da Virgilio, ma certo non facile né chiara per 
chi bì propoDesse di spiegarne la formazione. 

Parlavamo del dileguarsi nel nostro testo delle traode di 
Vii^lio. Ora è vero che esse non sono scomparse del tatto, 
anzi sono qna e là assai riconoscibili, come subito dopo ac- 
ceniutTamo, ma hanno preso appunto quel colore d'inde- 
terminatezza che s'aspetterebbe da nna trasmissione orale. 
Mentre bastano adosqne per prorarci la stretta connessione 
del nostro racconto coiO.'' Eneide latina, non solo non ba- 
stano, ma anzi non permettono che si pensi che quella 
prima traduzione o quel primo estratto più o meno ampio 
del poema che ne fu la base o il punto di partenza, sta 
stito conservato in un modo fìsso e sicuro, com' è la scrittura. 
E neppure si può ammettere T ipotesi d'uno che ponesse 
sulla carta memorie confuse e vacillanti. In primo luogo 
anzi chi si fosse accorto d'aver dei ricordi siffatti, difficil- 
mente si sarebbe messo a trascriverli; ma il fatto è che se 
noli' ordine del racconto essi sono veramente tali, nei par- 
ticolari poi le indubitabili reminiscenze vii^liane , cui abbiam 
più volte accennato, ci dimostrano il contrario. Oltre a 
quelle trovate nel posso di Polidoro, oltre allo strano lamento 
di Andromaca, notisi l'avvertimento di non passare < per 
Ho lato dentro della Cicilia >, che è il virgiiiauo < dextrum 
fuge litns et undam > (1); e più altre ne vedremo prose- 
guendo. 

Ora come si concilia questo fatto col primo? Appunto, 
se non erro, supponendo che già per molte bocche fosse 
passata la nostra narrazione, prima di venir fissata sulla 
carta. Il racconto orale, anche qnando è fatto da chi pos- 
siede assai bene le cose che narra, viene come inconscia- 
mente alterando certi pochi dati, mentre con molta esat- 
tezza conserva gli altri ed anche la forma e la espressione 



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152 I. e. PARODI 

primitiva, qnando siano abbastanza caratteristiche. Coti 
r alterazione non è tutto ad on tratto molto ^rave, ma cia- 
scuno vi reca il suo contributo, in quella parte che al mo- 
mento meno gli si affaccia alla mente o che più gli interessa 
di spiegare a modo suo. Dopo un certo tempo, alcnni punti 
saranno alteratissimi , ed accanto a questi si presenterà l'ap- 
parente stranezza di certi altri mantenuti quasi intatti, 
anche nell' espressione, come accade precisamente nel caso 
nostro. Se iuvece vogliamo stabilire per la trasmissione ano 
stadio solo, e tutta T alterazione l' attribuiamo ad una sola 
persona, che potrebb' essere anche Io scrittore, la contrad- 
dizione è virissima; poiché esso, non ricordando più se non 
confusamente e come in nube il racconto, tanto meno avrebbe 
ricordato quei piccoli tratti che souo nella nostra redazione, 
e che possiamo affannare ordinari!, perché riscontranti con 
Virgilio. 

Certo anche dopo le nostre osservazioni e i nostri rin- 
calzi e nonostante la confutazione di tutte le altre ipotesi 
che abbiamo saputo escogitare, la nostra congettnra pr-e- 
aenta sempre qualche cosa di non soddisfacente del tutto, 
e tale sembrerà forse tanto più oggi che alla tradizione 
orale bì cerca e ginetameute di concedere il minor campo 
possibile. Nondimeno un'nltìma conferma io non voglio 
tralasciar di mettere innanzi in suo favore: e questa mi 
viene dai racconti dì creazione dotta e letteraria che passati 
nel dominio del popolo, subirono modificazioni non meno 
strane di quelle che siamo venuti esponendo (1). I nostri 



(I) Hon *osUa oeullar* di elton fo ipadal toodo un nooonta c]i« m l t** di* 
BKWtnr* conio bocIm Icggasd* oUHlaba d'sllro lenan diTCnii 
polari « pole — ro cauDiruvl Uno al glanii noitrL È om nvn 
41 anoui» Xiomm. Li trniMaui trif SptjM Cnr^/iyi'a •nT Umtrin. ponigt», 18S>, 
p«. 30-11, mUo li titolo : QrliiMto. OcrJtidaiM ( iliit /»<■ »f H«r,' ; • Ti H dka eh* è oo> 
hnoDda popoUrc nooolta id Aailil dallo itudeota Filippo Sanai. Xa» In bnn 
In eoaa Mniilals : Dne frati minori uidaTano IuIcum per no bnHO. n eaao loUa 
ékt apUMMn lii ni» cptloBOa: il trorano U slcaiita OcslililOBC, cucinando oon- 
Icll* d'iMmlDL I traU aTcnMM itU ■antllo parlar di Ini a dalla ant endolti: lo 
HcoDOirano nblto aU' nnioo oeeliio sin ama la nm*o alla Irout*. Hon •aMndod 
nodo alla ftga, oetcao di aopnflarlo ooU'aitnala: lo bnuo baio di mollo, a alMa 



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154 B. 0. ruou 

advenfu Dt'omedis diseessU, parlasse precisamente d'uno 
sbarco d' Enea snì lìdi Italiani , abitati dai Greci , e poi d' nna 
san fuga, motivata dall' appressarsi di qnesti? I Buccessivi 
narratori poi, poterono anche insistere di più snl fatto, com- 
pletarlo, spiegarlo a modo loro; e probabilmente l'assalto 
di Enea e la derastazìone fatta da luì delle terre nemiche 
non provennero da altro che dal desiderio ìnstintÌTo dei 
narratori ch'egli si vendicasse in qualche modo degli im- 
mensi mali sofferti per opera dei Greci (1). 

L'inseguimento accanito sofferto dalla flotta Troiana ha 
come sua ben naturale conseguenza il pass^gio dello stretto, 
ch'essa affronta per forza, contro le raccomandazioni di An- 
dromaca: ora non voglio tralasciar di notare che nna nuora 
prova che questi non furono se non accomodamenti inconscii 
e senz' alcun intento prestabilito sta in ciò, che il passag;,no 
stesso tanto paventato non condoce a nalla di giuib-tro, non 
ha cioè nessuna conseguenza e resta così sospeso in aria, 
come un'inutile appendice. 

All' accenno del Faro, varcato dalla flotta di Enea, tìen 
dietro T approdo alle terre dei Ciclopi, ove i Troiani soii 
avvisati in tempo del grave pericolo da un Greco, di cui 
si tace il nome; giungono poi presso Atcstcs, ove à fer- 
mano quattordici giorni, rifornendo e ristaurando le navi 
danneggiate dai Ciclopi. Subito dopo segno il racconto delle 
Bweninre della regina Didoue: 



« d<dU futa di Enti, potnbbt »«■ Influito uicb* il ricorda 
itll'ltriflli • tcii sto., par «THire CukUlf Soo Impouiblle mn»™ cl« (i «r- 

qiuDdo «1 pmwl a] diBCOrvD d'Andranua e Mm rlvpoaU di Veliere, ttisTuniiala In 
cudstriGe, il Afilla Buu, 'ba IruiORioo pia lotta Fcdutd mei». ■»■ hbu cxd' 
clodar molto, le nello iifluppo luwElor* duto ■! citM teiwl di Virgilio una l'uau 
tatb» vai, aplcf utoB^^ol uomo tionlo pln »im di n ii yaritit. Blnceenlit» può 
nppofT* kucb* qui nna oonfiiiloDe, ebe attribuirebbe ad ns amico il uomo d'un 
terra nonlat. Rarleia del nato eia aaolia un' laola del mar Jonlo. Kel miir Ionia 
tI hmm dnqn* Iute [uneae, dlea a nn dlpreaio Fbite Oucovc iu Bcbcuic^ Cn- 
hMW (wtnrMK <Vln*cla lIDLUn} • Orphalivla, Corelta, DKontdi», NiHUa, et •He 
laole dette Btropbida...;IIarltlaóla<|Uaita,]aqDalo tn Eliaudio dtl iobh d' tlliia •- 



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156 E. a. PiBODi 

Carnttcrìstico è il modo che Mdacio tiene ad uccidere 
il colato; non è più dinanzi agli altari, come in Vir- 
gilio, ma pA una caccia, stabilita appositamente, ch^eg'li 
mette in atto il suo feroce disegno. Ora che il racconto 
classico dell'uccisione davanti agli altari eia abbandonato, 
sta bene; ma certo quello che gli fu eostitnito dovè essere 
attinto da qualche altra parte, e probabilmente un racconto 
affatto estraneo alla legenda d' Enea fu ad essa applicato, 
per qualche somiglianza di situazione. U condurre uno in 
un bosco per ucciderlo è caso frequente anche nei racconti 
popolari ; V uccisione a tradimento d' un nemico a caccia non 
è rara nei poemi francesi: citerò il Suovo SAntona, imi- 
tato nel Daurd et Beton (1). 

Che la cosa dovesse venir molto naturale lo attesta anche 
la versione latina della storia di Enea contenuta nel cod. 
Biccord. 881, la quale fa dire a Didone, parlando del fra- 
tello: < ut dìvicìas mariti mei acciperet, ìpsum maritum in 
venatione occidit > (3). Ammettere una relazione tra i due 
racconti mi pare inverosimile, visto che non hanno assolu- 
tamente alcDQ altro punto di contatto; cosicché in entrambi 
i luoghi si sarebbe venuti indipendentemente ad una mede- 
sima variazione, prova, come dicemmo, della sua natu- 
ralezza. 

Il racconto segne esponendo come Sicheo apparve a Di- 
done e le svelò la sua morte e il luogo della sua sepoltura 
nella grotta del bosco; come ella diseppellì il cadavere e 
chiamò a sé i principali baroni per invitarli a fuggire con 
lei; come fuggi e come arrivò in Africa; il tutto elnborato 
sul fondo della tela virgiliana in un modo affatto indipen- 
dente. Certo non troveremmo qui sentore di parole o frasi 
del poema. In Africa il re < molto savio e nobile > vedendo 
Didone così bella e assennata, l'accoglie alla sua corte con 



Hiiui Ji gitli prtnuftc, fuN. ptur la pnmì-'n fiìt rf'a/ir.i 
riHiHf B Jl. A. BiM jnr U. Uetem. Pnrigl, IWB (Culln. 
Vedi wiTta SI wgg. dal poaiM t l'Inltodni. pag. XXI mcg- 



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156 K. «. KUOM 

osflù 'Eolo, ebe rìspoode » Gì«aM»e: Io ho bea caro ser- 
TÌrti, perdio tn m'hai sempre ononto < e magimamente 
qnuido fu fatto lo eonrito delli Dei e delle Dee; A ^ 
dùamsto allo rostro principìp allo eooTÌto, sì ebe qnello 
onore rìciere' per voi > (1). Sono senza dubbio i versi di 
Virgilio 78 e 79 del Lib. I: 

Ta mihi qaodnunqDe hoc regni, tn seeptra JoTcmqne 
CoDciliu, ta dfts epnlis adcnnibere Di*Am. 

Eolo, per ubbidire a Gianone, enscìta una riolenta tem- 
pesta, per mezzo de' due venti Emitu e S^res (2), sicché 
sbattono i Troiani sulle coste della Sardegna, dove Enea 
si risolve d'abitare. Ma dimoratovi alconi giorni, < in 
qnella parte venne una cormzione d' aria, che molti di loro 
moriano e molti ne cadeano malati > (3). Siamo di ironte 
ad una nuova confusione : l' isola di Creta ove approdano i 
Troiani in Virgilio, dopo interrogato l'oracolo di Delfo, è 
qni diventata la Sardegna, cambiando affatto dì luogo nel 
racconto: inoltre, come vedremo ben presto, la tempesta 
che in Virgilio sbatte i Troiani sulle coste dell'Africa, la 
quale è precisamente questa stessa che qui li ha tratti in 
Sardegna, per un fenomeno curioso nel nostro testo si sdop- 
pia e anche in esso, partiti ebe sono dalla Sardegna, in- 
grossando li trasporta a forza nell'Africa. Lasciando an- 
dare il resto che ha meno importanza, lo scambio di nome 
tra Creta e Sardegna può esser spiegato presso un narratore 
non molto dotto colla sna poca famigliarità colle isole Gre- 
che; prodottosi una volta lo scambio del nome, anche un 
mutamento dì posto nell'ordine della narrazione dove se- 
guire qaasi dì necessità, giacché la collocazione geografica 
della Sardegna non c'era persona che T ignorasse. 

Partiti adoaqoe dall'isola con tempo che parea bello, 
e messisi in alto mare, ecco «d un tratto i dne venti rico- 



tì fottio waanM* SnAM • Knlut «frali TrrAr*. 



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160 X. «. TàMÙM 

Coperte le nftvi.dì frasche e mnnitosi d^nn aoeUo e 
area U virtìl di rendere iuvisìbfle clii lo portava, per 
pietra Agates che cooteoeva (notizia attinta probabjlinei 
da Gnido delle Colonne), il duce Troiano sì mette per 
bosco solitario e deserto, ove incontra la Dea Venia, Test 
a mo' di cacciatrice, vestì corte, capelli sciolti, Inngbi fi 
alle ginocchia. Egli è il primo a rivolgerle la parola, fc 
dendofii così in uno i due discorsi che tiene neU'fVtei* 
Curiosa è la risposta di Venere : « Gentile nomo, io non so 
Dea, ma sono in questa maniera, imperò ch'è cosi usanza 
questo paese alle vergine andare... > (1). Ora Enea non 
aveva punto domandato, nella nostra narrazione, s' ella foi 
Dea no, cosicché abbiamo il caso che l'A. si sia ricordi 
del passo virgiliano corrispondente a questo, ma non < 
passo anteriore che gli dava motivo, e lo abbia introdo 
senza curarsi di essere consegneute a sé stesso. Sarei 
stato possibile un abbaglio siffatto in una redazione scritt 
E già un caso molto simile abbiam trovato nel discorso 
Andromaca. 

La risposta di Venere è vera riduzione di quella ci 
in Virgilio; come sono pur virgiliane, sebbene assai piti pi 
lisne, le parole di Enea alla madre che si dilegna; più sot 
nuove reminiscenze àoiì'' Eneide trovansi nel discorso d'11 
neo a Didone. Osserviamo però che tranne rari cani, ciò e 
resta ha in eé qnalchc ragione di conservazione maggio; 
son que' tratti caratteristici o necpssarii, che fanno proi 
derc il racconto o almeno lo compiono in modo essenziu 

L'astuzia usata da Venere per fai innamorare Dido 
di Enea è narrata assu esattamente, e così la trasformazia 
di Cupido: < e quando Dido lo vidde lo cominciò abn 
dare e baciare, e quanto più rabracciava(2) più lo voi 
baciare » (3). 



(I) r. iM T. 

(1) LBfil i»h*— col OoS. 
(a) r. IH r. 



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162 E. S. PUOM 

dorVra andata l'anima del sno padre Ancbìsse, e per con- 
siglio d'una femmina, la quale si chiamava Sibilla, andò a 
Bulcano > (I). Qui l'A. invoca la testimonianza di Virgilio, 
nel mentre stesso che lo travisa affatto; Anchise viene a 
lui, pare, per ano sconginro della Sibilla; crede dapprima 
che il figlio sia morto, e poi conosciutolo vivo, gli domanda 
che cosa desideri di sapere. La predizione di Anchise snlle 
future vicende di Enea è molto particolareggiata; ma delle 
ombre romane non si fa cenno. 

Ed ecco finalmente che i Troiani arrivano < allo regnio 
di Licia, lo quale signioregiara uno re lo quale si chiamava 
re Latino, nomo di grande vertude, savio, ecelente * (2). Ri- 
chiesto di terreno per edificarvi una città, prima dubita, 
poi delibera di acconHentire < perch'elli erano gientili uo- 
mini, e l'uno gientile uomo dee servire l'nltro d'una giii4a 
petizione > (3). Enea, fatti venire grandi maestri di mu- 
rare e d'intagliare pietr.e, inalza una cittit molto forte, la 
quale, nuova confusione, < allo tempo prestente si cfaininaTa 
Gaeta > (i). Eà egli venne in somma ^azia presso il re 
Latino ed ì suoi. 

< Ora dice la Storia — continua il nastro narratore — 
che Ilo re Latino avca una figlinola molto bella e .cavia, la 
quale avea nome Lavina, ed era da marito; e questa La- 
vina dovea ruditaro lo regnio d'Italia, per che lo re LatiDO 
none ave» altro figlinolo > (ó). Latino pensii che niuno i^a- 
rcbbe dì lei più degno che Enea, mentre la regina avrebbe 
volato darla a Turiio: co.sicchG stabiliscono che la gente 
dell'uno e quella dell'altro facciano insieme battaglia cani' 
pale e la figlinola sia del vincitore. Enea < aricordandosi 
le paride le quali gli avca detto Anchise sno padre, quando 
a Bulcano andò > (G) fu molto contento; e cosi fu di Turno 
« fidandosi pcrcli'elii era più posente di giente che Enea > (7)- 



III >■. r«i 
(31 n.id. 

Pi IhM. 
|4) lUd. 



doyGoo^le 



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l&t I. a. PlKODt 

qnale al di d'^og^] ancora è molto famosa e chiamata 
Napoli > (1). Sut\ successore fu Ascanìo. 

In tutta quest'ultima parte del racconto cì6 che v'è dì 
più strano si è l'improTTÌsa abbreTÌa2done del tutto, cosic- 
ché, mentre nove capitoletti furono dair Ajionimo nostro 
spefù ne' primi sei Libri (sette dei quali appartengono al 
primo ed al quarto), gli ultimi sei eon compendiati in due 
capitoli appena (2). Il cercare i motivi di quest'inatteso 
motamento non è così facile; perb mi pare affatto da esclu- 
dere la possibilità che lo scrittore Tolesse troncare ad un 
tratto il sno racconto, non sentendosi più voglia o per qual- 
siasi motivo non essendo più in grado di continuarlo colla 
medesima ampiezza. Infatti il racconto in sé stesso non 
offre traccia alcuna di pezzi violentemente strappati, né di 
abbreviazione frettolosa ed inesperta. E.1S0, preso com'è, 
forma abbastanza an tutto, né ci sono fuggevoli accenni a 
cose che, pur conoscendole, si vengano sopprìmendo, né si 
lascia di sviluppare ciascuna parte come rìcliiede, secondo 
il modo proprio del nostro scrìttore. Così non si può certo 
credere compoeta da uno che avesse fretta la longa parlata 
di Enea ai compagni; cosi la descrizione generale della bat- 
taglia, cosi il daello fra Turno ed Enea sono quali ce li 
Aspetteremmo, non più concisi o scoloriti del solito. Inoltre 
il nostro anonimo che senza dubbio non laTornva con inten- 
zioni artistiche e che quindi non si prefi^eva certo lo scopo 
di mettere in stretto accordo le varie parti della sua nar- 
, dal desiderio di far presto sarebbe stato condotto, 



■losh* di qal ci poai Inn* ai 

or*, qaands, coociiltnm diad, • mio arvlwi II lin- 

w Codlca di rakra» prcKuia IniipD cildanli I cm- 



1, la ftiBduioB* di KapoU mtMbolU mi Ebu •! *!'••■ «M ont dtUe tuta a»- 
AbI di BHKirta . cM e^-ivm* tmpcdkUl ■ 1*1 dò ckt il (BOI* >nril>BlTe ad 
I ■■<> ilwndcBta. Enea ftUTio. auua al paì> ladcn la Anmnilno «le. 

(3) Nd IhIo del Dt llam> I friml ari Libri oceapaH) nntiqmitni Rnbridc , 
liadid delle faaU miÉi>fgi»i' al priuo ad al fmrtot cfa^tM Babrleh* baataao 



rdBjGoOgIC 



BIFiC. I TKiD. ITAL. DBLl'KXEIDE 165 

primere tutti gli altri fatti o meglio a fonderli 
), svolto con Bofficìente ampiezza, ma ad accennare 
isime parole tatto quanto ancora sapeva, senza 
!i preferenza en alcans parte, riuscendo magari 
ibborraccìando alla megUo. 
>are che il modo migliore di spiegar questo fatto 
>lar sproporzione clie rispetto a Yii^lio esiste fra 
ì la seoonda parte del racconto, sia quello d'am- 
ie per gli ultimi sei libri la fonte fosse diversa da 

avca servito pei primi sei, sia che questa venisse 
!, sia per altra cagione. Quando poi paresse ve- 
la delle ipotesi da noi messe innanzi più sopra 
lUa formazione del nostro racconto, che cioè una 
i vicina a Virgilio fosse alterata e mescolata con 
ffatto leggendaria, sì potrebbe dire che per gli 

libri quest'ultima prevalesse affatto sulla prima, 
nodo, bisognerebbe sempre intendere che tanto la 
ne delle due fonti (e di questo abbiamo già par- 
ito il definitivo appigliarsi ad una sola, sìa da 
non giù a colui che primo fissò sulla carta la nontra 
I, ma a colui che primo cominciò ad esporla a 

se si vuole, egli stesso potrebbe già aver trovato 
mìone nel testo scritto di cui si valse, quantun- 
i V esattezza con cui il testo primitivo doveva 
ìT buona parte Virgilio, non paia molto probabile 
ema latino si volesse ad un tratto sostituire un 
la cui estrema insufficienza ed incompletezza era 
Jese. 

riscontri si potrebbero farf di certe particolarità 
mi capitoli con accenni sparsi qua e là in brevi 
Iella leggenda di Enea; anche in fra Giacomo da 
per esempio, il nostro eroe ottiene terre da Latino 

gran fiivore presso di lai, e solo dopo ciò questi 
largii la sua figliuola; inoltre anche secondo il 
unilla viene uccisa da Enea. Ma simili riscontri 
itarii non dicono nulla, quando il resto della iiar- 
ivei^e in modo così completo. 



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166 K. 8. FISOIH 

FÌDÌreiDO qneeta già troppo lunga discossioae rìbattendi 
un'obbiezione che ci si potrebbe maorere. Potrebbe alcimi 
OMerrare cbe certe minuzie del racconto, certe artìficiositi 
dei discorsi e a volte là loro ampiezza, poco si con7engo&< 
coli' ipotesi della recitazione orale, che va assai più per I< 
spìccie. Ora io non credo punto che il racconto fosse £atb 
precisamente come qui ci Tien dato. Colui che lo fissò salii 
carta, lo elaborò senza dubbio alquanto, per ciò che rìgnardi 
la forma; nei discorsi potè mettere non poco di suo. Egl 
non doveva essere uomo affatto incolto, e per esempio li 
parlata di Enea ai Troiani, prima dell'ultima battaglia, noi 
è fatta male. Ha dò non altera aé punto né poco il ca 
rattere della nostra narrazione, e non ne cangia afl^tto i 
significato. Noi continuiamo a leggere fra le sue linee ch< 
per subire tonte e co^ gravi alterazioni quante abbiami 
mostrato, che per passare dalle primitive sembianze vìi^ 
Hone all'aspetto e al contenoto di legenda, essa dove ug 
girarsi non breve tempo fra le patriarcaU adunanze delli 
famiglie e fra i crocchi degli amici, sedenti nelle ore d 
riposo intorno od nn dotto e facondo novellatore. 



CAPITOLO IV 

TBADDUtfHI dell' < HUTOIU XSatSSK JUSQd'à CtSU > (1) 

Paul Mofer nel voi. XIT della Romania, parlando dell 
prime compilazioni francesi dì storia ant*ca, accennò giìi (2 
che una tradazione italiana di quella ch'ali chiama Hi 
stoire aneicime Jusqu'à'César, è contenuta in nn codice dell: 
Bodleiana, il n.* 121 del fondo Canonici, appartenente a 
sec. XIV. Ora io posso dar notizie un po' più ampie d' ui 
aìUro Codice, appartenente alla Biblioteca Vittorio Emanuel' 
di Roma, in cui trovara a quanto pare la traduzione me 

(1> V«dl KtmtMlu. UV, l-tl, nn «ovnliiUo pcs- 3* xn- 



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Ancbe qui la storia profana è mescolata alla storia rs 
era; qaindi la Rabrìca LUI (f. 46 T.) tratta De Beffili 
^Assire e qaaiWanni dorò, la R LVII (f. 50 t.) Come i 
primo mercato fue ordinato a vendere e eonperare. 

La seconda delle divinoni introdotte dal Meyer cominci 
al f. 94 Y., R. CXI: Si come lo re Nino fue ed ienpo d'Abraaii 
e continua colla H. CXII: Dt^ re Nino quanfaimi retjnii 
e GXIII: Dà. divisamenio de* quattro possenti regni, e vi 
discorrendo. 

La terza dirisione La principio al f . 99 r. colla K. GXVIII 
Qui comincia ddla eittìi di T/i/es, Le prime parole di que-st 
paiono dimostrare che si tratta realmente della traduziou 
medesima clte è contenuta anche nel Codice Ganoniciano: 

« Uno Re era allora in quel tempo in Tebe, ricco e pò 
tente; I<aius avea nome. Egli area moglie del suo ligiiiagi 
che locasta era apellata. Quello re ebe uno figlinolo . . . > (l 

Perché si confrontino col testo francese, rechiamo aneli 
le ultime parole della Storia di Tebe: 

< Così come voi avete udito fu Tebe arsa e distrutta, I 
quale era molto antica terra, che inanzi bene DLX anni fu 
ella distnitta che Roma fosse cominciata. Poscia apres^^c 
la povera giunte che fugiti erano di Tebe e cbe iscanpal 
erano, si rassenbVurono e albergarono ci meglio che pò 
teanuo (2). Cosi ei ricominciò la città di Tebe la distrutt 
e rifeciesi, ma eglino se canbiarono nome, che a Uoro er 
onta e vergognia della distruzione ranientovure e si Ile può 
sono poi nome Estìnes, e così è ancora npellata > (3). 

Lasciamo stare la quarta divisione e la quinta, per ve 
nire a quella che ritarda noi più da vicino, cioè alla Stori 
d^Enea. I ciuque capitoletti che il Meyer considera (4) coni 
il suo preambolo, sono raccolti in tre, giacché ai primi du 
ne corrìspondouo due italiani ; ma i restanti iiivccc sono coin 



(I) Cft. Htm. II»:. <it. |w(. K 

(s) n ood. r<-i'""~'- 

(:■) F. 131 T. Cfr. Sa». !>■■ 11, ed uche Zitti: f. Ktm. n. X. SU. 



:: z^cEyGOQt^le 



Diai.zodBjGoOglc 



L O. FlXOfM 

[lalo dorè tntta dcOa morte d'I 
do: L'uno, cioè Enea, per aqi 
fisDiDM n'andarono aDe stelle, 
à ì re eh* regniaRHio in Italia 
li qnalì faiOBO XT eootando Eni 
ttÌBi; e questo sofira none o t( 
uà dì LatÌBO, da od e per ni i 
ttÌBÌ>a>- 

qn abbia»» ìt xlàme Bahnchc 
W flìafim di &aae Gvido da Pi: 
tdÌKàn tì^ aii aoK £ c«ì doTei 
C^anaditikBa. K-^fE è ìrè^ Ear co 
e tra{>a<ii» ac^.T^ij* da czi t«^ 



rtASM».». «£ ^ m À asxu:: 
TffiWitunimnt' o'ìlu, i^Hnu in*- j^. 

nt SW "V 5'-^- ò. ilici «"s»^ I' 



nwrs cu rii-*. limai 11. am. Jt :: 
)'t 3 — -j? 3— • Tpn Trt rrtmà~tm f .!•* 



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WFAC. B Tilt). ITÀL. DUL EKI 

, f. 115 V. — 118 r. Si ba io ultìi 
be tratta dei < perdoni che snono a 
'ioreUo comincia: « Ne! prencipio 1 
ira. E piacque a lini, possendo(r 
lettere io tale edificazione sei di. 
neeto fii la domenica, comandò et 
osse fatto e '1 lume e gli angioli, e 
< di, e questo fu el lunedì, comand 
iimamento. Il terzo di, cioè il n 
partisse la terra dall' acque e che tn 
fatte (3). Il quarto di; cioè il me 
e fatto il sole [e Ha] (4) luna e Ile 
il giovedì, comandò che 11' acque i 
ciò furono i pesci, e nell'aria di sol 
ìgli; e l'uno e l'altro fece d'acqv 
« e moltiplicate e riempìete la t( 
renerdl, fece Adamo colla sua propì 
dine e f[ecie]lo (5) di terra; e d-jò fi 
pò Domas[ce]DO (6), dove poi dopo 
), e fecelo d'età di xxx anni, [e] (' 
, prima il disegnò in terra come ( 
li alitò in boca. E fatto che ffii ^ 
> e fello rizare, e fatto il corpo, 
fu fatto il.cnore, e apresso il cei 
ente gli altri membri, e fecie al fé 
!, però eh' egli spande il sangue per tu 



rnbbs. L'errore iiurtlibe EOiaUten pi 



Diai.zodBjGoOglc 



perché sì possa para) 
Oliato dal Meyer (1) 
coli' altro (2). Il bos 
. breve; di tutta la • 
e neppure delle RR. 
isco nella traduzione 

d] Adamo e ad Eva I 
^la sua feniina Eva I 
ìedisce di determinan 
iabechiano bì congìur 
3erò qufsto avviene V 
abilmente almeno dn 
icìano i contatti. E 
[ tre iMrtite (f>), e la 
portuno riferire: 
'»'tano le tterre. {f. Il 
ifihidi di Noè. (f. 12 
Vr*c Talfa torre (f. 12 
la grnii forre di jl 



m alcune mbrlctir di qnri li 
itlcml tulnnri). Lt reliitni» 

u cfac l' ncqui iTcnoDO loro 1 
rs6 la tmi d'ogni con cbi 
r.) : * km"i% Tonilo clw nri 
nollo f«-lc lo eU di bncjallo. 

iluBiù di lem nsllr puli d'Ej 
ino rimtlnoaiidn. nu do ctw 
lo vcciptwà forar due fogli. 



Diai.zodBjGoOglc 



Diai.zodBjGoOglc 



174 !• e. rum 

E mandò per i snoi indonni per sapere che nomo qi 
dorea essere. Fa risposto ch'egli fare' maraTÌgle, mach' 
ucciderebbe sao padre. Ond' egli comandò alla mogie eh 
l' ucidesse o facesse accidere ...» (1). 

Ecco pare ti principio della diviinoDe quarta :- < Poi 
Tebe fa distratta, come detto è, nacque gran gaerra tra' < 
ci, tra' quali molta gente fu morta per mare e per b 
Molti legni misono i Greci in mare per distnigere q 
d'Atene3(2), e lungo tenpo ai conbattero. Ma qnel] 
Grecia ebbono il vantaggio e presero molti de' magiorì 
mini d'Attene e di Greci che gli aiatarano, e quanti 
ciugli pigliavano mandavano a divorare al Minutauro, e 
nitrì cavavano gli ochì. In quel tenpo si gueregiavano 
sieme gli Telosonierì e Ili Facieni (3). E in quel te 
medesimo aveva un re in Egitto di molto valore, ch'a 
nome Yìzones... > (4). 

In fine di questa parte si può notare che è omes: 
combattimento di Ercole con Anteo e con Caco, l'unico 
breviamento di qualche importanza che rìgnardi la horì 
e non solo la fomitt. 

PasBiamo Ora finalmente alla Storia d'Enea, dalla q 
ci siam lasciati, forse troppo a lungo, distogliere, pel 
eiderio di dare esatta notizia dei nostri due Codici. I 
piamo già che la presa di Troia è raccontata secondo Dai 
accennando pure, ma senza concederle fede, all'altra 
sione del cavallo di l^gno (5); inoltre anche la partenza d' 



(l)T.l»r.,Bfr.»«^,IHW.*D. 




1 » Otta alla farv 


col U itunn di Trt* il tmalna : < 


E tpnaaoqiuniak'enu» 


>dlT>l»tagttl* 




MdOoU I* moloniBO boom 




■ UHian cni il chiami fu liifKm «m 


»,*;(«*.. WrXil.l^ 


ulr. 1,-t^ t».al 


ri/tu . F. M ». 






<1) 11 m. il Idra. 














(t) r. M T. 






(C| < Vera è ebr noHI n^lkmo 






T-ralnniDB 1 Oi«l per a» iruda 


cavallo^ IcCBanr.... 


Q.»b.Doadt» 


A* KTlMa U Moria, ai «neon ■ 


, me aon pan KriUmll 


!>....> r. M r 



Diai.zodBjGoogle 



uri€. ■ Tun. ITJU~ ncu-'Emu 17ó 

iccìato dsi figtinoli di Ettore, il comaiido fstto ad 
Ae^amennone dì abbandonare la patrìn, per arer 
Polissena, le XXII nari sulle quali sale colle sue 
jio fonte medievale. Ha da questo punto in poi, 
iaggio di lui e le ^eire d'Italia sono raccontati 
Virgilio, e solo tratto tratto si può notare qualche 
arìante introdotta nella narrazione del poeta latino, 
icipio è noto, differendo ben poco dal testo citato 
r (1): ( Quando (2) Troia la grande fu ama e di- 
Enea ricevuto comandamento dal re Agamenonue 
tire il paese, Enea fece aconciare Tcntidua nari, 
[uali era Paria andato in Grecia, e poi con Anchisee 
! e con uno figliuolo che aveva e con tutti i suoi 
amici e segnaci, che furono, sanza i fanciulli e 
remine, tremila trecento (3), entrò in mare > (4j. 
del fratello di Ini Frigia, padre di Fraudo, chfl 
orìgine ai Franceschi, come il Codice dice, e quindi 
d Enea, senza però appigliarsi subito a Virgilio; 
ima che sei partisse da Troia fece sacrifici all'Iddi! 
olii dov'egli ariverebe, e fngli risposto chVgli ari- 
Italia. Onde egli dì misse [in mare], e navicando 
ara, lo sopragiunw una grande tenpesta, per sì 
lo ebe de' suoi l^nù traportò > (5). 
' qui il mcconto è di nuovo abbandonato, per ri- 
H^ origine dei Galli e dei Franchi; però le poche 
noi citate hanno una certa importanza , perché ne 




Mt. ■ «d ADdRaucm 10 

U d'n»! foMa camme, cb« è Dame. 



Diai.zodBjGoogle 



176 ■■ 0. PARODI 

rammentano alcune altre simili che si trovano in Ricordano 
Ha]espini, o piuttosto nella sua fonte, cioè nel De origine ci- 
viUUis (1) : < Ante quam dicttun Eneani sepuaret se inde (2), 
ÌTÌt ad Minerram, idolnm snnm, cum liiis qui cnm eo inde 
se dcbebant separare, et sacrificareront ipsi idolo, et lacri- 
mabiliter ab ipso postularerunt quo pet^ere deberent. Et 
ita responsum est eis: Ite (3) in parte» Italie, nude ad ss 
partes venit Dardanus... >. Segue poi anche qui la tem- 
pesta; nondimeno le differenze che ci sono, e nel numero 
delle navi, che nel De origine eivitaiia non son ventidne ma 
Tenti, ed io altri particolari, impediscon di credere ad una 
derivazione immediata. Del resto dovrenio ritornare sn ciò più 
oltre, trattando delie redazioni minori della leggenda d'Enea. 

Il racconto ritoma ben presto all' eroe Troiano, appiglian- 
dosi finalmente a Virgilio, che è tratto tratto qnani tradotto: 
< Enea, come dinanzi dicemmo, ebe (4) in mare di grande 
tempeste e grande aversitù. E diceva: do Iddìo, come fu- 
rono meglio aguriati Ettor e Paris, Troilo e Serpidon, che 
furono morti a Troia! E in questo diro e una delle sne navi 
andb sotto > (5). 

Il mare s' acqueta senza che intervenga Nettuno, che non 
è neppar nominato; Enea con sette navi si rifugia in < nn 
porto buono e bello » (6); scende a terra ed uccide sette 
cervi. Il mattino dopo si mette in cammino con un suo 
compagno, per scoprir dove si trovassero: saliti sopra un 
alto monte, si presenta loro nel piano Caritene, che sì stava 



|l) la aAnpcio n*ne eHtiknl del JV trig. ritll. a Lanr. PL XXIX cod. t. ch'i U 
Boto EIbcldoi» spiHrtcnnlo al Banseelo, pfrebé U t«ala cb« di t lociio cunDKliitD. 
Tedul O. Paoli DI im (flr« M Dott. Oimn Ht>rvia me* Éltrit nnfiduanH ili 
titnat, uall' itti. Stt. A. IZ i M ■! duao, a pai. 1-0 (ddU tlntnn a parir), aii>i>l« 
notai* di qaaaU rcdadoM della nrlon aronachcUa. Del reato non et aoD raHuU 
ab* abWaaa InportMua, tnm* qnalcha abbrcTiaiiona. "B noatro paiao t al t. X r. 

(3}nCod. ■■ , octM darlTaW da DB (n ■iilcr.,aim lovra Uarfnod'abbreriuioDa. 
iait, «<MM ha il Uifl. n, n. 

(a) Il Cud. iW. Aueba qsi eotnffo col Cod. IIi«lialiHliUiML 

(1) n DM. tlt, • l'trror* al eapiac* bcllmnto. 



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une. B TUD. ITU» Dnx'nniM 177 

tdo. Vd imceonto delle arventara di Dìdone, il nome 
ìdìo MMHrino è taàoto ; occùole il marito, e^fli per 
(ere suo misfatto < disse alla seiochia ch'elli era 
in Sìria > (1). 

rato in cittt ed informatosi del signore di essa, Enea 
t al tttnpìo ov'eran dipinte le storie troiane; ed ecco 
re col nio seguito la regina. Poco dopo, con sua 
sorpresa, volgendoai vede entrare i compagni ch'ali 
, perduti, < ch'erano aUora aprodatt a qael porto. E 
[li conobbe fa molto lieto, e essi altresì; ma quelli 
TO che gli altri non fossero tutti anegaii , e dissono 
a die non si desse a conoscere , se prima non vedesse 
e della donna > (2). 

parole con cui Enea risponde a Didone che, già in- 
.ta di lui, dopo il pranzo Io prega di narrarle i così 
>no traduzione, al solito abbreviata, di quelle rìpor- 
1 ìtejtr a pi^. 45: « Madonna, questo non potre' io 
oza pianto ; ma se Troia avesse avuto delle tre cose 
mai non periva: Tuna che Troìlo non fosse stato 
r altra che *1 Palaido non ci fosse stato tolto ... E 
ontb tutta la storia a motto a motto, e quando venne 
come il padre fu morto, non potè tenere le lagrime 
fine a suo dire > (3). 

àamo stare una le^iera variante che si trova nel 
o della morte di Didone, ove, omesso il rogo, ella 
e lasciandosi cadere sulla spada di Enea (4) ; ma os- 
lo piuttosto che nel nostro tettto, quando il duce 
), partito già da Aceste, approda nella terraferma 
,, a CapiSt come ivi è detto (5), si prende occasione 



loBi ■ taoatb la ni isliaia ■o" • nsntdela dllmfu* da fi. prna nM 
[U »T<» ludita , ■ pnoM 11 poma la Utn a Ub pasta ti paoH ■! «natt 

D« pt*H porto alta ellUdl Ccpla.eoai cUuutapo' Cipii, nipote d'Enn, 
fmd«u. quando Eiwa rbb* oaDqDiiUli Italia. Qnaata dttà 1*11 le cob< 
iota eba padalatlta]|ioprrptD»dlIlln<Mi,i«>IICnU...> r. M t. Km 



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.t.| iixinlii ili mH>u finii (MT fiir nn va inrtt 
->.■.:• >iil|u >t.)riu Ji l\f^ini.^. Àti UiBftem. A T< 
V<i-.i'.t..ul)- ti ìifìtT nun «oMmaft « anlla di "== 
^1 l.-'M H>l lo^l,» lr«n.">frHfi (liTKinatir -jutsTìà» :m 

■• ■■ • v_.' K.- ..1,. >«i ;i.tiukiulkre ij" -lid i -3D 



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aiPlC t TBAD. IT AL. DELL^BKCTDE 179 

egli arerà due figlinoli e una fif^Iìnola che af era 
ì (1), la quale sTeva a suo diletto alerato un 
ineto e dimestico, e tutto giorno il forbiva e pò- 
rillondadi fiori in sulle comae molto ramava,... 
gli cani d'Asc&nio trovarono e cacciarono il 
. . (2). 

lo ferisce, e il povero animale fu^endo, smunge 
le cade morto dinanzi. < Quando Turno vtdde 
b un corno e fece sua gente trarre in quella 
i r.) dove el cerbio era stato ferito; e trovando 
:orsono loro adesso e quegli si difendieno cogli 
e spade. La forza crebbe di quegli del paese, 
anio ferì d'uus saetta uno figlinolo dì Turno, 

lome (3) , e arebeme iscapitati Ì Troiani, 

le Enea trasse con gente > (4). 
, questo luogo si possono trovare altrove dei rì- 
è nella seconda delle nostre redazioni poetiche, 
enti contro i Troiani accorre Turno, e l'ucciso 
è suo figlio. Senoncbé si tratta sempre di ri- 
,ti; difficile qnindi il venire a qualche conclusione. 
alto dato da Turno al campo Troiano e ne' com- 
cbe seguono, indicheremo qualche particolare 
dato da Virgilio. Così Turno con venti cava- 
na r attacco, e < gridò verso la porta che alcuno 
ì volesse combattere con lui. Ma nullo gli ri- 
lora ?gli lanciò la lancia nel castello e ttomasi 
canpo, e quegli venti cavalieri ch'eran con lui 
gli Troiani di viltade > (5). Della madre di 



dabblo UBI tiufDrinulDBB di Silula, dornU agU k 
;slT.,eiiBiliKl>iido lo Stori* Bomut. SIItIo. ftgll" d 
apo tolti 1 SIItU d trulotouaa la Saiiii. 
Cfr. In. vn. Vii •«(. 

dUaranatc Lm • pai !'« Oaslei m* U Iettar* di ; 
) BOB l'IalaBda, 



Diai.zodBjGoOglc 



180 B. a. riBODi 

Eiimlo uon è detto nulla; Ascanìo, all^ arrivo del pttdre eoi 
soccorsi, exee anch'cgli dal campo con nna sua bri^ta e 
prende parte al combattimento; Yennlo, tornato da Dio- 
mede, riferiBce che qnesti aveva risposto: Se noi ucddemmo 
Priamo, > e Troiani uccisono lo re Agamenon > (1). Più 
notevole è che Arante, l'acciBore di Camilla, diventa Amas 
troiano, nome che ricorda VAnius troiano datoci da nno dei 
commentatori di Dante, l'Anonimo Fiorentino pubblicato 
dal Fanfanì (2); Benonché, mentre questi at^e poi Virgilio, 
facendogli ferir Camilla con nn dardo, il nostro compilatore 
se ne scosta e fa ch'ali, rivolta a Giove nna breve pre- 
ghiera, muova contro la viragine il cavallo e l'abbatta morta 
a terra d'un colpo. 

L'ultimo duello fra Turno ed Enea fu riferito dal Me- 
yer(3); il nostro abbrevia: 

« Come Enea l'udì, sanza più dire si dirizò verso Turno, 
e lasciando l'a^aìto della città il ferì della lancia e Turno 
lui, per tanta forza che l'uno e U'altro rupper e misi=er 
mano alle spodi e tutti gli scudi si spezarono in braccio. 
Ma alla fine Tnmo ni chinmb vinto e chiese ad Enea nier- 
cié, pigliando la spada per la punta e poi^endo a lini ci 
pome. (51 r.). Qnnndo Enea si ridde il re Turno a piedi, 
domandando mercede, En<^n gli arcbbe perdonata la vita e 
rendnfA la terra, se non fos^e che egli gli vide la cintura u 
l'anello che ftn di l'aliante ; e missegli la spada per lo corpo, 
E cosi mori Turno, e così conquistò Enea tutta Lou)iurdi:i >. 



IO limilo e pia «Ila > piMcra cbi i 



(1) r. « X. 

(1) Bnlneni . l'ine. Tnll hif, t. 33 e ronfrioiti In fnniln al iKwtro capitolo i 
rrdulnai nilunii am Innm noU Intnrno illr letacoil* drl ciclo d'Enea n»i 
ueotabirl iljDttwchi. 

(S| Loe. en.,pM[. U ars- 



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UFIC. X TUO. ITAL. Dm'tHEIDK 181 

ti modo, sonoetuite slcune Tarìanti di non moltk 
[izB, possiamo dire cbe il compilatore fraocese abbia 
fino ali* ultimo il poema latino, sebbene probabil- 
lon attìngeeee dal testo originale, ma da una reda- 
à alcan poco alterata. Egli ha comune coi saoi 
oranei la tendenza a sopprimere più che sia poesi- 
Dprannatorale pagano; invece non ba nulla di cib 
le caratteristici i narratori o ri&citori francesi del 
vo, di quel particolar modo cioè di colorire ogni 
; sì presenti loro innanzi, che fa al che nna storia 
reci e romani si traeformi in un romanzo d'avren- 
?rto r autore dei Fatti dei Rotmuti ci avrebbe dato 
je ben diversa e ben più schiettamente medievale, 
a di finire questo capìtolo, vogliamo ancor notare 
ma uscito dai confini del Poema di Virgilio, il nostro 
ore commette verso di Ini un'infedeltà. Egli, detto 
rimonio di Enea con Lavinia, continua a narrare 
nni del suo regno furono molto agitati , perché < Ma- 
he teneva Cicilia > (1) movevagli continua guerra, 
opo noD molto Enea, Ascanio rimase signore a sua 
>sall Messenzio ed in duello corpo a corpo l'uccise, 
lostante l'aggiunta al nome di Maseneio (o, com'è 
ù sotto, Messenzio) di re di Sicilia, e nonostante 
•gnenza che c'è nel considerar di nuovo come tìvo 
molti fogli innanzi fu descritto, seguendo Virgilio, 
'AÒsìO da Enea, la fonte alla quale il compilatore 
è troppo manifesta: sono cioè i frammenti di Catone 
tici da Servio, o se si vuole, il primo capitolo di Tito 



comrl* 


Uri* Dotili* iiit«BO II Kartllt iilìn Bihiii. po« 




•tn^co 




I-Eaei urrm del 


1 Ioli di 


1 qoMU r1«».» *l re Bl», lugudo un po' di e™ 


lolopi. A-ln ed 


a;, ni 


adi riprendile Storia Bununc , cb« coDtJrnii dil 


f. ESr. >1 SI V., 


iDomlli 


, dUfatU d>U ■! prtton Odlto duali Etni«UI e . 


Iftl Udii. Beili* 




e dei PmKnl.Booehé delle loro metre conUo 


UGrecU^iufiu* 


maner 




HKcnort Bel r*> 


^«poi 


deTedlMwoduuU.tdil r,«,Uo llDiXHi «n 1. 


pinikeetnenU; 



Diai.zodBjGoOglc 



E. G. PAXODI 



LC BEDAZIOn LATICE 



l^el capitolo che procede abbiamo finito di esaiuiiii 
rifuciiuentì a noi noti di Virgilio, scritti in prosa volg 
ce ne restano due in prosa latina, non indicati, ch'io saj 
finora da alcuno. 

QneUo che intendiamo Rtadiar per il primo è coiit« 
in un Codice Riccardiano, BCgnato 881, probabilment* 
lìec. XIV; membranaceo, di cm. 250 d' altezza per 18ò di 
ghezza, con rubriche rosse ed iniziali rotisf e turchine, 
volta figurate, e con miniature illustratiye òet testo, al <] 
o 6on collocate di fianco nel margine o intercalate, 
attestano un'arte non molto progredita; son ibi]>ptiiiia 
mcrofiissime, ma dopo il f. 77 sì fauno assai rare. 

11 Codice è intitolato: Guitto CarutdiUiì Mlsctìl 
histoHca-ifcof/raflca d alia; e l'opera che gli dà il v 
tiene in esso il secondo luogo, dui f. 5 r. al f. 41 t. (se 
la Cronica ex tlivcrsis Cromcis compilata, che trovasi dal 
r. al 41 T. ne fa parte, come vuol l'Indire). S^ne 1>! 
P'rigio 43 r., e il IJhcr cxHìi Trogc 53 r., the si contiiin 
Fatti d'Knoa e le Storie Romane. Al f. 100 r. coiiiiiii' 
Croniica dì Martin Polono, e poi dal f. 1^ fino al HiO, i 
l'ultimo numerato, altre piccole cose che non c'inijiorl 
Un ultimo foglio, non nnmi^rato, e scritto scio nel t-nso. 
tiene il principio i'' mia fffimilogla rcgmit friiwie, st-ritt 
mono pifi recente, ed interrotto col finire del foglio .~t 



'Onnti lFm|>pn)fiirl mu»D drlli reini Oltnplidn cmiAn d'AlIin 
devo Ibi irnur UiDccdoul r ronqnialò Pmki, Eidtto. naubtìlooti , e qui! 
U lem fn ciEniTi . E in qmilv icoipu rnno omplatl quIltiKCulo ■noi 



QiH'-lo libn> r Iti Liii);blBn 


.Ml-K* (filli 




hjJi) lu Itar^n liui Lunaiu, t < 


lilUB»! FkircUt 


■ di Ubbia. AUMD > f. TD V 



Diai.zodBjGoOglc 



rdBjGoogle 



l&l B. tì. PISODI 

terraferma, duTacti al tèmpio di Miaerra; il prodìgio della 
mÌHera morte di Laocooute finisce di persuadere i Troiani, 
e r enorme macchina viene trascinata nella città: dividimus 
mtuvs et tnoenia patidimus urbis... (1). L^ apparizione di 
Ettore ad Enea, lo sforzo disperato di costai contro i Cìreci, 
la morte dì Androgeo e poi di Corebo, sposo di Cassandra, 
son tratti virgiliani; cosi la morte di Jjiolìto, cioè Polite, 
per mano di Pirro, e qnalla di Priamo. Pirro, trovata 
Polissena che Enea aveva nascosta, la seppellisce viva nella 
tomba del padre; ad Enea in punizione viene ordinato dì 
abbandonare il paese. Gli appare la madre per via, altro 
ricordo dell' £'i>e)(2e, e gli predice il regno dUtalia; iucontra 
il sacerdote Panto; Crensa gli è rapita dagli Dei. Messoi>i 
in mare con venti navi, trova Polidoro as!<assinato e poscia 
le Arpìe; dalle Strofadi passa in Sicilia, e quivi < subiit 
Hetneum montem, ubi duni ìnngerent aTidiertint vocem 
Achiuienidis Greci, qui de exercitu Ulixis a PoUifcrno Ci- 
clope cap[t]ivutus fuerat et ab eos (sic) de (ipelunca evu- 
Mt... > (2). Narra la storia dì Piilifnnìo e Oih'sciis. 

Enea passa nell'altro lato della Sicilia ove scorge un 
gran tempio e trova poi Andromaca in preghiera, che ri- 
conosciutolo fu grondi lamenti. « Inde t'grediens in aliud 
lìtus Sicilie (levenit > (3), e quivi gli muore il padre. Gli 
fa onori fnncbri e poi rimessosi pel mure. Giunone gli su- 
scita contro Eolo, Una nave, in cui era il pilota Piiliiuiro, 
vinta dulia tempesta affonda: il noichiero dopo avor sup- 
plicato e gridato perché gli porgano aiuto, non udito da 
alcnnn annega. Anche qui Nettuno calma le onde e rim- 
brotta ì venti ; i Troiani giungono a Cartiigiue. La caccia 
dei cervi, le parole dì conforto aì compnguì, l'incontro di 
Venere vestita e trasfigurata in cacriatrìce, non differiscono 
iuir Ein'itle. Curioso è che la madre dopo csseriri rìveluta 
e dopo il lamento di Enea, gli risponde confortandolo a 
buona speranza e gli annuncia che farà iiinuniorurc dì sé la 

IO F. M T. CCr. J.H. U :u aec. (3) F. lil r. 



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SIFIC E TUS. lUL. dell' EBEIDE 185 

idone; ia sonito di che Enea coi suoi ealgon di 
Ile navi, e tutta la flotta, coperta d'una nuvola, 
1 porto dì Cartagine. Sceso il nostro eroe e giunto 
>, ore Bon dipinte le battaglie di Troia, vi trova 
he detta le^e e stabilisce il da fare; a un tratto 
ino a lei le dodici navi che Enea credeva perdute. 
i condurle innanzi legati que' naviganti, che ere- 
tici, e di abbruciare le navi; ma conosciuto poi da 
essere loro e come fossero colà capitati, li scioglie, 
lire la loro storia. Racconta poi a sua volta la 

è notevole che Pigmalìone uccide Sicheo andando 
, che a lei invece dell'ombra del marito appare 
della madre, e che partitasi è sbattuta in Sicilia, 
iyragusam civitatem dum condere vellem — ella 

populo morbare cepit > (I). È evidentemente una 
le coli' approdo dei Troiani a Creta. 
n l'uvea già fatta richiedere in matrimonio ed aveva 
un rifiuto; ma, ella aggiunge, se il vostro signore 
órse < iUi non displicebunt connubia nostra > (2). 
svela e Didone se ne innamora; lo conduce al pa- 
mbundisce il convito; Àscanio che viene coi doni 
ito da Cupido. Ella vuol udire i casi di Troia e 
Ila bocca dell'eroe. Separandosi ■ adinvicem oscu- 
» (3); ma Dìdone pas«a la notte insonne, e il mat- 
mnnda a chiamare Anna per consiglio. Tenere si 
1 Giove degli ostacoli messi da Giunone al mntri- 

Enea colla regina; Giunone allora s'accorda con 
é s'uniscano ad una caccia. La fama si spande; 
i cui perviene, se n'addolora e fa a Giove la nota 
L, in 8eguito alla quale Mercurio vien mandato ad 
id Enea la partenza, e àccom'egli non ubbidisce, 

la terza volta sei&ina discordia fra lui e Didone. 
duoe Troiano alla fine, < et spatam suam ad caput 



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186 B. a. ràsom 

lectì diniiidt > (1); colla quale U ngiiift, Mcorbasi dell'ab- 
bandono, s' accìde. Del rogo non è parola. 

Enea, fatto in Sicilia l' anniverBarìo del padre, giunge 
in Italia presao Ostia, dorè mette il bqo campo. Sdraiatoù 
gàb opaga, cioè sotto nn alloro (2), Tengono a lai gli Ostiesi, 
co'qaali tiene un dialoghetto. Cib che ode, dell'unione di 
Latino con Torno e della loro potenza, lo impensierisce e 
ecora^^ia; ma lo riconforta bentosto nna visione del TeTere, 
che lo consiglia di recarsi presso Erandro. Trova nell'an- 
data la Bcro& coi trenta porcelli, « et sigunm in eodem 
loco poauit at apparerei ubi postea Albana civitas condi 
deberet > (3). Partito da Evandro, raccoglie altri aiuti; ma 
intanto Giunone sv^lia con nna Furia Turno contro il 
campo Troiano. Turbato Ascanio, voleva < manus dare et 
Be Tomo trodere > (4), ma n'è dissuaso da Eurialo e Niso. 
Salutano le madri loro e si mettono ira i nemici, meditando 
giungere alla tenda di Turno; scambiano Ramncte con Ini 
e lo nccidono. Ma proseguendo, s'incontrano per loro sven- 
tura con «Ulisses, cornea Latini regis, cum ccc Rcutarìis..., 
sicut scriptum est: 

Eeet tq»it€» pitiperant ad ttrhtm Latiitam ^) 
omntm cUcritU tnagittro (sic) , (6). 

e cadono uccisi. Le loro teste vengono infìtte sulle aste, e 
alla crudele vista le mndri de' due giovani si precipitano 
giù dal muro. 

Mentre ferve la battaglia intomo al campo e i Troiani du- 
bitano se debbano arrendersi, giunge Enea; Turno è ine$so 
in fuga. ElsBO e Latino si procaccian T aiuto di Messenzio 



(I) r. u r. 

(a) Cba TDglla din ■lloro, lo dcnuno dal dUttta di Bauua (Llcnrii), 
qBHta pluU t datu ippnnU niaga, chg usa er«de pom «niiHttenI coU'i 
(U litri dliletti, ucl» toccanl. Oertoqncsta k tDtt*il:n> eli* rancicata lodii 
■UUItn U pnmnlniu d*l aanra A. 

(I) F. M T. 

(t) r. «T T. 
' (t) TtTUMuM itntimm , ohe par comUa »iin u orlflDailo lamiMi- 

<<) r. IH *. Ctt. ÀÉH. ne, MT e STO. 



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BIFAC. E TBAD. tTAL. DEU.' ENEIDE 187 

lilla, r^na delle Amazzoni; Tenendo Enea contro 
gli escono contro, e Tnmo accide Fallante; ma 
! uccisa da Amate, rhe è fulminato da Diana. Giu- 
ì con un'astuzia Turno fuori della battaglia sopra 
; incantata, e allora svelataglisi , lo consiglia a 
t guerra, ehé i fati destinan la vittorìa ad Enea, 
a la morte di Lauso e poi di Messenzio, le cui 
oe Troiano si reste; allora trovandosi senza nemici, 
funerali di Fallante. 

> ritorna; si manda un' unbasciata a Diomede, e 
i stabilisce una tregua di dodici giorni per seppel- 
rti. La TÌsta della strage eccita dolore e sdegno; 
sclama che Enea offre di combatter da solo a solo 
10. Intanto ritorua Yeunlo da Diomede con un 

assale k città e Turno gli esce contro; ma l'eser- 
latiiio si ammutina, poiché non Tuol più saperne 
itterc per Tiinio. Avvisato allora il duce Troiano 
itiUo viene aceettato, i due eroi s'avanzano dalle 
parti; prei-tnno ì giuramenti e si a.«salgono. Enea 
uruo sotto il poplitc colla lancia e lo atterra, e 
I balteo di Fallante, lo uccide. Amata pel dolore 
ita giù dalle mura. 

està redazione àdiV Eneide che siamo venuti espo- 
'. differenze col poema latino non sono così grandi 
esempio nei Faiii <TEnea pubblicati dal De Marzo, 
sono abbastanza gravi p(;rche la caratterizzino e le 
ne un colorito speciale. Ma ciò che in essa è, come 
limo, più strano, sono quei versi di Virgilio inter- 
lesso a sproposito, e con alterazioni cosi gravi da 
irriconoscibilL Vediamone un po' alcuni. 
]o Gtarba, udito degli amori tra Enea e Didone, 
e a Giove per invocar la sua collera eu di loro, i 
Virgilio son citati così; 

Iiijipilnr Olii iiiimteiiÉ cui nuae mnioris ajyielii' 
ad U coHfuffio et iii/iplex tita nnmiita jioko 
geiu fjitthila thorìs Ueitm lenii hoiwrem 



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B. a. rtMOm 



■ etc (1). 



Concediamo pur qnMdto ù Tuole a] copista (benché, boq 
esseodo egli sOTercIùamente trascurato net bascriTere la 
prosa, non ci sia motivo di credere che abbia doruto esserlo 
molto di pib nel trascrirere ì Tersi); ma qni senza errori 
gravissimi nell' autografo non si spie^ la cormùonc inau- 
dita del passo. Il primo Terso corrisponde al rii^liano 

Inppitsr ODUiipotana ciii nime Hannisit pietis, 

e come errore di copista sì capirebbe; ma esso non ba 
senso, se non segnilo dall^ altro: 

gnu «pnUta torà kamim libai honorem. 

Ora non solo in qtiesto lauentn IStat è dÌTennto lieiim hrat. 
ma tra esso e precedente ne fa inserito nno che qui non 
ha da &r nulla, che si troTa nientemeno nel Lib. I, 166, 
doTe Venere inroca Cupido in faTOre di Enea: 
ad le eonlbgio et rappl» tua nnmioa posco. 

Tutto il resto poi è nn ammasso tale dì «propositi, un cas'i 
curioso e straordinario esempio di confusione, che difficil- 
mente si troverebbe Pugnale. Dopo Itìntt lioitoivm manca 
la conclosione del periodo interro^livo, hi^ciando il senso 
interrotto; nwlis gatitcr, con quell'imbroglio che segue. 
risponde al Terso 

An te, Buùtor, qanni ftifamna torqnes, 

e anche qni tutto il re«to è saltato, lasciando il perìodo in 
aria. Pel resto à confronti T originale. 

£ questo uno dc^Iuo^ii piìl corrotti; ma gli esempi di 
strune alterazioni e di confusioni simili abbondano. Kel 
eunto abbinai citato ì versi intorno a A'oUceate; il < uO£. 
aniiuae riles » del Lib. XI, 372, diventa 1105 otihuaitt rires, 
tt via dii^corrt'iido. Qualche nuova particolarità ci offrono ì 



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BIFIC. E TUD« ITAL. DELL EXCtDB lOV 

I narrAS di Oinnonp. implorante l'opera di Eolo 
Troiani: 

Tum luiìO et^-num «arraiM *i(i pretore enZiiut 

Eoli iam vtnit. Sic vutto rtx Eolia antro 

et mikIccti dedìt fiuetut tt ioBtrt renio. 

Cui talia faiur.... 

Incute tim reiUU itibmersasque obrtu puppt$. 

Gin» inimica mihi fjfrrtnum na^gat tquor 

aut Off direno» et ditaeeo eorpora ferro 

Uiut» ili Ylalia portana ctctoiqiie Penate»... (1). 

cositi, la trasposizione inintelligente dei ver^i, le 
ino palesi a tutti; ma c'è di più: c'è da osserrare 
conda parte del verso aut agc diversos et ilisstva 
erro, che è affatto priva di senso, non avendo Eolo 
ggiare alcua ferro contro i Troiani. Virg^io La 

... aut disiice eorpora ponlo, 

abboracciatore ha confuso tal finale di verso con 
un altro, e ba fatto la BOiitituzione, fienza curarsi 
rso così mutato mancasse di senso comune. 
ai mi pare che non vi poRsa essere dubbio sulla 
iza di tali versi. Se le alterazioni si spiegano fino 

punto coir ignoranza dei copisti, non si spic^jano 
le male le trasposizioni e nulla affatto i versi d'un 
i-cportati in mezzo a quelli d' un altro, dove nii'uo 
> che fare. Certamente chi scrisse pel primo e in- 
inestì versi nella nostra redazione deìV Eitciffe, li 

memoria, é ne dovea sapere un gran numero; uiu 
rdo era rimonto in luì come qualcosa di meccanico, 

materiale; nn suono, non un significato. Egli non 
iu che ben' poco tutto quell'ammasso di versi che 
brava con un ronzio confuso la testa; delle attra- 
ine avvenivano tra ì vani passi, delle sostituzioni, 
tauinazioni stranissime, cagionate da Bonùglianze 

1 r. Ofr. ita. I, M ■ poi SI Mf. 



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190 LO. FABOM 

fortuite a parole o di Buoni, senza eh» eg^ sentisse di dover 
ùiterreDÌre in alcan modo, almeno scrÌTendo, coli' opera ri- 
paratrice del raziocinio. 

Che nn uomo il quale ricordara i versi di Virgilio in 
tal modo, ricordasse altrettanto male Tordine dei fatti e la 
loro connessione, non sarebbe a stnpire; tntt' altro. Ke ab- 
biamo anzi delle prore eridenti nel modo che applica le 6ue 
citazioni; e così possiamo Teder P&linnro (sostituito nella 
prosa ad Orione), il quale, p» implorar soccorso da' com- 
pagni, mentre sta per affc^^are, pronunzia i Tersi che Virgi- 
lio gli mette in bocca nel Lib. VI, affinché Enea Io trasporti 
seco dall' altra parte di Stige : < Et sic nstaodo cnm m^nis 
lacrìniis Eneam deprecabator dicens: 

rrijif mt hiù, inrittt, (1) bm/ù, aal tu mlki tarratn 
iniit* ■«iHfiM pttn, (9) portmtfiu vAtrt mHiiiM. (H) 
Ri tn si f¥ae via f^, » fumm Ubi diM Crralr.'x tìe. . (4). 

Ancora nn esempio: quando Venere si lÌTolge nella no- 
stra prosa a Giove per supplicarlo in favore dei Troiani e 
perdié impedisca a Ginnoite di mettere ostacolo all'unione 
di Eoe» colla regina (reminiscenze accozzate di due ln<^liì 
di Virgilio, e con ben divosa concinsione), lo scrittore ag- 
giunge: e Sìcut sdiptom est: 

nméiltir i»Ufrm i tm ua »muiiji»lfHl!» Cìfmjii 
CvtH-UiHmfne M«Wf Dirmm fi^rr mlfnr ImHÌuam rf-r , (;■} 

vosi co' quali invece comincia il decimo Libro. 

Tutto dò mostra che iKm sarebbe inverosimile snpporre 
cbe anche le altoaziooi dd racconto fossero dovute allo 
Kiìttore dei vergi; cioè che essa' fosse nello stesso tempo 
l'autore drlla prosa, e che questa dovesse nt-l suo pen;jiero 
servir loro rome di c<Hiiice. Nondimeno alcnue cnnsidera- 



'. Or.Jn.TLMIa 



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RIFAC. K TUD. tTlL. DBU.'XBIII»E 191 

indncoDO ft modificare an po' questa ipotesi , e a 
he realmente fl nostro Anonimo avesse davanti nna 
redazione dei Fatti d'Enea, alla qnole si tenesse fe- 
andamento generale. Certe particolarità per esempio 
lalcbecoaa di caratteristico, che mi sembra difficile 
col semplice fatto d'una confusione di memoria; 
^stituzioDe di Falinnro ad Orione, l'approdo di 
n Sicilia e il buo disejpio di fondar Siracusa, tron- 
lezzo dalla pestilenza, il tradimento e la morte di 
er opera del fratello di lei, avreantì in vmattonc, 
e a lei della madre invece del marito trucidato, e 
>rrendo. Uà v'è di più: che in nn luc^ il uo- 
;eguiti veramente qualcuno, si rende manifesto dal 

9. 

approdato presso Ostia, dopo esser entrato nella 
,ver cominciato il suo accampamento e dopo il di- 
igli Ostiesi, s'addormenta e gli appare in sogno il 
tvere, che lo consiglia a recarsi presso il Re Evandro 
Teggiava da lungo tempo contro Latino, ma avea 
ippo esigue. In segno, egli dice, della mia veracità, 
tis meis credas, cum cepis navigare ad mediato itì- 
) invenies super ora fluminis sub arbore ilicis sneni 
icentem 

Irìgiaia capihim fetut eaixa 

albo colore tubant, albi eireum uberv nati (1). 

is urbis est > (2). Ora nella Cronaca di Martin Po- 
Lib. I, Gap. II, Depersonis a quibus Roma condita 
gge: < ...Quam in portum, ubi Tyberis influit more, 
:£et: dictom est eì in somnis, vade ad regem Evan- 



s ftooti cnll'A.K 



Diai.zodBjGoOglc 



192 t. 9. raOK 

dram, qui regnat in septem raontibae (1) (scilitet ìn eo loeu 
ia qao Boma postea condita) et pti^at contra Latinoii 
ngem: et tu iuTabis enm, qaia tibi debetur regnnm Italiae 
Et ut credas, do tibi istad sigatim: Qaiuido processeris, in 
Tenies sub arbore ilice, eoem rei porcam albam cum triginti 
fiUii albis. Et ibi, ex hoc erentu, postea cirita^ aediiì 
està est... ». 

Hi pare che le souuglianze siano cosi strette che noi 
ci sia bisogno d'insistere sn di esse; ma non sono le sole 
anzi tntta questa parte del racconto si può dire nella so- 
stanza identica e molto simile nelle parole; coni T arrivo i 
F^antea, il levar che & Enea Tulivo in se^o di pace 
quantunque tratti Ttrgiliani; inoltre le parole di Enea ac 
Evandro, aiutami conbo Latino e Tomo, qHcm sibi gaicrun, 
inoenit (2) (a cui risponde in Martin Folono < Tumus, rei 
Tuficiae, qui fuit gener Latini >), non possono lasciar dub- 
bio di sorta. 

Non è da credere che Martino fosse la fonte diretta del 
nostro Anonimo, non trovandosi in tutto ìl resto più vestigic 
di lui, quantunque alcune cose, od esempio il cenno sul ri- 
trovomeuto di Polluntv ai tempi di Enrico secondo impera- 
torc,eKulla giguiitosca statura di luì, diflicilmentc avrobbcrc 
potuto sfuggire al suo desiderio di particolaritji straordinarie. 
Saranno quindi state messe a contributo le fonti stesse cìk 
già erano servite a Martino. 

Ma come concepiamo noi e a chi attribiiianio queste 
raccogliere ed unire vani elementi P Mi pare che si possano 
fare sopratntto due ipotesi; o s'aveva già tutta la prosiB. 
comprendente le Storie di Troia, i Fatti d'Enea e le Storie 
Romane, e qualcuno v'aggiunse semplicemente i rerìd; o 
di varie parti, per esempio delle tre accennate, il nostro 
Anonimo ne fece una soia, elaborandola un po'o modo sno, 



(I) L* mniclone drt Htt* coUl « «acba aeU* >Mtn rrdubmr .che poi >l fi ■ 
sUednv: • El dl«n hibr* qui (arninl «rptrm Boni» nU Erinilvr n'AUibil — 
BMpesdnKlian nt «te • p. M r. 

(« F. M .. 



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SIFiC. I TBAD. nU» DELL BMSIDB 19.3 

ri sopra il ano ernioso Intino e nn certo suo fare 
con domande e rioposte di tanto in tanto, con intor- 

rettorìche, coi &eqnenti Quid niuUa? e via di»cor^ 
aoltre nella porte riguardante Enea, alla leggenda 
erriva di testo sovrappose un elemento virgiliano 

copioso e v'inserì i versi. 

■ima ipotesi incontra delle difficoltà non leggiere, 
no inserisse i pori e semplici versi non si può ra- 
nente ammettere, quando questi sono a volte cosi 
nel racconto, che male se ne potrebbero staccare, 
omanda od Enea ed Acate: vedeste forse « germa- 
)rem 

ctam pharUra ti maeuhtHm (sic) tegmiue lìneeiif* (\) 

, dice Ilìoneo a Didone, fu ammonito dalla madre 
3 in Italia < qnod regnnm ipsius Italie poRRideret 
slum ipse eet 



io Enriolo è stretto dai nemici e sta per esserne 
'iso si butta in mezzo per camparlo : < seque lio- 
tulit dicens; 

, me, adtum ^ui feci, in mt eonvertiU feiTum...; (3) 

hec diiisiiet, se hostibus moritnmm obtolit>(4). 

catalogo dei soccorsi che dalla Toscana vengono 
, parte è dato coi versi di Virgilio, parte con una 
Ila quale i versi sono dlseiolti: < Cui Massicus priu- 
lle viros cum navibus dedit, quorum pars Glnsim 
o^as babitabant. Horum etiam alii sagittnrii, alii 
imi erant bellatores. Venit etiam Àbas cuius agmen 

atque pulcfaerrimis et decorìs armis fulgebat et in 



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IM K. S. r&BOM 

cnias nari Apollo depictna e»t (1). Popnlanìa rero nutter 
.V. C. foriÌBsimos dedit viros, ut T. ut: 

SexeeHUM Olì daiat ApHlonfa mater,..;(Ì} 
rt vetam Pirfi et ùtttmpette Oravi*ai.(^) 

simal Tenere com istis. Hos omnes liaboit in ani saxilìam 
Eneae B Tnscis. A Lignrìbas aatem lioa in atmliom ha- 
bnit: CinirnB foriiesitmu bdlo duetor Ligurmn venit sequi- 
tttrgue Cupavus eum pcaiets etc. > (4). Finalmente citerò il 
Int^o dove Tamo e Drance contendono, e questi nega che 
tanti debbano morire pel capriccio d' an boIo : < et Dranoes 
contra sic locntoa est dicens: 

M «t Turno eontitifat Latitila weqr 
HM animent vire» (ji), 

Qoid multa? etc. > i(6). Qui senza qne* laceri frammenti di 
versi, non s'avrebbe neppure alcuna risposta da parte di 
Drance: inoltre è in così strano modo trafiformato il nos 
anituac viles vir^liano, e così scioccamente troncato, che 
ben difficilmente avrebbe potuto inserirlo se non quel me- 
desimo che scriveva la prosa, pel quale qnei verd, che pro- 
babilmente più non intendeva, s'erano per6 fissata a quella 
data sitnazione, e parevagli di far dire abbastanza a Drance 
citandoli, quando erano versi di Vii^iUo e ì soli che di quel 
luogo ricordasse. 



(I) icu. X, 110. Non è aorbaklo fl n 
nata uidw I veni pcMcdratl colla pna» dal aottm Urte, • coal la (uenlr pa 



(4}Ib.lM. L*puel*d*l*a*l« Tltglllocdaoaquil tmlla.teiMMIl *i 
I nuo. TaUa H iDOfo bvml » earta H t. • <T r. 
(S)lb. XI. *n «fi.: 



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UFAC. K TBAD. ITIL. OSLL'UTUDI 19$ 

«sai che abbiamo pur oro citati, oltre al ctimostrare 
a fasione della prosa e dei versi, mi pare che fac- 
risaltar meglio quanto sia l'elemento virgiliano della 
redazione, e come diffnso, per cosi dire, anche in 
9sime particelle per essa. Ciò rende invero molto im- 
ile che BÌ tratti d'un unico fondo di racconto, anzi 
» una gran parte dell' elemento stesso, sia verso, sia 
dovrà considerarsi come originariamente dbtinta dal 
Ivo fondo leggendario (1). Ma nello stesso tempo, giac- 
ato le partì piìl strettamente connesse con Virgilio, 
[nelle che più se n'allontanano, hanno una lingua ed 
ile, se così si pub dire senza profanazione, affatto 
i, e che si mantengono tali dal principio delle Storie 
e fino all'ultimo delle Storie Romane, avremo un ar- 
to abbastanza bnOno per sostenere la seconda ipotesi, 
lell' intera compiliizione, colui 
cui la troviamo, senza far di- 
itt che egli certamente attinge 
le fonti a noi sconosciute si 
che egli stesso più o meno 
Quindi senza dubbio l'alte- 
ato m^giore è nella Storia 
giudicherei originarii i tratti 
lo, ma non quelli intorno a 
iero narra molto virgiliana- 
ea cacciato da Troia per aver 
sul suo ultimo sforzo contro 
a, l'incontro di Panto, l'ap- 
;li altri luoghi ho, almeno in 
lette conto di ripetere. 

econda delle nostre redazioni 
Riccard. 1233, cartaceo, con 



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■rrtiu«>iia jia e là, in Ótamsciv 165 X 1 

■ ■f'.uii ìr'tia metà del set XT. » rr-ììabilniei 

.iia. I iopi wunenà •qzo '=. zd. ^cr-tli s 

i"-t .-ontwne nn r.^jm-.-— -^ ,. SwjTieTi 

.-ULiaii» -pistoiare tana -v .-tlizì ì n^pos 

.-- .1 rrauato rettoria) ::* zi ■:2ii ii«ro. 

iLianu i PreJiOHtbmii jÌ -r-r-~..i^i.iM woror-d»» 

!:iii<:iueQ[u certe Siene ...^z^a; -; r;e» j^ìì^ìb 

mt ina evo rariì .■acii~;^::: i .v^ ^Tarsile: . 

."-aia rt (ffWTi ut ir—i . t.e —■.*.» -t^ct-'. 

. L-: llkJui'S 125 r.. .tt'u--. -- jù^-— .".-I m:ij|(.';i ì 

..■•rsa. 

— iiiui>"ii Miatcen:!3i-; ■ "^ — -::.^>} ii-^^n 

■ùo vìi izdi: :af -^ — ~ " - - ■= ^^" 

imJi. Trma it "'■■■ ' '■ - ~i. . i:r.i 

■ fare* C"n.'-<--er- . -- - - — :■■ "^— e c: 



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BIFAC. I TBAO. ITÀL. DEIJ.*EKEIDE 197 

I di lui mise alla luce' no figlio, Dardano, e dei Tariì 
costiti, che infine fondò Dardanta, mentre per opera 
elio Tenero soi^va Teucrìa (città che onite in^jitme 
tcinte ancora dì Troia, fondata da Troio, di Ilo, di 
rida formarono la sola e grande Troia), non abbiamo 
iparci; come neppure della guerra sorta &a Laome- 
I gli Argonauti, che si stacca un po^ dal racconto 
ite. Ci interessa invece T ultima parte; gli ottimati 
, con potendosi più reggere, consiglian Priamo di 
la pace coi Greci; ma questi non solo rifiuta, ma 
ad AnfimacD suo figlio che, chiamatili sotto colore 
iacrifizio, uccìda quanti odno ripetere la proposta, 
ati si accolgono dell'agguato e tacciono; ma si rol- 
si stessi direttamente a far pratiche pressa i Qreci, 
uestà s'accordano che porgerebbero mano air astuzia 
allo e che sarebbero .essi a consigliare d' introdurlo 
ttà. Come si vede, il racconto dì Darete conserva 
iella niente di uno che ha per ìscopo dì darci un 
eìVEiicide, tutta la sua autorità; solo si tenta l'ac- 
la fusione col racconto virgiliano, e difatti qui entra 
n Sinone, e il sunto del poema comincia, 
avallo, e per le menzognere affermazioni del falso 
ì per l'appoggio prestato a costai dai traditori, è- 
;a e pompa- solenne trascinato nella città, davanti 
io di Fallade; i traditori medesimi diedero nella notte 
I stabilito ai Oreci rimpiattati dietro Tenedo, e questi 



Il Hwi VoHsraUJiun 
DcMEincD Budum AmsTiira, Eb« al oonMm muoKrltto la tra inomit 
U LinicDitou (CdO. lID-lll-m Blbl. Ati. T\or. Ecclalu). nel terza dal 
le di Dldonnlo daf 11 umilili lllnatii. dlapnato par ordina alfabctloa) lattical 
iHtu, che ODrllotòadò U dttà di tal noma, 1> qnala < bodle. qallinidam 
trim, Canute mlgo dldtot >, Cfr. ucha Q.SLtxrwat, QiulUii«. FbKcJiiiiijIH 
ettUdiU iv StaJt n*mu. Parte I, Maibora, ISTE, a pag. XXL 
'alo ekt. a ma para avldsute dnnde aia pnnenolo l'errore; Uoilto cnFle. 
noatro, probabltiiMDte ddu tuacano • 



Diai.zodBjGoOglc 



Iflft E. «. rUODf 

aeconero, mentre Sinone sprira il cavaUo. Di tanta 
dezza nulla rimase; di tanti valorosi non scampare 
ben pochi, Antenore, Polidamante ed £nea. Quesl 
vate ad Antandro (1) pronte le oari, sMoibarca: < et 
Italiani fugìendo (2) vela dìrexit. Front ìpse serìatii 
xit (3), destendendum est >. 

Fin qui il Prolog : se^e ora il vero riassunto del ] 
«ol titolo SNintNa Virgili Eneados...,, Ystoria Virgili 
tunque, a vero dire, in Vii^ilio siamo entrati, bene < 
da OD peno. 

1 primi tersi sos cosi commentati: < Arma vi 
nato ecc. Virplius more boni'aactoris id quod dictn 
sumina proponi!, deinde invocat, ultimo narrai > (4 

L'ordine M racconto è adunque lo stesso che nell'. 
La tempesta getta i Tn»ani sulle coste dell' Airica; Et 
jtir lUJ colle per spìngne la vista sul mare, se gli a 
:MCU le navi peritate . td invece vede sul lido dei ce 
& cacina e im accìde dodici, uno per cia^^cuna de] 
TUtp^HT^titì. C«>in« 9 sa, in Virgilio le navi approdt 
ClKa aoD JODO ÌBvccv <h& sette: ablàamo quindi un 
rana, ma « aotmolv efae asdie nella Fiorita d^Am 
■ù Ha ^ppoDGo •(tieeto stesso luunero di dodicL Sobil 
'.uta -tiMT» ^t«nis4tt»: Enea, invece d'andar egli stt 
.VcaK :k -q^Drir sbrvihk maa^ degli esploratori; < 
«. .-'im X'K-àc* '" in rnsolam pr orìmam accedens - 
.MiCM», ^' .NWT^n un^ atasmn in fin-ma vsietricis ( 
>t^it - '<'. U 1KQ 1ÌP SatSo. driTisi^ e della e; 
«ftucv -Ki-t>nw KÌIa aueSa narraain ne; na invece Ti 
^>; ^x-- . i-i\Ct-tt -« aiTW pan nel Sownm iTEueai 



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SIFÀC. I TKÀD. ITIL. BBLl'eNKIDE 199 

Venere lasciando i due compagni (1), si manif«ata Dea, 
al discenderle fino ai piedi le resti e all'odore d'auibroKÌa: 
< faciem eìue roseam et veetes nsque ad calcia loxas :iubito 
Tidit et eios comam ambresicam (sic) franare odore; in 
incessa ìllam deam reram esse ecc. > (2). Qui più che coi 
Tersi di Virgilio abbiamo delle notevoli somiglianze con uà 
passo d' Armamiino die abbiam citato altrove; < Onde ren- 
dea la sua bionda chioma come d'ambrosio divino el quale 
sempre riluce; la faccia sua come rosa vermiglia mostrava; 
e pamii... le caddono gii! insino a' talloni; e nel partire che 
ella fece... manifesto fu che era una idea >. 

Trovandosi Enea ed Acate nel tempio di Cartagine, od un 
tratto vedon giungere Ilioneo coi compagni, tratti prigio- 
nieri dalle guardie del lido; alle loro preghiere la regina 
risponde che * regni novitas et inimiconim minae > (3) la 
co^rìngono a quella severità, ma che pur stiano di buon 
animo; finalmente, quando Enea si svela, < regina... pro- 
spiciens £neam et statura dicenti [videt], capillis flavìs et 
crispi:?, facie vennsta (4), albo rubeoque colore mista, oculis 
claribns(!), nobilibus morìbus, eciam membris dicentibns, 
loqnelam siiavem (5) et honesta[m]. Pius, melitiis et in armìs 
fuHksimus fuit > (6). 11 dubbio qui non è più permesso: 
oltre ai aisfodi dd Urlo, oltre alle minaccie dei nemici, che 
.souo tratti di Àrmaimino, tutta questa descrizione di Enea 
non è che la traduzione quasi letterale di quella che in lui 
si trova, e che noi abbiamo giù riportato: < Giovane bellis- 
simo lo vede, fresco e colorito ecc. >. Abbiamo adunque du 
(iire, più che con un sunto dn\ì[J'Jtmde, con un sunto della 
Fiorita . il quale ha però di proprio indiscutibili reminiscenze 
di frasi virgiliane e qnalche nuova particolarità. 



Il ropliilih p« jHt U 



Diai.zodBjGoOglc 



200 E. a. FÀXODi 

Dopo 3 manf^inre, la regina pre^a Enea di fargli 
racconto dei perìcoli e dei travagli da lai Boffertì t egli ac 
cennn appena alla presa di Troia, la coi descrizione è gi 
data in principio, e poi riprende la narrazione al t«rzo libi 
di Virgilio. È notevole cbe per quanto breve, l'accenno ali 
distnizione della città contiene evidenti reminiscenze de 
VEticide: incipiam — eguttm ad montis instar hcdifìeatit - 
prò salubri reditu stmuUmt (1). 

L'episodio di Polidoro è qnasi tradotto dalla Fiorita, 
tuttavia s'infiltra anche in esso qnalcbe frase certamenl 
di Virgilio, per esempio: dum vidi, mihi frigidus horrt 
menthri totique mihi ag^atur (sic) (2). Dalla Tracia Eni 
pas»a < ad Ortigiam provindam > (3) (Àrmannino: < tu: 
terra, la quale Ortigiaper nome si chiamava») (4), interroj 
l'oracolo, e Anchise, antiqua monumetita rcvolvens (5), lo ìi 
duce a scegliere Creta. La Fiorita è pur sempre e^uil 
assai da presso: il re < timore inimicorum recei^serat * (6), 
il testo italiano: < Idomeneo re s'era partito, forte tciuem 
di certi suoi nimici > ; poco più eotto : ■ snpervenit in loco il 
labes tanta ut honiines sabito langiiesceutes expìrarent > (7 
e Àrmannino: * subitamente venne una corruttela d'aere p< 
stilente e sì malvagio, che gli uomini egrotavan? e subit 
mente cadeano morti sanza rimedio >. 

Ma tra queste evidenti somiglianze r'è pure nna net 
vole differenza: in Fiorita è abbandonata uu momento, sen; 
che per questo cì avviciniamo a Virgilio. A motivo del 
pestilenza, Anchise consiglia di ritornare all'oracolo, ii 
invece di arrestarsi al solo consiglio e d'introdurre la i 



(1) T. M r. Ctr. iti. U, 11, is. li. 
(1| CIt. Vnui. m,3»«l. 
(») F. W t. 

(1) lu Virgilio i nsInniIiMnI* un'IMU. DI, n ■m-i n» Il n 
muiiiiliH'. pu- rlie aia lUW tnlta la bunuiio lUI nova di lifln: 

(>) F. W V. £ <li Vnfl. Ul, un: < T«t«nuu «ulvau* BumanH 
(B) F. W .. 

n)ibu. 



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BiriC. B TSiD. ITIL. DILL EHBIDB 201 

sione degli Dei di Troia, il nostro A. fa che Teramente 
Enea ritorni a Delfo: «quo facto reeponsn nova percepì >(1), 
racconta il duce Troiano medesimo. 

Nel racconto di Enea a Didoue sono tralattciate le Stro- 
&di, l'arrìTo presso Eleno e, d'accordo per quest'ultima 
parte con Àrmaonino, Achemenide e i Ciclopi. Ora Eleno 
lo litroTÌamo più tardi, nuova singolarità, in luogo non 
suo, quando Enea, abbandonata Didone cLe s^ uccide, e 
iktto presso Aceste l'annuale del padre, si rimette in mare 
< com paucb in armis tum atrenuis > (2), lasciando ivi 
tutti gli inetti a combattere. Approda allora alla spiaggia 
i'Idroìiio, ove < nova miranda audivit > (3), cioè che Eleno 
Troiano regnava su terre Greche; e vien narrato, seguendo 
sempre, anche nelle parole, Armannino, l'incontro di An- 
dromaca, etc. L'imitazione minuta della Fiorita parrebbe 
qui dimostrare, che tenendola lo scrittore realmente sot- 
tocchio, ben difficile gli sarebbe riuscita una svista, e che 
quindi tale trasposizione di fatti dovrebbe ritenersi come 
inti'nzionale. Ma che anche tale ipotesi offra delle serie 
difficoltà mostreremo piò oltre. 

Partito da Eleno, Enea va alla Sibilla, che gli risponde 
con frasi àelV Ettcide: « qaod fucilis erat desceiisiis Arniii, 
sed tilde r<[vó]eare gradum, hic labor hie ohus enti. Fauci 
autem quibus Jnppiter ob merita piacere volnìt, lioe facere 
potuerunt > (4). La descrizione dell'Inferno è tolta, ab- 
breviando moltissimo, dalla Fiorita; v'è l'olmo, sotto ogni 
foglia del quale stanno spiriti < qui inde moveutiir et iid 
loca dormientium in seculo'veninnt, illosqne pavida et pec- 
cati» piena sompniare fociunt > (5); il limbo, dove sono * de- 



con poci BBnU lu dell'imi* Tilorod > 7. ]3(I t. 
nilì DDm DDTclU clw InorMIibllr ali pirci >. È Trm cbc qui 
Mseocn aBohe U TirgllUno ( Ut, IM } 

{Il T. loa T. Clr. Ar,: VI, US a Hg(. 

(!) T. va r. imaolBy: <dl qncUe foglio (it Cod./nsix] il niii(iTi<no «piriti a 
quegli (wina (111 Dipuii gente datmado nwl ■ogui lesini e quali <!<' coimIoc* poi 
1 peeeabi tu* ; T. IM I. 



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202 t. fl. PABOSI 

mentimn et simpliciom aDÌm&e > (1); il < pai^toTenm lo- 
com > (2) dorè Caronte trasporta le anime eoi concede il 
psssi^gìo. Il ricordo di Dìdone è aggiunto ; e segnon poi 
le dne TÌe, e alla sinistra un altùsimo castello cinto di 
fiamme, sulla porta del quale sta Cerbero. Come si vede, 
tutta la descrizione dei tormenti e dei tormentati lungo la via 
tenuta da' due visitatori dello strano luogo, viene omessa. 
A sinistra poi, procedendo, trovano un monte dove si puni- 
scono dni loro compagni i demoni disobbidienti o negligenti; 
e cosi YÌa via, compendiando la Fiorita. 

Snea rimessosi in mare co^ suoi, giunge ben presto alla 
foce del Tevere, e saputo che re del paese era Latino, gli 
manda cento ambasciatori con a capo Ilioneo. Questi ritor- 
nano con ricco dono di cavalli e coli' invito al loro duce dì 
recarci a Lanrento, invito al qnale egli acconsente, e ■ cum 
aliqiiibus sodutam ad Latinum vadit >'(3). Ha è qui tutto; 
poco dopo, accennato all'opposizione di Amata contro il 
progettato matrimonio di Lavinia con lui, viene aggiunto: 
Eneas ad snos revertitur > (4), ma della splendida descri- 
zione del corteo e dell'innamoramento della fanciulla non 
v'è alcuna traccia. 

Dopo aver così a lungo compendiato esclusivamente la 
Fiorita, l'autore si avvicina un poco a Virgilio col ridurre 
a due i giorni del combattimento di Turno contro il castello 
Troiano, che in Armannìno son molti (5); gli à avvicina 
poi tanto pi^ ponendo l'uccisione di Fallante innunzi a 
quella di Messenzio e di Luuso, contro ciò che nella Fiorita 
medesima è detto. 

L'episodio 'li Lavinia, il qnale, estraneo a Vii^lio, fu in- 
serito da Armannino nella sua compilazione dietro qualche 

(1) n>lil. In Inuiniiitio dr' puzl non « pinU. 

nj F. IM r. Arniinninn; . IVulro di qnnta ikitU pHma Irowonoquel skUìIo 
sin, el qiidii ]>rr )■ E''"*' pureatoiii ni cbUiui >. F. IIU r. 

(3) F. icn r. 

(4) Ib<d. 

(ì) KvU'fplMdlO M tmvt l'tvrelitM di uotcvol* U Iruromuihiiia dBl uodm 
Tftrìn Ht o narra* In TVniiiu. Us polcba U Dnotiialoiw nil «tiv Tuno poi Dos UK- 
c«a«, «I InHcn plnUoila d' di» aliaella di a>]ri«ta. 



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UFAC. 1 TUS. IT1I~ DUI. tXXISX 203 

fonte francese, è appena accennato da) neutro Anonimo. 
Mentre si fanno i giuramenti sall'altare fuori della città, 
prima del duello fra Turno ed Enea, < Amata r^na prò 
Tomo, Lavinia eponsa clam pio Enea eacrificia fscìendo ro- 
gant> (1). £ tutto qui: pare che lo aconosciuto scrittore 
d sentiase, lasciando anche da parte le necessità del suo 
riassunto, poco attratto dalla figura di Lavinia, e forse il 
ricordare che in Virgilio non area trovato nulla di tutto 
dò, contribuì a fargli lasciare affatto da parte il roman- 
zesco episodio. 

Riassumendo ora un po' e cercando dì trarre qualche 
coDcIusioue dal nostro esame, ci troviamo in primo luogo 
ad avere innanzi due fatti indiscutibili: uno, chp il nostro 
testo dipende direttamente dalla Fiorita ; Y altro, che esso ha 
inoltre qualche relazione anche col poema di Vii^io. Nes- 
suno vorrà, io credo, mettere in dubbio il primo fatto. IM 
una ipotesi inversa, cioè che Armannino si valesse della 
nostra redazione, non è neppnr il caso di parlare; troppo 
monca e^^a e, e troppe cose di grande importanza le man- 
cano, per esempio V episodio dell^ andata dì Enea a Laureato, 
e quello degli amori di Lavinia con lui. Resterebbe che en- 
trambi gli scrittori si fossero serviti d'una medesima fonte: 
ma anche ciò apparirà troppo inverosìmile, dopo quello che 
stiamo per dire. Il nostro testo latino non solo è connesso 
strettamente colla fiorita, ma serba chiare traccìe d'una 
particolare redazione di essa, vale a dire del cosidetto rifa- 
cimento del Covoni. Infatti il colloquio di Didone con Anna, 
trastposto nella Fiorita originaria, è qui rimesso, come nel 
citato rifacimento, al suo luogo; e lo stesso dicasi della 
descrizione della Fama. Ma ciò non basterebbe da sé; bensì 
ha forza di prova quando vi uniamo insieme un altro fatto, 
che cioè il duello dì Enea con Farone, da noi altrove (2) 
riportato per intero, finisce, nella nostra redazione latina 
come nel rifacimento, con ud colpo dell'eroe Troiano che 



V 



Diai.zodBjGoOglc 



201 B. s. rjuoDi 

taglia a Farone il braccio con coi remerà la mazza (1 
Ora è chiaro che T ipotesi d'una fonte comune resta tol 
di mezzo; poiché conrerrebbe che ad essa avesBero attin 
indipendentemente Armannino stesso, il rifacitore di lai 
l'Antore della nostra redazione latina, cosa già dì per 
molto inTerosimOe ; inoltre, o Armannino stesso avrebl 
domto di suo proprio impulso mutar di luogo i due pai 
TÌi^iani, contro ci6 che e' aspetterebbe da Ini, o, altra gra 
inverosimiglianza, avrebbero dovuto incontrarsi il prete 
Covoni e il rifacitore latino nel rimetterli a posto. Tace 
che in quelita ipotesi si verrebbe a considerar Armannii 
come assai più strettamente fedele alla sua fonte ch'e^ 
molto probabilmente non fosse; che la descrizione dell'I: 
Cerno si attrìboirebbe, invece che a lui, alla fonte med 
sima, etc. etc. 

Veniamo ora al secondo fatto che noi dicevamo risolt 
dall' CRome del nostro racconto. No! abbiamo notato, mai 
roano che ci ai presentavano, le frasi tolte direttiimente < 
Virgilio, ed esse son tali che non possono suscitare cont 
stazioni. Ma basterà dunque ciò per farcì ammettere d 
Io scrittore si tenesse realmente davanti il Poema latint 
Nonostante che a tatta prima paia dì dover rispondere s 
fermativamente, io non lo credo; e mi pure che a spieg 
la presenza di quelle frasi, basti supporre nello scritto 
una certa praticacela antica deWEiuitìc, che gliene ave 
lasciati appiccicati olla memoria gli cmlsticLìi più conni 
e più noti. Inflitti se si guarda bene, sì tratta precìsameli 
di quegli euiisticluì, che anche adesso son rimasti fra 
gente colta come proverbiali; nv d'ultni parte, ommetten 
il primo cuKO, s' intt^nderebbe perché il nostro Anonimo, v 
lendoci dare un sunto dell' £i)c/(7c, non n'attìngesse che ci 
poco, e sopratutto non mai fatti, ina fra.sì. 

Più difficile è il deciderai sulla natura e sulla proveuieu 



(l)F.]nr. 1 E«a plmn eom Mila Imiwtiiu In 
oli (111 ■•■) ul>lniu«t, nlnmi et «ccUdtticat Eoeu 
qoo eia** ttacbM abtnmeit >. 



rdBjGoOgIc 



UFAC. I TSAD. ITAL. DILl'xSEIDK 205 

itWe alteraziotti, che distinguono la aostia redazione o dal- 
i'Eaeide e dalla Fiorita. Veramente non si possono dir 
motte; inoltre di qualcuna ai potrebbe tentare la spiegazione, 
basandosi sol carattere generale del racconto. L' ignoto Au- 
tore omette anche più di Àrmannino il soprannatorale ; ora 
non è possibile che ì! desiderio di tor via T apparizione 
degli Dei Troiani, come tolse poi qnella del Tevere, lo in- 
ducesse a preferire una seconda andata di Enea all'oracolo? 
Intanto in Aroiannino l'apparizione c'è; quindi, se il nostro 
se n'allontanò, ciò dovette essere intenzionale. Né punto 
varrebbe l'opporre che anche l'oracolo introduce un ele- 
mento pagano nel racconto e che quindi il nostro A. non 
guadagnaTa nulla nel cambio; poiché qui egli si trovara 
di fronte ad un uso storico, cosi noto, così famoso, che ri- 
pugnanze non ne poteran sorgere affatto. 

Ci sarebbe poi, ammesso che cìb potesse stare, da spie- 
gar la trasposizione dell' arrivo presso Eleno. Ho detto che 
mi par difficile una svista, eppure non vedo altra via di 
Uscirne, se non si vuol ricorrere all'ipotesi d'un mutamento 
intenzionale o d'una terza fonte. Ma quale stranezza sa- 
rebbe questa di ricorrere ad altra fonte solo per cambiare 
<1Ì posto un fatto, mentre poi Io si racconta colle stesse 
parole della fonte solita, cioè di Àrmannino? E d'altra 
parte, perché un mutamento intenzionale, quando l'autorità 
di Àrmannino era raddoppiata da quella dello stesso Vir- 
ilio? Adunque ritorniamo alla congettura d'una svistti, 
per quanto anche questa abbia in sé molto di strano; tranne 
p«ò, e db dico pe;: non lasciar intentata (se ce n' è la spesa) 
alcuna vìa, che si vaglia pensare che appunto mutando di 
povto qnel fatto, il nostro Anonimo credesse, per errore sor- 
tigli in qualsiasi modo nella mente, di accostarsi meglio a 
Virgilio. 

Kon meno difficile ci riesce renderci ben conto di quelle 
due curiose particolarità del nostro testo, degli esploratori 
mandati da Enea, appena sbarcato in Aliica, a scoprir 
paese, auriche andare egli stesso come in Virgilio; e del- 
l'isola dovagli invece va a caccia e dove ha luogo l'appa- 



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rìzìone di Venere. Ho detto che T accenno ai messaggierì 
è comune al nostro testo col Boma» d^Eneas, mentre il ref^to 
è tutto suo : non sarebbe anche questo un indizio ? Arman- 
DÌno gli stava davanti: perché staccarsene, se non aveva 
un forte motivo P Ingomma mi pare che qui il sospetto di 
una reminiscenza d'altro luogo, di qualche lettura fatta o 
di qualche narriizione udita, ei faccia abbastanza forte, senza 
però che abbiamo affatto il diritto di parlare d'una vera 
ter2a fonte. 



II. LE REDAZIONI IN POESIA 



< ENEIDE > DI OTTAVI BIMA 

Fra le due redazioni poetiche dei Fatti d'Enea, che ab- 
biamo detto di conoscere, la più antica senza dubbio è rap- 
pre.'tentata da quella Storia di Enea in ottave, della quale 
diede pel primo notizia il prof. Pio Rajna(l), di sur un 
Codice della Biblioteca Comunale di Siena. 

1 saggi che il prof. Rajna riportò, sono sufficienti }.er 
dimo^tnire che il Fiore d'Italia è la fonte, seguita con scru- 
polosa esattezza, dell'intero poema; ed io, osserrato che Ìl 
Codice è abbastanza corretto, che è scritto da nn Toscano (2, . 



(1> n Cautarr M CnrfsW «ts. In Xiiticirifl f. rvwm. naa. D, pig. a», n Co- 
dio ba U wgiutnn I VI K, rd lo af ginimni dH t di dimoulonl MS X'^. 'IK 
1 fogli iDBD 119, • cha 1« tntilall d'ogni canto maanno, 

<l)nB pKciaamcota da nn di Comelo. roma al rileva A^Wttplìtii: EifUtìi Vhti 
XirfaUéftiH^tfpam Sa» Muriti- fhunoM tlt CuthU rampiiri ••««ih prt^Ha dit SVI 
fitn-rii AuiH JtmlHi XCCCCLI Inufett ftta Binatnimia Xhhhotiib tmi-mltr Fiii- 
rljut mi In CitiMi ficitiirum il rliim l.'xrr rj— Iv/vnifri/ il Jitlxi litir i-l XMli 
rir«(l1 noniF i nncellato a miiia la itga f n uirttlo ffrrfo ) 'iMfWffi He. Qnl r(niif>i> 
rbluo rba al rarla ilrlranianiiPni>f . ma hiwinn aarà Malo rniia dnbUo andio l'An- 
torr. DfI mio qncit' riylMf d dà modo ili corrAKgcr* un'lndirazlnnr dd bililiocraA' 



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«ni «Gai GsdB, iSb MaAna^ à Swtà « n* mM «Mt- 

gedi 1^ ■■fnHitnn\pghti Are faw imw^ÌI rarpaoHato, 
E« DOB mi poEgoae wmitu £ pìi aafào stWw aa v«n 

D rifarimiBito dì eoi pazlo è coatoiafat, a bù notùàa. 
in tre eodìca; mt AshbaraliaaiìaBO, oa Bnìdot», aa I^krì* 
giDO (1). T^ftdando stare il Parigino M qaale troppo poco 
io M, il mìgKoFe ed il più completo sarebbe il Braìdeitse (B\ 
ià quale io debbo la eonoscensa «1 mio illustre maestro il 
pnt Pio B^Da e, come gii diasi, nomerosi ed ampi e«^tratU 



m Blte BmilM Mr fin- ì*^ M ronumn ty— 
-Ut. I7H. nL I, f^ n«), • Uct» lai ruolun. KW. A« Filfan'rHfMi (Hill- 
H,17«).IT, in In B, KBknuiw ihMm* • flIOM «■ Òodlaa, «là M Bhiii|IImU. 
h n) Il setticBa db* te^nUoH diU-JtMMt la otUfa btU ipininto BtI lUI , • 
tipmua ì-oflirit «twin MI ncMra CoAlo*. Xal ■iq>plknH 0(* ih* soB M telili 
IiBiir>d'»Mtmliulnnd*irC.Htf(, • cka 11 Godio* nos ta wrlUa D» wlo «>|4iH 
"l u». Dtl iwtD mllB BDti dallo Zana il tmtao >ltn dna IndloulMil oh^ b*Ii- 
<>nMH: rtB di doà bdUsU di dM altia Atiftrff lo otta», maDcaorlUo, dati* qMlt 
>• pnoa, Kittte da no OtonDUl da Panna nal UU, tmavaal Balla LIbntla di 
GUoiui BUtuta m Tanma: la aatooda. poncdnu dalla Blbllutaca OasuldolMa 41 
Cliw la Banau, ntTa VafUeli aagamta : < Etfiirll /rllrttir liUr Ur/itit Imiti 
Miru CmsiiM ftr M Ctmimutflh^ ÀmtnxM |ni*n(m t^ultìrtiilt dt Murrini! ti 
a SthVii, ttfSnagm lo Zma, 1^ la creda fAntora. lol, pai endrado aoeb* q«l 
rltasara ck« qnaalB CodkF, a tona asaka 11 
qaala atlamo par oecnparaL 

la Bla BMJil* Oli ■>« (braU* 

par amo cobIb tbtmlt iBlumailonl al prof. 

im IflB nMI. a BOB porta alcBB Indialo di fra- 

■atola XT. CuBtKaa*)daa 




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206 B. O. FAIOM 

alla squisito gentilena del prol Francesco Norati. Tutta 
spesso dovrò cootentanni di citare TAslibamliainiano (A) I 
come qnello che solo mi fa alla mano in ogni occorren 

n Cod. B, segnato AB, XIII, 43, cartaceo, di dim 
doni 212 X 162, consta di 15 quaderni di 5 f(^li cìascu 
di cnì l' oltimo bianco manca di 2 fogli , onde si hanno 
gine 146. La namerazione antica va fino al f. 140; il poe 
termina invece al f. 138 r. Ivi i VEi^icit, che ci dà 
data della trascrìùoue con esattezza: < Es^icit iste li 
Virgin die veneris 22 ItUy hora vigesinta tertia 1474 et l 
sii uni qui cunda ereavU >. Le lettere iniziali sono minia 
le rubriche rosse; cattÌTO lo stato di conservazione. Sul do 
sta sciitto, di mano del sec. XVII, Virg^io volgare ma 
scritto. Dopo il poema, ai fc^li 139 t. e 140 r. si leggo 
di mano del secolo XVI, alcuni rom versi, e delle e: 
che rappresentan dei conti. 

Passando al Cod, A, segnato 442, anch'esso è carta 
e del sec XV assai tardo; le sue dimensioni sono 213 X I 
K mutilo in fine; cosicché mancan le ultime ottave 
poema: i fogli restanti sono 144, ed hanno rubriche ro! 
iniziali spesso rosse anch'esse, ma talvolta turchine, 
scrittura è chiara, ma verso il mezzo de' primi fc^li i 
maccliia d'nmìdo ha reso illeggibili alcun! capoversi; è 
scorrettissimo quanto a lingua e misura di versi, e app 
scritto da nn copista umbro. 11 titolo, come dicemmo 
Storia tFEnea tu ottave. 

Dopo la strofa d'introduzione Indarno se fatica rr 
mntte, comune col poema originale, il nostro rifacime 
ne inserisce subito una seconda che gli è propria: 

Neeli allrì libri e' ho fatto fin quine 
sempre ho chiamato di benigna chiesta 
d mio bealo UlxUclo, nel coi dine 
la corana vermiglia fa gran festa, 
perché sua Cuna e le open divine 



« npi«MB»Bl(, Mcw> t rbi Mil icsio k a. 



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UFio. 1 TUD. iTiL. isll'oihii 200 

per tntU ciistianiUda è nunifesU (1) ; 
e on el prego » mai l'ho pregalo 
che me dia grazia a far qnel che ho peniato. 
Qitesta Btro&, colla saa caratteristica invocazione di San- 
t*TTbaldo, ci porge modo dì riconoscere che il nostro rifaci- 
mento non è inedito. Infatti essa trovasi pare in qoel- 
V^Rieida volgare pubblicata a Bologna nel 1491, che il 
prof. R^na cita Atl Quadrio e dai bibliografi (2), i quali ne 
danno Y Incipit. È benel vero che mentre i nostri due Go- 
dici non hanno che 22 Ganti, V Eneida volgare invece ne 
ha 24, ma V Incipit stesso ci & noto che in fondo a' aggiunse 
la morte de Cesaro imperatore cum la morte de tutti li gram 
principi li quali a ìi dì nostri sono stati ni Italia, materia 
ognnn vede più che sofficiente a riempiere i due canti che 
fl* hanno oltre il numero. 

Particolarità notevoli ci presenta novamente l'invoca- 
zioue del terzo Canto, a San Giacomo e San Mariano, so- 
stituita all'invocazione del poema originale, Luce sovrana 
eke rendi Sìilcndore, la quale fu invece trasportata in prìn- 
dpùo del qnarto: 

gloilon martiri e frateUi 
lacomo e Xarìaa, che d'AUemagna 
già ve partiati corno poverelli, 
passando L-ombardia con la Romagna; 
a Roma andasti si chianti e belli, 
poi rìtomasU a pie della montagna 
che de qua passa (3) el gran mare Oceano, 
da l'altra parte el golfo Veneiiana. 
Qui predicando quella lege santa 
che dede in terra el padre omnipotente, 
dalli infedeli, [al] corno se canta. 



(1) É nitanlB chMD, doTB è ponlbOfl HDB troppo grvTl kltoruloal. corrcK^a 
gU «TTOil da'Biltl Codili a ragalnitlBB poca Inni. Qid A ■ B kid d'icoordo. uul 
B mmbba neon n'iltn UlUIn di troppo: te crìilHiuil,tir. Font é di Itggtr» 
tfidimtadé, Mop ooo propor 

(1) Lob dt, pat. ML 

(■) B ywM, k ftmt. 



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Diai.zodBjGoOglc 



mie. K Tus. lUL. nu. mi» 211 

Oraci e Trtuani, i BCumie himcoIuvI, 
a Fnn con r*hn) gran o^ donanL 

Tedea de EUom la magne prodeu 
che par lo campo tacia nta pwMtoa, 
•d abiulando con mollo fleroa 
princìpi e dnchì e gtmn re di corana; 
Tederà nccir le gran piacercdeu 
e li gnui tatù come el libro sona; 
ndea n«l campo ancof d greco AchiDa, 
du giorno era che n'abattie mille. 

Tedevs ancor depinto el dnca Enea 
gran fatti per lo campo dimostrare etc 

Come si vede, Priamo sopra tutto che ordina le schiere, è 
QD elemento romonzeeco (1); ma al nostro rifacitore non 
bastò on cwì legg^iero accenoo, e ira le dne ultime strofe 
ne inserì nna sna propria, tutta contesenta di allnsioni al 
dclo troiano: 

Tideasse ancora il bon Palidunasse 
col fiero Aiace inaiente riacontrarse, 
e come ognun la spaia «U fnor traaae 
e per gran forca li acnti tagiiarte; 
videasse Mìaesteo e il re Toaaae, 
Paris e Henelao minaciarse, 
Troilo ancora ciun Diomedme, 
e Deiphebo coni Palanùdesse. (S) 

La fonte dì questa ottava è senza dubbio la memoria del 
riiacitore, nella quale il ciclo troiano doveva avere gran 



ikrinnan eh* a r<«i<r»« xUmpi (dlealpuUIlproT.B 
•d iHd oltrt) «ciira hi C. xn. SS: 



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parte, come basta a moetram il fatto ch'egli stesso ci si 
dice in an' Alessandreida,che non pob essere che sua,antore 
d' an Troiano (1). 

Tutto il racconto che Enea fs della presa di Troia è 
identico nel Codice senese e nel rifacimento, e cosi dicasi 
della parte che rigaarda ^li amorì dì Didone: Guido è scra- 
polosamente seguito. Senonché alcune brevi ma notevoli 
aggiunte del rifucitore ci assicorano ch'egli aveva a sna 
disposiziuoe tinche un'altra fonte. Infatti, detto che Ann^ 
colle sue parole alla sorella 

infiamò s) lo ioSamato cnore, 
in Ul mauien corno Tii^io sciisBe, 
che toataineate sema hIcqdo errore 
fo ilato r ordii» al matrimonio eponto 
e cossi il maiitagio fo conioato (S), 

egli eontinoa: 

lo non racconto qni la longa mena 
che puon Virgilio e come il foto andosw, 
come Dido sofferse grande pena 
prima che cnm Enea le aesegnrasse, 
e comò che più volle elando a cena 
tenir non pone ctie non aospiriiEse, 
in fonna tal che aknn de ma brigala 
di lei s'accone ch'era iiinanmrata (3). 

Qnent* ultimo tratto manca a Virgilio, nin potrebb' essere 
un*a^unta perfinire l'ottavo; mvece all' jEì*p»V/c rìchia- 
mano senza dubbio gli altri versi. Inoltre nella strofa se- 
guente si narra che Enea e Didone 

d rìtrovaron iuietne in uni grota 
per l'aqna grande che a lor meoacia, 

e Deppur questa menidone della pioggia sopravvenuta eì 



a rtt . MI. Tc«Ua U MtUk tal Qnuao, rr, W 



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une. I TUD. ITU. DILL'miDE 213 

trova nd Codice senese, non essendo stata conserrata da 
Onido da Ksa (1). 

Se Teniamo al Canto IX le traccie d'nna fonte diversa 
da Onido, e che dev'essere propriamente VJSneide, pouiamo 
nna tradnzioiie, si fanno troppo evidenti. Guido ed il Co- 
dice senese danno in ompendìo ìt catalo^ de' capitani di 
Tomo; il nosbx) lo completa qos e là: 

At«oUo fo chiunKta venuDente, 
el qtuU (b morto db rum« poaaente. 
Costui (b flg^o de Hercolu cnido, 
anoato (TBrme puolita « ligiadn, (S) 
e per ama portava auDo scodo 
le dodici btiebe di suo padre. (3) 

Parlando di Cectdo ci dà nna notizia che può anche servire 
a qualcosa; 

In Bill Virgilio ò nna giosa Hm , (4) 

dice che a molta gente diede guaL 

Intorno a Uessapo sa che fa figlinolo di Notturno, e che 
non poteva perire ng pex ferro né per fuoco ; (5) al nome 
di ITmbrone aggiunge il prdfi (6), che non è nel senese; 

']) Tntawio m Cnto vn U picicDU nnUUoM 4d bob* «Mb l«U» di ano: 



i BB Mmiplii ttaUaso Doa diipragcvol* dal verbo AcfAiart unto nel mi 
die Jl vnL Bajoi ttUbai il iirìiM dsH-nlUmo vano dall» Onuwr il KiAm 
Hurn. XIV. lOB-UO, e pDtnbbr iDoh' nawa, m e* b> (mm Unsno, nu phwuli n 

(3) Jn.Vn, •>!«■, 
(«) IbÉd. IH «aecm**. 



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imìbm Mhìen, ftbbudoData la 
ù ik più comjdetuneiite VEik 
ittto euttam: 

A >di)*n poUt4 

ir ma butM di n^i. 



iMk A DlMK. 















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Segue ÌBunedùtaaeiite, bstU ixlTEneuie eoa molta fe- 
deltà, rambksents dì Tenuto nunilsto a Diomede, U qaale 
mutem tH Codice saiese; e intanto Enefe, ndìto il grande 
^ipazeccUo di gnem cbe £uino i nemid, conroca i com- 
pagni ed ertone loro la ma intenàone di recarra per aioli 
ad Erjvdro. CnrioBO è cbe ciò nonoetante la Tisione del 
Tevere, de in Virgilio dà ad Enea la prima notizia di 
Eraodra, — ec e d e lo liewo; Teramente il re Arcade non tì 
è fA Tammnta, ma il «onfrdwnso resta pnr tempre pa- 

Ja caie nnoTe infinmazioni che l' A. ci dà per inei- 
des^ intona a sé rteaeo. toccheremo in ottimo; qni notiamo 
j ùwrt i Mio TimmmnaùfmK minnzioea, tolta dair£«e«le, dei 
Bmab traodaÉi sei aonno da Enrialo e Kiao, ed inoltre 
la alta »^"i* e tigni SmH f ni ipi aggiunta dd C. Xlll , ore 
K '""^T*» la etrage die Tomo, chioM) ad campo, fa dei 
l^niaan. E^ necide Falew, Gigcs, Alcandro, Clino. Cla- 
^iv: Hill ili in' m TO h h e poioto facOmente ^nire la pari» ed 
iaaoàmsr i esai. w fl farore tra^Mctandolo non gli are»* 
iuijfcdjui £ ii,1mii il frutto dd eoo incomparalnle Takne (2^ 
A.TMBE^ÈÌmà adTenme dd Doetn poema, tali conre- 
ideiBB tMSTEmeiie latina, per messa ddU qnale r viene a 
Eim^ibtaiv Gmdo da Rn e ÌI TOBSeatore ài Im. s &noo, e> 
pm.' £r. sns^ne pn xuiiUiJftiAc XeBo Eterno Casto XIII, 
uà. 9i»fe Btàaaao ocespaadoa. trovan rnccÌEkme dd tn 
.TJKfflK d'Lmtara. Ak e aòoao sotto i toìja dì Qz^ibd (dÌT«- 
mSED yiav loano): Taniio dia a Ini portai» Alt»a e %f^- 
mgmi. la ii nini imi de' TVoam. la rinrnTTfndiTir de' resti die 
iiii L i w il ny i fn £ loti, la wdc d'Ale» (3)-. »d XX la 



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finalmente per la tredicasinui ediiera, «bbandonsU U ans 
fonte Bolita, non solo ci dà più completamente V Eneide, 
ma la cita anche con tutta e 



IjB terciBdeànu Bchiera polita 
coodutts fii per nn bareni de Taglia, 
e) qnal per nome Vìiiiio fo chiamato, 
che molta gente ebe dal «no kto. 

Costui ai fu de Ipolito figliolo 
e de Egeria, ninfa di Diana. .... 
Però chi vote sapir la natione, 
legia nel settimo Tirgitio che 1 pone. 

Pin difficile è rendersi conto d'nn^a^nnta, estranea anche 
a Virgilio: 

Da pooi Tene dd franco bataglìerì 
el qua] ftt nome Asjrlaa fu chiamato, 
e meoò sieco cinquecento areterì, 
alcun pedone e chi a cavai armato. 

Ora nn Asi/las c'è bensì anche in Virgilio, ma è uno dei 
gnerrìeri itoliuni che vengono in soccorso ad Enea, e co- 
manda i Fifani, Lib. X 175 (c&. anche XI 620); né egli è 
dimenticato da Gnido o dui Codice di Siena o dal nostro 
rìf autore : 

El [tenui ^"^ f(> chiamato Assilla, 
omo iudivino e de prodeia mollo, 

si legge nel Canto XIII, e se ne rende ancora più curiosa 
una simile aggiunta. 

Dopo il nome di questo sconoscinto guerriero, che poi 
ritoma qua e là pel poema (per es. al Canto XIX), l'A. 
accenna alla moltitudine delle genti di Turno, che d'as^t 
snperaTano quelle d'Enea, cosicx:hé e per questo e per Ìl 
sommo valore dell'eroe Italiano avrebbero iiruto vittoria 
degli stranii^ri usurpatori, se i fati non l'avess^o vietato, 
per condurre alln fondazione di Roma e all'imperio, steso 
Bo tutto il mondo, di quei Romani, che 



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BUS. 1 TUB. ITiL. DELL BDIB SlS 

pnosero Itali* in Unta «Ilnm, 

che noi ]nù noD Mtt in tanU altnnu (I) 

Segue ìmmediatamenie, tratta iaìV Eneide con molta fe- 
deltà, l'ambasciata di Yennto mandato a Diomede, la quale 
manca al Codice Benese; e intanto Eneb, udito il grande 
apparecchio di guerra che fanno i nemici, convoca i com- 
poni ed espone loro la sna intenzione di recarsi per aintì 
ad Evandro. Curioso è che ciò nonostante la visione del 
Tevere, che in Virgilio dà ad Enea la prima notizia dì 
Evandro, snccede lo stesso; veramente il re Àrcade non vi 
è più nominato, ma il contrósenso re&ta pnr sempre pa- 



Di certe nuove informazioni che l'A. ci dà per inci- 
denza iatomo a sé stesso, toccheremo in ultimo; qui notiamo 
piuttosto l'enumerazione minnziosa, tolta dair Eneide, dei 
Butuli tracidati nel sonno da Enrìalo e Niso, ed inoltre 
un'altra simile e significantissima aggiunta del C. XIII, ove 
51 racconta la strage clie Turno, chiuso nel campo, fa dei 
Troiani. Egli uccide Faleria, Oiges, Alcandro, Clizio, Cla- 
tero; cosicché avrebbe potuto facilmente aprire la porta ed 
introdurre i suoi, se il furore trasportandolo non gli avesse 
impedito di cogliere il fratto del suo incomparabile valore (2). 

Avanzandoci nell'esame del nostro poema, tali conve- 
nienze colVEiteide latina, per mezzo della quale si viene a 
completare Guido da Fisa e il versificatore di lui, si fanno, si 
può dire, sempre più caratteristiche. Nello stesso Canto XIII, 
del qnole stiamo occupandoci, trovasi l'uccisione dei tre 
.'rateili d'Ismara, che cadono sotto i colpi di Clauso (dive- 
nato però Lauso); l'aiuto cha a lui portano Aleso e Mes- 
sapo, la resistenza de' Troiani, la similitudine de'venti che 
contrastano fra di loro, la morte d'Aleso (3); nel XX la 



(1) Cod. A. lls. 

(1) Tona db i •HtUnunU In VlrglHo, IX, m. IBI. Vlt. W • itm. Solo k da 
■Ut* Oretso smUle in CUUro. 

(3) c(t. JtH. n, M« m. SBi, iM. 410 IO. 



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216 I. 9. Fuon 

strage fotta da Tomo « la morte di Steselo, Tamìri, Folo, 
dÌTeDnti Stelleno, Tamìao, Pollo, e eoel.di Olaaco, Lade, 
Imbraso (1); poi la morte dì Astute, (^ores, Sibarì etc. (2), 
con qnesta differenza però che in Ti^ilìo si ha prima la 
morte di Enmede, mentre nel cantastorie vien dopo. Tatto 
ciò (e molte co^e omettiamo) ci rende eertÌBsimi che YEneide 
era la Beconda fonte del nostro rifacitore, il quale la teneva 
a riscontro col poema, che è per noi rappresentato dal 
Codice seneae. 

Ma ci nono nella nostra Storia ^ Enea altre specie di 
a^unte, delle quali il poema di Virgilio non ci può render 
ragione; e già ne abbiamo visto qualche esempio, come 
sarebbe quello di Asila, fatto tredicesimo capitano di Turno, 
e certi diBiorei da noi neppur sempre accennati di Enea o 
d'Ascanio. Ora si senta quello che il nostro cantastorie 
osserva quando Turno, buttatosi dal campo Troiano nel Te- 
vere, riesce a salTand: 

Signori, io trovo acrìtto in nn libello 
qnesU 0|HiiIon che dico ■ voi: 
esModo Turno nel dito caatdlo 
solo, rechiuBo tra' neiDÌd suoi, 
de loro fé' ^randiwimo macella, 
ma pare infiao fii morto' da puoi. . . 

Onde (che) per qneslo Enea ebe vittoria, 
tonundo puoi con molta brigata, 
de la gente di Tono, [e] la gran gloria 
che prima gli era dai foti velata 
vivendo Turno, secondo l'iatoria, 
per la forxa grande e Bmenvorula. . . 

E questo al tato me par che sia d vero, 
perchè non è veriùmìle cosa 
ch'elio campasse cossi de lìgiero. 

Come avrebbe potuto, egli domanda, armato di tutto ponto 
com'era, saltare im alto steccato, e poi non affogare, se 



(1) ntt. xn. HO tgf 



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UfAO. I TUD. ITU.. I«LL*KnlOI 217 

pure il salto gli fosse riuscito ? Ms Virgilio narrò le cose 
■ questo modo 

perché di Edw e de li raoi Troiani 
descesse Ottaviuio impamtore 
cnm tnti qouitì ^ uitichì Romuii. 
Volendo far Viiplio a lui onora, 
serrò qni Turno, e pon che per te mane 
di Enea mori puoi cnm gran dolora. . . 

Ha lo re Turno, com'io trovo scrilto, 
fo il megliore om che alora avesse il mondo, 
nato di sangue gentile e deritta, 
de le virtCì dU qua] non trovo fkindo; 
e ben che Enea Tosse assai perfetto, 
salvando l'aatore, non la nascondo, (1) 
al petto dil re Turno seria stato 
niente o poco sol cavallo armato. 

E però disse la Sibilla alora,' 
quando de qua Enea la domandava 
del paese d'Italia e sua ventura 
e quel che la fortuna gli servava: 
ella rìspoM a lui senza dimora 
Como elio avrebe a far cnm gente prava; 
prima che avesse Italia e le sne ville 
domar gli eonveria un novo Achille. 

Considerata la forza di Turno, 
al grande Achille Tebe assomigliato, 
che corno lui fo ne l'arme adomo, 
dì la persona grande e smensurato. 
De lui tremava il paese d'intorno, 
ogni signor d'Italia in ogni lato; 
lai e Achille foro lUlìani, (Sj 
mortai' nemici de tutì Troiani. 

^on è difficile capire d'onde provenga tutto dò: Servio, 
wamentaiido il verao 742 del lib. IX deWEneide, fe tin'os- 



|1|SI ìK*xtbì>ttte^n:li-lariaìimiit,iiii n fa HOEmib, ni lu 
'«lUcikir* d lacHH «npela d'no vano cofU ueenU tbMgìU'^ 

11) E qntiu iiB> DoUxU BOB ìdbIIIb Bd BHtri ■stlehl: Mi 
mtma. Oori IB Oaltuo nuou, Ktr. n. 8cr. XI, tu. 



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216 E. 0. MSOU 

BCTTazione simile, attribnendola però a cxmunetitatori non 
idonei: < FlfTiqae, sed non idonei commentatores dicant, 
hoc loco occìsam Ttunom, i<ed causa economiae gloriam a 
poeta Àeneae esse s^rratam: quod falsam est. Nam sì verì- 
taiem historiae requiras, primo proelio ioteremptns Latinus 
est t» arce, inde ubi Tomos Àenean vidit snperìorem, Me- 
zentài itnploravìt anxilium : eecnodo proelìo Tarnas occisns 
est, et nihilo minoe Àeneas postea non compamit. . . » (1). 
Uà come maì, domanderemo noi, di fronte a qneat' espli- 
cita confutazione di Servio e air autorità ditegli invoca poco 
dopo in uno favore, di Catone e dì Livio, il nostro poeta 
non si lasciò persnadere e preferì credere alla morte eli 
Turno nel campo Troiano piuttosto che alla vittoria di Enea ? 

Secondo noi, devesi qui riconoscere un riflesso di qaellb 
singolare antipatia che mostrano generalmente per Enea 
gli scrittori del medio evo: anche noi ne trovammo già 
qualche vestigio in Àrmunnino, un esempio caTatterì:itico 
ci sarà offerto dalla seconda redazione poetica, ed altre 
conferme ne incontreremo infine nelle redazioni minori. 
Ora il motivo di quest'antipatia si capisce abbastanza: la 
taccia di traditore che pesava già nell'antichità sopra Enea, 
ere etata per gli nomini del medio evo indelebilmente im- 
pressa sul suo fronte da Dite e Dai'ete, contro l'autorità 
de' quali, contemporanei e spettatori della guerra di Troia, 
non poti>va nnlla Virgilio, giù molto sospetto come corti- 
giano d'Augusto, che da Enea traeva la sua orione prima. 

Dall'altro lato, la parte così grande che Turno aveva 
neW Enrltìr, la simpatia di cui il poeta l'aveva circondato, 
le prove di forza Éttraordinaria che gli attribuiva (2), con- 
correvano a farne risaltar la figura per metterlo vantnggio- 



(1} Voi. U, IMO. 1, p*|. ITt deU'tA. OH. B1 pi 
H AiH. IZ US (Cd. cH. n, 1, >m). 

(3) I Tarai eba p» di tatti eeelliiio l'uBmlnikma dal mtdlo *to ■»« qaaOl del 
Llb.Zn.Dc'qBitl VlrglUa nnonU cb* Tareo, lento da tpm n» iDonDC aaHci qnalt 
non feMlerabbaro a amnoTan dodici drgU naailni uodaml. loau|llù pontn Enea; 
V*. «M atic- n Boocj,ccia, Gmm. iltfti Jr> ( trad. dal BEiuaai, Vaoala. ISSS ) n na 
DM«tn tatto ttspHo • Malamrta lo arinw il Ompint, Ha. cK., voL DI, a. Ttitm, 



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MHC. I TIU. ITU. DIUi^miDB 219 

sunente £ fronte •! duce Troiano. E poi Servio, il grande 
commentatore del medio ero (1), contribuiva egli iitex^o ia 
parto al medesimo risultato: infatti egli riferiva alcuni passi 
di Catone, nei qoati il racconto della guerra con Turno era 
affatto diverso da qadlo àeìV Eneide; se la vittoria non 
sorrideva a Tomo, ma n^pnre Enea riusciva a godere del 
possesso di Lavinia e dell'Italia; o scomparso misteriosa- 
mente dopo la battaglia, o trafitto anch'esso in un teni- 
bile duello, la sua sorte non era molto diversa da quella 
del suo grande rivale. 

Finalmente un'inflaenu assai più grande che non fì so- 
spetterebbe a tutta prima, io credo abbia avuta ad iunnl- 
zare sempre più nelle mentì l'ideu del formidabile valore 
di Turno un fatto assai strano: presso Roma si ecoperse, 
raccontano i cronisti, il cadavere dì Fallante, di così gi- 
gantesca statnrs da oltrepassar le mura delk città, e con 
un'immensa ferita nel petto (2). Qual eroe, si domandano 
essi stupiti, doveva esser colui che vinceva coìjì terribili 
giovani ed infliggeva tali ferite? E certo mentre l' ammi- 
razione per Turno cresceva, diminuiva la fede nella vitto- 
ria di Enea (3). 



(1) Cfr. OoKPiaxm. op. cK., I is ■oRti. 

(3) Vedi beI optale iaì\t mlulDiiJ uilnoii dilli noatn lentanOi qulcbc mu 
lU yla tDlono ft qantB nccoDto. Qui onnymao «ola oh* noi andenmoio plnt- 
UMa col Quociaainai, Omli. i. StitJt llem in MitliMI, (!.• edli., BlntlRirt, IfilD) 
IV, CN. chi CM» kniH BB fOndinestc niU* In qDdeha «eopcrte HChHloglu, in- 
UeUrtlnicrlo cot Cokfabetti, op. elL n, W, n 1. nn* pota iDT*iiilaD«. Cljc 11 ne- 
camo iJ* d-orinluc dotU • etiitott; at. ab Dna (IguldM di* uirb» I dultl suo 
dtLlano HMn pirtlU da bu fitiio mie pt'r livurartl ailonia eolln luituia. 

(:i} Uii Tominio fnucrxe cbc ■ aul ulTni qiulclia Isteroie, coniB ducDiacnlD «ri 
malo IB cni !■ pcnuTuo gli noulBl dui meillu eio 1b senanl* rl|[n>rdo ■ eia ili enl 
lUuua dlKOntlido, t il MHiirlnÈ'tr Brut, pnbbltale da HonuKR > VoluiClleb, 
Bmllr, SletBtja, ISTT, Ewa acgne apunulo Cktaua, a elti parcbé qDEkII dice la 
Wlti, maitre Vhfdio la ilten o prc lo OHtio li dlnrtmala. Enea, leoulo lu Itilia 
MB tanto, ebe aTFra anto dalla Usila di PHuno, otUn» dal n LiUno tAiioI* 



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È Appanto questo complesso di motin che sUmo Teoati 
esponendo, che secondo noi condusse il Tersificatore eugu- 
bino ad abbandonare Virgilio, fedelmente sonito fin qni, e 
a dar fede agli ignoti commentatori cosi sprezzantemente 
accennati da Serrio, anziché a Servio stesso e a Catone e 
a Tito Lìtio, da Ini inrocaii in testimonio. L'antipatia per 
Enea Terameote non si fa sentir troppo nel sno poema, ma 
dò nonostante la figura di Tomo gli s'impone: per qnanto 
Enea fosse valoroso, egli dice, contro Tomo non avrebbe 
potuto resistere, e qni e nell'accenno alla straordinaria sts- 
tora dell'eroe italiano, noi sentiamo un'eco dell'impressione 
che eontinnava a fare in tutti la &ma della scoperta del 
gigantesco cadavere di Fallante. 

Alcune ottave del G. XYIU sulle prodezze di Camill:» 
mostrano come la simpatìa che Turno destava s'irradiasse 



!l ntdko no qncat* opinion ■ 
lU— qni rlli>rlra uieh* Bn 
ntit di OtUTiUM • dt Bltn 
< : t ]«t r., ■ MB iltnn. 



dOyGoOgIc 



ItFlC E TRIS. ITIL. MU, nntlDI 221 

indie ai compagni di lai, ma sopntotto alla nobile ver- 
gine italiana: 

Se U ftatnna l'aTAwe ■offerto 
per eoiteì vento serik stato Enea, 
percbi non fece tanto Ettor esperto 
per nn di d'erme né (la) Pentinlei 

Costei reraodo andava per lo stollo; 
cireando Enea, ad alla voce il chiama: 
o tn dte de li dei te &i figliolo, 
se tn hai voglia de qui acquistar bma 
e vm Italia tata per ti solo, 
non te nasconder mo per una dama; 
ma vene al campo cnm meco a ferire, 
•e In hai cuore, forza o ullo ardire. . . (Ij 

U nome di Amate, ncdeoie di lei, è mntato in Clarento; 
ioTece non è detto il nome della sua vendicatrice, ma le 
SODO attribuite certe parole sul corpo di Camilla che non 
iignificHn nnlla. Insiste poi VA. novamente snlla necessità 
della morte della viragine, poiché vivendo lei la vittoria 
non sarebbe stata possibile ai Troiani: 

però che sola lei era possente 
rontiastsr cum Enea e cnm eoa gente. 

Peccato che tutto ciò sia detto in versi cosi bratti e senza 
il pi& lontano indizio d' nn' intenzione artistica! Poiché 
certo ìli figura di Camilla, che basta da «ola ad impedire 
b conquista d'Italia ai Troiani, e cha non cade vint» da 
braccio umano ma da! fato, sarebbe stata capace di una vera 
grandezza. 

Siam cosi giunti quasi al fine del poema, e non ci si 
presentano piìì, riguardo al racconto, che poche ^giunte 
di non molta importanza: ad esempio nel C. XX dopo la 
morte di Camilla le sue genti fuggono: 

e se non fosse Assila a quella volta (3) 
KesM^tpo ad Aventino cnm k>t gente, 

(1) Cod. A. (1) n Hi.(A};M«. 



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àe'. ÓBelit fn i ine e 
! snoarc ò: Tnma: 



iXl ci »-; dìi la uotizu cbe Eoei 
u ijDaUro de* pQuì, Ser^esto, Il 
' lo t--tegK0 &ceTa Tamo, tenet 
lio. e. si noti, Aventino ed A: 

jKfc*uizi dì tntti dorati a et 
A-, e qualcaao ne abbiamo ci 
ente a Ini flesso. Sofiermianio 
tiUm«Dte. U primo è neirìnT 
rivolge a San Giacomo e San 
:onto a leggende di cui è diffi 
ver notizia d'altronde. Infatti 
•magna in Italia, né della lori 
martirio presso l' enigmatica n 

r Oceano, dall'altra TAdriatit 
nne in alcun luogo; i Bollane 

cLe nella persecozioiie di I>e< 
reno martirizzati, ambedue ìi 
«ro natirì: ma cbe riguardo 
la dall' A&ica a Gubbio noD ì 
i, ia quaìanqiM iiodo stiano 



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poaaiuno senu grave danno passarcene; qnello che com- 
porta fii è che le ottave anccitate ne accertano che il nostro 
rìf&citore tb E,ngnbìno, come del resto gA dava motivo di 
credere l' invocazione di Sant' Ubaldo (1). 



nilpntctl IKv. a. Bert/t, XXI), o ptattoilo di Sbb Oodkbm m Bk> Bn,iuTao 
nrCinnon u Qv^ta, MoaBdo 11 Ibmtlntl, eli* Im rlpabbUsA di inir aaiogimla 
MU-irolM* SttHa pv U Hartlit I rtr eCmirU (I, Itt-V» iBlr.: tcMo IM-UTi 
MB-Uti IL M»4aD). a dBOl* di MD poter ette» l'adUon*, orto alcllen . dti Mu- 
nUBti . ukA* par Q poao di cnl ibbtoiiw qui Uaofno, flassU rt Itoti mIIh bRvo 
InttadmiDiw ilU Cniiaea, U qiula tu da Ini cnasu, (lodleuidala inntll* tanto 
t*r la alaria qnauto par la lajgnida (t). Uoiirrlaino duqiH al KnMtOTl XXI, ni, 
dnt ■! legfa cbe Qlaoomo a ICarlaao paFaafDitatl da Daalaso pnaldanta la lapa^na, 
«pvrmuiero la Unaildla, a appraiao di Julia Ugntda,,. In un pabta di pietra ta- 
nno martlrlazatl...». OiHH al Tide, qnl a-ha |Ià qnalsbaeoaa di dlnrao dal ras- 
ools del Bollandlatl, aabbesa II ennilata (o II eaplitil) làesl* aenaa dubbia nni 
cniifnIODa di cna dlaparata. «eKiilta poi; «DI faarl dalla dttà la Chlwa t^atta- 
érjla fa cdlfleata In onora di B- Mariano e Qlaeomo, le qoaU oiaa arano itate r[lr<^ 
Til(, dare è oggi la Plars di B«b aioitutil*. Inaommi elA cba 11 nnUkaton (d 
ncconta ha l'aria d' mi in naa leg(enda locala ; a lo parta lifcaodarla «ari toclM 
!• tiiate di Ber Oacnlan. Vadano tll fmdlU enfabliil M Don t poatlUI* ttvrat* 
umm al matrl florni nel popolo qoalolie Tcatlalo di lenauda. Umile a qnella oh* 
abliiamo liullcata- 

Qnalelie paiola Biaillerebbe la montagna, preeeo la qnale K^pertaKNM U mu- 
Uilol DoatM doc Fanti.* la quale, a'ie bene Intendo l'oaenni altlmo TenodeU'ottaTB. 
h> di BOB parta l'Oefatio, dall'altra l'Adrtalloo. Anoba Intendendo Ooeano per U 
mio del UedllerTaan, e qnlndl per (tempio pel Tirreno, lo non tieaeo a (ia*ini* 
ilcnn aenao. Potrebb'eaaer* ali* 11 lalaerp tanlftcator* aveaaa Tolalo liileud*T* 
ripcnDlBor Vcramenta non è del hitlo Iniprobablle , a d'altronda eannettara ni- 
■llora non mi aovdna. At^td an momento (oai-ettato di aver rioTtnato nua cbiaia 

taiUo lo terra rUna, i qnall rifnantauo II monaMeio aleeao dell'Avellana a ■ m 
riferiti dal Bum. op. elt, page- I-XXXVII-LXXXVIII In iioU,*daI BaKun, l'ita 
ili B.*f uni e4,U-liaiiaB<iUii.atibUa,l7W.ft-l'- Xaora la mlapenniiloB* 
t qsajl dllrfnata . e ao rUerleeo J ietti k aolo par offrire ad altri nn applfllo a mi- 
. EcodU dBnqne: 



(1) iBch* tartorao a Sani' Ubaldo, ebe i 
e al fai t«i>T>o forano edlBcate le mora 
vedi Gran. Ay, loe. BtL i 1 



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ti antichi f 
i fatti cont 
che gli sta^ 



enibnilo ; 



Il , • eli» pgj fu 
Dil Stnto cUu 



Diai.zodBjGoOglc 



KITAC. E TllD. rriL. DILL tniDI 

ddh nw Um, corno aldir potrete, 
ti qui ttagendo con grande temora 
per non cader di Enea nella rete, 
con sna hmiglia Tenne Del Ducalo, 
dove elio stette gran tempo celiato. 

Poi doppo eerto tempo prese un monte 
qual 6 delle mia terra assai vicino 
ed i chiamato per nomme Seinonte, 
che alla l«rra porge del bon vino. 
Qui ve dapresso nna cbiaretta fonte 
fece nn esstello el predetto Aventino, 
el quo] fo forte de ripa e de maro, 
per stare qui con sna gente segnro. 

Poi che fo fatto quel nobel castello 
lì paose il nomme della gente sna 
e fo chiamato per nomme Savello, 
e] qual magniBcfr qnantnnca pna (1). 
Anco la fonte che' sta sotto quello 
Fonte Sttvel se chiama e dirò dua(2); 
tallen 3 nome de qui gli abitanti 
della fonte o per eh' i sonno ignoranti (3). 

Onesto castello è vidno a quel monte 
d'onde Torìgen già trasse mia gente. 
Non A sì dolce l'equa della fonte 
quanto è qui 1*4^0 che scorie la genie. 
Qoi nacque giJt el Cono nobd conte 
che al tempo suo fo tanto possente, 
ed una spate area tanto Sua 
che la metea piegando in una mina. 

Grande tempo resse con li eoi stuoli 
questo Aventino nel detto castello; 



(I) Con A a B. È II pra 
(3) A • B: T>U itre. Nella Linda pnbbllCBta <U1 Homci, Uf, Bmnu 
•r>>I iOri-nArH, ID Blr. ti fi. nm. U, M Da trorui oaman»! «ampi: 



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K. e. rÀSODi 

poi doppo Ini riinaM più flglidì 
che lougo tempo regnar dapo' elio, 
come permesao fa negli alti poti. 
De grado in gndo nacque Yagnebello 
po'loDgo tempo, de si nobel gente, 
i>^ l'autor qni che lo pone non mente. 

De Vagnebello nacque quella mare 
che fo predoaa come l'oro fino (1), 
la qual fo degna nel ventre portare 
questo valente e nobel Zaccarìno. 
Or mo dirò che del canto del pa(t)re 
questo bon ommo tà è GubeDino 
ed è disceso de quei de la Carda, 
ss la istoria di lui non è bugiarda. 

Però che 1 padre soo sì fo bastardo 
de un gentil omo del sangue Ubaldino, 
qua) se chiamò per nome Haginardo (3). 
Ai qnanto si ralegra Berardino (3), 
quando sapesse (4) quel signor galiardo 
che del suo sangue fosso Zaccarìno! 
Ben se porìa de lui vanaghimre, 
sol della sua persona regnardare. 

Castel de SedoI, Vaglia e Batefolle (5), 
tutto Buran fo già eotto sua fom, 
e Scaberaa obedia le tue parolle; 
de'suoi'Vidn non cnrava nna scoria. 
Ha la fortuna poi el pose al sole, 
che quando volo couTÌen che se tona 
cioscnno stato, e conlra lei non vale 
arnie né fona o senno naturale. 



(1) B«giiD A , cbe dà n Ttna finito, nuitre B larga 
^f f* pift invtkon Fki 1*0» Ah», 

(3) aueha qni tcngn U InloDa d< A, contro l'orato llasligmiti» di B. 

(>) A Arrnaiiriiia; • In imbi I and! InfalU al (rora clilamalo B<nar4Uiii 
arda, dc1 quala qui il parla. 

(<) A t •/UH», me» bme 

(E] A , ebe ba pero SrMIe ad inliDII mlDDanile. B Irtier: Ct'I'IA Sortii 
Miftlli. Uà lo non Intendo a non coBiwco lall aotai. TnllarU asAe V 
■lafdDa fo II coiidilcro coma nomlpropHli Xngliii pombli' »a«n «non per' 
D BatUfOUa dal tarrllorlo aretino non i Ignoto a cario ancbbe ancte poti 
TcaB* niif nrU'tTmbTU. 



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urie I TsiD. niL. Mu. ncimi 

QtiMto adveano che Castel Savello 
fé' gaerra con Ugobbia anticamente, 
in prìnu che nascesse Vagnebello, 
e questa guerra darò lungamente. 
Infin fo preso qnd nobel castello 
perché tradito fo dalla sna gente, 
e tutto fo dishtlo e meno al piano 
col batifolle (1) e con tnlto Borano. 

In questo modo la fortuoa e 1 fato 
percosser Zacarin con lor saetta, 
ri che mai più el sari nel suo stato, 
e sol fo questo per una porchetta. 
Ha JD che modo non l'agio contato 
però eh' io a^o desiderio e fretta (i) 
tornare a dire di fatti de Enea, 
qual fo figliolo de Venne le Dea. 

Del caso vostra, Zaccarìn, me dole 
perché tu sei di altri omini el fiore; 
ommo iliscreto e con poche parole, 
delle questione indegne fugitore. 
Non cridi mai e vada come vole, 
Don sei bugiardo e non sei gìogatore ; 
fra gli altri omini sei ni apparisente 
che fai maravigliar tutta la gente. 

Saresti degno del sommo preconio 
per tua' Tirtnde e l' animo catolico, 
comò fo già el signor Macedonio 
reramente el cavalier argolico; 
ma io ho tanto a far non son idoaio (3) 
perché son pò ver del saper bucolico, 

oa porla, 
laudato 
Ha persona; 
De aie pregalo 



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che lo deffendi u tnoi de la corona (1), 
e san VcrcoDdo (3) ne nti re^nziato 
ai per gran tempo tal graiia eie dona. 
Or poi ch« ho fatto qui de Ini menorìa 
voglio tornare a la d[i]rìtta istoria. 

Ho riportato tutto questo lungo passo per le corii 
notizie che in esso ci si danno, quantunque di ben po< 
io possa offrire spiegazione o controllare l'esattezza, noi 
etante molte ricerche. 

Intorno ad ÀTentìno le leggende pare non fossero poc 
Armunnìno racconta, Terso il fine dei Fatti di Cesare, de 
parlato di Àrrone, che < oltre passando Ercole con : 
gente giunse alla città di Rieti. Quivi trovò una doc 
ch'era pretessa, secondo la loro legge, la quale Rea ni 
nome. Costei Io TJde molto allegramente, ed ebbe a f; 
con lei molto secreto, di coi nacque uno che ebbe no 
ÀTentìno. Questa Rea edificò la citta di.Riete e per 
così ebbe nome. Aventino fece uno castello sopra Rieti 
su uno bello colle, el quale per lui ancora Aventino 
.(3). 



(1) Oni A. B pv etaa l^cga ti »■'( = ■ swl). 

(1) Ancbo B. TsraconOo Smn encn ddo dCSaoll pia tmcMliitl ■ Onlj 
L'Ucamu. ep. elt.. tU, pm- THI ( In ftna , o«l Cefi". iilU Bil. ivii«i iilC fi-k 
PM-Ia itìì» • OilHa di B. Tanoondo de Splrtli, ili Bidli di- Monul Bemantinl 
■fiuta 1d dd Bolla, dallo di Vali' 1de«bdo. Ili CaitallD. drei unte ml(lla diati 
da SnbUo; dora al Hr» pn tradlltknia aulica cba ripori In nna caiaa di It 
dentro nD'alIn di pMn 11 corpo di fl. Taneratido {ì pare no «Tore per 8. V 
ooodo). Il quale tn aoldato; a per dnldcrio del martirio, al pirti dalla patHa 
tTMlari « Boua; dOT* bea* UDUieatrato nelU PMe Crlatlim. la prHUcb pubi 
m«M«i • prrò da niLlatil IntperUllfQ mandalo lo «alila a Onljblo, • facmdo q 
l'Iatcaao apaatvUoo otBUo, fa martlrluato «ppr<!aaa 11 poiilc nella ralle aopr 
Tareaoi e 1t1 lepolto. Doppo molti anni I Onbblnl ermcro una Cbltaaaioo hot 
Bella aonimlU di drtlo oolla: e Ti traaTerlroBO II ano Gi>r|>o >. He riportato qD< 
rMMDilo, pin-lsr rleorda otb ehn dica Intorsa a' BS. Iiapi-o t Itarlino Ber fìnertii 
■1 UDII aBche qui 11 martirio aopn un pmile Cib potnbb>' acnlre a apIrR*'' 1> 
uailDue drlU Icp^tcn'la. che ambi» accomunate a piò fiuti gli ateaaj fatti. 

(B) V. !13 r. Bl DoM ehe la Rea di enl parla qnl Aniiaonloa t aecouda 1 più : 
fliltla. AcUa di Kamttorai «oai ba II Tillanl, p«r citare nu autore noto, t fra 1 Co 
1* bNvtolma Cmucbetta del Uasllab. SI W, Il Panciatlcb. t't «le. Tedi piò ol 



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wakc 1 TUD. n-AL. Diu. xnDDB 229 

Anche la famiglia Savellì pretendeva d' essere da questo 
Àventiiio discesa, come afferma il Sansovino, nelle sue Fa- 
miglie illustri ^Italia, dicendola la più antica fra le ro- 
mane, come qaella cLe eBÌsteva da 2751 anno: < Si dice che 
Aveotino Capitano, Dnce e Principe della gente Sayella sam- 
battendo in aiuto di Latino re del Latio co' Troiani condotti 
in Italia da Enea, diede orìgine a questa famiglia > (1). 

Ora qni abbiamo questa terza leggenda, secondo la quale 
avrebbe fondato Castel Savello Ticino a Gubbio, e da lui 
sarebbero discesi Ì signori di esso. L'orìgine ne è evidente: 
ii nome del castello la sumeri e il ricordo erudito che Aven- 
tino in Virgilio era precisamente il conduttore d' una gente 
che si chiamava Sabella, per quanto non fosse difiBcile l' ac- 
corgersi che col luogo di cui si tratta non aveva nulla a 
che fare. Ha che cosa fu questo Castel Savello? Io non 
ne ho potuto trovare il menomo ricordo in alcnn luogo, né 
Ser Ghierrìero ne parla nella soa Cronaca JEugiihina. Ad 
ogni modo, siccome Semonte, presso cui il castello dovea 
solere, fa parte del Cornane di Gubbio e dista dalla città 
forse on cinqne chilometrì dalla parte di nordovest, sap- 
piamo che pensare del luogo dove trovavasi; e non difficile 
neppure sarà ad intendere che tutto Burano si trovasse sotto 
il suo dominio, quando anche Burano è ora una azione 
del Comune stesso, invero esteBiseimo. 

Quivi adunque dovè ftversi una famiglia dì signorotti, 
guerreggianti non di rado con la città, alla quale si trova- 
vano vicini; di questi fu il Vagnebello, a me affatto ignoto, 
che il poeta ci nomina come avente avuto per figliuola la 
madre di Zaccarino. Il padre era invece un gentiluomo del 
sangue degli Ubaldini, sebbene bastardo, e figlio d'un Ma- 
ginardo, nome che sovente si trova portato da membri di 
questa famiglia. 



UfaUI Mtr /tmi^U 



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i Ubaldinì non e* i bisogno di spendere u 
lo della Cardft Teniva loro dalla terra di qi 
elio Stato delta Chiesa, la quale vien cos 
[ifiOTÌDo(l): <è un castello posto i>u la i 
)lto aspro, alle pendici di Monte Nero i 
3 tre miglia al Piobico, e che po^aiede un 
molto più vassalli che non hanno tutti i 
le, e bora signoreggiato da'Dacbi d'Uri 
elle case di dentro eieno padroni gli l 
ido questo scrittore. La Carda sareltbe 
m il fine del necolo decimoterzo, come 
& dei Brancaleoni ; ed io sebbene sìa prof 
)D posso tacere che Giovan Battista Ubai 
imntita al primo volume, che scrisse dHla 
(2), pretese confutarlo con un privilegi 
il quale La Carda sarebbe giù stata coni] 
loro feudo; mentre il Qamurrini (3j non ] 
i né dell'altra (4). 



l|. US 4. 

MM à<fH I^•W>r• ( i§'/alli falniHi ii gvilla /aw/frin. 
, BtTBUtilU, lise. 

ala§it»iMiJtml3tit tnMi tttCKai, it»>i.hri. Flnoi*. lU» 
.trbuMInlèncÌToLIV.I-ll. Cft. pnR Aantim.or e>l.,U.: 

rueonU obc < iDdiUna Clitrlo e lliurdo con qwl »i; 

di pu«, caDw m guirrt, e \a l'ouUa rpMUiBcnte. oli 
B4UirlU dal BglInDla, clic tmccM poi ucUa Imp» rio. r cL 
la Arrigo no I>riTl1fBlo. l' orlglralc drl qnal ai TiUnma og 
old'ADlonlo Bitaore, a Conia d'Aprcchh) di Moni* Fior 
ira naialla cb« rtaldno Mniu d'nao ptlvllr^, le qukll r 
Ini dalla Carda daDcunlsaU cou falirlaalma prelr. e In gn 
l'Crtiluo > pa(B. U-U. Si ime quanto prcdu il» l'alien 

N(1 prlTlieflo poi oli'egli fa («calTa fnnedlatunnit*. a 
intora coneada agli Dlialdlui < iD perpetuo e lesa] ffndc 
ata tane, a eaalella fba anno ... tn n noDl* ApennlDO • ' 
iapBa>tU,Mlnldella, Sorbendallg ttc.i. Apac.Upollo 
ulona dal BaDMiTlno, KigRianBa : < della Carda bob so gì 
sto, cb* eaatudona padroni gli ttlialdliil l'ani» lise. tt>nii 
I Arrigo anta, eli* I Braiicalcuul lo deeaero l'aiiao lisa ag 
e gì* I ilcttl BrauCaleuol Don l' liaDuaem Iure, o per Ioni 
, e poi dosando Taatllnlrlo per paMr* di TOlar donara 
ileracndere, lo iratltaiaatio In quella golas... *. Fatto 



Diai.zodBjGoOglc 



: E TUD. ITU.. DELL ENEIDE 



231 



[Tieeta fiunif^li» dei Maginardi o Haìsardi re ne fn- 
irecchi. Lascìnmo etare uno dei piti famosi, ma che 
ì} entrare in discussione pel tempo troppo remoto 
risse, Mùnaido da Susinana, piti ToHe rammentato 
te(l); ma si ha poi Uaghinardo il Novello, detto 
pnnto per distinguerlo dall' aatico, suo aro materno. 
ì' unì coi Fiorentini contro la propria famiglia, seh- 
lia che poi pentito li abbandonasse, cagionando loro 
anni; preso infine nel sno castello di Fiassioo, fa 
i Firenze e gli fa tagliata la testa, l'anno 1373, 
i BDoi non Tollero in cambio dì lui rendere il ca- 
i ZirU (2). 

\, eb« w attMt sODOKlnto un piiTllegia di tautt ImporUim, urto dmi 
laaeato di addnila, per Mal(u« t1« plb una (unlgll* IWM 1> qD>1a 1 (It 
|o ai lodi, BOB lo leccDiim nrppsn ; na riporto lDne« n 
• tronil uichaDill'Ub*ldlnl,pisg' tl-U,n«lqak1* i 
1 d'UbluDa • U aDDÌ nipoti, alfnori dal Ma|>IIo, eutalll a Urrà cba dal 
luil DOD ca«Do,al nippona un antrrion privllfglOt'elia al rleonitema lai 
nrioo TI. X poi acglBUK*, pas. n, oh* in qnal trmpo poaactfairt adnsqiu 
I In quel iDOcIil ■ DOD dlrtino tutto 11 Ceppo drBll Uluiaiiil, DU nn Bimo aolo 
I, • ansi Scpotl. penlscbé appucndo dctia CUtalU tmnt par lo pln nel 
i nell'Alpi fri Bologna a Florenu, mtuo anoora qnel IncfU. che poa- 
iella Uvea.... Ed oltre qneall tfBBTono e ancora tantODO Rli Dbaldlnt 
a della Clileaa molti altri InoBhl a Cailalla, Ita'qnall Ti i la Carda, Ap- 
leinsUlla tte. eie. >. La eonalnalaDE aono InTpm la •Inoe BlM quelle dal- 
. ma prore non «e ne veggono ; ora al penai qnanln opportuno Barabba 
il priTileglo di Enrica TI per ennftman 11 lutto. Inaommn noi Boa 
no trarre aleona conergneDEB, Biacche ben altro ricanbo ocooiretebbero. 



D tltro di rade- 



e eni prlTlltglo di Enrico TI « 
f. ZXrn, 19 : 



lUeUU del « 



\l dcfU Dbaldlnl 



Cke Bau puM l*ll> lUU >1 



Pasanl tra apimnlo detto il IHml». Del reato e|ll non era proprlamcnta 
baldlnl, ma l'Imparentò con eiia per meuo di ana della Andrea, ebe «sdh 
1 Otiailaao UlvIdJBl, • (Ila quale laadò poi tntu l'eredità: di Ottitlano 
ea nacque Ualnardo. detto U Norello. Tedi Ouitliiaiiii, pag. ti aeg. 
id mura U Ourauuai, op. e loc. clL, riferendo^ alla Cronaca di Hareblonao 
1 ritorna anpia a pag. U, dova riporta, a propnaito delia *na morie, la M- 
rola d'DB* CroLac* toaeanai «anal Dt rtnerabba a molti, pcrclii era ri- 



dBjGoogi 



2SS I- 0. PABODI 

Un altro UaghiDsrdo, press' a poco contemporat 
precedente, fa figliaolo di Ugolino di Tano da Caste 
è nominato da Ser Oaerriero all'anno 1350, a pn 
della guerra coi Fiorentini : « vennero in favore di Gi 
Ugolino de Tano da la Garda, Ghìsello et Macchinai 
figlioli con molti fanti > (1). Infine, insieme con qa 
timo, si trovan nominati altri Ub^dini dello stesso 
in on docamento del 1345 delle mformagioni di F 
dove, a motivo della presa e distrazione di Firenzuc 
Niceolb de' Gabbrieliì di Gubbio, Capitano del popoli 
danna moltissimi di quella famiglia (2). 

Fra tutti contoro noi non abbiamo alcun mezzo ] 
siingnere il Maghinardo al quale si accenna dal nosti 
sificatore; a^ungerò «nò che non Jiossiamo neppi 
se egli sia tra loro compreso, o non si tratti ìnv 
qnalcnno rimasto, come poco notevole, ignoto olla 
Del resto, anche ciò non essendo, ci indurrebbe pur i 
a credere che il Maghinardo da noi cercato non fosse 
di molta levatura, il modo con cui dallo scrittore ci 



psUto U Blsllon drlU Cu* dcfll TIUldiBl, ■ haoms t», bona *, Cfr. u 
Jftif.,*. IltSi !>■ pwla d<IU Cnawn Umh*. ilpoMilt diti Ouianiiii, mi 
UDO nii KfHnfl-iMm JTirjrwn^i. eh* al tron la flH d'on Oud. UiRd«DD, Il 
dMBrtUo d>l TunmiiELLl. BMiMttm M>. mi S. Mani TiMUtnm , TrocU) 
toL TI. -n Oodln eontlsK l'oftn dil Boruano, t:i t4nHiit ti-Ttnm illi 
l'Bltimd libro finian eoD qacata ■sgl"'*; < Tn *dI<«i luric libar lODBtii 
llxtu InaliBta mJlllU Mmynudl nrlqoa Iruu aoBilul* * PIÙ aoito: jr<iii 
tiriti Jr MirrmUllit. Is Isc ; 




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UFAC. I TBAP. ITU.. DKLL BIEIDI £» 

messo inaRnzi il ano nome: egli Io cbianu un gentiluomo 
di Casa UìmMìhì, il che per òoi bft quasi il medeHimo sì- 
gniGcato come ae avesse detto on ignoto gentiluomo, giacche 
certo, se ne avesse aTtito qaaldie motÌTo, il nostro poeta 
non avrebbe mancato di esaltare il padre del suo Zaccurìno, 
^ncbé una parte dello splendore si riflettesse sul figlio. 

Riuscita vana questa ricerca, pTOviamo almeno a sta- 
bilire con qualche approssimazione il tempo in cai il nostro 
rifacimento iìi scritto. Ciò è senzc dubbio molto pìu age- 
vole, ed il punto di partenza ci è offerto dal ricordo di 
Bernardino della Carda, capitano famoso, che dal poema 
appare tuttora in vita, mentre l'Autore scriveva. Fu questi 
figlio d'Ottaviano di Tnnuccio di Geri Ubaldini(l), e trovasi 
numiDato nella Cronaca EìUfubina per la prima volta al- 
l'anno 1415, nel quale si condusse con 200 lancie al servizio 
lii Ridolfo da Camerino, poi nel 1417, quando andò in Lom- 
l)ardia soldato del PandoUb. Nel 1420 ebbe in sposa Aura, 
lìgilia naturale del Conte Quìdantonio d' Urbino (2). Kel 1425, 
^~rndo al soldo dei Fiorentini contro il Duca di Milano 
Filippo Maria Visconti, in un'incauta esplorazione fu preso 
|)rigionieTO prima d'attaccar battaglia (battaglia d'Anghiari), 
e mandato al Duca a Milano, fu da lui chiuso nel < Forno > 
iti Monza, dove stette più mesi, scampandone in ultimo 
riiir astuzia (3). Finalmente, lasciando altri fatti delln sua 
viU che non hanno ora importanza per noi, nel 1437 si 
htiifcò dai Fiorentini, che avean mancato di parola a quei 
di Mnrradì, e si pose col Duca di Milano e coi Senesi contro 
<Ii essi, togliendo loro molti cartelli, finché fu vinto alle 
Capanne dì Yald'Elea da Kicolb da Tolentino (4). In que- 
st'anno ('tesso 1437 morì, il 9 maggio, o, secondo l'Ugo- 
lini (5), che trae la notizia da una memoria dell'Archivio 

(I) OiMnasii, loe dt, ptf. 11. 

(3) CuoLna. nf. di , I 119. 

\i) Crm. £>«. ; CaoLmi , op. di., I, UO ng. : Bouitn , Sl^n i\ Xilnt», Hl- 



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23A I. e. BÀSom 

Centrale, Cute d' Urbino, il 24 mano, stando in Cremos 
Le ottocento lancie, che in qnel tempo conduceva, furoi 
affidate a Federico, fìitnro Daca d'Urbino, gioTanissimi 
giacché il figlio dell' Ubaldinì era troppo bambino (1). 

Questi fatti e qaeete date d danno modo di stabilire ce 
enfSciente approssimazione il tempo in cai il nostro poen 
Tenne rìmaneg(pato. Tottavia i limiti non si possono r 
stringere troppo; ed io credo che qnnndo avremo posto 
primo termine verso il 1420, giacché prima la fama de 
l'Ubaldini difEcilmente avrebbe potuto essere tanta da pe 
mettere a chi sì fosse di ricordarlo col semplice nome e et 
si grande lode, ed il secondo al 1437, anno ìa coi esso morì (£ 
avremo raggiunto quella approsómazioDe maggiore che 
compatibile con una critica rigorosa. In qaesto mcdesin 
tempo adunque fioriva, se è lecito sArvirsi di tale vocabolo, 
nostro Qubbiese e con Ini il tanto esaltato Zaccarino; il pad 
di costui Maghinardo dovrebbe qoindi appartener press' 
poco al'a Beconda metà del secolo XIV, mentre alla prin 
metà potremo assegnare l'ignoto Vognebello. £ qui si fé 
mano tutte le nostre indazioni. 

Ha il nome del nostro rifacitore P Kon Io sappiamo, 
vero che sulle prime si pnb restare perplessi o credere 
averlo trovato, l^gendo un^ ottava che nel Codice Braiden 
tien dietro all'ultima del poema: 

(11 roDUHi. loc. eltSll. OlK«I-»TCTa(tTflmHouibBrcd«lB(>caBicflBlKK>1 
BenuriIJna della Curda E ad Aura au nacKe. itdl lUd. 318, 119 e nt-l ' li>» 
AaHiHiii, op. Bit, n, IM: Ounnann, Inog. di, 11, IMN. Qn«U to; Udì» che 
doiici loaN proprto ftnlbi di BarDaidlao, Il eh* I'DitoIIdI nega TCClauBtiit*. 

(2) Sai Cod. k, daacaDtc ai *«*l Eb« parlano di Banutdlno, ala aerino io a 
lUw: BtmariiuB rfa CSr^n, ti-fOnm tormt iil Dntia nMppt, e qnludl, K tal i 
lOiaa DTlB>'>*'<> d'll° atrltlon, airebba per daU aaatUialDia l'anDO KIT, nel qt 
■olunto II celebra mndottlero fa a«ll atlpendl dal Daoi Filippo. Uà ciò *pp*r« 
UM InioroalmlIlBalmo, quando al peuai oh» U Ood. B non ba nnaona a1<i*aa di 
■esarr, a ebe ae l'A. ayraaa minto lo tal modo rlacUaraia la ne allnahml. aTre 
an^o'to almlll poatllle anche al nona di Zaccarino^ di Vagnebtilo etC-, che ii*av« 
btn altn blufiio. IsTeca, oo^ ood* ala. U nota mi parcbe ci ildlmotlrl ponUr 

la memoria di Bmunliuo a non «biadila la memoria de'enol alllnil falli. Ciò 
trtlibe CDllocare con qnalebe ptobablllll la ndadon* dal Cod. A nn po'lnnani 
moli del (K. XT, nrotn tant dalla acritlnim appaiirebbe alqunto pln ludo. 



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upic. I niD. ITU,. Diu, tniDE 235 

Pritga tiatéhuna p»raona ckt ài hottlade Ha 
A qnalt qutKto libro in man reniime 
Che la rindiati per rojfra eorUtìa 
A mi Zohanpieru per cui .el «' tchriur. — 
Ckt fo fytiolo ili ilaysti-o Zokan maria 
X3 qnal* purr moi/ttrc xohanbon te dimu- — 
Altero {f) i maiiganiai m eìiiama d calai notiro 
Ftrrò mi ialr. el libro, che di novo tarii vottro. 

Fa questa ottava che indusse a segnure nel Catalogo dei 
Godici dì Brera il nostro poema sotto il nome di « Han- 
^nini Giovanni Pietro >. 

Ad eesn tengono dietro altri tre venti, una delle solite 
formole di ringrazinmento a Dio che avevun gli omanoen!:!: 

Gratie It mulo otantta Dio di'n'jte 
Da pog che In mia optra io ho fornita 
Et a ti fii/lioia di Aaaa tt gioaachino. 

e dopo questa viene un nio obitub iioen, e finalmente Vex- 
jiicH, già riportato altrove. 

Basta ci6 veramente a &rci credere che nell'ottava d sì 
dia proprio il nome de] poeta? A me non pare. Chianqne 
ha un po' di pratica di Codici, riconoscerà snbito che quella 
è un'ottava da puro amanuense, e questo amanuense scrisse 
probabilmente il libro per sé, e volle su di esso lasciare 
r attestazione della sua proprietà. Il nostro rifacitore, cosi 
Toghosc di parlare di sé e delle cose e persone che più gli 
stavano a cuore, avrebbe detto qualche cosa di più; ci 
avrebbe fatto sentire che l'autore era lui; avrebbe magari 
inveito, come in fine àaW Alessaudreitìa, che non può esiger 
che soa, contro un Bartoccio qualunque, 

eke per li riechi k sua rima face (1). 



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236 I. 6. TÀxem 

Se Doa conosciamo il nome, eonosdamo perà, come s 
biam detto, almeno ttlcnne delle opere del nostro rifacìto 
La prima di queste è V Alessandreida, della quale già e 
biamo toccato, e dove poi ci si dà notizia d'nn Troia 
composto dal medesimo (1). Ma non basta ancora: i 
G. VII della £SCorta d" Enm, dopo tradotto in versi o n 
{flio riportato da cbi lo tradusse quello che itttomo a 
Sibille dice 6nido da Pisa, e il pocbissimo ìntoino all'] 
ferao, l'A. fìnit»ce così: 

. . . Chi ro) saper de ciò ìeggt le carte 
che scrìsse el lUnlosn pien de honUde, 
o legga e] Dante o l'opera moderna 
eh' io fece già del hoo Conte d' Averna (9). 

Sarebbe così questo Ìl quarto poema (o forse rifacimen 
dell'Anonimo nostro, ma altre cose deve aver composto, 
cui ben non s'intende il genere e l'estensione. Infatti 
C. XI, cominciando l'episodio d'Eurialo e Niso, egli seri 

Cosloro insieme se for compagnoni 
e se amaron cossi teneramente, 
che Troia nini ddd ebe dui baroni 
che se amassero tanto fìdelmente. 
Per questo io fece già di lor sermoni 
e possili omendor fra l'altra gente 
su in t'ai'bor santo de la compagnia, 
dove demora la corona mia (3). 

Qui resta tutto molto oscuro. Cos' è in primo lui^o que 
coroim? Ritorna tal nome, se non erro, tre volte, e te 
tre furono giii da noi citate; nell'invocazione con cut pi 
cipia il poema: 



ai Bum, Im di. MI, a. T, Ut. u. i. Qtjuase, toc. dt 
(t) I dm Cortld Ara «Dito In qtietto Innfn) ptrfetunmlc d'iceordo, togli 
ni dabblo tigainlo >l qnuto tcim. dw pl& e' Importa. 
(>) Cnd. A. 



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BIFIC I TKID. ITU^ DEU. EREIDI 2tf7 

al mio beato Ubaldo, nel cai dine 
k eoroiw Termiglìa & gran Testa; 

nell'ottara con coi termina la lunga digressione bq Castel 
Sarello e Zaccarino, la quale anch'essa rìvolgesi a Dio ed 
ai S&nti prìndpali di Gabbio: 

Signora Dio, ta ne sia laudalo 

che ne mantien cossi bella persona; 

tn. Santo Uluddo, ancor ne sie pregato 

che lo defTendi aj tnoi de la corona; 

finalmente nel lac^ par dianzi citato, e che vorremmo 
^iegure. Dal confronto dì questi tre passi, io non so ee 
alka conclusione si possa trarre se non che corona equivale 
press' a poco a ciò che nella nostra ottava è detto con altro 
vocabolo compagnia. E questo mi pare sì faccia anche più 
chiaro e più sicuro dal confronto d'un' altra ottava, la terza 
del primo Canto, cbe segue all'invocazione di Sant'Ubaldo: 

ed ora il prego se mai l'ho pregato 

cbe me dia graxia a far quel ch'i' ho pensato. 

E se di questo fanu s'aguadagna, 
■ia ad onor di quella roropagnia 
che veste rosso, la brigata mi^a 
piena d'ogni virtù e cortesia. 
Mai a far bene non se risparagna, 
atta a ciascuna cosa in fede mia. 
Per darli festa e spasso a lutti qnonti 
cominciar voglio i miei giogiosi canti. 

Si deve adunque trattare precisamente d' una speùe di con- 
fraternita, detta dei rossi {die veste rosso) o dei vermigli (la 
corona vermiglia), perché contrassegnata da un abito di tal 
colore, e avente per suo principol santo e protettore il 
protettore stesso della città, Sant'Ubaldo. Il nostro rifacitore 
pare face^-ie parte di trtl con&aternita, e probabilmente ne 
era anche il poeta, come gli ultimi due versi dell'ottava 
citata dimostrano; inrdtre quei sermoni ch'egli attenta aver 
futto per Eurìalo e Niso non so che altxo potrebbero essere 
se non versi, e versi che in qualche modo avovano relazione 



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238 B. s. riWHH 

eoa la compagnia, ossia si nfeiÌTano « persone e a fatti che 
ad essa stavano a cnore. Ma se poi Teniamo a determina- 
zioni maggiori, le oscurità ricominciano: non si capisce quale 
sia Valtra gente, non si capisce che significhi Varbor aaiUo; 
e benché io sia propenso a credere che si tratti rispetto ad 
Enrialo e Niso dì un poemetto, doT^eesi fossero accolti in 
mezzo ad altri famoià esempi d'amtciziii, di valore (e forse 
Miche di santità cristiana), non riesco a connettere del tutto 
bene Tuna cosa coli' altra (1). 



(1) SI potntibc udH doDundan aniH pnetH dal Tino : Dtri iimtrt (te. Io 
iDteDdrraJ : Kell'ilbcn ttraUi d&lU eovDp*^!», Q quÌB è posto nd laoffo dove ch 
dlmon. Del rHtn «nlHin'ò ebe per qiuoM abbia Mretln tua bo pototo irn e» 
■uu BDlliJk d'nn'intlcti eocfnWnilU del •mviffi aOnbbloiflebc però Bm InBnni 
molto le mie cnDelDalml . |l>eebd Intorno alla atorla lulrnia ed ettcma dt qnelli cittì 
e*ian«ni troppo da tare .* I« ubUiM bob m sa poKoBO lasgraBallar* ebe qua a la 
a RraB atnito n lOaKo laciicipIrtamtBU. Di tre tratrnilta di DtKdpllDatl drl ho. lUl 
a ZIT dlcdad •nncianta uotiila fl 1Litxt.-tarTi.ai9n,. ti fi. ram.\.n '88., ma i.hd 
cndo poaaiDo aTrt alenila relailca* con la eompagiila leeouiaU dal mio AbodIdio 
À dna miirulte al aceoDna poi sa' Statutn Ckiltlii CufHiii eanl^nuatl • fatll pnb 
blloirc a Oabblo, ICM, dal Doca Fraaeeaeo Maria II. l'nna del MimrU, 1-allts d 
5. BlrrmuKi hretìitl: Ooal nel X-lh. t, Kate. In. ordinando la Kllta pTaceuknieas 
anale a a Ubaldo, al dlapona cbe ttal aeoonao itiamo • lAdatnr Qnalmm Boti Ubald 

•edenl* aula O. CapilnliirB *. Alla Bob. V. ordinando a tutu 1 dlEDllarlI fd nmui 
pnbbllrl d-naai* prcaentl alla lulnclpall aolennltà, al Impone clia ■ Frateniltatr 
dnae Inmlna In EltTatiODe AnlaUiiUbna non aoUto anbmìnlitrenl t. Qnl pu prò 
prio ebe la Confralcmlla eatutenll non (lana ebe due; ed wbo bIh della areond 
parlari alla R. XVII; • Volnnina. qnod don electi a Confnlcraltaie B. lobamil 
DmdI lati, quo] [bai Utnwi Careeraloa rlallan poaalnt..,>. Xon ti biarcnodl molt 
aplefailoni a euTnprender quali aervlFl aopraUntto latcndeaaa di pTratare qunta O^v 
papilla, a pereh^ areina aerilo 11 noma ohe la vlan dato; larece della prima, drti 
del BimirU, rfatlana pio all'oacara, arbb#B* aneba bob lena Tolta ar dc parli 
alla a. XII, a tu modo da mnatnnie l'Importania. Il Podeati entrando In Gobbi 
doni TtiDara. offrendo l'oblulona d'nao. ■ Eodealam BeaUmlmae aemper TlrgiBl 
Contrstarnltatli Albonun > B* non efriamo qitaal nltlmo tratto el meatra ci 
l'aallcn Campacnla dal DiicIpUnaU di S. Uaria della MlaerteordU. In fBTore dell 
enl chInB erano atatJ eMieeaaJ iOflRnl d'IndBlfenia a eU la rUltaaae (Maiaatint 
loD, tUL, M), al coDtloBÒ e n-rae al tisatormb in qB**t'altra, clw tn»tam dtlb 
taote pli lardi , did manrhi. 

TtBiramoqnaatBhmonotBr'porlanda enenB sn'ottata cnrkiaB del Boatropaci 



rdBjGoOgIC 



HnC. I TBAD. ITU.. DELI. XHItDI 239 

Di mauoscritti in coi i poemi ora accennati possano essere 
coDteauti, non lio trovato nessuna notizia; inoltre anche le 
edizioni dei due che senza dubbio furono stampati, V Eneide 
e V Mcssaiìdreida , sono ornai cosi rare che non si trovano 
che con somma difficoltà; io coaosco solo l'eaisteuza di una 
copia del secondo all'Alessandrina di Roma e alla Marciana 
di Venezia. Probabilmente, col (^an desiderio die il nostro 
rifacìtore ha di parlare di sé e delle cose che lo concernono, 
si troverebbero nei poemi a me ignoti notizie non dispre- 
gevoli. 

Invece è b«n certo che non vi troveremmo meriti dì 
poesia d' arte. Per questo rispetto la nostra Storia (f Enea 
non vale nulla di più di gran parte dei poemi dì simile 
genere del sec XV, e vai meno di alcuni di essi. Ma piut- 
tosto che di-scorrere di ciò, cosa affatto inutile, perché si 
riesce sempre a ripetere le medesime cose, potremo insi- 
stere alquanto sul suo carnttere, sebbene lasci dei dnbbii. 
Il tono generale, le invocazioni a Santi ci indicano un poeta 
del popolo, noe meno che certi finali di Canti: 

E wguirove nel Caoto secondo. 
Crìsio vi salve Salv&dor del mondo. 



.Viralww uniton ttì Ataecpar* fot» propria, eomc è dello. Il upltuo 
Doo t lunllt* iDulatcn aoprm niiB ilnills otUn, InieiiU In dd 
pniu aatlnalo illi rrdtulotK, giocrli^ cut «ippone ebe IntU Rll ii'<FoIMIori tlt- 
Utn AtOt eoRDlilonl end inllDwiDFntc rnfrnblna. ohe tnoii dslU clità non al po- 
trcbbno ■Duuettrn in loro, db Tnol dire cbo II porte non pennTa iicriTrnAo cba 
ani mdtuiaiie a alU dllTuloiia nella >ni dnbbla; dal oha Tmmai'ta al aiaruio 
^ pcnuMil 1 Ttnl cba più lopr* cJlauiiiia, DimebB tnlte la altre notlilo penoull 
oatoitelie cba abbiamo trovala nel poroia. Oli «anMCan Srr KìcbIoki, le||B«ndo od 
aaoDlUnd'i certo non dorerà rlrlcre poco drll' ardita, acbbrtia btnmrola caHcmlnm: 

ùbttAt, e cba atr«bb« rnipre troppo rakilgnl U TlcarAanl In quoto punto rTtlla pa- 
n'.i del BoDEO rfonardintl 1< oonfratitnlta di FraDCli , colla qnill il Uni tori cblnda 
la na Jlitwrf. LXXT nalU ÀiHiv. M,À. (I. mit a Crapnlosc* diel TorluM poaannt, 
la eounnlnut >■ 



Diai.zodBjGoOglc 



Z40 I. s. riw»i 

Nel quarto Canto ve Mgnirò pd: 
andati a ben che vero cnin toL 

Pare che il nostro poeta fosse proprio un ttomo della pleb« 
Don mi BO persuadere. NelIMoTocazione a Sao Qiacomo 
San Mariano, che comincia il terzo Canto, egli afferma ài 
nella Cattedrale di Gubbio ha 

la pietre col sepolcro, la qual preme 
ciascun de' bhoI che del mondo t poasato, 

e che co' suoi sarà ìtì seppellito. Inoltre ne' primi ver 
àeU^Alcasandrcida, riportati dal Quadrio al luogo già da n< 
citato, si lamenta della trista fortuna che lo condanna 
non poter far nulla di meglio che trovare (1); e queste pi 
role, come anche il gran desiderio di parlar di eé stesso 
delle cose sue, noo mi paiono proprie d'un nomo affatf 
volgare. Fosse pure in condizione nasoi misera, ma io cred 
che tale non doTesse in origine essere stato. 



IL « TBOUKO > i eTAK?À 

Di redazioni Teramente leggendarie e facenti in quale! 
modo un tutto a sé, non ci resta ora da esaminare i 
non il poemetto che è formato dai Canti XIII-XYIII di 
Troiano a stampa. Il prof. Rajna chiamò questi sei Cnn 
cogli ultimi due che narrano rapidamente le Storie Romai 
e di Cesare, V Aquila Nera (2), dai yersi co' quali comiuc 
il C. SUI: 



litizedOyGoOgle 



urie. I TMD. ITU» DUI. IXtlDI 241 

L'kqn&a nen già nel eatnpo d'oro 

W I mondo dominar tott' a me» figli eie 

<: noi, beaeli^ ci occnpiamo solo d' una parte del poemetto, 
crediamo bene dì eonserTare tal nome (1). 

Dopo reaaltoztone dell'Aquila Imperiale e dopo l'inTO- 
cazione a GìoTe, che ci manifesta aabito come non abbiam 
da &re con un poeta popolare, ai deacrÌTe nna caccia, nella 
qnale Anehise, essendoBÌ smarrito mentre ìnsegniTa un cervo, 
si trorò dinanzi a. nna bellissima donna, colla quale in breve 
dimesticaiosi, vennero ad abbracciarsi ed ella concepì di lui 
no figliuolo. Costei gli manifestò dopo cbe ai chiamava 
SitHeona, cVera atata mandata da Tenere, e che il figlinolo 
ch'ella partorirebbe aarebbe in eterno Famoso e Venere Io 
terrebbe sotto la sua protezione. Move mesi dopo, passaii 
in fretta, A&chiae tornò alla fontana, dove avea visto Si- 
meona la prima volt^, e ritrovò la sna donna con un bel 
fitntolino in braccio. £gli lo prese, lo chiamò Enea e gli 
diede per balia una figliuola ben facente di nome Gaietta ; 
quando poi venne in età, il re Priamo gli concedette in 
«posa unn svia figliuola bastarda, che si chiamava Creuso. 
Tatto ciò racconta il nostro A., appoggiandosi airantorìtà 
di Darete c/k non fallava, e eh' egli ben inteso non vide mai. 

E possibile già da questo solo pezzo, che abbiamo rias- 
santo, risatire con niolta sicurezza alla fonte , o diremo più 
cautamente, ad una almeno delle fonti del nostro A. In 
Armannino, conto ventiduesimo, •acìVAdinonitione magistrale 
che segiìc alla caccia di Bidone con Enea e all'abbocca- 



li) m ns KTTIIO dell' «dlEion* di VtDHll, IBII, HUm DODI* di RiUDpitora , 
ttocnda pcrb • itieoDtn) qnalU di Vanna • Balogiu, Iflll, eh* qu a là ■ p<b aop- 
mu, od IB doli* TUtaatl oarlcw, Oom* Meennbll B*n«, tea. elt.,ls adlilonl del 
Titigma eoDliHluw almeno dal liDl. DI noe del IIMI. Atta dal Smm a Traeila. 
dirda DoUdi V. Ctrvzm, Mnriit .«iuifJ* psimr»trt ili Utili, In Olam. Slar, Uttt 
ijil. n. V. IUl Qaello pnb rlnl'ainglo iJroCuwra «nlnoga, Talendo ensfamara 
lanedUa oplBlon* che Ittm Ylfinpt il C-il; uomlnito TteWEtflìeii, antera d*l 
pumetto, Doa ^ trapiM Titani gontra lo obblailnnl dal Bijnalloe. cit., »0), Il col 
artleelo non para raaerili atito noto. Sei nato d Tf Ma plb olir* la ula dlacaialon*, 
1* |U ankai da' Testi Owtì dal Tralm» tiàaa do* a non plattaalo ano aolo. 



Diai.zodBjGoOglc 



B. 6. USODI 

regina con Anna, si leg^e cib che seenne: < 
i saa fortnna dire, comiDciando soUilment 
ito. Questo fa solo per dimostrare che fori 
are per ria di carnale lu)<saria, la qaale si 
le fasfà soa madre, cioè Yenus, di lussuria 
a questo, che Ànchifie re d'Ascauia, suo pa 
cìnDdo per la selva Ida, lungo el fiume che 
liamaTa, troTÒ una merìtrìce molto bella e 
I dì regina. Carnalmente colei conobbe, e 
! poi el buono Enea . . . Era a maraviglia 
rsona, cortefie, pietcso e costumato sopra < 
eli' arme molto valoroso. E per le sue n: 
liede Priamo per moglie una sua figliuola, 
jreusa. Ma perché Virgilio fu molto uno 
< e dagli suoi consorti e fii suo fedele mncst 
on volle dire che Enea fussi bastardo... * 
i ad esporre mtuntamente le piccole difi'er 
no e il poema: il nome dì Simeonit. che e qi 
ttrìbuito alla donna; il far bastarda Greu^n 
I tratto è già nei Ganti precedenti del 
icconie il poemetto nostro non è che una 
i quello, ed anzi è, come più sotto cercliei 
e, dell'autore medesimo, l'erigine è da cei 
inti del Troiaìto, delle quali noi non po^r^ì 

>o la dÌ.4truzìone di Troia, avendo na.9co>to 
' ne' Ganti precedenti ai narra, fu da' Greci .-^ 
Dcedendogli di condur sec^ quanti de' Tn 
; Tentidue navi che già erano state di Pai 
ne aggiunse otto di sue, formando un' ari 
1 Armonnino sappiamo che le navi sono in 
ti. 

que Enea sulla saa flotta con moltitudir 
)uoi due figli, Jolio e Ascanìo, 



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MFAC. R TKAD. ITIL. DELL SSEIDI ^43 

benché lor rieno da dolor ciinslrectì, 
perché morta si era la sua madre, 
vedetulo Enea sepur si )>rucli efTecti 
cODtro a Priamo mo si^or verace (1). 

Queste parole accennano a fatti narrati precedentemente, 
che in breve esporremo. Creiisa, avendo veduto il marito 
traditore, e poi sapendo ch'egli aveva rivelato il nascondi- 
glio di Poli»«ena, costretto beasi, ma ad ogni modo ren- 
dendosi cagione della sua morte, quando egli tornò a casa 

.... coree adono ed elio 

hanendo io [sua] (9) man un Ser coltello. 
Et molto [ri] l'barebbe m quella fiata 

■e non che nn nio famiglio la {Hglione, 

e ella eh' era tncta disperata 

qnel gnn coltello della man gitone 

sopra ad Enea, e dicali mia guanciata 

a melo il volto, ri io inaverone, 

che sempre mai gli porse a la tm vita; 

e poi in umbra sene fu gita (sic). 
Serrassi dentro coq un gsRoneeto 

llgliol d'Enea, che septe anni faavla. 

Era liasterdo, e molto gran dilecto 

bavea di lui Enea in fede mìa , 

e d lo amena beo di cor perfecto, 

quanto mti&j propio legìptì[m]o c'havia, 

qua] era Ascaoto per nome chiamato, 

di Ini e di Creusa ingenerata. 

Greusa crudel [alhor] tolse on coltello, 

subitamente quel bastardo acdse, 

e poi si ncdsfl sé con atto fello (3). 

Abbiamo qui da fare con un racconto stranissimo, e del 
quale è difficile trovare l'origine. Nondimeno da certi brevi 
accenni, che troviamo qua e là, par riflettersi anche en di 



(1) e. vm, M. n. 

(U QbuU MB* I* pmolMl qwdre A* ■cgeODo, iob «otnloBl d 
M im. 

(l)axi,ott.»-«. 



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to alm^io ò» moetrarci che neppur 
oa bizEaiTÌa dell' Aatore, uia bensì 
slmeoo ia pwrte il sno fondamento 
nti da noL II Boccaccio adunque 
'i Dei (1), naiTAtido di Creusa, tocca 
■he la dicoQO perduta da Enea nel 
abito Bo^nnge che secondo altri 
il patto stretto da £uea coi Greci 
Dna che fosse del ceppo di Priamo ; 
iiametUe accennato da Vir^o nei 
li. Questo racconto è certamente 
i conforme ad una parte di quello 
; ma una conferma di qualche im- 
d'altrnnde. In un Codice Maglie- 
558, zibaldone di tempi e di mani 
lì XVI avanzato, c'è al f. 42 una 
narra il Villani; Kenoncbé le molte 
indicano pochiRRima intenzione di 
piuttosto di rifare. Sopra la riga e 
e di Crensn il raccoglitore agginnge 
dia sua morte ai danno appunto 
'ci, ma anche qui inserisce qualche 

questo breve passo: «Kell' istoria 
che ella da ssé ni Decidesse. Cosi 

, perduta patria e regno del padre 
e sorelle, temendo della morte o 

1 de' Greci, sapendo il patto li pre- 
iccidere... >. La scrittura di tutto 

del cinquecento o del principio del 
mi pare che non munchi d'impor- 
ra la menzione d' una Storia fli Fe- 
ippia a che cosa alludasi con essa. 
[)unto Tediamo una contradizione, 
i ìItbto Troiane e VAquSa Nera; 



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lUAC. t TUO. TUL. DELL^tniDE 245 

ÌB quello JtiIìo Tiene ncciso da Creosa, in questa è condotto 
seca da £nea. Quali cagioni potevano indurre a tale mu- 
tazione il nostro poeta? Se egli inreotò tutto ciò che sta 
per segoire e quello poi che nana snl conto dì Julia, da 
che cosa mni tì fa spinto? Non avremmo dovnto aspettarci 
ch'egli contìnnasBe la tela già precedentemente cominciata, 
e non si ponesse in contraddizione o con sé medesimo o, 
se si vuole , col suo predecessore ? Oppure fn indotto a ciò 
dall' aver dinanzi per V Eneide nna naora fonte, contraria 
io molti punti alla prima, e dal non sapersene staccare 
per metter d'accordo e connettere bene ogni cosa? 

Enea, sperando nell'aiuto di Yenere, che un tempo aveva 
crednto proprio sua madre e che tale lasciava pur sempre 
credere agli altri, parti dalla spiaggia troiana e giunse in 
Sicilia. Ivi morì suo padre Ànchise, che s'era ammalato 
nel viaggio. Rimessosi in mare e sorpreso dalla tempesta, 
la sua nave giunse a terra. sola, senza saper delle altre; 
pernottarono ov' erano sbarcati, e il giorno seguente £nea 
con Ascanio ed un barone e con l'arco in mano, s'adden- 
tiorono nel paese per saper dove fossero, e andati poco 
oltre si avvennero in una donzella bellissima, cui maravi- 
gliando salutarono. 

Aitati i panni havea drieto e davanti, 
di pelle di Leon la vesta bella, 
e l'nrco in man, appresso le saette... (1) 

Enea le domanda chi ella sia, che donna mortale non 
gli pareva; e.'^sa risponde confortandolo a buona speranza, 
e predicendogli che sarebbe ricevuto bene dalla regina 
Didone : 

E decto ciò una nuvola venne, 

e si coperse la bella figura, 

e perde l'arco con saecte e pe[D]De, 

e disloDgossi la sna vestitura. . . (S) 



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Egli Ift riconosce e iti rallegra. Ma solo Enea poteva com- 
prendere che significasse qnell' abbigliamento dì Venere: 

In prìDUuneDte la par cadalriee, 
eo(n) i pumi aluti ts per la rìràra. 
Qneslo vuol dir[el com el Terso dice 
che'l forte Enea certo baetardo era, 
e era nato d' una meretrice. - . . 

E quel c'Iiavea in M tanta beDeua 
■i vene a dir si come Enea [i] bello. . . 
la Teste del Leon si Tiene a dire 
come la Dama si la obedire 

al'nom.per fonadistioi arti e sguardi.... 

La donna retomala in alto hooesto 
Tole ad Enea in tutto demostrare 
die neesan viUo ha ella pk di questo (I) 
e dimostrarsi che nou i sub madre (i). 

Qaeet) bruttissimi versi ci dimostrano all'evidenza quello 
che già avevamo congetturato, che cioè Armonnino sta sotto 
gli occhi del nostro, chiamiamolo cosi, poeta, giacché egli 
non contento di metterne in versi il racconto, & sno prò 
anche delle considerazioni morali e allegoriche, che il giu- 
dice bolognese mette in bocca alla Maestra. Questi infatti 
scrìve : < Dire volle Virgilio per quelle parole ciò. Fa che 
Enea trovò una donEella di molta vaghezza per quella selva 
cacciare uno cinghiale, vestita e aconciu per volere cacciare. 
Tutta la scrisse in an qnell' atto, solo per mostrare che me- 
rJtrìce fusse. Vti^lio dice che scapigliata andava, e' ca- 
pelli di femmina onesta debbono essere legati e strettì. . . 
Ch'ella portava l'arco con le saette e col carcasso al collo, 
ciò viene a dire che la merìtrìce con sue disoneste monstre 
saetta l'nom lussurioso, quale a cinghiale si somiglia. . . . 
Che di pelle di lince era coperta filila onestà dimostra. . . > (3). 
Certo il verseggiatore non si tenne del tutto stretto ad 
Armannino; qoi, come anche nel racconto, si fece lecite 



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iffia t TKut. niL. DKLL'Dnnn 247 

ilcnoe Tartuioni, qiule suebbe racceimo al non essere 
Venere madre di £nea e al mndo ch'essa glielo di ora 
àmbolìcamente od intendere: ciò non si trova nella Ironìa. 
Ma del resto trodnee qnaei alla lettera, per qoanto glielo 
permette T ottava, strumento ch^è per lui d' nn' estrema 
indoolità, e che lo costringe a mille porerì ripieghi « per- 
fino a versi che non hanno nessunissimo senso. 

Ma le mutazioni del racconto sono dello stesso genere ? 
Il vers^giatore omette intauto tutta la descrizione del 
TÌ;^gio d'Enea, che corrisponde al terzo libro dell' JSnetiì?, 
e Tiene immediatamente all'oltimo punto d'approdo prima 
di Carti^ue. B padre Anchise si ammala sopra una naTe; 
la nave di Enea tocca terra da sola, senza saper delle altre, 
che pur erano, secondo' il nostro, Tentinore. Sono altera- 
zioni delle quali alcuna, è rero, non ha importanza, ma 
altre invece sono abbastanza caratteristiche: nondimeno è 
meglio procedere oltre, e non affirettaisi troppo a conclndere. 

La regina Didone, < quando Sicheo fu su Io passarsi >, 
temendo di alcuno de' principali del regno, prese il tesoro 
di lui e nascostamente si partì. Si vede come è sbiadito il 
racconto, come geuericumente accennato. Ora Enea, giunto 
nel tempio di Ciirtagine, riguardava le pitture intomo, e non 
poteva trattenere le lagrime; quand'ecco Didone, e poco 
dopo cento Troiani -legati, che venivan tratti colà con gran 
rumore dalle genti di lei. Uno di quelli, nomo di grande 
affure. per nome Fallante, prese la parola per tutti i suoi 
compagni, e raccontò alla regina chi essi fossero, le loro sven- 
ture e le loro intenzioni: il discorso è, con qualche variante, 
come kì capisce, ricalcato su quello che Ilioneo tiene in Ar- 
monoino. Didone assai lieta, poiché 

. . . infra aé mbito crede 

fer in >no Te^na costar habitare (1), 

riiiponde benignamente a Fallante, e allora Enea, eccitato 
da Àcate, 



doyGoogle 



. . . gHlò a muMki (!) 

col qnal rnlqnanto ai Xéot*. coperto; 

traacMi btidU eoi mo tìso beDo (I). 

Becoado Darete, oeseira il poeU, non tì fìi mai uomo più 
bello di Ini. Ei>flO tiene alla regina nn discorso di rìn^a- 
ziamento, al qnale ella risponde; ma né Tnao né l'altro 
sono in Armannino, e paiono semplici ag^nnte del rifacì- 
tore. L'innamoramento di Didone ha questo di particolare, 
che Enea s'avvede subito di dò che la regina prova per 
lai, il che naturalmente è prodotto anche dall'annunzio 
già fattogliene innanzi da Venere ; quindi anche qnesto può 
atfaibuìrsi al poeta. 

. . . Enea punto venia vergognando, 

e al (cnarilava lei acallrìla mente, 

e r un de l' altro ben mostrava accorto. . . (2) 

Alla preghiera di Didone, narra te cau^e della giierra di 
Troia e la sna finale rovina; il tntto è on breve rias-sunto 
dei primi YTI Canti. Nondimeno vediamo qui un riacco^ta- 
mento all' Eneide, se non altro pel fatto titesso del racconto, 
mentre in Armannino esso è accennato con parole generali, 
che altrove citammo (3). Enea ricordando tante sventure 
piangeva, né Didone poteva ratteaere le lagrime; quan- 
di ecco giunge Ascanio con doni preziosi, che riempiono 
tutti dì maraviglia. Per ordine della reginn il dnce Troiano 
fa condotto ad allogginre in un bel castello; ella poi si tornò 
«1 suo palazzo cospirando, e giunta che fu nella sua camera, 
fé* chiamare Anna. Le parole che rivolge alia sorella de- 
rivano senza dubbio, almeno in buona parte, da Virilio, 
piuttoìito che dalla l'iorita ; seuouché soi^e il sospetto che 
l'A., invece della Fionia originaria, abbia seguito un rifii- 
cimento di essa, e precisamente quello da noi conosciuto. 
che va sotto il nome del Covoni, dove ìl discorso con Ann» 
è rimesso al suo luogn e riaccostato al testo virgiliano. 



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urie ■ TBJJ). ITU. I»LL tKtntK 249 

Cotesto Mwpetto ai fuk piti tardi certezza, onde fin d'oim 
poseUmo Talerei di tale risultato per l'esatto stadio delle 
fasti del nostro poema e per non attribuire all'antore di 
esso cognimom, ehe molto probabilmente non avera. 

Venere (altro particolare aggiunto nel rifacimento citato) 
manda, mentre Didoue ed Enea stanno cacciando, un'op- 
portana pic^gìa; e t dne smanti 

havendo entrsiubi isfreoati voleri 

ne approfittano. Tornati in città, ornai continoano ì loro 
amori; ma Didone, per coprire alquanto la cosa, fa intro- 
mettere nn' barone, come se foss'egli a proporre il matri- 
monio, e si fanno pabblicomente le nozze. La fama si 
Bpai^, i Troiani mormoraao; nn di s'accolgono iusieme e 
manifestano ad Enea che vogliono andare in Italia, dove 
i destini li chiamano ; Io esortano a non tórre ad Àscanio 
e ai sQoi discendenti l'impero promesso. Anche gli dei gli 
appariscono, e lo minacciano con gravi parole. Didone 
ornai era incinta; Enen nondimeno ordina si mettano io 
Ds.setto le navi, e f.en2a la.sciarsi muovere da' suoi Hcongiurì 
e da' suoi pianti, celutameiite si parte. Curiose sono certe 
parole di Ini: la.scia ch'io vada in Italia od acquistare il 
destinato regno ad Ascnnio: 

... in corto toroerd) a le presentì, 

(e) ieco mi sUrù sempre inaamonto (I). 

Ella non gli presta fede e tanto dice che ni fa ginrar sul- 
l'itlbirc che resteni; tre giorni dopo era partito. La no- 
vella ginnge n Didone; chtnma Anna in fretta e accorrono 
al lido; lo trovano dei^erto. Salite sopra nna torre, al chia- 
rore dell' alba scorgono le navi poco lontane; Bidone impreca 
al traditore e stabilisce di morire. Nel resto non v'è nulla 
di notevole, tranne il modo della morte di lei eh' è scioc- 
camente osceno. I saot ne fecero ardere il cadavere e fe- 



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250 s. o. ruom 

cero dipingere Enea come traditore; poi per tatti i loro 
discendenti »i tramandi» Todio e il desiderio di vendetta 
contro la schiatta d'Enea. 

Quando la flotta Troiana fa in alto mare, ecco moTerlesi 
contro 

naa Dm chuiiaala SerpeDlioa, (1) 

la qual si cditoccìA p«r gnu folia 

c'havea fatto Enea. . . |i). 

Manda ana fiera tempesta, e in er:<ia unne^ Tulio, figlinolo 
de] dace Troiano, essendo caduto in more ttenza che gli à 
poteiMe porgere aiat'i. Grande è il dolore di Enea, ma 
pur ni conforta pensando che tatte le predizioni snlla sna 
grandezza fntunt rignarduvano non Ini ma Ascanio. 

Giunge in Sicilia « vi fa T annuale del padre, dove 
poeta deijcrive i giaochì funebri s^econdo Annannino. Nuova 
è però questa oxservazione: 

Akuae serìpta vi sod Iìl che iliae 
clie Albania Cicilia ni chiamava, 
a la Sicilia Tbesaglia alcun mise. 

Nell'andata all'Inferno, che è tratta fedelmente dalla Fio- 
rifa, con certe vuriaziuni di poca importanza, fi può notare 
che viene aggiunto il tratto che rìgnarda Didoof, il quale 
è in Vii^lio, ma non in Armanuino: 

a nenon mo«lu noi ri>l ascoltare. 

Foggiasi via cui pràiin marito: 

Enea por alquitoto la sefoine (3). 

Aggiunto è ooche l'incontro con Paride, cui trova nel inoco 
e che gli dà del traditore; la v!sta di Achille e Patroclo, 
rei di sodomia; di Creusa, che è posta fra i morta in dispe- 
ruione e che anch' essa gli rivolge .sdegnose parole; di 
Priamo, dì Eeoba. 



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UTàG. I TUD. ITAL. mLL'lHIlUB ^)\ 

Jìapa uscito dall' Inferoo, Enea TÌeoe (latla Sibilla con- 
dotto noramente nel bosco, dove area troTato il ramo d*oro; 

10 ripone soli' albero donde TaTeTa staccoto, ed esi^o im- 
mediatamente ei riappicca al suo Ino^. 

L'arrÌTO in Italia non mostra eolie prime grandi diSe- 
nnze, rìopetto al testo d'Armannìno; ma il capo dell'am- 
basciata al re Latino è Ascanio, il qoole va da lui per 
Tettovaglia, vestito reamente, in ana barca, ed è accolto 
benissimo e ottiene ogni cosa. Enea allora sì reca a kuh 
volta alla città, e Larinia, saputo di ciò, 

. . . venne ad im balcone, 

là dove Enea e '1 padre de' pasnre; 

quando passù, e ella [al] guardone: 

infra sé disse con maravigliare 

che molto se gli piacque quel barone. 

Con una sua coiapagno hebbe a parlare: 

compagna mìa, tonei per partito 

questa TroiaDO hauerlo per marito. 

11 cenno della compagna ci avvicina al coeidetto ri&cimento 
del Covoni. Latino allora raduna il consìglio, e chiama 
gl'indovini: questi dicono d'aver trovato cbe Lavinia era 
destinata a nn forestiero di sangne reale, che verrebbe nel 
loro paese; Latino crede di riconoscere il forestiero in Enea 
e gli promette la figlinola. La mattina i baroni col re e 
l'ospite vanno al tempio a sentire la messa; quando sul 
capo di Lavinia si vede risplendere nna fiamma. Invano 
cercano di spegnerla; gl'indovini, immediatamente interro- 
gati, dopa aver chiesto se devon rispoodere in privato od 
in pubblico, udito che in pubblico, manifestano che il por- 
tento significava che dal matrimonio nascerebbe uno che 
sarebbe signore di molti reami. Finita la messa, si celebra 
con balli e giostre il matrimonio, ma si stabilisce prima 
della sua consumazione ano spazio di tre mesi. Intanto 
Latino va a visitare il castello dì Enea. 

Amata non era in città; le giunge un messo con tali 
notizie. Accorre e rinfaccia a Latino la violazione della 



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promessa fatta a Tarao; poi, non essendo Mcoltata, aTTÌsa 
per UD sao fidato Turno stesso, re dì Toscana e che aveva 
la sua capitale io Cortona. Sale qaesti a cavallo e viene a 
Latino, che gli oppone il voler degli dei; ma Amata lo con- 
forta a sperare, puiché ella, se ve ne sarà bisogno, farà 
ma^ri avvelenare Enea. Turno fa venire molti de' suoi; 
anche Enea prende le sue precauzioni. Lavinia si butta per 
parte sua ai piedi del padre, asnicurandolo ch'ella non vuol 
saperne d'altri che del principe Troiano. In un giardino 
s'incontrano quel giorno medesimo Enea e il rivale, che 
aveva «eco nn suo fii;rli°<>l<) fantino; id guardano minacciosi; 
Turno lo chiama traditore di Priamo ed Enea sguaina la 
spada; ma Latino s'interpone. Si conviene allora che La- 
vinia sceglierà essa stessa chi vorrà; qnando un fiero acci- 
dente sopravvenuto, quello del ferimento del cervo mansueto, 
precipita le cose a guerra manifesta. 

Ascanio cacciava con venti compagni, e dall'altra parte 
faceva lo stesso Unico, figliuolo di Turno, con trenta de' suoi. 
Quegli inseg\iendo nn grosso cervo, Io ferì; quando ad un 
trutte giunse Fina, cui apparteneva, e vedendolo macchiato 
di sangue, gettò grida di dolore. Accorsero i compagni di 
Unico e si gettarono sui Troiani; ma Ascanio ne ammazzò 
due, poi, vistone crescere il numero, sonò il corco, e al 
conosciuto segnale Enea s'armò e venne in aiuto. Turno 
da parte sua non fu tardo; ma quegli fu' strage dei presenti 
e Ascanio accise Unico, il figliuolo di Turno medesimo. Un 
cittadino uscito per metter pace è ferito nella testa, ecci- 
tando ctJla sua vista dolore ed ira nei Laurenttni; i qnali, 
accesi vie piìt dn Amata ch'era salita a cavallo, escono an- 
ch'essi contro i Troiani. Questi non erano che un terzo, 
ma si difendevano bene; i due duci s'incontrano e si tem- 
pestano di colpi. Latino dormiva; al fragore della battaglia 
si desta e accorre, imponendo ai snoi di tornare immedia- 
tamente; poi entra fi:a Turno ed Enea e li divide. Quegli fa 
seppellire il figlio, menandone gran dolore; intanto Lavinia, 
che aveva da un alto luc^ veduta la battaglia, pregava 
perche Enea vincewe e Turno morii>Be. 



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SDAC. t TUD. ITIL. DtLL EtZISI 253 

Laecìati JUittateo e Latino (de eqoÌTale aWllioneo della 
Fiorita) a gnardia del campo. Enea va presso Evandro, ot'ù 
bea iiccoIIm), e ottiene i desiderati soccor!>i. Qui abbiam 
modo di asjicnrarei che la lezione seguita per Annannino 
dal nostro poeta è quella del cosidetto rifacimento del Go- 
Toiii : giacché, parlando delle lodi che Evandro tributa ad 
Ercole, si ha questa OFserrazioue, cbe Enea non n' era troppo 
contento 

(XViL li.) però cbe Hercnl fli loro nimico, 
disfece Troia, coinè spunto eento, 
e Laumednn uccise el sìr unico. . . 
Uà por Enea Uercule lodava 
coD UD bel viso, perché hìsogoava. 

Noi abbiamo citato più sopra (1) il paR§o del God. Laiir. 
Gadd. 9ù che a qnesti versi coirisponde: esso non lascia 
dubbio XH ciò chE: affermÌBiDO. 

Eaea solito in more con Fallante, va al re Ttoncotie, 
presso cui sta alcuni giorni: uno di qnesti andando a caccia 
s'addormenta e Venere venutagli n lato, gli depone vicino 
un'armatura e Io desta. Egli la bacia e l'abbraccia; in- 
dossate le nuove armi, nessuno lo riconosce; poi, saputa la 
cosa, stupiscono. Troncone, promessigli maggiori soccorsi 
al bisogno, gli indica il re Cassiodoro di Puglia, dal quale 
poi Enea toma con nnove genti ad Evandro. 

Qualche variante, ma di minore importanza, è anche nd 
racconto degli assalti di Turno al Castello Albano e nel- 
Tepiaodio di Eorialo e Xiso: per esempio il Ramnete vir- 
giliano è divenato Bovcrehio. £nea giunge finalmente coi 
soccorsi; al primo scéndere ammazza Afficaro che l'aveva 
provocato e vibratogli on colpo con un suo pesante bastone, 
munito di tre grosse palle ; dopo dì lui Arone. Alla testa 
<rana schiera de' suoi mette Viàente, e con costui ai aranzan 
pare Arante ed AreiuUe, e fanno grande strage ; questi è 



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2&1 y- «. rtMOBi 

Deciso da Turno e dopo di lai Fallante, vaiuto per vendi- 
cario, al quale l'eroe Rottilo taglia la te^ta. Omnde è il 
dolore di Enea e degna la vendetta; il corpo del morto 
figliuolo è finalmente mandato ad Evandro colle quattro 
t-este <li Mei^nenzio, dì Lancio, di Aron e di Àfficaro, uccisi 
dal duce Troiano. Etne sono date dal popolo ai cani. 

Nella fu^ de' Buoi, anche Tomo s'era lasciato trasci- 
nare, riparando presso il padre. Colà ornai , vergognoso di sé 
steisiro, Ktava raccogliendo nuovo esercito, ed intanto faceva 
avvisare Amata ch'egli era in salvo. Viene a lui Camillr- 
con mille donzelle. Messosi in via, un indovino 

cb' era lemito mallo certamente 

lo avvi-'ò che lo scheggiale di Fallante gli cagìonereVihe la 
morte; Tomo rise, ma uno scudiere ammazzò il profeta dì 
sciagure. Un me»<so Regreto di Lavinia palesa ad Enea qnal 
nuova goerra stia per rovesciarglisi sopra, e gli promette 
da parte f^iia ch'ella morrà piuttosto ch'essere d'altri che di 
Ini. Invece del coniglio dei baroni, com'è in Armannino. 
Kegoe qui on battibecco fra Amata, Turno e Latino; ma 
c'entra anche, non si sa Ven come, Danfe (cioè Dranceì 
che sorge a ribattere vivamente l' accasa di traditore, lan- 
ciata da Tomo contro Enea. Amata lo minaccia di morte; 
Turno cerca difendersi dal rimbrotto che Dante gli fa d'esser 
fnggito, con dire che sapeva che alcuni volevano consegnarlo 
vivo ad Enea. Ad un tratto s'annunziano i nemici, (jui 
Messapo è cangiato in Mchjio; si narra d'un duello tra Ca- 
milla e Ministeo, e poi la morte di Camilla, uccìda con 
saetta avvelenata da Aron, che a i^na volta è trafitto da nna 
delle segnaci di lei, Aiitifeiuia. Arcon pure è messo in fuga 
con tutti i RiiMìni; Enea accide quanti prigionieri ha fatto, 
salvo quei di Laureato, che il poeta chiama sempre, certo 
per confusione, Jìicdlini, 

Si fa tregna: Amata penxa di far uccidere Enea s tra- 
dimento; niu questi, venuto in cittA, è di cib avvisato da 
Lavinia con un breve legato ad una freccia, ch'ella stessa 
gli saetta davanti. Enea parte. I duelli di Turno con Ini 



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UPM. E TUtD. ITIL. MEU. BtBtDI 255 

«nche qui sono dae come nel God. Lanr. 95, Tsle s dire che 
quando l'accordo Tenne turbato easi combattevano già da 
an pezzo. Strano e poco soddis&cente daTTero è il modo 
che Tomo tiene per non esser riconot'ciato, quando, violata 
la tregua, tntti si a&ontano ed egli fugge codardamente, 
mentre già si trorsTa a mal partito: 

Sopra de 1' «Imo si mine im manlcUo 
il qnd ai era d' qd buo dbr donullo (1). 

Fuggito lui, i Troiani fanno grande str^e; Lavinia è 
tutta contenta, egli pieno di vergogna e d'ira. Risolve al- 
lora dì riprendere il domani il combattimento con Enea, e 
lo dice a Latino; questi invece lo consiglia a ritrarsi nd soo 
T^no, piiiiia che gl'incolga sventura, ed a trovano ima 
sposa colà. Turno insiste; egli stesso manda su ciò an 
messaggio al duce Troiano e il domani si battono. Il duello 
Ila il solito Une, con l'a^ciunta che Enea taglia al vinto 
rifde la U'sta. 

Kon bo >« non parrà troppo lunga e minuziosa questa espo- 
ródone cbf ho fatto d'un poema, che, considerato dal lato 
artistico, è una delle cose più brutte che si possano imm^- 
Dsre; ma mi parve necessario a &r riiialtare le principali 
differenze tra esso ed Àrmannino. Che il suo fondamento 
principale stia nella compilazione del giudice bolognese, 
non v*è iilcun dubbio; e abbiamo pur dimostrato che il 
poeta doveva tenere dinanzi la redazione del Cod. Magi. 136 
o del Lniir. Gadd. 95. Ma tutte le differenze numerosissime, 
in iiipecie negli ultimi Canti, che fra il citato testo della Fio^ 
rita e il racconto da noi e^iposto intercedono, a chi si do- 
vranno attribuire? Al poeta non pare; prescindendo per 
ora da altre considerazioni, è da credere che e'' egli avesse 
avuto davuuti solo Àrmannino, l'avrebbe seguito fedelmente, 
tranne quelle leggiere e facilmente riconoscibili slterazioni, 
die qua e là abbiamo anche segnalato. 



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SB6 ■■ a. puou 

Idtm^ vediamo che ai comincia col mnbtre il nomerò 
delle navi di Enea, che da venti, come si ha nella Fiorita, 
divengono trenta, le ventidne di Pirro pia otto di fìnea me- 
desimo. Di queste otto navi, ultime non ho trovato traoda 
in nessun luogo; tuttavia ne si prenda il nnmero totale, esso 
. trova nn riscontro, ee non perfetto però tale da colpire, 
nel poemetto A.k\Y Intàligetusa: 

Evi eom'EDeaaBc entrò in nave 

Col SUD lignaisio i d^mIì e piti degni, 

E cose '1 mar ù nRMtrò kv soiva, 

E come avevaa trenta dne gran legni. (1) 

Certo trent&dne non è trenta; nondimeno non mi pure dif- 
ficile che tra ì due nomeri una relazione ci sìa; sebbene 
non Hi pOB-m del tutto escludere il caso che il verseggiatore, 
attingendo lilla sua memoria, scnnibiasse trcntiidne con veu- 
tiduo, numero delle navi di Paride, concedute poscia, se- 
condo la leggenda, ad Enea. 

Un'altra cosa giù da noi notata piti sopra è che fra ì! 
Troiano proprio e- la aofte^ Aipiila Nera c'è una strettis- 
sima relazione di contìnui^, e che V unico fiitto che motta 
nna certa con^addizione ira i due poemi, è quello di Giulio, 
figliuolo d'Enea, che nel primo è detto ucciso dulln madre, 
neW Aquila itera invece ritoma in vita e partu d:i Troia col 
padre. Ora che la narrazione dei primi XII Canti sia con- 
fermata e qua e là ripetuta nei 3i?g\ienti, iihbiinno anche 
avuto occasiono di mostrarlo nel nostro ria^^unto; non si 
capirebbe quindi perché in questo solo coso il versificatore 
dovesse allontanarsi dalla sua troppo naturale abitudine, e 
metterà, sansa motivo dì sorta (giacché Giulio non ha ol- 



(I) Str. Vt. Ola VMIt. Ael OrusicM, GmiUn. IMO. Si.Ktù ^iiI rlic ù ImHfla 
rarUm iH finita itttr Milliari'iii per l> IcsurmU d'Eura. qiiiii<1ii IuIIh riù rli'«a 
dio* (1 ridUM ■ pooo irto •l>-i quiltru reni «urrUrrltl; p» fvta nul iKatiiw ■ ne- 
Bmebe l'A. li ala iwrvtta del Amkih rf'l>'i>«i>,c<nitro riù clip allBnui il ManatlMl. 
lue. Btt.,pi|. ns.1. ti imvncln TCdcr* riatmdoilDn* dil acllrich, [wk. U1-31L 
éoT* è però Oa Kcutara n|>otm 4dla derlTUtauf «a VItcìIIìl 



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UPÀC. I TSiP. ITAL. DKLL EKUItC 2:ìt 

cuna parte speciale e apariece ben presto dalla scena), in 
contraddiidonfl con sé medesimo. 

Ha i naon t&tti nairati hanno poi essi ateasi qaalche- 
eosB di caratteristico, che c'impedisce dì crederli inren- 
doni del nostro infelice veri'Pggiatore. Si considerino l'in- 
trodazione della Dea StriKiitiìia e T annegamento di lalio: 
la prima è sofitdtnìta a Ginuoiie, Inlio tiene il luogo di 
Orotite nella tempesta Tirgiliauu; ma che queste Bostituzionì 
nano da attribuire air autor nostro non ci pare possìbile, 
giacché esse attestano una certa libertà di fantasia ed anche 
il some della dea ha un' impronta sua, che ci fa pensare a 
redazioni francesi. 

Poi le differense crescon di numero, man mano cbe ci 
6Ì avanza; ma sopratutto l'ordinamento diverso dato al rac 
conto dei prodìgi avvenuti per Lavinia , la celebrazione del 
niatrìmoiiìo con lei, l'arrivo di Amata, l'incontro di Enea 
nel giardino con Turno, l'uccisione del figlinolo di costui 
per mano d'Ascanio e tutto l'episodio, così mutato, comin- 
ciando dai nomi, della caccia e della ferita fatta al cervo 
di Fina, ci danno un comple?u«o tale dì varianti introdotte 
nel testo di Àrmannino, che formerebbero da sé benìssimo 
un tutto a parte ed nna redazione diversa dalle coQOHcinte. 
E qui mi sia permesso aggiungere che nonostante la brnt- 
tissima veste buttata addosso al racconto dall'infelice ver- 
seggiatore, pure è possibile scorgere in esso nn' animazione, 
nna vivacità insolita; i fatti succedono rapidi e ben colle- 
gati, i personaggi sì muovono non del tutto -automatica- 
mente, così che tratto tratto una scena, nn carattere fanno 
sorgere in noi il rimpianto che una mano più abile non 
l'abbia saputi tratteggiare, o piuttosto, diremo noi tornando 
all'ipotesi nostra, che una mano devastatrice abbia tolto 
loro quanto lì adornava e li completava, confinandoli nel 
limbo di ottave, che hanno un senso soddisfacente solo nei 
casi piti fortonatì. 

Abbiamo accennato ai nomi. Sì potrebbe ammettere 
qualche rara volta, che la necessità della rima avesse in- 
dotto il nostro versificatore ad introdurre in essi certe varia- 



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258 E. a. FAti'Uì 

zìoni; ma qui F tdterazinne ed il matamento coupleto sono 
cuiitiiiui. Ora l'À. ha delle tenilenze dotte ansai spiccate: 
nelle iuTocaziùci de' suoi Canti si rìrolge agli dei pagani; 
forse la stessa sua glorificuzione dell'Aquila iniperiaje ci 
mo.-tra un uomo che per le sue cognizioni è ftlqoanto 3q- 
periore alla schiera de' inoliti l'antastorie. Egli inoltre dell» 
fiuu materia f-i tiene: qui umu bi canta, egli esclama, dì Or- 
laudii e degli altri 

che*] mondo einpion di sogni, 

ma degli anticlii eroi etc. Ora da un uomo cosiffatto mi 
pare che ci aspetteremmo appunto esattezza nel racconto, 
che per lui rispondeva a Virgilio, ed enattezza nei uomi, 
che conriideravu rome storici; qnindi, avendo davanti due 
testi die per lui dovevano essere d'uguale valore, poteva 
altt.-niarli u piacere, ma min avendone che uno si sarebbe 
tenuto stretto u quello. Mu i nomi stessi ci dicono molto; 
lusttando andare llioiieo che in un luogo si muta in Pa/- 
ìaiiie e in un altro in Lutino, Rnmnete si fa lìoicrchio, 
Fannie Affkuro, Y Atijx d'Armannino Antifemìa. Sopra- 
tutto quest'ultimo non mi par davvero nn nome che po- 
tense venire in mente al nostro versificatore, o tale da essere 
adottato du lui, seiiz'altra ragione che il suo capriccio, in- 
vece del nome che aveva sott' occhio nella Fiorita. 

lì non trovar aufiScìenti riscontri alla nostra narrazione 
in altra consimile, fa si che il risultato, a cui ini par da 
venire, di una seconda fonte alla quale il poeta attinge^tse 
in concorrenza colla Fiorita, non ma pienamente sicuro. 
Tuttavia qualchecosa anche per questa parte abbiamo tro- 
vato. Co!jì accennammo al numero delle navi che, ^ebben 
non coincida perfettamente, pur s^accorda abbastanza bene 
e nel nostro testo e nelVJìitcViffcìua; così Creusa s'uccide 
di propria mano anche secondo altri racconti ; infine in nna 
redazione prettamente francese, quella cioè contenuta nel 
Fioretto th'tlfi lìibhia, il pa-Hiore Tiro si trasmuta, nell'epi- 
sodio del cervo ferito da Asrnnio, in Turno medesimo, il 
figliuolo di Tiro diventa quindi figliuolo di Turno, e iiuto 



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HPAC. I TKiD. ITAL. HELL* BSKtl» 259 

in ttu r.ic<:oiito come nell'atro viene ucciso da Ascanio (1). 
Àncora an altro piccolo riscontro, non ancor du noi ricor- 
dnto, con qualcosa di ciò che n narra neO.'' Aquila nrra, po- 
trebbe tornirci il Commento alla Divina Commeilia di Jacopo 
di Dante (2). Secondo e&M infatti, Didone si eareblje uccisa 
perche Enea, dopo averle giurato che prestò ritoriierebbe 
a lei dall'Italia, non mantenne la sua promeri.sa {'-i); e nel 
DOKtro poema abbiamo risto un Inogo, doT« questi la pretta 
di lanciarlo andare a conquistar ad Ascanio il regno de- 
stinatogli dai fati, che egli, ciò fatto, ritoriicrobbe a starsi 
con k'i f juT sempre (4). Pur insufficienti come sono, questi 
riscontri, incoisi ini^ieme con tutti gli altri argomenti da noi 
ei-posti, possono significare qnalcosa. 

Finalmente resta a notaru che mentre Armanuino non 
parla punto di Didone all' Inferno, il uostro A., in certi 
versi che abbiamo riferit», mastra di conoscere il tnttto vir- 
giliano che la riguarda pn'Ch^amente in ciò che ha di carat- 
teristico, cioè nello sdegnoso e sublime silenzio ch'ella serba 
ia faccia ad Enea. Animuttoremo noi che tale conoscenza 
gli venisse direttamente ùaìV Ji^Heidc'f In questo ca^o ci 
appetteremmo ad imprestiti dal poema ben piìt considere- 
voli; mentre invece, se sn^jponiarno che la redazione di cui 
ij versificatore si valse oltre alla JPiorUa, coiiti.'nessc questo 
tratto essa stessa, le cose si semplificano e m rischiarano 
assai meglio. 

II nome del misero poeta dell' .■!//« lia AVcrt è conosciuto 
per l'acrostico ch'egli ebbe cura di lasciarci negli ultimi 



(1) Tfdl |>ià .opti. v*9. "1>. 




(;r C*.w. «fta C«..(iwrf^rW.f«. Jl ti. i. 


«((rli«jh a Jii 


Binc.'bl, Ihie. 




(..| VMi C:u.to V, ». M «B- 





'Ila JeclmueiUgiunitUcunUeDa una biEva «tuili del *lic|tlo d' Elica, i~i 
fn cfrii tianiCDliri, dal Tinanl, al laggn ch« alle anli'iitl panile dJ rli 
1U trt^jit, areortail dalla Alga mpitllata, < Eiiva le prointnt di t«rii(ri 
■ multa lagrime gli iu>gglniiiia:'IaU counaeo, Ino deildvrlii ùdl hIi^iumi 
. VI tal ali plx.». Tnllo ctù uun lia alcnu lalura, imulié e Lvlilrnti'i 
niU blla da Ker ahuruul al Vaiaul, eoi aula fma 01 «niori la nuvv! 



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2fK» S. a. FABODf 

T^rsi dì ^na, Angelo di Fracco (1); ma ira tal nome non ci 
dice nulla, perche nea à trova ricordato, per quanto ai sa, 
in nessun ]u<^o. A Ini bì ToUe però attiiboire fin qoì sol- 
tanto quest'ultima parte dei venti Canti che in tette le 
edizioni stanno nmti insieme, ma secondo me non Te n'h 
alcuna ragione, e il poeta dei primi è quello stesso de^ 
ultimi , il qaale, nnendo gli ani cogli altri, intese a formare 
un unico corpo, die cominciando dalle origini troiane, con- 
ducesse il lettore fino al massimo splendore della potenza 



Gli argomenta die mi paiono più dedsiri a dimostrare 
questa mia affermazione (per quanto piccola posMi sembrar 
l'importanza d'una tale ricerca), sono: 

1." La iitrettissima connessione delle due porti, la quale 
si Tede ndl' essere i fatti della prima spesso ricordati nella 
seconda e nello stesso modo. LH ciò abhiamo dato qua e là 
esempi nel nostro riassunto ; la morte di Creusa ( tranne l' uc- 
cisione ch'ella compie di Inlio, la quale poi non è mante- 
nuta, forse perché non trovaTasi nella nuova fonte a cui l' A. 
attingeva) e il racconto di Enea a Didone. Ma ciò che gli 
spiriti troiani che Enea trova all'Inferno, gli dicono, è 
anche più convincente-, per esempio le parole di Creusa, la 
quale gli grida: 

.... tiadilor, vatti con Dìo, 
che di due cose certe p>do io, 

l'una il vegno di cui t'ho per sempre marcato il riso, l'altra 
che al mio legìttimo figlinolo sia riserbata tanto grande si- 
gnoria. 

2.* Certe particolarità comuni alle due partL D pensiero 
della grandezza di Roma si ha già nel C. VI, ott. 5, dove 
pare che parli Priamo : 



(1) T*dl Baiiu, loo.ett,v^.Kll. L**mnUMnBt>»WbaMa^-Jtifilaw 
Ai^tMt e /(hiHiKi Fn«Tl ni jMfcm /. n e è qlqnta dal tnL Balia twmitm, mi 
Vtn Al tucic dUOeiMl alò Al mgat, mi iuinmm /. Io onda eka U osai» p 
B^loa** naiKi dibniaaajicdcid'auletten di tro^o iq sa — ■™"". luto 
ck* «BMla Uaam oaàan BcU-atUno nno «dfonm, e tn «M aami dMtoli 



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urie. K TEIS. ITU. DELL*EEKIDZ 261 

• U calta due ^ mi« discendenti 
RUM eoDciooli dìeno edili ea^re, 
qakaU fu Ronu, die eoa voglie attenti 
■li <<faiaiiu, cb'io debba incomincisre 
la gran battaglia per miei stnimenti etc 

Ed anche in eutrambe le partì sì trora la notizia che la 
Sicilia si chiamava Tessaglia. Per V Aquila Nera i tsteì fii- 
Tono già da noi citati a pag. 250; pel Troiatto propria- 
mente detto si può vedere il G. I, ott. 6: 

per battaglia 

Cecilia eoiii}UÌ9tò detto Tessaglia, 

dove la notizia è attinta certamente da Guido delle Colonne, 
dal quale proviene le massima parte dei primi XII Canti. 
Ora è po^ibile ammettere che se l'autore non fosse uno 
solo, nna particolarità così fugacemeute accennata nei primi 
Canti, fermasse chi scrisse gli ultimi, sì che potesse ricor- 
darsene nel luogo da noi citato daW Aquila tura? 

Le reminiscenze dantesche sono copiose cosi in principio 
come in fine: 

III, 1 che mai Jason si bcesse bil'oleo. (1) 

(4 adorando li Dei falsi e biliardi. (3) 

IX, 1 Era già l'hora [che] con Irìsli lai 

la rondinella preom la Dialtina. . . (3) 

X. 13(i voci alte e' fioche e suon di man con elle. (4) 
Xm, 1 L'oqnila nera già nel campo d'uro 

fai mondo dominar tutt'a suoi figli, 
e molti coronar di quell'alloro 
che raro a tempo i Dei par che va pigli. . . (sic) (5) 
XV, S5 che vivo vai intra la morta gente. (6) 

e gli nltìmì versi dell'ottava stessa: 

che veramente questa m'è più doia 

che non 6 il fboco, che tanto mi noia. (7) 



(1] Farad. U, IO. (t) Fariid. I. IS. M. 

(a) w. 1. n. (•) i«/. viit-M liit:. 

{») Plug. IS, 11 VI. (T) Ctr. Ik/. S, ìt. 

(t) In/, in, ». 



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eie etr. Ceri« ««qiree^oDÌ e certe cnnose nsuuce attribuite 
ai giKirieri tornano continiumente: 

D, 49 p Ja&on, u JasoD, TsittMC tnUa 

in. Il £ qniTi dice l'Antar. die bai or hWi. 

o Medea, o Medea? Cfli è gna male:. 
TI, 38 O re Prìamo. qni dice TAnbM*. 

At noQ credi a Caanndn — 
XI, 70 Qoi l'Anloic paiia fieramente 

cunlra de' Greci, e <U lor riltade. 
Zn, 33 Quivi l'Aittorte] paria a non loeiitire 

Ter d'Antenon taìfo mescredente, 

dirtndo: Indilor pien £ bOire... 

E nàVJqnSa nrra: 

XIT. e9 Qui rAullor ri parta fieranaite 

cantra Dido{ne] con parlare aperto, 
dicendo a Ini. o lalsa miscredente, 
rome di questo n* aspetti mal mcrto. . . 

XTD, 29 QniTi l'AnUor* t>iasìnw(Ta) qnd Rene.. . 

Ogni volta che an gneiriero è ferito, n a &nà luetlìiare. 
TtdÌIo 

lontó in Troia a brsi meaficare 

X. (Ti; più sotto Arbille 

a disnioDlar ri andò ai farìgliiini 
e prestamente n fé' medicale, 

X 'ó; e nel C. Vili, 86, f^li stesso 

a medicarai andò al paTÌgfioDe 

e in qnd A al campo bob lomone. 

Co:') pnre dal C. XIII in poi. Tomo, ferito da una pietra 
nd i$alt.-ire nell'acqua 

. . . ;<Dilù a farsi medìrai« 
XTU. 46: e nel C. XVUI. ;!:! Jlink^tv e Camilla, feritisi a 



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IIFIC. E nU. tTlL. DELL BCtlDS 2f>f 

. . . ptweiA tnàatao dal in«fieo Ebreo 
p«r cnrare le [Maghe ch'avean bUt. 

À me Bomiglianze aìffstte nell' eapreseione pare che diScil- 
mente possano provenire da altro che dall'essere T Autore 
dei dne poemetti il medesimo. Certo non posso negure che 
mi fa qualche difficoltà la differeoza delle loro fonti , essendo 
□ell'^KiYa Nera eTÌdentiBsimo I'om) &tto di Armonninu, 
mentre il Troiano propriamente detto non pare ne serbi 
traccia. Tuttavia siccome non è punto necessario che le due 
parti siano state scritte contemporaneamente, si pub ben 
credere che quando l'Autore compose la prima non avesse 
a sua disposizione nessun esemplare della fiorila. 

3." La lingua, la quale è perfettamente identica, colle 
stesse immistioni di dialetto, colla stessa povertà ed im- 
proprietà, colle stesse forme scorrettissime. Per esempio in 
tutti i venti Canti ritornano ad ogni passo le forme depento, 
volto vinto ; viitfi venti ; defunta, giotUo, ponto ; pi-atai-ia c(tu- 
tarà, ritornaroe; mia migliaia {•.compagnia), vaia {lima); 
rason, eamisa, hittsiare, cassa coscia; mare, pare. Quer^to 
per la fonetica ; e per la morfologia : iere era ; pregamo pre- 
ghiamo, starno stiamo; apnxifdasca, donnea, verna; fes- 
simo facemmo; haressimo avremmo; lenire; combattanle , 
i/ioiante, vindante ; fugiando ; fornuto fornito , discendnh , na- 
Sfiato. Per il lessico osserviamo barba e harhano zio, niwo 
nipote, negotta niente, prvna brace etc Cava è usato spesso 
nel senso di schiatta, pregio, e anche impresa, cosi: ba- 
ron di gran cava, trovatosi a tal cava etc.. Ili, 29, XX, 74, etc. 
Caratteristica infine è la consonante semplice che rima con 
la doppia: prati (: atti) I, 100; sene sé {bene : venne) II, 3^i; 
partisse {-.uccise) HI, 2; Architetta {: quietai discreta) "Ul,^; 
mano (: velano : fanno) 69 ; Athene (: venn« : mene) VII, 104, etc. 
'^eM.^ Aquila nera: smisurati (:pati patti) XVin,58; traitaia 
{\ schiatta) 53; Romano {-.fano fanno) 61; serrati {-.lìaitì 
■.portaii) XX, 25, etc. Per me questo prova non solo l' iden- 
tità dell'Autore per tutti i venU Canti, la quale non vor- 
rebbe dir molto, ma prova anche che quest'Autore, chiunque 



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264 £• 0. pisoM 

^li fosse e per piccolo cLs sia roa<»« cb'egii fa alla su 
terra natale, era del territorio veneto (1), cosa che io fondo 
c'interessa molto di più, e cbe pnò avere realmente una 
qualche importanza per la storia delle vicende della ma- 
teria cavalleresca francese, in qnella parte d'Italia che prima 
raccolse e la rese frnttifera. 

CAPITOLO ni 

BREVE STORIA II' EKEA IN US RIFACIXXKTO DEL < TE80B0 > 

Ansai breve e non piì) formante nn tutto a sé, ma rac- 
contata come parte inte^ante d'nna serie di storie (2), à 
ha una leggenda sni Fatti d'Enea, veramente nuova, in una 
specie di rifacimento in versi del Tesoro di Brunetto Latini, 
che fu da me scoperto in un Codice non mai segnalato della 
Biblioteca Palatina, il numero 679. Quantunque dell'ori- 
gine e della composizione di tale rifacimento stia occupan- 
dosi altri, con competenza senza paragone maggiore della 
mia (3), non posso lasciare del tutto da parte la quistione 
della forma e della lingua del mio Codice, come queUa che 
getta anche qualche Ince sol valore della presente versione 
dei Fatti d'Enea. 



r»WfiirB t\t Umto ì'iHnpt M Carlt, firilt /art 
SonntJiia tilt tettrti ■ qn*l moAoI 



tlM,< 



(SI II clilirlu. pcot D'ADCDua, Il qniU*. qainll'iu troni U PbI 
•eni gii di qBkloli* tempo mi iltre Codioe. eonttiicnte iDoh'n» 
In Ttnt dal Tuira, Btoè n Può. M, ffU BO. cha on d pnb Trda» dneritto Mi 
Catti, ih CJJ. ravrtoNrkiml irlln fl. BOI. Kitt. Cruir. A Firmii. toI. 1, fuc 1. Snn 
dubbio 1 dna Codiai, brucila eiaacmio conttoigm p&rtl ai]« -propria , aoDO tn loro l*. 
UmMUcntp ìftit\ , HnoDcbi 11 PiDClatieUinn priwtiU uà Uniu amai aSiitto II*- 
lliSB ad t a*ul plji aataaoi nantr* Il Palatino 879 i ImporiuiW prr lo iladiii 
Uo(nl>tlH>. nuu-trindoal, eana ■onnuwmDO . Il paninto iBlamtrdlo da mi tnU> 
ftaDCMf In latto ad an tato In tutto ttaltano. n KintWnta tn I dnc CndM smu 
■oelM cfa* al mio mammiK) I ptlml TCnl. 



Diai.zodBjGoOglc 



D Codice pare del teecAo XVII, eoàecbé à si presenta 
come una copia assai tarda. Le sne dìmmsioni Bono 25 X 18, 
il namero dei fogli 183. Sol dosso porta scrìtto: Cronatù 
ddle sei età dH móndo, dorè qnello Htrano eronato altro 
non è cbe qb' erronea lettura di Trovato, che si legge in 
fondo del ms: 

FìHÌto qttette Trerale 

Siant Dia giorifieaU 

Elia Gloriole veiytM Morìa 

IniM nottri affari et «in ria 

Et diati fTvtia di ti far* 

Che pouiam bea ripooere. 

Il Codice comincia: 

Qneslo libro conUene Banera et scienza, 

co lo qn*le ciatcbuno homo pnote aoere cognoscenta; 

delia inappa del moodo ragioni che sona vere: 

a chi nuole ben ponere l'arno fien molto a piacere; 

e di quattro elementi le diverse complessioni, 

e dì grande antichità molle beUe ragioni, 

e del eorso della luna et del sole et delle stelle, 

delle sette pianete con certe qnistioncelle , 

Oe' dodici segni alai che intorniano lo moodo, 

e conterrà ragioni perché faè (1) fatto ritondo. 

E chi lo libro vuole sapere A intendere, 

conveoelo stndiare et leggere et imprendere. . . (3) 

Sono, come (q^un vede, versi che vanno cìascnno per conto 
proprio; nondimeno non sono ancora i peggiori; e si ag- 
giunge poi che tra questi, che in qualche modo possono pas- 
sare per alessandrini, se ne inseriscono degli assai pib brevi, 
di sette, di otto sillabe, i qnuli anzi a volte contìnnano senza 
intermzione per nn pezzo. 



(1) Qottla » lU uomli oba il liovnuiiio m foniM Tarlnll naemli In MtOBio, 
•Dite d*l Codlct, ed bumo U km nglnit neU* tranuiiU towU. 

(1) Tanto hi qaeitl T«nf Mm* nagU tUrl eba HgnonD bo oonHTTilo UiUtta 
uidit l'ortognOa dal Ondicc (tnnn* pa la pnotegflitaia ). aitndo rlgnardo al oa- 
ntUn apadala delU llugiu di man. 



Diai.zodBjGoogle' 



206 E. a. TAXODI 

Kun è nostro proposito studiare il perché di tali irreg'o- 
larìtit e Tariazionì; se il tutto si debba all'imperìzia de' co- 
pisti cbe si EnccedeyRtio, o se invece, come par più probabile, 
già nel testo originario dovesse trovarsi qualche varietà di 
metro. Ma qual era questo testo originario? Secondo noi 
non poteva essere cbe francese; il Tesoro in prosa fu rifatto 
in versi, e questi, copiati un gran numero di volte, vennero 
a poco a poco perdendo le loro senìbianze originarie e fa- 
cendosi sempre meno francesi e semipre più italiani. Uno 
dei passaggi intermedii fra i dae etadit estremi è appunto 
rappresentato dal nostro Codice, il quale trae quindi la .sua 
importanza da ciò, che servirà ad intendere in modo più 
esatto e completo certi fenomeni d'ibridismo linguistico che 
la nostra letteratura romanzesca ci offre, dai poemi franco- 
italiani del Cod. Marciano XUI fino al Buovo d'Antuna e 
agli tigoni d'Àlvemia. 

Di ciò che noi affermiamo numeroBÌsnime potrebbero esf^er 
le prove; io mi contenterò di accennare parole come ricit, 
m/irona o avirona, radicfna radice, pesrioni pesci in rima 
con nnsioììi, fusione in rima con nome, flamciiie fiamiuiinte 
in rima con anleitfe, essere in rima con macsfrc; o versi 
come questi: 

ITd filv!<nfo in un libro Hie lia nnnie Tlic^Hir 

(Ielle lem pci^e esto tTJndor. 

XX . ni) el xxMi tiiiltcns 

alle diritte uiigliuia delti Ta]iens(l); 

o finalmente, nel pii'^^n stesso che qui dubbiiuuo esami itaro. 
rìguiu-daiite la leg<^t;nda d'Enea, abbagli come quelli con- 
tenuti nei dne versi che Hegnono: 

Seromlo che dicano lì Romud Latra nume Sinibaldo. 
che Siiùlmldd «t £oeas cnore od «MMe comballero in campo. 



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SIFAr. E TUO. tUL. DKLl' EKKIDB 267 

Nel primo caso Sooianì altro non fd in orìgine che il fran- 
che rouians romanzi; nel secondo iroppo evidente traspare 
sotto il corìoso traTeetimento la frase eors a eors. 

Veniamo ora ai versi che interessano le nostre ricerche. 
Essi trovaniìì al f. 82 r, e noi, per la loro importanza e pei 
loro caratteri tntt' affatto speciali, crediamo bene riportarli; 

Hor dice il <:oDto che nel lempo di Sanilo ch'è detto, 

la ciltad« di Troia, ftié distmtla Analmente, 

et Eneas se venne in Italia con molU gente, 

donde iera uno ch'avea nome Latino le, 

homo savio, cortese et di buona fé ; 

et havea una figlia c'havea nome Lavina: 

hebhela della reina Hennellina. 

Enea» si puose in sul monte Albano, 

a pie del monte di Pontonno, Inngu l'Anio, nel piano. 

Appresso del monte havea una cittadella, 

et secondo ch'io trovo scrìtto, avea nome RoHella: 

oggi ha nome Artimino, ma non trovo perehé. 

In qoesta dttadella stava la figlia del re 

et uno cavalierì prodentùsirao, b^co et baldo; 

seconda che dicano li Romani havea nome Sinibaldo. 

Questi era il migliore per arme della lingua latina ; 

qo^i stava nella citta per guardia dì Lavina. 

£t perchè si sentia per orme di si alto coraggio, 

hellis.<Ìino dei-corpo et nato d'altissimo paraggio, 

creden bavere per moglie Lavina, 

et alcuno intendìmeuto n' havea dalla regina. 

Onde amava la pulcella d'un alto intendimento, 

et disiderava per amore della pulcella dimostrar suo ardimento. 

TX hor avvenne che so cagione ch'era sera alias (r. 83 r.) 

uccise una cervia della pulcella Eneas; 

credete che foHse bestia selvaggia, 

ferita d'uno chiavallecho a piedi d'una piaggitt. 

IiiL-umincìo99Ì tra Sinibaldo et Eneas nna fiera guerra, 

che d'anne ongnadie tromba la terra. 

La morte della cervia si recò la pulcella mollo a noia; 

havevala per ima grandissùna gioia. 

Et voltane Eneas venire a mandamento, 

in questo che alla poleella fiisse piacimento; 

et Sinibaldo wA consenti pas, 



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K. «. 7ABIHU 

die tetuM pure la gHon eoa Ebhh; 

et anti che U gncna ftuM flniU 

molti bomìni et Cafalieri tì perdeno la rìtx, 

el a SinibBldo non pam rìso, 

che ad UDO acoatiaNMi fné f«rìto innel Ttzo. 

Il re quando Io inteM, cb'en iti Ltunbardia, 

venne a Renella con tutta sna baronia, 

et quando intese 3 coTenenl« 

di quella gnem tue toqUo dolente. (83 v.) 

Poi il re s'inframeM tulio 

che SinJbaldo et Eneas cnoie ad more combtUeio in eampo^ 

et Becundu che trovo in nno romanso che tratta questa malen 

non si ricorda di si dnn battaglia et fiera, 

nù di sì grandi colpi, né di b) aspro slomiD 

come fué tra amidne in qnel giorno, 

che il re et tutti baroni si meraTiglìoro. 

Nel sole et Levante la meslea incuminsaro, 

el poi rbe il giorno fué venuto a dictuno 

non havea vantaggio l'nn dall'altro nn topino. 

Sinibaldo molto l'avantegf^ava del ferìre, 

el Eoeas il vanteggiava troppo dello ischermire. 

Hor advcnne che Eneas D feri malamente a scoperto; 

sarebbe suto meglio che della mislea si foste soferto. 

Or della mislea questa fué la finita, 

cbe Eneas a Sinibaldo tolse la vita. 

Et piacque Q fatto à' Eneas al re et alla reins , 

et hebbe poi per moglie Lavina; 

il reame per costd nAlb 

et bebbene un Bglio cbe Jnglìns l'appellò. 

U'nn'alira donna, fi^ d'nn altro barone, 

bebbe nn altro flgtìo che hebhe nome Ascanione. 

Ascanione r^nó dipo'Enoas; 

questi mnrA Fiesole che la fece Inuras. . . (1) 



(I) FlgUnolo di NembnU. Ood. t 



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UPAC. I ntAt>. ITAL. DKLI. S!(E)nE imit 

Non spenderemo molte parole sa questo curioso rac- 
conto. Per noi, come dicemmo, è endente che il testo pro- 
fi^ per una serie di trapassi da ana lin^a straniera ; ed 
ora aggiungerò, per una serie di trapas» inconsci in bnona 
parte, ma forse non tatti. La frequente disparità dei versi, 
se cosi si possono chiamare, dere indicare, a parer mio, cb? 
doTe era troppo difficile il conservare la rima, si supplì anche 
aggiungeodo qualche piccolo verso, o sdoppiandone uno in 
due; restando però sempre intatta Tìpotesi, che te lunghe 
Mrie, le quali pure s'incontrano spesso, di versi assai brevi, 
derìrino anziché da alessandrini, da ottonarii francesi. 

Uà ee la lingua era certo straniera, tale adunque Bsrà 
sUto pure il racconto? Qui troppo ovvio è il rispondere 
the anche -la prosa di Brunetto Latini era francese, eppare 
l'autore ano era toscano; che quindi ben facilmente potrebbe 
^sser staio toscano anche T ignoto, che rimaneggiando da 
Mpo a fondo il lavoro di lui, gli diede inoltre una forma 
poetica. Infatti la conferma di tale congettura si ha nei 
Dostrì versi medesimi: chi mai, tranne un Toscano, avrebbe 
fatto sbarcare Enea a pie del monte di Pontormo, lungo 
l'Arno, o saputo ricordar Rosella ed Àrtimino ? Pure anche 
qni sorgono delle difficoltà. D carattere francese mi sembra 
fortemente impresso nel nostro racconto, anche, io direi, 
nei nomi che furono sostituiti agli originarli ; ora questo come 
ai accorda colle manifeste allusioni al paese toscano ? Io 
credo che basti per conciliare ogni cosa supporre che tali 
alia^ioni fossero aggiunte più tardi ad una redazione della 
Storia d'Enea, che originariamente non le conteneva, e che 
qaeèta redazione originaria fosse francese, mentre toscano 
doveva esser colai che la rimaneggiò. Tuttavia non vorrei 
confondere questo rimane^patore coll'Ànonimo nostro ; egli 
ne sarà stato piuttosto la fonte (1), quella fonte cioè senzn 
dubbio ben più ampia, che nell'interminabile verso 



11 btio. cba nai Ood. Puelatlcfalmna la noMn IrMaBd* 
Itn t, ooncliuleDi ■Icnrs; mi lo crrdo cbi difflcllounta 



Diai.zodBjGoOglc 



270 E. <i. FiBon 

et Mcuoilo che tnivn in uno rnmanan che tratU que«U matera 
Tiene ricordata, quasi ad atUstuziose di veridicità <1). 

CAPITOLO IV 

l' < ACHILLE El) ENEA > 



Abbiamo finito col capitolo precedente di e^uniinare le 
redazioni poetiche della Storia d'Enea che ci vennero a notj' 
zia; ma non è improbabile che queste, come pure le redazioni 
in pros^a, e-sÌRtenBero un tempo in numero maggiore, e pnò 
anch' CRScre che qualcuna igiiota ne venga in Ince da nn 
momento all' altro, esRendosi sottrutta alle uo>tre ricerrhe. 
Senonché ci parve che come coronamento di questa parte 
del no<;tro edificio (quulunque ef;so sìa), non Rurebbc stato 
inutile dir alcune parole sovra un poem» del cinquecento, 
che, almeno nell'intenzione primitiva dell'Autore, può ya- 
rere che intenda continuare il ciclo de'jioemi cla-sici po- 
polari, o piuttosto compierlo, sollevandolo nella re^'ione 
dell'arte, al modo bìtcsso che avevano fatto pel ciclo caro- 
lingio YOrìaiulo Iitmnnornfo e il Furioso. K questolMcAZ/fi" 
ciì Eiiva (2) di Lodovico Dolce, poema di 55 Canti, ne' quali 
si ritratta tutta la materia AeWIUaOe e àvW'Euiìth-, ne' pri- 
mi 2G ed ia porte del 27 e nel 30 VHiaiìc, in tatto il renio 



ecM urcbbF lUM «oi-pr»—. M il f>ft immU ndlm prliuIniiuK nduioDc dtl il- 
(nciuivntn. E chF qoliMll ■!■ )ilnU»to ilm crMli'n rhe nnuK MIEliinta iliiBuit» l'i! 
UnU r luliinlinmtc unv ilifipcrliiltn. 

(I) I\>t»uiiiiD (fentbre m-l ciirì'au menni to. cbp iMiIdido rilnlto. qutcLa t'ia- 
cli1«LfB colli rcduluiic drl cm'i «rito Aaoulmu UclllaDD. IHT tMni]iio l'uRnrJii 

dubbili iBktto ewniiU, d» Don «iguUIuii nuli». 

fi) LArUlli ,1 rX«Brf,- Jf,.«r Luvoiifo DuuC, J«i .,Ul..u.^a ru^ifTa *«- 

rwanm» rie. Ym.7i»,Gkiltto.U&L<CSII. n Daln bob fu II mAo» liuti ru 11 drio 
tli>Hlc«; Tedi |>rr ali-nul iR«iul>n HUmlr, r (ht altre cph iluai. Il Qruuio. ni. IV, 
I«Rg 41^!', t Iti. A |<iK. <"• l'i rtuìUntlaat d'un .Ivnit'o.iinri,^! di llAUn m u- 
OH ALKIXt TIOUASOCHI. Flieuic lOlP. che lo tton ho pi'tBlii vrdi-rr. 



doyGoogle 



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BIAC E TMÀD. RAI- IWX^EniDI 271 

V^&tei^ trasportandola in ottaTe che tentano e nel colorito 
e nell'intonazione rendere VOrlastdo Furioso 

E^mineremo rapidamente la parte che a noi »oIa im- 
porta. Nel Canto Tentisettesimo, dopo narrata l'uccisione 
di Achille per mano di Paride e il dolore dei Greci, Aga- 
mennone raduna il consiglio dei capi, e propone di opporre 
tradimento a tradimento e di prendere Troia con raetosis, 
poiché non erano valse le armi. Cosi si stabilisce l'agiato 
de] cavallo, e rien poi raccontato nel eoo esito, traducendo 
alla lettera il secondo Libro àeìl'Eneide. Il Canto trente- 
simo ritoma alla materia troiana, ma noe veramente del- 
Vlìiaik, narrando la morte dì Polissena e di Astianatte; nja 
dall'ottava ventottesima in poi riprende per non lasciarlo 
più Virgilio, cioè il viaggio di Enea, dal terzo Libro retroce- 
dendo poi al primo, secondo l'ordine cronologico. È nata- 
rale che tutto ciò, quando Enea è ginnto presso Didone, 
non venga più accennato che in dne o tre versi. 

Del resto, Virgilio è da capo a fondo tradotto, senza mu- 
tare affatto nulla, con tutta esattezza; e ciò che solo in 
ijtialGhe modo ci mostra l'intenzione del Dolce di fare, anzi 
che un vero poema epico, qualcbecosa snl genere dell'Orlanf/o 
Furioso, è l'imitazione di certe qualità di qneeto più che 
altro ei'teriori. Quindi il Dolce nnl insieme la materia tro- 
iana e i Patri d'Enea, a bella poeta rompendo l'anità di 
azione, che al poema epico è necessaria; chiamò Enea ea- 
raline; sciolse l'ottava più che potè; cominciò i Canti con 
ciirte introduzioni soUo stampo di qoelle famose dell' Ariouto; 
prese da Ini l'uso (del rexto non certo di sua invenzione) 
di puF^i^are bruscamente dal racconto d'una cosa a quello 
d'un' ultra, mediante un semplice avviso al lettore; final- 
mente cogli aitimi versi d'ogni Canto domandò anch' eiMo 
riposo agli ndìtori. 

Tutto ciò non è certamente T essenza del poema arìo- 
steo, e mentre snlle prime l'idea del Dolce ci si presentava 
con un certo bagliore di novità, ora ci accorgiauio com'egli 
rimanesse affatto all'esteriorità della cosa, riiiiiceudo ad uu 
poema ibrido, non più epico e non ancora eaTalleri^sw, il 



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ZZ2 s. s. tiMom 

qoale, lasciando pur da parte il T^on d«Ì versi die noB è 
molto, merita l'oblio ch'ebbe in sorte. 

Ha era poi possibile che suo spirito anche più profondo 
e pia gfeciale che il Dolce non fa, attingendo dal popolo la I 
materia di lloma la grande e sollerandola nelle regioni del- j 
l'airte, riuscisse a darci nn' opera che corrispondeaee pel ciclo ' 
classico a quello che pel ciclo caroUn^o furono i poemi 
del Boiardo e dell'Ariosto? Considerate con attenzione le 
cose, la risposta non pnò essere che n^alàTa. 

La materia del Furioso era sgorgata Teramente dil po- 
polo, sotto l'impiUso di sentimenti viri e presentì, in tm 
tempo che sebbene già assai lontano ed oltrepassato di 
lunghissimo tratto, pure avea lasciato traocìe profonde di sé 
nei ciiori e nelle coscienze, e durava tnttaria nella non in- 
terrotta continuità de' suoi effetti. Per quanto ornai gli 
spiriti, di tanto progrediti, ripugnassero a fermarsi allo 
stadio di cui Orlando e i Pallini erano i rappresentanti pia ' 
caratteristici, nondimeno i loro nomi e le loro geste idea- 
lizzate continuaTano ad ottenere piena fede nel popolo, i 
sentimenti loro non erano in fondo molto divèrsi da qnelli 
che tuttavia si nutrivano, le loro armi stesse non erano an- ' 
cora in tutto mutate. £ la cavalleria, ornai non più che un 
nome, pare aveva sulle menti ancora un fascino potente, e 
de' BQoi aitimi bagliori s'illumiaava Baiardo, e cercava di far- ' 
sene come un' aureola intomo alla sua corona Francesco 1 (1). : 

Pel cido classico le condizioni erano profondamente di- . 
verse. Fondato in parte sopra nua confusa tendenza degli 
spiriti medievali verso l'antichità, il suo scopo principale 
era però stato quello di portare an contribato nuovo alla 
materia narrativa, che in qualche modo cominciava a parer 
troppo trita. Ma che ciò fosse possibile e che gli eroi di 
Ctrecia e di Roma fossero stati accolti senza alcuna ripu- 
gnanza e messi accanto ^lì eroi semìbarbui del medio evo. 
ri doveva sopratatto olle condizioni della caltnra e d^U 



doyGoogle 



wakc t Tuu». iTAL. dill'ekcice 273 

spiriti, fttinTsrso i quali passando le incomplete e super- 
ficiali notizie che s'aveTano dell' aoticliìtà , si cotorarano 
della loro luce, e si trasformaTano con tatta agevolezza se* 
condo il modo ed il costume presente. 

TSé gìongendo in Italia le cose s'erano mutate. I dotti, 
pieni di religiosa ammirazione per ranticfaità, senza punto 
capirla meglio, aveTano accolto come autentica storia ! nuovi 
romanzi e li avevano anche tradotti in latino, rendendo piò 
forte il contrasto; il popolo, al quale stavan impresse nel- 
r animo, qui ben più profondamente che altrove, le sue 
le^^nde classiche, s'era con grande favore rivolto ai nuovi 
racconti su' suoi eroi prediletti , e alle leggende antiche aveva 
posto accanto le nuove. Ma quando a poco a poco, nel pro- 
gredire degli studiì classici e nell'intelligenza sempre più 
acuta ed esatta degli Autori, il sentimento dell'antichità 
s'era venuto parificando e innalzando, fra la concezione 
popolare degli eroi classici e qaella dei dotti s'era rapida- 
mente accresciuta la distanza, il popolo continuava per la 
sua via, senza troppo sapere delle condizioni mutate, ed a 
lui si rivolgevano per tutto il cinquecento e parte del sei- 
cento numerose edizioni de' poemi di Troia e di Roma; ma 
i dotti lecevano invece Virgilio ed Omero, e ira questi ed 
i poemi popolari era cosi grande, così forte, co^ insupera- 
bile la contradizione, che nessun ing^no di poeta avrebbe 
potuto, tentando di viucerla, riuscire ad altro che al ridi- 
colo. Così si spiega come Lodovico Dolce, pur avendo forse 
we' primi momenti intraveduto un poema che facesjw. suo 
prò, oltre che della materìii veramente classica , anche di 
quella elaborata dal popolo, si fermasse poi, giunte alla 
pratica, a metà della strada ; ma si spiega anche come solo 
il Dolce, chi come lui non ebbe mai animo di poeta, po- 
tesse tentare una simile impresa, e non intendere che accet- 
tando solo le forme esteriori, sarebbe riuscito od una misera 
ed inopportuna imitazione, mentre attingendo dal popolo 
ispirazione e materia, tutto il Rinascimento sareblie sorto 
a protestare sdegnato contro l' indegna profanazione dei 
grandi eroi d'Omero e Virgilio, 



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s. a. Fuon 



III. UE REDAZIONI MINORI 

In qaesto rapitulo noi non intendiamo affatto dì esaurire 
la rìcercii intorno alle redazioni minori appartenenti al- 
ntiilìa, Jei Fatti d'Enea, ma goIo di fame ns rapido ef^ame, 
quale richiede la stretta necessità di dare anche per questa 
parte un compimento al nostro laToro. Cercheremo qoi 
pure di valerci sopratiitto del materiale manoscritto delle 
biblioteche fiorentine, che però non offi^ messe molto ab- 
bondante, e la cura di una trattazione più completa e Renza 
dubbio oHHai più concludente lasceremo ad altri, che v'at- 
tende con dottrina.e competenza ben maggiore di qnella die 
noi possiamo avere. 

Comincieremo dai racconti che più s'avvicinano al poema 
di Virgilio. Brevissimo ed inoltre di assai piccola impor- 
tanza è quello datoci nella cosidetta Historia Misceifa, raf- 
fazzonata Ku Paolo Diacono (1); ma ci offre qualche interesse 
il vedere come anche quelli che la copiano alla lettera in 
tutto il recto, giunti a quel magrissimo cenno si rivolgano 
ad altra fonte, per potersi estendere un po' maggiormente 
sull'eroe Troiano e sui principii di Boma. Cosi fauno e 
l'ignoto autore della curiosa istorietta della fondazione di 
Fiesole e di Firenze, che è conosciuta sotto il nome di Cro- 
mai de origine civiUstis, e Uortin Polono, se non italiano 
certo vissuto in Italia ben s Inngo, e fra Paolino Minorità. 



autne LitUuhiu <v 



IcUcTk p. cs. lU liDHVuso SuxunTUia, lUa. VQ, I 



Digli zodBjGoOgIc 



urie. B TKAD. ITAI.. »KLL EKEIDt 275 

Hai zieBce &dle ncercare le fonti di coi si valse l' ignoto 
Mito» d^ De origiHe dvitaiis, che secondo lo Ilartw^; (1) 
rìulinbbe al primo, decennio del sec XIII (2);' tattaris 
Paolo Diacono è ooa di qneate senza dobbio, e ad esso ap- 
partiene il racconto concernente i discendenti d'Enea, Nu- 
mitore ed Amolio, Romolo e Remo (3). Invece la parte che 
rigoarda la distruzione dì Troia e la rennta di Enea in 
Italia è tratta da nna fonte dÌTersa, a noi sconosciuta, ma 
assai pia copiosa che Paolo non fosse. Siccome tal narra- 
zione è pinttosto importante, giacché è poi quella stessa di 
Ricordano ìtfalespini e in qualche parte anche di Giovanui 
Villani, noi crediamo non inutile trascrivere tutto il luogo 
che ci riguarda, tanto pìil avendo l'opportunità di riportarlo 
da un codice finora, che noi sappiamo, non indicato da nes- 
suno, come contenente la favolosa Cronachetta (4). 



(t) Vedi poò la emamMloBi Bullo cliwu db* f» la pnpoMto a F*Ou, loc rit., 

(3) Hianna, op. elL, psg. XXJII. lU ìi doUtoIc eli«, ottn U ncconla. li Gru- 
luaketti eoiito tlla lattsn u»lM Tianailoul coma qnaata: < Bomwiiini igitnr Impo- 
rtimi qno oaqna Ab arordlo nUnra farà luiaiUk nequ liioTVDKDti* loto orba kiu- 

{*) i. a Cod. Lauri 
mata dal ■wnls SV. «d il qiula s 
da B. CoDcordio; qaalU dalla prtma oraaJoua di GleetoDa ooiitii^ Catlllna; U tMto 
di «I 11 tnMi; VEuait tradotta dal lAiwla. ed luBna Bu/r*tf«lii la Dluva. cb* 
noti è aa bob U doaldcUo Cantata iti Canlarì, piibbUalo dal prof. Pio It^ai a da 

t IIIiiiparA eh* (li ooiBlai aha aOBO agi alilano par Biolla aBUebltada diBianticata a1- 
qouitr bella aturle ■ dileltrTola, però |ll aitarloBiaehl a aaTl le comiiraHiDO a n- 
carolB pleCDlD tulnuvalBUBM più iBaBd fra la K^ona (l.jrfvrtii) il eoau. E wciò 
cba aleu» MlaBa M a'aUaeebe bBieoioria uegUarcBlaoda, eoai eonluolerò . . . >. 
nolacse; ■ [L]a città di Flnolt tot lAlaBiaU 7l«ala ptnib4 fn U noia a U prlBU 
ritta afaaaa la parti d'Earopia. Plitota, «una detto i, abe nonu IMatola pei la 
aHCtallti a piitoleuia ci» ti (Il ma./) In. e Fii-cai* p*r Fiortno, < Boaia par B«> 
BwlD, lì eoBW apar* ordloatt BteDla adrltto > . CoDfrmtando qaactl paail t qaallo 
da BDl rrralD ari tuto, eoa la tra rcdatioai pubbUeata dallo Uiama. i-p. dt. 
page- Tt-tt, al aeorga aublto eba il Bo«n Codice al tlaa* bmIIo piò atretto all'orlfl- 
nale latino ebe a Codice InccbeM e il ■faraeelllaBOi ael flae parò aa aa aucra, anni' 
deal platinalo col iBocbeae, ama pania, rimaaeado aampreplB a ad. 11 coxiiletto f i^a 
litt^miit. Eaoooehé, aa aol d rlrolgtan» all'altra redazloBi latiaa ora nota, qaella 
due, e>à da Bol cdtata. dal Lant. PI. SXIZ, H, iltomnemo * ledere oba il noitro t^le* 
traduce alla Iettar». E«u le flne della detta rnl»ioBe : < drltaa roro Fnnla prò »> 



Diai.zodBjGoOglc 



< (f. 74 r. ) . . . i gretà per grondiseimo bradimnito di 
notte entrarono nella dttà di Tròia, neU qnale ledono 
grandissimo taglìatoento di giente, si cIla qnasi molti pochi 



quift 1d dieta pari* EonplB prliu Bt hIb folti ut ntro le 
etfo «cripLiim est , foli dieta a pattai Flonotia a Flomio, Bom* A 
tra por ordiuem dauotatiir Uè. Eipllelt >. Tatuila fi Ood. Launn- 
nou i acDia dubbia l'orlfliiale nre della tradulone nonra, con* al 
ni in qneHtatd'aocordci eoi UafL 11, 67, eerla parole Intono a Fievole 
mcano. Infatti i[ p«MO ■ qnod enenlt occaelone Tenlorum at atellanun 
mperlpaaiD... > tao a • tulo aer et looni eacior eomprebatoi > (ed. 
M), Don al trOTA nel LaorenilaiiD. menln 11 usatra Codice lo icnae 
Ippollno vidde die 'I luogo di f leule era alleo sei mifllor 1do«o r 

> aoUo tale pianeta che dà allmrezza 
a tatti qncgU chu r'abltaDa.plli elv a quegli eheabltuuo ulano alRv luosn 
ta lena parlej e r|aaulii più al eelo en ne la fiomitàdel mnute, tanto è pia 
qjJfflIuTe », A quvalo jiaiilo ivgnc Dna uuoTa partlrvlarllà die non tnrfaKl 
ma dello dne vemioul latice, lua beniii, eoa ma^jiire vrolBlmonto, nel God. 
bagno 11 qnalf era dilamato 11 bagno Im- 
tà >. Il Liln JliMcltaa, come al sa, traKpooe 
tutto 11 paaaa. IpkIcuw con quent-olLlnio accenno, rimandandoli all' al timo no capl- 
tolcltn. Da lall nCraiU • da altri obe il potrebbero Im. el pare di doier eopcblB- 
dare. iht ora, obe nemuna delle due mlailoiJ laUue b alata naata. dal Ire Iradottorl 
Italiani, ma cbe probabilmente ne ealateva una alquanto più completa, che è. media- 
lamento o Immediatamente, l'orlglaalo di mal. H^ata perù aempre cbe claBcniioal 
dovrva arutlr tolto ad asRlunKcrt quilebrcoM di ano, non luTcntato, credo lo, ma 

Innebur, tbe argae all'aeecDiio del bagno • El ancora per lu qnrl tempo ira ri 

ni«i*TB ctlagliu cbe Inpirlurlo ri plano cb<^ ora ni dlcr Onuaonoro luAso alluofbo 
dbr II dici Hlgoai (Ed. Htrtirlg, pag, SD). Ui cbe 11 lago non ta«e un'luTco- 
(lont n>iJiYldaale, ul pan lo dlmoeirl no enrlnao paino carrlipoDdnitecb'lalra«go 
dal Cod. Pala). S, t, S, IT, Intitolato ei«nt . ma che è plnltwto ona Storia mil- 
temle (redi In H(ntt«). ItI il trora la leggenda di Fleaule. tratta pmbabLltoeBto 

■t'aigiDuta notarole: • Quella terra fu lu Italia In «a una mnnlagula. A piede era 
uno brllo lago. quale girerà più di cento miglia, ed era pungo più di trenta mi- 
rU» aetlteuila p«aal,al modo d'allora, 11 qnale il chtamaTa 11 lago blaseo, ■ qattt 
^'Dfnl tempo ati» bianco per II, aoblnto* di' a Tenti gli laeaTano fare. Quella terra 
Itele eHo molto base noran. e feeeTl dled lurrl forti , e fece bre palai! per Kaa 
abitare. Feelarl dm eosdotlo d'aqua lAa forni*» la tura > tnadnaTaae melina ■. 
Segna l'aceeuno ■] bagiH}, a poi la notliia cbe qurlla terra arem • tra purte pri>- 
elpall e 'arile altre pofiledle* |f. 31 I.). Qoaalo paaao del reato i già noto, polche 
tutu qneata brine leggenda aull'nrlglnc di Flenla tu pubbllcaU di aa dar Cod. 
MccaMUiDl dallo EiuiutiiR, per none MalMola-PlguoccU, Dell' opmeolo latUolata 
Cantaw mmli ili ASNOLO TOBIIil DI Fdeiue hw mai Jlu fui ttmmfale (•■ uhm tir- 
titUt Hill» lifiiH éi Fitttlt. vie. Imola. IBT3. 81 pno Infine cosfr. TiUiin, L 4. S. 



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lIFiC. t TBAD. rUL. DILl' EBKIDI 277 

Ciò fu Eoea, il quale eoo XX~ uomini ebe 
k parola di partirsi del paese; il quale Enea fne de la 
schiatta di Priamo, in questo modo, che Ansaracco detto fa 
fratello del detto Lionnati (1) e del sopra detto Troilo. 
Qa«Qlo Ansaracco ingenerò Dapino, e Dapino Anchise, e 
Ànchise Enea predetto. 

[Finanzi che Enea si partiase, si menb seco Amonerìa (2) 
suo idolo, e quella giente con la quale si dovea partire con 
grande pianto feciono sagrìficio a quello idolo, e doman- 
daro in qual parte dovessono ire. Ed e' fii loro risposto 
c'andassono ne le parti onde Tenne Dardano, c'aTea fatta 
Troia. E ancora (3) domandaro come e donde dovessono 
intrare in Italia, e Ai risposto loro: Per lo Tenero. E per 
voi e per gli vostri disciendenti saranno fiitte gran cose in 
Italia. 

[A]llora intrarono in xx nari e navicarono insieme per 
andare al detto porto. E inanzi che tì giugnesono ebono 
grande tempesta in mare, la quale prima gli portò a cCar- 
tagine che era de la reina Dìdo; e l'nna di queste navi 
pericolò e le XVIIU dimorarono in Cartagine. Onde rice- 
vettono grande onore da la reina, che ne fu molto alegra 
quando tì gli TÌdde capitati, imperò ch'ella invaghì molto 
de Enea (4). E sì tosto come Enea sì fu partito, ci fico la 
reina Dìdo nna spada pel (74 t.) ventre e ucisesi con le 
sue mani. E questa storia è qui posta brevemente, ma noi 
la troveremo qua inanzi più distesa nel primo e nel sicondo 
libro dell' Eneida , il quale fece Yergìlio (5). 



(1) Il liUno < tntcr dletJ HIod at flllna dicti Tio; >. t da eurracgen Jrl dilla 
JttOH • ih/* iti ttpn iiUt «ts. 

(3) Con. Mi^tmt. Àurl» «iiw ho i 
LaitTMiiluia, BantrB Del UaallibMhiiiiii 

(S| n Cod. (iKcWr». 

(*) Qnl U Dot» tm 
Ibi iDcnai IKlenUx. Uhhd n nolenta tH ptiet TUJlw pcmurUDl >. Iuv>« l'ae- 
ccnDo, elle legat. ilU morte di Dldgne, idsd» Ih intniDtia le redulgni latina e Mi 
Codtc* Xinteelllun; al tion parà sai InccbMe, col qaila U nostro Codic* para 
abUa «tiatll rappntl. 

(9)liibttj aagiM pid.eaplata dal madeilmo. l' Suiidt tradotta dal Laocla. 



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278 K. e. PAS0D1 

[Yjenendo costoro al porto, troTsro una città c'avea 
nome Albania, la quale era de lo re Latino, lo qnale avea 
una sna figlinola nome Lavina, la qoale sMnamorÒ de Enea, 
ed Enea di lei. Udendo queste cose nno re, il quale stava 
nelle parti dov'è ogi Cortona (ed erano chiamati Tomi ed 
era il primo re di Toscana (1)), al quale gli era detto di 
dargli per moglie la detta Lavina, andò incontra ad Enea, 
e combatterono insieme. Enea sconfisse lui e sua gente e 
accise Ini con le ime mam. Si che Lavina allora B^ioamorò 
più d'Enea ed Enea di lei, si che ^ padre gliela diede per 
moglie, ed ebene nno figlinolo nome Silvio, però che è ge- 
nerato in selva >. 

A proposito di questo racconto e di quello solla fonda- 
zione di Fiesole, osserva lo HBrtwig(2) che le parti mito- 
logiche che in essi troviamo, debbono esser pervennte al- 
l' Autore per via della tradizione orale. Le reminiscenze 
classiche, egli dice, che, secondo l'ipotesi più verosimile, 
erano state ravvivate nella sua patria per mezzo della col- 
tura dèlie scuole, son pervenute a lui sfigurate e mutile, 
come nelle scuole si dovevano insegnare. E così egli si spiega 
la confusione della genealogia di Enea, che non corrisponde 
a nessuna di quelle tramandateci, il nome di Dapino, che 
altrove non occorre, fatto padre di Anchise, i ventimila se- 
guaci di Enea, che proverrebbero da uno scambio colle 
venti navi sulle quali eȈ partirono, il responso domandato 
a Uitierva prima di inettersi iu viag^o, del quale sarebbe 
a ricercami la fonte nel racconto di Virgilio soli' andata di 
Enea all' oracolo di Delo (3). Tutto ciò è senza dubbio assai 
verosimile, e se anche si presentassero in questo caso par- 
ticolare delle obiezioni, la teoria non lascierebbe di essere 
giusta. Forse in sulle prime lo scambio ddle venti navi 

(Il Qimlo IniliD luiDU In pnlniuli* la i«dMkiiii UltM. tom X trvtm Ibttc* la 
do* ÉULiane, li UWIrm id 11 /.i6n> fum-laaii; Il .-lip alKOlfli-i Iona ria uppirlriHTX 
•n* rHlatlaiiF nrlEluirU. pUrclh' qncai» dnc imluilintl inwcDSODa, m qiuDIu f*rr. 



Diai.zodBjGoOglc 



UPIC. I TUD. ITU.. DELL 'ENEIDE. 279 

(eke ptn à rìtrOTsno più sotto) con Tentiinila uodiìdì desta 
dabbii pia forti; aoa tanto in sé, poiché come nna specie 
d'attrazione esercitata da un numero snll' altro si capirebbe 
ibbostaiixa, ma per dae riscontri, l'ano enattisHÌmo, l'altro 
un po' meno, che si troTano in on commentatore dantesco 
e in ana Cronachetta manoscritta. U primo, che è l' Ano- 
niiao fiorentino pubblicato dal Fanfani (1), scrive e ubo 
gnnde cittadino di Troia nome Enea avea parola dagli 
Greci di poterà partire con sua ^nte, e partisei da Troia 
raDu lesione, e eoA foe, di' entrò in naTitj nnovi con xz 
mila prawme, e Tenne ginso verso ponente per lo mare del 
Lione, et arrivò a Oarta^ne, ovvero a Tunisi >. (2). Ha a 
dir Tero T autorità di questa testimonianza si diminuisce 
molto, quando sì considera che è ben facile che l'anonimo 
stesso abbia attinto alla Chronica de origine eivìtatis o a 
qQ&tche sua traduzione, tanto piil che la storia di Fiesole 
segue proprio immediatamente dopo. Resta la Cronachetta 
inedita, della quale parleremo piil ampiamente fra poco; 
essa è contenuta in due codici Lanrenziani, uno dei quali, 
eh' è in dialetto romanesco, è la traduzione dell'altro, eh' è 
in latino. Ora ad Enea sono., in essa attribuite miUedue- 
cento navi e trentamila uomini, e un numero d'uomini 
poco minore vien conceduto anche ad Antenore e ad £leao; 
strano è pero che 'si dica nello stesso tempo che le navi 
d'Enea erano quelle di Paride: < Eneas senne piirtio coli 
navi ke abe Pari, qoanno già per Elena in Grecia, da lo nu- 
mero de MXII navi, et annaro cum Enea XXX. M. persone. 
Ad Antcnor remasero XXV. M., od Elenum, Ectiba et ad 
Andromacham XXII doi {sic) M. L'altra granne umltitu- 
dine annaro cum BrutuH . . . > (-1). Certo questi numeri Kutio 
abbastanza straordinari e non so ne altrove ai rinveii^uno (i ): 



{!) &m«tHi* Mt D. C. <ri>05i»o r 


lOMSTOo M .,.<•!<, ÌLI 




BoloSD», IhM. 


(SJ W. VI. I ,B,.. p«. IM. 




|S| COd. US it'GaM. iiiifiu-, f. • r. 




(0 SI pah notn et» O^tuu. TImu. 


m Attrlbitl*r« md Enet i 


Ib™» k ir^étHi Crm,.Ma i-iy-nllt H 


kcalu. v«dl In -c«..iw 



Diai.zodBjGoOglc 



E. a. PUODI 

IO Tediamo subito che poco oso potremo lame rì- 
1 nostro tento, giacché il numero delle navi è ben 
l'oci^rdarsi, e gli altri non po^ìHiitmo riiìcontrarli, 
ti D'; origine civitaiis non si trovano. Sopratatto 

dei POKpetti quella menzione delle navi di Paride ; 
mere di niilledueceuto sia anche qui un errore, in 
e modi) sorto, per ventidue? E allora anche i 
i uomini di Enea non potrebbero essere provenuti 
lu e «jiiuttrocento che ci eod dati da Darete, e i 
lemila di Antenore dai soliti diieniilacìnquecentod), 
setfuito per Eleno e Androntnca-' 
ÌKpoNta è difficile darla e noi non la daremo; ad 
u però sembra che da questo breve esame risulti 
esi dello Hartwig rimane ancora In più verosimile, 

parte. nnimeK.«o pure come pnò Wn essere, che 
.ntore della fnvolohia Cnmach<-tta fiorentina iibbia 
i nitri, questi a sua volta dovrebbe aver messo 

una numi7,ionfì nel modo che lo Hartwig propone, 
I fi farebbe c-he risalire di qualche ^rado più in 
[>mc si vuole, nel racconto c'è ancor di notevole 
air iunumoramento di lj;miiia e d'Enea e la cnl- 
del ri'trno di Turno in Tosi-aim e della seih' di 
on». II primo fatto introdurr on elemento che 
l'oripiiie francese, «1 attesterebbe quanto antica 
wrana In diflfusione di certi racconti romanzeschi : 

Keinbnt indicare che il vivo interesse che le cre- 
hv tradizioni destavano, spingeva le varie pro- 
viene la Hede, quando lu vos» non riuscisse troppo 
lente asttnrda. Noi ne abbiamo già veduto uu 
'Sui più bello nel rifacimento poetico del Tfsom, 
iibbiamo parlato, il quale fa sbarcare in Tosraoa 
(I e mette Turno e Lavinia in Rotelle, ideutìfi- 
krtimino (2.). 

igni mia nrllliira II V. <i ■iii'ltr li. t'. iNitn-blic iiilrtwrv iD qulcli' 
lui |Vr iill litri uiiuivr. li ca>a |ar |>iù •IltfirilF. 
M.Bl. XXV.era rimirar. In Ir ilirr oh. certi J-ii«:..i(. n-ii... dtl- 
tlnialim.Fjiuqnr>U1rj:,(«l.(Ìf'-F»o* T.. Ial> nnltila: < Cntcni 



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SIFIC. E TKAII. ITAL. DELl'eKEIUE 281 

È cosa nota a tutti che la Cltronica lìf orii/ine rìcUor 
lis (nella redazione del Libro Fiesohino) si trova qunsi piT 
intero nel Malespìni^a qualunque tempo e^li appartengali}, 
e che anche il Villani molto ne attinse, sebbene meno pedif- 
eeqii aulente. Del Malespini quindi è ornai inutile parlare; 
invece spenderemo alcune parole intorno al racconto che il 
Villani fa, ampliando assai e mutando quello che nella 
Cronachetta trovava e tenendosi molto ntretto a Virgilio. 
L'ei-oe Troiano, partito con tremila trecento uomini e 
ventìdiie navi, approda prima all'isola di Delfo, errore che 
trovasi anche altrove, invece della virgiliana Delo; poi, 
avuto quivi il comando d'andare in Itulia, giunge in Ua- 
cedoniit, dov'erano già Eleno e la moglie ed il figliuolo di 
Ettore. In Sicilia gli muore Ìl padre; per una fiera tem- 
pesta perde una nave, ed è costretto a rifugiarsi in Africa, 
dov'è benissimo accolto daDidone. - Ma al solito, quand'egli 
parte la regina s'uccide. « E chi questa historia più pie- 
namente vorrà trovare, legga il j>rimo e secondo libro del 
Sneida, che fece il grande Poeta Virgilio ». 

L'approdo ad Aceste, ì giuochi per l'anniversario del 
padre, l'andata all'Inferno sono appena accennati e non 
c'è nolla da notare, tranne le solite riflessioni sul modo che 
quest'andata potè essere, o in corpo e in anima, passando 
per le caverne di Monte Barbaro sopra Pozzuoli, o per 
arte magica, o per virtù divina. Giunto alle foci del Tevere 
e conosciuto per segni ed angurii che quello era il luogo de- 
stinato, scende a terra e cominciano a * lare loro habitacoli, 



n dfllfl priiDc BlIU di ToKui • Twiio ■• li ed abba piiiu noma p» lui ' 
'«òc'c UptobablUtiiElielaBotliUiliittliiU, eoina iatr« alnlli ab; ]■ jir 

U httlA niRsirlt* -dal noma di Tiirni cha ivi il trora dato aj popoli au*qi 

(I) Pira anni annrr« più probaWla. ooma il u, dia al tntU d'una i 
uuriora al Vlltanl r rhe atUoM da Ini, MUiebe d'un Oldflatora. I.ei> 
iTori prtcrilFDtl , troiipo ddU, al pvb ora ««dan un nowvola artloola di F. 
T. Ko«ii, iatQtvt a iwt fOfi itila Cnnatt XaUi^'nATHa , la Siam, «far. Ji 
•tara iUl, Xm, mill. n paawchatntladlEHialtnnanenaCtui»» 



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282 t. 0. ruooi 

« fortezze di fossi, « di Iq^iLame delle loro nari, e quello 
laogo fu poi la Città d' Ostia ». Le fortezze erano fatte per 
timore de' paesani, co' qaalì ebbero &eqoeDti batti^lie. Ha 
Latino ricevette Enea graziosamente, e ubbidendo a' snoi dei , 
gli dette in isposa la sua bella figliuola ; d' onde grandi gnerre 
fra Tomo ed Enea, e l'uccisione dal grande gigtoUe P(JUis 
per mano di Turno, e per mano dì Enea l'uccisione di 
Camilla < ch^era maravigliosa in arme >, è di Turno me- 
decimo. Allora il vincitore sposò Lavinia, < la quale molto 
ornava Enea, ed Enea lei >, ed ebbe la metà del r^no, e 
l'altra me^ alla morte di Latino. Morto anche Enea, 
Ascauio che gli succedette, lasciata Laurenza a Lavinia, 
fondò per sé la città tP Alba o vero Mbania, così chiamata 
dalla bianca troia, che nel luogo dov^essa sorse aveva il 
padre di lui trovata, nel suo primo arrivare in Italia (1). 

In questo racconto sono da osservare parecchie cose, e 
Bopratutto che appare formato attingendo da varie parti. 
Alla Gtronica de origine dvHatis appartengono evidente- 
mente la genealogia di Enea (che noi non riportammo, ma 
nella quale figura il caratteristico Dapino o Daphino), la 
collocazione di Turno in Cortona, (che poi l'Autore, cono- 
scendo d* altra parte il racconto Vitaliano che lo poneva in 
Ardea, è tratto, per mettere d'accordo i due scrittori, ad 
identificare con questa), l' innamoramento di Enea e di La- 
vinia. Anche la soppreNtiìone del rogo nella morte di Di- 
done s'accorda colla Cronachetta; e infine in nna speciale 
redazione di essa, cioè nella traduzione da noi ritrovata, 
hanno un curiosissimo riscontro le parole; « E chi questa 
historitt più pienamente vorrà trovare legga il primo e se- 
condo libro del Enoìda, che fece il grande Poeta Virgilio >. 
Il Codice Qaddiano scrìve invece: < E qoe^sta otoria è qui 
posta brievemente, ma noi la troveremo qua ìuauzì più di- 
stesa nel prìmo e nel :<econdo libro dell' Eneida, il qoale 
fece Yei^ilio >, e a noi pare che l'accordo delle parole e 
dell'espressione sia tale, da potersi difficilmente metter in 

(1) Viiiua,«w«/er(n(.M(, Llb. I «p. I-M (iu ifcr. ». &r.. XUI), 



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BIPAC E TKAD. ITAL. DELL ESEir« 2KÌ 

dabbio cbfl proprio la Dostnt Tersiont! non hì-a istut» r^utt' tic- 
chio si Villani, mentre scriveTS, non nel Codice cfa« ci 
resta, il quale apparendo della prima metà del sec. XV è 
troppo moderno (1), ma Ìd quello da cni esso fd copiato. 
E dò ne asaicnra di an' altra cosa: il Codice originale do- 
veva esser composto nel modo stesso, cioè olla Cronachetta 
seguiva YEttdde del Lancia; odniiqne questa, e non il testo 
latino, fa nota al Villani, il quale se ne valse per comple- 
tare il racconto. 

Trovate cosi , senza cbe ci possa quasi esser dubbio, due 
delle fonti del nostro Autore, meno sicuri si potrà essere forse 
d'una terza, la quale consisterebbe nella Cronaca di Hortin 
Polono. Si sa come ottenesse grandissimo favore a Firenze 
e come il Villani ne attingesse largamente; or^ ancbe in 
queKta parte della sua narrazione la ricordano le ventidue 
navi, Mwtitaite alle venti della C^romea de oriffìne eimtatis^ 
e i tremila trecento (2) uomini sostituiti ai ventimila, ma 
sopratutto forse quel * grande gigante Pallas, figlinolo di 
Evandro, re di sette colli, ove è oggi Boma >. Queste 
ultime parole trovano un perfetto riscontro in Martino: 
< vade ad regem Evandmm, qui r^piat in septem montìbua, 
scilicet iu eo loco, in quo Boma postea condita > ; V epiteto 
poi di gigante dato al figlio di Ini, ha la sua ragione in 
ciò che Martino stesso «^ginnge, dopo detto che Turno 
l'uccise: < cuiiis corpus et sepulcmm postea in urbe Roma, 
tempore Henrici secundi inventum fuit, quemadmodum infra 
legitur >. Infatti dove tratta degli imperatori inserisce, 
sotto Enrico [I, la solita narrazione della scoperta del ca- 
davere di PaUante, che d* altezza superava le mura di Roma, 



(Il VenuBfBt* li Bunaiul iSn/ifì. II, lT-t«) Io *otRbb« OalU In* del MC.XIV, tua 
alwìtttot.JUiB» IXitlÈt*. f. «BH. n/'.n,l3U)c»di>BOilail«nutoplàr«*n(«. Vkì 
Mio 1 gnil ■propiniti dluKHtmiw stw U UrniiKdiiittB SonoUiu èoopli d'an uin- 



K parò ■!■ DiXirt ci 
btU aiH-ba u(4 in 



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284 E. a. fàbodi 

eoa nii* enorme ferita nel petto e sul capo nna lacerna che 
non si riesci ad eetinguere, se non dopo praticatole sotto 
un forellino (I). 

Questi riscontri rendono certo assai probabile che Mar* 
IJQO abbia portato il ano contributo all'elaborazione del 
racconto del Villani, relativamente tanto brere, eppure for- 
mato di così Tarii elementi. Solo bano solvere qnalcbe 
dubbio certe particolarità che in Ini non ai trovano, come 
sarebbe la notizia che Cartine < oggi si chiama Sari > ; 
la spiegazione, qaalnnqae ella sia, del viario di Enea vA- 



sat InoOROptiUB. Ooldc TOlsol* bratai, 
tbeb^t , oorpiu TBTO ■lUtadlDUn mml Ttn- 
u >d a»pn4 ipftliu ivTnbL eat, qiie &cc flato biUd^ ni potentr 



SS. OnglJcImo di JiIilmMbiiT]> . dUto Ani OBSODBonm, op. dt. IV, CSI. a dil Coh- 
rAurn, op. clL □. 8B, a, 1, vnnle cfas la (coperta lb»c titU ori lOtS, « con mi 
aaaolD x/ ii tatti» Ominiji tok TiLnm. Olia Impirialia [Ed. Llcbncht. Addo- 
*ar, 18M) p, 18. AnUriora però a tutti coatoro parlava |ii dal rltnxaarDta Hm- 
Bica Tox ViuiucEnglla ina £«nV( ( cdla. Ettmflllor.IJpala. IMI, p. 33fi ) , cerne (a 
oaaanato dal Pxi', latri, /. Bti*, n. ShbL Ultr. D, 1* i tgll però Io paaen al tgsii4 di 
FaderlgD L n Pey atopttee di troran U fttto aarralo < daM plaUCDra cbnnl- 
niqnea dn XV.' tlè«l* a( uMaiiUDMit da» le DomlDltala Felli Fabei >, dis nuta 
parò rederie» I In Buloa IL Srldentementa U FabK atUsM da UartlDO, « dò 
ounfaaat fflU ateaaa : < In cbmolca Martini nollatni > ; ma neo par* ebs di lai Desi 
■1 icndeaaa ntlOD* Il Paj. £ notarale sfaa 11 fiocuccio, Cnml. i. Dti. a. Tura; al 
valga di qnaato TaccontoiK'rdImoatnTa UTcrltl dall'aaaeniinedi Virgilio, Im.XU, 
M9 aeg.t che Tono aoa|lliiaa oontn Enaa un anoma laaao. qnala 



a per dubitar quindi di 



Diai.zodBjGoOglc 



KVAC. I TUD. lUL. t«tJ. EICBIDE 2lS> 

rinferao; la menzione di Ostia; sopratntto la novità cu- 
riosa di far ncddere Camilla ad Enea. Onesta noi la tro- 
rammo gii nei f\itti ([Enea pubblicati dal De Marzo, ma 
DOS è certo il caso di sospettare qoalche relazione tra i 
due racconti; nondimeno mal ci sappiamo indorre a credere 
ad un arbitrio del Villani stesso, e pinttoato penseremo, 
giaccbé elementi bastanti ad ammettere una quarta fonte 
non par che ci siano, ch'egli, dopo nna lettura fatta in 
fretta AèWEneìde del Lancia, ria&somendo di memoria, si 
lasciasse trarre a quel non difficile abbaglio. 

Dipendente dalla narrazione del Villani , ed anzi da lui 
copiata quagli alla lettera, è qneUa che fa Ser Giovanni 
Fiorentino nel pno Pewrone (1). Solo ci sono qua e là delle 
variazioni, come sarebbe che Enea parte con Creuea, della 
qaale non c'è poi detto che cosa abbia fatto; ma sono di 
minima importanza, e si riducono o od abbreriazioni o a 
(jnalche ampliamento rettorico, di cui si può recare ad esem- 
pio il diiicorso di Didone ad Enea, che mole abbandonarlo. 

Abbiamo parlato di Martin Polono, e poiché egli, avendo 
vissuto si pnb dire la massima parte delia xuu vita in Italia, 
dovè valersi di materiali italiani, e poiché la diffasione che 
in Firenze ottenne fé sì che spesso si attingesse direttamente 
alla Eua Cronaca, non sarà inutile indicare ciò che v'è di 
caratteristico nel racconto ch'egli fa della venuta di Enea 
ne] Lazio, il quale del reato è brevissimo. Anche Martino, 
come accennavamo cominciando il capitolo, copia volentieri 
Paolo Diacono, e di lui sono i tratti che precedono e che 
seguono la no^^tra narrazione; questa invece ne è indipen- 
dente. Ma donde la tolse? L'editore di lui, il Weiland, 
crede che l'abbia tratta da Virgilio (^), ina vi s'oppone, mi 
pare, il numero delle navi con cni Martino fa venire Enea 
in Italia, che nell'ultima redazione della Cronaca è di do- 



lalel Ittllul, 1«M, In 1 Tel 

Un. XVI. 

t Vertali Aurldt 1. Vm. < 



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2S6 E. a. HxoM 

dici, nonché T errore di credere Tomo già muito di La- 
vinia: « qui fmt geser Latini, eo qnod filiam liaTiniam 
haberet in nxorem >. TatiiaTia anciie qui molto gì potrebbe 
atbibuire al laTorare di memoria, e il numero di dodici delle 
navi di Enea potrebb' esaere cbe à trorasae in qualche ma- 
noscritto di Darete, avendo V amannense dimenticato il pri- 
moX(l). 

Collegata per la prima eoa parte con la narrazione di 
Martin Polono è certamente qnella ben più estesa di Fra 
Paolino Minorità. La Cronaca dì costui, cbe ha per titolo 
Spcadum Pauìini, trovasi in tre manoscritti della Biblio- 
teca Laurenziana (2), che sono descritti dal Bandini nel 
voi. IV, 155, 158, 161 e portano i nameri I, 17 e IX dei 
Codici di S. Croce, PL XXI a sinistra. Perb tra questi, il 
numero IX è acefalo e non comincia che alla guerra sociale 
e a Giulio Cesare, cosicché noi non ce ne possiamo valere; 
il num. IV pare piuttosto nn compendio che l'opera ori- 
ginale di &a Paolino; resta il numero I, cbe ha sulla storia 
troiana un Inngo racconto, attinto da Darete Frigio, e a 
questo fa seguire la storia del viaggio di Enea, per la quale 
è certo che Virgilio è U fonte principatisBima e si può dire 
unica, tranne che in principio, dove la connessione con 



(I) L'cdliloiw del UKnTn, Llfiali UT3, noi eiU iwrd stmoB bl cbe tblilm 
Uli' rrron. di» hIo uno ehs hm CC. nignirdo iIU Cnucs di UwUa Polooai- d» 
DiUra dia fii anrlip tridotU In Italiuxi, coma dal roto d u (cfr. Ciakpi. Snjgia 
f«i nHlkc «HinriiziKMiKli iutiilt irUm [mite di JT. !>.. WIuio, 1817, a rintrwla- 
Etone alili OraDvJi atFW.POTK, Srrift, XXII, pki< >U], ■ cba Boi» maoKrlttl. 
□Itn > qnrlll de' qiull [a diU pabblicwaaiiM bdUbUi, nt asMone aalla UbUatccIn 
lIorfDUDc. Io tAMlicrò di ono ImunanUria, oba crrdo ala flirani stnEBlta aUe ri- 
mrcba altrui, pcnUié la Mao la Oraaa» i faucrlti a tu init* d'nn'illn opera, a 
imxln d'IntrodnzlDTia. È qntnMIl Cud. Haiti. H, I. M, eba ronlleiH fra li aItneuH 
Il lolita iMcnim, al quale perii i premeaaa no po' di «toria nnlTcnale , compicudmc 
I tatti aotorloTl: ora qneata t compscta, per i primi tre lOall , (9-tT. d'una traduikme 
drl Oiuiri, Id Kimito poi della detta CRRiaca, dal f W r. al M r. trinnimido eoa 
ena fino a tatto 11 eapltolo Iltlli ;rauifr mmtiitlit rir apvraiia ■'XeiHiiui. al qnala 
oorrlapoodoDo nel Forti le pagg. «W-MX, Pare cbe dbahigii» al Suicsi. il iiiule 
ncll'Intfodiiilone al tiitli di Crttn, pag. LXI, parla non drl tatto caattanwBt* di 
QDHlo Cndlcf. 

(1) Clr. BUNU. filaria Mia MUrnlHra «aliami, m. tt. In nata. 



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BIFAC. I TBAD. ITAL. DELL BKEIDB 2fi7 

H&rtÌQ Polono è eridente, sebbeae non fa possa dire con 
tutta certezza di qaal genere sia. 

D racconto comincia colle parole stesse dì Darete, e su- 
bito dopo si hanno i riscontri con Martino : ■ Eneae , quod 
Polixenam absconderat, imperat A^amenon ut inde absce- 
dat. llle aquisitis XII navibus, Gnm patre Àncfaise et Slio 
Ascaoio et UMMCCG ririe absque mulierìbus, Sìcìliae ap- 
plicuit, ubi Anchiaes obiit. Inde in Itoliam oaTigare ea- 
tagens, tempestate suborta in Africani polsus, ad locum 
tandem perrenit obi condita est Corteo. Ibi vero contracta 
mora, monetar per sompninm placitum fore dìis ut mox ad 
Italiani transeat. Erat bic nigromontàcna ; nxorem Creusam 
diis immolarerat. Cum vero applicniseet ad portnm ubi mare 
Tyberis inflnit, in sompnia audit a diis sìbi temim illam 
concessam, et KraDdri qui regoat in VII montibus utatur 
nnxilio. Kt hoc illi signum: cum procederet, snem albam 
culli XXX fìliis albi» ìnveuiet, es quo eventn civitas postea 
hedifficata Albannm Tocatiir >. 

Ho riportato tutto questo ptiMso appnnto perché si poM>a 
confrontarlo con quello corrispondente di Martino ; la rela- 
zione risidterà troppo chiara. Il numero delle navi, che è 
caratteristico, s'accorda perfettamente; l'ordine è lo stesso, 
identica quasi anche la frase (]). Ciò condurrebbe a sup- 
porre che frate Paolino attingesse dal Polono, che gli è al- 
quanto anteriore; e tuttavia fa difBcoltà il considerare che 
in tutta la parte precedente egli si servi d' altre fonti , 



(1) CIU 11 pt*M eorriKpondsDU di Kartln FdIodo : « Xxlenuil Inda Enr»* st An- 
tUaf pater eia», et JUcutna Bllu* Ehi: at lUTlganMa 11 utUiu . dcmf runt In 
Skjllam. Ubi AaebWa patni mortno, cnin TvUent narlisro In Ttallam, por Irinpe- 
abum maria deTsnaruotin AUrleain. Ubi aDldona regina, qua CkrUtagliicin dldtnc 
f miatnnlaar. nlmlnoi adamataH, poat alLqnanta mora CDntractnm, rirllcta Djdone «t 
AbicB, In VUlUiB ddTcnll. Ubi inm In portoni, nM Tjilicria Influii mare, ap|<lt- 
cniacBt , dietnm aat ri lu aoupnla: Vada ad regam Bmidmiii, qal rrgnat In 1 man- 
tnma — adllHl in co loco, ubi puiilsa Boma ooodltl aat -~ at pngnal «otn Latloam 
RiaD: ti In innbii anni, qnU tlbl dabotnr ragnam Italia. Et nt erfdaa, do Ubi 
brtBd algniun; quando piw:merfa. Inraalca anb aibora jrlloa aano tei panain albam 
Cam 30 Bilia alUa. Et Ibi, et boe «Tcstn. pMt «ItÌIu «dlOcataaat, qua naqua bodle 
AlbaiiDm nanMa M»plt>. Fnn, loe. di., SM. 



Uj,-z=cB,G00glC 



268 E. a. FABon 

giacche bì tratta in essa ddla più antica storia ià mondo 
la qnale in Uartìno non si trora; che nel passo cbe tiei 
dietro immediatamente a quello da noi citato, l' autore a cn 
attinse non pn6 essere che Virgilio ; che finalmente in quelli 
che segne, riguardante i successori d'Enea, la rdadone coi 
Martino ricompare bend , ma evidentemente non perché l' ani 
copii dall' altro , ma perché entrambi si serTono della fonti 
medesima. Questa è infatti Paolo Diacono, il quale da Mar 
tino è alquanto alterato, mentre il nostro lo riferisce alli 
lettera; e reramente parrebbe un po' strano, che se PaolÌD< 
avesse avuto davanti il Polono, di lui si giovasse per alcuni 
linee afTatto insignificanti, e in seguito poi lo abbandonasRe 
volgendosi a copiare, benché così poco diversa e certo coi 
qualche particolarità di meno, la fonte di cui egli sVn 
Bervi to. 

La conseguenza di queste osservazióni sarebbe che i&nU 
Martino quanto fra Paolino Minorità ricorsero ad una fontt 
comune (1), alla qnale dovrebbero appartenere per csempìi 
le XII navi. Tuttavia non si può negare che non si in- 
contrino anche in questa ipotesi delle gravi difficoltà, pei 
exempio questa, che nella prima redazione di Martino l« 
navi sono XXII, mentre tutto il racconto è esattanieut< 
uguale. Quindi noi lasciando questa ricerca, per In quali 
abbiamo troppo pochi elementi , diremo piuttosto alcune pa- 
role intomo alla parte della narrazione di Paolino, che i 
senza dubbio indipendente dal Polono. Un tratto curiosi: 
s'è già trovato nel passo cbe riportammo: < Erat hìc ni- 
gromonticus; uxorem Creusam Diis immolaverat >. Quest-n 
notizia è la prima volta che ci viene innanzi, almeno aoita 
questa forma; sarà però da mettere insieme con quella, di 
cni altrove (2) già toccammo, che Enea uccise Creusa per 



0) Il BtUo' 


[■«D< 


ip, d>l qoilr Mirtillo tnuc Imia paH* dclu to 


qni»lu Innio no 




iot* iirilto. giin-li^ rifprUre Dime alla l«Heri 


trol» ! « F.nrtM i 


invibn 








1, «p. Lsm. 


l?) Ptg 21 







Diai.zodBjGoOglc 



VrXC. E TKAU. ITAL. PELL' £!CEIl>E 2%) 

»>ttrarl& ai Greci, e probabilmente ne san nna derivazione, 
li aamc poi di »iffi-oinaniirus , certo è etato attribuito ad 
Enea a motiro della sua andata all'Inferno, che sappiamo 
e^jere non di rado spigata come avvenuta per arte magica; 
e chi Uà (-he a determinare la leggenda di Creusa immolata 
agli dei non abbia contribuito il ricordo di Hiseno, che se- 
condo Armannino ebbe preci.-'nment« 1» stessa sorte, seb- 
bene Vii^Iio cerchi con suoi arttfizii di velare la cosa? (1| 
U resto del racconto di Paolino noi abbiaino già detto 
che deriva immeiliatameute àaiVEtieide, senza nes^iuna in- 
trusione straniera. I Troiani, discesi dalle nari. * pooe^ 
quibn:i prò incùcMÌis usi fuerant, eomederunt >. Ascanio dà 
la notizia al padre, cbe tutto si rallegra ed avverte i suoi 
ch'eriino giunti alla meta desiderata: < igitnr in monte Pe- 
uestrino se collocant, et prodiictis fossis et erectis tnunitirt- 
nibus asseciu-ati ConsÌEtiint », Segue Tambasderia a Latino, 
di cento uomini coi doni che son descritti néiVl-'ueitlr, U 
benigun ri:>po:itA del re, cbe contraccambia Enea con cento 
cavalli ed un curro dn gnerra. l'ir» di Torno, il quale tutto 
furente < ad Lntìnum ise c^ntulit, minaa intulit et urbi exci- 
dium. sì Troianis detur Luviuia >. Turno raccoglie aiuti 
dutlii Toscana e da \n\ di Spoleto; Enea d:i Evandro, che 
manda con Ini suo figlio Fallante; < erat autem inter P»- 
la[n]teiii et Turnuni implacabile odium ». Niso ed Eiirialo, 
l'incndio della torre di legno del campo troiano non sono 
ilini'-ntifati; P.illante ^ ilettfl n;icbe qui di forza gigantuscti: 
< Pula^ coutra bostes giganteae virtnti£ mira exercebat ». 
Lascio tutto il resto, che è raccontato molto miiuitaiuonte, 
ma seuica nessuna particul.-iritÀ nuova, tranne die non ni 
Mijrlia tener conto dì ciò. che Turno, uccìso Pallunte, gli 
toglie oltre il bnlteo un aufllo: « cui et abstnlit preciosum 



doyGoogle 



2ìH' e e. TiMOit 

Rniilum aureamque zonam (1) >. E quindi l'anello rìctwn» 
anche in fine del combattimento sapremo: ■ Tandem po.^t 
dornm atqne crudele dnellnm Tnmas obcuboit, TCniunque 
precatur. Veruni cam ìnspezisaet Eneas Palantis umloni 
atque zonom, occisi amici memoria iracondior factns. Torno 
mortem ìntuliL Tum universi ad propria rediere >. 

Pocb« cose nuove si trovane nel racconto di Galvano 
Fiamma (2). Prima cbe Troia foi^x distratta, < in Toàcia 
regnabat Turnus gigas mirabilis fortìtadinis — in Laven- 
tia(BÌG) Latina». In Pedemonte rt^nabatEvander... Ultra 
Tyberini re^abst M«ì'entin>: >. Anclie qm non « diffi^'ili' 
intendere percbé Turno sia detto gigante: io cndo che ^^ia 
per effetto di quella i^traonlinaria scoperta iti corpc* di 
Fallante pn-^^o Konia: il (-n>uirt;i [tenso -«aia dobhift rhe 
se tale attribuzione cunveniva al tìbUil tanti» naeglio doveva 
i:onveuire al suo terrìbile vincitore, clte ^ avrva fatti^ 
rt>nonu4> ferìta. 

Avvenuta la dìstrozÌMie di'Ila ciiw. Eaea -i paiù coi: 
M^imila guerrìen, col |tadrv e co) 6^0: in Sicilia ~?pi-^-Iìi 
il padre, in Africa ^ ntan!>> con l>idoae. »a lei < in br>?ve 
tempore dereliquìt. kuu IJ.-Ià ift~i Aeaeae ààcebant: I<r>Iire 
te ufiortrl in IuìÌaB. ::'■: (:v::^:<;3i Élh tm ro»4r3i'at. qoae 
domina uloikIì t~-s i.i;;ir;t >. O ir^to bob oCiv laTticuìaTiiii 
iM:^aaa deg;u 4i aou. "a--» ràe A-vaaÌA, l^^àat*'» rr di 
Campania, («uq-i^^w T->^-ara e L>.-=ibarìn '^l 



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urte. E T»l>. ITU. DELL ENEIl^ r-'l 

Alquanto più «teso del precedente è il raccont» che si 
legge nella cosidetta Cronaca iV Amaretto (1), contenuta in 
molti Codici, tra'qnali io citerò il Medìceo Palatino 115, 



eb't XshUo • In Ubn Ttmifariunt, OiOTun OoLomu, nal «no Kwn t—ttrltrim, 
A'ta timmtn lai OadlH t.uMiiiluB tMH. fr. Crei. Ut, ncsouU al t U r. • t. 
la Miai* m DMaaa «legai» aMMins. I^ form di Tnila ■ aartttt 0*1 aullta ]>a- 
reta, m di Ina « puii npUuiwil^ pcHlw )■ cua ■Urla U tniti In Vlrtittu: 
« r¥i — nuA patm ot Alio itfanlffltf patirlmAtiio, multta Rnenaia proriaclla. la lt«11aBi 
TODlt. UU qaaa arma «ouBiTTerlt , qiuUa pei litcBiiIam brìi* c«wrll qiuiitiiaqii* 

PsT BoHn Drppai (luita bnrl panjl* (onu aac, ad lubttl «1 Lroruio qnaai Intiid- 
■leatsls OmmioI.18; i Panda pnrtar» aDiif* InttneuJtntibii*, AanrH prodigi « 
Troia adTan* In Italia» qua a»a coiuniDrarli. quali* pn iriauDlniii balta nd- 
taratlt. quanto* popalo* bniillecuvlt, vdiD axcUioqne aiffiaoilt, lodi litterarll diaci- 



(1) Thm Bla toM bnrtU* Ab «ulelM panU di ql 
«fll'oilatM cVlo am>»«a abMa arato I) nana eba I* *i mul a*» (ladi i>aa. Qwa, 
«p.cM_I UT). X*l SOM al tnna Ttaiiacata la aa Oodlia, 11 FsBclal.M, alia c<B- 



aaanaaniMl, atuà tari UM a. Ora a* qaaatn aiaBplaia ■*■ al dad a ** punto il nona 
AM* i j i mim i. «a «i l Hn * * qnMI* dal aoiriata, a la «•«• «al ISM In prioolpla «d la 
«Ba tmé* M «Ma arMaM. TattaTla ■• nataaaa» 41 «abliil in pnpgaito, ^'t In 
«■ nlka (ke**, U Tawirtani H. XUT. «1, IMO* par dlliwaarll sai mote pln 

*d * fUllnanlI dalalu la pxbKlIl* «d la tam. la prlMlyla il l*u*; d '■ ZfJ/l ili 
■■■■I n im a tmt K Ì » € pr»n^m ti famU lAn hnJ—a. b Sna ; /«rIUa. r ii«i|ifiir* 
fw M Xim tUa mm ttHdt MiuU I t tOi Zltn^t Zìi ii Maift MVCCI.XZXXJIÌ. 
a^ naé* A* aaiBl alano f«aB féb dnbttara cb* gaiita I «ai lilla aau Km** as asa- 

rtk aHi*. • pmmmM start dal bbbvUdi liilMt m Hna. Qa**ta haMA 
tattartaa) Mime*. Jiiitnitf nwtnaniri .<(B.«XJXXin, H ta*l< sHawlD U auttoHiri. 
rt«»» art 0»rBM Lini i«il»Mi,aMi<*: «*■*»»>>— TlMain—i irtilHt». «al p*t aa 



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292 E. u. TXìi-fi'i 

nel quale trovasi anche il LUn-o iMjtrriaìc, il Viwigio ili 
quattro fftH/iliioiHini che cìercoi-ono il iiionào, e Is Leggemìa 
rfi ire snnfi monaci eW andarono al jìaradiso dUìtiam. !□ 
fine di qnesta è la data 9 luglio 1499. 

D nientissimo Enea, del lignaggio del re Priamo, par- 
tito tlii Troia col padre, se ne Tenne veriio Costantinopoli, 
dove trovò « nno ch'era re ed era prete > (11. Qnesti è senza 
dabljio r Anio vìrgihano (2l. Lo prfg:ò che sacrifiea'.se e gli 
dicesse ove dove» porre sue sedi « e 'Irieto a Ini venieiio 
altri suoi navili con fieciento nomini e con atisaì te>oro >. 
La risjiustu fn ili andare colà ond'eran originati i suoi an- 
tichi: di (jui l'errore d'Aiichi-e e l'approdo a Creta, ove 
sacrificato noTani<'nte agli dei, qner'ti gli couiaudano di re- 
carsi in Italia. Del resto particolari tu notevoli non ce ne 
bono; solo « può ricordare che Didone. quand'egli parte. ?i 
getta bocconi sopra nnu e'puda e s'nccide. Adunque itiicho 
qui, come nella Vnmim ile oiitfitìc cìvitafis e nel Villani, 
del ritiro non ai fa ulciinu menzione. 

tra i racconti che si connettono più dirctia- 
>n Virgilio, possiamii mettere quello che si leggi' 
,ra Cronaca universale, assai curiosa per vjirii ri- 
L-lla quale io conosco almeno otto nniiioscritti l'i). 
ino veramente completo. 11 Codice che cito è il 



. ili qni'ita CroDiea. iwrltndu del Liirt /.. 
■Uà Idiirmiliiii. treoM PI. L>iXStX lui. 
iulr.llPiilit.l:.I>,», llancdUto, ti PiiiL 11 

a. litMìHi .li Ftr.^ti, 1 Ì19. 11 UbeI- P>1c1l IV 



S. I4S» Me.) dkmdnlr 



linEunins,n«liHÌ 



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■IPIC. B TtlP. triL, DELL e!?E]DI 293 

Palat. E, 5, 5, 17, che porU il titolo Libro dd Genesi; car- 
taceo, in foglia, della prima metà del quattrocento, <U fogli 
superstiti 69, numerati di mano recente, «critto a due co- 
lonne, con rubriche e iniziali rosee. 

Cnriose notizie ci si danno ivi intorno ni primi re dèi 
Lazio, o piuttosto, come il Codice vuole, della Toscana. 
Prima vi regub AMrdans^ poi suo figlio Tttiìus, dal quale 
siamo detti itsUani, poi ancora il figlio di Italo Giauo. Al 
tempo di coetni venne Saturno in Italia, che gli succe- 
dette: i discendenti dì Saturno furono ProcaR, Ftuiics, Latino. 
Dopo Latino regnò Anu'scs bqo figliuolo, il quale < fece in 
pu una luontng&ia di Toscana una molto forte città alla 
quale puone nome Latina, e poi a tempo fu chiamata Vol- 
terra > (1). II male è che poco dopo l'Autor uo^tro ni con- 
tradice Ktranomeute: < Doppo Famos regniò Latino, e per 
questo Latino siamo noi detti X^atini. Queato Latino fu 
senza nissnno figliuolo maschie); ebene una femina* la quale 
clibe nome LnTtna > (2). K qui comincia propriamente il 
lirevG racconto che riguarda la storia d'Enea (3): * Qiieuto 
Luliuu era re di Toscana e faceva capo a Chiusi. Questo 
Ijatìno aveva una grande briga con Evandro eh' era re nei 
niouti, colà dove i>oi fu fatta Roma. Al tempo di Latino 
venne Enea troiano di Troia, quando Troia si perde > (4). 



|>w. t:<i tu , noDMliiita di' agli tiKWtrl crrAan U contrarlo ■ jug. (*T: bena'i Isnca 
II Fiori iitullt, il qmìt, alibwiiloiiBtl rrno II Ah drlU itori* di Olacobbn t di Euii 
I Fitr,ÌU i-ll' BiMa, Kinl nn lUrn ti»lD, clia t errio In rmxMi tu,irrru<l, incclIaU, 
•cl.bcne<|iu a li d nlin dal liEorni alla prin»{mta (per h.U ek|>. CXLVUI nmUepe 

l'rCTUtan}. TattaTli. ae per on non al paò Sin eba «tata bob lndi»l<>iib Iwcuw 
tlcnm C»ii-rn «i.irT$nk (tmHaU dal Bdchiu {e rial IIobei, iUd. 5«g-ft;»') u alDu^nu 
dalla 1 irle di «u cba -eon>.-enw l'inlli» tcMaoianUi. lo poa» du Dotlda d'una Ini- 
ilDilona In dklelln ganorcM, oiiitrniita in un Cndio* dal IM. XV clw apparUrna 
alla Bibllotaci delle UUaloni UrbaDC di Oenota ed è acRDato 31, 3, H. Frttwbll- 
inanta ittì- occaainiw di rlloceam: allrote. 

(l) r. OT r. 

(1) F. «1 t. 

in) SI tmra suo nd PalaL E. R, S, 17. nel Blccard. 1M5 a ItTVaiitlla nUmpa; 
nu non Df^U allri Cedici, che la qneitu pnnla aaaa muU brcTl, non wcciinaDdo 
H BOB ali* TcunU di £um Jb Malìa. 

(4)tUd. 



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lecana, ma pniua 
r^oa Didone ai 
vide partire, * si 

é medesima > (1). 

ijoT« « aosai ben 
amo in battaglia, 
gliuolo di Etud- 
latino (S), elle rIì 
18. E per quella 
? dirono (sic) pT 
le, oltre ad et^sere 
lare che l'Autore 
A esser Pallaotr. 
larrazione che fu 
indi è molta cou- 

nio il fondo priu- 
ora alcuni ì tjnali 
attorto colla nat- 
ale l'abbiamo nei 
che si jiossa dire 
ito anche Virgilio. 



- dD ablNitfli» DOD a tn 



oche XI. IH. 



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HFAC. I TBAO. ITIL. I«IX OEIDB 29a 

It racconto che ooi esamineremo per il primo è con- 
iennto nel Cod. Laor. Qadd. 148, in dialetto romanesco, 
che come gì» dissi , ho verificato altro non essere, nella sua 
prima parie, che la traddzione, qua e là leggermente abbre- 
viata e con qualche variante, del Cod. Lanrenz. Strozz. 85. 
Però qaesto è occupato tutto da Una Gronachetta latina, 
mentre il primo comprende pure le Miracde de Hoììta, 
ossia la traduzione dei Mirabilia urbis Boame-, nello stesso 
dialetto (1). 

Ci si racconta adunque che * poi ke fo destnicta Troia, 
Eoeas con Ascanio, suo filio, lo quale avea de Creusa sua 
molia, poi he fo occisa Polixena, co la gran multitudine 
de li hominì et de li navi vennessenne in Italia, et fo re- 
c«pnto honoratamenta da Latino, io quale regnava in Ardia 
civitate; et Latino la filìs Lavina avea data ad molge ad 
Turno, rege de Campania. Bt Latino fo preso de Tauro 
H de r argento de li Troiani-: da capo deo Lavinia eoa filia 
ad oiolie ad Eneam. Donne Tnmus, rege de Campania, et 
MeTentius, rcge de Toscana, et molti altri nobili humini 
de Italia vennero incontra de Latino et de Enea con granue 
hostc. Et poi ke tre anni erano passati ke Enea era ve- 
nuto, fo quella hoste; et fece fare uno castello da Io nome 
de Lavinia soa molie, Civitas Lavinia. Et Eneas se com- 
matteo co Turno ad corpo ad corpo, et feccrosse molte 
terute. Et Eneas in quella vattalia occise Tumus. Po la 
morte d« Enea Àscanìus et Mexentius fecero granne vattKlic, 
et Ascanius occise Mezentius > (2). 

È appunto quest'ultimo tratto che ci rende i-icurì della 



(1) 


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1 r.ple«i 




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TnluaniB, lUnun Latlnkun Ena d«dlt fai «ODlocas.. 



Diai.zodBjGoOglc 



S9G I. 6. FIEODI 

proTeoienza più o meno diretta di tsle narrszione: tn&Hì 
eì troTano in St^rvio, ad Aeu. IV, 620, citate come di Catone 
queste parole: < Ascanìu» vero po«tea Mezcntiuni ìntere- 
mit I. La menzione dell'oro troiano, che corrompe Latino, 
è anche neiVOitìmo Commenfo (1) di Dante, al t. 125 del 
C IV àelV Inferno; e non sconvengono nemmeno gli altri 
dati : < Questo maritaggio avea futto la reina Anintn. moglie 
del detto Latino, il quale Latino ruppe quello maritaggio, 
e dicdela ad Enea, e dicesi per danari > (2). 

Multo più rA]iidaraente ancora narra la cosa il God. Laur. 
PI. LXVI, 30. che contiene mia breve Cronaca, che va Ahi 
principio dd mondo fino ad Eugenio IV papa. Anche in 
eHGa ci sHrebbcro da considerare degli strani racconti, ap- 
pena uccfnnuti bensì, ma che pure non n t-a donde possano 
provenire. Ma noi, lasciando del resto, noteremo la serie 
dei re d'Italia, cominciata tremilaottocento ottantadue anni 
dopo Ir creazione del mondo con Giano, tiglio d'altro Giuno 
ch'era fratello di Durdano, e contiiiimtii da Saturno, che 
fn il qnnrto nomo che portus.-'U tal nome, da Pipo eoo tìglio, 
che ritdedette in Laurento, da Fano, ch'ebbe in moglie sua 
borelln FaiM (8), o che geóerb Laviiiaui e Latino, che re- 



di L'Olli«itC<maifylHiHt lì. C.lr'lBiunlilB'Iu'irtMl.^itr.mfJi /hulr. 11» 
Caparro. 1K31. tu > *r>I. L><lll.>n ì U Touu. 

(?) AUilaiD Bb tino firil mcDiInnc dal traori Iroitai nrlU ccMiatiu r.M'T 
é'ÀMarrtU. Anrlw In au iliro luogo ti alluda l'iMri'wn ■ jitii FajiIitlUnit nli-. clu 
al T 113 dtllD ntHUn C. IV «rlf IrfirM: • Depo il aiimtMo K Trula . ( Euca ) un 
Amulo IBP nellnolB. e Crcnn ma iDojrlle. e Anclilw mn iiadrc, « u^titiidliK- d 
(tenti > di IiwtI n db parti • Krl Cod. Xael Xl. W. di col iwilrrcoù più anII» 
ICKKHl parlokniU: 4 arni II <)Bal ebbe non» £npa... vrdcnd'idic Ila na cllti.1o «-i 



l^TiH fii. Chaballlr, rarW.lfC») J 
ri Diac àbn etitinia..., Eoraa II fl1> Auebla» a tont ami pna et Aacltaaiua aen 
U a'fii lialrtnl lion al *n|iDrteraiit snutdiiliH tr»ar >. Flnalmcutr Oiotihxi 
COLOIiu. -Viirr titf nr.'ni-Hin , ci'd. Laar. rll., • Encas enin patrv at flilo alnaqne pa- 
ItbBooio, unHJ» cmrnul* prorlaelniiu Italiani vrulii f. 1< r. Ora prt «ont'ulUaio 
la fiHil« è alrnra: r^i, ropla, ali* ItHrn ucl paaao ri» precede al naalro. e rlac- 
raBdnvna nn pochino per la unrwiti del nrsontfl, nfUcalllMN panile. Dira C>E- 
iL-H 1. V, cip. XVIt: * Ila eoarlni enn onnil [latrliiionio ab Tnli aartfat.. >. 
(1) Ma aenn dSbMe pel cIm^Ico Ai/Mt. 



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«IFAC. E TtiD. ITiL. DBLL'KtSIin 297 

gnavano alternandoci uà anno per cia^jcuno. Questo La- 
lÌDO poi iieilti guerni Mrta per cagione di LaTtnia, tolta a 
Turno (1) per darla ad £nea, morì, onde il regno paesò a 
costai. Della sort? toccata a Turno nulla ci vien detto. 

Qnalcbe iiitercsKe di più offrirà forse il vedere come an- 
che Fazio degli Uberti id attenesoe nel suo Dittauiondo (2) 
alla versione catotiiiina, modificandola però e attingendo 
anche a Yii^ilin. Egli, detto che Enea venne al tempo di 
Latino in Italia, accenna all'aneddoto dei taglieri, mangiati 
in mancanza di pani, e poi con parde generali alla l'eoo- 
fìtta di Turno, che fn cagione della morte di Amata. Quindi 
cooUnuu: 

L& città di Frenesie (3) fece allora 
e per Lavinia edificò Larino, 
e re Ire mini e sei mesi dimora. 

Cotale Tu nlfine il nuo destino 
che Heienzio per vendetla racci-<e, 
e qni ftoii il Buo lungo catiimino. 

Sitnilemente Evandro a morte mine, 
e tur due re^i allora uno si fenno; 
Ascanio il Uone nipote d'Ancbise.. ,. 

Ordine dato a tnLti i Tutli suoi, 
alla vendetla dei due re stLeiie, 
come per molti avere udito puoi. 

Nezeniio uccise, e la sua gente prese, 
e tanto era d'angoscia e d'ira pieno 
ch'arse e distrusse tutto il suo paese... 



<l) l'itrclu n«Uk CiBDKlK-lik Tomo lia cunaMmto fritcM» ili An»li: • l^liiiua 
Lmlinll iiiurcn jtiMUui, fill«Bi Turni « lorortm Itennl , rr||l« Anlii- fi liiilolumiu • 
f 38 V . 1 lue («n cbo lU di Irtigrre i • Dllam SmiuI «t lanTfn Tnrnl • i e Is I«l 
C4UI p-'tKDiiiio cllurt il rlKontro di Oucohd iu mtaOAnii, C-amcir uiiiMivnfc, 
lag. bi. cbc iDidB uith'rno insta Oiillnala di Dmhl VhII i>lii •«tln. 

(a) Il IUtlimtmltJirAiloDtauVaiMTl/ltriiiliiHtiilltttttttitiiiimUliti'UéiilcBr. 
linttHit .tnrfi urOm F.tfilo rts. JIlUaD, I81B. La alDrìa d'Eai-a tnvul wl 1. I, 

cip. xin. 

(3) «"Ilo .H^HUIai^ P.WÌÌOÌ, Cod. Lanrniii. elt.. Ehm «I I ngl,ivi»'ua lAaciU 
Id lUHa*faWMCItrti<4i'rrali(eTTa ilHttnaU, < la lualii Fasatrlno u Mllooort >. 
IuT«M Gorrusa si Vuoibo, Sfmilxt ri'jHi», I , IS ft, cpi»« Tedipran, ili ttnitria 



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296 z- a. ruwn 

Come abbiamo visto pur on, qoevt* ultimo è nno dei 
tratti caratteristici della l^^nda catoBÌaiiB, che cioè Aeca- 
nio Tendichi il padre uccidendo Ueseenzìo; ma non so in- 
vece dond<? possa TUberti aver preso la notizia che Io stesso 
Messenzio fosse stato l' uccisore di Enea e d' Evandro. A 
quanto pare, anche i Commenti di Servio furono variamente 
alterati passando nella tradizione scritta od orale dei dotti, 
ed anche un poco in seguito nella tradizione del popolo (1). 

Colla leggenda di Catone si connette in parte anche nno 
scrittore cinquecentista, tale certo per l'età ma non per 
acume di critica. Fra Giacomo Filippo da Beliamo nelle 
Goe Croniche univtrsaie (2) racconta che Enea, cucciato da 
Troia per aver nascosto Polls.<«ena, cercò radunare un' eser- 
cito nell'isola Dardania, ma visto che i Troiani superstiti 
avean fatto re Agamennone (3) e non volevan saperne di 
lui, si partì con ventidue navi, con suo padre Anchine, con 
Gaieta sua balia e tutta la famiglia, ch'eran tra mai-chi e 
femmine trecentoquaranta(4), e arrivò in Italia. La nar- 
razione è qni sospesa, ma riprendendola da capo a pag. 82, 
dice di Enea < che fu veramente di corpo bellissimo e dì 
virtù ornato > , parole che paion qnasi stereotipate pel no- 
stro eroe (5), e ne de.>>crive il viaggio. A Delfo gli predii^se 



(1II" 


«wrlo e"* OD pWM, n. 


Ft Atv, I. IM. ckl pn 


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Il LlDCil. 


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>D«llM>uodlci>n», 


, ekluu pn UHM * 


diUD(Br 






■IBS • pHl*fun O] 


rutiHimo. 


Fa ìwn- ' 


D«U-ivmHà cotanta > 


, a viuui (nimbi 


da «er ekivaDnl rionatiiK- ) 



Digli zodBjGoOgIc 



RITAC. E T«U>. ITAL. DELl'eXEIDI 299 

Apollo che regnerebbe in IIaIìu; poi ynuniit u Candia. ma 
f'econdo alcuni avrebbe abitato nei monte Olimpo in Ma- 
cedoaia, secondo altri in Arcadia o in Sicilia, dove seppellì 
Aochiite (1), Ma Vii^lio « se gli è lecito a crederlo » lo 
fé' andare in Africa eto. ; Omero invece, contro Ì più, vuole 
che succedesse a Priamo (2); Ma in generale si dice che 
venne in Italia pel mare Adriatico ed edifii'ò su quelle coste 
Corcirii e Melina. < Dopo, venendo apprei^xo ad Hoftia, ae 
fermò non molto discosto dalla città di Laiirenti, e otte- 
nendo alcuna possessione dii Latino, re di ijnelli luoghi, 
edificò una città chiamata Troia nova > (^). In segno di 
jmee per discordie ìMrte fra lui ed il re, ottenne sua figlia 
in t^jiosa e cominciò a regnare con lai, col nome di re di 
LHureoto. Turno, invidioso di tanto favore conceduto ad 
un estraneo e bramoiw di vendicare l'oltra^^o fattogli, 
li^liendoglì Lavinia, chie^ aiuto a Diomede, a Mee^enzio, 
a Camilla. Nella battaglia Latino cadde morto pel primo. 
|io^cia Fallante; Enea allora « pigliando animo contro a 
Turno, dopo molte ferite Enalmente l'accise, e come fu 
iiiartn discacciò Camilla rou tutto il suo essercìto >. 

La fonte delle particolarità di questo racconto non è una 
^nlu. Abbiamo trovate le traccìe di Darete e facilmente ri- 
'ouoscibile è anche Dionigi d' Alicarnaseo; la notizia poi 
della fondazione di Corcira e Melina (sic) buI mare Adriu- 



L. I, ri|>.XSl: «QuHtD £u«> fu tiBnOK di grand* i*lara « Htlu » di i|n 
di-iu c IhII1i»1dh> del corpo >. L'I'/'md: «Fa nomo ImUd del cnrpo. ticui 
liir«ua, imd'U'arml.edtbbe In ■< Tjrtiids di ploUdB ». LtCrtnaeH Àllmn 
narliusQ lu Mgnllo: i Enum nobile laii) oh Tlram. imlclwrtmuo), bouuti 
li: Utinn diiDilorm » (In Àrd: SI. Iln>„ V, App., p*e. iì ). Io credo cbi e 
tnllodlEnea. clie id per rId è Iitto Hiupre In moda ooMlmil* . >bbl> Im tu 
IP «Della ebe trovul lo DuETK.Cap. X: < AanauB rnftm.quadratiim, fi 
iftiblltDi, Ibiltn eoniillo, pioni, finnilam, oenlli blluibn* et nigrii >. 

Il) Cf. Pianai d'Auuiu'ih') I et; oi itir fif. iu« Sp^nn: arati" 
i«; iiftun ttJ.iuTllTai ■76V piov, . . iTifoi ti i» Spims •vtt'jTV'a-nii » 
4fJio»i*af ii3ps»|iÌtMii>, liiìlMi ti Uroujiv iv 'Of.][0(M»ip, . . 

(1) DlDDlfl TUO)* ebe OaMm Ma lu Ul luuo inlnloo, Jb, U, 

li} Clr. Tito Urto 1 , 1 1 Barrto ad Àia. TU , IIW. 



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SOO E. a. PAKOKI 

tieo è presa dt Dite (1). Infine che Latino morisse nella 
battafclia contro Tomo sappiamo che è detto da Cutone: 
< Aeneas, ut Cato dmt, simnl [ac] »enitr[ad Italiani], U- 
Tiniau uucepit osorem, propter qnod Turnus initns. tain 
in Latinum quam in Aeneam bella suscepit, a Mpzi'ntio 
impetratia noxiliis; aed... primo bello periit Latiuus ». Ma 
donde « prese l' autore la notizia, a noi non nota m? non 
da lui. della cacciata di Gstuilla? (2). 

Altre narrazioni occorrono qua e là, meno fticili a nin- 
nodarsi più con l'uno che con T altro gruppo. Noi rìvm- 
deretno per prima quella di Goffredo da Viterbo nt-l suo 
Spccìiìuìu rrtfum (3), óre alcune particolarità sono piiittnsto 
notevoli. 

Egli narra adunque che presso Latino, perfi'zi ima tori; 
della lingua latina, rìtroTsta da sua madre Cariiicntii (iiu- 
tizia di fonte classica), giunse, dopo lu di^truzioDe di Troin. 



0) L V, «f. XVII (edll. MHMcr. LlivU- 1<^;): • il'H^il... ad luan Hulrii' 
'SB. luallivi inlcHm naula* barbarm* |>T«f Utti ci ■■, liti miu hl^ . ijul h^ uib phé 
Tfnnl, clTtliltm MUdlt an"»*'*» Can-fnn UiImbch b. 11 Fii'UirU. ri-ui- > 
di. di sua ivU cllU nr tm dnc 

(>} PTnbabamentr nnb lArm qwtft rht una su e4]4v««l'mr yt^int T' lirr, li^ftll 
co do]io e<iiilrailk*rrtlflc4 bflrnkA tbt CvuillB. «InpD Brevi bH-lli Troiiiii. caifd' 




Diai.zodBjGoOglc 



UFAC. I TUD. ITU. dell' KKSIDE 901 

il profugo Enea, genero di Priamo, ineieme col figlio Ascft- 
iiìo. Fatto domandare dal re, cbe cosa cercasse, qnali in- 
tendimenti avesse, andò a lui col figliuolo. Latino aveTH 
allora k sua sede in Palestrìaa, 

Qaa EÌbi contìgua favet optima lem marina. 

II duce troinno reoH .«plendidi doni, e hì guadagna cubito 
il favore dpi re: 

Fìl paler Asoonii pratissiinas ordine pi-ituus. 

Servii ei Latii totas ubiqoe ainns. 
VìiTo Tenusla uìmis stat Dal» Larioia regìa, 
Duin videi Iliadas, gpei'ìeai placanter adegìi, 

Gaudia daos oculia, vulniu amore vehit. 
Vi'a nìmis {riacoil, fonna rutilante, puella... 

Enea i^e ne innamora e ne cUede la mano; Latino ne è 
ben contento, ma Amata si oppone energicamente, dicendo 
che Lavinia non saprà che farsi d'un vecchio. 

Turno, re de' Tusci, la cui capitale era la città di Sa- 
turnia, fondiitu dii Saturno, aveva già avuto innanzi la 
proine^sa di quelle nozze; vieue e k* affronta in Eiogolari! 
comltuttimento cou Enea. Questi V uccide e nonostante il 
dolore di Lavinia .e la sua repugnanza, In sposa e con lei 
ottiene anche il regno. 

Le singolarità di'questn racconto sono evidenti; Latino 
che regna in Palestrina e Turno in Saturnia; Enea che 
h'innamora di Lavinia, mentre ella preferisce Turno; di ciò 
non abbiamo trovato notizia altrove. Invece, «ebbene con 
non molto frutto, qualche rincontro si potrebbe mettere in- 
nanzi per altri particolari. Così che Enea diventasse il 
favorito dì Latino è detto anche dal preteso Anonimo si- 
cilìatio, e ioise riesco a qualche cosa di simile ciò cbe narra 
'iiacomo da Bergamo. Ma le concordanze con quest'ultimo 
non vanno più oltre, mentre le differenze sono grandi; invece 
tra Goffredo e TAnonimo nostro qneste sono alquanto minori , 
ma certo si è sempre ben lungi dal poter parlare di affinità 
NpeciaJi fra di loro. Tntt'al più si potrà ammettere che 
certi elementi fossero assai diffusi, in modo da appartenere 



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• tetti u tomamt, ac«n Af s deUnno riconoscere in 
CMi nliitni tDdjn Jnah (IX 

Va nccMito dte per la bds prinu pute draìra dirett*- 
nnite da TbgiUo, ma poi ae ne aBostana in modo curioso, 
tforaà nffDa redazione dresdense della Cronaca Attillate (2). 
J Greci colla solita a.'duzia del cavallo prendono Troia: 
ElMt, negliato da nna viidone di Ettore, si parte. Fin qui 
il ucondo libro dell* Eneide; poi cominciano le diTergense. 
Egli, mesKOiii in mure con quattordici triremi, è <:battuto 
air isola dei cervi da una furiosa tempesta; dictceso in terra, 
uccìde sette di questi animali. Ripreso il suo viaggio, erra 
per eette unni, finché < Siria ctim Mesaoa (3) Sicilie dri- 
tatem devenit », ove seppelli^fce AncMse, morto nel frat- 
tempo. Di quivi giunge a Cartagine, ove regnava Didone: 
ri ferma presso di lei quattro anni e ne ba no figlinolo. 
Finalmente essa lo lascia partire per ia Puglia; v'arriva, 
chiede a Latino xna figlia e l' ottiene. Di qui V ira di Tumo 
f i {in-paratiri di lai contro Enea: mm imo scBdiem, fug- 
gito dal campo di Tomo, perché non aveva ottenuto un 
cavallo, premio pattuito di ciiM|ae anni di serrici, favela 'i^ni 
viva ad Enea. Questi ricorre ad EvaDdro. Turno intanto 
affrettava la ^^iH-diuone contro Kaptdi; i doe eeerciti s'af- 
froulano. la battaglia rinane iacsta, na Enea vi pmlc 
l'aitante. Pochi gioraì dopo, AsobÌo • cun quihuRdam 
soi-i de cavitate esien^ Tvsatoa. **pat»j *«t 4)iMindam ler- 
v»m v^jujalan galdioni T'arai per mt^i» villam. et >^ 
rolli-' it$4ne in cnriam di.>BÙxì sai *~ I vìUxbì ^ levano u 
ni(tK<iv: Tarao aceorre * ìiirjiZ-a» «kw Eb». ^ella Iwt- 



>«-^. Lia Via 




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niTic. I Tsin. ITAL. mll'enude 303 

taglia i due eroi si trorano a fronte : Enea propone a Turno 
di definir la contesa con nn combattimento corpo a corpo 
fra loro due. La proposta è accettata, ed il duello, sebbene 
con particolari nn po' dirersì, ba il solito esito. Un' ultima 
singolarità è che la TÌaione rigoardante la bianca porca coi 
trenta porcelli, non è attribuita ad Enea, ma ad Ascasio, 
dopo la morte di lui (1). 

In un Codice Magliabecliiano, segnato XI, 88, è contenuta 
una piccolissima Storìetta di Roma (dne fogli o poco piò, 
dal 48 r. al 50 r.), la quale ba per Rubrica: Qui direni lo 
iìàuimiiifìamc}ìio d^ia ritta di Soma, e comincia appunto 
da Enea. Lo conduce di prim' acchito in Italia, con grande 
compagnia di genie e molto tesoro. Era re d' Italia Latino, 
figlio di Fano, cioè Fauno (2); al quale Enea, dopo certo 
tempo, chiese in moglie sua figlia Lavinia. La regina non 
volle acconsentire e diella a Turno, un grande barone, onde 
scoppiò fiera guerra tra Latino ed Enea, guerra che fini 
rolla sconfitta del re, il quale fu per giunta cacciato dal 
regno, ed Enen. sposata Lavinia, prese esso stesso il nome 
ili re d' Italia. Di tale cacciata di Latino i questo, io credo, 
l'unico Inogo in cai t^e ne parli. 

Più forti e più strane alterazioni ai trovano nel racconto 
che del viaggio d'Enea ci fa uno dei più antichi commen- 
latori di Dante, Jacopo della Lana, al t. 106 del primo 
Canto deU'/«/Vr»<i(3): «Elli è da sapere, sì come pone Vir- 
gilio in lo Eneidos. che quando Eneas si partì di Troia, elio 



(I) Nm hteio coDildcruInnl. pcreM nn ho snll* di i^rtn. Por U Crtiinn 
iUi«nl, tì può vfdtr* Io itiirilo M E. Bmonrttii. ci» IrovMl ncll'J>rJI. r<u. xvni, 
XIX.XXI. «rad. di C S BouUi 11 f M>rl *d1. XVIlI,iw|.»3 ■Gi.,ptrU ««irata 
ili c»a. Il Dottrobriinu pcrbt aill'jl.iiMilItn ni un tampa puntcriore, ■! prlaeiple 
tSat d*1 HE.Xin:*<dlU1fll.XICI. I»||. n«. Pur ano ■Inno rucoDIo n BDn.tn- 

tMdlM. *«U Ibld. XIX . GÌ.. 

(1) k nn'Ktteruloaa che al aplKco uhI buia ■ oba al tran IraqoatiIcmnitF : 
wdÉ pn. Il T.tn M aac^mo Linsi, I. I, ap. XXXIT. 

(S) Cwmiém a Duvli i-^ii ÀU-il-i-tì col Ctmvmi* di jAron xiiLi L*^i Belt- 
fMw, pai cun lU Lircu:(e Bcibibelu, SoliiaBa IMs. (Bob Irdiapavca M-iO dalla 
rtll. il 9f. ittfi. • rmtl. n pano cltMo tnwanl b«1 Voi. t, pag. 114 ia|. 



rdBjGoOgIC 



VWM hi Le liarti di p'^Dtmte in li :-noi iutìIu, c di^ni' 
io luti* *, Oairi U re Latino gii concedette siu figlia. 
•MUintc l'oppocinone di Amata, cosiccbé ìb fise <£ 
wmn*-nif oiUsgftiare inuKmt Tomo ed Eneu >. Tan 
proacfiii alleati, tra cui Camilla. < Ora Eneas reggi 
putito re Taroo e«Here coni forte, ebbe coiunglio con la 
([Mite nfin'vgli jtntftì-^e vincere: abreriando, non sì tr 
<:tii lo HUveHHe c<*iit>igliure, «alvo che ano li disse: da 
Knnim, cke tu non Mai trovare in la tna gente alcuno 
higlio di Kn{>erare Turno, io ti comóglio che tn vadì a 
liHilra Anchine <i a lui ti fa insegnare lo modo che tu 
u tf>nttrQ, Allora andò allo inferno in Elisio, e lì trovò 
|iii*lm >* du lui prese udmaestramento, per lo quale elio i 
la Rinite di Turno e luì iincìse >. Racconta poi di Eu 
• Nino, i quali * per (rran battaglia che dorò piò di' 
sMiitrriniio dullu suo gente, e ricoveronno in una wlva. 
luitiio tnivutì dullu gi-nte ili Turno etc >. 

A noi pare che «i potrebbe veder qui nn breve conipe 
d^Hiiu narntaìoiie lotiipletit e abbastanza e^te^a. correni 
trittpi di>llo ^icrìttorv. sebWue la &rilità con U (|nalp -Im 
•iftltt \mìm ìuveuta altn>Te strdni~~Ìnie Sfòegazioiù ai ' 
di bitiite, iuta t\>rse ron-tiiuut^ate. ma tradito porte ■ 
tiiii.Ki.t «^ |>art<* daila uie>ai»rìu. debba ntetterci un p'i 
^«jvvii.i. Ora >Ì dk'iiuuiil.t : ij M Ti\—'i-9 ehe vien n-mj 
li.t l'u, evuiiuiriitanii^' ì vi-r-i tì'> e '>> >W qaìato C.-int" 
ì' l-' ti', a pr\>(h-tti> delia ai«>rtv d'Achille, e }-<i aì\ 
a »>jiT,Hv;tv> àt K::"-^> Ufi ivi^iai^nt» al tms« (jt del *.'luìX 
«■■* i- ■'—' -M .1', cvaii-'iexa i:i.à# U ^ina d'Enea^ 



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UTAC. X TKAI>. ITAL. PEU* ENEIDE 305 

qnesto caso, dob sarebbe esso la fonte del nostro Autore? 
A questa domanda la risposta non rì può fare con molta 
dcorezza: certo è però che ad c^ni modo quel romanso 
doveva essere servito di Virgilio, sia pure del solo secondo 
Libro di esfio. 

Un'alterazione diversa e di minore importanza trovasi in 
un altro commentatore di Dante, l'Anonimo fiorentino del 
Fanfani (1); essa riguarda sopnitutto l'andata all'Inferno: 
* stata alcuno tempo con Dido . . . , per Io nmonimento di Sa- 
turno si parti, e da capo mettendosi in mare colla sua gente, 
arrivò all' isola di Cicilia; quivi morì Anchise suo padre a 
quella città Gumana; et quivi andò a quella profetessa che 
in quello luogo abitava. Era questa femiiia grandissima 
nigromante, ed a lei ondò Enea ed uno suo compagno nome 
Miseno; e lui uccise per farne sncriiìcio a costei, per avere 
da lei quella risposta >. E qui viene la solita osservazioue 
che Yii^ilio tace di ciò per non far torto ad Enea, da cui 
discese Angusto. Le alterazioni di questo racconto mi par 
che dipendano sopratutto da errori di memoria e da scarse 
cognizioni di geografia, a chiunque ciò si debba attribuire; 
il sacrifizio di Miseno poi troviisi già in Servio, e non è che 
una forzata spiegazione letterale d'un passo di Virgilio, 
sotto il quale volevasi nascosto ciò che non v' era (2). 



d] Tedi 11 OH 


imento ilVlitf, II. 32, pig. SI. 


m Ad i,u.y. 


lOT (ral. n, J, p.g. M dfU'BdU. di.), n iDom donda dlc«t ti 


•coiai «JI-ATenio j 


> pKMO Bklii: < iLdb Kitnilfn ■atata Illa dlcllnr locni, qnml nc- 




luUi, nt dlcnnl. nnnniJil Ibi potannt flurl; qnv lina bonluU 


ocdflon. Don Bcbii 


ni; Dim et Aenru lilla orclao Mlaeno urn liU eomplITlt, et 


riiica occlw) £lpeni 




« irot.no ncBll iiili 




(l[..lt qui in noti. 


Cerio inch* .ItroTe non mincino gli «■«nnl Irlotno « p«U- 



coiKi peiKODiEgl D > bill ■paeltll dell* ICRu'-nila clic kbbluno Undlito; non «mpre 
Mrà lilla bUci ipcu lu nacogtlcrll corriera iidcrablN l'BtIllU del rinltabi. Per 
tFOBiplo a dlniDitrara UdllTaelona della Storti d'Enea non è certo ncceiaaile Al* una 
Iniigi Hfllila del pwud afae òelli Urica àtl duecento « del trecento ricordano Enea 
t Dldone; tnlt'ul pia mal d potrebbero ilteaUre la parta cbe atevino VlrRUlo ad 
OrMIa nella cflltata d'aliar*. KolerolD è petb qneato, ahe per ciò ebe ritarda la 
noBIra lirica dnccentlttlca tali accenni il pnù dir* eh* aiDCUuo albtlo, a acanit- 
■ini lon para In ea*a qnelU concernenti 11 aldo trolaiio: luTcee, come el ta, il ib- 
boDdano la alluionl al poemi del ciclo brettone (otr. Okar. Cwfril. alla ti. iil ciclt 



Diai.zodBjGoOglc 



906 K. «. TtaODt 

Chioderemo finalmeote questa cerio incompletìssiii» e 
pare molto prolissa rassegna, con nn accenno ad im'igno 
legenda di Enea e di Didone, il qnale trovasi nei JVotvri 



Aut* bmuo DP eauiD di quel KrrnitcH di rivte fiifnw Ar Oiddo ut So» 

clMVioiu.rr^MftJd Aifwin^ii, B(iki(B>.lBTO.piC, IMi«(-,>ddiia per »ru| 
dM tirll undl In cnl Q ■errenlcH può compravi, e del qule celi tne li nulfrii t 



duto, U rlloniellilo, dora neooiiU n dorilo (n TlrmKi 



>• ilBLWcall •IlilTb^ I) 



tdaBqnF u* fucmo u po' di ipoclln, • 11 lalla dinpùnvao ìb ordine per emidi 
crowloi^», Tl« Tlk Btlo elweBD uome, nuvdo dUOcUr timn un Ben» ibi l'I 
Inalnne li titM parti. 

l^cnA. È figlia di Priamo, aaeondo qnaai tutti, e del mta è qoeiU tndizlff 
elaiii4ri.clKle|i(»IÌBBemoIX.S«l,f Ili bn aiaatl tn PanunU. X. 2S,l[V.Frci 
op. elt-» a. C'retfta), n TralaK* a stampa la Turile però, coma Tedenupo, fl];1u ballare 
non rlprlenmo ciò etaa della aoa uoiic dica 11 Doeeaccte, o tra PielinD Mii 
Miai ut l'fMftiM Innca, lea aapi*i da ek* tool* atUncend». alTtmia ctit £i 
porlo Kco Cnnaa, a Uaciolla aola plb tardi i usa d dica però uè 11 dota ai eh: 
dili rami-lite neppiira 11 qaaadc: < poi la t cJ at a C^aaa. v nkorto 11 padrr a, tomai. 

ainriirHi lu Paaxn, I. n. e. IV. eb'i ampluatsto Mamlaalo dal WEucuFf] 
INfrW. J<rli Adirli 1, p. !.•; purebb* cte aueh'cait lateoduami cb« Onn ifi 



Diai.zodBjGoOglc 



■tFAC. K TKAD. RAL. DtLL'KKUDB 307 

gue diemUw super natura /emtnantm, pabblicati dal Tobler 
Otti volarne IX della Zeitschrift del GrSber, e che è ìmpoi^ 
tante, anche per la Boa antichi^ Il poeta fra i numerosi 



L Dania nel aulalnBtaliindell'/i(r'triHi,l(ii|[g. 
■egna OrUio (ll/lamcrf. mi, U7 ttS-ì. rllnuda alU toH» a Felldero; ma Dicntn 
a iKMU latina si dcurlr* Senba elle Ttnce »é Mam flnebé non ha compililo an 
flBDialluiie la na Teadelta, in Sante alla impana nliltii. n OrUo di Ini Fletro, 

lamarftiis acginngi pa;b elta l'Infelice madre fu, dopa eh'alib* perdato il iciiuo. 
lapidala dal QkcI (Fetsi AuLmnuaa Suptr Daaili i>«M gtuiltrii ctautdiiai comuu-i- 
Inriiiin. per enndl T.IIam(ucoi,TlieD», Piatti, lUt). Un po' di omfndon* c'i nel- 
r (Wiina 1 Otldln dica clw Beaba nantre ataTa par atUngen acqoa a' aacoiae del morto 
Polidoro (t. US agg.]; •*■(• che mentre TOleTa attingerla per laTar la fiTlte di Ini. 
Impuiii. Anebe mi niodo dall'ucoltlona di Folidon c'i larlelà: neBoudo l'Aiioalilo 
RoBUTTiMO, pubblicato dal fanfanl, Pollaneatore pnaanti PoUdaro al Qrecl, Ria 
putiti da Troia, per tenerall'aien di Ini; 1 Grani Io ncelmo > colpi di trecoU (cft. 
Dnx n. eap. 18 • 3047). Il lauta Tnoie di* Il IndHote lo Ikcaiaa Iraddara a oaceia. 
Quanto a potlDneatote atMao. aacondo 11 Betti (CaMnoifo m^rn b D. C. puMicalii pir 
curn ii Cnucxvma Oummn, Flaa, ISOS-IU) a 11 blao Boccaoeio egli i cognalo di 
Priamo, « qntata è la tradialona clanica, come al pq6 vedere da Bnvia ai Àtv, I, GM 
o da Iiinio CTX, che ambedna lo dlcouo marito di niona, Agliadl Priamo ed antl la 
maeglora delle me I1e1ì& n Boti parò al dlTeralflea m qneilo. che ta Pollnnealorc 

Abpie. Kul «aarratamo altrOTe, che qnaali moitrl doTerano tara nna certa 
imprciwlODe anlle tnanU madiatalL TalCarla non n'abbiamo cita poche notizia. 
1^' OtIitHV ■« la cava nn po' generleamcnta, dicendo ctia nna di Aaaa ferita dal Troiani 

lirn, pubblicate dal Seuu (Torino, IMI), tnatormano Calano In CMm. Ben atrana 
è la KiiiiBUlone 01 Ses OsanoLO (Cawirf* oBa CdHllea dilf Infima di D. À. di Àulert 
Ainn-if-a, Firenie, Baracchi, lUS. Che ala nrameute Scr Orazlolo ai pnò Tederà da 
nn nrUcalo del R£CM0R ani Wltta nell'Arci. Sfar. Ital., turno XVI, dlap. IVi ctr. L. 
Itocra, I»i Cmm. oSb D. C. raaipùtli Hd ice. XIV, in Pn/iiga. XIS, a pgg. «T i«g ): 
« cadarono par fòraa delllao di atrofane ohe eooo 1 UomaDla Ercnle e Janeuna e 
poi li Troiani la qnale aerano mceae (altri Odd. maglio in cm) rineblnae auti ohe 
Troln al dlafacicaae lo quale ohaeiammlo da Troiani eoma dica fi taato foa Indillo 
e snrio della dlatnizlona di Troia ■. 01 potreblw aoepettare dia foue od' Intcrin*- 
t»xioD( fabbricata appoaltameola dal ocasmantatore per darai ra^dona dal Tersi di 
Daniel ma Ercole e OUBcoef Ponao't tatto un imbroglio, etglauata da abbagli 
d*U» memoria. 

I>iDOKE. Ueu oorioBo ad oeMmra, soma U Tenlone di Onldo da Flaa eh* 
fa Bleliea ra di Tiro, aU dUTnaa non pooo. InAittl al poaMBO mattare accuto al 
tuo» (rato CaimalltuB 11 Idw, Plat» di Outa (ohe aurore InTeoa, Fw/. XX, IM aeg-. 



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Diai.zodBjGoOglc 



KMC B TUD. lui» DBLL KSXIDB 

E Dido tibiaiu q« regiuo en Tire 

E posta en Cartai, com ai aùdito din, 

Ananti qel marito andase en Persia morire 

Feceli eagrameoto e'altr'omo non anera. 



raatco DMoM par la nu hilMlalU, uno Ma» into l'IdM di dJftnduU ntilt XZXU. 
glonadcal ippatito dell' «BtortU di B. OcnUmo, «a Ism» il ila Tolto a dimoitnn 
sba pih. di Dlden* en oolpaTols Ebbi. Ut daTTen noi non gli upplamo du torto. 

Oaxu. Xon lenDnarsiIu) qui el» ano ilruo puao, tara* emto, della Ctiaw 
dal Scimi, iDtoTDo illk oitti od al Doma di Oaata: < Ullaaa con iiu («Bta tiittt * 
no» moDtagu rhlamaU CUIODBa, poi Enea VariTÒ, • ehlamella (krtaglna, a eoma 
le posa nodM prima Dldo. E poi d eliiaiiili Gaeta per Ziiaa, eka oo^ la GUamba. 
/■/. XZVI, n aagg. CUttHn dod urabbero le Dalonne d'Eiailil 

Anrro ni Itili*. AbbtodmuU Dldo», s eant alt» *>rle avraaton, Esca 
•barca in Italia. AbUamo rlito et» nilla prima dalle noatra TonloDl latloe 11 laogo 
dril' approdo è preno Oatla, aba leoonda eaia ara gli fOodata ; otae InTeca 11 luogo 
h beiiù lo itHH, ma la città aocor di lA da Tanlra nel TlUanl uella CnnlclialU 
del Qaddliao ItB. A quaU ora «ciiliiB(Bramo □ Bstl a Olacomo da Bergamo. LaUno 
recoalo Laureato, Moondo Vlrtlllo, mala Palaitrina leoondo OoBtedo daTltsibo,lB 
Albania aecoodo la Cnitira U t'igint tiiilaUt e 11 HalMplDl, la Ardea aBoondo fi 
OaddUno incettalo. lacopodlDantelodlcere d'Alba In Paglia (pif, IS|. T-uelamo 
dell'effatloobaaa Latino face V oro troiano, aacondo la detta CronaohetCa e laoondo 
romite: ma InTecsBOntiaaennraiiMi di notar» obe l'ioaddoto di Aacanls rigsardo 
allo moiiaa dlTorala in maiicanta d'altra, à dal primi momntl dallo ibarco tnwpoi- 
latoadaaul piò tardi uell'Auoninio floreatlno. cioè all'andata di Eneai>reBBaEvai]drOt 
obe tmrarono Intento a colebraro atta (alBniiltl: on per la naofi geutn wpcaiTe- 
nota. Tannerò In mnio del banchetto a mancar le TlTaad* (In/. XIII, 10 igg.). 

Tunvo, Akata. Cba Tnmo ed Amata In qnalcbc modo bjeacro parenti è tra- 
diirane clanica! ilmena BzKTia ni ì(h. TI, M ammette obe Amala t«aa loialta di 
TeotU», madre dell'eroe italiano. Pietro di Dante, oome 1 da aipettaial. ita ooo 
Bottìo {Fara. xvn. U fB-), • a lui è da porro aoeanto on altro dotlo. BKKTBmrao 
Da InoLi (edit. dal TaimuHi, Imola, IgM). e n ButL II Boccaccio Iutccb la dice 
Barella di Danno, padre di Tomo ; ma Hgllnola di lui la Tonebbe Olaoomo da Ber- 
gamo e fora-ancbe, coma Tedemmo, la Cronaobetta dal Cod. Lanr. LXYI 30. coaa 
abbaatanza itrana, giacche dlTcrrebba aorelU di Turno. Coatol poi, aacondn Hartln 
Paiono, «arebfag g)à atalo marita di LaTlnta, qnando Enea irrlrb in Italia ; lo abeaao 
aHoma ti Landino {Ii^. I, 7t agg.). e oon para anabel' (Ubuis (In/.IT, 13S ag| ). Tarlo 
è U Inogo doTB Torno regna, ora la mlnon Toaoana, Mene dloe Armannlno, ora la 
Campeata. Con U Boti, Parai, VI. M agg.. cbe metta In 'HtT*"'* la eoa capital*. 
Arde», nastri U Olrmiea it trlfiin ctiUtlit (ta per Cortona, • qneal* i da) TlUanl 
pare adottata, tkoendola oca ArdM fatta una coaa. Awal Intetowante per noi i 
nn'oanarraaione dell'Anonimo ftorantlna, allTi^, IT, 139; e ti come Omero pose 
Acbill* più Taliot* nomo sin Ettoc.coai Tlrglllo pone Tomo nan prò cba ZbcB! et 
l'uno et rallto tali «mltarioi. Io genera ona tendenia molto bencTola par Turno 
■1 troTa, coma gli abbiamo notato (pagg. lIB-19]. a un'uatlllU Tene Enea non tanto 
Mnaaeberata. Abbiamo tIiIo eba aneba il Sooeacelo i allatto bTortrole a Turno ; Il 
Bandlnl poi qsaal aempr* Io eopla nella na opera enorme. Dna leonoacintl ainta- 



Diai.zodBjGoOglc 



: a, r Jjum 



Caia da m contane, an Kiito trapalo rajo, 
E de qnel sacninento tosto ae qpeitnno. 
AIA col dna Eneas a Cartai 'rinao 
Sen^'ogu demoranta a Ini a' abandoBao (1). 



taxi di Tamil Hino n Balle», cha d à dato Odl'ABaa^ tama tìa o, ^ni, TI. 1 ■((., 
con'aeclBDti (Icllnnlo di... >,(>*« 1 psnllBl d lola<*a il tMno « i chmit t raipn: 
• O £>>«<< kHo lerto di Oiuomi da Tliiiiam Sdl'Awiatea flonatlaa e aschc 
>Me*o)a cb«. aconda Ini. Xan • Tono < di e i» i m eiiwrtla «mn lulmiM fa 

•Boi . , . >, n tf r rtrnirtt t emmréi* è at>aU4L • Ik pOMff* alla leiaéuaic dd oosdrllo 
ABOBlua aldUna. 

CÌUd ha mano 1 pia txl aocl di poM^ a la caHImMcariM »«aac— » di tuOi I 

« n^ioa Orli* Amauoii g perrOUiM|h/. IT. lM,pad. «X. lo «da ckc > bih 
altrltaln tale qaalltà. abbia oseiilbBlla aleaa poco TasSUg^ cAc la ckisKa Uiu- 
■ma BeanUTEOHaU. XI, SU: 



acr GiBibda d loHia labUl «olla pabria di M: ■ TBao r b |ii il OaBlia ckm 
nsBU 1b Itala al anrcHn del dcta Tana tn^Korti • iteu palo drtio Eaai. 
h:'. I. ini. ma ]rrò si C IT. IM ^la cb* la a*A bbeVcsII ItaJn^ Ma nptiiaiaii 



UMa pB ■■ bill) nalr. < 






a) &•"•■ /. K— .n.ii.Mt««.»<si. 



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BIMC. 1 TKAD. ITAb »U. SSEIDK 



IV. LE TRADUZIONI DELL'" ENEIDE ' 



Qaesto capitoletto riesdrà certo assai più povero di 
quello che altri Boa si sarebbe forse aspettato; il fatto è 
che intorno alle tradnzioiii àelV Eneide non c'è che ben 
poco da dire, e nulla di nuovo, poiché tutte, più o meno 
esattfùnente, furono già indicate da altri. Io non farò che 
enumerarle, completando, quando sìa possibile, o rettifi- 
cando le notìùe che se n'hanno fin qui, e recandone qual- 
che saggio, quando siano inedite. 

In primo luogo è da notare che l' unica completa tra- 
duzione del poema di Virgilio che l'Italia abbia arato nei 
primi secoli, e fatta veramente sol testo latino, è quella di 
Ciampolo di Meo degli Ugurgierì senei^e, edita per la prima 
volta da Aurelio Gotti nell'anno 1858 (1). È contenuta in 
un Codice della Biblioteca Comunale di Siena, che ha la se- 
gnatura S. lY. 11 ; ed inoltre se ne trovano i primi tre Libri 
e metà del quarto nel Laur. F1.:LXXVII, 23(2), cui l'editore 
tenne a riscontro, per la parte che si poteva, col senese, 
onde accertare la lezione. Per le notizie sull' Ugurgierì ed 



(1) LEoiUi a Virjitit (s^rfi/s/n l'fl bum itala iiOa Ifiifna da CUHTOU DI 
Uaa DEOU TToDBaiBt St«at, Flnnii!, 1K9(I. 

(1) n Cd. i descritto S*\ DiiDIn, T, SOS-SOS. L'SiuUt t l'nltbno del toatl Is 
eoo earisnuU. dil t. IM ■! Ina: In tatto ti urtr, uombniiuie ( mentn il ratto 
del Cadice t «rUcco). del kcoId XIV, acritte > do» coIoudii. ood grtBds cnn • >il- 
UdeziL 1* rnbrlcbe e le inlilell meneinai gnnde «pedo è leirteto In ti Una Pd 
II prlDdiiio del Culti, ipedilmenti] fra 11 pctmo ed 11 lecinido, 11 teno ed 11 qoertoi 

■eD«ee. Dlimo qol le prtme e le nltlme rlgbs: < [I|o culto l'une t l'aomo dt- 
eposto «d lielteiRic , el qnile primo per dl>i>oalUane di fkto Tenne In [tD| Iteli!, ei- 
■endo ceccUto dell i<uti di trote, et ite rlne dlteiilno(eÌe);niolto tetlgelo In terre 
et tu mere per ulolentle de II del, por l'Ire ch'ere nele memarle di annone cormc- 
cUU . . . >. Flnlece : e Per adone di te le genti di Ubi* • 11 re di Knmldte e qnelll 

ucon i liplnte le mie oDHtl >, Jeii. IV, KO-ÌÌ. U BoU eh* U Codice non e pnnlo 
BnitIlo,(leMM quel tatto l'nltlmo Infilo è Uumo, ne 11 dopiate Io leeciò ■ mano. 



Diai.zodBjGoOglc 



mmtkit »air«dSwiM io nmmaà» aDe paffiae ck il Got 
|«nù$« ad essa, e im» «òto aà ^osm «■ hn adU etìii 
«WbMl'opencBclpRftnzbalsaBtaULaacn. S«u 
^bbio il ««sto UtÌBO è tatt'atoo c^ imuso pRfiettusent 
Vfetì (lì «non soao »»MFffniÌTrìMÌ: x» vis certe bruita 
fe«m MtmOe Mio siik Mb iii'imi. wk wm die a 






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BTXC I TUD. ITU- DELL'snTDE 313 

m& assai le sta dietro per riguardo alla completezza ed alla 
fedeltà. Essa è contenuta ìq molti codici, indizio cMo del 
favore che godette, e fa per l' ultima volta pnb1»l!cata da 
Pietro Fanfani neìX' Etruria di Firenze, anno I, in varie 
volte come altrove dicemmo, con note filologiche, tirandone 
poi a parte solo pochi esemplari (1). 

Per le notizie intorno al Lancia, ed alle sue opere, si 
può vedere nello stesso primo volume déìV Etruria (2) un 
articolo biografico e bibliografico del De Batines, ove si 
citauo atti di lui pubblici e privati, dal 1315 al 1351, e un 
sno volgarizzamento di legge suntuaria fiorentina, fatto 
nel 1356. Quantunque le asserzioni del De Batines siano 
tutte un po' soverchiamente affrettate, tanto per esempio 
neir assegnare i termini della vita del Lancia fra il 1300 e 
il 1360, come neir attribuirgli certi volgarizzamenti, non- 
dimeno noi, per ciò che riguarda VEiieidc, crediamo di po- 
terci accordare con lui e riconoscerlu veramente come opera 
del laborioso notaio fiorentino. 

È noto che la traduzione, di cui discorriamo, non è fatta 
direttamente sul poema di Virgilio, ma bensì sopra una 
riduzione in prosa latina, di cui fu autore un ignoto frate 
minorità, di nome Anastasio. Questo ci dicono ad una voce 
tutti i Codici, e noi non abbiamo nessuna r^one pei non 
prestar toro fede: <'it quale libro atte fìrate Anastogio de- 



li) Cii^pilaiiwui aiuti Emidi ti TirgOia fatta nlfan fu wl /lincifia id m. XJV 
if> 5» Andria iJiHtit Stime KouhIÌihi. Firn», Btuop. lalle Loggia del ■«do, IStl, 
ilrf.dl p*BE' Vni-13«. È ftttaiDpn nn Codi» MutaUl, ■, nllm Oda di «w, porte 
tu IroiiM; •Anni Domini U. CCC. XVLi. lo non bo isdnto U Oodln.in* pnn mn 
«Hirii B dnbiUrB delU in* uiUeliKi, idIIk fedi daU'IUiutn difuiMM di Dino Oom- 
iwpil, Iildoro Dal LunRO, di* Dell* mhi, ìoUm ep*n,I,U8 in nota, lo dica di acllt- 
Inm d<l primo qnUtmeento. Tatt'al più al patii iiMpttUn ehB ancbe la data 
proTiDga dal Codie* orlElnailo, da eni qnesto to ooplato, a ci offra qnlndi un ala- 
mento, pa qnauto dubbio, p*r la eronoloflla dalla BoMra tradnikna. Bl(nardD 
alle adizioni anteriori a quella dal FanlUii,ida din ohe Km tntta dal qnaltiocenta 
• del duqnreeou). 1.* prima i il Vloania Hit, tmpnaia da Btmaimt tnilitpidi chi 
Caltni* fnniA. « a qnaatk ne liane dietni nn* dt Venola MTS. QnaUa porta per 
BOB» d'into» la lHUratiiaint gru» àOHnofié; qnaMa iaraat, earto per »trm,Àla- 
tÈtfrm fm». Dal raeto al Tafmao t Btbllofrafl. 



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X. e. pixooi 

frali minori, mmo discreto e lìtterato, con molta 
di Tersi in pros&, lasciandone cierta parte, senza 
i parve die questo libro safficieute fosse; e io 
stanza di te, non molto lievemente traslatsi di 
a lingna volgare >. Go^ le^^resi nel Lanr. Gadd. 
che è probabilmente il più antico dà Codici che 
rimasti, e. poi, con poche differenze dì forma, 

altri. 

>tto Codici a me noti della nostra traduzione (a 
Lggiungere per nono il Cod. Maiielli , pobblicato 
i), soli tre portano qualche altro nome, oltre 
na*itasio, due soli il nome del Lancia. II Uagl. 
>0 ci dà il nome di colui per il quale e la ridn- 
L ed il volgarizzamento furono fatti : < il quale 

Coppo. . . » ; il Laur. Gadtl rrf. XYIII nel- 
lomina il Lancia, ma accenna genericamente ad 
lietro cui preghiera si sarebbe mosso : € [C]on- 
ci libri del Vergilio, li quali frate Nastagìo de* 
frati minori recò di versi in prosa, e k detta 
gramatìca ser Andrea di ser Lancia traslntù in 
olgare assai adornatamente, a prìego d'alcuno 
■; infine il Palat. E. 5, 7, 14, che è senza dubbio 
IV ed il quale solo può contendere al Gadd. LXXl 
[la maggiore antichità, mentre è per sé Etes:<o 
limo, reca poi, suppliti da altra mano sopra la 
il nome deir Autore, come quello dell'amico i-itc: 
ibro a te... > e sopra la riga, Cojtjio JUiUiorati; 
ad istantia di te. . . > e eopra, Aiitirca Lama 
00 di poi. Ora questa aggiunta posteriore, la 
! non avrebbe che poco valore, ne acqui!:tu niul- 
ndo si considerino due cose : prima che la scrìt- 
a è auticbissima, cioè del sec XIV e quindi 
mporanea del Codice; inoltre che è la medesima 
Ila quale furono a^iunte le postille marginali, 
>ndo state evidentemente tolte da un Codice an- 
cché sono le stesse che in quasi tutti i Codici 
n danno motivo di credere che anche i due nomi 



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urie I TRAD. rru» dell' ih kide 315 

di Coppo IGgliorati e di Andrea Lancia ne prorengano, e 
quindi siano degni di molta fede. 

Io conclndo adunque che l'attribuzione dell' fnn'rfc vol- 
gare al Landa è molto probabilmente esatta. Finché non 
si conoscerà che un Codice solo, il Gaddìano XYUI, che 
portasse il ano nome, la cosa mtara per lo meno molto 
dubbin; con questo che io ngginngo, l'autorità del Gaddiano 
resta poderosamente rinfìancata. £ si noti inoltie; que- 
st'ultimo ed il Codice che fu la fonte del Palatino, non 
dovevano essere della stessa famiglia, giacché nel primo il 
nome di Coppo non si ritrova; come neppure pare essere 
di lina stessa famiglia il Magi. II 6(1, il quale pur ci dice 
molto con qii eli' unico nome di Coppo, giacché un accordo 
parziale induce a credere ad un originario accordo totale, 
quantunque ora non più percepibile. 

Un mezzo, neppur esso del tutto sicuro, ma aesaì buono 
tuttavia, per assicuraci dell' attendibili tìi delle notizie che 
il Codice Palatino ci ofire, vien porto da quel nome r^nsì 
i's]>licito di Coppo Miplinrati. E chiaro che se noi troviamo 
un jier^-onaggio di tal nome, il cui tempo si accordi Itene 
con quello del Lancia, ne avremo una nuova confermi!, in 
n<ir?tro favore. Oni jter ciò fare basta aprire il priorista 
Hiofi, anch' Cf'f'o conservato alla Palatina; ivi sotto i Mi- 
gliorati ci si offre appunto un Coppo di Boi^hese, die fu 
priore ne] dicembre 1*M1, nel febbraio 1310, nell' ottobre 1313, 
nell'ottobre ì'^ì\ nel giugno 1326, nell'agosto l'Wf, nel 
febbraio ì'^ìó, nuli' ottobre 1341. I nostri due amici non 
avrebbero potuto, come si vede, essere più esattamente cou- 
temporanei (1). 

Un'ultima ricerca rest«re]ibe da fare, esaurite per quanto 
si potevn le altre; qncllii, pid o meno approssimativa, del 
tempo in cui Andrea Lnncin compose la sua traduzione. 
Veramente i (iodici non ci offrono nnlla a questo riguardo 



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portam»; fadtiTn la lÌMRa è ran in 
ùle da un' 06801 fBuuiie dte già altrore 
abbiamo notaio, osaminaado il laccontc 
iotomo ad Enea, A» akane parole di 
itamente ideoli^e, anche in no corioao 
re da noi tiroTaie in naa tradnxione del 
d'un Codice Lanratzìano, che non eì 
il cronista fiorentino non aresee STiite 
utico progenitore dd Codice stesso (2). 
venate nel TìlUiii an' arose» dtaxioDe 
io, rimaodaTano inveee ad Codice al- 
, che in esso tenera dietro alla Crona' 
icché la conclnsione eridoite à è che 
B anteriore alta compoànone anche del 
tona dd Villani, e che ann ne è una 

icertessa in coi siamo li^nardo fl tempo 
ani Villani cominciò a <giÌ Te»e la saa 
itremo fir^n^are con tatta e»tteiia il ter- 
I tradnnone dd Lascia Boa à pnò Diet- 
imo sempre abtnstanxa da coatentarci. 
econdo che on è tttmmamnie atttt- 
1 ablua messo niaao alT opera =«a mcdto 
xttrauo stabilire q^e^t'asao mfie^iiM 
\ inchinando però a uidui la aottra 
, di panmhi aniiL E qn la data 1316 
telli poò nmn 

■derìe: in fondo xm iaw bb e imi>ae:s- 
r BB&a. cW «aia qsefto 



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UPAC I TUD. ITU- SSLL'tKlIDt 317 

Codice, relatìrunente moderno, ci «Tesse consetrato, per 
OH caso qualeiasi, l'originaria dataxione dell'opero. 

Daremo qui, a compimento delle nostre ricerche, la de- 
Bdizione dei Godici a noi noti delle Biblioteche pubbliche 
di Firenze, che contengono la traduzione del Lancia. 

I. Lanrena. GaAi. rd. LXXI. Vedi il Bandiuì, Sup- 
pldìiciìto, n, 69-70. II Codice, assai noto e Terumente an- 
tico, contiene oaa tradazione delle Epistole d'Ovidio con 
ampio commento marginale, l'Istorila troiatia, una parti> 
della nostra Eneide, V Intdligenga, mancante del principio. 
Soao in tatto 24 fogli di pergamena. La traduzione del- 
l' Eiieitìe va dal f. 15 r. al 18 t. Comincia: < Arbitrasti 
che li excellenti &tti e le uertuoee opere de gli antichi 
Bomani come erano dengni di perpetuale memoria. Cho^ 
erano dengue dessere esemplo e dottrina di noi >. Fini- 
sce: < Nominanza e traile giente che con questa montangna 
è constretto il corpo d'Enchelao mezzo arso dale fulmine 
ceche quante nolte elli muta lo stancho lato fa tremare 
tatto mongibello, e il cielo uerorsi di iiimmo. Noi choperti 
quella notte nele selue sostenemmo terribili. . . ». Gorri- 
Rpondouo queste parole al Lib. Ili, tv. 577-84 di Virgilio. 
La dÌTÌ!>iune dei Libri è la stesfia che nel poema latino ed 
essi sono poi suddivisi in capitoletti, che hanno vere m- 
brìcbe ; queste però tratto tratto mancano e infine cessano 
affatto negli aitimi due fògli. In margine vi sono delle 
postille che commentano il testo. Sebbene questo Codice 
sia probabilmente il più antico, non si può dire però che 
rappresenti del tutto bene lo stato originale dell'opera. Per 
esempio, in ciò che riguarda le rubriche, nitri Codici Bono 
più completi. 

II. Laur. Gadd. rd. XVIII. Descritto nel Bandini, 
Supì^. n, 17-20. È uu Codice cartaceo, del sec. XV, di 
carte 129: contiene la traduzione di Sallustio di Bartolomeo 
da S. Concordio, quella della prima orazione di Cicerone 
contro Catilina, una novella, il Libro Ficsolano, VEncide 
del Lancia, il cosidetto Cantare dei Cantari, publicato dal 
Rajna. 



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318 I. e. Mwnn 

OSre qualche interewe per noi l' esamìaflie più da tìóho 
la composizione del Codice. Eaao è smtto tatto d'una 
mano, ma mostra ima partìcolarità notevole nella numera- 
òose. Per i primi ire testi questa è doppia: rana in d&e 
romane, che per la più parte dei fogli sono state tagliate 
ria col mai^ne saperiore dal legatore moderno; P altra in 
òhe arabiche, piil in basso, la quale è po8teri<»:e e si ferma 
al {. 48, forse perché ivi la prima namerazione si ricomincia 
a vedere. Dopo parecchie altre alternazioni, inutili a no- 
tare, giuncamo al f. 7-ì, dove ha principio il Libro Fiesdano: 
ora qaesto, oltre al 73 in cifra arabica, di mano moderna, 
porta anche la nimierazione romana, la quale però si riià 
ivi da capo, e prosegae senza interruzione per tutto il 
resto del Codice, comprendendo cioè anche V Eucùìc e (cosa 
di minor importanza) il Cauiarc fidi Cantari, il quale però è 
diviso dai due testi precedenti por mezzo d'un foglio bianco. 
A noi par chiaro che questo purticolor modo di numera- 
zione che nel nostro Codice troviamo, id^nifìchi precisamente 
che questo fa messo insieme di almeno due parti distinte, 
e che la seconda di que<^te parti comprendeva appunto il 
lÀbro FiesK^ano e VEnmlc, in una strettissima unione. 
Erano adunque questi due te.--tì che formavano il Codice, 
del quale noi supponiamo si servisse Giovanni Villani. 

Per ciò che riguarda VFììi-ìiìc, qualchecosa c'è pur da 
notare, oltre aiT Ikpticìf , clie abbiamo riportato più sopra, 
ed oltre idle postille, che nel st^sto Libro contengono anche 
citazioni dantesche: essa non è dirìsa in altrettanti Libri 
quanti il poema di Virgilio, ma il Libro terzo ed il quarto 
sono uniti sotto il nome di Libro secondo, il quarto ed il 
quinto sotto il nome di Libro quarto, il sefto ed il settimo 
sotto il nome dì Libro quinto, dopo di che le rubriche ces- 
sano aH'uttn e con esse le divicioni. E molto probabile che 
una partizione simile eia opera di qualche copista, che vo- 
lendo distinguere ì Libri, non trovò sufEciente aiuto nelle 
incerte rubriche: ma senza dubbio e assai antica, giacché è 
quella che ci spiega la citazione che ubbiam trovata nella 
Cromuihetta fiesolana e quindi nel Villani, del primo e se- 



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MtlC. I TUS. KAL. WLl' WKBB* 319 

condo Libro dall' Ikiàde, s proposito dell' infelice morte di 
Didone (1). 

nL M^lisb. Pilch.II,Cod.60. È nn codice di mm. 293 
d'altezza per 218 dì lar^hesza, cartaceo, composto d'altri 
tre Codici, che boq tatti di tempo e mono e numerazione 
diversa; il piil antico pare il primo, che contiene appnnto 
VEnade del Lancia, e può essere del pzincipio del quattro- 
cento, ma anche gli altri due si possono credere del medesimo 
secolo. Onesti contengono le Epistole d'Ovidio Tolgarizznte, 
di fogli 72, e VArte tt amare, pax volgarizzata, di fog^li 79. 
La nostra Eneide à compresa in fogli 79 ancor essa ; vi sono 
vere rubriche, ma le iniziali mancano. Una particolarità 
offre la fine del Prologo: < Il quale libro a tte Coppo frate 
Anastasio dell'ordine de' firati minori, uomo discreto o Ilot- 
tarato, co molta fatica recò di versi io prosa..., ed io Ana- 
staEÌo poi, ad istanza di te Coppo, non molto lievemente 
traslatai di gramatica in lingua volgare >. È evidente che 
il copista ha creduto di dover supplire di suo il nome man- 
cante uella seconda parte del periodo. Anche questo Codice 
i: postillato iu margine; però nel Libro sesto mancano le 
citazioni dantesche, il che dimostra che sono un'inserzione 
posteriore. I Libri son divisi come in Virgilio, e suddivisi 
poi in capitoletti, con loro rubrica: le rubriche in principio 
d' ogni Libro sono pib ampie e ne £imno nn po' di riassunto. 
Esse però in origine erano qua e là rimaste a mezzo : furono 
più tardi completate, per mezzo di qualche altro Codice, con 
nn colore ru^r^iccio, il quale ci dà modo di riccuot^cere che 
ciò si deve ad uiio dei possessori del Codice stesso, che si 
sottoscrisse in fondo collo stesso colore: < (fucsia libro è di 
wf. giovaimi di raygio iFagostino fiorentitto; comperalo con 
(lUri libri dì fìiccltolaio da tiideto per mcianità di franceseo 
ili neri cartolaio >. Altro possessore più tardo fu Gino di 
Tommaso di Oino dì Neri Capponi. 



a Codi», la Bgrt* 01 DMoaa U Wntnitibt n 



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320 E. G. FABOn 

IV. Magrliab. CI. VII, n.* 385. Codice cartaceo, che mi- 
Biira mm. 305 per 230, di fogli 51, datato dell'anno 1346. 
ISon vi sono mbriebe, se non aggiunte in ìnduostro nero 
e carattere piccolissimo, da mano posteriore, sebbene antica; 
mancano pure le lettere iniziali; la divisione dei libri non 
si scorge se non per un certo maggiore spazio lasciato in 
bianco tra il fìne di un libro e ÌI principio del seguente. 
Vi sono postille, e al Libro senito le citazioni dantesche. In 
fondo si legge: Exj^rcit liber Yinjiììi {le Enei/<la storìn Am. 
E più sotto, di acrittnrn che sembra un po' diversa: Al nome 
di dh amen adì 20 dottohrc J.5*7. Questa parrebbe una data 
meritevole di fede: tuttavia noi osserveremo che il 1-346 
dev'essere ricalcato su un'altro numero precedente, e so- 
pratutto sotto il 3 sembra proprio di intravedere un 4. 
A rendere i nostri sospetti certezza, nel foglio seguente, 
che è tutto bianco, lesesi nel margine superiore a sinistra 
nn 1446, che pare efu^sse al poco accorto falsificatore 
della data. 

V. Folat. E, 5, 7, 14. Codice membranaceo, del sec. XIV, 
di mm. 241 Xl85, con vere rubriche e inizinlì rosse o tor- 
chine, scritto a due colonne. I fogli cono 41. Abbinm già 
visto quel che v' è di notevole nella fine del Prologo, e che 
tanto i due nomi di Coppo Migliorati e di Andrea Lancia; 
che ivi sono suppliti sopra il rigo, quanto le postille mar- 
ginali sono della stessa mano, diversa da quella del testo, 
ma probabilmente anch'essa del trecento. Le postille dopo 
il f. 12 cessano. 

VI. Riccard. 1572. Codice cart-iceo, di mm. 300 d'al- 
tezza per 202 di hirghezza, di fogli superstiti 36, senza ru- 
briche né iniziali, benché per le une e per le altre sia stato 
lasciato lo spazio: può appartenere alla prima metà del 
sec, XV. In margine vi sono le solite postille, con le ci- 
tazioni dantesche del Lib. VI. Do])o il f. 13 v. c'è nna 
lacuna. Esso infatti finisce : < de la somità del tempio 
dov'era l'imagine de! primo marito sono udite boci di coltri 
gridando, e il gufo con boce di morte fu udito la notte. E 
viddesi nel sogno.,.» parole che corrispondano ai w. 457-464 



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una s TKiD. nu. i»ia.*BBtH 821 

dd Lib. IT di Vigilio ; ed il f. 14 comincÌB : « in salla alta 
nare putendo Ture tenebroso cacciò T ombre cioè l'osca- 
rità, e disse: o FalinnTo, venti Boantrag(fODo; l'ora è dettasi 
riposo ; poni gioBO il capo > dove siamo già al Lib. V, 841 Bgg. 
In fine dell' £n«HÌe ci è la solitn &ase di commiato degli 
amanuensi, Finito il libro di Vergilio a Dio sia gratia; ma 
dopo questa fii aggiunto ancora un piccolo brano, che rias- 
some gli avvenimenti dalla vittoria di Enea fino alla sua 
morte e al regno d'Ascanio: < Qui appresso conteremo al- 
quante parole le quali sì trovano nel libro che Dite fece 
d'Enea, le quali seguitano questa storia doppo il libro di 
Virgilio. 

[C]ob1 fu conquistata tutta Lombardia e Lavinia. Inman- 
tenente che Turno fa uciso, se ne partirono i suoi amici 
dolenti e crucciati, e molti altri cbe per la sua gran prodezza 
l'amavano. Lo re Latino, cbe molto era dolente della sua 
misaveutura, venne a Enea e sua gente co Uni, e glie dede 
la fitiuola con tutto il suo reame, salvo tanto, cbe n'avesse 
la signoria tutta sua vita. Enea così la ricevette con grande 
aJegrezzA e fu fatta la pace con quelli cbe contra lui erano 
stati. Inmantenente tutti gli Troiani e tutti gli Latini 
s' asembrarono per loro corpi morti ardere e mettere in ci- 
nere. Quando questo fu fatto, la raina Camilla fu rimandata 
in sua terra e la raina Amata ricamente sopellita. . . >. Con- 
tinua a narrare della morte di Latino, delle batt^lie di 
Enea contro Messenzio, re di Sicilia. Enea non lo vinse , per 
la morte cbe troppo presto lo incolse, ma Ascanio che gli 
succedette, continuò la guerra e in un combattimento corpo 
a corpo l'uccise. Sulla morte di Enea varie furono le opi- 
nioni: chi lo disse colpito da una folgore, chi perito dentro 
uno stagno, presso il Tevere, < che quei di quella contradia 
apellavano Nimicum. Enea non vivette più de tre anni, 
posscia ch'elii ebe Lavinia sposata, e questo uè raconta 
Dite piti che Virgilio, i quali de la sua storia insieme s' acor- 
darono >. Dopo ciò in poche righe si fa la cronologia del 
tempo in cui Troia fu fondata, d^li anni cbe durò, quanto 
tempo corse fino alla fondazione di Boma etc. Questo rac- 



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8ZZ I. a. riBODi 

conto, tranne in certi adomamenid che possono appartenere 
allo scrittore, e^ne, racconciandola, la versione di Catone 
e di Tito Lìtio: curiosa è la notìzia, che non sappiamo a 
che cosa si riferisca, di Dite antere dì una contìnoazione 
di Virgilio; curioso anche il trovare che Messenzìo è detto 
re dì Sicilia, d'accordo col Inorato dt^a Bibbia, che è 
tradotto dal francese (1). 

Riccard. 2189. Cartaceo, forse della prima metà dal 
sec. XV, in dimensione 285 X 220, dì carte 44, numerate 
solo in parte, acefalo. Kon vi sono rubriche né iniziali; le 
divisioni dei Libri furono segnate con Liber prinitts, sentti* 
dèts etc., da mano [losteriore. Comincia: < ...rocchia beffava. 
Mu una notte la imagine del non sotterrato marito in eogno 
r aparve con palido viso e moravigliosi modi e (2) il petto 
passa[to] del ferro si scoperse ed ogni fellonia ajialesoe e 
confortolla che ssì partif%se della patria >. Sono i tv. 352 sgg. 
del Lib. I dell' Eneide. Manca poi la fine del Lib. X e il pnn- 
cipio del Lib. XI, per una lacuna di due carte. In mainine 
vi sono le solite postille, ma una parte di esse, e fra queste 
le citazioni dantesche del Lib. VI, sembrano di mano più 
tiirdu. 

Rìccard. 1270. Gartacro, miscellaneo, tutto dellu fine 
del 400. Misura mm. 308 per 232. Comincia con un trat- 
tato monde; segue l'Etica d'Aristotile, f. 9; la H'Uirlra ili 
Cicerone volgarizzata da fra Guidotto, f. 35; un altro tnit- 
tato morale, f. 87; infine, dopo varii fogli bianchì, VEucuìv, 
dal f. 97 r. al f. 147 r. Il Codice ha rubriche ed ìnizitdi in 
inchiostro nero: quelle, dopo ì primi libri, non si trovano 
che iuterrottomente. In fine, lasciato nn po' di spazio, c'è 
la notizia, attinta da Martin Polono, del ritrovamento presso 
Roma del corpo gigantesco di Fallante. Più sotto: (ini fi- 
nisce il dodeeiìiio e uìtimo libro de VergiUo, detto Encìilas. 
Dfo ^tvtins. 



dOyGoOgIc 



I 

4 



BMC. I TUD. ITU. ISLL EBKOn 323 

Una iena fradozìone dtiW Eneide, eredata fin qai del 
tutto inedìts, è quella che noi trovammo inserita per buona 
parte neìTAquila vdUuUe (1), e che è contenuta dal Codice 
UagL IV, 32, cartaceo, della fine del sec. XIV o del principio 
del XV. Baso, come ci avvisa una nota, fu di Pietro Fran- 
cesco Cambius dell'Accademia Fnifdreoram , detto lo Stri- 
tolato, e da lui fa lasciato in eredità all'Accademia mede- 
sima. Sulla seconda pa^a bianca è incollato un foglietto 
scrìtto di mano moderna, dove si dice che la lingua del 
volgarizzamento è toscano purissimo, ma che ^ trascritto 
da un copista assai trascurato, che lo seminò di errori. Dal 
f. 1 al 104 il Codice contiene V Eneide; il 105 è bianco; 
ne^ flP. 106, 107 si legge un componimento in terzine che 
nell'indice del ms. è attribuito al re Boberto, sulla bnons 
ragione che nella nona terzina si parla dell' ditto naie cai 
TAutore veste. Disgraziatamente questo componimento 
stesso si legge anche altrove, dove il reale è mutato in 
legale, e difutti qualcuno scrìsse nel margine superìore del 
nostro Codice, a lapis: < Il Cod. U II 40 attribuisce questo 
capitolo a messer Domenicho da mmonte Ucchiello > (2). 

Rsaminando un po' questa nostra nuova traduzione, si 
scorge subito che anche qui abbiamo piuttosto un compen- 
dio, più ampio però di quello del Lancia, giacché solo 
respressione viene abbreviata, e solo ben-di rado si sop- 
prìmono particolari di qualche importanza. 

Reco come saggio il principio ed il fine, trascrivendo 
di fìronte anche il Lancia, secondo la lezione del Codice 
Magi. Vn, 737, affinché si possano &re gli opportuni con- 
fìronti. 

Comincia il traduttore con certe considerazioni eoe pro- 
prie : < Se '1 poeta avesse descritto el libro d' Eneida acuendo 



(1) Vadl J»ts. ui-in. 

(1) L' Anton della nsaln ImluloDa fu ccrUaiciit* lONuo, du 11 coplila te- 
Tcc* appartnicn ilfAlta lUll* ■ qnul Hnu dubbio alla Lombardia, Abbiano (là 
detto (|«E. in) ella di ma oltrr al paaMi elandHUBamatiU pnbbUslo Dall' ifvfta 
Tatoirfr.aa n-ball lolllo brano d>l Lib. lV(Dliloo 



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824 B. «. ruma 

com« el &tto file, egli arebbe eomìnctEto dal gnasto £ 
Troift, e 8^neDdo sarebbe stato primo el primo tenpo, ée 
prima fii tolta Troia ed area che Enea venisse in OidGL 
Ma perché Orano pone nella sua poesia cbe i poeti (che) 
doreesoQO usare Tordine artificiale, dicendo: Et jam tim 
dieatjam nune ildietUia dic^'\, Virgilio, come sommo, quello 
modo tenne. £ comincia el primo come Enea venato in 
Cidlia, Togliendo venire in Italia, per forza di venti andò 
a Cartagine. Ed intendo in lingua volgare per prosia scri- 
vere lo Eoeida brieve mente, aedo che tanto bene per più 
sì sappia. Ed al mio cominciamento invoco el bello Apolo 
eh' è co le [Muse] (1) e lor favore mi diano. E comincia coù: 
Po^ che cantai el verso Bocolico e Georgico molto utile 
e neciessario a li paatori e alli villani, di fuori discrivendo, 
canto in questo libro etc. >. Il confronto- col Lancia può 
cominciare di qui. 



Cod. IV, 39 Lancia 

canto in questo libro de l'Eneida [DJell' aspre battaglie io V«plio 

noDio verludioso in Tatti d'arme in versi narro, i fatti di i[uellii 

e aJto raonle, ciuè de Enea fl- uomo il quale fugitivo (I) jimno 

giinolo d'Anchisse, el primo che venne de In contrada dì Troia fa' 

per fatti veniese inn Italia e che tatemente ina Italia e a li lili di 

eoferìeso nel venire per terra e per Lavina. Colui fu mollo gillalo per 

mare grandi afnnni, paure, peri' terra e per mare per fona ddli 

coli, fatiche e nngne, sicome di Dii, per la ricordevije ira dt )t 

■otto si dirà. E perché si con- crudele lana, e molte falirbe io 

viene, euendo (i) proprio di poe- bataglie patio, iaflno eh'elli edili- 

ti (3), di fare invocazione, A invoca eoe la città e portoe li dii in 

• disse : Mnsa , o sdentia, rìcor- Italia ; del quale diaciese il saiiEM 

dami qnal fosse in deltade Enea latino e li padri d'Albana e Tilt* 



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Rine. B TIUU. ITIL. UBLL IHnnB 825 

fe (1) per di'dlo doresM «rera Roma. OBciema, raca nella mia 
tanto soferto. Ed anche Jnno (t) memoria le cagicnt, quale dea fti 
reina volse luì sofferìra cotanta offesa a parchi la ràna de U dii 
travaglia. Inis[el vxA gli animi dolendo», cacciò l'uomo diiaro 
delestìali contra H mortali? per pleiade a Tolgiera tante tàtì- 

Dna dttade fti antica mente che. Or furo cotante ira nelii de- 
che arerà nome Cartate, nella leatiaU animi? 
qoale abitara una donna vedon 
che area nome Dido, e fti di l^ria 
e tu mogliera di Schea ; ti qnale 
ano fratello della detta donna, che 
avea nome Pingnialion, mosso per 
avarìda da avera i danari e 1 te- 
soro di detto Sicbeo, A rufcise. 
Ed età questa città molto ricca 
d'avera e bene fornita d' nomini 
da battaglie ; la qnale cittade ma* 
donna Inno, idea nnirerBale, vo- 
leva che fosse capo di questa mon> 
do, e questa aitava (3) ella favo- 
Teg^va inn ongni modo. 

La deUa madonna Jmio abien- 
do inteso che ^ente cacciata dì 
Troia veniva per rengnare ino Ita- 
lia e per fare nna cittade, cioè 
Roma, la quale fatalmente doveva 
ngnoreggiare ed essere capo dd 
mondo e che doveva guastare Car- 
tagine; e ricordandosi la detta ma- 
donna Inno ch'ella area dato ope- 
ra al guasto ^ Troia, ed edandio 
per la sentenzia che diA Paris dd 
pomo ddl'oro Ara lei e madonna 



0) |wl tftoa itOrnh ■ Mata fi 




doyGoogle 



326 E. o. raom 

Vtaau e nuidoni» Palas, e p«r 
molte altre cagione odiando tatU 
gì! altri Troiani, ae opponen io 
taigDì modo che la detta gieote, 
doè Enea e li nioi, non poteesono 
arrirare In Italia, per mare o per 
leira, siccome di sotto si center- 

«. . . (1). 

Questo la detta reina seco con- Enea navicando co la sua giente 

fferendoandùall'!90lade*veDti che per mare, diserta Troia dcmd'era 
à nome Eolia, nella qnale sta el ti9C)(a, lanone neraica de^Troiam 
re de li venti, el quale a nome andò a Eulo Re de' renU e dìsseli : 
Eolo, e ivi reggie e a Doro pone Giente mia aversarìa navica per 
l^j^] e freno, come gli pare. Al lo mare italiano, portando seco 
quale re la detta reina pot{se Troia e lì vinti iddìi. Percooteli 
supplichevoli] (3) preghi e disse: e rompi le tornati, poi che U* ave- 
Lo re delli idilli e dell! uomini rei somerse. E promiaseli merito: 
U die podestà di tenpestare l'aqne lo one quatordici Lammie, bellis- 
« aboaacciare. Una gien[te] mia Rime donzelle divine, de le quali 
nimica navicaper lo mare toBcnoo, Deìupeìa la più bella congiugnerò 
e diciesi portano seco derti dei, teco con ìstabìte matrimonio. Con- 
Tinti altra Tdla. Pruova contro ciò sie cosa che Eulo consentisse 
a lloro colli venti la tua fona e & prieghi di Jnno, i venti come 
•omeraagli le eoe navi [S]e que- una schiera fatta , percuotono il 
sto farai i' ù XXII donzelle overo mare . . . 
ninfe, le quali la piii brila. nome 
Decopera, io te la darò per mo- 
llerà, acciò che te faccia (3) pa- 
dre di bella «chiatta. 

Eolo, questo inteso, rispose: 
rctna, la fatica da tua del coman- 
dare e mia dello ubidire. Tu mmi 
reconeilii cum love quando el si 
cruccia, tu m'ài fatto consorte 
degli altri dei, e se io posso co> 



dOyGoOgIc 



E TikD. ITU- DELL UKII» 



T«n« tu ma dai Detto ci&, «d 
egli BcoTerehiò la speliincs de' ven- 



Horte di Turno 

. . . Enea, che lenpre era in- ... Enea 'colnì coH' asta per- 

tenio a la rittoria, ben colse ano coese e paaea 3 ventre. Turno 
tempo e lanzò nmi lancia, e pas- per lo colpo cade a terra. Faaai 
sagti lo srado e Ile coraize e ffe- pianto de* Rotoli. Colui nmile 
rìllo forte nel tempano. Della qual adorando, levando g^ occhi e la 
ferita Turno cadde, e quel eazato, mano, dime: Certo Io 1*6 meri- 
Enea corse sovra cum la spada tato. Io non priego te; usa la 
iDgnuda in niaDO, focciendo sen- fortuna tua. Ha sxe alcuna cura 
bianti di volerlo uccidere. Ha di padre toccare ti puote, Ìo ti 
Turno umile, cum occhi lagrì- priego, tu eh' avesti tale padre co- 
rnanti e cum le mane sporte, disse me Anchise, che tu abbi miseri- 
pìangaendo [a] Enea queste pa- cordia della vechieixa di Dauno, 
rcJe: Io 1*6 beo meritato e perciò e 1 mio coipo rendi a U mei. 
per mi non ti priego ; di mia vita 
fa come li |)are. Ho pella rimen* 
brama di mìo padre vecchio dò 
può valere. Questo ti pri^o che 
ci vaglia, che avisti (1) già An- 
chisse vecchio come el mìo. Ahi 
roisericurdta del mio padre vecchio, 
e sse tu nki vvuogU pure ancidere, 
rendi el mio corpo morto ai miei 
Tu ài vinto, e i miei m'anno ve- 
duto do[raalDdare merciè. La La- 
vina t tua moglie; non mi veder 
più male. 

Andenilo Enea cosi parlar Tni^ Enea volse gli occhi e ritenne 

no, stette sovra di sé e ritrasse la mano, e gih dubitando, la parala 
la mano chello aveva alzata per di Tomo l'avea cominciato a ple- 
Tnmo uccidere, e corainciò a vo- gare. Ha aparve lo M^ale, e le 
ler perdonare a Turno. Ed esen- spranghe conosdnte risjdendero 



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328 B. e. riMna 

àa in colai modo diqxwto, elio nella dntara che ffii del giormiie 
guardò e vide che Turno areTs Pallai, il quale Turno uccise. At 
dnla la cintura indonita che ffa lora Enea italo della ricente memo- 
di Fallante, che Turno uccise. La ria, disse: Pallaa con questa ferita 
qua] cosa veduta Enea, s'scie- tisacriflca. Tn rìcieTÌ pene del Ino 
se tutto in im e in nudtalento ecelleiato sangue. Diceudo queste 
contra a Turno e disse a Tnmo: cose li misse il ferro per lo con- 
Canperai tu da me, tu che ti or- tiario petto. A. Turno si diaol- 
nalo delle spoglie de' miei ? Palla vouo per lo freddo li membri e Ila 
io dico, Palla si ti sagriflca e tn vita con pianto Ibgge Jodegnata 
convieni morire per la sua morte, per l'ombre. 
E cosi diciendo misse^ la spada 
per lo petto infino a g' elsL Unde 
l'anima piauggeudo dolorosamente 
n parti e dìsdese gioso rum l' altre 
unbrc. 



Abbiamo un' ultima vemone dell' Eiieiilc, ma mio de' sei 
primi Caliti e in versi, nel Codice Lanrenuano PI. XLI, 41, 
del secolo XV, che contiene molte altre cose, tra cui ana 
traduzione d'Ovidio, Catone in ternani, la Cronaca di Mar- 
tin Polono, mancante del principio etc. Come il rolgarìz- 
zauiento precedente, anche questo fa segnalato, crediamo 
per Ih prima volta, dal Benci, nel volume più volte citato 
deìVAvtoìOffta, riportandone per sn^io il solito brano col 
Quale n comincia il quarto Libro; e da esso Io tolse il Gamba 
pi il tardi. 

Il testo- latino por st^oito abbastanza fedelmente dal 
traduttore, ossia senza permettersi di compendiarlo; però 
se si osserva bene, sì trovano qua e là delle mutazioni fatte 
un po' a capriccio, e qualche ag^unta, derivante forse da 
glosse. Gli errori ben inteso sono numerosissimi, e ad ag- 
gravarli s'unisce la molta scoirette^» del Codice; coàcché 
speMto bisogna affatto dispcmr di capire. Non parliamo poi 
dei verxì: checché ne dica il 'Benci, il toro merito non è 
grande; l'Autore, nonostante abbia qualche espressione ef- 
ficac^r, quando è preso nelle terribili strette della rima ri- 



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UPAC I nUt. ITAL. nKLL'miM iSBt 

corre per necime a qnalmiqnA espediente, e chi oe va di 
mezzo è il povero Yirgilio, e molto sperao anehe il senso 
cornane. Io riporterò il principio, affinché dasenno possa 
gindicare da aé. 

Enea canto (1) che per fato Tenne 

da Troia primo all'italica parta 

e che Lavina co' suoi lidi tenne ; 
quant'abbe il mare avrerao e quanto l'arte 

dì Inno li ftt cmda, componendo 

la città con Iktica e upro marte. 
Li vinti dii al Lazio (S) fuggendo 

diede, onorando la schiatta latina 

e Alba e l'alta Roma inccedendo. 
Ham, nella manta pellegrina 

recane la cagione e qnal ta qndla 

offesa deità. chA Da regina 
Inno poaaente in A aapre fragella 

recò Enea, chiaro per piatate, 

co' venti, con fatiche e con procella. 
De fa tanU ira nella dettate V 

ne Ili dolci men taJi eran caduti (Q 

né l'ire acolte avìuno le protate (t) (8). 
Ch'ella vedea >) cogli occhi arguti 

Eletra contro a lei adnlterando 

nd seme, onde e Troiani eran venuti; 
e vedea quanto ta offesa quando 

mirò Paria oolla fhlsa Incena 

contro a U Venni pomegiando; 



(■}iu. («■<•. 

(1) Mi. « Mi*. 
(1) QhMI dSM w 



A4H.l.ìS^{lttlìiaàUHminU...Ì ...mtA tttìmUt] Qol t » 
eba l'oidlBi MI imi a VlittOe k Bn'pi>->ltBmlii,gtaMM M i. U H mIU > tn- 
itan, uiil ad uapUm la paria ■ la puta alibMTliM ■ rinsslpidara 1 tt. Si-m, 
per tantn il v. U 01 y»- la M«qHo 4) «Mate D 



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S9D X. o. PAKom 

e v«(ltta Ganimede per pineenio 

esser di love in atto ed in potenzia, 

e dar nell'oro Vetere e Falerno. 
Arigone (?) Tedea per exceDenzia 

o ano belieu o per lo troppo unore 

neDa cìccia far suo penilentìa. 
Tedea PaUaa rendicar l' errore 

via contro ad Aias eolla sua saetta 

per lo slrupo commessa nel furore. 
B^a son e magie son (1) dìletU 

di love e meno gaerra co' DardanL 

A9 adorarmi nullo ornai si mmetta; 
siemì li onori lutti spenti e Tanì 

dal mio altare, poi che son si lese, 

disse, le mie virtù dalli Troiani. 
Onde poi luno in tanta ira s* scese, 

che nelle parti d'Africa Cartago 

fabricar fé per donna del paese. 
Ebbe l'intento B<>prajei si v^o 

per Alda capo di tutta la terra, 

che senpre n'ebbe l'animo presago, 
ed ella Enea mise in tanta guerra 

che Roma non fiorisse di monarca, 

e gnaulo pnote ivi co' denti affem, 
perché preveduto era dentro a l'arca 

di love che 1 paese italiano 

l'imperio avesse più che nulla marca, 
per l'esser più.... e più sovrano 

a tutte r altri nature vicine 

di senno, di costumi e della mano. 
L'irata Inno colle viete chine 

vide nel mare Enea navicando 

con piene vele a deslinato fine; 
corse, ch'andava suo danno pensando.... 

Ag^iingerii anclie un altra pezzo, In morte di Priamo 
del secondo libro, {nocche difficilmente potrù venire ad altn 
intenzione dì pnbbUcore la nostra versione per istmi * 



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KIMC. K TBAD. ITAL. DELL BKEIDE AÓl 

quindi gjora d&rne qualche sa^^o più ampio. E prima 
l'Argomento: 
f. 33 ▼. Coma Priamo pn^ò e come mora 

per man di Pirro, « come pula Venm, 
per che n parte Enea dal fiirora. 

Priamo l'arma e corre nella presta 

deUi nimìci ed esser morto chiede 

e arde e dìde (1) 

Qni[TÌ] nel meio della rocca siede (2) 

nn grande altare, presso d'on alloro 

antico ii, che l'onbra in terra riede; 
sotto del quale Eccnba coloro (3) 

delle suo figlie le mìsere trombe 

sonando Tano come in selva loro. 
Come nella tempesta le colombe 

si fanno strette prendendo riparo, 

olii ponenti bem piegate e gombe (4), 
cosi vid'io l'alto Ugnagio chiaro 

piegato e stretto a' simulacri nostri, 

per la bocca portando il duolo amaro. 
Priamo armato per si fatti chiostri 

oltra venia. Ecuba li disse: 

a che, marito, vanno e piedi vostri? (5) 
qnol furia pingie voi a qoeste risse? 

a che v'armate? nulla in tale afare 

sarebbe il m^Io Gltor, qna[n}do venisse. 
Ma ssiédati con noi, che questo altare 

ci difenderà tatti, o noi morremo. 

E lui ritenne contro (6) al fnriare, 

(I) U Coi. wni/i Ulta. Sua ani mmlt e poi so qujiilui mfcUlTD eh' k> on 
BCO Mpnl trorar*. 
(1) n Cod. Jlii. 
(9) KcD upnl cniD* oomgirtni. 

(4) n Hi. allj iituHI f t<« juVirtofi ( ;*wt. S*l Godlea FaneUt. in. nrm1>mMCK>. 
dal nt. XIV, chr oontleni per primo od Inlarnuuta dialonarlatto lallDO-IOMano.n pii 
pRtlumantt araUuo, eha Iti i attrlbaitoa Oaro d'Arano,' legcial al I. • r.*: «Ine 
Mmma. •. In fonila Jil ftUt-t, È troppa natarala eho al modo atcaao dal Bnmr.lit 
xtem» l'aagetUni fom&gftoL fjbbiia Don naaUa Inascla), onda la mia eoirailanc. 

(S] Ha. tmlri a nal leno aafUBta ifi. 

(5) È da laoan fmiHÌ 



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E. fi. FAIODt 

e prete Ini e naie come I temo, 
e eUogotlo in lUia gnn seggia, 
ài fom ureo e d'argomento Memo. 

Ptrfìto flgUo rao ■ questa gregpa 
veoia, ferito dalla eroda mano 
di Pirro, che I persegue e che Uo spregia. 

Poi che davanti aUo re troiano 
Ghinee le luce in duolo e in ooepiri, 
l'alma sen va e lascia il corpo nmano. 

Priamo già negli alimi martiri, 
o dti (1), se in cielo regna piataile, 
vendichi, disse, cosi tatti ardiri 

di te, ch'avesti tanta crudeltade 
che I Bglo mi facesti veder morto: 
alla tua fune eegnan d^ne biade. 

E detto questo, quanto pnote acorto 
eontra di Pirro una lancia gHtoe, 
pensando col ferir prender conforto, 

ma collo scudo Piero la schifoe; 
inde Priamo rape e giù il tira 
e nel sangne del Agio lo 'nhruttoe. 

Pciomo dicìe lui; In te non spira 
ci valor di colui di cui te menti 
d'esser fi^uol, che se' superbia e ira (3). 

Non penm tu li suoi argomenti? 
Ancise Ettor che tà alto si noma 
e rìmandollo ai nostri monumenti. 

Colla sinistra Pirro ties la chioma 
del re, colla diritta tien la spada, 
e tronca lai, tagliando quella soma, 

e disse lui che morisse e [che] vada 
a que' d'Inferno e narri le sue geste, 
e anche a l'avol suo in qneUa strada 

narri di Neotbolemo l'incbeeta, 
«Bi s]Hriti il fin de' greci agnali 
che pur de l'aUmi pianto fonno fMta.... 



H a«iio ai «pirUi « d'ii 



DigitzcdCyGoOgle 



mata, i nus. iul. dbll zsm» 



CONCLUSIONE 

ComÌDciondo Io studio dei rifacimenti e delle traduzioBÌ 
iéìTEneide, noi ci proponeTamo per ecopo di esmninare 
quanto grande fosse stata in Italia rispetto ad essi l'in- 
fluenza francese, e quanto vigorosa aU' incontro la lesietenza 
opposta alle sorrapposizìoni straniere dal poema classico, 
circondato dall'aureola del suo nome glorioso. Ora pos- 
siamo con sufficiente sicurezza rispondere ad ambedue le 
domande. 

I poemi francesi del ciclo classico, penetrati in Italia, 
TÌ si diffusero con molta rapidità ; qnelle bizzarre avventure, 
narrate con vivacità facile e arguta e sopratntto colorite 
secondo il gusto del tempo, dovevano, anche prescindendo 
da motivi più intimi, esercitare sul popolo come sui dotti 
una grande attrazione. Ma l'indole e le tendenze proprie 
delle menti italiane, presto si manifestarono, per mezzo 
d'un dotto, nel modo più caratteristico; mentre il popolo 
di Milano, cbe tra provenienza classica e provenienza fran- 
cese non poteva far distinzione, s'affollava intorno ai giul- 
lari, che sulle sue piazze cantavano il Bomaiieo di Trota (1), 
dall'altra parte Guido delle Colonne, giudice messinese, 
trudnceva il romanzo stesso in prosa latina, come a fissare 
in una forma più degna di essa quella nobile e splendida 
storia. 

Non è difBcile dimostrare cbe le medesime tendenze si 
fecero strada, sebbene con particolarità assai diverse, nel 
trattamento della Storia d'Enea. Le redazioni francesi, più 
colorite e più varie, furono al solito accolte con molto fa- 
vore e adoperate largamente: noi ne abbiamo trovato le 



(l)PioXuu, ttUMrtUMiliowtauiliht 
*f. fan*. 8. a, k. IV ( ISTI}, pigg. «-». Pu U 
4lFMf-Sl-Sl.dan il cita U 



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334 I. Q. rtMom 

tnceìe in Aimannìno, nell'anonimo li&dtore di lui. Del- 
l' Ajutla nera, nel ^mmento del Tesoro versificato; infine 
vere tradozionì dal francese sono senza alcun dubbio il 
Fioretto ddla Bibbia, sebbene nn po^ compendiato, il Codice 
delift Vittorio Emannele ed il Canoniciuio. 

Ma in mezzo a questa notevole abbondanza di elementi 
francesi, ci ei presenta sulle prime come nn fatto curioso, 
che il Eoman ^Encas non abbia lasciato in nessun Ino^ 
traccia diretta dì sé. Eppure in Francia esso dovette go- 
dere d'una certa popolarità: i manoscritti che se ne con>-^ 
Bcono, sebbene non molto numerosi, ueppur si pub dire che 
scarseggino (1); anche l'essere stato tradotto o meglio ri- 
fatto in Germania da Eurico di Veldeke, non $ una pic- 
cola prova della sua diffusione. Infine gli accenni evidenti 
ad esso che si trovano nel Homanjio di Flanienea ed in 
Ouiraut de Calanfon mostrano come anche nel sec XIII 
esso fosse in grande voga nella Francia meridionale (2). 



(I) Prl Oodld dal Ktmm ì-Ekuu vedi JoLX, op. cit., p. «8 In n. Qwttn &a 
■■«■loda U Blbllotccs Nuhmile di Firlgl. uno li BlblleUcs dalU BcudU di moli- 
ebw di MuntpcIUer: i da tgginngPI* 11 CudJee Lannuxlnno, da noi ulopenlo. 

(1) OcmvT US Caluuoit, nel IkuluiiiUr ttr IVaantnliickii UUtntmt { Blatt- 
■ut, ISM) dal BAano. >T, 16: 



««Mail il Hamtata, ad. ìlxm, Pailgl, WU. T. Slf mn.: 



Foa ti pnb InTSM auknnra ehe prOTeagute dal JtauniH é" Butti I tt. tSll-13. Cfr. 
l'iEtrodoskiaa, pag. XXT. Qa«ti dna Inofhl ItiroD gli riportati dal BiAncH, SliriM 
nw Htlir'-Unél h. Or» im mauMlir. Zardlfmlmrc a Upafa . IMI , XSUt « CXXllI ; > 
pin.U[IU-XXlVT*D«aoBO altri ftuKaai. Cfr. uicba Okat, op. dt., t; t-i.Omax- 
wmai. op. cH, U B af|. 



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urie. I TKID. ITIL. DILL'nfEIDK 335 

Le caconi per le qaali ciò nonostante l' Italia non co- 
nobbe non serbb vestigio del Bomanto SEuca, po&sono 
essere in parte affatto accidentali e quindi senza importiuiza 
e non rintracciabili con sicurezza; ma è molto probabile 
che a ciò contribuisse grandemente il fatto che, mentre pel 
SomaiiMO di Troia nn modello classico da opporgli non esi- 
steva, qni invece s'aveva V Eaeiàe, davanti alla cai luce 
ogni rivale doveva offuscarsi. Le redazioni in prosa non 
potevano suscitare antipatie e sospetti; rimanevano di per 
sé in Tina condizione più umile, e potevano considerarsi come 
altrettanti commenti o complementi del poema latino. Il 
Homan d" Eitéas invece si contrapponeva cosi direttamente 
aWEiìcftle, che non sarebbe stato possibile sfuggir all' idea 
del con&onto : V uno pareva escludere V altro, e natnralmente 
la scelta non poteva essere dubbia. In tal modo la ten- 
denza medesima che aveva spinto Guido delle Colonne s 
tradurre il poema di Benolt in latino, si riproduceva pel 
Solitali iVEiivxts in senso inverso; il poema latino cacciava 
il poema fìiancese, come quello che occupava così saldamente 
i cuori e le menti, da non lasciarvi posto per altri. 

Riassumiamo ora dunque i risultati da noi ottenuti nel 
corso del lavoro, intorno alla parte che et pn6 attribuire 
con sicurezza aWEneìdc nelle redazioni della nostra leg- 
genda. Questa parte è senza dubbio assai grande: Arman- 
nino alterna il poema latino colla sua fonte francese e gli 
dà il più delle volte la preferenza, quando siano discordi: 
r ignoto rìfacitore di lui in molti punti lo riaccosta assai 
m^lio al racconto originale ed aggiunge, traendoli dal- 
VEueitle, dei brani; Guido da Pisa si tiene invece affatto 
lontano dalle redazioni francesi, e s^ue come sua unica 
guida il grande Virgilio, rafforzato com' i nella venerazione 
di lui dall'altissimo suo culto per Dante. E non parlo dei 
Fatti tC Enea del preteso Anonimo siciliano, che pur tra- 
sformati, come sono, in modo co^ curioso, non possono non 
derivare At^Eneide; né delle versioni latine, delle quali 
Tuna, pur conservando dei notevoli elementi l^gendarìì, 
inserioee in copia, se apropositstì non importa, i versi del 



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390 K. 8. ruou 

poeta, che certo, secondo lo eexittore, sono la migliore e 
la più antorerole testitnonianza; l'altra sejfae Armanoino, 
ma con cosi evidenti TeminiBcenze di Virgilio, da non la- 
sciarci dubbio sulla conoscenza che arerà di esso l'Antore, 
e sulla importanza che gli attriboiva. Inrece insìsterò di 
più sopra il significato del fatto che ci presenta la prima 
delle due redationi poetiche: essa non solo deriva nella sua 
forma originaria da una fonte prettamente italiana, che 
non vorrebbe dir molto, ma il riiacimento che ne studiammo 
ci offerse nn fenomeno corìosunente analogo a quello già 
riscontrato nel rifacimento in prosa d'Àrmannino: anche 
qui la redazione primitìra fii in modo notevole corretta ed 
ampliata, introducendovi in più la^a copia l' elemento vir- 
giliano. Finalmente nessuna delle traduzioni a noi note 
palesa la minima traccia d' un* influenza francese, e la loro 
dipendenza, più o meno immediata, dal poema latino non 
si può mettere in dubbio. 

Questi fatti, anche presi nel loro insieme, hanno certo 
un importante significato; tuttavia distinguendo &a loro ed 
esaminandoli attentamente, la conclusione che d può trame 
rìuttcirà più sicura ed esatta. Che il poema dì Siena invece 
che da una fonte francese provenga da Guido da Pisa, in 
fondo non vuol dir molto: i cantaetorie popolari, tutti 
intenti a strappare qualche moneta, cantando sulle piazze 
versi proprii od altrui , non potevano il più delle volte tro- 
varsi ad un grado di coltura sufficientemente elevato, per 
&r distinzione sulla provenienza della loro materia. Quindi 
al modo stesso che non potremmo arguir nulla contro l'amore 
degli italiani pei modelli latini, se anche si scoprisse un 
giorno che lo stesso Roman ff Enran fu recitato sulle piuzze 
delle nostre città, co^ neppure possiamo concludere nulla 
in favore di esso, pur osservando che la fonte del nostro 
cantastorie è d'origine classica: nn significato c'è, non 
nelle particolarità del fatto, ma nel fatto in sé stesso; è una 
prova che va ingiunta alle altre della diffusione e del fa- 
vore incontrato dai poemi del dclo classico in Italia. 

Invece il diverso modo di comportarsi, riguardo ai mo- 



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UFAC. I tBAU. ITU.. blLL^IIiKIUI 337 

delli latini, di Armannino e di Gnido da Pisa, ci coodnce 
a considerazioni di nut^^ore riliero. Armannino, uomo 
dotto bensì pel suo tempo, ma d'nna coltura straordinaria- 
mente Tacillante ed incerta, come dimostrano molti luoghi 
della FtorUa, ubbidendo alla cornane tendenza, dà senza 
dubbio il più delle volte la preferenza a\y Eneide latina: 
tuttavìa non si fa scrupolo dì alternare e di mescolare con 
essa racconti francesi. Ma per dotti invece ben più sicuri 
e più completi, com'era il buon Guido da Pisa, com'erano 
Pietro di Dante e Benvenuto da Imola, Virgilio si levava 
tant^ alto sovra ogni possibile confronto o rivale, die l' inse- 
rire nell' opera sna elementi stranieri sarebbe loro parsa una 
profanazione. Così dal popolo fino alle menti più elette, 
era un contìnuo svolgersi e parificarsi delle tendenze verso 
l'antìcliità: quello, nella sua ingenua ignoranza, accogliendo 
con vivo favore ogni racconto intomo n' suoi eroi prediletti; 
queste ristringendosi ad un amore esclusivo e geloso pei 
grandi modelli latini, nei quali soltanto doveva essere rac- 
chiusa ogni sapienza ed ogni bellezza. Certo non era an- 
cora la venerazione illuminata dell'umanista; le supersti- 
zioni medievali avevano ancora una parte ben grande, e 
spesso l'autore stesso che si proeegaiva d'un culto cod 
ardente, era male inteso e veduto sotto una luce non vera. 
Ma pure la tendenza ed il prc^ressivo sviluppo di essa appa- 
rivano manifesti. L'Italia volgeva con rapido passo all'uma- 
nesimo, del quale per la sua storia era la terra predestinata, 
e «ìoesto stesso culto più o meno dubbioso e vacillante, più 
o meno medievale ne' suoi motivi verso l'antichità e verso 
i suoi grandi modelli, era uno de' fondamenti su' quali do- 
veva innalsarsL 

Abbiamo parlato della diffusione della nostra leggenda. 
In fondo il racconto dei Fatti d^ Enea non era che un ra- 
mìcello staccato dal grande albero del ciclo troiano, e non 
poteva aspirare all'immensa popolarità di esso; tuttavia la 
molteplicità delle redazioni in cui lo trovammo, l'essere ana 
di queste, cioè i Fatti ^ Enea pubblicati dal De Marzo, 
passata sicuramente per una recitatone orale, ì cinque ma- 



doyGoogle 



888 L a. PiwnR 

■Kweritti della .Storia <f £»«a m ottave^ le quttro toadnzioiiì 
dell' Eneide, à fanno sicnrì die tuito nelle daaà pia colte 
come nel popolo ees» troTaTa grande &Tore. 

Ma non è tutto qm. C'è ancora ana parte di l^gmde, 
ben più merìteToli di questo nome, delle qnali nel nostro 
laToro non abbiamo avuto cbe rare occasioni di occupani, 
ma che ora è opportuno e necessario almeno ricordare; U 
legende cioè che ogni città posaedeva intomo alla boi 
orìgine, e delle quali andava superba. Esse non ci sono 
gionte per lo più che in modo firammentarìo e incompleto, 
o non ci sono giunte affatto; ma anche cosi come restano, 
dimezzate, decimate, ci mostrano V elemento classico che hi 
una prevalenza assoluta sovra ogni altro. 

Veramente la venuta di Enea in Italia non diede luogo a 
le^^de di questo genere molto numerose :.eesa, nonostante 
l'importanza delle conseguenze che ne derivarono, era pur 
sempre un fatto troppo semplice e troppo circoscritto, perché 
potesse avvenire altrimenti. Inoltre neppure fra le più schiet- 
tamente popolari potrei annoverare quelle a me note, e per 
esempio noi potremo con molta ragione dubitare se non sia 
una bizzarria individuale quella di Galvano Fiamma, secondo 
il quale sarebbero stati altrettanti compagni d'£uea Fiso, 
fondatore di Fiso, Giano di Genova, Hanno dei Marsi, Angle 
di Anghiari e finalmente « nobilissima domina Troiana Ve- 
rona >, fondatrice della città dì tal nome (1). 

Qualche fede e qualche attenzione di più merita forse 
sotto questo rispetto Armanninp: Enea medesimo, secondo 
il giudice bolognese, avrebbe fondato Anagni e Castel Fio- 
rentino, ma sopratutto la città d'Arezzo, in .onor de' suoi 
dei, innalzandovi molti altari che le diedero il npme. I suoi 
successori non mancarono di venir popolando di città ogm 
parte d'Italia: Enea Silvio edificò Napoli, che da lui così fd 
chiamata (quasi Enea p<dis), e Benevento, cui dapprima 
pose il nome di Saoio, ch'era quello d'nn suo figliutdo; 



{1) ite. H. Scr. S3, MS 



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RIFIC B 1«AD. rttlu E 



Carpento, oltre a Crastnmù e Fìdene, fondò anche Car- 
peuta, che oggi à chiama CintaTecchia. E noi abbiamo 
ricordato già altrore le legende relative ad Amnte, fon- 
datore del castello Arrone nell' Umbria (l), o qnelle rignar- 
duiiti Aventino, condnttore della gente Sabella, le quali 
fnron senza dubbio assai curiose e svariate (2). 

Molto estesa, contro ciò che noi troriamo per solito, è 
nnn narrazione, serbataci da un Codice Magliabechiano, ri- 
guardo la fondazione di Lacca, e ai collega, almeno per la 
prima sua parte, colla Storia di Enea. Un capitano di lui, 
per nome Artimone, dopo che fu rinta la guerra pel possesso 
di Lavinia, se ne Tenne in Toscana ad acquistare paese, e 
giunto presso il fiume Serchio, si compiacque tasto del luogo, 
che domandò iu grazia ad Enea che glielo concedesse, con 
Tenti miglia di territorio all' intomo. Ottenutolo facilmente, 
fondò ivi una città, alla quale pose nome Yrilia e cui 
ricinse di mura e di torri; poi per popolarla nel modo 
pili rapido, mandò all'intorno un bando, che chiunque to* 
Icsj»; abitarne il contado, sarebbe stato esente per venti 
anni da ogai gravezza. Cosi Vrilia crebbe ben presto in 
tanta potenza, che la sua fama correva per tutto il mondo. 

Artimone, morendo senza figlinoli, lasciò la cittÀ libera 
di sé stessa. Regnava allora su Alfea, la moderna Pisa, 
Peleo (3) che l' avava edificata : mosso da inridia per lo 
spli-ndore della vicina riTole, radunò s^retamente quanta 
pili gente potè e guerreggiaodo le tolse molte castella; in- 
fine la cìnse d'assedio. Il pane Tenne a mancare a quei di 
dentro; non avendo più modo di resistere, deliberarono di 
abbandonare la città in tutta segretezza. Ha una spia svelò 
a Peleo il tutto; egli, disposti i suoi aggnati, assalì nel- 
l'uscita i miseri cittadini, la massimo parte prese od uccise, 
la città distrusse dalle fondamenta. Di tanta strage non 
campò che la sola moglie del conte Silvano, cugino di Ar- 
timone, con due figliuoli e con un terzo di eoi era grarida; 

(I) *>■■■ ItMt. la Bufa. d] i Uk MBlBUoM « ftlopr. 



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340 1. a. fAKODi 

questi furono poi gli autori della riedificazione di Lacca, 
come la leggenda riene in seguito minutamente raccon- 
tando (1). 

Ma siano queste crearioni almeno in parte popolari o non 
sì debbano pìnttoeto per la maggior parte a dei dotti; siano 
esse le sole superstiti del nostro ciclo o non piuttosto, come 
noi crediamo, ei possano cercando accrescere di molto, sarà 
pur sempre impossibile giudicar della loro importanza, con- 
siderandole separatamente da tutte le altre, che riguardano 
le origini da Troia e da Roma. Il significato del fatto sta 
precisamente nel suo complesso, e non in questa o in quella 
sua parte staccata; ma quando avremo raccolto e unito in- 
sieme tutte le varie leggende sulle origini di città italiane 
cbe hanno per tema T antichità, dalla fondazione di Padova 
per opora di Antenore a quella di Firenze per opera di 
Giulio Cesare, noi avremo innanzi nn complesso di docu- 
menti ben considerevole e ben importante per la storia dello 
spirito italiano (2). 

Senza dubbio noi non possiamo parlare per V Italia d'ona 
vera e propria produzione le^endoria, che sgorghi dal- 
r anima di tutto il popolo e ne renda in sé stessa il ca- 
rattere. Le nostre legende si svolgono separatamente le 
une dalle altre, per la spinta che loro imprime o la presenza 
d^nn antico monumento, o qualche incerta ed oscurata me- 
moria, conservata fortie in qualche vigore dalla tradizione 
delle !:cuole, infine l'orgoglio ninnicipnle; tutte anella 
, tra cui 'si cercherebbe invano qualche legame di 



(1) Y*dl riffKuHtt L 

(1) SI pai eonftaiitin TnutLonKr, Furti, iiftl jW., 1 , 1* cni ImU* puak 
ftramim boMt* Tolcntlnl ai tsprtiDODO In ln«i» putì uttìtt D nMln ptuMn. 
TntUvU noi bod imulauo raittt por TltiUi uni dutlnilcma enw ntUa ftm <!• 
•tnM fanUils del modUl btd clia tì dUctUra d'origini mln«1ii«. aUa quali Krri- 
vano di pniptio TtdL* rd Luln i, a li tmdcnu di eni egì\ parla di prcantirc 
le lUottt BnrCDliiii' ■ come romane, ■ la «oria Aartntlna conia leglttlnia «mtliiiia- 
ilonc di gnclla mumua >. noniJiD 11 livDlPGElarn per nttnl culi d'Itali* d'oriclDl 
elaiatcln e ài dmid raccmitl. A noi par* «111 1 dna rjtU nca ■« eoatllniacano chf 
UD aolo. In nm divano gndo di (tolglucnlo, « 

ilo, qDclle do« eba U W. Tonvbba riconoacw* «ola m 



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urie I TBiD. ITàb. IWu'KiniDB 341 

dipendsuz». Ma la grande commozione ed attàrità di tutte 
le menti d'un popolo, cIlc sentendosi e Tivendo nella leg- 
genda da esso stesso creata, la svolge e la riproduce senza 
tr^ns, in una somi^ianza perpetua di sé e del momento 
presente, non fa mai conosciuta in Italia. Il sentimento che 
senza dubbio entra anche nei nostri racconti, è un senti- 
mento riflesso, come erudito; noi abbiamo davanti non la 
leggenda, ma la memoria d'un passato, che dal presente 
è diviso per un abisso di fatti, di sentimenti e di secoli. 

Senonché, per quanto quel passato non solo non fosse 
più rierocabile, ma cella sua vera essenza non fosse più 
nemmeno compreso, le sue conseguenze in certo modo ri~ 
manerano, ed anche in meazo al generale abbassamento 
medievale degli studi! e d^h intelletti, U grande figura di 
Roma continuava ad esercitare una potente attrazione. Al- 
lorquando poi, nei tettiativi prima incerti e dispersi, poi 
riflolnti e rinovellantin senza posa pel conquisto delle pro- 
prie libertà, si venne risvegliando l'animo degli Italiani, e 
via via, col sorgere dei Comuni, gli intelletti si ritemprarono 
e s'apersero ad un'operosità feconda e molteplice, anche il 
sentimento della romanità dovette riprender nuovo vigore. 
In quella nuova vita che si diffondeva per tutta l'Italia, 
ridesta come da lungo sonno ad una seconda giovinezza, 
in quel correre del sangne pib vivace e gagliardo dentro le 
vene, in quel giocondo rifiorire di tutte le attività mate- 
riali e spiritaali, l'Italia riacquistava la coscienza della sua 
forza, e guardava con rinnovato orgoglio al passato, che 
pareva dovesse rivivere. Quindi quelle leggende, non tra- 
smesse con serie non interrotta di generazione in genera- 
zione, ma ad un dato momento, nell'indistinto risv^liarsi 
dello Hpirito italiano, attinte per gran parte dai volumi an- 
tichi e rimesse in circolazione dai dotti, acquistavano una 
singolare potenza e scendevano anche bea addentro nel- 
l'animo del popolo. Nel partecipare aÙa vita del Comune 
e portar l'opera sna con mirabile slancio allo svolgimento 
di tutte le forze latenti della città, il popolo inalzava aé 
«tesso e si sentiva congiunto allo stato d'indissolubile nodo. 



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312 B. e. MBMH 

Quindi la distanza fra dotti ed indotti resa anche minore 
che non la facessero le incerte condizioni del eapere me- 
dierole; quindi il passaggio d'nna tradizione dai libri nel 
fecondo agitamento delle menti popolari reso più facile; 
quindi più potenti sn di esse le attrattive e più immediata 
l'efEcacia di quelle tradizioni, che connettevano le orìgini 
della patria città col nome augusto di Roma, madre eomnne. 

GobI ogni più piccola terra d' Italia si creava la sua leg- 
genda classica e la ripeteva con orgoglio e la credeva fer- 
mamente; e tatto ciò poi clie con essa si connettesse, e i 
fatti di Roma e de' suoi fondatori, ed i racconti di Troia, 
che a Roma stessa aveva dato i natali, cresceva vie più 
d' importanza e passava con rapida successione di bocca in 
bocca, modificandosi necessariamente in vorii modi. Non 
era possibile, ripeto, che tali leggende divenissero veramente 
feconde; ma pure nella giornaliera circolazione e vita delle 
menti acquistavano un'impronta speciale, e accettate come 
indÌHcutibili fatti da ognuno, spesso s'imponevano agli scrit- 
tori e à sostituivano olla storia. 

lo non so se dopo quello che sono venuto dicendo, parrà 
a tutti accettabile la conclnsione che mi pare da trarne, o 
se invece non susciterà da parte di molti gravi obbiezioni. 
Io credo insomma che assai prima che i romanzi francesi 
del ciclo classico si diffondessero in Italia, il nostro popolo 
possedesse dei racconti leggendarii, aventi per w^etto l'an- 
tichità; racconti dei quali le leggende sulla fondazione delle 
varie città non formano che solo una parte, benché certo 
la principale, e quella che probabilmente anche a molti degli 
altri diede la spinta e l'origine. Senza dubbio non è possi- 
bile oSriie a conferma della mia asserzione una catena di 
prove ben dimostrate; in favore di e3.«B stanno piuttosto 
la verosimiglianza intrinseca della cosa e certi indizii pro- 
venienti da varie parti, che nn complesso di fatti ben colle- 
gati e sicari, Ma tuttavia la legenda, così svariata e diffusa, 
della fondazione di Fiesole e di Firenze, dalla venuta di Ata- 
lante in Italia alla morte del re Fiorino o agli amori dì ^- 
berìna e del CentarioDe; le numèroee tndiziom intorno 



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irriC. E TUD. ITiL. DtLL BSIIDE OVÌ 

all'origiae troiana dì Padova; racconid, come quello del NtHr- 
fole Fieadlano o come la noTella di Melissa ed Ulisse nel Pct- 
radiso de^i AV>€rtì (1), tra i quali nm vorremmo vedere 
qualche lontano rspporto; la redazione dei Fatti d'Enea 
pubblicata dal De Marzo, la qnale senza dubbio è Btata traa- 
meesa oralmente, e fors'ancbe qualcuna delle redazioni mi- 
nori dei brani di commentatori danteschi; infine, come 
coronamento del tatto, i famosi Tersi di Dante, così espliciti, 
del Canto XY del Paradìao, (2) 

L'altra traendo olla rocca la chioma 
Favoleggiava con la sua. famiglia 
De' Troiani e di FìeRoIe e di Roma, 

ci pare che formino nn complesso tale d'indizii, che se non 
bafta certo a togliere i dubbii, può servire però a far ap- 
parire meno improbabile il fatto e ad invogliare altri ad 
esaminarlo con mnggiore profondi^ e completezza. 

Ad ogni modo lu nostra leggenda non poteva etisere cosi 
splendida, cosi complessa, così ricca dì colorito e d'avven- 
ture, come HI presentavano i nuovi romanri d'oltr'Alpe; 
invece doveva essere ordinariamente assai breve, con pochi 
svolgimenti esteriori, accennando solo i fatU principali, e 
colorita poi volta per volta con qualche vivaciUi ed ar- 
guria d'espressione dai singoli narratori. Ma in compenso 
essa ci attestava un sentimento assai pia profondo e aincero 
che non tutto il ciclo classico di Francia. Non v'è dubbio 
che le memorie di Troia e di Roma avevano lasciato traccie 
dovunque e s'imponevano a tutti i popoli d'Europa; ma 
ben piti estema, ben più veramente erudita doveva essere 



(1) fVr. rff^f jn„ n(tMtn}, tS-lTl. Unm gna pHU d(«ll usnoorll di q«MU 
cnioH DOTrlU i donta dCBtUHnU ■! urrston, cbi loinw di ablMlllrU l'ha 
SnuUIt; BU pnrg matti d*gU •limentl mdb popoUrl, • OMÌ copnliiUo 11 nnoleo 
[irlKlpile, Ebe i nn Um» uni ilBato uclU DOrtlldtla di tatti I popoU, 0*11» mi- 
taìottì* BRmmnlea ti rumito dal )»f»rf)H Alimrl » IMI» fata Pam Btii*«. ptlle MitU • 
HM mUr. Dogli dunanll popolari io endo e* iw aitilo u)elH> nal Sinjali finUmt, 
e Is d«rlT*xlona di «avo da romtnil giaci dod mi para per ora planuaaiiU aleon. 

(S) tv. 1»-1M. 



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S44 K. a. puoM 

quella memoria, fuori del paeM ehe di tutte qaelle gnui- 
dezze era stato la colla e l'origine vera. I romanzi fran- 
cesi, por rispondendo in fondo a qnalchecosa ch'era nelle 
menti e ad una propensione generale verso l'antichità, 
BTerano però il loro principale motÌTO nella ricerca di nuore 
fonti di dilettose narraziom, quando qaelle nh' erano fin 
allora bastate ed eran veramente narionalì e spontanee, 
accennavano ad nna minore freschezza ed abbondanza. In 
Italia invece la concisa narrazione della rovina di Troia, 
dei Fatti d'Enea, primo padre di Roma, della nascita di 
Romolo, suo discendente, delle imprese di "Pompeo e dì Ce- 
sare, rispondevano al sentimento nazionale dell'antica gloria 
latina, alla coscienza che quelle glorie erano opera nostra, 
e che si potevano far rivìvere nella novella ascensione delle 
città italiane verso illustri desiini. < Perocché — scriveva 
Frate Guido da Pisa nel Proemio del suo Fiore ^Italia — 
Italia è la più nobile patria, che sìa nel mondo. Ella è 
terra nobilissima ed abondevole di tutti i beni : li suoi abita- 
tori in senno e in prudenzia ed anche in gagliardia eccedono 
e passano tntte l'altro genti del mondo, secondo che dice 
Yigezio nel libro de re militari ed eziandio che la spe- 
rienzia Io manifesta. Manifesto è a tutto il mondo e questo 
celare non si puote, che li Romani, ohe sono nel mezzo 
d'Italia, con gli altri Italiani conquistoroti tutto il mondo. . . 
Piena delle piii nobili cittadi e delle più nobili terre ma- 
rine e terreste, che siano in tutto il mondo; ed in mezzo 
d'essa è l'alta città di Roma, ove Iddio pose tutta la po- 
tenzia umana spirituale e temporale, cioè lo papato e lo 
imperio >. 

E. Q. Vàton 



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urie I TKAD. ITU. IKLL XSKIDI 



APPENDICE I 



il Cod. Magi Palch. IV 342 (già CI. XXV 988), è odo 
zibaldone dì tempi e mani diverae: mentre il sdo primo 
pezzo pQÒ appartenere al principio del sec XV, altri se- 
guenti sono del XVT senza dubbio e anche del XVH. Le sue 
dimensioni sono mm. 299 X 216; i fogli 188, secondo l' antica 
nomeraziooe, ma ci sono qua e là delle gravi lacune. Co- 
mincia con nna copia del libro del BcHeBtraeeìo da Prato e 
k lista dei banditi del 1301 e 1301; seguono molte nùnnta- 
glie e dal fi 99-104 nna leggenda soli* orione della città di 
Lucca, che è qnelta che qni pubblichiamo. La scrittura 
di essa pare del sec. XTII; ma certo è copia dì un testo 
molto antico, come ci sembra attesti, &ale altre cose, il nome 
di Antonia, dato senz'altro a Volterra. Finita la leggenda, 
si l^;gìnIlgono in coda alcnne notizie tradizionali o storiche, 
che non hanno alcuna norità o importanza e che quindi 
noi tralasciamo. Il dialetto è lucchese, sebbene ornai le 
sue caratteriatiche siano quasi sraoite. 

Opeaùme àrea oRa fondassione ài Lucca. 

Poi che Enea troiano venne in Italia, vittorioso contro 
li suoi nimid, dopo la edificazione di Roma (cioè che fece 
abitare quel luogo dove è ora Boma, qunl poi Romulo e 
Remulo cinsero di mora), il detto Enea avendo un gran- 
dissimo capitano, chiamato Artimone, il qual venne in To- 
scana per fu acquisto, pena e' (1) giunto che fa al finme 
Serchio, assai li piacque il sito del luogo, e domandandolo 
in grasia ad Enea con 20 miglia atomo di paese, l' ottenne. 



» <w«* <»«: n ti( M 



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316 I. s. puu»n 

Kel qnal Inogo il detto Artimone edificò una città, alla 
qaale puoee nome Yrilia, cingendola di forte murn e tor- 
rioni; e acciò che si empisce di genie, mandò un bando, 
che qualunque persona volesse abitar il contado fosse esente 
per anni, venti. Goal sa breve tempo la detta città venne 
in tanta reputasione, che se ne parlava per tutto il mondo- 
Venendo a morte il detto capitano Artimone senza fi- 
glinoli, lasciò la detta citti su libbertà. Avvenne poi che 
Peleo greco, edificatore deUa ^ttà di Alfe», che al presente 
è detta Pisa, mosso dalla grande invidia della buona fama 
di detta Yrilia, deliberò di abbassarla, e segretamente raonb 
tutta la gente che potea, e tolse alla detta Yrilia molte 
castella, e la città per modo assediò con il campo, [che] 
mancando il pane a quelli dì dentro, deliberarono di uscir 
fuori segretamente. Il che per una spia notificando al detto 
Pelleo, preparato ad aspettare la uscita di quelli della città, 
onde fumo tutti presi e morti ; e entrati dentro amassomo 
tatto il populo, rovinando la città per fino affondamenti, 
che nesflono vi campò, salvo che U moglie del conte Sil- 
vano, cugino di Artimone, detto di sopra, con dui figliuoli, 
ed era gravida di un altro. Quali andando pellegrinando 
per il mondo, giunsero a Roma; dove fumo per carità ac- 
cettati da una gentildonna romana, la quale avea un !<ol 
figliuolo rìchìssimo e di gran fama, di età di anni 25, no- 
minato Curio. 

(f. 99 V.) Questa donna parturl un figliolo, al quale puose 
nome Silvano, e creeciendo detti figlioli ed amaestrandosi 
in 8ull^ arme pervennero aomìni molto valorosi. De' quali 
il maggiore ava nome Vesiliano ed il secondo Torquato ed 
il minore, come è detto. Silvano. Essendo il detto Curio 
consule romano, mandò questi tre fratelli con gran condutta, 
sotto Marcantonio lor capitano, a conquistare la Bittinia, 
la quale per virtìt di Yesiliano (1), che ammassò il soldano, 
fiicendola tributnria ai Romani. I quali, avendo sentite le 



. Del mio Iwclunn *1 Ictlor* U comg- 



Diai.zodBjGoOglc 



UFÀC. I TUD. ITU. DKLL'tinEIDE 347 

prove di quelli .3. f[r]atelli, i Romani diserò adomandasero 
quello che Tolerano, che li sarebbe lor dato; ed essi do- 
mandomo che li fusse rifatta la lor città di Vrilia. Lì Ro- 
mani fecenla rifare con tre castelli, che ciascuno di essi 
tre fratelli ne avesse nno; e cingendola di mura, in pogbi 
anni bì empì di populo e rallorosi e glandi nomini, chia- 
mandosi lor città di tre castella, e non Vrilia. E tanto 
crebbe la ^ama di que' tre fratelli, che tre gentil uomini 
romani dettero per moglie una figlinola per ciascheduno di 
essi, quali ne fecero grandissima festa. 

E così perseveromo loro e li loro eredi persino al tempo 
di Scipione Affi-ipano; nel qnal tempo Ànìbal cartaginese 
passando l' Alpe, dette una gran rotta alli Romani , e dopoi 
se ne andò in Paglia. Ora, perché il signore della città 
delle 3 castella, si (1) domandava Ponte Scipio, era stato 
disobediente a non dar socorao alli Romani, vi mandomo 
il campo, tanto facendo che tutta la distrussero e disfecero, 
amasaando tutte le persone, salvo la moglie del detto Ponte 
Sipio con dai suoi figlioli, uno de* quali ei domandava Po- 
lìdamss e l'altro Enea. Quali se ne andomo pr^onì a 
Roma, con 1500 uomini e 500 donne, che tutti fumo incar- 
cerati. In quello tempo, nn Todesco, il qoale sì domandava 
Ambronas, con 4 persone andomo a campo a Roma, asse- 
diandola fortemente. E non vi essendo più vettovaglia da 
vìvere, lì dui carcerati (f. 100 r.) chiesero in grasia dì poter 
uscir fuori a combattere contro a.que* Tedeschi. U che se- 
guendo, li Romani ebero vittoria, onde per le loro prodesse 
li Romani fecero an temp[i]o per allegressa, che si doman- 
dava Gìmbrìs, oggi domandato Stinta Maria Maggiore. Do- 
poi li Romani domandomo che chiedesero qne* giovani qnelo 
che volevano, ed essi respnosera che non volevano altro se 
non che si fxaae rifatta la lor città. D che li Romani con- 
cesero volentieri, mandando cinque de' lor consoli a farla 



•1 dal eh, HblMut uD pu' furto. D 



Cai.zodBjGoOgIc 



348 I. o. raom 

rifare, facendola più bella che prima. E perché un di 
qne' consoli ava nome Lucio, li puoae nome Lacca; l'altro, 
srendo nome Hamiliaa Leo, misse aopra le porte della ditta 
città dni leoni di pietra. E questa edificazione di Lucca 
fo avanti lo avenimento di Cristo anni 123. 

È openione. ancora che la detta città, quando fa la prima 
volta disfatta per quelli della città d'Alfea, cioè Pisa, &ca- 
pasero tre fratelli, il primo de' qnali ebbe nome Did, il 
Becondo Alacham, il terzo Chiesis; li qnal tre fratelli erano 
figlioli di una madre e di dui padri. Quali venero ad abi- 
tare in queste contrate, dove al presente è Lucca, e cia- 
scuno di loro edificò un castello per uno, forte al modo 
antiquo, e fecenli le mura, cinsero tutti i tre detti castelli, 
e la cbismorno Frìdia, come apreso si dirà. Che, arendo 
presentito li re di Roma che li popoli di quella città no 
avevano né leggie né costumi politiri, ma erano di grande 
splendore (1) e valentÌHBÌmi in arme, maudorno suoi amb^ 
sciatori a quei tre fratelli e signori di detta (2) città, per 
sapere che leggie volevano tenere. Del che sdegniati h 
detti signori e cittadini, fecero tagliare le code dei cavalli 
di tutti li ambasciatori romani; onde li detti, per paura di 
peggio, si partimo senza risposta, tornandosene a .Roma 
con vergt^nìa. Del che il re de' Romani forte turbato di 
questo modo, no vedendo potersi vendicare dì questa ver- 
gf^^a con spada, pensomo di vendicarsi con inganno. £ 
così nou mostrorono di curarsene, mandando bando che cq^i 
persona della città di .3. castella potesero venir a Roma 
BÌgnramente. Del che molti andorno per i fatti loro, (f. lUO v.) 
ed essendovi molto onorati, e credendo che li Romani ave- 
«ero paura di loro, il re no potendone giungere molti in 
Roma, mandò Ìl re lo suo segretario in verso Antonia, pre- 
gando li signori dì quella città di .3. castella che venìsero 
in servìgio de* Romani, coutra Antonia. Del die quei tre 



1. i.', cbe pnb taeih'amtn tHaa, otni U bwnta Inecbcff. 



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urie. E nui. iTAL. i»uj.*EKuuE :^9 

fratelli TÌ maDdomo 200 delli meliori cavalieri della città, 
li quali grasiosameote furno rìceruti dalle gente del eser- 
cito romano; e poi fideaniente il re mutando campo ogni 
tre giorni, tanto che lì condnae sin dentro di Roma. Smon- 
tati che fnmo, li fecero tutti i 200 meter in pregioue. £ 
così stando in pr^fione dui acni, un grandissimo signore 
di Cartagine venne con grande esercito a puoner campo a 
Roma, e combattendo ogni giorno, li Romani stavano con 
paura di non perder la terra ed esser tutti mortL 

Cosi, andando una gran gentildonna romana a far li- 
mozina a i prigioni come era uzata, essa sospirando forte, 
li pregioni li domandomo la cauza de' suoi sospiri. Ed 
ella dicendoli che temea molto della perdita della città di 
Roma, essi pr^oni li disse: Se ci cavate di pregione e 
che ci diate le nostre arme e cavalli, vi leveremo il nimico 
da tomo. Di che la donna andatosene al re, che era suo 
cugino, rannandosi il consiglio deliberomo dì fai^li fren- 
cbi, dandoli loro buone arme e cavalli. Di che conforta- 
tosi, fecero fra loro de' piti esperti sei capitani, dicendo: 
esso noi vogliamo uscir fuori di Roma a combatter domat- 
tina contro il nimico, che noi. abbiamo in ordine ciò che 
bÌMognia di fare. E voi altri Romani state pronti; che se 
noi perdiamo, non ci socorete, ma se vinciamo, uscite fuori 
e pigliate li uomini' e la robba. E così facendo segui loro, 
e li Romani furuo liberati dal' assedio de' Cartaginesi, e 
li 200 cavalieri ritomorno alla loro città con grande onore (1). 
E ]ier vittoria, al partire pregomo li Romani che desse loro 
un maestro, il quale inseguaee come avevano a puoner nome 
alla loro città; e li Romani detter loro il piii savio maestro 



t pmbabilniaiita niia derlTUlmia. ImnadUU D mrilliit* eba 
i>, die Barn Ai Braaa aalnU dill' UMdlo di nn fraii ra 
dfll'OrianU prr 0|Mii di nn tIIIuw. Qaaala il pa6Ttdora rlporUlo di lu un Co- 
dl« Eitauw di P. lunx, Kirtrtla Mann al Jtmli di' fVmeio.BoliigD». mi.pag. (540, 
■ da ano ceDfnmlalo «I racconto ebe tron*I Dal up. XIV dalle Stani di FìtrnmHlr, 
giBDicndo alla eoncliialon* eli* qatat'oltlDM è tnllo da ataa dlrcttanintla. Clr. 
Bur. op. sIL. D, US a>f. Par altri uaadll di Boina tadl por* Ib. I, il» argR. ; 
Pam, U rirll Jtaan ima lu Bt/I Sa/at, Id Firn. IV, IW MUf. 



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K. S. PAB4DI 



che poterno, che per nome n chìamaTa Lodo Romano. E 
tornando alle dette tre (102 r.) castella, fumo altamente 
ricevuti, e il ditto maestro arec& loro molte leg^e, le quale 
promisero quelle oeserrare, e lo onoiomo e caressomo in- 
finitamente, dandoli di molti doni, come avevano pei l' avanti 
fatto i loro antecessori a tutti che nella lor terra venivano, 
e mazime qnando erano persone di merito. E fin ad ora eì 
osserva di fare, che li «ignori Luchezi ricereno co molta 
cortesia i forestieri, lùando per )o piCi molto ben spesi per 
benefisio della città. 



APPENDICE II 

NeW Jlistoire litUTaire ile Trance, XII, 487 f«g., rÌ parla 
di Simone Chèvre d'Or, in latino Capra Aarea, che verso la 
mefò del sec. XII scriHse wtCIlìns in verxi elcgìnci, in due 
libri; il primo dei quali riguardante la guerra di Troia, il 
secondo In venuta di Enea in Italia. Sebbene ivi sia detto 
che questa ultima parte, non è se non un compendio del- 
VEneide^ e Ì due pezzi che ne no riportano, uno del prin- 
cipio, uno della fine, imssnno confermare in qualche modo 
l' asserzione, tuttavia mi rimaneva sempre il dubbio, che 
nel poemetto si trovassero particolaritìi da potersi collegare 
con qualcuna delle alterazioni clie trovitmnio nei racconti 
studiati del ciclo di Enea. Io sapeva che dell' opera di Capra 
Aurea esiste un Codice nella Biblioteca Universitaria di 
Genova, ed anzi già lo avevo esaminato, benché troppo 
fi^acemente, altra volta; ricorsi alla gentilezza del Biblio- 
tecario di ossa, prof. Emanuele Celesia, per averlo a mia 
disposizione, ed ottenutolo, ini persuasi agevolmente che 
nulla trovavosi in esso che toccasse molto da vicino le no- 
stre ricerche. Però, trattandosi di nn' opera che ha qualche 
interesse per lo studio della letteratura medievale latina, 
e che, se non in Italia, pare aver avuto altrove nna certa 
diffusione, e trattandosi poi sopratutto d'nn compendio del- 



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UFic. I TRiD. iTiL. nu^miDi 351 

V^^teide, U quale sta > base dì tatto il nostro Uroro, non 
ci parve inutile dar qoi in appendice la descrizione del 
Codice genovese e iin esame della seconda parte del poe- 
metto dì Simon Capra Aurea, un po^ più ampio di quello 
che si trova uelTSistoire lUtéraire. 

n Codice dell' Universitaria genovese porta la segnatura 
£, II, 8; è cartaceo, di fogli 168, numerati solo in parte, 
e misura mm. 221 X 1^ La legatura è in pergamena, 
baoQO Io stato di conservazione. Originariamente non pare 
che abbia formato un Codice solo, giacché la mano mnta 
ad ognuno dei testi che comprende ed anche la filigrana 
dei fogli è diversa. Le divisioni sarebbero dunque queste: 

L Un quadernetto di due soli fc^li , del quale non sono 
scrìtte che le doe prime carte, a due colonne, e contengono 
gli argomenti, in prosa, delle tragedie di Seneca the ven- 
gon dopo. La mano pare del sec. XIV,. e dev' esser la stessa 
che scrìsse le ultime righe della seconda parte del num. IV; 
non v'è numerazione. Senza dubbio questo quadernetto i 
nn'af^innta posteriore. 

II. Tragedie dì Seneca, di mano del sec. XIII, dal f. 1 
al 144. Sì noti die la numerazione è per una parte antica, 
ma dove non si vedeva più, fa supplita modernamente. 
Questo sarebbe, non contando il quadernetto precedente, il 
primo Codice. 

III. liAtUòReide di Stazio, due quaderni, il primo di 
cinque, il secondo di tre fogli; adunque, se s'avesse una 
numerazione (che invece d'ora in poi manca, tranne in uno 
o due luoghi), dal f. 145 al 160, che è bianco. Ora il f. 145 
non contiene ancora propriamente VA^t&eide, ma benM 
una breve vita dì Stazio, e gli argomenti, in versi, dei 
cinque libri del poema. La mano che scrisse questo primo 
foglio è diversa da quella che copto VAch^eide^ e proba- 
bilmente più moderna, del sec. XIV però: essa sì ritrova 
poi nel num. IV, cioè nel poema dì Simon Capra Aurea. 
h'AchiUeide pub appartenere al principio del sec. XIV. 

IV. TJn quadernetto di due togU, con cnì si termina il 
Codice e eh» forma un'ultima dìvinone a-aé, dal f. 161 (cod 



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I. «. PUOUI 



nninenita moderaantente), al 168. Contiene: a) D poema di 
SìmoD Cairn Aurea, dal 1 162 r. (il 161 è bianco) al 167 r., 
nd quale, come dicemmo, piir dì riconoscere la Etei^sB mano 
che scrìsse Q f. 145; b) Alcuni dei soliti epigrammi ed epi- 
tafi, qaasì tutti medierali (di Virilio in Velulam, epitaSo 
di Ettore, dei dodici sapienti sai tumulo di Yiigilio etc). 
Qui le mani sono due; TnltiroR (che scrìsse pochi rei^i) 
forse del fine de] sec XIV, la qoale par identica, rìpetianio, 
a qnella dd num. I. 

K da notare infiao per compiotare la descrìzione del Co- 
dice ed avere un'idea esatta della sua composizione, che le 
Tmffrdie e VAchSìfuic sono tutte postillate, in marine o 
fra le rìghe, da una roano mede^iima, forse del sec. XIV. 
£ eridente ndanqne die l'nnione di questi due Codici in 
nno risale a tempo molto antico. Se poi, come rende ai<saì 
probabile la somiglianza delle scritture, Tàutore delle po- 
stille e colui che trascrìsse il poema di Simon Capra Aurea 
sono la medesima persoua, si può credere che la formazione 
del Codice, eome è al presente, ni debba a Ini quasi com- 
pletamente; solo, un quarto studioso copiò pi» tardi, nelle 
ultime pi^ne rìmaste bianche, i brevi componimenti da 
noi accennati, ed un quinto n^iunse qualcosa e mise in 
capo del Codice un nuovo quadernetto, cogli argomenti delle 
Tragetìiti di Seneca. 

U poema di Simon Capra Aurea ])orta qnì per titolo: 
Incipit eapra anm «wj»rr rurifths rii-f/Hij. 1 versi sono 
scritti in colonna, ma senza che npparìsca la divisione in 
distici; ogni pagina ne contiene geueralmente quaranta ed 
in tutto sono 432. I due librì, che sono distinti nel Codice 
sonito dall' //i«tof tv ÌHti'raìre, qui si susseguono senza in- 
temirìone. 

Oltre agli estratti deW Histoire littvmlrr, una parte del 
poemetto di Simone ai trova pubblicata dal Leyser, Ilistoria 
poHnrHiH et porainfnui iiieiìH nevi, Halae Mngdebnrgi, 1721, 
pag. 398 s^g. Egli lo attrìbuisce dubitativamente ad llde- 
berto e, seguendo un Codice di Lipsia, unisce insieme, come 
fossero una cosa sola, il prìmo libro di Simone ed un altro 



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UFIC K TBIS. ITAL. DELL* IKEIDI 853 

eomponimento in verGÌ leonini, eulla dititmzione di Troia, 
che comincia al t. 153. Quest' altimo fu poi ripubblicato 
dal Da Méril, Foésies populaires laiinea anUricures au dou- 
eiciue siede, Parigi, 1843, pag. 400 eeg.; egli tralasrib tutta 
la parte di Simone Capra Aurea, ma però in nota raccolra 
le Tonanti che presentavaBO, rispetto al testo datone dal 
Leyser, il Codice parigino della Biblioteca del Re, n.* 4126, 
e il Cod. 52 della Biblioteca di ÀTranche (1). Koi osser- 
viamo che mentre il Codice genovese per la lerione generale 
pare accostarsi più al testo del Leyser, per oltre particolarità 
invece s' accorda meglio coi fraaceai. Ora nella I^aitce Lit- 
téraire è riportato V Es^idt del manoscritto in essa adope- 
rato, il num. 8430 (2) della Biblioteca del Be, ed esso ci dà 
notizia di due redazioni dÌTerse del nostro poema, tutte dne 
dovute all' A.: Explicit Jlias à Magisùro Simone Aureà- 
Capn't, et ab ipso nondum canonicato incomparabiliter edita, 
et ab eoàeiu jam canonteato miraiiliter eoiTeeta et ampli/ì' 
caia... Le divergenze dei Codici rappresentano dunque le 
due redazioni ? Però non è improbabile che ciascuno abbia 
sofferto anche alterazioni posteriori sue proprie. 

Io della prima parte non riferirò se non il pezzo che se 
ne trova anche nell' Histoire liÙéraire ; qnalche estratto piti 
ampio darò della parte che tratta di Enea, come tuttora 
inedita e come riguardante piii da vicino le nostre ricerche. 

Dirìtiia, orto (3), spetìe, virtnt«, trìnmpfaU 

Hex Prìamna darà clinu in urbe taìi. 
Duro rei, dum Prìunus (4), dnm starent Pergoma Troye, 

Et (5) decus «t speties et caput orbù eraL 
Rex(6] Hecubam dnxit, sotiam aibi nobilitate, 

Aa^itiis, fonns, rebus, amore, Ibrono. 



(I) Cb. Ddxou, Hit fioft *•■■ (i^'iRJvlut KHrat In Ma àmrtMluiflH ili JtfHl- 
M<n K. Onii avIitiH Qaillni, UpiU, IMS, pag. n-Ui tour, op. <lt. Il, U14. 
(]) Cbd eorrantl 11 /OLI, iM. aU 111 a.. iDTto* di «M. 



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8m I. o. rAioiH 

Ei ìue niBcepit lutoa. Ent Heetor in Olii 

Sommiu (I), et in bello fulminù Ì>Ur lubeoa. 
Ptos fenu ille fero, plns pudo (9) plnsqne l«one 

Sic fùit, afasque fere pina f«nu ille fero (3). 
Cinstiim (4) natis, o fuistnm eaninge ragem 

Si parìl«r Parìdein Don peperìswt m. 
Kon in eo pinpiiu peperìt, sed tela, sed ignem, 

Sed sibi, sed Priamo, aed mala eunctn snia. 
Hoc pater, gcnitrìi (5), boc cetns (ratruni (6) et Hector, 

Hoc «tiam regni gloria Troia niit (T). 
Hnne Parìdem paritura parena per Bompnia vidit 

Tidil prò puero se peperìaae beem. 
Dora rex in aigno reni (8) signi peicipìt horret, 

Et (9) pant in pigona inpiua ease pie (10). 
Nan pneram (11) uatum prò iuaau regia in Idun 

Serri toUenles, eoae necare paranL 

Fin qni il primo dei brani riportati daW Hisiotre Utìcrairf. 
n fanriullo, Tcdendo Inccicare la npada, sorride ; il che com- 
maoTe colui che stava per colpirlo, sicché invece di uccì- 
derlo lo loAcia vivo sotto le foglie, ed ivi è ritrovato da 
un pai<tore. Succede il ^udizio delle tre dee e il rapimento 
dì Elena, intomo ni quale il poeta fa molte considerazìoiu 
e dà conp^igli a Paride, che naturalmente egli non fregne; 
infine l'assedio di Troia e la sua distruzione. 

K notevole che neppure in questa prima parte Simone 
par aver pentita l'influenza di Darete, (fiacche per esempio 
Achille ci è premontato come più valoroso dì Ettore; ri- 
guardo ad Enea poi, esso è decritto coi piti lusinghieri 
colorì: 



El pina et aapicna et fortìa et aeer 


et 


armia 




Prantus 


















(I) H. rtint.. 


<I) H- 


timtaMl. Mie 


qMrto di. 


(3) L. «r$K 










(3)T../f..l:B.niiuUit>t(oaTmin 


WU 


me 






n» Urlìi» iviil»-'.v"'f'nl'l'"T"*- 


(B)l- 


wj-r, 


t,ism„. 




W a./——. 


(ir)L. 


r"* 


B.>A». 




p) t. h^ r-. 


OUH. 


prim 






WfrMf.Nl. 











Diai.zodBjGoOglc 



UFIO. I TKAD, ITil. HLL IIBIDC 85$ 

Dopo la morte di Ettore, rimaBe il più soldo aostano dei 
TroìanL C&dnta infine Troia, ^li si parte, cedendo non 
ai nemici ma al fnoco: 

Igoibns Edmw cedeoi Don hostlbnB nrbem 

Deserit, aasnmptù coniuge, prole, pain. 
Hiiie poter Anchbe, mater Tanns, ipsìne faeres 

Ascuiiiu, eoniiix vero Crenea (àit (1) 

Qnod deelinaTil Danaw, qnod leU, qnod ÌBnem 

Feut amor patria, coningis, AaceiiiL 
Per medioa hoatefl rediena qaeraado Creosain 

Hon aibi a«d totua m timmwe probat .... 
Si pectns qneraa aapieoa, ai verba disertns, 

S bdem pnlcer, si genaa altus enU. 
Iste JoTÌs PrìBiniqne nepoa cum aanguine regum 

Tel Supernm pariter celerà qneqne IrahiL 
% proba geata probaa, probua et in marie prohatu*, 

Si pia(S) beta, pie trazit ab Igne deoa.... 

E così contìnua ancora varìi versi. Omesse le prime 
bTTentnre del viaggio di Enea per ragione di brevità (< Ant 
brevis ani mntns, sed brenis esse volo >), il poeta narra 
sobito della tempesta soscitata da CHnnone contro i Troiani. 
Virgilio è ridotto ad nno stato miserevole in questi ven>i 
che parlano dello sdegno di lei: 

Inttu peste gravi granter vesatnr eique 
Vìi pestia qnod eoa iam siae peate TJdet 

Non meminisse neqnit qnod Jupìter ni Oanimedis 
Indperet fieri deaiit esse nua. 

Judicium pariter Paiides, qno vieta recesait, 
Sab memori flxnm pectore semper habet... 






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356 B. a. puoDi 

Di Eolo sì tace; Nettnao acqueta le onde e i Troiani ^nn- 
gono a lido fiicuTo. Enea < duce matre > si reca e Caria- 
tine e chiede oepitulità a Didone: 

Hoapilinin parìter cordia et edis habel. 

E^li ammira la città, ammira la splendida reggia, degna 
degli dei; in Didone à compiace il bqo sgnardo e U trova 
senza difetto: 

Ut brevlter doceatu dotea Didonis, etdem 
Posse morì demaa, sii veUt csm dura. 

Et geann et regnum BÌbì DobSe, sed cor, ntmqne 
Nobilinft, raiDma nobilitate riget. 

Jnstitia, khsu, stndiìa Hnìinoqiie Tirìlis; 
Preter amare niinis, dU mnlierù bobet 

L'nno è degno dell'altro, in ninna cosa l'ano è all'altro 
inferiore, tranne che nella veemenza dell'amore, che è più 
grnnde in Didone, giacché Venere e Cupido, blandi col 
figliuolo e col fratello, veriio di lei usano tutta la loro 
acerbità. 

Enea infine, ritnprovernto dagli dei, pensa di partire 
segretamente. Ella se n' accolse e diventa quani pazza di 
dolore : 

Inde polum vesot rugìla, pecton pugnis. 

Cor gemitìi, loinea fletibui, nngue genBS. 
Temptal enio prìmo promiiais, hìnc prece lemptil, 

Temptat eum per se, per mm perqne auot. 
Expetit anpiexiu, auRpirìa dncìt, araoretn 
Commemorat, inngit baain, captat opus. 

Invano, poiché i fati noi permettono: 

Exjirobst illa deos , faic abn^at ; hec ftvmit , hic llet ; 
Hec mit, ille gemit; bec fdrit, ille ftigìt 

Accennato all'arrivo in Sicilia e ai giuochi funebri per Tan- 
nirerHsrìo del padre, il poeta ni diffonde un poco sull'andata 
all'Inferno e i^uU' incontro di Enea con Didone, che, come 
in Vìi^lio, non lo guarda, non gli risponde. Finalmente 
egli arriva nel Lazio, manda doni al re, stabilisce no ac- 



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HFIC I TUD. ITAIh dell' IKEIDI 357 

cordo; ma Giunone, Turno ed Amata lo rendono vano. In 
pochi Tersi il poeta accenna all'andata di Enea ad Evan- 
dro, all'assedio che in quel mentre Turno mette intorno al 
campo troiano, all'episodio di Eurtato e Ntso. Turno riegee 
ad entrare nel campo: 

Jun foribns frictia, jun Turno castra tenente 

Arce! Jolus enm, precipittuite fuga. 
Exprimit Ole patr«m vnltu simnl et priibitate, 
GestJbas et ge^itÌB exprimit ille patrem. 

Di qnesta prova di valore data da Jnlo, non è detto nulla 
in Vii^ilio, ed invero è beo poco sensata. 

Enea ritoma con ^li aiuti di Evandro e con Fallante; 
dall'una parte e dall'altra fanno grandi prove di valore 
il duce troiano, in cui par rivivere Ettore, Turno che a lui 
poco cede. 

Far est Dardanide statura, Tirìbua, aasu; 
Dardanidem demas, non habet ille parem. 

Fallante che si affronta con lui è ucciso, e cadendo è ca- 
cone ai suoi di rovina. Qinnone allora trae fuori dalla 
pugna, col noto artifizio, che è accennato Talmente, Turno, 
mentre Enea lo va cercando per la mischia: 

HosUbus et gladìis obstanlibns undìgne septus 
Properat ense aibi Don «ne strage viam. 

Cadono Messenzio, Lauso, Ufente; mentre adopra le armi di 
Vulcano, Enea ben mostra d'essere un dio egli stesso. 
Dall'altra parte 

Vii^ Camilla fìirens velud altera PeothesJlea 

Exibet in bello de mnliere vìrnm. 
Quam fortis fìierit, quam strenua, quam |;ruvÌ9 hosli 
Est experla nitnis pars ioiraica ruens. 

Accenna il poeta anche a Drance, ed infine ristrìnge tutti 
i fatti posteriori nei seguenti versi, che sono gli ultimi del 
poema e che noi riportiamo per intero; 

Quia Jutuma iuvat turbari federa Turni, 
Nomine, natura, Martis amore aoror. 



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QnoMjne ducos al qneqnt dncam raferaods rafom, 

Hoc br«TÌUa, iUud tedìi lonp vetanL 
Par Veaeria euniii pnlM de Tiilnere ferro, 

Santins Eneu ranns md aniM rediL 
Vincnntur Rutili , Frìgiis victoiU plandit, 

Que Jove, que faUs, qne sibi Harle datar. 
Tumiis ab Enea duce dnx cadit; emnlos ho>U 

AnspitiU tantum, non prolntate minor (I). 
Et qnod canu gravù, qnod doz, qnod tantns nteiqae, 

Pngna fen», prestam et diatartw fnlL 
LaTÌna fniitnr cnm regno tioìus heros, 

Flet Jntunia, Tentu gandet. Amata perìL 
Aurea Capra bene doctorì wrìpla Tbadeo 

Eiplicìt: bene Simon dìetat et omat eam. 

Qoeflto dottor Taddeo pare sia l' amanuense ; poco più sotto 
bì le^e: ExjAkit Capra Aurea super Eìietfdos VirgUii. 



(1) On quarto dMloo ramlHb l'altlBU dtulOM dell'Ali. IMUr., i 



, zjccyGoogle 



U»C. I TUD. ITÀL. DELL KCBtDB 



AGGIUNTE E CORREZIONI 



La massima parte delle ag^nnte che seguono deriva da 
libri che mi ^anserò troppo tardi o da ioformazioiii che 
potei avere solo dopo ch'erano gik tirati i fogli, ai quali 
si TÌferÌTaiio; ciò sia detto a mia sci>sa, se ad alenilo pa- 
ressero troppe. 

P^. 118 n. Ho forse, citando a memoria, attribuito 
più importanza che non n'abbia al riscontro che si trova 
neWI^io di Pàlanmìe, per la freccia contenente ttna lettera. 
Vedi Antiplioiitis oraiioncs et fragmenta, editi dal Blass, 
Tenbner, 1871, dove V El<Vfio citato trovasi a pagg. 152-166 
col titolo: rofrfiao 6%ip Ua\%i>.'ifioot Amkrjiii. Il posso a cui al- 
ludevamo ai legge a pag. 156, dave, dopo aver esaminato 
se era possibile ch'egli avesse comunicato coi nemici, Pa- 
lamede continaa ad obbiettare e rispondere, tutto in una 
volta: &]i)l' biclp '[■[^(((uv (ì'.n) ftXipxxoc; ooxdSv... fiiKXVTS ^òp ''^'*U'^ 
foXAicnv. àXXà ìuXnv toQ nt^oof^ fticoocv Sfa ipavipi •(hoiz' &i. 

Pag. 125 n. Un altro Codice d'Àrmannino è il Pane. 13, 
che è però mutilo, interrompendosi la Fiorita all'andata di 
Enea presso Latino e all'innamoramento di Lavinia. La 
lezione è quella più ampia del Laur. Pi. LXXXIX Inf. 50. 
Vedi per altri schiarimenti i Codd. Panciat. della Bill. Nat. 
di Fircnte, fase. I. Aggiungerò infine un Codice che si 
trova in Ispagna, ed è citato da José Ilaria Rocamora, Ca- 
ialogo t^reviado de los mantiscritos de la hibliotcca dtì ex." 
Seuor Dìtque de Osuna Infanindo,ÌS.&AnA, Fontanet, 1882, 
I, 23. V. Giom. star, diila htt. ti., I, 355. 

P^;. 178 n. Il noto Codice Laur. Gadd. rd. 71 , con- 
tiene, oltre t^ì^ Istoriettn Troiana e aW InttMigema, una 
tradnzioDe delle Epistole d' Ovidio, con un curioso ed inte- 
ressante commento marginale. In esso al f. 3 v. si narra 



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360 E. «. PiBODI 

ch« Teseo < buono consilglio e alato ebbe dulia filj^noU 
del B« MinOB, serochia del Minotauro, la qoale Theseoa 
amava. Ella gli diede ano gomìtolo di forte filo; disaelgU 
che elgli lo legasse all' entrata, e senpre andando lo svi- 
luppasse... E ancora li diede fnoco e pecie; e dissegli cbe 
perciò cbe questa era la cosa io die Minotauro più essere 
gravato pot«a, ciò era la bocca, che ellì scaldasse la pecie 
e gittoaselglielt) nella gola. E qnelgli fecìe Becoudo cbe Ila 
donzella grinsengnb, e quando il Minotauro gli venne adosso 
colla gola aperta, si Igli gittb la pecie in gola; e mentre 
che il Minotauro intendea di spostarsi dalla pecie, Teseus 
gli corse adosso colla spada e ucciselo... *. Si noti che 
testo e commento devono provenire dal francese. Anche 
neìV Ovidio Mtiamorphùseas txAgare, con le allegorìe di Gio- 
vanni De' Bnonsigaorì (ed. di Venezia, 1497), si trova un 
riscontro colla nostra favola: Dedalo pregato da Arianna 
* ordinò una mazn con tre nodi e tre balote e sì lì dete a 
Tbeseo, e dÌHse; Quando tu serai in lo Inljyrintho, e come 
tu gìongi ni Minotauro, fa cbe tu le gett questi balote in 
hoc»; e fato questo si li darai con questa mazu; e tieni con 
teco qnentn filo d'oro lo quale io ti do: e npicalo all'uscio 
de lo labirinto, e porta tccbo l' altro capo, u ciò che tu sapì 
onde uscirne. E se tu ne nsirai non ne u^tre de d), perciò 
che tu potresti ewere morto: ma aspecta a l'uscio, perciò 
che nui vpremo la nocte ad te > cap. XII (e. LXIV v.). 

Pac. 1«2. — Il Cod. Riccard. 881 attribuisce la 2Jtmi- 
Ifflitf!oA/'(^o»v>(i//p(>sr/-fl;*fi/ffi, che tiene in esso il secondo luogo, 
a Frate Onìdo da Pisa, perclié il nome Guido si trova real- 
mente nel proemio di essa: 

« Cam inter omne^ homines societatem qiiamdam natura 
ipsa constituit (veramente si dovrebbe leggere, secondo il 
Codice, ronutUuitur; probabilmente roii^itncrit), nec uUa 
8Ìne rei vel opere collatione possit constare societas, in 
hnmoni generis societatem renuu nostrarnm, openim et stn- 
diorum non minimam partem conferre debemns... 

Unde ego Guido:* inductos, prò sàentìa mea et viribas, 
statai in bununi generis soùetatem et vite comunìonem. 



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BlfAC. I TKAS. irli., dell' ESCIDE 361 

opemin et 6tndioram meoram qa&ndam conferre partienlam , 
lon^ conquìsìta labon . . . > - 

U Qraf, op. cat, 1, 16, accenna od no ms. deUa Biblioteca 
Regia dì Broxelles, contenente un Ltber vanis hìstoriis eom- 
positus, di cni è detto autore un Gluido ignoto, e trae la notìzia 
Às\YArchÌD der Gcsdischaftfiir fUfcre dcutsehe Ge^chidttshmàe 
del Pertz, VII, p. 537-40. Il p^30 che ne cita * Seqnitur 
omnium nobilior, ditior atque potentìor Italia generaliter 
tota... > ricorre tale quale nel nostro Codice, f. 9 r., il che 
dimostra che trattasi dell'opera stessa. Per veder poi «e 
l' attribuzione di essa a Guido Carmelitano abbia per aé 
qualche Terosimiglianza, converrebbe esaminarla più minu- 
tamente che noi non abbiamo fatto. 

Pag. 207 n. Dei due Codici di Eiicìde in ottave, uno 
veronese, l'altro ravennate, che sono indicati dallo Zeno, 
posso dare, per altrui cortesia, notizia un poco pìfi ampia. 

Bignardo ai primo, di tutto ciò ch'io ne so debbo rin- 
graziare il chiar.* nig. Pietro Sgulmero, Vice-Bibliotecari» 
della Comunale di Verona; il quale, da me richiesto, me 
ne forni le seguenti notizie. Il Codice non si trova in Ve- 
rona e non si saprebbe accertare ove sia andato a finire, 
nella diiipersione dei Codici saibantini ; però nella Biblioteca 
Capitolare si conserva mano:<crìtto, sotto il unmero CCCVII. 
il C-aialofias Cmld. mss. Bibliothene D. 1). JoJiannis de Snt- 
bantls, Pairieii VeroiKnais, ab Oetavio AJecrJu digvstus , et 
ttotis illHutratiis (l), nel quale alle pag. 420-421, sotto il 
numero progressivo 494, corretto in 498, si legge la duiicri- 
zione del Codice di cui parla Apostolo Zeno. E<^so poi 
neh' Iiuliee (If^i scrittori i quali iti contetu/ono tu? Cotld. umit. 
deBa Bìblioteea dd Sig. Gio: tiaibante etc (il qual Indice 
è in fine del Caialogn sDccitato dell' Alecchi) , non è già 
registrato sotto Virgilio, ma sotto Già: da Parma Poeta, 
carta 49.> v." Io nnìsco qui la descrizione del Codice, quale 



(1) D«l CMlaltft dtll'AItecU d t>1h U Qan 



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è data dall'Àlecchi, secondo la copia che me ne trasmise 
con sqnìsita gentilezza Io stesso siff. Sgnlmero. 

< 498. L' Eneiàa di Vii^Sio, scritta per me Gio: da Ì^ir- 
»ui. God. ms. cart. in 4., con miniature. Com.: laàpà 
Liòer Etie^idos}, vid. dieta VirgUii. 

Indarno s'afaticba veiunente 
QualiiDcha gralia Tole «domandare. 
Et non recoirere reverentemeota 
Ad quelli , eh« fece Io celo, la terra , e lo mare 
E però presso lui hamilmente 
Che b soa gratia mi *(^lm prestare 
Per modo tal ch'el mio intelletto basti 
Ad questo lavorerò fare eewa. contraetl. 
(f. 431) Q m'è venuto voglia cun 'na rima 

De recetare una soprana historia 
De quel Baron, che fn de grande stima 
Enea di Troia, sepior de gran gloria 
Si io Bcriase. cun pollila rima 
E net suo libro reilusse a memoria 
Quel grande Auctor, el qual fu mantoano 
Che fn Verplio quello poeta soprano! 

Nel fine: Exiiiciwit dieta Virgili die cigcsiiHO quinto Jh- 
hH 1474. per ihc JoJiannem Pannensem >. 

Riguardo al Codice mvennate, le notizie mi furono for- 
nite dal chiar."° prof. Adolfo Borgognoni , e anche ad esso 
io rivolgo pubbliche grazie. Veramente già il Cappi, La 
BUdiofcca Cìassense iflttstrata né priucijKììi suoi codici e 
ntfle }>iii pregevoli sue edizioni dd sec. XV, Rìmini, 1&47, 
aveva parlato a lungo di es.«o, pg^. 10-14, ma la massima 
parte di ciò che egli dice o non è esatta o non ha impor- 
tanza. Solo la citazione che il Cappi fa della quarta ottava 
del poema aveva per noi un vero interesse, essendo e»« 
sufficiente a mostrare che si tratta pur sempre del nostro 
poema bu Enea. Più ampio saggio me né comunicò il 
prof. Borgognoni, cioè le ottave 1.*. 2." e 3.* del Canto I, 
e r ultima dell' tiltimo. Io le trascrìvo qui , solo sciogliendo 
le abbreviazioni e punteggiando: 



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mie. 1 TUD. niL. DHL miDt 36S 

ladaino ■'■fUigi verrnmeate 
Qnalnnqa« p«tù vole adomaDcUra, 
Se non licore a quel nignor poaMUte 
Che fece Q cielo e la lem col man; 
E per6 prego lui hamilmenle 
Che la ma gratia me Tolìa prestan, 
Der raodo tale che basU al mio inUleto 
A far qaesU opera sania alcun deffeto. 

Che gli altri libri che ho tMi fin qnine 
Sempre ho chiamato cum benigna testa 
El mio beato Obaldo. nel cai erÌDe 
La corona nermelia fo gran festa ; 
Per di BOB fama e l'opere divine 
Per tnU ebristiamtada è manitéata. 
E ora el prego, se mai l'ò pr^ato. 
Et me dia gratia a Ita quel e' ho pensato. 

El m'è Tenato voglia eom mia rima 
De recitar nna soverana jstorìa 
De qnel baron clie fo de grande estima, 
Enea di Troia, Signor di gran ^oria; 
E come scrisse com polite lima 
E nel so libro ridnsse a memoria 
L'autore grande, qaal fo maothaano, 
Ciobi Virgilio, poeta sovrana. 

Segae T ultima ottava elei poema: 

Colai el qnal per noi fo posto in croce 
E morto, sepeLto el Tener santo, 
El terzo giorno poi qnel Dio veloce 
Kesusitò, et in cielo andò per tanto, 
E de' tornare ancora cum saa voc« 
A giudicare el mondo tute quanto. 
Cristo me deffenda da pena e dolore. 
Fornita 6 questa (totia al vostro bollore. 

Sotto: 145!/. 20 Setbr., e poi Deo gratiaa amen; poi ancora 
r £xplicUi già noto a noi dallo Zeno, ma che non è inutile rife- 
rire un'altra volta, con maf^p'»^ esattezza: Explieit felìeitfr 
LBter VirgSii ìaiee Istorie Enepdo$ per me Cmnttim filinm 



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364 B. a. PASODi 

(par che sn qaeste dne parole ci sia un segno d'abbreria- 
sioiie) Ambroxini quotk Pantalemonis de Mardnig >. Infine 

Gratia (e renda Matta dio dieiao 
Da poi òhe la mia opera io ho finito 
Et a U figlia di Anna et Oiocaekino. 

Traendo ora da tattj ciò qnalche conclusione, due ritjnl- 
tati paiono certi: nno. clie il Codice veronese non contiene 
il rìfaciiDeiito del poeta eugubino, ma ona copia del Codice 
senese, cioè del poema originario, come dìmoGtra il mancrrvi 
la strofa caratteristica coli' inrocazione di Sant'Ubaldo; l'al- 
tro, cbe inrece il Codice ravennate è precisamente la stessa 
cosa che la Storia d" Enea in ottave del Cod. ashbumamiaiio, 
cioè il rìfacimetito da noi studiato. Tanto il Giovanni da 
Parma del Codice Saibante, come il Cornino dei Morcini 
del clasaense, non possono essere cbe nomi di copisti, ed 
al copista apparterrà probabilmente anche l' ultima ottava, 
da noi riferita, del Cod. classense. Tuttavia nou lasceremo 
di notare cbe ha per noi un certo interesse il trovare un 
Codice del poema da noi studiato, trascritto sicuramente 
da un Qubbiese. È una prova di più in favore della con- 
clusione (facile conclusione, senza dubbio) alla quale ve- 
nimmo, cioè che il nostro poema fu scrìtto, non solo da nn 
Gubbiese, ma in Gubbio e per essere in recitato; donde 
tutte le allusioni che vi trovammo, cosi strettamente niu- 
DicipalL 

Dopo di ciò, converrà ch^io faccia ammenda d'un giu- 
dizio da me proDunzinto, senza troppo pensarci, sul Codice 
parigino, di coi riferii la prima ottava. Ho detto, come 
fosse cosa sicura, eh* esso contiene lo stesso testo che il Cod. 
ashbumamiano e il braidense; iuvece non solo da quell'unica 
ottava di' io ne conosco tale asserzione non è autorizzata, 
ma confrontandola con la prima del Cod. senese e del ve- 
ronese, si trova che nell' espressione è d' accordo pienamente 
con essi , mentre differisce in modo notevole dall' ottava cor- 
rispondente dell' asbumamiano, del braìdense e del raven- 
nate, cne A loro volta si accordano in tatto fra loro, a 
quindi da pensare piuttosto che il Cod. parigino na nn' altra 



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RIFU. I TBAU. RAL. DELL'iKEIDI 3^ 

copÌB del poema senese; cosicché sì arrabberò, a noi noti, 
tre Godici del poema orignnarìo e tre del rifacimento. 

Pag. 239. Ho potuto vedere, dopo che ìl capitolo sulla 
Stot-ia (FEnea in ottave era ^A. stampato per intero, il poema 
Bn Alessandro del nostro poeta engultino, grazie u gentile 
concessione del Bibliotecario deli' Unirersitaria di Rima. 
È intitolato : Alessatidro Magno in Rima , nd qiialf sì inttla 
tifile. Guerre cìu fece, e come conquistò tutto 'l wonth, ttoitn- 
vicnte con le sue Uistorie sfanipaio. Un altro e più lungo 
titolo A legge nella seconda carta, dove comincia il poema: 
Incomincia il libro if Alessandro Magno nel quale si traila 
il suo Hoscimento pueritia adolescentia, e giouerdù etc. etc. 
In fìne: In Vetviia, appresso Fabio, e Agostin Zoppìni fra- 
tdli. M. D. LXXXl IL..., dove pare che si Toleeoe ag- 
giungere anche il giorno. Del resto le nòstre ^perauise di 
trorure in questo poema qualche nuovo accenno, che ci rì- 
schiaras.'te alcuna delle allusioni rimasteci oscure neWEneide 
in ottave, fu pienamente delusa. Seuza dubbio, uscito fuori 
della sua città natale, il povero poeta eugubino non tro- 
vava più alcuno che sMntereesasse o alle leggende dì essa 
o al suo Zaccarìno; quindi daveva tenersi chiuso dentro 
tutto il suo desiderio di parlarne. Riporteremo solo le due 
prime ottave del C. II, che ripetono la legenda di San 
Giacomo e S. Mariano: 

Al nome sia del' alto Creatore 
che fece t'huoino, li pesci e ocelli, 
che ini dia gratia con tanto valore 
ch'io po«sa dire delli antichi trapelli. 
E per liauec Del cantar bonore 
ricorrere voglio alli deuoti fratelli 
Jacoiiio e Mariano protettori 
di tutti li Christian!, grandi e minori. 

Per quel ainor che uoì portate a Christo, 
quando voi vi partiste di Lamagna, 
abbandoDitnda questo moodo tristo 
passisti Lombardia e la Romagna, 
e poi per far del paradiso acquisto 
venisti poi a morir nella inwitagna. 



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•Km I. o. piBODi 

done ficeatì penìteatia tanta 

che Don si poteiìa per me dir quanta. 

Un'espressa domunda di mercede rÌTolt« hgU aditori, 
troTasi nella seconda ottara del C. YIL Domanda a Dio 
che lo aiuti, 

aedo che seguir possa qnell'bistorìa 
«1 b«n che piaccia a tutti li andìtorì, 
e pei fatica della mia memoria 
premio rìcena ila goesli signori 
nel nome nostro, alto re lii gloria... 

Pag. 249. ììelV Ilislona critica de la litercUura espanda 
di Amador de los Rìos, IV, 579-80, trovasi, ^a alcuni altri 
saggi del Libro de los castigos del re D. Sancho, un breve 
racconto su Enea, tratto dalla Cronica General di Alfonso 
il Savio, la quale io non ho potuto vedere. Enea è de- 
Bcritto come un traditore, e sotto l'afipetto piil triste; sposa 
Didoue, poi l'abbandona, temendo che non ei scopra un 
giorno o l'altro chi egli sìa e la sua malvagità. Partendo, 
promette di ritornare: < Et por miedo que ovo, posso por 
Bf escusas que yra u un logar ò avia. mucho menester, et 
que luego sse tomarfa a cierto dia. Et de^ guisa sse fné, 
qne nunca sopieron mas dui >. La regina, accortan poi 
dell'inganno e saputo anche il tradimento ch'egli area fatto 
a Troia, di dolore si buttò giù d'una torre. Questo rac- 
conto trovasi con molte diversità nell'edizione intera del Li- 
bro de los castigos, in BiìAìoteca de autores cspanoles, ÌA, 167. 

Pa^. 280-81, n. 2. Anche uel Villani, I 53, Cortona, 
capitale di Turno, < per suo nome prima ebbe nome Tuma >. 

Pag. 283. Il Bnsson, op. cit., pag. 55, intende dimo- 
otrare che il Villani ti serri anche di fonU classiche, che 
conosceva direttamente Virgilio ctc. Certo in qaal<^e luogo 
il Villani riporta i ver^i latini di Virgilio stesso e dì Ln- 
eano; nondimeno io confesso che temo siano anche quelle 
citazioni di seconda mano. Ha fosse anche il confacario, dò 
non infirmerebbe punto le mie conclnsioni, giacché nel 
luogo da me riferito la citazione del Villani è troppo evi- 
dentemente inesatta (quantunque al Bnsson non sia parsa 



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SIFAC. K TBAI>. ITAL. DELl' ISEIUE :ì67 

tale) e troppo bene bì accorda colle parole corrispondenti 
del Gaddiano XVIU. 

Pag. 285. Uno scrittore francese del sec XIV uttrì- 
bnisce anch'esso XII naTi ad Enea, come MarHn Polono; 
ma io credo di poter o^icnrare che ciò avvieuG perché Mar- 
tino è la sna fonte, non già perché derivino da una fonte 
comune. È questi Jean des Preìs, nel primo volarne del suo 
Myrcur des hìstors, pubblicato da Adolfo Borgnet nella 
CoBeetioH des Chroniques Bdgcs iaédiUs, BmieUes, 18(14. 
Naturalmente Jean des Preia o d' Outremeuse, infuticabile 
inventore di favole, trasforma un poco il racconto del Polono, 
non tanto però ch'esso non sia riconoscìbile con piena sicu- 
rezza. Pag. 27 Begg. « Voa deveia aareir qoe quan Troie fnt 
deetrnit, si soy partirent des Troiene de là, ossavoir: An- 
chises, li dua de Tulme, Eneas son fils, Ascanus li fis Eneos, 
Franco li fis Hector, Turcns le fis Troiolus, et Antenor lis 
fis le dns de Sorve; leeqneis se misent en XII navea, et arì- 
vereut en Sizille. Et là mont Enchises, le peire Eoens, de 
la plaie qu'ilh avoit ojai en la de.sconfiture ; si fat là ense- 
velis — Puis se partirent et vinrent vers Ttailes por habiteir, 
portant que ly pays y astoit bona, crasse et delitaible >. Una 
tempesta li getta in Africa: < Si demorarent là noe pou; 
et adont fondat Dydo, la femme Eneas, I citeit qa'elle nom- 
tuat Dydaine aolonc son nom, qui puis fot nommée Car- 
toge al temps le roy Cartago d'Orìent, qoi le Set plus 
grant et le femiat des mars >. Didone si ferma colà; gli 
altri vengono in Europa, ciascuno in parte diversa. < Item, 
Eneas et son fis Ascanius ariverent en Ytaile, où ilh avoit III 
roia, Qrisavoir: lo roy de TU montangnes, le roy dea La- 
tina et le roy de Tuaqnaìne. Si avient que une vola desi 
à Eneoa. une nuyt en aon dormant, de part ae diex, en teile 
maniere: Eneas, va-t'en à roy Evandro de VII niontangnea 
qui guerie contre Latinum, le roy dea Latina, et TuruuSq 
le roy de Tosqoayne, e li fais socour, cor toutes les III 
rojalutes Eont à toy, et en seras roy anchois LX joars ; et 
affin qne tu me croie, je toy donne signe que en la voìe 
où tu en yras tn troveras desous nne orbre, c'on nom ylex, 
qui porte les glans, une bianche troie awec XXX blanc 



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3C8 uFic. E TUD. iTAi_ dell'oudi 

porctesax. Qaant Eneos eatendìt cha, ilh mo&tat tantost 
lendemain luy et een geos >. Trova l'albero indicatogli, 
doTe poi fondò dae città, Eaeoeìi così detta dal suo nome, 
AìbaiM per la bianca troia. Eraodro, vedendo aTTÌcinard 
degli armati, si prepara ad assalirli, ma Enea con un ramo 
d'nlivo in mano gli va incontro; abboccatisi, strìngono al- 
leanza contro il comnne nemico. Nella battaglia * ochist ly 
roy Tamus de Tnsqnaine Falliens le fis le royErandre; et si 
traeve-on escript, qnant ilh chayt mors, que la terre trem- 
blat; car cba eittoit I gran agroian de xum piè:^ de halt. 
GhiH fnt enseTcUs en la citeit de Juno, od ilh fat paìs troTeie 
al tempi* l'emperear Henri li neconde de chi nom, t-i com 
ilh foit mencion chi apres, ob ilb parolle de ehel emi>ereur. 

Et qnant Eneas veit le fiU le roy ochis, si ferit Tiimns 
teileiàent qu'ilh li tollit le chtef , et chayt mors . . . Eneas 
ochiflt oufisi Latinum, et esposat la dammoselle (Lavinia). 
Si oit le» II rogne des Lutiena et de Tnsquayne. . . Et ouisn 
li roy Evandre mornt dcs plaies qii'ilh oit en la bntaille, 
dedens len dis LX jours, sì que li peuple fist homaige I 
Eneat. — Enssi fust Enead roy de tont Ytaile ton eenb; si 
regnat III ans, pùìs morit >. 

Pag. 292, T. 3. Anche ì F<Mi tìi Giuseppe, brano cavato 
galFioretto ddla Bibbia, Padova, 1871, editore Pietro Ferrato, 
fanno parte della nostra Cronaca; la lezione è pre^s'a poco 
quella del Fiore Hocdh, fatta la differenza della lingua , che 
io questo è veneziana, fiorentina in quelli. L'edizione del 
Ferrato riproduce, com'egli avverte, Dna stampa, cioè t ^k>- 
reti de la Bibia historiaii in Iinpua gattina, Venezia, 1Ò03> 

Infine per gli errori di stampa e per certe piccole Ìq- 
eonseguenze di scrittura, che si trovano specialmente nei 
primi fogli, per vorii motivi, ci rimettiamo alla discrezione 
del lettore; solo noteremo che nella nota della pag. 115 il 
secondo verso va corretto et por ee distreiit li troiaii, e che 
nella citazione di Dionigi, ch'è a pag. 132 n., invece di 
cap. I, 50 va letto I, 69. 

E.G. P. 



DigitzcdCyGoOgle 



m NUOVO ED DN VECCHIO FBAMMENTO 
DEL TRISTRAN DI TOMMASO. 



Trovnndomi lo bcotbo anno in Torino, l'anùco, ed ftllors 
ospite cirisAinio , Rodolfo Benier, il qaale sapeva come io 
nelle pubbliche lezioni del mio corso di Storia comparata 
delle lettcmtiire neolatine avessi trattato delle orioni e dello 
svolgimento del ciclo brettone, si piacque additare alla mia 
attenzione mi frammento di codice in qne^ dì rinvenuto da 
nn e^e^o e dotto gentilnomo che onora entrambi della saa 
nmicixia (1), fra ccrt« carte che egli stava riordinando. Avuto 
noti' occhi il frammento, qunl non fn la mia compiacenza, 
ravvisando in esso le reliquie, scarse pur troppo, di un co- 
dice che aveva contenuto il bel pooma scritto da Tommaso 
intorno alle amorose avventuro, di Tristano P Compiacenza 
che n'accrebbe d'assai quando, proseguendo l'esame del fram- 
mento, ni' accorsi che non uno, ma due brani estw conte- 
neva del Tristran, e nn dei due affatto i^oto. lo mi af- 
frettai naturabnente, dietro il cortese assenso delP amico, a 
trascrìvere i preziosi foglietti coll'anìmo di darli tosto alla 
Ince.' Ma poi, come sempre avviene, cosi parecchi, uè pia- 
cevoli, sorsero ad impedire la sollecita esecuzione del mio 
disegno. E fn, tutto sommato, ottima cosa, giacché per 
pre^ìentore ai romanisti un nnovo frammento del Tristran 
di Tommaso io non avrei potuto aspettare miglior momento 
di questo, nel quiUe le ind^nì sempre feconde di qaell'il- 



(I I È ixr vbbMIt* id nn dnianki ftanttlmenU mii t neni l , efar lo non Uh Mipn 
el trumMiito più pnelM tBOlauldiil, Penso pnò antenrin cb> chi lo 



Diai.zodBjGoOglc 



370 r. ROTITI 

lastre, ehe è Gastone Farìfi, coadiuvate da quelle de' saoi 
efrretp collalxiratorì (1), hanno ridestata piii viva che mai 
r attenzione intorno alla meraTÌglio!«a legenda celtica ed ai 
Kuoi primi propn^utorì nel suolo francese. Dei qoali già 
molto si è parlato; ma molto resta ancora a dire, cosicché 
io Kpriro non ìjaritnno tacciate di superfluità le pagine cbe 
ho voluto far seguire alla descrizione del codice torinese, 
onde esiiminarv) alcuni jiroldemi, già posti innanzi dn nitri, 
ma sotto un diverso punto di vista; e ^olltivarne quulcnno, 
che «ra, o a me pareva che fosse, passato inavvertito. 



Il frnmmpnto tonnexc consiste in un foglio membra nncoo 
piccato in mezxo in guisa da formare due foglietti «li IC 
c^ntiniHri sopni '£\. .Scritti da una mano non elegante, ma 
nitida (• ntgolarc, che io non esito a dir francese e del .'^ecolo 
drM-ini<ttcrw>, essi presentano per ojmi faccia sessantiiquat- 
tro vt-rsi, distriltiiiti in due co]oilne(2); indìzio abbastiinza 
rhiiiro, n mio veilen.*, che il copista, dovendo trascrivere 
nn' opera di una certa m<de, mirava a non far spreco di 
spazio; di fpii la probabilità che il codice contenei^se tutto 
intiirro il poema di Tommaso, e forse non esso soltanto. I 
brani jioi cimipresi nel frammento non Irnnno , come ho già 
detto, alcnna connessione fra loro; i fogli erano quindi orì- 



(1) Alludn Hll K-rUU di 0. rmrìt, t. Bnikr. W. LntiWliindiI. L. Rodi*. E. Ufwf. 
W. flordrrhjplm. MtU nìMrt -i nmuiii di TrMisn. f del qnill nel cor» dt qoHia 
IlTsm dorrò fu- «pMI» DWHhnc. ebs d l*tC<n><) ncxtilU uri fUeieoIo t»té urt» 

della a'mmhIii. XV. iKM. ijji. ^n■«tn, 

■ano wì luedralmo pcHnriu, U prima nwtà del He XllI, a ritpoiiduk» prc«a*a poco 
■Ila utriMo (l|w. Ri« tiiMI lubtU di iJleeolo inmabhKrllu (cbb alcuna rt«Tca di 
rlritanH (do» miIi |M"iataiK> BiInLalnir!, a du cnlimiir.lii ptiu da conUnsc mag. 
lOnt mmH'Iu di MT)I nrl Hù rlirtrctto npailn pranlUli. Il li|iodi qnrMli»*. t adan- 
qaa aitn>T tilv rhr ni |nlTTbbr «llr flDjlamvo; bn AiTtrta da quella del (raiidl 
ndM rlir racrUndeTaao 1 nnaaiLil In pnaa. mrtaltt «a Usto laato, coae è bem 



Diai.zodBjGoOglc 



num. DEL TMBTRA1! DI TOHMAflO 371 

gìnarìaniente separati l'uà dall'altro da nn cerio namero, 
che io crederei molto eaigno, di pa^pne (1). Smembrato it 
codice, i due foglietti , for^e un po' f<mozzìcati ne' margini (2), 
vennero destinati a formare le guardie posteriori dì un libro 
qtlalunqae;e, meiitre Tono venira incollato all'assicella per- 
ché vi tenesse aderente la pelle di coverta, l'altro rimase 
volante. Cosi dal diverso ufficio derivò nei due fogli nna 
diversità notevole di conservazione. Il foglio volante si man- 
tenne pressoché intatto, sebbene la ncrittura se ne ve^a 
qua e lù svanita per lo sfregamento continuo con le pagine 
del libro, e forB'onche qnello delle mani dei vari posses- 
sori di esso. Ma non fu così dell'altro. Staccato senza le 
dovute precauzioni dall'assicella alla quale era incollato, 
esso vi ha lii:^ciati parecchi brandelli di pelle; quindi in una 
faccia non poche lacune (3); nell'altra, per cause molteplici, 
lo scritto è pure in parecchi punti manchevole (4). Talché, 
per concludere, io non avrei certo potuto trascrìvere con la 
scrupolosi diligenza che m'ero imposto queste quattro co- 
lonne, se non mi fosse stato giìt noto il testo fortunatamente 
conservato nel ras. Douce. Certo cosi pressoché sempre del- 
l'entità delle parole io ho potuto consacrare tutta la mia 
attenzione a riprodurre la mutabile od incoerente orto- 
grafia del ms. (5). 



panili Ircilri iffomin che le liiln'iuedli non poleTano mero piò di qnittm, cfr. dal 
realn jtr pili ampi tannagli 11 Cap. VI. 

(1) Se Hill n) tralUrebbr del nnperion; drlristCrìDK un, e dal laterali nrppiire. 

(3) i *a|inlD CDU* la aliala aorte abbia colpiti I franinii'iitl di Urailiurgn, che 

paliKa Dell' edili une datane dal Michk. (Tiii^tJI. J!fàtil iFi ri fui rfiK Jn p»i». 
vilnl. i un nrii,f..Londn9i.0.Pli:krrliiB,>ll>CCCXXXIX,Vu1. IU,pp.U-U]; anrL'eHl 
(nroDo irrluicdiabllnieiile aeinpati da eli! Il ilaccJi dalla «opFrle del libro, in eni ernnn 
iDCbllatl. Ved. Mtcmel, op, elt.. KoUee. pp. mll] e inii. Cba anch< Il framoieiilo 
di Canbridge anu* ur*lto di foglia di Hnardla le abbiamo appreau loti dal bel 
lan>i« di P. Uetzb, Im JTn Kti-ftii éi OtmiTHljt In Khl, XV, p. H«. 

(I) Fra altre per la ra^ioiiB cbe, qnanda Q TOlanie fa rilevato, rnmIdlU della 
colla raiamolli l'hiclilHtro. cvalcobe «otto la preaalone dal torcbio I caratteri rivai- 
atra In parte riprodotti anlla fkceta del Sogìio eonlapBDdanta. 

p} ti prliuD paaaaaaor* cba l'tra praiato a tiaKriTerc l'altro loglio (g la ana 
copta. BDita iDcom al rranuHDte, di tal non rlprodoc* che nn centinaio di lenl, 
ribocca di MsU acarpallonl dalaaclar wapMtare cbirllbraT'aonionoB cAsprendnae 
tra^o eli cka Mm^tan), bb« U mtw M» • natlar nuo ■ ^«ato. 



DigitzcdCyGoOgle 



372 r. NOVATi 

Intorno si tempo ed al luogo poì, ne' qo^ 3 codice, 
che Citiitenp7& Topera del troviero aaglonormamio, è stato 
distrntlo, mi seubra che possano arrecare qualche Inme 
certe postille Ncarabocchiate nf?I marine esteniu del redo 
di qncl foglio, che era incollato alla le^atnra. Eccole ri- 
prodotte qni esattamente: 

Jphes fcolnlus 
Tufinariaum. 

Haeff Johes 
cefci'chionin 
Olliu= Ircs . 

Olln unum 
cu yìwa una 
farìLi^ (!)■ 

IL iiDas qna.^ (S) 
parJiifiilol^ 

Ed alquanto piti sotto: 

Mapr dtrifU^bor.- 

ile luca 
Jiilici! niius eiuf 
fuc lip.irì liliru 
yfiinc ile Ima (.1) 



(1) (-MI U na. Hft eli* tdoI dlr*r 

\ì) LthI fr-hrir. L* Mtnr loaucaM pPT nun aliiMI 

(j) IlHtD ne poco Innrto k |] sia. He* Siria a St-ia;ait ni par ptà atenn li 
Inlniir ail'>lt«ti. n Jitrr fwifr ilr Srtia ebc tndnto OloTuitil di CtiatolMm da Luna 
■TEva htlo illriwrt m* «arrcl dire iji»! Kioae. In qnnto moitn aoItTa*] im lo pA 
■OAIUTT nt'l nrdlHvo nao da' nauti padri del drMttn inun di wiim iictlicl:» 
mi par pma rinibabllt cba qsl ala qntahonc di laL PMnbbt perclù tnHanl di aia 
tlcllt Ialiti- oime acrltle da qnell' laacco Selki di lalomoua «tu», ebc IB eUaaitta 
Mnuutìim miÙir-mH, vtnr srtil-auil • pia. « morì Mi M* {«TO»dtU-na (bralcal. TBtM 
I tool KrltU tumno IndntU lu latlaDCirabbllcalllD n aolTiduna aLtonenal inc: 
inacla [liii Tultr o lualriiM a aapuataamt*. Ctr. Jo. C». Vouira, BMiM. Hi Wm*, 
Anìiarfo. ITin. p. CU • agg.; Di Ilnaa^ IMiia». Ww. A^i arrW. lini, rwBa, IMt, 
T. I, p. IT* Talam dMoa parb laacoo uttn dan'Afrtoa. 



dOyGoOgIc 



niltX. DBL TUBTSU SI Tonuso 373 

Clie codeste note tàano opera d'una mano italiana non 
si può dubitale; ed altrettanto certo io credo che, come lo 
indicano i caratteri, esse appartengano al secolo decìmo- 
qnarto. Men cHaro il loro eignificato; ma non andremo 
forse lungi dal yero congetturando che si tratti di appunti 
presi in servigio dell» propria memoria da uno de' possessori 
del libro. E costui, per far si rìpetate menzioni d'olle di 
garofani, dovette esser tale che per professione ne faceva 
commercio: uno speziale. In tal caso il libro, al quale te 
rime di Tommaso servirono di guardia, sarà forse stato 
o an registro di conti, o ano zibaldone di ricette e di se- 
greti. Ma, qualunque siane stato il contenuto, poco im- 
pori^a. Basta a noi adesso poter .fermare che il codice, 
scritto in Francia nel secolo XIII, e dì là passato nell'Italia 
settentrionale (o più in giùP), cent'anni dopo all'incircs vi 
aveva già incontrata qnella sorte, alla quale ninno de' suoi 
fratelli riuscì per disgrazia' a sottrarsi. 



n 



Descritto così il frammento, al quale siamo debitori della 
conservazione di un'altra particella della disavventarata 
opera di Tommaso, volgiamoci adesso a fame soggetto di 
accurato esame. E prima di tutto converrà studiare qual 
sia il contenuto del brano, fin qui sconosciuto, del poema, 
e da esso rilevare quale poeto gli debba essere assegnato 
fra gli altri frammenti. 

I duecentocinquantasei versi, che si leggono nel primo 
de' due fogli, onde consta il frammento torinese, potrebbero 
essere da noi designati sotto quel titolo generale di episodio 
della Sala Mie immagini {Halle mue iinaffcs), con il quale ì 
critici sogliono denotirre quella parte della leggenda secondo 
la versione di Tommaso, che dalla battaglia dell'eroe con il 
gigante Moldagog si spinge fino alla partenza sua e di 
Eah«rdÌs per l'Inj^tem allo M(^ di vedere Ysolt e 



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874 r. KOTAii 

BrengaÌD (1). Ha io stimo eoea pih opportuna, acÀngen- 
domi ud e:^aminare il eunteiiato del frammento in rapporto 
alle altre redazioni , della Tristrams saga ok Isondar cioè e del 
Sìr Tristmn (2), di snddiriderlo in tre paitL E di qae$t£ 
la prima, che abbraccia i t. 1-50, chiamerò Tristano e le 
immof/ini; la Heconda, che comprende i r. 51-183, dirò i>t- 
grcssionc sitlV mfdìcUìi dei quattro antantì; la terza infine, 
che è rLicchiuKu ne' v. 184-256. distinguerò eoi nome di 
Episodio ihMa l'oxxa. Codesta diviisioiie , mi par bene no- 
tarlo, non Holo sgorga spontanea dall'esame del testo, ma 
è, per cotiì dire, giù segnata nel codice stesso, dove i saé. 
con cui termina un episodio o ne comincia un altro , sono 
distinti da una maiuscoletta in rosso (3). 

Tkistako e le iMMiGiKi (v. 1-50). I primi cinquanta Ter^ 
che ci presenta T.' (4) possono considerarsi come la chiusa 



(1) VMt. E. KOuiaa, IHt uiriluht mi4 éit tugUtà* Ttninu irr TrMa^-S^r. 
àltltr nril, TrinfririM Stf» tk liminr, BafHnnD, HcimlBgcr, IVtf; Inr t'tt'liifir. 
ier T,ÌMlB<^8«3*. V- CXXIV e ««. ; F. Tritmi^ J-nl,^.* rfi r,ifl.i« f.^ri, h r^-i 

a*iato (i]ii»HDnn ili vcrlun il iicinl del p>rKii»|(J «jTiflIa roruii die è lUu |vt- 
mita dm ToinDiiin}. Serira «hA TWtfr*», a noe Tritimi, firrxjniii.a non Broii].'» o 
B.fV'"-. >'*'^'. ' ■»<> 1"^, Itr^ll HO- 

(31 Umuv ]wr la S*(w tulinAcu, cb« dHlgncrù d'ora limami eoa la «umirta 
i>l|da(B). CI»! lifrll Sir JVi«/.t«, eitc dico aiicb'lofE). mi ».t\o dctr ««Urlile cdt- 
■Iona lUlaur dal K<UJiIKu «ci acnmdn Tolan», nacllo alla Ince icl 1CK% drlta già 
elUU aHaTaoiolla. 

MmH di TonBHM. doù ntllo Baerd, Il pnn- 
■ Carlado i Isitnto da ana (raodc tsUiak 
ch« f-irma una mlnlatara. rapprr*cntanla la regltia ebe annoa l'afTia (cTr. A'Erm. 
op. clL, p. Ifl); 11 oke pcnvUfl di nrdcn eba nel laa. nfDi uqura ejtÌMrtAUt luMf 
«wlnildlrllitlo nrlla BKdnlaia gulaa. 11 Tallir ka perà krio (jnando ■niTc di 
ganUnlnlalnn: ■ C^ la arai* ailnlalimqul *• Inme dina Inni Ica tramami» 

11 end. al c|iialB aiiparitnaero irramaiaiU eoBKTTaU aa t«ii|in(rfr. KùLBixii.op. rii.. 
Voi. 1, Ih xm, n.) uolU Blblkilm del SfiulBariQ prufa^laale di Stnabnrsu, dvnia 
CHTT •'iiilnalwln» di Bilniaturr, * rtt aculrnmit dina 1» iiaatri' rialllrts nar nota 
■TOT» ani» Ica )'f BX. U )^ a (liiq tululilnn'a. iJtu- at^a (TAMIrr >. anrlunuc iicriiilHt 
ciiBL(a|>. MIh Vii], ih. p. XXIX) «Bf non* fall paair(ietl«r<H'IlniiilB'i3i(lFiit pina. 
(4) Con TI ■' T> iBdlclMrò d* ola In iKd anupnl fraBnn.torinHii; Cìimt EmCtl 
I>oan! «B 8- rd 8* 1 dm Soryd; con Str.i, Btr.t, ■to'.i I tra di StraafaarcD: na C 
«aeUo di CaMbrtdsr. Per «DcNt alsle rad. V. Umaaa. tir Trinlima A* TAmm 
«ta Ai'fnw *>ir A'rWt ni HttrtlK iiMilUn, oaiUittn, USI, v. 1. 



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375 

di quell'episodio, nel goale Tonmiaso aveva narrato la co- 
strnzione della splendida Baia congiunta da TrìBtran alla 
grotta meraTÌ^lioBa, già esistente nel bosco del giguute 
Holdagog (1) da Ini snperato, per eiigem le statue di Yeolt 
e di Brengoia. Ma codesta descrizione, che era certo diffu- 
sissima, ofiriva al poeta nn' occasione troppo hiininghiera di 
abbandonarsi alla eoa favorita abitudine di scnitare V animo 
dei personaggi de^ quali narrava le azioni, perché egli la 
lasciasse s&ggire. Ecco quindi Tommaso tutto intento a 
dipìngere con quella sua inesauribile varietà d'espressione 
i contrasti che sorgono nel cuore dell' amante dinnanzi alla 
spirante effigie della amata. 

A lei Trìstran or ricorda le ebbrezze insieme gustate, 
ora i condivisi dolori (1-4). Quando è lieto teneramente la 
bacia; ma le si mostra cruccioso, allorché o la sua fantasia, 
o sogni, o menzogneri discorsi gli fanno temere che ella lo 
dimentichi per altri, e cerchi altrove que' piaceri che non 
può gustare con lui (5-15). Teme soprattutto di Curia- 
do (15-21). Quando adunque lo tormentano sì cupi pensieri 
ci mostriisi sdegnato con l'immagine d'Ysolt: va a guar- 
dare quella di Brengaìn (25-29) e con essa si duole della 
infedeltà della di lei signora (.^tO-33). Ma poi a poco a 
poco l'irn sbollisce; ^li affisa lo sguardo nella mano d^ Ysolt 
che gli tende l'anello, e par si dolga che il huo amore se 
ne porta; ritoma col pensiero al momento della loro sepa^ 
razione, rammenta gli accordi fatti e depone ogni sde- 
gno; piange e chiede perdono della sua follia (34-44). Ap- 
punto per questo ei fece le immagini, onde confidar loro 
il tumulto d'a#etti che lo straziaTa, e non poteva palesare 
ad alcuno (45-50). 

Se noi ci rivolgiamo adesso a ricercare sia in E., eia in S. 
un tratto corrispondente al testo francese, i nostri tentativi 
non approderanno a gran cosa. E. offire bensì il racconto 



>, op. 0». vuL 1. f. cxzvmii 



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S76 r. lOTAis 

della battaglia di Tristraa con il gigante e della costmèone 
deUa UaSe (Str. CCILVU-CCLTIU) (1); ma intorno alle 
immagini non spende che pocU versi (Str. GGLIX), e, detto 
che pareran nve, passa oltre. S. è invece, come sì sa, ben 
più difTasa, e dopo avere minatamente descritte le statue 
(Cap. LXXX), cosi viene a toccare del contegno dì Tri- 
gtran dinnanzi ad eaae: < Qaante volte ^li veniva all'im- 
magine d'fsood, tante la baciava e- prendeva nelle sue 
braccia ed abbracciava, come se fosse viva, e le snsorrava 
molte tenere parole riguardo al loro amore ed al loco af- 
fanno. KellMstessa gnisa ei si conteneva con la figura di 
Briiigvet e si rammentava di tutte le parole, che era solito 
dir loro. Egli pensava anche a tatto il cùnfoiio, il pi&ccre, 
la gioia ed il sommo diletto, che aveva avuto da Isond, ed 
ogni volta ne baciava la figura, quando pensava alla loro 
consolazione. Ha, allorché ricordava la loro pena, il fa- 
stidio e l'infelicità che essi Borrivano a cagione di coloro 
che li avevano calunniati, era dolente e sdegnato, e ne fa- 
ceva pagare il fio all' immagine del malvagio nano (2). > 

1 rapporti fra il brano di Tommaso e le parole di Ko- 
berto sono innegabili; ma non tali per6 da poter dire, come 
in molti ultri cnaì, che S. è traduzione letterale del testo 
francese. 11 numoco norvego ha piuttosto mirato a presen- 
tare un riusHimto di ciò che Tommii-^o con la sua verbositìt 
consneta aveva diluito in molti tlt^ì; c della minuta de- 
scrizione dei vari sentimenti che sconvol^'ono il cuore e lu 
mente di Tristran, non ha nerbato, modificandoli, che due 
tratti, ma estM^nzioli: ciò che vano opera così sotto l'impulso 
della gioia, come sotto quello dello indegno. Noi pob'enio 
quindi concludere che se alcuni particolari dati da S. non 
si trovano nd testo francese; come, od ef«mpìo, il recarsi che 
fu Tridtran fra le braccia l'eEBgie d'Tnolt; la eiugoluie ven- 
detta che egli trae degli oltn^gi sofferti per cagione del 
nano, percuotendone il simulacro ; ciò non vnol dire che il 



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nun. DiL THRsiM 1» TOxium 377 

traduttore norrego li attingesse ad altre fonti, ma che essi 
si troravano molto probabilmente descritti in quella parte 
del testo franceee, cbe precedeva la fine dell'episodio, che 
sola ci è conserrata in T'. 

E qui gioTerà aprire ana parentesi per trattare di nna 
qoestioucella, che balza ^ori dai rerei or esaminati di Tom- 
maso, e dalla gnale non mi riesce trovare una plansihile 
spiegazione. Dopoché Tommaso ha nel primo frammento 
Sneyd namito come Tristran elnda con un ingegnoso pre- 
testo i legittimi desideri di Tsolt as Blanchesmains (1), ^li 
ci trasporta con nn passaggio rapido si, ma, anche a mio 
credere, pienamente giustificabile (2), dalla Brettagna in 
Inghilterra, e ci descrire il dolore della regina, la quale 
macca da gran tempo di notizie di Tristran, cosicché lo 
crede ancora in Ispagna (3). Mentre ella inganna, can- 
tando, il suo cruccio, 

Snrvìnt ìduDc Cariado, 
Uns richflB cuni da graot aJo, 
D« beb cbaaUa, d« riche tere; 
A Cori ert Teou par raqnere 
La reme de druerie. 
Tsolt le tient à graat Tolie. 
Par pluEurs feii 1* ad jà requia 
fmi qae Tristrana parti del pab. 
Idnnc vinl-il pur i»)rteier; 
Hain unques n'i pot espleiter. 
Ne tanL vers la reine Taira, 
VaiUaDl UD gnant em poiat traìre, 
St en promesse, ne en gnaot; 
Uoqnes ne fiat ne Uot ne quant 
En la cnrt ad molt demoré 
E pur cest amo; «njonii (4). 

Il modo con coi Tommaso nei Tersi citati prende a par- 
lare di Carìado, non è tale da lasciar credere che questo 



(1) »-• T. mti». 

ai V»a. Vitra», gp. (it, MI • «a- 



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318 T. VOTATI 

eurìoso persoiuf^o, il quale bÌ porrebbe quasi dire il pro- 
totipo d«l Beau Couard, che si presenta assai di frequente 
nei romanzi della Tavola Rotonda (1), sia qui introdotto in 
scena jier la prima Tolta? I particolari die il poeta rife- 
risce intumo a lui, alla sua ricchezza, alle sue doti fisiche, 
ai suoi difetti morali, alle intenzioni con te quali era venuto 
a corte, sono iudispeasabili se si tratta di far conoscere ai 
lettori un quoto personaggio; ma sarebbero più che oziosi, 
ove esso aresse già. fatta la sua apparizione (2). Ora, che 
codesta apparirione fosse giù avTenuta lo lascierebbero cre- 
dere alcuni Terfii del nostro frammento; e precisamente i 
seguenti , nei quali Tristran si manifesta in preda alla gelosia: 

Del bian Carìados m dote 
Qn'ek eiiTera lui ne tome d'amor. 
Enlnr li esl noit eL ior; 
El Iti la sert el si la losnnge, 
Et EKivent de lui la blefilange. 
Dole, quaixi n'a fon voler, 
Qn'ele se preigne ■ ran poer; 
Por ce <ju'ele ne puel avuir .lui, 
Que ran ami fnce d'oulrui (3). 

Ora, delle due Tuna. Tomma^^ ha già fatto cenno 
delle o-^pirazioni di Carindo in qualcuno degli episodi pre- 



(I) Cuiido. Toduuuo d liuMe mollo. n> bel] bilmo rd mccorto (• n otelt nolt 
Iicla clisnllc», Cortol*. (>r]nilll>u e fl|F|n r. 8.' t. HI-II. < Il rR mail bcb e IMB 
pirltm, Duurnr a f (Uhivi •, ,B.* t, VH-IO; i Cu il fH bnU t jilclnt d'eiiRiiu >. 
U.T.l»; !.. E>rrodo(«.)U bralK...» S. (. RIT; •lilani Ciriidm >, T>,t.k.).iu 
cinllrro mdu Tilon (<Uu airi mie Meo à lorr Endldl d* m imui |WTter>, 
8.* T. n>-]4) 1 di qnl ti luon Al BnnRiln «mi» E«tai!Tdlo. ab* «Ui cnda tontto dto- 
unii ad mi ay vinario Uulo^rrecTole. (D. T. IH a ani T> T.Sl e me.). 8at Am 
CnMrrf, al quale fi contraiipoDc uri rfinantl )e UH Hinll. nd. G. Puia, f^* nu— m 
t« rtrt J, ht r-iW( lleMtì', Mtr. dal T. XZX ttU-Kil. lillir. A U Fravrt. p. n. 

(1} 8. lo clitiiiu prr Tariti XarinétU: ma qnaat'altrllniEloH aU-adorwm di 
laoU dal Boiiw di'l SliiiKalco. il iinalc primo dnmnila a n Uaie gli amori di Tll- 
■tr*n(clr. Cap. LIcEumaa, op. di., l'ol. 1, p. LXXm ; Ticmx , op. Etl„ p. M] bm 
mi pire ntBclont* ■ Ui tnim ebo II macaco Kobtrle abbia fnio !■ sa tute dar 



») TI, T. l«-Si. 



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nUOf. DIL TUSTSAD DI TOIMISO 379 

cedeutì; ed ìr tal caso riesce arduo il comprendere perché, 
introducendolo una seconda volta in scena nel frummento 
Sneyd, provi il bisogno di farne di quoto e così an]]iia- 
niente il ritratto (1); o egli non ne aveva mai parlato jier 
rinnaiizi, e Goriado viene in scena la prima volta quando 
si reca ad annunziare, infauf^to luesa^gero, nd Ysolt il ma- 
trimouio di Trìstran; ed allora come mai si spiegu la co- 
gnizione clie Trisitran ba dai di Ini disegni, Triitran da tanto 
tempo assente dalla corte ? Sì potrebbe supporre che dello 
mire di Oariado a Tristran foe^se giunta notizia in Bretta- 
gna. Ma ciò non regge. Il motivo precipuo che spinge 
Trintran alla disgraziata decisione di f<posare la sorella di 
Kaherdin è la mancanza d'ugni notizia di Tsolt, il timore 
che es.^a l'abbia dimenticato, la gelosia' che lo rode: ma 
l'oggetto di questa gelosia non è Gariado, del quale nel 
lungo monologo che conserva il frammento I Sneyd si 
cercherebbe invano menzione, ma re Marco, il marito di 
Yiiolt (2), Or come mai di costui non si fa più parola 
qui, e tutte le preoccupazioni che egli eccitava in Tristran 
Kon dileguate per ceder il luogo a quelle suscitate dal < bel > 
Cariado? Ma che più? Se Tommaso stesso ci narra che 
co.-tui prese a molestare la Regina con le sue richieste dopo 
la partenza di Tristran (3)! È questo un viluppo che io 
sto pago d'over rilevato senza tentare, che non ne vedo il 
modo, di scioglìorlo. Però mi sia lecito dire che io non ri- 



(1) Qinndn Infatti BrcDBiln. {wr «l'-flUP 11 nu eollan ocntn Vaolt, l( mane 
end pm» II ns d'ainDiTuglin; ecm Ckìmìo. eli* parU di HMtnl «nM di iicr- 

|j) •SU suunec mi» (DvvDt... £t dlt dune; Y»li, bela amie, mal t dinne 
alro vie: La roafta anartaDt ne di-KT». Qn-ala u'eilfDnpnr meldeceTn». Pu 
■Ire cura iu[I>i)'Jo cm patne, LI rplaaa Jnia an ma naJDe! Bun dedali malDa e aun 
Irn; Ce yae oilen fu ar rat nnr-D... Ubili! m'ad pnranen dallt... Eu man eoragg 
bi bitii nDiji Qiie ['flit mei alme a nlant, Cor a'ele rn ano eorr pina u'ìuiìM, 
acnne rita ne emiifurlut Elei da iindt .d'Iepat anonli. fimetromll) Li à lo 
L — n se net B sa CD rjaplc Icrel Kon, e al me feiat nane qnere... qnant(mfl) 
jK't Bielt Alnit (no itictinr, à Ini io Uanfc... Eb eao *rl*Bur tanl(>e drit) dr- 
rr Qoe nD ami drlt oLiiEt. £ qatl 11 vali ore m'amar Emtera le dtlll enu Hi- 
lorl Kb • g- T. I-IOS ftmiai. 

()) «TMdtlaUenàmBtMla. Par NwBn )■■* I "ad }à requie. Pula gne Tri- 
rana putì del paia*. E.* v. BOd-S. 



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ctHTerei, per rendente ragione, al mezco, nn po^troppo co- 
modo, al qnale spesso si è fatto capò, di sappoire cioè che 
le contraddizioni della natara di qaella or rilevata, siano 
cafonate da nn rimaneggiamento. A me par lo^co ri- 
tenere che questa incoerenza, del pari che altre avreriàte 
già nel poema di Tommaso o che avvertiremo in saputo, 
provengano dall'autore etesso, che non s'è avveduto del- 
l*asHnrdità ìa cni cadeva dipingendo Tri^tran geloso d'nna 
persona, della quale ignorava le mire. 

L' incoerenza è del resto perdonabile quando sì rifletta (ed 
è questa una riflessione che convien fare piò d' una volta) 
che Tommaso scriveva per on pubblico il quale conosceva 
già le avvf^nturc di Tristran (I), e che quindi non si iper- 
turhiivu ntt si confondeva di fronte ad una allosione pre- 
matura a fatti di cui giù aveva notizia. 

DiuHESSlOSE SULl'i.NF1!L1(;1TÀ UEI «UiTTNO AVANTI (\. 50-183). 

DojK) aver additato qnule unica cagione della condotta di 
Trìstran il suo ardeiitissimo afietto per Ti^lt, giacché la 
gelosia non nasce che dall'amore, e di ciò che non ama 
niuno si preoccupa (v. 50-70), Tommuio si volge a medi- 
tare sulla singolare situazione morale io cni trovansi i pro- 
tagonisti del suo racconto. Eutre eee qualre ot rstratiife 
aiimr; TiiH ai OHrmit jHiitfim d iltinr, Kf itn H nutre n 
trisliir vii... (v. 71-73). Ile Marco teme che Ysolt ;rli rompa 
fede, che ami altri, e di ciò s'addolorii, perchi: egli non ha 
in ciKire ultra donna all' infuori di lei. Ma invano; egli 
può poiKsederue il corpo; l'animo jion già, che è in puteie 
altrui (v, 75-88). Ysolt a una volta ha ciò che non vorrebbe, 
e quanto bramerebbe invece le è vietato. Il Re sofire un 
solo tormento: ma ella ne ha due (89-108). £ doppia pena 
wffre anche Trìstran e doppio dolore. Egli è fiposo di quel- 
l'YsoIt che né pub, né vuole nmare, e che d'altronde non 
gli è lecito abbandonare. Si attrista quindi dì ci6 che ha: 
ma piti aoccHii di qnel che gli manca, cioè la bella regina 




zjccyGoOgle 



PBAKM. DB. TBUTUR DI TOSUSO 381 

sua amica (109-124V^wlt as Blanchemains non è poi meno 
infelice di qnnl che sia la re^u. E^iFia non sente amore 
se non per Tri^tran; lo possiede, e dui possesso dell' amato 
non ricava diletto Tomno! A lei arviene il contrario di 
quel che succede al re Marco; costai può far il piacer suo 
d'Tsolt, sebbene non eia capace di matome U cuore; ella 
invece ama senza speranza di diletto (125-143). < Io non so 
dire, conclude Ìl poeta, quale dei quattro sopporti angosde 
maggiori; né so dime la ragione, perché non l'ho mai pro- 
vato. Ke giudichino gli amanti (144-151) >. E perché 
questi jiossano rinscirri più agevolmente, egli crede bene di 
(iicliiiirare una seconda volta la situazione delle due coppie; 
lun.meno male! con maggior parsimoniii di parole (152-183). 
Iki-ervandomi di ritornare fra breve sulla importanza di 
finf>>-ta (ligresMJone, quanto mai preziosa per lo studio del- 
l'iiiilole poetica dell'opera di Tommaso, io mi limiterò adesso 
nil OHserrare come di essa non rimanga traccia in alcuna 
«Ielle redazioni che hanno fondamento nella versione dd 
nostro poeto. La cosa non è punto strana riguardo ad 
E. (1); lo sarebbe invece un poco per S., ove non ci richiap 
mo-oh-imo alla mente il modo con il quale frate Roberto ha 
volto nel Elio idioma il poema anglonurmanno. Già il Vetter 
ha l'atto notare come il confronto del testo islandese con le 
reliquie del poema originale dia una prova luminosissima 
che Roberto ha seguito così fedelmente un ms. irancese 
di esso, che la traduzione riproduce in grtm parte, pa- 
rola per parola, il suo modello (2j. Ma insieme egli si è 
pemiesiio di abbreviarlo qua e là; e ciò soprattutto quando 
conteneva lunghe riflessioni o discorsi. Il presente è per 
r appunto ano di codesti casi. La descrizione della HaUc, 
e delle immagini in quella contenute, piacque al monaco 



B cai il f[[BUin IngleM ■ntort di X. b> Hsnilo TomiUMi. **d. 



Diai.zodBjGoOglc 



che la traaporUi tatt'iatìen nel suo libro; i m«raTÌgliosi 
particolari di cui riboccava essendo ben acconci a Rolleticare 
la cnriosità nn po^ infantale dei saoi lettori. Ma le disqni- 
fflzioni sentimentali che sasBeguivano, se erano capaci di 
destiire rivo intere&'^e nei galanti signori anglonormanni ai 
quali Tommaso si rivolgeva, non potevano certo produrre 
il medesimo effetto sui sudditi di re Haakoii; quindi vennero 
ine.sorabil mente bandite. 

La pozza (v. 184-256). Sfogato il sqo trasporto per le 
digrertaioni, Tommaso riprende il filo dell'interrotto rac- 
conto. Ynolt m Blanchemain?^ non ha mai provato le ca- 
rezze di Tristran, sebbene si corichino nel medesimo Ietto 
ella ed il marito. <iiie*to contegno di Tri^tran dovrebbe ir- 
ritarla ed addolorarla; il poeta non lo sa bene; certo è che 
se tro])])o le pesasse, non l'avrebbe celato si a Inngo come 
ha lutto (v. 174-194), Ma il caso s'incarica di scoprirlo.- 

Un (riorno Tristran e Kiiherdin debbono recarsi con i 
loro vicini ad una festa. Tristran vi fa condurre Ysolt; è 
Karherdin che t'accompagna (v. 195-201). Cavalcando i due 
giovani fanno allegri discorsi; euri in essi si infervorano 
tanto da non curar:-! più delle cavalcature, che vanno n ca- 
priccio loro. Ad nn tratto il cavallo di Kuherdin si ^etta 
a de.stra; e quello d'Y^olt s'inalbera. La fanciulla lo stimola 
con gli sproni; ma, mentre solleva la gamba per dargli nn 
nitro colpo, le è forza di allargare le coscìe. Allora, per 
mauLenend in nella, stringe forte la coscia destra contro il 
cavallo, il quale fa un balzo e, ficcando U piede in una 
pozza, ne fa schizzar dell'acqua che va a bagnare le coscie 
d'Ysoli Al contatto dell'acqua la dama getta nn grido 
e non agginnge parola; ma ride così di cuore che non le 
riesce piti di dimettere. Kaberdin trova strana tanta ilarità, 
di cni la cagione gli sfngc^e; entra in sospetto che Ysolt fi 
faccia betfe di lui e, non tollerando di restare nell'incer- 
tezza, impone ad Ysott di confessargli francamente ciò che 
l'ha fatta ridere, w le è coro di non perdere il suo amore. 
Messa così alle strette, la moglie di Tristran non pnò dis- 
simurore il suo pensiero. Essa risponde qnìndi dì aver rifa 



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rBAm. DEL TBISTBAK DI TOnASn 38.S 



per quanto le era accaduto. L'acqna, schizzata dalla pozza, 
era montata sulle sue coscie assai pìb in alto di quanto al- 
cuno avesse fatto fin allora, non escluso Tristran. Fiere, 
ore ros ai dìt le doni-, conchiude Yaolt; e con questo ver?o 
termina il frammento. 

Il curioso mezzo, del quale il caso si vale per rivelare 
quel segreto che Tsolt aveva tenuto si gelosamente ctiiito- 
dito, è ben noto, poiché con un accordo, che non si potrebbe 
diiwero dir frequente, esso si trova ripetuto in tutte le re- 
dazioni della leggenda dì Tristran, sia in quelle derivate 
dalla versione di Tommaso, come nelle altre che hanno 
orìgine da Beroul (1). Restringendoci alla prima noi ab- 
biamo da esaminare £. ed S. In E. l'episodio è, come al 
solito, narrato brevemente, ma introdotto però con alcuni 
particolari che mancano cosi nel testo francese che in'S.i 

titi.« So it birel, a ras. 

In seyn ICaUreus lonn, 

I>at a fair fest was 

or Ionica of renoan ; 

A baroDii, pat bi?t Boniras, 
t*iB Spoo!>e<1 a leaedi of Lyoaa; 

per VBS miche solas 

Of alle nianer coun 

Aud gle. 

or miaesLrals vp and iloau 
ittt Bìfor per folk so fre. 

CCLXl 

pe riche doake Florentin 
To pat fesl gan fare, 
And bis soD Ganhardin, 
Wip hem rodii Tsonde I>are... 



(1) Cn mmuto Itale no* «la altn Iw tt& Mltalloil Kuuii;>a(ni<.cU . Vnl. I, 
p. CXXVI) rb* n fmnl* ■]!? tanlnnl dtrinU dk TnmmMO hi, penta Ùlrlrli <mn 
TftxlirilB ■ Heinrich tob FnibcrR. L> dlffacniu piò rmogninlIToI* ■(■ In dò rkc 
nrntn la Tommuo, 8. ad E. bUndln t mtaua In KMprtlo di! bIo ri» il'Iwill. 
Iutcm In Clrleh td Belnrtek d Énlnsarao i turbarlo tieni* parole narmontf 



rdBjGoOgIC 



Com« si Tede. S wa^pn i. ^^•■■"^ « ITA— ilTn che 
ha jiitr scopo db tormer n. l^asHa ^ :il ^ im. ^o pel- 
legrinaggio (I), H Tr-Tjiiiiin cz^ ■mt" xaaxx àlfi im^e £ mi 
pennoosgio, dr uso. EunKc ^i. se. iiinMhF . on. bazone 
Bonifiuan ddla ccst. iL '^ Ti i imi 1 mte- ^bik un» dama 
lionese. laoHie. munrer I^^h^ aL ì ^bk &mD men' 
zioBe che di Teìisibd ^ d. TiiiiiiJi av i loaa anaci, noi 
Tediamo ia E. inanÙDito ibibb- 1 ^bk ^^iBi tin a>l suo 
seguito. Se il poan .ciqe»- jibot — n ipnte psrtico- 
laritù da nD'aTtia. ^Bmc. n^ sic m»- I ^wc^a Sbanca», o 
sempl k fmei ia <&(iirctc "'"' ^a. tirrT-irt joa a^trà deci- 
derlo: ÌE<jna ^«n i:- 1:»-^; (l'M a. mobb» ipotosL 

La Ha^ a Jtui>!u-.^L.zx nrT-uritt^ .^^t ióau i B dì tutti 
i picO'It indiboiti ice- e*i^:::r:iii "•■;-: x Trrwiare il se- 
greto ili mi bà iùnraio «—-■ ar " -r^r'E'a. non 9 troTa 
aceti) u t 
seni l'i i 



Ma ni)|] '^ * i."" ~ "■ — —" ''IO àxe la fonte 

■ia Tomiu:-^'- - "-• . ~ ~ _. :t ; . ■"T-i^rae. se po- 




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9Si 

niamo a rafiVonto con esso le dae strofe che sefptono in K 
e comprendono il dìalo^ &a Kalierdìn e la sorella sua. Qui 
la relazione non è boIo nella sosbuua, ma uiche nella forma; 
E. traduce qoaaì letteralmente in alenai Inolili il eqo mo- 
dello: 



E. 

ccLsn 

Gaoluurdin, Toblipe 

His eoster pò eaM ht: 

< Abìde now, dame, and lipe, 

I Wfaal is p«r tidde Ut p«? 
Do now tsUe me sirìpe, 
Astow louMt me: i 

Whi louf pou pat sipe? 
For whflt piog may it be? 

» Wìp otiten op: 
pi freodtchip schal j fle, 
TU 7 wìLe pat k>P ! > 

CCLXltL 

« Broper! No wrapepe noD?t! 

p» Bope 7 wil pe say. 
It Mine hopB pe water Tp bronci 

Of o polk in pe wa7. 

So hej^ il flei^e, me ponft, i 

pat in mi sadel 11 ìaj. 

per neuer man no soa^t 
>s So neì^e, for sope to tay, 

In lede: 

Broper, wile pou aj, 

pat 7 lou^ for pat dede! * 



T. 



Caerdina le voit ii 



Bidone li pkM a demonder: 
< Tsode, de parfont reistes, 
Mais ne sai dont le rìs feisten. 

• Se la verai achoison ne sai, 
En Tos mais ne m'aAerai- 
Tns me poei bien decoÌT(e)re; 
Se je apres-m'en puis aparcoi- 
W.ìre, 
Jamais eettes com ma sorur, 

■ Ne TOS tendrai ne foì ne amor >. 

Tsode entent que il dit; 
Set que se de ce li escondii, 
Qu'il l'en aavra roult mal gre. 
Et disi: 4 Gè rìs de mun penaer, 

D D'une aventure que avint; 
Et por ce rìs que m'en lOTÌnL 
Ceste aigae, que ci esdata. 
Sor mes cniases plus haut monta 
Que unques maìn d'iiome ne fl^t, 

\6 Ne que Trìstran onques ne me 

[quisL 

Frere, ore tos ai dit le doDl... > 



Le relazioni fra il testo francese ed S. nono poi molto 
più strette per ciò che riguarda quest'episodio. Sì potrebbe 
dire che fra Roberto abbia voluto fare ammenda della li- 
bertà che si era presa dì sopprimere di pianta la digres- 
sione antecedente, tradacendo parola per parola il te^t^j 
nel ripreso raccontn. Reputo inntile far de' raffronti : rou- 



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verrebbe riportare tutto intiero il capìtolo LXXXl di S., 
che troverà più opportuno luogo in calce a quella parte 
de] frammento di cui offre la fedele versione (1), 

Da quanto siamo venuti dicendo sin qui, risulta adunque 
evidente qual luogo spetterebbe al nostro frammento in una 
nuova edizione, che diviene ogià di più desiderabile, delle 
disjeda mejn}>ra di Tommaso. Esso dovrebbe in questa 
venir collocato dopo il primo dei frammenti Sneyd che 
narra il matrimonio di Trìstran, e innanzi al primo dei 
frammenti di Strasburgo che ci Mostra l'eroe in vìo^o 
per l'Inghilterra (2). 



L'analÌKi attenta e sagace, alla quale Rono state sotto- 
poste dai critici le versioni che il medio evo ci ha traman- 
date del poema di Tommaso, è riuscita feconda ormai di 



(1) Kotetè qnl 1* •ola dlKniiuiU! el 
L'aiiliodlD lo T.1 ■ prdwdnlo d> ilifd v< 

Ulo id tlean ptfmli o «taicg U (tniui oondatU del Durita, ai l'irrebbe fiKn x 

t. va t leg. di T'. O» ù i3s nutire che di» oocoulone alnKlB ■ qi»n> f*rM qnl 
ià ToimuM, luB.ll ÌCKSf iuf eca nel cip. antccrdentl (LXXXI ) io qanU trnulni : 
Su Unii IT Bit (Ili JtuiitNff, al l'Ili lignei /grir hfrJtiiB miumi »à IrffnfH'a», >rt «■' 
tùli laàiUf t'ir fnni«I-UMtim>HMiiHfm. ( XfLDIiia, op. dU V. 1, p. M)i« iiTimi è 
detUolin faccTi lo aleaio turba Trltlrin. MI iimr lecita qal udì lappone dial&UH» 
riaaealoiia al tmuae dna toIU ad IeiI<i fruice», a cbe BoLxTto. irnidola glk ri- 
prodotta Dum volta, abbU crednto Imitile rlpeleiU quL ITti'HllTk dllT^nuu al trova 
poi iD quevto, ohe ToDimaeo per eeprimere qciiuto lolenaa foeiie l'IlarHà J'ieoll 
dopocbti ai lentl ballata dall'acqua della pozu, di» cbe « al de parfout caer rll Qua 
al ere sue quarentalime ■ (T.i CÌIS-SaO). S. loTcee aerlra: H iMit/a niJ »«» L.;m> 
fjirdmtf MfifrfH Uarjmiii (op, eli., p. US). Petrebli* darai cbe qarita aliangiote idra 
lU far ridere lauto a laugu Tanlt proveolaie lo 8. da tioa crrouea interpretozlim* 
delle parole < Qua il ere noe quareutalgoe; Oncora B'eo eatent adone a palpar » 
del teato fraueeic. 

(t) lutorno all'ordine nel qnale al laendona, amtD tlgaardo al loia ronlnmin. 
I frammenti del quattro mie. prime d'ora eono»riatl, ved. VKTTm. op. clL. p. 1^ 
Benioni, op. cit., p. S\ Pui*. In tfi<r. UtI, TS.\, p. *0.3i. 



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FBAm. UBI. TBiaTR.VK DI TOHHASO :ÌS7 

tanti e al precisi ragguagli da poterai eetiza tema di esagera- 
zione afTermare che la scnperta del t«sto medesimo, ove fosse 
possìbile rìnTenirto intatto, non ci apprenderebbe intorno 
all'orditura, all'intreccio ed alla successione dei casi in esso 
narrati gran cosa di naovo. Ma soli' intima essenza del- 
l'opera, sullo spirito che la taformara, sull'arte colla quale 
il troviero aveva elaborata la celtica leggenda, dipinti ì 
personaggi, scrutate le loro azioni, rappresentato il loro 
amore, le versioni ci dicono invece assai poco (1); e noi 
dobbiamo accontentarci di quel tanto che ne rivelano ì 
frammenti originali. Il rinvenirne pertanto uno nuovo, e 
tanto caratteristico, com'è il Torinese, è fatto molto r^- 
guardevole e tale da imporre di trarne subito il ma^ior 
partito possibile. Il che tenterò adesso di fare. 

L'impresa non è certo nuova. Ad indagare l'indole della 
poesia di Tommaso altri si sono già da tempo rivolti; bauno 
riunito materiali, e con l'.iùuto di questi portati su di essa 
do' giudizi efiatti ed acuti (2). Tuttavia, se non erro, piìi 
che il carattere complessivo del poeta se ne sono studiati 
certi aspetti; la questione nel suo insieme non è stata ab-* 



[I) Sriiva qnntD pmninda id E. e adS^polaba U nJa iflanHuUini*, eli« tivK» 
ruMttt irpUrBudola a inarato Trmlnal, non la è pitt ora al luflla eateuden auclie 
» OuDrcdci ili SlTa^lnirRO. È nolo Infitti Bome gnMlo cel<:br* Imltalura ili Tammain 
non atii pagn ad inpor» 1 fitti e la iltnatlonl. ma analtlil 1 aaol peniiiiassl , H 
«[■UcLI. li commenti; al faccia Rjndlca delle loro aalonl addi* lo» paiolo, proprio 
come (1 ano IBodel1o(c(r. A.BoamT, Tritlan rt ImuiU pvflii diGKfriI i, StraaUwn 
rtaip-'ri i J-ffilr. pnM. mr li i»>«'i ii'jit, Paria, Frauck, 1861, oliap. ZVU. p. 148 e mg.). 
Ma ae è ben cena onual. che tiulAfda ai i («unto In generale coak atrelto a Tum- 
mano da tradnm» talvolta letlenlnicate la parola (vcd. VBnui, op, cJt.. p. SI} ■ 
tolTolta da Intrnduil* U'MBaliufiDle nel ano ponna (TEd. B. Hxmiu, Ooll/rfiJt laii 
.<Ur-tk»rt Trlilau n. wjui g'ulli In itiludr. JHi- imlrk. kiltrìh., K. F. II. IBSD. p. 311 
e (flR.; E. LoBEiusi, llat KimnfiiKÌn KUmtnl in CettfrUA'i ish Slnunbiirg Tililmi, 
ScbwerlB, lelB): d'altra parte è non meno certo cba molte coac lia agglaDtt di ano, 
•oprattnttu In dò che apetta a dlgreailonl ed alla allcRorietia IntArprc talloni del bttt 
aamll. Cualcetae c'è di andar oim cinti, mi ciatlailul, nel toillcre di certi tratti 
la pateruJlA a Ini pei aicrlvarla a Toniflaao. 

(2| [.■It<.rbylii||OlannentellBDai>ist|ap.cl(.,eap.II[-ZII).HEUzin.,np.rlt..p.37C; 



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bracciata; ne il Inogo che spetta a Ini fra i poeti del suo 
tempo nettamente determinato. I critici più competenti 
conveugono, è ben vero, che e{;li merita di andare fira i 
primi non aolo nella schiera dei poelì anglonormanni, ma 
anche in quella de' poeti medioerali (1); e questo è certa- 
mente molto, ma non è tatto. Io vorrei adesso spingermi 
piti innanzi, ed affermare che Tommaso è soprattutto no- 
tevole per il sao carattere di poeta colto, che Io rende Te* 
rumente il primo nel quale la poKsione amorosa si rìvelì 
vestita di que' tratti cortesi, cavallereschi, che dovevano 
esitere poi tanto raffinati per opera di Cristiano di Troyes. 

Ben so, così dicendo, di andar contro ad un'opinione 
che per Tantorità di chi l'ha il primo manifestata deve 
aver conseguito molto e meritato consenso. Mi è noto in- 
fatti come Oaston Parie, in alcune splendide pagine di quella 
memoria che ha dedicata allo studio del più famoso fra i 
poemi di Cristiano, Le Conte de la Charetlc, abbia propu- 
gnato la sentenza che l'amore cavalleresco e cortei^e, l'amore 
arte, scienza, virtù, quale fu rappresentato dalla pne^a, 
sognato nella vita, ha fatto per l'appunto la sua prima 
apparizione in questo poema (2). L'amore di Tristran e 
d'YeoIt, ha detto invece il Paris, è altra cosa; è una pas- 
sione semplice, ardente, natarale, che ignora le !:ottiglietze, 
le raffinatezze, i languori di quella per mi si strillono 
Lancillotto e Ginevra (3). E ro]iÌDÌone del suo illustre mae- 
stro ha testé ribadita L. Sndre, scrivendo a proposito dei 
poeti francfisi e provenzali che hanno presentato Tristnu» 
come il tipo perfetto dell'amante secondo le teoriche caval- 
leresche: < Les écrivains qui préseataieut ainsi son atta- 
chement ù I^eut, comme nn modèle inimittible, comme nn 
idt^l, inéconnaissaient le coroctère assez primitif et presque 




. >1«niinitii il IV rd alUoM 
(3) Op. clu p- tu e p. «31. 



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Tuia. DEL Tutrrus ni tammaso 389 

uanvage de eet attodiemeot tei que nous le préuentent Be- 
loni et Thomas. Ghez eiu, Tamour de Tristsn et d'Iaeut 
n'a rien de common avec l'amonr délicat <ìe6 chevaliers de 
Ptovence, ni aree l'amonr mystique des romacs de la Table 
Ronde et de la Bociété qoi en &ieait Bes délìcen: il n'a rìen 
de commnn Bortont aree l'amour de Lancelot et de Gne- 
nièvre, leqnel a introdoit jostement dan la littérature nne 
nonrelle conception de ce sentiment. En un mot tontes 
ces allosiona, oa pteaqae tontes, aemblent dérìrer de la 
transformation opérée par Ghrétien de Troyes, on par nu 
antre dans l'ancienne tradition dee amonre de Tristan et 
d'Iseat, transformatioD qni fnt continuée et eurtout devé- 
loppée par les romana en prose bui ce mème si^et (1) ». 

Pa5 darei che io abbia torto, ma nelle parole qui rife- 
rite mi par di sentire risonare qualche cosa di esagerato, 
di eccessivo, .che mi rende esitante ad accoglierle come 
l'espressione del vero. Più che il frutto d' uqa ponderata 
lettura dei dae poeti anglonormanni , esse paionmi una ri- 
petizione, più recisa nei termini, del giudizio già formulato 
dal Paris. Chi, infatti ponga l'uno di ^onte all'altro Tom- 
maso e Beroul non può a meno di riconoscere che difficil- 
mente 6Ì sarebbe potuto trattare la medesima materia in 
guisa sì diversa e con criteri cosi opposti come hanno fatto 
questi dne; talché, il metterli in un mazzo, il dire, come 
ha fatto il Sudre, che essi rappresentano l'amore di Tri- 
stran e d'Tsolt nella stessa guisa che non ha nuUa dì co- 
mune con l'amore caTalleresco e misUco del tempo, a me 
sembra un mescolare e confondere cose essenzialmente di- 
verse. Né provarlo riuscii^ forse difficile, ove ei metta mano 
ni rafironto del quale adesso ho tenuto discorso. 



(1) Ln oHiiifMM ■ la UgiHÌ4 il TritUn icui la UUiniin rtn ma-ira àgr. In lìtmii 
vit, XV, p. SUrSn. n jmlma Oi bh rltirlto 1>(k»I * p. M». Li mamoiiB dal B 
■ eoDdotU «D nnllB 'dottitiu a dlUgmu: anll aiTcbl» potato prrù unplltrc d'msu 
n Damerà Oilla sltiiAmit di rlnutoii utichl ItilUnI, ovr non rII Iubk rUnmilu icnnl 
lo atndia boIroUmIido di A. 0m*r, Àffit.<li /nr la Ilaria iti citit intimi ih /fui;. 
In Giém. SItr. itilo MI. liti.. V, p. IM o «UH. 



doyGoogle 



Superiore senza alena dobbio per indegno e per ealtan 
ai trorieri anglonormanni del sno tempo, poeti vagabondi 
ed incolti, che componevano de' poemi snl gnato di qnollo 
donde è aecito il Lanedd di TTlrico di Zatzdkkoren, con- 
gegnando insieme piil o meno felicemente dei canti epi- 
sodici, dei racconti ire, loro iDdìpendenti (1); Berool ne 
rapprcitenta p?rò ancora assai bene il tipo. Il sno poema, 
quantunque si post<a dire costruito abbastanza solidamente, 
pnre In^cia scorgere ad ogni momento le connessure, le sal- 
dature dei pezzi che l'hanno formato; permette di compren- 
dere come dai canti episodici sia sorto il poema biografico; 
dalla riunione dei lais sia uscita Yhistoire (2). £ questa 
tierba ancora quasi intieramente la sna impronta di leg- 
genda Rorta in mezzo a popolazioni appassionate, credale, 
fantastiche, un po' barbare, com^ erano le celtiche. Sebbene 
giù purificato ed, in certo qual modo, raffinato dall'inelut- 
tabile fatalità donde emana, l'amore di Trìstran e d'I^olt 
è pur sempre apertamente sensuale; è il prodotto d'una 
malia; una vera malattia morale, un fascino, un'aberrazione 
dei sensi, della quale coloro stessi che ne sono le vittime 
riconoscono la colpevolezza, contro cui inso^ono con ìmpeU 
violenti di ribellione, che detestano e vituperano come ca- 
gione e sorgente d'ogni loro sventura (3). Ed infatti non 



(1) Ctt. a. Pamib. KIttiti me, lavctM du Ut (I) lu Btmmtiia, X. p. luMM. E 
Tad. udì* ILId-, Xn. p. IW • tgf- 

(a) Cfr. e. l'un. In m^t.Utt. XXX. p.«. LaenTl, eomalaidccolc, iBcocTCìM, 
H couIraddliluDl. ed anolifl 1 eontraBaosI, chi >l arrcrtobo nel poema di Bcnml» a 
eba pniTeufoDo in gran parla dalla dineoltà die l'anton proraTa nel metterà iB- 
Bleue ncemitl die ooDoaceia lotto forma dJTerae, a ttna'anehe. com'lo credo, dalla 
posa cura aba ri loettcTa usi comporre, lono aiate In buona parta racealta rd ad' 
ditate dall' BKt niEL (cp. cll.;cfr p. »«-«■). QDatebe «olla però qnellcrbe l-Brtnul 
glDdlea cuntraddliioDl, poiaono f plriiaral dlTenuneste : ma ad ogni andò na »!>■» 
aampre tanta e lauta ctM uos c'ì caio danaro di dorar modlflcal* li );ladlilo da 

(3) atr. queUo eba rlipondinM I di» amanti all'eremita Ogrin, che nel twan 
■ DoItlaaMTawDt >: * Trlalniilldit: Sircpac foli Qncelam'alme co bciir fal,Toa 
s'entcDdu pai la nlaou ; QH'cl[e] m'alme Oct par la polion. G* ne me pula da IM 
p«rtir...a(l»&-lB:efr. lttl-;a>.< Sire, por I>«amnIpoteDt,n ne n-alnu paa. na > 
lui, Fivr par J. bpibe doni Je boi Et II enbnt: oefa pecblea...» (ISTfr-TP). Ambcdse 



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FftiXM. DEL TBISTBIK DI TOlUtASO 391 

appena il filtro perde la sua malefica efficacia, non appena 
i dne amanti ritornano padroni della toro volontà, o come si 
affrettano a spezzare i ceppi che li ayrincono, a ritornare 
nel mondo, in grembo a quella società che non hanno mai 
cessato di rimpiangere! (1). Certo essi si amano ancora: on 
eco dell'ardente ■passione che li ha signoreggiati tre anni 
si ripercote ancora nel loro animo; ma quanto fioco, come 
mutato (2)! Non più ebbrezze, non più trasporti, ma la 
serenità di un attaccamento che non solo si può confessare , • 
ma si deve nutrire tra persone congiunte dai TÌncoli della 



rleonoKono di rive» bt pMcalo (* SItt, J«gn' Kit KntlBi. Qut dcserpir idI» pa- 
ebici >, 1330-31; Bfr. 1301 « «sgO- * >""> qDalIflciiDO U loro unors a* bob cob 1 pln 
upri tannini : i/al, imKr (ISe, 100, lOSOJ. iintr riluiui (41, Ut). »mtr jwr iétitutr (131»], 
aiinfii filrr{tie: pulrriiì)... di /tìtr (ilB*-Bi). pur puiiHr [ili, iin). dnun'a pnu 
ptr foUifili). «Hf (CM o lirt à tllaniiai, SIH. S33». 411B): i/iltmi.-urrnil inni (3»). 

Riior > (OT « ■Bg.). È innimiu un idDlterKi, dia ha aoltanto acnu oaUa fktaUti; di 
ginitlBcarlD eoo la taoilolia ca*Bllk»*eba Beronl aoii al «agiia Dappnn. L'nnloa ri- 
tatuiti h qoallo eh* egli ta auefatlr* a TrUtiu da Ogtlii : e Por bontà datar <l mal 
GOTrir Dolt-OD 1 poi par bai mantlr . . . > pai»«]). 

(I) SICDlScaDla mi 1(011111 qBHto pano : «Otant poor a YMDt lagnila Trlatnn 
poi U« va M rapnte, Et à Trtalrui rapolM fort Qua Taant a poi Ini duoort ()a11 
npmta da la ftilja...]> (IflB-lfl). Ctr. poi 1 lamantl ala* (anno i dna asustl qBaod'i 
■plrito li tn-mlM (alala; <Bal DI*):!, (»lt-l1, tanta] tranLjn. ani « bnl qna rlnu 
ni tal ; Onqnaa ne me lalll poi* patD*, Ne à laure n'ao aona maina; Onbll^ al ebc- 
«alcrte, A Mvia cott *t banmla; Qe ani raalllé da paia, Tnt m'oal falli et Tair «t 
grla; Ke anj à «rt ■ shartllan... • ailB-3a. < Oiez dlaent som 11 calolt; BoTent 
dlaoltiLaiH, dedante. Por qal enataa-vima loTentaT Zs boli tUat eomintniena; 
PeMI Irorn qui al tu nrra. Je nila rotoa, nuli le non £n •■ perdo pir U («. ma) 
polBOn Qne none beomii an la mer, eco. > , 11111-14. 

Il) < Beignon, alai da li inne... M pUlnti Qu }e oorme de folle ITen ioni 
Jà Jor de mi vie. Oe ne dlipii àToatn niente Qoe de matnn J*or ma repente; 

de moB aore Et le do man lomet tnlt f o r a ■ [»t»-M). Ed inotae qoando nel 

correre duva agli la ebiiml, noi li leotlimo tkr* dell* rlaerra: <Be toI l'inil. ne 
lilrai mia... Ha doa e^mqna 11 din QoJ out inel aportsri P«i ce qn'll lolt à 
naitreanar...>(Mftl-M); < Me tor ne mnr ne fon eluatel Ha ma tendn ne &ce 
loat (tiri Le miudement do mas imant Salone m'en or et loUnléi (ITU-M). 
ConfronHnil Inrece le ippualonil* parala con le qnill I due amanti il lepinno 
IB ti. (dp. LXTU). Qui dUtannuI 



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332 F. XOTATI 

riconoscenza non meno che della parentela (1). Come dopo 
di ciò divengano possibili gli ultimi casi dei due amanti e 
la loro morte in comone è difficile dirlo. Certo noi siamo 
qui le mille miglia lontani dalla concezione dell'amore di 
Trìstran quale si ofire altrove! In Berool le tendenze del 
lino tempo non hanno che una debolissima influenza ;ramore 
cavalleresco non si mostra davvero nel suo poema. 

E come quella dell'amore co^ ha colorito violento, pri- 
mitivo la rappresentazione degli altri sentimenti dei suoi 
personali. I loro costumi non vanno immuni da bruta- 
lità, le loro passioni sono feroci; il sentimento della ven- 
detta li domina completamente (2). Trìstran è un guerriero 
Taloroso, forte, bello, ma non è un cavaliere cortese nel 
vero senso della parola. Egli sdegna, è vero, di insozzarsi 
le mani nel sangue di co^ vii ciurmaglia qual'è la turbn 
dei rapitori d'Tsolt (3): ma non si fa alcun scrupolo di nc- 
cidere di sorpresa Danalnim (4), di trafiggere dieta^ la cor- 
tina della quale sj fa schermo, GodoTne, cni egli aveva giù 
prìma teso un agguato (5). £ ciò avviene nella stanza della 
regina, anzi alla presenza della regina stessa, la quale as- 
siste lieta alla sospirata vendetta; come poco prima ha 



(1) Vrd. a qnrato proponilo dù rlw dice Tnlt. t. M ( rif.: «Triitnii. r«Tt« U 
nl> ni Mt Qdc por Ini pn Tn tlttcìdt: Far « qa'«v< da puralc Tom tratti» ri 
cblttlc. JcqnldBl Jidli ijne nu mèr* Aiout nolt Ir* punì mon pen; Et dinlt et 
qne jk mollifr N'en mnrolt Ji (ud} Hlgnor efa«-(U Uicni, •Hiinwr [bk1bi-1 ehcril 
Qnl l»pimii n'ritminircll...). Httl.i r.Xt e aes. 1» cui «a tflrem patìti tit 
fffmta a I^lvirmn, 

(J) Rp Min ntcHe II omo con U piò iruda lnulffimizi (IS11): cn T«lt ri 
mntn addlrltlnn ttmcr, (innfrado il prniln di bwMioI» In I«1U dd Irbbnri iwr 
darle Dna ppniiinn* pia cmitele dMIa moria (Iti» * afg.): H nodo bmtalc «a cai 
raM ù trattaU qnando la addneono al laoco dal auppUila (101»-IS) h italo eia il- 
levalo dal IkwinlTfop, cit.. p. IM), 

(!l) Ulnircli Mllanln di far lorolrftir/rdfl' (llll);Bia non 11 (ocra. C(r. awba 
la nìii rrM'HH (ad. Uoar. In RsMoifa, XV, p. Ud^ll) t. UB, dora TiMian iiet: 
< lini par mol cYn tn nn dndll >. 

(«) 13»-M. E.nnlmDlo, < o l'opcr tirarla Ir* lmi(B,Ea aaduncalnmlnaUat; 
QoiBt Ita ann TkuI moMrén Qn'at* l'« nule qnni l'a nari >. E tti.On t tt- 

(S) Vad. tSVl r ngji.; efr. mS: <A l'Ima 0*0» laiidlBe Garda (Nalna). tK 
TfnUOoiid«Ba...Tri>li«n II a tilt J. a(M,BtpoatM Inàra^ted... Eantlllnt, 



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TSJlKM. del TUSTUX di TOMIUBO 393 

pianamente sorrieo, vedendo cader morto sotto ì colpi di 
GoTemal il guardaboschi delatore (1). I sentimene che egli 
attribuisce ai personaggi suoi, il poeta stesso li condivìde; 
e la gioia di sbarazzarsi dei propri nemici egli la esalta 
spesso con furore degno di nn bardo @). 

Del pari che nella pittura del mondo interiore, in qnella 
dei fatti esteriori Beroul ci presenta caratteri noteToIi di 
originalità. Importante parmi sopra ogni altra cosa il modo 
con il quale egli ci descrive la scena sa cui si srolgono gli 
aTTenimenti narrati nel suo poema. Qui troviamo abbon- 
danza di allusioni a leggende locali e di dati geografici che 
danno quasi sempre alle sue pitture l'impronta di quadri 
colti sul vero. Dico quasi sempre , perché talvolta cib non 
avviene, e nel parlarci di Artil e del suo regno il poeta par 
farsi già iniziatore di quel sistema, che è divenuto poi tra- 
dizionale nei romanzi brettoni, 4i attenersi a notizie inde- 
finite, incerte che fanno dei domini del gran re un paese 
fantoiitico, i cui confini si allargano o si restringono a ca- 
priccio (3). Ma altra cosa è invece quando si tratta della 



(I] < Cll cbai mort... Ttant, qui ut «t ftuclii M Mmpla, S'ali Hit doiiHipmit 
■OEBA jdnple iifOIS-lS. Li na gtot«,qiuDdo ied« dl^nuKurel RioI DtmLcd Delluifct 
d(l Uni Fu (t. aiSS-n) t ippatto ■ qunta beo ISDOunla. H BoHnr (op. di., p. 131) 
troT-i poi erndela U coaioUt d'YiolI eont» U ledale uinlla; nu per U nrdlUbt 
uccUIona di qanbk v^è 1a pgqm delU propria alenraiia par cui 1a regina fc bvplduit*. 

(3) Or. T. 3710 e ngft. Qnantd Ceut poi nel BnUonl trtdIiloDiLle l'obblloo dMU 
TaodalU la tUeutsoo 1* natmlonl di itnNlnliiiI ai!, eha OniiLDo di BtMMi Imi 
fpAEiw In praeacKbé talte le aue opara. 

(3) Baroni, nalU ponlnDea noi (Inoto del ina poan», dà «d Arl6 finaUra Mdl: 
Ciurliti o CatUum (3S33. ain); lt«iìdtmé{ai36): Darrtmr, Burmimi [tlM, «Mi): 
CurdHtil fftll, U7J. La due priine città «ambra ah« faHaaro Bollicata sai paata di 
flatlea,. polche C'ifriioa è cartamanta Catrtittì, V Urhn o CtfWrtMi Ijyiamtm di Ooi^edfl 
di Haamontti ; CliMtn Inaonima, nmiBaDUt* apaaao dal trarlail eotna rnldania di 
Artnn>(nd. Uchel, Trit, U, p. IBI, a air. O. Pun. Ut nm. it la T. K, p. 100)-, 
• ID qnaDto ■ iNMldnit, noma Ignoto ■ ma, eoine lì Hlcbal (op. dt, II, p. 181). 
Bamul d attcìt* eba eaaa ara rtelnlaaliiu a CaarUon {tn> • agg )• La ttm Mtti 
par dabbaal idastlfloara con /lurtu, poaU anlla fr<»»larB dMla Scoila (Michel, ath 
dL, n, p. IM), a capoliu^KO dalla contea dallo itcao non* : la coaa parrà tanto plb 
eradibUe, qnando *l rlflatli eha qneata dKi à aitata da Btnnil attuo la db alOo 
InofO, non taoeolto dal Uiobsl, Inaiaine td £1;, par lodlaara dna pnntl aM>< di- 
BianH (• K^t cbaraUar an con rolaiuia, ne d'Ut d-uitnaqu'm Donanai* >,ll>eHI,- 
•d iBfaUl ElT è oolloeato a nobllom. da Cambridge, In Cardati Iblliw larcbbe, ae- 



Diai.zodBjGoOglc 



Cornova^Iia, del regno di Marco. Di esso Berool parla 
come potrebbe farlo chi conosca un paese per lan^ e fìmi- 



BODda II aitbm, dtato dil Xims. (op. di, IT, p. SU), di rlBOmsnn Ccifùli.ea 
dalU eontu di CambarUnd. QBe*t' IdiDtlSculoiM pnò, sha lo non bo adMie pB 
mi* dliiRvilB il modo di TRlAnn. lu cAm ndo acesllite andw dil Wunkc. n! 
laasU da' dDbbl; Habe db Fbuicx nel Liaal aotra d» t m Xardofl aiOanMlt 11 
Mli. Artw, Il pnu • Il eartali. Por ]« Z*aa e jmr !«■ Pta Qui dcctmlalaiit le paia; 
Bd la Mrn da Loaogn «itnitnt £ mnlt aorant la diBaJotat > ! (ed. VAMazs, HO); 
un, a* Ckrdnall Ibaa* Cullala, fi re U aarebtw tTrlaluto, dod lUontuialo, d4l De- 
ttlel. Comaoqiu ala di atò, wm potaDdod a mio avrlao Hffara ^a n regno d'Artà 
annpnsdHaa accsndo la nnunuaaba oplnlosl li Loecrla oltncM la Cambcla. i 
leelto crederà cbe per Baroni quella cbe 1 anoi peraonani ablaBUDO Vatrangt taf' 
n (UM). rtoi l'iaola britanniea tutta quanta, caTatane la Corpor a glla. fbaaa pees» 
tfnU da Artn. 

Oltre a eodeata qnaltro trorlame da Barotd meniionate altra da* dUà eb* o- 
rkbben pure titoata In InebUlam. aeoondo che dica II Idem. Slalt a TiéiU. DI 
KleùU, che «arebbe 11 noma antico di Unealn, fi Hicmn. fa ricordo a proparttD di 
qtMMe panie di Beronl : < LI draa ta achali en Klqnaa > (KM). * Mon pen^ona a 
orotrc «gli aarlTa, qnll t'agii Id d« KIral* ss LturalD doni I* dnp Tcrt a iti 
lonRtUBpi «<I(br« >(op. olt, n, p. in). Ha qBetta è nua pan tulaitai Xìfuit qof 
non pvò denotar* ebe Klaea, la città celebeniDi* dell'Anatolia, cb* co*i al tnra chla- 
nataanebelD altri teatl. SI drappi Tanatl d'oriente ilnMU altre volte qBeatfcme 
In D*roiil(eA. 37(1-M:.<I.* ralaa ont de atri* dru. Aporté fttrmt da Baodut). Ka 
di niool* i Invece ri oordo la no altro pano, eha à 'afaKglts at Ulchal ; Tal* a din 
al *. SfSS, dOT* Berool rammenta fra [ fautori di Triatnn, < Andrea qnl ni nea da 
SlMle >. S ebe .V/reb ala olttà della Brtltacna Inanlar* la pronne a auleta altri 
teitli con Haus db Fbaitce. l'eti(c(*d. Vjtuixz. SMT> ■ ttm ot ana per de*qa*a 
nicol* V* trM3a'*n Yalauda d* Il a ! • nel Tiiulrnn lo proaa (B. S. Fr. 103, Jtorv- 
uia, XV,4H) Trlatra» dlao: *E1 Je afeka ang tCvre a Rantea, qnl tIqI da Xlcoleposi 
l*aa)Dar da raiij... >: cTr. tnebe Kimmiia, W, p. S33. In TnMr, cba a diala, al 
aallto, par no tarmine di dlelania (• la pina baie 4nl aolt de ci Jnaqn'ta Tnde- 
)e >, UIl-TB). dipprlnu li lUebel InellniTa a rlcoroecen la nota dttl di Ilanns; 
poi ha prafarlln anpporla no pana tngleae (op. rlt..ll, p.3U e sn). Creda piò pat^ 
bablla la prima IpoleaL 

La BogniilDnl gaograltch* dal poeta al eatendoDo perA aaeba ad altri paeal ebe 
non agno l'inplil] terra. Con, qDudo Trlatran, realitnita a re Uireo la uoeU«k In- 
tenda abbandonare la Connrtilia. eiilt al proponr, dietro H eonalgllo dell' aremit*. 
di paaaan 11 man a d'andaraene al r* di Frlala(iEt eli aitoit à eon pleali.... 
. «Q'U n'BOM aoln de man aerrlaa Oe m'en Inle aa ni da Friae >. 1310 e agg. > Bt afl 

nl>,33Tl-TSi*0em'eninlannldaPrlae... Paaaeralm'an oatnlamer i.sns-TT). 
QMato re di FrJala uii la ateaaa penona eh* II ni<»mi. ebe Triatran ricorda a 
T. IS70t FotNbbc anan e non eeeen; ma certo eoa eiM non ha anlla a ^e fa» 
la rictere', al quale. mntata opinione, Triatnn parla di recanl poco dopo: * A qnaal 
q«e pala TOl* i ei*°' 1°1> ''<■ i^' rlehe qne 1*08 gnerrole > <lBBMn ). Dure el tnnl 
qneetc rieln ni, rianlti poi dal oandgllo ebe I baroat, inltrpellatl da i* Kareo aa 
donne mìo dtenen preMO di •< U nipote ■ aeirintr [efr. r. MH e isg.L ^ danno 
> !• «al pu eeoael donrr Trlatran remtlgae de^ ner ; Aa rlcbn nd 



Diai.zodBjGoOglc 



FKAim. UEL TRIST1IA5 Dt TOKHAHO 'iUO 

lìare congaetudine; rammenta le leggende che vi si manten- 
goDo TÌTBci intorno a certi fatti, a certi luoghi (1); itre^eata 



ulo itll ndltorl di Brronl. Uà quii pWM ■ Stniirì II Uicuu, Oip- 

liairdsto nlU la furma OiHrùfi ■ Onueù (op. dt, II. p. 319f. La •□■>- 
ap]parrDl«aiviitfl fEllce; noto parò ctae nnl loogo citato i]«l cUttalìtr «» 
tdIb aeubra traranL In TupUllterra : elù flli« nrterebbe coDlm l*«tlir«au 
di B<ronl cb< Da ta un pane aaparato dall'liola dal mira. Io Tomi 

• bttu tfmo riconlo dal i'«ì>"nii it emtm o Gamt: Ora P. Pur», Ui lloaumi 
éi la T. II. mit IH UBKr. I.r»f„ o. V. p. 331, «criTa eha < Sanoa ou Oaiioei puarralt 
étr* DU (gniniir d'JfnHiniai (Irlémt >. SI noti lultao cL« ha I progetti di Trlitran 
Il primo, a 11 aolo nmao ad «AUo, al t qoDllo aapoato Dal «. 21Te-11; < Alni m'an 
trai alnfDli ,1. mail £0 brcialena dd m Odanola*. Painbba Q raiuo di tlmtii 
t—et lo lUuD ebc goÈllo di Bmmi rd ludicara l'Orlaannel 

rtaJl* pf rll dal ino poema aha li aTolgarano la qaaitl paeal. Kalla parta eonterrata 
luTeco r Irlanda non b raintueutata aa uob quale patria d'Taoltfvcd.ìlASS. 3581.3036; 

Baroni avaTB fOraa acrltUi ttia rtlgn* ^lacoha auclw praaac 
Aarclle Anibnwle cbluna l'Irlanda ìmsiviUHm rigitam {Hill. Sff. Brit, L. TUI. 
Cap. \I). IWUa Drrtlagua conti nanlala poi non i rainmsntata oh* Dna loia Cini (r<ir 
Saint Triimerdi Kalt'fH.itHl). Cba il Cabarat dal taato (tadasotragRonll) Amnti'i 
b(^ lo Tid" Il UiL-BEL (op. cit.. II. p. Sie): KarabÉa InhtU, calebra citi* dall' Anoo- 
lica. a la u-de di Ita Buiicl, 11 (socero di Trlnran.Dalromanio In pro)a{Ted. Xgiii.,SV, 
p. 4W). ad ancba nel poema di Eilbast tok Obekos (>ed. SiUl mh Oi. Mtrantgii. nm 
T. UcHTEHaTur, Btraxibnri. ISTB, p. CSLIU. doie n marito dall' IdaDtlBeaiiona i 
■Itrlbuitu al Toh Su Stami. DalU Scoila Briwil non t* canno che nna aoli 10IU1 

(I) Cito bit] Imo notL II fflontlccUo, an col li^e la eUcaatta. donda Trlatran 
pFanii>i> la vita con nn calla, h datlo dal CamoTaglleal «la Bant Trtitnn > (lEncor 
elaluiant ComaTalan Uele plarra la lant Trlatran >, «IT-lSi mi ila laelfai Ilcordara 

nai L. I, Cap. XVI ddl'Z/xf. llrg. Brifam. acrlTa iDbtU a pmpoallD di certo mp« 
dalla CuniuraBlla: < Liicu* anirm Illa a prccipitoliDna Kl^antJa nomali adrptua Iaih 
Gocmaaol, Idait Ealtna Ooauiigot, naqne In pnaantetn diam TOcalnr, In ^tr. 
B'ìl. trnifll,, Stiitlbrrg, IMT, p. 9). La raglna Taolt, rappaclflcala cnl marito, ta ad 

'^ offrire con gran pompa nn • gamamant, qui lilan Talolt X. nata d'argani, X rlclia 
palle Etti d'ortroli >, alla cblaai di SalsI'SaniaD. < Una etiainblc en In falla, ^nl là 
du trcaot irlntboratranaS* argraiM taataa annòa non. Enoora eal-al* A Salnt- 

f SaDiDi: Ca dlant eli qui l'ont *4n% • (IMO a agg.). 

61 rlflatta ancba eba Baroni oonofloa coaì dalla legganda di Trlatran, coma di 
' ]Q«fla d'Artn aaaal più coac dn Don dica, a cfaa clponnattono di darà,, par dire cosi, 



Diai.zodBjGoOglc 



particolari topoerrsfiei che eì accordano mirabilmente e clie 
tatto fa credere siano precisi (1); dimostra in somma cVe^ 



■M (DfftTDl* ooAltU ■ qaalU fnnSa qoEBtlli Al tmaU alagimd* bnttaal «be i 
pMU di Fnnelk BOB buao eoBHmto. DM noatrii pnéma iB&ttl rUcilamo cb*,<Un- 
•M ral Cini di TrIMcu, egmn fona nu tndUonc ni no «riUo. ob« «« Hai 
ttmjltr. ad*l gulaiHrw»««p«t'H(riiHlIai-(rft. tUd^SSM-WcU&MmiT.Hft^ 
aalmtfioaaDoano.dattariivQiif-iW'/aHl, BnonlUpwa ennoa* notUlg (t. ITU • 
■ti.)! i Boto «ne lagfCBduto fUaa Olnnata U pcilila di XrWru arcim (ofr. CHrn, 
•A. romnsM, sin a afg.) ; norallk pinn drlla lu orlalD* dal SallH mnldloBalb 
poleU ami piwmibf «Mwaltia, ooma aerln Oimuso ss Bum. iljwr. Ctmtritt, té. 
IflMOCt,p.lU;tlI.JkKr^Cam^r., p. ITT. In *t«*apabdlrat d'AttbidllalBasal 
itarta n eanllo PsHtfo^ (t. M(T),eli* do***t «aaar popoUra ; dalli T*nU Botaote 
al dà para una boUiIb ab* usa lifnlM, aa wa ni tndiMa U idhiksIi. da alt» UmU: 

Mcto Taci, eha nal Brut ea la daacrir*, dob «a ftSktto da la • Tabla lUonda . 

tetBoia, sDBiiia la moda > [nU-U^ Oed irai* IMocso aUa nluionl ftm la iJi uaud» 
aitoHaat a la noatn danrano conm alW raoBoall alta aol liBoriao» ; ad aaal la- 
laM allBdOBD alaoDl varai aha eantanfaiu la aplainaiina del enlto rljpetUao eba 
àrtan rasatra per Tigli (< Kiobra U da l'aapM Uoeir Qat n ao 1-eitacbe fin, n* 
aasra lilaB oh ce fc. Prie na qne 11 d|ii]lea elul >, mi-14). 

(1) DlAamiilataiaopalremmDdlraqBelclwafllavlTatn loda di Trtatoms: «Bica 
aoBt Ila tnit de Cnmoalla > (IMO] \ eotuts aiatte appabno la deaeriilOBi At ■* tn- 
Mano data sai ino poena. dado oppartaBD aBeanara qui 1 tratti pia laii iw iaatl 
par li BOatro acopo. A primo lapetto parrabba eba 11 poeta attijlnliaa a n Maiaa 
doa mUauia.- runa TValafwl (IM) e aoclia nalffel, IM, lOH (dor'è perbalamm 
nalaywO-SllXefr-'O'aM, TinUmfUìi Valtn /.min o £BH[<<>f. Unto Ignota, sil- 
atarloai uni. quinto la prima t aelabn (lllB, taU, »M. MIS, dora 11 llmn. la 
■empra ataapato. ooB quanto criterio al eaplaeel r4ifr«flt : cft. B^onn» Ofi^dL. p^ n<X 
a «ha » detta II piò dille volte per antOBomaaia ìm rllt'(vn, 9M, !I19. 31W. SRI]. 
• Il raF(MlI, IHl, MB). Ha, laamlnaBdD bh^IIo li tavto, à fona ronclndert eba 
idn* ncanl nbn lodleano praiao Baroni che nnaiola emedealntalocallEà.dove Lanaa 
ItMfo IntU ali aTTenimaatl pia bnpoitantl del poemi (efr. cai 931 < de la die ifa 
*M iwu •, • DM-W < BTDS IMare] lont tntt 11 boijoli X treatnlt cfl da la die * 
«OBI JaportoieenedeTlBtBlol... Ha lalHail.n qnl] ni tlait >, liKMcin-:* <^ 
malada ont an Lanelaa », IllSidontaampra queatlone del madealDO laoico]. To- 
Modo tronra nna iBCkma planMUa di dòi M potnbba eonfetlBn» ab* asciti 
BanvI nppnaiutiiia la enpitale della OoraDTisUa ooma B.(Cip II): Tale a dita 
BM innde e popoloan ailU, nal amn dalU qnale aorfara nn wtello Ae ara O 
|<i fvla dal nfno) a iba «gli Alamaaae l'nna Lnutttn. l'altro Tmlafittl. OoB' 
tMtnra qoMU eba tma «ma «a wpocflD sai t. mi. ore TMagmil è dette la 
far di Mare, a oel lUto ita in ^tta I* laffaBde bratteol laao è aempre draerttla 
eoae nn eaatallo (efr. aoat £« AUt Tilflrn, mi. D , M < Tllla«el Mlelt n dmatil, 
Bl mnlt par arti torta boi; Ha atMBont aaalt ne anfln U Talli... Ia tur qn-un 
fttt amati crauti: • Sia>. !• BndfMxxtL, ap, ciL. Il, p. IH): «rtstacal «t bCB 
dafiBaitila, Waitelt pir wil anflB panabla ...>). Qn«ta adnnqoa la capitale. Aa 
•n aalloeataanllaeoatadal ^MMfr. NI).cba«nata dann anma(nB). OHi* ni 
lina poi n poau naorda alti* elMà o boi|aU, dora ra Kart al : 
/Maa a CttUnUii. O primo nout mi k Ignoto [il Uicmbl, op . dt., non ne tli 



Diai.zodBjGoOglc 



nUM, DEL TBISTBAN DI TOHIIASO 307 

attingerà a fonti assai pore; e, se non eeltìclie, per lo meno 
emanate direttamente da esse; a canti, a racconti inglesi, 



coDto); Il Haonda ehn l'Edllo» dl« bop up*r doTa Khm, t ìdt*c« Ht^nanlNucaU 
citmto In altra ndAEkml dell& lagflendi, come U rciidéDCft di Dimat o TVirut, Sin di 
A'iutt, nula ilnliulMi, «d mmloo di Triitnn (Eilmut : Uldn; T«d. Ijchtu-itei>, op. 
di, p. CILHI ; BroniCH *. TuiUKa, £f fan ; etr. TtitlnM, ad. B. fiicuTiu, «010, 10S(, 
«aosecc.}. HUno.cl» B. dm oon» Icrniliis di d]nuui(<Tel unt fCiitai qniln'* 
hoDU Ut Coit*Blln «ntntqn'à Romt, Sa 11 la Tojt, D'an alt faladon lUl-lS). i 
nome ebc porta taclM ocgl no pIcoolD borgo anlla ouita marldloDila della Conw 
Taglia [fìmVi }. Aneba U mmaiiB) to prnaa lo ricorda, ma par* «ollocirlo nall'^- 
uorlca (ctr. Jtmvxrri. XT. p. MI ). Dn-tltis lndleulDna di Inoge t data B«l ir. Ì8M-TO0, 
ma «a è ^billlna. L'araiDlta Ogrin, TolaDdo riTeatlr Yaolt aonfoma al aao tnóo, 
« en TCt an mont. Por 1* rlduoaa qnl là aont; Aprèa achat* valr al f ria, Dru da fot* 
■t potine bia > e«. Ora 11 HicazL (op. cit, II, p. SU) al i eUaato : i UaDt algolfla^H 
la monde dam ns aena mTatlqne. OB le mont Balnt-Klohel an Oomonallleal > La 
prima cODgeUura i aempUoemeate aamnla ; ma nanunta la aaoonda non t mollo talleo. 
Il nxmti S. lUidigla in, (d i, osa roceU, ad alU marea aapanta dalU terra, tnlla 
col Tetta iorga Dna cUaaa (dr. Q. Caiuddi, Biilaniiit, Amaterdam, IMS, p. BO). Certo 
oon eia li nUitlar Inofo par tmarrl tutto dà di col Osrln andata In cena I Meli* 
parola m inMt dere dnnqno naaooBderal uba iDdleailoBo di loealltl cha lo igaon 
qoal posH aaafTF. AYierto Intanto eli* dna Tolta •• na (a ricordo ancba nella Mr* 
TVMraH. ni. D.. m t ìSi. 

Ohcn'bé le dlla del regno di Hare. Btranl eonmera di eaao 1» ^ai'iii, la tela. 
Ut im». Ut irt»i(IWir) In Diodo ntaiuEnIs autlo. Bt^vctU alla morie I dna amanti 
Bl riragiino In nni Tnrrata, la qnale il ehianw di Mtrrtim (< an la Ibreel da Moimla 
aonl 1, irm. ISll, le^e, imi. KHT). a comincia a non fruda dlatin» della oltll, dora 
la corte rl>:cda (* JL bonea linee eetoient Là o& Il rol* lenet la cori >. IMS-18; efr. 
prrb Sili e agg , doie 1 lo epaclo d'ana Dotta dia impiega Trietran per ritornare 
da Land» all'eremltacglo}. In eaaa.eba é inoprlttà dal rafUll, 1«M,]N1), i ba- 
roni enlcrano recanl a cacciare : ma. dopo etae ri al 1 rifnfgUa Triatna, neaenno 
l'oaa pln(lii3t e mg.. leMeagg). La atrada che al dare ecgnlia par reaaral dalla 
città alla foresta ò poi pln Tolta minniamente deeerttta. ConTlane attraveraaro ptr 
qnrilD Dna laDde, che al ehiasA la BLunU-Uitit, a mata dalla qnala tI t nn ero- 
drtbfa drtlo della Citu ttagr, donde da nna patta al re, pare, al dmllaro, dall'altro 
ai aale alle roraati (• A la Ocdi Soge, an diemln [ora. U oè oo aan Bo*eni lea core. 
Ite te uoTolr, tlncc m'alvut^^dka re Marco che ai reca a aorprand 
ani api*. IMMl a ltiT«-m Dflatti eDe la dté e'cn eat laeni... A la oroU ti 
ondi l'atrtit... I3balncntmtqalm>'llombrola...>nMaacg.:<Al»0rBilB> 
% ai la leBdt(Ba. la Indi)... > UH, è appe» a tri*/ di Ilare; Trlairaa aaaa ■ 
boKO, • la BlaBcba Lande oot tmTente, La ebrlra porte HaUa > Wl«-1«), Aacw 
alU Blancba LaMa vi à poi n ^ df(( (K», HM) a pedala datto ìa Oiù Ai 
In. — (ìiM, IHS. UOI), ed aaaka It «al Ai |nfO, MSI, MH, MTl. nW, MU) ehm ìa 
lo eteeH>(efr. tlM), dorè 11 nano Froeta ba Uta U aw bBprDdnU rlretailiml a* 
cdTBul(TÌcMdaTiMnBRMItiiltnalmarita(M4MIaefr.ni>X XalwAaH«(i 
• fnnllle aecasBario) m ancha U «bmì di n Inafo dal CWablu come attteto 
BtLDO N Bum (Wa. a^r, p. Ut). 



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forse, che BerbsTBDO ancor &esca e tìth la iinproota della 
loro derÌTSzione (1). 

ABche Io stile di Beroul ha caratteri comspondenti al- 
l'indole della materia, nna tinta aoa propria; è enei^co, 
conciso, senz'artificio, spesso anzi mde. Benché il poeta 



B pu 1 monti (UtO. IKM), dna a 

■ ilDiiCB ti DonAol dal puaa di Oilln (< UoroIi trwputet. M ('«i mot. Onai 
jnniH* pu poor tont. Drolt ieri Okteii ■'•o «ant aU, 101 
«III» MI). Kon mi par dnbblo cb« codtrita fonata tU qaclU dal 1/artì.mttr, cha 
Ofgl aneoca copra dalla ana plttortaca Tannn 1 s<e|bl eb< uputUD 11 Davon daUa 
OoiBoraglla. X 11 nome dJ Xeirtit pcobabllmante DBn k ci» una darJTBUOB* di 
UHur, noma dal poaBl fraooeal araduto pmprio di Da dvtcnnlDalo Ittago, boiOa 
Mila TadaaloDl Inglail ■ifsIflciTa fona icmpUaamanta mia fonata. 

Kal dati («oinflcl a topografici, età Baroni acnunnla atl «id ponoa tntama dia 
•«Da au cui 1 Ikitt al ■Tolgoua. sol troTlama adooqna qatlla pracliMBa, quella H- 
(oniaa cosn«aaiooB d'osai partleolar* ctM manca laicca e*I precoBO dal nccoabi. 
Qnctti prcclalant perì, qncata counculoDt, aaua naa nall o bod plutioato appa- 
rcDtlt Eoco OBI duuianda alla quia lo nco mi Hnto di da» una riipoiia att- 
uimi fialctaa, ponaDuo ilfanuartl aaaLU; UpoaiiloD* dilla Corootaglla i ntiaiauila 
atabDlta: aiaa aouBna eoa il paaaa di Oallaa, e pnelaamantt «n i)Dc1U parta di 

ricorSate da Btronl. £ Il quadro clic agli fa dalla OwcarailU, bagsate dal man. 
cinti di neale, anpcrtadi tariau^. « trixta odia dianlata aridità ilrlla «• lauda, H- 
pmdnca aiaal frdclturott l'aiprlta dal paMo qnila augi accnn al ucMn. Ila aa 
IH-r la parla BMeraflca al può cacr alcarl dell* fedeltà drlla pHliirs di Semi, Bua 
è facile dir altrtlluito per 1 dati topusTaSci. Bullo Malo della CorsuraElta lu ttapi 
nimMI 1« uotiale aono ■caralMlmi'i 11 pJCH *bti« vart* irlwudc; mcDIr* iofaUi ti 
■oTCcvaiio parcccliio Glllà lutlu I n aDElo-ai*iHiul,nclf«. XI «ra ildvilo *A anTCTn 
dratrto. uuu reataodu In tatta la pciiliula cbo Qua dna, limn^Bu, sol intiBEe col 
DcTon. Fra lo dlli cadDt* In rrniBa noi dod (nniamo, è tcm. alcona rlie p<itl 1 
Bomlidl qnalla di cui d polla Baioni, ma chi d Ma canato ab* aa« nun fonm pRJla 

da atl Rn»UaaimaT A bnoa soylu aopra 
IntaramaDte atorld: Tinlngtl a VwttHtìit. ' 

(1) CbB la UgBoda iiitoroo a Trirtmu claiia alata taccoll* ( 
m»dlaiìlDtleU 1 oplulOBi ormai Bioliflaoi:redltaU(TnLXaaaiH(,XT.pL US, t;b,9!«) 
^r dò eli* iprila poi • Bcrual elii è eomiiretala dall' oh cba r* Il fa di mcaboU 
Infltal per lodlcan 11 filtro aniiwoio {(• larmdrta, IIM: k Imnirmul. IIK). OUn 
a qvaala al Irorano aparae nel roo porma altra parole di off fina laflfflo : pvr tvrm- 
pto.MaJdlaoDrW:/>iyiii [aaif), mll Htrb<tl a frMtrfiia (mi . Bit) mmalU (>>n- 



doyGoogle 



i 



PBAXX. DEL TBtitTItiN DI TOMlUflU 9Ì^ 

non manchi di aaa certa dottrina, e &ccìb qua e là raostrn 
di coazioni letterarie, che potrebbero iodorci a ritenerlo 
tm chierico, pintteato che un laico (1), egli non si perde 
mai in digressioni; cammina sempre di nn passo rapido, 
ugnale, con gli aguardi fis.si alla meta. Le strane e mira- 
bili aTTentnre, i casi pietosi che egli narra, non lo lasciamo 
indifferente; tutt'altro! ma qnesta commozione egli crede 
dì poterla manifestare senza diffondersi in lunghi discorsi. 
Una esclamazione, una rapida riflessione, un inciso gli 



(I) Beco qiulclw tetto la hmUiuo di tala ooDgsttm. Barool siu bob uId iI- 
pctatuuanta Silamon* <■ Slra, moult dlit islr BalimoB : Qui da birctaH tnlantlir- 

Silomwie). nw uebe Cotona (i CliiUina eonuaudi à aan fili A aachlTcr lai laoa 
■ouUi >. lMW-7): U ohe miiKn in Ini ima aarU BognUlasa dal libri aba il Isgge- 
TUO Dalla acoola. I^ illiuloiia poi aha tgll tK sIU TandetU eha CoaUntiDO truia 
dal nftDo BagDrDo{l<l a igii.) potnbtw fon'aneli'eiM nddnnl qnl, ora non Mutua 
luarmilk ORD] ina antoriU dU tiUo ab* la lagganda di ConuUpo an paauu nel 
dotainlo della poni* potolmrt, « chu 11 noma di inatto prinalpi alaDlaia cltara abl- 
taalnKDt* Ita qncUI dal grandi nomini oadaU Tiuiina dal It^iamiolli Ineaunl (rari. 
A. Tdblu, JTniirr Cmirimlima alt httrugmir Slicauiim In Jitlut. /Ar Rum. u. Eiiyl. 
Spr. ti. Utir., H, F. I., p. lN-lM.aFo£UTU, diga, Elnlallnng, p. XU). In re- 

B^cvUcl, a parlar cDutloiuuaant* dlDio, dell*. ina ulicrleordiii, Me: lapto cb« ■ lOlla 
aixiiTua uii lero KniD da prcdIcalDra [c(c. p. «a. 1 t. ilt-li ; • Oai, ■«Ignori, da damla- 
Dé Comin&ut 11 eat pluliia da plW; Ka tieot pu mort da fiebioi •, ecc. a UI a •gg,; Kt 
e agg.^noncba tallo l'oplaodla dall'i rem Ita, t. 1231 a agg.acc). Fra I fatti di mi- 
nore ImiiortiDH DOS t poi a traicarare la arldcnta oomplacaoia, oon la qnala 11 
porta li iDdngia, cantra 11 ano lallto. a darci conto mlnnalowi, non iolo di tntlo ciù 
cbe contlcDV la Ictlfra urllta da Ogrln a nome di Trlatran al re; ma a dlatlnguare 

modo «n eni i acHtta a anggalIaU (ned. 1333-1100; Uie-M, •Xili-iSM, a lingo- 

ebtef... *; iàSù^i: i U mi abolii al pramler cblaf, A qnl Trlitran mandult aa- 
lai...>; •aiani: iTriatnn... Salili manda prima at amor .Aa rol at à tot (on bar- 
tiage. . . t; 1S91-M: < HaUtre. noB briaf aai igela; En la qncoe eicilroli; Vaici., .a; 
a39T-M: iQanl il ODt [(lt[»lit.l.anal,L.aplerrapaaotalaael,Siclàeat... t). Non 
ai rivela In alò la peraona abitnata ad ciorL-ltira ipiaao la propria mana in eonaimlll 
nfBci e vaga quindi di oiteulara la acqnlstalavl abllllll Koto infina lo Baroni un 
certo inunaro di Tocaboll, lbd salo di arl|[laa dotta, ma d'niio aeelnlaittcoi cm'i, 
quando parla dalla cappella, donila Tii/itran Fagga, egli ce ii« dcicrlva la parti col 
termini propri (i la part.qno l'en claime clianteli, Bg3; i l'ailnba >,S8!>}; ai » dir 
i rellqnarl il ^liimano i pbjrUcterli > (■ Ed Camortl^a n' ot rellqnai Eu tr^or ne 
■D Olkterel >, «'nj-9*| ivr. 



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400 F. IIOTITI 

paiono anfficieotì (I); e paaw oltre, rÌTol^endo di trmUo in 
tratto ai suoi nditorì niu brasca esortazione » porgergli 
oreccbio, che nella ena Inreri^ di formula sempre ideatic» 
sibila come uaa lederà sferzata rirolta alla loro assopiti 
curioeità (2). 

Se teniamo gli oecbi sopra di Berool giudizio che il 
Sndre ha dato dell'amore di Tristraa e d'Ysolt, « adunque 
certamente esatto. Come Beronl la rappresenta, la passioiie 
dei dne amanti non ha proprio nnUa a che fare con qaelli 
di Lancillotto e di Qinerra; nei quattromila e più veni 
che ci rimangono del sno poema , non alita davvero nn boSo 
di quell'amore cavalleresco e cortese che penetra le open 
di Cristiano di Troyes. Ha si pnò ripetere lo stesso quando 
ci volgiamo a Tommaso? 

Il poema di Tommaso, se noi lo prendiamo ad esami- 
nare nella vexte un po' mcciata , sotto cui l' ha conservata 
il monaco Roberto, ha un carattere ben diverso da quello 
di Beroul. La leggenda celtica, pur dianzi instabile, mal 
definita, slegata, ha assunto in Tommaso l'apporeiiza dim 
racconto logico e quasi sempre ben concatenato (3). £ 



(Il Li Fttl I' 

■■(ilfrHav In faiiunla dna o tra *a*l ili Hne (anelasti Ind. ad ta.U3-M: CN4«. 
Tli-It! IM-Mi Bis-Iti lU^ll! llKMTi 31W-M; nst-SS; Ua»4): tfBmUamat a 
Mi lerK (t; 3M; tot; Mi! SU: BM; 9M; 1900; ItM; IMli ITM; in»; 3*»: ^bV. 
un-. tlM: ma: Ma-. »t»; tati; MU; UlO.acc). 

(3) Ad ogBl latwta Bcruol al rtmlff* all' nditoiL Siifm, akt..., ijmali tli 
tu fbrmoU eaniinEU (Ted. 3; tH -, tal i BTI : R»; UIO; lUl \ iati; inS; 1C23; IM. 
1101; 3ieT, UBS; ini; »U; MM; MH; >T1C SM<t; kh; un, (ce). Kaicn:i 
i poi l-wnrualoBa > 1*01 e tft.: i Qnl tsbi olr on* anatan Cobi m 




4 U mMln B'aArt ola, KaqiMdaut boen 
a in qiMlte part* 01 



Diai.zodBjGoogle 



num, DSL TBI8TBAN DI TOKIUBO 401 

questa traambazione, sebbene egli sembri roleme dar me- 
rito ad altri, è certamente tatt^opera eaa(I). Eglì solo bÌ 
è accinto all'ardna impresa di riordinare i confusi episodi, 
dì levare di mezzo quelli che erano d'ingombro, di ridurre 
gli altri ad nn' armonica corrispondenza, dì non accogliere 
se non qnanto era conforme alla verità o al baon senso (2). 
Dinnanzi a certe incoerenze della tradizione, qnale correrà 
salle bocche de' novellieri e de'ginllari, egli rifìnta placi- 
damente di credere: Tìiomas igo granter ne volt (D.862); e 



*ere U grolla dal RlgmU mMou» «■ BOOdottD ■ nunn U batUgUa combattuta 
da eoalol con Arta lot monte 8. Ulehali. Io B. lottiti (cap. LXXVn) la difTCHloDe 
al eblnde coD qiiHto parale, dm corrlipoDdoDo pvrtcttamantfl alU lopM diate floh« 
prorengano quindi otrlo OalI'oTlKlJule fruecHi ■ db eba rlgnuda il gitante die n 
tp ncdM DOn Ivi ■ che Tedere eoi raceooto ae non in quinlo agU (ibbrleò qneata 
volta >, ecc. (lEo un jotnnlnn, or konangrbm drap, pi tiejtliekkl tll JInurI aqgi, 
nenia fit citt, at lunn gfrA pslUhlLtagra hiilfliiU,arTTtilnin bnguiA Tel. Hm 
■<ilfr bum konol al T(n oeikjandìi. Kftisaia, op, dt., t, t, p. M). 

(1) «Aaea lal qne cheacon en dlt £ ^ qne 11 nnt mia en oaertt i ICee nlnm ^ 
qns J'il ol Md dJcot paa anlmn Bnri Kf eoli In giste* ■ lei enntes De tu lei rala, 
de tnzleaenDtaKloRnt atti en Bntalngnsa, D. Ut-tO. a Può, sha tulo Mi- 
cernente ba rlconoadnto In Brerl U /amata* itti BUJt-ritua /abulalar ài OiraUo da 
Barri (finaaiiiB, Tni, p. US ■ agg-}. dlicniat la parola ounatenta da OoCreito 01 
Blrasbarilp a TonuBaao, e taoatoato come ala ealeata an qntll* del poeta fnnetM 
or rlporutB, amclad»; <n na lait dose niUlcmeot da tt* ma, mouse l'è era 
Ootfrld, qua Tlnmaa tndnlnt os Una eampcaj par Enti; n an réinlta dmplmiaiM 
qne Bmi étalt on bnmna qnl paBalt paor mialr *o mima qna panome rbbtolra 
tradlllonelle de iBntaigna*, et qua Tbomaa prAmdaK lai darafr aon rMt, I* ani 
aatbaiUqBe, sor rriatnn >. P. UT. 

(•) < Sdgnm, eeat esnU «*t mUt dlTtrai K pnr fO ronl («. ranl) par maa 
len S di an tant eam nt maaler Z l« cmplBa TOH nlCMar >. D. SI^ML OmqneaM 
■*aocord»M iiiiitiltaairiilf la dlcUamlaal latta poeo tnaanii: < Qoa ralt qsa l'am 
à l'ome ennte. O dia e* qoa ni anrantal DIml In aoma a la In >, S.> g-T; ma. 
apparentemmt*. non aUnttaato I dar ratil eba •■■«■o al cHatl ta D.; < Xa ni paa 
trop CB nnl din; Id dtrana la aiatlra >. Cbe algnltta ta baaa a sa aal dbaiT D 
Puam (AoM., Tm, pL UT) nadn: < |Thomaa| «aalc da doaacr, aa mOlM dn n- 
Tlaatea csntradidaina aa ndt lefiqaa at ath ii a tt (^aat oa qall appaia a aaf 
i.té, al Ja enapicada blea}>. Ka lama a'ha pd «d liMnOara U Cam mgaUn m 
TBÌl f*t bv o 




Diai.zodBjGoOglc 



402 r. KOTATi 

ne assegna le ragioni (1). Da questa razionale elabon- 
zione, che Tommaso sembra definire qnando dice che pff ' 
lai s'uni le tonte, la leggenda doveva già oscire profonds- 
meate modificata. Ma la sua trasformazione non Jacen \ 
che incominciare. U disegno di Tommaso non era già sem- 
plicemente quello di presentate una narrazione dei casi di 
Tristran e d' Ysolt che avesse sulle precedenti il vantag^o 
di essere più naturale, più ordinata; egli mirava ad imo 
scopo più elevato. 

I lettori rammentano certo i versi dolcissimi con i quali 
nel &ammento Sneyd si chiude il suo poema; ramuientano 
pare come, inviati così genialmente i suoi salati a tutti 
gli amanti, as pensis e aa anierus, As emvius, as iJesina, 
Ab oìvcisiet, as purvers..., egli concluda accennando alli 
mira che ebbe nello scrivere ed al metodo tenato: le wiU ; 
ai dit à munpocir... la verur, [5t cimi] jo praiuis alpriiunr; 
E dis e vers i ai relrait. Pur essamplc issi ai fttH, Pur \ 
Vestorie embdir, Que as amane deivc plaisir. Et qiic iiat 
lieus poisscnt trover Ckose k se }ìHÌsscnt recorder: Akìt 
et» poisseni graìvt confort Encuntre cJtange, eneoiitrc tori, 
Ettcunire painc, cneunirc dolur, Encmiire tuie cngm 
damur! (2). 

io m'inganno, o a codeste confessioni dell'autore è 
da attribuirsi nella presente controversia un peiio as^^ai graie. 
Esse ci manifestano infatti cliinranicnte e per qunl puliiiliro 
e con quali intendimenti Tomniattu ponesse mano al suo 
poema. Non è già ad una moltitudine innominata di ascol- 
tatori, e il cielo sa come composta, che egli si diriife; ma 



(1) Ctr. UHlw I 1. an-U: < n ■■mt ttl CDBto tatm^U E 
■né*. E M va na volept itnntcr, Na lotl-Jo Ten cu citiiTFr; 
I* lapD. Lt nttmn ■'! pmvLi» ben >: dova panni eoù duIctd 
Tmnowao adD|H>n, rtrluiHo a da' noi coUchIiI c di'aoraUtari ■ . 
In gucato 11 N<Mtn k rtim tirit, rìkctIi^ In B^ncrAla coloro chr 
unn CDiuliatluiio cim la nghiiil . nm <ioii la liHolanze. Qui mi b 
?0Dl(IKiD-3l]: <L1 eonlaor dieul qn'lnln Flmit tacr. tue tm 



(9) B.> On^IOL 



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FKAlOf. DEL TKtSTBlR DI TOmiBO 403 

ad an uditorio di indole del tutto diversa, di qq carattere 
partì colarìasimo: agli amanti (1). Uà qiie.sta parola quali 
pei^one pnò esaa denotare nel linguaggio di Tommaso se 
non se quelle che formavano la porzione più elevata della 
società contemporanea; qne' cavalieri e quelle dam^, che 
ordivano le trame dei loro galanti e discreti amoreggiumcnti 
in mezzo alla ilarità delle feste, fatteci ormai dapertutto 
abituali, ma in, niun luogo tanto frequenti e fastose, quanto 
alla corte di Enrico I d'Inghilterra (2)? Sono appunto co- 
storo, in mezzo ai quali la sua duplice qualità di poeta e 
di chierico (3) gli dava occasione di aggirarsi, che Tom- 



<lj Varo i tìtt *l ailntl p«r ili amuiU argoDDa kltrl ill'IndMuo ili Iniu gli 
uditoti lo gtniTf (<& tu e«a U nniit sa («n I dJl dkI {tìt) k tni lor nldr >. t«1-!«): 
mx quanta volle parò ntl trMsmaDtl cU« pou>dluDO. II pocU b> oHuIttnfl dJ iìtoI- 
crnl (1 ino [iDbbllcola entiOsB dal Dome di ■Dtintl. (iLsjngiment hecal ntnanl >. 
T.< H9; t Oiai piliua datnrbiuuia, Aieoturs mnlt dglora». E k traili» iin^iDi pi- 
tn» 1, D. ISSl-M: eft. 8.» iX-X). 

(j) iDtomo t, codaRo aonetto aoB da rodara la balla pagina di G. l'iRia, U 
Coult Jc la asenlli, p. SIO a ìh[., e la tradita di A. Jdi.t, U Kmi. <(( Troii. v. II, 
p. W B idB., dora parò il tnlU di tampl un po' poalarlorl. 

(3) Olà m contorto dall'tpotoil cha Tamniaao appartanaaie «lU aodvtà prclaila- 
elln II Buniaai(ap. eli., p. isj iTeTi addotta la pradllcilono clia 11 picla mniiira 
por 1 loggi-ul acntimaDlall, e 1> tandanu cba, mantra lo ipioge t, dllnnairrl nella 

al battaglie. Vpdlaiuo or* aa codcatl argoBKiitl buoni, ma un po'vaglii, punaona 

■npcrlon a quella di nn' poeta lajeo uoD ai hanno ptr «erlià tnnele nel fnniiiirnll : 
In CHI non è mal citata alcnsa antorltl, tnonJiiì quella di nn «"«it Ai'ui. anton 
U'aiMiiH iKiil, ebe fona airà Catone, aeUbeua lo non raminenU d'aiar trovalo nel 
/if itir^o la aenlcnia ebe 11 poeta luetlo Iniiand (< U aaa» hnm pur «o dll Sun Oli 
cn WKlen aacrll: Vili ralt aatre aem oompalnie Qne aielr eouiiolnnn a cniie ■ 
' S.> TllB-G2);«.dlpr*fer«Dia,qaelU di Tolgali prooorbt (otr. S. Xi-lt; EM^l. ccM. 
Id aentenu, cbxl lessa In D. 1(13 «agg.: <Iieda lemme eat ù duter >. potnbbe perb 
ciaeie ana remtnlaeanu dell' £izlM. XXV, 9Ii * Kon aat cainit uoqnlna anper e>|mt 
«labri, et non aat Ira anpei liam mnllerja >. Va li aouo altri tMtl dpgnl di iinta. 
Slaatantudo In B.* iW-Xt la Initabllllà nmana, l'IrreqalaCa imanla di uoTilà ebo 

lOTToielT.àlor de*lr. Ke aal. canea, qnejo an dia... > (aaT-IW) Qneata ronfeaahm* 
d'ignoranta alilpatopift aapUelU aier<>ire(D. ins-aii}: *Iro de feiuiuc eat à dnlcr... 
L-'amir ne aevent ameaarer. E U hanr nent tlKnimt, Itant enn «le eat en ann Ire; 
UalaJanaDaben nnn |TOI1}airo, Car li n'afarl rena anirera mei >lctr. 
B.k 3T7-W1 4llalajan-*n M ti blan dire, Kar U n'aaOrt iilent ■ meli). On qnnla 
pTOteMe di non lapare. di non sarar* dt ebo fanno le donne, non arendo elù im 



Diai.zodBjGoogle 



4M F. «OTATI 

tnaao m ì piaÓDto, con on anacronùmo quanto mai eartt- 
teristico, riunire intorno ad Ysolt (1); ed è appnnio per 
loro di'^li ha posto mano al bdo poema. 

Ha per codesti damigelli < enseigsez >, per codeste v^he 
ed accorte donzelle, che troTavanD nella musica e nella 
poesia uno de' più graditi passatempi, la passione amorosa, 
perché fosse degna di cattiTare il loro interesse, dorerà ne- 
cessariamente essere rappresentata sotto quelle forme delle 
quali essi si compiacevano vestirla. Nella vita e nell'arte 
dominava ormai troppo potente la concezione nnova del- 
l'amore ideale, roE^ato, l^germente mistico e ad un tempo 
sensuale, perché un'altra più antica e piti rozza potesse con 
vantaggio tener contro di lei il campo. Per riuscire adnn- 
qne nel suo intento, per ottenere che la sua opera divenisse, 
come egli si augurava, quasi un vadeiiiecum degli amatori, 
OD librò dove ciascun d'essi potesf^e rinvenire cose atte a 
richiamargli alla mente la storia intima de' suoi smori, a 
porgergli conforto e sostegno contro tutte le avversiti ed i 
dolori che accompagnano l'amorosa milizia; pur cmhdir 



Ini alenn Inlaraw, la irreblM latU Tommuo, h «fU per l> au condliloM Doa il 
(OMC trOTilo In ebbliga di witpnrnl dal commercia femniliritp, « quindi nel ohi 
di nra poter parlar* dolla loro iliKw aljltndiDl aa Don mila fede altnil? Hn t 
qncito 11 llnsnaRfilD di ehi ha nnnnclato alle Tanltì tnmiilanr! UogaiElrto. (te 
d'aItnnilG ■rnUrrinn nona» aaelic più ajierto aulla bocca di Toaisau h rt hnd- 
XOrelno ad no altro luogo del ano poema, rjnello dora dcaeiiva leuoue dlTrintna 

fbaw «lato al por* dal nidi (crr. per l'aio di qneate parola asel» B.*U. &. SII). 
sso tnabbc. ul pare, parlato osai, n moDaro ItoberlD qnl ha mal capito II tfato(S. 
ov- I>ZZ); <li> eba del reato gli è accadnto altm Toltr: ctt. XSLBnia, op. ctt.T.1. 
p. CXXII. 

(1) • Apre* lai eapeiaiat II rangi De* obeTaHera, de* damelnU, D'UMelCBe^ 
da pnt • da brla: Ctauitent bel* aiina e paatnrelei. Apre* Titntut 1» dameiaeh^ 
FlllH è prlcm. à barnue, Kin de phiinri rcglnna; ChaDlent aiiBa ■ dwit dtlltoa. 
Od *li« vnat li amenti, U •D*Flgiiri * Il Talllini; IX .ImerJe Tnnt parUaz. Da 
**in lunr e di|boDalnf] Qnel beli aembllDt aelt it |falre^] Galnne ce qa-fl 
l'auM... Par rona de nlino I, , . Vera eia qne entre. .. > (S.* ta«S). Del primi et» 
TarH II teato t dato •ceoDdo 1* propcm* fatte Io Rmi., XV, p. Ut; degli altri bt 
laOUto Iw mia ptnlala ratltailDnc. £ dacché mi al oBn 11 dratro, avreno bAdc 1* 
tatla 1* dttilòiil Uuto di Bannil eh* di Tommaio, lo abbia umpra tntrodotte I> 
mlr. 111 flà da illrl propoalr, clw mi panerò cppcctaDC 



rdBjGoOgIC 



PEAMlf. I^ TRISrUM DI TOMMASO 405 

Testone, Tommaso en fatalmente portato ad alterare lo 
spinto della legenda, come, in omag^o ai sooi criteri este- 
tici, ne arerà modificata l'orditara e ridotte le proporzioni. 
Ha egli fatto questo? A me sembra di poterlo non solo 
asserire, ma benanche provare. È certo innanzi tatto che 
alla storia intima e psicologica dei dne amanti Tommaso 
ha dato tanta importanza quanta Beroul non ha sicuramente 
mai, non dirò creduto, ma neppure sospettato le si do- 
vesse dare; un tale valore che la storia estrinseca, quantun- 
que costituisca l'orditura e si serbi più appariscente, in 
realtà prende vita e forma dall'elemento soggettivo che è 
dominante. H poeta, trascinato forse anche più in là di 
quello che avrebbe Tointo dalla tendenza del suo in- 
gegno, assai più acconcio ad esprìmere e colorire i fatti 
dVrdine morale, a dipingere il mondo interiore, che a rap- 
presentare con energica e vigorosa pretàsione i fatti reali, 
distrae ad ogni pie sospinto l' attenzione propria e quella dei 
lettori dulie azioni dei snoi personaggi per portarla sulle ca- 
gioDÌ di esse, sui sentimenti che le producono (1). Non già 
che egli taccia gli avvenimenti; li espone anzi, e abbastanza 
minutamente (2); ma è chiaro che a lui non importano se 
non in quanto gli servono per analizzare i sentìmeati (3); 



M BliutlMliiw aiHrTUbinl oha Intono Kiringii|[tM> Mtotloo «d 
I . (nUuido utili Mw-ia (XV, p. ITS-M) 
lUflcir* OOD qnlllo cui dobbluno 
li dietro su Ipoloi molto dlaco- 
tlliilD di Pr. niellai 11 atao affretlitl ■ iltcoero «limnt romiulstl. 11 8. ù di ap- 
palta parere, e U biu coDfntuloiici rlaOj uicbe m giodlilo del F^ua. cbe un lalvite 
■TCi InelliuUi Blu ldentUlc*zlone (sfr. BiaL LUI., XZX, p. X), oltranoda p<na>- 
min IKtmnia. XT, p. dW). 

(1) A volta perà il tanpulBntlice (nouDentlnai I •. gli albU di S.' te). * DOD rao- 
codU dH lo luuu t la J«. Cori le IntbUra ptt 11 uuItlmoDki di Trlalru aon d» 
•crìtlc In 4 Tenl {S.- 3U-S8}: 11 matrimoiila itonoln ie[3G9-SU); l'andate di TTMno 
o KabaRIlD ID Ingbllterra ed II Tlaggla in 11 (%.' 1-13^ Tutto dò eba rigaatdft poi 
gli sltbDl ibbocounaDll del dna wnanU porta la traoda di irandimliiu frotta, Boma 
vedrCBM pia '-"■"'' 

■0 Tommaia llnlaca pri aver & 

Eos la qnala egli Ila tntlaU 

la tradliloiula, e Balla soncuruiia ebe moatn nel dalormlDaro te località. 

Da tdb è derivata ohe mentre, ad eaemi^a, Eilkart Mgiic 



Diai.zodBjGoOglc 



e la su» poesia, che nelle disquisizioni aentìmentali si sol- 
leva leggera, nel racconto batte pesantemente le ali e ai 
trascina terra terra. Per affaire più dsrricino il dramma 



ni (MiKntteba a topotimBcba aiiAalBalcataotDtlCeCr. 
IdOTBvnxn, op. dt, p. CXLUI), ili tmlutoit di Tumiiu» dluw 1dt«o* tndlsi ài 
Ttn «sudili pnr dcI dui tendunenlall. Taccia dal icgna di ìbn, Cb» per fmt««ttfhii 
ngtoal «apoMa da Ooffrado [rri'ifa, US • tu-)- ai • dilaUto am da mupKBden 
tatù l'Ioglilltam (e. e. a), eoalcolit LobOt* • TlnUI»l»niila matropolliUIla «tu— 
BDUTehia: a veofo a TrlHrau, all'ena at — o dal p"*T**ft. il qnala eesaa d'coaata 
fallfoe per dlTmira, a quanto pare, annortcaiati eaaeinlaal al BontLnlaa, ma twwtrft, 
ti il f* ari, aamado KaHc da Franca (OtRrVail, 1MB). al Lmi-ii M Bcronl («Ui 
cfr. Ucam. ap. bIUt. U.p.KM, IH.3te] aortltiillB la m^a^erlon Ffnnti-ii, dw Boa 
ai fa don eeUacare. ae la IniUKura «m B.(T*d. cap. XXIT), a in AnooTlu o» 
OoSradD (U3; ctT. 33S « lag.; HuxiSL, Dp. ett, p. 3T3, Kuuma. op- cit.. t. I, 
p. XXIT). Si iDangnniKi eoai tra H. B. E. qaalla diacoidmal* aaim 1 dati Ktosnld 
dall' aalma ab* al «aUDdono • tntto 11 poema; enalncha qaclpacac cha ■ lo S. Xc- 
k>A>f[np.I.Tll)d<Tlaia pai a.iriirhiiirIIBU9).ed loim pctE. IlVtfu.uiro (>2I3): 
e l-Uola di Pdlln di S.(eap, LXI] il tntaata per O. a pei E. In S-ral<t (3. ISrtn 
Z. StOO); la raaldau* dal doea di Bmligu odo ha noma In S. uè In £. : ma tu O. 
a ittoMlil, città luslcae (lM>i)l KOD ni(1lo serto afgan t!>u di rgnrata e di alt» 
cuotnddlalDnl In 1 tn teatl paraedila ponano «aera mnav nal conio del rupM- 
UTt aalDTl : ma urto «ae Hiudo nelu piò parte del ea>i orts-u" dal mal veso del 
poeto (taoceae, U qnale apeaao o eonfundcra I panai, o nou il cnraTa di unminacU. 
E qnalelie ptoita ne oSTobo aacon l [mumentl ortgiaaU. tViu ad eauapio TrialnB 
• KabtrdlD Al rltoma dairinaUllem la Bntti^na Tanno a meda nella Bu^ii 
Ijmiif (< Eb BrctalBfn* aant tepalréa . . . Ts Jnr ennt b1i> (t a la) chacci... La 
Blanataa-Lasda tmonwrvol > (D.. 88», Ml-MC) I 1 medolul. tiaanda al recano la- 
TttK nrll'Iaola par vedi-r Taolt dora TtUDOT In Gomovatrllar In Instaillrm* Q 
poeta UB lo u, aii al cara di aaprrlo.- • Tant nnt rbetal-^hlc e «tv Qall Tlcural 
àBaeclléU Htrte dtll la nult Blair... t (S.* SII). eOnr citerà 8. al aMjntcnla 
dalla medaUnia Indleailoai raea(ctr. e LX^ISVUI), ma e facile eaHn rome altri, 
pin amanti della preclalonr. flati alati cortretu a lopplln I partlcnlari maucauti ael 
Italo con alili Immaginari, lo non poaao qnlodl tare a meno di iiienr;i;liatiiil, qaaBdu 
hMu 11 Doaaial' nella ana nota Intono alla geograHa dr' pneml di TrtatTa» (op. cH- 
p. IM-dB) anaimara: iDa tona Ira antenn roonu qui ont l'viil tur TrMan. c'è*! 
Tbonaa qui a U gàogiapMe la pina dalia al la pina pn'rtpe ri, aonl lougteniia 
qall ne a'éldgna paa da l'Anglaliine et de la Francia, Il inralt eoosaiiiv la piai 
pai! dea localllc* qatl iDtrodnlt dana la redta. Io non dirai darra» alli-ctUiita, 
J#a aola aotlaia di carattaro goograflao caatte cba al tmirlAa preaao Tonuoaao aea 
qaoUa cbc ilgaardai» Il viaggio da Londra la Brettagna a ilrrrena (D. ISSI-SS: 
cfr. lMI-7«} ,a LoBdi* ataiia (D. ins-ll); mitto, almeno lo lo credo, ddla ponenale 
«apcilrnaa del poata, cb* I* ba iattodotle » aeaplla dalla legenda ortjiiiaila. ac- 
amido la qnala la bari proranleuti dall' Aiaorica a^prodat-ano, iMtaralmente, aUt 
Mate della OamoTaglla. a Tlntagct (off. Ij /Wii T'MrtiH, D. H-Mi > Tot dnU 
Ttn EagleleiTa cnraat... Al aecnnd Jnr Tcnmt al port, A Tiata(<l. ai droll iv 
eird...>. • tdr. lai-H; < Laa neb kl par la mer aiglonent. Al porte del diaitd 
nlmBaat: Par mar iloc al t*l Tatalnl Gru de aatrea torea kt U qoerreient E 



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rSUlK. DEL TBISTKAN DI TONKAflU 407 

psìcolugico, che si dibatte nell'animo dei snoi personag^, 
egiì non solo sorvola sn certi episodi o li descrìve rapida- 
mente, ma ha o soppressi o relegati nell'ombra qnasi tutti 
i personaggi secondari, che formicolavano presso Beroal, e 
che potevano accaparrarsi un po' di quell'attenzione che 
deve esser tutta quanta riservata ai casi dei protstgonisti (1). 
Sul dinnanzi della scena non campeggiano più che quat- 
tro figure: Trìstran, Ysolt, e, un po' più indietro, re Marco 
e la figliuola del duca di Brettagna. È in loro che la lotta 
intima, di cui Tommaso vuol farsi il narratore, si a^ta 
possente, ed egli dimentica ogni altra cosa per rappresen- 
tarla sotto tutte le sue forme ai lettori. Perciò ora chiama 



li «truigfli a II prìTéft >- Ancho tlHId Soiita it TriHetm, d>B omlltnljflODa nel Trialr/m 
In pnnadalDu, lOSiloUft BibL K^i. dLPiflgl diu IntsrpolulDnBÉ dflTfV]tDtQ,«quuita 
pare. dA UD Ijit perduto twW arsomouto (ivd. Lutoblavui, Ltt Folnn dt Tr., lu 
Ilou:. S\. p. I»3), la Davi vaono ■ TiiiOantl (p. EU): Dello ite*» roiouiio Du'altn 
volla coloro che urlTano dalla BnUasoa In Coniuvifllla iliarcano a floMwefiEt 

IkiDuue OD CoTDoaillG • {Or. Kom., XV, p. DD3). Bomai ó fon» BiJoriri o fi«f»»H (S«J- 
MNim), ci» aorgs tntlara aalU OOBta BCttaDlrlonale della Oomoiaulla, a poca lUilaDia 

(1) Preaao Beroul, tacendo d'Aria e della ana mainili, Trlatran ed Ynlt baono 
In corte amici parecchli primo binai, ilro di Dluan. cbe, eomo dice 11 VKrrKn (op. 
Li(.. p. 4S). ò ana delle Bfluro oaratlerlitiobo di qaoBlo iiorma e delle Teralonl che 
liu loiio dcrtratoi poi Andrei di Kicali (rad. 3835 e Seti); qalndl 11 maiitri dell'ODo, 



,11 b.m 


i< mai», 3185), a di col I 


laplora non 


•0 quali aventaro (. 


rMi 


Jlt oni 


l di polnei 


por»! 


rtlr.MultreudoiroUm 




,3a3*-SB):edO,rfI./ 




,u,.- (3raa«). eno 


porei 


usai lodilo [• Ori» caloll 




frani... .aosioigg.) 












■.(, Il nipote 


di Marci Biacchi non 


ni 


Ipan 


troppo pr* 


baUik 


1 che Vinirii nlà dUto 


, Il qnalo al 


moitra Unto lavora' 






penuauiinaa 


di Tri 


>[nn a corte preiio Beroal \ìm a 


■gg.), debba Idcatldci 


tnl 


.come 


par credere 


Il Lic 


HTEFITCI (op. Cit., p. 


CXLm), COI 






parto 


di Trlatean. 


aoBl, . 


In EUtaart, capo dal di 1 




MI 


scondc 


. 11 rumauio 




••a(au. 10» B.N.). ricevi 


i come gin. 


ta pnolalona dilU aai 


.pi 


irfidla : 




Imma 


dlOenea (He«M,.(a, XV 


, p. U*). A coetnl «Kaono i tre 


ha 


roDl traditori. Co- 


doiM. 




enatl lette li 


iiEillian.a08(1.8T)i 11 




DO ed 


U maWaglo 


fonti 


\iir, che arala al re 11 Ti 


.fnglti degli 


amaull(cfr.a71B-M). 


Mi 


■ InTo; 


mma»deRll 


■miei 


'non aon rtniMU cbo *", 


inniol e Dr 








ineUlperH- 




TrUtraD ni 


B ha molti de- qnall i 


lon 


aidA 


DoiaaD* la- 


dleulCDB pTMlaa18.> lll-Va), 


ponreitan. 


1 che ti nano, Mtriadtt . 


1 Kant 


ide. 



Diai.zodBjGoOglc 



406 F. VOTATI 

a descriverla i prot^onistì stessi in Inolili monologlii; on 
se ne fa egli l'espositore ed il giudice in non meno Innglie 
digressioni; ora si rìTolge ai saoi aditorì, agli amanti che 
coatituiace in vero tribanale d'amore, perché ne rendaao 
sentenza, degna di venir registrata fra quelle che più tardi ac- 
coglierà nel suo singolare volarne Andrea il Cappellano (1). 
Codesta preoccupazione del poeta ha, come è naturale, effetti 
buoni ed insieme cattive conseguenze. Da una parte egli 
giunge talvolta a farci ammirare l'acutezza del suo ingegno, 
l'abilità con la qnale sa scrutare le intime fibre del cuore 
umano; dall'altra non raramente ci cosfaringe a sorridere 
dinnanzi alle leziosaggini ed alle puerilità con le qoali gua- 
sta situazioni veramente indovinate (2). E, per completare 
il quadro, noi lo vediamo ricorrere, onde dare un po' di 
risalto al suo stile, anche a quegli equivoci, a que' gio> 



(t) Lb qoMtknia tatto. Imiuul di TommMO. ebs ti protraU lueapue di (de- 
filala, b dglli itcnk uilan di qaclls uba nal Km omini Andrei ■Simu «hi 
(Ute •uttameur. vino il tempo In cai Tonunuo loriTcri o poco dopo (nd. fAnat, 
Lt Cntli (Kx„ p. S14-39).al glndlila di Maria da Cbampagna a d'altra snnili daae 
d'allora. Ami al polrabba Docrrars cha la toal iiflappita da Tomniaao è In parte 
IdODitiraU iiolla XXXI tra la Krgole d'Amara runnclata clil medoalmo Andrea [lUi- 
IKniaui, Cliwx.T, Il,p. LXZXtJ. qnclla ehi dica: < Unam lemlaam nlebll pruhibcla 
doobna amari et a dnaboi mnlLarlbna unnm». 

(3J Veggaal. per wamplo. il Inngo tratto oonoerato dal poeta i dticBtcre qult 
teme l'Intima ualnradtl amtliarnto cha aplnBeTi Trlilran a apceara Yaolt (S.* 317-:T)i 
la oonclDBlDne al i cba non potava dirai amore, ma nemmeno adegno; < Xt fo n-cit 

pai penoadera la regina i Tanira In ino aoccorao, al Indngla * br degli equirocl 
aal doppio aenao dalla parola t lalnt >: < Dlte»ll iilDi dr mi pari. Qua nnla en mol 
aaoi 11 n'i parti Dea soei tana ailni li emiel Qua nnla n* remaint od mei: ila 
oneri de lalu la aalaej Beni 11 di m'ert auiM reodaa: Emnl-Il tale ma aaln >. ecc. 
{D. IISS-ISOI; S> 14B.UJ. Laitcìaa illtttailanl Baaitano nn' altri bella deictiikaK, 
qsclla di liolt che, Impedita dalla bnrraaea di loocarr li Bnttagna, tesK dte 
l'aiaanta muoia nal rraltempo. Fra 1 inol lamenti noi ne ndiamo di qaeato lenen: 

DO po«i pai à terre; Tenn m'eitei en la mn qatrre... Ami, jo bU k mnn deUr, 
Oar cn T0« lini qnldil mnilr. Ed un alien ecHtelUi... Uncori pnet-U iTenirt 
SI: CiT Jo del neler lei; E voi. ^ erti, darei ueier: Uni ptlmui pDtt enaldoail 
mangcri Elad innuD pir iveuture. Bel ami, One aepollaie > ecc. (D. IHI-M). 



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nUltH. DEL TRIBTBAH DI TOUIiBO 409 

chettà di parole, a quelle etimologie (I), che dÌTengono una 
vera piaga della poesia volgare francese oel secolo decimo- 
terzo, quando alcuni malconsigliatì vanno a spigolare sif- 
fatte preziosità nel campo floridissimo della poesia latina 
del secolo antecedente (2). 

Sono questi indizi, ed indizi eloquenti, clie Tommaso 
non appartiene piìl a quella scuola poetica, semplice e di- 
sadorna, alla quale è ancora avvinto il suo predecessore; 
seppure Berool rispetto a Tommaso può essere considerato 
come tale (3). La tendènza cbe ha sa^^rìto a Tommaso 



(1) Ho (tli BlIaU D«Ui BOU piWFdtal* j)]l cqnUrocl (n «Itu (Hlnte) s »fHi(«- 
IdUX On aggiutiga ebs anelie nn ■Ittn liLatJcclo hmo» provlcDa da Tommuo, qaillo 
cb« TmU. tnTigllnM dill* pualon* amoniu, U In TUge'o tra In uur ■ l'aiwr prUM 
Oollndo di Btntbargo (■ (oa begàiida ti alch vanlnutu, l'amelr dai man mlniien, 
ranulr Uttar, la mclr mei : ia rnslua iter dnlite lo eia ber. i lIStT-lSOO^ Aneli* 
1b preieu derlvailane del Dome di Tiinlrmi da IrMi, che al tran rUarlta ooal da 
OolTredoliTaD trilla Trlatan wu iln nani», 9001) ahe dalla Sagafcap. XV; e qtieaU 
■piega di più perutij ■<■ lUto detto rrrXaui e aoa TritUnat), i itala, le dod tteo- 
Bltala dal Nottro, certo da eiao rau Bclebio, cUto ebe eiaa, coma para, abbia nn fim- 
danieuto arila Ilii|{aa celtica (cfi. MicH». op. cit., t. I, p. biÌ] a agg. a NlBQr-OOBKa, 
SItr. iiir Kp. FrnBC, p. 131). Infine l' oaacrviilone. ebs il fa in S. a propinilo della 
Tcalldi col era coperta la atatna d'Violt.eba la porpora aaprlmatrlateiu(cap. LXXX), 
lui iHToaaa pare firloa dal laceo di Tumiotao. 

(i) SDll'lDfluHo eb< la lattun di opere limili a quelle di Plot» Elga, di Uatteo 
da Vcndùme, e di altri poatl dotti ha OHicltita mila loblera de'Tolgarl che banno 
lutCDdimentl aKetUl e mirali, iparo dar preato lo Inda 1 rliallatl di alouna mlu 

(9) RlBoardo al tempo In cnl Tommaao Bori, 11 B«TTiOD(op. dt, p. H) Ha eoioso 
l'opinione elio egli acrlToiiiio prima di Qalmar, Il eba *enebt» a dire ver» U IllS. 
o u<^Iio ileriu tempo; opiuloue clie 11 Pina ba glodloata iumailuiblle e fondata 
•opra argoDHtitl di nlun valore (red. fJMuii.in, XII, p. «30J. Ha 11 Parti ileuo non 
Hi noitni ben certo entro quali Uinltl debba otrcoaorlTrni l'ittlTlll poetica del 
Morirò. KellB ina bel]* rtecrclie già dUla lulDtiw ■ Bnrl, egli, bataudual aopra 
db cbe Giraldo de Barri ba drlto del /'i ugni* /olmlulsr, e aopra le dato HipettlTO 

a creder nalo eoatnl nel primi dcccDui del lecolo SII, ed II ano poema qnlndl com- 
pcHto fra II liso 11 1170. Adruo licró egli Iteaao il moitra più dUpoilo a fUuro 
■• eompoiizioDt dil T.Miku al IITO oha a] lisa (ctr. SBKanla. XII, p. UH; MM. 
LilU XTX, p. IO), tanto cba non aolo, a* I* ooae (teaaero realmente coi'i, Tommaao 
■■rebbe lUto pieeedntD di ne Tenteutila da Beroal.ma anche da Crlatiano di Trofei. 
IMTcbé, le 11 poema da eoainl eetltto < del rol Hans et dlrwul la Blonde > è. come i 
eriliei più onupetentl affermano (Ted, Panii, «iil. UH, L e., p. 33J il ino primo la- 
voro, el non pai averlo oompoito *a non f^ Il UBO ed 11 lieo. O Pitia non ina- 
nifeata però la ragioni otae lo Inducono in qarata oredaua ; né lo le ba aapDle vedere. 



Diai.zodBjGoOglc 



. ^^ ---i» u in. TEI tLì: 



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FBAMM. UKL TUnXUI DI TOKNiSU 411 

tratti singolari di somigliaiiza. Trietran ed Tsolt, scrive 
il Sudre, non hanno nulla di cornane con Lancillotto e Oi- 
nerra; la tendenza a rappresentare cosi quelli come questi 
quasi modelli inarrirabili di amorosa perfezione, dere con- 
siderarsi quale effetto della tarda trasformazione del tipo 
di Tristran, avvenuta per opera di Cristiano e proseguita 
dai romanzi in prosa (1). Ma, come si pnò ammettere una 



(I) Io noD «0 mmmcDa Ano i quii pnnU da poi Itdto din ci» m CrtiUuo sd 
mi [omtDiI tu prò» li Ìsh I* tnalorraulDDa dcll'uaors prlmltlra b HlTtgglo di 
Triitnu « d'iMlt hi un nnUniDDKi nffliwUoituts «Tallemco. BJgnuda ■ Cti- 
■Uiiio. Il qnilc. KCondoclié iffara» Il Fiui. ■ppouluidoai mi ■rgomuiU, eb* dod 
opooc. mi promolta di tu praito CDDOKira (frgw»i<i, XV, p. SD»; Mil. UU., XXX, 
p. 33], iTTCbbe Mmpoato 11 ino poema (alla tncda delU tstiìod* di Barca], l> co» 
è protubae dcntn certi IlulU. Egli iafiUl poo He», pnr H|aendo Beronl, olia 
iion (Tari tnlUIO cartoli aoHB^'todil pautu di liata UTillorearo, latuw DOlU nw- 

■lal uDlopauD dal Cl>$u (ed. FoiuTu. I~S) < CU qal (Ut... Siil rol Man et d'bmt 
U lUauda...*. O ronw mal egli III liiKlato In dliparto 11 proUgoalata per dare 11 
primo Idoud ti mtrtta, eou poco aUnptUeD. aa 11 tuo poema ara aua glgiillculoui) 
dell' auora di Trlalnu a dalla rcglvaT II aacoodo fatto pia Imppitanta ila qacalo. 
Kcl Ci j^i la eroi», Faulca, coatretU a aiKKaro l'Imperatore di Coatastluopoll, msDtre 

dolta a pangDDare la ma condlilane cou qnelli in eni al era tanvau Yaolt. Or al 
Olla cooia lo [a i < Mlani landrole eatre deuruubree Qae da boi dana tuit retuao- 

TÌe tua (jD'DiiqnH lei deua jie refuia. Cette amon ne fn paa reanabla. ., Ja lolr 
mea con D'Ieri Earfoulen, Ja d'I arni dina part-jiiLera. Qnl ■ le cner. ai alt le con, 

tlflcHlDDl dell'ernlaa di Urlatlano. riBeHioni elie rappreacoUuo ecHo le opluiunl 
del poeta, CSD qoalle clia anlìa iltniiloiia d'Yiolt fa Tommaaol Qnal dlSeranial 
E qoal dlSereoa tn II moda ooii cui Crlatlana tleaao Intende l'amore qnl e qnello 
con cnl moitra di concepirlo nel CouU it In CI>iur*Ui\ L'adaltarlD di QlDC*n ù 
kltrattasto grate qnanto qnello d'TioK, auil pln, pticba TOlontarloi appare a bla- 
■JmATlo U poeta non penta plii. IH par dltllcLle dopo di ciò ammettere ebe Dal poema 
pcrdnto OUUano arnaa dipinta con i colurl ohe ha oaatl In appreuo la paaalona di 
TrlMmn. 

In qaanlo al romauio in proaa lo noo poiw dlagruiataitieiita parlatna per pro- 
prte aclenia, non aoncacendn di M*D aa non qnal poco cha ne t alato rlfSrllo da albrL 

■DIUtaUo d'Idealità all'atnora di Trlatrao praa*D TammaM; la golota cura olDé con 
la i^aals egli, coiItlDganda la mogUa ad un'Ingrata caatltà, cvlla di rompere la fede 
Klorkt» alla n^B». Sa qatMoal poggia asil.eoiu'ètHit 



Diai.zodBjGoOglc 



412 r. MOVITI 

siinile asserdone, quando codesta tramatazione si trova già 
compinta, e come artistJcameiite compiata! nell'imitatore 
piti antico di Tommaso, in Oo£&edo di Strasbni^? (1). Quan- 
do si può avrertire preflsoché perfetta in Tommaso mede- 
BÌmoP non è Tommaso che ha fatto dell'eroe celtico 
l'amante per eccellenza, Tristran VAmerus? (2). Non è lui 
che lo chiama icil qui le pliis ad amé De trestiu eeus qui 
unt esté? (3). La passione per YboH, della quale ^li si con- 
sidera cavallerescamente rossiUlo (4), non domina meno Tri- 
stran di quello che faccia Lancillotto l'amore per Ginevra. 
Essa è il movente unico delle sue azioni; per Tsolt afironta 
ogni perìcolo; col suo nome sulle labbra si accing^e ad c^ni 
impresa. Quando infatti muove in aiuto di Trìstran le Naim, 



M HDD InsliutiflciiU. eerlo btn pODO Ditonls In Etllwrt, don Trtoinn b*. pw (od- 
dUtar* •! doTSrl «oDlngill, glaelnlo oan XkII u Bluchti llalDi, ctaa lo ucctdB pei 
por uprlGclDl (efr, Vxttk>, op. dt., p. ti). Ora nel nmuEuo In pfDBi Iv cose pio- 
ocdgno nello itcBo modo; «nil Trlstru vi è dljiinlo gronoUnuneata In pnda di 
no» Rrimaluia Inmrla, eli« per pooo gli ooats li «IM {elt. Hiumuia, XV, p. Wtt). 
Osci pDi* nevll altri oh. d«l ramania, dov« la morto di Trlalraa è oankta divena- 
mcDli da quel uba (1 faccia nel 103 B. V., la nsnina DOD maora già di dolo» *'""■■"< 

uà lirvcU da aoiracirU (vod. F. r«Hu, Ui mi. /ra«t. *• la Bill, in Rai, t. L, p. UH 
« •gB'> ■ ymwM, op. cit., p. M). E aodiD qnl aUmo ben lontani dalla doUcata iipi- 
tailouo oliB «nulgUa TotdBiaaa a far morirà Yaolt di dolorai 

(1) Le Uoriclm di OoffmdD niramon lono mlnntamcnls aqwats a eonuBcnUtc 
dal DoitEnl in nn prCKiiTola capitolo della cit. ina op. (p KG a aflg.]. Il poeti 
tudaaao rloondaca l'amore a doo tipi, rappiHFiilatl da Ilare e da Yaolt. II piisiD 
paraonlflca l'amor* baaao, MBtnalc i l'iUra la panlona nubile, iplrltaile, cbe a poco 
d pooo al porga daUa maeclile olia la paaaooa dalnrparo o slnngc al piò eliiaU 
grado d'Idealità. BoD dica 11 Boaasrt olia naanu poeU ha preicutato un qaadie 
pHt completo a meditato di quella cavalleria amomaa oUe regnò ai a lougo ucU'arlc 
a nella poeila di quello ebe abbia fatto Qoffndo. 

(3) D. Vìi, lOU. E Dou eolD U tVt Trittmu Dauei applica pnr caia a Trìnna 
oadntoHpnnnoniefnOlimiiDC)» quelli di Dema lo dichiari li < ptni lolal umU 
Qui onqu« fntt ne Ja mali lolt • (ed. Uour, Sfil-ei). Etili à ocUo ateno tempu il 
plb cer/rM de'Giiillerl |i tu 11 meldra chlrilert, LI pina trano, li rlni drcltoren >. 
D. Ml'l). Ed t di Tommaaocbe proviene certo, come ripttato i'nmtmi, qoello di 
niirfeii. dilogli di pretereDia di GoltMIo di Straibargo: < beta Trlatan. eórtoU 
TMstiDt, tun oon, ta tI* 1 de couaDlta (lS<)ll4)i (Trlatan, Trlitan U fanucaol^ 
oBm eat beta et cum odrlolil > (S3ei-a3]. 

(1) D. Ml-H. 

<1) • Lift bun «M eM a imli a, dloe di lui Kaherdlo a Taolt, B.' «H. 



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FBUUf. DEL TU8TUH DI TOIOIàSO 413 

sola lagone che a àò lo decìda è l'appello che il desolato cara- 
liero fa alla sua qualità di amante per eccellenza: Pay f/ranl 
reisun mustrè Tavez Qua jo dei aler ouc vas, Quant 
jo sui Tristr.an le Amerus....(ì). 

In Ginevra è sempre fermo il pensiero di Lancillotto; 
e^li l'ama tanto che, vedendo alquanti dei snoi biondi 
capelli attaccati ad un pettine, quasi srìene e, raccòltili 
poscia diligentemente, li tìen cari come nuU'iiltra ciisn al 
mondo (2). Ma Tristran che non fa egli dinnanzi al ritriittó 
di colei, in coi sta la sua morte e la sua vita? (3). La Italie 
aux iiiuufcs è appunto il tempio che egli innalza per a:to- 
rarvi la bella donna, unico oggetto dei suoi pensieri, delle 
sue aspirazioni (4). 

Vero è che a questa parte ideale di amante fedele Tri- 
stran vion meno sposando Ysolt dalle Bianche Mani , men- 
tre Lancillotto resiste a tutte le seduzioni. Ma questa in- 



di D. 1D13-1«. 

(1) Ctr. fixa, U C»«li il la CItrT., 1. e, p. ITO. 

(S) • ìtòt ist dine, fiSt m'uslo, Ed tOi i» mort, en ifli nu tIb • ; tei* è II il- 
tornella cba Triiitnii ■gEinsgrTii id ogni an^ cuiaca qnud'an In BrclUgni. lO- 
condo Ooffrado di Strubntgo (IMIT-IH; ctr. tncba 1M13-K}. Clia 11 poelu lotliico 
non abblft tallo Cbt tnKrirero dna virai dml ano orlBfula mi pu errtsi U lecoiido 
el tluvicne lufaUI duo iQlta, con lai^uBre modlllMilotil. nal fnmtiiaiiU dlTomniiBo; 
< !■• bclF nine l'aiula En qnt eit ■■ mort et H *!• >, 1.' Idl-Ui • Cam a -diluir, 

■ En U miliil u mort e u, f le >. Cou dti. dal rMto, san Intendo licere cbe. conia 
optai II DnuEBt (oli. clL, p. SD) tiDcitl Tarai ibbiuo ipputannio » qnilclja comixh 
BlBicnlo •sci» ]iin Bntlco di Tomiouo; e nuguri »d nn lai attiibnlto » Trlatrtn 

(1) Panni non lima Talora no riOronto ohe al pnò qnl atibnire tra alò che fa 
Trlatrui nellk HhIIi, i db eh* opoa Lancillotto xMl' Agrttnin, qaandg rlnutia prl- 
Btonlcru per dna «doI di Hanialii. {tfi Talgo doU'analIal obi fa di quoto rnmaiim 
p. Pjiua, Iji Bi,m. di la T, K,, Tol. V, p. 31S a •fB-)- Dlapcnndo di rlcaporan mal più 
Ik liberti, per Ingannare 1 tortati cnE, Varo* ptrtido a dipingerà auUa parpu Arila 
■ala ebe gli aecrt di prlBluae, U alarla dti anol amorL InQtlIa dir* < qna formi 
Ica rnigea al bleri fetei et ai aoatlenment som ali enat toa Ira ]on da aa Tic fi-t 
tei meatleri. Uà più degno di ntta i 11 contegno cba egli tiene dlnnanal all'Ini- 
maglBe di Sluem: i in uutln qntnt Lanoatoa fa lerti... et il Tlt en la cliiiubra 
pelote l'Tniage da la dams. r{ l'tacIlDe «I la aalaa, et TOt prèi da lai et la bcae cu 
la botiehe a. Hon aarebba troppo ardita Ipotaal quella cbe al abbia qnl una remi- 
leirinTcsiiona di Tommaiio. Altra eTtdentl allnatonl alla leggenda di 
D qntato ronunio hi già dal nate rllaiata II Putta |op. slu p. 343), 



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414 F. HDTATI 

fedeltà, che si aggrava spiacevolmente in altre versioni e 
Boprattaito nei romaim in prosa, quanto è temperata, atte- 
nuata da Tommaso, il qoale ne vede con tìtò rincrescimento 
macchiato il sno eroe prediletto ! (1). Ciò lo molesta anzi tanto 
che e^Ii si sforza d'annullarla, addirìttora. Se diamo retta 
a lui infatti il matrimonio di Tristran finisce per apparirci 
nell'altro che nna prova, nna semplice prova, alla quale è 
sottoposto l'amore di Tristran per la rejpna, che ne e^ce 
non solo raddoppiato, ma purificato come l'oro dal fuoco. 
Se Tristran pone gli occhi sulla sorelln di Kaherdin, ciò 
avviene soltanto perché essa gli richiama sia col nome che 
porta, sia con la bellezza della persona, l'amica lontana (2). 
Se si induce a sposarla più che per tina passeggera alluci- 
nazione dei sensi, lo fa per gelosia; la gelosia, uno dei più 
efficaci indizi, secondo le regole d'amore, della sincerità, 
dell'intensità d'un affetto (3), lo occieca così da persnadergli 
che a lui conviene di porsi nella situazione medesima in coi 
sta Ysolt, onde esperimentare come si possa amando sopra 
tutte nna persona, appartenere contemporaneamente ad 
nn'altra(4). E non appena, dopo lunghi contrasti, dei qnali 



(1) Bl richiamino alU mCDle la iUtHdonl BullBBniilclio che rnmc^llp ills oir- 
rmilDua di qDHrnvliodla II pocU: ■ 0« merTclllaH iniilnn, Cam firni tnat 
d'onniiBI nstiirr, Qna tu onl IIeu se budI naUble: D« Dstnn mnl il rIiBii(it'lr, 
Ijot mal ni DI poant lilHlcr. Mila la baeu paeTxnt chinsnr* ecc. 8.* 913 p tgs. 

(1| a Cu Taoll aa Slucbn Maina voli Pnr balle a |iiu non dTxilt Ji pur bilie 
qn'an II fnat. Sa la uno d'YaoIt ne onat («i. cai). Na |inr le nun laui balle St l'wt 
Tliirtnnl ta wlentc: Cm dont ehnoa qn'an llannt Ceatc talaanca empremln font...! 
a.* IB7'9(K, £ cfr. au • iigg.: a SW-ID: (K al eaatc Saolt ne fnit. L'antra Uwl 
■ma ne odal; Uala par Ifn qnlaolt (laol ■».] amat I>^'aolt(*a. Taol) unct gnut 
Bora^ ad; llaia par l^o qn'U ne ToUlalBBlar Ad 11 Tarmcaata laTolelr; Gara^il pgasl 
■*«tr la ralBB. il n'amaat SaoU U moMblna . . . >. 

(1| < Ki T«n telotTpla iflCotga acmpi r cnacit amaedl ». Br|. XXI In na¥»)i^ 
tao, CMt. II, I>. LXXX. Noto di paaaasslo eha nell'amun di TiiUmn e d' vanii 
al pcMHUiD trorar IllìiHtnta parecchie al tre di eodevta regole, per l' appunto «me lo 
■ono nel oaal di Lanelllollo (c(r. Paua, U Cauli Si t* Cktirr^ p. SSa); cod U I. la IH. 
la V, la SII. la XX. la XXn, la ^[XVin, la XXX. 

(I] < Da Ini (Uarc) ne aa daltale (Taolt) rctniia. Quel Ulent alt I«a. qac al) 
l^Molt fami Uala mal n'eatnll taire mia, Fora qno aaaalar TOldral la 
vie; Ja voQ «qnwa la neacbine, Pnr aaielr l'eatr* 4 la nltie...a, 8.* IM-fà. £ 



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FUKIl. DSL TEIBTKAN DI T01UUSO 415 

l'artìfidofia sotti^Uezza non ha paragone se non nei più ri- 
cercati luoghi di Cristiano, ^li si decide al gran passo, 
eccolo avveduto toeto del grave errore commesso (1). E 
allora, come si affatica ad espiarlo! Accanto alla propria 
moglie, bella, degna d'essere amata, che lo ama di tutto 
cuore, Trìatran rimac sempre freddo ed impa&$ibile (2); esce 
sempre costo dal letto coniugale, come Lancillotto da guello 
delle non poche donzelle che a ciò lo costringono (3): il 
ricordo della sua donna, la vista dell'anello da lei donatogli, 
bastano a spegnere in lui ogni ardore carnale ; l' amore idenlc 
ottiene così sul sensuale la più splendida vittoria (4). Io 
non saprei, lo confesso, trovare una concezione più squisi- 
tamente raffinata di questa; se qui non è davvero passato 
un la^o soffio di spirito cavalleresco, vuol proprio dire che 
io noa ho dì quello che esso sia idee sufficientemente 
chiare. 

Questo confronto fra Tristran e l'eroe che Cristiano si 
è piaciuto accarezzare come il modello dell'amante, si po- 
trebbe facilmente condurre pib innanzi. Ma io starò pago 
ad avvertire soltanto un altro tratto che mi sembra co- 
mune ad ambedue. Lancillotto per ubbidire alla sua donna 
è pronto ad incontrare non solo la morte, ma l'infamia; ^li 
si lascia svergognare come codardo; sale perfino, non ri- 
chiestone, sulla carretta (ó). Ma che non fa a saa volta Tri- 
stran? Egli si umilia in cento gnìse; sopporta insulti, per- 
cosse dai più vili ribaldi, si traveste da mendicante, finge 



(IJ 1 nnl ilJ B.' 8DE a mg. poHODo dlnl no piano oaumnito drlls m fti la 
regaìe d'anure: «Sema dapllej potnt amon Utari *. Cbo TrlMnn abbia maiieita 
alla Imiti lo dica tali itraia: • Poi pontadane dltolt m'amle, Qnant amin^ mio 
dnHrl>DgtTlchlar,danieBUrmatEl..,>{S.> Ul-U). ■Marci meati Tao» Di'aoilo 
Sa d'altre al deUt an ma Tla{iu. m'amle)... > a* 4)9-10 »m- 

(1) tOcnt la aont, baie la latfl. T*t1) B Tolt ano bnan, ano dealr beta, «a. 

(3) Ctr. P4Ui, U Ctult ài la CJhirr, p. 117. i noto aoma BOntlnna aUno Dfl 
IjiKttlal In proaa la Inaldia tea* da laaelalle troppo facili ad Inflammtrai alla ea- 
•tlti dcU'anw. 

(() a.> ws-ua. Tntta caduta aeaiia i dlploU «od nra daUealeoa: U poaU ha 
aapota nltara a crata parleola di cader noi trtTlalr. 

{t) U CiHi Ji la a»rr, p. SIT. 



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416 P. VOTATI 

perfino d'esBere leltbroso. La Boa dacùi non si mostra, è 
vero, mai crudele con Ini (almeno a quanto sembra dai no- 
stri frammenti), come fa con il suo amante Ginevra (1); ma 
egli non è però men sottomesso dinnanzi a lei di qaello che 
sia Landllotto davanti alla moglie di Artù. Anzi Tristran 
involge nello stesso rispetto anche l'ancella fedele di Ysolt, 
e quando Brengain lo respinge e lo scaccia, egli non osa 
muoverle nn rimprovero; ma fugge senza tentare di riveder 
la regina, e si laecierebbe morire, ove il caso non gli re- 
casse soccorso (2). 

Ysolt, dal canto sno, Ì vagheggiata dal poeta come il 
tipo ideale della donna e delfamante. Mirabilmente bella, 
ricca d'ogni virtù e d'ogni pregio (3), ella incatena i cuori 
di tntti; l'amore che ella desta è invincibile; re Marco, 
sebbene conscio di non essere corrisposto, anzi di essere tra- 
dito, non può cessare dall' adorarla (4). Essa ha per Tri- 
stran la atessa profonda tenerezza che egli nutre per lei; è 
il modello delle amiche: vcirc amie... plus leale tic fud onc 
euc(5). Kon pensa che a lui; qnand'esso è lontano trae 
la vita in continua angoscia (6); se Ginevra, nella erronea 



(1) la Ellbsrt prrb, come hi tlà noUta 11 Fiku>(ap. dU p. 119) T»lt fnoHn 
upniDODte Tiiatran prr nam prtlMi buiimiiU sii* Itgtì ttull'unorc eiTalIrniMa. 
M* endo uicb'lo ebe ■[ ibbli qnl nn ilraidito p«tertonuiDto lufillnlosl udii 
ipntenlU. 

{») D. BM t iss. 

(3] In Ooffrodo pnn TioU it» & npprmBtiTe 
4lviu: pDsi]fld« QDk «Uliira AnalTut»; inont, ckuU 
Hill plttnn di OoBKdD T't molto di ■bo(c«1 p. a. 1> ■Ingolin ■D^ncuknia (te 
la dODieU* alodlb € tlur niunftcìekelt dia beltcn wir morilltalt >, MWe-IX «a 1 tnlU 
ptinolpiU pKntcogDDo di Tunniuo ; 1* bcll«uilD«ipcnblle(>^r. D. lBM^;S>e3I-SI: 
• Ooffrrdo 11U9-M. dova Inolt è agtta con Mrrcntona cRIo (ttlntk t. Tonunuo (rm 
tUpptr« nalU FMt Tr„ D., IBI) < mirreU da tfl la ninndr >)-. a la jierixia DtlU ni- 
dea (cfr. la beUa dtacrlilaiM d'Yiolt cbe anona 1< an» In B* TBl-M). 

(I) Uò è par TarlU «cnaaRnanaa dilranr il » tTacianBata quanto linasim 
Ufi Ufrtt tnrntr In S. ed In E.: t qnlndl, molto probcbilniFtite, uebc In Tono*- 
*a(eflr. Tinmi, op. elt., p. 3S,e Todi D. lOC-lSI. Ptr ma rimane tatlaria ditBcllca 
■pl«Ear* coma Brangaln Dalla ina dlapnta con Yaolt nnibrl altitboirt la ilnna )»■ 
dnlgenia di Uarc alla «u j'eirir (D. 3«8J. 



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PRAIDL DEL TBISTKAN DI TOMMASO 417 

credenza che Lancillotto bìb morto, concepisce il sinistro 
disegno di losciarai s^retamente languir di fame, la bella 
reginn di Coraoraglia fu voto, quando Trìstran dere ab- 
bandonarlo, di non apogli&r più fino a che non Io riTc^^a 
il cilicio che, ad insaputa di tutti, le lacera le carni (i). 
Le accuse, le insinuazioni dei nemici di Tri.:tran, sempre 
pronti a denigrarlo presso di lei, le lusinghe di altri ado- 
ratori non arriTauo a smuoverla dal suo affetto; neppure 
quando essa apprende che Tristran le ha rotto fede pensa a 
corrucciarsi con lai, anzi lo difende (2) e continua ad amarlo 
con lo stesso ardore di prima, che attizza la gelosia, da 
cui a tratti è sovrappresa (3). Essa si piace considerare 
come inseparabili le sotti sue da quelle di Trìstran; la eoa 
vita è sospesa allo stesso filo che quella dell'amato (4); 
allorché egli moribondo la invita in suo soccorso non esita 
nn istante; affronta ogni pericolo, ogni difficoltà; in mezzo ad 
un'orrida tempesta il suo solo timore è quello di non poter 
giungere in tempo per salvare l' amante o, almeno, per morire 
al suo fianco, come ragion vuole che essa faccia {•>). 

Se Tristran ed Ysolt divennero adunque, non appena la 
cognizione de' loro casi miserandi si diffuse in Francia, in 
Provenza, in Germania, tipi ideali d'amanti; se la loro pas- 
sione depose il suo carattere primitivo , cieco, morboso, per 
assumere gli atteggiamenti di nn amore raffinato e cortese; 
mi sembra che una certa parte di merito debba esseme 
data a Tommaso, il quale iniziò la trasformazione della 
leggenda, non tentata, io penso, da alcuno innanzi u lai; 
certo neppur iniziata da Beroul. Questa trasformazione nel- 
l'opera del poeta anglonormanno non riuscì, né poteva 

(1| D. im « HI.: efr. TW ■ •sa- 

(1) cir. e.> it**tat- 

<1) Cfr. S. leso B ig» 



(j) moli Tiiitmi, i]nuit moit Turni, Pir rilinn YlTri pulì 
me* pur U iu*la >tiinr. EJomiur, uaii. ae tcodrar, Quuit à teni> di 
D. 1811-19; • tti. S.' ««S-70^ < Poi sul »tm prrdn U ila E lo Tri 
masi*: Por TW *i>n moilr «numeut >. E cfr. par* D. KWS e hrk. 

Mn*ì il /Uilm n_u> , n. 



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4IS r. BOTATI 

riuscire, completa; attraveiBO alle delic&tc relatnrc die le 
ricoprono tralucono ancora le tìnte cmde e TÌolente dd 
quadro primitivo; sotto gli arabeschi finemente trapuntati 
trasparisce qua e là l'antica rode orditura. Kmangono gravi 
dissonanze fra gli elementi vecclii ed ì nuovi , fra il fondo 
primitivo e le sovrappoBÌzioni del poeta; i personaggi stessi 
non ai maovoDO a loro agio nelle nuove vesti, né le loro 
labbra pronnnziano fiicilmente le inusitate pmole (1). Tom- 
maso non era Cristiano, e perci& quella che divenne intima 
fusione dell'ideale cavalleresco e cortese con la materia di 
Brettagna nei poemi del troviero di Sciampagna, e soprat- 
tutto nel Ckevalicr de la Gtarrdte, nell'opera deU'anglo- 
nornuuino ad un certo punto si arresta. À me tuttavia 
non pare soverchio ardimento il concludere che l'amore 
ecDvenzionale e cortese, ideale deUa società colta e caval- 
leresca di Francia e d'Inghilterra nella seconda metà del 
secolo dodicesimo, si è estrinsecato forse prima che sotto 
le spoglie del Qteoidier de la Giarreite in quelle di Trislran 
FAmerua. 



IV 



Ma vi è un altro lato ancora, se meno importante del 
primo, non da trascurarsi per questo nella poesia di Tom- 
maso, giacché l' esame di esso può anzi giovare a confermare 
sempre più il diritto nel nostro poeta di assiderai fra i primi 
rappresentanti di quella letteratura cavalleresca di coi ab- 
biamo discorso. Se per alcune delle sue qualità, e si po- 
trebbe anche ^giungere per alcuni suoi difetti, Tommaso 
si accosta a Cristiano de Troyes, per altri rispetti non è diffi- 
cile avvicinarlo ad un altro de^più eleganti, copio^ ed origi- 
nali verrin^ntori del tempo, a Benedetto -de Sointe More. 
È noto coiiiu r autore del Roma» (le Troie abbia trasformata 



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FBAliX. DKL TBISTSÀK DI TOHMABd 41!) 

l'epopea troiana, come egìì attrìbnisca ai classici croi i 
eentdmeDti , i gnetà, i costami propri a qnella società, per 
la quale scriveTa; è noto infine come insieme all' amore cgìi 
si sìa piaciuto fare larghissima parte nel sno poema a quella 
passione per la magnificenza, il lasso, gli splendori e gli agi 
della Tita, che si era impadronita degli animi de' enei con- 
temporanei; che copriva le mura un tempo ìgaitde delle 
baronali dimore di colori smaglianti; nascondeva le disa- 
dorne pareti delle sale sotto il folgore degli arazzi , dei cuoi 
istoriati, delle seriche tappezzerie; spingeva i cavalieri e le 
dome A seguire i più hizzarri e capricciosi traviamenti di 
una moda tiranna. Di qui la sfrenata libertà che il poeta 
ha concesso alla sua fiuitaeia quando si tratti di descrivere 
città o palagi; di qui Troia rafiSgnrata, come potevano im- 
maginarla ì baroni del primo o del secondo Enrico, una 
città che sorge &ntaBtìcB in nna gloria di lace, totta sfa- 
villante di marmi, d'oro, di gemme; piena di tesori inesau- 
ribili, ricca di meraviglie d'ogni genere, di statue, di pitture, 
di macchine, frutto o d'artificio sovramano o di magici in- 
canti (1). 

Kìun altro poeta del tempo, egli è certo, ha portate 
tanto ianaazì quanto ha fatto Benedetto queste aspirazioni 
ad nna vita splendida e sontuosa; ma in tutti perb onn 
certa tendenza verso di esse già si manifesta; la vediamo 
così (per non parlare se non di questi) evidente in Maria 



(1) Uolto DDtcrola ]umJ lotto qnuto liipcttc mclM U deaerliloaa elw di Tin- 
iMSrI à UH» utili f^lr Tri-liti iTel nii. DoDs* (W-tlì), niUk MOipoililOD* drIK 
qnaln l'autor» M ù «rrvtto nioltlulaa d<;] p»euu di TonniMO (etr. Vkttu. op. elt., 
p. W; • LuTonLAWiiu, op cit, p. Sto); Il euttllo t nunoTH «d tu 1* umn dipinta ■ 
Kucbl mil «d auniTL Ma ciò cbo vi Im Id cn> di più enMcw> d ■ finniloD* cbB 
■■quinti reni dopu troviuu [lUa id mu lenunidii locala irall* iDUlcbe proprlrtà 
d*IU rocca .- • E 11 fn JwlJ. iitcli'i Tlnlagel, Il ChuOI Fut (m. Fin). Cbulitl Vnrnf.u*. 
Fa!)fndllàdr*)t,Kar dua> tali la ae ii panlelt. U paaMBt dblrfBt{i>». duatniil) 
par Tcir Ki doni fall l'au iii'l iwl l'tii *itr Bama dal pala n« nul ben, Ja grande 
Bnarde o* prtng* nau [t-on v) Tne «i nllDe(Tir), intra «n ralii: <,0(llcBiIa K>»t dal 
rcl«né(M>. TiBgiM)». Krl «"«IH 'I Mnwfxcn (ad. »nu, flDl-StjÈdcUu di KlnIUri 
elw iL-UM violali) lala dal Uabralull.l lontra cri da TfataitoU>. chi la cbc yiiMlu 
L-iii al TUrmwa toiar allr (Itaua Timida del CMliUa bUln. 



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42() F. K.>V.VTI 

Ai Fnincia(l), in B?ro«I .«tes.so (2), ma, sinsfolarments. in 
Tommaso (3). Anzi pre^^-o di lui essa si eetrinseca in aua 
forma curiosn che jtermette, come dicevo, di riaccostarlo a 
Benedetto. 

Uno dei più noti e de' piti caratterìetìci tratti del Soiitan 
de Troie, è, come ognun sa, per questo rispetto, la descri- 
zione clie il poeta ba fatto della Chaìnbre d^AubastrU (il 
Qui egli ha proprio dato fondo alla eoa potenza inventiTa. 
La Raln, le cui pareti alabastrine non così trasparenti che, 
mentre nulla sfugge di ciò che avviene al di fiiorì a chi vi 
dimora, non lasciamo però penetrare guardo indiscreto, è 



(I) UurU il eoiDpJics gnudeDienta od dlpJngcro i1ilil|lUincDU kiiiIikisì {di. 
laoiaS MS*»! Klidnc 7M-»i). ■taS* e Uppeinrl» (t* ^."iii'c 113 « ■B8-: r»ir i« 
« BgG-; tjìMrot ìli): e uppuo 1d ida Kfl«riLi>£Lniil lutami «l vaIùt» dJ questi ■nedi 

fuldnpiie d' un UTall» In /^<iiul Ml-U : < Hlcha itnr al el piIeTtcI ; Snz drl uc 
M unute uè rei Kl tnt !• peùaL ulegler Sui teng viudrc n «nBOiiBicr >). Li urt 
fiuta e 11 letto cbe cws caDtlenn in (■'rir><Ha. |l=>3-<;0: 1TI>«S). il i*>Iii:li<>i» dcUi 
fata In Lnin-nllHO-IKt) inperuio ogni bunuglnulime : la dtU <U Yoni-c ytA (lur 
W*^) i coti (iilTUdfda cbi < N'I ot maltnii, ulc, no tnr Qui ot panul tale d'ai^Fui •■ 
Qnnndu Mnrta UIhcciiiU a pLìi modpate drtcrJEloni cflaa ci pari» ]H.-rv H-mprc di btll' 
dimore. tspi«-ual«(r.nHrDl IK. «/.««e isn). dl]ilnle {<.'>!t^iH. V33-lt). 

|2) In Utruol lim tioia ual Hlcao diierliliiul né di cittk. ni.- di paitfl i !■ ttft* 
i detta una voti* < le ril>l> taulor > (ìnu); delle alanie al orx-na anlo «xk^' 
Mlmeutc cbc kun nccbe di miinul{*£l Kriui aoLu de uiirbn Us i.llCC: cb. imi. 
dipinte (* a la ctaaubri paliite n'eu vnni >, M3). coperte di L-ortiuagE' > ■•riclK U|>- 
pnsKn*(i iM-lii' obambrtìi... purleudiits de dia» de aolc», alJ9-.T0). Dove intm 
•gli d pennella mia cena IotrIii'IU h nel deioivcre nU aliliiBl>*>'Kiitl dei auui i^r- 
wnaiigl (gii prr Ini e flre Diale, ogrla • tuo) dire Tinte aplendidanmie; dr. Il'^i, 
aiBS, «IW, «mi). YaoltflllO t adR,! ìMS e i-gB-: W<5J. » M»« (l"»* e n«.l le 
tu («OSI-Bl ). agua «ipci-U di rlccliloBiuio tntl, lurniili con htuBe pcuwiiitiiti dai- 
l'OilCDt* dalU acniiauiA(<dria... de Bandai <, 3B«S; < LI dna fn arlule la 
Slqnea >. tlìSMl; t liean glraru* de Reuebora i, 3liM ; e Bcoet»» *, nonilnalu ancM 
nel digit ivi. ToaHtat.lW6,ll<MlM,fiklC,3i«'^li>iv). Non meno iplendidc aouii U 
Braatirede-caiallcrl • le covertola de' cavalli (3071 a tgg.; 3M? e agg.; IU7 e vcl- 

(3) Del Innuueotl a sol imvennU del bod poema Tomoiiao non bn .«tuìl.» di 
deaerile» abbigliamenti auutnnili ma certo derlia da Ini ta mlnniioaa dncriogw 
die d*U* esiti d*Va»lt è in B. (ap. LXSX). La pocbtraiml (Impalta clu egli pmn 
fa Io anfrilloBl di Irrte e tiwnei non eli Impcdlics poi di nppresrntaTcl cen opa 
Wifeon l'iMpri' dm-ilo di Tnatran col Moriudt. e di inallnue pulituimtc l'ir 
matnn deH.i...- gilk-ae (S.. r. XSVIII). Anrtae Trlalno le N»iiu ± ilve»litu dil 
Koiitro d'nn'ariiiainra auol rlrnfD. nin e aiig.)' 

») jfML il Tr., lises-iisss. 



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PHAMX. WD. TUmUK DI TOWIABO 



421 



ricca di tante pittore, intagli, omameatt, che Ìl poeta stesso 
rìnantda a deecrirerli (1). Egfli riserva in quella vece tntta 
la saa eloquenza per polvere ai lettori un' adeguata idea 
della piil singolare fra le meraviglie che la sala racchiude; 
quattro statue cioè, collocate nei quattro angoli di ■ìf-m. le 
quali non nolo per la magica virtù che le governa eserci- 
tano un benefico ìnflosso sall^aninio dei riguardanti , ma lo 
riempiono insieme di stnpore e di diletto con i mille giuochi 
che eseguiscono, con le danze, gli scherzi, Io sparger fiori 
e profumi (2). 

Ora^ come non riavvicinare a codesta descrizione della 
Cìiaìuhre de Bialtae, quella che la Saga ci ha conservata 
nell'integrità sua della HaZIe aux imagcs? {S). Sebbene il 
testo originale ci faccia difetto, pure dalla versione del mo- 
naco Roberto è dato dedurre che Tommaso aveva in essa, 
se non superato, certo pareggiato Benedetto. Kell' isoletta 
ansoricana Tristran rinnova i prodigi dell'antica e favo- 
losa città dell'Asia minore. La sala che egli costruisce per 
unirla alla grotta, dalla volta fregiata d'intagli, opera di 
giganti, sfavilla tntta d'oro e d'allento; le pareti sono 
adorne di pitture, di sculture il soffitto. E nel mezzo dì 
essa, come nella Cliambrc ttAuòastrie, sorgono immagini 
meravigliose, lavorate con tanta maestria da sembrare vi- 
venti (4): grazie ad ingegnosi artifici, che l'autore sì è dato 



(I) «Dea nilafllM,ii*dM Agm», H* dM IMbm*, M ata pdDtBTM, Me 0— m 
v«UIn... Ita qnier ntavlisn* i«rlar,..> IMOt e ttf. 

(!) ««■. i. Tr., iuta • afig. 

(S) Cap. LXXX. 

(J) < nDAIr ml^n kiilHan rflitn peir npp Ukatakjo Cina rri luf l'ita at likai 
vnU ok andini, It lOflail iiii3>ai iDa>fr mmnl annat at aMU, enn krlU Tacr 
nllmn llmDDnm, ok (it frìU Ok ni gqrt, at i qllnm halmlnnin màlU H fcRri 1 
Dcakjo flBU. Ok m mnniilnnm tlóit ni góir llmr, at aUt hdiilt tfìii at. irà •< 
Qll JnrtakyD Tanl Par Inai, Pan aam drrnatanifKOuAio.Dp. clt,T.l,p,TO)r Cb 
TCnI ai BcDcdello r^aild alle tgan della <amtn it Klcllii: * Xt il eetolral < 
ìoièt* £t « tei minière famjet gni (• ablhm )M Mtardiat, Quo iìtm fiiaai 
11 ■«nblaol...>, 1M39-3]. Cb* la fl(nr« dalla ffaJti (oMara Dcn gii dipinta (cn 
hanno credalo, tra rII aliri, l'Humn, op. clL, p. IR. ad 11 BotlEKT, op. alt . p. K 
ina aeolpita, ka b« TSdBta 11 KBuni) (op. dt, v. ], p. CXZVII); I putlcoUricbe 
lutorno ad «ae S. non potando IhcIw* dnbbt ID pnipoalto. SI tritlara di (tal 



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422 F. ROTITI 

cura di descriverci, daUe Inbbni della più bella dì eese, la 
statua d'Ysolt, emana un sottile e soaTÌsaìnio profiimo. 
Oneste statue non eseguiscono, e^li è ben rero, tatto ciò di 
cai mn capaci quelle che Benedetto ha ideate, ma non sono 
per (jiipsto meno stupende. £ ad ogni modo, se YsoU è 
immobile, sul suo scettro perù un uccelletto batte le ali ' 
variopinte e canta; ai suoi piedi il fedel braccfaetto crolla 
la tciita e ficnote i sonagli; più in là il lupo di bronzo di- 
mena la coda, minacciando il t^rvo traditore; il gigante 
solleva la clava e, volgendo intomo occhiate furibonde, di- 
grigna i denti, custode formidabile del santuario (1). 

Cjaesta tendenza, non rilevata finora in Tommaso, a rap- 
presentire con fantastici colori l'ambiente entro coi i suoi 
personaggi rì muovono, a dipingerlo magnifico, elegante, 
così da corrispondere alla raffinatezza, alla delicatezza dei 
loro costumi e dei loro sentimenti, si manifestava certo in 
altre parti del poema; ma in nessuna forse doveva asfn- 
mere forme cosi spiccate e notabili quanto in qnella di ciii 
vengo ora a parlare. Ben rammenteranno i lettori come 
Beroul descriva la vita che, Rifuggiti alle fiamme, Triidran 
ed ymìt sono costretti a condurre nella foresta di Morrois, 
dorè si sono rifdgiatì. Colpiti dal bando (2), tremanti per 



cnloritc. CuniB i Dola II polJcroniU neltt Matawl* fa d*BHi lual coBnne ■!■ ad 
uii^ln rvo cLc uri rluMliunito (Cll. ani BipBi«tii.dl I_ CCOUOD ■nU-iraounriD 
In Ct^yti-tl.ml, i,t fVniieri <!< lArmI. iit iKwcri/t. it BiOn Ultr^ t tirla, T. XIV, ( 

(I) Cfr. rniebr «p. LXSXV.Ill, dorrd aura del terrene deUoilDpcv* inulti 
da Kalirnllii AiTuitl alla itati». SI n eli* qalMa dncriihail di aatoaJ wn r^ 
Vlaimna per Intiero dalla fbutaiUa de' poeti, ^a iena rappr u cntaaioiil abb*lUte ed 
Inumidite itt qni^ll aitiflcioal nieecanUml, rbe II MBtrvIruw i Tolte ta Occidente, 
aa 11 pln Hotrntf lu Olientr. Tvr bob citare tamt^A trviqw ood bob riferirù i^Bj rbe 
■B pa>H> di nn fretn, or ora nieii» in lorr. in cbI al diwrlTeao i do^ fatU al k>1- 
dmi da IVdrriBO II (Axui. i'Irt Mmir. Jtì fia^n firil^ SUaBD. ItPi. p. 3T). ■ Et 
BBCtaora 11 uiaiailù loBifienidore un albero tatto ptaBO dBccrlliBi ed odjibI clii«a era 
lolla dartcBit^ £1 ijiivtiti neccllliii cbantaTaBO qoutdp U Troto TVBla Tervo loro e 
iiixnBli*l*Illaroai;iii>i orlo itito loro. £<l cib faectm «na drile belle umilcl» 
del moudoa tatto al diiHOBielira li»inue>. (L'albe» Ib os'altra nAutooa è 4ttU 
ledalo Ori Soldwo, e ad par pii tvobabOe). 

Ili Ctt. tsa e te-- ^'"^ « «h:-: U» * q«. I<U e •■., tee 



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ì loro ETionii, essi Boffirono stenti e fatiche indicibili (1), vi- 
Tono soltanto di cacciamone (2), riposano dei disagi diurni 
nei cespugli, o in capannnccie costruite con rami d'albero (3); 
ogni notte cangiano d'alloggio (4). £ un'esistenza dolorosa, 
piena d'angoscie e di travagli, dalla quale escono affranti 
e quasi irriconoscibili (5). 

Or Tolgiamoci a Goffredo di Strasburgo. Quando i due 
amanti penetrano nella foresta essi vi rinvengono invece 
tosto un asilo, a quale asilo! più sicnro, più comodo, più 
splendido non lo si potrebbe ideare. Nel folto delU bosca- 
glia si apre una grotta, opera mirabile de' giganti che nei 
tempi remoti signoreggiarono il. paese. Esea è tagliata nel 
masìto; le pareti sono lisce e lucenti; la volta che la ricopre 
è terminata da una corona, in cui sono incastrate delle 
pietre preziose. Il parimento di marmo verde pare un tap- 



<I) < Aiqi» tI« BHlnnit et Ann >. 1318: a cfl. l«ai-l, lUl-M ; 17Ui XM-W. 

iti • n D'iTofent uè lalt s* ni A oels foli l> lar otti >. llSl-«a. < U f.iu lor 
fast, ce ut tmot Otm >, IMI • cfr, 13», ITU. * Holt toa •) boia del i>u deetioit, 
p* cbir TlTmt; et u» Bimsiicnt >, lOOS-S. 

(3) Le levo npauM miio Indiute iti poeU on col nome il fmìUt {liU, 1UT, 
1003, sua), a /«llirrt (ISM. 1804): on con l'Utro di nmiJH (ITOl. 1806]; upU ooma- 
Dcmciit* eoo quello di Ii«<(l<l99. llta, 17U, IBM, 1841, 11MM, lOlB. 91«): iDd laiwi è 
tncDilODali ctnoe loro uÌId uielis noi Jtou. ir la Falri (efr. Xmi., XV,p.H8). tniiB 
ai>un> ISIU di nml, lo pil 11 nolo Tlen ooapu» di fogli* (< L* lofa fu da *an 
nini fulte D> leoe en loai ot rnelle Unite, Et tt ttn* (a Udì jooflUa >, 1T84-88: 
ctc. lìU-Sii]. Qaudo parò li poeta uem la mpanaloii* dalli amanti aaeo tnoil cOD 
la DOllIla aRatUi DDora cbe ■! erano incberloirTentl preaao Onl. le farullir. In un 
biuu rtlii'lilM a agir.; M ciliir, fira), àon Trlatnu «Tot 11 trora qant q'ot m»- 
atler>(L''J«3 e ■gn.). Ed 11 nl/ir poi aarebba noa apacde di Aum, glaeehé TrlMnn 
eba Ti eU nanmalu. qaando iDoarJc» Fertin di ripetere 1* proprie parola ad Tk>U, 
coli dler:«&l(nHne|>Dei rctralra Ce qua tal dlt •■ aoitarrln, Qn* f lat far* 
al bel, t'<.-rrin>(:UIE'lT). Bcrunt anociae outwaco<a aoelM la lafganda, aagulta da 
Tmaiiufo, che dava per ricovero ai|ll amaatl una grotta aottorranea e beillaalmalt 

(1) «La un la nnlt nnl bn-boilaca SI *'«u raMcraonl ab maUn », 1391-U; <Bol 
anenultaouicD OD ledi, 13H; «...Biolt Inai boli Trlatnna. Uolt I est palata at 
abana. Eu .1. Un n'Ma renianolr; Dont Ueie an maln, ne glit an aolri, 1801-1. 

(i] iQotpnenl-UHcolurmnenLt LordraaR>mpent.ralDi1et dùlmt'.ISlU-ll. 
• 'or dialr pali et dcrlnt Taloe >, lUM. laoltieoù dimagrata ohe l'anello nuilala 
uoD poù pia rciUrla lu dito (< Laruinaavollcu kib dal L'aneld'or. ...Herrelln fa 
Il dote Brealii (mi. rol genUz) A pul qua li aneaux nen elicli (iju. chlci) >, 1T11-1T s 



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^4 F. NOTATI 

peto di Tennra. E nel centro della {frotta ri è nn Ietto £ 
cristallo. Da b-e aperture Bella Tolta la lace entra a tor- 
renti; la porta di bronzo è ombre^ata da tre tigli (1). In 
codesto delizioso Roggiomo, posto nel cuore d'una foresta 
che rallegrano fontane, acque correnti, uccelli canori, che 
rendono inaccessìbile le roccie ignude ed i selTag^ deserti 
dai quali è circondato (2j, Tristran ed Ysolt s'abbandonano 
a tutta r ebbrezza di un amore che non conosce più né 
ostacoli, uè bisogni (:)). 

La distanza fra la pittura di Beronl e quella dì Gof- 
fredo è senza dubbio iiunnensa; quale intercede fra la realtà 
ed il sogno. Ma, si dirà, che c'entra Tommaso? Tommaso 
e' entra, e cornei È da lui che il poeta tedesco ha indub- 
biamente tolti i materiati per la sua veramente ideale de- 
scrizione. Certo io non mi spingerò ad affermare che tutto 
ciò che leggiamo nel poema tedesco si trovasiie già nel 
francese. Ammetto ben Tolenticri anzi che in questo epi- 
sodio, da lui trattato con evidente predilezione, Goffredo 
abbia messo del suo, e molto; concedo che tutta l'interpre- 
tazione allegorica della vita d^li amanti nel bosco debba 



(t) ■ Pu Hvlbs liol «u «Itm C Vntir dn hrlAcseuibeii é Tor Oortitfla fitta, 
DS tbin Si IiFiTtn wirm. OrL-mirsii io de» slldra bere. T>u Inne Inclini iTIt gi-brn, 
6n ni Ir lirinlkbr viilU-n IwD Uud Dilt miiincu ambe tìto. Und all'I dir clan tauia 
«'■rt. Su nu lult i-'ni be>|urt. Fud na dor Mìiidfu beu^Dt. ti fnfiiar'a li t^ 
imint: Du kil lìtc oiinlicndcn boi. Dar niniaRrhil drni dings nach w-i. OncbMCM 
uni dli niuiTt, njD ronlun irun Slnawel, wit. bòch Bnda ùtrcbl. Sninit. limate 
cbnn and iIcItI. Du {[oinnbii dii wu obnia Stalcoun voi Eolobenc; Obi-B ù'f d(B 
■l&u Cini tiÓDr. Dio mu *1I hirt* ictiAiie UH grtmtdo cnMrEt. Hit IrtninirD ni 
■nrtrrrt. Vnd undan mt dcr fitarìcb Otil nudi Ht*r luide ricb. Von grvcnia 
nariMl iIh cId gn». Elii b«tu in nltun Iddi wm OcraltTn icbòn* and nloa l'i kif- 
■lillium itviiw BAeb nodi vlt, wat il trillimi, Alntub* riBroben mlt bDocbUi- 
brniUDdHiteBODRbdlanurt.DusibimrliiatnenDn'EoUnHlIluH. Zct fgt- 
■Jur- DbFB Iniift Da «Im tlrlula TRUlcrliD Dnnb dai llaht gcbonirni io Din lùbRi 
di BDila bk. US uu àt nnd tu rlr. Di flang eId tdrtr'mlaTàr; Uiid ùipaitoondM 
obi dir tfir Kftcricbcr Undan drì: Eod obane kclnln mC dtrbta ecc. 1GK»-TM. 

(3}ndd. iuTii-r;D. 

(3) IfiiD binnp più d'Dopo Ai pungliF*! < tMn gallai» mtHpble Din w If 
nUf crii Ib uurilichaii aorgan. Bl ImotaD Tarborvn iDDcrbilp dcr nata Du beala 
lipiCTMla, Du tuta wr wcrdl* gtbibaD ku. > ItS2}-31. 



Diai.zodBjGoOglc 



FRAMM. DD, TBIBTUlt DI TUII1IA90 425 

attribuirai escIasÌT»mente a luì (1). Ma, anche fatta cosi 
larga parte a Gofiredo, ne resta ancora abbastanza da po- 
ter affermare clie la trsefonnazione della vita degli amanti 
nella foresta è opera di Tommaso. È luì che alla capanna 
di foglie ha soaiituito quella che Croffredo, Eerrendou delle 
sue stesse parole, chiama la Fossure à la geni amant'. è lui 
che ne ha fatto ona splendida dimora, posta in luoghi dove 
la natura dispiega tutte le sue attrattive. Chi ne dubitasse 
non ha che da aprire la Saga, ed in essa troverà disseccata, 
per dir Cosi, ma pur sempre riconoscibile, quella descrizione 
che fa invece ancor pompa nel poema tedesco dei più sfa- 
villanti colori (2). 



La descrìàoae della Fossure à la geiìt aìitant, oltre ai 
già menzionati, oSre poi nn altro passo degno della nostra 
attenzione. Goffredo ci attesta che la grotta maravigliosa 
non fu scavata nel sasso da semplici mortali, ma da que' gi- 
ganti che ne' tempi idolatri dominarono la Cornovaglia (3). 



(!) Tcd. KGluks, op. ilt, t. I, p. OXUL I41 InsllDUloni di OaA^do 1 rUiUT* 
ogni CDU ■ lignUieito ■lliftnrlea i ben noto; lo tttmo eombtlllDnito di Tilatnn col 
Uorliull ak DcculoDC MI i]I*idt1* pnoM di Isl; rad. DoniST, op, ett^ p. W; • ofr. 
■ncks p. Bl a p, T» • tn-, P- W. «ee. 

(1) <Ok(TÌiincp«lmlfkiiiflDdp«tta frali] i mprMtiiil, ned tnodn pu IsTBlItinn 
Maif hji tiIdI DQkfaira ok I beigi Pii ir bal^nlr rnann 1^ bqgirra ok biU I rrrsnkn 
meif miUiun higlclk ok figli noi-f, ok tv fetta allt bvilfl ok i Jqnfs UI at (uga 
4}iipt bOBgvlt. ok Tir <Idd IottiIMIei Ud(I Dfcfrl vDdIr: )t^ *u tuiMl k biiitnn, ok 
■tdf/ i H fH</utl tIA i bcTRlnB, ok dnlA/lst (knggl iidmibi% ok blffifl tyrir nSlu 
UtE Ok bnu» 1. Cip. LXIV (KSiaoa, op. dL, t. I, p. TV: efr. p. CXIII]. Onnt d 
vede, nel puitl eneoilbli la da* reduionl a'ueordiDO, • più ueon BilU d«Mri> 
■Iona del puH che ai iteade intono Illa Atiwi. In S. muta la manllODa dal 
letto meraTlgtioia, di eoi parla GoDkado; ma che Tomntaao lo rtcordaaaa aie lo f^ 
rcbb* qniil onderà il paaw dil Kanum it fBitei-jlt (Hicxn, op. dt.. t. JU. p. XUi 
eft-, ScoHHln JI«L,XV.p. Etl] ehe accenna al Ii>. Chs Tommuo poi rippreamUrt* 
^ò mlnntamenta la rlccbeiaa del acAtairaDeo di quello cbe fìtocia S. può pennettero 
di affeimailo U Inogo d^Ila fBlU TrUIren del ma. D. [Micmzt., op. elt., t. Q, p. ISO, 
T. sai a agg.), dora la caTerna i ea»\ deaeritta: ■ Al forait pala en alMBca E nnlt 
bai Un IraTBiiiMEa <u* iùtì,t;ta enit; SaTant art eff»*ita («i r 1. aitnlter] leu- 
trée, Dedaiia fa meiaa a ben fella: Tant baia oan aa tOat pailialt*. L'cu> 
tallanra da la pat* Batelt baia de grint nanare >. 



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Codeste parole, spesso riferite, ma, come or ora redremo, 
non sempre dirittamente intese, debbono essere riaTricinate 
ad altri passi del poema nei qaali Goffredo esce fhori con 
allusioni, che rivelano in luì ona certa qual cognizione delle 
antiche storie della Brettagna. Egli sa cosi che qoest^isola, 
abitata prima dai (figanti, qaindi dai Brettoni, è al tempo 
in cui aTTengono i casi che narra, dominata da re Marco; 
il qaale ha congiunta alla corona di Comovaglia, che gli 
era devoluta per ereditari diritti, quella altresì d^Ingbil- 
terra, conferitagli dai Sassoni, che, vinti i Brettoni e at- 
tiri padroni del paese, non avevano potuto accordai^i e sce- 
gliersi nel proprio seno un sovrano (1). Uarco perb non è 
un principe indipendente. Nella sua fanciullezza nn guer- 
riero di sangue reale, l'africano GarmAn, dopo essersi im- 
padronito dell'Irlanda, aveva, annuendo i Romani, assog- 
gettate anche la ComoT^lia e l'Inghilterra. Per rientrare 
nel possesso dei suoi domini Marco aveva dovuto quindi fare 
atto di sudditanza verso l'invasore, ed obbligarsi a pagargli 
un tributo che ogni anno mutava di natura (2). E que^-te 
nmilìanti condizioni er.'uio state rispettate ed adempiute sino 
u che non venne Tristran a romperle, uccidendo il Morholi 

Queste nozioni assai fantastiche intomo agli avvenimenti 
de' quali la Brettagna sarebbe stata teatro, donde le lin e^-fo 
attinte Ìl poeta di Strasburgo? L'HeinzeI ci risponderebbe 
che esse provengono da quella cronaca latina di Tommaso 
di Brettagna, coli' aiuto della quale e di un poema fntncese 
Goffredo ha comjiosto il sno Trisfan. Ma la risposta del 
dotto tedesco non è tale da soddisfarci; ninno infatti, che 
io sappia, è oggi disposto a menargli bnoni i sottili A, raa 
arbitrari ragionamenti, de' quali egli si è val^o per affoniiar 
l'esistenza della cronaca latina, pretesa fonte di Goffredo (3). 
Ben lungi dal ritenere, come l'Heinzel voleva, che Gojfredo 
non abbia avuto sott' occhio cbe una piccola parte del poema 



r. £r>uiiTU, U|>. cit., ' 



rdBjGoOgIc 



j 



FUXM. DEL TIII8T1US DI n)»ll]|0 427 

di Tommaso (1), ora ì critici piii conpeteati si accordano nel 
credere il coatrario (2): che il poeta tedesco non uolo abbia 
conoBcinto tntt' intiero il libro francese, ma sì sìa piaciuto 
<li attribuire a Tommaso stesso quelle lodi cbe co^tni faceva 
» Breri di profondo conoscitore delle leggende nazionali (3). 
Io non so qnindi vedere ragione alcuna di ascrìvere ad altra 
fonte, clie non sia il poema anglonormanno, le notizie che 
Oofiredo ci dà intorno olla Btorìa della Gran Brettagna. 

Yi sarebbe nn modo di confermare meglio questa opi- 
nione; quello di confrontare con Qotlnào la Trìstrams s^^ 
Se questa infatti riferisce le stesse cose con gli stessi parti- 
colari che dà Goffredo, vorrà dire che Tommaso è d^ ambe- 
due fonte comnne. Ma un vero rafl^nto non ai pub istituire 
fra i due testi a cagione della loro opposta natura. Ro- 
berto è un epitomatole, Goffredo un ampliatole; l'uno ha 
certo tolto, l'altro può aver aggiunto al sao modello. Ad 
ogni modo però, ore si tenti .dì mettere a fronte le due ver- 
i^ioni, i risultati saranno piti soddisfacenti di quanto a bella 
prima ili crederebbe. Infatti se, in primo luogo, S. non 
dice chiaramente, come fa Goffredo, la Fosaure opera de* gi- 
gaJiti antichi dominatori del paese, essa afferma però che la 
costruirono in età remotissima oomini pagani (4); e gli 
hcidìtir tacita dì 8., come ben si capisce, non possono essere 
diversi dai giganti, TÌssuti under der heidencschen i, di Gof- 
fredo e di E. (5). In secondo luogo S. non spiega, è v^ro, 



(1) Cfr. a. BECBRZni, GttfMftì rt» Sinmlnrf Trlttnu, ElDidl., p. XXZVm; 
SÙLflMa, op. dt, T. I, p. OXIX, p. Cxun a taf., ■ v. n, p. XIX « *§s,\ In eni >l- 
■ponds ad un artlscto, iBMrtta In propria dlteia dall'Himni. In Iritif./. iiuUct. 
AlltriK Xm. p. Ili a agi.; aAinant, op. ajt., p. S, acs. 

(1) Clr. Becuhisx. op. Bit., p. XXZVnL 

(3) 0. Pub. Stri in JtMWuin. 1. a. La IntcrpratazlDD*, non uno iDgluoia 
che pnbabllt. AiU dal Parla al T. IWaafg.di OotTaOn, dora • dotto eba «Tbòraa* 
Ton Brltuia...I>'riinUDrsBieliitiir*afl Und an brlUnaohan bnocban Ica Aliti dcr 
luitliéncn Itlwn Und « ani n kaoda Mt Ragaban >i dava pnfuif rat InanbblaaBuU 
■inpalnl formulata dal BuMEKT (op. dU p. 4U], «d ■ccMUt* dal KSuDiaCop. alt, 
T. I, V CXLV). 

(») Cap. Lsrv. 

{}) < EUnei bl uld dijn Uad vrun^t It, wlji uDleu wm^ ,. Bt. CCXSYl. *■ '*^ 
e igg. 




-cCyGoOgIc 



per qnal? speciale ramose ìbreo ngnoFeggi «d un teanpo U 
Cornovaglia e ringbilterra, ma essa sa beniflaÌMio però che 
egli possiede Kmbedne i paeaL È quindi pib che lecito (ze- 
dere che il monaco Boberto, troTando nel sno testo nar- 
rata e dicbiarata insieme la cosa, siaù accontentato di pren- 
der nota del fatto, eliminando, come superflae, le esplieaòoni 
che Goffredo invece ha conservate (1). Infine è vensaìmo 
che S. non conosce il nome del re irlandese, al qn^e Marco 
è soggette, né racconta come sia avvenuta questa so^e- 
none; ma, par limitandosi a rendere conto delle coDS^pienze 
di essa, esce faori con certe allnsioni, le qnali, enimmaticlie 
quando si considerino in sé i^tesse, diventano in quella vece 
chiarissime, allorché si ammetta che il testo, seguito da S., 
conteneva assai più di quanto essa presenta (2). Cosicché, 
in conclusione, anche dai risultati di un raffronto, che non 
può essere in ogni sua parte compiuto, fira il testo tedesco 
e l'islandese riesce agevole dedurre che i dati d'indole sto- 
rica sparsi co^ nell'uno come nell'altro debbono provenire 
dal poema che è stato il loro comune modello : ìl Tristran 
di Tommaso. 

Posto ciò in sodo, eccoci ora di fronte al problema che 
io vorrei tentare di sciogliere. Di quali sorgenti si è gio- 
vato Tommaso per introdurre questi elementi starici nel suo 
libro? Per giungere a stabilire qualcosa in proposito, con- 
verrà che sottoponiamo ad un particolare esame ognuna 



(t) C*p. n. E ttr. EALBna, op. df;, i. I, p. XUV, U qo^la perjk. tnentN 
pilBi dica: < Dar In O. fln^f Idi dia bMerlMlia «natliiiiiia i i t tuiun Atn* 4lc ari. 
«Ir Uaike lar ticmohaK iiber £D«Uod Gclanirt iat. Du kiDn trcUlcb S. ■)• nuwc. 
MDtlkh ire4E|[eUaHii babei: pnl (osiilniiita : inentbar wire n Ja aneb, dua OattMed 
dIfH drtalla mi fIdct cbrunlk EOchApf! bat >. Uà. amincttm eodrita poBibiliU 

dal ESIbluft Meim. eb( 1] porta abbia oltncbc a Tomman alitato ad altra fontlt 
i IWD vara rbr Ooffi-rda aDFrna di aver conimlaato, nuda eoDOKcn • Ale Tlhte nad 
di* iri'rfa^lt > iDIonto a Tiiatran, 1 1n brldn banda Iraocbn ValKbcB nsd latl- 
Bm ifjriiifiHf. llUI-63]; na mi pardUSeUa cba bb ctIIìcd cada oggi nel tnaello lew 
la OoltrrdD al noi Rmlcmponotl. 

(1) OoBrrdo Barn cksw niUa aaltOBilaakn» della Brptta|[Ba an' IrlaBda abbtuio 
arata «d* corta qna) put* 1 Banaai, che kvtrtno aatoTlualo OaiiBÙn & tale 1b>- 



Diai.zodBjGoogle 



FXAIOI. DOj TSIBTSjUI DI TOXIUSO 429 

delle allusioni già rilevate in S. ed in Q. Halle vicende del- 
l'isola. 

E couÙDciamo dalla prima: il dominio che sulla Bret- 
tagna in remote età avrebbero tenuto i giganti. Era que- 
sta, per quanto a me pare, una tradizione molto diffusa 
fra le popolazioni celtiche, della quale Goffredo dì Mon- 
mouth bì è fatto propagatore con la eua Historia Reffitm 
Sritanniae, ma che certo egli non ha inveutata. Di gi- 
ganti, che occuparono un tempo l'Islanda, l'Inghilterra, 
la Gornovaglia, l'Armorica, parlano infatti leggende più 
antiche di Goffredo, o da Goffredo indipendenti (1). Tom- 



presa (t^ 6VCW a igg-lifl eodMtft fttfnnuAlflDi nlofalar« !■ parola non col It. tocca d«l 
libato pafato daiBnUml, le quali ocatltolafloiio la «aa lu aecflDso laolato, oaciuo, 
tata varvo rapporto ean dò di* pmotil*. né eoa qnallo ab* (cgiia (> Xa hlan Ijnì 
liMttt nr (on admaiiolnuiil atd >.■* pUBd p«DiilD(a->. Cap. ZZTI; aie. XfiLamv. 
op. idt, T. I. p. II.VD}. Aneba E. Ifaoa 11 nomi dal urrana Irlaadn*, tati ■• ft 
no (JHaotcfi Tbuid ba wa* io A iMtan IB Idi a dfl i HB-U); ma cha 11 ano no' 
«mUi al liauDodl iBdnbblamanta a O. ad a S., • darlTl dalla rtaaaa fmito, rlralU 
chiam da qnuita Ti al dio* aolla qualità dal (rtbato (•. ««-«}. 

(1) Un brcT* aommarlo latino dalla «toria taTCleaa daU' In^dltaira pMma dvUa 
Taanta di Bruto al trora ID paracalli aadd. Ingioi premaaaa alla Crosaai detta Bruì, 
ed in altri pnra eosw soaa i, ti ((ad. P. Him, Di fwlf. clinniit. avfla-nerm. fui ani 
parli il H«i* il Brnl ta BuUtt. ài la Sac. dii atte. (uf. /r«if. IT ann., 1B7B, p, 1(M a t%t.). 
U nccoDto ella oito contlana al trora polplt am^amaata aipoalo In na eomiHnii- 
meiilo di HO ottoalUabl, cba H Ivtau. ha pubblicalo mi .Voin. Bn. di Ctxtt: Dìtt. 
faUinisx ecc., ». II, p. 3M a agf ., eoi titolo Ikt granii JmitHi ki primm entfH/Mmf 
BrilnigHi; a cha in altil maa. al praaonta qnail proloitD dalla ■eeonda radailona del 
BnU aitato dall'aaton dal Déial itt luratib di /Vaset tt tlugUlirri Olnu, op. dti 
p. 113), oppure JHlito lyblA^ p, 133). U oontoBnto di tatU qntatl teatl k lB*arlabll- 
nauta II ec(n>nle; SVIùonOt anni di^o Q prioelpln dal BDOdo (U dato Tarli) na 
re di Grecia (altri t«tl lo eUamuo o Callaa, o DtDoUalai, o Dladldai, re il Sitrt, 
UiiTEa, op. dt., p. 13(} ebbe trenta dsUnolt. Spoiatala a treata n, aaa* tnnutroao 
di occidctll oDda rranat iole. Albina, la uacflora. par tmarcua Tana 11 marito, 
nelò la conilnra! ma, tradotta inatama alla loralle dlnaul ad un trlbnnale, tu 
con eaaa condannata ad eaaera oapoata la balia del man lopra una d«to aiDia Tela 
ni remi, finperato dnrloalzno traTa ral a', la trenta dime flongono ad aaa larta Ignota, 
dlubltata.mafrrtUlaalBa, aUa qnJ* Alblaa Inpona D noma «no, dicendola Albione. 
ATYFizaleal a rlrere aall'laola a rlarata dal dlaagt dalla marittima paragrlnaalone, 
la dama lentono rlniaeare In al lUaiall carnali. • Ciò apcrcaorant 11 maltte Qe 
■ant apellei irimli, Cao mot uplrlta, Jio Tni di, ga Hai poer loia iTolant Hamalnu 
forma pe moLcnt ; QaaiinB* oaa la natura (tic) On fcmmai flrant mlitura > (Juaum, 
op. dt., p. SCI). Dal diabolici conglanflmantl nacqnaro < antaana qui g^inna de- 
Tindrent *, i quU il moltipllcarono rapidamente a doiul&arfmo l'iaola flacfaé non 
le Brnto. A qntato tempo pat4i, per eaglooi della loro nperbli ebe 11 



Diai.zodBjGoOglc 



maso potrebbe quindi aver attìnto dalle tradizioni popo- 
lari ancor vive ai suoi giorni, U credenza in quei ^gunti, I 
de* qaali fa ci spesso ricordo nel sno poema. 

fDdwcra t, nutlnne ■«m fnlTieiJi, «d tono rlilotU pnrhlHlml. Brato II nect» 
latti, fDurvbù QUO, < ]Dr»ow^p)qii! Oof Uafog fa noiB('(e)>. Cortnl nesontii ovai 

da la R«M Putir coantcr m, hinta ttUt *. luanuL, op. cit. , p. 171. 

Bci1t« Il UcTcr chi di qncct* IknU nao d oooskc Is Ibot* prlmltm; a focM 
•fu DDB i nata ae bob aaaal tardi dalla eonuuUlliiBi di aluBaDtl TarL D IDBdD i 
MriD HMtJtulio da no ricorda nltoloflleo ; quello da]]* daqnaiita floUa dlDanao oha 

clBMlcoilagBlBBgs l'Influiao diretto dalla JVfW«r<aJ)«UM£nI«niM/. DaqDcata. Ai 
k aitata ripmaamanta a propoalto di Bruto (la cfouitt, p. SffIfJ, pro¥aD(Oiio, oltraebi 
1 partlcDlarl aalla dlitnuloBa da' RlgaBll (efr. L. I, o. XI, XTI). aDctaa quelli mila tm 
orlcisa; da iib luonbo. eonw ugnano ranuBCBta, Oolhiida ha Otto iiaiiii la UadtDaJ 
ICalBalemp, ala Bella Teraionl latine, aia nel poemetto franeeae, a Diapar dlrlBTeBln 
la Iraeele di tradì aloni popolari. J 
addnoe le aouUuaa leopRla eba a 

« Cao pnet hoBi mnlt ben aavai far lea |[raaBta oa qua bom pnet tmer En ! 
dea lena de la torra Qna Todra ahercber a aBqnarre: Appelannda (f rr) en oltd 
kom troreràgran pianta l>enti, Jambaa e coataa £ ijiilaeii da qua tra pcea: Zapi 
ad liOJB blcB véli Anal largaa eam nn eaoa », Jxjtinàt,, op. dt , p. BU. Fìb Itm 

•retti dal gieantli >Kii maltde lena nukore IplìnntLea grantninr qe eli lam 
Mea mnlt aonl ora abaBa<:.K 1-ar tempeite e par orróe >: Ibld., p. MS. E un de' 
JaUul addotti dal llojaT(up. dL, p. VU) afferma clic I glBUtl al rrano an 

Dlaa(l. f»rllHB]u)ii!)>; al qaallcsnnl nuu ni paù auenadlrlaTilcliore da nna | 
le dcMrlzloul oba dulie Brutto di UumoTaglla e di Drcttajna IPSRlaino In Tuoii 
e dall'altra le allnalunj ih* Ooll'iiiaHi di Mushouth a (Iirildo di BaBBT(iriil, 
Uriti.. IX. 0.XV, Jllmr. A'um»»W.L. l.e.V.p. «3| tanno luturno all'oHMiue dt nna 
torr* di Carrlroa, detta Imrrli gifmltt. Anche della terre di Tlntagcl la ìVii Tri- 
idiiii D. oHlcura che iladla la tcnuereat Jeauta It.IM; UicBEL,op. elL.T. II.p. SI). 
Ooffrcdo non pub qnludl a luW credere arer fatto altro che togliere dal raecniU 
popolari la pia parte delle Irggeiide doTD entrano 1 giganti. Tale ù 11 caao della 
aarraaloiie arucrlcaua relativa al giuante di -8. Ulvliele: di qnella cnmovagllne di 

detto a-trtn Uigautam, pvrebù, coma eeilie rArclilUrann di UmniDiitli, • Rlsxittra 
ollm aaporUvrmut ew [tapklr*] ca ullliula ilulbna Apliilcae et imnernMi In HitMrtiia. 
dameamUiliabltarcntalifM. II. B„ L. vni. e. XI; a efr. Ouild. di IIask. r>;««r 
MlUrii^ Iliet. II, e. XTU). Anche'll racoiuto della battaglia d'Idet ctnitro I tre gi- 
santi eh* abitavano ani Xmli Mli Kim, e ecrlauente di derlTOiiiwe populare (cfr. 
Bab hlaKTt:, fUt ArU/iir-Sitti, p. 10 e O. Pasta, tu Htm. !<• rrrt, p 1<K> e in-). 

Oinnud vcil' , in nini dlvldu imnlo 1' (^ulonr caprcMa del Lr.ai<vi Dt LixcT(<>p. 

«K, iualgi. Uh H ''. Hnil, v, II, p. lOll). che le tradiiiont relative al gigautt. le qnaU 

■I rlBvengonu negli alinlograll Inglral, alano siale nnleamente Ingenerata dalla am- 
akue tbr di eatl IrovaroBO nelle nerr rarte Oom^ilo di Uaumontta e gli allrl aertllort 



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TKAMX. DKL TKISIKAK DI TOUASO 431 

Ma, nelle parole con cnì Goffredo dì Strasburgo ricorda 
i giganti primi abitatori della Gomoraglia vi ha nn tratto 
beu singolare. Basi vi regnavano, dice il poeta, vor Corinéis 
jàrca. Questo nome ha dato impaccio a parecchi de' com- 
mentari ài Goffredo. Il Bech vi aveva veduto Quirinusì il 
Groote OJironos; il Bechstein non sapeva a chi dar retta (1). 
Soltanto l'Hertz sì è avvisto finalmente, né era troppo dif- 
ficile, diciamola! che né Quù-inus, né, Ghronos non c'en- 
travano per nulla, e che il persont^fgio, cui Goffredo fa- 
ceva allusione, apparteneva non già alla mitologia classica, 
ma alla medievale; era, in ana parola, Coriueo, l'eroe 
eponimo della Comovaglia (2). 

Com'è noto, neW ITistoria Scgum Sritanniae Corineo ha 
una parte molto importante. Egli viveva in Sicilia, gover- 
nando le reliquie di qne' Troiani che erano ivi approdati 
con Antenore, ed impiegando la sua forza prodigiosa a 



accleilmdlcl dsIl'XI • a«I XII Mcolo. Io non bo dUBooltà ad ■unonlan oli« II p«i~ 
■opuCSla di Ooimacut, mlmsDa qnila lo pannila l' BliUiia, lU niu snuloiic plot- 
Mito tsesnU, « eh* ma Doma darlTf dal Ooa tUgot UblkXL IntMO a ipiDpoalla. 
Uà dò noD atn pnnta Impedirà di rioonouart d'altra parta olia la er«danu t«laU*a 
■Ila dliDOrB da' Bisanti In leglilltarra lu timpl TBtnatliialtnl araDD radicai* nolla po- 
poluionl tnvttoDi aual iirlnu dfl uè. XI, • che gli laclttorl aoclnlaatM ad amdiU 

■ntcìiIiDmrlF. 10 uoD Inllnnmenta [cfr. a qneilo rignudo siti aha lorlTa OcQUKLMO 
SI Ketbdso, D$ JTt». inglic, naif. In Air. BHU. Serifl. p. S5S), alnuno In parla. 
Vad. (Dch* LiaauusT, Ttu Orrt. hh Ka. Olia Imp, Antt. 18, p, M a igg. 

(I) Op. eit. T. II. p. Ha. 

(1) W. Uun. T.Mim mihI helt Mn Ballf-itt Mn StniAtiTj, mii kart. HHd ihii4 
iiu alljrm:. T/MaafrBam. iu fmt. Thaav trginU, Btattgirt, ISTI, p. WM. Xeucha 
l'Hcrti puTb a lUto «alto. AtecDdo di CorlDCO un gliantc, MooDdoolrf rUcTo dalla 
tecciuioDo dia del ano libro, a tuo rimaito InaCMaalbUa. ha data B. Bccutkih In 
tìirmnuia, S. S, *. XII, p. 109. Frcn} anUndodlHouminiUi CoriDW) di KiTnimau 
non ha iBtkHl cha la funai la praponloiil dal corpo aono quella cornasi a inttl gli 
uiMulnl: * opUnioa masnHudIns vlrtotla >t ■adaolae > lo'chiuna aampllcameala 
lW/i"'4rJa(LÌIi. I, cXII; e cfr. OEnviaiD si Tilbuìt, 01» Jsi/ir. Dih. I. Gap. XXIV. 
Cd. Lkiiixitz, p. WG). Eri però nituralo cbe. per ■piegara la ana grande turra, gli 
li Bltrìbnluc i^rcfllD nn corpo Biaantasco; coai par Wagb egli è già qnaal nn gigan- 
te (< Curlnena otult mali Rriui. Binila et fon cosime galani >. Fboi. it S.nf, TBl-83). 

al ano TCaohlo aTTeraarlo, od or oon- 
. dt., T. Il, p. 1<N. 



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distm^fere i giganti die aUtaTano il litorale tirreno, qoando 
Brato dopo rarie per^rinaziom gianse nell'isola. U fii- 
turo sovrana della Brettagna indusse Corineó a seguirlo 
con i snoi, e, anÌTato in Albione, gli assegnò, come sua 
parte nella eseguita dirisione del paese, l'aDgoIo anstrale 
dell'isola, cbe da Ini si chiamò Corìneia, poi, per corru- 
zione, Coniubia. Era qnesta infestata più d' ogni altra pro- 
vincia dell' isola dai giganti. Corineo li "distnisse, chiudendo 
la sua guerra contro di essi ct^a memoranda lotta con il 
loro capo Goemagotj della quale è dorato vivo il ricordo 
per gran tempo in Inghilterra (1). 

Tatte queste helle cose a noi le racconta Qofiiredo di Mon- 
month, mostrando per l'eroe broiano una vira simpatia. 
£ la simpatia si spiega anche troppo quando sì sappia che 
Corineo è un personaggio da lui di sana pianta iuTentato, 
togliendone a prestito il nome dall'fiiciWe, che gli aveva 
servito di gaida per narrare i via^i immaginari di Bruto. 
Corineo, dice recisamente l'Heeger, che ha testé dato in 
loce delle dotte ed acute ricerche intorno alla leggenda 
troiana de' Brettoni , è assolutamente ignoto all' Uistoria 
Jinionum, e solo per opera di Goffredo fa la sna prima 
comparsa nella storia dì Bmto (2). 

Quali consegnenze si porisano cavare da questo fatto, 
ognuno lo vede. Donde proviene in Tommaso la cogni- 
sione dì Corineo, se non deriva AaSV Historia di Goffredo 
de MonmonUi? Tommaso adunque ha utilizzato Goffredo? 

Ecco un' ipotesi che, espressa così all' improvviso, parrà 
un po' troppo audace. Vediamo quindi se non sia possìbile 
darle altri e più solidi sostegni. 

Goffredo di Strasbargo, narrando ì fatti che provocano 
il duello dì Trì^tran col Morholt, narra, come già sì è 
detto, che GurmAn, il re d'Irlanda, proveniva dall'Africa 



(IJ Kiil, »f . a.a.. Lfb. I, e. xn. XVL cui d» dn»» ai CqAmo ennAn» M 
nuaMi<ap. siL, Lea Bea. n, C. XVU) tOniLBO n Xtaat {IHmr. Immhriiu.t^ % 
C I, p. lU) * Tt|iradiuieDa fHkle, qnaU l«Haml«. dell' AWhh. 

{1) Beduk, ttfr éi, IVwuRHrc Ar BrMim (miHAcB, ine) p. n, (, «pn»- 
laUa, p. n. C». Pasb t> Vm, XV. p. Ul. 



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FSUOL DEL TKtStB&H DI TOXXASO 4:^ 

e che le sne ìutosìoiiì del regno di Marco erano siate fa- 
vorite dai Romani, dai quali egli dipendeva. Questo rac- 
conto eccita la meraviglia del Bossert per il modo ìontteso 
con cui vi 8Ì mescolano ricordi di tempi e di fatti diTersis- 
simi; la conquista romana cioè, rinvosione mussulmana (1). 
Ma se noi dobbiamo meraTÌgliarci con qualcuno, è con il 
vero Hatore dì qnestì riaTricinameiiti ìmpreTedoti ; cioè con 
Goffiredo di Uonmonth. È desso infatti che ci narra dei 
fatti rimasti ignoti a tutti gli altri storici più anti(^: che 
Gormundo, re airìcano, era venuto per mare con infiniti 
navigli in Irlanda e l'aveva so^ogata; che, avuta notizia 
del euo arrivo, e approfittando delle discordie insorte fra i 
Brettoni ed il loro re Coretico, i Sassoni eransi rivolti a lai, 
proponendogli un'alleanza, onde conquistare intieramente la 
Brettagna; che Gurmnndo aveva aderito, varcato il mare, 
congiunte le innumerevoli orde de' suoi africani alle schiere 
sassoni, invasa tutta la Loegria e costretti i Brettoni a ri- 
fugiarsi nel Galles e nella Comovaglia. D'allora io poi 
la potenza de' Brettoni fu del tutto annientata, il paese da 
loro cosi a Inngo posseduto passò definitivamente in potere 
dei Sassoni, e cangiò in quello d'Inghilterra, impostogli 
dai vincitori, il suo nome primitivo (2). 

È adunque l' Historia Seg. Brìi, che ci porge la chiava 
cosi delle allusioni che vediamo fatte dal poeta tedesco e 
da S. alla dominazione irlandese snll' Inghilterra (3) , come di 
quelle assai più oscure che i medesimi testi ofirono intomo 
alla favolosi riunione delle due corone d'Inghilterra e di 



(1) Op. dt, p. : 


IM 








(1) IIM- Si-}. B.H.. I.. 


n, 0. Vm, X: efr. 'Wics, Btm. ii Br. 




(3) CI» 1 qnnt 


ti iCEEen<l> abbi* 


potnlo d>r* Qrigliir, p«r li 


t pula ella non è 


iiiIlolOBte»,l'oecap. 




cL> I> popol 


ulonlgx>1lcli*dii)l-Irlilu]a 


(Mera dalla eoità 


oceiainUII dcUi Br 


■ttign 


>. t orlnion 


a tale «niMU da O, P*mti 


i ([D Bemmia, XV, 








lecstUre. L. Ici0*nd> Inf 


Itti pnHnU 11 » 


annnnnil comi otk 


9 lini 


]lero Incuoi 




ddl-IaghllteiT*- V, 


!fl. la 


ptopmito Li 


UIODIDELll.CI.l.p.clt„T.: 


I.p.M,T.JI.p. IM 


■ 33S;BAic-UmE,<] 


■p.cit. 




EU Barn, U'fiM u. Oal/.id r 


»! J/oi-w^lnlalr*. 


f», Hem. «. Eugl. 1. 


it„ IX. 


p. «B . p. 




iwifl il Gtrmmui H 


Uf^ré. io BeJMll. 


S/Mi, 


m. p.Mtti 


■ igg. 




mMléi^i^, 


«w. 


II. 




t» 



Diai.zodBjGoOglc 



43i r. lOTATi 

CornOTHglia sol capo di Marco. Gofiredo di Monmonth in- 
fatti, dopo aver dichiarato come l' invasione irlandese com- 
piesse l'opera secolare dei Sassoni , distruggendo la monarchia 
brettone, pare confortarsi di tanta iattura affermando che 
ad onta di ciò i Sassoni non afferrarono il diadema dell' isola, 
perché, ìnTolti in contìnne discordie, non seppero mai fon- 
dersi io an sol popolo sotto nn sol principe (1). Ora questo 
curioso modo di considerare la formazione dell' Eptarchia 
anglosassone, noi lo rinveniamo tal qnale nel racconto dd 
poeta tedesco; i Sassoni ricorrono al fantastico espediente 
di creare re Marco, perché essi , vinti i Brettoni e divenalì 
padroni dell'isola, non possono accordarsi fra. loro (2). E 



(1) < IBlnnol dolsda Britasa* nini dladsmi m 
maouchUm.... Bed nw Buqdh dladuoi IwbIu adb» HdcpU nint, «si Mbaa 
MSia nglbiH (ntMUtlB, qiundoqn tOÀ Ipita, qsudoqii* Brilanlboi InqnliUUoBea 
iBimbuit >. I>. XI, e. ZL 

(1) Per tmtà U eoBuMikiut dal fBUl utntl d> O. <1 Blrubnria non ai pn- 
«nU in Mode treiipo panpletw nal aan poema. Da ptl<ua tnbtu ffll moaln di 
i^ie» eha al Unpa In osi l'aalma «1 atels*. la BicttafDa era dominata dal Saund 
TlmcUeri del Brettoni (v. IM a aff.); ma pln tardi pot Moa fuori a parlare dilla 
bnaalaBe ItlandeM In gain da bici anapettaie <^» par M (Ma aia eoaa beo dlnna 
dalla eonqnlata •usong; uta apedUMne, di cui I Bawwil non ao» I prorocatorl ed 
I ooopetalori, nu I* illUna del pari ebe i Breltonl (t. ISTI a un-). InlatU a doimoD 
OaOkrdu eoa dlM alleati 1 SaMOnl. ma. plnltualo, 1 Somanl {r. UM a acf ). InbM 
MBSirtU a tratlaalmn nn** di alTrman Orlandi del Oallfa I Baiwml a, pegt>a 
BlM pCG>*o- di asglanfare cba per ciù II paca* al aUamb ■ Bieh dea tob OUea a>- 
^lant » (t. 434). OvB al potrebbe acravoxa di tenia eolpe ODSndo,battabdole nlle 

Ubn, dò alBiilAca ebe nofnalonl ed emrl rlBTenlTa nel ano modello. Io perù aiH 
dral Canio neU'addoaaara a Tamaiaao tatta la mpoBBaUlltl degli atrolOlclonl die 
IlaTmgmal In GoSndo. Pnò darai benlealmo che neppor Tomuaao aTeeae nui Idea 
eaatta del rapporti ab* paaaivaan In la Imilona IrUsdra* a la rafisliuiU «Ofc*- 
Malia da'Baaaonl, e dia quindi abbia eradnto cb« Oarmasd H tatm tatto aonaoe 
dell' laiblltetra. X la ooa* rieadrabbe oasi ageTole ■ acaapnsdctel qBaoda al a»- 
aorrl ebe Waea alaeeo. Il gnala por calte fedelmoate le orai* di GoOitdo Artoro, • 
rlpala sbtuanMal* cbi Ooruud, eonqniatala l' ieola. ne cedette U dominio al Saa- 
•onl (ead. Sim. ii Br. «. ll^T • •« ). tntUrla In altri iBOfU eoooldtn ewtom eomn 
trtbntarl del ce aMeanof*. ll^Ml a nm.; IMTT e en.). ebe Aiama anebe too ad 
■M adanque beerà confaaiaal, pnd 
o modo qnelle làTole ebe n poeta 
, Ila ciò dM Bd ilpBfna a ceootdeia 
u abUa Indotto OoAedo di Etiaabarto a br derlTora 1 Soiaonl da 
^■el pam. In mi noUclaBCDia annno trenta aallo I BntloBl da loro apocllatl. 



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nàXK. DEL TKWiaU DI TOIDUSO 435 

qui Gofiìredo dì Strasburgo, ossia Tommaso, ci conserva forse 
Teco dì le^fende popolari, create per appagare in qualche 
modo r inestdngmbile orgoglio brettone, e rimaste ignote a 
Gofiredo Arturo o da Ini trascurate; seppure non è invece 
a ritenere che si tratH d'ana semplice invenzione del tro- 
viero anglonormanno, il qaale ha innestato sul tronco della 
storia, o dì quella che credeva tale, i portati della sua 
fantasia. 

Ma veniamo ad esporre altri fatti forse anche più effi- 
caci per la soluzione del nostro problema. Tommaso col- 
loca gli avvenimenti che narra, d'accordo anche in ciò con 
V Historia, in tempi posteriori ad Àrtù (1). Però del grande 
eroe brettone noi Io vediamo dae volte far ricordo nel suo 
poema; una in quella parte, che ne ha conservato il codice 
Sneyd, dove si tocca delle avventure dì Tristran in Spagna; 
l'altra in quella porzione del testo, che conosciamo soltanto 
per la versione islandese, in cni si narra l'episodio di Tri- 
stran e Moldagog. Tanto nell'uno quanto nell'altro di 
questi passi, Tommaso è incidentalmente condotto a raccon- 
t.ire due avventure di Àrtù che hanno fra dì loro molta af- 
finità; si tratta in ambedue di nu daello che il re sostiene 
contro nn gigante e dal qnale esce vincitore. Orbene; 



mniamento di non» CD) l'Iioh udii aoiigatu, pmco ■ pano net termini ilaBl uil 
qamll tntto dò è nmto diWue: (Qnl d'Angle Angioli [l'Iepelerent, Et £n|1*Mrra 
la (il p«ue) notureut. Tue lu Bretoni en eKllUennI, Qnl onqnei pnis ne rederebtt- 
T«sli(r. 11» e mfs.;» Oc. T. ItflW • agg.: < SI ost KDgeUnde kpalée Li t«m 
qui Isr fa donéei TeDt dlt Engletsrn en ftuifola, Xt dlt Ingnelaudt in uglole ...>); 
a le puoi* di Wmmi Mnio, i BmIIs Tederlo, ben inni ■ quelle del poetk ledeaoot 
«... die Bàtitéa *an OUm DI* Bcltdiie di Tertribra TTnd «1 U ht'nto liellben, Vod 
deD ei oneta den nuntn rerllei Du luit, dei t Brltenje lilei, ned wert ODCh leil 
io geunt Kicb den nm Qilci Engelut • {t. <W-«3(). Io credeiel quindi, per con. 
elndetf. obe Oofltado, Il qule poco ne doreve lepere e di Seeeoni e di Brettoni, 
■le ebe leutue mele 11 teeto di Tomnuio, eli eba Io iTt**« dlniDEl canotto per 
colpn di eoplnl, ibblticrltlo Stìu dorè TonuneM »*■ posto Aiiifit. (Snll' origine di 
codesto nome Ted. poi Tten. it Br. t. T1B3 e igg.; ìtM» e lEg.). 

(I) nrec«etica,il tinnpodaIqaelel'£i(f«r(iaeiegnel'Iniaelonel[lini]e>e(I..XI, 
C. vni), urabbe 11 qnltita < 1 te Brettoni aarceeil ad Artaro. Tommieo del reito 
perla eempro di Artù.eome d! penenaggio cbe ipparUene el punto, me ad nn pae- 
■ato anoor Ticino. SI taiutnentl ohe il gigante nooleo da Trlalran In Spagna, t II 
nipote daU'OnrIf'Hi grimi, oootto col iTera combattuto Artù. 



Diai.zodBjGoOglc 



4:ltt F. soTin 

nmKotlor nne**e aTrentniv «ino in Goffredo di Monmonth 
rnccootatt' nel tneiK-sìiuo capiMo dfì\n »aa opera, e à p<»- 
«tno dire le sole clie V Ifiiioria reyirtri relative ad Artù di 
carattere ^ici-atanieTite epico e roinanzesco (1). Se Tutu- 
inii.«o nna ha cono^nto il libro di Goffredo, come mai &a 
le tnnte avventure d'Artù, che fonuvano materia ine^anri- 
bile di racconto ai DOTellieri ed ai grinHarì (2), è andato 
proprio a scegliere qne^ che, Io confessa ei medeÀmo, non 
hanno col sno soletto alcnna relazione? 

Si dirà fbr«e che qneste arrenhire erano cosi note che 
Tommai^> può arerle cavate da altre fonti, sìa orali, sia 
scritte, woza biw^o di ricorrere a Gofiredo. Ni io ae- 
rerò certamente che la diffusiooe cosi della lq;genda re- 
lativa al eombattìmeoto di Artù col gigante, che preten- 
derà la ?na barba; come dell'altra che narrava la lotta so- 
stenuta dal re contro il rapitore della figlia, o nipote che 
dir à voglia, del dnca di Brettagna, «a stata grandLisima, 
e che ne correesero ai tempi di Tommaso parecchie ver- 
noni orali e scritte, indipendenti ialV Historia Itrgum Bri- 
tan»iae (3). Ma, anuneaso ciò, sarebbe sempre da prorare 
che Toeunaso si sia servito di ((uesta fonti, e non di Gof- 



(1) Miti. Big. »HI, L. X. C nL AitBtV h* va Fiiprtta d'SB *ao cmnllm a» 
reouso; tjU CMCft «Tirtitnn, «alo, iwi br npcrlBcnto del proprto raion ed «c- 
dlue r*Tdora di'niM comutUtoBl (< Tanta nuiiiu Tknnt* rnra1*nda. etaUflwt 
Uutn UIU Bonitn ■nrcHmi dnean: eaa «t tpHV boe uodii mi imi il M nlD* 
■d ma dnlni«id> iBaetrM >}. 

I,ì\ Vid. £'-w. * »r, T. 10,019 • *s«. 

(1) l>(r dò «b* fpMtt lUa dlBiuiin» dalU Ugmd4 di Jtit a Min, («mU» di 
BliTB, ek« amido 4* Banl tnibrraa In Xrmi, ■ die* ttvina, ìttKfìfL KmmU^ L. 1. 
a, XV, cn nota* «onnnlxion (n I Bntli»]), rtd. O. P*m, Ut Jl*w. ta wn, p. tu 
• ■!«. Intono ni iHranU d*l lIoaM a Xtdnlt', oltn wi iwaoall di GoAodo di 
XonmbnU, di Voc* di ToomHM, so ibUamo no qune, vnl coBCtoo, u lapor- 
tul* a*U-mi*ln in Jr*~t S. Jlititi, htIIU ptluo dd IIM da SriLum n V r*a. 
npncla,i«rltBd-)d*lD>ool*.dlm etat ■ ]I<-H praf d'Unco ort TonboItlBO Qtf poi 
eoa ad te non dTtebii.Qn* Elilni morto Uinwtat... FUI* HooltaMlIa oMta...>. 
E, acconaHa la castana drlla ma uartc, ttta In iixila pimli ohn d coaptotano 
raairmua d'alm TtMODl dalU IcRcnda, proUUlsmto «rall: ■ Anqaaas «ani 



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ruxx. DEI nisTUS m toxxiso 437 

fredo. Ora tì i nn modo uan sempìim dì «ceertarci se 
il trorìero abbi» o no seguito Io storico: quello cioè di con- 
frontjxe i loro tmeeontL 

jUa dì qaesto nSronto, che ora imprenderemo, parecchie 
eaose, è bene dirlo subito, concorrono a scemare l'efficacia, 
nlmeno rì^oardo ad nno dei raceooti. Goffredo di Mon- 
month non fa che per incidenza menzione del combatti- 
mento di Artb eoo Ritooe ^jante; e quindi, inrece di uat- 
rwrlo minatamente, lo rìa»ame in poche parole con insolita 
eond^ond. lUesce perciò impossibile da ana eo^l arida e 
sacciata narrazione tarare dati ba-!teToli a stabilire la sua 
parentela con nn racconto discretamente ampio, qnal' i qaello 
di Tommaso, cbs ad ewo ha consacrato «es^antacisqne Tersi. 
Tattana in mancanza d' argomenti diretti ce ne soccorre qnal* 
cono, indiretto sì, ma non inutile. -Se il testo francese i a^aì 
dìffiuo, cift non Spende m non dalla abitudine ìaretenita 
del poeta di dilolre in molte parole e presentare Mtto torme 
dirersfl il medenmo concetto: nei sessautacinqae retai di 
Tommaso non si -trora nalla di più, come fatti, di quello 
cbe d uffiroBO in cinque o «ei linee Goffiredo. e TToce, suo tra- 
duttore, in trenta Tersi (1). Le sole particotarìtà , in cui 
Tommaso si scosta da Goffredo, son queste. i^Ii chiama 
TaTTerMirìo d' Artù non Rìfon (iiiV/io), ma rOrfiìlliua granfi 
e, mentre lo storico ne tace la patria, egli lo dire africano. 
Ambedue queliti portieolari però sì possono con sicurezza cre- 
dere ÌQTentatì da Tommaso. Quello d' Oi-ifUÌHH ffratit infatti 
non pub, chi bene oéserri, essera il rero nome del gigante; 
ma nn soprannome che il poeta sterro, & mio urrì^, ba 
fi>ggiato e ao^titoito al nome tradizionale per colorire con 
nn tocco pib tìto il carattere del persona^io (2). Ed in 



dM anrtUrl < bull l-Omailw ilr) Ct^rt-Tn >. tumr 
lU ttnl n 



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<à6 egU non lift forse fatto altro che seguire la sua consceto- 
dine di applicare a quasi tatti ì personaggi del poema nn 
epiteto rispondente alle loro qualità, o fisiche, o morali (1). 
La menzione dell'Africa, come patria ieWOrgUliusgrant, 
è poi tale che, a parer mio, merita poca o pnata importanza. 
Goffredo fa originari ì giganti de' quali parla, o della Spa- 
gna dell'Afirica(2), e Tommaso lo ha, anche in ciò, se- 
guito, ma non fedelmente. 'Così egli ha chiamato africano 
il gigante del monte 8. Michele, che QoSredo dice spa- 
gnnolo, ma si è piaciuto poi di regalare alla Spagna qael 
nipote deìV OrtjiUius grani, che Trìstran nccide, e che io 
inclinerei a credere un personaggio inventato da lui (3). 
Quelita tendenza a scambiare l'Africa con la Spagna è del 



TOdbelo (on lufiUi i ddU • Ti. U bric fnncbB ■■ ehlef bM >. MOT; on ■ Yh-di, 
^•li«HMblol«t,M»:cin tlmnl b bela ale cUirblont >.UIii). Mi TiMiu 
■ dtT*DBMIUM(n»(D.nT. 10U];TMiUudlBntUgI»ih.TinM; tD. S3T) U IBO ar- 
Tcmrki, l'Chifilh'iit. Vìi dtirmno niuicua d'rpItcU jll nitrì pem)»sel; n ns di 
prun OoStvda di Stmbnrso, ab* qnmutl M b> InTttl Uutl ss Importò IidtloictiU 
mei tao poenia. Osi 11 fido alo di Tiulnn t Mnipr*, a iptilluDiDte. ehluuilo, Rnil 
U fW(ni«f ('- *G1, 1S9I. nu. 3TSI); KiLcidtn e Arilo li '•■.lu {aornnnunie die 
eoBBena. CDitanto Is li /"■"'•.■■cba pm» Hcinrtcb TanFnflKTC.T.IHTlO; Utieid, 
h' tìItiM (lEMC); cTt. IB premila lo atndio di K. LoBinulE. Oli /—«li-ivU F.:im,.J 
U tl^lfr. FIN S. r.iVfii (SchwtTla. UTS). dora eoa accantna Ttramculc loUnnlt 
k aaamlnaln taltu eH ebe nel pBfwa tHIisBi ria per la atutaiua ebr per la torna 
rtcrblama 11 tuo uoiItUo. la qiWBla al eopramoaH ebe OoinidD <U al i« d'IrlatHlh 
cVdchlaBa Oanniii CrMMttrif (t. H8e)L lo (DCpeOnEl on'iiiTCBilonB drl pof la. parfbc 
•a coalnl V aTnaa attinto a --——— bsb aTrAb* anlo ra^nK di tosliergU U (maa 
tnamt eoHcmU ■ tatti gli alM. 

(1) jr<rf. ani, l. tqi, c n, l. x, c. m. 

à (te tiDa qoail aerrlla 



Itili «TdilaUUaiBr>laniaaal*drUDili> di hrenUeUoDa delle barbe del ra liuti: 
ed nlc* dal n di ^laaaa cb« ili bccla caaanlo della aaa. Il dlrgulato inraSB 
MTT'blnnHtrTttsBdabMdM.ilacdHBlaHda-Mal banal tMl pnadanl ta bri«a 
di dilHideilo, a* Bea a 
Tvmimtm aUila earato di 
aodeatl tlacei di Trttltaa la SpiCM, IB Ornaviia • dei canOntacU aOct ch*(i 
Mane nM»Ui»dl^aoa.lld»c*dlOallaa.riwm«l«»»dmiii>a.^BalaeaUrt' 
raUM 0<tt(d»(T. MUt • anJ. U hfa (C. UVm) (d B.(M1»^3*). 



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nUMK, DKL TBimuii M TOXXUO 439 

resto troppo facilmente spiegabile perche occorra farne og- 
getto di più Inogo discorso. 

Dirò invece come un'altra prova, indiretta anch' osf;a, 
ma abbastanza importante, dei rapporti &a Tommaso o 
Goffredo, si possa, se non m'inganno, rilevare ove si ponga 
a raffronto con Wace, il quale ci rappresenta il testo latino, 
qaale doveva però nataralmente modìfìcarsi sotto In penna di 
nn poeta volgare, da una parte Tommaso, e dall' altra l' autore 
del Clievaliers as deus espées, che del medesimo episodio si 
è valso per feme l'introduzione del suo poema (1), Qual 
differenza fra il racconto di costai e quello di Wace pur 
nella parte in cui il cantore di Mériadeuc si serba più fe- 
dele all'antica tradizione! Il gigante Ritone si è trasformato 
in un semplice re, Ris ^0utrc-0niòrc(2), il quale manda 
a chiedere ad Artù la sua barba, onde ornarne il solito 
mantello, non tanto per confermarsi nell'opinione che egli 
nutre d'essere il più forte guerriero del mondo, quanto per 
compiacere alla sua amica, cui il singolare mantello è de- 
stinato, e che egli ama con tutta, la raffinata galanteria 
cavalleresca (3). Come sì deformi così l'antica leggenda non 
fa d'uopo d'altre parole per dimostrarlo. 

Invece se al racconto piuttosto conciso di Wace noi av- 
viciniamo quello dì Tommaso, balza subito agli occhi la 
loro stretta parentela. Non solo li anima il medesimo spì- 
rito, non solo la sostanza è in ambedue identica; ma la 



(I) W. roEUTEi, U Oitaìitr u ^rui R-prm, Allfrwtnòiitchr ittiilmtnmmu. 
Halle, 1B7T. I rippnrtl del jiocm» con Ooffreau ili Muninoiitli iati iiUti kwprtltl )n;r 
Iirijno dil Sui-lIiBTE. Iltll/rinfi »ii Jfoi-nioiiM «/«(. p. IM. Ved. poi FoEnrrs, op. 
clU p. 3Bt; a. Fuiii, Iji lliM. IH nn, p- 3*< < IIS- 

(t) Il ptHC.dcl qiulB Bii a sovrano, non donebb' enere altro cbe [I Horttanin- 

'trklia Bnabrnni in borenni ' ib Aiiglli iiomon u:«plt>, oamn dice OmALDo DI 
Bàxu ('l'I'. Kamlr., L. H, C. Vn). Uà non proTi che l'inton del ItirimlnK li (rr- 
lira de'iiomi traillilciiili Irnu iiitcndcrll. li porge ll.lktU) cba egli fi poi d«l n 
ie Xartmlillair^i nm pemoni illveraa di Risi (cfr. T. 160-93). 

(3) Ctr. 1 T. ne a ig;.: • LI i ■ eucnn(r.>J] eaoorclea Lei birbn et d rn fi'ra 
Perni* • J. muitel at l'inn S-imie ■ enl t't olroie. Et ea li * afoen prole Ke par 
dcni* la forenrs Face de la TMlie oiltnra £t il 11 a lout ercanl* D'outre CD ootro 
aaTOlentaa, Ctr. anche t. US^UO; M4 -1009. 



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4tO r. «oTin 

forma eìmse offre rassomiglianze tanto sbvtie da non po- 
ter essere spiegate, se non ammettendo che cosi Vnuo ooew 
l'altro scrittore abbiano eseguito lo stesso laTim>; srìlnp- 
pate cioè, i^nuno dal canto sno, le sommarie indicazioni 
che fornÌTa loro il medesimo testo (1). 

Se passiamo ora all'altro racconto, anche qoi d arwern 
di incontrare parecchi ostacoli che ebarrano la vìa. Siamo 
infatti ancora dì fronte alle stesse difficoltà; ma le parti 
sono invertite. Chi offre una narrazione minuziosa, piena 
di particolari, questa Tolta è Qoffredo; il racconto di Tom- 
maso non lo possediamo invece che nella forma condsai 
sommaria, s&ondata dì qnanto non è essenziale, che il 
poema francese ha assunto nella Saga. 

(1) BaSKHitkiui ■iDfDlirniaDt* 1 rani E.* «OS-TM di Tmaam eoo 1 T..llM(kSei 

dfl Hmi. AheIic O. Paui(1. o.) wrlva: < nanm ncanU !• aiiat explirit 

d'Attbiir dui dM tenari qui rmt>prlleut br^BDosp *t «u d* ITim tt mii d* »■ 
tn iKxin» •, dai dsl UirioinK. Un In qaeat'BlUaio ii buna naltl ivrtioolul eh* 

Uitan Iniud imnMdoI), eliv ai idb rloonoKlntl TuutU dlBIa a vl*una>11a>ns mete: 
Il re nu poi H rliuirrii TlBcllon non lolo (octlBri t& Arto ]m iixxla. Du uche U 

Sni rapporti fn Ooffrolo, "Vttv « Tooimuo lo it*t( apento mi draac qnalelia 
InnM riudlLtiluiic cbnl tri: leali fumo dui IupgDdo«« arTCDtit U cowbatllmnito di 
Artb eon 11 C^Baiil^' Tomman iif>n è trojipo pr«clao; a^lE al JIdJU a dire eba Bma 
Taiiua a crrrini 11 ano andaaa «wfraarln ■ tn-iqna a* nunbr* dg ai turo » CS," T16); 
dnaqne In Europa, ami. parrebbe, lu Salila, o, aeppnra Ariù già l'itcva coDiol^Uia 
aopn Flnllniip {Hifl. Big. O.lt., L. TU, C. Ili), ID Bpign*. OoOVtdo di UDUiuouIb e fs- 
TMa pid «aalto; tflll acrlTa eba Arti < Bllbonem glguilcm in Aravlo munle liitn- 
fbelt • (Llb. X> C. UI) Il Lmin dk Lixcv, eommcnUiida H paau rrlitiro del 
f'awaii di B--i'l, ai»l<*: • irniri, A-rr. .Iifimi'. «nilrca dri Aram<>D* aa Boni da la 
Haanprtauile. al l'oli rn cntlt It ti-xl» latin ila nroffrol d* Honnontb ■ (np- di. V. n, 
p. IW.t. I] UHI) II qui citi llp«B« or rtdullo diirffirfarin, untando irnrifl In iniMb 
(lascbù «ni, Uloa poi nal iloaaailo (op. clL, p. 310). coDTlcn «irTegp<ra II IrKto. Da 
la «HTfiloiia > rinlarpntaalcint dal Laroni de Liner non agno aecftlabllt.coaichB 
(li Botato 11 B4>-Uann [up. alt . p. «091. Isnanil Inilo Unto I nwa. che !• aduiual 
AM-Bitlniin danno la leilona inaint, elie è dlnoilrata antica e (CudIiib aneba dalla 
Tcnioua dt Wan, don II miglior ma. ehUnta il monte Àmiit. In aeeondo Iboko Oof- 
fredo UMi ba mal diltoatm Arln alaalrHatoIaarì d'EDrapa,e tanto m«ia tn Vocf»- 
tamia poi afrabba potnto andara [vr eoubmlterti on sitante africano [ Credo adanqna 
clie la leiJaua oonetu da quella di .trnn'iu; ma non mi ao iudnr 
eoi BaK-UiKTK rArrt» Finiég, atonia dal Uarlonrtluhlra. Beaterehba qalndi aa 
a «coprire qaal mnota ala 11 Jlmt JivriVa. Koterò, Hnia ammali 
dia In Oallila fi t nu borgo, poalo ti pleda di nn manta furuacato. che U chUtaa 



Diai.zodBjGoogle 



FKUIM. DKL TSIBTItlS DI TOKMASU 441 

Il con&onto fin i due testi è però più agevole a^^ai che 
nel caso precedente. Per quanto abbieviitto, il racconto 
in S. offre dati sufficienti perché se ne possa seguire tutto 
lo svolgimento. Vediamo adunqae in che s'accordi con 
quello di Goffredo ed in che se ne discosti. 

Goffredo ha dato all'episodio il colorito d'un vero rac- 
conto romanzesco (1). Arturo, recatosi ia Normandia per 
combattere Lucio Tiberio, apprende che un gigante, giunto 
dalla Spagna, ha rapita la nipote di Hoel, e Keco condotta 
sul monte che or si dice di Michele. I Brettoni hanno 
assediato più Tolte il mostro dalla parte di terra e da quella 
di mare; ma esso li ha sempre forzati a ritirarsi con gravi 
perdite. Àrtù allora decide di snidare egli medesimo il 
gigante che eccita lo spavento in tutto il paese; e di notte 
esce dal aimpo con due soli compagni, Keuz {Caius) e 
Beduer (Bcdiicnis), dirigendosi verso il monte. Giunti ad 
una certa distanza da esso, i cavalieri ne scoinone la cima 
illuminata da un rogo; ed un rogo vigono pure sopra 
un' altra eminenza vicina al monte stesso. Beduer, per or- 
dine di Artù, va ad esplorare i luoghi; attraversa il braccio 
di mare che separa il monte più basso dalla terraferma, e 
si accìnge a salirvi. Arrivato ad un certo punto ode ululati 
femminei; iuorridisce dapprima, poi, ripreso ardire e sguai- 
nata la spada, continua la salita. Toccata la cima egli 
scorge nuli' altro che il rogo, e, accanto ad esso, ana toidba 
recente e sulla tomba una vecchia, che, vedendolo, rad- 
doppia le strida e lo scongiura a partire, narrandogli come 
il gigante, dopo aver sacrificato alla sua brutale lussuria 
la giovinetta Elena, schiacciandola sotto il suo peso, abbia 
fatto di lei che la custodiva la sua concubina. Beduer le 
promette soccorso e toma ad Arturo. Il re, pieno dì do- 
lore per la morte di Elena e smanioso di vendicarla, si rivolge 
al monte di Michele dove sta nascosto il gigante; i suoi 



(1 ] < Giiii Im Btj-lt àCT y.ptB bwlfBl «r (Arttaar) «1 
g^koauneiieu BIcHn. tti din BcIcdk. Klehta dn Boclna, 
JU* Arll.ta'-Snp aec (QggdUuborg, lUl). p. Ifi. E ett. 



rdBjGoOgIC 



étZ W. lOTATI 

compaffni lo seguono, pronti a recargli unto, otc neUa 
lotta, «be egli Tuole intraprendere da solo, lo Tedeasero man- 
care. Giunto snlla Tetta Àrtb scopre il gigante, sdraiato 
accanto al fuoco, fra gli avanzi de' guoì sozzi pasti, e lo 
assale. La battaglia è aspra e Innga; il gigante palleggia 
ana formidabile clava; ma alla fine Àrtù riesce a fendergli 
il capo e, mozzatoglielo, lo porta seco come trofeo. Sopra 
la Tetta, dove la nipote giaceva sepolta, Hoel fece poi eri- 
gere ana basilica, e il luogo d'allora in poi si cbiamb Tomba 
d'Eletta. 

Tale il racconto di Goffredo, spaglio de' retorici fronzoli, 
de' quali, secondo il suo vezzo, l'aatore lo ha sovraccaricato. 
Ed ora, ecco la narrazione di S., che per la sua brevità giova 
riportare intiera. Dopo aver detto come nell'isola, posta 
nella terra di Holdagog, Tristran trovasse nna bellissima 
grotta, la Saga continna: 

e Un gigante era vennto dall'Africa per fabbricare codesta 
grotta; egli soggiornò a long» colà; mantenne guerra con 
gli abitanti della Brettagna e devastò quasi tatta la regione 
abitata fino al monte di Michele che giace saUa riva del 
laare(l). Ma qnando Artù venne dall'Inghilterra con nn 
esercito nel regno dei Romani contro T imperatore Iron, ÌI 
qnale pretendeva contro ogni diritto on tributo dall'Inghil- 
terra, e sbarcò in Normandia, egli ebbe notizia della cosa, 
e come il gigante cagionasse molti danai alle persone ed 
oltre a ciò avesse devastato tatto il paese, cosicché il re 
non aveva udito mai prima d'allora ea-si tanto merarigliosi. 
U gigante aveva anche rubata la figlia del duca Orsi, e con la 
fona rapita e via con sé trascinata; il di lei nome era Elemi. 
£gli l'aveva trattenuta presso di sé nella sua caverna, e 



M di JlODiBDatli 

rbiiTui il lunntr, non ti Sa» Jiir*ik, a» KaiplIetBwnla A J(frkl((iqul hbdc HI- 
rhulii OKlIor >). COBC ft ^I It SafL K« le qnaU ila lw4to fl anprtla thf io 
(tc«i« mllne tlbbl» mMa entendm ti montt inBOrtcun fi tuIs di arcr vttrlii 
■ppofqtl" al pMdl deU*Ucuffcla. i wXo iuiatU co* ad a nostr, B meglio, mi 

or.(cft. 



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4*i 

perché essa era donna assai bella, sì sforzò di pTeodeme 
piacete; ma, non nascendo nel suo ìnbenio, a cagione della 
sna grandezza e del sno peso, la soffocò sotto di sé e la 
squarciò. Il duca Orsi venne quindi al re Àrtù e dinanzi 
a luì si dolse della sua perdita e del suo cruccio; ed il re 
gli sì mostrò assai ben dispoeto e prese parte alla sua di- 
sgrazia ed infelicità. E quando la sera si avvicinò, di na- 
scosto egli ind(»sÒ le sue anni, e prese con sé due saoì 
cavalieri, ed nsciron f^orì per andar in traccia del gigante, 
e finalmente lo rinvennero. Il re solo lottò con lui ed ebbe 
a sostenere un'aspra battaglia e molti colpi prima di far 
cadere il gigante. Ciò che uonceme il gigante cbe il re 
uccise non ba relazione con la S^a se non in quanto era 
stato Ini a costruire qnesta bella casa a volta (I). 

Che fra le due versioni da noi poste a confronto corrano 
notevoli differenze non giova dissimularlo; ma è però certo 
che non in piccola parte, più che dissonanze intrinseche, 
esse possono dirsi esteriori , prodotte dalla diversità grande 
di forma e di stile che intercede fra ì due narratori. Mentre 
presso Goffredo il racconto si adagia nell'ampiezza e nella 
sonoritù del periodo classico, in S. noi troviamo un' esposi- 
zione nrida, secca, in cui nessun pnrticolare superfluo, nes- 
sun lenocinìo di stile può aver Inogo. Talché, in fondo, 
superata qnesta prima impressione, noi dovremo confessare 
che di discrepanze veramente notevoli fra i due testi non 
ve n'è che nna: S. non conosce l'episodio della vecchia 
nutrice, che Gofiredo ha trattato molto largamento, facen- 
dovi sfo^o di eloquenza, e che Wace, non pago di quanto 
trovava nel suo modello, sviluppò a sua volta, trattonendosi 
con così ingenua per&istonza sopra ì particolari più scabrosi 
da renderlo addirittura grottesco (2). 

Tuttavia qnesta dissonanza, che riguarda una parte della 
leggenda non solo secondaria, ma, a mìo avriso, evidente- 



(1) Cb. i T. IIBOMM, ua'aiuU ÌA TMohK dà rishma della ■■ 



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niente sovnppoitt» alla antie» namuùone(I), nnn ricaee 
ft togliere Tulore allo, roiwoniiglinnxe munireuta diu ni rilo- 
Tsno fra 8. e G. in quella che del ntceonto furimi Iti |iurtv 
euxenxiale; cioè la lotta fra Artii ed il gi|fuiit(!.CoaÌ in 
0. come in S. la Tenuta del re brettone in Nuniiandiaè 
proTocuta dagli Htedri fatti; le preteM dei Romani di rÌTcn- 
dlcare la loro sonanità anll'iuola; e qui non là può a iiieno 
di notare etisere eomiuie e ben fondsbv opinione che codesta 
guerra moHsa da Àrtb ai Romani, della quale netuna sto- 
rico ha parlato mai, eia uscita preiiaoché tntt' intiera dulia 
fantasia feconda di farole dell* arcidiacono di Munuoutb (2). 
Colpevole dei medesimi delitti & poi codi in 8. come in G. 
il gigante; in ambedue le redazioni identico i il laogo ore 
^li si licoTera. La Rpediùoue di Artit, Bingolurmente ub- 
breviata io 8., vi è però narrata in guisa del tutto eonfoime 
a 6.: il re esce di notte do^ accampamenti, all'insaputa 
di tatti; non conduce seco che dne compagni; giunto al monte 
mot combattere solo il fiarmidabile avrenutrio; la battaglia 
dura a lungo e per non pìeciol tratto dubbioso. 

Anche nei nomi de* person^^ mi sembra di riscontrare 
molto accordo fra Q. ed 8. Il gigante, che Waca ha bat- 
tezzato (e crederei di mero suo arbitrio) per Dinabuc (3), 
non ha nome proprio in 3., eome non lo ha Dell' //utorilii; 
la fanuoUa rapita, ^lia in 8., nipote ini G., del principe 



(1) Cfr. Lbboss bb Luer, ep. dt, T. n. p. 

«■ UCb* OlMUSUIB M XKWlSBa M 

Ukv r (la Mt, Btu. SÈtifi, r. t»y 

(I) •LlJaiMMOI BnB DtidMi. Qm P«)w* pnodr* ■»■ lrttaa>,XM.4r «nf. 
IIHS-». On KMt>c(lli'iHWffw) t II ■«• cb* Oasndo ■ Wbc* ■!■■■ iàam 
kl bMlalla, U qmt* rtulMKk » Ki-tUM di him %m \**n{llM. Mig. Mrlt, U VI, 
e, XVn. «M. il ftW, V. nU-H). A pnUUIa eh* |wt IMS bwlu* «MBlna B 
■mBU, Wm* ■» abUa tapaMs 1) prtna Man «h* gli tanb a mmM*. 0«« éì m- 
■tWI ^awte non*— *M> tn t m » m m» Ui t n wtt a*)»-ltow« <<Tu «W- P ««hck* 



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rum. niL TBwnuR pi touuso 446 

\ HnMagnn, sì chianu per tntti e doe Elens (1). U duca 
>Dfl (ti S. ^ poi («rtainenie VJMng di Ooffìredn, TZ/tW di 
irV"nrc: In sun tnufomiiudone ia Orsi dere tesen stato pro- 
ietta., o daun enore del ms. francese, di eoi si serri il 
nonacolloberto, da non srìsta dì costui, o da qnella dct- 
* nmnnnense ette ka eocnipUta la Trìstrams Rnga; certo 
ronimnso arerà aeritto Hoti. Sarebbe anzi molto utile sta- 
linre la storia dì qnesto persona^o, cbe per la qualità 
>na di soTrano dell* Armorìca pare abbia arato grande iro- 
l>ortnnzn ne'raccoQti celtici; importanza della quale ci danno 
ìikIìzìo, oltreché la parto comndererole che gli è a^^egnata 
ndV Jlishria S»j. Brit, (2), anche nn pasm oon ancora os- 
Rerrnto, parmi, di Maria di Fruacia (3), e la sna tni!)forina- 
KÌoiie nel Tristran in pro«a in snoccro di qnesto eroe (4). 

Ma, a proposito di nomi, an altro s« ne trora in S-, dal 
qnnle fon^e può e^^ere arrantaggiata la dimostrazione che 
io ho tentata dei-rapporti fra Tommaso e Goffredo. Come 
ho gì» notato, nelle poche linee in cni S. dà ragione del 
paesaggio d* Artti nella Gallin rteo compendiato tntto ciò che 
dall' lliMoria si narra intomo alle lotte de' Brettoni contro 



(1) Tmllt 1 lt«U mnenniuo Mi dar qBrato bqDM, «wn pan pnpalttlHliao Ita 
i Bnth'at. ■]!■ bnclnlU nplu, 

(!) Svili i per Onffrnlo di Xnatmrath na pcoé« cbi dm ba i>«H M bab 1b 
nalran»; i Ht>*tiis fi Wil^iniu, qniliaa mdbim rn^trllk HcnU npn frnn»- 
riint • <L. X. C. \). T<([la di Dabrtdo, n ilil Sicttaml Aranrtcìnl. ■ di saa tnrclU 
il-Artà.fsH ilru* la «nccona dilW) Hocmlrn 1 SumbI (L. 13, C. Il): bi (na parte 
nrlla Tiitorla e d amaula poi pbtcbwM la Alaiad (IMd. C. ID). Qurlta, tUIU lo 
StafnndKlIc tryalitiC. Ttl]ipn»i4« aliits ArtoTo a «fitoRar* la Gallla; rfll il reta 
per ciò la AqnlUaU ri la Onawrrjna. a le anttonwtU (L. XI). Jl<wl>M all'lncoio- 
Bulone di STVk cab aa earìcpgk- hit'vIniBts (O. XII), ed i fra I pia ciddi «nM»- 
Bltnri itrlla «•icrTa emiro Boa» [C XVIt). Qaanila ^tMa è lalrapnn caspie pt» 
dijit ■Uiial"re (L. X.C. X): laeda 11 Inna a ano OiUo ^a pcrta IJ atcao nonw (U SII, 
C. VI). C(r. S«».MiBiK, op. eli- p. tna. 

(d) :<el Ijil *t ir«if,m«r Uarta die* eb« : < Ea e*l leni tisi Bollaa li tire, 9o- 
T»ul en pali.nxrrBt 'n gn«m ■ (t. 17-»)r li tenpo i It tn" ■wlfNnr; a paeM 
Bii'-ìhm'I» JriKur. I ylb d*l codd. niiwnlutl p«t U n» «llilOM dal WMacn 
•lÀnoo la l^>rtBa/I-'ir-<'imaiMinw>fiH.>>.'r.<^*lt(OTalnTrteqiifllBdl Olift, la <|<ulp, 
■a mia vki, BHWtra che 11 tera nooie del alitoore della BnUatpia ésTetla ««eere 
preaaii Maria JThiI. 

Il) ■Tei«tan...renBnic*t a Eanth'e 'D Bri^alncna iTae Ir r? Horl et Twalt 
an> l.laBe<-> «laliw *t (rtHBie rt nuTtlrn. <in( flli rainll an rer Hi»! et la Ilare 
Krb- •Ila et T<walt (emaM TtMaa... a. Ha. B. K rr. !•«. IB Jhw.. Xr. ^ «M. 



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446 p. MOTio 

i Romani, e dì questi è nominato l'imperatore: Iron. A 
me però codesta bizzarra forma di nome non sembra ia,v- 
Tero legittima; farse anche qni, e per le stesse cagioni che 
hanno snaturato il nome del dnca dì Brettagna, si è alte- 
rato qnello del prìncipe dei Romani. Ma chi si pnò celare 
sotto il nome d'Ironf Se, per sciogliere il problema, yoI- 
gìamo gli occhi all' Historia , ci yerrè fatto di avreriire una 
cosa piuttosto strana. Chi manda a sfidare Artù &» le feste 
solenni dell'incoronazione, nella sua stessa capitale, è per 
Goffredo Lucio Tiberio, il quale scrìveudo ad Àrtù si intitola 
procuralor reipulÀicae, esprìme i comandi del senato romano, 
e, vedute tornar vane le sue minaccie, per ordine di questo 
chiama sotto le armi i popoli alleati ed i soggetti (1). Lucio 
Tiberio neir Historia ha insomma nna parte così importante, 
che nel Brvi è divenuto addirittura Vemperettr de Jìoiìte, 
Lttces qui Motne a en haillie Et tic Home la seignoric (2); 
Wace si è anzi avanzato fino ad affermare che esso dovette 
la corona alla sua forza ed alla sua bravura (3). Ma Ìl dcre 
lisant di Caen è caduto in un grosso errore, provocato in 
parte da poca sua attenzione, in parte dHll' importanza che 
Goffredo attribuisce alla fi<;ura di Lucio, nonché dall'ambi- 
guità, giù accennata, dei passi nei quali è fatta menzione di 
cosini. In realtà per Goffredo Lncio non è che nn semplice 
generale; il vero capo dell'impero romano è Leone, contro 
del quale Artù , vinto Lucio, si prepara a muovere, quando 
Io induce a ritornare in Brettiigna ìl tradimento dì Mor- 
dred (4). Ed è Leone appunto che io credo ricordato in S, 



(1) Hitt. Srs. Brtì. L. H. C XV. L. X. C. I, 

(1) B»m. il Br„ T. Il»»; IISW: lllOS; 11106; 1I1U; lUOS. 

(S) ( Htrdl art •! ds itniit conga B'sVoJt Jl hll nulnt tuaelacc ; Por t% tmrr 
ttpmtt nloi L'iTolt od bit cmpcrcor. > i. ISRH-S». 

(1) Kel L. X. C. TI Qontao Dmrrs eh* LncJO TIbnto h Incerln M dJa bittafU^ 
«tn Intn Auciadodniiiim nceptiu.inxnium Leont) Impenlorta ciprctrt >. Amna 
poi, < ot . . . IdIUdU pncnautJaU inlcrli mn»> tplfiu illlgit, MnlloDO, diUU lnqait- 
UUone, qaim Laoni regi Itonumotnni Ingcnre iffcctaviTil ■ . . in Billuiiilua tnota- 
Tlt ■ (L. XI, C. I ; cfr. iDcba L. X, C II). Ooindci AHnro mona Kncna a FIoIIsb», 
lilbiiDo ramua In Galli*, eoatni < nm «ab Lmis Impentore nscbat > (I.. IX, II). 
Flollona non è itato da VTua triifOrmalo In no r«: csU 1 Dal BitU no gsrtnuun 
pct r impero TiBuaiw ; ma U Doma di Leena è cadnU ancbe qnl letr. «. 1IU*0 • *■•-)■ 



Diai.zodBjGoOglc 



TBilfK. DIL TBinVAH DI TDMIUBO 447 

LVron del testo ìslaDdese non si può eerto rìarrìcmare 
De al Lacio, oè al Tiberio del testo latino; ioTece un er- 
rore di scrittnra, o d'interpretazione, per il quale Leob fosse 
divenuto Ibon, mi pare osata più probabile. Ma, dato che 
cosi fosse, donde avrebbe Tommaso tratta la notizia che a 
tempo d'Àrtù dominava in Boma Leoae imperatore, se non 
da Goffredo, il quale l' ha affermato, violando senza scrupoli 
la verità storica ed alterando la cronologia ? (1). 

A questi fatti, addotti per provare i rapporti fra VHi- 
storia e Tonunoso, ne aggiungo adesso ancora uno, e sarà 
l'ultimo. 

In S. il padre di Tristran, Riwàlin, è indotto a recarsi 
in Brettagna dalla celebrità dì questo paese, e Uolto gli 
era stato detto dell'Inghilterra; che essa era un grande e 
florido stato; bello e famoso, con gran copia dì città belle, 
splendide, riccamente guemite di cortesi cavalieri, di forti 
castelli, con territorio ottimo per la caccia di selvaggina e 
di accolli; fornita altresì di metalli, oro ed w^ento, come 
pnre d'ogni sorta di stoffe per abbigliamenti, buoni cavalli, 
vaj e bianche pelliccie d'orso e d'ermellino. Per queste ra- 
gioni egli pensò di recarsi ad ammirare la eccellenza, )a 



(1) n «mia OiLUMi in Cosbumid, «taa oaenpb ga vid( dalli 
•crivcndo per Filippa UarU Tlssootl dnu di Vllauo nn* Bitltria inf/toi (dull* qui* 
mi « aTTennto di ritmar Otta 11 mi. ortRlmlB e. credo, nnleo Dalla Cuiunnal« di 
Palcrma (1 QQ C 101), oods dlidpaR la bTola aauuDnlata dal romaui tnjiaaì, as 
ICDipo ana dallala. IdIotuo ad Arto ed alla atorla di brattagna, acalaa, coaia JTiida 
«incera a ledcdcgna D*l vto racconta, Oolhado di UodiuddUi I 1 aabbaoa lo Hpia 
qnaai •ampra dod Imeni*, pnra qBalcfae Tolta al rUnta d' tniolara la laleiiDl ineiiipgao 
clt* il ano antera (Il aomanlaet. Qnrita anlana appasto ancba rignardo all'lai- 
pcrator* I-tosa ; • Nota Uè, Boiire U buon Oalaoo, qood ItH (crlptorea AnuUol iadldo 
meo decr|i]aiit. LBelBra aulain dlcnui Laonli Anenati nella auffraalam Implorare. 
I.eo BQteiB Bomanora ai* adaplan Inpcrlum Ardo nrblt UiCCoX et Aneli xm Im- 
persnlt. qn«I aicaiidlt ad nunirem aonorcm IfCCXZVIJ. Clirlitiia aatam natna aat 
Aano nrbla DU LUi ale, compotatit anula. nlderator LeoDem deecaliaa Anno Cbri- 
■U CCCtiLIXV. Artnnu anlam adepti» cat Sagnum Anno CbrIaU DIJ at anni) XI." 
TvgDBnIt; qnod aaundlt ad nnmenuB ADDoram D<XtiIJ: aleqna nldaretur Arlnnim 
exTsIraaao poal Laonast per aanpa XLVU. Faola Igltoi tMT* Anaonun eompntatloDC 
ArtOTua r«(nabat luparaatlbiu Inatluo at laiUnlatw > (ood. elt, t M r). Oonlam- 
pamtea 01 OtnaUolaDO dtoauo ililA altil ecowinl nedlerall: dlaró qui aollanlo 
Paouaa uel aoa S/mvIwb (ne. Lanr. 6. Orooa ?l. XZI Sta, 1. f . 131 r. 3 e). 



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446 r. iroTin 

bontà, la liberalità, 1» coiteeia déirìUnBtre popolo che ivi 
ha sede, il qoale onora quanti nobili nomini radano a 
luì ed iri si trattengano e lì tratta fraternamente. Cesi 
vnole egli a ena rolta far saggio del loro modo dì Tivere, 
costumi, fona, nobili sensi, anni, ralentìa e prodezza nd 
torneate > (1). 

U Kolbing, dopo aver osservato che di questa descrizione 
non vi ha traccia nel poema di Oo&edo, sog^nnge dì non 
sapere a qnal fonia il monaco Roberto possa arerla at- 
tinta (2). A me, solito ad apprezzare qnanto merita la 
saggia riservatezza colla qnale snoie nella ricerca delle fonti 
procedere il dotto tedesco, pare tuttavia che questa volta egli 
abbia Rpinto un po' tropp' oltre la pmdenza. È egli am- 
missibile che la descrizione sia stata aggiunta di suo dal- 
l'autore della Saga? Nìuno che conosca le sue abitudini 
vorrà certamente affermarlo; il Eolbing meno che altri. Chi 
ha giudicato superflua, senza interesse per i suoi ndìtori, 
quindi da ometterei, la descrizione di Londra che rinveniva 
nel testo che aveva dinanzi (3), non può aver portato di- 



ci) • H>rt vir bionio ugt tt EniUndl, mt Pur i>r mlUI rìU ok «lufsHt. bi'lt 
ok friBirt, (tùtt ok EnÙRt. nieif ■Hgkonlr «u'iDtlniD knrltlu* lidi'Uim ok nkn b<ir(B 
Dk itirkn kuUlii, ik bln rikiiU TglifMrtB^s aJT»iikCafìt.oi litt guciiiu lU milnl 
ruIU uk liìtrm nk ■Uikjiii kluc^a ok uàttn hnli, crin ikliina ok britn IttUBnktiiBi 
ok —tali.: ok frcll l'vi iViiiRV/l liDun. it Iwiiii tildi njl TlU ok Tuklrlk. mildi ok 
haTtnkD ;>slrnii&iiiii>liiuRiknr(ri*n.H'in i Jivìriklhii*, «-0111101 p«lu ancsnilniii 
fqn Kanidlr gk ■niutan tjlt^lui^ cr (il i>i)im tODtt ti aie4 J^lm tIIJb Ttn: m 
yta lunn ok Mudìud f>olm k«tnu/, wVta ok neaidlr, Tmid A npo, hnjiU ot 
ftlTpliflr iryiii ». Gmp. 1. 

(3) op. oiL, T. 1, p. xzrr. 

(S) Ofr. VKrtEa, op. stt, p. 11. Lt itnM ntfoni, coma ih « «i t» rladMo— mnW 
a BboEM {Rboi, XV, p. «m), buiDo ludotlo ElUwTt * Mppr1io*n 11 enrio» cpInOia 
dogli VHnfiiH, rlforito pn tnticra dal m*. 103. L* oliUriiDot, eh* nlU b«b[bI1ì 
dall' tpkOiUei lIcKrIiJnnc di Looilr» h I'Bukiei. (tip. oil., p. 3;;}.vina poi «ddlrlltiin 
OrtfluaU. Efll trota In ««■ BD unttin intleo, tolga», uertimUlr.ebe H aptnlA* 
lu DB gialli» DurmimiD, Il qiuU noli inlU plii^ drl sirrcalo d'nna c«U injiloH. 
ma eba ì' Inuamiulliile nel • doito, nottll*, icntlmAital. • Tnpuuaao. la non «■ Tvdn* 
ID qnMil porarl tartl tanta IndagnlU, ■ mi limito a notan coni* dltanca pmlo naa 
eonnatsdlo* od poatl del rido brcttona qnrlU d'Introdorra nel loro naeaaal la 
daaarlalona mlnniloaa di net ricca • floml* dttk a dal mMllnl Db* tÌ al tatrdiasOk 
Vad. O, PAUa, Ut £««. m m*, acc p. ta, p. U. TtOBaao oa no yerg* ttt— D 



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FRAnL DIL TBISTBi» DI TQlnUBO 449 

Toraa opinione intoniQ ad una descrizione della Brettagna; 
ai capisce qnindi assai poco che l'abbia mantenuta; non si 
capirebbe affatto che l'avesse inserita di suo capo nel rac- 
conto, ove nell' orì^nale non fosse esistita. Farmi quindi 
da conclndere che, secondo ogni probabilità, la descrizione 
dell'Inghilterra, data da 3., proviene, magari nn po' abbre- 
viata, dal poema dì Tommaso. 

Posto questo, resterebbe a domandare se Tomma.so abbia 
egli stesso composta codesta descrizione della Brettagna, 
giovandosi delle sae reminiscenze e della cognizione che 
egli aveva del paese, oppure cavandola da qualche altro 
ecrittore. Può darsi tanto l' mi a quanto l'altra cosa. Ma non 
è però da passare sotto silenzio che una descrizione, e ce- 
lebre, della Brettagna costituisce il secondo capitolo dell'f ù- 
toria Regitm Srìtanniis. Wace ha creduto inutile voltarla 
in volgare; ma t^e non è stato l'avviso dell'anonimo tro- 
viero a cui si deve il Brut di Monaco, Ìl quale dal testo 
latino ha saputo trarre ottimo partito (1). Eìcco ora di 
codesta descrizione i passi piti confacentc al caso nostro: 

Britannia insularum opHma... quiequid morialium usui 
eongruit , indtiìcienti fertilitate ministrai. Omni etùm genere 
Mw^i fceeunda; eampoa latepanaos hàbet, coUesque prtepd- 
leati euUura ajiios, in quibus frugutn diversitates ubertate 
^Aa temporibttó suis proveniutU. Habd et nemora universis 
ferarum gcnerUius repleta: quorum in sàlt^us d in alter- 
wtndis animalium pastibus gramina eonoeniunt... Habei 
prata sub acriis moniiòus amceno situ virentia, in quiitus 
foittes lucidissimi per nitidos rivos leni murmurc manaìUcs, 
pignus soporis in rtpia aeeuÒantibus irrit<aU. forra ItKiAus 
atque piseosis fluviis irrigua est... Bis denta diam bisque 
qualernis eivitalStus olim decorata erat, quarum quadam 
dirutis «UBaibus in deaertis loàs squaleaeunt ; qutsdam vero 



U)K. Borain n. K. VoimAlub, Dtr Miudimr Bnit(Billt, 1177). p. 1 • if.: 
l-lt. SBft*nnHDled*IUdHoriiloD*en Itola dato alla loM dal LnoDT DB Ldoi 
p. €lt., T. n, p. lixmj-TlU. 



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450 F. lOTATt 

adkuc intera tempia sanetorvm e»m tert&wa perpidéhra pnh 

eeriiate erecta continetU, in quibus rdigiosi eoetus vkamm 
ae mtdierum obseguiian Dea juxta ehristtattam tradSioitem 
prtestant (1). 

Si dia qaesta descrmone nelle mani di an poeta rolgare 
del sec. XII, e dell'indole di Tommaso, il quale, introda- 
ceodori qoasi senza volerlo, noa folata di qnello spixito ca- 
Tallereaco che è proprio del sno tempo, ne scacci il eoiioso 
ed indefinibile profumo di bncolico e d' ascetico che emana 
dal testo latino; e ei avrà, ee io non prendo abbaglio, la 
descrizione che 6. ci ha conaervata (2). 



(1) i anricm ■ noUr* sona U diwerliloDa ctw dclli Br«tUgii& iran dato Qiuu 
Mll'Bwrdlo d*lU tu KpMola it iiMIt H cnifHtKH S.Vhi.iiJH «bbto ttUe I* rpnn 
« tot altri «erltlorl ii<à rtMoUi l'uonlmo oumplUton irli' mUfriii Briltntai {ni. 
11 <u>p, ch« wm. : < BrttMiDia tuniU m gaodun Bruto, eomnla coDuaD, meatnr >: td. 
Stetxmoii, p. e): fisi» [rad. XecUiiiil. Bill, Oiul. Àagler. L. I, C I, la Srr. Brìi, 
Btrirt-, V- 11») 1 • QoBn&o di XoainaBtli. 1 dna prtml, Ba>la aJniolamitDta, aono 
ptrò ilatl aaaal pardil nella laro «plgolalnra; OoStnls jnTCea ha aJdlrlllBn traacTitto 

■Adotto nel Icato qnaatj Iramnuotl di Oiliu (Efiit. la Uir. Bril. Serlfl., p. US): 

■ Britannia lamia... bla denla blMin« qnaticnli dritaUbB* se ucmnnllla csMrlUa, 

[a paiigcbaiitnr... dacorata: Bampla lata 
:Bltilrae aplli, mon- 
ti bui alltrnaudla ani mal inni pialibnr maxima cooTonlaatibDa... fun- 
tlbna lucldla... parnitldiaqna rlTli leni mnrtanra acrpcntibiu, IpaoniB. 

aaM-HuTB, op. clL. p. 119 « ag. 

(1) L'alsmanto eaTallcmco a enctcae, cha appaia nella dcaerlilan 
la Qndla di OoRtado. fa oapallna pari) lu altri IncifiU dell' Elitaria l 
pnttnttalkdOTa l'anlora parla della BrtUaina al titnpld'Artn: «Ad ' 
itatom dlfaltaUa Bìitasnl* tane prmtota aiat. qaod copU dMUan 
Buotonus, fkeada ioiwlanin], «aUn ragna axwUebat. Qnknuqna 
TTObltate inllaa in eadan ctat, nniai colork («atlbBi atqne armla ntebalnr. Faoatae 
•Uam mallana oonrimllla Indiuaauta habantaa, nnlllDi amareni habern dissabantoT, 
Blal tertlD In minila appnbatua naat. SfBdebantaiargoBaataa mnUat^atBltttaa 
•moia Ulama aalMm >. L. IX, 0. Zm : • ctr. ancha t a. XI a XIT. QBcafoMmo, 
la ani SvSrado deacrira la Tarla occnpailonl dai eaTsUert d'Ann, to1«t> 11 Sa» 
IlaBTI (i>p.olt,p. SM)cba artiM porto modello alla dcaorialoBa eba ^acaO Ctmliir 
«> Lpw di Crealien da Trotaa; ma anooi lo credo pooo prabablla la Maa (Tt4L 
Boujn. Li tht. an /^rm, p. 3). Coma al potena dal reato oaTar foca! dal mafi) 
eannl dell' Aiferfa nn qsadre Ttradaalmo l'tia moatoato Waoe (rad. i»m. ii tr^ 
V. lOMl • MB.). 




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nuoL BB. menu n tokmìso 451 

Abbiamo co^ terminata la raccolta di que" fatti che hì 
porgevano opportani a stabilire come U confettura cbe 
Tommaso abbia coaosciata ed adoperata VHistoria Il'-jìim 
Sritawiùe non poraa dirsi erronea, né priva di basi suffi- 
cienti. Uà, alla fine, è dessa da accogliersi? In non oserei 
pronunciarmi recisamente. L'nnica antorità che Tomma.^o 
sembra allegare nel suo poema è quella dì Breri; Brerì, 
Jù BoU Ics gestes e lea cwii^i De tut les reis, di: iue tea 
ciwtes Ki orent estés e» Brdtùgne. Sarebbe adunque ben 
naturale concludere cbe tutto quanto nel Tristraii v\ rife- 
risce alle antiche storie della Brettf^foa deve provenire da 
Breri. 

A questa obbiezione si potrebbe contrapporre: a) che 
Tommaso cita Breri in un caso ben determinut», quando 
cioK si tratta di decidere quale opinione debbasi preferire 
intomo a certi punti oscuri della biografia di Trìstrtin; e che 
quindi non è indispensabile ammettere che Tommaso abbia 
ricorso a lai anche per accennare alle vicende, alle quali 
andò soggetta la Brettagna prima e dopo di Artù, ed alle 
avventure di Artù medesimo; tutta roba estrum-a alla leg- 
genda di Tristran; lì) che noi non siamo poi troppo certi 
cbe Tommaso, aSermando di fondare la sua narrazioni' sopra 
la testimonianza di Breri, dica il vero; pacche e Brerì era 
morto quando Tommaso scriveva, e costui non si mostra 
tanto ossequente alla tradizione da non permettersi di mo- 
dificarla, ove speciali ridoni a ciò lo esortino (1). Talché 
potrebbe anche darsi che Breri non solo non avesse alcuna 
parte in qnelle narrazioni nelle quali la sua autorìtii non 
è invocata, e che a noi paiono emanare iaiYHistoria Regum 
Sritannùeì ma che neppure nel luogo dove è chiamato di- 
rettamente, personalmente in campo, egli abbia avuto nulla 
a che vedere! 

Per6, chi non volesse saperne di mettere da parte Brerì, 
e non si decidesse insieme a negare T influsso di Goffredo, 



Il Funi in quoto ■tgooMata In Barnmir, Vm, p. 411. 



Diai.zodBjGoOglc 



452 f. xoTÀH 

potrebbe ricorrere ad no altro espediente: congetturare cioè 
cbe le narrazioni dello storico siano p^vennte a Tommaso 
per il tramite del bardo. Io non veggo infatti che alcuna 
seria difficoltà vieti di supporre che Breri possa aver co- 
Qosciata V Sistoria. A che sì riducesse la cognizione che 
della leggenda troiana e de' primi abitatori dell'isola posse- 
devano i bardi gallesi innanzi l'apparizione del libro del 
vescovo di Saiut-Azaph, è ormai ben dimostrato. Bairifi- 
storia JBntonuiiif insulso e variegato compendio di favole 
qua e là raccolte, essi avevano ricavati qne' uomi di Enea, dì 
Silvio, di Bruto che inserivano nelle loro genealogie dei 
prìncipi della Cnmbrìa (1). Che essi abbiano quindi accolto 
con entusiasmo pari a quello con coi l' accettarono nomini 
ansai più dotti e più perspicaci di loro, il libro di Goffredo 
Arturo ; che abbiano fatto tesoro dei nuovi racconti che vi 
trovavano commisti a quelli che già ben conoscevano, è, più 
che probabile, certo (2); prova eloquente ne oSre l'esistenza 
del così detto Brut Tystlio, narrazione in (gallese delle gesta 
dei re di Brettagna da Bruto a Cadwalladr, che è tradiirione 
sempre fedele, spesso letterale, dell'opera di Goffredo (3). 
Ora Breri, che fra codesti bardi gallesi era uno dei pib dotti 
e dei più celebri, pub aver benissimo sfruttuto Goffredo ed 
accresciuta a di lui spese quella somma di cognizioni i^ugli 
antichi fusti dell' ÌHolu nativa, per la quale TommoM» pro- 
vava o mostrava di provare tanta ammirazione (4). Goffredo 



(1) Ctr. HnoEB, n|>. cU., 0. II, Ùii Tt^imVBSi Vu tir Hitl. Sri!., p. 19 i r^. 
Cfr. uiiihc p. il • igg. OOTS il -"■"'—"" ÌM tatliiioiiluu.L di Oatuur, Wks e QlnMa 
di Buri nlU lUffniloDa dtllm lagguidi. 

(1) SuORn, pp. elt, p. 4S. 

(S) nsKoDi. op. dt , p. 7S ■ igg. 

(«) I dill erauoloslel anrlipondCTvbben) ottlDusietita. à. slndlilo dal I>&ui> 
(KauL, Vin, p. a»). Breri. del <iiiil« Gta^u» di Buibi dl« she < trnipatk nortrm 
panie pnciruH > [IHKr. Amnir., L. I, C. XVII), &an tner Untilo ulio 11 ic(do di 
Btcrua (113S-11M}. Or*, coma i noto. itWHMtrii Risam B-il, dtlU <|Db1« na etm- 
plin KTCTi gU nel IIM Todolo beI codtcbIo 0*1 Bm Kttlte di Hantloiriiia Ictt. 
P. PiBH, /.ri Ahi. di f<i T. S., r. I. p. 17), U Kdulon* dedicala al CoDla di Olo»- 
aUo apparta In luca nel liti; a naIDvdo acmlm ave*» annra U tempo di pre- 
■nitariw a n Sttfano una lena cdliloti». [Vcd. Baa-IIaBTC,Dp.clt., p. XI ( A. Jolt. 
Bn. Ut 8. Mtrl, T. I, p. 1»). 



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nàMJL DtL TKIBTBAlf DI TOMMASO 45^} 

in questa maniera resterebbe eempre in fondo la fonte di 
Tommaso. 

A codesta ipotesi Ìo ne preferirei an' altra più spontanea 
e più semplice. In Tommaso tutti riconoscono un uomo 
di caltura almeno mediocre; nnlla di strano quindi clie 
esso pure, come altri della soa condizione, come Wace, come 
r autore del Brut di Monaco, avesse Ietta la Historia He- 
gum Britaania, giunta ai suoi giorni alla piti alta fiuno. 
Ma olle notizie che egli ne attinse pnò essere che abbia 
creduto utile mescolare quelle che provenivano dai racconti 
orali; da quelle tradizioni che Goffi^o o non aveva rac- 
colte, o che, appunto perché egli le aveva raccolte, erano 
riaorte à naova e più rigogliosa esistenza (1). Così ai in- 
tenderebbero quelle discordanze che emergono dal raffronto 
del libro latino con i vari testi, de' quali ci siamo giovati 
per ricomporre le sparse membra dd poeta anglonormanno. 
Ha, qualunque di queste ipotesi si voglia accettare, parmi 
ormai quasi certo che ona parte dell'elemento storico del 
Tfi'stran di Tommaso derìri dall' ififi^ocù di (Goffredo. 



VI 



Il frammento torinese, oltre a quel brano del poema 
di Tommaso che ha porto sin qni argomento o motivo alle 
nostre indagini, ne contiene poi, come ho gì& detto, un se- 
condo. Ha questo non tornerà nuovo agli studiosi, perché, 
coincidenza bizzarra, per l' appunto dai medesimi versi con 
i quali esso incomincia, ha pure principio quel più ampio 
frammento del cod. Dooce che ci ha conservata nella sua in- 
tegrità, quasi, l'ultima parte del Tristran (2). 



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451 r. KffTin 

Fra ]a disputa di Brenna ed Tsolt, eoo la qnale ti 
apre T.*, e l'avventura della pozza, che leggiamo in T.\ 
quali casi aveva narrati il poeta? ha risposta è già stata 
dota, ricorrendo ad S. Le lagnanze di Kaherdin a Tiìstran, 
la vi^jita, che ne è la consegaenza, alla Balle aux images: la 
decisione dei due amici di recarsi in Inghilterra, il viaggio, 
l'incontro degli amanti; la foga di Trìstran e EaherdÌD dì- 
Danzi a Carìado, che riempie di sdegno Brengain: ecco tutto 
ciò che si conteneva nei. pochi fògli che separavatio l'un 
dall'altro ì due superatiti del cod. torinese, e che il poeta 
aveva, io penso, descritto in nn migliaio di versi (1). Dd 
migliaio Boli sessantotto rimangono; quanti cioè se ne soo 
potuti decifrare Del frammento I dì Strasburgo. 

Giacché, mi affretto a dirlo, per me non riesce io veran 
modo ammissibile, sebben suffr^^t» dall' autorità del "Kòl- 
bing, la condanna pronunziata contro questo disgraziato 
frammento dall'Heinzel (2): anzi mi accordo col Vetter nel 
ritenere che esso abbia appartenuto, tale quale ci appare 
in S.>, al poema di Tommnso (3). Però la dimos^iazione del 
Yetter sembrami in talune sue parti non bvppo persuasiva; 
talché, prima di passar oltre, non sarà instile tentare di far 
sparire in proposito ogni dubbiezza. 

I motivi che consiglierebbero così l'Heinzel, come il 
EGlbìng a togliere a Tommaso, o del tutto o almeno io parte, 
la paternità di questo episodio, son presto detti, perclié à 
ridupoiio ad un solo. In S.i Knherdin piglia per Tsolt e 
Brengain le foratwes ehaìiherereg (4): orn, dicono i dne cri- 

(1) OluitlflruD 4in«lo otcolD li MsatnU rlBmlonL i pi«)ialill* A* tuH» 



tum snn U mcdMinw rii|>Ulla di cnl U moalrm bdUi parte ««cmla. Si pab ia 
«tewinniu (arpam cb< ■ dna pnnil Kdlanlo dal ncoonto ««Il axM* dmlo ^ 
ampia iTllnpin: 1) alla Tlalta dalla U^llt (rba ocanpa Is B. dna lusU eivHoU. LXXIT 
• LXXXV1); SI ■ll'lneontru ntl b(W9 {In S. nn eipfbilo, LXXXVn). Kl BBiirtl tri- 
aodl pMcvana Miara CBDwdaniiMila narrati In «W o TW vBfai anek* da bh Tcntr 
■iitora per aollto prulliao comr i ti Xaatro Klmambbtre da NO a US nrt pai 
i oaM InMnUFdi. a ni arubn m aTauL 

(i) Op. dU p. >U a ags. Ctr. KSuna, cii. ett. t. t, p. OXEL 

(») Op. eit, p. U « aiis. 

M) •■- 1. ■» a a». 



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rKUOL iiiL TsianiH ih touubo 455 

tici, avrebb' esso potuto commettere qnest' errore^ se avesse 
conoscmte, come lascia intendere D. 894-98, le immagini 
della SàUeì S.' iioa può quindi appartenere alla versione 
stessa coi spetta D. A tale obbiezìoDe il Tetter risponde: 

< □ est pea probable que les images aient été £aitet 
d'après la nature, la reine Ysolt et Brengain n'aoront pas 
£ait le Toyage d'Àngleterre pour j poser au sculpteur des 
images. Il est au ciontrairB très possible que Kaberdin, 
quoiqu'ìl efit vu les images, ne recoinnaìss&it pas la reine et 
Brengain, on dn moins qu'avant de les avoir Tuea en vie, il 
prenait d'autres bellea femmes pour elles ». Egli aggiunge 
poi in nota che le parole, con cui 8. allude alla fabbri- 
cazione delle statue, dimostrano a sufficienza che la loro 
rassomiglianza con i modelli non era che una corrispon- 
denza generale di statura, forma, beltà; non riproduzione 
esatta de' lineamenti. Però, pur proponendo dì sciogliere 
cosi la difficoltà accennata, il Vetter non dissimula un po' di 
meraviglia per l'introduzione di un elemento quasi burlesco, 
qual'ò l'equivoco di Kaherdin che coglie le lavandaie e le 
fantesche di corte in scambio d'Ysolt e di Brengain, nel 
frammento. « On dira peut-étre, egli conclude, que le poète 
veut donner par là tout simplement plus de relief k la beante 
étonnante de la reine et de ses dames: mais l'expresaion est 
pourtnnt un peu, forte et on tronferà & peine un trait ana- 
logue dans le poème de Thomas (1) >. 

Queste argomentazioni del Vetter non riescono del tutto 
convincenti neppur per me, che mi accordo con luì nel ri- 
tenere come appni-tenente a Tommaso il frammento discasso. 
Infatti il dire, come fa il Vetter, che le statue d' Ysolt e di 
Brengain non potevano rassomigliare ai loro modelli per la 
ragione cbe esse non erano andate a farsi vedere dallo scul- 
tore in Brettagna, non h una ragione molto forte. Il Vetter 
sembra si sia scordato che alle statue aveva lavorato, come 



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456 T. ROTATI 

la Saga aSerma, Tristron in persona (1). E se Trìstnm era 
artefice cosi ralente da condarre a termine dei capì d'arte di 
tanta eccellenza quanta si dicono possedere i simolacrì della 
HoUe, io non so come si possa ammettere che non dorè*- 
sero rassomigliare nei lineamenti a Tsolt e Breogain. k, 
Tristran, che le aveva indelebilmente impresse nel cuore, do- 
veva rìnscir facile ritrarre nel metallo le. fattezze della sai 
amica e della di lei ancella. Ma, obbietta qui il Vetter, 
la Saga stessa parla di ana rassomiglianza generica che 
non include troppo particolari riscontri fra il modello e l'ef- 
figie. Ma S. dice proprio qnesto? Eccone le parole: « que- 
sta figura (quella d'Ysolt) era di statura, beltà e grossezza 
cosi somigliante alla regina Isond, come se ella in persona 
colà si trovasse, cosi fresca, come se fosse rivente (2) >. 
Un'esecuzione artistica tanto perfetta.da indurre nell'animo 
dello spettatore l'illusione della vita, da ingenerarvi uno stu- 
pore pari a quello che ingombra, quando entra nella JfàlU, 
Eaherdìn (3), può dessa concepirsi senza la rassomiglianza 
dei lineamenti? 

Se, come a me pare, la risposta &tta dal Vetter alle 
obbiezioni dell' Heinzel deve giudicarsi iasnflìciente a rag- 
giungere lo scopo, codeste obbiezioni rìmarninQO forse in- 
tatto ? Non lo credo ; esse sì possono combattere infatti per 
altra vìa. 



(1) a e. LXZn-LXXl. IC »S potnblie font oppom cb* M TiMna ■ n cn» 
ter* <U tulli 1* nunrlfll* d«ll* ulk noa d«c pcrb l'Hecnbn mmialmlc; gUnkc 
U Sifi iMrli di DMa tBrb* di Iulcfiiuiil, d'onSel. cliUnuU d* Ini ntU'lioU. Tt- 
ilHlmn; Dtt noa mra nra il t dia, qoando (Il ■riefld bUDO EOmplatD le ■Incòti 
BualDDl luro tlldilc, TrlMns U cdbiikIi * dà tflì loh), coU'KlBla del tfeiot^ 
rolllBU DUO lU'lqHik «tnpRid*. Fercbi) Xaberdln pon qnlndl, bcom tx, MnpM 
daU'kblllU «ptegMa d* Titotcu (< aDdivfl Eudin. atd liTeijoin bitta at TrbtitB 
git nlln Jfm UclAi knall >, p. IDd) etniTlcn uuinelUn die qoeetl «Teue putt- 
cUielo iwTHiuJmcDla ti lavora. 

(1) ■ jienl ifkneakJa TU it itoipiui, feicrif ok aiiunclk ni lik boad dnttnliici- 
■ri aca hno inrl Pu ajilt aUudUMll ok in ktlkllf: tua Uludl tktI >. e. LXXX. 

{a) EalicTdlB Don (I acecirgc di Maeri dlnanil ■ delle itelw, ■• bob gmaBdl 



;dOvW.-*4 



Si conaìderì qd po' attentamente in qnale condiuone eia 
posto dal poeta Eaberdin quando ei Tede per la prima volta 
Ysolt e Breogain, delle quali non aveva contemplato se non 
solo per pochi momenti le immagini nell'anica visita fatta 
alla HaUe prima dì lasciar la Brettagna (1). Sbarcato in In- 
ghilterra, egli giunge insieme a Trìstran ad una città dove il 
re Marco e la moglie stanno proprio allora recandosi. Saputo 
ciò, i due compagni vanno incontro alla reale comitiva, sor- 
Tegliando, senza percorrerla, la via maestra sino a che non 
raggiungono ed oltrepassano il corteggio di Marco (2). Poi 
essi riprendono la strada e vi rimangono sinché la com- 
pagnia che fa scorta ad Ysolt è alle viste; allora svoltano 
per una via traversale, smontano da cavallo e si arrampicano 
sopra una quercia, onde, senz'esser veduti, spiare i pas- 
santi (3). E cosi, sotto i loro occhi, sfila tutta la famiglia 
della regina: valletti, scudieri, cacciatori, garzoni, mentre 
Kaherdin si agita, fra lo stupore cresceate in lui per tanta 
pompa ed il desiderio che si fa ad ogni istante più intenso di 
veder la regina (4). Talché, appena apparisce una schiera 
femminile, egli crede si trovi in essa Tsolt, e prorompe nel 
naturalissimo grido: Or ìe vei. Fatto accorto però del suo er- 
rore, egli vi ricade di naovo quando, passate le ancelle, se- 
guono le dame di corte; in Brengain, adoma di straordinaria 
bellezza, ei crede ravvisare Tsolt Dune diat Kaerdin: ... 
Ceste devcatt est la reine: E qude est Brengain ìa me- 



li) È cBrinn ebc HDD il Mi StiM aia qui ileiiDi Importanti • qntnU, A* t 
pnn DDt clreoatinia di btto, lindtani* ipnlMiiaiM Sii tBCcanto d«lU Bagni 

(i) < Qnuit II ot qnll |Uukr) I dslt T«ntr... Zncnntn Tilt od KBbmIin. De 
loìn ■ InlD Tont ebamlDUI S la mela al rei pnrraut .. . > B< tS-lO. E ett. a. 
e. LXXXVIL 

{3J «Qnaiit U nK(a al ral fa nltrija, La la rolno nnt «nenntr^: Def1i]orm la 
cbtuiD dDDc dticendcntiLI rarlat IIufc l'alandaDt. 11 rant nir db ehana manta 
Qn'catell nr un cbemiD torre; La ivta poent inrTMlr: Eia d*b poont >p*Te«*oli>. 
B.<, I7-U. btr. a, 1. e, doro partii anta In umagglb alla toa Donanetodliia di eolU' 
pcndiin l'oriilula, Boborlo hi lopprtno oodaaU putlooUri, ■ tolta U leana eka 
precede l'abbofcimtnlo. Tad. Victteb. op. dt, p. IS. 

(I) ( Unlt M marralUa Kabcrdia Sa la rata qtd niil oat gtmiit E dai DMrralIM 
quii I ■ tuli BqBllBraTaltlanlDr,HcnBi«DfleDliM«n«clilM>, B.i,SI.M. 



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458 p. lOTin 

scAnie?... (1). E qni il frammento s'interrompe. Ma certo 
Trìstran faceva avvertito ana Becoada volta Eaherdin del 
Boo errore, finché a render costui del tutto mnto e stcardito 
per la meravìglia s'avanzava, appaiizione raggiante, la 
regina. 

Orbene, come mai, in mezzo ad ana tarba di persone^ 
in mezzo a donne tutte belle, tutte sontnosamente vestite, 
Eahsrdin poteva egli distingnei-e, lontano dalla via e tnr- 
bato com'era, la regina e Brengain, di cui egli non aveva 
che una sóla volta vedute le immagini, e anche quella Tolta, 
mentre il suo animo era sconvolto <1a commozioni vio- 
lente? (2). Io non trovo qnindi nulla di strano, nulla di 
illogico nell'episodio; ove almeno non sì voglia portare la 
crìtica troppo oltre, ed essere piii scrupolosi di quello che 
sìa stato il poeta stesso. 

Del resto, una prova molto chiara che la concezione che 
anima S.^ è in tutto conforme allo spinto del poema di 
Tommaso parmì si possa trovare nell'esame di un testo che, 
certo per dimenticanza, nessuno dei difensori dell'auteoti- 
cita di S.> ha pensato sia qni a chiamare ìn buo aiuta 
"Se] THslaii di Heinricli voti Freiberg noi rinveniamo infatti, 
prodotto dalle stesse cause e descritto nella stes.;a gnisa 
che in Tommaso, l'incontro de' due cavalieri con le loro 
belle; anzi i rapporti fra il testo francese ed il tedesco sono 
cosi stretti che io non crederei d'andare tropp'oltre af- 
fermando il secondo derivato più o men direttu niente dal 
primo (3). Tn Heinrich, come in Tommaso, l'incontro ha 
luogo dopo l'avventura della pozza; per calmare lo sdegno 



(I) a.i, <!i4(i. 

[ì] Ho rU •rrarlllo come Eiherdla. InTlImto di Trl*tno id rnlnre stlU BmVi, 
IniIktnRu' ipiivinitito dliunii ■ll'inrlUlt t utsBcclon tgnn dd (igiiii* ciutod*^ 
n no irntiie i drKilttn ean tItÌ sotjrl In S^ C. LXSST. 

(3} SI noti ai ptù cbe qatcto non t 11 iole tntto eoBnne *1 poaaa trd«*e« tt 
■ ijntlla di TammHD. CooM è gli Milo Mlmto dil Vmxa (op. dt, pi U • mgg.) 
•Bctit Dell' rpbodlo di Xamffl,KÌ>, Xam/tliKii per BUnifcb, qnMU il inoDUna ddlB 
TcnlOD* di fioroni « «1 accoaU Innrc ■ qatU» dal XoMta. lc(liuip> A* aBAi 
la pinnn btta i» Bdnrldi del nuciuwla ■ prnAnta ooalCfno di Taoll u Blinrhr» 
milu {Triti, T. HIV e •■■■) rloblama uoIUmIibo qarlla eli* IcfiUno In T,' (lM4t). 



Diai.zodBjGoogle 



nm. DEL TUnEAH M TOKMUO 459 

di Kaherdin Trìstran lo coadnce in Inghilterra, onde mo- 
strargli qaale su colei pef cui Tsolt as Blanchesmains 
rìman vergine. E gionti in Inghilterra, i due amici tro- 
TSDO la regina in viaggio, insieme a Marco, ma eoa un di> 
stinto corteggio; e, nascosti dietro una siepe, in Blaniett- 
lanie , assistoDO al passaggio de* due cortei. La processione 
è questa volta anche più lastosa e pì& numerosa che non 
sia in Tommaso, ma composta press' a poco degli elementi 
medesimi : 

der kOnic niid die kflnigtn 

und mange mmneDlicllcbe ichor 

von rittem nnd von vronwea clàr 

wtren ùf dise vut bereit, 

■ebOne uode rlcbUeh g«cleit, 

wol nach trem rechto. 

der kflchei kQchcakDechte , 

bnobeii'und ganùae 

und Bvraz d& pedùne 

in beiden howeu mochte sta, 

dn kOngei nnd der kflmgtii, 

der reise wut dft nicht gespart: 

die booben sicb vor ùf die ivart; 

jsger nnde valkcner, 

des kllniges amptinan dirre nod der 

die bnoben ùf die fltrflie sìeb; 

vii mangen soomer richltcli 

saefa man d& soamschrin tragen; 

vD wol gelaJener kamerwagen 

begoDden dar nàeh achOne gnu; 

die flcuken und die capelan, 

nad kamérÈra dar nach rilen; 

gar nAcfa kOnicllchen siten 

vQr den hac reil aldar 

roit roangar rilleiUchen schar 

der edele kOnic Marke (I). 



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•mmàTM 






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V^li: 



nUOf. DKL TBUTBU DI TOMMASO 461 

Figuriamod quindi onale sia l'eatnsiaemo dol giomne, 
[orche finalmente compare davanti a Ini la formosissima 
lica di Trìstrao! Egli i abbagliato dalla sna bellezza 
me dai raggi di un altro sole: 

dort BU dem himel eis nmae stftt, 
Dnd Uè ein ander sunne ùf tdt! (1) 

Diuc'. Le analogie siagolarìssime le qnali intercedono fra la 
irsioae che dell' incontro degli amanti ci dà Heinrìch von 
reiberg e qnella che conserva mutilata il frammento di 
trasburgo, riescono adunque anche da codesti pochi raf- 
ooti evidentissime: e ci offrono argomento a confermarci 
eli' avviso, già espresso, che in S.' nulla vi sia che contrasti 
olle altre parti del poema, o sìa alieno dall'indole di esso, 
iacché io noD so vedere ia che cousiata per un osserva- 
sre attento quell'elemento quasi burlesco che al Vetter 
4ure dì scorgere nell'equivoco ia cui cade Eaherdin. Me 
perdoni l'egregio critico: ma egli questa volta non si è 
nesso a considerare le cose dal loro vero punto di vista, 
.1 non si è rammentato che noi ci stiamo da un gran pezzo 
' iggirando, per dirla coi poeti del tempo, nel Wunderland^ 
tei paese delle meraviglie. Nel mondo tutto ^ntastico in 
;ui si muove il poeta, le lavcnderes e le ehambereres possono 
benissimo essere belle come regine, quantunque attendano 
ad umili servigi. Tali le immaginava il poeta, e lo segui- 
vano compiacenti gli uditori. Se io m'inganni, lo dica chi 
ha presente alla memoria ì casi di Lanval quali li narra 
Maria di Francia. 

Lanval, oETeso crudelmente dalla moglie d'Artù di cui ha 
disprezzato l'amore, lascia sfa^ire il suo segreto: egli ha 
tile una amica che la piii umile di tutte le sue ancelle vince 
in bellezza, in bontà, in cortesia Ginevra (2). È noto ciò che 



(1} ( Bini la wihiMadclcoicrt.Qa'Bnadi e*l*>UUnrl,TDt* li pini poir* 
, D>B (China, Tsit miri* da Tua. dama nlna, Da oon, da *Uada badtii, D^nactgna- 
mant a da birnU. > Lamal, UW-SM. 



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462 r. mwat 

segue a questa rìrelanone. Edi por noto come il giorno, in 
ani si deve giudicare dell'oltra^^ fatto da Lanral alla re- 
giuft, giungano a Kardoil due damigelle di tantK hcllezza che 
gli amici di Lanval, sicuri della sua vittoria, corrono alai per 
chiedergli (jualfl delle due sia la sua amica ; eppnr costoro 
non SODO c}ie due di quelle mesckiiiea che Lanral aveva af* 
fermato superare in ogii cosa Ginerra (1) \ KuUa adunque 
di più naturale clie, come Maria tìi Francia, cosi Tommaso 
faccia apparir belle come altrettante regine le donzelle di 
colei che egli ha chiamata la taereciUe du munde (2). 

Se noi rifiutiamo adunrjue insieme al Vetter di credere 
che il frammento I di Strasburgo presenti interpolazioni o 
non appartenga al Tristran di Tommaso, dorremo osche, 
come 6 naturale, seguirlo quand'egli rigetta le conclusioni 
sfavorevoli alla intima unità del maggior frammento Doace, 
cbe l'Heinzcl aveva cavate dnlla sottile e minuziosa sua 
analisi (3). E tanto più agevole ci riuscirà il furio, in qcanto 
che l'Heinzel stesso, mentre propone di distinguere in D. 
due gruppi dovuti a due diversi autori, finisce poi a la- 
sciarsi sfuggire la preziosa confessione che, ad onta delle 
lacune e delle contraddizioni da lui trovnte nel frammento, 
questo mantiene sempre una intrinseca unità che rivela al- 
l'ultimo la mano di un solo autore (4). che è questo se non 
un confessare che dell'edifìcio laboriosamente architettato 
le fondamenta vacillano? Ma, dato anche che le coiichiGÌoni 
dell'Hcinzol si chiarissero di per sé stesso initcccttahili , 



(I) f^iifiMIMM; MB-HM. Ctr. ■Deliall/^i>'f ffriKfiii'.t.MI-M. IsBuiuiiK- 
lUn». fWW. Il C'ilr; T. IV. p. Tt. 

(3) Llio Hlft Tpnin^iitD TouuDsao, «mie tao gik drttn, raiitorr di iiiKwl& Miprra- 
tUiat, niiU ila Goffredo di 8lr»bnrto. ■» ne lirnntda 11 hllo i-liv i--h al rii>rtr 
uelU FU!r TflilafH P. t. iti, di enl rea ben noli t ripportl eoo i) Itwlnt ■ Xe dil 
la mrmlUt du (h. ir) nnudc >t Bari bona rlcortan qui eoua al* tpotelio* 
■BGba la tunuk doir«li<0D cb* TrMna la a Kilicrdln dilla belimi di Bn^nla. 
cbD par nOD Ù cba l'annlU drlU atu aialca. In 8., C. I.XXXEV. Id bcHana *t 
nua dgana i timUU natia Blaaaa galm da CnanEii BB T>oin a apaaa é"tiB>t 
aUwa: • O lai as* dan» tast bate Q«* Tarn aciBblaat aatia i^soalo > (£nc ri Xa. 
Cd. Bnin, r. lM»-in> 

W Of. dt.. p. m-«T. 

t«) 0|iL alt. p. vn. 



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^ nUOL DIL TBIKTEAM DI TOnUSO 463 

■naneva a Tedere sa i fatti sai quali eì le aveva fondate, 
issedessero o no qualche valore. Tale esame è stato ap- 
jQto iniziato dal Tetter, il quale nel suo studio piti volte 
-dato ha saputo con molto acume dimostrare come presso- 
lé tutte le lacune e le oontraddizioni che l'Heinzel cre- 
era avvertire in D., siano insussistenti (1). Due soli ira i 
lolti fatti addotti dal suo avversario gli sono però parsi 
ili, se 000 da modificare la sua credenza nell'intima unità 
i D., almeno da ingenerare qualche sospetto non i luoghi 
ov' essi apparivano fossero interpolati o corrotti. Il primo 
i riferisce all'episodio, nel quale contro i due Tristran, 
'Atnerus e le Naim, combattono Estnlt l'Orgillius ed i suoi 
rateili (2). U numero di costoro non è esattamente dato 
la Tommaso; si rimane incerti se li dica sei o sette, ma 
ntomo a questa lieve questione a me pare abbia benissimo 
;ìadicato il EOlbing, di cui adotto l'ipotesi, confermata 
iQche dalla recente scoperta di aa frammento di poema 
basso-tedesco sopra Trìstran (3). 

Riguardo al secondo &tto invece io non divido le opi- 
aiooi emesse dal Vetter, e mi converrà quindi discorrerne con 
qualche larghezza. Heinzel ha notato come ì v. 729-36 dì 
D.: < E [Tristran'\ vait a Jscit4e Bretaingne, Qui dolente 
est de cestire] ovraiiigne: Seen li est endite(e} Vamur; El 
qaer cu ad muU grani di^ur E grani pesanee e deshait, Tut 
son eire li cn destràìt Cameni U ayme Vaìire Ysolti Qo 
est Vachaisnn dont or se doli >; siano in contraddizione 
con lOdd-UO e 1336-349, dove soltanto TsoU as Blanches- 
mains scopre il vero motivo della condotta di suo marito 
ver^o di lei : il di lui amore per la regina di Gornovaglia (4). 
Air Heinzel ha fatto questa volta eco anche il Vetter, ed al 
Vetter il Ròttiger; essi propongono di considerare quindi i 



(1] Oj>. (dt.. p. MI. Bopri talnna deU* o 
cbUbitMU d4l Vallar i itlorruto n^a U BAm 

(t) D. imt-um. 

(SI Vad. XdLMao, «p. tfL, t. L p. GZL. Ofr. BOrnoaB, «p. Sit., f. 11> 

(ijop.cU.,p.«n. 



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464 f. iraritt 

T. 729-36 come no» malaccorta ioterpoladone che potrebbe 
essere tolta di mezso aeaza Teron danno del contesto; anzi 
con sao vantaggio, giacché il r. 728 si linoirebbe benissima 
al 737 (1).. 

Sebbene io non provi alenila ripngnanza ad ammettere 
resistenza di A flagrante contraddizione, perché ritengo 
anch*io col Vetter che, ove pare un errore tanto madornale 
fos99 sfuggito allo stesso Tommaso, esso non danneggerebbe 
io nulla la propugnata omogeneità dì D. ; pnre mi sembra 
che innanzi di dar cansa vinta all' Heìnzel si potrebbe ten- 
tare di sciogliere in altro modo che non sia l'ipotesi di una 
interpolazione la difficoltà rilevata. 

E il modo c'è, se io non m'inganno, ed è semplicissimo; 
tanto semplice anzi, che non & d'uopo ove si adotti né 
correggere, né sopprimere cosa veruna nel testo, ad ecce- 
zione forse di qualche virgola o doppio punto. Proviamoci 
a rìle^ere, non già i versi soli sui quali cade la contro- 
versia, ma l'intiero perìodo al quale sintatticamente appar- 
tengono, formato dai v. 723-736: 

Trìstma a Ysoll se d«didt 

Apres grani pose de U nnit 
ut Freni le conge a r(e)eiijarnte 

E BÌ s'ea vet vere sa cDntr«[e]; 

Trave sna nevii qui l'ilenl, 

£ passa mer al prìmer veni 

E veni a Ysoll de BrataingtiQ, 
na Qae doleste esl de eest[e] ovraìngne. 

Been li est eQdite(e) ramar; 

El qoer en ad muli gnal dolor 

E grani pesance e deshail: 

Tul SOD eire li en destrail 
II» Coment il ayme l'altre Tsolt: 

tjo est l'acliBisun dnnl ore se<n] dolL 

In codesto perìodo adunque vi sarebbe nn sol mutamento 
di soggetto, se ci atteniamo all'avviso dell' Heinzel e del 



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nuca. DEL TKiarKAX di tomhaw 465 

Tetter. Fino & r. 729 il soggetto ò Trìstran; dal t. 730 in poi 
lo è Tsoit Si Teda iuvbce un po' se non aarebbc il caso di 
ammettere nn duplice cambiamento di soletto; cosicché 
Trìstran, che è soggetto de' t. 723-29, dopo avere un istante 
ceduto il posto a Ysolt nel 730, Io torni a rìprendere al 731 
per tutto il resto della laisse. La cosa non ha in sé nulla 
d'anormale: di codesti rapidi cangiamenti di soggetto Tom- 
maso usa, anzi abusa (giacché ne va sordute di mezzo la 
chiarezza), nel ano poema (1). In questa gnisa sarebbe non 
Tsolt, ma Trìstran che si duole delle torture, alle quali lo 
assoggetta il suo amore pw Vaìtre TsóU, per quella cioè, 
ch'egli ha lasciata in Inghilterra. 

Da questa interpretazione, se non m'illudo, il testo s'av- 
vantaggerebbe in due guise. Sparirebbe innanzi tutto la 
enorme, inesplicabile assurdità che Tsolt as B. H., conb-o 
ogni Terìsimiglianzn, conosca ciò che in niuu modo può co- 
noscere: l'amore di Trìstran per la regina {2). SÌ ristabi- 
lirebbe inoltre anche la connessione esteriore fra le due ìais- 
scs cosUtuite dai t. 661-736 e IZl-TÌG^ poiché se Trìstran 
è, quantunque sottinteso, sempre il soggetto de' t. 726-736, 
sì comprende assai bene che Tommaso incominci la nuova 
laisse, dicendo; Ve'U s'en Triatran, Taótt remaint; ora tch 
le cause che facevano il Vetter propenso alla soppressione 
de' versi 729-736 ri era appunto quella dì ristabilire cosi 
quella concatenazione fra le due laisses che pareva altri- 
menti far difetto. 

Ka qualcuno mi obbietterà forse: Che cos'i se non 
l'amore di Trìstran per la regina Vovraingne, dì cui si 
duole sua moglie? E perché Trìstran, che toma in Bret- 
tagna dopo avere appagato il suo ardente desiderio dì trovarsi 
con Ysolt, i più triste, più disperato di primaf 



(1) Ctr. T ii T E ii . Il inile ■ p. 7,ii.l h> raccolti pirMCblfral molUailml HPmpI 
clic offra Tomniuo di qa»i< rcptntlM unUtlnDl di •oKgcttD. 

(3) È qnul mpcrfli» 11 laniinCDUt* le Mldlnln» morlAElonl eha fft TrlMran 
a Kmfaerdlii di lortwn 11 pib nclOM MaaSa in quello sba i i«*lnitto a oonSilatlU 

In a.,c i.zniT. 



DigitzcdCyGoOgle 



466 r. BOTATI 

Rispondo: colla p!iroU orraiagne Tommaso vnole indicare 
non già t aetUimeuti, ma le aeioiti di Triatraa. Se TboU dì 
Brettagna ignora l' amore di Tristnn, essa ne vede perà 
gli effetti, e sono questi efietti che l'addidorano. Ciò che 
le arreca dolore non è già la sola astensione di Trixtran dai 
saoì obblighi maritali, perché io questo egli è ai di lei occhi 
giustificato da una imperiosa necessità; ma lo sbano con- 
tegno di Ini, le sne sparizioni improTTÌse, le sae assenze 
non motirate dal tetto coniagale. Anche altra volta Tom- 
maso aveva notato, e in forma che doveva essere quasi si- 
mile a quella del passo presente, il doltve che ad Tsolt 
derivava dalle inesplicabili assenze di Tristnn, occupato s 
costruire V Halle, e quindi a visitarne le immagini; la Saga 
sta a provarlo (1). 

In quanto ai dolore di Tristran quando fa ritorno in Bret- 
tagna, esso è ben lacilmente spiegabile per chi rcimmeati 
quello che il poeta si è già dato cura di ùtni notare. Per 
Tristran vivere accanto alla moglie, col pensiero sempre 
fisso in Tsolt, b il piìi penoso de' supplizi, la pi£i raffinata 
delle torture. È qnesta la iHititeium che egli si è proposto 
di fare del sno spei^nro, la più aspra cìie potesse scegliere, 
tale da intenerire la sua amica ed iudurla a perdonargli (2). 
Infatti, quando Ysolt ne conosce tutta la durezza, non solo 
perdomi all'amante, ma vuol divìderla con lui; e perciò in- 
dossa il cilido (3). 

(1) Dopo IHT emanto ek* Twlt «m nM^t»** «n* fnddem di TtMm r 
Ma ur nioTPTi raroU vi tAcoBo, li 9. inglniijn: ^ bb pi et Iiiud tu I bnrtn ok 
r>n'l li'karBklar pvwar. pi JwiUl bcunl Bj(# kjnUgl, Iitu bus th xf* bnt bua 
■Òrrfl. > C. LXXXI. 

(:) < E por 1* toTt qlu Jo ai Ut ToQ qna B'amli drenare lit E la pmltane* 

aerai del del». Ka pali, fo crei, aiair loTBent Dani pisi ala paina . 

<Pu to ^|n'■ Taolt mast ma M Tel pcnllanea li»! pnnd aar mA: QaaBt «le 
aaara rnm lol deatralt ('r.(n>taf, ma.l Pir t'aot iiardoaar le mc(l) daltt. 
S.* Sf»Ma. S ttt. IbU. «MS. 

(I) < Par IM cnut sala qa-U ITrMian] ad anSért Qn' à |wlr« Il ad deMorart, 
Var la pelne, par ladolnr, Qar taatad aBpara*»anr,PBrl'ai>iBlaa, pvlatreiaaca 
]>arUr TOlt |Tai>llH^)l*paaÌUBec... D.,T4I.4«. X efr. IVF-TB: ■ XaH aaft« data 
yaal lanca Para'aniBr au nalntc faaaacei E maini* polna ( Btalntlr) alian Bafllrc ccat 
laoll par TrMraa. . . > 



Digli zodBjGoOgIc 



TKÀUM. USL TRISTKAN DI TOVIUSO 467 

Potrei admiqne rftllegrarmi (se con ragione, altri il veda) 
d'avere tolto dì mezzo un ostacolo che era parso a critici 
egre^ assai grave, se non mi toccasse invece tli additarne 
adesso uno molto pili serio ; tale anzi che non si pu6 davvero 
anniilt;ii*e cou espedienti esegetici. Si tratta d'una vera con- 
traddizione in ciii Tommaso è caduto, e che nessuno, strano 
a dirsi, ha fin qui rilevata, sebbene si trovi per l'appnnto 
in quel passo ora discusso che è stato fatto argomento di 
cosi minuzioso esame. 

Si rileggano infatti i v. 726-728. Tristrao prende all'alba 
congedo dalla regina: 

E si s'en vet ven sa cantile: 
Trove snn navn qui Tatent, 
E posse mer al prioier veni... 

Trìstrnn era adunque atteso da suo nipote. Ma dove, 
ma quando mai Tommaso ha parlato di un nipote di Tri- 
stran? Nel frammento di Strasbui^, dove si descrive la 
sua partenza per l' Inghilterra, Tristran non ha seco che un 
compagno, Eaherdin; e quando, pentito di avere abbando- 
nato cosi precipitosamente la regina per le minaccio di 
Cariado, egli ritorna sui suoi passi, è dal solo Eaberdìn 
che prende congedo (1). 

Mi non questo solo fatto, per quanto singolarissimo, ci 
riesce incomprensibile nell' episodio di cui discorriamo. La 
stessa partenza di Tristran, come ha ben avvertito il BOt- 
tiger, al quale si deve il merito dell'osservazione, i in con- 
traddizione con ciò che precede (2). Tristran, tornato a 
corte travestito da lebbroso per conoscere le conseguenze 
della sna fuga, ha trovato Ysòlt sotto la vigilanza di Bren- 
gain e costei furibonda contro di lui e di Eaherdin. Per 



(1] a.i l-«iS. m-iOU. E t'fr. H., e. LXXXTIL Co>i Toaiuua.ciniK S. pulano 
•oltuto di Ttllcttl TcnDll dt BretUgna «un TriMnn. Obc il fm» con loro IBdM 
OmertuI, eaat Torrebb* Il VinKt [op. olt., p. 41), nnn omhI tffcnuirla. 

(1) BòmoEK, op. elt., p. IO. Sell'cuma otaa qnl ftteia dcireplandio In qn*- 
■llnoe mi Talgo d' irgomiull ifii outl dal LicBTnanin (np cll.,p. CLXVIII) «dal 
StmBTK, ma adatiandoU al mio acopo, ad In pirla modlAcandoU. 



Diai.zodBjGoOglc 



468 r. NVAXi 

placarla egli ha dorato prometterì« che forebbe veaire Kiir 
herdin dalla Brettagaa per coafondere il sno-catanniatore. 
Qaal migliore azcasioae di questa pobebbe cercara Trìstrao 
per adempire la ssa promessa? Egli è gii in Inghilterra; 
non occorre che richiamare Kaherdin. Ed invece, fatta la 
pace con Brengain, Tristran se ne ra anch' esso in Bretta- 
gna, e non pensa nà pnnto né poco a ritornare in Como- 
vaglia fino a che non lo induce a ciò no motÌTO nuovo, del 
tutto diverso; l'annunzio che gli ha latto fare Ysolt da nn 
viàlur, che ossi ha indossato uà cilicio col giuramento di 
non deporlo prima d' aver riveduto il suo amante. È ben 
vero che, ripassato il mare, Tristran voudica stavolta l'onta 
sua e di Kaherdin nel sangue di Cariado (1) : ma non è 
insieme meno vero che lo scopo principale del viaggio è 
stato tutt' altro, e cbe la vendetta da principale è divenuta 
accessorio. 

E il voto stesso d'Tsolt, quantunque ciò che ho detto di 
sopra giovi a renderlo piii comprensibile, non cessa di es- 
sere per questo, come il Lichteustein ed il Sjttiger hanno av* 
vertito (2), assai debolmente connesso col resto del racconto. 



(I) Du'anrimilnii*. eba non Ttilo tltu a* tUti, mi i maggaitt lUlU lettma 
■lei pMW In col TiOBBiua doscriTi !■ eoiidoK* tennis lU TrMnn t d> KkhmUii nel 
loniM. 1 En gnol iTSjtan h mlitmit, Dcu barn» ■) U pIkf andmit. dlet 
U pntt*. ■ contluns : • L*iiii fod Xirìwla 11 Inlii; Xihcnlla Turkl u ccmbcftU Pur 
Uat qnll dit qn'il ii-ui mi i l'iltn feU unti firn parti • (D. aia-M). E qal ci al 
**p«ttMc)tb« U min: la maniloH dai dall'alln bannit.chs iTin moimunlo Tri- 
Mint. iDtKc Tommuo eoBclnde; < Aqnlti ad li Kremtnt E' II Ind tilt à l'uorJe- 
iHut >. Tm>.-aiuila Bocbe qoMU tmova alliuiui» ad mi Atto non tmeconUto (pcnbj 
■oltauta Triitnii arrTa proam» di Dcoldtie Cuiailo, quandn fece pm con Brraailii. 

è ami lDH|>IlcilineI La Rifa vos d porgi ■lem aiuto; In Maa • □ aoUto Uuit- 
iok cba entra IB lauffo di Carlada (C.XCUI; dr. X^ain, op. dt. t. I , p. CSXXV1). 
lunci ID E. noi rluTcnlano Kwaa li uhm di Kki(llm U pnailfma. Kel tonfo, 
alla cil dfacriilana uno canaacnla 1 unt* {CCSCV-XCVnX TiidnD • Sihndin aa- 
■algoio da* Damici loro, lUriadok a Cirladoa. TrittraB, abataualul del prin». ajnU 
KalMnllu a romcUra (lì di acll* il aHondo: poi Ibssobb. Hi pnitvbb* qatsdl ncM 



Diai.zodBjGoOglc 



rS.àXU. DKL TKISTUH DI T0XKA8U 409 

Che Yaolt , diyida le nngoscie di Tristran, sta bene; ma 
perché vuoi easa aggravare con fisiclie sofferenze i suoi pa- 
tìmeati morali? E perché dare arviso a Tristra» di tale pro- 
ponimeoto per mezzo d'na giullare? Non poterà ella stessa 
fai^liene parte prima ch'egli s'alloìitanasse? E se temeva, 
manifestandogli il suo proposito, che Tristran la dissuadesse 
da ciò, perché depone poi fcile timore ? Avvertire infatti Tri- 
stran ch'ella si strazierebbe la balla persona fino a che egli 
non fosse ritoroatp in Inghilterra, era quanto impoi'gli un 
immediato ritorno (1). Ma iii questo caso la penitenza 
d'Tsolt veniva ad essere, se non completamente, quasi del 
tutto annullata. 

Egli è adunque innegabile che nella narrazione di tanti 
avvenimenti che si saccedono con precipitazione singolare, 
e sono esposti con ana sobrietiX di parole alla quale Tom- 
maso non ci ha davvero abituati, si notano dei contrasensi 
non piccoli, un disordine, una ficoinessione che nell'opera 
del Nostro riescono veramente eccezionali. Pensare ad inter- 
polazioni, gii^ lo ha riconosciuto il ROttiger, è impossiliile: 
ad onta dì tutto le mende notate il brano da noi esaminato 
è cosi fortemente incastrato nella compagine del poema da 
rendere assurdo ogni tentativo di separamelo. E del resto, 
malgrado la inusitata concisione del racconto, è facile rico- 
noscere in esso lo stile di Tommaso. Dacché dunque fa di 
mestieri cercare altrove la spiegazione di questi problemi , 
proviamoci a volgere un'occhiata all'esposizione che dei casi 
di Tristran, arrivato a questo punto del sno racconto, fa 
Eilhart von Obergc. Il poeta tedesco rappresenta, come è 
noto, la versione di Beroul, o, per lo meno, nna versione 
che sta con quella di Beroul in rapporti assai stretti. 

Sulle prime la situazione in cui Eilhart colloca i suoi per- 
sonaggi ci parrà assai diversa da quella in cui li vediamo 
presso Tommaso. Eaherdin si è recato in Inghilterra con 
Tristran per vedere Ysolt, ma non è punto innamorato di 



> : ofr. D. , *. TTT atlg. 



Diai.zodBjGoOglc 



47V r. BOTATI 

BrengiiìiL Quella ehe appena ginnto attira la saa nttcnzione 
i nn'altra dama della regina, Gjinèle von der Scbrìtrìéle; 
egli aspira al ano amore, ma, ingannato da lei, se ne parte 
per la Brettagna, ìaTolgendo nella sua collera anche Tri- 
Btran (1). Questi poi è accasato presso la regina d' aver man- 
cato ai doTerì d'an leale amante; talché, quando Tiene a 
corte travestito da lebbroso, è da Tsolt fatto maltrattare e 
cacciare ignominiosamento (2). Sdegnato per la condotta 
della refpna, Trìstran lascia l' Inghilton-a, viene in Bretta- 
gna, consoma il sao matrimonio con Ysolt as B. M., e fa 
voto di restare an anno senza rivedere l' amico. Ha questa 
ai accorge presto del sno errore; per espiarlo delibera di in- 
dossare an cilicio e di non levarlo se non quando Trìstran, 
al quale ella dà notizia del suo pentimento e del suo roto, 
avrà mostrato di penlonarle, ritornando a lei. Tristntn 
infatti, scorso l'anno e sciolto dal sno giuramento, passa 
in Inghilterra, travestito da pellegrino. TsoH, avvertita dal 
sno arrivo, ordina che si disjmnga quanto occorre per una 
caccia nella Bianca Landa; e qui ha luogo il suo incontro 
con Trìstran. Il quale, dopo es^rsì riconciliato con lei ed 
aver preso parte ad un torneo dove acquista onore, ma non 
uccide alcuno de' suoi nemici, ritorna in Brettagna. 

È chiaro che la versione di Eilhart sta a questo punto 
in relaziono molto stretta con quella di Tommaso. In ara- 
bedne, sebbene motivati da diverso cagioni, si avverano gli 



(1) Vrd. Vkttks, op. clL> p. II. 

(1) V. ava » use. n F*ni (f^ Ci«tt it in ntr., m nnwur*, ut. p. n» 

te atulfCcUto 11 •"•■■oUo cb* eodnto Episodio, d'indulc c;<a'i iieblelUiB«la nTmll»- 
mCE, ElUiirt l'abblk tolte d* UQ p«iu( fnnec», ]ioirt<'rlon! al pocnu di CrtsUus 
•■I ChiHÌIir il It (Immllr, a qnlDiIl mriis uillco unii di Beninl. ÌU, is nalll 
tante » ani KlIInri MtloKtvi IVitlandln >n gii r.w'i cuiiiwi.i con qvno rhi nrfloa 
d> rrndnn 1' ■nDOtlon* UH cllklo ■!■ parie d'V-mll ctTotl» •li'll' lTU|>nKTlda mpnt- 
■ftnM ili TrlKtnD, tronodo noi uvl iwrua di Tnnmiaoo B>« ii'irvdolta 11 priiuD,caB- 
ratrà uiuiMtlin et» rgll abbi* «ooaclulo ancbr 11 arcundj, e di* qncttoala qDlndl 
prirvciiulD da l)en<n1, o da una f'iule nou lucile antica. MI i<*mbbe qncit'lpotnt 
Iriu probabili dcll'altn, chti imr al pnù far», eh); la rln<liixhHiD d' Tault di reitln 
la krHHiY [OHC ptudolta da ona UMa Ifnuta, ma dlrrtta di quella uaceutalv Ai 
Lllliul. 



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PRUIK. DEL TUnKAH Ul TOXMASU 471 

stesa) fatti. Nel primo TÌaggio in Ingtiilterra Trìstran va a 
corte travestito da lebbroso e vie» respinto: allora se ne ri- 
toroa in Brettagna, donde è richiamato poi da Ysult, che 
ìadossa in espiazione del sao fallo un cilicio; renato a corte 
una seconda volta in abito di pellegrino è bea accolto dalla 
regina, 6 si distingue in an torneo. Non voglio adesso di- 
scutere quale fra le due versioui presenti ana migliore e più 
logica connessione degli avvenimenti narrati (1): a me basta 
tener nota di un sol &tto che parmi possa dirsi accertato: 
e il fatto è questo che cosi Tommaso come Eilfaart hanno, 
per quanto sembra, attinto ad un fondo comune; e cbe l'in- 
troduzione dell'episodio del ólicio e del secondo viaggio di 
Trìstran in Inghilterra è assai meglio giustificata in Eilhart 
di quello che lo sia in Tommaso: tanto meglio anzi da far 
credere che la forma primitiva della leggenda debba esser 
stata qnella che ci è fornita dal poema tedesco; e cbe, se 
qoalcnno l'ha modificata, questi non può esser stato altrì 
cbe Tommaso. 

Le affinità avvertite nelle due versioni si arrestano però 
qui, giacché se volessimo proseguire il raffronta dopo il 
ritorno di Trìstran in Brettagna, non ci verrebbe fatto di 
riscontrare più fra di esse albana corrispondenza. Dopo 
molti casi, che non occorre adesso riandare, perché del tatto 
estranei al racconto tradizionale, le ultime avventure di 
Tristran sono esposte da Eilhart in codesta guisa; Trìstran 
è il confidente degli amori di Kehenis {Kaberdin), suo co- 



.: ofr. XAianis, op. eli., t. I, 
., p. 4».«). HI pBmatterb «la di DoUi* <b« 
qnudo, ft propuslto dal awKisdo TlBgglo iihB fk 
TrWnn In BntUfni. mxindD U Tankma di Sltbut. ■■» tnoil In qnnla punii: 
< Ob »it qn* tont etet u'cd qn'BDa rrfpéUUon da pnmlST totics da Trlitnn bttc 
KilifnllD M Annletrm. Dau la iioìima da Tbonia, d*na U S«gs «t duu Bir Til- 
■tran ostu d'cd muToni inanna Inea (1), dmI) par oontra oca Irata rMwUou ra- 
nnlcnt 1* taanal qn! a Itca aptva la r^eoaeOUUon da BraogalD airta laolt at Trl- 
atrao. .. aptia qnol Isaii Ita l'cn (Trtai. at Sali.] l'ahiuiuanl an Bralil|na> |p. 1AM). 
O cha Da ha «fll flUn 11 TatUr dn' >. 7B9 a agg. di D., la oiU al dnacrln U •uonda 
xtMxaln di Tdainn In InidiSteriB pet > aTatilaca a aot cvnqnan* ! t EvldenlameDte 
■I Italia qnl, conu In qnaleb* altn tango, d'uiu taBipUM dMnilon*. 



Diai.zodBjGoOglc 



472 F. mriTi 

gnato, con la bella (ìarìdle, moglie di qd barone del paese, 
Nampeténis. Ef^li ù presta anzi a facilitargli il modo di 
trovarsi con l'amica; ma, mentre a ciò attende, un'arreD- 
tura d'altra indole gli sopravviene. Un suo vassallo sì rì- 
bella; Trìstran è costretto ad assediarlo nella sna città: lo 
vince, ma è gravemente ferito. Costretto non solo a restar 
nel letto per lungo tempo, ma a tagliarsi ancbe i capelli, 
quando ha ricuperata la salnt« è cosi mutato da riusdr 
quasi in'iconoscìliile. Un giorno egli passeggia sulla spiag- 
gia del mare con suo nipote, e pensa ad Ysolt, rammari- 
candosi di non poterla più rivedere. Il nipote però gli {& 
notare che ora la cosa è più facile che mai, ove egli voglia 
approfittare dell'alterazione della sua figura per recarsi a 
corte di re Marco, fingendosi pazzo. Trìstran accetta il con- 
siglio ingegnoso; si traveste da mentecatto, va in Cornovaglia 
e, fattosi riconoscere dalla regina, si gode con lei. Scoperto 
alla fine, ritoma tu Brettagna: prende parte all'amorosa 
spedizione, che fa Kelienis al castello di Kampetènis, e, sor- 
preso da costui, tocca nella lotta che sussegue la ferita che è 
cagione della sua morte (1). Tatti codesti casi, e nell'ordine 
stesso e nella guiaa medesima, oltreché da Eilbart, li ve- 
diamo adesso narrai anche da un romanzo in prosa, quello 
contenuto nel ms. 103 fr. della Nazionale di Parigi, nel quale il 
provvido capriccio di un copista, vissuto nel sec. XIV o nel XV^ 
ha sostituito alla catastrofe, che è propria del Trìstran pro- 
saico, quella che esso trovava in nn vecchio poema, il qnale 
era legato da strettissima parentela con la fonte dì Eilhart, 
cioè col poema di Beroul (2). 

Se Tommaso ha seguito una versione del tntto diversa, 
da ciò non pare debbasi tattavia dedurre, come sarebbe 
naturale di fare, che quella or& esposta gli fosse ignota. Al 



(I) V. BMO-tUS. 

{1) Cb. II Ria clUto (iDdlo de) Bium In Bkh-hIii, XV. ;«*«.■. 
Elllun b/ì 11 rouuuu coiitfiioto un) nm. im, olia A Uicbel «vfy* 
mnil* lumia di L-uuoci'rc, uluuptiUlo un brano de) JVrltWii Jt Li: 
t. U. p. 21»), «rsno Ili ilaU ■ttctU» dd VKTm(ap. di.. i>. SS a 



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PUXK. DIL TRUTUH DI T0«A8l> 473 

eontrarìo sembra lecito sosteiiero cho Iti conoscease, più u 
meno bene, e !& respingesse, indottovi da Bpeciali conside- 
razioni, che egli stesso Iia manifestate in quel luogo dove 
polemizza assai corteeemeate con gli altri narratori della 
storia di Tristran. Codesta credenza, cbe a me non faceva 
sia qui l'effetto d'essere cosi solidamente fondata come altri 
giadicava (1), potrebbe adesso trovare un nuovo appoggio 
Dell' allnaione al nipoto di Tristran balzato fìiorì in modo 
tanto inatteso dai versi di Tommaso. 

Infatti per aver qualche notizia intorno a quest'episodico 
personaggio ci è forza ricon-ere ai rappresentanti della- ver- 
sione di Beroul. E prima di tutti ad Eilhart, il quale però 
stadi contento a dirci che colui cbe diede a Tristran il con- 
siglio ingegnoso di simular la paz:!Ìa, era nn &nciullo, figlio 
d'ona sua sorella, venuto con lui dal suo paese {2). Più 



(1) n IUdub (cp. Bit. p. U4) «rfv 
lai. TriitiB ii-nt in* te conAdanl compi 
Jilom; Il tal iD contnin 1* Tcngcnr i 
l'som tndllloD. Or, toIcI t» qD'cllI Alult: ' Plninn di noi Bruteraa iralent Ce 

elrrnu DkTrcr E fnlnacfarr de grsnt anglD. 'Qouit ot tSoìi XdmnllD. Pur oeil|t) 
pl>ie ri pu eeti mei EnitUd Trlitrui OaTCìnil Ed EdiIMmM por Ywlt'. Dan* 
l'orìglniil, la ben* de l>*alilBre etili dono XalierdliL > 

Lseriudo uehe itue-cho il nSTcuito fn la OiTena perU chi ntlan* TtJBlnB 
IwU* daa Tanlonl bob i eletto, percfad In Tonunieu Mitrun la MiJm Bon a già bb 

cflprcaaloBl d'« imlet Lele iBilafe, cbe oeft 11 poeta (t, B3V, Wi) DOD vi palouo aa- 
ecanira al tliieDllmatrlDioiilall;BèEiln1t faa ivato sonBlTeDte, aqsaolo anubiB, li 
dnuia), lo T«uo Bel teito delle dlfflsolli, mila qnaU II Bddier bob il t Idt*m am- 
alato. Tradotti alta MtnafptlmiTcnl di lai oiutl ibobido: eParecoUdl notnoa 
TOflUoM dar feda a elA olic il anol dire qBl del Nuo, che ani6 la mofllle di Eabar- 
dln. > Ha noi "Dalla Taralone di Eilhart trorlaBio preeiiaBieBta Durato U eontiaito: 
Ila, eba una la idobU* dtl Nuol 81 doni donqni «nslndere a eh* U 
a cButOi >• <^i 'l'U* *«nlona wfnUa da Ellbirt, o ilmeBO della prlsia parte 



f 1) < Dò wea TUA aiuais laud X<b Uod mlt Im 
■oue *. V. BSM-Bd. Cb* lo aippU In neHan torto uUoo daUa lagRendi di Trlilnc 
die* sbe egli iTnie ftBtelU iorrlle ; però, qBindo egli al proaanU 1 aorte lotto lo ■] 
f llr (31 Db puxo in imbcdna la radulonl della mU Tfittftm, fi. e D., egli propone 
n di eederiU la BamUo di Yaolt eoa aivaUii uni In S. la ricordi per Bome : e 
■t rhla— Tn Mmutiittil (t. IVI). Se noi iTrlelBlaBU) fneati olrcoatiBia, eba i prl 



Diai.zodBjGoÒglc 



471 F. KOVITI 

largo di ragguagli à si offrirà invéce ano dei dae conti- 
Bnatori di Goffredo di Strasbargo {l'altro è mato in pro- 
posito) , Heinrich von Freiberg. Per costui il fanciullo non 
è figlio di una sorella, ma di una cugina di Tristran, e sì 
chiama Taìttrisél, nome chiaramente foggiato au quello di 
Taiitrìs, già assunto da Triatran in Irlanda (1). Quando 
coBtai fugge una seconda volta nel bosco con Tsolt, Tao- 
trisel li accompagna; con la sua infantile astuzia aiata Ysolt 
ad ingannare nuovamente Marco, ed allorché la regina è 
tornata a corte, egli va ad avvertirne il cugino che lo rinvia 
presso l'amica. E qui rimane, divenuto confidente e mes- 
saggero dei due amanti (2). Più tardi accompagna Panmìs 
in Brettagna per portare a Tristran una medicina da parte 
d'Tsolt: gli dà il consiglio di fingersi pazzo, torna in Inghil- 
terra con lui, e rìoccnpa il sno luogo presso la regina (3). 
Certo l'importanza, che cosi assume il uncinilo, è in gran 
parte dovuta ad Heinrich; ma il Bechstein è corso troppo 
affermando che Tantrisel è una creazione di questa poeta (4). 
So non il luogo di Tommaso, la lettura di Eilhart doveva 
metterlo in avvertenza che una simile affermazione era fitlsa. 
Ora, cho dobbiamo noi ritenere riguardo all'introduzione 
fatta da Tommaso di codesto nipote di Tristran, che ii lui 



glnnU II potrebbe pMUdan i>er udì deUe Itola ilnn^inte cht Trlitnn è coatretto 
1 din per niipniKiiUr bcns li (U parte, «ll'altn dell' ealilcoM d'nn no nl|K>lr, 
patri rune puer non loTUmlintl* che In alenns reduìODl della leggcndi el> fosae 
stlrlbnlU una loreUa. N<1 Itnrmiart II Oalltii InhlU «nopirlKn a nanea di TrUtnn 
un altra mo i>l|wle, JVd.'n»» (red. MA. fa, Xcm. «. £>vl. Lll, X. F, L, p. Vi).' 

(1) 1 EJd nrklelDM klodelln Dw «u nn dei mnomeD ila Cod na Tnlrlacl 
gtDUlt. . . > rWil. IT. anilS-M. Il BKrBiT«M a qnesla TerM UHninpOe: < ITrr Alcac 
UulutM wir, lat nlclit bekannt. Eia* mila Sdimater Slaite' a uetwn DUukIh -flut 
drr HulUr TnaUn 1 irlrd ili UntUr Autret a enibnt (Vollub. Kap. tt). t'ali* 
dvrDlcbU'r uloht dloe ÓberUetorotit ffir Tautriiel benntit, ao wdcde.da «lue dritta 
Bchvwter nlcht butauiit lat. dal Vart nlclit la itrenecm Biiue: Untlencbwi'>iti.'r, 
anidemt vclbliche Vematiilhl BiBllorllcber ficlla bedenten >. Io qnaolo al nooiv, 
taao atmlnDie che lo piendooloio di TrlatnB ani qnil* i calcato il tlDTlwic «nlUnla 
B*Ua tradtxlnn* di Gnffrada di Straaliom) (cfr. *. 7T», IDIU * *i|g., IMI! t tt-ì. 

(a) tiiilrm, IV, T. SOM * *g|. 

(3) Triti., TU. T. KM. Ctr. XtmiiHl: ST, p. S« * *gg, 

ft) * Dira* Flgor dei Tantrtirl (chclut niolit aof 8(i:cii4UwrileteTii)ic m bornlicti. 
aondein Ertndani de* Dklitan aa adn. ■ L. e. 



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YRIMM. DEL TttlgTKlH DI TUXUAfltl 475 

dovrebbe essere ignoto, in un episodio, dove esso non ha 
alcuna parte celle altre versioni che par lo conoscono? Che 
nel testo seguito da Tommaso (giacché non mi par da du- 
bitare che qui ei seguisse un testo scritto) il nipote di Tri- 
stran avesse gii. avuto qualche parte nell'azione? che 
fosse invece introdotto qui in scena per la prima volta e 
si avvertisse eh' egli aveva in questa circostanza accompa- 
gnato lo zio in Brettagna; e che Tommaso, intento a nar- 
rare con la più rigorosa concisione tutti questi fatti, abbia 
omessa l'avvertenza, non riflettendo che in tal guisa la- 
sciava la menzione posteriore del nipote senza base, so- 
spesa per aria? Ma d'altra parte qonl motivo può avere 
indotto Tommaso ad introdurre nel suo racconto codesto 
personaggio, se egli non sa assolutamente nulla di quell'epi- 
sodio in cui il nipote di Tristran ha una parte piccola si, 
ma singolarmente decisiva, le Folìcs Tristraiiì che si 
debba credere cbe questo silenzio sulla trasformazione di 
Tristran in pazzo non sia in Tommaso la conseguenza di 
ignoranza, ma di deIil)erato proposito; che egli avesse, cioè, 
trovato nel testo clie gli stava dinanzi già inserite, come 
□ella versione riprodotta da Eilhart o dal ms. 103, le Folìes 
Ti-istfaiiy e che le abbia omesse, in omaggio ai suoi criterì 
artistici, come superflue? 

Tutte queste, ed altre cbe si potrebbero formulare, sono 
pure ipotesi, fra le quali è difficile fare una scelta, giacché 
se nessuna è assurda, nessuna può per adesso venire corro- 
borata da solidi argomenti. Ma, se io dovessi por qualsiasi 
ragione prescerglierne uno, credo mi deciderei per quella che 
ho esposta l'ultima, perché essa mi sembra meglio d'ogni 
allr.i corrispondente a quel concetto che io mi sono, non 
so quanto esattamente, formato dell'ingente lavorìo di fu- 
sione e dì adattamento al quale Tommaso ha sottoposto i 
materiali copiosissimi, multiformi, tra loro repugnanti, 
ch'egli aveva cavaU dal gran fondo delle tradizioni scrìtte 
ed orali intorno a Tristran. A me par probabile, ove mi 
si conceda di rìassumere, a modo di conclusione, in poche 
pande il mìo puisiero, ohe Tommaso pervenuto a quol punto 



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476 Y. HOTITI 

delU sua stona in cui ha laogo uno dei &tti più s^lieuti 
di essa, il passaggio di Trìstran in Brettagaa e la saa de- 
finitiva separazione da Ysolt, debba aver sostato nn istante 
sgomento dinanzi al cornalo di episodi, di aTventnre cbe 
ancora gli rimanevano da raccontare. Quanto o qnale qaesto 
cumulo fosse, le sae dichiàzionì e la lettura di Eilbart, dorè 
una gran parte ne è stiitii pib o meno organicamente co- 
stretta, ci permettono di comprenderlo. Quello infatti che 
in origine non era stato forse che un solo episodio, il riaggio 
di Trìstran io Inghilterra sotto mentite vesti per risedere 
l'amica, a furia d'essere raccontato, alterato e modificato 
in tutti i particolarì, aveva finito, se è lecito dir cosi, per 
sdoppiarsi, e di nn sol viaggio ne erano nati più e piit, i 
quali avevano preso il carattere di nuovi ed indipendenti 
episodi, sebbene in realtà non fossero che tante copie di un 
modello medesimo. Si narrava quindi che Trìstran avesse 
fatto qu;ittro volte il riaggio d-.xUn Brettagna in Cornovaglia: 
e delle quattro una sola sotto il suo vero aspetto, le altre, 
onde deludere la sospettosa gelosia di Marco, sotto svariati 
e bizzarrì travestimenti: or di lebbroso, or di pellegrìno, or 
di mentecatto (1). Tutti i viaggi, tutti i travestimenti accol- 



ti) Io mi ehieggo qnlsdl u 1 dns tm«llntpni[ di lebbra» • da pcltcRilBa. 
ak« TrÌBU«ii wrnaie « bnriHtiiu dUlauu ili ICD>]« [wr rrden imu i>cri«>le Tuli, 
cwt hi Ellliirt conn In Tuumuo, non ilcbluDO (dduìiIitubI qntU «empiici TiriauU 
di no hoIdtIiseId (c(r. Txrrm. op. di., p, ftii}ic Kqnnlo TligiiloBDii ibbli f.>mula 

di luna, cba a cnai ItniiuiHiats InirrlU In nio» tlU uamilona dc^l aiiinri di 
XclicDli (Unnlcn) eon la uoclla di Kanipf t.'-Dba nel poraw di Eilbart a nrl u*. loJ lete. 
TUmcR. iip. alt., p. iW a aj.}. Moto tuffili nella fUir Trìtiriii di Srtna un ]aiM 
■lu la laaclrrebbe aoipetlara. Yaolt, nun<)ando OrmgalD ■ rlctnan I) puin. irce 
in qntalo qncnla: «Uala (inM ali U t* (ituUlml Tant a boi uh fall irgreli £1 
Ira TrUlan, e'al Unt vai Kt fala aaeor. pai tia n'an bini Laiacl 81 B*a 11 ta 
dcidalD. E al m'an aofra rneor a poiur (<4. UoBr, K3-W). Ora, «mn II poeta 
■Trebbe poalt in bocca ad yaolt almtll liirolr. ae ella nea aipeaia di «lern Tcnnla 
Im Ira a TrUtnnl Ha bdI som eoucwlania clie nna aaU oreaiioB*. In eoi TilitnD 
alalacomiGdatoeo&Taall; qosBda qnnla la ft:M bandire dalla ina pminaa alloicbe 
egli Ti en tonato la abHa di labbrnao. Barcbb* adunqni laTcnnta dlTriatran fitt 
da IdCBUOnra oon qaalla eb* In Eilbart rpll fa per U aaconda nlta In auto di 
pcIlfSTlDO, end* laalenrai* XanU del mg txrdoDoI 

E da«U Mno minto la ^noala acWa liaedasxnl ineora qoalAc pnm t 
una eoaa eb* dà da pcnatr* la ntaomlaliauia cbe latcrvedt tra la illiiBalone, la cai 



rdBjGoOgIC 



FRAJfM. DKL TSIBT&U DI TOIOUSO 477 

sero, per quanto aembm, Beroul e 1& compilazione da cni 
provieae il ms. 103(1); ma, sebbene la fonte Ai costoro 
fosse nota a Tommaso, egli non segui il medesimo cammino. 
Preoccupato, come era, di dare al suo poema nn' oi^anica 
anitÀ, di renderlo omogeneo, di sfrondarne tutto il superfluo, 
il Nostro non poteva accumulare alla cieca ogni cosa. Egli 
si accinse quindi ad una scelta, e cominciò dal rigettare due 
dei quattro viaggi cbe si attnbnirano a Trìstran; e dei due 
che accolse non face una narrazione ngaalmente minuziosa, 
ma, raccontato con sufficiente larghezza il primo, non spese 



U trOTi Trtolnu dopa II iba ritorna (otte le toni» di pallifrloo pnuo Elllurl • 
TDiuniam. e r|Dcll> 1d cdI «10 ■ eunncmto <]■ B«tanl. qnindo ■! tFca »tti> le apcr- 
gllc dj U'bbruiM) kl ^'nl /^I( per rcndn poHlblIo Ul T»lt 11 «no imMano f InnineDlo. 
CcRBc <|u[ Infjitti, >)ipei» compiali li ai» pula, tgU getta U inecla ed I etnei del 
laJif, per balzani In aclli, coperto di nera arinabm, meioolanl al eaTalletl cbe 
Btxnno blRurdauilo diurni alta r<'iilua, a Marca ed a Aith, ed neeldece eoa l'alato 

EtllurE e id Toinmav), rgll, TcdDti li iiu douui, ipoiiUa 11 «alo da priHml, astra nella 

CvrladD e Mcriad»; ()), Hreonilo Tiinimafn. Di più cbt al mttCa > raffruntare l'epliedla 
di Tiiitran lei'troso In Btruiil con quello di Trlitnn pano, qnaleé stfartodalZoft 
I>oDca a di Berna, t1 rlnTcrrà. non mi para d' Ingannarmi iflarmandola, lulogi* 
alnpilBriiiline. Sa la cirooatanie citeriori- anno alqnanto, dielano incba pueccUo 
dlTeraa, lo iplrito cbe Inlbnaa ambi ilne le narmlsnl i parò lecipre lo ileaKi. Coal 
■ednlo anlla riva del Vué iiii.lurii o ooptilo degli Mncd del «tiil, eoma nel pa- 
lano di re Uarco col bastone del inuo al collo, Trlltnn urba U medealmo con- 
tceno; deride coloro ctie lo drcc-i^iUno e non ioapettano di nella; al beifft di UkmN 
cbe bouariuuenlB lo interrosa ; fft dello audaci allnalonl al anol caai, alla na paUa. 
al ina amare [ipr Tiiclt; al vendica perfino de'aooi nemici, or battandoii con l'Iiapn' 
nltà del iiazm. nr heendoU con fulae indloailcnl apnfoDdara Dal tanio. Con cii 
non tokUo dire clic l'eplaoillo di Trlatran paaio derlTl da qoello di Trittran lebbroso, 
D Tletvrraa; «iirlb* nna eoncloiiime troppo ardita e prlra di aotiill fondamenti. 
Ma l urto cLt. natn nna tuIIb l'idea di rappreaentar* Il protagonlala lotto lilio lew- 

fijndo. k iiroptio lero: Il Trlalnn Taloroao ed aatnto, Ingeéncao a tuottegiliitoie 
de'poenl ci iippicitot* al tIto II tipo di qae' Brettoni, amanloal di Ur moitn di 
lugegDC di arenila, di ■oltlglliiz», cba bk dipinti con bega Giraldo di Barri, quando 
Il dcaorive, < doRi lal», tt! laedorla, nano Ieri lincna, nnuc nordad, anb leqnlro- 
eatloela rei ampblboliae ncbula, relallone dlnrta, tranapoaitlona Terterom et tn- 
JcetlMM. anbUlt* et dieacca emlltunt >. (After. Knm^f., U O, e. SIT). 

(!) Cbe DOS pia di Ire InTiallmentl, quanti elaè ne menilona la Teralon* di 
EUbsTt, areaae annnto Trlatran nel nccoutl ella n di Ini comnano, par lecito da* 
nuofrlo dal fatto eba a qneatl aoll IkniiD ausatone altri t<atl;4d eaemplo 11 Jlewfln 
dt tXimfii TCd. BDm^ op. eltn p. Bis, 



Diai.zodBjGoOglc 



478 1. Kovui 

intorno al secondo che poche parole (1). Ed in tignai gaisa 
sì contenne riguardo ai molteplici travestimeatt, sotto cai la 
tradizione si compiacerà veder apparire l'eroe. Egli à inda* 
giò a descrìverlo camnffiito da lebbroso (2), episodio qnesto 
molto popolare senza dubbio, se in Beronl &ceTa a qnesto 
pnnto apparizione per la seconda volta ! ; ma in compenso non 
accordò che unafrase alla menzione del secondo travestimento 
assunto da Tristran al sno ritorno, quello da pellegrino. A 
qnesto punto però la versione respinta da Tommaso offriva 
nn episodio molto importante: quello del cilicio, indossato 
da Tsolt come espiazione del suo ingiusto sdegno contro 
Tristran. Nel poema del Nostro, dorè invece la regina aveva 
bea accolto l'amante, questo episodio non poteva ottener 
luogo; ma Tommaso, che trovava da esso accarezzate le sue 
tendenze sentimentali, volle ad ogni modo ìntrodurrelo, e 
ri riuscì; non troppo felicemente, è vero, ma tattaria-non cod 
male, come ad altri è sembrato. Alia fiue, deliberato di 
scartare, perché poco logica nei suoi particolari, la versione 
seguita da Eilhart e dal ms. 103 intorno alle cagioni che 
produssero la morte di Tristran ed alle circostanze che l'ac- 
compagnarono, egli dovette trovarsi costretto ad omettere 
tntto l'episodio della fallia di Tristran, che nel poema di 
Beroul e nella compilazione a luì vicina, rappresentata dal 
ms. 103, era stato incastrato a forza dove non aveva alcuna 
ragione di trovarsi (3). Nntnralmente in tutto codesto arduo 
lavoro, a cui Tommaso si sobbarcava per ea uni dire, dire 
en taiit cnm est mester e le surplus rdcsscr; lavoro che 
avrebbe dato da p3nsare nnche ad un poeta piii esperto e 
più valente di lui, egli non ha saputo scansare tutti gli 
scogli, nscir vittorioso da tutti gli scontri, dare olla sua 
costmzioae an intonaco cosi denso, cosi uniforme e brillante 



(1) D 'lU-nt. la qaoU nrdnU dnerlilaiu il è 
MU dnlt tn Sagìtltm >] ckc al Irne tal qiula !■ ai ■ 
<t Trittnn. 

(3) S. MW-tn. Fn U dcaerlalma cha di TrlatiBB lairt b TomauM a 



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nUW. DIL ISISTBIH DI Toiuiua 479 

da impedire che si scorgessero le tiraccie delle commessare 
e le dissoniìnze di colore ira ì materiali adoperati. Ma ciò 
nondimeno il suo è un edificio solido, ben fiibbrìcato, uscito, 
Don può correre sa di ciò remn dubbio, tutt'intiero, di getto, 
dalle mani del sao artefice. Del qaale esso ci attesta an- 
córa, quantunque aspramente percosso e mutilato dal tempo, 
le felici disposizioni naturali, congiunte ad nn magistero 
d'ute ignoto fin allora ai poeti della sua classe, non co- 
mune in quelli più colti e più esperti cbe vennero dopo di lui. 



vn. 

Pur sostenendo che il Trisirau di Tommaso deve con- 
siderarsi quale opera di un solo poeta, il Tetter non esita 
a rìcoDoscere che esso ha sofferto gravi alterazioni nella 
forma in cui ci è [terrenuto, per opera degli amanuensi (l\. 
Il Bóttiger poi con nn accurato esame della lingua e della 
veraificazione del poema lia confermata l'esistenza di codeste 
alterazioni e concluso che, OTe si &ccia eccezione per C, 
tatti gli altri codici del poema dimostrano apertamente di 
trovarsi a notevole distanza dall' originale (2). 

Ora quale luogo spetta per questo rispetto al codice no- 
stro? Ecco una domanda cui l'esame dei due frammenti, 
che stanno a rappresentarlo, concederà dì rispondere sol- 
tanto in parte, ma tuttavia in maniera abbastanza precisa. 
Collochiamo adunque innanzi tutto l'uno di fronte ali* altro 
T.* e D. Dal loro raffronto noi potremo trarre gli elementi 
onde portare nn giudizio non solo sol valore di T.*, ma 
anche su quello di D. 

I dae esemplari del poema, dai quali son derivati T.' 
e D-, non hanno appartenuto alla medesima famiglia di co- 
dici : ecco il primo risultato che noi otterremo dal loro con- 
fronta Oli enori in cui cade T.* sono infatti raramente i 



(I) Op. dt, p. U • » n. li) Op. eiU p. 10 a 



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460 t. VOTITI 

medesimi che deturpano D. (t). In T.*, ad es., la ìnTettìra 
di Brangain contro Ysolt si chiude eoo gnesto verso (r. 70): 
Tsode, et lui et vos defi; mentre in D. la Tediamo prolun- 
garsi ancora di due versi: Mal en querivi e [gravi] damale 
Par la vilié de ma hunlage (v. 68-69). Ove non si ammetta 
adunque che questi due versi siano una inoppartnoa intera 
polazione (cosa che io non vorrei affermare del tutto im- 
probabile (2) , la loro mancanza io T.> costituisce una lacuna 
che non si rinviene in D. 

D' altra parte però, messo D. a confronto con T.*, vi si 
discoprono due lacune; l'unn di quattro versi, la cui omis- 
sione nuoce alla chiarezza del discorao di Tsolt (T.*205: 208): 
l'altra dì un solo, ma piti grave della precedente, perché se 
non viene neppur qui tolto il senso, ne Ta tuttavia di mezzo 
la rima (3). T.> none, in conseguenza, soltanto indipcndeate 



. d rldncona ■ clnqn* o ul. Enlniobl cuci, 
li Inngo di Jiniiii, ir<r(fir, tìb eh», soma hi glk 
rilsTito 11 Michel, rnido 11 y-nn zoppo j cfr. Bùmani, p. ». T.* 13S ■ D. 1» nT- 
tnao 1b >tt«» fOnna nnrnf, di cnl fono U ■Pooiida pnrtooln' il ■!« (oppriuicn (cfr. 
lUSmau. p. ai): ■ T.l UO come S. IK pnHntino > «gtona ddll Mena piraU. 
U iwdHlii» iltcmlniie del nnn. cbn ntl 
pln ori «ewDila. T.* lU a D. lU IfUEn»: 
i> eia II BulUgcr lia natalo, è da comeB"* /■> (<V- ^1^ 
p. U). Oori l' iDipnvUro fanti retlipinnlt tn>),cli« daODO T.t ISl, D. 151, Hrà cnts 
da mntan ntiimaiB, p. N] II) frJitnn. Infliir, ae il fini di S. MT: «Qnepalctna 
/rtvt tu dantcdrr > i. «ma il USKIsar ciFd« (p. 20), da mnUra m tfriul. umarn 
idtrodorn a)iclie lo T.i 3SÌ la itrua tiMiKlailon*. 

La teudcnla die il jiota pai coli In TI, T.* OMne In D. a tnltan come muli- 
nlU da' MMrtaDtlTl lodobblamenle appartenenti II genera maMblla: >ble«te pru«> 
T.l U, < CMlo «imu! > T.< Ut, ■ coite eom»* Ti TI, 11.10, «e«La dntrrli > D. (T, 
( la aareacnl > D. 3U, • mal* gre > D. «fi, Bon i già da eonildenral come h^do 
U eonmna AerlTailone, ma qnila tmtto della acana ad Ineerta cogiilifoBe cbs tanl 
I oopliU angloDormaiinl (del pari clie gli inliirl, del reato) iKmedenuo ivi trancrat. 

(a) Qnalmiiio potrebbe lnr.ilU oaaem» etto eidutJ dna veraf aeeiuaiin, inTrt* 
01 aecreaccrla, la Tloleiua dalle pargli di Srtiieain. la qnall al oblodono beulnlma 
OOD la aflda cL* ma, glnnla al eolmo dilla eaaipamlona, getta In Tlao alla rrgtaa. 
S pottpbbe lEgintigerf cbe, ore el al nuDlen^ itretU alla leiicna di T.i, al viene 
ad otlentie nna iua([s''>ra oomieulone Ita la cblnaa drl diieateo di Bitnealo ed i teiai 
Immedlatammle •rallenti: •QDiDiyioltcetcarraEeiilnitEotlceat dea(tcmcnt>. 

(S) É In T.l 11 314, cbe rliqiondenbl» al 90D In D. n Uicno, aebbene anHi 
KriaU la mancania della rimi (op. eli.. T. IL p. IW). non pan rieonoiceata 11 di- 
tetto d'QD Tcrao, giaecht non al è enrato di Indicare con ynnltnl, coma t aoUto di 



Diai.zodBjGoOglc 



FlliKM. DEL TKtBTBAIi DI TuMU.liKi !>«] 

ài D., ma per ciò che spetta idi' integrità del testo gli si 
può dir saperiore. 

E codesta superiorità di T.> su D. Tiene, se non m'in- 
ganno, a cooferDiaru ove si proceda nel rnlTrouto. Se T.* 
infatti è rispetto alla versificazione più guasto di D., ed 
offire un uumero maggiore di versi zoppicanti (1], in com- 
penso però presenta un testo generalmente pib corretto. In 
T.* noi non rinveniamo che Dna decina di lui^hi mauifesta- 
mente guasti, ne' quali la grammatica o il senso si possono 
restituire ricorrendo a D. Ne indico qui taluni, i più sa- 
lienti, come sì capisce: sii gc T.* 16: fu gè D. 13: Dahaii 
la V. f. T.i 33: Aeìuxit ait bi v. f, D. 30: eav hon congc vos 
tìoiicr T.' 129; cai' ben congé viis vote d. D. 128; tuifjms ne 
pensee T.* 137; n'ot en pemé Vi. 136; Vatssee T.* 140: Vusez 
D. 139; vii US T.» 248: vid uà D. 242. Taluni di questi 
luoghi del resto sarebbero, aucbe seuza il soccorso di D., di 
agevole emendazione. 

Al coiitrario i luoghi corrotti di D., noi duecentocinqiiau- 
tasei versi die D. lia in comune con T.*, suno assai piìi, e ben 
di sovente tali che senza ricorrere a T.' non si potrebbero 
luiglioi'nre. Anche qui starò pago ad enumerare soltanto 
i più gravi fra gli errori ne' quali è caduto lo scrittore di 
D. o il suo modello, che si possono togliere con il sussidio 
di T.>, rimandando per gli altri alle nota del testo, ove ho 
dato luogo a tutte to' varianti di D.: ne sm ocisc D. 17: e» 
fu T.* 20; Quaiit pnU jo el tir D. 21: Qiumi piiis cele ore 
T.* 24; Quant me la guesUest D. 25: Quavt la moie qucisteSf 
T." 28; i\ir l'achetsun D. 28: Fiir troison T.* 31; hmir- 
p7aiser[2ì D. 38-39: honier-plaìsier T.« 4142: Qnanl pur 
[^t-ecf] si malecis ìiume D. 52 : Quatif fuit por si maurais h. 
T.' 55; fo sani par vostre tisenietit D. G4: Ce fu par vostre 



(I] DI mrnl clifl non naginngoao lo otta illUb 
docili tbc olIrrpuHDO 11 numcn ili otto kiiio slui' 
D. e B. cb, afimoK». p. IB. 

(iì B Ukbel liuoiu ktitir: pltiitir, ma il coi. I 
■Inuu d'uD-uioiuilli ovile Urne, coiud ilics l'EJKoi 



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entketnent T.> (il; ITa gmde D. 91: Ne a la qxéte T.> 82: 
Tristrau, pur vus muU hmiir D. 99 (emendato dal Michel 
muUpltis): T.por vos me volthonir T.* 100; emtjo di D. 105: 
com ie oi T.* 106; ^ de la franche D. 107: ce est ìa f. 
T.» 108: ca terre effrmcc D. 121: en terre esfrange T.» 122; 
se [tnv\ Tuìce D. 124: si me volee T.* 125: & mal ne me 
rolsmc^ D. 140: Se vos ìe mal n. r. T.» 142: Ja p> i seit 
gtie Tristrau i ftist D. 144: GaQ. Ja)soit ce qtu Tristraa 
ne f list T* 14^; Uonie sui. Si m'ais le Grani ì). 150: Home 
soi gè, se mes le gront T.» 151 ; ecst jrfai eagitiné D. 161 : te 
^it ettcotneiice TJ IG2; vostre ^ai aeitrt D. 174: vostre 
plait a tort T.» 175; (njrèr-n«ÙTÌr D. 182-83: travMinrrit 
T.* 183-84: Qmiit vcrs lui rei cri empnre D. 199: fife ie ere 
cu virs le roi eiipiree T.* 200; De quei Vaves tus D. 229: 
De qiiai l'averci vos T.» 235; Qtuait de nwt ravex D. 230: 
Qaattt de tnoi Vaverce T.> 236; quant eie veni ad easiiment 
D. 250: Quant de v'a cJutstiemeni T.» 250. 

Non solo adunqno il codice, del qaale T.* ci offre od 
franimcnto, in unti claBsificazione dei mss. che hanno con- 
acrv.tto il poema di Tommaso, dorrà essere desigoato come 
i) rappresentante d'una famiglia dirersa da quella donde è 
disceso D.; ma sarfi lecito inoltre di affermare che la sua 
fonte or.i, se non pii) vicina all'oiigìnale di quella di D., 
certamente più corretta. 

Il vanto che sì verrebbe cod ad attribuire ai frammenti 
del cod. torinese, avnto riguardo all'integrità del poema, 
noi non possiamo però mantanerlo ad essi per ciò che s:petts 
alla lingna ed alla versificazione. Lo studio dei fatti lin- 
guistici che emergono da T.i e T.> ci fa accorti elio in esà 
il testo di Tommaso non è meno gravemente alterato di 
quello che sia negU altri msa., che fin qui se ne conoscevana 
Le alterazioni anzi sono anche più appariscenti in quanto 
che il copista del codice torinese non era certo anglonw- 
manno, come coloro ni quali si debbono D. ed S., ma nn 
continentale che ha spesso sostituito alle notazioni dei suoni 
adoperato da Tommaso quelle che erano pib conformi alle 
sue abitudini glottiche. 



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FRÀJBL DEL TKISTIAX IH TOnVASd 4S{ 

Vengo ora a comprovare codesta asserzione con on breve 
esame della fonetica dei dne frammenti pallonata a quella 
di D. e di S. (1). 



Per ciò elle spetta alle vocali ecco quanto mi pare degno 
di essere rilevato: 

a + nasale in D. ed S., se diviene abitualmente ai, come 
ìd francese, è reso a volle -con ei (2). Invece iu T.' e T.^ 
non appaie mai la notazione ei. 

La notazione au per a + nasale e consonante, sebbene 
propria de* testi angitìnormanni di età più tarda, fa capo- 
lino in D. (^)). Essa non si trova afEatto io T.> e T.*; donde 
si potrebbe forse trarre la conseguenza che l' esemplare dal 
quale essi provennero era immune da codesta degenera- 
zione di a. 

Quantunque la finale -olu sia resa in -al nell'interno del 
verso da D. ed S., essa appare in rima resa con -«I; onde 
D. 108 lede: damisde (4). T.* anche in rima offre -ii2, co- 
sicché nel luogo corrispondente al citato (109) esso ci dà 
una rima inesatta: loaBe: dtmoisdle. 

Nel trattamento di o + 1, latino o romanzo, i nostri codd. 
non differiscono se non in questo: che D. ed S., oltre a man- 



Utoid dl1lt«itla«luo del Bamaim più toìu ettato • VMIiHi kèt U WiI. jHft*- 
Ktrm. i» JJI' nidi di Job. Vane (UpHli, UM), ho tanto ■ott'oBoliio U diFito 
■tndto ebi hi fitto Hipn te toBeUea dalla r« it BHat Orifùr. poam* di (rata 
Ancm, eanoDio) di aaota TrUnvU^ F. Mcm tfaam rf a, Xn, p. IU • H«-)- & 



per lo atndio dal fnneca* trapIanUto Bd anoto daUaOran Brattagna, glaei^ l'nnlco 
codice eba io eouerra, acilUo m a UH ad a 1311, a |dà cba prubaUlnatita dal- 
l'antore mtdcalDiD. al proanta acano daHa più lia*a di qnalla alIcmlsDl cba al 
tiaconlcuo In tsato nnaiera «gU altri teatl u 



(3) CoiìAniiiD.lM. noe, plffM (plano) D.lTll.pI(W> D. ITTI, frinul D. 1M 
1» lOfH lOW, via (hoiu) D li», laiiiuMnf B. 4*3. 

(3) Affli caempl diali dal BómoKa (p. SO) «I può amluntn rr tit,^iil D. IStU. 

(4) BAmoot, p. n. 



Diai.zodBjGoOglc 



484 r. Konn 

tenere ai, rcndoiio il saono con et (1), che si ridace anclie 
ad è; invece T.> e T.* conoscono soltanto ai o è. Cosicché 
noi Icgf^amo accanto l'uno all'altro ai ed « in fait (tttàt) 
T.' 14 38 55 153 158 170 175 188 209 218 236, e fet T.» 199 
T.« 131 206; faU (Èictus) T.» 32 41, e fet T.» 193; ftàre 
T.t 134, T.* 46 98, e fere T.> 131. Accanto a titais che è 
in T.' e T.* la notazione pib consueta di magia troviamo 
anche tnès T.> 63 84, T.' 148, che è però assai più fre- 
qnente in D.; sapit è reso in T.* e T.*, come in D. ed in 
S-, con ad T.> 105 136 181 190 247; ma due volte (T.i 43 169) 
con sict, forma che appare anche in 8.** 21 40 (2). Presso 
ad ève, clic proviene cortamente dall'originalo (3), in T.> 252 
rinveniamo aiffue. 

té, che proviene da H, a precedati da un suono mOKìRi, 
oda -orium, snl suolo inglese si ridace sposso, come si sa, in 
i (4). Qaosta rìduzioDO, cho si effettua quasi costantemente 
in D. (5), non avviene invece in- T.i e T.*, che scrivono, 
come S.: bica T.» 68 79 105 106 169 192 242, T.* 131 153 
104 224, ci'd T.' 105, ficrt T.» 208, mieii T.' 201, miaix 
T-.^ 182 T> 21 74 207, rien T.' 57 00 67 70 81 105 139 156 
175 177 190 224, eJiaìiffier T.' 135, sachiee T." 22G, re»- 
gié 1.' 239. Però por finali in •anmu troviamo in T.> e T.' 
mantenuta la riduzione ad é: chevàler T.> 232, T.* 49 165, 
printer T.» 75, T.' 16. Ma in T." 106 gtierraiers. 

£ ed li divengono alcuno volte ai in D. ed S., ma al>i- 
toalmonto ci: in ntnn coso oi (6), sebbene qausta notazioite 



(!) 0(r. BumBn, p. *J. 

(1) Vòd. In pnpoiUo nsmacm, p. il. rct • -f 1 3 ■/, ri, i ni. Maria, ap. 
dt., p. IBS. La Tir ilr S< . Or. offra I mMUMml Utìì. 

(a) Eni in D. laiì. La l'iV il $• Cr. ba Bar, WO, IIU: eir. Hnn, p. IN. 

(1) llKna, np. dt. 1. e, 

(r.) Ili limito u1 ilenuJ nciapl qnairl tutti eoniipondiBU a qodU del bsmm. 
tarlimi; ku, lU IN SOI 90» 390 «00 Iti Ul SM Ma, ril US aso, rr (boi) MI. 
iwMrr, set. wrfi. IB 'a Xi ST3 au. wi» (imbuì) RM. uii-f, MS. jvi HO. rru lEd IH 
IM t<» GIS CW w:t, orli GII, ni BX. lu T,* 348 Ulna prtò nnnt r In T.i S3 rrrrMl. 



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FKAU.M. I>EI. rniGTM.VN M lOrMASu 48ó 

si rhivpnja in testi nnglouoriunuiiì (1). Al contnu-io T.' e T.' 
nou ofFratio qunsi ìiIcqh esempio di ci (2), e rendono e ed t 
uou ili rado con ci, ina gencrulmcute cou oi. ai ed oi sono 
del resto così inditferentemeiitfl usati d:il nostro coi>ista nttUe 
stesse p^irole cfae lo scambio ne è continno o da ciò deriva 
per un certo numero di rime un'apparente iucsnttezza (3). 
La cosa apparirà pid cliiara da altjuanti esempi: 

caiitailT.' 1S5 101 . M-ijii.'Hrt- T.' (vni-fiw'n-c T.' 213, tì-titìni! T.' 
l'JO, eoraiti,,- T.' 177, crair.- (ere- Hi, daiimarle T.' 110, lìaaroii 
dere) T.' 8, hult T.* 7J, liuhaU T.* 88, eneoiimret ^.' 302, cupeir 
T." 33, laU T.' 70, lah T.' 5t, T.' 106, fai T.' 70 2lò T.' 171, 
maimi (mioui) T.' iOi, iiuhjat foiitti'/ilif T.' 2t5, imlrfniia T.' 
T.' 48 73 109 133 337. T.' 90, 313, i-oia T.' 93, T.' A» 331 337 
,iaa,f»i<iig,tf T.' 236, mi T," 75 33t, vQÌ»h, T.' 1!I7. 
S9 1j7 IGO, T.' 193, raigite T.' 
201, i-aiiir T.' 94 131, T.' 57. 
gnu* T.' 199 227 235. »wi T.' 32, T.= 130 173 179 21(i 

218 328 333 33G, nuiit T.' 38, Mi 

T.' 6. 212. 

Lo stesso avTÌene per gli iotìniti in -ère, i pei-fetti e con- 
dizionali, ecc.: 

■ Toì<tir T.' 93 1C3 170 172. oroiV T.'90 91 lOS 138 1C3 171, 

T.' 37 116 139 217, toh- (sedere) 
T.' 28. 

«•?urt T.= 9'J. rolait T.* 37. averoUut T.' 178, fidoit T.' 150 

183, po«ii>it T.» 21* 215. rou- 
(li-oitia T.* 177. 

lìtiitainiie T.< 124, drstruie T.' ai-bivkT.' SOl.o-oit T.' T-i, ilvit 
i06, oHjwiW T.' 313, f*(-a»i* T.' T.' 79, T.' 71 138 191, rfroiv T.' 



(1) U ... Jé £> 0,.,. ; 


u pano «itau 1 


HUph F>M> Mgler «rivi 


iqn«l 


IMUI- 




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i-^itì;/.,: 


T.'l«;« 


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«/li T.i Wt •h'ioii : «r&«f. ; 


T.J JOI 


«yn: 


M! T." »!, Ita 


ITD^ nnj, 


': »•(«»■ T» 


IM 


rtH,V: j»rr. 







Diai.zodBjGoOglc 



213, eail (videi) T.' 235. 323, mpoiatfet T.* 17, iril (siat) 

T.>197,T.'54 87 l«,wi({i*kt) 



L& riduzione di -eir in -er, che si incontra frequentemente 
in D. (cfr. Ruttiger, p. 34), si avverte dae volte nei nostri 
frammenti: in poer T,' 22, T.' 140, e voler T.» 21 50. Sou 
queste tracce evidenti della scrittura dell'esemplare di cni 
il copista nostro si è valso. 

L'ò latino appare in D. ed in S. ora come o, ora dit- 
tongato: a volte però come u (1). In T.i e T,' invece non 
prende mai il suono di u. Si produce però costanteroento 
MC da d in cuer T.» 8 99 135 154 175 225, T.' 77 70 80 221, 
in fticr T.' 174, dud T.' 84, juer T.» 198, esttict T.' 96 ICl 
211, T." 222, in puct T.» 23 91 95 97 98 108 112 113 134 
142 171 ecc. Una sola volta troviamo invece la traccia della 
dittongazione dìd in oe ìnpoet T.> 104, e della sua riduzione 
ad e in em (hOmo) T.i 183 (2). Uè si riduce a volte » in D.; 
coM imsse D, ISO: lo stosso ha lungo in T.* 11. In tutti 
gli altri casi poro T.^ e T.', preseutiino la forma francese 
puinse. VeJ. cosi T.» 135 144 189, T.» 82. 

6 è reso costantemente da D. ed S. con la notazione u, 
tanto frcquoiitQ, come ugnun sa, nei testi anglonormanni. 
Ciò non succede invece in T.' e T.', dove 5 diviene ora u, 
ora restii o, non per un determinato criterio, ma secondo 
l'arbitrio del copista. Raggruppo qui alquanti esempi, donde 
è lecito arguire che noli' esemplare, da cni è derivato il no- 
stro cod., si manteneva costante la notazione u, mutata a 
sbalzi in o dal copista: 

fiirriis T.' Hr>, T.' 71 103 1B5, aehoÌÉon T.' 2tO, T.' 137. auior. 
tìolm- T.' 4 72 87 Hi) 151 183, T.' 1 17 48 al 55 «1 f.2 Otì 71 SS 
T.' 11^ vucHiUi-e T.' 6r>, cKim» 110 «ce, T.' 4 22 25 3U li OG 



(1| Cfr. XùTTineB. p. 38. In D. Ip(w1>mu Minp» lui», « » Tnlle^irroh 133 2U 
SI», ill'i^m- ET0. ihic 13-X, Kf< 310 «e. 

(ì) Aurbo In D. il rlnvieso noi valu ftil \si»eàù con uri cerbi di awrcseti* 



Diai.zodBjGoogle 



FHAUV. I>EL TUISTKAX l>l ruUMAM) 487 

T.' ni, <T.w T.' 47 M. *..<W I(H ecc., torrtcer T.' i. r«rrt.«c 

T.' 2l^ T.' ai 17!) liW ■iii,ìiaaH>; T.' «. ifcsftonor T.» *(. /l'y-.u-- T.' 

T-' liSll. wHrf« T.' fili, ptnn T.> 35 7* 137, yreiff«oj- T.' li.'. 183; 

41, poiir T.' 1)3, 234, »oi-ur T.' «iriHor T.* 50, muiif* T'. lit-V wo- 

a35aH.I«i-i»f«(T."J3 1W, (Hrw rti-*T.'53, noi T.' 177 178 ISt 

T.' 17. d04 (.(/«n(«- T." 141. en- 21.5, oc* n. T.» 6 24, atv. T.» 51 

lui- T.* IIU), (Wirf»r T.' 73. eh» 57 GC, jwrT.'ó'J G3 tlU lit 124 

T.' ■Sì'. 147 234, T.' 4 9 11 Iti 3C 40 

42 ecc., poivhaeer T.' !I7, poitai 

T.' 27 02 155 331 , raiao» T.' I4C, 

regio» T.' 8C 128, wiyniM- T.' 06 

129 161 178 185, T.'Ol 910, tu- 

tpreion T.' 59, reo T.' 30 211 21.5 

25G, T.»G 7 8 12 13 17 24 25 2(> 

41 43 45 49 70 88 S9 91 ecc. 

Da ciò consegno che nel nostro testo un numero raggunnle- 
Tole «li rimo è ridotto inesatto (1). 

Anciie per ìi, mentre D. cil S. in.intengono il suono unico 
(li n, T.i e T.* oscillano continuamente fi'u n ed o: 

./«Wi-T.* 91109 123.T.'8.1,«'i;7"/-(V dtbole T.' 15, rfot/pT.' 109, doat 

T." 1(11, »»./"",■« T.* 33. (H/S.T.' T.' 20 30, T.' 123, rf.rir,- T.' Ifi 

ITO. T.'S2;i9.) la-i. t>,l* T.' 57, 21 58 fi» 7.-> U15. T.' ll^J 108, 

T.' 2*. I«t p. T.' 72. T.' C-> 170, idu-ie T.' 28 +1 , jor T.' IS, /or 

/(« T.' 92 103 mi U). rn(t(;.(^ T.' 21 220, .«■«.-?■ T.' 177. T.- 73. 

T.' i:j. ii«e T.> S:.. «..-rim T.' 70 «ne T.' 101 . '«i^.m- T.' 25.5. T.' 52 

2j1, T.' -25 17 137 llil) l'.W. HO 102 22:!. wirore T.' 9:i. ;»nr- 

fw(( T.' •i-J.j 2;)X, wr T.' 57 2j3. 

T.» 130 Ut 17! . 00,- T.' 1115, wffil 

T.'S», «,,7,-,VT.'7s, T.= a-). 



'J3I, TJ i;:-). <i ■ <|iicni. |ilu uuuniiwl, in enl cm la nij 
le p*mk- dia rluuiia ut ra^L-funsrc II ■acdri'hiw rìi'iiillali 

Il b? 10» IM 111, T.T II "il lui Ut IDI 113. 

(.:) Cu •oU (ulU T.i MA oun iKuii'Ju di la.l. A< 



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Nelle finali in -oshs, mentre D. uà S. mantengono il suono 
B, il copisti nostro ondeggia al solito fra it ed o. Perciò AC- 
canto ad aiìierits T." 233, hoiitus T.^ 232, jahts T.i 62, 63, 
ÌMurus T.' 64, noi ritroviamo chevaleros T.' lòG. II suono 
OH, ignoto a D. come ad S., quantunque compaia in testi 
anglonormnuui (1), si trova usato in T.» e T.* per rendere 
ed ò ed tt, ma in pochissimi casi: co^ se troviamo sempre 
itoi<( (T.i 82 117 168 178) od ou (ubi, T.' 10 136 183 189 
191 ecc.), non ci acvieiie che di leggere una sola volta pour 
per por (T.> 236). Notiamo anche i»«ii/ T.» 202 {2). 

Per le consonanti non vi è che un solo fetto veramente 
ra;;giiardcvole. Mentre D. ed S. conservano sempre nella 
scrittura l dinanzi ad u (3), esso è invece sempre sciolto 
nei dittonghi au, oh, cu in T.' e T.*, non senza grave dì- 
scipito per le rime (4). Non vi sono che pochi luoghi 
ne' quali per eccezione la liquida si mantiene ed essi gio- 



(I) Nrll. 


■„ .r. '.■■ i; 


.,..-, 


i~. 


, „«« , „ «1 


ftr. Meveb. I 


]«. 








(I) Lo -e 


uiUo ili ei 


r<< !.. 


un 


« tminviilr iu D. «l In B. ebc non occorra 


qtli*! far uii i 


il'Diriwui.- 


ilnwu 


]<IO 


« T<iB(nt(B inchc In T.i 111, dove M bi /.■..>« ; 




Fcrlllgn m 






wuII'Udu m D.. Dm (1 rinvleoo net noMrl 


[RiDli'itiitl. 











(I) Ultn- B qxii ■1.1 irli filipn] drll'f upl d11l<veli'i.lce(rnKmati<l una DtImnn,e<HDa 
lui Urlio tojira, fitti rllvvsiitl. l'cr l< nauli ti pnó nnun tniutia Io 9uiu)ik> cbe 
■Tviriir alniiir volte ili •■! ril ii outUe Delle alrnp turok, tilctn- ■! trova aetilto 
w»U.>WT.i $3 t>>i''li'<.l T.1S71 •!<>.> T.tllìiwrHbriT.HI.orwlrciT.i IH. Perciò 
c&p *}<ea% lUe BittDimll 11 r InliUle U eanitwrt* eame d*] mnenic Ai Fnurla. di- 
raiU eloè cii : U j orm i nuiilrnnfo. ora ò noo cob c, kuu ngnlarltù. coiicche Ito- 
TlUBK fri!» T.> 111, * poi rmui* T.l 310 Ut Iti, fii'uf • cni-l. Ma puIKoUK 
trndcuudelcniilstaèqiu-IIadllDlrodDn'* Il accBO dell' ii*plrai)oiif eoo nna einor- 
dinarla faelliiu r qnaM «imfite f>imi d' ogni propcuto. Se egli Krire perciò MDjpia 
artiir,alcDD*mllf lDV<«elMiT.l liti 131 ; J^iMn^K T.l I utnstu ad i^u^c T.l K 3S U ; 

pcrtlie tmiauio pvi •jiialilw volta nv T.i ini, ieit T.> 17e, frf T.) MI , 4 T.t mT.ilM. 
Aneli* ImiUiui (1. ««■■". ) » ■>/■.■-,•• (I. i."»i) li prracDtano T.l III e T.l SIC eoB l' *. 

pie; celi («the avi; awm T.l M iM lt>l. oinMirt.' SiC.hiiHirT.i i HO,i.tiaJm 

T.l S», .^(r.j(T.lll>2.i/..«....J.-T.ilW f«iT.17B./.f»«iri( T.s lOW, w'/».T.I IT7, 

■Dllrr T.1 ali. wr.Vi/ T.l Ih. /«.i.,.f T.l 7J,TJ 9i, rflmw T.» n, (ffiuwjil I.» »i. 



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FUIIM. DEL TBISTHAN DI TOHIIABO 489 

vaoo ft coofermarci nella credenza cbe Jo Bdoglimento derìn 
dal copista. Cori volt sì mantìon sempre, sebbene doìt, eoa 
eoi rima, sia sciolto (T.> 100, 139) in deut{l). Accanto a 
iiau T.> IG, si rioTiene ancora Vd T.* 53; ed a maiigre 
T.' 226, mal gre T.» 248 (2). 

Ma non credo inrece che debba attribuirsi al copista no- 
stro la trasformazione del nome Ys<M in Tsade (obi. Y>!odt), 
forma che nei frammenti torinesi ha dovunqne cacciato di 
seggio la primitira, portando lo scompiglio nelle rime (3). 
La sostituzione di Ysode ad Tsoìi sì era, crederei, già in- 
trodotta neir esemplare dal quale è stato cavato il nostro 
codice (4); e 1* anomalia delle rime aon è quindi in codesto 
caso da attribuirsi al trascrittore di esso cbe ha già troppi 
peccati snlla coscienza, perché gli si debbano addossare gli 
altrui (5). 



(1) Uentrc S. IM ili m% rlnu PutU: Kt: M (die al rlpttr k MS), lo T.i IM 

modi; o loaUttiBiida htt t t^t, o pnuenilo itoli in ìnogoùi v/. PvTft4«1tu« Il primo 
npodicDlc (■ d'aopo inuntllrre ci» 11 co|ii>U ibbU abUIUaiiwnl* Mrltto; Traìrit 

dorpr*. U ucoorld pel d coatrluRCHltl» xnpporracbt mU. S.* pemmt d*l perfetto 
che 11 trova nuli per iwif » lo S. 117 «d indi* In iltrl laitl, Imm qal idapcnlo 
con» » dMwUiv l] prtMntc; • !■ eou i Iwn poco pnAwbUe. 

(ì) Incbc iu D. MT d Inbottluno In nu Imu, eoue «Itttivt In on vnft (D. 
1«M): nu r l'nu o l'titn ■ciiUnn prarmgcniD cutunonta dal onplau {cb. net- 

<3) CIÒ è ivminto iinantc >olt* IWJ rlniaia eoa nH; vaia a din In T.> SI M 
lU ISi 131. GccoiHlo I calcoU del ItÒmoxB [p MI Ano ad ora CDddta rlnu M ri- 
pstera nd buoni, di TomnuH per IH lolla. Ora aaranno li. aclibene anche del ttU 
di una della naovc(T.i 2ìi) |>oua a buon dritto aciapsIUnl che non ata pr-Knta, 

ad Tfelt n poeta arerà accoi>pUto dell; eim in T.i. Ili e T.> S. Lo rimo V—U \ Itidiaa 
D.H, Ytalt: ptitll. D 131 dlTcneono poi In T.l ST a lU Ymll; KieM; ìkJI: pant. 
(I) GoOredo di Rlraobnrgo pieannla accanto alla fnrma ÌmiU per II caia retto, 
Umi per l'oLII<|an, la f<iri4» l-M al rclio, |U|( all'obliquo, a earto culi le lonUera 
CDtnmbe dal ano Umìo. Cvnw da TuU = Ttfntl, da Inull = V'ì-ml, coai da tiall 
dorava inlitii prontaiMUIc vaolta Tmil, ì'ni. U BMtm tranimrnto i parò, aa non 
m'IniuDO, U piò aDIkv mio, oto apparlica II nome della renlna di Bralttvoa io 
qnMt'mlUma forma che docTa muUueral pln a Inopi e dlSoodtral aeial piò che 



Diai.zodBjGoogle 



490 r. swTAii 

Dd latti che namo reoati rilevando nell' esame dulia 
CDDetiea dei due frammenti, mentre la flessone non ci offre 
per verità alcnn dato che giori chiaramente al nostro in- 
tento (1), risulta adunque pib che a snfficenza come la lingua 



I. T.t t* U» 189 MCJ. Polla pncB 
dUtftBU n* Dal InMcTiitn et danBo BBon eoaten» le Inrjmaia ifpMiiinnl di i*- 
TOU ob« t||II ucrlrm non ranuDCDUsdo d*Hnl* flà coptotc, e cbs pot bdd U diva 
U Iffiti di HpDogm! eoai 4«Ut faimiii ftpHlA I0>, oinf «au( T.i ai>,n/Kai 
T.l 5". /'"( pt' S"H r" T.» M. 

(I) IU|tiurdoall>d-c1Jnuli>ii»ili>D6aofu'EeDioeli]ii«lrifninnroU non oSruu 
HDontetncridiiriwoTTUiudtlUdlirttiuliiac In il cwn retto e l'oblkjno; taleU 
■I W»\ Micon .'■»!» T,i lee, olwriifcr., T^ lU, ("H-r.Hr» T.t iè«, p<« T.l aie. mw 
T.l 10. roti T.l Mi BiB lualrmg poi aanl pia ainTU U fonua del caio olilirino U 
■uroAft al T«(ta. i o alruo accade per \ comi prvliri ; ae It rnd- copo^ce line fLtnuo 
per 11 uniuc d-V'<>li. Im^i b1 iclto, l'-a-'f all' olii l'ino, e la nloren • mite come to- 
■nono r»rr« aHopvrate I l'nrff T.l 81 10 110 197 Isl U8 2<e, T.< K TU 71 Ut 311; 
l'tMtf T.l U 111 137 1D3 3U7. T,' I). In altri ca<il iiaf pUDO la lonui retta tu Iiiueo 
dtll'oliIliiiian'.ii-llMlCHlW, T.ilU).oqiiMU di quella (T.m U9,T.> 39 ST 133>. 

IbriAa oUllaan aurvi- pir aiul'cdoe I ca*l. aneti* goando rU al accompoRDt ilnxi coma 
In T.> IVO. Ciii^M'n II tTKtB )>nr« al retto In T.i lOC 300 3IK, T.l VA. Al coutraiio 
Cai'i'«'ia naotliuc «.miire l'i di fl'xKlune «la al caao ritto ala all-oblliiao. T.l IS, 
T.l MIO». Per l.u.« la noUiU.iio varU aawi ; ora Irerlaaio k-.M T.> 17 ne ir*, ora 
(M T.l IBJ, ira cun l'emiiira apglunu tIrìV', *o"i> T.l 00. Gli acctlivi id 1 i>»r- 
tldtil cLe kaUDO lu lalluo una [orua aola|>er 1 dueBinerl or ri or no prenduiio l'i 
•1 fUnulDIIoi tm, aerante i /«-IH T.* Ut 119, ii«;i. T.> HI » llR.rWM^Ii T.l KM, 
■1 Qgla ancora i-"' T.l 331. con* arvicno In D. ed lo S,(etr. Bòmnca. p. 11). 
Hlsnardoal proumnl u «Hnabllp la Krltlnia di >, cbe oraéjf T.l !1».T.* 1« 

p. 171, T.l 11 ICIWl't" 151 )■.■! 11 lfj('.n pnrjn T.» 119 de*f t«i«» nso «baelio <1 
pelili»). L'Ilio di II e di Ini e |<ol aliboaiaDi» reiiolara noi noatrl IranuneDU. lo «ai 
luiattl del pari cbe ia D. (i rr. Iir-TTiOEa. p. 91], H al naa cune datlro col i-rrt» coai 
per It ma<c1iile elit pi'C 11 fcHUalullri tua nua Tults perù per U maichlle noi tro- 

troiar ■rinprviiii pn 11 niaiclillr, 'i per il fruuliiilr; r rio articue lirvrro rccoUr- 
noDlr In T.l *T.>. ma uivcnii re^Mlanuniia prrì> «li* non *1 iteliba rlleiart : 1} usa 
Tnlta rniw di Ni «one o*ao obltiino aecenlnale per li tcuiiulnilt, Mppn» non ■ a 
eredpttl ad au «mre Ol aentiiitafT.i 97): a duo tolte. T.l »M 223. iBaodlK per 
lo ù Baal>iIni,3U<:uuilnUel.'. Bt^elM 
m Bii lare clic al rlutvneaiao btu drfid 



Diai.zodBjGoOglc 



PSAXH, I>EL TIIISTKAK DI TOIIHABO 401 

del Trh-tron sia stata alterata dal nostro copista piit assai 
dì qaello che abbiano fatto i trascrittori di D. e di S. Ha. 
insieme a questa molto facile conclusione noi possiamo dai 
fatti esposti dedurne altre ine; Tuna cioè che l'esìctnplare, 
donde è Tenuto il torinese, doTeva esser stato scritto in In- 
gbilterm o almeno in Normandia; l'altra che il nostro tra- 
scrittore na ha involontariamente modificata la fonetica. 
Infatti, se il manoscritto, donde il torinese provenne, fosso 
Btato esemplato non già da un copista anglonormanno o 
normanno, ma esso pure da no francese, certo avrebbe do- 
vuto spogliarsi dì un numero assai maggiore di qnelle forme 
cai-atteristiclie, le quali ci appariscono invece ancora con- 
servato in T.' e T,' E se d'altra parte il copisti nostro 
si fosse di proposito, come tant' altri, adoperato a sostituire 
alle notazioni de' suoni, ohe tornavano ignote o sgradite al 
suo orecchio, quelle che gli erano invece famigliari, non 
avrebbe, mi pare, eseguita cosi a sbalzi, senza criteri, la tra- 
sformazione, ma condotta questa tanto innanzi quanto gli 
fosse possibile. Al contrario noi lo vediamo alterar spesso 
le notazioni de' suoni nelle rime, dove cioè questo arbitrio 
produceva i peggiori effetti, e d'altra parte lasciarle in- 
tatte nell'interno de' versi, dove poteva sbizzarrirsi senza 
recar danno alla versificazione ed alle rime. Talché di- 
nanzi a questa incocrenza non mi par srditoil supporre che 
egli si fosse proposto di trascrivere fedelmente Ìl mano- 
scritto che gli stava sotto gli occhi ; cosa che non è riuscito 
a fare perché l'abitudine, più forte della volontà, lo indusse 
a scrìvere spesso, non corno leggeva, ma come pronunziava. 
Né vi ha poi nella sua scrittuca, in mezzo a tanta me- 
scolanza di forme, alcun tratto caratteristico che si possa 
attribuire ad un altro dialetto che non sia il francese. Se 
io quindi non m' inganno, la copia nostra deve essere stata 
eseguita uella Francia propriamente detta di sn un codice 
anglonormanno o normanno, abbastanza corretto, nella prima 
metà del secolo docimoterzo. 



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Eli ora poche parole ìntOTon al metodo (la me se^iio 
nel puliblicare i due frammenti tovioesi. La mia e^liziooe 
è quasi puramente diplomatica. Dinanzi alla promessa, che 
io m'auguro di veder presto coinpiatar di una nuora edi- 
zione che comprenderà, criticamente ragliati, i framnieuti 
tutti del poema di Tommaso, a me è sembrato che il miglior 
servigio che potessi rendere agli studiosi fusse quello di ri- 
produrre con la fedeltà più rigorosa il manoscritto, del qunle 
del resto la provvida compiacenza dell' editore di questi 
Sttidi regalerà loro fra trevo on facsimile eliotipico (1). Io 
non mi sono qaiadi fatto lecito d'introdurre nel testo alc&iia 
modificazioue, neppure per correggere gli errori più mani- 
festi e più gravi contro il senso o contro la versificazione. 
Degli uni come degli altri, che pur troppo, come s'è risto, 
non sono pochi, mi sono limitato a fare accorto il lettore 
nelle note, dove ho anche messe innanzi quelle emenda- 
zioni, da me escogitate o da altri già proposte, che mi par- 
vero del caso. 

A questa rigorosa fedeltà che m'ero imposta non ho 
creduto di venir meno, inCroduceodo la punteggintara (2) e 
sciogliendo le abbreviazioni. Queste, che io ho indicate con 
carattere corsivo, sono del resto nel cod. e fticilissime e po- 
chissime. Non debbo quindi rendere ragione del mio operato 
se non per i seguenti casi. La cx)nginnzione ri è sempre cosi 
in principio come nell'interno dei versi indicata con la si- 
gla 7, chp io avrei desiderato di riprodurre, se a ciò non si 
fosse opposta qualche difficoltà all'atto pratico. Io l'ho 
quindi sciolta in et: ma debbo avvertire che la sola volta io 
cai il ma. non fa uso della sigla, offre e (T.' 8C), e non d. 
In quanto a qnc qui ossi sono spesso abbreviati, qiie in Q* q, 
qui in Q g': ma sì trovano pure molte volte scritti, nell'is- 



«1 Fhc. tv d«- nmimOI U u* A»* tanli <lt fini 
sì eoi. obdI Tcno i ohIVH Ai tu pasto. Sots i 
aU ili inno; parllMilHlll dw hb ho crt^nto» 



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terno del verso, in tutte lotterò (1); cosicché non c'cm <1it 
dubitare se fosse da scrivere qiie o qe, qui o qi. 

Un' abbreviazione. elle al contrario mi ha ditto un po' ria 
pensare è stata quella di hi^'^ Rra (ia sciogliere in miiU o 
in molli L'esitazione del copista fra le notazioni o ed fi 
concedeva di scegliere o Tana o l'altra. Io ho finito pei- 
scrìvere móìt, giacchó la tendenza a sostituire o ad h c'ù 
innegabilmente nei nostri frammenti (3). E cosi pare, tro- 
vando accanto a paìgne, scrìtta in tutte lettere, jMi'tlt', Ìo ho 
preferìto leggere jjumiie, pcrch6 qnest' abbreviazioDe non può 
significare che la mancanza d'an n. 

Per ciò che riguarda la grafia in un solo caso ho dovuto 
rinunziare al mio proposito di riprodurla tal quale; cioè 
rispetto all'uso di n per v e vicevorsa. Il copista scambia 
'continuamente l'una con l'altra queste lettere (3); ta1cb6 
il seguirlo nel suoi caprìcci non poterà recare altro clie 
fastidio al lettore. Ho quindi rìcollocato l' ti ed il v ai toro 
posti. Di accenti il cod. non fa uso; sugli i pfìrò il copista 
segna, ma senza regolarìtà, nn punto; ed uno, costantemente 
questa volta! sopra Vy inizinle di Ysode = Ysodt. Io non 
ho quindi introdotto alcun accento moderno. Le lettere o. 
le parole fra parentesi quadre sono quelle che, date le con* 
dizioni dei frammenti, riescono di lettura assai ardua, o 
impossìbile addirittura. 

Delle note ho fatto una doppia serìe: nella prìma tro- 
vano luogo le osservazioni relative al testo, nell'altra va 
namero assai limitato di illustrazioni e rìscoutrì. Di alcuni 



(1) ab taetcat iwr fi» Tenti TOlta In T.i ; dndlcj In T.i : per fui duo volle In 
,1, niM In T.1 gmì (fwO i Hinpn icrlUo In IntU lattve, 

(1] I>el Rato muti ■[ Irori npciH •ncbc In S, Aon davrctibs pnnlnr, e pre- 
ila realiacDlo, U uotulaiia n. 

(I) X* dò iwltlie eMnipin:i]DMitW<»na<»'''i'('T.i 13, ntll T.i SS W,n» Mfl 
,1 93 107, roJ.i- T.i 31 50 n 17S, mil T.i 08. nu tali T.i Bl, tiet T.' M, tua m 
.* IT. Tlcovaiw tforluto fmiil T.i IS 13 MI ■ iniut T.i S A ree, fil T.i 114. 
» T.i lOH MA. r»ì«t'. T.i TO. v eeal vU ili arenltn. 



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vocaboli, o a me riudti ìneqilìcalHli, o che dall'oso che 
ne è btto nei frammenti Tengono a tnure maggior Inme, bo 
tèDSto conto nel glossaiìetto cbe s^ne al testo. 

Cremona, Luglio 1887. 

FKucciEoa Notati 



PolicMtm. CmiiuiHt iiiirf HTin a*Tn1ÌTe i leltorì che ori pass 
citali De] cono del prcMplc ■•(mq del ^r Triafram r ddla Tritti-omt 
Boga K è asppliUi, apedabneRl» ii«ll« noie, eoa (■U«re coi 
dale alla meglio ad aleaaa lettere eamplrmentari rbe ficevano al n 
difetlD. 



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'UAJIV. PEI, TKIKTIIAK DI Ti'MVAWi 



I 

(T.') 



Et ler delii def gnu» amorf. 

Et lor travauf et lor dolnrf, 

Et lor pnigDeT et lor &hanf 

Recorde a 1' hìmage Trillranf. 

Molt la bailTe quant eft hnitei, 

Corrnlce fot qnant eft irei, 

Que par penfer, qne par fongef, 

Que par craira eD fon coer tiieiicoin|[ef: 

Qiie de mette luì en obU, 

Oa que eie ait acun astra ami; 

QiM eie ne Te pufle confurrar, 

Que li n' tnoec autre ainer, 

Qu» mieni a fa Toluute l'alt. 

Hicelle penfer errer le fait: 

Errance fon corege debote. 

Del bian cariadof fé dote, 

QiM eie en verf Ini ne tarne f nmoT. 

Eotnr li eli nnit et ior, 

Et fi la fert et fi la lofange. 

Et fovent de lui la lileflange. 

Dote quaxt n' a fon voler 



4d qui* Il rttori ■■ 



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Que de le preìgne a fon poer: 
Por ce que eie ne pnet >Toir Ini, 
Qhc fon ami face J' antruì. 

it Qnnnt il penfe de Ul Jrnr, 
Donc madre B l' imofe baiar; 
Vieat l'antre a esgarder, 
Maif ae volt ne Ibir ne parler. 
Bidone ne parole a brìgrai», 

>« Et dift donc: , beìe, a Tof me pUin 
Del ctuu^e et de la trìrcberìe, 
Qnc en verf m<M fait y fode m' amie. , 
QuuU qw il penle a l' image dit. 
Poi r en desenlle et petit 

ti Regarde -en la main jfodt: 
L'ano] d'or dooer lì volt; 
Voit la ebere et le fenblont, 
Qtf« an deparUr taìl fan amanL 
Henbre lai de la covenance 

i« Qm* ti ot a la defeTerance; 
HidoDC plure et merci crie 
De ce qoe penTn folie; 
Et fiet liien qw-il eft deccu 
De la fole inir qne il a eu. 

1) Por ico flfl il cefle image, 
QiM dire li volt fon corale, 
Son bon penfer et fa fole errar. 
Sa paigne, fa iole d'amor; 
Car ne fot verf coi dcfcoverìr 

ts Ne fon voler, ne fon defìr. 




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nUSK. DEL TKIBTElIi 1)1 



TRÌfiTÉB d' kinor fi fa eoDtient : 
SoTest Peo voit, sonai nTeol, 
Sonnt li moflra bel femblaot. 
Et fovent laii, com dìi devanL 

«■ Hiee li fait tùn Y amor, 
Qm HMt foD coixe CD errar. 
Se Tot tute rìen Ini amali. 
De nnl autre ne fé dotafi; 
Por co en eli en fufpedon, 

u QiM il a' aimme rienf fa li non. 
S'en Tuf antre amor enll. 
De cefle amor ialaf ne ftill i 
Hef por ce «n eft ialuf, 
QtM de li perdre efl ponrnf. 

•> Da li perdie n'enil il ia ponr. 
Ne fiift la force de l'amor; 
Gar de ce qn'a l'home D'efi rìen. 
Ne lì cbaat fi vait ma! on bien. 
Coment dereroit de ce doler, 

T> Dont nnqaef n'ot rienf en peafer? 
EDtre cef quatre ot eftrenge amori 
Tnt en onrent painne et dolnr, 
Et un et antre en trìAur Tit 
En mif de anf ne n' Ì a dedenil. 

iB Prìmer Te dote marquef le rai 
QiM ffode ne li porte foi, 
Que eie aime antre de Ini: 
QimI talent qwc en alt foffre V ennui. 
Hice li doit bien ennoier, 

«* Et en fon corage angoilTer; 
Car il n'aime rìen ne delire, 
Foif foni yfode que de luì tire. 
Del corf pa«t faire fon deHt, 
Hef ice poi a lui foffit, 

■■ Qoant anlref en a le corag«; 



«, atTTMn, *. 11. M. Lnni 4> 



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Pardwabk «A k diter, 
Qh de CH vccf tnAiM a T aBor. 
Apnf k ni rcB iol ffodU 
Qm de & cb qBB AToir ■• toR; 
D'astra pvt d> pwt «voàr 
Bice, doni de a le voiair. 



Maif la raiùe *^>»i» mì ^t tì, 

Eie Tùk Irifiran d ae pud: 

A fon fognar lenir F cAad. 

Eie ne le pad gavpa ae laiSer, 

IT de ne fa pud deliter. 

Ek a le eorf; le cner nd toU; 

C'eft hd tanneirt dont eie fé denL 

Et r anlK eft q» triflran ddire; 

Si li deflent marqnef lì lire, 

Q«c enfeobk ne poent parler. 

Et d ffad leo ne pod amer. 

Ek fet bien foi dd ii*a lien, 

Qut trìftran voile fi grani Inen. 

Trìflnui Tott li et de Ini: 

Avoir nel pnd; ed l'ennai. 

Dobk paigne, di^le dolor 

Ha dan trìftran por Pamor. 

ETpnf di a icde S'fodt, 

QtM ainer ne paet, ne amer ne voH. 

11 Od la puet par droit gnerpir; 

Ond lalenl qiw ait eftnt lì lenir, 

Car ek nd volt clamer qnite. 

Qnani l'enbraice poi fé delite, 

Forf rool le non qne eie porte: 

Ce. feTanf, aaqnef le confoTle. 

Il bA dolur de ce que il n 









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PGAm. DEL TJlIsniAK Ul TOÌIViaO 

Et pluf fé dent de ce tfttt il oen a : 
La bele raine. fa amie, 
Eo cni etl fa mort et fa rie. 
Et por ce eli doble la paigne, 
Qiie trìftraD por cefte deniaìnne. 
Por celi amor fé dent al mainf 
Tfode, fa Teme af blanchemaÌJir: 
Que que foit ore de l' aulre jfodt, 
Hieefte fani delit fé dent. 
Eie d' a delit de fon feignor. 
Ne en xerf antre nen a araor. 
Cefiui defire. cedui ha, 
Et nul delit de lui nen a. 
Hicefte efl a marquef a contreìre, 
Cor il pud de jfode fon bon Taire, 
Tuit ne poìOe il fon cuor changier: 

Cefle De fet on deliler, 

Forf tnftrao faiu delit uner. 

De Ini defire avoir dcdnit, 

Et rien oen a ne li n'ennìL 

L' acoler et le baìITer 

De lui vonfifl plnf nfaìer; 

II ne li pnet abandonerj 

Ne eie ne le volt paf demander. 

HicI ne. fai une dire puilTe, 

QttA de anf tfuatre a greignor angoiffc; 

Ne la rpifoB dire no fai, 

Por ce qi(« eiprove ne l'ai. 

La parale mellrai ayant, 

Le iagement.focent amaal. 

Al quel eftoit mieui de l'amor, 

Ou (ani lui ait greignor dolur. 



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D»n miirqDef n le corf ^fodt; 
Fait fon lion qnant il en v<dt; 
CoDlre cuer li eli a ennai 
Qhc do aime IrilIrBD pluf de Ini, 
Car il n'ainime rìen fé li dod. 
tfoiie refi al rai B bandon: 
De fon corf Itàl ce qne il toH; 
De cede cnoui fovent le dent, 
Car en verf le mi n'a amor; 
SnfTrìr li efloet coni de Soa feignor. 
Et d'aalrc pan eie n'a volair, 
FArf triftran fon arai avoir, 
Qu* feme a prife en terre eftraitge. 
Dole qne cnmiz alt al change. 
Et en efpoir eli, ncqoedenl, 
Qm verf nolni n' nii nul talcnL 
Vfode tHflran fon) defire. 
Et fiet bien qii' marqnef fi fìte 
Fait de fon corf tul fon voJair; 
El fi ne paet delil aroir, 
Porf de To)air ou de defir. 
FcRie a a qne il ne pud t'^ir, 
El qifr amer ne pncl a lei Taer; 
Htiif rìen ne Tail en contre cuer. 
Vrode af l>LinctirJoit, fa moiller, 
Ne |>uet e) monde rìen covaiter. 
Fi»f fon) Irìllran. fon hel feignor. 
Dont eie a le corì* fanz amor. 
Hice r en fanl qne plui' defìre. 
Ore pnet qui fet elgart dire 
A quel de l'amor mieut eftoit. 
Ou qni greignor dolnr en niL 



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. TMIIfTHAN IH 



Y 



7fode af blam-heiuaiur la hcle 
ovec fon feignur iat purele: 



1 Ut fé cocheal ftinediii; 
Ia loie ne fai, ne l'ennui. 
Ite li fait maìf coni a muiller 
Chofe on fé puilTe deli le r. 
Ne ùd rìen de ilelit lei, 
[0]u iin ninre aiumie ou het; 
Bien puet dire fi l'en pefaA, 
Ja en fon tenf ne le celnft. 
Com eie Va. a fef ainif. 
AtuI ifli qu'en cel paif 
Dani trillnui el dani caerdìaf 
Doarent aler o lor vnifin 
A one fede por iner. 






lU. co. e. Ctf. LlXXn. m v TiUm ,u ImId tvaaiia III tulili >!■•, Jll hu- ni 
Tl^ i pn Un», u l>nn f rMiH AtMI fui Kif Wncnia iUsb vk m>r4ia IH <lH Willfi 
•li^r. ai HiAM lyrtr. ok UI TrlMrui )'>«<.ln.' I>»<1 .iiii. rum oa^ ulr. M niff KsrdlB tilt. 
ti. asl i lì.'crt "Id 9k Vali * l>»ll kaaaa>. ak mldM J|ai M^ an «niliaHI (*■"■ ak flaA; 

«mlr lux kHUTi •■ knlr'lMi ■kriifalA i nUlkTI : » i Jni d^r mail app I -niaa. Iht% 
kmvr. ok pvl naM kn,f km rL|f ak kli ■« «•> nullll k». ak taUifl pi rkki, ak ari lauti 
hliI>aB,aln<wnai>l(f Iwn kUfu Qiritaat K^an klaiJuJl, ak tal km frf <arU al^ ail. «ma 
Kanlin ai MHa atd ptiM bM kl>c|vi4l, pi kiinfl kaBii. u km BiuBdl klacja al klnia, ak 

>>lar> Il B^kkanl kaliaika ba>a; Maai* pàltl itiifwu al klrilrl Umr, ok Uk lian J>1 U apTrii 
ka»: ■ tirai tr pu. > kra^ kana. « ir JM klttl 11 a^> affila k)>rtaT Ka ak toII al, htin 
Pa kl'rnfl aai -JtKapik ter lalk. Ka ar^ii a^sli- Bti al lall aia, jli Til (Irtr tìh, al ak akal 

kjidrhaBa. u k« B>nal kirr Bk Hlaalla i laiU kaCa aT ktaais, sk Bulli kaa pài ■ nr>i,flr>, 
kraft kan, a ak kit al btii—ki aiàial ak ikaiaa ak alPMa krallna UbI, ar mir hat lH kuta, al 
kcRimlaa blj«p i ma ikalif.. >n ik rilTa al u lairak •knHId aalull ^n > nlHav ft>a mir 
B.lkia kaarra, «• nakksn lina kailaiaaaa k^ad, ok «Kri Violai TrWiaK p<■^ (1 kf^ baaa 



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r. itOTin 

TnAran { fet jtoi^ mener. 
CMnlinf le chevandM a deftra. 
Et par la raigne U feoettre; 
Et TuiMt d*«iivoiliiref idaidanL 
Af parolef uUeMlenl tant, 
Qw'd Uiffrol kir dteranf tontar 
Cda pari qu'il volani akr. 
Cd B caerdÌD (e deftraie. 
Et le yfodl conlra hii rarbroie; 
Eie le fieri def afperoof. 
Al leTer qiw fui def chalonf, 
A r autre cop que Tolt ferir, 
Eftset Ij la qaìlTe aoaTeiir. 
Por foi lenir la deftra oArainti 
U palefroif avant f enpainl. 
Et a r eferie a V abaifer 



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FDAJIX. DKL TìlieTilXS DI TOIDIilWI 



II 

(T.') 



Dolente sn eli «t molt iree; 
Part Ten d'iloqnef correMe, 
Pif . . . .nit] oa trove jloàl, 
Qae por l'amor liiftrui fé doat 
Dame, dift brigvau, morte (iq. 
Mar Ti l'or* qw vof conni 
Et Tor et triftnn, voftre ami. 
Tot moD paiT por Tof gaerpi. 
Et paif por voftre taì eotage 
Perdi, dame, roon pncelage. 
Gel flT eertef por voftre amor. 
Vof m' en promìftef grant hcmiir, 
Et vor et triftran le parìure , 
Que deu doìut hni mal aventore. 
Et dnr eiiconbrer de fa vie! 
Por Ini fnge primer honìe. 
Henbre vof ou m' envoiaftef , 
Et occiire me comandaftef. 
Ne remift en voftre francbife, 
Qut par lef ferf en fa ocdfe; 
Hieax me valnt la lor haior, 
Yfode, qoe ne flft voftre [amo]r. 
Chaitìve et maavaife bij, 
Qnant pniT cele ore vof cmi, 
QiM unqnel verf vof [amor oi]. 






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Pnif qtit cede [moK] par vof [foi], 

Porcoi n' ai quif U voftre [mort], 

Qunt U moie qoeiftef a tori? 

Cd forlul hi Int pardone, 

Maif ore ef) il ranovde 

Par traifon et par engin. 

Qii« foit avez de caerdin. 

DahaJt la Toftre [franehire], 

Quant fi tne rendei [moti] fenice. 

Eft ce, dame, U fn[Dl bonor]. 

QiM done m'avei por [Toftre] amor? 

U Toloit avoir co[npaig}nie 

A demener fa piite[rìe]; 

Ifodt, ce U feiftef [faire]. 

Por moi a U folie a[tra]ir{e]. 

Vof m'avei, dame, [fail] ho[n]i[er] 

Por Tollre loauvaiAe [plaìjfier: 

Vof fin'aTe]z mife a dcfboDor; 

Definite en ei{t la njollre amor. 

Dea ! taal le vof oi loer, 

Por faire le nioi ennmer! 

Uoipie ne fu iiome de fon liaraiige, 

be fon prìf, de fon vafTelage. 

Quel cheTaler vuf le fcifleT! 

Al itieillor del monde le lenìftef. 

Ce eli ore le pluf l'erranot, 

Q'if onquef portali cfru ne brani. 



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FRAm. UEL TKIfiTBAK DI TOVNASU 

En nn petit crof ennuier. 
Li più de Dovei ert ferrei, 
Ou Tait el tai crailTer. 
Al datir qne il fait «I p^rtuf 
Del crof àéì pie faut e«e fui'; 
Contre lef cniTef li failli, 
QoaDt eie fef cuilTef ea overì 
Por le cbeval que ferir volt 
De la fraìdure Tcfroie jfoil: 
Gete nn cri, et rien ne dit. 
Et fi de porftmt cuer rit, 
Quf fi ere une quarenlai^e : 



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Oauon Ten ràent kdonc « ps'ctM. 

Caerdinf k vcnt ì(G lira. 

Qui d« hii ait oi din 
fu Chofe, OD de noto folte, 

Ou mannùfte, on TìUnnie; 

Car il ert cbaTsler honbof. 

Et bon et ftsnf et unerul'. 

De folle a por ce ponr; 
■■■ Et rif qv'd Tah de fa fona 

HoDto li fkit poar doter. 

Hidonc li praot a demander; 

a Yfode, de paifont reifteT; 

Maìf ne fai dont k rtf feiftef. 
it« Se la Terai acfaoUbn ne iai, 

En Tof naif ne m' afieraì. 

Vof me poei ora biea decoivera : 

Se le apref m'en pnif aparMÙTera, 

Jamaif eertef eom ma forvr, 
t4» He vof teudral ne f<A ne amor >. 

Tfode entent qne il IJ dit; 

Set qw fé de ce K efcomiUt, 

Qm 3 l'en faven mdt mal gra. 

Et dìA: < Gè rif de mon penfe, 
tu D'nne aTentnra que aTÌnl, 

Et por ce rif qne m' en fovint. 

Cefte eigne, qne ci efdata. 

Sor mef cuilTef pluf hanl monta, 

Qne unquef main d*oine ne fift, 
tH Ne qne triftraa ooqneT ne me quill. 

Frera, ora vof ai dit le dont...... 






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FRUU. DO. rUSTUAM DI TOVlIASii 

Qiuuit por cariadof Cea Tuit, 
SoD cori* Tuit honiz «t deftrnil! 

u Quanti fiiit por fi muinif ome, 
Ph4f]<:ottri n'k de d qn'a rom«. 
Ore me dìtef, ifaine] jfodl, 
DeT cant Kwa elle richot? 
Ou ^rriftef ce meAer 

w De m4uvuf home li prìfer. 
Et d'mw chaitÌTe tnirV 
Poreoi tn'»ea fi &il honir 
Al fìai iDBDTiùf de eefte terre? 
Tent TBÌllaat me font vena qnerre: 

w Eocontra tnt me fai bìen gatdee, 
Ore me fui s un coort donaee. 
Ce Al por Toftre entivemeaL 
Gè en averd bien le veDgement 
De vof et de triftnm Toftce ami. 

t> iibde, et lui et vof defl. > 

Quaitt jfode celle camu entent, 
Et ot hiceft defHement 
De la rìeu del monde qiw ploT croìi, 
Et que rnieux {a bonor garder duil ; 

)• Hiceft-ell fK loie fi fon hait. 
Qm fi TÌllement li dìt cel lail; 
Hott eii eft al raer angoiiree. 
Et «e qM eie ed de li iree, 
Pref del cner fef iref lì veneot , 

•• Dublef angollTef al cner li tenenl. 
ì^e fet de la quele defTendre, 



DigitzcdCyGoOgle 



Ne a U qaàe fé pnifl» prendi*; 

Sufiùre et dit: «lalTe, chaitive, 

G{ran]t iluel [eR] qoe Unt fui rive, 
■» C[ar] noe n'oi fi mal non 

Ed cede eflrange region. 

Trifiran, vollre corf maiidil Toit! 

Por Tof Cuige en t«l deftraiL 

Vof iii*aineDafter el ]>aif; 
*> En painne hi 'ai elle tut dif. 

Por Tof ai de mon feigoor gnerre , 

El de tni ceanr de cene terre, 

PriTeemenl on en nperL 

Qui en chaul de ce, bìen l'ai fulTert, 
B9 Et foITrìr oncore le peulTe, 

Se l'amnr [de briitg\iuti] eulTe. 

Quajit porchncer me Tolt contiaire, 

El lanl me hel, ne Tai i\ur faire. 

Ha ìoie folait mairtlenir: 
1*11 Triibvn, por vof me volt lionir. 

Mar acoiiilai ose Tollre amor, 

Tnnl en ai comiz el inir. 

Tolnìl m'avot lut mef paK|n]z. 

L'amor de Ini eArangc genz; 
loii A tnt ice vof feinlile poi. 

Se lanl de, confort, com ie »i. 

Ne me lolìlTex al drain. 

Ce ed la Troncbe lirìjigvuiH. 

Si valll.inle, ne fi loalle 
ii« Ne fa onqae maif damuifele: 

Maif entra vof et caerdin 

L'avez Inftraile par en^n; 



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FKUm. UEL TKUTRAH DI TOMKUIA 

Vof Is Tolei o vof metter 

Tfode if blanchamaiiif garder; 

Por ce qne loaUe la farti, 

Eotnr lì aroir la volex. 

En ver moi erra com pscinre, 

QmiA me tolei ma norretore. 

Brìfigvai», menbre vof de noo pere, 

El de la prìere do ma meni 

Se vof me BuerpOei id, 

Ea Un* eftrange, ùaa ami, 

Qne fraige donc? comMit viveniì? 

Car coafort de nuli oen ai. 

Bri'tgvaid, fi me volei gaerpir. 

Ne me devet por co hair; 

Ne en ver moi [qnerie achoifbo] 

De aler en aulre [r^ioa], 

Car Imd conge vof dooer, 

Si o caerdia volei oler. 

Bioo fai que Trifltut le vof fet fere, 

A qni den doint granf conlraire 1 > 

BriDSvain entenl a dit jfoJl: 
De peut loifler que d'i parot. 
Et dil: * fel avez le corage. 
Qua»! for moi ditef ìtde roge, 
Et ce que uaquef ne penfee. 
Trìlli^D ne doil eftre blamee: 
Vof eD devei la honle avoir, 
^ant l'aiffci n vallre poer. 



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Se vof k ma) ne voulTilTei, 

Tuit loD^emenl ne l'huITifez; 

La mauvaifle que tont ainei. 

Sor tri (Ira D atarner rolei. 

fìa foit ce qne Iridi-aD ne ftift. 

Pire de lui l'amor euft. 

Ne me piai» de b Aie amor, 

Hef pefaoce ai et grani dotar 

De ce que m'avei eD[gei]isne, 

Pnr Braiil[er] voftre manvaifte. 

Honie foige fn mef le granii 

Carde vof d' onieaTBn[t] ! 

Car de vof m[e qniJe g]e bien veoger. 

QuBift vof [me voIm] morìer, 

Porcoi ne me donailef vof 

A un bonie ctaevalerof? 

Haif al pluf coart q»! lii ne 

H' avei par voftre cngin done. > 

Yfode refponl; € merci, amie, 
unquof ne vof fli felonnìei 
Ne por mal, ne por mauvaifle. 
Ne fu onque <:e plnìt encomencc. 
Ne tniifun ne dolei rìen; 
Si m' ai deuf, ie le fif por hicii. 
Caerdinf eli bon clievaierf, 
Richc duK, feor guerraìcrf; 
Ke quide paf qn" il f en alni 
Por cariaduf qu' il dulaft: 
Ainz le dienl pnr enne. 




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FBUDL DEL IBISTBAIl DI TVIIIUSO 

Car por Ini ne fen aUft mie. 
Se Tof oiet for lai mentir. 
Nel devei p»S pur ce hair, 
Ne tnftraD. mon ami, ne moi. 
Brigvaìn, ie vof af[i par] foi. 
Coment que voflre plaìt a torti 
Que tut icil ile cefte cort 
[L]a melJee de nof voudroient, 
Nof enemif ioie eo averot^Dt}. 
Se Tof *erf m[pì avei] haiar. 
Qui me Toudra p[lnf noi hojnar? 
Coment puige [ellre hon]oree, 
S[e gè per] vof lui [ftvil]ee? 
L'em ne pnet eftre pluf traii, 
[Qne] par privei et p[aT] nmm. 
Qoaiit le prive le confali fet, 
Traìr le puet fé il volt 
BrUgTain, qae mon eftre bves. 
Se Tof plaift, bonir me poes. 
Haif ce ert a reprover, 
Qoant vof m'avei ft confaìtler. 
Se mon confai! et mon fegre 
Par ire defcoverei al raie. 
De l'autre pori ie w fet por vof; 
Mal ne doit eftre entra nof. 
Noftre currai a rìen ne monte. 
Unque nel flf por voftre boote, 
Naif poi grant bien et por bonor. 
Pardonei moi voftre baiur. 




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F. SOVITI 

De qnu (eret vof avancM, 

Se je ere en verf le roi enpiree f 

Certef al mien enpirunest 

Nen ert voftre amendement. 

El fi par Tof fui av3ee, 

llainT fem prife et aroee. 

Hilel Tof porrà loer, 

QtM nel fet forf por vof bUmer: 

Vof en ferei def raìeiu prifee, 

De tnte gent enfeignee; 

Et petdne averez m'tunor. 

Et r amjlle de mon feignor. 

Qm fenblaiit qtte il me hce, 

Ne qnidet que 11 vof enhace : 

En ver moi a (i grant amor, 

Nuf ne porroit mettre baiar ; 

Nnf ne nof pornùt tant meller, 

Qut fon corf peuft de md feverer. 

Hef faiz pnet avoìer encontra cncr, 

Hoì ne pnet hair a nul foer; 

El mef fulief pnet hoir, 

lUJf m' amor ne pnet ia gneipir. 

Haf fez en fon cuer hair pnet, 

Qne) lalent qua a araer m'eftuet; 

Onqnef a nnl qae mal me tini , 

Contre le roI bien n'avint 

Qkì ih dient ce (^e phif faet, 

Sachiet que mangre lor en fet 

De quai avancerei le roi. 



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numi. DEL TBI9TIAK DI TOUDASO 

Se Tor li dilef nul de moÌ? 
De qa^ chofe l' avem Teogìe, 
Qiunt Tof m' averei eopire ? 
Porcoj me volet joC traìr? 
Qoe U rolei toI* defeoverir? 
Qaw triftraa TÌnt parìn- a moi ? 
Et qnel damage en ft le roi? 
De qnai l'aTerei vof eoaTance, 
QtUHt de moi l' averei Tof cornee ? 
Ne lai quel chofe hi a perdo >. 
BriitfTUR dift: • ia ed deffeodu, 
Jnre l'avei paffe a no ao. 
Le pailer et l'amer trìftran. 
La defenfe et le Terement 
Avei teaue laaiiTaafemeDt. 
Def qM poefte en «nflet, 
CfaailÌTe tfode, pariure fulTel. 
Foimentie et parìuree. 
[A] mal efteT fi ahnITee, 
Qu« vof net poei paf guerpir; 
Voftre ril of Tof coreal lenir. 
Si afe ne l'euRei d'enfanoe, 
Ne raentilTei la fiance : 
Si al mal ne Tof delitilTei, 
Si longnement nel temfTet. 
Qmc poiainf prent en daaUure, 
Tnille OH non, longnef li dure: 




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El <|wr lume en iorente a|trenl, 
(^anl rlr n'n rhnftiemcnl, 



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FBAnL DEL TlimBAX l>l T»]niAf<w 



(JLOSSARIO 



Liu4>roler, s'] *. inp^Duarai — Ind. pr. tg. 3 «'Irbroié, T.' 10!. 
BKKn'Am n. propr. — T.' », T.« 5 174 - B«raff»j«Bi, T.* 98 Ifl* 119 I£S 

133 m 238. 
Caebihk ». propr. - T.t IH «00 M« f», T* St III I») t«9. 
Cabudde n. propr. — T.' It, T.* B3 ICfl. 
ehalona? T.l «W. 
craiHwr ». (ligaaitiraT — T-' 817. 
[ilehoter] t. ■ecueiara — tnd. j>r. sg. 3 dcboM, T.i IS. 
ttlosrnaer, ■«) *. rifl. calmarai — [nel. pr. «g. 3 ae licvoflr, T.' 34. 
«uDDler? T.l 215. 
•«erte 7 T." 814. 

YS.IDB u. propr. - T.l »E V, SS 1!G IM I5T ICS 174 IS4 IPt» rS MA, T.* » 
7071 114 IW W4.-Y»oi)T. T.l 35 8D 111 187 IW «17 n3,T.J3ap 
Ju 133 — nt lilniicb^doil, T.l HC — ni liLuicbrintÌDa, T.i Ufi 184, 
T.» 114. 
jnnr t. |Hi>car (l'armi, T.i 108. 

MMicices o. projB-. — T.i IS 108 106 107 110 133 158 100 
TticnoT a. propr. — T.» 58. 
(•-ciieMtrer] '. tinUlrare, cnralcar a tintura, lud. pr. t^. 3 aniMtrv, 

TJ 201. 
Triktkjin >i. propr. — T.' 4 51 88 » 101 loti 107 110 184 m l&S 163 ÌSÌ 
178 ÌX im :k>. T.* 4 7 13 <!0 ftr lOn 131 m lU 145 173 233 
f4ft. 



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Diai.zodBjGoOglc 



Diai.zodBjGoOglc