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T. LUCRETI CARI 

DE RERUM NATURA 



T. LUCRITI CARI 

DE KERUM NATURA 



LIBRI SEX 



REVISIONE DEL TESTO, COMMENTO E STUDI INTRODUTTIVI 

bl 



VOLUME PRIMO 



STUDI LUCREZIANI. e 



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TORINO 



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ERMANNO LOESCHETv. 



1896. 



pbofsibtI lettebabia 



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XUano, Tip. Benudoni di C. BebucUnl e C. 



PREFAZIONE 



Q. 



,uando già da parecchi anni il benemerito e compianto 
editore Ermanno Loescher mi affidava l'incarico di preparare 
unV zione commentata di Lucrezio per la sua Collezione di 
Classici greci e latini^ era inteso che il mio lavoro si tenesse 
nei limiti e nel carattere di una edizione, se non propriamente 
scolastica — giacche Lucrezio non è fra gli autori, per solito, 
letti nelle scuole secondario — tale, però, che non apparisse 
fatta pei filologi, ma per il pubblico colto e studioso in ge- 
nerale. E mio proposito è stato, infatti, di attenermi a questo 
concetto. Potrà tuttavia sembrare che le troppe e talora 
troppo minuziose discussioni, sia di critica del testo, sia ese- 
getiche, e le molte novità importate e difese, non già nella 
lezione del testo (nel qual rispetto la novità sta piuttosto in 

indirizzo assai più conservatore di quello dei precedenti 
editori), ma qua e là nella disposizione del testo, e assai più 
spesso nella illustrazione del pensiero lucreziano od epicureo, 
non rispondano a quel proposito. Pure non è cos\. Codesta 
abbondanza di discussioni mi fu imposta dalle [larticolari 
condizioni in cui si trova la critica del nostro poeta. Prepa- 
rando un commento di Lucrezio, sia pure di carattere piut- 
tosto popolare, e costituendone il testo, mio primo compito 
era pur sempre quello, che, per quanto stesso in me, il lettore 
avesse modo di intendere giustamente e pienamente Tautoro. 
Ora, in questo rispetto, Lucrezio è oggi ancora in condizioni 
ben diverse da quelle di altri classici. Se moltissimo ò stato 
fatto per ciò che riguarda la critica del testo nel rispetto 
filologico, per ciò che riguarda invece V iuteri)retazione mol- 
tissimo è ciò che resta da fare. Soltanto recentemente si e 
davvero sentito che non è possìbile arrivare a una piena e 

GiussAin, Studi ìucreziani, \ 




PREFAZIONE. 



sicura intelligenza <Iel poeta, senza iiiteiulGi- hciie il sistoma 
Ai Epicuro; il (jualo alla bua volta è in molti punti, e talora 
Ira i più importanti, velato di molta nebbia. Il ricclitssimo 
nointnonto del Munro, so por alcuni rispetti ha notorolniente 
;;iovnto all'interpretazione di Lucrezio, in ^onerale, però, resta 
ancora a quel modo di interpretazione sn perfidiale, clie spesso 
riesce non solo Ìnconi[)iutn, ma errata: e della i]ualp sogliono 
i più dei lettori accontentarsi, illusi dalla apparente chiarezza 
dei particolari, e lieti ài gustare ajizitutto il poeta. Da qimlche 
lompo, però, segnatamente in Germania, e in particolaro per 
opera del Briogor, la critica Increzinna ò avviata a penetrare 
sempre più nella mente di Epicuro e di Lucrezio; e questo 
nuovo indirizzo non solamente ò importautissimo pel Kuadaguo 
ohe ne può venire alla conoscenza di un sistema che è tra i 
più interessanti nella storia della filosolìa greca, ma apporta 
anche un nuovo e validissimo elemento nella critica del testo 
Increziano stesso, che, colla recentissima edizioue teubneriana 
del Brioger (testo e Prole ffomena critici), si può diro entrata 
in un nuovo periodo. (Vedi la mia recensione della edizione 
del Briogor, nella liiviata ili filologìa clas.*ira. Voi. I fase. 3, 
e U fase. I.) 

In sifTatta condizione di cose, accingeudomi a faro una edi- 
zione italiana di Lucrezio, per la Collezione Loeeeher, non 
m'era lecito restare, per dir cosi, al periodo munriano, non 
tener conto del nuovo indirizzo, anzi non prendervi parte. E 
poiché su questo campo siamo ancora in piena discussione e 
non di rado m'è avvenuto di dissentire da altri, o ni'ò parso 
che si potesse veder più iu là di (juello che prima non si 
fosse visto, sia nella interpretazione e costituzione di ijualche 
punto della dottrina epicurea, sia uella connessione di Lucrezio 
colla dottrina epicurea, o quindi nella interpretazione del pen- 
siero di Lucrezio, sia nella connessione del discorso Incre- 
ziano, sia, in conseguenza di tutto ciò, nel giudicare intorno 
al testo lucreziano e all' autorità della tradizione diploma- 
tica; mi sono trovato uella necessilfi di entrare in discus- 
sioni e trattazioni talora non bre\i. Nel qual riguardo non fu 
estraneo anche il desiderio di informare ì lelt»ri italiani del 
movimento moderno degli studi lucreziani, assai poco noti in 
generale; ehò ben poco ne possiamo sapere dal Munro, e 



PREFAZIONE vn 

perchè già alquanto antico, e perchè egli affetta una singo* 
lare e non giustificata noncuranza per gli studi lucreziani te* 
deschi a lui contemporanei. Leggendolo, si direbbe che tra 
il Lachmann e la terza edizione del Munro (la lY è postuma, 
e , salvo pochissime aggiunte , una semplice riproduzione 
della ni) non si sia fatto nulla, o quasi, per Lucrezio. 

La necessità, che ho detto, di far larga parte nel mio com- 
mento alle indagini e discussioni esegetiche, è stata cagione 
che il commento stesso assumesse una forma alquanto diversa 
dalla abituale. Anziché seguir sempre passo passo Tautore, 
ho dovuto molto spesso prendere in esame non solo interi 
paragrafi, ma anche complessi di paragrafi, coll'intento di met- 
tere in chiaro la connessione loro, illustrando anche i parti- 
colari in relaziono col tutto. Di qui viene che molte volte 
gran parte del commento di un brano è contenuto nella nota 
generale premessa; non solo: talora in queste note generali 
era necessario, per ragione d'ordine e chiarezza, abbracciare 
e discutere nel suo complesso questo o quel punto di dottrina 
epicurea; e ne son venuti degli Excursus o delle più o meno 
lunghe monografie. Un gruppo di queste è parso opportuno 
raccoglierle in un corpo di ** Studi lucreziani „ che formano 
il primo volume, introduttivo degli altri. Alcuni, anzi i più, di 
questi Sfudi^ sono già pubblicati; ma non ho creduto di omet- 
terli, e perchè formano parte integrante (e sono, come a dire, 
estratti) del mio commento; e perchè qui son ripubblicati con 
talune modificazioni e notevoli aggiunte. Senza di essi questa 
edizione sarebbe essenzialmente monca. ^ 

Per la medesima ragione, del provalente carattere esege- 
tico di questo commento, non ho potuto distinguere la discus- 
sione critica del testo dal commento illustrativo; che il più 
delle volte — assai più che non avvenga per altri scrittori — 



' Tanto più che la maggior parte di essi sono pubblicati in 
raccolte non molto diffuse. Sono apparsi noi BemUconii deirisii' 
tufo Lombardo il I (1895), il III (1895), il IV (1894), il V (1895), 
il VI (1894), rVlII (1895), il IX (1893), rXlI [Memorie, 1890). Il X 
fa parte di un volume mosso insieme da antichi scolari di Uo- 
dolfo Roth in occasione del suo giubileo profossorile (Fesigruss an 
Rudolph von Bofh, etc. Stuttgart, 1894). Nella Rivinta di filologia 
da99%ea (18d4) è apparso il VII; il II e l'XI sono inediti. 



PREFAZIONE. 

Ili (lÌBCUBaione della lezione (o di una liicnna, o tmeposizione, 
eliminaziono) non bì può Bcindcrc dalla (IÌscubsìodq intorna 
ai vero preciso pensiero o intento di Lucrezio. Anche all'in- 
fuori di questi casi, però, ho creduto opportuno di giustifioare, 
di redola, la lezione da me accolta ; ciò che nii è pareo tanto 
pili necessario, in quanto, dilTerendo il mio testo notevolmente 
da quollo del Bernays (che ancora og^i ò il più diffuso, ancho 
da noi), dovevo pur render ragiono della differenza, e diferr 
dorè il mio indirizzo molto conservatore (piii conservatoro 
anche della edizione brieg«riaoa, che è essa atessa più 
aervatrice della munriana, alla sua volta più conBervatrice 
delle precedenti edizioni del Lachmann e del llernays), rim- 
petto alla soverchia licenza di congetture del Lachmann, in 
grandÌBsioia parte adottate anche dal Bernays ; nonché, tal- 
volta, rìmpetto a una grande fioritura di nuove emondamni, 
apparse in questi venti anni in dissertazioni e riviste. E va 
da GÒ che limitatissimo è il numero delle congetture mìe- Ad 
ogni modo, però, conforme al carattere di questa Collezion* 
Hi Cbixsici, io non ho inteso di fare una edizione critica nel 
senso pieno e consueto di questa parola, ed ho quindi omesso 
l'apparato critico, che ognuno |)uò trovare nel Lachmann, nel 
Munro e noi Brieger; ed ho passato sotto sileuzìo molti punti, 
intorno ni quali sì può dir chiusa, oppure inutile, la di' 
scnseione. 

Nel restante delle noto, risguardantì il latino secondo l'uso 
lucreziano, i sussidi di reuìui, le concordanze con altri poeti, 
ho procurato di raccogliere tutto ciò che potesse giovare al- 
l'illustrazione del poeta, puro cercando di usare una certa 
parsimonia. Come è boa naturale, mi sono giovato in amplis' 
sima misura dei lavori altrui. For ciò che riguarda il latino 
lucreziano, ho attinto in particolare dal Lachmann, e più ancora. 
dal Munro : che il commento del Lachmann, subbene rivolto 
(oltreché alla costituzione del testo), alle questioni di lingua 
in modo specialissimo, ò BOpratutto una serie mirabili 
dagini, e un tesoro di dottrina intorno a questioni di linguA 
latiua di cui Lucrezio è l'occasione, anziehò un commento 
inteso a illustrare la latinità lucreziana; Bieche quel commento 
è il più lontano dal tipo e dai modesti intenti di questo no- 
[ atro ; nel Munro, invece, sono raccolti con amoro e diligenu 



prefazioni: 



(sìt pare non in modo eamxBnens& i isxsL le omdeiEK pm em- 
ntteristiche del iiiigiimgi^o di Lacrvafa^ <*&e poanno rtiaefre 
d*hitere«e pia genermle. 2$e ha zrmcfiata £ nnpsnre sn«&e 
da altri ImTori specùdi^ e da aoKrrazùnii mustìle s^mne ni 
molte mooogniSe e «rticoiL fa perocahr moda dei Bcisar. 
Anche per mitri nsgetd deTo malca al eoomiensa <iel Yuan 
e sopratatto per le eoaojrdaiue <«oa aJm poecL E «^oe^a una 
degli elemeoti più ìotereamnxL e. Ktcniisameiioe pa pcàni libri, 
più diligeotemente caroti wA <*aiiiziieixB] 'iel Mnim : « ù> ^ 
ho saeeheggiato aeiiam aerspciL Dun psem. per diwier finm. 
se, per non ingombrare di « y*»A ie '•ÌGoaùnii «ii numi !e zia 
troppo ingombre mìe ooce;. In non mi foon dota. la pena <ii 
eitare, di regoia^ il fiiace <ii 'VEesKti mu^r^ 'fi noce: una hn 
mancato però di &rla, io^^ fi 'Tacci di «sim 'h Dacóeoiiace 
interesse. 



INTRODUZIONE 



I. 

LUCREZIO 



1* (rerolamo, uelle sue aggiunte al Clironicon di Eusebio, 
sotto Tanno di Abramo 1923 = 660 di Roma, scrive: Titns La- 
rrfitius poeta nascitur. postea amatorio j)Oculo in furorem versus 
cuin aliquot libros per intervalla insaniac conscribsissH qnos 
postea Cicero emendavit^ propria se manu interfecit anno ae- 
tatis XLIIIL E Donato nella sua vita di Virgilio (Reiffer- 
scheid, Svetonii rdiquiae^ p. 55) iniiia aetatis [ Vergilins] Gre- 
monae ef/it usque ad virileni togam quam XV anno natali 
suo arcepit isdem illis consulibus iterum duohus [Pompeio et 
Crasso] quibus erat natus, evenitque ut eo ipso die Lucretius 
poeta decederet. Altre notizie, antiche, intorno alla vita di Lu- 
crezio non abbiamo. Il valore di queste — non occorre neppure 
ricordarlo — sta in ciò, che tanto Gerolamo che Donato rap- 
presentano Svetonio. Ma i dubbi che o naturalmente si pre- 
sentano, si sono sollevati, sono molteplici. E anzitutto, circa 
gli anni della nascita e della morte, la notizia di Donato, se- 
rondo la quale Lucrezio è morto alle idi di Ottobre del 609, 
non s'accorda, come ognun vede, coiranno della nascita indi- 
cato da Gerolamo (660\ combinato coU'età di 44 anni. Sa- 
rebbe cosa lunga riferir qui le molte e intricate discussioni 
e combinazioni su questa difficoltà, e lunga anche solo la lista 
di quelli che vi presero parte. La conclusione probabilissima 
oggi generalmente accettata, è che sia da tener per sicura 



xn 



INTRODUZIONE. 



la data delln morte (idi di Ottobre 699), già per sé stossa at- 
temiibili88ima, |»ercìiè di corto, insieme colla notizia della con- 
temporanea assunzione della toga virile di Virgilio, è d'origine 
svetoniana; o per di più è validamente confermata dalla epì- 
stola di Cicerone al fratello (juiuto, del febbraio TOO, di dove 
appare che ! due fratelli avevano letto allora allora il poema 
ili Lucrezio, che fu pubblicato — e appunto da Cicerone — dopo 
la morte del poeta. Probabilissima è aucho l'età di 44 auui, 
che por fermo Gerolamo lesse in Svetonio; il quale Gerolamo, 
invece, s'è sbagliato (come altre volte) dì qualche anno noi 
tradurre iu anni di Àbramo e di Roma l'anno della nascita, 
indicata per nomi di coasoli da Svetonio. ^ 

K non c'è alcuna seria ragione per dubitare della pazsia iuter- 
mittenle e del suicidio di Lucrezio: come infatti uou ne dubi- 
tano il Ltichmann, il Munro, ì! Bricger, Se si crede cììt che 
di Plauto ci racconta Varrone, perchè non s'ha a credere ciò 
ohe di Lucrezio ci racconta Svetonio!' Pure molti dubbi si aon 
Kollevuti, t' s'è voluto trattar di leggenda il racconto svetoniano. 
In fondo, per due, piuttosto che ragioni, moventi. Anzitutto 
l'i'nser mescolato nel racconto il tratto, dairaspetto leggendario, 
del filtro amorose, ba gettato un'ombra di dubbio sul racconto 
intero. Ma non si bada alla molto diversa natura dì questa 
notizia e delle altre. I contemporanei che avovan visto inna* 
murato e pazzo e poi euieida il poeta filosofo (che s'anche 
uon avevan letto lui vìvo il suo poema, non ignoravano cor- 
tamente il suo ingegno poetico e il suo entusiasmo filosofico) 
avranno fors'ancbe immaginato il filtro amoroso; ma la pazzìa 
stessa e il euìcidio cran fatti che, ee veri, dovevano essere di 
positiva notorietà; e se Svetouìo, archivista e non facile ac- 
coglitor di frottole, li riferisco, vuol diro che ha trovalo ap- 
punto questa positiva uetorietà nella tradizione letteraria, anzi 
in (gualche scritto contemporaneo del poeta; e poiché egli 
erodeva nei filtri amorosi, ha accolta senz'altro anche la no- 
tìzia del filtro insieme collo altre. Il secondo movente è stato 
questo: il racconto svetoniano, colla sua f"soa luce, sì presta 
al sospetto d'essere un parto di fantasia bigotta, inorridita del- 
l'empietà del poeta, e quasi invocante su di luì la vendetta 
dot oìelo. Ma questa possibilità puramente immaginata nou 
eombla in nulla i caratteri, intrinseci e estrìnseci, di credi* 



LUCREZIO. XIII 

bilità o non credibilità del racconto stesso. Ora, quanto ai 
caratteri estrinseci, Svetonio resta Svetonio; e quanto agli 
intrìnseci, tra il Lucrezio del racconto syetoniano e il Lucrezio 
del poema o'è piuttosto una grande affinità, anziché il con- 
trario. Una vivezza e determinatezza di fantasia, che rasenta 
l'allucinazione; una accensione violenta di sensi e di senti- 
menti; all'appassionato entusiasmo per il vero, per la sa- 
pienza, per la serenità dell'animo, mescolato un cupo rancore 
contro l'amore, contro la natura, oggetto del suo canto, 
contro la vita» oggetto della sua dottrina; un iroso sprezzo 
pel timore della morte» come d'animo cupido del nulla. In 
verità, se c'è cosa che colpisca, leggendo il poeta epi- 
cureo, è il contrasto tra il carattere del poeta e la dot- * 
trina di cui si è fatto apostolo. Se ascoltiamo Lucrezio 
maestro di filosofia, mirabil cosa è la natura nella infinita 
sua potenza creatrice; e noi viviamo nel migliore dei mondi 
possibili; e un gran bene è in so stessa la vita, di cui legge 
suprema e contenuto essenziale è la voluptas; e felicità divina 
inonda la vita del sapiente (cioè di chi, come lui, è profonda- 
mente convinto della dottrina di Epicuro) nell'intenso godi- 
mento spirituale del vero, nella intangibile serenità dell'animo 
sopra tutto che amareggia la vita dei mortali : timor della 
morte, timor degli dei, passioni, affannosi pensieri o pel passato 
pel futuro; se ascoltiamo invece la voce dell'intimo animo 
suo, è quella d'un uomo — non già schiavo di codesti timori e 
di codesti mali volgari — ma travolto e tormentato dalla vio- 
lenza del sentire, dalla violenza del suo stesso entusiasmo per 
la serenità del vero. Tutto ciò, naturalmente, non vorrebbe 
dir nulla come argomento per provare la pazzia o il suicidio 
di Lucrezio; ma ha valore per provare la nessuna intrinseca 
improbabilità della notizia positiva, dataci da un'autorità at- 
tendibilissima ^ 



* G. Giri ha scritto recentemente addirittura un libro (// sui- 
cidio di Lucrezio^ Palermo, 1895), per dimostrare non credibile il 
«aicidio di Lucrezio- Egli si fonda sopratutto su uno studio del- 
l'ambiente psicologico dell'età lucreziana. Ma per quanto questo 
stadio sia ricco di acute e interessanti osservazioni, tutte insieme 
però non pesano nulla sulla bilancia, in confronto della materiale 



INTRODUZIONI-:. 

Anche Iti ooiidizioiie di i^ran disordine Ìii cui il poeto ha 
lasciato il suu poema, il huo l'vìdontu lavorare a sbalzi, con 
frequenti ritorni e rimane)^[i;Ìniiienti e nuove e prorvìaorie njr- 
giunte, e coi segni volili a volta di molto 'diverse disposizioni 
d'animo e ilisposizioni d'artista (vedi le oaaervazioui al jirin- 
oipio del II volume), non vorrebbe proprio dir nnlla, oome 
prova che il suo lavoro sia stato Interrotto da gravi pertur- 
bazioni; ma colla positiva notizia di queste perturbazioni è 
in pienissimo accordo. 

f'ilologioamentfc pifi interesaanle è per tioi l'ultima iiotizin, 
cho cioè Cicerone sia stato l'editore del poema lucreziano. Ed 
anche a questa da taluni' non sì vuol prcatnv fede; oppure vi 
Bon quelli ohe, col Lachmann, intendono non Cicerone l'ora- 
tore, ma il Tratello Quinto. Dice il Laehmana che se Svctonio 
ha lasciato il prenome Quinto nella penna, è perche in re nota 
non c'era bisofìuo di metterlo. Ma no! se i contemporanei di 
Svetonio sapevano che l'editore di Lucrezio era stato Quinto 
Cicerone, e Svetonio scrisse Cicerone, ossi avrebbero gridato a 
Svetonio: " Tu sei caduto in errore; l'editore di Lucrezio non 
è etato Ciiceronc, l't stato Qninto Cicerone. „ A parte questa 
opinione, che oggi, credo, non ha pììi difensori, veniamo al- 
l'altra che non vuole nessun Cicerone di sorta. E aiu-itutto 
oaaervu che qui si tratta d'un fatto di nittura ancor diveran 
dulia pazzia e dal suicidio: ai tratta di un fatto letterario; 
in ordine al quale ò ancor metto concepibile in Svetonio l'inno- 
rauna o la tacile credulità a una vaga leggenda; riapetlo al 
quale anzi, in n» tempo di cosi viva attività letteraria e filo- 



nolizia storica. Del resto al Giri lia rìaiioslo umpiiimento Ettore 
Stampini (Il suicidio di i.urf «j io, Mesttina, I>J96). il quale anxì mo- 
stra che aiii-Iie la storia del filtro amoroso può «sser vera in so- 
staiixa. ossia che Lucrezio può bene eusere slato vittima, come 
Svetonio stesao racconta dì Caligola, di un filtro propinatogli da 
una donna — forse da sua moglie, va avanti lo Stampini: ma io mi 
fermo. Anche il prof. Euiiebio (so per via privata) non riluta fMe 
alla notizia dpi filtro, 

' Per esempio il Qiri, nel libro u coi s'è gi£k atrc-niiato Tedi 
anche Castellani " Qua rnltime Irndittim nit Jlf. '/'. Cic. Lucrtlii 
inrminis e/nendatorem fitixxe (Vpnczìa. IBM) , , o la mìa roceu- 
siono iti IMlftlino di FU. C7. n" 1. 



LUCREZIO. XV 

logica, come fu quello da Lucrezio e Syetonio, il formarsi 
d'una leggenda nella tradizione letteraria era, tra le improba- 
bili cose, improbabilissima. Tanto più che al formarsi di una 
siffatta leggenda ostava precisameute quel fatto, che, in fondo, 
è l'unica causa che rende restii a creder Cicerone editore di 
Lucrezio: come? Cicerone che ne' suoi scritti filosofici è così 
fiero avversario dell'epicureismo, e dell'epicureismo soltanto, 
sarà stato l'editore del poema epicureo? Ma è una difficoltà che, 
vista da vicino, scompare. Ricordiamoci anzitutto che la morte 
di Lucrezio e la pubblicazione del suo poema risalgono a 
nove anni prima che Cicerone pensasse a scriver di filosofia. 
In quegli anni, prima del 700, la filosofia era un pensiero se- 
condario nel suo cervello. Avrà molto volentieri discusso 
eventualmente di filosofia; tanto più elio a far valere la sua 
cultura e la sua abilità dialettica ci teneva; ma scettico co- 
m'era, e come in sostanza restò anche poi, rispetto ai diversi 
sistemi — segnatamente in ordine ontologico -— egli avrà di- 
scusso senza prender seriamente partito per alcuno; e proba- 
bilmente anche senza che già d'allora il suo spirito avesse 
preso una decisa posizione ostile verso Tepicureismo. Nò ò prova 
del contrario l'orazione in Pisonem^ come l'orazione prò Mu- 
rena non prova che Cicerone fosse un avversario dello stoi- 
cismo. E, ad ogni modo, come Cicerone era e restò Tamicis- 
simo di Attico epicureo, nulla vieta che Lucrezio, com'era, 
certo, legato a Cicerone per consenso politico, fosse anche 
amico suo ^ (com'era amico di ilemmio, esso pure ostile al- 
l'epicureismo e agli epicurei; v. Voi. II, p. 8 sg. ; e amico 
tanto che o egli stesso prima di morire, o de' comuni amici, 
potessero naturalmente rivolgersi a Cicerone perchè curasse 
la pubblicazione del poema, lasciato in tal condizione da ri- 
chiedere le cure di persona intelligente e competente 

Né vale che Cicerone non faccia mai cenno di codesta 
o|»era da lui prestata. Chò, in primo luogo, quest'opera non 
fu tal cosa a cui Cicerone dovesse annettere grande impor- 



' Né è senza valore, come segno dolhi deferenza di Lucrezio 
verso Cicerone, il fatto che Lucrezio volentieri imita gli scritti 
poetici di Cicerone, come imita i poeti romani arcaici ; e il segno 
è tanto più significativo, in quanto Cicerone era poeta mediocre. 



XVI 



INTRODUZIONE, 
fu tutta nel concedere il patronato del suo r 



tatiKA 

proba bi 1 m entu , nel dare corte istrussìoni a' suoi Be|a;retari e 
itiimnueDsi (o a. «juclli di Àttico) circa al mettere un po' d'or- 
diue nel mniioscritto ili Lucrezio; mn egli (bravuomo!) non ci 
iniae nulla dì suo, nulla corvesHe, e, probabilmente, nulla levò. 
Nota uDclie il Munto come noi non abbiamo lettere dì Cice- 
rone di quel tomo di tempo, e per parecchi meai dopo, a per- 
sone tali colle quali fosse naturale che uscisse n discorrere dì 
i)ueata facocnduola. E quanto poco valore abbia qui Vargti- 
mentum er sihniio, appare anche da ciù: dal modo come Ci- 
cerone ripetutamente 'Acad. post. § 5 §(<. Tuac. I, 6, II 7) 
parla, facondo anche qualche nome, di quelli che prima di lui 
scriaoero in latino di filosofia, si conehiuderebbe ebe Cioerone 
nou conoscease il poema di Lucrezio: e invece lo conosceva, 
poiché ne parla o^^li stesso e lo (pudica nella letterina a suo 
fratello del Febbraio 70O. 

E questa lettera, se si tien conto dì tutte le circostanze, 
ha graudiseinio valore a confermar la notizia di Svetonio. È 
una breve lettera od Q, fr. II 9 [llj) scritta al fratello prima 
delle idi di Febbraio, in fretta, e tanto per scrìvergli qualche 
cosa ogni giorno, Dopo qualche minuta notizia di cronaca 
cittadina, nelle ultime righe tocca di Lucrezio: Lucretii poe- 
mata ul scribis ila sunt timltis luminibiix m_genii miillae ta- 
men artis sed cum vetierts virtim le piitabu si Salltiatii Em- 
peihdea hgerh hominem non putabo fmss.) Dunque meno di 
quattro mesi dopo la morte di Lucrezio, noi troviamo che i 
due fratelli ai acambiano ì loro primi giudizi sul poema lu- 
crozinno, o apparso allora allora, od ancora in via di pubbli- 
cazione (Ciceroue n'avrà mandato una delle prime copie al 
fratello). Certo il fatto, per bò aolo, non basterebbe a provare 
— anzi non farebbe neppnr sospettare — che Cicerone sia 
stato l'editore; ma certamente, se ai bada al broTiasimo tempo, 
combina in modo straordinarìo colla precìsa notizia di S' 
tonìo. E che neppure in questa occasione Cicerone accenni al 
suo ufficio di editore, scrivendo al fratello che ciù sapova, 
non tuo! proprio dir nulla, 

' Piuttosto fa mcravifflia - 
questiono trattata qui — eh 



LUCREZIO. xvn 

Peccato che le interessanti parole di Cicerone ci sieno ar- 
rivate così guaste e malsicure. Le proposte emendazioni sono 
parecchie; ma lasciano incerti. Nella prima parte, chi muta 
tamen in eiiam^ chi legge: non nitdtis Inminibus ingeniu multae 
(amen artis^ chi, inversamente, multis Inminibus ingenii non 



suoi scrìtti filosofici. Fa anche meraviglia che non ricordi e non 
citi mai Catullo, ch'era della stessa sua società, della stessa sua 
parte politica, amico de' suoi amici, fierissimo nemico de' suoi più 
fieri nemici. Gli è che in fatto di filosofia TcRposizione lucreziana 
aveva per Cicerone gli stessi difetti delle altre esposizioni la- 
tine di sistemi greci rispetto ai dialeciicorum praecepta (v. Acad. 
post 5. 6.); e in fatto di poeti Cicerone non cita mai de* contem- 
poranei. — Ciò non vuol dire però che Cicerone scrivendo i suoi 
libri filosofici non pensasse mai a Lucrezio, né mai vi si riferisse 
o vi alludesse. Di nessun luogo si può affermare la cosa con cer- 
tezza; ve n' ha però alcuni dove un tal riferimento o ricordo è pro- 
babile. Il Munro confronta III 978 sgg. e Tusc IV 35; IV 1061 sgg. 
e Tusc IV 75; VI 396 e Div. II 44; II 1092 sgg. e Tusc. I 48. 

Nei primi due passi la dipendenza di Cicerone da Lucrezio mi 
pare piuttosto incerta, perchè il paragone della pena di Tantalo 
(nella forma più antica del mito ; v. nota a III 976 sgg) coll'ango- 
scia di temuti mali futuri era dì diritto comune, e anche Tosser- 
varione o precetto che il variare amori preserva dal pericolo di 
cadere schiavi d'una passione d' amore. Più probabile è che in 
Div. II 44 ci sia un'eco di VI 396 sgg. Probabile mi pare anche 
in TuBC I 48 il ricordo di II 1092 sgg., sopratutto in connessione 
con un'altra dipendenza, lì vicina, che a me pare la più probabile 
di tutte, ossia quella di Tusc. 1 46 da III 359 sgg. Che in Tusc I 46 
é 48 Cicerone pensi a Lucrezio apparirà anche più probabile se 
esaminiamo il passo ciceroniano nel suo complesso. In ciò che 
precede, §§ 43, 44^ 45, Cicerone mostra come l'anima, quando 
colla morte sarà liberata dal carcere corporeo, e tutta pura sarà 
volata nelle sfere celesti, sua sede naturale, potrà assai meglio 
saziare la sua sete di sapere, e potrà, p. es , totam terram con- 
tueri eiusque^ cum 9iium formam ciraimacnpUonem^ tura et habi- 
tjbiles regione» et rursum omni cultu propter vim frigoria aut 
calaris racantes^ E qui, con § 46 Nos enim ne nnnc quidem ontlis 
cemimus ea quae videmus, etc, viene il passo, che dico in relazione 
con Lucrezio III 359 sgg., a mostrare (contro Lucrezio) che non 
gli occhi gli orecchi, ma l'anima sola è quella che vede e 
odo, ecc.; che gli organi dei sensi non sono che fenestrae o viae 
foraminat attraverso cui arrivano alPanima le impressioni delle 
cose sentite ; e la dimostrazione arriva fino a metà di 47, ossia 
fine di eap. XX. Poi il cap. XXI comincia (e finisce § 47) così: 




INTRODUZrONE. 



r 

^^H mitltae tani^n arUx, Quest'ultima propostn pare piii probabilt^, 

^^M e s'avrebbe n intenderò che in Luerezio c'k splendore d'arte 

^^M di poosifi, ma non c'^ grande valore scientifico; nel eenso, bM 

^^H ^natamente, elio manca dì rigore e Berietti dinleiiìca, e le dh 

^^1 mostra»ÌonÌ non sono impiantato e eondotte secando le rettole 

I ' 

1 1 



Quamvie eopiwie linea diren-tìiun, si rrs pnslularrlt gnain mt 
tiuam varia quiintti ajteclaciiìa animus in Inda rathsUbtfs r, 
habituruK^ Le quulì parole, e in particolare il pronome hare, i 
si rift^riscono punto a ciìi che immi^iUatamente precede, ma si 
'icono. anzi, non già si rifiTiRcono, ma si colleKa.no material-i 
ite noi § 45. '^ol hilnm lerrain ìntiieri, etc. Dunque 46 e prilliti 
metà ili 47 tiouo. non giù una digressione, ma unii intruiionoi 
ili eorpo i^struneo. Ossia, Ciceroufì alla fine ili 45 ha lasciato 
in momento da psirte il ruo fonte greco, por introdurrò la <1Ìt 
grcHsìone, poi ha ripigliato a tradurre il suo fonte, senza curnrai 
<1Ì ristabilire il niaterialo collegamento. K dopo questa fine dì 4T, 
eoco 48: Quat giiidem cogitarla aoleo siiepe mirari nonnuUontm 
itisotentiiim philocophorum, qui naturae co^ittOHetn adntirantiiH 
tiusqu» invmtori et principi [Epicuro} gratias traitìlanU» agunt 
mimqut tmutranttir ut t/«uiM, etc; e continua derìdendoli perch4 
credono un gran elie l'esser liberati d.il timore degli Aeherutuiia 
ftmjila tilla Orci; e col § 49 aggiunge: l'raedarum aultin nescio 
quiil ftdfpti aunl guod liidiceruHt se, cum Umpus morti» ivniieet, 
tiilos fHse periturof. Quoti ut ita sit.... quid babet ista rtit ttut taf 
tahiìe mil f/loriasum ? Or bene, anche questi due §S 48 e 49 sona 
del pari nna intrusione entro il discorso del fonte greco, che Ci* 
cerone sta. pressoché, traducenJo. Koco infatti come comincia § 50; 
Srd plurimi contro nitimlnr animosiine quasi capite iìamnato9' 
morte muklant. li naturale questa citazione caimti e come a 
integro della opposta opinione della mortalità dell'anima, dopi 
che nelle righe precedenti questa stessa opinione è già tirata ig^ 
campo e, perchè «>i pnrla dì Epicurei, eon parole quasi di stisxa? 
Ecco dunque dae digressioni intrusei vicinissime l'una all'altra, 8 
ricche di motivi Increzianì, cosi di pensiero come di parola [è 
l'animo che vede e non gli occhi, che sono come frnestruti grande 
lodi a Epicuro, cousidiTnto come un dìo (cfr. Lucr. Y, 191; la sua 
dottrina ci lìliera dai vani terrori d'oltretomba, e precisamonta 
degli Adierumi't Irmpla (espressione che Cicerone cita da Ennio» 
ma che è aorlie piii che mai lucrez.iana); è la profonda conviti* 
ziono della mortalità dell'anima che fa l'uomo aecuro, sereno^ 
alto]; il ricordo proprio di Lucrezio, e l'inleimione di alluder» 
proprio a lui, par ohe qui risulti piti clie probabile - e se il nomti 
_di Lucrezio nou c'è, potrebbe e>«sere appunto perchè il ponuia di 
icrezio, una diecina d'anni prima, ora stato edito da lui, Cic 



LUCREZIO. XIX 

(lei dialettici. E in questo senso la critica sarebbe conforme a 
tacila che fa Cicerone agli altri scrittori latini di filosofia, i 
quali nihil definiiint nihil partiuntur, etc. Pur non sarebbe 
impossibile tenere il testo manoscritto (Brieger par di questa 
opinione, Bursian 1881), nel senso: ci sono molti splendidi 
squarci poetici, ma, per un lavoro poetico, è un lavoro di troppa 
teoria, di troppo arida esposizione tecnica {ars; e si noti la di- 
versa costruzione, prima coll'abl. multis luminibus poi col genit. 
multae at'tis.) In questo caso il giudizio di Cicerone esprime- 
rebbe proprio l'impressione che prima d'ogni altra abbiamo 
noi stessi leggendo Lucrezio. Varie e incerte emendazioni son 
proposte del pari per ciò che segue (il Munro p. es., multae 
iamen artis cum inveìieris^ viriim te putabo^ etc. ; il Nettleship: 
multae tamen artis ipse dicam, veneris^ virium. Virum te pu- 
htbo si Sali, Emp, legeris^ hominem non putabo). Ma par chiaro 
che il senso ha da essere: chi legge tutto intero Lucrezio ò 
un tir ; chi ha la pazienza di sorbirsi la lettura del libro di 
Sallustio Empedoclea non è neppure un homo; è un somaro. 
Insomma, come se dicesse: si ad finem (ad extremum) venerìs^ 
virum te putabo; si Sali, Emp. legeris hominem non putabo, 

Hm Al tempo di Lucrezio era grande e diffuso, in Roma, 
Tinteresse per la filosofia greca; il campo v'era diviso tra due 
principali sistemi. Io stoicismo e V epicureismo. Che — a non 
parlar di sistemi più antichi, ch'erano venuti a notizia dei 
Romani, quando già avevano cessato di esistere come sistemi 
professati da distinte scuole — la scuola peripatetica, rappre- 
sentando più un indirizzo di ricerca scientifica che non l'in- 
tento di stabilire una sicura base per una sicura dottrina morale, 
poteva trovare l'adesione di qualche solitario erudito, come 
Varrone, non conquistarsi un partito; e anche la scuola aca- 
demica, col suo scetticismo, non poteva esser popolare, ma 
solo poteva piacere ad alcuni spiriti di molto larga coltura, 
e, per ciò stesso e insieme per le continue battaglie nella vita 
pubblica, educati e acuiti a un corto senso critico, epperò 
Bcettici, ed anche, romanemento, piuttosto pigri in faccia agli 
oltimì problemi gnoseologici e ontologici. Per un verso soltanto 
questi due sistemi potevano godere, e godevano, di una certa 
autorità sullo spirito romano ; in <iuanto cioè nelle loro teorie 



XX INTRODUZIONE. 

raomli rapp re sentii vano un pratitio temperAmento dei rìgidi 
priDcip! Btoici. Ma la folla — aia pur la folla della elnsae ooltii 
e signorile, come è qnella di cui qui si tratta — ha bÌBOgno 
di dogmi, dolami conservatori o dogmi radicali. A (piesto bi- 
BOgno rispondevano i duo sistemi stoico ed epicureo; e rispon- 
devano a UQ bisogno vero, come già in Grecia, cosi a Roma. 
Nello sfacelo d'ogni base tradizionale del sentimento religioso 
e morale, era la filosofìa, diventata appunto per cift sopratutto 
ana scienza della morale, quella che nelle classi superiori 
aveva assunto in certo modo l'ufficio della religione, la pre- 
dicazione morale; e non poteva fungere a questo ufficio, ripe- 
tiamo, che una filosofìa fondata sopra una concezione del mondo 
e dell'uomo che si annunziasse come una dottrina positiva e 
sicura. Ta'i orano lo stoicismo e l'epicureisnio ; i quali poi, nella 
loro opposizione, corrispondevano a due opposte tendenze dello 
spirito umano, che sempre appaiono in tempi di progredita at- 
tivitii del pensiero. Lo stoicismo e l'epicureismo rappresentano 
nel mondo antico ciò che sono a'tempi nostri la fede e il libero 
pensiero. Lo stoicismo raccoglieva sotto le sue ali in particolar 
modo gli spiriti pensosi dello scotimento della coscienza morale, 
e desiderosi del reintegrainento di questa, per la salvezza della 
societii; miranti quindi k salvare ciò che si poteva salvaro 
de' principi tradizionali e del sentimento religioso; e non ve- 
devano ciiS possibile senza il concetto della dipendenza del- 
l'uomo da una divina provvidenza; non vedevano possibile 
una sicura base etica, se non con una legge morale che 
All'uomo si imponesse dal di fuori, indipendente da' suoi in- 
teressi e da'suoi istinti. ' Sotto le bandiere dell'epicureismo, 
invece, si ascrìvevano coloro che aspiravano alla libertà del- 
l'umana coscienza, e volevano l'uomo reggitore di sb stesso, 
sottratto alla tirannia umiliante e affannosa di potenze estc- 



' Vero à che principio della morale stoica era naturam se- 
qui, e pur gli stoici intendevano per natura la umana natura; 
ma ciò, in quanto pt^r essi la umana natura s'iiientificnva colla 
mente divina, anima e pensiero dell'uDÌvi-rso ; si che nella piena 
coscienza di aè l'uomo — il filosofo, il sapiente — vedesse rive- 
lata la natura stcena dfl divino, e le loggi ch'osso impone. In 
realtà, duiii[ue, la legge morale nel sistema stoico riconosceva il 
prìneipio della morale obìettiTS. 



LUCREZIO. XXI 

rìorì air essere sao e alla sua ragione. E se è vero che spiriti 
eletti e di alto sentire si trovavauo sopratutto nelle file degli 
itoici; e che nella turba dei professanti T epicureismo erano 
molti coloro che — come molti dei nostri miscredeati — erano 
attratti più che da altro dalla libertà comoda^ e da quel princi- 
pio morale del piacere che pareva indulgere a una vita di pia- 
ceri senza ingombro di rimorsi ; ò anche vero che e' erano puro 
tra gli epicorei — anzi eran questi i veri epicurei — coloro che 
topratutto orano ispirati a un alto ideale di umana dignità, e di 
libertà forte; la libertà dello spirito, non la libertii di costumi. 
Ad attestarci che ce ne fosse, basta Lucrezio. Anche Lu- 
crezio libertà va cercando. E questa la sua musa ; natura ap- 
passionata, eccitabilissima, amante ed odianto con intensità, la 
ina passione, la sua esaltazione, e il suo arder di battaglia 
hanno per oggetto, non già (o non solamente) cose di interesso 
personale, ma ciò in cui vede il massimo interesse dello spi- 
rito umano; per la salvezza e la dignità di esso è tutto il suo 
entusiasmo, e, nella fierezza sua, non vede codesta salvezza 
e dignità che nella completa liberazione da tutto ciò che, per 
un verso o per l'altro, mette lo spirito in servitù, lo rende 
dipendente da qualche cosa che non ò lui stesso, lo fa temerei 
che il timore è il vero male, ogni affanno si risolve nel ti- 
more. Certo, non solo T epicureismo, anche lo stoicismo, anzi 
tatta la filosofia da Socrate in poi, predicava sostanzialmente 
questa dottrina, e poneva questo alto segno all'umana ragiono. 
Ma, lo stoicismo in particolar modo, se faceva Tuomo padrone 
ili se in faccia ai beni e ai mali della vita, non Io sottraeva 
al dominio del divino volere, anzi ribadiva i ceppi, da una 
parte eolla dottrina del fato, dall'altra colla dottrina della di- 
vinazione e colla benevola interpretazione delle popolari cre- 
denze religiose. L'epicureismo solo affrancava completamente 
Taomo da qualunque pensiero e volere all' infuori del suo, 
annullava ogni soggezione a potenze superiori, annullava il 
timor della morte, annullando, per dir così, davvero la mort<.» 
stessa; e sbanditi questi due timori, ^\\ chiariva, colla cono- 
ftceoza della natura e di so stesso, il vero valore e scopo della 
vira, e gli forniva la vera misura per giudicare di tutto ciò 
che nella vita è falsa cagione di timori o speranze, e gli 
dava mezzo di farsi, per opera propria, sapiente, temperante, 
OiusflAin. Studi lucrezianù ii 



I 



XXII 



INTRODUZIONE. 



virtuoso, fiilueioso di rè a coacieiite della propria felicità nella 
onsoienza the questa era tutta opera del suo libero volere 
Giacché questo è il seDtitnonto che predomina in Luore7,io ; seb- 
bene por lui, coni(t por Epicuro, folicitii e libertà siono la stessa 
cosa, puro a luì. ]iiii che la pace beata, sta a cuore In co- 
scienza e il gaudio della vittoria; la atarassia egli la predica, 
piuttosto che non la senta; ha la passiono della lotta e della 
vittoria, anello sulle passioni. Egli abbraccia dunque con tutto 
l'ardore del suo animo entusiasta la dottrina di Epicuro, o 
inneggia al divin maestro; e poiché egli è poeta, poeta alto 
di mente e di cuore, cresciuto nell'amore e nello studio dei 
grandi poeti greci, sopratutto dei poeti pensatori, e degli an- 
tichi e gravi poeti romani; egli disdegna i poetici Itmts dt^ 
contemporanei, imitatori dei poeti alessandrini, poeti dalli 
dotte squisitezze formali intorno ad argomenti di nessun 
blico interesse, cultori dell'arte per l'arte; egli non cono» 
pisce che una poesia ispirata a grandi coso, e di grandi cosi 
maestra; anch' egli, come quegli antichi poeti filosofì, vuolf 
esaere il poeta cantore della verità e della redenzione degl 
spiriti. Sentendo l'intima, indissolubile connessione che noi 
sistema di Epicuro stringe In dottrina morale colia dottrìn 
fìsica, egli fn, sensi'altro, oggetto del suo canto la acìenaia dell 
natura. In questa egli ò un credente fervoroso; e se gli s 
lari di Epicuro, così gli immediati come i seriori, hanno av 
«osi intera fiducia nella parola del maestro, che so la tramsH 
darono intatta, come una credenza religiosa {salvo parzìa 
sviluppi e complementi, segnatamente nella dottrina della d 
mostrazìoue'', tanto pii"! è naturale questa fede intera nel poeti 
entusiasta. Lucrezio non ha ombra di dubbio su alcuna parti 
anzi su alcun particolare della dottrina di Epicuro. Si sei 
ciA dove riferisce certe dimostrazioni epicuree, le quali a l 
pare strano che anche a Lucrezio non paressero un tanti 
arrischiate e poco concludenti, tanto più presentate, coi 
suol presentarcele Lucrezio, cosi isolate, e fuor della ooiiu 
aione co! complesso canone epicureo; ebbene, sempre Luoi 
y.io ee Io riferisce con parole della più sicura assev 
della massima fiducia nella immediata loro forza persuasi 
E non dubitando, e couscio della serietà del suo ufficio 
witpre del vero, non avvion mai che egli, neirinso| 



LUCREZIO. XXIII 

mento che direttamente attingo ai libri di Epicuro, s'ardisca 
di mutar qualche cosa, o per migliorare Tinsegnameiito stesso 
dietro riflessione propria, o per piegarlo a forma più conve- 
niente al senso artistico e poetico. Avremo pia volto occa- 
sione, negli Studi che seguono, di ritornare su questo punto, e 
di mostrare che a torto i moderni critici hanno creduto di 
scorgere in Lucrezio delle modificazioDi della primitiva dot- 
trina di Epicuro; e, nel commento, ci occorrerà di notare come 
Lucrezio sia fedele interprete della mente di Epicuro anche 
in molti punti dove — segnatamente nelle similitudini — si 
crederebbe a prima giunta ch*ei non faccia che seguire Tispi- 
razione poetica; Piutto^o, poiché Lucrezio, per quanto inna- 
morato del supremo problema della filosofia e della magnìfica 
concezione epicurea delia natura, una mente speculativa non 
è (è un romano) ; così avviene che egli non sempre afferri 
completamente certi sottili punti di dottrina, e non sempre 
veda certe importanti connessioni di dottrine staccato. Ond'è 
che talvolta, a bene e compiutamente intenderò ciò che Lu- 
crezio ci vuol insegnare, conviene andare al di là di ciò che 
dice, e leggere ne' suoi versi anche qualche "cosa a cui egli 
non ha per avventura pensato. Non si intende Epicuro senza 
Lucrezio, ma neppure Lucrezio senza Epicuro. 

Tna differenza notevole e interessante c'è tra Lucrezio e 
Epicuro: ma è quella che già abbiamo notata; un diverso 
modo, non già d'intendere, ma di sentire la natura e la vita. 
La epicurea comedia della natura quasi diventa in Lucrezio 
una tragedia. Egli che canta il meno pessimista fra tutti gli 
antichi sistemi filosofici, ben di rado sorride; quasi sempre 
austero, spesso iroso, ci ricorda talora il pessimismo leopar- 
diano. Ma si avverta bene: è questione di temperamento, non 
di dottrina. Teoricamente Lucrezio non e punto pessimista, 
ed a torto è talora rappresentato come tale. La tristezza del 
suo canto viene dal suo carattere, dalle sue sventure, dai gravi 
pensieri per la patria. Che il poeta romano, pur tenendosi 
fuori delle lotte politiche, non poteva come il sereno filosofo 
ateniese sollevarsi, sull'ali della propria sapienza, anche al di 
sopra dei mali e dei pericoli che s'addensavano minacciosi 
sulla repubblica. Lucrezio scriveva il suo poema negli ultimi 
■ei o setto o otto anni del secolo settimo di Roma. 



XXIV INTRODtTZrONE. 

Di |ioetft, Lucrezio ha ciualitìi dantoBolie, La prorondilà ile 
Boritimento rende poetica all'anima sua una matorin che [ 
rebbe la più restia ad essere poeticamente trattata; resti 
non tanto come argomento dì poetica descrizione, quanto per 
ohò, neiriiitento seriamente ditlattìco di Liicrenio, (jueUa r 
teria doveva caaere argomento di continua dìniosl razione. N 
Lucrezio nerca di sfuggire o di diminuire la difEcoItii, rioot 
renrlo a! consuoli artifici de' poeti didattici, pe' quali l'intent 
e il valore didattico ò messo uell'ombra e diventa un par 
pretesto, e v'f- sostituito l'intento formale; vale a dire cot 
rabbellire la descriaione o la trattazione di cose comuni e d 
pensieri umilmente pratici o positivi mediante lo sfolgorio i 
la varietà delle immai^ini, colle espressioni figurate, cogli epi 
Ma ornantiii, coi passaggi ad effetto; col sostituire all'andai 
mento pedestre di regolari ragionamenti le movente retoriclM 
e di sentimeiito. No; Lucrezio vuole anzitutto e scriamenti 
ìnaogaarc e persuadere, e vuole che il bollo e il dolco dell'art 
accresca le attrattivo del vero, ma non si sostituisca alla immo 
diala efficacia persuasiva della naturalo connessione logton 
delia forma del ragionamento, regolare fino alla pedanteria 
E similmente, rispetto alla lingua, Lucrezio ò alieno dal parla 
figurato, dal couvcnxionalo frasario poetico, mitologico e dotto 
usa la parola e l'espressione naturale e propria, bella pc 
evidenza e conrenienza immediata. Con tutto questo egli 
sempre poeta; sopratutto per due virtil. In primo luogo, I 
fiamma del senìimeulo profondo, della convinzione fatta sentU 
meato e ardore di couvincere, penetra tutte le parti del poema 
od anche a quelle meno suscettibili di formosità artistica coif 
ferisce un non so che di forte ad austero, che afferra ranimo; 
in secondo luogo, Lucrezio ha una potenza d'immaginazioni 
che in nessun [loeta k maggiore: e, intendasi, non gih una immn 
giaaiiione creatrice di non mai viste coso — clib anzi da nulli 
pili è lontano Lucrezio che dallo cose immagÌDario e fanta- 
stiche — ma ima potenza rappreaontatrico aia del reale, 
(tei logicamente o teoricamente pensato come reale, la quala 
arriva a ima vivezza ed evidenza tale, che l' immagine emula 
il vero, |»ar che ci venga dal vero cosi come gli tiÓwfM 
di Epicuro ci vengono dalle cose reali. Si veda, por cogltep 
d'un colpo un gruppo di esempi, laser» di ondato Uliuio 
ii, descritte IV, 362-4 



LUCREZIO. XXV 

Così Luorezio è sempre poeta; ed anche airinfuori di quegli 
episodi e di quelle digressioni che sapientemente interrom- 
pono di tratto in tratto il proceder monotono della disquisi- 
zione tecnica — e dove Lucrezio è altissimo poeta, e poeta 
moltiforme come Dante; dove, come in Dante, hai la fiera 
rampogno, e la ironia cocente o piena di humour^ e la mesti- 
zia profondat e un sentimento profondo e soave e patetico delia 
natura, e T entusiasmo lirico, e la pittura di cose e fatti, o 
^ndiosa o terribile o serenamente incantevole — alP infuori 
di questi episodi e digressioni (le quali digressioni, però, non 
Bono, di regola, cercate a solo scopo d'ornamento e di varietà, 
ma anzi racchiudono ciò che è T intento supremo del poeta); 
air infuori di quegli altri luoghi (come quello or or citato), 
che pur fanno parte integrante del discorso dimostrativo, ma 
che hanno dato al poeta T occasione di descrizioni singolar- 
mente efRcaci; anche nelle parti meno artistiche, anche là 
dove, a prima giunta, s^ha per avventura Timpressione di leg- 
gere della prosa in versi, la perspicuità e la scultoria deter- 
minatezza del pensiero hanno una lor poetica bellezza. Come 
effetto complessivo, colpisce leggendo Lucrezio, come leggendo 
certe parti del poema dantesco, T audacia della lotta intra- 
presa dal poeta colla materia sua, e la conquistata vittoria. 
Come in Dante, ci sono in Lucrezio de' versi non belli — e 
ci sono, del resto, de' passi lasciati dal poeta ancora in forma 
di abbozzo provvisorio — ma, come in Dante, c'incontriamo 
spesso in certi tratti che ci sorprendono per la straordinaria 
felicità e potenza con cui è superata qualche difficoltà — 
come fortezze espugnate. 

In che gli è strumento la lingua; della quale Lucrezio, come 
Dante, non è padrone, ma tiranno. Questa lingua — eh' egli 
in molta parte prende e imita daU 'altisonante poesia de' poeti 
arcaici, come quella che gli parve più conveniente al severo 
e alto argomento — egli sa piegarla ad esprimere, non solo 
ogni suo pensiero, ma anche ogni particolare e preciso aspetto 
e ogni particolare atteggiamento etico del suo pensiero. Pro- 
cede naturale, senza studiati artifìci di costruzione e disposi- 
zione di parole e proposizioni, ma non rifugge da ardimenti 
perfin radi, e da viluppi costruttivi ; ama i ponderosi composti 
arcaici o da lui stesso foggiati all'arcaica; si crea al bisogno 



Etri INTRODUZIONE. 

parole iiQove di efficacia pronta, o rende nuovo delle parole 
comuni colla callida tiimlum; oon rifugge da parole greoha, 
che usava la converaazioue signorile; in «■enere, un'andatura 
(Trave, ma sciolta e risoluta; non teme dì accozzare espresBÌoni 
e frasi d) poetico splendore con altre più alla buona; sa corref 
lesto e parco di parole, ma rifup(,'e dall'affettazione di brevifài 
o indulge volentieri, ae gli giova o talenta, all'abbondanai 
della parole, alle ripetizioui, senza timore d'incorrere anclie ìa 
qualche taiitolo;{ia ; non è schivo del ripeterò la medeaim» 
parola a breve distanza, anzi la ripeto volentieri con signlR- 
cflKione poco o molto diversa, quasi sfidando il pericolo del- 
l'ambiguiti'i. Non tutto ciò k in tutto lodevole; ma dal tutto 
insieme s'ha l'impressione come di una sprezzante energia ( 
pensiero, che non usa ritardi con ciò ohe stima semplice stru- 
mento suo — il che non vuol pia dire che Lucrezio non si 
della lingua! 

Un medesimo carattere di gravità e spigliatezza ha la inoi 
trica lucreziana. Lucrezio è {{rande artetico di versi. Ketla 
tecnica metrica è d'una correttezza rigida. Ma anche qui ogH 
adegna le studiato armonio o lo studiato varietà |>er semplioA 
amore della varietà e della armonia, I versi luorezianì i 
modulati con sapiente varietà mediante opportuna proporzioufl 
e successione di dattili e spondei, e opportuna disposizione delift 
cesure; e la modulazione fedelmente s'informa alle movenza 
del pensiero e della descrizione; ma nel loro insieme, corri- 
spondentemente alla intonazione generale del poema, proce- 
dono e si Buccedouo con una sostenutezza costante, come lo 
scorrer d'un fiume maestoso. E dà loro molta vita l'allittera- 
zione, chi? Lucrezio, a somiglianza de' poeti arcaici, usa di 
continuo, talora anche notevolmeute prolungata, talora ancha 
duplice e intrecciata, e (jnasi sempre con grande, talora mi- 
rabile, efficacia onomatopeica. 

Lucrezio morì lasciando il suo poema compiuto nel e 
plesso, ma non condotto alla sua forma definitiva in ncasuiv 
libro, anzi in nessuna sezione di libro. Ma della condizione 
del testo lucrezìano si parlerà nelle "Osservazioni prclimi-^ 
nari „ premesse al secondo volume. 



II. 

EPICURO. 



!• Questa esposizione sommaria della vita e della dottrina 
(li Epicuro ^ avrà una intonazione apologetica. Non mi muove 
alcuna speciale simpatia per le idee di Epicuro; ma poiché 
m'è parso che le accuse che comunemente gli si fanno (anche 
dai più recenti e autorevoli storici della filosofia) di superficia- 
lità, di ignoranza, di scarsa valentia dialettica, di facile incoc- 
renza e facile improvvisazione, risultino infondate, o per lo 
meno eccessive, quando si appurino meglio alcuni punti oscuri 
del suo sistema, e sopratutto non si dimentichi di considerare 
le dottrino parziali in correlazione colFinsieme della dottrina; 
e mi è parso che un certo preconcetto contro di lui, inconsa- 
pevolmente rimasto per effetto di invettive antiche e antipatie 
moderne, ha cagionato una certa negligenza nel compito, già 
\)er altre ragioni difficile, di ricostruire organicamente il si- 
stema epicureo; io mi son trovato nella necessità di essere 
qualche volta non solo espositore, ma anche difensore. ^ 



' Quanto alla dottrina ho dovuto rinunciare a una regolare 
esposizione del sistema, punto per punto, che mi avrebbe condotto 
troppo io lungo, e in troppe discussioni particolari — che del 
resto in gran parte formano oggetto degli Studi che seguono o 
di note del commento. Mi limiterò invece ad alcune considerazioni 
gooerali, intese a illustrare il momento storico, il significato sto- 
rico del sistema di Epicuro. Come per i successivi Studi, presup- 
pongo già nel lettore una conoscenza generica del sistema. 

' Ecco il principe degli storici della filosofia, lo Zeller, così dotto, 
così diligente, così equanime (anche verso Epicuro), che esponendo 
la dottrina di Epicuro sulFassoluta fiducia nei sensi, esce a dire: 
"anzi, la sua fiducia nella verità della sensazione era tale, che 
perfino le visioni d'un delirante o d'un sognante erano vere per 
lai, perchè, secondo lui, cagionate da un reale „. L'affermazione 
è materialmente vera; ma lì dove è, e fatta come è, par che dica: 
* Vedete a che assurdo arrivava la cieca fiducia di Epicuro nella 
sensazione I » Ora, il lettore dello Zeller imparerà più avanti che 



XXVIII INTRODUZIONE. 

Epicuro nacque, pare, a Saino, ma di padre ateniese, del 
demo Gargetto, il 342 o 341 a. C. La famiglia era povera, 
e il giovinetto Epicuro non trovò facile la via degli studi. 
Ciò malgrado, già all'età di quattordici anni cominciò ad oc- 
cuparsi de' problemi filosofici. In gioventù ebbe anche inse- 
gnamento di filosofia da un Panfilo platonico e da un Nausi- 
fane, che ora ò detto democriteo, ora pìrroniauo. Insegnò egli 
stesso, dapprima in alcune città dell'Asia Minore (si citano 
(Colofone, Lampsaco, Mitilene); nel 306 a. C, a circa 35 anni, 
si stabilì in Atene, seguito da parecchi amici e scolari, e vi 
fondò la sua scuola, clic egli resse per 36 anni, e alla quale 
durante questo tempo egli seppe dare una così salda organizza- 
zione, che, ancora parecchi secoli dopo, noi la troviamo immu- 
tata (Zeller). Morì nel 270, d'una malattia di cui aveva sop- 
portato i dolori con grande serenità. Yiveva tutto raccolto nella 
sua scuola, ch'era un circolo d'amici e seguaci, legati tra loro 
e al maestro da una grande e intima amicizia. Epicuro aveva 
una natura calda d'affetto e amabilissima. Da certi frammenti 
d'una sua lettera alla madre, scritta quand'era ancor giovine 
(forse da Lampsaco o da Mitilene) traspare insieme e la gen- 
tilezza del suo amore verso la madre e il padre (che anche il 
piulrc era allora vivente), e il suo sereno entusiasmo per la sa- 
pienza che dà all'uomo una felicità simile alla divina, e Tanimo 
suo affatto alieno da avidità di guadagno e da preoccupazioni 
volgari, ed anche come lo amassero gli amici suoi. ^ Così ad 
Atene egli amava gli amici e scolari suoi d'un amoro paterno 
e fraterno,^ e non mancò all'occasione di dare prove del suo 



per Epicuro la visione, sia del reale esterno e presento, sia pu- 
ramente fantastica, avviene sempre per ehfmXn; e che nel caso di 
KOf^no o delirio il reale è niente altro che VfìdtoXnr stesso: sicché 
['affermazione di quosta realtà e verità, in Kpiouro, non ha niente 
di pili strano, che se noi dicesàimo: " anche lo apparizioni in 
sogno hanno la loro causa ^. 

* Vedi i frammenti di Diogene di Enoanda, nel Rhein. Mus. 
1892. La lettera è a p. 426 sgg. 

^ Un simpatico documento della gentilezza d'animo di Epicuro 
l'abbiamo in una sua lettera a una bambina tra i 4 e i 6 anni. 
La lettera, conservataci nei Voli. Ilerc, è riprodotta e illustrotn 
dal Oomperz, Hermes V, p. 388. 



EPICURO. XXIX 

animo generoso; e alla sua Tolta era da quelli amato e ve- 
nerato così, che nelle loro dimostrazioni c'era perfino qualche 
cosa di molle ed eccessivo; di che, anche, Epicuro forse di 
soverchio si compiaceva. E lui morto restò tradizionale nella 
scuola, non solo la fede quasi religiosa nella sua dottrina, ma 
anche un sentimento di venerazione e di gratitudine, come 
in nessun'altra scuola, e un culto che non era solo interno, 
ma si esternava anche io forma di cerimonie commemorative, 
non senza carattere religioso. La qual cosa, del resto, sta in 
intima relazione colla dottrina epicurea intorno agli dei, e con 
quella parificazione della vita del sapiente alla vita degli dei, 
che non era per Epicuro una semplice figura retorica, ma un 
punto di dottrina; come appare anche dairinteressante accenno 
che già se ne trova nella citata sua lettera alla madre. (Vedi 
la nota al proemio del V di Lucrezio.) 

Epicuro scrisse moltissimo ; secondo Diogene Laerzio fu, tra 
i filosofi antichi, quello che scrisse il maggior numero di libri, 
dopo Crisippo. Di molti di questi non ci restano che i titoli o 
scarsi frammenti (v. Usener, Epicurea^ Lipsia, 1887). La mag- 
iriore e principale opera erano i 37 libri neQÌ (pvascoc^ di cui 
alcuni frammenti ci son pervenuti, particolarmente dei libri II 
e XI (nei Voli. HercuL). Intorno a una f.iByàXri smTofii^ del- 
Fopcra maggiore, parimenti perduta, ch'era in forma popolare 
dovette essere il testo che Lucrezio prese a principal guida 
fondamento del suo poema, v. lo Studio I. Pervennero a noi 
(li Epicuro, col nome di Epicuro, le tre lettere : a Erodoto, 
a Pitocle, a Meneceo, e una raccolta di quaranta sentenze, 
xvQiat, óó^ac (ratae sententiae le chiama Cicerone, e senieniìae 
selectae T Usener). 

E fuori di contestazione Tautenticità dello lettere a Erodoto 
e a Meneceo, (I e III). La prima 6 il più importante scritto 
d'Epicuro che ci rimanga. E una fxixQd èniioiii] dei principi 
fondamentali del sistema fisico, e molto parti di essa sono 
esaminate negli Studi che seguono, e deirinsieme si discorre 
nello Studio I. La breve lettera a Meneceo tratta dell'etica. 
La lettera a Pitocle è una èntxoiii] nsqì jUfrfw(>wr, ossìa una 
raccolta delle varie possibili spiegazioni dei fenomeni celesti 
(astronomici o meteorologici). Dcll'autonticità di essa paro 
che già si dubitasse in antico (vedi Usen. Epic,^ p. 34); e 



XXX INTRODUZIONE. 

l'IlBeuer (p. XSXVII agg) conferma il aoapetto con gravi 
motivi — disordine, ripetizioni, 8le(;atura costante tra i capi- 
toli, inaiatente ritornello del principio canonico, che delle coac 
GolcHti biaogna dare le spiegazioni, non constatabili por diretta 
osservazione, secondo l'analogia dei fenomeni terrestri 
servabili, e dove pìil analogie offrano più epìegazloni, non 
preti^ndere di scegliere tra esse la spiegazione vera, ma ac- 
C'^ttnrlo tutte ad un modo (v. lo Studio: Gli dei d'Epicuro 
p. 249) — ma conclude però che lo scritto è una compila- 
zione dai libri atessi d'Epicuro intorno alla natura, fatta cosi 
che tutto ciò che vi 6 detto — e quasi le Bingole parole 
sia da considerare conio delto da Epicuro stesso, lo propondo 
a credere ohe la parte introduttiva della lettera è autentica, 
e che la compilazione della materia fu fatta fare da Epicuro 
stesao a qualche auo famigliare- Ad ogni modo è da convenire 
coU'Usener, che la lettera ha, come documento, lo stesso va- 
loro d'una lettera in tutto e per tutto autentica. ' 

Non convengo invece coli' Uaener, che nega l'autenticità 
della raccolta dì sentenze {p, XLUI acgg.). Non già ch'egli 
neghi l'autenticità delle singole eenteuze; ma crede che un 
posteriore le abbia esti'atte — senza neppure un buon cri- 
terio del più e del meno importante — dagli scritti di Epi- 
curo, e accozzate, senza cura di beue ordinarle. Ma coulro 
al fatto della molto ditfnaa autorità che, come una specie 
di catechieniu di Epicuro, la raccolta aveva al tempo di Ci- 



* Il fatto, del resto, che qui «ì passa da un caput all'altro 
senza alcun legame, mentre non mancano mai le forinole dì pas- 
saggio nella lettera a Erodoto, non ha per avventura un gran 
peso contro l'autenticità dello scritto, perchè qui sì tratta proprio 
(li una serie di punti, tutti simili e tutti isolati. E io quella ripe- 
tizione ad ogni tratto del precetto canonico per questo genere 
ili spiegazioni, piuttosto che la ineptia del compilatore, vedrei 
una intenzione di Epicuro stesso; cliè principale scopo della let- 
tera, forse più che di fonare a Pitocle ed agli nitri scolari un jtper' 
lorium di risposte sui fenomeni celesti, parali sia quello di inoul- 
cnre quel suo canone cosi nuovo, cosi ostico, cosi facile ad esser 
dimenticato, come appare dalla stessa richiesta di Pitocle (g S4} 
angustiato di non poter ricordar bene tutta quella moltitudine dt 
spiegazioni, sparse qua e 111 per diversi libri e per diverse parti 
tbll' opera nc^l g^vatioi. 



EPICURO. XXXI 

cerone, e prima, non parmi abbiano gran peso le ragioni 
dell'Uaener. * 

* Epicuro Borive male „ si dicera da antichi e si ripete da 
moderni. Ma l'Usener (p. XLII) osserro, molto opportnna- 



* Li questione non d senza qualche importanza, perchè non 
Mio il contenuto materiale, ina anche il concetto che informa l'in* 
lieme ha un suo proprio valore. Che sent. XXV parli in seconda 
persona (Et , .. nix taonni eoi rof,- io'j-of,- al ii^dStci iix£Xov»oi) non 
prova punto che debba essere un frammento di lettera; quante 
«olte delle sentenze hanno questa formai o l'ha appunto la pre- 
cedente sent. XX[V, che è un piccolo tutto organico in sé stessa 
(t. p. 181), ed evidentemente non un periodo levato di mezzo a 
un discorso continuato. L' apparenza che alcune sentenze non 
■ieno che ripetizione di altre, e il fatto che certi punti primari 
della dottrina epicurea — p. es.: tutto è vuoto e materia; l'anima 
è materiale e mortale, ecc. — non sono punto ricordati, mentre 
l'hanno pantì affatto secondari (come sent. XXXIf, XXXTII sg-), 
KDO difficoltà che scompaiono, parmi, quando ai consideri: 1." E 
iTvenuto di questa raccolta ciò che nel I Studio mostriamo es- 
sere avvenuto della lettera a Erodoto: nella tradizione sono 
intervenuti molti spostamenti, sicché la raccolta è ora in un 
gnu disordine. Meno le prime due (e queste son rimaste al loro 
posto), nessuna sentenza sta a sé, ma son collegato a gruppi ; 
i> qnesti gruppi sono stati spezzati e s'intralciano l'un l'altro. 
2.' Ricostruendo ciascun grnppo, sì vede che in cisscun d'essi è 
on determinato punto di dottrina svolto per diversi gradi e sotto 
diversi aspetti, mediante singole formolo o sentenze. Le apparenti 
ripetizioni sono in fatto vicendevoli complementi. 3.° L'apparenza 
che manchi dell'importante, e ci sia del secondario, scompare 
quando si afferri il carattere dell'insieme. Non si tratta infatti né 
di ona serie di principi di dottrina, né di precetti pratici diretti; 
li tratta del complesso di que' criteri e convinzioni, che l'uomo 
deve aver sempre presenti, intorno a sé stesso e intorno alla na- 
tara e alte cose del mondo in rapporto a lui, onde rìsnlti lo stato 
ibìtnate della sua coscienza e la legge della sua condotta. Si po- 
trebbe intitolare la raccolta delle sentenze: "L'uomo nella pro- 
pria coscienza e nel mondo estorno. , Per consegnenza non si parla 
qui delle dottrine che costituiscono il corpo del sistema e la cui 
conoscenza è presupposta; non si ricorda alcuna dottrina fonda- 
mentale della ^vaiokoyia, ma soltanto quale è il vero scopo della 
^raiiìoyia (XI-XIII); noo SÌ insogna quale è la natura della di- 
Tioiti, ma solo se ne rammenta quell'aspetto per cui l'uomo si 
liberi da ogni timor di dio <I); non si tocca punto della natura 
dell'cnima e della sua mortalità, ma soltanto si inculca che la 
Dwrta per l'uomo h niente (II); non si dà la teoria fondamen- 



II INTRODUZIONE, 

mente, che Aa Aristotele in poi gli scrittoli greci, in partì 
colare dì filosofia, avevano per dir cosi due apeciodi profla: i 
prosa sti li sticatn Olito accurata per gli Bcritti che destinavanC 
a una maggior diffusione tra il pubblico colto, o una prOBf 



tak de' criteri dol vero, mn solo si ricordano lo gravi consS' 
guinxe della niiincanza d'un aicuro rondamento dol giudizio, delU 
sfiducia nella tostinionian^ta doì scngì, e in particolare di qoq 
cosi facile orrore die i solici HÌeno veraci in gonorale, mi 
qualche volta ci ingannino (XXII-XXIV); non bì espone il pfia:< 
cipio fondametale dell'etica, che ìl bene ò il piacere o il mala < 
il dolore, ma si illustra il piauerfì sotto tuolteplioi aspetti, so ne da 
terminano l'esacaKa o i confini pratici, col Tar notare il suo valon 
asaoluto in sé, e indipendente dal tempo, nm insieme la rtilatìviti a 
diversità tra piaceri e piaceri nel campo pratico, ondo risulti II 
saggezza della scelta e della misura. E con questo argomento 8 
collegano le sentenze intorno aì desideri e ai bisogni {ìm^vfuaij^ 
finamente classificati in ordine al liìo; della nostra natura, 
sentenze intorno a codesti punti psicologici sono relativamente 
numerose, per le attinenze varie e molteplici che questi banna 
colla vita pratica. C'& poi la sorie della sentenze che non consi^ 
derano piìl l'uomo in sé stesso, ma come vivente in società. 
anche qui non si tocca la questione teorica fondiinientalc dell' 0* 
tica (cioè il piacere non la virtù essere il bene), ma si determin 
concetto della giustizia, come criterio per la pratica, avvertendo^ 
da una parte come non sia possìbilo la vita felice sen^a la giù* 
stiKÌa, cioè senza l'osservanza di quelle leggi che determinino ì 
diritti e ne impongano il rispetto scambievole ai membri di una 
società: non possibile mai, perchè, se è possibile talvolta l'impU' 
niti'i por lu trasgressione, non è possibile niaì il sottrarsi alla in- 
terna pena de! timor della pena; hìooIiÒ senza giustizia manca la 
essenza della felicìtàj la securità dell'animo; spiegandosi dal- 
l'altra piirte l'origine utilitaria e convenzionale del giusto, a 
il valor suo dipendente dall'utile sociale, e con osso variahile. AI 
quale argomento è alfine, o in parte con esso &i confonde, l'altr* 
delle origini dei corpi e istituzioni sociali, dei poteri e delle aa- 
premaxic, e loro eventuale giustificazione, o meno; e della Of 
portunità pel saggio di preferire la vita privata. Ed anche M 
questi argomenti, elio olTrono aspetti parecchi e Tarìabili di pra- 
tica opportunitit, le sentenze sono rclativamonte numeroso. Né h 
dimenticata l'amici^cin, che è un rapporto, per dir cosi, sussidiario 
al rapporto sociale, essa pure d'origine>utilitnria e mirante allo 
stosso scopo della sicurezza, come il potere e la supremazia, ma, 
di gran lunga preferibile perchè non esposto ai medesimi pcrieolb 
(Jucste sentenze sono dunque essenzialmente delle direttive del 
pensiero pratico-, e quando a ciò «i badi - o si badiancbeae" 



EPICURO. XXXIII 

senza studio di forma pei commentari {vno^vìifxaTa) riservati 
all'aso degli addetti alla scuola. E poiché la maggior parte 



che ad Epicuro, no' suoi tempi e ne' saoi gusti, poteva parer bi- 
sogncTole di pia insistente raccomandazione — si vede che a torto 
rUsener tira in ballo la relativa importanza dottrinaria di ciò che 
c'è e di ciò che non c'è, per negare l'autenticità dell'insieme. 
Qnesto anzi appare un tutto organico, meditato non senza geniale 
anità e brevità. Il quale studio dell'artistica brevità e unità c'è 
anche nelle sentenze singole; sicché anche per questo rispetto 
apparisce la stretta loro parentela. 

Si aggiunga che le Kvqku (folca son citate da Epicuro stesso 
con questo stesso titolo in uno scritto morale (probab. Ih(ìl 
fÙQécftùy xai tpvyioy)^ i cui frammenti sono stati pubblicati e il- 
lustrati dal Comparetti (Museo italiano di antichità classica, 1884 
Voi. I). È detto ivi che i beni esterni concorrono pure alla feli- 
cità, ma che hanno di gran lunga assai minor valore di quegli 
importantissimi fattori di felicità di cui lo scrittore ha parlato prima 
(libertà dal timor degli dei e dal timore della morte); e poi si 
aggiunge: ''appunto per ciò anche nelle KtQiai óó^ai questi son 
messi {xéttoctai) per primi „. Non è detto materialmente r^/^fV re- 
taxtat\ ma il Comparetti osserva giustamente che il dir qui lo 
scrittore d'aver seguita una certa disposizione per la stessa ra- 
gione per cui è seguita in quell'altro scritto, è segno manifesto 
che egli è l'autore anche di quell'altro (che nelle Kvq (f. stesse 
non è punto detto perchè le prime dae sentenze vengano per 
prime); e con ragione il Comparetti, non dubitando della autenti- 
cità delle KvQ, d,, conclude perciò (e per altre ragioni) che lo 
scritto di cui pubblica i frammenti è uno scritto di Epicuro. L'U- 
sener naturalmente nega (pag. LI). Nega anzitutto V identità del- 
l'autore dei due scritti; ma non per altra ragione che per la man- 
canza di queir f^/ùy; una ragione di poco peso, quando manca ogni 
altro motivo d'improbabilità, e non mancano invece altri argomenti 
di probabilità. Certo questo f^fity non manca nell'esordio della let- 
tera a Erodoto e in quello della lettera e Pitocle (cèyayeyQafitxéyeoy 
fifàly; tiuiy yeygafAfAiya); ma qui c'è tttaxrai; e si capisce che uno, 
riferendosi a libri suoi, non possa omettere il da me dicendo: 
"gli altri libri scritti da me^ o '^ le cose da me scritte in altri 
libri v; ma citando un determinato suo scritto, e notissimo, può 
ben dire " nel libro tale la tal cosa si trova prima della tale al- 
tra ,. Nega poi l' Usener che, ad ogni modo, l'autore dei frammenti 
citante le Kvq. S, possa essere Epicuro, come naturale conseguenza 
della negata autenticità delle Kvq, ó, stesse. Io invece, non tro- 
vando valevoli le ragioni dell' Usener (il che avverto, per non ca- 
dere in un circolo vizioso) leggo nei frammenti comparettiani che 
Epicuro stette si dichiara autore della raccolta KvQtni àóiat. 




INTRODUZIONE. 



desìi Hcritti (li E[iicnro appurtenovaiio appunto a questo (te- 
nere i ponine ma tico, " intellejirUiir (jimni recle veteres eìus in 
scribciiilo ueglejfentìam et incuriam vitupcraverint ,. Fatto 6 
che ee noi non avessimo cho la lettera a Erodoto e quella n 
l'itocle (chi la voglia tener por buu), dovremmo giudicare 
E])ieuro ficrittoro negletto natia prima ed anello dozzinale 
nella seconda. Nella lettera a Erodoto sono ca;;iouc d'oscurità 
corte negligenze, certe brevitìi per noi eocessive, come certo 
viìtioso ampiezze e ripetizioin, e Ìl perìodo spesso mal costruito. 
Ma non & scrittore negletto Epicuro nella lettera III, nelle 
Sentenze e in alcuni frammenti. Coito il suo stile è anzitutto 
vigoroso e severo, Egli rifugge dallo amplificazioni e dagli 
ornamenti retorici. In contrasto cogli stoici che, quasi sotto 
il comun concetto di aiie (hi ronvìnrere, avenno nnito insieme 
logica e relorica, come una dello tre branche della filosofia; 
Mpicuro, come rifiatava, coerente al suo principio gnoseologico, 
le molteplici e sottili teorie e distinzioni della logica formale, 
così poneva come primo precetto dello scrivere scientifico il 
chiamar pane il pane (v. Lett. a Erod. in principioV Era dunque 
lontanissimo dal concetto di Cicerone, al quale pareva una filo- 
sofia monca quella ohe non fosso sposata all'eloquenza. Anche 
oiiN spiega il giudizio non favorevole sullo scrivere dì Epicuro. 
Ma — giacché siamo sul capitolo delle accuso — da più parli 
gli si rimproverava la scarsa cultura. Dice Sesto Empirico 
che era ùfiaitii tv Trolloìg, oviè èv inti xoivaìi òiuXiati 
tial^aQsmv. E Cic. de fin. l 26 veltan... docIrmU fuissetl 
iiiittruclior — est fulm... non satis politii» Hs «rd'ÒMS, ijuas 
qui lenetit eruditi nppellantiir. E i moderni mettono la oob 
relazione colla sua povertà, che non gli deve aver permesso di 
procurarsi il fondamento di una profonda coltura eoieotifion,, 
e anche eoi suo concetto che la scienza non Ì> da cercai 
per so, ma pel fine morale, vero obietto della filosofia. QuestO'^ 
ultimo ravvicinamento è giusto, e si può credere che Epicuro 
trascurasse certi studi, come non aventi importanza per quel 
fino morale. Invece non mi par fondata la ragione dDlI&< 
povertà, se si considerano i lunghi decenni ch'egli, comin- 
ciando da giovanissimo, ha dedicati alla filosofia. Piuttosto 
è da vedere quali eicno questo arles, r/uas qui tctìtnt nel giù- 
ilio di Cicerone e soci entdili afipeUanlur, e so la incuria 



EPICURO. . XXXV 

e incredulità di Epicuro per esse non sia intimamente con- 
nessa col suo sistema, e non ne sia piuttosto reffetto, anziché 
— come talora si vorrebbe — la causa. Ignoranza degli altri 
sistemi filosofici è fuor di questione. Per quanto frammentari 
e scarsi i documenti, c*è quanto basta per persuaderci ch'egli 
era in questo rispetto ben informato. Por non dir dei più an- 
tichi, ricordiamo che parecchi punti della sua dottrina hanno 
origine aristotelica, o suppongono la conoscenza di Aristotele. 
E se Epicuro li ha presi o ci ha badato, malgrado il così 
opposto indirizzo del sistema aristotelico, vuol dire che d'Ari- 
stotele non aveva già una semplice notizia superficiale, ma 
se ne era occupato sul serio. Le aries che non dovette pren- 
der sul serio erano la retorica, il complicato edificio della lo- 
gica aristotelica e stoica, la matematica. Infatti: quanto alla 
retorica abbiamo visto; quanto alla logica, gli è spesso fatto 
rimprovero, da antichi e moderni, della sua imperizia; e la 
sua disistima per la matematica ha fatto e fa scandalo, ad- 
dirittura. Sennonché (non ritornando sulla retorica) noi ve- 
dremo or ora come nella sua incuria per la logica formale 
egli fosse perfettamente coerente al suo materialismo, al suo 
canone sensista e al suo principio che al vero non s'arriva 
che per la osservazione e pel confronto dei fatti; e quanto 
alla matematica, non è certo da credere che Epicuro fosse 
così ottuso pregiudicato da non comprendere o non accettare 
l'evidenza delle dimostrazioni de' rapporti quantitativi; ma 
matematica voleva anche dire e speculazioni astronomiche, 
— e rispetto a queste il suo scetticismo, oltreché confortato 
dal contrasto tra le diverse dottrine astronomiche, si collegava, 
come vedremo, con concetti fondamentali ontologici del sistema 
sao e democriteo — e voleva dire certe speculazioni fonda- 
mentali intorno all'esteso. Ecco infatti Cicerone {de fin, I 20) 
che dice contro Epicuro: Ne illud quidem phj/sici (est) cre- 
dere aliquid esse minimum : qnodprofedo numquam puiavisset 
fi a Polyaeno suo geometrica discere maluisset quam ilìum 
edam ipsum dedocere. Ora, negli Studi Atomia e Cinetica ve- 
dremo come e perchè Epicuro credesse necessario o tentasse 
di stabilire un minimum^ ossia un limite alla divisibilità. 

Si vantava Epicuro d'essere autodidatto. Ed ecco tutti a 
rinfacciargli i maestri che non può negare d'avere avuti, Nau- 



XXXVI INTKODU^^IO^E. 

sirnno, in partioolar modo, a Democrito, dal quale ha preso d 
pianta la tooriu atomica- Ed ò un coro tii riprovazioni pe 
l'importinenza o l'ingratitudine di cui avrobte dato provi 
Iiislraltanilo codesti suoi predecessori o mnestrì, non cbcIub 
il ifrando Platone, non eachisi Nausifano e Democrito. Ora 
anche qui biso^ma intenderai ben.'. Che Epicuro, vantanUoi 
d'aver imparato la filoBoHa <la sl\ cioè d'essersi fatto da si 
il Buo sistema, nettasse il fatto materiale d'aver avuto de'mae 
atri, pretendesse dare a intetiders di non aver preso da Da 
mocrito ì principi fondamentali del suo atomismo, è perfii 
ridicolo il supporlo. Egli intende allra cosa, l'osto il nuovi 
orientamento della filosofia, dopo Aristotele, ossia che prò 
blema sommo della fìlosotta h il problema morale, dì cut E 
problema ontologico o il gnoseologico non sono clic sussidiari 
Epicuro diceva: l'impresa sta qui: determinare con sicureK» 
il principio dell'umana condotta, l'ultimo perchè o scopo del 
l'azione o della vita, determinando con sicurezza il vero ( 
sere delle cose, della natura in generale o doU'umnna oatart 
in particolare, da cui quel principio morale deve come ne( 
saria conseguenza derivare; e por avere codesta sìcureszi 
determinare quale è ìl criterio sicuro dello verilà. Ora qne 
sto ho fatto io, coordinando la vera scienza delia natura, etri 
in gran parto Democrito aveva già vista, col criterio BÌcurtf 
della verità, e dando così a quella scienza la base della ere 
dibitità che prima le mancava: giacché clic valeva, che quellai 
scienza rispondesse all'esigenze della ragione, quando l'an^ 
torità della ragiono mancava essa stessa d'un fondamento, 
comò appunto mancava con Democritoi' Assicurata cosi la co- 
noscenza della natura in genere, e della natura umana in 
ispecie, ho determinato con aicnrezica ciò che all'uomo la «*• 
tura stessa dice di fare. Ciè ho fatto io, e ciò non ha fatto' 
alcun altro; e meno che mai gli Stoici, i quali non Iianaot 
creato nulla, ma hanno imbastito insieme una ontologìa ma* 
torialistica presa di qua, con una virtù presa di là, che coiT 
quella materia prima non ha niente a che fnre, contornando 
il tutto d'una corona di disquisizioni logiche. Io quali, so hanno 
una ragion d'essere, l'hanno nel campo di uTia ontologia ra- 
zionalista fd'onde appunto le hanno preso', ma non l'hanna 
col loro principio ontologico materialista. 



EPICURO. XXXVII 

Cosicché la pretesa di originalità, in Epicuro, non era in- 
fondata. Che egli poi, forte di questa coscienza, e convintis- 
simo d'ayere egli raggiunto il vero e fattolo evidente, usasse, 
nel combattere altri filosofi e sistemi, d'una certa vivacità, ta- 
lora anche sprezzante, si può credere facilmente. Nel caler 
delle accuse che gli si facevano, però, c'era deìVodium theo- 
logicum^ e c'era del falso. E sappiamo del resto che le ire fi- 
losofiche erano spesso pettegole; e anche Aristotele non andò 
immune da calunnie dello stesso genere. Quanto a Epicuro 
notiamo due cose. Nausiphanem^ che gli era stato maestro, 
ttxavit omnibus contumeliiSy dice Cicerone {de fato, 73). Nau- 
sifane passava per democriteo, ma altri lo diceva pirroneo. 
Può essere che come democriteo egli esagerasse la dottrina 
democritea della nessuua veracità dei sensi e lo desse parti- 
colar risalto, fornicando anche collo scetticismo pirroniano; 
tanto più ch'egli era auche maestro di retorica, e noi sappiamo 
quanto volentieri, per tradizione sofistica, retorica e scetticismo 
andassero di conserva. Non per nulla Cicerone trovava che 
la migliore filosofia per un oratore era l'academica. Ora, a un 
sifFatto indirizzo del pensiero e dell'insegnamento era Epicuro 
più che mai avverso, e a lui riusciva forse tanto più irritante 
la un democriteo. Che l'abbia fieramente combattuto, anche in 
chi gli era stato maestro, si spiega. Ma in Democritum ipsum 
fuit ingratns, dice ancora Cicerone (1. e. 93). Cioè, l'ha com- 
battuto dove dissentiva da lui; che, del resto, noi sappiamo 
che per un certo tempo Epicuro chiamava sé democriteo; e 
il linguaggio reverente di Lucrezio verso Democrito è indub- 
biamente un'eco del linguaggio di Epicuro; e non ci manca 
infine la stessa viva voce di Epicuro, in un frammento che 
il lettore può trovare in questo volume a pag. 105, dove si 
combatte la fatalità democritea, ma si premettono parole di 
reverenza e d'ammirazione per Democrito. 

S« Il sistema di Epicuro lo andiamo via via conoscendo 
meglio; ma non ci é ancora noto in tutte le sue parti, por 
la scarsità dei documenti e delle notizie; delle quali ultime 
talune, anche, ci vengono da relatori non bene informati e 
ostili. Giacché anche in antico, air infuori dei seguaci della 
Bcuola, non era noto che superficialmente ; che era un sistema 
(hrssAHi, Studi ìucreziani, \\\ 



XXX vm 




INTRODUZIONE. 



messo airindice dalla gente timorata, eti anohe Boreditato dal- 
l'esompio dei costumi di molti che ai chiamavaDo ed erano 
chiamati epicurei perchè conducevano vita gaudente. Non 
tatti avevano la mento larga di Seneca- Pure, il BÌrtema BIo- 
sofìco di Epicuro ebbe una vita molto tenace, poiché sopra- 
visee agli altri sistemi, durando fin dentro il terzo bocoIo d. C. 
(v- Zeller); e, mentre gli altri siatemi si andarono trasformandu, 
modificando, intrecoiatido e confondendo, invece la filosofia 
epicurea ai tramandò sempre eguale a bò stcBsa e quale era 
uscita lini 3U0 fondatore (salvo parziali sviluppi e leggere de- 
viazioni), e attraverso anche il periodo eclettico dell'età cice- 
roniana, come corrente che attraversa un mare senza mesco- 
lare le sae acque colle acque circostanti. Anche in ciò si 
trova una ragione di disistima! " Questa tradizione meccanica 
di dottrina immutata getta la luce più afavorevole sulla in- 
fecondità filosofica delia scuola ; e non fa onore a questa, 
ch'ossa educasse a cosi poca indipendenza di spirito „ (Zeller). 
Qindizio vero in qualche parte, ma in buona parte ìngiuBto, se- 
condo io credo. Perchè mai la pigrizia mentale doveva fissare 
per secoli il suo domicilio nella scuola d'Epicuro!' E perchè 
proprio nella scuola epicurea doveva durare per secoli un at- 
taccamento e una venerazione cieca al maestro, da render 
possibile, per secoli, la meccanica trasmissione delie sue dot- 
trine, senza che alcuno si fosse data la pena di procurar loro 
alcun solido fondamento di dimostrazionef Ciò si capirebbe 
piti tosto d'una dottrina di spiccato carattere religioso; non 
si capisce di una dottrina come l'epicurea, la quale, come s'è 
avvertito, doveva attirare — a parto la turba dei seguaci di 
nome e per comodo — piuttosto gli spiriti ribelli che gli spi- 
riti ossequenti. E la scuota ebbe buon numero di scrittori, 
e già fra gli immediati scolari di Epicuro; scrittori che non 
solamente illustravano le dottrine tradizionali e combattevano 
le avversarie, ma discutevano anche tra loro e col maestro, 
e dissentivano in alcuni punti particolari (v. p. es. Duening, 
de Metrodori vita et scrlplh, p. 18 Bgg.V Alcuni di questi 
scrittori ebbero molta autorità e fama (come Zenone] per 
acume d'iugogno e spirito battagliero. Ed anche questo È da 
notare, che la parte del sistema che da Epicurei seriori ebbe 
uno svolgimento importante fu precisamente qnolla per ì» 



EPICURO. xxxix 

quale assai piik facilmente poteTano penetrare nel sistema i 
dissensi profondi e le trasformazioni sostanziali; fu la parte 
logica, nella quale la teoria dell'induzione, che era ancora 
rudimentale e, possiam dire, indisciplinata nella dottrina di 
Epicuro, per opera di ApoUodoro, di Demetrio, Zenone, Bromio, 
Filodemo acquistò organica comjdessione, e riempì una lacuna 
nella logica degli antichi (v. Natorp, Farschungen zur Gè- 
9chichte des Erkenntnissproblems^ p. 234, sgg.). Una principal 
ragione per la quale la dottrina epicurea potè durare cosi a 
lungo sostanzialmente immutata, è da cercar piuttosto nella 
sua forte organica unità. In una costruzione le cui parti sono 
accozzate, senza che ciascuna di esse abbia la sua ragion d^es- 
sere nelle altre, è facile Poccasione e la tentazione del togliere» 
aggiungere, sostituire e trasformare; tale appunto era il sistema 
stoico, il cui yalore stara tutto nella dottrina morale idealistica, 
che punto non si conciliava coll'altre sue dottrine materialiste, 
sensiste e fataliste; opperò, attraverso mutazioni parecchie, si 
ridusse col tempo a non esser più — come è già con Seneca — 
altro ohe una teoria morale. Nel sistema epicureo invece, come 
ho avuto occasione di osservare in uno scritto antecedente (e 
qui riprodotto nello Studio VII; v. a pag. 156 sgg.) la dot- 
trina ontologica e la gnoseologica sono intimamente connesse 
e vioendevolmente dipendenti, e la dottrina morale nasce come 
necessaria conseguenza da quelle due. Cétait à prendre ou à 
lai88€r* E ecco come l'epicureismo, finchò durò, durò saldo e 
eompatto ed eguale a sé stesso. Certo mancava ad esso un vero 
e schietto senso scientifico, in quanto la scienza vi aveva ra- 
gion di mezzo e non di fine, il fine della filosofia essendo 
posto nella pratica : e ciò ha certamente trattenuta la scuola 
di ulteriori importanti indagini e meditazioni nel campo della 
idenza della natura; ma questo, come ognun sa, era il ca- 
rattere e il bisogno del pensiero filosofico in genere nel pe- 
riodo postaristotelico ; ma almeno neirepìcureismo, assai più 
che nello stoicismo, era sentito il valore essenziale e fonda- 
mentale della scienza per fare il filosofo. Lucrezio scrive la 
isieoza della natura; la morale — fine supremo — vi si in- 
treccia in forma episodica, e quasi ornamentale. 



xt mxRODuzioOT;. 

S. Questa unità (che non si vuul riconoscere) potrà meglio 
rieiiltiire, se considereremo anzitutto il momento storico àa cui 
il sistema sorse, e quindi il bisogno che voleva eoddlsfitrc, 
ossia il fine che era proposto alla filosotia al tempo tli Epi- 
curo. Ma ù neoeBBarioi por questo, gettare uno sguardo 8ull(> 
fasi anteriori della filosofia, 

Nel suo primo periodo l'indirizzo della filosofia greca era 
atato essenzialmente BCientifioo, ontologico, ogfiettivo. La filo- 
sofia nacque in quel giorno in cui la rapione ei accorse clu- 
la varietà o mutabilità della natura non si spiegava ae noii 
si trovava la sua unità fondamentale ed essenziale; o la prima 
forma del problema filosofico fu dunque questa: quale ò 
quella materia che appare sotto coaì vari e mutevoli aspetti. 
L'aspetto aoggettivo del problema: che cosa b il conoscere:' 
non s'era ancora presentato ; e il problema morale, pura intrec- 
ciandosi, per ragioni chequi non imporla dire, nelle meditazioni 
di qne'filosofi, né appariva nella sua relazione necessaria, de- 
duttiva, col problema ontologico, nò era quindi il problema 
finale dell'indagine Qtosotioa. A quella domanda iutorno alk 
materia prima ai rispose dapprincipio ponendo come prima 
questa o quella tra le materie pili diffuse, od anche una 
materia indeterminata, e considerandola come trasformanteaì 
in tutte le altre. Sennonché un tal concetto essendo ap^iarso 
contradditorio, e negante in sostanza quella unità che si vo- 
leva corcare (poiché l'acqua, p. ea. a acqua pei caratteri 
che la fanuo acqua, corno l'oro è oro pei caratteri che lo fanno 
oro; dell'acqua diventata oro non si concepisce; non signi- 
fica altro, come leggiamo spesso in Lucrezio, se non questoL^ 
che dell'acqua che esisteva non esiste più. e esiste dell'Ara 
che non esisteva prima) si determinarono nel pensiero filo^ 
»ofico due indirizzi nettamente contrari, e che, pure ovolves 
dosi o combinandoaì con nuovi elementi del problema filoso- 
fico, dominarono iu gran parte il succeaaivo penaiero filosofia 
greco: l'indirizzo eleatico, e l'indirizzo eracliteo. La scuola elee 
tica, tenendo formo alle esigenze fondamentali della ra^onc 
affermò l'unità e immutabilità (e quindi eternità) dciroescre^l 
e riscontrando nel mondo fenomenale niente nitro che lan»*a 
gazione di codesti caratteri dell'essere, negò il mondo fcno-J 
meuile: con ohe itejcftTa, non risolveva, il problema, eh'erftl 



EPICURO. XLI 

di spiegare appnnto il mondo fenomenale. Eraclito, in opposi- 
zione a codesta negazione eleatica della forma sperimentale 
dell'essere — che è come dire di quel modo di essere, di quel 
carattere delFessere , insomma , di quell'essere che solo è 
nella nostra esperienza e quindi è la sola realtà che noi 
conosciamo — accentua il principio trasformista della scuola 
ionica, ponendo in esso la essenza e la realtà dell'essere, 
Tanica forma in cui l'essere può essere; diventare è l'u- 
nico modo di essere. Cou questa antitesi ontologica (im- 
porta avvertirlo) era implicitamente posta quella antitesi 
gnoseologica che costituirà in principal modo la lotta del suc- 
cessivo pensiero filosofico; era posta l'antitesi del noumeno e 
del fenomeno, e quindi l'antitesi tra le duo forme o strumenti, 
che dir si voglia, del conoscere: il Xùyog e la aìiS^rfiic. Non 
dico che il problema gnoseologico fosse già sorto e chiara- 
mente presente nel pensiero eleatico o eracliteo; ma le op- 
poste affermazioni ontologiche significavano e mettevano in 
luce la opposizione tra ciò che appar vero alla ragione e ciò 
che appar vero al senso, e imponevano la scelta tra il rico- 
noscere l'autorità dell'una o l'autorità dell'altro, come ga- 
ranzia di verità; dagli eleatici s'andava alla dialettica obiet- 
tiva di Platone; dal concetto di Eraclito che vero è ciò che 
avviene, si veniva dritto al concetto che vero è ciò che av- 
viene e come appare avvenire a ciascuno in ciascun momento, 
Maia al soggettivismo individuale di Protagora. ^ 

Ma prima, e accanto, di questa evoluzione, ne avveniva 
un'altra, che si può dire episodica, ancora sul terreno schiet- 
tamente ontologico. E un moto del pensiero inteso a conci- 
liare le esigenze eleatiche e le ioniche; ed è rappresentato 
dai nomi di Empedocle, Anassagora e dei primi atomisti, 
Leucippo e Democrito. Concetto fondamentale e comune a 
questi è: la materia prima. Tessere sostanziale, ò infatti, come 
ben videro gli Eleati, immutabile ed eterno; ma non ò, e 
Dalla esige che sia, materialmente un corpo solo; consta anzi 
di parti di piccolezza invisibile, e il vario aggregarsi e combi- 



' La sentenì^ di coloro che nel principio protagoreo ^ Tuomo 
niinra delle cose n intendono non Tuoiuo individuo, ma la specie 
QOfflo, pare ormai sconfìtta. 



JCLII 



INl'UUDUZrONIC. 



nursi (li questo particelle dà origino alla coac, alla lorc 
lità e mutazioni; e cosi anche il moudo fenomenftle non e 
parveLJzn, dia realtà, senza die aia violato il concetto ratin- 
nnlo doll'eBBero. È sentenza comune delle tre scuole che na- 
scita o morte non BÌf,'nitìca che aggregazioue o ilisgregazìono; 
e <.|uin<li il principio: nil e Jiilo, nil Ìh nilum. Le tre scuole 
si (lifFerenziano circa al modo come spiegano lo qualità delle 
coae; e Ìl maggior contrasto s'aggira intorno a quella distin- 
zione, che è famigliare anche alta Eloaofìa moderna, tra ((ua- 
liti primarie dei corpi o qualità secondarie, essendo le prime 
'incile che sono inscindibili dal concetto stesso di materia o 
corpo (grandezza, forma, peso e, aggiungiamo pure, moto); 
lo altre quelle che possono essere o non essere in un corpo, 
e quindi non sono comuni a tutti {colore, sapore, odore, calore 
— nel senso volgare della parola — umidità, eco.). Empe- 
docle e Anassagora non videro questa distinzione, la videro 
gli atomisti; epperò i primi posero qualità secondarie già 
nella materia prima, gli atomisti no. Empedocle pose come 
materia prima i noti quattro elementi, ossia pose quattro specie 
di materia prima immutabile; Anassagora, attuando comple- 
tamente e con nmlta coerenza ìl concotto che le qualità sono 
nello cose perchè sono nella materia prima, e aon com'essa 
imnmtahili, pose tanti elementi quante sono le sostanze elio 
conosciamo; fece delle qualità stesse k materia prima dello 
cose (v. a Liicr. I, 830 sgg., Excur. Ili); l'uno e l'altro poi, 
per spiegare lo aconfinate variazioni e trasformazioni, trovan- 
dosi nella necessità di non porre lìmiti alla varietà di aggre- 
gamenti, accettarono la diviaibilità della materia all'infìiiito: 
un concetto a cui le speculazioni eleatiche e matematiche ave- 
vano già data una base scieutifìca; Anassagora, in particolur 
modo, accettava codesta divisibilità, a segno di sottrarre, quasi, 
le coso materiali al giogo dei rapporti quantitativi; l'uno e 
l'altro poi, pur nella necessità di ammettere il moto, non 
osarono oeccttare il Tuoto, non osando ammettere che il /iij 
ov 6 pure un ov. Democrito, ponendo quella distinzione tra 
qualità primarie e aecoudarie, trova davvero la conciliazione, 
la soluzione materialiatica del problema ontologico. Le parti- 
celle elementari non hanno che grandezza, fonila, peso e moto; 
tutte l'altre qualità oou souo che prodotte dal vario aggre- 



EPICURO. xun 

garei e combinarsi delle particelle elementari ; epperò al pro- 
dorsi e intreociarsi di esse qaalità secondarie più non occorre 
un saddiyidersi all'infioito della materia; le particelle elementari 
sono indÌTÌsibili, sono atomi, e così primamente si ha un princi- 
pium fundamenéi della materia; che determinata forma e gran- 
dezza sono essenziali al concetto stesso di materia, e quelle 
OTanescendo nelP abisso della divisibilità all'infinito, anche la 
materia in quell'abisso si perde. E se infinita è la varietà qualita- 
tiva delle cose, essa si spiega coU'infinita varietà di forme degli 
atomi e loro combinazioni (Arist. de gen. et corr. I, 2, 315. — 
Vedremo come Epicuro proverà che basta una varietà gran- 
dissima, indefinita, di forme atomiche, ripugnando la varietà 
infinita di forme ai limiti della varietà di grandezze, e non 
essendo del resto infinita la varietà dei fenomeni.) Ma poichò 
tatto ciò che avviene è moto, e non c'è moto senza vuoto, il 
vuoto è; il vuoto è il niente in quanto ò niente materia; ma 
esso stesso è, come l'opposto della materia e senza cui la ma- 
teria stessa non potrebbe essere. E nulla limitando il vuoto 
(chò non potrebbe limitarlo che o dell'altro vuoto, o della 
materia occupante del vuoto), il vuoto è infinito. E la materia 
atomica aggirantesi pel vuoto non potendosi concepire che 
aggirantesi per tutto il vuoto, è infinita anch'essa. (Così, 
credo io, il concetto democriteo — in opposizione alle ante- 
riori cosmogonie — d'un universo infinito, è sorto dall'aver 
data un'esistenza al vuoto.) E così ab aeterno infinita materia 
s'aggira nell'infinito spazio : ab aeterno e in aeternum, perchè 
l'essere non può non essere, e non può quindi non essere stato 
e non potrà non essere; nulla nasce dal nulla, nulla perisce 
nel nulla. E poiché infinito è Tuniverso, infiniti mondi conti- 
nuamente nascono e periscono, per eventuali agglomeramenti 
e dissolvimenti di masse atomiche. 

Questa grandiosa concezione, che nei suoi tratti fondamen- 
tali domina ancora oggi il pensiero scientifico, non ebbe seguito 
per allora; e come quei fiumi che scompaiono dalla superficie 
della terra per risorgere e ricomparire a molta distanza, così 
ratomismo di Democrito non doveva tornare in onore e occu- 
pare potentemente il pensiero filosofico che alcune generazioni 
pia tardi, per opera di Epicuro. Oli è che questo indirizzo 
ontologico materialista, che abbiam detto appunto episodico. 



XLiv INTRODUZIONE. 

fu soTorohìato dalla corrente del poneiero gnoaooloi^éi 
Demoorito stesso, contemporaneo dì Protagora e di Platona 
fpifi giovano dell'uno, più vecchio dLiU' nitro) no fu travolto. 
So fosHO rimasto buI terreno ontologico, senza preoccuparsi del 
problema delia conoscenza, dal mio Bistema egli avrebbe prò-, 
habilinpnte tirata la conseguenza, contro gli Eleati, della reallìk 
obiettiva del mondo fenomenale anche rispetto alle qualità 
secondario, eolo riconoscendo cbe ([ueste sono qualitVi -- a non 
queste sole, ma anche la grandezza sensibile, la forma sensi- 
bile, il peso sensibile, il moto sensibile — sono qualità chela 
cose, fonnantisi e disfaceutisi dì atomi, assumono e perdono, 
col nascere e perire delle cose stesse. Ma questa conclusioas' 
non era più possìbile, poiché ìl pensiero eotìstico, tirando 1» 
conseguenza dal divenire eracliteo, o sul fondamento dell'os- 
aervazione sperimentalo 'e avvalorando così, iu certo modo, la 
negazioni eleatiche) aveva messo in luce il fatto, che la sen- 
sazione di una medesima cosa dice cosa diversa a persone di- 
verse o alla medesima persona in condizioni diverse, e mostrato 
cosi il carattere subiettivo della notizia sensibile. Non diventò 
possibile che più tardi, cou Epicuro, quando la progredìU 
discussione del problema gnoseologico rese possibile un tali 
concetto della gnosi, ptd quale o fossero sfatato le prel 
contraddizioni o infedeltà del senso, o fosso tolta di mezzi 
l'antinomia tra ragiono e senso, col subordinare geoetioamenti 
questa a quello. Democrito difende contro i sofisti i diritti' 
della ragiono nel riconoscere il vero, e difende li 
quìsta ontologica, che sulla ragione si fonda ; ma nega ogni 
verità al senso, dichiarando che col'ire, sapore ecc. (ossia la 
qualità secondarie delle coso — ed anche le primario, in quantO) 
sono oggetto della sensazione) sono semplici modi di esserAi 
del senziente. Così il grande materialista si trovò accanto al 
grande idealista, nel concetto d'una verità puramente razio- 
nale; ma non vide che la coerenza non era dalla parto sua, 
non vide che un fondamento della veritù puramente razionala 
implica una realtà puramente razionale, l'idealismo. E and{t 
incontro all'obiezione epicurea: poiché il tuo sistema ontolo- 
gico ha l'intento di spiegare il mondo fenomenale, sensibìlct 
che h quanto dire, dimostrare elio con ragione si può credere 
alla sua realtà; e in questa dimostrazione il tuo sistema baia 



EPICURO. XLV 

sua giustificazione e la saa riprova; se tu poi neghi yerità a 
ciò che è attestato dai sensi, il tuo sistema ontologico, non dico 
non ha più un perchè, ma non ha più il suo fondamento, che 
è il fatto sensibile, e negando questo neghi quello insieme. U 
significato del tentativo stesso di couciliazione, tuo e di Anas- 
sagora e di Empedocle, è d' ammettere due ordini di realtà : 
la realtà dell'essere in sé stesso, ossia della sostanza, immu- 
tabile ma non immobile, e la realtà delle mutabili forme che 
quella, movendosi, assume. Sta bene la tua distinzione tra 
qualità primarie e secondarie, in quanto quelle prime sole 
sieno inerenti all' essere immutabile ed eterno, e, come tali, 
immutabili ed eteme esse pure; ma erri (diceva in sostanza 
Epicuro a Democrito, come più tardi lo Stuart Mill all'Ha- 
milton), quando metti in esse una distinzione, in ordine al loro 
valore come nunzio del reale. E le une e le altre non ti son 
note che per il senso. 

Siamo cosi rientrati nella corrente principale del pensiero 
filosofico antico. S'è accennato come dal contrasto dell'indi- 
rizzo eleatico coli' eracliteo nascesse il nuovo aspetto, guoseo- 
logico-psicologico, del problema filosofico; e come, appunto 
per quel contrasto, la prima risposta che la coscienza si dava 
non poteva essere che di sfiducia in sé stessa, di scetticismo 
circa al valore del proprio conoscere. Aver posto chiaramente 
il problema della conoscenza, è, come, si sa, l'opera impor- 
tante del momento sofistico. Ma poiché quest'opera non restava 
nel semplice campo della speculazione teorica, ma, per le 
particolari condizioni politiche, sociali, mentali del tempo, eser- 
citava un influsso pericoloso e nefasto sulla coscienza morale 
pubblica; sorse da questa un grido d'allarme, un movimento 
di reazione e di difesa; sorse Socrate a proclamare che la 
science avait fait banqueroute; che la vera scienza interessante 
per r uomo, e la sola a cui potesse arrivare, era la scienza del 
proprio bene, fondata sulla scienza di se stesso (e da quel mo- 
mento il problema morale diventa e resta il supremo problema 
della filosofia antica), e che per questa non manca all'umana 
ragione un fondamento sicuro, quando essa ragione si rico- 
nosca eguale a sé stessa in tutti gli uomini, quindi sicura di 
sé, sicura d'un vero indipendente dalle sensibili impressioni 
individuali e dagli arbitrari giudizi individuali; quando cioè 




INTIIODUZIONE. 

Ei sappiti ricoDoecere esaen/JAlmente eè stessa iie^li oleuiontC 
mentali comuui, nei concetti ^enfi-ali; questi bÌBo;;;na intaii'- 
àeve in su stessi — che oosa sia virtù, che cosa sia feliciti, 
santità, lo^(,'e, stato, eoe. — e nei loro necessari rapporti, sora'^ 
tando o mettendo a nudo le fallacie e Io coutraddìzìoni e 
iurortseguonzo doyili opinamenti individuali. 

L'insoianamcnto era subiiiue, come il maestro; atti e l'uno 
e l'altro a conquistare i più nobili spiriti. Ma l' insognamento 
non reggeva da so: tanto ohe da Scorato vediamo derivare 
parecchie scuole, diversissime fra loro, e nessuna Hproducente 
il maestro qual'era; e la principale di esso fu tjaella che pre- 
cisamente mirò a porre la uecesBana baso alla dottrina morale 
e gnoseologica del maestro con una nuova costruzione onto* 
logica. I concetti generali di Socrate, per esistere, divoDtano 
delle entità, dei reali, dello sostanze; i rapporti logici diven* 
tano una gerarchia dpgli esseri; il vero, o sommo, bene j 
l'uomo divenfa l'essere sommo, che tutti gli altri in sé com- 
prende, Dio. l'iù alto e ardito volo l'istinto metafisico umane 
nou ha fatto mai! Coli' idealismo di Platone si direbbe i 
un nuovo organo, una nuova funzione mentale è entrata nella 
storia dell'umano pensiero: la possibilità di pensare ohe cai 
stono cose, entità reali, (non semplici qualità o pensieri, 
astrazioni) affatto immateriali, senza estensione. Democrito i 
Platone sono i punti di portenza dello duo tendonse fondai 
mentali do! pensiero metafisico, che oggi aucora si oontendout 
il dominio dello spìrito umano — serpeggiando tra le duo uni 
terza tendenza, la tendenza antimetatieica o scettica; non vinta 
ma neppure vincitrice essa stessa nella lotta tanto contro Ì| 
pensioro spiritualista o idealista, corno contro il pensiero ma" 
lerialista, fìnohò rostb puramente negativa; nm forse avviata 
alla vittoria fnel campo speculativo) dacché, sotto forma <l 
oriticismo, non ò più una negajtione, ma costituisce anzi unq 
nuova base o una nuova uuìtà della scieuza. 

Ma — tornando a Platone — se il concetto entità imm» 
terinle può parer facile a noi, che fin dai primi insegnamenti 
del cnteohismo siamo abituati ad associare, nell'idea di Dio 
e dell'anima, i due termini di quel concetto; all'età di Pia* 
tene esso - sia sotto l'aspetto ogi^ettivo d'un'iilea-sostonza^ 
sia sotto l'aspetto loggettivo di anima puro spirito, — 



EPICURO. XLvii 

troppo ardua noTità perchè le mentì, anche addestrate a spe- 
oalazione filofM)fioa, potessero accoglierla, ossìa potesse avTe- 
nire in esse quella cotale interior disposizione, o adattamento, 
che costituisce la apprensione d'una dottrina, e il possibile 
assenso. Epperò, come la filosofia critica di Kant, che distrug- 
geva il dogmatismo, fu seguita da nuovi tentativi dogmatici» 
e solo in tempi a noi più vicini cominciò ad esercitare il 
sao potente influsso secondo il suo vero spirito; così il pen- 
siero platonico era destinato a risorgere e a dominare più 
tardi, quasi dopo un periodo d'incubazione, e in mezzo a 
nuove tendenze e aspirazioni religiose e mistiche dello spirito 
umano. Oltre a ciò, V idealismo platonico non s' era potuto li- 
berare dell' ingombro del mondo sensibile, al quale aveva pur 
dovuto concedere una realtà sua, diversa dalla realtà vera 
delle idee, e staccata da quella; costituendo così un %0Qiaix6q 
inconcepibile tra due modi di esistere, un esistere che è un 
vero esistere, e un esistere che è ad un tempo un esistere e 
un non esistere. Si comprende quindi come il platonismo finisse 
— almeno provvisoriamente — quasi col suo stesso autore ; la 
sua scuola, da una parte inclinò ben presto a rinchiudersi 
quasi esclusivamente nell'insegnamento morale, per piegare 
più tardi allo scetticismo, coU'Academia Nuova; dall'altra tentò 
con Aristotele la titanica impresa di fondere ad unità i due 
mondi e i due modi di essere di Platone, avvinghiando in 
nodo indissolubile l'idea e la materia, il Xóyog e la sensa- 
zione. L'ipotesi aristotelica fu il fondamento di una meravi- 
gliosa costruzione sistematica della scienza tutta; ma come ipo- 
tesi ontologica era caduca, per l'intrinseca contraddizione, che 
all'elemento ideale, a ciò che in fondo noi non conosciamo 
che come pensiero, dava e negava insieme valore di entità 
reale ; urtando quindi contro le stesse difficoltà contro cui ave- 
vano urtato le idee-reali di Platone, e preparando il ritorno 
a una ontologia materialistica. 

Eccoci dunque nel periodo postaristotelico, col problema 
morale che s'impone, almeno ai più, come il problema capi- 
tale, e col bisogno di trovargli la necessaria base ontologica, 
e a questa la garanzia gnoseologica. E non si trattava di 
problemi che interessassero soltanto pochi spiriti studiosi del 
vero. Nella mancanza, o quasi, d'una religione che esercì- 



xLvni INTllODUZIONE. 

taBBB quella funzione che noi siamo soliti unire al confletto di 
religioue, la fìlosofìa n'aveva assunto in certo modo l'ufficio, 
e intendeva esser la guida, del pensiero e dell'azione, almeno 
nelle classi colte. Or dunque: — lasciamo da parto la scuola 
peripatetica, che sta davvero appartata, come una aristocrazia 
dello spirito, conservante, più che i principi metafisici, la tra- 
dizione eciontitìca e l' interessamento scliiettamente scicntìtìco 
di Aristotele ; lasciamo da parte (pel momento) anche lo scet- 
ticismo, ohe mirava a fondure la paco dell' anima e l' acque- 
tamento delle passioni sul concetto che, nou sapendo noi nnlla 
dell'essere delle cose, è pura illusione ogni nostro giudizio 
sul loro valore, opni nostra distinzione tra beni e mali, e quindi 
vana ogni brama o timore (ehè offni bramo o timore appunto 
que' iliverai e:iudizi suppone); e non poteva quindi sedurrò 
ohe dei rari spiriti fortemente temprati alla rassegciozione del 
dubbio eterno — consideriamo i duo sistemi che veramente 
preser dominio sul pensiero e sulla coaoiensia di que' tempi : 
Io stoico, e l'epicureo. 

All'uno e all'altro occorre una sicurezza fondamentale: 
sapere quale è la natura delle cose e la legge che le governa; 
sapere qual' ò il mezzo con cui possiamo riconoscere con st- 
cureziia quella verità fondamentale. Su questo fondamento 
soltanto doveva posare Ìl giudizio, che cosa sia il vero bene, 
che cosa Ìl vero male, e conseguentemente la regola della vita- 
E, come s'è spiegato, tonto l'uno che l'altro sistema non po- 
tevano cercare quella prima sicurezza che tornando a un' on- 
tologia materialistica del periodo presocratico, e la seconda 
sicurezza che nel restaurare l'autorità dello immediata intui- 
zione dello cose materiali. 

Alla scuola stoica 1' umanità civile deve molla reverenza e 
gratitudine. Sarebbe grande iugìustizia non riconoscere l'im- 
portanza dell'opera sua nella cjduoazione e nella elevazione 
della coscienza morale. Ma un cosi gran bene la filosofia stoica 
lo fece appellandosi, più che all'intelletto, al sentimento e alla 
forza del carattere. C-orto non mancarono alla filosofia stoica 
lo sottili discussioni e le grandiose costruzioni diolettiche, o i 
grandi sforzi per coiioiliare lo interne insanabili contraddizioni; 
ma nou ebbe elio l'esteriore apparato scientifico, non ebbe 
l'unità scientifica. E la si putì in qualche modo paragonare alla 



EPICURO. XLix 

nostra teologia. La teologìa vuole essere una scienza,' ed è in- 
fatti costruita in forma di sistema scientifico ; ma presuppone la 
fede, e su essa si fonda. Similmente lo stoicismo si fondava in 
sostanza sopra una fede* Aveva preso per sua materia prima 
il fuoco eracliteo, probabilmente per il carattere mistico di 
questo fuoco, eh' era ad un tempo materia o pensiero, il Divin 
Verbo — Xóyog, legge, giustizia — del mondo; ma dove è la 
dimostrazione scientifica (paragonabile p. es. alle dimostrazioni 
deir atomo che leggiamo in Lucrezio) che di fuoco son fatte 
tutte le cose, e che cosi si spiegano tutte le qualità e i feno- 
meni sensibili ? Il fuoco eracliteo resta un dogma ; e quando, 
col tempo, il dogma ontologico fu messo da parte, lo stoicismo 
si ridusse a un sistema della morale, fondato sulla fede nella 
virtJi. 

-^» Diverso è il procedimento deirepicureismo. In ordine a 
influssi morali, anche Tepicureismo ne esercitò di buoni e be- 
nefici (Zeller, III, 1, 421 sg.), ma non cosi profondi e sostan- 
ziali come lo stoicismo; ne esercitò anche di funesti, come 
ognuno sa — sebbene a torto gli avversari, come Cicerone, 
vogliano rappresentarci i volgari epicurei pratici come più lo- 
gici e consequenti del virtuoso maestro, e sia piuttosto il caso 
di ricordare la sentenza del Manzoni {Morale Cattolica, capi- 
tolo VII) che " bisogna chieder conto a una dottrina delle con- 
seguenze legittime che si cavano da essa, e non di quelle che 
le passioni ne possono dedurre,,. 

Ma nel rispetto scientifico Epicuro fa assegnamento esclusiva- 
mente suir intelletto, ed è facendogli toccar con mano la realtà 
delle cose che ei vuole che Tuomo si persuada di ciò che è 
per lui il vero bene e gli può dare la felicità. Ora, la realtà 
prima per noi, immediata, è questo mondo che vediamo, toc- 
chiamo, sentiamo: l'opera essenziale di Epicuro sta nella di- 
fesa di questa realtà contro il monismo assoluto degli elea- 
tici, il soggettivismo di Protagora, T idealismo sostanziale di 
Platone e, anche, si può dire, di Aristotele, il semisubietti- 
vismo di Democrito, Tinsufiiciente materialismo degli stoici, lo 
scetticismo pirroniano e contemporaneo. Il gran punto era Tan- 
tioomia tra lóyog e ai(sQrj(fig, Era stato il sorgere di questa an- 
tinomia che aveva messo il campo a rumore e disturbata Tin- 




INTRODUZIONE. 



geuua fiducia dei primi scrutatori iit'l problema fìloeolìoo dell» 
natura. Ora, il tiroblema ancora iosoluto era il ristabilimunta 
di quell'antica fiducia colla conciliazione di quei due termini; 
era di mostrare in sostanza che il ).ò'/oi, non che non con- 
traddire al mondo sperimentale, aveva in esso la sua attua* 
zione. Verameute, insoluto il problema non si poteva dire; 
Epicuro vide ohe la soluzione la c'era nell' atomismo demo- 
criteo; la c'era nell'ordine ontologico, ma per necessaria conso' 
guenza, la ci doveva essere anche nell'ordine gnoseolo^co. 
Sennonché, uell' ordine gnoseologico s'ora addensata molta 
nebbia, da una parte perchè si era creduto di trovare nella Ben* 
sazione stessa — indipendentemente dai suoi rapporti col Xó^foi 
— delle ragioni per negarle autorità come significatrice d'una 
realtà obbiettiva, pel fatto che la stessa cosa è diversa- 
mente sentita da diversi o in diverse disposizioai 
del medesimo senziente; onde s'era inTerito che la sensa- 
zione h un amalgama d'un elemento esteriore e d'un elemento 
subbiettivo, e non può quindi darci la notizia pura e sìcora 
della cosa, ma sempre una notizia capricciosamente falsata e 
d'un valore puramente relativo al seir/.iente; da un'altra parte, 
perchò, varcato il concetto ontologico eleatico, s'ero dato valore 
di entità sostanziale a dei puri oggetti del pensiero. Bisognava 
dissipar questa nebbia, per salvare la soluzione ontologica 
stessa; e ciò fece Epicuro, restaurando l'autorità della sensa- 
ziono, col mostrarne l'intima connessione colla natura delle 
oose, secondo era risultata dall'inda^'iue ontologica, e richia* 
mando entro i legittimi termini il dibattito tra sensazione 
o ?.óyog. 

Rispetto al I." punto, Epicuro distrugge effettivamente la 
obiezione scettica quale era fino allora formulata (vale 
a dire basata soltanto sulla diversità delle impressioni di una 
medesima cosa secondo la diversa disposizione del senziente) 
col suo notevolissimo principio canonico, che bisogna distin- 
guere la sensazione pura dal giudizio che spcaso inconscia- 
mente noi vi annettiamo, e pel quale noi attribuiamo la qua- 
lità da noi sentita a una cosa diversa da quella che l'ha 
effettivamente prodotta. La causa immediata per cui ci appare 
spezzato il remo che ha una parte immersa nell'acqua & la 
imaffo ehe dn esso remo a noi viene e colpisco la nostra vista: 



EPICURO. LI 

questa imoffo è effettivamente spezzata; è la nostra dó^ache 
erra facendoci pensare: il remo stesso è spezzato. Quando il 
medesimo TÌno appar dolce a uno e amaro a un altro, gli è 
che tra le diverse forme atomiche, onde quel vino è costituito, 
affettano Pnno, prevalentemente, combinazioni di forme ato- 
miche costitutive della qualità dolce, l'altro combinazioni 
di forme costitutive dell'amaro: errala óo^a dell'uno attri- 
buendo a tutto quel vino la qualità di dolce, la óo^a dell'altro 
attribuendo a tutto quel medesimo vino la qualità di amaro. 
La sensazione, perchè non è un giudizio, non inganna mai. 
dice Epicuro d'accordo con Platone: solo che Platone inten- 
deva dire che la sensazione, come fatto subiettivo, è quello 
che è ; invece Epicuro intendeva dire che la sensazione è sem- 
pre nnnzìa delle corrispondenti qualità nell' oggetto reale 
producente la sensazione. Le qualità sensibili, tutte quante, 
delle cose son costituite da combinazioni atomiche; anzi le 
cose stesse non sono che combinazioni atomiche, e la natura 
d'una cosa, p. es. di una rosa, non è che l'insieme delle sue 
qualità» ossia delle combinazioni atomiche qualitative che in 
essa si intrecciano. E poiché gli atomi sono in continuo moto, 
qualità e cose sono in continua mutazione, e in continua vi- 
cenda di nascita e morte. Ma ciò non toglie che sieno delle 
realtà. Il principio, già implicito nella filosofia ionica, nil de 
nUo e nil in nilum porta necessariamente alla conseguenza 
eleatica della eternità e immutabilità sostanziale dell' essere — 
ma non già all' immutabilità de' suoi interni rapporti di posi- 
zione, i quali — ossia cose e qualità — non per questo sono 
meno delle realtà. E come altrimenti conosciamo noi queste 
realtà, se non per il senso ? E se Democrito avesse ben letta 
questa faccia — dice Epicuro — non avrebbe negata la ve- 
racità del senso ; giacché da che altro è prodotta la sensazione 
se non da codeste realtà? e come l'effetto non corrisponde- 
rebbe alla causa? Giacché, mettiamo pure : quando io ammalato 
•ente amaro il miele, ciò dipendo da che i meati nel mio 
organo del gusto hanno una disposizione diversa dalla normale, 
si da dare il passo di preferenza a quelle forme atomiche del 
miele che son costitutive di amarezza; ma, dunque, sempre la 
sensasione corrisponde a una reale combinazione atomica 
iva. 



ui INTRODUZIONE. 

Così, in effetto, Epicuro dall'atomiBino eteaso ricavara 1 
rÌ8|»osta che afatavit, spiegandola, la obiezione sceltìiia delld 
ri>]ati\-ÌtA tIeUn Beiisazione, in quanto questa obìcziouo si foia 
dava sulle variazioni individuali. R ciò prova — sia osserva^ 
tr.i parentesi — la unità del pensiero epicureo nel mette) 
insieme le diverso parti del suo sistema. Corto Epicuro lidi 
ha sconfitta lasof^gettiviti't della sensazione! Certo egli poncnq 
ohe il verde della foiflia esiste realmente fuor di noi suQj 
foglia, così come è la sensaKÌone nostra, mostra ili non sospa) 
tare l'abisso cho corre tra un fatto meccanico (come egli pun 
spiegava essenzialmente il colore: moti e rapporti di posizionj 
tra atomi incolorì) e il fatto sui ffeneris della nostra i 
■/.ìoTie d'un colore; certo, all'iiifuor dei colon', noi duriam 
fatica a rappresentarci come egli ai rappreseutasse la doleen 
(cio{; la sensazione dolce^ come inerente al miele, allo steeafl 
modo del color giallo; e poiché e^li cosi giustametito ricon- 
duceva tutte lo scnsaziouì a sensazioni tattili, potremmo do- 
mandargli come egli si spieghi che p. es., un colore obiettivo, 
per contatto passi a diventar subietlivo. Epicuro non so lo 
spiegava certo; ma noi oltrepassiamo fors' anello la ragione 
rlei tempi col fargli di (jueste domande. È ben vero cho 
Protagora aveva detto che la r|ualità sensibile che noi bcoi|^ 
giamo in una cosa si forma per la fnsione di due emanaci 
incontrnntìsi, una che parie dalla cosa, l'altra dio parte' ( 
noi; s'era anche dotto, con felice espressione, die la d 
è una 6iii9eaig del senziente; iiin sempre il concolto restad 
che, nella sensazione, la rappresentazione gomiina venienl 
dall'oggetto fosse modificata da un elemento subiettivo; eh] 
por elfetto di lueslo la scnsai:Ìone fosse infida come nnnià 
del come la cosa iti realtà aia; ma non pare — consideranti 
gli argomenti su cui fondavano la suhiettività della sensi 
zionc — non pare, dico, che fossero arrivati alla coscienza i 
ciò: che la sensazione, pel solo l'atto di essere sensazione, I 
essenzialmente uiente altro che uno stato del senziente, ^ 
((ualunque ne sia ta causa, in ob stessa non consta che ( 
suo contenuto subiettivo. L'antichità non è arrivata al noatll 
concetto crìtico che tutta la nostra vita psìchica, lutto il nqj 
etro conoscere ed osistore ò chiuso entro la forma: "stato ^ 
ooecieuza „ o nel jierjitetuo ooutMt»|t«ret (U BOggeUo a n 



EPICURO. LUI 

eondinonantiti a yicenda, sì che V uno non è che coli' altro e 
per r altro. Contro questo concetto — dentro il quale prima- 
mente b' ha la conciUazione tra ai<r9rj<fi^ e ^0/0^9 e col quale 
primamente n ha nn sicuro fondamento per una scienza, non 
dell' assoluto, ma del reale — contro questo concetto, gli ar- 
gommiti di Epicuro per la obiettiva esistenza delle qualità sen- 
•ìIhìì, quali ci appaiono, non hanno alcun valore; ma non erano 
sensa valore contro le ragioni di relativismo scettico alle quali 
egli si opponeva. Finché non si escludeva la possibilità in sé 
stona che esista in sé, indipendentemente da ogni senziente, 
una cosa quale ci appare, la spiegazione delle variazioni in- 
dividuali nella sensazione di quella cosa erano a sufficienza 
spiegate da Epicuro colla sua composizione atomica delle qua- 
lità sensibili, e colla sua io^a che incoscientemente si appic- 
cica alla sensazione pura. Ed anche la ipotesi che la sensa- 
siooe, anche ne' oasi pia normali, risulti da una emanazione 
noetra, operante sull'oggetto sentito, é respinta da Epicuro con 
un'acuta osservazione, che é spiegata, occasionalmente, in que- 
sto volume a pag. 179* 

In sostanza Epicuro era mosso, come Socrate, da un vivis- 
simo sentimento, che é impossibile che l'uomo sia il gioco di 
mere illusioni, che sia condannato a una incertezza perenne 
e universale, senz' alcun punto ubi consistere e trovare una 
regola de' propri pensieri e delle proprie azioni; che si trovi 
in possesso d'una ragione per non trovare mai modo di cre- 
dere e di condursi ragionevolmente. Socrate, vivendo in tempi 
di forte e agitatissima vita pubblica, e sentendo come supremo 
il bisogno, per la vita civile, dì salvare e sottrarre all'arbitrio 
delie passioni individuali que' principi morali, consacrati dalla 
legislazione e dalla tradizione, su cui il vivere civile si fonda, 
e convinto che que'principt non potevano essere in contrad- 
dizione colla sete naturale della felicità negli individui ; aveva 
tentato di stabilire direttamente il valore universale, l'au- 
torità obiettiva di que' prìncipi. Il tentativo era fallito; era 
fallito il tentativo di stabilire quei principi e concetti morali 
e razionali» senza la base d'una scienza delle cose; era fallito 
il tentativo di trasformarli essi stessi nelle cose oggetto della 
sdeiiia. i^oro, mosso dallo stesso sentimento di Socrate, 
che una base sicura, impersonale ci ha da essere; convinto 
QmssAVi, Studi luertmani. iv 



uv INTRODUZIONE. 

del pari che colla realtà delle cose non dovesse discordare il 
naturale istinto di felicità negli individui — anzi, per le mutste 
condizioni politiche, avendo in vieta più specialmente quest^J 
bene personale, anziebè il bene [lubblico — sente irrosiatibj 
mente che codesta base sicura non può essere che la a 
della natura, di nnclia natuni ia mezzo nlla quale viviamo, 
cui Siam parte, con cui dobbiamo faro i conti; che di 
natura ci dove esaero quindi una scien7.a sicura, e sicuro de* 
esser quindi il mezzo con cui primamente e direttamente qucsi 
natura conosciamo: il senso. ' ÀI mouieute storico suo Epioui 
non poteva logicamente sottrarsi allo scetticismo che coll'e 
sere materialista e sensista. E ce lo prova anche il oonfrou' 



' Il moderno concetto critico, liberando ìl pensiero scicDtifi< 
moderno dalle pretese metafisiche, ci ha reso qnel beneficio e 
Epicaro ha tentato di rendere allora, colla maggior coerenEn n 
tafigìcamente possibile e in quel solo modo ohe era allora pi 
sibile, cioè: ridarci la tranquilla fiducia nella verità del mondo i 
cui siamo o delle suo leggi. Ho detto in uno scritto prccedon< 
(che fa parte anche dì questo volume, vedi p. 159). che Epicuro I 
il positivista dell'antichità; solo che egli non era né poteva e 
relativista. Facciamo questo semplice trasporto, dei concetto ep 
cureo nel concetto relativista, e il concetto epicureo della scieDl 
■Iella natura diventa il concetto moderno. Il principio di Epicuf 
che noi possiamo arrivare a una vera scienza della natifta mediani 
le nianirestazioni sensibili di essa, perchè ogni determinata acni 
xione ha la sua esatta corrispondenza in una detcrminata coi 
hinaiionc atomica, ai può esprimere colle parole che ho letto I 
non so quale scrittura ilcll'HelmoItz, che: sebbene tutto quanto 1^ 
spetto fenomenica sotto il quale la natura ci appare sìa subiettivi 
e noi ignoriamo come le cose siono in sé; pure la nostra scicni 
della natura è scienza vera e sicura, perchè nelle leggi che fi 
vernano questo mondo fenomenico noi abbiamo l'espressione en 
taraente corrispondeiite dello leggi che governano il mondo de 
coso in sé. — Col relativismo, ossia colla riconosciuta insolubili! 
del problema metafisico, la aoinnza moderna si è sbarazzata ) 
quelle preoccupazioni ohe facevano ostacolo alla scienza, e eh 
Epicuro aveva sorpassate non curandole (o n'aveva in certo mo' 
il diritto, in quanto sotto il loro vero aspetto nessuno ■ 
Cora le aveva viste); ed essa, fissando i confiiu del territorio dell 
scienza, si trova sullo stesso terreno dì Epicuro. Praticamente l 
scienza moderna procede come Epicuro, trattando il mondo feno* ' 
menico e l'esperienza di osso come realtà e come solo fonte dì 
sci«uia. 



EPICURO. Lv 

col contemporaneo stoicismo. Esso muove dallo stesso bisogno 
di Socrate e di Epicuro: stabilire il valore obiettivo delle regole 
delia condotta* Ma lo stoicismot mentre da una parte pone 
senz'altro gli stessi principi di Socrate, sente dall'altra al par 
di Epicuro il bisogno della base nella natura, ed è del pari 
materialista e sensista, senza vedere che su questa base non 
si potevano edificare, almeno direttamente, quei principi. Ac- 
cozza non costruisce. La differenza tra epicuì*eismo e stoicismo 
è qui : l'epicureismo è il vero rappresentante di quel momento 
storico nello svolgimento intellettuale dello spirito umano, 
lo stoicismo rappresenta quel momento storico piuttosto rispetto 
al sentimento. 

Ma non bastava per Epicuro d'aver fondata ontologica^ 
mente la veracità del senso. C'era l'altra difficoltà dell'anti- 
nomia tra ata^rfiiq e Xóyoq, Il senso ci dà la materia prima 
della conoscenza; ma noi conosciamo anche coiresercizio d'un 
altro strumento, la ragione; e qui s'era trovato, e s'era detto 
fino allora, che c'era uno strano contrasto: mentre la ragione 
vuole che le cose sieno ad un modo, il senso ci dice che sono 
ad un altro. Qual dei due ha torto? quale ha ragione? La 
risposta di Epicuro, naturalmente, doveva essere quella che 
fino allora non si era data: che la pretesa opposizione 
— data la quale sarebbe inesorabilmente preclusa all'uomo 
la coQoaoenza del vero — in effetto non esiste; è un'appa- 
rensa che scompare, quando si riconosca il rapporto che corre 
tra (uc9rfii^ e Xòyoq. E qui è anzitutto da eliminare (secondo 
Epicuro) l'errore che fa del Xòyog un qualche cosa di esistente 
per sé, di reale — sia poi un reale disgiunto dal reale sensi- 
bile, sia un reale combinato nel reale sensibile. Elementi 
del Xifjfoq sono o concetti generali, cioè astratti, di cose o di 
rapporti tra le cose. Come può essere un reale l'idea del cane ? 
Nell'idea del cane è essenziale una grandezza ; ma l'idea del 
cane non ha alcuna grandezza; ripugna allo stesso Xóyog che 
un estere reale nel tempo stesso abbia e non abbia un dato 
carattere. E come possono essere dei reali le idee astratte, 
come p. es. giustizia? Leggiamo in Lucrezio (I, 433 sgg.) un 
argomento epicureo, che non è indegno di considerazione: 
' Ciò che è per sé stesso, o deve essere un qualche cosa che 
ò in qualche luogo, per modo che dove esso è impedisco che 



I.VI INTRODUZIONE. 

ci eia un'altra cosa, e allora t.- materia; oppure è tale o1 
ammette il! essere occupato da ud altro, e allora ò il vuot< 
<i spazio. Duiujue nou esistono per sk che materia o spazio. 
Ora, tìncltè la realtà ol>iettiva, cateriore, assoluta, dello oparf 
è ammessa, come l'ammetteva Platone, l'argomento di Ep 
curo è inconfutabile. ' E Lucrezio ha ragione di agf>:iuiig4 
che all'iufuorì di quei due reali non esìstono altri reali cb 
non fiieno o qnalità <1Ì quei due {eonìuiicta) oppure loro col 
dizioni, rapporti, passioni, azioni, insomma loro fatti (eventa 
E appunto ÌI lóyog, nel concetto Epicureo, uon è che t 
evenitim, una funzione di un reale materiale, ossia del 
l'anima. E come 0);ni sensna una forma di moti atomici. 1 
una forma di moti atomici la vaga o pallida immagine ( 
un cane, che per la memoria, ossia per la ripetuta vìaioi) 
di cani, mi si presenta in monte quando, p. es-, sento la [ 
rola rane (rrpóAtj^t^). E una forma di moti atomici quell'io 
macine ancor più vaga e indeterminata (immagine i 
mento e non particolarmente visiva) ohe mi si presenta t 
parola giustizia. Sono forme di moti atomici Ì giudìzi, m 
i rapporti che io immagino, intorno alle cose, in occasione 
di dirette sensazioni di esse cose o di loro immagini menta! 
No'quftli giudizi e da distinguere. Talora sono singolari, cord 
quando penso: quella torre è rotonda; e in siffatti casi pn 
essere che un'esperienza miglioro mi dimostri che errata en 
in quel giudizio la attribuzione; in altri casi una esperienza ' 
continuata, sempre conforme, dù ai giudizi uti carattere dì 
sicurezza assoluta e di necessità; o di questi, taluni genera- 
lissimi (fondantisi talora su de'meno generali), vengono a oo- 
stìtuiie quei principi logici fondamentali, dietro ì quali noi 



' Quando, come p. cs. Io Zeller, ai pronuncia senz'altro la i 
feriorità e superficialità della filosofìa epicurea, perchè non ai. 
mette alcuna Weseithtit immateriale e inestesa, non sì giud{aj| 
con sufficiente istoricn impar/.ialilà; ei giudica col oriterìo di pel 
Manali concetti metafiHici. e senza sutticientc riguardo alla i 
sita storica del momento epicureo. Il concetto filosofico contro J 
quale il materialismo — «'pìcureo o non epicureo — daTTOd 
»' infrange, non è venuto che molte più tardi, e a prepararlo noi 
fu meno indispensabile il concetto metafisico materialistico < ' 
rì4«aliatioo; ed ambedue vi s'annegano. 



EPICURO. Lvii 

poflsiamo, sulla base del (pttivófAeyoVf comprendere anche l'a- 
iìlÌMV delle cose. 

Questo Xóyog^ dunque, o Xoytttfxóg^ questo ragionare, insomma, 
che è cosi potente strumento di conoscenza al di là del senso; 
poiché non è altro che moto atomico originariamente provo- 
cato dalla sensazione, e nasce della sensazione, e non è, in 
certo modo, che della sensazione elaborata — ne si vede in- 
fatti di dove de' giudizi generalissimi, astratti, sulle cose, quali 
SODO in sé stessi i principi logici, potrebbero venirci, se non 
dalla conoscenza prima, immediata, fenomenale delle cose — 
come potrebbe questo Xóyog essere in reale contrasto colla 
sensazione, e avere autorità contro di essa? 

Vero è ohe generalmente si accusa Epicuro d'aver bensì 
(atto nascere il Xóyog dal senso, e quindi fatta dipendere Tau- 
tonta di quello dall'autorità di questo, ma d'essersi nel fatto 
impigUato in un circolo vizioso, poiché fonda le sue dimo- 
strazioni de' principi fisici fondamentali sopra motivi di ragiono, 
e fa anzi controllare dal Xóyog la notizia che dà il senso. Così 
il Tohte {Epik/s Kriterien der Wahrheit^ p. 10 sgg.), il quale 
riferisce, e approva, la obiezione antica contro la veracità dei 
sensi, come è spiegata da Epicuro, che una tale veracità non 
ha alcun valore, se il reale sempre corrispondente e garantito 
dalla sensazione sono gli eìótaXa degli oggetti, non sempre gli 
oggetti stessi; che ciò che importa è d'aver la notizia sicura 
degli oggetti; se il remo non rotto mi manda una sua rappre- 
sentazione rotta, la sensazione non mi dà una fedele notizia 
del remo. E aggiunge (il Tohte) che il dir poi che nei singoli 
casi c'è la ratio o il Xóyog che decide se la mia sensazione 
rappresenta fedelmente solo VeiScoXov o anche l'oggetto, è in 
contraddizione col principio che il Xóyog nasce e dipende dalla 
sensazione. Ora, qui è anzitutto da osservare che la sicurezza 
che ad una rappresentazione sensibile corrisponda sempre una 
realtà esattamente congrua, è pur sempre un bel guadagno in 
confronto del concetto che per la relatività della sensazione 
la rappresentazione delle coso ò in noi del tutto capricciosa 
e infida e come non fosse; e in secondo luogo che, secondo 
Epicuro, non già il Aó/oc, ma la rinnovata esperienza nelle 
volute condizioni {éniiiaqrvQrfiig) ha da decidere nei diversi 
casi se un bXòwXov rappresenta fedelmente solo sé stesso o 



LVIII 



INTRODUZIONE. 



e ciò [ 



anche l'oggetto da cai muovo- Pensa il Tohte che Epìoui 
per la sua diffidenza, ìn geoere, ne'motivi di ragione, ma pi 
costretto a riconoscere anche l'opera della ragione, facesse' 
Bascor questa da! sensi, senza hcn rendersi conto del come 
fosse possibile; o in efletto poi, dopo posti come unici criteri 
della verità la a"ci)ì]Cia e il naSog (senso interno ed esterno) 
il loro derivato, la n^ó^rjipig ; senza avvedersene, usasse cornei 
criterio della verità anche il ).óyo?, e l'usasse auzi come criteri! 
superiore ai precedenti, facendolo loro cìndice. Ma se nelli 
scarsità dì documenti oÌ manca la notizia come Epicuro facessi 
derivare il }.óyoq dal senso, non ci dà questo il diritto di affer 
mare che Epicuro non si sia curato di spiegar la cosa a sé i 
agli altri o poco sopra abbiamo cercato di brevemente adom 
brare come potesse spiegarla); e addurre la solita ragione eh 
Epicuro era un cervello debole e poco coerente, e un senteo 
ziare troppo alla lesta. Né poi è vero che Epicuro facesse soara 
stima della ragione nella ricerca del verol La ragione ora pe 
lui ìudispensabile per arrivare alla veritti, puroliè se ne facess 
l'uso legittimo, ossia se ne usasse sul fondamento dei fatti> 8 
non ha messo tra i xpizr^ia anche il ^óyog, gli è che bisogit 
precisare che cosa intenda Epicuro per xQirr^Qior. Questa pa 
rola non significa per Epicuro qualunque modo di acquista 
conoscenza — che, se cosi fosse, non avrebbe avuta difficolt 
a mettere tra i xgn-i^Qia anche il Aóyos, figlio legittimo deli 
sensazione, come v'ha messo la 7iQÙlti>ptq, del pari figlia legil 
lima della sensazione — ma siguifica il dato di fatto, il doot 
mento (per dir cosi) che servo per conoscere il vero; xffrijpio 
è lo strumento del xqiv^iv, e il Aój-og invece è lo stesso xpiVei» 
il xQiii'etov è una cosa, mentre Ìl lóyog era bensì una cosa pf 
l'Itttouc, ma per Epicuro è una operazione che l'auima fa sopì 
i xptji^a, operazione provocata o prodotta dai x^nrfiia, 
perì) da essi dipendente e ad essi congrua e rispondente - 
o l'operazione è sbagliata, quando non sia tale. L'operazìoi 
consiste nell'applicazione, anche là dove la nostra esperienrt 
non arriva, di ooucotti generali, ricavati e aventi caraltero 
di necessità dalla ripetuta e non contraddetta esperienza. In 
che modi poi l'anima faccia queste operazioni — modi ohi 
sono accennati nell'importante passo di Diogene Laerzio 
3L32 — è qucatione che devo qui omettere, per non diluì 



EPICURO. Lix 

parali troppo, e che mi risenro di trattare in altra oocasioDe. 
Qui solo osservo, che sebbene la teoria di Epicuro sia ben 
langi dallo spiegare il fatto della conoscenza in genere, e in 
particolare il nostro ragionare — che resta sempre Paltò mi- 
stero del soggetto che conosce e ragiona — non è però 
infetta di quelle grossolane- contraddizioni che le si ap* 
pongono. 

Ma il Natorp, ^ con maggior profondità di vedute e con mag- 
giore equità di giudizio, pur rincalza le accuse. Epicuro, dice, non 
s'è accorto che il principio nil ex nilo^ nil in nilum^ che è la base 
di tutto il suo sistema, non ha alcun fondamento (nel senso as- 
soluto che ha da avere) nella sensazione, e che quindi il suo sen- 
sismo qui fa naufragio. E Diogene Laerzio, X. 32 starebbe 
a prova, secondo il Natorp, con che ingenua incoscienza Epi- 
caro pure ammetta un Xoyidiiig con una funzione propria e 
indipendente dai sensi '; e non è poco, aggiunge, ciò che ha da 
compiere il XoyKffAÓg nel sistema di Epicuro! 



* Nel suo libro Forschungen zur Geschichte dea Erkenniniss- 
prchlems im Alterihum (Berlino 1884) p. 235 sg. Sebbene in pa- 
recchi punti io dissenta dal Natorp, il suo libro, a mio giudizio, 
ha grande valore per la storia della filosofìa antica, e a me è 
stato di grande aiuto nell'intento di ben comprendere e determi- 
nare il momento storico e il significato del pensiero epicureo. 

' Si tratta delle note parole : xal yaQ xal ènLvoiai naaai ano ttóv 
«ric^^ttay yeyóyatn xard re ns^inttoaiy xal ayaXoylay xaì ofÀoiótrjTa 
xai ifvy9^€ifty, ffvfÀfiaXXofÀsyov xi xai xov XoyitffÀov, Osservo an- 
zitutto che in questo passo (31.32) noi non abbiamo una citazione 
testuale da Epicuro (come pare che lo si prenda), ma un molto 
succinto sommario fatto dall' autore del libro di Diogene Laerzio. Ciò 
si sente, e n'è poi un segno chiarissimo la slegatura, o il salto, tra 
la citata proposizione e la seguente intorno alla verità dei sogni. 
Ciò posto è lecito sospettare che l'espressione trvfifiaXX. ti, ecc. non 
riproduca felicemente e fedelmente l'espressione di Epicuro. Ma 
ad ogni modo» che altro senso può esservi nelle parole, se non 
questo: ^ < Alla cognizione degli ndrjXa s'ha da arrivare per indu- 
zione — ari^iiovc^at — dai ipaiyofjieya > che le nostre cognizioni 
tutte hanno origine dalle sensazioni, per via del ragionamento 
che procede dietro gli accidenti concomitanti, l'analogia, la somi- 
glianza, il confronto. , Il Xoyitrfiós non è un quinto mezzo d'inda- 
gine, estraneo agli elementi forniti dall'esperienza, che aggiunga 
qualche cosa di suo a quei procedimenti sperimentali; il Xoyttrfu'g 
è la funzione stessa del ragionare — ossia l'applicazione dei gc- 




Lx INTROItUZIONE. 

E non ò pooo infatti. Oltre il nil ex nih, nil iit nilum 
ultri prinoipi del sistema che il senao non può direttainooM 
stabilire, e alcuni anzi parrebbero contraddetti dalla 
rienza sensibile. 11 vuoto, l'inBnilà ileU' universo, la assenu 
di caratteri secondari negli atomi (mentre tutto il sensibilfl 
ne ha), la indivisibilità de^H atomi (mentre tatto il Bonsiblla 
ì> divisìbile', il moto pergietuo sempre e<^{UÌve1oce degli atom 
(mentre tutte le cose sensibili sono o in moto o in riposo, t 
il loro moto può avere velocità diversissime), ecc. Ma ora 
osserviamo: Voi accusate Epicuro che, dopo aver proclamati 
la totaU' derivazione e dipendenza della rtigione dall'esperienza^ 
nel fatto poi usi della ragione come di qualche cosa che i 
per sé e per sé operi, indipendentemente dall'esperienza. 
distinguiamo. O fate (luest'accusa perchè voi stessi ammettet* 
che ci siano dei principi di ragione r priori, del tutto indi* 
pendenti, per origine e per funzione, dall'esperienza — comA 



HeraliiBimi principi logici, ohe sono essi Btossi, secondo Epicurg^ 
dello g e aerai iaz azioni di esperienza — la qual funzione procedi 
KÌDìtamente, se procede secondo le somigliauiie, le ooncomilanw 
l'anologia dei fenomeni, e ae no. no. 

Un segno ili poco felice esposizione somuiarìa mi par di vedera 
in questo luogo di D. L., anche nelle parole rn tu.r i!iai«9i]fiàimi 
ì'^faiài'iii TumiiùiKi 7Ì^f lòiv aìoSf^atoii' aXrj^ciiu'' ni^iaiijxe yiif rtì ogA 
rai ri ùxovtii- n'ìvnif) io liì.ycii'. La prima di questfl due prupOHizìofl 
suona lautologioa; chà l'esser sotto allo sensazioni gli oggeU 
delle sensazioni è appunto la cosa da provare, so s' ha a provar! 
la veracità delle sensazioni. Il Tohte apiega (^Ep.'s Krit. p. 9) 
una sensazione non si ha, secondo Ep., che per un flusso di mol 
lissinii EiiFu^u, tutti eguali ; come potrebbero essere tutti eguali M 
non fossero emessi da un solo e medesimo oggetto loro eguale P — 
Se ciò intendeva Epicuro, C4.'rto si sarà spiegato un po' meglio. Io pa 
altro inclino a spiegare alquanto diversamente: il "snsaisteri 
(lifeatàtat), il persistere degli oggetti delle sensazioni, prova li 
verità dì qnestit ,. Ogni volta che mi all'accio a questa fineatn 
vedo lo stesso giardino e gli stessi alberi; se m'affaccio a qtu 
st'altra. In stessa piazza e le stesse case; se mi muovo di notte p« 
la mìa stanza son sicuro di trovare colla mano e al posto nota 
gli oggetti a me noti, e son certo — anzi è certo — - che se u 
ceiiilassi un lume li vedrei come di giorno. Se le eunsaaioni fot 
sero subiettivo e dipendenti dalla iiu»iati del senziente, ci^ BOI 
ai api eg Imre bile. Perchè proprio a quella finestra dovrei «v« 



EPICURO. Lxi 

par ohe sia per il Natorp, p. es.» il priuoipio della couserva- 
aone della materia, poiché afferma impossibile che Epicuro 
trovasse una base sperimentale pel suo nil ex nilo e nil in 
nUum — sioohè giudicate fallaci senz'altro i tentativi even- 
tuali dì Epicuro per pur derivare codesti principi dalPespe- 
rienza: ma in questo caso il vostro giudizio è dottrinario, 
non è storico; Epicuro avrà torto, ma non è colpevole di quella 
^rowolana incoerenza che gli ò apposta. Epicuro infatti ha 
primamente formulato» in modo esplicito e chiaro, una dot- 
trina ohe è pur quella di pensatori moderni di alto valore, 
affermanti, anch'essi, che tota ratio^ anche i principi più fon- 
damentali, anche il principio di causalità, anche il principio 
ultimo, d'identità o di contraddizione, a sensibus orta est. Op- 
pure intendete dire che Epicuro non si è reso conto del suo 
prinoipio tota ratio eco sensibus, e non ha quindi spiegato, 
non ha neppur sentito il bisogno di spiegarsi, come principi 



sempre quella ^id&caig? e mutarla passando all'altra finestra? 
Nel sogno questa persistenza non c'è; lì si la mia did&cais può 
determinare su quali, tra i mille isolati ei^taXa presenti, il mio 
animus si fissi (efr. Lucr. lY 795 sgg.)* Nella seconda proposizione 
Cd Tohte non ne parla) Vv^arayai è detto dello stesso vedere e 
adire. Ciò par bene che confermi il significato che gli ho dato' io. 
Ila come spiefi^re la proposizione: * Giacché c'è la stessa persi- 
stenza nel vedere e nell'udire, come nel sentir dolore? „ Prota- 
gora (come leggiamo nel Teeteto) faceva succedere la sensazione 
mediante la fusione di una emanazione dal senziente con una 
emanazione dal sentito (quindi la sensazione in balìa della mo- 
mentanea disposizione del senziente, nonché del continuo mu- 
tare del sentito.) Questa spiegazione, per altro, non era appli- 
cabile nel caso del senso interno, p. es., del dolore. Qui Prota- 
gora, e altri che l'avevan preceduto nello spiegar la sensazione 
anche per emanazione dal senziente (v. Teofrasto, de 8en9ihu8\ 
avranno ammesso ohe il dolore è immediata e sicura rivelazione 
dell'interna causa del dolore (del disturbo interno, anohe se 
prodotto da causa esteriore). Ora, Epicuro ci teneva a combattere 
codesta teoria della sensazione prodotta anche da emanazioni del 
senziente, come si vede da Epist. ad Her. § 49 (cfr. qui avanti 
p. 179); e contro quelli poi che, come Protagora, inferivano da 
quella dottrina la sfiducia che alla sensazione corrispondesse di 
fiorì il sentito, dice che il vedere e l'udire si comportano nella 
lofo regolare persistenza come il dolore; e come questo è nunzio 
eerto della eausa foitema, così son quelli della causa esterna. 




INTKOIHJZLOKE. 

raitioiiali dn lui posti ed ndopcratì < 

scro dall' osperìonzA eenaibile; e allora oaservo che, nelll 
grande scarsitìl di documenti che ci rcstapio, è per avventun 
troppo ardito affermaro che Epicuro non ha spiegato queeU 
o quello, perchè nettsuDa sun Epìcgazione noi coitosciainOL 
Anzi, quando si pensi con quanta insistenza Epicuro e i sui 
ritornavano su codesto princìpio gnoseologico, e come in hot 
ad esso Epicuro ponesse, e i successori sTiluppassero, in con' 
tinuata polemica colle scuole aprioristiche, il principio logio< 
che unica vera prova, unica vera via eonducimte al vero iguoti 
("; la prova sperimentale; e che talora osai difendono codeste 
loro principio proprio in relazione con taluni di rjue' prineìpi 
ppifiurei che sembrano contraddetti dall'esperienza (v. N&torp^ 
p. 234 sgb'.); è eulì pensabile che Epicuro, nello dottrino b 
pifi fondamentali, facesse Tapriorista senza accorgersi, sen 
darsi almeno l'illuBione di connettere quo' principi coi dati del^ 
l'esperienza? Ma vediamo, poi. L'esistenza del vuoto è fondata 
auU' esperienza (Lucr. I, 348 sgg.). E sono sperimentali le prove 
che Lucrezio ci dà dell'assenza di qualitil secondarie ncigU 
atomi (II, 757 sgg. ecc. v. anche lo Studio V). Nello Studio Alo-\ 
mia è illustrato il singolar tentativo di Epicuro di provare 8 
fondamento della sensazione non solo la elTottiva indivìsibilitji. 
ma anche, per così dire, Ìl concetto metafÌBico dell'atomo, ÌS 
un'illusione la sua; ma qui non si discute la verità, ma la e 
renza della dottrina d'Epicuro. Questo oaso speciale anzi, vistai 
in connessione colle considerazioni ohe qui si fanno, acquista 
una particolare importanza. Ejiicnro aveva accettato l'atomo' 
da Democrito: e dal h'iyo; aveva ricevuto il concetto che nonj 
solo fosse aloino per la sua assoluta solidità, ma anche fo884 
intellettualmente atomo, ossia composto di un numero limi* 
tato di parli, osaio di parti minimo, non esistenti che oointf 
parti; chi- supporre l'atomo anch<> solo mentalmente diviaibild 
airinfinito. ossia composto di parti senza limite, privava lo e 
d'una oondizione essenziale al loro esaere, la misura quanti- 
tativa, ^ D'altra parte quel medesimo >.6y<K imponeva a luì, 



' Si potrebbe diri- die Epicuro non sì è però accorto die la 
Kti-saa coiiiliiione era richiesta pi>r la cosa universale, il tutto, 
ch'egli pone iaftnilu mediante ragionamento t'undato suirGiporìonui 



EPICURO. Lxiu 

come a chiunque ci pensi (e ci faceva pensare la scuola elea- 
tica) la divisibilità all'infinito. Per lui naturalmente la verità 
doveva stare nella prima ingiunzione del kóyog^ quella che sal- 
vava la realtà obiettiva del mondo fenomenico (né ciò implica 
incoerenza; Tordine storico di convinzioni singole in un pen- 
satore non ha che fare coll'ordine organico delle convinzioni 
stesse, come complesso di dottrina. Stuart Mill non dubitava 
della verità dei principi della matematica, anche prima di en- 
trar nella convinzione che, e di spiegarsi come, ripetessero la 
loro origine, e quindi la loro giustificazione dall'esperienza) : ma 
la questione tra le. due sentenze del lóyog doveva esser decisa 
dall'esperienza sensibile ; ed ecco come Epicuro è venuto a tro- 
vare quelle singolari parfes minimae nel campo del sensibile, 
che illustriamo nello Studio Atomia. Tanto poco Epicuro è 
ÌDCosciente di ciò che gli impone il suo principio gnoseologico! 
Una dottrina mirabile nel sistema di Epicuro, e fatta ap- 
posta per smentire l'accusa tanto ripetuta di supina sommis- 
sione alla parvenza sensibile, è quella della continua vibra- 
zione atomica per entro anche i più duri concilia; dottrina che 
nel nostro studio Cimtica Epicurea appare nella sua forma 
completa deirincessante e sempre equiveloce moto degli atomi. 
Qual concetto è più opposto all'apparenza sensibile? Eppure 
è da crederci, dice Epicuro, perchè ^ è vero del pari ciò che 
la mente vede per via di ragionamento, e ciò che vediamo 
immediatamente col senso (v. avanti p. 113.175 nota) „. Per 
ragionamento s), ma sulla base dell'esperienza sensibile. Quale 
sia questo fondamento sperimentalo Epicuro non ce lo dice 
nel brevissimo passo che resta di lui intorno a questa que- 
stione; e Lucrezio su questo punto (II, 80 sgg.) afferma e non 
dimostra — salvo l'indizio dei pulviscoli danzanti nella lista 



(ogni limitato esser limitato da un limitante). Epicuro, per altro, 
avrebbe opposto che questa esigenza mentale per il tutto è una 
semplice dóSay nata da falsa attribuzione al tutto di ciò che Tespc- 
rìenza im^aqwQ^t per le cose e àvitfiaQiv^Bi per il tutto. Il vero 
è, naturalmente, che ciò che vale per l'infinità dg roiXarToyy vale 
per r infinità dg tu fittCoy; e che Epicuro non ha potuto fare ciò 
che nessuno può: districarsi dalla contraddizione inerente allo 
spazio assoluto. 



sularc(125 B)^^); ma questo indiziu » aiiclic tnilkìo che lilpieuv 
ha pur cercntt» dì fondare aoiira oBservazioiii di eBiienttozi 
anche questo princìpio, che ncllu ineate sua, del resto, era I 
trasformazione, o la naturale determinazione atomistica, di u 
penBÌero che da Beooli dominava la niente greca; ii Ausai 
perenne di tutte le cose die già, per Eraclito e Protagora si 
guificavn i'cBcluBionc assoluta della immobilita. Neiratomiama 
di Epicuro ogni mutazione <|ualitalÌTa non poteva essere chfl 
mutazione di posto di atomi; e le molto muta7,ioni lente eoa 
da non essere avvertite nel loro Buecedore, ma manifeste ne 
loro effetti (Liicr. I, 311 Bf^t;. i. facevano jiaturalment« con 
eludere, non solo che nelle cose apparentemente immote c'o 
rano moti utomici invisibili, ma anche che fossero incessanti 
D'altra parte l'esperienza ci fa vedere ehe of;ai moto uat 
da moto — corno cosa nasce da cosa; atcchè se nella sonii 
totale dei moti essenziali (ossia de' moti di atomi ; che i ci 
vari moti sensibili sono poi moti di atomi, poiché le cose n 
sono che complessi di atomi) eì ammette una possìbile cesi 
ziono diminuzione (rallentamento), a quest'ora, coli' infinita 
tumpo traBcorso, ogni moto sarebbe venuto a cessare. DunquQ 
gli atomi sempre si muovono, e sempre con tutta la loro * 
looiti), e son casi che producono i moti apparenti e gli app» 
renti riposi, e tutte le trae formazioni qualitativo delle cosa 
Dal principio siierìmentale della trasformazione dell'energie 
k ricavato il principio della conservazione dell'energia. • 



' 11 Natorp, neiresamo asBui acuto i; iàtrutiìvo che fa della teorii 
* della prova sperimentale, ijuale unica prova „ difesa da Fìlodemo 
dice ip. 255): ' L'epìcuroo non è consapevole che con quelle su 
categorie di SMerì, forze, qualità, ecc., os»iia col concotto di un 
essenzialità immutabile delle cose e d'una U-ggc costante di lor rou 
tazione, importa nella sua teoria un eleiiiento che- la teorìa stesa^ 
non è in grado ili fondare. „ Vale a dire che, secondo ìt Natorp 
gli eterni ed unirorsali foedera nitturiiì, coni spesso proclamati Ì 
Lucrezio, sarebbero, noi sistema epicureo, un concetto aprioristico^ 
quindi, secondo la gnoseologia epicureii, una atfermazìone { 
tuita. Osservo, in contrario, clic Kpicuro li deduceva come r 
sana conseguenza della infinitan; un punto che ho cercato di illif 
strare nello Studia Gli dei di tpi'curo e t'ìsonomia (v. a p. 24TBg.)l 

Io non so se Epicuro ha mai pensato a dar la base sperini«it 
tale del principio primo e foodiuncutalc del Au^o,-, il priaeipil 



EPICURO. Lxv 

E per dire da ultimo dell'esempio addotto dal Natorp: 
nil ex nilo^ nil in nUum; ma non sono tutte di carattere 
sperimentale le proTe che leggiamo in Lucrezio? Vero è che 
il Natorp dice, che Epicuro non poteva fondare sulla espe- 
rienza sensibile codesto principio ^^ nel yalore assoluto 
ch'egli gli dà „. Ma che cosa vuol dire questa restrizione 
del Natorp? Vorrà dire che il Natorp non crede, per conto suo, 
(e avrà anche ragione ; io non discuto qui di filosofia, discuto 
di storia) che la ragione possa arrivare alla scoperta di leggi 
universali per la via dell'esperienza e senza de' principi a 
priori; che non crede ciò che Epicuro per il primo ha 
detto, e dice l'Helmoltz: Ein metaphysischer Schluss ist ent- 
weder ein Trugschluss odor ein versteckter Erfahrungsschlass.^ 

Di guisa che io non direi col Natorp che il tallone vulne- 
rabile di Epicuro stia in codesta duplicità — esplicitamente 
negata ma implicitamente ammessa — di origine della cogni- 
zione, senso e ragione; e che lo scetticismo posteriore ha 
avuto buon gioco a distruggere dalle fondamenta 1' edificio 



d'identità o di contraddizione. Se ci ha pensato, avrà detto che 
di nesson principio logico s' ha una così costante attestazione dal 
senso, come dì questo ; nessuno ha mai visto un cavallo che fosse 
nel tempo stesso un cane. 

' La sentenza è citata dal Gomperz a p. 125 dell'opera Grie- 
rhische Denker,d\ cui è pubblicato il primo volume, che arriva 
fino ai sofisti. £ un'opera di alto valore, e v'ò caratteristico lo 
•ceveramento dei diversi filoni psichici, dirò cosi, che s' intrecciano 
nello svolgimento della filosofia greca. Y'è ben mostrato, a ca- 
gioD d'esempio, come fino dalle scuole più antiche, accanto a 
mirabili e lucide intuizioni del vero, vadano delle correnti di 
pensiero mistico, fantastico» inafferrabile alla ragione. In questo 
rispetto (né ostano singole dottrine puerilmente erronee o fanta- 
stiche) ò caratteristico di Epicuro d'aver disperse quelle nebulosità, 
e d'avere ricondotto il pensiero filosofico dentro i nitidi contorni 
dell'osservazione dei fatti, e del ragionamento. Il Natorp mette 
Kene in rilievo il fatto che Epicuro, pel suo concetto gnoseologico, 
è siato il fondatore del metodo induttivo nella ricerca scientifica. 
E beo vero che Epicuro fa uso talora di questo metodo nel modo 
il più inesperto e sbrigliato che si possa immaginare : par di ve- 
dere un fanciullo che maneggia uno strumento di precisione. Ma 
non bisogna dimenticare che l'inventore dello strumento è il ge- 
niale 




INTRODUZIONE. 

epicureo, tenendo formo alla diatinziotie e contrapposizioni 
iniziale di maOtiOii; e ^.ój-o^, e battendo l'uno con l'altro 
o por lo meno io presenterei la cosa sotto nitro aspetta 
II tallone vulnerabile di Epicuro sta in ciò, che il aao hi- 
stema ontognoaeologico 6 un circolo. * È il Xiiyo? che scopra 
ressero assoluto delle cose, gli atomi; eia f^ranzia del Aù/oC 
sta in ciò cli'eflBo a fonda sul senso, an:;! deriva tutto dà 
senso; e la voracità del senso ù gantntita da ciò, ch'esso i 
sempre il risultato matematicamente preciso di combinazion 
ili atoiui. La gnoseologia garantisce l'ontologia, nrui alla e 
volta è garantita dalla ontologia. E la medesima obiezione 
sotto altro aspetto, è quella colla quale in effetto, parmi, 
Bcetticismo ha demolito l'epicureismo: la dimostrazione, pi) 
interiore e compiuta, della relatività della sensazione. Com( 
dimostra il Natorp, lo scetticismo posteriore a Epicuro, nelll 
polemica contro Kpicuro in particolar modo (anche cìÒ e 
segno dell'importanza del momento epicureo) s'è rinvigorita 
cosi da rappresentare una corrente del pensiero antico forti 
e d'alto valore; a segno che, a detta del Natorp, esso, I( 
scetticismo da Enesidemo a Sesto E.npirico, piuttosto che Io 
scetticismo di David Hume, sarebbe da considerare come K 
proeursorf o ispiratore del criticismo kantiano. Ora, la crttioi 
della aensaziouo nei dieci tropi di Enesidemo ha ben altn 



' Comr; neppure direi ool Natorp die, ribattendo Epicuro l'affer 
maEtone scettica " noi non sappiamo nulla . non soltanto colli 
solita formala dogmatica " capete almeno di non saper i 
dunque (jualchc cosa sapete „ ma anche in forma più acuta odi 
stampo epicureo " dicendo dì non saper nulla, avete il concettai 
del sapere; ma so non avete uiai saputo nulla, se non i 
alcuna esperii'nza del sapere, onde mai vi è venuto il coneetta 
del sapere. „ (Lucrezio, IV 467 sffB.); non direi, dunque, col Na- 
torp, che h triojifaote In controrìsposLa scettica; ' ma noi 
diciamo dì super neppur questo, che non sappiamo nulla .: 
per quanto si estenda, c'è sempre una negazione; e una i 
zione è sempre una affermazione, ossia una dichiarazione di i 
qualche cosa. Né però dico che sia triooranle l'arijvmento di I 
picuro. Né l'argomentazione Bceltìca vale a distruggere l'argo- 
raentazione dogmatica, né i'arfomentazione dogmatica vale a di* 
struggere l'argomentazione scettica. È un circolo dal quale n 
e'ò vìa d'tuoita — »e non è per avventura la via ' ' 



EPICURO. Lxvn 

valore della crìtica protagorea e democritea. Mostrando come 
dÌTerse specie di viventi sentono diversamente perchè diver- 
samente organizzati ; come una medesima cosa dia sensazioni 
di carattere cosi diverso secondo i diversi organi che la sentono 
(un'osservazione di molto valore contro Epicuro, che pur ri- 
conosceva essere uno solo il modo come avvengono le sensa- 
zioni tutte : il tatto ; e si pensi a cagione d'es. airingenna di- 
mostrazione Lucr. lY, 228-234, dove è inteso che proprio la 
identica esterìor forma quadrata, toccando, come imago stac- 
cata, gli occhi ; oppure, come superficie-aderente al corpo qua- 
drato, toccando la mano, produca la medesima sensazione, di 
forma quadrata), con altre prove simili, e, insomma, mostrando 
come la sensazione è essenzialmente determinata dalla 
costituzione del senziente, Enesidemo, se non arriva, s'accosta 
di molto al concetto che la soggettività è l'essere stesso della 
sensazione ; che il suo contenuto, la qualità sentita, non è con- 
cepibile che nella sua essenza di fatto subiettivo. Enesidemo 
poteva ben concedere a Epicuro, che la sensazione è sempre 
esattamente corrispondente alla sua causa, ossia al fatto com- 
binato dell'oggetto sentito e dell'organo senziente ; ma poteva 
aggiungere : e che perciò ? del vero essere della cosa essa non 
ci può dire assolutamente nulla. E ad Epicuro non restava che 
un solo mezzo di pur salvare la sua concezione atomistica — 
gettarsi nelle braccia del relativismo moderno. 

Ma siccome per far ciò avrebbe dovuto essere un moderno, 
giudichiamo col senso storico il chiaro concetto ch'egli ebbe 
del bisogno d'una filosofia positiva e la coerenza colla 
quale tentò attuarla, nel solo modo in cui un tentativo siffatto 
era allora possibile. 



Poche osservazioni aggiungiamo ora intorno all'etica di 
Epicuro. Anche per essa devo rinunciare, qui, a dare un'e- 
sposizione compiuta — fin dove sovvengono i documenti — e a 
mostrare i non pochi punti dove son notevoli in lui la libertà 
di spirito, acume d'osservazione psicologica, ardimento e no- 
vità di vedute. ^ Non toccherò che qualche punto generale re- 



^ Si veda del resto il bel libro di Guyot, La morale d'Épicitre. 



LxviTi INTROnUzrOKE. 

lativo a!ln coerenES del HÌstema. Giacché anche qaì sì auA 
dire: Epicuro ha preso il buo principio- etico, che il bene è il 
piacere, da Àristippo, o boIo l'ha modificato, in quanto «1 
piacere positivo e mosso di Àristippo ha sostituito o sovrap* 
posto il piacere tranquillo e negativo della ÙTttQa^ìa, la paoa 
e serenità dell'animo imperturbato. E par quasi che Epicuro^ 
pHssnndo in rivista i sistemi morali, scegliessc quello di Ari* 
stippo, come quello che più gW piaceva, dandogli poi, com4 
base opportuna, il materialismo di Democrito. Ma l'edonismo d 
Epicuro ha un rapporto essenziale col pensiero dì Democrito, 
più di quello che cosi non appaia; e senza escludere l'influì 
della dottrina di Àristippo, è però da osservare, che non 8on0 
da porre allo stesso ^ado la precedenza dì Democrito e quel!* 
di Àristippo; senza Democrito noi non sapremmo ìmmaginars 
quale sarebbe stato il concetto fisico di Epicuro; mentre, ancht 
senza Àristippo, si può credere che l'etica dì Epicuro sì sa- 
rebbe determinata quale fu, ossia quale etica positiva, sopra 
baso edonica. E la medesima forza storica, è la medesitnft 
ribellione dello spirito di Epicuro all'innaturale scettisoime 
alla inafferrabilità d'un pensiero filosofico ispirato fontal* 
mente da suggestioni poetiche e di sentimento. E per giudi- 
care equamente non dobbiamo giudicare col sentimento che 
spontaneo sorge in noi, quando ci troviamo in faccia alle diu 
opposte dottrine, la dottrina del piacere e la dottrina del do- 
vere. Noi siamo figli del cristianesimo; il quale, col solo fatto 
d'aver posto il fine della vita fuori della vita, ha sbandito dal 
nostro concetto etico quel principio ch'era fondamentale nel- 
l'etica antica: "noi siamo a questo mondo per esser felici», 
e ha con ciò reso più profondo e abituale il sentimento dei 
dovere, come un sottinteso naturale, e iudiscusso, anche per 
chi non ammetta quella motÌTazìono cristiana, od anche ritorni 
teoricamente al concetto antico. 

Il quale concetto, dunque, — essere la felicità lo scopo dell* 
vita ~ era alla baso d'ogni sistema etico, e il problema da' 
risolvere era: quale sia il mezzo per esser felici; o, in altrtt' 
parole, quale eia il vero bene per l'uomo. L'alto ccnoetto di' 
Socrate, comò abbiamo visto, mancava del fondamento onto- 
logico; e il fondamento ontologico che Platone volle dargli, 
abiMwiw viato perebò Qon uotesse — alaieno pi 



EPICT3R0. Lxix 

tempo — far presa sugli spiriti. Aristotele nel suo grande si- 
stema delle cose tutte mise dentro anche il suo sistema 
morale e la sua classificazione schematica delle yirtà e dei 
YÌzi; ma come anch'esso non rispondesse alle esigenze dello 
spirito pubblico, s'è già osserrato. Gli stoici erano i continua- 
tori (attrayerso la scuola cinica) del concetto socratico: il 
sommo bene stare nella virtù, identificata colla sapienza. Be- 
nissimo!... se questa sapienza fosse consistita appunto nella 
intelligenza della vera natura delle cose, e quindi dell'uomo, 
e nella chiara yisione che da essa la virtù direttamente de- 
riva. Ha per Socrate la sapienza non era che una contempla- 
zione della virtù stessa, come la verità, e una dedizione 
dello spirito ad essa, sul fondamento di ciò che, scrutando 
nella coscienza umana, appare al sentimento come la parte 
più nobile di essa, più dignitosa, più forte, più indipendente 
da influssi esteriori, più atta al benessere della città e del 
cittadino ; per gli stoici la sapienza voleva dire ancora questa 
contemplazione della virtù, e per di più anche di una dottrina 
ontologica, ma tale che, né essa stessa apparisse come la vera 
spiegazione delle cose, né sopratutto apparisse tra essa e la 
Tiitù un intimo e necessario rapporto. La virtù restava un 
postulato; tanto che, più tardi, la teoria ontologica andava 
scomparendo dal sistema stoico, e la meditazione filosofica si 
ridaceva a un complesso di belle e benefiche speculazioni sulle 
grandi armonie che intercorrono tra la virtù e lo spirito umano. 
Aristippo, poco curandosi anche lui, come Socrate, di teorie 
ontologiche (o accettando senz'altro la forma immediata delle 
cose, la successione dei vari stati); partendo dal concetto 
che scopo della vita è la felicità, dice che la felicità consiste 
nello star bene, cioè nel trovarsi in uno stato gradevole, cioè 
in nna successione di stati gradevoli; la felicità dunque sta 
nel piacere; e poiché i piaceri passano, il sapiente procurerà 
che si succedano il più e meglio che sia possibile, e sarà, in 
questo intento, prudente nel restare padrone di sé stesso in 
mezzo alle condizioni più diverse. Ora, qui, la somiglianza 
tra questo concetto e il concetto, poi, di Epicuro, il quale 
metteva come punto di partenza della sua teoria edonistica 
Toeservazione del fatto che tutti i viventi corcano il piacere 
e fuggono il dolore, può parere maggiore di quello che in 

GxvssAXi, Studi lucrtxianù ^ 




INTRODUZIONK. 



realtà noti hìu- Ariatippo, infatti, ha, come 8acmte, gnor 
dato nell'umana coscienza; o ci ha visto tutt' altra coea (Ui 
ciò che ci aveva visto Socrate; ma dove ff la garanzia cUa 
egli abbia vieto giusto e Socrate noi* Anzi, un sentimento io 
timo, irreaifitibile, ci dìoe (e ha detto a Epicuro) che nella vera 
spiegazìoDO (li oi& ohe por l'uomo è il bene, deve trovarsi an 
ohe la giustificazione di ciò che b bone secondo (Socrate, 
vero principio morale devo dar la spiegazione anche di quelli 
virtù senza della quale l'esperienza ci dice che è impoa 
sibile umana felicitai nell'umana convivenza. Ed h pure fAtt( 
di esperienita che codesta continua cura del piacere è ben eea 
un dolore, e che il maggioro dei piaceri ò per contrario l 
pace e la tranquillità dell'animo. E come avrò, poi, 'guesta paca 
se dovr^ pur sempre temere o dell'intervento degli dei o* 
mìo destino o di chi sa quale condizione d'esistenza dopo morte! 
Contro ì quali timori nessuno schermo o conforto offriva i 
che la più bella catena di piaceri che la sapiente arto ari 
stippea potesse apprestate. Gli è che alla teoria morale e 
ArÌBtippo, come a quella di Socrate, mancava ciò che per Epi 
curo era la esigenza prima: la sicurezza e l'evidenza del ^ 
Per quanto quella teoria ai fondi sulla osservazione di fatti 
che noi tutti per naturale istinto cerchiamo il piacere e fugi 
giamo il dolore, dov'è la garanzia che questo istinto i 
inganni? che risponda davvero alla nostra natura, e ci dìol 
liiindi ciò che veramente è il bone per noi? Una siffatta g 
ranzìa non s'ha che quando s'abbia la conoscenza della lu 
tura delle cose, e dì noi stessi, e la sicurezza completa oht 
il conoscer nostro non è fallace. Qni sta il momento caratto 
ristico dell'edonismo di Epicuro; Epicuro non è edonista per 
olle più gli arrida la teoria del piacere che la teoria dell 
virtù, ma perchfi -bramoso sopratutto di certezza edisfug 
giro all'aborrito dubbio; fatto sicuro della essenza dello e 
materiale ed eterna, e pur tale onde ei spiega la mutevol 
varietà de'fenoineni; sicuro che il senso intorno od esterno i 
nunzio verace della reoltà — nel fatto attestato dall' eap< 
rienzA esteriore e dal senso interno, ohe il senziente per spott 
taneità di natura non ccnra che sensazioni piacevoli, non eviti 
che sensazioni dolorose, riconosce la manifestazione evìdenb 
di ciò ohe ai confà alla natura del senziente, di (HÒ a 



EPICURO. Lxxi 

mira il senziente come tale, di ciò che è il suo bene, e deve 
esser quindi il criterio fondamentale della sua condotta. La 
Tirtù non esiste che come cosa pensata, creata dal ragiona- 
mento; non può quindi avere un valor primordiale e per 
sé, ma solo in quanto si giustifichi e derivi dal fatto primor- 
diale, precisamente come il ragionamento non ha valore se 
non in quanto si giustifichi e derivi dal senso. E appunto 
perchè per Epicuro il valore essenziale del principio edenico 
sta nella sua certezza, perciò la felicità, ossia l'attuazione del 
principio edenico, non si può disgiungere da quella che sola 
può impedire che una tale certezza si offuschi, la scienza della 
natura. Soltanto il sapiente è veramente felice. 

Ma, posto» per sicura esperienza, il principio del piacere, bi- 
sogna che Epicuro dia ragione di altri fatti della vita sen- 
ziente e morale, diversi dal piacere immediato, anzi spesso 
contrastanti, e che pure quella medesima esperienza attesta 
essere elementi indispensabili della felicità. Bisogna cioè che 
Epicuro ooUeghi questi fatti — ossia la virtù sotto i vari suoi 
aspetti e rapporti — con quel principio, e ad esso li ricon- 
duca, mostrando che essi non sono che combinazioni di quel- 
Telemento primo, cosi come della materia prima atomica per 
variate combinazioni son fatte le res creatae^ aventi caratteri 
propri, talora contrastanti con quelli della materia prima. E 
questa una delle parti più originali e notevoli del sistema di 
Epicuro, e per essa Epicuro è il creatore dell' utilitarismo. 
Altri prima di lui aveva messo il piacere e l'egoismo come 
principio della morale; ma l'utilitarismo è quel sistema mo- 
rale che, per usare parole moderne, trasforma scientifica- 
mente l'egoismo in altruismo (per evoluzione storica e giusti- 
ficazione teorica). Ciò primamente ha fatto, o ha tentato, Epi- 
curo. E l'ha fatto considerando il fenomeno morale sotto vari 
aspetti ; e le sue analisi e costruzioni, se sono talora artificiose 
e schematiche o dottrinarie (carattere generale, e inevitabile, 
di tutto il pensiero scientifico dell'antichità), talora anche — 
pur negli scarsi e molto sommari documenti che ci restano — 
mostrano acume e novità di vedute pratiche e psicologiche; 
e sempre poi un grande studio della coerenza. 

Limitandoci ai punti fondamentali, e al semplice intento di 
mostrare Tintema coesione del sistema morale, possiamo di- 




INTRODUZIONE. 



stìnguere duo parti, che potremmo dire quella dei doveri Terso 
sé steBBo, e quella dei doveri verao gli altri. La seconda parte^ 
naturalmente, si basa eulla prima. 

I. Il bene, donque, è il piaeepe. Ma ecco una prima ossero 
vazione: molte volte un piacere è causa dì un maggior dix 
loro un dolore è necessario per non esser privati d'un mag^ 
gior piacere. Di qui viene subito la conseguenza pratica che 
il saggio saprà rinunciare a certi piaceri, e accettare corti 
dolori. Ma fiu qui siamo sempre nel grado di saggezza t 
Btippeo, Il pensiero d'Epicuro va oltre; e si domanda: coma 
mai un bene può risultare ohe sia un male? e indaga l'ei 
senza del piacere, e profittando d'uu concetto anche gìk 
platonico, trova cbe il piacere nella sua intima radice è il 
senso della soddisfazione d'un bisogno. Il qual concetto à 
pìenanionto conformo alla sua ifvato).oyÌa e fisiologia. II do- 
lore non è che il senso d'una deficienza o d'una perturba- 
zione negli elementi materiali componenti un vivente, il quale 
per foedus naturai, non può essere un vivente di quella spe- 
cie, se non con una certa somma e proporzione e distribu- 
zione di materia atomica; e lo molte inevitabili perdite a 
1,'uasti (anche per ingombro), per effetto di interna agitazioao 
e di esterne offese, wi manifestano al senso come dolore (fame, 
sete, ecc.), e provocano cosi la ricerca dello riparazioni, cut 
s'accompagna il piacere, ossia il senso della riparazione. Ati> 
elle oggi dicesi cbo il piacere è il senso di ciò cbe è ealutarq 
all'organismo. Il piacere dunque nel suo essere più intimo è 
acquetamento o cessazione di dolore- Ma questo piacere fon- 
damentale nofxO.kfTaii come dice Epicuro, ossia ò reso > 
e s' adorna, delle molte forme di speciali sensazioni j 
voli. Ora avviene che queste appaian desiderabili per sé, 
suscitino desideri, la cui soddisfazione procura dei piaceri i 
inerenti alla riparazione d'un danno e all' acquetamento ( 
un dolore, e pnò d'altra parte richiedere tale non necessari 
dispenilio di forze salutari, che il danno e ìl dolore consq 
gueuto non compensi il piacere cosi procurato. (E pub idi 
lora una perdita o un disordine o deficienza e consei^uenti 
doloro di maggiore entità richiedere, per la riparazione e coli" 
seguente piacere, uu dispendio di forza — luìw. dulor — 
d'altra parte, di minoro eutità.) Epicuro distingue tre sorU 



EPICURO. Lxxm 

di desideri (^ént^vfiiai) ; naturali e necessari, naturali ma 
noo necessari, non necessari e neppur naturali. Nessuna sod- 
disfazione di un desiderio, ossia nessun piacere, di qualunque 
classe, non è per sé stesso un bene ; ma è chiaro che il prù- 
dente artefice della propria felicità vedrà ch'egli tanto più 
è sicuro di arrivare a questa, quanto più saprà eliminare le 
inid^vfuai della terza specie, limitare quelle della seconda 
specie, e contenere eventualmente anche quelle della prima 
specie entro i termini minimi indispensabili ; è chiaro che così 
non solamente saranno ridotti ai mìnimi termini, se non scom- 
pariranno del tutto, e il pericolo di piaceri che si debbau 
pagare con dolori, e la necessità di dolori per la conquista 
di piaceri; ma che anche per la grande esiguità del bisogne- 
vole sarà pur ridotta ai minimi termini la cura e il labor 
del procurarselo; e che quindi la virtù della temperanza e 
della fortezza d'animo, dominante le ciipiditateSy sarà condi- 
zione indispensabile di una felicità sicura e tranquilla, di una 
felicità che, costituendo una condizion d'animo costante e 
fondamentale, possa anche andar incontro, come a danno di 
ben poco conto, ai dolori per natura inevitabili: dolori, poi, 
che, normalmente, se acuti hanno brevissima durata, e son 
lievi quando sono prolungati. ^ 

Giacché, appunto: dal concetto che la ridovi] è, in fondo, 
assenza di dolore, viene direttamente quest'altro: che la vera 
i]iavìj^ la felicità, è uno stato tranquillo e sereno del senso 
complesso, ossia dell'anima; e poiché nell'uomo questo senso 
complesso comprende, oltre l'elemento che noi diremmo fisico, 



' £ in casi estremi ed affatto eccezionali è pronto il rimedio 
coirabbandono spontaneo della vita, poiché (per le ragioni a cui 
B^accennerà in seguito) la morte non ha nulla di terribile, e la 
maggiore o minore durata della vita non implica aumento o di- 
minuzione della felicità nella vita del sapiente. La concezione 
epicurea della vita, essenzialmente ottimistica, non consiglia il 
suicidio, anzi, per principio, lo condanna; ma non lo può esclu- 
dere in modo assoluto. La teoria morale di Epicuro è una teoria 
pratica e sperimentale; epperò aspira a rendere l'uomo fortis- 
simo nella lotta contro le avverse forze della natura e della for- 
tuna; non pretende, come la stoica, di metterlo addirittura al di 
fuori degli eventi di natura e di fortuna. 



LXXIV 

(Traitot, (ua3ij<tis) anche l'elemento affettivo e intcllettUBlefi 
mus, lùytxóv), e questo anzi è l'elemento capitale, V ìffiftovueàv^ 
perciò la vera ^ffovijdiventa cosa del tutto spirituale, (com» 
noi tlircmino) o tale che ben poco v'aggiuagono o ne toltfOiM 
irli acceaaorì tìsici piacevoli o dolorosi. 

Arrivati a questa vetta l'orizzoute ai allarga. Quali aonc 
dunque i veri inali die funestano la vita umana 'i Hono i iiian 
dello epirito. l'iù che gli eventuali dolori fisici o evontuaii 
assalti di fortuna, sono i timori di codesti mali, e l'ansia af- 
faunosa per allontanarli; timori e cupidigie. Cupidigia di ric- 
che/za, di potenza, di pubblica estimazione — non senza 11 
seguito di colpe e rimorsi — pel timore che i mezzi di goder 
la vita oi manchino nella povertà, nella debolezza, nel con- 
Itmptus; tutto ciò per l'ignoranza del pocliiseimo che boatir 
alla condizione essenziale del nostro benessere. Ma uon basta. 
Dae altri più amari timori ai associano e quasi s'ìntrecDlano; 
coi precedenti: timore degli dei e timore della morte. Kae 
il primo ilair ignoranza della natura, e turba continuamente 
l'anima, nel sentimento dell'iihietta dipendenza dall'altrui vo- 
lere capriccioso e tirannico; nasce l'altro del pari dall' igno* 
ranza della natura, quando siamo schiavi della credenza il 
un trisle prolungamento della esistenza nostra dopo morte 
e se da questa superstiziosa credenza ci siani liberati, resta que 
timore, per una tenace illusione fantastica per la quale noi 
sappiamo pensar noi ben morti dopo morte; ancora, dunque^ 
per insufficiente convinzione del vero. Ma nell'uno e nell'altre 
caso lo spettro della morto non solamente per su stesso ol 
turba, ma anche — quasi a rivolta e protosta — desta Ìi 
un eccessivo e appassionato attaccamento alla vita e ai 
piaceri, oi spinge a insaccare nella breve vita quanti moggioi 
piaceri è possibile, rendendo così piìt acute e talora fere 
quello cupidigie che si sono considerate dapprima. 

Unico rimedio contro siffatti mali, nati dall'ignoranza iltj 
vero, è la cognizione del vero. E poiché, come s' ò visto, I 
felicità consiste nella costante tranquìllitA e sccurità delI'aniiiH 
ora appare che prima condizione, anzi costituente, dì quest 
tranquillità e securità è la sapienza, ossia la costante tìbìodi 
e meditazione della vera natura delle cose, della natura del* 
l'uomo, e il sapere, infine, in che la felicità stessa oonsÌBtft 



EPICURO. Lxxv 

Cosi la iiSovrj si affina ad essere sopratatto uaa consapevo- 
lezza e nn godimento intellettuale, accompagnato dal senti- 
mento della propria libertà, e della effettiva indipendenza 
(sia pure non assoluta) dai casi di fortuna e dalle seduzioni 
dei piaceri e delle passioni. E se la felicità è tale, ed è an- 
zitutto sapienza, si comprende come Epicuro insegni che il 
valor suo è indipendente dalla sua durata, ossia dalla brevità 
lu^ighezza della vita; in ogni momento della vita felice e 
sapicmte essa c*è tutta : ogni momento abbraccia e intensifica 
in Si» tutta la felicità passata e la futura : ^ a tale che, stando 
la essenziale differenza tra la vita del sapiente e la vita degli 
dei nella mortalità dell'uno e rinimortalità degli altri, anche 
questa differenza non è essenziale (v. Kvg.dò^, XIX ** Il tempo 
infinito ha eguale felicità che il tempo finito, chi la misuri colla 
ragione „). Cosi il sapiente di Epicuro, sorto da umili prin- 
cipe arriva a non esser da meno del sapiente quale, con poche 
non importanti differenze, ora, si può dire, tradizionalmente 
conce^nto nella filosofia greca. Anche esso /aAijv/^ (v. Usen. 
Epic. framm. 425) nella contemplazione del vero, neirimpero 
sopra sé stesso, e neirindipendenza da tutto ciò di cui è schiavo 
il volgo degli uomini stolti. Solo che esso, poiché posa pur 
sempre i piedi sul solido terreno della realtà, anche di questa 
tìen conto. Non gli è vietato godere e procurarsi anche quei 
piaceri non necessari — della mensa, deir amore, del lusso, 
dell'arte — che noixikXovai la vita e la fióovri fondamentale. 



' E questo è, cred'io, il senso intimo della sentenza^ di Epi- 
coro, che la felicità passata è un elemento della felicità presento. 
Così la riforiice Plutarco {centra Ep, beat. 18); cf. Cic de fin, II, 
106. Secondo altri Epicuro avrebbe detto: ^ nessun maggior con- 
(orto che ricordarsi del tempo felice nella miseria » L'esser la sen- 
tenza da molti (anche da Cameade, Gerolamo, Agostino; v. Usen. 
Epic. pag. 287) e variamente riferita, è segno che riguarda un 
punto più importante che non sarebbe la semplice allusione a 
quella risonanza di godimento che s'ha talvolta ripensando a un 
goduto piacere. Ancor meno è probabile che si tratti di un tale, 
molto discntibìlci conforto in mozzo ai dolori. Epicuro, certo, ha 
inteso dire, che poiché la felicità del sapiente non consisto nel 
cumulo di succedentlsi, singoli, piaceri, ma nella costante intui- 
zione della loro essenza, così la sua felicità è por lui attualo e 
presente^ tutta intera, in ogni momento, anche in mezzo ai dolori. 




Lxxn INTRODUZIONE. 

ijaamlo e fin dove poasa e sappia goflerne, flenza che 
tino causa od occasione di perturbazione dell' animo. Non 
gli è consigliato di l'ormarBi una famigli» o di gettarsi 
mozzo alle gare della yita politica, e d'aspirare a onori e po- 
teri; anzi gli è piuttosto consigliato il contrario; ma se all'uni; 
all'altra cosa lo porti una forte naturale inclinazione, non 
gli è vietato anche questo gratuito sopraccarico d'impicci, puf 
ohe senta di saperli dominare e non osaerne dominato, purcht 
non s'offuschi la serenità dell'animo, oh'egli sa essere inscio» 
dìbile dalla acionza, dalla virtù, dalla giustìzia. ' 

II. La qualo ultima parola ci introduce nel discorso del 
condo punto: la morale epicurea in ordine ai rapporti sociali. 
Non che questo punto veramente si distingua dal precedente! 
che anzi Ve implicito. Ma sorge qui qualche questione nuovo^ 
questa anzitutto: quale è l'origine della legge morale, in quaol» 
è legge di scambievoli obbligazioni fra gli uomini. Prima del* 



* Lo Zeller, ncll'esporre la dottrina morale di Epicuro, proceAj 
contrapponendo imparzialmente alle sentenze d'agro sapor eeié 
enaie ed egoistico, quell'altre, che spirano alto pregio per [a rirtjr', 
e severità di precetti. È una serie di colpi alternatamente dati 
al cerchio e alla botte. L' impressione complessiva ba da eaaen 
che Kpicuni è in continua contraddiziono. La quale contraddi* 
zione sì può riassumere in questi due punti: L Lo Zeller accusi 
Epicuro di contraddizionct perchè avendo posto a rondnmento f 
piacere sengibìle, predica poi una morale alta e severa, che H 
quella base edonica non può fondarsi. 2. Lo Zeller loda Epicun 
d'aver dato cosi alto valore alle virtù della giustizia, della fgr 
tezza, ecc., ma aggiunge che questo merito in certo modo scoml 
pare, perchè Epicuro non dà al gran valore a codeste virtft in quantt 
riconosca il pregio ch'esse hanno in sé stesse, ma solo in quanti 
sono utili, anzi necessarie, alla felicità. Ora, queste due accuse 1 
contraddizione sono in contraddizione tra loro, e si eliminano i 
vicenda. Epicuro era in diritto di dedurre dai suo princìpio aeit 
sista ed edonico la sua dottrina dello virtù, a patto ohe queste noi 
avessero alcun pregio in sé stesso, ma soltanto per la toro ntilìà 
pratica. Se avesse insognato che la giustizia e la fortezza MM 
per sé Bt«ssc' pregevoli, avrelihe all'ermato cosa che non aveva I 
diritto di affermare. 

Anche altri sogliono rilevare codeste cosi detto contraddisjod 
epicuree, e meravigliarsene. Si trova, p. es., in contrasto stridenti 
colle lodi epicuree delle tirtìt la sentenza dì Metrodoro più volt 
citata dagli antichi (v. Duening, De Sttlri}//; etc., pag, 47 9 



EPICURO. Lxxvn 

Vetk dei sofisti la questione della giustizia - come il problema 
morale in genere — non si può dire che fosse stato argo- 
mento di discossione scientifica. La giustizia viveva nella. co- 
scienza pubblica, in un comune sentimento e in un comune 
riconoscimento, in cui si confondevano e l'elemento religioso, 
e lo spontaneo ossequio alla tradizione, e il sentimento poli- 
tico di doverosa sommissione alla legge positiva. Che una 
giusiiada ci fosse, una legge superiore all'uomo e che a lui 
s'imponeva, era un sottinteso universale e non discusso. Col 
momento sofistico venne la riflessione anche su questo punto, 
e fu detto della giustizia, come d'ogni altra credenza o co- 
fnùzione, ch'era un^ opinione; un'opinione varia come sono 
rari i cervelli, non avente altro valore che convenzionale e 
relativo. Qui più che mai sentì Socrate il bisogno di una re- 
azione conservatrice, e di stabilire il concetto di una giusti- 
zia in sé, concetto universale che la mente umana può sco- 



rre pì yactdgtg, «J q)vaioXóye TifxoxQates, ^cqI yaatéga ó xaxu tpvaiy 
^éi^y Xóyog rfiy annaiv sx^i anovóriv (e Cic Nat. deor. I 103 
Omnia quae ad beatam vitam pertinent ventre metirt). Anzi, Epi- 
curo stesso, secondo Ateneo (v. Usener, Epic. pag. 278) aveva 

scritto: ^QX^ *^' ^'C» naytog ceyaO^ov ^ tr^g yactgog {^óoyrf xai rù 
co^à xai rà ns^itTÙ ini Tavtrjy e^si tffy àya^ogay. Ma il contrasto 
è apparente. Forse Timocrate, nel suo nobile entusiasmo per la 
TÌrtuosa dottrina di EpicurOi inclinava a trovar le virtù qualche 
cosa di sublime in sé stesse ; e Metrodoro lo esorta a non dimen- 
ticare il solido fondamento sul quale soltanto, secondo il sistema 
epicoreo, codeste virtù si reggono; e ricorda quella classe di bi- 
sogni e di ènt^vfiiai, quel piacere, che è fondamentale nella vita 
del senziente. In sostanza, Epicuro e Metrodoro dicono: codesta 
Tostra ammirazione della virtù in sé stessa è pericolosa; voi la- 
sciate così la virtù campata in aria, e rendete quindi vacillante 
la fede nella virtù. Perchè questa fede sia salda non bisogna 
perder di vista il fatto di evidenza immediata sul quale solamente 
poggia la convinzione sicura nella virtù. Staccando la virtù dal 
ventre voi rendete un pessimo servizio alla virtù. Epperò con 
intenzione Metrodoro si rivolge a Timocrate colP appellativo di 

qv^oXóyoc^ ricordandogli il xatà fpvaty fiadi^coy Xoyog. — Non bisogna 
dimenticare che il nucleo più intimo del pensiero epicureo è il 
momento gnoseologico: stabilir la base sicura, la immediata irre- 
sistibile evidenza fondamentale del credere; debellare lo scetti- 
cismo. Ciò non hanno capito Cicerone, Plutarco, ecc. ; ciò non ca- 
piscono molti moderni che vanno dietro a Cicerone, Plutarco, ecc. 



Lxxviu INTRODUZIONE. 

priro in sé ateasa, scrutando sotto le fallacie degli i 
nienti indiviiluoli. Ma il concetto socratico della ^'uatizia noi 
poteva avere diversa storia da quolk ch'ebbe tutto it auo in 
segnamento in geuere, e che s'ò accennata più sopra. Ed n 
che qui la questione fondamentale per Epicuro era di trovan 
il fondamento di immediata evidenza; il quale non poteva ei 
sere che utilitario, ossia il piacere. Come dovere, ossia con 
virtù indispensabile alla felicità, la (;ìustiziu non poteva ri 
Bultare, al pari della temperanza o della fortezza d'animo, eh 
per una elaborazione sperimentale del principio di natur» 
" unico bene il piacere „; solo che in questo caso l'esperìena 
e la elaborazione non è opera individuale, ma associata. Quo* 
sto è l'elemento nuovo nella questione della giustizia; e di qnii 
anche, devo venire la raf^iono per arrivare alla conclusione prai 
tiea che: come non è possibile la felicità senza la temperane 
e la fortezza d'animo, similmente oi'x èactv ìióiiu'i Cv^ óva 
Toii Òtxai(i>i t^j', e che massimamente infelice è l'uomo \a 
giusto. (A'yp, do|, V. XVII . Ossia; il giusto per aè non vA 
sto; non esiste in sé e per se l'obbligo di non far danno a^ 
altro uomo, come non è ingiusto un cane che rubi la predi 
ad un altro cane. La giustizia è una istituzione sociale, ch( 
come le altre (p. cs. il linguaggio, v. p. 274 sg.), l'uomo nomìnet 
ad apprendere per istintivi suguerimonti della natura, poi dcIK 
beratamentc sviluppò ragionando sull'esperienza. Fu istintiva 
(e si vede anche fra gli animali) il raggrupparsi e l'aasocian 
le proprie forze a uno scopo di comune difesa o di comuuè 
offesa. Dopo questa prima esperienza, operando il Ao/rcr/ióc 
col naturale ascendente di coloro che nelle comuni impresa 
primeggiavano od avevan meglio giovato al vantaggio co» 
mane, si formarono deliberatamente delle associazioni via v 
pili estese, più organizzate, stabili. 

Ura, primo elemento di loro organizzazione, prima condi- 
zione del loro sussistere, era l'accordo tra gli associati òn^ 
toii fti]fiKà!i[tiv nn^È ^làmeaifai. Ecco la giustizia. Ulilitat 
«xpressit iux et leges. La ragione prima, dunque, [ler cui raBSCf 
eiato, il cittadino ha da rispettare i diritti dei suoi concitta* 
dini — diritti stabilìH per legge scritta o trndizionalo — S 
il grandissimo vantaggio elio da cib viene a ciascun oittadinoi 
Ma perche un tal vantaggio sia assicurato, importa che b: 



EPICURO. Lxxix 

eliminati i casi in cui il singolo cittadino trovi per avventura 
nella violazione del patto sociale un maggior vantaggio di 
quello che il patto sociale gli dà: che in casi siffatti il sin- 
goio cittadino opererebbe secondo natura e secondo ragione 
preferendo il maggior vantaggio al minore. Siffatti casi sono 
eliminati con ciò, che la legge, oltre la prescrizione, contiene 
anche la sanzione penale per i violatori della legge e della 
giustizia. E ciò importa necessariamente la costituzione di una 
autorità imperante, di un potere politico, che abbia il man- 
dato e la forza di far osservare la legge, di punire i trasgres- 
sori. (E attraverso quali vicende di tirannie, e di violenti rive- 
lazioni, e infine di regolari magistrature e leggi ciò avvenisse 
secondo Epicuro, ci è narrato da Lucrezio 1103-1158.) E la 
pena ha efficacia grande, secondo Epicuro, in quanto il timore 
di essa è la ragione fondamentale per la quale non è possi- 
bile la felicità senza la giustizia. Non essendo possibile 
mai l'assoluta certezza che una commessa violazione della 
le^ge resti ignorata per sempre, e impunita, chi ha operato 
ingiustamente resta continuamente angosciato dal timore della 
pena ohe sempre lo minaccia, e nessun vantaggio ingiusta- 
mente conseguito è tanto grande da contrappcsare questa ra- 
gione di infelicità; e se Tingi usto, poi, è persona volgare, ed 
è schiavo delle superstizioni volgari, al timore della pena u- 
mana s'aggiungeranno i terrori della pena in una vita futura. 
Anche questo punto della morale epicurea ha fatto molto 
scandalo. Anche il sapiente, adunque, data l'ipotesi — che 
Epicuro dice assolutamente impossibile — ma, insomma, data 
l'ipotesi di un'assoluta certezza d'impunità, commetterebbe 
l'ingiustizia, quando da essa vedesse risultargli, — sia pure 
in casi estremamente eccezionali — un aumento di felicità, 
una eliminazione di dolore. Cosi è: Epicuro nega, come s'è 
detto, l'ipotesi; ma non nega, in astratto, la conseguenza. Epi- 
curo era nella necessità, se voleva restar coerente ai suoi 
principi, di ammettere — sia pure solo in astratto — una 
conseguenza cosi ripugnante, perchè, s'egli fu, come si è 
detto, il fondatore dell'utilitarismo, per altro non vedeva nò 
poteva vedere, ciò che nel concetto dell'utilitarismo odierno, 
intimamente connesso col concetto della evoluzione, vale in 
effetto a dissipare codesta ombra paurosa. Anzitutto, un tratto 



carattoristìco del peneiero untieo, e non antico soltanto, I 
ordine alle umane azioni, era (per iinei mollo imperfetta eoo 
cezioiie dei meccanismo delle forzo psichiche) il preauppost 
che l'uomo nel suo a|i;ire aia molto pii'i un ossero ragion 
— o sragionante — di quello che in realtii non sia; 
(|uelIo cito egli fn, lo faccia sempre in conformitfi di oonat 
pevoli giudizi, giusti o falsi che sieno; che agisca henal [ 
iiiipulso di passioni e affetti, ma in quanto paBBÌoni e affé 
offuscano la sua ragione e gli fanno creriere degli errori. '. 
Bontonita socratica, che il sapiente non pub non essere vii 
tuoso, perchi^ il sapiente vede che il suo vero bene ò la virti 
ed ò contradditorio i^he uno non voglia il proprio hene, i 
mina piiì o meno esplicitamente e coerentemente in lutti i ti 
risii di etica antichi, l'vleo meliora proboque, deteriora seqiic 
l'ha detto uno che ha guardato semplicemente dentro di si 
senza ubbie filosofiche per la testa. Quindi è che rediamo j 
tutte le scuole filosofiche, e anche fuori, costantemente con 
siderata la insania (infermità) morale corno una insania ìt 
tellottuale. Per questo vediamo negli antichi filosofi e filosi 
feggianti cosi generalmente condannate, non solamente 1 
passioni, ma anche gli affetti e Ìl sentimento in genere; o| 
pure concesso loro bensì qualche cosa, in nome della umaii 
debolezza; ma, almeno teoricamente, messa in alto la impu 
sibilità, come la perfezione. 

Ora, anche Epicuro, sebbene uomo di grande e simpatia 
affettività, era sotto il dominio di codesto preconcetto sist4 
matico; anolie per lui l'uomo onesto, e tanto più quanto eli 
più sapiente, doveva essere onesto a ragion veduta. La su 
etessa naturato ripugnanza a commettere una ingiustizia, eg] 
doveva figurarsi che fosse una deliberazione abitnalmeiit 
presente, od anche eventuale, della mente sua, che vedeva nd 
l'ingiustizia uno sproposito, 

Ma un'altra differenza ancora, sebbene conueana colla pn 
cedente, è importante avvertire tra Epicuro e gli utilitorìil 
contemporanei. Questi sono ovoluzioniiiti; il che 6 quant 
dire che, per ossi, il concetto edoniao ed egoistico sta a bai 
della dottrina morale come origine storica da cui l' etica, con 
dottrina e come sentimento, sì andò evolvendo e trasfarmaiid 
in forma sempre più complessa ed alfa. Quella idaboraxìoi 



EPICURO. Lxxxi 

della fiovì} a una dottrina morale Bovera e virtuosa, che per 
Epicaro doyea compiersi tutta quanta per un processo logico 
in ciascun individuo — conforme a quella deficienza antica 
di senso storico, per la quale era come un sottinteso gene- 
rale che la psiche umana, sulla base di certe facoltà caratte- 
ristiche della specie uomo, cominciasse sempre ab initio il suo 
STolgimento in ciascun uomo ^ — secondo gli evoluzionisti mo- 
derni è avvenuta, si continua e si continuerà, con un leniis- 
BÌmo e lunghissimo processo storico, per necessario effetto delle 
leggi naturali, e in forza di una eredità continuamente cumu- 
lante minime modificazioni e minimi adattamenti e sviluppi 
della coscienza morale. Ond'è che un utilitarista moderno non 
ha alcuna difficoltà ad ammettere che noi nasciamo con una 
innata coscienza morale, la quale ci vieta l'ingiustizia, senz'al- 
tro, colla forza e l'autorità d'una legge superiore e obiettiva; 
che Tuomo onesto a questa legge ubbidisce e deve ubbidire, 
senza bisogno che si renda prima conto della convenienza sua 
ad ubbidirvi; e può ridersi dell'imbarazzo di Epicuro davanti 
a quella ipotesi — del sapiente che si trovi nel caso di com- 
mettere una ingiustizia a lui certamente vantaggiosa e, con 
tutta sicurezza, scevra di pericoli — perchè la soddisfazione 
de' sentimenti altruistici, e in particolar modo del senso di 
giustizia, è per sé stessa un bisogno essenziale al benessere, 
non del sapiente soltanto, ma deir onesto in genere, quanto 
e più della soddisfazione de' sentimenti egoistici. E conve- 
nendo con Epicuro che il rimorso è, o meglio è stato in ori- 
gine, la paura della pena, può aggiungere che, come avviene 
di molti sentimenti, esso sorge per natura, e insoffocabile ci 
tormenta, nella pura forma di dolore del male commesso, 
senza bisogno che sia presente la ragione pensata, onde quel 
dolore primieramente è nato. Tanto che — dice l'evoluzio- 
nista — il bisogno della pena e del timore di essa ò andato 
diminuendo, come sostegno della morale sociale, e vorrà forse 
giorno in cui possa apparire un freno superfluo. 



' Il che non toglie che all'occasione si cantasse fortes crean- 
tur fortihus et bonis, ossia si riconoscesse anclie una eredità psi- 
chica, conforme mostrava una molto comune CKporienza. Ma nulla 
è pi& comune, nel senso comune, della convivenza pacifica di idee 
foadainentaK che non stanno punto insieme. 



I.XXXII 

Noli i 



INTRODUZIONE. 



i che mi riguardi il sentenziare intorno a silTilttl 
questioni; ma nel rispetto storico era ^[iuBto noD dimenticare 
questo coiifrouto tra l'audace tentativo di Epicuro e u 
portante iudirizzo del pensiero moderno, e accennare alla si* 
rìca necessità per la quale il tentativo antico non poteva riu- 
scire, all'armonico compleaso della teoria moderna. Ad ogni 
moda Epicuro ebbe il sentimento che una contraddizione e 
aonziale tra le leggi di natura e ciò in cui la coscienza ci dio 
essere la nostra dignità ed eccollenza non ci ha da essere : < 
anche questo ò un tratto caratteristico del pensiero di Kpicui 
e una affinità tra lo spirito di lui e lo spirito moderno. 

Il fondo dell'anima di Epicuro, la aspirazione e la ispii 
zione sua prima era la libertà dello spirito umano. Per queab 
nessuna potenza e volontà, esteriore o superiore deve doinìnarit 
atterrirlo, favorirlo; per questo, la sua ragione dove essere i 
cura rli eit stessa ; per questo, egli solo ha da essere l'arbitro dell 
propria sorte, Ìl creatore della propria felicità. In questa oai 
nessione dobbiamo acoconare da ultimo alla dottrina epiouri 
del libero arbitrio. Nello Studio VII si cerca di dimostrai 
come Epicuro tentasse di mettere questa dottrina in accora 
col suo sistema ontologico e gnoseologico. Impresa vana e fai 
tastica; ma qui vogliamo soltanto rilevare come la straordi 
Ilaria importanza che Epicuro unnettova a questa libertà, aia i 
intimo accordo — e più addentro si comprenda in accordo - 
con codesta ispirazione fondameutulo del pensiero di Epioiir 
In redenzione completa dello spirito umano. 

Ed ecco che ben si comprende l'entusiasmo di Lucrezio p 
Epicuro. Il poeta romano non ha sempre inteso pienamente 
precisamente le dottrine della (fvaioXoyia epicurea; ma l'anini 
dell'anima dì Epicuro (per usare una espressione luoreziaol 
l'ha ben compresa colla sorella anima sua. 



STUDI LUCREZIANI 



I. 

OSSERVAZIONI 
LNTORNO A QUALCHE FONTE DI LUCREZIO, 



Fra i pochi avanzi pervenutici della abbondantissima 
produzione letteraria di Epicuro, è importantissima la sua 
lettera a Erodoto (in Diog. Laert. X, §§ 35-83), che è una 
molto fiiixQà èniToixv del suo sistema della Natura, ossia 
dell'argomento stesso del poema lucreziano. Ognuno vede 
r importanza che può avere uno studio di questo docu- 
mento, sia per una migliore intelligenza della esposizione 
lucreziana del sistema, sia per meglio determinare il 
grado (li fedeltà di essa esposiziono lucreziana, e quindi 
l'autorità di Lucrezio in ordine alla conoscenza del si- 
stema di Epicuro. E fu infatti col fondarci principal- 
mente su questo studio e confronto, che in alcupi dei 
seguenti studi abbiamo tentato di chiarire o rettificare o 
completare certi punti importanti e sottili della filosofia 
epicurea, trattati da Lucrezio. E se solo recentemente, e 
in primo luogo per l'impulso e l'esempio del Brieger, la 
critica lucreziana s' ò messa con qualche frutto per questa 
via, ciò dipendo dalle molto gravi difficoltà che presenta 
il testo di Epicuro. Le quali difficoltà, in parte sono da 
ascrivere al linguaggio stesso di Epicuro in questo suo 
scritto^ in parte a cause esteriori, e alla condizione in 
cui lo scritto stesso ci è pervenuto. Intorno a quest' ul- 
timo punto, a modo di questione pregiudiziale, vogliamo 
ora fare alcune osservazioni preliminari. E cominciamo 
da un confronto col I libro di Lucrezio. 

Epicuro, dopo alcune parole di prefazione (v. sotto), 
e alcune osservazioni preliminari intorno all' uso delle 
parole nella discussione scientifica, e intorno al principio 
gnoseologico (§§ 35, 36, 37 e quasi tutto 38), parla con 

OiUSSAHi, Studi lucrexianù I 



2 OSSERVAZIO^^I 

grandissima brevità degli stessi argomenti, che Lucrezio 
tratta nel I libro, nei paragrafi: fine di 38, 39, 40, 41, 
e prima metà di 42, o li tratta nel medesimo ordine. 

E però da osservare che Epicuro tocca anche un punto 
che Ijucrezio omette qui e tratta invece nel II libro; e 
che, viceversa, qualche questione che Epicuro o non tocc^ 
in questa epitome, o tratta in altro punto, è invece in- 
serita da Lucrezio in questa prima trattazione, in istretta 
connessione con qualcuno di questi argomenti fondamen- 
tali. Giova chiarir la cosa col seguente prospetto. 



Epicuro. 

§ 38 (fine) e princ. 39. 
Nulla si fa dal nulla e nulla 
perisce nel nulla. 

§ 39. K(d fii^v xaì tÒ Tiàv, . . 
noivffai: immortalità e im- 
mutabilità (quantitativa^ del 
tutto. 

[Manca in Epicuro. Del 
resto jiè in Ep. nò in Luer. 
la invisibilità degli atomi 
e espressamente enunciata 
e dimostrata. E[)icuro v'ac- 
cenna, come a cosa sottin- 
tesa, nel § 56.] 

[Manca nelT epitome di 
Ep.; vedi però il punto seg.] 

§39 fino -40 princ. L'u- 
niverso consta di corpo e 
spazio. 

§ 40 continuaz. Niente 
iiltro fuorché corpo e spazio 
esiste por sé (il resto non ò 
che accidenti, fisici o even- 
tuali, come dice Epic, 

aviifìs^ìjxóra e (SVfiTi Tornai a 

e Lucr. coniuncta e eventa.) 



LCCREZIO. 

= Lib. T, 159-264. 
= „ ir, 294-307. 



1,265-328. i;es- 
soro i primordia rerum in- 
visibili non è argomento 
contro la loro esistenza.' 



329-397. Frammisto alla 
materia esiste spazio vuoto. 
= 418-429. 



^ 430-448. 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 



PSp. qui non y^ accenna 

che indirettamente, come è 
indicato al punto preced. : 
ma tratta poi con relativa 
diffusione la questione dei 
coniuncta ed eventa nei 
§§ 63-71.1 

§ 40 fine — 4:1 a mezzo; 
i corpi sono o concilia o 
frìmordia; e i primordia 
sono indivisibili, immuta- 
bili, solidi — ossia atomi. 
[Ep. tratta la questione 
della divisibilità finita, ossia 
del finito numero di parti 
in un finito, e quella delle 
minimae partes nei §§ 56- 
59.] 



§41 (2.» metà) — 42(1.* 
metà). L'universo è infinito. 



449-182. Tutto ciò che si 
l)rodica delle cose non esiste 
per so, ma è accidente fisico 
eventuale delle cose. 



= 483-547. 



548-634. Si completa la 
teoria della atomia colla 
confutazione della divisibi- 
lità della materia alF infi- 
nito, confutazione appog- 
giata anche alla teoria delle 
partes minimae. 

635-C20. Confutazione di 
Eraclito, Empedocle, Anas- 
sagora (a complemento della 
teoria atomica). 

= 951-1051. 

1052-1109. Qualche que- 
stione complementare della 
precedente. 



Fin qui dunque la corrispondenza tra Epicuro e I^u- 
crezio è grandissima; e delle poche divergenze sostan- 
ziali si può anche veder la ragione. >Jotiamo, infatti, sin 
d^ora che questa prima parte della esposizione di Epi- 
<?uro, almeno fino a metà del § 41, si distingue e se[)ara 
<la ciò che segue, in quanto ha il carattere di un bre- 
vissimo riepilogo introduttivo dei principi [>iìi generali 
^'fondamentali; nel seguito, invece, si tratta di punti 
speciali, e talora particolarmente sottili, del sistema che 
son trattati a sé, e con maggiore sviluppo. Ciò posto, ben 




OSSERVAZIONI 

8i coinprenilfì come Epicuro riservasse a questa seconda 
parte il trattar )a questione del limite di piccolezza, o 
quindi delle minimae pnrtes nell'atomo, e la questione 
dei conitincta et arenta; e quanto al non aver Luerozio 
trattata nel I libro la questione della immutabilità quan- 
titativa dall'universo, b da osservare che egli l'onde questa 
immutabilità c-olla immutabilità della somma di moti, 
quindi della somma e qualità de' fonomeni; e noD po- 
teva quindi parlarne che dopo tutto il ditìcorao intorno 
ai moti atomici, e quindi nel II libro. 

Con questa grande corrispondenza iniziale fa invece 
singolare contrasto hi nessuna concordanza del seguito 
della lettera di Epicuro col seguito del poema lucreziano: 
una corrispondenza nell' ordine degli argomenti non si 
riscontra pifi. Ma si vede anche subito che la colpa, per 
dir cosi, è dalia parto del testo epicureo, che, qualu lo 
abbiamo, mostra il più bel disordine che immaginar si 
possa. La teoria atomica v' ò distratta in cinque brani 
staccati C§ 41 fino a yiW«; poi 42 [da /tg*^ te tovvoiì] 
— 44; 46 [da «"' |i.<^*) — 47 [fino a x«r«A(rfM,ufi']; ,54-59; 
6t-tì'2); tre brani che parlano delle infinità universali 
sono del pari disgiunti (seconda metà di 41 e prima metà 
di 42; 45; 60); iu teoria degli f'dwAa e delle sensazioni 
ò cacciata in inez^o alla trattazione dei caratteri atomici, 
e staccata così dalla trattazione dell'anima'; il brano 
tratta dei avu^tfi^xóta e dei ar/tritmitara si trova in 
posto dove non ha relazione di sorta con ciò che precede 
che segue. ' Non par possibile che la lettera sia luscita 
così dalle mani di Epicuro, per quanto si voglia ammet- 
tere che por l'intento dello scritto — d'essere una sem- 
plice raccolta delle principali dottrine e argomentazioni 
del sistema — Epicuro non tenesse a un rigoroso ordine 
e concatenamento logico. 






' E il ilÌ8oriline (levit oascro molto antico, poii-hè certi scoli 
interpolatisi supporiKono il tGHto nello Htalo attuale; p, l'b. Io bcoIìo 
« § 4i. (n, 2. nell'eJiz. di Us. a pag. HI •ri,"' tftVifoK'pai xaì iaujax'"' 
«vjài ìnriìa^ai pcc, non «Hrpbbo cwto entrato, se eubìto dopo »e- 
gìi'wa. i 01 (doiriaoladiiii.l 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 5 

Il Brieger, per verità, toccando di questa questione in 
prefazione alla sua interpretazione delPultima parte della 
lettera di Epicuro {Epikur's Brief an Iler,. Halle, 1882), 
e rilevando in particolare il distacco della trattazione 
degli infiniti mondi § 45 da quella del loro nascere e 
perire § 73; e la indebita intrusione d'un brano sui mo- 
vimenti atomici in mezzo al discorso degli idoli § 46-47, 
attribuisce il disordine a sbadataggine di Epicuro; e, 
circa all'ultimo passo, farebbe bensì dapprima la ipotesi 
che lo spostamento sia avvenuto per colpa di copisti, e 
che il brano appartenga in effetto ai §§ 61-62 (come ho 
proposto io, in Cinetica Epicurea, Rendiconti dell' Istituto 
Lombardo, 1894, p. 440 seg. — dove, per semplice svista, 
è omessa la citazione di questo precedente), ma poi ritira 
la proposta. Senonchè, non solamente il disordine è ben 
maggiore di quello che parrebbe indicato dal Brieger ; ma 
appunto l'intrusione in 46-47 è evidente, a parer mio, che 
non può essere che l'effetto del caso, come credo di aver 
dimostrato nel citato luogo di Cinetica ep. Il disordine 
dunque — disordine materiale ed esteriore, e tale che at- 
tribuirlo ad Epicuro stesso oltrepassa i confini di ogni 
probabilità ed anche di ogni improbabilità — esiste; e ri- 
sulta confermato anche da ciò, che non è difficile, badando 
all'affinità delle questioni, profittando di qualche suggeri- 
mento che può dare il confronto con Lucrezio e tenendo 
conto di alcuni indizi interni, ricomporre lo scritto in forma 
tollerabilmente ragionevole. E una sola 0|)erazione — ac- 
costare i disicela membra della teoria atomica — basta per 
far scomparire il maggior disordine. Per non intralciar qui 
il discorso, abbiamo messo in Appendice (Append. I) una 
proposta di riordinamento siffatto; proposta, s' intende, 
provvisoria, e che potrà esser migliorata per studi ul- 
teriori. 

Da un siffatto riordinamento risulta ad ogni modo più 
evidente la necessità di ammettere delle lacune nc^l testo 
epicureo: non solo delle brevi lacune come quelle sup- 
poste dall'Usener, ma di interi paragrafi. Como credere 
infatti che Epicuro omettesse la dottrina della caduta 
|)er gravità, della declinazione, delle conseguenti plagae 



1 freqiui 



6 OSSKRVAZIONI 

e origine dei concilia, non che la rlottrìna, così I 
temente rimrdiUa in Lui'rezio, delle ■posititrae, conexui 
concursus, nnitiis. ecc., corno efficienti dolle coso e dcll( 
loro quiilità — <li cui aispena troviamo un cenno inrì 
dentale in 54 ' — Ìii un sommario dove non è Itrcve 
mente trattata la distinzione tra costanza e accideuti, 
del pari non hrovemente la sottile questiono delle patii 
minimae nei visibili, per farne l'applicazione agli atomi 
E la constatazione delle lacune è un fatto analogo i 
sopravvenuto disordine delle parti esistenti, e lo conferma 

D'aUrn parte, badando alla cura messa da Epicuro né 
trattare alcuni di sitì'atli punti sottili, sì può inferire eh 
questa /((xnù enttofir è /uxgti non Solo per la brevità sua 
ma anche ]}erchè non ò e non vuol essere un estratto 
condonsutissinio, di tutta la materia dei 37 libri r»f( 
(fvaemg (rame doveva essere la /leyaXìj tniro/i^}, limitai! 
dosi invece alia parte o alle parti più fondamentali de 
sistema. Certo parti del sistema, pure importantissime, i 
ohe formano, come a dire, V edificio costruito su quell 
parti fondamentali e che hanno piìi particolare o i ' 
immediata importanza |}Gr le loro conseguenze rispetto ali; 
morale, come la teoria degli dei, la teoria del libero voleri 
la spiegazione dei fenomeni meteorici, non sono qui punk 
toccate — e nessun indizio vi ha, che sicno andate pes 
dute — ; 0[ipHre son toccato appena di sfuggita, com 
le origini e lo sviluppo dell'umano incivilimento, de]L 
religione, della legislazione, i l'enomcni astronomici; 
anche la mortalità detranima uon è che brevemente ai 
cannata. 

Stando a certi indizi chu abbiamo circa la dìstribu 
zione della materia nei 37 libri yifQi yi'ff., pare che li 
lettera a Erodoto, nella sua maggior parte e più t 
zialc, non corrisponda che ai primissimi libri di quel; 
l'opera massima. Così, vale a dire come semplice riat 

' Dove I^gK') >""'' fiiTiiióinf iy nnXXoTi Tiyùv Ji xal jtooaidaì 
xiti liyiihvi, non comprendendo perchè In ultime parole debbu 
ewcre (eoU' Cneiier) eliminato come un varia leelio. Il passo i 
trova, per dir cosi, tradotto e in posizione del tutto analoga i 
Lucr. I, GT5 sgg. 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 7 

sunto dei primjipt fondamentali e direttivi del sistema, 
risponde propriamente alP intento per cui Epicuro V ha 
scritta, e alla classe di persone per cui fu scritta; mentre 
la fieydkri ctt^to/ìiJ, scritta per altro intento e per altre 
persone, doveva contenere un riassunto di ttdte le parti, 
principali almeno, del grande trattato tisqì (piaefog. 

Né ciò mi par contraddetto da Epicuro nella breve 
prefazione con cui comincia la epistola ad Erodoto. " Per 
quelli che non hanno la possibilità di studiar parte a 
parte tutto quello che ho scritto intorno alla natura, e 
di percorrere le nostre opere maggiori, ho fatto ^ una 
epitome fé intende per fermo la fisydXri èniTOfiri] di tutta 
la trattazione, che loro serva a conservare la memoria 
delle dottrine più gefierali, abbraccianti tutte le parti del 
sistema [rwv oÀoaxf pwrarwv i, a fine che ad ogni occasione 
essi sieno in grado di trovare in sé stessi, nelle cose e 
questioni più importanti, il sussidio che li sorregga, per 
quel tanto almeno che hanno potuto acquistare di scien- 
za della natura. Ma anche ^ quelli che sono progrediti 
nella conoscenza delP intera dottrina importa che ricor- 
dino la forma elementare, fondamentale di tutta la trat- 
tazione [tòv TV710V rf^g oAij? ngayi^iarsiati tòv xareCTotxsi- 
fù(iévov\. Che d'aver presente il sistema nel suo insieme 
e nella sua unità abbiamo spesso bisogno; non così le 
singole parti. E dunque necessario di ritornar continua- 
mente su quei principi elementari, ed é da fissar nella 
memoria quel tanto d'onde si ha la concezione essenziale 
rispetto alle cose; e del resto poi, si può anche trovare 
r esatta intelligenza di ciascuna parte speciale, quando 
sieno ben comprese e ricordate le dottrine più generali. 
Che, anche della conoscenza e intelligenza perfetta e com- 



* Leggo, fedele, fin dove si può, ai manoscritti, (ìvtoTì Traoe- 
ntvàija, che rUsener muta in «v rts nctQncxsvctani^ forse perchè ^\\ 
urtava WcvtoXi dopo il toTg al princìpio. Ma hi lontananza giusti* 
fica la ripresa di xoXg con «tTo/V (oppure col Brg. «troV); e noi, 
poi, sappiamo positivamente che Epicuro scrisse anche codesta 
altra ènttou/,; o solo d'uno scritto suo era naturale die determi- 
nasse il fine, commisurato al grado di preparazione dei lettori a 
cui era destinato. 

• Forse, in laogo del semplice x«/, da leggere: xal ^ xai. 




S OSSRRVAZroXI 

pinta di tutto il sistema, il frutto più iraportaiite è di saper 
prontamente fai' uso delle dottrine col ricondurrò ciaseuna 
a semplici elementi e formule. Giacché non è possibile 
riassumere il concatenato percorso di tutte le parti, 
uno non 3.1 in sé stesso aliiiraccinrc mediante brevi fof 
mulo quel tutto che ha studiato e inteso parte a \mrU 
Poiché dunque un tal metodo Icioii di dominare 1' upiti 
del sistema, condensandolo in breve prospetto di princìp 
fondamentali I é utile a tutti quelli che della scienza dolli 
natura [s'intende della vera, cioè dell'epicureal son se^iack 
[cioè non solo a quelli della prima specie, ma ancfte si 
progrediti, come Krodotol io, che dal raccomandare li 
continua occupazione collii tìlosofìa ho fatto la sereni 
missione della mìa vita, ho scritto questa epitome 1 
dottrina dei principi elementari dell' intero corpo dell 
dottrine. „ 

Il discorso è alquanto involuto; ma ad ogni modo t 
vede che Epicuro, per duo diverse classi di seguaci, hi 
scritto due diverse ÈTinoiini, con diverso intenta. I)ap 
prima si tratta d'un vero compendio di tutta la dottrini 
fatto per dei credenti an/ichè meditanti. A questi facevi 
bisogno d'aver affidata nella memoria e pronta, oltre li 
dottrina fondamentale sulla costituzione atomica dell 
cose nei suoi punti principali, la soluzione generica 1 
ogni ordine di fenomeni fatti della natura; aapec 
p. es-, come son fatti e come vivono gli dei. come s'< 
formato il nostro mondo v'è cominciata la vita, com. 
l'uomo da una condizione bestiale è grndataiuente passab 
alla vita sociale, e ha dato origino alla leggo e alle ub 
bligazioni morali, come V anima é fatta e come muoi'Q 
ecc., e vedere ciascun punto confortato da qualche prill 
cipale argomento od esempio; questo importava, anKich 
il soddisfare a un più intimo bisogno della ragione, quel! 
di non perder mai di vista la necessità intcriore ond 
tutte quelle soluzioni parziali sono collcgate coi princip 
fondamentali, canonici fisici, del sistema; questo l>ftstav( 
loro perchè si persuadessero die nulla avevano a temei 
dagli dei dalla morte, che era assoluto loro interesse i 
non lasciarsi douiiDare dall'avarizia, dairaml)ixÌonc, 4»\\ 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 9 

sete di piaceri, ma esser giusti, temperanti e amare il 
loro prossimo, insomma esser dei buoni e virtuosi epi- 
curei. Un siffatto compendio della dottrina (fisica) epi- 
curea dobbiamo credere che fosse la fisydkrj èniro^ì]^ un 
qualche cosa di meno ampio, ma non molto dissimile 
dal poema lucreziano. Alla schiera dei veri scolari, che 
avevano i)ercorso per intero e a fondo il campo della 
dottrina, occorreva qualche cosa d' un po' diverso ; un 
compendio come il descritto era per essi in certo modo 
superfluo, e restava loro naturalmente nella memoria, 
per effetto degli studi particolari. Importava invece che 
essi non perdessero mai di vista V unità del sistema, 
e che ad ogni momento potessero, davanti alla loro ra- 
gione, giustificare le dottrine particolari, anche remote, 
vedendo netto il necessario rapporto che le legava coi 
principi fondamentali ed essenziali; questi dunque do- 
vevano ossi aver sempre pronti e presenti, chiusi entro 
brevi formole, ma con precisione e completezza, o non 
disgiunti dalla prova principale; vale a dire, la teoria 
dell'atomo e dell'universo, e, per la psicologia, la teoria 
della costituzione dell'anima • quella delle emanazioni e 
conseguenti sensazioni. Infatti, con queste dottrine è 
dato quasi per intero il contenuto dell' epistola a Ero- 
doto. Alla fine della epistola è toccata anche 1' ori- 
pine del linguaggio (e non altre forme dello sviluppo 
sociale), forse perchè un erroneo concetto su questa que- 
stiono, dai filosofi molto dibattuta, pareva a Epicuro 
)articolarment(i pericolosa rispetto al fondamento della 
ogica; e v'è toccato dei fatti astronomici, per la speciale 
loro importanza sia rispetto all' origine della supersti- 
zione religiosa, sia rispetto a quel principio canonico, 
cosi caro a Epicuro, che dei fatti di cui non si può as- 
segnare la causa in ciascun caso effettiva, è |)iìi che» 
sufficiente trovar delle cause possibili. * 



* Nella lettera a Pitoole questo principio canonico è ripetuto 
a sazietà; talché pare che la lettera stessa abbia piuttosto Io scopo 
di illustrare il principio stesso, anziché di fornire le spiegazioni 
naturali de* fenomeni meteorici e astronomici- 




OSSERVAZIONI 

Cosi bì spiega come in quest'epitome, così concisa chS 
spesso dice in poche righi; cift che in Lucrezio prende 
oentiiiflia di verei, pure tnlune (lucstioiii sottili aou trat- 
tate con una deterrai nat:ezza pifi pcr''trantc; e piii parli- 
colaregf^iata che non avvenga in Lucrezio; p. C3.: 
questione degli eveHÌa e coniuncfa, quella dello pariti 
rnhiiinae, e, specialmente, tutta la teoria dei inuvìinenti 
atomici intestini, che in Lucrezio si può dire piuttosto 
sottintesa che spiegata. 

Questo lungo <liscòrao è per conchiudere con qualcha 
osservazione intorno al tonte o fonti di Lucrezio. Ch& 
Locrczìu, nel disporre la materia del suo canto, si-guìsse, 
e abbastanza da vicino, la traccia di un testo di Epicuro, 
è dimostrato, pel I libro, dal prospetto che abbiam dat^ 
sopra, ed è quindi molto probabile anclie |»er altri grandi 
sezioni ; ed anche per la disposizirtne generale de] poema 
(atomismo, psicologia, cosmogonia) abbiamo indizi piut^ 
tosto favorevoli che contrari. La lettera a Pitocle (prò 
babilmente d' uno scolaro di Epicuro, ma riflettente a 
certo i;on molta fedeltà il pensiero del maestro) può fard 
dubitare che il distacco delU meteorologia dall'astronomil 
sia un pensiero di Lucrezio; ma non piìi che dubitar* 
Ed ora: qual libro di Epicuro s'è tenuto davanti il poet 
come sua guida e fonte? Credo, col Brieger e con altri 
la /ifj-K'Aij éTiixoiiii, che, come s'è avvertito, doveva e 
una trattazione e più compiuta e più popolare della let 
tera n Erodoto; e taln 6 anche il poema lucreziano. Hi 
è però anche da ammettere che ÌI poeta s'è pure giovab 
sia dell' opera maggiore nf^i ffiatag, sìa dell' epitom 
minore. Non ù probabile che nella /ley. éitiv. certi arg< 
menti fossero trattati con tanta ricchezza di prove quanti 
n' ha Lucrezio, p. es-, già per lo duo dimostrazioni d 
M(7 ex nito e nil in nilum, per la solidità degli atomi 
ecc.; inammissibile atfatto che per la dimostrazione delli 
mortalità dell' anima ci fosse la trentina di prove chi 
Lucrezio dà. In questi casi Lucrezio deve aver larga- 
mente attinto alle parti corrisiiondcnti dell' opera -^*^ 
ipvatioi. Qui ancora avrà trovato le confutazioni di altri 
filosofi. Per altri rispetti, vien naturale il sospetto t ' 



IKTOItNÒ A QUALCHE I^ONTE, ECC. 11 

LncreziOy o per riannodare il filo della trattazione o per 
altra opportunità, preferisse attaccarsi alla lettera ad 
Erodoto. Nell'Appendice I ò fatta notare la singolare con- 
cordanza di Lucrezio col nostro testo epicureo, circa al 
posto ove è trattato dell' infinità dell'universo, e la concor- 
danza dei quattro ultimi versi del libro I colle prime righe 
del § 45; e, pur lasciando da parte taluni riscontri, ta- 
lora pcrfin letterali (p. es. § 54, v. Append. I), che potreb- 
bero anche non mancare nella epitome maggiore, abbiamo 
creduto opportuno di considerare la concordanza I, 418 
segg. con § 59 sg. Vedi Append. II. 

Una diversa questione è se Lucrezio abbia attinto 
anche ad altri fonti fuori di Epicuro (p. es. da Empe- 
docle, Posidonio, ecc.), ed avremo altrove occasione di 
parlarne. Qui basti avvertire, che imitazioni siffatte non 
sono da escludere, anzi si posson considerar certe, per 
la spiegazione di taluni fenomeni singolari (nel VI libro) 
e localizzati, de' quali è fuori d'ogni probabilità che E- 
picuro n' avesse parlato ; ma che è da escludere decisa- 
mente ciò che da alcuni fu sostenuto, vale a dire che 
Lucrezio prendesse da altri autori punti di dottrina sif- 
fatti, che importassero una qualunque modificazione nelle 
dottrine fisiche del maestro. D' un Lucrezio innovatore 
correttore del sistema bisogna bandire del tutto l'idea. 

Un'altra questione ancora è se Lucrezio abbia adot- 
tata qualche importante dottrina che non sia di Epicuro 
stesso, ma sia stata aggiunta al sistema da epicurei 
seriori. Ma questa è questione da trattar piuttosto caso 
per caso, e in connessione coli' altra, se davvero ce ne 
sia di codeste dottrine importanti, da successori aggiunte 
alla compagine del [sistema. Nei seguenti studi " Ato- 
mia „, ** Clinamen e Voluntas j, e " Gli Dei di Epicuro „ 
è espressa la mia opinione contraria. 




APPENDICE T. 
' Faggio ci obdinamento dei.uv EPiaror,,\ a ero^ 



T)opo la (irefazione e la breve introduzione circa l'ui 
delle parole nel loro senso coinunfiniente ricevuto, e J 
enunciazione drl cnnone fon (lamentale (fino a 38 mj/wi 
njffó^ifOa), comincia l'esposizione ileìla fisica, l'i viene tu 
zitutto una parte generallssima. come a dire dei Bomiv 
principi, clic arriva fino a uifzzo il § 4'J, e corrispoml) 
all'ingrosso, al libro l di Lucrezio. Sebbene Lucrezio trati 
in questa parte la quesiione dei cnuiundn ed eivnta, noi 
6 però da credere che la trattazione corrispondente i 
Epicuro (dalla metà di G8 alla metà di 73) sia parimonl 
da trasportare in questa parte fondamentale, percliè b 
troppo ampio sviluppo. Nella /i*/. èmt., la question 
sarà occorsa al posto corrispondente al lucreziano; e n'i 
un segno il trovarsi anche qui, in § 40, l'accenno i 
av/iiÌFlirjx6jct e ffvitnToiiiara [" oltre corpi o vuoto nulla es 
ste... in quanto s'intenda di intero e vere nature, e no 
di quelli elle si dicono accidenti fisici o eventuali ■ ; ed 
da tener la lez. dei mss- m xnO' okag qvOHi Aa/(,?«i(i/ifr(i. 
Xeyniitva, a torto mutata dall' UscnerJ, il quale accani 
avrebbe ricliiesto subito una spiegazione per dei ne 
progrediti; ma per i progrediti era sufficiente, in qiieei 
primo riassunto delle gencralitfi fondnmentalì. La distii 
zione \m tra coniiincta ed fvenin Epicuro la manda pi 
in ]k, come uno di quei punti che richiedevano, i>ei pn 
gpoditi, una più precisa determinazione anche in queal 
sommario. — Fa poi difficoltà il brano 'àXXò ftìiv xaì t 
Tiàv Sitet^v iati... ivÉaiij (§§-42.43-). Non si capisce con 
da esso sia disgiunto il § fjO (" non esserci nell' infimi 
un alto assoluto e un basso assoluto ,), e 45 'JAtó pi 
xóaftoi ìineiQoi, ecc. La connessione di CO con -41.42- a\ 
pare da 8(\ ed è confermata da Lucrezio, che alla fil 
del libro I, dopo dimostrato l'infinito, tratta la sten 
nucstioni! di § liO, benché «otto altro aspetto, cioè: no 
esserci un centro nell'infinito; la stretta vicinanza pi 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 13 

di 45 con 41.42 è indicata da Epic. stesso {Squ); ed anche 
della connessione di 60 con 45 c'è un indizio ncU'accenno, 
in 60, dei piedi di quelli sopra di noi e delle teste dei 
sottostanti. Sono dunque da accostare 41.42 (prima metà), 
45 (meno le prime linee) e 60. Ma con questo gruppo 
saremmo già usciti dalla prima parte compendiosissima, 
la quale, come ora vedremo, s'ha a chiudere colle prime 
righe di 45. Potrebbe essere che i tre brani dell'infinito 
vadano tutti, contro l'analogia lucreziana, più in là, 
verso la parte cosmogonica (§ 73); ma ritengo più pro- 
babile che le prime righe di 45 vengano a metà di § 41, 
seguite dai tre brani intorno all'infinito, come primo 
argomento della parte più speciale dell' f/r^Tojwr; oppure: 
anche le prime righe di 45 verrebbero a metà di 42, 
appartenendo la prima dimostrazione dell' infinito alla in- 
troduzione generalissima, e la parte speciale cominciando 
con ulteriori determinazioni dell'ultimo punto toccato nella 
parte generalissima, (il resto di 45 più 60), ossia con : infi- 
nità di mondi e nessun alto e basso assoluto nell'infinito. 

Le prime righe di 45, come s'è detto, chiudono (a mezzo 
41 a mezzo 42) la parte introduttoria dei principi 
j^neralissimi, riassunti in modo molto sommario. Sono 
(lueste poche righe, appunto, e la corrispondenza loro 
cogli ultimi quattro versi del I di Lucrezio, che mi per- 
suadono della intenzione di Epicuro di mandare avanti 
codesto brevissimo richiamo dei sommi principi. È questo 
stesso intento che, più o men consciamente, si riflette 
in Lucrezio; il quale, dopo stabilite l'atomia e l'infinità, 
prepara cogli ultimi quattro versi del I libro (= prime 
righe 45 — e ciò deve esser guida all'esatta interpreta- 
zione di que' quattro versi) il passaggio a ulteriori de- 
terminazioni dell'atomo. 

Vien dunque ora la parte speciale; dapprima, come 
s' è supposto, colla detcrm.inazione, o ulteriori determi- 
nazioni, dell'infinito [che in Lucr. il momento degli infi- 
niti mondi venga alla fine del libro II, può dipendere 
dall'evidente intento del poeta di chiuder ciascun libro 
con una trattazione di singolare grandiosità di argo- 
mento o di pathos]; poi, come in liucrezio, colle ulte- 



u 




OSSERVAZIONI 



riori deÈermiiiaKioni dell'atomo. Quindi al tfrnppo 42 
mezzo) + 4'i -|- 60 seguiranno; il resto ili 42 (finite fon 
atomiclie. infiniti atomi di ciascuna forma); poi, coi 
molto affine e colli'gata, la qnestione: non convenire ji 
fiéye^og agli atomi; ossia, ultima parte di 55 (Jovo 
ultime parole sembrano richiamare, e come vicine, alcu 
parole di 42 ov yàQ órvaióv, ecc.) e priueipio dì 5fi (fi 
a Inivoìlffai'). Così si ottiene anche che il resto di 56i 
fino a tutto 59 (Syxof, divisibilità limitata e partes n 
nimaé) sia accostato a ciò con cui ha maggiore affini 
cioè a 54 e 55 (primi due terzi), dove si tratta di ) 
che è nell'atomo e ne costituisce la immutabilità, fra alt] 
appunto, degli Óyxoi. DunciUG tutta questa parto— osi 
fine di 42 + 54-1- 55 Cl^) -j- 56 (meno le prime righe) & 
a tutto 59 — è da aggiungere al detto prima, ossia 
prima metà di 42 + 46 4 60 -f- finti di 55 + principio 
56. — Dopo questa rìescrizione degli atomi si verrebbf 
trattare delle loro funzioni, dei loro moti. Dunque § i 
dove, dopo le piime parole, è indicata (Usener) una . 
cuna; nella quale si parlava, molto probabilmente, de 
perpetuità del moto atomico, fora'anche della (|UÌetc ap{ 
pente, quindi dei moti clandestini (come in Lucr.) e ( 
moto per gravità (coi trasporti indicati si sarebbe già det 
del peso come qualità degli atomi) o della direzione ( 
moto per gravità, quindi della declinazione e consogua 
filagaec moti in ogni direzione, e dei risultanti concilia. 
forse: la lacuna iS da mettere non dove la metto Use: 
ma senz' altro prima di 43: giacché, dopo che fosse del 
delle plagae a come queste producono talora delle m 
nloxai, vien benissimo l'osservazione che non peiviò: 
loro moto cessa, ma è etorno, sia con grandi interva 
sia con implicazioni onde si foruiano aggregati, o 
atomi essi stessi implicati, o di atomi prigionieri enl 
neQinXoìtai (ffrfyaìó/in'n). K dopo 43 vien quindi ma 
naturalmente a posto (come v'accenna anche lo scoi 
l'isotachia, ossia (il e 62 (in un manuale dogmatico n 
c'era bisogno di parlar prima dell' isotachia per gius 
ficare la necessità del clinamen ondo avero le piaga 
e dentro 62 è da introdurre: fine di 46-- 47 meno 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 15 

ultime righe (intorno a ciò, vedi nello studio Cinetica 
epicurea la nota intorno a questi §§). Nota in 47 le parole 
hhs liOQipT^^ BixB (fvjn^e^. (forse «AAwv <svii^e^,?), Epicuro 
parla di avfx^B^rixòia soltanto, e non di (SviinT(a}iaTa\ ed 
è naturale, secondo la spiegazione di questi due termini 
che daremo più avanti nello studio Conitmcta e eventa. 

Finito il discorso degli atomi e loro moti neirinfinito 
e nei concilia, potrebbe seguire, abbastanza naturale, il 
discorso della formazione dei mondi (e anche degli infi- 
niti mondi, appunto come in Lucrezio, alla fine del libro II, 
se si preferisce, come è accennato sopra, trasportar qui 
la trattazione degli infiniti). Dunque § 73 seconda metà, 
-74: formazione dei mondi nelT infinito e loro egua- 
^'lianze e differenze (premesso eventualmente: — 41. 42 — ; 
45. meno le prime righe; 60). 

Tutto il sin qui detto corrisponde forse al I dei 37 
libri 71SQÌ <fva£(og di Epicuro, ad esclusione' forse della 
<>rigine dei mondi; vedi sotto. E che già nel 1 libro 
Epicuro parlasse anche dei moti atomici e delle plagae, 
parrebbe risultare dalFoscuro frammento 78 in fjpicurea 
«ti Usener. Nel II ttcqì (pvg. Epicuro parlava di avp^e- 
•j'jxóra e <svjXTTT(ófxava e degli sìSwXa: ossia era già en- 
trato nella dottrina del mondo sensibile, fenomenale. 

Anche nella nostra epitome, a principio di questa 
parte (e più o men vicino alla questione che tutte le 
f lalità secondarie delle cose non sono che il prodotto di 
«•=)mbinazione e disposizione di atomi) [)otrebbe stare il 
brano che tratta dei coniuncta e eventa (ovf^i^. e cviuttt.), 
•dunque ora — forse con lacuna in mezzo — dal § G8 
(seconda metà) fino a metà del § 73. Ho detto: forse 
<^on lacuna, perchè pare strano che Epicuro non parli 
^|ui del punto essenziale: che colori, sapori, ecc., sono 
effetto di disposizione di atomi — un punto sul quale 
Ucrezio torna più volte, con singolare insistenza — e 
soltanto vi accenni incidentalmente al § 54, dove nega 
le qualità (secondarie) agli atomi, perchè esse mutano, 
e bisogna quindi che non mutino gli atomi, affinchè 
nelle mutazioni dei corpi, qualche cosa resti, che tàg 
l*(ìa^Xàg ovx eig tò /nr ov nonfierat ovd^èx tov iiv ovtog^ 
àkXà xavà fieraBéaeig. 




OSSERVAZIONI 



Ed ora si trovano naturalmente a posto, ossìa noii 
sono più disgiunte, lo parti dell'epistola che trattano di 
hdtoXa, di sensazione e di psicologia. In Lucrezio, per 
verità, precede la teoria dell'anima (III); ma poiché net 
II TieQÌ ifva. già si parlava di fiVioAd, à probabile cJie 
(inchi! in ciuell' opera la teoria dell'anima venisse dopo 
il discorso intorno agli idoli e alla sensazione. Dunque ora 
avremo : 46 (tino a eiSwka nQoaayoQevoiiev] poi : fine di il 
(da E("9 ore tò fidwXa) e 48-53; quinili fi3-68 (prima metal- 
Quanto ai §§ da 75 alla line, restano al loro posto. È 
vero che Lucr. nel V parla prima di astronomia e poi 
dello origini (della vita, della società, della lingua, eco 
in questo mondo: ma Epicuro ha certo creduto opportuno, 
nella lettera a Erodoto, di mettere da ultimo l'argomento 
astronomico, come quello che ha la maggiore importanza 
rispetto alla superstizione religiosa e alla credenza nella 
divinità previdente, e quindi il maggior legame colle esor- 
tazioni finali. Questo nesso astronomi co-rei ìgioso doveva 
esser del pari nel XII fiepi ifv<t. (Vedi Usener, p. 127.) 
Prima di 75 ci dove essere però una lacuna. Anche 
se Epicuro ha omesso di parlare della orìgine del nostro 
mondo, tuttavia, prima di parlare delle leggi del progresso» 
a cui accenna in 75 e che poi esemplifica colla orìgine 
del linguaggio, è ad ogni modo necessaria avanti § 7&» 
come ha detto il Brìeger, una lacuna, corrispondente 
alla (juestlone delle orìgini dell'umano consorzio. ^ 



' Non BoUmentc per ragione d'esempio avri'i vttluto Kpieuro 
trattitr qui la questione dell'origine del liuguafcgio, ma anche pe' 
lu sua importanza in ordine alla canonica. Motte erano le insìdia? 
cliB il linguaggio stesso o le teorie intorno al linguaggio ten' 
devano alla speculazione filosofica; epperò Epicuro, come ni i>rìn~ 
cipio di questa stessa epitome ha messo in guardia contro il \ettO 
liloBOtìcD di torcere Ìl naturale e comune significato delle parolc' 
e far loro dire anche iiuello che non dicono, a comodo di txric 
teorie; cosi qui giudica importante ricordare ai suoi scolari, anche 
progrediti, la origine tutta naturale del linguaggio. Anche Pia' 
tono ha scritto il Oratilo per un bisogno consimile.^ Anche attruTC 
Epicuro par che din speciale importanza, se si tratta di punti 
particolarmente esposti alle astruserie dialettiche degli avvi^rfiarÌT 
e dove quindi importa che gli scolari tengano ben s:ilda la àifesa 
fondamentale ; vedi p. os. la determinazione del coucetto di teiupo, _ 
-^ 7" (ofr qui aranti, nel III studio, Cotiìuncta et evenla), ^^^^J 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 17 

Se questa lacuna conteneva anche la creazione del 
nostro mondo, converrebbe forse accostare 75 sgg. ai tre 
brani che risguardano i mondi: infinito senza alto e 
basso, origine dei mondi dall'infinito e loro eguaglianze 
e differenze, infinito numero di mondi; ossia non disco- 
stare 75 del gruppo dei tre infiniti, e da 73-74. Un certo 
nesso tra 74 e 75 (dati, s'intende, gl'intormodi necessari) 
non è improbabile; e s'aggiunge che nel XTI ttsqI (fva. 
si parlava appunto e delle origini dei mondi (e loro dif- 
ferenze e somiglianze) e poi dei fenomeni astronomici 
<iel nostro mondo. 



APPENDICE II. 

NOTA A LUCR. I, 418 SEGUENTI. 



Sed nunc ut rcpetam coeptum pertexcro dictis, 
omnia ut est igitor per se natura duabus 
constitit in rebus: nam corpora sunt, et inane, 
haec in quo sita sunt, et qua diversa moventur. 
corpus enim per so communis dedicat esse 
sensus: cui nisi prima fìdes fundata valebit, 
haut erit occultis de rebus quo referente» 
confìrmare animi quicquam ratione queamus. 
tnm porro locus ac spatium, quod inane vocamus, 
si nullum foret^ haut usquam sita corpora possent 
esse, neque omnìno quaquam diversa mcarc; 
id quod iam supera tibi paulo ostendimus ante. 

Dimostrata l'esistenza dell'eterna materia e del vuoto, 

liUcrezio avrebbe da mostrare che non esiste veramente 

*ltro. Ma invece di procedere così, pare che, coi versi 

qui riferiti, ripigli il discorso, riassumendo il già detto 

e riaffermando, con breve prova, resistenza della materia 

e del vuoto: nel fatto però c'è una diversità. Le due 

coee di cui qui afferma l'esistenza non sono più materia 

prima e vuoto (effettivo), ma corpi e spazio (ossia anche 

vuoto occupato). Sostanzialmente si riviene allo stesso, 

perchè i corpi non sono che aggregati di materia, e lo 

spazio è pur lo steaso, in sé, sia occupato o no, locus o 

Oiumion. 8h»di ìucrexiani, ^ 



18 



OSSERVAZIONI 



inaìn: (Vcili lo studio seguente). Ma pure qui il divnn 
punto Hi vista costituisce una differenza importante^ 
tanto che tutti gli argomenti usati prima per la materia 
eterna invisibile sarebbero fnor di posto qui, e 1' argo- 
mento usato qui pei corpi — la testimonianza dei sensi 
— non si poteva punto usare por provar l'esistenza degli 
insensiliiti primordia ; e, similmente, la prova dello spazioi 
che abbiamo ((ui, si fonda non solo sul vuoto, ma anche 
sulla occupazione (427 haut tisquam sita corpura pmsent 
esse], di cui uon è cenno nella precedente prova del vuottì 
effettivo 329 segg., uè ci poteva essere. Così che non a 
può negare che qui c'è una slegatura ; si ripiglia il dia 
scorso, ma ricominciandolo per un altro verso. Ma orf 
si noti: questo brano -119-4'28 è tradotto, si può dire i " 
lettera, dalla epitome di Epicuro 39 sg., che qui riferì» 
(secondo Usener, Epicurea p. 6); A^ì-à lur^r *aì %i nò» 
tari [ciujiara xa'i tónog]. aoifiaia fièv yàg wi tartv, arr^ ^ 
nti^ÌT]fSti ini nàvitav (iii^Tv^eì, 3t«0' iV àvayxaùtv tìi arfijAor 
Tif Aoj'ioitKji TBKnaiQea^ai, wff,Te(i n^osìnov. tóhoì di et f '" 
»;v, uv xeì'òv xai Xbi^av xaì avatfrj tfvtttv òvoitit^ojìn; ovx i 
cìx^ tà aiaftata onov rv ovàé ài' ov èxiveiro, xa^d^TF^ ^ai 
■vÉiat Kivov/tsva. 

Noi cogliamo qni Lucrezio sul fatto, in un dei cai 
dovo egli ricorre anche alla nix^à éntiofii di Epicum 
per riannodare il filo del discorso, filo seguente la trac 
eia del fonte principale, la fiey, f/r,, e ch'egli ha in qualcU 
modo interrotto. Glie Lucrezio ijui effettivamente traduci 
dalla lettera ad Erodoto (e non, poniamo, da un simì 
lissimo brano della fiey. è.-iit,), mi pare risulti e dall'ira- , 
mediato confronto, e in particolare da questa circostanza: 
Epicuro dice; per l'esistenza dei corpi abbiamo la testi- 
monianza diretta dei sensi; e aggiunge die soltanto sul 
fondamento di questa tostimooianza può la ragione con- 
eludere ulteriormente circa l'esistenza degli insensibili" 
Che c'entra qui questa osservazione, dal momento chepfl 
corpi non c'è bisogno di >-oria/.ióg? Vero è che Bubid 
dopo si prova l'esistenza del vuoto, che è un insensibilJ 
per il fatto sensibile del moto; ma l'osservazinne i)reoi 
dduto Dou è punto messa iu relazione eoa quwto i 



INTORNO A QUALCHE FONTE, ECC. 19 

punto ; cosicché una incongruenza formale e' è. ^ Ora, 
questa medesima incongruenza formale c'è tal quale in 
Lucrezio, che dice : i corpi esistono, perchè ciò attestano 
i sensi, ai quali bisogna credere, altrimenti la ragione non 
ha alcun punto stabile a cui riferirsi per afifcrniare alcun 
che intorno alle cose insensibili ; d'altra parte esiste il vuoto 
perchè, eco. Non par credibile che questa medesima inesat- 
tezza ci fosse anche nella /cf/. ^/r., scritta per fermo con mi- 
nore studio di brevità e con maggiore studio della chiarez- 
za. Lucrezio dunque l'ha copiata dalla nostra iiixqà ènnoii^]. 
E s'intravede come Lucrezio abbia qui sentito il bisogno 
di riannodare il filo ricorrendo alla epitome breve. In 
questa Epicuro, dopo provati nil de nilo e nil in nilnm, 
e quindi l'esistenza dell'eterna materia, continua : il tutto 
(cioè questo tutto materiale) è sempre stato e sempre 
sarà tal quale, perchè non esiste un ulteriore substrato 
in cui esso possa trasformarsi e risolversi [come avviene 
delle res creatae, che si trasformano risolvendosi nella 
materia prima o ricomponendosi dalla materia prima] ; 
ossia perchè fuor del tutto non e' è altro che possa, pe- 
netrando nel tutto, operarvi una trasformazione (cfr. 
Lucr. n, 294 sg.). Dopo ciò Epic. continua : il tutto è 
corpi e vuoto ecc., (il brano succitato). - 

Ossia: 8i direbbe che Epicuro, avendo in mente fin da prin- 
cipio la forma periodica aw^axa fièy,,,, xónoi de, non l'abbia voluta 
sacrificare, sacrificando piuttosto, nella forma, la connessione tra 
il principio canonico e la dimostrazione del vuoto. Oppure invece : 
Gpicaro ha qui in mente degli avversari — Platone p. es. — che 
ammettevano come primo reale e primo criterio della verità un 
«^i;W (le idee); e quindi invece di dir semplicemente: " i sensi, 
che SODO il fondamento d'ogni credenza , aggiunge implicitamente: 
che porre un udriXov come criterio primo, esautorendo i sensi, è 
▼oler mettere in piedi un (idriXoy sottraendogli Tunica base su cui 
ttn ttdr,Xoy^ può reggersi. 

' £ qui osserviamo che lo studio della brevità ha cagionato 

|uia «legatura, almeno formale; che fin qui rò nàf era soltanto 

li tatto materiale» e adesso diventa il vero 7rrò% che comprende 

Aoche il reale immateriale, il vuoto. Manca un collegamento, 

come p. es-: "però questo tutto non è assolutamente il tutto, 

perchè il tutto consta di corpi e vuoto „- A parte questo, che la 

serie degli argomenti fosse la stessa nella ficyiiXri ijitrouì-, è reso 

probabile da ciò, che dopo la dimostrazione della immutabilità 

<lel tatto, nella lettera ad Erodoto s'è introdotto uno scolio, che 

dice *la stessa cosa dice (Epic.) al principio della uty. imr, e 

oel I irt^ ^vaeoi^ „. 



20 OSSERVAZIONI INTORNO, ECC. 

Ora invece Lucrezio, dopo provata la materia eterna 
(colla dimostrazione: nulla da e nel nulla) ha subito 
messa lì la prova del vuoto (non del vuoto = spazio, 
ma del vuoto effettivo) con ricchezza di prove probabil- 
mente attinte anche all'opera ^ifoi (fvg.; poi ha omessa, 
qui, la questione dell' immutabilità del tutto, che tratta 
invece II, 294 s^. in istretta e opportunissima connes- 
sione colle questioni della costante densità media delFu- 
niverso atomico e della costante somma di movimento 
atomico. Ora, dunque, Lucrezio si trovava d'aver dimo- 
strato materia prima eterna e invisibile (265-328) e vuoto; 
ed ora aveva da continuare: e non esiste altro; ma gli 
parve che ciò non andasse, perchè: e il mondo visibile? 
Di più doveva prepararsi la strada per l'altro punto, che 
vien subito dopo (483): corpi sono, o i primordia o i 
composti di primordia. Sentiva forse anche il bisogno 
di non omettere il punto: l'esistenza dei corpi è attestata 
dai sensi. Ecco come probabilmente trovò opportuno di 
ripigliare il filo, tornando un po' addietro (repetam coep- 
tnm yertexere) e profittando del testo della lettera a 
Erodoto. 



II. 

INANE. 
NOTA A I, 329-417. 



Dopo provata resistenza della materia, Lucrezio viene 
a provare V esistenza dell' inane, ossia del vuoto. Ma è 
necessario fare alcune osservazioni sul significato del 
sostantivo inane^ che, variando in Lucrezio, può essere 
causa, ed è stato, di oscurità e malintesi. Lucrezio usa, 
e dichiara di usare, inane, spaiiiim, locus, perfettamente 
come sinonimi; e così Epicuro (Ep. ad Her. § 40) dice: 
^o'toj,'... ùv x£vÒv xal yjÓQCLv xal dvaifìj ffvciv ovoiliù^oiusv. 

Pure talora inane significa in Lucr. lo spazio, senza 
riguardo se occupato o vuoto ; talora invece lo spazio 
vuoto. Per es. nella dimostrazione che qui comincia con 
V. 329, inane significa spazio vuoto; poiché si dimostra 
che non tutto lo spazio è occupato dalla materia, ma 
ce dello spazio vuoto; invece nella successiva ripresa di 
questo punto, 420 sg. (v. studio preced. Appendice II) 
s' intende lo spazio intero " dove le cose stanno e per 
dove si muovono (420 sg.) „, quello spazio che deve esi- 
stere *" perchè altrimenti le cose non avrebbero né dove 
Btaro né per dove muoversi (427 sg.) „, come dice Epi- 
curo (che Lucr. appunto traduce in 420 sg.) tottó^ óè et 
."'i *^^... ovx av si%B tÓ Gw^iaxa onov i^v ovdè ói^ or éxt- 
^f'^o; ma 520 sgg. inane è ancora " vuoto „, poiché vi 
si parla del necessario alternare di pieno e di vuoto. La 
frequente espressione locus in quo res gernntur indica 
'o spazio, sia l'occupato che quello che vien via via occu- 
pato; e similmente omne quod est spatium; la (juale 
espressione anzi, poiché estensivamente abbraccia tutta 
ia distèsa dell'essere, è talora equivalente a omne quod 
est: è infatti indifferente usar Funa o l'altra espressione, 




22 INANE. 

quando si tratta, p. es., di dimostrare <fìne del I libi 
che l'universo ò infinito; non per questo pfirò le 
espressioni sono da considerar come sinonìme scnz' 
tro. Ma a parte questo; come va clic Lucrezio, anzi 
Epicuro, non distìnguono due concetti; spazio e vuoto, 
che 8on pur così distinti, di cui l'uno sta all'altro come 
la parte al tutto? tanto che provar l' uno non ò prov 
l'altro, e si comprende che uno ammetta l'esistenza delli _ 
spazio, ma lo creda per tutto occupato. Eppure Epicuro' 
non senza ragione identifica i due concetti, e quindi mv 
die la prova dell'uno colia prova dell'altro. Epicuro e 
l'atomismo combattevano in questa questione quasi tutte 
l'altre scuole filosofiche, che negavano l'esistenza e U 
possibilità di spazio vuoto, per la ragione che vuoto Tud 
dire dove non c'è nulla, quindi è ejfuale al nulla, e il 
nulla non esiste. Ora, si noti, con ciò non ò inteso ci 
esista bensì lo spazio, ma tutto occupato; ma si nega 
roalU'i dello spazio in sé stesso ; rostirnsionw (si vien a dii 
è una qualità della materia, immanente in essa e da et 
inscindibile; cosi che (per chiarir la cosa con un esempli 
se, per supposto, un oggetto scomparisse d'improvviso ni 
nulla, scomparirebbe anche l'estensione che ha, non laai 
rebbe, dietro di so, vuoto il posto che ora occupa. Ora 
tesi degli atomisti è che lo spazio è un reale (esl in reh 
inane), il luogo, il puro luogo dove qualche cosa di 
teriale può trovar posto; che il vuoto, dunque, non 
già un niente, ma è qualche cosa di reale come la ma*' 
teria che eventualmente lo oceupi. L'estensione è 
UH carattere essenziale, inscindibile dei corpi; ma ap- 
punto per ciò (dicono gli atomisti), perchè quel carattere 
possa essere, jierchè quindi possano essere i corpi, 
necessario che esista anzitutto il luogo dove {wssaiu 
estendersi, cioè, l'estensione pura, il vuoto. Così si vei' 
come por Epicuro provare l'esistenza del vuoto e pro- 
vare resistenza dello spazio sono una sola cosa, e come 
sieno sinonimi per lui vuoto e spazio. Vuoto e materia 
sono le due entità fondamentali, opposte. L' fissenzii drl 
vuoto consiste nel non opporre resistenza, nel dar luogo 
{^^, dìoe Kpio.), nell'intaugibilttà (yvAf àva^) u^a 






ire 

1^ 



NOTA A I, 329-417. 23 

penetrabilità; essenza della materia è V offìcere atque 
obslare, la tangibilità, tangere ac tangi, la impenetrabi- 
lità. Né lo spazio occupato perde i suoi caratteri essen- 
ziali; considerato in se, come spazio, esso è pur sempre 
un inane. Ma si può opporre: resta pur sempre la dif- 
ferenza tra vuoto effettivamente vuoto o locus in potenza, 
e vuoto (in sé) ma effettivamente occupato o locus in 
atto; resta quindi che possa esser data l'esistenza del- 
l' tnawe in sé, eppure questo essere tutto occupato, non 
esserci quindi un effettivo inane. Ma questa obiezione, 
nel modo com'era posta la questione tra atomisti e loro 
avversari, non aveva in un certo senso che un valor 
secondario ; gli avversari del vuoto, come s'è detto, non 
avevano orrore dello spazio vuoto, quasi ammettessero 
lo spazio in sé, purché pieno; ma avevano orrore del 
vuoto, ossia dello spazio in sé, come entità in sé stessa; 
si potrebbe dire che una volta ammesso questo, come 
un reale logicamente anteriore alla materia occupante, 
poco importava loro concedere che ce ne fosse anche del 
non occupato; e il moto provava che co n'era in effetto. 
Ma non basta; anche più in fondo, per dir così, e indi- 
pendentemente dalla prova sperimentale del moto, era una 
necessità per Epicuro che l'esistenza dello spazio impli- 
casse r esistenza di spazio vuoto, e che quindi si identifi- 
casse la prova dell'una e dell'altra cosa: e giova chiarire 
anche questo per intender pienamente per es. Lucr. I, 
505 8gg. In questi versi si dice : " Poiché s'è dimostrata 
l'esistenza delle due entità fondamentali di contrario ca- 
rattere, cioè della materia o del locuSy che è quello dove 
la materia sta e si muove (res in quo quaeque geruntiir) 
— dunque dello spazio intero, occupato e occupabile — 
è necessità che ciascuna di queste nature esista pura, 
senza mescolanza dell'altra; che cioè dove c'è inane là 
non ci sia materia, dove c'è materia là non ci aia inane. „ 
Xon è ciò in contraddizione col detto sopra ? coll'espres- 
sione: ìocus o inane res in quo quaeque geruntur, sitae 
sunt'^ o meglio col fatto che Lucrezio usa inane per 
spazio anche compreso V occupato — ci' usa anzi qui 
stesso? tanto che la contraddizione è in queste stesse 



24 INANE. 

parole, poiché dice che una delle due cose è quella dove 
sta Taltra, e poi aflerirìa che dove sta Tuua non può as- 
solutamente essere V altra. Yero ò che Lucr. par che 
voglia velare la contraddizione dicendo, 507, non : " qua- 
ciunque est spatium „, ma : " quacumque vacat spatium „ 
non e' è corpNSy e, 509, " dove e' è corpus non ci può 
essere vacuum inane „ ; ma ciò può esser segno che Lu- 
crezio abbia sentita una contraddizione, ma non par che la 
levi. Ebbene, qui appunto occorre (quella ulteriore osser- 
vazione che volevamo fare. E cioè da badare che, mentre 
noi moderni concepiamo lo spazio essenzialmente come 
estensione — la quale si continua naturalmente (nel nostro 
spirito) sia per regioni immaginate vuote sia per corpi, 
e non pensiamo quindi punto a un alternare di spazio 
e materia — quegli antichi, al contrario, pensando spazio 
non pensavano estensione, ma pensavano vuoto. Di qui 
viene che quando J]picuro concepisce il vuoto come una 
entità reale, pur ammettendo in un certo senso, ossia 
per astrazione, l'esistenza di esso anche là dove esso è 
occupato da materia, lo pensava però in questi casi come 
un vuoto in potenza, un vuoto la cui realtà era, per dir 
così, transitoriamente sospesa; che pieno e vuoto son due 
contrari, e dove Tuno c'è non può essere, in eflFetto, l'altro. 
Dato ciò, era impossibile che il pensiero epicureo, o ato- 
mistico in genere, ponendo l'esistenza del vuoto come di 
un reale, ammettesse, anche solo come mera possibilità 
astratta, che un tal vuoto -fosse ovunque occupato, cioè 
pieno; era come ammettere ovunque la negazione del 
vuoto, e come dichiarare esistente un non esistente. Ecco 
come realtà dello spazio ed esistenza di spazio vuoto 
erano termini inscindibili, anzi le dm» cose volevan dire 
una cosa sola. 

Così avveniva che nella mente di Epicuro il vuoto 
talora fosse rigorosamente limitato agli spazi occupati 
dal vuoto, con esclusione dei punti occupati da materia: 
talora invece comprendesse anc*he questi, senza che per 
altro egli sentisse il bisogno di distinguere tra le due cose 
— così come noi, se pensiamo al vohime d'acqua d'un 
mare, ce la immaginiamo interamente continua, senza pen- 



. NOTA A I, 329-417. 25 

sare alle interruzioni dei pesci che per entro vi guizzano; 
sebbene, richiamati a pensarci, riconosciamo che al pre- 
ciso posto dove c'è un pesce non c'è acqua. E anche in 
Epicuro la confusione, o fusione, dei due concetti in uno 
era tanto più naturale, in quanto nel suo concetto del- 
l'universo lo spazio occupato dal vuoto era immensa- 
mente maggiore di quello occupato da materia, e nel suo 
meccanismo atomistico (quando si pensi anche alla sua 
teoria dei moti atomici, che vedremo poi) i punti dello 
spazio eventualmente occupati da materia non lo erano 
che per tempi istantanei. 

Leggendo Lucrezio, dunque, basta che ogni qualvolta 
noi incontriamo inane — od anche locus o spatimn — 
noi intendiamo " vuoto „, (e non spazio) e solamente, 
secondo i oasi, intendiamo o vuoto effettivo, oppure vuoto 
effettivo e insieme vuoto in potenza, perchè scompaiano 
le contraddizioni e le oscurità. Scompare p. es. ogni con- 
traddizione nei versi da ultimo citati 503 sgg. " Poiché 
abbiam visto che esistono materia e vuoto — il vuoto 
per entro il quale, e interrompendo il quale, la materia 
ha dove stare e muoversi — e poiché la natura dei due 
è opposta e contraria, sì che l'una esclude l'altra, è chiaro 
che dove Tuno è non può esseie che puro e senza alcuna 
mescolanza dell'altro; dove vuoteggia il vuoto non ci può 
essere alcun che di pieno, di materia; dove la materia 
riempie [tenet se, occupa colla sua pienezza e continuità] 
là non ci può esser del vuoto. Dunque, sebbene entro 
certi spazi, anche piccolissimi, tu puoi trovare mesco- 
h'inza di vuoti e di pieno, questa mescolanza non può 
continuarsi entro spazi sempre più piccoli all'infinito, ma 
^ necessario che tu arrivi a dei punti che sono o esclu- 
sivamente vuoti esclusivamente pieni, puro vuoto o 
pura materia ; questi punti pura materia sono i corpora 
-solida, gli atomi, (gl'indivisibili, poiché t'ho mostrato che 
la divisione avviene per interna contenenza di vuoto) 
<loi quali ti volevo dimostrar l'esistenza. „ 

Intorno al concetto Jdell' inane in Lucrezio ha scritto 
una molto accurata e fruttuosa dissertazione, G. Hor- 
schelmann: Observationes Lucretianae alterae, Lipsia, 



26 



INANE. NOTA A T, 329-417. 



Teubner, 1877, che per altro io non conosco se non per 
la recensione che n' ha fatto il Brieger in Jahresb. di 
Bursian, 1877, p. 65 sgg. L' Horschelmann ha contri- 
buito a chiarire alcuni passi lucreziani, mostrando come 
locus, s^patiunif inane, talora indichino anche lo spazio 
occupato da materia, e quindi la espressione omne quod 
est spatium significhi V Oìnne; noi qui abbiamo voluto 
spiegare Fuso promiscuo, mostrando come la promiscuità 
fosse naturale, e, in fondo in fondo, sia più apparente 
che reale. 



III. 

CONIUNCTA ET EVENTA. 

A LUCREZIO, I, 449-J:63. 



445 iTgo, praeter inane et corpora, tertia per se 
nulla potest rerum in numero natura relinqui, 
nec quae sub sensus cadat ullo tempore nostros, 
nec ratione animi quam quisquam possit apisci. 
Nam quaocumque cluent, aut his coniuncta duabus 

\'^) rebus ea invenies aut harum eventa videbis. 
coniunctum est id quod nusquam sine permitiali 
discidio potis est seiungì seque gregari; 
pondus uti saxis, caler ignist, liquor aqusi. 
tactus corporibus cunctis, intactus inani. 

4Ò3 servitium contra, paupertas, divitiaeque, 
libertas, bellum, concordia, cetera quorum 
adventu nianet incolumis natura abituque, 
haec soliti sumus, ut par est, cvonta vocare. 
tempus iteni per se non est, sed rebus ab ipsìs 

4H() consequitur sensus, transactum quid sit in aeyo, 
tuni quae res instet, quid porro deind(> sequatur; 
nec per se quemquam tempus sentire fatendumst 
semotum ab rerum motu placiduque quiete. 

l)ice dunque Lucrezio: 

* Per sé non esistono che corpi e vuoto; esistono bensì 
^ncho le proprietà, i caratteri, gli accidenti di queste 
c^so; ma questi non hanno esistenza propria, non esi- 
stono se non in (|uanto si predicano (cluent) delle cose, 
^nio un loro modo di essere. E questi accidenti son di 
''ue specie. Ci sono quelli che sono caratteri essenziali 
bielle cose, cIkj fanno sì che una cosa ò quella cosa, e 
^nza i quali essa cesserebbe d'esser quella cosa, e questi 
(''he chiamansi in greco (fvjnfieiììjxÓTa) noi diremo coniuncta; 
^^ sono invece gli accidenti eventuali, che possono anche 
mancare senza che per ciò una cosa cessi d'essere quello 



28 COXIUNCTA ET EVENTA. 

che è (in greco fSv^iTitoniara); e la parola con cui, giusta- 
mente, si soglion designare in latino è eventa. Tra eo- 
<leste cose non aventi esistenza propria c'è il tempo. Il 
tempo non esiste in se stesso, ma è inerente all'esistenza, 
mossa tranquilla, delle cose. „ 

Si vede che questo punto della dottrina aveva molta 
importanza per Epicuro; poiché uno scolio della lettera 
a Erod. § 40, inserito dopo le parole itaì /ii) w*; xà zovroav 
(fvf.i7iT0)^iaTa 7] avn^e^ì^xóra Ityofiev, dice che di ciò tratta 
Epicuro anche nella grande epitome e nei libri 1.®, 14.** 
e 15.** neQÌ g>v(S€(og; e se lo scolio alhide invece alla que- 
stione in genere: "^ non esister elio corpi e vuoto „ (ciò 
che non è improbabile, poiché non dice xal évóaìTBQw^ 
ossia non accenna ai §i5 posteriori nella stessa lettera a 
Erodoto, che trattano (lei <yi'ju,9. e avi^im.)^ ad ogni modo 
l'importanza della questione per Epicuro risulta da ciò, 
(^hc nei §§ G8-73 "della lettera stessa (pur così breve e 
succinta) la questione é trattata con maggiore an)piezza 
che in Lucrezio. A Epicuro preme di sfatare le plato- 
niche idee-reali, o ha fors'anche di mira principalmente 
Zenone e gli stoici ; poiché gli stoici chiamavano corpi 
anche le qualità, anche le virtù e i vizi; dicevan corpo 
anche il tempo. (Vedi Zeller, Gesc/i, der PhiL der Grie- 
cheHy Stoikor, pag. 118 sgg. 3.* ediz.) 

Il testo di Ei)icuro (nei §§ 68-73) non é facile a tra- 
durre, sia per qualche difficoltà sostanziale, sia per la 
forma inceppata e ingombrata da ripetizioni (un segno 
anche questo che Epic. vedeva (]ui un punto di capitale 
importanza). K'abbiamo una traduzione accurata e com- 
mentata in Brieger, Epihur's Brief an Hcrod.; Pro- 
gramm, Halle 1882. In sostanza Epicuro dice: * forme 
e colori e grandezze e pesi e insomma tutte quelle qua- 
lità che si predicano di ciò che é corpo e sono coniundae 
ai corpi tutti o ai visibili (sensibili) e sono riconosci- 
bili mediante il senso del corjw, tutte queste proprietà, 
dunque, non sono nature esistenti per sé stesse (il che è 
inconcepibile), e neppure cose che non esistano in nessun 
modo, e neppure ulteriori essenze incorporee che si ag- 
giungano al corpo, e neppure parti di esso. Il corpo tutto, 



A LUCREZIO T, 449-463. 29 

e nella sua totalità, e come unità, ha da esse tutte la sua 
natura eterna (cioè ha ciò che lo fa quello che è; la sua 
natura etema, cioè indistruttibile, finché esso è quello 
che è) : ma non già che il corpo sia formato dall'aggrup- 
pamento di quelle proprietà, alla maniera come è formato 
dalle sue parti (o che si dica delle partes minimae o in 
genere di parti qualunque, minori del tutto ^); no; e sol- 
tanto, ripeto, dalle proprietà tutte esso corpo ha la sua 
natura eterna. E tutte queste proprietà hanno ciascuna 
il loro proprio modo d' essere percepite e distinte (i di- 
versi sensi), ma sempre come inerenti al tutto e non mai 
scisse (Ja esso [non posso né percepire né concepir colore 
grandezza se non come colore o grandezza di q. e, di 
un corpo] ; entrano nella categoria corporea e si possono 
dire cose corporee solo in relazione al concetto complesso 
del corpo. 

* Questi dunque sono i avfi^e^tjxÓTa, i conitincta. Ma 
ai corpi spesso capita, s'aggiunge, accidit, come qualità 
accidente, anche qualche cosa che non li segue stabil- 
mente necessariamente [e potrebbero quindi mancare 
senza che quel dato corpo cessi di essere in tutto e per 
tolto quello che era. A questo punto l' Usener ha giu- 
stamente indicata una breve lacuna, dopo la quale è da 
conservare la lezione dei mss.l ; e neppur questi s'hanno 
da classificare come enti invisibili o incorporei. Epperò 
osando noi la parola (sviintafiaxa secondo la sua comune 
accezione [una delle prime regole che Epic. dà al prin- 
cipio di questa lettera, è che bisogna usar le parole nel 
senso in cui sono generalmente intese. Si noti come anche 
Lncr. 458 ci tiene ad accennare alla giustezza della sua 
^doz. eventa con l'inciso ut par est] noi esprimiamo 
''Caramente che i (fvfintdfiata né hanno la natura del 
tutto, quella che noi, concependolo come insieme, chia- 
miamo corpo, e neppure dei caratteri stabili (<ri»]u/?e/?ijxÓTa, 
coniuncta) senza i quali un dato corpo non si può con- 



DelU mìa traduzione di questo inciso è resa ragione nel se' 
^ente studio : Atonita. 



30 



CONRINCTA ET EVENTA. 



aepire. ' IS sul fondamento di certe loro proprù 
zioìii si può nominiti' cianeuiio ili tjuesti or/irrrw/iara 
sempre restando minpreso nel concclto l' accompagn* 
mento de! corpo. . . a qualunque cosa vedansi essere ng 
giunti, mentre i tjvf>.7ire(ó{iara non sono i|, e. dì stabii 
mente (necessariamente) inerente al corpo. E non biso^ 
da ciò che è cseJmlorc (jnesta evidenza (o intuizione), i ' 
i avtmimim-ta non hanno nò la natura del corpo a n 
accidunt. né quella dei caratteri stabilmente (easenzial 
mente) inerenti, e neppur che siono enti |)er so; il (' 
^ inconcepibile per questi come pei avft^siitìxóia. Essi son 
ciò che appariseono; tutti accidenti (o eventi) del corpi 
e non etaluhnente inerenti, n non aventi [ler sé sten 
ordine di entità: sono a quel modo, come la sensnKÌon 
ci fa conoscere il particolare loro essere. „ 

" Altro punto importante; considerando il tempo, noi 
dobbiamo considerarlo corno le altre cose che consida 
riamo in un opjretto, riferendole cioè ai tipi generici rh 
vediamo nella nostra mente, ma dobbiamo somplicement 
attenerci a quell'intuizione del tempo che abbiamo quand 
usiamo p. es. le coniunissime espressioni " un tempo lo: 
un tempo breve , [ossia: noi abbiamo in mente p. es. 
tipo ^enf'ric<;) o 7ti^ó}.i\ipii della neve; vediamo della neu 
e diciiiiiio: questa ò neve, perdio vi riconosciamo p. ei 
il bianco e il freddo, che nella ,-reóA»i(/«,- di neve troviam 
come caratteri inerenti al corpo neve; similmente ria 
nosciamo un vecchio riscontrando in esso dei caratteri 
elio appartengono alla nostra nei'ihjipt^ del vecchio, s ^^ 
questi dei contunda, come sarchile la canizie, sieno doffì 
pveufa, come sarebbe la rispottidiilitù che lo circonda, i 
l'esser nonno. Questi enratteri, dunque, che stanno il 



' tur uMf oiuiui Oli iSvyixtùi' yoiia6iii non TDol gì» dire ' senL 
de' quali non »i può concepire un corpo in geuore ., giacché i 
tnl caso non sareMiero coniiotrta che |{raiii]i.'zza, forms p<^ù, 
non ci sarebbero compreae " tntto (luello qualità che fftnno pai 
(Iella pereeaione annsibile il'uii corpo, 'fan xni(< irjf niaSr;aM- mif 
roi- j'vajor(i„: quello parole eignificuno " senza de' quali ««r "" 
(dì alcuno de' quali caratteri) lui corpo non è piJl concepibile 
quel corpo ,. 



A LUCREZIO I, 449-463. 31 

7r^Xfl^€ig di reali, noi non li possiamo considerare, pen- 
sare che come inerenti — come qualità fisica o even- 
tuale — a un reale, diciamo anzi a un corpo (che, fuor 
del vuoto, non c'è altri reali che corpi). Ora così non ò 
del tempo. Il tempo non è un reale per sé, più che non 
sia il dolce o il bianco, più che non sia il rispetto alla 
vecchiaja; d' altra parte il tempo non è, come questi, 
qualche cosa che io non possa pensare se non come ine- 
rente a un reale; non ho bisogno, anzi non ho mezzo 
di trovarlo cercandolo nella nQÓXrjipic di un reale, cioè 
come non concepibile che indissolubilmente avvinto a 
un reale; infatti quando dico: tempo lungo, tempo breve, 
non c'è nel mio pensiero il substrato d'alcun reale; ep- 
pure ho l'intuizione netta del tempo. A questa intuizione 
netta io devo restare.) Né è da andar in cerca di espres- 
sioni migliori, ma da attenersi alle usuali; né è da af- 
fermare intorno al tempo qualche altra cosa [nel cercar 
di definirlo, di nominarlo altrimenti] come se codest' altro 
contenga [esprima] la medesima essenza che è nella pro- 
ma significazione della parola tempo, come alcuni fanno 
ossia: tentando di definire il tempo coll'usare altre espres- 
sioni, si aggiunge qualche altro concetto o elemento che 
è estraneo alla vera natura del tempo; il tempo è quello 
che pensiamo quando diciamo: ^ tempo „, o nuli' altro]; 
ma soltanto bisogna riflettere a ciò con cui noi intrec- 
ciamo questo quid tutto speciale (il tempo) o con cui lo 
misuriamo : che infatti non è cosa che abbia bisogno di 
dimostrazione, ma semplicemente d'essere avvertita, che 
noi ai giorni, alle notti e alle loro parti, e similmente 
ai fatti nostri interni, sieno passioni o stati di tranquil- 
lità, e ai movimenti e ai riposi delle cose intrecciamo 
(uniamo nel pensiero) un certo special cri']U7rT«/ta, codesto 
particolare accidente, che concepiamo appunto in rela- 
zione a tutte queste cose, e che chiamiamo tempo. „ 

Dunque, come pensiamo freddo o bianco o libero o 
ricco (pv/i^/?ijx, e (fvfiTiT.) in relazione a qualche altra 
cosa, cioè a corpi, così pensiamo il tempo in relazione 
a qualche altra cosa, ma non a corpi, bensì ad accidenti, 
e precisamente a cvuntomaxa. Infatti sappiamo da Sesto 



32 C'ONIUNC'T A ET EVENTA. 

che Epicuro chiamav.l il tempo ati/iTrtw/ia ffr/i.-riu.iiori 
adv. niath. \, 219 : 'Enixar^ùi . . . ròv xonrnv ot'fintK 
ai'/iTiioifiàiiuv ei'vat, Ktyti TKt^&nnfiFVov i^fiigaic re xni * 
xai aitali xtù ndtsai xtiì t'.na'ifìaig xaì xtvrcfm xai ftavt 
Travia yùf> cavia cv/inroiiiard iati- tìo) avfijlF^tjxóta. ' 
ttostaiizH, con <|iicsto discorso in cui si fieiitt' lo sforzo 
sviscerar la (luestionc (v. I studio, nota alla tìne di 
prima appondico), Epicuro dice per V appunto ciò 
dic<^ Lucrezio 459-4B3; dice — in pcrfdttt eonfurn 
col pensiero fondamentale epicureo ìtitorna al prohU 
della conoscenza — che il tempo è in sé stesso preci 
infinte come è nel nostro comunn senso del tempo; < 
non b da cercare più in là ; ed Epicuro si o|)pono a chi 
que creda, come gli stoici, che occorra (inalche cosa di 
solido per dare una esistenza obiettiva al tempo, co 
a chi dalia stessa delimitazione epicurea del concetto 
tempo (per cui esso riesce e privato esso stesso di 
realtà propria e insieme divelto da altre realtà veri 
proprie) volesse conchìuiicro che il tempo non ha 
valor subiettivo, non è che una forma dei nostro 
siero: questo è un linguaggio che Epicuro (e non 
solo) non capirebbe. 

Ma importa sopratutto di ben determinare la dist 
zione tra ovii^e^rjxóra e aviinToiftaTa, coniuncta e erei) 
la quale è bensì, sotto un certo rispetto, espressa da 1 
crezio con chiarezza e precisione, ma pure in modo, i 
ha sviato dal vero punto essenziale. S' intendo in U 
generalmenti" che coniuncta o avfiiie^Tjxóia sieno i cai 
ieri essenziali, come sarebbe il calore nel fuoco, il frei 
nella neve, e sieno invece erenta » ffcfiJTrw/inra 
caratteri, anche fisici, ma non necessari, come sarei 
un determinato colore o una determinata forma in e 
che possono essere di diverso colure o di diversa fon 



' Questo ffruiifjfjjjfo'rn ft qui usato ila Sesto non RÌà como 
mine tecnico, oonlnipposlo dì av/ifitiàfiaia, mn se^lplicGmenl^ < 
participio di au^ifiaiym; notti, giorni, moieioni, riposi, poRsioni, .^ 
sono afutnfi/iiiiii, tBenta, i quali non sono bp non in qnnnto a 
dunt {«tfijSkitvMVaf, m/aimovtt) nof. 



A LUCREZIO I, 449-463. 33 

È per questo che il Munro nega addirittura che Epicuro, 
nell'usar le due parole (fvfi^. (sv^im.^ le tenga distinte 
come due termini di significato preciso e diverso; ma il 
vero è che, se all'infuori di Epicuro le due parole, come 
sono per sé stesse quasi sinonirae, così sono spesso ado- 
perate senza distinzione, anche da chi espone la dottrina 
stessa di Epicuro (p. es. il Munro cita Sext. adv. math. 
X, 221 TovTODV Ttov (fvfifis^ìfixÓTùDV TU fxév saxiv àxwQiaia 
T«v olq (fvfipé^Tjxev^ rà óè xw^^t^crOat tovtoìv nétpvxev)^ Epi- 
caro però, fondandosi sulla leggera diflferenza quae con- 
veniunt (anzi convenerunt) e quae accidunt, ha avuto la 
intenzione di distinguere; né si capirebbe altrimenti come 
Lucrezio venisse a foggiare i suoi due felicissimi ter- 
mini tecnici, coniunda ed eventa. Oppone il Munro che 
Epic. al § 67 chiama (fvjAmwfiata dell' anima noielv e 
m(JX€ir^ che sono, dice egli, indubbiamente coniunda 
dellanima. Vedremo che non sono, e che il Munro, non 
ha esattamente afferrato il senso di coniunda; come non 
l'ha aflferrato il Natorp, quando, per giustificare Epicuro 
in farcia al Munro, dice che l'intima attitudine a noùiv 
e a ndaxeiv è certamente un conitindum, ma gli eflfettivi 
volta a volta noièiv e ndaxHv sono eventa delFanima. 

Anche il Brieger (1. e p. 7) non accetta l'opinione del 
Munro, e crede alla corrispondenza di avji^s^rixÓTa a co- 
niunda e di uvfiTtTùifiaTa a eventa; ma trova contrad- 
ditorio, e attribuisce a sbadataggine di Epicuro, che esso 
metta tra i avfn^sprjxóta anche i colori e le altre qualità 
sensibili, che secondo Epicuro stesso non sono (fvfx(pvìj rolg 
^naai; e infatti, e gli atomi non hanno colore, e gli 
stessi corpi visibili, quando non c'è luce, secondo Epicuro 
non hanno colore (cfr. Lucr. Il, 795 sgg.). Risponde il 
Natorp (Forschungen zur Geschichte des Erkenntnisspro- 
hlems im Alterthum, pag. 228 sgg.) ricordando il concetto 
epicureo (attestato da Sesto) della (ptffig e òvvaimg che è 
nelle cose, col senso che queste (le cose) hanno la natura 
forza di far qualche cosa, senza che perciò questa forza 
sia sempre in atto: sotto certe condizioni essa è in atto 
necessariamente; e in questo senso il colore è un cri'/«- 
fi(^6g dei composti visibili. Si potrebbe obiettare al Na- 

GirsaAin. Studi lucreziani, 8 



34 



CONTUNCTA ET EVENTA. 



torp, ohe allora non vale più la 8ua risposta ni Munro o 
ora citata; a questa stregua E|HCuro avrebbe dovuto dna 
mare ^loièiv e nda^tiv dei ffv/ifleiitixóra dell'anima. Dall'u 
servazione del Natorp sarobbe piuttosto da inferire die i 
casi siffatti ai cumpnmdo, seniìa infedeltà alia distinzioni 
fondamentale, uno scambio tra av^^. e uvftni , tra conium 
cium e eventum. Il Natorp (stando alla interpretazione sui 
e degli altri della diversità tra roniniida e eventa) avrebbl 
invece potuto dire che qui Epicuro distingue, dai corpi i 
genere, la classe dei composti sensibili, e dice che per 
essi l'avere le qualità sensibili è un carattere essenziale. 
senza di che non sarebbero quello die sono; e che se- 
condo i vari modi di lor composizione, può variarti la lor* 
manifestazione sensibile ; per esem]iio alla composizioi 
dell' òparóv occorre un afflusso di atomi lucigcni (v. Lo 
cr. Il, 795 sgg.); senz'casi non esiste il composto «parw 
ma dato Vòemiv, effettivamente un compagno inscindi 
bile è il colore; non e' è vision» possibile senza color* 
Senonchè la questione è mal posta, e il pensiero i 
Epicuro non è quello sottinteso dal Munro. dal Nator] 
dal Brieger. Noto due cose: anzitutto, se cotiiimctum , 
ciò che è essenziale a costituir una cosa, e evfiitum i ' 
che (a detta nostraj non è essenziale, i due termini no 
hanno che un valor relativo, e di categoria logicai 
colore sarà un conìunctiim dei visibili, ma un ecenltst 
del corpo; servititim sarà un eventum dell'uomo, ma i 
conitindiiin dello schiavo. E una teoria logica, di qaell 
che non sono nel gusto di Epicuro; siamo in sostan» 
nel campo della gerarchia delle idee, fonduta sulla invera 
proporziono di estensione e comprensione. In second 
luogo, vedo che Lucrezio dà sei esempi dì eventa, (schifi 
vitti, povertà, ricchezza, libertà, guerra, concordia) i 
8un dei quali aecenna a qualità delle cose in sé, pa 
non indispensabili all' essere delle cose stesse — coni 
sarebbe per l'uomo l'esser negro o bianco, di ulta o basa 
statura, ecc. — uia tutti accennano a rap|iortì con alti 
altro; e gli esempi di Luerezio devono essere, poco i 
poco giù, quelli che ha trovati net suo font© epicare< 
A ine par dunque che E^acuro, stando COOi?,.?^ 



A LUCREZIO, I 449-463. 35 

puro terreno fisico, e combattendo coloro che, maneg- 
giando formole logiche e dialettiche, creavano delle entità 
che non sono tali, dica: bisogna ben distinguere nei corpi 
quelle loro qualità e proprietà ond'è costituito tutto il 
loro essere corporeo, da quelle altre attribuzioni che son 
conseguenza di eventi che loro capitano- Le prime fanno 
tutte essenzialmente parte del loro essere come corpi, le 
seconde no. A costituire il corpo Socrate c'entra anche 
la sua precisa statura, il colore della sua pelle; ma elio 
egli sia ricco o povero, libero o schiavo, ciò non muta 
nulla nel corpo Socrate; mutate in Socrate il color della 
pelle la statura, e avrete un altro corpo, non più quello 
di prima, non più Vatdtov di prima, ma un altro aidio\\ 
perchè, come dice ripetutamente Lucrezio, quodcumqiie 
mU mutatinn finihus exit Continuo hoc mors est illius 
quod fuit ante, vale a dire: in un determinato complesso 
corporeo qualuncjue mutazione avvenga, e per quanto 
lieve, non si ha più il complesso corporeo di prima, nìa 
nn altro. La foglia verde di estate e ingiallita d'autunno 
non è il medesimo complesso corporeo, e diverso è Vaiàiov 
dell'una e dell'altra; il corpo visibile non ha colore nella 
perfetta oscurità, perchè gli manca quella particolar 
combinazione atomica superficiale che costituisce il colore, 
e a formar la quale è necessario l'intervento della luce; 
e il colore è quindi un coniiindum dei visibili, perche 
quando non son visibili non sono più in tutto i medesimi 
complessi corporei di quando sono visibili. Coninncta, 
danqiie, sono tutte le qualità o proprietà fisiche inerenti a 
una cosa reale qualunque; ^ eventa, invece, possono an- 



Epicuro non parla che di quei caratteri o predicati semplici, 
che tutt* insieme concorrono a costituire la natura particolare di 
un corpo, ma non (n'è visto sopra) come suoi componenti mate- 
riali; uuìikJì parla di calore, colore, grandezza, pe80, t'orma, sapore, 
<^<iorp, risonanza. Noi però, fra quae cluent, p. es., d' un uomo, po- 
tremmo contare anche T esj^ere barbuto o sbarbato, capelluto o 
^'«Ito simili; come parliamo d'un'acqua torbida e simili, in questi 
<^*ai Ri tratta di parti materiali aggiunte o levate; pure anche in 
loesti casi sta la distinzione tra couìiatrta e erenta come è spie- 
9«U qui; e d^una data persona surà un coniunctum tanto la testa 
come la barba, per quanto il discidinm in un caso sia ben diver- 
Mmente permiiiaU che nelFaltro; ma è in ambo i casi permitiale 
rispetto a qael dato e preciso complesso corporeo. 



36 CONIUNCTA ET EVENTA. 

ch'essi esser considerati come qualità o proprietà o caratj 
teristii'ln^ di rase o persone, iinzi non ai possono concepir 
cha in relazione a cose o persone e ad esse inerenti, mtf 
sono estranei alla propria corporeità dì esse; non sono, 
cioè, loro componenti luateriali, bensì eoinponenti del loro 
modo di essere. Intesa così la cosa, e leggendo il te8t< 
di Epicuro, non trovo nulla che contrasti; anzi, così i 
spiego perchè al principio usi il plurale " forme, ped 
grandezze, colori e tutte le altre qualità che 8Ì predicao 
del corpo — cioè come proprie del corpo, in quanto 
corpo — sia dei- corpi tutti, sia dei sensibili, ecc. 
Vaiàiov TiaQaxolov^DÌjv è l' immutabilmente inerente a 
cor|K), perchè sia, e fin che resta, quel corpo che è; ed i 
a questa interpretazione, e a questa sola, dei ffvfi^f^tjiiót 
coniuncta, che risponde esattamente V espressione ( 
Epicuro: (*o« xaitt r^v «l'ffSjjtfn- Bo!,iinro; yvuaia. Cosi, Ài 
cora. mi spiego meglio perchè Epicuro jiarli diatintament 
delle éiti(lo).al colle quali percepiamo i coniuncta, 
quelle colle quali percepiamo f^H (■veiìia: infatti non è li 
stessa specie di éiK^oXai che mi apprende le qualità I 
che d' un uomo, e quella che m' apprende s'egli è ricc( 
libero, ecc.;' apprendo le prime por diretta porcezion 
sensibile; apprendo gli eventa per inferenza da ]>ercezion 
sensibili. In un vecchio sono coniuncta la canizie, la ra 
gosità, la curvatura della persona; invece la vccchiaj 
— ossia il fatto eh' egli è nato da molti anni — è Ul 
eveiitum che inferisco da quei coniuncta: epperò sempr 
mediante la sensazione; epperò non urta contro la datS 
spiegazione, che Epicuro finisca di parlar dei cvfinxmnat^ 
(§ 71 fin.) dicenilo che non sono aUwv naqaxoÌMvHQSvt^ 
(ai corpi) fiviTav ^vatmi xa^'éaviù rayfia (jioiia, aAA'St 
tQÒnov avtì) j) atffOfjfft? tiv idtèiiita rroteì, beatiti 
xai; " si scorgono, non come inerenti inscindibilmente ali] 
natm-a corporea, uè come aventi un ordine di lor proprii 



' Abbiamo visto sopra che Epicuro, parlando dei ovftptfrnt., 
detto elio hanno loro propri modi d'esser percepiti ((irifìoW , 
|)oi, parlando doÌ avfint., dice incora che ai conoscono aul fonai 
mento di particolari loro perrezioni. — Interno alla int^X^ ref 
]/iÌL ftvaati lo studio; Animi initclus o 'firt^l^ tqf AnriiMV, - 



A LUCREZIO T, 449-463. 37 

natura, ma essenti a quel modo come la sensazione stessa 
fa risultare il loro essere particolare „ ; la ém^olr in que- 
sto caso non è direttamente la sensazione, ma la inferenza 
dalla sensazione. 

Similmente, ora è chiaro perchè i colori sono avfipepti- 

xóra ossia coniuncta (dei corpi) e noiiiv e ndaxsiv siano 

av^niiiixaxa ossia eventa (dell'anima). Così si comprende 

meglio tutta la proprietà della parola eventa scelta da 

Lucrezio per tradurre (rviunTcófiaTOL. Così anche appare 

più manifesta la affinità tra gli eventa e il tempo, e il 

perchè si tratti di questo in connessione con quelli: hanno 

in comune che non partecipano intrinsecamente della 

corporeità materiale delle cose; hanno di diverso che gli 

eventa non si concepiscono se non in relazione a un reale, 

a un corpo, il tempo invece si concepisce in relazione 

agli eventa (che relazione avrebbe il tempo col colore, se 

il colore fosse un eventum ?) ; e ancora è chiaro perchè, 

sebbene nulla sia più inscindibile del tempo dagli eventa^ 

pure Epicuro chiamava il tempo non già avfi^e^rjxòg 

(frju;rra)jtidrtt)Vy ma (Sviimwfia (fv/inT(ùfidt(ov. Anzitutto, il 

tempo non ha nulla di corporeo (mentre i coniuncta sono, 
come qualità, corporei), e non è per sensibilità corporea 
che r apprendo ; poi, nel concetto di un eventum^ come 
ricchezza o libertà, non entra come elemento costitutivo 
il tempo, sebbene ne sia un concomitante necessario; il 
tempo è un eventum eventis conitinctum. Così anche si 
spiega perchè Epic. al § 50, dice che noi mediante gli 
^iiiala percepiamo la fioQ(pr e, in genere, i avu^e^tjxtza 
degli cregéjAvia^ e tace dei (fvfumwfiaTa, 

E il modo come Lucrezio definisco coniuncta ed eventa 
(454 8gg.), e i suoi esempi di coniuncta che hanno sviato 
gialla esatta intelligenza della dottrina epicurea ; benché 
pon si possa dire ch'egli la svisi : basta, ripeto, ricordare 
il quodcumque suis mutatuni finibus exit Continuo hoc 
^ors est illius quod fuit ante, per intendere che qua- 
lunque dei caratteri fisici d'una cosa 7ion potis est seiungi 
fine permitiali discidio. 

Un'ultima osservazione. Tra gli esempi di coniuncta 
Lucr. ci dà, nel verso 454, tactus corporibus cunctis, in- 



38 CONIUNCTA ET EVENTA. 

tactus inani. Il Lachmann dichiara spurio questo verso, 
per una ragiono filologica: perchè considera impossibile 
in latino un sostantivo intactus; e il Bernays e il Munro 
hanno accettata la sentenza. Invece il Brieger, c^n altri, 
tiene il verso per lucreziano. I primi potrebbero invocare 
in loro appoggio il brano di Epicuro, qui sopra traiotto 
e commentato, nel quale non si parla di cri'ju/9f/9ijxóx:a e 
non si definiscono che in relazione a corpi. 

Pure, io sto decisamente col Brieger per la genuinità del 
verso. Nel suo brevissimo sommario Epicuro ha trascu- 
rato di parlare dell' unico reale non corporeo (come per 
brevità ha omesso in genere di dare esempi); se avesse 
parlato del vuoto, in ordine a questa questione, non po- 
teva non trovare nelP intactus o ei^ig il coniundum, 
V aióiov (TvvaxoXovQovv dell' inane, un suo costituente es- 
senziale, un elemento essenziale della TTQÓÌ.riiptg àoWinam 
(mentre invece nella 7rQt,lyn}.nc^ per esempio, di ricchezzaW 
tempo non c'entra). D'un interpolatore capace di foggiare 
un verso di forma lucreziana e di pensi(»ro epicureo come 
(luesto, non c'ò traccia. In Lucrezio stesso, del resto, si 
può dire che il coniunctinn dell' inane è preannunziato 
da bis DUARUS rebus. 

E del pari a ragione il Brieger legge il verso proce- 
dente con tre dativi: pondus uti saxis, color ignist^ liquor 
aquai (anziché saxist e ignis; mss. saxis ignis), mal- 
grado Tinsolito dativo aquai ; e molto bene fa osservare 
che la costruzione di coniuncta col dativo è, si può dire, 
imposta da 449 sg. 

Nam quao cumquc cluont aut bis coniuncta duabus 
rebus ea invcnies aut baruni oventa videbis. 

I quali versi, tradotti alla lettera, dicono: ^ tutte le 
cose che si predicano, o sono congiunte (inerenti) a queste 
(lue cose (materia e vuoto), o sono loro avvenimenti»; 
dicono cioè precisamente ciò che dice questa lunga no- 
stra Nota. 



IV. 

A T M I A. 

A I, 503-634. 



CAPO I. 

smPLiciTAS (a 503-598). 



I. — In 503-634 abbiamo dodici argomentazioni intese 
a provare la soliditas (assoluta compattezza) la aeterni- 
tes e la simplicitas (= indivisibilità) dei corpora prima. 
Osserviamo prima in complesso 503-598, che hanno molto 
occupato i critici, sopratutto posteriori alle edizioni di 
Lachmann e Bernays. Basta una prima lettura per far 
sentire che certi argomenti sono più o meno affini a certi 
altri, e basta un po' d' attenzione per far sentire della 
sconnessione in qualche punto; ma né le affinità, né le 
sconnessioni sono molto chiare e precise; e quindi si 
son fatte da alcuni proposte di atetesi, da tutti (salvo il 
Munro imperturbato) molte e molto varie proposte di 
trasposizioni (BockemuUer, Christ, Sauppe, Gneisse, Polle, 
Stiirenberg, Ilorschelmann, Kannengiesser, Susemihl e 
Brieger, Tohte; vedi in particolar modo Susemihl nel 
Philologus, 44, pag. 66 sgg. e del Tohte la Disserta- 
zione ** Lucretius, I, vv. 483-598 „ Progr. des Gymn. zu 
Wilhelmshaven, 1889). Riferirle e discuterlo mi condur- 
rebbe troppo in lungo; dirò dunque senz'altro come in- 
tendo io, dissentendo un po' da tutti, il procedimento del 
discorso. 

Le prime tre prove: 503-510, 511-519, 520-539, sono 
evidentemente affini tra loro; anzi non sono che tre va- 
rianti o aspetti di una sola prova, fondata sui concetti 




stessi di materia e vuoto che a vicenda si eacludt 
Dove c'è vuoto non ci può esser materia; dove c'è 
teria non ci può esser vuoto; siccliè questi due — 
Tolta provata, coma s'è provata prima, la loro esistei 
— non possono che nlternare, intramezzandosi a vicein 
e nelle mescolanze di vuoto e materia, quali sono le a 
tutte del mondo sensibile, se si va si-everando, s' arri 
alla fine a dei puri viioti e a dei corpi puri; è assuf 
supporre una mescolanza di materia e vuoto all'inliiu 
perchè verrebbesi a dire che in un medesimo punto i 
stono insieme vuoto o materia. Dunque esistono dei co 
che sono assolutamente solidi e com|)atti, senza alct 
mescolanza di vuoto. A questa dimostrazione della « 
ditas degli atomi il poeta, Bcoondo la promessa fa 
V. 500, expediemust esse ea qitae solido atqiie. aeterno e 
pore amdent, annette anche la prova della aeternU 
Ma qui cominciano i g'uai. La prima delle tre proT^ 
varianti, ora dette, cioè 503-510, non tocca dell'eterni 
La seconda 511 sgg. afferma l'eternità nella chiusa fi 
male 518 Bgg. oltropassaute la solidità; materie» igU 
solidi) qtiae carpare constai, esse aeterna potest, e 
cetera dissoluaniur. Questa chiusa, lasciata 11 isola 
cioè senza una parola di prova, riesce precoce. È \ 
vero che al lettore è già famigliare il concetto dì s 
teria prima eterna per le precedenti dimostrazioni 
tx nilo e nil in nilum; e particolarmente in 220 Sj 
domina il concetto che distruzione è disgregazione 
parti, e implicitamente, quindi, cho la distruzione b'i 
resta dove una siffatta disgregazione non è piii possi! 
(cioè non piìi parti scindibili, cioè soUditas); ma la p 
cisa dimostrazione che soliditas e aeteriiitas sono terni 
correlativi (per la materia) non s' è avuta ancora. '. 
vediamo avanti. La 3." prova, 5'20 agg., ha pure come : 
pendice (528 sgg.) la inferenza della eternità, perchè 
che è solido non può relexi; e qui Lucr. aggiunge (5i 
" comi! poco su lif) dimostrato „, mentre, s'è detto ora, t 
l'ordine tratlizionale de! testo questa dimostrazione prii 
non c'è: viene bensì subito qui, con 532 e sgg. È seduci 
la proposta di Kannengiesser e Tohte di trasportai:' 



A r, 503-634. 41 

tra 519 e 520; così parrebbe tutto accomodato; che la 
eternità affermata in 519 sarebbe subito seguita dalla 
sua dimostrazione, e 531 si riferirebbe molto natural- 
mente a 532 sgg. Ma la terza prova 520 sgg. riesce per 
tal modo violentemente staccata dalla naturale compagnia 
delle due prime prove; e tutte le ragioni addotte dal 
Tohte per provai'e che questa 3.* prova è stata aggiunta 
posteriormente dal poeta, colPintenzione di sostituirla alla 
2,* 511 sgg., non persuadono. Egli trova parecchie ine- 
sattezze di espressione in questa 2.* prova, e in esse la 
ragione che avrebbe indotto Lucrezio a sostituire ad essa 
520 sgg. ^ Ma quelle inesattezze, se fosser davvero tali e 
così gravi come vuole il Tohte, dovrebbero condurre alla 
conclusione che quei versi non li ha scritti Lucrezio; e 
non è poi ammissibile che Lucrezio sopprimesse questa 
argomentazione, che è particolarmente efficace sulla fan- 
tasia. Più leggo 518-519, e più mi persuado, col Gneisse, 
che non possono star qui come chiusa di 511-517. Il Gneisse 
li elimina come interpolati: io li credo lucreziani, e ci vedo 
una semplice variante di 538-539; o forse sono ruderi 
d'un'altra prova, o aggiunta in margine da Lucrezio, o in- 
vece più antica, e soppressa. L'espressione cion celerà dis- 
soluantur par proprio che non si possa riferire che a cosa 
già dimostrata, e non a cosa che si sta per dimostrare. 



* Ecco le sottigliezze del Tohte (citata dissert. pag. 12 sgg.). 

Anzitutto, dice, non si può dire che nelle res che noi vediamo 
(od anche in quelle già composte di atomi, ma non arrivanti an- 
^rt alla visibilità) la materia circondi e rinchiuda (cohibeat) del 
^ooto, perchè in un corpo anche duro e denso, secondo il con- 
^tto atomico epicureo, la materia non è punto continua; non ci 
*ono due atomi che si tocchino, ma tutti, come isole d'un arci- 
Hago, son circondati di vuoto, il quale sì è continuo, e per via 
dei puri è continuo anche col vuoto esteriore al corpo complesso. 
^4, si può rispondile, Lucrezio parla come noi parleremmo d'un 
piazzale cinto di alberi, come parleremmo di un mare rinchiuso 
io un arcipelago, e potremmo determinare certi tratti di esso» 
oome circondati da isole. E Lucrezio poteva parlar così, perchè 
1a chiusura più o meno completa non importa proprio nulla nel- 
l'argomento; si tratta solo di ciò, che dove una porziuncina di 
vuoto ha intorno a sé degli atomi, il posto occupato da codesti 
•tomi, separanti in certi punti quell'i nterno vuoto da altri vuoti, 
fion può essere occupato da vuoto. Come s'è detto, questo argo- 



42 ATOMTA. 

Quanto a 531, ìd quod iam stupra tihi paulo ostendim 
aule, sarebbe comodo sn non ci fosse; e parecchi lo co 
siderann interpolato, in quanto è ripetizione di 429 
Bupra in luogo tli .-supera. Non è impossibile, a rigo 
un riferimimto a 220 8g:g., sebbene nn po' lontani; | 
irebbe anelie riferirsi a quella tal prova di cui ci rea 
robbe 518-519. Ad opni modo, poiché è contraddito) 
che Lucrezio, riferendosi a una dimostrazione già dal 
ridia sitm' altro questa dimostrazione, credo anche 9 
un resìduo, rimasto in seguito a un certo rimaneggi 
mento, e disturbante la continuità di 530 con 532. 
poeta s'era proposto di trattare della solidità ed cU 
nità paiicis versibiis (-199); e l'orse dapprima s'era 
tentato di due prove per la soliditas e due per la aett 
nitas; ad ogni modo ora rispondono alla promessa cinq 
prove, tre per la solidità (503-527) e due per l' ett 
nità (528 sgg. + 540 sgg.); delie quali ultime la prii 
dipendente, la seconda indipendente dal concetto di ; 
lidità. 

II. — Ma questa seconda prova dell'ettìmità (540 sg\ 
che io ho ajjgruppato colle precedenti, vuol essere ce 
siderata particolarmente. Generalmente, e secondo" 
testo tradizionale, si ex mi prendono in ossa tutti i vai 



mento non k ehe il primo arRomento, in veste meno astratta. 
It Tohte trova poi scorri-tto l'uso, qni, delln iiarola rnatfrit», pt 
che questo nomo (ni pnri dì primofiiia fordia prima}, rorpt 
gevitalia, gemina) è denomÌRa£[one della iiiatcria in quanto è fl 
matrice, tnaler, delle cose; e qui, dove si tratta di deteTmint 
l'atomo in ah stesso e ooine opposto al vnoto, «ra piìt esatto nsi 
(e Lucrezio nel restante osa) f.orpus, eorpora prima, -Porpora «otti 
non avendo il poeta adottato il grecismo alomii». Ma. pure i 
mettendo codesta ecoer.ione alla rifforosa terminolagin, la « 
zionc è giustificala, oltreché dall'essere affatto innacna. da 
che la forma dell'itrgomento si fonda sul concetto d'un corpo e 
crete, dove la materia, oltre essere corpus, é anche mattr 
tanto che la nomina anche nella sua complessione (516 B| 
materiai roiiHIiiiin: e poteva ben dire rnrpiis invece di mi 
ri'cs; ma rarporix conriliiim o forporum ronfiiium Lucrezia i 
osa - Infine, il Tohte trova infclÌL'» anche l'espressione tn< 
rerum: mentre, dopo i versi che precedono, ò espressione br 
e eliiariaaima. 



A I, 503-634. 43 

540-550.^ Ma gli ultimi tre versi fanno intoppo. Bocke- 
mQlIer li trasporta dopo 564. Il Gneisse, trovando vizioso 
che prima si derivi dalla solidità la eternità e ora dalla 
eternità la solidità, elimina 548-550 come interpolati; ma 
la critica a rigore non sarebbe esatta, che ora qui la eter- 
nità è provata con un argomento suo proprio, indipendente 
dalla solidità; nulla vieta che, provato A e deduttone B^ 
si provi poi anche B per sé stesso e se no deduca A. Il 
vero è che qui non si dimostra già la solidità colla eter- 
nità, ma semplicemente si affermerebbe^ data T eternità, 
la mlida simplicitas; e sottintendere, come vuole il Tohte, 
come parte integrante del ragionamento il risultato di 
528 539 pare un esigere troppo dal lettore, e distrugge 
il carattere indipendente della dimostrazione. Anche con- 
siderare i tre versi come conclusione generale di tutto 
il gruppo di prove non andrebbe, perchè V accenno al 
servar i per aevom ad res repara ndas non ha relazione 
colle prime prove. * 



' 540 Praeterea nisi materies aeterna fuisset, 

antehac ad nilum pcnitus res quacque redissent. 
de nìloque renata forent quaccumque videmus. 
at quoniam supra docui nil posse croari 
de nilo neque quod genitumst ad nil revocar!, 

445 esse immortali primordia corpore debent, 

dissolui quo quaeque supremo tempore possint, 
materies ut subpeditet rebus reparandis. 

548 sunt igitur solida primordia simplicitate, 
nec ratione queunt alia servata per aevom 

550 ex infinito iara tempore res reparare. 

Mi Woltjer e altri trovano in 540-547, un circolo vizioso, perchè, 
*opra, Lucrezio ha provato nihil ex nihilo con ciò che primordia 
!^f'um8unt aeterna, ed ora qui prova Teternità col nihil ex nihilo. 
Ma non è così. Lucrezio non ha provato, sopra, il principio nihil 
^^ nihilo dalla eternità della materia, che sarebbe stato un idem 
P^fidem; bensì tutte le sue prove del nihil ex nihilo (L^9-214) 
<*> ftiisomuiano in questa: che le leggi, i limiti di forma, di tempo 
® di misura, onde è dominata la generazione delle cose, provano 
cb«» questa generazione avvi»Mie con una materia preesistente 
*H qui ha bene il diritto di aggiungere: ma questa materia 
Pfee^idtente deve essere eterna, perchè altrimenti nell'eterno tempo 
trascorso sarebbe perita, e quindi le cose attuali sarebbero gene- 
rate dal nulla, il che ho dimostrato impossibile. Piuttosto il no- 
stro argomento ha affinità, anzi è sostanzialmente identico, con 
225-237; un argomento, si badi, non già della dimostrazione nil 



44 ATOMIA. 

Ma io credo che i tre versi nou appartengono ali 
prova 540-547, e metto una lacuna tra 547 e 548. 
ragiono risulterà dall'esame del gruppo seguenta di prove, 
551-598. Anzilutto è da avvertire che parecchi critici, 
p. es- Susemìhl. Tolite, fanno cominciare il «econdo gruppo 
già colla prova 540 sgg., dì cui a' è ora parlato- E la 
ragione si vede. Questa prova 540 sgg. ha di comune 
colle quattto seguenti, che si fonda su l'attuale esistenza 
e attuale rinnovarsi delle cose, che non sarebbe spiega- 
bile senza primordia aventi i caratteri che qui si voglion 
dimostrare;^ le precedenti, fino a 539, sono invece inrli- 

iX ttilo, mft d^HVItra: mH in niltim. Tutte e due (225 sgg. 5*0 bl_ 
si fondano sul già dimostrato nil ex tiilo, o sulla continua rìg4 
nerazioDC delle cose, ma hanno un intento alquanto diverso; I 
»i dice; so le coso perite sono andate nel nulla, cioè A prrìti 
nnche la loro materia, la generazione delle cose nuove sì farebH 
dal nulla; dunque quella materia non è perita. Qui si dice: fl 
niateria onde si fanno le cose nuore è eterna; altrimenti sarebM 
perita nell'eterno tempo traRconto, e le cose sarebbero rinate itl^ 
nulla. - Il Tohte (1. e. pag, 17) dà un'alira giustificazione <b 
Lucrezio. Egli (comprendendo in questo argomento ancliH 548-550) 
dice: Finora corpora solida (oBsia alo ni il e primordi a non erano 
senz'altro una cosa sola: il ragionamento di Lucrezio qui i ' 
primordia, come è gik dimostrato 215 sgg., sono aeterna ; ora, e 
tanto corpnra solida (atomi) possono essere aeti-rna; dunqafl j 
primordia sono cofimra solida (atomi). Ma. anche concessa l'a" 
partenenza degli ultimi tre versi, dove è il tecmine medio " « 
tanto i corpi solidi atomi) sono eterni? , puìi esser cosi corapldl 
tamcnte sottintesoF Tanto più che ncll' argomento precedente! 
dimootrato solida earpora eisn atterna, non precisa menti? solida 
tantum torpora esse aelerna. Il ' soltanto . c'è, se si vuole, in 5U 
(rum celerà disauluantur) ; ma 11 é una semplice affermazione if 
cidentale. Può sembrare che 'soltanto solida sono arttrtia , si» ' 
ospri-HSo da (Ó40 sg.) ntc ratione alia queunt ex infinito tempurt rt9 
re/iiirare; ma qui è la possibilità, del rempre riparare, che è fatt9 
dipendere dalla solida siinplieitaa, non l'eternità dell'atomo st«seo \ 
e si parla (come or vedremo) contro ohi, pure ammrtttndo tieni» 
gli elementi primi, non dà loro la solida simplicitns, ossia lì fa di' 
risibili all'infinito, e con tutto t\h li vuol capaci di rf« reparaf. 

' Ma non è però vero, come dicono alcuni, che la sosianaa ' 
della prova 640 sgg. sìa ' la disgrega/ionc sempre continuala od 
tempo inltnito avrebbe ridotto le cose al nulla „ e quindi si« cOBif 
quella di 351 sgg. 5TT sgg. In 540 sgg. non c'è alcun accenno Jl 
mudo di distruxionn delle cose; è detto solo che se In malenl 
non fosse eterna, dato il traxenrso temjm infinitot a qnest' t 
sarebbe perita, e iiuindi sarebbe dal nulla ciò che ora esiste, l 
resto neppure in 551 sgg. e 617 è detto cho l'effetto d'una Hit 
BÌone continuata all'infinito sia la riduzione al nulla. 




A I, 503-634. 45 

pendenti, e starebbero anche senza l'attuale esistenza delle 
cose mondane colle loro leggi e forme specifiche. Il Tohte, 
anzi, si sprofonda nell'esame di questo rapporto tra i due 
gruppi, e sostiene che il primo gruppo (fino a 539), come 
fondato soltanto sulla ratio, secondo la canonica epicurea 
non ha valore per sé solo, e non riesce che a fondare 
una * ipotesi senza valore „, se non viene poi il com- 
plemento delle prove che hanno fondamento sperimentale, 
nel resistenza delle cose mondane; e che Lucrezio stesso 
vuol essere inteso in questo senso. Tutto ciò a me non 
par vero, né fondato sopra una retta intelligenza del 
principio logico epicureo. Epicuro, è vero, non dà valore 
che a ragionamenti che abbiano per base un fatto; ma 
in questo rispetto gli argomenti del primo gruppo sono 
nella stessa condizione del secondo gruppo; i primi po- 
sano sul fatto antecedentemente stabilito della esistenza 
di corpo e vuoto: i secondi sul fatto della esistenza attuai^ 
delle cose; diverso è il fatto, ma non diverso il carat- 
tere logico delle prove. E quanto a Lucrezio, è evidente 
che in 538 sgg. si solida ac sine inani cor por a prima 
sunl, ita uti docui, la forma ipotetica non è che forma, 
e con ita uti docui si afferma di aver data una dimo- 
strazione completa, non soggetta ad alcuna riserva. 

Ciò che distingue il primo gruppo di prove dal secondo 
non è già la forma della dimostrazione, ma l'oggetto, la 
cosa da dimostrare; e si erra, a mio avviso, nel sottin- 
tendere che nel secondo gruppo si continui a dimostrare 
l'eternità e la solidità dei primordia. Nei quattro argo- 
njenti 551 sgg. 565 sgg. 577 sgg. 584 sgg. non si parla punto 
di eternità; anzi, se ben si guarda, essa vi è sottintesa 
^ ammessa ; e si può dire lo stesso della solidità, intesa 
nel senso, dimostrato nel primo gruppo, di materia con- 
tinua, pura, senza mescolanza di vuoto. (E questo vale 
ftnche per 565 sgg. intorno a cui è da vedere più avanti.) 
Ciò che ora si dimostra è la simplicitas, la indivisibilità. 
E ben vero che per Epicuro simplicitas, aeternitas, soli- 
dilas della materia sono la stessa cosa; ma non cosi 
per altri, p. es. per Anassagora, il quale ammetteva la 
eternità dei primordia, ed anche la solidità (giacché non 




è detto che predicando la divìsibìlitt^ all' infìnito iiiU 
dc'Rse una mescolaiizit al]'infÌRÌto di materiii e vuoto; e 
anzi negava, come dice anche L»cr. 8-13, esse ifi rei 
inane); ma ciò non ostante Ricava ì primordìa diviail 
in parti, e qiiGste divisibili alla Inr volta, e cosi vi» ser 
limile; divisibili, s'intende, ed effettivamente divldenl 
nella vita delln nsitura. Lucrezio, diinc|Ue, dopo avi 
paiicis versibtts (cioè fino a 547) esaurita la dimostrazio 
diretta, promessa 499 sg,, sonte il liisoffuo di combatti 
una classe di avversari, che, puro ammettendo l'eterni 
li enlidità dei prìntordia, non concepivano (jiiesta eolidi 
in istretta connessione, anzi fusione, col concetto dì 
necessario minimum irreducibile di materia. È coni 
questi avversari che ora combatte LuiTezio, nietten 
ben in chiaro, più che prima non fosse avvenuto, l'atoi 
comb necessariamente inerente alia solidità assoluta, 
sostanza, queifli avversari potevan dire ."sta bi^no; gli ( 
menti muterlflli sono eterni e solidi; ina la vostra ar 
mentazinne 532 s^g. prova elio noi i!ani|»o del sensibile 
sempre ilivisione possibile e sempre mescolanza di vuol 
non prova che nel campo dell' Hiìikov non possa 
divisione anche senza vuoto. E Lucrezio rispondo, tti 
prima (secondo il testo che abbiamo), collo argomenl 
zioni 551-598, che la supposizione contraddice per v 
rispetti ai dati dtdl' esperienza ; e poiché gli avvera 
avrebbero potuto insistere, negando, p, cs., esser prov 
ohe anche nel campo dcll'nJijAor il processo distruttivo 
più rapido del costruttivo, e potersi i)uindi ricompoi 
sempre complessi elementari simili ai disgregati e a 
alla riproduzione dello medesime torme specifiche; peri 
Lucrezio colle provo ulteriori 609 sgg. affronta <Ìirett 
mente la teoria della divit^ibìlità all'inlinito, moatruidl 
in 8^ stessa contradditoria, e facendo insieme un i 
passo nella determinazione del cuiicetto rii atomo, 
teoria delie parU-s minimnn (vedi Capo seguente). 

Ciò posto, fe chiaro elio Lucrezio non potè 
dalla parte dimostrativa alla parte polemica, senza 
nunciare in qualche modo <|uesta secontla parte. Di il 
ibi nen è colpiti^ arrivftado al v.65t, cfal 



A I, 503-634. 47 

introduzione d'una nuova terminologia — non esse finem 
réus frangendis — accennante a una determinata dot- 
trina, senza un cenno di collejJTP mento colla terminologia 
finora usata? Mi par quindi inevitabile ammettere una 
lacuna tra il primo gruppo di prove e il successivo. Né 
d'altra parte la prima prova del secondo gruppo poteva 
cominciare con un deniqtie (551). Consideriamo ora i tre 
versi 548-550 : per la prima volta vi compare la simpli- 
citas accompagnata alla solidità; e di qui in avanti non 
più soliditaSy ma ripetutamente solida o aeterna simpli- 
cUaSy 574, 609, 612 (salvo che all'ultimo, al verso 627, 
dopo ben ribadito soìiditas = simplicUaSy richiamandosi 
il punto di partenza di tutta la trattazione, 500, si tornano 
a chiamare i primi corpi solida et aeterna). Evidentemente 
non può trattarsi di caso e di semplice varietà d* e- 
spressionc. E che cosa dicono i tre versi 548-550? ** Senza 
la solida simplicitas i primordia non possono conser- 
varsi etemi e così res reparare „ ; dunque si risponde a 
fili crede che anche senza la solida simplicitas possano 
durare eterni e res reparare; dunque sono la conclusione 
d'un argomento che già appartiene alla confutazione di 
Anassagora, e la lacuna cade quindi tra 547 e 548, e 
conteneva, oltre l'annunzio della dottrina da combattere, 
anche un argomento, uno per lo meno, del quale non c'è 
rimasta che la chiusa.^ 

Dopo ciò la questione come sieno da disporre le quat- 
tro prove 551 sgg. 565 sgg. 584 sgg., questione molto 
discussa dai critici all'intento di rintracciare il filo dei 
pen3ieri di Lucrezio, non ha più che importanza secon- 
daria, in ordine a questo intento. Tuttavia osserviamo : 
le prove 551-564 e 577-583 hanno una evidente analogia 
intrinseca e anche formale: 551 deniqne si nullam finem 
f^ura parasset frangendis rebus...; 577 porro si nul- 
^<^ frangendis reddita finis corporibus...] quindi la 
?iu8ta proposta di riunirle; il che alcuni vogliono col 
premettere 577 sgg. a 551 sgg., e così fa appunto il 
^rieger nella sua recentissima edizione; ma hanno, credo, 



' Vedi Appendice L 



48 ATOMIA. 

ragione quelli che difendono la precedenza dui § 551 ^g., 
die è presupposto da 577 Bgg. Infatti, è dopo che s'è 
detto: " colla divisibilità all'infinito, il processo dissol* 
tivo avendo il di sopra, la materia sarubbe stata ridotti 
a tali termini da non poter più servire alla ricostruzìoi 
delle cose „; dico, È dopo detto ciò, cbe pnò nascere ì 
pensiero " pure una parte potrebbe finora essere sfuggitfl 
ai colpi sminuzzanti, ed essere aucora disponibile per 1 
ereazione delle cose „, e quindi la risposta: " ciò non ì 
possibile per l'eternità del tempo trascorso „. E quatì 
qiie 578, giustaincnt<! difeso e spiegato dal Bdegen 
(Jalirb. 1875, pag. 615) è assai più clitapo con tjenerot 
tim, 563, poco avanti. Mi par probabile poi che 577 Bg^ 
aia una aggiunta, più o meno posteriore, scritta in matj 
gine (in t'orma provvisoria) a complemento appunto di 55a 
egg.; me n'ò indizio la brevità e il mancar della foJ 
mula di conclusione; e di piìi, se questa prova fosse atati 
gcritta contemporaneamente alla prova 551 sgg-, il poeti 
non avrebbe mancato di fare avvertire il rapporto 
le due. 



III. — Ma questa argomentazione 551-564 merita d'es- 
ser considerata e chiarita in sé stessa. Lucrezio dice: 
"Se gli elementi materiali fossero divisibili all'infinito»™ 
esposti nell'infinito tempo trascorso ai continui colpii 
fratture, al sarebbero ridotti a tal minutezza, che nessun 
essere potrebbe più, cominciando dal momento della coo| 
cezione, arrivare dentro un determinato periodo di tempj 
al suo completo sviluppo. E perchè? perchè noi vedian 
elle sempre le cose si disfanno in un tempo molto pili 
breve dì quello che impiegano a l'arsi; i>er conseguenza^ 
da tempo infinito le forze disgreganti avrebbero avuto 
sempre ìl di sopra sulle forze aggreganti, e continuato, 
se non c'è limite alla divisibilità, a ridurre la materiti- 
prima in parti infinitamnnte minute, si che ogni tentd' 
tivo delle forze riaggreganti non avrebbe più avuto da- 
vanti a sé tempo sufficiente per condurre la nuova cn 
zione al suo compimento. Ora, invece, noi ve<iiarao, noi 
solamente che le diverse specie di esseri si ripi-oduconOil 



A I, 503-634. 49 

ma anche che in ciascuna specie rimane fissato il tempo 
richiesto per la riproduzione fìno al pieno sviluppo; dun- 
que nel disgregarsi delle cose la materia, arrivata a un 
certo punto, non può disgregarsi ulteriormente; è così 
che il punto di partenza della ricomposizione essendo 
sempre lo stesso, quanto alla grandezza degli elementi 
primi, essa si compie sempre in un tempo eguale, vale 
a dire in un tempo presso a poco fissato, secondo le di- 
verse specie, , La precisa forza dell'argonientazione è men 
facile a intendersi di quel che forse pare a prima vista; 
epperò non è da tutti spiegata a un modo, e si disputa 
in particolare sul preciso significato delle dnc espressioni 
1 certo tempore e 7'elicuo tempore. Premettiamo una os- 
servazione. Secondo il concetto democritico-epicureo, la 
ìnlìnita materia è diffusa per Tinlìnito spazio in forma 
ili particelle continuamente agitantisi e urtantisi; pc-r 
questo oceano di spazio e di materia è sparso un infi- 
nito arcipelago di mondi; vale a dire che, ad ogni mo- 
mento, solo una parte, una piccola parte, della materia 
'<' impegnata nel resolvi e nel refici dei momli e delle 
ciiso; una parte però continuamente mutabile. Secondo 
le altre scuole, invece, il nostro mondo — terra, cielo ed 
asili — è tutto l'universo, e quindi, nel sistema, per es., 
<Ì! Anassagora, tutta quanta la materia eosmic^i è impo- 
fmata nella continua vicenda di creazione e distruzione. 
Or bene, dato il concetto epicureo dell'universo, e data 
U divisibilità all'infinito, è chiaro che la riiluziono della 
materia a tal piccolezza, da rendere impossibile una com- 
pleta restaurazione di cose entro un tempo determinato, 
iloTrebbe avvenire anche se il processo dissolutivo non 
fosse più rapido del rìcostruttivo ; giacché la massima 
parte della materia sarebbe continuamente esposta a frat- 
ture e progrediente sminuzzamento, e una parte soltanto, 
e Tariabile, si troverebbe impegnata per metà nel pro- 
lasso costruttivo, per meti^ nel distruttivo. Vuol dire, 
dunque, che con questo argomento Lucrezio s' è messo, 
per dir così, sul terreno de' suoi avversari, supponendo 
tutta quanta la materia travolta nella circolazione cos- 
mica. Ciò conferma il detto sopra, che (gui Jjucrezio com- 

Oinnun, Biitdi ìitcrniani. K 



50 ATOMIA. 

batte determinati avversari. Ma non per questo ho fatta 
rosservazioi 0, bensì |)er giustificare il modo come vorrei 
ora spiegare il ragionamento lucreziano. Per semplificare, 
consideriamo una sola s|)ecie, in duo generazioni succes- 
sive, e la materia n(»ecssaria per formar le due generazioni. 
La prima genc^razione arriva, mettiamo, in dieci anni 
al suo compimento, impiegando la metà della materia 
dis|)onibile; e quando essa arriva al suo compimento, 
comincia (supponiamo anche questo per semplificare) la 
seconda generazione, che in altri dieci anni arriva pure 
al i)icno sviiui)po, esaurendo la seconda metà della ma- 
teria; ma in questo frattempo la prima generazione s'è 
tutta disfatta, e quindi c'è la materia disponibile per 
una terza gcMieraziono. Ora mettiamoci primamente nel 
caso <lella teoria atomica: è manifesto che non farà dif- 
ferenza, circa al punto in questione, se la prima gene- 
razione impic^gliorà a dissolversi, e a ridursi tutta in 
atorni, lo stesso tempo che ha im|)iegato a salire dalla 
concezione al pieno sviluppo, o se v'impiegherà un tempo 
minore, pr^r es. cincpie anni; in questa seconda ipotesi 
vuol (lire che la materia della |)rima generazione resterà 
cin'juc anni oziosa prima che la natura la riprenda per 
avviarla in una nuova composi/ione (3.^ generazione). 
flettiamoci invece nel caso della divisibilità senza limiti; 
allora, se la dissoluzione procede dello stesso passo della 
comi)osizione, la primi generazione si troverà in dieci 
anni, partcmlo dal momento del pieno sviluppo, ridotta in 
particelle} della stessa grandezza che avevano al momento 
della prima concezione; e, j)otenzialmente, potrebbero 
bensì continuare a sminuzzarsi di |)iù ; ma poiché in quel 
momento stesso la natura le farebbe rientrare in un pro- 
cesso (li ricomposizione, quell'ulteriore rimpicciolimento 
nt)n avverrebbe in fatto, e il suc(*edersi delle generazioni 
potreblxi continuare, senza variazione nelle età di queste* 
Ma se iiiveco la dissoluzione, come in realtà avviene, vf» 
con moto più rapido (h^ila composizione, la materia delld 
prim i genora/ioiio sarà arrivata nri supposti cinque anni 
a particcìlli^ della grandezza (juaTera alla prima conce- 
zione, e per altri cinque anni continuerà a suddividersi 



à 



A I, 503-634. 51 

(sempre con celerità doppia di quella della composizione); 
sictìhè, quando la natura la rimotterà nel processo ag- 
gre{;atìvo, dovrà impiegare prima dieci anni per ricon- 
darla allo stato iniziale, e altri dieci poi per condurla 
al pieno sviluppo. E durante (|iiesti venti anni k ma- 
teria della seconda generazione sarà arrivata in cinque 
anni allo stato primitivo; e per gì'i altri quindici si sarà 
ridotta a una piccolezza di gran lunga luitggiore <1ella 
precedente, e quarant'anni occorreranno alla quarta ge- 
nerazione por arrivare dalla prima concezione allo svi- 
loppo completo, e ottanta alla quinta, ecc. E se questa 
progressione dura da tempo infinito, è evidente che una 
qualunque nuova formazione cominciata da un tempo 
determinato qualunque (a certo tempore) mettiamo dieci 
milioni di anni fa, nel tempo che le è stato o le sta da- 
vanti {reliciio tempore), arrivando fino a noi e a qualun- 
que tempo futuro, non riuscirà a toccare il pieno svi- 
luppo. Sarebbe dunque impossibile il fatto attuala delle 
generazioni che si succedono conservando le loro età spe- 
cifiche. 

Possiamo riassumere la argomentazione di Lucrezio 
nella brevissima spiegazione del Munro: " infinite time 
to come couid not restore wliat infinite time past iiad 
gono on breaking up„; ma essa non illustra la ad<lutta 
rafrione; la maggior rapidità della dissoluzione. 

Il Brieger intende a certo tempore: "entro un tempo 
determinato, partendo dal momento iniziale, dalla conce- 
zìoQe„; e cioè: mettiamo p. cs. tre anni il tempo nor- 
■nale pel pieno sviluppo di un cavallo; partendo dal |)ìeno 
sniuppo, vado indietro tre anni, e quello è il certuni 
i^mpits, partendo dal quale, se la maDeria fosse sminuz- 
Mta air infinito, non sarebbe possibile clic ned relìqnum 
'fnipM, cioò nei successivi tre anni, il cavallo arrivi al 
pieno sviluppo, ma ce ne vorranno, poniamo, dieci. Ora, 
•^lie l'espressione a certo tempore si possa latiiiann'iitc in- 
tendere così, è stato a torto negato da altri ; ' ma gli è 



' Ultimamente da Kkbico FR>micHS (Qnneslion-n Lumi., OMen- 
'mrit, 1892)^ il qnale intende: ' pel Ki'aiide Mmitm/.xiirM d<;]lii ma- 



52 ATOMIA. 

che così non si tien conto abbastanza delP infinito tempo 
trascorso; un tempo finito bastava all'efFetto, nelle date, 
circostanze. L'argomento di Lucrezio viene a dire non 
già soltanto che, colla divisibilità senza fine, invece delle 
aefates spocàficamente fìsse s'avrebbero aetates variabili 
e sempre più lunghe, ma che non s'avrebbero aetates di 
sorta; inizi di ricomposizione se n'avrebbero, ma condan- 
nati tutti a prolungarsi senza arrivare mai a una com- 
posizione completa, e, in sostanza, non s'avrebbero più 
7*es. Ciò mi par confermato dal passo di Epicuro (lettera 
a Erod. § 56) che, a mio avviso, contiene questo stesso 
argomento di Lucrezio: ry}v elg àitsiQov to/ìijv erri TovAar- 
Tov dvaiQSTtov, iva iir narra «oOeviJ noiw/nev xàv ralg Tré- 
Qt/.vipSL^ 't(j)v à'^Q(i(av su lò fxì) uv dvayxa^(i/j,€^a rà ovra 
b?UfSovcFg xaravaki(fx€iv. ** Non è da ammettere la divi- 
sione all'infinito, per non toglier forza alle cose tutte (per 
non toglier loro la forza di formarsi ed esistere), e af- 
tìnchò non siamo costretti, a furia di triturare, a ridurre, 
nelle composizioni degli aggregati, le cose che sono al 
non essere „; rò uvea sono le res, non già i primordia, 
la materia prima, l'essere; altrimenti avrebbe detto ti 
ov eig rò jii?; ov; e io non ho mai letto che Epicuro di- 
cesse che la divisione all' infinito condurrebbe al totale 
annichilimento della materia stessa, e un tal supposto è 
qui contrad(l<^tto dairespressione dcrOtr^ noiwfisv^ che im- 
plicitamente esclude la distruzione nel nulla. E queste 
n&Qih'ijJBic rijov diQcu)v sono appunto, a mio avviso, i de- 
scritti riaggregamenti di prunonlia, i processi ricostrut- 
tivi di cose. Dunque p]picuro dice precisamente ciò che 
dice Lucrezio in (jnesto ]>aragrafo (ò51 sgg.), secondo ^ 
spiegato sopra. 

tcria, sar«'l)l)e p:ià arrivato un (M/rto momento (certuni tewpusj, àB.1 



lim infinikttis, i<\ipi^onQw\o elio questo a un dato momento abbU 
potuto arrivare a un ettotto, al quale non aveva ancora potuto 
arrivar** dapprima. Vanissima quin<li anche la proposta emenda- 
zione nu'suiìì ])er summum in 555. 



I 



A I, 503-634. 53 

IV. — Agp^iunffiarao qualche parola intorno alla pro- 
va 565-576. Qui Lucrezio dice: ''Se gli atomi sono as- 
solutamente solidi, si capisce come combinandosi con del 
ruoto possan dare non solo dei corpi duri, ma anche dei 
molli ; ma se sono già essi molli, non si capisco come 
dall'aggregato di particelle molli possano risultare i corpi 
durissimi che conosciamo ; la natura mancherebbe affatto 
d'un principio di solida consistenza. „ 

Questo argomento, per verità, non s'inquadra molto 
bene fra codesti altri, diretti contro la divisibilità all'in- 
finito. Un rapporto si può trovare in (questo, che mol- 
lezza, dal punto di vista epicureo, vuol dire mescolanza 
di vuoto; sicché, ammessa una mollezza negli elementi 
fondamentali, è ammessa in questi elementi fondamentali 
una mescolanza di vuoto; e implicitamente è detto che, 
per quanto si proceda nella divisione, non s' arriva mai 
a della materia pura, cioè senza vuoto. E questo deve 
essere il legame pensato da Lucrezio, e che l' ha indotto 
a mettere questo argomento qui. Ma è una ragione sub- 
iettiva di Lucrezio, e non risponde alla posizione d(»gli 
avversari, giacché Lucrezio stesso fa rimprovero, 745 e 
843, a Empedocle e ad Anassagora di non ammettere il 
vuoto nello cose. Guardato dun(iuc in so stesso, questo 
argomento non è collegato con quelli che lo circondano, 
anzi non si riferisce alla polemica contro Anassagora, 
ma è diretto contro Empedocle. Il che è confermato dal 
verso 567, dove, come esempi di cose molli, che, dato il 
vuoto, possono essere costituiti dai durissimi atomi, son 
citati per l'appunto i quattro elementi che Empedocle ha 
posto a fondo dell'universo. Ossia, non sono semplicemente 
^mpi, ma sono le uniche cose molli che (pii Lucrezio 
prende in considerazione, e Lucrezio in sostanza dice: 
'Coi miei atomi e col mio vuoto io posso render ragione 
<l«i tuoi quattro elementi ; coi tuoi quattro elementi tu 
non puoi render ragione del ferro e dei durissimi ma- 
cinìi. ^ Se non fossero i tre versi della coiK^lusione, 574- 
^76, si direbbe che questo argomento sia da trasportare 
Della polemica contro Empedocle, nelle vicinanze di 753- 
762. Là c'è appunto un altro argomento cavato dalla 



54 ATOMIA. 

mollezza degli elementi cmpedoclei : " Tutte le cose molli 
noi vediamo che son native e mortali; se gli elementi 
primi son molli, son dunque mortali, e la summa rerum 
dovrebbe perire nel imlla e rinascer dal nulla. „ In com- 
pagnia di questo andrebbe benissimo quello che esami- 
niamo qui. Nel quale, infatti, è ben vero che non si tratta 
di aeternitas, ammessa del pari da Empedocle, né di so- 
lidifas (nel senso di continuità della materia) ammessa 
del pari da Empedocle, ma si tratta di simplicitaSy ossia 
di unità indivisibile dei corpora prima (la quale Empe- 
docle non ammetteva, v. 754) poiché nella sua conclu- 
sione Lucrezio dice: "senza una siffatta unità indivisi- 
bile degli elementi primi é impossibile ammettere un 
condensamento tale che dia la durezza dei corpi che sono 
l)iìi duri degli elementi empedoclei ; ,, ma questa ragione 
non è davvero, per sé stessa, molto limpida o del tutto 
giustificata; che, anzitutto, può valere fino al dover am- 
mettere fra i primi elementi anche lo materie più dure, 
ma non arriva fino alla necessità della assoluta durezza, 
e meno ancora della in<li visibilità degli elementi primi; 
1)0Ì non ò chiara davvero senza il sottinteso che induri- 
mento è condensazione, e condensazione é occupazione 
di interni vuoti. Questo era il vero argomento che Epi- 
curo doveva usare contro Empedocle, se voleva conclu- 
dere colla siniplicitas: tu, ponendo degli elementi molli, 
ioni, contro i tuoi stessi principi, degli elementi mesco- 
ati con vuoto; gli elementi materiali puri non possono 
essere che assolutamente duri — e con essi e il vuoto 
si spiega la mollezza delle cose, da quella del ferro a 
quella dell'aria — e durezza assoluta vuol dire unità in- 
divisibile, sun]>licifas (e di ciò era da dare la diretta 
dimostrazione, die in Lucrezio non abbiamo). Così com'è, 
Fargomento non è che uno, e validissimo, degli argomenti 
contro i quattro elementi di Empedocle, che Lucrezio ha 
forzatamente incastrato qui, non del tutto a suo posto. 
Del quale sforzo c'è già un segno nella motivazione 
precedente la conclusione generale, ossia in 572 seg. nani 
funditus omnis principio fundanicnti natura carebit- 
Questa conseguenza non è commisurata a ci^ che pre- 






A I, 503-634. 55 

cede; commisurato v'è soltanto: unde queant validi si- 
licea ferrumque creavi non poterit ratio reddi; e di ciò 
non poterit ratio reddi, perchè gli elementi sono mol" 
ìiora quam ferriim et silicei^; ma se si tratta invece di 
piante e animali, si potrebbe rationem reddere. Se la 
rag'ione per cui con terra e acqua non posso render conto 
del ferro, è che il ferro è più duro, è evidente che non 
posso aprgiungere: dunque con terra ed acqua non posso 
render conto di niente, mi manca ogni qualsiasi fonda- 
mento di consistenza per ogni qualsiasi cosa in natura; 
si capiri^bbe un "* anzi, con clementi molli non mi posso 
spiegare neppure delle cose più molli „; ma ò un'altra 
cosa che vorrebbe la sua ragione a sé. Gli è che, men- 
tre Targomcnto ha valore, e ha un perche, in quanto si 
prenda mollia nel senso suo immediato, spnza implicarvi 
il concetto di mescolanza di vuoto, Lucrezio salta colla 
mente al concetto di molie nel senso di mescolanza di 
vuoto all'infinito, quindi alla mancanza di un i)unto di 
partenza di consistenza materiale. Giustissimo, ripe- 
tiamo; ma dato ciò, gli elementi molli sono sconfitti per- 
chè molli, e nulla importa che ci siano o no delle materie 
più dure. 

Non è vero che questo, come dice il Toh te, sia un caso 
di legittima motivazione a niaioread minus, quali le ama 
Wrezio, e com' è, per es., ncirargomcnto 584 sgg., dove 
8Ì dice: " Poiché le specie animali mostrano una grande 
fissità di caratteri, bisogna che gli elementi materiali 
onde si formano e riproducono siono fissi o immutabili; 
se così non fosse, se gli elementi primi non fossero tali, 
f^iente in natura avrebbe caratteri fissi, e non vedremmo 
le specie riprodursi eguali a sé stesse. „ La generalizza- 
zione dai fissi caratteri specifici animali ai caratteri fissi 
specifici di tutte le cose è per avventura superflua, ma 
non illegittima, rispetto alla motivazione. 

Il Brieger, riconoscendo egli pure quest'argomento 
non coordinato a quelli fra cui si trova, lo inchiude 
tra II II ; al che io non mi induco, perchè credo che Lu- 
|rezio Io mettesse qui, perché qui stesse, come provano 
i versi conclusivi. Non si può dire né che egli lo volesse 



56 ATOMIA. 

altrove, né che esso qui rompa la continuità formale del 
carme. La discontinuità logica è un errore di Lucrezio, 
che egli forse avrebbe più tardi emendato; ma non è 
nostro ufficio far ciò che Ijucrezio non ha fatto e avrebbe 
dovuto fare. 



CAPO IL 
PABTES MiNiMAE (ai versi I, 599-634). 



V. — Questi versi toccano una teoria sottile e singo- 
lare della dottrina epicurea. Si tratta di quella antinomia 
fondamentale, per la quale la nostra ragione da una parte 
non può concepire un esteso, sia materia o spazio, che 
non sia almeno idealmente divisibile in parti, divisibili 
alla lor volta, e così via all' infinito ; mentre d'altra parte, 
con questa necessità essa si vede sfuggire ogni principio 
e quindi il concetto stesso di materia o spazio. Negli 
argomenti che precedono Lucrezio ha dimostrato che c'è 
un termine alla divisibilità effettiva della materia; gli 
atomi sono indivisibili per la loro inattaccabile solidità, 
e, inoltro, è necessario concepir gli atomi come unità 
prime, se si vuol spiegare l'esistenza delle cose. Ma poi- 
ché gli atomi sono estesi — anzi di variabile estensione 
e forma — è impossibile negar loro una divisibilità 
ideale. ^ E infatti Lucrezio, o direm meglio Epicuro, la 



* 11 Beaumker, Prohlem der Materie, ecc., pag. 310, dà quindi 
a Epicuro il merito di avor per primo fatta la distinzione tra di- 
visibilità effettiva e divisibilità matematica, ossia solo pensabile. 
Ma il MiTXKo. Journal of philolof/f/, I, 28 sg^. 252, egg., dico che 
già Leucippo e Democrito avevano fatto gli atomi composti di 
parti. Secondo qnesti, anzi, codeste minimae partea non avevano 
peso, come risulta da un passo di Alex. Aphrod. (citato dal Polle, 
Phil. voi. XXVl): 'Asyti f.iiu ntol Aiixi-trìov xai ^rffÀOXQÌTov' ovtot 
y(eo..,, ovdè yuo tu riuO^y / ^ctovtr^^ /V redi cUóuoii kéyovci' tic y*à^ 
(ìuior, TU iTiiroovucya Tali < xóuoig xid uior. urta àvitoy ttSagij etaaiy 
itput tx de ((p(eou)y (TvyxeijJirMy Tio.g «y liu(ìog yeyrjai (simile affatto 
la contraddizione che Epic. o Lucr. lasciano insoluta). Del resto 
da Lucr. J, H33 risulta che anche per Epicuro le partes minimax 
erano senza peso. Vedremo più avanti come nciratomo, secondo 
il concetto epicureo, non si contengono che poche partes mini-^ 
mac^ non meno di tre, pare, e non molte più; cfr. Il, 4&ò sgg. 



A I, 503-634. 57 

ammette, e, come dice Stobeo, etgijTai orojuos ovx ori èmlv 
èiaxiiTK% àXX'on ov dvvaiai Tfirfifivai,, ànad^s ovaa xal àfxÉ- 
toxoi xevov; e, come dice Simplicio, i corpi primi àfteeij 
fièv ovx t/YEltai, àzofia de avrà dia t^v àndbtiav etvai tf^ai. 
Ma la sola indi visibilità effettiva dell'atomo non bastava 
per un solido fondamento d' un sistema materialista; non 
bastava per attribuire all'atomo quella simplicitas, ossìa 
quella intrinseca unità, per cui esso apparisse alla ra- 
g'ìone come vero primo della materia; e bisognava di- 
fendere l'atomo dal concetto, così diffuso in altre scuole 
lìlosofiche, della divisibilità all'inGuito, e non solo effet- 
tiva, com'era generalmente intesa, ma anche ideale; bi- 
secava quindi che, pur concessa una divisibilità ideale 
dell'atomo in parti, essa s'arrestasse 1), e che queste parti 
non fossero più divisibili neppure in concetto, fossero un 
minimum assoluto, e non avessero esistenza possibile, 
neppure in concetto, se non come parti (ciiè in ciò ap- 
punto sta la uuità, la simplicitas e quindi la primità 
dell'atomo: mentre la soliditas sta nella mancanza di 
vuoto). Ora questo tentativo di Epicuro di stabilire uu 
lìmite alla divisibilità ideale delk materia è, per quanto 
disperato, certamente notevole; e sopratutto notevole, 
perchè egli ha trovato modo di restar fedele al suo ca- 
none, che è di fondare la spiegazione deH'adfjJ.ov su qual- 
che analogìa del mondo doU'esperienza. Infatti Epicuro 
ra^riona così : Osservate nel campo del sensibile una estre- 
mità, per es. la |»unta d'un ago; ma, s'intende, la pura 
« semplice estremità, dou già un ultimo pezzettino del- 
l'ago; insomma la pura e semplice superfìcie di essa 
punta, che voi percepite, ma staccata e a so non la po- 
treste vedere. È un punto, per dir così, senza dimensioni, 
il minimum percettibile, dentio cui non potete distinguere 
parti; che se pur vi pare di scorgervi per es. una parto 
Jestra e una parte sinistra, in realtà queste sou due co- 
siffatti punti estremi, due cosiffatti minima, elio voi fis- 
sate, uno accanto all'altro. Ora, se immaginate levato que- 
sto estremo (che voi non potreste più scorgere, perchè, 
« poteste, sarebbe, per quanto piccolo, un qualche cosa 
visibile da più parti; sarebbe quindi già un complesso 



58 ATOMIA. 

di siffatte unità, non una sola) — se dunque immagì- 
jiate leva co codesto punto estremo, è evidente che ne 
scorgereste un altro subito dietro; e così via via; sicché 
percorrendo, sia alla superficie sia internamente, quel- 
Tago, quel cor|)0 qualsiasi, voi percorrete una succes- 
sione di siffatti punti minimi, senza parti, non percetti- 
bili per se stessi, ma solo come estremità di un corpo. 
Anche la superficie di una palla da bigliardo è una di- 
stesa di un numero grandissimo di siffatti punti estremi 
— grcin dissimo, ma non infinito, poiché si succedono un 
dopo l'altro ingoiando spazio via via — e dietro quella 
superficie un'altra simile; e tutto il corpo, in sostanza, 
è un ammasso enorme di tali punti minimi, in numero 
tanto maggiore quanto più grande il corpo stesso sarà. 
Che, essendo essi i costituenti minimi delle dimensioni 
dei corpi, son quelli che ne determinano, quasi prima 
unità di misura, la grandezza, e sono la causa della sua 
limitazione. 

E qui giova chiarire subito un altro punto, che non 
mi pare sia stato ancora ben visto, e che dissipa la neb- 
bia onde i cacinnina lucreziani appaiono avvolti. Questi 
cacnminn, che come estensione sono i punti minimi (nel 
campo del sensibile), come sostanza sono le mole- 
cole d'un corpo, ossia le partes minimae che ab- 
biano i caratteri di quel corpo o sostanza ; una divisione 
ulteriore le risolve in atomi, ossia conduce fuori o sotto 
(infra) il regno delle cose sensibili, e delle qualità pro- 
prie delle cose sensibili. Queste partes minimae Epicuro 
le dice oyxoi. ^ Gli oyxoi dell'atomo sono quelle partes 
minimae, la cui dimostrazione ò argomento dei luoghi 
di Lucrezio ed Epicuro che stiamo illustrando ; gli tyxoé 
di una res, per es. dell'aecjua, sono quelle ultime parti- 
celle di acqua che ancora hanno i caratteri dell'acqua. 
Ed ora, considerandoli ancora come punti minimi di esten- 
sione, si capisce i)erchè Epicuro dice che questi minimi 
non sono percettibili isolati, ma solo schierati l'uno ac- 
canto all'altro. Noi non possiamo vedere una cosa senza 

* Vedi Appendice II. 



A I, 503-634. 59 

distinguervi delle parti : poniamo, una parte destra e una 
sinistra; ora, a parto i limiti della nostra facoltà visiva, 
se noi potessimo vedere un oyxog^ per es. di ferro, noi 
dovremmo vedere una parte destra e una parte sinistra, 
ciascuna coi caratteri del ferro: ma allora consterebbe 
ancora di parti ferree, non sarebbe ìaj^ctys minima avente 
i caratteri del ferro, non sarebbe Voyxog ; oppure vorrebbe 
dire che noi vedremmo le vere parti di quQÌVoyxog^ ossia 
*rli atomi, cioè gli assolutamente invisibili, non solo per 
la loro piccolezza, ma per la loro solidità e semplicità, 
che esclude ogni emissione di idoli. Anche un moderno 
direbbe che, se noi potessimo vedere per es. una mole- 
cola di acqua, dovremmo necessariamente distinguervi 
gli atomi di cui consta, cioè non vedremmo più acqua. 
Si dice la stessa cosa, dicendo che questi punti minimi 
sono ametabata, che è cioè impossibile dentro essi la me- 
tabasi ^ il passaggio da un punto a un punto suo vicino; 
anche solo idealmente pensata, questa metabasi dentro 
un punto minimo d'estensione di quella tal sostanza sa- 
rebbe una metabasi da atomo a atomo. 

El ora veniamo all'atomo. Poiché Tatomo è corpo, e 
tlai corpi sensibili non difiTerisce, in quanto corpo, che 
per la piccolezza, ed ha comuni con essi tutti i caratteri 
necessari del corporeo, anche l'atomo è un est(^so, ha 
una determinata forma e grandezza, ed ha delle estre- 
mità, che — essen<lo Tatomo il minimum della mate- 
ria — sono il minimum assoluto dell'estensione ; e come 
la dimensione del corpo sensibile è un complesso di sif- 
fatti nn'nimi, nei quali è impossibile scorgere una ulte- 
riore divisione di parti, e che sono percettibili come estre- 
mità e come formanti parte del complesso, ma impercet- 
til)ili per sé stessi; cosi la grandezza dell'atomo (e la sua 
forma) è determinata e costituita da codesti, por dir così, 
atomi dell'estensione ; i quali, non essendo essenzialmente 
altro che parti, non possono né aver parti alla lor volta, 
De esistere, neppur nel concetto, se non come componenti 
bell'atomo. Come materia l'atomo è una unità prima, 
corno estensione è un complesso di un numero di unità 
|»rime dell'estensione. I corpi son tutti i^iexd^aia^ cioè hanno 



60 ATOMIA. 

una estensione risultante dal succedersi e giustapporsi 
di minimae yarfes: di minimae partes perla percezione 
i corpi sensibili, di minimae partes assolute gli atomi. * 
Queste minimae partes sono invece ufietcipava: cioè, ne- 
gli df.iSTu^aTa dei corpi sensibili è impossibile percepire 
neppur concepire una interna pluralità e quindi suc- 
cessione di parti aventi i caratteri del sensibile; negli 
afusTa^ara degli atomi una interna pluralità e quindi 
giustapposizione di parti assolutamente non esiste, e non 
è neppur pensabile. L'a^frap?arov in parte è simile, in 
parte dissimile dal ixerd^arov ; è simile in quanto non gli 
manca il carattere deircstensione (di occupazione dello 
spazio) di cui è il punto di partenza, il primo costituente; 
ò dissimile in quanto ò semplice, ossia non ha parti. 
Uài^iBxd^aTov dell'atomo, essondo esso il fattore delle fi- 
nite grandezze e forme degli atomi, ò quello che <là agli 
atomi la possibilità, coi loro concursus, di formare h» 
res. Che, se le partes minimae non avessero già il ca- 
rattere d'estensione, non potrebbero produrre grandezze 
e forme, e quindi neppur cose; se fossero alla lor volta 
divisibili in parti ulteriormente divisibili, e così via, 
mancherebbe del pari un punto di partenza, un pri- 
mum deirest(Misione, e o^ni possibilità di limiti e varietà 
di grandezze e di forme. E sarebbe errore d'altra parte 
il trasportare, in certo modo, su queste minimae par- 
tes atomiche le funzioni degli atomi, supponendo che 
esse, esistenti prima per so stesse e mobili, si sieno 
accozzate a formar gli atomi; poiché è contro la loro 
natura di parti, e non altro che parti, il supporre la 
loro esistenza indipendente ; il primum materiae non 
può essere che un f.iBid^aiov^ capace, come tale, di va- 
riate grandezze e forme, e quindi di creazione delle cose. 



* Dice il MuN'Ko: ** in tlio visible tliing howover the cacumon 
seems fo he a iftinimiinif in the atom it is a ìinniinum! ^ L'espres- 
sione è por 1) meno poco esatta. S(3 nel fatto percepito e* è un 
injfanno, rinduziono fatta per rimpercettibno non ha più fonda- 
mento. Epicuro intonde un vero minimum, ma nel campo del 
percettibile. 



A I, 503-634. 61 

S'intende che noi qui intendiamo di spiegare e inter- 
pretare questo difficile punto della t<'.oria epicurea, non 
di giudicarlo. Tuttavia osserviamo. E inutile dire che 
Epicuro non ha risolta la insolubile antinomia, e che la 
contraddizione inerente al materialismo stesso è anche 
in lui. Che la sua pars minima dell'atomo è ad un tempo 
un esteso e un non esteso ; è un esteso, poiché un inesteso, 
per quanto moltiplicato, non può mai far un esteso (qui 
Tatorno) ; è un inesteso, perchè non è concepibile un este- 
so, che non consti di parti, o, per parlare il linguaggio di 
Epicuro, non e' è esteso senza metabasi. Ma che vuol dire 
questa contraddizione? attribuirla a quell'ignoranza o di- 
sprezzo della matematica, che si rimprovera ad Epicuro, 
non va; che la matematica suppone, al par di Epicuro, la 
reale esistenza dello spazio intuitivo. Quella contraddi- 
zione vuol dire che Epicuro era e voleva essere materia- 
lista, e sentiva la necessità di salvare il suo spazio e la 
sua materia dalle tenaglie delle argomentazioni cleatiche; 
vale a dire, era nella necessità — a dispetto d'ogni contra- 
sto mentale — di porre un punto fisso di partenza della 
('Stensione corporea; una specie di punto matematico parte- 
cipante dell'estensione, in quanto era generatore dell'esten- 
sione, ma non partecipante dell'estensione, in quanto non 
avesse esso stesso forma o grandezza o limiti, cioè non 
constasse esso stesso di parti, e non potesse essere che 
in funzione di parte, e quindi per sé solo non apparte- 
nesse ancora al reale. Senza ciò non c'era costruzione 
possibile della materia. Ad Anassagora, infatti, che si 
era invece sottomesso alle argomentazioni eleatiche, si 
può dire che la materia — nel senso intuitivo della parola, 
come pensato substrato delle qualità — era sfuggita di 
mano. Poiché, secondo lui, in un pezzettino d'oro, per 
quanto piccolo, ci sono non solamente infinite parti d'oro, 
ma anche infinite parti d'ogni altra sostanza, si vede che 
Telemento quantitativo, l'elemento essenziale del concetto 
di materia, sfugge; e i semina rerum anussagorci non 
sono più vere sostanze mat(*riali aventi le qualità delle 
cose, ma si riducono alle semplici qualità, in sé stesse; 
le qualità diventano esse stesse le entità prime (vedi la nota 




ATOMIA. 



intorno ad Anassagora nel commento a I^uer. I, 830 agg^, 
Ma Epicuro si riijellii al razionalismo eleatico, forte d« 
suo (lanone fomlameiitalo ciie criterio primo della verità 
il sRnso; e (come suole Of;nit|Ual volta ha da spiegare i 
èfjijiov) cerca nel campo del sensibile un' analo^'ia |>er I4 
Bue parleu iiiiniinae dciratomo, per il sUo primiim exkttfi 
siojits: se la trova, agii ha s(M)ntìtl;o senz'altro i suoi air- 
versari. La sua trovaca è, oaturalmt^nto, una ìllutiiono} 
ina pure e ne voiiìamo qui Tiniportanza, e non t 
sciocoa stramberia — ben inteso che dobbiamo far a 
zione dalla nostra scienza ottica. PreBentiamu, i)er beni 
chiarire la cosa, il ragionamento di Epicuro sotto un t 
irò aspetto. Io vedo, per es., sopra un foglio bianco uui 
grande maccliia rossa. E evidente (intende Epicuro) eh 
la vedo perchè vedo tutti i minimi puntini rossi isola 
cameote ancor visibili di cui essa consta; dico tutti, per 
che se non yedesai alcuni, che ragione vi sarebbe <* 
vedere gli altri? Ora, isoliamo uno di questi puntini 
s'intende un puntino che sìa ti piìl pìccolo visibile, 
così isolato ancor lo vedo, vuol dire che ci vedo aDcls 
una detcrminata forma e grandezza, e ne vedo gli e 
limiti I) ci vedo per es. una parte destra e una {tartl 
sinistra; ma questa parte destra e sinistra, che altro soaHf 
9fi non parti del puntino? Ma se ora io isolo una di qu« 
ste estremità, essa non è piìl visibile (altrimenti il puo; 
tino non sarebbe il mininin visìbile isolalo); e non 
vedo più pcpchò non vedo più in essa — che è quanti 
dire, essa, nel campo dd visibile, non ha più — una parti 
destra e una parte sinistra, non più una data grandezza 
e figura. (8e Epicuro avesse avuto un microscopio . . , k 
questione era soltanto trasportata al minimo punto vi 
sibilo col microscopio). Ma non por qnesto posso dip 
che queste cstremìtil o minime parti invisibili isolata 
ment<>, sieno invisibìli anche quando sono accostate 1 
formare il puntino; che se non le ve<ies3Ì esse stesse, comi 
potrei vedere la loro somma, il puntino? (E quindi SDchi 
la visione di tutta la macchia rossa risulta dalla visioi 
di tutte le. per sÒ invisibili, estremitit parti mìoìme, 
E qui sta il vero signifìcato dtiU'aualt^ta corcata da E{H 



A I, 503-634. 63 

curo; come qui delle grandezze invisibili formano una 
grandezza visibile, così, nell' atomo, delle grandezze per 
sé stesse inestcse compongono una grandezza estesa; e 
come qui l'invisibile per sé stesso acquista visibilità nella 
riunione con altri invisibili, così le partes minimae del- 
l'atomo acquistano valore di estensione quando sono riu- 
nite a formar l'esteso atomo. È questo che s'intende dire, 
quando si dice, nell'uno e nell'altro caso, che Vametabaton 
in parte é simile, in parte è dissimile dal metabaton; è si- 
mile, in quanto come fattore della estensione (visibile, o 
assoluta) è por partecipe dell'essenza dell'estensione; dissi- 
mile in quanto per sé solo è privo dei caratteri dell'esten- 
sione. E (jui va accennata anche un'altra sottigliezza (vedi 
più avanti) del discorso epicureo; vale a dire, che queste 
partes minimae, quando sono riunite a formar l'esteso, 
non son riunite toccandosi coi loro orli o estremità o parti, 
che dir si voglia (come per es. son riuniti tutti i minimi 
puntini isolatamente visibili a formar la macchia rossa), 
ma è da dire semplicemente che si succedono; che sono 
esse stesse delle pure estremità o parti. E non é senza una 
ragione che Epicuro fa anche questa osservazione; una 
maniera per confutare eleaticamente la estensione è an- 
che questa : una linea per es. è una serie di punti ; cia- 
scun punto deve toccare con una parte di sé il punto 
precedente, e con un'altra il punto seguente; ma ciascuna 
«li queste parti del punto è alla sua volta un punto, per 
il quale s'avrà a ripetere la stessa cosa, e non s'arri- 
verà mai a un punto c!ie non sia composto di punti. 
Epicuro, coraggiosamente, nega senz'altro per le partes 
ìninimae codesta necessità del contatto bilaterale, nella 
giustapposizione; per le partes minimae del sensibile 
s'inten<le che è negata nella loro (jualità e funzione di 
sensibili; che, in quanto esso sono complessi di atomi, 
non è negato che tocchino con qualche atomo da una 
parte, e con qualche altro da un' altra. Epicuro poi chia- 
ma àxQov (Lucr. cacumen) questa pars minima del vi- 
sibile, perchè gli parve d'averla per così dire colta sul 
fatto nella punta; nella punto, diremo così, assoluta (nel 
campo del visibile), che si vede, non già isolata, ma in 



64 ATOMU. 

certo qual modo spiccata e. non confusa coH'altre sirai 

circostanti. 

VI. — Tutta questa teoria delle parti minime è con 
cisamente esposta da Epicuro stesso nella lettera ad Eroi 
doto ; non colleuata, corno in Lucrezio, colla questiona 
della solidità ed eternitii degli atomi, ma con la quei 
stione della grandezza atomica: questione cbc Lucreziqi 
non tratta espressamente in Dcssj.n luogo — salvo 
paro, IV, 108 sgg. : ma pare (vedi Appondice II, 
la fini!) — e solamente, in \niì luoghi, afferma e sottia 
tende die gli atomi sono di una piccolezza invjsibiU 
variabile entro eerti limiti, e nei paragrafi coneideral 
da noi nel Capo I è implicitamente dimostrato che v' ì 
un termino delia piccolezza sotto il quale non posson 
discendere. 

Esaminiamo ora partitamente il passo, non facile, i 
Epicuro (§§ 55-59). Epicuro, dunque, dice anzitutto chi 
non ogni grandezza è da ammotten- negli atomi, essendo 
ciò contraddetto dai fenomeni ; è da ammettere però uiM 
eerta scala dì grandezze, poiché coU'aramotter ciò ai rend 
conto assai meglio dei fatti, quali ci sono attestati d 
senso, esterno ed intemo; né il supporre possibile ngi 
grandezza ci aiuta a spiegare le varietà qualitativo dell 
cose, mentre poi ci dovrebbero essere atomi che arrivino 
fino alla nostra vista: ìl che nò vcdiam cbc sia, né e' ili 
tende come possa essere. Con ciò Epicuro ha brcvement 
provato il lìmite superiore per la grandezza degli * 
onde risulta anche che gli atomi sono dei corpi limitati 
come tutti quelli che conosciamo. Per procedere poi sili 
dimostrazione del limite inferiore, prende a consideri 
il corpo limitato, in genero; e comincia: "Né 6 da e 
dorè che te iiartieelle onde risulta un corpo limitato poi 
sano essere in numero infinito o dì nna grandojfza quali 
sivoglia, „ {" Di una grandezza qualsivoglia» qui sìgnifìa 
naturalmente: di una piccolezza qualsivoglia.) Lo atte 
proposizioni sono correlative, sono due aspetti di un me» 
desimo pensiero; che se le particelle possono eascre anobi 
d'unii piccolezza Knza limite, infinitamente piccole, ] 



A 1, 503-634. 65 

essere infinito anche il loro numero entro un corpo limi- 
tato. — Ed ora, prima di passare alla dimostrazione delle 
due proposizioni, Epicuro cava due conseKuenze, una per 
ciascuna: " per modo che non solo ò da bandire la lofiìf 
f/f thtn^v, a fine che non togliamo ogni forza alle cose 
rutte, e non sia necessità che In somma degli esseri, pel 
continuato sminuzzamento, finiscano n(d non essere (v. 
p. 52); ma anche è da credere non poterò iì,v /tBrà^arnv 
Yerf(Aai èv roti à^iafttron «'; imeiQov [trió^énl rorkaizov. „ 
Queste due conseguenze non sono che due nuove forme 
delle premesse; eliè: «) se è possibile la divisione all'infi- 
nito, è evidente ohe il numero delle parti va moltiplican- 
dosi all'infinito; i) se è possibile il passar da una parte ad 
altre via via minori all' infinito, è chiaro che non c'è limite 
di piccolezza. E anche le due conseguenze sono tra loro 
correlative. Rispetto alla seconda, giova spiegare l'espres- 
sione iieru^aatg Big itrtsi^ov èni TuvXactov. Non è da inten- 
dere il passare a parti via via minori mediante divisione, 
il che sarebbe una materiale ripetizione del precedente; la 
mefahasi non è la lojti»;, ma è il passaggio da una i)arte a 
un'altra parte vicina. Epicuro intende il passare da una 
liarte alla metà (p. es.) della parte vicina, e da questa prima 
metà alla metà della seconda metà, e da questa semi- 
metà alla metà della seconda semimctà, {•■ cosi via via : 



'Iii«6 a i e, il ed, a de, a e f, ecc., ecc.; questo prò- 
l'edimento, dice Epicuro, non può continuare all'infinito. 
N'el suo significato, questo passare al sempre pifi piccolo, 
iiir infinito, per metabasi, è lo atesso che il passarci per 
i-tititinuata divisione della stessa parte; ma ognuno ri- 
conosce qui una dello forme di argomentazione eleatica. 
li noto argomento del piò veloce Achille che non può 
'"airgiungere la tartaruga, vuol essere appunto una prova 
della ftecà^amg ei's ànetqov ènl róvXaTvor, ' 



' Dice l'UsKifEH in DOta: " dubito ari ,ur,V ini 
'-clrnroy Epiourus Bcripserit. , Non capisco comi 
ItcoM; come l'iatondo io, la congettura non i 
OlCS'AVl. Studi lutrttiani. 



66 ATOMIA. 

Dopo ciò Epicuro passa alla dimostrazione delle due 
proposizioni intorno al corpo limitato (giacché sempre sì 
parla del corpo limitato in prenere; la applicazione al- 
l'atomo non verrà che più giù): ovie y«(>, Ineiòàv anal 
rie siTtJi Oli liireiQoi oyxot ev tivù vjxdQXovdiv^ ì ònr^kixoi 
Olir, tati voìlaat noìg t' «v f r/ tovto nensQaanhvov stri xo 
/et/fOoc {7iì])UxoL ydo rivsg J/jAor (og ol àrteiQoC eifJiv tyxoi' 
xal ovToi oTtrfKixoi av noie waiv^ ìmeioov uv iv xaì tò 
nfyeho;)' lixoov te ixovxog rov 7iBrrBQa(S(.ihov óia/.riTxróv^ éi 
Iti xa) xai hdvio ^sooorjvtv, oix ftJri l^^ì^ ov xaì tJ i^Tg 
Tovvov rotavi ov vosTv xaì ov ro) xarà r' t'Src €ig TOi!/CyT^ocrtfr 
fìaót'^oviL erg rò imsioov vndoxBiv xatà <^ro> ro(orrov 

(((fixvfJcf'iai T^ ivvouf. Cosi leggo e interpungo; e così 
ottengo un senso filato, che non vien fuori dalle prece- 
denti edizioni, conij^resa quella dell' Usener. L'Usener 
muta r / (Kirpuxoc ovv dei codici in oi in. ovv, non in- 
tendendo che qui Epicuro ripete le due proposizioni che 
ha da dimostrare; ^ e le due dimostrazioni seguono poi 
distinte e contrassegnate e mosse in correlazione mediante 
i due re (rró5; ?* -— dxoor re): correlazione che viene of- 
fuscata dairUscMier con un i)unto fermo dopo roìfsai e 
interrogativo dopo e7ì] k) fiéyeÒog. Più giù (dopo voeTv xai) 
leggo ov TM per mss. ovcoi '; TUs. rovto (con qualchi* 



* C-orne non avevo inteso io nrlla prima edizione di questo 
scritto, accettando sbadatamente Voi invece di ?; deU'Usener. Sono 
stato messo suU'avviso, e sulla via d'una migliore interpretazione 
del tutto, dal lirie^er, richiamante la niia attenzione sul r\ che 
colla lezione dell' Usener e coli' interpunzione mia non si spiegava. 
Del qual iirieprer non accetto però la eliminazione di ^ «rr. orr, 
come indebita intrusione d'un copista; e la ragione risulta oli iara 
dalla spii^gazione del contesto. Avverto, poi, che, in genere, le 
parziali modifioazioni e lo nuove spiegazioni e agfi^iunte a questo 
scritto sono stato provocate da obiezioni cortesomcote rivoltemi 
dal prof. Brieger. 




tende: (nx l'ai/ m^ìy: <i) ut^ ov xaì to l?ij^ ece b) xai ovvfo vTrùgx^ir 
,uó't:;nyr(, eco. Ai grecisti la scelta; il senso è il medesimo. 11 re 
ivtfoiu è comune pos>«esso di ìmiuom e <:^fXi'iTaOai, — Il senso e 
lo stesso, costruendo: fì^ (".-nioot' vnuQXHt' (((pixvèla^ai, oppure 
vriccQXcn' (ttfixrfìoO.u lìg icTitnor. — Al principio Us. COD de^codìci^ 

ovre yct() ottoì;; ma T J'rrf'v manca nell'importante F. 



A I, 503-634. 67 

toiliroj, che non dà soiiao. Le due prove dipendono am- 
bedue da ov . . . fan ro^tfae; ma nella seconda il troppo 
luntano ov... tati voìjaai è richiainato con oCx Jan... 
mi». Per ragion di chiarezza Iio messo tra parentesi la 
ftiustifìcazione di Tiàg . , . fièys'ìoi 

Duuque: " Giacché, una volta che alcuno dica che in 
un ((uatche cosa ci sono infinite particelle, oppure parti- 
'■clle di una grandezza (piccolezza) qualsivoglia, non si 
\m più intendere, in primo luogo (cioè quanto alla prima 
iiroposizione; r') come quella cosa possa essere ancora di 
lindezza finita — che codeste infinite particollo, nna 
'lualche determinata grandezza la dovranno pur avere; e 
ijualunque questa sia, la somma (date le particelle in nu- 
mero inBnito) deve pur dare una grandezza infinita — ; 
ili secondo luogo (quanto alla seconda proporzione; «), 
twichè il limitato ha un cacume/i percettibile, sebhene 
non percettibile i)er sé stesso e isolatamente, non ^ pos- 
sibile non riconoscere sempre eguale ad esso cucumem cift 
'■he via via segue (dunque una scric di cacum'ma) ; e non 
^■sser dato a colui che col pensiero procode via via avanti 
passando di parte in parte di quel limitato) l'andare 
all'infinito, passando [visto che non può che passare] da 
l'arte eguaio a parte eguale. „ (Cfr. Lucr. 599 sgg.) 

In sostanza — lasciando il primo argomento che ì' 
'liiaro per sé — un avverBario, p. es. un Anassngoreo, 
imbhe beo concesso a Epicuro clie, se in un limitato 
■'i passa col pensiero di parte eguale in parte eguale, 
'»n si può proceder cosi all'infinito; ma avrebbe soste- 
nuto che, passando col iwnsiero di parte in parte sempre 
l'iii piccola, si possa continuare all'infinito; ed Epicuro 
nsiiondc: no; perchè nel corpo limitato scorgo una estrema 
l'UDla, che però non posso scorgere ])er se stossa e iso- 
l'«araente, ma solo nella contìnuitA del corpo; e ciò, porcili"' 
l«f scorgerla io devo scorgere (ul esm dello pjirti late- 
'iili. le estremiti^ che la limitano; e (jneste non le posso 
^-itrffere in essa (altrimenti sarebbe ciascuna di queste 
«na estrema punta); questa estrema punta è dunque ciò 
'^^ primamente ha le qualità percettibili di qu(d corpo; 
cite è quanto dire non è composta di piti piccole parti 



68 




ATOMIA. 



aventi siffatti caratteri percettìbili (certo Im jiarti; mi 
ijii09te non sono piti parti aventi quelle qualitjì, ma 80Q 
atomi). Ora, la mia visione del corpo non è evidente 
mente che la visione di una continuata serie di tali punt 
estreme; le quali per conseguenza sono tutte di egu« 
piccolezza, e non ù quindi possibile che Ìo percorrendoli 
anche solo in pensiero, possa continuare all'infinito. Col 
ciò ho provato: 1. Che c'è un limite di picrolezza olti 
il quale le particelle d'un corpo (aventi i caratteri spo 
cifici di quel corpo) non possono scendere. 2. Che ] 
conseguenza non è possilìile. neppuru in i)en9Ìero, d 
fUittjiaai^ eì^ anei^ov èiìi jovlatiov. ' — Si sente subitt 
i;ho in questa argomentazione, oltre all'intento dì prt 
parare W pnrtes minimae dell'atomo, c'è una diretta op 
pugnazione di Anassagora, che faceva gli elementi delk 
coso dividentisi all'infinito, sempre conservanti le qualitì 
delie cose. K si vede anche, come la dimostrazione ai in 
trecci col concetto della molecola (= tyfxo? ^ caeumen 
quando non si tratti di atomi), e con quanto |)oca |r» 
gione qualche modernissimo storico della filosofia trOT 
il concetto moderno della molecola — in Anassagora. 
Dimostrato cosi il minimum percepibile {tò iXdxtetov f 
ijl aìa'ìi'flsi) come fa anche Lucr. ó99 sgg. e 7-19 sgg., Epi* 
curo continua (§ 58); ni le èXa%iaiov lù tv i^ «toflijtfft A 
xatavottv uri o("i« toiovtnv ftttiv oiov tò ras /ida^datic *(* 
ot'ie uyavijj ndvtto:; Krófioioì\dXX^ ìx"'^ i"^^' "''*' xoivóngti 
Totv fifra^ariàv, òiiiXijipiv Sé /te^àv ovh Ìxov. Questo i: cliitini 
colle spiegazioni date avanti; ciò che V anielafiaton per- 
cepibile ha di comune col metabatoii, è il carattere proprio 
della estensione, che, cioè, esso non si può percepire cb* 
(lercependo ad esso dello estremità; se ne distìngue pert 
in quanto queste estremiti non sono parti di esso am^ 
tahalon; in questo non sì distinguono parti. Epperft Epi* 
curo continua: nXVóiav Siù liv tK KoivótJjto^ n^ 
ifiqttav otifìmfiEv ùiaXrji^'BoHai ti ai'cov, tò ftèv Imtì 



' Onde si vede clie questa risposta dì Epicuro suppone. • C 

ferma, che la obiezione fatta h la fiBróf. tli Sn. iti tovìart»^,w^ 

~ k stata epìegatii qui avanti* 



A I, 503-634. 69 

so Se ijihtetva, tò igov t^ftìv Sei Ti^oanimeiv, " Ma quando, 
per effetto Ai ciò che è comune, avviene che ci paja di 
distinguere qualche cosa in esso, una parte di qua e una 
parte di là, vuol dir che ci colpisce l'eguale ad essi (gli 
altri cacumina che gli aono accanto). „ I cacutnina schìe~ 
rati l'uno accanto all'altro si rendono vicendevolmente 
il servizio di farsi percettibili, fungendo per la perce- 
zione da estremità l'uno dell'altro- Quindi: l?^c « 8fft>- 
^oùficv jaì'Tit aiti) tov nQitìTov xaiaQxófiEvoi xxi ovx cv iqT 
avr^, aèdi (if^eai fisgàv éntófiev', àXV ^ èv t^ tdiórtirt, zfj 
ìavrAv tò fieyéHij xajafxBTQovvia, là nXeiia nXeìov xaì xò 
è).àitia HaiTOv. " Nel fatto noi vediamo codeste parti 
(rò kTiitàit, TÒ ènéxeiva) suceedentisi l'una all'altra co- 
minciando da quell'óxpov o èkiixiaiov come prima parte, 
e non già dentr'esso; né toccantisi con parti a parti (né, 
con proprie loro parti di destra e di sinistra, toccanti il 
compagno dì destra e il compagno di sinistra, v. sopra, 
p. 03); ma in forza di ciò che è loro proprio (cioè del- 
l'esser senza parti, e quindi un primo fisso di estensione) 
danti la misura alle grandezze, maggiormente (cioè con 
un maggior numero di sé stesse) alle cose più grandi, e 
con minor numero alle minori- „ 

Ed ora viene l'applicazione agli atomi, §59: ictfijj ti; 
àtaXo/iif vofitetfov xnl rò tv i^ thófiii^ èX<ixi(fiov xtXQ'i'^'^'- 
fiufóiTiTi yàg èxeivo S^lov ù^ iiatffqei tov xarà ifjr 
tnVjijffdr QeaQovfiévov, dra?.oyi(f iè tq avcfj xéxQ^rai. tTiei' 
ntf xal ori jUf'j'cOo? txf^ >i «lO/WO?, xarà kjv [iwv) tvtavHa 
"nXojiav Kit.rr(joQì]aa{itv, fitxQÓv tt fióvov ftaxgàv ix^aX- 
'*»««. fii re %à IXdxtaia xai àfiiyil né^ara àfZ roniieir 
"»* juijxMV rò xaiafiécQtjixa t^ nùnùv jrpwrwr toì^ (leiZoai 
*» IXarroai na^aaxevdtovta xg Sia ?.óyov Ofm^kij ìttì riùr 

Il testo secondo Usener, salvo che ho soppressa una sun 
virgola dopo fiijxiàv (e s'intende iir^xiàv twv aru/twr; è perù 
inutile la mia precedente proposta di mutare /«ijxaiv in 
oié^wv), e un suo segno di lacuna dopo 7xaqa'Sxfva!ioviit. 
Dunque; " similmente ft da credere che si comporta la 
pars minima dell'atomo, giacché è chiaro che questo 
'litferìsce dal visibile per la piccolezza, ma nel resto, come 



70 ATOMIA. 

corpo, ha i medesimi caratteri. Abbiamo infatti già di- 
chiarato, sul fondamento dciranalogia coi corpi di nostra 
esperienza, che anche Tatomo ha una determinata gran- 
dezza (ed ò quindi un corpo limitato, cioè che ha dei li- 
miti, e quindi delle parti) ; solo che questa grandezza b 
di gran \\xnga più piccola (anche dei più piccoli corpi 
percettibili). É ancora è da intendere pure per gli atomi 
— con quella visiono mentale che serve per le cose in- 
visibili — che lo loro estremità minime e semplicissime 
(cioè non composte osse pure di parti; e qui in senso 
assoluto) sono quelle che agli atomi, maggiori e minori, 
forniscono il principio o la misura fondamentale delle 
loro (maggiori o minori) grandezze/ — Epicuro, dunque, 
non si dilunga a ripetere per l'atomo e le sue parti mi- 
nime tutto quello che ha detto pei sensibili e parti mi- 
nime dei sensibili, ma tutto riassume nei due momenti: 
(/) che gli atomi hanno grand(»zze (e quindi forme) de- 
terminate e varie; 0) dio le loro semi)licissime parti mi- 
nime sono lo generatrici e determinanti di codeste gran- 
dezze e forme. E questo momento — cioè Taver gli atomi, 
per virtù delle loro parfes minimae, precise grandezze e 
forme — ò il momento essenziale per la conclusione ul- 
tima; la quale è: che soltanto elementi i quali abbiano 
una siffatta detorminatezza, possono comporsi e combi- 
narsi a formar le coso (non già degli elementi indeter- 
minati e informi come sarebbero gli elementi di Anas- 
sagora lo stosse parles mhiimae dell'atomo — supposto 
oh(^ queste potessero avere esistenza a sé, il che non *■ 
neppur concepibile). Questa conclusione è formulata neH® 
(lue ultime proposizioni del capitolo che stiamo esaii^^' 
nando. 

La prima: // yàQ xolvóh]^ i] vn(XQ%ovca avzoT^ ngig ^^ 
àiievà^ava Ixavì^ lò (xf%QL loviov avvTé?Jaaij è la più l**' 
certa di tutto il brano, f^a xoivóivjc con che? e ai'r^*^ 
sii^^nifica gli atomi (forse con breve lacuna avanti a > T^ff 



' Può qui faro qualche difficoltà la insolita costruzione di yofii^^'^ 
col participio ; ma non grande difficolta, trattandoci di Epicuro' 
che è scrìttare spesso negligente, sopratutto nelle oostruzioDL 



A I, 503-634. 71 

nt'lla quale fosse un là lUo/ta; oppure da lef^gere avrah?), 
o invece i nf^ata? Con tutta questa incertezza — e col- 
r incertezza della mia materiale traduzione: " Il comune 
tvirattere che gii atomi hanno colle co3c sensibili rispetto 
alle pniies minimae (vale a dire, l'essere essi atomi, come 
i sensibili, dotati di determinate {grandezze e forme, per 
ottetto della inscindibile unità in cui le loro parles tiii- 
nimae 8on fuse), è ciò che H rende atti al compimento, 
ossia alla creazione, delle cose fino al punto che noi 
vediamo „ — malgrado, dunque, tutte queste incertezze, 
è però manifesto, ed è confermato dalla seguente propo- 
sizione, che questa e la seguente proposizione dicono 
precisamente ciò che dice Lucrezio in 628-634 (i versi 
nsi inintelligibili nelle edizioni di Lachmann e Bernays 
mila mutazione di msa. si e nn!iis in ni e ìiniliis): 



dcnique si mìnimaB in pnrtie cuncta roaolvi 
cogere consucasi't rerum OAttira croatri:c, 
iani iiil ex illis eadtjm repar.iru valeret, 
propteren quia quae niillis suiit pttrtilius auctn 
non possunt ea quae debet gcnìtalìs liabere 
materies, vttrios cotiexus pondera plaf^as 
concur^us motns, por quao res qnaequc gpruntur. 

U seguente ed ultima proposizione del brano, infatti, 

i: ffi'Kf/fipijffd' dì- fx TOVTOtv xirriaiv ^xuvrwl' ovx oióv rt 
jevia'^ai. ' Xè 9Ì dica, per avventura, che codesti steasi 
«,'i(in',fer«, queste patii's mintmae, potrebbero, esistenti 
prima indipendenti e dotate di moto, essersi accozzate a 
formar gli atomi [con che verrebbesi a negare (]uella ana- 
'"(fria delle partes mintmae assolute colle parfes minimal' 
J«IÌ!i percezione, che a Epicuro sta tanto a cuore; e a ne- 
ST'ire anche quella determinatezza e varìelà di grandezze 
^ furine nei primi elementi materiali, che a Kpicuro pare 
"'■cessarla per la creazione delle cose.) <;iò ò impossibile. „ 
Ij la ragione ce la dico Lucrezio, (Ì04-C0S : |)erchè, es- 
pellilo esse, per loro essenza, parti e non altro che parti, 
wn possono esistere disgiunte dal loro complesso; se le 
'^neepiamo esistenti per sé stesse, avrebbero anch'esse i 
loro eaciiwina, ossia sarebbero alla lor volta composte 



72 ATOMI A. 

di parti, e si ricadrebbe nella divisibilità all'infinito; ed 
è primamente col loro densum agmen che esse naturam 
cor por is explent, che ò come dire, elio, per sé sole, esse 
non sono ancora materia; che è un altro modo di dire 
che, j)er so sole, non possono esistere. — Come si vede, 
abbiamo interpretato x/r. ìxóvtcììv come appartenente all'i- 
potesi combattuta. Poiché il moto coessenziale agli atomi 
è la condizione necessaria perchè essi si combinino in con- 
ciiia e diano luogo a tutti i fatti di natura; così chi tra- 
sporti allo parles ìninimae le funzioni degli atomi deve na- 
turalmente attribuire a queste anche il moto coessenziale. 
La cosa ò per altro così naturale, che pare davvero una 
aggiunta superflua. Ma non per questo ci pare abbastanza 
probabile la proposta fatta (Brg.) di leggere xivriaiv ovx 
6-xó^'iwv, con che sarebbe la mancanza di moto la ragione 
por cui le partes ìninimae sarebbero per so inette alla 
costruzione delle cose. Ma perchò, se potessero esistere 
(la so e isolate, le partes ìninimae non avrebbero moto? 
O anzi, come può, di cose che da so non possono esi- 
ster(% tarsi la (jucstione se, da so, avrebbero o noi^ 
avrebbei'o moto ? La ragione della loro incapacità ^ 
quella dotta, non del tutto chiaramente, nei versi di Li.:^- 
orezio: la mancanza di detcrminate grandezze e forni. ^i 
senza delle quali ò impossibile V acconcio combinarsi, ^ 
le (|uali non son possibili che in ciò che ò partibus audu^ J^* 
E, si badi, non già, o non già soltanto, la mancan^-B^i 
di variate grandezze e forme (come si suole intende ^ 
nei versi lucreziani); se gli atomi fossero tutti di ogua^^'< 
grandezza o forma, sarebbero pur sempre capaci di cre==^fl 
zione delle cose; solo cho queste sarebbero tutte d'ui^^^^ 
sola specie. 

Così ò posto l'ultimo più profondo concetto deWL J^ 
atotnia; Tatomo ò atomo non solo per l'assoluta suas?<^ 
lidità e durezza, e por la impossibilità di una forza tf«-(^ 
che ne disgiunga le parti, ma anche per la sua simp^^' 
citaSy ossia per ossero un constante di parti che n^^ 
hanno parti, e non hanno ohe valore ed esistenza di par*'» 
non divisibili quindi neppure idealmente. 



A I, 503-634. 73 

VII. — Come si è visto, ed anche avvertito, questa 
teoria delle partes minimac è trattata da Lucrezio in 
una connessione diversa che da E[)icuro, nello scritto 
che di lui abbiamo. Tanto in Epicuro come in Lucrezio 
essa è intrecciata alla questione più generale della divi- 
sibilità limitata; ma questa questione più generale, in 
Epicuro (nel libro che abbiamo), è connessa colla que- 
stione dei limiti di grandezza negli atomi, mentre in 
Lucrezio viene come appendice e ulteriore sviluppo della 
questione: soliditas e aeternitas degli atomi. Di qui il so- 
spetto in alcuni critici che 599-1)84: sia aggiunta seriore. 
Io non credo; credo invece inscindibile questo paragrafo 
dai precedenti. Dice il Tohte (1. e. p. 28) che evidente 
scopo della teoria delle minimae partes è di spiegare la 
variet^i di grandezze e forme atomiche; che Lucrezio 
quindi la scrisse mentre lavorava al secondo libro, dove 
si tratta di quella varietà, e poi pensò di trasportarla 
già qui, applicandola alla dimostrazione fondamentale 
dell'atomo. Evidente è che essa (teoria) non ò memo 
connessa colla questione della soliditas ed aeternitas e 
simplicitas, che colla questione della varietà atomica. 
Nega veramente il Tohte ch'essa entri nella cornice della 
dimostrazione esse cor por a solida (= sine inani) atque 
dderna; ma questa ragione non vale, se vale quel che 
abbiam detto, che da 548 in giù la dimostrazione non è 
più rigorosamente confinata alla aeternitas e soliditas, 
|Da s'estende alla siniplieitas; e del resto non è quello 
il parere di Lucrezio, il quale, ripescando in 627 la for- 
niola solida et aeterna, ha anticipatamente respinta la 
[>lnezione del Tohte. La chiara intenzione del richiamo 
e infatti questa: avvertire che tutta la trattazione della 
^inìplicitas e finale indivisibilità, anche ideale, è un com- 
jdenn'uto della dimostrazione solida atque aeterna. Il 
Tolite ricorda, infine, 748 segg., dove la teoria delle ini- 
[^ioiae partes ò brevemente ripetuta, e osserva che, mentre 
'n quelle confutazioni di Empedocle e d'altri (045-920) il 
Nta non fa che citare le precedenti confutazioni di non 
^^se in rebus inane e finem non esse frangendis rebus ; per 
queste minimae partes, non solo cita, ma ripete V argo- 



L 



74 ATOMIA. 

mentazione. Ma il caso è diverso ; per V inane e pel finis 
frang. reh. cita due opinioni avversarie; in 748 sgg. ri- 
chiama una dottrina propria, e in siffatti richiami ripe- 
tere brevemente anclie il ragionamento è conforme all'uso 
lucreziano; epporò 748 sgg., cho da soli non sarebbero 
neppure intelligibili, confermano la precedenza di 599 sgg. 
Circa la diversa connessione in Epicuro e in Lucrezio, 
ricordiamo che il fonte epicureo di Lucrezio non era la 
lettera ad Erodoto, ma molto probabilmente la ^BydX\ 
é/TiTOfir; e che quest'ultima procedesse collo stesso ordine 
della lettera a Erodoto, non è punto probabile, anche po- 
sto che riuscissimo a rimediare in questa a quel disordine 
che non è da attribuire a Epicuro stesso, ma a Diogene 
Laerzio o a chi per lui. (Vedi il I di questi Studi Lu- 
croziani.) Si ò molto discusso recentemente intorno ai 
rapporti di Lucrezio coi suoi fonti; e parecchi, coU'agilc 
fantasia, hanno visto in Luci'ezio una meditata opera di 
riordinamento logico. (V ò stato perfino chi ha scoperto 
in Lucrezio un pensatore più rigoroso e una molto mi- 
glior stoffa di filosofo che non fosse Epicuro!) Ma non 
credo. I casi dove ò evidente e sicuro lo studio di Lu- 
crezio d'esser pedissequo del maestro sono molti ; esempi 
sicuri dov' egli abbia sostituito un criterio suo a quello 
di Epicuro (salvo, s'intendo, in cose non tecniche o ac- 
c-essoric al sistema) non ce n' ò. Epperò, come non credo 
ch'egli abbia escogitato . argomentazioni essenzialmente 
nuove e sue; come non credo che egli polemizzi marte 
suo contro Empedocle o Anassagora, pure ammettendo 
che avesse letto Empedochs e mettiamo anche Anassa- 
gora; così, ammetto bensì che Lucrezio nella dÌ8{>osi- 
zione e ordinamento della materia procedesse anche con 
suoi criteri artistici (p, es. finire un libro con un argo- 
mento di speciale grandiosità) o ad ogni modo estrin- 
seci; che procedesse con certa libertà, dove in una serie 
di argomenti poco importava l'ordine di successione; ma 
non credo che sostituisse, per meditata opera del suo 
pensiero, una connessione logica interiore, interessante 
la compagine del sistema, a quella che 'si trovava da- 
vanti. È quanto dire che, per me, Lucrezio ha troyato 



A I, 503-634. 75 

uel suo fonte epicureo trattata completamente e in con- 
nessione la dottrina della atomia, compresovi il punto 
culminante e più intimo, quello delle partes minimae, e 
fors'anche la successiva confutazione di altri sistemi, 
parimenti materialisti, ma che erravano nelP attribuire 
«lUa materia prima caratteri non inerenti al puro con- 
cetto di materia, e nel crederla divisibile all'infinito. 



APPENDICE I. 

NOTA A PAG. 47. 



È stato obiettato a questa mia s[)iegazione, che io, 
ponendo una differenza tra soliditas e simplicitas, in 
ijuanto la prima significhi la atomia di fatto degli ele- 
menti primi, la loro materiale indivisibilità (per effetto 
della continuità materiale, della non mescolanza di vuoto), 
e la simplicitas significhi la indivisibilità anche concet- 
tuale degli elementi, una indivisibilità che la ragione 
deve ammettere anche indipendentemente dalla materiale 
impossibilità della divisione ; si è dunque obiettato che 
io con ciò stabilisco una distinzione troppo sottile, perchè 
possa essere attribuita a Lucrezio oa Epicuro; che non 
ce n'c traccia negli avanzi che ci restano di Epicuro, 
ne vi si trova un termine tecnico, p. es. un «/rAór^^c, che 
corrisponda alla simplicitas di Lucrezio; sì che non si 
sia autorizzati a vedere in questa parola più che una 
diversa espressione per soliditas. Ora — lasciando da 
parte Lucrezio, il quale in queste questioni non fa che 
rii)etere, fin dove sa e può, ciò che ha trovato negli 
scritti di Epicuro — rispondo che (a parte le parole) 
la distinzione in sé stessa non l'ho escogitata io, ma la 
trovo scritta in Lucrezio e in Epicuro. Infatti che altro 
senso scopo- ha la teoria delle partes minimae? A 
Epicuro, per porre l'immutabilità ed eternità dei suoi 
atomi e la sua costruzione dell'universo, bastava perfet- 



ATOMIA. 
tamcnte la loro indivisibilità efFotUva, materiate. St^ ncU 
sua lettera a Erodoto, più diffiisaineiite e pi(i sottilmenb 
che Lucriizio non faeeìa, si aflanna a dimostrare eh 
codesti atomi rìsiiliano bensì di parti (altrimenti non i 
concepirebbero le loro diverse forme e grandezze) ma d 
parti die non sono altro clie parti, e che disfriunte (le 
80 non potrebbero esistere, anzi non sono neppiir conc4 
pibili ; non viene egli con ciò a dimostrare ohe V atomt 
oltre all'essere di fatto indivisibile perchè nesHuna fon 
Io può dividero, è anche inilivisihlle perchè è il prim 
materiale che. anche solo in pensiero, possa concepirsi ea 
stente? — li non trovarsi poi in Epicuro un «jiAón 
vuol dir poco; tanto più che neppur troviamo in lui u 
termine tecnico, p. es. nAiipór i;;, corris|x)ndente a soUditaS 
nel § 41 chiama 1 suoi atomi ^^ei; non aggiunge I 
«7rA«, perchò ì\ non e' era la ragione; li avrà forse chia 
nati anche cosi, polemizzando contro Anassagora, o con 
tro hi dottrina di lui della mescolanza all'infinito 
diversi elementi. ' 

La mia ipotesi si limita dunque al mettere una la» 
tra 547 e 548, e all'intendere che da .148 in gifl, < 
comparo e continua il nuovo termine /limplicilas, cosi i 
tratti del nuovo as[>etto deli'atomia, di quello, cioè, cb 
la ragione deve ammettere anche indipendentemente dalL 
materiale impossibilità di divider l'atomo, derivanti- dalh 
sua pienezza, dalla sua mliditax. Vediamo infatti ancor 



' Ossurvo, por iiicidoiixa. che io non trovo, conu: altri, in K|« 
curo un gran Ttibbrìcutore di t^^rinìiii tecnici; vedo piuttosto in In 
cun Form im ente al suo precetto eha nel linguaggio scientifico 
hanno ilt> usar le paroli: nel tu-usu coniunament« acoetlato, ni 
studio (1«1 iiarlaro sema tnciiioÌHmo di eepreasioni; ««blwno, i 
resto, 8ia inevitabile ohe eerto eapressioni, nuate ripetutameni 
per indicare certi punti della oua dottrina, aasnmano un (uirattfli 
ili lerniini tecnici. ,SÌ veda p. eM., gj Ii8-i0; entra priinameiile )n p 
rola ovfi!tifir,xói>i nella aua semplice funzione di participio ((in«l 
0086 che vanno insieme aì corpi, qaindi ohe sono loro unite, coi 
ittnela); piti in U poi 6 detto: ' ai oorpi anche qualcho cm 
avfinitnc [aioA * capita »• si trova casualmente insieme, spuea oh 
sia con essi ee8enz.ia1uient« congiunto]; e codesti accidenti HehEi 
miamo aviintiS/iucrr conforme al significato che questa panila 



pia gotHralnente ha- . 



A I, 503-634. 77 

una volta. Lucrezio prima ha dimostrato che, nella ge- 
nerale mescolanza di materia e vuoto nelle cose, se si va 
via via verso parti sempre più piccole, bisogna arrivare 
alla fine a dei punti materiali che sieno pura materia, senza 
mescolanza di vuoto (solida) ; che questi sono indistrutti- 
bili, e quindi eterni, perchè solo la interna mescolanza 
di vuoto rende possibile una disgregazione; a conferma 
dell'eternità degli elementi primi, ha anche aggiunto che, 
se essi non fossero eterni, le cose attuali sarebbero nate 
dal nulla. Fin qui abbiamo una dimostrazione diretta del- 
l' atomo e della sua indistruttibilità. Nel seguito ven- 
gono confutazioni di avversari. Ma si tratta forse di 
avversari che sostengano, contro il sin qui detto, la di- 
struttibilità e il possibile annientamento della materia 
prima, o una mescolanza di materia e vuoto all'infi- 
nito? No. Di una avversa opinione che sostenga la ul- 
teriore divisibilità della materia prima per ulteriore con- 
tenenza di vuoto, ossia per mancanza di soUditas, non 
si parla punto; e si combatte contro avversari che am- 
mettono la eternità della materia prima; che il senso 
della prima argomentazione, p. cs., è sostanzialmente 
questo: " A chi sostiene che la eterna materia, sebbene 
dividentesi all'infinito, sia sempre atta alla ricostruzion 
delle cose, rispondo che, nell' infinito tempo trascorso, a 
furia di dividersi, la si sarebbe ridotta a tal piccolezza 
di parti, da rendere impossibile, in un tempo per quanto 
lanino, un suo riaggregarsi fino alle cose attuali. „ Dunque 
Lucrezio, dopo aver detto che gli elementi sono indivi- 
sibili, perchè non c'è forza che li possa dividere, viene 
^»ra a dimostrare che, anche supposta la possibilità tnec- 
canica di dividerli, la ragione non può tuttavia conce- 
pirli che come indivisibili; e reca dapprima degli argo- 
menti a posteriori, cominciando dal confutare chi vorrebbe 
pur spiegare l'esistenza delle cose con una materia eterna, 
ma dividentesi all'infinito; e poiché questa ò la teoria 
di Anassagora, ho detto che il qui confutato è Anas- 
sagora ; ciò che mi par confermato anche dall' uso della 
parola simplicUas. In Anassagora, infatti, la divisione 
all'infinito della materia è intimamente connessa colla 



78 ATOMIA. 

mistione all'infinito dogli elementi fra loro; nessuno 
(lei numorosissimi clementi anassagorei ha mai esi- 
stito esisto (air infuori del ròi;^), in qualunque grado 
di piccolezza, allo stato puro e semplice. La solida simpli- 
citcfs, ossia la fissità irreducibile d'una grandezza prima 
degli elementi, e la loro semplicità materiale, esprime la 
dottrina dirottamente opposta al doppio principio di Anas- 
sagora. Né vedo come Lucrezio potesse venir di sua te- 
sta a scegliere la parola siviplicitaSy quando non avesse 
avuto che da ripetere il concetto, che un corpo senza 
interni vuoti non si può rompere. Questa unità prima, 
quantitativa e qualitativa insieme, è poi concettualmente 
determinata — nel rispetto quantitativo, ma siffattamente 
che implica anche il qualitativo — è poi concettualmente 
determinata, nel più intimo significato, colla teoria delle 
yartes minimae. 



APPENDICE IL 

NOTA A TAG. 58. 



Questa parola oyxot usa Epicuro non solamente nel 
brano che qui s' interpreta, ma anche al § 69 e al § 52. 
in G9 si tratta dei coniiaicfa, i quali, dice Epicuro, costi- 
tuiscono la natura propria e caratteristica di quel corpo 
a cui appartengono [e (piindi, iti questo senso, si potreb- 
bero diro le parti di essa natura], ma non lo costituiscono, 
dice, come f.mno le parti sostanziali di esso, i suoi iyxoi 
"" sieno i primi, sicno parti comunque minori del tutto ^ 

(wC/Tf^ orav ?^* aviojv ro)V oyxwv nsT^ov a^Qoi(S[xa (fvcr]^ Jxoi 
lujv TiQùhwv ì] Tiov roti o?.ov fieoiòv rovóe rivòg è?MTTtvwv). 

Qui è chiaro il senso di molecole, di minimae partes — 
non escluse quelle dell'atomo, se si trattasse dell'atomo; 
ma Epicuro ha in mente le minimae partes di un con- 
ciliumy aventi ancora le qualità del concilium. Si noti 
che, con una certa libertà di costruzione, accennando poi 



A I, 503-634. 79 

a parti maggiori, sostituisce firiQwv air oyxwv che sarebbe 
naturalmente sottinteso. ^ 

Il § 52 parla del suono, e v'è detto che lovio ri Q€v/iia 
si; naoiofieQsTg [tutti di egual composizione] oyxovg dia- 



' II Briegeb, per verità, vuole cho oyxoi in § 69 significhi gli 
atomi, e fa anzi a Epicuro il rimprovero di ambiguità, perchè 
adoperi qui nel senso di atomi la stessa parola che altrove signi- 
fica fìat'tes mhiiinae. Oli è che egli crede che § 56 tratti già del- 
l' atomo, o che sia indicato l'atomo con nencQctafiéyoy aùiuct. Ora, 
abbiamo visto, invece, che ivi Epicuro parla del corpo limitato 
in genere, anzi in particolare del limitato percettibile, e deìlsL partes 
minimae (oyxot) di questo, che — io dico — sono poi le molecole. 
Anzi, la parola oyxoi per partes minimae dell' atomo, in Epicuro 
non occorre; queste le chiama ìXcé/tarc, o iXd/tazce xal àucyh né- 
«'(a«; sicché, può esser probabile che le chiamasse ancke tyxot, 
ma sicuro non è (come non è sicuro ch'egli usasse anche dell'a- 
tomo e dello sue parti i termini metabaton e amelahaton ; senza 
<:lio perciò venga danno, se noi pur li adoperiamo con questa esten- 
sione) — Del resto, se io attribuisco a Epicuro, oltre al concetto 
«leli'atomo, anche il concetto della molecola, non è per fargli un 
regalo, ma perchè in lui lo trovo. Nessuno può negare che per 
Lucrezio e per Epicuro un bicchier d' acqua è un ammasso di 
ifirumina d'acqua; ora, o questi cacnmina sono per Epicuro le 
ultime particelle d'acqua, non più divisibili in parti conservanti 
i caratteri dell'acqua, e allora son le moleeolc; oppure Epic. cre- 
l'^va (ciò che è improbabile, e non ce n'è alcun indizio) che non 
(oH»ero ancora es^i le ultime particelle acquee, e la molecola non 
« che spostata. Certo che uno a cui si dica che Y acqua è com- 
porta di ossigeno e di idrogeno, può pensar ciò, sorvolando col 
Pensiero sull'altro fatto che, anzitutto, un bicchier d'acqua è fatto 
•li gocciole d'acqua, e queste di goccioline più piccole, fino a delle 
piccolissime, dividendo le quali non si avrebbe più dell'acqua, ma 
i suoi componenti; e in generale è tacitamente supposto che E- 
pieuro a questo fatto non ci avesse badato — non avendoci ba- 
'Iftto gli stessi suoi critici. Ma che invece ci abbia badato, e che 
ATwse il concetto delle parti minime d'una sostanza, ultime ad 
•t^or {caratteri di quella sostanza, lo prova appunto la sua teoria 
''<^li ùyxoi o cacnmina. Infatti, quando dice che un cacumen^ per 
^^ d'oro, è percettibile in mezzo ai suoi compagni, non percetti- 
bile isolatamente, perchè in questo caso non si possono distinguere 
P^fti limiti o estremità, che lo determinino ; quale altra può 
''Were la ragione* dì ciò, t^e non questa, che parti auree in quel 
'^'i'^umen non co n' è, e un' ulteriore divisione ci porterebbe agli 
•tomi? La piccolezza no, perchè questa dovrebbe impedire la per- 
^^zionc, anche quando è visto in mezzo ad altri. Il concetto della 
inolecola non solo chiarisce il cacumen lucrezianOi che pareva una 
'•'Dffolarità non bene afferrabile, ma ce nt» fa vedere la genesi 
e la ragion d'essere in connessione col tentativo di stabilire un 
l'^ionaTc primo indivisibile. 



80 ATOMIA. 

(fTretQSTaij i (luali conservano una certa concordanza d'a- 
zione tra loro, e una particolare unità o conformità, che 
si distende e si ricollega col corpo sonante, e così pro- 
ducono una indiretta percezione di esso [come il suono 
d'una campana è una percezione della campana] o per 
lo meno [come ud caso di un sibilo, che può essere d*un 
animale, o di un uomo, o di uno zufolo, o altrimenti 
[Prodotto] mi manifesta l'esteriore effetto di quel qualun- 
que corpo sonante. Il passo non è facile, e non garanti- 
sco la piena esattezza della mia interpretazione. * Certi 
suoni rapidamente vibranti o trillanti avranno forse sug- 
gerito a Epicuro che anche i suoni continui siano una 
somma di siffatte singole unità (oyxoi) sonore. Qui non si 
tratterà, forse, precisamente di molecole di suono, ma 
piuttosto di piccole masse, costituite esse di molecole di 
suono; ma la eguaglianza di parti delle masse (cioè la 
composizione di ciascuna eguale a quella delle altre) fa 
sì che sieno degli oyxot, parti minime di quel determi- 
nato suono. 

Lucrezio conosce gli oyxot o parfes miniinae degli 
atomi; ma gli oyxoi o partes minimae doìh res sensibili, 
le molecole, par che gli sieno sfuggite; e nessuno, ch'io 
sappia, ne ha trovato traccia noi suo poema. Pure mi 
[)are che non manchino passi — a parte quelli dove parla 
di extrema cacumina percettibili, de' quali non so fin dove 
Lucrezio avesse un concetto chiaro e compiuto — passi, 
attraverso i quali ci ò dato di scorgere codesti oyxoi" 
molecole. In II, 381-477 Lucr. dimostra la varietà di 
forme atomiche, i)ei* i vari modi che diverse sostanze ten- 
gono nel passare attraverso altre ; passano facilmente 
(|uelle composte di atomi piccoli e lisci; non passano, o 



* Ecco il KTOco, secondo Uheiier, e come IMio interpretato: 




resto, di conservare qui la lozione dei codici nowviiay e nreQatrxe- 
v(i^ov(Tctt', V (tuct può ben riferirsi a ciò che precede [* nel tempo 
stesso però »1, anziché a un successivo xaì. 



A I, 503-634. 81 

passano difficilmente, quelle composte di atomi più gran- 
dicelli di forme ispido. Vediamo p. es. 391 seg. : 

et qaamvis subito per coluti) vina videmus 
perfluere: at contra tardum cunctatur olivoui, 
aut quia, niinirum, maioribus est elemcntis 
aùt magis hamatis Inter so perque plicatis, 
atque ideo fit uti non tani diducta repente 
inter se possint primordia singula quaeque 
singula per cuiusquc foraniina permanare. 

Ma è credibile che Epicuro cadesse in questa grosso- 
lanità di accostare a tal segno la grandezza di un atomo 
alla enorme grandezza d'un forellino siffatto? Io tengo 
l)er fermo che se Epicuro stesso, come è probabile, ha 
fornito a Lucrezio questo esempio, ha detto che gli oyxoc 
dell'olio, più grossi o più scabri, perchè composti d'atomi 
più grossi più scabri, stentano assai più di quelli del 
vino a districarsi%e a infilar le uscite del colatoio. Epperò 
in tutto questo brano lucreziano, 381 sgg., sarà da in- 
tendere : la figura degli oyxot — anche di luce, di suono, 
di odore, di sapore — il loro levor o squalor, dipendente 
dal levor o squalor del grandissimo numero di atomi 
onde ciascuno ò composto, produce i contatti e sfrega- 
menti dolci amari, ruvidi o carezzevoli, blandi o pun- 
genti sui nostri sensi, anche dentro di noi. Anzi Lucrezio 
stesso, un po' più avanti, accenna più o meno cosciente- 
mente a questi oyxor. II, 451 

illa quidem debent e levibus atque rotundis 

452 esse magis. fluvido quae corpore liquida Constant; 

454 nec retinentur enim inter se glonieramina quaeque: 

453 namque papaveris haustus itemst facilis quasi aquaruni, 

455 et perculsus itera proclive volubilis exstat. 

L'ordine nei codici è 453, 454, 455, conservato da 
I>achmann e Bernays : il Munro elimina 453 come inter- 
polato (ma cfr. 196 sg.). Il Brieger ordina invece : 453, 
455, 454, pensando, pare, che glomeramina non possa 
dirsi che dei granellini di papavero, Per me invece glo- 
meramina sono appunto gli oyxot dei liquidi ; e qui Lu- 

OlUtSAiTL Studi ÌHcreziaui. Vi 



82 ATOMI A. 

crezio ha capito meglio il suo testo e ha tradotto o oyxog 
altra parola che significasse " massa „ o designasse le 
molecole come ammassi atomici, con glomeramen. E si 
vede come riesca più acconcio il paragone coi granellini 
di papavero. Perchè, invece, avrebbe chiamati ** gomito- 
lini „ i granellini di papavero? In glomeramen V idea 
del "* fatto su, „ a guisa di gomitolo o di pillola medici- 
nale, ò essenziale, e sarebbe affatto estranea e senza ra- 
gione qui pei granellini o per l'esemplificazione che devon 
fornire, tanto più se hanno da esemplificare atomi, e non 
molecole. — Ma vediamo l'altro passo dove Lucrezio usa 
fflomeramen- Cita cose che hanno ad un tempo colore, 
odore, sapore, e conchiude: II. 686 Dissimiles igitur for- 
mae glomeramen in unum Conveniunt, dove io oserei 
tradurre : " a formare una molecola di quella sostanza » 
(sìg Iva oyxov): pur temendo di tradurre più di quello che 
Lucrezio stesso intendesse. Ad ogni modo questo passo 
mostra quanto sia prevalente in glomframen V idea di 
" ammassato „ , e quanto impropriamente quindi sarebbe 
detto gì omer amina semplicemente per ** granellini » nel 
passo precedente. 

Anche a proposito d' un altro passo voglio esprimere 
il mio dubbio che Lucrezio abbia confuso atomi e mo- 
lecole. In IV, 108 sgg. Lucrezio s'avvia a dimostrare la 
tenuità dei simulacra: 

... et in primis quoniaui primordia tantum 
110 sunt infra nostros scnsus tantoque minora 

quam quae primum oculi cocptant non posse tueri, 

nunc tamcn id quoque uti confìrmem, exordia rerum 

cunctarum quam sint subtilia percipe paucis. 

primum anima] ia sunt iam partim tantula, quorum 
115 tortia pars nulla possit rationc videri. 

liorum intestinum quodvis quale esse putandumst? 

quid cordis globus aut oculi? quid mombra? quid artus? 

quantula sunt? quid praetcroa primordia quaeque. 

undo anima atquc animi constot natura nccessumst? 
120 nonne vidcs quam sint subtilia quamque minuta? 

praeterea quaccumquc suo de corporo odorem 

expirant-acrom, panacea absinthia tactra 

habrotoniquo gravos et tristia centauroa, 

quarum unum quidvis leviter si forte duobua 






A I, 503-634. 83 

(E qui una lacuna ci toglie il resto dell' argomenta- 
zione.) 

Qui abbiamo anzitutto primordia nel suo solito signi- 
ficato di atomi in 109 ; in 1 12 sg. abbiamo l'espressione 
exordia cunctarnm rerum che occorre anche al v. 48, e 
li, 333 e III, 31, nel senso di atomi; cosicché par na- 
turale che lo stesso debba significar qui ; abbiamo di 
nuovo primordia 118, e non parrà dubbio che significhi 
ancora atomi; e il ragionamento possiam supporre che 
continuasse col dire : ** poiché i simulacra hanno spes- 
sore atomico, vedi quanto son tenui „. Ma si badi che 
curioso modo di connettere sarebbe quello di Lucrezio: 
•* poiché gli atomi sono di tanto più piccoli dei minimi 
visibili, pure adesso per confermare anche questo, senti 
quanto siano piccoli gli atomi „ ; e prendiam pure quo- 
niam sunt = " sebbene io abbia già dimostrato „, e strap- 
piamo pure violentemente il quoque da id per attribuirlo 
a confirmemy dando a confirmare il preciso senso dell' it. 
confermare: resta pur sempre barocco il dire: ^^ Sebbene 
t'ho già dimostrato quanto gli atomi sono al di sotto 
del visibile, pure ora, per anche confermarti la cosa, 
senti quanto sono piccoli gli atomi. „ E dopo, perché, 
mostrata la minimezza delle membra di animalucci quasi 
microscopici, non conchiude alla minimezza degli atomi 
loro, ma salta agli atomi dell'anima? (119 sg) Né a 
Lucrezio doveva importare di scendere fino agli atomi 
dell'anima, i minimi di tutti, poiché l'anime non si ve- 
dono, e di simulacra dell'anima non si parla. Io inclino 
quindi a credere che exordia rerum cunctarnm dovrebbe 
significar qui i primi componenti delle cose, non in senso 
^uto, ma nel senso appunto delle picciolette membra 
«visceri degli animalucci, e nel senso delle particelle 
minime, degli oyxoij di sostanze odorose (si noti che i tre 
*ltri passi dove occorre cunctarnm exordia rerum sono 
collegati così, che valgono per uno solo) ; e che primordia 
dell'anima dovrebbe significare gli oyxot aeriformi, venti- 
formi, caloriformi, innominatiformi dell'anima, minutis- 
simi conciata ma non atomi. Allora ecco il discorso che qui 
si farebbe. ** Poiché gli atomi sono di gran lunga molto 



M 



ATOMIA. A r, 503-634. 



più piccoli delle minime cose visibili [dal che già con- 
seguirebbe che ci sieno molte gradazioni di concilia tanto 
piccoli da essere invisibili], pure adesso voglio mettere 
in sodo (cotìfirmare) anche questo: quanto sieno sottili 
e tenui i primi componenti (già concilia' i, gli oyxoì) delle 
cose. „ E di qui è breve il passo alla estrema tenuitii dei 
simulacra. Ma per quanto usare a breve distanza la me- 
desima parola in senso diverso sia vezzo lucreziano, non 
ò supponibile che Lucrezio usi consapevolmente qui il 
secondo primordiaj sopratutto, in senso così insolito. Il 
mio sospetto è che anche qui Lucrezio non abbia ben 
aflerrata qualche espressione del suo testo greco, e abbia 
confuso atomi e molecole. 



I 



V. 

I QUATTRO ELEMENTI 
NELLA POLEMICA LUCREZIAXA 

A I, 803-829. 



l)o|)o la confutazione di Eraclito, viene la coiìfutazione 
«li Em|)edocle. 0, diremo meglio, la confutazione dei so- 
stenitori dei quattro clementi empedoclei in genere, tra 
i quali Lucrezio non distingue abbastanza due categorie 
l>cn diverse: epperò importa che le distinguiamo noi, 
anche pc^r meglio comprendere Lucrezio stesso. Empe- 
Joclo non ha probabilmente escogitato lui, ma ha trovato 
^ià nel comune modo di vedere il concetto che terra, 
acqua, aria e fuoco sieno come le sostanze fondamer.tali 
•li tutt(» le altre cose; e questo modo di vedere diventò 
tanto più generale e duraturo, poi ch'ebbe da lui una 
s|>ecie di sanzione scientifica e filosofica. Ma ciò che ca- 
ratterizza lui, e lo mette in una schiera con Anassagora 
e gli atomisti, anziché con Eraclito e gli ionici anteriori, 
è che per lui questi quattro elementi non sono già la 
materia prima trasformantesi in tutte le coso (ilozoismo 
ionico), ma e la materia prima eterna e immutabile, tutte 
lo altre cose facendosi e disfacendosi per composizione e 
disgregamento di quelle quattro. Ma un tal concetto era 
molto difficile che resistesse in faccia alla comune cspe- 
ru*nza, e che i molti, anche più o meno filosofeggianti, 
<'oiicepissero p. es. vegetali e animali come non altro ch(^ 
^'ombinazioni diverse di quei quattro elementi; e in ra- 
mm appunto della popolarità di questi, doveva, anche 
inavvertitamente, risorgere — rispettivamente, durare - - 
l'antico concetto ilozoico, trasformista, secondo il (juale 



L 



86 T QUATTRO ELEMENTI 

quegli elementi si combinano e danno origine alle cose 
native e mortali, perdendo i loro propri caratteri o as- 
sumendone de' nuovi. L'insanabile contraddizione che è 
in questo concetto, e che è grande merito degli Eleati 
d'aver rilevata, ^ non si affacciava a molte menti, o non 
ne era sentito tutto il valor razionale. Or dunque, i ra- 
gionamenti di Lucrezio (e probabilmente di Epicuro, in 
(luel fonte epicureo che il poeta ebbe qui sott*occhio), 
sono rivolti più contro questi pseudoempedoclei che contro 
Empedocle stesso. Questa semplice osservazione basta per 
vedere un po' più chiaro nell'andamento delle argomen- 
tazioni lucreziane. Le prime obiezioni (742-762: l'errore 
di non ammettere il vuoto; l'errore dì ammettere la di- 
visibilità all'infinito; Terrore di ammettere tali |>rii><ore^ta 
che l'esperienza insegna essere nativa e mortalià) son 
dirette contro tutti i fautori dei quattro elementi senza 
distinzione. Invece nel § 763-781 la distinzione tra veri 
empedoclei e trasformisti si può dire imphcita nel pro- 
posto dilemma, di cui il primo termine esprime (o par- 
rebbe^ esprimere) il concetto trasformista — e contro 
questo solo vale la opposta ragione: " se sono quello 
quattro cose che si trasformano nelle altre, e queste si 
risolvono poi nello (|uattro prime, non c'è ragione di 
chiamar queste elementi delle altre, anziché le altre ele- 
menti delle quattro; e un circolo, e in un circolo non 
c'è punto di partenza „ — ; il secondo termine, invece, 
formola chiaramente il concetto di Empedocle, e vi si 
risponde con un argomento (questo : dati gli elementi im- 
mutabili, ossia conservanti le loro qualità sensibili, que- 
ste non potrebbero scomparire totalmente, o quasi, nella 
composizione delle cose) che già è stato adoperato contro 
Eraclito (647 sgg.) — contro il quale, a rigore, non an- 
dava, perchè gli attribuisce un concetto non suo; anche 



1 1.' 



K Lucrezio Ja esprime colia ripetuta formola: 

?/«/// qnoiìvumque siiis mutatum finìbus exit 
CON tifi HO hoc mors est illius quod fuit ante. 



NELLA POLEMICA LUCREZIANA. 87 

questo un indizio che Epicuro soleva combattere in fascio 
i sostenitori di questo o quello, o di questi o quelli ele- 
mentiy presi nel campo dell' esperienza sensibile, e non 
distinguendo fra trasformisti e non trasformisti, se non 
colla forma del dilemma, come fa qui Lucrezio — e che 
invece va benissimo contro Empedocle; ed è i)er esso 
infatti che Anassagora s'è appigliato invece al partito 
di fare eterne e immutabili le qualità tutte, e quindi 
tutte le sostanze. Del resto, quanto poca coscienza abbia 
Lucrezio della diversità essenziale che è tra i due modi 
di intendere i quattro elementi, si vede dai due primi 
versi di questo paragrafo, che esprimono la teoria dei 
quattro elementi, non già in generale e per modo che ab- 
braccino i due termini del dilemma successivo, o — come 
piuttosto qui sarebbe richiesto, — per modo da rappresen- 
tare il primo termine (l'ipotesi trasformista); ma la espri- 
mono invece nel senso del secondo termine, cioè conforme 
al concetto di Empedocle, poiché suonano (763 sg.) : quat- 
fuor ex rebus si cuncta creantur atque in eas rtirsiim res 
omnia dissolnuntur ; così che non ha n(;ssun legame lo- 
j(ico il ribattere (765 sg.): qui magis illa queunt pri- 
mordia dici, quam cantra res illorum retroque putari? 
A questa stregua io potrei opporre a Lucrezio : si ex ato- 
mis tuis cuncta creantur atque in eas rursum disso- 
lnuntur, qui magis atomi queunt rerum primordia dici, 
quam cantra res illarum? Insomma l'argomento di Lu- 
crezio è come di chi dicesse : se le case si fanno di mat- 
toni e si disfanno in mattoni, non c'è ragione per dir 
piuttosto che sono lo case fatte di mattoni, anziché i 
mattoni di case! Lucrezio doveva dire: si quattuor res 
in omnia, atque omnia rursum in quattuor iìlas res 
MUTANTCR, qui viaffis, ecc. Nel successivo § 782-802, 
poi, Lucrezio combatte dei trasformisti più radicali e più 
logici; quelli che estendevano il trasformismo anche nel 
rampo dei quattro elementi tra loro. Io non saprei ap- 
l>orre de' precisi nomi di filosofi e scuole filosofiche a que- 
ste varietà, come ad alcune delle enumerate in 705-715; 
probabilmente erano de' gruppi del pubblico filosofeg- 
giante; e il nome di Empedocle serviva da comune attac- 



88 I QUATTRO ELEMENTI 

capanni. ' Sappiamo ad ogni modo ile^U stfiici, ohe 
nella loro cosmogonia avevano fatta una conibinazi 
dell' ilozoismo eracliteo e dei volgiifi ijuattro elementi 
gli stoici orano gii avversari più particolarmente pj 
di mira dagli opicurei. 

Viene da ultimo il § S03-S29, t'Iie vogliamo qui ■ 
minare più particolarmente 

' At manifesta palaiii res indicat' itiquit ' in aura» 
aèria e terra rea omnis dreaeero aKquo; 

t405 et niei teinpcstas ìndulRot tuiiipore fau^lu 

ìmbrìbus, ut tabi' niinborimi arbuxta vacìllent, 
sobiuu sua prò parte fovet tribultigiie calorern, 
crcECcrc non possint frug(?9 nrbusla aniiitantis. ' 
scilìcct, ftt nisi DOS cibus arìdus et tener amor 

S]0 adìuvGl, ainiBso iain torpore vita quoquci omnìs 
omniliuB e ncrvis nfqiiu ns9Ìbiis exsoluatur; 
adiutiiinur onim dubìo proeiil atquo altniiir ngs 
crrtis ab rebus, trrtìs alino atqiie alio re», 
nimìrunii quia multa modia cominiinin niullù 

815 mullaruui rorum ìu rebaa primordia itilxtn 
aunt. ìif.o variìd variae rea riibuK aluntur. 
atquG cnilfiii magni refort priiiiordia saepo 
culli qtiibus et quali poxiluni contineaiilar 
nt quoH iiiti'r se dciit molHfi ncoiiiinntquc : 

H30 nitnique eadom cacluin muro tcrras flitinìnn «>l<«ni 
constituunt, eadcm friiges arbusta aniitinntU. 
verum aliia alioquc moilo coiitmixtn moTODtur. 
quiii etiam passim nostri» in vcrsibus ipsi« 
multa dementa vidos multis communin vcrbi^ 

825 Clini tamen intor so versus ac vcrba ncccssost 
confitearo et re ot sonitu disiare sonanli. 
tantum elementa quennt permutato ordiae aolo; 
at rerum quae euot primordia, pliira adbìbcre 
poBsunt unde ijucant variae ros quaeque crenri. 

' Oppure in 762 Bgg., Lucrezio (eioè il suo fonte epicureo) p 
iid Aristotele, che Taceva minorali, piante o anim&li eumpottt 
quattro elementi, e insieme faceva questi trasformabili Inno 
l'altro por rarefazione e condensazione, aceoi^xando cosila eoi 
zione einpcdoclea colla conce/ione itozoica- Nel che (come A 
eeiuiato noi testo) fu seguito dogli stoici, partenti dal fuoco qf 
primissimo elemento. Lucrezio confuta codesto trasformarsi 
condensazione o rarefazione, nella sua polemirn contro Enu 
I. IÌ4T sgg-; e b'k abbiamo avvertito cbo l'argomento, nniìchè coi 
Kraclìto stesso (o direttamente contro Ariatotrlo) devo OMAI 
retto oontro atta forma stoica dell'ilozoismo crnclit(>o. 



NELLA POLEMICA LUCREZIANA. 89 

In questa argomentazione restano oscuri, per troppa 
brevità, alcuni nessi logici. E anzitutto è da determinare 
a Quali avversari Lucrezio risponde; se a Empedocle, 
secondo il quale tutte le cose sono o restano sostanzial- 
mente composte di terra, acqua, aria, fuoco; oppure ai 
veri trasformisti. Risponde a questi ultimi; tanto che il 
ragionamento di Lucrezio poteva adoperarlo, midatis 
mutami is, Io stesso Empedocle contro ^U ilozoisti. Questi, 
liunque, dicono che i quattro elementi son fondamentali, 
ìli quanto stanno a base del processo di trasformazione 
sctstanziale; ma trasformandosi cessano d'essere terra, 
acqua, fuoco, aria e diventano piante, animali, ecc. Lu- 
crezio li combatte, confutando l'uno e l'altro insieme 
'lUL'sti due punti; a) che materia prima sieno i quattro 
clementi, b) che sia possibile una trasformazione sostan- 
ziale di una cosa in altra cosa, fi due punti sono stret- 
tamente connessi ; infatti — e in ()uesto andrebbero d'ac- 
cordo, contro Empedocle, Lucrezio e gli ilozoisti — se 
materia prima sono i quattro elementi, non si può capire 
la loro trasformazione nelle altre cose se non come so- 
stanziale, troppo ripugnando all'esperienza 1' ammettere 
che in tutte l'altre cose sieno ancora i quattro elementi, 
cniiservanti la loro essenza, ossia quei caratteri die li 
fiiiino terra, acqua, aria, fuoco.] I trasformisti, dunque, 
mettono innanzi questo argomento: " Ma nella produzione 
vegetale noi vediamo effettivamente la terra diventare 
'irhmta e frtiges; anzi, poiché ciò non avviene senza la 
l'iopgia e il calor solare, è evidente che son proprio gli 
elementi acqua e fuoco, insieme coli' elemento terra (e 
l'aria è lì d'attorno) che diventano arbusUt e fmges. „ 
E Lucrezio risponde, anzitutto, richiamando il caso spe- 
ciale al fatto generale della nutrizione: il regno animale 
«i nutre (direttamente o indiruLta mente) del regno vcgc- 
lale; ossia, come terra ed acqua, ecc., diventano arhusta 
e frugen, cosi questi diventano carne ed ossa e latte e 
wiipHo, ecc. Ora, voi non dite per questo che arlmsta e 
fnif/es sieno la materia prima ili carne ed ossa; e non 
iiTete quindi una ragione per sostenere che terra ed 
acqua, ecc., sieno la materia prima di arbusti! e fnii/es. 



90 



I QUATTRO ELEMRNTI 



Né venitemi a dire che voi per ciò chiamate qa«iH el* 
menti [nimi, perchè li vediamo essere primi nella ecah 
ditrisformazioiie: nei due trapassi c'è un medesimo fatto 
la scomparsa di certe qualità caratteristiche e la com 
parsa di qualità affatto diverse; è questo il fatto da api» 
gare; come sia (wseibile la diversificazione. (Questo priui 
stadio dell'argomentazione in Lucrezio non c'è; ma o ■■ 
sottinteso ^ o ffiova sottiiitemlcrlo. Certo la forma i' 
809 scilket, et nini nos, ecc., accenna nettamente al pa 
rallelo tra i due trapassi, e quindi a che non si posa 
diro dell'uno ciò che non si dice dell'altro.] Esaminiain 
dunque il fatto della nutrizione. Cosa vuol diro il 1 
che arbusln e friiges diventano carne ed ossa? Non pa 
voler dire che questo: che la materia stessa che prini 
costituiva nrbiiiita e friigus costituisce poi carne ed f 
Ma come è possibile che la materia stessa abbia volte 
volte caratteri così diversi? Questo si spiega ammettend 
nella materia prima una pluralità di forme (forine > 
eulte, altrimenti sempre ricomparirebbero — come a" 
detto contro Eraclito ed Empedocle): dalle diverse «un 
binazioni di queste forme nascono le diversità qualitatif 
delle cose. Ma badate, dico combinazioni diverso dell 
ìmiieùme forme fondamentali — almeno all'ingrosso ■ 
ritornanti nelle diverse specie; perchè supporre cho 1 
diverse specie ai distin^'uano tra loro ([ler esempio i 
cavolo da un uomo) perchè ognuna di esse consti dì fon 
primordiali esclusivamente suo, spiegherebbe Io diverait 
persistenti, ma non già i trapassi che stiamo studiandi 
La cosa è invece cosi : multa primordia miillarum rerun 
muUis rebus communia sunt, sed imiltis modifi niixta. ~ 
diversa qualità della miscela spiega come le diverse 8 
(li animali o di vegetali si diversifichino tra loro, e 1 
vegetali dalle animali; la grande comunanza di fon 
primordiali spiega come la materia di una specie |>os 
come cibo, variando rapporti e combinazioni, e quim 
caratteri, diventar materia di un'altra. E una riprova 4 
ciò — e questo ^ il nucleo centrale e specifìeo di quksta ul 
gomentazioiie di Lucrezio — è che alla possibilità di quee 
trapassi di materia da una specie* un'altra sono imp 



NELLA POLEMICA LUCREZIANA. 91 

dei limiti. Molte specie, è vero, hanno cibi comuni (il 
che 8i spiega pure, come il fatto stesso del cibo, colla 
comunanza qui stabilita) ; ma è vero anch<5 che non ogni 
specie può nutrirsi dello stesso cibo di qualunque altra 
specie: alimur nos certis ab rebus, certis aliae atque aliae 
ves: ciò avviene perchè nei diversi cibi i comuni pri- 
mordia sono in diverse proporzioni e combinazioni; a 
una specie A, nella cui costituzione primordiale è carat- 
teristica la prevalenza, mettiamo, di a, o una combina- 
zione di primordia a ^ y, ecc. (giacché nella nutrizione 
ò da ammettere una appropriazione non solo di acconce 
forme atomiche, e in acconcia quantità, ma anche di ac- 
conci complessi atomici) sarà ottimo cibo una specie dove 
abbondino a o dei complessi «/?y; non converrà un altro 
cibo dove scarseggi a, o scarseggino o manchino com- 
plessi a/?y, e abbondino invece altri tipi o complessi ato- 
mici, che saranno invece appropriati per un'altra specie. 
Queste limitazioni provano che nei trapassi nutritivi non 
solo c'è persistenza della materia, ma anche esistenza e 
persistenza di certi speciali caratteri (di forme e lor pro- 
|)orzioni e combinazioni) delle diverse miscele atomiche 
nutrienti. Col vostro concetto ilozoico che implica ces- 
sazione di una sostanza e sostituzione di un' altra — a 
parte che ciò significherebbe l'assurdo della riduzione al 
nulla, e nascita dal nulla — non si vede alcuna ragiono 
(ielle descritte limitazioni; non si vede perchè della carne 
di bue non possa trasformarsi in carne, ossa e sangue 
di capra, e perchè della farina non possa trasformarsi in 
ossa, sangue e carne di leone. 

Ma voi forse direte che, pur date queste limitazioni, 
le diversità delle cose sono così sterminatamente grandi, 
ed anche così grandi e varie le diversificazioni della ma- 
teria nei suoi passaggi nutritivi, che non sembran con- 
ciliabili con questa grande comunanza di forme tipiche 
primordiali nelle diversissime cose. Ma voi non calcolate 
l'enorme (non infinito però) numero di combinazioni di- 
verse che ammette una pluralità di forme primordiali, 
quando variino nelle miscele le proporzioni delle diverse 
forme (questo dice ìW multis modis '' in molte diverse 



: QUATTRO ELEMENTI 

misure,); La poi grande importanza in molti cafii tf 
come sieiio tra loro agg-nippate; por es. se pitittrosto « m 
trovi accostato o in intimo rapporto con (ir anzicliè 
df {cum quiins); uil unche so ai abbìu una tlìspoBÌzione 
a^y anziché §ay {<inali posìluru) ; e per i.-.onseg'uenj!»- 
molto anclie importano le diverse formo lii vicendevoli, 
moti mi urti atomici, varianti appunto secondo il varìu' 
delle forine e loro proporzioni e conitiiuazioni o diepOM* 
zioni. Vcdeto quanta diversiti'i di versi e di parole sì 
formino coi limitato numero di lettere dell'alfabeto, coir 
semplici sostituzioni parziali, o raddoppiamenti, <kI anche' 
variando Bempliconientc la disposizione. 

Ora, tutto dò che s'è detto della nutrizione degli ani- 
mali dai vegetali (o da animaii cihantisi di vogetRli) à 
applica tal quale al nascere e crescere dei vegetali 
dai vostri pretesi elementi: anchn in questo caso vale,. 
]K>r es., la riprova che ho cavata dalla limitazione dclli 
possibili trasformazioni: nou ogni specie di vegetali nasce 
in ogni terreno e con qualunque condizione termica 
atmosferici, ma anche qui certa semina ccrth rehtta 
dita si/iit. Dunque cade/ti coiistìtuiint caelut» mare ieiTo 
flumina solem (che fc cpianto dire i vostri quattro eh 
menti) eattnit friuim arhusta anitnantia; vernm alia olii 
rommixia situi nVioque modo moventin: In questo risjMitl 
i vostri quattro clementi sono nella cfflidiziune di tutl 
le altro cose: v'ho dimostrata impossibile la trasformi 
ziuue nel senso ilozoico; ma solo con essa potrebbe ati 
metterai (e no convenite) la primordialità di terra, acquj 
aria, fuoco; dunque non sono prinionlìiiii. 

Così apparo una rigorosa concatenazione logicn del 
nostro paragrafo, che non riesce molto chiaro, coma tit 
detto, per la soverchia brevità, o meglio perchè suppone 
giù la notizia di cose che il lettore imparerà più tardi' 
K infatti io non posso persunilermi che Lucrezio scrì\-eaA 
cosi questo paragrafo nella prima redazione del [ libro 
io vedo qui un'aggiunta fatta dal poeta, dopo che ave' 
scritta la parte centrale del libro II, in particolar raod< 
II, 700-729 (compresovi CSH-r,9'.t; vedi nota ivi). Si 
Mfvi iaftUti; di I, m4-£l& travinniu uua {la»^^, 



NELLA POLEMICA LUCREZIANA. 93 

tìzione II, 695-696 ; e pochi versi prima troviamo II, 688- 
t)91 = I, 823-826, eccetto una modificazione nell'ultimo 
verso (efr. I, 197, II, 1013 sgg.); I, 817-819 quasi ^ II, 
760-762 = 1007-1009 (anche 820-821 = II, 1015-1016). 
Ora, la supposizione che Lucrezio, dopo avere scritta la 
parte centrale del libro II (mettiamo 661-1022), per as- 
sociazione di idee venisse nel concetto di far qui un'ag- 
l^iunta, e vi raccc^liesse tru o quattro ripetizioni di passi 
che là SODO disseminati, par più probabile che non l'altra, 
che cioè là disseminasse quattro ripetizioni tutte prese 
da qui nel jfiro di sedici versi. Poi la similitudine del- 
l' alfabeto vien più naturale nel II libro (688 sgg- e dopo 
723 sg-) : qui l' applicazione è intesa, un po' forzatamente, 
a mostrar solo l'effetto della variata disposizione dei me- 
dosimi elementi (827 permutato ordine solo), che, per la 
diversità delle parole, è una causa molto meno frequente 
. che non la diversità {parziale, sia pure) delle lettere stesse, 
mentre in IL, 788-699 con maggior precisione miiHa (non 
omnia) communta muHis appare come il caso più gene- 
ralo, e la diversità permutato ordine solo come il caso 
eccezionale. E se Lucrezio intende che il lettore completi 
da sé (come ho fatto io qui sopra) il valore della simi- 
litudine, anche questo è segno di posteriorità. Noto anche 
che il i." verso di essa similitudine (826) re et sonttu di- 
stare sonanti pare uno studiato abbellimento di II, 691 ; 
e lo stesso si può dire forse di I, 814 sg. in confronto 
di n, 695 sg. Ancora: I, 819 et quos inter se dmt motus 
aecipiantque con 822 alns alioque modo commixta mo- 
renttir formano il primo espresso accenno (prima non 
abbiamo che il vago motus 634 e mofii 801) al moto 
clandestino, perenne degli atomi nei coiiciìia: uno dei 
punti più reconditi della dottrina, che è poi spiegato II, 
80 8gg. ; sicché questo accenno deve riuscire affatto in- 
comprensibile al lettore arrivato sin qui ; e si capisce che 
Lucrezio ce l'abbia pur messo, facendo un'aggiunta e 
fresco d'aver trattato l'argomento; si capisce meno che, 
Bcriveado di filato, incorresse in una prolessi così poco 
giustificabile; tanto più che non era necessaria, e poteva 
contentarsi AtAVabitti miit adita mtttatoquc ordine come 



94 1 QUATTRO ELEMENTI 

al V- 677; invece in II, 760 l'eapressione quos motus inier 
se dent atqiie nccipianl, e la si capiace subito, ed crai 
necessaria accennando n un mouicato ossenxiale nella 
spieg:azioiiB ilei ciilori. E si osservi ancora TH2-802; 
cennatii a coloro che poiig:nno non soltanto il trasfonnistno 
liei quattro elementi nelle altre cose, ma anche degli elfr' 
menti tra loro, combatte, con relativa ampiezza, il priit-' 
cipio trasformista, ponendo la necessità che sotto alla 
mutazioni restì una materia immutabile, che non pud 
consistere nei quattro elementi poiché son mutabili; 
concliiude ponendo invece la spiofrazione vera — cioè 
quella stessa che dh poi nel successivo paragrafo, clu 
v.i ha qui occupati, ma entro i limiti dell' intelligibìlilj 
per un lettore arrivato fin qui. Questi versi hanno i 
verità l'aspetto di conclusivi di tutta la trattazioni 
contro i soateuitori dei quattro elementi. E la obiezìoiK 
che salta fuori nel paragrafo, eli' io credo aggiunto, noi 
sta in relazione col precedente, ma solo coli' anteriori 
aspetto della teoria: i quattro elementi trasformarsi i 
tutte le altre cose. 

Vero è che qui un po' avanti (I, 907 sg.) sod ripetuti 
trn versi: magni referl, ecc., coìVosaervarÀoue paulo quoi 
diximus ante; ma ciò avviene appunto in un brano af- 
fatto parallelo a questo, e che io credo parimenti «n'ag 
giunta seriore. Le due aggiunte sono contemporanee < 
sono il frutto di un pensiero comune; ambeduf^ comin 
ciano introducendo al medesimo e insolito modo con e 
una obiezione in discorso diretto; e, subito dopo l'obi» 
zione, comincia la risposta con scilicet (809-901); le dm 
obiezioni son diverse, ma sono sorte dal medesimo pen- 
siero — quello appunto che occupa Lucrezio piuttosto a 
lungo Del II libro, nella parte accennata. Anche la se- 
conda di queste aggiunte (B97 sgg.) ha poi un segno 
materiale di seriorità nei versi 919 sg.: 

fiot uli rJBu tremulo concussii cat-hinnont 
et Uorimis saldili umectent orn genasquo, 

X quali molto più probabilmente son qui ripetuti da II, 
976 8g., a nziché Joyaraamente. Infatti, nel libro H 



NELLA POLEMICA LUCREZrANA. 



95 



combatte Popinione che anche i primordia sieno dotati 
(li senso; e Lucrezio dice: " se perche gli animali sen- 
tano ò necessario che abbian senso i loro primordia, 
allora i primordia dell'uomo dovranno sentire come 
sente l'uomo; piangeranno, rideranno e anche discute- 
ranno di filosofia „ ; è una esagerazione ad ahsurdum 
umoristica, ma naturale o fondata. Invece nel libro I, 
contro Anassagora, che vuole già negli elementi le qua- 
lità fisiche delle cose fenomenali, ma spiega la vita psi- 
chica in tutt'altro modo, Tobiezione di Lucrezio non ha 
alcun valore; è un semplice scherzo; e il poeta ha ri- 
petuto qui lo scherzo perchè gli piaceva, cogliendo Toc- 
casione di una certa quale analogia, tra le dottrine av- 
versarie. 

Non per questo però credo che 803-829, come neppure 
897-920, sieno da inchiudere tra || |i , perchè non sono 
di quelle aggiunte lucreziane che disturbino e rompano 
il filo del discorso. Lucrezio ha fatto qui queste aggiunte, 
perchè qui stessero e così stessero. 



VI. 

CINETICA EPICUREA. 
Lucrezio II, 125-141. 



125 hoc ctiam niagis hacc animum te ad vertere par est 
corpora quae in solis radiis turbare videntur, 
quod tales turbae motus quoque material 
signifìcant clandestinos caecosquc subesse, 
multa vidcbis enim plagìs ibi peretta caecis 

130 commutare viara retroque repulsa revcrti 

nunc huc nun ìlluc in cunctas undiquo partis. 
scilicct hic a principiis est omnibus crror. 
prima movontur enim per se primordia rerum; 
inde ea quae parvo sunt corpora concìliatu 

185 et quasi proxima sunt ad viris principiorum, 
ictibus illorum caecis inpulsa cientur, 
ipsaqne proporro paulo maiora lacessunt. 
sic a principiis ascendit motus et exit 
paulatim nostros ad sensus, ut moveantur 

140 illa quoque, in solis quae lumino cernerò quimus, 
nec quibus id faclant plagis apparet aperte. 

(^lesti verai sembrano chiari; anzi, conio descrizione, 
sono mirabilmente chiari. Pur vi si annida un punto in- 
teressante della fisica epicurea, che non ho visto sinora 
iibbastanza considerato. Il punto è questo : come mai c'è 
^anta diversità di moti visibili, mentre gli atomi si muo- 
iono tutti e sempre e dovunque colla stessa velocità? 
Od anche : come mai, avendo gli atomi una velocità so- 
prasensibile , i loro composti hanno velocità sensibile? 
U risposta in Lucrezio non si trova ; è solamente sot- 
tintesa in alcuni passi, particolarmente in questo. La 
troviamo però nella lettera di Epicuro a Erodoto, in due 
passi irti di difficoltà, che giova esaminare. Ma prima 
diciamo quale è la risposta. Che, in singolare accordo 
con teorie moderne, secondo la fisica di Epicuro gli atomi 

OiussAirif Studi lucreziani, T 



98 



CINETICA EPICUREA. 



componenti i corpi, anche i pid duri e solidi, non vi sort 
mai in istato di riposo, ma continuamente vibrano, il 
continuo cozzo tra loro, e clic le qualità sensibili delll 
cose son dovute in parte a questi moti atomici, è cog 
nota. Ora, questi atomi vibranti nei concilia vi conaep 
vano intera la loro velocitìi atomica, eginile per tutti 
solo che, trovandosi essi così imprigionati e urtantisi ( 
respingcnlisi gli uni gli altri con infinito plai/ae, il lofl 
moto è trasformato, è come tagliuzzato in una sterminai 
somma dì bn^vìssimi tragitti, innanzi e indietro e in alti 
variatissime direzioni. Ciascuno di cpiesti brevi tragitl 
durerà un tempo; ma questi tempi sono cosi mìnimi 
che non possiamo concepirli; sono immemorahUia, e so! 
per ragionamento possiamo affermare che ci sono (A 
Xuyov (iemQrjTol xpórot), Supponiamo ora che un corpo 
nel suo complesso, faccia un movimento, p. 03. pen-orr 
in un minuto secondo la distanza di dieci metri, da ,1 hB 
u» movimento sensibile. Tutti gli atomi che compongorM 
il corpo hanno cvidt>ntemente percorsa la distanza di die 
metri, impiegando a ciò un miimto secondo. Ma coma 
essi hanno continuato a vibrare; hanno percorso in qui 
mimito secondo uno spazio enorme, e per tutti oguaU 
eguale cioè, per ciascuno, alta somma dello stenninaU 
numero di corserello fatte innanzi e indietro, in su e i 
giù — come ae il corpo fosse stato fcTmo; solo dio pi 
ciascuno d' essi il moto ò stato leggermente modifici 
per una lievissima tendenza vergo lì, ossia per un li( 
vissimo prolungamento delle corscrelle verso fi. Ossisi 
tutti gli atomi si son mossi da A verso B ; ma qucf 
lor moto è stato |wr la massima parte controbilaneiat 
dalle continue respinte verso A, sì che il conciliitM è a 
rivrtto bensì da A a fi, ma il suo moto, per la contina 
interna àvdxomì'i, i: stato tanto rallentato, da impicci 
un minuto secondo per (juel tragitto. Ma nun si dica \ 
ciò che il movimento continuo del coi'po da A a /? si 
illusorio; non si creda che il corpo, come tale, sia an 
vato da ^1 a fi con un moto di continuo andirivieni, con) 
p. es. quando vediamo il lento volo di un insetto, Io co 
alt vibrano così rapidamente che noi non vediamo il mol 



LUCREZIO II, 125-141. 99 

vibratorio, ma vediamo l'ala stessa, come un corpo di no- 
tevole spessore e diafano, in lento moto nell'aria : il moto 
lento e continuo in questo caso è un'illusione; ma non 
così vuole Epicuro che si intenda il moto sensibile d'un 
corpo. Quel moto visibile è reale e realmente continuo, 
come un corpo rosso è realmente rosso sebbene nessun 
atomo sia rosso. E neppure, inversamento, dalla conti- 
nuità del moto sensibile del corpo si inferisca che debba 
essere stato continuo anche il moto de' suoi atomi ; che 
i minimi loro moti, duranti AoV« l^scùQrjToi XQÓvot^ si con- 
tinuino in una stessa direzione ; è vero ciò che vediamo 
cogli occhi, come è vero ciò che vediamo per (necessaria) 
intuizione mentale. 

Ed ora, prima di passare alla considerazione del testo 
(li Epicuro, noto che l'importante sta nel ben intendere, 
che quando Epicuro parla di àwixonì] rispetto al moto 
di un corpo, non di un atomo, intende non già urti o 
resistenze esteriori, ma le interne rotture de' moti ato- 
mici, l'interna vibrazione. E di questa «vr/xo/rij, che parla 
Lucrezio cjuando II 153 sgg. come una delle cause per- 
chè la luce è più lenta dell'atomo adduce il rctrahi dei 
prhnordia di essa, perchè conglobata : mentre 1' atomo, 
Jice iK)i subito, non perde mai della sua velocità, perchè 
sempre meat per vacutim e perchè le sue parti (le j;ar- 
fes minimae) procedono di conserva, senza scambievole 
dvrixo7Tì\ sempre in una medesima direzione (in unutn 
loctnn = i(p' tra rónov di Epic). Ancora più chiaramente 
la cosa è detta VI 340-345, dove- la velocità della corsa 
del fulmine crescit eundo : nani facit ut quae sint iìlius 
semina annque e regione locum quasi in unum cuncta 
ferantuì\ Dice proprio: cresce la velocità del corpo, per- 
che i suoi àtomi vengono via via a non muoversi quasi 
più che in una sola e comune direzione. 

Epicuro tratta la questione in due punti della sua let- 
tera a Erodoto: fine di § 46 con parte di § 47, e §§ GÌ, iVl ; 
due passi irti di straordinarie difficoltà, che non spero 
di risolvere tutte. La traduzione del Cobet è il più bel- 
r accozzo di parole latine nulla significanti. II Krieger 
considera qualche parte dei due brani alla fine della sua 



lOi) 



CI^'RTICA Ki'IOUHKA. 



liisHertaziono De alomorum iiiofit principali, e di nuovi 
nella sua ilisaertazioiie FJpikiir'.'i Lehre von iter Setti 
(Halle, 18'Ja) a pag. 5 sg. 7 sg. ' Vediamo prima 61. 

§ GÌ. Kal /dji' nai icoraxeìs àvaYxxìov làc iitóiioi<i elvat 
'mar diH rov xevov tlagié^aivtai /(i,yer«s « vn*ó.i rorrof, 
" Gli atomi sono cquivolocì quando feruittur attraver»» 
il vuoto, non trovando eaai iieasuna resistenza di urti 
(Contrari. ^ 

Nota. — Con eiù Flpicuro non dice che in altre toh-- 
dimni gli atomi non sieno oqiiiveloci; solamente comiu- 
eia dal considerare il moto degli atomi liberi.' Basili 
infatti considerare che, in effetto, gli atomi si miiovonO' 
sempre nel vuoto. Si badi anche all'accennata assenza di 
àvtiMonì]; delle pìagae, questi atomi liberi, ne incontrano 
ad ogni momento; ma Epicuro vuol dire die il cors 
d'un atomo tra una plaga e l'altra, il corso d'ogni tra- 
gitto è sempre della stessa velocità; che non bisogna im- 
maginarsi che per Epicuro codesti urti rallentino lo corso 
successive. E fnj^fvòg àvnxmtovioe non vuol giil din 
" quando nulla urta loro contro , ma : " non essendo ess 
soggetti ad alcuna (interna) àvTixoTiij „ ; della estorna àv- 
TiMorcv, le piagne, non si cura, come non aventi nessun»! 
influenza sulla velocitti dogli atomi.— È un concetto, de! 
resto, assai analogo al nostro concetto soientilìco. Anelli] 
per Epicuro, quando due corpi urtantisi rallentano o per* 
dono il loro moto, nessuna qtmntitii di moto va perduta) 



' Questo studio i^ra scritto avanti che la disHortazionc diri Uricgei 
■Ili pcrvenisGo. Non ne sono indotto a mutar l'interprataiiona mia 
(lerch^ l'ìntorpreta/ioiie del Br. o richieda, a parer mio, troppi 
congetture intorno ftl testo epicureo. 6 non cokHo il giusto ^ 
«cnipre a. parer mio — circa qualche punto fonda monta le. Vedi 
avanti, ni passi singoli. . 

' E ciò spiega forse V lìa'jiomrini, E giusta l'osNcrvazionc d«l 
Brieger, che quì ci vorrebtte un qiotorriu, perchè manca tigni a 
cenno a direzione, a cui riferire di; e forsft cohI h da leggerci ^ 
coMÌ io ho tradotto. Mn fora' anche Vtli parla alla fantasia, dav«nt 
alla (|uale sta l'immenso vuoto, dentro LI quale si sprofondane 
gli atomi ; come se tu dicessi ; ■ eiim per racuiim inferuntur • OiA 
aiuterebbe a far intendere che qui appunto si parla degli ittumi 
liberi ugitantisi nnl vnoto extrnmondnno. non degli atomi i 
ventisi nel vuote, il die fanno symprc 



LUCREZIO II, 125-141. 101 

si perde del moto apparente o sensibile, per sopravve- 
nuta modificazione negli interni moti atomici dei due 
corpi. Questi moti atomici sono il vero moto essenziale, 
la materia prima onde si compongono (e disfanno) ì 
moti sensibili dei corpi composti d' atomi. Ma per gli 
atomi stessi, che ^er la loro soUdifas e simplicitas non 
sono suscettibili di àvxtxonr^, di interni muti di loro parti, 
è impossibile una trasformazione di moto di massa in 
moto molecolare (per usare il nostro linguaggio), e quindi 
nesssun urto, nessuna forza esteriore, nulla può arrestare 
o diminuire il loro moto; questo non può che mutar di- 
rezione. Ma, a parte ciò, c'era la obiezione, che la diversa 
grandezza, e quindi il diverso peso degli atomi, potesse 
esser causa di diversa velocità. A questa obiezione ri- 
sponde Epicuro colle parole che vengon dopo : 

OvTS yàq rà fiagéa Oarror ola^ìfierai jwy [ìiixqwv xaì 
xorywr, orar ys òij firjóèv aTiavTff avrol^' ovie rà fiixoà 
[(jui Usener inserisce (ÌQaòvTSQov\ tmv insyd?.(0Vj navra no- 
Qor cvjiiiiiSTQov Bxovca^ orar /nrfièv (iridi èxecvoig àvTtxÓTrrrj. 
* Giacche non e' è ragione che i corpi gravi (in genere) 
inuovinsi piii velocemente dei piccoli e leggeri, quando, 
ben inteso, non ci sia opposizione (di urti); né i più pic- 
coli dei grandi, avendo un corso simmetrico delle loro 
parti — quando anche a questi non s'opponga alcun con- 
traccolpo. „ 

Nota. — Qui dunque Epicuro formula come legge ge- 
nerale : che grandezza o peso non modificano la velocità, 
ma soltanto la modifica una resistenza. Il senso è chiaro,^ 
ma il testo ha delle difficoltà. Non credo opportuna la 
inserzione di ^Quóvregov, che dà una vera tautologia. Epi- 
curo invece vuol proprio distinguere: " Non credere (egli 
dice) che possa essere causa di maggiore velocità il mag- 

' Affine ma non identico è Targomonto in Lucr. IF, 225 sgg. 
Lucrezio combatte Fopinione di qualche Democriteo (non di De- 
mocrito stesso) che gli urti atomici creatori delle cose potessero 
spiegarsi da ciò, che gli atomi più grandi e più posanti, cadendo 
«"OQ maggior velocità, incontrassero atomi più leggeri; e la com- 
hattc mostrando come il cader più veloce dei corpi più pesanti 
(nella nostra esperienza) dipende dalla minor rcHistenza opposta 
dair ambiente alia massa mnggioro. Epicuro parla del moto in 



102 



CIXF.TTCA EPICUREA. 



gioT peso, rome certi l'atti potrelibero tiirti crwlcre, 
viceversa la ma(Tg:ior legffcrezza, come ptrti altri fati 
parrebbero insinuare. „ Piutlosto riesco non chiaro il ri*' 
ferimento di aÌToìi e èxtiroic. evidentemente contrappostlJ 
Se sì legge it^dihfQov in luogo di S-kiim', dopo jitUffft^t 
tutto sarebbe a posto. 

Più prudente sarebbe la semplice correzione di 
in lovTou (o semplicemente intendere at-ioTi = rovroifA 
ossia riferirlo ai ;iwe«')- con che, per contrappoaizioue, 
èìteivou si riferirebbe ai ftfyiila, sebbene questi sien no-i 
minati pifi davvicino ; ma s'oppone l'inciso mina rtó^V' 
avfifttT^ov fxovia, che in tal cnso dovrebbe riferirsi 
fiffdla, u richiederebbe la correzione ixàrtwr. Maljrmdo] 
queste incerte/.ze, non pare che ci sia luogo a dubbio in' 
torno a ciò che tlpicuro dice. La espressione Jidvta tió^t 
ai'fi/iEtpov txovfa ritorna tal quale al § 47, dove è spie-i 
gatn la velocità insuperabile degli e'rfw>.a con ciò, chi 
avendo questi la massima tenuità, perchà non hanno che' 
uno spessore atomico, non hanno luogo, o ben poco, colpi 
e contraccolpi dei loro atomi innanzi e indietro, ma que- 
sti proccdon tutti allineati e di filato, o quasi; è cosi che 
gli nflw/c, nitVFO jxóqov ai'tiiifiQov t'xovra, volano con velo- 
rìth atomica, o quasi. Qui dunque Epicuro dice che l'es- 
sere dei corpi più o meno grandi, più o meno pesanti, non 
ha alcun effetto sulla loro velocità; questa non può essere 
modificata che dalla resistenza o àvttiioTTt', (come più 
avanti, fi 46, dirà che lentezza e velocità son commisu- 
rate alia àvTixoitì'f o non ùvitxo^t]); che è poi sempre una 
ihtition^ interna, poiché, come s' ò già avuto occasiono 
di avvertire, l' liviixùjrt'i esteriore non ha effetto di ral- 
lentamento, 80 non in quanto si trasforma in iìitaxojhJ 
interiore; e non ha quindi effetto che su corpi suscctti- 



i 



Koncrr, non solo ili^l luoto ili caduta: considera nnctiv riiiolpci 
rlio In iiiBfrgior pireolczza e leggereKtta posilo rsserc pbhwi di 
ttmggior velocità, e oppone che una causn di m Ilenia mento di 
TplooitiV è tn rnsistotiz», senza (lìatingupre tra rcsialenxft pstcriorf 
p interna atomica, ilytixmtil ma allutlendo in partirotare a que- 
st'ultima. Egli infatti non s'occupa qui di difpndrrc il fU»nunm. 



LUCREZIO II, 125441. 103 

bili di dvtixoni] interiore. I corpi non suscettibili di inte- 
riore dvTixonrj^ e aventi quindi sempre un nÓQog (XvfiinerQog 
delle loro parti, hanno tutti e sempre eguale velocità. In 
questa condizione non si trovano che gli atomi, in senso 
assoluto, e approssimativamente gli idoli. 

0?y ij arco or^' i] elg zò nXdyiov òca twv xQovasoov ipoqd. 
oW ri xdt(ù olà TWV ióicùv ^agcov. " Il moto degli atomi 
non sarà mai né più veloce né più lento, sia quello in 
su laterale per effetto di plagae, sia quello in giù pel 
proprio lor peso. » 

Nota. — Usener: licentius adnexa, quasi ^àvroùv v 
^QaòvxéQa Barai dictum fuerit. Sta bene ; ma forse anziché 
ellissi e' è lacuna, poiché questa proposizione ritorna a 
parlare senz'altro degli atomi, mentre la precedente con- 
siderava i corpi in generale: pure ammesso che verso la 
fine, come s' è visto, il pensiero accennasse particolar- 
mente alla condizione degli atomi. 

é(p^ inicov yaQ av xanaxfj éxdiSQov^ èni xoaovxov iifxa 
roiffiari tÌ(v (po^àv O^ritSBi^ ecog \dv ri] dvxixòiptj^ ij e^oj^sv 
^ ex xov Idiov ^dqovg nqòg xìv xov nXT^^avxog óvrajniv. ^ E 

tanto Tuno che l'altro moto, cioè il non verticale prodotto 
da plaga e il vertic^e per peso, finché continuano avranno 
un tragitto percorso colla rapidità del pensiero, fino a che 
qualche cosa l'interrompa, o esteriormente una plaga^ o 
interiormente la gravità, che sopraffa la forza della plaga 
dall'atomo rivevuta. „ 

Nota. — Mi par chiaro che éxdxsgov indichi i due 
moti per plaga o per peso. E dice ^ finché dura „, ^ 
|)erchè il moto di caduta, che per sé durerebbe eterna- 
mente, è interrotto da plaga, e il moto ascendente o la- 
terale, per plaga, o é interrotto (e mutato) per un'altra 



' xcctiax^^ può avere questo senso intransitivo. Vedi i dizionari. 
e cfr. in particolare il molto affine esempio : aéXag xatiaxéi i$ 
ovpayov. Del resto, non solamente nulla impedìscet ma il seguito 
può anche consigliare di sottintendere il sogg. fi àrouoi : « Finché 
l'atomo manterrà Tuna e l'altra cosa, avrà una velocità come 
quella del pensiero.» Né occorre avvertire che anche qui non 
s'intende già che per plaga o per sopravvinccr della gravità il 
moto cessi o si rallenti; n'è seniplicemonto interrotto, o meglio, 
rotto; ossia, mutata la direzione. 



[04 



CINETICA EPICUREA. 



plaga, oppure, se va avanti senza incontri, Ji un ceHo 
punto è mutato in widuta dall' insita pravità, rho vince 
Ì3 forza d'iuipuJsione. I)ice bensì il Brieger die... pia- 
gae vis, sì Epicitriiiii aiidinmn, non ftiieat evanescere, 
cosi generalinentfi si crede ; ma dove dice questo Epicuro, 
qui dice molto chiaramente il contrario, che parmi im|il^ 
cito ancht! in qualche passo di Lucrezio; p, es. I, 992-99*1 
V, 188 ex infinito iam tempore percita plngis pondrrk 
hus'iue sttis consueruni ron'ila ferri.' — nQÒg rr 
Tth]£xvioi iiU-afiiv " contro la forza dell'atomo cho d*i ul- 
timo ha urtato „; non vedo ragione di eliminare queste 
parolfi, come priosaema a e^mOei', come vuol 1' Uscncr. — 
Sv TI inserito dall' Usener, e già prima dal Brieger. 

Saltiamo ora a § 46 (fine). Dico anzitutto che ques 
brano insieme con il (prima metà) là dove hÌ trova 
fuori di posto, e che va invece connetto con §§ 61, tì2. 
Nel I di questi studi ho cercato di mostrare come lo strano 
disordine in cui si trovano le diverso parti d^tlu lettera 
di Epicuro ad Erodoto non possa uttriliuirai ad Epicuro 
stesso, ed ho anche proposto un primo tentativo di rior- 
dinamento. In particolar modo è da notare come la dot- 
trina dell'atomo si trovi, contro ogni ragione, dimezi 
dalia intromissione della dottrina degli ffVwAfr, ohe 
sua volta si trova cosi irrazionalmente separata dalla ti' 
ria della sensazione. Ciò posto, non Iia nulla di strano 
anche un pezzetto di teoria atomica sia capitato io mei 
alla teoria degU idoli. Il hrano fine 4(i princ. 47 li atta 
rato accanto a 61. 02 dall'aflìnità, anzi identità, dell'u 
goniento, e là (tra princ. 46 e fino 47) interrompo la ni 



ICC 

i 






' Infatti, se un atotno> prc»ii una ilIrpzioDo in ecguito n e 
pli'/n, non io. mutasse mai clic per un'ultra /)/a^'i. tulli g\i attimi 
esaemio ab rmtrrno in balia àviWf piagni; la fanziono della gravità 
xnrebbe ab arUrno sospesa per gli Atomi tutti, o narobbe seni 

ragioni' queatu perrita... ponderihiis ili I.ucreiio "" 

sospGttnri-, qui o nei parecchi passi biriiili, una Bbadata^Kintf d 
poetai E cbinro chu Lucrezio riproduco una forinola stabìte • 
a lo proTH Io ati' Bo rnsso ili Dpic. clic stiamo esnmliiuiMlo. K »l 
grrebbe poi la questione; d'oniio viene ni cortrt'iiet la loro grftvjfl 
affettiva^ lìastu anzi l'accenno o questa quostiutm per farei n 
travvudere cbi- codi'sti ritorni dcKii ntotni al moto per grftTÌfl 
devono essere latt'iillrn che rari ^ Ccwrioiiall 



LUCREZIO II, 125-141. 105 

tarale continuità del discorso. ^ Come sia poi da stabilire 
la materiale connessione con 61. 62 non è facile a dire. 
Osservo però che una connessione tra il pezzetto: fine 
di 46, e il pezzetto: prima metà di 47, non appare; anzi 
r esame che faremo mostrerà che non e' è. Non sono 
dunque da inserire uniti in 61. 62. Qui, alla fine di 61, 
credo sia da inserire la fine di 46: xal fiiiv xal v Sui rov 
xBYov (fOQa xaxà /iijJf/uav Cmdvjrfiiv Twr dvTtxoipdvTOìV [coi 



' Esaminiaroo infatti §§ 40, 47. Comincia Epicuro col dire che 
iiioi cuotoifXf'f^oyeg roì^ atiQfuyiot; éiai^ 'Atri tot r^a ir unéxoyris unxoùi' 
u»y qmyoulyoìf. Qui afferma due coso: l.** esistono i simulacra 
che 8Ì staccano dagli oggetti; 2 ° sono d'una tenuità di gran lunga 
supcriore ad ogni tenuità sensibile. Quindi giustifica H l.*' punto, 
sviluppando insieme il concetto di Ciup^ii simulacra : otre y((()(cno- 
cutaiti àdvyarovaty *V fw nsoùroyn yit^tai^ni roiavrcci orr' i^ttijhiÓTrris 
iiì% xdìi^yuoictg rtoy xoiAtauaioìy xcu À.tiotijtjìt' ytyead-ufy otte tLnoofJouti 
Tr/ Kf*^' y^^LCty x(il Ttiiiy i)'iaTr,Qota((t, ?V 7ré'(> xal ty Tol^ ariQfuyiots 
<ì/o»'. TovTov^ cff Tov? Tvnovg eìùwXa 7i{)oaayo{ìerou£y. Cioè: nulla prova 
che sia impossìbile il fieri di siffatte emanazioni, informantisi alle 
ineguaglianze ed alle levigatezze (dello superficie d(>gli oggetti), 
conservanti IMstessa disposizione e ordine (atomico) come negli 
oggetti emananti; e queste noi (dice Ep.) chiamiamo «rcfwA«. Dopo 
ciò 8* aspetterebbe la giustificazione del 2.® punto; invece viene 
tatto il brano (fine 46, principio 47) che noi vogliamo unito a 
Bl, 62, e che non ha a che fare con una ulteriore giustificazione 
MVesistenza degli MtoXa, Dopo questo brano, viene la giustifica- 
zione del 2.® punto: sìa-'' iXi xù B\ùioXa rati Xtnt^'lr^aty uyv7ii(i^Xr\toig 
«/(>ijr«/, oviHy ((yrtjnuTQVQéi twy (faiyofÀéywy. ** In secondo luogo 
nessuno dei fenomeni attesta contro questa insuperabile tenuità 
(lei simulacra. „ È di immediata evidenza, che questa giustifica- 
zione del 2.'' dei punti enunciati nelle prime parole fa seguito im- 
modiatanicnte alla giustificazione del 1.^ Seguita Epicuro: tO^r 
xai TuYfi €tyv7iÌQ^Xrj« t/€/, ni'yra TtoQoy avfifÀiTQoy t;jfo*'r« ttqÒ^ rtn 
[rwj lemiiiM avrnty tÀr^d^èy ayTtxónieiy r^ òXLya àyrixóiimy. " Ond'ò 
che (questi simulacra) avranno anche^velocità insuperabile, avendo 
tutto il loro cammino di conserva (intorno naVra non. aiu. i'x ; vedi 
Hopra), cioè non essendo soggetti, por T infinita loro tenuità (che 
lo spessore di un simulacrtim h lo spessore atomico) ad intorna 
tt¥TtM07tr^^ o a ben poca ilytixont\. „ E questa spiegazione della ve- 
locità degli idoli mediante il breve accenno alla assenza, o quasi, 
di ttytixoni\. sarà stata T occasiono per cui fu trasportato (lui, a 
mo'di glossa, il brano che apparteneva a 61, 62. Né si dica che 
Epicuro non poteva alludere con sì breve accenno a cosa non 
ancora insognata: ricordiamo il detto or ora intorno al gran di- 
sordine della lettera a Erodoto, e in particolare questo: che cer- 
tamente la teoria deir atomo non poteva essere così dilaniata, 
come ora v'è. ma doveva precedere tutta unita la teoria dei ,vf*- 
mulacra, la quale, alla sua volta, doveva esser seguita dalla teoria 



lOil 



CIXKTJCA EftCLtREA. 



mS8.; L's. ttruxo^/óviwji; l'orse iivtixo:irórtiiiv\ yivi^iviin 
tnjXOi TTfQiXiiuròr èv tt;TSQtvot'ji(ff X^"'^'f Oi^'t^^-fì. ^aiai 
yàg xzi Ta;f^ov^ àvtixoJii xai ovu (irrutoirìi à/ioiwna Àn/d 
ìittvft. " E ogni tragitto |jei vuoto, die avvenga senza od 
posizione (ii controcozzanti, compie ogni distanza conci 
pillile (clic possiamo abbracciare cogli ocelli o con i 
immagine della fantasìa) in un tempo (così breve) clie i 
nostra mente non pnò concepirlo, Giacché la eqiùvnlena 



della 



Kc'llit Uieposi 



ni ti va, 



_._, _. Junque, SS HI. C:'. 

pio 47, t>rpcciJeTano ciò olio resta di 4<i, 



nipresi fine 46 e 

47, e il richiamo alla teoria ìieU'ni-iixoji ij riusciVE. .„ 

ohe il Brieger (v. sopra p. 5) propone?» lUpprima il trmporliL 
riniincianiloTi p<>rò subito itcìpu. appunto per l'accennata affinll 
tra moto atomiuu e moto idolico; ma la niati.TÌale ilittpoBÌsioDe 
coatraiioiio dol testo vieta sL'nz'ullro ili credere che Epicuro stM 
alibia qui inxerilo il frammento eirca^ al moto atomico. — B 
esaurire § 47 avvertintno die dopo f, iXìya ùi-iixanttif^eguoao 
parole: nollnT,- de xal lìncleoii tJsìv lìwxitiifiy ri, non scevre 
dubbi. L' Usener oonBerra mas. noXhtìt, ma ripetendo queste paro 
in una nota le cita con 'inlloiV. Voleva foree correggere oost? Ct 
lìvXMy-, die il naturai costrutto parri^bbe richiedere, si verrebl 
a dire, che quando gli tMaiXa aon molti, subito ha luu^ una cor 
•'rt'x(,n(: sì itliuilercbbe allora ailit nota distinzione Ira rH critai 
vagolanti isolati, qnali son quelli che arrivano fino alla nast 
monte in iiogno oppure nella visione puramente Tanlastìca, _ , 
tMiakn che servono alla visione reale delle cose, i quali si e«guai 
in flusso continuato e addossantisi gli uni dietro gli altri; in qu«a 
flusso avverrebbe una certa kViujhi;. e quindi rallentamento. % 
più probabile, visto le grandi licenze che Epicuro si perinet 
noi suoi costrutti, è ebe sia da conservare ìjoUhIì, die a'h» i 
intendere degli atomi onde constano gli idoli — sebbene di atot 
non si parli punto in eifi ohe precede! (o forse lacuna di qualel 
parola dopo unefpM? die è pur singolare anche queisto " infintto 
per infinita tenuità). Intesa, dunque, degli atomi. la propo«ÌEÌM 
sftrebbo una giustilicaxione dd correttivo precedente i] ò'Myn àn 
xùnrt,ir\ e verrebbe a dire, rbo quando di atomi ce n'è molti il 
sierae, sebbene disposti cosi da costituire un insieme (uu velo) i 
inflnita tenuità, un pochino di <'i-uxoai'i ha pur sempre luogo. Ani 
come non ci sarebbe? gli idoli ci apportano fedele notiaia dei 
qualità sensibili; ma a costituir queste non concorrono solo 
formo atomiche e loro disposizioni, ma anche i loro moti reciprot 
come tante volte dice Lucrezio: dunque anche quosti devono fi 
idoli conservare. - 'OXi^u àrtixi'nuiy intende t'soner (e s'intea* 
generahnenle in casi analoghi) degli ostacoli esterni che poMoi 
incontrare gli idoli per vìa; ma io dubito, sebbene cosi intenti 
pure Lucr. IV, MIO sgg.; chà sifl'atti incontri devono guastare t^<t 



• U l'idolo (e quando li 
infatti slÌBiiratoh ma non s 
cnren dell idolo complesso. 



vìa percorsa è molto lunga ì idolo arn< 
i vede perchè debbano rnllentare 



LUCREZIO ir, 125-141. 107 

delia leutezza o della velocità è In àvtDtom] o la non 
àrtixùnt] fé l'avr. o non nvr. che prende la figura della 
velocità della lentezza]. „ 

2*iotn. — È detto in generale : osili moto pel vuoto, 
sanza àvttxoni\, avviene con una velocità inimmaginabile; 
ma naturalmente è detto do^lì atomi, che soli, in modo 
assoluto, possono avere un moto senza ùvkxotti',. E anche 
(lui, come in 61, sebbene àvtixoTiì dica semplicemente 
urto, senza distinguere tra interno o esterno, il pen sieo 
è rivolto essenzialmente all'urto interno, sebbene questo 
in etfetto non sia spiegato che in 62. Infatti un atomo 
volante per l'infinito ò soggetto a continue esterne «iTf- 
toTiai, né i)er questo diminuisce la sua velocità imfpno/jro^, 
cioè "che non si può concepire „ ossia, tale che il tra- 
inilo, \KT quanto lungo, tra una fìaria e l'altra, dura un 
tempo di inconcepibile brevità; benché pur tale clic pos- 
siamo e dobbiamo afTermarlo razionalmente; che anche i 
h'inpi, molto più brevi, dei brevissimi tragilti di atomi 
conciliati sono f.óyif Omgìjioi. Lucrezio pare che traduca 
iTfpjróijro; (nell'opposto senso di grandezza inconcepibile) 
VI, 488 quamqiie repente Ììii memorabile per spatiiim tran- 
xire solerettl, e IV, 191 shmdacra . . . necesse est Jmuiemo- 
rabile per spatium tra use arre re posne Temporis in pun- 
do. — òfioiiafia è la somiglianza, cioè la corrispondenza, o 
i|aindi la rappresentazione. La fonnola iìoàSovi . . . ?.«(t,tó- 
«< riassume il detto in § 61, prima della sospettata la- 
cuna. Là era per escludere grandezza o peso come cause 
modificatrici del moto ; qui per tirar la consegneiiza che, 
dove ogni lirrixani] manca, deve esserci la velocità mas- 
sima, il moto assoluto. — Ora si noti: della inconcepibile 
velocità degli atomi, di cui Lucrezio espressamente si oc- 
cupa li, 142 sgg., in Epicuro non troviamo che l'accenno 
indiretto («/ix roi,fiaTi) in fine di 61. e questa fine dì 46. 
A meno, dunque, di supporre che questa fine di 46 sia il 
principio di un §, rimasto frammentario, in cui Epicuro 
espressamente trattasse della velocità degli atomi, il po- 
llo suo naturale par proprio t]iiì, alla fine di 61, come 
ulteriore ed espressa dichiarazione dell' incidentale tipa 
nymn. Kpicuro tratta dell' isotachia atomica; e prima 



108 



CINETICA EPICUREA. 



considera ^\i atomi libemvolanti ncll' infinito, e a mo* 
ajTgiunta dice anclir: della somma loro velocità. 

Ed ora seguirebbe § tìiJ- UU«! fiìti' *fù nani ni; m 
x^iaeii [oi] fidrrwv hien àufia^ ^tfìi]aejai làv àt''fnor 
TK^wv oi'ffw)'. " Ma anchi: degli atomi implicati in (•ondU 
non si dirà cho uno è più veloce dell'altro, essendo 
(ovuiKiue e sempre) equindoci, „ 

Uota. — L' ìnaerzinne di or, con Useutìr, è indisi 
sabile ed è provata dal «ni e da ìaotaxm- ùvam% che ai 
si potrebbe (orzare a dire " pur essendo i«si perse si 
equiveloci „. E anche per ragionamento la dottrina 
Epicuro non può esaere che questa : gli atomi anche 
courUia conservano la loro velocità atomira. Anche 
infatti, ogni singolo atomo \sì muove nel vuoto; nk 
spesai urti possono rallentare il moto, giucche le jilagi 
si sa, fanno mutar strada agli atomi volanti, ma non 
mutano la velocità; se fosse altrimenti, anche fi^lì atoi 
liberi, che nell'infinito tempo hanno suhfto infinite jìlt 
fjae, non conserverebbero la velocità primitiva, E ijuc- 
gli atomi che, sciogliendosi dalla compagine di un con- 
àlium, si slanciano negli spazi infiniti con libero volo 
o in su o lati-raimente. hanno certo in questo volo la 
velocità atomica; ma come l'avrebbero riacquistata, w 
l'avessero in parto perduta pei tìtti urti nel cùnciliitni. 
dappoiché il loro volo nuovamente libero è determinato 
dairultinio di quei fitti urti della nulaii nel concilitmi J" 
E ancora: Epicuro non parla già (sia per affermarla " 
]ier negarla) di rallentata velocità degli atomi implicati in 
concilia, ma di fiìversa velocità tra atomi ed atomi ini' 
plicAti in concilia ('JàTTiov ètépa M*'pff,-); n^ già si riferi- 
sce agli atomi di un medesimo cohcÌUuiu; poiché, che 
gione ci sarebbe per sapporre diversa velocità tra 
atomi di un corpo in moto Y dunque intonde: il fatto 
dei concilia movontifii, gli uni son più lenti, gli altri 
veloci, può far credere che anche il moto degli atomi conv 
ponenti gli uni sia più lento che il moto dei componenti gli 
altri. Ora è evidente i-Iie un tal supposto da Epicuro 
può essere cho negato, chiunque ricordi i mottis ìntesiii 
i qunli per fermo non possono essere ora più 



feri- . 



LUCREZIO ir, 125-141. 109 

rapidi in un medesimo corpo, secondo che questa si 
muove più o meno, od anche sta fermo. Dunque ov, ^ — 
Così, mostrando la necessità di queir oi», siamo venuti 
anche a spiegar meglio il senso delle parole di Epicuro; 
vale a dire: ** La maggiore o minor lentezza dei moti 
visibili non implica punto un maggiore o minor rallen- 
tamento del moto degli atomi componenti quei corpi vi- 
sibili, n Ed ora viene a dirne la ragione, con parole che 
sono le più oscure del brano : 

Tw «y ira rónov (fkQsa'àai ràc èv ioli; àl>QOLa(.ia(Siv «ró- 
fiovi xarà tòv èkdxi(Jfov avvsxr XQÓvov^ etca hì\ è(f* tva [sita 
lu) éif Iva mia correzione per ei fnì^ ey' i-'va; T Usener cor- 
regge fj fj^it fiV '•^'«j non intendo bene con qual senso] 
xarà tovg Xóyaì ^ewQtiTovg XQÓvovg [parole eliminate dall' U- 
sener come glossa: ma non credo a ragione] . . . «A/« 
Tivxvòv dviixi 71 Tov(Si\\ ttog «V vnò Ti)v a'^(S{yì](Siv vo (Xvvexèg rfjc 

qo(Hìg yivìirat. Vale a dire: "* Del non doversi affermare 



' Invece il Br. non vuole ov e cancella xai, ma interpreta in 
modo che la isotachia deflrii atomi nei concilia è insieme ammessa 
V non ammessa. Dice infatti che Ep non intende già che sia ral- 
lentato il corso d'un atomo tra urto e urto^ ma che considera 
« come an solo movimento le diverse parti di un movimento mol- 
t4>plicomente sviato dagli urti ». IS'on par probabile. Se io corro 
sfrenatamente per un quarto d'ora in su e in giù, e alla fine mi 
trovo a cento metri dal punto di partenza, npssuno dirà ch'io ho 
camminato lentamente. Dice il Brieger che Tot; sarebbe giustificato 
^ Epicuro parlasse dei singoli tragitti tra urto e urto; ma che 
in tal caso tutta la trattazione diventa superflua. Osservo, anzi- 
tutto, che anche in ciò che procedo Epicuro considera per l'ap- 
punto i singoli voli d'un atomo tra plaga e plac/a, anziché il suo 
moto perpetuo e complesso — anche esponendosi al pericolo di 
i|aalehe interpretazione errata (v. Nota a p. 103 sg.); ma poi: perchè 
uoperfluo il discorso? 8i tratta nientemeno che di stabilire la teoria 
dei motus intestini^ di cui finora non c'è stato verbo nella lettera 
a Erodoto, e la loro relazione coi moti sensibili! Aggiunge il 
Brieger, che se Ep. parla della velocità di ciascun singolo tragitto, 
non ha pid senso la sua sentenza (§ 46) /^(xM'otv xaì zdxov? dynxonij 
xai fàì^ iiÈTtiMOTiii t\uoi(ou(t XttfM^à'ct ( v. avautl); ma la sentenza non 
H riferisce al moto degli atomi, bensì dei corpi in genere. Circa 
alle prime parole di § 61 — che secondo il Brieger confermano la 
sua interpretazione, perchè se è detto ** gli atomi sarebbero equi- 
veloci se volassero pel vuoto (e quindi) senza urti ^ viene di con- 
seguenza che se non volano pel vuoto, e quindi incontrando urti, 
non sono eqniveloci — vedi ciò che s'è osservato ivi (p. 100). 




Ilo 



(JINKTLr.V EFICUIIEA, 



loto, ,| 
1^ 



magffiorp o minor lentezza dogli (itomi coiiciliuti, mal' 
grazio In ina^H'ifre u minor lentezza dei concilia in moto, 
1)1 ragione è questa: elicgli atomi di un corpo 
moto solo per ìa minima possibile durata di tempo teiidt 
tutti verso una medesima direzione; ossia solo nel 
missimo istante della spinta si rouovon tutti nella di 
zioue determinata dalla spinta; subito dopo, o por tult'i 
il trapitto, coi loro perpetui mott(s inlestini, si muovono 
in diversissime direzioni, e solo ad intervaUi, ora gli mii 
ora gli altri, nella direzione die ha il corpo; e ognuno 
di questi cortissimi moti, in ogni direzione, dura un tempi) 
uosì breve, che noi non lo possiamo vedere che razional- 
mente [i-iù — ossia questo lor moto vibratorio — av- 
viene perdio non possono procedere Uberi e spediti); ma 
tìttamcnte cozzano gli unì cogli altri; e l'etfetto comples- 
sivo è il rallentato moto sensibile, e continuato, nella 
stessa direzione, dei corpo intero. 

Nofa — No» son certissimo circa 11 primissimo istan- 
taneo moto concorde; che anche in (pieiristante vi son 
atomi die pur si muovono in direzione diversa, aiidie op 
[tosta. Ma mi par dittìcile un'altra interpretazione ddle pii- 
role di Epicuro. Epicuro avrebbe fissata la sua attenzioni' 
sul preciso ed unico istante in cui il corpo intero dallo 
stato di «ptiete passa alla condizione di moto, e avrebbe [Wii- 
sato die quel primo minimo spostamento ^ spostamento 
puro, senza intrinseca velocità o lentezza — oorrÌ8t>on- 
dente al minimo di tempo, all'atomo temporale, impli 
casso spostamento, assolutamente sìncrono, di tutta h 
massa, ipiìndi di tutti gli atomi, nella medesima dire- 
zlone- La indivisibìlitii di quel minimo di tempo o niìnimu 
di moto osdudeudo ogni concetto di lentezza, esclude an- 
che ogni concetto di arrtxojrij. Notevole ò qui ad ojrni 
modo la implicita afiermazione di un fisso iiììiiimuin do] 
tempo, e, conseguentemente, di un fisso minimum del moto 
(che misura del moto è il tempo). Infatti, di stabilir ai- 
desti minima indivisibili, Epicuro si trovava nella mede- 
sima necessiti^, in faccia alle argomentazioni ele-ntiche. 
come dì stabilire i minimi di estensione e di materia; e 
incorda argomenti eleatici i^mitro In renU-y 



LUCREZIO li, 125-Ul. Ili 

moto, intrecciati colla divisibilità del tempo all'infi- 
». Nel caso nostro, p. os-, potraasi obiettare, eleatica- 
nte, che anello quella primissima mossa è impossibile, 
tihè il supposto mobile, in ogni parte del pur brevissimo 
ipo necessario alla brevissima mossa, si troverebbe 
mo in un determinato punto del tragitto; Epicuro, in 
esa della verità del senso, doveva assumere dei tempi 
limi aventi continuità (che è il carattere essenziale del 
ipo), non divisibili neppur mentalmente in parti aventi 
lesto carattere della continuità; perfettamente come 
:omo non è neppur mentalmente divisibile in parti che 
)iano ancora i caratteri essenziali dell'esteso, ossia forma 
randezza. Salvata così una primac reale continuità (cliè 
isibilità all'infinito si risolve per il tempo nella nega- 
ne della continuità, come lìer l'estensione nella nega- 
ne di forma e grandezza) era salvato il moto, restando 
bilito anche un primo e reale moto indivisibile, fon- 
X) del pari su una prima e indivisibile continuità- Ma, 
)artc questo, mi conferma nella mia lezione e inter- 
;tazionc il contrapposto delle corscreile atomiche di an- 
ivieni, ciascuna delle quali dura, non già un tempo mi- 
no, ma un tempo cosi breve che non ce lo pò siam rap- 
isentare, e solo possiamo afferrarlo per ragionamento: 
ipi, questi, sempre maggiori del tempo minimo, e non 
lali tra di loro; che dove gli atomi sono meno fitti, p. es. 
un pezzo di legno, ogni eorserella è maggiore e dura di 
L elio dove gli atomi son più fitti, p. es. in un pezzo di 
ro. Dal quale contrapposto risulta subito, che a torto 
'scner ha eHminate come glossa h parole xarà rovc 
H^ Oeui^TjroÌK xQÓvov;. Tanto meno intendo questa eli- 
naziono, eolla sua lezione ì, fti, è<f>\ iva; la s' intende, 
'avevo dapprima accolta, colla lezione mia fìra fiì, tV 
[, dopo le quali parole molto naturalmente seguirebbe 
là dvnxÓTiiovaiv ecc., mentre sono di qualche imbar- 
co quelle parole di mezzo. Tanto che io sospetto una 
;ve lacuna avanti ùXKà, da riempire per avventura 
me è indicato sopra, nella traduzione. — Ad ogni modo. 
Ito il momento della prima mossa, nel resto tengo per 
:aro il concetto fondamentale. Figuriamoci uno sciame 



112 




CINETICA EIMCUKEA 



di insetti volanti velociaaiuii [ler «ntro h acianie, menti 
(juesto, in sé raccolto, si muore per l'aria con moto mi 
(lenito e continuo in una iVirozioiie ; è chiavo clie il moi 
dello sciame ò il prodotto di mìnimo frazioni doi sin^o 
voli doffli insetti tutti, e die questa minima proporzio 
è la causa della lentezza del moto continuo dell'Intel 
sciame, e die lentezza e continuiti^ dì questo muto Bun 
una cosa sola. Crescendo alquanto la proporzione dì pa 
ticelle di singoli voli in quella direzione, sarà iiot4:'vo 
mente accresciuta la velocità di tutto lo sciame. Tale 
la relazione che Epicuro pone tra il moto di un corpo 
il moto da' suoi atomi; solo cbe per questi la causa (' 
contìnuo variar di direzione non è la spontaneità del \i 
riato volo degli insetti, ina è il reciproco cozko, e ti rai 
lentamente del moto complessivo k effetto di meccanio 
rispingimento, lìvitxoaij. E quindi per Epicuro volocìt 
maggiore significa minore t'tvuxoTfii, come è accennato u 
die da Lucrezio nel già citato pasao VI 34i>-343. — I 
avverta la corrispondenza delle parole dì Epicuro «w i 
ima n]v aiuifìjOiv ló avvfxèi rijf q^o^àg yìviirai cou Lucn 
zio (nei vv. in testa a questo studio) a principlis t 
dit moiiis et exit ad noslros senstis, Lucrezio dovette ave 
davanti agli occhi questa, o molto simili parole di E(ii 
curo. ' — Il quale conchiude: 

rè yào nQogSo£ati'>iiEVi}V rtfql lov ilo^iÌioi\ w, «por koi I 



■ Il Bricger l<»ggi.i e integrii eomo soguf: lM<i fitti 
«iiyn^iacis Snttoy [sema oi, vpdi nota a p. lOHI itt^a Iti^Uf (9a}f\- 

•fi oi'x l'if' (Vk linai- ytpea»n<> r«,- èf rof; i(^Diaun0ii> àtiuem koih 
i',„- i/.ù^mtoy evftxH xpoVai', [Vale a direi " nei eoncilta rarìa In 
viilocitù aegli atomii perdiè i<s«i sono equiveloci quando ftruntnr 
in iiiiiiHi litriim, il cbe non hn luogo quando sono nei fotcìUa, 
iilmi^no durante uu minitno tempo sensibile (intcndenilo ai-yt^ 
t= nia9r,fii) ,', clife nei tempi ÌJj-m flt'upijioi anche flentro iin e 
rilium — ossia nelle sìngole coraerello — volano in una sola 
ri'Ki^iie. Il die, dice il Brìeger, è espresso nelle parole che seguonoi 
r, }ir,i' ìg>' 'ivi xnrii roi'v ìi.yai 9iioptjo!ì j^Qorov;. — Ma, osstrvo ** 
qui si oonfonilono due cose ben dlRtinte, e non paragonabili. Vt 
nitrazione ilui conrilia, gli utotni sono equiveloci perchè non gii 
essi stesili, ma le minimitr partes di ciascun d'ersi feruntur ùi 
unum loriim (Lucr. Il, 150); e questa condizioDo non U per- 
dono entrando in concilia, e non ha nulla a che fare col f'i-ri u 






LUCREZIO ir, 125-Ul. 113 

ita Xifov iteapijioì x^órot tò avvfxè^ jT^g q-o^Ùg e^ovOtv, ovk 
oilijdéf éenv ini xàv lotovtaiV ènei ló ye itttùQovfisvov nàv 
ì xoi' ènt^Xiiv Xan^avó/ievov ij iiavoiii àAijffe's éaciv. " Giac- 
ché il pensiero aggiunto da noi per opinamento (quando 
Tediamo un corpo in moto continuato) circa all' invisibile, 
che dunque anche i minimi tempi solo razionalmente af- 
fermabili (cioè anche i minimi moti degli atomi duranti 
quei minimi tempi) avranno la continuità del tragitto 
in una mede3Ìma direzione, non è vero in siffatte cose; 
giacché vero è tutto ciò che si vede [quindi vera, non 
illusoria, la continuità del moto del corpo complesso] e 
anche tutto ciò che vediamo colla mente pi:r necessaria 
(logica) intuizione [come e l'intuizione che Ìl velocissimo 
moto degli atomi, entro un conciìiitm avente moto sensi- 
bile, non può essere continuo]. „ 

Nota. — In fondo, la ipotesi d' un rallentamento del 
moto atomico nei concilia Epicuro non la suppone nep- 
pure; appena indirettamente o implicitamente la com- 
batte, combattendo una disuguaglianza di tuie velocità, 
secondo che gli atomi si trovino entro concilia moventisi 



non fei-ri in unum lotum della raasna d'atomi componenti un con- 
aìiiiiH — aenza dir poi che anche fuor dei concilia gli atomi non 
f'runlur in unum locutn, bensì le loro partes minimae- Che poi 
iiiij;. aieixfjt 7poVo; sia un tempo sensibile, né risulta da linea 11 
(di png. 1», ediz. Ueen.), né si può aminpttore. Nel minimo tempo 
sensibile multa tempora aiint, come dice Lucrezio; e non saranno 
questi continui? Anzi, prendiamo p. ca. una metà dei multa iem- 
jiora contenuti in un minimo tempo sensibile; la loro somma è un 
tempo non lensibile, infra Btnsum; ma non coatituirÀ un tempo 
eoDtiaaof e (poiché Brieger cita Aristotele pi>r fare ooytj[éi --^ di- 
TÌ(ìbÌie) non sarà divisibile quella somma? È Vèìilxiatof avyixj.i 
/porse che h indirisibtie, e tra esso e il minimo tempo sensibile 
e'h tutta una gradazione di tempi Uyip BetoQrjtoi, come la grada- 
zione di grandezze tra l'atorao e il minimo visibile. E awtxfi si- 
gnifica divisibile anche per Epicuro, ma con una eccezione, con 
un punto d'arresto aW Hi' jriaroi avyexrfi r(iiyai, È il gran punto 
ch'egli aostiene! un primo indivisibile dell' estensione, della ma- 
teria, del tempo, del moto, pur avente il carattere essenziale di 
tntte queste cose — la continuità. 

Kette poi il Brieger una lacuna; e in ciò, come s'è visto, m'ac- 
cordo con _lui. E m'accordo pure in ciò, die nella seguente prò- 
poaiiioue òlid,., yifjjmi si parli di ciò che Lucrezio dico II, 133- 
139 — parte anzi da quei tctsì tutto questo nostro discorso — 
aa «olla debita dìffcrenzei di cui si parlerà più avanti. 

OmsAn. Studi ìuertziani. % 



lU CINETtCA KPICtTREA. 

con maggiore o ron minore velocità. — Circa la fm^li 
iT,-; ilfniw'rts — un altro pniito spinoso della dottrina ein-« 
ciirea — vedi Io studio Viti. — Che E|)ìcuri), in luogfl 
di dire semplicemnnte che le qooai degli atomi ne! co»- 
ciìium non sono afvex^ìi, dìea elio ì tempi ^óyif acw^VTo 
non lianno iò awfxk tìji q^Qnc^ è certamente strano. Ma 
finche ijui ha Forse in vista una qualche obiezione elea* 
tica, tendente a provare, imniamo, che diversa vidocìtà 
di moli sia un'illusione, perchè un tratto (]ual8Ìii9Ì per- 
coreo in un tempo (iimlsiasi risulta sempre du una irifinili 
di infinitamente piccoli tragitti, percorsi in un infinito nu- 
mero di infinitamoiite piccoli tempi ; dì modo che aud 
lasciata, come parvenza, una diversa velocità del eonci 
liiiin t! de' suoi atomi, nulla impedisca che n(dlo : 
tempo l'uno e gli altri [lartano e arrivino, seguendo e l'uno 
V gli altri una linea diretta. Ad ogni modo la nostra in 
terpretazione ò confermata da ciò, che subito dopo (comò 
vedremo) Epicuro viene a considerare la ipotesi opposta 
che, cio^, il conciliiim non si muova d'un moto contìnuo 
nella stessa direzione, come a noi pare, ma d' un moto 
vibratorio come ì suoi atomi. 

Appunto questa ultima considerazione mi fa abbaudih 
nare la mìa proposta anteriore, d' inserire dopo y/i'ijtw 
il principio di § 47, che in vece vien qui, dopo la fiua 
•li § 62. _ ^ 

§ 47. ov ftìjì- ovD' a/ia xarà rovi dm Aó/oii ^fta^imn 
XQÓvav; Mttl rv gitffófttrov tnZ/ia énì tov? TrXfiovs 
à^mvtliai (odialo jjiDV yàq xaì toOio) [ovib] avya^mroì'fieTn» 
év ttìaSijti^ Z?'**'1* 'óitfv iSì'fno'OFV tov «/rff'por ovx ì^ ov t 
ne^ila^uififv kJv «foprìv tti:r<iv taiai li^iatafierov, ifi-nx*»] 
yàf o/ioiùv saiKi, »av fiéx^i ToOovtov rù \taxoi tì-i ,y>o^Ai /l 
ilvruónrov xaiaXinaiiev. " E non è da credere né che an- 
che il corpo (composto di atomi) compiente un movìmenU 
vada anch'esso tutto insiwme e coi suoi atomi per direzioni 
diverse con quei rapidissimi tragitti che durano tempi solo 
razionai monte aHcrmabtli (che ciò ò cosa impensabile)) 
nò che esso, arrivante tutto unito in un temim sensibile, 
sia partito da chissà qual punto dell' infinito e non gii 
da quel punto dal quale noi l'abbiam visto cominciaro 



LUCREZIO ir, 125-141. 115 

il suo tragitto; cbè la sua velocità da quel punto in poi 
sarà una velocità commisurata ad Krr(«o;ri;, quand'anche 
la velocità anteriore, e fino a quel punto^ la volessimo 
ammetterò scevra di értixoTii,. „ 

//ola. — Non pretendo che la mia traduzione sia 
molto piti chiara del testo gieco; sicché occorro qualche 
dilucidazione. E anzitutto il testo è conforme alla pru- 
dente lezione dell'Usener, del quale trovo evidente la 
correzione tal tò ^B^ófievov per msa. xaià rò yfgó/iavoVj 
e la inserzione del secondo oStt, per la necessaria corri- 
spondenza col primo; solo che Usen- muta mss. avvxq^i- 
xvovftfvov in ovre àyimvovfitvov, mentre io non mi so in- 
durre a credere corrotta una parola cosi a posto in questa 
connessione di idee, come è avrayixvovuevoVj e credo an- 
che per sé stessa più probabile la semplice omissione di 
orie. ' — Il principio mi pare abbastanza sicuro- Qualcuno 
iwtrebbc pensare che, poiché gli atomi conservano sempre 
la loro veIocità,e la conservano quindi anche gli iitoini tutti 
(imponenti un corpo che fa un tragitto in un tempo a noi 
sensibile, e la conservano perchè nel far quel tragitto 
hanno insieme compiuto uno sterminato numero dì rapi- 
dissimi tragitti in tutti i sensi ; potrebbe pensare, dico, 
che, poiché il corpo non è altro che il complesso de' suoi 
atomi, in realtà anche del corpo stesso si debba dire che 
ila compiuti tutti quei tragitti insieme coi suoi atomi; 
vale a dire, che la continuiti^ del tragitto del corpo sìa 
un mera illusione. Ora ciò, dice Epicuro, non ò vero, 6 
assurdo il pensarlo. Può parere strano, e riuscir dubbio, 
che Epicuro pensasse a una cosi curiosa sottigliezza ; ma 
se si riflette alla posizione speciale presa da Epicuro 
come propugnatore della assoluta verità dell'attestazione 
dei sensi, riesce meno strano che egli sentisse il bisogno 
di andare incontro a un'obiezione (fors'atiche fattagli) 



' Il Bbieoeb (nella citata dÌBScrt. Epikur' n Lehre, ecc.) va 
por tatt'aftra strada, vcdenOo sempre l'atomo in ^iiióiirvor uttfiK, 
* con HueomcMlament) del testo greco clii' a me non sembrano iiro- 
tiabiti. In partìcolar modo non mi pur pruileate toccare <>i/iar<'iitrm' 
(Rr. i4i«r.), ehe va ceni naturalmente in compagnia dello parole 
ehe lo precedono. 



116 



CINETICA EPICUREA. 



come fjuosta: se tutte le cose sono fatte d'atomi, 
atomi non liannn che un moto soprasensibile, ogni iiiol 
(Ielle cose che noi vediamo ò mera illusione, K pro- 
prio (e già v'ho accennato) come il caso dei colori; unii 
cosa colorata non h che un ammasso di atomi, e gli atomi 
sono affatto incolori; eppure per Epicuro il colore ha una 
vera realtà obicttiva nelle cose, non ò uij fatto suhiettivt). 
— Più difficile è ciò che fleg'ue. Ma il pensiero deve es- 
sere correlativo a ciò che procede. Se non esiste, come 
realtà distinta, il moto del corpo conciliitm, ma moto sun 
e moto de' suoi atomi sono la stessa cosa, si dovrà dire 
di esso ciò che vale per gli atomi. Ora, gli atomi non sono 
mai partiti, non sono mai passati dall'esscr ferini nil'et)- 
sere in moto, perchè sempre sono stati in moto; e (jiiando 
BOn venuti, di qua e dì hi dell'infinito, a trovarsi insieme 
in quel conci/iuin, hanno continuato il loro moto den- 
tr'esao; di essi duni|ue non si può affermare alcun mo- 
mento di partenza. Chi aHermi, dunque, che nel suo 
tragitto anche il coneilium abbia proceduto con (jnclk 
corseretle rapidissime innanzi e indietro, dovrebbe dir-c 
di esso pure, die non è partito di hV donde noi lo abbianm 
visto partire, ma che ci veniva da chi sa dove dello spa- 
zio, e che anch'esso non h punto passato da uno stiwo 
di quiete n uno stato di moto. Epicuro, dunque, invece 
di dire: " il coneilium in moto non si muovo dei moti 
in diversissime direzioni dei suoi atomi, perchè allora si 
dovrebbe anche dire che non è punto partito di là donde 
ci è parso „ dice: " il coneilium né si muove dei moti 
discontinui de' suoi atomi, né è non partito di là donde 
l'abbiamo visto partire. „ E ne dice la ragione: la arti- 
xoni'i. La qual ragione va intesa pienamente- La ipotesi 
che attribuisce al corpo complesso quel procedere vibra* 
torio, che è proprio de' suoi atomi, implica necessari»- 
mente che gli atomi non vibrino già in direzioni op| 
ste gli uni agli altri e cozzantisi, ma bensì tutti insìeii 
e di conserva e senza urtarsi gli uni gli altri. Sarchi 
proprio come nel citato esempio dell'ala vibrante d' 
insetto, elle a' nostri occhi assume l'apparenza d'un cori 
diafano di notevole spessore procedente d' un moto coi 



>ra* 

I 



LUCREZIO ir, ]25-Ul. 117 

tiouo e lento, come ò quello dell' insetto stesso. E appunto 
così anche il moto del concilium, quale a noi appare, 
sarebbe una mera apparenza. Ma non è così; unica causa 
del moto vibratorio degli atomi nel condì lum è Vdvrtxoni]; 
senza urti ciascun atomo, e quindi tutti insieme, filereb- 
bero la loro corsa indefinitamente, e il conclliinn stesso 
volerebbe con velocità atomica. La dvnxoTiì]^ dunque, di- 
stingue dal moto degli atomi, anzi crea (progignit) il moto 
lento (sensibile) e continuo del corpo complesso, il qual moto 
per ciò stesso è cosa nuova, e non è un'illusione, ma una 
realtà. — Dice Epicuro, che il moto del corpo complesso 
sarà subito proporzionato alla àvTixoTiì]^ anche se fino a 
<|uel punto lasciassimo quel corpo senza àmxoni], Qual 
punto? Deve essere il momento della partenza. Ma come? 
anche prima il concilium, pel solo fatto d'essere un con- 
ciliumj ha dvuxoTtìi; e il suo stesso stato di quiete ò un 
prodotto della dvuxom'i, non meno del successivo moto sen- 
sibile. Ma Epicuro, parmi, per brevità trascura le fasi 
anteriori a quel moto sensibile che si considera, e intende 
dire: quando anche quel concilium si formasse allora al- 
lora, al momento della partenza, e quindi prima, consi- 
derato nei materiali suoi — ossia ne' suoi atomi, fino a 
quel momento, volanti liberi — fosse senza dvxixom]. E 
allude probabilmente a qualche caso cosiffatto, p. es. al 
fulmine. Lucrezio ci descrive, nel VI libro, il formarsi e il 
volare del fulmine: in sostanza si tratta di atomi, della 
acconcia specie, che accorrono da ogni parte, anche dagli 
Rpazi al di là dei moenia mundio e s'accozzano, per lo 
più entro una nube; e appena conciliati in fulmine, que- 
sto parte per la sua rapidissima corsa; rapidissima sì, ma 
di cai noi pur vediamo la partenza e l' arrivo. Del ful- 
mine, adunque, Epicuro potrebbe ben dire " che la sua 
corsa comincia veramente là dove noi la vediamo comin- 
ciare, e la sua velocità è veramente quella che i nostri 
sensi percepiscono, ammesso anche che la velocità ante- 
riore a quel momento e a quel punto (cioè la velocità dei 
suoi componenti) fosse senza dvuxoTTi]^ ossia fosse velocità 
atomica: ed esso, nei suoi componenti, possa dirsi provenire 
o'àBv dì\7€o*àBv Tov dnHQov i giacche <la (juel momento la 



118 



CINETICA El'ICURKA. 



velocita comincia ad essere una velocità commÌBHi 
alla ùrnxoTiì], b la velocità propria del fulmino i^ot 
tale, n liì la stessa cosa, in fundo, si può dire di t|iialuiiqt 
corpo moventpsi: la sua velocità e partenza s»eii3ÌI)ile. 
veramente fjuella che noi vediamo; la velocità e specif 
tragitti dei componenti, prima di fjuclia partenza, mi 
per noi indeterminabili. Insomma, la volocitÀ e il ou 
atomico progignil la velocità e i moti sensibili. 

Dopo ciò, e prima che ricominci il discorso intoi 
agli ttSioXa, viene la proposizione: ze'/ff'/iov ìb xzi toui 
xataaxtìv ri acoiifìov, che non può lasciarsi là in m« 
al discorso degli eUmì-a, perchè n» rompe la nmterti 
continuità, e riesce un po' strana, come chiusa del 
scorso della vtdocitù atomica, perchè è per solito 
proposizione introduttiva di argomento nuovo; e non 
neppure al principio di § (13. Potrebbe anche essere un 
rimasuglio di qualche cosa di perduto. Insomma h difficile 
trovare un posto a queste parole - ma h poi altrettitnw 
indifferente. 

Da tutto questo esame risulta che Epicuro aveea una 
h-oriti del moto perfettamente paraìlela alla teorìa deth 
materia. Come gli atomi soli sono la materia essenziale. 
cosi soli moti essenziali sono i moti atomici; veri, eternii 
itnniutabili nella loro essenza non sono che gli atomi e 
i moti atomici; comò c'è una unità di materia perle 
identiche <|ualità fondamentali degli atomi, cosi e' è una 
unità di moto, perchè il moto atomico, il moto in so, ha 
sempre hi stessa velocità, la velocità assoluta, parallela 
alla solidità assoluta; come i corpi sensibili non sono ci 
concilia, aggregati e combinazioni di atomi, cosi i raov 
menti sensibili non sono che concilia, aggregati e coni* 
binazioni di moti atomici ; come lo varietà <|ualitative itó 
corpi, colore, sapore, ecc., hanno bensì una verità obiet* 
(iva, ma non sono che l'etiotto di variate combinazioi 
atomiche, così è pur vera e reale obiettivamente In va 
velocità dei moti fenominali, ma essa non ò che Teffet 
di combinazioni degli e(juÌveloci moti atomici. 

S' è detto, e ripotuto, che coll'atomismo dcmocrito-ct 
crucco erano già proclamati i priucipi della cousorvoxic 



LUCREzro ir, 125-ui. 119 

della materia e della conservazione dell'energia. Questa 
seconda era riconosciuta come implicita nel principio 
''nulla si crea dal nulla e nulla peri-ree nel nulla „, cioè 
come implicita nella conservazione della materia erisol- 
ventcsi in essa : con che per avventura sbandava un po' 
troppo in là, e s'attribuiva a Democrito e a Epicuro un 
pensiero essenzialmente moderno, fondato sull'altro pen- 
siero: che materia e forza non sono, in fondo, che due 
nomi di una stessa cosa; che il concetto di materia si 
riduce a quello di forza e il concetto di forza si riduce 
a quello di materia. A una tale identificazione di concetti 
non è arrivato l'atomismo antico; per esso materia era 
una cosa, energia — ossia moto — era un'altra. Pare an- 
che nella fisica epicurea sta il principio della conserva- 
zione dell'energia; ma sta sopra una sua base speciale, 
che risulta dal precedente esame : la somma dei moti (e 
vai lo stesso dire: la somma di velocità) nell'universo è 
ad ogni momento ed eternamente la stessa, come è la 
somma della materia. Nessun movimento si crea dal ri- 
poso, nessun movimento perisce nel riposo. 

Di qui, parmi, viene maggior luce ai tre versi coi 
quali Lucrezio comincia la sua trattazione del moto degli 
atomi, II, 80-82: 

SI cessare putas rerum primordia posse 
cessandoque novos rerum progignere motus 
avius a vera longe rationo vagnris. 

" Gli atomi non sono giammai in riposo, ed ò soltanto 
il loro moto quello che crea (che costituisce essenzial- 
mente) i nuovi moti delle cose. „ Che cosa sono questi 
novi rerum motus generati dagli atomi moventisi? Sono 
appunto i moti sensibili; precisamente i rerum motus 
(compresi i mutamenti qualitativi, in quanto sono mu- 
tazione), che son novi, ossia si distinguono dal moto 
atomico, e ad esso si contrappongono come una nuova 
realtà, precisamente come le res si contrappongono, come 
una realtà nuova, agli atomi. 

Ed ora veniamo finalmente ai versi lucreziani, che 
hanno dato occasione alla nostra ricerca. Nei versi ad 



120 



CINETICA EI'R'URIiA. 



essi precedenti Lucrezio descrive dapprima come sì cort 
portino gli atomi quando si raccolgoiii) in com-ilin: atti 
voncitia gli alnmi continuano a muoversi, a ag'itaraì 
eozzanti e irsitlfantes ; ma — secondo le diverse fomn 
atomiche — talora sì allacciano stretta mente fra loro; 
cosi che il loro resultare avviene exi'f/tiis intcrrallis; 
s' hanno quei concilia, duri e solidi, che chiameremo, col 
Bi'ieger, iexUirae ; talora inveee restano sconnessi, resal 
iani magnis intervallU, e allora abbiamo quell'altra speriC 
(Vi concilia che il Hrìeffer chiama mtxtiirae; ad esempio 
l'aria e la luce. Ma ci eon poi tutti ^1Ì atomi affitantisi 
liberi fuori dei concilia. Come un simulacro di questa a^ 
tazione atomica nei liberi spazi, Lucrezio cita l'ag'itars 
delle " minuzie dei corpi... per Io raggio onde si list 
talvolta l'ombra „; esempio tradizionale anche prima è 
Epicuro (già Democrito illustrava cosi il turbinio atw 
mico), e che Lucrezio ha quindi trovato in Epicuro stesM 
Poi vengono ì nostri versi, dove Lucrezio dice che questi 
esempio è istruttivo anche sotto un altro rispetto, vali 
a dire come indizio stibesxe material clanàestinos motta 
cioè che sotto l'aspetto fenomenico delle cose esistono i 
moti invisibili della materia; ossia, la danza pulviscolar* 
illustra sotto qualche altro aspetto anche la agitazionft 
atomica dentro i concilili. Quando Lucrezio ricorda ì 
inottis clandestini (e li ricorda spesso), intende sempre 
codesta vibrazione atomica ctie h in tutti i concilia, an-ì 
che i pili duri e solidi ; così dunque, vale a diro in questi 
generanti^, sono da intendere anche qui. Ma come i 
i pulviscoli sono indizio di ciò? La spiegazione di L* 
crezio h del tutto insufficiente; o dice troppo o dice troppe 
poQo. Se voleva solo provare che ci sono anche dei moti 
clandestini, bastava dire che i pulviscoli saltellanti sono 
evidentemente urtati da altri corpicini tanto piccali che 
noi non li vediamo, e non vediamo quindi i loro niotiì 
e per sfe stesso il fatto non lascia inferire di pifi. Inrea 
Lucrezio spiega c^l: prima sono gli atomi che s'agìtaiK 
nel loro moto iniziale; questi urtano o impellono piccoli 
eoncilietti invisibili, che alla lor volta imprimono il Ioni 
moto ad altri più grandicelli, e cosi «a su tinche^' 



LUCREZIO II, 125 141. 121 

riva al raoto visibile impresso ai visibili pulviscoli. Perchè 
questa gradazione? Perchè tra la velocità atomica, che 
^lercorre mille miglia in un batter d'occhio, e la velocita 
dei pulviscoli e' è un abisso, o non si può arrivare a 
questa che per un graduato rallentamento. Lucrezio non 
parla della velocità e, a prima giimta, par sottindere che 
i moti invisibili sono invisibili solo perchè invisibili i 
corpi moventisi; come anche al v. 314 dà questa sola 
ragione del non vedersi i moti atomici (ubi ipsa [pri- 
mordia] cernere iam nequeas viottts quoque surpere de- 
henf); mentre. invece per Epicuro il moto atomico è in- 
visibile anche per la sua stessa velocità. Però indiretta- 
mente un accenno alla velocità c'è in Lucrezio, quando 
dice (135) che i primi e più piccoli concilietti proxima 
md ad vires principiorum. A primo aspetto par che 
Lucrezio dica che la forza d'un impulso è tanto mag- 
gioro quanto più piccolo è il corpo impellente! I^a cosa 
invece è chiara, quando diminuzione di forza significhi 
rallentamento di velocità. In effetto, dunque, sotto i versi 
di Lucrezio c'è la teoria epicurea del rallentamento di 
velocità, che il poeta non ha forse lui stesso bene affer- 
rata nel testo epicureo che aveva davanti. E per questo 
non dice poi come e perchè questo rallentamento avvenga ; 
né basta sottintendere che è di coniune esperienza che 
un corpo minore quando comunica il suo moto a un 
maggiore, questo si muove con minor velocità; non basta, 
)erchè ancora così non si vede come la danza pulvisoo- 
are sia indizio del generale material cìandestinos motus 
mhtsse; perchè lo sia, bisogna integrare la spiegazione 
di Lucrezio coli' altro concetto, che causa di minor ve- 
locità è sempre Vàvuxonì\ la quale è nulla negli atomi, 
è minima nei minimi concilietti di pochi atomi, e va 
crescendo nei corpicini via via più grandi. E così che 
il moto n principiis ascendit et exit paulafim ad nostros 
msus, 0, come dice Epicuro, v^ò ti]v ajaiyriaiv tò awexèc 

n; ^o^g yivevai. 

Vero è che con questi integramenti si fa in certo nìodo 
un circolo vizioso; poiché sono essi appunto, in sostanza, la 
cosa che codesti pulviscoli danzanti dovrebbero significare. 



122 



CINKTrCA. EPICUREA. 



Ma io credo che Epicuro, iioa già ubbia cercato nei pi 
viscoli una prova della sua cinetica atomica, ma, dim 
strata altrimenti la sua teoria, l'abbia applicata {scrii 
taraente il punto che il grrado di velocità 6 proporziona* 
inversamente, al grado di «vnxo.i»;) a spicga/jono i' 
pulviscoli, riscontrandovi anche nna parziale conreniu 
Ad ogni modo, giova osservare che il fenomeno descriti 
e parzialmente spiegato da Luei-ezio par ohe ci offra i 
qualche coaa di nuovo, che non è nei passi epicurei aopi 
esaminati, circa alla inversa proporziono tra velocità 
ilvttxunil. Un corpo solido, poniamo un sasso, può esse 
in movimento ora più ora meno veloce- Se si muove p 
veloce, vuol dire che, per la maggior forza d'impulsioni 
nella interna agita/.ione atomica si ^ determinata ui| 
maggior tendenza de" moti atomici nella direzione i' 
moto, un picciolo prolungamento dei tragitti in quel sen^M 
vai quanto dire un diminuito contrasto dei tragitti aU 
mici contrari; e questa l' la proporzione tra ùrtixom'j 
lentezza. Nel fatto dei pulviscoli paro adombrato un aJu 
caso- Noi corpi di costituzione molto rara, le mixtnrai 
tanto più forse se v'entrano, come neW'aer, atomi di moli 
diverso forme {cfr. Lucr. V, 273-280), par che EpicuB 
ammetta come una gradazione di embrionali minutiaaio 
conrilia: ossia, oltre atomi Uberovolanti, anche conciliai 
prtcliissimi atomi, jkiì d'un numero alquanto maggioro, iwi 
ini [w' maggiori ancora, ma pur sempre piccolissimi, tanto 
da restare normalmente invisibili. l'er esser tanto pìccoli, 
lineati non possono, come fa un sassolino, restar fermi, mfc~ 
oltro al pochino di interna vibrazione atomica, sono i 
getti, anche come complesaì, a continua agitazione, perchè! 
più piccoli non possono resistere agli urti dei liberi atoni 
i pili grandicelli agli urti dei conciliettì alquanto minon 
Ma poiché col crescer delle masse cresce la interna «»'i 
noni', e diminaisce per conseguenza la velociti» dei pìeeolf" 
concilia, s'ha qui un nuovo aspetto della proporzione tra 
nvrtxom\ e lentezza. Si avverta (per afferrare esattamente 
la cosa secondo quello ch'io credo il pensiero di Epir 
che il crc.scer via via dello masse impellenti col cresce 
deUe maaae iiupulae à uBcessario perchè l'impulso 8Ì,a| 




LUCREZIO n, 125-141. 123 

citi su tutta la massa ; che si potrebbe pensare : un atomo 
che urti un concilio di 100 atomi non potrebbe aver 
tanto effetto quanto un concilio di 50 o 70 atomi, urtante 
tanto più blandemente? no, perchè il concilio di 100 atomi 
non è un corpo compatto, e un atomo che vi battesse 
contro, vi produrrebbe certo un effetto o staccandone 
qualche atomo, o esso stesso restando impigliato nel con- 
cilio, o producendo comunque una paiTiiale modificazione 
del moto atomico; ma non potrebbe colla sua scossa 
smuovere l'intero concilio. E s'avverta ancora: la molto 
maggior lentezza del concilio di 100 atomi colpito da 
uno di 50 60, in confronto al moto velocissimo d'un 
concilio di 5 atomi colpito da un atomo, dipende proprio 
dalla sua maggiore interna dvrixoTrr], non già dal fatto 
che il Ruo urtante si moveva esso stesso molto più len- 
tamente che l'urtante del concilietto di 5 atomi; infatti, 
se in un concilio, al momento in cui riceve un urto che 
lo move, si sospendesse la sua interiore dvtixont]^ ossia 
i suoi atomi s'avviassero tutti insieme per la direzione 
determinata dalla spinta, tutti si moverebbero, vale a 
dire tutto il concilio si moverebbe, con velocità atomica, 
qualunque fosse stata la forza dell'urto o velocità del 
corpo impellente (che si tratterebbe d'un moto semplice, 
non d'un moto composto, e il moto in se stesso non ha 
che una velocità); dunque la sua effettiva lentezza è 
tutto effetto della sua propria àvuxonì]^ e s'ha qui una 
vera proporzione tra lentezza e àviixoni]^ il che non toglie 
che questa sua àvcuom] possa essere, entro certi limiti, 
maggiore o minore secondo la velocità del corpo urtante: 
Furto impresso con maggior velocità (non stiamo adesso 
a fantasticare come Epicuro si spiegasse ciò, o se se lo 
spiegasse) determina nell'urtate una alquanto maggior 
tendenza o prolungamento dei tragittini atomici verso la 
direzione impressa. 

Ho espresso poi il sosi)etto che codesta scala ascendente 
di condì iatio e di àwixom] sia una condizione che Epi- 
cuTX) supponga nelle mixturae o corpi rari in genere, o 
per lo meno in quelli di molto varia composizione; chò 
infatti; 86 ricordiamo che V aer per Epicuro e Lucrezio 



124 



CINETICA EPICUREA. 



sìgnifìca, il più delle volte, Paria iu quanto ne facciano 
parte tutti i prodotti delle esalazioni ed emanazioni delle 
cose (vedi nello studio " Psicologia Epicurea „ una nota 
intorno all'air, e Lucr. V, 273 sgg.), ossia tutti gli invisi- 
bili corpuscoli in essa sospesi, si può credere che, nel 
pensiero di Epicuro, quando noi assistiamo alla danza 
dei pulviscoli nella lista solare, noi intravvediamo qual- 
che cosa pure della agitazione continua dei componenti 
Vaer (e quindi anche dei concilia affini), almeno nella 
parte più superficiale e grossolana. 



VII. 

"" CLINAMEN „ E - VOLUNTAS „ 
A LrcRKzio, II, 216 Bgg., 251 sgg.; IV, 877 Bgg. 



I. — Uno dei punti della filosofia di Epicuro clic più 
parvero strani e attirarono lo scherno di antichi e mo- 
derni è quello della declinazione degli atomi. Si sa ch(^ 
cosa è. Nell'infinito spazio son diffusi gl'infiniti atomi. 
Gli atomi sono dotati di peso; quindi, anzitutto, cadono. 
Ma se altro non fosse, poiché cadono nel vuoto e cadono 
quindi tutti colla medesima velocità, malgrado differenze 
(li peso, cadrebbero eternamente a modo di pioggia senza 
incontrarsi mai, quindi senza possibilità di intrecci e 
combinazioni; e non ci sarebbe quindi nessuna cosa creata. 
Per spiegare adunque l'esistenza delle cose e dei mondi, 
Epicuro dice che talvolta, a momenti e posti indetermi- 
nati, gli atomi deviano nella loro caduta dalla diritta 
linea verticale. Questa deviazione è la minima possibile: 
appena quel tanto che basti perchè la linea di caduta 
non sia più la assoluta linea verticale. E la deviazione 
avviene affatto spontaneamente, senza causa alcuna (e, 
ben s'intende, non per alcun atto di volontà degli atomi 
stessi, che son materia bruta, affatto priva di coscienza 
e di senso). Questa lievissima declinazione basta, dato 
r infinito spazio e tempo, a produrre gli incontri e urti 
(li atomi contro atomi, e quindi i rimbalzi obliqui, e nuovi 
incontri e urti (le plagae) ; sì che l' universale moto ato- 
mico non è già un moto di caduta, ma una infinitamente 
varia agitazione degli atomi in tutte le direzioni, mu- 
tando queste continuamente, pe' sempre rinnovantisi cozzi 
e rimbalzi; per effetto dei quali, e per eventuale oppor- 
tunità di forme atomiche incontrantisi, si determinano 
sporadicamente degli addensamenti, de' sciami atomici. 



126 



" CLINAMEN „ E " VOLUNTAS. „ 



che, attraverso una infinita varietà di combinazioni pos- 
sibili, possono anche dar luogo, e dàano luogo, alla na- 
scita ili monili; ilei quali infinito i' il numero, come in- 
finita f- la serie di loro crea?:ioni e «ILstruKioni. R cosi è 
aù aelerno, perchè ab aeterno sono la graviti! e Ìl Wi 
nainen. Quella comlizione di universale pioggia atomica 
non è stata mai, percbè in tutta l'etemitil hanno esistito 
upcraati le cause che la trasformano nella eondizione 
che s'è descritta. — Come sì vede, in ijuesta costruziono 
tutta meccanica degli esseri, il punto debole, che urta 
conti'u le esigenze della ragione (anche in un campo, anzi 
specialmente in un campo all'atto mate rial isticu), è quella 
declinazione atomìc^-t spontanea e senza c-ausa; è una in- 
frazione dei foedera fati, ossia della ferrea catena di 
cause meccaniche, che è pure il carattere fondamenta!» 
della ^vGioXoyia di Epicuro; ed !• ben naturale che fa- 
cesse scandalo- 

Ma un'altra notevolissima infrazione della rigida, in^ 
sorabile successioiin di cause mcocaniolie abbiamo nel 
sisteiiui di Epicnro. È la dottrina del libero arliitrio. Si 
fta quanta importanza desse Kpicuro alla difesa della lì' 
bcrttl de! nostro volere. Credeva Epicuro che qtiMta 1Ì- 
berti'i, e la sicura convinzione di essa, sieno una condiziono 
sìne qua non perchè l'uomo diriga la sua condotta coma 
vuoIq la sapienza, e ottenga la scopo d«lla vita, la feli- 
cità. A tal segno gli era odiosa la (i/ut^itt^vT] — chft 
Democrito, pifi coerente al suo meccanismo atomico, in- 
sognava — da giudicare un malo minore la servitfi delli 
spirito sotto la superstiziosa credenza che la natura e gli 
umani destini sieno governati dal volere e dal capriocifl 
degli dei. Secondo Epicuro, adunque, l'uomo agiaee tienal 
dietro motivi (questi sono anzi condizione indisiwnsabile), 
ina la presenza di questi non ha per necessiirio effetto 
la deliberazione di agire. Ossia, considerando il fatto nella 
sua essenza fìsica: i motivi, vale a dire idea (immagina 
sentita) dell'oggetto e conseguente desiderio (di con»» 
guirlo fuggirlo, un uti'àoi;), si riducono in sostanza 
de' moti atomici interni, o l'atto volitivo consta esso pui 
di iuterui muti atumioi: lua il paesaggio < 



A LUCREZIO li, ECC. 127 

t non è una comunicazione o trasformazione mcc- 
dei primi nei secondi (in che regnerebbe neces- 
na questi secondi si determinano (o non si deter- 
dì) spontaneamente, come è spontanea la dcìcl inazione 
a. 

jueste due infrazioni della rigida legge di causa- 
ti sistema di Epicuro, declinazione degli atomi e 
del volere, non cade dubbio o discussione. Non 
ISSO è invece un altro strano punto: che Epicuro 
se in intima connessione queste due infrazioni, tro- 
nella prima il fondamento della seconda; ossia, 
anza, considerando la libertà del volere come un 
elio spontaneo dinamen atomico. Lucrezio afferiiia 
3rma la dipendenza del libero arbitrio dalla decli- 
e atomica nei nostri versi II, 251 sgg,; e vi mette 
?alore da non lasciar dubbio ch'egli, per lo meno, 
5e di esporre una schietta dottrina di Epicuro — 
le, come ci assicura nel proemio del III, ownia 
itur ex Epicuri chartis; e por verità, più si studia 
:io, e più sfumano le pretese divergenze della dot- 
ih'egli insegna (o intende insegnare) da quella del 
o. S'aggiunge la concorde testimonianza di Cice- 
di Plutarco. Cic, Nat. deor. I, 6D : Epicunis cvm 
si atomi ferrentur in locum inferiorem snopte 
-e, nihil fare in nostra potestate^ quod esset earum 
certus et necessariuSj invenit quo modo necessitatem 
'et, quod videlicet Democritum fugerat: ait atomum 
ondere et gravitate directo deorstis feratiir, decli- 
aulnlum. E De fato 23: hanc rationem (la declinaz. 
Epicurus indtixit ob eam rem quod veritus est 
semper atomus gravitate ferretur naturali ac ne- 
a, nihil liberum nobis] esset, cum ita moveretur 
Sj ut atomorum motu cogeretur. Pliit., De soli. 
7: ovSè yàg avrai (Stoici e Peripatetici) rtf ^Em- 
Siòòaaiv vTièQ rwv (xeyitSTOìv a^uxqhv ovtìù nqàyiia xai 
; olfiaiy atofiov naQSYxkìvai filxv tiri %ovXà%itStov^ 
\aiQa xai C^m xai rrx^ naQSiaf.V&n xal rò ey' i^pXv 
iXrivaL ^ non concedono sì minima cosa com'è il 
declinar d'un atomo, neppur per ottenere sì 



128 - CLINAMEN „ R '• VOLUNTAS. „ 

gpaiuli effetti come i corpi celesti, e gli animali, e l'avi 
sua. parto anche la fortuna nelic cose di iiuesto monq 
e la salvezza del nostro libero volere „! sicché i 
dubliio che così s'abbia a intendere anche Plufc., De repii 
stoic.Si: zìig nidiov xivifOnos tirixnvu\u£voi éXtvSeQàaoi. X 
ilnolvaai ió luovatov, l'/rèp joìi ^i») xaiaKtneTv àvÉyit?,rìt 
liv xaxinr " Ep. tentò^ di liberar la volontà dalla i 
cessiti! del moto eterno [del moto eternamente concatl 
nato] per non lasciare irresponsabile la malvagità . 
In taccia a ijueste testimonianze, tenuto conto quanto d 
improbabile che i due filosofi greci, dai quali son tradofl 
i due passi ciceroniani, e Plutarco ignorassero la ' 
dottrina di Epicuro, u ii^uorassero che questa dottrinn 
era, se era, una innovazione importata da successori di 
Epicuro; tenuto conto, anzi, della improbabilità, in ^- 
nere, che, se un punto di dottrina così singolare e ardito 
fu una novitii introdotta da epicurei posteriori, ' non fi 
arrivasse di ciò alcuna notizia — tanto più che, del si- 
stema epicureo in particolare, ci è riferito che si tra- 
mandasse, intangìbile, a guisa di doninia religioso, nella 
scuola di età in età: e le poche modificazioni indagate 
dairilirzel non infirmano sostanzialmente questa notizia^ 
né son paragonabili a una cosi notevole come sarebb(| 
qutsta della connessione tra libertà e declinazione - 
tenuto conto di tutto ciò, è naturale che da quasi tutti 4 
si aia sempre creduto e si creda questa connessione e 
dottrina di Epicuro stesso. 

Ma è insorto ripetutamente il Brieger {VrbeictguiH 
dei' Aloiiie, ctc. Halle, 18tì4: De alamorum motii pri^ 
cipalt, nelle Philologisihc Ahimndhmgpn, in onore d 
Hertz, lìerlino, 1888), * negando che a Epicuro potr» 



' Ad ogni moilo non posteriori all'età di Cameade, . 
Cameade (v. Ciò., De Fato, 23j ilocelial poste Eyicurfo» i — _ 
citusam {Itt liberti del volere) defeiitÌTe stne har comintnlicia^M 
rlintttione. 1 

* E rEichner nella eaa dìasartazione dottorale .InMtrfdliOiM^I 
Lufrelii Epicuri inla-prrtis dr anima' natura doctit nain, ji.'lS tft 1 
Mft è cosi fuor di strada nei concotti fondamentali che b'ì ftw 
drlla paicologia epicun'a, fhc- non è il caso di entrare in una di" 




A LUCREZIO n, ECC. 129 

enire in mente una tale "" stoltezza ^. Lo stolto, secondo 
1 Brieger, è stato un epicureo posteriore ; solo che Epi- 
uro deve aver dato occasione di attribuirgli erronea- 
mente questa dottrina, colFaver detto in qualche luogo, 
•er semplice artificio avvocatesco, che se la declinazione 
tomica non fosse necessaria per spiegare l'origine delle 
ose, sarebbe necessaria per spiegare il libero arbitrio. 
la tutto quello che noi sappiamo del carattere di Epi- 
uro non ci autorizza a credere che improvvisasse artifici 
vvocateschi, e tanto meno in un argomento di tanta 
mportanza; e io persisto nel credere che T intimo rap- 
K)rto tra declinazione e libero arbitrio sia dottrina pro- 
éssata con tutta serietà da Epicuro stesso. Gli argomenti 
lei lirieger sono in parte molto acuti e penetranti; esa- 
ninarli e combatterli, conduce, parmi, a un più coordi- 
lato e interiore concetto della mente di Epicuro rispetto 
\ queste questioni, e fa svanire quella parvenza di to- 
leraria capricciosità che offusca alcune dottrine del si- 
enia epicureo. Altro è che un sistema sia intrinsecamente 
surdo insostenibile (e come non lo sarebbe un sistema 
»tafisico?), altro ò ch'esso sia infetto di ipotesi arbi- 
riamente escogitate per rattoppare alla beli' e meglio 
strappi della filosofica tela. Di (jueste rattoppature il 
pma di Epicuro ne ha, ma non tante quante si crede. 

. — All'autorità di Lucrezio, Cicerone e Plutarco 

'ieger oppone un argomento che si potrebbe dir pre- 

ziale: è impossibile attribuire a Epicuro, come fanno 

tre, lo sciocco ragionamento che, senza clinamen, 

esto mondo non ci sarebbe libertà, perchè senza 

len^ secondo Epicuro, nopi)ure ci sarebbe il mondo. 

me? Io provo che B non potrebbe esistere se non 

t A ; dopo, a ulterior conferma, trovo che li con- 

', che alla sua volta, considerato da sé solo, non 

e esistere senza A; non ò un ragionamento Ie(5Ìto? 

che Cicerone dice che Epicuro stabilì la decli- 

perchò altrimenti la volontà non sarel)be libera, 

'.io dice che, senza la declinazione, i moti, onde 

mondo e la sua vita, sarebbero tutti inesora- 

1, Studi lucreziani. ** 



130 



" CLTNAMEN „ E " VOLUNTAS. „ 



bilmonte concatenati e non sarebbe possìbile un libere 
vnlerc; e, presi atla lettora, è giusto obiettare: ma sona 
declinazione non ri sarebbi! codesta inesorabile concatfr 
nazione di moti onde il mondo risulta, perchè codesti 
stessi moti e cose e mondi non esisterebbero; nò l'uorad 
sarebbe privo di libertà, pert^hè l'uomo stesso non edÀ 
stcrebbe. Ma, appunto, non 'vanno presi così alla Ietterai 
quell'inciso concessivo " dato che fosse ancor possibile 
resistenì^.1 delle cose „ che il Bricger attriltuisce ipote 
ticamcnto alla trovata avvocatesca di Epicuro, noa i 
difficile sottointendei'Io anche per Cicerone (cioò pei suol 
fonti) e per Lucrezio. Il pensiero " senza dcolìnazioiMl 
niente libertà „ non ^ inscindibilmente legato al presnp* 
(lOsto epicureo del moto iniziale per gravità, ma si op)>oni| 
in genere a unii assoluta necessità dei nuturales motw 
dogli atomi. Epicuro deve aver detto: " Se uon « MìV\ 
metto una possibile deviazione tipontanea dei molus na 
iuralfs (cioè di necessità iniziale o di necessità secondarti 
meccanica, plaffoe), come non l'ammette Democrito, addid 
libero volere ; e Democrito appunto è obbligato a i 
garlo. „ Ed era naturale che Epicuro e i suoi relatori 
ommettcssero quell'inciso " dato anclic che uu mondq 
fosse ancor possibile „, perchè nel trattar questo putito 
si riferivano al generale movimento atomico democrÌM 
ed epicureo come fosse tutt'uno {si che l'inciso era rap* 
presentato da Domocrito); ed era naturale che vi si rM 
ferissero come fosse tutt'uno, perchè in effetto era tun 
t'uno, come s'è già detto, o corno è merito del Brie), 
d'aver ben chiarito. Epicuro non «concepiva diversamei 
da Democrito l'eterna ridila atomica nell'infinito i 
e (salvo qualche secondario particolare) la conseL 
sporadica formazione di mondi. Ali aeicrno gli atom 
hanno la tendenza a cadere, ma ab aetenio declinano, 
quindi ab aeterno il moto di caduta è trayformaio IMÌ 
democriteo moto impuìsionis. ' La differenza sta (luij 



' Non pscIubì Dventimli o moni dita nei ritorni al molo di cailul4 
per pravità. Vedi loetudio VI: Cìnriim Ki»'rurea, p. 104. E qnl • 
HiuBga; Quale aecAwità ■m mÌ m.c MgwaaJg «iiftv»^' 



A LUCREZIO n, ECC. 131 

Democrito s'era creduto esonerato dal trovare una àgxrj 
(principio e causa; v. Brieg., Urbewegiing, etc, p. 11) 
di questo moto, perchè appunto non aveva avuto dgx'j 
{principio). Aristotele non gli mena buona la scusa; e 
a ragione, perchè si tratterebbe di una eterna catena di 
cause esteriori, di cause seconde, ciò che è assurdo. Epi- 
curo, così avvertito, corca questa causa prima, e pone 
un moto fondamentale degli atomi che sia in essi im- 
manente e coessenziale, e quindi non soggetto alla richiesta 
di una ctQxtj, sia nel senso di principio, sia nel senso 
di causa; e poiché è questo moto che, intermediaria la 
declinazione [la quale anche più apertamente della im- 
pulsio di Democrito urta contro l'obiezione di Aristotele! 
ma vedremo più avanti come ciò si spieghi], è questo 
moto die ab aeterno si trasforma nei moti itnptdsionis, 
questi non restano soggetti alla richiesta di una clgx^r 
** principio „, ed hanno la loro a(>x^' " causa „. * Codesta 



costringesse ad ammettere che un atomo volante obliquamente 
per plaga, supposto che non incontri altra plaga, debba continuare 
indennitamente la sua corsa nella medesima direzione? Aveva 
invece la comune esperienza — queir esperienza che è por lui il 
fondamento del moto di caduta degli atomi — che gli diceva come 
i corpi lanciati in alto o obliquamente, continuano per un certo 
tratto quella corsa, poi ricadono. 

' Questa diversità tra Dem. ed Epic. nel concetto fondamentale 
del moto atomico è brevemente, ma esattamente, espressa in Cic, 
De FatOj 46: declinai, inquit, atomus, Primum cur? aliam enim 
quandam tim inotus haoebant, a Democrito impidsionis^ quam 
plagatn ille appellata a te, Epicur e, gravitai is etponderis. Badiamo 
pel momento alla sola motivazione. Essa dice : Per Dem. la forza 
motrice iniziale è la impulsio (plagae), per p]picuro è la gravitai 
pondus. n — Ma griftcchè il passo ci e occorso, esaminiamolo 
anche sotto altro aspetto. I dotti tedeschi sono accaniti contro il 
povero Cicerone, espositore di filosofìa greca; ma l'accanimento, 
come snole, passa i confini della giustizia {V Hirzol è un po' più 
misurato ed equo). Nel nostro passo il Brioger ( Urhew.y p. 9) trova 
due prove della Gedankehlosigkeit di Cicerone: I.° Che ci ha che 
fare la domanda, c(/r, colla motivazione? Che è quanto dire: il 
passo non contiene alcuna argomentazione. A me pare invece che 
ci sia. In che consiste la iniziale forza motrice atomica, V hanno 
detto tanto Democrito che Epicuro; per Tuno è V impulsio^ per 
Taltro è la gravitas. Ora, qualunque delle due per voi atomisti 
sia la vera, come è possibile aggiungere un* altra iniziale forza 
motrice atomica? quale appunto è la declinazione, poiché essa 
pure è assolatamente iniziale e prima, per nulla dipendente dal- 



132 " CLINAMEN . E " VOLUXTAS. . 

prima vis mottis coessenziale all'atomo, Epicuro la trovÉ 
naturalmente nella gravità. Dico; naturalmente, e perchi 
Democrito già aveva ammfìssa la gravità nngli atonia 
pur lasciandola inattiva come forza motrice, e pel fatM 
di esperienza che tutti i corpi aon gravi e per graviti 



l'allra Una siffatta duplicità di prìmn forza motrice è ripugni 
alla Fanone. L'argomento, di (chiunque esso sia — di Cicerone 
credo — è acato e fon ti a me n tal e ; esso obbligherebbe Epicuro 
rispODilcrG: ' Uà io non importo nessuna nuova forza motrii 
perchè la mia declinazìono avviene senza forza motrice; ansi c% 
non è neppure un nuovo moto, ma ò il moto stesso di caduta ci 
da sé cambia un tantino direzione , ; e con quel da sé va incoili 
all'altra grande obiezione; «iVie causa — obiezione che, come ti 
dremo. per E^iicnro non è una obiezione^ — 2." Gli atomi di Di 
mocrito (dice il Br.), secondo que'lo che Cicerone dice qui. 
mossi fino ab origine dalla impuliiio, non per gravità ; pochi 
pitoli avanti (g 23J invece gli atomi di Democrito si muovono oi 
ginariamente per graritfk, perchè è detto: (d Dfmocrilug, nui 
alo'norum, accimre maÌHit, necensilati omnia ferri, quam a i 
poribiia indmiluis nalwales motiis mvilere; e che qui naturai 
inotus sia il moto per gravità risulta, dice il Br. da ciò che pi 
cede; a così breve distanza una così grossolana contraddÌEÌoni 
— Ma io non ti'ovo la contraddizione, perchè da eie che precec 
non risulta necessariamente che i naIuraUs motuf sieno il mol 
per gravità. Precede il passo fgiiì citato): liane Epìeurus ratiot 
indiurit ob eam rem auod feritila e»l ne. ai atmper atomu» grai 
latf ferretur naturali ac tmeeasaria, nikil liberum nobia *— 
eum ita moetretur animus ut alomorum mota cogereUtr. I*oi 
aggiunge : Dem. preferì ammettere omnia neceseitate fieiiua 
togliere agli atomi i loro nalwales mutua. Nulla costringe n . 
tenderò che naIuraUa mutua si riferisca esclusivamente at naht- 
ralia motua conio l'intende Epicuro, anziché ai nalaralts mottif. 
come li intende Democrito; non esprime nitro che la ntceasilà d*i 
moti (atomici) in generale. Anzi, il plurale naturalta motus. eosl 
appropriato pei variati moti per impuhio, mentre prima il moto 
necessario all'epicurea è espresso tutto in singolare icome è ben 
naturale tleil' uniforme moto di caduta), è segno che il penci«ro. 
restando, come vuoisi, nel genere: moto neceaaario, i passato jieii 
dallo specifico moto necessario epicureo al democriteo. — Anche 
in De nat. rf., I, 60: L'picurua cum riderei ai atomi ferrentur t» 
locuin iaferiorfin auople pendere tiihtl fare in nastra potestalt, 
qnod esHet earum molus carlua et neeeaeariu». mrcnif. ifiio nto/lo 
nteeasilalem tffugerel, quod ndeliftt D*motrÌlum fugerat; ait alo- 
mum... declinare pa'iìulum, pare al Bripgar, come allo Zeller, 
che sia attribuito a Democrito il moto degli atomi per gravili. 
Ma anche qni l'ironico inciso quod Dem. fiii/eral Isia esso di Cic 
u uu^gerìtogli dal suo fonte) non implica necessariamente che sia 
identico il molo fondamentale per Democrito e per Epicuro. Lo 
scopo considerato qui è il libero volere; e Cic- dice sempliceninnle 
Democrito non ha pensato a una cosi bella cavatiiui i 



À 



A LUCREZIO II, ECC. 133 

cadono — né altro è la loro gravità che la somma delle 
gravità degli atomi onde constano. ^ 

Del resto, Epicuro stesso deve aver ripetuto contro De- 
mocrito la obiezione di Aristotele: deve aver detto cioè 
che la prima vis motus bisogna che sia interiore, essen- 
ziale agli atomi (epperò il peso), non esteriore ad essi 



il libero volere, che gli atomi abbiano talora da raodifìcaro arbi- 
trariamente il proprio moto. — La mia impressione è che Cic. nei 
passi, dirò cosi, tecnici, si studia di star attaccato al suo testo e 
si guarda dal mescolarvi un pensiero o ricordo suo> una obiezione 
sua. La sua interpretazione non è sempre felice e sicura, o per 
amor di brevità o per fretta; e quando Cic. non capisce bene 
riesce oscuro, perchè sta attaccato alle parole del testo come uno 
scolaro di ginnasio (come gli deve essere accaduto nel famoso 
passo degli dei, De S^at. d,, L 49); e ciò indica il genere di cau- 
tela che occorre in questi casi. 

* Veramente Aristotele aveva, diremo così, anticipata l'obie- 
zione che un cadere da luogo superiore in luogo inferiore non è 
possibile in uno spazio iniinito, nel quale un su e un giù non esi- 
stono. Epicuro risponde in un paragrafo (di mal sicura lezione) 
della sua lettera a Erodoto {% 60), e la sua risposta, quale par 
che siat la riferisco nel lucido e preciso latino del Brieger {De 
atom, motuprinc): '^ Contendisse Kpicurum appareti etiam si ncque 
summum neque imum esset, tamen eum motum qui a capito ad 
pedes ferret et ultra pedes recta regione produci posset, deorsum 
ferre, et eum qui ei oppositus esset, sursum; itaquc in infìnitate 
relinqui illud deorsum et sursum. „ E il Brieger aggiunge: ^ quae 
quam incpte excogitata sint nemo est quin vidoat ». Il qual giu- 
dizio a me, come al Lange (Storia del materùdismo) non pare af- 
fatto giusto. Dato che si ammetta il moto di un corpo in uno 
spazio infinito, si ammette che esso corpo si muova in una dire- 
zione determinata tra le infinite possibili, cioè per una serie di 
punti successivamente occupati; e il rapporto tra questi punti, 
se la direzione è quella dal nostro capo ai nostri piedi, posso ben 
dir che è quello di più su o più giù, e la linea posso dire che si 
prolunga in su o in giù alFinfìnito. Per toglier valore alla risposta 
di Epicuro, bisogna dire anche che in uno spazio infinito non 
esiste una direzione determinata, comò non esisto un posto deter- 
minato, cioè distinto dagli infiniti altri, perchè noli' infinito tutti 
i posti sono eguali; quindi nell'infinito è impossibile il moto. Ma 
se Epicuro si fosse messo per questa via della intrinseca contrad- 
dizione dei concetti stessi di tempo, spazio e moto, sarebbe andato 
a braccetto cogli Eleati, dichiarando pura illusione il mondo dei 
fenomeni. Dire che la risposta di Epicuro non ha valore, è come 
dire " ciò che già si sapeva — che il suo sistema, come qualunque 
altro che creda render ragione del mondo fenomenale (hindo 
obiettiva esistenza alle rondizioni fondamentali dei fenomeni, non 
riesce nelF intento. 



134 " CI.INAMEN „ E " VOLtJNTAS. „ 

(come sono le plagae), poiché ciò appunto dice Lucr* 

zio IT. 288: 



pondus eniiii probibot r 
extcrna quasi yì 



plagia ( 



parole che danno occasione al Brieger di accusare ancori 
Lucrezio di sbadftfcn gufine: " quasi vero „ dice " si pondu 
atomorum non ait, ulla'possit esse extcrna via, et si pon 
df-re quid fiat, non fiat atomi in atomum cadentis impet 
(i. e. exienia vi) „. Ma quello che dice Lucrezio, o m^ 
^lio Epicuro nel passo che Lucrezio ha qui dayantì a^ 
occhi, è che col peso si ha una causa prima del moto in 
trinsoca e non estrinseca; externa quasi vi son parole s 
KÌuute per esprimere la rag:ione per la quale Pammetter 
le sole plagae non soddisfa la ragione. Omnia fiunt pia 
f/is, sicuro ! ma le pìaf/ae non sono l'unica e sopratutto no 
la prima causa. — In un certo senso Epicuro, non tanb 
combatteva, quanto esplicava la dottrina di Democrito, 
quale, dando §:rBVÌtà agli atomi, ' non so che altro potei 
intendere se non una insita necessità di caduta, laddov 
altre forze non facciano ostacolo. * Ma Democrito 
aveva trovato il ponte tra la caduta e le plagae, o, m4 
glio, aveva creduto che non fosse da cercare, dacché qua 
stu stesse plagae erano ab aeterno: eppeiò trasciirand 
la gravità si era fondato senz'altro sulle plagae. Epicur 
sì trovò nella assoluta necessiti^ (come s'è visto) di get 
tar questo ponte; e uel gettarlo fu ossequente al precett 
della minima causa necessaria. Perchè il mondo sia, 



' Non sto a ntar? testimonianze citate e ricitate, per cose fai 
01 liìSQuasiono, t'omc questa, che Dein. attribuirà ?ngo; agli fttoi 
Considoro <lel pari corno fuor dì discnssionR oggi liiopu UaiKoi 
Vrbtweguna, eoe. Likpmask, Mechanik der Leiicijip-DtmocrititAi 
Aloinf, Benino, 1885^ eea.) cii'cra ntiA Talita opiniiinu quolU ol 
attribuiva a Democrito una iniziale caduta verticale dogli atoi 
COR maggiore velociti^ degli atomi pib pesanti, i quali raggiongoni 
dei piii leggeri, ne nasccvan cosi le pluijiic e la ridda atomìct 
i vortici e i nuclei mondani. 

* Kpperò erra, o non ni esprime esattamcntp Sikpi.IC^ Phi 
fol. Db: Jiiftó'^nui ^ì-«si nxiVijrn iiyii/f tn iiiofia ^^Jjys xir4M 



A LUCREZIO II, ECC. 135 

necessario che la linea di caduta degli atomi non sia as- 
solutamente verticale; ma nulla prova che quella linea 
sia assolutamente verticale, e il mondo c'è: dunque quella 
linea non è assolutamente verticale. 

III. L'esame della obiezione pregiudiziale del Brieger 
ci ha condotti in una digressione, e in un confronto tra 
Democrito ed Epicuro, che non è inutile aver premesso; 
ci ha condotti, inline, davanti a questa questione: poi- 
ché Epicuro ha riconosciuto, con Aristotele, che a torto 
Democrito non s'era creduto in obbligo di dare rò dia 
ri del óiveTa&ai degli atomi, perchè a torto in questo caso 
10V àeì ovx a§col dQXì]v C^telv^ e appunto perciò, vale a 
dire ne omnia plagis fierent, externa quasi vi, ha ag- 
giunto il pondtiSy ossia ha stabilito il moto fondamentale 
pondere; come va ch'egli stesso si esponesse col suo di' 
namen alla stossa accusa : " sine causa „ (v. Cic, De 
fato^ 20; A\ Z)., 1, 25; cfr. anche Steinhart w^WEnci- 
clop. di Ersch e Gruber) ? Giacché dice bensì il Gassendi 
in sua difesa: ** de ipsis principiis dicere nihil aliud li- 
cet nisi quod haec isto, illa ilio modo se habeant ex suae 
naturae necessitate, cum ignoremus germanam causam, 
immo cum ea frustra quaeratur nisi sit eundum in infi- 
nitum „ (^Animadv., p. 214); ma la scusa non vale, vale 
ancor meno per Epicuro che per Democrito; che in De- 
mocrito la mancanza di causa è per lo meno, come s' è 
visto, relegata nell'infinito sfondo dell'eternità, tutto il 
resto avvenendo per non interrotta catena causale; men- 
tre per Epicuro è bensì ab aeterno che atomi declinino, 
ma non sono ab aeterno le singole declinazioni, passate, 
presenti, future, e non sono attaccate con nulla alla ca- 
tena causale. 

Per rispondere a questa questione convien tornare al- 
l'altra del rapporto tra clinamen e voluntas. Riprendiamo 
l'esame delle obiezioni del Brieger. 

Una obiezione che mi pare abbia carattere più ver- 
bale che sostanziale è questa: Se Epicuro. avesse derivata 
la libertà del volere dal clinamen, avrebbe necessaria- 
mente derivata la volontà stessa dal clinamen; e che 



136 " CLTNAMEN „ E " VOI.UXTAS. , 

ciò abbia detto Epicuro o un epicureo qualunque, noi 
c'ò l'ombra di un vestigio. Rispondo: di Epicuro noi 
abbiamo neaBuua piiroj» intorno a ciò, questo sì sa; mi 
l'epicureo Lucrezio dice proprio cosi,2">7 sy-, ae, corai- ii 
credo, è (la leggere: 

unde est haDO. inquain, fntis nvolsn vnliintas 

per quam [irogrcciinitir quo diicìt qacmqne Tolaptai^ 

— ed anche se si sta colla IezÌon« più cu illunemente ri 
cevuta, ' E s'anclie un momento può nascer qui la pai 
venza che Lucrezio distingua tra lil)ertà e volontà, tntt 
il resto (in ispecic 2(U sg.) mostra chiaro ch'efili intcnJ 
indicare l'origine della volontà; che per lui volontà 
Ubera volontà, o anche voìonfii c: libertà sono sinonimi 
come son l' opposto volonlà e necessità. Né può 
altrimenti nel pensiero <li Epicuro. Noi sistema materii 
listico di Eiiicuro non si può parlare di volontà eome i 
»n iiualche cosa in se, come di una entità dì cui sìa a 
trihuto'la libcrtiu Tutto ciò ohe avviene l- moto atomioo 
moto atomico ò unclie l'atto volitivo; è la [irìma m<w! 



'I 11189. hanno:... (atis amlsa roluptas... liucil gHtM^ 
rolliti t a x. E ilLarabino ohe ha proposto lo scambio, ed è l'omoi 
dnitiono piii semplioe e prudente, v chr dù nn senso netto e pr»ci« 
Il Lnchinaniu xcRuito dal Bernays e dal Munro, Ickro: fatixatvU 
polr.i'la» . . . diicit q. volunlas, nppoggiaiiilosi il 2Mfi; ...cui «oW 
infilila jwirstas. Ma potestas di 2rifi avrcbhi' iin crrto valore, codi 
analogia, so atin fìne di ìftl i inss. avessero lacuna, o se si trai 
tasse di evidente dittografia. Ma ciò non è, e quindi jiottstan ^m 
resta una violentissima mutazione. 6Ì noti anolie la consonane 
avoha roU... Pir voluplas nel secondo verso sta anche l'Ìinit« 
xione virgiliana (Eri. ti, 65) trahìl una quemque voluptaf. E onci 
stando colla Ick. del Lach. che è altro iioUxias se non In a1o« 
ralutilan? Non si dica che è la ìibertn di essa votunliiìr, giachi 
la libertà è già espressa in (alin aiiolsn. E a intendere in pottil' 
ti. e. di diverso da cohtnlas, che senso ha il dire: una polt*tA, ci 
ò libera e per cui mezzo noi possiamo seguire la rolonlà? Al 
lirrtà + r l-foloiilà: chi trova il valore di x? Insommii I.ncrcii 
dicii molto chiaramente: "Se non si ammetto col rlinamin ni 
principio di possibile interruzione della fatale catena dello caos 
meccaniche, d'onde nasce questa nostra lohnlà, il cui carat 
OBsenzlale consiste appunto nell'esscr Tuori di questa catenti fai 
vale a dire nel poterei noi muoverò rome ri paro li piaQeyK 
L'omooteleiilo vulnnlas. voluplas k, naturalmente, inlrnitotuilf- 



l 



l 



A LUCREZIO II, ECC. 137 

(atomica) alPazione; è bensì stata preceduta da un moto 
atomico intellettivo, e, mettiamo anche, da un moto ato- 
mico desiderativo; ma la caratteristica sua (delPatto vo- 
litivo) è ch'esso non è l'effetto meccanico di meccanico 
impulso di codesti antecedenti moti atomici, ma s'inizia 
spontaneamente da sé, tanto che potrebbe anche non av- 
venire, pur dati quei moti atomici precedenti. E tanto 
radicato il pensiero che volontà è una mossa, che Lu- 
orezio ogniqualvolta ce ne dà qualche esempio (come (^uì 
25S, come IV, 887 sgg. che vedremo poi) non sa staccarsi 
dal caso materiale del nostro camminare o muovere co- 
munque le membra. Dunque dinamen =^ moto sponta- 
neo; volontà = moto spontaneo o spontaneità di moto; 
è l'uno che rende possibile l'altra. 

Ma veniamo a un punto più sostanziale. Il Brieger os- 
serva che la declinazione atomica, onde nascono gli urti 
atomici, non rompe le leggi del fato, i foedera fati; e 
«lice giusto, se, anziché foedera fati, diremo foedera na- 
turai; infatti, nonché non romperli, è essa stessa la de- 
clinazione che li crea, creando la natura. Che se anche 
li rompesse (aggiunge il Brieger) — vale a dire data una 
ulteriore ingerenza della declinazione, un suo rinnovarsi 
nella natura creata — non ne verrebbe già la libertà 
«lei volere, ma una completa casualità delle nostre deci- 
sioni, una compiota insensatezza del nostro agire. 

Qui giova distinguere. La proposizione che, se si lascia 
|)enetrare la spontaneità, affatto cieca e tempore et loco 
affatto indeterminata, della declinazione anche nella na- 
tura creata, si importa in (luesta un principio di casua- 
lità e di cieco arbitrio che mina alla base la fissità delle 
l<'jcgi naturali, da Lucrezio tanto decantata, è verissima. 
Xè varrebbe la difesa che la efficienza di questo elemento 
|)erturbatore sia limitatissima; giacché nulla assoluta- 
mente c'è che vi possa mettere un limite. Anzi, coeren- 
temente a questo ordine di idee, é acutissimo il principio 
«lei Brieger, e da lui in più occasioni affermato, che nel 
ì^istema epicureo ogni atomo deve declinare una volta 
sola: semel atomum declinare. Infatti questa unica <lecli- 
oazioDC dei singoli atomi é cjuella che crea la natura e 



138 



" CLLVAMEN , E " VOLUNTAS. „ 



3»e Ipgfji; una ripetizione, vale a dire una eventuale de 
cliuazione dalle lìnee uieccanicameiite impoetit dalle pia 
gar, entro la natura in formazione e formata, mette ì 
forse la consequenza meccanica dei moti atomici, eh 
i^ la base di tutta quanta la fissità delle leggi. Ma tutC 
questo che prova? Prova che Epicuro non doveva Ìntr< 
durre nella natura un elemento perturbatore della rigitf 
legge di causalità, una eccezione qualunque a quciH 
legge; non prova die non abbia ciò fatto, E che abbi 
ciò fatto basita ad attestarlo il suo principio del libei 
volere, il quale — dipenda o non dipenda dal priraiti» 
clinamen — è una evidente interruzione della catena < 
cause meccaniche. Infatti, comun(]ue si vogliii iituitrai 
o preparare la volontà epicurea, l'inizio voluto di un'i 
zione sarà moto di atomi; il quale se è libero vuol dil 
che è moto spontaneo, ossia non avviene come necessari 
e immutabile eH'etto di impulsi ricevuti. Anzi, poiché ^ 
atomi sono sempre in moto, e sempre soggetti all'effetl 
di ricevuti impulsi, ò chiaro che moto spontaneo, in qw 
ato caso, non potrà esser altroché spontanea devìazioB 
da quella linea o da quelle linee che sarebbero state l 
meccanicamente imposte. Dunque l'atto volitivo, conside- 
rato in sé stesso, cioè sotto il semplice aspetto materia)^ 
motorio, è un nuovo caso di declinazione atomica. Dun- 
que il Brieger se la prenda con Epicuro li'aver iasci»t«i 
aperta la porta al caso nella sua costruzione della natura, 
e li'aver permesso ai suoi atomi di declinare più di una 
volta, ' non se la prenda con (]ue]li che ci h.inno riferita J 
il grave errore di Epicuro. 



' Dioe il Brioger {Dr ilom. mutu firinf., p '224 del volams >■ 
Hertz) ciiL- gli atoioì tiou possuao ileulinun^ pi^ di uua vuIia, perditi 
una volta dL'ctìiiati sono bM'e fuori dalla linea di caduta *e,'*^ 
calo, e non poesono quindi piti uscinie. Ma: 1." Abbiamo TÌtUJ 
nun essere punto escluso elio erentualniente rilornìno anche Oi 
lines di caduta verticale (v. nota a p. 130). — 2.° Oli sr 
metili, quando ci parlano espressamente di cliua'iirn, r 
Bolo in relazione coUu orìgine iMla pliii/fie, per l'onsoguenxa par>U 
Bolo del cliniimm dalla linea dì caduta; ma una rsprrssa e9elt*a 
BÌone d'un flt'namen anche da altre direzinni noi non V alili itmOiir 
Itìsullerii anzi nccosBario di ammetterlo, se risult<?ril epicurei In 
dottrina della volontà ohe Lucr., Ciò,, Plut, attribuiscntio n Kpiea-" 



A LUCREZIO IT, ECC. 139 

Ma veniamo al secondo punto. Dato anche tutto ciò, 
dice in sostanza il Brieger, l'effetto non potrebbe essere 
il libero volere, ma la assoluta casualità e irrazionalità 
delle nostre azioni. Infatti che è libero volere ? È questo : 
che quando un desiderio ci stimola, è in nostro arbitrio 
di ubbidire o no a quello stimolo. Ma cosa vuol dir noi? 
Noi sono i semina della quarta essenza dell'anima, i quali 
sono sensu carentia, e quindi, se non sono mossi da ne- 
cessità, non possono che movevi temere casti forte for- 
tuna; e allora addio libertà; sarà puro caso se uno che 
ha fame mangi, ecc. ^ 

Qui la risposta non manca, e giova anzi a completare 
il concetto dell'atto volitivo, che finora abbiam consid»}- 
rato nella sua generica essenza di moto atomico sponta- 
neo, senza ulteriore determinazione. I singoli atomi della 
quarta essenza sono sensu carentia; ma non per questo 
è sensu carens il loro complesso, quando compie 1' atto 



it * Io Teramente ho foggiato un po' Targoinentazione del Brieger 
a uso della discussione. Le sue parole sono : Ilaec autem si volun- 
iaU's erigo est [di cjò tocchiamo più avanti], quaerituì\ sitne in ea 
LiBERTATi locus QH ftOH sìL Dicere qiiidem 2>ossis esse in nostra 
potesiate utrum dolori illi sive cupiditati pareamus an non pa- 
reamus. Sed hoc ** in nostra potesiate ^ nihil aliud valete nisi in 
potesiate quartae illius naturae, qiiae minimis et mobtlissimis eie- 
mentis constans Epicuro mens aniniusque videtur esse [y. intorno a 
ciò lo Studio: Psicolof/ia Epicurea; vedi pure la Dissertazione del 
Brieger Epikur^ s Seelenlehre, e il mio cenno intorno a quest'ul- 
tima nel !.• numero del Bollettino di Filologia classica], Huic 
ifjitur iurhae levissimarum et mobilissima rum atomorum non solum 
inter se sed etiam inter celerà animi et animae corpuseula inter- 
rursantium arhitrium tribuendum est ita^ si non necessitate mo- 
rratur ? Sed si semina illa sensu carentia non necessitate moventur, 
quid relinquitur^ nisi ut moveantur temere casu forte fortuna? 
Itaque libertatis illa species^ tanquam specfrum aliquod, ubi tan- 
gere velis evanescit, Nam quid sequatur qnis non videt? Ex casu 
atque fortunae temeritate pendebit utrum qui esuriett edat^ qui 
sitiet, bibat, qui in aquam inciderit inde effugere conetur, an id 
fiat, quod his contrarium est. Ma che se ne conchiude? che Epi- 
curo non ammettesse la libertà del volere — cuius acerrimum 
scimus Epicurum fuisse defensorem, come dice il Br. stesso poche 
pagine prima? che, data quella origino della volontà che il 
Brieger attribuisce a Epicuro (e or or vedremo), non era possibile 
attrìBaire ad essa la libertà? Allora Epicuro avrebbe affermata 
qaesta libertà affatto arbitrariamente» senza alcun tentativo di 
eonnetterla eolia sua teoria fisica. È ciò credibile? 



140 



* CIJNAMEN' „ K " VOLUNTAS. . 



volitivo con queir intreccio o con quella forma di si'Ain 
bievoli e interni suoi moti che costituiflcono appunto l'alt 
volitivo. Mi Bpicgo. L'atto volitivo 6 im atto psichici 
corno un atto sensitivo, afflittivo, ragionativo. Ora, si a 
che un atto psichico qualunfiue — per esempio l'atto co 
cui la mente aflerra il nesso logico tra una premessa 
una conacguonza — secondo Epicuro, come già seconii 
lìeinocrito, è costituito da una certa forma ili rcciproi 
moti degli atomi psichici; l'atto volitivo esso pure no 
è il moto di un atomo o una somma di moti indipei 
denti di singoli atomi, ma è un moto atomico comples 
di tal forma che implica foscienza. Né sì dica che qti< 
sta ò un'affernm/.ionc arbitraria, non fondata su alcun 
testimonianza. K una conseguenza immediata e noa 
ria dell'essere l'atto volitivo — come nessun vorrà nogai 
che per Epicuro fosse ~ un atto psichico. Il concetfe 
completo della volontà epicurea alibraccia due element 
mi coni[)les30 movimento atomico che ha il carattere doli 
spontaneità, ossia e sottratto alla necessità dello caua 
meccaniche (e per questo rispetto la volontà è un fati 
analogo al semplice diiKimai, e si distinguo invoca diig 
altri fatti psichici); pia il sensus, ossia la coscienza di s 
in forza di che essa (volontà), illuminata dai precumot 
momenti sensitivi, intellettivi, affettivi, profitta della prò 
pria libertà o spontaneità dei moti atomici, [ter dirigw 
o non dirigere questi in una direzione vista e scelta i 
per (piesto risjjetto essa è della famiglia degli atti p 
cilici, e si distingue dal cieco clinameit primitivo). ' 



' Non ho bUogiio di spemlnro parole pi^r confutare qnMIs o] 
iiiono che spiega il elinaiiun fiieenilone un atto voloittnrlOj o« 
attribuendo volonlii nglì atomi stessi. Epicuro non concppiTS 
volontà diagiunta dulia vita <> dal tionso. Quella opinione parrobi 
udombratA nulla paprcssionc * willkiirlicho 8clb«tbei>timinuii|t 
dello Zttllsr, ed k aoprutiitto csiiostn in Masson. The alofnif th«ù 
of Lucr.^ un libro clic si logge con piacere e non raitnca di oasi 
vaxion! interessanti, ma duI qualo fa diretto ti rigore seieniJBi 
Olì atomi di Epicuro bì potranno tutt'al più chiamar liberi. qaaii_ 
s'intenda con oii!i la si^'nipbVe eventuale poaaibilità d'una iadtpn 
donaa dalla rigorosa cansalitiV meccanica: e liberi 1Ì rbiama f 
punto un E|iicureo del II-IU aecolo dopo Cristo, Diogene di Eaoaiu 
'i un ano trattato di filoaoflft fatto «colpire io pietra, di cnt 



A LUCREZIO U, ECC. 141 

Si dirà: ma come mai dei moti atomici, spontanei o 
no, e comunque combinati, possono trasformarsi in co- 
sciente volontà? Ma questa è tutt'altra faccenda. Questo 
è r identico mistero : come mai dei moti atomici possono 
diventar sensiferij possono produrre il fatto di coscienza 
d'una sensazione, d'un affetto, d' una apprensione di un 
rapporto logico. Epicuro non ci dà né ci può dare la so- 
luzione di questa difficoltà pel moto volitivo, più di quel 
che ce la possa dare pel moto sensitivo, affettivo o logico ; 
più di quello che ce la possa dare qualunque altro si- 
stema materialista antico o moderno. Si tratta in fondo 
del grande e insolubile problema fondamentale della dop- 
pia faccia, fìsica e subiettiva, della medesima x. È dun- 
que una questione che non riguarda noi filologi. Mi sia 
lecito tutt'al più di osservare, che per la molto più pro- 
fonda conoscenza che noi abbiamo dei duo termini incon- 
ciliabili e della loro distinzione, la imperscrutabilità e la 
fondamentalità del mistero è assai più vivaiiìcnte e net- 
tamente sentita dal pensiero filosofico moderno che non 
dall' antico. 

IV. — Ma come spiega il Brieger la volontà in Epi- 
curo? Comincia dal citare loZell(M', che, esponendo questo 
punto della filosofia di Epicuro, dice: " Dalla rappresen- 
tazione nasco anche il volere e l' agire, perchè T anima 
vion messa in moto dalle rappresentazioni, e il moto del- 
l'anima si trasmette al corpo. „ Il Brieger trova natural- 
mente questa spiegazione molto insufficiente, o, cercando 
di completarla, ricorda come per parecchie dottrino spe- 
ciali Epicuro abbia attinto ad Aristotele. Ora Aristotele 
** liane fere voluit esse voluntatis originem. In quo sensus 
sit in eo esse etiani volu|)tateni et dolorem; oa porro ubi 
sint ibi fieri necesse aliarum rerum cupiditateni, aliarum 
fugam. Quos motus oxcitari in ea animi parte, cuius sit a[)- 
petitus, specie {ifavxaaiag dicit) boni sub actionem caden- 



frammenti, piii cariosi che preziosi, sono stati rocentomento sco- 
perti; y. Rheitt, Mtts., anno 1892, p. 414 sgij. Ivi, p. 454 si leggo: 
Ckir^ifHty r^K iV xotg atófÀoii x^yr^^Tty. 



U2 



" CLINAMEN" „ E " VOl.UNTAS. 



tis; qun facto eain unitili |mrtciii corpurifi efflcere mutui 
(([uod i|iiomo<Io fiat libello Dr. mot. anima!., 9, 70l\ 
cxpouitui-)- Dici auteiii aiiiinì aut apjictcntis aut fngic 
tìs motinn, si ratiouciii aibi modemri {lutiatur, volutiti 
tera „. Presso a poco tale, continua il Bi-ieger, duve esser 
l'urinine della volontà in Kiticuro, conio risuUu da Lt 
crczio, IV, 353 s^g:. e 788 sgg., che in certo modo si con 
pletaiio. Infatti nel primo passo si spiega come i 
mali ipsa natura ci-rcuno il cibo, e si dice che la pi-rdil 
di molti rorpunctih, indebolendo il coriio, ih un seni 
di dolore, si che l'aiiiniiilo corre al riparo cercando 
cibo: e qui è facile sottintendere il termine intenDedi 
che i|iiel ilolorc fa accidere all'animo simulacra tdend 
nel secondo passo si spicca come Tuomo cammini, ed 
detto che prima h necessario gli si presenti simulaeriH 
eundi: e qui è facile sottintendere che il presentarsi ) 
qUfiSto è provocato da un ((ualche bisogno o desideri 
Picchè, concliiudo il Brieger, voliinfas fii, quatti confim 
communi cuptditatis, quam non esse pttto nisi aui ira ' 
(fante aut coinitantc aliqtio dolore, d sìmulacrofum oper\ 
Egregiamente; e dobbiamo essere grati al Brieger i 
(|uesto ravvicinamento con Aristotele. Ma il punto del 
l'ato ata nel passaggio dal momento contemplativo al mi] 
mento e moto volitivo. Come, l'intenda Aristotele 
ci riguarda; per Epicuro, che spiegava il mondo e la vita 
come meccanica concatenazione di moti, e' era tra i due 
momenti un abisso (poiché facendo libero l'atto voiitini 
non lo faceva nascere come necessaria conseguenza ilei 
moto contemplativo), una vera soluzione di continuiti 
nella propagazione dei moti, 

V. — La quale soluzione di continuità per Kpicti 
non era una semplice illazione dalla affermata libertà il 
volere, ma un fatto di osservazione dirotta. Non dimen^ 
chiamo il primo canone epicureo, elio criterio fondamU» 
tale e certissimo del vero è il senso, esterno ed intenxkV 
Oggi ancora i difensori del libero arbitrio a' appellanoW 
alla testimonianza dell'intima coscienza. Infatti, esamt'a 
nando dentro di noi Tatto volitivo noi momento j 



A LUCREZIO II, ECC. 143 

ed esclusivo io cui l'animo si decide e dà la prima mossa 
all'azione, esso ci appare irreducibile e primario; noi 
Beutiamo — Ossia ci appare come fatto di intuizione im- 
mediata, quando ci limitiamo alla osservai^ionc introspet- 
tiva — che i motivi che ci conducono all'atto volitivo 
sono antecedenti necessari, ma non sono la causa diretta 
(li quell'atto, il quale (ci pare) anche con quegli antecc- 
di-nti potrebbe non avvenire, e ci si presenta quindi coi 
caratteri di una decisione spontanea, di un moto ex novo, 
sine causa- Cosi sentiva dentro di sé Epicuro, e l'interno 
senso doveva avere per lui una tanto più acuta certezza, 
in quanto egli attaccava inestimabile valore alla libertà 
del volere; che in questa spontaneità, non necessità, tro- 
vava il carattere essenziale dell' atto volitivo. Questa è 
l'origine della voluntas epicurea; quegli altri elementi 
che ha comuni con Aristotele non sono che accessorii e 
concomitanti. E poiché per Epicuro ogni atto psichico 
era movimento di atomi, egli doveva dirsi: qui c'è un 
moto atomico che non è necessariamente e- meccanica- 
mente prodotto da pìagae di altri atomi (né, s'intende, 
dalla gravità); è moto atomico spontaneo; dunque c'è la 
possibilità di moto spontaneo negli atomi. ' Ora, se il suo 
sistema de' moti atomici fosse stato iu tutto eguale a 
ipiello di Democrito, non- so come uè se avrebbe tentato 
di conciliare con esso codesta coscienza di un moto ex 
«oro; ma il suo sistema gli offriva, alla base stessa, un 
fatto analogo, anzi si può diro il medesimo fatto, e non 
li avrebbe messi in relazione, non avrebbe trovato nel- 
l'uno la ragione dell'altro? 

E necessariamente il moto spontaneo volitivo deve met- 
ter radice e trovar la sua causa, la sua materia prima, 

' Anche In forza dì resistenza descrìtta da Lucr., II, 276 Bgg., 
cIm i forza della voluntas, a che ei riduce, come fatto meccanico^ 
A questo : ci sono degU atomi, più o inejio ammassati e conciliati, 
tke non subiscono passivameli te, e quanto Terrebbe la neccbsità 
■Mccaoica, l'impuUo di altre potenti masBe di atomi, ma vi rcsi- 
■bmo con ana forza, la quale non mette radice in forze niecca- 
li^e anteriori ad essi comunicate, ma da essi si inizia, in csbi 
wige come per generazione spontanea. Anche qui volenti e moto 
Uomico ipoBtaneo sono un fatto solo. 



144 " GLlNiVMEN „ E ' VOLLWTAS. „ 

nella possibilità del moto spontaneo atomico, cioè degli 
atomi in sé stessi isolati. Per brevità abbiam chiamato 
moto atomico il moto volitivo; ma anzitutto esso è mol*i 
spontaneo ili un coHcilìnnt, di un PoncUium di atomi della 
rtuarta natura (ed h spontaneo perchè indipendente, anzi- 
tutto, non da plarjae atomiche, ma da prouedenti moti pa- 
rimenti conciliari). Senonchè qualunque moto di un conri- 
ìium è il risultato de' moti degli atomi suoi componenti, e 
in essi si risolve, ' come il cuncilium stesso risulta da^li 
atomi che lo compongono. Kpperò Lucrezio, II, 2tH: 

quuru in aaininibus iiuotiun iilem fati'ftro nocossosl, 
ct(3c aliam pnioter plugaa ut punili^ru causum 
luotibus, unile hacc L-st nobis inoata potestRs, 
(le uilo quoniam fieri nil posse Tidemiis. ' 



' ^L' ali confJtio è imjuoliilo, vuol ilirG che t'interna Tìbraimnc 
ntoiiiicH. l'interna urnxuni]. si fa H)uililirio ìn luttc li; direzioni; 
«e bì metto in tna?imento, vuol liire ch(? una forza eflCeriorP lu 
determinato una preTalenza dei moti atomici riarso una detenni' 
nata direzione, ha liiminuita W'ii'ìixotii'i Ab. quella parie ; so si nirtW 
in niovimenin e quella forza esteriore non c'è stata, tuoI dirr 
che da «à gli atomi hanno cresciuta la tendenza del moto Tcnv 
quella direzione, violando, pcrdiroos), la vnlcnKa meccanica M" 
forze controforze; e allora il moto spontaneo del roncilio 1 ef- 
fetto di moto spontaneo atomico. Vedi il preced. studio: C-iWi^ 
tliicìirea, passim. • 

' 11 ToRTK iJa/irb. di Fkck., 1ST8) vuol cjincellare l'altiino ii 
questi versi comò interpolato, perchè nli rx mio in Lucrezio »i; 
gnilica che o^ni cosa è fatta di materia ore e^ie tento, mentre qu> 
si tratta non di una cosa, ma di una facoltà. Ma ha torto (t. aoclir 
Bbikoer, J'ikresb. ili Biiisìan, 187». p. ISfi). A prima giunta pui 
colpire qni l'npplicaiEÌone del principio mi fxiiilo, perchè, sebbène 
Lucrezio parli di rohinlns e flinamtn come di forze positive, la 
■pontaneiti\ in fondo si risolvo in un concetto D»KOtivo: maoeanu 
di causa. Ma sì badi: colore o senso «ono nello cose o uou toiiu 
negli atomi, perche senso e colore non sono costituiti che da ceri' 
forme e disposiìtioni e reciprocità di moti degli atomi: non sovu 
dunque che rapporti, e date quindi le cose suseettibiìi di quei 
rapporti, anche i rapporti, come cosa nuova, diventano possìbili. 
Ma per una sventualc assenna di causa il caso è diverso. Se l'a- 
tomo di Nua natura, e quindi eternamente e io ogni ca&o. non pai) 
aver moto che per foet/en-n — forza di graritil e urti - i) molo 
spontaneo che e nell'atto volitivo sarebbe impossibile. 

Ha giacché abbiamo citati questi, fermiamoci un momentu 
anche sui versi che seguono immediatamente, '2><H-2:i:]. 

l^l>ienro colle modificazioni portate alla teoria atomicd di P'- 
Diocrito, caduta per graviti^ e eUnaoien, avi-va eliminalo 1 (lue 




A LUCREZIO ir, ECC. 145 

' I !' è che (fli epicurei non avrebbero potuto accattare il 

"-ifflìo c'iie (lìi loro Cameade (Cic De falò, capo XI) 

.1 ttu" Inetto ilcll'antipatico cliiuiineii, pur (iifemlemlo l'u- 

ikina lil)erlà contro il Tatalisino stoico. Secondo Cameade 



imi errori vli'cgli vcUeva in Democrito; 1» itibatKoìeiiza di 
1 priiiis, e la fatalità nel mondo e nella vita. E qnesto np- 
3 b ciò che dicono i tv. 288-2»3 : 

pondui enim prohibet ne pinoli oinnin finn! 
eilenu qaui tì; sei ne meni 'una, iiDaBimuni 
inloitinani habeat cunnlis in robut ueendii 
H deriola qnasei DocHlnr farro pnticiue, 
Id faciC eilguam Dlinanica prìnciplotiim 



ì Tergi infatti sono la couclii^ionc Uelk secoiiila parto della 

,UÌone del moto in qui^slo II libro (184-293), nollit quale per 

nnto Lucrciio espone i due punti aggiunti da Epicuro, caduta 

r»TÌlà 184-215, e viinamen 2ir>-2fT, e -lice il perchè o, se vo- 

, ì, l'efTotto, il valore di questi due clementi. Circa al pondiis ab- 

B detto sopra, p. 1.'Ì4; circa al •■linnitieii m noti che, in sostanza, 

1 dice piii soltanto che il libero Tolere è una prova 

mitn, ma fa sentire, in accordo con Cicerone e PlutarcOi 

Epicnro ha escogitato il climimen per amore del libero volere. 

ine COncla^ione, per altro, questi Tersi non [«'attaccano bene 

oedenti, e l'enùit salta fuori un po' strano. Se non si vaol 

^re fino al sospetto d'una breve lacuna tra 287 e 28S, bisogna 

meno intendere l'espressione come ellittica; e nella lacuna 

I M>ttinteKa ci avrebbe a stare un pensiero presso a poco 

" È dunque provato die oltre alle plagae c'è pondua e rll- 

; e ciò richiede la reria notiirat ratio , / pondua enim. etc. 

leste considerazioni, del resto, giovano a meglio comprendere 

oeizione lucreziana di tutta questa trattazione sul moto 

B a prima giunta pare disordinata. Lucrezio pone an- 

» il principio fondamentale e generale, e insieme la univer- 

Mndizionr di fatto, cioè che gli atomi sono in pcrpetoo moto 

jg.). È cosi che si è trovato nella necessitft e di anticipare 

bnno sulla gravità (84) e di parlar AeWv^ptayae (che son l'of- 

idei dinamm) e di nildentrarsi subito nella spinosa questione 

po/iM flandesliiii, fino a 141 — e qui, dopo 141, sono, a mio 

p, dft trasportare 3()S-332, che rispondono unicainente nd una 

ule obiezione a 80-141; son capitati fuor di posto forse 

Raggiunti posteriormente dui poeta (eorao sospetto anche 

^ 1-30T che affermano il doppio principio della conservazione 

k materia e della conservazione dell'energìa) — quindi, con 

104 il poeta tratta della velocità atomica. Questa, ripeto, è la 

i generale che Epicuro, almeno ìn quanto si tratta di pluqae 

mlila», ha comune con Democrito. Viene poi (non calcolato 

} lacunoso che precede IGi, e la riconosciuta aggiunta pò- 

', ed episodica, 167-183) la parte complcmentiirc cpicuci^tL 

Bo al fiondiin e al clmamea. 

^trfsAJti, S/wfi ìaetem'ani. 




U6 " CLINAMEN „ E " VOLUNTAS. „ 

avrebbero dovuto dimostrare che, sebbene nulla avvenga 
senza causa, non per questo ogni oausa ha da csacre aii- 
teci^deute ed estejtia; quindi, comt; la gravità è causa 
interna disila caduta degli atomi ed è nella loro stessa 
natura, cosi non doversi ricercare una causa eaterna dei 
moti volontari, tssoudo nella natura stessa del moto vo- 
lontario ut sif in nontra poffstafe nobiiqm parcal; iifc W 
sine causa, eius enim rei causa natura est. Ma il moto 
volontario non (■ una cosa, ì; nn atto dell'anima; è dun- 
que come dire: è nella natura dell' anima la facoltà di 
un moto spontaneo; ma l'anima non è che un complessi) 
di atomi, e un moto suo non ù die moto dei suoi atomi: 
dunque è nella natura degli atomi la Tacoltà di nn moto 
spontaneo — ed ceco il clinamen. 

VI. — Ancora una obiezione del Brieger. In IV, 
tì7i 8gg. egli trova un chiaro segno che Epicuro non fjf 
ceva la declinazione causa del lil>ero volere, e tanto imiw 
aveva inventato quella per amor di questo, Lurrezi'* 
dice; 

Nunt qui fiat uti pasaus profcrre qupniiiu». 
cimi TolumuB, Tai'iuquo datum sit inombra irioviTi-. 
et qnae rcs tantum lioc onerix protruileri.' nostri 
torpori» insaerit, dicain; tu pnreipp ilioln, 
dico animo nostro primniti slmulacrn moandì 
acoidere atqui^ animum piilaari>, ut disimus auto, 
indo voluntfts fit: nrque coiin fHoere iaoipit ullam 
ivm (luisquara, quaiii mcns providlt quid vclit anie. 
ili quod providet, illius rei constai ituugu. 
i^rgo animus emù eese itu commovet ut vi'lit irò 
in'iiio gradi, ferit cxttìmplo (inop in corpore loto 
per membra nUiw nrlup animai dissita via est; 
et fai'ileBt factu, quoniaai coniuncta ten^-tur. 
iniìtì oa proporro corpus forit, atcjiie ita Iota 
paulatìin moles protrudicur atquc morL-tur. 

Ora, osserva il Brieger che Lucrezio doveva aver ^ui 
davanti un testo di Epicuro (Indubbiamente!), e preci- 
samente il luogo dove Epicuro spiegava come aevìrn*'^ 
fatto del libero volere; dove quindi per fermo Kpicori' 
avrebbe esposta la dipendenza del libero volere dalla 



A LUCREZIO II, ECC. 147 

iecliiiazione, se questa era la dottrina sua; ma in tal 
caso è certo che Lucrezio avrebbe parlato di codesta 
declinazione, madre della volontà, in questo luogo, o non 
già nel II libro, o per lo meno anche in questo luogo. 
Invece neppure il più lontano accenno o richiamo. 

Questo ragionamento, a mio credere, pecca nelle pa- 
role che abbiamo mosso in corsivo. Non è questo il 
luogo 'dove Epicuro avrà espressamente spiegata la ro- 
luntas (e così pensa anche Lohmann, Quaest, Lncr., 
p. 51); qui siamo nella trattazione deisimidacra; e par- 
lando delle loro funzioni il poeta (e così certo il suo 
fonte epicureo) viene a dire ch'essi sono indispensabili 
perchè Tanima si decida all'azione. Per es., dice, perche 
noi ci decidiamo a camminare convien che prima Va- 
nimus sia colpito da simnlacra del camminare ; inde 
roluntas fit; V inde ha senso temporale (come osserva 
il Br.) per lo meno non rigorosamente causale, " in 
seguito a ciò „ non " in causa di ciò ,, (erra il Woltjer, 
Lucr. phiL cum font, comparala, p. 99, intendendo " in 
causa di ciò , e trovando quindi Lucrezio in contraddi- 
zione con so stesso, come negante qui la libertà del vo- 
lere); poi: voluntas fit — oppure non fit: ma non era 
il caso di parlar di non fty qui, poiché si tratta di 
mostrare come l'azione avviene; ad ogni modo il come 
f'duntas fìat è fuor di questione. Pure, come ad abtin- 
'lauiiam, v'accenna: il moto volitivo avviene così che 
l'animo muove sé stesso {commovet se ipsion); cioè non 
è la piilsatio dei simnlacra che gli imprime la mossa 
voHtiva; muove sé stesso di quel moto elicè volontà di 
andare, ut velit ire; e'I'wf qui non è consecutivo, ma 
dichiarativo o qualificativo: si muove per tal modo die 
sia la volontà di andare. Questo iniziai moto (\^\Yanimus 
Jà la spinta s\V anima tutta, e questa al corpo, il quale, 
una volta preso l'aire, è aiutato anche da aria che in 
esso penetra (versi seguenti ai citati). Come si vede la 
voluntas è un anello necessario della catena, ma non 
essa è Targomento del discorso ; la tesi non è : come sia 
possibile e avvenga il libero atto volitivo del camminare. 
Piuttosto si osservi come alla tesi primaria, che era la 



148 



' CMNAMKX ,. E " VDLUNTA?. 



necessaria condiziono {i sìmiilitcra) perchè «vvflnga Ih 
volontà del iviinminfire, e f|UÌndi il camminare stcss'\ 
nella mente del poeta (e probabilmente di Epicuro) h'Ì- 
aggiunta, anzi s'è imposta, In tesi secondaria: come mai 
un così sottil moto com'è il moto volitivo dell' ««("mi/s 
può lìrotriiderc una così grossa massa come è il cori»: 
s'è imposta per quel che di mirabile ha il fatto, e s'è 
imposta tanto, cho glii noi primi versi s'è sovràpimsta 
all'altra {iiui fiat ut passns proferir iHjeaml's cum vo- 
i.UML's — Clini voìumus! tanto il relle per sé stesso è fuor 
di lìueìtìono!}. E questa tesi seconda ma prevalent* è 
risolta oon quella stessa teorìa della propagazione de 
molo ila minora a matora, clic altrove (vedi: ('inet\ 
e(ficitre(i) abbiamo studiata a proposito dei pul ' 
dan/anti nella lista solare (Lucr., Il, 125 SKg.). E nutl 
vieta di applicare anche qui la spiegazione ivi data di 
diminuire della velociti^ col crescere dello maase, col cn 
scere della àviixoTtij. Solo che qui il caso presentando 
un po' più arduo, Epicuro è ricorso anche all'aiuto del 
l'aria che penetra nel corpo. 

VII. — !lo detto sopra come fosse naturale che Kp 
I-uro per spiegare il libero volere facesse ricorso al rfi 
mime», sottintendendo quasi che la teoria psichica è vi 
nuta dopo la teoria fisica. Ma ora mi correggo. Io cred 
che le due dottrine del libero volere e del cfìnamen soo 
nate ad un parto. ' La cosa è anzitutto attestata da Ci< 
due volte: De falò, 'IS; ìinw rallonem Ep. indìixit ( 



' Dissento quindi dol Crudaro. die, nella dissortuz. Ilui-oblt» 
del libero volere nella filosii/ia dei Greci (letta aU'Istil. Loiub. i 
aprile 1892), crede la trovata del cliiiamm anteriore e indipei 
dento dat concotto ilol libero volerò fondato s»\ cliiinmeii, e dìi 
clic ÌD Lucrezio otosBo * Iia pìi'i forza la deduEÌonc lisi<^a ohe IH 
l'induzione psicologica, la iiu>t1e è piuttosto un cenno che tu 
teoria „- Veramente leggendo il poeta ai ha piuttosto riinprcssioi 
ch'egli dia molto maggiiir peso all'arRomeoto fondato sul libe] 
volere. Lo tratta con un'enfasi che par dire: qui «ta la vera in 
[lortanza della teoria del ctinatmn. Che poi lo due prove mi 
HÌeno coordinate fra loro, non vedo clic importanza aobiii noli 
questiono di prccedcnia. 



A LUCREZIO ir, ECC. U9 

eain rem qnod veritus est , , . ne nihil ìiberum nobis essef. 
f)e nat, deov., I, 69: Ep. cnm riderei si atomi ferrentur 
in locnm infrriorem suopte pondere nihil fore in nostra 
potestate, vtc, e da Plutarco due volte: De soli, anim., 7: 
. . . àrojiiov Traoeyx/.ivat . . . ottco^ aarQa . . . xaì 70 fy' ì^pìv 
fiij d^iì),r^xa^. De repugn. stoie,^ 34: tìJc dióiov xivì\<ss(»k 
HT^X^vuìfiBvo^ è?.€v&éQ<òaai li irxovaiov^ etc, (v. i quattro 
I>a9si più sopra); sostanzialmente, come s'ò visto, anche 
da Lucrezio, 289: ne mens ipsa necessuni intesti num 
haheat ... id faeit exìgnum el inamen principionim. E 
una volta escluso che questi autori errassero neirattri- 
Imire a Epicuro la dottrina fondamentale della dipen- 
denza del libero volere dalla declinazione, non può non 
aver gran peso anche la loro ripetuta e concorde atte- 
stazione, che appunto il libero volere ha dato origine alla 
teoria del clinamen nec regione loci certa nec tempore 
wlo. Ma le testimonianze sono anche confermate da 
questa semplice considerazione: se Epicuro non mirava 
ad altro, quando pensò il clinamen^ che a render possi- 
ImIì gli incontri atomici, poteva arrivare all'effetto desi- 
derato con un clinamen altrettanto semplice e discreto, 
e che non avrebbe urtato contro la terribile obiezione : 
^Ì9ie causa ; avrebbe potuto lasciare assolutamente dritte 
e seguite le lineo di caduta degli atomi, solo ammettendo 
^he non fossero assolutamente parallele, ammettendo mi- 
iiimissime divergenze e convergenze. Ognun vede che 
Teffetto è il medesimo, come col clinamen nel senso di 
eventuale lievissima rottura della linea retta.* E che cosa 



' K nogliKCfitft Cicerone, clic De fin. I, li) scr., fatto rimprovero 
u Epicuro d' avere, col clinamen^ dato agli atomi un moto sinr 
t-ausiif agcrìuDge: ner tainen id niinH causa haee fiììxerat^ roitse- 
rnius est. Nain ni omnes atomi declinahunt, nitìlar ìimquam cohae- 
rescent, sire aliae decìinahunt aliae st40 nutn rerfe fet'entHt\ pri- 
mum erti hoc qhaai provincia 8 atomis dare, qaac verte qiiae oblique 
ftraninì\ deinde eadem iìla atomorum — in quo etiam Democritus 
haeret — turbolenta ronrursio hunc uiuudi ornatum efpcere una 
iH^trii. La risposta alla prima alternativa non vale se non sup- 
ponendo, contro Epicuro, una declinazione simultanea e di tutti 
kU atomi dalla stessa parto; la" risposta alla seconda alternativa, 
non ripete dapprima che il generico rimprovero sine. caitsa^ r 



15(1 



' OrjXAMKX , K " VOLUNTAS 



mai fe'li ìmpedii'a di adottare questa spiegazione delf 
rigìiio ilellfi cose? L'argomento Hatro che alibiaino 
Lucrezio per Ih declinaziniie passa a cfliiello, anzi sì 
rel)be fatto apposta por codesta inplinnziotip costante, 

iiariiqiio Loi^ ìtj prottiptu iiiaiiiri.'£tiiraqu(> vnsi^ vìiIcfiiiis 
{jondera, quantum in bp fst. non posse oliliquu itiMn-, 
ex «uporo i^om praecfpìtatit, quoj oornore poMÌs: 
Hi.'il iiil omnìno nulla re^cione vini 
ik'flinare iiuia est qui possil citmiti' sensu :" 



C^r/i-f» i; mia congettura iiioerta: nin il senso lii'i ven 
i"' ohiarissim")- Qnesto argomento non i'' ì' da snttjiettJUi 
rhc sin j>ensato da Lucrezio; lui nella sna stessa tiaf 
chez/a Io ficliietto stampo epicnreo, poicliò appartiene 
quella categoria d'argomenti, consistenti uniojimente ud 
mancanza dì prove in contrario, oì<ÓÌv ùrnna^iv^fìr, i;tl 
sono una specialità di Kpicuro (nella lettera ad ErodoU 
p. es., l'unica prova clic Epicuro dà dell'esistenza de^ 
f'^An ò di questo genere). Ora, «picst'argontento dic< 
perchè dobbiamo noi credere alla caduta verticale deg{ 
atomi? perchè noi vediamo che tutti i ror|>i, quando DOi 
ci sieno forze sviatiti, cadono verticalmente. Ma poattwa 
noi garantire ohe i corpi eadenti, senza forze svUnli 
cadano sempre in linea assolutamente vorticAlei' Dfl 
dunque anche [kv gli atomi nulla prova la assoluta VM! 
ticalitn della caduta. Non andrebbe benissimo questoaf 
gomento anche per una caduta non assolutamente p 
rallela degli atomi? Or dun(|ue, come mai Epicuro noi 
ha iireferito un dinamen costante, tanto facile ed ctficaOf 
e sostenibile come l'altro, e non soggetto alla esigfiiH 
di una i'to%i\ più di quello che sin la direzione i 
verticale del moto ili caduta? Ulì i- ehe così avrei»')* 



pili la rujfiuuo pi-rcliè ni ogni moilo non si oltprri>bbo la «" 
xione dL'lle cu»c é rimasta nello stilo, f, a<l ogni iiioilo. h nitriiK' 
uIIr questione fli'I clìnamrn. Qui Ciccione o iniprov\T»s Muri* «* 
Il ha uiollo rrcttolosamente riassunto il %w fonte. 



A LUCREZIO II, ECC. 151 

anche conservata la assoluta fatalità democritea. Ha vo- 
luto il clinamen incerto loci spatio et tempore^ il clinamen 
une causa, per amore appunto di questo sine causa^ perchè 
alla radice stessa delle cose ci fosse il fondamento per 
qualche cosa che, accanto alla generale fissità delle leggi 
(li natura, egli pur trovava nelle cose. Insomma, dato il 
suo concetto, che tutto, dentro e fuori dall'anima, av- 
viene per moti meccanici, e volendo egli ad ogni costo 
salvare la nostra libertà, era nelle assoluta necessità di 
porre a fondamento della libertà psichica una libertà 
meccanica — due parole che fanno a pugni; ma Epicuro 
»' un metafisico. 

Viri. — E se noi finora non abbiamo parlato che del 
libero volere, non è però in esso soltanto che Epicuro 
trovava un caso di indipendenza dalla rigida legge di 
causalità. Plutarco, nel passo citato, diceva che il eli- 
mmen doveva render possibile, per Epicuro, atstqa xal 
>«« xaì Tvx^v xaì to è(p* fjiiTv, Degli miqx non saprei dir 
nulla ch'alibia qualche sicurezza (né per questo è da 
credere un errore di Plutarco;) ^ C<?« vuol dire la spon- 
taneità e libertà dei moti degli animali, in genere quella 
certa s[)ontaneità che caratterizza la vita animale, e va 
insieme col nostro libero volere, tò eV ìiinn\ che di quella 
non è che un ulteriore sviluppo; resta l'importante ivxtì- 
Che anche qui Plutarco non affermi di sua testa; che 
realmente Epicuro ammettesse anche una fortuna, un 
fortuito fuor della catena della causalità (non il fortuito 



* Circa agli utnQc, Cic, Arad. post. 26, parlando delParistotelico 
•V oli^mento nomine carens, lo dice eli mento di astra mentesque; 
^ s'avrebbe a intendere, secondo Hirzel. Uh. Mus. 39, p. 182 nota, 
come * spiriti degli astri o ineutes degli uomini „. 

Vedi anche Cic. Xat. deor. il, 44 (Hirzkl, t7;iV/., p. 197). Secondo 
Arist. i corpi per naturai forza si muovono o su o giù {gravitate 
ritritate); gli astri in giro, perchè il loro moto è voluntarius: 
forse anche Epic. trovava, dietro Arist.. non del tutto naturale il 
noto circolare, e ha creduto di spiegarlo anch'esso con un poco 
^\ clinamen; non però un clinamen cosciente, o volontà; che sta 
contro Lucr. V, 78-80, dove però non resta escluso un clinamen 
cieco. 




152 



" Cr.TNAMEN , K " VOI.UNTAS. 



o il caso in senso puraincnto relativo, come riiilendiam» 
noi, cirò fuor del voluto o i)reviato o cal<'olubile\ ce lo 
eonfcrma la notizia di Stobeo e di Sesto Empirico ch« 
Epicuro distingueva tre specie di fatti, i necessari, Ì for* 
tuiti e i volontari (.tà fth rwi- j-n'o/iéi'air xat' nrafty 
ytvéini, là ói- xarù vi'X'jV. in rft xaià n^ontgeair. Sext 
Emp., p. 348; cfr. Stob., Ec/. phijs., I, 206; iieircdiz. di 
Wachsm. voi. I, p. 89). ' 

Nt' deve far meraviglia quest'altra infedeltà di Epicuro 
alla rigorosa meccanica fatalità della cosmogonia demo* 
(irltea. Era ancora fedeltà al suo canone, che fonte delli 
verità è l'esperienza. Ricordiamo quanto gran [lostn aveva 
nel paiuiero e nel sentimento antico la Fortuna, conce- 
pita talora come una divinitù, più gcneralmcnt*', forai', 
come una forza misteriosa, indefinibile, affatto vaga, di» 
esercita i suoi capricciosi influssi sulle umane vicende; 
il cui carattere essenziale sta nel non risponde»^ a rA* 
gioni di giustizia, ni'' a ragioni d'alcuna sorta; che nep- 
pure è pensata corno l'incontro relutìvamentf casuale if' 
varie e distinte ^ successioni naturali di fatti, ma anzj 
come qualche cosa di estraneo a queste, die fra quosh 
si intromette e le svia e loro si sovrappone. .V dan 
un'idea (ju ante questo sentimento o concetto fossi^ prc 
fondo e iiuivcrsale e onnipresente, basta il iicnsnre com 
oggi, dopo tanti secoli di cristianesimo e con un tant« 
cresciuto sentimento della causalità nelle cose, pure la 
vaga credenza nella fortuna, che fa a pugni colla credr-nu 
nel volere e nella provvidenza divina e colla causalilJ 
ù ancora nel fondo, non solamente del nostro linguaggio; 
ma del sentire, e del sentire non solamente della gentfl 
volgare, ma anche universalmente delle |»ersone colte t 
pie. ■ Qual meraviglia dunque clic Epicuro ammett(*sss 



' A torto il Masaon intende n'ii dol fortuito incontro dtgU 
alomi in seguilo al rìinamen; questi incontri sono xiit ùriiytt^. 
Anche la poslzionu di il-xit nel pnaso di Plutarco (dopo C'r") **■ 
contro questa interpretazione. 

' Usservate i Kiocatorì ; non dico i giocatori tìiìosI, ma Ì yiìk 
onesti giocatori di tarocco o tresette, preti, modici, ingegneri, f<^ 
terati, ecc.; al t&volino verdi: nessun discorio più comuiiÈ 



A LUCREZIO IT, ECC. 153 

la realtà dì un tal fortuito violante la legge di causa- 
lità, e che anche per esso ammettesse un elemento di 
non causalità negli atomi? Il caso è perfettamente ana- 
logo a quello della credenza negli dei, propugnata da 
Epicuro — e non per riguardi di prudenza; che Epicuro 
fu sincerissimo pensatore. La credenza negli dei e in 
certi loro caratteri fondamentali (un^ altra dottrina di 
Epicuro che è sempre parsa fare a pugni colla sua teoria 
atomica e meccanica) ò universale ; dunque, ragiona Epi- 
curo, questa è una nQÒXr^ìpn; che è entrata e resta insita 
in tutti gli uomini (come vi sia entrata, ora non ci ri- 
guarda); dunque essa ha per origine una corrispondente 
realtà. Anche la iv%ri è una nQÓXriipig siffatta; anche ad 
essa dunque corrisponde una realtà. ' 

Che del resto Epicuro ammettesse, anche air infuori 
del libero volere, qualche spontaneità nella natura creata, 
n abbiamo, parmi, un altro indizio. E il già citato ar- 
gomento che Lucrezio, cioè Epicuro, adduce a sostegno 
del clinamen. Dice Lucrezio: " è fuor di questione che i 
corpi cadenti, se nulla li syii, cadono verticalmente ; ma 
die pur talora non sviino spontaneamente dalla perfetta 
verticale, in misura impercettibile ai nostri sensi; chi può 
asserirlo? quindi neppur degli atomi si potrà asserire. „ 
Ora, questo argomento non avrebbe alcun valore, alcun 
senso, se non v'è implicito che, secondo Epicuro, dei 



vinto di qacsto: che 8Ì è. o abitualmonte o in quella data sera, 
favoriti o perseKuitati dalia fortuna; o se badate, e anche se iu- 
>ligatc un poco, vedrete che non intendono gìk^ colla parola for- 
tona, di indicare il fatto materiale che la serie di combinazioni 
<li ftrte è stata loro pid o men costantemente favorevole o sfa- 
Yorefole, ma piuttosto che la fortuna è stata la causi di quello 
combinazioni favorevoli o sfavorevoli. E se vi ostinate a mostrar 
loro che una tale fortuna non è che una astrazione, una parvenza, 
Qna illusione, non mancherà chi vi dia dello sciocco, perchè negate 
IVfidiinza. — Ognuno pensa subito anche alla Fortuna in Dante. 
' Ond*è che non sarà da intendere come semplice astrazione 
UiUraio; tvx'i ^i Epicuro nella sui lettera morale a Meneceo 
l§ 133): riV« yofiiì^t; éli^ai x()CÌrtoya tov , , , r/^r i.ió iivtù$' Jéaituriy 
(Ì9uyouiyr.y miyteoy ùiny^XtayiOs ^(luaoutyr.y xul ufVAkoy cV uty xar^ 

»»/ uiy uyuyxr^y uycievirvyoy ityat. n^y oi rr/r^r ttnturoy 0Q«y. tu ui 
^Oft l^u^t^ diécnoioy x.r.X. 



154 " CLINAMHN „ R " VOMTNTAS. , 

corpi, aiiohe dei sassi, cadenti e da nulla sviati, {kishou 
sviare e talora sviiiio Bpontaneainentp, È chiaro: la <_■» 
dutii verticale dei corpi seiialbili prova la caduta vertì 
cale dejfli atomi ; la posgibilr cventiinle declìniixioiie ili 
rarpi sensibili prova la possibile eventuale declinazini 
degli atomi. K qui (sia dtitto per incidenza) & un nuoV 
argomento contro il principio: non plus semel atoiitut 
tìtcìinare; giacché il declinare d'un sasso mm può ci 
risultare dal declinare dei o di atomi suoi. Abbiamo igt 
una declinazione in piena natura creata, che sta di mezi 
tra la primitiva declinazione di atomi isolati e la deoK 
nazioue volontaria; abbiamo quindi una gradazione c<rt 
rispondente alla gradazione do' fatti (rispetto alle lop 
cause) riferitaci da Sesto Emp. (v. qui sopra) e alla gt 
dazione di Epicuro stesso nel passo citato nella no 
precedente. ' 

IX, ^ Epicuro, dunque, poiiondo il suo cìinaincn, tii , 
solamente volle render possibile la trasformazione dell'i- 
niziale moto di caduta degli atomi nel moto turbinoso' 
democriteo, condizione fomlamentalo 'pei' la creazione (Jm 
mondi, ma ebbe pure in vista tlì porre negli atomi stfis^ 
una spontaneità di moti, fuori d'ogni iieeessità causale, 
che fosse il fondamento dì certi fatti nella natura, die 
gli parvero esser sottratti, almeno nel lor momento mi' 

' Quost'ordinf! di con 4 l'In razioni non è imto Motto l'inflaMo 
iilee del Ouyau nel cnp. H .lei suo bellissimo libro: La mitrat* 
iV Épicnre, ma in «iffetto ha con quello ìiIpp molti punti dJ Wj" 
tatto- Una differenKa CBseniiale va prrò aTVt-rtitn. Secondo " 
Quyan, Kpìcuro avrebbe introdotta la spontaneità nella naturi 
dietro un teorico principio ontologico, per teorien avversione * 
prinoipfo democriteo della asnoluta necessiUt noUe coso tnttc «Vf' 
un t«orico amore della spontanoilà, come efficafe e necesMl* 
collaboratrice dellsi necossitA nelTopera della natura in tutti i'""' 
stadi e in ogni aua attìvitA; come quella per cui la natura dioeDU 
" capable da mieux ,, Poeto davanti al dilemma " nell'uoÌTervo " 
necessità o libertà „ Epicuro avrebbe detlo: ma cbe dilemmarir- 
monicn conciliazione dei due priitcipt, ecco la razionale spiegano»* 
deiruniverao. Nft Tun principio " entrave „ l'opera dell'altro, f^ 
cb4 ciascuno ha il suo definito campo d'azione : la fiirza della sp«^ 
taneità crea mo'so inimli; ma l'opera sua non va piti in là. pócM 
subito le forme degli atomi e i rapporti matematici dc'MAT' 




A LUCREZIO ir, ECC. 155 

:iale, alla ferrea legge di causalità onde la natura è 
rovernata. E non s'arretrò davanti alla ripugnanza della 
agione ad ammettere codeste infrazioni della legge di 
ausalità, perchè gli parvero imposte dalla suprema in- 
liscutibile autorità, l'autorità dell'esperienza, dei sensi. 
$u quest'ultimo punto giova ora fare qualche breve 
onsiderazione. 

Oli storici della filosofia, anche i più recenti, fanno 

oro nel rimprovoraro a Epicuro d'aver posto come cri- 

erio della verità il senso; e qui trovano il maggior 

legno della sua superficialità e incapacità dialettica, del 

aio philosopkari crassa Minerva; e gli contrappongono 

Democrito, che, pure materialista e atomista, non s'è 

impaludato in un grossolano sensismo, ma ha negata la 

veracità dei sensi e ha detto che la verità sta nel pozzo. 

Per verità il Natorp {Foi'schmigen zur Geschichte des 

Fj'kenntnissproblems, etc, 209 sgg.) ha fatto giustizia 

li queste accuse, e ha mostrato che la coerenza sta piut- 

)9to dalla parte di Epicuro. Quale scopo si proponeva 

filosofia? Spiegare razionalmente il mondo, conciliare 

fatti coi principi della ragione. A ciò non erano arri- 

te le scuole ioniche, che, spiegando l'unità dall'essere 

\ un elemento primo trasformantesi per tutte guise, 

?onoscevano il principio razionale dell'immutabilità 

'essere; gli Eleati, inversamente, ossequenti alle esi- 



?voli moti assicurano T imporo ai foedera naturai. Si direbbe 
che ii Guyau sia innamorato anche per proprio conto d*un 
o connubio di determinismo e indeterminismo nella umana 
i e nella natura tutta. Ma a me pare che questa intorpre- 
e del pensiero di Epicuro passi il segno, e faccia dire ai 
ili di quello che veramente dicono. Per me Epicuro ha messo 
latura, accanto ai foedera naturai — che soli teoricamente 
lono dal concetto fondamontalo atomico meccanico, e sono 
trumenti della regolare attività della natura — ha messo, 
la e là un pizzico di spontaneità, semplicemente perchè ce 
vata (e nel caso speciale del libero volere ci teneva par- 
ente a conservarla); e trovatala nella natura, l'ha posta 
sita anche negli atomi, dappoiché tuttociò che avviene è 
)inico. Ha francamente accettata T intrinseca incoerenza 
ra spontaneità e necessità meccanica, perchè per lui il 
spericnza stava al di sopra d'ogni teorica coerenza. 



15G 



- CLrNAMEN , E ^ YOLUNTAS. 



geme ilelhi ragione negarono il mondo fenomenico: mi 
negare non è spiegare; sicché ftncli'eeaì vanivano ini^no 
call'inteat'i della fìtosotìa; elio il l'atto inne^aliìle, 
fosse altro, lìella parvenza fenomenica andava spiegat* 
V, merito Jegli atomisti il' aver trovata la conciliazioii 
lini line termini, d'aver trovato — fiiicliò si resti sopr 
il terreno materialistico, e sulla hiise dell'egunglianza: ee 
sere = materia: né alcuti'altra era fino allora compars 
sull'orizzonte dello spirito umano — k vera solu/-ion 
del problema: tanto che essa regge ancora oggi, entr 
i riconosciuti suoi limiti. Atomi, vuoto e moto danno l 
materia, la eterna e immutabile materia <lu una parti 
e tutta la varietà e mutabilità del mondo fenomenìa 
dall'altra. Scnnoncliè Democrito veniva meno esso pun 
all'assunto della lìlosotia, quando negava fede ai sensi 
e quindi al mondo fenomenico, che pei sensi soltanto < 
^ noto. Aveva seminato, ma non raccoglieva. Raccola 
invece Eidcuro, e fu coerente, affermando che non si pu 
essere materialista senza esser sensista. Dato di fatti 
non è che il mondo sensibile; e la inateriii, l'essere noi 
può arrivare a nostra conoscenza die per via del senso 
(Questa (hinque è 1' unica jiorta del conoscGi'c. I princip 
di ragione, dunque, non possono avere antoritA, so noi 
in quanto derivino dal senso e sieno una claboraziou 
di esso, e contro di esso non hanno quindi autorità- 

Presso a poco così il Natnrp difende il sensismo < 
Epicuro, Mii si può considerarlo anche sotto ud altn 
iispctto. Il canone tanto deriso che la il senso critetM 
fondamentale della verità è per contrario (a mio avviso 
la parte più geniale e originale del pensiero di Rpieuroj 
è il concetto cardine sul quale s'impernia saldamente Ift 
forte unità dei sìslema. Si osservi infatti. All'età di Kpi-^ 
curo, come si sa, la filosofia greca aveva mutato ind'h 
rizzo, in quanto al problema cosmogonico s'era sostituite 
il problema morale. Intento supremo della filosofia non 
era più quello di spì-'gare nuionnlmentc il mondo fono 
monico, ma di determinare, sul fondamento dì (]uelli| 
spiegazione, in che consista Ìl vero bene, e quindi qua!( 
sia il oritoi'io tlella umana condotta, iatesa al laggiù» 



I 

l 



A LUCREZIO li, ECC. 157 

^ìmcuto della vera felicità. E ciò stesso si proponeva 
Epicuro. Ma egli ebbe chiarissimo il concetto, che per 
una sicura determinazione del criterio morale era anzi- 
tutto indispensabile che sicurissima e certissima fosse la 
base ontologica; mentre invece, guardandosi indietro e 
intQrno, vedeva i diversi sistemi di morale, insegnati 
dalle diverse scuole, mancanti di solido fondamento; giac- 
ché Puno era attaccato a una fantastica speculazione, 
dove era attribuita la realtà a cose puramente pensate, 
a sup|K>sto entità incorporee e negata alle cose materiali ; 
un altro era accozzato al fuoco eracliteo senza alcun vin- 
colo essenziale; un terzo s'accontentava d*una base ve- 
risimile, od anche, per disperato, voleva trovar una base 
nel dubbio universale. Tutti sistemi maestri di virtù e 
«li forza d'animo, ma dai piedi di creta. Epicuro, dunque, 
si disse che unico fondamento saldissimo era la realtà 
della natura; questa sola poterci dire che cosa l'uomo è, 
quali i suoi veri bisogni e quali i mezzi per soddisfarli. 
Ora, quale altra realtà possiamo noi affermare all'infuori 
«li quella che la nostra esperienza — direttamente o 
indirettamente — ci fa conoscere? Ecco dunque la fon- 
damentale importanza, per la risoluzione del problema 
morale, di ben chiarire e mettere al sicuro da ogni dub- 
biezza l'autorità unica della esperienza, ossia del senso; 
di mostrare che gli elementi razionali (i concetti gene- 
rali e collegamenti logici) della nostra facoltà conosci- 
tiva — elementi la cui autorità nel nostro giudicare già 
per questo s'impone, che sono un fatto generale di tutti 
(fli uomini — non sono né possono essere in reale con- 
traddizione colla esperienza sensibile, poiché non sono 
nò possono essere altro che esperienza sensibile accumu- 
lata e condensata; di mostrare da una parte la inanit/t 
delle costruzioni idealistiche e doi complicati edifici dia- 
lettici, nel comporre i quali e le quali e si trattano come 
cosa salda i fantasmi individuali della mente, e arbitra- 
riamente si tìran le parole del comuii linguaggio a si- 
gnificazioni diverse da quelle comunemente intese: dal- 
Taltra la inanità delle obiezioni scettiche contro il senso 
e la ragione, figlia del senso, spiegando come i pretesi 




158 .- CLINAMEN „ E - VOLUNTAS. „ 

errori dui seiiHi) si risolvessero in arbitrari oiiinamunti 
personali, e mostramlo l' iutriiiscca cuiitra<lÌzioite che ìt 
Dell'obiettare al 8«iiso in sé stesso. 

Né accettare lu suprema autorità del senso si^nitìct 
per Epicuro adagiarsi e riposare nel puro mondo Ceno* 
menale, quasi ultima realtti, come fa il comune degìì, 
uomini. Non si potevano negligere le esigenze insofPO' 
cabili della ragione, non solo per la legittima origiofll 
della ragione stossii, ma anche percliè sarebbe stato i 
cadere in pieno scetticismo! che accettare o non accet- 
tare una data dottrina è atto di ragione. Val quanto <ltK 
che anche a Epicuro, anni a lui piìi che mai, era indi- 
spensabile una buse ontologica razionale del sisti^ina ni<h 
rale, una ontologia che non fosse in contraddizione ivi 
mondo fenomenico, anzi lo spiegasse, e fosse anche in 
pieno accordo col principio gnoseologico sensista. Penim 
sta parte del sistema Epicuro non ebbe bisogno di cercar» 
una soluzione, perchè v'era gih: l'atomismu. Kd ì 
giou VL-duta che Epicuro adottò la dottrina di LeuL-ippO 
e Democrito, non giii, come s' ha l'aria di intendere gei 
neralmente, per avere un sistema co»ìmogonÌco purché»* 
sia, che servisse da sottocoppa ni sistema morale: ]>os8& 
o non possa aver influito sulla scelta di Epicuro l'avaP 
egli avuto per maestro uno scolaro di Deninorito, ciò nutt 
infirma punto il fatto, che l'atomismo — come il vei 
e solo sistema, che, senza ricorrere, come a realtii. a sem- 
plici cou.ce2Ìoni del pensiero, anzi procèdendo anche |>e 
deduzione da fatti d'esperienza, conciliava i due termini^ 
mondo fenomenico e condizioni razionali dell'essere — ( 
il solo aistetna che intimamente ai collega, anzi si fcuit^ 
col canone sensist^i; e che dal connubio dei due il s 
morale di Epicuro nasce per logica neci'ssità. Pure, ijU* 
sta adozione del sistema di Democrito é il fondamonU 
per la ripetuta accusa che Epicuro non fu pensatore ori 
ginate: quaaichò l'originalità consista nel ripudiare I 
veritiì acquisite. 

L'osicchò ti'a Epicuro, che, corno è noto, si valicavi 
della originalitti u indipendenza del suo pensiero filosv 
iko, a i derisori di quMto suw vautu, U ra^ioQS i 



A LUCREZIO ir, ECC. 159 

piuttosto dalla parte di Epicuro. La sua canonica, la sua 
fisica, la sua morale costituiscono una vera unità orga- 
gica; e il cuore di questo organismo è la sua teoria della 
conoscenza, il suo sensismo, che in lui è realmente un pen- 
siero originale, perchè è in lui per primo che appare non 
solo concepito con tutta la coerenza, ma anche inteso in 
tutta la sua fondamentale in] portanza. Epicuro è il filo- 
sofo positivista dell'antichità. Un punto lo divide dal no- 
stro positivismo moderno. Egli non è relativista; egli 
crede che la sua realtà è la realtà assoluta. E relativista 
non poteva essere Epicuro; soggettivismo per lui non 
poteva significare che radicale scetticismo. A quello sta- 
dio di sviluppo, lo spirito umano non poteva ancora as- 
surgere al concetto che mondo fenomenico e scienza delle 
sue leggi sono realtà e scienza, anche se non siano che 
un simbolo di una realtà ultima. Ma Epicuro è all'uni- 
sono col positivismo moderno nella determinazione della 
materia (e implicitamente dei limiti) del conoscibile, e 
nel collegamento della scienza della natura e della mo- 
rale con questo principio. E non per nulla, infatti, Epi- 
curo e stato il primo che ha fondato la morale suU'espe- 
rienza, è stato il creatore dell'utilitarismo. L'edonismo 
di Epicuro si stacca profondamente dall'edonismo di altri 
per (juesto, cho, non campato in aria o fondato sempli- 
cemente sopra una teoria egoistica angusta e di corta 
vista, deriva invece rigorosamente da una chiara conce- 
zione della natura delle cose e del principio gnoseologico; 
si distingue ancora, perchè, posando appunto su questa 
solida base, si evolve in forma di morale utilitaria e 
quindi di morale sociale, e può logicamente assurgere a 
quella severità di precetti morali, pei quali, come ognuno 
sa, la morale di Epicuro ben di poco sta indietro ad altri 
sistemi morali per severità famosi; o per dir meglio li 
vince, in quanto ripudia ciò che questi hanno di esage- 
rato, di artificioso, di innaturale. Giacche ò errato il con- 
cetto di coloro che nella severità della morale di Epicuro 
non vedoQ quasi che una amabile contraddizione coi prin- 
cipi, un frutto della virtù personale del filosofo; è logica 
evoluzione del principio (vedi GuvAr, Morale (rEpt''inr)\ 



mi 



■ rUNAMRN , K ■* VOLUNTAS. , 



e le gravi ìiuperrezìoiii e lacune che remlono ìl sJsteiM 
morale iH Epicuro così inferiore per valore scientìfico^ 
iin/.i quasi fanciullesco, in confronto ilei piìi inodi'rni ai< 
stemi (li morale evolutiva, nascono ilalln ignoranza dì 
certe leggi che solo la scienza dei giorni nostri ha saputq 
trovare; in partic^lar modo intendo la legge della ere- 
dità accumulata. È questo un pnnto importantissimo, sd 
quale non voglio qui insistere, perchè richieilerehbe troppa 
lungo discorso, e dovrebbe anche estendersi a considemrft 
fino a f|ual segno e sotto quale aspetto, non solo Epicaro, 
ma gli antichi in genere avessero i|ucl concetto, che è ■ 
noi cosi l'iimigliare, della " coscienza morale ,,. 

Ma son già troppe queste divagazioni non filologiche. 
Delle quali però !• filologico lo scopo; che quanto più è 
messa in luce la importanza capitale del canone gnoseo- 
logico nella costruzione del sistema epicureo, tanto pia 
appare evidente la necessità in elle Epicuro si trovava d' 
affermare una fisica libertà del volere, e di trovarne la ra- 
gione fisica fondamentale; ciò vai quanto dire che è ver» 
dottrina dì Epicuro quella che troviamo in Lucrezio, dellft 
dipendenza del lìbero arbìtrio dalla declinazione atomica^ 

X. — Discorrere del problema della volontà in Epicuro, 
senza dire una parola degli interessantissimi frammenti 
ilei libri ne^l g>vaeu>i. dì Epi-uro, che vi si riferiscono^ 
sarebbe strano. Questi frammenti sono stati pubblicati 
dal Gomperz nei SitzHugsbm-. der k. Akad. der ]Vissen9cK 
za Wien, 1H7G, p. 112-5. Il Gomperz ricava da quei fram- 
menti che Epicuro non era un indeterininista ; che era n*' 
mico del fatalismo, non del determiniamo, e non credev* 
che gli atti umani sJeno senza causa; e credeva moral' 
mente lìbero (come era per Voltaire e altri) colui le cui 
azioni sono determinate dalle sue convinzioni, Jógai; t 
come i migliori pensatori dei nostri tempi (St. Mill, 
(irote, Kftin) evitava nel parlare di volontà la {tarol* 
" necessità „ come conducente fuor di strada, e come que" 
stl filosofi teneva per sconveniente esprimere colla e 
parola l'effetto di una causa irresistibile e l'effetto ' 
([uniunque cauea in genere. 



A LUCREZIO ir, ECC. 161 

Il Gomperz scopre ancora in quei frammenti, che Ja 
teoria del volere di Epicuro riceveva un particolar colo- 
rito dalla unione colla sua e democritea dottrina della 
conoscenza. Il problema della volontà s'appuntava, cioè, 
per Epicuro nella questione : come può un atto di volontà 
essere eccitato dal sopraggiungere d'un eiómXov^ e in- 
sieme essere determinato dal complesso delle nostre con- 
vinzioni, cioè (nel suo senso) dal complesso della nostra 
personalità? 

Ora, circa a quest'ultimo punto il Gomperz fa dire al 
primo frammento più di quello ch'esso dice. Ve detto 
infatti (se ben intendiamo) che gli €iò(o?.a irruenti dal- 
l'esterno sono subordinati, nella determinazione della vo- 
lontà, al soggetto, alle sue credenze, alla sua natura (?) ; 
ma non già che i moventi interni (credenza, carattere) 
sommati cogli esterni, costituiscano tutta la determina- 
zione all'azione, il che implicherebbe appunto la dottrina 
determinista. Epicuro non era, come vuole il Gomperz, 
un determinista. Qual' è il punto essenziale della dottrina 
<leterminista? Che un'azione è la esatta risultante di tutte 
le forze, impellenti o contrastanti, interne ed esterne, che 
in quel momento furono attive a determinare la volontà ; 
la qual volontà, pertanto, non poteva in quel momento 
esser determinata altrimenti; e ogni nostra azione, in 
sostanza, nel momento che si compie è fatale che si com- 
pia. Che cosa dicono invece i difensori del libero arbitrio? 
Essi non negano la grande importanza, anzi il neces- 
sario concorso, di tutti codesti moventi, di codeste forze 
impellenti o contrastanti; ma sostengono che, oltre al 
'•omplesso di tutti i moventi, e' è un altro momento fuori 
conto, il libero decidersi della volontà, che può da solo far 
contrasto anche alla resultante di qualunque complesso 
Ji forze; sicché ogni azione volontaria (umana), nel mo- 
mento in cui si compie, potrebbe anche non compirsi. E 
questo è anche ciò che pensava Epicuro, come è confer- 
mato anche da questi frammenti gomperziani, prudente- 
mente intesi. In essi si vede bensì che Epicuro contrap- 
pone la èvayxri dei motivi penetranti dall'esterno agli 
elementi subiettivi, come le iót(^i e l'assenso dato a un 

OiutaAKT, Shtdi luerezianù W 



IG-2 " CI.INAMKX . E " VOLUXTA^. „ 

altrui proprio riifriunamoiito ; ma gli ò che egli c«i« 
dera questi elementi conio formanti parte d«I libero 
lìecidcnte, come prova anzi di tiiH-sto libero deridei 
<leiraiiinio; oliò aiiclin l'assentire ad una Jui'n per Kpicui 
t' un libero atto <Ieir animo (come dai frammenti stei 
risulta), non giil un necossario effetto del grado di for 
persuasiva di una ragione combinato colla antccedcni 
disposizione e preparazione doiranimo; ai noti, anzi, coi 
eapressiunt-'nto Epicuro respinga il concetto di necrssii 
già pel latto die le medesime ragioni hanno su divcn 
diverso effetto. 



Kcco i frammenti; 

Pap. li>OC, '20: — iÌìì fèpx'l»'--- '« J"*»' *'V in(i(i) i 
ri' Bt'i r{a)'hi Tif J' f(',- ùitifi{iiifQ)n (f)aitr MÌ (xaf) :tQn{Ì)(m 
(xai) àiavoi'fi(f){ov xiù 3ia^£(ffe)oie . . . mate nag' ìjii&ii, 
ló(Ff) cÌ.tAiòs lì) ((.ro/tj-n'i'i,(/rtv)oi- 'jO'O'' i-lf^f^C') ■■ ■ '"] 
è* io(ì') 7jfffi(xov(t)oi x(K)i'((r(r(pij)i' Àie for; nft(jfli's; 
eÌ0Q{Éovt (t -Titp' (^/ul; (ió)if yf({v)£aOai xaì :ragà t("ì») 
V/ieff (■>«),- (kw) !,fi(ò,)r <tr(ru',v) Só-^u^ . . . 7j)(tQ» t!,v 
y(r)(nr — 

In queati brani «eX'j si riferisce alla prima causa 
movente d'uu'azione, ossia all'idolo che vicn dal di fuori 
(cfr- framm. seg. : (■'»' iji t' à^x'p fft'ffrnffff). Qui duiiq»" 
'^'1* "&X'fi *i indizio che ut iiév, tit JSi significano codosh 
impellenti esteriori. iVi quali, dunque, dice che * 
riceviamo (insieme) di quelli che ci spingono verao certe 
azioni o pensamenti o disposizioni d' auinio, e di quelli 
che ci spingono verso altro azioni, ecc.; talora aucbe « 
spingono in due sensi contrari. K chiaro dunque die il 
risultato (l'azione o opinione, ecc., per cui ci decidiamoi 
flarà fatto nostro, sarà in nostro arbitrio. . . gli impel" 
lenti che dall' ambiente, pei pori, iwnetrauo per nccW" 
sita meccanica dentro di noi, diventano subordinati » 
noi, alle nostre personali convinzioni... alla nostra M" 
tura (?) ,. 



A LUCREZIO II, ECC. 163 

I(L» 21. — oi(iÈ à7t)o).EÌiihi là naiiìi rov ylvi{alifa) 
rQv9t(j^éiv TÉ af.Xì\Xovi xnl (/i)ax(f ff) tf«» xai [leinQi'OfuXfn- 
[«te) »f éX**''"» *"* *"'' éa(r)Toli Tt)»' n((r)i'rtr xai oi'xl èr 
""S ^s t^^S fiórov avacaosi xai èv tj roC nt^iixoriùì xai 
mfimóviog x«m rò rti'ró/taiuv (n'((;'xij{(). f/ j-rf^ tu xai xw 
ror9fr((v xai rtji i-ovt}et3lal}ai tÌ,v xaià rò «r(T(>)/(«(T)or 
àni/xrjV rrf(oa)v{^iioi) — 

" Contili uamente iti noi sorgono passioni ed affetti (di- 
versi negli uni e negli altri), e gli uomini continuamente 
si ammoniscono, si combattono a vicenda, e avviene an- 
che che gli uni riescano a persuadere o convertire gli 
nitri. Tutto ciò suppone che noi abbiamo una causa delle 
nostre deliberazioni (siano deliberazioni pratiche, siano 
ileliberazioni teoriche, ossia l'accettazione di credenze) 
anche in noi stessi) e non solamente nell'iniziale afflusso 
'li elementi (principalmente idoli) esteriori, e nella auto- 
matica necessità di ciò ehe ci sta intorno e ci penetra. 
Che se alcuno voglia attribuire anche al persuadere ed 
esser persuasi . . . (certamente erra). „ 

Alla conclusione die manca potrebbe appartenere i'%" 
^Advij,- del brano seguente. Queste ultime parole, del re- 
"to, stanno proprio contro ogni parificazione del pensiero 
di Epicuro col moderno determinismo. 

H., 22. — (')'Is 7TXavì,~. rts$txu{Tw) j'«(c) ó ((o)(oi"ro~ 
'-«l'I»* iQfnf(iai) xai ovdfTTote àvvaiat ^f§aiò)<sai. ù; iaii 
'warra nàvta ola xà xat' àvdyxt^v x(t?.oì<ftsv, à/.là /idxftai 
"w 7Te(pì) at'i(o)v Tothov ùg d(i' i^)aviì.r d{7i)a{Yo)gei'ofiéi<j), 
"ttt di Sn:ti{fov') >,((), waliv xai' dvtiyxrjv -covra TiQdiietv 
'"»ó lóyior dei. «rx {é)7itXoyi^£tai t{y) z<^ eh favròv ti)i' 
'"'rial- dvé(ni)eiv To(r) x(t(r« i)Qi'moy /.eloyia(!>ai, (ìc) St 
COòr (dti)^ia^rjTovi'ia ro5 /(«) {x]aitt iqiitioi; fi àè fiì, à.^o- 
^r)oi (fi),- fa(v)vò(r. d(XV e>'g tÌ,v - 

Riproduco, come sempre, lezioni, integrazioni e inter- 
punzione de! Gomperz; qui però preferisco una forte iii- 
^rpwn'-ione dopo àTrayo^evoftérM, e semplice virgola dopo 
•"<■. Intendo (facendo seguito a ciò che precede): " fiiac- 



164 



• CLINAMEN , K " VOI.UXTA.S. 



che è UH discorso cho va a gambe all'aria (euutradiJitó 
rio in sé sttssso) e che non può in nessun modo far fed< 
i|uelln che vnrrelibe persuadere die tutti siffatti effcti 
(cioè della persuasione indotta in altri) sono come qud 
che noi chiamiamo di necessità; che chi ciò sostienfl 
tentando di persuadere ad uno appunto ciò stesso, è neU 
naturale presunzione che quest'altro sia per sé s 
per un' intima sua ragione, indotto a pensar diversa- 
mente. Che se poi vuol spingere la cosa all'infinito, di 
cendo che quest'altro è stato per necessità indotto ilt 
errore da ragionamenti (di un altro; e questo altro allit 
sua volta, ecc.) ; con che diritto può egli sostenere che il 
lui stesso è sempre capitata la causa (necessaria, esteriore) 
del concluder giusto, al dissenziente del non concluder 
giusto? n Dalie ultime parole « ^è /ti. hVo^.ij/o/, ecc., non 
so cavare ftlcun costrutto. Forse introducono quella ipo- 
tesi, che, se fosse vera, darebbe diritto di dire ciò che A 
detto in principio del brano seguente. 

Id-, 23. — Y^vÉaSai . . . (tov)n> ài' à%'«yxr,v iiak(ù)i n«(0 
((i- y«(t)'i- '^'' ^^ ^'jT'i; (ovto i(nodfiS(ìi\ /iiiS" 'e\^ìei iflàr 
ri nvrfoy'»' iiifS" l'iffitìjfitt à7ro[T'iffffTtir mv xaknvvifi dt' ijfMvr 
nvTiTiK n]v ahiar avvTfltiPtitv. À(?l)ù (miji-S' oa(a) tri 
(!(' (),t(tùi' àrtùòoxtftdìi.nvTf? ri,v nìriav (;reJi [?] ;rpotf|iKl«i" 
fteitn [?] .Tp«'rjf(ir, taì'ta *ai') àvdyxrjv ti Qoanya^c >'[»)* 
óvofia ftóvov àfté{ì.)ei e^yov (rf') ovitèv ìjfiMr iifia{x)oafti(is{n}> 
l'óanep fV éviiov ò avri}(p)Ùn' rà Ttoìn xar' ifi-aj-xt^ ktit, 
il[Ti)oTaÌftetv etcì'Je roi's nQo(t)ìi'/tovii(rovi na^{à') ^ai w 
.7((»)rt(i)ie/i'. ^riTiflfi è' Il ònirota fvQBìv lò noT^ov) (o)w " 

(jiovfitvov !iQdtf)tiv. or yàff t^n — 

Intendo lo prime parole: " (allora) ognutw a gin*** 
ragione direbbe ciò avvenire per necessità „. Quale è l'i' 
poioai fatta? — IjB righe che seguono, cosi come soDir 
mi riescono incerte; però il senso generale dovrebbe w 
sere: " ma chi potrebbe provar ciò? e chi il potasse, 
rinuncerebbe con ciò a quoirelemento cooperatore dentro 
, di noi. n quella nostra mossa interna, che <• ptir itpi""' 



A LUCREZIO II, ECC. 165 

saria per (ed è presupposta nel tentativo stesso di) disto- 
glierci da quelle azioni che noi compiamo, chiamando 
noi stessi in causa. Ma in verità, chi di tutte quelle 
azioni di cui ci facciamo rimprovero attribuendo la causa 
a noi (? quasi domandandoci come c'è venuto il deside- 
rio di farle); chi, dunque, di questo ci grida: — " avven- 
gono per necessità „ — , cambia il nome, ma, in effetto, non 
cambia per nulla Peperà nostra; come infatti talora chi 
l)en intende quali sono le cose secondo necessità, suol 
distogliere pelasene bramose di coiimiettere qualche vio- 
lenza. L' intelletto cercherà di trovare quale sia quel ge- 
nere d' azione che è da giudicare come il fatto da noi 
stessi, e da noi stessi desiderato di fare „. 

Id., 24. — S' aÌTto'JM)YìffiaviBc i'^ a(*XJJ^' ixavo)^ xid ov 
n(6vov i)wv 7tQo(^Té)Q(o{v) TTo/.v óievtyxari€^ dk?.à xal rwr 
i'dfSQov no?J,a/i?,{a)oi[(ac) t?.aiy{o)v éaviovc, xainsi) èv «//o/w 
nsya/.a (1. /leyà/.oi), xovifiaarre^ (e)v io (1. tm) t{Ìì)v «myxr^r 
x«/ iavróti(^a€o)v ndvxa dvvaai^ai. o óì^ Xóyog avròg o rorio 
òiòddxftìv xaiedyvvio xal è?Miiiiiavs xòv ttvdga iole h()yoi^ 
•^?òs Tt]r rf(>(ì")av avvxQov(o)via^ xal si (ju)/) Xì]Dì^ iig stiì 
«(w)v iQywv TÌj*,' do^rfi éveyeiveroj (Svvexoìg iiv t[7.)vròv za- 
^«(rjiovra, /) d^ èxodrec %ò rf^': rf(ó)J'j^', xnv lou sa/diou 
{ii)(ii7ie(i7i)iovra, ij(* óè' fi)ii txQd(i€t) rdasoa; (o (tvdaeiocy) 

Epicuro allude qui per fermo a Leucippo e Democrito, 
'li cui loda i principi fisici, ma condanna la ei!IltQl^^tvì^ 
" Ci furono dei filosofi clu^ rettamente spiegarono le cause 
nei principi fondamentali, e non solamente di molto su- 
|>orarono i loro predecessori, ma per più rispetti anche 
«luelli che vennero dopo : ma jmre, per (|Uanto grandi in 
ultre parti, non s' accorsero d' errane con grande legge- 
rezza nel porre che la necessità automatica (meccanica) 
possa fare ogni cosa. Era questo un concetto che si fran- 
geva (già per questo che) rendeva V uomo coi suoi fatti 
cozzante contro la sua cn^denza, e — ise non fosse un 
certo oblio della credenza nei momenti dell' agire — lo 
metteva in una condizione di continuo turbamento e con- 



166 " CLIXAMIOX „ E " VOrUNTAS. „ 

fusione; (elio inratti) laddove prevalesse la credii^iua {a 
l'uomo rinmtiessi' f<.^dele aWn credenzn) essii iluvreliljc an 
dar incontro anclie agli estremi pericoli (senza nulla fai 
per evitarli) ; laddove non prevalesse !a credenzn, vg. 
8Ì troverebbe pieno dì contraddizione, per il contrast 
(tra il suo pensiero e il sito modo di condursi). „ 

Id., 25. — àftyÓTfQo xfMirfT(ai tÌj)v aìiiav xai /lì, avn 
niairaduh'a tà prega ì^nò liòv èif^oiv /i(i))J^ av%-t.'i{ta)i 
/iFi'« xiù ^ttt{l)6nevit rialti « x^óiuo^ tioX?.(c twv toioi- 
ff('r(,-r)(/rrcn' xal iflixiac xai d).Kai airtac, o'àiv ... ai' 
Biiiióyov ... xai ^ n^p) ri)v ai'(tiav) . . . 

" (Dimodoché e l'uno e l'altro ordine di fatti) lianm 
ambedue la loro causa speciale, e non sono giù stati nv 
vinti e strascinati gli uni (fatti) dagli altri, e neppun 
avvinti forzati... , (?). (Ed è pur da credere che) "è 
cnndo i tempi intiir vengono motti siffatti elementi, comi 
lo diverse età e altre cause . . . „. 

Qui e' è poco da concludere. Si potrebbe vedere iid 
secondo pensiero un Epicuro determinista ; ma a torto- t 
determinista distinguo bensì tra cause esteriori o int& 
riori, ma per poi calcolarle insieme, e, fatte le ilebil* 
somme e sottrazioni, riuscire at risultato matematica* 
mente necessario; Epicuro al contrario vuole qui soiJMt* 
tutto far rilevare la mancanza di collegamento tra l« 
cjiusc esteriori e le interiori, nel che, in fondo, gli par 'li 
vedere la imiiossibilit;"! di un calcolo complessivo ilcit'-' 
uno e delle altre. 

Dellultimo di codesti frummcnii non ai vede nepiiure 
che abbia relazione colla (juestione del volere, ma for«. 
per le prime parole, si collega con quella libertà dell'ili- 
terno giudizio. Hie abbiam visto risnltarcj ijui come*Ìo'' 
trina epicurea, ed è forse il più interessante frutto chp 
da (]uesti frammenti possiam ricavare. Il resto pare un» 
esortazione finale. — (/i)t<nj'' ài lù é'i 'nnùv, iiraia'à^v^i 
tov fi nii A>j(|('ó/if!>ie, zig à xartHv x«Ì io{v)!tixiJttì\ii)y .^^iltt 
*à à»t tw{v) éo'imv 7teiiatvó(jie)vttf rfÀÀ' ttxvXovitiftnftfì- ia)»-^ 



A LUCREZIO II, ECC. 167 

yw» rate j((S)v -toAAwv yo^rtr(c), olxiaeT(a)i nana, (x)a'/* a , , . 



« e 



Il JfCW V7r BQOXff — 

... "se non comprenderemo qual è il canone e il di- 
scernente tutto ciò che affermano le opinioni, ma segui- 
remo ciecamente i pregiudizi della moltitudine, tutto se 
ir andrà „ . . . 



APPENDICE. 

(v. pag. 133 nota.) 



Profittiamo dell'occasione per tentare una interpreta- 
zione completa del non facile paragrafo. 

K riferiamo anzitutto il testo greco. 

fio. hai ,1111' xaì rov itTtsiQov ole juèv dviardru) ij xar(OTUi(o 
'»r dèi xarr^yoQeTv rò ava) T^ x(Ìt(o' fì^ f^iévxoi rh vnèQ xfyaA^c, 
f»ti^v av afòìfAev etc ansiqov aystv (ji/óv^ iirfibnors (farsi- 
^l)a( lovro tffuv' '^ ri v/roxarcù rov vori'àtvioz stg imsiQov 
'?.»*« ffi'w Tf €ivai xaì xiuo) nqog tò avtó' rovro yàq dòvrarov 
^lavor^S^T^vai. iittce hdci iiiav Xa^elv (pooàv r»)v avco voovinkVìjv 
f^u urrsiQov xal luav rì^v xcerco, dv xaì fivQidxig ttqÌk rovc 
'^(tòaz iwr érfdvw rò nao^ t^iiiwv (fsgóinfvov ^^V^ loiV vnèQ 
*f<fa/.ìj^ ì^iiwv tÙttoìk dtfix.ì^iai /^ ini ^^^v x€^a?.ì^v tmv 
'.Toxffrft) tò naq^ yiwv xdiit) (fSQtUisvov' ! y^^Q *^^'^i ^OQa 
''»'i>M' tjTOV ì-xarhQa ^xaréoct dvTtxdiitvìj in^ aTreinov vostTai, 

I colici ozieggiano tra ì] e xaì in mezzo fra dvayrdro) e 
««rwraift); TUsener legge xaì] io sto con ì] per il naturale 
riscontro con ti tra dvw e xdroh E parimente nelT incer- 
tezza dei codici, tengo le forme avverbiali dvwrdrco e 
««iwmrw, mentre Usencr preferisce dvcordroì e xarwidrco, 
-Von accetto la lacuna clic Usencr mette dopo xairjoQfTv. 



168 



" CLINAMEN „ E " VOl.UNTAS. , 



Vuol dire che all' Usener paro che la prima projioeìzioq 
non dia un aonao, mentre a mo paro dì trovareelil 
L' Usi;npr legge ifìrov per tiynv òv; in preferisco no 
sacrificare aytiv, eosi adatto al contesto, e piuttostd leprg 
è$óv — senza escludere la possibilità che Epicuro abbi 
scritto anche il solo <>v = t^ùvy sutl' analogia di 

Ed ora veuiauii) all'interpretazione; 

" Dell'infinito (spazio) non s'iia a dire che l'alto Oi 
basso sieno un vero e assoluto alto, un vero e assolut 
basso. [Giacché ciò significa l'espressione di Epicu] 
" un altissimo e un bassissimo „. Infatti un vero alto 
un vero basso non c'è se non dove c'è un altissimo 
un bassissimo, un'efrtremitii alta e una bassa, ossia il 
una linea verticale finita; in essa ogni punto sarà alt 
o basso, e più meno alto, e più o meno basso, sei 
che sarà vicino piuttosto al punto altissimo o al bassit 
simo. Se la linea è infinita, nessun punto si potrii dip 
alto o basso, perchè per ciascuno la distesa della linei 
in su o in giù i'- sempre eguale]: certo è che nella dira 
zione dal nostro capo in m, essendo dato di procederà, 
da quel punto qualunque dove stiamo, all'infinito, ciò 
[un vero alto o basso] non l' incontreremo mai. [Si aspet- 
terebbe che Epicuro dica, che non incontreremo mai od 
vero alti) andando in su, né un vero basso andando ui 
giù; ma, anzitutto, era inutile dire della doppia (iirt- 
zione, essendo evidente che ciò che vale p<;r l'unii vale 
anche per l'altra; poi, anche solo procedendo verso l'alto, 
non solo non si trova un vero alto, ma neppure uu vero 
basso; infatti uu punto che sia mille miglia più in*" 
della mia testa, non solamente non è un vero più alto 
della mia testa, rispetto uW hi fi itilo, eguaio essendoli 
distanza che sta davanti all'uno o all'altro punto, IO"! 
per la stessa ragione, anche la mia testa non è un v^ 
rumente più basso del punto mille miglia più in sQ' 
Epicuro, dovendo, come or vedremo, aflerraare un'alti» 
cosa che vale identicamente per l'infinito in su e per I'id" 
finito in giù, ha distribuito le sue due proposizioni attiì- 



A LUCREZIO II, ECC. 169 

buendo, apparentemente, la prima — a rigore: la giustifi- 
cazione, o, meglio, un'altra forma della prima — all'in su, 
la seconda all'in giù. Ecco ora la seconda proposizione:] 
E neppure è da affermare \ì'ov i^f xntriyoQEìv rogge anche 
(|ucsta seconda prò [)osìz ione] ohe il disotto, d'un punto 
l»ensato qualunque, stendendosi all' infinito, sia nel tempo 
stesso un alto e un basso rispetto a quel medesimo punto. 
Ciò è impensabile. IVale a dire: dalla precedente nega- 
zione d'un vero alto e d'un vero basso nell'infinito, po- 
tevano degli avversari inferire la negazione di un vero 
alto e basso anche rispetto a un punto determinato. In- 
Tatti so un punto mille miglia sotto dì me ha davanti 
a se, nella direzione all'in su, un egual cammino che ii 
|)unto mille miglia sopra la mia testa, nessuna differenza 
ètra i due punti, e quello che chiamo a me inferiore, non 
c'è ragione perchè io non possa chiamarlo, al par dell'al- 
tro, a me superiore, e viceversa. È un'argomentazione 
(come quelle argomentazioni eleaticlie che, nello studio 
Atoniia, abbiamo visto combattute da Epicuro) di avver- 
sari neganti la realtà dello spazio, |)er l' intrinseca con- 
traddizione tra l'infinità dello spazio — infinità inerente 
al concetto stesso di spazio — e la distinzione di luogo da 
luogo — pure inerente al concetto stesso di spazio> Anche 
<|ui Epicuro s'immagina di far le parti giuste, lasciando 
i suoi diritti all'infinito, e i suoi diritti al senso; e ri- 
sponde che la realtà d'un alto e d'un basso, rispetto a un 
punto determinato, è d'intuizione immediata. — Ed ora 
tira dalle due premesse due conseguenze, che fonde, .nel 
linguaggio, in una sola:] Perciò è da ammettere un cam- 
olino all' insù; ma uno solo, [cioè sempre uguale, non ora 
più ora meno lungo] anche se ciò che di qui va in su in- 
contrasse per diecimila volte un mondo, e i piedi di chi vi 
abita; e un cammino all' ingiù, ma uno solo, anche se ciò 
de di qui discende incontrasse diecimila volte un mondo, 
t la testa di chi vi abita. Che l'intero cammino in un 
senso, da qualunque punto sì parta, non si può pensare 
■oeno infinito che nell'altro. „ 



vili. 

ANIMI INIECTUS e 'Erni^oll^ u^^ òiavotag. 

NOTA A Lucrezio, II, 740. 



Aitimi iniedus è l'atto con cui il nostro spirito si 
^etta sopra T immagine o idea di qualche cosa — qui 
deiratomo — e l'afferra, se la rappresenta. Così, in 
V. 1047, il liber animi iactus pervoiat a concepire l'in- 
Knito spazio extramondano. E in Cicerone, D. vat. D. 
I, 54, troviamo Y animus se iniciens nella infinità dello 
5pazio.^ Qui si connettono due questioni. La prima è se 
in questi tre passi Lucrezio e Cicerone hanno semplice- 
iiente inteso di esprimere latinamente l'atto dello spi- 
rito che rivolge il proprio pensiero, la propria attenzione, 
i qualche cosa, senza particolar riferimento a ciò che 
* un'idea nel sistema psicologico epicureo; o se, invece, 
ì Tuno e l'altro hanno inteso di tradurre in latino le 
espressioni tecniche di Epicuro: èni^dlXsiv rì^v òtdvoiav^ 
-ixi^Xì] (o t.TijioXì^ (favraarixìl) rijc diavoiaz. Oggi prevale 
'opinione che traduzione non ci sia. Ma se si considera 
a singolarità dell'espressione iniectus o iactus animi e 
immus se iniciens, e il fatto che in due sieno venuti a 
-adere su questa espressione; se si considera che in 
N*at. Deor. la espressione stessa si trova in un passo 
scabroso, dove per fermo Cicerone cercò di tenersi attac- 
cato quanto più poteva al testo greco che aveva davanti, 
^011 mi pare si possa escludere nò in Cicerone nò in Lu- 
crezio rintenzione precisa di darò in latino un termine 



' K, a scanso (rcquìvoei, avvertiamo subito che per Ttitomo, lu 
^pazio (o vuoto), l'infinito non si tratta di vere e dirette immagini 
'y. sotto); che di codesto cose (e di altro) una diretta rapprcsenta- 
<Eione fantastica non è possibile; o, come direbbe Epicuro, essi non 
^'manano éTJMk((. 



17:^ ANIMI INIEtn'US b "é/k^o/.j <»>■ A«v(„«c. 

greco — naturalmente èm^oXi'i e ini^àkketv t, S. Uii'altrs 
quistione i', che cosa sìgiiìKcIiino prociaaiiieiitc queBl 
cs]>re39Ìoni iii E[)iciirn, <■ se Cicerone i.' Lucrezio le i 
nel preciso senso epicureo. 

La questione <'■ ampiamenti' diacuasa (hii Tolite. Ap* 
hiivs Kriteiifii tìn- Walnhcif, p. ÌQ sgg. Dopo eaamt 
nati i tre criteri dt-lla verità, secondo Epicuro: 
/.ione, TiQulinjjii e nd'ài], il Tohte riporta la notizia il 
Diogene Laerzio (X, .'il), che frli Epicurei aggiunsen 
conio tiuarto criterio ni; ifaviaanxfu yni^là'i n^i Sianm 
S'animiitte giustninoiite, e ammetto il l'ohte, cLc gUBiti- 
curei non abbiano in realtà !4ggÌunto nulla di nuon 
all'inseguamento di Epicuro, ma seinpIÌ(ìoiuente formo 
lato qualche cosa che nell'insegnamento di Kpicuron 
ora espreasamonte distinto. Infatti Epicuro steaso, nelll 
lettera a Erodoto, parla di ^irt^oì.aì lij,- diavoia;. Ta&f 
tcodole in compagnia di altri criteri, e parla di 9 
laaiai cho si lianno xarìt nvàc ìhi^oìmì lì^; SiavMa:, 
(v. sotto). Ma si cavano poi da ciò, e il Tohte cava,(lii 
conseguenze che non mi sembrano in tutto giustificate 
1." clie le espressioni é.-ii^oh) cifi diaroìa^ e ^aviatìtiÀ 
èmboli, lìfi diavoiai s\eno aenz'altro equivalenti ; 2." 
determinato quindi il significato di ^avt. tniji. ttfiSm., 
esso è determinato senza distinzione tra Epicuro ed Y' 
curei. Ma la precisa eapresaione ffuvc. éni^. i ij^ Star. ueDl 
lettera a Erodoto non l'abbiamo; ' in essa Epicuro parfi 
bensì ili ifavraaiiu che noi Inn^dvofiev con fm 
Siavoiai; ma ciò non iinidica necesaariauieiite che fl 
énijì. della ^lavoia sia (parraanxi'i; o per lo meno, se a 
che ogni émtiàì.Uty r. diav. avviene di necessità 5 
iwwc, potrebbe essere che qucfito non sia il momentoeì 
eenzialc per Epicuro quando parla di èm^a'KXuv r. 1" 
e aia invece il momento es.seiiziale nelle ifuvraaiiKaì èi^ 
lijs iiar. considerate come quarto criterio dagli Epicurei 
potrebbe esaern che in questo aggettivo appunto sia i 
segno di quella distinzione e limitazione nuova che I' 
gene Laerzio attribuisce agli Epicurei. 

' Occorre bcnal in /Cù^. iVJf. XXXIV.uiioMaiuìiuaatu yiùn 



NOTA A LUCREZIO II, 740. m 

L'aver trascurata questa distinzione è ciò che, a mio 
avviso, ha tratto in errore il Tohte con altri. Il Tohte 
passa prima in rassegna le altrui interpretazioni: 

Zeller, g>avTa(fTixYj ént^Xri = impressione sensibile. 

Ueberwcg, ^avr. èm^oXal rrfi òiav, = percezioni intui- 
tive deir intelletto. 

Ritter e Preller, yavr. èm^oXaì Tìjg òiav, = nQoXvfpeig 
e anche = imaginationes per insaniam somniumve per- 
ceptae. 

Steinliart, g>avTaaixrj Sidvoia = Trgókrufug. 

Munro (in nt)ta a II 739) " rò xax' éni^oXr(v ka/nfiavó- 
fievov rg Siavoiff is opposed to what is perceived by senso; 
they are the two great ways by which truth can be ar- 
rived at „. 

Dopo ciò il Tohte, stabilito che ènifiàXXsiv, fm^oXi] 
indica queir attività per la quale noi " apprendiamo „ 
oggetti, e (aggiunge) ne riceviamo in noi l'immagine 
comò (favraala; osservato anche, per incidenza, che in 
<|uesto senso sono (pavratfrixai éntfioXai anche le imma- 
gini che riceviamo delle cose per mezzo dei sensi, ma 
ohe Epicuro distingue da queste la {(pavvoLtsrixì) eni^oX^ 
Tifi iiavoiaq\ cita i quattro passi della lettera di Epicuro 
a Erodoto (D. L. X, 38. 50, 5L 62) dove di questa si tocca. 
Ricordando quindi la teoria che, oltre alle correnti (ànoQ- 
iHHii) di BÌSwXa che servono alla vista delle cose, ci sono 
quegli altri idoli, o isolati o troppo fini per produrre im- 
pressioni sul senso, ma che arrivano però alla mente, ri- 
svegliandovi delle rappresentazioni fantastiche di cose, od 
anche rappresentazioni di cose fantastiche, come avviene 
nel sonno, nel delirio, od anche nella veglia quando ri- 
cordiamo vogliamo richiamare alla niente cose non 
presenti o non esistenti (un amico lontano, o morto, o 
un centauro, ecc.); viene alla conclusione che le ffavia- 
(nutal èmfioXai rilg Siavolag, o semplicemente le ènip, r. ó. 
di Epicuro sono appunto questo: cioè rappresentazioni 
per idoli puramente mentali, senza intervento dei sensi, 
di cose esistenti o non esistenti, ma ad ogni modo non 
presenti ; che però sono sempre rivelatrici di esseri reali e 
presenti, in quanto esseri reali e presenti sono gli idoli 



174 ANIMI INIKOTUS K '£;t/,^«X.; j^c iHavoin^. 

die le producono; o die, quanto agli oggdii slessi cJk 
rappresentano, non ingannano dio nel sonno o nel deli 
rio; cli6 in istato di veglia normale ci sono i sensi o 
raprione che controllano. F. poiché la notizia degli dei m 
ci arriva phe |>er afflussi il'idoli non percettiliiH ai sensi 
il Tolite metto niiplie la notizia degli di-i tra le ^oi- 
(iKjSoAaì ifj,- 6iar. e dice anzi che la ^orri. fftt^o).ij li 
Óittv. tì stata elevata alla dignità di criterio del vero, un 
caraente perchè serva di base alla credenza nella reali 
degli dei. ' Esclude poi dalla yavi. Lt. %. Stav. ìa ?re(Jiij^fi 
tionic (|uella che lo spirito si forma per via di astrazione. 

Circa (|uesto ultimo punto, a ragione il Brieger (Kpi 
k-His Lehre ron dei' tieeìe, p. 19) oppone, che il processo 
d'astrazione onde si fa la irpóÀiji/'ij ò un processo tutto 
materiale: la ripetuta visione d'un oggetto individuale 
lascia nella mente una immagine stabile di quell'oggetto 
oppure (e questa ì; la prolessi più importante o piìi comundr 
mente intera) la ripetuta visione di oggetti di una mede 
sima specie lascia nello spinto una immagine non indivi- 
dualizzata, rappresentante soltanto ciò die ò caratteristici 
comune della specie; anche T idea generale per Epicui 
era certamente una immagine, una ifnrtaatix^ /.■7*^oi 
r^( iiavoidi.' Quanto all' identificare, invece, la (favt. imi' 
T^i àixv. colla prolessi, come fa il Brieger, concludend 
quindi die un quarto criterio non cV\ vedremo poi. 

Torniamo ora alla spiegazione del l'olite. E anzitutt 
domandiamo: ma non ci sono altri ìi^Xa che gli dei? 1 

lugli stessi i quali aapevaiiu f i nsegnuTaiM 
l'ho Ih yticr. i:tiiioÌr, if'un centauro non prova punto 1' esisto n a 
reale del centauro, avrebbero poi garantita la reale csisteniiA da 
gli (lei sulla fede delle loro ^mr. iitiiioM, lenRa &0(?orger6Ì eh 
ron ciò garfintìrano iinclie l'esisteiiKa dei centauri, K probabili 
una tale BuppoBizioncì' È probabile che la fri. tu. r. cf. dov^M 
servirò Boprntutto come criterio dell'esistenza dogli dei; n 
(Iremo più avanti come s'abbia a spiegnro. 

' £ il Tohte SBclnrle naturalmente che il se iiiirert e Ì»itrl^ 
imimi di Cic. e Lucr. riproilnoano la espressione tecnica ^ìmjW 

" " Un molto miBorabìIe sostituto del — ' concetto ,— del iiati^t 
paragonabile al pensare di un cane , — dice il Urieger. Epicnrd 
può invocare la circostanza attonuanle, clic la psicologia mndema 
non la pensa diverBamftntc. 



■, che qucgl 



NOTA A LUCREZIO II, 740. 175 

l'infinito, il vuoto, l'atomo, e la velocità atomica e i mo- 
fus intestini, non è forse coìV émlìàkXfiv Tifi Stavaia<; che 
arrÌTiaino a comprenderne l'esistenza e a formarcene un 
rtnalclie concetto? E mandano forse idoli questi àd-r\Xa^ 
Dunque: sta bene che è colla yavr«o«xi) èm^. i. ò. che 
noi apprendiamo gli dei; ossia pensiamo gli dei (ed an- 
che ne constatiamo l'esistenza; v. studio: Gli dei diEpi- 
curo) mediante imagines di essi; ma non ogni ém^. t. 
4. è g^aviaanxi, ossia avviene mediante la imago della 
cosa pensata; e le due espressioni: tpavr. én. r. 3. e éit. 
r. 6. non sono equivalenti, e la seconda è più larga e 
comprensiva della prima, ossia è larga e comprensiva 
mme la sua letterale traduzione latina iniectus animi. 

Vediamo, infatti, i passi d'Epicuro che il Tohte cita, e 
>lai quali si direbbe che ha fatto astrazione nel determi- 
nare ciò che intende Epicuro. Al § 62 Epicuro parla ap- 
imnto Id'uno di quegli uJijAr, i luotiis intestini; e dopo 
iiver detto che in un corpo visibile in moto tutti gli atomi 
non si muovon già del moto lento e continuo del corpo, 
ma colla loro propria velocità e d'un moto vibrante, e che 
>la (guesti moti vibranti vien fuori alla vista il moto con- 
tinuo e lento del corpo complesso, conchiudo che e il moto 
atomico vibrante e il moto continuo del complesso sono 
''Qualmente veri e reali, ènei jò ye iysa^oUfievov nàv «' 
i<tié7ii^?.ijV i.aftfiavó[t£vov ij) Òiavoii} ù).rjt>Bi éffttv. (Off. 
sopra, Cinetica Epicurea, p. 1 12 sgg.. ') Cioè : è vero tanto 
Cloche si vede cogli occhi del corpo, come ciò che si vede 



' Vogliamo chiarire un po' meglio quel passo. Epìcnro ha mo- 
)>nto che gli atomi d'un corpo moventesi di nn moto vigibile e 
Mntiauo non si muovono essi pure d'un moto continuo, ma d'un 
iute TÌbrante ; e aggiunge che è falso il n^oadoiaiùatvor, che, 
Wfhh continuo è il moto del corpo, tale debhft essere quello 
if'iiiM atomi. D'onde viene questa falsa JiiSnì Quando v3diamo 
IB battaglione in marcia, p. ee.. Tediamo che il moto contìnuo di>l 
litttagtiooc risulta dal moto continuo di tatti i singoli soldati. 
I^Mta esperienza fa naturalmente pensare che lo stesso valga 
per il moto continuo d'un corpo, risultante, naturalmente, dal 
Mto de' suoi atomi. Ed Epicuro dice che questa •fu'f" è faUa, 
Krehft è vero tanto ciò che noi vediamo Beìentificainentc collo 
■pìrito, quanto ciò che vediamo sensibilmente cogli occhi. Vero è il 
•lotrt «trtx'.t del corpo, o vero il moto non trftxi'^i di-'auoi atomi. 



176 ANIMI TNIECTUS r. 'Ewfìokii rr^- Smvoidi. 

cogli occhi delio spìrito (cfr. il Miinro, qui sopra). Q) 
ò chiaro che non si tratta punto d'una applicazione dell 
spirito a uno di quegli Idoli vaganti che (a parte j 
idoli divini) non possono garantire altra egisteniu» eh 
la propria; qui si tratta di queir m/ec/HS annui con ci 
arriviamo alla comprensione anche di cose che il senso e 
soliti idoli non ci potrebbero in nessun modo rivelare; 
quell'operar della mente che arriva pure al vero, puroll 
non si renda indipendente dalla controlleria dei i 
le notizie così ottenute sono anche esse delle éni^ÌA 
rij; ótavoCac, ben diverse dai fantasmi di chi dorme o di 
lira od anche veglia. 

Altra questione è ae quest'ordine di notizie, ques 
èni^oXai, dell'atomo, del vuoto, dell'infinito e in Konei 
i concetti scientifici, ' secondo Epicuro sono nella no 
stra mente sotto forma in qualunque modo fantastica. W 
credo di si; e che eventualmente spiegasse i fantasmi 
codeste cose, per sé non immaginabili, con delle combi- 
nazioni di altri fantasmi correggentisi o negantisi a v* 
cenda; per esempio, il fantasma dell'atomo come 1 
prolessi del piìl piccolo immaginabile (cioò del più pio 
colo che possiam rappresentarci con una imarro, cho Ì 
quanto dire il più piccolo nella nostra esperienza a 
sibilo) combinata colla prolessi della ulterior divisione» 
il fantasma dell'infinito colla ripetuta prolessi della sot- 
trazione di limite; il fantasma del vuoto b' hn facilmente 
da quello solito del vuoto relativo, che è in sostanza on 
fantasma negativo: mancanza di fantasma tra fantaems 
e fantasma. * In fondo, e lasciando da parte EpicurOi 

' giiesto 6 il aÌBnificBto di fmlloìnii iti D. !.. X 3li. riove Efkm 
ilice che fi sapiente compialo è quello che iti'Oi <tirraim 
ToTi émpoiaTs. Il Tohtp cita in nota anche Questo pasao, 
ne è messo Bull'avviso. 

' A vero dire, poiché la :ionkr,ipi( è, come s'A detto, I* Mtantf 
di re«idoi di una «erie di sensa>;ioni sìmìUri. vere proleasi di 0«A 
sensibili Tatomo, vuoto, infinito) noi) sono possibili; dia poW 
prolessi viene a dire, in genere, " idea generale, concetta della ip** 
cie„, cosi, in questo senso, c'è anche una prolessi deU'fttoine, M 
Vuol dire che. come dì quegli àifijlit noi ci formiamo, al noi 
descritto, una psendorapprosentaRione fantasticai crai ili <iiiM 
hi forma una pseudofantaaltcn prolessi. to )>on persnf o rh« Kpicni 
lia parlato anche iti pnileRBÌ dell'atomo, ■'Ci'. 



NOTA A LUCREZIO II, 740. 177 

<jtiando noi pensiamo " infinito, spirito „ e simili, non è 
forse presso a poco cosi che ce li rappresentiamo davanti 
alla mente? 

Non però che la tmfi. xìfi rfmv. di Epicuro esprimesse 
V'miectus animi solo in questo campo, il più lontano dal 
direttamente sensibile; la èm^kv rijg àiavoiag comprende 
— come dicon con tutta semplicità Io parole stesse, come 
dice il pas30 stesso del § 62, ora esaminato — comprende 
tutte quante le impressioni e percezioni mentali: com- 
presa quindi la TTQÓXijipti che è un veder mentale, com- 
presa la visione del divino, sia come prolessi, sia come 
immediata apprensione delle serie di idoli divini; com- 
preso anche tutto ciò che il Tohte vorrebbe che solo vi 
fosse compreso. Infatti al § 38 Epicuro dice che la testi- 
monianza dei sensi (àia^ijaeie e nra'aij) è il controllo delle 
iff^iVa» ùirtjioXaì eì le iiavoiag, €Ì y' otov JiJ nore rwv 
iptnj^'uv ; ' qui appunto Ì7ii§oXai lijs' Siav. è tutto ciò ohe 

' L'ien. p. 5 Xata»Imente legf[o coi codici e con UseDer xatà 
r«,- aìii&t\itui àtf nayja imtìy xrti rnriiòi ràc nupoCaitf ì^c^lù,; ecc.; 
cki leggendo col GasBcniii: xai ùnhói xarù xà; na^. tJt. Terrebbe 
Fuori una inaudita congerie di criteri della verità. Invece, è certo da 
l,egpere, dopo le parole citate nel teuto, duoCoK di xa ta [cod. xai rà] 
tiu^^ovta nif^ij, col Qassendi. È evidente che qui, come è detto 
nel testo, xaitT^i>ior non significR, come altrove, criterio della ve- 
rità,; poiché Bon xgiii\pia le cui appercezioni (ìm^Xai) hanno da 
'Nere controllate da un criterio della voritù, la ma^ijaii-, e un 
l'rìterio della verità che ha da esaor controllato da un criterio della 
i«tiU è una contraddizione. Qui x^irif^iiu' è ciò per cui (sul cui 
(ondamento) io xgivia; ma il mio giudizio può anche essere fnlsoi 
l' lu bisogno della conferma dei sensi. Dai vetri chiusi della mia 
finestra vedo ondeggiar la cima d'un alberetto del sottostnnto giar- 
^no; ecco un xgii^^ief pel quale io giudico che tira vento; ma 

ftr ewcr sicuro che ci »B vento (e non per es. che qualcuno scuota 
liberetto) devo ricorrere alla controlleria diretta del senso — e 
>prìr la finestra. Vero è che in sé stenso il x^inlQior è sempro 
'(race; ft la i^i&iìjj (p. es. " e' è vento „) auggeritami dal «(«nJptDj- 
(| ondeggiar delle foglie ,) che devo controllare colla sensazione 
eretta; ma ad ogni modo qui x^n-^qiov significa : segno o nunzio, — 
^ttìo pofiao prova anche contro la eguaglianza del Brieger i:n^ì.i, 
'^ ftiw. = Ttgéiijìtiif- che qui si parla di itif. r. J. soggette al con- 
trollo della BM^ijffK-, al qual controllo non e soggetta la TtiiùXi^ii-ti, 
tke i eaaa stessa, come una sensazione condensata, un criterio 
MU verità. Sa d'agosto, contemplando nella mia niente la 7ie6Xr,tl!i( 
MU neve, ci trovo il carattere della bianchezza, sono sicuro che 
h USTO i bianca, a non ho bisogno d'aspettare l'inverno per con- 
Hatare 1* cosa mediante la a 
Qanaiin, giudi Incnttani. 




178 ANIMr INIECTUS t: 'E-iìM', <?» J"""'W. 
appare solo alla mente, E die cosa sono codesti x^mj^i 
lille aggiunge alla éidvoia, come possibili fonti di èm^ùf.ai 
Kijitiffiov vuol dire un segno o indizio di (jualche cosi 
vornV dunque dire segni senaìbiii, ma indiretti; sento n 
liire, e ciò fiuseita in me la èni^oh] di un cavallo; n 
solo l'imniagini!, ma la notizia tdie e' 6 un cavalli); 
sicurfz^a assoluta ciie sia un cavallo (non p. es., qua 
miuu rite ne imiti il nitrito) me la darà la vista, 
se è qualcuno che mi dice che c'è un cavallo. Vedo loffi 
tano una vela che si muove sulle onde, ed è un x^n^^tvi 
che e' è vento. 

Al § 50 Epicuro parla dngli e'dwla, degli tldala, dir 
cosi, sinceri, che partono da fSOrQéfivia, e dice che l'imin* 
gine che noi per essi riceviamo énip.ffttxmi rg ótavoi'if i 
(WS aìtflttjiìjifioi; sia della forma, sia dei coniiiiicta delll 
(jtÉ^ffirtov, è la vera forma (e i veri coniiiiidii) di essti ait- 
Q^fiviov. Qui sorprende ahjuanto l'accenno alla ént^oXìi 
àtavoiaf; forse intende la prolessi, che in fatto f', in gCD» 
rale, il risultato di ìdoli partiti da orfQéitvia; od anche a. ' 
hide al semplieo ricordo incutale di qualche cosa reale;! 
quindi vorrà dire: quando io penso uomo, oppure Sofnrtf 
ciò che vedo in (luell' immagine mentale, essendo il riwl- 
lato di veri e sinceri idoli emanati da mt^f/tvia, corrÌ8|)0ll* 
da fedelmente alla forma e ai coiiiuncta di quei irrepf(;ui(i. 
Forse anche intende allmlere precisamente al caso degli 
dei, di cui r immagine ci arriva appunto per idoli partenti 
dagli dei stessi, ma pur non visibili che raen talmente. 
Vero è che gli dei non si possono chiamare «fp^^vin 
(v. lo studio XI); ma Epicuro potrebbe aver qui usata 
la parola per indicare, in genere, i reali esterni onde ei 
vengono gii idoli. 

E come argomento della fedeltà degli idoli che danno 
la visione delle cose reali, dico al § 51: t; rf j-àp ò/ioroOf» 
(Twc ^avraa/iòiv oioviì tv fìxóvi Xa/i^avofiéruv " xa'S vi 
yivofiérùir tJ xai'àlla; riva? ^.Tf^oAài; tiji òiuvniiif ì, i«» 
AomtÙi' KQiTìj(/iùìì- Oì'x «V naif r'/riJpXE totq ovoi it xai di',- 
itsftì ji^nffuyo^evofttvoii^ f< /ii) j^i* tiva x(tì totavia Trpoojtai- 
lóftfva. " liB somigliaUKa a guisa di ritratto idie coile 
' hanno quelle immagini di esse che abbiamo in 



NOTA k LUCREZIO II, 740. 179 

sogno in altri casi di (faviMiai mentali (cioè: o nel de- 
lirio o nella veglia per ricordi mentali) ; o che son susci- 
tate dalle altre specie di segni (v. sopra), non sarebbe 
possibile, se le cose stesse non mandassero di codeste fe- 
deli loro riproduzioni. „ 

[Per comprendere questo argomento è da avvertire che 
Epicuro combatte le spiegazioni che della vista avevano 
dato altri filosofi — vedi in Teofrasto, De sensibus — 
secondo i quali la vista avverrebbe per emanazioni, o per 
lo meno anche col concorso di emanazioni, dagli occhi 
3tcssi; l'occhio, mandando queste emanazioni sugli og- 
getti, si confezionerebbe lui stesso, in certo modo, le im- 
magini di essi. Ora, intende Epicuro, come potrebbero 
far ciò quando gli oggetti non ci sono ? come potrebbe 
far ciò la mente? Se invece occhio e mente non fanno 
che ricevere, si capisce benissimo che, non presente un 
oggetto, un qualche errante idolo suo penetrando nella 
mente vi produca la stessa immagine che l'oggetto pre- 
sente produce suirocchio col flusso di idoli che vi manda. 
Eliminato così ogni elemento subiettivo nella confezione 
deir immagine, poiché 1' oggetto non può che mandare 
tal quar è la parte superficiale di sé stesso, la fedeltà 
<leir immagine è garantita.] Qui dunque ò chiaramente 
detto chs anche le visioni sognate sono tni^olal r^q dia- 
voiac. Dunque la èni^, rijs' Aav., per Epicuro, comprende 
ciò ch3 ci mette il Tohte, ma non quello solo, e la 
rrfóltfipic^ come vuole il Brieger, ma non essa sola, e i 
oncetti scientifici in genere, compresi i concetti di que- 
gli uSi^).a — sieno reali, sieno coninnda, sieno eventa — 
che non emanano idoli. * Insomma la èm^oXì rij? óiaxocag 
è la rappresentazione mentale in genere. 

* E non gara da escludere neppure ciò che vi mette lo Zcl- 
'^r (T. g.), la rappresentazione sensibile, nella visione (audi- 
zione, ecc.), effettiva, secondo Lucr. IV 808 sgg. ; 

et tamsn in rebus quoque apertis noscere possi», 
si non advertas animuro, proinde esse quasi omni 
tempore semotum fuerit lonj^oquo remotum. 

solo che» per solito, ems, lì^s tftat'. è usato in senso più ristretto, 
e come contrapposto aUa rappresentazione sensibile, come la no- 



180 ANIMI INIECTUS i; 'E-nM', "V J"u«<«i. 

VA ora, riasaiimeiido, si capisce [«rclift K|ncur« no 
lui liieaeo tra i xQin'iQitt la f.T(j3. jìfi duxv.', «(Mtrjpinr èi 
si'fjno, il nunzio di qualche cosa; ora la ént^. ìTfi itm 
ù un atto, un iniectus animi; e, se prendiamo l'esprei 
siono nel svio senso obiettivo, h (7riflo/.at %ìfi iiav. no 
coatituiacono un xpfr^eiov a so, ma comprendono dei » 
Tijjwn, i xQiTr0a mentali, ooinc la prolessi (idee generali), 
concetti e teorie scientifiche debitamente acquisite, e coti 
prendono anche de' fantasmi che non sono «etrfjpm, ciò 
tiiin attestano alcun reale se non idolico. E aleno pur tutfi 
ffuviasTUtai le tm^okai tifi Siav.\ l'aggiunta dell'aggettiva 
per Kpicuro è inutile, appunto se a tutte conviene] 

Che iKìi degli Epicurei ve l'abbiano aggiunto, stabt 
lendo insieme un quarto criterio, me lo spiegherei coslii 
Epicuro stabilendo i criteri fondamentali, cioè i nun» 
inmiediati, del reale, pensava alte cose reali cbe poE' 
mezzo di idoli (ed altre manifestazioni sensibili) a m. 
si annunziano, non curando, in questo rispetto, la refilt& 
degli idoli atessi; i successori vollero esser più precifli, 8 
dire che anche il fantasma d'un centauro o d'un morto 
da lungo tempo è segno d'un reale: l'idolo; opperò di*' 
aero: anche la semplice rappresentazione fantastica, pe^ 
8t> sola, è un KO(r»ie(ov. L'aggiunta aveva qni una ragitoiet 
accennando a ciò, che il solo fatto della «pavracia era gS' 
ranzia d' una realtà. E può anche essere, anzi inclino a 
credere, che ci fosse l'intenzione ultima, come dice il. 
Tohte e approva i! Brieger, di stabilire un criterio dell* 
vcritA che garantisse la realtà degli dei; ina come? 
Poiché gli dei, come vedremo nello studio XI, BOirt 
costituiti appunto da quel flusso di imaffi/ies, che ani' 
vano, nunzie, anche alla nostra mente, realtà degli dei< 
realtà dei loro idoli è la medesima cosa; e quindi qu^ 
criterio che, in genere, garantisce la realtà degli idoli, 
in questo caso garantisca seuz' altro anche la esistenfit 
degli emananti gli idoli, ossia degli emananti gè stessi^ 



Htrti L<Bprc8sione " ra^preseotazìune mentale „ si oontrappoiK^ fft 
solito a rnpprcaGTitazione sensibile, ma HOtUraerti rispetti It ("i* 
anche comprendere. 




NOTA A LUCREZIO II, 740. 181 

Del resto, se anche si può credere che primamente gli 
Ipicurei abbiano formalmente stabilito come quarto cri- 
ìrio della verità la (pavTatftixf) éni^oXii rTfi óiavoiag^ la 
spressione stessa però si trova già (come s'è avvertito) 
1 Epicuro, e si trova usata, insieme colle ala^ifieig e 
oi n-d^, in vero ufficio di fondamentale criterio della 
erità. Nella XXIII delle sue ratae sententiae Epicuro 
[co che, se non si accetta, in generale, la testimonianza 
elle sensazioni, non si ha alcunché a cui riferirsi per 
:iudicare della loro fallacia. Dopo questo, che è il prin- 
ipio generale, Epicuro viene, colla XXIV sentenza, a 
ombattere un altro, molto più facile e comune, e quindi 
nolto pericoloso errore; quello cioè di credere alla vo- 
acità dei sensi in genere, ma ammettendo che pur qual- 
he volta ci ingannino; e dice: 

Et T/v' éx^a?.elg ànlMg at(fi>ì](fiv xaì /*?} óiaiQìfisig rò 

feJafó/«fvov xai tò TTQOCftkvov xai rò naqòv i^rfij xatà t>)v 

r<yi>)jcr/v xaì rà ndi^rj xal nàtsav (fxrTa(rTixì]v Ì7tt^oXi)v t/]c 

avo/aCj cwtaQal^Hg xaì rag Xoinàg aliS^rfisig jfj naxaio^ 

i'g, ùjfSiB tÒ xqiTì]qiov anav éxfiaXslg, si de ^e^aiwaetg xaì 
nootffitvov anav èv ralg éo^aatixalg èvvoCatg xaì rò ^lì^ 
• éjit^ixQTvqrfiiVy ovx èx)M(pBi rò diBipsvc^iévov wW efg- 
i}g iiSri nàiSav àf.iifiiS§i]iri<scv xaì ttCkSxy xqììSiv tov 0^9*0}^ 

ì^ ò()l>(tìg, (Il testo secondo Usener. Forse, anziché 
ndaro mss. tog TsrriQr^xùig in w<y/' e^jìgrjxoyg — nel testo, 
' è stampato ov)j(>ijxok, ma nella pref. p. XXI l'Usen. 
uisce é^r^q. —, il che ci obbliga a intendere àfiifia^^ 
nel senso di " distinzione „ anziché di ** ambiguità, 
ìzione „, sarà meglio tenere il mss. rerriQrixcig^ e sup- 
la caduta di un «r»j(>ijxo>c, o qualche cosa di simile, 
nàffav xQimv,) ** Se tu invece semplicemente respin- 
ta veracità di) qualche singola sensazione (dicendo 
\e t' ha ingannata la scMisazione di rotondità di una 
torre quadrata) e non distinguerai Topinamento 
tu aggiungi alla sensazione) e ciò che aspetta 
Tma), da una parte, e dall'altra la realtà già 
che è nella sc^nsazione o nel senso interno o in 
lagine che la ment(* ha i)resente davanti, tu 
ai (priverai d'ogni fondamento di fiducia) anche 



182 ANIMI INIECTUS e 'Kn/ìoP..; rij,- immia^. 

tuttd le altre sensazioni col tuo vano o|ìÌnam«nto (ci( 
ixin quciropinamento che tu hai aggiunto alla ficri^azioi] 
e che, trovato poi falso, t'ha fatto dir falsa la oensazion 
stessa), per modo die tu avrai tolto di mezzo ogni cri 
terio del triudizio. Che se poi, (esagerando dall' altr* 
parte, oaaia attribuendo anchtr alle du^'at la piena fìduci) 
che devi aver nelle sensazioni) «enza diatinzione termi 
tutti) per sicuro noi tuoi pensieri opinati, tanto ciù (* 
aspetta (che potrà avere) una conferma, come ciò chtf 
non aspetta conferma; allora l'errore non sarti elimin8t(^ 
fi tu avrai conservato jcoUa leu. rfiiìeyw',-] ogni dubi 
tazione, e ■(avrai tolto di mezzo> ogni discernimento da 
giudicar rettamente o non rettamente. „ 

Vuol dunque dire Epicuro: " Se tu chiami falsa In scO 
sazlonc stessa della torre rotonda lontana, ]>ercliè bai p& 
riscontrato che la torre ò quadrata, allora anche qunndo 
vedrai da vicino una torre o quadrata o rotonda, |>otraÌ' 
dubitare della tua sensazione, e dubitar quindi se quel]» 
torre sia davvero rotonda o davvero quadrata: so «vendo 
sentita una puntura, e constatando insieme t'ho nieiiM 
ilal di fuori ti ha punto, chiami falso il nà^o? stesso delli 
puntura, allora anche quando qualcuno davvero ti punJrHi 
dovrai dubitare della sensazione tua e dubitar quindici 
essere stato punto; se tu chiami falsa la yariafniiti, ini- 
^Xì) tifi A«iw'«s d'un centauro, o d'un amico visto in 
sogno, perchè sai che di centauri non ce n'ù, e che l'amico 
tuo ò morto, e non sai distinguere la verità della f*"- 
én. in sé stessa, dalla verità o non verità della Jc'ìff 
per la quale hai creduto iti sogno alla esistenza deh*"; 
tauro o dell'amico tuo in carne ed ossa, allora non pntrfli 
più crederò, p. es., alla verità della n^óltuf'ii {clieèn 
(pnvmauxi, ém^oXi) r. d.) del cavallo o della neve, carni 
garantente i caratteri del cavallo o della neve; iippurt 
non potrai più credere alla verità della ^anaaiiKi, ^'* 
^o>.r degli dei, che pur direttamente manÌfe«tano U reale 
loro esistenza in quella y^ttrtaatmì, éTTi{ÌoXi\ che tu ii'l"" 
avnfo. „ 



IX. 

PSICOLOGIA EPICUREA. 

Ali LIBRO III DI LUCREZIO, VV. 13(3-4rl(). 



Questi versi contengono una esposizione della fisiologia 
dell' anima secondo Epicuro. L'esposizione lucreziana 
pecca qui, come altrove, per mancanza di un sufficiente 
collegamento logico; le questioni singole son trattate 
Tuna dopo l'altra, un po' a caso, senza che formino una 
vera catena di ragionamenti. La prima colpa sarà, qui 
come altrove, del fonte stesso epicureo che Lucrezio ha 
seguito, per fermo la nBydXri Inuoiii]. Ma checché sia di 
ciò, da questo slegamento vien per noi una certa oscu- 
rità, a cui deve supplire la luce della critica. Nel caso 
nostro la maggiore difficoltà riguarda la rispettiva com- 
|)etenza àoiV animus e della quarta essenza innominata. 
E un punto sul quale dissento dalla opinione che pare 
oggi prevalente ; ma prima di dire le ragioni del mio dis- 
senso, credo opportuno di dare uno schizzo della psico- 
logia epicurea, quale io l'intendo. 

Per. Epicuro, come per Democrito, l'anima, s* intendo, 
è materiale, ossia composta di atomi. Ma mentre per 
Democrito essa è fatta dei più sottili atomi ignei, per 
Epicuro essa è fatta di più sostanze, di varie specie di 
atomi, molto più lisci e rotondi (e fini) degli atomi ignei 
di Democrito (come dice Epicuro stesso, citato in uno 
scolio a Diog. L. X, 66 xaì tóSb Xéyst tv aXXoig xal h'^ 
nrófjiwv aixrpf (fvyxsTtfx^at Xeiotdrtov xal {SxQoyyvXùndtiav^ 
7ioX?j^ tivi Siag>SQovir(àv ttàv rov nvQÓg^ alludendo per fermo 
non solo a Eraclito, ma anche a Democrito). Essa è anzi- 
tutto, come dice l'osservazione sensibile, fiato, vale a dire 
un misto di vento e calore, o, più esattamente, di atomi 
simiIÌ88Ìmi a quelli del vento e del calore; e quando del- 




PSrCOLOGIvV EPICUREA. 



l'anima si dà una definizione sommaria, non a'acceni 
che a questi due elementi, come fa Lucrezio, 12G-12S, i 
quale è anche nella sua parte prima e penerica l'unici 
definizione dell'anima che abbiamo direttamente da Epi- 
curo, nella lettera a Erodoto, D. L. X. 63 V'i'X'ì <"»f^ 
ian IfnToftiQtq naq' o/ov tÒ «Bpo/ff/in TraqidTtaqiihi* 
nQQ^Bfitpeaéaiajov nvBVfiatt iifQ^ov riva x^àaiv tX"''"- 1^ 
nell'anima epicurea entrano due altri elementi, attesta- 
tici da Lucrezio 231 sgg. e da altri (v. sotto). Questi 
sono: una sostanza aeriforme, tì «cpwdf; e un'altra delU 
più inarrivabile sottigliezza, iwr la quale non c'è 
nome, ri àxaiavCiiaTor; vale a dire non conosciamoli 
suna così sottile essenza da potersi supporre fatta <ti' 
atomi tanto sottili quanto son quelli della civiarta ei 
dell'anima. 

L'elemento aereo è inferito da ciò, che il vapor, p»' 
la sua rarezza, deve contenere sempre anche dcll'afr. Qui 
ci fa una qualcho sorpresa ia distinzione dell'oiV, comi» 
sostanza, dal ventus, il quale non è ohe aria mossa, con* 
dice Lucrezio stesso, VL ()KJ, vetitus etiitn fil ubi eÀ 
affilando percifus aé'r. Però si noti: l'aria nel sistemi 
atomistico epicureo non è un corpo, |)er dir così, s 
plice; è composta dì atomi tra i più sottili e k;viga^ 
in genere, ma pur di diverse specie, e contiene p. H 
atomi del tipo igneo, del tipo umido, ecc., ed audl 
atomi provenienti dalla esalazione e dal polverizzaraait» 
di molte cose — anzi di tutte le cose. Infatti V, 275 ae^ 
b. detto, che se l'aria non restituisse quello che ricen^ 
omnia iam resoluia foreni et in' aRua versa, 
" trasformate in aria „ o, piti pnx-i sa mente, " entrate! 
far parte dell'aria „. (Cfr. anche la lettera a Pitocle, Di' 
L. X, 99, e Lncr., VI, 451-494, colla nota ivi.) Ciò posta^ 
il tranquillo aì-r è quello in cui predominano, e so 
ratteristici dell' insieme, atomi costitutivi della temp*^ 
ratura media e calma; nell'aria che soffia, ventus-, suol 
predominare un tipo di atomi un po' più grossolani < 
ruvidi, che sono costitutivi della temperatura fredda 
cfr. VI, i{21 vis frigida venti, la quale ib., 300 «ttraTW* 
aando l'aria circostante amittit coiiiora csasdu, é0 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 185 

alia ex ipso conradens aere portai parvola, onde il 
vento si riscalda fino all'incendio. Dicendo che nelVaer 
predominano " atomi costitutivi della temperatura me- 
dia „ intendo parlare d'una sostanza a sé, voglio dire 
che nella fisica epicurea, come sono sostanze il calore e 
il freddo, così è una sostanza il tepore; il calore è so- 
stanza ignea, il freddo è sostanza glaciale, il tepore è 
sostanza aerea. ^ In conclusione, per Lucrezio (Epicuro) 



* Il calore ed il fuoco sono la fondo una medesima cosa, una 
medesima sostanza ; sono il risultato della combinazione di atomi 
di una certa forma; e se in altre combinazioni molteplici troviamo 
del calore, più o meno^ è per la presenza della sostanza ignea, 
cioè d*una certa quantità di atomi di quella forma conciliali tra 
loro ed esercitanti quei reciproci moti intestini, onde risulta la 
sostanza fuoco. Similmente il freddo è fatto di una specie di atomi 
più grossolani e pungenti, di atomi che quando si condensano in 
gran quantità, e cosi che la mescolanza di atomi d'altre specie 
9ia scarsissima, costituiscono p. es. le geìidae pruinae (cfr. p. t's., 
TI, 874 sgg.); e Tesarne del concetto di aer induce a credere che 
anche la temperatura media non risulti soltanto da una propor- 
zionata mescolanza di sostanza calore e di sostanza freddo, ma sia 
snch^essa una combinazione fondata sopra uno speciale tipo ato- 
mico, come a dire una sostanza a sé. Si confronti II 515-521, dove 
il verso omnis enim calor ac fn'f/us mediique tepores indica le gra- 
«lazioni di temperatura dal sommo caldo al sommo freddo. Sic- 
oome lì si tratta di dimostrare che il numero delle forme atomiche 
vion è infinito, e Targomento è che se fossero infinito non ci sa- 
rebbero limiti né al freddo, né al caldo, perchè si avrebbe un'in- 
finita varietà di forme atomiche calorifero e una infinita varietà 
eli forme atomiche frigorifere, par necessario di intendere, che 
riel verso surriferito non si parli già di diversi gradi di combi- 
Tiazionc della forma atomica calorifera colla forma atomica fri- 
fiorifera, ma di una limitata varietà di forme calorifero (affini 
^ra loro naturalmente\ e d'una limitata varietà di forme atomiche 
*"rigorifere ; e che por conseguenza anche i medii tepores accen- 
nino a una limitata varietà di forme atomiche teporifero. Sta bene 
ohe dalle forme atomiche del massimo calore hì va gradatamente 
^ quelle del massimo freddo; ma come si distingue il freddo dal 
«"aldo per la proprie forme atomiche, così si distingue il tepore 
Per proprie forme atomiche. So così non fosse; se s'avesse a in- 
tendere che tutte lo gradazioiìi interposte, omnis cai or ac frif/tts 
'fiediique tepores, risultano da diversa proporzione nella mesco- 
Uoza dei due estremi, bastava por la dimostrazione dimostrare 
che i due estremi sono insuperabili ; diventava perfettamente su- 
l>erflao l'accennare non solo ai medii tepores^ ma anche alle gra- 
<iazioni di vero caldo e di vero freddo. La sostanza a'èr sarebbe 
in particolar modo costituita da forme atomiche di codesto gruppo 
mediano. 



ìm 



psicor.oaiA epicitrea. 



l'aria in genere è composta anzitutto d'uu elum^nNi s 
proprio e fondamentale, che ò Vair propriamenUi detti 
un concilium atomico primario come il fuoco o l'actim 
fatto d'una categoria di atomi sui generis — e carattex 
di questo concilium è il mite tepore e la tranquillità - 
più di una quantità di altri elementi, fra i quali volt 
a volta primeggiano l'elemento igneo o calore p l'el^ 
mento freddo, cfr. Lucr. VI, 867 ignibtiset ventìit fui 
ìiHiidus ffncttiat air: e la parola «/■> in Lucrezio, taloi 
6 usata nel senso pifi ristretto, talora in un senso pi 
largo, come atmosfera in genere. Pertanto, quando £.1 
crozio, dopo aver dati come elementi quantitativamoni 
principali dell'anima il venfus e il vapor o calar (dictl 
la materiale osservazione che la nostra espirazione 
alito freddo e alito caldo), aggiunge come terzo elcmenl 
Wier, intende che oltre ad atomi calorifoimi e frigor 
formi (ben inteso, non calorifornii e frigoriformi g 
atomi stessi, singoli, ma la loro combinazione) l'anim 
contiene anche atomi teporiformi- Questa t^piegazioiic a 
pani anche confermata da ciò, che i testi greci non dì 
cono, come Lucrezio, aria, tmito, ma con pid accurate 
indeterminatezza: qualche cosa di tipo ventoso, di tipo 
aereo. 

Il quarto ingrediente innominato, il più sottile e pia 
vicino alla immaterialità, i^ attcstato da Stohco (v. U«- 
ner, Kfùcurea p. 21S, Diels, Doxmjr. p. 388 sg.) 'B"V 
xorpoi; {n'r ^ir^^Ji') x^àfia ex Tfrici^oi)', én iro*or jtvQwiot'ìt 
én -Koiov (ie^màoì'S, t* ttoiov JTVFVfiftrixov^ t» iBià^rov tii*f 
àxaiovofiàaiov. lòvto ffi^v (irii^ lò aial}ijtiHiiv,; da l'iutfirW^ 
adversus Coloien 20, f» nros iifgfiav xai nvtvftattuol"^ 
àfQmiSovi;... Poi rò /«g rjt xqivti xaì /irij/iovetifi xai ytAfi»' 
/iiafì xul Wwg tìi ^góvt}ior xai '/.oyiauxìtv ex nvi'i jfijO* 
ùxaiovofiaator TroNirijTo; éntytvtoUai. 

Anzi Epicuro parla di questa quarta essenza, nel passi 
della lettera a Erodoto di cui abbiamo citato una pftrtftì 
e che continua, secondo Ift legione di Uscner: ènt ài ««j* 
Ii(qovì no'KXìv jtucrAAqj'Ijv eìlr^^ìig ifj ).t7itoftegfÌif xo 
iftiv «oiiTwr, ai'itìraltéi Sé iovtm ftà'/.Xùv xai rtji iomj 
(ftfpw'tfiWfln. Ma irli de tov fifQovi h sompUce congetturji 



AL LIBRO UT DI LUCREZIO. 187 

per correzioni molteplici, dell' Uscner: i codici danno: 
tari Sé tò iitQog^ che non vedo ragione di mutare; quindi; 
** C'è anche la parte dell'anima che supera di molto per 
tenuità queste stesse [pur tenuissime, cioè il nvBvfia e il 
i>€Q^u6v; cfr. Lucrezio, 243], ed è per questo maggior- 
mente consenziente anche col restante organismo [è più 
atta, più degli altri due elementi, a sentir l'impressione 
dei moti del restante dell'anima e anche del corpo, e par- 
teciparne. Anche il Woltjer, Epicuri phiìosophia cum 
fontib. comparata^ p. 61, vede qui indicata la natura senza 
nome ; ma interpreta un po' diversamente, e fa parecchie 
mutazioni nel testo]. 

Questo è il punto di contatto più evidente e più inte- 
ressante tra la psicologia di Epicuro e la psicologia di 
Aristotele. La quarta natura di Epicuro nasce diretta- 
mente (però, com' era inevitabile, di spirituale diven- 
tando materiale) dalla quinta natura di Aristotele, di cui 
ci è conservata la notizia per avventura migliore e più 
preziosa in Cic. Ti/sc, I, 22 Aristoieles . . . cum quattuor 
ììota illa genera principiorum esset complexus e qiiibus 
omnia orerentur, qnintam quandam naturam censet esse 
e qua sit mens; cogitare enim et providere et discere et 
ilocere et invenire aliquid et meminisse, et tam multa alia^ 
amare adisse cupere timere angi laetari liaec et simiìia 
eorum in horum quattuor generum inesse nullo putat: 
quintum genus adhihet vacans nomine, et sic ipsum ani- 
mum ivSsXéxBiav appellat, novo nomine quasi quandam 
continuatam motionem et perennem (cfr. anche 41 e 61 
e 66 Acad. post. 26 e 39; De fin., IV, 12). ' 



' A proposito di' quel passo THirzel, in una acuta od iutores- 
santissima dissertazione, pubblicata nel Rhein. Mu«. voi. 30, pa- 
g'inc 169-208, dimostra: 1.® Che questa quinta natura aristotelica 
non è già l'etere, come molto generalmente si spiega; che Tetere 
è un quinto elemento materiale aggiunto da Aristotele agli altri 
quattro (assegnandogli però il primo posto nella enumerazione) 
nel secondo periodo della sua vita filosofica^ cioè nel periodo di 
una più decisa opposizione al maestro Platone, al qual periodo 
Appartengono lo opere aristoteliche che ci son conservate. 2,^ Che 
Aristotele nel suo primo periodo, quando era assai più dipendente 
dall'insegnamento platonico, non avoTa ancora introdotto nella 



!88 PSICOLOGIA EPICUREA. 

L'anima, dunque, composta ili questi quattro olement 
a guisa di nebulosa atomica è tlìtt'usii \)ov tutto il corp 
e tutto li) penetra; piiì rara dell'anima di Democrit 
(secondo il quale alternano nella persona un atomo an 
male e un atomo corporeo) essa lascia posto tra 
interstizi a gruppetti di atomi corporei; ma doviin(]U 
r anima penetra, essa vi b con atomi di tutte le gtiath 
specie. Oli atomi animali s'agitano e vibrano, e intrei 
ciano i loro movimenti; in che appunto consistt- la vitJ 
il sentire. Non |icrii I' anima sola sente, ma ancho ; 
corpo: gli atomi corporei ripetendo e propagando i ino 
Hciisiferi loro impressi dagli atomi animali, anche 
corpo diventa senziente. Però, se tutti gli elementi ani 
mali ed anclie i corporei sono aìaftr,ttxu, ra/ofli,tjKÓv pe 
nccellenza è sola ìa quarta natura, iiercliè sola può sen 
tire per sd e non per senso comunicato: ò questa di 
trasforma le impressioni insensifere, cbe riceve, in mot 
sensiferi, trasmettendoli (piindi agli altri elementi, prim 
al ralor poi al ve/ittis poi all'nr)', d'onde passano al corpo 
essa è l'anima dell'anima, e sta all'anima come quest 
sta al corpo. Possiamo rappresentarci il iirocesso sena* 
tivo secondo Epicuro presso a poco cosi: quando ui 
oggetto esterno, sia direttamente colla sua &u|)erft ' 
(come nel tatto, nel gusto) aia per idoli o emanazìoti 
(vista, odorato, nditoj — od anclic qualche cosa dcDtr 
di noi movendosi attraverso i viscera — viene a contatti 
con questo o quell'organo, o parte del nostro corpo (a 
anche, possiamo ammettere, penetra in minima o pìi 



sua dottrinn l'eleiiiriUo etere; profcssnva invece In OuttniDt < 
una quinta natura, all' infuori d?i quattro fonda muntali prlnei| 
materiali; una natura imniflterialo Iv. Ilirxcl. 1. e. p IfO, not 
l'Ofltitnentc la sostanza dell'anima p doll'intellie^nia: e questa M 
già dottrina jilntonica (nel Timeo), sebbene attribuiln all'auloril 
di Aristotele fCic. Tuse.. T, 61 ab Arist. indutìa primum), pc 
qaetti l'avrcblie particoUrmente dìlfiiga e rcB» famoaa nei _ . 
ttcrittj eeoti^rici, segnatamentt noi Dialoglii, che aon perduti pe 
noi (salvo rramnifnti), e che, so li avessimo, ci darebboro l'Afi 
stotole dolla prima maniera. I/autoro greco, cho Cicerone !ra<1nei 
nel passo riferito, esponeva appunto questa dottrina piii natta 
di Aristotele. 



AL LIBRO ni DI LUCREZIO. 189 

che minima parte in esso organo), imprime dei moti ato- 
mici alla materia dell'organo; moti che corrispondono 
esattamente, sia alla forma complessiva sia all'interna 
giacitura atomica e interni moti e forme atomiche del- 
l' oggetto toccante; e se la superficie toccata non è così 
minima, che l'urto tocchi soltanto un gruppetto di atomi 
corporei compreso tra atomi animali, e non tocchi atomi 
animali — nel qual caso non e' è sensazione (Lucrezio, III, 
377, sgg.) — escluso dunque questo caso, l'impressione 
colpirà, insieme a un gran numero di atomi corporei, 
anche un numero di atomi animali e di tutte le quattro 
s|>ecie, che dappertutto son frammischiati al corpo e 
intercursant. Quelli della quarta natura, toccati essi pure, 
iniziano allora quei moti di squisita finezza, che hanno 
per effetto, anzi costituiscono, il sentire (s'intende che 
non gli atomi stessi, come atomi, sentono, ma il loro 
intreccio), e urtando nel loro intercursare contro atomi 
del calory a questi comunicano codesti moti sensiferi, che 
\m passano al ventus, quindi all'air, quindi agli atomi, 
|)iù grandetti, del corpo, che così sente esso pure. (Y. Lu- 
crezio HI, 246 sgg.) Si noti come questa propagazione 
dei moti sensiferi per una scala ascendente di grandezze 
atomiche corrisponda a quella propagazione del moto 
dagli invisibili ai visibili, che Lucrezio illustra descri- 
vendoci le minuzie dei corpi che noi vediamo muoversi 
per lo raggio onde si lista talvolta V ombra (II, 125 sgg.). 
Questa propagazione di moti sensiferi, però, in quanto 
è viva ed effettiva sensazione, resta di regola, e salvo il 
caso di impressioni molto violenti, confinata alla plaga, 
va poco al di là, dove è avvenuto il tocco. E la sen- 
sazione in loco, corrispondente esattamente alla impres- 
sione, e quindi alla forma e costituzione dell'oggetto 
toccante, e quindi nunzia fida e sicura di esso. 

Ma una notizia, una irradiazione della sensazione locale 
arriva al centro dell'anima; dovrà arrivarci per corrente 
dei sensiferi mottiSy ma non ci arriva come effettiva sen- 
sazione colà trasportata e sentita. Gli è che l'anima, seb- 
bene diffusa, è tutta in sé intimamente legata, e tutta 
l'attività sua si appunta in una parte di essa, V animus. 



100 



PSICOLOGIA EPICUUKA. 



che ha la sua sede confinata noi petto, mentre l'anima 
è diffusa per tutto il corpo. Della distinzione tra animus 
e anima parla Lucrezio 136-IÓO; ma in che veramenta 
essa consista ò un punto molto oscuro e discusso; 
credo che la diversità non è sostanziale, ma solanioi 
funzionale (v. sotto). L'animus h caput di tutta l'auìiu 
(! tutta la governa, e con essa il corpo. AWanimus cobI 
tliiflndo <la tutte pai'ti la notizia delle sensazioni locai 
e quindi delle cose, e in esso (|U('stc notizie ripetendo! 
vi si accumulano a formare, colla memoria, i conceri 
(npoAi^i/'f(L'], che son la materia, onde, per muti atomia 
specialissimi dcll'nfiifnf/,*, si cren il pensiero ra^ionant^ 
neìVuiiiiiitis ^ il primo e libero inizio dei moti volitivi 
essi purn provocati dalla notizia delle code, e [tei qual 
appunto, l'animus governa tutta la nostra a/iooc, 
\' ijYffun-móv; ancora nell'flniwHs sorgono ()UeÌ moti ciie 
chiamiamo sontimeiiti, odio, amore, gioia, paum, ecc.. 
che quando sono molto violenti si iiropagano all' infuori 
doir animus e scuotono in parte n tutta la refitaiile 
anima e ÌI corpo. 

Como si h già avvertito, in ijualche punto di questa 
esposizione mi discosto da altri. Prevale oggi l'opinione 
clic hi quarta natura sia confinata nell'nHimHS. Secando 
Ueisaekcr [Epi'uri de auimonon natura, ecc.), essa solo^ 
eosti tu ire 14)6 l'animus. Woltjer (LucnUi pliilosop/tin r 
f'antihns comparata, p. tì9, 9g.)t Tohte ( ICpilciir^s Kriterieti 
<ler IViiìirlicit, p. 'A sgg.), Eichner {Adnotationes ad I.it 
creta Epiciiri interpreti^ de animac natura dnclrinam 
lìerlino IStìl), Briegor (Bursian's Jahreshor., 1877, |i. 7J^ 
1881, p. 195; ma vedi Appendice], e il Munro, |)erò t 
tante, fanno Vanima composta dei soli tre elementi calorM 
venlns, aire nell'animus mettono questi tre. più la quarti 
natura. Ora questo a me non pare. Non credo che Lih 
erezio conhnasse la quarta natura neìl' a niiìnis, anzitutt 
perchè non lo dice; non Io dice in certi punti dove i 
sarebbe, non dico l'occasione e la tentazione, ma la na^ 
ceBsità di dirlo. In 1.%-ltJO, dove si tratta appunto dei 
rapporti tra animus e anima, è anzi accentuato che 
««a»i nattiram conficiunt. Con 231 Bgg. TÌftBft ., 



AL LIBRO irr DI LUCREZIO. 191 

mcrazione dei quattro componenti, e il paragrafo comincia 
nec tamen haec simplex natura piUanda, dove haec si 
riferisce a mentis natura auimaeqite 228: ora sarebbe 
scorretto, che, quando viene a dire del quarto compo- 
nente, (241) non avvertisse che il soggetto di cui si parla 
non è più il medesimo di prima (mens et anima), ma 
solo una parte di esso (mens). Ancora: 258 sgg. si viene 
proprio a dire come questi quattro elementi \ea 255 non 
si può intendere che di tutti e quattro) sono mixta inter 
se, e di tutti e quattro si dice non solo che intercursant 
motibus inteì* se, ma anche nil secernier unum posse nec 
sPATio fieri divisam potestatem. E come prima Lucrezio 
aveva detto che animtis e anima unam naiuram confi- 
ciunty così 269-272 dice che i quattro componenti creant 
unam naturam. Né trovo in 273-281 un indizio di quella 
attribuzione speciale della quarta essenza sìlV animus ; 
A trovo piuttosto una conferma del contrario: se nella 
enumerazione qui Lucrezio tiene per un momento stac- 
cata la quarta essenza, per dire che essa sta all' a- 
ninia come 1' anima sta al corpo, vuol dire che come 
r anima intera si diffonde per tutto il corpo, si annida 
ili ogni angoluccio di esso, così la quarta essenza ò dif- 
fusa e si annida dovunque si trovino le altre tre sostanze. 
* Come per tutto il nostro corpo „ dice 276 sgg. " si 
nasconde mescolata la animi vis animaeque potestas, 
IKjrchè consta di estremamente minuti atomi, così si na- 
Nconde per entro l'anima (dunque i)er tutta l'anima) la 
<iuarta essenza, ed è come l'anima animae totivs „, dove 
il totius risponde al corpore toto 276; anzi il corpore 
foto del v. seg. 281 non può intendersi che nel senso che 
ha in 276 (non già, per avventura, come in domi nari 
in corpore toto di 136). Si dirà forse che 267 Lucrezio 
cliiama il complesso per tutto diffuso animi vis animaeque 
ìtotestas, sebbene prima abbia pur detto chiaramente che 
la sede animi è nel petto; onde sia da star guardinghi 
lier la imprecisione del linguaggio lucreziano in questa 
trattazione; ma la cosa si spiega: Lucrezio non parla 
qui di funzioni, ma della cosa in sé; ora appunto come 
' cosa in sé non e' è differenza tra animus e aniina, e 



1112 



PSICOr,00[A EPICUREA. 



Lucrezio per meglio ìnriicare questo unico tutto, iwr tutt 
iliffuso, ha lireferito dire animus d annua anzichì- i 
aempliee anima, che lia anche un senso ristretto. E 
versi 282 e^g. che altro dicono ae non: " Come la quart 
natura è da|j[iertutto inseparabilmente franiitiieta ali 
altre tre, così queste tre sono frammiste a tutto il corp< 
e la mescolanza è dì tal modo, che nnche tra queste ti 
c'« una gradazione di appiattamentn (284) corrispondeot 
alia gradazione di piccolezza dei loro atomi. „ Di qtt 
anzi si vede che 273 nam penitiis prorsum ìniet hai 
natura subestquc, nec magis hac infra qmcquavt est Ìi 
carpare nostro non vuol già dire, col Woltjcr, che I 
jiominia expers fis risiede nel punto più centrale delVa 
itimus, ma che è la piil interna rispetto, direi quasi, u)li 
sua trovabilità, a cagione della minutezza sua; e a tort 
il Woltjer legge cogli Ìtali (e con Christ e Brieger ') ìhIì-ì 
in luogo di infra dei leidenai ; infra ha qui un sensi 
molto vicino a quello che ha in infra sensiis; est ittfr 
i: un altro latet, subest. 

Si badi anche al come Lucrezio osservi nel lingua^ 
la distinzione tra animus e anima. Sebbene soltant 
4-21 sg. egli dichiari clie userà di lì in avanti indiffen-nte 
mente animus e anima come sinonimi, intendendo scmpi 
il complesso (v: anche questo in fondo non si giustifica 
se non data la iilentità sostanziale) nel fatto però i 
in questa prima pfirte del libro egli usa promiscuament 
animus a anima o i due insieme, eccetto ih dove prò 
prìo si tratta della distinzione stessa. Tien quindi di 
stinti i due termini in 94-1211, ciò richiedendo la natuf 
delle due prove; così puro in 136-160 che riguarda aj 
punto la distinzione; scompare la distinzione in Idl-lf 
dove si dimostra la materialità dell'anima; ricompai 
nella prima parte ili 177-230, perchè anche lì, l'ai^ 



' Il Brieger però, pur dubitanilo a non «ccottamlo il oonfruM 
«on infra sennu^, IV. IU\ tiene infra ndln iiib adizioni'. — 1 
Srìeger, del rosto, nollo Hcritto che esaminiKino nell'AppeDdin 
«ostiene il confinitmonto della 4/ natura nel petto, iinr-i la M 
ideutiti^ coWaniiniis, Game dottrina di Kpiouro, mn conc-ede rb 
LucrpHfl, dimeno in 253 ngg. l'abbia intesa come riDii>ndo lo. 



AI. LIBRO ITI DI LUCREZIO. 193 

mento fondandosi sulle più elevate attività deir anima, 
è naturale che dica solo animus; ma scompare di nuovo 
quando poi viene a discorrere dei componenti, 231-257, 
e dei rapporti ed effetti di questi e dei rapporti col corpo, 
258-416. In 136-160, dove la distinzione è indispensabile, 
quello che però a Lucrezio preme di dimostrare è la in- 
tima unione di animus e anima, anzi, io dico, la loro 
3f>8tanziale identità. E questa premessa gli dava appunto 
il diritto di non distinguere più in seguito, senza meri- 
tare per ciò il rimprovero fattogli di confondere le due 
cose. In realtà appare che, se la filosofia epicurea ha 
accettato dal linguaggio comune e dal comun modo di 
vedere, e anche dalla tradizione filosofica, la distinzione 
tra animus e anima, tra il loyixòv e VaXoyov^ tra l'anima 
in quanto è senziente e l'anima in quanto è principio di 
affetti e pensiero, la sua tendenza è piuttosto di dimi- 
nuire codesta differenza, di ridurla a una semplice diver- 
sità di funzioni, ricomponendo l'anima in una sola entità. 
Infatti è fuor di discussione che la quarta natura non 
è meno indispensabile per la sensazione che pel pensiero. 
La questione della generalità o meno della quarta na- 
tura è importante per sé, ed anche perchè è intimamente 
connessa con un altro punto importante della psicologia 
epicurea: come avviene il fatto della sensazione. Rele- 
gando la quarta essenza all'awìmws, il Tohte (1. e. p. 5) 
— e il Brieger consente — ha dovuto dare del processo 
della sensazione una spiegazione più complicata di quella 
che si è data qui. L'fWwAor tocca l'organo alla super- 
fìcie ; la scossa che ne ricevono gli atomi corporei si co- 
munica, senza esser sentita però, ai frammisti concilia 
animali (calor, ventus, aer)\ da questi si propaga fino 
alla regione à^AV animus, nel petto; là ne è scossa la 
quarta essenza, o là primamente cominciano i moti sen- 
siferi, ossia là primamente la impressione diventa sen- 
sazione; i quali moti sensiferi della quarta essenza son 
comunicali allora agli altri elementi dell'anima, e da 
questi ai corporei, fino alla superficie dove è avvenuta 
la impressione dalFesterno, e così anche anima e corpus 
sentono. Di questo viaggio d'andata e ritorno io non 

QiostAn. Studi lucnxianù \^ 



194 



PSICOLOGIA epicurp:a. 



vedo alcun fondamento; e i passi dove il Tohte trova 
' qualche conferma non ne dicono nulla. Lucrezio, III. 
159 sg. parla deli'fi^ÙHMS, non della quarta natura; i> 
che ciò che è detto dell'uno valga per l'altra è appunto 
la cosa da provare; "270 sjfg. dicono solo che la scnaa- 
zionc ai inizia nella quarta essenza e di là si pro[)afrH 
alle altre tre; né di più dire '245, sensìferos motus quat 
(Udii prima per artus, che a prima vista desta beusi 
r idea d'una distribuzione centrifuga, ma che (tanto più 
Ietto nel complesso; cfr. 547 sgg.) non dice altro se non 
che, por entro il corpo, la quarta natura è la prima a 
sentire e a distribuir senso. Men che mono ])oi capisai 
come il Tohte trovi dotto in Epicuro, lettera atl Ero- 
doto, X, li4 che; " die von den Organen nach innen 
gehende Bewegung ist noch keine bewtisstc aTat>iiau,.. 
erat ini i/j-^jiiovofwv vird sie eigentlich ataitijGig, und indeni 
der animus nun zuriickwirkt auf anima und Kòrper wer- 
den auch diiise in Mitloidenschaft gezogen «.' Ma poi, ae 
il processo fosse quale lo descrive il Tohte, (jerchè ooB 
jiotrebbe esser sentita (contro ciò che dice Lucr. 377-380) 
anche una impressione che toccasse solo un gruppetto di 
atomi corporei? questi la iKìtrebbero propagare ui prossimi 
atomi aerei calorici ventosi, i quali la telegraferebbero al 
centro, perchè ivi fosse trasformata in sensazione, e oome 
tale ritelcgrafata alla stazione dì partenza. Evidentemente 
se quella così limitata impressione non è sentita, è perchè 
non tocca nulla che sia in grado di sentirla. Abbiamo 



' Il passo di Ep. è in immediata continuazione <!ol citato a p. 18^ i 
floB fine dì S 63 e §64. " Ed è pure da tener per fc-rmo die l'auir'^ 
)ia la raaaBima parto nel produrre il senso. (64) Ma uoa tarob 
rapace di aenso se non fusae raculiiusa dal Tostanti! orgatiismo, 
<^orpo. 11 corpo poi, fornendo ad essa questa neeesBarìa oondirion 
h dall'anima Tatto partecipe esso pure di un tal oaratterc (Il HI 
tire), non però di tutte le facollil (o caratteri) che quella posaied»; ' 
per il die, quando l'anima lo abbandona, esso non ha più senso; 
perocché non osso in eè stesso possiede quenta facoltà, ma nn ^ 
altro (l'anima) congiungendosi con esso glie U fornisce, nn af' ' 
che in forza della attuanlesi sua propria potcnxA producendo i 
diante i moti acconci il ariiniKiix del senso in sé stesso, l 
immediata proasimitn e t!vunn9tiii, lo comunicai come s'i ' 
incile ad esso corpo. „ 



AL LIBRO ITI DI LUCREZIO. 195 

visto Epicuro stesso (X, 63, v. pag. 184) aflVrrnare che 
ranima è diffusa per tutto il corpo ; e ciò egli afferma sul 
fondamento del nostro senso stesso, che ci di(»e che noi 
sontiamo per tutto il corpo; ma dato il processo descritto 
«lai Tohte. questa attestazione del senso non avrebbe jùìi 
valore; giacché l'anima potrebbe anche esser tutta rac- 
colta al centro, e i moti ciechi degli atomi corporei tra- 
smettervi da soli le impressioni, che sarebbero di là re- 
stituite come sensazioni per tutto il corpo; che nessuna 
sostanziale differenza c'è tra la funzione degli atomi cor- 
iwrei e quella delle tre inferiori sostanze dell'anima nella 
elaborazione della sensazione: tutti non sentono prinia 
«•he entri in campo la vis nominis expers, tutti sentono 
\)o\. Evidentemente la testimonianza del nostro senso 
non ha senso, se non attesta la diffusione per tutto il 
corpo di un senziente alla maniera della quarta essenza. 
Più sopra ho affermato che, secondo Epicuro, le sensa- 
zioni (di piacere o dolore fisico, di colore, di suono, ecc.) 
sono locali, ossia avvengono precisamente la dove ci par 
«li sentirle. Ciò è attestato anche da Plut., 2>/ac. pini. IV, 
23 Ol 2r(oixol T« /.lèv jTud^r^ tv toT>; 7iBJXov[y6ai umoiz^ uh 
a aliS'&ifiSii tv TM ì]Y€fxovix(7ì, ^E.tixovqo^ xal rà ttlì^ì] xcd 
lag aìiSl}ìfiBi^ èv tolg nenov^idi lÓTioig^ io òt ijsiiovtxòv 
ihal^tc. Il Tohte e altri trovano naturalmente errata 
questa affermazione; io ci vedo una conferma della spie- 
trazione data sopra. Se mi brucia un dito, Vaninuts sa 
che il dito brucia, ma la sensazione di bruciore, per 
Epicuro, non è che nel dito. Questo risulta anche dal- 
largomento col quale Lucrezio H60 e sgg. vuol provare 
che l'occhio stesso vede, e non è un senipli(!e strumento 
(attico deìV animus ; anche (jui si fa appello al senso stesso 
che noi abbiamo della cosa ; ora ciuesto medesimo sensus 
ci dice alla stessa maniera che il dolon», il bruciore è 
nel mio dito, non ò nel mio petto. Certo la proposizione 
ri ìjB^ovtxòv ilia^tg presa in senso assoluto (e inten- 
«iendo »^y«/*. = animiiSy ciò che in tutto non è) ò falsa; 
hasta ricordare 136 sgg. Ma io credo che si possa inten- 
dere qui Tra^ij nel senso ristretto di piacere o dolor fisico; 
e me ne persuado il confronto che si fa colla teoria de- 



196 



PSICOLOGIA EPICUREA. 



gli stoici, i qiiaii se mettevano t« ndlti} nei Timav- 
ti'moi, non intendevano certo per nàD^i V ira, la pa 
In gioia e simili. 

Parrebbe confortare la limitazione della qnarta na 
iiWanimus il passo succitato (p. 186) di Plutarco, 
Col. dove la essenza innominata è detta "ciò con cui 
Richiamo, ricordiamo, amiamo, odiamo, e inwniTni 
ifqóvtftav Ao/tffTtxo'v „ , tutte funzioni di eschisiva o 
petenza A^Wanimus, e relegate nel petto (Lucr-, 13tì 3| 
Ma dal contesto del brano si vede che Plutarco inW 
parlare della vita psichica, cosciente, in genero; ora* 
ma non esclude, la sensazione, che, corno d'ordine a 
elevato, meno gli importa. Che se vogliamo preru 
alla lettera la 8ua testimonianza, allora non fa pt 
autorità, essendo manifestamente errata; che ò risap 
che anche la sensazione (dolore o piacere tìsico, o& 
sapore, ecc.) non avviene senz'opera della essenza il 
minata. 

Una obiezione si può faro, alla quale accenna ai 
il Woltjer. Lucrezio dice, 252 sgg.: 

nec temere hac [dai fino atta natura inuoininala) dolati 
{usqui! potest pcnelr&iG neque Kcrc 
permaiiare malum, quiii omnia perturlientur 
iiBque alleo ut vìtac dcait locus atquo animai 
(liiFagiaiit partes per cautas corporis oiuoìa. 

Quanto a tisque penetrare va inteso in analogia 
quello che s'è detto dell'essere la quarta essenza in 
le altre essenze; 6 un arrivar fino addentro a ciò 
v' lia di più minuto. Ma a parte questo, si dirà: se o 
lesione (dolor) della quarta essenza 6 mortale, e M 
quarta essenza è per tutto il corpo, ogni lesione co 
(lerevole del corpo sarà anche una lesione (tlohr) di I 
e quindi ogni lesione non minima del corpo dovrt 
esser mortale ; mentre pur si sa oho si può anche 
putare un membro, amputando insieme, secondo Kpic 
anche un buon pezzo di anima, senza che segua la mi 
Rispondo, che non ò da intendere qui che proprio ( 
lesione, ogni parziale e !ocah>zato di«H'rl"> ..',.-l..- ] 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 197 

iminuzione della quarta essenza, sia letale; Lucre- 
ìTìde un acre malum, che penetrando produca una 
nlzzazionc dell'intima compagine di quella quarta 
; una pedurbatio che rompa l'organica unità dei 
[)ti vitali. Infatti Lucrezio si riferisce, come pro- 
due versi seguenti: 

8cd plcrumque fit in sumino qaasi corpore finis 
inotibus: hanc ob rem vitam retinere yalemus, 

pericoli che ha spiegati II, 944 sgg. (in parti- 
954 sgg.): una forte commozione dell'organismo 
a i moti vitali e apre le vie d'uscita agli elementi 
talora però questi movimenti di fuga e di disgre- 
5 degli elementi vitali fanno sosta all'uscita, anzi- 
:> (lecnrsum prope iam siet ire et abire; gli de- 
citali ripigliano il loro regolare andamento, e la 
alva. Ciò che qui (III, 252 sgg.) è detto della quarta 
, è detto dell'anima in genere nel citato passo del 
[, dove certo nessuno pensa di confinare i vitales 
ìimae ciim corpore alla sola regione à^Wanimns. 
questi versi sono anzi una conferma della diffu- 
L»l vero principio senziente per tutta l'anima. Vedi 
1 brano di Epicuro, che abbiamo tradotto a p. 194, 
^n'anima diffusa si parla come del principio sen- 
si dice ciò che si direbbe della quarta essenza. 



APPENDICE. 



stessi giorni in cui io pubblicavo il precedente 
lei Rendiconti dell'Istituto Lr>mbardo, il Brieger 
iva, a Halle, la sua dissertazione Epikur^s Lehre 
' Seele, la quale, naturalmente, ha per argomento 
a parte le medesime questioni trattate da me; 
ilmente quella, che è principale anche nel mio 
intorno alla quarta essenza innominata. L'ìmpor- 



los 



!'S1C0L0(^IA EPICrREA. 



tìmza dello scritto e dello scrittore mi fiinno un dovi 
di riprondere la (lueatione in esame; o, malgrado il ; 
ricolo di (lualclie ripetizione, credo elio g-iovi meglio 
chiarezza riprendere da capo la discussione in quei 
Appendice, anziché inserire delle a^rgiunto qui e lA luj 
trattazione precedente. 

Il Brìeger. al pari di me, abbandona ropiuione medi 
e prevalente, che Vanima con'jti dei tre elementi calo 
venlits, ai-r, e Vaiiimiis di (juesti tre più la quarta n 
tura 8<'nza nome; ma, al contrario di me, rimette l 
onore e gindica certissima Tantica opinione dt-l Reisack^ 
chi^ V animus sia composto della sola quarta esseuzib 
quindi identico con essa, e l'o/f/Mia ronsti delle altre t) 
Nel rispetto topografico, però, questa opinione del ììrieg, 
non si distingue dalla sua precedente, perclir V anm 
diS'usa per tutto il corpo, c'è anche nella sede spccij 
AtAVaiiimus, ossia noi petto; ivi, dico ìl Brieger, l'rti 
miis, ossia gli atomi della quarta essenza, ai muovj 
df' loro propri moti in frammezzo a quegli atomi p 
grossfilauì dei tre eli'menti AtìVanhmt, che si trovan m 
petto, e ai (piali comunìonuo, e per casi a tutta qiuol 
i' anima e in fine al corpo, i moti sensiferì. 

Ma vediamo lo prove. C è anzitutto il passo dì PI 
tarco (adv. Colot.. 20) giìi citato sopra (p. IStì): " ^hcB 
dice che ciò c<m cui l'anima giudica e ricorda e odiSf 
in genere il ff^óvinov e il ^.oyiauxóv è formato d'una cer 
ùxaxovófiaacoi noiùtr}-:. „ Aggiunge il lìriegcr. chi! 
<|uestu testimonianza s'accordano l'iut. pìac. IV, lì (Dil^ 
Doxogf- H8t5 sg,) e Stob.. ed- 1,4'J (ihìd.) Ora qui osstr 
subito, che queste due ultime testimonianze dicono e 
Epicuro faceva l'anima una mescolanza {leSfia) di (lu* 
tro (sostanze), cioò : è>t noiov ni'Qimhvg, fx noior 
ix noioS 7ivfv[iariK0Ì', tx retù^tav nvin àxaiovoftattnv, 
che questa quarta innominata è i'cuVdijtixvr, è qua 
che dentro di noi à/tnoteì TÌ,r aiaitìjtriv; e .Stobw) f 
giunge: fi' ovievl yàa twv ùvoitaC'iftivùìv aioi%Éiiar a 
ma'Jijmv (^ lAicrezio III, 238 iiec (amen haec (tria) i 
siint ad ìfl'HSitèii cuncla a-camlum.) Dicono dunqiK 4 
che jt fuori dì discussione, ciò che d^a ttUivt%..« 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 199 

dice e spiega anche Lucrezio — e precisamente là dove, 
anche, ci descrive questa quarta essenza come per tutto 
mescolata nell'anima, e quindi implicitamente esclude la 
identità di quarta essenza ed animus. Queste due ultime 
testimonianze, dunque, non hanno alcun valore per stabi- 
lire la eguaglianza animus = quarta essenza. Pare invece 
che abbia valore la testimonianza di Plutarco citata in 
primo luogo (adv. Colot.), poiché in essa si dà per fun- 
zione della quarta essenza ciò che appunto^ anche se- 
condo Lucrezio (136 sgg.), è funzione propria ed esclu- 
siva à^W animus o mens o consiliuniy cioè i sentimenti 
e le operazioni mentali [con che non è escluso che 
Yanimus abbia una necessaria partecipazione anche alle 
altre forme inferiori del sensus; ma di ciò più tardi]. 
Ma ho detto pare; giacché se c'è cosa, come or ora ho 
detto, fuori di discussione (anche per il Brieger), è che la 
quarta essenza è l' unico vero dia^ririxiv, e che da essa 
s' inizia ogni forma di senso, dolore e piacere, le sensa- 
zioni tutte, i sentimenti e atti mentali; sicché non si 
scappa dal dilemma: o Plutarco definendo l'attività della 
(|uarta essenza ha taciuto delle sensazioni e dei nd&ri^ 
semplicemente per brevità e per accennar solo alla parte 
pili imi)ortante, e allora quella sua testimonianza non 
si diversifica dalle altre e non vale più delle altre a 
stabilire l'identità di animus e quarta essenza; o ha 
realmente inteso di tenere esclusa dalle funzioni proprie 
della quarta essenza le forme inferiori del senso, e allora 
è manifestamente in errore, e la sua testimonianza non 
fa più autorità. 

Veniamo a Lucrezio. Dice il Brieger, che Lucrezio — 
il quale in 257-281 s'affanna a descriverci come i quattro 
componenti dell'anima vigeant inter sese immixta^ e per 
modo che ;*// secernier union possit nec s patio fieri di- 
visa potestas — non ha autorità contro le attestazioni 
or viste di Plutarco e Stobeo, perchè egli si contrad- 
dice; si contraddice, cioè, in quanto egli, mentre distin- 
gue dall' animus la quarta essenza (poiché la diftbnde 
per tutto il corpo), attribuisce però le identiche fun- 
zioni all'uno e all'altra; che in 136-160 c'è almeno 



200 PSICOLOfìlÀ EPICUREA. 

un caso in cui l' eccitiizione sensitiva parte dairiiilurm 
animus vorso la periferia, mentre in 24ó-21i7 (' dalli 
quarta essenza che s'inizia il senstfa- motiis; e in 3'J6 
■116 è descritto come Vaniintis aia più esaenzialc per 1 
vita die non 1' anima, mentre in 252-257 ò detto cht 
un male che arrivi Kno alla (|uarta essenza distrugga 
la vita; e così la signoria thìVanimus come quella delta 
quarta natura su tutto il corpo v espressa colle mede- 
sime parole (laminari in coi-pore tota, 138; 281. È incoia 
cepibile, dice i! Bricger, come Lucrezio non veda subiti 
ciò che subito vedo un attento lettore, che animus e 
quarta natura sono la stessa cosa, e venga invece a fog- 
giare di sua testa (queste parole il Brieger non le 
dice, ma sono implicite) quel fnlere della quarta natuni 
per tutta Vanima e per tutto il corpo. ' 

La quale ultima supposizione paro a me estreraanienle 
impr«»baliìle. Si noti il grande impegno e studio che ha 
crezio mette nello spiegare questo punto, della dilTiisiono 
della quarta natura per tutta Vaiiiina, che diw_particoIa^ 
mente dittieile (259 sgg.); si noti la sua ripetuta espree- 
sìoue, ohe la (|uarta natura sta coWanima tutta nellu 



' l'otso BOB|i(.>tta il Brii'gcr che Lucrezio possa oaaen* stato ivitto 
<la ciò, tho egli (Bccoiido il Brg.) devo avtT usato di liuo dlfsrfi 
ronCi ia questa prima parto dol IH libro. Il doppio fonte rinilt*^ 
rebbe Jal fatto che Lucrezio dapprima (121-iaU) non parla cho ili 
duo fra i tro elcnicnii iiiii groseotani. doè vettlim v niloi; montK 
pili (231 Rgg.) li enumera tatti e tre. La provft non par aufficienl^ 
In 1^1-121) Lucrexio non lia rhe da provare che l'anima è «n; 
rh'cssn Ulta parto materiale di noi; opperò non aveva che dt ti* 
rordaro l'anima ail'ingrONfo come apparo ni nostri arnsi. fiala* 
oalore. Vedete, dice Lucrezio; nn po' di fiato e calore ohe ci ab- 
bandoni, In vita, quindi i'ariima, non c'è più; l'anima donqno 
è quel po' di fiaio e calore. Come era Tuor ili posto il parlar qù 
ilella (|iiHr(a nitliira, perchè invisibile, cosi era supcrflno. ansi re* 
eava disturbo, il distinguere Botlilmente tra ventu» v art (e Lntl- 
iiaa, anzi, qui come »inoiiiaie le duo parole, 12'J; l2Cl; tanto pA 
che, come vediamo nello steMo Epicuro, k distini^iono sottilo rt» 
.'tbitualmcnle trascurata quando si dava dell'anima una dofinittoM 
dcscrixiono sommaria. Ed era trascurata appunto perchì noa 
iihiarn al senso; tanto che Lucrcr.io, là dovo la fa, dopo esscrfl 
appellato Bll'cxperìenzii sensibile per Vnitra (o t'etil'i») e Ì1 fohr, 
xentc il bisogno di giuHtifìcare a parte Varr con una raifione; nH 
rnlor est quisguam rat non sii nn'rhts r{ «fr». 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 201 

stesso rapporto che Y anima col corpo, 275; 280 — una 
espressione che Lucrezio per fermo traduce dal suo fonte ; 
si noti r intinta connessione del brano 258 sgg. col brano 
precedente 231-257, dove abbiamo pur trovato un indizio 
della fedeltà di Lucrezio al suo fonte nella espressione che 
le tre nature più grossolane non sat sunt ad sensum crean- 
ilnm, poiché è la stessa espressione clie abbiamo incontrata 
in Stobeo, ed era quindi tradizionale della scuola; si noti 
la grande improbabilità che un punto così fondamentale, 
e insieme così chiaro e preciso, come sarebbe l'identità 
<li animus e quarta natura, non solo sfuggisse completa- 
mente a Lucrezio, ma non lasciasse nessuna traccia e in 
Kpicuro stesso, nei parecchi paragrafi dove discorre dell'a- 
nima, e in altri (salvo in apparenza nel passo di Plu- 
tarco, adv. Colot); si noti che se Lucrezio fa dapprima 
la partizione dell'anima in animus e anima, e poi quella 
bielle quattro nature componenti, come due partizioni 
r una indipendente dalF altra, trova in certo modo un 
analogo nello scoliaste di Epicuro, che alla fine del § 66 
nota: " Epicuro in altri scritti dice anche che essa inanima) 
h fatta di atomi levigatissimi e rotondissimi, di gran 
lunga differenti da quelli del fuoco; xal rò fxév n aXoyov 
ffrrijc, o T^ XomC^ naqscndQ^ai awfxavt, rò de Xoyixòv èv tc^ 
*à(iÌQaxty Mi di^Xov €x T€ T<i5v (pó^oov xal Tifi x^pa^... „ (= 

Lucrezio, 179 sgg., 136 sgg.). Veniva qui tanto naturale 
il dire: ** e il inégog che supera di gran lunga gli altri 
rg Xe/irojLieQSiq dice in altri libri che è il Xoyiatix6\\ e 
le altre tre parti VàXoyov „, che il non averlo fatto non 
può non indurre più che il sospetto che anche per lo 
scoliaste le due partizioni non si coprono. ^ 

Ma se noi pertanto lasciamo da banda ogni idea di 
errore o contraddizione in Lucrezio, e teniamo conto di 
tutto quello che dice, resta però intera la difficoltà in sé 
stessa, che si predichi della quarta natura quello che si 
predica dell' animus. Che pei due si usi la medesima 



' E la cosa sarebbe tanto più notevole se davvero, come vuole 
il Brieger (t. sotto), Epicuro, §§ 65, 66, parlasse non già dell'anima 
in genere, ma appunto della quarta natura. 



202 PSICOLOGIA EPICUREA. 

espressione dominari in r.orpore tota — anello ftimiieSM 
clic Lucrezio traduca una medesima espressione grera 
— non ha frrandc importanza, poiché l' ospressione i 
L'gualmente appropriata per esprimere un dominio con 
effettiva occupazione, e un dominio esercitato da 
punto centrale. E l'uso di dominavi nel senso di " inva- 
dere, occupare, dirtbndersi „ è anche più frequente, in 
Lucrezio, die nell'altro di " signoreffg:iare, reggere,. Nel 
libro VI al v- 224 i fnlmiìin , attraversando ogni osta- 
colo, dominantur in aedUnis ìpsis (cfr. anche 8'J); e pW'O 
sotto (238) ancora il fulmine assai piìi rapidamente si 
diffonde (dominnntior est) pel vino, che il calore solare. 
In II 958 ìeti dominantem in carpare tnofum (come nel- 
l'es. precedente) l'idea del soggiogare c'è bensì, ma come 
inerente al diffondersi; precisamente come nel nostro 
" invadere ,. Ed è poi indubbio il senso di diffusioni', 
detto proprio dell'anima nel nostro corpo, in III TDj S'g,p 

ilum quasi per caulas oiddìk diduDtui' in ojius 

liartioular, quibus haec animi natura (rio^ luUa l'tniiiiui) creaiitm 

qunc nuuc in nostro ilominantur corpore.-. 

Né ii caso speciale della commozione per affetti cb' si 
propaga dal petto verso la periferia, lHU-ltìO, dà alcun ili- 
ritto a conchiudere che quindi ogni sensifer inofiis debba 
|)ai-tir di là, giacché in quel caso si tratta di moti eh* 
sono speciale ed esclusiva funzione AbW animus, en 
p))38ono [juindi che aver inizio nell'oH»»!/»; e se, per 
grande violenza, hanno un' irradiazione meccanica, quei 
non può naturalmente essere che centrifuga. Come 
può inferire ila ciò, per analogiaj che se mi brucia u* 
ditO) il senso del bruciore del)ba iniziarsi e partire d* 
petto, e di là arrivare al dito? Potrebbe qualcuno àt»' 
t|ui Lucrezio UH sg. 

oetera pars aniuiao p^r tatuin diBsita corpus 
parot et ad nomea mentis momonque movotor; 

ma, se si bada alla connessione di pensieri in cui qucs* 
versi si trovano, sì vede che il poeta pensa a cotwB^ 
zioni arteltive, ed avvc\\6 'ioUVwc, non a sensazioni peri^ 



AL LIBRO in DI LUCREZIO. 203 

richc, od anche interne ma non centrali. Quando Lucrezio, 
poi, parla della propagazione dei seimferi motus dalla 
quarta natura (e ne parla non già nel paragrafo dove è 
descritta la diffusione di essa quarta natura per tutto 
il corpo, ossia nel paragrafo che il lìrieger accusa di 
errore, ma nel paragrafo precedente, subito dopo la 
enumerazionn dei quattro componenti dell'anima), la pro- 
pagazione non è già dal centro alla periferia, ma dal 
più sottile al via via meno sottile: dalla quarta natura 
al color, e al ccntus, e quindi aWaì't; (juindi al liquido 
saitguis, quindi ai molli viscera, quindi alle ossa — e alle 
midolla da ultimo, perchè queste son dentro le ossa; è 
una successione che, non solo non implica, ma esclude 
una irradiazione dal centro alla periferia. S'ha a sospet- 
tare anche qui arbitrio lucrcziano? 

Ed anche che sia fatale per la vita un malum del pari 
(iuando incolga V animus (890-416), e quando incolga 
la quarta natura (252-257), non è cosa per so stessa di 
molto peso; ha importanza in quanto implica che non 
l'è vita senza sensiis; ed implica quindi il punto, che ora 
toccheremo, che resistenza d'un senstis è fatta dipen- 
«lern e daìVaiiimus e dalla quarta natura. 

(iiacchò, malgrado tutte queste risposte al Brieger, la 
difficoltà resta, e sta appunto in ciò. che per ripetute e 
insospettabili dichiarazioni di Lucrezio, non solo gli atti 
mentah', ma anche ogni dolore o piacere fisico, ogni sen- 
sazione locale (vista, udito, ecc.,) ohe s'inizia pei sensiferi 
moti della quarta natura, non può essere senza compar- 
tecipazione dcWanimus. Itasti citare 549 sg.: 

et veluti luanue atque oculux iiaresvc BoorsuJii 
Kecrtita iib nobÌB nequeunt sentire nequc esso 



naaiquc aiiiinuiii tionsus mctiibrorum respicit omtiis, 

iluve animum è mia incerta proposta {>er mss. alivs, ma 
non incerto è il senso della proposizione- (Jui. dunque, 
sta la difficoltà; ma va risolta altrimenti die colla iden- 
tificazione di animus e quarta natura, perch^ contro 



'm 



rSICOLOCTA ICPK'OtlKA. 



questa ìdeiitilìcazioiie stanno parecchie difficoltà insor' 
montabili, alle quali lio accennato giit prima, e che f)ui 
ffiova riassumere: 

1. Se la quarta natura i; confinata nel |ietto, e per 
conseguenza i moti die, perle iin[jre8SÌonÌ esterne, lial" 
periferia vanno ail essa, non sono ancora moti sensiferi, 
non ha più alcun senso T argomento col quale Lucrezio 
«il E[iicuro vogiion provaro la diffusione dell'anima per 
tutto il corpo, cuth il fatto che noi sentiamo per tuttu il 
corpo. Potrebbe benissimo l'anima esser tutta nel i>ett», 
e U la ipiarta natura, (juantio ricfivo de' moti insensifcri, 
traslurmarli in sensiferi e come tali traamettcrll prima 
a<7li altri elementi animali, pure ivi raccolti, e per essi 
al corpo circostnnte, fino aì punti che hanno ricevuta l'im- 
pressione. I, 'argomento di Ei)Ìfuro non ha senso, bc non 
in ({Uanto attesti l'esistenza i>er tutto il corpo di un vero. 
senzientp, non di un senziente per comunicazione; che tale. 
6 anche il corpo, come il aiìoi; Ìl venliis e Vai'r. 

2. E ammessa pure l'esìstonica di questi Ire por tutto 
il corpo, che ragione c'è di chiamarli partì dell'anima, 
anzichò del corpo, se non hanno nulla di sostanzialmeiito 
comune coìV animus {posto questo identico alla quarta 
natura), o non hanno, pel senso, diverso ufficio da quello 
del corpo? 

3. E per questa stessa egual condizione cogli ele- 
menti corporei nella trasmissione di moti ìnsensifen < 
parÉecip:izÌone di moti sensiferi, non ha più senso l'ar- 
gomento contro Democrito {37U sgg.), inteso a provara 
che gli atomi animali non si alternano già coi corporei,- 
ma sono di questi molto più rari. L'argomento non ha 
vero valore che data la presenza per tutto il corpo di 
atomi della quarta natura. 

4. E dottrina di Epicuro, per attendibile notizia t 
Plutarco (I. e, p. 19.'>), che le sensazioni locali avvcngonw 
veramente là dove a noi pare di sentirle; se mi brucia 
un dito, il bruciore ha luogo proprio nel dito, e non gii 
ììeWaniiìiHS, che ò lìnniti'jq. Ora, come è ciò possibile, se 
il senso del bruciore è prima creato heWanìitnis e dal- 
VaniiHits, e da questo semplicemente telegrafato ai ditoS 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 205 

5. Se Vanimns e Yanima son due cose, così diverse 
e distinto come p. es. sangue e ossa, riesce inconcepibile, 
non solo che una tale distinzione non trapeli mai, e la in- 
sistenza con cui, anzi, JiUcrezio rileva la intrinseca unità 
del loro complesso (l. e, p. 190 sg.)» ^^^a anche e come 
Lucrezio, anche nella lunga serie delle prove della mor- 
talità dell'anima, rarissime volte |)arli deWanimtis solo 
(iìelVanima sola, soltanto al principio dove espressamente 
la distingue), ma quasi sempre del complesso, quale vera 
unica cosa; e come Epicuro, nei parecchi paragrafi dedi- 
cati a questo argomento, trascurando la distinzione tra il 
Xoyixóv e l'aAoyov, parli esclusivamente della intera ^fvxr^} 

E possiamo aggiungere: 

6. Se Vanimus non è che la quarta essenza, diventa 
strano come il suo atteggiarsi a diverse passioni e tem- 
l^eramenti, che sono esclusiva funzione di esso animus, 
dipenda dsWeminere in esso dell'uno o dell'altro dei tre 
elementi che ad esso sono estranci. Vedi Lucrezio, III, 
288 sgg., e Stob., 1. e, che ci dà una variazione o, meglio, 
un complemento interessante del motivo lucreziano: «v 
rò iièv nvevf.ia xivrfin\ lóv ót (UQa ìfi&f.iiuv, lò óè 6f(>/cir 
Tì^v (faivofibvìjv ^egjnófriTa tov asinai o<; ,. . éiinoiiiv. 

7. Il nascer di vermi (cioè di viventi e senzienti e 
(juindi con quarta natura) dentro e su pei cadaveri 
spiega Lucrezio (e quindi Epicuro) da rimasugli d'anima 
rimasti qua e là dentro il cadavere stesso, III, 711 sgg.; 
dunque son rimasti qua e là rimasugli anche della quarta 
natura — la quale dunque era diffusa prima per tutto 
il corpo, non confinata nel petto, quindi non identica 
QolVatiimus. 

8. Nelle parti d' un serpente tagliato a pezzi. III, 
655 8gg., nelle membra recise, 651, s'agita per alcun 
tempo ancora la vita, quindi do' moti sensiferi, malgrado 
la rottura d'ogni comunicazione ooW animus; anzi de' 
moti sensiferi dolorosi prodotti dal distacco stesso. Come 
vi nascono, se non ci son semina della quarta natura? 



* Il Bricger è di diverso parere circa al § 65; ma vedi più 
aTanti, p. 208 sgg. 



2(Ki 



PSICOLOOrA KPK'tKRA. 



9. lu 216 8gg. dice Lucrezio (e non è certo sua in- 
viiiizioiie), che la quarta natura ciettir per la prima, indp 
ralor motiis et venti cacci polettfait accipìf, inde an: Ma 
se hi quarta natura i"- confinata nel petto, non ù egli 
presumibile fli' essa, per farmi sentire p. ns. un ilolore 
ai piede, ecciti dapprima ciil che di calor reiifns a?r ha 
lì vicino nel petto, o poi por tutti e tre insieme avvensa 
la propagazione fino ai piedi ? CtV. il giiV osservato a 
paff. 203. 

La quarta natura, dunque, è per tutto il corpo fram- 
mista agli altri elementi dell'anima, e la quarta natura 
J una cosa, Vanimns ti un'altra, (^irca la difficolti^, come 
mai il sensus ora l' detto metter ca|)o alla quarta na- 
tura, ora aWanimiis, so non sono 1» stessa cosa; e circa 
l'altra questione, connessa, in che dunque si distingue 
Vanimus dalla restante anima, so identica è la loro com- 
posizione sostanziale; mi pure che si possa apiegare così: 
l'anima essenzialmente una — come dice Lucrezio e 
lascia intendere Epicuro — cioè sostanzialmente tutta 
eguale a a^ stessa, per tutto risultante dall'intreccio dei 
quattro suoi componenti, è diffusa, a nioilo di nebulosa, 
per tutto il corpo; ma questa nebulosa ha un nucleo 
centralo nel petto, formato da uu particolar condensa- 
mento delle sostanze componenti. Questo maggiore con- 
densamento rende ivi i)0ssibile una maggiore varietà e 
complesaitii di moti atomici (e quindi una maggior va- 
rietiY e complessitii di moti sensìferi e di forme d<>] «en- 
sus) sia della quarta natura in e^ stessa, sia in rapporto 
coi tre elementi più grossolani; tali forme sono gli af- 
fetti (odio, paura, ira, amore, ecc.), e l'attìvitA del pen- 
siero e del ragionamento. Così è che nieiis et coh-'ìÌHuih 
non queimt in pedibus esse; così ho detto sopra che la 
differenza dcll'ortjmKS dalla restante (mime non è sostan- 
ziale, ma puramente funzionale. Ma un'altra funziono 
capitale è propria del nucleo della nebulosa — di questo 
nucleo che ò l'unità dell'anima, che è anzi la vera anima, 
di cui il resto non ^ che una espansione, una diffusa ema- 
na/ione, essenzialmente collegata col nucleo, sì che se 
ipiei^to so ne va, nnch'essn pò ne va il 



AL LIBRO TU DI LUCREZIO. 207 

389 sgg.); e se una parte di essa (emanazione) è divelta 
dal nucleo, diventa incapace, se non immediatamente, in 
brevissimo tempo, di funzionare con suoi moti sensiferi 
— un'altra funzione è propria del nucleo, o, per dir me- 
glio, è implicita e si confonde colla funzione del pen- 
siero (mens consiliumque), cioè la coscienza, l'io, T u- 
nitii e centralità della coscienza personale. Ed ecco come 
Off ni sensus, centrale o periferico, che, come fatto fisico, 
^ azione della quarta natura — azione in loco della quarta 
natura in loco — come fatto più propriamente psichico, 
come fatto di coscienza, è necessariamente collegato col- 
r animus^ Infatti per me una sensazione è come non 
fosse, se il mio io non ne ha la coscienza — come ripe- 
tutamente dice Lucrezio stesso, p. es., IV 808 sgg. in 
ìrbm quoque apertis nascere possis si non adverlas ani- 
mum proinde esse quasi *.> semotum fuerit, e III, 640 sgg., 
dove nel calor della mischia V animus tutto preso dallo 
studium pugnae non sente il dolore di qualche arto re- 
ciso. Né già s' ha a intendere che in questi casi non av- 
vengano i sensiferi motus nei luoghi colpiti; giacché se 
l'arto reciso trema per alcun poco in terra (642), e le 
dita del piede tagliato si contorcono (651), e il capo 
spiccato dal busto servai humi vultum vitalem, ciò non 
può essere che pei continuantisi sensiferi motus. Ma, ap- 
punto, bisogna distinguere i sensiferi motus, che possono 
essere anche inconsci, dalla sensazione consapevole. Dun- 
que, se io accosto il dito alla fiamma, immediatamente 
i semina della quarta natura che sono là vi suscitano la 
sensazione di bruciore, che ivi resta; ma immediatamente, 
|)er r intima unione di quella parte di anima col nucleo 
centrale, questo, non già prova anch'esso la sensazione di 
bruciore, ma ha la coscienza del bruciore che è nel dito. 
Non é il caso di sottilizzare, e di chiedere a Epicuro 
come altrimenti possa V animus aver questa coscienza, 
che per propagazione ad esso stesso di quei medesimi 
moti sensiferi che costituiscono il bruciore, e per conm- 
nicazione ad esso stesso del bruciore. Epicuro risponde- 
rebbe forse che è da distinguere il gxivTao^ia del bruciore 
dal bruciore effettivo: una risposta che provoca nuove 




PSICOLOGIA EPICUREA: 



ilomancle — ma si entrerebbe nel fitto piìi inesplorabile 
(colia scarsità di dociimeuti) del pensiero epicureo, 
neppure domanderemo a lui la spiegazione »iel mistero 
— del resto, palpUaiile di aUnalilà — come dei mot» 
sensiferi possano essere sensireri. ancbo se la coHcieiiM 
non li avverte. Àodiamo incontro anche (jui a ({ucila 
ciuesttoiie fondamentale, a cui nìì Epicuro, uè altri può 
dare una risposta. Basti l'avvertire, che hi apiejfazionff 
qui data, mentre s' inlorma meKlio di altre al canone 
epicureo della fiducia nei sensi e nei fatti di interna co- 
scienza, non urta, parmi, contro nessuna dulie diffìcojtj 
sopra esposte, o contro alcuna testimonianza della tra 
dizione. 

Ho detto aopra (p. 205) cbc Epicuro nella sua lettera j 
Erodoto, §§ 63-67 e metà di 08, parla soltanto dell'animi 
nel suo complesso, senza distinguere anima da aiiimui 
e senza mettere in particolar luce le funzioni della quarti 
natura. Il lìrieger crede invece dedicato a quest'ultimi 
il |)aragrafo 65, Esaminiamolo; anzi, profittiamo deU'tw 
castone per riferire e studiare tutta questa parto dell 
lettera, che riguarda l'anima. 

63, Mtià 6è zavta rf« (Jvva(/ùv ttvuifitmvnt t.TÌ làc ai 
aiyilcei? xai fri Traiti^ (oi'iw yrip i\ fte^aioiaii^ uiain éaim'l 
oTi 1) ^t'X»; aàiià éan iFnrofifgéì na$' o?-ov tò àS^iVin 
TtaQsanttQftévov, n^ae/igiegfffinrov òè itvfvfiati its^/tov ttw 
x^àaiv txovit xai rt^ fièv rodrfp ngoasfUffQée, jig ii twti^ 

xtti aviùiv iQVron; ai'/ijtatté^ éé tovtiii ftiiXlùv xai w^ Ai 
iÌ^goÌa[tan . %ovto iè nàv iti di'Viifiti^ i^; if'vjiìi 3^4 
^rtotovaty xai tri này»( xai ai tvxtvrfliai noi ai itav 
kh'i mv acegó/iffoi itvTfixoftfv. 

Premesso, dunque, che bisogna fondarsi sulla testimi 
nianza del senso esterno ed interno, Epicuro dic<!: " L'a 
nima ò una sostanza, o un corpo, composto di atomi fini 
disseminato per tutto il corpo, e massimamente simile 
un soflìn avriite una certa mescolanza di calore, p [wr ii 



AL LIBRO m DI LUCREZIO. 209 

verso simile a questo, per un verso a quello. [Questa è 
la definizione prima e più breve, quella suggerita dal 
senso. E la stessa definizione: nvsvjna èvD€Qf.iùv che danno 
gli stoici, e se ne contentano. E anche quella che dà 
per prima Lucrezio, e abbiamo detto il perchè.] C'è poi 
la parte (la sostanza), clie di gran lunga supera in finezza 
queste due, è più atta a con^ientire colla restante massa 
corporea [consentire, cioè a subire le impressioni dei moti 
atomici del corpo, ri producendoli in sé trasformati in 
senso. — ficTfì óè rò (xéqog eoi manoscritti. Il Woltjer (e 
con lui Brg.) ri per rò; può essere, ma, come ho già 
detto, non mi par necessario. Sull'arbitrario énì óè rov 
ntQovc di Usener, non occorre fermarsi. E qui si noti: 
dopo che Epicuro ha per prima cosa affermato che l'anima 
«» disseminata per tutto il corpo, come poteva tacere qui, 
per quanto studioso della brevità, che questa parte invece 
è confinata nel petto, se fosse? ma non è; che dicendola 
assai più atta ad essere affetta dal contatto colla restante 
massa del corpo, la dice implicitamente in contatto con 
questa massa, e quindi per entro diff'usa. Yero è che il 
Brieger dà a av/imal>ég il senso aristotelico di "" affine „, e 
trovando quindi assurdo che la quarta natura sia detta 
più affine ai grossolani materiali del corpo che al Tivevfia 
e al ì>€qià6y^ suppone che dopo avid:cai>&>; sieno cadute le 
l>arole: rovroig gxàXXov ij x^ XoimTj lUyQoianart^ più il prin- 
cipio d' una proposizione che finisca con xal rò^ koinm 
(ti>Qotafian; ma io rispondo che avfiTraOt^ è anzitutto: 
"" una patiens, una sentiens „, e che il senso è chiarissimo 
— trattandosi di Epicuro. Che Epicuro non s'avvede con 
che piccolo e fragile ponticello s' immagina di superare 
l'immane abisso che separa il fatto fisico, oggettivo, dal 
fatto psichico subiettivo. Ma che vuol dir ciò? Yuol dire 
che Epicuro è materialista. Ed ho avuto occasione di av- 
vertire (p. 141) come di queir immane abisso non s'avesse 
di gran lunga nel pensiero filosofico antico la chiara intui- 
zione che n'abbiamo noi]. E tutto questo ce lo manifestano 
le potenze dell'anima, gli interni sensi e la mobilità gran- 
dissima, e il pensare, e tutto ciò di cui privati moriamo. 
[A ragione il Brieger rifiuta il ón^yov di Usener, che an- 

OfCSSAll, 8MU ìuerunani. U 



210 PSICOLOGIA EPICUREA, 

eh' io avevo accettato, per mss. Jf^Aor, e integra (col Gas- 
sendi) con Troiovat, Mi correggo anche circa rovro nàv^ e 
l'intendo, col Briegcr, " tutto il qui detto „. — Nota qui 
il Brieger, che Epicuro se la piglia alla leggera colle sue 
prove. Le quali infatti non sono per noi molto conclu- 
denti ! Ma né bisogna pretendere da Epicuro ciò che Epi- 
curo non può dare, nò bisogna dimenticare che qui egli 
parla ai suoi " progrediti „, e accenna brevemente a 
coso spiegate altrove. In sostanza Epicuro vuol dire: che 
l'anima sia diffusa per tutto il corpo, e non confinata 
p. es. nel petto come vogliono gli Stoici, ce lo attesta il 
nostro intimo senso, il sentirci sentire per tutto; che 
l'anima sia anzitutto aura e caloì\ in che consentono gli 
Stoici, ce lo attesta il senso esterno (v. Lucrezio); ma 
gli Stoici hanno torto nel limitarla a queste sostanze; 
tutto ciò che l'esperienza ci insegna circa a queste so- 
stanze, ci mostra che nessuna di esse — e nessun'altra che 
arrivi nel campo della nostra esperienza sensibile — è tale 
che si possa credere dotata o capace di questa singolare 
qualitfì attività che è il sensnSj arrivante fino al pen- 
siero e alla sua velocità; per spiegare i fenomeni dell'a- 
nima bisogna ammettere, con Aristotele, che consti d'un 
elemento assai più fine di (juanti noi conosciamo, d'una 
sostanza a noi ignota e alla quale perciò non sapremmo 
dare un nome, solo guardandoci dal farne, come Aristotele, 
una sostanza immateriale (v. soi)ra la nota a p. 187 sg.).] 

K(ù iiìv xaì OH tXBi ri if'vx^] / f|c aìaiyidBwg Tì^v 7i/M(Si\v 
()4 aìi(a\\ óeT xaib^eiV ov tiifV eì/,i](fei av ravrìp^ él lli^ i'.tÒ 
rov ).oi7iov ciiyQoCaiiaTOZ é(JTpyci^eró rrojc. rò àè ),oiniv àif- 
nolana Traoaaxfvdaav bxeivr] tì]v aliiav xavirp? jUfrfiAij^f 
xaì avio jotovrov cvjH7iro\uaToc TiaQ* ex6tv)jc, ov /lévroi 
.idvTO)V wv èxeivì] xtxrì]Tar ótò drra?vkay€i<frig rrg ^i»X^* ovx 
l'Xfi it]v ai'aDyiaiv, ov yào avrò èv iavim cavrr^ èxtxiì^io 
rì]v óvvaiiitv, (?A// kihoov dna avyyeyevyjjxévov avno jwaQf- 
(rxevaZ^Vy o ótà l^^c avvvelsia^elarfi nBqì avrò Swà/iieioi 
xaià I t]v x{vì\aiv aviLinoiLa ai(S^i]xixov sv^vg d/TorfAort* 
iavTin d:r(-:òidov xatù tì]v oiiovqrfitv xaì (fvfiTid^éiav xaì 
exstvo) xa^idneq eiJiov, 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 211 

II Brieger (Urbew. p. 15) ha messo ben in luce che 
Epicuro distingue due classi di corpi, quelli senza coe- 
sione (come l'aria, la luce), e i coerenti (solidi e liquidi), 
e che i primi, che col Brieger chiameremo mixturae, 
non stanno insieme se non sono contenuti dentro uno 
oréy«Jòv, che naturalmente è un corpo della seconda spe- 
cie (le texfurae, Brieger). L'anima, composta, in ciascuno 
de* suoi clementi, di atomi fini, levigati e senza uncini e 
curvature, è una mixtura; il corpo è una textura ed è lo 
<rrfy«Jor dell'anima. — Qui, dunque, Epicuro dice: 

* Ed è anche da tener ben fermo, che l'anima ha il 
massimo di causa nel sensus; ma non sarebbe capace 
di assumere (produrre) questo sensus, se non fosse in 
certo qual modo ricinta dalla restante massa corporea. 
E questa massa corporea provvedendo all'anima questa 
causa f(|ue8ta che è la parte sua di causa nel produrre 
la sensazione, vale a dire, col fornire all'anima uno 
crréyaCor, condizione indispensabile perchè questa senta] 
è fatta ossa pure partecipe di un siffatto eventtnn (il sen- 
sus) ricevendolo dall'anima, sebbene non di tutto ciò che 
questa possiede [cioè, come spiega il Brieger, non della 
rappresentazione mentale, dell' attività del pensiero, della 
volontà]; per il che, staccatasi l'anima, il corpo non ha 
più senso [Sto non si riferisce all'ultima proposizione, in- 
cidentale, che il corpo non possiede tutto ciò che possiede 
l'anima, ma al pensiero generale, ch'esso ha un senso 
comunicatogli dall'anima] ; giacché non esso in sé stesso 
(e per sua propria virtù) é in possesso di questa facoltii 
(di sentire), ma un altro, connato [cfr. Lucr. 331 sg.] 
gliela fornisce; un altro che, per la facoltà effettuata 
intorno ad esso, conforme al moto [ossia per la facoltà 
creatagli dall'aver intorno lo aceydCov; ed anche creatagli 
dalla propria natura — ma ciò è espresso poi in fv^^ts* 
ilTorf/Mvv. — ** Conformo ai moti „ onde riceve gli impulsi, 
e ai suoi propri] effettuando subito [stOvc; cioè: senz'altro, 
spante, ipsnnì\ Veventum del senso a sé stosso, ne i'a parte 
anche al corpo, per la confinanza (pel contatto) e per 
la simpatia (per la scambievole attitudine a una pati), 
come ho già detto. „ Cfr. Lucr. Ili 335 sg. communibus 



212 



PSICOLOGIA EPICUREA. 



Inter {corpus et aiiimam) conflatur utrimque motìhun ae 
censtis nobis per visiera sensus, che non vuol (fiit dir 
che il senso non sia possibile che con unti fusione e con 
corso (li moti (senaiferi) dell'anima e di moti (sensiferi 
del corpo, giacché vi aon forme di senso a cui il corpo na 
partecipa; ina vuol dire, che il complesso nostro sentir 
consta di moti senaiferi tiell'anima e di moti sensiferi d< 
corpo, poiché anche ((uesto sente. — Ho dato il test 
secondo l'Uaener. Il Br^. invece legge; Ov j-ùp avrà 
iavT^) rai'rijv fxixt^to lì^v ìivvafiiv, «XX' écé^i^ lina ffc/; 
fevrifiévif ai'rij) Tja^ieaxEvnì^ev, u A«, ecc., perchè, dice, 
può esser dotto qui che un altro, cioè l' anima, abbi 
ereato al corpo una certa facoltà, se poche righti prim 
è detto che il corpo ha procurato una certa facoltti i 
l'anima ,. E traduce: " Poiché queshi facoltà non atavi 
in esso (corpo) e non gli apparteneva in proprio, ma esa 
la creò ad un altro con lui connato, (a un altro) che ecc.! 
Sta pel Brieger la lez. mss. Hiigw e ffi-z/^j-f vyitVw ; 
sta contro di lui il senso. Poco prima la facoltà. og-gctt 
di Tcupaoieevdaav è la possibilità fatta all'anima di iliveft 
tar senziente; qui invece oggetto di naQsaxBi'aCiv è I 
facoltà stessa di diventar senziente. La contraddizìo» 
salta fuori dalla stessa traduzione del Brieger, dove J 
ò ancora questa facoltà (del sentire), ed è pura sviet* 
se dopo quel h il Brieger mette tra parentesi : " cÌo^ 
la p06sil)ilitiit fatta all'anima ecc. „ E del resto cosa di 
poco momento. — Questo punto, che Epicuro esprimo 
con molta precisione, cioè: che l'anima sente per virtù 
propria, il corpo per senso comunicato, e che, «{Uaiido bo» 
disgiunti, il corpo non sente più, perchè non ha più clii 
gli comunichi il $ensus, e l' anima non sente più pcrcU 
mancando il coercens che a lei conclusa faccia mof-ei 
sensiferos molm, c^sa si dissipa, e, in sostanza, 
senz'altro di esistere; questo punto, dico, in Lultczìo non 
appare che frammentario; al v. 357, dovu ò dctlo che Ìl 
corpo, uscita l'anima, non sente più, |>erchè perdìt qiioil 
non proprium fiiit eìus in aeco; a 5G4 sgg. dove è de- 
scritto l'uttirio del corpo nel dare all'anima la i>oseÌbÌlitA 
del sentire. 



AL LIBRO ìli DI LUCREZIO. 213 

65. iiò d^ xaì èvvndQ%ovaa v ipv%ì] oidénoxe aXXov rivòg 
jUfi^tV dnriXXaYixévov àvaia^riTìfist' «AA* a av xal ravTrjg 
'ivvajTÓXrjvai rov (freyd^ovTog lvl>évrog al H* oì.ov et t€ xal 
fiéQovg r*róg, édv neq Siafiévjjj €^€i rijv aiai^riaiv rò óè Xomhv 
à^QOia^a óiafiévov xal oXov xal iiéqog ovx exsc tÌjv aio^rjaiv 
éxsivov àTitiXXayfiiévoVj o<fov nove èarl rò (fvvrelvov rcav dvófÀcav 
nXìflog €Ìg T^r rij^ tpvxfg (pvfSiv. Kal /àÌiv xal óiaXvoiiiévov 
Tov o).ov à^Qatafiarog i^ ipvxfj diaajisCqBtai xal ovxért *exsi 
lag avràg ivvd^Big ovóè xtveltai ^ràg avvàg xivrjasigy^ (oare 
i:6 ovJI* xtà^rfiiv xéxrrirai. ov yàg olir tb voelv avxò aiai^a- 
viiisvov fiij ^ov)> èv xovxù} Tùf (fvarrjfiaTi xal ralg xivifisai 
lavtaig x^^^^^^^S oiav rà arByà^ovxa xal nsQiéxovxa in] 
Tomvta ^, èv olg vvv ovaa ex^i ravrag tàg xivi^aeig. 

Il Brieger vuole che in § 65 si parli non più della 
tpvxiiì nel suo complesso, ma della quarta natura. Le pa- 
role àX?,ov Tivìg fxsQovg suppongono, dice, che si sia già 
parlato di un determinato fitQog dell'anima, il cui distacco 
implichi che l'anima perda la àiai>rfivg ; quindi la neces- 
sità di una lacuna avanti a Sto rf^, nella quale si farebbe 
menzione appunto di questa parte, la quarta natura. La 
quale lacuna sarebbe provata anche dalla mancanza di 
nesso logico tra fine 64 e principio 65: cTiè, dice, dell'esser 
l'anima, come complesso, la portatrice del senso, non è 
una conseguenza che essa conservi il senso, se non perde 
una certa parte di sé. Tutto ciò davvero non mi persuade ; 
èvvTxdQX^^^^ ^^X^] 6 aXXov rcvòg fxéqovg drxrjXXayinévov evi- 
dentemente si contrappongono, e quindi dX?,. riv. jusq, non 
può intendersi di un'altra tra le parti dell'anima, ma 
di un'altra parte — dell'uomo — all' infuori dell'anima. 
Per conseguenza anche il nesso logico tra fine 64 e 
principio 65 è naturalissimo : dopo spiegato che il corpo 
al distacco dell'anima perde il senso, perchè non è esso 
il vero portatore del senso, dice che invece l'anima, che 
è la portatrice del senso, lo conserva, anche staccandosi 
da essa altra parte dell'uomo, purché e finché essa ri- 
manga. E, riguardo a queste ultime parole, il Brieger 
si trova costretto a far soggetto di Aa/ifc'vij la quarta 
natura, e a trovar per questa il posto con un'altra la- 



2U 



PSICOLOGIA EPICUIIKA. 



cuna ; ma trovare una lacuna in queste righe cosi rego- 
larmente collegate ò un vero sforzo. — Danno fastidio n 
Brìeger, eJ anche a me, le parole e'i 0' o>.oi> *r te 
/le'^ors' Tivói, e il Brìeger le attribuisce a un lettore 
non capiva. La miseranda fine del ledor pliilosophiis é 
fiachmann deve renderci però guardinghi anche circa ij 
lector inepttts del Brieger. Non ì: necessario intendei 
ii'^ivTog dello sfacimento del corpo (che iiaturalmenl 
escluderebbe la seguente ipotesi; fóv Tif^ éiafiirjj, acil. 
'l'fX'd'i può essere ohe Epicuro sì riferisca a quegli scoi 
(]ua88amcnti dì tutto il corpo, che Lucrezio descrive pii 
volte (|). es. II, 944 sgg.), che mettono in pericolo la pei 
manenza dell'anima, ma pure spesso lascian luogo a uni 
ripresa della vita. .ìvìHvtoì non è óiaXv^t'rio-i; p podi 
riglic sotto, dove realmente si parla dì sfacimento, dia- 
Xvoftévov è la lezione dell'autorevole codice F. Piuttoeto 
sospetterei la caduta di un à7t7j?.?.aYiitvoi' dopo uvóì; dato 
il quali-, non ci sarebbe che una certa, punto forte, li' 
liertil di costruzione, invece di: « re Ivflivioi itlav 
/(f^ot't" riròi àjiiiilaYiiffnv. — Ma {tornando al primo pur 
to) ci sono, le parole oaov . . . tfvaiv, chn suonano molto 
favorevoli all'opinione del Brieger che in ((uesto para* 
grafo si parli della quarta natura; chi infatti sono ap- 
propriatissime a designar cjuesta. Però è difficile int«ii- 
di*re TÙiv àiófiuiv n).tfi)o^ della somma d'atomi delle tre 
sostanze meno tini dell'anima, anziché dell'intera mass8 
ilella persona; e l'accenno alla esigua quantità (l'cor non 
ili ciò che, partendo, lasciali corpo senza senso, dqh 
un movente naturale, se si tratta d' un quid invisibili 
lo Ila invece se sì tratta dell'anima, la cui esiguità 
possiamo sensibilmente constatare: ed ha inoltre il 
perfetto analogo in Lucrezio [II, 209 sgg. S' intendi 
rebbe allora: " quando se ne va quella parte di noi, 
quanto piccola, che intona tutta la nostra massa ai 
mica alla funzione animale. ^ Non mi nascondo i>er 
che questa interpretazione ha qualche cosa di forzato, 
(die si aspetterebbe piuttosto un fU "'.r èaviw ifi-ai-, 
servando però subito, che ciò può spiogar^i in quaoti 
precede éxeivov e non »»(« 'i'vx^, E per qual ragione toc. 






al: LIBRO in DI LUCREZIO. 215 

qui Epicuro della esigua quantità — o, per dir meglio, 
(iella quantità, per quanto esigua — dell' anima? Egli 
allude a coloro che facevan dell'anima una semplice har- 
mania del corpo (e che Lucrezio combatte III, 94 sgg.) 
(*, con un semplicissimo accenno, richiama ai suoi ** pro- 
grediti „ la confutazione che n' ha data altrove ; o ciò 
spiega l'uso del termine musicale awrelvov; ciò spiega 
che dica èxelvov in luogo di rffi ^vx^i^, e spiega anche 
r intera espressione (fi^vrelvov elg ti]v rr^^ yj^X^i^ (pvacv 
(quella piccolissima quantità di materia che dà alla grande 
massa del corpo queìT harmoniaj cui certuni prendono 
|)er la stessa anima) ; e ciò infine conferma ancora che 
qui si parla dell' anima tutta, non della quarta natura, 
giacché questa, invisibile, non si presta alla confutazione 
qui implicitamente ricordata. — rag avzàg xivr^asig dopo 
xivBìzai è molto probabile integrazione del Brieger. — 
Non trovo necessario, in 66, rò invece di aitò (Usener, 
Brieger); il neutro pel femminile non fa difficoltà, e lo 
scambio inverso avviene subito dopo con ovoa^ dove, del 
pari, non credo necessaria la integrazione <(// ^«^xO del 
Brieger. 

Ciò premesso, traduciamo: ^ Per il che, anche, l'anima 
finché la e' é dentro (al corpo), non cesserà mai dal sen- 
tire, anche se qualche altra cosa (di noi) se ne staccca; 
anzi, checché di essa stessa vada perduto insieme, quando 
il contenente é tutto sconquassato od anche una qual- 
che parte (una gamba p. es.) ne è staccata; purché essa 
(anima) rimanga, avrà il senso. La restante massa (cor- 
porea) invece, anche restando (dopo morte, per un certo 
tempo), sia intera, sia una parte (p. es., la gamba ta- 
gliata), non ha più senso, quando se n'é ito qw^l quantum, 
I>er quanto minimo, di materia, che accorda la massa di 
atomi all'armonia della vita animale. Ma (juando tutto 
il corpo è disciolto, l'anima si dissipa, e quindi non ha più 
le stesse facoltà, (perchè) non può più muoversi (entro 
sé stessa) degli stessi moti (atomici); epperò non pos- 
siede più senso. 66. Giacché è impossibile pensarla sen- 
ziente, non trovantesi in questo organismo e non eserci- 
tante questi moti, vale a dire quando ciò che la circonda 



•216 PSICOLOGIA KPICURKA. 

e racchiude (p. ee., l'aria, cfr. Lucrezio II, 571) non ( 
pili tale, quale è ciò entro cui ora ha quei moti. , 

[Scolio: Mat tóSb léyst év àU-oti xai e5 lirófitav aritjr 
ovyxfìaUm Xeiùithav xa'i fff po/yrAujxriTwf , tioXXi^ iirt ita- 
(pBQQvaàìv tùtv mi' nvQÓi (ciò è detto contro Ùeraocrito, 
che faceva l'anima di atomi ignei), »ai ri nèv ri «Aojwi 
(ti't^f, o TM Xotìt^i na^etKta^Hai Ouì/tarc rò Óè Xoyiitóv év (^ 
Ofó^axi, mg if^Xav ex te tàiv ifii^iav xai tr-i /(tpà?. vnvov n 
Yiyysabiu tvÌv t iji tpvxri fu^iòv iiòv jin^' ohjv r^v (ni/x^toti 
Tta^tana^fiiviov éYxarex''i'fiifiiìV ^ itagioQovfitriov, fha ae/i- 
iiutTiiriuiv ioli; sneQuionoìi. {= Lucrezio, IV, 913, sgg.)' 
Ili lE OTtiQua àif^ oKwv iviv fftùfititfov qfotaHat. (L 
zio IV, 1035.)] 

fì7. ^Allù fiijv TÒie ye dtì n^oaxaTavoelv oti lò aamfiatsm 
^ov Jet jtniijj-oefrv T^; ipi'xfjiy, lov òvófiatoi; ini toì- naH' 
iavtò varj!>£vtog aV xa'J' iavtà óè ovk ttìtt vo^fflrt «il àoó' 
Hatov nh)v tov xbvùv. xò às xBvhv ouie notrflixi oi'« rraOcf» 
òùvaiai, (iX).à xtvtjniv ftóvov et éavtov ioti awfiaat na^fxè^ 
tui. u)(t')' ni léyoVTei àawitarov eìvat lijii ìf/vxiv ttat^^ovarfj 
ov'ìév y(t(> uv Estivato nouTv otitB rraffXftv, e* rjv totait^ 
rvv ó'éraQYwc dutpóie^a tavra avfi^aivn nFpì ii'v ipvx^ « 
aiifiTiTaiuuFa. 

L'integrazione (< del Lortzìng, a|tproTatii dal Brieger. 
Qui non e' i» bisogno di tradurre. Vedi Lncr. [(I, 161 8^- 

tiS. TUvra ovr ndvra rà óia/.oyio/tiiin nsffi f-'i'X'fi 'ivaymrì 
iis érti là na^ij xai tài aìa'ìicet;, fivijitovetoiv lùv tv d^x) 
^UtiÈvToìv, ìxavÙH xatù^eim toÌì ri-non éfineQieilijfifiiva eti 
lò ^*oÌ lày xaià liéfos k'.i" rai'iwv é^axotjiùva^ftì ,if^ai 

* Tutti questi ragionamenti intorno all'anima, chi li 
riconduca al senso interno ed esterno (ciot: clii vedi 
bene come son fondati sulla sicura base dell'attestazionei 
del fienso. iiitcniu ed esterno], o ei ricordi delle cose dotte 
al principio di questa lettera [cioò, che Importa aver ben' 
fermi i princìpi più essenziali, e veder bene la loro eoo* 
oessioue tra loro e eoi cauone primo della verità; ¥. U 



AL LIBRO III DI LUCREZIO. 217 

di questi studi p. 7 sg.], li vedrà d'un solo sguardo com- 
presi in forinole fondamentali [ossia, vedrà come essi sieno 
di quelle tali formole fondamentali, che bisogna aver 
sempre presenti per dominare V unità del sistema — 
V. studio I — ej tali che anche le dottrine particolari, 
che da esse derivano, acquistano, per esse, sicurezza as- 
soluta. ^ 

Dunque Epicuro, qui a proposito della dottrina del- 
l'anima, richiama espressamente (come non fa altrove) 
ch'egli ha inteso esporre tutto ciò che in essa è fonda- 
mentale ed essenziale. E non ha detto una parola intorno 
alla divisione animus e anima, di cui ha invece parlato 
in altri libri, come attesta lo scolio qui sopra riferito. Il 
Briegerdice che codesto scolio mostra ** wie unzureichon- 
des der Vielschreiber von Gargettos zuweilen zu bieten 
wagt „ ; per mia parte io vedo in questo silenzio un nuovo 
segno che la distinzione tra animus e anima, nella ^i^- 
(rio'Aoyia di Epicuro, non era essenziale — cioi^ non era 
sostanziale, ma semplicemente funzionale. E — i)ure am- 
messo che nel fonte usato da Lucrezio, la f^iey. éntronì] 
(che, come s'è visto a p. 8 sg.), pel suo carattere popolare 
poteva anche suggerire di mettere in particolar rilievo 
punti non principalissimi nel rigore scientifico), la que- 
stione AoyfxJr, aXoyov venisse presso a poco al posto dove 
Lucrezio tratta la questione animus, anima — non è, per 
lo meno, improbabile, che lo scolio citi insieme e questa 
questione, e la questione del s o n n o, e quella dello ontQ^iaj 
|)erchè Epicuro le avesse trattate insieme; ciò che ver- 
rebbe a dire che sensazione, sentimenti e ragionamento 
erano considerati da Epicuro come argomenti apparte- 
nenti a quell'ordine di fatti che Lucrezio tratta nel IV li- 
bro, ossia alle funzioni dell'anima (i cinque sensi, il 
sonno, i sogni, l'immaginazione, l'amore, la partecipa- 
zione alle funzioni fisiologiche del camminare, del man- 
giare e similij. 



X. 

POSTILLA LUCREZIANA 
A LrcREzio in, 798-827. 



Tl»S quippe ctenim mortale aoterno iungere et una 
consentire putare et fungi mutua posse 

MK» «lesiperest: quid enim diversius esse putandumst 
aut magis inter se disiunctum discrepitansquc 
ciuam mortale quod est immortali atque perenni 
iunctum in concilio saevas tolerarc procellas? 
praeterea quaecumquc inanent aeterna necessest 

jmC> aut quia sunt solido cum corpore respuere ictus 
noe penetrare pati sibi quicquam quod queat arfas 
dissociare intus partis, ut raateriai 
corpora sunt, quorum naturam ostendimus ante, 
aut ideo durare aetatom posse per oronem, 

^lo plagarutn quia sunt expertia sicut inanest, 

quod manet intactum neque ab ictu fungitur hiium, 
Hut etiam quia nulla loci sit copia circum, 
quo quasi res possint discedere dissoluique, 
Micuti summarum summast aeterna, neque extra 

^15 quis locus est quo diffugiant, neque corpora sunt quar 
possint incidere et valida dissolvere plaga. 

^ìT quod si forte ideo magis imniortalis liabendast, 
quod mortalibus ab rebus munita tenetur, 
aut quia non ycnìunt omnino aliena salutis, 

^'^^ aut quia quae vcniunt aliqua ratione recedunt 
pulsa prius quam quid noceant sentire queamus, 

praeter enim quam quod morbis cum corporis aegret, etc. 

•Sono frli ultimi colpi che Lucrezio spara contro la im- 
"lortalità o, più esattamente, T eternità deir anima. Col 
pi'imo >{, 798-80;$, dichiara assurda T intima unione e con- 
denso e cooperazione di un mortale con un eterno, [)er- 
•hè, dice concludendo, e impossibile 

802 ... mortale quod est immortali atque perenni 
iunctum in concilio saevas tolerarc procellas. 



220 POSTILLA LUCREZIANA. 

Nello quali parole paro inehiuso il pensiero essere as- 
surdo che l'eterno si trovi insieme col mortale esposto 
alle saevae procellae; e poiché in 817-827, contro la sup- 
posizione elio l'anima possa pur sfuggire alle procelle, 
si prova invece corno in realtà le subisca» perciò parve 
cosa evidente che 817 sgg. debbano far seguito a 803, 
e che 804-816 sieno indebitamento intrusi. E poiché d'al- 
tra parte i versi 804-8 IG, dove si enumerano le condi- 
zioni deiretornità (vale a diro o l'assoluta solidità, pro- 
pria degli atomi; o la intangibilità, propria del vuoto; 
la mancanza di luogo quo res dìssoliii possinf, che è 
la condizione delFuniverso) ritornano con lievi variazioni 
nel V, 351-363, come argomento contro l'eternità di que- 
sto mondo, è sentenza generale dal Lachmann in poi (o 
almeno se qualcuno 1' ha combattuta mi è sfuggito) che 
quei versi sieno stati interpolati qui nel III da un lettore 
amante di ravvicinamenti Io non divido questa opinione, 
e dico perchè. 

1. Ammesso anche che i detti versi siono qui inter- 
polati, è più probabile che l'interpolatore sia lo stesso 
Lucrezio. Che Lucrezio amass(5 di queste ripetizioni, e 
non solo progressivo ma anche regressive, é risaputo. 
Ora, qui si tratta di un argomento che per un epicureo 
era fortissimo e fondamentale; e ci sarebbe perfino da 
meravigliarsi che nella lunga serie degli argomenti lu- 
creziani contro la immortalità dell'anima questo man- 
casse; tanto più ohe richiamarsi ripetutamente ai principi 
fondamentali della dottrina è costume di Lucrezio. E 
Lucrezio, mentre lavorava a quella parte del libro V, 
aveva avuto occasione di tornare col pensiero e coli' oc- 
chio a questa parte del libro III a proposito dell'antece- 
dente argomento III, 782-T!)5, fondato sulla convenienza 
dell' ambiente. Niente di più naturale, che, occorsogli là, 
nel libro V, a proposito del mondo l'argomento delle 
condizioni dell'eternità, il suo pensiero ricorresse qui; e 
come poco prima aveva di qui preso un argomento per 
là, così ora aggiungesse qui un argomento di là, scri- 
vendolo qui in margine, ma omniettendo la conclusione 
(V, 364 sgg.), che riguardava il mondo, col proposito di 



A LUCREZIO III, 798-827. 221 

>ostituir poi qui l'analoga conclusione per l'anima. E a 
introdurre questo argomento proprio a questo posto lo 
invitava una certa affinità con ciò clic precede; che dal- 
Targomento della inconciliabilità di mortale ed eterno è 
breve il passo a quello fondato sui caratteri e sulle con- 
dizioni dell'eterno. Dunque questi vv. 804-816 non vanno 
inesorabilmente espulsi conLachmann, Bernays e Munro, 
ma tutt'al più inclusi fra ; , come interrompenti il Car- 
men continuum. 

2. Ma neppur tanto vorrei concedere. E anzitutto: 
h vero che 817 sgg. fanno naturale continuazione a 803? 
Xon mi pare. Che cosa dice Lucrezio nei due versi sopra 
«Mtati 802, 803? dice precisamente, che ò assurdo che il 
corpo mortale si trovi esposto alle procelle, trovandosi 
associato a un immortale. A questo pensiero non ò punto 
una possibile obiezione il dire, 817 sgg. : " Pure questo 
immortale potrebbe restare immortale, restando fuor del 
pericolo delle procelle, per questa o quest'altra ragione „ ; 
per pur stabilire un nesso logico, bisognerà sottintendere 
un qualche anello: ** E assurdo che il nioitale sia esposto 
alle procelle, trovandosi associato a un eterno, |)ercliè 
anche questo eterno sarebbe esposto alle medesime pro- 
celle, e quindi alla morte „ ; sottinteso ciò, si capisce che 
un altro replichi : " Pure potrebbe restare* eterno, restando* 
per parte sua immune dalle procelle, per questa o que- 
st'altra ragione. „ Ma abbiamo diritto di sottintender 
tanto? In Lucrezio, che suole essere così esplicito nelle 
sue deduzioni? Ma anche in sé stesso il sottinteso è im- 
l>os9Ìbile. Stiamo a ciò che dice Lucrezio: egli dice in- 
(*onciliabile il mortale coli' eterno, per questa ragione», che 
di due elementi intimamente fusi, così da formare una 
cosa sola (che ciò significa iunctum in concilio 803; si 
badi a in concilio)^ è impossibile che uno si trovi esposto 
a procelle se Valtro non lo è. Questo "* se l'altro non lo è „ 
è implicito in immortali aiqnc perenni, e implicitamente 
esclude il supposto sottinteso, e (juindi taglia il ponte tra 
803 e 817. in altre parole: per Lucrezio, come pei suoi 
avversari, eterno e impassibile sono sinonimi; e all'affer- 
mazione che è assurda la fusione di passibile e impassi- 



■222 POSTILLA LUCHEZIANA. 

bile non 6 una obieniouc ìl trovar l'he tiuento iniiiasaibiif 
può restare impassibile ; come non ò poi, <Ia parte di 
Lllcrexio. una conferma dnH' affermata assurditiV la prova 
(822 sgjf.) che il socio del passibile è un altro passìbiU.^ 
Ma ci sono anche segni formali di diagiunzione tra 
80:ì e 817. In 817 il soggetto sottinteso è animn ; ina per 
sottintenderlo bisogna che sìa detto pri'"». e i" 7**8-tì0 
anima non c'è; non c'è chu aderitnm immoiiak; e bai' 
legger di seguito SI" sgg. dopo SOIi per vederi- che n 
si può da questi due epìtftti sottintendere anima. Poi. 
817 qiiod si forte l'r/w magifi innnortalis habeiulasf, ©W 

' Qunnilo ho imbblicato pri mn mento nueata l'osUtln l.urrezit 
nel Volume: Fvstgrms an lUdulf twi HotU (Snittgnrt, IBltì). _ 
pra sfuggita ta lacunii proposta dal llrioger in J'hiliit. XXVI 
bi ag. Ce ora nella sua pclÌKionei. tra 802 e 803. Questa lacuna 
molto probabile, piTchù scox'csfln bÌBogu» intendere dirtrtiiu, 
inler »e disiunetiim Hiscrepìtansqiie nel senso ili • con tradii ito ri 
assanlo »-, direi anzi che la lacuna è indiscutibilo, st^ alla ti 
Tolta non aDtlasso incontro alla A'idioohk. che siamo costretti i 
nmmntli'i'c un passaggio di costrunione, ossia, invoco di: /f» 
•iiiiiji/i i/ilr.r se disiutictiim diserepitanigue qitam mortale quodn 
ri 'iwì .si immuriate iitqne petsune, il dativo immortnli olffi 
ìfi-eiiui, rorno su non ci ioma inttf se. Questa diffìcollk sugiforis 
che si {luì) forsB spiegare il testo anche senza Ucunn, supfionwM 
una siuGoiie logiua; cioè che sia detto: " che v'iia rfi più i»e» 
riliiihUe ilL'Ihi intima unione Ai un mortalr^ con nn immorta 
* l'sposta nlle Kiiet^ae proreltae? , in luogo di: * che v'ha di p 
incuntnliabilc di ciò che è mortale e di ciò chn ò immortale? 
quindi che cosa c'è di pi b inconcepibile di. una loro intima iinioi 
esposta alla farrae procellae-f „ (Se le due cose fanno una eoi 
sola, Quiista non potrù essere né vulnerabile, nh invulmsralijl 
perche sutk insieme raortale e immortale.) E la sincope potrebl 
essere stata provocata dui terzo ili quei tre sinonimi, ditKrtjMM 
ohe ha anche il senso di " contradditorio, assurdo r- cfr dinert/t 
I, 582. Hi noti come quc^l dativo immortali iilgiit jiermni para pr 
cipitarsì adosso airi'jiii('/»w comi' il ferro alla calamita: potrebl 
essere il segno della supposta sincope logica. 

Quello che qui importa osservare è elu; data la lacuna i 
lìtiegvr, viene bensì a Intirmarsi in parte il princìpio del inio t 
gionamento, in quanto un pussibile rapl>orto logico tra 803 <• K 
non si pu?i piti pscluilrro in modo assoluto; ma ri'sia pur (i«npl 
rotto il ponto per la disconiinuitA di forma, che veniamo uecennan^' 
nel testo, e resta sempre intatto il naturale rapporto tra 817 »g 
e i versi precedenti — che «0(0 ptr eonijttluru, per uon o»a« 
stahj inloso il rapporto stesso sì volevano eliminare. Ood'A d 
il Itrieger stesso, nella sua edizione, ha accolto le due coBohuk 
a cui vengo, eonitcrvando SO^-flIi nt-l rarmeii eoiilinuam, e ni 
Mndo trai iMam tr» tilt s «IT. 



A LUCREZIO III, 798-827. 223 

c'è un magis che il Munro intende = potiuSy poiché tra- 
duce "^ rather ^ ; ma che vuol dire ^ V anima è eterna 
piuttosto per quest'altra ragione ^ se prima non si è par- 
lato di altre ragioni di eternità? 

Con quest'ultima osservazione ò anche detto che il 
vero legame logico è tra 804-810 e 817 sgg.; dopo dette 
le condizioni dell'eternità, nessuna delle quali conviene 
all'anima, si viene alla domanda: se l'anima non sia piut- 
tosto eterna per un'altra ragione all' infuori di quelle tre. 
Certo il legame esteriore manca anche tra 816 e 817, 
perchè manca sempre quolVanima che ha da esser inteso 
come soggetto in 817; ma s'è già visto che a 804-816 
manca la conclusione, che doveva essere: " ora l'anima 
non si trova nella condizione né dell'atomo, né del vuoto, 
nf» dell'universo, dunque non è eterna „ ; mettiamci questa 
e tutto è a posto. Se questa conclusione manca perchè 
Lucrezio non l'ha scritta, vuol dire che eflFettivamente 
Lucrezio ha scritto questi versi prima nel Y, e di là 

— come e quando, s'è detto — li ha ripetuti qui; e 
prima ancora di aggiunger la necessaria conclusione ha 
sentito il bisogno di accennare all'obiezione 817 sgg., o 
di combatterla. Ma precisamente la mancanza di anima 
in 817 sgg- mi fa credere piuttosto che la conclusione 
c'era, e che ora tra 816 e 817 e' è lacuna di un paio di versi 

— come c'è una lacuna pochi versi sotto (tra 821 e 822); 
V mi fa credere anche che 804-816 sono stati scritti 
prima (jui e poi ripetuti nel V, precisamente come 782 sgg. 

Ala guardiamo un poco più addentro nel rapporto tra 
questi versi e i seguenti. Dopoché Lucrezio ha detto che 
f/uaecumqKe manent aeterna (804) è necessario si trovino 
in una di quello tre condizioni (e che nessuna delle tvv 
conviene all'anima), pare strano che supponga l'ulteriore 
obiezione: ** ma non potrebbe l'anima essere eterna per 
efietto di altre condizioni? „ Ma strano non è; nel sì- 
stema epicureo c'è un altro eterno, che non è né l'atomo, 
ne il vuoto, né il tutto; * e Lucrezio se ne è dimenticato 



' E ce lo dice chiaramente ^ Plut. piar, L 7, 15 ~ Stob. ecL 
p. 66 (Diels, Doxogr. p^ 30(>): o cf*«rrò> (Kpiouro) (tkXoK [con un 
codice e Gassendi, per itXXd^- vulg. Diels, decisamente i'also] Tèa- 



224 



POSTIMELA LUCREZIANA. 



scrivendo S04 guaecumqm aderita manent, ma se ne >■ 
poi ricordato, e allora lia sentito il bisogno di apgiiin- 
ffore 817-S27. Questo altro eterno sono gli dei, e l'obie- 
zione die Lucrezio si fa è in fondu questa: non potrebl» 
raiiima essere eterna perchè si trovi nelle stesse condi- 
zioni che fanno eterna l'esistenza degli dei? Non possiamo 
entrar qui nella questione, come Epicuro conciliasse IV 
tornitA de' suoi dei col suo sistema fisico (questione che 
consideriamo più avanti nello studio Gli dei di Epi- 
curo): basti dire che gli dei di Ei)icuni sono eterni per- J 
che, per la particolar loro costituzione fisica, si trovanO'l 
in tal condizione, che, come è detto (jui, aiit non reniutd ; 
ninnino aliena salutis, atti quae veniunl aliqua raiione 
receduiit (819-820); e ciò che qui è adombrato è detto 
più espressa mento, V. 1173-1176 — un parallclu sul quale 
non possiamo insistere qui maggiormente, percliè du- 
vremmo entrare appunto nella questione delia natura 
divina. Dunque, allo scarso numero, che abbiamo altri- 
menti, di testimonianze intorno agli dei di Epicuro sari J 
da aggiungere anche il nostro passo 818-821. I 

E die questi versi alludano realmente alla condizione ' 
del divino, mi è confermato anche da ciò: Lucrezio ri- 
sponde, 822-827, con prove di fatto che l'anima è soggetta 
agli assalti di morte, come il corpo: ora, per questo, ba- 
stava ricordare, od erano principalmente da ricordar»-, 
le già dimostrate malattie dell'anima, sia quelle che ha 
comuni col corpo, sia le sue speciali; invece non sola- 
mente accenna anche agli affetti del timore e del rimorso 
(che come lesivi dell'esistenza hanno certamente niolt-) 
minore importanza ed evidenza), ma a questi dà il posto 
principale 823-825, e dell'altre malattie tocca o in forma 
incidentale (822 praeter qiiam qtiod morhis cum corporis 
iifgrel) in forma di semplice appendice (82G sg. adde ecc.). 
Perchè? Nel famoso passo ciceroniano De nat. deor. I Vi 
i} detto (ed è ripetuto più avanti) che nella irpóÀ^ji/'w che 



«to' ài J^km^ 



pw, in,- i,A 


,■ xatìi yiroi 
oiotiiiR;; colli 
WMJfàpiù 


nspScfprt 
» quale 
avanti. 


ulEiuiEi espressione 
nello studio: Oli t 



AL LIBRO Iir DI LUCREZIO. 



225 



noi acquistiamo degli dei entrano, come elementi essen- 
ziali, l'eternità e la felicità; e lo stesso dice Lucrezio nel 
luogo già citato V, 1173 sgg. Ora, qui Lucrezio ha fissa 
la mente alla condizione del divino, e la differenza che 
più spiccata gli si atfaccia tra dei e anima umana è l'as- 
senza negli uni, la presenza nell' altra, delle maggiori 
cause di infelicità, l'angoscia del passato e l'angoscia del 
futuro. 

Per tutte queste ragioni non accetto ta atetesi di 
S04-816, e metto una lacuna tra 816 e 817. 



XI. 

GLI DEI DI EPICURO 

E L'ISONOMIA. 

A LUCB. V 1159-1191. 146-155, e II 294-307. 350-500. 



Che Epicuro ammettesse nel suo sistema la esistenza 
<Ìi eterni dei, è cosa che ha sempre fatto meraviglia, ed 
t: sempre parsa in flagrante contraddizione col suo ma- 
terialismo e atomismo, secondo il quale tutte le cose che 
non soQO atomi sono de' composti di atomi, e tutti i 
oomposti sono destinati alla distruzione. Tanto che, come 
si sa, non mancarono le accuse di ipocrisia, come s'egli 
non avesse che fatta una concessione alle credenze vol- 
gari, per amore del quieto vivere, per non aver impicci 
colla polizia. Come parimenti si sa, l'accusa non ha alcun 
fondamento; né a' suoi tempi Epicuro aveva ragion di 
temere per i suoi insegnamenti fìlosofìci ; né, se ne avesse 
avute, gli avrebbero servito di scudo i suoi dei, ai quali 
eg-li aveva tolto tutto che può dare un qualche valore 
alla divinità nella religione d'uno Stato; né la sua dot- 
trina teologica, se non fosse stata sincera, si sarebbe 
Conservata nella sua scuola cosi ferma e sicura^ come la 
ci appare, p. ea., in Lucrezio. ' 



' Nel trattato epicureo fatto aoolpìre in pietra ila Diogene di 
EaoanUa {t. t. p. 140, nota) era inaerita una lettera di Epicuro alla 
Madre Chorcstrata, e an prezioso frammenlo ce ne è conacrrato 
(Bh. Hiu. 1892 p. 426 »g.); e poiché la lettera, come ben mostra 
l'UMner(ibip.K6), appartiene ai primi tempi dell'insegnamento di 
^ieoro, è iiitere«>ante di vederci già attpstato il suo concetto dol 
tirioo, implicito in quella parificazione della vita de\ sa^wnte «\- 




228 GLI OEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 

Una opinione moderna (p. es. in Lange, Storia (IH 
Materialismo) che Epicuro non intendesse affermar l 
3Ì9tenza di dei veri e reali, ma solo raffigiirare in 
l'ideale del perfetto sapiente, è insostenibile in faccia i 
tutte le testimonianze. Epicuro ha ammesso, con tutti 
sincerità, gli dei nel suo sistema, prima di tutto perchi 
li aveva trovati nell'atomismo di Democrito, poi — clli 
da sola la prima ragione non sarebbe bastata — pcrcW 
li trovò non solamente conciliabili col suo proprio aistema 
ma anche pressoché imposti dalla sua psicologia e dalli 
sua canonica. Infatti gli dei di Epicuro sono por un rerei 
abbastanza simili a quelli di Democrito, da rivelar la p» 
rentela che hanno con quelli, ma dall'altro se ne diversi 
ficano tanto, quanto è diverso dal democriteo il princìpi' 
morale di Epicuro, secondo il quale la vita dell'uomo noi 
H condizionata che dalle cieche forze della natura, e dalla 
ragione e Ubera volontft di lui. Democrito parlava talori 
ili dei, accostandosi al parlar popolare (v. Zcller, I, 641) 
designava anche come elemento divino nel mondo i prin 
cipia éiientis che si trovano nell'universo o nell'tiomi 
(Cic. !^at. (ìeor., I, 120), ossia chiamava divini gli atoin 
del fuoco, come di tutti i più hni, e de' quali anche 1'^ 
nima nostra è fatta; ma, a parte questi cjisi nei qua! 
il divino ò piii che altro una espressione, Democrito ani' 
metteva anche che per tutto, nell'atmosfera, esistono < 
a' aggirano dei. Questi dei non sono che ftdutXa, ma («JwJU 
vivi, iinagines animante^, corno dice Cic. 1- e; ce n'4 
di benefici e di malefici, e convien far voti che ci capi* 
tino piuttosto dei benefìci; sono emanati da una materia 
divina, una y"« ovaiu (Cic. ih. 29, divhiam Ulam tiatu' 
ram quac imaginea fuiiiìat «e mHtat)i s'accoiìtano e ap- 
pariscono agli uomini, ed anche agli animali, sopratuita 



l'csiitenza divina, cli« por Epicuro uon t> una semplice figura ivt- 
torica, ma no vero punto di dotcritia. Epicuro dice c)w " U mm 
lite, è simile a qu«lln degli dui, e. che Ti<'|j|iure In mortiiiilii lo fa 
testar» addietro dall» natura incorruttibile e beata (ditali dri); 
che fin che vive dì ■illi(>tH al par degli di^i. e quando «ara nortv 
1 avrà la coscienza della inrpriorìtà doUa sua cuodicioiM, ' 
t0ttc » quelln dvKii rìcì immortali .. 



A LUCREZIO V, U59-1191, ECC. 229 

ìq sogno; e coal son visti aver forma umana, ma essere 
di straordinaria grandezza, di straordinaria forza, e anche 
di straordinaria longevità; che non sono immortali; 
ivag:iya(fia ftèv, ovx aq>f)ttQTa, E parlano {item^oì'fisva xai 
fm-àc àg>iivTa; cfr. Lucr., 1171, videhanUir voces superbas 
mittere) rivelando anche il futuro (v. Zeiler). Notiamo 
ancora ]a strana espressione di Cic. Nat. Deor., 1, 29, 
(Detti.) qui... imagines earumqiie circuìtus in lìeo- 
niin numero referat etc. Sebben poco chiara, l'espres- 
sione ci fa capire che degli dei di Democrito si avvertiva 
ospreasainente (come vedremo esser detto degli dei di 
Kpicuro) che non avevano che un contorno lineare, ossia 
erano /(ovó)-^Rju/ta, non avevano spessore. 

Ora, degli dei di Epicuro notiamo anzitutto le diffe- 
renze: l." Non sono né benefici né malefici, ma sono af- 
fatto estranei e indifferenti al nostro hene e al nostro 
male. 2." Non hanno lor sede né in questo né in altro 
mondo, ma negli spazi intermondialì, negli intermimdia, 
iitiaxóafua. 3." Sono immortali. Circa all'esser fuori del 
mondo e pur manifestarsi a noi, si comprende che ciò 
avviene per mezzo di idoli che da quelli si dipartono e 
vengono a noi, idoli per altro insensibili, e ciie solo l'a- 
nimo avverte, sia nella veglia, sia, e più spesso, nei sonno. 
.Ma la grossa difficoltà è che sieno immortali, indistrut- 
tibili, mentre nell'atomismo epicureo indistruttibili non 
[Kissono essere che gli atomi, l' omne e il vuoto (Lu- 
crezio, lir, 804 sgg.; cfr. io studio prec). E anzitutto, 
IMTchè Epicuro li ha voluti immortali, e non s'è accon- 
tentato degli dei longevi di Democrito, che son benissimo 
eunciliabiti coU'atomismo? Per la stessa ragione per la 
ijuale ammette la esistenza loro. Gli dei sono, perché la 
loro esistenza è evidente, dice Epicuro stesso nella lettera 
il Mcneceo (Diog. L. X, 123) ; ossia, come spiega l'epicureo 
in Cicerone Nat. deor., la generalitii della credenza negli 
dei è una prova della loro realtà, è una prova che (|ui 
si tratta di una Tr^óXrjifiig, d'un' idea insita i>er natura, 
rome dice l'epicureo di Cicerone (ma va inteso, non nel 
senso nostro di idea innata, ma nel preciso senso epi- 
cureo, ed anche stoico, d' un deposito stabile e generico 



230 GLT DEI DI EPICURO E L'ItìONOMTA. 

lasciato dal rìpeterBÌ di impressioni simili); la «e»^.>3V« 
fS il prodotto d'una visione ripetuta e comune agli uomini 
in generale; la quale pertanto non può essere prodotta 
dal casuale accozzo ondo ai formano le avattiau:, ma den 
l»nrtir da un reale corrispondente. Ma se ciò vale per l'esii 
stenza degli dei, vale anuhe per (|nei caratteri die il coli 
senso universale attribuisce agli dei: forma umana, beati 
tudinc perfetta, immortalità. Siamo dunque alla questioni 
come fosso possibile questa Immortalità, ossia come ver* 
mente Epicuro concepisse la materiale costituzione de^ 
dei. Su questo punto le notizie sono scarsissime e oscun 
Lucrezio (V, 155) ci fa una promessa, che non troviani 
iMuntenuta (salvo indirettamente qualche accenno 1I5I 
sgg.): i frammenti eroolancnsi di parecchi scritti di Fi 
lodemo ci darebbero molta luce, se non fossero trop])( 
frammenti; il documento fondamentale classico, è il pass 
di Cic. Nat. deor., I, 49 sgg. (colle preziose ripetizioa 
71 sgg. 105 sgg.): A'ec tntnen ea species (la forma umani 
degli dei) corpus est seti quasi corpus, nec hahet 
ffHinem seti quasi sauguiiiem... Epicurus aulem, 
res occnUas et penUus ubiiitas non modo viderit antim 
ned etinm sic tracM ut manii, docet eain esse vìm ■ 
nnfuram deorum, ut primum non sensit, sed mente etit 
natur, nec sol id itati.' qitadam nec ad nuiiieriim, ut t 
qune ilfe propfrr firmitatem afr^tfivia appellai, sed ima* 
jjinifiìis simililitdine et frannìtìoue pi'rccpils, rum infinUn 
siiiiilliiiinruin iinaijimtm species ex ìnnumerabdibus indi: 
rlduis existat et ad eos (o ad deos) (if)iuttt; ium maxiiHÌi 
roluplalilius in eas imagines meiitem infentam inftxamqttt 
luiulrnin intellegentiam capere quae sit et beata natura: 
et aefema. Fermiamoci qui per ora. Sarebbe troppo lunpo 
dire di tutte le interpretazioni e mutazioni proposte diiì 
crìtici, tormentati da questo passo. Il primo che ha « 
minciato a portare un po' di luce è stato l' llirzej (('«- 
tersnchungen zìi Cir. 's pìiH- Schriften, T, p. -tG-B-J), av- 
vertendo che soìiditate quadam k ablat. quatitulis, oìHÌ9 
ù da intendere " noi vediamo che gli dei non hauno so- 
lidità „, e spiegando ad numerum come traduzione let- 
terale di xat djii^jtwv, nel senso in cui Aristotele dio* 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 231 

che una cosa può essere una xar' àQ^^óv cioè " secondo il 
numero „, come può essere una in altri modi, p. es. xar^elóog 
cioè secondo la forma; e spiega l'unità secondo il numero 
come identità, o individualità materiale, wr t] rXrj (Lua : 
un fiume, per esempio, non ha unità, o individualità, 
ad numeriiniy ma soltanto ad speciem, xar' stóog^ perchè 
la materia di cui è fatto non è mai la stessa. Anche 
Epicuro (v. sotto) usa lo stesso termine xar' àgiOfióv in 
({uesto senso, parlando degli dei. Dunque in Cicerone è 
detto : che ** secondo Epicuro noi vediamo che gli dei 
non hanno individualità materiale „. ^ Ma poi T Hirzel 
non giustamente intende nell'espressione similitudine et 
traììsitione espresso il processo dell' àvxavanXriQfaaig. * 
Certo questa espressione latina sarebbe acconcia a indi- 
care V àvtavanXrfifoaic^ e certo qui si descrive qualche cosa 
che ha affinità con essa (una successione di immagini 
eguali conservanti una visione); m?i V dvravanX, indica 
tecnicamente il modo del veder sensibile, e qui si tratta 
di caratterizzare una special visione distinguendola so- 
pratutto dal veder sensibile; poi V dvtavanXi^QffXSiQ è mezzo 
per cui noi vediamo le cose, ma non è vista essa stessa ; 
mentre qui con similitudo e transitio si descrive cosa 
che l'anima vede: ^ nella visione degli dei l'anima 



* Schiche dice che non c'è ragione di non intendere * und 
nicht aaf Grand einer gewissen Consistenz, noch auch so dass aie 
gezàhlt werdon kònnten „. Anche così si afferma la non solidità 
degli dei; e quanto al non poterai numerare che senso ha, se non 
siguilica, col Keid (nella edizione di Mayor) ** nor numcrically 
i. e. individually n ? E poiché, come vedremo nel tosto, ciò che è 
det^o degli dei come li vediamo, è detto degli dei conio sono, 
eosì si viene ancora a dire che gli dei non hanno individualità 
materiale. Ma del resto è certo che Cicerone traducendo letteral- 
m(*nte xai aQi&/ióy con ad numerum, osava una espressione che 
molti de' suoi lettori non dovevan capin*; ma è evidente che qui Ci- 
cerone non si dà tanta pena di esser chiaro, come di star attaccato 
materìnlmento al suo fonte greco ; e c'è poi il xm^ àQi&uóy del passo 
(li Diog. L., ohe citeremo più in là, il quale toglie ogni dubbio 
sulla eguaglianza ad numerum -^xniìiìi&uót^. Vodi Pampia esposi- 
zione e discussione delle spiegazioni di Hirzel, Schiche ed altri 
che dà Iwan Mailer, in Bursian's Jahresb. Voi. 27, p. 115 sgg. 

' L'aVrai^a^TAjfpayai; è, come si sa, il succedersi delle imagines 
flaeati dalla superficie di un oggetto, onde abbiamo la visione 
continuata dell'oggetto stesso. 



232 GLI DEI DI EPICURO E LTSONOMTA. 

vede una continua succeasìoiic di immagini simili. « 
punto perciò vediamo cliu ^li dei nuii hanno soliililoi 
L- non hanno una indìviduaiitA *((/ numentm, ma seU 
[ilicemente ad specìem. Non approvo (come altri non a 
provano) l' IlirzeI che fa finire la prima parte del peno* 
i'.on appellai, e aulìorditia imaginihm ... acce ptis a, cu 
maximis voluptafibus aninifiin nostrani i>tlelltijentiam r 
perv. qiuie sìt d beatu nutnra et onterna (e conserva iid 
turalmente il citm maximin voluplalihas, die Io col Kloixfl 
col Dcgenhart [Krii. exeg. Beinerkungen zu ih Sai. tleofM 
Ascliaffcnburg, 1881] mnto in tuiii, che par richiesi 
dal priìiuim); ma è cosa dì poca importanza, k>^i^'4 
resta pur sempre il coucettu che appunto dalla continui 
successione di codeste imayiites cuuiprendiamo la U-att 
tudine ed eternità degli dei : cPr. A'. />., I, 105 . . . eamqtà 
ime eius visionem (cioè della species dei) ut simìUtudié 
ci Iransitione cernalur, ncque defìciat unquam ex infinila 
r.nrpoi'ibus (atomi) similiiim flccc,s«jfi, er coque fieri ni ì 
lutee intenta mens nostra heatam Ulam nuttiram et aeii^ 
pUernam putet. Ma sopratutto non accetto la ounclui 
a cui viene Tllirzel (e che anche lo /Heller ammette 
Poiché qui si descrive il tatto subiettivo dt-ik nostra 
visione di idoli divini, e d'altra parte, tiome si vede dn 
altri passi di questo libro (p. cs. qui-llo citato or ora), <"• 
manifesto che Cicerone attribuisco agli dei atessi di Epi- 
curo i caratteri di codesti idoli visti, THirzel coachìude 
che Cicerone ha confuso due cose ben diverse; che, ciuè. 
piglia codesti Huenti e inconsistenti idoli, clic a noi appa- 
riscono, per i veri dei di Epicuro, attribuendo a queslì. 
abitanti là negli inttrmtindia, la inconsistenza propria di 
i|uelli; mentre 6 cosa non dubbia (dice l'Hirzel) cbc i 
veri dei di Epicuro hanno vera e reale — cioè male- 
rìale — individualità. E non crede l'Iiirzel che risponda 
al pensiero di Epicuro la descrizione de' suoi dei imeo' 
mentis dumtaxat extremis (f, 123; o 75 istarum adiuia 
hrutvrum dearuin ììniiineitla afqiie formae) ; e con ceri 
ragionamento cerca anche di provare che Epicuro a 
non devo aver chiamati i suoi dei monagrammi, oomR j 
detto n, 59: Epicurus monotjraminos deos . .. commettitili 



A LUCREZIO V, 1159-1191. ECC. 233 

est.^ La ragione poi della confusione di Cicerone starebbe 
in ciò, che Epicuro stesso avrebbe distinte due specie di 
dei, gli dei puramente idolici e a noi parventi, onde sa- 
rebbe nata la volgare concezione degli dei, e gli dei veri e 
propri, abitanti le regioni intcrmondiali. E tutto ciò sa- 
rebbe attestato dal molto citato scolio alla prima delle Sen- 
tenze di Epicuro, D. L. X, 139, év a/,Xou dt ifr^i lovg Osovc 
^ró/^ &€a)Qrirovgy ovg fxtv xaz^ lì^tOfiòv v(feaiMiag^ oii^ oh 
xarà òfÀoecóeiav ex Tfj<; avvexovg aTtiQQvnéojg rwv ofiolwv 
éiSwXwv ani To àvvò ànoxBiaXsanévovg [= Cic. il). 109, ìiti 
e multis una videatur] àvi^gwTrosióeTg. — Ora tutto questo 
è estremamente improbabile. Cicerone aveva davanti un 
testo greco d'un epicureo, intorno alla natura degli dei, 
nel quale, se davvero Epicuro aveva fatta quella distin- 
zione tra dei apparenti e dei reali, distinti per diversa 
costituzione, era impossibile che questa diversità non 
fosse chiaramente espressa e che Cicerone non se ne ac- 
corgesse. E poi, come s'ha a intendere la sua confusione? 
Non già nel senso ch'egli credesse codesti idoli apparenti 
a noi, e questi solif essere gli dei di Epicuro.; poiché egli 
sapeva benissimo che gli dei di Epicuro stanno negli 
intennundia. Sarà dunque nel senso che egli s' immagi- 
nasse, che codeste fluenti immagini dei nostri sogni e 
gli dei lassù negli hUermundia fossero essenzialmente 
identici: vale a dire avrebbe egli, per un suo arbitrio 
mentale, aggiunto alla teoria epicurea questo momento 
concetto cosi astruso e difficile ad afferrare; e per di 
più questo concetto, che s'attribuisce a errore di Cice- 
rone, sarebbe rimasto a fondamento anche della confuta- 
zione che Cotta fa di Velleio — per la quale l'Hirzel stesso 
prova come Cicerone avesse davanti un altro testo greco, 
nel quale per fermo ci sarà stata anzitutto la confutazione 
dei veri dei di Epicuro. Aggiungi che il nostro passo 
appare una traduzione materialmente scrupolosa del greco; 
e che il confronto coli' or citato scolio laerziano dimostra 
che contiene, per dir così, la formola e definizione degli 
dei stereotipata, tradizionale nella scuola. Insomma, il 

* Cfr. Lucilio, II 20 vix rivo homini ne inoiioyìammu' 



234 GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMTA. 
vfi-o è elle, ae in tutta la discussione ciceroniana af 
pare come sottintesa « implicita la essenzial** idenlit 
tra gli dei dei nostri sogni e gli dei intermondiali, g 
h perchè questa identità è precisamente nella dottria 
teologica epicurea. Ma e lo scolio lacrziano, che dice ol 
liti' xttr' à^iifjiàr vifferàitai, or; <Sé xKr' éfiotCéfiav etc* 
Ebbene, per la evidente unità fontale di questo scolio e di 
brano di Cicerone, io non dubito che Io scolio è corrottì 
e che dovrehbe dir precisamente ciò che dice Ciceroni 
ossia, come legge il fiaasendi, ov fièr xni'd^ti)/t()v vy>eirrwt* 
ujf ilt etc. o qualche cosa di simile ; ' e osservo ancb 
solo così lo scolio viene davvcrn ad avere un senso colU 
gato. Infatti. 1." se nello scolio è contenuta la dititinzion 
tra dei r«ili e dei fantastici, la prima jiroposizione ' 
dei non sono visibili che alla mente „ non si potrà in^ 
tender che dei fantastici ; e allora perchè la formola gene 
ralc? e che cosa e come ne sappiamo degli dei reali? (cfi 
del resto Aetius I, 7, 31 (Usener p. 239) ro^f Ittovi Wjn 
Ttavrag IfBMgtjiùì'i), 2." si dice; i secondi sono gli idol 
dei primi e ce li fan conoscere, e ó;io£iJf/n è la simUi 
ludo di codesti idoli coli' oggetto di partenza; ma 
1 ora non si vede il perchè s'accenni con tanta ineìstena 
(ò/(o«J. e ófioiwv e'J. éiTiQ ) a ciò che è proprio di tutt 
gli idoli partenti da reali. Evidentemente questa sititi 
litudit fraiisitio simili imanim imagittum è data con 
carattere costitutivo degli dei stessi ; cioè, date le dw 
classi, solo della seconda classe, quella degli dei fauta 
stici, che quindi non ci potrebbe dar nessuna notizia dt 
primi, cioè dei reali. 3." àvit^tùnotuSsìi, data la distinzione 
non si può riferir qui che agli dei fantastici; ora è eoa 
fuori di discussione chi; gli di'i, i veri dei, di Epicuro eran< 
nv'à^mno&tSfìi. Mi par f]uindi necessaria la completa a» 
similazionc delio scolio laerziano col passo ciceroniano 
Ant'he Dionysins Eusebii (citato da Usener. Epic. p. 234 



' Audio loSi^ott. nollo serìtro chn citeremo più avanti, convi* 
wAXsl iniitli<ii[libililit dal Cesto di Diog. L.. ma propenderebbe, pa 
nd altribiiir l'i-rroro a una confusione di memoria dcUo (tei 



Diogoue Laerzio 



A LUCREZIO V, U59-U91, ECC. 235 

chiama senz'altro gli dei d'Epicuro àvvJióaraToi {praep. 
en. XtV, 27 xevàg dvi'.Toffrarwv !>so>v TtgacevaduEvos tCn>~ 
igd^i^ae axiàc). 

Dunque la serie continua di immagini che dagli in- 
iennundia arrivano, aoprattitto in sogno, a pulmre gli 
. animi degli uomini, danno a conoscere la vera natura 
degli dei, come gli idoli d'un albero mi fanno vedere 
l'albero vero, e i suoi caratteri, e corno ai comporta. Che 
se nel caso dell'albero non avverto la siniilifiido ctran- 
sitio dogli idoli, e invece la vedo nel caso degli dei, ed 
è l'oggetto stesso della visione, gli è perchè gli dei sono 
appunto così tatti, sono una siitìilitiido et traiisitio iina- 
ftinum. Gli dei negli intenniindia per la materia loro 
dtveniano eternamente; o per gli idoli che ce ne per- 
vengono noi vediamo questo loro eterno diventare: cosi 
come se noi vediamo una cascata d'acqua, noi vediamo 
il suo continuo diventare. 

E appunto una cascata d'acqua ci rappresenta assai 
lione la materiale oostituzione degli dei di Epicuro. Fatta 
astrazione dalle condizioni del terreno sottostante ; dato un 
«■■terno affluire dell'acqua (come è eterno l'affluire agli dei 
degli acconci atomi dall'infinito), la cascata durerà eterna. 
Essa 6 un composto di materia, e quindi dovrebbe essere 
essenzialmente distruttibile: eppure, s'io tiro delle can- 
nonate, quante voglio, nella cascata, queste produrranno 
un momentaneo effetto, una dispersione di piirte della 
materia costituente in quell'istante la cascata: ma la ca- 
scata continueià la sua |)erennc esistenza incolume. ' 
Quando Cicerone dice che vediamo gli dei nnayiiiìbii.-< 
ftiinilifitdine et fransittone percrpfis, o (105) eam essp 
finn ptsionem ut siiiiHittidinc et framilione ceniatitr, non 



' A patt- 2tH dei Fragmenla iitrciilniieii.-<iii Ui Walter Scott 
^i pari» d'uà libro, ^ d'un anonimo epiciirt^o, hcqì 9c-m\ in <>!i3o 
il rrmtnniento tiòf fly [iyaiTiiiav) ci; xìiy ainiya ifinuii'afamy te xni 
liÀltatofiiyai'.... par riaponilero a cnpoili) alla natura itegli doi. 
come r»t»bi_amo descritta. C'ò 11 anello il framninnto ur, JiKoei-M.Kiii' 
l'i* rn," fu-ijfia; itoioirtmr oiiT' iti ftyiluai (?) aM!fi\ai,riai, cho pare ac- 
Mnoi a noa obieiionc contro la pLTsjtialc id>'nticàdi siffatti Avi, 
■€ la loro materiale sostanza muta continuamente. 



23tì GLI DEI DI KPtOlTRO E L'ISONOMIA. 

Miol significare il modit col quale noi vodiiitno, nta U moj 
come noi Tediamo essere eia che vediamo. Il dìscurj 
epicureo rìspi-tto ii qttcstn visinnc, come pur la visione] 
(generale, passa sopra n);li idoli intermediari, e parlasi 
/.'altro del vedere \& rosa loiUniia citiatiaute quegli idufl 
l'onie diuo di veder le stelle, sebbene in realtà il seni 
jiDii sia tocco che diluii iitoli dello stelle, cosi dice di veda 
«li dei iiitermoiidiali. sebbene IVì/ì/muw non sia tocco ehf 
dtifrli idoli die ce ne veiijjoiio; ' e come ha diritto di rosi 
parlare ne! caso dellfi stelle, perchè jrli idoli dfille slcl 
non sono essenzialmente diversi dallo stelle, [toioUè l 
sono lina parte stacctitasi, ha tanto maffgìor diritto i 
ciiBÌ parlare a proposito degli dei, perchè qui la ess 
ziale identità è anche maggiore; ìdoli qua, idoli là. " 
c'è nn eterno stampo, un eterno «rfo;' (cioè un ntunei 
infinito di eterni stampi), naturalmente fatto di atù 
(eonie la cascsta è fatta di acquai, ma di atomi che [ 
sano, di atomi sempre nuovi, che via via bì dispoiigi 

e foggiano in forma di quell'eM».-, mn senza congregan 

in stabile ronàliiiin e per lasciar sempre il (wsto ad altri 
che, dall' infinita provvisione dell' infinito universo ain- 
niico, sueocdono, u fanno lo stesso; è una sue^eBsitun! 
di immagini, come una cascata si può diro una succi 
sione di cascate. I partenti conservano il loro tiOos, e l 
rivailo incolumi (por la loro estrema tenuità e rare» 
V. eotto) anrhe nei mondi, anche nel nostro mondo, l 
nostri animi, formae deorum nuntiae. 

Qui c"è una difficoltà, e la fantasia — almeno 1; 
— non riesco a rappresentarsi completamente il fantasij 
npicnreo. Questi idoli partenti e incatzantisi, non possiani 
ratlìgurun-eli ultrinicnti se non eosl che ciascun d'ei 
resti composto di quegli atomi, che hanno iier un m J 



' i'er tutto lUQsto conservo ucl beano cicero» iitnu, dio qatjl 
occupi. In la;!ÌonB ad eos affliiat, cbo qiiitsi tutti eorrtggoao f 
nd HO.' ttfflual. Pgcho parole juilietro. non trovo nvwiwiir' 
rorrexionii dol liriogpr. RCMttatn quasi ila tuUi, siinitlim 
iauti/inHM wrieg. por simiV/. im. apccùà, &ebbeuo «cftVjt bu« 
RBturiikt. operiti o fucifs & l'osAonxii hu-^kh tlagh dei. o 1 
puroli! Bon quindi adoperate roleiitiori; ct'r. Lucr- V, Uì.'ì x 
runtm aiijijKtlilafialHr faci»». 




A LUCREZIO V, H5t)-n91, ECC. 237 

mento costituito l'eterno fì'àù; (Jivino. Or come vederci là 
sempre rinnovata materia nel medesimo f('(To~? Kisulterìt 
dalla successione di idoli, fondentisi in una rappresenta- 
zione complessiva; che infatti dice Cicerone, 109, fiueu- 
tinin frequente}- (=^ contìitenfer) tra/isitio fit visioiiiini, 
ut e multis una videalur. E qui giova ricordare come 
Lucrezio, IV, 766 sgg. 786 sgg., spiega il veder noi in 
sogno una persona correre o ballare. Ciò avviene per una 
rapidissima successione di imagines rappresentanti la serie 
regolare dei euceedentisi momenti ed atteggiamenti del 
lallo della corsa, proprio come avviene col cinetoscopio 
o col cinematografo. La spiegazione però non calza bene 
al caso nostro, perchè in sugno noi ci illudiamo di veder 
sempre la medesima persona, materialmente identica, che 
si muove. Ci accostiamo un po' meglio su pensiamo alla 
visione in sogno d'una cascata. Come vedendo una ca- 
scata vera noi vediamo il continuo rinnovarsi dell'acqua, 
i-osi lo vediamo nel cinetoscopio, cosi, in sogno, nel ci- 
netoscopio mentale di Epicuro. Similmente, direblw forse 
Epicuro, se noi potessimo mandare un'occhiata Iji negli 
intermundia, vedremmo il vero flusso di immagini costi- 
tuenti gli dei, e tale lo vediamo in sogno. L'esempio però 
non è ancora del tutto congruo, perchè nel caso degli 
ilei noi dobbiamo vedere in sogno la successione delle 
immagini come successione di imniagini, e come tale 
rappresentante la vera condizione di cose anche negli 
intermundia. 

Ad ogni modo è certo che, secondo Epicuro, nella vi- 
sione dejfli dei c'è anche la visione del divin flusso, ossia 
del continuo suppedilari di materia atomica foggiaiitesi 
a sempre nuove riproduzioni della medesima forma, poi- 
ché è da ciò che gli uomini hanno concluso alla beatitu- 
dine ed eternità degli dei, come ò detto sopra in Cicerone, 
§ 49; e § 105 eam esse eius (della divina natura o speciefi) 
risionem, ut similitudine et Iransiliouc cemafiir, seque 

DEPICIAT UNQUAM EX IMPIN'ITfS INDIVIIUti^ (atomi), 81- 

HiLiuM (imaginum) accrssio kx vamiik fieri ut in kaec 
intenta mens nostra beatam illain naturain et sempì- 
temam ptdet; e 106 hoc idem fieri in deo, cuius g^eab-k 




23tì GLI DEI DI EPICUR(-> E L'ISONOMIA, 



PACTE pellfiiitiir animi, ex yuo ense beati atque astemi 
intelleganUir ; e Lucrezio V, 1173 sg. 

aot«<rnani<iuc dabaat vìtam, qutii aeuiper eoruni 
tiUbppHitabatur fncies et forma manebat, ' 
et tamen omnino quod tanlis virrbua atictos 
non t<?iiicre ulta vi convijiri posse pntabaut- 
fortUiiUque idoo longe praestare puiabaut, 
iiuoii roortis tiraor Iiaut queoiduain yexaret eoriim 
et eimul in somiiis quia multa et mira TÌdobant 
eflìcerc et nullam capere ipiOii iiide laborem. 

Le iantae vìres consistono appunto nel semper ftirinn 
siippedifari, garantito dall'infinita provvisione atomica. 
e garantente il formnm mancre, ossia l'etcniitA tlell'esi- 
atenza personale. E appunto percliM' esistenza della (kt- 
sona ù resa cosi allatto indipendente dalla persistenza 
della materia, la persona può mira facere senza caian 
inde laioreni, giaecli& ogni tabor non 6 che un detrimenti! 
materiale. E poiché le persone divine, agenti come per- 
sone, e quindi coscienti, iianno coscienza di questa loro 
condizione non soggetta n'> a morte n^ a lahor 
atainente inferita la loro OmtifiKÌ'i. ' 



' Si noti come ora torni cbiarissiiiiQ e iutoro il seuso di 
tito verso, 

' È interessante un confronto con Democrito, Dfmocrito (»fJi 
Plutarco, quaest. conv. Vili, 10. 2i diceva ohe non solo gli tiJmia di 
(lei, ma anche di uomini, e di viventi in genere, penetranti d«l 
di noi durantn il sonno, non soltanto hanno ftof/^oti-feìs mv 
(jrjjt^Ky/iffaió^iofucijtcv, ma che anche ilynXitu^irorta iiòyxati 
xrfij^icmu' xai finiXtiifinintv i!xaai<\i x«ì TjSmr urti tin^ùi' (UtpuMit, 
nponTiinTerza fieii loi'tnw tianip tijitivyt, (rtuiCnt'ai xni JiaeiìU. 
roTt tna^exiifti l'Oli ritt mV fieailfimv itviìi Ìo(at nei Jinloyiv/iavt 
ileffii. Epicuro, col suo piii vivo e corretto eenao del matfriati' 
atomistico, ha fatto gotto di eodentì «tementi semimistici dotta 
ria idoliL-a, salvo che per gli idoli divini, pei quali, data la U 
essenziale identità cogli emananti, non e' era piti ripugnania 
ammettere una manifeRtasione, mediatiti' gli idoli, anche d«-tler 
dizioni interiori o piichiche degli emananti. Anche (jui, perà, 
una importante ditt'erenita dal concetto democriteo; ch^, non , 
gli iiloli stoMÌ espongono alla mente di chi sogna ci>de«ta li 
condixioni paichiche, ma la mente (come apparo da Lu(!rei)0]i_ 
inforisce, Contemplando negli tdoH tutto il divenire dtaìi 
Certo piTÒ inpsta fantasia eiiieurea, che (rli dni ci maniri- 
Doi loro idoli la propria etoriiitìk e beatitudine, m ' 






A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 239 

E qui giova ricordare anche i versi III, 817-821 

qood bÌ forte ideo magia immortalìs habendaat (scxl. anima), 
qaod leUlibas ab rebus munita tenetor, 
Kut quia non veniunt omnino aliena salutis, 
aut quia qnae Teniunt aliqua ratione recedunt 
pulsa prÌDB quam quid noceant sentire queamns, 

che abbiamo già considerati nello studio precedente, av- 
vertendo che con questi versi si fa l'ipotesi che l'anima 
possa essere immortale per le stesse ragioni per le quali 
sono immortali gli dei. Ricordiamo che le cause di morte, 
aliena salutis, son due (corno descrive Lucrezio II, 1116 
sjrg.): perdita di materia propria (e quindi disgregamen- 
to), e assalti disgreganti di materia esteriore. Ora, agli 
dei non veniunt aliena salutis, perchè il mutar sempre 
della loro materia esclude perdita di materia — la morte 
eterna assicura la vita etèrna — ; e quanto alla sempiterna 
afomorum incursio (di cui parla Cicerone A\ D. I, 116: 
nec video quo modo non verealiir iste deus uè intereat, 
cum sine tdla intermissione pulsetur agitetiirqiic alonw 
rum incursione sempiterna), a parte gli atomi faciem 
suhpeditantes, gli altri, non assimilabili dalla divina na- 
tura, o attraversano senz'urti le divine species, che sono 
perflabiles (v. sotto), o de' loro urti eyentuali non hanno 
tempo di diventare un danno, per l'immediato rinnovarai 
della species; sono aliena salutis eliminati priiis quam 
quid noceant di qneant sentire — ciò che, sott' altro 
■spetto, si può dir pure della contìnua perdita. 

Io erodo quindi che ha colto nel vero "W. Scott, nel 
Bao articolo: The physical constiintion of the Epicurean 
Gods, nel Journal of Philology, Voi. XII (1883) p. 212- 
247, di cui sono riassunte le conclusioni nel Jahresb. di 
Bareian (v. 50; 1887, p. 80): " Gli dei di Epicuro sono 



fantasia democritea; come parimenti da Democrito Epicuro ha 
ataewmXo quei caratteri aceasorl e arbitrari dogli dei. conio sono 
la flgara nmana, la straordiasria grandezza, iX-maynas iacea mil- 
lir* etc B interessante vedere come Epicuro. Dientro innova con 
mode liberti, dove ciò impongano i print-ipi huuì ununcolniiici, 
laiei e morali, appiia inreee alieno da ogni spirito di ribeliionc 
•I nMStro, dove appena non trovi ripugn^niza con i\<m\ vi'in>^\\A- 




240 GLI DEI DI EPtCURO R L'ISONOMU. 



materiali, ma di una tessitura molto piò fina del corp 
umano e altro cose tattili [v. Lucr. V, 150-152]. Non liaun 
identitfi materiale, ma boIo formale; cioè, la loro matcrt 
eambia continuamente, ma resta immutata la Torma. Eat 
si l'ormano per una continua successione di iniaffim 
" or material filnis „ ài molto simile forma, le quali a 
fluiscono dalla infinita massa degli atomi, e net loro u 
contro formano per un momento T essere do^Vx del; p 
scorron via dì nuovo disperdendosi in tutte le dirczion 
arrivano agli uomini, e loro apportano la rappresenti 
zione d'jlla natura beata ed eterna, cui per un moment 
osse hanno concorao a formare, e la cui forma case p« 
tano ancora- „ ' 

Cos\ si comprende come codesti dei non hanno corp 
ma quasi corpus, non sangue ma gitasi sanguinem; aon 
spettri, semplici ttjìecies, facies, sènza spessore, tiec kabei 
ulIdHi. • . eminentiam (Cic, ib., 75 nihil concreti nihil m 
lidi, mìni espressi, nihil eminentis) ; sono ntonogramm 
extremis dumtnxat linìamentis, come gli dei-idoli di Di 
mocrito non avtwano che un circuittis; sono fatti di atom 
ma non commessi in veri e stabili aoncHia: fuffit enti 
Epicìirtis iridivlduoriim corporum concretiontm (!' ag 
Irrogazione di atomi) 'te interitus et dissipatio roHSequa 
tur, come dice Cic, ib., 71. Non però che gli dei uo 
siano delle avYXQiafn, come fa diro il Munro (in nota 
V, 152) a Filodemo, citando come sentenza sua dai frani 
menti ercolanensi tab. 121 e 122 (/repi et'«/?.): ;«»'" P 
ihóftot'c vofii^ety Toiìg iteni'g n>',je avYiQiBfii . . . ìincutav Tfl 
ii,f tsvyxffiaiv if'àaQtì{v. È certo che per Filodemo ^ à 
erano una specie di fvYxQìafn, come appare da altre ( 
tazioni (v. Appendice I), e le citate parole rappresentai 
una obiezione- Ad ogni modo, poi, non vanno spiegati 
coi Miniro, nel senso die: The gnds are >iot tfvyx^iam bn 
quasi avyxQisÈic] thetr atoms have noi come togetker so a 
again to be separaied, hut are in eternai juxt4tpo$ÌUoH 
Proprio tutto il contrario! e si noti anche, che le relatiT 
disposizioni e reciproci moti necessari per le ftumonì rì 

' Vedi Appendice I. 




tali, perchè questi dei potessero sentire, sapere, godere, e 
perfin parlare (v. Zeller^, escludono senz' altro codesta 
Bernal juxta-position. Inoltre gli dei sono perlucidi e 
perflabiles, non solo per mancanza di spessore e per tes- 
situra efitremamente rara, ma anche perchè fatti dei più 
fini atomi — quali per avventura son quelli della quarta 
essenza dell'anima; si che riescono intattìli a ciò che è 
piti grossolano, e non possono aver contatto che coi finis- 
Bimi atomi dell'a/itmi/s, e a questo solo, quindi, riescon 
sensibili : Aetius, I, 7, 31 (Diels, p. 306 ; Usener, p. 239) . . . 
r(w( 9eaii ìóytf nàmoQ Ùeio^ijjovì Sta tÌ)V XEnzofii^eiav 
Tjfi xwv eìàtaJiùov qivtfsttg ; ^ cfr, Lucr. V, 148-152. Però, 
come infinito è il loro numero, cosi è infìnìto il numero 
delle imagines nuntiae che pervengono agli uomini, co- 
sicché la percezione degli dei è cosi generale e frequente 
e primitiva come quella, poniamo, di alberi o di stelle; 
ond' è che la ripetuta percezione mette fin dalla prima 
età il concetto generale, la npóì-Jiìpn, degli dei, come 
mette quella degli alberi e delle stelle ; e la nQulriìpiq 
degli dei è pertanto, come ogni n^óliiìpn;, notìzia sicura 
del reale. 

I^a sede degli dei è tra mondi e mondi, — " propter 
metum ruinarurn, „ è detto con ischemo in Cicerone 
div., IT, 40 ; ma lo scherno può contenere una allusione 
a uno dei motivi per cui Epicuro avrebbe relegato fuor 
del mondo i suoi dei ; non forse perchè l' eccezionale bu- 
fera atomica che la improvvisa scomparsa d'un mondo 
produce (v. Lucr. I, alla fine) possa esser di danno a 
teasuti inattaccabili per la loro stessa estrema esilità ; ma 
piuttosto perchè, se fossero imprigionati entro un com- 
plicato denso conciliutn, come è un mondo cinto di 
Moenia, l'afflusso di atomi della qualità conveniente non 
potrebbe esser cosi Ubero e abbondante, come la natura 
del divino richiede — onde il pericolo d'una mina; non 



* Qui inr ohe ai diatingua tra doÌ e loro idoli. Infatti le diatin- 
lione li può fare, intendeDdo eìdmia nel Benso pia comune di idoli 
aaUBkti e itnimeDtO di visione, sensibile o mentale; ciò non 
togHe cba pouoao Atot natura di eìifaia anche gli emananti per 
•i rtent 

Qnaun, ShM lueritiaHi. 16 



242 GLI DEI DI EPICURO E IVISONOMU. 

bì troverebliero insomma nel loro ambiente nataralc, ~ 
Oitrm coaa in natura, come Lucrezio dice pìfl volte, anchy 
V, 128 sgg., non {)UÒ esisterò die nel buo naturale am- 
biente. A tiuesta necessità dell'ambiente riviene anche 
la ragione che dà Lucrezio nei versi V, 150-154, ma sotto 
un nitro aspetto. 

Ioli quao {naiiiru iteiim) quonmni moiiuiim iHctutn «uSuitit 
[et ìctum, 

tiicttle nil nobÌB quod sìt cotitingere debct: 
tangere enim non quìt qno<l Ungi non licci ipsutii, 
qunrc ctiam 8cdo§ quoque no§trÌ8 sedìbus ùbsc 
dUsiraìleB debent, tenues prò corpore eoruiu. 

I versi (li Lucrezio sono interessanti, come ecgno j 
qnal punto 8Ì spingeva l'antropomorfismu degli dei 
Epicuro. Poiché eran fatti ad immagine e somiglìaiu 
degli uomini, menavano anche una vita simile a «luolii 
degli uomini, degli uomini l'elici e sapienti, ad esclusioM 
di ciò chf, come il sonno, accennasse a uiortalilil. Pai 
scggiavano, dunijne, parlavano, banchettavano forse, at^ 
lavano. Or bene, ((ueste e tutte l'altre operazioni, inai 
meramente spirituali, della nostra vita noi non le pofrB 
siamo laro se non in continuo contatto con una intinìtà 
di cose; e abbiamo bisogno questo coso di potorie toccare; 
e lo possiamo toccare, perchè noi stessi 6Ìam fatti d'uuu 
materia così condensata, come ò su per giù la materia 
di ciò che tocchiamo. Ma la sostan/.a divina è così ete- 
reamente sottile, non essendo quasi neppure conciliata, 
che sfugge al nostro contatto — a malappeiia è possibile 
un contatto fra ossa e il tenuissiuio fra tutti i concilia 
mondani, l'anima nostra — ; come viceversa noi, e tutto 
ciò che è tangibile per noi (che è quanto dire il mondi' 
tutto, che ^ un ammasso di densi com-ììia) sfugge al 
contatto della divina sostanza. Gli dei dunque haniu' 
bisogno di abitazioni, di cibi, per avventura anche di 
sedie, di abiti, e che so io, ' che siano d'una natura cosi 



' W. Scott, nel coinni(>nto « de' frammtiiiti di Filodemo tipi *tit 
iiayoyiic (Frafc. Uereul.) dove si trattano codeste questioni (ne jtli 
dei parlano, respirano, dormono, ecc.), a pag. 198, inlooia AJiU 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 243 

tenue com'è la loro, perchè possano toccarli ed esserne 
toccati; e cose siffatte non possono essere che fuori da 
ogni regione di materia conciliata^ fuori dei mondi, negli 
spazi percorsi dagli atomi liberi. Lo Zeller tace di que- 
sta spiegazione, fondata sulla necessità del conveniente 
ambiente, e ammette come sola ragione dello star gli dei 
negli intermondi il metus ruinarunij nel senso ciceroniano 
del pericolo d'esser travolti nella ruina d'un mondo ; e ad 
essa anche riferisce l'espressione lucreziana natura deum 
privata periclis, che invece va messa in relazione con II f, 
819-821 e V, 1176. Eppure, poiché Lucrezio lo dice, e lo 
dice al momento in cui promette che tratterà a Inngo 
(juesta questione, io non dubito che questa, dell'ambiente, 
sia stata, se non la sola, la prima ragione che diede 
Epicuro stesso dell'aver relegato gli dei nei fietaxóai^ua. ^ 
Né va esclusa anche la ragion morale: come ben dico 
lo Scott, relegar gli dei fuori del mondo era necessario 
e per la loro felicità e |)er la nostra. 

Si è già detto che gli dei di Epicuro discendono dagli 
dei di Democrito. E gli uni e gli altri hanno natura di 
imagineSy di imagines aventi vita e pensiero; e gli uni e 
gli altri sono monogrammi; al concetto epicureo del pe- 
renne afflusso atomico non è estranea per avventura la 
^ela ovttia di Democrito, divina Illa natura qnae imagines 
fundat ac mittat (v. sopra p. 228) ; anche gli dei di Epi- 
curo hanno umana figura ; anch' essi hanno però una 
grandezza straordinaria (Lucr. V, 1169 mirando carpar is 
auctu)j e straordinaria forza (ib., 1172 . . . viribus amplis) 
ed anche l'agire e il favellare (1179 mtdta et mira ... ef- 
ficere; 1171 vocesque superbas mittere pra facie prae- 
darà etc.). Delle differenze s' è già detto, ed è certo degna 



Qaestione 8e gli dei hanno suppellettili, giudica che la risposta 
di Filodemo, quale traspare dai relativo frammento, sia negativa. 
Traapard infatti il concetto che le suppellettili nostre sono per 
noi stmmenti di conservazione, e che gli dei essendo etorni non 
n'hanno bisogno. Ma c'è grande incertezza, anche, se non ci sia 
qui ina obiesione anziché la risposta di Filodemo. Vedi anche h 
II Appendice. 
* Vedi Appendice I. 



2U GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 

di nota questa grande aoniì^liaiiza nel tratti esteriori » 
in parte accessori, colla dirterenza radicale nei caratteri 
[liù profondi ed essenziali. ' 

Ho citato qui ulcuni versi d'un brano di questo quinto 
libro, dove si torna a parlare di dei; e, per giustificar la 
citazione, bisogna far sin d'ora qualche osaervazìonL- su 
quel brano, 1159-1191. Si spiega l'origine della religione, 
e vi si dice prima (1167-1180) onde sia nata negli uomini 
la opinio deoriiiH, poi (1181-1191) onde sia nato l'iingo- 
scioso timor degli dei, e le diverse forme di culto che 
sono l'espressione di quel timore. Ora, l'intero brano paro 
generataiento inteso cos), che la interna distinzione tra le 
due parti non è avvertita; come se il poeta dicesse: dei 
vani fantasmi dapprima, e una vana inferenza poi, die- 
dero origine alla religione. Cosi almeno lascia supporre 
il Munro nella sua traduzione, così il Martha, quando 
fa dire (nel suo l'ucmc de Lucrèce, p. 94) del tutto er- 
roneamente a Epicuro: " La vuc desphénoinènes ducici... 
a fait naltre dans le cceur constcrné des mortele cette idt^ 
funesto de la Divinité. „ Ora, invece, nella prima parta. 
(1167-1180) Lucrezio parla della verace manifestazione diK 
gli dei agli uomini; dice in che modo gli uomini haimo 
saputo e sanno che esistono gli dei e quale è il loro 
aspetto e la loro natura, e per quali giuste illazioni baiina 
attribuito loro beatitudine o immortalità. Infatti ciò che il> 
poeta dice di codeste apparizioni o è conforme alle notiziu 
(rlie d'altra parte abbiamo circa gli dei di Epicuro — o' ft 
lierfino un accenno in linguaggio quasi tecnico al pro- 
cesso dell'eterno dive/ilare degli dei: quia mmper ecrutH 
subpediiabatur facies et forma maneòat (è la transiti^ 
et similittido imafjinuin) ' — oppure è conforme a 



■ Vedi nota a p. 218. 

' E nel Beguito : quod (auti& virihns aueloa nun tenttre ulta « 
rtmvinci posse pulabant, il lantae vifes iudioa rinesaur)bil« I 
Hempro pronta provvistA ili atomi iitantaneftmente riparante ^ 
rdite per defJueso, aU eventuali Assalti di avrem 

jua: fottunùgue ideo longe praetlart (eftser snpo-' 

1 felicità a lutti gli altri viventi) qtiori morlìs liitutr hant- 
I qiwnqiiaiii vcrarcl eorum (che non solo è nBsicurata loro la ulota 






A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 245 

che d^li dei dice Democrito, il tnaim' auctiis, le amplae 
vires; inoltre tutta quanta la lunga protesta che segue, 
da 1192 in giù, contro la religione, è tutta diretta contro 
r erroneo ragionamento della seconda parte del brano 
(1181-1191), e non c'è neppure una parola che accenni 
a illusione da parte degli uomini nel credere alle mani- 
festazioni descritto nella prima parte. Siamo quindi in 
diritto di attribuire anche agli dei di Epicuro quei ca- 
ratteri democritei che troviamo qui in Lucrezio. In v. 1171 
videbantur voces ■ . . superbas mittere prò facie praeclara 
et virihus amplis, il videbantur non significa " sembra- 
vano „ , ma è, come quasi sempre in Lucrezio, passivo 
di Kirfwe e sì può dire che qui abbiamo la traduzione 
letterale della frase di Democrito (y. s.) 9eMpot'/(€va xai 
yavàg à^iévxa. Vero è che gli dei dì Democrito parlavano 
agli uomini a cui apparivano, il che non si può credere 
degli dei di Epicuro; ma Lucrezio questo non dice; dice 
solo " ch'eran visti parlare un maestoso linguaggio „. 
Quanto alla frase videre voces mittere cfr., tV, 59fi con- 
ìoquium videmus. 



Ha dobbiamo ritornare sulla questione dell' eternità 
degli dei, che abbiamo finora considerata in sé stessa e 
sotto l'aspetto della costituzione materiale, per esaminarla 
sotto an più largo aspetto, ossia ìn relazione con una 

etema, ma anche, come aenzìentì — quali bì manifestano, secondo 
Ilio agg. — hanno la coscienza di questa loro assicurata eternità, 
e sono quindi liberi di una delle due masgime, vere cause dì infe- 
licità, il Umor morlis. Che sian liberi anche dell'altra, il timor 
deorum, non c'i bisogno di dirloìi et simitl in somniit quia multa 
ri mira videbant e/flcere, et nullum capere ipsos inde laborem (che 
ogni labor o dolor, fisico o psichico, implica un detrimento mate- 
riale nella propria costituzione — ed appunto perciò è scinpro 
lagno di mortalità, perchè dove è possibile un detrimento, è pos- 
sibile anche la disgregazione totale; ora quella sempre presente 
riparazione che assicura l'immortalità, assicura anche In impossi- 
bilità del detrimento, e quindi del lahor — senso di fatica — ehr- 
i MDM> del detrimento. E gli uomini ciò vedevano, non solamenti^ 
000 Korgendo alcuna manifestaziDnc di lahor negli atti degli dei, 
na vedendo anche la cansa, nolln causa stessa della immortalità). 



246 GLI m\ DI EPICURO E L ISONOMIA. 

legge generalissinm che Epiouro poneva all'infinito uni 
veisu, la hovo/iia. Ce ne parla Cicerone, facondo seguiti 
ul passo che abbiamo sopra riieritn e lungamente di 
scusso. Continua dunque l'epicureo, in Cicerone N. Jf, 
I, ."jO: sumrna vero vis mfimtalis, et magna ac diligm 
contemplatione. diynissima est ; in qua intflkgi neces 
e.st eam esse naturam, tit omnia omnibus paribus pan 
respondeant Ham ìxtovoiiiav appellai Epicurus, id e 
aequabitem tribulionem. Ex hac if/iiw illud efficitur, . 
mortalium tanta multìtudo sit, esse immorialium hon 
minorem, et si quae interimant innumerabUia sìnt, etxam 
ea quae conservent infinita esse debere- Poichò c|ue8ta 
ò l'unica testimonianza nella quale la loovofUa è esplici- 
tamente enunciata e definita, e messa a fondamento del- 
l'eterna esistenza degli dei; e poiché nò si vede bene 1& 
ragione di questo nesso, e la legge stessa non par conci- 
liabile col cieco meccanismo atomico di Epicuro, sospetta 
rilirzol e, crede il Brieger che si tratti di una dottrina 
aggiunta al sistema da qualche epicureo seriore- Mtt 
un'aggiunta così sagliente pare per sé improbabile, ù 
una scuola così conservatrice come fu l'epicurea, e pii 
ancora pare improbabile che, fatta, se ne dimonticasBe 
l'autore e la si attribuisse al primo maestro. Che la te- 
stimonianza di Cicerone, cioè del suo fonte greco, è espli- 
cita: hanc hovofiiav appellai EpifAtrns; e qui ei tratta 
di uno di quei passi che Cicerone deve aver tradotto alla 
lettera; giacché credere col Ruach (./a/fresi, di Fleckeùtatt 
p. 777-782) che qui Cicerone abbia aggiunto qualche cosa 
di sua testa e che non ha trovato nel suo fonte greco, Ì 
un far della critica troppo comoda. S^ aggiunge poi che 
la dottrina stessa la troviamo, sotto altro aspetto, anche 
in Lucrezio, come ha visto pel primo il Reisaeker ((^Mowt 
Lucret.) e pili diffusamente ha mostrato poi l'Hirzel ( Un- 
tersudnmum zu de. '.s pkH. Schrìften, l, p. ST> sgg.). Vi 
ai riferirebbero, dicono, II, 529 sgg., 569-580. 1112 Bgg,t 
V, 392 sgg. Il Ilusch {1. e) nega ogni ravvicinamento tm 
questi passi e Ìl passo ciceroniano. E per verità in II,, 
1 112 sgg. si tratta di una distribtitio di tutt'altro gcirerei 
e in V, 392 sgg, si descrive un belliim aequa certnmJKt 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 247 

tra gli elementi, ma non si tratta delP isonomia univer- 
sale ed eterna ; ma II, 529 sgg. — a cui è da aggiungere 
1085 sgg. — hanno una relazione colla legge dell' isono- 
mia, e la si ha del pari (sebbene in modo incompleto) 
in II, 569-580, come già indica il confronto tra Cicerone 
ea quae interimant, ea quae conservent e Lucrezio ìnotus 
exitiales e moti che possunt servare creata. Ed insieme 
con questo passo è strettamente collegato II, 294-307, e 
i due vanno considerati insieme. ^ 

E giova cominciar da Lucrezio. Il quale tre cose inse- 
gna. Nei versi 294-307 dice che V immutabilità quanti- 
tativa degli atomi nell'infinito universo avendo per effetto 
la immutabilità della densità media dell' infinito sciame 
atomico; e d'altra parte restando sempre eguale la somma 
di moti atomici (questi essendo sempre in moto e d'un moto 

* I due paragrafi appaiono scritti sotto una sola ispirazione, 
tono duo aspetti di un medesimo principio. Sono simili anche 
esteriormente: Nec**, nec; Nec, neque; tutti e due poi tradiscono 
una origine seriore, perchè 294-307 non ha nessun diretto le- 
game con ciò che precede; e lo stosso si può dire, in certo modo, 
di 569-580, se si badi come 581 faccia seguito naturalmente a 568 
(che in hi8 rebus, 581, si riferisce alle provviste di forme atomi- 
che considerate in 530-568, non all'eterno equilibrio di vita e di 
morte, 569-580); mentre invece Vitaque di 569 non ha immediata 
evidenza. L'avrebbe se venisse in seguito a 294 307 (se eter- 
namente quae consuenint gigni gignentnr eadeìu condicione, 300 
sg., bisoerna ammettere per conseguenza che né i motus exitiales 
gneunt superare perpetuo, né i motus auctifici queunt perpetuo ser- 
vare creata^ 581 sgg.); ma qui, dal fatto che per ogni specie di cose 
It proTvista di atomi è infinita, come deriva la legge dell'eterno 
oqniUbrio di vita e di morte ? Deriva bensì, ma indirettamente, 
e intermediario il pensiero di 294-307. La infinita provvista di 
forme atomiche per ciascuna specie di coso garantisce la eternità 
di ciascuna specie di cose — siano specie di cose entro i mondi, 
fieno specie di mondi; e poiché tutte insieme costituiscono il 
ereato, così é garantito l'eterno gigni earum rerum quae consue- 
ruut gigni (cfr. anche 1085-1089)'; ma poiché le cose singole na- 
scono e periscono, é chiaro che la infinita provvista di atomi di 
ogni specie ha per effetto un eterno equilibrio della loro opera 
formatrice e della loro opera distruttrice; la vittoria delle forme 
▼itali da una parte deve essere contrabbilanciata dalla vittoria 
delle forze letali da un'altra, e viceversa. Non è pertanto da con- 
eludere che 569-580 sia da trasportare dopo 294-307 ; Lucrezio hn 
fitta questa aggiunta qui, perché qui stesse; ma l'ha fatta con- 
temporaneamente all'altra aggiunta 294 sgg., e collegata in pen- 
siero con quella. 



248 OLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 

sempre eguale); sempre eguale a rò atessa, e per quantità 
e per qualità, resta la Bomnia degli effetti — creativi e di- 
stintivi di cose — che risultano du quelle condizioni : quar 
consiieruiit gìgni semper eadem gigneniur. Questi effetti 
sono le diverse specie di cose e di fenomeni in natura.' 
Dunque sempre le atesse specie di cose e gli atessi feno- 
meni; ma non solo questo: è anche implicito che ciascuna 
specie sia eternamente rappresentata, non eventualmente 
ora più ora meno, ma sempre eguale a sé stessa an- 
che quantitativamente; poiché un eventuale spostamento 
nella proporzione implicherebbe già una diversità nella 
somma degli effetti; e ammessa una possibile diminu- 
zione nella produzione di una specie (oppure aumeuto, 
che implicherebbe diminuzione da un'altra parte), non ri 
sarebbe ragione di porre dei limiti a questa diminuzione, 
e bisognerebbe ammettere anche la possibile scomparsii 
di una specie, e quindi anche di ciascun'altra, e quindi 
il non seitiper eadem gigni. Ma chi ben guardi e ben 
comprenda la vis infimtalis, vedo che codesta garan- 
tita incolumità delle specie non può intendersi che come 
una non limitazione; a ciascuna specie è assicurata l'f^J 
Btenza eterna ed estensivamente illimitata; giacché se i' 
mitata ò la provvista dei mezzi, come è infìnito lo spt 
dove la produzione può aver luogo, che cosa mai potrebi 
porre un limite alla produzione stessa? i limiti, come I 
variazioni in più e in meno, esìstono bensì localmenti 
cioè entro limiti di spazio e di condizioni speciali; 
sono possibili nel tutto infinito. E poiché i componed 
delle specie, ossia le cose individuali e ì fonomeni indin 
duali, nascono e periscono, è implìcito nel detto sin qq 
che ci sia un eterno equilibrio delle forze che creano, t 
mentano, conservano, e delie forze che minuiscono e di- I 
struggono. Ecco dunque già in questo passo dì Lucrezio J 
implicita la legge dell' laovonia tutta intera, la qnalo poi | 
non è che un altro aspetto del princìpio epicureo clM [ 



' Oiaochè Epicnro (r. Sext. Kmp. ade. malh. \4'2\ diceva - 
come direbbe ud fisico moilemii - TÌ.y ufiRjSARtix^c xUr^air tìM 
clrat r^f fiiraflaroiì^i. Tutti i caratteri reiiomoiiali delle cose e lort 
matazioni non sono che maattutailono dì iBninanft • 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 249 

tutto il possibile è anche reale. Abbiamo già avuto oc- 
casione di parlar di questo principio come fondamento 
del precetto, continuamente inculcato nella lettera a Pi- 
tocle e toccato anche da Lucrezio V, 526-531 e altrove, 
che dove di fenomeni di questo mondo si posson dare 
varie spiegazioni possibili non è da sapiente V aspirare 
a conoscere quale sia la effettivamente vera in questo 
mondo; una lo è di certo: le altre son vere per altri 
mondi. ^ Ma il principio che ogni possibile è anche reale. 



* Un principio che urta il nostro senso scientifico; ma se ci 
mettiamo al giusto punto di vista, la cosa non appare più tanto 
risibile e antiscientifica. Il sapiente, perchè si liberi dal super- 
stiàoso concetto deirarbitrio di una mente creatrice, deve r erutti 
cognoseere causas; se d*un fatto naturale egli, ragionando, vede 
che, sul fondamento dei principi elementari della ^vaioXoyia^ piii 
cause sono possibili, non gli è già posto il problema : quale di esse 
già la vera; giacché egli, non ignaro della vis infinitatis, sa che 
sono tutte egualmente vere, e in egual misura — o dismisura. Che 
importa sapere quale di esse sia la effettiva in un determinato 
punto dell'infinito, in un determinato momento dell'eternità? 
La scienza è la legge generale non il fatto particolare. La mente 
che è avida di conoscere la verità nel caso particolare^ mostra 
con ciò di non essere ancora ben penetrata del vero spirito della 
scienza della natura ; e laddove la sua curiosità non può essere 
soddisfatta, (come avviene nel caso dei fenomeni celesti, rispetto 
ai quali Epicuro — che non aveva nessuna fede nelle specula- 
zioni astronomiche di filosofi anteriori e contemporanei e nelle 
elucubrazioni matematiche su cui si fondavano — diceva che unica 
via per trovare delle spiegazioni naturali era di fondarsi sopra 
analogie di fenomeni terrestri che abbiamo sottomano, e possiamo 
vedere come avvengono: e di tali anologie se ne trovano nel più 
dei casi più d'una); in questi casi, dunque, corre pericolo di con- 
fondere la mancanza della spiegazione particolare colla mancanza 
d'ana spiegazione in genere, e di soccombere quindi alla tentazione 
di rifugiarsi ancora nella credenza che causa sia un capriccio di- 
vino. Questo è il senso^di ciò che è detto nella introduzione della 
lettera a Pitode § 87, oray dà xtg io fily nnoXinirj tò de ìxfidXri òuoLoj^ 
9vutfMya¥ 6y rcp gtaiyoulyt^, drjXoy oti xni tx nartog Ixnintei ifvaioXo' 
yr^fiatof, ini óe toy fzv&oy xaraQQsì. — ** Chi, vedendo in un campo 
mal coltivato un'erbaccia, per esempio un boi lapazio, volesse pro- 
prio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, 
portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello; egli, per 
quanto ci pensasse, non verrebbe mai a una conclusione. „ Che 
se non pertanto venisse a una conclusione, ossia facesse in testa 
sua una scelta tra le diverse spiegazioni, è evidente che non sce- 

flierebbe a ragion veduta, ma per un impulso mitico, come dice 
Ipicaro. Sapere che il bel lapazio può esser venuto neiruno o nel- 
l'altro o nell'altro di quei modi, è scienza; ed è la scienza che basta. 



•250 GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 
implica aactie chi; sia reale in tutta l'estensione ilolla sua 
possibilità, cioè, chi ben guardi la vis infìnitatts. scnxa 
limitazione. Infatti, se un sole può fortnam in un raoilo 
A o in modo B, e infinita è la materia ondo \niò formarsi 
sia nell'uno che nell'altro modo, e infinito lo spazio «loTt* 
nell'uno o nell'altro modo un sole può formarsi ; dove o 
come ci saranno limiti al formarsi d'un sole, tanto ii^ 
modo A ijuanto nel modo B? 

La seconda cosa che troviamo in Lucrezio, II 632 sgg., è 
l'aHermazione espressa di un punto che qui sopra abbiamo 
semplicemente inferito; in ciascuna forma di atomi il nu- 
mero di atomi è infinito — ciò che vai quanto dire che 
per ciascuna specie di cose ò infinita la provvista di atomi 
acconci a quella s|iecie. Ora questa infinita provvista as- 
sicura la esistenza eterna di ciascuna specie, e sempre 
nella completa sua quantità, vale a dire in quantità d'in- 
dividui sconfinata. La scorta infinita sarebbe necessaria 
anche per la produzione di un individuo solo di una de- 
terminata specie (54:1 sgg.); ma data la scorta infinita 
b di necessità che la specie sia in tutta la sua estensione 
inumerum rcpleri, 53G), vale a dire in numero innume- 
revole, come dice Io stesso Lucrezio II, 108i sg. 

quBpropter caeiura simili rationo t'atendumitt 
terrnmiiup ot solem, luiiam mare CRtera qnae Bunt, 
non esse unica, seil numero oiftgis innuraerali. 

In terzo luogo, nei versi 569 sgg., Lucrezio afferma 
l'altro momento, che s'era del pari inferito, l'eterno equi- 
librio di vita e di morte, dei motus exitiales e dei mot»» 
ffaiitaìes audificique. 

Dopo ciò non par davvero possibile il negare che itt 
Lucrezio si trovi la legge della iaovofiia, della aegua <Ìi- 
afrifiulio, sostanziai mento quale è enunciata in Ciceron*, 
e del pari fondata sulla infinità. Lucrezio anzi oompletft 
Cicerone, e lo fa intendere meglio. Però due ditFerenze 
intercedono tra Cicerone e Lucrezio. In Lucrezio risono* 
mia è una aeqna disfribulio di forza per la quale tutte 
le diverse specie dì cose durano in eterno equìlibriir 
— ciò elle dapprima dice anche Cicerone: uf_ omnÌA 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 251 

minibus paribus paria respondeant; ma poi Cicerone 
)re9enterebb6 risonomia sotto T aspetto di una aequa di- 
iributio tra contrarie cose (si mortalium tanta mul- 
itudo sitf esse immortalium non minorem); e di qui anzi 
Terrebbe ciò che in Lucrezio non troviamo (ecco la se- 
tonda differenza), che dall' isonomia derivi senz'altro la 
'^stenza di eterni dei. Circa al primo punto, notiamo 
;ome la tendenza a vedere questo mondo, non come un 
nsieme di cose diverse, ma come un insieme di cose 
tontrapposte (sia nel campo fisico, sia nel morale e in- 
ellettuale) era una disposizione, per dir così, fonda- 
nentale dello spirito, e nella tradizione filosofica, poi, o 
iretta quasi a sistema (si pensi p. es. a Eraclito), o quasi 
listeniaticamente sottintesa (freddo e caldo, luce e te- 
lebre, cielo e terra, mare e terra, gioventù e vecchiaia, 
orza e debolezza, amore e odio, virtù e peccato, sapienza 

stoltezza, biagco e nero, guerra e pace, pari e dispari, 
luadrato e rotondo, lento e veloce, grave e leggero, umido 
f asciutto, quadrato e tondo, grande e piccolo, veglia e 
onno, piacere e dolore, duro e molle, fuoco ed acqua, 
tomo e donna, uomo e bestia, sano e infermo, anima e 
orpo, pensiero ed azione, parlare e tacere, male e bene, 
:oi€iv e Traox^^v, ricchezza e povertà, ecc. ecc.). ^ Certo 
nche noi abbiamo lo stesso modo di vedere, e abbiamo 
3 parole corrispondenti ; ma noi abbiamo però assai più 
iva e presente la coscienza (segnatamente nel campo 
sico), che per lo più non si tratta di cose opposte, ma 

di HTradazione o di privazione, o di rapporti, o di at- 
^ggisLmentì meramente subiettivi, o di tradizione conser- 
ata nel linguaggio. Non così, ripeto — ed è cosa che 
iSsiSL rammentare — era per gli antichi in genere, e per 
fli antichi pensatori in ispecie. Posto ciò, la avvertita 
iifferenza tra Lucrezio e Cicerone nel concetto dell' iso- 
nomia si può dir che scompare; tanto che Cicerone si 



' E Aristotele (de gen. et corr. I 2, 315) dice che gli atoinÌHti 
(Uuc. Dem.). poiché i fenomeni sono infiniti e contrari, am- 
noterò infinite le forme degli atomi, sicché mutando il modo di 
lor eomposuiionc, il medesimo può apparire in modo contrario. 



252 GLI DEI Dr EPICURO E L'tSONOMIA. 
esprime dapprima secondo un aspetto, e poi secondai 
l'altro, come se nessuna differenza corra tra i due. 

Passando ora al secondo punto, ossia all'ìsonomia etira^ 
implicante già per sé — per legge rli contrasto — la 
esistenza (e infinità) di eterni dei, ai rede come Epicuro, 
concependo la sua ìsonomia, prevalenteniente almeno, 
come un eterno equilibrio tra caldo e freddo, lue* e t«- 
nebre, cose dure e cose molli, pesanti e leggere, animate 
e inanimate, fiorenti e decadenti, aspre o blande, ecc., 
fosso da ciò aiutato nel contrapporre ai viventi mortali i 
viventi immortali. Ma per fermo non fu nel suo pensiero 
r Ìsonomia che die nascita alla teologia — tanto più che 
le esigenze dell' Ìsonomia erano già in certo modo soddi- 
sfatte dal contrapposto degli eterni atomi e dei concilia 
nativi e mortali; furono dapprima le ragioni accennalo 
al principio, e in particolar modo il consenso universale, 
giudicato alla stregua della sua psicologia. Naturalmente, 
una volta entrati gli dei immortali nel numero delle res. 
la legge dell' Ìsonomia si applicava loro senz'altro; ma 
resta ancor da spiegare come Epicuro cercasse di met- 
terli in quella logica dipendenza daH'Jsonomia, per cui 
data questa sieno dati quelli. E questa domanda — poiché 
possibilità implica realtà, e realtà senza confini — equi- 
vale a quest'altra: come Epicuro fosse condotto a esco- 
gitare la possibilità fisica di eterni dei, in quella forma 
fantastica che s'è descritta più sopra. Ci apre forse l'a- 
dito a comprendere la connessione del pensiero epicurc 
questa considerazione. In forza della isonomìa, ossia delin 
infìmlas, tutte le specie di cose sono eterne Mttt'tìéo:, 
ma non sono eterni gli individui che compongono cia- 
scuna specie. Perchè? Perchè, all'aggregamento atomici' 
onde constano essendo mescolato il vuoto, non è apli 
individui assicurata la persistenza della materia onde soii 
fatti. La durata dell'esistenza dunque 6 collegata colla 
persistenza della materia: e così all'atomo e al tutti)'' 
garantita l'eternità, perchè garantita eterna la persistenM 
della loro materia; mentre non c'è che esistenza tempo- ■ 
ranca dove non è che temporanea la persistenza delbtj 
uuiteria componente. Ma qui entrano in campo gra " 




A LUCREZIO V, 11591491, ECC. 253 

zioni e varietà molteplici. E, anzitutto, nou vale che 
entro certi limiti la regola che la durata dell'esistenza 
di una cosa sia proporzionata alla persistenza della ma- 
teria di cui consti; che, accanto alla persistenza, c'è an- 
che la sostituzione di materia nuova; e una cosa, nella 
quale il disgregamento della materia proceda anche con 
una certa rapidità, può tuttavia prolungare di molto la 
sua esistenza, se la sostituzione di materia nuova alla 
disgregata proceda del pari rapidamente. Questo processo 
di reintegrazione vale a rigore per le cose tutte ; ma ha 
luogo in misura assai diversa da cose a cose. È minimo 
in un sasso, che deve invece la sua lunghissima esistenza 
alla grandissima persistenza della sua materia; è invece 
notevolissimo — anzi è particolarmente caratteristico — 
negli esseri organici e anzitutto negli animali ; e ad 
Epicuro e a Lucrezio non è ignoto che un uomo, poniamo 
a cinquantanni, è lui stesso di venticinque anni, ma è 
composto di tutt' altra materia da quella che lo compo- 
neva a venticinque anni. Così nel campo stesso della 
nostra esperienza la natura oifriva a Epicuro esempi di 
esistenza indipendente dalla persistenza della stessa ma- 
teria; e a tal segno, che ne nasceva anzi una difficoltà 
opposta: quella di spiegare in siffatti casi la necessità 
pur del morire, o per lo meno della relativa brevità della 
vita. Ekl è appunto per questo che Lucrezio (cioè Epicuro) 
si è visto nella necessità di escogitare una spiegazione 
apposita del necessario nostro perire, che non è il perire, 
p. 68., d'un edificio. Se un animale, infatti, continuasse 
a ricevere e ad assimilarsi tanto alimento che valga a 
contrabbilanciare le perdite, non si vede, secondo la fisio- 
logia di Epicuro, perchè dovrebbe esser mortale, salvo i 
casi di morte violenta. È per questo che Lucrezio, II, 
1115-1140, ci insegna che l'animale in un primo pe- 
riodo prende e si assimila alimento in proporzione mag- 
giore delle perdite, e ciò produce il suo crescere; ma 
questo crescere crea poi tali condizioni fisiologiche, per 
le quali in un secondo periodo l'animale non può più 
assimilarsi tanto cibo, che basti a riparare le perdite ; e 
quelle condizioni, appunto per questa insufficiente ripa- 



'1:A (ILI DKl IH EPICURO F. L'ISONOMIA. 

razioiie, si fanno natii calmeli te sempre pegg^tori, gì clii' 
vien la rtiina. E la stessa apiegaziniie è data por U cre- 
scere e perire di un inondo — die Epicuro chiama ap 
[lUuto un gran &por; o qui se ne vede in parte Ifi rnjfioiie. 
Sotto quei vere! di Lucrezio si sente proj»rÌo il bisogno di 
rispondere all'ohiezione : ma se noi col cibo restauriam 
continuamente la perdita di materia nostra, perdio siaq) 
mortali? E, accanto, queaf' altra: un mondo librante^ 
in mezzo all' infinito oceano atomico, e ({uindi in condì 
zione che non gli manchi mai materia per riparare I 
suo perdite, |>eiTh<!' <lcve perire? E anche qui la rispi 
di Epicuro è; perchè cresce. Queste osservazioni (sìa iletB 
per incidenza) ci fanncj meglio compreiidire jjerehè Lu- 
crezio metta la teoria del nostro crescere e poi dei^rin' 
e morire in un posto dove non si aspetterebbe, ossia in 
relazione colla natività e mortalità dei mondi. ' 

Epicuro dunque trovava nel campo della nostra osim- 
rienza un punto di partenza, ossia un'analogia, conir 
egli suol dire — conformemente al suo precetto die bi- 
sogna aìjfifta C/TÌ rmv èv loU /(frFtó^inf; [e quindi nnctjv 
Ér to(i peTaxoafiioie\ ai'vielovfiBviov tptQSiv iwr nn^' ijiìj 
riva ^(fntvonévmv — per stabilire una possibilità di r^« 
composte di atomi, le <|uali tuttavia avessero esistema 
eterna; si trattava di supporre esseri esistenti, come gii 
animali, per un continuo scambio di materia, ma per 
modo che costantemente potessero assimilarsi tanta mn- 



' Ossia, per Epicuro il mondo è realmente e in siinao pnjpriu, 
non in senso figurato, uno Z'V'"-. un orKanìsmo animatg- Posto ri^ 
^i comprende meglio n riesco meno strana l« spiegazione di Lu- 
crezio (V. 634 Bgg.) dol come terra in inedia nuiHdi rei/ione quittn' 
e non precipiti col suo peso sulla sottostante rottone aerea; e ai 
comprendono meglio V i'6 sgg. dove sole e luna itii siint tra dek 
e terra . . . 



sebbL'Oe poco prima Lucrezio abbiu oal( 
credenza che Ì corpi celesti 
Ari .Tfvwitl. ma awnibf* " 



te coinWtula I 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 255 

teria quant' era quella via via perduta ; e perchè codesto 
scambio fosse costantemente equilibrato, bastava elimi- 
nare ciò che negli animali è causa di rovinoso squilibrio, 
ossia l'accrescimento. Ma con che mezzo e su qual fon- 
damento toglier di mezzo il periodo del crescere ? Prima 
di rispondere a questo, esaminiamo un altro punto. 

Ho detto che col costante ed equilibrato scambio della 
materia era posta la possibilità deir esistenza senza fine; 
ma ho detto male; bisogna fare una eccezione, e una 
eccezione che distrugge il principio. Gli esseri che, come 
gli animali, possono prolungare la loro esistenza per 
iscambio di materia, non sono condannati alla morte sol- 
tanto per quello squilibrio rovinoso sopra descritto, che 
è cagionato da un precedente squilibrio auctificmn; que- 
sta è la morte naturale ; ma posson morire anche di morte 
violenta, e un uomo che potrebbe vivere fino a ottant'anni 
può essere ucciso a venti da un morbus che dal di fuori 
l>enetri in lui (per usare il linguaggio lucreziano) o da 
una pugnalata. Posson cioè intervenire assalti di straor- 
dinarie forze esteriori, che disgreghino e dissolvano il 
concilium con tanta rapidità, che il regolare afflusso di 
nutrimento non possa a gran pezza arrivare a tempo per 
riparare le immani e istantanee perdite (segnatamente di 
anima). Epperò, se anche supponiamo pei viventi quaggiù 
queir equilibrio costante tra nutrimento e perdite, che s' ò 
supposto per gli dei, gli animali tutti sarebbero pur sempre 
mortali, perchè nell'eternità del tempo nessuno sfuggi- 
rebbe a una morte violenta. Lo stesso s'avrebbe a dire 
degli dei, come si sono concepiti or ora, i quali là negli 
intermundia sono esposti alla bufera atomica che mai 
non resta, e che volte a volte, p. es. allo sfasciarsi di 
mondi circostanti, può diventare anche straordinaria- 
mente violenta e pericolosa. Ma quale è la causa, per gli 
animali, di questo perenne pericolo di morte violenta? K 
la temporanea (sia pure brevemente temporanea) persi- 
stenza della medesima materia componente essi animali. 
È perchè la materia di cui io oggi son fatto resterà per 
un pezzo, almeno in gran parte, la materia mia; è per 
questo che il suo improvviso disgregarsi, per un eventuale 



256 GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 
violento asaalto, non può esser riparato dal lento stippe; 
ditari (li cibo ristoratore. Quella stessa persistenza dellft 
materia, dunque, cho in certi casi, come nel easso, t la 
conservatrice dell'esistenza, diventa in altri casi cagioui 
o pericolo di morte. Per render dunque possibili degli 
esseri eterni composti di atomi, bisogna alla precedente 
condizione dello scambio costantemente equilibrato di ma- 
teria aggiunger quest'altra: la assoluta non persistenza: 
della materia. Metteteci in tal condizione che il costante 
scambio equilibrato eia continuamente totale e istan-' 
taneo, e allora quae veitiunt aliena salutis receduiti 
prius quam quid tioceant sentire queainus. E questa coih 
dizione scioglie anche quella difficoltà che abbiamo lar 
sciata insoluta: come toglier dì mezzo per gli dei, viventì 
in mezzo a cosi enorme sovrabbondanza di alìiueato, j" 
periodo e il pericolo dell' accrescimentoi' è tolto dall'ir 
stantaneo e totale mutamento della materia tutta, ciw. 
impedisce il soETermarsi di maggior materia che non oo 
corra alla semplice conservazione. 

Ed anche per rjuesta seconda condizione non mancar 
vano TIVÙ Tùv naq' ìfuv ^aivoftévinv che offrissero ad E^iì^ 
curo la necessaria analogia ; per esempio un fiume, o (» 
ancor meglio) una cascata, o una Hamma, o la più pò* 
tente delle fiamme ; il sole. Tutte queste sono cose i" 
nate a morire, ma non per vecchiaia, non per morte vi* 
lenta, bensì per mancanza di alimento, che è un pericolo ai 
(juale non sono esposti gli dei- E qui, ripeto, sta la veri 
ragione por la quale Epicuro ha messo gli dei fuori dei 
mondi. — Ho accennato anche al sole; infatti il sole, 
che, come k noto, per Epicuro non è più grande di ijuella 
che a noi pare, pure rovescia su noi torrenti di luce — 
cioè di BÈ stesso — ed emette quindi la sua materia con 
molto maggior velocità che non faccia una oiscata; m» 
con altrettanta rapidità si pasce della materia atomici 
ignigeua che in quautità enorme è raccolta entro ì mttmtaj 
mundi, hissù nelle regioni eteree. ' Quando i mocniit 



' Pensando a ciò, troTÌamo meno strano cbe ìjpicuro non . 
ipJDgeaw, tra le dJTerae taori» Hriari, snella che faceva ogni mB^ 



A LUCREZIO V, Ihyj-lIiU. ECC. 257 

mundi si sfasceranno, (juesta ciioriiie provvista si dissi- 
perà per r infinito, e il sole si spegnerà. 

Ecco dunque come Epicuro potè ideare la possibilità 
degli eterni dei. La persistenza della materia nelle cose 
ha innumerevoli gradazioni tra due opposti estremi^ che 
sono le due forme dell'eternità. Da una parte la persi- 
stenza assoluta della materia si confonde coU'eiVo^ nel 
costituire l'esistenza individuate (così nell'atomo); dall'al- 
tra parte la assoluta non persistenza della materia fa si 
che resti in certo modo il solo itSo? a costituire l'esistenza 
individuale. E Veidog è eterno.' E così che Epicuro ha 
potuto concepire la possibilità di tali condizioni in cui ea 
quae conservant abbiano sempre la vittoria sopra ea quae 
iiileritnunt, e contrapporle alle condizioni in cui queste 
ultime hanno sempre la vittoria sulte prime. Data la pos- 
sibilità, per legge d' isonomia, ossia infinite del pari es- 
sendo le forze salutari e te forze letali — che vuol dire: 
essendo infiniti gli atomi, i quali conciliandosi devono di 
necessità produrre tutte le condizioni possibili, e a sc- 
cun<la di queste essere o forze salutari o forze letali — 
ne viene di necessità vììe'ciiin tanta (cioè infinita) mor- 
talium sit muUiiudo, sit ìmmortaìiiim non minor. E 
i|Ucsto è il senso, non esplicitamente chiaro, dell'ultimo 
l>eriodo del passo ciceroniano. 

Se la teoria fisica degli dei di Epicuro, considerata in 
relazione colla sua teoria atomica, presta il fianco a pa- 
recchie obiezioni e ditficottà, lo stesso non può dirsi detta 
sua dottrina dell' isonomia, come necessaria conseguenza 
della infinità; e la congettura, già per ragioni esteriori 
improbabilissima, che ({uesto punto dt dottrina sia una 
afi^unta appiccicata al sistema da qualclie epicureo se- 
riore, non appare die abbia alcun solido fondamento 
neppure nella dottrina in sé stessa, l'iuttosto, se merita- 
meato si ammira la grandiosa coiiccniono (" cine gross- 



IÌD> formarsi e sorgere un nuovo sole nd orJt;iitc, «iiPKiicntcsi la 
wn ad occidente- Lucr. V, (ióM sgK- 

' Non giarcrei die in questa concezione epicurea non abbiano 
Holo qiulehe iufluaso le idee-reali di l'iatonc. 

OicssA», ^Mdi ìuaretiani. VI 



258 GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMIA. 

artico Geistesthat „ , Bries^r, Vrbeweguììg der Atome, 
p. 28) deir infinito universo atomico cosparso di infiniti 
mondi nativi e mortali, primamente messa innanzi da 
Democrito ; sarà pure giustizia il riconoscere la grandio- 
sità di questa concezione di Epicuro, che mirabilmente 
completa quella di Democrito, in quanto dalla intensa 
comprensione della infinità democritea ha sapute» trarre* 
per lo^^ica conseguenza, la eterna stabilità della natura 
in tutta r immensa varietà e complicazione delle sue forme 
e delle sue leggi. I versi lucreziani II, 294-307, 532-568, 
509-580, considerati nel loro insieme e illustrati dall' in- 
sieme del concetto dell' isonomia, acquistano una subli- 
mità nuova; e consigliano di andar cauti, prima di at- 
tribuire a superficialità e piccineria di mente (come da 
parecchi si fa, e anche dallo Zeller) o la tenace liducia 
di Epicuro nella attestazione dei sensi, o qualche parti- 
colare dottrina dall'apparenza strana e risibile. 



APPENDICE I. 

NOTA A PAG. 240. 



Quando ho scritto queste pagine sugli dei di Epicuro 
io non conoscevo l'articolo di W. Scott che pel breve 
cenno in Bursian e [)el breve riassunto ora riferito. Ve- 
duto poi queir articolo, ebbi la grata sorpresa di riscon- 
trare una grande conformità nei ragionamenti particolari, 
così che sono stat<) in forse di sopprimer scnz^altio il 
mio scritto e sostituire Tarticolo dello Scott Se così non 
ho fatto, ò perchè non credo inopportuna la discussione 
al(|uant() più ampia su qualche punto, che qui s'è fatta, 
e perchè (]ua e là non manca (|ualche dissenso, o qualche 
osservazione che lo Scott non ha fatto. Del resto la prio- 
rità della interpretazione, che credo giusta, del passo Ci- 
(^eroniano risale più in là dello Scott; che rartìcolosuo 



A LUCREZIO V, U59-119I, ECC. 259 

è una diTesa della traduziouc di Cic. Nat. D., I, 49, che 
ii Lachelier dava Della Heviie de Phiìoìogie 1877, p. 264, 
e che dice; " Secondo l'inseg-namento di Epicuro la na- 
tura divina è di tal fatta, che è percepita non dal senso 
ma da] pensiero, né ha la qualità ilella solidità o della 
identità Dutnerìca, come quelle cose che Epicuro chiama 
ne^éfivta a cagione della loro consistenza sostanziale ; ina, 
per Is percezione di una serie di immagini simili, quando 
DDB infinita successione di immagini di forma precisa- 
mente eguale sorge dagli innumerevoli atomi e fluÌBC« 
agli dei, la nostra mente intentamente fissata su queste 
immagini arriva a comprendere la natura di una esi- 
stenza ad un tempo beata ed eterna. „ Questa traduzione, 
come si vede, resta in tutto fedele alla lezione dei wss., 
conservando ad deos (la lezione ms- ondeggia tra ad 
deos e ad eos, ma torna lo stesso) ; io non me ne stacco 
che nella lieve mutazione del secondo cum in tuni, e fa- . 
cendo cominciar con esso twtt, e non con scd imaginibiis, 
la seconda parte del periodo- Sono differenze esteriori. 

Lo Scott esamiaa quindi punto per punto il testo ci- 
ceroniano. A proposito di ut non sensu sed mente cer- 
natur cita anche due frammenti Voli. Heix., coli. 2, 
tom. VI, 2, col. 17 e col. 18, dove è detto che il naxv- 
fit^Éateqov è anche ciò che può xtvtìv a'a'àriaiv, e che 
nessun sensibile è immortale, perchè vi si oppone la 
nvxvóttji; ricevente nX^ya? ìa%v^ài: ondo sentiamo tutta 
la forza del lucreziano tenuis V, 148 e dì corpus sanctum 
VI, 76, e anche del citato passo di Plutarco (Diels, Dox., 
p. 306) che dice gli dei di Epicuro Xóytj) aecopr^roiig per 
la ìieTiroftifetav t^; %àv eióéXav ^iiaeiog. 

Quanto a ad numeriitn conferma la interpretazione del- 
l'Hirzel, da noi accettata, con più abbondanti citazioni ari- 
stoteliche (da Bonitz, sotto dgi'àiióg). È evidente che tra le 
cose che Epicuro prese da Aristotele va annoverata anche 
questa distinzione di tò Sv xai^ à^iit/iòv fiévov o vifean'n 
da YÒ ^v xatà òfueUeiav v^eatói; solo che per Àristotolo 
questa unità formale, oltre al caso del medesimo soggetto 
eonvervante la sua unità fiera^a?.Xóvji>iv àei nàv /if^ùr, 
comprende anche, anzi riguarda principalmente, l'unità 




della Hpecio, mutevole negli individui, ilurcToIe ne 
la qualo invece Epicuro lascia ila parte, perchè 
unità per lui non ha valore d'entità per sé stesa 
ò semplice effetto d'un foedtis naturai, cioè, in 
d'una comune mepcaniua necessità- Pare allo S( 
ragione, che «pi' soìiditute quadam nec ad nutiier 
un latino alquanto strano, ed è l'avorevolo alla cor 
del Major ncque cadeui ad numerum sìt. — Codi 
non sono dunque dei solidi ma delle superfii 
Cic, ib. § 7r»). Quanto a sed imayinibm... a/j(U 
chiave, dice lo Scott, è in 1). L. X, 139 (v. b.) *ar' òftì 
(scjl., vffBOfbUai'^, ecc., e ìmaginum simililudoeth'i 
ripetuto tal quale al § 105, sarà letterale, anzi mal 
e non chiara traduzione |>er avventura di uu tftO 
it{Ta naì nopeiav, da Cicerone non ben capito, — 
tata quindi la ipotesi di llir/el e Mayor d'una i 
dottrina epicurea intorno agli ilei, una esoterica 
esoterica, ed eliminata la difficoltà del testo lue: 
nel modo ^ià sopra accennato, lo Scott [lasisa a p 
dcH'isonomia. (Ma di questo punto parliamo pi» ai 
Toocii quindi lo Scott dei rapporti con Domi 
Dell'avere Kpicuro camliìata in eternità la longevità 
dei di Democrito noi abbiamo data come prìncipi 
ragione d'ordine logico: il consenso generale, che li 
canonica epicurea l'importanza che s'c visto. I^o 
crede invece che una ragione etica, il bisogno d'un 
della felicitA perfetta, richiedesse la immortalità 
dei; e aggiunge che era necessario per la f'elicii 
degli dei, come degli uomini, che gli dei fosso 
legati fuori del mondo, nel quale invece Demi 
aveva lasciati. D'ultra parte, in accordo colla teoria 
conoscenza, la notizia di essi ci devo arrivare per « 
K tutto ciò Kpicuro ottiene col far degli dei non d 
goli idoli \olauti pel mondo (teoria di Democrito) 
infinita successione di idoli fuor del mo 
gli idoli che parton di là e vengono a noi, vengi 
trovarsi nelle stesso condizioni dei soliti Ìdoli (vi 
mentali), mentre gli dei acquistano la richiesta ( 
intinita. 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 261 

Preziose conferme della teoria qui esposta ci danno poi 
alcuni passi, dapprima non bene intesi, e che lo Scott 
spiega bene alla luce appunto di questa teoria. Riferiamo 
alcune di queste spiegazioni. Plutarco, Plac. I, 7, 15 = 
Stob., ecì.j p. 66 (Diels, Doxogr., p. 306), in seguito al 
|)asso già citato, che dice gli dei di Epicuro di forma 
umana, e tutti non visibili che alla mente, per la te- 
nuità loro, dice: ò S^avtòg (Epicuro) à?J.(og reVcra^^ac qv- 
(frtg xarà yévog «y^«oroi'b Tfccfrff, r« àiofxa^ tÒ xfrcr, rò 
itriBi^ov, %ài òfio(6vr]ta>: [cD.Xwg di Scott, Gassendi e un co- 
tlice, per akkac volg. e Diels, s'impone]. Poiché Epicuro, 
fuori dei primi tre, non ammetteva l'indistruttibili hi che 
per gli dei, o/noiÓTr^rsg non può che significar gli dei, ossia 
quegli esseri la cui essenza è un flusso di simili. Ecco 
infatti Philod. nsQl sihs^eiag^ Gomperz Herc. stud,, p. 110, 
ivrarai y^Q ^* ^'J^ ó/io/órijrog vnàQ%ov(Sa óiatoiviov tx^iv 
r»)r TS/.eiav fvòaif.ioviav ^ èneiSr^neQ ovx ^T^f^ov ex twv aviiZr 
i' rwr oHoitiìv <StoiXBÌwv évotìjfsg ànonXslal^ai óvvavrat xy.ì 
v7io Tov ^EmxovQov xaraXsiTTovTat xa^dneq èv tm tt^qì oan'tr ì^' 
TOC. Lo Scott scambia il posto di «rrwr e ójtioiW; ma non 
è neppure indispensabile. "" (Una natura) costituita dalla 
similitudo può avere una felicità eterna. Dappoiché [per 
spiegare questa similitudo], delle unità (o individualità) 
possono constare così degli stessi, permanenti, elementi 
materiali, oppure di elementi materiali simili, come in- 
segnò anche Epicuro precisamente nel libro intorno alla 
Santità „ [cfr. sanctum corpus, Lucr. IV, 76]. E poco 
sotto si parla di una (SvyxQiaig tòjv òiiauov ii?J,(ov (x(xì 
«U/A>v) ** di simili continuamente mutanti. „ Onjctto por 
l»revità qualche frammento, e passo a p. 130, 137 di Goin- 
|«rz, dove, in sostanza, si combatto chi dice a Epicuro che 
non e' è posto pei suoi dei, dal momento che tutte le cose 
sono o ^fvyxQiifeig, o ciò di cui son fatte le avyxoiaetc (Epic. 
ad Her. § 40, Lucr. I, 483 sg.); e che Epicuro non può dar 
posto ai suoi dei tra le (SvyxQiastc^ j)erche nCtaa avyxQiai^: 
ffùa^ì\. Dalle briciole s'intravede che la risposta é che 
né Epicuro nò Metrodoro hanno affermato che ogni (^n- 
*^<^*», sia (fi^oLQTì]) e alla pag. seguente (Gomp. 138, dove 
lo Scott legge nelle linee 13.14 (svyxiuaiv toh* nì^ xm'' d- 



262 GLI DEI DI EPICURO E LISONOMIA. 

Qi&lióv, mentre il Gomperz omette il ftv; ma Io spazio del 
facsimile ha il posto di sei lettere in luogo di quattro), ei 
dice ancora che Metrodoro nel suo scritto sulla MuUizione^ 
fa la dovuta distinzione, e poteva con tutto diritto affer- 
mare, che corpi coroiwsti di elementi non numericamente 
identici (ma sempre rinnovantisi per sucocssiune di simili) 
sono imperituri, anzi divini. A pag. 2i6 del suo articolo 
lo Scott cita un frammento di Filodemo nef}i Soì-axw, 
che con una lieve modihcazione e integrazione viene a 
dire; " ma continuando il flusso di materia rispondente 
alla natura degli dei colla loro id(mtiti\ solo formale, è 
proprio alla loro natura continuare nello stesso stato in 
eterno „. Con che si può confrontare un altro frammenti 
di Filodemo nfa't, i>fmv àiaytoftfi, citato a p. 243, e inter- 
pretato nel senso clie il tutto ha sempre generato e sempre 
genererà per gli dei ciò che è loro appropriato, com- 
prendibile solo dal pensiero, non dal senso. ' 

Lo Scott, p. 222 8gg.. spiega lV(roro;H*n, in brove, così: 
l'isonomia 6 un caso della leggo di probabilità, osala della 
legge che di due alternative egualmente possibili, ciascuna 
si avvererà con egual frequenza, se si prende un numen> 
di casi infinito. Nell'argomento in questione se ne ha una 
doppia applicazione: in primo luogo, dato il numero in- 
finito di atomi, si avrà un egual numero dei moti ten- 
denti a conservare, audifìci mottis (processo formativo) 
dei motus ex'ttiales. Ma questa distinzione bilanciata 
può aver due vie: 1." i processi di incremento e di de- 



' la Fragm. Ucrc. p. 183, lo Scott (n ana Specie di appenilice 
«Ila teoria, supponendo che agli dei affluiscano anche imagina 
di uomini o cose, buone e cattive; dalla quale tutto ciò chr h 
deìaìmilg è asaimilato dagli dei, tutto ciò che è contrario alla nv- 
lura divina è respinto. Cosi la Toruia ili* ina e perfetta risulterpbW 
dalla " concretton , iii innumereToH forme materiali ìmperrette. 
restando eliminate nel processo le imperfezioni indÌTÌduali. Sarel>l>v 
l'equivalente fisico del processo mentale dell'arrivare all'idra. ot*i* 
all'universale, mediante astrazione «lai particolari: né si vede, dice 
lo Scott, quale altra soluzione potesse tentare Epicuro pi^r trovorr 
una Renosi materiale dell'ideale. Lo Scott propone tutto ei& wtoe 
con tiri.' ttura incerta; ma è molto meno chi.' incerta. Hssa HUppODL' 
che Hpìcuro avesse bisogna di ammettere, alla maniera di Platone, 
un ideale avente esistenza reale e obiettiva! 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 263 

cadenza prevalgono alternatamente sui diversi esseri, ondo 
a' ha nel tutto un perpetuo decadere degli uni e nascere 
di altri. 2.** o sono simultanei sopra un medesimo oggetto, 
onde s'ha equilibrio, e quindi eterna durata di esso. Ciò 
posto, data l'infinità di casi neir universo, s'avn'i, per 
isonomia, una eguale estensione del processo alternato e 
del processo simultaneo; e poiché in tutti i mondi ha 
luogo il processo alternato, s*ha ad ammettere in egual 
proporzione attuato il processo simultaneo negli iuter- 
mundia; T isonomia — o ne sia autore Epicuro stesso, 
un successore — fu escogitata per provare precisamente 
la perpetuità degli andifìci motvs nel caso degli dei, e 
in questo caso soltanto. 

Così lo Scott, il quale poi biasima Ilirzcl e Mayor d'a- 
ver interpretato V isonomia come una bilancia tra un ce- 
cesso di moti distruttivi da una parte (nei mondi) e un 
eccesso di moti salutari nell'altro caso (intermundia), con 
che si viene ad attribuire, indebitamente, a Epicuro una 
inconsistency : che non si vede il perchè i moti auctifìci non 
possano trovar sufficiente applicazione nei mondi, come* 
negli intermundia. — La spiegazione dello Scott e vera 
in sostanza, ma non è in tutto vera e non e' ò tutto il 
vero. Andrebbe bene, nell'ultima sua parte, se fossero tra 
loro paragonabili la durata di vita mortale e di vita im- 
mortale, come i casi pari o i casi dispari; ma dove ò la 
garanzia che durante l'eternità sempre duri l'equilibrio 
delle opposte forze, e non intervenga un alternamento? 
Che è quanto dire, bisogna anzitutto dimostrare che son 
possibili condizioni tali che garantiscano codesto eterno 
equilibrio. Una volta dimostrato che ci sono (e noi ab- 
biamo appunto tentato di mostrare come per P]picuro ci 
fossero), allora sta benissimo il calcolo delle due probabi- 
lità eguali neir infinito, come vuole lo Scott. — Che Epi- 
curo, poi, abbia escogitata la isonomia proprio perche gli 
servisse a provare gli eterni dei, è cosa per lo mejio (pare 
a me) molto improbabile. Il fatto che in Lucrezio isono- 
mia e dei non sono messi in alcuna relazione ò decisa- 
mente contrario al supposto. 



264 GLI DEI DI EPICURO E L'ISONOMU. 



APPENDICE II. 

KOTA A PAO. 242. 



È interessante confrontare alcuni frammenti ili Kii_ 
demo nept ittòir rftc/u/i'ji;, che Io Scott riporta i»d esamiiM 
nel già citato articolo, a p. 237 sgg., o die toccano Ì 
ijueBtn argomento. Vi si combatte dapprima la dottrini 
liegli stoici, che gli dei risiedano nelle stelle : e si fa ud 
jiitutto r obiezione elio, in tal caso, gli dei sarebbero 
irostretti ad aggirarsi insieme colle Bielle, ciò che pai 
ima condizione tutt'altro che di felicità: non si nega gi, 
il moto agli dei, che non si conosce alcun vivente senx^ 
moto; si nega questo moto dì traslazione. Vengono i 
alcune righe oscure, dove si parla ancora della natuij 
divina solo visibile alla mente, perche non è un compi 
sto xat' ÙQi'Jftùv; e appunto in questa costituzione tluidol 
senza materiale identità, degli dei è fondato poi un altri 
argomento contro il muoversi degli dei insieme cogl'. 
astri : " un moventesi bisogna che sia tino e non »io/|j 
in molte Bucccssive posizioni ; e un vivente, anche. IiÌm 
gn:i che resti lui stesso e non molti suoi simili; „ ora (par" 
che il ragionamento venga a diro) dove c'è l' individua- 
lità materiale, V identità resta anche col mutar di luogo: 
ma dove l' individualità non b fondata sulla identità mìfM 
teriale, perchè quella si conservi bisogna che non mutf 
luogo. Comu se io viaggio con una bottiglia d'actiua/ 
questa resta sempre lei perchè l'acqua £ sempre la stessafl 
ma se immagino una cascata d'ac<|Ua trasport-ata in altri 
luogo, in rcaitJi n<m sarà pìfi la stessa cascata. (•. I 
vero (par che continui Filodemo), che anche nelle < 
xnt'ilQtitni.r alta lunga la materia si muta (e quindi. « 
consideriamo un moto continuato per un lunghissiin 
tempo, avverrà che una cosa alla fino dì esso non sia pii^ 
((Uella ch'era in princìpio, nò per posto né per materifl)a 
uà considerando il viuggio a parte il ^avU, sanuuut il 



A LUCREZIO V, 1159-1191, ECC. 265 

medesime évórrircg^ le unità é^ arralv, che occuperanno suc- 
cessivamente posizioni diverse. — Ed ora Filodemo entra 
proprio nell'argomento nostro: i sopporti degli dei devono 
essere tenui, come tenui sono i loro corpi. Le poche ri- 
jarlie son disgraziatamente assai lacunose. Lo Scott vi 
legge dapprima ** che la non solidità dei sostegni degli 
dei non fa alcuna difficoltà, finché questi non sieno con- 
dannati (come sarebbero gli dei supposti residenti nelle 
stelle) a un moto traslatorio „ (qui pare abbastanza sicura 
la prima parte del testo : non far difficoltà la non solidità 
dei sostegni degli dei). Viene poi una proposiziorie chia- 
rissima: uAA' ì^nelg [nèv Svrf^ (TTSQéf.ivioi^ fiii (fTSQSi^ivtov 
jivòg ìfÀiv vn6{y)Tog^ otr'ar [xtvsiv o(i!)rf xivslts&ai òvvai- 
lisina, jovg dè(?) ...e proprio qui c'è il maggior guasto nel 
testo. Dopo, troviamo ancora una proposizione abbastanza 

sicura (o)v 6v<rxsQ(^cùg ?) «v t) (pv(ng (pégoi avyxQif.ia r(oij)ròv 
fXo(v) nvxvótt^ra vorjTì]v. La lezione di (ptmg è incerta, e lo 
Scott propone molto bene ^Mtg (il facsimile di Oxford ha 
qMtg); ma sia ^d(fig sia yvcrec, sarà piuttosto ?xo. .. da com- 
pletare così che s'accordi con (fv(ng o pà(5ig^ per ottenere 
il senso, che pur vuole lo Scott, " non fa difficoltà che 
un sostegno avente una densità solo pensabile (non sen- 
sibile) sostenga un composto (così tenue da non esser 
che) pensabile». [Nei Fragm. Herc, p. 198, lo Scott so- 
stituisce la congettura ffoàaig^ che non mi pare più pro- 
babile.] E poiché la estrema tenuità degli dei, e la per- 
xitua fluidità della loro materia son così connesse, che 
'una è condizione dell'altra, è lecito credere che anche 
1(* sedes non solo sieno tenues come gli dei, ma del pari 
sieno eaedem non ad numcrum sed ad speciem (v. s. 
Lucr.: tenues prò corpore eorum); e devono infatti esser 
del pari immortali, e non lo possono essere che alla stessa 
condizione. Lucr., VI, 76, chiama sanctum il corpus degli 
dei, accennando appunto alla costituzione sua che lo rende 
immortale; e nello stesso senso dice sanctae " inviolabili, 
intangibili „ le sedes^ in V, 147. 



1 



J 



XII. 

L'ORIGINE DEL LINGUAGGIO. 
A V, 1026-1088. 



[Questo studio forma la seconda parte dì una Memoria, pre- 
sentata air Istituto Lombardo in febbraio 1896, dal titolo : La 
questione del linguaggio secondo Platone e secondo Epicuro* La 
prima parte contiene un'analisi del Cratilo, intesa a dimostrare 
che quel dialogo contiene bensì una teoria platonica del linguaggio, 
e quale; ma che fine e concetto essenziale del dialogo non è già 
codesta teoria, ma la dimostrazione che l'indagine della primitiva 
significazione delle parole non conduce alla cognizione delle cose. 
Per ciò che riguarda la teoria del linguaggio, risulta che Pla- 
tone non tratta la questione dclPorigine del linguaggio, nel senso 
storico, ossia se il linguaggio a<bbia cominciato per opera consa- 
pevole e deliberata degli uomini, o di uomini ; o se invece abbia 
cominciato per opera inconsapevole, e, a così dire, fisiologica del- 
l' umana natura. Questa questione neppure s'è presentata alla 
mente di Platone, e, probabilmente, neppure esisteva a' tempi 
fluoi. 11 sottinteso comune, e non discusso, era che il linguaggio 
fosse una invenzione di uomini — o, per avventura, di dei; ma 
torna lo stesso — come le altre arti. Il diversissimo modo, come 
la questione del linguaggio è considerata da Platone, da una 
parte, il quale si domanda : che cosa è che costituisce la natura 
del linguaggio; e da Epicuro, dall'altra, il quale — punto curante 
di definire che cosa è una cosa che tutti sanno che cosa è — si do- 
manda come questa cosa si è fatta, è essenzialmente caratteristico, 
non solamente dei due molto diversi sistemi di filosofia, ma anche 
delle due molto diverso età del pensiero filosofico greco. A meglio 
chiarire il confronto tra le due teorie, riportiamo anche qui la 
conclusione di codesta prima parte della Memoria.] 

Dalla analisi che precede mi pare che risulti T unità di 
intento del dialogo di Platone, e che questo intento è Io 
studio del linguaggio in ordine al problema della cono- 
scenza. Ora, lasciando da banda la ()uestionc che per 
Platone era la principale, ma che noi ci siamo messi a 



268 L'ORIGINE DEL LIN(iUAGfiIO. 

studiare allo scopo di l>en sceverare la teoria platonica 
del lingufigpio, e di trovare, per dir coal, il punto di visti 
d'onde si possa aMjracciarla collo eguardo e giiidicjtrla 
nel suo complesso; e venendo a considerar questa in sé 
stessa, ci pare ohe la si possa riassumere cosi : 

Il linguaggio è una umana invenzione o arte, cunie la 
altre (p, es- la legislazione, il culto religioso, l'agricoltura, 
l'abitazione, ecc.) neceK^arie alla convivenza civile. Poi- 
ché arte era, non poteva consìstere in una scelta casuala 
di suoni gruppi di suoni, e distribuzione casuale di essi, 
per convenzione o per imposizione autoritaria, alle di- 
verse cose, perchè servissero a indicarle; bisoguava uni 
concetto direttivo, una scienza di quest'arte; e chi aveva 
miglior concetto e sapeva meglio attuarlo era migliore 
artefice dì nomi, chi meno, muno buono. Questo concettd 
direttivo — come del resto appare anche dall'esame di 
molti nomi in uso — era naturalmente che Ìl nome, coÌ 
suoi elementi costitutivi, desse un'idea della cosa nomi- 
nata, imitando e ritraendo in qualche modo la natura 
sua; la miglior parola era quella che meglio rispondeva 
alla gvaii dell'oggetto, e la ovaia della parola sta ap- 
punto in questa rispondenza. Ciò postn, sarebbe certa- 
mente stata una bella cosa, se gli inventori dei nomi' 
avessero avuta la scienza delia vera natura delle cose, e! 
questa si riflettesse nel linguaggio meglio di quel che ar^ 
venga; e in particolare sarebbe stata una bella cosa, se 
avessero compreso che le essenze delle cose sono fisae e 
immutabili, e che moto e mutazione è un lor modo di 
apparire a noi, ma non appartiene alla intima natura 
loro; cll^ non vedremmo in un gran numero di nomi, i 
di quelli che designano cose fra le piil alte e buone a: 
più Inntane dal mondo sensibile, posto a fondamento il 
concetto del moto. Ma, oltreché era ben naturale che nà 
nomi da loro creati si riapeccliiassero le cose come loro 
apparivano essere ; parecchie considerazioni mostrano 
rhe, né grande è il danno di siffatto loro errore, pur dP 
non dare ascolto alle suggestioni del linguaggio; né 
grande sarebbe stato il vantaggio, se pure avessero evi- 
tato queir errore; chò un linguaggio ideale e psri 



A V, 1026-1088. • 269 

ossia ritraente negli elementi delle sue voci le vere es- 
senze delle cose, era ed è impossibile a formare, perchè 
i mezzi a disposizione dei parlanti sono estremamente 
inadeguati a tanto fine. E chi guardi poi quale è l' uffi- 
cio a cui funge il linguaggio e al quale solo può e deve 
fungere, vede che a queir ufficio esso serve in modo sod- 
disfacente. 

Consideriamo infatti: i primi creatori di parole non 
avevano altre parole a loro disposizione, contenenti già 
precise indicazioni di cose e concetti, e da usar quindi, 
per derivazione o composizione, a nominar cose nuove, 
mediante le loro interne nozioni che paressero corrispon- 
dere alla natura di codeste nuove cose ; essi non avevano 
a loro disposizione che i suoni espressi colle lettere del- 
l'alfabeto e con sillabe; e poiché questi pur si differen- 
ziano per certi lor caratteri di durezza o mollezza, di 
asprezza o dolcezza, di mobilità o fermata, di vocalità 
chiara o cupa, ampia o sottile; quegli inventori non po- 
tevano che applicare codesti suoni, anche fra loro com- 
binati, alle cose, secondo che lor paresse di riscontrare 
in queste caratteri congeneri a quelli de' suoni ; onde si 
vede quanto limitata, incerta e superficiale fosse la virtù 
significativa di que'nomi: oltreché ragioni di eufonia, di 
arrotondamento dei nomi, ecc. già provocavano scambi 
di elementi più adatti con meno adatti alla significazione, 
e aggiunte di elementi estranei. E c'era poi il caso di 
concetti, come i numeri, che per nessun modo potevano 
essere imitati dai suoni delle lettere. Nello stadio suc- 
cessivo, quando si fabbricaron nomi mediante derivazione 
e composizione di nomi primitivi, non venner meno gli 
ostacoli al cogliere colla nozione del nome la vera essenza 
dell'oggetto. Le cose si presentano per lo più sotto molti 
aspetti ; era naturalmente nel gusto, n(d capriccio dell' in- 
ventore sceglier l'uno piuttosto che T altro aspetto, e la 
significazione riusciva parziale, spesso su|)ertìciale, e ad 
ogni modo sempre subiettiva. S'aggiunse l'opera del tem- 
jK), che per ragioni di comodità, di eufonia, ecc., venne 
trasformando le parole, spesso a velare, spesso a nascon- 
der del tutto, la intenzione prima, qual eh' ella fosse, de- 



270 



L'OIUGINE DEL LINGUAGGIO. 



gli inventori de' nomi. II concetto dunque d'un lingua^ 
(fio che ne' propri elementi costitutivi rispecelii la natura 
dojrli oggetti; d'un linguaggio veramente «/iW», none 
attuato e non b attuabile ohe in scarslBsima misura. Ma 
a tutu rjncstì errori e ilcficienze e guasti supplisce com- 
pletiimente la orvyijxij. ossia l'accordo, quando si badia 
«io a cui veramente e solamente deve servire il liugusp 
gio: non ad altro, cioè, che a far sorgere in chi ascolti 
quegli stcBsi pensieri che chì parla intende far sorgerà, 
La verJti delle cose ai coimsce per ultro vie; il discorre^ 
della mente, che è la più alta delle arti umane, non j 
l'arte del parlare, e avviene, o dove avvenire, al di sopra 
e indipendentemente dall'eventuale contenuto signifira?* 
tivo degli elementi del vocabolo. Piace, se vuoisi, che nd 
nome, oltre il suo semplice ufficio di indicazione convo* 
nutft della cosa, risuonì anche come un timbro che intet 
Inttualmente u sensibilmente ravvivi il pensiero della cos 
davanti alla fantasia; ma guardiamoci dalla tentazione 
di leggero un insegnamento in (juesto timbro, e di fai 
diro alla parola più di quello che essa deve dire. E an* 
che bello e interessante indagar nel vocabolo il pensieri! 
di ehi l'ha creato; ma si faccia non con altro intento, chfl 
questo appunto. L'arte dei nomi è piuttosto simile all'arti 
delle abitazioni o <lelle vesti, che non all'arte didle leggi 
o delle politiche istituzioni o dell'educazione: queste sì 
riferiscono alla vita dell'anima, e hanno da prendere i 
loro materiali nella natura etessa dell' anima, e dì csae 
e' b un tipo perfetto, che fa astrazione dagli inciampi 0[)- 
posti dalla materia e dalln passioni del corpo; ma quel- 
l'altre si riferiscono alla vita pratica non dell'anima sola, 
e sono condizionate ai materiali non intellettuali di cui' 
l'artista non può far senza. Anche eopra di esse può bril- 
lare un riflesso intellettuale di bellezza e di ragionevo- 
lezza ; ma nell'essenza loro non possono che essere coor- 
dinate ai loro tini pratici. 

Ed ora passiamo ad Epicuro. Il Bonghi {trad. d. Cratilo), 
amminindo l'altezza del concetto platonico del lìngua^ 
gy?, quale egli lo interpreta, ossia perchè Tedoia-i 



A V, 1026-1088. 271 

dominare un elemento intellettuale, il porre, cioè, una inte- 
riore relazione del vocabolo e dei suoni della voce articolata 
coiraffezioni deiranimo o coi concetti della mente ; giudica 
(p. 182) meno nobili e come degenerate le posteriori teorie 
stoica ed epicurea del linguaggio, perchè in esse quella 
relazione è sciolta, e così Telemento intellettuale del lin- 
guaggio è sopraffatto dal suo elemento naturale. Rispetto 
a Epicuro (degli stoici non mi occupo) non posso conve- 
nire in questa sentenza. E osservo, anzitutto, che il con- 
fronto è mal posto, perchè la questione che i due risol- 
vono non è la medesima. Platone tratta la questione, se 
i vocaboli son tali in forza di una loro intima relazione 
cogli oggetti, oppure in forza d'un semplice accordo; se 
c'è e qual sia la giustezza dei nomi: Epicuro invece tratta 
la vera questione delPorigine del linguaggio, ossia se il 
linguaggio è cominciato come fatto di natura, come fatto 
fisiologico, oppure per una operazione, pensata e voluta, 
degli uomini; non si tratta più di (fvcig o (fwi>ilxrj^ ma 
di q^vaig in tutt'altro senso e ^étfig. Abbiamo bensì osser- 
vato che per Platone il linguaggio era ^éaei; ma quest'era 
|)er lui un naturai sottinteso, e indiscusso ; non era quindi 
una dottrina, e non si può dire che sia la sua soluzione 
del problema dell'origine. Epicuro poi, nelle poche righe 
che di lui ci restano intorno al linguaggio, non tratta la 
(luestione trattata da Platone; e le poche parole che va- 
^^amcnte vi si potrebbero pur riferire, non sono in con- 
traildizione colla dottrina di Platone — quale, s' intende, 
n ò sostanzialmente risultata, che la intima virtù predi- 
cativa delle parole è piuttosto un fatto storico, che una 
indispensabile esigenza nei vocaboli. A tale che si po- 
trebbe prender la dottrina di Platone, attaccarla a quella 
di Epicuro, e compome una dottrina sola, intera, senza 
interna contraddizione. La dottrina di Epicuro, infatti, 
e che r embrione del linguaggio è stato (pv(f€i, ossia i 
primi suoni espressivi furon naturali, emessi per fisiolo- 
gica necessità; ma questo embrione gli uomini, all'intento 
di farsi un utile strumento di comunicazione, l' hanno 
sviluppato a vero linguaggio, ponendo {^étSBÌ) dei nomi 
alle cose; ma nel porre questi nomi non hanno punto 



■>72 L'OUKilNE DEL LI\OUA(i(ilo. 

pmcediilo ad arbitrili, ma ragioniindo Q-oyicinf), e tlielrq 
certe analogie. 
Ma poiché mi 



li fatto l'avvocato di K[iiiiuro, prìms 
di esaminare lo sue parole, mi si permetta ili far rilevare 
die abbiamo nella sua teoria circa l'orijiinc del Huijuair- 
gio un di quo' casi in cui Epicuro ò statu cosi siiigolai 
divinatore di concetti n ti'orie scientifiche modernissiiiM 
Infatti l'origine del linguaggio s'intende oggi, in bi 
vbsime parole, cosi (salvo, ben inteso, chi non l'intendi 
così): il primo materiale del linguaggio fumno i suoi 
<-mo/iona]ì, naturali e spontanei; il linguaggio nacque 
(piel giorno in cui l'uomo, o quasi uomo che fosse, «mi» 
di quei medesimi suoni volontariamente e deliberatamente, 
coli' intenzione di suscitare in altri l'idea di una data 
emozione o dell'oggetto che n'era causa. Fatto il pritnu 
passo, conquistata la coscienza della designazione inten- 
zionale e del vantaggio pratico suo, la cos<i si diffuse, 
diventò più frequente, per la superiore attività cerebrale 
onde l'uomo si distingueva da altre specie, per altre cai 
ancora: venne il bisogno e l'uso di designare un sempi 
maggior numero di cose mediante suoni, servendo a ni 
e variandosi suoni e paiole già in uso, dietro natui 
analogie, aiutando talora la dosignazìonQ per gesti, i pij 
seguendo certe iniziative individuali, e insomma per molti' 
modi, che non hanno cessato e non cessano d'essere ef- 
fettivi nello svolgimento del linguaggio, e che non è »|UÌ 
il luogo di esporre particolarmente. (V. p. es. Darwin, 
Descent uf man, I, 53 sgg. ; Whitncy, \'Ha del linguaggio, 
cap. XIV.) In questo senso, dunque, il linguaggio t ynttt, 
ossia nel senso che i primi suoni ch'esso usò erano dati 
dalla natura, e che fu per naturali leggi fisiologiche e 
psicologiche che esso si svolse diH'ercn/.iandosi per tonta 
varietà di tipi fondamentali e secondari, fonetici e gnuo' 



'lai_ 

'S 



* Oli legge nel Bonghi, p. 1H2, «i fu Turse mm idea hIiiiuuiIi) 
iliversa della dottrina di Epicuru; luii non vi Bonn Torso opportOi— 
namentc nrc^ozEati qunlclio pRssci di Epicuro o paMi di rolkbiA 
dfìlln sua dottriau, de' qiiitli non e'if bisogno. K in ProelO (T 
aiwlw lift' ìutaiuiviie di «ubei-ao... .«■« p 




A V, 1026-1088. 273 

maticaliy ecc. D'altra parte possiamo dire che il lin- 
guaio è 9é(f€ù in questo senso che, comunque il lin- 
guaggio siasi formato, in effetto ci serve precisamente 
come 80 fosse cosa puramente convenzionale; non c'è 
nessuna parola che abbia alcun rapporto necessario colla 
cosa significata. Anche le parole di suono imitativo non 
sono in diversa condizione; che nulla importerebbe, per 
r ufficio loro, se fossero diverse. 

Vediamo ora ciò che dice Epicuro, nella lettera ad 
Erodoto : 

(D. L. X, § 75.76.) AX}A firv vnoXrinTéov xal tÌjv (pv(fiv 
jiokXà xai navzola ino avTcav twv ngay^iàTiov SvSaydàvvai 
le xai dvaYxacòvvar ròv òà XofiapLÒv là vno ravTTjg nagey- 
yvfi^évra votsqov ènaxQcpovv xai nQ(Hf€^€VQÌ(fx€iv év fièv tìcì 
^àzTOVy iv dà Tù<fi §Qadv%BQùv xai èv fièv tìCÌ nSQiòSoig xal 
XQÓvoig** év óà xial xai èXaTTovg.^Obev xal Tà ivófiara è^ 
é^ìlg jtiij Qéaei yBvéa^ai^ àkì^ avràg xàg (pv(f€cg tìov àv^qdjKov 
jto6' BxaiSta eOvij Idia na0%ov(Sag jtd&ij xal XSva Xafipavovifag 
^avTàiffAaja Idmg %hv aéqa èxnéfineiv ateXXófxevov vtf' éxa- 
(Svfov rwv na^wv xai tcov (pavrat^fiaToav^ tag av noxe xal ?} 
noQà %ovg TÓnovg xcor è^vav óia<fOQà jj' vifTSQov óè xoivwg 
jtad* BxatSta e^vri xc lòia TSÒvvav ngòg rò rag òrikdtssic; ìjttov 
àfiqfifióXovg yevéiS^ai aXXrXoig xai (fvvvofAWTéQwg óriXovfiévag' 
uva óè xai ov <fvvoQ(6fi€va nqàyiAaxa Blcfféqovxag tovg awsi- 
òotag TiaqByyvvdat %ivàg (pQóyyovg rovg [fièv] àvayxaa^évxag 
àva^iùvvcav^ tovg óè Ttf XoyiCfidf éXofiévovg xatà rriv nXei- 
avrpf alriav ovx(ùg éqiirivBvaav. (Il testo secondo Usener, solo 
che Terso la fine invece di togliere tovg dei codici è ag- 
giunto iièv\ vedi sotto.) 

"^ Ed anche questo è da ammettere, che molte cose e 
d'ogni genere la natura umana dalla necessità stessa 
delle cose ambienti apprese a fare costretta dal naturale 
istinto; e solo più tardi venne la riflessione, che quei prin- 
cipi dalla natura suggeriti trattò con deliberazione e con 
cura, e sviluppò mediante nuove trovate; e ciò avvenne 
presso gli uni (in alcuni paesi e razze o nazioni) più 
rapidamente, presso altri più lentamente [e qui segue 
una proposizione di cui, per una lacuna, è scomparso il 
seiiflo; probabilmente yi si diceva che — oltre la notata 

Onmàxi, Bhidi hterwiaui. \^ 



274 



L'ORIGINK DKL LINtìL' AGGIO. 



diversità, da nazione a nazione — codesti progreaei som 
maggiori durante certi periodi di tempo, minori duranl 
altri], „ 

K interessante questa premessa generale. Dunque E|)i 
curo metteva aiich'egii l'origino del linguaggio analog) 
a quella di altri clementi A&W kitmnnus cuHus; ma, sci 
tamonte, anche questi altri elementi egli non li fac«v 
sorti d'improvviso per geniale invenzione, ma svolti 
grado a grado da principt naturali e spontanei, di gradi 
per dir così, belluino. Così s'è cominciato a cercar de'l 
pari naturali, rendendoli per avventura più acconci < 
rozzo chiusure, addossandovi sassi o altro; si cacciò 1 
persona sotto delle foglie ammucchiate, od anche la l 
rivestì di fogliame e froude a difesa del freddo e di i 
setti ; si scagliarono sassi e si maneggiarono rami tVd 
bcro per difesa ed offesa — come fanno appunto ceri 
scimmie tra !e maggiori e più antropomorfe. 

" Similmente, non è da credere che gli uomini da I 
principio abbiano creato il linguaggio ponendo (9éati) 
nomi alle cose; ma le stesse nature degli uomini snb 
vano affezioni e ricevevano impressioni mentali; e quw 
per naturale necessità, facevano loro emetter dell'aria, 1 
i|uale usciva dalla bocca foggiata in diversi snoni i 
quelle affezioni e rappresentazioni mentali [i vari suoi 
riuscendo così espressivi delle varie emozioni o rappr 
sentazioni]; e siccome secondo le diversità fisiologiche e" 
distinguevano nazione da nazione, diverae erano le affi 
zioni e le rappresentazioni; e a renderle vieppiù diven 
concorrevano le diversità delle regioni da quelle nnzioa 
abitate; così anche questi primitivi, diremo così, lìi 
guaggì naturali e spontanei, erano già diversi da geni 
il gente. „ 

Questo è il primo periodo, paragonabile al linguag^ 
degli animali, come quelli che 

diasirailes soluant voccs varìastiuo ciero 

cuui motiis aut dolor et ciim iam gandia glisotinl. 

E non per nulla Lucrezio illustra a lungo questo 
lueuto per analogia. Vedi sopratutto la bella varietà 



A V, 1026-1088. 275 

linguaggio canino nei versi 1061-1070. Si noti che per 
Epicuro e per Lucrezio non c'è solo il pensiero che, negli 
animali e in quegli uomini, a dati stati deir animo ten- 
gano meccanicamente dietro date voci; ma anche che 
queste voci sono espressive di quegli stati, e sono sentite 
come tali da emittenti e da ascoltanti; gli animali e 
quegli uomini per naturale necessità esprimono, comu- 
nicano agli altri que'loro sentimenti e pensieri. È dunque 
pria un linguaggio, per quanto embrionale e incosciente. 
I moderni, come s'è visto, dividono piuttosto (per l'uomo) 
questo stadio in due momenti : i suoni emozionali, e l'ac- 
coi^rsi che sono espressivi. 

" In seguito gli uomini [raccoltisi sempre più in gruppi 
sociali, e accortisi sempre più del gran vantaggio di 
(|uella scambievole comunicazione di sentimenti e pen- 
sieri], per rendere queste manifestazioni più chiare e pre- 
cise e insieme più brevi e fisse, posero di comune ac- 
cordo i nomi alle cose ; s' intende, ogni nazione i suoi, n 

Il salto qui è troppo brusco, e non abbastanza scienti- 
fico. Forse è eccessivo tradurre xon'wg ** di comune ac- 
cordo „; ma ad ogni modo una deliberazione in cui tutti 
convengono c'è, senz'essere escluso che si tratti di ini- 
ziative individuali, naturalmente seguite per l'evidente 
vantaggio, e che la cosa abbia durato del tempo. L'ar- 
^mento di Lucrezio (cioè di Epicuro) contro la prima 
origine 9ét5Bi\ 

1048 cogerc item plaris unus victosquc domare 

non poterai, rerum ut perdisccrc nomina vellent 

(prima cioè che ci fosse notUtes utilitatis), implica che la 
cosa divenne possibile e naturale poi; ed era possibile 
mediante quel linguaggio primitivo e istintivo. 

Posero i nomi, s' intende naturalmente, adoperando 
quegli stessi elementi vocali che già erano in uso natu- 
rale, moltiplicandoli con combinazioni tra loro, o con 
variazioni fisse, dando loro forma e durata fissa, e sopra- 
tatto forma articolata; e parallelamente fissando, specifi- 
cando e distribuendo meglio le loro attribuzioni; creando 
anche espressamente vocaboli nuovi, dietro l'analogia si- 



27fì 



V ORIGINR DEL LINGUAGGIO. 



gnificativa dei già esistenti. Qui entrerebbe liPiie ciò che 
dice Platone circa la formazione dei nomi prìmitivL 

L'ultimo periodo del testo epicureo è inteso u spiegurc 
rome in ciaaeuna lingua aieno entrati anche molti vora- 
lioli chp eepriraono cose ig'noto, almeno ila principio, all.a 
generalitj\ dei parlanti quella lingua — sia perchò cjMe 
forestiere, sia perchè concetti che non sogliono es.'*ere 
comuni; od anche il caso, in genere, quando si trattii 
d'aver nomi nuovi per cose nuove. Non si tratta di un 
ulteriore stadio; la spiegazione sarà anzi da riferire an- 
che un po' al primo stadio. Dice Epicuro che " anche 
cose non viste, da quelli che pur le avevan viste, crauo 
importate (nella cognizione e nella lingua dei loro con- 
nazionali), perchè essi le manifestavano con de'suonl, che 
erano da loro istintivamente emessi per naturale effetto 
delle ricevute impressioni [e — nulla vieta intendere — 
poi anche deliberatamente ripetuti. In questo primo caso, 
poi, è da intendere ch'erano anche intesi, dietro la ge- 
nerale e nota analogia tra suoni e cose espresse]; oppure 
erano da essi scolti per ragionamento, dietro appunto 
(jueltii generale analogia; e cosi riuscivano a farli capirò ,. 

Qui però e' è dell'incerto, perchè il testo non è sicuro. 
Cfr. anche Brieger, Epikurs Brief, p. 17 sg. Io prefe- 
risco, collo Schneider, aggiungere jiiv (rors ;*èi- àvai.), 
anziché coH'Uscncr cancellare loi'if, perchè — una volta 
che il Toii( nei mss. c'è — mi par probabile Ìl contraii- 
posto TO'V /tèv «va/. ; lovi Sé Xoyiffnif éXo/i. L' Usener 
cancella lorc, perchè dice che àvay. óvaip. è una causa " 
ulteriore ; vale a dire che i avvftSótec hanno rivelato quelh 
cose nuove perchè costretti a emettere certi suoni (p 
effetto di quelle visioni). In questo caso rovi Sé 7= toi'i 
«Uoi'fe-; e allora par necessaria la meno comune lezioi 
fnofiÉvovs per ^Xnfiévovs. " E gli altri capivano, tencmll 
dietro colla riflessione a quo' suoni, secondo la analcf ' 
generale. „ Ma allora questo periodo si riferirebbe 1 
Cora al primo stadio soltanto, e sarebbe qui pìuttoa 
fuor di posto. Trasportarlo avanti al perìodo antecedente 
si potrebbe; ma riesce poi duro sottintendere <" 
in tà làia ce'Jrvai. — L'espressione nata tinr n 



A V, 1026-1088. 277 

alriav, che l'Usener crede corrotta, non par difficile a 
intendere. Per verità, qui come altrove, l' Usener avrebbe 
fatto meglio a tenersi meno abbottonato, e dirci come la 
intende. (Cfr. Brieger Ep.'s Lehrc von der Sede, p. 4, e 
Boll- di FU- classica, n." di saggio, p. 5.) 

In questa teoria del linguaggio è notevole lo sforzo di 
Epicuro per spiegare fino dalle origini la diversità dei 
linguaggi, e più ancora la strana supposizione di così 
profondo diversità etniche, da render tanto diversi i fc- 
noineni emozionali e immaginativi. Epicuro erra qui per 
quel medesimo errore di prospettiva storica, per il quale 
anche altrove certe vedute felici intorno alla storia dello 
spirito umano gli si guastano tra mano, per gii infelici 
tentativi di accordarle colla attualità. Nel suo sistema di 
infiniti mondi e di continue nascite e morti di mondi, 
questo nostro mondo, come è molto piccolo, così ha molto 
breve vita; quindi la necessità di precipitare gli avveni- 
menti, di violente spiegazioni per arrivare dalle condi- 
zioni primitive alle condizioni di civiltà progredita. Così 
egli è lontanissimo dal concetto d'una storia del linguag- 
gio, d'una continuata e lenta evoluzione da semplicissimi 
prìncìpt a grande ricchezza e organizzazione ; meno an< 
cera vede il trasformarsi continuo dei linguaggi. Perciò 
si immagina i diversi linguaggi, formatisi bensì durante 
un certo tempo e non brevissimo, ma, una volta forma- 
tisi, durati presso a poco così come sono. Perciò am- 
mette senz'altro la originaria pluralità dei linguaggi ; e 
poiché questa gli era probabilmente stata opposta, contro 
la sua dottrina del linguaggio ffvan — dappoiché, se il 
linguaggio è g>vaEi, come mai non è lo stesso dapper- 
tutto, essendo dappertutto eguale la umana natura? — 
egli deve giustificare ad ogni eosto questa pluralità, e 
risponde che la natura umana non è eguale dapijertutto: 
a tal segno che un oppositore avrebbe ben potuto ritorcer 
l'argomento contro la fiducia epicurea nella tcstininninnza 
dei sensi. Ed è perciò ancora ch'egli, nell'ambito di cia- 
scuna nazione, immagina quel primitivo linguaggio na- 
turate, anteriore ad ogni riflessione sulla utilitìì, asinai 
più ricco di voci e di signiKcazioni che noti ce le ini- 



578 L'ORIGINE DEL LINGUAGGIO, 

maciniamo noi; e ottiene ciò, facendo eì ilie non solo 
vari nciSrj, suscitati in noi anche, e sopratutto, ilalle il 
pressioni esterne, facciano esplodere varine voces, ma a 
che i ifttVTdai.iaia, ambe le molte e varie imprcssifl 
esterne tlirettamente facciano emettere all'uomo d 
Kuoni, e, mediante il complesso lavoro degli organi vuc. 
gli facciano foggiare, istintivamente e per forza, quf 
snoni, in una corrispondente moltiplieità e varietà 
modi. E così egli ha potuto far concorrere le diversi 
delle regioni a produrre le diversità dei linguaggi: t'h 
non intende gìA solo (il che ai capirebbe meglio) che A 
versità climatiche possano determinare certe generici 
diversità di tendenze o dispoBizioni nel campo emozionai 
e quindi anche nelle naturali espressioni emozionali; n 
che anche la molto grande diversità di cose, che d 
stinguono regioni diverse, mandando all'uomo molto 
verse qualità di ffannOfiam, evoca molte espressioni 
cali spontanee molto diverse da regione a regione, 
poiché il secondo stadio, lo stadio riflesso della H^ 
òvofiariov, si trovava già pronto un cosi ricco matcrii 
naturale, che gli impositori dei nomi hanno naturalmec 
conservato ed elaborato; e anche in questa opera di e! 
borazione e determinazione e sviluppo (v. sopra) ei 
(rome è detto avvenisse per l'introduzione di nuovi noi 
per cose nuove) avranno cercato di attenersi ÌI piti d 
fosse possibile alla Tileiotì] aìu'n, cioè alla osservata co 
rispondenza tra certi suoni spontanei e certi sentimeli 
o caratteri di cose; ne viene che anche per Epicuro t 
vocaboli e oggetti dovesse, in fondo, intercorrere una i 
lima relazione espressiva, e che per lui i vocaboli fossci 
in fondo, <frffst anche nel senso platonico. C'è però ques 
differenza: codesta ìntima relazione era per Epicuro d' 
rigine naturale e spontanea, per Platone era apposit 
niente pensata. Platone pensava che i primi nomenclatoi 
trovando una certa analogia tra lo scorrer d'un terreni 
il muoversi delle foglie in un bosco e it suono e, se 
gliessero questa lettera per attaccarvi l'osproBsione 
quelle cose; secondo Epicuro l'impressione di quelle co 
ne avrebbe istintivamente provocata l'eapresaione con un 



A V, 10264088. 279 

La differenza dipende, in sostanza, da ciò, che Epicuro, 
quanto alP origine^ ha visto più in là e meglio di Platone. 
Importava enucleare il pensiero di Epicuro dalle sue 
avare parole, perchè le relazioni posteriori intorno alla 
dottrina epicurea del linguaggio l'hanno monco e svisato 
— salvo Lucrezio per un momento. Che, impegnatasi 
la discussione soltanto sul punto fondamentale, e anche 
per Epicuro principalissimo, se il linguaggio sia ifvtsei o 
HcH^ si dimenticò il secondo stadio descritto da Epicuro, 
e questi non apparve che come sostenitore della origine 
naturale del linguaggio. Perduti di vista i confini, si 
esagerò la dottrina di Epicuro, fino a renderla ridicola, 
facendogli dire che ** come si morde, si starnutisce, si 
danno calci, si geme, così si parla „. ^ E Origene, contra 
Celsunij I, 24 (v. Usener, Epicurea^ p. 226) : èiinlnrei . . . 

lóyog pa&vg xal dTrÓQQtjrog ò nsQÌ ^v(fS(og óro/eariov, ttÓtsqov^ 
ig oTsvai ^ÀQKSvoxéXrig^ ^é(f€i Btsxì tà òvó^iaxa,., )J Ag óiódoxsi 
*E7t(xovQog — éttQfùg ii mg otovtac ol ano Tifi axoàg — 
^vfSBi BfSxì %à oró/cara, «Troppijjarrcov rwv tt^wtoiv àv^Qfónwv 
tivàg qnùvàg nata T<àv TiQayndxwv. E Proclo, in PlaU Cra- 
tylinn (Usener ih.) fonde anche più i due momenti in uno 

solo: ^Eni» tfCTO fpv(f€ù eivai xà òv6f.iaxa^ fig sqya (pvif6(og 

TT^ìjYovfiBva^ (log T?)r (payvf^v xal xrjv oQatfiv xal (àg xò ògàv 
xal tÒ dxoveiv^ ovxtog xal xò òvoitid^eiv' . . . eXBysv yàq^ oxi 
ovxi èjiKfxriixivmg ovxoi (ol tiqcìxoi ^tfxevoi) e^evxo xà ovo- 
fiata dXkà ifV(fix(3g xivovfASVoi, (og ol ^rfidovxBg xal nxai- 
fovxBg xal fxvxcifXBvot xal vXaxxovvxBg xal ùxBvd^ovxBg. 

Ma merita qui d'essere ricordato anche un epicureo 
seriore, venuto da pochissimi anni a nostra conoscenza, 
Diogene di Enoanda (vedi Rhein. Mus. 1892, p. 440), il 
quale un certo sentore dell'intera dottrina di Epicuro 
r ha, sia premettendo, alla maniera di Epicuro : nàtfag yÒQ 

(réX^'ag) éyéwrflav al XQBTai xal nBQinxdùtSBig ftiBxà xov XQÓvov; 
sia quando continua : Kal xdov gì&óvyiav Sé bvbxbVj Xéyo) óè 



* Cosi il Bonghi traduce, esagerando anche più la già esa- 
gerata espressione di Proclo, il quale non dice ** cosi si parla „ 
ma * così mossi naturalmente posero i nomi, coloro che prima- 
mente li posero,. 



L'ORIGINE DEL LINGITAGGIO. 
tùvze évofiàtem' xai tùv^tjfiaTwr, wr ÈTtoirsavio lài .tj 
èva^itév^tig oÌ dna y^à givviEi ùv^^iartoi (digtìngueil 
iniplicitaniente ie prime emissioni vocali dai veri e pro| 
óvi/taTa e Qtjfiatà); ma poi, anch' egli non ha in men 
che la questione fondamentale, e mette in ridicolo l'o! 
nione della O^ff's òvo/iatwv, negaudo, senza volerlo, anc 
ciò che, in parte e secondariamente, Epicuro aveva pu 
amineseo . . . imJTe twv tfiXoeótpwv Tnatsùtaiiev tmi Xéyot 
nata Séaiv xal Stóaxip' Ì!TiTe^^ai rà òvójiaia tati nifi 
(lacir, tv' n^itòi' £X(on ff»^/t(r« xfi TtQug «aAjJAoc; tvexa ^éi 
ànoàijXakrews ol SrOsanoi. È curioso die ((ui par di se 
tire un'eco delle parole stesse di Epicuro, ìk dove propi 
lineati ammette una H-èml E reca un argomento luci 
ziano . ■ . n^iv Tov xal tà éóvrazov di'icf» (il supposto prii 
maestro di parlare) n^oottvat, avvayayeìv /itv nva là »oc 
rtAijSij tra TVi'xavovia' ov3è yóg na tóre jiiiiayeg tfiav, oi 
[lifV Y^a/ifiaza, o/tov ye /iijòè ol ^Sóryot {Lucr. 148 sgg 
che però Diogfeae non avrà letto in Lucrezio, nia trovi 
nella tradizione della scuola, come Lucrezio l'ha cert 
mente letto in Epicuro. 

Ho voluto notare questo pai'ziale oblio della dottrf 
di Epicuro, perchè ciò spiega come Lucrezio, dopo avi 
nei primi due versi, con grande coru'isionc ma anche e 
grande precisione, formulata la dottrina del maestro: 

103f> At varios lìnguae aonìtus natura eubegit 

mittero, et utilttaa esprc-BeiE (foggiò) nomina roruin, 

nei seguenti sessantun versi non si occupi assolutami!] 
più che del primo momento, dimenticando il secondo, 
non avessimo per fortuna le parole autentiche di Epicu: 
'luesto uUlitas expressil nomina ci sorpi-enderebl» 
quanto, e non sarebbe forse mancata una emendazii 
larhmanniana. 

E finiamo con qualche altra osservazione sul noal 
poeta. Lucrezio, saltando senz'altro, come or s' è de6 
nella dimostrazione dì natura subegit, non fa il sd 
giusto. Dice iiiTatti che natura subegit a parlare, a q 
modo rh«> i bambini che non possono ancora parlare 



i 







A V, 1026-1088. 281 

corrono al gesto td monstrent: quasiché Epicuro dica che 
istintivo e di natura sia sopratutto il bisogno di espri- 
mersi. Epicuro dice istintivi i varii linguae sonitus; e 
abbiamo bensì avvertito che Epicuro non pare distingua 
i due momenti: spontanea emissione di voces, e un certo 
senso e anche una certa istintiva intenzione che sieno 
significative ; ma gli è che il secondo momento si appiatta 
sotto il primo; ed essenziale, per Epicuro, è anzitutto 
l'istintività delle voces. Per giustificare Lucrezio si po- 
trebbe intenderlo così : ** Le voces sono istintive, perchè è 
necessità di natura che, quando riceviamo impressioni od 
emozioni, avvenga in noi una reazione che esteriormente 
manifesti quelle emozioni e impressioni; e le voces sono 
appunto codesta reazione e manifestazione; ma non le 
sole voces; anche il gesto; e in un bambino che non può 
ancx)ra parlare, vediamo che il gesto tien luogo della 
voce ; come è istintiva in lui la manifestazione col ditino, 
così è istintiva la manifestazione più abituale con voci e 
parole. ^ 

Ma ec<x) che poi il bambino e il suo ditino non com- 
baciano colla spiegazione e cogli esempi con cui son messi 
in relazione. Che dico Lucrezio: 

sentit enim vini quisque suam quoad possit abuti 

che va apparentemente bene, perchè prima fronte è una 
spiegazione del perchè il bambino ricorre al dito: vi ri- 
corre, perchè sente di non essere in grado di parlare ; 
ma, se questa apparenza è stata probabilmente la causa 
incosciente dello scambio logico, fatto è che Lucrezio in- 
tende altra cosa con quel verso: intende che negli uomini 
e negli animali l'istinto delle proprie funzioni e attitudini 
e arti naturali, è anteriore perfino alla possibilità di eser- 
citarle, e alla presenza o al sufficiente sviluppo degli or- 
gani per esercitarle; e il verso va tradotto: *^ giacché in 
ciascuna specie c'è il senso delle funzioni inerenti ad 
^^ «. La spiegazione adunque andava bene, se prima 
avesse detto che il bambino ancor prima di parlare tenta 
di parlare — giacché è la funzion del parlare, che si tratta 



282 L' ORTGIKE BET. LINGUAGGIO, 

di spiegare. Infatti segue l'esempio «lei vilulua che inurbi 
cornibus, prius qtiam cormia nata frontibus exlent; 
piccoli delle fiere si battono con unghie e denti, quandi 
unghie e denti sono api«na spuntati; e in tutti gli u» 
celli è istintivo il 

fldere et a pìania trcmulnni petere anxìliatnin. 

E tutti questi belli esonipi, i)oi, che forza prolwittvL 
hanno per l'ifitintività del linguaggioP E d'istinto il mot* 
dere, dunque è d'istinto il parlare? Ma la luce viene dft' 
ciò che subito segue: 

prointlc putnre aliqnum tum nomina «liEtribuiaae 
rebus, fi inde honiìnee ilidicisso Tocubula primi* 
ilesipcrest, 

Gli è che Lucrezio 6 qui incorso in uno di quegli ani 
coluti logici, che non sono infrequenti in lui, e ni qua 
ocrorre aver l'occhio attento, per non fraintenderlo o 
dannarlo a torto. C è un ragionamento regolare, ma 
disposizione esteriore ò irregolare. Codesti esempi (pi 
biibilmente giii di Epicuro) non eon recati come prò? 
diretta del linguaggio (fvaei, ma stanno in ™nne8SÌ(M 
con un punto speciale della discussione. Dicevano g 
avversari; ma come ò pensabile che gli uomini sapessei 
parlare, se nessuno glid'ha insognato? E ai rìsiMindl 
quante cose sanno fare tante specie di animali, senza ri 
loro s' insegni. Lucrezio dovevo, dopo i primi due vera 
continuare così : giacche è stolto il credere che gli uomil 
non potessero esercitare la facoltà, che bamio, dì parisi 
senza che alcuno loro insegnasse; che in ogni specie 
innato il sentimento delle facoltà proprie dì essa sj 
iseiitit enim r'tm qi{isqne snam); infatti senza insegni 
mento gli ucielli si affidano al volo, e gli animali d 
hanno per armi lo corna mostrano di saperne far « 
anche prima d'averle; e i bambini, che non sanno |iar 
lare, mostrano però d'averne e di sentirne l'istinto, coi 
loro gesti : una cosa che li ha colpiti provoca in essi, j 
ni'cessità naturale, una manifestazione della ricevuta il 
pressione. E poi continuare " ma il supposto d'un 
inaegnanientfl e insegnante è assunlo in 8^ stesso; mi 



A V, 1026-1088. 283 

CUT kic posset cuncta notare vocibm... alti id facere noìi 
posse ptUentur? „ 

Dopo questi due, seguono altri due argomenti contro 
il supposto deir insegnamento. Il primo (1044-1047) è di 
schietto stampo epicureo. Per deliberare di far qualche 
cosa bisogna aver prima l'idea della cosa da fare (IV, 
880 sg.); ma nessuna idea o concetto o immagine può 
venire se non dal reale, se non per via sperimentale ; 
ora, come a qualcuno sarebbe venuta la notities del lin- 
^aggio, e la notities delPutilità sua, senza alcuna espe- 
rienza anteriore? Lo stesso argomento è adoperato per 
combattere una creazione divina del mondo (V, 181 sgg.)- 
Ma giova considerare questo argomento 1044-47 in rela- 
zione col precedente 1041-43. In esso (1041-43) è detto 
che se uno sapeva parlare (il supposto insegnante) non e' è 
ragione perchè non sapessero parlare anche gli altri. In 
quest'altro è detto, inversamente, che uno non poteva 
formarsi il concetto del linguaggio e della sua utilità, se 
non n'aveva l'esempio nel parlare degli altri. Il primo 
dei due si riferisce al primo stadio del linguaggio, al lin- 
guaggio istintivo e naturale ((pvifet) ; il secondo invece si 
riferisce al secondo stadio, alla riflessa ^éaig dei nomina ; 
e infatti v'è detto: unde insita est notities utilitatis? 
Dato il naturai linguaggio di tutti, poteva anche un solo, 
pochi, accorgersi della utilitas, e pensare quindi a 
una regolare imposizione di nomi e farsene maestro. Per 
questo secondo stadio, dunque, è come implicitamente 
ammessa la iniziativa individuale. Ma Lucrezio stesso 
non ha ben chiara in mente la distinzione dei due mo- 
menti, e quindi non li rileva distintamente qui, mentre 
li ha pur distinti nei primi due versi, traducendo proba- 
bilmente una formola di Epicuro. Di questa non chiara 
distinzione è segno l'espressione, nell'argomento anteriore, 
cur hic posset cuncta notare vocibus, che è appropriata 
per designare il secondo stadio, mentre avrebbe dovuto ac- 
contentarsi dell'altra: varios sonitus emittere linguae. La 
stessa espressione eccessiva ritorna nell' ultimo verso 1088 

dÌBsimilis aUa atque alia rea voce notare 






■J84 




L'OUIUINE DEL LINGUAGGIO. 



ohe del pari si riferiBce al primo stadio. Del resto la coib 
fusione dei due stadi era facile, perchè Epicuro ; 
come s'è ^ià avvertito, aveva già messo nel primo lin-' 
guagKÌo istintivo ima troppo estesa e troppo varia virtù 
significativa, e per avventura anche una troppo estesa in- 
tenzione significativa. — Il successivo argomento (1018-53) 
ò un po' più lumeggiato, ed ò quello che abbiamo visto 
usato anche da Diogene di Enoanda: con che mezzi il 
supposto insegnanti) avrebbe raccolto le turbe? con che 
mezzo, non avendo egli ancora parole intelligibili a quelle, 
le avrebbe persuase? 

Viene da ultimo l'analogia degli animali ; come non j 
creder dell'uomo cui vox et lingua pigerei, ciò che itti 
parte vediamo avvenire nelle mutae bestie? e non solo 
nelle domestiche, ma anche nelle selvagge? Dove non» 
da trascurare il mutae e il vocem et linguam vigere. Noij 
bisogna cioè attribuire ad Epicuro il pensiero che glil 
uomini parlino, perchè abbiano assai più sviluppata uni 
facoltà che in germe si trovi in altre specie. Epicuro, a 
è evoluzionista rispetto al periodo di formazione dell( 
specie, è un convinto antidarvinista circa la fissità delli 
specie formate. L' uomo solo parla, perchè l'uomo solo ì 
i materiali organi vocali e psichici per parlare : ma ap; 
punto per ciò era anche impossibile che non parlasse. — ■ 
Quest'ultimo argomento ha poi (come è nel gusto di Lu- 
crezio) un ampio svolgimento ornamentale di carattere 
descrittivo poetico, quali Lucrezio sa fare mirabilmente. 



INDICE DEL PRIMO VOLUME 



?UEyAZIONE Pag. V 

[STBODUZIOME ^ XI 

I. Lacrezio „ ivi 

II. Epicuro n xxui 

STUDIO I. OBserTazioni intorno a qualche fonte di 

Lucrezio „ 1 

Appendice I. Saggio di ordinamento 

della epistola a Erodoto ^ 12 

n II. (a Lucr. I. 418 sg.ì . . ^ 17 

IL Inane, a Lucr. I, 329-417 „ 21 

, IIL Coniuncta et eventa, a I, 449-463 . . . . ^ 27 

IV. Atomia, a I, 503-634 „ 39 

Capo I. Simplicìtas (a 503-598) . . . ^ ivi 

„ IL Partes minimae (a 590-634) . „ 56 

Appendice I » 75 

II « 78 

r V. I quattro elementi nella polemica lucreziana 

a I, 803-829 n 85 

VI. Cinetica epicurea, a II, 125-141 „ 97 

r VII. Clinamen e Voluntas, a II, 216 sgg. 251 sgg. 

IV, 877 8gg „ 125 

Appendice „ 167 

VIII. Animi iniectus e *Ent?oX^ tr^s dtayoiceg^ a 

II, 740 n 171 

IX. Psicologia epicurea, a III, 136-416 ...» 183 

Appendice ^ 197 

X. Postilla lucreziana, a IH, 798-827 . . . . , 219 
XI. Gli dei di Epicuro e Tisonomia, a V, 1159- 

1191. 146-155 e li 294-307. 350-500. . . „ 227 

Capo I „ ivi 

.II 245 

Appendice I n 258 

II 264 

, XII. L'origine del linguaggio, a V, 1026-1088 . « 267 



it 



. 



F*ubb7ica2Ìoni dello stesso Editore. 



LA VITA DEI GRECI E DEI ROMAN 

MANUALE DI ARCHEOLOGIA 
SECONDO 1 TESTI ED I MONUMENTI FIGURATI 

Secoidi (dilige siilli quìittt [iri>Joile M'Uptn di CliBL e ROHER 

Parte Prima: I GRECI - Pabtb Seconda: I ROMANI 
Architettura pubblica e privata, Armi, Costumi, Ut 
Arredi, Monete ed Utensili. 



Secutda tiìmK nrcilni ed id|i:iiIi di CiRLO GItSÌAM 

» — Isgnli elee, t 
— legnlo el>8 U !■ 
Voi. [| con «83 iUusiraiioni, L. S — legato el«g. I. !•■ 

Quest'opera ha jkt Uco|>o H ìlluatrarn U vUa <l«i popoli clauwM 
luBDto quella ha iroTaio uni eslerna M|)r(M>imie in dBtennioaw formi 
m&ni rea t&z ioni. Le ricenjho scleatiflcha dì <|uesli ullimi l«iDpJ biuiao hlb 
tanto spesso ed ìd modi cosi inulteplli;', oggeito dei propri studi U tIU d> 
Oreci e dei Homani, e sono art-lTate a cosi splendidi ri su Ita menti nel M 
proposito di riconoscere ì fbad^mentl naturali, morilt e intellettuali n " 
era basnta In grandeizn di quel popoJE, otte parve cosn desiderabile n 
portuna il raixoKliere i frulli anche di quegli altri sludi, che mirano ■ 
lelllgenia drl l'antichi là sodo l'aspetto delle sua maaiCéelaiiODl cBierlori, 
metterli in certo modo accanto k questi rieullaii che bsnno un caralMP 
se i lecito dir cosi, più decisamente paloalOKico. 

Da desiderio di questa natura fu piti lolle «apreesn da parecchi Ii4 
ilolli più insigni, e quel che pio monla. da tali a cui A affidata la di 
di Istilliti Scolastici Superiori. 

I principi!, che doTeTano regolare la traltaiioae della materia e 
lutto la misura dei materiali da accogliersi in quell'opera, si iroti 
turalmente determinati dalla natura e dolrlnteoto dell'opera stessa, qui 
fu aopra accennato: siccome nel concetto degli autori ala in cima a Ud 
lo scopo di dare una Idea rira e cliiara della tÌUl classica, coal si cercA 4 
la esposizione tous, per quanto it poteva, semplice e naturale: si lascìan' 
da parte i minuti d(>tta)[kl dell* singole ricerche particolari, a non •■ ft 
cbe raccoglierne i risultati In ferma r^Lcilmenle intelliRibile. 

La scelta ilelle iliustracloni non era disgiunta da gravi diOlcolih. lr_ 
landoBÌ di prendere dalla copia del monumenti ed esempi conset^iaii, d 
oocorrono talrolia a. ceaiiaaie, quelli che meglio rispandessero allo soo 
del libro; mentre d'altra parte i limili del laroro non permetleMno. oM 
maggior parte dei oasi, ni di traltnre, anche di volo, la bea nota dKTerw 
che esisle tra essi ed allri monumenti, n6 di esporre I molili ebe bu 
determinato la scelta. Chi, se ben potevasì numencare a piacere la otalv 
maieriaii. ciò sarebbe tornato di danno a quella focile e scorrevole espi 
iLone che si giudica indispensabile in un lavoro come quella ab* qui si 

In questa sccanda edizione furono ampliate alcune parti, in secuito i_ 
rsceati scoperte, il numero delle figure venne aumentato e la scelta a« 
asial migliorats, per modo che ora puO dirsi un libro alTktto nuovo 
potevano desiderare quanti amano conoscere e studiare la vita degli 

Oraci e Romani. 



DE RERUM NATURA 



LIBRO I E n. 



T. LUCRETI CARI 

DE REEUM NATURA 



LIBRI SEX 



REVrSIOXE DEfi TESTO, COMMKNTO E STUDI INTHODU ITIVI 



DI 



OiVRr^o oiusiS»A.:Nri 



VOLUME SECONDO 



LIBRO I E li. 




TORINO 

ERMANNO LOESCIIEU 



1 soc. 



PROPRIETÀ LETTERABIA 



Milano, Tip. Bornardoni di C. Kcbcschini o C. 



OSSERVAZIONI PRELIMINARI 

INTORNO ALLA COSTITUZIONE DEL TESTO 



I 



nformazioni ampie e precìse intorno alla interessante 
storia del testo Increziano, codici e edizioni, il lettore le può 
trovare nella Introduzione Prima del Munro. Trattandosi di 
una discussione che, dopo le acutissime investigazioni del 
Laehmann, si può considerar come chiusa, basterà accennare 
qui ai punti essenziali. Fondamento per la costituzione del testo 
di Lucrezio sono i due codici che si conservano nella biblio- 
teca di Leida. Uno è un in folio del IX secolo, V Oblongus 
di Laehmann (A di Munro; noi col Brieger: Obi. oppure 0); 
l'altro un in quarto, non posteriore al X secolo, il Quadratus 
di Laehmann (B di Munro; noi col Briegcr Quadr. o Q}. Essi 
sono la più fedele e sicura rappresentazione del perduto arche- 
tipo di tutti quanti i codici lucreziani esistenti, un codice del 

V secolo, che doveva essere di ben poche generazioni lontano - 
dal manoscritto stesso di Lucrezio, sebbene già notevolmente 
guasto per incuria e ignoranza dei copisti. Obi. è copia diretta 
dell'archetipo. Ha delle correzioni di due correttori diversi, 
nontemporanei però del manoscritto; e le correzioni apposto 
dall'uno di essi, in particolar modo, hanno valore, in quanto 
pare che risultino anche da collazione coH'archetipo. Q non 
pare che sia copia diretta dell'archetipo, ma di una copia di 
esso, diversa da O. Quattro brani del poema, cioè : II 757-806, 

V 925-977, 1 734-785, II 253-304, mancano al loro posto, e si tro- 
Tano invece, nell'ordine indicato, alla fine del codice. Vuol dire 
— divinò il Laehmann — che, dopo copiato O dall'archetipo, da 
questo archetipo, già molto usato e sciupato, si staccarono quat- 
tro fogli, che furon collocati tutti insieme alla fine del codice; 



VI OSSERVAZtONr PRELIMINARI, 

e dopo ciù fu fatta quella copia da cui ò eotiiato Q. I quatlre 
fo(;li §po8tati erano il l(i,", 29.°, 39,», 115,"deir8rchetino. AltroW 
(IV, 299-347) un foglio staccatosi resti al posto, ma inrertiU 
Un altro foglio (tm VI, 839 e 840) pare dia sin andato per 
(luto anche prima che fosse copiato 0. 11 foglio che contODcn 
le pagine 45 e 46 era strappato in alto, Terso il mar^U 
esterno, e ì copisti hanno copiato t primi otto yersi dì p. 4fi 
(1 1068-1075) mutili, come li trovarono, alla fin dì ^ 
omisero senz'altro i corrispondenti 8 primi versi di p. 4tt (tn 
I 1093 e 10a4) mutili troppo, e al principio di verso. Dietro q 
sti, principalissimi, ci altri segni riuscì al Lachmann di fard 
rivivere sotto gli occhi l'archetipo : di dimostrarci ch'era sorittt 
in sottili lettere capitali, senza distacco tra le parole, ma COB 
do' punti per entro i versi no'luoghi di pausa; che coutenoTI 
2ii linee per pagina, salvo quelle che chiudevano dd libro; I 
ijuindi 2(i versi, salvo ohe ogni tanto una linea era oconpf 
dal titolo del seguente capitolo o sezion di libro. E di ciucU 
verso del poemii noi sappiumo la pagina e la linea ulie ocoih 
pava nell'archetipo. Il quale aveva in testa ad alcuni libn 
l'indice dei titoli, clic ritornavano poi, per vutro il libro, di' 
stribuiti al loro posto; e questi indici o occupavano ciascuni 
una intera pagina, oppure lo spazio lasciato libero dell'ultini^ 
pagina del libro precedente. C era anche qualche pagioi 
bianca, o per una o per altra ragione : e il numero totali 
dello pa^'ino era di ifOO o 302 o (secondo il Hunro, calcoLanU 
appunto due pagine bianche in più) di 304. 

Ma torniamo ora al manoscritti esistenti. Esisto a Co 
ponhagen un manoscritto detto Gottorpiano) contenente j 
e II 1-406, molto simile a Q, e al par di questo colla oinit^ 
sione di I 734-785 eli 253-304; copiato dunque dallo i 
codice da cui fu copiato Q. E mono accurato di Q, e non I 
di grande importanza, se non dove per avventura aarvo a colf 
fermare coatro Q. Lo stesso dicasi dì un altro raanoecritt* 
frammentario, a Vienna, contenente II 642-UI 621 (colla onÙK 
aione, come in Q, di II 757-806) e VI dal v. 743 alla fiat. 
Qnesto ò tanto simile al Gottorpiano, elio ì duo sì crodettert 
frammenti dì un solo e medesimo manoscritto. La cosa pecòi 
ò dubbia, e non è poi di grande importanza. Harebbe Ìiitm 
Importante, hc ancor l'aveasimo, il codice liicresinno eh " 



OSSERVAZIONI PRELIMINARI. vii 

gio Bracciolini mandò, Terso il 1417, in Italia, e lasciò per 
molti anni in prestito all'amico suo Niccolò Niccoli. Da esso, 
direttamente o indirettamente, provengono tutti i manoscritti 
esistenti (la maggior parte in Italia ; Laurenziana e Yaticano) 
air infuori dei due leideiisi, e del Gottorpiano e Viennese. Di 
tatti questi discendenti il più importante è la copia che del 
mss. Poggio ha fatta il Niccoli stesso, che pare accurata e fe- 
dele, e che si trova nella Laurenziana. Dallo studio che n'ha 
fatto il Manro (ohe ha visto un gran numero di mss. e antiche 
edizioni, anche di molto secondario valore) risulterebbe che 
il mas- del Poggio era un fratello gemello di 0, derivante 
anch* esso direttamente (almeno è probabile: dall'archetipo, 
come 0. Di modo che, mentre le varianti degli Itali uon hanno 
alcun valore, poiché rappresentano corruzionci dotta o indotta, 
della tradizione diplomatica; invece il loro accordo, o anche 
raccordo del solo Niccoli con contro Q, ha molto valore, 
avendo molto maggiore probabilità di rappresentare la lezione 
dell'archetipo: il che non si può dire dell'eventuale accordo 
di Gott. o Vienn. con Q contro 0. 

Il quale archetipo ora, come s'è detto, guasto in più modi. 
Oltre ai guasti accennati, per sciupatura materiale del codice, 
o'eran quelli provenienti da incuria e ignoranza di copisti ; 
eventuali omissioni e spostamenti, iterazioni spostato di versi, 
dittografie, sbagli di scrittura. Riguardo a questi ultimi, però, 
è da avvertire, che se non si possono escludere totalmente 
delle corruzioni pensate, queste erano però rarissime; le cor- 
ruzioni di lezione erano di regola casuali e materiali. Ma altri 
e maggiori guai del testo lucreziano, come vide primamente 
il Lachmann, erano nell'archetipo ereditati fin dalla prima edi- 
zione del poema, e fino dal manoscritto stesso lasciato da 
Lucrezio. 

Questo manoscritto era in uno stato di gran disordine. Il 
poeta, morendo, aveva lasciata l'opera sua compiuta all'in- 
grosso, ma in nessuna parto condotta alla sua forma definitiva. 
Anche nella prima composizione, egli aveva bensì lavorato 
dietro un piano generale già stabilito, ma non aveva lavorato 
di seguito: e ciò va inteso non solo nel senso che il suo la- 
voro possa essere stato interrotto da periodi di insania^ ma 
Bopratutto in quanto eglì^ di frequento, trattava singole parti 



vili OSSERVAZIONI PRELIMINARI. 

isolatamente, senza curarsi, provvisoriamente, tli tutti t n&cei 
sari col logam enti, lasciandole anclie talora iuoompiuto o pur 
zialmente appena abbozzate. Lnnf^o il lavoro, poi, ritornan 
ripetutamente su parti già trattate, ora rifaoendo in diven 
forma qualche para^afo o particella di paragrafo, ora facondi 
delle agffiunte, anche queste talora messe giù come abb< 
provvisorio; e amico com'era del ripetere corte espressioni ) 
formolc o versi o complessi di verai, che gli paressero part 
colarmente efficaci per concetto o per poetica bellezza, intM 
duceva anche, o scriveva in margine per una futura iatrodl 
zione, di codeste ripetizioni in parti già scritte. Chi, mot* 
Lucrezio, ebbe l'ufficio di procurare la edizione del poeta 
(Cicerone stesso o la persona alla quale Cicerone l'affidi) i 
seconda mano) non s'arrogò il diritto di mettere ordine in qui 
disordino, sceverando ciò che era da sceverare e procnranili 
gli opportuni collegamenti; ma si tenne contento, molto pr4 
babilmento, di pubblicare integralmente ìl raanoseritto Inoré^ 
ziano, inserendo le aggiunte e correzioni e ripetizioni mar^t 
naii al posto indicato, se era ben indicato, o lì vicino don 
pareva dovessero andare. E che in siffatta condizione di eoa 
occorressero omissioni i^ua e là gii'i nel manoscritto stesso de 
poeta, e altre per inavvertenza se ne aggiungesaero nella prìn* 
nelle prime edizioni, si comprende facilmente. 

Da tutto ciò risultano i criteri che deve oggi seguire nf 
editore di Lucrezio, uell'nao della tradizione diplomatica. Soni 
in parte quelli del Lnchmann — che primo slahih la bìcuHK 
base per la trattazione critica del testo lucrezìano, e ci die II 
prima edizione critica del poema — e dei suoi successori pii 
vicini, ìl Bernnya e il Munro; in parto sono diversi. Salvo Ìl 
caso di evidenti, materiali, errori di scrittura, conviene andt 
molto canti nel mutare la lezione manoscritta, e soprfttntti 
essere in gran sospetto cjuaudo si tratta di cojlegata emendai 
zionc in due o tre posti (come più o più volto s'incontra ni 
Laohmanu). Tanto più appare necessaria questa cautela, daccÈ 
una migliore intelligenza del sistema di Epicnro, no' suoi pai 
ticolarì, Im mostrato come più volte ciò che ai credeva erra* 
era semplicemente non capito. Invorsaniento, conviens an 
l'occhio molto attento ni necessari collegamenti del peneìcr 
lucreiiano, o scoprire così t;U slogameiitt a quindi te- Jl 



OSSERVAZIONI PRELIMINARI. ix 

osizioni, le aggiunte, le redazioni doppie. Nella mia 
ne della recente edizione del Brieger, {Riv. di FU. CL^ 

1.® e 3.®) ho cercato appunto di mostrare come essa 
^oa profondamente dalle tre edizioni classiche (L. Brn. 
>punto per questo nuovo indirizzo , che è pure quello 
nella presente edizione. 

punto speciale va espressamente accennato. Chi legge 
izioni di L. Brn. Mnr. trova ogni tanto deVersi, o serie 
i (non sempre gli stessi nei tre editori) indicati come 
ati e non lucreziani. Or bene, indicazioni siffatte sono 
"se così nella edizione del Brieger come in questa, 
on lucreziani non co n'è in Lucrezio, quale c'è arrivato 
oacritti autorevoli. Il Brieger dubita di uno solo, Y 1004 

si Lucretius scripsit non fausta bora scripsit „. Io 

pienamente col Brieger, anche nel non respingere 
uè dubbio circa questo verso; e solo propendo un 
di lui a creder lucreziano anche questo. 

resto non ho voluto qui che accennar brevemente ai 
:he ho seguiti nella costituzione del testo. Una mag- 
«rminazione, e insieme giustificazione, di essi risulterà 
)Cussione dei singoli casi nel commento. E una ragione 

dilungarmi qui sulle generali è questa, che il lettore 
vare discussa la questione, sotto i suoi molteplici 
nei Prolegomena dell'edizione teubnoriana del Brio- 
iella succitata mia recensione. 

questa appare anche come io, pur convenendo col 

nei criteri fondamentali, dissento però non di rado 
lizio intorno a qualche tendenza particolare. E voglio 
rdare tre punti: L^ Io sono anche più di lui conserva- 
petto all'autorità de'codici, e più di lui pauroso d'incor- 

pericolo di emendare, per avventura, non già il testo, 
•ta stesso, o di render chiaro qualche cosa di oscuro col 
re, per avventura, il pensiero e l'intenzione del poeta, 
fa anche pia prudente nel sospettar lacune. 2."^ Pro- 

1 un criterio più restrittivo nell'uso dei segni di scclu- 
I II ) per versi o brani giudicati aggiunte posteriori, 
tre rispetto giudicati meno opportuni o meno oppor- 
ite collocati; tenendo fermo al concetto che noi non 

già a costituire un testo più seguito o ordinato o do- 



X OSSERVAZIONI PllELIMlNARI. 

purato di quello lasciato da Lucrezio, bensì a riuouJui 
testo, il [>iù che ù possibile, a quella ctuidizione Ju m la 
lasciato ili poeta. 3.° Il terzo punto riguarda le freqaentìi 
iterazioui. Ce n'ò di quelle, d'un verso o poco più, che ui 
vate a evidente sbafjlio di copisti (sieno i primi, sieao [» 
riori), e u'è se^no, oltre la mancanza di connessione, II: 
ohe occorrono a |)ochissinia distanza dalla giusta sede. 91 
n'è molto alti'e, per lo più a molto magg-ior distanza, die 
ridente mente intenzionali, perchè una connessione di peti 
non manca. La questione è se l'iterazione è avvenuta peri 
di Lucrezio stesso, o per fatto di qualche lettore 
ravvicinamenti. D'un buon numero l'autenticità b erii 
per molte altro il Uricger stesso ha fatto giustizia della 
del Qneiaso e del Neumauu, oiie le volevano interpolai' 
il Brieger insisto sulla non genuinità di un gruppetto di 
razioni, quattro minori [U 1020; 723 sg.; IV 670; VlSÓl 
e quattro maggiori (I 44-49; IV 21Ò-227: V 128-137; TI 
385), mentre io non convengo che per II 1020 (che à i 
in coudizioni speciali) e I 44-49, (che ò propria eutiit M 
del poema). Si vedano le mìo ragioni ai singoli laogbi 
basti dire, in generale, che lo stesso ragioni por le qtM 
atesso Brieger non ammette alcuna interpolazione certa 
verso non lucreziauo, ci devono rendere molto guardinghi! 
rispetto a queste iterazioni. Svanito il Ifctor phUos«pli't 
Lachmaun; sapendo noi che il tosto lucreziano è sfu^ 
teramente, o qnnsi, alla maligna influenza di dotti corr 
corruttori; considerata d'altra parte la quasi morbosa tea 
di Lucrezio a ripetersi, e insieme lo stato in cui lasciò ilp 
con aggiunte spesso provvisoriamente abbozzate, e non 
tarmonte incastrate, talora anche fatto senza un saffii 
esame della convenienza col complesso delle idee eiroe 
(cfr. p. es. voi. I, Studio V, a p. 94 sg.) ; considerato ton 
parrà, cosa più prudente non escluderò la possibilità chi 
crezìo stesso sia l'interpolatore anohe di iterazioni che pi 
sembrare meno opportune e congruenti (v, nota a I 92H 
" In ortographicis nolui longius a Lachmanni Boi 
Munronis scribcndi ratione i. e. a librorum mann scripl 
optimorum fido discedere; quorum auctoritatom cum 
rebus tiuii etiam iu consonantium aasimiliitiotiibus «t 



OSSERVAZIONI PRELIMINARI. xi 

ùlationibus plerumque secutus suin. idtamen niihi vidcudum 
xistimayj, ne oorum, qui lecturi cssent, pars facile maior, 
moes yidelicet, qui, cum sormouis latini satis periti essent, 
iman non in accuratioribus rerum graminaticarum studiis 
ersareutur, nimis insolitis verborum formis perturbarentur. „ 
ono parole del Brieger, che valgono anche per me Del 
»to, intorno al valore dei manoscritti leidensi rispetto alla 
*tografia in genere, rimando il lettore alle chiare e istruttive 
[formazioni e considerazioni del Munro, nella introduzione 
! suo I volume- 

Per la numerazione dei versi ho conservata quella del 
ernays, che è quella secondo la quale oggi pia comunemente 
cita. Applicare una numerazione nuova, secondo T ordine 
saltante in questa edizione, mi avrebbe costretto a indicare 
iche le numerazioni anteriori del Lachmann, del Bernays, 
d Brieger — e perchè non anche quella del Munro? — e 
) sarebbe nata una complicazione ancor maggiore di quella 
le già ci affatica nella edizione del Brieger. Certo sarebbe 
ato miglior consiglio che il Bernays, e gli altri poi, avessero 
mservata la numerazione del Lachmann, che rappresenta 
>rdine dei codici. Come le cose oggi stanno, m'è parso inop- 
3rtuno ritornare al Lachmann, perche la sua edizione è assai 
leno diffusa, sopratutto in Italia, mentre corre per le mani 
i tutti quella del Bernays. L'occhio del lettore sarà forse 
ffeso da' non infrequenti salti, ma potrà cogliere a prima vista 
9 trasposizioni, per le quali questa edizione si differenzia da 
tuella del Bernays; sieno poi trasposizioni del Bernays non, 
immesse in questa edizione, sieno trasposizioni d'altri o mie 
he non sono fatte nella edizione del Bernavs. 



LIBRO PRIMO. 



SOMMARIO. 

[ sei libri del poema si raggruppano a due a due ; il 
ao gruppo ([ e II) tratta dell'essenza delle cose; il 
>ndo (III e IV) dell'anima ; il terzo (V e VI) del mondo. 
Jfel primo gruppo, poi, il libro I tratta delle condi- 
ti e caratteri fondamentali dell'essere, e quindi della 
nza materia prima delle cose ; vi si stabilisce così il 
cetto generale dell'atomo. Il libro II dà le ulteriori 
»rminazioni, positive e negative, dell' atomo, e le suo 
//ioni. 

IBRO PRIMO: Phoemio, vv. 1-145. 
Partk prima : l'essere delle cose in generale, 146«634. 
Ossia : 
. 1. Principi generali intorno all'esistenza delle cose, 
146-482 : 

a. L' essere sostanziale è eterno, ossia esistono e 
sono eterni i corpi primi delle cose, 146-328, 
perchè nulla nasce dal nulla, 164-214, nulla 
perisce nel nulla, 215-264, e l'essere i corpi 
primi invisibili non prova che non esistano, 
265-328. 

b. Esiste anche il vuoto, ossia non soltanto lo 
spazio occupato dalle cose, ma anche dello 
spazio vuoto, 329-417. 

e. Non esistono per sé che corpo e vuoto, e il 
resto non è che accidente di ciò che esiste per 
sé, 418-482. 
B, I corpi primi sono atomi, ossia : pienezza asso- 
luta, indistruttibilità e indivisibilità dei corpi 
primi, 483-634. 

Luciuuio. De rtrum natura, V 



DE RERUM NATURA 

Pabtb seconda, complementare della prima: Confu- 
tazione di Eraclito, 635-704, di Empedocle, 705- 
829, di Anassagora, 830-920. 

Pabte tebza (chiusa): l'universo è infinito, 921-1109. 



OSSERVAZIONI INTORNO AL PROEMIO 

vv. 1-U6. 



La disposizione. — Prima di esaminare la composizione di 
questo proemio, giova dir qualche cosa sui proemi lucroziani in 
genere. Ogni libro ha il suo proemio. Alcuni di questi proemi 
4ono semplici; quello del libro II tratta del valore e della efficacia 
morale della filosofia epicurea; quello del V canta le lodi di Epi- 
curo ; quello del lY si stacca dagli altri, perchè è di carat- 
tere personale, od è preso di pianta, salvo qualche leggera mo- 
dificazione, da una digressione del I libro (v. 026 sgg.). Invece i 
proemi del III e del VI sono doppi; nei vv. Ili, 1-30 e VI, 1-34 
8i tratta delle lodi di Epicuro, e poi, dopo un primo ingresso nel* 
l'argomento del libro, viene un secondo proemio di carattere mo- 
rale III, 41-93 e VI, 50-95. Parimenti composto è il proemio dv\ 
I libro: invocazione e dedica — lodi di Epicuro vincitore della 
religione — argomento del poema e del I libro in ispecie — dif- 
ficoltà deir impresa — polemica contro la superstizione religiosa. 
Ora, si noti, in primo luogo, che nessuno di questi proemi ha 
alcuna connessione speciale coll'argomento drd libro a cui è pre- 
messo, fatta eccezione della seconda parte del proemio al HI* o 
parzialmente della seconda parte del proemio al VI, introdotte 
ambedue quando f^ìà è cominciata la trattazione. Se oltre a ciò 
si tien conto del fatto elio Lucrezio ha lasciato, morendo, il suo 
poema in uno stato incompleto, e in talune parti disordinato, di- 
venta probabile la supposizione, che i proemi, o alcuni di essi, o 
alcune parti di essi, sieno stati scritti separatamente, e in tempo 
diverso, dai singoli libri a cui ciascuno d'essi riuscì premesso. Il 
proemio al IV, di carattere diverso dagli altri e preso a prestito 
rial I libro fv. nota a I, 92G), conforma la cosa; e più ancora la 
confermano le ripetizioni elio in questi proemi incontriamo. Non 
solamente si ripetono i duo argomenti sui quali, si direbbe, Lu- 
crezio ha voluto limitare la materia do^suoi proemi, vale a dire 
le lodi di Epicuro (nel I, IIL V, VI), e T efficacia della dottrina 



LIBER I 3 

dì £p. nel liberar gli uomini dai mali della superstizione e delle 
paBsioni (nel. I, II, III, 36-93, e nel VI intrecciata nella lode di 
Epicuro e poi nella ripresa 50-91 ; — il proemio al IV fa ecce- 
zione, ma è proprio un'eccezione che conferma la regola; e l' in- 
vocazione e dedica I> 1-45 sta da sé); ma vi troviamo ripetizioni 
materiali. Fra queste è principalmente notevole il confronto dei 
rani terrori dell'uomo colla vana paura del fanciullo nciroscurità^ 
[I, 55-61; III, 87 sgg.; VI, 35 sgg. Leggendo questi bei versi in 
(connessione con ciò che ciascuna Tolta precede, si vede subito 
ihe come chiusa del proemio del VI sono perfettamente naturali 
9 a loro posto, mentre nel II e III appaiono aggiunti un po' for- 
catamente; anzi il V. II, 54 è aggiunto anch'esso per fare da colla 
[vedi nota ivi). Ciò vuol dire che Lucrezio li scrisse primamente 
nel proemio del VI, e solo più tardi li incastrò anche nel II e III. 

Ciò premesso, ci sorprenderà meno lo stato incompiuto e scom- 
posto del proemio del I libro, quale ci è stato tramandato (la- 
sciando cioè 136-145 e 50-61 al posto indicato dalla loro numera- 
tone). Il Yahlen e qualche altro sostengono bensì che tutto è a 
posto, e che son tutti naturali i passaggi; ma non persuadono. E 
^à un sogno di disordine (non tenendo conto della evidente in- 
terpolazione 44-49) la lacuna giustamente ammessa dal Bernays 
prima di 50; che le parti del proemio (50-61, 80-145) dove il di- 
licorso è rivolto direttamente a Memmio in seconda persona, senza il 
nome di Memmio, suppongono necessariamente che esso nome oc- 
corresse prima in vocativo (circa al v. 50 v. sotto). Poi sono eviden- 
temente fuor di posto, nella tradizione e nell'ordine solito delle 
edizioni, 50-61 e 136-145; che 50-61 ha carattere conclusivo (come 
iudica anche il quod super est)^ anzi accenna a una vera entra- 
tura in materia, e piii precisamente nella materia del I libro; e 
quindi la ripresa del proemio humana ante ocuìos^ etc. (v. 62) è 
affatto inopinata, l'iato tra 61 e 62 è intollerabile: mentre invece 
dopo 1-43, cioò dopo l'invocazione e la dedica, è naturale il pas- 
laggio al vero proemio d'argomento con 62-79: c'è stacco, ma 
■tacco naturale (sebbene diversamente sembri allo Stiirenberg). 
8i noti ancora che, alla fine della polemica religiosa, Lucrezio coi 
Tf. 127-135 torna a dirci quale sarà la materia del suo canto. È 
impossibile che il poeta» nello stesso tempo e d'un solo getto, abbia 
scritto prima 50-61 e poco sotto 127-135. Quanto al brano 136-145, 
esso non ha alcuna connessione, al posto tradizionale, con ciò che 
precede o con ciò che segue; anzi s'incunea, rompendo il legame, 
tra parti collegate; poiché Vhunc terrorem in 146 non è che la 
farmido di cui si discorre nel brano 102-135 (v. Brieger, Phiìo- 
logus, XXIII). 

Il disordine dunque c'è. Tra le proposte di riordinamento ci è 
parsa decisamente preferibile, e abbiamo adottata sostanzialmente, 
la disposizione del Brieger {PhilolofjuSi Voi. XXIII). A 1-43 segue 
naturalmente (come s'è detto) 61-79. Dopo 79 è necessaria la la- 
euna or ora accennata, brevissima, col senso probabile: ** Questa 



4 DE lìERrSf NATl'R.V 

sapienza di Epit:uro t't voglio insegnare, o Mfintnio ,; e quindi i 
nn turai me n tu viene 18(i-115: "80 bene quanto sìa difficile espt 
in latino le astruse dottrine SloBnfìolie dei Orrei; ma l'amicisu el| 
ci legn mi spinge a tentare la difficile imprcaa. , Dopo di e 
raolto naturai seguito 5061: ' Ma tu da parte tua aiuta H 1 
Imon volere coU'intensa applicazione della mente; ohe md c 
alto e astruse quelle che mi arcìngo a esporti. „ — Il Bri«i 
vorrebbe perù mettere quenti duo §g a3G-U5 e 50-01) tra n 1 f 
segno del Bernaya, ed ora convenuto, per indicare i brani af I 
giunti e disturbanti il Carmen eonlinuum), a pare impressionati 
dalla obiezione dello Stiirenberg, che la loro ìnBer7.ìoiie tra IO «9 
divelle i brani strettamente collegati 62-711 e 80 sgg. Anzi, ii«fl 
sua edizione rinuncia anche alla trasposizione dn lui propostatf 
rhe è logico, bc hÌ trattano come corpi estranei. Ma io continiiofl 
creder più prudente la loro conservazione e trasposizione, perchT 
a) Non è punto probabile cbo Lucrezio, quando posi- mano ad a^ 
pliare ti proemio 1, rinuncifisac ni fimUnulo di 1BR-145, cio^. a di^ 
della egestas aeniionis o della sniris amìcUia, meno ani 
contenuto di 50-61, che ò l'argomento del poema; argomento d^ 
quale l'2T sgg. non è che un complemento : sicché non tolo B 
pu^ considerarsi comn costituito a ,M) sgg.. ma anzi li iirrxuppoat. I 
II) L'obiezione che SO sgg. non possa staccarsi da TU è piiì appa* J 
rcnte che reale. Se è vero che questi duo brani hanno in comaM 1 
il senso d' una fiera protesta contro la religione, formalmonli! è 1 
piuttosto dn avvertirò la disgiunzione. Infatti, dopo detto ch« £pt'J 
curo ha messo sotto i piedi il mostro della religione che opprimi 
i petti umani, si capirebbe una continuazione: ' K che aerllera 
giogo sia quello della religione te lo prova il sacrificio di ffigonia J 
ma come è frigido e poco naturale il collegamento: 
il sospetto che tu creda per avventura cosa empia il parlare ti*l 
questo modo delta religione ,. E lo espressioni in hi.* rrhus tr»-| 
tioni» flrmtnla, ì^, riescono piii naturali dopo 50 sgg., cÌo4 dor> 1 
un accenno a codesti elemrnla ralionix, anziché dopo il solo ci 
(■etto " Epicuro ha soggiogato Ìl nostro nemico, la religione , 
iV/ii, 82, che spicca alla fine del verso, è ottimo richiamo dì MM 
detta un poco pid iivanti, e si spiegit anche meglio 
credo, il proemio finiTn col g liO-OI (che ha appunto carattorc « 
clusivoi V. quod suptr e't), e 80-135 costituiscono un seriore a 
pliamento, 

Lucrezio è tornato più di una volta sul proemio drl I libr . 
gli parve forse che al principio del poema, quludi di-I t librtj 
si ricLiedesso più iimpia introduzione ohe piT gli nitri libi 
che l'intento morale dovesse sin dal principio apparir Urgamrnli 
spiegato. Ripigliò dunque il proemio, addentellundu material 
mente (1» hin robiis, 8O1 i* discorso coi versi immediatamente m 
cedenti 54'61. e riattaccando l'argomento, col r' " " 
ffi^, a 62-79. E cosi si spiega conte Lucrezio sentisse il bÌM 
<i <gre 1 . - - ^-^ 



LIBER I 5 

doTe mette in particolar rilievo la parte psicologica (che aveva 
omessa dapprima, e che gli è ora suggerita dalle considerazioni 
sulla superstizione), omettendo invece la parte fisica fondamentale, 
perchè l'ha già enunciata 55 sgg. E un altro sogno che 80-135 è 
aggiunta posteriore, sta nel collegamento poco felice e posticcio 
eoi gualcasi entra definitivamente in materia, 146 sgg. I tre versi 
146-148 non sono altro che la conclusione, ricopiata da sola, di 
quel confronto colla paura dei fanciulli nelle tenebre, che, come 
s'è visto, è stato scritto prima noi proemio del VI, 35 sgg., e ri- 
petuto poi nel II e IH. Lucrezio ne ha adoperata qui la conclu- 
sione come nesso, perchè il terror di 146 riassume ì vani timori 
ond'è discorso in 102-135; ma qui non è a posto, perchè (come 
ha osservato il Gneisie) il confronto o contrapposto dei radii solis 
e dei lucida tela dici colla naturae species ratioque. non ha qui 
alcuna ragion d'essere, mancando il confronto delle vane paure 
degli uomini colla paura dei fanciulli nelle tenebre (cfr. n. a II, 
59-61). È evidente, dunque, che Lucrezio aveva già scritto il proemio 
al VI, quando s'indusse ad applicar qui i tre versi 146-148 (e quindi 
anche a foggiare il successivo legame cuins principinm) per pas- 
sare dalla prefazione alla trattazione: prima dunque l'entratura 
in materia era diversa, e il mutamento fu provocato dalla inser- 
zione di 80-135. Il nuovo passaggio, del resto, Lucr. Tlia forse 
messo qui provvisoriamente e colF intenzione di tornarci .sopra e 
migliorarlo. [Intorno ad altre proposte (Bockomiillor, Stiironborg, 
Vahlen, Kannengiesser) vedi Brikgkr, Phil.^ XXIII, 456 s^'g. e 
nei Jahresber, di Bursian del 1877 o 1871).] 

Si può dunque dividere il proemio I in tre parti: 1.» 1-43, in- 
vocazione e dedica, probabilmente seriore anch' essa (vedi nota a 
V. 9); 2.* il proemio primitivo 62-79 -f- lacuna + 136-145 -f 50-61 ; 
3.» l'ampliamento del proemio 80 135. Vedi anche la nota a 135. 

Venere, vv. 1-48. — Il poeta invoca Venere, perchè sia la sua 
musa, e, indirettamente, anche Marte, perchè conceda la pace allo 
irmi romane; e alla doppia invocazione intreccia la dedica a Mem- 
mio e le lodi di lui. — È parso strano che il poeta epicureo, nella 
cui dottrina è cosi risolutamente negato che gli dei si prendano 
cara delle cose umane (v. p. es., II, 646 sgg.). qui invochi aiuto e 
beneficio da due divinità olimpiche. Spiegano il fatto alcuni negando 
la incoerenza, in quanto Venere sia qui un'allegoria significante 
il principio della vita nella natura; altri scusandola col dire che 
qui Lucrezio è semplicemente poeta e ha seguito la consuetudine 
dei poeti, senza curarsi della contraddiziono colla sua dottrina. In 
ambedue le opposte spiegazioni c'è del vero. Si osservi infatti 
come sia diversa la Venere dei primi venti versi dalla Venere 
leolpita nei versi successivi: nella prima è evidente l'allegoria, e 
11 Lucrezio non fa che usare di quella lingua che egli stesso con- 
eede agli altri (II, 655-660), e nella descrizione spira già la serietà 
loerexiana; ma la spiegazione allegorica non vale piii per (luel 
ebe segue, non vale per Marte e pel gruppo scultorio di Venere 



6 DE RERUM NATURA 

e Marte, chcocliè ne dica il Martha fPoi'Me de I.ucrier, p. RT ntK- 
B 357). ha. Buppo9ÌKÌone insinuata dal Munro (in nota a 41-i8t Hi^ 
qui Lucrezio. iBpirandosi n RnipeJocle, rftliii;uri in Venere i- Muri' 
il principio creativo e il principio distruttivo nel innndo in jioIi-t» 
aitginngere che l'eterno duello tra qiieEti< due fono il rlntlrina pro' 
pria anche di Epicuro, v. lo Studio: Gli dei di Ep.), non^è pnilin- 
bik';ch& all'alIpRoria chinrisKimn, anzi semplice pcreonifira7Ìoiir, 
dolln prima parte non può seguir nella sccondu parte una nlliguriu 
troppo velala. Il Mnnrocita la testimonianza di l!^ustHzi(>, siri.inlii 
il qunlf' Empedocle, dardo veste poetica ai suoi duo prinrj[,i .!.>|l:t- 
more o dell" odio, raffisfurav» il primo nell'unione di Vpn< 
Marte, il secondo nella loro disunione per opora di Efesto ; e pi 

/è pur probabile che Lucrezio fino a un certo punto alibia i 
dinnanzi agli occhi e imitato il poema didascalico di Kiapodo 
fnon però allo Btoaso modo come l'Iliade e l'Odisse» sodo stata i 
dello per Virgilio) cosi non si puft escludere ohe Luorexio pensi 
qui anche a quell'allegoria empodoclea; ma se v'ha pensnlo, 
pensato alla immagino poetica, senna alcuna propria intenzione 
ìegorica. Qui Lucrezio, poiché ha introdotto Venere, la patrona 

' casato dei Mcmin! (come appare da medaglia, v. Moumsrx, Hi 
Milnmtgin, p. 59T), chiamandola ii imitazione dì En 
con un appellativo cavato dalla tradizione mitica e leggenda 
(Afneniliiiii ijeneh'i.T). e poÌcliÌ) l'ha poeticamente invocata in p 
prio aiuto; volendo — anche per diretto inlcreMaiiiento a M« 
mio — toccare delle tristi condizioni dui tempo, indulge Si 
alla fantasia poetica, e a Venero associa Marte, invoeandoi 
la clemenza. Alla bellissima d<;scrÌ£ÌonB àv\ gruppo di V^dS 
e Marte, anche se non è estrnneo quel ricordo ompedocleo> M 
è forse estraneo neppure (come altrove, p cs. poco sotto |N 
il sncrilicio di Iflgoiiia) l'oscmplnro o il ricordo di qanlcbo Dp(* 
d'arte 

1-27. — Questa rappresentnziono di Venere come la Vite, 
quindi la sola regina del creato (v. 21). h presa di pianta dt E 
ripide, come hanno osservalo il Bentiey, il Reisaoker (^rt 
Luci:, p. 40 sg,) il Munro. Cfr. un frumm. d'Eurip. rr>' 
Of;f •'("?> "flfi Saó;; //•' oJcF' rcf l'imiii, onft iitTqr,intai ti. 
ifvxt, xai ìt Zaaii (tii^ifccat, e Hipp. 44U ipoit'i rf' «V «iiig, t*n( ti 
9iiìaaaitf xXiiioyt Kért^i;, niifiit ftx i«i'ri;; ì^rj, e 13BI //•■ 
iS'tnì yaltii' ci'cjjfijrtu' #' 'Hl^u^òf ini rrucief. .• avuniirimi' ia Aiwlt 
tifiiif, Klnqi, Tmfie flòra xpiirtVe<; {naturam rtrum itola pHitnii 
Ma il Munro riconduce poi Eurip. e Lnor. all'inno omerico IV. 1 
(meglio ancora) all'inno oriìco LV, 4 ll^ta yi'rp ix aUtr ftt 

vnt^e/ini ài te Kiauriy' Kirl xpnrtfCf; tptmiùii' fiQigrùi; ytrr^ H I 
:idi'ta"Oaaa t' tv oé^nriTt imi xat tV yntrj ntXvxdfinif [fnifftfmiA 
'Er n«rtov te ytr-fl.Ù. 

Dice Liicroiio: " O Venera che riempi di te iitessn e vivifiebi 
terra e il mate, poiché è per opera tua che tutti gli aii ini»K y 
gong «Ila ìiwa; è in ttto awiaggio e In tao lorriito^ 



LIBER I 7 

mtyera. Infatti è al yenir della primavera che comincia l'opera 
taa, e gli animali sentono i tuoi stimoli (ed è quindi per prepa- 
rare il tuo ayvento che la natura si fa bella e ridente). Or dunque, 
poiché tu sei la vera e sola regina della Natura [rerum natura 
= la Natura, q>vai?^ è il mondo delle cose prodotte, non già Tu- 
nìverso atomico; in natura è sentito qui il senso fondamentale 
dì nascimento; onde meglio si comprende che la dea della gene- 
razione sia detta la sola regina del creato], tu devi aiutar me, che 
sto appunto per cani are la Natura; tu che sei la madre d'ogni 
cosa bella, fa bello anche il mio poema. „ Così intendo il nesso 
di questo brano, di cui T interpretazione e la sintassi è molto di- 
scussa. Il Brieq^r p. es. (Philolog», XXIII. p. 455) metteva una 
forte interpunzione dopo concelebras 4 e una virgola dopo solis 5, 
così che per te quoniam genus omne anim, concip. visitque exortum 
lumina solis sia la protasi, e 5-9 Papodosi; ma ne viene una forma 
di ragionamento [* poiché tu fai nascere i viventi é per te che 
viene la primavera e ti fa omaggio; infatti é in primavera cho 
per opera tua gli animali procreano „] poco perspicua e, almeno 
io apparenza, tautologica. Il Susemihl {de carni. Lucr. pì'ooemio) 
intende jìer te quoniam . , . solis come protasi a 24 sg. e considera 
6-20 come una lunga parentesi, per la quale appunto Lucr. avrebbe 
con un nuovo quoniam ripresa in diversa forma la protasi in 21-23 ; 
e in questa lunga parentesi avremmo una imitazione del principio 
dei Fenomeni di Arato (che Lucr., conio vedremo, ha frequente- 
mente imitata la traduzione ciceroniana dei Fenom. di Àrato\ 
Ma, oltreché siffatto artificio catulliano non par che sia nel gusto 
di Lucrezio, nel caso nostro egli, scrivendo la protasi per te quo^ 
niam^ etc. doveva aver già in mente la apodosi, ossia avrebbe 
dovuto pensare: *" poiché tu sei quella che fai nascere gli animali, 
perciò siimi socia nella mia impresa ,; dov'è il nesso logico? La 
premessa a 24 sg. non può essere che 21-23, che dice cosa diversa 
da 4 sg. Anche il Yahlen ammette una lunga parentesi 10-20, e 
vuol subordinare al quoniam di v 4 anche 6-9, ciò che é eviden- 
temente impossibile: un et sarebbe indispensabile. La nostra inter- 
punzione è pure quella del Munro, sebbene dalla sua traduzione 
non apparisca chiaro come intenda il nesso logico. E neppur chiaro 
é il punto fermo, dopo solis^ del Lachmann e del Bernays. Il Brie- 
ger da ultimo {Burs., 1889, p. 223, e nella sua edizione) motte 6-9 
tra I! il , come aggiunta posteriore, e punto fermo dopo solis. Infatti 
y. 10 si lega molto bene con v. 5. Ma: I. Anche se 6-9 è un^ ag- 
giunta posteriore del poeta, é chiaro che il poeta IMia voluta in- 
serire e adattare al contesto così cornee, sia puro con qualche 
stiracchiatura del filo logico. Om, circa alTuso di queste II || io ho 
un criterio alquanto diverso da quello del Brieger; io le uso non 
ogniqualvolta é manifesta una aggiunta posteriore, ma solo quando 
questa costituisco una vera soluzione della necessaria continuità 
di pensiero o di forma, non dove la inserzione sia accomodata, 
anche non benissimo, a ciò che precede e segue; dove cioè Tin- 



8 m RERUM NATURA 

Bomone è manifesta opera mecoanica dell' edi loro : aÌDiìlm«nl 
l'uao davo trovo manifosta doppia redaEione (i> parti- di dopià 
rodnKÌone), eU è chiaro ohe il poeta, scriveodo Ih aeeuilda, Ìnlt 
deva Boppresaa la prima. Noi non cerchianio la primilù 
nuitii del oarrae lucreziano. uè quella miglior continuità m eai 
sarebbe arrivato, Bcnia la morte del poeta; noi cprcbiamo quel 
tanto di continuità che il poema aveva allu morto di Lueriaui 
U. Mii, per tornare alla qut'Htìotio, possono star da soli i ^i 
cinque veraì : ' O Venero che dai vita ai mari e Alle terre, poi«i 
è per opera tua che i viventi naeeuno. , ! E poi? cosa si dice 
Tenero? giacché con 10-20 non viene clic la gÌustÌtioa£ÌODe del 
dipendente: "poiché è per opera tua che i viventi iiascODO 
Sorehbc ad ogni modo npcessario trunr sospesa la invocaiìoi 
alla fine di 5, considerar come parentesi 10-20, e trovare lu natui 
nontinuaKione di 1-5 in 21 ugg., coli' anacoluto qiiar. i/iioniam. 
luogo di : ^1 l'i/ilHr iiuuniam, a cagiono della lunga parentosi. C( 
invece intendo io, il filo del pemii-'ro non manca- ' o De» delPi 
mote, per la quale ogni vìvcato nasco; la primavera è la tua 
gìont!, perchè la primavera è la stagione deiramoni e della e* 
nerazione ,. E questo risalto dato alla M/u stagioni- è io arraoi 
colla deduzione 21 sgg. " poiché dunque è per te e.liti rj-oritur 
fit ogni cosa bella e amabile ,. — Non è, del ri'Sto. che 0,1 poi 
importi molto la rigorosa dimostrazioni' dello «trettn rapporto I 
forza generatrice o stagione primaverile; la primavera era obi 
ralmente associata a Venero, sia a Venere simbolo, eia a V«ii< 
mitologica. Si confronti la processione V, 737 sgg., dove 2 
precede, e gli tien dietro flora spargendo fiori innaui^i ai pi 
di Cupidone o di Venere e Primavera; anche là dunque arrlti 
insieme Venere e Primavera, e dinnanzi a Veneri' spira l'm 
fuioni la terra siiinmiltit floi-es. - La motivazione di 24 è do| 
pia: la dea della Natura aiuta il poeta didla Natura; la dea d'og 
hellezza fa bella l'opera del poeta. Anzi Lucrezio ntt ngginn) 
ana terza: tanto piii che scrivo per Memmio. che tu mostri 
aver tanto caro, tu la patrona dei Mcmml. 

JIemmio, v. 2<t. — Metmiiiatiae: invece di Mstniiiiua U fata 
patronimica alla greca ilemtm'adfs, a imitazione del noto 
di liucilio, ripetuto da Orazio e Virgilio; Ìl vezzo s'estese anche 
altri nomi. — Già l'uso del patronimico è segno che si tratta di p 
sona di molto alta posizione sociale e molto in vista. Dai vr^ i 
seguono appare che è persona rappresentante o avviata a 
eentare una parte principale sulla scena politica, l'er quoste ragi 
nessuno mette io dubbio che si tratti di OaiusMrmniìus L. V,\e a' 
la conferma del patronato di Venere, attestato insieme da Lucrn 
e da medaglie di fì. Memm. e di un suo fratello; v, Mommsxx, Jtò 
Muu2urst>i. p. ÓU7). Fu trib, pi. nel 088. pretore nel 004, qniudi pi 
pretoie in Bitinia, dove pensò a ingrassar sé stesso e nou gU «m 
che aveva seco; e poiché tra questi c'era anche Catullo.jiuAttJ 
US tviiiiliuù i*ai da jur au» otti uimi X flyjfeiy^Jit^- 



LIBER I 9 

Memmio a Roma, da ardente pompeiano e fiero avYersario di 
Cesare, ch'era stato fino allora, con scandaloso voltafaccia diventò 
amico di Cesare. Il quale per altro non potè o non volle aiutarlo 
abbastanza efficacemente in una grave congiuntura; che nel 700 
Memmio, aspirando al consolato per l'anno successivo, strinse un 
patto vergognoso con un suo competitore e coi consoli di quell'anno, 
pel quale intrigo fu processato e condannato e dovette andarsene 
in esiglio, in Grecia. Trovandosi appunto ad Atene, ebbe per de- 
creto dell'areopago un terreno sul quale sorgevano le rovine della 
casa di Epicuro. Memmio voleva abbattere e spazzar via quelle 
rovine, per una fabbrica sua; e poi, anche avendo smesso il pen- 
siero di quella fabbrica, non voleva consentire alla preghiera di 
Patrone (capo allora della scuola epicurea in Atene) di cedergli 
quel sacro ricordo; e si rifiutava, pare, perchè era indispettito 
contro gli Epicurei. Patrone ricorse a Cicerone, il quale nel 703 
scrisse da Atene a Memmio, partito per Mitilene, la interessante 
lettera ad Fam. XIII, 1, dalla quale apparisce che Memmio non 
era, nò doveva essere stato prima (di vivente Lucrezio), un cre- 
dente nell'epicureismo ; anzi lo disprezzava. Nò è la sola cosa che 
ci colpisce, a prima vista, nel fatto della dedica a Memmio da 
parte di Lucrezio. Memmio era uomo scostumato, senza carattere, 
senza convinzioni; come mai un entusiasta come Lucrezio va a 
scegliere proprio uno scettico come Memmio? Ma anzitutto si badi 
che gli atti piii brutti nella vita politica di Memmio sono poste- 
riori alla morte di Lucrezio. Poi Memmio doveva essere un uomo 
seducente; Cicerone ce lo descrive (Brutus, 247) come uomo di 
molta e forbita coltura, ma fastidiosus litterarum latinarum e 
avverso alla fatica seria del pensare. Come sì vede, era un uomo 
dotato sopratutto di qualità brillanti, un vero favorito di Venere 
(v. 27) — e sappiamo delle sue avventure galanti — faceva Tamico 
dei poeti, si compiaceva probabilmente di battagliare nelle argute 
discussioni filosofiche. Ora si capisce abbastanza (oltreché poi 
noi ignoriamo completamente i rapporti personali tra quei due), 
si capisce come un Lucrezio potesse, se non proprio illudersi di 
convertire uno spirito fine e colto come Memmio, prenderlo però 
come rappresentante di quel pubblico pel quale scriveva. Certa- 
mente Lucrezio non scrisse per Memmio soltanto (non sono certo 
per Memmio i versi III, 1022<4!); scrisse pel pubblico; ma pure 
t'indirizzo a Memmio non è un semplice complimento, e non si 
può disconoscere in Lucrezio — almeno in certi periodi del suo 
lavoro — il desiderio di produrre una impressione sull'animo di 
Memmio, di guadagnarlo alla propria fede. Giacché Memmio non 
era un seguace della teoria di Epicuro, v^era anzi ostilo, come è 
provato della citata lettera di Cicerone, e anche dalla dedica lu- 
ereziana: che si può scrivere a un amico dissenziente, anche se 
persona di più alto grado: ^ ti mando la difesa della mia opinione; 
ta però non r^pingerla senza sentir bene le mie ragioni; se tu 
le mediterai bene ho speranza di convincerti „ (v. 50 sggOi ma 



10 DE RERUM NATURA 

scrìver così a un correligionario, non ci sarebbe senso. * — La 
questione dei rapporti tra Memmio e Lucrezio s'intreccia con 
una questione di recente sollevata, dei rapporti tra Mcmmio e il 
poema; della quale non è inopportuno dar qui qualche notizia. 
Prima il Bockemiiller, escogitando una sua teoria sulla serie cro- 
nologica dei diversi libri, disse che Lucr. aveva scritto la maggior 
parte del suo poema per il pubblico, quando gli venne l'idea del- 
l'indirizzo a Memmio, e dietro questo nuovo programma scrisse 
il resto e riformò parte del già fatto. Poi il Kann£NGiesser (Jahrh. 
fiir Klass, Phil., 1882 e 1885), partendo dal fatto che noi non 
incontriamo il nome di Memmio che nei libri L II, Y, riprese la 
tesi del Bock., cercando di mostrare che tutti i brani dov^è il 
nome di Memmio, o un chiaro riferimento a luì, sono aggiunte 
posteriori (così che il Kann. vede il primitivo proemio del I in 
62-145, e in 1-61 vede una lettera dedicatoria premessa poi, al 
momento dell'invio a Memmio). Ma lo hanno confutato il Brie- 
op:r (in Bursì'an, Jahresher. del 1884) e Brandt (Jahrb. f, kì. 
Phil., 1885 p. 601 sgg.). D'altra parte Ivo Bruns in un opuscolo 
Liicrezsiìidien (1884), — uno scritto che al suo comparire roi«e 
un po' a rumore il campo dei lucrcziani, ma un rumore che svanì 
presto senza lasciar quasi traccia — venne fuori colla teoria oppo- 
sta, cioè che Lucrezio cominciasse a scrivere per Memmio solo, e 
a un certo punto sostituisse il pubblico a Memmio. Anche questa 
opinione, così formulata, è interiormente impossìbile, e non con- 
fermata da argomenti esteriori. La cosa più naturale è che Lucre- 
zio, fin dal principio dell'impresa, intendesse di parlare al pubblico, 
e si rivolgesse insieme in più particolar modo, e per ragioni perso- 
nali, a Memmio; nel seguito, e per la natura del soggetto e l'ar- 
dore del suo apostolato, ed anche per eventuali alti e bassi nel- 
l'amicizia, ed anche, se vuoisi, nella stima che lo legava a Memmio 
(e che è fatica sprecata tentar noi di indovinare), il pewero di 
Memmio si eclissa (riapparendo fugacemente, come in III, 2» 6), e 
davanti alla mente del poeta non resta che il pubblico in genere. 
Nel V si vuol vedere un riavvicinamento a Memmio, e può anche 
essere. 



' Dalle espressioni ossequiose e ammirative di Lucrezio per Memmio, il 
Marx [Exercit. fframmat,, Bonn, ISSI; cfr. Fhilolog. Jiundschau^ 1S81, p. 1364) 
inferisce che Lucrezio fosse di umile nascita, un ìihertinus o figlio di un ìiber^ 
tifi un. Non persuade. Un simile cliente nò si sarebbe accinto a contraddire il 
potente signore, né Tavrebbe poi quasi dimenticato per interi libri, né Tarrebbe 
dimenticato a segno da dirigergli in certo modo i Tersi 1, 102 sg. ohe fanno con- 
trasto con 27. Quei versi suonano strani anche rivolti a an amico un pò* più 
altolocato; ma s* è già visto che tatto 80-135 sarebbero un* aggiunta posteriore, 
fatta in un momento in cui Lucrezio pt^nsava al lettore in genere, non a Mem- 
mio in particolare. 



T. LUCRET[ CARI 



DE RERUM NATURA 



LIBER PRIMUS. 



Aeneadum genotrix, hominum divomque voluptas, 
alma Vcniis, coeli subter labentia signa 
quae mare navigerum, quae terras frugiferentis 



1. Aeìieadttm f/enetn'jr, ctc; imit. di Emi. aiin. 53 7V tiutic 
sancta precor Venus et genetrix pairV nostri. E Lucr. è imitato a 
8ua volta in OTÌd., Trist., Il 261 Snwpserit Aeneadum genetrix uhi 
prima: requiret, Aeneadum genetrix unde sii alma Venus, e Fasti 
IV 90, dovo r imitazione è più estesa. Auson. epigr. 33. Aeneadum 
fjenetrix hic habito alma Venus» Anche un grafito pompeiano 
(Corp. inscr. IV 3072): Aeneadum genetrix, — genetrix (non ge- 
nitrix) è la grafìa accertata dei migliori mss. luoreziani, virgi- 
lianit ecc. (e v. il citato grafito). Circa Tequa/ione genetrix: geni- 
tftif = meretrix: meritus (o obsfetrix e genetivus) t. le note di 
Lachm. e Munro. — 2, Alma (da alere), qui con particolar rife- 
rimento alla dea come forza altrice del creato, è del resto epiteto 
non solo comune, ma anche popolare, e talora anche fìssato al 
nomo, come il nostro vergine a Maria, 11 Munro cita (oltre Plaut. 
rud. 694 Venus alma; Macrob. Ili 8 3 ; Apul met., IV^O) Valmae 
Veneris vicus della base Capitolina, rog. XII, o rìsola tra Porto e 
Ostia che (nella Cosmogr. Aethici) prr/e nimietate odoris et floris 
ìibanus almae Veneris nuncupatur, — caeli subt, lab, s.; con queste 
parole sono indirettamente indicati anche gli spazi aerei, oltre la 
terra e il mare, come popolati da Venere ; giacché dire che la terra 
e il mare stanno sotto la Tolta del cielo era affatto ozioso; e il poeta 
potcTa subordinare, nella forma, anziché coordinare, come vuole 
il senso, questa terza parto alle altro due. perchè la triade terra, 
mare e cielo era famigliarissima alle nienti, ed è ripetuta subito 
dopo 6-9. — labentia; per l'esempio di Lucr. (qui e IV 443) labi 
diventa espressione favorita dei poeti per indicare il lento e con- 
tinuo moto dello stelle (p. es., Verg. -4e/i., IH 515. Ov., Fast. IH 
113); ma Lucr. l'ha preso da Cic. Arat. celerà labuntur celeri cae- 
lentia motu, — 8. navigerum, frugiferentes; non sono semplice 
ornamento. Venere concelebrai la terra e i mari popolandoli di 



12 DE RERUM NATURA 

concelebras, per te quoniam genus omne anìmantum 
5 concipitur visitque exortum lumina solis : 
te, dea, te fugiunt venti, te nubila coeli 
adventumqùe tuum, tibi suavis daedala tellus 
summittit flores, tibi rident aequora ponti 
placatumquo nitet dittuso lumine caelum. 

animali, che agli animali quasi esclusivamente pensa Lucrezio noi 
descrivere Topera di Venere (cfr. 12-20); pure anche le navi e \v 
fruges sono un complemento di questa yita della terra e dei 
mari, opera di Venero. — La piena forma participiale frugife- 
renSy^per fruaifer, come VI 1275 aedittientes per aeditni ; ambe- 
due ana^ Xeyofxsya^ e composti di tipo arcaico come li ama Lucro- 
zio. — 4. concelebras ; Cfr. 11 344 rariae volucres laetaniia 
quae loca aquarum concelehrant . * , et quae pervolgant nemora» 11 
M. cita anche Cic. de tmp. Gn. Pomp. 61 eam rem pop. Rom. non 
modo vidity sed omnium eiiam studio visendam et concelehrandam 
putavit. Dunque concelehras: " riempi di te; ti diffondi per; sei la 
yita di „ e non già, almeno di prima istanza. '* tu populì (di ani- 
mali) „; e infatti il din;: tu popoli di animali la terra e il mare 
quoniam per te omne genua anim. concipitur sarebbe mera tauto- 
logia. Certo un briciolo di pedanteria formale resta pur sempre; 
ma è caratteristica di Lucrezio anche dove più è poeta. Nonio, 
citando questo verso, spiega concelebrare con commorere^ che è 
appunto un " dar vita „. — 6. tisit ; cfr. Ilor. risere inontes. — 
concipitur, erortutn, visit; tre momenti successivi, cfr. Il 345 unde 
ea 2>fogigni posMt concepta. — 6. te adventumqùe tuum, corno 
al Y. 12 /e . . . tuumque initum, — daedala ; Paul. Fest. daedalam a 
varietale rerum ARTiFiciORrMc^UE dictam esse apud Lucretium 
terram^ \apud Kn ninni |od. Vahlen, p. 177J Minervam, \iQy(éyr,t'] 
apud Virgilium Circen, facile est intellegere, cum Graece tUttitòÀiiy 
significet variare. Cfr. II 505; IV 549; V 234 e 1451, dai quali 
passi si vode che V idea di varietà, non già scompare, ma lascia 
primeggiare quella di arte; anche qui è, quasi, "la terra arti- 
sta r. — 7. Lucre/io usa volentieri summittere per il produrre 
della t(Tra; v. I 194 e 1033; ma qui esso ha una special forza poo- 
tica, perchè c'è anche l'idea dello sparger fiori sui passi di Venere, 
come fa Flora nella citata processione V 737 sgg. — 8. ri- 
dent; II 551) ridet placidi pellacia ponti ; V 1003 rìdeniilms un- 
dis. — 9. 11 bellissimo verso colla sua armonia labens (non 
rotta come nei precedenti), e chiudo bene il primo periodo, e bone 
esprime la stesa continua della luce che s' accoglie nel sereno 
aspetto del cielo. Noi proemio al 111 (v. 22) le sedes qnietae do- 
gli dei large diffuso ìiomine rident. Conoscendo noi V insistente o 
deliberato ripotersi di Lucrezio, non crederemo facilmente che 
la somiglianza sia fortuita. Ma ora si badi: il passo nel III fa 
parte d'un complesso di versi III 19-22 che sono, ai può dire, 
la traduzione di un passo di Omero {Odissea lY 40 sgg.; diffuso 
lumine = ini(ìu^Qouif aìy'Àr^), ondo si fa probabile che il nostro 
verso qui (col rident del v. precodonte) sia ricordo e SYÌluppo del 
passo nel III, e non viceversa, ossia che III 1-30 sia ntato Bcritto 



LIBER I 4-16 13 

IO nam simul ac species patefactast verna diei 
et reserata viget gonitabilis aura favoni, 
aériae primum volucres te, diva, tuumque 
significant initum perculsae corda tua vi. 
inde ferae pecudes persultant pabula laeta 

15 et rapidos tranant aranis : ita capta lepore 
te sequitur cupide quo quanique inducerc pergis. 



prima di I 1-43. — 10. species rema (liei = species veris. 
Cfr. 119 per gentis Italas hominum, IV 731 Cerhereasque cannm 
facies, UsLffgett ha un riferimento diverso da quello che s^aspet- 
torebbo. Cfr. Hor. Turrhena regnin progenies. Verg. arma dei Vul- 
Canio. Prop. ecines Etrusco de sanguine regum. Ma Lucr. ha casi 
molto più arditi : I 474 ignis Àlexandri Phrigio sub pectore 
ijliscens, II 501 Thessalico concharum iacta colore, V 24 Ne* 
meaeus magnus hiatus ille leonis. Cfr. Verg. Tgrrhenusque tuhae 
clanger, Catnll. iniusti rejis Gortgnia teda; vedi anche I 362 
Ili 371. — 11. Plin. n. h. 4 XVI 1)3. Faionius est genitalis 
ftpiritns mundi. Anche Lucr. ha por solito genitalis, e solo qui gè- 
nitabilis, Lucilio I 1 Aetheris et terrae genitabile quaerere tetnpus. 
Anche l'imitatore Arnobio ha gcnitabilis. Di simili agg. in bilis 
ron forza attiva ricordiamo, col M , in Lucr. stesso plaga mactabi- 
lisVf 803; \\ penetrabile telum di Verg. o Ovid. (Lucr. penetralis); 
il dissociabilis di Hor ; impetrabilis ^= qui impetrat di rlaut. ; pia- 
cabilius est (bis) di Ter. = aplius ad placandum ; Fers. reparabilis 
— qui reparat; Val. Flacc. esorabile Carmen, etc. — 12. pri- 
mum . . . inde. Lo StUrenberg ha fatto Tosservazione che in Lucr. 
si trova primum . . . deinde così per renumeraziono come in senso 
temporale* primum . . . inde solo in senso temporale. Qui il senso 
è piuttosto enunaerativo, nel complesso; ma non è escluso al 
principio il pensiero: ** gli uccelli sono primi a dar segno d'a- 
more n- — Neir enumerazione mancano i pesci ; ed è naturale, 
in una descrizione tutta poetica, perchè degli uccelli e degli ani- 
mali terrestri vediamo e sentiamo i segni dell' amore, dei pesci 
non vediamo niente. Per compenso nei vv. 17 sgg. si vede nel 
poeta l'intenzione d'essere esauriente. — 18. Non ** coll'esser 
perculsae tua vi significant initum tuum „ (Munro), ma signifi- 
rant col canto, il quab è segno che son perculsae tua ri. — />er- 
culsae * quod dicitur de vehementi ictu, relut est electricus, qui 
intimos nerros penetrai tamque nrriter commovete ut prope attoni- 
ios nos redd^it „. Creili, ad Hor. Epod XI 2. Plaut. trin. qui 
amat . . , saviis perculsus est (mas. anibros.». — 14. ferae pe- 
cudes, un ò^vfio^oy; pecudes fatte ferae dagli stimoli dell'amore. 
A torto alcuni leggono fere, oppure intendono ferae pecudes = ferae^ 
oppure = ferae et pecudes. — 15. sg. rapidos: ** travolgenti „; 
rap. tran, amnis, appunto un segno delia inusitata baldanza. — Il 
8ogg. della principale, con cui s'accordi il capta, è da cavare dal- 
l'ogg. iquamque) deUa dipendente. E nota la tendenza di quisque a 
rifugiarsi nella relativa. Cfr. 170 sg. inde enascitur ubi inest mate- 
ries cuiusque = quicque enascitur inde ubi inest materies eius. — 



14 DE RERUM NATURA 

denique per maria ac montis fluviosque rapacis 
frondiferasque domos avium camposque Yirentis 
omnibus incutiens blandiim por pectora amorem 

20 eflScis ut cupide generatiiii saecla propagent. 
quae quoniam rerum naturam sola gubernas, 
nec sine te quicquam dias in luminis oras 
exoritur ncque fit laetum ncque amabile quicquam, 
te sociam studeo scribendis vcrsibus esso, 

25 quos ego de rerum natura pangere conor 

Memmiadac nostro, quem tu, dea, tempore in omni 



ita ** a tal segno „. — 17 sg. rapacis . . . frondiferas . . . vireìttis ci 
tengon viva Tidea della stagione. — denique; qui nel solito signifi- 
cato ''insomma^, che è l'insolito in Lucrezio, pel quale denique 
è ** inoltre » e introduce spesso il penultimo termine d'una serie 
(o anche l'ultimo, non summativo). Lo stesso valore di qui ha il 
denique nella ripetuta formola: finita potestas denique cuique Qua- 
nam sit ratione (I 76 ecc.). — 18. domos avium^ ctr. ^erg. 
Geor,, II 20U antiquasque domos avium, — 19. incutiens, come nel 
nostro: ** incutere timore^ Cfr. Liv. XXIX 22 tantaque admì- 
ratio incussa ; Hor. Epist I 14 22 incutiunt urbis desideri- 
um, — 20. (jeneratim ^in ogni specie; secondo le specie » Lu- 
cr., nel suo amore per T arcaico, ha molti avverbi di questa forma. 
— saecla (mai saeculu) in Lucr. è fn^quente per " generazioni , 
e quindi ^ specie „> di regola specie animali, mail 1079 e 1113 ar- 
ditamente traslato a cose inanimate; nel comune senso temporale 
solo nella frase {multa) vivendo vivere (o condere) saecla I 202, 
III 948 1098. — 22. dias " celesti ^ o « aperte „ anziché * di- 
vine „. Cfr. il neutro sostantivato dium^ definito da Fasto come 
lo spazio di sopra ai tetti tino al cielo (sub diu\ Poi nello stesso 
senso metaforico, come noi usiamo ** celeste, divino , : Hor. dio 
sententia Catonis; Lucil- Valeri sententia dia; Pers. dia poemata; 
Lucr. II 172 dia voluptas; ma V 1385 è forse da sentire ancora 
il primitivo senso : a cielo aperto — luminis oras^ frase che toma 
spesso in Lucr., *" confini, regioni della luce „ cloò della vita, del- 
l'esistenza. E presa da Ennio, (Ann.; v. citaz. e commento in Cic. 
de re p. I § ()4) liomulv ... tu produxisti nos in luminis oras. E 
Arnobio (che ha anche f/enitabiiis) II G'J oras contingeret luminis: 
giacche Arnobio, difondendo il Cristianesimo, n pieno zeppo di 
imitazioni lucreziane (v. Kmssmanx, nel Fhil.^ Voi. XXVI). Te- 
nuto conto della citata definizione di Pesto, dias in luminis oras 
exoritur corrisponde a Empod. ^«W alQÌQOi ixr;^ espressione propria 
anche di Euripide. — 24. scribendis versibus; dativo finale, 
come II 178 qui color et quw sit rebus natura ferendts e Verg. l 3 
habendo pecori, come spesso Livio, p. es., IV 43, ducem esse 
rxercitui scribendo. — 25 (e 21) r/c rerum natura; v. la nota 
a 1-27 a pag. G. E il titolo del poema, e traduce ne^ ifiaiat;, 
titolo del poema di Empedocle e della maggiore opera di Epi- 
curo. — 20. tempore in omni ** in ogni occasione » in tutto 



LIBER I 17-33 15 

omnibus ornatum voluisti excellerc rebus, 
quo magis aeternum da dictis, diva, leporem. 
effice ut interea fera moeiiera militiai 
30 per maria ac terras omnis sopita quiescant: 
nam tu sola potes tranquilla pace iuvare 
mortalis, quoniara belli fera moenera Mavors 
armipotens regfit, in greraium qui saepe tuum se 



quello a cui si mette. — 27. ornatum omnih. reh., Cic. Pro 
Corti.: Metelli adulescentia ad summam laudem omnibus rebus 
ornata " dotata di tutte le virtù od attitudini „. Del resto temp. 
in omni e omnibus non sono soltanto accostati^ ma si fondono in 
un concetto solo, espresso con lucreziana abundantia, 

28. guo magis, ecc. £ tanto più, dice il poeta, de?i o Venere 
far bello il mio canto, perchè è diretto a un uomo di tanta cul- 
tura e di gusto così fine e delicato come è Memmio. Sennonché* 
aggiunge, come potrebbe Memmio rivolgere lo spirito ai sereni 
interessi della scienza e della poesia, se la cosa pubblica è in 
pericolo, se sarà dilaniata dalle guerre civili (v. sotto nota a 43)? 
Egli, uomo pubblico, dovrà dedicar tutto sé stesso alla difesa delio 
Stato. Ed io stesso non avrei l'animo a scrivere in momenti di 
pubblica sventura. Epperò tu che imperi sul cuore di Marte, tu 
invoca da lui pace a Roma. — Come si vede, quest'ultima parte, 
20-43, è tutta per Memmio; anche l'accento di dolore sulle pro- 
celle che minacciano la patria deve dar risalto alla persona di 
Memmio; e il bellissimo quadretto di Venere e Marte é incasto- 
nato come ornamento poetico nella dedica a Memmio; onde ap- 
pare tanto meno verisimile una intenzione di allegorìa filosoiica. 

— aeternum^ da intender naturalmente in senso relativo: che duri 
^quanto il mondo lontano ^9; il qual mondo non è eterno, anzi 
già è avviato al disfacimento li 1150. E s'ha a intendere più nel 
senso della eccellenza che in senso temporale, come 121 gli ae- 
t^rni versus di Ennio. Così 34 aeternum vulnus è la ** ferita insana- 
bile •.. — 29. interea, fera, ìnoen^ra. In Lucr., amante del colorito 
poetico arcaico, allitterazione e assonanza son frequentissime, e 
usate spesso con singolare efficacia. Cfr. p. es. 72 ririda vis . . . pervivit. 

— moenera (anche 32); Lucr. usa tre volte questa forma arcaica; 
ha anche moerorum due volte; usa pure poeniens, poenibat, (Munro). 

— militiai; frequentissima in Lucr. questa desinenza del genit. 
ppr sostantivi; solo tre volte per aggottivi ipurpureai li 52 //elidai, 
III 687 nifjrai lY 535). (M.). — t\0, sopita quiescant ; ^\ tran- 
quilla pace ; 4Q plaeidam pacem, — 33. Marte é sdraiato in po- 
Hizione assai poco marziale, col capo arrovesciato sulle ginocchia 
di Venere (sicché meglio appare la forma slanciata del collo) ** i 
famelici sguardi avidamente in lei pascendo ^ (come dice il Tasso, 
Ger, L, XVI 19, cho ha certo in niente Lucr.); Venere gli si 
protende sopra quasi avvolgendolo. La descrizione è così precisa, 
che iiar di vedere un gruppo scultorio, che forse Lucr. vide dav- 
vero. Oiacehò avremo T occasione spesso di osservare che Jiucr. 
nelle sue descrizioni non ama lavorar di fantasia, ma coglie e 




16 DE RERUM NATDRA 

reicit aeterno devictua vulnere amorÌB, 

35 atque ita suspiciens, tereti pervice reposta, 
pascit amore avidoa, inliians in te, dea, visus, 
eque tuo pendet resupinì spiritus ore. 
hunc tu, diva, tuo recubantem corpore aancto 
circum fusa super, suavis ex ore loqucllas 

40 funde petens plaeidam Romania, incluta, pacem; 
nam neque noa agere lioc patriai tempore iniquo 
poasumus aequo animo nec Memmi clara propago 

43 talibus in rebus commujii desse saluti. 



ritrae ìl vero — 84. «e'tìrno dericlug vulnrre amorU; 
Aen. Viri 304 aeterno fatui- devineliis amore. Virgilio, ■ 
omessa l'idea della ferita, fìnamonte HOBtitaisce derineiut ■ 
tus. —85. ^rre.' esprime la Torma graKÌosaroente sottile ehi 
lavoTADdo al tornio (tero). S' aaa iiuindi delle braccia, delle g. 
delle dita (affusolate), poi di cose sottili e fine, in genera, o fi 
mente lavorate. Hor. tet-Hf» plagan. Lucr. imita qui Cie. jf 
ttreli cervice refkxim. K cf. Verg. Aen. Vili 633 tereli a ' 
flexam ; Ov. Met. X 558 luqiie sinu iuvetiig potila crrvirt 
Ovidio folle ha pure moltissime imitazioni o reminiscenze lacre 
ha pare Mit III 22 Atqiie ila respiriens. — 37. aft/ui ; 
resupinì penileC r. tuo ore- — resupini, reeubanlein, ripetizioni 
necessarie, ma niente affatto inutili. Esempi di simile abiiiM 
s'incontrano contìnaaraente in Lucrezio. — 88. Anche ìl sei 
ablat. locale è nel gusto lucrcziano. — tuo... rorjHtre aanei» •' 
logico; la posìzion delle parole lo fa riferire a rertibanlem. il H 
pinttoato a circum fusa super. — 8». Cfr. Verg. Aen., VIIIj 
eoniiMiB infusHs gremio. — loqueUas; come dimostra il Lac' 
ni 1015), con // perchè e' è vocale breve nella sillaba auteM 
cosi querella, luella, sequella, eco- ; invece : custòdela, su^deìa, A 
tela, t'itela, cautela, candela, coruptela, ecc. — agere hoc " 
forma del rito hoc age " celebra , agere Iwc ha qnt aoleil— ^ 
vien a dire: " compiere questo sacro ministero, (di cantare H.W 
cfr. IV 966. — 42. Manil. I 793: Cfnurf» magna pr ~ 

atqtio animo contrapp. a iniquo tempore. — 43. desu J 
cfr, 711 lìerraese- — talibus in rebus. Quali? Quale è ^ — 
iniquum? Il Brandt (Jakrb. 1885) vuol che si pensi 
guerra, e infelice pei Romani, quindi alla mitridatica, de^ 
687. Io credo che Lucr. qui, parlando di guerra in ff 
sopratulto a guerre civili ; queste erano per un lionaal 
tura nazionale, queste sole facevano nascere un arde " 
di pace. Nel tempo dol connubio fra Cosare Pompei 
delle vioknze anticostituzionali di Cesare console, f 
minaccioso delle armate legioni sotto lo mura < 
ancor fresca la memoria dei tempi catilinari e non 1( 
dei tempi di Mario e Siila, ben molti sentivano sospesi, 
la gnerra civile ; si veda Cic. ail (jfuitit. fr. I 2 15 ( 
Si pirla delle molte aperaoie tìie vV ^wtttìii doU'ortf' 



LIBER I 34-43 62-66 17 

52 Humana ante oculos foede cura vita iaceret 
in terris oppressa gravi sub religione 
quae caput a caeli regionibus ostendebat 

65 horribili super aspectu mortalibus instans, 
priinum Graius homo mortalis tollere contra 



in Momriiio con altri pochi, Lucrezio ripetutamente deplora e con- 
danna le ambizioni dei potenti con parole che ritraggono Pompeo 
e Cosare. Nel proemio al II libro, 40 sgg., par che si alluda alla 
permanenza dell'esercito di Cesare alle porte di Roma^ prima 
ch'ei partisse per la Gallia. Sto quindi col Munro che crede scritti 
questi versi circa il 695. Anche tempore in omni di v. 26 non si 
comprenderebbe abbastanza di Memmio ancor molto giovine e 
non ancora entrato nella carriera politica; mentre nonpotest com" 
munì desse saluti risponde a capello Jilla citata lettera di Cicerone. 
E poiché non si tratta che di presentimento di guerra civile, si 
comprende che Lucrezio non accenni che a guerra in genere, in- 
Tocando pace per maria ac terras omnis (30). 

44-49 c= li 646-651. Li abbiamo omessi come interpolazione 
evidente, e da tutti riconosciuta, di un qualche lettore che ha vo- 
luto mettere Lucrezio in contraddizione con sé stesso. Si potrebbe 
lospettare un richiamo marginale di Lucrezio stesso, in relazione 
eon 62-79 e 54; ma il contrasto colla precedente invocazione é 
così vivo, che non pare possa esser casuale. 

62* ante oculos; ** visibilmente „, ma detto in ispecie di cose 
;he si vedono molto comunemente, di ciò che é uno spettacolo o un 
Fatto generale; cfr. 998. — iaceret ** era prostrata „. — 68. gravi 
mb religione * sotto il grave peso della religione n* — 64 sg. 
Ton é una semplice immagine poetica; ma va intesa in rela* 
ione con 70-77. Secondo Epicuro ò sopratutto lo spettacolo dei 
itti celesti — sia la sublime regolarità dei fatti astronomici, sia 
terribilità e irregolarità delle commozioni atmosferiche — che 
fatto nascere e mantiene nei petti umani, non già la opinio 
ìrum (giacché di questa^ come vedremo, la origine é diversa, e 
itiima), ma il timor deorum^ ossia la fede nella provvidenza e 
ir ira divina. Questa fede é anche intimamente collegata coi 
icetto che vede nel nostro mondo T universo, e tion questo rin- 
dentro la vòlta coleste. Il concetto dclP infinito universo 
lieo e della universale meccanica atomica rompe codeste bar- 
celesti, e riduce i fenomeni celesti del nostro mondo, al pari 
irrestri, a un complesso di naturali effetti di quella mecca- 
circoscrìtti in una piccolissima parte dello spazio e del tempo. 
^^il cielo non instat più sullo nostre monti come terribile ma- 
ni^^azione d*un immane potere o volere. —65. super^ avv. \ cfr., 
''X 168 haec super e vallo prospectanl Troes. — super . . . 
; forse, dice il Bern., non senza riferimento all'etimologia di 
8H tio. — 66. Graius homo (naturai m. Epicuro, di cui Lucr. 

no ( il nome che una volta sola, III 1040) ; imita Ennio Graius 

hoì ^omanus homo, E Graius homo pure Virgilio, Aen, X 720. 
— um (o sotto: primus,., primus)» Ma Lucrezio non poteva 

ign èhe, non foss'altri, Democrito già processerai extra moenia 

tao. De Yerutn natura* ^ 



18 



DE RERUM NATURA 



est oculos ausua primusque obslstere coutra; 
quem nei]ue fama rieum iiec fulmina nec minitanti 
murnmre coinpreasit caeluni, sed eo mag-iB acrera 
70 inritat aoimi virtutein, etfringcre ut arta 
naturae primus portarum claustra cupiret. 
ergo vivida vìa animi pervìcit, et extra 
processit longe iìamniantia moenia mundi 
at<[UQ omue imuienauin peragravil meute aiiituoijue: 



mundi. Kntuaiaemo o poetica libertà non bastauo a syìt^garv quuit 
ingiustizia storica. Neil' affermaziono di Lucrezio c'è un'eco d< 
noto Tanto di Epicuro d'essere autodiiiatto. Epicuro, e quindi Li 
crezio, pensano die la loro Ssica in questo ò esse n zia I mente uuofL, 
che è dircttami-nte ritolta a ciò che sopralutto preme, a econfif 
gere la religione. In quealo Benso Epicuro potuTa ilire d'eeden 
Htato il primo a sfoDdart.' la volta del ciclo; tanto più che. avuM 
precipuo riguardo all'intento morale, egli poteva dire d'av«n 
innovata eeaenzialmc-nte la fisica democritea colta principale oio^ 
dificaiione da lui introdotta, la declinazione; degli atomi, pt^r la 
nualo era tolta di mezzo la tìfiapi^érij (v. lo Studio, Clinamen t 
f'ohinlas). — tolltre; ìct. dei msa. o ottima, por giunta. Nvdm 
però cita il verso con Underi, o lo cita spiegando i diversi eciu 
die può avere Uitiìerr ; sicché non ha forse torto il Laob- (M 
Bern,) di leggere tenilere. — tnortalU... oatìos; U posiiione <li 
particolar rilievo a intirtalen. Il Leopardi aveva forse in 
Lucrezio, nella Ginestra: 

.Vobil naturn i quatta 
(.'h'a aoltaTor s'krdliee 
Oli ooohi nurlfllj incontra 



tté. fitma dtitm ' il gran parlar che si fa degli dei e della ioti 
opera del mondo . ; fama b la lez. dei msa., Mr. e Brg., ottima < 
luoreziana; non occorra la correzione fatta di Bcntl. Ijich. Bern. 
per l'effetto di eompritmre, la credenza e il sentimento generali 
fama lìeàm, faa più efficacia che dei fona. —■ »0 inriiòt i pcrfi 
per inrilavit. come V 31M supenH, Vi 687 tHMurli-'t. — 71. pan 
tarulli rlnuttra ; v. la nota a 64 sg. * Le porte nbarrato de 
rielo „. — 78. moenia mundi: un'altra oapressione stabile di La 
creìcio, per inilicare l'eatremo etereo, e pur dens:», involucro A 
iiueslo mondo. L'elemento igneo e l'etereo son presso a poco II 
stessa cosa in Lucrezio; si può dir che l'etere è un fuoco partio 
larmente puro, fino e intenso; opperò fiammanlia. (ofr. l'ituÌLl 
Manilio, 1 151 flammarum vailo naturat motnia frciti. Epìcfll 
passa attraverso queste fiamme. Come si aien formati i himoi 
mundi Lucr. dirà V 454 sgg. — T4. omnr à il sostantivo (tv aù 
e imiiie/imiin è l'aggett., non senza ragiono accoiitiito ni verb( 
'percorse ranÌTereo nella sua immensitit ■■ r~ "'trite uni'niuifN* 
mera tautologia, dice il Munro. Non crederei. E frcqueute in Uóai 
l'uso di due sinonimi, sostantivi o aggettivi o verbii doTt 




LTBER I 67-79 13(;-I39 

75 amie refert nobia victor quul pos9Ìt oriri, 
tjtiid noqaeat, finita potestà» deiiiquo cuiijuo 
qua nara sit ratione atqiie alte terminila iiacrens. 
quare religio pedibus subiecta viciasim 
7a optoritur, DOS exaequat Victoria caelo. 

m Xec me animi fallit Graioruni obscura rcpertii 
liifficile iolustrare Latinis versibua esse, 
multa novis verbis praesertim cuni sit agendum 
propter egestatem lingiiae et rerum iiovitatem; 



remino un solo termine rinforzato (i\& un agft. o avv. o altrimenti). 
Qai: "eolla potenza del pensiero,. — la. refert; ' tranglatio 
a re militari, nt apud Verg. Aen. IV 93 spolia ampia refertis . 
Lamb. E qui spolia é la scienza della fissità inviolabile deile lei^gi 
ili natura e della impossibilità del miracolo. Ogni cosa creata ha 
una poUslas, di origine <li dnrata e di efficienza, che è ti"'!""' 
rireumgcripbt, ed è segnata da una pietra di confine (secondo la 
nota metarora; cfr. Hor. Carni, snee., 26 slabilisqiie rerum termittusì 
profondamente infissa nel terreno (cfr II lOST rìtae ilrpiictus ter- 
minun alte) e quindi irrcmoribile. Quid poasit oriri coi duo versi 
aeguenti troviamo ancora I 594, e i due versi, con quid qtteat 
etit in luogo di qiiid pofsil oriri, anche nei proemi del V (86) 
a VI {IH). Probabilmente a Lucrezio vennero scritti primamente 
nel mezzo della trattazione (I 5M sgg. — nota una fin di verso 
quid possit oriri già prima. 204), e li ripetè poi, dapprima nel 
proemia del I, conservando il precedente quid possil oriri, poi neì 
proemi del V e del VI, colla leggera modificazione quid queat 
«Me. — 78 sg. ha. Té[\gifsna atthiecta pedibus homi» um è calpestata 
(efr. 63) alla sua volti. — noa exaequat virtoria coelo ' la vittoria 
ci fluita fino al cielo n; non tanto da intenderò nel solito senso 
metaforico del nostro " esser portato alle stelle „ ma in senso 
ptb rigoroso: noi saliamo al cielo (comprendendolo e dominando 
l'ai di là) e occupiamo cosi il posto eh' essa religione primn 

VU, Come s'èdetto, supponiamo nella lacuna: " Questa sa- 
pienza del filosofo greco io intendo esporti, o Memmio. , ~ animi 
fallit. Dopo Lucr. questo genit. animi non si trova che con verbi 
, nprìmenti dubbio o preoccupazione; cfr. 922 VOT. — ISS.mcI'a 
nm nit agendum. Lucr. ama questa costruzione; I 111 arleriiui 
poma» timendumst; 381 motu jìritandumat corpora ; li i92 adden- 
dum parti» alias eriU III 626 quitique . . . eain jiiriendumst anetam; 
026 mor^«m putandunut (questi i due soli casi dove l'ucous. è sin- 
gol.); 391 est in nohia multa ritndum, ecc., cfr. Cic. Vat. m. 6 riam 
quam nobis gw)que ingrediendum sii. — 138-130. (juesti versi 
non Mao certamente musato eontacti lepore; aavÀ hanno una pro- 
saica graveaza, che pare studiata per farci sentire la gravezza e 
l'impaecio che eiprimono. Lucr. ripete questo lamento altrove, I 
SMtgg,, III 260; ma pore ripetntameote si vanta ch'ei sa intorno 



20 



DE RERUM NATrUA 



140 sed tua me virtus tamen et sperata voluptas 
suavis amicitiae qtietnvis efferre laborem 
suailet et iiirlucit iioctes vigilare serenai, 
rjuaerentL'iri dic^tis qiiibua et qun Carmine doimim 
darà tuaf! iiossini praepamliTe lumina menti, 

145 res quibus occultas penitus coiivisero possis. 
r>0 quud super est, vacuas auris anìmumijue uagacpin 



msegriai 



ad argomenti tanto astrnBÌ lam lucida piin;/ere canniua, I 0'^. 
Il lamento è ripetuto qualche volta per veazo anche ila altri tPlin 
e/i. IV 18 chi; cita Lucrezio; Sen. fp. LVIU); in verità h piti D'I 
vero Cicerone, che si compiace di mostrare come il latino si pr«' 
§tas3e henissimo ad essere anche linguaggio Glosotioo — ftd avrehbv 
potuto citar Lucrezio! La vera difficolti^ ora di fare ciò che Lucr< 
ila fatto mirabilmente, di inlurìriire la iilosotia Ialini» vMifti- 
BUS. -~ 140, sperata voi. suai\ amie; " il piacerei ch'io 8p«rD. 
di far piacere a Qu caro umico „. — HI. Tengo coti UripK.r 
e Langen Vefferre dei mna., ohe Lach,, Bern., Munro rout»nit in 
mffene. Accio (citoto da Cìc. prò Sexl. 102) s/ laborem vummn 
cum cani tfferas Nullum. Altrove (IH aOa V 1.ÌÌ2) Lucr. lia 
aufftrre liibori^m : ma qui ha proprio voluto dire: * Bopiiortare Unu 
alla fioe.; vedi Lansbn, Phil. XXXIV p. 29. — I«. rf™»,- 
esprime lo sforzo per vincere la difficile impresa. — Ili ^t 
elara lumina, res ocritlla^. 

50-lil. ' Reata che tu pure attenda a quento studio coU'i- 
nìtno tutto a ciò rivolto, libero d'altre cure, acuianientr iKtrsio 
a «l'guir 111 traccia, affinchè non t'avvenga di reHuiiigrre il nim 
rnamento per non averlo inteso. Son cose diflicìli; inTatti m' 
I a spiegarti la vera ultima essenza dogli dei. e ciui ; 
primi elementi materiali di cui tutto ni crea In cui tutta ■ 
solve, e che nel mio discorso chiamerò ora maffriu ora f_ 
primi, ecc. „ — Come ho già detto, a me par di vedere in qy 
versi (coi precedenti 136-U5) gli avanzi dello citrato pilk noi 
del proemio. Allo cose dette sopra aggiungo ora che adJtibm aminU 
semolitm a euris (che non pu& intendersi di preoccupulouì i 
giosel non par cho Lucredo potesse naturalmente scriverlo i 
aver detto poco avanti (42-43) " in questi tempi Meuimìu Bat 
communi de»»* saluti ^; 50 eg, devono essere d'un teiuno ìi 
Mommio non era ancora ingolfato nelle agitazioni politiche 
un momento di non gravi iireoccupaxionì politiche- Poi 54-àT il 
l'argoinr-nto: 64 narebbe VarKoiiu del V libro e 65-57 iJel I 
ha dello strano; ma a mìo credere Lucr, non hn preciMuneaUf 
animo di annunciare ciò che tratterà nel V, ma aocenna i 
e dei come strettamente connessi coH'argoin, del I. L* !>''■■—.■=, 
mediata conseguenza del conoscere l'auìverso atomico è la dlÀq 
zione del concetto volgare del cielo (e iiuindi dogli <Icil — 1-4 
la conseguenza cho sta maggior mente a cuore al pOKta. Qit<4 
stretto rapporto tra cielo e atomi — per il quale Lucr., ai 
ciando che parlen'i di iiuestì, anticipa l'accenno a iiuellu — M 
anche II 177 sgg.; ed è il pensiero fomlnmentaie al i'" 



itich», «i 



LIBER I 140-145 50-57 

semotum a curis adhibe veram ad rationem, 
ne mea dona tibi studio disposta fidcli, 
iotellecta prius quam sint, contempta relinquas. 
nam tibi de summa caeìi ratione deumque 
j Jisserere inciplam, et rerum primordia paudarii, 
unde omnìs natura creet rea, auctet, alatquc, 
quove eadem rursuin natura perempta reaolvat; 



echeggia. Incipiam, dunque, del v. 55 tuoI dire * aaril materia 
del mio I canto , (Virgilio, cho Georg. 1 1-5 dà l'argom. di tutto 
il poema, deve poi dire hinc canere incipiam). — M. qaod super 
t»t " quanto a quel che reata; del resto .. Nei paesaggi da uno ad 
altro argomeuto, o da una ad altra parte dello stesso argomento, 
Lucrezio sdegna quegli artifici poetici, di cui hai p. es. una cosi 
bella varietà nelle Qeorgiche. Principio, deinde, praelerea, denigue, 
postremo, porro, huc aeeedit ut, eto , sono i suoi soliti passaggi. Fra 
questi è anche quod super eH che talora è — celeriim, oppure 
* inoltre „ , talora è a capo dell' apodosi (p. es., II 39. 491), talora 
richiama all'argom. dopo una digressioiie, ecc. Virgilio, nelle Geor- 
giche (dove è maggiore l'influenza lucreziana) pur con quella va- 
rietà di passaggi, si compiace talvolta di richiamare la ingenuità 
Increziana, o da lui piglia anche questo quod superest {Georg. I[ 
Wi. IV 51; — Aen- IX 157 è altra cosa): è un semplice segno 
li' affetto. Cfr. anche 931. — It v. 50 nei mss. Icidensi è monco p, 
gua^-to {qHoil super est ut varuas aiirìs . . .); i mss italici e le edi- 
lioni anteriori a Lach. e Bern. correggono introducendo, chi in uno 
chi in altro modo, quel vocat. di Mcmmio, di cui s'ò avvertita la 
mancanza. Ma il Bern. ha vigto in un antico commentatore di Vir- 
gilio (a raeuas mentes, Georg. IH 3} citato come di Lucr. raciias 
auri» anìmumque naijaeem, e ha visto che è il nostro verso reati- 
tnitoci perfetto, e non già un ricordo errato di IV 900 tu miki 
da tenuis auree animumque sagacem- Ad alcuni f05bel, Vahlen) 
pav che qui si richieda solo un animo attento, non un animus 
tagax (l'immagine presa dal buon fiuto del cane); ma uno sforzo 
penetrante e sagace è richiesto anche per intendere una dot- 
trina difficile. Itoata dunque la necessità della lacuna aopra indi- 
eaU. — fil. veram ad rat. eh. Il 1023 Nune animinn nobis adhibe 
reram ad rationem, e V9 iEp.) iurenit rationem eam quue mine 
appellatur sapientia. — 58. flÌ>iponere=' digerere. — 64. stim- 
ma; si spiega con quel che è detto poco sopra intorno a questo 
ver<o : " dell' ultima essenza (e quindi spiegazione) di ciclo e dei « 
che sono poi gli atomi. — 55. prìiiuiriìiii (qualche volta exor- 

dia; IV 2U ordia prima). Il gcn. dat. ahi. di primordi» non entra 
nell'esametro, e. Lucrezio sostituisce principtorum, principiis ; ma 
non ha principia, che pure non entra nell'esametro. — 57. quote 
= et fjuo; con queato pronome e in pochi altri casi Lucrezio e 
Virgilio usano ne enclitico per que. — eadem natura, non eadem 
perempta; chi il ripetuto natura diventa intollerabile Hcnza ì'ea- 
dtm; e il neutro peremi>ta ai riferìace a res; cfr. 15T ag. e, fra al- 
tri es. citati dal Munro, Liv. XXXII 2'i rebusque aliin dicinis 



22 DE KERUM NATURA 

quac nos matcriera et gcnitalia corpora rebus 
reddunda in mtìone vocare et acmiua rerum 

60 appallare sueinus et hacc eadein usurpare 

CI corpora prima, cjuod ex illis siint omnia primis. 

80 Illud ili liÌ3 rebus veroor ne forte rearis 
impia te rationÌ9 ìnire clementa viamqtic 
indugredi sceleris. quod coiitra saepiua il)a 
religio pGperit scelorosa atque Impia facta. 
Aulide (ino pacto Trìviai virgiiiis arani 

85 Ipliianassai turpanint sanguine foede 
ductores Panaum delocti. prima virorum. 



, quae ptf ipaat af/enda fanl, ptrfWtiii. Vfili nDflh 
100 ili 184. — perempta rtsùhat, (lome sopra ronleyHota relh 
quas; ama Iiucr. questa oontrazioiie in un participio ai qaBleh 
l'ircustaiiza o autecedente O con ooinit ante, cuusale o struiDM 
tale. — G8, rehii» AaX., unito a genitalia. — &9. reddunda i 
i-atìont "nella trattazione.. — «0, usurpare; cfr. Cic, D»i^ 
Il 39 C. hadittg IR qui Sapiens umrpattir. — 61. primis; 1 
pOBisione fa nentirc dio è apposuiono (= ut primis). — E oltl 
i qui (letti Luer. usa iinche prima. Il 3i;i, gt-ninn (solo), em-pai 
materiai, corpiinfula ; anche fifiurae (ili 190). Non usa atomi 
rorpuseula indìriduti, termini che Cicpiii tardi ititrodusae. Ef 

NO-Ktl. "Ma forHO temi eh io t'inHegni lina dottrina san 
legaF TiiU'ultro: sacrìlega e quella religione, die, eolla falsa cri 
ileuKa nell'intervento degli dei a favore o a danno degli uomio 
ha indotto talora a rompere ì piti sacri vincoli di natura, lia il 
dotto un padre a farsi assaseiao della ììkIìs. ppr propiziarsi I 
divinità. „ Ejiio. ID- I.. 1231; ««E,?-;? ifoC-ji » toc; m^ noi%mr Ìim 
nratmài-, ilìk' •' t/'i,- tmr aoikuir dnSii( Scuiv n^aanntiai', 

80. JUiid in his rebus; frequente forma di pnsgattgio in Id 
orezio. — 81. impia. anche quanto è, pel senso, piuttosto ■) 
BCtt. di raliunis che di elemctita. — eteminla ' i>rincipii ,. - 
inpia . . . BCfltri*, e poi neeltroaa . . . impia. — Conin si Yod« ia 
pilla (e a posta v'è aggiunto il smIus) non hit inlnment» een 
religioso. Del resto secondo Ep. il concetto volgare della diviiijl 
era empio o offensivo di essa divinitA. — M. itidugrtdt _ 
forma antiquata della preposizioni'. L'osi indupediri, induptnti 
— <tiiwl cantra ; ' mentre per contrario „ cfr. p. ee. Cic. t'< 
ni. % M: proficiacar ... itd Catmiem mtHiii... cfiiW" a me r-orp 
est creiiialum, quod eontra dfbtiit ab Uh mirum. È lo i^tesso fil 
di quod SI, quod qiwuiam, quod nunc (v. 221) secondo il RìtM 
un antico ablst. (quiid); ìHaulin. Excurs., p. 5". — illa rfiit 
'k dessa la religione (quella religione di cui ho di-tlo 62M8f ci 
ha prodotto, eoo, . — s*. qua pacto * come . — 85. O'é co 
fusione nei nomi dello lìitlie di Agamennone, e non k ben efi 
se Ifianagga e Ifigmia fossero, come crede Lucrezio, duo fon 
dei nome di una modagiiM ~ 



LIBER I 58-61 80-89 23 

cui simul infula virgineos circum data comptus 
t'K utraque pari malarum parte profusast, 
et maestum simul ante aras adatare parentem 

(azione riel greco r<È nQxòia con un genitivo maschile, anche lin- 

([uiitrc. Eroti. JX 'iti Aùuniar AifUTiiiair tu .icuÌib. — 87 Bgg. Ed 

ora la acena atesaa del sacriScio di Ilìgeoia; nella quale Lucr. 
ha ineaso una particolare intensità d'arte, rìIoTando sopratatto il 
cootraato tra Ifigenia sposa e Ifigenia vittima ; contrasto sngge- 
rìtogli dalla tragedia di Earipide [Ifig. in Aulide), dal quale, 
anche, ha preso il t. 94 (Eur. 1222 Tiprurij a' ixdXeaa naiifa xai 
al naiiT tue). Ma non segno Earipide — oom' è naturale — nel 
far che Ifigenia, da ultimo, si presti volonterosa e generosa al 
Mcrificio. Il T, 89 mactatu.-. parentis (ed anche 89 e 90) fanno 
quasi credere die Lucr, voglia rappresentare Agamennone corno 
uccidente di sua mano, qual sacerdote sacrificatore, la figlia. 
Questa era la forma più antica della leggenda, e par conservata 
non solo in Eschilo {Again. 207-224), ma in Euripide stesso nella 
ItÌKenia in Tau ride (anteriore alla Ifig. in Aulide) 360: /e^cÌv 
cT ^f ó Yturiflai nazij^. Anche qualche monumento figurato (nn 
vaso apulico, e delle urne etrusche) conserva questo tratto. 8e- 
nonchè anche nella Ifigenia in Aulide, di Earìp., dove il sacri- 
ficio è compiuto per mano d'un sacerdote, non d'Agamennone, 
non mancano qua e là espressioni che, preso alla lettera, indiche- 
rebbero Agamennone corno uccisore materiale (p. cs. al v. 8T3 il 
servo rivela che il padre sacrificherà la figlia iii'rójr>'?)l f" Credo 
quindi ohe Lucr. abbia anche in questo imitato Euripide, e il 
maelatu... parentis non sia da prendere alla lettera — e quel 
non so che d'incerto concorre ad accrescere l'orrore della scena. 
Lucrezio del reato doveva aver davanti agli occhi una qualche 
opera artistica, e forse più d' una, rappresentante il sacrificio 
d'Ifiacnia. A noi sono arrivati (oltre i citati) un bcllÌKKÌmo bas- 
sorilievo sul cosi detto Altare dì Cleomene, a Firenze, un dipinto 
pompeiano, e un altro notevolissimo dipinto (del Museo Borbonico) 
— nel quale ultimo si vede Ifigenia sublala lintm miinihna tre- 
mibundaque ad ara» deducta In questi è comune il motivo di 
.Vgamennone ohe si copre interamente il volto, com'era nel fa- 
moso quadro di Timante, piìi volte ricordato dagli antichi (p. es. 
Uic, Oraloi; % 74), — 87. Ifigenia s'avnnza credendo di venire 
all'altare nuziale, e porta in capo la corona di sposa (cfr. Euripide, 
« qui v. 98 nubendi tempore in ipso); ma ecco sul capo lo viene 
gettata la larga infala (noli' antica tradizione 1i> era anzi involto 
lutto il capo), che copre i virgineos comptus. e h- scende larga per 
le guance. L'infula dei sacerdoti era una fascia, per lo più larga, 
inessa a mo' di diadema intorno al capo ; e da esse, pendevano ai 
lati te ciltar. Cosi la descrive Servio (ad Aeii. X Hm- e la d.- 
Ncrìzione è confermata dalle statue di Vestali scoperto netl'^- 
frtiiM Vestae. Ma ['infula si metteva anche sul capo delle vit- 
time. -— SS. La eostruzione piii naturale è, col Munro, e.r ulraqiie 
uialarum,» pari parte =}xiriter; ma non sarà un purilrr "simil- 
mente, egualmente., bensì: * con parti eguali . (l'infula pendeva). 
Ha mi riesce ingrato staccare utraque da parte, e son tentato 



24 DE RERUM NATURA 

ai sensit, et Imnc propter fernim cftlare miiiistnts, 
)Wi)ee.tu(juo suo lacriinna eft'umlere iiivis, 
muta metu terram genibus fiumniissa petebat: 
iiec miserae prodesse in tali toni[)orc quibat 
quod patrio princeps donarat nomine n-gem : 

u5 nam subtata virum maiiibus treiiiibuiulaque ad aras 
deductast, non ut solicmni more saitrorum 
perfecto poseet claro comitari Hymenaeo, 
sed casta inceste, nubendi tempore in ipso, 
hostia concidorot mactatu maestà parentis, 
100 exitus ut classi felìx fauattisque daretur. 
tantum religio potuit suadere malorum. 



d'intendere ex ntraque parte malnrum, (Ioto malaruiH sUrebhi 
invoce di capifis. ossin ilirebtie giii il nome di esse purti, e 
agg, in luogo deli'avv- pun'ler. Logicamente si trsttn dello si 
fenomeno come in Liv. 33 7 suariim auriinn fùlei non crtdeti 
Vedi Niigeisb., SUI. § 49. Cfr. anche nota, a 324. — »0. knt 
propter ' vicino a lui , e non già, come altri ha inteno, "art. 
gione di Ini , quasi die il poeta, per esprimere Ìl gran doloro di 
padre, avesse sostituito questo nascomtiraento al naacondimeD' 
ideato da Timantp, Per Luoiezio, Agamennono è un ambitjo 
enidele I^t. nota a v, ICO), e lo fa mesto, ma non gli nttribaiice U 
straordinario dolore, di cui lo crede indegno. — JU. aspirtìKp» 
SUI) " al comparire di lei .- — Si sente metter V in futa sai capo 
vede ìl padre all'altare, mesto; s'accorge die i sacerdoti cerca» 
ili non lasciarle vedere il coltello sacritìeale ', gira intorno gli «• 
chi e Tede gli astanti piangere, e comprende tutto. — ftS. Inor 
ridita cade ginocchioni per invocare pietà, e non sa proferir pS 
rola. Intendo cos\ sunimissa genibus trrram mtehat. anziché 'li 
ginocchia non la sostengono » , perchè un domandar pietA | 
che si colleglli meglio coi due versi seguenti. — 93. ih ' " ' 
" in sìterribil momento ,. Ama Lucrezio i« temjìorf. — 
rirps "per lu prima ,. — B6, dediietast (ad ara»)', è anche I' 
hpressione tecnica del condurre la sposa all'altare — e ciò 8tt| 
gerisce il seguente contrasto " min perchè cnnipiutu U oerìniani 
nuziale, ella potesse riparlire, ed essere accompagnata dal bri 
lunte corteggio nuziale a casa dello sposo m. Aneli» Ovidio il 
romilari passivo (e attivo romilare). — *S. r.antti incesU "l 
pura, impuramente „ (sacrilegamente). — M. maestà rilevai 
dalla posizione tra maetalu e pareiilin ; e inartatuf pare àt 
liy. — l(t9. L'efficacia dell' ironia pare dimìnnita da rio, che 1 
scopo di tanto delitto era pure una grande improsa; ma invefl 
h acuita, appunto perchè cosi è fatto sentire, che In grand» ifl 
presa era vana cosa e di nessun valore. PiCi volt^, infatti, L* 
si ecaglia con parole di sprezzo contro la smania di dominio. <: 
non solo trascina a usar mezzi colpevoli, ma è per «è stessa vm 
e mira a un fine senza valore. L'ironia è aecrnRciuta daOail^i 
nitft dell'espressione j'rMT fiinsliigqiir, presa dalla noi 
" giiod bmum fawilum fetix fortunatumqiu ' 



LTBER I 90-108 25 

Tutemet a nobis iam quovis tempore vatum 
terriloquis victus dictis desciscere quaeres. 
quippe etenim quam multa tibi iam fingere possunt 
5 somnia, quae vitae rationes vertere possint 
fortunasque tuas omnis turbare timore! 
et merito: nam si certam finem esse viderent 
aerumnarum homines, aliqua ratione valerent 



102-1S5. Dei due massimi timori che, secondo Epicuro, ama- 
reggiano la yita umana, il timor degli dei, pel creduto loro in-_ ^ 
t ervento p ^"^ ^l*«o»»^ f»Qfl^^ ^ il ttdlo^ delta morty, t?he giocondo 
Epicuro lia sopratutto radice nella credóiiza 111 Una vTt'àTQtnra ; 
Lucrezio ha conibattnto il primo, mostrando di quanto mal fu 
matre la superstizione religiosa (80-101); ora tocca dei mali che 
proiluce la credenza negli inferi. E dice: Liberato dal timor degli 
dei, ti sei forse deciso a inire meam rationem (81); ma un altro 
genere di timori può ancóra vincerti e indurli a disertare la mia 
scuola {desciscere). Indovini, interpreti di sogni ti riempiono Ta- 
nima di vane paure — paure di mali in questa vita e dopo morte — 
fondandosi sopratutto sulle apparizioni sognate di persone morte. 
Solo chi è ben convinto che colla morte tutto finisce non temerà ^^ 
più pene d'oltre tomba, ne crederà nello apparizioni dei sogni, e 
quindi potrà ridersi delle fole dei vati. Ma per questo bisogna 
ben conoscere quale sia la natura dell'anima, e quindi che cosa 
avvenga di lei quando moriamo. Per l'ignoranza di ciò anche un 
ffrande spirito come Ennio mostrò di credere, non a una sola, ma 
a due superstizioni; a una superstizione di filosofi, e a quella del 
volgo. Nel nostro poema dunque non solamente esporremo i prin- 
cipi e le leggi della natura, onde si spiegano i fenomeni celesti e 
terrestri; ma mostreremo anche come sia fatta Tanima. 

102. tutemet; con doppio suffisso. Anche IV 913 e Ter. Heaut. 
II 3 133 ; ^ tu stesso „ pur già vittorioso della superstizione reli- 
giosa. — quovis tempore ** una volta o l'altra „ — vatum^ cfr. Enn. 
trag, 356 superstitiosi vates impudentesqua arioli; cfr. Cic Nat 
deor. I 55; ma Lucr. intende anche i poeti, che appunto, come 
propalatori di fandonie intorno agli dei e ai morti, erano supre- 
mamente antipatici a Epicuro; e cita poi ad esempio proprio 
Ennio. — 108. terriloquis^ an. Xey.; un altro composto di stampo 
coniano, quali ama Lucrezio. — 104. sg. fingere» somnia " in- 
ventare inepiae fahul'ae circa il soggiorno e la sorte delle anime 
dei morti „; e dice somnia, non senza allusione al fatto che i 
somma — veri o ficta — sono principale occasione e fondamento 
a siffatte credenze, coitie n'è esempio il sogno poco sotto riferito, 
e come è pia esplicitamente detto negli ultimi versi 132-135. — 
ritae rationes^ " i giudizi sullo cose della vita e i criteri della 
condotta f, . — vertere "voltare, pervertire „ — 105. Il cong. 
possint par insinuare che i vates apposta fingant somnia, per ver- 
tere ritae rationes; e T intenzione pare rilevata dalla fine del 
verso precedente po^^Mnf. — 106. fortunas tuas, ** la tua esi- 
stenza. I» — 107. viderent, " fossero ben persuasi ». — ^^ sg. 




26 DE RERUM NATURA 

religlonibus atque minia obaistere vatum: 
no uunc ratio nulla est restamli, milk facultas, 
acternas quoniain poenas in morto timeiidumfìt 
ignoratur enim quao sit natura animai, 
nata sit, an coutra uaacentibus insinuettir, 
et sìiiiul intcreat nobiscum morte dirempta, 
115 an tenpbras Orci viaat vastasque lacunas, 
an peoudee alias divinitus insinuet se, 



1 dico LuDr., auKtciiò mura uitima tintu ri 

, 9 perchè alla fantasia degli antichi l'osìiitenza d'oltrototnb 

HÌ presentava pur semprg conio triste e dolorosa, e perché snob 
il poeta pensa in particolar modo alle puiii/joni mìnuccinte oft 
l'aUrii %ìtH, alle quali espressamente si rirerìaco il v. Ili (rwHt 
iieternaii)\ chà. corno vedremo |a III. 'J70-UI21) Luiro/io conaidei 
in parlioolar uiodo come In forma più spiceuta dello vun« paui 
d'oltretomba il timore che hanno i malvani dt-lle pcnu futur», 
cliiuma Etolta questa punieione ttratuila ch'ei^ni cosi Win^ggot 
in (inesta vita. È un punto elio va consiilcritto in nrlauone co 
tutta 111 teorìa epicurea dell'origine della leggu nioralo «> del r 
morso, e sol quale torneremo altrove. Del resto, in relazione aaeb 
con 127-12fi, cfr. Kpic. nella lettera h Erod SI ; xàifagoi à Mcfiiàiuti 
TBìi àv^eaininaii fvxi'lf yìvfiiii tV ligi tni'in (gli astrij f^axagiA u A 
iiiiuv nai ii^Sif^ia... unì cf iiji ànAviòv ìi ilii/oy uni n^atiwcàr M 
itvTittvftr Mata ioli /itXofi, ecc. — Hitia si può dire che Ì «eaipr 
fomm. in LocreEio, poiché al v. 555 e multo improbabile In leiiMl 
finem, sicché non rostereblie, secondo ì ni»a , «ho li, 1116 etln 
miiui . . . fingili che a ragione il Lauh. ha corretto ìti extrrmam fu 
— ali'/tia, mentre s'aspetterebbe un certa; ma forse è il piti nnton 
contrapposto di finite nulla ratio usi, HO; " avrebbero par 
un'arma... cosi non ne hanno alcuna ., — e( mtriti/; " oii A bo 
naturale. » — 100. Il plur. religionex è H|ieseo usato p«r " paai 
'- religiose, eupersliziose „ ; qui del resto rtlif/- et miai* n suo dir 
Una endiadi. — HO. restandi i. e. renistmiìi. — IIS. nal 
ni'/; 111 417 sgg. si dimostra animos ts»t nalieo». - an eontm, età 
l'opinione platonica. — Il4. Questa 6, con dirempta, la preeii 
opinione dì Epicuro; e d ire mjita nùa s'ha a intendere (col ìlnon 
a rtobin o a eurpore. Lucr. net III ci mostrerà elio è il diuolven 
dell'anima Uh'n'mi) nei suoi atomi ab che produce o, maglio. 
stituiaco la morte- Cfr. Cìv. Nal. deor. Ili 12 itiiìiniduuin 

qiiod dirimi di/itrahique non p-ilftt. Non ^ dunque giustìfii 

emendazione jjei'enipla proposta dal Wiuckolmnun, « accettata da 
altri; e a ragione it Brp., che \o\vva j^erempla per i-sprimerc non 
il distanco ma la dissoluzione dell'anima, ha restituito dtrtmpl» 
nella sua edizione. — 115 vatttas lacuna». Piuttosto che '\ 
desolate acque , sarauno " le desolate caverne „. voniv VI I>Sd 
"' ■ -ut. 428 caeeag lutiravii lue* laeunaa. — !■& pf 



LIBER I 109-123 S 

Ennius ut uoster cecinit, qui prìmiis amoeno 
dctulit ex Helicone perenni fronde eoronam, 
per gentia Italas hominum quae darà cluerct; 
n etsi praeterea tamen esse Aclierusia tempia 
Ennius aeternis exponit versibus edens, 
quo neque perveniant animae neque corpora nostra, 
sed quaedam simulacra modis pallentìa miris; 



talora è transit. (e quindi la forma riflessiva se insìnare, come 
Qui); talora intransit., come in Cic. iJi ipsius connuetudinem inai- 
Huabo; ora con semplice acc, corno qni; se insinuare alias pe- 
eiide«, od anche dat. ; ora con per o in — Ennio nell'esordio degli 
Annales, dove spiegava appunto (v 126) rerum nattiram e la me- 
tempsicoii: indevenit vivinnv' pidlis ipso anima- — 1 13 sgg. En- 
nio, il vero padre della romana letteratura. — 119. per geni. II. 
hom cfr. V. 10- — elaru cinerei ; Enn. Ann. 4 (Vahien) " poemala 
uoslra elara eluebunt. „ — Lucrezio usa spesso l'arcaico cinereo 
nel senso di ■ aver fama; esser chiauiuto „ o, piìi spesso, nel senso 
di * essere n. ~- 120. etsi praeterea tamen, " benché insieme ab- 
bia trovato modo di, ecc. , Questo cumulo pesante dì congiunzioni 
non « senza ironia. Del resto Lucrezio non accusa Ennio ili con- 
traddizione (nota: praeterea); le anime trasin iterano, ma delie om- 
bre, loro rappresentanti, ranno in Acherunte. — Acherusia tem- 
pia (anche ]I1 25) : da Ennio : Acherusia tempia alta Orci. — lem- 
plum è, nel linguaggio augurale, la volta del cielo; quindi una 
vAlta, in genere. Troviamo in Lucr. caeli tempia, muntli tempia, 
e anche linguai tempia (il palato, oì^arùi) IV 622, e perfino ttm- 
plaque mentis, V 108 — 121. versibus edere anche IV 17d; qui 
Vetlens i aggiunto ad abundantiam, per dar maggiore solennità 
agli " eterni Tersi „ o " versi divini „ (cfr. v. 2ri). — 122. quo 
nfjiu perveniant ; Ennio creile che, alla morte, il corpo si di- 
strugge, l'anima viaggia per altri corpi, anche di bestie, secando 
la dottrina pìtagorea, e in Acherunte va un'ombra, una rap- 
presentanza della persona morta. E cosi solo poteva avvenire 
che l' ombra di Omero apparisse ad Ennio per dirgli che la 
propria anima (di Omero), ch'era stata anche in un pavone, si 
trovava allora dentro di lui, Ennio (v. Enn. i primi versi degli 
Annales)- Ciò posto è vano ogni aforzo per i\\Ìeni\eTtt penna neant 
(mu. Lach. Bcrn. Mr.) e giustificarne In costruzione (p, cs. col 
lirandt. quo ab!- loc.) l'trmanere qui non andrebbe che se la com- 
liinazione enniana ili metempsicosi e Aebcrunte implicasse che le 
anime Tanno bensì, ma non restano in Acherunte. Vero è che il 
Mauro vuole permanere — "continuar ad esistere,; ma non 
aodrebbo, che se Ennio avesse detto che Vnnima perisce; il Munro 
lente ciò, e fa un curioso sforzo, per l'arci creiicro che secondo 
Ennio l'aniina did noi dissolve, ma che però in fondo egli thaugkt 
iif the diasolution of the old bodij and sotti us complete- Cfr. an- 
i-he QSbel, Observ. Lucr. p. 28. La proposta di GÓbel permSnenl 
urla contro il senso di permanare. il meglio è tornare col Brg. 
sll'antÌM emendazione perveniant. — liìi = Vprg. G. 477 cf. ' 



28 



DE RERUM NATURA 



unde sibi extirtam semper florentis Ilomeri 
1-20 commemorat speeiom lacrimas effmiilcrp salsas 
cocpisse et rerum naturam rxpandere dictis. 
()ua propter bene cuui superis de rebus liabenJa 
nobis est ratio, solìs liiiiaeque iiicatuit 
i]ua fìant rationo, et qua vi (juaeque goratittir 
i:)0 in terri», tum cum primis nitione sapraci 

linde anima atqne animi eonstet natura videiiduro, 
et quae res iiobis vigilantihue obvia oientes 
terrificet morbo adft;ctis eomiioque sepultia, 
cernere uti videamus eos aiidire<|ue corarn, 
135 morte obita ([uorum tcllus amplcctìtur o^jsa. 



A«n. I 35i. — 124. Enti. Ann. I lì Vigni Homerus adeàaé patti 
or. Hor. Episl. II l 50. B Cic. Acnr/, li 51 e 82. dove (Ull'espi 
sione li'swR adesse Cic. inferisce die Ennio non pr^tenileva 
fosse apparso proprio Omero, ma una semplice parvonxft. coi 
suolo ne' sogni- (cfr. df re pub. VI 10).— Ovid. Md. VII 702 w«( 
tìorentis Hpmettu — 126, rerum naiuram Krpfnidrre dictii; (e 
V 54 rei: nat. pandore) Nella graye ed ampia ospri^ssione c'è - 
soffio d'ironia: una teoria puramente sognata,^ come sognato t 
anche il maestro. — 127, superis de rebiia; rn uttita^n (cfr. V i 
i fenomeni colesti ontJe ha origine (come spicKlicri noi Vj la 
licione: quindi rfc superis rebus BOBtanxialm, identico a df «midi 
eaeli ralione deumgne del v. &*, « »i ni riferisce; aggiunse poi, | 
completare, il corso (meatim, parola favorita di Lucr. in qno 
senso) del solo e della luna, e ì Tcnomeni terrestri (tìsici p : 
ciali), — 180 cum primis = imprimia. — 181. Nel HI distìo; 
e spiega ì'a«intus e l'anima. — IS2. i/uar ra; corno spieghi 
nel IV, queste re« sono le imauìnts (eìJia^a), per mezsu delle ipn 
secondo Democrito ed Epicuro, avviene la visione, cosi reale coi 
tantastìca. Il nostro passo è meglio spiognlo da I V IVX atquf ettit 
(simulacra) nobis vigUmiUhn» ohvia mfntes terrififiint ataitt 
nnmni», ecc. Dunque internili qui : " qtiiie ubeia nobis riifilaMliouf i 
morbo affcrlis et nobis sonino sepuUi^ „. — somnoaue = naminti 
Munro, a li S25, dà esempi parecchi da Lucr- e (la Verg. di q 
— tf. — 185. Questo verso ~ IV 732, col tjuonon in tccta. 
morte olita, anche Vnrg.. Afn.Xtm. E V ,')1 telÌHS... i/remi» *» 
pUrlilur ossa. Più avanti vedremo che Lucrezio, quando gli wi» 
scritta una qualche espressione nuovai che abbia qaa)eb« com 
spiccato, facilmente la ripete ii brevi intervalli. Ora, in itae) 
brano abbiam trovato lo strano liileintt, ìl rersilus edere, 11 uni. 
vigilantibua ohvia e l'ultimo verso, ripetuti nel libro IV — doTC' 
svolto il tema qui toccato; e poiché per ultre rafiloni abbram | 
sospettato che questo brano sia aggiunta i>08leriori- al pHintlll 
proemio, nasce qui naturale l'altro sospirilo, che sin stato scrJttflM 
temporaneamente, circa, al IV libro, e Euggcrltane l'idi'a dal IT 
bro stesso. Infatti, osserva anche che 1 130 ha piMWB» " ' " 



LIBER I 124-135 U6-147 2i 

6 Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necesseat 
non radii solis neque lucida tela diei 



sere una modificazione, ud ritocco, di IV 732, anziché viceversa ; 
che il morbo adfeclig in t. 133, pare un'aggiunta fatta per precisar 
meglio ciò che meno eaattam ente era stato scritto IV 33 (in ambo 
i passi non ai parla di veglia e sonno, ma di stato morboso allu- 
cinativo e di sogni); ed anche Vedens superfluo ha tutta la pro- 
babilità d'esser venuto dopo Vedens necessario. Anche il doppio 
nome e la distinzione animus e anima, qui affatto superflua, ed 
ami inopportuna per un lettore che è ancora all'oscuro di essa, 
pare scrìtta dopo il libro HI. — E notevole come Lucrezio parli 
ripetutamente di allucinazioni, come se fossero un fenomeno co- 
mune alla maniera dei sogni; è notevole anche la omissione or 
ora avvertita di morbo adfectis in IV 33 sg. Pensando alla notizia 
intorno ai periodici assalti di pazzia onde sarebbe stato assalito, 
viene il sospetto che per lui le allucinazioni fossero per l'appunto 
un fatto non straordinario. E vieoe anche in mente la straordinaria 
vivezza e precisione di tratti con cui Lucr. huoI descrìvere il de- 
scrivibile e l'indescrivibile, (in che da nessun altro poeta è supe- 
rato), segno che la sua fantasia gli presentava le immagini quasi 
cosi evidenti e cosi vicine al vero, come avviene nel caso di allu- 
cinizioni. 

[Intorno agli argomenti del I libro, in confronto con Epicuro 
EpisC ad Erod., vedi Voi. I, p. 2.] 

11S-S28. Esiste la materia fondamentale delle cose; ed è 
eterna perchè itti ex nilo, nil in tiilum. E dalla dimostrazione di 
ciò risultando che il formarsi delle cose è aggregazione di parti 
il loro distruggersi disgregazione, risulta pure che la materia 
fondamentale consta di corpi minimi. Dopo di ciò viene naturale 
il rispondere all' obiezione di chi non creda all' esistenza dei 
eorputcìila perchè sono invisibili (2G5-328). — Fin qui non siamo 
ancora nel campo dell' atomismo vero e proprio, poiché queste 
dottrine erano comuni a quelle scuole (Empedocle, Anassagora, 
atomisti) che da una part« avevano accettato dagli Eleati il prin- 
cipio della eternità e immutabilità dell'essere, dato della ragione; 
dall'altra ne avevano respinto il principio della unità (materiale; 
unità della materia prima), sostituendovi la pluralità (corpusciila), 
per spiegare il dato dell' espcrienzn, il mondo fenomenale colle 
sue varietà e mutazioni, che coli' unità eleatica era semplicemente 
negato. 

1W-IÓ6. Contengono ÌI passaggio in argomento, e la prima 
tesi ót( ovdèr yivttai ex toì- ^ìi oftui ( Epic. pp. ad. Her. § 38). 
Quanto a 146-148 = II 59-61 III UI-03 e VI 31)-4I, vedi la nota 
generale al proemio, pag. 5. Anche 153 sg. ^^ VI 90 sg.; e cioè si 
ripetono in quello stesso principio del VI, ondo sono stati presi i 
primi tre. Si può quindi sospctnire che tutto questo brano 140-15'J 
(salvo l'enunciazione della tesi) sia un rifacimento dell'antico 
passaggio in materia, dopo l'aggiunta al proemio, dì cui si è detto. 
Lucreiio avendo fra mano il principio del VI, onde prese i primi 
tre versi, per associazione di idee pensò di aggiungere qui anche 
lM-168, che hanno infatti l'aria dì uno strascico proemiala punto 



m DE RERUM NATURA 

dìacutiant, sed natnrae epccieg rat;ior[iie. 
principiuni caias hinc nobig exordia- Bumet, 

i.jo iiullam rem e nilo i;igni divinitus uuujuani. 
(|UÌppe ita, furmido inortitlis contiiict oiniiis, 
{[uod multa in torrìs lierì paelnrjue tiietitur, 
quorum operum eausas nulla ratìutic videro 
possunt ac fieri divino numiiie rentur. 

I.Ì5 quae ob rea ubi viderimus nii posse crear! 

de nilo, tum quod sequimur iam rectius inde 

perspicieniua, et mule qucat res quacipie creari 

et quo quaequc modo tiant opera Bine divoni. 

Narn ai de nilo iìerent, ex oninibu' rebus 

160 oinne geuua nasci posset, iiil semino egerct. 



riobiesto. Infatti dopo 150 verrebbe iiaturalÌBBÌinamente lUd »tit 
»i rie nilo fitrtnl etc. In q"nl porioda del ri maneggi amenti) ili 
I proemio, si vede, ciò che principalmente lo preoceupnva ora I 
volparp superstj/iom- miilfa divino mimine fitri- 

148. naturae ratio = ifcatnhiyia (Ep). — 14tt. nruu {ni 
Dosili. ) ai riferisce a nnUtrne ratìo. ~ pi-inc/pium fjfonlia àmui 
come initia profieiseunlui' a voluplate; priiKÌplum belli ortum *à 
e aiuiìli (v. Nagelebach S W). — 15U. nilo. In Luor. nit sctnM 
monosill. e nilo, uHuiti, semprci bìsillab- Circa l'usa denli ulti 
poeti vedi la dottissima nota del Lachmunn a iiaeiito n-no- • 
Hirinilu». In Epicuro non c'è (v. s.); e a stretto rigore è fuori i 
posto, elle qui Don si nega la divina creazione dal nulla, ma l's 
nikìlo fieri In genere. Lucrezio l'Iin aggiunto, per efTetto appual 
della preoccupazione elie or dicevo: e quest'aggiunta arrebfa 
poi provocato l'aggiunta dei successivi Tersi, Of. Peraio III iA 
atr/roli (Epicurì)... somitia gigni de nihilo nihil, in nihUam n 
/«WS* reverli. — ìit. continet := roercet, "tieiio dentro di » 
ticn legati, domina ,. — !&&• operum: il sostantivo traaporlau 
coma spesso, nella dipendente. Cf. VI 313. fx Uh quae tane ri 
Kxeipit iftiim. l tiOó. HI 13H ecc. Oroiio: alti quorum camoedia 
prisca cirornm est. — IStJ. quod sfquimur; traduco il freqaeaH 
rò tlioi'fie—'f (o "'< ìi}t.) ili Epicuro; e questo è: unde qutat n 
quatque etc. et quo quafqvf. modo, etc. (coll'insistenlo: operati» 
divom!). 

l3»-3lt. Vedi Excursus I alla fine del libro 1. 

109-173. È il iirimo argomento, il quale » però gii tvlH 
contenuto nei primi due versi Xà/Hig. — lipieuro (ad Her. g 38) li 
questo solo argomento iv- tutto ciò elio dice fi tradotto da Locrenl 
appunto nei «lueversi I51lsg.) nàr yiìp ix nartòc ìyirtt' «•> t 
ye oènii/ nnoaStòfitror. — Questa prova è introdolta oon 
per verità non è confurme all'uso lucre/iano, corno intnxtalti' 
ael primo argomento di 
I 161 abbiamo 



LI6ER I 148-166 
e mare primum hoinines, e terra posset oriri 
sfiuamigerum genus et volucres erumpere caelo; 
armenta atque aliae pecudea, genus orane ferarum, 
incerto partu eulta ac deserta teuerent; 
■ nec fructus idem arboribus constare solereot, 
sed mutarentur, ferre omties omnia possent. 



174, ma uq deinde «ottinteso poco appresso, come VI 1066 agg., 
dove parimenti la enumerazione fitta e rapida fa senz'altro sot- 
tintendere i succedanei io^ci del primum. Pur nasce il Bospetto 
che Lucrezio abbia preso proprio dall'epitomo minore le poche 
parole di Epicuro come tesi generale dì tutto 159-214, e con primum 
161 pensasse indicare il primo svolgimento, e lo riferisse ai fu- 
luri praeterea (174) porro (184) hiic aecedit (192) denique (189) 
aoslremo (208). Avremo altre occasioni d'osservare come talora 
n Lucrezio due diverse surie logiclio s'intrecciano, dando luogo 
t una serie logica inesatta e, come a dir, cangiante. — 161. L'aol. 
Ilare ancbo in Plauto e Ovidio. — lfl2 roìucres erumpere caelo. 
}li uccelli invece di nascere nei nidi, cioè sulla terra, sboccereb* 
)ero imprOTTisamcnte in quell'aria stessa dove soglion vivere, 
alcuni vogliono una virgola ilopo volucres e uniscono erumpere 
:aelo con annerila e peeudes; a torto, perchè non è assurdo av- 
rertir che gli uccelli nascono in terra; e poi animali domestici e 
ìcre SODO messi in relazione e contrasto con luoghi culti e in- 
dulti. Nota anzi la bella varietà dei termini paralleli. E quanto 
i bello volucres erumpere caelo, altrettanto grottesco è armenta 
•rumpere eaelo, che per di più Uscerebbo falsamente intendere 
;hc gli uccelli erumpanl caelo. ~ squamtgerum pare aggett., ma 
potrebbe essere sostant. genit. pi, poiché Lucr. ha squamtgerum 
xeudea; la stessa incertezza che si ha per caprigenum pecus Verg. 
AeH. Ili 221, poiché Acciue ha capritjentim trita tiugulìs, o Pacuv. 
•aprigtno pecari. Cic. Orai. 155 sg. dice della soverchia libertà 
le poeti antichi nell'usar questa forma contratta del gen. plur. ; 
e Lucr. è imitatore di questi antichi. — 164. incerto partu ... te- 
uerent; " sortirebbero indifferentemente come luogo ai nascita, e 
N)n parti promiscui, luoghi culti e inculti »; cioè ferae parto- 
rirebbero peeudes e viceversa. Da intendere come è spiegato nella 
nota a 159-214, f^curs. I; e, si noti, questo è detto appena per 
incidente: anzi forse Lucr. con incerto partu non vuol diro che 
' nascita incerta . ; ossia anche qui, come in tutti gli altri esempi, 
Lncr. non penserebbe elio all'ambiento o terreno produttore, 
lirettamentc o indirettamente, delle specie organiche, non a figlìa- 
[ione necessariamente chiusa entro la specie, i^otto questo aspetto 
S da considerare anche il seguente esempio, che dati fiori o 
Vnlti non posson nascpre che sopra (luti alberi, — 165, con- 
tiare è rimanere eguale a sé stesso, coerente. — 166. Verg. 
Seorg. Il 109 nec vero terrae ferre omnes omnia possunt. — 
'erre " produrre „. — Da unire quippe qui . ..?, non ijiiippe ubi ; 
nme 342 quippe quorum, non quippe ubi. Invece Iti2 quipiìe ubi, 
' LacT. non ai cura di evitare simili ambiguità di costruzione . 



32 DE RERUM NATURA 

tjuippe, ubi non essent genitalia corpora cuique, 

qui po8set inater rebus consistere certa? 

at nunc seminibus quia certis quaequé creantur, 

ITO inde enascitur atque oraa in luminie exit, 
materies ubi iiieat cuiusqtie et corpora prima; 
atque hac re nequeuut ex omnibus oimiia gig^i, 
quod certis in rebus inest secreta faeultas. 
praeterea cur vero rosani, frunieuta calore, 

175 vitea autumno fundi suaJtJiite vìdemus, 

si non, certa suo quia tempore semina rerum 
Clini confluxeruiit, patefit quoti cumque creatur, 
dum tempestates adsunt et vivida tellua 



(Hnnro). — 187 cuigue (1*9 qiiaeqiii; 171 njtusgut, IM <f 
<]ue etc). In Lucrezio questo pronome non BÌgniGca g'tk ogni 
gola cosa, ma è ogni sìngola specie di cose — nel suo linguigfil 
tecnico, b' intende, e non escluse singole eccezioni. È con J 
aver sempre presente. Il Oneissk (Z,i(. ('nìlr. Bt. 1894, coL 16? 
troTa strano certa, dopo l'enfasi che lia yenitalia; e poieU 
rasa, hanno lìerta o terta, propone ferta. Strana la propoita e 
motivazioue. — 168. L'epiteto inater è attributo solito W 
terra, a qui 6 inteso di essa e allargato al mare, a dii-ene qa 
lità ili terreno, agli alberi, e comprende infine anche le TP 
madri. Vedi n. a 164. — ISO. at niiiic; frequente in Luorci 
per passare ilall'ipotesi falsa, o dal fatto che deriverebbe dall'll 
tesi falsa, al fatto vero. — 170. 11 sogg. gtiique è entrato nM 
dipendente, diventando genitivo {cuiusquc) ; v. 15 eg. " 
nuovo, e incontreremo ancora, oras in luminia; cfr. i._. 

IttO-lTl " Poiché per nascere res egent suo (fuaeque timint, Vi 
nascono che là dove ci sia In materia appropnata, di cui tali "" 
possono formarsi. , — 172 hac re = hanc oh rem; in I 
solo <iui; una volta o due anche in Cic. - 17S secreta ' . 
ciale, distinta ,; " nelle singolo specie di cose^ c'è una speeialf 
ilisHnta potenza riproduttiva. , (Jaesti versi dicono appunta (e 
Excars. I) che il rapporto fisso tra produttore e prodotto, 
e generato, k il segno che e' è davvero produzione, gemi 
zlone. — 175 suadente, ilei mite autunno, è dolce e bello. 
fundi, cF. 351, V 820. 'JI4. — vite» per drag; Hpr. sostitnisee W 
K'altro uvas, perchè in Cie. Cat. m. 53 rilem fundi è detto* 
tener le viti spaziate. Ha eii> non esclude che fundi abbia qbÌ 
senso qui richiesto (nota che qui fundi non è un vero pwiiw 
una volta che vite» sta per ufaa. — 176. " Se non perohi "" 
cosa che nasce, allora appare, qnando detcrminati semi, npl tt 
loro conveniente, con Uniscono ; quando insomma e ^perchè ci 
le stagioni favorevoli (il qual " favorevoli „ è implicito in ** 
staten anziché in adsunf), e la terra piena dì vitalità pub 
fuori i teneri prodotti (pur mo nati e quindi ancor tcnf-' 
euro da infeste influemc almoaìcTiiVa, ,<3f.Yf " "" 



LIBER I 167-185 33 

tuto res teneras effert in luminis oras? 
180 quod si de nilo fierent, subito exorerentur 

incerto spatio atque alienis partibus anni; 

quippe ubi nulla forent primordia, quae genitali 

concilio possent arceri tempore iniquo. 

nec porro augendis rebus spatio foret usus, 
185 scminis ad coitum, si e nilo crescere possent; 



noros soles audent se germina tuto credere» — 180 subito; qui' 
non *" d'uiì tratto, in an momento « ma " improvvisamente, inopi- 
natamente n — exorerentur^ e II 507 exoreretur. La forma exo* 
riretnr -entur non entrerebbe nell'esametro. Questa forma exorer,,. 
anche epit. Iliad. 875, e il semplice oreretur Paulin. Noi. Carm. 
15, 59. Il Neue (lat Form. II p. 418) osserva che i poeti dell'età 
augastea non usano nò exoriretur nò exoreretur, e che nei codici 
dei prosatori, e nei più esatti, son così frequenti oreretur e ore^ 
rentur (e Liv. 27 27 3 cod. Put. exoreretur)^ che non si posson cre- 
dere sempre errori di scrittura. — 181 spatio = tempore; cf. 184. 
234. II 78, ecc. — 182 quippe ; ** naturalmente I • — 18S con- 
cilio; concilium (= avyx^iatg di Epic. e Dem. e anche delle scuole 
affini in questo punto, come Emped. e Anassag.) ò la parola 
tecnica lucreziana per indicare la unione dei primi elementi (atomi) 
a formar le cose, e quindi le cose stesse * i composti „ ; concilium 
genitale è dunque ** l'accozzo e la combinazione generatrice „. — 
11 doppio ablat. in diversa funzione non fa difficoltà, quando 
non nasce ambiguità. Lucr. ne ha fin tre: 1021 nam certe neque 
Consilio primordia rerum ordine se suo quaeque sagaci mente lo- 
carunt. — 184. porro è particella che Lucrezio usa con speciale 
predilezione, e di solito non già come semplice passaggio ad altra 
cosa, come ** inoltre „, ma por accennare a uno stretto rapporto 
col termine precedente, sia — e questo è forse il caso più fre- 
quente — come contrapposto, come un '^ d'altra parte „ (p. os. in 
questo primo libro: 325 379 444 508 526 529 587 651 1008), op* 
pure come complementare o conclusivo (194 254 690 960), dove 
puoi ancora tradurre con *" d'altra parte „, o con "" quindi poi n 
e simili. Il Gneisse ha trattato in disteso di questa particolarità del 
porro in Lucrezio {Jahrb. f. class, phil. di Fleckeisen, 1881, p. 497- 
507), tentando dimostrare che sempre esso designa un rapporto 
siffatto; ma ò una tesi esagerata e per buon numero di casi aifatto 
insostenibile (v. Briegeb, negli Jahrsher. di Bursian, 1881); più 
volte porro è per Lucr., come per gli altri, un semplice * inoltro „ ; e 
così potrebbe intendersi nel caso nostro; ma in effetto anche qui ò 
qualche cosa di più: ciò che procede si riferisce a condizioni del na- 
scere delle cose; di qui innanzi si considerano condizioni dei crescere. 
Vale dunque: * E similmente quanto al crescere delle cose, si ve- 
drebbe questo e questo esempio. „ Segna dunque il parallelismo, non 
di due termini^ma di due serio di termini. — augendis rebus dat. come. 
versihus scribendisr, 24. — 185. seminis ad coitum; vale a diro: 
* non ci sarebbe bisogno di tempo per il successivo aggiungersi di 
tLÌiti primùrdia «. 11 Munro non pensa qui a un significato delia pa 

LucBcna De rerum natura, ^ 



M DR RERim NATURA 

nain fierent iuveiies aubito ex iiil'antiltu' |)arvì&> 
e terraque exorta repente arbtista salirent. 
quorum nil fieri manifestumst, omnia quando 

rota stmun diverso dal consueto di ' some ■, n qoìndi apiega >i*mÌHÌt 
ad coilum corno " di>po avvenuto l'aggregamento Bominale , e ciu 
per quest'uso di ad VI 311) mi iclum ima. si tratta di un imm»^; 
dialo elFutto del oolyo; " al colpo n) e alcuni altri f>si>nipi (CÌ«. ai 
hoKpitum ailnenluin, ad meunt adnenltun * all'arrivo debili o»pìtti 
al mio arrivo , e nitri J, dove sempre risponde il nostro " a . comi 
un ' subito dopo e per effetto di „, Uà ognun vede che il casoi 
qui direrso. K se c'era luogo da evitare un tale uso di uà ott 
proprio questOi dove tanto naturalmente ad si presta ad easint 
inteso nel suo comunissimo senso finale. Di più. l'osserv aziono 
incidentale che il crescere 'avvenga posi itminis fuitum è non lott 
superdua, ma contro la natura della dimostrsKione, implicami 
come dato eif) ohe gli avversari non concedono. Cbe uno dica à 
non Ta con H. e quindi ncppur con C. si capisci-; ma che <iop 
dimostrato che A non va con ti, acpingendusi a dimostrare, co 
ili mostra /.io ne affatto indipendente dalla prima, elio A non 1 
neppure con ('. accenni per iiicidtinza e senza scopo all'" A na 
va con fl„. non è naturale. Di più, ae gtmini^ ad raitiim non cui 
tiene la ragione por cui ii«tix e^t s}tatio aui/tudia réìiua, quei 
ragione, cioè la precisa ragione per cui ci vuol tempo, non 8_, 
• rebbe punto detta, o non è di Lucrezio il lasmrla sottinienden 
Infine, se qui -it^inf» non eignilìca che "seme,, e non t(\k i pi-imO'Vti 
onde 1" I-ose nate si nutrono e crescono, lo sirsao vale per MnieM dv 
verso I8U, e or vedremo che appunto per ciò il MiniroA custrctM 
ivi a una violenta congettura. Ut del resto 221 arUrno giiia eoi 
itaiit semine qitaeque. — I8U Dal generale rt» passa a un cai 
Bpecialo. Iiomvtn.i. die son Tacilmi-ntc Bottint««Ì, e son lanciati n 
po' nel vago, anche pcrcbè stanno a rappresentare tutti gli ani* 
mali. ~ subito; qui ' d'un tratto . — infantihu' ; non il 
Lucrezia, sopratutto a questo posto del ver«o. l'elisione (ti s 
(■he s'incontra ancbe nei verui di Cicerone, ma chi! poi Cic. i 
danna come qualche cosa di subiu»lieum. (Unii. ini). — iMl, Ji 
il bel ritmo imitativo. — In Lucr. sempre arbimla ^ arftorn. ci 
non entra nell'esametro; invece sempre arboribua, e l'unico ar&Mti| 
V 1376, ha il suo proprio senso di piantagioni. — ISh, ^ 
= quando qiiidem, e/twitiam è normali; in Lucrezio. Cf. Hlani 
tiuando ila Ubi luliel, pale alqut salve; Ter. Ad. 2 4 quanti» A 
bene aiietesiiil; Quint. Invi. 5 7 6 tolum it/itur exfuUaHiui Itte» 
quando univetnom inslilulìonem Offi/feaai eumui; li H 5 Ctir bl 
Kit orator, quando, qitod diffieilitui eH, oratorem faci/; Plln 1" 1 
Xee fiaminibun of/j/eiila t'vra sem/ier luudabilig, quando «enua 
tata quaedam uqiia. In questi casi un fatto fuori di diacuMÌa 
i dato come fondamento d'un fatto in discussione o d«liborasHM 
Tao. Ann, 1 57 Vulidiore opud eos Armitiio, quando beUnim a» _ 
dehat. Qui son due fatti fuor di discussione, di cui uno h da) 
i dell'altro; ina son due fatti diversi. Nel nostro Iooki 
i certa negligenza con effetto tHUtoloiiioo. paifiU 



M<j Aonwt fi^ti 1 



. neglig 



LIBER I 186-190 35 

panlatim crcecunt, ut par est semine certo, 
1» crescentesque genus servant; ut noscere p()33Ì9 

con, e an et sarebbe piii a posto del quando. La negligenza o è 
iiata dn ciò cbe il poeta non penaava al solo paulatim ereseunl, 
ma a. tutto il resto; conio a dire: " quorum nil fieri manifeslum 
tst dal momento che noi vediamo essere legge generale- che ogni 
specie di cose cresca lentamente, perchè non può alimentarsi die 
di materia specificamente determinata, e, appunto perciò, cresca 
fedele al suo tipo specifico „; oppure in ntl fieri c'è il pensiero 
nil fieri posse {" poiché vediajno esser legge generale che ecc. .). 
Appunto cosi è nel passo parallelo II T07-T09. dove nil fieri va 
inteso come nil fieri posse, poiché c'era pur chi creilcra alle cbi- 
merc. alle aemiferae hominum *pecies, agli uomini trasformati in 
alberi; e il poeta vuol dire: di queste cose noi non ne vediamo 
avvenire; e ee qualcuno pur ci crede, s'inganna, perchè noi ve- 
diamo esser legge generale che omnia crescant genus consercanlia. 
In fondo è come se noi, invece di dire: " l'esperienza ci insegna 
che queste cose sono impossibili, perchè a legge j;encrule che — . 
dicessimo: " l'esperienza ci insegna che questo cose non avven- 
gono, perchè h legge genrrale che..-,. Non crederei per allro 
fondato il sospètto che li TOT-TOìI, come formalmente piìi corretto, 
sia anteriore al nostro passo, perchè c'è in quello la evidente in- 
tenzione di riferirsi a questo- — IS9-ltfU. Due versi lormcnta- 
tissìmi d«i critici, e che hanno dato luogo a molte proposte. Di- 
remo delle p''incìpalì. Lachm- con troppo ardita modificazione del 
testo... ut par est semine certo Crescere, res'jiie genus sercanl, e 
cnsl il Bern. ; il Munro è sicuro d'una lacun», e si tien sicuro 
d'indovinar quasi alla lettera ciò che c'ora, scrìvendo: ut par est 
[lem/Mre certo, Bes quoniain ereseunl oiitnes de\ «emine certo ere- 
seenleague genua sercant. Ma tempore cn-to oltreché, in genere, è 
tautologico, non resterebbe escluso, in ispecic, anche se il crescere 
dtdle cose fosse multo pìii rapido. E poi: * le cose cri'scuno len- 
tamente, perchè nascendo da un seme specifico ciò determina an* 
che il tempo della loru cresciuta nf A parte la già notata man- 
canza di rapporto tra tempo fisso e tempo lento, che il seme fìsso 
implichi tempo fisso di cresciuta è vero per noi, è vero anche por 
Epicuro (cf. 5&1 sgg-', ma qui risulterebbe una afffrnmzione gra- 
tuita, e non sarebbe poi un argomento contro il crescere de uilo. 
È vero, dico, anche per Epicuro appunto per qnclla ragione che 
il Munro vuole qui eliminare, cioè che, come il scino e in confor- 
mità ad esso, è specificamente determinato anche l'alimento dei 
nati (semine eerto; cf. nota a 1H5). Suskmihi. {Fhil. 23) confuta 
parecchie mutazioni proposte, Hccetta semine cerio come ahiac. 
us'ilnto non si lascia imporre dal solecismo cresr.eiiles riferito a 
oinMi'a. ma trova in genus seri-ari un momento estraneo alla di- 
mostrazione, e conclude per una lacuna tra 18!) e 190; nella quale 
il Krieger farebbe perciò cominciare un nuovo arguincnto fondato 
appunto >ul genus sere<iri. lo fcon Poli.k, l'hit. ÌC>i non tocco il 
testo dei idm. e non trovo necessaria la lacuna. Susem. e Brieg. 
banoo visto giusto che qui ci son due argomi'nti: m\\ i due ar(;o- 
iHOti ai sono intrecciati a formarne un sulo- E si vede comft 



36 DE RERnM NATURA 

quicque sua de niiiteria praiiilesccre alu|iie. 
huc accedìt liti sino certis imbrìbiis anni 
lactificos nequeat fetu3 subiuittere tellus. 
nec porro secreta cibo natura nnimatitum 
ì propagare genus pussit vitamque tiieri ; 
ut potiua multis oommunia corpora rebus 



Lucrezio poteva liìrc: 1." »e alberi e finiiiiali croBCCSsero < nit(L- 
crescerebbero d'un tratta; so crescono gradatamente è percn 
crcBCono per alimentazione, che richiede tempo. 2.° cre«cono gtmé. 
aermnUa; perchè f perchè crescono per alimcntnziono anociiìc»^ 
niente determinata; dunque non crescunt e nilo. Mk noli pspons 
il primo punto, invece di: crescono gradatami^nto, bn detto «eli* 
s'altro: cri-gcono Unlninente ; e a spiegare il lentamente, non basta 
il bisogno di aliniontOi ma oÌ vuole il bisogno di alimento sp?ct 
fico; che, HP qualunque materia potesse esser nutrimento, autU 
impedirebbe (nella fisiologìa epicurea) una cresciuta «ncho rapittu 
sebbene non subitanea; ma richiedo invece tempo non brere i 
processo di estrazione di quelle solo qualità di primoiitia cb* 
entrano davvero a far parto dell'individuo crescente. Ora. poicU 
111 aemi'ne ngtre s'era sostituito il eerta aemin* egere (come gik !• 
dne cose erano diventate una negli argomenti in prova di ni 
NASCI de nilu), la seconda prova s'è presentata alla mente àtt 
poeta piuttosto come una conferma di codesto cerio semine tgert} 
I- i^uindi dice: ' lo cose crescono a poco a poco, come è ben natsrat 
poiché crescono solo appropriandosi de' materiali speciflcAtament 
appropriati : o crescono conservando i caratteri della speoie, ■ 
che appunto conferma che s'alimentano gtiieque ile sua tnalerio.. 
Al Brg. pare intollerabile il solecismo crescente» e perciò vuole li 
Incuna tra ISti e 100; ma a me pare che ci sia it nodo intenzit 
nnle: crescunt, erescenlestfue. Appunto perciò ÌI poeta aveva bìsogw 
di mettere questo participio al princi(>io del verso, e non potevi 
metterò crescentia: sicché il caso è simile a 56 ag. rea... eadn 
perempta, che il Brg. giustifica appunto dalla difficollà di metter 
easilem peremptasne\ verso. E qui la licen/.a è tanto piiì nalnrah 
in quanto al pensiero, passando dal generale nllii «pecitìcaiioffl 
slava piuttosto davanti res (184 rebus a^rtniiii) ch« omnia. — j 
Nencinì propone: crescunt atgue; la miglior correv^ione, se onl 
correttone fosse necessaria. — 189 Kninint errtu; in U 708 » 
minibus certìs non va ritento solo a errata, ma anche, anssì » 
pratutto. a ci-escrntia: che solo cosi il verso dice, incidentalmentflc 
il perche del fatto mnnifesto. — 19i huc aeceilit ni ; mitra tonut 
di introduzione di un nuovo punto, frnciucnti- in Ijiieremo. -* 
fcrlis " qui fiont certis temporibus anni . — IW tubmOttrti 

l'f. 8, — 184 povro; perchè questo fatto à consecutivo n «■• 
ditionato al precedente: "né mancando cosi di cibo U mainr* 
iinimantxtiin alla sua volta potrebbe ecc. n — se^rtHa " pri- 
vata,. — I9&. C'è un lartgor neiit^tar. — IS6-I9S Utcr.hA 
parlalo, sopra, di nliinentaeione specifìen; e veniva in imni* 
'■ Due: quanti cibi son comuni a moltissimo «p>'ci 



LIBER I 191-204 37 

multa putes esse, ut verbis elementa videmus, 
(juam sine principiis ulla rem existere posse, 
denique cur Iiomines tantos natura parare 

210 non potuit, pedibus qui pontura per vada possent 
transire et magnos manibus divellere montis 
niultaque vivendo vitalia vincere saecla, 
si non, materies quia rebus reddita certast 

:*')4 gignundis, e qua constat quid possit oriri? 



nato che cibo degli animali sono i vegetali, e Tobieziono ingrossa: 
dunque i priinordia di cui son fatti i vegetali son gli stessi di cui 
si compongono gli animali; come mi dite dunque elio re;7a 9^mi;ia 
serrani genera? \ e Lucr. sente il bisogno di anticipar breve- 
mente un punto che spiegherà poi (li 581 sgg.). In tutte le coso 
si trovano moltissime specie di primordia, e ogni specie di pri- 
niordia è comune a moltissime specie di cose; sono i totali che 
sono specificamente diversi. Quindi viene cbo da un medesimo 
cibo più specie ricavano sìa dei primordia comuni ad esse tutto, 
sia ciascuna dei primordia speciali per essa. Dunque, se anche hi 
massa dei primordia degli animali era prima, air ingrosso, una 
massa componente dei vegetali, la molto variata distribuzione di- 
versifica animali da vegetali e le diverse specie degli uni e degli 
altri. E come Lucrezio avrà sposso occasione di ritornar su ciò, 
così ripeterà anche spesso la similitudine delle lettere deiralfaboto 
che sono gli elementa delle parole. Vedi in particolare a II G88 sgg. 
e lo studio: / Quattro elementi ecc., a I 808 sgg. 

Come si vede, Lucrezio, già da un po', ammette senz'altro una 
varietà dei primi elementi materiali, di cui tratterà espressamente 
più tardi (li 332 sgg.); ma n'ha il diritto, perchè la cosa risulta 
implicitamente provata dairargomento 159-173. — 197. ^ ut mul- 
tis verbis multa elementa comunia esse videmus „. — 198. prin- 
cipiis; vedi nota a 55. — existere s'accosta qui al nostro ^ esi- 
stere „, ossia abbraccia il nascere e il vivere. Similmente 203 sg. 
tnateries rebus reddita certa est gignundis * c'è una materia 
determinata a costituir le cose „, e oriri (204) comprende del pari 
l'esistere. Anche in queste provo cavate dal crescere sta presente 
il principio da dimostrare nil fieri ex itilo. — 19t>. denique; 

V. nota a 17. Introduce di frequente la penultima d'una serio 
di prove , come postremo l' ultima. — 200. per rada " a 

guado ,. — 201. Nota la bella allitterazione. - Ì02. Coll'allitt. 
ri' vi' vi' e col cumulo rivendo ritalia si fa sentir la lunghezza di 
codeste vite. — saecla; solo qui e nei passi affatto simili III IHG. 
1088 saecla ha significato temporale, non però '^ secoli „ ma ** ge- 
nerazioni „, come prova anche la imitazione virgiliana Geor. II 295 
multa virum volrens durando saecula lincit, — 208. reddere è 
frequento in Lucr. con questo senso di " attribuire „. — 204. con- 
stai ''resta fissato n* "- ^ (/'<« (/'"''' possit oriri constat; ''dalla 
anale che cosa possa formarsi resta fìsso „ ossia: ** pei caratteri 
aella qual materia restan determinati i caratteri e limiti (possit) 
di ciò che vien ad esistere „. I caratteri dei primordia onde consta 



38 DE RERUM NATURA 

208 [lostreino quoniam incultia iiraestare viijt^nius 
cultii loca ot. inanibu9 meIiorÌ9 reciderò fetus. 

210 esse vìdelioet in terris iiriniordia rerum, 
quae iios fecundas vertentes vorin;ro ^Uihas 
terraiqiio solurn subigentes cimiis ad ortus: 
quod si nulla iòrent, nostru sine quaetinc labore 

214 apontu sua multo Beri meliora videres. 

305 nil igitur fieri de nilo posse fatendumst. 

un nomo non renilon pOBsibìle un coariliiini di inuffglor mole iii>l- 
l'uiiitinH; i caratteri d^i jirìmordia dell' eli-funtp r<-iiiton iiomìMU 
un concilio ili mole maggiore. — 3i>U. mimilm»; il Mnnro lo 
dice un hIiI. inutr. " per opera delle mani .; ma non è improbxbiU 
ctie sia dativo, creddere 'restituire, dare in ripumbio.. — Slu «^ 
itclirrl, ro«triiÌtfl all'arcaica come vi'rhre tiM; cosi ifiUftt 11459. 
E al oiintrario II 8011 srire licei cottniìto come sriliret — SII ■(. 
~ V *210 ag naho nuae nos invece di si non. Vedi, «otto, la not« 
205-207. — eimim; il solo esempio (qui e nella ìtcraMuni^ V 211 1 u. 
rire; del rento Luer. usa senipri- cirre; ha per6 ronrir^, ptixirtj 
rxcire,{r.xe'lu8). — 214. Pirchè multo mclioraf Avi-ndo detM' 
prima che liir.a culla danno felHH meliares, qui in»«?rte il rapporto) 
mentre a rigore era solo dn negnrc la disparitù. Od nnrho è da in^ 
tendi'ro rarieiii et ctinm multo meliora, quasi un'eoo drtH'orgomfiil* 
preeedento 1!III-2(M. — 2.l5-2tt7 auno manifestamente concliuionir 
non dell'arg'. mento 199-204. pel quale non vanno, ma di iurta la 
dimostruzionc 159-214 tiil fieri « niVo, omnia sgniini' ei/ti'f, u nelU' 
loia gencrnijlà rispondono alla generatiti^ di 159 ss. (unttc ai con- 
ferma l'osservezione fatta sopra, che eon 15!) Ng. Liicri^aio pensava 
non solo alla teHÌ del jiriino argomento, ma n nuel'a di tutta la 
dimostrazione). Ho dunque mossi 2U5-20T qni alla line, come già 
da nitri è stato proposto e 'atto (Stlirenberg. fiockemullcr, Hrieger)^ 
l'uò <-m'-T tuttavia che in oriamo fnKsero rcattnente scrìtti dopoSlM, 
perchè l'ultimo argomento 208'2I4 dà sospetto d'ergerò ana ag- 
KÌunttt fatta poslcriermenle dal poeta, quando, nel lavorare al 
V libro, venutigli i duo versi V2I0 tg., pensò che potrvano fori 
iiirgli un nuovo ariromentu por qui. Di casi simili ne in con tre rem' 
parecchi. KHgioni del sospetto sono; anzitutto il trovarsi qui-ab. 
urgument», nella traili/.inne dei Cidicì, dupo In cuncluaione geoe^ 
rale 20q2iiT Poi l'argomento stesso è alquanto remolo, e sopra- 
tuito non k limpido; t' è tnciuiu il momento l'tisenxiHio che, Rine' 
eandu come il lavOrn niodìQch! i proilotli del'a ti-rrn, tlimoàul 
rcKistenza in essa dei primordia ; vale a dire che lo smovìmmiU 
della terra ha per elfutto il ravvicinarsi di certi primordia, t 
quindi rende possibili certe combinazioni somimtll, elle nltrimvntl 
non avverrebbero. Questo era da dire (e par probabile che l'avrehlH^ 
dotto BC scriveva quest'argomento mentre il penaìera era tutti 
rivolto alla sola dimostraKÌonu tiil iln nilo) anxiehè fuststern t 
grande futiea, come fa nei due versi 211 sg, appunto quelli 
munì al libro V, dove sono del tutto naturali e richiesti dall'ai* 
gomeuto. lil aggiungi che là cimiis ad orliis ha il suo naturai* 



LIBER I 208-214 205-207 215-222 39 

semine quando opus est rebus, quo quaeque creata 
07 aéris in teneras possint proferrier auras. 
15 Huc accedit uti quicque in sua corpora rursum 

dissoluat natura neque ad nilum interemat res, 

nam siquid mortale e cunctis partibus esset, 

ex oculis res quaeque repente erepta perirei; 

nulla vi foret usus enim, quae partibus eius 
SO discidi um parere et nexus exsolvere posse t. 

quod nunc, aeterno quia Constant semine quaeque, 

donec vis obiit, quae res diverberet ictu 

oggetto fruges (non importa se materialmente oi manca la parola), 
mentre qui T oggetto primordia ha del forzato (non i prinwrdia 
stessi oriuntur!)^ e si sente in certo modo la violenza nell'attacco 
quae nns. E di qui la poco felice connessione coi due versi se- 
guenti, dove è invece costretto a distinguere tra primordia i quali 
santy e le fruges (che quaeque sono le diverse specie di fruyes) 
che oi'iuntur. Anche StUrenberg credo aggiunti posteriormente 
208-214. Si oppone il Susemihl {PhiL 44 p. 6) per il parallelismo 
denique^ postremo 199, 208 e denique, postremo 238, 250; una ra- 
gione che n<in è senza valore, ma non basta a togliere il so* 
spetto. t; *^7- aeris aurue fi^quentissimo per aer. — teneras; 
cf. i[ 146. E un agg. che anche in altri poeti s^ accompagna vo- 
lentieri con aer^ pur senza necessità. 

2ló-3tf4. Vedi Excursus II alla fine del libro I. 

215 sg. Questi due versi, p. es. (direbbe il Woltjer, v. nota a 
215 264, Excurs. Il), suonano atomistici. Eppure li potrebbe accet- 
tare anche Anassagora, pur tenendo la sua dottrina, che è il vero 
opposto deiratomismo, la divisibilità della materia alT infinito. An- 
che 217 par che dica ** se si può proc«*dere nella distruzione sonza 
che s'arrivi a parti ultime indistruttibili n\ ma in effetto dice solo: 
' se la distruzione può procedere tanto, che non sopravanzino 
parti non distrutte „, e ciò potrebbe dire anche Anassagora; che 
annichilimento vai quanto dire: nessuna rimanenza dello parti- 
celle di materia; e quindi il verso non vien che a diro *^ se lo 
co^e perissero con annichilimento della loro materia „. Leggendo 
tutto il brano, tenendo presente la teoria delia divisibilità alPin- 
finito, non incontriamo in realtà nulla che ad e^isa ripugni. È im- 
portante la difesa, che qui facciamo, della correttezza logica di 
Lucrezio, per ovviare all'erroneo concetto di arbitrari rimaneggia- 
menti, da parte di Lucrezio, do' procedimenti logici di Epicuro, 
onde potrebbe vanire un non esatto apprexzamento del poema 
come documento per la storia della filosofia (cfr. voi. I p. 74). 

216. dissoluat; sempre quadrisillabo in Lucrezio, come dimo- 
stra il Lachm. — 218. L'argom. parto dalla considoraziono del 
tempo ma passa Mubito (v. sg ) alla considerazione della forza ; resta 
quindi la accennata affinità col 3.» arg. ; cf. 184 sgg — 221. quod 
nunc; v. quod cantra 82. — aeterno semine * di materia aeterna „; 
cf. 185. — 8 2. obiit^ e 217. obeat ; olire ** andar contro » — 



iO DE RERUM NATURA 

ant intus peuetret per inania disHoliiatiiue, 
nuUiiis exitium patitur natura vidori. 

.j.)5 praeterea quac cuuique vetustate amovct aetas, 
si penitus peremit tionsunions matericm omncm, 
uiide animale genus generatici iu lumina vìtne 
redducit Venus. aut redduetum daedala tellus 
unile alit atquo aiiget generatim pabula pracbcas? 

..gg linde mare ingenui fontina externaque longc 
lìuinina suppeditaut? undc aether fiderà jmscit? 
omnia enim debet, mortali corpore ijiiao sunt, 
infinita actas consiimpse ante acta diosigue. 
quod si in 60 spatio atqiie ante acta aetnto fiicre 

tlirerberet ictn " die possa diveller le parti per solo efftitto d 
uolpo .. Dititingue dunque due modi coti cui s'opera In disaot- 
xtone, uno extrinsfcus per irtum l'altro inlriuserun. Con minoi 
lirevità descrive le due cose 528 »gg. e V 351-804. — direrherfl; p« 
la proprietà iutensiva, e quindi poetica, delle parole, seenatamenti 
ilei verbi, Lucrezio non sta indietro ili Virilio. — iit. i 
genit. di nihìl- — Wi/eii; qui è quasi un fierij come i) 
•paiyi<i9at por eìiat. — 225. umuvel ; ci. YntpayiCny dì^Ep 

curo. — S2<1, peremit\ è t«inpo presente; oF. 216 inltrrmat, « ' 
•J16. E la grafìa corretta, come neglego. inUlUgii. — 987. ^«nt 
ralim; ' nelle diverso specie „. — lumina vitat ; ritorna altrovi 
o l'ha Virgilio. — 22». reddiicil, redduetum; come reddueun 
IV 990 e redducfftX 133Ó. — daedala; of. 7. —829. alil atqof 
auget; Lucr. ama questa coppia. — Nota il ripetuto generatim; il 
poeta non pub pensate a materia prima, senza pensare a materia 
prima specìfica. — 280. inaenui; qui ha Ìl senso primo, ptÌmol«' 
gico: ' fonti indigene, native, sorgenti del fondo ateiiso dfl miir«,i 
ed è contrapposto agli exlerna flumùia. Cf. VI G13 itUdt amo,» fa>ita; 
ed era infatti una opinione di antichi, combattuta da AriiitotclK 
che ci fossero codesto fonti del mare in mare. — longr (mas., ni 
c'è ragione di mutare in large col Bern.) * venendo da lontano ■ 
Cf. fra altri esempi lin Munro) Cic. Ad Alt. V 2 2; eum ììorUiuiu 
rfntret... tam Ungi. Idealmente è jiui da unire rorso piii e 
rWf cHfl che col verbo; "la rornidconuitìumi dal di fuori, che Tonfa 
da lontano; o clif ve l'apportano da lontano „. — 2SI. «i 

H'-dilant " provvedono , con un oggetto, mare, contro il aolito. L 
Muiiro confronta indulgere^ insernire, p^rcfre, che, pure, nel latini 
arcaico si trovan costruiti coll'acc. in luogo del dat. (inutrrù 
ainanlrm). K oosl è da intendere il passivo unde omnia nappM 
tiinliir li 5flS (cf. Cic. Cat. II 25, quiliua rehiit wos suppriUtaouir 
-^ undr. etc; V 6'JT si dice possibile che le stelle si nutrano i 
fuochi accorrenti d'ogni dove; cf. I lOOO e V Ii2&. e Vorff. Jti 
[ BOR. /latufi diim eidfra pascei. — 233. inf. art. . . . anU aHi 
« poi ancora ditsque dii un certo sentore di questa gran lungbrai 
— cansumpse, sincope simile a abslraxe prolraxt. Yirg. Imxt, rin 
wfó w ww/ Owicio; aitrr»*» t^to. — Hi. sg, "^ ' 



LIBER I 223-241 

qiiibus haec rerum consistit miinma refecta, 
miortali-Runt natura praedita certe, 
aut igitur possunt ad nilum quaeque reverti. 
eiiique res omiiis eadem vis causainie volgo 
tiificeret, nisi materies aeterna teiicret 
Iter se nexu minus aut magis indupedita : 
ictus eiiira leti satia esset causa profect» ; 



aK-rialì, onde questo mondo »'è rifabbricato, vuol dire che questi 
teriali non sono stati distrutti nelle distruzioni di mondi ante- 
ri, non sono distruttibili, ossia sono eterni, né lo cose periscono 

nulla .. — 335. haee rerum summa. Per solito haec rerum 
miia significa: questo nostro mondo (come qui, sebbene qui ciò 
■ ai dice s'abbia a intendere anche degli nitri mondi), rerum siim- 

(senza haec) significa: !a somma di tutte le cose create, quindi 
londi tutti; e le due espressioni per solito non significano i'uni- 
'Bo, Yoinnf. comprendente cioè anche gli atomi liberi nell'infinito 
^zio. Pure qualche volta rerum minuta = omne [333. lUtlS), e 
t volta (VI, 606) inv.jce = haec rerum samma. — 238. ro/i/o; 
i vedrebbe come cosa solita, ordinaria ,. — 339. * pofrebbu 
tniggcre ogni specie di cose „; co/ificere è = peniliig perimere. 

II lOU'i sg. — 289. teneret, * le mantenesse (quelle cose) le 
icsse insieme (più o meno) coi suoi maggiori o minori inlrecci „ ; 
nus ani magìA ha qui la maggior importanza, e s'Iia a inten- 
■e, in fondo, anche di teneret. Oppure, e meglio: tenerci intransit. 
e non tenesse duro, ho non resistesse una mntcria eterna avente 
a coesione or maggiore or minore „. Cf. VI 51'J. S'intende che 
lupedita s'accorda con materies- Niente di strano o illecito, che 
1 Lucr. accenni, nella sua espressione, alla spiegazione che darà 
i del molle e del duro, come col rc/ccla (2ito) ci fa balenar sin 
rala teoria dell'eterno rinnovarsi dei monili ^ e quanto al ripetuto 
trna, è perfettamente legittimo, perchè irreducibilitù al nulla 

tleraiti). E neppure è strano che Lucr., in un altro concate- 
niento, dimostri ancora ed espressamente la eternità degli atomi 
0-&47; vedi Voi. I p. 43, n. 2), usando di questo stesso argo- 
nlo. Qui dimostra che le cosie perite non son perite nel nulla, 
rimt'nti le cose attuali sarebber venuto dal nulla (ciò è detto 
la forma interrogativa di 227-281), contro il già provato vii e 
o; e l'eternità della materia ne è la implicita e naturai con- 
[ucnza: là, ripetendo brevemente la dimostrazione di qui, cava 
iressamenie la conseguenza dell'eternità. T>i un cìrcolo vizioso 
n c'è neppur l'ombra. — 241. lactii*; Il seinplice contatto, 
iza colpo. — Hatig; per questo satì^ usato come aggettivo " suffì- 
nte , opp. come avv. * in misura sufficiente , sonzn genitivo 
rtitivo, cit» il Munro: Cic. De fin. Il 84 eatis est Uhi in te... 
te»iiliiim; auct. ad Her. princ. ri'j" salii otiiim studio siippe- 
are; Cic. A/I Alt. XII 50 si satin cunsiliiim quaiìam <U re ha- 
•em: Oviil. Mei. Ili 14i) Forlunamque tiie« haliuil silis; Verg. 
n. XI 366 sai funera fusi vidimus ; Sen. llerc. Oet 1829 reli- 
!ae auxilium dabunl; Erunl snlis praeaidia. Vero è che il 



42 DE RERUM NATUJtA 

quippe, ubi nulla forent aetcrno corpore, quorum 
contextum vis deberet dissolvere quaeque. 
at nunc, inter se quia nexus principiorum 

245 dissiiniles Constant aeternaque materies est, 
incolumi remancnt res corpore, dura satis acris 
vis obeat prò textura cuiusque reperta. 
haud igitur redit ad iiilum res ulla, sed oranes 
discidio redeunt in corpora materiai. 

250 postremo pereunt imbres, ubi oos pater aether 
in gremium matris terrai praecipitavit: 
at nitidae surgunt fruges, ramique virescunt 
arboribus, crescunt ipsae fetuque gravantur: 
bine alitur porro nostrum genus atque feraruni: 

255 bine laetas urbes pueris florere videmus, 

fronrjiferasque novis avibus canere undique silvas: 

Madviff (a de fin. II 84) vuol sottilmente distingaerc e Yorrebbc 
praeaidii^ otii; e il Lainbino legge consilii ; ma io non vedo al- 
tro, in tutti questi casi, se non che satis è sentito avverbial- 
mente, anziché in funzione di aggettivo quantitativo; e non vedo 
perchè «nche Cicerone non potesse pensare e scrivore: in U 
praesidium fsse satis; otium suppeditare satis; consilium hahert 
sati'i. — 242. nulla per nuìlae res, — -4:{. vis . . . quafquf; 
quaeque ha qui una particolar forza distributiva, che 8i estende 
anche airogg. quorum contextum: " una forza più o meno grande, 
secondo i Ctasi h. — 245. Constant non è semplice sunt (come 
vuole il Munro) ma dissimiles Constant = son combinati in modo 
più men stretto e complesso. — 24G sg. dum obeat vis re- 
perla satis acris prò textura; reperta " che sia „; ama Lucrezio 
questa parola, e Fusa anche ploonasticamento. — prò "in ra- 
gione n (della struttura). — 24W. discidio; " dissoluzione, di- 
sgregamento „ ; è la parola tecnica di Lucrezio pi*r T opposto 
di concilium, Emped. Anass. ecc., us«no duhc^ifatg come T oppo- 
sto di avyìCQiaig. — 250. sgg. Quest'ultimo argomento si presta 
a descrizioni poetiche, e subito Lucrezio, come suole, ne profitta. 
L'affine argoni. 2.<>, pel suo carattere negativo e generale, ha in 
vista (235) anche (nelTintimo pensiero di Lucr.. sopratutto) il rinno- 
varsi di mondi nelT infinito; questo 4.", naturalmente, è tutto chiuso 
neir esperienza di questo mondo. - 250, pater aether etc È il 
mito arie, antichissimo e rimasto sempre vivo nel mondo claMico. 
delln nozze del cielo e della terra. Vedi a II 991 »gg. Cf. Vorg. 
(ieor<f. II 325 Tarn pater omnipotens fecundis imhribns aether 
Coniuf/is in (jremium htftae desrendit etc. — 252. nitidae^ aii 
agg. che, come /««/</<», s'unisce volentieri a /^/'w^^^. - 2«>S. Noi» 
il ritmo, imitato in Verg. Ed. X 54 arboribus: cresrent illae 
crescetis amnres, — 254. porro; nello stesso ufficio com« 

194. -^ 255. sg. Son messi accanto il chiasso dei fanciulli e il 
cinguettio degli uccelli. — canere = canta resonare; cf. Àetnn 



LIBER I 242-265 
hinc fessae pecudes pingui per pabula laeta 

■ corpora duponunt, et candens lacteus umor 
uberibus inanat distentìe: hinc nova prules 

artubus infirniis teneras lasciva per herbas 
ludit lacte mero mentes perculsa novellas. 
haud ig-itur peoitus pereunt quaecumque videiitur, 
quando alìd ex alio refieit natura, nec ullam 
rem ^igni patitur, ni9i morte adiuta aliena. 

K Nunc agu, rea quoniam docui non posse creari 



97. — Ì9I. pingui; soatantìvo, complem. di fessae Cosi Vurg. 
Geor. Ili r24 denso pingui. — ÌS8. Verg. Aen. VII 108 torpora 
tMb ra-nie de/J-munl, cioè per riposare; in l^ucr. snconilo il Bi-ndej', 
Cam parturiunt, ciò che è nonfprniato (Itti sogui-atc candenti lacteus 
NMoretc. Però il poeta qui ha l'occhio princlp^ltiienco alU vicfìiida 
diil nutrimento: la pios^i^ nutre i cimpi. elio danno nutrimi'nlo 
{frnges, arbore*) asti animali; cosi citià e boiclii son popolati, 
e le pecttdea iu^raMiino per pabula laeta. e il lor nutrimento si 
tratfuriitA in latte, e nutre la prole- Il mi>ttof questa al monde è 
■n fatto che entra beiHl nella Ticimda della niaturia traspurtan- 
Isti di coa-i in cosa, ma qui è come fuori della catena, eil è ri- 
cordato piuttostu cjme occasiona della trasfo riti azione ili^ll'alinmntu 
materno in lacte. — 45» hine; in scijuito o per effetto di-l pri- 
miMtmo nutrlraento. — SUO. laxi-ira ; ' lasci volta ™. — SOI. per- 
citlsa menlrs; cf. 13 pereulme corda. - L'aj^giunta di mero a tarlr 

tire voglia ricordare il vino, far meglio spniire l'ulfL'tto ineb- 
riante del latte sulle anima novellino. — 2H2 sgjr. La eonclu- 
iionc rala particDlarmente per quest'ultima prova (250-2^)1), ma 
insieme anche por tutto 215-261. -.«4. viihiitiir; i. o. pe- 

rire. — M\. alid: arcaico per ali^id, non infrcqiu'iite in Lu- 
crezio. — Cf. Il 70, e l'antico: ^' &uiifiov •/Soq/'i »nif(;ov tati 
yirtuti. 

tt^SSH. A chi per avventura obietti che so esistessero rodesti 
primordia si dovrebbero vedere, Lucrezio risponde che ci son pur 
dei corpi che u'-n possiamo vedere, ma <Ih' quali siamo costretti 
ad «mniiutere l'esiiitcnza o pei loro effetti, o perchè li pereeiiiarao 
con qualche altro senso, o altrimenti per necessaria induzione. 
Ancha quetta ilimostra^ione Luere/.io l'ha certamente presa da 
Epicara. Il Woltjer par che ne dubiti, perchè trova difettoso il 
ragionamento, in quanto il vento e gli odori e i suoni, se sono 
inviitibili. son però porcepihili da altri sensi che non sia la vista, 
e gli atomi nessun senso lì percepisce. Ma è da osservare che la 
vista è il senso massimn per la percezione degli oifgetti esterni, 
■ che del resto parfccbi degli esempi addotti (da BOR in giù) suii- 
dùfano pienamente alla condizione ricliiestn. — (ìli esempi sono 
diitribuiti in quattro classi; prinripio {'(il-ail") il vento, ri'si-mpio 
cUmìco per la imponenza d»' suoi effeiiì; lii'n pm-ro (298-31I4) cose 
la cai eaiateoza non ci è attestata dalla vista, ma da qualche nitro 
HBto; danique iSOi^Ziì) il lento distruggersi dì tante coso, che 



u 



DE RERUM NATURA 



de uilo iieque itcm genitas ad nil revocai 
]ii) qua f'orto tamen coeptes iliffidere t' 
quod nequeiint oculis rerum primordia e 
accipe prauterea quae corponi tute uecem 

) cotifìteare (;aae in rebus nec poasa viderì. 
prinuipio vi;»ti vis verberat incita corpus 
ingentisque ruit navis et nubilu differì; 
interdum rapido percurrens turbine ranipoi 
arboribu3 iiiagnis sternit, montisque supremi 

i silvifragis vexat flabris: ita perlurit acri 



significa lo scomparire iiinvvortito di particcllci io 

til22-3*2Si siiiiilmoiito nel tiioiiilu orgnni<H) il tento rreaoert; e 1 

dpcaijeri?. 

265. N'inr agt ; & forinnlii frixiuL-ntf iti Lucr. per pasttuf 
niiovaqueatiane, e<lè imitata da Virgilio r- ilaMaiùIig. — A 
- ..forte; " por qaakhe Toiititra, per «vvpntura „; fort» ia i 
cura aostaiUivo. — 209. pmelrrta. all'jnfaori dpi fn-ù» 
va unito ad r-gse. — 270. riilm-i è usalo da Lucrezio pik 
ootne sctiiotto passivo di viderr, cliu por " «embrare ■. L' 
resto anche la prosa clasBÌca e Muiiro cita Cic. De off. UT 
rttiu palam eìiix anuli ad palmam conriittral, a nullo rùtbaù 
iiiiitm omnia viiìehai; iiiiin niraus videbatar, <-i"a in tortnm a 
inrerttral (vero 6 che qui c'È il coiitrapposm .t.ii'ntiivi.i: 
l{h'iguamiUa{iia}ìitntia)ardi!Hli«amovt»er<-ii,,, ■ ', - > .^ 
Uaes. B, fiv. 38 B ut «imttl Domitiani txerc'i" li 

lirimi antt^uraorta Sripioni» vidertatur 
numero; easf in rebits " esistere ,. — 2T1 
KÌone. — corpus. I mia. leidcnsi nortw, il correi-ter dell'Olii., 
il corr. del IJuudr. cornu», i mm. italici porlim, accettato dal' 
(esitante poro); Marullo ed altri liannu ponlum. nccotlato tf 
nays; Lachmann raittes. A parte raiilf», che non Isanion 
nessun effetto del vento, e imrliM, il luogo meno adatto pur ii 
L'ITetti del vento sul mare, Ih Tcra incerloxza è tra corpus <a 
(o fliiclus?). Ponlum o filicina sono lontani di' 
coppian molto naturalmente ai due termini seguenti, e pttra 
vlio Lucr., desorivondo dogli effetti del vento snt niAr«, |w^ 
navi e non del mare stesso. 8i badi anche alla gradozioov:' 
nulla spiaggia: il nostro sguardo vede per prima cosa la ' 
del mare fluttuante: poi qua e lik d^llenav! cnll.^ volo 
alzandosi un poco, lo nubi fugate. Ma corpn ■ 'V 
lia por b6 (oltre l'appoggio dei mss.K ch>' i 
Atraiio che l.ucr. non rechi ' la più Ìmmo<li ' 
corporeità del veuto, l'effetto su di noi ■>. Ci' ; 
riesce in verità piuttosto duro; ina c*fe t'il < 
navea basta a giustificare ouae mare ... rcrru-' 
poa ogg. ili percurrens e di altrnil. — -Il 
i. e. montium racuminii. Cfr. Verg. Geor. l\ , j 
)fh differì ìbid. lU 187. - 275. »ihii\ 



LTBER I 266-282 

cum fremitu aaevitque minaci mHrmure veiitus. 
sunt igitur venti, nimii'um, corpora caeca, 
([Uiie mare, quae terras, (juae denique nubila caeli 
remint ac subito ycxantia turbine raptant, 
M nec ratione fluuut alia stragemque propagaiit, 
et cum moUis aquae fertur natura repente 
fluniine abundanti, quant largis imbribus auget 



composti, probftb- lucrezianì, di Htampo a. _ 

fremitu e minaci murmure sono la stessa cosa: cosi 198.11)1 ver- 
tiee torto e rotanti turbine. Sono esempi di quella nhundantia che 
è caratteristica, in gouure, del lin te u aggio, segnatanicnto poutico, 
degli antichi, e the in Lucre?;io abbonda in modo speciale- Aein. 
Eraetsch ha scritto una dissertazione de abundanti dicendi t/enere 
Lueretiano (Berlino, 1881), dove ha raccolto e diviso in catogorie 
nn grandissimo numero di osempi, che non sono però tutti, come 
pgli vorrebbe, pleonastici o tautologici (v, Brìeger in Bursian 
Jahresb. 1881) ; finisce però colla giusta osservazione, che non tutto 

Sinello che non è nel gusto di noi moderni e a noi può parer di- 
ettoso pareva tale aneiic agli antichi. Basti del resto aver richia- 
mata una volta per sempre l'attcnitìone su questo carattere del 
linguaggio poetico lucreziano; qua e là rileveremo alcuni casi, 
dove paia opportuno. ~ ventus; i mis. ponfua. — 277. mi'huVhhi, 
che, con o senza accezione ironica, esprime una afTermazione ener- 
gica e. direi, alquanto appassionata, risponde bene al carattere di 
Lucrezio, e s' incontra io lui molto di Trequente. — sunt " esìstono , 
a corpora eaeai (invisibili) è apposizione. Oppure, come in 205, 
l'affermazione è aiint corpora, e t' apposiz. caeca '(benché) invi- 
bile., all'idea " esistere „ sostituendosi "esser corpo, comò si 
vede in 302. — 880. fiuunt; usa giù il verbo proprio dell'acqua ; 
e qui attacca per similitudine una nuovn descrizione, per ripi- 
gliar poi (290) e completare in certo modo, cogli elementi che la 
similitudine dell'acqua gli ha olTerti, la descrizione anteriore 
degli effetti del vento. - SSl. non alia ratione et cum. Per 
•olito è ac che serve a questo ufficio comparativo; ma Lucrc- 
lìo e Virgilio non usano ac davanti a parola che cominci per 
'i ff, q: sola eccezione VI 440 simìd ac gracidam. \a regola, 
colut sola eccezione di simul pc, è osservata anche da Catullo, 
Ovidio, Properzio. (Vedi Munro, e Haupt Ohservat. crtlicae p- 30). 
— moUie con natura; cf. Ili 18ft dove l'acqua tantillo momine 
fiutai. — natura aquae ^^ aqiia, come natura animai = anima, 
e altri simili che Lucrezio usa frequentemente. — Il Munro 
diee che forse qui Lucrezio ìatita Hoin. Iliad. E 87, A 48'2. Si 
tratta di una di quelle similitudini che Tacilmente si presentano 
(e le inondazioni non sono uno spettacolo raro in Italia), e fa- 
cilmente diventano tradir.ionnli, e la tradizione pu6 aiutare a 
pensarci, senza ohe il pensiero ricorra a un determinato mo- 
dello. — 282. quam con Lach. Beni. Munro per mss. qutm. 
Manilio propone quod. Va notata la proposta di Woltjer quom . . . 



46 



DE RERUM NATURA 



moiitibus ex altis iiiagnus decureus aquai, 
frafjraina potiicioiis silvarum arbustaquii tota, 

285 nec validi possnnC pontra venientis aquai 

vini siibitara tolerare: ita magno tiirbidus iiniiri 
molibug incurrit, vaiidis ciiin viribua, amiiis, 
dat soiiitu magno stragein, volvilque sub undia 
grandia saxa, ruit qua quicquid tìuctibua obstat. 

290 si" igitur dcbent venti quoque flamiua l'i,'rri, 



fii-ffel, poiché, rgli dico, i mas, leideiini non hanno aiiffrl, ma a , 
e uirt/et, siechè la tradizione dà piuttosto tiri/et che auget. Vèi 
mcmre nd ogni mutnpfito abbiamo nei mas. dì Lucr. In grafi» em 
è rarisBimo qtmn: e qui osta aticho il citm del v. pri>eeHiMit 
che non À poetica l'unione di due proposizioni comia< 
sieesa congiunzione, la teconda subordinata alla prima. Di pia, 
fragmina eouicere, che indubbiamente è azione della aquat i 
twa 281. appanrehlip invece piuttosto detto di ilreurnua a^uai. "ì 
Lo apettai'oU) terribile delle ìnondiKioni non ce lo datino 1 tunt 
torrenti precipitanti dai niomi {dgcursitn aquai}, ma i ipinfl Gu 
scorrenti al piano (mollU agiia naat fertar Hiim. nbund.). K 
accetto quindi la proposta del Wolijer. sebbene accritnta i 
Kriegor. — Con tjuam . . , aiigtt, il laraia imhribu» è ablat. di oau 
" per grandi pioicge ,. — Ssil. Verg. Atn, XII 623 ubi dtc 
rapidii de niuntihus alti» eto. — 28*. ronki'ns " aecavaiUn 
gli uni sugli altri,. - arbueta tota " interi alberi . - <)^(i 
hidii» esprìme l'ondeggiar turbolento, confuso, cozxanle. (li^tln ti 
gide acque lin contrapposto all'ondfitgiar tramiuillo e rpp>1a 
d'Du fiume nelle condizioni normali); Ilachei vuol leggere appai 
tiiri/idus: può fssi-re; ma ha torto che turbiduH Eia poco oi 
niente. - 287. molibus; te pile del ponte, ì cui f/randia 
son poi dall'acqua travolti, — validi^ eum eiribus; forse per in.._ 
di Oic. A rat. 146 funfatum maynis rum virihui amnem. - 2<W. i 
Ktragem : ama Lucrezio dart^=faferK; ma è da notare nna iÌU 
ronza: talora l'azione pausa fuor del soggetto, talora rou n 
Noggetro. Cosi dure motut 1 819 è imprim-re un movimonta 
altri. Il 31 1 h " muoversi „; liaiv niinn» V 1329 6 ' abbaiien 
ma II 1149. V 34T è * cadere in ruina .; jutiutojH dare — f»c 
pauiiin; diiffaum dare " partiraeni? . (IV 411 Dalla tioU i 
Muiiro la IV 41) ricavo anche Verg. Àen. XII 675 dant cuuM 
Vt T6 finein drdit ore loquendi in cF. con Lucìt. pauaam fadti 
hqiiendi. Liv. iinprrs^ioncm dare, viipeliim dam (vedi ì dixiint.). 
Munro sente in que«t' uso di dare un» su mi rimembranza dell' vili 
dare dt-rivato non già dalla radice dit ma dalla radice dAit ii 
tcd. thun. ìukI. d«), mi dare che a'aiipiaira ani-ora in abda, r_ 
tnihdo. — -»!>. In parpcchi di questi verHÌ i ii«tevoi« il riuasJj 
iHtivo ; in questo «tesso reno il ritmo si romp« dopo gr 
poi ripitflin, qua*i ingombrantesi. — riiil ina quii 
fiat = ms».. salvo quir^uid per quidqiiid; cioè: g 
bu9 obslat. id ritìt amnif; cosi il Munro, mentre u i 
' d)U Brg.) corregge niitque ila qiiidquid /l. ob., doJt A 




I-tBER I 283-309 
quae velutì validum cum flumen procubuere 
quam ILbet in partem, trudunt ree ante ruuotque 
impetibus crebria, interdum vertice torto 
corripiimt rapidfìque rotanti turbine portane 

J% quare etiam atque etiam sunt venti corpora caeca, 
quandoquidein factis et moribus aumula magnis 
aninibus inveniuntur, aperto eorporc qui sunt. 
tuiQ porro vario3 rerum scntinius odores, 
nec tamen ad naris venientis cernimus umquam, 

VX} nec calìdos aestus tuimur, nec frigora quiinus 
usurpare oculia, nec voces cernere suemua; 
quae tamen omnia corporea constare nccessest 
natura, quoniarn sensus inpellere possunt: 
tangere enim et tangi, nisi corpus, nulla potest rcs. 

Kió dcniquc fluctifrago suspensae in litore vestes 
uvescitnt, eaedem dispansac in sole serescunt- 
at neque quo pacto [wrsederit umor aquai 
visumst, nec rursum qno pacto fugerit aeatu. 
in parvas igitur pnrtis dispergitur umor, 



e il Beri)., purct con poco senso iioetico, riiunt quae qHidquid fliicti- 
Itua obslat. — Jiuil in senso transit. come 27'i e 292. — t9l. quae 
rum, velali validum flumen, procubuere quamlibet in partem — 
pmeunibere detto del vento anclic VI 558. — 2»5. vertice torlo, 
che Virgilio usa, con ofcual diritto, dell'acqua: Aon. VII 267 torlo 
rertiee iorreng, — 29-». etinm atque etiam; per la ripetuta con- 
ferma. — S96, moribtfs ; Verg. G. I 51 rariiim caelt vraeili- 
»rtr€ mortm. — 2B7. aperto corpore " visibìli « ~ 2»8. liim 
pòrro; vedi nota a 271. '<tW>. tuimur; anche altrove Lucr. Iin. 
cogli antichi, questo verbo nella terza eoniiig., ma solo col senso 
di vedere, non di difendi-re. -- 8111. usurpare ociilia " appren- 
il^rc cogli occhi , ofr. IV 972 semibiia usurpare, e l'iaut. ueqne 
orulia nerqne pedibus usurpare; ecc. — SU2. constare; Lucr. 
ha più volte questo verbo ridotto qunsi a un semplice e»8e; ma 
•oltanto quasi. — SOtt. uvescint; cfr, uvidus. Orazio l'usa di 
bevitori. Sai. Il 6 70. — eaedem, bisillabo. * Parimenti bis 11. si 
trovano in Lucr. eàdem e eudum. e «emprc idem (pi.) e indem; in- 
vece eUdem, eattdem eundriii, dove Va è per natura sempre breve. 
Min sempre trisìllabi, eoxdem easdem non occorrono in Lucrezio „ 
Muoro. — dispaiisae in sole; * Rpieg'ate al sole .■ ; Lucr. ha an- 
che dìMpeMU», cfr. noia a II 1126. — serescntit; <in. Uy.; No- 
nio citiindo questo casso dice: nerescil prò nieeatur, quod sere- 
Hit»! ■icc« sit. Inde Verg. docte \Geor<i. 1 401] ittid^ sennas vnlua 
agat Hubta. — tm. pemederit ; non solo sederti, ma persede- 
rit, inpregnando il tenuto. —Wìì.aestu; ' per effetto del ca- 



48 hf, rerum xatura 

sm fjuas ooulj nulla possunt ratioae videre. 
quin etiam mtiltis solis redountìbus aiiiiis 
anilina iti digito subter teiiuatur habendo, 
stilicidi casus lapidein oavat, uneiis aratri 
feri'eUB occulte decreseit vonier in arvis, 

aiù strataque iani volgi pedibus detrita viarum 
saxea conspiciraus: tum*, portas propter, aeua 
iiigna tnaiius dextras osteiiduut adteuuari 
aaepe aalutantum tactu praeterque nieantiiin. 
haec igiCur iiilnuì, cum sint detrita, videmus: 
sed quae corpora decedant in tempore (|UOi)ue, 

:120 invida praeclusit speciem natui'a vidciidi. 



[ore. , — 811. aiinin unìio a solis conserva il 

mentale di "giro, circolo,, die ad aniius dà Varrune Lina, l 
VI, 8. - 812. subUi- - al di dentro . , per il continuo ali 
colla pelle del dito — habmdo; l'ardita e nota eotttruzivnp . 
sotrgettg diverso; 533 xecando, iK)2 Urmtlo, V 194 mjvando IV 11. 
uleus enim vìeeseit et inoettrascit alendo, che Virgilio rìcorila 
<ieor. III 454 alitur rilium vipìtque ttgendo- Anche Livio, Ìibi" 
tore dì Ijlicrtà poetiche, 2» 2 1 ne gliseertt fìritna ntnUgnuéo I 
lam, dove l'ariJiniento riesce come mitigato dall'averai ancbii 
oggetto diverso; cosi 4 2 9 eonredendo ommia nun mitior gii 
Sia anche Ciò. CatU. IV 6 malum opprimi austmtanda ae tml 
tiindo nullo pacto poteat; de fin: III 34 hoc oultm ipsum fumu 
non accessione neqite erwcendo out comparando, eej pi-oprii 
sua et scntimus et apvellamus bonum. ~ 813. slilieidi; lì Li 
inanD dimostra che lì si riduce a / quando ò preceduto da tw 
lunga e segue i, ohe però non sia segnacaso o parte di segi 
l'pperò vilicug da rilla (raa villis); Mmsalla Meieatina; m 
stilicidum. La regola però non è assoluta, cliè iiono ogiulmi 
attestate le due forme Polio e Polito, e ludlp res gfalae di Ai 
sto miltia. minibus, millieng (vedi di più in Utmro). — mi 
asgett. ~ Ovid. s' k ricordato di questo passo art am. I 473 Ì\ 
rena adsiduo con»umÌlHr auulus u»u, Intrrit adtidua t 
rus httmo. — 816. sfrata . . viarum saxra ' il pflvim< 
delie vie „; alraia usato come un vero «ustnntivci. Son sii 
domorum, extructa domorum, ecc. — 8IJ. sg- Un tu. 

moderno. Ognuno ricorda il piede della statua di 8. . _ 

S. Piotro a Roma. Vedi anche Cic. Verr. IV JM. Anche (pn] 
saluto è un bacio. Nel v. 318 c'è doppia nietatt^i U>gica; il «»■) 
fa le veci di un iigg. " frequenti» e saìulanlum * logicament* n 
bordiuato al meantum: =^ tactu muUorum praeUr mmuttim ^ 
nolutant. — 8W). corpora ' parttcello .. — 821. Un vvnu n 
discusso. Io m'attengo (col Munro) alla leziooA dvi mss.; . . 
può intendere: invida natura videndi m-aechait rpttitm 1= ^ 
sum) quae eorporn drredant , la troppo liiiiitala niintra fi ' " 
'■«Ta CI vieta lu viata <ii vcdorel quali purticellti volt» — ' 



LIBER I 310-326 
postremo quaecunque dies naturaque rebus 
paulatim tribuit, moderatim crescere cogcns, 
uulla potest oculorum acies contenta tuerì; 
5 nec porro quaecumque aevo macieque seneecunt, 
nec, mare quae inpendent, vesce sale eaxa peresa 



■tacchino .. Ha non h forse impossìbile invida natura pi-aeclusil 
t^ciem videndi quat corpora, ecc. ; species starebbe per faculias ; 
ctoè, inrece dell'idea generica, la idea specifica contenente giti 
l'idea del proprio oggetto, Tale a dire un caso affatto analogOi 
sebbene invertito (in quanto ogg. sarebbe qui il verbo), ai noti 
f.OHciliare pacem, turbare bellum, sncietaCem eoniungere, ìneohare 
initia, partitionem distribuire, ainiHitudinea comparare. Cf- anche 
nota t, 9& ex utrague pari malarum parte. Stando colla prima spie- 
gazione, fa certo dimooltà la costruzione spec.iem quae eorpora 
deeedant; ma poiché species è qui noìnen actionis, in fondo la co- 
struzione sarebbe meno ardita di qualche altra (che il Brieger 
chiama a confronto). Alquanto diverse, ma pur paragonabili, sono 
II 1128 sg. fluere... corpora... maniis dandum est, e III T63 sg. té- 
nerascere mentem confugient. Ad ogni modo il bidenti, per videndi, 
ài Oobel, e lo spatium per speciem di Lachm. e Bern. vanno in- 
contro a obiezioni più intrinseche. Vedi Brieger. Fhii. 33, il quale 
dapprima preferiva fra tutte la proposta dì Hertz sptrem <=^ spetn) 
videndi, ma nella sua ediz., disperando della correzione, ha f speeiem. 
1I8Ì-S27. Da ultimo il caso inverso, del lento crescere. K qui 
naturalmente il pensiero corre subito e quasi esclusivamente al 
mondo organico, mentre gli esempi precedenti erano tutti presi 
dalle cose inorganiche; il che suggerisce al poeta un nuovo con- 
trapposto, il deperimento negli esseri organici (325), e il poeta 
vien a ricadere, si direbbe senza che se ne avveda, nella claase 
precedente (311-319); a segno, anzi, da venir foori anche con un 
esempio di deperimento inorganico (326), il cui posto naturale era 
dentro 3ll-319; qui pare nn intruso. B infatti alcuni ISus. Brieg.), 
forse a ragione, lo condannano e lo vorrebbero messo tra |l '\, come 
un'aggiunta, o parte di aggiunta, del poeta, erroneamente capitata 
qui. Io dubito però. Oltreché, quanto alla costruzione, il v. 32G s'in- 
castra cosi bene tra 825 e 327, mi pardi vedere, nella mente del 
poeta, una certa associazione tra la macies e il vescum sai (ossia 
deperimento dei saxa non per semplice attrito, come nei casi di 
•opra, ma per oormzioQe\ Io credo piuttosto che tutto 322-327 sia 
un'aggiunta seriore e provvisoria, che Lucrezio intendeva, ma non 
potè, svolgere in forma definitiva; e ciò mi pare, sia per la incon- 
cinnità che pel crescere la cosa sia esposta in termini generali, 
senza un esempio particolare, e invece pel deperimento si citi l'es- 
di taxa pereaa; sia perchè (come vedremo) appunto l'esposizione 
dì nn argomento generico e sotrimario (come qui 322-324), senza fatti 
spedali, è speuo segno di seriorita e provvisorietà. — 832. dies 
naturaque; una specie dì endiadi, " la natura nel lungo tem- 
po «- — •**■ oculorum acies ••onleuta " per quanto aguzziamo 
glioechi,. — SS», «ec porro ' né d'altrn parte „. — 1(26. tm- 
pfMdtMi, con aecBi. Cf. Lucilio quat- resme impendet ; Ter. Phomi. 



50 



DE EERUM NATURA 



quid quoque amittant in tempore cernere possiS' 
corporibus caecis ìgitur natura gerit rea. 
Ncc tamen undiqtie corporea stipata teuentur 
330 omnia natura: nainque est in rebus inane- 
quod tibi cognosae in multìs erit utile rebus, 
uec sinet errantem dubitare et quaerere semper 



180 tanta le impendeni mala. — vea^ 
passivo (Verg. rescum papaver), 
soltanto un riasauiito, ina è anche 
ai cava, un princìpio non ancori 
trai forni azione in natura av<'i<>ne 
corpi iuTÌeibili. „ I quali 



) " edaco , ; ma ha anche 
— »ÌH. QacBto rertto non i 

IDA nlteriore consefrucnza chi 
esplicitamente detto. " (.>git 
per moto e conibinaziona d 

.._ „ _ ^_.. . ancora cbe sieno gli atami 

1 intende cHi'I usi TU monte degli atomi, ma aiichi? dei mi 
uimi aggregati di atomi, o, come noi diremmo, i)i>lle uia](!eoh 
(cf. II 133 8gg.). 

880-909. Vedi lo studio Inane, lol. [ p. ii. - Qui dunque Lu. 
crczjo dimostra l'egietenia dell'inane, con tre argoravQtt. [. SrnM 
vuoto impossìbile il moto. Questo è anche l'nrgomerito dì Epicur 
nella lettera a Erodoto, g 40; t. voi. I p. 21. Ma Lucrcsiu dice d 
più (336) la ragione di questa impoSBÌbilità del moto, v cioè li 
impenetrabilità della inateria; ragione ehe doveva esi>er» uDob. 
nel suo fonte epicureo, e che era pur quella dell'antico Democrito^ 
il quale, in breve, diceva (v. Arisi- Pby». 4 6): ' si'iisja vuoto noDi 
c'È moto; perchè un pieno nou può ricevere ud nitro in %h 

continuava: * giat-chò ae potessero piii corpi star ucl medct 

gpazio. potrebbero occupare il medesimo spazio tanto un rorpftì 
piccolissimo, quanto un grandissimo, il quale non h che la somm* 
di molti piccolìssiraì .. Lucrezio non ha questa sottili' argomenta^ 
Rione; s'accontenta di ben rilevare che l'ìmpenetrabilitA ioffieer^ 
è l'essenza stessa della materia. II. Posta 1 irapt>notrabilità delk 
materia, la penetrabilità osservata dei corpi dimostra la loro p<r 
roBÌtà. E qui taluni degli esempi di Lucrezio eran già dì D»- 
mocrito. ut. La diversità di peso in corpi d'egual volume non i 
spiega che pel più o men di vuoto ch'essi coutenfrono. Anoi 
Democrito spiegava cosi la diversità di peso. (Arist. th caalo 4 iì) 
e poiché dava lo stesso esempio che abbiamo in Lucrezio (S60 i^ 
— un gomitolo di lana e una palla di piombo — ahliiamo la (iron 
che anehe i|Ut Lucr. traduce dal suo testo i:picureu. Vale a dlnw 
l'es.di Dem. era (come tanti altri nelle scuole grecho) rinuatv 
tìpico e tradizionale nella scuola atomistica. Giacche è da ecd» 
dere che Lucrezio abbia letto Democrito. 

8^9. " Né le cose tutte sono addensate con una non interrottw 
iteneittur) materialità. . — stipula, b la parola frequente pn» tir 
ilioare la pienoxia assoluta- Anche Aristotele dìcu in questo ce"'' 
ov/"TiÌ(i<i#»f. — 880. Qui nou ' c'è del vuoto dentro le cmi>s ,_ 
* nel numero delle cose c'è il vuoto „ Cfr. 270. — Cfr. la «chorxM» 
imitazione di Persio (1 1) rurag homitium. o quantum rei in r^ 
bus inane. — 881, cfr. Ili 204 sg. Vorrebbero alcuni traiporUU 
USl-itnS dopo 39T; ma stanno benissimo qui; ed è nel gnito im 



LIBER I 327-340 51 

de summa rerum et nostris diflfidere dictis. 
quapropter locus est ìntactus inane vacansque; 

335 quod si non esset, nulla ratione moveri 

res possent; namque officium quod corporis extat, 
office re atque obstare, id in omni tempore adesset 
omnibus: haud igitur quicquam procedere posset, 
principium quoniam cedendi nulla daret res. 

m at nunc per maria ac ter ras subii maque càeli 



creziano il far seguire d'un lungo o breve commento esortativo 
la enunciazione d'un nuovo principio. — 883. summa rerum, 
vedi nota a 235. — 834. ^^ Per il che, ripeto, esiste il luogo 
intoccabile, ossia il vuoto, cioè il dove noii c'è nulla. „ Un verso 
non bello e spinoso. Lachm. Bern. Mun. lo rifiutano come inter- 
polazione di qualcuno ohe non tollerava il riferimento del quod 335 
ali* mane di quattro versi prima. Urta infatti il quapropter (comò 
ripresa) in luogo, p. es., di un igitur (est igitur locus int.) ; e ìo- 
ru8 intactus Lucrezio non lo dice altrove, e nell'Oblongo il verso 
" totns a correctore in litura scriptus est ,. Ma lo difendono il Brio- 
ger e altri; ed io pure lo conservo, perchè l'epiteto intactus, che 
traduce àyaq>rl^ di Epic, e tocca proprio l' intima essenza del vuoto 
secondo Epicuro, non so vedere come potesse venir detto a un in- 
terpolatore. Per una ragione simile difendo 455. Come intactus 
(= intactilis 487) risponde ad ayatf/jg (v. Epic. citato voi. I p. 21), 
così locus risponde a rónog, e inane a xeyt'y. Per x^Q"* ossia lo spa- 
zio in quanto dà luogo ai corpi in moto, non c'è un esatto corri- 
spondente lucreziano: può valere in certo modo spatium (cfr. 379 
e spatiari). — inane e sempre sostantivo in Lucr., eccetto al v. 527. 
— inane vacansque = atque vaóans inane (cfr. 507). Però il con- 
fronto con 444 fa creder piuttosto che vacans — quasi per attra- 
zione di inane — sia usato anch' esso come sostantivo (e così ho 
interpretato poco sopra); vdle a dire tre termini di cui il terzo 
è aggiunto con que^ quel que che ha quasi valore di ''cioè „ : Vinone 
cioè il vacans; cfr. il noto morbus pestilentiaque. — 335. quod; 
naturalmente inane. E, se si elimina 334, non potrebbe essere una 
ripresa del quod 331, che non si riferisce a inane^ ma ad esse in 
rebus inane; non potrebbe quindi il quod di 335 che riferirsi a 
inane di 830 ; epperò eliminando 334 bisognerebbe davvero elimi- 
nare anche 331-333. — 886. officium etc. * ciò che è la funzione 
essenziale del corpo (della matena), cioè la resistenza, l' incontre- 
rebbero le cose tutte dovunque e sempre ; ossia, questa resistenza 
ci sarebbe in ogni punto dello spazio, se, non esistendo il vuoto, 
ogni ponto dello spazio fosse occupato, n Nota il gioco di parole 
officium, offieere; come se noi dicessimo : " la parte che tocca alla 
materia è di toccare,^ — omnibus^ scil. cotporibus, -^ offieere at' 
que ohsiare; 1* allitterazione facilita la coppia di sinonimi. Cic. prò 
Sext. Rwc. 112. cur meis commodis officis et obstas ? — 84(>. su- 
blima caeli ef. B15. Quest'agg. declinato così è arcaico. Si cita ancho 
nn frammento di Sali, sublima nebula, e Sen. Med. sublimi aetheris. 



52 DE RERUM NATURA 

multa modis miiltis varia ratione moveri 
cernìmus ante oculos; quae, si non esset inane, 
non tara Hollicìto motu privata carerent 
qiinin genita omnino nulla ratione fuìssent, 

345 undique materieg quoniam stipata quiesaet. 
praeterea quamvis solidae res esse puteiitur, 
hinc tamen esse licet raro cuin corpore cenias. 
in saxis ac speluncis permanat aquarum 
liquidus umor et uberibus flent omnia guttìe; 

350 (lissipat in corpus sese cibus omne animantum; 
crescunt arbusta et ietus in tempore fundiint, 
quod cibus in totas usque ab radicibus imìs 
per truncos ae per raraos difl'unditur omiiis; 
Inter saepta meant voces et clausa domorum 

Sra transvolitant; rigidum permanat frigus ad ossa, 
quae, nisi inania sint qua possint corpora qiiaeque 
transire, haud ulla fieri ratione videres. 



Cfr, siglila li 945. E Bimilmento ineniius, hilat-us. — 841. multa 
modia miiliia, un accozzo farorito dì Lucrezio. — 8<8. aollifiU) 
' affannoso, senza posa , — privata vareient * Barehboro aff«tu> 
prive ,. — " Le cobo non già sarebbero immote, ma non saretibutu 
affatto ,; die il t/iyni delle cose è multiformf cii in binarsi i!i 
atomi, che senza il moto di questi sarebbe impossibile. .\uzi tr 
tutto fosse pieno, l'universo non sarebbe obe un solo atonioui', in- 
inaue, infinito. — sotidus, soliditaa san termini teonioi di Luor. per 
indiiiare la assoluta pienezza. Tutte le rea, cìob le cose oreatr. 
sono rarae, solo gli atomi sono solidi. — 947. eas» . , . raru cmm 
r.orport ' son fatte con materia mista a vuoto . — hinr, ilairli 
esempi che segaoDO. I quali esempi sono in buona parte ripetali 
VI U4'2 sgg., dove (93TJ si cita appunto questo passo- — S«S. loia*: 
Lucr. scrivendo nel v. 351 arbusta, pensava arborts (v. nota a 161,1. 
e con arborea s'accorda il lotas. — 864. saepla, " partrtì ,, 
clausa " porto ». — 856.857. "... qua possent corpora 
guf. Irausire haitd ulla valerent ratione viderta. Ita qui 
et Bcbedae: oblongus in litura fitri ratione ridrren. non t 
correctore gui pleraque emendavit, sod ah eo quctii littera 8 
nica UKum dixi. bunc quia tani audaoem non novi, suspiror II 
chetfpo ipso Bit valerent adscriptam fuisse /Seri, quod ipsum li 
et iniprossi recte secuti sunt. , Cosi il Laobm., ohe IrsKo pertn 
Quoti ttìsi inania silfi, qua posscnl corpora yuaenue Transir* k 
alla fieri rationt videreit. Ha certo ragione por (Uri, v la pi 
tentazione è per fermo di unire quod nisi (come ijiiod si, i 
auoniam etc); ma nulla ratione riderei) fieri, qua possent trarne 
V. la stessa obiezione vale per Bern. q. n. in- a., qua corporu^t 
que valerent Tr. h. u. fieri rat. rid. Il Munro ba pussiiit (i ~ " 



LfMI 



LIBER I 341-367 53 

denique cur alias aliis praestare videmus 

pondere ree rebus nilo maiore figura? 
360 nam si tantundemst in lanae glomere quantum 

corporis in plumbo est, tantundem pendere par est; 

corporis officiumst quoniam premere omnia deorsum, 

contra autem natura manet sine pondere inanis. 

ergo quod magnumst aeque leyiusque videtur, 
3<)5 uimirum, plus esse sibi declarat inanis: 

at contra gravìus plus in se corporis esse 

dedicat et multo vacui minus intus habere. 



quanto è frequente nei mss. lo Bcambio di passini epossent, possit 
e posset) leggendo : quod nxsi inania sint^ qua passini corposa 
quaeque Transire? haud ulta fieri raiione videres; che è troppo 
artificioso. Tacendo d* altre proposte, io credo nel vero il Brieger, 
che mette una yirgola dopo quod, e quindi colla principale quod 
nulla rottone fieri videres e fa subordinata nisi inania sinU qua 
possent carperà quaeque iransire, oppure (e preferendo) qua corpora 
quaeque valereni iransire. Mi par meno probabile valereni^ dì cui 
non comprendo bene lo spostamento nel mss., e che mi par meno 
appropriato per un* azione come iransire pei' inania : quando una 
porta è aperta dico che uno palesi iransire^ non dico valei tran- 
sire, [Ora nell'ediz. ha possent.] Sto dunque per possent — anzi pel 
passini di Munro; non per negare la possibilità grammatica^ di 
possent in simili casi in Lucrezio, ma perchè lo ronde qui men pro- 
babile la yicinanza e stretta unione con sint. Ma fa difficoltà il 
quod singolare neutro in ufficio collettivo (tutti i fatti prima de- 
scrìttiX contro la norma più consueta del latino, e la facile corre- 
zione in quae non mi par soverchio ardimento. — Oppure è da 
conservare il nesso quod nisi^ e da leggere haec nulla in B57? 
— inania; sostantivo» s'intende. — 8o8 sg. alias res praestare 
dliis rèbus; nota la studiata rispondenza alias aliis, res rebus, — 
res,.. nilo n%aiare figura ** cose di punto maggior superfìcie (e 
quindi Yolume) ,; figura è usato in questo medesimo senso, esten- 
sìto anziché formale, anche V 576. — 860. qui (flòmeì^e ; ma 
la quantità delFo è oscillante; p. es. Orazio glomus in hpist* 1 13 H. 
— * plumbo, un pezzo di piombo; s'intendo di ogual volume, comò 
è poi detto 364. — 861. par est; ** è necessario „ — 862. pre- 
mere deorsum. In tutte le cose la materia che v'è contenuta è 
quella che le fa pesare. — Per altro, omnia va piuttosto unito 
idealmente a corporis: nelle cose tutto quanto v'è di materia con- 
corre a renderle pesanti. — 868. inanis (qui e 365) genit. del 
«Mi^i. inane; natura inanis = inane. Anche £p. (ad Herod. 44) 
xerov ^wfig. — 864. videtur; ** appare ; si vede „. — 867. dedicata 
tureidco = declarat (cfr. indicare). Anche 432 (dove traduce fiaoTvQeT) 
e III 209. — vaeuif con Gobel, Brieger e Munro; Lachm. e Bern. : 
vacuum, L'oblongo vacuum minus; il quadrato e le schede Gott. 
vaeutm minus^ che par spiegare come da vacui sia venuto vacuum. 
Per altro I 636 qua magis res cohibet inane potrebbe difender qui 
vacuum» 



i 



54 DE KEKUM NATURA 

est igitiir, nimiruDi, id <|Uod ratione sagaci 
quaciiiniis. iLdiiiixtum rebus quod inane rocainus. 

370 fiUid in liis rebus no te dediic-ere vero 

possit, (luod quidam fingunt, praecurrere cogor. 
oedere squamigerìs latices nitcutibus aiunt 
et liquidas aperire vtas, quia post loca pisces 
linquant, quo possint cedciites confìuere undac; 

375 sic alias quoque res intor s« posse movcri 
et inntare loctim, quamvis sint omnia piena: 
scilicot, id falsa totum ratione recepturast 
naiti quo Bqiiàmigeri poterunt procedere tandem, 
ni epatium dederint latices? concedere porro 

;wi) (]uo poterunt undae, cuni piscea ire nequibunt? 
aut igitur motu privandumst corpora «{uaeque. 



370-897. Anche qui (come 265 ugg.) Luor^xio con^hiuile rìutou- 
ilfndo a tiDH obicKÌono. Contro la ncueBsità del ruota dtniolu 
dnllK nocoBsità del r.tdere. nel moto dei corpi, ai adduoern una 
apparenza NenHÌbilo! il moto dei pesci nell'acqua. L'aequa r.rAr, 
senza tlio nessun vuoto mai ci sin tra il pesce e l'acqua. V, Vaine- 
zione era stata mossa in fatti da Stratone peripatetico, scularndi 
Teofrasto: i pesci si muovono i!i'Tiiii»(etn;iiroi> rm' tViim,- ,t\ v- 
fina- ij;»iW] tlnaw fcf. (|UÌ 373 Bg-l- K '« troviamo rirerita. in formn 
generica, «nello da Cic. Aca'ì. Il 126: Tunr... inane tjuii-ijuam 
liutes «»ae, rum ita compMa et ronfa-ta sÌHt omnia ut et i/uki) m,. 
centur rorpùrtim criìat H qua quodgire r^sserù aliud illico khIk- 
ipintur'f I-ucrrzio (o Epicuro che dir si voglia) risponde prìmM 
<3T0-388) epieeando il moto dei pesci; quindi confuta la spiega- 
zione uhn si voleva dure di mi nitro fatto o oaperienEa dagli a'- 
rersari dfl vuoto, Sono due confutazioni, e perciò Lucr. le ba ri- 
Nervate alla fine, n non importa che la prima eì trovi cari ataecala 
dall'argomentazione 83fr-34&, colla quale è logicamente connesa». La 
seconda poi, non avendo alcun rapporto con alcuno dei pre«viienti 
argomenti positivi, ma addncendo un fatto nuovo che Lucr. spiega,. 
confutando la spiegazione altrui messa avanti come obiczion« ~ 
moto, h molto natii ralmimte introdotta con pontrtmo, come ullìi 
argomentazione. Con ci^ cadono tutte In proposte di tTRsporti fai 
dal Kannengiosser. 

870. itimi anzitutto sogg. di possit, quindi ogg. di «ro 
rrre. — 871. fmgunt " immaginano; peosano ,. — 8*S. It 
un' espressioni' favorita di l.ucr. parlando di liquidi; e suole unir>' 
il nome specìfico del liquido {latices, vini, ecc.). Qui non c'era bi- 
sogno di aggiungere rrguai. — «73. pont avv. " dietro di »è - 
— Cfr. il passo di Stratone, citato sopra. — 8711. /lorro * ma 
d'altra parte ,. — 8SI. priiHindmn est eorporti quaeqiit, i- non 
privatida 'flit Borjmrv jHaa^f mbbwinw gii w»wt»W <wi|* «f J 






LIBER I 368-384 
aut esse admUtum dicundumal; rebus inane, 
unde inìtum primum uapiat res quaeque movendi. 
postremo duo de concurau corpora lata 



stnizione luereziana; cF. III. — SS8. initua per initium, che Don 
entra nell'e»ainetro, t. anche II 269 III 271. - 884 sgg. ' Se 
due corpi larghi e piatti battono l'nn contro l'altro, poi rapida- 
mente si staccano, e eTtdente che al momento dello stacco 1 aria 
tutt'attorno accorro a riempire il Tooto che pel distacco hì forma 
tra i due corpi; ma quest'aria, per qaitnto rapidamente s'avventi, 
non potrà tuttavìa in un solo e medesimo istante occupar tutto 
intero quel vuoto, ma l'occupazione avverrà successivamente (oo- 
caperà prima le parti più vicine all'eAerno, quindi le interne). 
Oiacchà erra chi crede, che il riempimento avvenga affatto con- 
temporaneamente al distacco (si che l'aria accompagni i due corpi 
staccantisi non lasciando mai alcun vuoto tra sé e i corpi stessi) 
per la ragione che l'aria ch'era prima tra i due corpi non sia 
sfuggita al momento del loro accostarsi, ma vi si sia condensata 
dentro. Il vero è ohe al momento del distacco si forma tra i due 
corpi un vuoto che prima non c'era, e l'aria circostante accorre 
a riempire questo VDoto prima Ima allora allora) formatosi. Non 
è ammissibile che l'aria si condensi, nelle condisioni supposte; e 
dato anche che il potesse, par coia evidente che non potrebbe 
ritirarsi in sé stessa, raccoglier le sue parti in piccolissimo spazio, 
■e tra osse parti non ci fosse del vuoto, n Questo brano non e riu- 
scito a Lucrezio colla consueta pcrpiscuità, almeno noi vv. 391-394. 
Quindi c'è de' dubbi e diversità di interpretazione. L'iti in 392 

rare prima fronte che si riferisca al dissilire dei corpi ; e cosi 
intende il Bern., che, quindi, attribuisce il dissilire stesso al di- 
latarsi dell'aria prima condensata. Ma questa spiegazione non 
quadra; la causa del dissilire è indifferente nella questione; e poi 
che oi sta a fare il lum? Badando all'importanza grande che nei 
vv. preced. (387 sgg.) ha la distinzione dei minutissimi tempi, tengo 
che anche questo tutn sia qui energico, * proprio allora nell'atto 
steaao del dissilire „, e riferisco l' td al concetto qui prevalènte: om- 
Nt'a possideri; il tum fa contrasto al deinde di 390. Fa poi intoppo 
anche il eondenseat, pel quale s'aspetterebbe un cotta engaer il; ma 
■i può spiegare, intendendolo come qualità dell'aria * perchè l'aria 
è una cosa che si condensa (e quindi si dilata) „■ l'oi vengono 893 
e 394, dove lo studiato — e superfluo — parallelismo tra il vaciiwH 
Qtod Mon fuit ante e il vacuum quod eoHstilit ante può condurre 
inori di strada. Infatti il Munro intende: a vacuum is formed 
whcre it dìd not exist hefore, ì. e. between the two bodies which 
have scparated: a vacuum is Slled wbich cxistod hefore, i. e. 
soroewherc on the outer sides of the two bodies; ossia, se ben com- 
prendo, all' improvviso eoncursiis, si forman vuoti esteriormente 
Ai corpora, e un altro interno all'improvviso dissilire, l'uno e 
l'altro rapidamente ma gradatamente riempiti dall'aria accorrente. 
Ha che impedisce all'aria esterna di tener dietro ai corpi cozzan- 
tisi colla stessa loro velocità? Non esiste al di fuori la necessità 
ehe air occupa primum qiiemque locum; seguo i due corpi su tutta 



56 DE RERUM NATURA 

385 si cita disailiaut, nenipe aer omn» nec^asest, 
intei' corsara quod fiat, possìdat inane : 
Ì8 porro (juamvis circura celerantibue auria 
tìoiiQuat, haud poterit taineu imo tempore totum 
uompieri epatium; iiara primum quemque iicfiessest 

■à-M occupet ille locum, deinde oiiiaia possìdeautur. 
quod si forte aliquìs, cum eorpora dissiluerc, 
tura putat id fieri quia ae condenseat aer. 



la loro Kupertìcie esteriore. Per me è l'identico vuoto, che primi 
si forma e poi è riempito; funi nou può esaere obe il momento 
liei dianlire ; "in quel momento si fa un vuoto che prima non 
c'prat e questo ruoto allora allora formatosi si riempie subito dì 
nuovo, a 8i badi che anche la disposizione del ragionamento i 
alqurtnto I ordinata: il ragionamento era sostanzialmente finita 
on 3J0 / inde omnia possideantttr „ e doveva seguir immedia- 
tamente la conclusione riasauntiva (secondo Lucrezio suole) nam 
et m I fil, etc. (3143, 394) che lì va a capello. Ma a Lacrpuo 
ta sop atutto a cuore la obiezione da confutare quoti ni fortt 
l I el fSfUl, (che il fatto por %k non è una prova d«l vuoto, 
s lo è spiegato in modo che sì concili colla teoria del moto), 
n e 1 aspettar poi, la insiona qui prima della conclusione^ 
rispondendovi colla conclusione stessa — la quale poi non è nn 
confutazione ina una semplice controasserzione ; della quain i 
contenta qui Lucrezio, perchè la risposta che veramente gl'in 
porta e alla quale corre, è quella che viene dopo, vale a dir«, eli 
U stessa supposizione avversaria implica il vuoto. Cosi, notisi, Ll 
nrezio viene per indiretto, e non senza qualche confusione, ad «e* 
ci^nnare un'altra prova del vuoto, non prima accennata, la prova 
del vuoto cavata dalla condensazione dei corpi: nnn prova ch'rrft 
tradizionalQ e antica nella scuola degli atomisti — o in gencrt; d«f. 
BiioUati— perchè da Aristotele è riferita e combattuta (molto nalcl 

— anzi è singolare quanto siono superficiali e sofistiche lo rispv 
ste che dà Aristotele a tutte queste prove del vuoto) Phi/ii. 4, 6: 

— In conclusione tutto questo brano, anche per il pùttrtmn, S8(f 
ha dell' appiccicato e dell' incompiuto. Circa 891-894 il Brieg« k 
incerto * utrum aliqnid esciderit an poeta neglegentius 9crìp«erit,v 

884. de coHCitrsii; de indica successione immediata. \on bonitt 
somnus de prandio (Plant). Pel ragionamento è indifferente dM 
i due corpi abbian combaciato un solo istante o molto; ma jft 
cosa ai presenta cosi più al vivo, più comunemente vista (p. eu 
i piatti strumento musicalel; e questo è un elemento sempre vìvo 
e presente nella poesia lucreziana. Non c'è quindi ragiona iPin- 
Eoapcttìrsi (Bergk, Suaem.) del de concumii. — lala implica i ' 
riilmente anche plana. — 88*. poesidiU l'unica forma a t e 
di possidì-re "prender possesso „ ; ma cfr. insidne e e ._ 
d^re. — 387. aura in Lucrezio è di solito * soffio >; ondo il 
frequente arris aurar. — 88», primion ^utmgu« ' un dopo 
l'altro ,, — 8»i. (UBI = in to ipao. — id, cioè pmHÌa f " ' 



LIBER I 385-406 57 

errat: nam vacuum tum tit quod non fuit ante, 
et repletur item vacuum quod constitit ante; 

J1I5 nee tali ratione potest rlenserier aér, 

nec, si iam posset, sine inani posset^ opinor, 
ipse in se trahère et partis conducere in unum. 

Qua propter, quamvis causando multa moreris, 
esse in rebus inane tamen fateare necessest. 

4U0 multaque praeterea tibi possum commemorando 
argumenta fidem dìctis conradere nostris: 
verum animo satis haec vestigia parva sagaci 
sunt, por quae possis cognoscere cetcra tute. 
namque canes ut montivagac persaepe forai 

*ft naribus inveniunt intectas fronde quietes, 
cum semel institerunt vestigia certa viai, 



— I due presenti fieri e condenseat, dopo dissiluere^ non sono 
Tanico esempio di licenza lucrcziana n eli uso dei tempi. Per con- 
denseat, è proposto condenserai. — 894. quod constitit ante 
^ che s' è formato un momento prima „ ; eppcrò coftstitit^ non 
fuiL — S95. tali ratione " nelle supposte condizioni „ ossia col 
battere i due piatti l'an contro l'altro; che l'aria sfagsre tu tt' at- 
torno. — si iam, frequente formula in questo senso: dato e non 
conoesso. — 897. trahere etc. = III 532. — trahere intransit. 
anche Y 967. 

898-417. Chiude e distingue questa prima sezione — esisto 
materia e vnoto — con una digressione di carattere personale ed 
esortativo. Così fa altrove e non di rado. Qui il pensiero fondamen- 
tale della digressione è : tu dal poco che ti ho detto, tenendo ben 
fermi i principi fondamentali, potrai da te stesso trovare molte 
altro spiegazioni particolari che io ho omesse. Un pensiero simile 
alla fine del libro I. Notiamo che in questo uso egli segue fedel- 
mente le orme del maestro. Anche Epicuro più volte, finito di trat- 
tare un argomento, prima di passare a un altro, inserisce qual- 
che accenno di simil natura, p. es. nella lettera a Erod. 45. 68. — 
Lncrezio ha omesso nn altro argomento tradizionale, cavato dal- 
l' axione della calamita: ma inversamente poi spiega il fenomeno 
della calamita eoi vnoto VI 904 sgg. 

S98. multa eausando; causari ò difendere una causn, discuterò, 
recar ragioni o chiacohere. Yerg. Aen. IX 56 Causando nostros in 
lonffum dueis amores. Cfr. frane, causer, — 400. multa praeterea 
argumenta '^ molte altre prove „. — 401. conradere fidem ** strap* 
parti a poco a poco tutto il tuo assenso „. 1 comici usano conradt^re 
dei quattrini o della roba. Lucrezio l'ha anche VI 304. 444. in senso 
meno «rdito. — 408. animo . . . vestigia... sagaci, cfr. nota a 
T. 50. — 404. montivagae ferai, cfr. VI 597. 108Ì. ferai eorr. Q. e 
L. Bem. IL per mss. f erare ; Brg. ferarum, col corr. Obi. — 405. quie- 
tes = cHÌnfia; in questo senso un «:r. Xsy. — 406. itistitnuiit. 



5S DE RERUM NATURA 

sic Hlid ex alio por te. tute ipse ridere 
talibus in rebus poteris caecasque latebra» 
insinuare oninis et veruni protraiiei-c inde. 

4in quod 8Ì pigraris paulumve recesseria ab re, 
hoc tibi de plano possum promittere, Memmi: 
usque adco largos haustiis e fontibu' magnis 
lingua meo suavis diti de pectore fundet, 
ut verenr ne tarda priua per membra seoRctua 

415 aerpat et in nobia vitai claiiatra resolvat, 
quani tibi de quavis una re versibus omnis 
arg:unientorunì sit copia niisBa per auris. 

Sed nunc ut repetani coeptum pertexere dictia, 



— cfr, Verg. Aen. XI 573 vf*lis/<a... inatitet-al. — 408. ta<l 
libus in fÉbas; non solo in questa, ma in tutte silfatto qneattoril 
saprai trovara dit te nuove ragioni. — 40», inutnuart; i. n. a 
116, — 410. pigraris [py/rartrt*); verbo antiquato- Accina nir 
propUr le hoc pigrein. — ab re; " ilalla coia corno rertaaeatf 
sta 1,; JnBflmina, se ricaschi nei dubbi. ~ 411. de plano; l'esprtoi* 
sione giuridica BÌgtiìiìca: " dal piano della pinzza , ^ ex atow 
loco, e u' usava (come contrapposto al rilevato tribunali d'afnui' 
minori che ai trattavano alla buona sul piano della piazta. nOB^ 
tribiiaaìi; oppure di pubblicfuioni (di leggi, etc) che era preacnt 
fosiero arGsBfì tanto in basso, che tutti comodamente poMarr 
leggerle de plano. Poi l'espressione deve essere entrata nel l' 
guaggìo comune per dire. " senza formalità o cerimonia, fac 
mente, prontamente, senz'altro „; cfr. Danto Inf. 2*2, e IomìoIU^ 
di piano. E in questo senso è usato qui da Lucr. — S" 
jitelore fiindere haustus è in sé contradditorio, ed h hi 
intolleritbile al Bcntley, che, seguito dal Bern., legge: 
haustoa b fonlihna omnia (il mio petto Terserft fiumi attii 
larghe fonti]; ma tre correzioni in un verso! Come ai d 
boccone di pane per un pezzo dì pane, eoa) sorsi d'acqua, hauet 
possono significar getti d'acqua, e qui getti di dottrina. 1 mas. D 
Bono inuerti che sull'ultima parola; Obi. ha uin^nrs eolia carr«tiaì 
majfiifi; Quadr. ainnen, gli itali ma.ffnitc quindi prob. matfHi» nel" 
chetìpo. Circa haustua, si pub considerare una conferma Hot. t] 
I 3, 10 ^indurici fontis qui non expaUuil hau»lu:i, che per fi 
è un' eco del nostro verso. La nostra lez. ^ Lacfa- Mnn. B 
Anche umiue adeo riesce cosi più naturale " così abbondi 
getti .. - 414. larda con senectus. — 415. riiai rlaustra » 
111 m> VI 1151 — 4in. Dapprima Lucrexia vuol dir» 

Memmio potrà trovare da sé nuovi argomenti pel già dimoaHi 
e anche veruni prutrahere non è da intendere dell'arrÌTaro a 
rità ulteriori; ma poi generaliisica: non solo au igueito a qt 
punti trattati, ma su qualunque punto della dottrina, ae ti nai 
dubbi, io ti pos'o accumular prove aopra prove, itenan 6tw. 
élS-li». Vedi VoI.I, pp. 17-20. 



LIBER I 407429 59 

onmis, ut est, igitur, per se, natura duabus 
420 constitit in rebus: nam corpora sunt, et inane, 
haec in quo sita sunt et qua diversa moventur. 
corpus enim per se communis dedicat esse 
sensus; cui nisi prima fides fundata valebit, 
haut erit occultis de rebus quo referentes 
4125 confìrmare animi quicquam ratione queamus; 
tum porro locus ac spatium, quod inane vocamus, 
si nuUura foret, haut usquam sita corpora possent 
esse ncque omnino quoquam diversa meare; 
id quod iam supera tibi paulo ostendimus ante. 



418. cfr. VI 42. ^ — 419. omnisper se natura sarebbe: ogni 
natura, ogni essere in quanto esiste per se, tutto ciò che ha una 
esistenza jiropria; per se natura (anche 45 sgg.) = tò xa&' éavróy 
ij xaS^ iavTTiy q>v<tii di Epic, ad Iler, 67 e 68. (Esistono anche le qua- 
lità e accidenti, 449 sgg., rua non per se.) Ma poiché qui Lucrezio 
traduce Epic. (voi. I p. 18), omnis è forse genitivo di omne = rò nùv^ 
natura omnis = omne, come natura animai = anima etc. cfr. Plut. 
adr. Col. 11, tò nuy natfxog (pvmv oyojLid^ety €Ì'(o&£y ^Enix,\ e tanto più 
ciò è probabile, in quanto qui per se va unito a ut est; omnis na- 
tura ut est per se. — constitit [= constai, cfr. ili 177] in duabus re- 
bus, * è compresa entro queste due cose, è una di queste due 
cose r. — 4?1. in ^uo haec corpora sita sunt — 422. dedi- 
cai = fiaQTVQst di Epicuro. — 4i8. " La fedo nel quale (senso) 
se non varrà inconcussa, come la prima. „ Da fidem alicui hahere 
è tratto cui fides '^ la in cui fede ^; cui, però, va pensato unito 
anche con fundata; c'è insomma una fusione di cui fides e in 
quo fundata fides, — 426. Anche questa seconda parto, sta 
sotto enim 422. — Si sarebbe tentati (li distìnguere locus e spa- 
tium quod inane vocamuSy come nei vv. sgg. è distinto l'occupare 
un posto dal muoversi, reso possibile dal vuoto ; ma il confronto col 
testo f reco mostra che qui Lucr., come Epic, non fa che enumerare 
divorai nomi della medesima cosa; v. voi. I p. 21. — 428. quo- 
quam^ mss. L. Bern. M. È seducente la proposta del Lambino qua- 
3 nam, accettata dal Brieger, e in certo modo confermata dal testo 
i Epicuro di^ ov exiyeTio; pure non è necessaria, e Lucrezio par 
che abbia qui in mente (cfr. 42i)) ciò che ha descritto 370 sgg. (il 
pesce nell'acqua), e allora con questo verso dice : ^ né dove lo coso 
possano procedere in avanti, una per Un verso Tal tra per Taltro, 
scambiando i lor posti „. Così diversa ha una vera ragion d] es- 
sere, non è semplice ornamento, abbastanza superfluo; che Tideii 
delle diverse direzioni si aggiunge naturalmente all' idea *" verso 
dove procedere „, meno naturalmente air idea *" per dove proce- 
dere „. — 429. = IV 670 e I 631 (ma qui con supra in luogo 
dì supera). — Questo verso, che si riferisce a 335 sgg., non vale 
che per diversa meare, non già per sita esse.j che in 335 sgg. non 
è, ne poteva essere considerato. 



60 



DE RERUM NATURA 



+ao praeterea nil est quod possis dicere ab omni 
corpore seìiinctum secretmnque esse ab inani, 
quod quasi tertia sit numero natura reperta. 
nani quodcumque erit, esse nliquid debeliit ili ipsuni; 



^Sfi. praeterea, c'iQÌi priieler £11 (corpi _,. 

448, anzi anche n, 449 agg. rìspomlono nuUVpitome di Epicuro la 
poche parole (che Beguono immediatamente alle citate): * E oltre 
queste COBO (corpi e vuoto) non si può riconoscere (come esistente) 
nesuun' altra, cosa, n^ per comprensione diretta, né per analog' 
alle cose direttamente comprese; nessuna cosa cioè di quelli» ci 
concepiamo come nature intere (cioè esistenti per sè_ stewnl. 
parte quell'altre che chiamiamo ev/tniiiiuntn o av/j(le^r,xóin „. Qne* 
s te parole sono si può dir tradotte da,Lucro2Ìo nei versi \ io-US, 
meno lo ultime ohe sono argomento 'ili 441» sgg. I versi 447 " 
sono interpretazione e commento di Epio. otre m^iXiiniixòii i 

àyiikóymc Toìi nttiiXijnroU. 

481. fib ottini corpore seiunetum ' del lutto i 
lo .. — 483. Qualunque cosa veramente è, deve e 
ohe cosa essa stessa, cioè per st ntessa (non come gli evtHla 
coniuncla che non hanno esistenza propria), — Nei msa., dopo 4^ 
viene 435 e poi 434. L'invertì manto di questi due versi (I>*ci^^ 
IJern. Mnnro) benché combattuto dal Woltjer è necessario. Bw 
notare ohe senza di esso si verrebbe a dire che qualunque ce* 
esiste per sé deve avere un certo aujfmen ; quindi lo dovrebbe at( 
anche il vuoto, al quale Y augmen non spetta in alcun modo. 
(lUjTme'i e (artMg sono correlativi (anzi rivengono allo stesso); nah 
ali' auO'iìen grande vel parcnm h parallelo il taelus gratis vel Ui 
Né mi pereaado del contrario il Brieger che (nella sua ediz.) rf 
pristina l'ordine dc'versi come sono nei codici, leggendo ab'guo pc 
aliquid in 433, ossia: qitod cumque erit esue aligiio dehebit itt tpsui 
augmine vel grandi vel parco denlqne. dum sit; cui si tactiài 
erit, etc. E osserva; qui4 onim ad illud esse aliquid tale quid stlbatf 
diet, quale Lachm. vnlt, scilicet " «',- ni xftff' ZXus q:M(w laftfiari 
iifn ? , niigmen vero rectiasime nlquc maxime proprie id VOoatiL 
quod aliquam rem vcl numerum aliquem niiget. Ha intanto non i 
tratta di id debebtt esse aliquid, ma 'li id dehebit esse aliquid imh] 
" dovrà essere qnalche cosa per sé stesso „ (non corno i eoniumeU 
o evettta che per se non sunt). E se aliqiio augminr esse tuo! <IÌr« 
come qui lo spiega il Brg. " essere di aumento dtill' essere , (pai 
nnologia con migtbit numerum eorpw-is 4ii(i - mn si noti che Ltt 



11.11, aiiura, 

c aliquid e. 



e; e quindi il Brieger fa dire a Tiucre/io * se qtul 
ili dire che, (p'ande o piccola, essa è nfl numei 
a mera tautologia. coH'aggiunta di un " grande 
un perchè. Ma nliqun augmiìte esse, n mio avris 
ucreziano non puc> signitìcart- che " nrcre una ceri 
ia e<>rtB mole , o anche " una certa grandezza 
ben inteso " grnndezi^ii . nel ficnso iippunto di " mole „ non gj 
di ' pura estensione , , nei qtial senso soltanto potrebbe «ppÉisu 



delle cose „. ii 

nel linguagffìa 
sostanziai ilik, 



LIBER I 430-448 61 

cui si tactus erit quamvis levis exiguusque, 
435 augmine vel grandi vel parvo denique, dum sit, 
corporis augebit numerum summamque sequetur: 
sin intactile erit, nulla de parte quod ullam 
rem prohibere queat per se transire meantem, 
scilicet, hoc id erit, vacuum quod inane vocamus. 
140 praeterea per se quod cumque erit aut faciet ([uid 
aut aliis fungi debebit agentibus ipsum, 
aut erit ut possint in eo res esse gerique: 
at facere et fungi sine corpore nulla potest res, 
nec praebere locura porro nisi inane vacansque. 
445 ergo, practcr inane et corpora, tertia per se 
nulla potest rerum in numero natura relinqui, 
uec quae sub sensus cadat ullo tempore nostros, 
noe ratione animi quam quisquam possit apisci. 



anche al vuoto. Insomma, augmen senza materia, e detto del vuoto, 
mi pare una impossibilità in linguaggio lucreziano. Cosicché, non 
oserei forse toccare aliquo.,. augmine se fosse nei codici; ma 
toccare mss. aliquid è meno prudente che invertir l'ordine dei due 
versi. — ^i. tactus " la tangibilità ^ ; non il nostro tatto, ma in 
genere la possibilità di un contatto con altra cosa. — 485. aug- 
men significa talora " aumento „ ma più spesso come qui '^ vo- 
lume ,. È parola propria di Lucr. (o imitatori), come momen, frag- 
men, glomeramen, vexamen, frustramen , clinamen, — 486. nu- 
meruwy cfr. Cic. nutnerus frumenti, e simili. — 487. intactile 
àn, ley,; = avag>T^g di Epic. — 441. fungi = ndaxsiy. " Una 
delle due : o sarà tal cosa che possa esercitar una azione su altra 
cosa o subirla; oppure né agirà né subirà — cioè lascierà che 
ogni altra cosa sia o si muova, senza impedimento da parte sua „. 
Cfr. Epic. (in altro luo^o della epitome, 67) :^ rò xeyòy ovte noi^cut 
ovte na^eXy évyarai, aXXà xivr^aiy fióyoy ^i laviov toT^ aoUiaat 
7ia(féxtini. — 448. Il semplice apisci per arìipisci anche \ 805 
(apti) e VI 1232. 

449-482. * Oltre queste due cose (materia e vuoto) che esistono 
in sé e per sé, ci sono i predicati, o caratteri, o qualità o at- 
tributi, ohe dir si voglia, di queste due cose. Questi prodicati non 
sono già delle non entità; esistono, ma esistono solo in quanto sono 
indiaaolabilmente inerenti o a corpi o al vuoto, in quanto di essi 
si predicano; e sono di due specie: o coniuncta (che Epicuro chiama 
ciufigfirpcóta) o eventa (che Epicuro chiama cvunxw^axa). Coniuncta 
sono tutte quante quelle qualità fisiche che son proprie di una 
determinata cosa, che