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Full text of "Trattato di architettura civile e militare"

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A/^ IS-J^S.XV- 






FINE AJìTa HOiiAo^ 



HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FROM THE BBQUBST OF 

CHARLES SUMNER 

<XASS OP 1830 

Senator from Massadttisetts 

Ktt BOOKS ULAIINC TO 
VOUnCS AND HNB AKIS 








TRATTATO 



DI 



ARCHITETTURA CIVILE E MILITARE 



DI 



FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI 



ARCHITETTO SENESE DEL SECOLO XV. 




^.i 



J^-^ .. , c;V^>^«'r \^ 



\^ORINO 

TIPOGRAFÌA CHIRIO E MINA 



M DCCC ILI. 




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hA/S^S-'XS- 






HARVARD^ 
UNIVERSITY 
LIBRARY^ 



Estratto dall'opera intitolata : Trattato di yàrchitettura civile e militare 
di Francesco di Giorgio Martini y ora per la prima volta pubblicato 
per cura di S. E. il Cav. Cesare Saiuzzoy con iUusiraziani e note, 
per servire alla storia delibarle militare Italiana. ( Torino. Tìpografla 
Chirio e Mina. 1841 , 2 voi. in-4.'' con atlante di 38 tavole ). 



.^0 



^^^M&&ìSmmSsSSm^mSS^S^^ 



AI LETTORI. 



ìj opera che ora vede la luce fu desiderata da lunghi 
anni. Già sin da primi tempi che venne scoperto il co- 
dice Sanese di Francesco di Giorgio ^ alcuni amatori del 
nome suo ebbero in animo di pubblicarlo. La edizione 
prima doveva esser fatta nella patria delFaùtore, onde 
quel bibliotecario abate Ciaccheri, che ne aveva tolto 
l'impegno, faceva istanza agli amici gli porgessero gli op- 
portuni lumi : e già il bolognese Vincenzo Corazza aveagli 
promesso aiuto; parecchie annotazioni le desiderava dal 
Galiani di Napoli traduttor di Vitruvio, e le occorrenti 
dilucidazioni circa i materiali di costruzione attendevale 
dal geologo Baldassarri di Siena, con altri sussidii da 
Lodovico Bianconi (*^ ; ma , poco dopo , pare ne abban- 
donasse persin Videa, come m'insegna una lettera scrit- 
^ tagli nell'anno 1782 da Leonardo De-Vegni W. A tale 

(1) Lettera del Giaccheri del 1763 presso Targtoni, Piaggio in Toscana, voi. IV. Lettera 
del 1769 di Francesco Milìzia al Temanza. 
(9) Lettere Saneti , voi. Ili, pag. 89. 



vili 



impresa volle egli pure accingersi il conte' Algarotti , e , 
come dice di un esemplare del codice Sanese T abate 
Trombelli in una inedita lettera , se non era di ortografia 
pessima y probabilmente il Conte , al quale lo lanciai in 
mano per alcun tempo y l'avrebbe fatto stampare per le 
notizie recondite che vi sono. Mirabil ragione! che se 
cosi avessero pensato i dotti degli scorsi secoli, rimar- 
rebbero ancora nella polvere delle biblioteche i classici 
stessi dell' antichità. Ma F Algarotti , bel parlatore ed 
uomo di facile e leggera erudizione, era più atto a trat- 
tenere i dilettanti, che a soddisfare gli uomini dell'arte, 
e forse al tentativo suo allude il Delia-Valle scrivendo 
che pia d'uno temerariamente pretese correggere questo 
prezioso manoscritto riducendolo alla frase e lezione 
moderna y ma non fece che corromperne il senso e alte-- 
rame lo stile del secolo. Circa gli anni stessi la mede- 
sima cosa erasi proposto monsignor Stratico vescovo 
di Lesina in Dalmazia^ e ne abbiamo notizia per una 
sua lettera stampata dal professor Dei-Rosso ^^\ nella 
quale dice, parlando del Martini, spero che il suo trat- 
tato y che io pubblicherò con Valuto e con i lumi degli 
amici y e soprattutto del mio Cocchi y farà onore a Siena 
e a Urbino : e certo , a lui non sarebbero mancati i 
consigli e l'assistenza del comentatore di Vitruvio Simone 
Stratico che gli era fratello. Finalmente , il fiorentino 
professor Dei-Rosso volle stamparlo egli pure , seguendo 
l'idea già esposta dal De-Vegni, ma ne fu disanimato 



(i) Lettera AfUeUana IF, 



IX 



dalla mancanza delle figure nel codice Sanese, e sopra 
tutto di quelle di fortificazione : ma dopo scoperto il 
codice Magliabechiano, fece quasi un invito agli archi- 
tetti per la pubblicazione e singolarmente ai Sanesi, of- 
frendosi e pei lumi dell'arte e per la spesa (^\ Ma anche 
questa volta, se vi fu la volontà, mancò Teffetto. 

Ora solamente alla pubblicazione di codesto trattato 
concorsero condizioni propizie. Un Personaggio gentile, 
versatissimo negli studi dell'arte , ed in quelli della storia 
e delle cose militari , raccolse intieri i libri di Francesco 
di Giorgio, e volse l'animo a farli cosa pubblica. I lettori 
Italiani , e fra essi coloro singolarmente che Piemontesi 
sono, già sanno ch'io parlo di Cesare Saluzzo Governa- 
tore delle LL. AA. RR. i Duchi di Savoia e di Genova, 
tenente - generale , e grande scudiere di S. M. il Re di 
Sardegna. Egli possessore di una biblioteca di libri sto- 
rici e militari quanto si possa dire copiosa , trovatore 
ed acquisitore di codici rarissimi, conoscitore profondo 
dell'istoria nostra ed amatore caldissimo delle antiche 
glorie italiane, non volle che la maggior opera di Fran- 
cesco di Giorgio rimanesse più sepolta. 

È per Cesare Saluzzo che i cultori della storia dell'ar- 
chitettura militare leggeranno il più compiuto trattato 
di quell'arte antica di fortificare, che ora i tanti libri ed 
i dissepolti documenti, ed il genio del secol nostro che 
si rivolge ai padri suoi , hanno fatta sa cara : per lui sarà 
dato agli architetti un libro di un artista dell'aureo secolo 



(0 Lettera JtUeUana 1 e IV 



decimoquinto , e, fra gli stc^impati, primo ad unire alla 
pratica le lezioni teoriche, primo per epoca dopo l'Alberti, 
primo a scrivere nella lingua nostra: per lui sarti dato 
agli studiosi della lingua un libro scritto da un Sanese 
sullo scorcio del decimoquìnto secolo , condizioni che da 
sé sole e' indicano un testo del nostro bel parlare : per 
lui avranno gli amatori delle patrie glorie, i buoni Ita- 
liani, quegli scritti ne quali quella mente sagace ed inda- 
gatrice di Francesco deponeva i germi di tante preziose 
scoperte , Tapplicazione dèlie quali ostando alla potenza 
delle artiglierie , fu la salute di tanti piccoli stati : per lui 
finalmente godremo di un bel tratto di patria carità , 
quando sarà pagato dal Piemonte un debito della gentile 
e maestra Toscana , ed avremo veduto la provincia no* 
stra concorrer zelosa ad accrescere il comune patrimonio 
di gloria, 

Airillustre Personaggio che pensava a ridare agl'Italiani 
il loro Francesco di Giorgio, distratto dai pubblici negozi, 
falliva il tempo: nii richiese dell'ufficio miio, ed io volon- 
teroso subentrava all'incarico, ponendo mente piuttosto 
alla utilità che ne sarebbe ridondata agli studi , che 
non ai mezzi ch'io m'avessi onde poter condurre a buon 
fine siffatta impresa. Ciò dico , onde mi valga presso il 
cortese lettore la buona intenzione che mi guidava , e 
sia scusato almeno in parte, qualora, dovendo dire molte 
e nuove cose , io avessi errato per meno esatte od insuf- 
ficienti notizie. 

Ora esporrò la ragione della pubblicazione presente. 
Precede la vita dell'autore tessuta su documenti auten- 



XI 



tici, ed è seguila dal catalogo analitico delle otto opere 
che lasciò scritte o figurate, delle quali mi fu dato rin- 
venirne sparsamente ben trentadue copie. 

Principal pregio dell'autore sono le scoperte ed i per- 
fezionamenti circa le mine , i baluardi ed altre parti 
della fortificazione ; e la storia di tali cose trattata in 
alcuni libri inediti dal Beretta, dallo Scarabelli, dal Ve- 
lasco, ed in stampati, come quelli del Mandar, del D'An- 
toni, del Marini, per tacer d altri, non contenterà a gran 
pezza i leggitori dell età nostra. Ebbero questi scrittori 
( e dico di tutti , sicché paia destino di questa scienza ) un 
cotal loro modo di scrivere la storia della fortificazione, 
pel quale fissarono la serie delle scoperte di tale e tale 
altra parte di essa non come furono, ma come parve loro 
che avrebbero dovuto succedersi : seguirono il metodo 
razionale, quasi si trattasse di questioni metafisiche od 
ideològiche. Ma la storia di una scienza pratica è storia 
di fatti, e dalla successione di questi dobbianiio ordirla, 
e per quella della fortificazione non devesi procedere 
diversamente che per un'altra, né tralasciai^ le relazioni 
degli antichi assedi ed i libri de vecchi trattatisti, verbosi 
sì, ma pur pieni di precetti. A ciò però non badarono 
gli autori de' quali ho parlato; essi, conoscitori dell'arte 
loro, quale all'età in cui vissero l'avevano trovata, né 
volgendo lo sguardo addietro, scrissero ad un dipresso 
come disegnata avrebbero la pianta di una fortezza; e 
nella serie delle invenzioni , chi legge i libri loro , trova 
dapprima, a cagion d'esempio, il perimetro bastionato 
moderno , quindi il rivellino , poi la strada coperta e 



XII 



lo spalto , procedendo con quell'ordine col quale met- 
tonsi in carta ; la sincera storia invece ci ammaestra es- 
sere antichissimi i rivellini, meno antichi lo spalto e 
la strada coperta , e posteriore ancora il bastione. Ciò , 
dico, è accaduto per non aver consultata la storia, o 
data fede a scrittori ignari delle cose e delle voci del- 
l'architettura militare: aggiungasi che quasi nessun lume 
può trarsi dagl'ingegneri del decimosesto secolo, i quali, 
coevi o di poco posteriori alla invenzione de baluardi , 
non la conobbero, o, come è destino di pressoché tutte 
le grandi scoperte , non si curarono di esporne i pri- 
mordi e gl'incrementi. Da questa incuria derivò pure uno 
scetticismo pel quale furon dette inutili tali ricerche , 
siccome non guidanti a nessun certo termine (^). La quale 
sentenza, di persona dotta sì, ma che ne' suoi studi storici 
sull'architettura militare non oltrepassando l'età del Mar^ 
chi ignorò i sistemi e le scoperte de' secoli anteriori assai 
più fecondi in invenzioni che non si credano, cade di 
per sé, solo che si consideri come per le età moderne 
fornite di scrittori, poco scetticismo possa albergare negli 
animosi che non sfuggono dal rintracciare le storie. 

Queste considerazioni m'indussero a munire il trat- 
tato di Francesco di Giorgio di una discussione istorica 
(Memoria III), nella quale indago e cerco di fissare le 
epoche e gl'incrementi di tutte quelle parti della mili- 
tare architettura antica e moderna che usarono in circa 
l'anno i5oo, o che nacquero in quel torno, siano desse 



(f) Luigi Marini, Saggio Utorico ed algehraico m bastioni. Roma 1801 , pag. 14. 



Sili 



tuttora in uso o siano state tralasciate come insufficienti 
o dannose: quindi di una speciale dissertazione (Memo- 
ria IV) colla quale tento di chiarire la storia de bastioni 
moderni e delFessere stati trovati e posti in disegno prima 
che da ogni altro ingegnere, dall'autor nostro circa Tanno 
anzidetto. Aggiungo circa le mine con polvere una di- 
squisizione (Memoria V) per provare essere desse pure 
invenzione italiana. 

L'autore descrivendo e figurando dieci difTerenti specie 
d'artiglierie, io per ciascuna apposi una notizia, facen- 
dole precedere da un discorso sopra la nomenclatura 
così intricata delle artiglierie antiche, e le principali no- 
zioni circa esse le riunii sotto l'artìcolo del genere e 
specie Bombarda, al quale, fanno seguito le desiderate 
ed inedite teorie di Leonardo da Vinci. Formano queste 
notizie la Memoria II, per la quale io sostai ai primi 
lustri del secolo decimosesto. 

Ed anzi tutto , a queste quattro Memorie ne feci pre- 
cedere una prima , nella quale rapidamente parlando 
della vita e delle opere degP Italiani che scrissero deU 
l'arte dell'ingegnere e dell'artigliere, e dell'antica mecca- 
nica militare, dal i!2t85 al i56o(cioè dal primo albore 
di risorgimento dell'arte antica sino al cominciare del 
secondo periodo della fortificazione moderna per opera 
di Francesco de' Marchi ), volli esporre in quale stato 
ognuno di essi abbia trovata la scienza, e quali miglio- 
ramenti vi abbia portato. In meno di tre secoli fiorirono 
in questa patria quarantasei scrittori delle arti anzidette: 
dì essi io parlo, e non computando coloro de* quali so- 



XIV 



\ 



pravvisse il nome solo, fors anche più d'uno ne ho igno- 
rato. Ad ogni modo , in quel!' epoca di si scarsi studi 
militari, tutta Europa riunita non ne forni altrettanti. 

Al testo apposi quelle note che mi parvero opportune: 
sono di lingua , di confronto di codici , di autori citati 
da Francesco o da me, e di brevi digressioni ove mi 
parve ve ne fosse mestieri. 

Gli architetti che leggeranno quest'autore s'ingegnino 
di rispettare ed imitare la modestia sua , il suo amore per 
l'arte, pensando che in quei buoni quattrocentisti che 
fecero quasi sempre bene , spesso ottimamente , e tal- 
volta a segno di lasciar disperati di avvicinarli chi venisse 
lor dopo, la potenza del fare vinceva d'assai quella del 
dire. Ora è sorta la generazione de' sofisti dell'arte , dico 
degli estetici , che con gonfie parole e tra nebbie metafisi- 
che vanno assegnando alle mirabili opere de nostri antichi 
motivi de' quali essi pur non s'addavano : parlano con 
gran sicurezza , e poco sperti nell'arte , poiché non vi si 
addentrarono mai , non intesi essi stessi dagli artisti , 
procedono con artificiata passione a declamare canoni 
del bello, cui la pratica troppo soventi smentisce come 
impossibili. Costoro vi troveranno proprio il perchè 
Giotto, Raffaello, Michelangelo abbiano fatta questa e 
quest'altra cosa ^ ed in verità , che quando vi penso , mi 
rammentano i gramatici del quarto e quinto secolo ed 
i nostri chiosatori del secento , che notavano ne' sommi 
poeti a bellezza il buio, l'arcano, le allusioni che crede- 
vano scorgervi per entro. Gran segno di decadimento è 
questo: che, quando al bello vien fatta una gretta ana- 



XV 



lisi e date leggi che gli dicano, non oltrepasserai questi 
limiti, già non è più. Pure, e si faccian lieti, che se i 
nosti^i antichi non conobbero la loro scuola ciarliera^ 
stavano' però legati alla catena vitruviana ed alla aristo- 
telica : di questa taccia non è mondo Francesco di Gior^ 
gio, né io il celo: ed appunto quel Vitruvio colla sua 
capanna, colla sua vergine corintia, colle sue propor* 
zionì antropografichè spacciava a modo suo le dottrine 
estetiche de Greci e de Romani. Dirò di più come tra- 
volto Fautor nostro dall'età in cui visse, tutta dedicantesi 
agli studi dell'antichità, abbia scritta una lingua cospersa 
di latinismi troppo improprii al soggetto , sicché spesso ti 
faccia desiderare la rozza semplicità dell'antico dialetto di 
Siena in che aveva scritto dapprima. Ma, sono forse molti 
gli autori di quel secolo che adoprate abbiano le belle e 
schiette forme italiane? Pur troppo che rarissimi sono. 
Anzi, maggior fu ancóra tra gli artisti, codesta lue, come 
accade a gente che ìion facendo professione sua le let- 
tere , si volge poi là ove vede andare chi in quella età 
ne sia tenuto maestro : e nondimeno schiettissima parrà 
la lingua sua appetto a quella degl'ibridi scrittori d'ar- 
chitettura di que' tenipi ^ di Francesco Colonna , del Fi- 
larete, del Paciuolo, del Cesariano. 

Gl'ingegneri poi che coltivano la storia dell'arte loro , 
vedranno senza dubbio volonterosi in questo trattato e 
negli aggiunti disegni i primordi della loro nobilissima 
scienza nascente per opera di tanti chiari e laboriosi 
uomini, e di costui specialmente per cui ne' moderni tempi 
cominciò la teorica dell'architettura militare ad accom- 



XVI 



pagnarne la pratica; che notò, doversi fare studi di 
artiglieria non solo per ostare a quella, ma ancora per 
ostare con quella: fortezza essere che minore potenza 
alla maggiore potesse resistere : e quindi , che la mag- 
gior considerazione che deve muover l'ingegnere si è il 
considerare in che luogo e di che modo possa essere la 
rocca disegnata offesa, e presupporre di essere a quella 
avversario, e secóndo i difetti applicare le medicine ed 
i rimedi. Ed invero che troppo sconoscenti verso gl'in- 
ventori dell'architettura militare moderna mostraronsi 
gli scrittori: poiché quelli soli vinsero la prova nel più 
tremendo problema polìtico di que* tempi, insegnando 
il modo che solo restava di ostare alla potenza turche- 
sca : poiché non gli eserciti Austriaci, né gli Ungheri sal- 
varono nel i529 la capitale e Timpero d'Austria, ma sì i 
nuovi ingegneri: còme non le flotte Veneziane nel iSSy, 
né quelle di Spagna e d'Italia nel i565 difesero Corfù 
e Malta, ma sì gVingegneri Italiani formati alla scuola 
di coloro che a Padova, cominciante il secolo, avevano 
per virtù d'ingegno prostrato lo sforzo della lega dì Cam- 
brai. Queste cose leggeranno volontieri, e saranno grati 
a chi le scrisse, grati a Quegli che volle si rendessero 
pubbliche. 

Torino y Settenére 1841. 



Architetto Carlo ProQÙs. 



RAGIONE DELL'OPERA 



E 



PROLOGO AL LIBRO PRIMO. 



E 



upompo di Macedonia, egregio matematico, nissuna arte perfettamente 
negli uomini essere determinava senza aritmetica e geometria. Similmente 
non solo da lui , ma da molti altri periti non meno necessaria era esi- 

stimata Tarte del disegno in qualunque operativa scienza, che le pre- 
nominate (0. Questo medesimo giudicando Apelle e Melanzio esperti 
matematici , solerti pittori e di grande autorità per tutta la Grecia e 
massime in Sicione, costituirono cbe i padri di- famiglia ai figliuoli loro 
e posteri fossero imparare V arte antigrafica : e conosciuta dopo breve 
tempo l'utilitii sua e la nobiltà di molte scienze delle quali presuppone 
la notizia , fu in modo celebrata , che , siccome ne scrive Plinio , net 
primo grado delle liberali era riputata , nò permettevano che a' servi 
insegnata fosse W. Onde benché ai dì nostri sia riputata vile e inferiore 



(I) Non ad Eapompo, ma a Panfilo macedone sao scolaro attribuisce Plinio questi dettati 
( UUt. Nat. , XXXV , 36 ). 

(9) Fu per antorìtà di Panfilo ( non di Apelle e Melanzio che erangli scolari ) che si sparse 
tal uso in Grecia. Quest'arte cmUgrafica, la quale sarebbe un'appellazione affatto nuova , 
panni abbia ayuto sorgente da un errore di un codice di Plinio, non notato da nessuno 
editore, poiché tutti leggono : Ifmui (PamphUi) mtctcrUate effectum est Sicyone primum, 
deinde ti in iUa Gtìbcw^ vi jmeri ingemii ante omnia graphicen^ hoc est, pietwram in 
ìnufo docerefUur ete. Dov'è chiaro che quel codice doveva leggere per disteso antegraphieen. 
Gli errori stessi circa Eupompo e l'arte antìgrafiea sono presso Raffaele Volterrano contero* 
poraaeo ( Cornmeni. Urb. , lib. XVI ). Della sciema antigrafica parla andie Cesare Ciserano 
o Cesariano ne' Commenti al cap. 1 , lib. I di Vitruvio ( Como 1631 f.o }. 



6 TRATTATO 

a molte altre arti meccaniche (0, nientedimeno chi considerasse quanto 
sia utile e necessaria in ogni opera umana, sì neU'invenzi<me , si nel- 
Tesplicare li concetti , sì nell'operare e all' arte militare ; e oltre a 
questo aritmetica, geometria, prespettiva a questa essere affini, senza 
errore giudicheria essa essere un mezzo necessario in ogni cognizione, e 
opera delle cose fattibili con diritta ragione. 

Per questo non senza cagione nelle menti dei virtuosi insorge mara- 
viglia d'onde sia processo che tanto tempo sia stata occulta e totalmente 
persa, e parimente le forze dei vocaboli usati per gli autori di quest'arte 
ignota , massimamente essendo in questo spazio stati piti uomini dalla 
natura dotati di sottilissimi ingegni. Alcuni l'attribuiscono agl'influssi 
celesti per i quali al mondo gli uomini sono in un'età ad un esercizio 
inclinati, in altra ad ^Itro. Ma io lasciando quest'alta considerazione 
che è sopra le forze mie, conosco a quest'effetto un'altra cagione essere 
concorsa, e questa è che in questo tempo, come è manifesto, la cura 
e sollecitudine e manifesta frenesia umana alla cupidità e avarizia si è 
data , le virtù abbandonando : e se pure alcuna scienza si è messa in 
uso, quella solo affine di ricchezze o guadagno è stata frequentata. E, 
oltre agli altri, in questo vizio i principi e potentati sono incorsi a cui 
si aspetta retribuire mediocremente quegl'ingegni che la vita loro occu- 
pano in questi esercizi: donde ne segue che quelli che a simili studi 
hanno dato opera benché eccellenti, non hanno posseduto tanto, che la 
vita loro in fine non sia stata miserrima: dal quale effetto ne segue la 
disperazione di qualunque in simili esercizi volesse versarsi W. 

Questa medesima cagione me lungo tempo già tenne pendolo e dubbio, 

(ij Giovanni Sanzio padre del gran RaflaeUOy il quale viveva col nostro autore in corte 
d'Urbino , nel sno poema inedito della vita di Federigo H , pariando della prospettiva e di 
Eupompo, dice : » Il qoal voleva che di eccellenza fnora 

» Ogni arte fosse al mondo senza lei 

» E il secol nostro tanto la divora ». 

( Gtom. arcadUo , voi. X , pag 107 ). Pare adunque che anche qnesto poeta pittore abbia 

avuto per mano un simil codice di Plinio , e che andasse d-'accordo col nostro Cecco nel 

lagnarsi della temporanea infelice condizione dell'arte. 

(%) Errore de' tempi. I letterati essi pure bandivano essere cadute le romane lettere , 
dacché cessato avevano gl'imperatori d'impinguare chi le coltivava. 



LIBRO I. 7 

massime conoscendo essere conforme alla prima, cioè all'influenza di 
Mercurio signore di quelli, che neiré prenominate arti sono atti a di- 
venire eccellenti (0^ e così a quello che la natura m'inclinava, non mi 
determinava; ma più volte mosso dalla ragione non sottoposta alle in- 
clinazioni corporee, in qualche più vile e meccanica arte fui per eser- 
citarmi , sperando in questa con minor peso di animo, se non di corpo, 
alle necessità del vitto mio possere supplire, non sapendo detestare alcun 
principe 6 potente della esigua retribuzione loro per l'influenza predetta. 
Ma bene di gran laude riputeria degno chi per ragione la detta inclina- 
zione dominasse. Così stando in questa ambiguità, perchè è cosa diffici- 
lissima alle impulsioni naturali resistere^ quelle che liberali seguire (aie), 
e desiderando nell'arte del disegno e architettura parte dell' antigrafica 
venire a qualche perfezione , feci fermo proposito di non perdonare' a 
fatica alcuna, la quale io vedea necessaria per conseguire questo fine. 
Perocché gli autori che in architettura hanno scritto , non ci hanno la- 
sciato i libri con l'arte compita, ed i vocabpli loro per le cagioni as- 
segnate sono stati fatti ignoti, e gli esempi gran tempo stati in ruina (^); 
onde per molte circostanze considerando le antiche opere de' Romani e 
de' Greci (^) ottimi scultori e architettori , è stato necessario ritrovare 
quasi come di nuovo la forza del parlare degli autori , e il sejg[no col 
significato concordando , massime di Vitruvio degli altri più autentico 
riputato: la qual cosa per forza di grammatica greca e latina mai si è 
possuto perducere a fine, benché più peritissimi ingegni nell'una è 
neir altra lingua si siano affaticati , come da me e dal mio Signore 

(1) Chiamavano jierciò queste arti belle , arti mercarìali , e ne trovavano ne' bambini la 
predisposizione per astrologia e chiromanzia. Vedi il Vasari nella f^ita di Pierino da Find. 

(9) QoesU antorì d'architettara , i vocaboli usati dai quali eransi resi inintelligìbili, sono 
vitruvio col suo compendiatore de' tempi bassi, Palladio, Rutilio, Plinio , e quindi i lessico- 
grafi Isidoro e Pesto. Poco giovano gli j^uctores fimm regwidarum. Non conto quanto ne 
dicono Filone il militare e Polluce , come neppure gli antichi meccanici , greci tutu , e sco- 
nosciuti al nostro Cecco. 

(3) Mei codice Sanese manca la pan^ arehitelUni che è pure IndispensaMle. Le opere 
de' Romani sono i monumenti di Roma e oaampagna, e quelle de' Greci, sono, cred' io , quelli 
deUe vicinanze di Napoli , giacché l'autore non ebbe campo di veder la Grecia. Forse però 
egli ebbe comodità di qualche codice di Ciriaco d'Ancona , le di cui raccolte assai giovarono 
agli architetti quattrocentisti. ( Marini , Mti de* fratelli Avvali , voi. Il , pag. 731 > 



8 TRATTATO 

iDdatti (0^ e questa mia fatica tanto meno grave parea quanto io trovava 

* 

le proporzioni deiropere corrispondere alle autorità e scritture di Vitru- 
vio, e perdiè io conosco che non solo dobbiamo render grazie a quelli 
che nelle arti a noi hanno lasciato la verità elucidata, ma a quelli 
ancora che ci hanno mosso le quistioni di alcuni secreti , perchè per 
loro mezzo siamo alla vera notizia pervenuti, come dice Aristotile nella 
Metafisica sua (^), e non meno biasimare quelli che con le vigilie e 
fatiche d'altri acquistar £aana desiderano, non volendo cadere in questo 
vizio d'ingratitudine, né ancora ornarmi di vestimenti alieni , come molti 
che le opere d'altri hanno usurpato, e vendicatosi il nome del quale il 
vero compositore solamente era degno j per questo non sia alcuno che 
si persuada tutto quello che in questa mia operetta si contiene, voglia 
reputato sia di mia invenzione : perchè molte conclusioni ho di piti libri 
, e massime di Yitruvio estratte et excerte nelle regole delle proporzioni 
di colonne, basi, capitelli e comici, e così alcuni esempi e regole del 
primo, secondo e del quarto libro sono delle fatiche degli antichi, non 
con poca sollecitudine da me a luce ridotte. Ma le varie forme delle 
cose che nei detti libri si contengono, insieme con gli altri, sono del 
mio debile ingegno invenzioni, ove se alcuna cosa sarìi che ai lettori non 
piacesse , imputato sia alle mie brevi forze , e se in alcuna parte ren- 
dessero utile o dilettazione, quello solo sia ringraziato il quale è fonte 
d'ogni bene, e da cui tutte le grazie 8<mo, e da me solo questa dispo- 
sizione di volontà sia accettata, per la quale molte cose utili e dilet- 
tabili saranno a ciascuno manifeste che per molte età scmo state occulte. 
Benché a me non sia ignoto alcuni moderni in quest'arte avere cementato 
e scritto (^), perocché infine negli utili e difficili passi leggermente quelli 

(1) Cioè da Federigo 11 duca d'Urbino, e qoesta sua lode è tacdota sì dai numerosi suo 
biografi, cbe dal Poleni nelle sue elaborate esercitazioni vitmviane. Più capace senza paragone 
di quant'altri fossero in corte di Federigo ne era L. B. Alberti , cbe esso pure vi fu , ed è 
probabile lo richiedesse il Duca di tal fatica : ma non ne sono prove. 

(3) Libro III. È noto quanto siano tra se varianti gì* infiniti volgarizzamenti latini fatti 
ne' tempi bassi dai testi arabi o gred di Aristotile. Io non so qual traduzione avesse a mano 
l'autor nostro , so bensì che meglio d'una volta , precetti e pareri cb'ei va citando di Ari- 
stotile , io nelle edizioni non li ho trovati : epperciò mi tolsi dall'appuntarli. 

CO Vedasi la nota l.« al prologo del lib. VII. 



LIBRO 1. 



9 



trovo esser passati. Onde benché ad alcuni paia quest'arte d'architettura 
essere ai di nostri ritrovata , intesi i fondamenti , redole e conclusioni 
d'essa, si potrà facilmente conóscere la moltitudine degli errori e man- 
camenti che in tutti i moderni ediGzi sono. 

Non idubito da molti sarò in alcune parti ripreso , perchè non è 
possibile ad ogni uomo satisfare per la varietà degli appetiti , ma non 
avendo di questo molestia, questo merito solo delle fatiche mie aspetto, 
che da qualche intelligente in alcuna parte mi saranno rendute grazie, 
se non come determinatore, almeno come motore degli altri più sublimi 
e virtuosi ingegni. E perchè approvata sentenza è di tutti i platonici e 
peripatetici filosofi , la divisione di qualunque tutto nelle partì sue es- 
sere una delle principali vie per le quali a notizia della cosa ignota si 
perviene (0, non deviando da questa opinione, affermo l'arte e scienza 
dell'architettura, della quale secondo le forze del mio debole ingegno 
intendo trattare sufficientemente, in sette principali trattati doversi di- 
videre (^), dei quali questo debba essere l'ordine preso dalle materie e 
principali soggetti d'essi. 

Il primo debba determinare di tutti i principii e norme necessarie 
e comuni a ciascheduno degli altri , seguendo la sentenza d'Aristotile 
nel principio della Fisica, dove insegna che dalle cose universali nelle 
singolari nelle scienze bisogna procedere (^) ; dopo questo , perchè il 
primo edifizio che all'uòmo sia bisogno di fare è la casa, ovvero l'abi- 
tazione sua. 

Il secondo libro debba dichiarare le parti che alle comode e conve- 
nienti abitazioni delle case e palazzi si ricerca; essendo l'uomo animale 
sociabile , né potendo separato comodamente vivere. 

Il terzo debba dimostrare li concedenti {sic) ornamenti dei castelli 
e città; e perchè l'uomo naturalmente e per rivelazione si conosce fat- 
tura della prima cagicme agente e ultimo fine, e con lui avere simili- 
tudine, a gloria sua, poi alla congregazione debba edificare un tempio 



( 



(1) Aristotelis, PolUiay 1,1. 

(9) SU scrìtto in margine: Divisione del libro in sette trattoH, Adattandomi all'oso dei 
tempi nostri, terrò in vece che il trattato sia diviso in sette libri. 
(3) Physicae auscultationis , II , 1. 

3 



1 TRATTATO 

a lui dedicandolo. Delle parti del quale debba il quarto libro considerare. 

E biso^ando per mantenere lo signorie e domimi fare fortezze per 
le quali i pochi possano resistere agli assai, e quelli (fendere, nel quinto 
libro è da descrivere più forme di rocclie di nuove invenzioni. 

Oltre alle predette cose essendo necessario aD'uomo piìi mercanzie <; 
frutti transportare per mare da luogo a hiogo dove sono i porti necessa- 
rii , nel sesto libro è da insegnare le parti e forme di quelli. 

Ultimatamente perchè edificando, molti pesi grmdissimi bisogna muo- 
vere , che senza ingegno la forza umana è insufficiente, nel settimo ed 
ultimo libro è a dimostrare più modi per i quali feoilmrate il detto 
effetto si consegua W. 

E per questi sette libri pare che tutta la materia di quest'arte sta 
perfettamente compresa. 



(I) Si conferisca questa dirisi<»ie de] trattato con quella che è nel codice Mnete (Catalogo 
analitioo de' codici al n,° VI). In qneito Mtlimo Ubro , quantunque prometta l'autore di trat- 
tare della meccanica, propriamente detta, non parla però quasi d'altro, che dell'arte di 
fere i molini: perciò fu in questa edizione stimato bene dì tralaadarìo. 



'<>^¥Mmmimui m nmmìmiwàmmmH¥:^tm m imn 



LIBRO PRIMO. 



CAPO I. 

Scopo deW Architettura e suoi rapporti coUe scienze. 

Querto primo libro in tante parti si potria dividere quante conclusioni 
generali in sè> contiene , le quali però ai luoghi loro saranno manifeste. 
Quanto alla prima, perchè ciascuno agente o fattore solo opera per con- 
seguire qualche buon fine, come scrive Aristotile nel secondo della sua 
fisica (0, è necessario che similmente V architettore si muova a edificare 
ovvero operare per alcuna utilità o gloria all'uomo conseguire ; laonde 
se questa utilità maggiore al mondo si consegue quanto essa opera è 
pid durabile e felice, non solo debba T architetto nell'intenzione e mente 
sua avere l' edifiado , ma eziandio le cagioni della sua durazione , e se- 
condo quella operare. Onde essendo manifesto che ogni cosa contenuta 
dai cieli generabile e corruttibile pigli origine, augumento, stato e de» 
trimento dai corpi celesti, eccetto l'immateriale anima umana, siccome 
la cosa contenuta dalla continente , come la corruttibile dalla incorrut- 
tibile , come r inferiore dalla superiore , finalmente la particolare dalla 
universale , seguita di necessità che non minore dipendenza dai cieli 
abbia ciascuno umano edifizio, che qualunque altro corpo dalla natura 
prodotto , perocché come afferma Averrois nel secondo dell'Anima , quasi 
tutto l'essere delle cose artificiali è naturale. 

Oltre a questo, avendo la prima cagione tutti i corpi creati per 



(I) PhyHcae ousatliaHonis , li , 3. 



12 TRATTATO 

r uomo , come conferma Aristotile e '1 commentatore nel libro del- 
r Anima (0, almeno de' corpi corruttibili non è credibile che di varia 
grandezza, sito e virtù e luce fossero senza forza produttiva e conser- 
vativa di tutte le cose sotto il ciehi della luna contenute; e questo con- 
siderando Aristotile nel principio della sua Meteora , dice W : est auiem 
ex necessitate continuus mundìis iste superioriìms ìalicnibus , ut omnis 
virtus ipsius gubemetur : ìndi non come da cagione principale ma istru- 
mentale , e soggiunge : unde tnotìis principium omnium illatn causam 
pìUandum primam. 

Ultimamente questo T esperienza testifica , perocché mblte volte per 
astronomia considerato lo ascendente e altre condizioni del principio 
della edificazione di molte città e altre opere umane, i tempi prosperi 
e avversi di (pielle sono stati giudicati e predetti. Non bisogna addurre 
autorità di astrologi, i quali con una voce concordandosi affermano, non 
solo le cose naturali , ma eziandio le artificiali , e che più è , tutti gli 
atti delle potenze sensitive pigliare dai corpi celestiali influenza, e 
certamente vilipendere quest' influssi nei corpi trasmutabili, oltre ai- 
Tessere inimico della ragione et esperienza, non è altro che derogare 
al prudentissimo ordine divino, secondo il quale queste corporee nature 
inferiori dalle celesti alcune necessitate, altre inclinate sono. Ma perchè 
questo più presto debbo essere in intenzione che in cognizione dell'ar- 
chitetto, per non passare i termini della scienza sua riferendosi al giu- 
dizio dei periti astrologi, sotto fortunato ascendente debba al suo edifizio 
dare principio, se degli effetti suoi desidera dilettazione durabile (^}. 
E così sia terminata la prima particula. 



(1) De Anima ,1,1. 

(8) Meteoron ,1,3. 

(3) Le ragioni qui addotte dall' autore in &yore deU' astrologia , e colle quali cerca di con- 
ciliare l'influenza degli astri col voler divino e col naturale andamento delle cose, sono 
quelle stesse, che contro il grande impugnatore delle fole astrologiche Giovanni Pico della 
Mirandola scritto aveva sullo scorcio del XV secolo, Lucio Bollanti sanese nel suo trattato 
De astrologiae veniate , e nella jistrologiae defensio eotUra Joatmem Pieum ; libri a quei 
tempi avidamente letti, quanto ora tenuti in ispregio e scardati. Queste vanità già antiche , 
poi rimesse in onore, circa la fondazione degli edifizi, presso di noi da Federico li e dal 
figlio Manfredi ebbero tra i Principi numerosi seguaci, p l'autor nostro potè vedere a' giorni 



LIBRO I. 13 



CAPO II. 



Dello sfuggire i siti cattivi per edificare. 

Quanto alla seconda, è da considerare un'altra inferiore cagione con- 
corrente ai medesimi effetti , e questa è la disposizione de' terreni , 
de' quali si hanno immediate a nutrire le piante , dipoi i bruti , e ulti- 
matamente gli uomini. Dico adunque benché la terra nella sua naturale 
disposizione sia frigida e secca, niente di meno per la grande alterazione 
che riceve dagli elementi , e molto maggiore dai corpi celesti (perocché 
tutti a quella non solo danno luce , ma influenza ancora , siccome al 
centro tutte le linee perpendicolari o rette concorrono) per questo bi- 
sogna che la terra circa alla superGcie massimamente sia di diverse 
qualità alterata ( «e ) , a questo flne che da quella i metalli ^ piante e 
animali possano nascere , che sono principal parte dell' universo , come 
dice il commentatore Averrois nel principio dell'Anima. Sicché di quella 
le cose vive nutrire sì possano , perocché nissuno puro elemento può 
dare nutrimento ai corpi composti , conciossiacosaché ogni alimento sia 
dalla natura denutrito. Adunque se il nutrito é composto, bisogna che 
il nutrimento non sia semplice : onde é conveniente che più varie com- 
plessioni di terreni si trovi, secondo che varie influenze celesti diverse 
parti della terra ricevano a varii effetti conducenti j e avvegnaché ogni 
disposizione sua sia a qualche effetto noto o ignoto a noi assai utile , 
nientedimeno molte disposizioni sono dirette alla vita dell'uomo, e agli 
altri animali contrarie : le quali pestifere complessioni sono necessarie 
di prevedere all'architetto. 

Dico adunque per tre modi principali potersi conoscere: 
Il primo é considerare se i terreni sono minerali, quando cosi fosse, 
senza dubbio si può concludere essere alla vita dell'uomo perniciosi. 



suoi fissato coU* astrolabio il ponto propizio per cominciare nel 1470 il castello di Pesaro , 
nel 14^ le mura di Ferrara, nel 1499 la rocca della Mirandola da un discendente di cbi 
più combattute aveva queste strane aberrazioni. La figura de' quadrati iscrìtti da* quali tiravasi 
r oroscopo, la chiamavano TevM. Moltissimi esempi se n'hanno nel Traetettus astrologicus 
stampato nel 1559 da Luca Gaurico. 



14 TRATTATO 

Perocché universale sentenza di tutti i filosofi è, che tutti i metalli siano 
dalla natura generati dì zolfo e di argento vivo , come di materia pro- 
pinqua (0, onde essendo queste due cose veleno alla vita dell'uomo, 
tutte le piante e erbe nutrite da quei terreni, tutti gli animali da 
quelle erbe , tutte le esalazioni e fiimi elevati da quelli per virtù at- 
trattiva del sole e altre stelle , bisogna che di quella mala complessione 
partecipino , e per conseguenza gli uomini nutriti e aiutati da queste 
cose ne abbiano a patire non piccolo detrimento. 

Ma di tutte le miniere l'aurea è meno pestifera, come Toro è corpo 
témperatissimo di tutti i generabili e corruttibili, e per sé conservativo 
della vita umana : ma i teiireni dove questa miniera si trova sono alquanto 
maligni per lo zolfo e argento vivo e altre più imperfette miniere che 
in compagnia dell' oro si trovano , e tanto minore malignità in sé con- 
terranno, quanto minor quantità delle predette materie indigeste parte- 
ciperanno. 

11 secondo modo, o segno, é considerare se i terreni sono bituminosi 
e acquosi , sicché da simili acque non si possano separare : perocché 
per la eccessiva acquea umidità si fanno i corpi flemmatici , e disposti 
alla corruzione mediante il caldo estraneo. 

11 terzo modo, che questi due contiene, piglia origine dall'effetto 
non ostando la lunghezza del tempo: ed é questo che in quei luoghi 
dove si ha a edificare, si tenga gregge e armenti a pascere, e se quegli 
ammali in spazio di alcun anno saranno sani, e i membri loro interiori 
ed umori nella loro debita disposizione e colore , si potrà concludere 
quei terreni similmente essere convenienti e sani all'uomo , il cpiale con 
la natura dei bruti per il corpo , con le sostanze immateriali per lo 
intelletto comunica W. Quest'ultima via per esperienza già é stata con- 
ci] Dottrina insegnata daU' arabo fllosofo Gebr, e seguita da tatti gli alchimisti de' tempi 
bassi. V. Jebb, Prae fatto ad Opus Maiìu Rogerii Bacotds. Londra 1733. Però già trovasi ac- 
cennata da Eusebio Cesariense al Kb. Ili , cap. Vili della Preparazione evangelica. 

(3) Massima ed esempi tolti da Vitruvio (lib. 1, cap. IV), il quale per altro, se invece di 
copiare scrittori greci al suo solito, avesse volta un'occhiata al proprio paese, avrebbe tro- 
vato, per figura, nelle paludi Pontine una terra ottima per gli armenti, pestilenziale per 
l'uomo; cosa cioè contraria affatto a quanto qui asseri^'a. La cosa stessa avrebbe potato ve- 
dere Francesco di Giorgio nella sua maremma di Siena. 



LIBRO I. 15 

fermata , imperocché nell' isola di Greti appresso al fiume Potereon , 
da una parte del quale era una città chiamata Guoson , e dall' altra una 
chiamata Cortina , dove che si vide che . le pecore le quali pascevano 
nel territorio di Gno^on avevano la milza secondo che comunemente ri- 
cerca la proporzione dì quel membro. Ma quelle che dall'altra parte 
pascevano verso Cortina erano di essa quasi al tutto private. Onde li 
desiderosi di conoscere V azione di tale . effetto trovarono questo pro- 
cedere , perchè nelle parti di Cortina era un' erba chiamata Splenon , la 
quale è consuntiva dell' umore malincoiiico ovvero fecce del sangue , 
delle quali essa milza è ricettaculo, onde il simile è da ésistimare che 
che nei corpi umani operasse j e questo quanto alla seconda parte sia 
a sufficienza. 



CAPO IH. 
Della bontà delle acque. 

Quanto alla terza parte^ occorre il trattare delle accpie per la mede- 
sima cagione , dove è da sapere y che benché l' acqua di sua natura sia 
fredda e umida ^ niente di meno per le ragioni assegnate delle altera- 
zioni della terra, e perchè passando per alcuni terreni piglia la com- 
plessione e sapore di quelli e si trasmuta e altera di sua natura, e 
seco molte maligne qualità trasporta. Onde p^r conoscere quando queste 
acque sono convenienti per il vitto, metterò tre vie per le quali si 
conseguirà questo fine , e ultimatamente due esperienze. La prima via 
e modo è questa , che ogni volta che l' acqua ha in sé sapore alcuno 
si può senza errore tenere che non sia pura, perocché l'acqua pura, 
come ciascuno elemento, non debba contenere sapore, perché il sapore 
resulta di quattro qualità prime , cioè , calìdità , frigidità , umidità e 
siccità ; delle quali il puro elemento non ha se non due , e tanto piii 
è puro quanto di quelle che ad esso non sono naturali manco partecipa: 
per la qual cosa il sapore dimostra l'acqua essere minerale , o con su- 
perfluità, terrestrità maligna alla sanità degli animali. La seconda vìa 
è considerare se Y acqua ha in sé colore , sicché i corpi colorati non 



16 TRATTATO 

appaiano del medesimo colore dentro dell' acqua e di fuori : e quando 
questo fosse , è da indicare V acqua non essere di sua naturale disposi- 
zione , perocché per la medesima ragione essendo il colore qualità che 
risulta delle quattro prime , non può V elemento puro partecipare vero 
colore. La terza e ultima è considerare il suo pondo per rispetto di 
qualche acqua già approvata sana; perocché quanto l'acqua è più leg- 
gera, tanto è più pura e immista, seclusa la caliditk estranea, e tanto 
più terrestre quanto più grave 0\ Questo nella città di Tibori per 
Tesperienza si vede , dove l'acqua discendendo per un grande precipizio , 
più sana assai si trova quella che per la caduta è alquanto assottigliata , 
che quella che innanzi al discendere si piglia , e similmente di molto 
minor pondo W. 

Non è da pretermettere due esperienze, per le quali con arte fa- 
cilmente si conosce di che corpo o natura partecipano. La prima: piglisi 
alcuna quantità di quell'acqua della quale desideri di conoscere la 
proprietà e altrettanta lisca (^), e insieme si facciano bollire per lo 
spazio d'un quarto d'ora, di poi lasciato infrigidare per spazio di sei 
ore, in fondo del vaso quel corpo (col quale l'acqua era mista) si 
troverà. La seconda : piglisi l'acqua , e posta in una boccia , e turate 
bene le giunture , e posta sopra al lambicco , a quella mediocre fuoco 
si dia , tanto che tutta stilli : la qual cosa fatta , quel corpo del quale 
l'acqua partecipava, in fondo della boccia apparrà manifesto. E in questo 
sia dato modo alla terza parte principale. 



(1) Queste cautele sono prescrìtte da Vitrovio (lib. Vili, cap. lU); e da Plinio (lib. XXXI , 
cap. XXII e seg.) L'avviso degli antichi, di tener come migliore l'acqna più leggera (quan- 
tunque questa non bene si applichi agli osi domestici) è specialmente spiegato da Ateneo 
DeipnosophUt. lib. Il, cap. IV e V) e da un'iscrizione romana presso il Rucellai (Comment. 
de urbe Rinna.)^ che dice CurandU aegritudiniìmi staterà iudieat 

(9) Tibori Tiboli chiamavasi aUora la città dì Tivoli. L'osservazione qui fatta è confer* 
mata dalla giornaliera esperienza. 

(3) La lisca è quella materia legnosa e grave agli occhi, che staccasi dalla canapa e dal 
lino maciullati o spogliati. 



\ 



LIBRO 1. 17 

CAPO IV. 
27eUa bontà dell'aria. 

La quarta parte per là sopradetta ragione dichiarare debba la natura 
dell'aere, dove brevemente parlando quanto all'architetto s'aspetta, è 
da intendere che oltre alla malignità ^ehe riceve alcuna volta in se l'aere 
per grinfetti terreni e acque , come di sopra ho dichiarato , procedono 
ancora da altre cagioni molte disposizioni di essa perniciose ai mortali , 
non parlando di quelle che i venti trasportano. La prima è profondità 
jdel luogo , come in qualche valle o piano circoi^dato da colli o poggi , 
perchè in simili luoghi non può essere se non aere grosso e impuro: 
conciossiacosaché ogni grave al basso discenda, siccome il leggero in 
alto ascende. 

La seconda contraria a questa è per la grande altezza del luogo , dove 
è r aere tanto sottile che penetrando il petto , al cronico di diverse 
egritudini è cagione potissima. 

La terza e ultima è per le acque che appresso alla città fossero, e 
questo in tre modi può accadere. O veramente le acque sono in paludi 
stagni stabili e ferme , e queste alcuna volta la state disseccandosi 
per i gran calori dei raggi solari, o tutte o parte in maligni vapori si 
elevano , e molti animali di putrefazione si generano : le quali cose in 
mala disposizione dell'aere ridondano, e questo modo di tutti è il più 
nocivo. E il secondo modo è quando queste acque sono sopra la terra 
correnti , causanti effluvi , e di questi la notte massimamente molte 
nuvole e vapori si levano. 

11 terzo e ultimo modo , quando sotto la città fosse di acque gran- 
dissima copia , siccome a San Germano (0 e altri luoghi , benché di 
fuori apparenti non fossero: perocché non essendo molto profonde da 
quelle sorgono molti vapori , i quali tanto piii sono perniciosi quanto a 
quelli gli uomini manco considerano. E così sia fine della quarta. 

(1) In regno dì Napol^. 



18 XAAITATO 



CAPO V. 



Come le città dMano CÉsere guardate dai venti nocivi. 

Nella qainta è da ocxnsìderare un*alira ca^ne, e questa n è la 
natura dei venti , dove è da ìntendepe , secondo che testifica Aristotile 
netta Meteora (0, tutti i venti «ssere d'una medesima sostanza , come 
tutti sono esalazioni calide e secche lateralmente mosse a gnm distana , 
e ogni loro differenza essere aocsdentale , 8ec<mdochè per diverse plaghe 
dÉnati mossi sono : dalla qual cosa ne segue che un vento juii perr 
nicioso delTaltro noii può essere se non 'in quanto per alcuni luoghi 
passa , dove trovando moki vaqpori da terra elevati pestiferi y seco d' un 
faiogo ad un altro tra^Mrta, o veramente per mala qualità del corpo 
dal quale sono generati. Onde vedendosi per esperimento nelle parti 
massime d' Italia il vento australe molto pernicioso e infermo essere 
agli uomini , e non eolo nelle parti d' Italia ma quasi generalmente per 
tutto, altro dir non si può se non che quelli dal mare Oceano («te), o 
dalla Barberia^ o dal mare TirraM) non piccola quantità di maligni 
vapori seco conducano. 

Da questo vento adunque precipuamente debba l'architettore le città 
da edificarsi ovvero altre sue opere difendere, e massimamente nell'aere 
grosso dove questo vento è più nocivo ; e similmente quando fosse aere 
sottile mediocre sofxra alcun poggio il quale fosse tanto eminente che 
gli dtri superasse, perocché quella malignità a poco a poco ascendendo, 
insieme con i venti insino a detto luogo perviene. 

Ma quando l'aere fosse sottile sopra ad alcun poggio il quale verso 
mezzogiorno precedesse alcun akro poggio più eminente, allora la città 
verso scilocco volger si debba, cioè fra levante e mezzogiorno. Per 
svmil modo avvertenza si debba avere di difendere le città da situarsi 
nell'aere sottile dal vento chiamato borea opposto al mezzogiomo, pe- 
rocché l'austro Bell'aere denso e in luoghi espediti dove non ha qualche 
ostacolo di monti intermedi causa diverse egritudini , così il borea 

(1) Metearon I. 13 , e li. 4, 5, 6. 



LIBRO I. 19 

nell'aere sottile molte pleuresi e catarri descendenti produce. E univer- 
salmente sempre a quei . venti ostar si debba , che più possono la terra 
oCTendere. 

Ed è da sapere che se presso alla città fosse alcuno stagno o palude 
di notabile quantità^ quel Tento che per quella linea venisse gempre 
esser maligno , dal qnle è da guardarsi. Non vo(^ due esempi passare 
a eonfermazMìe di questo. 11 primo , descrive Vitrum (0 che nell'isola 
di Lesbo un catteflo fu edificato chiamato Mittilene j magnifieo ed eie* 
gante , ma non prudentemente posto, perdiè benché in se proporzioBato 
fosse j era niente di meno dsd venti australi offeso , q«ali degli abitanti 
<& molle infermi^ erano cagione ; similmente dal vento maestrale pa- 
tivano gli uomini tosse 9 avvegnaché da tramontana o borea spesse v<dte 
fossero redutti alla pristina sanità , per le quaK infermità mollo incomoda 
era Tabitasione loro. E il secoiMlo testifico io aver visto neUa marit- 
tima della città di Siena (^), perocché in un medesimo giome e ora 
piii che tre mfla corpi amnmrbarono agitati da venti mmdionsti e con- 
vicini a quelli. A queste e simili condizioni debba V ardutettore avere 
avvertenza quatfo il tempo e luogo alla possibilità comportano. Beroeché 
qu^e disprezzate segucmo le nude disposizioni dei corpi umani, molti^ 
pKcano le egritudini , delle quali cose la desolazione deHe dttài ne 
'risulta, come a Marco Hostilio in Paglia avvenne, che avendo una 
grandissima città con sommo ordine e grandissimo dispendio edificata , 
per la mala complessione dei venti che la città offendevano, in breve 
spazio <fi tempo furono costretti gli abitanti quella abbandonare e in 
altri paesi trasmigrare (^). E qiìeste cinque parti generali debbono essere 

estrinseche agli edifìci chiamate. 



(t) Lib. I, cap. 6. 

(9) Il codice sanese legge: Nella marìttiroa della mia città di Siena. 

(3) Vitnivio. Lib. I , cap. 4. 



20 TRÀITÀTO 



CAPO VI. 



/ marmi e le pietre fine e grosse da costruzione. 

La sesta ed ultima benché generale cmsidera della materia comune 
a tutte l'opere dell'architettore, la quale in quattro particole si può 
dividere. Nella prima delle pietre , nella seconda delle calcine , nella 
terza delle arene , nella quarta e ultima dei legni è da determinare , 
e per ordine dichiarare la natura loro. 

Quanto alla prima è da intendere che dagli antichi sempre è stata 
celebrata una specie chiamata marmo , della qusde più varie ragioni si 
trova. Una principale famosa è chiamata marmo di Luni , e nell'isola 
di Paros simile a questa si trova , il quale marmo di Luni volgarmente 
è detto Carrarese candido (0, ed ha in se grandissima saldezza; di questa 
medesima specie si trova nel territorio della città di Siena in un luogo 
chiamato Cerbaia i^\ e in altri luoghi , cioè a Marmoraia , Rosia e Gai- 
lena, ma questi ultimi benché sieno di grande continuità, sono però 
alquanto lividi tendenti al colore ligurgo (^). Un'altra specie di marmo 
rosso detto Numidico di maniere durezza de' sopradetti e di grandis- 
sima saldezza e quasi di simile specie si trova nel sopradetto territorio 
in luogo chiamato Girìfalgo (^), di gran saldezza , ma molto più tenero e* 
trattabile, con macchie dove più chiare e dove più oscure. Altra è chia- 
mata marmo Locullo , detta da Luzio LocuUo primo conduttore di quello 
alla città di Roma (^): nasce appresso al Nilo, ed è nero. Di simile ra- 



(1) Veramente ne* monomenti di Roma poco trovasi usato il carrarese detto bardiglio o 
di seconda qualità. 

(9) NeUa montagnola di Siena, cornane di Sovicille. Per questa, come perje altre notiiie 
geografiche e geologiche della provincia di Siena, valgomi specialmente dell' eccellente di- 
zionario, che di quella provincia va pubblicando il sig. E. Repetti. 

(3) Forse ligustro. 

(4) Ora Gerfolco : intende delle Cornate dì Gerfalco nella maremma di Massa. Questa pietra 
è una calcarea ammonitica di color rossiccio, quindi non può corrispondere al marmar numi- 
dicumy il quale benché chiazzato e sparso di rosso, ha però fondo giallo; d*onde il nome 
volgare di giallo antico. 

(5) Plinio (XXXVI. B), dice atro il marmo luculleo: il Garofoli (De marmorihus pag. 15), 



LIBRO I. 21 

gione si trova nel contado di Siena appresso al Bagno a Maciareto d). 
Altra principale specie è di colore verde Lacedemonico appellato W: e 
simile a questa è quella del marmo Aùsteo e Tiberio (^), il quale in 
se ha alcuna intricata canizia , trovato in Egitto. 

Oltre a queste principali , nell'isola di Saxo e di Lesbo W^ si trova 
alcune miste dalle predette differenti e di più varii colori. Un'altra di- 
versità di pietra molto stimata pòrQrio appellata, la quale fu trovata in 
Egitto, per altro nome chiamata leuxtictto, di grandissima continuità , 
durissimo e difficile a lavorare : quasi rosso di bianco incarnato (^), e 
punteggiato, alcuno più, alcun altro meno; oscuro simile a questo in 
più e più luoghi della marittima di Siena si trova , mai alquanto più 
oscuro , e principalmente in luogo detto l'Albarese, di gran saldezza W. 
Un'altra specie molto pregiata è nominata serpentino, ma per suo pro- 
prio vocabulo, è detta ophite 0\ in colore misto a similitudine di serpe, 
trovata in Egitto, e simile a questa è nel territorio di Volterra. Di 
un'altra ragione eziandio si trova simile al porfido detta granito di 
minore durezza : e questa è in tre diversità : alcuna bìgia è di nero e 
bianco punteggiata : alcuna bigia di nero e rosso : alcun' altra bianca 

ed il Corsi lo credono queUo ora detto bianco e nero d'Egitto, ed è an mirabil nero venato 
di bianco. 

(1) Bagno di Macereto o del Doccio, a dieci miglia da Siena. Non conosco speciale descri- 
zione di questa pietra. 

(i) Il Lapis lacedaemomus f ora detto ierpenHno verde ^ non è an marmo, ma un porfido. 
É conosciatissimo. 

(3) 11 marmor auguitwm od an^nulfum, ed il tiberium descritti da Plinio (XXXVI, il ) 
sono ragionevolmente credoU U verde ranocchia ondato , ed il verde ranocchia fiorito. 

(4) Saxo è error del codice: leggasi Taso^ ona delle CicladL II marmo tasio ed il lesbio 
sono descritti come bianchi lividi da Plinio (XXXVI, 5), e questo più del primo. Vedasi 
Nibby De' maieriaU maii negli aniiehi edifixi di Rama , pag. 97. 

(5) È il porfido, che dall' aspetto dicevasi anche leucoetictoe , ossia punteggiato di bianco 
(Plinio XXXVI, 11), parola corretta da Hardouin in leptapeephoe senza alcuna necessità. 

(6) Non credo che alcuno abbia sinora notata la presenza del porfido nella calcarea stra- 
tiforme compatta dell'Alberese neUa maremma Grossetana. Vedremo poche righe più sotto 
una curiosa osservazione fiitta daU' autor nostro in simile materia. 

(7) VaphUee degli antichi apjtertiene alle classe delle nostre serpentine, da non confon- 
dersi col serpentino degli scalpellini: l'autore qui, al solito, segue Plinio. Nel territorio di 
Volterra, come in altri luoghi di Toscana, trovansi bellissime serpentine o gabbri verdi di 
molta rassomiglianza col verde ranocchia , ohe il sig. Corsi tiene per 1* aphUes. 



22 TRÀnÀTO 

pmìteg^ata di nero , e queste tre diiéreiue sono del distretto di Siena 
(0; la prima nel contado di Sassoforte^ la seconda «ella yaBe e fimie 
di Rosìa ; la terza nella UMmtagna di Gavorrano , tutte dk grande co»* 
tinuitk. Un'altra principale specie è detta alabastro intomo a Tebe di 
Egitto nata e in Damasco di Siria , e comnnemente si aflérma elie i vasi 
fatti di questa pietra gli unguenti preservano W: simile a questa si 
trovano in Cannania ed in India candido e trasparente. Di simSs specie 
è nel distretto di Siena nei terreni delFabbadia di S. Antimo C^); 
ma in Asia questa q^de è vilissima senza alcuno splendore, fai Cap« 
podocia si trova perfetto , in alcuni altri luoghi simili specie traspa-^ 
renti sono e in colore di mele. In Lidia stmilniente W ^ e nel terri- 
torio di Siena nel monte Argentalo di buona continuità W , nel distretto 
di S. Antimo, parimente nei monti di Cagli e sopra fl fiume Metauro al 
mante Asdrubale vicino W. 

Un'altra specie principale in Italia chiamata macigno , di colore violato 
aH' indico simile: di questa smcora nel distretto di Siena si trova in 
vai d'Ombrone e a Selvole: et alla città d'Eugubio e alla Carda e in 
più altri luoghi , di grande saldezza , la quale specie è forte e atta a 
sostenere ogni pondo : non resiste però al fuoco , ma bene al caldo 
e al freddo. Simile a questa un'altra specie si trova appresso al fiume 
Metauro , in colore alquanto piii smorta , di mediocre continuità y agile 
assai a lavorare C'), la quale al fuoco e al freddo resiste. Un'altra d^ta 



(1) Targìom. yia^ Voi. IV, pag. 902» ripete questo squarcio, come, a Ivogo, riproduce 
intiero questo capo. 

(9).... Cawml ad va#a tm^HMiHortA , qwmkm ùpHme stfvare meftwpta iUi$ur. NoMtur 
còrèa Thebai jBgypiMi et Damaseim Syriae. Hie eaeierit eandédàùr : frcèaHsenmu e«ro 
«Il Carmania; mox in India: iam qmdem H iti Sifria, jÉeiague, yUùeiams wiem et tme 
mUo nitare in Cappadoeia (Plinio XXXVI, 19). Probantwr quam maxime meOei.coloris. 

(3) Pumi che dai moderni geologi ancora non sia stato trovato questo alabastro a S. 
Antimo, non essendovene parola presso U sìg. Repetti. 

(4) Non che si trovi in Udia, ma nelPisola di Paro, e dioevasi lygdmus da fygdos pietra 
candidissima ( Plinio 1. cit. 13. Isidonu Origg. XVI , 5 ). 

(5) Il Brocchi neUe ùitervagiom faUe al promcnUnio Argentato non Ci motto di questo 
alahastro. 

(6) Monte Asdrubale presso Urbania , detto volgarmente Asdruvaldo e moot* Bice. 

(7) Agevole. 



Lino I. 28 

pjperno (0 si cava ^q^reMO a Napoli , facile è a tagliare , in colere 
bigio eecQfo di nero macchiato, aoa di molta reustenza. A Sovaaa città 
a Siena aottopoeta un'altra differenza di pietra si cava , spongtosa , di 
colore terrestre e di grandisrìma saldezza, facilissima a tagliare quando 
anovamente ò tratta, in tad f(»rma die come il legno con le BEiamiaie 
si kvora: la qoale alq^anli mesi stando all'aria diviene durissima; si- 
aule a questa si trova ^presso a Roma , e a Qvita-Castellana , e a 
Feranto dttk disfatta (^), ma è alquanto più rossa , e queste con la 
calcina fanno tenacissima presa. E di tutte le sopradette specie non è 
alcuna die sia buona a fare calcina. 

Molte altre ragioni di fuetra si trovano atte a fare calcina, e fra queste 
ima (Mamata tiburtina, dalla quale Tiburi fu denominata (^), della quale 
si trova al bagno a Vignone nel contado di Siena (^), e in un altro luògo 
aMe Segalaio sopra il fiume della Morsa , e nel monte di Nerone C^) : 
quest'ultimo è più bello, e migliore degli altri e senza pori. Tutti quanti 
tiburtini sono atti a fare conci (^), murare e per calcina. Un'altra specie 
nel distretto del Magnifico duca d'Urbino e nuovamente trovata nel monte 
della Gesana H) e presso a Fossombrone e Cagli, e in più luoghi appresso 
al fiqme Metauro , candida , agilissima a ' tagliare , senza vena alcuna , 
di assai buona continuità , e al murare , a conci e calcina attissima. 
Vero è che al ghiaccio e al fuoco non resiste molto,- né eziandio so- 
stiene gran pesi. Trovasi di un'altra ragione chiamata chennìle , nella 
quale si dice si conservano i corpi morti, in cui si afferma Dario essere 

(1) Il peperino, copiosissimo ne' monti Albani e Lepini. 

(i) L' antica FererUum distratta dai Viterbesi nel duodecimo secolo. Intende del tufo lio- 
■ato Tulcauco. 

(3) Doveva dire fo quaU da Tiburi fu deaomùiata. È il travertino cosi chiamato per tutta 
r Italia inferiore , come già Tiburtinui era chiamato ai tempi antichi. fJuetoret finium re- 
gund, pasnm). 

(4) In vai d' Orcia. 

(5) Il monte di Nerone o di Lirone sul Metauro in quel d'Urbino, colle sue belle cave di 
travertino, è descritto dal Baldi al cap. 15 della Descrinone del palazxo d'Urbino. 

(6) Fare conci, lavorare di bella e pulita muratura di quadro semplice. 

(7) Le pietre della Gesana a breve distanza da Urbino , e quelle di Fossombrone e di 
Cagli sono in strati di 0^40 in maggior altezza : bianchissime sono le più fine, rosseggianti 
le altre. Le descrive il Baldi al luogo citato , ed il Lazzari in un suo discorso IH tUcune 
miniere poste neUe viciname di Urbino. 



V 



24 TRATTATO 

Stato sepolto (^). Appresso a Siena in un mcmte duamato Vico, un'altra 
ragione si trova di tiburtino nero, più poroso degli altri e di piit durezsa, 
della quale perfetta calcina si può fare ^ e di questa si trova nella Mon- 
tagnola vicino al monte predetto in grandissima quantità. Non molto 
distante da questo monte è un fiume nominato Bolgione dove una vena 
di pietra si trova con tutti gli accidenti e apparenze di legno in durezza, 
in colore , con vene e nodi , la quale messa nel fuoco leva fiamma come 
legno; ma vero è che non si consuma sensibilmente, e messa in acqua 
discende al fondo , in modo che non vedendo il luogo proprio e la mi* 
niera sotterranea sua , da ogni sottile ingegno saria indicata legno : ha 
in se queste proprietà che mentre che arde moltiplica estraneo odore (^). 
Nella foce di Eugubio grande continuità si trova di una pietra a^ai bianca, 
e ha in sé soave odore , dura e atta a ogni edifizio. Queste adunque 
sono le principali specie di pietra atte agli edifizi : le altre che sono 
note sono buone per ripieno, non potendosi avere delle predette per 
alcuno impedimento, 

CAPO VII. 
/ maiioni. 

L'arte imitatrice della natura, secondo che afferma Aristotile nel se- 
condo della Fisica (^), oltra tutte le altre pietre naturali , ne ha escogitata 
una della quale si fanno i muri perfettissimi, e ciascuna specie di edi- 
fizio : per notizia della quale prima è da determinare della materia di 
quella, di poi della forma. La materia si trova di più differenze; la 
prima è chiamata creta , della quale si fanno i vasi fittili , e questa 
perchè per se sola troppo si frange , non è meno accomodata se non 



(1) Cioè Ghernite ( Plinio , XXXVI, 3S} Chemiies ebori simillimus^ in quo Darium con^ 
ditum fermi. 

(i) lì codice sanese ( f.» 9. r.o ) : Ha in $e piacevole proprietà che mentre che arde 
moìtiplica aseai bono odore, 

(3) PhyHea Auscult. H, 9. 



LIBRO I. 25 

con compagnia d'alcuna delle seguenti ^^); la seconda è nominata cretone 
alla prima simile, ma più terrestre e dolce; la terza è detta sabbione 
maschio , di colore bigio , più grossa che la seconda ] la quarta è ap- 
pellata terra bianca , più dolce e fragile deir altre ; la quinta è terra 
rossa detta rubrica , buona quanto la seconda ; la sesta ed ultima si 
cava dalle residenze delli fiumi , in bontk mediocre. Ma tutte queste 
predette specie bisogna che siano nette, cioè non calcolose, arenose, o 
veramente nicchiose, perchè ciascuna di queste mistioni sono cagione di 
fare le pietre frangibili e indurabili (^). 

Dopo questo a perfezione della detta artifiziale pietra si debba avere 
avvertenza che la detta pietra o mattoni si tenghino fatti per non pic- 
colo tempo prima che sieno cotti, e quanto maggiore tanto meglio. Onde 
gli antichi innanzi che gli ponessero a cuocere due anni fatti gli tenevano; 
secondo questo , a quelli di Attica era proibito fare di queste pietre , 
se prima cinque anni la malta non fosse stata rimenata. Oltre questo 
è da sapere come a fare le predette pietre o mattoni , il tempo della 
primavera è attissimo e convenientissimo , però che nel solstizio si fen- 
dono, perchè Teccessiva calidità del sole nella malta umida resolve tante 
parli di quella che causa la dissoluzione nel continuo : così nel tempo 
del verno e autunno per le pioggie non si possono diseccare , e per i freddi 
similmente si dividono e frangono. Ultimo circa a questa materia è da 
sapere che i mattoni devono essere diligentemente all'ombra diseccati , 
poi allo scoperto che all'aere sono alquanto dissecati (^), e dopo il tempo 
detto si devono mettere a cuocere. 

Circa alla forma loro , prima non è da tacere quelle che gli antichi 
usavano. La prima fu da loro chiamata Lidio , lungo un pie e mezzo , 
largo un pie; la seconda, usata in Grecia, fu nominata Pentadoro, cioè 

(i) n codice sanese ( f.o ti. r.» ) legge più correttamente : Et questa perchè per se sola 
troppo si stringe , non è bona se non mestichata con alcìmna delle seguenti. 

(9) In questo ed in simili casi io non citerò autorità di Vitruvio , di Plinio , di Tauro 
Palladio o di altri scrittori, perchè sebbene fra i precetti dettati qui da Francesco alcuni 
ve n'abbiano già da altri prescritti, pure in maggior parte ei li attinse alla propria sua 
pratica ed esperienza. Nicchiose per conchigliarì. 

(3) Manca il senso, lì codice sanese legge : Poiché aUo scoperto in le are sonno alquanto 
dfsich€Ui. 

4 



26 TRATTATO 

di cinque palmi; la terza Tétradoro, cioè di quattro psdmiCO} ma ^nuo- 
vamente i mattoni sono di lunghezza di un pie, larghezza di tm mezzo. 
Ma ai mio giudizio ciascuna accomodata forma nelFedifiicare dello, dette 
pietre debba avere in sé tale proporzione che la lunghezza sia dupla o 
tripla della larghezza, e èssa dupla o quadriglia alla profondità, ovvero 
grossezza salva quella proporzione che ricercasse la grossezza del muro 
da farsi, sicché con la profondità reiterata si possa fare proporzione di 
egualità con la sua larghezza , essa W moltiplicata con la lunghezza. 
Afferma Plinio, Eurialo e Iperbio fratèlli essere stati i primi inventori 
di tale artifiziale pietra, o almeno i primi che tal opera esercitassero in 
Alene , benché Egelio dica Teòsio figliuolo di Celio e 'non altri essere 
stato. Ma ben comunemente si tiene Onera figliuolo di Agrippa in Cipri 
essere stato il ]primo inventore dei tegoli; secondo Aristotile furono 
trovati da Transon t muri'^ le torri furono trovate dagli Eydopii, ma 
secondo Teofrasto furono trovate dai Fenici (^). 



CAPO Vili 



Le calcine. 



Al primo , secondo l'ordine al presente dato , è da considerare delle 
nature diverse delle calcine e il numero : delle quali alcune si fanno 
più tenaci in luogo ùmido , alcune altre al secco , altre però ai tettorii 
e intonacati solo sono convenienti, e questa varietà non procede se non 
dalla diversa natura delle pietre delle quali si fanno. Ma in prima è da 
sapere che ogni specie di calcina debba essere di una medesima miniera 
di pietra e non di diversi rotti o sparsi sassi : perchè per ei^erienza si 
vede essere senza comparazione più tenace la prima che la seconda, e 
la ragione è in pronto : perchè a fare un ' corpo di più diversi , con 
maggiore attitudine si fa d'una medesima specie , condizioni e natura ., 

(1) Queste tre specie di mattoni sono desunte da Plinio ( XXXV, 49 ) : la quarta da Vi- 
travio (n, 3). 

(i) Cioi che i lati dei mattoni siano divisori esatti della grossezza del muro. 

(3) Per spiegare queste intricate notizie , frutto della lettura di un codice o stampalo 



LIBRO I. 27 

che di pili diverse. Questa fu eziandio opinione di Catone Censorio (0. 
Secondariamente è da considerare che la calcina di pietra bianca e non 
dura, al murare è assai utile. In piii luoghi una sp'ecie di pietra tra* 
sparente si trova quanto l'alabastro, di più varii colori, la quale calci* 
nata fa gesso. Il modo di cuocere questa pietra è questo: in prima, la 
fornace sua, ovvero ricettaculo, debba essere di piccola grandezza : se- 
condo, il fuoco suo debba essere di materia rara sicché sia poco attivo, 
cioè stoppioni,, stipe sottili e sterco di bue, ed è da sapere che quanto 
la pietra, è piii. lucida e bianca e manco tenace , tanto meno fuoco ri- 
cerca. Similmente quanto la pietra in sé é meno decotta, salva la debita 
misura, tanto è di maggiore tenacità benché più difficile a polverizzare: 
e questa calce è conveniente ai lavori sottili, stucchi ed altri ornamenti: 
non resiste all' acqua , se non è mista con calcina , ed è da intendere 
che quando lavorato che fusse ^ un'altra volta si cocesse , migliore che 
in prima saria. 

Una natura di pietra bìgia in Toscana è detta albazano , della quale 
si fa calcina che in luogo umido fa miglior presa di tutte le altre , 
ed è ài colore di cenere : ma in questa , bisogna avere avvertenza che 
immediate tratta dalla fornace sia spenta con grande quantità d'acqua, 
perchè la piccola quantità la incende e trasmutala a similitudine di 
arena: la sua mistione con la rena dei fiumi è due parti rena e una 
calcina : con le altre , tre parti arena , e una calcina. 

La calce di spognosa pietra di tiburtino negro o bastardo all' arric- 
ciare e all' intonacare è più utile delle altre. La calce delle rotonde 
pietre dei fiumi chiamata ciottoli è grassa , pastosa e utile assai , ed 
allo umido ed allo fuoco parimente resiste. Ma quella che di tutte le 
altre è più utile ^ è f^lta di pietra silice (^) di colore indico , ovvero 

acorrettissimo , io sottopongo il testo di Plinio ( VII , 57 ) : Laterarias oc damos eomtituerunt 
primi Euryidui et ffyperhius fratres jithewis: aniea specus erant prò domUnu. Gellio Da- 

kim CaeU/mnUy lutei mdàficii invenior placet Teguttu iwenit Ciniyra Aqriope filius 

Lapidicinas Cadmus Thebis , aut^ ut Theophrastus , in Phoeniee. Thnuon iMsro$. Turret^ 
ut Ariitoielety Cyclùpes. 

(1) Calcem e vario lapide Calo Censorius improbat (Plinio XXXVJ 53). Cf. Catone De re 
rwHea , eap. XXXVIH. 

(3) Qui l'autore s* inganna, male distinguendo il sUex dei Romani dalla selce nostra. 



28 TRATTATO 

bigio oscuro , della quale sono fabbricate le strade di fuori di Roma 
dei Romani (0 : di questa specie in grande quanti là si trova nel monte 
di Radicofani. La calcina del colombino è utile nelle strutture. La cai* 
Cina di tiburtino nelle dealbazioni è piti conveniente delle altre. Ed è 
da intendere che universalmente ogni calcina mista con arena fluviale o 
marittima , se a quella sarà aggiunto la terza parte di testi pesti ovvero 
di antichi tegoli , molto più tenace che senza si faria (^). 

Quando per fare cisterne si avesse addoprare , la proporzione sua 
air arena è questa : cioè due parti calcina e cinque di aspra arena , 
cioè Subdnpla sexqui altera (^). Ultimamente non è da tacere che ogni 
specie di calcina poiché è spenta, se con arena (ridotta in un monte) 
sarà Coperta continuamente , si fa più perfetta , per la qual cosa era 
un" antica ed osservata legge che non si potesse alcuna calcina mettere 
in opera , se almeno tre anni non fosse stata spenta W. Alli dì nostri 
in Roma in via di Papa , sotto terra circa a piedi venti , fu trovato 
un monte di calcina , e la quale senza errore si può giudicare per 
centinara d'anni essere stata coperta , e niente di meno era per- 
fettissima (^). Similmente a Mondavio un altro monte di calce si trovò 

Silex chiamavano gli antichi la calcarea comune , detta ora volgarmente pietra di monte , 
come dair iscrizione di Ferentino (Ann. deW Utituto di Archeologia, IV » 144) , da Cicerone 
{De Divinat.y U, 41.) e da Plinio (XXXVI, 94): tal nome davano pm*e alla pietra calcinacea 
(Vitruvio II, 5. Plinio XXXVI 53. Ovidio MetamorpK, VII, 107.) ed alla lava basalUna della 
quale lastricavano le vie, come da infinite iscrizioni: e questa sorta è tuttora chiamata selce 
dal volgo di Roma. Per la qual cosa io m'imagino che leggendo l'autore in Plinio (XXXVI, 49.), 
sebbene fuor di punto, Nigri silices optimi, e trovando tal vocabolo neir italiano selce, egli 
buonamente prendesse il Silex di Plinio per la lava basaltina (che tale è quella di RadiooilMii) , 
e la registrasse tra le pietre calcinacee, alle quali per certo non può appartenere. Il Silex cUbus 
degli antichi fu riconosciuto dal Brocchi in una lava feldspaUca di Bolsena (Bibl Ital. voi. VIII). 

(1) Il codice san. aggiunge che volgarmente la strada di Virgilio H dice (cioè la via 
Appia) , et di questa si trova assai nel monte di Radicofani castello della città di Sena , 
della quale si fanno etiandio macine per fedissime, 

(9) Quae ex duro lapide structurae utiliar: quae ex fistoloso teeUniis ete. (Plinio XXXVI, 
53. 54.). Il colombino detto ora -palombino è una finissima pietra calcare , frequente negli 
Apennini romani e negli AbbruzzL 

(3) Plinio, XXXVI 58. Vitruvio, Vili. 7. 

(4) Plinio , XXXVI , 55. 

(5) ni questi mucchi di calce (che altro non sono che calcare fatte ne' tempi bassi) trovati 
in Roma, se n'hanno parecchie memorie presso quei raccoglitori di memorie antiche. 



LIBRO 1. 29 



cavandosi i fondamenti d' una rocca (0 , e per esperienza si vedde 
quella essere ottima. E con queste brevi parole sia posto termine a 
cpiesta particula. 



CAPO IX. 



Le jiretie. 



Secondo l' ordine dato di sopra , al presente è da trattare delle arene , 
delle quali la perfezione per tre manifesti segni si conosce. Primo è per 
la sua asperità senza la quale non si trova alcuna bontà in essa. 11 se- 
condo è la sua aridità , in modo che in mano comprimendola , 1' una 
parte con \ altra non si continui. E il terzo che ponendola in alcun 
panno lino involuta, e semplicemente essendo il panno scosso , non ri- 
manga tinto d' alcun colore (^). Dopo questo è da considerare la natura 
delle specie delle arene : la prima è chiamata carbunculo , di color 
nigro , a ogni lavoro attissima , trovasene appresso alli monti di Roma 
e presso Viterbo : la seconda è detta pozzolana , denominata da Pozzolo, 
perocché in quella parte se ne trae gran quantità , in color rossa , e di 
questa se ne trova in più luòghi presso a Roma ; scrive Plinio (^) cpiesta 
avere i Romani usato per riparo dell' onde del mare , perocché bagnata 
tanto dura si faceva , che in breve tempo era come nn sasso solida , 
la quale eziandio é conveniente ad ogni muraglia in luogo molle , umido 
o secco ("*) : appresso a Siena in luogo detto monte Albuccio una specie 
di arena si trova , di color bigio , atta ad ogni edificio : di un' altra 
dilTerenza si trova appresso al Nilo (^) e nella montagna di Siena ap- 
presso al monastero di S. Leonardo , di bianco colore , che in ógni 
luogo fa tenacissima presa. 



(1) Di Mondavio si parlerà al lib. V. Esempio 99. 
(9) Vitruvio lib. 11. cap. 4. 

(3) XXXV. 47. XXXVl. 14. Fra gli antichi parlarono della pozzolana ancora Vitruvio, Dione, 
Seneca, Isidoro, ed altri. 

(4) La pratica ne insegna come meglio convenga la pozzolana ne' due primi casi che nel terzo. 

(5) Plinio , XXXVl 47 



so TRATTATO 

Altre arene 8i trovano appresso ai iinmi , le quali sono buone quando 
dall' acqua sono lavate e nette dalla belletta. Appressò al lido del mare 
altre ragioni di arene si trova , la quale non è utile a far volte , pe- 
rocché per la sua salsedine alli tempi fa molte rime e peli (0 , e tutti 
gli altri lavori che con questa si facessero debbano in pih anni e in 
più parti essere fabbricati , perchè per le pioggie in spazio di tempo la 
sua salsedine si consuma : ed è da avere avvertenza che questa marit- 
tima arena non debba in monti essere riservata, perchè in spazio di 
breve tempo in terra si convertirla. In li campi di Mùnicipate W ap- 
presso al monte Vesuvio ed appresso a Baia si trova una specie di 
polvere , la qilale mista coh calcina e cemento neir acqua e allo scoperto 
è assai tenace. Questo confermano molti antichissimi edifizi fatti fra 
Cuiùa e Baia : con questa polvere un ponte in mare fu -fabbricato per 
volontà di Gaio Caligola , lungo migUa quattro , il quale né salsedine , 
né '1 continuo flusso del mare in notabile quantità ha possuto corrom- 
pere (^) , e tutte le predette areùe , eccetto quella del lido del mare , 
utili sono ai muH , solari , tettorii ed intonacati. 

Nel distretto d' Urbino in un luogo detto l' Isola , e appresso a Fos^ 
sombrone una specie si trova d' arena , ovvero terra bianca , con la 
quale si pub murare forni e fornaci , perchè oltre alla buona presa che 
come fealce fa , resiste ài fubco , sicché mai non fende : ma ad altri 
lavori non è comoda. Nel territorio di Fossombrone si trova una terra 
di colore intermediò tra bianco è citHno , simile al rapillò , la quale 
contiene in se minutissime pietre j questa per se sola battuta in prima 
fa buona presa allo scdverto : similmente due parti di questa con una 
di calciila ti buona presa. E simile virtù appresso questa si trova in 
altra simile in ogni apparenza , eccetto che è di color bianco. E il 
sabbione da tutte le predette differenzia non wìo in sostanza e in ap- 



(1) Vitnivio n. 5. 11 codice sanese perchè per ia sua saUedine alli corpi hnmidi fa molte 
rime e peli, 

(3) Parola corrotta , o nome volgare d'allora. La polvere della quale qui parla è la pozzolana 
stessa descritta di sopra: parmi che l'autore sia stato indotto in equivoco dalle parole di 
Plinio al capo 47 del lib. XXXV. 

(3) È il molo di Pezzuole, volgarmente cosi appellato. Vedi Svetonio in Caligola, 19. 



LIBRO I. 31 

parenza , ma eziandio in bontà , perocché quello non è da usare se 
non chopper incomodità , onde debba essere dagl'intelligenti tenuto in 
luogo dì supplemwto* Un' altra natura . di brecciosa terra si trova circa 
ad Agobbioe Fossombrone , la quale mista con calcina fa ottimi muri (0. 

CAPO X. 
/ Legni. 

Ultimamente è da considerare delle nature dei legni , dove prima è 
vedere qual tempo sia più accomodato , acciò siano durabili , per ta- 
gliarli. Alcuni antichi W ebbero opinione , che nel mese di novembre e 
di dicembre , a luna tendente verso la corruzione , sia convenientissimo , 
acciocché non si putrefaccino , assegnando questa ragione che in quel 
tempo Tumore ^ corruzione dei legni , per l'autunno passato , e per il 
freddo allora ju^esente , e per l'aspetto della luna j é quasi consumato. 
Ma io per la medesima ragione indico il tempo congruo a questo essere 
ottobre y più presto o più tardi , secondo che le piogge sono molti- 
plicate : perché la corruzione non procede se non dair umido mal di- 
gesto dal caldo ^ se non .fosse, alterazione di continente. Adunque in 
quel tempo che le piante hapno in sé meno calidità e umidità é con* 
veniente tagliarle , dove essendo l'autunno stagione fredda e secca a 
comparazione delle altre, massime verso il fine, ne seguita apertamente 
lo intento. 

Secondo la sentenza di Palladio e Plinio (^) , in prima debbano le 
piante essere tagliate insino alla midolla , cioè da una banda , e cosi 
per alquanto tempo diritte lasciate stare, dove per quella incisione ogni 

(1) Ilcod.sen.(f.o,10.v.o)legge£2 saMofie da tutte le prediete è differente non solo in subetantia 
et in apparentiat ma etiandio in bontà perochè quello è da mettare in opera quando per 
difecto o di pecunie o delle altre arene, senza quella fare non H potesse, linde debba essate 
olii intelligenti tenuto in luogko di supplemento. E così senz* altro , per modo che rultimo 
periodo è una delle tante giante colle quali l'autore crebbe il codice Magliabechiano. 

(3) Vitmvio lib. II. 9. Colometta De re rustica XI. 9. 11. 

(3) Palladio (Novemb. 15.) Plinio (XVI. 74.). Dalle parole che l'autore cita da Palladio, 
risulta essersi servito dell'antico suo volgarizzamento. 



32 TRATTATO 

superflua umidità sark evacuala; a questa via osservare le prime regole 
assai mi piace. Ma Vitruvio dice il legname doversi tagliare in principio 
dell'autunno , prima che il vento nominato Favonio , ov\'ero ponente , 
cominci a regnare. 

Ora discendendo alle particolari nature e diverse dei legni , prima è 
da dire di quelli che si mantengono in acqua; i quali sono questi: il salce, 
il larice , Fontano , la quercia , Tolivo sopra a tutti , ma bisogna sieno 
posti in acqua o sotto terra verdi, perchè secchi non sostengono. Et è 
da sapere che se i detti legni prima che sotto terra o acqua sieno posti, 
saranno abbrustoliti , faranno maggiore resistenza. Questi altri sono che 
resistono sopra all'acqua al coperto, cioè il castagno, il faggio, il populo 
bianco e nero , l'abete , il tiglio : l'olmo e il frassino sono buoni per 
chiavi e catene di mura. Alcune altre differenze di legno si trova utili 
a lavori , dei quali conseguentemente è da determinare. 11 cedro è ar- 
bore altissima , odorifera e gentile , del quale se ne fa travi e lavori 
perpetui : di questo assai era nel tempio di Salomone e nel tempio di 
Diana (0: trovasi in Africa , in Candia e in Sona. Un'altra specie di 
larice si trova appresso alla riva del Po e nei lidi del mare Adriatico, 
che sostiene mirabilmente all'acqua e al fuoco, come per esperienza fu 
visto a tempo di lulio Cesare. 11 noce e il pero a fare intagli sono attissimi 
e ad altri Ggurati lavori. La palma messa per trave, ovvero per sostegno 
di alcun peso, verso il pondo a contrario degli altri si piega (^), secondo 
che scrive Vitruvio. Alcuni affermano l'abete nel tempo della congiun- 
zione della luna scortecciato , posto nell'acqua non si corrompe. Per i 
mih'ti di Alessandro Magno furono trovati in Thilo isola del mare rosso 
arbori de' quali furono fatte navi (^), e di queste si vidde essere durate 
anni dugento in fondo di mare, e dall'acqua quasi al tutto illese: ere- 
desi per alcuno sia il legno Sethim del quale disse Dio a Moisè facesse 
1' Arca Fedra W. Alcuni altri legni odoriferi sono atti a fare casse e 

(1) Lib. I. Regum, V. VI. VII. Vitruvio IL 9. 
(i) Plinio XVI. si , non Vitrnyio. 

(3) Plinio XVI. 80. Alexandri Magni comUe$ prodiderwU , in Tylo Rubri maris inmla 
arborei esse eie. 

(4) Arca Foederù (Exù± XXV/ 



LUBO I. SS 

altri piccoli lavori , cioè il cipresso , il pino e iunipero : vero è che 
spesse volte si fendono, ma questa proprietà hanno in sé che da tarli 
altri vermi non sono vessati o maculati. Alcuni altri sono inutili ad 
(^ù lavoro come la famia O, il cerro , il faggio, se non ad alcuni 
istrumenti bellici non pertinenti a quest'arte. È così posto fine al primo 
trattato , dove si doveva considerare delle parti comuni agli altri. 

(0 Querau laHfoHa. 



' gHi»»»iiiHn!»»i»»»»ii»n»iiini»»ii»iii»iiiiiiniiiiii» i Miniiinmi»»niimtiKg 



LIBRO SECONDO. 



PROLOGO. 



L'intelletto nostro sebben di tutti i corpi è più nobile, così fra tutte le 
sostanze immateriali e incorruttibili è manco perfetto, il quale in questa 
carcere del domicilio corporeo per la debilità sua alcuna volta iudica il 
contrario di quello che per altri tempi è parso vero. É non solo una, 
ma più volte che una medesima cosa ha vari e opposti concetti. Adunque 
molto più è contingente che diversi ingegni abbiano da una medesima 
verità opposite opinioni ; e che più è , non solo è discrepanza fra quelli 
che di una medesima conclusione formano contrari concetti, ma ancora 
fra quelli che ad un One contrario per diversi mezzi a quello procedono, 
come diverse linee ad un medesimo centro o punto pervengono. Questo 
avviene agli uomini circa all'arte dell'architettura, perchè molti sono 
stati secondo la legge naturale vivendo, i quali si sono persuasi che e' 
sia supervacaneo e pestifero il fabbricare al mondo sontuosi edifizii , e 
delle ragioni loro queste sono le potissime. In prima dicono non essere 
convenienti simili opere , dove bisogna esponere tanto di tempo , tante 
divizie , e l'intelletto tenere occupato da simili cure inutili , le quali 
infine non pare che si convengano ad un animale tanto infelice quanto 
è l'uomo , il quale mai né di corpo, né di animo ha quiete, di cui la 
vita é tanto breve , caduca e incerta , piena di angustia e a tante alte- 
razioni e passioni soggetta. La qual cosa eziandio li nostri confermano 
essere , e infra gli altri Messer Francesco Petrarca : 



LIBRO II. 35 

Heu sortis iniquae 

JVàtw homo in terris anitnalia euncta quiescunt 
Inreqaietus homo* 
Simonide filosofo antico ezidndio diceya che l^uomo come mortale e 
transitOFÌo non dovea avere cara di cose perpetue , ovvero non propor- 
zionata tJla vita sua ; perocché i mortali cose mortali e basse , gl'im- 
mortali le immortali ed alte dovevano sapere trattare e mettere in uso. 
Questo considerando più uomini moralissimi romani, umili e basse case 
vollero abitare , siccome fu Valerio Pubblicola , Menenio Agrippa , C. 
Fabio , Attilio Regolo , Q Emilio , Q. Gncinnato , e tutta la fauHglia 
Elia una povera casetta volle per abitaculo, e molti altri dei quali quasi 
il numero è infinito. A questo fine molti evangelici si sono indotti per 
altre ragioni ed autorità, presupponendo Tanima umana essere immor- 
tale , come per molte suasive e forti ragioni e invincibili autorità si 
dimostra : e oltre a questo , gli ucmiini in questa vita mortale essere via- 
tori. D'onde- ne segue che e' non sia da edificare , non da fare mansioni 
quaggiù in terra , per le quali cure l'uomo si distrae dalla felicità sua 
e ultimo fine: ma con bucme e sante contemplazioni e operazioni do- 
versi passare questo nostro breve corso di vita : la qual cosa benché con 
infinite quasi autorità evangeliche si possa roborare , quelle pretermet- 
tendo come manifeste di assegnare , nientedimeno un'autorità ed un 
esempio solo assegno: Fautorità è di Salomone nei Proverbii al XXX ."" 
capitolo, dove dice: Mendicitatem et divitias ne dederis mihi'^ tr&me 
et tantum vietvi meo necessaria^ ne forte satiatus illiciar ad negandum^ 
et dieam : Quis est Dominus ? L'esempio di Métusalem che per rivela- 
zione divina intendendo la vita sua dovere essere di settecento anni, i^on 
volle pure una capanna fabbricare , siccome appare nella bibbia e vita 
sua (0. Quanti eziandio della legge evangelica abbino esortato la spon- 
tanea povertà , non sarei suffidente ad enarrare. 

Queste ragioni , quando universalmente e di necessità concludessero , 
questa parte d'architettura saria , inutile ovvero illecita : e pere non mi 
pare opportuno rispondere a quelle, non come gli Epicurii che la somms^ 

(1 ) Ciò veramente neUa Bibbia non appare. 



56 TRATTATO 

felicità nelle voluttà e delizie di questa vita ponevano, i quali merita* 
mente sono da tutti gli altri morali filosofi e naturali riprovati. Ma pre* 
supponendo da tutte le leggi umane e divine queste eoie essere approvate^ 
in prima dico si devono proporzionate abitazioni e dilettevoli edificare: 
perocché ogni cosa naturalmente appetisce il luogo a sé conveniente, e 
in quello si quieta. Essendo adunque Tuomo più temperato che alcun 
altro animale , seguita ch'ei sia più offeso dagli elementi ed eccessive 
qualità loro che gli altri, e però gli fa di bisogno aver domicilio più 
artificioso degli altri, il quale con quanto maggior arte fusse composto, 
tanto a luì sarà più proporzionato e condecente. E dico che a questa 
cura ( quanto all'eseguire ) non sono occupati se non uomini rozzi ed 
inetti ad altri esercizii più alti, e quanto all'ordinare e deliberare pic- 
colo tempo ai periti bisogna: né ancora le divizie che in quelli edifizii 
si spendono sono in vano, sì per la comodità che ne segue dell'abitare, 
sì eziandio perché di quelle molti bisognosi partecipano; né la breve e 
incerta vita nostra ci costringe a non edificare, se noi con vera ragione 
vorremo, considerare : perocché non solo per le persone proprie si edi- 
fica, ma per i posteri ancora: il quale atto é proprietà di bontà, cioè 
comunicare i comodi e i beni suoi agli altri, come appare per Dionisio 
nel quarto capitolo de' Nomi divini (0. Non doviamo ancora affermare 
l'uomo essere più infelice animale degli altri perché l'appetito suo sia 
insaziabile , anzi tutto V opposto concludere , perché quanto una cosa 
é manco degna e perfetta , tanto con meno comodità e istrumenti si 
quieta, come é manifesto a qualunque intelligente. Adunque l'inquietu- 
dine sua solo da perfezione d'intelletto procede , e perché il fine suo 
é più alto che la presente vita possa concedere. Onde di questo fonda- 
mento i teologi inferiscono l'immortalità dell'anima. 

Alle ragioni degli evangelici rispondo che esse senza dubbio bene 
procederiano, quando l'uomo edificasse ponendo la sua speranza e feli- 
cità, o ponendola maggiore che il debito negli edifizii , «ovvero altri beni 
mondani: ma in questo luogo l'opposto si presuppone. E universalmente 



(I) 5. Dionysii Areopagitae^ Ih divinù nominUnUy cap. IV. 1. 



LIBRO U. 37 

dico che ogDÌ magnificenza, ogni opera e pompa mondana fatta in laude 
e gloria di dii ne ha dato il sapere e potere , è atto meritorio. 

Adunque concludendo possiamo dire che senza vizio alcuno si può 
edificare secondo che la natura inclina ciascuno a fare un domicilio se- 
condo l'intenzione . sua se dagli antecessori non lo ha posseduto: e quello 
fare con dilettabile apparenza e amena esistenza, secondo la ragione 
deirarchitettura: perocché il medesimo spendio regolato rende Tedifizio 
congruo , comodo , durabile , che senza norma di architettura produce 
in tutto contrarii effetti. 



CAPO I. 

Della rituazione delle case secondo i climi ed i venti. 

• 
Due sono le principali parti del presente libro, nel quale delle sim* 
metrie delle case si considera: delle quali la prima dichiara le proprietà 
comuni , e la seconda le particolari determma. Quanto adunque alla 
prima parte è da sapere, che la prima avvertenza che Tarchitetto debba 
avere è di considerare in che clima, plaga, ovvero provìncia si ha a 
fare l'edifizio , e la complessione di' quel luogo avvertire : perocché il 
sole per i suoi varii moti diversamente discorre sopra la terra abitabile, 
varie zone causando, come l'esperienza ne insegna, onde varie comples- 
sioni e qualità non solo nelle piante e animali produce, ma ancora nelle 
pietre e loci diversi. Per questo altre considerazioni sono necessarie ad 
uno edifizio in Egitto , altre in Alamania , altre in Ispagna , altre in 
Italia, altre nella parte opposta ad Ispagna (Oj dove è da intendere che 
essendo la complessione umana una certa armonia e temperanza di quat- 
tro qualità contrarie ridutte al mezzo (benché, come scrive Avicenna nel 
primo libro, abbia in sé grande latitudine) per la cagione assegnata 
del sole, ogni eccessiva qualità quella corrompe. E per questo le case 
da farsi sotto il mezzogiorno , debbono verso iL settentrione con lumi 
e con stanze più usate e abitate esser volte : e per contrario quelle 

(!) vitrovio VI. 1. 



38 TEÀTTÀTO 

sotto settentrione terso ihezzogiomo! & cosi deUe altro plaghe s'intenda, 
non ostando altri più possenti rispetti, perchè Funo contrario eccessivo 
non si riduce meglio a temperamento che col sqo contrario. 

Dopo questo è da sapere che le stanze delle case verso tramontana 
debbano essere testudinate , ovvero in volta. A perfezione eziandio della 
casa y è da dividere quella in due parti , in una delle quali siano or- 
dinate le stanze e abitazioni per il verno , e nell'altra parte la state : 
e quella parte (^) debba essere con maggiore diligenza ordinata, il quale 
loco dominasse {sic). Le stanze per il verno sieno volte , come è detto, 
a mezzogiorno, sieno in volta e piccole: quelle per la state per contrario 
volte verso borea, ampie e aperte. E circa questo è da avvertire che 
poca grossezza di muro è sufficiente a resistere al freddo (^), ma volendo 
ostare al caldo bisogna fare i muri grossi: e la ragione è manifesta, 
perchè il freddo è condensativo dell'aere e ingrossativo, e per questo non 
penetra facilmente : ma il calore per Topposito è sottigliativo e rarefat- 
tivo, d<mde ne segue che con facilità i muri penetra. Paossi assegnare 
un'altra ragione, perocché il calore dell'altre qualità prime è massima- 
mente attivo , dDpo il quale si pone il freddo , e questa opinione è 
di tutti i filosofi , e specialmente di Aristotile nel suo libro De genera- 
tione et corrìqdiime (^), dove tiene il caldo e il freddo essere qualità 
attive (benché pia il caldo e Tumido) , e il secco e^ere qualità passiva: 
awengaehè il secco sia di maggiore resistenza, siccome il caldo di mag- 
giore attività. Dopo questo è da avere avvertenza che essendo ne' luoghi 
bassi r aere molto grosso, generalmente è infetto, e in luoghi eminenti 
per contrario troppo sottile e penetrativo : fa adunque di bisogno per 
conservazione della sanità , nei luoghi bassi edificare con più solari , e 
più abitare le stanze alte che le basse : e così per contrario nei luoghi 
montuosi e alti , dove è sottile l'aere , edificare da basso e fare lato 
l'edifizio e non altoj la qual regola in Italia poco si osserva, anzi quasi 
il contrario in molte città si vede usarsi. Né è da non credere che 



(1) Vitravio VI. 7. 

(«) Si badi che V autore scriveva in ona città di clima temperalissimo. 
(3) Lib. I. e II. pasHm. 



UBRO u. 39 

l'altezza di uno o due solari faccia nell'aere grande mutazione, perocché 
a senso si conosce manifesta differenza in poca distanza. 

CAPO IL 
Delle parti esteme delle case , e dette scale. 

Dichiarato il sito ovvero aspetto delle case, al presente è da trattare 
di più proprietà o parti a tutte le case appartenenti , cioè porte, finestre, 
scale , camini , necessarii , canove , oliari e luoghi per le case comuni , 
acciocché più volte una medesima cosa non s'abbia a replicare e met* 
tere capitolo in capitolo. Dico adunque che la proporzione delle porte 
segue quella della fsiccia delja casa, e similmente quella delle finestre 
in questa forma. Dividasi l'altezza dell'inferiore abitazi(Mie in parti cinque, 
delle quali l'altezza della porta sia due e due terzi , cioè quindici ot- 
tavi (0, e di quest'altezza si trae la proporzione della lar^zza, perocché 
debba essere subdupla all'altezza, ovvero la metà. L'altezza delle finestre 
é dividendo l' altezza del secondo solaro (^) in cinque come l'altra , e 
di queste due e un terzo se ne attribuisce all'altezza delle ' finestre , 
cioè quindici settimi (^), la larghezza delle quali similmente è subdupla 
colla sua altezza. Oltre a questo le finestre devono essere elevate dal 
primo solaro una parte del diametro del secondo solaro diviso in cinque 
come é detto , sicché sopra le finestre resti del diametro un quinto e 
due terzi ; e se per caso le finestre tant'alte fossero che comodamente a 
quelle gli uomini non si potessero appressare, facciasi più gradi secondo 
il bisogno , per i quali ad esse si ascenda W. La distanza delle finestre 



(1) VoUe dte, otto quindioediiii. 

(9) Cioè nel secondo piano (Cwrpentier, Glots. novum in Sohriutn), niametro, più sotto, 
è sinonimo di altezza. 

(3) Correggasi, sette quindicesimi. 

(4) Fecorsi dapprima nei castelli e neUe case forti le finestre molto elevale dal pavimento, 
e ciò per comodità e difesa di chi combattesse dalle stanze : i gradini erano solitamente 
tre o quattro , ed i due superiori ripiegati in modo che formayano on sedile di qaà e di là 
nel vano. Infiniti esempi sen' hanno negli edifici de' tempi medii, e vedonsi ancora nel pa- 
lazzo celebre di Caprarola. 



40 TRATTATO 

infra loro più ragionevole è quanto è la larghezza loro col mezzo più : 
e se maggiore fosse, non è difetto di arte. Alcuni però usano tanta di- 
stanza quanta è la loro larghezza, e puossi senza errore usare , benché 
la prima sia più conveniente. 

Si trova gli antichi espertissimi in ogni arte sempre avere usate le 
scale prime e principali volte a mano sinistra , la qual cosa al primo 
aspetto pare fuori di ragione conciosiacosachè sempre sia solito di dire: 
declino alla mano stanca , volendo significare tristo evenimento ; ma se- 
condo il mio giudizio ; chi considera bene troverà gli antichi per evitare 
questo augurio solo da man sinistra averle locate, della qual arte degli 
augurii essi ne furono inventori, perfettori e settatori. Dove è da con- 
siderare che essi maggiore avvertenza avevano e dovevano avere al moto 
e ingresso degli uomini in casa , che al sito di esse scale , onde per 
volgere il lato destro nell'ingresso , furono costretti locare le scale da 
msuQO sinistra , perocché ogni uomo in sé può far esperienza che vol- 
gendosi da mano destra é necessario più muovere il sinistro che il de- 
stro lato e prima, se comodamente vuole muoversi. Ma se Tedifizio fosse 
grande , possono e debbono da destra e sinistra essere poste le scale. 

Secondariamente, devono le scale principali esser manifeste a qualun- 
que dentro alla prima porta entrasse. Terzo , devono essere alluminate 
con li lumi nel fine dell'una e principio dell'altra, sicché ambedue sieno 
lucide per una medesima finestra e lume. Quarto, sieno propinque alla 
principale sala, ovvero loggia. 

Gli scaloni di esse in più modi possono essere formati. In un mcdo 
si fanno lati un pie e Va 9 ^ ^^^^ Vs • ^ ^^^^ ^^ fanno alti un palmo 
(cioè di quattro diti) e due diti più, e lati un pie e Vs- ^^ ^^^^ 
alti piò Va 9 l^^ì ui^o ^ V4' '^ ^^^ ^^^^ ^^^ facevano gli antichi le 
scale nelle case magnifiche ; il primo senza scaloni , e queste comune- 
mente Vv avevano di declinitk , declinazione o pendenza , cioè di ogni 
sette piedi di lunghezza uno di pendenza (0^ il secondo , facendo gli 
scaloni alti un palmo di quattro diti , e distanti l'uno dall'altro piedi 



(1) Salita rampante, come quella nel campanile di S. Marco in Venezia. 



LIBRO II. 41 

sei, i quali sei piedi ( insieme con lo scalone ) avevano un pie di de- 
pendenza (0. E questo quanto alla cognizione delle scale sia a sufficienza. 

CAPO III. 
Dei camini. 

Non è parte alcuna delle case che per le rovine e reliquie degli 
edifizii antichi meno si possa comprendere e la forma sua descrivere , 
che i camini. Perocché quelli sono locati nella suprema parte, la quale 
prima alle altre mina (^) il più delle volte. Pure con diligenza cercando 
le ruine che in Italia sono , ne ho visti alcuni , de' quali la figura mi 
pare a proposito descrivere , essendo nota a pochi. 

In prima, presso a Perugia sopra al Pianelle ( tav. I^ 1. ) in antico 
edifizio ho visto un camino, il quale intomo aveva tre emicicli dove 
si sedea, e in mezzo una buca tonda d'onde il fumo usciva in una 
volta, di muri chiusa intomo , di lunghezza come appare nel disegno (^). 
L'altro a Baia vidi appresso alla piscina mirabile di Nerone , il quale 
era in un quadro di lunghezza di piedi diciannove per ogni faccia , in 
mezzo del quale erano quattro colonne , sopra alle quali un epistilio 
( tav. I. 2.) si posava, sopra del quale intomo erano le volte in altezza 
da terra piedi dieci , omate di mirabili figure di stucchi : in mezzo di 
queste colonne era come una copuletta {sic) piramidale con un buso in 
cima donde il fumo usciva, come appare nel disegno W. Non molto di- 
ci ) Cordonata rampante, non rara a trovarsi negli ediflci de' tempi bassi: beU' esempio ne 
è neU' antico palazzo ViteUeschi in Comete. 

(9) Questa mina ci avrebbe privati delle cappe de' camini antichi , non della parte inferiore 
che è l'essenziale. 

(3) Questa descrizione dei tre pretesi camini antichi, oltre il saggio presso fl Della Valle 
{Leu, San. III. pag. 119.), è riportata per intiero dal Fea in nota ad una lettera di Winckelmann 
(St. delle Arti del disegno, Roma 1784. Voi. III. pag. 319; colle tre piante che li risguardano» 
ogni cosa tratta dal cod. Sanese. Il camino di Peragia fu stampato da M.»' Barbaro (Comm. 
al lib. VI cap. 10 di Vitravio) in elevazione , togliendo descrizione e disegno da una copia 
del codice Magliabechiano , come è evidente al confronto. 

(4) Il camino presso la Piscina mirabile è solamente descritto dal Barbaro al L cit Ancha 
lo Scamozzi (jirehit, lib. Ili. cap. SI ) lo dà come cosa da se veduta, benché sia chiaro che 
lo ha tratto dal nostro autore. ^ 



42 TRATTATO 

lungo da Civitavecchia un altro ne ho visto , il quale era in un quadro quasi 
della medesima grandetta dell* antedetto (tav. !• 3), fatto in questa 
forma, che negli angoli uscivano quattro modiglioni sopra i quali quattro 
architravi si posavano : sopra di questi poi era la piramide del camino 
d'onde usciva il fumo , e in ogni faccia delle pareti erano due piccole 
finestre e un emiciclo dove stimo fossero statue collocate alte da terra 
piedi quattro , eccetto che nella faccia delFentrata , come per lo disegno 
si conosce (0. Questi sono quanti camini antichi ho potato trovare , e 
credo in Italia non ne :SÌano altrettanti , né ho mai parlato con uomo 
che di notare simili antichità si sia dilettato , ò che ne abbia avuto 
notizia di alcuno : onde mi ha dato non poca ammirazione , massime 
perchè né Vitruvio &) ^ né altro architetto nelle I<m> opere di questi 
hanno fatto menzione (^). 



(1) Il camino a Civitavecchia è stampato esso pure dal Barbaro ed accennato dallo Scamoui. 
Le elevazioni che io do sono tratte dal cod. Magliabechiano , le piante dal cod. Sanerò. 
Avendo avuto agio di percorrere i luoghi dall'autor nostro indicati» ho ricercato le tracce 
di questi edifizi, ma invano: né fira gli scrittori locali ne trovai cenno alcuno. 

(9) Vitruvio al cap. 3 iib. VII accenna buiamente ed a caso il fhmo de'hnni e de* bracieri, 
né altro dice dei mezzi di riscaldarsi , forse perchè non ne trovò parola prono gli ardiitetti 
greci. Ed è noto che il buon Vitruvio cessava di copiare quando mancavangli gli originali. 

(3) Che gli antichi avessero camini è cosa certa, e certo è pure che la forma loro difleriva 
assai da queUa dei nostri, specialmente per la mancanza della cappa o fomaiaolo, poiché 
tale non può dirsi un foro fatto nel tetto per l'esito del fumo: per questo ponto, qualunque 
opinione avessero avuta i dotti degli ultimi secoli, le scoperte di Ercolano e Pompei ci 
hanno dimostrato che nò gole né bocche di camini nelle case antiche non esistevano. Furono 
per gli antichi i camini come la stampa j trovarono la cosa, non la seppero applicare, o 
non vi pensarono } ciò dico, perchè i sotterranei a pilastrelU degli ipocausti, con le pareti 
loro tutte rivestite dì tubi di sezione quadrilatera, rappresentano assai daf^resso le gole 
de'camini nostri , e non una sola, ma a diecine, in un sol ipocansto , raccoglievano e tramanda- 
vano il calore } ne abbiamo innumerevoli esempi. Pure , un camino quali aono i nostri , non 
lo trovarono. Chi fosse curioso d'istruirsi sopra una quesUone che menò tanto remore tra 
gli archeologi, consulti i lessicografi, ed alcuni che trattaronne incidentemente, fra i qoali 
vanno distinti il Benedetti neUe anìmadversioni all'^uin/arta di Plauto, ed il Pea in noia 
alle lettere di Winkelmann, uno (e certo il più dotto) fra i pochissimi che sostengano cono- 
sciuti i camini nostri agli antichi: P. F. Hébrardin una dissertazione apposita (premessa alla 
Caminohgie. Dijon 1756) il quale lasciò indecisa la questione) il Maffei (Dissertazione nel 
tomo 47. degli op. Galogeriani) che pure peritandosi, infin lo nega: Paolo Manuzio in 
lunga nota a Cicerone (Epist FamiL VII. 10. Venezia 1583) , e Giusto Lipsìo nella centuria 
terza N.o 76 delle Epistolae ad Belgas , che lo negano essi pure : ed un anonimo deUo stesso 



LIBRO II. 45 



Detto degli antichi , conveniente è trattare dei moderni , dove per 
non essere tedioso e superfluo nello scrivere, di molte forme eleggendo 
le più utili, Taltre passerò con silenzio. E prima dirò della bocca del 
camino da basso , la quale nelle camere debba essere alta piedi due , 



parere nel tomo 65 della Biblioteca Italiana. E questi, specialmente il Fea, il Manuzio 
ed il Lipsie, raccolsero quanti passi di antichi antorì potessero dar lume alla disquisizione: 
tralascio altri non pochi Vedansi adunque i loro scritti, e poiché ad essi nulla si può ag- 
giungere, io parlerò de' camini ne' tempi bassi ed in queUi più a noi vicini. 

Nulla di più ovvio che trovare ne' documenti de' secoli di mezzo la formola Actwn in 
carnmata, ed uno de' più antichi nel quale se ne &ccia menzione è quello deli' 859 edito 
dal Fumagalli ( Cod. diplùmoHco SatU' Ambrosiano , N.» 81 ), che vi aggiunse un cenno per 
impugnarne agli antichi la conoscenza e l'uso: ancor prima, cioè circa l'anno 830, parlava 
Anastasio Bibliotecario di tre caminate fette da papa Valentino. In quella cosi generale 
infrequenza di comodi che regnava ne' basai secoli, era la cantinata la sala ove si fticeva 
fuoco, la gran sala de' palai» d'allora ove adunavansi le persone per gli atti pubblici; per- 
ciò la notata formola. Quindi io credo che le parole t» Caminata Salae^ che featidiano il 
Muratori {AnUqq, Jtalioae ^ dissert XXV) indicano che quella carta fu scritta al camino della 
sala, poiché assai soventi trovansi allora confuse le voci eamino e caminata , la qual ultima 
non è che un addiettrvo di sala, come vedesi ne' rozzi versi che citerò qui sotto, e deriva 
dal camino che oravi, non dal verbo caminare, come leggesi nella Crusca Bruciavasi nella 
caminata, o camino della sala caminata, carbone e soprattutto fascina, ed ecco come la 
descrive un poeta del XIII secolo (presso Frisi Memorie ii Monza, Voi. III. pag. 935). 

Aula ii$ ornata Ampia, fenestrata, Clara, Caminata, iit fronde vel ig»e focata. 

Perciò, dalla forma di simìU camini e dai materiali degli edifici, resi CmUì gl'incendi, ne 
sorse la famosa ed antica legge del Coprifuoco {Ignitegimm), La forma delle caminate de'tempi 
bassi si poò vedere tuttora negli scaldatorì de' conventi de' mendicanti, e di quelli conici 
né cita il Bella Valle {Lettere Saneei, Voi. Ili pag. 119.) ftittì in un suo castello da Federìeo II 
prima del lS50i ed era pochi secoli fa comune per tutta l'Europa settentrionale. Ecco descritti 
nel 1600 dal Busca {ArchU. MUit., ciqp. 00) i camini neUe case rustiche di Francia, Borgogna 
e Savoia. cFannogli nel mezzo della camera con una gran cappa, tanto capace, o poco 
» meno, quanto è il cielo del luogo: acciò porti fuori U fumo senza impedimento. Res- 
n tringendosi a poco a poco verso la sommità, la quale chiudono con due portelle a pendio, 
» alzandole e calandole secondo che i venti battono. All'intorno di questo luogo si fanno 
» panche per sedersi; et in questa maniera capiscono il doppio più della gente, che Uscendoli 
" accostati da un lato». Farmi die all'aspetto di simili camini alluda un passo di Sidonio 
Apollinare , tenuto per assai buio , ma che per tal modo si spiega benissimo {Epietol, , lib. II. 3). 
* In hyemale triclinium venitur , quod arcuatili caméno eaepe ignis animatus putta fidigine 
» infedt* cioè archeggiato su pilastrelli, ma lasciante tuttavia vagare il fhmo per la stanza, 
quali insomma facevansi ne' bassi tempi. 

I camini nostri li troviamo dapprima in Firenze , ove di uno ne è menzione sin da circa 
Tanno 1966. (Cronichetta di Neri degli Strinati) : frequenti dovevano essere in Venezia 
nel 1348 (Giov. Villani 7UI. 191): pare che nel 1357 Francesco da Carrara ne portasse l'uso 



\ 



44 TRATTATO 

tre c mezzo al più : quelli delle sale tre e mezzo in quattro , lai^ 
o stretti secondo la comoditi del luogo; le quali bocche sono in quattro 
diflerenze quelle delle quali voglio determinare. 

La prima è eguale sino a piedi sei , di poi per figura piramidale 
lunga piedi otto in dieci alla strettezza della gola si ridurrà. Il secondo 
modo, che ella sia piii amplia insino piedi cinque, e poi per piramide 
di otto in dieci piedi si riduca alla strettezza della gola (0. Il terzo, 
che dove sta il fuoco si faccia un cartoccio, nel quale sia una buca da 
un canto dove si mettano le legna , il qual modo con poco fuoco e per 
conseguente con poco fumo rende per la reverberazione assai caldo. Il 



in Roma {R. ItaX, Script XVII. 45) : beUissimi e smisurati sono queUi del casteUo di Verrez 
in Val d'Aosta, fatti nel 1390, cioè contemporanei alla fabbrica del castello, come dimostralo 
la costruzione e lo stile: nel 1400 eranvi neUe case di Piacenza molti camini con gola 
{camini a futno) e molti all'antica (camiim ab igne) {R. IL Scr. XVI. S83): nel 1416, a scanso 
d' incendi , ordinarono i Sindaci di Ginevra di fabbricare camini a chi non li avesse , indizio 
certo di camini con gola {Fragmens sur Genève , pag. 5 ); pare, nel 1460 notava L. B. Alberti 
(lib. V. 17) che togliendo Toscana e Lombardia (col qual nome comprendeva anche la 
Venezia), sino a' tempi suoi non eransi in Italia vedati camini che colle gole sortissero dal 
tetto: le quali parole sono alquanto esagerate. 

Quanto poi alle figure qui disegnate da Francesco di Giorgio , e da lui credute di camini , 
mi tocca notare che veramente ei s'ingannò, quantunque degno egli sia di scusa pel tempo 
in cui visse , quando cosa ignota era tuttora l ArchiteUura comparata , ed i camini di simil 
forma pei convenU e per le case dovevano troppo agevolmente trarlo in errore per l'ana- 
logia delle apparenze. Poco scusabile è bensì chi venuto in più dotta età, non s'avvide 
non essere camini quelli, ma vere sale di bagni, coi sedili attorno, colla volta e l'occhio 
in essa pel regolatore della temperatura (Vitruvio , lib. V. 10 ). Vedasi nella pianta deOe 
Terme di Pompei il Frigidario {Mazois^ Partie. III. pL 48} che richiama codesti edifici, 
i quali furono certamente parte di terme pubbliche, o di bagni in case o ville romane. 
Paragonisi ancora la forma loro colla descrizione che dei Frigidari nella villa sua fa Sidonio 
Apollinare (l. cit) Hinc Frigidaita dilatatur.,,. Primum tedi apice in amum cacuminaio 
cum ab angulis quadrifariam concurrentia dona eristarum tegulis interiacentibue imbrica- 
rentur; ipsa vero convenientibus mensuris exactiesima spatiositate gnadratur etc. Le fines- 
trelle poi (nel disegno 3) corrispondono a quelle descritte da Seneca nel bagno di Scipione 
{Epiti, 86). Se la sezione orizzontale fosse stata dall'autore condotta con maggior cura, potres- 
Simo vedere se ne' muri fossero stati compresi i tubuli del calore, e quindi con esattezza 
decidere se di frigidari o di ipocausti siano questi disegni. Androuet du Cerceau promise 
nel 1550 di dare i Camini velerei ] li diede poi, ma invece di essere antichi, sono parto 
della vivace e sregolata sua fantasia. 

(1) U cod. Sanese legge • // 9.o che Ha amplia infino piedi 5, et poi per altri 5, o 3 
piedi tomi a la strecteza de la gola (fo 60 v.»). 



LIBRO II. 45 

quarto è facendo più ampia e lata la linea del vacuo verso la parte di 
dentro , che verso gli uomini stanti al fuoco j come meglio il disegno 
ne dimostra (0. Le gole in tre modi si possono fare; il primo, facendo 
la gola semplice e retta, ma questa avvertenza è da avere che essa sia 
nella grossezza del muro locata, possendo questa compatirlo; il secondo, 
facciasi la gola con un tondo buco largo in diametro piedi uno, il quale 
entri in un'ampia concavità larga piedi tre , di poi alla grossezza della 
gola si riduca; il terzo, facciasi il camino di ptii rette linee ritorto, 
il quale da' Greci è chiamato Zita ( perchè è simile alla lettera Z ) , 
lodato assai , e più volte si è visto la bontà sua. In altro modo si può 
fare non meno buono dei detti, facendo insieme tre gole volte da capo 
in triangolo , acciocché offendendo un vento possa senza impedimento 
escire il fumo per la gola opposita al vento regnante, come di tutto il 
disegno ne dà notizia: la larghezza della gola è di piedi tre, e un pie 
insino uno e mezzo per profondità , ovvero grossezza del muro. 

Ultimamente è da dire dei cimasii suprema parte dei camini, dove 
prima è da sapere che debbano essere tanto elevati sopra del tetto , 
che percotendo il vento per il tetto non dia impedimento alFuscire del 
fumo : e questa altezza è piedi otto in dieci. Due figure metterò nel 
disegno, e con queste porrò fine a questo capitolo. Là prima, facciasi 
nella cima quattro portello, infra le quali sieno quatlro alette che tra- 
mezzino , sicché il vento che entra o esce dell'una , non entri per altra : 
e così il fumo; e sotto queste facciasi una gola reversa, acciocché il 
vento che entra di sotto passi appresso al mantello di fuore , e traspor- 
tando il fumo non entra nel camino. 11 secondo modo è facendo una 
bandiera che per i venti si volti alla parte opposta, e dopo questa un 
mantello con due alette mobili di metallo sottile, sicché venga, a coprire 
i due terzi del tondo: il qual mantello sia continuato con la predetta 
bandiera , e così ad ogni vento lo scoperto del camino sarà opposito , 
essendo il mantello opposito alla bandiera W. E questo modo é utilissimo, 

(1) Poiché le parole deU' autore sono dì per se stesse chiare assai, si è creduto saperfloo 
r unirvi le figure. 

(9) Questa pratica è pressoché quale la suggerisce l'Alberti (lib. V. cap. 17), essendo 
minime le differenze. Narra il Marchi {Jrchii,, lib. I, 46) di un ingegno simile adattato ai 
camini del palazzo Farnese. 



46 TBATTATO 

dato cbe più venti non regnino in un medesiflio tempo: la qual cosa 
rare tolte nell'anno addiviene. 

llltimatamente , a maggiore perfeiione de' camini mi pare conveniente 
fare mia stanzetta o ricettaculo appresso al camino in luogo che piti fosse 
comodo, dove. possano stare tre o quattro some di legna per evitare 
ogni incomodità di portare ad ogn'ora legna appresso al fuoco : e per 
questo si rende Tabitasione più netta. E così sia posto fine al presbite 
capitolo, perchè queste regole osservando, non avranno gli abitanti mo- 
lestia di fumo, non nocumento della vista e dei principali membri, né 
ancora lei abitazioni saranno per la caligine annerite. 

* 

CAPO IV. 
Dei necessariL 

Due grandi incommodità segu<mo all'uomo quando nell'abitazione sua 
ha i necessarii mal composti e ordinati. La prima , che naturalmente 
l'uomo non con piacere venendo alla evacuazione del corpo , perchè 
rinnova a molti la memoria della miseria umana essendo a quella spor- 
cizia sottoposti , con maggior molestia a quell'atto si conduce essendo 
il luogo incommodo o per venti o per figura di esso luogo, di che ne 
segue che molti retraendosi da quell'atto , la natura si diverte ad altre 
opere ed abbandona quella per qualche tempo : dalla qual cosa , di 
quanti mali , fumi, e uu^i si generi e ascendine alle virtù sensitive , 
tutti i fisici possono render ragione manifesta. La seconda, che molti- 
plicandosi il fetore da quel luogo per tutta la casa perviene al senso 
dell'odorato e massimamente prosteme la natura, perchè come dimostra 
Aristotile nel secondo. dell'Anima 0)^ dal corpo putrido si elevano cor- 
puscoli putrefatti, infetti e venenosi, e pervengono al senso dell'odorato, 
attraendo quelli l'animale per l'aere i quali è necessario per refrigerare 
il cuore : dove appare che quei putridi corpuscoli , ovvero fiunale eva- 
porazione senza la quale non si odora , perviene a due principali e piii 

(1) Lib II , 9. 



LIBRO II. 47 

nobili membri e facilmente offendibili che siano nairanimale, cioè il 
core e il cerebro: nei quali similmante bisogna lascino alquanto deltai 
mala complessione loro } onde produdmo epilessia ed altri morbi gran- 
dissimi. Grmde avvertenza adunque debbano avere i prudenti in ordinare 
i necessarìi , p^ evitare questi inconveoiienti y e oltre a questo per la 
vei^ogna che ne segue per i forestieri e uomini inlelligetnti. 

Tre parti adunque devono avere . in sé. La prima che sieno in luogo 
commodò agli abitanti la casa. La seconda che sieno commodi e agiati, 
sicché Tuomo non stia con disagio in queiratto* La terza e ultima che 
per essi non si senta alcun fetore , sì per , la nmlestia della trista sen- 
sazione j sì per evitare i mali morbi che per la puzza si producono. 
Quanto alla prima parte dico che i necessarìi si lochino in luogo che 
alle camere e alle prime abitazioni interiori sieno propinqui , in loco 
più remoto e coperto che possibile^ e alle camere principali si faccino 
nelle postcamere , ovvero in luogo contiguo alle camere , sicché non 
sieno in esse , ma propinqui quanto é possibile : e alle altre camere 
meno principali si può ordinare che un luogo a più deserva, secondo 
la comodità della casa: e questo consiste nella discrezione dell'architetto. 
Quanto alla seconda 1 necessarìi dovano avere mediocre lume per pic- 
colo pertugio , quanto è conveniente gl'esito del fetore : devano essere 
alti un piede e mezzo, o un piede e due.terzije per volere ad ogni 
uomo satisfare, facciansi graduati per la comodità. che ne segue, il che 
descrivere non pare onesto. Olirà a questo, sopra a tutto é da guardare 
e ordinare che non sieno ventosi , perché oltre alla molestia e impedi- 
mento che danno all'atto , sono mal sani e moltiplicano lo malo pdore, 
e per questo non devono mai essere locati s(^ra . a chiaviche , ovvero 
chicche, la qual cosa molti usano. per mandar via le fecce, né eziandio 
devono avere spiraglio, se non nel modo che immediate dichiarerò, per 
torre la puzza. Quanto alla terza parte, in prima é da fare un esalatoio 
dove Taere putrefatto e corpuscoli (etenti abbiano esito, il quale per 

tuboli debba pervenire alla sommità della casa (0, acciocché a nessuna 

• 

(1) Poiché l'esalazione operavasi non per nn tubo solo ma per più tubi, si ovviava alPin- 
conveniente del rincacciare che fa il vento. Dunque, questa pratica ed è più vecchia di 
quanto paia, ed era allora meglio ordinata che ora non sia. 



48 TRATTATO 

parte della casa renda fetore, e se pure non si facesse nella sonunità 
della casa , . almeno è necessario farlo sopra del destro dove si siede , 
perocché facendolo più basso , come molti usano di fare , ne segue due 
inconvenienti : il primo , che per quello il vento alcuna volta entra e 
perviene al luogo della residenza: l'altro , che per il vento rende fetore 
il necessario, le quali cose ho detto doversi evitare. Oltre a questo si 
può ordinare la fossa che riceve rimmmidizia al medesimo effetto in 
questo modo: facciasi la fossa alquanto più arcta (0, ovvero piramidale 
in fondo curva, nel qual fondo 25 o 30 some si metta di grossa arena, 
per la quale tutta Torina , potissima causa della putrefazione , sarìi at» 
tratta, e le materie grosse rimanendo senza le liquide minor corruzione 
ricevano. 



CAPO V. 
Delle cantine e degli oliari. 

Perchè il vino è liquore, per il quale, debitamente preso, molto si 
ristora la natura umana, per questo è da considerare il modo nel quale 
meglio si conservì : dove è da sapere che le canove devono essere volte 
verso tramontana (^), massime quelle che non sono molto sotterra , sicché 
la frigidità della terra nelPestate supplisca alla plaga assegnata (^}, pe- 
rocché l'eccessivo calore massimamente corrompe il vino, come per 
esperienza si vede : sicché non essendo le canove assai sotterra , sia 
supplito con la plaga fredda, e non potendo voltarle verso borea, il 
quale é vento freddo e secco, sieno volte verso ponente, la quale ancora 
é plaga frigida. Alcuni forse opporranno (benché questo l'esperienza lo 
confermi), dicendo che essendo la natura del vino calda e umida, 
benché del potente vino sia calda e secca come di quella dove consiste 



(1) Ristretta. Un modo affatto simile fu , pochi amii sono , proposto come cosa nuovissima. 
(9) Vitruvio I. 4. e VI. 9. Palladio I. IS. Qui l'autore traduce Cella vinaria per canova, 
come l'antico volgarizzatore de' dialoghi di S. Gregorio. 
(3) Cioè all'aspetto di tramontana. 



LIBRO II. 49 

là vita , non pare che la caliditk e umidità dovesse corrompere la natura 
del vino , conciosiachè il simile non corrompa il simile suo , ma lo 
mantenga. A questa ragione facilmente si rispónde secondo la sentenza 
di Aristotile e degli altri filosofi , che le quattro qualità prime sono di 
due specie , ciascuna di per se , cioè attuali e virtuali , dico adunque ^ 
benché il vino abbia in se calidità virtuale , non ha calidità attuale , 
anzi frigidità attuale, come si vede: sicché la calidità attuale non è 
sempre conservativa del calore virtuale. E questa risposta basti, benché 
altri in altro modo solvine tale qmstione. 

Anco hanno i moderni trovato vasi ovvero veggio di legname nelle 
quali preservano il vino (0. Gli antichi usavano laghi ovvero conserve 
fatte di cemento e bene instrutte e intonacate con tettorii ovvero calci- 
struzzi, ai quali vasi e conserve si dava superficialmente queste materie 
così composte , che tre parti di pece nera abbia , due di sevo e .una 
di cera e olio di lino , con alcune polveri odorifere , come garofani e 
altri simili , fuse tutte in caldaia le materie , e a guisa di dealbazione 
in essi vasi data (^). Io non mi distenderò delle caverne e volte sot- 
terranee, né degl'altri luoghi umidi e vaporabili, i quali sono potissima 
cagióne della corruzione di essi vini , ma é da notare che tutte le ca- 
nove cantine , là dove si conserva il vino , devano avere piccoli spi- 
raceli lumi. 

Similmente é da considerare qual luogo sia conveniente per 1' olio , 
liquore molto utile e necessario alla vita dell'uomo: dove é da sapere 
che l'olio debba essere conservato in stanza volta verso mezzogiorno (^) 
per l'opposito modo del vino, e la ragione é ignòta benché l'esperienza 
sia manifesta , perchè si vede che il freddo eccessivo é congelativò è 
corruttivo dell'olio. Circa alle cose determinate sono ultimatamente due 
dubbi: il primo, che tutti i filosofi e medici teiigono per manifesta con- 
clusione che il freddo preservi dalla putrefazione, e il caldo la produca; 

(1) Le veggìe di legname, ossiano botti, erano anticamente in uso ne* sabalpini Italiani 
giusta Plinio (XIV. VI) Cirea alpes ligneU vans eonduìU^ circulUque cingutU. Se ne hanno 
alcune rappresentate nel museo lapidario di Torino. 

(9) Palladio , De re rwHóa l , 17. Columella , XU , IS. Plinio , XIV , 95. 

(3) Vitmvio , VI , 9. PaUadws , 1 , 90. 



50 TE4TTAT0 

e questo pve cbe lìa eontro èa é^tetaximnaìe dette: il secondo» ^ che 
essendo l'olio cddo' e 'Uynido oone il fino, pué d» qulk nedesnua 
piaga ehe*^ consenra del r?ìiio'«ia. eiiandio dell' elio , e niente di^msDo 
è detto essere la ^ojiiKislla. ▲ qiiesla dùblii rfsfNmdo cbe bendiè la fri- 
gidità iìon corrompa Polio •inetitre' che tiemi /coiigdaeoy niente di meno 
rende l'oVo dwpo&to a corrompèni f ir. ilisnte dopo la j[ireperaziÒDe ddla 
predetta* frigidità é'adventò dèi calore: ie per colere easi olii ottraaUa 
natura dèi luoghi preservare ^ opd riei men sono' da tramnlare y acciò 
non diventino forti, e levandoli d^ in si^la madie lasciano ogni grossesaa, 
permutandoli in altri vasi ai mantengono* Alia seconda ragioiie più forte, 
si risponde tenendo ropMuene predetta,; là quale per Plinio ai oopferoia 
elicendo, che la umidità deWolio è imiida aerea ed untuosa, facOe all'in- 
cendio , lÉa* qudla del vino ' èj umidità ac^iea. E avvegnaché queste dee 
umidità siano ,'aécondo molti, d'una medesima specie, niente di. meno 
arguiscoiM) 'e et dimostrano £vér^tà in * altri accidènti : é così non si 
concede ebe simile sia la nattira deU^^olio a ipiella del vino in tutto , 
ma sono tanto differenti che alla cnnsemziene dell'^uno, altro* si riceres 
die a queHa dell'* al6x> : bendiè io stani molte altre qualità concorreie 
principalmente alla complessione de' corpi che tpeste quattro qualità. 

* ■ 

CAPO VI. 
DeUe ttaUe. 

Alle case dei signori, gentiluomini e mercatanti, e molto più a quelle 
dei villaaii, che dei privati cittadini', jEa di biso|^o sieno applicate, 
ovvero in esse incluse le stalle per i cavalli e altre bestie; delle quali 
al presente- trattando, in prima. è da sapere che le stalle generahnente 
devono essere locate in luo^ caldi , ma. mm appresso a fuochi , come 
di fornace , ovvero altri fuochi , perchè , secondo Vitruvio , si fanno i 
cavalli orridi per T eccessivo calore del fuoco (0, 



(1) Eeoo le parole di Vitrayio (VI, 9). EqvriHa quaim masnmé in tfiUUf nH l0ea eoH- 
diisima fuertni^ eaniiiiuetUMr , dum ne ad focwn speeieni : ewn tnSmjnmeniaproMime ìgnem 



LIBBO II. 51 

Dopo 4ue^ voglio descrivere una staNa^.la quald^ io hoi («dilata al 
mio lU."^ Duca, di Urhmo 0)y dalla qo^le si potrà ;C(»opreiidev^ fotte te 
parti che debba avero una stalla completa e perfetta W. bt prima , 
quella è capace di trecento cavalli , centocinquanta per parte , di lar- 
^ezza piedi XXVm , alta XXXYI , lunga CCCLX , sopra della quale è 
una volta bellissima dove si 'tiene il fieno e paglia con buche quadre, 
per le quali la pabulazione da basso si manda: sopra di questa ne è 
un' altra per tetto della prima. Contigue con questa sono più stanze : 
la jnnma è un atrio ov^ro ridotto ^per cavalcare , scavalcare, e ferrare 
cavtaili, Bel quale 4 una* fonte. con due abbeiRemloi, dorej^ha un canale 
che passa aottck k' mangiatoia. coperto, con: piti. chiaid ovvero . cannelle , 
per* le qwdi m diversi luoghi della stalla l'acqua si può dare, e per 
questa mangiatóia si manda pan un oanale die ai. chiude ediaprè, ac* 
ciocché da ogni inimuÉdizia Is^ alalia ai possa: netttàre ,Me a quMto affottó 
ò/akpianto pendente ts bassa in meno: la qnal pendenza seniteE ancora 
al posar 4^ cavalU i :qoali irogliono stare dinanzi pidi alti. AppnessottaUa 
fonte è una stanza da tener la biada, e la stanza idei, maestro di stalla 
è aopra queste antedette in lupga che tutta la stalla può vedeóe: ap* 
pràssb a ques^ è ia stanza pcnr i &mig^, contigua, con ; (piestè una 
stanza per fare mascalcie, aoooneiare selle e alta foinimoiiU oeeessariL 
Ifltjflàatamente appresso di quésta è un torzone .con mia Innuica soht >per 
il signore riservata, pMpr la quale si può andaca a cavallo, :doyf il s^g^Mircj^ 
Bsser visto ', pijò tutta la stalla e le predette abitaziom vedere. 



iiaìmUriiUwr^ horri^fi fimi, NeUe qnali U buon quattrocentista interpretò Focwn ohe è U vii- 
lereccio focolare per fuoco ingente. di fornace o simile. Si consalti Schneider neUe note al 
tit 91 , ia>. 1 di Palladio. ^ - '' ' • 

(t) ted0riaa U. Qimta stalla, eomiociata e^rtameate prima M UM, pah si adatt^ pasta 
le parole deU' antere alla descrizione di quella de^ dacal P9)az3E|[» ^ Urbino, |;il[ roinata 
in gran parte nel 15S7 (Baldi Descriz. del palazzo di Urbino cap.4) V. la yita di Francesco 
di Giorgio al cap. Ili, pag. 93. Lo Scamozzi (lib. n. cap. 99 ) cbe scriveva nel 1615 , collocava 
la inaila del diic^ 4'rrblno tra )e pijili magnifici^ ^'Italia, coi) a|ren(V>fa jkrpvft^ iiel cp|diice 
che possedeva del nostro antere, e non avvertendo che a qneli'anno già era qo^ intiera* 
mente disfatta. 

(9) n codice senese (f. 6t , r.») ha la guaie io ho ordinato al mio lU,-"' Duca di VirMno 
quasi finita per tutto. B dò indica che fti terminata da Gaidobaldo. 



52 TRATTATO 

La qual cosa essendo al maestro di stalla nota e ai famigli, è cagione 
di farli per timore rettamente operare. Di questa ciascuno può estrarre 
le proprietà che ad una completa stalla sì ricercano. 

CAPO VII. 
Dei granai. 

Ultimalamente circa alla prima parte principale che delle proprietà 
comuni considera , è da vedere ciò che si richiede al luogo conservativo 
dei frumenti che ne danno il pane, ovvero il cibo più necessario e più 
utile alla vita dell'uomo. Dove è da considerare che i frumenti nati in 
diversi terreni ,' ricercano diverse conserve: onde dico che se i frumenti 
fussero nati in luoghi bassi , o in piani , o in luoghi molto grassi , o 
veramente s'avessero a conservare in terra molto umida, allora i granai, 
conserve loro, debbano esser volte in verso borea, e non potendo in 
verso borea , sieno in verso ponente per contemperare la loro superflua 
umidità e renderli durabili piii che si può (^). Ma se il frumento fusse 
nato in luoghi montuosi, leggeri o magri, allora perchè per se medesimi 
sono generalmente assai durabili, se li vorremo conservare gran tempo, 
bisogna volgere la conserva loro medesimamente verso settentrione , 
perchè il vento borea è molto conservativo dalla putrefazione: ma bene 
è vero che molto li diminuisce e consuma, restringendoli a minor quan- 
tità per la grande sua siccità. Ma se i detti frumenti s' avessero a se- 
minare , vendere ovvero mangiare in non molto lungo tempo , sì debba 
volgere la sua conserva verso ponente o mezzogiorno: massime quando 
il luogo dove sì avesse a ediflcare fusse di natura secco e frigido; e 
la ragione di questo per le cose innanzi dichiarate è manifesta. E così 
sia determinato delle parti comuni. 



(1) Vitrnyìo (lib. VI, 9): il quale però dice che i granai debbano esser volti a tramon- 
tana o greco. 



UBRO II. 55 



CAPO Vili. 

Delle varie specie di case private ^ e delle parti inteme di esse. 

Dei tetti e dei giardini. 

Alle particolari proprietà e parti discendendo delle case ( perchè due 
sono le specie principali delle case, cioè pubbliche e private), prima 
giudico essere conveniente trattare delle private, sì perchè naturalménte 
prima è il privato che il pubblico , essendo il pubblico causato da più 
privati , sì eziandio perchè nelle private si dichiareranno molte parti 
alle pubbliche necessarie. 

Delle private , cinque sono le specie infra le quali non piccola diffe- 
renza debba esser, cioè: case da villani, di artefici, di studenti, come 
notari , procuratori, dottori di legge e medici ovvero fisici e, general- 
mente in ogni altra scienza , di mercanti , e ultimatamènte di nobili i 
quali al mondo studiano vivere con onore senza molte cure. E prima 
è ragionevole trattare delle case de' villani , sì perchè queste prima , 
almeno naturalmente , furono che le altre , sì ancora perchè al vitto 
dell'uomo sono più necessarie: e per chiara notizia di quelle è da sapere 
che nelle case di villa denno essere vestibuli, sotto li quali sieno stalle, 
botteghe e altri luoghi da lavorare legname : innanzi alla casa debba 
essere un cortile per bestie minute , stalle per cavalli , bovi e altri 
somari, castri per porci, stanze per Oliviero (0, pistrini e fenili. E per 
meglio dichiarare il sito di queste parti ne descriverò alcune per le 
quali le altre si potranno facilmente formare e intendere. Prima adunque 
si faccia un vestibulo levato in colonne , per il quale si entri in più 
luoghi da lavorare , botteghe e canove : dopo queste sieno stalle e altri 
luoghi da tenere fieno e paglia : sopra di queste sieno le stanze per li 
villani con conserve, ovvero riposticeli di frutti: le stalle debbano esser 
volte verso oriente. Di poi si faccia un cortile con due porte e continuare 

(1) Castri^ Oliviert : voci mancanti ai vocabolari, ma di facile e chiara intelUgenza. Il 
pistrino poi è propriamente un mulino girato a mano, che focevasi in città e per le case 
private, qualora mancassero i mulini ad acqua (Bart; della Pugliola Cronaca di Bologna al 
1360. HUtoria Cortutiorum al 1319). 



54 TEATTATO 

con questo : dall' altra parte sieno le stanze per Oliviero , pistrini e 
altri maggiori fenili che i predétti , per evitare il pericolo dell'incendio, 
e forai per ordine sotto le logge. Debbano eziandio le predette case 
piii fosse avere per conservare frumenti secondo al bisogno: ma volendoli 
meglio conservare , facciasi una fossa come cisterna , di struttura ovvero 
calcistruzzo , salda bene per tutto lascianito -un fkeol buco j nella fuai 
fossa. ( armata' prima 0) oon le cose opportune ,* come h nOto) ponendo 
il frameaio e turando la bocca con tavole e battuta terra ^ lungo l^mp9 
sa^aniìo conservati : perdcchè; non è possibile che il tufo ovvero altra 
(teoera pietra Aon .venda uiniditìi corrùttiva del frumento (^). Le stalle 
de' bovi secondo Yitruvio debbano essere appresso al foco detta casa C^, 
ih luogo tAe qualche caldo ricevano: e non potendo far questo, neno 
volte in'Q^.mòdo verso oriente^ perdiè la tramontana gli h orridi; 
cf petcbè gli eséoi]» più iniiovono che le parole, kcci6€chè l'occhio possa 
rappfesentare^ alla fantasia e intelletto , lie disegnerò fecondo le regde 
predetta (^). ,* ? / •/ : iì ; • 

Lèxase degli artefici più ntioetearìe delle altre al vitto, eccetto le 
peédeite^ deUbano . avere , potioidò, la bottega solto k casa, e utta 
stanaetta dà faire cediti è sczivjeiè appresso. E non potendo avere questo, 
altneno è bisogno ima stanzetta "dove a casa l' artefice possa del suo me- 
stiéfè Inviare! per maggiore sua <k)moditk^ separata . dalle stanza delle 
donne e isua faiuiglia, acciò iiberamenle possano i. bisognosi della sua. 
ari^ in casft entnàr» e staile setotb alcuna molestia o incomodo della sua 
famiglia. £)jpercliè'ineglio si possa le figure congnie intendere, ne di- 
segMTò. alcune (|at^:I^ 4y 5). 

:i xbehaanti :più utili , eccetto che i predetti , devono avere nelle |dti- 

(1) n eod. Mnese (f.» 69, v.o) dice che la fossa deV essera Marne mrwuUm 4i p^ifu 

(9) Un modo simile di conservare il grano è descritto da Plinio (XVIII, 73) : ma sema 
òercario & Plinio , ébhe campo Tantore di vederlo ripristinato nella sua città di Siena Panno 
1469 da papa Pio II, il quale parecchie di qaeste fosse vi fece scavare ( 7*Aoma#tti#, adhùt. 
JiuffìiifhH Vèti, X. /. 5., XX., Col. 00). 

(3) Vitrtavid, VI^ ft • ' ' 

(4) BIàncano 1 disegni deDe case rùstiche ne' codd. Sniese e MagUahesMaBO^ va n' è 
veduU prospettica al f.» 94 del cod. membranaceo Saloftianb. 



uno IL <55 

tazioni loro stansó bdle e ornate per far p^rcatii, spaziose ^ con badctii 
da far boDti: e.oltre a^^esto upa staiisa o piii, che serva per fondaco 
ovvéro magazaino ^ sicché: la r^saaimerc^nzia^in casa* «possa iseit are er<xm- 
trattare^ Le qiudì stanze siano libere ed .«spedite dalle «altre detta 
iamigiia, per la- ragione di soprp ^làssegnà^: e oltre .a questo debbano 
avere.ad. eési ima àfaìtaiione. o piik peri forestieri darioevèrsi^ fiopeèobè 
ad essi è necessario tenere di più anereanii jonieiae e benennlenze^ la 
quale abitazione sianlmente dalle altre sUynze sia separata /é llbei^. 
Dopo !queste debbopio' avere ancora fosse per fnùnenti^ àmpie canove e 
oliarii y pérdiè di cìascmia di qneste cof e accade far mercanzia j come 
sq^are )per il disegno (0. n 

Gli studenti nelle case loro devono avere «alcuna comoda staittsa 
piano libera, dove sicuramente possano . venire quelli che hanno bisogno 
di loro scieiiza ovvero arte; e delle altre partirsi tratterà' utile case 
dei nobili, dove sitmetterìi le simmetrie delle stanze e parti della case. 

Neil' uHima* parie delle case private è da considerare: delle case dei 
nobili ovvero palazzi, le quali più parti ricercano che le pred^eJIn 
prima 'debbano i avere l'atrio è il cortile, stanze per i >forertìeri libere 
a piano e separate: stame dove si^ ppssano ridurre i cittadini, una sala 
come pubblica, trìclinii per Testate e perii veino, icucine, stalle 
ampie, canove, e ultimatamente un giardino secondo là condizione del 
cittadino o gentiluomo , delle quali parti al presente dichiarerò le pro- 
porzioni insieme con altre peni meno principali. Ma^ per cominciare 
dalle parti esteriori e prime , dico «he il palazzo deve mere un sossello 
con un gradetto sotto ed intomo di quello , s<^a i quali posi If imbà- 
samento. Il sossello, secondo Vitruvio (^), deve essere un piò alto un 



(1) 19011 è specificato qqali siano i disegpii .delle case dei flaereanti, né la .distiìl^iuipne di 
essi è tale che li possa far comprendere. 

(3) Vitruvio (V, 6) non dà queste misure, scrivendo s Grtidus speetaculonmf «M subselUa 
eamponaniury ne minus alti $int palmo pede, ne phu pede et digitie tex: loHUidMi eatum 
ne plus pedee duo eemis^ ne minut pedee duo ecneiiUuantur. Si scusi Terrore proyeoiente 
dal corrotto codice vitruviano, tuttavia non s'intenderà come sia caduto in fililo l'autore 
credendo essere U eubseUium ossia scaglione de' teatri, una cosa stessa con quel grado rial- 
iato che mnrello cKùamasi, e ne* palaaoci italiani si faceva appiedi alla fronte e per solidità, 



56 TRATTATO 

palmo e un difo , largo un pie e mezzo : il grado alto un mezzo pie , 
largo uno e mezzo : Y imbasamento può posare sul grado solo e col 
sossello. L'atrio ovvero ridotto, e similmente le sale in tre modi si 
possono con ragione formare , perchè hanno le. medesime proporzioni. 
Il primo, dividasi la sua lunghezza in parti cinque, e tre di queste sia 
la larghezza. 11 secondo , dividasi in tre , e due di quelle sia la larghezza. 
11 terzo modo è che siano in forma tonda , ovvero circolare perfetta. 
Ma r altezza di questi modi è il maggior diametro di quadro perfetto , 
e del tondo il suo diametro. L'esempio dei due primi: facciasi del 
quadrangolo un quadrato , di poi si tragghi una linea diagonia dall'uno 
degli angoli all' altro opposito e più distante , e quella linea è la sua 
altezza. In altro modo, non migliore di questo, Vi travio assegna la sim- 
metrìa delle predette sale e atrìi, dicendo che se saranno da trenta in 
cinquanta piedi lunghi , debbano esser lati la terza parte della lunghezza: 
se da cinquanta in sessanta la quarta parte , se da sessanta in ottanta 
due noni , se da ottanta in cento un quinto (0. L'altezza loro, secondo 
lui , in questo modo afferma essere , cioè che se la larghezza ovvero lar 
titudìne fiisse da trenta in quaranta piedi il mezzo della lunghezza sia 
l'altezza, se da quaranta in cinquanta, i due quinti della lunghezza; 
più oltre non si estende. 11 qual modo , salva l'autorità sua a me non 
piace, sì perchè è imperfetto, dicendo di certa quantità e non di mag- 
giore o minore, sì ancora perchè quando per dieci e quando per venti 
piedi di lunghezza non varia la proporzione della larghezza , la quale 
proporzione così debba essere variata come la lunghezza, perchè variata 
la cagione si varia T effetto, 

I cortili debbano essere di quadro perfetto , o veramente un quadro 
e terzo , uno e mezzo , ovvero uno e due terzi ; in tutti i detti modi 
stanno proporzionati. Richiedono le colonne intorno con quelle propor- 
zioni che nel libro de' templi si dimostrerà. Sopra a questo cortile si 



e per comodo pubblico , e per convegno de' clienti. Bellissimo fra tali murelli era queUo 
del palazzo d'Urbino adorno di bassirìlievi inventati ( come dissi nella ^ita al cap. Ili ) dal 
nostro Cecco, scolpiti da Ambrogio Barocci. 

(1) Vitruvio, lib. VI, cap. 4. Ma qui fii d'nopo cbe il nostro autore avesse per le mani un 
codice vitruviano corrottissimo , poicbè gli fa dire cose che non trovansi in nessuna edizione. 



LIBRO II. 57 

• 

poò £aare le lo{^e in due modi , cioè parte con parapetti e colonne , o 
serrate con finestre. Una cisterna ornata molto decora questa parte (0. 
Adunque delle proporzioni sue per le figure si acquisti la notizia. 

Le camere, talami ovvero cubiculi, devono esser lunghe una volta la 
larj^ezza loro, il mezzo, ovvero uno e un terzo, ovvero quadrato per- 
fetto, cioè tanto lato quanto lungo ^ in questi tre modi possono con 
ragione esser fatte , e V altezza loro debba esser la linea diagonia , 
diametro del quadralo, come di sopra è detto delle sale. E se accadesse 
in altro solare fare una piccola camera , sia diminuita l'altezza del so- 
lare W con palchi , o soffitti morti , o volte , per ridurla alla propor- 
zione detta. 

I salotti ovvero triclinii devono esser lunghi due quadrati, uno e due 
terzi, ovvero uno e mezzo j T altezza loro può essere in più modi: uno, 
secondo V altezza del solare non curando dell' altra proporzione : in altro 
modo , secondo il modo predetto , per la linea di angolo ad angolo op- 
posito del quadrato. Anco mi pare di usare in tutti gli altri salotti 
ovvero triclinii queste porpcH^zioni ovvero simmetrìe. Prosupponiamo che 
r atrio sia un intero quadrato , allora si pigli la Unea diagonia tirata 
da angolo ad angolo, la cui latitudine di linea nell'altezza si riferisce: 
e se essi atrii o triclinii fossero d' un quadro e terzo , o di un quadro 
e mezzo, o di un quadro e due terzi, allora si pigli il mezzo di tutto 
lo spazio e quello si parta per mezzo , e ad una delle dette parti si 
tiri la linea diagom'a, come di sopra è detto , la quale altezza di tutto 
lo sfogo , come di sopra è detto , si riferischi. 

I triclinii devono essere di quadro perfetto cioè quadrato, ovvero che 
abbia le ale e lati eguali , e egualmente gli angoli oppositi siano di- 
stanti : dove da tre parti , si pongano le mense col fuoco in mezzo se- 
condo gli antichi. 

(1) Le cbterne e fontane , parte nobilissima della decorazione de* cortili in Italia, usarono 
ne' secoli bassi ed inferiori specialmente ne' chiostri. Bellissima qnella nel chiostro maggiore 
di Gradi in ViteriM). 

(9) Cioè l'altezza del piano. In questa enomerazione delle parti deUe case, Airono dall'an- 
toro scordati que' nascondigli ripostissimi che osavano onde porsi in salvo ne' frequenti 
disordini di nemici o del popolo: ne parla l'Alberti (lib. V. cap. 9) ed il Nardi al lib. V 
delle Storie fiorentine. 

8 



58 TRATTATO 

La cucina ricerca di lunghezza la sua laidezza e la metà più , o al 
più la larghezza e i due terzi di essa ; della quale il cammino debba 
essere spazioso. Appresso di essa debba essere la guardacucina con ri- 
positorìi , pile da lavare , cisterne o pozzo , e una stanza di legna 
contigua ad una beccarietfa con canali e chicche per mandare via ogni 
lotura e sporcizia. Appresso alla detta cucina devono essere dispense, 
masseriiie e canovette, che tutte sono alla sua perfezione necessarie. 
Devono essere ancora nella detta casa o palazzo più cisterne , una in 
cucina, come è detto, o più appresso che si può: T altra nel cortile 
ornata , in quel luogo che fusse apparente e comodo. Dopo questo , 
stanze per famigli sono necessarie in luogo che di sotto dichiarerò , di 
numero e di grandezza secondo il bisogno del possessore , ovvero gran- 
dezza della casa ehe fusse. 

1 tetti in prima questa dipendenza devono avere cioè, foi*mando una 
linea retta dall' una e l' altra parte , cioè , per la larghezza , e quella 
sia divisa in parli quindici , e tre in altezza infino quattro del monaco 
del tetto, sicché dal monaco alle facce del muro sia parti sette e mezza 
di tutta la larghezza di quindici parti (0 : lo sporto del tetto debba 
essere secondo V altezza della casa , cioè da quattro in sei piedi , ac- 
ciocché nelle facce e appresso l'acqua non possa cadere. E dove sono 
le nevi , cinque d' altezza. 

Perchè i giardini principalmente si fanno per dilettazione di chi fa 
edificare, e ancora secondo la comodità del luogo, però pare superfluo 
assegnare la figura loroj pure si debba il compositore ingegnaredi ridurla 
a qualche specie di figura perfetta , come circolare , quadra o triango- 
lare : dopo questi , più apparenti smo la pentagona , esagona , ortogo- 
nia : e si possono applicare. Similmente in esso si ricerca fonti , luoghi 
segreti secondo il desiderio dei poeti o filosofi, deambulazioni ad uso 
di palestre coperte con verzure , e altre fantasie che più al signore suo 
piacesse , coperto più che si può dai vicini intomo. E con queste cose 

(1) A Roma ed in Toscana l'eleyazione dei tetti è tra il quinto ed il quarto della base: 
l'aaiore mole che sia di vn terzo ne' paesi nevosi Quei tetti di tanta sporgenza sono uso 
quasi peculiare della Toscana: soppUscono al cornicione, ed anche più utilmente, sebbene 
con minor bellezza. 



UBBO II. 59 



determinate voglio por fine alle private case e parti di esse: delle 
quali partì insieme e appresso ne apparrà il disegno , e di ciascuna da 
per se 0) (Tav, I, 6, 7, 8, 9, 10)- 



CAPO IX. 
Proporzioni delle sale, 

E poiché delle altezze , lunghezze e larghezze delle sale e triclinii 
si è assai sufficientemente descritto, e avendo dimostrate molte varie 
figure e forme di pubbliche e private case : ora in questo capitolo mi 
occorre per più chiara notizia dimostrale alcune altre diverse misure : 
e perchè di tutte le altezze delle sale e triclinii le proporzioni lo si 
trova di numeri semplici essere tratte , e essi numeri non possono avere 
se non sol una radice , e così restano mobili: ma tutti hanno modi e 
regole composte di più varie e proporzionate linee , siccome nell'esempio 
or seguirà. 

Facciasi un doppio quadrato , cioè di due eguali e connessi quadri , 
per i quali si tiri dall'una estremità all'altra, cioè dall' E al P una 
linea semicircolare : dipoi si tiri una linea diagonia chiamata Q P (Tav. 
I. 11), e un'altra linea quella intersecante': e la parte che ne resta 
fra la linea del P Q al semicircolo questa sarìi T R. Presa questa 
porzione e latitudine , la quale si troverà circa a cinque parti della 
linea diagonia, la quale nell'altezza si riferisca cioè dal 8 al G , e la 
planizie infrasecta e il suo diametro E P si troverà. Sicché essendo la 
porzione del T R una parte di queste , così a tutto l' edificio debba 
essere modulo (2). 

Per altro modo , facciasi gli eguali connessi e duplicati quadrati dei 

(1) Un curioso raggoaglio deUe ViUe de' signori in Italia ed in Francia circa U 1300 si ha 
nel cap. 9, lib. Ili del Tesoro di Ser Brunetto, che dice le prime casteUi di gnerra, gaie 
le seconde e con loggie e giardini. Di giardini e barchi dà figure Fautore nel codice I. 

{%) Sia scusato l'autore dell'implicar che fa in buie e troppe parole le dimostrazioni sue: 
gli aritmetici ed i geometri di qneU'età non erano punto di lui più chiari. La conseguenia 
qui dedotta del modulo è capricciosa , come ognun vede , e per nulla derivante dalla premessa. 



60 TRATTATO 

quali la linea media sia quadripartita ( Tav. . L 12 ) , di poi si tiri una 
Unea diagonia dall' A al B intersecante il partimento medio, e quanto 
sarà l'altezza della diagonia linea , tanto sia l'altezza e sfogo nei duplicati 
quadrati , il cui diametro e base sark parti otto , e la linea A B sarìi 
circa a nove: una delle dette parti sark modulo a tutto V edi6zioj e con 
queste simili regole moltiplicando la latitudine in maggior diametro , 
tirando la linea diagonia da angolo ad angolo attribuendo quella nell'al- 
tezza, l'edificio verrà avere giusta e conveniente misura. 

Se anco si faccia il quadrato , tirate le linee AD, C B , dipoi una 
linea diagonia EB (Tav. I. 13), nell'intersecazione delle dette linee, 
cioè AS , questo sark modulo a tutto l'edifizio, e l'altezza della mag- 
gior linea diagonia all'altezza di tutto l'edifizio attribuita sia, con 
quelle medesime ragioni che delle altre è detto. 



CAPO X. 
Dei palazzi pubblici. 

Dopo le private , conseguente cosa è , secondo l'ordine promesso , 
trattare delle pubbliche case, le quali sono di due specie, cioè di signori 
e persone proprie (0 , ovvero di tiranni e di repubbliche. Le case delle 
repubbliche , ovvero palazzi , in prima debbano avere la piazza comune 
e principale della città innanti, siano libere ed espedite intomo con 
una sola entrata, benché più apparenti entrate bisognasse di fare per 
non rompere l'ordine: e per questa entrata ad un atrio si pervenga , 
dipoi ad un cortile intomo al quale siano le entrate di tutti gli uffizi 
maggior parte di quelli che alla repubblica che bene governasse si 
aspetta di avere j appresso alla porta una stanza per i portinari , e un 
salotto con un cammino dove per i freddi si possano i famigli ridurre. 
Appresso di questo una stanza per le legna che al fuoco detto bisognano .' 



(1) Persone proprie de' signori, cioè loro clienti e servi (Ducange in Preprmi). Tiranni 
poi chiamavano gl'Italiani d'allora, come già chiamato avevano i Greci, chi colla violenza 
o col raggiro fosse gianto al saprraao dominio in patria. 



LIBRO n. 61 

e soprafotto una munizione ovvero ricettacolo o armamentario dove stia 
tutta r artiglierìa (0 della comunità: oltre a questo un pozzo, cisterna, 
ovvero fonte al servizio di esso palazzo, il quale si estenda eziandio 
alla cucina per altre vie. La scala prima e principale debba pervenire 
sopra l'atrio , dopo la quale ascesa si pervenga in una sala , e per 
questa si vada a quella del consiglio, e a tutte le altre abitazioni in- 
tomo. Da capo della prìma sala sia l'udienza, ovvero il concistoro, e 
la cancellerìa contigua a quello ; ed appresso destri , ovvero necessarìi , 
i quali servano a queste stanze e alla sala del consiglio. Appresso della 
cancellerìa sia una cappella con la sagrestia e altro luogo segreto ; ap- 
presso a questo sia un salotto per desinare e cenare come un triclino , 
appresso del quale sia la stanza del credenziere , e riposi torio al ser- 
vizio di quello , in una scala che pervenga alla cucina superiore ad esso 
ripositorìo. E così sarà completo il secondo pavimento (V. 

11 terzo pavimento dove debbano essere le camere per i priori e an- 
teposti , sia in guisa di donttentorio , e dalla parte di fuori siano le 
camere per i Priori , e alla rincontra quelle dei servitori loro , con 
destrì ; appresso di questa , una stanza per il barbiere , e altri luoghi 
necessarìi a quella dei servienti : ancora altre camere per notari , can- 
cellierì ed altri uffiziali in tal luogo necessarìi. In capo del detto dor- 
mentorio sia una segreta scala , la quale pervenga alla sala del consi- 
glio ed al concistoro , per la cagione nota agi' intelligenti. Appresso di 
queste stanze sia un'ampia cucina con la guardacucina e tinello per la 
famiglia : ed altre parti che avessero a dar fetore , nelle più eminenti 
e supreme parti d'esse cctse 9Ìano locate , acciocché le fetide esalazioni 
meglio possano espirare. Sì anco si faccia una scala , la quale per- 
venga per sé a tutte le stanze superiori, e massime alle stanze dei 
credenzieri. E questo sia abbastanza descrìtto per l'intelligenza delle 
altre simili, benché diverse in alcuna parte secondo la fantasia degli 
uomini (Tav. li. 1). 

Potriasi fare , oltre alle dette cose , nel terzo pavimento una sala o 

(0 Cioè ogni specie di armi, giusta U valore che alla voce Artiglieria danno gli scrittori 
d'allora, e singolarmente i cronisti senesi. 
(3) Pavimento qui, come Solaro di sopra , significa Piano. 



62 TRATTATO 

andata circumcirca per sollazzo ed esercizio dei signori ovvero jHriori j 
e tutti questi si possono far divisi e ordinati in un medesimo piano o 
in due , secondo il luogo richiedesse , con adequamenti o senza (0 : 
ma io sarei di parere che fussero elevati e costituiti ad uso di fortezza , 
per tutte le occasioni die occorrer potesse , e massime per potere al- 
cune volte resistere alle volubilità e furie de' popoli. E tutto questo 
consiste nel sito e discrezione dell'architetto W. E nella parte superiore 
circumcirca il dormentorio siano cucine , dispense , destri , tinelli , 
barberìa e altre stanze al servizio de' signori , de' servitori e famigli , 
secondo la opportunità che il loco richiedesse. 

^ « 

CAPO XI. 
Dei palazzi de* Principi. 

I palazzi dei signori ovvero principi devono innanzi avere un' ampia 
piazza intomo libera ed espedita. Puossi fare innanzi all'entrata un 
portico limgo quanto la faccia con logge soprapposte , dipoi un'ornata 
porta e entrata in mezzo della casa con andito , atrio , ovvero cortile 
di portici e logge circondato , i quali siano deambùlatorii e per i quali 
intomo a tutte le stanze di quel piano , si possa entrare : dove sieno 
salotti , triclini , camere , postcamere , cancellerie , bagni , stufe con 
loro prefumi e frigidarii. Sotto queste abitazioni siano canove , stalle , 
ripositorii della legha, forno, e altri luoghi da preservare olio, grano 
e altri fratti. Sopra del primo pavimento si deva pervenire per late 
scale in una loggia sopra i detti cortili ; e appresso a questa loggia 
deva essere una sala grande e principale , la quale debba essere sopra , 

(1) AdequamoDti cioè che il palazzo comunale può essere pareggiato alle case cittadine- 
sche, benché Tautore meglio propenda a metterlo in fortezza. 

(9) Questo capitolo , pel quale inutili erano all'autore gli esempi e gU scrittori antichi , è 
ano de' migliori dell'opera tutta. L' Alberti ed il Filarete , cittadini di Comune , ma vezzeg- 
giatori de' Medici, scrissero della casa del Principe, tacquero di quella della signorìa. Il 
barbiere pel ^uale è qui assegnata una stanza non mancava mai a' que' tempi ne' grandi 
palazzi: così chiamavano gli operatori della bassa chirurgia, de' quali è frequente menzione 
negli Archiatri pontiGcii del Harìni. 



I 



LIBBO il. 63 

alla piazza , e da ogni termine di lunghezza della sala debba essere un 
salotto , dei quali la lunghezza sia la larghezza della sala predetta , 
larghi e alti secondo le regole dette di sopra: e questi devano atere 
camere , postcamere ^ anticamere , cappella ^ e studi , e destri commodi : 
le quali abitaidoni possano essere per i forestieri. 

Incontro della detta principale sala air altra parte opposi ta della loggia 
debba essere un' altra sala alla medesima grandezza con salotto e altre 
parti, come dell'altra è dichiarato: e dalla faccia opposi là all'altra 
sala sia una cappella , doTe per le camere appresso si possa udire e 
vedere messa senza esser visto; intomo a questa cappella , e salotti 
sono da collocare le stanze e abitazioni delle donne e del signore , le 
quali siano separate e comuni a libito loro y e segretamente dall' una 
parte all'altra possi prevenire. Negli angoli di quelle siano triclini 
quadri o tondi a benepladto , e dalle altre due facce delle logge siano 
altre stanze proporzionale pe]^ diversi bisogni e occorrenze. Appresso dei 
detti salotti ancora devono essere due scale per le quali alle stanze da 
basso , da usarsi per le sign(»^e , segretamente si pervenga. Nella parte 
superiore sia latta la cucina con la guardacucina e altre parti convenienti , 
tinelli , canove , diq>ense e maasarie , stanze per cancellieri , dormen- 
torli per i cortegiàni , e altri uffiziati. Puossi fare un. istrumento per il 
quale il signore può facilmente satire quello che in corte , lui assente , 
si dice. In questa forma si faccia una concavità la quale sia come una 
finestra murata , che sia alla grossezza del muro-, e vada per piccdlo 
tubolo insino alla parte superiore in fino atV altra concavità , siccome 
appare disegnato (Tav. I, 14) che pervenga ad un luogo dove il signore 
accostando le orecdne, benché piano si parlasse udirk il tutto: perchè 
le specie del suono o voce in quel luogo angusto si fortificano , e in 
un certo modo la virtù dispersa si unisce e fortificasi , come l' esperienza 
ci dimostra (0. 

Sono alcuni luoghi e siti nei quali con assai facilità dette case e ahi* 

(1) In qa60to consiglio di gratuita servilità si ravvisa la tradizione delVoreediio di Dionisio, 
suggerito anche dall'Alberti (Lib. V, 3) pel qnale vedansi le generose parole che ne dice 
il Niccolini neU' BXoqif^ di (foesti. È poi anche agevole il conoscere come vada questo pre- 
cetto a mezzo tra l'assurdo ed il ridicolo. 



64 TRATTATO 

tazioni in un solo piano si potrìano edificare : la qual cosa molti hanno 
fuggito per non occupare tanto terreno , né fare grandi estensioni. Ma 
in quanto alla conunoditk essendo sopra adequamenti tanto alti che le 
umide esalazioni potessero espirare , senza alcuna infezione delle stanze : 
e queste tali case molto più grate e utili in quanto alF abitare 8<mio. 

CAPO XII. 
Dei pavimenti. 

Essendo i pavimenti principal parte della casa e ornamento , benché 
ancora appartengan al seguente libro dei templi, al presente è necesr 
sario a perfetta notizia di questo libro, spezialmente di quelli parlare 
e mostrare alcune differenze d'essi , le quali gli antichi con ragione 
usarono. Circa la qual cosa , alcuni affermano che gli ornamenti di essi 
ebbero origine dai Greci per la grande moltitudine die d'essi in più 
varii modi in Grecia si trova, e fra gli altri di una specie di più ra- 
gioni di pietre insieme commesse a similitudine di pittura, ed ordinate. 
Oltre a questo modo uu altro famoso in quelle parti si trova chiamato 
jésaroten (0 , sopra del quale i purgamenti o reliquie che dalla mensa 
in esso si gettava o cadeva , per la varietà de' colori che in esso erano 
quelle reliquie e parti superflue non apparivano , ma sempre rimaneva 
in apparenza in una medesima disposizione : il qual modo più era con- 
veniente nei triclinii che in altre parti della casa , per la ragione detta. 
Ma dove questi pavimenti abbiano avuto origine o principio , non bisogna 
nella presente opera determinare: solo è a sufficienza descrivere alcuni 
modi più utili di essi. Onde è da sapere che oltre ai pavimenti comuni 



(1) AsaroUm , suona ni italiano fum scopato. Cosi (oltre altri antichi che ne Canno men- 
zione) è descritto da Plinio (XXXVI, 60) : Celeberrimus fkii in hoc genere Soéus^ qui Per- 
gami itra^ quem voeani JsaraUm Oecon , qwmiam jmrgamenla cwnm in pa^nmento , qu<Bque 
tverri ioleni, vekUi reUcta , fecerai parvie e teeMie tinctieque in varice eohree, Qual fosse 
U mosaico asaroto fti poi fotte diiaro per quello scoperto a Roma nel 1833. (Nibby, Degii 
Orti ServUiani, pag. 93). 






LIBRO II. 65 

di mattoni o pietre , in paesi temperati si può fare un pavimento di 
calce rapillo e terra che con la calce fa presa tenacissima , i quali 
dovano esser fatti doppi , e a contrario Y uno dell' altro , battuti con le 
sue fistucazioni : e migliore saria aggiungendo alla sopradetta composi- 
zione per terza parte di tutto , o almeno dell' altre parti , vasi pesti an- 
tichi fortemente decotti ; nei calcistruzzi ancora comuni si metta due 
quinti di calce , e sotto questa per altezza di un pie si metta fistuca- 
zioni di felce (0 o paglia ; in altro modo si può fare mettendo in lu(^o 
di paglia o felce , carboni bene calcati , e di sopra , cenere , calce e 
rena miste insieme per altezza di mezzo piò j in altro modo , e migliore, 
si fa un suolo di calcinacci e testi per altezza d'un pie , e sopra questo 
un altro suolo di carboni ben calcati : di poi si faccia una composizione 
di calce y arena e favilla (^) parti eguali , e di questa si faccia un suolo 
alto mezzo pie; il qual pavimento, secondo che ne scrive Yitruvio, ha 
queste proprietà , in prima ogni liquore in se attrae e insorbe , imme- 
diate lasciando secca la sua superficie: secondo, qualunque uomo diritto 
in questo si posasse , benché scalzo , ai piedi mai sentina freddo (^). In 
Matelica insino al presente dì se n'è conservato uno nobilissimo fatto e 
figurato con baccanali , tarsie , commessi W e altre figure di animali , 
tutto di pietra per il quale si può comprendere quanta diligenza avessero 
gli antichi in essi. Conseguente è da sapere che gli ornamenti non ne- 
cessari possono essere di più specie, come colonne morte e vive ovvero 



(1) Questi preceUi sono tratti dal lib. VII, cap. I di Vitruvio, però la pessima traduzione 
italiana ( della quale si è parlato nel catalogo de' codici ) che serviva all' autore gli fece 
scrivere Fùtucazione di pietra selice^ laddove Vìtruvio parlava di uno strato di felce. Cf. 
Palladio I, 9. e Afaiw XI, 1. 

(3) FaviUa in latino ( poiché queste sono parole di Plinio lib. XXXVI , 63 ) è la cenere 
delle brago. 

(3) Palladìus, I, 9. />e re rustica. 

(4) Poiché il cod. sanese non mentova codesto mosaico della città di Matelica (che pare 
quindi scoperto sul finire del XV secolo ) resta buio ad intendersi che abbian da fare i bac- 
canali colle tarsie ed il commesso. L'abate Colucci nella dissertazione DeUe antichità di 
Matetica non ùl motto di questo mosaico ( Antichità Picene , voi. VI ) , come neppure 
l'anonimo che scrisse deUe antichità di Matelica nel voi. XXX della N. R. Galogeriana. Leg- 
gerei perciò con baccanali di tarsia e di commessi. 

9 



66 TRATTATO 

integre , comici , recinti (0 , stucchi , figure , riquadrati impalchi e 
altri modi che per il disegno dichiarerò, a cui mi riferisco per resecare 
ogni superfluo parlare. 

CAPO xin. 

Dei modi per trovar aequa. 

Perchè l'acqua è molto necessaria al vitto dell'uomo ed all'utilità, 
comodità e ornato della casa , a maggiore perfezione del presente libro 
ultimatamente mi pare conveniente e necessario dichiarare i modi e vie 
per i quali le acque che sotto terre sono ai sensi occulte, per la ra- 
gione possano essere manifeste ; de' quali modi parte ne ho tratti di 
diversi autori , e parte per lunga esperienza ho conosciuto. 

Alcuni sono che di questo vogliono dare giudizio per l'erbe generate 
per r umidità o natura dell'acqua , come sono giunchi sottili , canne , 
edera , unghia cavallina , covevo ovvero iolatro , turina , cauda equina , 
felce e altri simili erbe W : e per alcuni alberi, come alno , salcio , 
populo negro , frassino , vetrice dalla natura del luogo generati. Ma 
questi , secondo la mia opinione confermata per l'esperienza , sono segni 
molto fallaci , onde miglior via fu giudicata doversi tenere considerando 
i terreni e sassi : perocché nei terreni dove si vede alcune vene bianche 
si può dire di certo in quello essere acqua , ma in piccola quantità. 
Né' terreni negri benché qualche quantità d'acqua accolta fusse , non è 
però buona , perché sono lattate e grasse e con manifesto sapore : onde 
sono impure come di sopra é dichiarato. Nei terreni da vasi, ovvero 
crete , non é da sperare : non si troverà acqua , perché non essendo 
porosi non hanno concavità in se dove l'acqua si genera. Nelle genghe 
(cioè tufo in colore di argilla) non sono vene d'acqua, ma gomitivi 



(1) Recinti chiama Tautore costantemenle nel cod. membranaceo Saluzziano le cornici in 
giro ad una stanza. I disegni promessi mancano nel codice. 

(9) Vitnivio ( vili , 1 ) , Plinio ( XXXI , 97 ) , Palladio ( Augusius , S ) prescrivono indìzi 
consimili. La cauda equina è la coda cavallina. Il covevo ovvero iolatro , nel cod. sanese è 
scritto conaro. 



LIBRO ti. 67 

rivoli di nessun momento. U tufo ha poca acqua per la sua densità , ma 
stillata e fredda. Il sabbione ha piccole acque limose e molto sotterra: 
la ghiara ha in se vene le quali trovate si perdono , in varii luoghi di- 
scorrendo. Il sabbione maschio, F arena e il carbunculo hanno copia 
d'acque : ma nel sasso rosso e nella pietra selice sono più abbondanti 
che in altri luoghi (0. 

Ottima via dt tutte le altre reputo quella degli esperimenti , opperò 
necessario è dichiararne alcuni. Vadasi adunque nei tempi caldi la 
mattina sul nascer del sole a quel luogo dove desideri trovare l' acqua , 
e inclinando il volto a terra verso Toriente dove sarà l'acqua , vedrai 
apparire e nascere dalla terra certo vapore o nebula la gitale pare che sia 
in continuo moto ascendendo e discendendo come se tremasse: e senza 
dubbio di perdere spesa, si può in quel luogo cavare. Per altro 
modo questo medesimo si può conoscere : quando è grande caldo , nel 
mezzo del dì si guardi la terra , e dove fusse l'acqua vedrassi l'erbe 
assai più fresche che in altri luoghi : e se fosse solcato e lavorato ve- 
drassi il terreno più umido e traente al colore nero , come trae il ter- 
reno molle a rispetto di prima quando è secco. In altro modo dove 
vedi riverberare i raggi solari che più degli altri disgregano la vista , 
ivi sempre l'acqua si trova , perchè il raggio nel mezzo denso e dìa£aino 
è più potente , come è manifesto ai periti in filosofia. In altro ioiodo 
ancora, che pare opposto a questi, si conosce 41 medesimo*: quando 
sono le nevi sopr' a terra , anderai al luogo determinato , e considera 
quella parte della terra che. dalla neve è discoperta , ovvero dove è la 
neve molto più bassa e consunta che nelle altre (tolta via l'occasione 
dei venti ) , e sotto quella parte di superficie senza dubbio troverai 
l'acqua , perchè i vapori che dall'acqua ascendono per il suo calore 
consumano la detta neve. Altro più infallante modo e segno è nel tempo 
dei gran caldi : facciasi una fossa cinque piedi profonda e cinque lata, 
ed in essa si metta un vaso di terra cruda ma secca e un caldaro 
unto di grasso con la bocca volta verso il centro della terra , e una 



(1) In nota al capo S del libro I ho già dimostrato che l'autore non aveva giusta idea 
della pietra selce ( Lava basaltina ) , la quale è anzi spoglia di acque. 



V 



68 TRATTATO 

lucerna piena d'olio accesa e nn vello di lana : e la sera si copra la 
fossa di tavole , frasche , paglia e terra lasciando un piccolo pertugio 
per il quale possa il fumo e vapore del lume esalare : e se la mattina 
si trova il vaso crudo umido fuori , e il caldaro con gocciole d' acqua come 
sudore , e la lucerna con Polio spenta ; e il vello di lana pieno d'umi- 
dità , senz'alcun dubbio l'acqua si troverà , e abbondante ; e ciascuno 
dei detti segni per se è sufficiente , ma tutti insieme gran copia d'acqua 
significano (0. Ma per avere di tutto più certo indizio facciasi in detta 
fossa gran fuoco il dì , per diseccare ogni umidità che nella terra in- 
torno fusse y e lasciandola freddare dipoi si mettano in essa le predette 
cose. 

Dopo questo è da sapere che generalmente le altre cagioni essendo 
pari y più si trova le acque verso settentrione e ponente e in luoghi 
sassosi , e alle radici dei monti. 

Dopo questo è da narrare una esperienza con ragione , la quale è che 
in un castello detto l'Isola un villano fece cavare un profondo pozzo, 
ed essendo di trovar l'acque disperato , abbandonò l' opera desistendo 
dall' impresa sua : gli fu insegnato di gettare dentro una grande e pon- 
derosa pietra , e così facendo per la facilità della medela (jné) e tonitro 
della terra , senza interposizione di tempo gran copia d'acqua rinvenne , 
perchè per quel moto la terra alquanto aprendosi e facendo più rime , 
per quelle l' acqua era trascorsa C^). 

Una regola non è da pretermettere a questa materia pertinente : 
quando che l'acque la vernata non fossero tepide e l'estate fredde , non 
è da sperare che lungo tempo abbiano a durare, quando però l'acqua 
non fusse in grande quantità , ovvero appresso alla superficie della 
terra nascesse: però che in questo caso per esperienza e ragione si 
vede l'opposito. 

Nell'ultima particula di questo libro è da sapere quale avvertenza 
bisogna avere a quelli che cavano l'acqua , acciò non incorrano in istrane 

(1) Vitruvio, lib. vili, 1. 

(i) Castello nel dacato di Urbino , oppure Isola di Val-d*Arbia nel Sanese. Anziché 
accagionarne l'intronamento della terra, è da credersi che il sasso cadendo abbia forato 
Tultimo strato di ostacolo , e ne sia sorto un pozzo all'artesiana o modenese che si voglia dire. 



e incurabili egrìtadini , perdbè molte volte escono delle cave fumi e 
vapore perniciosi e pestiferi , benché molti ignari cavatori non si ac- 
colgano. Ciascuna volta adunque che essi non possano tenere acceso il 
lume , ovvero in loro sentano debilità non consueta , allora lascino la 
fossa esalare per alquanti giorni: o veramente dentro facciano fuoco, per 
il quale detto vapore si consumi, e l'aere grosso, frigido e infetto venga 
a mancare. Questa nonna da nessuno debba esser vilipesa , perocché io 
nella città mia (') ho visto questo esempio , che cavando una certa 
scala di cantina nel duro tufo , essendo alquanto sotto , trovò certa mi- 
niera specie di pietra porosa e forata , per la quale parca già per 
antico tempo che l'acqua fusse trascorsa ; niente di meno era asciutta 
e senza alcuna umidità: la quale rompendo il cavatore immediate si 
ammorbò e incorse in gravissimo pericolo di morte per i vapori fetidi 
che della pietra uscirono , ed esso sentì per lo anelito attrarsi ; e certo 
tu cosa miralHle che in istante febbricitasse. E per queste determina- 
zioni e conclmioni sia posto fine al secondo libro. 

(1} Cioè neUa citU di Sena. Questo esempio manca Del cod, sanese. 



o^»»ii»nit» »n»»g»» »8na nn ii!i s3i H it »» » in i »gi !t 8»ii»iiinainin(»iiiinninn»i g^ 



LIBRO TERZO. 



PRÒLOGO. 



La natura universale che non manca nelle cose necessarie y né abbonda 
in superflue , a tutte le cose viventi con cognizione ha dato tutto quello 
che ad esse è necessario, e che per se medesime non possono conse- 
guire : ma tutte quelle cose che gli animali per le virtU loro ( da essa 
natura però ricevute ) possono conseguire , ha ordinato che mediante le 
*•' operazioni loro le acquistino , e non altrimenti, come inimica dell'ozio. 

Per questa ragione e fondamento essendo l'uomo più perfetto corpo 
corruttibile e animale più nobile di tutti gli altri , per l' ingegno del 
quale e instrumenti suoi infinite operazioni possono seguire, quello volle 
creare ignudo senza vestimenti e senz' armi difensive : delle quali cose 
tutti gli altri animali sono dotati : solo per questa allegata ragione , 
perchè esso uomo ha in se l' intelletto e la ragione e la mano , la quale 
è chiamata organo degli organi e instrumento di tutti gli altri instru- 
menti. Per i quali principii ogni specie di vestimenti e d'armi ed altre 
sue comodità può fare ed ordinatamente componere. Adunque questa 
ragione fermata nel suo egeno nascimento manifestamente prova la no- 
biltà sua, non la miseria come molti estimano. Ma perchè al vitto e co- 
modo suo si ricerca molte varie cose, le quali un solo uomo non è suf- 
ficiente d' operare , non per difetto d' intelletto o sapere , ma per 
incompatibilità del tempo, Tuomo per natura è detto dai filosofi morali 
e naturali animale sociabile. Fu adunque naturale e conveniente agli 



LIBRO III. 71 

uomini in congregazione e società, e non ciascun padre di famiglia 
separatamente vivere. E più numero e moltitudine riducendo degli uomini 
in uno y fossero un' unione dove Y uno per l'altro piti comodamente pas- 
sare potesse il breve corso di vita sua. E quest'unione di abitazioni si 
chiama città o castello quando di muri è circondata per tutela d' ogni 
contrario j perocché h città non è se non di cittadini uniti: onde dopo 
le precedenti norme pare necessario dichiarare quali parti a quelle si 
rìcerchino per decoro, utilità e comodità degli abitanti. 

Non pare in tutto superfluo addurre alcune opinioni per le quali si 
atferma quale sia stato il primo edìflcatore di città o castella, e dopo 
questo , a che cosa siano state assimigliate, innanzi che delle condizioni 
loro si determini , almeno per soddisfazione di moki curiosi di sapere 
quali fussero gì' inventori di ciascune arti , del numero dei quali non 
mi curo essere alieno. Dico adunque essere opinione di alcuni che il 
primo fondatore di città o castella fusse Gecrope, dal quale Cecropia 
fu denominata , dove poi la rocca d' Atene fu edificata ^ altri estimano 
la città di Argo essere stata prima a questa da Foroneo edificata, altri 
la città di Sicione. Ma gli Egizi , da questi discrepanti , affermavano 
Diospoli appresso di loro innanzi alle predette essere stata fondata (0., 
Molti altri Ebrei e Cristiani affermano Caino primo a tutti avere ordinato 
e composto le città (^). 

Circa air altra parte è da sapere che essendo il corpo dell' uomo 
meglio organizzato che alcun altro , come più perfetto , siccome più 
volte è detto , è cosa conveniente che qualunque edifizio ad esso si può 
assimigliare , ad esso si assimigli, e non solo tutta l'opera a tutto il 
corpo, ma ancora parte a parte, come espressamente si vede essere 
usato nella proporzione delle colonne, come appare nel capitolo di 
quelle. Questo considerando Dinocrates di Macedonia architettore, es- 
sendo all'orecchie sue pen^enuto come Alessandro Magno intendeva 
nuova città edificare , si mosse , avendo fatto un disegno nel quale un 
monte, chiamato Atos, aveva comparato al corpo umano, e nella mano 



(1) Plinio, VII, 57. 

(3) losephi Flavii , AtUiqq, ludaiem , lib. 1 , cap. 9. Geneii rv , 17. 



72 TRATTATO 

Stanca aveva formato una città, e nella destra una fmite nella quale 
tutte le acque del predetto monte si rìducevàno. Il qual bisogno con- 
siderato da Alessandro, fu domandato se nel monte erano i campi dove 
si potesse seminare le biade per il vitto degli abitanti : e a questa do- 
manda rispondendo il pittore di no, e che era di bisogno le vittuarie 
ad essa città per mare essere portate , Alessandro , come espertissimo 
uomo in ogni scienza , benché il sito detestasse , assimilando quello ad 
un fanciullo senza latte , laudò però grandemente quella forma e simi- 
litudine del monte o città al corpo umano, avvegnaché ancora questa 
fosse difettiva, perchè essa città debba non di un membro, ma di tutto 
il corpo avere similitudine , perchè come la parte alla parte , così il 
tutto al tutto debba essere equiparato (0. 

CAPO I. 
Economa generale delle città. 

Volendo al presente dichiarare le proprietà e parti delle congregate 
abitazioni, prima è da sapere che di due parti si debba ordinatamente 
considware , cioè delle parti estremali , come la circonferenza ovvero 
mura della città , e delle parti intrinseche come sono strade , piazze e 
altri luoghi pubblici. Ma perchè la prima parte è più di considerazione 
del libro quinto che di questo , a quello riferendomi giudico in questo 
luogo essere da dichiarare le convenienze della seconda, circa alla no- 
tizia della quale è prima da vedere le proprietà comuni e a tutte le 
città competenti , e dopo questo alcune altre più particolari o proprie , 
secondo varii sili occorrenti W. 

(1) La storiella di Dinocrate ( il quale , se ogni cosa è vera , doveva avere dello strano 
anziché no) accennata più o meno a dilungo da Vitruvio, Plinio, Solino , Strabone ed altri 
antichi , fu a sazietà ripetuta dai moderni e dalPautor nostro nella dedica a Federigo d'Urbino 
dell'opuscolo De archiiectura (v. Catalogo de' codici, n.« V). 

(9) Dopo l'esempio di Vitruvio parve legge agli scrittori d'architettura d'intrattenersi 
della struttura d'una intiera città : e quest'uso scusabile ancora pei nostri quattrocentisti , è 
ridicolo negli architetti de' tempi e paesi nostri. Parlarono delle città l'Alberti, il Filarete, 
il Cataneo, il Palladio, il Florìani, il Milani, lo Scaroozzi, l'Ammannati, il Buontalenti ed 



LIBRO III. 73 

In prima adunque è da sapere che la piazza principale debba nel 
centro della terra, o più propinqua a quello che si può, essere locata, 
come il bellico dell' uomo , la quale alla comodità debba essere se- 
conda (0. E la ragione della similitudine può essere questa : perchè 
siccome per un bellico nel principio la natura umana piglia nutrimento 
e perfezione , cosi per questo luogo comune gli altri proprii sono sot- 
venuti. Ma la ragione naturale è in pronto , perchè tutte le cose comuni 
debbsoìo alle proprie essere indifferenti , come il centro alla parte della 
circonferenza sua, e per questo debba intomo di fondachi e onorevoli 
esercizi la piazza essere ornata. 

La seconda condizione è questa , che quando per grandezza della 
città, una sola piazza fusse a molti incommoda nelle estremila della 
terra abitanti, in questo caso devono piti piazzette secondo il bisogno 
in essa essere ordinate in luoghi che alle dette estremità siano più che 
si può c(»nuiu e comodi. 

Terzo : il foro per il mercato di portici e loggie debba esser cir^ 
condato , acciocché per ogni tempo commodamente le compre e vendite 
si possano fare. 

Quarto: la cattedrale chiesa debba alla piazza essere vicina per le 
assegnate ragioni. 

Quinto: le chiese parrocchiali siano ai padroni comuni e indifferenti, 
come la principale , a tutta la terra. 

Sesto : il palazzo delia si^oria , o signore , sia più degli altri elevato 
ed espedito intomo , più vicino e propinquo alla principale piazza, e 
possibile per la comodità dell'udienze e congregazioni civili. 

Settimo: incontro a questo palazzo debba essere una spaziosa loggia, 
ovvero portico, in luogo di basilica, dove i mercanti e cittadini con 
piacere e senza incomodo di piogge ridurre si possano. 



altri. Claudio Tolomei nel libro VI delle sue Lettere ne propone a lungo una, da fabbricarsi 
al monte .Argentare nella maremma dì Siena. Può anche essere considerata come un com- 
piuto trattato di architettura urbana la lunga descrizione degli ediflzi che Niccolò V voleva 
innalzare in Borgo di Roma attorno al Vaticano giusta i disegni di B. Rossellino , data dal 
Vasari nella Vita di questi, togliendola da chi più estesamente assai ne aveva parlato, dico 
da Giannozzo Manetti nella vita di quel Pontefice. 
(1) Favorevole. 

10 



74 TRATTATO 

Ottavo: quando la cittk fosse grande^in più luoghi simili ridotti si facciano. 

Nono: la casa degli uffiziali, la prigione, la dogana, magazzino del 
sale e altri ridotti di uffiziali comuni, per le dette ragioni, siano prò* 
pingui alla principale piazza più che si può. 

Decimo : che le taverne cocarie e postribolo siano in luogo coperto, 
non molto da quella distanti per evitare molti inconvenienti che spesse 
volte in simili luoghi sogliono accadere. 

Undecimo : tutti gli altri banchi e fondachi siano insieme propinqui 
alla detta piazza. 

Duodecimo: Tarte della seta insieme e non divisa in quella strada sia 
locata che più fusse ai forestieri e ai cittadini comune e usata; come 
principale ornamento della città, e perchè la concorrenza fa A ehe l'uno 
artefice s' insegna fare dell' altro migliore opera. 

Decimoterzo : l'arte della lana insieme sia , per quésta ultima ragì(me, 
ma alquanto separata dai luoghi pubblici e molto usali pei molti stre- 
piti, e per le opere e commodità dell'arte in quel luogo situata che 
salve le altre commoditài pih appresso alle acque fosse. 

Decimoquarto : i tintori vicini al predetto luogo insieme per commodità 
loro e dell'arte, e connessi a questi le conce e addobbi per più vani 
cuoiami , appresso i calcinari e stanze dei pelacani per carte e camosci , 
siccome a tali esercizi si ricerca alli quali. hanno rispetto (0. 

Decimoquinto: gli speziali, sarti e mereiai siano per le principali 
strade distribuiti per commodità dei privati. 

Decimosesto: i fabbri e mastri di legname per gli strepiti, e i calzolari 
per r immondezza , siano fuori delle strade principali: vicini però a quelle. 

Decimosettimo : siano i beccari distribuiti in quattro o cinque luoghi 
per la terra più comodi , indifferenti W e coperti più che si può, per 
il fetore in quei luoghi inevitabile. 



(1) Addobbi arnesi, masserìzie. Calcinai ^ concie per Tarte del calzolaio. Pelacam concia- 
tori di peUi. CaìM$ci^ pelli di camoscio fatte morbide dalla concia. Carte ^ parola ^be è 
qui in lato senso , cioè le membrane che osavano pei libri e le miniature. 

(3) Ind^lferenH qui vale che qoe' macelli siano indifferòilemeBte accessibili agli abitanti 
di qualsiasi rione della città. Lo stesso senso al n.o V. 



LIBRO m. . 75 

DecimottaTO : neU' estremità della terra si facciano più luoghi ed in- 
sieme per ammazzare e scorticare animali per il vitto dell'uomo (0. 

Decimonono: generalmente tutte le arti che in se hanno bellezza e 
decoro siano nelle principali strade e luoghi pubblici locate ; e così per 
contrario quelle che in sé avessero qualche sporcizia^ in luoghi segre- 
gati da queste. 

Vigesimo: facciasi in più_ luoghi coperti della terra bagni ^ stufe e 
atte basiliche (sic) secondo la dilettazicme degli svitanti. 

Vigesimoprimo : a madore ornamento e perfezione della città e per 
fuggire ogni ozio e i suoi perniciosi effetti si faccia alcun teatro ovvero 
anfiteatro (^), nei quali comedìe, tragedie e altre favole o storie Yeci* 
tare si possa, e parimenti i giovani ed adolescenti in diversi esercizi 
agili possano divenire : e questi , secondo il mio giudizio , remoti dalle 
comuni parti, come accidentali ed estraordinarii , ed acciò che quelli 
che veder volessero, dell'esercizio partecipino. 

Ultimatamente è da ordinare che tutte le dette parti siano alla città 
tutta corrispondenti e proporzionate, come i membri al corpo umano. 
E queste regole sieno sufficienti quanto alla generale notizia. 

CAPO IL 

Dei perimetri delle città ^ e della economia di esse 

ragguagliata al sudo. 

Ricerca l'ordine dato di sopra il considerare delle particolari e pro- 
prie condizioni non competenti a tutte le città o castella, ma conse* 
guenti le condizioni dei luoghi particolari e siti e dove è da vedere che 
la terra può essere edificata in alcuno de' seguenti modi, cioè: tutta 

(1) Ciò ò perchè a qae' tempi i pecorai ammazzavano essi le minote greggie che portavano 
in dttà. 

(9) I trattatisti del XV secolo troppo senili a Vltmvìo parlano di teatri e simili edifizi 
qnasi come di oso giornaliero : meglio avrebbero fatto a memorare qnelli per le sacre rap- 
presentazioni , avvegnaché rari , come quello di Velletri messo a stampa dal cardinal Borgiii 
e quindi dal d'Agincourt. 



76 TilATTATÓ 

in piano, senza fiume che per quella abbia transito, ovvero tutta in 
piano col fiume per mezzo, o veramente tutta in colle o tutta in pog- 
gio (0, o tutta in valle, ovvero parte in uno di questi membri e parte 
in altro , in due o più di due dei predetti ; e secondo questi modi varii 
variamente si devono le vie ed i porti ordinare. Dico adunque che se 
la città fusse tutta in piano, e le mura di quella essendo di figura 
composta di più rette linee come triangolare , quadrangolare , pentagona 
e cosi delle altre , come nel suo luogo apparrà W , in questo caso le 
strade principali devono essere per retta linea dal centro infino al mezzo 
delle dette linee rette delle mura : e nel termine di queste vie siano 
nelle mura locate le porte principali, della figura che nel libro delle 
fortezze sarà manifesta. E secondo queste moltiplicate altre linee dal 
centro alla circonferenza, secondo che la grandezza della terra ricerca. 
Le vie trasverse e le diritte rette intersecate possono dalla figura della 
piazza e dalla forma delle mura avere principio , quelle imitando se dalla 
piazza si spiccano, quelle aumentando (secondo la medesima figura) dalla 
piazza verso la circonferenza: e se dalle mura o circuito hanno princi- 
pioy la larghezza diminuendo verso il centro. Ma questo secondo non è 
conveniente , non essendo la circonferenza delle mura tutta piena di case, 
la qual cosa per fortezza della terra molte volte si pospone. 

Quando la città in piano fusse divisa da alcun fiume, appresso alle 
ripe, rive (?) o lido suo si devono far piazze ovvero ampie strade con 
portici continuati, e appresso alti e belli palazzi. Ed all' estremità delle 
rive i muri alti in modo che per le inondazioni del fiume crescente non 
patisca la città detrimento ; oltre a questo si devono fare tre o quattro 
ponti corrispondenti alle principali strade. Alle dette rive in più luoghi 
si facciano scale per le quali sopra T acqua discendere si possa. Dopo 



(1) Il coUe è più basso , il poggio più eminente e senza fimbrie. 

(3) Cioè nel libro V, dove parlasi delle fortezze di pianta poligonale varia. Di città fatte 
triangolari di pianta è forse sola la Dardania del buon Malispini , che aveva per ogni feccia 
sessanta miglia. 

(3) La riva d'un fiume è la sua sponda naturale: la ripa è quella riva fetta più agevole, 
dov'è lo scalo. Questa differenze i Romani le sentono con molta proprietà. Il lido è la 
sponda a pelo d'acqua. 



Libro ui. il 

questo, all'entrata e uscita del fiume sia fatta una steccaia o chiusa di 
mura collegato di retti e traversi legni , sicché l'acqua fra l'una e l'al- 
tra faccia pelago per tutta la lunghezza del fiume alla terra dentro , 
perchè oltre all'ornato e fortezza della terra, sopra quello si possono 
fare mulini e altri edifizi utili e necessarii al compimento della città (0. 
Quando la città non fusse libera saria conveniente fare nell' ingresso, 
esito, principio e fine del fiume una fortezza, acciocché dai detti luoghi 
fusse la città sicura. Ultimatamente, se il fiume fusse tale che dal mare 
alla città si potesse navigare, facciasi appresso all'uscita (^} una lata e 
profonda fossa a similitudine di porto da una delle bande, nella quale 
per i tempi non tranquilli e mala tempesta si possano sicuramente ri- 
durre i navigli senza patire percosse dalle onde del fiume. 

Se la città fosse locata io un rotondo e connesso poggio , in colle , 
ovvero in valle , le vie trasverse possono in tre modi essere formate : 
cioè lumacate , obblique e graduate , awengachè le vie che dal centro 
alla circonferenza procedono, debbano sempre esser rette e alle parti 
corrispondere, come di sopra è stato dichiarato : ma se più mescolatamente 
delle dette posizioni e siti partecipassero , le parti del piano , secondo 
le regole del piano , e quelle dell'altre per le altre corrispondenti già 
determinate devono essere ordinate. E per fuggire ogni superfluo parlare, 
è da ricorrere al disegno acciò che il senso parimente e l'intelletto com- 
prenda ( tav. Ili 11, 12, 14 W ). 

Nel fine del presente capitolo non è da tacere una conclusione che 
quando si avesse ad edificare la principale città , stabilito prima il suo 
distretto o territorio, in questo caso il luogo suo conveniente è il centro 
appresso , salvi gli altri rispetti piii principali , come cosa comune 
alle particolari , come il governatore debba essere indifferente ai go- 
verni Wy e conveniente ancora il detto loco per la giustizia da ammini- 
strarsi cofi quello per le mercanzie e vittuarie : perocché il servo non 

(1) Ai fogli 8 e 9 del cod. membr. Salozziano vedonsi parecchie figure di serrate ovvero 
chiuse , steccate o steccaie , e rostoMe ossiano pennelli o prismi. 
(9) Cioè aU'uscita del fiume dalla città. 

(3) Le altre piante furono tralasciate perchè inatili o non abbastanza accurate. 

(4) Imparziale coi governati. 



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78 TRATTATO 

può senza il signore, né il signore senza il serro essere. E a questi 
devono le castella e città essere bene edificate in luoghi che siccome 
chiavi e legami di quello stato, sieno di tale fortezza che ad assedioni 
e macchine, possano resistere, massimamente verso i confini, dove C4»n 
i vicini sono sempre naturali inimicizie. 

CAPO III 0). 
Della origine e delle praporziani delle eohmne e dei pilastri. 

'■ " \r { ^ Perchè la colonna è una parte la quale ad ogni specie di templi si 
può applicare, e da cui molte proporziooi di templi si traggono, è con* 
veniente e necessario dichiarare prima a tutte le altre parti della sim- 
metria e figura sua, e tutte le specie d'essa approvate dai periti archi- 
tetti , e parimente da chi e come origine avessero. Circa all'intelligenza 
di questo è da sapere che l'architettura fu trovata successivamente sic- 
come tutte le altre scienze e arti^ Tuno uomo alle considerazioni dell'ai* 
tro aggiungendo e correggendo , e conferendo l'uno con l'altro la verità 
dubbia manifesta restava : e così si può affermare anticamente gli uomini 
essere stati rozzi e imperiti in quest'arte come nelle altre , e questo 
così segue ponendo il mondo essere stalo ab etemo , come esso avere 
avuto principio di tempo: perocché quei filose^ che il mondo ponevano 
etemo di necessità concedevano che infinite volte si era trovata una 
medesima scienza e persa : così adunque infinite volte gli uomini sono 
stati ignari in architettura, e infinite esperti. Ma quelli che con migliori 
ragioni e più salde autorità affermano il mondo avere avuto principio di 
tempo da chi non ha principio alcuno , ma ad ogni cosa è principio e 
cagione , per altro rispetto non concedono quel medesimo. Onde puossi 
manifestamente affermare per alquanto spazio di tempo innanzi essere 



(1) Nel cod. MagUabechiano sta qai ( f.» 30 e 31 ) il prologo al quarto libro. Io lo rimando 
a'più giusto luogo, stantechò ne' seguenti capitoli non si parla propriamente de' templi, ma 
si degli ordini, comuni ad ogni edifiào. Cosi ottiensi anche più giusto ordine nella mole dei 
libri , e più ragionata distribuzione cbe non sia quella che Tautore tolse da Vitmvio 



LIBRO ni. 79 

8tata l'umana generazione semplice , e nell'abitare ai bruti essersi assi- 
milata , e avere abitato spelonche e semplici capanne non con piccola 
incommodità di quella, secondo che ne scrive tra gli altri VitruvioCO. 
Così cominciando a edificare con legna e canne intessuti coperti di Idto^ 
ovvero bitume , di poi alquanto più regolandosi li muri di calcina e 
sassi componeano , intanto che a. comode figure ridussero quest'arte^ 
Dopo questo, essendo gli uomini costretti per ragione a fabbricare templi 
a Dio, furono costretti i primi inventori di templi a complimento di essi 
trovare un sostegno di pesi , il quale fosse in apparenza piacevole , e 
questo sostegno è chiamato in latina lingua cotumna. E benché l'opinione 
di molti , quale sia stato primo inventore di templi sia varia , perocché 
alcuni dicono Epimenide filosofo il primo essere stato , Vitruvio niente 
di meno, al quale in quest'arte é cose ad essa appartenenti è da prestar 
fede , afferma Doro figliuolo di Elleno e della ninfa Esperide in prima 
avere edificato un tempio a Giove in Argo città antichissima W. E questa 
forma fu appellata dorica e denominata da Doro di essa compositore. 
Dopo questo gli Ateniesi per detto dell'oracolo di ApoUine mandando in 
Asia tredici colonie e sopra di queste costituito Ionio figliuolo di Essuto 
e di Eleusa , occupando i confini di Caria , quivi molte città edificò , 
tra le quali fu Melita, quella che per arroganza degli abitanti fu de- 
solata , e oltre ai Carii avendo depopulato e debellato gli Eligii , quella 
provincia dove i detti popoli abitarono fu chiamata Icmia , dal detto Ionio 
denominata: come ccmversamente gli Scìpioni furono Afiricani denominati 
perchè Affrica superarono. In questa provincia più templi edificando, in 
prima fondarono un tempio ad Apollo Panionio , detto protettore di tutta 
la Ionia , il qual tempio chiamaron dorico , perchè fatto era a similitu- 
dine di quello che da Doro dorico fu appaiato. Dove benché in molte 
cose imitassero la composizione di Doro, nientedimeno la simetria delle 
colonne , o perdiè nel tempio di Doro non fossero colonne , o perchè 
quelle non piacessero ai predetti compositori , escogitarono una figura dì 



(1) Lib. II, cap. 1. 

(3) Lib. IV , cap. 1. Doro era figlio della mxdà OUico , che le Esperidi non eran ninfe. 
Tralascio altri sbagli di nomi , quali ognuno pad correggere da Vitruvio. 



«0 TRATTATO 

corpo dove fussc attitudine a sostenere il peso e parimente all'aspetto 
e bellezza. Onde essendo la figura del corpo umano piii proporzionata 
degli altri corpi , deliberarono a quella assomigliarlo in quello che pos- 
sibile fosse e conveniente. Misurando adunque tutto il corpo deiruomo 
trovarono che il pie , il quale è il fondamento d'esso corpo , fosse la 
sesta parte della lunghezza d'essa colonna. Secondo adunque questa pro- 
porzione la lunghezza della colonna è sei volte il diametro del circolo, 
ovvero circonferenza della colonna da piedi ; questa proporzione stabilita 
e approvata la domandarono dorica, perchè il tempio dove furono locate 
tali colonne , a similitudine di quello di Doro fu ordinato e formato. 
Dopo questo, volendo edificare un tempio a Diana, e desiderando ripu- 
lire e alquanto ringentilire con diverse apparenze e ornamenti la predetta 
forma di colonne, piacque agli inventori, dove prima presero la figura delle 
colonne dalla forma virile , pigliare detta simetria dal corpo muliebre , 
perche la donna benché animale imperfetto sia (e come afferma Aristotile 
in più luoghi , il maschio occasionato (^)) , è più vaga all'apparenza e 
massime in tempo di gioventù che Tuomo di mascolino sesso: e cosi 
giudicarono più formose rendersi le colonne che prima, quando a simi- 
litudine del corpo della donna fussero fatte. Onde siccome il pie della 
donna proporzionato è l'ottava parte dell'altezza sua, cosi costituirono 
che il diametro delle colonne nel luogo predetto fusse l'ottava parte della 
sua longitudine: e a questa sotto locarono la spira in luogo di scarpa , 
e al capitello fatto a similitudine del capo umano aggiunsero i cincinni , 
ovvero capellamenti da ogni parte pendenti ; siccome ancora più è or- 
nata di capelli la testa della donna che del maschio. E più oltre aggiun- 
gendo, sotto i cincinni e cimasii ornamenti di frutti e fiori locarono in 
luogo degli ornamenti che le donne sopra li crini usano portare. Oltre 
a questo, per tutto il tronco, ovvero stilo della colonna tirarono strigie 
simili alle falde o rughe delle vesti muliebri. E questa seconda forma 
fu chiamata ionica, perchè in Ionia fu trovata e applicata al tempio non 
fatto a similitudine d'altri templi , ma secondo l'invenzione dell'architetto 
in Ionia operante. 

(1) De generatiane animalium , I. SO. 



LIBRO III. 81 

Dopo questo , continuamente più accedendo alla perfezione d'esse , 
considerato questa seconda forma all'aspetto esser piti dilettevole , ag- 
giunsero alle colonne doriche un diametro , e similmente alle ioniche : 
sicché le doriche erano di sette diametri , e le ioniche di nove (sic). 
Chiamaronle corìntie, forse perchè T inventore o fattore d'esse fu di quei 
popoli corinti, ovvero perchè ivi furono prima fabbricate: sicché conclu- 
dendo, e lasciando la prima proporzione di sei diametri, la quale parca 
all'aspetto molto bassa , quella di sette appellarono dorica , quella di 
otto ionica, e quella di nove corintia: le quali tre specie così si possono 
alla figura umana applicare, perchè la prima alla virile, la seconda alla 
muliebre 5 e la terza alla verginale si assomiglia. 

Oltre a queste tre principali specie, per ornamento degli angoli, un'altra 
chiamata angolare (detta dal luogo suo) fu trovata, simile ed affine alle 
tre predette, perocché in ciascuna delle tre principali si può applicare 
le angolari alle altre propinque; solo in questo sono differenti che sono 
di figura quadra , ed hanno le cosce , ovvero facce , che devono essere 
la quarta parte maggiori del diametro delle propinque ad esse; sicché 
se le colonne del tempio fussero corintie , le cosce delle colonne sue 
angolari dovriano essere la nona parte e la quarta d'una nona più della 
lunghezza loro , che viene ad essere secondo aritmetica ^/^^ (0; e così 
delle altre specie proporzionatamente s'intenda. 

Per maggiore ornamento del tempio fu escogitata un'altra specie di 
colonne , detta colonna morta , che intomo al tempio debba essere lo- 
cata , sopra le quali la cornice intomo al tempio posta ( ovvero re- 
cinto ) si posa : la quale richiede il medesimo diametro delle propinque 
tonde , pigliando per diametro la sua faccia o costa , e non quella da 
angolo ad angolo più distante. Oltre a questo , ricercano sei strie per 



(1) Codesta , cbe l'autore Ghiajna colonna angolare , è il pilastro d'angolo. Però il diametro 
loro non può essere ad un tempo = t. diam. >/4 <loUe colonne , ed = 1. diam. ^/36 ^ riten- 
gasi l'aumento del */4 por i pilastri dorici , e quello dei 5/36 pei corintii , avvertendo che per 
lunghezza deUe colonne intendesi in questo caso la lunghezza in pianta , vale a dire il dia- 
metro. Negli edilizi de' tempi bassi , e specialmente nelle facciate delle chiese il diametro 
de' pilastri angolari eccede quasi sempre la proporzione fissata dall' autore, essendo eguale 

pel solito alla grossezza del muro laterale estemo. 

il 



82 TRATTATO 

stilo per faccia, ornate secondo la invenzione deirarchitetto(0: le qaali 
colonne devono avere la 7ig ^ ^/i8 P^rt^ ^^^H^ faccia sua di sporto , 
senza alcuna diminuzione di stilo. 

Ultimatamente circa alla proporzione delle colonne è da intendere che 
la lunghezza, ovvero altezza della colonna sempre si debba intendere in- 
sieme la base, stipite [sic) e capitello : e non solo lo stipite, ovvero stilo. 

CAPO IV. 
Dei capitelli destre ordini. 

Essendo gik dichiarato qual proporzione debba avere in se tutta la 
colonna, per generali regole ora è da trattare delle proporzioni delle 
sue parti principali , le quali sono tre , cioè capitello , stilo e base. E 
prima del capitello, perchè al capo dell'uomo si assomiglia e da quello 
il noine ha preso: dove è da sapere che a diverse specie di colonne 
diversi capitelli si richiede. Onde, siccome prima fu detto delle colonne 
doriche, come primamente furono trovate, così prima è da considerare 
del capitello che alle doriche si conviene : dipoi del capitello delle ioni- 
che, e ultimo delle corintie. Le quali proporzioni con gran diligenza e 
non con piccola fatica per esperienza ho visto, trovato e misurato più 
e più volle : sicché , di molti e molti esempi , nessuno discrepante , si 
può conchiudere la regola generale, cóme le altre universali conclusioni 
dalle sue particolari ricevono verità e notizia. 

(1) U cod. sanese (f.» 46 r.o) aggiunge che le strìe si facciano alcune diriete o perpendi- 
colari per tutto , alcune altre tutte a viti : altre però diriete et patte a viti , cioè la terza 
parte diriete da basso et li due altri terxi superiori lumacati , chome per experientia si 
vede. Et essi canali , ovvero strigie , alcuna volta ornavano di altre concavità angolari 
overo astragali , o intavoliUure a guisa di scorniciati : le quali proportioni io con gran di- 
ligentia et non pichola fatù/ha per sperientia ho troveUo , visto , et misurato più e piti volte. 
Le colonne scanalate con infinito stadio , quali rette, quali torse, nella Basilica di S. Agnese 
e nel museo Vaticano , lavori egregi , assai dimostrano che codesta decorazione precede 
d'assai la decadenza del buon gusto. Colonne scanalate a spira , ed altre cinte di viticchi , e 
foggiate come alberi mozzi , sono rappresentate al f.o 14 , 15 del cod. membranaceo I. Fatto 
più senno , l'autore non le ripetè. Simili ne fece Bramante nel chiostro di S. Ambrogio in 
Milano. 



LIBRO III. 83 

DÌO) adunque che T altezza del capitello dorico è terza parte del dia- 
metro da piedi della coloima (0; onde, secondo la prima invenzione 
deir altezza della colonna dorica , che fu sei diametri , saria Y altezza 
del capitello suo la decimaoltava parte dell'altezza d'essa colonna, e^ 
secondo l'addizione la. quale in uso fu messa, saria la 721* 

Il capitello che alle ioniche colonne si ricerca , debba essere alto due 
terzi di diametro d'essa colonna da piedi W : onde perchè l'altezza sua 
è otto diametri, viene ad essere l'altezza del capitello ima dodicesima 
parte di quella della colonna. 

11 capitello corintio è un integro diametro della sua colonna da pie- 
di (^) : adunque è la nona parte l'altezza sua di quella della colonna , 
e a questa proporzione ridussero i capitelli li ionici , e spesse volte la 
mettevano in uso. 

Essendo manifesta l' altezza di tutti i capitelli , è da dichiarare lo 
sporto loro quale debba essere, e dove. Onde dico che i dorici e ionici 
ricercano un medesimo sporto, e questo è di tale proporzione: dividasi 
il diametro della colonna da capo in tre parti eguali, e dipoi una di 
queste parti si dia allo sporto da mano destra e una da sinistra , cioè 
ai due cartocci dai lati sportanti. Ma lo sporto del capitello corintio da 
ogni banda richiede il predetto terzo, e oltre a questo un sesto per lato, 
e questo sesto da ogni banda si dà all'abaco, che nella sommità del 
capitello si loca ; e questa è la sua potissima regola , avvegnaché in 
altri varii modi si possa pigliare, come meglio appare per il disegno W. 

(1) È la proporxioiie greca , benché il capitello del tempio di Cora , sia circa 3/8 del dia- 
metro, Vìtruvio gli dà mezzo diametro d* altezza : ma il dorico romano è uso eccedere 
questa misura progredendo sino ad altezza eguale al diametro , come neirantico tempio di- 
strutto presso S. Adriano in Roma, misurato dall'autor nostro e dal Labacco alla tav. 18. 

(9) La massima altezza di questi capitelli nell'antico non eccede al solito i ^/s del diametro 
a piedi , prendendola daU'abaco aU'infimo punto della voluta. Ve ne sono che s'appressano 
ai >/3 , ma spettano già ai monumenti di epoca meno felice , oppure sono di quelli col fregio 
altissimo , i «piali (come de' dorici sUTatti ) piacquero assai al quattrocentisti che adornarono 
in vario modo quella parte. 

(3) Malgrado Vitruvio che assegnò questo precetto, i corintii antichi^ compresi queUi 
tozzissimi del Colosseo , eccedono d'assai questa proporzione , la quale per altro trovasi in 
non pochi capitelli di pilastri negli ediGzi del quattrocento , di quelli tanto fre<)uenti con una 
sola foglia angolare , motivo per tenersi più bassi. 

(4) Poiché questi capitelli nulla prestano che ne' comuni non si trovi , ed altronde essendo 



84 TRATTATO 

Essendo stati lungo tempo i capitelli delle colonne ornati solo di cin- 
cinni, cioè capellamenti e frutti, a caso passando un giorno Callimaco 
corintio, secondo che testifica Vi travio (0, appresso ad un orto nel quale 
era un cesto dove una vergine era seppellita, sotto il quale era un'erba 
chiamata V acanto , e questa sorgendo e germinando per le rime del 
cesto, sopra del quale era stato locata per coprimento una grande te- 
gola, nella quale, transportanle alquanto fuori del cesto, le f rondi della 
detta erba ripercoteano e nell'estremità degli angoli della tavola causa- 
vano più rivoluzioni per la sua ripercussione, questo considerando Cal- 
limaco, come avviene che gli scultori o pittori ampliando le cose natu- 
rali , come a loro ed ai poeti sempre fu lecito formare le artifiziali più 
ornate, estimò tutto quel cesto insieme con le riflesse e ritorte frondi 
potere essere similitudine di un ornato capitello. Tornando a casa ne 
disegnò più con foglie, viticci, caulicoli e volute, alle quali parti ancora 
trovò la proporzione, come immediate dichiarerò. 

In prima adunque è da intendere che tutto il capitello insieme con 
l'abaco debba esser diviso in sette parti eguali , e di queste una se ne 
dia all'altezza dell'abaco y dopo queste, facciansi gli angoli diagonii se- 
gnati ( Tav. IL 2 ) tanto lati quanta è l'altezza dell' abaco : dipoi sia 
tratta una porzione di linea circolare dai due angoli diagonii A e B, e 
questa linea tocchi nel punto di mezzo il tondo segnato neirabaco della 
grossezza o circonferenza della colonna da capo segnata per C, e tutto 
quello che include la detta parte di circolo si tragga via dall'abaco : 
dipoi, in mezzo delle dette curvature o concavità si lasci un quadro, 
di cui le facce o cosce stano quanto l'altezza dell'abaco, cioè la settima 
parte del capitello; e questo quadro tanto sporti in fuori quanto gli an- 
goli diagonii, in modo che traendo una linea retta da A e B tocchi la 
superfìcie del detto quadro, e in questo si formi un tondo fiore. Oltre 
a questo, i voluti, cioè quelle reflesse frondi locate dove i cartocci si 

segnati a mano non hanno esattezza dì parti , cosi si sono tralasciati. NeUe Memorie Romane 
per le Belle Arti (voi. Ili, p. 33) è lodato Francesco per le bizzarre invenzioni de* capitelli, 
e detto in ciò precessore di Michelangelo. Però , né la proposizione , né il confronto non 
reggono. 
(I) Lib. IV, cap. I. 



LIBRO III. 85 

locavano nel capitello ionico ^ devono sportare un terzo del diametro della 
colonna da capo, come di sopra fu detto dei cartocci, e questi tanto de- 
vono avere d'altezza, ovvero lunghezza, quanto è il suo sporto ovvero 
proiettura, cioè il terzo del diametro. E similmente gli angoli sottodia- 
gonii segnati A, B dell'abaco propinqui ai voluti, tanto devono sportare 
quanto 1 voluti , ed essere contigui ad una medesima linea perpendicolare ; 
ma rangole diagonio superiore per A e B debba sportare la metà più, 
cioè il mezzo del diametro della colonna da capo: avvegnaché in altri 
modi si trovi usato per gli antichi, e così per i moderni loro emulatori 
si possa a placito usare. Le foglie, viticci, caulicoli e voluti hanno fra 
sé questa proporzione , che le prime foglie devono pervenire al terzo 
dell' altezza del capitello , e le due nascenti infra e sotto le prime la- 
terali devono pervenire al mezzo di tutto il diametro: il residuo poi 
del diametro si dia ai caulicoli, viticci e voluti. 

Queste semplici regole di simmetria si possono ridurre alla proporr 
zione della vetta dell' uomo in questa forma : dividasi la testa in tre 
parti principali e una accessoria, come per i pittori si divìde, cioè nella 
parte inferiore dall'estremo del mento insino all'estremità inferiore del 
naso : nella seconda dall'uno all'altro termine del naso: nella terza dalla 
superna parte del naso insino al principio della volta del cranio: e ul- 
timatamente nella quarta, cioè in essa volta del cranio (0. E questa è sub- 
dupla a ciascuna delle tre prime. Debbasi adunque, applicando al pro- 
posito, dare la inferiore parte alle prime foglie, e alle seconde la metà 
della secónda, ed ai caulicoli, voluti e viticci, dare l'altro mezzo della 
seconda con tutta la terza, ed all'abaco la suprema parte che alle altre 
è subdupla, e settidupla a tutto il capitello, come meglio si vedrà per 
la figura (Tav. IL 3). 

(1) Si noti che Francesco era anche pittore e scultore , onde la conoscenza delle propor- 
zioni dell'uomo dovevagU essere fiimigliare. Questo canone di proporzioni orizzontali della 
faccia umana (Tav. IL 3) deve aggiungersi a quelli dottamente raccolti e comparati dal Bossi 
nel IV libro del Cenacolo. 



86 TRATTATO 



CAPO V. 



Delle parti delle colonne y e varie maniere di esse. 

A maggiore notizia de' capitelli , è da trattare del fuso ovvero stilo 
della colonna sopra il quale immediatamente si posa il capitello: dove 
è da sapere che questo fuso ha in se tre parti ragionevolmente , cioè 
tre recinti circoli ovvero periferie , delle quali la inferiore si chiama 
contrattura , e questa comunemente si dice gola o simisso (0. Sopra di 
questa è un regoletto quadro chiamato acroterio, e quando balleo e 
quando benda : e sotto questo la somma strettezza chiamata ipotrachelio. 
Sopra di questo è locato il bastone da Vilruvio chiamato toro W , e 
sopra a questo immediate è posto e localo il capitello. Secondo il modo 
di parlare di Vitruvio nella lunghezza del capitello debba figurare il 
timpano , che volgarmente si appella campana , ornato come di sopra 
è detto di foglie , caulicoli j viticci e voluti : sotto i circoli di questi 
e sopra le foglie sono più cinti da formare: il primo è detto balteo, 
«sopra a questo un altro chiamato fusarolo da Vitruvio, e di sopra un 
altro balteo, e di sopra il uovolo da Vitruvio chiamato echino y e i 
circoli figurati neir altezza di queste sono da lui chiamati anelli , con 
le sue saette piramidali : e di sopra a questo si pone la tavola dell'abaco 
con la sua scozia, ovvero gola, con il regolo suo e bastone. E benché 
la predetta descrizione di capitelli sia la più comune , non è però da 
pretermettere le altre diverse figure che per le ruine antiche in diversi 
luoghi ho disegnate e ritratte , e appresso alcuni di mia invenzione, dei 



(1) La inferiore è TapoGce del sommoscapo , non gola. Il simisso poi, sagoma nuova che 
devesi all' ignorante (raduttor di Vitruvio del quale (stante la rarità de' codici) fiiceva uso il 
nostro Cecco , altro non è che queste male intese parole (lib. 111. 9) : Scapus imus in partes 
sex et semUsem dividatur. 
2 ^, ' (1) L'apofice ripetuta , sotto nome d'ipotrachelio , una seconda volta nel sommoscapo : il 
listello detto acroterio : la campana , la quale si avverte essere parte da contarsi nell'altezza 
del capitello : la parola fusarolo usata da Vitruvio : e finalmente la totale confusione de* 
capitelli dorico , ionico e corintio in uno solo , son cose anche queste derivanti dal pessimo 
codice italiano di Vitruvio studiato dall'autore , il quale per altro , siccome quegli che misurò 
l'antico , disegnò in margine capitelli scelti e belli assai e tra i migliori. 



\ 



LIBRO III. 87 

quali ciascuno potrà eleggere quello che più a lui piacerà ; ma per non 
moltiplicare in descrizioni, e per fuggire ogni superfluità, al disegno 
mi riferisco (0. 

Poiché della suprema parte della colonna assai a sufficienza è stato 
trattato , conseguentemente è da terminare delle proporzioni degli stili 
seconda parte delle colonne. Dove è da sapere che in questa forma si 
può trovare la vera diminuzione : facciasi im circolo il quale ha la cir- 
conferenza della colonna da piedi ( Tav. II , 4 ) , del quale il diametro 
si divida in sei parti eguali: di poi si formi un altro circolo concentrico 
al primo , distante verso il centro dal primo da ogni parte una delle 
seste predette, di poi si tiri una linea retta la quale tocchi il minore 
circolo con lo suo punto di mezzo : dipoi quella porzione del circolo 
maggiore che contiene la detta linea si divida col sesto in parti sedici. 
E dopo questo , dalla seconda penultima si tiri un' altra , e cosi per 
ordine insino air ottava e ultima linea : dove appare che infra queste 
otto linee sono sette spazii, i quali in questo modo dalla colonna si 
devono sottrarre. Dividasi la colonna in tre parti eguali, e le due su- 
periori in sette eguali , e alla suprema settima particula intorno intomo 
si tragga lo spazio causato dalle due linee maggiori , e dalla sesta lo 
spazio propinquo al predetto , e dalla quarta V altro spazio minore , e 
così per ordine insino air inferiore parte e minore spazio s'intenda, 
restando intatta la terza parte deUa colonna inferiore ; così saranno di- 
minuite non per retta linea , né eziandio per una circulare o porzione 
di circolo, ma per composta di sette rette linee, le quali sette particole 
ovvero linee per discrezione dell'architetto devono essere appropinquate 
alla natura della proporzione di un circolo, per non variare la diminu- 
zione in un punto, ma successivamente, e con dolcezza così degradando 
sarà diminuita. Ma perchè comune sentenza è dei periti in quest'arte 
che quanto è maggiore la colonna , tanto proporzionalmente minor di- 
minuzione richiede , perocché per l'altezza sua per se medesima alla 



(I) Sono disegnati in margine due capitelli corintii antichi che paiono qaelli de' tempii di 
Vesta e di Antonino e Faustina in Roma , col composito delPArco di Tito. Un solo è moderno 
e dell'autore : è alla tav. II. 4. 



88 TBATTATO 

vista diminuisce, però è da sapere che come il diametro della colonna 
deesi dividere in sei parti eguali , così si può ancora in meno e in più 
parti dividere a placito delF architetto, non disproporzionando l'apparenza 
d'essa colonna : e quanto in meno parti sarà diviso , tanto sarà la di- 
minuzione maggiore , e quanto in più , tanto minore. É .opinione di 
Vitruvio le colonne doversi diminuire in due altri modi W : il primo , 
diminuendo per retta linea una sesta o settima parte del diametro da 
capo insino a pie della colonna: e secondo , similmente per retta linea 
diminuendo solo i due terzi dell' altezza superiori : e a questo è più 
simile il primo modo per me assegnato. In altro modo ho visto le co- 
lonne antiche diminuite togliendo alla prima inferiore parte terza della 
colonna una duodecima parte del suo diametro da ogni banda nel prin- 
cipio della colonna da piedi, e successivamente uniformemente dimi- 
nuendo meno, termina questa diminuzione alla estremità della detta 
terza parte dello stilo, e oltre a questo, diminuendo gli altri due terzi 
come nel secondo modo assegnato da Vitruvio è dichiarato. E così appare 
che di quest'ultima diminuzione risulta la colonna ovvero stilo affusolato 
ovvero gonfiato , che proprio vocabolo colonna pulimata si chiamò (^). 

Circa alla cognizione delli stili, ultimatamente è da inlendere che 
ciascuno stilo delle prime tre specie di colonne doriche, ioniche e 
corintie senza diminuzione può essere in due modi ornata con voluzioni. 
Il primo modo è formando a vite , o circumvoluto , con diverse gole e 
strigie e altri ornamenti secondo l'invenzione dell'artefice. Il secondo è 
lasciando retta la terza parte inferiore dello stilo, e le due altre terze 
facendole a volute come ho detto: e ciascuno dei detti modi spessissime 
volte si vede essere stato dagli antichi messo in uso con le parti asse- 
gnate , e con altre concavità angolari , astragali e inlavolalure a guisa 
di scorniciati. 



(I) Lib. III. cap. 9 spiega dò , ma solo in parte. 

(3) Codesta colonna pulimata (nome nuovo invero) ho dubbio che da altro non provenga 
che daUa parola pulvinata tolta in senso errato. Nessuno però stupisca di questa inesat* 
tezza di nomenclatura : errori simili ne ha non pochi TAlberti , più assai il Filarete , ed il 
Paciolo , moltissimi Bonaccorso Ghiberti a f.o 45 della sua Opera d*arehiteUura. Ms. Maglia* 
bechiano. 



\ 



LIBRO IH. 89 



CAPO VI. 



Dette bcun dette colonne. 

Resta, secondo l'ordine assegnato, trattare delle basi, dove principal- 
mente è da intendere che Taltezza di tutta la base senza il plinto , o 
veramente quadro locato sotto di essa base , debba essere la metk del. 
diametro dello stilo da piedi; alcuni dicono il terzo, e questo ho visto 
in più luoghi (0 , e questa altezza si debba dividere in parti 28 , e di 
queste nove se ne deve dare al toro ovvero bastone da piedi, una al re- 
golo ovvero trochilo, nove alla scozia ovvero concava gola, una alPaltro 
trochilo W. Dopo questo si dia al quadro ovvero plinto undici delle dette 
parti d'altezza. Alcuna volta però si trova usato per gli antichi scultori 
il primo di quattordici delle dette parti, cioè la metà delFaltezza della 
base. 

Dopo le predeterminate proporzioni , è conveniente dichiarare quale 
sia il debito sporto d'esse basi, e circa a questo è da sapere che più 
modi validi e usati si trovano. Il primo modo è che lo spòrto da ogni 
banda sia mezzo del diametro dello stilo da piedi. Il secondo modo, tre 
quarti. II terzo modo, cinque sesti di tutto il diametro predetto. Il quarto 
e ultimo, descritto da Vitruvio (^) sTecondo il costume ionico, ha tutto 
il diamelro dello stilo assegnato, benché questo non sia molto apparente. 

Le basi doppie chiamate , o veramente doppie di scozie e altri orna- 
menti predetti, siccome al doppio avevano le parti allegate, così erano 
in doppio più alte, cioè tutto il diametro dello stilo. Finalmente, quanto 
alla cognizione delle basi è da sapere che il suo fondamento debba es- 
sere un terzo maggiore della base ovvero plinto. Molte altre varie basi 
metterò nel disegno, al quale mi riferisco senza esplicare per parole 
(Tav. II. 5,6). 

(1) In calce al cod. membran. Saluzziano Taotore riunì ben diciannove basi antiche, la 
miglior parte ricchissime d' intagli. 

(9) vitruvio , III , 3. Il trochilo non è però un regolo , ma si il cavetto. 

(3) Luogo cit. vitruvio però dice che la larghezza del plinto dev' essere di un diametro 
e tre ottavi, ^^el dannare la base ionica di Vitruvio furono gli architetti sempre concordi. 

IS 



do TRATTATO 

La stilobata è un oraamenlo e qua(iro sopra di cui si posa la base 
della colonna, molte volte asato per gli scultori antichi, della quale al 
presente è da fare speziai menzione. In prima adunque è da sapere che 
la stilobata è un <M)rpo cubo ovvero quadrato in ogni parte come un 
tassello, posto sotto la colonna per ornamento d'essa, e alcuna volta 
per elevare essa colonna acciocché a qualche luogo piift aito dessa per- 
venire possa , la cui simmetria è questa : in prima il diametro mio debba 
esser grosso quanto il diametro della soprapposla colonna e lo quarto 
più , ed anco £are che la proporzione della sua quantità al diametro della 
cc^onna sia sesquialtera. Dopo questo è da ricordarsi di quello che di 
sopra fu dichiarato, cioè che se il diametro della colonna fusse diviso 
in sei ovvero in s^te parti, delle quali una sene toglie alla colonna, 
secondo quel modo di diminuire, allora questo corpo cubo debba se- 
condo le medesime parti esser diviso, e una delle dette parti debba 
esser alta una cornice che in sommità di essa si pone, e la sua base 
debba essere una delle dette parti e una quarta parte alta, sempre ri- 
manendo il cubo corpo intatto. Lo spòrto della base d'essa stilobata 
debba «vere la medesima proporzione al diametro suo che la base della 
colonna al diametro d'essa. Trovansi stabilite di doppia altezza, le quali 
sono da usare secondo la opportunità degli edifizi nel dare più o manco 
eminente alle colonne. E così sia posto fine al capitolo delle colonne. 

CAPO VIL 

L^lle trabeazioni ed analogia di esse col capo tonano. 

Delle gocciole ossiano peducci. 

Gli epistili sono certi ornamenti di comici, posti sopra le colonne, 
comunemente detti architravi, e alcuni li ctuamano cardinali, dei quali 
è da dichiarare l'altezza e sporto e altre qualità e parti loro. Dove è 
da sapere , secondo la sentenza di Vitruvio confermata per le opere , 
che se l'altezza della colonna fusse da 12 in 15 piedi, l'altezza del- 
Tepistilio debba essere la metà del diametro suo da piedi: e se fusse 
alta da 15 in 20, l'altezza dell'epistilio debba essere un decimoterza 



LIBRO HI. 91 

dell'altezza della colonna: se fusse di 20 in 25, quella dell'epistilio 
sia due vigesimiquinti della predetta altezza: e se da 25 in 30 sia Te- 
pistilio un decimo sesto ; più oltre non si distende. Dove è da avere 
avvertenza che non volendo lasciare imperfetta l'opinione di Vitruvio, 
bisogna proporzionalmente meno diminuire secondo che esso ha dichia- 
rato nelle predette quantità (0, benché difficile sia il trovar quella prò* 
pcrziùne. Ma la larghezza, ovvero grossezza, dello epistilio debba essere 
quanto il diametro della colonna sottoposta da capo, però cioè di quella 
parie dbe immediate è sottoposta al capiteUo, e questa parte si chiama 
sommoscapo. E la ragione è in pronto , perchè se fusse maggiore non 
poeeria in sul vivo della, colonna. La proporzione deUe parti sue infra 
sé in questa forma si conosce: dividasi l'epistilio o architrave in sette 
parti eguali (^), delle quali sempre sporta più la superiore dell' infe- 
riore, e la suprema parte, chiamata cimazio, debba essere la settima 
parte di tutto l'architrave, e tanto debba eziandio aver di proiettura; 
onde perchè esso cimazio ha più sporto che ciascun'altra parte deire* 
pistilio, segue che tanta proiettura abbia esso cimazio quanto tutto l'ar* 
chitrave. E dopo questi gli altri sei settimi dell'epistilio si devono divi- 
dere in parti dodici, e di queste, tre sene dia alla faccia inferiore che 
posa sopra al capitello, quattro alla seconda immediata, e cinque alla 
terza superiore sottoposta immediate al cimazio, detta fastigio (^e), e 
sopra di questo epistilio si posa il zoforo comunemente detto fregio, il 
quale può essere di due differenze, cioè con figure e senza. Se fusse 
figurato ovvero intagliato, debba essere il quarto più alto dell'epistilio, 
acciocché le figure meglio discernere si possano ; ma se fusse semplice 
senza figure, debba essere la quarta parte meno dell'epistilio , cioè i 
tre quarti^ onde la prima quantità del fregio a quella dell'epistilio è 
sesquiquarla, e la seconda subsesquiterza (^). Sopra di questo fregio si 
loca il cimazio il quale debba essere alto la settima parte d'esso zoforo, 
e sopra a quello il denticulo si pone alto il mezzo del fastigio del suo 

(t) Vitnivio (III, 3) suggerisce anzi che l'altezza dell' arcbitraYe vada aumentando - in 
ragione della maggiore elevazione in cui si trova. 
(«) Vitnivio , L cit 
(3) Sesqwqwrta^ : : 5 : 4. Subsesquiterza : : 3 : 4. 



92 TRATTATO 

architrave , il quale tanto debba avere di proiettura , ovvero «porto , 
quanto d'altezza. I denti del denticulo devano essere larghi il mezzo 
dell'altezza, sicché sieno in duplo lunghi che larghi: e la profondità loro 
debba esser li due terzi della lai^hezza loro. 11 cimazio posto sopra al 
denticulo debba esser la sesta parte d'esso denticulo. La corona dipoi 
sopra a questo col suo cimazio debba esser tanto alta quanto il mezzo 
dell- epistilio : tutto lo sporto della corona col suo cimazio e col denti- 
culo di sotto debba essere quanto 1' altezza del zoforo. Sopra a queste 
parti poi si pone l'astragalo, il quale in questo loco è conferente a quello 
del capitello, perocché qui si debba intendere per astragalo quella parte 
che è sopra alla corona dove si formano i fusaroli: e questo debba es- 
sere alto il nono della corona dagli ultimi cimazi. Sopra a questo dipoi 
si loca la gola ovvero sima, che debba essere un ottavo più .alta che la 
detta corona di sotto. Gli acroteri, cioè le sommità angolari di sopra 
tutte le dette parti, sono il mezzo alti del timpano. Ma a più perfetta 
notizia delle predette regole e proporzioni è da notare che tutte le dette 
parti assegnate, eccetto il zoforo, debbano tanto sportare, o avere di 
proiettura , quanta è l'altezza loro : ed è da sapere che tutte le dette 
parti devono avere la duodecima parte di smusso, ovvero dMnclinazione; 
sicché le parti inferiori abbiano minore proiettura, acciocché da basso 
quelle meglio si possano comprendere. Le quali parti e regole osservate, 
avranno le comici la proporzione loro secondo Vitruvio e l'antica forma. 
Alcune altre specie di comici assai antiche si trovano , difficili , ad 
intendere per scritture per la oscurità dei vocaboli, benché rare fussero, 
dalle quali era omato nel terzo cinto il Campidoglio di Roma (0, e un 
altro edificio desolato appresso alla chiesa di S. Adriano in Roma (^), 

(1) Quello che qui Taulore chiama terzo cìnto ( supposto che ve ne fossero altri due este- 
riori ) è il maro del Tabularlo Capitolino del quale di la pianta , ed a !<> SI v.» ( codice 
membran. Saluzziano ) la elevazione a due ordini ambedue dorici e focendoli architravati in 
piaào, la qual cosa è inesatta. Ve scritto: Faceta del champUoUo siechome in kwma parte 
H uede ^uanliificAe hoechuputa da modertte mura Ha. 

W Leggerebbe forse meglio chi leggesse: Edificio itekUo presso aUa chiesa di S. Jdriano, 
Questo tempietto d'ordine dorico, quadrato in pianta, era ad una estremità del Foro palladio 
o transitorio. I disegni esistono presso Antonio Labacco {Libro d^archiUttwra^ Roma 1559 , 
Tav. XVU e XVIII). Metà della fìKciaAa è ritratta nell'ora citato codice di monumenti anttchi 



LIBRO III. 93 

e delle simili ho visto in uno edifizio in una selva non molto di lunge 
da Aquino (0 , e la simetrìa di queste è questa. In prima , lo epistilio 
d'esse in luogo del cimazio ha la tenia, cintura, ovvero benda con le 
sue gutte: la tenia è la settima parte del fastigio: la larghezza delle 
gocciole sotto la tenia air incontro de' tigrafi {sic) pende la settima parte 
dell'epistilio: la larghezza di sotto dell'epistilio risponde al diametro 
da capo della colonna , ovvero strettezza dell' ipotrachelìo , cioè il dia^ 
metro più arcto della colonna : sopra all' architrave si trovavano i tigrafi 
nella lar^ezza dello zoforo con le sue metope , cioè spazio fra l'uno e 
l'altro tigrafo, alti essi tigrafi quanto lo zoforo e larghi in subduplò: e 
questi tigrafi nelle colonne angolari e mezze colonne son posti all' in- 
contro de' mezzi, tre tanti gli spazi. Gli spazi fra l'uno e l'altro tigrafo 
sono quadrati e hanno ì lati eguali. I cimasii dei tigrafi sono alti il sesto 
di tutto il tigrafo; sopra il cimasio del tigrafo è locata la corona con 
tanto di sporto quanto è i due terzi del zoforo, e la sua altezza è il 
mezzo della sua proiettura. Sopra alla corona dipoi si pone le góle , 
timpani e cimasii, come meglio appare per il disegno W. Ma perchè 
alle dette simetrie sono state per gli esperti aggiunte molte parli per 
le quali più e più varie forme di comici si può componere, quelle in- 
sieme con molte altre di mia invenzione porrò nel disegno, senza spie- 
gare con parole le forme loro (Tav. 11. 7, 8). 

Alcuna volta imaginando e investigando se la . proporzione della cor- 
nice si potesse ridurre a quella della testa dell'uomo, e commensurando 
più varie specie di comici , ho visto di molte essere Impossibile , ben- 
ché grande similitudine si trovi : manifestamente però molte altre , le 
quali non solo sono simili, ma della medesima proporzione come appare 



del nostro autore a f.» 79 r.» senza alcuno scritto , ed il cornicione è qui disegnato In calce 
al cod. Magliabechiano f.» 36 yo : io lo ometto potendosi vedere , ed anche più esatto, nella 
Tav. XVIU del Labacco. 

(1) Dalla descrizione unita, risulta che dorico era quest' ediflzio d'Aquino. Due beliissiiiii 
cornicioni corintii, ohe erano in alcuni ruderi presso questa città, vedonsi disegnati dal Li^ 
gorìo al voi. Ili A. delle antichità sue ( MS. de' RR. Archivi di Torino ). 

(i) Manca il disegno del cornicione d'Aquino: gli altri due sensi tralasciati perchè meno 
esatti. 



^ 



94 TRATTATO 

per la figura (Tav. II. 9) (0. Perocché l'epistilio è in luogo del petto, 
il fregio in luogo della gola, Tastragalo invece del mento , il denticulo 
dei denti , Tovolo ovvero echino è il naso, la corona ovvero gocciolatoio 
in cambio della fronte e cigli, e ultimatamente la sima in cambio della 
sommità e arco del capo. Dunque appare che siccome le spalle sono un 
sostegno del pondo superiore, così lo epistilio è sostentacelo del pondo 
della cornice, e per conseguenza tutto il resto del corpo è* in luogo 
della colonna ovvero faccia del tempio : le quali proporzioni, ricercando 
le antiche opere, è trovato a questo avere corrispondenza. Dopo questo 
è da intendere che le gocciole, le quali hanno conformità con i capi* 
telli e base W , e partecipano dell'uno e dell'altro, devono esser messe 
sotto le volte a lunette, e con le proporzioni del capitello o comici. 
E di queste nessun autore antico fa menzione, nò mai ne ho potuto ve* 
dere in alcun edifizio antico, se non in un tempio guasto in Veios ov« 
vero Qvita Castellana (^) dove ne era due bellissime e vetustissime. E 
così sia terminato il parlare delle colonne, comici e altre parti, sup* 
plendo per il disegno in molte parti che il dichiarare saria prolisso. 



(1) Questa figura l'ho tolta dal cod. membr. I, quantunque ripetuta bi trovi nel cod. Sanese 
delle macchine, e quindi nel Magliabechiano. La chimera di trovare le parti e le proporzioni 
di ogni cosa architettonica nelle parti e proporzioni dell'uomo nacque nel XV e XVI secolo 
dalla poco saggia lettura di Vitruvio. Appena v'è di que' due secoli trattato alcuno nel quale 
le stesse assurde opinioni non siano ripetute a sazietà e colle parole medesime : di questi 
paraUeli se ne ride il Milizia , ed è fira le poche volte che rida a ragione. 

(S) Gocciole e peducci chiama il nostro autore que' capitelli di pilastro di quasi nissnno 
aggetto e sovrapposti ad una mensola schiacciata , sui quali usavasi di impostare il nascimento 
deUe lunette. Sono frequentissimi negli edlfizi del XV secolo , e molto ragionevoli e belli. 

(3) Veramente gli antichi architetti non usavano peducci , i quali ebbero origine negli edi* 
fizi de' tempi bassi. L'esatta lettura degli autori antichi , e , meglio , le lapidi trovate fre* 
quentissime ali' Isola Farnese attestano che qui fu , e non a Civita Castellana , la città di 
Veio: questo sbaglio si condoni all'autore , poiché l'errore era di tutti, sinché sorse nel XVII 
secolo a combatterlo il Nardini (Fm onHea) contro Iacopo Mazzocchi. Pure nel 1895 il Mo- 
relli comparve con una dissertazione per for rivivere la vecchia e follace opinione. Non potè 
combattere la verità de' fatti. L'edificio qui mentovato più non esiste in Civita. 



■2s^i^i->^ ^«-•^-e-^ 






LIBRO QUARTO 



PROLOGO. 



Benché naturalmente ogni scienza sia dagli uomini desiderata, come 
testifica Aristotile nella sua Metafisica (0, nientedimeno, oltre alle altre, 
si pascono nella naturai filosofia e metafisica nella quale naturale filo- 
sofia per le cose sensibili e manifeste si elevano alla cognizione delle 
intelligibili occulte, intanto che passando le nature corporee generabili 
e corruttibili, e corpi celesti incorruttibili, perviene a qualche notizia 
benché imperfetta della prima cagione. In questo discorso e via di proce- 
dere , passando più angusti passi , giunge all' intelligenza di sé medesimo 
e in quella più tempo e con maggior confusione persiste che nelle altre 
considerazioni : ma poiché alquanto tempo sopra e circa a questa sua 
natura ha discorso, conosce sé essere un termine e un confine che tutte 
le corporee e incorporee, razionali, e irrazionali, corruttibili e incor- 
ruttibili nature divide , e si vede partecipare di questi estremi : peroc-' 
che considerando gli elementi, metalli e piante non avere in sé cono- 
scenza alcuna, e i bruti animali solo tanta quanta é necessaria al vitto 
loro, come la quiete loro ci dimostra: e oltre a queste, comparando sé 
alle altre inferiori nature, si vede tutte quelle eccedere quasi senza pro- 
porzione in formosità e disposizione del corpo e istrumenti suoi, e molto 
più in forza cognoscitiva d'intelletto, come tante artifattive e tante spe* 



(1) Metaphyiicwrum , 1. 1« 



96 TRATTATO 

culalive scienze umanamente trovale ci dimostrano: per queste ragioni 
giudica per Y intelletto l'uomo essere più nobile di tutti gli altri corpi, 
e da quelli quasi per infinito distare. Così per opposto considerando quale 
sia il principio della vita sua, aumento, stato e decremento, e final- 
mente corruzione o morte, cose tutte eziandio ai vilissimi animali co- 
muni: dall'altra parte la perfezione delle sostanze immateriali, l'altezza 
delle incomprensibili opere di Dio, le angustie e molestie e calamita che 
in ogni stato ad ogni uomo ed in ogni tempo insurgono , la inquietudine 
dell'appetito e volontà sua, la repugnanza che fra il senso e la ragione 
si trova (come di se ne scriye P90I0 Apostolo : Fideo aliatn legem in 
membris tneis repugìumtefn (0 ) : V appetito e volontà insaziabile di cono^ 
scere , di poter dominare , e ultimatamente di permanere in perpetuo, che 
per la amara memoria della morte necessaria spesse volte si rinnuova; 
dissimilmente da sé tutti gli altri animali avere più requie e tranquilla 
vita , forzato afferma sé essere agli altri animanti inferiore, infelice e mi- 
serabile. Adunque conoscendosi in questo confino ovvero orizzonte , )Be.- 
condo il modo dì parlare di più filosofi, costituito e locato, conclude e 
con le vili e con le eccellenti scienze avere affinità e consorzio: onde 
per conclusione tiene se essere un piccolo mondo , perchè ha l'essere 
con le cose inanimate , ha il nutrirsi e crescere e governare con le 
piante, ha il sentire con i bruti, e ultimatamente la ragione e l'intel- 
letto con gli spiriti : intanto che dai Greci è chiamato Microcosmos, cioè 
piccolo mondo. Cosi adunque presupponendo l' intelletto umano essere 
incorruttibile, come afferma Cicerone nelle Tusculane (^), Platone in più 
luoghi e specialmente nel suo Timeo, e Aristotile nel terzo dell'Ani- 
ma (^), si vede essere partecipe di vita sempiterna e vera beatitudine: 
e oltre a questo, come tutte le altre cose, essere stato prodotto da una 
prima cagione agente e ultimo fine , al quale bisogna pervenire, non es- 
sendo processo infinito nelle cagioni, come dimostra Aristotile nella sua 
Metafisica (^). Questo medesimo tacitamente questo mondo con la sua 

(1) Epistola ad Romanos , cap. VII , S3. 
(9) TìisctU. disput. 1, 19. 

(3) Lib. Ili , 4. 

(4) Metaphyticorum ,1,3. 



Libro iv. 97 

ordìnatissima mobilitò e bellissima forma di tutte le cose visibili grida 
nelle menti di ciascuno intelligente sé esser fatto e non da altri che da 
Dio ineffabilmente grande e perfetto essersi potuto fabbricare. Quando 
mai non fussero note le voci profetiche similmente confermate e stabi- 
lite per la sapienza di Dio in dame, come ne scrive Aurelio Aùstino 
nel XI libro De civitate Dei, le quali predette autorità appresso i mo- 
derni intelletti più debbono essere seguite e riverite che qualunque al- 
tra naturale notizia si potesse di questo avere. Ma per non volere pre- 
supponere alcun principio che non sia manifesto per cognizione naturale 
(non parlando al presente della rivelata), dico che posposte tutte le 
autorità e ragioni che V immortalità dell' anima umana ci dimostrano, gli 
uomini naturalmente desiderano d' essere congiunti con le sostanze le 
quali hanno sempiterna vita, e perchè la natura non fa alcuna cosa su- 
perflua né invano, siccome non manca nelle necessarie , quest'ultimo 
appetito non può essere invano; e queito è comproverò da Simonide il 
quale persuadeva che V uomo dovesse sapere le cose umane , perché i 
mortali le mortali, e gli umani le umane cose dovevano sapere, e non 
più oltre estendersi. Nientedimeno contro di questi esclamano tutte le 
ragioni degli altri più morali e naturali filosofi e specialmente di Aristo- 
tile nel luogo preallegato e nel libro degli Animali , dove afferma gli 
uomini dovere con ogni industria accostarsi alle cose divine quanto a 
loro é possibile, perocché in questo consiste la felicità sua, come ogni 
cosa approssimata alla più perfetta da quella riceve perfezione. Delle 
quali conclusioni ne segue die i mortali devono con la mente , voci e 
orazioni, atti morali, ed in ultimo con opere manuali laudare e magni- \J 
ficare il fattore di tutte le cose, e lui per unico Signore riconoscere. 

Quale adunque opera più conveniente possono fabbricare gli uomini 
al mondo a questo fine, che un tempio, mi luogo sacro a Lui dedicato, 
nel quale le operazioni dette e culto di latria si mettano ad esecuzione? 
Dove infinite grazie si rendano a quello da cui sono tutte le grazie, e 
tutti i beni procedono? Certamente nissuna. Questa inclinazione naturale 
seguendo i Romani moralissimi , benché da ogni promissione di vera sa- 
lute fussero alieni, più e più templi fondarono , nei quali, benché con 
errore , a quelli che Dii reputavano facevano sacrifizio , a questo solo 

13 



98 TRATTATO 

dalla ragione naturale indotti, la quale come insufficiente senza aiutorio 
in molte parti mancava. E se tanto più ornato e perfetto debba essere 
il luogo quanto è più degna la persona a cui è dedicato, seguita che 
senza proporzione alcuna ci doviamo ingegnare e sfiu'zare di operare re- 
golatamente nella edificazione dei templi più ohe in qualunque altra 
opera che alle cose mondane appartenesse. 

CAPO I. 
Partì esteriori dei templi. 

Perchè la notizia delle parti , come già è detto , è necessaria alla co- 
gnizione del tutto, è conveniente e necessario dividere il tempio, di cui 
al presente è da parlare, in tre parti integrali, cioè esteriori, interiori 
e medie. Le esteriori sono dì quattro specie, cioè vestibolo, portico, 
poggio e ante. Ma poiché , come dimostra Aristotile nel secondo delia 
sua Posteviora, e nel secondo dell'Anima, e nella Metafisica (0, e Cioè* 
rone in primo degli Offizi (^} la sua sent^iza seguendo , il principio di 
ciascuna cognizione è la definizione della cosa di cui si cerca T intelli- 
genza, per la quale definizione si dichiarerà la essenza e natura àA de- 
finito : bisogna cominciare dalla definizione il parlare , acciocdiè si possa 
sapere e intendere di quello che si disputa o tratta. É da sapere adun- 
que che il vestibolo è un semplice tegum^ato e ridotto innanzi alle prin- 
cipali, porte con due o quattro cokmne, o veramente muri e finestre 
con archi tirati, o veramente volte, la cui altezza debba seguire quella 
del primo cinto della cella; ma la lunghezza sua può essere a benepla- 
cito dell'artefice, salva però la debita apparenza; la larghezza sua pi- 
glia proporzione dalla lunghezza, perchè debbe essere i tre quarti della 
lunghezza^ cioè in proporzione subsesquitertia. 

11 portico è un ornamento di col(Hme cgdl tetto o coprimento innanzi 
alle principali porte senza pareti laterali di muro: il quale è di due 



' (1) ReioMùmum potieriomm^ II 7. De anima , II , 3. MetaphyHeorum , i , 9. 
(4) De ogUiU ,1,3.- 



LIBRO IV. 99 

differenze, cioè semplice e doppio. II portico semplice ha nna sola se- 
rie dì colonne. 11 portico doppio ha due ordini di colonne, avvegnaché 
ambedue ricerchino negli angoli della faccia del tempio a destra e a 
sinistra due mezze colonne quadre. E questi ordini di colonne devono 
essere di sei colonne per ciascuno, più o meno secondo la discrezione 
delFarchìtetto. La profondità dei quali similmente segue quella del primo 
recinto della cella, come di quella del portico fu detto: ma la longi* 
tudine sua si riserva all', intelligenza e discrezione dell'architetto, peroc-» 
che lo spazio mezzo infra le colonne debba esser tale che l'architrave 
al pondo possa resistere ; ma quando questo non ostasse , il detto spazio 
può e debbe essere un diametro d'esse colonne e mezzo , due , due e 
mezzo, insino a tre. É da sapere che per la longitudine non dobbiamo^ 
qui intendere la piti lunga dimensione ovvero maggiore, come molti im* 
periti esistimano, ma quella dimensione che per retta linea si conduce 
alla porta : e così la larghezza è la dimensione trasversa , cioè quella 
intersecante ad angolo retto la latitudine del portico. Segue in tre varii 
modi la lunghezza sua, perocché la prima proporzione sìa alla longitu- 
tudine dupla r la seconda superbipartienstertia r e la terza sesquraltejfdf , 
la quale i Greci emioUos la chiamano. E ciascuna delle predette è ap" 
provata per ragioni ed esperienza (0. 

L'Ante idest tempio anteposto è una deambulazione ovvero spazio in- 
fra le colonne e la parete della cella, il quale tutto il tempio circonda, 
di cui la planizie a quella del tempio debba corrispondere W : sicché se 
il tempio fusse in piano, ovvero elevato nella sua planizie o pavimento. 
Io Ante similmente debba essere in piano o elevato : e questo può in 
quattro forme esser variato. La prima è semplice secondo la fornm dir 
chiarata. É la seconda fecendo un parapetto alto piedi tre incirca con 

(1) f^Unmo , IH), ni , 1. La proporzfeiie sapeiinpartieiiftertia è : 17 : 5 : dtanqoe t'è sbagliò 
nel codice che dovrebbe leggere solo snpertrìpartiens , che sarebbe : : 7 : 4. La sesquialtera è 
: : 3 : ). I nomi oscuri e quasiché misteriosi dai quali era in que* secoli ottenebrata Tarit- 
metica , meglio che da altri , spiegansi da Daniele Barbaro ne' cementi al 1. cìt. di Vitruvio, 
da L. B. Alberti , e dal Valla nel trattato d'arilmetica inserito in quella enciclopedia che 
intitolò Expetendorum et Fugiendorum. Venezia ,1501. 

(3) Posando questo periodo sopra una falsa interpretazione della voce anta e , è inutile 
l'appuntare gli errori che ne derivano. 



100 TRATT.iTO 

i debiti recinti 9 base e cofODe, e sopra questo poi posando le sue co* 
lonne. La terza è facendo che le colonne sopra le stereobate si posas- 
sero, e queste stereobate, se lo Ante in piano fusse, devono essere sem- 
plici : se fusse elevato in alto si deve fare un recinto della medesima 
altezza della stereobata, a guisa dì poggio. La quarta e ultima, facendo 
l'Ante con le colonne senza le stereobate: e dopo questo murando lo 
spazio eh' è infra l'una e Taltra colonna, lasciando una debita e propor- 
zionata finestra per ciascuno spazio: l'altezza di questo Ante è eguale 
a quella del primo recinto del tempio : la larghezza sua wa la lunghezza 
è in proporzione superbipartiens, cioè le tre quinte. 

Il poggio è una deambulazione ovvero spazio tutto il tempio circon- 
dante senza alcuna colonna, da una banda del quale viene Ja parete e 
Tante della cella, o veramente tutta la cella : dall'altra parte è un pa- 
rapetto ornato con recinti , comici e altre parti assegnate per ornamenti. 
Il qual poggio essendo eminente secondo il beneplacito dell'architetto, 
per un' ampia e lata scala di bracciali e parapetti ornata e altre parti, 
ad esso si perviene, come meglio appare per il disegno, perchè troppo 
lungo saria ogni particula per pa^role esplicare : sia adunque accettato il 
supplemento della pittura in quello che la lettera fusse difettiva (0. 

Perchè ad ogni eminente planizie del tempio per gradi si debba per- 
venire, al presente è da dichiarare le condizioni che a quelli si ricerca. 
E adunque da sapere che un grado del tempio totale è composto di più 
gradi parziali, i quali secondo l'antico rito devono essere di numero im- 
pari (^), perchè quelli usavano cominciare il moto dell'ascensione loro 
col diritto piede e con quello finire: onde non possono essere meno di 
tre, sì perchè uno non è numero ma principio di numero, sì perchè è 
detto i gradi totali esser composti di più parziali. E benché ai fedeli 
sia quasi proibito a queste superstizioni considerare e avere rispetto, 
niente di meno non è inconveniente usarli di numero impari, nel quale 



(1) Bfancano tatti i disegni del vestibolo , portico , ante e poggio col qual ultimo nome 
Tautore intende il podio ossia ambulacro estemo ai templi. 

(9) Vitruvio f ( III , 3). Grado del tempio totale dicesi qui per quegli scaglioni altissimi che 
circondavano molti templi greci e che forzavano a firamettere gradini minori. 



LIBRO IV. 101 

si afferma godere Dio, e molti teologi v(^Uodo assegnare in tutte le cose 
create rilucere in certo modo un numero trino , il quale dai filosofi 
eziandio è tenuto perfetto , come continente in se principio , mezzo e 
fine. Ma posposte queste considerazioni, è da dichiarare la dimensione 
loro. Dico adunque che l'altitudine d'essi è la terza parte d'un pie, e 
la lardiezza d'un pie e mezzo. .« ...^.i 

A maggior perfezione del tempio si può fare intomo un imbasamento 
con le proporzioni e parti che delle basi delle colonne di sopra è detto, 
di cui l'altezza debba esser quella d'una base d'una colonna imaginata 
dal fondo al primo recinto. Siccome il primo recinto o cornice tiene il 
luogo della detta imaginata colonna, ovvero misura del corpo, e benché 
questa sia la debita sua grandezza, pure a libito dell'artefice si può mi- 
nuire alquanto e accrescere, e per questo ho terminato col dimostrare 
proporzionale e geometricamente le commensurazioni de' templi oblunghi 
ed angulati di più £aicce, siccome dal corpo umano derivali. Sia in prima 
il corpo in sette eguali parti diwo, togliendo la misura da tutta la te- 
sta, dipoi si tiri una linea dall'infima parte al sommo del cranio, e 
un' altra al posamrato de' piedi , la quale si partirà in quattro eguali 
parti : dipoi si pigli una linea circolare dal sommo del cranio agi' ul- 
timi testicoli, e un'altra dall' imbellìco agli estremi calcagni : dipoi si 
tiri due linee diagonie dalle ultime estremità della linea trapassanti il 
petto,, e vengano alle due medie della base, dove fanno la loro interse- 
cazione, ivi sarà l'altezza del vano deUa porta: e dove dette linee in- 
tersecano il penultimo partimento^sarà il vano e larghezza d'essa porta. c^^c ^ G| 
Dipoi partendo per rette linee dall'estremo petto al sommo della testa, 
si distribuirà in questo modo: dall'estremità del petto alla forcina della 
gola sia dell'epistilio, e da essa forcina all'estremità del mento sia dato 
allo zoforo, e^ da esso mento al sommo dei cigli alla corona ovvero cor- 
nice s'attribuisca, e il resto del cranio al frontespizio si rilasci : e per- 
chè il tetto è cosa superiore, s'aggiunge una di dette parti, e dove nelle 
basse linee diagonie interseca l'ultima estremità del circolo l'altezza 
della base è da collocare. E perchè in queste facce sono diverse misure, 
supplendo col disegno, piti innanzi non m' inoltrerò. 



A 6, ^.^' 

A' 



1 02 TRATTATO 



CAPO li. 



Parti interiori dei templi. 

Dopo il parlare delle parti esteriori, debba immediate seguire quello 
delle medie, volendo per ordine procedere dalla cella, parete, lati, ov- 
vero circonferenza principale del tempio: e per questi vocaboli facil- 
mente si può intendere la sua definizione, cioè quello che importi que- 
sto vocabolo , cioè cella : dove è da sapere che tre sono le principali 
figure d'essa, alle quali infinite altre figure si possono ridurre, secondo 
infinite invenzioni ch^ nella mente deir architetto possono venire. La 
prima e più perfetta delle altre è la figura rotonda. La seconda ango« 
lare, ovvero a facce di piti rette linee composta. La terza e ultima com* 
posta di queste due e , come mezzo , dell' una e dell' altra partecipa. 
Delle quali volendo avere perfetta notizia bisogna dimostrare quali siano 
le debite loro dimensioni. E benché la predetta divisione di tre sia suf- 
ficiente e vacui (sic) la natura del defimto, lùentedimeno altra divisione 
bisogna seguire volendo con facilità dichiarare le proporzioni delle di* 
mensioni. 

Dico adunque che due sono le figure le quali ricercano diverse pro- 
porzioni. La prima è la rotonda con tutte le figure composte di linee 
rette che al tondo traggono , come la esagona , pentagona , ortogona e 
così in infinito moltiplicando gli angoli , non diminuendo. La seconda è 
la figura oblunga, cioè quadra inequilatera, con tutte le altre figure che 
a questa m assomigliaiio. E benché si potesse assegnare il terzo modo 
o figurar, cioè quello die partecipa dell'una e dell'altra , nientedimeno 
questa è da pretermettere, perchè, dichiarate le condizioni e prc^rietà 
delle due prime, la terza per sé rimane chiara- e manifesta: perocché 
le parti traenti al tondo, secondo le regole e norme del primo membro, 
e le oblongfae secondo il secondo membro sono da essere ordinate. 

Queste divisioni premesse, è da avvertire che se il tempio fosse ro- 
tondo ovvero simile ad esso, l'altezza sua può essere in due modi poco 
fra sé diiferenti : il primo che l'altezza sia quanto il diametro della lar^ 
ghezza del tondo, e i due terzi più , sicché la latitudine debba essere 



LIBRO IV. 103 

i tre quinti dell'altitudine : dunque viene ad avere con la latitudine pro- 
porzione superbipartienstertia. 11 secondo modo è che l'altezza sia la lar- 
ghezza e i sette undecimi d'essa^ sicché la latitudine sia undici diciot- 
tesimi ovvero .decimi ottavi, che ne risulta la proporzione superseptipar- 
tiens undecima. E perchè quest'altezza debbo essere ornata di due re^ 
ciati e altre parti , è da intendere -quella in tre parti doversi dividere, 
delle quali la suprema si dia alla cupola ovvero tolo, e le altre due 
divise per i detti recinti o comici : delle quali parti al presente è tempo 
e loco dichiarare le proporzioni. 

Dico adunque che la suprema parte al telo attribuita sempre senza 
eccezione alcuna debba essere il mezzo del diametro del circolo , cioè 
avere proporzione subdupla a quello (0 : il residuo poi debba in due 
parti ineguali esser diviso, nei mezzo delle quali debba il mezzo della 
prima cornice essere locato, e nella sommità della superiore l'altra cor- 
nice : sicché immediate sopra il secondo recinto il telo , ovvero tibu- 
rio Wy si posi. Delle dette due inferiori parti la simetria o commen- 
surazione debba essere in uno dei due modi validi e approvati ; il primo, 
dividasi l'altezza loro in undici parti eguali, e di queste sei sene aUri- 
buisca all'inferiore , e cinque alla superiore ; il secondo modo è divi- 
dendo quella in nove parti eguali, e di queste cinque dandone all' in- 
fima, e quattro alla media fra questa e il telo. E per più chiara intel- 
ligenza delle predette commensurazioni è da porre gli esempi in termini 
di ciascun modo assegnato. Sia posto dunque per caso che il diametro 
del tempio sia di 55 piedi, in questo caso se l'altezza fusse i ^/|\ più 
del diametro, seguendo il secondo modo, essa sarà piedi 90 : e di que- 
sti 90 , 22 Va ^^^ debba trarre e dare al telo, cioè il mezzo del dia* 
metro : e il residuo che è piedi 67 7^ 9 ^^ vorremo dividere per 11 , 
e 6 alla inferiore e 5 alla superiore attribuire, l'una sarà piedi 30 
e *Vmj ® l'altra 36 e *Vm ovvero Vin ^^^^ appare per la figura 
(Tav. UI. 1 ). E se questo residuo vorremo dividere per 9, e 5 all'una 
parte e 4 all'altra dare , secondo 1' altro modo di dividere , l' una sarà 



(I) Emisfèrica appunto è la capota della diiesa del Calcinaio , opera del nostro Cecco. 
(i) Voce lomlMrda. Il cod. Sanate (f.» 51 , y.o) legge iolo imero vupda. 



104 TBATTATO 

30 piedi, e Taltra 37 7^ , come per la figura ( Tav, III, 2 ) si dimo- 
stra. Ma volendo fare le divisioni medesime secondo l' altra altezza , la 
quale è detto dovere essere il suo diametro e i due terzi più , posto 
per caso che il diametro sia 120 piedi , allora per la regola infiaUante 
del tolo y esso debba esser piedi 60 , e secondo questo modo di altezza 
questa sark piedi 200: dunque il residuo dell'altezza, trattone il tolo, 
sarà piedi 140, il quale volendo dividere per 11, la superiore sarà 65 
e ^/^^ , e la infima 76 e ^/^^^ come appare per la figura ^Tav. III. 3). 
E volendo dividere il medesimo residuo per 9 la maggior parte sark 77 
e ^/^ , e Faltra 62 e */, , come si dimostra per la figura (Tav. III. 4). 
E ripigliando è da dire che in due modi si può formare l'altezza, Tuno 
per i due terzi più del diametro, e l'altro di sette undecimi più: e pa- 
rimente la detta altezza in due modi si può dividere, cioè per undici e 
per nove parti, l'altezza del tolo sempre rimanendo una medesima sub- 
dupla proporzione al diametro. 

Conseguentemente è da considerare la grandezza ovvero altezza die 
devono avere le dette due comici della cella, perocché non ogni quan- 
titk saria conveniente ad esse : ma quella di sotto ricerca la medesima 
proporzione del capitello, imaginando dalla sommitk d'essa insino al so- 
lare pavimento del tempio una colonna, e di questa in lu(^ del suo 
imaginato capitello si ponga una vera cornice o veramente recinto: e 
similmente dalla sommitk della detta cornice airaltro superiore termine 
del tolo , un'altra colonna sia imaginata, della quale la seconda cornice 
supplisca in luogo di capitello, come fu detto della prima. Panni con- 
veniente però d'imaginare colonne di quella specie che nel tempio fus- 
sero messe in uso: questo dico, che avvegnaché le doriche e ioniche 
colonne siano usate meno che le corìntie , nientedimeno si possono con 
ragione usare, onde non appare ragionevole in altri luoghi del tempio 
avere usato colonne doriche e di fuori corintie , ovvero conversamente ; 
ma essendo il tempio tutto un corpo artificiale assomigliato in molte 
cose all'uomo, i medesimi membri suoi devono avere la medesima com- 
mensurazione e non diversa; e per la medesima ragione concludo nel 
tempio solo una specie di colonne doversi locare, avvegnaché a molti paia 
il contrario, assegnando questa ragione che tanto é perfetta l'opera quanto 



LIBRO IV. 105 

più gradì diversi di perfezione in essa si trova, siccome per questa ra-* 
gione i teologi provano molte specie di estranei animali ragionevolmente 
essere creati a maggior perfezione delPuniverso. Ma a queste ragioni si 
risponde facilmente, dicendo, ^ella avere luogo in un aggregato di pid 
cose accidentalmente, siccome una città saria più formosa quando più 
varie forme di case, templi e altre parti in essa fussero, ma nelle opere 
particolari dove le parti sono membri necessari o per V ornato o per 
l'essere, non ha luogo la detta ragione, perchè per quella si potria pro- 
vare Tuomo dovere avere le ali , quando necessariamente concludesse ; 
e molti altri inconvenienti ne seguiria. Conseguentemente è da intendere 
che la seconda cornice, piacendo all'architetto, si può fare senza zoforo 
ed epistilio, come in alcuni antichi edifizi ho visto, e fra gli altri nel 
Panteon (0 volgarmente detto S. Maria Rotonda, e nel tempio di Bac- 
co (^) , ed in Avemo in più luoghi &) : ma questo non ho mai visto 
nella prima cornice o recinto, onde presunzione saria usarlo, presuppo- 
nendo , come è da presupponere , che quest'arte al tempo della felicità 
de' Romani fosse in tanta perfezione in quanta è possibile umanamente 
d' essere. 

A più chiara notizia delle predette romici e recinti, è ila considerare 
tre regole le quali sono da essere osservate. La prima , che tutti i re* 
cìnti e comici del tempio , di fuori come di dentro , od alquanto più 
semplice od e converso devono essere formate W. La seconda, se delle 
comici alcuna dovesse essere più omata dell'altra , quest'omamento si 
debba dare a quelle di dentro più presto che all'esteriori. La terza, che 
tutti gì' imbasamenti , comici e recinti che nel tempio fussero senza al- 



(1)1 disegni del Panteon stanno nel codice de' monumenti architettonici del nostro autore 
ai f> 79 y.o , 80 r.« col nome di S.« Maria Rotonda. 

(%) lì foglio 88 r.o del citato codice contiene pianta e sezione deUa chiesa di S.* Costanza 
sulla via Momentana col titolo : ChompoHticne et drento del tempio di Baceho fare di Homa 
homatiisimo di muxaicho et commessi. 

(3) Siccome il detto codice contiene gli stadi fatti da Cecco in soa giovinezza nella città e 
campagna di Roma , cosi non v'è monumento alcmio del regno di Napoli dov'egli non fu 
che in tarda età nel 1491 , come fu detto nella vita sua. Argomento novello che codesto 
trattato 111 di architettura (ed il II pure) è posteriore alla sua gita a Napoli. 

(4) E converso : siano cioè le une più sfoggiate , le altre meno. 

li 



106 THATTATO 

cuna intersecazione intorno per tutto devono essere continuati : in qual 
parte molto mancano i moderni architetti , la quale gli antichi servarono 
inviolata sempre. 

CAPO IIL 
Proporzioni dei templi. 

Ultimatamente quanto alla cognizione delle parti medie, è da sapere 
quali siano le parti della lanterna, ovvero puteo, posta sopra della cu- 
pola o tolo per ornato e decoro del tempio: dico adunque che il suo 
diametro è subquincuplo al diametro del tempio suo : l'altezza sua senza 
la piramide (0 può essere a beneplacito del compositore con i suoi or^ 
namenti. Queste determinazioni siano sufficienti quanto alla cella tonda 
ed alle simili , col supplemento del disegno W nel quale il senso del 
vedere giudicherà più che l'udito, come piii nobile senso e. di più diffe- 
renze giudice , come afferma Aristotile nel proemio della Metafisica , e 
massime in quest'arte la quale potissimamente considera cose visibili 
come invisibili. 

Pei* volere dimostrare alcune altre geometriche proporzioni e commen- 
surazioni di templi navati oblunghi, fatto prima un quadrato d'eguali 
lati , nel quale da angolo ad angolo si tirino due linee diagonie , e la 
base del quadrato divisa in quattro eguali parti, e dal partimento C D 
( Tav. IIL 5 ) si tiri due rette linee terminanti alle linee diagcmie con 
una linea transversa A B : dipoi si tiri un semicircolo dalle estremità 
degli angoli della base passante la sua altezza all' intersecazione delle 
linee diagonie X, dove la linea del circolo passante interseca per M N 
tirate in quel luogo le transverse linee sarà giusta altezza alla larghezza 
delle navi laterali. Dipoi si pigli una linea passante per il mezzo del 
maggiore e minor quadrato , e due altre dal punto medio della base e 



(i) Vitravio, (lib. IV , 7) parla della piramide sul fiore : qui però 1' autor nostro intende 
del tetto conico o piramidale delle lanterne. 
(S) Questo disegno manca. 



I 

I 



LIBRO IV. 107 

passanti l' intersecazione delle rette linee e diagonie , e vadano a trovare * 
y estremità della porzione del semicircolo : e quella parte che resta den- 
tro alla porzi(me cioè E F sarà modulo a tutto il tempio; e si tirino 
due altre linee dal detto punto Q e vadano sino alla quadrata altezza 
della A B intersecando per la V S: questa sarà la larg^zza e altezza 
della porta, la quale medesima larghezza si dia al sommo puteo ovvero 
lanterna del telo. Perchè il diametro della base ovvero latitudine di tutto 
il tempio si trova essere parti sette del modulo E F, e l'altezza del mi- 
nor quadrato A B C D sarìa parti cinque e mezza , all'altezza di parti 
quattro e mezza si tiri la linea O P in mezzo della quale si ponga il ^ ^ 
centro pigliando la circonferenza dall' O P : e questa sarà la somma al- 
tezza dì tutto il tempio (0« E se circulazione di tolo si avesse a fare , 
non debban passare le sue diritte linee la sommità del maggior qua- 
drato, tirando la sua proporzionai volta per altezza quanto ricerca il suo 
diametro. E la piramide del puteo a beneplacito dell'artefice si lasci. 
E cosi con ragione del tempio le altezze e le larghezze saranno com- 
mensurate , siccome per la figura e disegno si manifesta. 

Sia il tempio oblungo, facciate o tondo , per dargli debita altezza e 
che alla larghezza proporzionabilmente abbia corrispondenza, formisi in 
prima un quadrato di pari Iati , il quale sia quadripartito : dipoi si tiri 
due linee da angolo ad angolo, e due altre linee che tocchino tutti e 
quattro i partimenti del quadro cioè T S X Y ( Tav. IH. 6) , e fac- 
ciano un altro quadrato fuori dell'angolo Z(jiyD, e sia quadripartito (T^^ 
come il maggior quadrato : e nella linea media al punto Q si tiri un 
semicircolo che infra le linee farà porzione di circolo , in mezzo della s^suno^. . 



(1) Poiché la chiesa del Calcinaio (Ja sola opera certa che in architettura civile ahbia con- 
dotto il nostro Cecco) per la distribuzione sua stessa , come quella che ha una sola navata , 
non si presta a queste proporzioni , io amo di trame esempio da una chiesa delle migliori 
del XV secolo, dico dalla cattedrale di Torino architettata da Baccio Pontelli» uomo che più 
volte trovossi col nostro autore. Nella regola sua Francesco non tien conto de' pilastri che 
dividono le navate : io adunque li computerò per metà tra le navi minori e la maggiore. 
Ecco adunque codeste proponioni in verità assai esattamente seguite. Larghezza della nave 
media = m. 10» 509. Dovrebbe avere un'altezza :: 163 : 94 cioè m. IS, 333. Ha invece 
m.. 18,150. Larghezza delle navi laterali = m. 6,007. Dovrebbe avere un'altezza : : 81 : 47 
cioè m. 10,353. Hanno invece m, 10,175. 



u. 



Ì08 TRATTATO 

< 

quale porzione 8i tiri una linea dal punto Q al G, chiamata A B , e 
questa porzione sarà modulo a tutto Tedifizio, con la quale si parta la 
linea diagonia : e quante parti si troverk essa linea di porzioni , tante 
nell'altezza si dark, aggiungendo una parte più, allora avrà giusta al- 
tezza alla larghezza seguendo l'ordine della presente figura. 

E per volere la medesima forma imitare facciansi due connessi quadri 
d'eguali faccio : tirata una linea per il mezzo, d' ambidue segnata C D 
( Tav. ni. 7) y e nel mezzo d'essa al punto N, e dal Y al K si tiri un 
semicircolo : dipoi dall' estremità del semicircolo terminato K si muova 
una linea diagonia passante per l' intersecazione della linea media insino 
airestremità dell'angolo X, la quale linea farà una porzione di circolo 
lineato dal N al T, della quale si pigli O S, la quale latitudine sarà 
modulo a tutto il tempio. Delle quali sene dia parti cinque alla linea 
media dal punto N A , e questa sarà l'altezza del tutto terminata daUa 
transversa linea B F , sicché sarà parti sette in suo diametro come la 
figura: e questa si può anco pigliare dal sommo del semicircolo Q e 
discendendo la sua altezza per la linea media infino all' imbasamento D. 

E benché alcune volte paia molto difficile e tedioso fare alcuno cir- 
colare partimento, e massime nelle costituzioni de' sacrati templi per i 
molti intervalli di colonne , cappelle , stipiti o porte , e però essendo 
questo attissimo modo di partire brevemente , con manifesta figura di- 
mostrerò. Tirata la circonferenza (Tav. IH. 8 ) sia quadripartita da quat- 
tro rette linee : dipoi le due linee angolari , cioè A B , B C siano cia- 
scuna quadripartita : dipoi si tiri una linea diagonia dai punti D E, e dalla 
linea diagonia al punto G si tiri una trasversa linea chiamata G F, la 
quale sia partita in parti cinque, delle quali parti si troverà la circon- 
ferenza contenerne trecentosessantacinque. Dipoi tirando un' altra linea 
dìagonia dal punto G ad E con la trasversa H I, questa parte e latitu- 
dine si troverà essere cinquantesima di tutta la circonferenza. 

Anco si facci un quadrato d'eguali lati, e ciascuna faccia sia quadri- 
partita : tirate le lìnee dall'uno parlimento all'altro, si tiri un altro con- 
troquadrato, che le linee medie siano il termine d'esso, cioè A B C D: 
dipoi si tiri quattro altre linee intermedie per ogni faccia a queste , e 
quattro altre controlinee le quali faranno nelle estremità degli angoli lì 



LIBRO IT. Ì09 

emicicli, siccome quelle della B C D, le quali controlinee si chiamano 
EF, MN, GH,IL. Dipoi si tiri altre transverse linee dal punto E, F 
e dal G, H e dal M, N e dall' I, L, le quali estremità d'angoli e pe- 
samenti di linee termineranno in quattro emicicli, siccome quello della 
B C D ; e così verranno avere proporzionata misura : e accadendo for- 
mare il telo ovvero cupola, si deve tirare la circonferenza alle interse- 
cazioni medie del minore o maggiore quadrato, siccome per la flgura 
( Tav. III. 9 ) più chiaramente si dimostra. E queste simili figure, preso 
la forma e il modo , si possono a piii varie composizioni di templi 
adattare. 



CAPO IV. 
Che le prapcrzioni de* templi sono dedotte da quelle deWuoma. 

Perchè appare molto più necessario alla ragione dovere satisfare che 
ad alcuno nostro sensuale appetito, e massime per quelle cose che con 
arte e ingegno devono essere governate, siccome nel costituire alcuno 
divino o sacrato tempio , e perchè e' sono molte varie opinioni d' onde 
tal partimjento abbia avuto ragione o principio : è da . considerare che 
molti solerti e speculativi ingegni si siano affaticati ad imitare la natura 
in tutti gli esercizi, e da quella hanno tratto le ragioni siccome imi- 
tondo i partimenti e membri del corpo umano, dal quale il numero 
perfetto, come Platone (0 ne descrive, si trova esser tratto; e Vitru- 
vio (^) narra delle misure e proporzioni de' templi e colonne , senza la 
cui simetria dice nessuno artefice poter nissuna cosa con ragione bene 
operare. E trovando molte varie opinioni esistere circa esso corpo , ho 
determinato alcuna brevemente dimostrare. In prima è da sapere che in 
due modi si può dividere, cioè in parti nove (Tav. III. 10) , e in parti 
sette ; quello di parti nove è tutta V altezza della faccia dalla estremità 
del mento al nascimento de' capelli , e una parte dalla forcina della 



(ì) De legiìfUi et in PolUieo. 
(3) Lib. HI , cap. I. 



110 TRATTATO 

gola all'estremo petto, un'altra è da questa al nascimento de' testicoli , 
e parti due da questa all'astragalo del ginocchio, due altre le gambe 
ìnsino sul collo del pie , e l'altra che fa il numero di otto è 1' altezza 
del pie ed il diametro {sic) della gola : e questo è il partimento dì tutto 
il corpo (0. Dipoi si divida la testa in tre eguali parti : così partita si 
ponga il centro alla linea media estremità del petto, circumvoltando la 
linea dal naso all'estremo busto , la cui estremità sarà tutta la lar^ezza 
del tempio dalla quale si tirerà le rette linee infino alla base o linea 
degli estremi calcagni, la quale' sarà quadripartita: i quali partimenti 
e linee si tireranno insino al sommo. Dipoi si pigli le parti dal naso al 
cranio, e a quelle da man destra e sinistra della linea centrale A B 
s'attribuiscano : le quali tutte partite in parti quattro faranno la circon- 
ferenza delli emicicli : e così quelle degli angoli preso l'ordine loro so- 
pra le intersecazioni della circonferenza. E così tirate tutte le quadrature 
delle linee e tutti li emicicli , si tiri una circolare linea per la nave o 
tolo toccando l'estremità degli angoli del quadrato di mezzo chiamato 
C D E F, e simile dentro al minore quadrato si può consti tuire: e que* 
sto sarà partito. Piglisi poi una parte dell'altezza della testa M T, ov- 
vero il mezzo del semicircolo, sedici parti dette la circonferenza del tolo 
si troverà essere. E così tutte le navi e colcHine si collocheranno come 
partitamente nella presente figura si manifesta. 

L'altra misura e divisione del corpo si ha pigliandosi l'altezza di tutta 
la testa la quale in dette eguali parti debba essere divisa : dipoi si ponga 
la punta del circino suU' imbellìco e intersecazione delle linee, si avrà 
una circonferenza dall'ultimo mento all'astragalo del ginocchio , e all' e- 
stremità del circolo si tiri le linee laterali terminanti dal cranio alla 
base che è la linea degl' infimi calcagni , la qual linea in quattro parti 
sarà divisa ; dipoi si tiri un semicircolo al sommo del cranio, e a que- 
sto luogo sarà il simulacro : dipoi sopra all' imbellìco si pigli un' altra 
centrica circonferenza toccante l'estremità delle linee medie, e questo è 



(1) Questo prolisso perìodo si può , giusta T intenzione dell'autore , rìassumere in queste 
poche parole : che Taitezza dell'uomo contiene nove maschere e sette teste. Ad ogni mod(^ 
la figura citata ha una maschera di più che non ne conti la descrizione. 



LIBRO nr. Ili 

quando accadesse a fare la cupola , ovvero telo , affinchè le navi senza 
impedimento possano circondare, siccome la figura ne manifesta (0. 

CAPO V. 
Rapporto fra le lar^fiezze e le altezze nei templi di pianta rettilinea. 

Essendo in parte detto di più varie misure di templi , conveniente ò 
il lucidare quella delle celle oblun^^ e crociate, e principalmente è da 
sapere che la larghezza ovvero diametro da cui si piglia la proporzione 
delle altre dimensioni non si debba intendere sempre per tutto il vacuo 
a destra ed a sinistra di chi dirittamente 6ntra nel tempio: perocché 
quando il tempio oblungo fusse e con navate, delle quali la media fusse 
di questa natura che sopra le colonne sue i muri laterali del tempio si 
posasse, in questo caso il suo diametro ovvero intervallo è quello della 
navata media predetta , perocché gli spazi fra le altre colonne e pareti 
sono riputati accidentali e fuori del principale spazio. Ma quando la 
chiesa fusse senza ordini o serie di colonne, tutto il vacuo transverso 
dall' una all' altra parte laterale s' intende essere il diametro: il quale 
stabilito, è da sapere che l'altezza sua debba essere insino al sommo 
della volta o tegumento, quant^ è il diametro della larghezza e due terzi 
piti: e la longitudine sua può essere sei o sette diametri. Sogliono i 
moderni fedeli ai templi oblunghi ragionevolmente aggiungere lino spazio 
transverso a similitudine e memoria della croce per cui la sapienza di 
Dio incarnarsi volle per solvere la pena che Tumana natura per sua colpa 
meritava, la quale nessuno puro uomo poteva sostenere e satisfare. La 

(1) Poiché facile ne è T intelligenza , si è tralasciata la figura. £ qui , poiché cade in ac- 
concio , dirò che la principale menda di codesto trattato è appunto neUe verbose discussioni 
de' pretesi rapporti tra il corpo umano ed un edifizio. Questa menda ha principale origine 
nella servile venerazione di Vitruvio il quale, inlarciendo l'opera sua di queste dottrine da 
sofisti più che da architetti, sparse primo il mal seme. Gli artisti poi del XV secolo, pittori, 
scultori ed architetti ad un tempo , d' ingegno acuto e fantasia vivissima, ed assai più abili a 
fare che a discutere , facihnente adattarono all'architettura quelle leggi che sono tutte prò-* 
prie delle arti figurative. Da questi sofismi più d'ogn' altri sì tenne lontano l'Alberti , e più 
d'ogn' altri vi s' ingolfiarono il Filarete e Luca Paciuoli. 



1 12 TRATTATO 

quale croce quanto all'altezza e larghezza segue la proporzione della 
parte intersecata da sé: ma la lunghezza sua debita debba esser cinque 
diametri ( benché alcuni l'abbiano messa in uso di tre o quattro diame- 
tri ) con emicli , cappelle, colonne e altri ornamenti all'altra retta parte 
corrispondenti. E questa regola poco osservata si trova per gli architetti 
del tempo nostro, contro i quali insurge la ragione manifesta: perocché 
ogni artefice che con ragione opera debba assegnare la debita propor- 
zione di tutte le dimensioni infra sé, la quale presupposta ( e sia qual 
si vuole ) ne viene che a tanto diametro bisogna che seguiti tanta pro- 
porzionabile altezza : adunque se la detta croce fusse pid arcta della 
parte opposta, similmente bisognerà che fusse più bassa: la qual cosa 
é manifestissimo errore , cioè che tutto il tegumento non sia ad una 
medesima altezza, eccetto quello delle navate lateraii che prima fu detto 
essere accidentali al tempio. E benché per le regole antedette sia ma- 
lìifesto tutto quello che alle celle in comune conviene, non é però su- 
perfluo il considerare le figure a confermazione delle cose determinate. 

CAPO VI. 

Porte e finestre ne' templi. 

Essendo le porte e finestre parte della cella ovvero circonferenza del 
tempio, dopo il parlare universale di tutta la cella, é da intendere delle 
predette parti, e loro commensurazioni e ornamenti. È adunque da con- 
siderare, secondo che ne scrive Yitruvio (0, gli antichi architetti ionici, 
dorici e corintii il più delle volte avere usato una medesima specie di 
porte da tutti approvata, apparente e ragionevole. Di questa specie così 
si piglia la simetrìa : sia divisa Taltitudine del tempio dal pavimento o 
planizie infino al principio del tolo o lacunario W in parti diciotto , e 
cinque di queste si attribuiscano all'altezza della porta: la latitudine sua 
dall' altezza procede, dividendo quella in parti ventiqu'attro, delle quali 



(1) lib. rv , cap. 6, U quale però insegna l>en altre proponioni. 
(9) aoè della yolt^. 



LIBRO IV. 113 

undici sian larghezza del vacuo della porta. Gli stipiti delti impadines (0 
posti a destra e a sinistra della porta per ornamento d'essa, devono es- 
sere in diametro li ^/^> della detta larghezza, ovvero un quinto. É opi- 
ni(me di -ttlcuni architetti che guest' altezza della porta sia in arbitrio 
dell' architettore, assegnando questa ragione, che Taltezza della cella in- 
sino al tolo o lacunario potria esser tale che facendo alla la porta ^/^g 
essa saria assai disproporzionata. A questa ragione si può facilmente ri- 
spondere , perchè benché alla necessità dell' ingresso degli uomini nel 
tempio apparrà disproporzionata, non è però disproporzionata alla gran- 
dezza d'esso tempio, siccome benché per gli occhi piccoli tutto quello 
si possa vedere che per i proporzionati al corpo loro ^i vede, non sono 
però fuori di proporzione, essendo grandi secondo il consueto. E la ca- 
gione di questo è, perchè non solo queste parti sono fatte per ingresso 
del tempio o per la cognizione dell'animale, ma per formosità dell'uno 
e dell'altro, la quale non può risultare senza debita proporzione. E ben- 
ché la latitudine assegnata secondo gli antichi sia differente alquanto da 
quella che delle porte assegnai nel secondo libro (^) , nientedimeno lau- 
dando questa, non è da biasimare quella, avendo visto molti periti quella 
avere usato e approvato. E quanto al diametro degli stipiti, a me pare 
che devono essere ^/^^ della lar^ezza, e di simile larghezza debba es- 
ser l'architrave sopraposto al vacuo della porta , il quale gli stipiti so«- 
stengono. L'architrave e stipiti devono essere divisi in dodici parti eguali, 
e tre di queste si deve dare alla prima parte più distante del vacuo 
della porta chiamata da Yìtruvio (^) astragalo , e volgarmente detta in- 
tavolatura : e alla parte di mezzo, detta tavola, cinque se ne attribuisca 
e ultimatamente quattro alla terza parte ultima propinqua al vacuo ; 
nella estremità di questa parte , secondo il mio giudizio , in luogo degli 

• 

(1) Forse volle dire impaget , qaeWimpadinei non essendo fiarola latina. Lo stipite è an- 
UpagmenUum , benché la radice soa sia certamente latina anzi greca , e derivante forse dai 
legni verticali che nelle case de' villici formavano le spallette delle porte. 

(3) Libro li , capo 1. 

(3) Lib. IV , cap. 6. L* astragalo del quale qui parla Vitruvio è una sagoma , non U cor^ 
nice superiore della porta che ha proprio nome d'intavolatura. Tavola poi è il fregia della 
porta , così detto dal suo esser liscio. Gli architetti della scuola del BtuqoUqsqo „ piendeodo 
esempio dai loro antichi , spesse volte omisero il fi'egio. 

15 



114 TRATTATO 

angoli degli stipiti si debba fare un bastone tondo , acciocché meglio 
da ogni percossa si difenda , come si può vedere nella porta di Capua 
(0. Sopra dell'architrave , a maggiore ornato , si pone ona cornice com- 
posta di tre parti , le quali insieme tanto d'altezza devono avere quanto 
l'architrave. Ma il cardinale W immediato sopra all'architrave debba 
essere i due quinti della detta altezza, e la corona col suo cimasio 
sopra d'essa i tre quinti. Sopra di tutte queste parti si pone un'altro 
ornamento detto frontispizio , e questo in due modi può essere formato : 
cioè , se rettilineo , in qualunque modo si sia , questa proporzione debba 
avere , che il diametro della sommità del cimasio al punto mezzo del 
frontespizio debba essere eguale a quello del cardinale y conma e cimasio 
già diviso in cinque parti: e lo spazio in quel mezzo incluso debba 
essere i tre quinti , cioè quanto tutta la corona col cimasio (^). 11 nu- 
mero delle porle sia lasciato nella ragione è discrezione dell' architet- 
toro secondò la grandezza e la forma del tempio. 

Le finestre del tempio , quanto a tutti li suoi ornamenti intomo , 
hanno la medesima commensurazione delle porte , e la latitudine e 
diametro loro in arbitrio e volontà del perito architettore. L'altezza 
loro in tre modi validi e autentici si può fare , cioè due diametri , 
ossiano due larghezze , o due quadri , cioè di proporzicme dupla alla 
latitudine. Il secondo modo , due diametri suoi e mezzo y cioè dupla 
sesquialtera. 11 terzo modo due diametri e due terzi, cioè dupla su- 
perbipartienstertia. Possonsi fare le finestre più late dentro versò il 



(1) Questa porta dev'essere certamente della dttà dì Capea , non la famosa porta Capuana 
di Napoli architettata da Giuliano da Maiano ai tempi del nostro autore ; poiché questa non 
ha bastone alcuno. Doveva essere de* tempi bassi , ne' quali maggiormente . usò di smussare 
con quella sagoma l'angolo intemo dello stipite. Ghiamavanli porte od usci a bastone ( Ghi- 
berti MS. f." 59). 

(9) Scapi cardinali chiama Vitruvio (IV, 6) i legni che fermano l' intelaiatura d'una porta. 
Pietre o stipiti cardinali sono presso i Toscani le pietre delle spallette deUa porta. Qui l'au- 
tore non fa parola del fregio , ma facendo la cornice eguale in altezza aU'architraye, la divide 
in cinque parti , tre delle quali le dà alla cimasa e due alle sagome sottostanti : queste 
adunque sono il cardinale (vedi Tav. lU» 17), cioè l'architrave degli stipiti , nome che da- 
vasi pare agli architravi negli intercolunni , come al capo 7 del libro IH. 

(3) Infanti in una figura ch'io ometto, il frontispizio di una finestra ha l'altezza eguale 
alla cornice. 



LIBRO iV. 115 

vacuo del tempio che di fuori , perchè più lume rendano. 11 numero 
delle ihìestre nel giudizio rimane dell' architelto , come è detto delle 
porte. E cosi sia posto fine alle parti medie dei templi quanto alla 
lettera; segue il disegno ( tav. Ili, 15, 16, 17). 

CAPO VII. 

Le navate , le cappelle , le volte e Inoliare. 

Quattro sono le parti principali intrinseche ovvero interiori del tempio: 
sim^ifacro , cappelle , navate di colonne , e volte ovvero tegumenti : delle 
quali ultimatamente è da dire le commensurazioni e proprietà. Quanto 
alla prima parte, essendo il tempio oblungo, non è dubbio che il luogo 
del simulacro , o del vero Sacramento , debba essere alla fine del 
tempio rincontro alla porta principale elevato, al quale per gradi si 
pervenga , a denotare la distanza della perfezione di Dio alla nostra , 
la quale è infinita , e significare Esso essere elevato sopra tutte le cose 
possibili. Ma quando il tempio fusse tondo, ovvero traente al tondo, 
allora insurge dubbio qual sia più conveniente luogo per il simulacro, 
o veramente appresso alla circonferenza, ovvero nel centro del tempio, 
perocché esempi, ragioni e autorità sono dall'una e altra parte; gli 
esempi, ed autorità essendo divisi , per quelli non si può concludere 
alcuna parte della contradizione: ma luogo è di assegnjire qualche ra- 
gione per ciascuna delle parti , le quali non sono dimostrative , perchè 
la materia non lo paté , ma solo suasive , ed in tal caso a quelle che 
maggior apparenza hanno è da accostarsi. Molti dicono che per dimostrare 
Dio essere in nobiltà e perfezione lungi da noi per infinita distanza, 
è conveniente che il simulacro sia più distante dalla porta principale 
che si può , e questo luogo non è se non appresso alla circonferenza 
opposita alla porta : oltre a questo non pare conveniente sia in mezzo, 
acciochè tutti quelli che nel tempio fussero , come un retto aspetto 
abbiano il simulacro a risguardare ; aggiungono ancora questa essere 
stata usanza e rito dei gentili, con i quali, fra gli altri, Aurelio Aùstino 



116 TRATTATO 

ne insegna non avere riti comuni (0 • quarto e ultimo , se in mezzo 
fusse il simulacro non potriano i sacerdoti senza grande incomodità dei 
laici le cerimonie amministrare, come appare manifesto per il continuo 
moto e transito dei clerici dalle sacrestie , ovvero gazophilatio (^) e ri- 
cettacoli di cose sacre al detto loco. 

Alcuni altri tenendo l'opposita opinione , assegnano una ragione fra le 
altre, sopra il medesimo fondamento stabilita che la prima allegata in 
contrario, dicendo che il luogo più distante del tempio tondo o simile 
è il centro suo , come la terra è più distante dal cielo : perocché il 
tempio tondo ragionevolmente richiede più principali porte , delle quali 
il centro è più distante che altra parte. La seconda, che come Dio è 
presente in ogni luogo e creatura, e di quella cagione conservante a cui 
tutte le creature hanno rispetto, pare conveniente che così il sacramento 
simulacro sia nel centro del tempio, come luogo più indifferente e co- 
mune a tutte le parti del tempio, e come al centro tutte le linee della 
circonferenza concorrono e hanno rispetto. L'altra è, come Cristo ne in- 
segna, che dove sono più congregati nel nome suo, Esso essere in mezzo 
di quelli: così è conveniente il simulacro o sacramento, essere in mezzo 
degli uomini congregati per laudarlo nel tempio: e perchè nella circonfe- 
renza sono più luoghi comuni e di una medesima dignità, ed il luogo del 
centro è unico e assoluto di tutti gli altri , pare per ciò che sia conve- 
niente , a similitudine dr Colui il quale solo veramente è , e tutte le 
altre cose sono ombra a Lui comparate. Ma, perchè questa è materia 
probabile e non necessaria, e nella quale da ogni parte più ragioni si 
potriano addurre , e parimente tutte le addutte risolvere , con queste 
assegnate è da por fine, lasciando questa quistione doversi usare a 
beneplacito dell' artefice. Per l'una e per l'altra parte questa avvertenza 
è però da avere, che volendo stabilire in mezzo il luogo del simulacro, 
è almeno da fare tre porte nel detto tempio, e così per opposito quando 
si facesse alla circonferenza , non è necessario se non una p^rta^ benché 
tre ancora se ne possa fare. 

(t) De ci^taU Dei, lib. X. 

(9) Gasop^yfacton, propriamente un salvadanaio , e per amplificazione ciò che nelle chiese 
d* Italia dicesi il tesoro. 



LIBRO IV. 117 

Siccome i templi furono divisi in tre specie, cioè tondi, e simili ai 
tondi , e oblunghi , così è da dividere le cappelle. E per questo dico 
che le cappelle che hanno il tondo , o veramente partecipano la figura 
circolare come sono gli emicicli, cioè semicircoli o porzioni di circoli, 
queste tutte ricercano le medesime proporzioni e ricinti che delle celle 
tonde è dichiarato. Ma le cappelle quadre (0 o lunghe ragionevolmente 
debbono esser quadrate , cioè tanto larghe quanto late , e l'altezza loro 
quella proporzione debba avere alla sua latitudine o diametro , che di 
sopra è detto dei templi oblunghi; possono essere ancora oblunghe un 
diametro e mezzo insino due , benché la detta quadrata figura sia più 
ccmveniente. 

Le deambulazioni , navate , ovvero pronao di colonne (^) così possono 
essere applicate ai templi tondi e simili , come agli oblunghi. Delle 
quali avendo a trattare, prima è da considerare che quando in tempio 
tondo si fesser navate dì colonne , sopra quelle è bisogno che un altro 
circolo di muro si posi minore del primo , il quale , oltre alla bellezza 
che dà al tempio , rende quello più lucido (?) , potendosi in quella di- 
mensione fare le finestre : e questa diminuzione e navate si possono 
moltiplicare secondo l'altezza del tempio. Secondariamente è da intendere 
che queste deambulazioni dipendenza e proporzione pigliano dalle co- 
lonne , e le colonne dal diametro del tempio. Dove è da sapere che 
nei templi tondi , che in sé hanno diminuzione di circonferenza e di 
colonne e deambulazioni, il diametro da cui la proporzione della colonna 
si piglia, è quello del circolo imaginato sotto la circonferenza della 
seconda periferìa (^). Questo diametro adunque si debba in tre ovvero 



(1) Correggasi : le cappelle quadrUtmghe cioè quadrilatere. 

(9) Qui Tautore dà egual valore a questo differenti denominazioni Navata, per simiUtudine 
d'ufficio , ben può appellarsi in un tempio circolare lo spazio tra le colonne ed il muro : 
solo varia la forma , che le navate in un tempio oblungo sono quadrilatere , mentre queste 
lian figura di zona. 

(3) Questo canone l'autore lo ha tratto dai templi circolari antichi dì Roma , de' quali 
(oltre il tempio di. Bacco mentovato più sopra al capo 3 del libro lY) riporta anche al f» 
S4 r.o del codice de' monumenti architettonici il tempio di S. Stefano rotondo ( Cf. Catalogo 
de' codici , n.o HI ). 

(4) Vale a dire che l'altezza della colonna devesi desumere dal diametro del peristilio 



118 TRATTATO 

quattro parti dividere a libito del compositore , e dae di queste parti 
debba esser la lunghezza della colonna : la larghezza della deambulazione 
debba essere i tre quarti della lunghezza della colonna , li due terzi , 
ovvero li tre quinti, secondo che le altre parti del tempio comportano; 
la distanza dall'una colonna all'altra della medesima serie può essere 
in più varii modi , perocché se sopra le colonne fusse Tarchitrave lo<:^to, 
e questo fusse di pietra , acciò non si abbia per il peso a frangere , 
non debba essere più lungo di sette piedi né manco di cinque: ma se 
l'architrave fusse di legno o di bronzo (0 potente a resistere, può 
essere di otto in dieci. Sopra le dette colimne debbono esser fatti archi 
morti per tórre il peso all'architrave: ma se sopra alle colonne fossero 
archi vivi ed espediti, la distanza delle colonne può essere in tre modi, 
cioè due terzi, o ire quarti, ovvero quattro quinti della lunghezza della 
colonna secondo l' invenzione dell' arteflce : e questi archi vivi devono 
voltare a semicircolo , cioè che il concavo dell'arco sia un perfetto se- 
micircolo: e similmente gli archi che posano da un canto nella colonna 
e dall'altro nella cella sopra di un ricinto (^). Similmente è da sapere 
che il diametro dei templi oblunghi, da cui si piglia la proporzione 
della colonna delle navate sue , come nei templi tondi , s' intende quello 
minore sotto i muri o archi laterali meno distanti , e le navate , archi 
e altre simetrie che dei templi tondi è detto , si debba degli oblunghi 
similmente intendere. 

Le volte che nei templi si devono fare, di tante specie possono essere, 
quante eziandio nelle case si possono usare, cioè a botte, a tesludine, 
a similitudine di piatto , a crociera , a conca , a lunette ed a ve1a« E 
queste possono essere ornate di quadri , figure , stucchi e altri orna- 



interno. Cosi voole l'autore perchè i citati esempi di Roma fornivanglì celle con una sola 
zona attorao. Vero è che la chiesa di S. Stefano rotondo aveva, prima de* ristaurì di Nic- 
colò V y tre circoli di colonne , ma dal disegno surriferito vedesi che Francesco riporta sic- 
come murati gì' intercolunni del circolo centrale , cosicché una zona sola rimaneva nell* in- 
terno , ed un peristilio al di fuori. 

(1) Alcuni ornamenti delle travi di bronzo nel pronao del Panteon sono disegnati nel cod. 
de' monumenti architettonici al f « 79 v.» 

(^) Ricinto ho già notato altrove essere la cornice che ricinge tutto o parte di un edìBzio. 



LIBRO IV. 119 

menti, i quali meglio per il disegno apparranno insieme con alcune di 
mia invenzione (0. 



CAPO Vili. 
DeW aspetto dei tenìpli , dei candelieri e dei campanili. 

Finalmente , quanto alla notizia del presente libro , è da vedere 
alcuni luoghi o plaghe convenienti alle porte , emicicli e cappelle , e 
ultimo all'altare maggiore ^ ovvero luogo del simulacro: le quali cose 
didiiarate , sarìi posto fine al parlare nostro dei templi. E prima che 
alla dichiarazione delle dette parti si venga, è da intendere una gene- 
ralissima regola da essere osservata senza eccezi<me , la quale da molti 
architetti è ignorata: e questa è che lutti i vacui debbano essere sopra 
i vacui , vani sopra vani , pieni sopra pieni , stipite sopra stipite y co* 
lonna sopra colonna, e generalmente ogni pesamento e ogni simile sia 
per retta linea dell'asse , almeno, sopra il suo simile W. Dopo questo 
é da vedere che le porte sempre devono essere dinanzi ai vacui e spazi 
delle colonne : sicché non venga ( come in molti apprezzati edifizi ho 
visto ) che entrando dalla porta per retta linea si perviene ad una co- 
lonna , appresso ad essa. Terzo , è da considerare che le cappelle 
siano per retta linea a corda contro le altre cappelle e incontra al 
vacuo delle colcmne: sicché esse colonne siano nel mezzo fra l'una e 
Taltra cappella, o almeno quella mettano in mezzo. 

Resta per la completa e integra notizia al presente libro dichiarare 
a che plaga il tempio debba essere edificato: e questo non può esser 
dubbio nei templi tondi o traenti al tondo, perchè ad (^i plaga sono 
indifferenti : ma ben può cadere dubitazione dell' altare , ovvero luogo 
del simulacro , la qual cosa immediate sarà dichiarata. Ma nei templi 



(I) In questo codice mancano le figure delle volte , ma trovansì tutte ai fogli 91 , 39 dei 
cod. Salaziiano in dodici disegni , due de' quali dimostrano come s'abbiano ad adoprare i 
vasi di terra sferici o cilindrici per alleggerire i rinfianchi e le grossezze delle volte. 

(9) Nulla di più ovvio negli edifizi <U que' tempi che vedere porte e finestre poste a caso 
e dove più feceva comodo. Per figura, la fidente deU'Ospedal maggiore di Milano. 



120 TRATTATO 

oblunghi è da sapere che antica consuetudine (e per li moderni osservata 
e confermata) è che il tempio oblungo debba esser ver l'oriente in quella 
parte eh' è opposta alla principale porta , sicché essa porta sia volta 
verso ponente : e generalmente tutti gli altari e luoghi di simulacri prin- 
cipali devono essere volti verso levante, ovvero il simulacro volto verso 
occidente alla opposita parte degli uomini oranti : e la cagione è sola 
questa 9 perchè avvenga che Dio sia in ogni luogo tutto ^ e in ogni luogo 
operi e sostenga le cose create , mediate , e senza mezzo nell' essere , 
nientedimeno se in alcuna plaga massimamente dobbiamo estimare Egli 
essere, questa è la plaga d'oriente, perchè in questa massimamente 
opera e si dimostra la virtù motiva, come afferma Aristotile in quello 
De Coelo et Mundo , e per questo esso nel suo libro mostra il lato 
destro essere del cielo l'oriente, perchè da quello comincia il moto 
procedente da quel primo motore il quale è fonte d'ogni vita e perfe- 
zione, a cui laude e gloria queste norme siano dichiarate. E se per 
necessità del luogo non si potesse voltare ad oriente, ingegnisi e sforzisi 
l'architetto di accostarsi a quella plaga più che è possibile, e più presto 
declinare a mezzogiorno che a settentrione: e quando fusse necesssità 
volgere l'altare verso occidente, sia fatto l'altare nel quale il sacerdote 
venga a voltare la faccia verso gli astanti (0. 

Benché li candelieri non siano parte del tempio ma accidentale or- 
namento , non è però superfluo , senza dichiarare per [carole gli orna- 
menti loro , ponere diverse figure del disegno e forme di essi , delle 
quali ciascuno potrà eleggere quello che meglio piacesse W. 

Similmente dei templi dei fedeli cristiani sono i campanili parte 
necessaria per convocare gli assenti al culto divino , benché accidentale 
ed estrinseca j nientedimeno sono a grande ornato di quelli. E circa 
alla notizia di essi cosi contigui al tempio , mi pare siano sufficienti le 
figure senza altra dichiarazione di discorso. A quelle adunque si av- 



(1) Tali sono tre altari nella mirabile chiesa di S. Pietro fìiorì le mura di Toscanella , 
edificata nell' undecime secolo. 

(9) De' candelieri parlano difTusamente l'Alberti al iib. VII cap. 13 , il Filarete al libro XV , 
e Bonaccorso Ghiberti ai f.i 59 e 00 del suo MS. Magliabechiano. Mancano le promesse figure. 



LIBBO IV. 121 

wriìsca , ploggendo quella che fusse più dilcKevoIe a clii logge O. E 
così sia posto fine al quarto libro , rìfercnilo grazie a Quello a cui gloria 
è stato escogitato il subietto suo. 



(I) E qai anrorii manrano le fignre, le quali però rinvengoiui a f." 68 r.° del cod. mem- 
bran. SaluzziaDo e rappresentano un campanile quadralo, uno circolare ed ano ottagono. 
Parla qoì anche a lungo delle campane, e ne ricava le dimensioni dalla grosseua dell'orlo, 
b qoale con una scala di toni , dialribuisce in trentatrè casi. Chiamavasi scala canipanarìa 
ed è figurala a T." 51 dal Ghiberli (MS. citato) ed al libro VI , cap. 19 del Birìnguccio. 
Espone pure l'autor nostro al luogo citato molte e variate figure di bilichi di rampane : 
non v'è bisogno dì qui riprodurii , chi ne volease conleua ricon-a al capo 14 , lib. VI del 
Biringnecio e li troverh aOìitto identici. Nuovo indizio che il pirolecnista sanese conoscesse 
il trattalo dell'architetto suo concittadino. 



-<>^»H»»88»i»g»»8»»i»> »»»ii>»»t»ininiMi»ii»iu»innni»i»»iiiii i nn»»M i i»n <h"- 



LIBRO QUINTO. 



PROLOGO. 



L'umana natura a similitudine e imagine del fattore suo prodotta, 
e come delle altre corporee con più nobile e perfetta sapienza a quella 
costituita , in terra ha ottenuto il principato e dominio temporale , dove 
( come Aristotile nella Metafisica sua (0 testifica ) vìve con arte e con 
ragione: per questo è differente da tutti gli altri animali, i quali senza 
vera cognizione e per naturale istinto sono più presto mossi , regolati 
e quasi sforzati agli atti e operazioni loro, che sé medesimi muovano 
a quelli. Questa natura ragionevole e intellettuale dell'uomo non solo 
conosce sé essere sopra alle altro di ragione prive , ma eziandio V un 
uomo all'altro conduce e alla società e conversazione lo inclina, per 
il discorso i mentali suoi concetti esplicando: e similmente induce che 
la congregazione degli uomini infra sé celebrare si debba , e 1' uno 
all'altro obbedire, come ne insegna Cicerone nel primo degli Uffizi C^) ^ 
e certamente non senza efficace ragione , conducenti effetti e ottimi fini 
molti induce a questa obbedienza verso alcuni altri. In prima , per ra- 
gione di similitudine : poiché siccome V universo dipende da un solo e 
semplice ed infinito principe (3), é cosa conveniente che infra gli uomini 

(1) Metaphy$icarum ^ 1, 1. 

(i) De oflkiU, I, 44. 

(3) Ho ridotto a maggiore brevità e chiarezza questo lunghetto periodo assai baio per frase 
troppo latina e scolastiche argomentazioni. Vizio troppo frequente nel nostro autore , da 
perdonarglisi per l*età in cui visse. 



J 



UBRO y. 123 

io segno deir impero divino, alcuno sia a molli altri preposto. Secondo, 
per ragione deir ordine , senza il quale in ogni moltitudine confusione 
si trova. Terzo : perocché la natura intendendo fare prima perfetto 
l'universo che alcuna delle sue parti, produce tanti gradi di perfezione 
nelle creature, quante la natura creata può sopportare; da questo segue 
molti uomini al mondo sopra degli altri , alcuno in una prerogativa 
alcuno in altra essere eccellenti: e molti altri in maggior numero ad 
ogni sottile esercizio, governo o dominio essere inetti: e per conseguente, 
di questi alcuni superiori e altri inferiori, alcuni dominare altri dominati 
debbano essere. Quarto , per ragione della ulilità , imperocché non è 
potente un uomo provvedersi e tutte quelle cose operare le quali alla 
necessità ed al bene essere del viver suo si richiedono , onde bisogna 
che alcuni ad una , altri ad altra opera si diano , acciocché l' uno per 
l'altro sovvenuto possa essere ; essendo adunque fra i detti esercizi alcuni 
che grand' esperienza , assiduilk e ingegno cercano , molti altri bassi e 
grossi che senza gran corporale fatica conseguire non si possono , è 
necessario che quest'inferiori siano a quelli superiori sottoposti. Quinto 
e ultimo, per ragione di necessità di bene e beatamente vivere: perocché 
la fragilità degli ingegni umani proclivi alle inordinate operazioni è tale 
e tanta , che la maggior parte quella seguendo , come via più facile 
( secondo la sentenza d' Aristotile (0 nell'Etica sua ) , ogni laudabile 
opera pospongono : onde , acciocché il numero di questi improbi non 
abbia a moltiplicarsi , e il giusto vivere della ragione a pervertere : e 
così per contrario , quelli che ai virtuosi studi e opere si dessero , siano 
rimunerati ; è necessario alcuni principi reggenti dalla immensa prima 
cagione essere stati costituiti e preposti , secondo la sua giusta ma in- 
comprensibile volontà , a questo fine , che per quelli in terra , come 

per instrumenti e ministri si desse luogo alla giustizia temporale Per 

questo il principe non 30I0 di giuste leggi debba essere ornato, ma di 
arme decorato , acciocché per ogni tempo e di guerra e di pace , possa 
la giustizia amministrare, come si testifica nel principio dell' Instituta (^), 



(1) Ethieonm ad Eudemum lib. I in princìpio. Trattato creduto allora dì Aristotile. 
(3) Sono le prime parole del Proemio alle istituzioni di Giustiniano. 



124 TRATTATO 

Olire a questo , perchè di sole armi e presìdii dei militi V imperio 
noa si può rendere sicuro , sì per gli altri più possenti principi , sì per 
le variabili volontà degli uomini , sì per la instabilità dei prossimi e 
benevoli: per sedare ogni contrario e iniquo animo fu necessario esco- 
gitare alcune defensioni , per le quali la minore potenza alla maggiore 
potesse resistere. E questa difesa non è se non fortezza di luo^i na- 
turali ovvero artifiziali con diverse forme di muri. Ma dall'altra parte, 
come per fare agli twmini resistenza furcmo trovati varii cinti di mura , 
così per la cupidità del regnare e immoderato appetito di dominio, più 
specie di strumenti bellici e macchine furono £3d)brìcate mediante le 
quali i muri si potessero frangere ; infra i quali instrumenti assai potente 
fu estimato l'ariete, per cui, con la forza di più uomini insieme unita, 
in breve tempo ogni muro era messo in mina (0. Appresso a questo 
ne fu escogitato un altro chiamato balista , non di minore efBcacia che 
il primo W. Dopo questo un altro nominato sambuca , per il quale alla 
sommità delle mura assai sicuramente si potea ascendere 0) : e molti 
altri edifizi e castelli portatili per difensione della virtù di questi in* 
strumenti (^). Oltre poi alla grossezza delle mura funxio immaginate 
più figure di circuiti , come ne scrive Vegezio in quello De re milUari (^) 
doversi fare le mura di figura angolare acuta , acciocché all' ariete ed 
all' impeto degli altri instiwnenii potessero resistere. 



(1) Macchina notiidroa (Vitravio, X, 19. Lipsio, MiareeHcm etc. ). 
, (9) Macchina simile al mangano o trabocco , da lanciar grossi sassi , e talvolta solo ver- 
rettoni. Descritta da Vitnivio , Ammiano Marcellino , Vegezio , Stewechio ed altri molti. 

(3) Sambuca, Exostra, ToUeno erano tavolati caditoi o bilicati sn travi, che abbassavansi 
sulle mara e navi nemiche; furono osatissimi sino a tutto U XV secolo , e ve ne sono molte 
figure nei MSS. di Paolo Santini e del Taccola. 

(4) Cioè torri ambulatone , ossiano elepoli , mantelletti , gatti e simili cose notissime , 
figurate e descritte a lungo dall'autore al f.» 00 del codice Saluzziano 1. 

(5) Lib. IV , cap. II.. Aon direetas $ed anguloiOi mwtos faciendos. 



LIBRO y. 125 



CAPO I. 



Delle artiglierie. 

I moderni nuovamente hanno trovato (0 un instrumento di tanta 
violenza y che contro a quello le armi , gli studi , la gagliardia poco o 
niente vale , e che più è in piccolo tempo ogni fortezza di muro, ogni 
grossa torre si ruina e getta per terra , e certo tutte le altre macchine 
antiche , in rispetto di questa potentissima chiamata Bombarda , vane e 
superflue si possono appellare : V impeto della quale solo per quelli è 
credibile i quali con gli occhi lo comprendano, perocché più veloce è 
il moto della pietra impulsa da quella, che non arrivi l'orrendo strepito 
da quella causato alle orecchie de' circostanti. Similmente nelle battaglie 
campestri apf^cato quest' instrumento, oltre al terrore per il suo tonitruo 
causato, con tanta violenza la pietra trasporta, che facendo strage degli 
uomini spesse volte bisogna la vita miseramente abbandonare a chi con 
sua forza e ingegno vincere e debellare ogni provincia e regno saria 
stato sufflciente ; onde non senza qualche ragione da alcuni non umana 
ma diabolica invenzione è chiamata. 

E benché di tale instrumento il fondamento sia una materia , un 
agente e un modo di procedere a varie dfese : nientedimeno , siccome 
al presente si vede manifestamente, sono trovate diverse figure in lun- 
ghezza e diametro, delle quali forme non mi pare impertinente al 
presente determinare , perché ad una medesima scienza s' aspetta con- 
siderare dell'uno e dell'altro contrario, secondo la sentenza di tutti i 
filosofi , siccome la medicina considera le cagioni del morbo , e così 
eziandio delle cagioni della sanità principalmente fa menzione ; similiter 
in quest' arte nostra é conveniente non solo considerare di questo in- 
strumento per ostare a quello, ma anco per ostare con quello. Sono 
adunque queste le specie principali di questa macchina. 

In prima la Bombarda di lunghezza comunemente di piedi 15 in 20: 
la pietra sua di pondo di libbre 300 in circa. In altro modo si può 

(1) Vedasi la Memoria li » cap. 1. 



126 



TRATTATO 



pigliare la sua lunghezza dal diametro della pietra sua in questa forma : 
sia la gola ovvero coda della bombarda lunga due diametri della pietra 
( intendendo per la gola il vacuo dove sta la polvere ) , e la vite che 
congiunge la gola con la tromba sia la metà del diametro, e la tromba 
sia cinque in sette diametri j e (posposta la comodità del trattare e 
maneggiare la bombarda, per la quale si fa di due o di più parti) 
quanto la tromba più hmga , e V instrumento di manco parti fusse , di 
tanto maggiore efificacità saria. E con questa per retta linea si offende (0 
(tav. IV, 4). 

La seconda è chiamata Morlaro diritto o campanuto , lungo piedi 
cinque in sei , il quale non debba essere di piii parti. La pietra sua 
di pondo di libbre 200 in 300: e con questo per riflessa lìnea si of- 
fende , la quale insieme con la retta causa una piramide , la sommità 
ed il cono della quale è in quella parte deiraere dove la virtù impressa 
polla pietra manca di esser potente a muovere, ma i termini della base 
della piramide sono il mortaro e il luogo offeso W (tav. IV , 5\ 

La terza è nominata Comune ovvero Mezzana , lunga piedi dieci ; la 
pietra di libbre 50 in circa (3) ( tav. IV , 2). 

La quarta è appellata Cortana, lunga la tromba sua piedi 8 e la 
coda piedi 4; la pietra sua di libbre 70 in 100 W (tav. IV, 3\ 

La quinta è detta Passavolante (^) ^ lunga piedi 18 in circa; la pietra 
sua ( si è plumbea con un quadro di ferro in mezzo (^) ) di libbre 16 
in circa ( tav. IV , 1 ). 

La sesta è chiamata Basalisco , lunga piedi 22 in 25 ; la pietra sua 
[ di qualunque metallo) di libbre 20 in circa C^) (tav. IV, 9). 

La settima è chiamala Cerbottana, lunga piedi 8 in 10; la pietra 
(di piombo) libbre 2 in 3 W (tav. IV, 10). 

L'. ottava è nominata Spingarda , lunga piedi 8 ; la palla ( di pietra ) 
di libbre 10 in 15 W (tav. IV, 11 )• 

La nona è detta Arco Buso, lunga piedi 3 in 4; la palla (di piombo) 
once 6 m (tav. IV ,6). 



(1) Memoria II , capo II. (4) ivi capo V. 
(9) Ivi capo 111. (5) Ivi cape VI. 

m Ivi capo XIU. 



(9) Ivi capo 111. 
(3) Ivi capo IV. 



(7) Ivi capo VII. 

(8) :vi capo Vili. 

(9) Ivi capo IX (IO) Ivi capo X. 



I 



LIBRO y. 127 

La decima e ultima chiamata Scoppietlo , lunga piedi 2 La 3 ; la 
palletta (di piombo) dramme 4 in 6 (0 (tav. IV, 7, 8). 

E di questi simili instrumenti ogni giorno si è trovato e trova più 
varie invenzioni traenti ad un medesimo fine W. 

Ma per più chiara inlelligenza delle predelte specie , è da sapere 
che a tutte si ricerca tre condizioni senza le quali non può essere perfetto 
P instrumento. La prima, che la tromba sia per tutto di eguale vacuità, 
sicché i circoli del vacuo suo per tutto siano eguali , e le linee tratte 
dal primo air ultimo fine siano dirette parallele ovvero equidistanti , 
toccando per tutto i circoli intermedi: perocché quando fusiere i circoli 
della estremità maggiori degli allrì , la palla quando da una parte , 
quando dall'altra declinerìa. La seconda condizione è che il foro d'onde 
entra il fuoco sia piccolo e sopra V ultima estremità del vacuo della 
gola, acciò in dietro non rimanga alcuna vacuità. La terza e ultima, 
che il vacuo della gola ovvero coda sia sempre più angusto uniforme^ 
mente verso il foro del fuoco e parte posteriore dell' instrumento , in 
modo che il diametro dell'ultimo circolo del vacuo della gola sia la 
quinta parte minore del primo. E queste due ultime condizioni la maggior 
parte tolgono delP impeto che causa la bombarda indietro , e similmente 
per l'altezza il concone più fortemente serra (^) la proporzione della 
polvere che è conveniente di dare ogni volta alla bombarda. Segue 
quella del peso della pietra , ovvero la specie dell' instrumento W : 
perocdiè alle bombarde , mortari , comune , mezzane , cortane si debba 
dare 16 libbre di polvere per 100 libbre della pietra loro : alti pas- 
savolanti, basilischi, cerbottane e spingarde 10 per 100: agli archibusi 
50 per 100 : agli scoppietti 8 per 10 , ovvero pondo eguale. Onde la 
prima proporzione è subsextupla-sexquiquarta , la seconda subdecupla , 
la terza subdupla , la quarta subsexquiquarta ovvero di egualità. 



(1) Ivi capo XI. 
(9) Ivi capo I. 

(3) Ivi capo xn. 

(4) Vedasi la tavola de' calibri delie artiglierie dell'autore in fine alla; Memoria IL 



128 TB AITATO 



CAPO II. 



Della polvere da guerra e del modo di conservarla. 

Per le ragioni antidette è conveniente trattare delle polveri diverse 
secondo forme diverse d' instrumenti. Per questo è da sapere che la 
polvere della bombarda o morlaro che porti pietra di libbre 200 in su 
ricerca sette parti di nitro, quattro di zolfo, e tre di carbone, secondo 
il peso loro. La polvere delle altre bombarde minori, mortari («e), cortane, 
comuni , mezzane e spingarde richiede quattro di nitro , due di zolfo 
ed una di carbone. Dei passavolanti , basilischi, cerbottane ed archibusi 
otto di nitro, tre di zolfo e due di carbone. Delli scoppietti quattordici 
di nitro , tre di zolfo e due di carbone (0. Sicché la proporzione prima 
del nitro al zolfo sia superbipartiensquarta , e del zoUé al carbone 
sesquitertia : e per conseguente , quella del nitro al carbone , composta 
delle predette due , sia diqplisesquitertia ; la proporzione seconda del 
nitro al zolfo sia dupla, e similmente del zolfo al carb<me: onde quella 
del nitro al carbone , di quelle due composta , sarà quartupla ; la terza 
porzione del nitro al zolfo sia duplasuperbipartienstertia : del zolfo al 
carbone sesquialtera : del nitro al carbone qvarti^ila j la quarta propor- 
zione del nitro allo zolfo sia quartupla superbipartienstertia , e simile 
del nitro al carbone (^)« 

Ma per più intellig^iza delle dette polveri è da sapere che det pas* 
savolanti , cerbottane , archibusi e massime degli scoppietti , il nitro 
debba essere affinato e il zolfo citrino ^^) non nero vivo o terrestre , e 
il carbone nuovamente fatto: e diligentemente questi tre corpi insieme 
per minime parti debbano esser misti, sicché il minimo dell'uno tocchi 
il minimo dell' altro , e il più dell'uno il più dell'altro. Ma quando di 

(!) nelle differenti proporzioni dei componenti deUa polvere per le varie artiglierie si 
hanno molti ragguagli inediti , e molti a stampa , tra i ((uali sono primi quelli del nella 
Valle e del Tartaglia. 

(i) Quest* ultima sarebbe settemdupla. 

(3) Cetrino è colore tra il bigio ed il giallo : mentovalo anche dal Biringuccio nel capo II 
dello zolfo. Libro II. 



LIBRO y. 129 

queste polveri sì avesse a fare munizicme , queste tre sostanze e in 
gran parti e separate si debbano servare , e al tempo insieme quelle 
congiungere ; perocché essendo il nitro e lo zolfo corrosivi , V uno la 
virtù dell'altro corrode e impedisce; e meglio saria fare munizioni di 
legni che di carboni , perchè per spazio di tempo il carbone in sé riceve 
molta acquea umidità ccmtraria alla complessione della polvere. Puossi 
eziandio con arte e secreto la polvere lungo tempo preservare in questo 
modo : piglisi aceto fortissimo e chiaro , col quale si faccia pasta della 
polvere , e di quella si faccia pani di quattro in otto libbre , i quali 
all'ombra si lascino disseccare, e non potendo, al sole o nel forno, e 
così manterrà la sua perfezione gran tempo. 

CAPO HI. 

Che gli antichi non conóbbero le nostre artiglierie. Difficoltà di resistere 
ali* impeto di esse. Lodi di Federico II Duca d' Urbino. 

Alcuni desiderosi di essere della verità esistimati fautori, affermando 
di ogni scienza, invenzione e instrumento bellico i Romani e Greci essere 
stati ornati , haimo vera o finta opinione anticamente la bombarda essere 
stata inventata e usata , e per nome di balista ovvero falarica essere 
stata appellata (0. Volontariamente e non con ragione , a mìo giudizio, 
parlando , perchè contro di loro sono due ragioni insolubili , se senza 
protervia si considerano; la prima, che nelle antiche mura mai si è 
visto alcun vestigio di bombardiera (^), onde è da estimare che se questo 

(1) Colla balista lanciavansi i malleoli (Vegezio, IV , IS) simili alle antiche rocchette 
delle quali frequente menzione incontrasi nelle guerre veneziane del XIV secolo : la Phalarica 
minatamente descrìtta da T. Livio (XXI, S) e da Sllio Italico (I, 350) era nn verrettone 
fasciato dì stoppa impegolata. Adunque nulla hanno che fare colla polvere nostra. Di Sal- 
moneo e di altri pretesi conoscitori della polvere vedasi la Diaertaxione della polvere da 
guerra del Col. Omodei. Gli stessi ragionamenti aveva già Francesco addotti in principio al 
codice suo I , aggiungendo come dice Vegezio « che le fortezze angolari erano da costituire , 
» acciocché dairariete meglio difender si potessero. E questa è assai efficace ragione , che se 
» le hombarde state fossero, menzion deirariete far non bisognava «. 

(9) Queste parole y ragionevoli veramente e convincenti , furono a questo scopo citate nella 
nota 4.« (voi. I, pag. tSS) delle Marie fiorentine di Giovanni Cavalcanti dianzi stampate in 
Firenze. 17 



130 TRATTATO 

instrumento avessero messo in uso come attÌBiiiiio alla difeosìone 4i 
iulte le mura piii di tutti gli altri , in esse sariano luoglii (Mmvenienti 
per esercitare i detti instrumenti , siccome si vede piccete balestriere e 
vacui per gli altri instrumenti loro (0^ la seconda ragi<me è che tutti 
quelli che hanno scritto dell'arte militarei^ facendo di tutti gli altri 
instrumenti menzione , questo tacquero : . onde , essendo di. ma^or ef- 
ficacità degli altri , si può condkidere obe di esso non avessero notiaia. 
Né mi posso persuadere che l'ariete, balista, sambuca C^) e altri simili 
di più occupazione uè mono trattabili , e di molto minore potenza 
avessero messo in uso , potendo molto più facilmente e in più breve 
tempo il medesimo fine per la bombarda conseguire j perocché invano 
per più principii e instrumenti si fa quello che per meno egualmente 
ben fare si può, 6ome afferma Aristotile nel primo della Fisica. Questa 
macchina reputo fosse incognita agli antichi solo per non avere avuta 
cognizione della polvere, perché quella intesa, facil cosa saria stata a 
ciascuno di mediocre ingegno il trovitfie un oiyo per il quale tal virtù 
si fosse potuta esercitare. Laonde rimango anmiirato , come avendo molti 
antichi ingegnosi uomini usato per fuodii lavorati e volative macchine 
quasi la medesima composizione di polvere , non essere però stato alcuno 
che aggiungendo ai principii esibenti ^ pervenisse a cognizione di tanti 
edifizi (3): recita Plinio nel XXXI della Storia natiurale al decimo capitolo, 
trattando del nitro, spesse volte col zolfo e carbone essere staio li- 
quefatto (^) , questa composizione operando ai detti effetti , infra i quali 
Marco Greco (^) quella con stoppe e pannilini a più varii effetti adq>rò. 

(1) Le avrà vedute queste balestriere segnatamente nelle mura aurelianèe di Roma, allora 
meglio conservate che ora non siano , per maniera che serbavano ancora il pavimento loro 
in mosaico veduto dal Filarete. 

(ì) Non era però la sambuca una macchina a lanciare , ed avevalo già notato Francesco 
istesso nel prologo a questo libro. 

(3) Cioè di si importanti macchine, dai Toscani dette JH/iti. 

(4) Capitolo X delle vecchie edizioni , XLVI delle nuove. FaewuU ex hU ($*xeis liilri 
acervii) vasa^ neetum frequenier liqutUmn mm sulphwre coqueiUes in ciurbimibus, E ciò era 
per avere vernice di stoviglie. 

(5)' L'operetta di Marco Greco , nitìtolata lAber ignium ad conUmréiulo* Koties , fu stampata 
la prima volta nel 1S04 da Du Theil in Parigi, giusta la lezione di due mss. giudicati del 
XIV e del XV secolo. Molto di questo libro si valsero i susseguenti cultori dell'alchimia , e 



LIBRO V. 131 

Nientedimeno a compararione d^la bombarda tutti gli altri frivoli sono 
da essere riputati. 

Per resistenza della quale infino al presente tempo, al mio giudizio, 
non si è trovato edìfiiio che in breve tempo non potesse essere superato 
da quella. Questo però all' ignoranza dei passati non è da imputare , 
tra i quali non dubito essere stati ingegni perspicacissimi : ma reputo 
àm cagioni potissime essere state di questo. La prima, che considerando 
alcuni r incredibile impeto della bombarda , gettando per aere tanto 
pondo con tanta velocità a tanta distanza , come di sé medesimi diffidati 
secondo la prima apprensione esistimarono a questo ìmpeto essere im- 
possibile resistere , onde non esercitarcmo il discorso loro per trovare 
al morbo il suo rimedio*. La seconda ^ che in vero da pochi amii indietro 
i predetti strumenti non erano di tanta grandezza ed efficacia né sì 
ingegnosamente , quanto al preBente , operati : ora ogni grossissima bom- 
barda in ogni luogo indifferentemente , sì spesso , e con tanto trattabile 
modo si mette in opera , che presto ogni muro , ogni torre si mette in 
mina (0. Colui adunque che a questa offesa trovasse la difensicMtie , più 
presto divino che umano ingegno doveria essere chiamato. 

Per la qual cosa ^ conoscendo questo peso agli omeri miei essere 
molto maggiore che a quelli si conviene , non avrìa io per alcuno modo 

lo prova il Dq Theil mi pMtgoae di AIbéHo Magno, Cardano, e G. G. Scalìgero. Francesco 
di Giorgio ne tradosse buona |>arte (corrispondente alle 7 prime pagine deiredìzione parigina) 
nel dialetto suo senese, ed inseriUa in calce al cod. membranaceo 1 col titolo : Inchomincia 
lUibro eiiraetUUo di fuochi ehanposto da Mareho greeho dorrtiUtere al inimici ti per 
more $i ancho per terra. Non però volgarizzò egli tatto il libro poiché nel codice I non 
v'è parila d'immollare steppe e pannllini nel liquido comburente , il qual precetto trovasi 
a pag. undici deiredizione. Vannnccio Birìngoccio quando stampò nella sua Pirotecnia 
(lib.^X, 9) parecchi insegnamenti di Marco Greco, pare seguisse il codice già .posseduto 
da Francesco di Giorgio , eh' ei chiama antichissimo e scritto in carta pecora e quasi obli- 
terato, poiché i precetti che ne riporta smio quelli appunto del cod. I citato, né più , né meno. 
(1) I libri stessi dell'autor nostro rlnforaano queste parole. Infetti le artiglierie del cod. J , 
e dà' codici di macchine esistenti in Torino ed in Siena sono assai più rozze di queUe de- 
scritte già nel cod. 11 ( circa i tempi della ealata di Cario Vili in Italia ) e qui Ogurate. 
Nel codice 1 al f.o 3, aveva notato bensì che < chi aitale maochine riparar potesse divino 
» ingi e gnto pia che umano dire potersi » non aveva però fatto motto del rapido migliora- 
mento deUe artiglierie in Italia poiché non fu che circa il 14S0. Chi paragonasse quelle del 
Santini con queste non direbbe che pochi lustri , ma che almeno un secolo si fosse frapposto. 



1 32 TRATTATO 

ardito di pigliare questa dura provincia (per non volere come pre- 
suntuoso vendicarmi il nome e gloria qual poco innanti dissi convenirsi 
a chi di simili rimedii fusse Inventore ) se non fusse slato il fomento 
e aiuto che l' IH."''' Signor mio Federigo Duca di Urbino mi ha dato , 
la prudenza e sapienza incredibile del quale ogni timore e dubbio ha 
tolto dal pensier mio che per difCcoltk della materia a me potesse 
sorgere. Perocché dell' arte militare , a cui questa parte è affine , per 
le opere sue si debba dire senza suspizione di mendacio, essere stato 
sopra a tutti i capitani eccellente , che dal tempo dei Romani in quk 
siano stati riputati famosi (0, e certamente Invitto dovria essere cogno- 
minato : perocché Sua Signoria nel principio delle battaglie usava consiglio 
e massime prudenza , dove se per discordine .o difetto di alcuno suo 
sottoposto r esercito fusse stato per perieli tare, con ammirabile audacia 
la vittoria restituiva, come affermava Scipione contro Manlio Consolo 
imprudente air esercito romano aspettarsi il prudente capitano: dove 
adunque era bisogno di audacia intrepidamente quella usava, come ne 
scrive Svetonio Tranquillo di Giulio Cesare W spesse volte esso solo la 
inclinata acie avere restituito : dove di consiglio con ineffabili ragioni 
ogni esito prevedeva, come affermò Giulio Cesare ai militi suoi, essendo 
in Spagna contro Petreio ed Àsseriano (^), non meno al capitano aspettarsi 
col consiglio che col coltello superare V inimico. Queste adunque gloriose 
parti , cioè prudenza e intrepidilk , in lui sommamente rilucevano W. 

(1) Qui bello pluriei depuffnavH, »exie» tigna eontulity octies hoslem proftigavU, omniumque 
prwliorum vietar dictionem auxit Così leggesi nel fregio del cortile del palazzo suo in 
Urbino. È giusto U dire che i militari talenti di Federigo sono, egualmente che dai nume- 
rosi istorici suoi, apprezzati da tutti gli scrittori di allora e poi. Bellissime parò queste lodi 
in bocca deirartefice perchè di gratitudine a prìncipe benefottore e già estinto. 

(i) e. lulius C<B$ar , 6S. 

(3) Petreio ed Afnma(De bello Hvili, 1, 7S). 

(4) Direi che nel tessere questo elogio , abbia Cecco avuto sott'occhio quanto prima aveva 
già scritto di Federigo il celebre Poggio fiorentino. Atom prater eloquetUiam summam ac ' 
hwmanUaiem , plurimas eorporie anirnique doies egregiae a natura tributas , rei militarti 
scienti^ in ilio homine prineipatum obtinebat , adeo ut omnibut atoHs sum dueibue par 
ht^eretur, Nam connliùm in agendo , celeritatem in conflciendo , prudentiam in indicando 
quie ignorat? qute omnia tanta in eo erant^ ut aliquem ex priseis ilHe eummii virit eunctis 
imperaioriis artibut tnetruetum ea tempestate reprasentare videretur (Hiet, Fiorentina ad 
Federicum Urbin, Comitem Uh. Vili). Simili parole scriveva nelle sue Epistole il Filelfo. 



LIBRO y. 155 

Similmente, oltre la prudenza e giudizio suo, qual capitano fu maì^ 
che secondo diverse opportunità maggiore sollecitudine e prudenza usasse 
che questo veramente di virtù 111.'^ Principe ? 11 quale ottimamente 
giudicando e presto sovvenendo al bisogno , quelle laude a lui merita- 
mente si debba attribuire, quale recita messer Francesco Petrarca nei 
Trionfi a Claudio Nerone convenirsi (0. Non voglio tacere che la mise- 
ricordia e non simulata pietà che non solo dei militi suoi ma dei ne- 
mici , e dopo la vittoria e innanzi aveva : perocché innanzi aUa mente 
sua erano sempre quelle parole di Cesare scritte nei Commentari suoi , 
quando in Spagna potendo i concittadini suoi per coltello debellare, 
con ogni diligenza e industria cercava per via di vittuarie convìncerli , 
dicendo di se medesimo mov^atwr etiam Caeiar misericordia ctVitim, 
quos interficiendos viddxU (^). Nelle espilazioni delle città servava 
r onestà e onore delle donne, quelle a Dio offerendo, come fece Publio 
Cornelio Scipione della sposa di Lutio (^) principe dei Celtiberì , quella 
a lui inviolata donando. Dall'altra parte clarissimo oratore, sottilissimo 
Qlosofo naturale , insigne morale , esperto e ingegnoso matematico , al 
quale la medesima laude iustamente si può attribuire che Quintiliano 
nel decimo De insiiitUione oratoria a Giulio Cesare dice convenirsi , 
cioè che si tantum foro vaccuset non alius contra Ciceronem^ Platonemy 
Aristotilem aut Euclidem ponendus esset W. Liberale e clemente sopra 
gli altri, non pretermettendo la giustizia. Non posso pretermettere la 
magnanimità sua che per gli ediflzi per lui fabbricati e ordinati si dimostra : 
della quale io ne posso dare vero giudizio ; perocché , per umanità di 
sua Signoria , come figliuolo amandomi teneramente , in un medesimo 
tempo a me aveva commesso cento e trentasei ediflzi W, nei quali con- 



(1) TYiùnfo della fama, capo I. Egli ebbe occhi al veder , al volar penne. 
(9) De bello civili, I, 7i. 

(3) Detto Aluccio da Livio (XXVI, 50) e Luccio da Plutarco. 

(4) Lib. X, cap. I, 114. Le edizioni leggono più ragionevolmente: vero Ccesar si foro 

m 

tantum vacaeset , non aline ex noetris contra Ciceronem nominaretur : Ma qni il boon Cecco 
volle rionìre quanto a lode di Federigo detto aveva a capo il periodo. 

(o) A noi pare incredìbile la copia degli ediflzi che allora ergevansi dai principi italiani : 
di Sigismondo Malatesta narra il Valturio come in poco più di quindici anni dv-regno avesse 
innalzato grandissimo numero di rocche , chiese ed ediflzi di ogni genere. 



134 TRATTATO 

tìnuamente si lavorava , oltre a quei luoghi sacri ai quali per tulio il 
distretto suo prestava sussidio. Ultimatamente , tanto era amatore delle 
virtù , che sentendo in alcuna parte essere alcun uomo eccellente o 
solerte in qualunque scienza si fusse, non si quietava insino che appresso 
di sé conducendo quello grandemente premiava. Onde delle predette 
cose notissime a ciascuno della vita sua informato , si può concludere 
che nei campi o battaglie fosse un Marte , e nel dominio Minerva , come 
di virtù e sentenze abbondante, siccome scrive Aristotile ad Alessandro 
ad un principe convenirsi, dicendo Regalius quidem est animmn sentetUiis 
habere abundarUetn ^ quam habitum carpari s vUiere bette induetum (0. Per 
le quali e infinite altre sue virtù meritamente signore si doveva appellare, 
perchè parimente gli animi degli uomini come i lodii dominava, essendo 
da ciascuno temuto e amato; e queste e le altre gloriose parti mollo 
più per se medesime si loderanno , secondo i meriti suoi , per la fama 
immortale al mondo lasciata , che per quelle che io col mio infimo stile 
in lungo tempo potessi mai celebrare : pure , come dalla verità sforzato , 
sotto brevità giudicai essere conveniente alcuna particella di laude sue 
espriniere. Fermando adukique quest'omatissimo duce di abiti intellettuali 
per lunga e ccmtinua esperienza confermati , come ferma guida e polo, 
non temo ogni stretto e pericoloso passo senza impedimento preterire. 

CAPO IV. 

La bontà delle fortezze sta nell'artificio della pianta^ 
anziché nella grossezza de* muri. Economia generale di esse. 

Sono stati alcuni che per resìstere alla bombarda e per più offendere > 
gl'inimici , hanno conchiuso questo solo per la grossezza di muri (^), e . 
offesa per fianco potersi conseguire. Ma benché per questo i muri al- 



ci) Epistola ad Jlexandruin Regem, seu Prmfaiio in iOìetorieam ^ li, 1189. 

(i) Principal campione di questa erronea opinione fa ( benché posteriore a Francesco di 
Giorgio ) Alberto Durer il quale aUe artiglierìe quasi altro non seppe opporre che aniis«rate 
e quasi chimeriche masse di muraglia, ne^tta per lui una prìncipalissima condinone della 
difesa , che è che rassodiate debba difendersi offendendo Tassalìtore. 



LIBRO y. .135 

quanto più resistino , nientedimeno ìu qualche poco di tempo piti che 
il consueto infine sono battuti per terra. Onde considerati gli edifizi per 
fortezza fabbricati in Italia mtassimamente (0, si può dire con verità che 
non sia rocca o fortezza W alcuna che per via di bombarde gittando i 
muri a terra , o almeno le offese non si possa espugnare e debellare , 
non proibendo però la fortezza del naturale sito, come saria qualche as- 
perrimo monte elevato o perpendicolare^ intomo espedito , dove la natura 
più presto che Tarte si debba laudare* Per la qual cosa fa bisogno per 
salute e conservazione dei potentati piti modi e diverse figure dimostrare , 
mediante le quali a tanta violenza si dia modo e freno , sicché alli av- 
versari il potere e animo pernicioso si tolga, ed ai benevoli e dediti 
vigore ed animo à presti. 

Non debbono a mio giudizio esser vilipesi qoegl' instrumenti i quali , 
quanto all'esser messi in esecuzione , sono brevi e facili , benché l'in- 
venzione d'essi a pochi sia concessa, come per alcuni indiscreti piU volte 
si fa; perocché gì' instrumenti e mezze cagioni n<m sono necessarii né 
utili , se non per conseguire l'ultimo fine , ovvero effetto. Adunque , 
quanto di minore difficoltà e più semplice sarà quello che ci conduce 
al desiderato fine, tanto più potente debba essere riputato, perché per 
quello più facile e breve si può tutto quello che per gli altri più diffi- 
cili si poteva &). E òencAé ^ di poi che sono trovaii sia facile metterli 
in opera ed intenderli y non è però facile la invenzione^ la quale a rari 
è concessa : come avviene in ogni scienza y moUe siAtilità solo da inge- 
gnosissimi e peritissimi uomini essere stale trovate y le quali insegnate y 
facilmente da ciascuno di mediocre intelletto sono intese. E simile in 



(1) Le fortezze foori d'Italia erano peraltro amai peggiori delle nostre ^ neUe quali già 
molti miglioramenti eransi introdotti , non proporzionati però ancora e progrewivi giosta il 
rapido perfezionarsi dei mezzi d*oifesa. Vedansi Froissart e Monstrelet, che ad ogni tratto 
parlano di città di Francia non d'altro munite che d'on fosso e d'una siepe. 

(9) La rocca , molto male definita ne' dizionari , è giusta il Marchi ( in , S3 eod Maglia- 
bechiano) fortezza ed abitazione de* Padroni dei luoghi: quant'era possibile, vantaggiavasi 
del sito. Scopo della fortezza era, com' è tuttora, di comandare una città od un passo : ed 
è parola generica. 

(3) Quanto segue è aggiunto dal cod. Senese (f.» 90 v.»). 



1 56 TRATTATO 

questa arte avviene ^ la cui perfezione nella invenzione consiste^ e senza 
quella nude si può le invenzioni delti altri usare. 

Dovendo adunque dare notìzie in questo^ libro delle forme che si 
ricercano alle fortezze, per la ragione preallegata, prima è da conside- 
rare alcune parti generali, dipoi discendere alle particolari. Quanto alla 
prima , dico che tutte le fortezze debbano a^ere in sé pih parti (0. 

La prima, che in esse sìa un pozzo o cisterna sufficiente almeno per 
il vitto ed altre opere occorrenti , situato nel masdiio , ovvero stanza 
del castellano, sicché volendo possa tdrla agli altri ^ e a lui non possa 
dagli altri esser tolta: e debba avere canali per i quali alle stanze dei 
soldati possa mandarla. 

La seconda, che nella rocca sia im pristino per macinare, e le ma- 
cinello per la polvere da bombarda. 

La terza , un forno per molte cose occorrenti , oltre al cuocere del 
pane. 

La quarta che abbia il soccorso sicuro, sicché senza grande difGcoltk 
non possa essere tolto, come nella seconda parte in più modi dimostrare. 

La quinta, che la torre principale del castellano sia più forte ed 
eminente delle altre, e che possa tutto il resto della fortezza offendere 
senza essere offeso : sicché il castellano sia degli altri signore. 

La sesta , che se nella stessa fortezza più torri principali per più 
castellani si facessero, allora Tentrate ed i soccorsi debbano in tal modo 
essere ordinati, che l'un castellano senza la volontà delPaltro non possa 
trarre o mettere alcuno nella rocca. 

La settima, che la fortezza sia di minore circonferenza che è possi- 
bile , salva la debita proporzione. 

La ottava , che le mura del circuito siano alte per sé , ma in basso 
loco situate , scarpate i due terzi dell'altezza , con beccatelli o mutoli, 
e fra Tuno e Taltro siano i piombatoi (^). 

La nona , che le torri siano applicate alle mura per sé , o con alo 
di muri angulatì , dell'altezza delle mura , con l'offese per flanco. 

(1) Gli scbiarìmenti a qaesti precetti sono nella Memoria III. 

{i) « Oggi le mura delle fortezze si fanno basse , et e' fossi larghi e profondi ». Lettera 
del 1509 presso Gaye , II , pag. 3. Memoria 111, capo Vili. 



LIBEO V. 137 

La decima, che innanzi alla porta sia un rivellino fatto in alcuna delle 
forme che di sotto per il disegno mostrerò. 

L'undecima, che abbia lati e profondi fossi, con alti ed estesi cigli, 
non verso la fortezza, ma uniformemente difformi acciocché dalla fortezza 
ciascuno possa esseri veduto e offeso. 

La duodecima , che Tentrate siano reverse con le vie coperte. 

La terzadecima, che le offese siano propinque. 

La quartadecima, le abitazioni della famiglia siano nel circuito de- 
biimente edificate in loco che dalla principal torre facilmente possano 
essere desolate. 

Decimaquinta. É stata dagli antichi approvata la rotondità delle torri 
e circuiti de' muri , la quale io confermo essere convenientissima alle 
torri, perchè piii resiste e meno riceve ogni impeto: ma alle mura 
grandemente quella biasimo , perchè volendo esse fortificare di torri , 
sicché Tuna potesse guardare T altra, saria necessario farle propin- 
quissime: dove ne segue grandissima spesa. Un'altra incon^odità ne 
segue , che le custodie fecendosi fuori de' propugnacoli , ovvero merli 
non possono vedere se non quasi perpendicolare: e però avendo fra me 
esaminato quale figura alle mura fosse più utile , ho concluso nei cir- 
cuiti la forma del rombo (0, e del romboide essere delle altre più per- 
fetta. Appresso a questo, l'equilatero equicrureo, e il diversilatero: simil- 
mente il quadrangolo , ancora l'ortogonio , pentagono , esagono e altre 
angolari figure. 

Decimasesta. É da sapere che quanto è la fortezza di maggior circuito, 
tanto più angoli ricercala sua forma, ma tutte indifferentemente, secondo 
che per il sito e la proporzione del sito si possano mettere in uso. E 
questa è la sestadecima condizioQe : cioè che i torroni siano tondi e i 
muri angolati. 

La decimasettima è che le estremità degli angoli si volgano dove può ' 
essere la fortezza più offesa dalle bombarde > acciò siano le mura fug- 
gitive dalle percosse sue. 



(1) L' intiera pianta di Sarzanello, e quella della rocca dì Tata in Ungheria fatta da Ifat- 
tia Corvino hanno figura di rombo ( Bonflni , Rer. Hungaric. nec. lY , lib. VII ). 

18 



I 



1 38 TBATT ATO 

La decimaottava, che 1 torriom siano posti negli angoli congiungenti 
le linee , acciocché Tuna e Taltra ddle due ££nee per quelli possa essere 
offesa: e similmente Tun torrone dairaltro. 

La decimanona (che è molto da considerare), che la rocca abbia 
facile uscita, in modo che difficile sia agrinimioi proibire che quelli 
di dentro , volendo , non escano sicuramente luori del circuito. 

La vigesima ed ultima (la quale si estendo sopra tutti gli edifizii 
sopra a terra ), è che le mura siano fatte sopra i fcmdamenti nel modo 
che al presente dichiarerò. 

CAPO V. 
avvertenze circa le fondamenta. 

In prima il fondamento sia sopra il .saldo sasso , o tufo , o terreno 
tenace e duro j e perchè alcuna volta si trova sottoterra una vena, ov- 
vero filone di pietra tischia (0, o tufo , grossa un pie , o pib o meno , 
e sotto quello il terreno non è stabile e fermo, dove edificando sopra 
queste cose per il peso dei muri manca il fondamento e mette in ruina 
tutto Tedifizio, come avvenne a Pienza città in Toscana, dove per la 
medesima inavvertenza, un edifizio, bellissimo tempio, tutto si aperse W. 
Debbasi considerare a questa occulta macula, ed a quella dare rimedio 
in questa forma: pongasi un vaso pieno d'acqua sopra il fondamento 
fermo in apparenza , dipoi si abbia un grosso maglio , e fortemente la 
terra percotendo o pietra che fosse , se del vaso non esce Facquà senza 
dubbio il fondamento è buono ancora in esistenza , ma quando Tacqua 
uscisse fuori significa sotto concavità o terreno non denso, reverberando 
il colpo colà d'onde sopra a quello non si debba fondare. Ma quando 
* in alcun loco ncHi si trovasse sasso, tufo o saldo terreno, allora si deb- 
bano fare i fondamenti in uno dei due sotto descritti modi , a più per- 
fezione d'essi. 

(1) Il cod. Sanese ( f.» 81 v." ) legge una vena^ owero filane di pietra o tufo. Forse scrisse 
pietra tiglia o tigliosa , cioè di leggeri strati , come altrove parla del tiglio nella vena del ferro. 
(3) V. la vita di Francesco di Giorgio al capo I. 



LIBBQ V. 139 

11 primo j comune , è palificando il fiondo con spessissimi steli con 
quelle condizioni che di sopra è dichiarato essere convenienti ai legni 
che sotto terra in acque debbono esser posti (0, e il vacuo infra questi 
di ghiara e calcina riempiendo, sopra di questi si edifldìi il muro. II 
secondo modo, usato^ dagli antichi in più luoghi, siccome appare in 
Roma nel tempio di Minerva (^), è questo : pongasi per lungo e per Iato 
legni a questo atti , lunghi , lati e grossi , sicché l'uno sia transverso 
all'altro, e sopra questi facciasi nell'estremità e angoli dell'edifizio le 
pile , e dopo questo facciasi gli archi riversi , e infra l'uno e l'ahro 
arco si facciano altre pile : i quali archi siano con chiavi e leghe inca- 
tenati, secondo che nella figura appare manifesto (tav. iV. 12), e sopra 
a questi archi reversi si fondi altri archi contrarli a quelli, sicché dei 
diritti e riversi si causi un circolo come di due semicircoli : e sopra 
a questo di poi si alzi i muri. E universalmente i fondamenti debbano essere 
più lati in fondo dei muri , egualmente diminuendo insino alla delnta 
distsmza , cioè alla superficie della tetra. Dopo questo é da sapere che 
tutti i legni , i quali per leghe o chiavi dei muri sono da porsi , devono 
essere in prima di frondi di felci coperti, acciocché da umidità corro- 
siva della calce non siano lesij e al medesimo effetto si può dare una 
coperta ai detti legni di ragia e pece, ovvero di olio di semolino e 
pece , veramente di sevo e pece : per le quali composizioni hii^ 
tempo senza macula si preservano. In molti altri varii modi in simili 
luoghi lubrici si può fondare con casse di ghiara o cemento piene , le 
quali come manco utili tacerò. 

CAPO Vi. 



Delle parti delle fortezze. Dei fossi. 



Finita la [Hrima parte di questo libro , dove si é considerato delle 
parti comuni , qua é ccmveniente di discendere alle particolari : e per- 
ché, come si é detto, il tutto non si può conoscere senza la cognizione 

(1) Libro I , capo X. 

(9) Di questo edifizio , il quale tuttora ritiene il oome antico , e beUe pareti laterìxie 



140 TRATTATO 

delle sue parti, questa seconda parte principale è da dividere in sette 
particule. Nella prima è da determinare delle condizioni che si ricercano 
ai fossi. Nella seconda , come^ i rivellini devono essere formati. Nella 
terza 9 delle parti convenienti ai torrioni di fuori alle mura. Isella 
quarta , dei capannati , difesa nuovamente inventata , e trovati per re- 
sistere alle bombarde. Nella quinta, delle mura. Nella sesta, dei ponti 
levatoi e corritori. Nella settima e ultima, delle torri principali dei 
castellani. 

Quanto alla prima, è da sapere che i fossi tanto sono migliori quanto 
pih larghi e profondi sono: ma l'altezza loro ragionevole è dai 40 in 50 
piedi: la larghezza è da 80 in 100; e possono in diversi modi essere 
fortificati. I fossi fatti semplici devono avere il ciglio grande e lato (0, 
distante alquanto dal fosso in forma di triangolo scaleno, con la depen* 
denza causata da una linea e superficie diritta. E le cagioni della sua 
distanza sono due. La prima, che se il ciglio insino al fosso diritto per- 
venisse, non piccola parte di quello della sua estremità caderebbe dentro 
nel fosso, dove il ciglio si diminuirebbe, e il fosso ancora si empirebbe: 
la seconda ccigione principale è, che quanto T altezza del ciglio è pib 
distante dal fosso , tanto maggior parte delle mura copre e difende 
dalle macchine : non debbano però essere tanto dilungo dalle offese della 
terra o fortezza che quelli di dentro non ne possano essere signori benché 
gl'inimici fessine intomo, ma la sua distanza è dalli 18 in 22 piedi. 

Questi fossi semplici in piii varie forme possono essere fortificati , 
delle quali alcune ( per non gravare la coscienza mia ) tacerò : perocché, 
senza dubbio , con poca difficoltà si possono in modo formare che ino- 
pinatamente a grande moltitudine di uomini f ariano in un punto ter-, 
minare la vita. 



servava vedute dagli antiquari degli ultimi secoli ( Nardìni , Rama antica ^ lib. VI, cap. IX), 
dà la pianta il nostro autore , benché di fantasia in gran parte , al f.» S5 yo del cod. de* 
monumenti architettonici coi tìtolo : hedifiiio per magior parte minato dicesi et tempio di 
Minerua achanto a la Minerua. Una simile descrizione del fondare con archi di tutto cir- 
colo è data dal Marchi (cod. Magliab. lib. Ili, SI ), e da Girolamo Cataneo che vi aggiunge 
la figura ( DeWarte militare , lib. I , cap. 9 ). 
(1) Ciglio è qui lo spalto. Vedi la Memoria 111 , capo l. 



LIBBO V. 141 

Alcuni altri modi dichiarerò di grande difensìone , ma non di tanta 
offesa. In prima facciasi negli angoli del fosso i capannati nella forma 
che nel disegno appare ( tav. V. 1 ), i quali dalle bombarde non possono 
essere offesi y né da altra macchina ^ e per quelli facilmente con le boc- 
che del fuoco il fosso e le mura si difendono y come appare mamfesio 
ad ogni inidligente (0. Secondariamente, facciasi dalla estremità del ciglio 
a quella del fosso, una strada larga piedi 8 in 10 i^\ e quella sia dal 
ciglio superata piedi 8 in 10, per la quale quelli della fortezza possano 
sicuri e senza sospetto andare intomo e difendere il fosso e la via senza 
essere offesi. Terzo, facciasi 6 , ovvero 8 piedi dal fosso verso la som* 
milk sua in forma di triangolo scaleno, ovvero di scarpa : e sotto questo 
si faccia una gola, come appare nella flgura (tav. V. 8), acciocché nel 
fosso non possa andare alcuno dei nemici, se non precipitando. Quarto, 
in mezzo del fosso facciasi un muro grosso piedi 5 e alto piedi 25 (^), 
con la sommità a modo dì triangolo, e di qua e di là una gola a forma 
di quella del fosso, come meglio appare per il disegno (tav.cit.): dopo 
il qual muro si faccia una via intomo verso della fortezza dove si possa 
stare e andare a difendere il fosso per le balestriere e bombarde , le 
quali nel muro si debbono fare volte verso la sommità del fosso e ciglio, 
per il quale tramezzo di muro (oltre alla difesa del fosso e ciglio) , 
quando alcun inimico fosse disceso o caduto nel fosso, non potria su 
per quello salire , né nella sua sommità fermarsi, né eziandio discendere 
dalla banda verso la fortezza, quando in essa sommità di muro fusse 
salito. Quinto , facciasi in mezzo della profondità del fosso un olirò fosso 
più profondo , aUo piedi 20 in 25 , il quale in fondo da pie sia largo 
piedi 30 W, e nella sommità piedi 25, il quale ogni animoso uomo 
farà preterire : perocché oltre alla sua grande profondità, non saria uomo 



(I) Lacana restituita dal cod. Sanese ( V* Si v.o ). 

(i) Cosi legge il codice Sanese , laddove il Magliabechiano ha larga piedi Xill in X , 
dove è chiaro che fa scritta una X per una V , poiché l'autor nostro mette sempre le mag- 
giori misure dopo le minori, ed in tutti i disegni vedesi che il fianco nella strada coperta 
è eguale alla larghezza (Memoria III , capo II). 

(3) Il eod. Sanese legge grouo piedi 8 ed olio piedi 30 (Memoria Ili , cap. VI ). 

(4) Lacana restituita dal cod. Sanese ( f.» 33 r.» ) 



1 42 TRATTATO 

che andando o precipitando in quello ne potesse poi uscire ; e a mag- 
gior perfezione di questo, facciasi il fondo del primo fosso con tanta 
dependenza , che in quello non si possa fermare alcuno. Ultimatamente , 
facciansi alcune vie sotterranee dalla fortezza , ovvero , dalle parti di 
dentro, alla profonditi di quest'ultimo fosso (0, per le* quali quelli 
della rocca possano evacuare il detto fosso, bisognando. Sesto, facciasi 
un fosso semplice dell'altezza e larghezza predetta: dipoi negli angoli 
si tiri un muro doppio con bombardiere e balestriere, e da ogni banda 
tanto alto e largo quanto il fosso: dipoi, nella sommità di questo muro 
si riseca il fosso in forma di semicircolo, di tanta lunghezza e diametro 
che murando un torrone applicato con l'estremità del doppio muro , 
rimanga il fosso d'intorno al detto torrone della medesima larghezza e 
profondità dell' altro : il quale torrone sia della proporzione che ad 
esso si ricerca , come nel luogo suo apparrà ( tav. XIV. 1 ) : sia però 
alto quanto il fosso ed il ciglfo, e s* innalzi di sopra aUri 4 o 6 piedi: 
e oltre a questo , tra il ciglio ed il fosso che circonda li detti torroni, 
si faccia quella strada die di sopra è detto , la quale dal torrone sarà 
perfettamente guardata. Oltre a questo, perchè ai detti torroni si potrìa 
andare per cave sotterranee senza essere offesi, facciasi due o tre capannati 
intomo al detto torrone , applicati con quello nel fondo del fosso , per 
li quali quel semicircolo del fosso y ed oltre a questo, il torrone, saranno 
difesi (^); è da sapere che questo fosso ultimatamente dichiarato , senza 
detrimento suo può essere più angusto degli altri, come appare nella 
figura. Ultimatamente, è da intendere che a perfezione del fosso è ne- 
cessario di murare i lati di quello inverso la fortezza, e molto più inverso 
il ciglio : e massime volendo fare la gola nella sommità del fosso verso 
il ciglio , come è detto di sopra : perocché , di terreno non saria dura- 
bile. Molle altre forme in qualche parte da queste differenti metterò 
nel disegno , per il quale più saranno manifeste ( Tav. X. 1 , XII. ì , 
XIV. 2, XXVI. 1 , XXX. 1 , XXXII. 3 ). 

(0 Cioè del fosso BFGC, che è il fosso secondo, mentre il prìroo anzi detto sarebbe 
in AED. 

(3) Cosi legge il cod. Sanese. Per cave sotterranee intendansi le gallerie dirette dalla 
campagna al piano del fosso tagliando il maro della controscarpa. 



LIBRO V. 143 

CAPO VII. 
Dei riveUini. 

I rivellini innanzi alle porte devono essere situati per difensione di 
quelle , e fondali in luogo basso , in modo die dalle bombarde non 
possano essere maculati: e nientedimeno il muro suo richiede la mede- 
sima altezza delle mura , o circa , secondo la comodità , con un fosso 
attorno conveniente a quello con alcune delle parti dette di sopra. Puossi 
fare di sotto un corritoio con offese intomo coperto in volta: e simil- 
mente a quello si può applicare i capannati ^ piii o meno , secondo il 
giudizio deirarcbitetto e bisogno del luogo. Dei quali rivellini nel di- 
segno saranno più figure^ alle quali avendo avvertenza, meglio si polrk 
la disposizione loro conoscere ( tav. V. 2, 3 , 4, 5, 6, 7(0). 

CAPO Vili. 
Dei torroni. 

II diametro dei torroni di conveniente difesa debba essere da SO in 60 
piedi, tutto sodo; eccetto che le difese per fianco alte piedi 8 quelle 
piii basse* Ed i torroni ricercano 50 piedi d'altezza in 60, e fra questi 
30 debbano essere in scarpa : e di ogni 4 in 5 piedi di scarpa di altezza 
sia uno di sporto : e la medesima proporzione si curi quando si faces- 
sero più meno alti. Debba eziandio ogni offesa per fianco avere, il suo 
fumigante o camino (^), acciò chi esercita il fuoco non sta dal fumo 
impedito. 

Appresso di questo , nella sommità dei torroni facciasi i piombatoi 
ahi piedi 9 con ardietti , architravi , mutuli o beccatelli di sporto 



(t) MacaUre (dal latino mactare , ammazzare ) è verbo osato nel valore di struggere e 
disfare, dall'autor nostro, nonché da parecchi altri. Cosi G. Villani (lib. XII, cap. X€1X) parla 
di uomini maculati d'infermità e di morte : ed Andrea Cataro , ali* anno 1494 , narra che le 
bombarde de' Padovani macularono molti uomini {R. It scriptt.y XVII, 876). 

(i) Memoria III, capo IV. 



1 44 TRATTATO 

piedi 2 Ys ii^fiii^o a 3 , e parapetto sopra di essi aitò 3 piedi , grosso 
uno e mezzo : e sopra a questo i merli , i quali , ovvero siano d'una 
medesima grossezza , dato che non potessero essere bombardati , ovvero 
siano grossi piedi 6, acciocché dai passavolanti non possano essere get- 
tati per terra. Oltre a questo , sotto i beccatelli a piedi 3 si faccia un 
circolare cordone di mezzo tondo , e la fascia piana sia situata di sotto 
per defensione dalle scale ; sopra il detto cordone piedi 2 7s ^ può 
fare al medesimo fine una gola di sporto piedi uno e mezzo , sopra la 
quale il muro diritto si tiri d'altezza di piedi 2 , al quale seguano 
li beccatelli , come di sopra è dichiarato (0. 

Similmente, perchè spesse volte per ragione delle sonnolenti guardie 
ovvero traditrici , le fortezze si perdono mediante gli scalamenti , mas- 
simamente quelle che per battaglia fussero inespugnabili, per ovviare a 
questi errori , oltre Taltezza delle mura , alla quale si debba avere av- 
vertenza, perchè nell'altezza grande (massime di quelle che sono scar- 
pate ) tutte le scale per ogni piccolo peso bisogna si fiacchino per la 
distanza che è dalla scala al muro : facciasi adunque , oltre di questo , 
i torroni con quelle condizioni di scarpe , beccatelli, parapetto e merli 
che è dichiarato di sopra; e oltre a questo, alcuni ricinti di riversi e 
mezzi bastoni , voltando la faccia piana di sotto , come è detto. Dopo 
questo si può fare altri recinti di gole , mezzi tondi e bastoni propor- 
zionati alla grandezza delle torri : oltre a questo alcuni tondi concavi o 
convessi , e per contrario reversi , con cave o curve gole , utili assai al 
medesimo fine. Similmente, per ostare alle scale si può fare la scarpa del 
torrone volta a semicircolo , per la qual figura , le scale non potendosi 
accostare al torrone senza molto discostarsi dalle mura , bisogna che 
le scale per piccolo peso si rompano. Diverso da tutti questi modi un 
altro se ne può fare assai apparente , essendo sotto quest'apparenza non 
piccola utilità , cioè ponendo dal mezzo in su dei torrioni pietre conce 
in modo di triangolo trasportanti un piede, e come punte' di adamante, 
con una costa, lato o superficie piana di sotto (^), i quali triangoli siano 



(1) Memoria HI, capo IX e vni. 

(2) Ivi capo IX. 



LIBRO V. 145 

in modo situati che sopra e sotto , infra due egualmente alli , siano 
situati gli altri, come appare per il disegno (tav. VI. 6, 7, 8, 9, 10, 11). 

CAPO IX. 
Dei eapannati , ossiano casematte antiche. 

Nella suprema parte dei torroni ,. cioè nella loro superficie e piano, 
si può fare una piramide circolare , vacua e curva sotto con offese in- 
tomo, con l'entrata aperta inverso la torre principale, per il fine noto 
a ciascuno esperto in quest'arte. In luogo di piramide si può anche fare 
un muro a guisa di capanna acuta , ovvero semicircolare , con l'entrata 
similmente aperta verso la principal torre. Ed a simile effetto in mezzo 
del tfjrrrcne nella sommità si può fare una vacuità con due o tre gradi 
inverso il centro diminuentisi , li quali resterìano in luogo di merli 
essendo li altri gittati a terra (0. 

A piedi i torroni, per più difesa d'essi e delle mura, si«può fare 
alcune offese piramidali quadre , acute , tonde , trìangoliari e capannate 
a beneplacito dell'architettore : in luogo però che dalle bombarde non 
possano essere offese , perocché altrimenti renderiano il torrone più 
debile , benché per i capannati e piramidi e forme e figure delle 
predette cose agl'inimici maggior resistenza si facesse che per battaglia 
di mano (^). Le quali figure nel disegno meglio saranno intese ( tav. VI. 
6, 7, 8, 9, 10, 11 ). 

Perchè non in ogni luogo è comodità di fare li fossi profondi , e le 
torri e mura grosse, e dove fusse la comodità del luogo, non ogni volta 
suppliscono le forze delle pecunie , e perchè molte volte tempo non 
pare di edificare simili torri: ho imaginata una difesa alle bombarde 
di brevissima spesa , tempo e comodità di materia , la qual difesa es- 
sendo in forma di capanna, è parso chiamarla Capannato. Per la notìzia 
del quale è da sapere che nella profondità dei fossi, o piccoli o grandi 



(1) God. Sanese £<> 94 r.» 

(9) Cod. Sanese f.» M r*^ Itfcmoria Jll , rapo V. 

19 



1 46 TRATTATO 

che siaùo , dove Aon possono le bombarde , balestre , ovvero altri teli 
degrinimici offendere , sì debba fare una stanza di muro grosso 5 in 6 
piedi più , a beneplacito , con le offese intorno : il diametro del va- 
cuo del quale sia in latitudine piedi 12 in 14 , e in altezza 8 con i 
fumanti sopra le bombardiere , acciocché i balestrieri e bombardieri 
voltandosi le spalle Tuno all'altro, senza impedimento possano esercitarsi. 
Possonsi in varie forme ordinare, come appare meglio nel disegno (tav. 
Vi. 1, 2, 3, 4, V. 1), e, secondò la comodità del luogo, applicare una 
ovvero un* altra figura. Debbasi però avere avvertenza principalmente a 
due cose; la prima, che il capanna to sia contiguo e c(Migiunto col fosso 
e muro propinquo a quello inverso' la fortezza, con un meato sotterraneo 
ed angusto dalla rocca o ricetto a quello, acciocché quando per caso 
fusse perso il capannato , per quella via ùxm possa la fortezza essere 
offesa: e per quest'effetto sia la detta via reversa con portelle e con 
offése , o veramente tanto angusta dhe non si possa usare inviti quelli 
di dentro (0, o per via di pozzo salando per scala ìmobile , o per via 
di pont^ levatoio, o per sarracinesche, ovvero cateratte , si debba dare 
commoditk di passare agli amici per quella, e l'incomodità e difficoltà 
agU avversarti Ma dall'altra parte dèi fosso li detti capannati vogliono 
essere separati od espediti , ovvéro discontinuati , almeno per piedi 8, 
acciocché per cava sotterranea non possano essere lesi W, La seconda 
avvertenza, per molti casi che possono avvenire, è che facciasi in alcuno 
.delli. detti capannati una porlicella angusta e piccola verso il muro della 
fortezza, con una o due bombardiere per fianco per guardia di quella, 
oome appare nel disegno ( tav. VI. 1, 2, 3 ), acciocché quelli gli amici 
possaiio usare per evacuare il fosso, o per qualche altro bisogno, e non 
gl'inimici. E questo modo di difendere i muri e fossi, sicuro quasi da 
ogni lesione , tanto slimo sarà piii apprezzato , quanto più considerato. 
E queslo bas0 quanto alla cognizione loro. 






(1) Malgrado qaeUi di dentro. 

(i) Vale a dire che la punta loro o lato di fronte debba distare almeno otto piedi dalla 
controscarpa, affinchè per on taglio condotto a traverso al mnro della controscarpa nel 
piano del fosso , non si possa direttamente sboccare nel capannato. 



i 



LIBRO V. 147 



CAPO X. 



Delle mura e porte. 

11 fondainonto delle mora debba essere in fondo del fosso , dipoi ti- 
rato con alquanto di scarpa insino a due terzi della sua altezza. Il 
muro sia grosso secondochè il terreno fusse tenace e fermo, perocché 
quando fusse tufo, pietra o terreno fermo, saria bastante la grossezza 
di piedi 3 in 4, ma quando il terreno fusse lubrico ed instabile, deb- 
ba essere maggiore la sua latitudine secondo la instabilità del terreno 
la quale l'architetto debba considerare , e in questo caso il muro con 
più contrafforti debba essere fortiflcato : e bisognando maggior forza 
siano i contrafforti archeggiati Tuno verso Taltro in forma di semicircolo, 
e * questo si faccia insino al piano e sommità della terra : dalla quale 
in su sia il mwo grosso piedi 18 in 20 , alto piedi 8 o 10 , secondo 
che per coprirsi fosse necessario , e con i medesimi ricinti , gole e ba* 
stoni che è detto di sopra per li torroni, e sopra' a* questi siano i merli 
con beccatelli' e parapetti , con le parti è condizioni dette di loro di ^opra. 

Ma perchè nelle mu]:a si fanno le porte, le quali hmmo bisogno di 
grande magistèro ed avvertenza^ perocché essendo male fabbricate, quelli 
della rocca O' fortezza non le possono usare sicuramente -^ e per difen* 
derle è necessario fare piti ripari di grande fatica e custodia , e inflne 
di piccola e frivola difesa, mi pare coovenicnte dichiarare alcune parti 
che si richiedono alla perfezione d'esse : dipoi ' alquante 4iUre più parti- 
colari , per fuggire il lungo parlare , manifesterò col disegno. ( tav. VII, 
8,9). • . 

Prima, dico adunque si debba fare le porte in quella parte della 
fortezza che manco può essere da bombarde offesa: e con questo abbia 
più libera e sicura uscita e entrata per quelli dentro che si può. Se* 
condo , che innanzi ad essa sia un rivellino , con le parti assegnate di 
sopra. Terzo, che la porta non sia semplice, anzi abbia più entrate 
reverse, secondo la possibilità di chi ediiica, prima che alla principale 
ed ultima porta della fortezza si pervenga. Quarto , che uissuna porta 
sia incontro airaltra. Quinto , che la prima entrata non sia mai per 



148 TRATTATO 

faccia volta verso la campagna , ma per fianco. Sesto ^ che ogni porta 
abbia le offese e difese per fianco , più che è possibile. Settimo , che 
rentrata della porta sia sempre sepolta e bassa, sicché' andando a quella 
sempre si scenda, e uscendo si ascenda. Ottavo, che la porta sia bassa 
e stretta , salva la debita proporzione , acciocché manco sia offesa di 
fuori , e di minore guardia e così di maggior fortezza sia. E perchè a 
voler esplicare con parole ogni minima differenza, bisogneria abbondare 
in parole superflue , mi riferisco al disegno ( tav. VII. 8 , 9 (0 ). 

CAPO XI. 
Dei ponti levatoi e corritoi. 

I ponti si possono fare in più modi , dei quali alcuna volta uno ,' e 
alcuna volta un altro sark più utile, secondo varii luoghi e occasioni (0. 
In un modo principale, facciasi un ponte il quale sia ascoso nella gros- 
sezza del muro, e sotto quello nel muro siano più rulli stabiliti, sopra 
dei quali il ponte passi entrando e uscendo del muro per forza del 
rocchetto , essendo il ponte dentato da un lato , come appare disegnato 
( tav. VII. 1 )• II secondo facciasi un ponte della forma degli altri co- 
muni , dipoi si congiunga con la catena , e con questa parte se ne apr 
plichi un' altra con gangheri e doppie o cardini , in modo che sia mobile : 
sotto la congiunzione delle due parti si metta due legni sfacciati, grossi 
un palmo , in forma di triangolo scaleno , per i quali senza altro pesa- 
mento, il ponte calato che sark, stando sospeso, e non posando dall'altra 
parte sosterrk il peso : e questa seconda parte a questo fine è giunta , 
acciocché quando si tira su il ponte, quella parte aggiunta traendosi su 
per una carrucola fermata nella sommità della doppia catena , congiun- 
gendosi con la prima facilmente indietro si tira : il quale quando fusse 
tutto d'un pezzo in un grande diametro , come presuppongo questi do- 
versi esercitare , saria assai sinistro e incomodo ( tav. VII. 6 ). Terzo , 



(L) Memoria 111, capo Vii , $ I. 
(9) Memoria III, capo Vii, S H. 



LIBRO V. 149 

perchè molte volte possono 1 ponti levatoi essere tolti , levando con 
le artiglierie le catene di sopra^ facciasi una controleva sotto il ponte 
e sotto la porta, la quale alzando il ponte che a basso si posa, si possa 
giù per contrario abbassare: onde potrà ciascuno entrare e uscire sicu- 
ramente, essendo l'alzar del ponte tolto via per quello. Quarto, volendo 
passare un fosso pieno d*acqua di qualunque larghezza, sotto la porta 
deirentrata facciasi una vacuità quadrata per la quale passi il ponte 
lungo secondo il bisogno, e questo dalla parte dinnanzi che passa prima 
sopra Tacqua abbia sotto due o più casse ben chiuse e vacue, sicché 
Tacqua dentro non possa entrare : e ver Taltra sommità a questa op- 
posita , sia un naspo con due corde , Tuna contro l'altra procedente , 
con carrucole di dentro stabilite appresso all'estremità della buca dove 
passa il ponte: sicché, voltando il naspo per un verso stia fuori, e per 
le casse si posi sopra l'acqua, e per lo smusso che richiedono fenda 
l'acqua (0, e per l'altro verso al contrario, senza alzare il ponte, dentro 
si tiri , come appare appresso disegnato, E a questo fiìie si può fare 
infinite e varie invenzioni secondo l' ihtelligenza di quelli che in tali 
esercizi sono esercitati. 



CAPO XIL 

DeUe torri maestre* 

Nell'ultima parte del libro è conveniente dichiarar le parli che alle 
torri principali dei castellani si convengono. In prima è da considerare 
quest'effetto, cioè, che il castellano solo possa discacciare tutti gli altri, 
tórre le vittuarie e'I bere, le stanze ed abitazioni, ed aver soccorso se* 
greto che da quelli di dentro non possa essere impedito, e queste cose 
le possa fare ad ogni suo beneplacito: e a quest'oggetto la mente e la 
invenzione dell'architetto si deva volgere W. E per questo l'entrate della 

(1) U cod. Sanese (f.<» 36 v.o ) legge con maggior chiarezza : sicché voltando el tuupoper 
uno verso eschi fora , et per le casse , facte a smusso per fondare meglio V acqua , si fermi 
sopra di essa: et voltcmdolo a contrario si ritiri indietro. 

(2) Le chastel de Fentadour par dedans a une grosse tour qui est maitresse et souvraine 



150 TRATTATO 

torre principale siano in tal' forma composte, che, dato che il castellano 
avesse messo nella torre alcuna quantità di uomim , quelli siano come 
prigioni suoi , e a sua volontà li possa fare pericolare* Le figure loro 
possono esser molte secondo le diverse opportunità deMuoghi, ovvero 
le invenzioni del compositore , le quali nel disegno apparranno (0. Se- 
condo, che la torre abbia una stanza in fondo, la qualei si usi per canova, 
dove stia vino e legna : sopra a questa un'altra , la quale sia per pri- 
stino e munizione e vittuarie , cioè grano , aceto , carne salata e olio , 
e per il forno (^) : sopra di questa si tenga* la munìaione dell'arme da 
offendere e da difendere , ed anco il salnitro , zo\fo e caii)one , se già 
quest'ultimo non si servasse in legno, perchè allora* puè stare in qua- 
lunque altro luogo più comodo , purché non sia umido. Sopra a questa 
£»]a una prigione , o più , secondo il bisogno , ad un medesimo piano , 
sopra il quale sia la stanza per il castellano , e se più stanze a quel 
piano fussero, tutte siano ad uso suo. Nella sommità della torre in 
mezzo sia una stanza con due muri distanti Tuno dall'altro piedi 2 '/^ 
dove stia la polvere, con due uscetti, l'uno non contro all'altro, accioc- 
ché facilmente di fuori non si possa il fuoco appicciare, e se per caso 
si accendesse il fuoco alla polvere, non potria i muri della torre fran- 
gerle , esseiìdo nella sommità (^). 

Oltre a queste parti , si faccia una lumaca che si estenda da piedi 
sipo alla sommila della torre, e l'entrata di questa sia per la stanza del 
castellano , e a (juesta rispondano tutte l'entrale delle altre stanze e 

de la parte du choitel: ne teme cette tcur on ne peuet ettrc Seigneur du éhasiel: et tenC" 
yent toujowrs eeux du fort^ pour celle aventure eelle tour gamie de pourveaneee et Partii- 
lerie : à fin que^ $% surpris eussent e$té^ que Igur relraict fusi en la tour. Proìssart HisL 
et chroniques^ voi. HI all'aiino 1300. 

(1) Cioè nelle tavole delle rocche. 

(S) Il cod. Sanese ( f.» 95 v.o ) legge : et appreseo a questa in la groetezza del muro ecar- 
palo , non essendo el vacuo per se capade , sia ima stantia per uno pistrino et per uno forno. 

(3) Anche il Marchi ( codice Magliab. , Hb. II , cap. VI ) consiglia che « la polvere sia in 
» torri serrate senza finestre per il fuoco, e in diversi luoghi; a tale che se la disgrazia 
» dei folgori del cielo venisse, non vada tutto in fuoco ». La polveriera fetta nel 15 li da 
A. da San GaUo alla fortezza di Poggio Imperiale era una casellina separata dalla muraglia 
(Gaye, voi. II, 135). Il Lorìni (Fortificazione^ lib. II, capo XVIl) ne dà una pianta quadri- 
latera cinta di due muri , fra i quali un corridoio in giro , e gì* ingressi in dirittura fallala. 



LIBRO y. 151 

conserve; allato a questa sia il pozzo o cisterna, con angusta gola per 
non indebolire il muro, e con canali rispondenti alle staóze dei provvi- 
sionati , acciò possa quella dare e tórre a libito. E così appare che il 
castellano con 1 fidati suoi solamente sono della rocca signori. I necessari! 
siano locati in parte che meno possa essere offesa, e le gole loro siano 
in luogo che meno indeboliscano il muro (0. La torre , scarpata intomo, 
debba avere un ricetto piccoletto, per il quale passino quelli che per soc- 
corso venissero, e sia separato, sicché quelli che prima erano per la difesa 
della rocca, non entrino in alcun modo in quello. La porta dell'entrata 
sua sia volta verso le abitazioni della rocca , ovvero in quel luogo che 
di fuori non possa essere offeso ; e similmente le finestre per ti lumi 
volle in simile luogo, ferrate con due ^te distanti fra sé piedi 2. 
Simihneute la scala che alla somitnità della rocca perviene ed alla stanza 
del castellano y sia volta verso il medesimo luogo per evitare concavità 
nel muro , più facile allora ad essere offeso : e questa scala sia fatta 
con più rivoluzioni con offese in ciMcuna e più porte con le piombatoie 
da capo^ o cataratta per gittare acqua o fuoco per defensìone di quella. 
Quando la torre fosse piccola , sicché in essa fosse difetto di stanze , 
appresso le basse stanze nelli cantrafforii del muro si può lasciare al^ 
cuni vacui, e quelli. secondo T opportunità usare. E questi luoghi per 
la bassezza lofro non possono dalle artiglierie essere lesi : la qual cosa 
principalmente s'intende e desidera. 

I 

(1) Parole dei cod. Sanese (f.Q 96 r.«), come pure le segnenti vergate 




i iiimi»8i»itmn»H»n»n»ii»n»»iiii»iii»»iim»n» »»i8i8»iin»€o 



PROLOGO AGLI ESEMPL 



Perchè ogni nostra notizia dell'intelletto dal senso piglia orìgine , come 
mostra Aristotile nel .1 della Posteriora e nel II e UI dell' Anima : e 
infra gli altri sensi , il vedere è più perfetto , spirituale e nobile e di 
più cose conoscitivo , non pare che l'intelletto nostro così possa com- 
prendere né lungo tempo ritenere alcuna cosa , se quella col senso del 
vedere non ha conosciuto , o almeno cosa a quella simile ^ per la di 
cui cognizione l'intelletto si eleva a conoscere la prima: e da questo 
procede che i filosofi e calcolatori volendo trattare della intenzione 
delle qualità di quelle , parlano come se fosse una linea ovvero quan* 
tità visibile e continua. Per questo ancora la memorìa si fa perfetta , 
locando le cose considerate d'un modo che in quella sola non si con- 
fidi y ma nella brevitk , ordine e frequente meditazione. .Onde , oltre a 
tutte le generali e speciali regole dichiarate , a più chiara notizia giu- 
dico essere utile alcuni esempli disegnare , per i quali meglio l'intel- 
letto giudichi e con fermezza ritenga , perchè gli esempi più muovono 
gl'intelletti che le ragioni , massimamente gli uomini esperti ed i non 
molto esperti. Cominciando adunque dalle cose semplici ed alle compo- 
ste seguendo , prima, è da scrivere alcuni modi speciali di cinti di muri: 
secondo , di più varie forme di fortezze. E perchè , quando i circuiti di 
mura si avessero a fare in piano o in monte , e questo rotondo o con- 
vesso j per le cose già dette facilmente si potria con ragione ordinare : 
solo mi pare necessario descrivere alcuni cinti che in luoghi strani si 
vivessero a fare : e benché con maggiore spesa in un luogo che in un 



LIBRO V. 153 

altro si edifichi , rarissimi sono però quei luoghi dove c<m arte non si 
possano le fiurteize fare inespugnabili. Adunque è da mostrare il modo 
per particolari casi ed esempli. 

ESEMPIO l. 

Fortezza in ctmvaUe (Tav. Vili, 1). 

Se per necessità o volontà , una terra si avesse a edificare in una 
c<MivalIe da alti colli o monti causata, e in fine di questa concavità 
fosse il piano , in questo luogo si può fortificare assai i cinti di muri , 
avvegnaché dai monti siano superati , in questo modo cioè terminando 
le mura a piedi delle ultime estremità basse del monte , e secondo il 
detto termine del monte ordinare i torricini , gli angoli della mura , e 
le linee rette di quelle con le sue entrate coperte e con il fosso , ta- 
gliando perpendicolare il monte in alcun luogo che avesse poco di pen- 
dente : dipoi , inverso del piano dove più può essere offeso tirando due 
muri causanti angolo retto , o acuto , o secondo che la comodità del 
luogo ricercasse : dipoi nell'angolo predetto si faccia un grosso torrone 
con fossi e altre parti convenienti , come di sopra è stato dichiarato 
(0 ^ e questo fatto , la terra ovvero circuito sarà forte perchè dai monti 
non si può ben bombardare , sì perchè piccola parte del muro può 
essere offesa , rimanendo quasi i muri sotto l'estremità dei monti e dei 
fossi , sì perchè in giù traendo in breve tempo le bombarde si frangono 
per il naturale moto del fuoco insù. Dalla parte del piano assai potrà 
resistere per le ragioni e difese antidette W * benché è vero che la detta 
terra molto può essere offesa dentro nelle case e altri luoghi: la qual 
cosa non è molto da essere stimata , perché il medesimo avviene alle 
terre in jHano centra gli esperti Umbardieri. Segue il disegno. 

(1) Questi precetti dell'autore, combinati con quelli esposti più sotto all'Esempio XXI, si acco- 
stano allamoderna teoria del difllamento assai più che non Tespedlente in simili circostanze sug- 
gerito e praticato dagringegnerì del XVI eXVU secolo, di prolungarsi cioè fin sotto il monte con 
una forbice, oppure di fondare i recinti a perpendicolo sul ciglio di un qualunque altopiano. 

(9) Cod. Sanese f.» 97 rfi : aggiunge di aver moiU tolte per eseperieniia tisto le bombarde 
rompersi tirando all' ingiù. 

90 



154 TRATTATO 



ESEMPIO II. 



Fortezza in convcUle alla marina (Tav, IX , !)• 

Similmente , quando in luogo del piano fusse il mare con i medesimi 
monti , nella parte dei monti facciasi secondo che è dichiarato e verso 
il mare tirisi similmente due muri congiungentisi in angolo acuto , e 
questi nel mare si estendano almeno piedi 80 in 100 con un grosso 
torrone nella sua estremità scarpato a calice per i colpi del mare (0 : 
dai due angoli opposti si tirino due muri i quali causeranno di fuori 
.due angoli ottusi e dentro « acuti , di verso la terra lunghi secondo il 
bisogno ed il sito , Tuno alla opposita parte dell'altro ^'i quali saranno 
per fianco offendenti a chi i predetti muri dal mare volesse offendere: 
e conversamente nelle estremità dei due ultimi muri siano due torricini 
con le loro difese. É da intendere che quando i due muri in mare as- 
segnati fussero di maggiore grossezza e lunghezza , potriang supplire in 
luogo di molo da destra e sinistra secondo le varie tempeste , come 
appare nel disegno. 

ESEMPIO IIK 

Fortezza neW altopiano d^un colle a contrafforti ( Tav. Vili ,2). 

Quando fusse una collina oblunga , e circumcirca a quella alcune con- 
valli ovvero sportanti collicelli , in due modi la fortezza è da formare. 
Facciasi in sulla planizie la figura del circuito , tirando le rette linee di 
quella lunghezza e larghezza che il sito e luogo richiede, ponendo nell'in- 
tervallo e diametro delle faccio uno. o due angoli acuti e nelle stremitk loro 
i torricini , i quali in due modi sono da formare : ovvero nella sommità 
dei collicelli , o bassi nella convalle fra V uno e V altro collicello : e cosi , 
al sommo delle linee per la lunghezza del monte /*accian«i due angoli ottusi 
e torroni, i quali coprano e difendano le porte ed entrate , siccome la figura. 

(0 -^ calice y cioè in figara dì un calice capovolto: dov'è da notare che ai tempi delPau- 
tore non avevano i calici quel guscio che ora hanno, ma approssimavansi ad un cono tronco. 



LIBRO V. 155 

ESEMPIO IV. 
Fortezza in un seno di monte (Tav. iX, 2). 

Potria facilmente accadere dì avere a edificare in un sito alcuna terra, 
dove fusse una concavità causata da due monti o colli che ver la som- 
mità loro insiente si congiungessero in uno , e le dette colline o monti 
avessero pendenza ver la parte opposità alla concavità, e dall'altra 
parte col piano si congiungessero : ovvero fusse un monte o cdlina pen- 
dente', la cui sommità fusse in forma d'angolo retto , ottuso o acuto , 
e nella sua pendenza fusse una concavità triangolare , della quale un àn- 
golo fusse verso la sommità del monte , e i due altri terminati per 
una linea imaginata contigua col piano e appresso alle due linee della 
concavità fusse l'altezza della pendenza del monte , dopo la quale nelle 
parti opposite fussero da ogni banda le altre pendenze. In questo caso 
in ver la sommità del monte e nell'estremità dell'angolo debba essere 
un grosso torrone , e quando in simile luogo si avesse ad edificare for- 
tezza , questo debba essere il luogo e sito suo , perchè da quello la 
terra sarà tutta signoreggiata e dominata^ dipoi si tiriiK) le mura ap- 
presso alla soamiità della pendenza a piedi 20 incirca vèrso là conca- 
vità , acciò non possano essere bombardate , e negli angoli che per ne- 
cessità volontà si facessero , facciasi i torroni, come ricerca la condizione 
deir^uigolo, in forma di rombo, o altre forme angolari : di poi nel termine 
delle mura o angolo di linea imaginata congiungente la concavità col pianò 
facciasi due grossi torroni con le parti loto, dai quali si tiri due ale 
di muro causanti due angoli acuti, e nell'estremità d'essi si lochi la 
porta per lato circondata da un quadrangolo chiuso da tre linee di mura 
verso la terra e concavità : e verso il piano da una linea imaginata 
dinanzi a questa porta difesa da bombardiere laterali , e dinanzi sia un 
rivellino con le parti sue , come appare per la figura. Questo modo 
si può ancora usare quando la terra o concavità non terminasse in 
piano , ma nel medesimo monte fosse tutta compresa. 



156 TRATTATO 

ESEMPIO V. 

Fortezza sur un cMe sporgente in fondo una vaile. 

In altra forma , in apparenza estrana , si può una terra edificare for- 
tissima , presupponendo che infra due monti sia un altro monte o cd- 
lina dal quale si causa due vallette : in questo caso si deve fare due 
grossi torroni, Tuno nell'estremità del monte o collina, l'altro nella 
parte opposita od equivalente , e da quelli tirare le linee delle mura 
augniate con gli angoli ver la parte di dentro , e nelle estremità ter- 
minanti nel fondo delle valli si facciano i torroni (0. 



ESEMPIO VI. 
Rocca in valle fra due colli ( Tav. X , 2 ). 

Quando due colli {ussero con una valle in mezio , la terra die quivi 
fusse da edificare , questa forma debba avere. In prima , estendersi la 
circonferenza sua su per le pendici dell'uno e dell'altro colle in guisa 
di angoli acuti , e nell'ultima estremità loro avere ì torricini ; e neiruna 
e nell'altra entrata della valle debbano essere le porle in ritirale simili 
alla triangolare figura , con offese ed entrate laterali , fossi e rivellini , 
come appare per la figura: e lasciando molte cose nella discrezione 
dell'architetto , le quali (come ne scrive Avicenna nel primo) non si 
può con parole esprimere : fa di bisogno adunque molte volte imitare 
e osservare la natura del luogo e secondo quella operare. 

(1) Là figura y che qui si omette , è similissima allft % ^ della Tav. Vili. 



LIBRO V. 157 

ESEMPIO VII. 
Bocca in terreno piano ^ montuoso o misto (Tav. XI , 1 ). 

li circuito che per la figura si dimostra, convenientemente si può 
applicare in piano , in poggio , e parte in piano e parte in poggio , 
perchè solo con spésa e difficoltà grande si può bombardare, essendo 
i torroni grossi e in basso loco edificati, e da cigli di fossi coperti. 
Presuppongo in prima che solo le mura fra Puno e l'altro torrone pos- 
sano essere offese , essendo i torroni per il modo assegnato fondati : 
dove è da intendere che , dato che le mura per le bombarde fussero 
gettate per terra , non darieno però ardire al prudente capitano di dare 
battaglia , perocché saria di bisogno di passare per luogo , dove per 
Iato, e di dietro , da più luoghi sariano i soldati offesi : perocché 
piccola parte e di poco momento saria quella dei torroni che a terra 
gittar si potesse , come ci dimostra il disegno predetto. E benché netta 
figura siano cinque angeli y nientedimeno in simile modo si possono mol- 
tiplicare secondo la grandezza ed opporttmità del sitOy o circonferenza 
della fortezza (0. 

ESEMPIO Vili. 

Rocca quadrala in piano ( Tav. X , 1 ). 

Se in alcun piano, od altro sito di città o castello fosse congruo di 
farvi rocca o fortezza, e che l'importanza del luogo ricercasse farla 
inespugnabile , piglisi un quadrato in diametro piedi 45 , grosso il muro 
per ciascheduna faccia piedi 15 : dal quale quadrato e mezzo di cia- 
scuna faccia si parta un' ala di muro trasportante in fuori piedi 55 , 
grosso il muro piedi 15, con duplicate andate, una alla parte superiore 
e Paltra occulta e coperta con le sue difese alla parte inferiore , e al- 
l'estremità di ciascun muro un torrone massiccio a forma di angolo retto 
con le loro- difese riguardanti le ale e mura. Appresso si faccia un altro 
quadrato circumcirca la torre, e in distanza piedi 25, e questo qua- 

(l) Cod. Sanese f.o §8 v.® 



] 58 TRATTATO 

(Irato muro sia con una andata distante dalla torre piedi 10 : e questo 
sarà ricetto a quelli della guardia, ovvero difesa: e nelle congiunzioni 
degli angoli facciasi un basso capannato , e sopr' esso un rivellino che 
batta i fossi e le facce dei torroni, che per la distanza e intervallo 
che sarà dalle opposite linee dei torroni e rivellini, ne viene che Tuno 
e l'altro difende le entrate della fortezza dipendenti dai cigli. Entrando 
per ponti sopra i rivellini, e per altri ponti e duplicate porte nel ri- 
cetto e rocca si perviene. E di sopra, le ale delle mura e torroni, 
per andate anguste afGdate al castellano , si attribuiscano ; e nella rocca 
ovvero torre siano divìse scale e soccorsi tutti ad uso del castellano. 
// tutto poi con fossi e cigli come degli altri è detto , e come la figura. 

ESEMPIO IX. 

fiocca sovra una falda di monte a lieve pendio (Tav. XI, 2). 

Un altro circuito utilissimo si può fare in luogo che del colle e piano 
partecipi , formando il muro verso il monte angulato secondo la forma 
che dei due primi ricinti fu detto. E senza torre, non possendo da 
quella parte dalle bombarde essere offeso per la ragione assegnata im- 
mediate innanzi. Dipoi si può tirare due linee in forma di triangolo, 
nell'estremità delle quali contigue col piano , siano due torroni , e da 
questi si formino due muri causanti angoli acuti, infra i quali sia uno 
spazio dove siano più feritoie, e la porta reversa col rivellino riverso: 
e oltre a questo un torrone in mezzo dei due altri , trasportante se- 
condo il bisogno per tutela dei due predetti , come ne dimostra il disegno. 

ESEMPIO X. 

Rocca con recinto a denti di sega ^ senza torri (Tav. XII, 2). 

Volendo ordinare .una circonferenza di mura senza dispendio di torroni 
per tutto lateralmente difesa , tirisi in prima una linea circolare , della 
grandezza della quale debba essere il circuito, dipoi un'altra maggiore 



LIBRO V. 150 

distante da quella piedi 15: quindi si divida la detta ultima circon- 
ferenza per linee rette dal centro all'ultima circonferenza, ed i muri 
di queste linee siano lunghi secondo la grandezza della terra: non deb- 
bano però essere neirultima circonferenza distanti Tuna dall'altra più 
di piedi 160 : dopo queste si tiri una linea da ciascuna intersecazione 
del circolo minore con le linee rette al termine dell'altra linea retta 
propinqua nella circonferenza maggiore: dove appare che nelle linee 
eentrali saranno le offese per fianco y come appare nella figura. 

ESEMPIO XI. 

liocca di pianta quadrata con difese saglienti sulle diagonali. 

( Tav. Xll , 1 ). 

Per altra via si pub fare un circuito quadro fortissimo , non essendo 
però molto grande , perchè in grande distanza l'un angolo non potria 
Taltro difendere* Facciasi un quadrato , e negli angoli d'esso siano i 
torroni: e dopo questi, nel fosso facciasi un muro tramezzo angolato, 
sotto il quale passi un capannato applicato al torrone propinquo a sé , 
e passi il muro tramezzo circa a piedi 10 : e dopo questo sia uno ri- 
vellino con le parti che di sopra è detto , come appare nella figura. 

ESEMPIO XII. 

Jiocca di pimita triangolare, volgente un angolo contro l'offesa. 

(Tav. Xll, 3). 

Se alcun luogo fusse che dalle bombarde solo da una parte potesse 
essere offeso, quello facilmente si potria fortificare in questa forma. Fac- 
ciasi la circonferenza triangolare ( equilatera o simile , ovvero isoscele) 
della quale un angolo si volti ver la parte debile, e questo sia massic- 
cio , ossia pieno piedi 25 in 30 : poi nelle linee laterali si facciano più 
reverse dove si lochino le offese per lato, e similmente degli altri angoli 
s'intenda : e fra questi altri sia locata la porta , dopo la quale sia una 



160 TRATTATO 

torre maestra con ricetti e parli a lei convenienti. E cosi senza spesa 
di altre torri ^ la terra o fortezza sarà sicura e ben difesa come sensi* 
burnente appare nd disegfio (0. 

ESEMPIO Xlli. 
nocca di pianta poliifonia regolare con capannati e torroni con ale. 

Fortissimo circuito saria, pigliando prima il circuito della terra cir- 
colare , e questo per linee rette facendo angolare secondo la grandezza 
sua, e negli angoli locando i torroni in questa forma. Lascisi alquanto 
dì spazio nell'angolo formato daUe due linee contigue y ed alle estremità di 
quello si tiri due muri i quali in un angolo si congiungano, dopo questa 
congiunzione lasciando da basso una porta , si faccia un torrcme tondo 
con un capannato che per il mezzo del fosso passi, e di topra trasporti 
piedi 10 in circa , come appare nel disegno (^). 

ESEMPIO XIV, 
Rocca di pianta epiagona regolare { Tav. XIII , 1 ). 

In altro modo sopra gli altri fortissimo si può formare un circuito di 
terra o fortezza : facciasi una circonferenza per linee rette divisa la- 
sciando in ogni angolo un'entrata , e dall' estremità di queste si tirino 
due muri retti equidistanti o paralleli , dall'opposita parte del centro 
del circuito , lunghi piedi 30 in 40 , secondo il bisogno , distanti l'uno 
dall'altro piedi 20 con offese per tutto; dopo questo, si tirino due altri 
muri in forma di triangolo, congiungentisi insieme o quasi : e di questi 
la linea di dentro si congiunga con la linea di fuori dei predetti muri 
paralleli y similmente con offese: e dopo questo, un torrone con le parti 



(0 Cod. Sanese f.o i9 r.» 

(9) Manca il disegno , che doveva però essere simile al primo della Tav. XUI combinato 
col primo della Tav. XII. 



LIBRO T. 161 

sue, circofìdato dal fosso, ed infra l*uno e Inoltro angolo nelle mura sia 
la porta col suo rivelliab , come richiede la sua perfezione , e meglio 
dimostra la figura (0. 

ESEMPIO XV. 
Hocea di pianta irregolare con torroni ne* luoghi opportuni. 

Alcuna volla per cagione del sito nelle mura è necessario fare molti 
angoli, i quali volendo difendere per torroni con quelli applicati, in 
grande spesa s'incorreria : onde per fuggire quest'incomodo , per questa 
via si può fare senza essi. Facciasi in tre o quattro luogbi della circon* 
ferenza della terra, secondo il bisogno, torrioni grossi, i quali sportino 
fuori delle mura piedi 30 in 40 secondo il bisogno, dai quali si partano 
due muri paralleli eguali alle mura della terra , pieni di offese per 
lato ed alto: e quando questo luogo potesse essere offeso dalle bombarde, 
facciasi li due muri congiunti insieme in uno , sotto il quale si lasci 
l'andare dalla terra al torrone , largo piedi 15 in 20 , dove siano le 
offese da basso; e bisognando fortificare alcuna concavità la quale dai 
torroni non potesse essere difesa, facciansi li capannati , rimedio buono 
e brevissimo, facile e di piccola spesa. Ma sopra tutto siano i torroni 
in quel luogo situati , cbe manco possan «ssere offesi ('). 

ESEMPIO XVL 

Racchette congiunte in pianta ronAa^ volgenti gli cmgoU ail^offesa. 

(Tav. XIII, 2,3). 

Quando accadesse sopra un colle o altro sito fare una fortezza y dove 
da due bande si potesse bombardare, facciasi in questa forma, cioè di 
due angoli retti, i quali voltino le estremità al luogo dell'offesa, distanti 



(1) Cod. Sanese f.» 99 r.o. 

(9) Fa tralasciata la figura nocome poco importante e di fàcile intelligenza. 



162 TRATTATO 

l'uno dall'altro piedi 35, o quello paresse che rieercasse la qualità del 
luogo e grandezza degli angoli : e da man destra e sinistra del detto 
spazio ( il quale sarà diviso in ricetti ) siano due capannati sopra dei 
quali siano due rivellini , acciocché l'entrate siano sicure e coperte , e 
sopra e sotto , per i rivellini e le vacuità dei capannati , i fossi ed i 
cigli siano difesi: e le entrate dei ricetti ^/ano per vie anguste con più 
difese ^ acciocché non senza difficoltà in esse entrar si possa. E perchè 
il più delle volle le fortezze più si perdono per l'entrate che per altre 
vie, per questo ne ho escogitata una diffidlissima da tutte le altre. Fac- 
ciasi in ciascuno maschio, all'entrata sua, una portella con ponte leva- 
toio o corridoio, e dentro alla portella faucciasi una vacuiti^ quadrata in 
larghezza piedi 3, in lunghezza piedi 5, nella quale vacuità siano per 
ràltezza due canali che vengano dall'altezza al piano dell'entrata, nella 
quale vacuità e canali sia congegnata una cassa quadrata a guisa di 
secchione con catena, d'onde il castellano la possa mandare e tirare 
con verrocchio o altro ordigno giù e su da alto in basso : e con questa 
mettere e cavare chi a lui piacesse, serrando le catene con chiavi per 
più sicurtà: e così a tutti i pavimenti può mettere i custodi, chi a lui 
pare. E detta vacuità sia di sopra aperta , e lui dal sommo difendere 
la possa, avendo di per sé altra entrata con un diviso e segreto soccorso; 
e questa si può attribuire a uno o due. castellani , secondo l'opportunità 
di esse. Sì anco si può fare una scala fortissima con duplicate rivolte, 
e nella congiunzione dei pianelli sia busa e spassata (0, e in luc^o di 
quelli , sia a ciascun pianelle un ponte levatoio o corridoio , acciò l'en- 
trate di ciascun pavimento rimanendo isolate , secure si renderanno. 

ESEMPIO XVII. 
Rocca pentagana^ con torroni con ale ( Tav« XIV, 1 ). 

In altra forma non meno forte dell'altre , si può un circuito edificare, 
facendo la circonferenza pentagona y esagona o di altra angolare figura 
di rette linee composta, e negli angoli di questi lasciando un vacuo di 

(1) Vale a dire che là dov'è pel solito il pianerottolo, sia la scala forata a piombo, e 
senza il passo. 



LIBRO V. 165 

piedi 15, dalle eslreniilà del quale due muri si tirino paralleli , lunghi 
piedi 70 , con offese da ogni banda spessiesitne y e questi mwii passino 
il tramezzo del fosso folto con regole ed offese e vicy come sopra è detto. 
Dipoi , passando tutto il fosso ^ abbiano nelle estremità loro un grosso 
torrcMie , il quale parte del fosso difenda e li muri equidistanti , ed il 
cì^o : e a quest'effetto nella estrema parte del semicircolo del ciglio 
sia una spianata y come via aperta , per la quale quelli dei torroni e 
dei muri paralleli propinqui al torrone possano il ciglio difendere : il 
quale ciglio quando sia guardato molto maggiore fortezza alla rocca 
rende , poiché aUora non si panno gVinimici accostare y né per via di 
cave y in altri modi y per debMare il fosso : d'onde ne siegue gran- 
dissima fortezza alla terra. E puossi dire che il ciglio sia forte come 
le mura y e la via del fosso molto più sicura (0. Anche le porte si 
applichino cùa le sue ccmdizioni , come appare per la figura. 

ESEMPIO XVIll. 
Rocca esogena con difese differenti ( Tav. XIV, 2 )• 

Per altra via , benché simile alla predetta , si può fare una circonfe- 
renza angolata , secondo che il luogo e la grandezza di essa ricerca , e 
questa cingendo di miura e negli angoH lasciando uno spazio all'entrata 
di piedi 4 , dalla estremità della quale si tirino due muri facienti una 
figura di rombo , nella cui estremità sia un torrone con te offese per 
fianco y e parimente nel rombo appresso al torrone y ed appresso al primo 
cinto y e nella estremila del recinto ^ sicché per queste ogni parte del fosso 
venga ad essere difesa (^X Poi si congiunga col torrone un capannato , 
che passando il tramezzo del fosso , si estenda insino al mezzo della 
seconda parte del fosso. II quale tramezzo si faccia in questo modo: 
sia il tramezzo intomo al torrone di figura triangolare , e di questa 
l'angolo tocchi il mezzo del capannato, e i due kti siano tirati tanto 



(1) Cod. Sanese f.» 99 v.o 
(9) Cod. Sanese t» 30 v.o 



Ili ■ ■— ■»^- . 



164 TRATTATO 

che traendo una retta linea da una estremità all'altra, tocdii Testremità 
del torrone verso la terra o fortezza : dipoi , dal medesimo muro si 
faccia una reversa per la linea antedetta, larga piedi 8 in 10, con of- 
fese da ogni banda: dipoi, si tirino tre linee rette di muri in forma di 
tangenti ad tm semicircolo, e le estremità di queste si congiungano con 
la predetta reversa , e con quella linea dell'altro propinquo torrone , 
come meglio per la figura si potrà giudicare. 

ESEMPIO XIX. 

Bocca in città poligama regolare , e munita di torroni 

in sporgenza fallata. 

Per le assegnate figure di cinti , n<m è difficile agli ingegni perspicaci 
trovarne delle altre, aggiungendo, diminuendo e componendo, e alle in- 
venzioni supplendo. E adunque da considerare delle parti delle fortezze 
particolari fortificate per altre torri e parti di muri. In prima, si può 
fare una terra con ima rocca in mezzo che tutta la terra signoroni, 
in questa forma: sia fatto un cinto di muro grosso piedi 10, con bec- 
catelli dentro e di fuori , secondo il bisogno , e nel centro di questo 
cinto sia una torre con le parti convenienti a quella, e da questa si 
estendano due muri paralleli insino alla delta circonferenza distanti fra 
sé piedi lo , e dopo la detta periferia sia una via larga piedi 20 , e 
dopo questa un altro muro grosso piedi 20, il quale di fuori sia ortogonio 
in figura, o decagono, o di piU angoli, e dentro sia tondo, e sia com- 
posto di due muri legati con contrafforti Tuno con l'altro, la concavità 
media de' quali di battuta e tenace terra sia riempita. Nella estremità 
dei muri equidistanti predetti sia la prima porta col suo rivellino 
innanzi, per la quale entrando bisogni circondare tutta quella via 
circolare infra il primo e'I secondo circuito per pervenire alle parli 
intrinseche della terra , la quale divisa per due linee intersecanti sé 
medesime nel centro della terra ad angoli retti , sopra ciascuna inter- 
secazione di linea , sia un ponte con una porta con saracinesca , sopra 
il quale stiano li custodi , che abbassando la saracinesca possine impe- 



LIBRO y. 165 

dire concedere la predetta via delia terra. Negli angoli di fuori si 
faccino i torroni, e dei due Tuno si può fare con i trasporti, come di 
sopra è detto , ed a maggior difesa degli altri torroni semplici , come 
ne dimostra la figura (0. 

ESEMPIO XX. 

/tocca in città di doppio recinto ottagono senza torri. 

{ Tav. Xy, 1 ). 

Altrimenti si faccia la circonferenza della ci Ila a più facce con due 
cinti di muri; il primo sia grosso piedi 15, e distante da questo un 
altro grosso piedi 3 con contraiforti colleganti l'uno e l'altro muro , ed 
il vacuo in mezzo similmente di battuta terra si riempia, sicché in tutto 
sia grosso piedi 30: e negli angoli della maggiore periferia siano tondi 
piramidali in luogo di torroni, con le offese laterali. Da una delle facce 
più comoda e forte si faccia T entrata con tre reverse porte, con le 
offese convenienti ed i rivellini. Dentro al primo circuito sia lasciato 
spazio conveniente alle abitazioni e vie : dipoi si faccia un altro fosso 
della medesima figura angolare , con la seconda circonferenza di mura 
simile alla prima, con contrafforti e vacui ripieni di terra. Dopo questo, 
sia il ricetto dei provvisionati d'essa rocca , e poi un altro fosso , in 
mezzo del quale sia la rocca con capannati e altre offese che dalla rocca 
abbiano ingresso; poi dalla detta rocca si partano due ale di muro di- 
videnti la terra insino alla porta di fuori , nelle quali ale siano le vie 
conducenti alla terra ed alla rocca, passando per scale e ponti; e nelli 
fianchi d'essi muri duplicati siano quattro porte che per ponti mettano 
nella grossezza del muro primo di fuori e nel ricetto della rocca , d'onde 
ne segue che tutti quelli che entrassero od uscissero dalla terra, bisogna 
che abbiano l'entrata e l'esito dal castellano, il quale cosi di tutto sarà 
signore. E da considerare la figura dove meglio le particolarità sue sa- 
ranno conosciute. 

(1) La figara fa omessa, nalla avendo d'importante. 



166 TRATTATO 

ESEMPIO XXI. 

Fortezza in alto piano come si faccia forte senza torri. 

( Tav. XV, 2 j. 

Se in alcuno sasso o tufo espedito intorno si avesse ad edificare 
un'arce o terra , prima è da sapere che le mura di quella non devono 
essere locate neirestremitk del monte , come a queste dinanzi si vede 
per tutto essere usato , perocché non essendo il luogo molto in alto , 
non osservando questo , possono facilmente per le bombarde essere 
spianate , e così quelli della terra non possono essere sicuri di affac- 
ciarsi fuori r ma siano fatte le mura distanti dall'estremità del monte 
piedi 20 in 30 , perchè cosi l'estremità del monte viene a rimanere 
riparo in modo che solo in una lunga distanza si possono le mura vedere 
battere^ nella quale piccola lesione ricever tono (0. Dipoi, fatte le mura 
angolari, negli angoli siano locati i capannati, o piramidi, o torricini, 
come sempre è necessario , con i fossi e cigli fatti in que&ta forma , 
cioè siano prodotti insino alla estremità del monte uniformemente più 
alti verso quella , e più bassi ver le mura , sicché difficilmente sopra 
quella si possa posare l' inimico ; e questo produce due uiili effetti : il 
primo , che quaìtdo lUninùci in quel loco ascendessero , non potriano of- 
fendere , ma sariano come prigioni : il secondo ^ che tanto ìneno le mura 
potriano essere offese; e se per caso il detto monte col piano si con- 
giungesse , facciasi la porta in questa parte piana , con un torrone in- 
nanzi in forma di due terzi d'un circolo, e nel lato di esso l'altra 
porta : ed innanzi a questa sia un rivellino proporzionato. Dentro dalla 
porta per diritto da una banda sia una torre d'un castellano, appresso 
alla quale siano entrate reverse con offése laterali e di dietro: poi un 
fosso si faccia circondante la rocca e le entrate coi ponti suoi , per i 
quali si passi entrando e uscendo dalla terra, come appare nel disegno. 



(0 Cod. Sanese f.» 31 v.» , lo stesso pel passo che segue. Si veda anche la nota (1) 
all'Esempio I. 



LIBRO V. 167 



ESEMPIO XXII. 



Recinto fortissimo ( Tav, XVI , 1 ). 

Quando la forma fusse fatta secondo che questo disegno ne dimostra, 
sariano le mura per tutto ottimamente difese, e le entrate dopo i rivel- 
lini sicurissime , fatti i fossi , cigli e torroni , come è dichiarato , e le 
porte basse e coperte con le offese laterali, ponti e altre parii oppor- 
tune. Dove , volendo fare rocca dentro questa circonferenza , sia fon- 
data in uno degli angoli congiunti con i torroni A , ovvero B , e ne 

signoreggi il castellano l'entrata. 

« 

ESEMPIO XXlll. 

filtro recinto assai forte. 

■ 

Per la figura presente, forte arce si può componere, lasciando i due 
angoli dell'estremità della circonferenza pieni, eccetto le difese. Le porte 
siano locate nelli quadrati intrinseci nel mezzo della lunghezza del cir- 
cuito per lato , con i rivellini e ponti, e fossi , ed altre parti di sopra 
dichiarate , come a senso ci dimostra la figura (0. 

ESEMPIO XXIV. 

Hocca poligonia , con maschio nel centro avvallato. 

(Tav. XVI, 2). 

Parmi assai buona forma di fortezza codesta, e da ogni offesa sicura, 
della quale la composizione è questa: facciasi la circonferenza angolare 
secondo Topportunità, con i torricini nei luoghi loro e col fosso dinanzi^ 
dipoi si faccia un' altra periferia tonda , distante da questa piedi 20 



(1) La figura, tralasciata, ha U poligono estemo simile airantecedente ed i fianchi sera- 
plicemente a denti di sega. 



1 68 TRATTATO 

in 30 con contrafforti, ed il vacuo empito di terra, come altre volte 
è detto: e in questa circonferenza interiore sia una via lumacata circo- 
lare , per la quale alla principal torre si pervenga. Dopo questa siano 
le stanze per le guardie , poi un fosso y poi la torre del castellano , 
dalla quale si tiri un doppio muro , ovvero due muri equidistanti che 
a mezzo d'una delle faccio della circonferenza pervengano, dove si faccia 
la porta con le parti sue. E per questo apparrk che la torre principale 
tutto offende e difende. 



ESEMPIO XXV. 

Rocca di Cagli (Tav. XVII, 1 ). 

Avendo il mio Illustrissimo Signore Duca Federigo nella mia esigua 
intelligenza fede più forse che quella non meritava. Gli piacque in più 
luoghi nel suo territorio facessi fondare rocche , le quali al presente 
non mi pare superfluo descrivere. 

In prima alla città di Cagli (0, in un monte supereminente la città , 
propinquo a quella piedi 300 , il quale da una sola parte può essere 
bombardato, ho ordinato, ed all'ordine imposto Cne, una rocca in questa 
forma. In prima la torre principale è di figura triangolare, della quale 
un angolo è verso quella parte che può essere offesa, acciocché il muro 
non riceva le percosse delle bombarde : nel quale angolo è grosso i! 
muro piedi 35 : e nelle altre due estremità degli angoli sono due tor- 
roni tutti saldi , eccetto le offese laterali , i quali ver la terra hanno 
tanto di sporto che fanno un ricetto lungo piedi 45, largo piedi 22 (^)^ 
tra questo ricetto e uno dei torroni è la prima porta la quale da molte 



(1) Poiché era la rocca di Cagli tra le più importanti del ducato dì Urbino, fa tra quelle 
insidiosamente chieste nel 1503 da Cesare Borgia al Duca Guidobaldo: se ne impadronì 
colla città proditoriamente il giorno 30 giugno. Reposati , voi. 1 , 398. Guicciardini , lib. 
v , cap. in. 

(3) Il cod. Sanese (f.o 39 y.o) legge: Ivmgo piedi 45, largo piedi 49, alto piedi 50, ade- 
quando Valtezza de li torroni. Notisi pur anche che in testa a questo capitolo i codici Sanese 
e Magliabechìano non segnano che le iniziali D. F. : il loro complemento è però evidente. 



LIBRO V. 160 

offese ò sicora: entrasi nel detto ricetto per tre porte e due ponti con 
muri dividenti ; la torre principale è alta piedi 100 , nella quale è in 
fondo una bella cisterna, un pristino, un forno, la canova, la prigione, 
la stufa e la munizione : di sopra a queste vi sono cinque belle stanze 
per la persona del castellano, alle quali per ponte levatoio si perviene. 
IVella grossezza delle mura verso la terra, dove non può il muro essere 
offeso , sono le scale intercluse con fortissime entrate , sicché sino ^lla 
sommità d'esse possono essere difese; dipoi nel piano della sommità 
della torre è una stanza per la polvere ed altre salmerie(0: intomo 
alla estremità della torre sopra li piombatoi è un muretto alto piedi 1 ^2 
distante dai merli e parapetto altrettanto, coperto con tavole in forma 
di casse , le quali di per sé a chiave si serrano , sicché chiuse paiono 
una banca murata; il quale tegumento a quest'effetto ho ordinato: prima, 
per quello la torre é sicura di non potere essere scalata per la grandezza 
e larghezza dei beccatelli : secondariamente , i custodi della torre sono 
sicuri di non precipitare per quelli vacui W: terzo, bisognando si pos- 
sono aprire e quelli usare per piombatoi. Ewi ancora un altro ricetto 
per i fanti , fatto da due muri in forma di angolo acuto , congiunti 
verso la terra , appresso al quale sono due torricim per difesa delli due 
torroni , muri ed estremità dell'angolo , cmì offese laterali ; e quelli 
che nel detto ricetto entrano , passano per quattro porte e tre ponti , 
non passando per luogo sospetto al castellano : e questo transito dal 
castellano per tutto é dominato in modo che passando i fanti e perve- 
nuti ai ricetti , sempre sono come prigioni del castellano , e a suo 
beneplacito H può superare e nuovi custodi nella rocca mettere. 11 pruno 
ricetto di sopra dichiarato é per persone più fidate al cMteUano , ma 
pure subiette a lui. In uno dei due muri dell'ultimo ricetto é un soc» 
corso coperto che perviene ad una grossa torre fondata nelle mura della 
terra di grossissime mura , per le quali il castellano può mettere e ca- 
vare gente dalla terra : e in questa torre sono stanze del castellano , 

(1) Queste aalmerìe non sono bagagli, ma munizioni per combattimento. Se n'ha esempio 
nelle Cronache dell' Allegretti , Polvere da bombarda , Saettime et altre sàbnerie per trarre 
(A Ital. Script, voi. XXIII, col. 793 all' a. 1478). 

(9) Disastro non infrequente. Vedansi le Croniche di Lucca di Gio. di Ser Cambi all'a. 1405. 

9S 



170 TRATTATO 

munizioni , e tre gradi di offese dalle mura di fuori e di dentro , con 
cisterna ^ pristino , canova , fossi intomo e ponti , e molte altre divi- 
sioni, le quali sarebbe lungo di narrare descrivendo: e questa torre non 
può essere bombardata se non verso la terra, come la flgura dimostra. 

ESEMPIO XXVI. 

nocca del Sasso di Monte Feltro (Tav. XVII, 2). 

In un castello di sua signoria chiamato il Sasso dì Monte Feretro (0, 
ho fatto fare una fortezza in questa forma. In prima , una circonferenza 
quadrangolare di mura grosse piedi 14 , sopra il piano del Sasso , con 
le scarpe di fuore insino al profondo del fosso , dal quale alla sommità 
del muro è di altezza piedi 50 , e nei due angoli verso T altezza sono 
due torroni grossi piedi 50 , massicci , eccetto le difese ed il soccorso 
che passa per uno. Nel mezzo ed intervallo fra l'un torrone e T altro 
è un triangolo sodo tutto con offese per fianco , appresso al quale è la 
porta con più reverse entrate e offese : appresso d'uno dei torroni è il 
soccorso che passa per una scala rivolta , e pervirae per un doppio 
muro alla torre maestra; e questa torre è locata in mezzo della faccia 
opposita a quella del triangolo massiccio , la quale principal torre è di 
figura pentagona, grossa dal lato di fuori piedi 45 , con cisterne, pri- 
stini e altre parti che di quella di Cagli ho detto , come più piena no- 
tizia ne rende la figura. 



(1) Detto volgarmente Saasoferetrano, e Sasao di Monte Feltro | villaggio e già piccola ca- 
pitania nella regione di tal nome , da non confondersi colla citta e rocca fiunosa di S. Leo 
di Montefeltro. 



LIBRO V» 171 



ESEMPIO XXVII. 



Rocca del Tavdeto (Tav. XVIII, 2). 

In un altro castello di sua Signoria chiamato Tavoleto ho fatto mu- 
rare di fondo una rocca in questa flgura (0. In prima, una torre tonda 
di diametro piedi 70 , alta 86 , grosso il muro piedi 16 , dove il vacuo 
resta piedi 38 in diametro , con un fosso lasgo piedi 60 , profondo 
piedi S5 , con rivellino e altre parti , come appare nel disegno. Nel 
fondo della detta torre è un'ampia cisterna , e sopra a quella una ca- 
nova con una stanza pel pristino ed una da legna: dì sopra da queste 
un salotto per mui^zione , il forno ed una camera : sopra queste sono 
tre stanze pel castellano , e di sopra a queste tre altre per la famiglia 
e poste nella sommità piti alta , secondo il disegno. Appresso oUq qaal 
torre verso la terra S un fosso quadrato cinto di nniro y appresso al 
quiol fosso è un rivellino in forma di triangolo coperto intomo eccetto» 
che verso la torre y acciocché di quel luogo il cartellano ne sia signore ,. 
ed appresso al rivellino è la porta la quale entra nel ricetto del fosso W. 

ESEMPIO XXVIII. 

Bocca della Serra di S. Abondio (Tav. XIX, 1). 

Alla Serra (^) , altro castello suo , ho fatto fondare una rocca con 
una torre principale quadra , ed il vacuo suo è un altro quadro oppo- 
sito a quello, sicché gli angoli interiori son volli verso le facce esteriori, 



(1) Questo villaggio conquistato da Federico sopra Sigismondo Malatesta, ebbelo poscia dal 
Papa nel 1464 (Battaglini, Vita di Sigismondo, pag. 531): vi fece quindi la rocca infausta 
pe'suoi, poiché quando Guidobaldo riebbe lo stato nel 1503, vi trovò lunga resistenza 
(Reposati, voi. I, 358). 

(9) Cod. Sanese f.o 33 v.o Lo stesso segna ^altezza della torre di piedi 96. 

(3). Fra i numerosi villaggi del ducato d'Urbino che hanno od avevano l'appellativo di 
Serra (Serra di Partuccio, di Brunamente, di Sant' Onda ec.) quello, del quale qui è di- 
scorso , non può essere che la Serra di S. Abondio, la di cui rocca , giusta il Baldi ( lib. VII , 



•j. •^ryET'-Jn Kmsisa^ ,r i^ 



172 TRATTATO 

e le facce ver gli angoli : dair angolo esteriore alla faccia propinqua in- 
teriore è grosso il muro piedi 16 , il vacuo in quadro piedi 42 : dalle 
due facce opposite alla terra si estendono due muri , nella estremità 
de' quali sono due torroni di diametro piedi 45 , alti 50 , massicci e 
con le offese laterali , con altri ricetti , soccorsi e fossi , come appare 
nel disegno. La torre principale è d'altezza di piedi 94 (0: nella faccia 
dell'ultimo piano dove le bombarde non possono offendere , sono quattro 
vacui dove nell' uno è il pristino , nell' altro il forno , e gli altri sono 
ricettacoli per più cose opportune y in mezzo delti quali è la canova^ 
sotto la quale è la cisterna y e sopr'essa la munizione y e sopra a questa 
la stanza del cartellano , ed aJla sommità le stanze delle guardie detta 
rocca, u^ppresso olii torróni sono due ricetti difesi e guardati da quelli 
dove è Ventraia della terra e del soccorso y intomo olii quali è il fosso 
verso la terra j largo piedi 40 e cupo 30 (*). 

ESEMPIO XXIX. 

Jlocca di Mondavio (Tav. XVIII, 1). 

In una terra del signor Prefetto (?) detta Mondavio ho fatto ediBcarc 
una rocca con queste parti. In prima , il circuito del ricetto esteriore 
è di figura pentagona: un angolo d'essa volge verso l'opposita parie 
della terra, e la faccia opposta a quest'angolo guarda la terra. Nell'an. 
gelo detto è un gròsso torrone con le parti convenienti , e nei due an- 
goli della feccia due tórricini pieni con le offese laterali^ appresso a 
quel torrone è la stanza per il signore. Da una delle (accie propinque 
ai tórricini ho fatto un torrone di figura ovale oblunga, di diametro 

pag. 56) fu eretta dal duca Federico. Lo stesso autore neUa vita di Guidobaldo narra come 
questa rocca fosse una di quelle che il Valentino chiese ed ottenne dal Duca (lib. VI, pag. 930\ 

(1) 11 codice Magiiab. legge piedi 90. 

(9) Codice Sanese f.» 33 v.» 

(3) Giovanni della Rovere nipote di Sisto IV, duca di Sera e d'Arce, signore di Sinigaglia 
e del vicariato di Mondavio, prefetto di Roma dal 1475, e genero di Federigo d'Urbino 
(Infessura col. U45. Anonimo ì^ita di Sisto IFy col 1063 presso R. I. S. tomo III. P. II). 
Per questa rocca vedasi Quanto ho detto nella vita dell'autore al capo IV. 



LIBRO T. 173 

piedi 50 y alto («'o), per mezzo del quale passa la via con una porta, 

m 

due ponti e due rivellini , da ogni parte il suo , cioè fuori e dentro 
della terra. Appresso all'altro torricino vi è una torre con otto facce , 
di diametro piedi 60 , col vacuo suo quadro , ed è contigua con le 
mura della terra ^ dove è la stanza del castellano : e nella congiunzione 
di questa con la faccia è il soccorso col rivellino; intomo alle dette 
partì gira un fosso con le sue propHetà y come si vede nel disegno. 

ESEMPIO XXX, 

nocca iU Mandolfo (Tav. XIX , 2). 

In Mondolfo (0, altra terra del detto signore , ho fatto fare un' altra 
rocca y in questa forma. In prima y una torre a otto facce , di diametro 
piedi 55 , ed alta 100 y ed il muro suo è grosso piedi 18 , ed in mezzo 
di questa è una lumaca per la quale i cavalli possono ascendere insino 
alla stanza del castellano. Appresso di questo , ho folto un cinto di muro 
quadrangolare inequilatero y nel quale da basso sono più stanze y ed in 
sommità vi è un cortile : e dopo questo cinto ne è un altro di flgura 
pentagona y del quale un angolo è volto alla opposita parte della torre, 
nella quale sono piti stanze a più solari : e negli angoli di questa figura 
sono le offese laterali : e nella sommità dell' angolo detto , ovvero estre- 
mità , è un torrone a facce terminante in acuto , massiccio , eccetto 
una scala che serve a tutte le stanze del propinquo diametro (^) In 



(1) Mondolfo, casteUo reso celebre per l'assedio postogli nel 1517 da Loremfo de' Medici 
che vi fn ferito, è descritto dal Guicciardini (lib. XIIl, cap. II) pel casteUo più forte e mi- 
gliore del vicariato, cinto di fossi e di maniglia da non disprezzare, alla quale il sito del 
luogo, essendo in coUina , ià terrapieno : fu preso dai Pontificii coU'aiuto di una mina sotto 
un torrione, che gittoUo a terra eon parte deUa muraglia. Ma non bene si discerné se il 
Guicciardini parli della rocca o della terra: pare anzi di questa. Il Torri la descrìsse nel 
1733 come esistente ancora, e munita di due ponti levatoi (Memorie di Mondolfo pag. 6), 
i quali veramente vedonsi segnati in pianta. Cosi pure ne loda Tallezza e la grossezza delle 
mura. Vedi anche la vita deU'autore al capo IV. 

()) Del propinquo diametro, vale a dire alle stanze adiacenti. Le parole aggiunte sono 
del f.o 34 r.o del cod. Sanese. 



-r "j^B*" 



174 TRATTATO 

mezzo di questo torrone e delle stanze del signore è un altro cortiletto 
triaìigdare. Appresso alla principal torre è l'entrata del soccorso eoa 
rivellino , fossi , ponti e battiponti , come appare nel disegno. 

ESEMPIO XXXI. 

nocca con due torri maestre (Tav. XX , 1 ). 

Molto utile saria fare una rocca con due principali torri che per due 
castellani potria servire, in questo modo. Facciansi due torroni triangolari 
con le parti requisite, e di questi le facce siano volte l'una ver l'altra, 
facendo negli angoli oppositi due torricini offendenti per fianco , e dal- 
l'una all'altra faccia sia distanza di piedi 150 : siano congiunte dipoi 
con quattro muri che facciano divisione di stanze ^ ricetti e deambula- 
zioni , e l'entrate siano ordinate sicché l'un castellano non possa senza 
consenso dell' altro mettere in rocca o trarre alcuno, per evitare ogni 
fraude od effetto di viltà che per i castellani potesse venire : benché 
accordandosi ad un volere y possano far fraude ^ alla qual cosa non si 
può dare rimedio (^). Facciasi pure che ciascuna torre abbia l'entrata 
per le stanze contigue a//' altra, con i rivellini, fossi e ponti, come di* 
mostra la figura. 

ESEMPIO XXXll. 

Jìocca simile (Tav. XX , 2). • 

La figura qui unita è simile air antidetta ed alquanto più breve , 
perchè non ha torricini , come appare disegnato. 

(1) Cod. Sanesc f.<» 34 y.o 



LIBBO V. 175 

ESEMPIO XXXIll. 
Hocca con due maschi (Tav. XX ^ 3). 

Due altre rocche si paò fare fra sé distanti piedi 60 , congiunte da 
basso per rispetto dell'entrata , e separate in alto con muri e fossi e 
due contrarie entrate con li ponti , le quali siano attribuite all' uno 
quelle deir altro castellano : e nel diametro fra l'uno e V altro torrione 
siano le divisioni con stanze e ricetti y e con capannati e rivellini^ come 
pel disegno si dimostra. 

ESEMPIO XXXIV. 

Itocca simile. 

In altra forma si possono fare due rocche tonde distanti Tuna dal- 
l' altra piedi 100 , dalle quali si partano due muri rivolti e circolari , 
con vie reverse e circolari , con la entrata dell'uno castellano per la 
rocca deir altro al medesimo effetto , e nei vacui dei muri duplicati 
siano le stanze per i custodi come appare per la figura (0. 

ESEMPIO XXXV. 
Rocca con due maschi ed una entrata sola (lav. XXI , 2). 

Quando una terra fusse molto sospetta ^ in quella puossi fare l' entrala 
di due congiunte rocche {distanti l'una daU' altra piedi 100) comune , 
e la catena da una parte la tiri un castellano e l'altra T altro dello 
stesso ponte levatoio: sicché l'uno senza l'altro non possa mettere al- 
cuno in rocca : e in questo caso ciascun castellano debba avere una an- 
data coverta dalla torre sua alla catena della porta o saracinesca , come 
dimostra la figura (^). 

(1) Tralasciata poiché di focile intelligenza. 
(«) Cod. Sanese f.» 34 v.» 



176 TRATTATO 



ESEMPIO XXXVI. 



jàUra rocca simile ( Tav. XXI , 1 ). 

Puossi fare due rocche coverte con due castellani per altra vìa. Fac- 
ciansi due torri, Tuna dall'altra distante piedi 100 , con più divisioni 
e ricetti per mezzo, e dall'una all'altra sia un muro doppio per il 
quale E vada insino al mezzo per C , ed F insino al mezzo per A : e 
giunti a questo mezzo , E vada insino al B , ed F infine al G , dove 
nel tramezzo fra il B ed il G sia un piccolo buco, dove per quello i 
castellani si possano parlare : e ciascuno abbia una catena del ponte 
della porta y aeciò non possa entrare o uscire alcuno senza volontà di 
tutte due le parti (0 , come si vede per la figura. 

ESEMPIO XXXVll. 
^Itra rocca simile. 

In altro modo, e dal bombardare sicuro, si può fare due fortezze 
congiunte e legate con muri lunghi piedi 80 , con ponti , rivellini ed 
entrate serve l'una all'altra e comuni : dipoi si faccia due torroni in 
forma di due terzi d'un circolo, sodi, larghi piedi 50, lunghi 70, e 
la faccia dell'uno volta ver l'altra : in ogni canto poi si faccia il suo 
torricino o torrone in forma d'una quarta parte d'un circolo divìso per 
due lìnee intersecanti nel centro ad angolo retto, col tondo verso l'altra 
rocca , e la faccia verso il torrone a lui propinquo con le offese late- 
rali , come per la figura si conosce essere per tutto sicura. 

(1) Cod. Sanese f.o 34 y.o 



LIBRO V. 177 

ESEMPIO XXXVIII. 
/tocca in luogo che po$sa essere offesa solo da idue parti opposte. 

Qaando alcun sito fusse dove si avesse a edificare una rocca il quale 
solo da due parti opposite potesse essere offeso , in questo caso si debba 
fare il primo circuito di figura esagona alquanto oblunga ^ della quale 
gli angoli ottusi siano volti a quelle parti d'onde possano venire lesi : 
e nella parte cbe maggiore nocumento può ricevere si faccia nei due 
angoli propinqui all'estremo angolo due torroni massicci , eccetto le 
offese laterali , ed in figura di sesto-acuto : e dal vacuo dell'uno e del- 
l'altro dove sono le offese, si tiri un muro insino all'angolo estremo 
che dai due torroni sarà guardato. E volendo meglio difendere i torroni, 
si può fare nella profondità del fosso un torneino a triangolo: di poi 
una porla per lato col rivellino innanzi , passando per cinque porte 
prima che al maschio si pervenga , e nel centro d'esso sia una qua- 
drata stanza pel castellano , elevata e dominante tutta la rocca , con 
un'andata coperta che pervenga sopra alla porta , la quale per il ca- 
stellano solo si possa aprire , come si comprende per la figura, 

ESEMPIO XXXIX. 

Ricinto di rocca senza torri. (Tav. XXII ,1). 

Volendo edificare una rocca senza torroni , e che sia forte , facciasi 
una circonferenza angolata con doppi muri , contrafforti , e vacui empiti 
di terra , come di sopra è detto : negli angoli dipoi si facciano i ca- 
pannati , come sopra è detto , e sopra questi i torricini piramidali : e 
innanzi a questo doppio muro sia un fosso con le sue parti , e dopo 
di esso , verso il centro , sia un altro fosso , e in mezzo di questo la 
torre principale con le piramidi negli angoli. Le stanze dei custodi siano 
applicate al primo muro , e così insieme con le altre parti già note , 
sarìi la fortezza inespugnabile , come nel disegno si dimostra. 



93 



178 TRATTATO 

ESEMPIO XL. 

Itocca a più ordini di difese (Tav. XXII ^ 2). 

Puossi fare una bella e forte rocca in questa forma. In prima facendo 
un fosso profondo , secondo che di sopra è dichiarato con li ci^^i con- 
venienti y di .figura angolare , e nelle parti più debili si fondino due 
grossi torroni , scarpati , alti piedi 50 , di diametro piedi 70 , e di 
quest'altezza siano le mura a questi torroni contigue, le quali (dai para^ 
petti in fuori) siano a pari al terreno , e solo quelli siano sopra la 
terra eminenti. Nella congiunzione delle mura con i torroni siano fatte 
le porte con i rivellini innanzi , con entrate reverse , e dentro perven- 
gano ad un luogo del quale il castellano ne sia signore* Sopra delli 
detti torroni si faccino i torricini distanti dai merli delli torroni piedi 
20 incirca , alti piedi 30 , e dalla sommità di questi si parta un muro 
in guisa di triangolo scaleno che si estenda infino all'estremità dei 
merli del torrone. Sicché la fortezza in due parti sia divisa, acciocché 
li custodi dell'una nell'altra non possano entrare senza volontà dell'altro 
castellano. Sopra i torricini si faccia un capannato della figura che al 
compositore piacesse : dipoi in mezzo dello spazio infra il fondamento 
del torricino e la sommità estrema del torrone si faccia un muro al- 
quanto circolare concavo verso il torricino , con offese per tutto , grosso 
piedi 5 , alto piedi 4 verso i merli del torrone , e 6 verso il fonda- 
mento del torricino , il quale muro quando fossero li merli delli torroni 
gitlati per terra servirla per difesa del torrone : eziandio siano oiTese 
per tutto , perchè quando fusse per terra il detto muro perso, mediante 
quelle facilmente riacquistar si potria. Dopo le mura di fuori e torri 
si lasci lo spazio per le stanze dei provvisionati , e dopo questo facciasi 
un fosso largo piedi 30 , profondo 25 , dal fondamento del quale si 
muova un barbacane quadrato, o rombo, o d'altra angolare figura (se^ 
condo quella del primo circuito) alto piedi 25 infino al piano della 
terra , e da questo piano in su coi parapetti e merli alto piedi 10 : 
dai quali merli alla torre (della medesima figura del primo circuito) sh 
uno spazio di piedi 8 : e la detta principal torre sia sopra le altre 



LIBBO V. 179 

eminente. E da questa si muovano due muri sopra pile ed archi rilevati 
che pervengano infino ai torricini , con merli ed offese da ogni banda , 
per i quali si vada dalla torre ai torricini per ponte levatoio. Oltre a 
questo, nella congiunzione dei detti muri con la torre al pari del bar- 
bacane y sia una portella da ogni banda , la quale divida lo spàzio dal 
barbacane alla torre y come dei torricini è detto : e nella torre appresso 
la portella per la grossezza del muro sia una lumaca , per la quale il 
castellano mandi li fanti ai torricini senza che per le stanze del castel- 
lano passino. Ultimatamente , da una delle bande nella grossezza d' uno 
dei due muri che vanno ai torricini sia una via coperta , sotto V andare 
di sopra , per la quale il castellano passando per il torrime e per il 
torricino , pervenga sempre coperto ad una porta , della quale ne tenga 
egli r entrata , come per la figura meglio si conosce. 

ESEMPIO XLl. 

^oeca simile, in luogo che possa essere offesa da ogni parte. 

( Tav. XXlll, 2 ). 

Puossì una fortezza che da quattro parti potesse essere percossa for- 
tificare per la figura romboida in questa forma. Estendansi i muri , con 
i torroni negli angeli , e con i sopraposti torricini e capannati di sopra, 
e con muri dividenti e porte, come immediate innanzi è stato dichìa* 
rato : poi si faccia il maschio di mezzo con quattro ale di muro che 
pervengano ai torricini con le . duplicate offese loro : e questi torricini , 
si facciano tutti pieni eccetto una piccola portella (che per il castellano 
si apra e serri con saracinesca ) dalla via segreta situata nella grossezza 
di detto muro sotto l'andata scoperta merlata nella sommità : e con 
porte , rivellini , offese ed entrate reterse , le quali in un luogo per- 
vengano dal castellano dominato , come per la figura si dimostra. 



180 TRATTATO 

ESEMPIO XLII. 

fiocca in piano con tre recinti (Tav. XXIV, 2). 

In piano si potria forlificare per via di fossi e muri in questa forma. 
Fatta la circonferenza angolare con i torroni negli angoli , alti piedi 50 , 
e i muri grossi piedi 18 , fuori si faccia il fosso della medesima flgura 
angolare con cigli ed altre sue parti altrove dichiarate distanti dal detto 
muro piedi 50 : si faccia verso il centro un altro fosso della medesima 
figura largo piedi 30 , e dopo questo sia un altro circuito di mura grosso 
piedi 10 , dove siano i torriciui negli angoli di diametro piedi 30 : dopo 
questo si faccia un altro fosso distante piedi 10 , largo piedi 20 , e poi 
a questo si applichi l'altro circuito di mura grosso piedi 6 , con i tor- 
ricini piramidali negli angoli : distante da questo piedi 10 sia V altro 
fosso largo piedi 20 , e nel centro di questo sia la principal torre 
esagona (o d'altra figura più conveniente, ma simile a qìtella del 
circuito) con le piramidi negli angoli. Queste periferie devono essere 
sempre più basse uniformemente verso il centro , sicché tutta la pen- 
denza sia piedi 30 : dipoi si faccia un muro doppio , basso , e quasi 
sotterraneo , dalla torre principale alla prima porla della quale il castel- 
lano possa disporre e intromettere e cavare chi a lui piacesse : e la 
detta via può essere reversa con offese , a maggior tutela , e con ponti 
e porte , e altre parti convenienti , come appare per la figura. 

ESEMPIO XLIIL 

Rocca in altopiano avente un accesso solo (Tav. XXlll, 1). 

Se in alcun luogo fussero ripe intorno e grandi precipizi , eccetto che 
dove si avesse a fare la porta : allora in quella parte debile si faccia 
una torre con la porta in mezzo , e con due alette di muro da lato 
che la coprano, e dal lato dinanzi si faccia un rivellino acuto con la 
porta dall' altro lato , e dalla detta torre tre muri si estendano causanti 
un triangolo isoscele , e nei due angoli laterali si facciano i torricini , 



Limo V. 181 

e in mezzo a questi sia una torre triangolare , V angolo di cui volti ver 
la parte debile : e da questa al primo torrone si tiri un muro doppio , 
dove sia una portella con due ponti levatoi che battano nelle scale espe- 
dite : e dentro del muro si faccia la via alla princìpal torre , sicché per 
questi ponti Tun ricetto sia separato dall'altro; poi nella sommità del 
detto muro di mezzo sia una vìa con un ponte levatoio , sicché dalla 
torre al torrone per questa si vada , e sicché senza la volontà del ca- 
stellano non possano quelli del torrone alla principal torre accostarsi. 
E quando nella parte assegnata debile fusse un monticello o luogo emi- 
nente , allora il rivellino debba essere locato incontro a quello : il soc- 
corso sia in quella parte del precipizio o delle ripe che jMh fusse atto , ' 
ed a cui le parti assegnate del soccorso più convenissero , come appare 
per la figura. 

ESEMPIO XLIV. 
Jiocca in sporgenza eorUinvuUa di un altopiano (Tav. XXIV, 1). 

Quando fuss^ un monte alto e ripido da una parte e sicuro dalie 
bombarde , e dall' altra si congìungesse col piano ovvero collina , si può 
in esso far rocca forte in questa forma : si faccia un cerchio di figura 
pentagona, della quale una faccia sìa versa alla ripa, e l'angolo a quella 
faccia opposito sia yerso il piano : nei due angoli ver la ripa siano due 
capannati , e nei due altri angoli a questi propinqui siano due torroni 
distanti dall'angolo del muro piedi 15, ed applicati a quello con due 
ale di muro nelle quali siano le offese per fianco : intorno a questa 
circonferenz^i sia un fosso con la vìa appresso al ciglio , e nel mezzo 
di esso fosso scarpaio e pendente si faccia un altro fosso piti cupo ta- 
gliato perpendicolare , e quando il terreno fosse saldo (0 , allora questo 
fosso sia più largo in fondo che da capo : e sia il ciglio di fuori aperto 
sicché dai torroni sia guardato , come appare per la figura. 

(1) Intendasi , di pietra o tufo. 



182 TRATTATO 

ESEMPIO XLV. 
Rocca in altopiano scosceso ^ offendibile da una parte sola (Tav. XXV, 1). 

Se per le ripe grandi iatomo un luogo , dove si avesse a edificare 
rocca, non si potesse bombardare se non da una angusta parte, da questa 
si faccia un largo e profondo fosso con vie e gole reverse o concave y 
e con li cigli proporzionati: dopo questo sia un triangolo massiccio con 
due alette nei due angoli della faccia opposi ta all'angolo che ver la 
parte debole si verge, dove sono offese per guardia dell'altro muro. 
Dopo questo , sia un torrone ottagono , in diametro piedi 80 , sopra 
del quale sia una torre tonda di diametro piedi 35 , e dopo questo 
siano due porte sopra un muro doppio merlato levato in archi , benché 
chiuso , che divida un quadrato ricetto il quale contiene una scala nel 
suo mezzo : e dopo l'ultima porta levatoia sia un altro muro doppio 
con merli contiguo ad un torrone con una piramide nella sommità : e 
nel muro detto sia una porta di soccorso che dalla porta alta della via 
all'ultimo torrone pervenga e questa via per ponte levatoio si conceda e 
proibisca y come ne dimostra il disegno. 

ESEMPIO XLVL 

Rocca adaitabUe ad ogni accidente di terreno (Tav. XXV, 2). 

Non è da tacere al presente la descrizione d' una rocca che in ogni 
luogo si può applicare ed edificare fortissima , dato die da ogni parte 
possa essere dalle bombarde offesa. In prima , da quella parte che è 
più debile si faccia la principal torre ferma tutta, in diametro piedi 
40, triangolare, con l'angolo di fuorej dietro a questa sia una torre di 
semicircolare figura contigua a sé, dove siano le stanze per il castellano, 
ed il diametro di questa sia tanto minore della faccia e lato del triangolo 
contiguo^ che nello sporto d'essa faccia siano le offese. Da questa parte 
semicircolare si parta un'ala di muro doppio che passi intersecando 
tutte le stanze delle guardie , e al torrone dell'entrata pervenga : nel 



LIBRO V. 183 

qasl muro , oltre alla via superiore scoperta e merlala , ba sotto iin 
aadare coperto per il quale il castellano può secretameute andare sopra alla 
porta deir ultimo torrone , quella dominando con ponti e saracinesca. E 
di questo muro doppio sia una parte tanto alta quanto è essa torre 
principale^ cioè infino ad im tramezzo transverso, in fine al quale è una 
torre quadrata dove il castellano tre ponti signoreggia , dando l'ingresso 
a due torroni ncirestremitk del detto transverso muro locati, per lato, 
e air ultimo torrone , per lungo : sicché ritirati su i ponti , quelli che 
nei torroni fussero sarieno come prigioni , né potriano fare fraude. II 
detto muro transverso causa due ricetti , Tuno ver la torre principale 
dove stanno i più fidati , nel quale il castellano può ire per una porta 
e scala del doppio muro , e con saracinesca chiudere , e così a suo be- 
neplacito fame due : l'altro ricetto diviso in due dair altro doppio muro 
è per li fanti men noti, cinto con un muro quadrato o simile. Ed in- 
fine , dall' altra parte del muro doppio più basso della prima parte è il 
torrone della porta con una lumaca verso la parte interiore che ascen- 
dendo perviene alla via secreta del castellano. Alla sommità del merlato 
e doppio muro dinanzi alla porta è un rivellino , il quale batte un ponte 
nel ciglio del fosso , ordinato in un luogo con una scala per la quale 
si ascende al ciglio: e nel rivellino è una scesa per scala, per la quale si 
va alla porta del torrone, acciocché sia più bassa, che certamente sono più 
utili e forti delle altre, e considerando la figura meglio si potrà giudicare. 

ESEMPIO XLVll. 
Jlocca esagona per luògo offendibile da una sola parte, 

» 

Se alcuno volesse brevemente fondare una rocca forte in luogo che 
solo da una parte potesse essere bombardato , faccia il cinto di figura 
esagona, della quale un angolo sia verso la parte debile e sia tutto solido 
con due torricini negli angoli propinqui, ossiano torroni, e nel mezzo 
sia la torre triangolare volto l' angolo alla parte antedetta , e della detta 
torre i due terzi siano solidi; alla parte opposita sia la porta della torre 
con ponti e saracinesche , dinanzi alla quale da una banda sia la porta 



184 . TRATTATO 

del circuito con un angolato torrone , e poi il fosso , come ricerca cia- 
scuna fortezza , perchè è una delle principali parti ad essa utili , non 
essendo la rocca in luogo alto ed espedito , dove non bisognano , come 
nel capitolo di quelli si può conoscere , ed al ma giudizio , tardo è 
una fortezza senza fosso y quanto un animale senza tm tnembro prifiei^ 
pale (H. E per la figura è mwifeMo, 

ESEMPIO XLVIII. 
nocca munita di torroni semicircolari con ale. 

Questa figura è utilissima a tutte le fortezze , imperocché essendo i 
torroni alti e grossi e tutti solidi da poter resistere alle macchine^ e 
con le difese nei sfianchi e nei lati dei muri, dove che ai capannati 
posti circumcirca la radice dei torroni si pervenga per l'andata di esse 
difese , i quali capannati battano la circumferenza delle estensioni dei 
fossi : siccome per la figura è manifesto W. 



ESEMPIO XLIX. 
Recinto esagono con maschio nel centro. 

La medesima figura in simil luogo si può più fortificare facendo negli 
angoli le piramidi ed in mezzo una quadrata torre con più varii ricetti 
divisi 9 scale e ponti , porte doppie , entrate riverse , rivellini e fossi , 
come per la figura si comprende. 



(1) Cod. Saoese £.<> 3S v.» La figura, di poca importanza, fu tralasciata: cosi pure per 
quelle degli Esempi XLVIII e XLIX. 

(S) Mei codice Sanese gli Esempi XLVIII e XLIX sono rìuniU in ano solo. Le figure, 
nulla avendo di nuovo, furono tralasciate. 



LIBRO V. 185 



ESEMPIO L. 



nocca emgona in pianura ( Tav. XXVI , 1 )• 

Quando la fortezza in piano fusse , in questa forma si costituisca 0). 
Fatta la circonferenza delle mura e torricini dei capannati , a pie dei 
quali sia la latitudine d'un fosso di piedi 60, profondo piedi 20, e la 
cui profondità sia curva a guisa di angolo ottuso , dipoi sia partito il 
diametro d'essa in parti tre , e la parte media di piedi 20 si cayi pro- 
fonda piedi 18 , nella cui profondità e parte verso la fortezza sotto i 
torroni sia elevato sopra pile ed archi infra i quali siano andate di scale 
ascendenti dentro della fortezza, acciocché se per alcun modo dai ne- 
mici fusse voluto riempire il fosso per le dette andate stando sicuri 
sotto gli archi si possa evacuare: e per il simil modo si facciano altre 
divise andate, le quali dai capannati superiori ai capannati inferiori 
dell' estremità degli angoli discendano ^ essendo i fossi e cigli con le 
loro strade e obbliquate gole ordinati e murati, siccome nel luogo loro 
si è detto. Essendo tal fortezza cosi composta e ordinata, si potrà dire 
quasi impossibile in alcun modo potersi quella conquistare. 

ESEMPIO LI. 

« 

j^ltra rocca esogena in pianura. 

Fatta la figura esagona alquanto oblunga , in uno dei due angoli piti 
distanti si faccia un torrone a sesto acuto, di diametro piedi 35, dove 
sia una scala per la quale si vada a tutte le difese del circuito: e nel- 
l'altro angolo opposto a questo , dove solo la fortezza può essere dalle 
bombarde maculata, si faccia un torrone tondo del diametro piedi 60, 
con un'andata circolare da basso nella grossezza delle mura dove per 
la porta della rocca si pervenga : nella qual via siano . due porte da un 
termine del tondo , e due daU'altro termine opposito , con piombatolo 



(1) Biacca quest'Esempio nel cod. Sanese. 

84 



186 TRATTATO 

da gìltar faoco e altre cose offensive per difesar delle porte. Finito 
il circolo della via intomo al torrone si pervenga in un ricetto triango- 
lare y dal quale si vada in una lumaca dentro al predetto torrone , e 
montata l'altezza di piedi 20 si pervenga ad un ponte levatoio nel ri- 
cetto della torre principsie, la quale sìa pentagoBa ed espedita d'intorno, 
con difese infra i suoi ricetti , sicché per sé sola difendere si possa. 
Negli altri quattro angoli facciansi i torrlcini angolari con difese , mura 
e fossi 9 rivellini e ponti e loro oonvenieBAi e requisite parti , come si 
vede per la figura (0. 

ESEMPIO LH. 

avvertimento per fortezza appiè di un monte. 

Quando accadesse edificare fortezza a pi& di qualche colle o montagna, 
dove fusse la profondità e latitudine di im fosso fra la radice dei mont« 
e la fortezza, e tu dabftasd dal sommo del monte non fusse riempito 
da inimid oon grossi sassi, botti e casse a guisa di carri di terra pieni, 
perchè rugolando quelli per la dependenza del mónte facilmente essi 
fossi con l'altezza del muro si possono adeguare , in questo caso si faccia 
un' obbliquità di muro verso l'altezza del monte in modo che copri la 
larghezza della fortezza. Per il simil modo si può fare un muro a forma 
d'angolo scaleno: e cosi sarà riparato a quelli che per tal modo acqui- 
stare la volessero , che se , trovando i muri fuggitivi in altra parte 
venissero , per obbliquità di essi muri in altra parte rvgolando sarebbero 
trasportati W. 

(1) Le figore degli Esempi LI, Lll, LUI, LIV rnnmo tralasciate, non differendo dalle 
al^ in cofla di conto. L'Esempio LII manca nel codice Sanese. 

(S) Cioè, come dalla figura, un muro inclinato sopra la linea del fosso in modo che la 
prolungazione sua e di questa, congiunte con una terza linea che le unisse produrrebhe un 
triangolo scaleno. 



LIBRO T. 187 



ESEMPIO LUI. 



Fortezza in piano e eoìVasse diretto contro una fimbria di monte. 

Nel medesimo caso dì sito solo per ona parte offeso si può fare una 
fortezza in questa forma. Sia fatta la circonferenza pentagcma volgendo 
un angolo verso la parte debile , e tirinsi da quello due facce grandi 
e due altre piccole ^ e la terza faccia opposìta al detto angolo sia mag- 
giore delle altre: nel primo angolo assegnato si faccia un torrone scarpato 
di diametro piedi 60 , sopra di questo poi un altro di diametro di 
piedi 30 , e sopra poi a questo il capannato con un muro triangolare 
dalla sommitk del torricino all'estremità dei merli del torrone da basso, 
con una porta da chiudersi per il modo piii volte detto. Nei due angoli 
propinqui a questo siano due quadrati torricini, ed in mezzo alla faccia 
maggiore opposita al primo angolo sia una grossa torre ed eminente 
sopra le altre siccome principale, e sia di figura pentagona: da questa 
poi si tragga un doppio muro infino al torneino sopra al torrone con 
una via coperta sotto la via scoperta , la quale passando per il torricino 
pervenga alla porta : nella via scoperta sìa una porta , la quale sia in 
dominio del castellano per ponte levatoio: e sotto all'arco propinquo 
alla torre principale sia la porta sua con ricetti a pie divisi , secondo 
il disegno. 

ESEMPIO LIV. 
Jioccd in sito battuto da ogm parte. 

Se da ogni banda potesse il sito essere dalle macchine offeso dove si 
avesse ad edificare una rocca , fatta la periferia esteriore pentagona 
con due rìcinti di mura , il primo grosso piedi 20 , con tre torroni in 
diametro piedi 60, ed il secondo distante dal primo piedi,... (0, grosso 



(1) Il cod. Sanese (f.o 39 r.») legge diversamente questo Esempio « in diametro 

» piedi 60. Sotto le mura et li torroni sia una circulare via , cioè in la grossezza del muro , 



188 TRATTATO 

piedi 8 con tre altri torroni, ed in mezzo il fosso pieno d'acqua: nella 
grossezza del primo muro sia una via circolare con offese per tutto 
intorno difendenti la sommità del ciglio, sotto i fossi siano le vie dall'uno 
all'altro torrione; la torre principale sia alquanto distante dal muro e 
di figura conveniente : innanzi ad essa per piedi 50 sia un torricino 
angolare con un' ala di muro doppio che dal detto torricino alla torre 
si estenda ; sotto la via scoperta merlata sia l' andata alla rocca e alle 
divisioni delle mura della circonferenza , e sopra al detto muro sia una 
portella con ponte levatoio nell'entrata di fuòri lateralmente al primo 
torrone, e cosi la seconda entrata del secondo torrone contraria a quella, 
e di poi più duplicate e reverse porte con offese che vadano nell'ultimo 
circuito. Di fuori al primo cinto sia il fosso con più volte e con una 
via da canto dalla banda di fuore, e siano aperte le volte verso la rocca, 
acciò li provisionati non possano offendere la rocca ma solo difenderla: 
e nelle volte possano abitare e per ponti levatoi al primo circuito si passim 
come si conosce nel disegno. 

ESEMPIO LV. 
Hoeca triangolare applicabile ad ogni luogo (Tav. XXYII, 1). 

L' infra descritta figura è assai forte ed applicabile in ogni luogo , e 
questa ha la torre principale quadrata contigua ad un triangolare circuito 
di muro grosso piedi 12 (^), e la detta torre sia contigua ,col detto 
circuito per due alette di muro con due porte a due propinqui angoli 
della torre y la quale in una delle facce abbi una porta con un ponte 
battente in una scala che all' altra porta pervenga delle mura da una 

» con le oQese intorao, di sopra aUa sommità de Tacqua del fosso piedi 3, offendenti et 
» defendenti la extremità del ciglio : e' quali torroni et mura sieno alti piedi 48 sopra a la 
» sommità dell'acqua: et similmente sia alto el ciglio del fosso: dopo questo si facci un 
» altro circuito alquanto distante dal primo , con uno fosso in mezzo , con 3 altri torroni di 
» diametro piedi 45, et lo muro piedi 13. Sotto li quali secondi torroni sieno le rie sotto 
» fossi secondo che pervenghino alli torroni di foro , acciocché non si passi per ponte : et 
» similmente alle offese da basso ec. ». 
(1) Quanto segue è tolto dal cod. Sanese (f» 39 y.o) siccome molto più copioso. 



t, « 



I 

f 

f 



LIBRO Y. 189 

banda. Dopo il circuito sia un fosso largo piedi 86 in 90 (0 con un 
tramezzo y e con le offése , e vie y e gole ^ e sommità acute , come di 
sopra è dichiarato potersi fare. Dalli angoli del circuito si muovino tre 
caparnuUi j li quali pensando lo tramezzo pervenghino insino alla metà 
del diametro della seconda parte del fosso y la quale debba essere larga 
piedi 40 y e dal tramezzo in là sieno i capannati di figura di rombo 
con sei offese per ciascuno : Ventrata delti quali sia per lo primo circuito} 
dinanzi alla porta del circuito sia un pianello di muroy e da ogni banday* 
a destra ed a sini^Uray sia una porta con una scala da scendere nel 
fossa y e dinanzi un ponte levatoio interclusa fra due muri y che ad una 
porta del tramezzo pervenga y dalla quale per una scala levata in arco 
sopra un fossetto oblungo si vada ad un rivellino triangolato tutto 
massiccio , e di quella y per una scala discendendo si vada alla porta 
del rivellino y dalla quale per un ponte levatoio si vada alla congiunzione 
di due apposite scale y per le quali si ascenda al ciglio dd fosso y con 
la gola reversa y come di sopra ho mostro. Ed è da intendere che la 
figura triangolare , salva la comodità che per il sito accadesse , delle 
altre è piii da piacere , eccetto che il quadrangolo : e questo intendere 
si debba nei circuiti piccoli solamente. 

ESEMPIO LVI. 

u4vveriimento contro una sorpresa. Ingegno per cautela della saracinesca 

e del ponte corritoio (Tav. XX VII, 2). 

Molte volte per tradimenti si perdono le rocche ^ e questo quasi 
sempre avviene perchè nelle entrate qualche ostacolo o fraudo si pone, 
per il quale i nemici possano entrare : e benché a questo pericolo si 
possa dare rimedio per più porte e per più ponti levatoi, in altro modo 
ancora si può fare nuovamente trovato , ' che il signore della rocca non 
può per alcun modo essere fraudato , il quale al presente intendo de- 
scrivere nella dichiarazione della presente rocca. 

(1) Il cod. Blagliabechiano legge 86 in 100. 



190 TRATTATO 

Facciasi adunque una torre angolata, e nella sommità di questa in 
luogo di tetto 5 si laccta una piramidale volta ferma e posata sopra il 
muro (non sopra i merli) per difensione e riparo dai mortari: aqppresso 
ai merli sia ima coperta andata in Tolta per la quale dalla piriHiide ai 
v^da per una portella, e nella detta volta intomo siano le offese, siccbè 
sensa merli ancora la sommità del torrone si possa difendere, e da 
questa torre si muovano due muri inftoo ad un'altra terre tonda, in 
mezzo delle quali sia una colonna quadrata óme battano due ponti, 
Tuno della porta della torre angolata, l'altro della porta della torre 
tonda, sopra alla quale sia una volta piramidale per i mortari, ed 
abbia Ventrata col rivellino innanzi e coi fossi convenienti. E la porta 
di questa torre in quésto modo sia ordinata per sicurarsi dal predetto 
pericolo (0 : facciasi una bussola per tutto ferrata con idia porteHa bi- 
licata da capo e da piedi, e sotto il solare della bussola sia un rocchetto 
con anelli lubrici e flessibili, il quale muova un ponte dentato da un 
canto con rulli da sotto, il quale pervenga al rivellino j la aommttìi 
della bussola sia dentata, e questo circolo con denti sia volto da un 
rocchetto afflsso ad una ruota che per un uomo si volga, ed il medesimo 
rocchetto che volge il circolo sommo della bussola dentato muova ancora 
in alto e basso una saracinesca; dove per il disegno insieme con la 
scrittura appare che volgendo la ruota in un tempo il ponte al rivellino 
si estende , la saracinesca si eleva aprendo la porta , e la bussola si 
volge dirizzando la sua portella alla porta di muro {sic) della torre: 
e così entrati due o tre uomini nella bussola (che più non può rice- 
verne ) , voltando per il modo opposito , il ponte toma indietro , la sa- 
racinesca serrando la porta si abbassa, e la bussola di dentro serra 
voltando la portella sua all'opposito , per la qual parte escono, poi per 
i due ponti pervengono alla torre principale. E così non posscmo tanti 
uomini per la porta entrare che siano sufficienti a far violenza d'im-= 
provìso al castellano: né per altro modo, se non per le mura, potrebbero 
entrare , dato che il castellano muova la ruota , come presuppongo , del 
moto anzidetto , come si vede nella figura apertamente. 

(1) Fa omessa la flgura della rocca, ritenendo, quella sola del meccanismo per la saraci- 
nesca ed U ponte corrìtoio. Vedasi la Memoria IH. Articolo VII, S H. 



LIBRO T. 191 

« 

ESEMPIO IVIL 

Jiocca di^HMiit €<m wvertimeiUo analogo (0. 

Ottusi al inede^ffio effetto sereno due altri modi di composizione 
di torri , i quali al presento è da descrivere. In prima , si &€cia una 
torre 4eir entrata , nella quale sia una porta con ponte levatoio e bbt 
racinesca: dopo questo si pervenga ad una lumaca di piccolo cUattietro 
in principio, e ^ella ascendendo per il vacuo della iofre continuatan>ente 
e con uniformiti »ia più lata, acciocché stando il c^tellano nella som- 
miti possa facilmente ciascuno cbe entrasse vedere a lungo ed offendere, 
uè da dbi venisse potria d' ipoproviso essere ingannato. E 9d questa 
torre per doppio muro all' altra pri^ipale si pervenga , come mostrfi 
il disegno. 

ESEMPIO LVIIL 
^Itro e$empiQ. 

11 secondo modo per opposito al primo è questo: fatta la porta con 
ponte e saracinesca neHa torre dell' entrata , per quella si venga ad 
una lumaca larga in fondo , e di grado in grado ascendendo nel centro 
diminuisca , in forma di piramide : e nell'estremità batta un ponte per 
il quale si vada alla porta della torre principale , come appare nel 
disegno. 



(1) Omisi le figure degli ^amnpi LVU , LVIIl e LIX , poiohè ooq riferiieonsi che a seifiprtfi 
cautele, e rultima non è che per spiegare cosa sia la scarpa a calice. 



192 TRATTATO 

ESEMPIO LIX. 
Fortezza a riva il mare. 

Se ]Q mare y ovvero sulla riva , si avesse a fare alcuna fortezza , è 
da sapere che maggior parte delle predette forme si possono applicare, 
secondo che il silo richiedesse: ma due cose sono specialmente da 
considerare. La prima , che i fondamenti delle torri , dove percuotono 
le onde , siano fortemente scarpati a calice con grande sporto (0 siccome 
di sopra è detto in alcun luogo, e nel seguente libro si dichiarerà. La 
seconda , che le entrate ed i soccorsi delle rocche siano adattati in 
modo che per terra per via fatta di pali o muri , e per mare per nn 
fnedesimo luogo si entri ^ copie si può comprendere per il disegno. 

PSEMPIO LX. 

Caso (U una fortezza quadrilatera battuta a due angoli opposti 
e non avente che due torroni soli agli estremi di una diagonale. 

( Tav. XXYI , 2 )• 

Non piccola dubitazione insorge nelle menti degli architetti quando 
fusse una fortezza quadrata, che da due angoli oppositi solo potesse 
essere dalle macchine offesa (^), volendo fare due torroni in tutto e non 
più , e domandano alcuni in questi studi esercitati , se si devono fare 
negli angoli dalla parte più debile, ovvero nei due della parte sicura. 
Ad alcuni pare che si debbano nella parte sicura fondare , perchè , 
benché per spazio di tempo gli angoli del muro semplici fossero dalle 
bombarde messi in mina , nientedimeno per i torroni tutto il muro sarà 
difeso 'y secondariamente , perchè se il torrone fusse locato nella parte 
debile , e se fusse messo in terra dalle bombarde, quella parte né dal 

(1) Vedi TEsempio III. 

(9) Le parole del cod. Sanese ( f.o 40 y.o ) indicano quasi che sovra questo tema si fosse 
disputato a qne' tempi. « Grande altercazione è intra molti che alcuna volta hanno el di- 
» scorso loro exercitato in simili difese et offese di terre et fortezze ponendo uno caso ec. ». 



LIBRO V. 195 

torrone , uè dagli angoli propinqui potria essere difesa ; terzo , quando 
fussero per terra le difese dei propugnacoli per la parte direttamente 
opposita all'angolo, ciascuno senza lesione sopra del torrone potria 
ascendere, come appare agl'intelligenti, perchè il torrone non può per 
le offese laterali sé medesimo difendere : e così per queste non debili 
ragioni concludono doversi fare i torroni nelle parti sicure. In opposito, 
alcuni discorrono dicendo , che se dalla parte della offesa non fusse 
alcun torrone, essendo il muro messo in terra dalle bombarde, possono 
i nemici con velocità passando , pervenire al luogo maculato , dove poi 
facilmente possono essere vincitori , senza ricevere dai torroni lesione ; 
secondo , affermano quasi essere impossibile che un angolo possa essere 
offeso e non l' angolo propinquo , ovvero due angoli opposìti e non i 
due altri oppositi : anzi , per poco sia mutata la bombarda , se per 
diretta linea si offende nell' angolo , il propinquo a sé viene ad essere 
offeso lateralmente , la qual cosa cagiona maggior nocumento che il 
tirare per retta linea (benché da pochi sia considerato), levate adunque 
le difese dei torroni , il muro resta senza alcuno aiuto , e questo in- 
conveniente ne segue, secondo la opinione loro, perchè secondo quella, 
mentre che pietra sopra pietra resta dell'angolo in pie, ovvero del tor- 
rone , per le difese laterali da basso potria il muro essere difeso : e 
per questo reputano sciolta la prima ragione; in contrario alla seconda 
e terza ragione insieme rispondono che quando i propugnacoli ovvero 
merli fussero tolti via dai torroni , saria il muro difeso dai capannati , 
i quali presuppongono si debbano fare nelle sommità dei torroni^ e 
ancora da basso : e poi ancora , l' angolo senza torrone con poco muro 
viene quasi saldo , e sopra di esso si possono fare i capannati. Ma con 
piccola cosa si può terminare la questione, l'una e l'altra parte sosten- 
tando e difendendo col dire , che se i torroni fussero ver le offese , si 
faccia negli angoli senza torri tanto di sporto che ivi siano locate le 
offese laterali : e facendo i torroni ver la parte sicura , l' angolo si faccia 
massiccio per maggior resistenza e col capannato di sopra, come appare 
per la figura. 

E con queste forme si ponga modo e termine al presente libro, 
benché sarebbe da descrivere cose assai , e da dimostrare molte e varie 

25 



194 TRATTATO 

ed infinite forme , le qaali , per non essere prolisso e lungo , quelle 
resecando, lacerò. Pure alcuna semplice ll^a senza scritbira dimostrerò, 
a dilettazione ed utilità dei giusti Principi e potentati , ed a gloria di 
Colui che agli uomini il dominio concede O. 



(I) Alludono queite parole al codice HagUibecfaiano Vili de' disegni tmn akiia testo, e 
dal quale furono tolte tutte le figure delle nltinie dieci tavole dell'AlUnle dbegnite dal 
nostro autore. 



°SiU lingi nag8S8gs8iin!8gf!I8 n ii88n8fl»§8ni8SnH!iSÌiSigggB8§§flIilgiatlgU8glt»ggafSniI8g8S68^<^ 



LIBRO SESTO. 



PROLOGO. 



Avendo la natura ordinato che diverse parti della terra siano dotate 
di varii frutti di contrarie complessioni , ne venne che , perchè in una 
medesima parte non possono convenientemente diverse e contrarie comr 
« plessìoni nutrirsi y e perchè ogni cosa i^ nutrisce del suo sinìile , non 
possano per questo gli abitanti usare in una parte i frutti della terra 
senza qualche ingegnoso instrumento , e questo non pud essere se non 
mediimte l'elemento dell'acqua flussibile y perocché per terra non saria 
qualche vùtta né possibile né comodo. Fu dunque aiuto la nave, per la 
quale le mercanzie da luogo a luogo in grande quantità ^ e in breve 
tempo si possono trasportare; ed ordinato questo instrumento marittimo, 
fu necessario alla estremità del mare Caffé alcun ricettacolo y mansione 
rifugio, nei quali fussero i navigli securi dai venti e dai flutti del 
mare. E questi luoghi quando congrui fussero formati dalla natura , si 
chiamano porti : quando dall'arte umana , si appellano moli. E questi 
non solo sono necessari per fuggire te tempeste, ma per levare e porre 
le mercanaie, e pigliare vittuarie, e rifare o ristaurare i navigli offesi: 
onde acciocché la comodità dell'arte del navigare ina^iormenle si conr 
segua per i mercanti e per gli altri, è conveniente dimostrajre per le 
regole di architettura qual forma sia conveniente ai detti porti, e altre 
parti loro , e oltre a questo dichiarare alcun modo di fondare in mare 
ed ediGcarvi. 



196 TRATTATO 



CAPO I. 



Disposizione de' porti (Tav. XX VII , 3). 

Tre sono le figure principali , oltre alle altre , le quali sono conve- 
nienti ai porti , due estreme e una media : la prima è in forma di 
circolo, la seconda in forma di triangolo, la terza dell'una e delPaltra 
partecipa : nelle quali forme i porti artiGciali si debbono ordinare , e 
i naturali ( che difQcilmente si possono trovare simili a questi ) quanto 
più si può ridurre si debbono , onde tutti questi concorrono nella me- 
desime condizioni : e circa alla notizia di queste è da vedere il com- 
plemento di molti mezzi artiGciali , e dopo questo rimarrà manifesto e 
liquido le condizioni degli altri a questi simili. 

É adunque principalmente da sapere che questi moli devono avere 
due muri come due semicircoli , o veramente due linee rette causanti 
un triangolo benché non debbano concorrere , per l'entrata del porto , 
o veramente siano come due comi misti del primo e secondo modo di 
fìgure. E questi muri devono esser grossi piedi 80 , di fuori scarpati 
per tutto con dependenza del terzo o quarto dell' altezza sua , sicché 
per ogni 3 o 4 piedi di altezza ne abbiano uno di proiettura ; siano i 
predetti muri distanti l'uno dall'altro alla riva del mare piedi 1000, e 
poi l'uno tendendo verso l'altro siano di lunghezza in mare piedi 700, 
o circa : l'estremità o punte dei detti muri siano in fine distanti fra sé 
piedi 200 in 350 , come più apertamente il disegno ci manifesta. 

Appresso alla terra, ovvero al principio dei muri si faccia due portoni 
con saracinesche da chiudere e aprire, acciocché per il flusso e riflusso 
del mare nei tempi fortunosi aprendo quelle possano i detti porti da 
ogni sporcizia e arena evacuarsi , siccome interviene nel porto di Ancona 
che per spazio di tempo le parti utili del porto si riempiono, e con 
spendio bisogna quelle evacuare : per il che , essendo tale ordine dato, 
in tale spesa non s' incorreria. La forma e luogo di queste la figura il 
manifesta (0. 

(1) Vedasi la Tav. XXVII , 3, che fa la sola ritenuta siccome la più importante per la ap- 



LIBRO VI. 197 

A più perfezione e fortezza del porlo , si può fare in mare distante 
dall'entrata o bocca sua per piedi 250 un muro grosso piedi 80, come 
appare dai muri antedetti, lungo piedi 300, scarpata a calice, in forma 
di angolo ottuso, per resistere o veramente per evitare i colpi delFonde 
del mare. 



CAPO li. 
Della difesa de'porti. 

Questi porti e ingressi in due modi possono essere difesi j il primo, 
facendo in ogni estremità dei muri una grossa torre, e tirando dall'una 
all'altra catene secondo il bisogno, per le quali non si possa né entrare 
né uscire senza volontà del principe, come appare disegnato. Il secondo 
modo , e di minore spendio , é questo , facendo una sola grossa torre 
nel mezzo del muro, che di sopra é dichiarato esser fatto per difesa 
dell'entrata; e questo facendo, il muro serve per fortezza e per sostegno 
dell' onde. E la predetta torre per due cose serve , cioè per difensione 
e per fanale. E così si può dire che il porto non abbia ad avere alcuna 
traversia , ma essere sicuro da tutti i venti : e perché rarissime volte , 
o non mai , la natura per sé si vede avere fatte simili perfette figure , 
dall'arte in quanto mancassero devono essere supplite. Segue il disegno. 



plicazione fattavi della teorìa degli antichi saUa immissione deUe correnti ne'porti pel loro 
purgamento : la qoal teoria , comprovata da tanti avanzi che tuttora ne rimangono e spe- 
cialmente dal molo di Pozznolo, fu in questi ultimi lustri rimessa in luce dall'ingegnere 
Fazio di Napoli in una sua lodata opera , alla quale , come si vede , di meglio che tre secoli 
precorso aveva il nostro architetto. DeUe traversie alle quali va soggetto il porto di Ancona , 
e del modo di ripararvi scrisse una lunga memoria nel 1588 l'architetto Giacomo Fontana, 
la quale conservasi inedita neUa Vaticana N.» 5463. 



198 TRATTATO 



CAPO III. 



uiltre avvertenze circa i porti. 

Quando fusse alcun porto di grande capacità, non saria inutile fare 
due muri , secondo che nella figura appare , con una entrala , i quali 
siano levati in archi : e questa chiusa debba essere di strade , portici e 
magazzini circondata , acciocché i mercanti vi possano ridursi e stare , 
e caricare le mercanzie e scaricarle con flEtcilitk e comodità: dietro ai 
magazzini ancora debba essere una coperta via con alcuni lumi perpen- 
dicolari per le cagioni assegnate e manifeste agli intelligenti (^). 

Appresso del porto una piazza si debba fare , e propinqua a questa 
la casa del capitano del porto , una chiesa, più tafveme , più conserve 
vivai di pesce dove per qualche via entri l'acqua dolce , come per 
la figura facilmente si giudica. 

Sé appresso del porto alcuna fortezza si avesse a fare, debba essa 
essere contigua con la citta o castello che al porto fusse vicino , ac^ 
ciocché il porto e la città parìnìente per quella oSksi e difesi possano 
essere. 

Alcuna volta acòade far porti sopra le £qk:ì dei fiumi, dove la traversia 
del porto per lo vento quello riempie di ghiara e d'arena: al qual 
mancamento volendo dar rimedio , siano fatti rostaloi di pialancati a 
rampino , ovvero angolo per obbliquo alla opposita parte della linea 
dell'impeto del vento, onde ne segue, come appare, che i venti, per 
questo rostatoio , all'opposita parte trasportano l'arena. Segue l'esempio ('). 



(1) A ({uesta descrizione corrisponde b citata fignra de' porti. 

(9) Codesti esempi , qui tralasciati , soiio abbondantissimi nel Trattato I. 



LIBRO VI. 1<^9 



CAPO IV. 



Neeeè$Uà del sapere disegnare. Modi di fondare in acqua. 

Sodo per molti tempi stati degnissimi autori , i quali hanno dilTeren- 
temwte scritto dell'arte dell'architettura e di molti ediQzi e macchine , 
quelli con caratteri e lettere dimostrando , non per figurato disegno : e 
in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benché 
ad essi compositori li paia avere molto largamente , secondo la mente 
loro , tali opere iUucidate , pure noi vediamo che sono rari quei 
lettori die, per non avere quei libri alcun disegno, intendere li possano: 
imperocché, andando dietro all' im^inativa , ciascuno fa varie compo- 
sizioni che swo talvolta più differenti dal vero e dalla primitiva inten* 
zione, che non sia la chiara luce dalla tenebrosa notte. E per questo, 
ai lettori si reca non piccola confusione , perchè , siccome è detto , 
tanti lettori ^ tanti varii compositori. Ma quando tali autori concordassero 
la scrittura col disegno , molto piii sqperfamente si potrebbe giudicare , 
vedendo il segno col significato: e così ogni oscurità sarebbe tolta via. 
Ma molti sono speculativi ingegni che per loro solerzia hanno molte 
cose inventate , e delle altre antiche , come di nuovo ritrovate quelle 
descrivendo , le quali per non avere il disegno sono difficilissime ad in- 
tendere, perchè, siccome noi Vediamo, sono molti che hanno la dottrina 
e non hanno l' ingegno , e molti dotati d' ingegno e non di dottrina , e 
molti hanno la dottrina e V ingegno , e non hanno il disegno. Onde a 
questi conviene se vogliono alcune cose per disegno, oltre le scritture, 
dimostrare , bisogna , dico , che ad un esperto pittore le diano ad in- 
tendere : ma , all' autore , ovvero inventore , è grande e difficilissima 
penuria (0 l' imprimere nella mente d'altri quello che lui manifesto con 
r intelletto ed apertamente vede , e massime per dimostrare ad un me- 
desimo tempo le cose estrinseche ed intrinseche , e anco delle occulte , 



(i) pontina pena: voce antica. Le figure spettanti a questo capo, già dall'autore disegnate 
nel codice I , non abbisognano di essere esposte , essendo assai facili ad essere intese. Forse 
egli qui allude ai trattati di Vitruvio e dell'Alberti, mancanti di figure. 



200 TRATTATO 

come sarebbe il fondare in mare od in alcua' altra profondila di acque: 
e non per via di prospettiva, e rette linee, o naturai disegno, ma per 
una certa via indiretta: • di alcune nuove ed inusitate invenzioni le 
quali ingegno umano non potria per alcun modo insegnare ; e per questo 
credo, molte opere si siano perse o ritardate, siccome per manifesta 
esperienza veggio in questa mìa operetta essermi stato forza molte tra- 
lasciare. Adunque giudico il disegno essere per questo necessario a 
qualunque altra scienza si sia. 

Ora , siccome richiede l' ordine premesso , dovendo dimostrare alcun 
modo , oltre ai comuni , da fondare in acqua senza casse o altri modi 
manifesti a ciascuno , il primo è questo. Facciasi una circonferenza di 
stillicidi (0 e dentro a questa un* altra della medesima flgura distante 
dalla prima piedi 4 : questo spazio fra le due circonferenze incluso e 
vacuato si empia di terra-creta, forte incalcata, condensata e depressa: 
dopo questo, sia evacuata F acqua inclusa in mezzo, e nell'asciutto si 
fondi a beneplacito delF architettore. 

Quando in mare fusse nel fondo terra e non pietre, in luogo degli 
stillicidi si può mettere i palanconi per più facilità , nella forma che è 
detto d'essi stillicidi. 

Quando il fondo del mare non fusse piano, ma sassoso ed ineguale 
( la qual cosa a molli architetti ha dato molestia ) , in questo caso fac- 
ciasi quattro barconi lunghi secondo la lunghezza dell' edifizio da farsi 
e alquanto più, e similmente della larghezza s'intenda, oweto in quella 
forma che debba essere l'ediiizio, in modo che le quattro barche, col- 
legate l'una testa con l'altra, facciano un quadrato, e sopra a ciascuno 
angolo si ponga un argano , e nel mezzo delle barche collegate si faccia 
una cassa alta secondo l'altezza del mare in quel luogo , e della me- 
desima flgura dell' edifizio: della qual cassa siano i lati di collegati 
legnami : il fondo di questa sia di canapi a modo di rete intessuto , e 
sopra a questo fondo ( pendente 2 , o 4 piedi , e non tirato ) si ponga 
un canevaccio o panno tenace e grosso , acciocché la calce non esca 
fuore , confitto nelle estreme ed infime parti delia cassa : di poi , 

(1) Cosi trovo nel codice: leggasi di steli, e cosi pure aU 'articolo seguente, ove è anche 
scrìtto palanconi per panconi ossiano assoni. 



LIBRO Vf. 201 

di ghiara e di calce ripiena , giusta alla saperficie del mare a poco a 
poco in basso lasciala sia discendere , mediante gli argani , tanto che 
al fondo del mare pervenga, dove per la mollezza e la flessìbilitìi della 
materia che è nel fondo della cassa , tutte le concavità del fondo del 
mare si riempiono e adeguano , e per conseguente il fondamento sta* 
biliscono: massimamente perchè la detta ghiara in brevissimo tempo sì 
dura diventa che dal mare non può essere offesa, siccome ancora di 
tutte le altre muraglie è piU durabile quando con ragione è composta. 
Ed è da papere che quando il fondo del mare fusse manco piano , tanto 
maf^iore pendenza debba avere la rete che per fondo della cassa si 
pone. Dopo questo è da sapere che la calcina debba esser fresca e in 
pietre , e appresso all' edilìzio debba essere spenta : e dopo questo , 
immediate messa in opera con la ghiara e cemento. Ultimatamente è da 
avere avvertenza che innanzi che di sopra al detto fondamento si debba 
edificare , debba essere lasciato posare almeno per spazio di un anno , 
perchè altrimenti non può essere l'edifizio durabile. Altri modi di fondare 
si polriano addurre in mezzo, ma con questi, essendo utili, voglio esser 
contento e terminare il libro, supplendo col disegno al mio breve parlare. 



« ^nii nmuinm ng B ig s m»»»»»»»»» !»»»»!»»»»»»» » »»»!»»»! 



LIBRO SETTIMO. 



PROLOGO. 



Grandi pesi bisogna muovere da luogo a luogo nelP edificare , dove 
senza ingegno le forze poco vagliene : e similmente V acqua a lunghe 
distanze e in gran quantità trarre , e non meno è utile e necessario 
in molti luoghi fare mulini , dove essendo poca acqua bisogna con V in- 
gegno supplire , e in altri , dove in tutto non è acqua : a quest'effetto 
è necessario fare mulini a vento o senza. In questa ultima parte adunque 
è conveniente a perfezione dell' opera porre forme , fra le comuni , più 
potenti ed utili, di ciascuna delle dette specie d' instrumenti : awengachè 
più volte abbia fermato il proposito di non manifestare alcuna mia 
macchina , o instrumento , perchè avendo io acquistata la notizia di 
quelle con grave mio incomodo , e posponendo la necessità del vitto 
mio , non mi pare conveniente manifestarle con facilità a tutti , poiché 
quando sono a luce mandate , è annullata V invenzione , consistendo il 
segreto in piccola cosa. Ma questa ancora saria piccola molestia, quando 
una maggiore non seguisse , perocché facendosi gP ignoranti ornati delle 
fatiche degli altri , usurpando quelle si gloriano di quello che non è 
loro invenzione : e per questo la volontà di chi ha qualche vera notizia 
sì ritarda. E se in alcuna età questo vizio è abbondato , al presente 
più che mai abbonda , come appare per le opere diligentemente con- 
siderate di questi arroganti , de' quali per nome noterei alcuni , quando 
non ostasse, che io non voglio siano le parole mie reputate con passione, 



LIBRO VII. 205 

per la naturale nimìcizia che è fra li concivi miei e quelli (0^ ma 
quando le opere loro potessero essere presenti a qualunque le ragioni 
mie leggesse , facilmente si mostreria le ragioni mie tutte esser vere , 
come più volte neiresame agli astanti ho dimostrato: e nientedimeno 
spesse volte questi ignari , con piccola cosa ed accattata senza ragione , 
sono più apprezzati che i veri inventori: e spezialmente questo avviene 
nelle patrie degli scientifici , perchè nissuno profeta è accetto nella 



(1) Queste moderate parole di Francesco non si possono riferire che ad un qualche in- 
gegnere fiorentino da coi egli si credeva derubato nelle sue invenzioni. Tal era la mise- 
randa condizione de' mnnicipii italiani che le basse gelosie e l'odio fomentato dai governanti 
prendesser nome di naturale nimicizia. Ora, chi sarà questo fiorentino? Il Bianconi (Lettere 
Sanesif III, pag. 78) sospetta che sia T Alberti; non può essere, perchè questi sin dal 1459 
presentò i libri su<m al Pontefice , come narra Mattia Pabnieri ( Additicnes F/orènftn<B, 1 , 941 ). 
Non si può intendere neppure pel Filarete che scrìsse nel 1460, come appare dal libro 
suo XIV. Forse accenna Francesco a quei Bernardo fiorentino , sìa egli il Rossellini o l'altro , 
che lavorò per Pio lì: forse a Giuliano da S. Gallo, col quale competè per la fabbrica della 
Sapienza di Siena, e nel di coi taccuino vedonsi piante di fortezze combinate con principii 
eonformi a quelli dall'autor nostro insegnati : forse , e più probabilmente, a Baccio PontèUi , 
che, presente Pranoesco, soprastava al palazzo d'Urbino, e pare subentrasse a lui nelle 
grazie di Giovanni Sforza , poiché questi non più di Francesco ma di Baccio servissi per. la 
rocca di Sinigaglia. Con Leonardo da Vinci ingegnere famosissimo de' tempi suoi ebbe co- 
noscenza (yita di Ftaneeseo^ capo V) nel 1490, e molti fra i disegni del codice Ambro- 
siano richiamano quelli di Francesco ne' codici Sanesi , Torinesi è Fiorentihi , per le mec^- 
caniche specialmente , per le mine e gli scafandri : e questi codici sono con certezza pres- 
soché tutti anteriori a quello di Leonardo. Io qui non parlo che di architetti fiorentini coi 
quali ebbe Francesco qualche relazione, onde aggiungerò fra Luca t^aciolo, nativo di Borgo 
S. Sepolcro ma solito a convivere con Fiorentini de' quali era suddito, onde chiamali suoi 
compatriotti (Divina ProporUone f.» 30): ebbe questi (della qual taccia fu appena mondato 
da antori moderni) a' tempi suoi o poco dopo, grande e brutta fama di plagiario, e nel 
trattato dì architettura contenuto nella Divina Proporzione trovasi qualche cosa che pur 
trovasi ne' libri di Francesco : aggiungasi che il Paciolo convisse in Urbino coll'aotor nostro ; 
veramente, il trattato suo è stampato nel 1509, ma nella prefazione avverte che già avevalo 
presentato colle figure disegnate da Leonardo à Lodovico il Moro prima della sua caduta , 
cioè prima dell'anno 1500, anzi prima ancora, poiché terminato avevalo nel settembre del 
1497 (Pungileoni, Comentario su Fra Luca Paciolo), 

Contuttociò io non Toglie asseverare che veramente questi artisti furato avessero a Fran- 
cesco le ìnvenziolù sue , poiché se non tutti , almeno alcuni fra essi troppe cose fecero per 
non aver bisogno di mendicarne dagli altri : ma era già a que' tempi il plagio vizio fre- 
quentissimo , e sia scusato Francesco se trovando presso altri cose da sé scoperte , appas- 
sionato volesse vedere i rivali suoi plagiari anziché inventori. E qualche volta ne avrà 
anche avuto ben d'onde. 



-^^^mm 



204 



TRATTATO 



patria , non ostante che in questo vizio d' ingratitudine non siano incorsi 
i miei compatriotli , quantunque imperito ed insufGciente io sia , atizi 
hanno ricerco onorarmi e volermi gi'andemente premiare , onde per 
questo debbo la patria mia lodando esaltare W. 

Ma delFopioione falsa di quelle patrie die i propri figli agli 9tranieri 
pospongono j la penitenza immediate ne segue per gli eifetti. mostruosi 
loro, come avvenne ai Rodiani (^), i quali avendo un loro cittadino 
chiamato Diogneto da loro pubblicamente salariato, venne in quel tempo 
a Rodi un altro architettore chiamato Chalias, il quale mostrando alcuni 
modelli e disegni di macchine , fra i quali era uno per trarre dentro 
i tormenti dell' inimici , visti questi disegni , il popolo di Rodi , senza 
altro considerare , lo stipendio di Diogneto ingegnoso ed esperto archi- 
tetto a Chalias ignaro e presuntuoso trasferi. Poco di poi assediando Rodi 
il re Demetrio fé' per ingegno di Epimaco una macchina potente per 
superare i difensori delle mura , la quale dicendo il popolo Rodiano a 



(1) Le molte difTerenze che corrono in questo prologo dal cod. MagHabcchiano al Sanese , 
m'inducono a riferirne la miglior parte anche da quest' ultimo (f.o 68 v.<>) : • benché 

più et più volte babbi facto deliberatione di non volere manifestare alcuna mia machina , 
perochè havendo io acquistata la notitia di queUe con grande mìa spesa di experientia et 
grave incommodo, lassando da parte le cose al mio vitto necessarie, ho visto per expe- 
rientia che el premio che io ne ho ricevuto è stato uno eflecto di ingratitudine : né trovo 
chi consideri che le experientie non si possine acquistare vere senza longo tempo et 
dispendio et impedimento de laltre cure utili» ma solo quando ciercano bavere alcuna 
machina o ingenioso instromento , vedendo el disegno , et parendoli poi cosa breve , la fa- 
tigha sprezzano de la inventione; ma questo anchora saria picholo affanno, se non seguisse 
uno magiore incomodo all'animo et molestia t perochè sempre et maximamente hogidi , li 
ignoranti facendosi honorati de le fatighe aliene et si gloriano con parole di sapere et 
potere molte chose, le quali se la verità si cercasse si trovarla essere inventioni d*altrì; 
et questo vitio ne li tempi abonda in quelli che architecti si chiamano precipuamente, 
U quali sonno quasi tucti homini ignoranti et inexperti, che per la opera loro facilmente 
si può comprendere. Et di questo più volte ho visto la experientia di molti architecti 
nominati , li quali a nome nominaria , se non fusse che io non voglio si creda che per 
la inìmicitia de la patria io mi mova a dire di loro , ma li eflecti loro fi opere sonno 
quelle che sempre saranno mia excusatioue legittima. Et similmente è più volte advenuto 
che questi ignari con pichola cosa senza regula et accatata da altri senta ragione, sonno 
stati più existimati et aprezati che quelli che di simili opere havieno reso la vera ragione: 
ma de la opinione che hanno li homini di loro invano, per li effecti ne portano la pe* 
nitentia chome advenne a quelli di Rodi ec. i*. 

(2) Vitnivio lib. X , cap. XXII. 



LIBKO VII. 20S 

Gbalias dovesse per forza secondo le promissioni trarre, rispose quella 
essere di specie che non potea essere superata : del medesimo parlando 
a Diogneto , rispose esser facil cosa a quella ovviare y onde benché 
pregato dal popolo come iudegnato non volse in questo affaticarsi : di 
poi conoscendo i Rodiani per quella macchina essere superati e debellati, 
non resistendo a quella, tutti i sacerdoti mandarono a Diogneto che da 
lui dovessero grazia ottenere j li sacerdoti orandola non Io poterono eso^ 
rare. Ultimatamente mandarono tutte le vergini, e per i preghi e pianti 
di quelle mosso a compassione fé' le mura rompere la notte all' incontro 
di quella macchina, tutti i fossi di sporcizia e pattume facendo empire, 
onde accostata la macchina ai muri in quel pantano sommerse ; per la 
qual cosa il re disperato abbandonò l' impresa. Ecco quanta facilmente 
n qneU'eminente perìcolo Diogneto pose rimedio. Ecco che per V ignoranza 
deir imperito architetto furono i Jlediahi per esser vinti e per solvere 
la pena deirerrore loro. Ma questi ignari altra punizione non meriteriano 
che ricevesse Giallo di Macedonia , detto Omeromastis (0 , il quale 
avendo opere contro V Iliade e l' Ulissea di Omero composto , cercando 
di avere da Tolomeo signore di Alessandria udienza, lui intesa la ca- 
gione indegnato non lo volse udire , e disse esser co^ vile e vituperabile 
citare chi risponder non può ; laonde Gioilo senza guadagno rimanendo, 
in breve tempo venne in egeno stato e gran calamità, e per questo 
dimandando per grazia a Tolomeo qualche munere per il quale viver 
potesse, rispose che sostentando Omero migliaia d'uomini eziandio dopo 
la morte , molto più si ricercava potesse far questo chi lui volesse ri- 
prendere : onde reo di morte fu giudicato , e secondo questo giudizio 
fu eseguitOr Ma con tutto che non altre retribuzioni di meriti spesse 
volte si riceva che è detto, non è da pretermettere alcuna parte virtuosa- 
per gli uomini ingrati , ma quelli spregiando , solo ai virtuosi e morali 
cercare di compiacere , siccome Aristippo fllosofo dopo il naufragio ar^ 
rivato al lido di Rodi , giunto nel ginnasio dove W vide figure geome- 
triche, allora tutto lieto volto ai compagni, disse: state di buona voglia, 

(1) Cioè Zpilo (Vitrario, prefazione al lìb. VII). 

(9) Il cod. Magliab. legge due figure y senza senso ( Vedasi Vìtruvio, Prefazione al lib. vr). 
Questo paragrafo manca intiero al cod. Senese. 



' ^^'aM»i»i»ii.i*>J_ii «fiWiJjjii iiiisw^^oMi^paB^jiMb»^ 



206 TRATTATO 

imperocché io veggio vestigia di uomini: e così disputando di filosofia e 
geometria gli furono dati grandi doni, i quali con 1 compagni distribuì. Di 
poi dopo certo tempo volendo i compagni alla patria ritornare, domandando 
Aristippo ciò che voleva dicessero ai suoi compatriotti , rispose : dite 
che facciano comprare e acquistare ai figliuoli loro così fatte possessioni, 
le quali né fortuna , né battaglia , né mutazione dei tempi lor possa 
tórre: imperocché questi sono i veri presìdii della vita, e non siccome 
quelli che si stimano e credono esser felici per ricchezze e non di dot- 
trina, e vanno errando per viaggi incerti. É un comune detto di Epicuro 
che la fortuna dà poche cose ai savi , e le grandissime e necessarie 
si governano dai pensieri dell'animo e cogitare della mente, e come 
recita Eucrate , Aristofane e Alessis (0 che gli Ateniesi dovevano essere 
grandemente laudati , che costringendo tutte le leggi dei Greci che i 
padri f ussero nutriti dai figliuoli, solo essi Attesi non volessero essere 
nutriti se non quei padri che avessero istruiti i figliuoli di egregie e 
buone arti , imperocché tutti i presenti dalla fortuna dati da quella fa-^ 
cilmente si tolgono , ma le virtuose discipline non mancano mai , mq 
rimangono stabili infino all'ultimo delia vita. 

(1) Vìtravio, predizione al lib. VI. 




NB. Seguono % dUegni e U dichiaraxicm di quindici molinij un Hfone a mantiee ed uno 
a manubrio , con cinque macchine per alzare o tirar peti : le quali co$e furono tralasciate , 
siccome di poca importanza e facili a rinvenirsi presso tutti gH scrittori di meccanica del 
secolo decimosesto. 



-i>^ i»ii»»»n»»n»»»n ii i» »8»»a in n n nsii»» i Mi»» n»8n ig»i i» »»ng »3gi» iiiiiti su 



CONCLUSIONE DELL* OPERA 



La mente dei mortali , come perpetua e incorruttibile , in certo modo 
essere d'infinita virtù ci dimostra, perchè conosce il tempo infinito, 
come per 'quello appetisce di rimanere : considera numero infinito , ad 
ogni finito aggiungendo : intende infinite figure , come infiniti possono 
essere gli angoli ; onde è che il corpo e ogni quantità in infinito si può 
dividere. Imagina corpo infinito senza termini, come appare manifestissimo, 
perdiè i dotti e ignari non possono comprendere sopra all'ultima spera 
essere nullo , come quella che non è coartata e constretta in alcuna 
grandezza corporea; anzi, quanto alla sua operazione non è virtù del 
corpo , ma incorporea e separata , benché sia forma di corpo , come 
e' insegna Aristotile nel terzo dell' Ànima (0. Questo medesimo le opere 
sue ci dimostrano, perocché tutti gli altri animali operando naturalmente^ 
sempre ad un modo operano : come similmente ogni rondine nidifica , 
e similmente ogni ape ovvero aranea domifica. Ma nel!' intelletto umano 
essendo l'arte con la forza assegnata, tutte le opere sue, le quali sono 
quasi infinite , in infinito varia. Onde volendo esemplificare di tutti gli 
instrumenti che nella mente occorrono, saria un processo infinito. Siano 
adunque a sufficienza gli esempi descritti agi' ingegnosi lettori , perchè 
facil cosa è alle invenzioni aggiungere applicando i rimedi secondo i 
difetti, restando le superfluità e non mancando nelle necessarie cose W. 



(i) De Anima ^ IH, 8. Sperata cioè sferata, ossia fatta o derivata dall'ultima sfera. 

(9) Il codice Sanese (f.o 41 recto) aggiunge le seguenti parole le quali vieppiù confermano 



208 TRATTATO 

Un documento ultimatamente non è da pretermettere, al quale devono 
avere avvertenza quelli che di questa mia operetta desiderano conseguire 
alcun frutto , e questo è che questi tali s' ingegnino avere qualche in- 
telligenza del disegno 3 perchè senza quello non si può bene intendere 
le composizioni e parti deirarchitettura (0, perchè le superficie esteriori 
coprono le interiori , e d' ogni parte lungo sana dare esempio : e perchè 
il completo architetto richiede la invenzione per molti casi occorrenti 
indescritti , che senza disegno è impossibile conseguire : e perchè non 
potendo ogni minima parte dichiarare quelle che restano nella discrezione 
dell'architetto (la quale senza antigrafica (^) è nulla), e molte volte 
manca in quello ancora dove si estende : e ultimatamente , come nel 
principio è detto , dato che alcuno nella fantasia avesse ordinato alcun 
ragionevole edifizio ovvero instrumento , volendo quello fare componere 
e fabbricare, non pud senza jl disegno esprimerà e dichiarare* il concetto 
suo. Questa parte conseguendo • non siarà difficile con questi pochi de- 
scritti principii venire a notizia di più vere conclujsioni e ragionevolmente 
operare con V aiuto del Fattore del tutto , da cui tutte le virtù sono 
concesse. 



avere Francesco scritto -specialmente ad istruzione degli ingegneri militari. • Onde , oltre 

• alle altre considerationi che debbano muovere uno arcbitecto, questa debba essere I9 

• prima et principale, cioè: considerare in che locbo et di che modo possi essere la rocha 

• disegnala oflesa, et pressuporre d'essere a quella inimicho et adversario, et secondo li 
H diffecti applicare le medicine et remedi; et in questo modo operando, le nove c«n utile 

• spesa fondare , et le vecchie restaurare si porrà. Secondariamente è da considerare el 
» minore numero di torri che la fortezza possono difendere , et quella edificare lassando 
» le cose superflue; et più presto, parte della muraglia che se havesse ad fare in due, 
» mettasi in uno per fuggire guardie, et anche spesa •. 

(1) L'autore avendo superiormente detto (lib. V, in fine) essere questa opera utile ai 
Principi ed alle grandi persone, devesi intendere che queste parole siano ad essi dirette , 
ed agli operai e fabbricieri che degli edifìzi pubblici e sacri erano direttori supremi : la 
scienza del disegno è condizione intrinseca dell'arte dell'architetto. Nel cod. Sanese (f® 41 
r^r^o) aggiunge che molli havendo in la metUe fatricato uno edificio con le Mie convenienti 
proportioni , non possono poi metterlo in opera , non sapendole né a se ^ nfè ad altri col 
disegno dimostrare. Erano i dilettanti di que' tempi. . 

(9) Per l'arte antigrafica vedasi 11 prologo al libro I. 



INDICE DELLE VOCI 



MANCANTI AI VOCABOLARI DELLA LINGUA 



ED A QUELLO DEL BALDINUGCI. 



> »»» »H OI3<»< 4^-<- 



Mluminato ( IL 2 ) , scale alluminale , cioè con li lumi. Da aggiungersi 
all'esempio che ne cita la Crusca da Brunetto Latini. 

AiìdaJta ( II. 10 ) , spazio in una casa per andare , o^sia passeggiare. 

Arco morto ( IV. 7 ) , sordino , ossia arco scaricatore. 

Arto vivo ed espedito (IV. 7 ) , ossia vuoto e voltato sopra ogni sorta 
di piedritti. 

Assedione ( III. 2 ) ^ dal latino obsidio , onis. 

Base doppia ( IH. 6 ) , avente il doppio delle modanature consuete , e 

quindi doppia altezza. 
Battiponie ( V. Es. 30 ) , pilastro nel fosso, sostenente una estremità del 

ponte morto ed una del ponte levatoio. 
Beccarietta (li. 8 ) , diminutivo di beccaria. 
BrMdale (IV. 1), bastone parallelo alla iaclinazione delle scale, per 

appoggiarvi la mano. 

Calcinaio (III. 1 ) ^ edificio per la concia. 

Calice ( V. Es. 2 ) , scarpate a calice cbiama l'autore le mura scarpate 

a guscio , per similitudine della cun^a. 
Cnnovetta ( IL 8 ) , piccola canova. 
Cardinale (IV. 6 ), adiettivo di pietra: architrave delle porte, ed anche 

architrave d'intercolunnio ( HI. 7 ). 
Castro (li. 8 ) , serbatoio di maiali. 

37 



210 

Cetrino (V. 2 ) , giallo di cedro. Anche in traslato Tadiettivo cetrìno é 
usato in cattivo senso : il vostro umore è eetrino e negro , dice 
l'Aretino {Ipocrito comedia, atto II, scena XV). 

Chioca (IL 8 ) , chiavica. Idiotismo senese. 

Colonna morta ( II. 12 ) , cioè sporgente a decorazione piultostochè ad 
uffizio. 

Colonna viva ( II. 12 ) , isolata ed in ufficio. 

Comune (V. 1 ) , specie di artiglieria. Ved. Memoria II. 4. 

Conserva (IL 5 ) , vaso da conservarvi roba. 

Controleva (V. 11) 9 asta leva posta sulla prolungazione di un corpo, 
per girarlo sovra un perno. 

Controquadrato ( lY. 3 ) , quadrato con centro comune e diagonali in- 
clinate a 45"^ su quelle di un altro quadrato. 

Copuletta (IL 3 ) , diminutivo di copula , ossia cupola. 

Corda , a corda (IV. 8 ) , a filo. 

Cortona (V. 1 ) , specie di artiglierìa. Ved. Memoria IL 5. 

Coscia di colonna ( III. 3 ), faccia dì colonna angolare, ossìa di pilastro. 

Crociato tempio (IV. 5 ) , tempio a croce greca o latina. 

Deservire (IL 4 ), servire a qualche cosa. La Crusca gli dà valor dif- 
ferente. 
Diagonia (II. 8 ) , linea diagonale. 
Diametro (IL 2 ) in valore di altezza larghezza di una superficie 

qualunque. 
Disgregare la vista ( IL 13 ) , abbarbagliarsela per raggi luminosi e 

tremoli. In valor simile ne cita esempio la Crusca dal Caro. 
Doppia (V. 11 ) , sostantivo. Cardine. 

Efficajcità ( V. 3 ) , latino. Efj^acitas. 
Estremale ( III. 1 ) , estremo. Adiettivo. 

Fermo ( V. Es. 46 ) , massiccio. Adiettivo. 

Fondo ( titolo di figure al lib. IL 8 ) , pianta a terreno di un edificio 
qualunque. Uso derivato dal retto significato della parola indicante 



211 

la inferiore superficie di un corpo. In Toscana ha valore di 80t* 

terraneo domestico. 
Forcina (IV. 1 ) , forcella ossia bocca deUo stomaco. 
Fumigante ( Y. 8 ) , ed anche fumante , fumaiuolo. 

Getnitivo ( II. 12 ) , adiettivo di rivolo : gocciolante. 

Genga ( II. 12 ) , tufo in colore di argilla. Voce senese. 

Gocciola ( titolo di figure al libro III. 7 ) , mensola di lievissima spor- 

genza, decorata il più delle volte a foggia di capitello di pilastro, 

sulla quale impostavansi archi. Vedi Pedttccio. 
Governo ( III. 2 ) , adiettivo : apocope di governato. 
Graduata , via ( DI. 2 ) , strada a gradi , ora cordonata. 
Guardacucina (II. 8 ) , serbatoio degli attrezzi culinari. 

ImbeUico ( IV. 1 ) , bellico. 

Insorbire ( li. 12) , idiotismo senese per insurbere^ insorbire, assorbire. 

Intavolaiura ( FV. 6 ) , porzione orizzontale dello stipite. 

Lattata , acqua ( li. 12 ) ^ acqua grassa e bianchiccia. 
Libera ^ stanza ( II. 8 ) , stanza con ingresso dal ripiano. 
Lumaca ( V. Es. 30 ) , semplicemente per scala a lumaca. 
Luniacataj via (III. 2), strada a serpe in montagna, volgarmente a 
zig-zag. É Vyigger cochleatim fractus di Sidonip Apollinare. 

Macula (V. 5 ) , legni senza macula , senza tarlo. 
Maculare ( V. 7 ) , far guasto , uccidere. Vedi il capo 7.** del libro V. 
Madre ^ dell'olio ( II. 5 ) , la sua feccia , propriamente morchia. 
Mascalcia , fare ( II. 6 ) , esercitare Parte del maniscalco. 
Mezzana (V. 1 ) , specie di artiglieria. Vedi Memoria II. 4. 

JVicchiosay pietra (I. 7 ) , pietra conchigliare. Terra nicchiosa contencnto 
nicchi. 



Oliaro ( II. 2 ) , canova dì olio. 
Oliviera (IL 8 ) , veggia o big( 



igoncio per serbare olive. 



212 

Pavimento ( IT. 10 ) , nel Ystloire d^uii'altezza di piano in una casa. 
Peduccio (titolo di figure al lib. HI. 7). Vedi gocciola^ che è sinonimo. 
Penduto ( Prologo al libro I ) , traslalo latino , dubbióso , incerto. 
Perfeitore (II. 2 ) , dal latino perfector. ^ 

Pianello ( V. Es. 16 ) , piccolo ripiano di scaletta. 
Postcamera ( li. 11 ) , retrocamera. 
PìUeo (IV. 3 ) , lanterna della cupola. 

Reverso (V. 5), arco riverso, col colmo air ingiù. (V. 10, e V. Es. 9) 
Entrata riversa, che presti piìi volte il fianco ai difensori di una 
fortezza. 

Ricinto (III. 3), adiettivo di coi'niciamonto che senza interruzione ri- 
cinga un edificio. Notato dal Baldinucci. 

Riposticolo (li. 8 ) , ripostiglio. Ed al capo 10 rr-positorio dal latino 
repositorium. 

Rocchetto (V. 11 ) , cilindro a fusi che ingrana , frequentissimo nelle 
macchine. 

Rugolare ( V. Es. 52 ) , idiotismo di ruzzolare. 

Scalamento ( V. 8 ) , lo scalare. 

Scalone (11. 2 ) , scaglione , gradino. 

Scarpare (V. 8 ) , fare la scarpa alle mura. 

Solaro (11. 1), dal latino -barbaro solarium ^ piano (IV. 2), nel va- 
lore di pavimento. 

Sossello (II. 8 ) , murello lungo la facciata de' palazzi. Malamente da 
subseliium. 

Spassare (V. Es. 16), togliere il passo, levando la superficie da porvi 
il piede. 

Superficiale , lume ( titolo ad alcune piante di case nel lib. II ) , pro- 
veniente da finestre od occhi orizzontali come quello del Panteon: 
così G. Cavalcanti [Storie lib. VI, 17) chiama superficie l'aper- 
tura a fior di terra di certe carbonaie di campagna. 

Tavola (IV. 6), fregio sopra lo stipite: per similitudine, dall'essere liscio. 



213 

Torreittaestra ( V. Es. 12 ). E quella che Pace da Ccrtaldo cliiama tor- 
rione maschio , e Guicciardini mastio della torre , cioù la prin- 
cipal torre ossia maschio di una fortezza. 

Torneino ( V.'Es. 1), dello anche Torresino : nel quattrocento davano 
i pratici questo nome alle piccole torri che inualzavansi dal 
mezzo delle grandi torri maestre. Qui però è nel signifìcato di- 
retto di torre piccola. 

Transportare ( V. 8 ), sportare , sporgere. 

f^errocdùo (V. Es. 16), argano orizzontale, detto nnilic asso nella ruota, 
e più propriamente verricello. 



INDICE 



DELLE MATERIE. 



I 



Trattato di architbttura civile e iulitare. 

Libro I. Ragione deO^ opera , e prologo al libro primo . « pag. 5 

Capo I. «Scopo dM* architettura e suoi rapporti coUe scienze. 1 1 

IL Dello sfuggire i siti cattivi per edificare ... 13 

IIL Della bontà delle acque 15 

IV. Della bontà dell'aria 17 

y. Come le città debbano essere guardate dai venti 

nocivi 18 

YL / marmi e le pietre fine e grosse da costruzione. 20 

VIL / mattoni *...-. 24 

VllL Le calcine 26 

IX. Le arene 29 

X. / legni 31 

Libro IL Prologo 34 

Capo L Della situazione delle case secondo i climi ed i venti 37 

IL Delle parti esteme delle case, e delle scale • . 39 

IIL Dei candtii . 41 

IV. Dei necessarii . 46 

V. Delle cantine e degli altari 48 

VI. Delle stalle 50 

VII. Dei granai 52 



216 

Capò Vili. Delle varie specie di case private ^ e delle parti 

inteme di esse. Dei tetti e dei giardini pag. 53 

IX. Proporzioni delle sale 59 

X. Dei palazzi pvbblici 60 

XI. Dei palazzi de* Principi 62 

XII. Dei pavimenti . . 64 

XIII. Dei modi per trovar apqua 66 

Libro HI. Prologo 70 

Capo 1. Economia generale delle città 72 

II. Dei perimetri delle città ^ e della economia di esse 

ragguagliata al suolo 75 

IH. Della origine e delle proporzioni delle cdonne e 

dei pilastri 78 

IV, Dei capitelli de* tre ordini , , 82 

V. Delle parti delle colonne e varie maniere di esse 86 

VI. Delle basi delle colonne . 89 

VII. Delle trabeazioni ^ ed analogia di esse col corpo 

umanOf Delle gocciole y ossiano peducci ... 90 

Libro IV. Prologo 95 

Capo I. Parti esteriori del templi 98 

IL Parti interiori dei templi 102 

III. Proporzioni del templi 106 

IV. Che le proporzioni dei templi sono dedotte da quelle 
deWuomo 109 

V. Rapporto fra le larghezze e le altezze nei templi 

di pianta rettilinea 111 

VI. Porte e finestre ne* templi 1 12 

VII. Le navate y le coppelle ^ le volle e l'altare . . 115 

Vili. Dell'aspetto de' templi, de' candelieii e de' campanili 119 

J.IBRO V. Prologo 122 

Capo I. Delle artiglierie 125 



217 

• • 

Capo IL Della polvere da guerra e del modo di conservarla pag. 128 

III* Che gli antichi non conobbero le nostre artiglierie. ' 

Difficoltà di resistere aìV impeto di esse. Lodi di Fé- « 

derico II duca d'Urbino 129 

IV. La bontà delle fortezze sta neW artifizio della pianta^ 
anziché nella grossezza de' muri. Economia generale 

di esse • • 134 

V. Avvertenza circa le fondamenta 138 

VI. Delle parti delle fortezze. Dei fossi 159 

VII. Dei riveUini 143 

Vili. Dei torroni ib. 

IX. Dei eapannati ^ ossiano casematte antiche . . 145 

X. Delle mura e porte 147 

XI. Dei ponti levatoi e corritoi ... ^ .... 148 

XII. Delle torri maestre 149 

Prologo agli esempi 152 

Esempio I. Fortezza in convaUe 153 

IL Fortezza in convalle alla marina 154 

III. Fortezza nelValtopiano d'un colle a contrafforti . . ib. 

IV. Fortezza in un seno di monte 155 

V. Fortezza sur un colle sporgente in fondo utia valle 156 

VI. Hocca in valle fra due colli • ib. 

VII. Hocca in terreno piano ^ montuoso o misto . . . 157 

Vili. Hocca quadrata in piano ib. 

IX. Rocca sovra una falda di monte a lieve pendio 158 

X. Rocca con recinto a denti di sega^ senza torri . . ib. 
XL Rocca di pianta quadrata^ con difese saglienti sulle 

diagonali 159 

XII. Rocca di pianta triangolare^ volgente un angolo contro 

l'offesa .,...' ib. 

Xlli. Rocca di pianta poligonia irregolare con capanncUi 

e torroni con ale 1 60 

XIV. Rocca di pianta eptagona regolare ib. 

98 



218 

Esempio XY. Aoceo: 4i pionta. irregolare con tammi ne* luoghi op- 
portuni .,•,.•, pag, 161 

XYI, jRoecliette congiunte in pianta ronJt^ y volgenti gli 

angoli, alVoffesa •• ^ .«•,,.. . ib. 

XYIL Rocca pentagona con torroni con o/q , ^ . . . 162 

XYIII. Hocea esagona con difese differenti , 163 

XIX. Rocca in città poUgonia regolare e munita di torroni 

in sporgenza follata «... 164 

XX. Rocca in città di doppio recinto ottagono senza, torri 165 

XXI. Fortezza in altopiano come si faccia forfè senza torri. 166 

XXII. Recinto fortissimo ..•.»,,..... 167 
XXIII. u^ltro recinto assai forte ib, 

XXIY. Rocca poUgonia^ con maschio nel c^ra gwaUaio . ib. 

XXY. Rocca di Cagli , 168 

XXYI. Rocca del Sasso di Monte Feltr<t ^ 170 

XXYil. Rocca del Tavoleto 171 

XXYni. Rocca della Serra di S. Ahondio ib. 

XXIX. Rocca di Mondavio 172 

XXX. Rocca di Mondolfo 175 

XXXL Rocca con, due. torri mofistre , .174 

XXXII. Rocca simile « . . , ib. 

XXXIII. Rocca coìi due maschi , . . 17$ 

XXXIY. Rocca simile ib. 

XXXY. Rocca con dufi maschi ed i^n'entvatq sola ..... ib. 

XXXYI. u^ltra rocca simile . 176 

XXXYII. ^Ura rocca simile ib. 

: XXXYil|. fiocca in luogo che possa essere offesa, sqlo^ da due 

parti opposte «... 177 

XXXIX. Recinto di rocca senza torri ib. 

XL. Rocca a piti ordim di difese 178 

XLI. Rocca simile y in luogo che possa essere, offesa da 

ogni parte 17d 

XLII. Rocca in piano con tre recinti 180 

XLIII. Rocca in aitopiqno avente u^, accesso solo ... ib. 



219 

EsEMPioXLlV. Rocca in sporgenza continuala di un altopiano pag. 181 
XLV. Rocca in altopiano scosceso, offendibile da una ' 

parte sola 182 

XLVl. Rocca adattabile ad ogni aecidente di terreno . . ib. 

XLVII. Rocca esajgona per luogo offendibile da una sola parte 183 

XLVni. Rocca munita di torroni semicircolari con aie . . 184 

XLIX. Rocca esagona con maschio nel centro ib. 

L. Rocca esagona in pianura 185 

LI. ^Itra rocca esagona in pianura ....... ib. 

Lll. avvertimenti per fortezza appiè d^un monte . . 186 
LUI. Fortezza in piano e cdVasse diretto contro una 

fimbria di monte 187 

LIV. Rocca in sito battuto da ogni parte ib. 

LV. Rocca triangolare applicabile ad ogni luogo . • . 188 
LVI. Avvertimenti contro una sorpresa. Ingegno^ per cautela 

della saracinesca e del ponte corritoio . . . 189 
LVIL Rocca disposta con avvertimento simile .... 191 

LVin. Altro esempio ib. 

LIX. Fortezza a riva il ìnare ......... 192 

LX. Caso di una fortezza quadrilatera battuta a due angoli 
opposti y e non avente che due torroni sóli agli 
estremi di una diagonale ib. 

Libro VI. Prologo 195 

Capo I. Disposizione de* porti 196 

II. Della difesa de* porti 197 

HI. Altre avvertenze circa i porti ....... 198 

IV. Necessità del saper disegnare. Modi di fondare in acqua 199 

Libro VII. Prologo 202 

Conclusione dell'opera 207 



9 • ■ 



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