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Full text of "Trattato di frutticoltura"

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ÌCortli Carolina State College 

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TamarcL 



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64604 



This BOOK may be kept out TWO WEEKS 
ONLY, and is subject to a fine of FIVE 
CENTS a day thereafter. It is due on the 
day indicated below: 



Prof. Dott. D. TAMARO 

Direttore della Regia Scuola di Agricoltura con Sezione coloniale 
in Sanf Ilario Ligure 



TRATTATO 



FRUTTICOLTURA 



QUARTA EDIZIONE COMPLETAMENTE RIFATTA 
con ITi illustrazioni e LXXIV tabelle 




ULRICO IlOEPLI 

EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA 

MILANO 
1915 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



TIPOGRAFIA SOCIALE - Milano, Via G. Mameli, 15 



INDICE DELLA MATERIA 



Pag. 
Introduzione 1 



FRUTTICOLTURA GENERALE 

Parte Prima: Economia della frutticoltura. 

I Importanza agraria ed economica della frutticoltura in Italia 7 

II Notizie statistiche della frutticoltura in Italia 9 

III .... Principi generali per far progredire la frutticoltura. ... 13 

IV Stima degli alberi da frutto 14 

Parte Seconda : Riproduzione e moltiplicazione delle piante 
da frutto. 

I Il vivaio: Definizione del vivaio, sua importanza. Scelta del ter- 
reno, sua preparazione e distribuzione 20 

II Riproduzione e moltiplicazione 24 

III .... Attrezzi e macchine necessarie al frutticoitore 26 

IV .... Riproduzione per seme 39 

V Semina e cure successive 43 

VI .... Moltiplicazione per talea, polloni ed ovolo: Talea ad una sola 

gemma - Talea a più gemme - Zampa di cavallo - Magliolo 

- Barbatella 47 

VII ... Moltiplicazione per margotta: Condizioni di riuscita - Margotta 

a ceppaja, a capogatto, a serpente, a tacca ed in aria. . 51 

VIII ... Innesto delle piante da frutto: Teoria dell'innesto e condizioni es- 

senziali di riuscita - Preparazione dei soggetti e delle marze. 56 

IX .... Sull'afnnità e sulla reciproca influenza del soggetto e del nesto. 59 
X Innesti principali per le piante da frutto e soggetti relativi . 63 

XI .... Innesto a spacco semplice 66 

XII . . . Innesto a spacco laterale 71 

64604 



XIII 

XIV . 

XV .. 

XVI . 
XVII 
XVIII 
XIX 



— VI — 

Pag. 

Innesto a corona 73 

Innesto inglese 74 

Innesto per approssimazione 78 

Innesto a gemma e ad anello 79 

I soprainnesti 82 

Cura degli innesti 85 

Innesti erbacei: Importanza e vantaggi - L'innesto Condurso e 

l'innesto Zerboni 86 



Parte Terza : Potatura delle piante da frutto. 

I Principi generali 

II 

Ili .... 

IV .... 

V 

VI 

A' 



88 

. Gemme 89 

. Rami 91 

. Precetti generali della potatura 94 

. Potatura secca e potatura verde 102 

. Principi generali del taglio dei rami 106 

. Taglio secco dei rami a legno 107 



Vili . . . Taglio secco dei rami a legno per ottenere dei rami a frutto . 109 

IX .... Operazioni accessorie della potatura secca 110 

X Potatura verde 118 



Parte Quarta: Forme. 



I ... 

II .. 
Ili . 

IV . 

V .. 

VI . 
VII 
Vili 
IX . 



Perchè alle piante da frutta si danno forme speciali .... 125 

Piramide 127 

Fuso 137 

Forme basse 138 

Pieno e mezzo vento 143 

Formazione della corona del pieno e mezzo vento .... 145 

Alberello, Cespuglio, Cespaja 151 

Cordoni 152 

Forme da spalliera e controspalliera 157 



Parte Quinta : Sistemi di coltivazione. 

I Frutticultura estensiva ed intensiva 165 

II Frutticultura campestre 166 

III .... Coltivazione lungo le strade o viali 169 

IV Brolo 171 

V Frutteto casalingo 175 

VI .... Scelta della località e distribuzione del terreno per un frutteto 

casalingo 177 

VII . . . Frutteto di speculazione 186 

VIII . . . Frutteti misti 189 



Parte Sesta: Coltivazione generale. 

I Clima 

II Terreno 

Ili .... Altitudine, latitudine, situazione ed 



esposizione 



204 
211 
215 



IV .. 

V ... 

VI .. 

VII . 

vili . 

IX .. 

X ... 

XI .. 

XII . 
XIII 
XIV . 
XV.. 
XVI . 
XVII 
XVIII 
XIX 
XX . 
XXI 
XXII 



XXIII 
XXIV 
XXV . 



— VII — 

Pag. 

Distribuzione geografica 218 

Sviluppo e funzioni delle radici 322 

Preparazione del terreno per l'impianto 225 

Scasso del terreno 228 

Chiusure dei terreni coltivati a piante da frutto 231 

Siepi vive 234 

Impianto e cure relative al mantenimento delle siepi vive . 235 

Siepi morte 238 

Armature per spalliere e materiale usato per legare le piante . 239 

Determinazione delle distanze nell'impianto 245 

Disposizione degli impianti 247 

Epoca della piantagione 249 

Scelta degli alberi e loro preparazione per l'impianto . . . 251 

Concimazione per l'impianto 254 

L'impianto 256 

Lavori complementari dell'impianto 258 

Cure annuali alle piante da frutto 260 

Trapianto di alberi adulti 262 

Lavori annuali del terreno - Mezzi per evitare i danni dell'ari- 
dità - Sostituzione delle piante morte - Cure alle piante som- 
merse da alluvione - Avvicendamento e consociazione delle 

piante da frutto 264 

Trasformazione in frutteto di vigneto filosserato .... 269 

Le piante infruttifere 270 

Impollinazione e fruttificazione 275 



Parte Settima: Concimazione ed irrigazione. 

I Importanza della concimazione e della irrigazione .... 281 

II Elementi chimici che costituiscono la pianta, come vengono as- 
similati e composti a cui danno luogo 283 

Distribuzione delle sostanze organiche e minerali nelle diverse 

parti della pianta . 286 

Ufficio speciale dei singoli elementi chimici della pianta . . 287 

Riepilogo sulla composizione delle piante e sulla loro nutrizione 289 

Materiali nutritivi necessari ad una pianta da frutto . . . 289 
Concimi naturali. (Lo stallatico - I terricciati - Le foglie, i ger- 
mogli, i rami di potatura - Il colaticcio, la colombina, la 

pollina, il pozzo nero) 298 

Concimi liquidi 301 

Concimi potassici 303 

Concimi fosfatici. (Perfosfati - Perfosfato doppio - Polvere d'ossa 

- Scorie Thomas - Fosfato d'ammoniaca - Fosfato di potassa) 305 

XI .... I concimi azotati 308 

XII . . . Concimi calcici 310 

XIII . . Concimi animali diversi 311 

XIV ... Altre sostanze fertilizzanti che si possono impiegare in frutti- 

coltura 313 

XV .... Sovescio 315 

XVI . . . Esperienze di concimazione 316 

XVII . . Concimazione dei vivai 319 



III 

IV 
V . 
VI 
VII 



Vili 

IX . 

X .. 



— vili — 

Pag. 

XVIII . Concimazione di mantenimento 322 

XIX .. Concimazioni diverse a seconda dello stato in cui si trovano le 

piante 324 

XX . . . L'irrigazione delle piante da frutto 326 



Parte Ottava : 
delle frutta. 



Raccolta, conservazione e utilizzazione 



I ., 

II , 
III 
IV 
V . 



VI . 

VII 

VIII 

IX . 

X .. 



XI .. 

XII . 
XIII. 

XIV . 

XV .. 

XVI . 



Sviluppo e maturazione delle frutta 338 

Fasi della maturazione - Componimenti chimici delle frutta . 342 

Raccolta delle frutta 348 

Importanza delle frutta nella nostra alimentazione .... 350 
Conservazione delle frutta allo stato naturale e gli agenti prin- 
cipali che influiscono sulla loro maturazione 355 

Cause di deterioramento delle frutte raccolte 357 

Precetti per la conservazione delle frutta 358 

Fruttaio 359 

Cure relative al fruttaio ed alle frutta che in esso si conservano 362 
Applicazione del freddo per la conservazione ed il trasporto 

delle frutta 364 

Conservazione delle frutta fresche con materiale inerte od altro 367 

Imballaggio e spedizione delle frutta 369 

Conservazione della frutta nell'alcool o nell'aceto .... 374 

Conservazione collo zucchero 376 

Essiccamento delle frutta 381 

Il sidro o vino di frutta 385 



Parte Nona; 
frutto. 



Malattie e cause nemiche delle piante da 



I 

II 

III ... 

IV ... 

V .... 

VI ... 

VII .. 

VIII .. 

IX ... 

X . ... 

XI ... 

XII .. 

XIII . 

XIV .. 

XV . . . 

XVI . . 

XVII . 
XVIII 

XIX . 

XX .. 

XXI . 



. Malattie e loro classificazione 

. Malerbe - Vischio - Cuscuta 

. Muschi e Licheni 

. Crittogame parassite e saprofite delle piante da frutto 

. Rimedi anticrittogamici e loro applicazione . 

. Malattie dovute a crittogame 



. 389 

. 390' 

. 391 

. 392 

. 393 

. 398 

. Danni e malattie prodotte da animali 430 

. La lotta contro i parassiti animali 431 

. Mammiferi - Uccelli e Molluschi dannosi 434 

. Grillotalpa - Forfecchia e Pidocchio dell'olivo 435 

Tingiti e Psillidi o falsi gorgoglioni 436 

. Api (pidocchi gorgoglioni) 439 

. Cocciniglie 445 

. Papilionidi 449 

. Farfalle grosse i cui bruchi (tarli) rodono il legno .... 451 

. Farfalle grosse i cui bruchi rodono le foglie (Bombici) . . . 452 

. Geometre o Misurine 455 

. Tortricì 458 

. Tignole 461 

. Scarabei 464 

. Buprestidi - Bostricidi e Crisomelidi 465 



— IX — 

XXII.. Curculionidi o Punteruoli 468 

XXIII . Scolitidi 471 

XXIV . Imenotteri 472 

XXV .. Mosche 476 

XXVI . Acari 478 

XXVII . Malattie prodotte da cause meteoriche 479 

XXVIII Malattie dovute a ferite 484 

XXIX . Malattie dovute al regime culturale ed a cattive condizioni 

del terreno o dell'atmosfera 491 

XXX . . Malattie dovute a sostanze nocive trovantesi nel terreno o nel- 

l'aria 497 

XXXI . Guida per determinare le principali malattie delle piante da 

frutto 500 



FRUTTICOLTURA SPECIALE 



Parte Prima: Piante da frutto a granella. 

Pero 513 

Melo 557 

Cotogno 591 

Sorbo 600 

Parte Seconda: Piante con un solo nocciolo. 

Mandorlo 605 

Pesco 622 

Albicocco 674 

Ciliegio 690 

Susino 722 

Olivo 755 

Pistacchio 769 

Giuggiolo 775 

Parte Terza: Piante da frutto con più noccioli. 

Nespolo 780 

Lazzeruolo 790 

Parte Quarta: Piante da frutto con semi succosi. 

Melograno 796 

Parte Quinta: Piante da frutto a bacca. 

Vite 803 

Fico d'India 829 

Ribes ed Uva spina 835 



— X — 

Parte Sesta: Gli agrumi. 

Pag. 

Regioni di coltivazione 855 

Origine 856 

Caratteri botanici 856 

Vegetazione 858 

Classificazione degli agrumi 858 

Specie e varietà coltivate per il frutto 859 

Clima per gli agrumi 878 

Terreno 879 

Moltiplicazione 879 

Coltivazione e Malattie 881 

Irrigazione 882 

Concimazione 882 

Potatura 886 

Raccolta dei frutti 887 

Prodotti secondari degli agrumi 889 

Dati economici della coltura degli agrumi 891 

Parte Settima: Piante con frutti aggregati. 

Lampone 896 

Rovo 907 



Parte Ottava: Piante da frutti composti. 

Fico 913 

Gelso da frutto 945 



Parte Nona: Piante da frutti secchi. 

Castagno 948 

Nocciuolo 961 

Noce 973 

Carrubo 985 

Pino da pinoli 992 

Parte Decima: Piante esotiche per i paesi caldi. 

Aberia 996 

Anona 998 

Asinina 1002 

Banano 1003 

Eugemia 1010 

Feijoa 1013 

Holboelia latifolia 1014 

Hovenia 1015 

Kaki (Diospiri) 1015 

Pachira 1022 

Palma del dattero 1022 

Passiflore a frutti dolci 1032 



— XI — 

Pag. 

Pavia dolce 1034 

Persea gratissima 1034 

Psidio 1037 

Parte Undecima : Piante da bosco a frutto commestibile. 

Bagolaro 1041 

Ciavardello 1043 

Corbezzolo 1046 

Corniolo 1048 

Crespino 1049 

Faggio 1052 

Mirtillo 1053 

Quercia ballota 1056 



INTRODUZIONE 



La frutticultura è l'arte di coltivare razionalmente le piante da 
frutta. Si divide in due parti : generale e speciale. La prima riflette i ca- 
ratteri generali delle piante, vuoi nella loro struttura ^e funzione, vuoi 
nelle rispettive esigenze onde ricavarne il maggior utile possibile — 
la seconda si occupa della struttura, delle funzioni o delle esigenze di 
coltivazione di ogni singola specie. 

Le piante da frutto coltivate e coltivabili in Italia e nelle sue co- 
lonie, e delle quali si tratta nel presente libro, sono le seguenti, ordi- 
nate per categoria e per affinità (Tab. I). 



TAsr.\RO - Frutlicoliiira. 



Elenco delle piante da frutto coltivate e coltivabili 
in Italia e Colonie. 



Nome scientifico 



Famiglia 
botanica 



I. — Piante da frutto a granella. 

Pero 
Melo 
Cotogno 
Sorbo 

II. — Piante da frullo con un 
solo nocciolo. 

Mandorlo 

Pesco 

Albicocca 

Ciliegio 

Susino 

Olivo 

Pistacchio 

Giuggiolo 

III. — Piante da frutto con ]>iii 
noccioli. 

Nespolo 

Nespolo del Giappone 

Azzeruolo 

IV. — Piante da frutto con semi 
succosi. 



Melograno 



Piante da frutto a bacca. 



Vite 

Ribes rosso 
Uva spina 
Ribes nero 
Fico d' India 



VI. 



Agrumi. 



Arancio dolce 
forte 
Chinotto 
Mandarino 
Pompelmo 
Bergamotto 
Limetta 
Lumia 
Limone 
Cedro 
Arancio trifogliato 



Pirus communis L. 

, Malus L. 
Cydonia vulgaris luss. e Persoon 
Sorbus sp. L. 



Amygdalus communis L. 
Amygdalus Persica L. 
Armeniaca vulgaris luss. 
Cerasus sp. L. 
Prunus domestica L. 
Olea europaea L. 
Pistacia vera L. 
Zizyphus vulgaris WiM. 



Mespilus germanica L. 
Eryobotrya japonica L. 
Crataegus Azarolus L. 



Punica Granatum L. 



Vitis vinifera L. 
Ribes rubrum L. 

„ Uva crispa 

, nigrum 
Opuntia Ficus indica Mill. 



Citrus aurantium Risso 
„ vulgaris 

sinense Wild. 

deliciosa Ten. 
„ Pompelmos Risso 
„ Bergamina „ 
„ Limetta „ 

„ lumia „ 

„ Limonum „ 

„ medica L. 
„ triptera „ 



Oleacee 

Anacardiacee 

Ramnee 



Ampelidee 
Sassifragacee 



Auranziacee 



Segue Tab. I. 



a. 


Nome volgare 


Nome scientifico 


Famiglia 
botanica 




VII. — Piante con fruiti aggregati. 






33 


Lampone 


Rubus Idaeus L. 


Rosacee 


34 


Rovo 

Vili. — Piante da frutti composti. 


fruticosus L. 


" 


35 


Fico 


Ficus carica L. 


Urticacee 


36 


Gelso da frutto 

IX. — Piante da frutti secchi. 


Morus nigra L. 


Moree 


37 


Castagno 


Castanea saliva Mill. 


Cupulifere 


38 


Nocciolo 


Corylus Avellana L. 




39 


Noce 


luglans regia L. 


luglandee 


40 


Pino da pinoli 


Pinus Pinea L. 


Conifere 


41 


Carrubo 

X. — Piante da frutto esotiche 
poco diffuse in Italia ina col- 
tivabili nei pae.ù caldi e nelle 
colonie. 


Ceratonia siliqua L. 


Leguminose 


42 


Aberia 


Aberia sp. 


Bixacee 


43 


Anona ' 


Anona sp. 


Anonacee 


44 


Persea 


Persea gratissima Goertn, 


Lauracee 


45 


Banano 


Musa sp. 


Musacee 


46 


Eugenia 


Eugenia sp. 


Mirtacee 


47 


Palma del dattero 


Phoenix dactylilera L. 


Palme 


48 


Feijoa 


Feijoa sellowiana Berg. 


Mirtacee 


49 


Kaki 


Diospyros sp. 


Ebenacee 


50 


Asimina 


Asimina triloba L. 


Anonacee 


51 


Holboelia 


Holboelia latifolia Wellich. 


Lardizabale 


52 


Psidio 


Psidium sp. 


Mirtacee 


53 


Hovenia 


Hovenia dulcis Thumb. 


Ramnee 


51 


Pachira 


Pachira sp. Aubl. 


Malvacee 


55 


Passiflora 


Passiflora sp. 


Passifloree 


56 


Pavia dolce 

XI. — Piange da bosco a frutto 
commestibile. 


Pavia dulcis 


Sapindacee 


57 


Bagolaro 


Celtis australis L. 


Ulmacee 


58 


Ciavardello 


Sorbus torminalis Crartzy. 


Rosacee 


59 


Corbezzolo 


Arbutus unedo L. 


Ericacee 


60 


Corniolo . 


Cornus Mas L. 


Cornee 


61 


Crespino 


Berberis vulgaris L. 


Berberidacee 


62 


Faggio 


Fagus sylvatica L. 


Cupulifere 


m 


Mirtillo 


Vaccinium Myrtillus L. 


Vacciniee 


61 


Quercia ballota 


Quercus ballota Dest. 


Cupulifere 



FRUTTICOLTURA GENERALE 



PARTE PRIMA 
ECONOMIA DELLA FRUTTICOLTURA 



I. 

Importanza agraria ed economica 

della frutticoltura in Italia. 

1. — É stalo varie volte ripetuto che in Italia, più che in ogni altro 
paese d'Europa, la frutticoltura dovrebbe prosperare. 

L' accidentalità dei nostri terreni, la varietà della loro composi- 
zione, l'abbondante radiazione solare, il clima generalmente mite e 
favorevole, rese possibile l'acclimatarsi di molte specie e varietà di 
piante da frutto. Ed anche per la scarsità generale d'acqua, l'agricoltore 
dovette dedicarsi in particolar modo alle colture arboree poiché sol- 
tanto queste, colle loro profonde radici, possono resistere alle non 
infrequenti siccità. 

Le essenze fruttifere coltivate o coltivabili in Italia passano la 
cinquantina (Vedi Tab. I) la maggior parte sparse qua e là nei campi, 
nei broli e nei vigneti. Colture specializzate si fanno colle viti, cogli 
agrumi, col nocciuolo. col mandorlo, col pistacchio e con poche altre. 

Il nostro popolo si ciba molto di frutta essendo questa la coltura 
più naturale d' Italia. Per provvedere a questo consumo l'agricoltore 
badò fino ad ora più alla quantità di prodotto che alla qualità; più 
alla minima spesa di produzione che alla scelta delle varietà ricercate 
dalla popolazione facoltosa o dai mercati internazionali. Perciò noi, 
malgrado del nostro bel cielo, abbiamo frutta di qualità inferiore a 
quelle dei paesi nordici : troppo poche cure si dedicano alle piante 
da frutto., incominciando per esempio ad allevare piante senza basi 
razionali. 

Nei paesi nordici, l'alimentazione colle frutta è una eccezione 
praticata soltanto dalle persone più agiate, le quali non badano alla 

Library 
K. C. State Coll^fe 



spesa pure di avere delle qualità superiori. Da noi, le esigenze dei 
consumatori in generale sono invece assai più modeste e perciò il col- 
tivatore non trovò ancora la convenienza di fare delle coltivazioni 
specializzate e più razionali. 

Abbandonate a sé stesse le singole specie e varietà di piante, 
degenerarono in modo che ora le antiche e rinomate varietà italiane 
sono di gran lunga sorpassate dalle varietà forestiere. 

2. — Eppure non è a temersi che producendo di più e di meglio 
non si troverebbe da esitare il prodotto. 

Anzitutto notiamo che per la mancanza di organizzazione della 
vendita, il popolo non può avere ancora oggi quella quantità di fruita 
che consumerebbe. Nei piccoli centri, per esempio, per parecchi mesi 
i mercati sono sprovvisti di frutta e quelle che arrivano sono di 
infima qualità e più care che non nei grandi centri. Nei paesi meri- 
dionali per mancanza di mezzi di comunicazione, avviene molte volte 
una pletora di produzione alternala colla carestia negli anni in cui 
le piante non producono. 

Ma la mancanza dei mezzi di comunicazione nei centri minori 
è un male transitorio, e dobbiamo ricordare che in questi ultimi anni 
anche le nostre comunicazioni internazionali e perciò le nostre espor- 
tazioni sono di molto aumentate. 

3. — La scelta delle varietà, deve corrispondere alle esigenze dei 
mercati. Ricordiamoci che oggi le condizioni economiche del nostro 
popolo sono di molto migliorate e perciò le esigenze di frutta migliori, 
anche se ad un prezzo più elevato in confronto del passato, potranno 
essere convenientemente vendute. 

Ma noi dobbiamo anche affrontare la concorrenza dei mercati 
internazionali e metterci nella condizione di portare all'estero le frutta 
fresche o conservate tali, in tutti i periodi dell'anno. 

4. — Un complemento indispensabile per la riuscita della frutti- 
coltura è infine l'industria della conservazione delle frutta. 

Per mezzo della refrigerazione noi possiamo ora spedire a grandi 
distanze le frutta fresche ; coli' industria delle conserve noi siamo in 
grado di utilizzare immediatamente quei prodotti che non possono 
essere venduti sul luogo. Un mezzo e l'altro devono completarsi con 
un opportuno e conveniente imballaggio. 

5. — E siccome le piante da frutto richiedono più lavoro che 
capitale, estendendo la loro coltivazione daremo in mano al nostro 
intelligente operaio agricoltore una coltura di alto reddito, stimoleremo 
la sua intelligenza ad impratichirsi di nuove e più redditive operazioni, 
vedremo moltiplicarsi le piccole proprietà nelle quali, a seconda del 
clima, della posizione e del terreno si formeranno dei frutteti specia- 
lizzati a cui acudirà il proprietario coltivatore, interessato direttamente 
nel raccolto finale. 

Un ettaro di terreno coltivato a pescheto, nel territorio di Massa 
Lombarda rende fino a L. 3000; la stessa superficie a limoni a Sorrento 



rende oltre L. 6000; ad aranceto L. 5000; a noccioleto, nei dintorni di 
Napoli, L. 1200 e così via. Queste ed altre colture arboree specia- 
lizzate, fatte dallo stesso proprietario anche per frazioni di ettaro, pos- 
sono dare un conveniente sostentamento ad una intera famiglia. Trat- 
tandosi di proprietari che non possono coltivare direttamente e che 
devono ricorrere all' opera di terzi, converrà affidare la coltivazione 
a mezzadri o ad affittuari con contratti a lunga scadenza. La condu- 
zione diretta, generalmente parlando oggi, non è consigliabile per queste 
colture. L'opera avventizia e mercenaria è troppo alleatoria per il costo 
ed incerta per la capacità degli operai. 

L'Italia, per elevare la sua produzione agricola, ha bisogno di indu- 
strializzare ancora molte delle sue colture e fra queste, una delle prin- 
cipali è la frutticoltura, che se esercitata razionalmente, recherà un 
grande beneficio al nostro paese ed avrà conseguenze ancora più bene- 
fiche, sia morali che materiali sui nostri lavoratori. 



IL 

Notizie statistiche della frutticoltura in Italia. 

1. — L'importanza economico-agraria della frutticoltura si desume 
dalla statistica della produzione confrontata colla superfìcie coltivala. 

I primi dati sulla produzione, che abbiano una certa attendibilità, 
sono quelli pubblicati dall'Ufficio di Statistica Agraria per l'anno 1912, 
Fascicolo 6. Nella Tab. II ne riporto alcuni da cui risulta che si pro- 
ducono in Italia approssimativamente Q.li 20.840.358 di frutta del valore 
di L. 555.527.160. 

Nell'anno 1911 si avevano le seguenti cifre: 

I Mele, pere, cotogne e melagrane Q.li 2.126.000 a L. 20 L. 42.520.000 

li Frutta polpose (pesche, ciliegie, 

albicocche ., 768.000 ., 20 „ 15.360.000 

III Fichi secchi e prugne secche . „ 710.000 „ 40 „ 28.400.000 

IV Frutta senza distinzione di specie „ 1.786.000 „ 20 „ 35.720.000 

V Mandorle, noci, nocciole . . . „ 1.583.000 „ 100 „ 158.300.000 

VI Castagne „ 8.290.000 „ 20 „ 165.800.000 

VII Agrumi „ 7.865.000 „ 20 „ 157.300.000 

VIII Uve da mensa „ 245.358 „ 20 „ 4.907.160 

Totali . . Q.li 23.373.338 L. 608.307.100 

Come si vede, colle piante da frutto noi ricaviamo un prodotto 
che sorpassa il mezzo miliardo di Lire, quantunque in questa cifra 
sia ommesso il valore delle carrube, dei pistacclii, la cui sola espor- 
tazione arriva al valore di 2 milioni. 

Per la maggior parte di queste produzioni noi non possiamo raet- 





- 


- 10 - 














Tab. II. 






Produzione delle frutta nell'annc 


Qualità delle frutta 


e 
o 

a 
i 


C3 

1 


a 

o 


5 

1 


.2 
1 




1 
1 


s 




Q. 


Q. 


Q- 


Q. 


Q. 


Q- 


Q. 


(J. 


I. — Mele, pere, cotogne, mela- 






63.000 
33.000 


95.000 
62.000 


468.000 
67.000 


29.000 
18.000 


24.000 
22.000 




li. — Frutta polpose (pesche, 
ciliege, albicocche, prugne 
frescne ed altre) 


112.000 


52.000 


:ì(ioo 


111. — Mandorle, noci e nocciole 


14.000 


6.000 


11.000 


4.000 


8.000 


8.000 


7.000 


1 (100 


IV. — Fichi secchi e prugne 
secche 


748.000 


580.000 


259.000 


100.000 


296.000 


1.717.000 


40.000 




V. - Castagne 


CI. (11)0 


VI. - Agrumi (a. 1911) .... 

VII. - Uva da mensa (a. 1895) . 


26.771 


114.000 
1.185 


9.723 


14.841 


22.630 


7.000 
11.589 


500 
6.275 



tere in confronto la superfìcie coltivata, poiché come si è detto, la 
frutticoltura non è specializzata ma è promiscua con altre colture. 

2= — Intanto possiamo però rilevare, che il massimo prodotto di 
frutta ci è dato dal castagno per un valore che può arrivare, come nel 
1911, a 160 milioni di lire. La Toscana ne produce quasi la metà della 
produzione totale italiana; segue con un buon quinto il Piemonte, indi 
la Liguria. In Toscana si producono specialmente le castagne che si 
consumano nell'interno, disseccate o in farina. Nel Piemonte (Cuneo) 
Veneto (Belluno), nel meridionale mediterraneo (Avellino) sono rinomati 
i marroni, di cui si fa una notevole esportazione. 

3. — Alle castagne seguono per importanza gli agrumi e questi 
sono coltivati 



ad agrumeto puro . 
a coltura promiscua 



Totale 



ha. 44.700 
» 69.700 

ha. 114.400 



Dando questa estensione un prodotto complessivo di Q.li 7.865.000 
del valore di L. 157.300.000 risulta che in media si ricavano per ettaro 
circa Q.li 69 di frutta del valore di L. 1375, facendo media dell' agru- 
meto puro con quello misto. 

Palermo, Messina, Reggio Calabria, Catania e Siracusa sono i più 
grandi centri di agrumicoltura. Anche le sponde meridionali della terra 
d'Otranto, della Calabria, di Amalfi e Sorrento, sono località celebri 
per gli agrumi. Più al nord, ottimo centro troviamo specialmente pei 
limoni, mandarini e chinotti, la costa della Liguria. La Sardegna si 
distingue specialmente per i cedri ed aranci. 



— 11 



912 in quintali e 


valore 


in Lire. 












o 


II 


.2 

a 

a 

a 
U 


3 

1 


P3 


es 

5 


.2 
% 

Vi 


Sardegna 


Totale 

nel 
Regno 


Prezzo 
Unitario 


Valore 
conipless. 


Q. 


Q- 


Q. 


Q. 


Q- 


Q. 


Q. 


Q. 


Q. 


L. 


L. 


10.000 


173.000 


533.000 


34.000 


12.000 


20.000 


108.000 


35.000 


2.160.000 


20 


43.200.000 


14.000 


38.000 


331 .0{K) 


78.000 


3.000 


5.000 


100.000 


2.000 


930.000 


20 


18.600.000 


13.000 


52.000 


69.000 


776.000 


8.000 


10.000 


1.052.000 


13.000 


2.052.000 


100 


205.200.000 


_ 


33.000 


21.000 


315.000 


_ 


265.000 


16.000 


6.000 


668.(KK) 


40 


26,720.000 


90.000 


68.000 


307.000 


- 


29.000 


659.000 


24.000 


20.000 


4.980.000 


20 


99.600.000 


4.000 


3.500 ! 815.000 


378.000 


1.000 


896.000 


5.540.000 
70.304 


76.000 
4.985 


7.865.000 
245.358 


20 
20 
L. 


157.300.000 


8.480 


68.572 




4.907.160 




Totali Q. 


20.840.358 


555.527.160 



In tutta Italia si conterebbero circa 17 milioni di piante cosi 
ripartite : 

limoni milioni 8 1/4 

aranci „ 7 '/a 



cedri, mandarini, bergamotti, ecc. 



IV4 



4. — Le frutta secche (mandorle, carrube, noci e nocciole) predo- 
minano nella Sicilia, negli Abruzzi, nella Campania e nelle Puglie. La 
Sicilia è specialmente nota per le nocciole, mandorle e carrube; gli 
Abruzzi, la Campania e le Puglie per le noci. Rinomate sono le noci 
di Sorrento. 

5. _ I fichi secchi migliori si hanno dalle Puglie e dalla Calabria, 
mentre i fichi freschi si hanno in tutta Italia, abbastanza buoni anche 
ai piedi delle Alpi, sulle colline. 

6. — Le mele, pere, ecc., hanno prevalenza nell' Alta Italia e spe- 
cialmente nel Piemonte; nell'Italia meridionale, sono diffuse nella 
Campania, negli Abruzzi e Molise ; le pesche nel Veneto e nella Ligu- 
ria; le ciliegie nella Romagna e cosi via. 

7. — Quantunque non tanto curata, la produzione delle uue da 
mensa ha avuto un incremento notevole in questi ultimi anni, per 
merito specialmente degli esportatori che incoraggiarono i viticoltori 
e curarono molto l' imballaggio. 

Evidentemente però i dati statistici della produzione di uve da 
mensa sono inferiori al vero. Quelli che sono state pubblicati e che 
io riporto, si riferiscono di certo alla quantità di uve da mensa che 
vengono esportate, poiché non è ammissibile che in Italia si consu- 



- 12 - 

mino soltanto 13.471 quintali di detta uva, pur ammettendo che pel 
consumo interno il nostro popolo fa uso delle uve da vino (1). 

8. — Se alla quantità di frutta prodotta in Italia si aggiunge quella 
importata e dalla somma si detrae quella esportata, si ha la quantità 
di frutta che generalmente si consuma nell'interno. 



Calcolo del consumo di frutta in Italia 



Qualità della frutta 


Produzione 


Importazione 


Esportazione 


Consumo interno 


Q. 


L. 


Q. 


L. 


Q. 


L. 


Q. 


L. 


I. — Mele, pere, cotogne, 
melagrane 


2.160.000 


43.200.000 














II. — Frutta polpose (pe- 
sche, ciliegie, albi- 
cocche, prugne fre- 
sche ed altre) . . . 


930.000 


18.600.000 


14.&41 
17.054 


1.219.000 


403.329 


12.099.000 


2.701.312 


50.920.000 


III. — Mandorle, noci e 
nocciole 


2.052.000 


205.200.000 


1.894.000 


214.196 


29.094.000 


1.854.858 178.000.000 


IV. - Fichi secchi e pru- 
gne secche .... 


668.000 


26.720.000 


19.583 


910.000 


150.381 


5.023.000 


537.202 


22.607.000 


V. — Castagne .... 


4.980.000 


99.600.000 


6.816 


114.000 


147.790 


2.456.000 


4.839.026 


,97.258.000 


VI. — Agrumi 


7.865.000 


157.300.000 


11.796 


359.000 


2.a43.954 


25.915.000 


5.032.842 


131.744.000 


VII. — Uve da mensa . 


245.358 


4.907.160 


10.974 


1.000 


231.958 


4.877.000 13.471 


31.160 


Totali 


20.840.358 


555.527.160 


69.961 


4.497.000 


3.991.608 


79.464.000 14.978.711 


480.560.160 



(1) Avevo già scritto queste considerazioni quando apparve nelle Notizie periodiche 
di Statistica Agraria, anno 1913, Fase. 8, il risultato delle indagini fatte per l'anno 1912. 
Riporto integralmente la parte che ci interessa. 

Uva da tavola. 
Provincie in cui la produzione ha maggiore importanza. 



Piacenza .... 


. . Q.li 114.000 


Vicenza 


. Q.li 16.000 


Teramo 


. . „ 73.500 


Venezia 


. „ 15.000 




. . „ 70.000 
. . , 33.000 




. . „ 13.000 


Cuneo 


Salerno 


. „ 10.000 


Bologna 


. , „ 30.000 


Alessandria . . . 


. . „ 7.000 


Napoli 


. . „ 29.000 


Padova 


. .. 6.000 


Trapani 


. . „ 22.000 


Genova 


. „ 5.000 


Verona 


. . „ 22.000 


Sassari 


. . „ 2'.700 


Lecce 


. . „ 18.000 


Chieti 


. „ 1.500 




r\ ì: aìi rr\r\ 




411.500 



Q.li 411.500 



Q.li 487.700 



Nel complesso del Regno si può ritenere che la produzione dell uva da tavola nel 1912 
abbia superato di poco i 500.000 quintali. Tale cifra non rappresenta però che una parte 
dell' uva destinata all' alimentazione. Secondo le considerazioni sopra accennate deve 
valutarsi a parte la quantità di uva da vino consumata direttamente nel periodo della 
vendemmia. Tale quantità, secondo il calcolo istituito nella determinazione della pro- 
duzione del vino , ascenderebbe al 2.50 per cento dell' uva ottenuta, e cioè a circa 
1.670.000 quintali. 

Il consumo complessivo di uva destinata all' alimentazione sarebbe quindi stato, 
nel 1912, di circa 2.200.000 quintali. 



- 13 — 

Questo calcolo è stalo fatto nella Tab. Ili, prendendo per base i 
(lati di importazione ed esportazione medi veriMcatisi nel quinquen- 
nio 1900-1904. 

Dalla detta tabella risulta un consumo interno di quasi 15 milioni 
(li chilogrammi di fruita del valore di mezzo miliardo circa di lire. 

L'Italia avendo 34 milioni di abitanti, ha un consumo per abitante 
di (14.978.711 : 34.000.000) = Kg. 44 di frutta del valore di 

(L. 480.560.160 : Kg. 14.918.711) L. 0.32 x Kg. 44 = L. 14,08. 



III. 

Principi generali per far progredire la frutticoltura. 

Dopo aver verificalo l'imporlanza economica che ha la frutticoltura 
in Italia, vediamo sommariamente quali sono i principi generali sui 
quali noi dobbiamo basarci per farla progredire. E questi principi mi 
furono di guida per scrivere questo trattato. 

1. — Scegliere accuratamente le specie e le varietà più adalle al 
clima ed al terreno. 

2. — Adattare il sistema di coltivazione non solo alle condizioni 
naturali, ma anche alla potenzialità economica ed alla capacità tecnica 
di chi dirige e lavora. 

3. — Il frutticoitore deve produrre molto colla minore spesa. 

4. — Nella scelta della varietà bisogna valersi mollo dell'esperienza 
locale o di quella dei luoghi vicini. Si ricordi ancora che i gusti dei 
consumatori vanno sempre perfezionandosi e le esigenze dei mercati 
sono sempre maggiori. 

5. — Non conviene mai tenersi ad una sola varietà, ma a più va- 
rietà che maturino nella stessa epoca ed anche in epoche diverse. 

6. — Si dia la preferenza alle varietà che maturano nell'epoca della 
maggiore richiesta, ma si ricordi che anche le varietà che maturano 
nelle epoche ordinarie molle volte rimunerano largamente il frutti- 
coitore. 

7. — La scelta di piante sane ed un conveniente impianto di esse, 
sono le basi di un buon successo. Le economie esagerate nelle spese 
di impianto e nell' acquisto delle piante, sono di grande danno alle 
piante da frutto. Si ha la maggiore garanzia di successo producendo 
le piante da se stessi, nel proprio terreno. 

8. — Una conveniente potatura costringe le piante a dare frullo 
costantemente. 

9. — La periodica e razionale concimazione assicura la longevità, 
la produttività e la sanità delle piante. 

10. — L'irrigazione, se non indispensabile, è necessaria per molle 
piante da frutto, specialmente nei paesi caldi. 



- 14 - 

11. — Il successo economico della frutticoltura viene ancora meglio 
assicurato, quando si possono utilizzare convenientemente i prodotti 
secondari, come le frutta immature od in parte deteriorate, e quelle 
che non si possono vendere immediatamente. 

L' arte di conservare ed utilizzare le frutta deve uscire dai limiti 
dell'economia domestica ed entrare nel campo delle industrie agrarie. 

12. — 11 mal governo delle piante ha il medesimo effetto del mal 
governo nelle famiglie, che ad un tratto si trovano senza tetto e senza 
mensa, se l'accortezza del capo non provvede al costante assetto eco- 
nomico ed alla difesa delle cause nemiche. 



IV. 
stima degli alberi da frutto. 

1. — Premesso che la stima degli alberi da frutto non può dare 
la misura assoluta del loro valore, ma solamente una misura relativa 
ad un determinato mercato, di determinato tempo, volendo procedere 
alla stima, bisogna: 

a) determinare la produzione lorda media annua, di frutta, con- 
guagliata in denaro, ridotta al netto della quota di infortuni ; 

b) determinare le spese di impianto, di allevamento e di coltiva- 
zione annua successiva, necessarie pel mantenimento dell'albero. 

Delle spese di impianto e di allevamento che si riscontrano lino a 
che la pianta entra in produzione, bisogna calcolare l'interesse medio 
annuo fino all'estinzione della pianta. 

Detraendo i titoli in b) dalla produzione del titolo in a) e capita- 
lizzando la differenza, si ha il valore di stima della pianta. 

2. Calcolo della produzione. — Per fare questo calcolo, bisogna 
prendere in considerazione molti fattori, che andrò ora enumerando. 

a) La specie e varietà della pianta. — Questa determinazione ha 
maggiore o minore valore secondo le condizioni naturali dell'ambiente. 
Un mandorlo per il suo prodotto ha minor valore nell'Italia settentrio- 
nale che nell'Italia media, ed ancora minore che nell'Italia meridionale. 

La varietà bisogna considerarla dal punto di vista della sua adat- 
tabilità all'ambiente, e dalla qualità del prodotto che dà. 

b) Qualità del terreno. — Più che le sue condizioni fisico-chimi- 
che converrà notare se il terreno è aratorio, irriguo o no, a prato od 
a pascolo. Nell'aratorio, le piante non piantate in filari appositi, non 
prendono grandi dimensioni per le continue ferite che le radici rice- 
vono dagli aratri. Sotto questo rapporto le piante si trovano meglio in 
un terreno lavorato a vanga od a zappa. Cosi in un terreno non 
irriguo, la pianta si sviluppa di più ed ha vita più lunga. Il prato è 
dà preferirsi al pascolo. 



- 15 — 

Fatta questa distinzione di terreno aratorio o no, irriguo o no, da 
prato o pascolo, converrà aggiungere la classe catastale a cui appartiene. 
e) La longevità della pianta. — Per normali, si possono ritenere 
i seguenti dati, partendo dall' impianto (Tab. IV). In questa tabella è 
registrata anche l'età nella quale le piante cominciano a fruttificare e 
l'età nella quale raggiungono il massimo prodotto. 



Età che raggiungono le piante da frutto e l'età alla quale 
cominciano a fruttificare. 



NOME DELLA SPECIE DI PIANTA 



Agrumi 

Albicocco 

Carruljo 

Castagno 

Ciliegio acido 

, dolce 

Cotogno 

Diospiri 

Fico 

Fico d'India 

Gelso 

Lampone 

Lazzcruolo 

Giuggiolo 

Mandorlo 

Melagrano 

Melo a pieno vento 

„ a mezzo vento 

„ a cordone o vaso 

Nespolo 

„ del Giappone 

Nocciuolo 

Noce 

Olivo 

Palma da datteri 

Pero a pieno vento 

„ a mezzo vento 

, a spalliera, piramide o cordone 

Pesco 

Pino da pinoli 

Pistacchio 

Ribes 

Sorbo 

Susino 

Vite 



Età 

che raggiunge 

l'albero 


Età 
nella quale 

comincia 
a fruttificare 


Età 

nella quale 

comincia 

a dare 

il massimo 

prodotto 


anni 


anni 


anni 


40 


5-6 


15 


20 


5 


12 


100 


10-12 


25 


150 


10 


20 


.30-30 


4-6 


10-12 


25 - 35 


8-11 


12-15 


20-25 


6 


10 


35 


6 


10 


— 


3 


15 


30 


3 


15 


(iO-100 


5 


20 


s 


3 


4 


GO-70 


10-12 


15 


SO 100 


20 


25 


(i5 


5 


10-15 


30-00 


4 


30 


60—70 


16 


20 


50 - 00 


10 


15 


20-25 


6 


10 


30-60 


5 


30 


30-60 


4 


10 


(iO— 70 


10 


15-20 


90 


20-25 


40 


100 


10 


20 








— 


60-70 


16 


20 


50-60 


10 


15 


20-25 


{■> 


10 


15-20 


3-4 


7 


1.50 


20 


40 


100 


12 


25 


10 


4 


6 


100-150 


20 


30 


.30 -.35 


4 


8 


.50 


4-5 


12 



- 16 - 

d) La produttività dipende da molte condizioni locali : la compo- 
sizione e la profondità del terreno, la natura del sottosuolo, il grado 
di freschezza, l'esposizione, la posizione, il clima, l'isolamento o l'ag- 
gruppamento delle piante, l'impeto dei venti che fanno cadere antici- 
patamente le frutta, i danni causati per ladroneggi e cosi via. 

Terreni aridi o paludosi o pietrosi; la presenza di tufo od argilla 
compatta nel sottosuolo danneggiano il prodotto. 

L'esposizione a Sud dà le frutta migliori, più belle e saporite, 
quando le piante non vengono danneggiate dai geli lardivi in prima- 
vera. L'esposizione ad Ovest favorisce meno la riuscita degli alberi, 
quella a Nord è la peggiore. 

Gli alberi coltivati nei giardini o negli orti sono generalmente più 
produttivi, però si ricordi che in questi, rinnovandosi l'impianto bi- 
sogna lasciare il terreno per un periodo di tempo senza coltivazione 
arborea e, rimettendola, bisogna fare uno scasso accurato. 

Dopo l'mpianto, passa un periodo di anni prima che le piante 
diano frutto. Questo periodo, che ha la durata da 3 a 25 anni (Vedi 
Tab. IV), viene chiamato stazione di improduttività. A questa segue la 
stazione di produttività nella quale bisogna distinguere tre periodi : 

a) il primo, nel quale la produzione va crescendo fino al mas- 
simo normale; che si ottiene facendo la differenza degli anni registrati 
nella colonna seconda e terza della Tab. IV ; 

b) il secondo, nel quale la produzione si mantiene costante ; 

e) il terzo, nel quale il prodotto comincia a diminuire fino al- 
l'improduttività assoluta, alla quale segue quasi sempre, immediata- 
mente la morte della pianta. 

Durante i tre periodi di produttività si hanno dei raccolti abbon- 
danti, buoni, mediocri e nulli dipendono dalle condizioni naturali del 
luogo (clima, terreno), dall' imperversare delle cause nemiche ed infine 
dall'abilità del frutticoitore. 

In una grande media si possono calcolare le seguenti probabilità 
di raccolto : 

Probabilità di raccolti 



un periodo 


di 


anni 


abbondanti 


buoni 


medi 


nulli 


7 






1 


1-2 


2-.S 


2 


10 






1-2 


2 


3-4 


3 


12 






2 


4 


3 


3 


50 






12 


18 


18 


2 



Per dare un esempio io ho determinato la produzione di frutta nei diversi perìodi 
di produttività del pero, del melo, del susino e del ciliegio. Questi dati li ho raccolti 
nella Tab. V e valgono per le forme a pieno vento coltivate nei campi ed in terreni 
buoni. 

Nei calcoli di stima bisogna molte volte fare sui prodotti medi 
una percentuale di diminuizione per varie ragioni. Conviene per que- 
sto fare quattro classi, ritenendo per prima classe quella normale, la 



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— as- 
seconda 25 7o in meno, la terza 50 % in meno e la quarta ed ultima 
75 7o in meno. 

Il terreno può influire dal 5 al 10 7o; l'esposizione ai danni per 
vento dal 25 al 100 7o ; i danni per ladroneggi dal 5 al 20 7o. 

d) Il valore del legno delle piante vecchie atterrate si calcola in 
base al peso presumibile ed al prezzo a cui si paga la legna d'ardere 
o il legname da costruzione. Questo ultimo caso però è difficile a 
riscontrarsi poicliè gli alberi vecchi sono per lo più tarlati e poco 
adatti per la costruzione. Naturalmente bisogna detrarre le spese di at- 
terramento. 

Per il pero e melo, il valore netto si calcola de 2 a 5 Lire: per il susino, L. 0,75 — 1,.50; 
per il ciliegio da L. 2 a 3. 

e) Il prezzo delle fruita si fìssa coi prezzi medi del mercato lo- 
cale, detraendo da questo le spese di trasporto al mercato. Bisogna 
però fare una percentuale sulle avarie a cui possono andar soggette le 
frutta nel trasporto, ed un' altra, sulla eventualità che le frutta non 
possano essere vendute. 

3. La spesa di impianto. — Nella spesa di impianto bisogna pren- 
dere in considerazione : 

a) il valore originario della pianta; 

b) la spesa d' impianto (scasso, concimazione e copertura delle 
radici, legatura e palizzatura della pianta); 

e) la spesa di palatura e legatura, calcolato il rinnovo dei legacci 
e detratto il valore dei pali scartati. 

Di queste tre spese si deve calcolare annualmente l' interesse del 
5 7o e, si addebita fino all' età in cui la pianta riesce a coprire coi 
prodotti le spese sostenute. 

4. — La spesa di sorveglianza e di coltivazione annna della pianta 
comprende : 

a) le spese di potatura e di difesa dei parassiti, detratto il valore 
della legna che si ricava colla potatura; 

b) le spese di lavorazione del terreno e dell' eventuale conci- 
mazione ; 

c) la spesa di raccolta e conservazione delle frutta ; 

d) l'interesse del capitale fondiario che non produce in causa 
delle piante. Di solito si calcola il totale interesse e si detrae da que- 
sto la rendita ricavata da qualche coltura intercalare, che si vuol fare 
fino che le piante non hanno occupato tutto il terreno. 

Per esempio, avendo un'ara di terreno del valore di L. 16 ed utilizzando un quarto 
di questa superficie con una coltura intercalare, si addebiterà alla coltura arborea sol- 
tanto l'interesse di L. 12 al 5 "/„, pari a L. 0,(J0. 

Ammesso che un melo a pieno vento occupi 50 m.'- e che le si)ese a) b) ammontino 
a L. 0,20 per pianta; si avranno L. O.óO di cui bisogna calcolare l'interesse fino che la 
pianta copre le spese col suo prodotto. 

I. 'interesse di L. 0,50 al 5 % è di centesimi 2.5. Ammesso che il melo a 30 anni ar- 



- 19 - 

rivi col suo prodotto a coprire le spese oltre quelle di coltivazione corrente, si calcola 
nel seguente modo : 

nel 1" anno che si fa la spesa — 

, 2" „ „ „ 1 volta 2.5 

. 3» „ , „ 2 volte 2.5 

„ 4° , „ , 3 „ 2.5 

„ 5» , „ „ 4 „ 2.5 

„ 6» , „ , 5 „ 2.5 

„ 7" „ „ „ G „ 2.5 

„ 8° „ „ „ 7 „ 2.5 

„ 9» „ „ „ 8 „ 2.5 

,10° , „ „ 9 „ 2.5 

fino al 10 anno 45 volte 2.5 

daini" anno al 15' : 10 + Il + 12 -|- 13 + 14 = 60 „ 2.5 
dal 16" , al 20» : 15 + 16 -f 17 -|- 18 + 19 = 85 „ 2.5 
dal 21° „ al 25° : 20 + 21 + 22 -f 23 + 24 = 110 „ 2.5 
dal 26> , al 30» : 25 -f- 26 + 27 +- 28 + 29 = 135 „ 2.5 

In 30 anni 435 volte 2.5 = L. 10,87 

5. Determinazione del valore della pianta. — Detratto dal valore 
del prodotto che si può ricavare da una pianta durante la sua vita, la 
somma delle spese sostenute per coltivarla, comprendendo gli interessi 
relativi, si ha la rendita netta che la pianta dà durante la sua vita. 

Su questa rendita bisogna fare ancora una riduzione del 5 % per 
risico. Dividendo quello che rimane per il numero degli anni di vita 
della pianta si ha la rendita annua, capitalizzando la quale, si ottiene 
il valore di stima della pianta. 

Un calcolo di stima fatto con questo metodo lo presento nella 
parte speciale per il pero e melo, per il susino, per il ciliegio dolce 
ed acido. 



PARTE SECONDA 

RIPRODUZIONE E MOLTIPLICAZIONE 
DELLE PIANTE DA FRUTTO (J) 



I. 
Il vivaio : Definizione del vivaio, sua importanza. — 
Scelta del terreno, sua preparazione e distribuzione. 

1. — Per vivaio intendo quello spazio di terreno nel quale si pro- 
pagano e si allevano le piante da frutto. Quella parte del terreno desti- 
nata per la semina, ctiiamasi semenzaio ; quella dove si trapiantano i 
soggetti per innestarli, dicesi nestaiiiola o meglio nestaia ; quella dove 
si piantano le talee, barbatellaio ; quella infine dove si allevano le piante 
dopo l'innesto e si tengono fino al momento dell'impianto a dimora sta- 
bile, piantonaia. 

Senza far torto ad alcuno dei nostri vivaisti di piante da frutto, alcuni dei quali 
si sono resi veramente benemeriti, debbo sostenere per l'interesse di tutti gli agricoltori 
che intendono estendere nei loro terreni la coltivazione delle piante da frutto, la ne- 
cessità di destinare un appezzamento di terreno anche a vivaio. 

Due sono le ragioni principali per le quali bisogna sostenere la necessità del vi- 
vaio. L'una è l'incertezza che le piante acquistate corrispondano alla varietà che si in- 
tende possedere; l'altra che nel vivaio si ottengono delle piante cresciute sotto le me- 
desime condizioni di quelle a cui devono sottostare dopo l'impianto stabile. Col vivaio 
si ha perciò, maggior facilità di attecchimento nei trapianti, sicurezza assoluta della 
qualità e da ultimo il vantaggio di poter rimpiazzare prontamente quelle piante che 
per un accidente venissero a mancare. 

2. — Il terreno deve essere fertile, dei migliori della località, ricco 
di umus, profondo almeno 80 cm., libero da grosse pietre ed esente di 
strati cretosi o ferruginosi. E' da preferirsi un terreno siliceo-argilloso, 



(1) Ch. Baltet. — La pepinière — Paris, 1903. 



- 21 - 

fresco ; i terreni umidi sono assolutamente da scartarsi, perchè in que- 
sti le piante prendono facilmente il cancro e si coprono di muschi. Se 
invece il terreno è arido, le piante crescono stentatamente e sviluppano 
poche radici fine. 

La località deve essere arieggiata, non soggetta alle brine tardive 
di primavera od a quelle precoci d'autunno. Nelle località troppo fa- 
vorite dal clima le piante però riescono troppo delicate, in quelle 
esposte ai venti impetuosi, le piante crescono storte, piegate. Il terreno 
deve essere piano, con una massima pendenza del 5 %, e possibilmente 
riparato a nord ed a ponente. 

Un terreno diboscato, un vecchio prato dissodato, sono adatti per 
l'impianto di un vivaio. Non è consigliabile un vivaio in una landa mai 
coltivata. 

Infine chi vuol piantare un vivaio di speculazione è bene scelga 
una località di facile accesso ed in vicinanza di strade ferrate per avere 
la minor spesa di trasporto e la maggior facilità di commercio. 

Nel vivaio destineremo poi a semenzaio quella porzione del terreno 
più comoda per l'irrigazione o innaffiamento, il terreno più sciolto, an- 
che se non tanto profondo, più fertile e mondato da ciottoli e da ma- 
lerbe. Per nestaio e barbatellaio destineremo la porzione migliore di 
terreno, che rimane dopo scelto il semenzaio. A piantonaia infine de- 
stineremo la parte più riparata dai venti. 

3. — Il primo lavoro d'impianto consisterà in uno scasso di 40 ad 
80 cm. di profondità. Si lavora a 40 centimetri di profondità quando 
le piante devono rimanere due soli anni ; se invece devonsi lasciare 
due anni dopo l'innesto, bisogna scassare a 60 cm. e se più anni, fino 
ad 80 cm. 

L'epoca più conveniente per lo scasso è l' estate e facendolo, si 
abbia l'avvertenza di pulire il terreno dai ciottoli, radici, ecc., nonché 
di mescolare i diversi strati, quando non se ne trovassero propriamente 
di ingrati, onde ottenere un terreno di composizione uniforme. Bi- 
sogna però avvertire che la terra vergine non deve essere portata alla 
superficie poiché questa è dannosa a tutte le giovani piante da frutto 
meno forse che alla vite. Le radici estratte si bruciano ed i ciottoli 
servono per fare il basso fondo dei viali. 

Il concime migliore per l'impianto di un vivaio è quello fatto a 
base di stallatico. Bisogna assolutamente escludere il letame fresco, 
perchè ingenera con somma facilità la muffa alle radici e la sua azione 
è troppo lenta. Nei terreni forti, è indicata una miscela di letame ca- 
vallino, suino, pecorino e bovino ammonticchiata almeno 6 mesi prima 
dell'impiego ed annaffiata con spurgo di latrine a colaticcio. Per affret- 
tare la decomposizione, convengono uno o due rivoltamenti. Se si 
tratta di terreni ordinari é preferibile un composto in parti eguali di 
letame cavallino col bovino. 

Preparati i composti tanto in un modo che in un altro, essi rie- 
scono però soverchiamente ricchi di azoto in confronto alla anidride 



— 22 — 

fosforica e potassica e quindi se applicati tali quali, farebbero crescere 
in altezza le piante del vivaio, ma una gran parte del legno rimarrebbe 
immatura e poi perirebbe coi freddi dell'inverno. E' quindi necessario 
di spolverare ogni quintale di questi composti prima di spargerli, con 
180 gr. di scorie Thomas e 70 gr. di solfato di potassa. Invece di scorie 
si possono impiegare 125-150 gr. di perfosfato oppure 150-180 gr. di 
polvere d'ossa. Invece di solfato di potassa si può adoperare eguale 
quantità di cloruro di potassa oppure gr. 100 a 120 di Kainite. 

Lo spargimento del concime è bene farlo in autunno o durante 
l'inverno, spargendolo uniformemente e poi sotterrandolo subito con 
un lavoro superficiale. Nel periodo che passa dallo spargimento all'im- 
pianto, il concime si amalgama per bene col terreno e le piante poi 
crescono con vegetazione uniforme. 

4. — Per evitare confusioni è bene che il vivaio venga diviso in 
appezzamenti regolari, possibilmente rettangoli, di dimensioni non mag- 
giori di m. 40 per lato. Fatti gli appezzamenti, si destineranno quelli 
per il semenzaio, per il barbatellaio, per il nestaio e per la piantonaia. 
Di solito questa ultima occupa circa due terzi della superficie totale. 

Per fissare l'estensione che si deve dare al vivaio bisogna anzitutto stabilire il 
numero delle piante che si vogliono ricavare ogni anno e l'età cui le piante si vogliono 
vendere. Ammesso di volere N. 600 piante ogni anno, di 5 anni di età, calcolato lo spazio 
che occorre per il semenzaio, nestaio e viali relativi, si può ritenere che per ogni pianta 
occorre un terzo di metro quadrato di superfìcie e pel nostro caso quindi m.^ 200. Tenuto 
conto lo scarto inevitabile, che ammonta in media al 25 % e calcolato che queste piante 
devono rimanere per 5 anni, si ha una superfìcie complessiva di m.'-' 250 X 5 = m.^ 1250. 
Considerato poi che estirpate queste piante bisogna destinare il terreno per altri 5 anni 
ad altre coltivazioni, si ha, che per produrre annualmente N. 600 piante occorrono 
m.'- 2500 di superficie di terreno. 

Fissata l'estensione degli appezzamenti, nel mezzo ed in direzione 
della massima lunghezza si fa un viale largo da m. 1,20 a m. 2, e m. 2,30 
a seconda della ampiezza del vivaio ed a seconda che occorrerà tran- 
sitare con carrette a mano o carri e, fra i principali quadri, si faranno 
perpendicolarmente dei sentieri larghi m. 0,80. 

Tanto i sentieri che i viali nei terreni sciolti è bene farli fuori terra poiché così 
s" accumula l'acqua nei quadri del terreno ; se invece il terreno è argilloso, perchè servano 
di drenaggio, i viali si fanno ad un livello più basso di quello del terreno delle aiuole. 

Nei vivai stabili di speculazione ai lati dei grandi appezzamenti si 
collocano le piante madri ed i piccoli appezzaiwenti si contornano di 
salici, di ribes, di uva spina, di lampone, di fragole che rimangono 
poco nel vivaio. 

11 semenzaio sì suole dividere in aiuole, della larghezza di m. 1,20 
e della lunghezza di m. 8 circa. Ogni aiuola è divisa dall' alti'a da un 
sentiero largo cm. 20 e ad ogni 6 aiuole si fa un sentiero più largo e 
cioè di cm. 50. Per il nestaio si può disporre il terreno in quadri più 
grandi. L'esperienza mi ha dimostrato che la larghezza più conveniente 
di questi e da m. 8 a 9. La lunghezza, dipende dalla quantità di piante 
che si intende piantare. 



- 2A — 

Il semenzaio e barbatellaio, hanno specialmente bisogno |)er alcune 
ore della giornata di essere riparate dal sole. Allora conviene fare delle 
spalliere con delle piante a forma di U, alte m. 2,50 e distanti fra loro 
m. 4,60 e nella direzione da levante a ponente. Per la spalliera basta 
una aiuola di m. 1 di larghezza e lo spazio fra mezzo di ni. 4,60 si 
suddivide in due aiuole di m. 1,20 ciascuna con in mezzo un sentiero 
di m. 0,40, le quali possono servire per barbatellaio o nestaio. Una tale 
disposizione è illustrata dalla fìg. 1. 



N 



m. 1, — 
m. 0,40 
m. 1,20 
m. 0,40 
m. 1,20 
s 
m. 1,20 
m. 0,40 
m. 1,20 
m. 0,40 
m. 1,20 
m. 0,40 
m. 1,- 



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y'b ^I< ^I< ^ >-I< >ì< h& ^ ^ ^ yJ<' ^ S 



Fig. 1. — Ksempio di vivaio ombreggiato da spalliere ad U. 

Spainola larga m. 1 con spalliera formata da piante allevate ad U semplice distanti 

Ira loro m. 1; — s = sentieri della larghezza di m. 0,40; - iV= aiuole per nestaiola larghe 

m. 1.20; — J3 = aiuole di barbatellaio larghe m. 1.20. 



Anche per la piantonaia conviene dividere l'appezzamento in tante 
aiuole, larghe m. 2,40, lunghe, quanto è lungo l'appezzamento, e divise 
da un sentiero largo m. 0,30. Le piante sono collocate a copie di tre 
file distanti m. 0,80 e sulla fila a m. 0,60. Per ogni forma pciò queste 
distanze possono variare, ma è bene che in ogni appezzamento od 
almeno per ogni fila si destini una sola forma di pianta. 

Nei vivai dove si fa l'irrigazione, le piante si collocano a doppie 
file, separate dal solco irrigatore. 

Infine in un vivaio occorre la numerazione d'ogni fila di piante 
mediante dei cartellini che si attaccano alla prima pianta d'ogni fila, i 
quali cartellini si riferiscono ai numeri del registro che ogni vivaista 
deve preparare. 



— 24 - 

5. — Per utilizzare meglio il terreno e per avere delle piante sem- 
pre robuste, occorre seguire anche nel vivaio una certa rotazione. 

Il vivaio delle aziende rurali, dopo prodotto quel dato numero di 
piante per il quale è stato destinato, si destina subito alle coltivazioni 
ordinarie e si fa il nuovo vivaio in altro prato vecchio o terreno, di- 
boscato. 

Nei vivai stabili ciò naturalmente non si può fare ed allora bi- 
sognerà provvedere ad un certo avvicendamento per prevenire l'esauri- 
mento del terreno. Cosi ad esempio non converrà allevare dei peschi 
sempre nello stesso quadro, ma si alterneranno questi con cotogni, con 
viti. Passati però 5 anni circa, occorre cambiare addirittura coltivazione 
per altrettanto tempo e cioè fare colture ordinarie di granoturco, pa- 
tate, barbabietole, ecc. 

Le colture consociate agli ortaggi nelle piantonaie, generalmente 
non convengono. 

Una buona rotazione è la seguente : 

I Anno piantonaia con stallatico decomposto corretto con concimi 

chimici. 

II „ piantonaia senza concime. 

III... „ „ con terricciato, o torba imbevuta di pozzo nero. 

IV.... „ granturco con stallatico kg. 30,000 per ettaro. 

V „ ortaggi, specialmente legumi da seme, senza concime. 

VI.... „ patate, barbabietole od altre sarchiate con stallatico Kg. 30000 

per ettaro. 
VII.. „ semenzaio o barbatellaio, con una delle formole indicate 

per questi. 
Vili. „ nestaio senza concime. 

Sulla concimazione dei vivai si parla diffusamente nella Parte 
Ottava Gap. XVII. 



II. 

Riproduzione e moltiplicazione. 

Le piante da frutto si riproducono per seme e si moltiplicano per 
divisione. 

1. — La riproduzione per seme è la via naturale, per la quale si 
propagano tutte le piante. Con questa si ottengono i soggetti (chiamati 
franchi o selvatici) più robusti, vigorosi e generalmente simili al tipo, 
per quanto concerne la specie. Quanto ai caratteri della varietà avviene 
di sovente, che subiscono delle modificazioni più o meno importanti. 
Cosi ad esempio, dai granelli di pere si ottengono bensì dei peri, ma 
questi, con 99 probabilità su cento, non avranno né il legno, né le fo- 



Library 
State CoHep-e 



Tab. VI. 



Modo con cui si propagano le piante da frutto. 



Nome della pianta 



Moltiplicazione per 



Aberia 

Agrumi 

Albicocco 

Anona 

Asimina 

Azzeruolo 

Bagolano 

Banano 

Carrubo 

Castagno 

Ciavardello 

Ciliegio 

Corbezzolo 

Corniolo 

Cotogno 

Crespino 

Diospiri 

Eugenia . 

Faggio 

Feijoa 

Fico . . 

„ d'India 

Gelso da frutto . . . 

Giuggiolo 

Holboelia latifolia . . 
Ilovenia dulcis . . . 

Lampone 

Mandorlo 

Melo 

Melagrano 

Mirtillo 

Nespolo 

„ del Giappone 

Noce 

Nocciolo 

Olivo 

Pachira 

Palma del dattero . . 

Pavia 

Passiflora a frutti dolci 

Pero 

Persea gratisima . . . 

Pesco 

Pino da pinoli. . . . 

Pistacchio 

Psidio 

Querce ballota. . . . 

Ribes 

Rovo ........ 

Sorbo 

Susino 

Vite 



seme talea margotta innesto polloni ovol 



\') 


15 


iM 


16 


40 


— 


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— 


(') 


17 



14 



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— 


_ 


21 


28 


22 


29 


_ 


30 


23 


;u 


- 



(') Soltanto per ottenere nuove varietà. - O Per ottenere degli alberelli. 



- 26 - 

glie, né i fiori, né i frutti della pianta da cui provenivano i granelli 
seminati. Alcune piante fruttifere si riproducono abbastanza fedelmente 
anche per seme. 

2. — La moltiplicazione per divisione è la via artificiale applicata 
dall'uomo ed ha per iscopo di riprodurre esattamente i caratteri della 
varietà in tutte le sue parti. Molto raramente si verifica una eccezione 
a questa regola e non succede che nel caso di alterazione delle parti 
del vegetale moltiplicato. Questa moltiplicazione che possiamo anche 
chiamare artificiale, comprende la moltiplicazione per talea, per mar- 
gotta, per innesto, per polloni e per ovoli. 

Il modo seguito dal frutticoitore, per propagare le diverse essenze 
fruttifere, è indicato dalla Tab. VI. 

Come si vede, delle 52 piante da frutto, 41 si propagano per 
seme; 17 per talea; 14 per margotta, 31 per innesto; 23 per polloni o 
rimessiticci di radici ed 1 per ovoli. 



III. 

Attrezzi e macchine necessarie al frutticoitore. 

Prima di addentrarci nella pratica della moltiplicazione è bene che 
si passino in rassegna e che si diano alcune norme nella scelta dei 
principali attrezzi e macchine che occorrono al frutticoitore. 

1. — La vanga è l'istrumento che serve a rivoltare il terreno. 

Deve essere grande e terminare in punta poco aguzza piuttosto rotonda, pei ter- 
reni sciolti; deve essere appuntata e greve, pei terreni duri e pietrosi; appuntata od a 
forca e mediocremente pesante, pei terreni argillosi e marnosi (fìg. 2-6). 

2. — La zappa (fig. 7-12). Anche la scelta di questo strumento merita 
riflessione. Colla zappa si mareggia quando trattasi di lavorare super- 
ficialmente, si sarchiella quando si vuole ripulire. Nei terreni non ciot- 
tolosi e sciolti possono usarsi le zappe grandi, del rimanente si ado- 
pera con vantaggio la zappa bergamasca che ha un manico lungo 
m. 1,50 ed il ferro trapezoidale col tagliente largo cm. 20. 

I picconi (fig. 13 e 14) si adoperano quando si tratta di smuovere 
il sottosuolo od i terreni sodi. 

3. — Il badile (fig. 15-16) si adopera per ripulire solchi, per vuotare 
fossi, per trasportar terra e negli impianti. Per trasportare la terra ad una 
certa distanza si adoperano le barelle (fig. 17) e la carriola (fig. 18). 

4. — Il rastrello serve a raccogliere le erbe cattive, così pure le 
pietre e le radici che vengono portate alla superficie colla vangatura. 
Serve anche a sminuzzare il terreno, eguagliarlo ed a coprire le se- 
menti. I rastrelli si costruiscono o tutti in ferro (fig. 19 e 2U) o tutti in 
legno oppure col traverso di legno ed i denti di ferro. Preferisco 
quest'ultimi perchè più leggeri, più comodi e che facilmente si possono 



27 




Fig. 2. — Vanga a 
punta rotonda. 





Fig. 3. — Vanga a 
taglio concavo. 



Fig. 4. - Vanga 
taglio ottuso. 



Fig. 5. — Vanga a 
taglio diritto. 



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Fig. G. 
Vanghe a forca. 



Fig. 7. 
Zappa Bergamasca. 



l'ig. 8. Zappa a punta 
quadra per giardino. 



28 - 




Fig. 12. 
Zappone semplice. 



Fig. 13. 
Piccone semplice. 



Fig. 14. 
Piccone doppio 



— 29 - 

far rimontare dagli stessi contadini. Per eguagliare il terreno e per 
coprire le sementi si adopera il rastello a denti dritti, per gli altri 
lavori quello a denti curvi. 

5. — Il rastialoio o grametlo, sarchiello (fig. 21). E' uno strumento che 
consiste in un bastone lungo m. 1,50, alla cui estremità sta attaccato 




Fig. 16. — Badile a punta arrotondata. 



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Fig. 15. — Badile. 



Fig. 17. - Barella. 



un ferro a guisa di coltello largo da tre a quattro dita posto di tra- 
verso, col quale si nettano i viali e si recidono e levano le erbe 
tenere. 

6. — Il potatoio. E' questo l'istrumento più importante pel frutti- 
coitore. Tutti i frutticoitori raccomandano una propria forma di potatoio 
a seconda della pratica fatta adoperandone una o l'altra. Predomina la 
forma francese, col manico e lama diritta, adunca quest' ultima all'è- 



- 30 - 

stremità (fig. 22) ; la forma tedesca con manico e lama leggermente in- 
curvata (fig. 23) ed il modello con manico a tagliente ancora più in- 
curvato (fig. 24). Quest'ultimo modello, è stato adottato da me da pa- 
recchi anni ed è conosciuto per potatoio Tamaro. 




Fig. 18. — Carriola per trasporto di terra con una ruota articolata 
fra i due piedi {tipo Hebert). 



Fig. 19. 
Rastrello in ferro. 




Fig. 21. — Rastiatojo. 



Per fare tagli più grossi e specialmente per gli olivi e gelsi, si 
adopera il pennato (fig. 25) o la roncola (fig. 31). 

Per abbattere gli alberi si adopera la scure (fig. 26); per pulire i 
tronchi dalla carie nell'interno si adopera una specie di scalpello (fig. 27) 
od una scure, colla parte opposta, foggiata a guisa di scalpello conico 
(fig. 29) o da un lato solo (fig. 30). 

7. — La sega è necessaria per fare le amputazioni dei rami più 
grossi. Di seghe ce ne sono ad archetto (fig. 33 e 34), a manico fisso 



31 — 





Fig. 24. 
Potatoio Tamaro. 



\v 



Fig. 22. — Potatoio francese. Fig. 23. - Potatoio tedesco. Fig. 25. — Pennato. 



Fig. 27. 
Strumento per pulire l'interno dei tronchi dalle carie. 



Fig. 2G. 

Scure per atterrare 

le piante. 




Strumento per rimuovere la terra intorno agli innest 



32 




Fig. 29. 
Scure per pulire e tagliare i tronchi. 



Fig. 30. Fig. 31. Fig. 32. 

Scure Roncola che si ^'^)]T^ P^r puljre 

a scalpello. fissa all'estre- , 1 •"♦frno dei 
raità di una tronchi di olivi 

pertica. colpiti dalla 

cane centrale. 




Fig. 33. — Sega per potatore ad archetto. Fig. 34. — Seghetta da innestatore. 




Fig. 35-36. 
Seghe a manico fisso. 



Fig. 37-39. 
Seghe a serramanico per potatori. 



66 



(fig. 35 e 36), a serramanico (fig. 37 a 39) e di quelle fissate aireslreinità 
di una pei'tica, per le amputazioni più incomode. Una sega buona deve 
avere il dorso mollo più sottile della dentatura. I tagli falli colla sega 
devono essere ripuliti col potatoio. 




Fig. 40. — Forbice tipo Dittmar. 



8. — La forbice. La migliore che si abbia in commercio in Italia è la 
forbice tipo Dittmar (fig. 40). Con essa si potano più speditamente le 
piante ma essa iia l'inconveniente di schiacciare il legno. In tesi gene- 




Fig. 41. — Forbice 
pei" tagliare i rami discosti. 




Fig. 42. - Forbice a pertica per gli alberi alti. 



rale dunque, Fuso della forbice è da condannarsi se al più non si vuol 
tagliare ad una certa disianza dal punto destinato. La sola vite, per 
la natura del suo legno elastico, risente meno delle altre piante del- 
l'amputazione colla forbice. Ci sono anche delle forbici per tagliare i 

3 — TAM.\r.o - Friitticollitra. 



— 34 



rami discosti (fìg. 41) o di quelle saldate a delle pertiche per tagliare 
i rami più alti (fig. 42). 

Al frutticoitore può occorrere una forbice per cogliere le frutta 
(fig. 43), per tagliare le siepi (fig. 44); pel diradamento degli acini del- 
l'uva (fig. 45). 





Fig. 44. — Forbicioni da siepi. 



00' 



Fig. 43. — Forbice cogli frutta. 



Fig. 45. — Forbice per 
diradamento degli acini d'uva. 



9. — Uinneslaloio. Per la maggior parte degli innesti è sufficiente 
l'innestatoio Kunde (fìg. 46), il quale ha l'unghia all'estremità del dorso 
della lama. Per gli innesti a gemma occorre invece che il taglio del 
coltello sia convesso, per incidere meglio la corteccia dei soggetti 
(fig. 47-50). 

10. — Il fenditoio. E' uno strumento col quale si fa lo spacco dei 
soggetti grossi per innestarli. La lama deve essere fissa al manico e 
col dorso largo per poter battere con una mazza (fig. 51). 

Altri istrumenti accessori per l'innestatore è la pietra per affilare 



35 




Fig. 4(). Fig. 47-50. 

Innestatoio Kunde. Tipi diversi di innestatoio per l'innesto a gemma ed altri innesti. 




.^.^^W^^ 




Fig. 51. — Fenditoio per l'innesto a spacco. 





Fig. 52. 
Pietra per affilare gli innestatoi. 



Fig. -53. — lìaschiatoio. 




Fig. 54. — Raschiatoio. 



Fig. 55. — Spazzola d'acciaio. 



- 36 — 

gli innestatori (fig. 52) la vanghetta per scalzare gli innesti (fig. 28) ed 
un sarcliiello per rimuovere la terra nei semenzai e nestai (flg. 57j; 
dei fornelli per preparare il mastice ((ìg. 58 e 59); la rapina per gli in- 
nesti (fig. 60). 





Fig. 57. — Sarchiello. 



Fig. 56. — Spazzole di acciaio. 





Fig. 59. — Fornello per preparare il mastice. 



!'■ 






Fig. .^8. — Fornello per i mastici 
da adoperarsi a caldo. 



.Fig. (JO. — Matassa da raphia. 



11. — I raschiatoi (fig. 53-54), la spazzola di fili d'acciaio (fig. 55 e 56) 
sono due strumenti che servono al diraspamento dei tronchi d'alberi 
jjer distruggere crittogame e uova d'insetti. 

Occorrono poi dei coglif rulla (fig. 43 e 67); un traspiantatoio per pìc- 
cole piante (fig. 62); dei tendifilo (fig. 63 e 64); il gzm/j/o .S«/)a/é per levare 
le corteccie grossolane che si staccano ad esempio dal tronco della 



- 37 — 

vite o per levare le foglie dalle canne (fig. 65) ; una gruccia per piantare 
le talee (tìg. 66); una tenaglia per l'incisione anulare (fìg. 67). 

Ci sono ancora altri attrezzi e macchine necessarie per l'esercizio 
della frutticoltura, ma di essi verrà fatto cenno nel trattato, di mano 
in mano che si presenterà il bisogno. 

12. — Inchiostro per scrivere sulle etichelle di latta a zinco. Nel vi- 
vaio si devono adoperare' molte etichette, perciò è bene conoscere 
come si può preparare un inchiostro. 

Per scrivere sulla latta, si sciolga una parte 
di rame metallico, in 10 parti di acido nitrico, e 
si aggiunga a questa sohizione 10 parti d'acqua. 




Fig. 62. — Traspiantatoio. 




Fig. 63. — Tendifilo. 




Fig. 61. — Cogli frutta. 



Fig. 64. — Tenditore per filo di ferro. 



Il liquido cosi ottenuto è un'ottimo incliiostro che con una penna 
un po' dura può esser steso sulla latta. Questa si deve pulire bene 
con uno straccio o col bianco di Spagna, se fosse un po' grassa, perchè 
non permetterebbe all'inchiostro d'aderire. 

Ecco ora altre formole che si possono convenientemente adottare 
per scrivere su metalli. Se si vuole inchiostro nero, si mescolino : 

Inchiostro di China liquido . . . parti 11 

Silicato di soda „ 1 a 2 

Se si desidera invece inchiostro bianco : 

Solfato di bario parti 1 

Silicato di soda „ 3 o 4 



38 



Si conserva in bottiglie ben chiuse e si scuote prima d'adoperarlo: 
si fa uso d'una penna d'acciaio che si asciuga appena Unito. Questi 

inchiostri resistono a quasi tutti i reat- 
tivi, ma con un coltello si possono 
levare facilmente. 




Fig. 65. — Guanto Sabatè. 



Fig. 66. — Gruccia 
per piantare talee. 



Fig. 67. — Tenaglia 
per l'incisione anulare. 



Per scrivere su targhette di zinco, si abbia cura di pulir bene 
prima il metallo e poi si usi uiia di queste composizioni : 

"Verderame in polvere parti 4 

Sale ammoniaco „ 4 

Nerofumo „ 4 

Acqua „ 40 

oppure : 

Cloruro di rame „ 1 

Inchiostro comune „ 10 

II cloruro di rame si scioglie assai presto nell'inchiostro, e il li- 
quido cosi preparato attacca meglio lo zinco che non quelli a base di 
solfato od acetato di rame. 



IV 



Riproduzione per seme. 



1. — Dopo quanto è detto nel Gap. II sulla riproduzione per seme, 
è evidente che il frutticoitore per poche piante ricorre a questo mezzo 
per la produzione diretta, ma bensì solo per avere dei buoni soggetti 
chiamati franchi, vigorosi, da innestarsi, colle varietà che desidera col- 
tivare. 



- 39 — 

Si usa la riproduzione per seme, solo per ottenere nuove varietà, 
per le seguenti piante: Azzeruolo, Banano, Cotogno, Diospiri, Fico, Pico 
d'India, Lampone, Mi'lagrano, Nespolo, Passiflora a frutti dolci, Pistac- 
chio, Ribes ed Uva spina, Vite. 

Per avere piante che non subiscono l'innesto, si riproducono per 
seme : Carrubo, Ciavardello, Corbezzolo, Corniolo, Crespino, Eugenia, 
Faggio, Feijoa, Giuggiolo, Holboelia latifolia, Hovenia dulcis, lambosa, 
Mirtillo, Nespolo del Giappone, Nocciolo, Pachira, Palma del dattero, 
Pavia, Passiflora a frutti dolci, Pero delle Indie, Persea gratissima, 
Pino da pinoli, Pomo di cannella, Psidio, Quercia ballota. 

Si riproducono abbastanza fedelmente per seme: il Lampone, il 
Mandorlo, il Pesco, il Pistacchio. 

Per avere dei soggetti da innesto si seminano le piante indicate 
nella Tabella VII jjagina 40. 

2. — I semi destinati alla riproduzione devono essere pesanti, ben 
conformati, devono provenire da alberi adulti ma non vecchi, allevati 
a pieno vento ed in posizione soleggiala, da regioni preferibilmente più 
calde e da frutta completamente mature. 

E' diffìcile stabilire la maturazione completa del frutto. Dovendo 
utilizzare il seme per la riproduzione, il frutto devesi considerare per 
maturo, quando, dopo aver raggiunto il suo massimo sviluppo, cade 
da sé dall'albero. Sono sempre da preferirsi i semi dei frulli caduti a 
terra naturalmente a quelli caduti per abbacchiatura, per vento, per 
insetti, ecc. La maggior parte delle nostre specie fruttifere maturano 
in autunno. Essendoci però delle eccezioni, nella Tab. VIII è indicala 
l'epoca di maturazione e la durata media della facoltà germinativa dei 
semi delle principali piante da frutto. 

Come si vede, i semi delle piante da frutto conservano in media, 
per un tempo molto breve la facoltà germinativa e per norma il frut- 
ticoitore deve ricordare: 

a) i semi che cadono appena maturi, mantengono per breve tempo 
la facoltà germinativa; 

b) i semi più grossi e pesanti danno sempre le migliori piante-, 

e) i semi provenienti dai paesi caldi e dalle pianure fertili danno 
sempre le piante più belle e meglio sviluppate; 

d) i semi provenienti dai paesi freddi o dalla montagna danno 
piante più piccole ma non più resistenti al freddo delle altre. 

I semi perdono la facoltà germinativa per una ossidazione che av- 
viene degli olii e grassi od altre sostanze che contengono. 

La semina quindi di quelli che perdono presto la facoltà germina- 
tiva bisogna farla subito dopo la raccolta, oppure bisogna mantenere 
artificialmente la facoltà riproduttiva fino alla primavera, marzo-aprile, 
epoca nella quale si fanno ordinariamente le semine. Ciò si ottiene con 
una opportuna preparazione e conservazione dei semi. 

La preparazione dei semi potrebbe consistere nella loro immersione 
nella parafina pura a 60". Questo mezzo si adopera per spedire dalle 



40 - 



Prontuario per la semina delle piante da 



Nome della pianta 



Aberia 

Albicocco 

Anona 

Arancio amaro. . . 

Asimina 

Biancospino .... 

Carrubo 

Castagno 

Ciavardello .... 
Ciliegio di monte 

di S. Lucia . 
Citrus triptera . . . 
Corbezzolo .... 

Corniolo 

Crespino 

Diospiro di Virginia 

Eugenia 

Feijoa 

Gelso da frutto . . 

Giuggiolo 

Holboelia 

Hovenia 

Loto d'Italia .... 

Mandorlo 

Melangolo 

Melo 

Melograno 

Mirtillo 

Nespolo 

„ del Giappone 

Nocciolo 

Noce 

Olivo 

Pachira 

Palma del dattero 

Pavia 

Pero 

Persea gralissima 

Pesco 

Pino da pinoli . 

Psidio 

Sorbo 

Susino domestico . 

Mirabolano . 

S. lulien . 
„ Damas 



Maturazione 
del seme 



agosto-sett. 

luglio 
dicembre 



settembre 
luglio 

dicembre 
settembre 

agosto 

novembre 

dicembre 

inverno 

giugno-luglio 
settembre 
dicembre 
ottobre 
dicembre 
settembre 
dicembre 
ottobre 

agosto 

ottobre 

aprile-maggio 

settembre 

dicembre 

ottobre 



dicembre 
settembre 
novembre 

settemb.-ottob. 
agosto 
luglio 
agosto 



6 
6 
24 

6 
6 
2 
1 
6 
6 
2 
18 
settim. 



6 
() 
settim. 
2 
6 
6 
24 
1 
1 
1 
1 



Un litro di semi 



pesa 
Kg. 



0.&41 

0.660 

0.62-0.64 

0.675 
0.675 



0.564 
0.666 



0.734 
0.52-0.537 

0..575 

0.526 

0.42 

0.35-0.40 

0.596 

0.68 

0.543 

0.145 



conta 
semi 

N." 



7563 
3738 
53-60 

1200-1700 
1200-1700 



1230 
61337 



7043 
106-210 



220 
35-40 
560 

680 

16200 

115 



- 41 



'rutto e dei rispettivi soggetti da innesto. 



Peso 
li lOOt) 
semi 



Epoca 



della semina 



2()U0 febbraio-marzo 
- maggio 



8-1 marzo 

marzo-aprile 
10000 fine iiìarzo 

settembre 180 

440 febbraio -marzo i 15 



febbraio 1 anno 

marzo 2 anni 

fine novembre 

marzo 

febbraio 45 

giugno 
marzo 



marzo — 

500-4000 febbraio-marzo ' 15 



31.7 


marzo 


- 


novembre 


- 


maggio 


_ 


marzo 


90-95 


febbraio 


1000 


fine marzo 



37 
2.500 



aprile 



febbraio -marzo 
marzo 



marzo 
febbraio-marzo 



2 anni 
15 



Distanza 
della semina 



sulla 
fila 
cm. 



0.5-1 

5 
7-10 



1-2 

V-2-1 



"Ari 
2-3 



25-60 

Vo-1 



4-5 
8-10 



V.-i 
35 



da fila 
a fila 
cm. 



20-25 

15 
35-40 

25-30 



20-25 
25-30 



30-35 
60-75 



25-30 
25-30 



25-30 
30-35 



70 



25-30 
35-70 
25-30 



1.5-2 

2 

6-8 

15 

5-6 



2 
3-4 
1-2 
3-4 



1.5-3 
3-4 



2-3 
1.5-2 



10-12 
0-10 



25-30 i 2-3 



3-5 



2-3 
5-6 
4-5 



Per metro quadrato 



dei semi 



Peso 
dei semi 



Piante 
ottenibili 

N." 



600-650 
140 
30-35 

40-60 
150 



250 

575 

180-200 



570-580 
135-145 



180-200 
20-30 



520-580 
575 



87 
34-38 



570 
18-20 



570-580 
5-10 
150 



58-60 

25 
30-35 

18-24 



60-70 
6-7 



130-150 
20 



175 
35-40 



250-300 
22-44 I 54-80 
- 1 80-85 



-- 42 - 

colonie i semi dei paesi caldi. I semi che germinano appena liberati 
dalla polpa, si raccolgono col fruito immaturo il quale lasciato in- 
tatto, viene spedito con mezzi refrigeranti. 

I semi dei frutti a granella, a nocciolo ed a bacca si preparano 
sminuzzando i frutti e privandoli con ripetuti lavacri degli involucri 
inutili che potrebbero alterarli. Quindi si raccolgono i semi che si sono 
depositati in fondo all' acqua, scartando quelli che galleggiano e si 
stendono sopra un tavolato o una tela, e si asciugano all'aria libera, 
in una località ombreggiata. Durante l'asciugamento si abbia cura di 
rivoltarli frequentemente, acciò l'evaporazione dell'acqua si effettui nel 
minor tempo possibile. 

I semi dei frutti secchi all'incontro non abbisognano di alcuna 
preparazione e si conservano col loro epicarpio secco. 

3. — Appena completato l' essiccamento all' aria libera, conviene 
stratificare tutti i semi indistintamente essendo la stratificazione il 
miglior mezzo di conservazione. 

Per recipiente si può adoperare un vaso, una botte, una cassa col 
fondo e pareti bucherellate. 

Io di solito adopero delle cassette larghe 30 cm. lunghe 40 alte 20 cm. 
non collocando più di 5 strati di semi, le cassette, chiuse e sovrapposte 
una all' altra in numero di 2 a 6, le metto in una fossa coperta pro- 
fonda non più di m. 1,50. 

La stratificazione nelle cassette si fa nel seguente modo. Sul fondo 
si mette uno strato di sassolini irregolari per mantenere l'areazione e 
sopra questo si stende della sabbia asciutta per un'altezza di cm. 3. 
Quindi si fa uno strato di semi, distendendoli bene col rovescio della 
mano e senza che si sovrapjjongano, si coprono poi con altro strato di 
sabbia, sempre asciutta, dello spessore di 1 a 5 cm. a seconda della gros- 
sezza del seme e cosi si segue con questi strati alternati, fino a riem- 
pire il recipiente adoperato. In tal modo stratificati si può tenere il re- 
cipiente anche in un locale non caldo ma ventilato ed asciutto. Il 
freddo danneggia meno del caldo. 

Per ottenere una più rapida germinazione dei semi a guscio duro, 
come quelli del ciliegio, susino, mandorlo, pesco, prima di stratificarli, 
si può immergerli per qualche minuto nell'acido solforico. Con questa 
immersione, si carbonizza superficialmente il guscio ma in modo suf- 
ficiente per preservare il seme. I semi devono essere perfettamente 
asciutti quando si mettono nel bagno diversamente si eleverebbe la tem 
peratura a danno del seme. 

Di solito si mette l'acido solforico in un recipiente di terra, si im- 
mergono i semi e dopo estratti, si lavano abbondantemente con uno 
zampillo d'acqua e poi vi si versa del latte di calce per neutralizzare 
l'acido che eventualmente è rimasto* ancora aderente. 



- 43 - 

V. 
Semina e cure successive. 

1. — Per seguire l'ordine naturale di propagazione delle piante, la 
seminagione di (}uelle da frutto dovrebbesi fare sempre dopo la rac- 
colta. Difatti la terra oltre ad essere un mezzo eccellente per conservare 
ai semi la facoltà germinativa, colla sua umidità rammollisce gli invo- 
lucri disponendo i semi alla germinazione. 

Non sempre però è possibile seminare in questa epoca, ne è sempre conveniente, 
per le molte peripezie a cui esponiamo i semi lasciati inerti nel terreno per lungo 
tempo. Fra le altre cause nemiche ci sono i topi, che troverebbero un pasto gradito in 
na stagione nella quale non abbondano di alimento. 

Sta il latto però, che i semi delle piante a nocciolo si sogliono affidare al terreno 
in autunno e per esse io consiglio quest'epoca, semprechè il terreno non sia soggetto 
al danno dei topi. 

Le semine di tutte le piante da frutto in genere si possono però 
sempre fare senza alcun inconveniente, in primavera e precisamente 
nella prima o nella seconda quindicina di marzo, a seconda dell'anda- 
mento della stagione ed a seconda della regione piti o meno calda. 
Onde ottenere una piti rapida germinazione conviene bagnare giornal- 
mente la sabbia nella quale sono stratificati i seitii alcun tempo prima 
e portare tutto il vaso contenente i semi, in un ambiente caldo. 

Non si può stabilire quando convenga cominciare questo umetta- 
mento della sabbia, poiché dipende dalla qualità dei semi e anche 
dalla temperatura dell' ambiente in cui essi si trovano. In generale 
diremo, che converrà bagnare la sabbia due buoni mesi prima della 
semina, quando trattasi di semi ad involucro osseo, ciliegi, mandorli, 
peschi, susini, albicocchi, ecc., e per le granella basterà un mese prima. 
Va da sé, che di quando in quando bisogna esaminare i semi per con- 
statare il loro stato progressivo di rammollimento e per provvedere, 
se del caso, con un pit!i abbondante annaffiamento e con una più alta 
temperatura, ad un piti sollecito sviluppo germinativo. 

2. — Come gli animali devon essere ben nutriti sia dalla nascita 
per crescere poi vigorosi, cosi le piante da frutto per crescere vigorose 
abbisognano di buona concimazione nel semenzaio. 

Lo stallatico ben decomposto è il migliore concime pel semenzaio, 
poiché oltre migliorare fisicamente il terreno, é anche un concime 
complesso. Però ha l'inconveniente di essere troppo ricco di azoto in 
confronto di anidride fosforica e fa crescere perciò le piante lunghe, 
esili, che maturano male il legno e che i geli invernali possono anche 
far perire. Oltre ai concimi fosfatici è necessario di aggiungere molte 
volte dei sali potassici, e ciò, non perché lo stallatico od il terreno 
non ne contengano a sufficienza, ma poiché la potassa che noi diamo 
sotto forma di sali, é più assimilata di quella che si trova nello stal- 
latico o nel terreno. 



- 44 - 

Per correggere lo stallatico allo scopo di dare dell'anidride fosfo- 
rica, si possono adoperare le scorie, la polvere d'ossa ed i perfosfati. 
Per dare la potassa, si adoperi del solfato di potassa. Per dare tanto uno 
quanto l'altro degli elementi, si può adoperare del fosfato di potassa. 

La quantità necessaria di ciascuna delle dette sostanze per correg- 
gere un quintale di stallatico è la seguente : 

Scorie Thomas gr. 180 

Polvere d'ossa „ 150 - 180 

Perfosfato 14-21 °U „ 125 - 150 

Solfato di potassa „ 60-70 

Fosfato di potassa „ 80-100 

Adoperando la polvere d'ossa conviene aggiungere altrettanto gesso, 
per facilitare la decomposizione dello stallatico. 

La quantità di stallatico da adoperarsi per m.^ è di kg. 5 ossia 
kg. 500 per ara. Prima di spargere lo stallatico lo si spolverizza con 
uno o due dei concimi sopra citati e poi subito Io si vanga sotto. 

Il concime devesi sotterrare almeno sei settimane prima della se- 
mina. Meglio ancora è darlo in autunno, appena fatto il lavoro pro- 
fondo del terreno per disporlo a semenzaio. 

Nel caso in cui non si potesse fare questa concimazione a tempo, 
conviene adoperare del terriccio in doppia quantità di quella indicata 
per lo stallatico al momento della semina. 

3. — Disposto il terreno in aiuole larghe ni. 1,20, fìg. 68, come ho 
detto parlando del vivaio, giunta l'epoca della semina si sparge sopra 
il terreno del terriccio ben decomposto e quindi si fa una leggera 
zappatura. Questa ha lo scopo non soltanto di coprire il terriccio, ma 
di sminuzzare anche il terreno e ripulirlo se mai necessario, di ogni 
erba, radici o ciottoli, che fossero rimasti dopo lo scasso. 

La semina delle piante da frutto si fa a file od a buche, mai a 
spaglio, che dà una distribuzione irregolare della semente, e rende più 
diffìcili le cure successive, che si devono apprestare ai seminati. La 
profondità a cui si deve porre il seme varia a seconda del terreno 
ed a seconda della grossezza del seme. Si dice che in un terreno nor- 
male pel semenzaio, la profondità a cui si deve porre il seme deve es- 
sere uguale alla doppia lunghezza del massimo diametro del seme. Ma 
siccome tutte le regole hanno la loro eccezione, cosi nella Tab. VII è 
indicata la profondità più conveniente, per ciascuna delle nostre piante 
da frutto. 

Si seminano a file i semi più minuti, tracciando col sarchiello e 
guidati da un filo, dei solchetti trasversali all'aiuola, alla profondità a 
cui si vuol porre il seme e distanti fra loro cm. 15. Sul fondo d'ogni 
solchetto ed a distanza presso a poco eguale, da cm. 5 a 7, si dispon- 
gono i semi e quindi si coprono colla terra servendosi del dorso del 
rastrello, comprimendo poi energicamente il terreno col piatto del 



— 45 - 

badile. La quantità di seme da impiegarsi devesi regolare in modo da 
ricavare nel primo anno da 180 a 200 piantine per m.'^ 

Per i semi più voluminosi e specialmente per quelli che produ- 
cono delle piante di rapido sviluppo, peschi, mandorli, ecc., si fanno 
i solchetti più distanti uno dall'altro e cioè di cm. 25, e distribuendoli 
sulla fila alla distanza di cm. 10. 

Volendo seminare a buche, si risparmia di tracciare i solchi, ser- 
vendosi soltanto del filo e mantenendo le distanze sopra accennate. 
Prima di terminare questo argomento, ritengo utile di far conoscere 
l'esperienza da me fatta e che mi è stata confermata da molti pratici 
e cioè, che avendo da seminare dei meli e peri, si ottiene un migliore 
risultato mescolando le due qualità assieme. 




Fig. 68. — Semenzaio di piante da frutto. 



4. — Le cure successive che si devono prestare ai seminati sono : 
la scerbatura, la sarchiatura, il diradamento e gli innaffiamenti. 

La scerbaliira è un'operazione indispensabile che serve a mante- 
nere mondo il terreno dalle malerbe. 

La sarchiatura è anche un'operazione che si deve ripetere di fre- 
quente per aereare il terreno, per portare alla superficie le radici delle 
malerbe e per togliere la crosta che sovente si forma, specialmente 
quando si annaffia. Si abbia però l'avvertenza di non sarchiare quando 
le piante sono troppo giovani, ossia appena spuntano dal terreno, 
poiché in tale stadio sono estremamente sensibili. 

Gol diradamenlo, si tolgono le piante che non crescono enti'o i li- 
miti delle distanze volute. Molti utilizzano anche queste piantine, ri- 
piantandole col loro pane di terra in altro terreno. Ma oltre ad essere 
questa un'operazione difficile ad eseguirsi, debbo avvertire che di solito 
queste piante vengono meno vigorose delle altre. 



- 46 - 

Quando la primavera corre troppo asciutta è bene annaffiare ma 
una volta cominciati gli annaffi, bisogna continuarli poicliè una inter- 
mittenza può cagionare dei danni più gravi, che non lasciando nel 
terreno i semi senz'acqua. Nei terreni facili ad essiccarsi e per i semi 
di lenta e difficile germinazione, come i vinaccioli, i noccioli di olivo, 
susino, ecc., ho trovato conveniente di coprire le semine per due dita 
colla segatura di legno, oppure con paglia od altro genere di lettime. 
Questa copertura mantiene l'umiditù, impedisce il rapido propagarsi 
delle malerbe ed impedisce anche l'incrostazione del terreno favorendo 
in tal modo lo spuntare delle piantine. 

Infine trovo necessario di raccomandare anche la irrorazione con 
la poltiglia bordolese neutra al 2 % specialmente le piantine a nocciolo 
nonché il pero e melo, per evitare l'accartocciamento delle foglie e la 
ticchiolatura. 

Alla fine dello stesso anno e cioè nel mese di novembre o al più 
nel febbraio successivo, si trapiantano nel nestaio le piantine che 





Fig. 69. — Terrina per semi minuti. 



Fig. 70. — Sezione della terrina. 



hanno almeno il diametro di una matita. Si lasciano a posto le più esili 
acciò si rinvigoriscano, recidendole alla base col potatoio, onde pro- 
vocare la emissione di un nuovo getto più robusto. 

Nell'anno successivo si abbia cura di sorvegliare le piante lasciate 
sul posto, acciò non abbiano che una sola cacciata, sopprimendo tutte 
le altre di minor forza. 

La convenienza di trapiantare in autunno piuttosto che in prima- 
vera, dipende dalle condizioni locali. Se si può piantare presto in au- 
tunno in modo che le radici possano subito produrre qualche novella 
radichetta, se abbiamo dei soggetti molto ben forniti di radici, e non 
vi ha pericolo di straordinaria umidità durante l'inverno, è consigliabile 
l'impianto d'autunno. In generale però è più consigliabile l'impianto 
di primavera, perchè non è raro il caso che le radici gelino e marci- 
scano per le ferite e i tagli che si fanno all'impianto. 

I trapianti si debbono fare in giornate asciutte, senza vento. In 
Lombardia ciò può aver luogo fino a tutto il mese di marzo. 

Neil' estirpare si abbia cura di guastare il meno possibile le radici, 
e si tagli il fittone a cm. 15 con un taglio inclinato ed in un punto 
dove c'è la massima ramificazione delle radici laterali. 11 fusto si 
deve tagliare precisamente ad una gemma sopra il colletto. 



- 47 - 

5. — Le piante dei paesi caldi è bene seminarle in appositi cassoni, 
in terrine (fig. 69-70) oppure in vasi, sempre con terricciati, tenuti entro 
stufe di moltiplicazione (Agrumi, Nespolo del Giappone, Olivo, Pino 
da pinoli, ecc). 

Si adoperano dei vasi di 20 cm. di diametro e vi si collocano da 
20 a 50 semi secondo la loro grossezza, alla dovuta profondità. Si 
trapiantano dopo uno o due anni. 



VI. 

Moltiplicazione per talea, polloni ed ovolo : Talea ad 
una sola gemma. — Talea a più gemme. — Zampa 
di cavallo. — Magliolo. — Barbatella. 

1. — Per talea s'intende ogni pezzo di ramo, che, sotterrato in 
parte, è capace di produrre una pianta perfettamente eguale a quella 
che l'ha fornito. 

Questo modo di moltiplicazione è il più sollecito, ma non può 
essere applicato che per quelle piante il di cui tessuto corticale per- 
mette l'uscita ai fascetti libro-vascolari, dai quali hanno origine le ra- 
dici. Delle nostre piante da frutto, si moltiplicano più usualmente per 
talea il cotogno, il fico d'India, il ribes e la vite. Le altre citate nella 
Tab. VII sono quelle appartenenti ai paesi caldi. 

Ecco come possiamo spiegarci il fenomeno della propagazione per talee. 

Noi sappiamo che tutti i rami trattengono durante linverno una certa quantità 
di linfa o succo alimentare, destinato ad alimentare il primo sviluppo delle gemme. 
Orbene, quando piantiamo in primavera una talea nel terreno con due gemme fuori 
terra, viene eccitata l'energia vitale per il maggior grado di temperatura dell'aria e 
perciò la talea entra in vegetazione. La linfa sale e va ad alimentare una gemma fuori 
terra, fa sviluppare delle foglie, le quali alla loro volta elaborano dei nuovi elementi 
nutritivi, che discendono alle gemme sottostanti. Di queste, quelle che si trovano sot- 
terra e perciò private di luce ed esposte a maggior umidità, emettono delle radici an- 
ziché delle foglie. 

In tale doppio movimento dei succhi, quello ascendente dà lo sviluppo delle foglie 
e quello discendente dà le radici. Questi due movimenti si bilanciano soltanto quando 
il calore dell'atmosfera è maggiore di (jnello del terreno, momento in cui comincia la 
vegetazione. Nelle talee occorre osservare se, sviluppate alcune foglioline, presto appas- 
siscono. Ciò succede quando il terreno troppo freddo non mantiene o meglio non attira 
la linfa discendente, mancando la quale le radici non sono alimentate, e perciò la talea 
deve morire per mancanza di nutrimento. 

Questo fenomeno avviene per effetto della polarità in conseguenza della quale 
ogni pezzo di ramo produce verso il suo apice nuovi germogli e verso la base nuove 
radici. Cosi ad esempio se una talea è piantata a rovescio getta bensì radici dal lato 
sotterrato e germoglia dal lato opposto, (juantunque stentatamente, ma di solito però 
questi ultimi periscono e vengono surrogati da altri polloni vigorosi, che vengono ac- 
canto alle radici a fior di terra. 

La talea può consistere di una gemma sola, ed allora si ha la 
moltiplicazione per gemma isolata che si adotta per le viti americane, 



— 48 - 

allo scopo di ottenere colla massima rapidità il maggior numero di 
soggetti. Per ottenere simili talee, basta tagliare il sarmento subito 
sopra e sotto l'occhio, in modo che la talea abbia circa due centimetri 
di lunghezza. Le sezioni del taglio devonsi fare inclinate in modo che 
la talea riesca più lunga dalla parte dell'occhio (fig. 71). 




Fig. 71. — Talea 
di una gemma isolata. 



Fig. 7."?. - Magliolo. 



Fig. 72. 
Barbatella ottenuta da talea 
di una sola gemma abbarbicata. 



Fig. 74. 
a) Talea a zampa di cavallo. 
bì Talea semplice. 



Queste talee devono farsi con tralci tagliati in marzo, oppure ben 
conservati. Una volta preparate, si piantano le talee come semi in 
piena terra nel semenzaio, collocandole colla gemma rivolta in alto o 
coprendole con un centimetro di sabbia. Successivamente si deve an- 
naffiare per mantenere fresco il terreno e per mantenere in buon slato 
la vegetazione delle barbatelle (fig. 72). 

La talea consiste invece di più gemme (fig. 74 b), e se si lascia il 
pezzo di legno di due anni a cui è aderente si chiama magliolo (fig. 73). 
Se si taglia con precauzione il magliolo, rispettando le gemme alla 
base, si ha la zampa di cavallo (fig. 74 a). Piantando le viti, colla zampa 



49 



di cavallo o col magliolo, e avuto cura di tagliare prima a quest'ultimo 
il moncone di legno vecchio, si hanno piante più vigorose che colla 
semplice talea. 

Le talee piantate clie hanno emesso le radici ed un germoglio si 
chiamano barbatelle (fìg. 75), da ciò il nome di barbatellaio, al terreno 
destinato a produrle. 

La raccolta delle talee si faccia più tardi possibile perchè si possa 
subito piantarle. Se in parte sono entrate in vegetazione non fa danno, 
anzi attecchiscono di più. Se invece non si può aspettare la raccolta 
fino al mese di marzo, conviene farla di mano in mano che si fa la 
potatura secca a completo riposo della vegeta- 
zione e poi si stratificano. Nei paesi esposti a 
geli invernali, le talee conviene raccoglierle in 
autunno e si conservano stratificate. 

Nella vite, le migliori talee si fanno da quei 
tralci che lasciati sulla pianta darebbero i mi- 
gliori frutti. Per tutte le piante bisogna poi scar- 
tare per talee i succhioni, le vermene, i ger- 
mogli anticipati, le femminelle e sottofemmi- 
nelle. Si scelgano invece i rami ben maturi, 
completamente sviluppati e si ommetta la cima 
e la base; poiché la cima possiede delle gemme 
per lo più meschine e la base darebbe luogo a 
piante pletoriche. 

Non potendo piantar subito, i rami si la- 
sciano intatti, si legano a manipoli di 40-50 l'uno 
e si stratificano orizzontalmente nella sabbia in 
una fossa in piena terra, oppure al coperto in 
un luogo riparato dal freddo. 

Al momento dell' impianto, le talee si tagliano della lunghezza di 
10 a 30 cm. in modo che siano munite di 4 o 5 gemme, di cui una 
vicina alla base. 




Fig. 7.^. 
Talea e barbatella. 



Per le talee di diflìcile attecchimento ho ottenuto degli ottimi risultati, applicando 
il seguente metodo di conservazione e preparazione. 

Fatte le talee, si raccolgono a mazzetti e si stratificano nella sabbia in linea ver- 
ticale anziché orizzontale, e coll'estremità destinata a dar foglie volta in basso. In tal 
modo col calore dell'ambiente si ha un'ascensione della linfa in senso opposto e cioè 
questa si accumula verso la estremità che deve dare radici, favorendo la loro emissione 
dopo l'impianto. Otto giorni prima dell' impianto, si levano dalla sabbia le talee e si 
immerge la parte destinata a dare radici nell'acqua tiepida e calore solare. Prima del- 
l' impianto infine si raschia leggermente la corteccia attorno le gemme che devono 
venire sotterrate. Con questo mezzo riuscii ad ottenere delle barbatelle dalle viti Ci- 
nerea, Ilerbemont e Berlandieri. Per le varietà che attechiscono difficilmente per talea 
si consiglia di tagliarle e piantarle quando hanno già emesso le foglie. Altri preferi- 
scono l'impianto in autunno, ma io non ho mai ottenuto dei buoni risultati. 



Il terreno destinato a ricevere le talee (barbatellaio), dopo lo scasso 
fatto in autunno si vanga e si sminuzza, quantunque non sia necessario 

i — Tamaiìo - Fnitlicollura. 



/ 1 



-50- 

di sminuzzarlo tanto finamente come pel semenzaio. Il letame caldo 
non è consigliabile, poiché questo, anziché favorire, danneggerebbe 
l'emissione delle radici, quindi è preferibile del terriccio ben decom- 
posto. (Vedasi sulla concimazione la Parie VII, r.ap. XVII). 

Il mese più conveniente all'impianto delle talee é l'aprile, epoca 
nella quale il terreno è sufficientemente riscaldato ed umido. 

Il barbatellaio é pure bene dividerlo in tante aiuole della larghezza 
di m. 1,20, divise da un sentiero. La distanza da osservare nell'impianto 
devesi calcolare approssimativamente sulla vegetazione presumibile 
delle barbatelle. Se devono rimanere per un solo anno, si piantano alla 
distanza da cni. 5 ad 8 sulla fila e di cm. 20 da fila a fila; dovendo 
rimanere per più di un anno la distanza sulla fila sia di cm. 20 a 25 
e da fila a fila di cm. 30 a 35. 

L'impianto si fa nel seguente modo. Si comincia a scavare un fos- 
setto (fìg. 76) trasversale all'aiuola, profonda quanto è lunga la parte 
di talea che deve stare sotterra, tenendo un lato del fossetto inclinato 
di 45 gradi. Su questo lato inclinato si di- 
^ (i^l'i^'S spongono le talee alla distanza voluta, leg- 

iÉ^^5^ ^ germente comprimendole colla mano ed 
avendo cura di non guastare la corteccia 
e le gemme. Fuori del terreno le talee non 
devono sporgere più di cm. 5, il che, per 
Fi:4. 76. Impianto di talee. le talee di vite, equivale a non sporgere 
più di una gemma, e per le talee di co- 
togno che hanno gli internodi più corti, di due o tre gemme. Disposte 
le talee in tal modo si coprono colla terra, ed alla distanza voluta si 
scava un secondo fossetto, ripetendo la stessa operazione. Se il ter- 
reno è stato lavorato bene in precedenza, si possono piantare le talee 
senza fossatello adoperando la grucia (fig. 62). 

Le cure successive nel barbatellaio dopo l'impianto consistono in 
ripetute scerbature per estirpare le malerbe, ed in raschiature per 
aerare il terreno e mantenerlo soffice. 

Prima della emissione delle radici, le talee di legno secco e duro 
ed in genere tutte quelle piante di difficile attechimento, devono essere 
ombreggiate, perché la traspirazione farebbe loro perdere tutta la linfa. 
A tal uopo conviene scegliere per barbatellaio la località meno soleg- 
giata, o riparare il barbatellaio con controspalliere (fig. 1) o con altri 
ripari ricorrere alla irrigazione. 

2. — La moltiplicazione per polloni (fig. 77) è adottata per molte 
piante, per alcune anzi, come il lampone, il ribes, il melagrano, il rovo, 
il nocciuolo, é l' unico metodo di moltiplicazione. In via generale 
quando si ha modo di procurarsi dei buoni selvatici venuti da seme è 
meglio servirsi di questi, inquantochè, le piante che vengono da un 
pollone non crescono mai tanto alte, non sono mai tanto vigorose, per 
la continua tendenza che esse mantengono, di dare polloni alla base. 
È da condannarsi la moltiplicazione con questo mezzo delle piante a 
nocciolo, specialmenle del ciliegio e susino. 



— 51 — 



Per spiegare la ragione di questo fatto che coi polloni non si possono avere delle 
piante molto robuste, basta ricordare cjuanto segue. 

Noi sappiamo che una distinzione netta della radice dal fusto consiste che la 
prima è sprovvista di gemme. Ma pure succede che quando un albero viene tagliato al 
colletto o quando una radice superficiale viene mozzata o ferita, dai protoplasti viventi 
nel tessuto generatore delle radici secondarie, invece di svilupparsi una radice secon- 
daria, si sviluppa una gemma e da essa un germoglio che poi diventa il comune pollone 
che riscontriamo di sovente nei pioppi, nei susini, nel 
melagrano, nelle rose, nel lampone, nel ribes, ecc. 

Anatomicamente questo fenomeno si spiega collo 
stimolo che deve aver avuto una cellula della zona ge- 
neratrice per l'arresto della linfa avvenuto in conse- 
guenza del taglio o della ferita. Questa cellula anziché 
dare origine ad una nuova radice, si riveste dapprima 
di un tessuto delicato il quale da un lato si estende 
all'esterno verso gli strati superficiali della corteccia e 
dall'altro si prolunga in forma di peduncolo nella 
zona generatrire della radice. Ben presto si sviluppano 
anche dei fasci fibro-vascolari, i quali congiungono il 
rudimento iniziale peduncolato della nuova gemma 
col corpo legnoso della radice, e quando tutto ciò è 
compiuto, la corteccia è lacerata, e la gemma sporge 
dalle fenditure coi suoi rudimenti di foglie che si 
aprono, quando il germoglio arriva alla superficie del 
terreno. Questo fenomeno del resto non succede sol- 
tanto quando il tronco viene tagliato o quando una 
radice viene ferita, ma ogni qualvolta la pianta è 
indebolita dall'età. La presenza quindi di polloni è in- 
dizio certo di esaurimento della pianta. 




Fig. 77. — Polloni 
che sorgono da un olivo. 



La moltiplicazione per polloni è facile. Al principio della prima- 
vera, non si fa altro che staccarli colle radici e si piantano per lo più 
direttamente a dimora (per il lampone, rovo, nocciuolo, ecc.), o nel 
nestaio se devono servire da soggetti di innesto. 

3. — La moltiplicazione per ovolo non si applica che per l'olivo. 

L'ovolo è un bitorzolo tondeggiante, più o meno grande quanto un 
uovo, legnoso, coperto da corteccia molto liscia e tenera, che si trova 
specialmente alla base del tronco degli ulivi. In sostanza non è che 
una talea cortissima senza gemme. Questi ovoli si staccano in gennaio 
o febbraio e si piantano nella piantonaia, perchè abbarbichino. 



VII. 

Moltiplicazione per margotta: Condizioni di riuscita. — 
Margotta a ceppala, a capogatto, a serpente, a tacca 
ed in aria. 



1. — Dopo quello per seme, questo è il metodo di moltiplicazione 
più naturale. La margotla consiste in un ramo d'albero od arbusto, 
attaccato per un dato tempo alla pianta madre e che dopo essere stato 



- 52 - 

coperto in parte di teri'a, ha emesso delle radici, in modo da poter 
vivere poi indipendente. 

A parte il modo di operare, che varia secondo il genere di mar- 
gotta, le norme generali di buona riuscita sono le seguenti : 

a) si può margottare in tutte le stagioni purché la temperatura non 
discenda sotto lo zero. Si preferisca però il momento che precede il 




Fig. 78. — Margotta di vite a ceppala. 

risveglio della vegetazione in primavèra, poiché allora la margotta ri- 
sente l'influenza della vegetazione di tutta l'estate successiva e sviluppa 
delle radici più numerose ; 




Fig. 79. — Margotta a ceppaia di cotogno. 



b) si scelgano sempre i rami più vigorosi a corteccia liscia, non 
dura e al massimo di due anni d'età ; 

e) si lavori bene il terreno e lo si renda soffice e grasso, con 
una generosa concimazione di terriccio ; 

d) le estremità di tutte le margotte si tengano sempre verticali 
e fissate ad un tutore, per ottenere dei getti nuovi robusti; 



- 53 - 

e) è utile di sopprimere ogni qualvolta lo si potrà, tutti i rami 
e branche del soggetto che non si possono margottare e che hanno 
una direzione verticale. 

Non tutte le piante fruttifere si possono (colla stessa facilità) pro- 
pagare per margotta. Si moltiplicano però facilmente : la vite, il ribes, 
il melo paradiso e dolcigno ed il cotogno; a queste seguono: il susino 
mirabolano, gli agrumi, il crespino, il faggio, il fico, il gelso, il mela- 
grano, il pavia, il pero delle Indie ed il pomo di cannella. 

Diversi sono i modi di procedere per fare delle margotte. Alcune 
si fanno in piena terra, altre in vasi. 

2. — La margotta più usata è quella a ceppala (fig. 78 e 79). Le 
piante madri si potano corte in modo da ottenere una ceppala, ed at- 
torno a questa si apre una fossa profonda tre palmi. Colla vanga si 
lavora accuratamente, levando le pietruzze, sassi e radici, quindi vi si 




ripone la terra sino alla metà. Si curvano poi i rami, e si sforzano a 
stare sepolti con una forchetta di legno, in modo però che la loro estre- 
mità rimanga verticale e allo scoperto. È bene legarla, come abbiamo 
già detto, ad una canna di sostegno. Fatte queste operazioni basta ri- 
coprire colla terra rimanente. 

3. — Per il gelso, cotogno, melo paradiso, dolcigno, ribes, susino 
mirabolano si operi nel seguente modo. Si comincia col piantare in 
un appezzamento separato le piante le quali devono fornire la propag- 
gine disponendo il terreno diviso in aiuole larghe m. 1,50 ed in modo 
che alternativamente ogni aiuola risulti più alta e l'altra più bassa. 
Ciò si ottiene gettando la terra della aiuola che si vuol tenere più 
bassa sull'aiuola che si vuol tenere più alta. Fatte le aiuole, si pian- 
tano i gelsi lungo la linea mediana di quelle ])iù basse a m. 3 di di- 
stanza, e si lasciano là per tre anni, allevandoli a ceppala, perchè le 
radici possano meglio svilupparsi. 



- 54 — 

Giunta la primavera del quarto anno, si taglia la pianta al piede 
per provocare l'emissione di rami novelli. In autunno si recidono i 
rami più nodosi e più corti e se ne lasciano 5 o 6 soli, scegliendo i 
più vigorosi. Questi si piegano stendendoli lungo l'aiuola (fig. 80) e 
coprendoli fino alla linea b, e, colla terra dell'aiuola vicina e mesco- 
lando a questa del concime trito. Le estremità dei rami si lasciano 
fuori e si tengono diritte legandole ad un palo (de). 




Fig. 81. — Propaggine di vite. 

Lungo r anno si lega il germoglio di prolungamento al palo, per 
avere un fusto diritto, mentre si mozzano i germogli laterali a tre 
foglie mano mano che si sviluppano. Intanto la parte sotterrata del 
ramo avrà cominciato a dare radici. Nella primavera successiva, se 



tv. 




au 



queste sono belle, si tagliano al punto d' unione colla pianta madre 
e si trasporta con molta cura la nuova pianta in vivaio, dove si lascia 
un anno. Molte volte in un anno, non si riesce a formare una pian- 
tina, allora si lascia la propaggine unita per un secondo anno. 

4. — Altro sistema di margotta è la propaggine o provana usata 
per la vite ffìg. 81 e 82) che si fa in primavera. A tale scopo si scelgono 
i sarmenti più belli e di piante robuste. Questi si sotterrano a cm. 25 



— 55 — 

facendo venir fuori l' estremità del tralcio, che si lega ad un palo, 
lasciando sporgere due gemme fuori terra. Nella fossetta che si deve 
fare per sotterrare il tralcio, si mette della terra ben sminuzzata e del 
concime decomposto. 

5. — Se invece di distendere sul fondo di una fossetta il tralcio 
destinato alla moltiplicazione, lo si piega in giù in modo da sotterrare 
due o tre gemme della sua punta, si ha la propaggine a capogallo 
(fig. 83), con la quale si ha il vantaggio di non perdere il frutto del- 
l'annata. 



Fig. 83. — Propaggine a capogatto. 

Quando si vuole ottenere più piante da un solo tralcio si ricorre 
all'espediente di incurvarlo due o tre volte (fig. 84), in modo che le 
sue gemme vengano a trovarsi parte entro terra, per l'emissione delle 
radici e parte fuori, per lo sviluppo dei germogli. E questa è chiamata 
propaggine a serpentone. 




Per assicurare l'emissione delle radici, si fanno anche delle lega- 
ture od incisioni vicino ai nodi dai quali svilupperanno di preferenza 
le radici. I tralci incurvati sotto terra, si tengono fermi mediante delle 
forchette (a fig. 82). Nella primavera si taglia il tralcio in b (fig. 82 e 84). 

6. — Altre volte per non far solt'rire menomamente le radici nel 
trasporto della margotta si piegano i rami in un vaso o in un paniere 
(fig. 85), margotta in vaso. 

In tutti questi casi bisogna sopprimere le gemme, che stanno fra 
il ceppo ed il punto in cui il sarmento entra nel terreno, per impedire 
che esse assorbano il nutrimento a svantaggio della propaggine. Nel- 
l'autunno successivo si stacca la propaggine, tagliando al punto dove 
il sarmento entra nel terreno e la projjaggine si porta sul sito del- 
l'impianto. 



- 56 - 

Per agevolare il radicamento della margotta, si suol fare anche una 
tacca trasversale propriamente nella parte della curva {margotta a tacca) 
che si sotterra. Questa tacca devesi mantenere sempre aperta e ciò si 
ottiene passandole attorno un filo di rame, o di ferro zincato, acciò 
non si arrugginisca. 

Dirò ancora della margotta in aria che si usa per quei rami che, 
trovandosi troppo alti, non possono essere piegati in terra. A questo 
scopo si adoperano dei vasi di terra non verniciati, e tagliati per metà, 
dei quali si riuniscono le due parti lasciando i rami nel mezzo e poi 
si legano e si riempiono di buona terra, che si avrà cura di mantenere 
sempre umida. Il vaso naturalmente deve essere sostenuto dal ramo 
stesso e se fosse troppo pesante lo si aiuta con un paletto. Applicato 
il vaso, si fa sul ramo immediatamente sotto al vaso una leggera tacca, 
che bisogna rinnovare, e far sempre più profonda, ogni settimana, fino 
a che si recide il ramo completamente. 




'A/ ') ' ' 




Fig. 85. — Margotta in vaso. 



7. — Le margotte si staccano quando hanno vegetato per una in- 
tera stagione e perciò al cadere delle foglie. Il taglio devesi fare sotto 
le ultime radici in modo da lasciarne in maggior numero possibile. 

Rispetto alla qualità delle piante ho da osservare, che in generale 
per margotta si ottengono bensì delle piante molto fruttifere, ma non 
tanto longeve e vigorose come per talea. In ogni caso bisogna scegliere 
dei buoni rami vigorosi e provveduti di gemme ben fecondate. 



Vili. 

Innesto delle piante da frutto : Teoria dell'innesto e 
condizioni essenziali di riuscita. — Preparazione dei 
soggetti e delle marze. 



1. — Dopo tante monografie che sono state pubblicate sull'innesto 
è per me veramente imbarazzante di scrivere su questo argomento, e 
ciò per la difficoltà di limitarsi, pur soddisfacendo al tema imposto. 

Quando la pianta entra in vegetazione ai primi tepori primaverili, 
noi riusciamo a staccare colla massima facilità la corteccia dal legno 



57 




sottostante, che per il suo colore bianco è stato chiamato alburno (fig. 86). 
Questo fenomeno noi lo dobbiamo alla presenza di un succo mucilag- 
ginoso che appunto in questo momento circola in massima quantità 
fra la corteccia e l'alburno e che dai botanici è chiamato cambio. Il 
cambio è composto di tante granulazioni microscopiche, delle quali 
lungo l'anno alcune si depositano sull'alburno formando un nuovo 
strato concentrico; un'altra parte si deposita sullo strato più interno 
della corteccia, formando altrettanti strati fibrosi che si possono stac- 
care a guisa delle pagine di un libro, da cui anche il suo nome di libro. 

Ma le proprietà del cambio non 
sono soltanto queste. Esso serve 
anche quale mezzo connettivo, in 
modo che se noi leviamo un pezzo 
di forma regolare di corteccia da 
un albero e lo sostituiamo con un 
egual pezzo di corteccia apparte- 
nente ad un altro albero di egual 
genere, in un breve tempo la ferita 
si rimargina completamente. 

Immaginate ora che questo pez- 
zo di corteccia trasportato, porti 
una gemma. Questa continuerà a 
vivere, si svilupperà, darà luogo ad 
un getto, un ramo con delle foglie, 
fiori, frutti che saranno identici 
però alla loro pianta madre e non 
a quelli sulla quale vivono. Un si- 
mile fenomeno avviene anche quan- 
do vi poniamo in contatto il libro 
e l'alburno di una pianta. 

Operando sia in un modo che nell'altro, non si è fatto che un 
innesto e cioè abbiamo saldato an vegetale o una parte di un vegetale 
su di un altro che diventerà il suo sostegno e gli fornirà una parte del- 
l'alimento necessario alla sua cresciuta. La pianta sulla quale si opera 
l'innesto, chiamasi soggetto — e nesto o marza, quella parte del vege- 
tale che vien saldata al soggetto. 

Dopo quanto precede è evidente, che tutto il segreto di questa 
operazione consiste : nell'innestare soltanto delle piante di parentela 
molto stretta; nel far combaciare perfettamente la corteccia del nesto 
con quella del soggetto, ed il sistema legnoso con quello legnoso, 
acciò si uniscano. È quindi necessario che i tagli che si praticano 
siano ben fatti, con strumenti taglientissimi, acciò non riescano punto 
laceri. Occorre anche evitare assolutamente l'accesso dell' aria e più 
ancora dell'acqua per entro la commessura dell'innesto. Ciò si rag- 
giunge con delle opportune legature ed in caso ancora con dei mastici. 

Ma non sono soltanto queste le condizioni a cui bisogna provve- 
dere per assicurarsi la riuscita dell'innesto. 



Fig. 80. — Figura schematica della se 
zione di un tronco : a modello ; b le 
gno di prima formazione ; e' legno 
ordinario chiamato anche durame 
e" legno formatosi nell" ultimo anno 
chiamato alburno ; a' raggio midol 
lare ; fra d' e" lo strato del cambio 
d' parenchima corticale; d" perider 
ma che forma lo strato sugheroso 
d'" epidermide che è verde nel ger 
moglio. 



- 58 — 

Quelle che ci mancano a prendere in considerazione riguardano il 
vigore e l'epoca in cui si possono fare gli innesti con buona riuscita. 

Le due piante che si intendono unire per innesto, devono posse- 
dere una certa analogia di vigore, sia per quanto riguarda il momento 
in cui entrano in vegetazione in primavera, quanto per la robustezza. 
Essendoci discordanza, è meglio che il soggetto sia di vegetazione 
più precoce del nesto, nel caso contrario quest'ultimo in primavera 
soffrirebbe per mancanza di nutrimento. D'altra parte è desiderabile 
che il nesto sia di varietà più vigorosa del soggetto, poiché in tal 
caso si hanno piante più fruttifere e di frutto più voluminoso. Questo 
è il caso del pero sul cotogno, del melo sul dolcigno. 

Gli alberi delicati si adattano meglio sui soggetti di vigore medio, 
e se lo squilibrio fosse troppo saliente, si può renderlo meno sensi- 
bile con un doppio innesto. Il sopra innesto consiste nell'innestare i 
soggetti vigorosi con una varietà di medio vigore, e su quest'ultima 
innestare quella che si desidera propagare (v. più avanti Gap. XVII). Gosi, 
ad esempio, si ottengono delle buone piante di Duchessa d'Angouléme, 
innestandole sul pero Gurato, innestato alla sua volta sul selvatico. 

L'epoca più opportuna per gli innesti è il tempo dei maggiori ef- 
flussi della linfa, cioè nell'aprile o nell'agosto. Le marze devono essere 
però sempre meno avanzate in vegetazione dei soggetti. 

In fine diremo che una atmosfera quieta, asciutta, piuttosto che 
umida, è un'altra condizione per la buona riuscita degli innesti. 

2. — Prima di terminare questo capitolo vediamo come si prepa- 
rano i soggetti e le marze per gli innesti. 

Ottenuti i soggetti per via di seme o di talea o di margotta, si 
trapiantano i più sani nel nestaio. La sanità dei soggetti si riconosce 
tagliando le radici, la cui sezione deve essere perfettamente bianca, 
come pure dagli anelli legnosi del fusto che devono apparire lucenti 
e privi di macchie. Se invece si trovano delle slriature giallognole, 
se la corteccia non ha un colore uniforme, vuol dire che le piante 
soffrirono per il gelo o che è ingenerata qualche malattia nei loro 
succhi. Simili piante sarà bene scartarle. 

L'impianto nel nestaio si fa nel mese di novembre oppure in 
marzo, approfittando di una giornata asciutta e con terreno asciutto. 
Il sistema d'impianto che trovai più conveniente è quello a porche 
di due file l'una, e distanti cm. 70 una dall'altra. Le due linee di sog- 
getti che compongono la porca si piantino alla distanza di cm. 40 
sulla fila e di cm. 50 da fila a fila. Si aumentano o diminuiscono queste 
distanze, secondo le specie più o meno vigorose ed a seconda del 
tempo durante il quale si intendono lasciare le piante nel nestaio. 
Disposti in tal modo i soggetti nel nestaio, si trattano differentemente 
a seconda che si vuol fare l'innesto al piede oppure in testa. 

Per l'innesto al piede si tagli il fusto da cm. 10 a 30 d'altezza a 
seconda del vigore della pianta, a cm. 10 i più deboli ed a cm. 30 i più 
robusti. Durante l'anno questi soggetti si lasciano sviluppare normal- 



- 59 - 

mente poiché nell'agosto dello stesso anno od al più tardi nella pri- 
mavera successiva, si possono fare gli innesti. 

Volendo innestare invece in testa, devesi allevare un fusto, per 
ottenere il quale occorrono almeno due anni di dimora nel nestaio. Il 
fusto si ottiene recidendo il soggetto vicino a terra a cm. 5 circa di 
distanza. Durante il primo anno si conserva uno solo dei getti nuovi 
che si lega ad un tutore, per mantenerlo in direzione verticale. Nel 
secondo anno, qualora il fusto non avesse preso una direzione regolare 
si ritaglia alla base per ottenere un nuovo getto. Le branche laterali 
si lasciano intatte se deboli, poiché servono a rinforzare il fusto, quelle 
di sviluppo medio si tagliano a cm. 10, e quelle troppo robuste si 
svettano dalla base. 

Per ricevere l'innesto, il soggetto deve essere capitozzato o no, a 
seconda del genere di innesto che si vuol applicare. La capitozzatura 
é indispensabile per gli innesti in testa e si fa alcune settimane prima, 
cioè quando la pianta non é ancora entrata in vegetazione. La capi- 
tozzatura si fa a cm. 10 sopra al punto dove si intende fare l'innesto ed 
ha per iscopo di rilardare la vegetazione e di trattenere la massima 
quantità di alimento per la marza. 

Sulle altre precauzioni ed operazioni che riguardano la prepara- 
zione dei soggetti, mi estenderò descrivendo i singoli sistemi d'innesto. 

I nesti, o marze, devono essere di buona qualità, sani, vigorosi; in 
una parola, perfettamente costituiti. 

Un nesto malato propaga il male di cui é alletto a parecchie ge- 
nerazioni, deteriorando la varietà. Usualmente si dice che ha degene- 
rato ; ma la degenerazione é locale e non generale. 

Non si devono perciò accettare con troppa facilità dei nesti di 
origine sconosciuta. Le piante madri, ossia quelle che forniscono i 
nesti, non si devono potare che alternativamente ; ossia non si cimano 
né si potano per un anno, quei rami dai quali si intende levare le 
marze, acciò le gemme maturino completamente. 

Le marze per gli innesti di primavera si raccolgono durante l'in- 
verno, al più tardi negli ultimi giorni di febbraio, quando cioè la 
pianta è in pieno riposo di vegetazione ed in una giornata asciutta e 
non troppo fredda. Raccolti gli innesti, si legano a mazzetti e si stra- 
li lìcano nella sabbia in un locale fresco, che non vada soggetto a 
sbalzi di temperatura. 

IX. 

Sulla affinità e sulla reciproca influenza 
del soggetto e del nesto. 

1. — L'argomento é importantissimo non soltanto nel campo della 
frutticoltura ma anche in quello della viticoltura dove si devono fare 
nuovi impianti di viti americane innestate. 



- 60 - 

Infatti, nelle regioni dove si attende alla ricostituzione dei vigneti, 
ci vengano sempre fatte presso a poco le seguenti domande : Scelte le 
viti americane adatte al terreno, le nostre viti potranno poi adattarsi 
all'innesto su di esse ? Se queste si adattano, ci daranno prodotto 
eguale a quello di prima per quantità e per qualità? 

Per rispondere alla prima domanda, bisogna esaminare quali sono 
le condizioni perchè avvenga l'adattamento, per rispondere alla se- 
conda occorre vedere quale influenza reciproca hanno il soggetto colla 
marza e se eventualmente vi siano altre circostanze che possano in- 
fluire sulla qualità e quantità del frutto. 

2. — Quando noi innestiamo, facciamo una pianta bimembre, cioè 
costringiamo la marza ed il soggetto a vivere strettamente uniti, pre- 
standosi un vicendevole aiuto. 

Il nesto riceve dal soggetto la linfa brutta, ossia l'acqua, conte- 
nente dei sali minerali che si trovano nel terreno e che venne as- 
sorbita dalle sue radici. Grazie però alla traspirazione ed all'attività 
clorofilliana delle foglie del nesto, la linfa brutta viene trasformata 
in linfa elaborata, la quale poi circola in tutte le parti della pianta 
bimembre, alimentandola ed ingrossandola. Come dunque il nesto di- 
pende dal soggetto per la quantità di linfa brutta che può elaborare, 
il soggetto alla sua volta dipende dal nesto per la preparazione dei 
materiali che provvedono al suo sviluppo. 

Perchè queste due individualità messe in contatto non si danneg- 
gino, bisogna che esista fra loro una certa affinità, ossia bisogna che 
esista fra loro comunanza di struttura anatomica, di modo di nutri- 
zione e di vegetazione. 

Al nesto non è possibile di scegliersi nel terreno le sostanze a lui 
utili e di regolarne l'assorbimento conforme al suo bisogno. Se si 
trova ad esempio sopra un soggetto avente dei vasi più rari o di 
minore calibro dei propri, riceverà probabilmente minor quantità di 
linfa brutta e si avrà per effetto una imperfetta nutrizione e talvolta 
l'essiccamento parziale o totale della pianta per mancanza di acqua. 
Questo danno poi si accentua per la qualità dei vasi che si trovano 
nel tessuto connettivo dell'innesto che sono sempre più piccoli e con- 
torti. Se invece i vasi del soggetto sono più grossi e più numerosi di 
([uelli del nesto, affluendovi troppa linfa acquosa, si corre pericolo 
che la pianta soffra per pletora. 

Il soggetto alla sua volta, riceve la linfa elaborata dal nesto e na- 
turalmente il suo sviluppo ne risente. Se questa è adatta e conveniente 
si ha uno sviluppo normale, altrimenti anche esso ne subisce delle 
conseguenze. 

Le piante innestate subiscono quindi delle modificazioni nella loro 
crescita, nella loro vitalità, nella loro precocità di sviluppo, nella 
grossezza e qualità dei frutti, nella resistenza ai parassiti ed agli 
agenti esteriori dell'atmosfera. 

3. — Ravaz e Viala hanno fatto in proposito degli studi molto 



- 61 - 

importanti sulla vite e dimostrarono che l'affinità dipende in gran 
parte dall'eguaglianza o meno dei tessuti o vasi che le due parti si 
compongono. 

Ma altri fatti bisogna ora far emergere per vedere quale influenza 
reciprocamente possono avere il nesto col soggetto. 

L'innesto del pero sul franco produce un anello di cicatrizzazione 
poco marcato e dà delle gettate deboli nei primi anni, vigorose o vi- 
gorosissime negli anni successivi. Sul cotogno si ha invece un ingros- 
samento notevole al punto d'innesto, perciò si ha molto vigore nella 
prima età ed indebolimento negli anni successivi in modo che la vi- 
talità della pianta e più breve che innestando sul franco. Questo porta 
per conseguenza una fruttificazione anticipata, frutta più voluminose 
e più saporite. 

La pera Decana d'inverno, innestata sul cotogno e sul franco ha 
dato i seguenti risultali comparativi ai signori Rivière e Beilanche, per 
quanto concerne il peso medio dei frutti e la loro ricchezza zuc- 
cherina : 

Peso medio di Zucchero totale 

un frutto in 100 parti di succo 

^ ... ., ,. ,,,. X 1 \ cotogno 435 gr. 11,59 

Frutti ottenuti coUinnesto sul „ ° „„„ „^, 

ì franco 230 „ 9,04 

Gli stessi esperimenlatori colla varietà Calvilla bianca, di 15 anni 
d'età, hanno ottenuto i seguenti risultati : 

Peso medio Zucchero totale 

del frutto in 100 parti 



Calvilla innestata sul 



) Paradiso gr. 285 15,26 

) Dolcigno ., 220 11,90 



Ledere du Sablou ha determinato nei diversi periodi dell'anno 
gli idrati di carbonio (zucchero ed amido), contenuti quali materiali 
di riserva, nel fusto di un pero della varietà Duchessa di Angoulème 
innestata sul franco e sul cotogno. Dalle analisi fatte è risultato, che 
durante l'inverno e l'autunno, i materiali di riserva sono più abbon- 
danti nelle piante innestate sul cotogno. Allora ne avviene che in pri- 
mavera, la pianta avendo a disposizione una maggiore quantità di ele- 
menti nutritivi, si presta meglio a fruttificare. E naturale che da queste 
piante si ottenga un maggiore prodotto. 

Segue, che nei terreni freschi, fertili, dove il cotogno riesce per- 
fettamente, bisogna sceglierlo anche per porta innesti del pero. Nei 
teiTeni secchi e poveri, e specialmente per le forme a pieno vento, è 
consigliabile l'innesto sul franco. 

Del resto una prova che anche la rusticità del soggetto esercita 
una certa influenza sulla longevità delle piante, l'abbiamo precisamente 
nel pero il quale, se innestato sul franco ha una longevità molto su- 
periore che se innestato sul cotogno, mentre su questo ultimo la irut- 



- 62 - 

tificazione è più abbondante e sollecita; i frutti sono più grossi e 
saporiti. 

E proseguiamo in queste constatazioni. 

Il pesco innestato sul susino, è più precoce e meno vigoroso che 
sul mandorlo ; il pesco stesso innestato sul selvatico è ancora più 
precoce e meno vigoroso di quello innestato sul susino. 

Alcune viti nostrane, innestate sulla Rupestris du Lot, porta in- 
nesto questo, molto vigoroso e rusticissimo, danno poco prodotto. 
Innestate le stesse viti sopra varietà americane meno vigorose (Ri- 
paria X Rupestris lOP* o 3309), danno risultati splendidi. 

D'altra parte abbiamo molte viti nostrane, che innestate sopra 
la Riparia, danno più prodotto che se ottenute per talea. 

Infine si è notato che se innestiamo il ramo di un albero, questo 
dà più frutti degli alberi non innestati. Questo è un fenomeno analogo 
a quello che si verifica coll'incisione anullare. 

L. Daniel, che fece una inchiesta sullo stato della viticoltura e 
sulla questione fillosserica, è venuto alla conclusione, che coll'innesto 
si producono degli ibridi i cui caratteri possono essere in parte ere- 
ditari, in parte anche essere fugaci ed in altre costanti. Come avvenga 
questa reazione, non si è potuto ancora spiegare. 

È un fatto che vi sono delle marze miglioranti, altre deterioranti 
ed altre infine neutre. Così nel Belgio hanno cominciato a fare degli 
ètalons pedigree per quelle piante madri che danno le marze con una 
o l'altra di queste qualità. 

4. — Moltissima influenza però sugli ettetti diversi che si otten- 
gono cogli innesti ha la variazione di nutrizione delle piante innestate. 

Questa variazione di nutrizione la si deve attribuire alla qualità 
del terreno dal quale le radici del soggetto assorbono il nutrimento. 

Il pero innestato sul cotogno, il pesco innestato sul franco o sul 
susino ; le viti innestate sulla Riparia piuttosto che sulle Rupestris, 
producono di più e meglio perchè i rispettivi soggetti hanno radici 
più superficiali, le quali vivono nella parte del terreno più ricco di 
materiali nutritivi ed assimilabili. 

Il Muntz ci ha dimostrato che le proprietà fìsiche e chimiche del 
terreno hanno una influenza notevole sulla qualità delle uve e dei 
vini da loro derivati. I terreni più ricchi di anidride fosforica e po- 
tassa, sono quelli che ci danno i vini più accreditati. Ebbene è ap- 
punto lo strato superficiale del terreno che possiede queste proprietà 
e si ha verificato, che tanto dalle vecchie viti non innestate quanto 
dalle giovani innestate, meno per l'influenza della età, si ottengono dei 
vini di eguale valore purché le radici si trovino in un terreno di 
eguale grado di fertilità. 

Ricostituendo delle vigne, noi facciamo dei lavori profondi di ri- 
voltamento e rimescolamento. Ma mentre si è aumentato il volume 
della terra utilizzabile dalle radici, si è diminuita la ricchezza media 
di materie fertilizzanti. Da ciò la ragione: 



- 63 - 

a) che nella generalità dei casi innestando delle viti si ha un 
prodotto più scadente di qualità nei primi anni, sia per la giovinezza 
delle piante sia per il nutrimento a loro defìcente; 

b) che a questo si può rimediare arricchendo il terreno di so- 
stanze minerali. 

5. — Da quanto precede ci sembra di poter concludere : 

a) l'affinità del neslo col soggetto è uno dei problemi più inte- 
ressanti da studiare, perchè da esso dipende essenzialmente la longe- 
vità, il vigore e la sanità delle piante innestate ; 

b) sulla quantità e qualità del prodotto ha una certa influenza 
il reciproco influsso del soggetto e del nesto, però ancora maggiore 
influenza hanno le sostanze minerali contenute nello strato del ter- 
reno nel quale vivono le radici del soggetto ; 

e) se le radici del soggetto sono superficiali, striscianti, allora 
bisogna curare che lo strato attivo del terreno sia specialmente ricco 
di anidride fosforica e potassa. Se le radici sono profonde, fittonanti, 
allora bisogna ammigliorare con opportune concimazioni anche lo 
strato inerte del terreno ; 

d) dalla possibilità di una alimentazione ricca e conveniente, 
più che dalla affinità del nesto col soggetto dipende la quantità e 
qualità del prodotto. 



X. 

Innesti principali adottati per le piante da frutto 
e soggetti relativi. 

1. — Gli innesti principali sono i seguenti: l'innesto a spacco; 
l'innesto a corona ; l'innesto inglese ; l'innesto per approssimazione ; 
l'innesto a gemma; l'innesto erbaceo. 

Con l'innesto a spacco si fa entrare nel soggetto, mediante spacco, 
una marza di due o tre gemme, mentre con l'innesto a corona si in- 
troduce la marza senza spaccare il soggetto e precisamente tra la 
corteccia ed il legno. Con l'innesto inglese invece si fendono tanto il 
soggetto che la marza, ma bisogna che abbiano lo stesso diametro. 
L'innesto per approssinìazione consiste nel fare combaciare un ramo 
dell'innesto con un soggetto giovane presso a poco di eguale grossezza. 
L'innesto a gemma consiste nel trasportare una gemma sopra il sog- 
getto e procurarne la comunanza. Quando queste operazioni si fanno 
nei germogli in corso di vegetazione si fa l'innesto erbaceo adottalo 
specialmente per la vite. 

Nella lab. Vili a pag. 64-67 sono indicate le varie foggie di innesto 
più adatte alle singole essenze fruttifere. 



-64 - 



Nome della pianta 
da frutto 



Agrumi 



Anona . . 
Carrubo 

Castagno . 



Gelso . . 
Lazzcruolo 

Mandorlo 
Melagrano 



Nome volgare 
del soggetto 



) Arancio dolce franco 
I Limone franco 

; Susino franco 

\ Mandorlo 

< Pesco 

/ Albicocco franco 

\ Susino mirabolano 

Diverse specie 
Carrubo franco 

Castagno franco 



Ciliegio I Ciliegio franco 

( , di S. Lucia 



Cotogno 
Diospiri 



Nespolo 1 Nespolo selvatico 

j Biancospino 



Nome botanico 
del soggetto 



Citrus Bigaradia 
Citrus aurantium 
Citrus Limonum 

Prunus domestica 
Amygdalus communis 

„ Persica 

Armeniaca vulgaris 
Prunus cerasifera 



Ceratonia siliqua 



Castanea vesca 



Cerasus avium 
Mahaleb 



Cotogno 


Cydonia vulgaris 


Diospiro 

Kaki 


Diospyros Kaki 


d'Italia 


Lotus 


Gelso franco 


Morus alba 


Biancospino 


Crataegus oxyacanta 


Albicocco 


Armeniaca vulgaris 


Mandorlo 


Amygdalus communis 


Susino Damas 


Prunus insititia 


S. lulien 


' 


Melagrano selvatico 


Punica Granatum 


Melo franco 


Pirus malus 


Dolcigno 


Pyrus malus prrecox 


Paradiso 


Pyrys malus paradi- 
siaca 



Mespilus germanica 
Crataegus oxyacanta 



65 



ell'innestatore. 



Epoca 


Terreno 




! 








Vigoria 


Frutlilìcazione 


Longevità 


dell'innesto 


più conveniente 






aprile 


mediocre 


molta 


tardiva 


massima 


agosto 


, 




„ 


„ 


aprile 


ricco 


media 


pronta 


minima 


■ agosto 




, 


„ 




aprile 


l)Uono 


poca 


tardiva 


media 


agosto 


fresco-argilloso 


" 


eccell. per qualità 


, 


- 


profondo e caldo 


molta 


precoce 


massima 


, 


mediocre 


media 


mediocre 


media 


„ 


secchi, leggeri 


molta 




massima 




asciutti 


minima 


pronta 


minima 


maggio 




- 


- 




osto o maggio 


mediocre 


molta 


normale 


massima 


maggio 


- 


. 




, 


aprile 


normale 


normale 




normale 


agosto 










aprile 


- 




„ 




prile-maggio 


fresco-siliceo 


molta 


abbondante 


massima 


. 


arido, calcare 


poca 


, 


minima 


agosto 


fresco-ricco 


normale 


normale 


normale 


bbraio-marzo 


profondo-fertile 








settembre 


" 








bbraio-marzo 


; 




" 


" 


aprile 


normale 


' 


: 


- 


agosto 


arido 


media 


abbondante 


minima 




asciutto 


, 


normale 


poca 


rzo-fìne agosto 


normale 


normale 


„ 


normale 




umido 


media 




mediocre 


agosto 


normale 


normale 






aprile 


, 








marzo 


fresco di pianura 


massima 


abbon. ma tardiva 


massima 


primi agosto 


•■ 






, 


marzo 


ricco, calcare 


media 


abbondante 


media 


Drimi agosto 


- 


, 


„ 


„ 


marzo 


. 


minima 


^ 


minima 


primi agosto 


- 


» 






aprile 


normale 


molta 


normale 


normale 


.. 


arido poco prof, i 


minima 


pronta 


minima 



Tamaro - Frutticoli lira. 



Segue Tab. Vili. 



■2 a 


Nome della pianta 
da frutto 


Nome volgare 
del soggetto 


Nome botanico 
del soggetto 


Sistema 
di innest 


14 


Nespolo del Giappone 


Nespolo del Giappone 

franco 
Biancospino 
Cotogno 


Mespilus Japonica 
Crataegus oxyacanta 
Cydonia vulgaris 


gemma 


15 


Noce 


Noce franco 


luglans regia 


corona 
anello 

spacco 


16 


Olivo 


Olivo selvatico 


Olea europea 


corona 
gemma 


17 


Pero 


Pero selvatico 

Cotogno 
Bianco Spino 


Pyrus coramunis 

Cydonia vulgaris 
Crataegus oxyacantha 


spacco 
gemma 
spacco 


18 


Pero delle Indie . . 


Mirto comune 


Myrtus communis 


» 


19 


Pesco 


Pesco selvatico 
1 Mandorlo 
1 Susino Daraas 

Albicocco 


Amygdalus Persica 

„ communis 
Prunus 


gemma 






Armeniaca vulgaris 


. 


20 


Pistacchio 


Pistacchio selvatico 
Terebinto 


Pistacia vera 

Terebintus 


gemma ve 
e dormi 


21 


Sorl)0 


Bianco Spino 


Crataegus oxyacantha 


gemma 


22 


Susino 


Susino selvatico 

„ mirabolano 
S. Giuliano 


Prunus domestica 

„ cerasifera 
insititia 


spacco 1 
gemma i 
spacco i 


23 


Vite 


Su tutte le specie di 
Viti 




spacco sem: 
erbaceo, ir. 



XI. 

Innesto a spacco semplice. 

1. — Questo è dei più facili ad eseguirsi e dei più sicuri, tanto è 
vero che è il più generalmente conosciuto. Si pratica in marzo e du- 
rante i primi giorni d'aprile per tutte le piante a foglie caduche, quan- 
tunque riesca meglio per le piante a granella che per quelle a noc- 
ciolo. Fra queste ultime fanno eccezione il ciliegio e qualche varietà 
di susino, per le quali l'innesto a spacco riesce meglio di qualsiasi 
altro metodo d'innesto. 



67 



Epoca 


Terreno 












Vigoria 


Fruttificazione 


Longevità 


dell'innesto 


più conveniente 








agosto 


profondo 


massimo 


massima 


massima 


n 


arido, poco prof. 


medio 


eccellente 


minima 


. 


fertile 


minimo 


eccell. e precoce 


media 


aprile 


normale 


normale 


normale 


normale 


sbbraio-marzo 


; 




; 


" 


marzo-aprile 


„ 


, 


, 




ggio - settembre 


- 


. 


" 


. 


agosto 


profondo fresco 


massima 


tardiva 


massima 


marzo 


„ 


, 


» 


„ 


agosto 


fresco e molto feri. 


media 


precoce 


media 


marzo 


arido 


minima 


minima 


minima 


fine agosto 


normale 


media 


abbondante 


media 




profondo fertile 


massima 


„ 


massima 




umido 


media 


media 


media 


' 


arido 


- 


, 


" 


aprile-agosto 


normale 


normale 


normale 


normale 


agosto 


arido 


minima 


abbond. e pronta 


minima 


„ 


normale 


massima 


massima 


massima 


aprile 


„ 


„ 






agosto 


asciutto 


media 


pronta 


minima 


aprile 






" 




„ 


normale 


normale 


normale 


normale 


giugno 


, 




„ 





Per fare questo innesto, si opera nel seguente modo. 

Scelti i soggetti, che devono avere almeno cm. 2 di diametro, si 
recidono all'altezza a cui si intende fare l'innesto, con una forbice o 
con una sega, se il soggetto fosse molto grosso, avendo cura di ripas- 
sare il taglio col potatojo per togliere qualsiasi ineguaglianza (C fìg. 87). 
Quando il soggetto fosse soltanto dello spessore di cm. 2, non si ap- 
plica che una sola marza ed allora la sezione del taglio convien farla 
leggermente obliqua, appianandola soltanto nella parte superiore, dove 
si intende di inserire la marza (B fìg. 88). 

La marza si prepara, scegliendo soltanto la parte mediana dei 
rami, raccolti e conservati nell'inverno, come abbiamo veduto nel ca- 



68 



pitelo precedente; e questo per il fatto che le gemme dell'estremità 
dei rami, non raggiungendo sempre la loro completa maturazione, 
darebbero delle piante deboli, come le gemme della base darebbero 
invece delle piante rigogliose bensi, ma poco fruttifere. Questa pre- 
cauzione, che in apparenza sembra di poca entità, ha invece una 
grande importanza e ad ogni attento osservatore delle campagne non 
possono sfuggirne gli effetti. Guardiamo un po' qual difterenza di com- 
portamento hanno le piante acquistate negli stabilimenti di frutticol- 




Fig. 87. 
Innesto a spacco. 



Innesto a spacco 
con una sola marza. 



Fig. 89. 

Marze per l'innesto 

a spacco. 



tura, e quelle ottenute per innesto dai contadini. Le prime (perchè, 
purtroppo di sovente, provengono da vivaisti che speculano su miseri 
arboscelli per fare degli innesti) crescono deboli, rachitiche, fruttifi- 
cano se si vuole anche presto, ma presto periscono. Quelle invece ot- 
tenute dal contadino per innesto, sono eccessivamente rigogliose ma 
pochissimo produttive e ciò per il fatto, che il contadino sceglie per 
fare le marze i rami più vigorosi e di questi utilizza soltanto la parlo 
inferiore. L'arte non sempre riesce ad attenuare questi inconvenienti 
e molto di sovente, chiamato in simili casi, io dovetti consigliare dei 
rimedi radicali. 

Scartata adunque la parte inferiore, si tiene il ramo colla mano 
sinistra appoggiandolo sul dito indice, e colla mano destra armala di 



- 69 - 

innestatoio, si taglia sotto un occhio e su due facce la parte inferiore, 
in modo da ottenere una bietta triangolare (F fig. 89) lasciando in- 
tatta la corteccia sul dorso (A). Questi tagli devono essere fatti con 
l)Ochi tratti di coltello, acciò le superfici che devono venire in con- 
tatto col soggetto riescano ben liscie ed uguali. Superiormente la 
marza si recide in media a 3 gemme sopra la bietta (B), avvertendo 
però, che per i soggetti molto robusti, per i terreni molto ricchi, e nei 
climi umidi e freddi, si devono tagliare più lunghi ; ed anche a 2 sole 
gemme per i casi opposti. 

Preparata in tal modo la marza, si fa uno spacco al soggetto, nel 
senso del diametro (D fig. 87) adoperando un coltello o fenditoio (fi • 
gura 88), più o meno robusto a seconda del caso. Collo stesso coltello 
oppure con un cuneo di bosso, si tiene quindi aperta la fenditura, si 
immette colla mano sinistra per l'orifìzio superiore la marza, in modo 




Fig. 90. — Innesto a spacco sulla vite 
a) sezione orizzontale del soggetto ; b) nesto inserito. 

che la sua corteccia venga a coincidere con quella del soggetto, senza 
essere né sporgente, né rientrante. Nel caso soltanto in cui la corteccia 
del soggetto fosse troppo grossa, conviene che la marza sia inserita 
più in dentro. Quando non si possono inserire due marze come si vede 
nella fig. 87, ma soltanto una, allora bisogna procurare di fendere il 
soggetto soltanto da un lato. Fatto questo non si ha che da legare e 
coprire le ferite con un mastice onde evitare l'accesso all'aria, all'u- 
midità e alle bricciole di terra nello spacco. Altro esempio di innesto 
a spacco semplice sulla vite, l'abbiamo rappresentato sulla fig. 90. 

2. — I migliori legacci per gli innesti sono quelli che non si 
accorciano e neppure allungano sotto le influenze igrometriche, e che 
sono dotali d'una certa elasticità, che permette di cedere all'ingrossa- 
mento del soggetto. Più il soggetto sarà grosso, e più forte dovrà es- 
sere il legaccio. Le legature si fanno colle due mani. Si avvolge l'in- 
nesto a spirale dandogli una stretta bastantemente forte ad ogni giro, 
in modo che le legature non si possano muovere. Bisogna sempre 



- 70 — 

tenere in mente che l'ufficio della legatura è provvisorio; esso cessa, 
quando la saldatura è suflìciente per lo sviluppo della marza. 

Per ordine d'importanza, delle legature più usate, diremo che la 
lana filata possiede tutte le qualità volute per un buon legaccio, poi 
viene il cotone filato, specialmente per l'innesto ad occhio, quindi la 
corteccia di tiglio, la raphia (fig. 56), lo spago. Gli ultimi quattro de- 
vonsi bagnare coU'acqua prima di adoperarli. 

3. — Gli unguenti, misture o mastici, come si vogliono chiamare, 
servono a spalmare le ferite ed i tagli delle piante che si fanno sia 
per potarle che per innestarle, onde evitare una soverchia evapora- 
zione della pianta o specialmente un afflusso di linfa che come nel 
pesco e in tutte le piante a nocciolo, porta per conseguenza delle 
malattie cagionevoli, quale la gommosi. Visto lo scopo di questi ma- 
stici è evidente che essi devono corrispondere alle seguenti condi- 
zioni : 1." di non far seccare la ferita: 2.° di avere un colore tale da 
concentrare il minor grado di calore possibile ; 3.° di non screpolare 
all'azione dell'aria, e non liquefarsi al calore solare. 

Il miglior mastice è ancora quell'usato ab antiquo e cioè della 
buona terra argillosa leggermente umettata. Delle diverse misture con- 
sigliate, quella che trovai più conveniente è la seguente di Romeville, 
quantunque questa però non corrisponda tanto bene quanto una 
buona pasta di terra argillosa. 

Pece nera grammi 150 

Resina „ 150 

Cera vergine „ 25 

Sego „ 25 

Alcool denaturato „ 1/10 di litro. 

Si riscalda la mescolanza lino alla completa fusione delle sostanze, 
si ritira dal fuoco e, dopo che il liquido si sarà alquanto raffreddato, 
vi si aggiunge l'alcool, rimestando per bene, quindi si riscalda di 
nuovo leggermente. Questo mastice, che si può adoperare a freddo, 
si può colorire con la terra gialla o rossa. 

Altri mastici a freddo molto buoni sono i seguenti: 

grammi 830 di resina raffinata 

„ 15 „ pece nera 

„ 30 „ grassp di montone 

„ 35 „ cenere stacciata 

„ 90 „ spirito a 90° denaturato 

grammi 1000 

grammi 735 di resina raffinala 

„ 100 „ pece nera 

„ 30 „ grasso di montone 

„ 35 „ polvere d'ocra 

„ 100 „ spirito a 90° denaturato 

grammi 1000. 



— 71 — 

I mastici a caldo hanno il vantaggio di resistere di più al calore 
e si possono dare con maggiore facilità e speditezza adoperando il 
pennello, mentre per i primi bisogna adoperare una spatola. Si ado- 
perano più per guarire le ferite. 

Due buone formole di mastici a caldo sono : 



1. 






li. 




grammi 


915 


gì' 


animi 830 di 


resina raffinata 


„ 


15 




100 „ 


pece nera 


„ 


30 




30 „ 


grasso di montone 


„ 


40 


gr 


40 „ 


cenere stacciata 


grammi 


1000 


ammi 1000. 





Per mantenere il mastice caldo si sono costruiti dei fornelli ap- 
positi, di cui un esempio lo si ha rappresentato nelle fìg. 54 e 55. 

Di queste sostanze, la resina dà al mastice la proprietà di seccare 
più presto ; la pece rende il mastice più denso ; il sego lo rende più 
leggero; la cera, più untuoso e l'alcool lo mantiene liquido. 



XII. 
Innesto a spacco laterale. 

1. — Questo innesto evita l'inconveniente di dover decapitare il 
soggetto, le radici del quale, continuano, come prima dell'innesto, ad 
inviare il loro succo alle foglie. Questo succo è elaborato nel suo moto 
discendente e facilita la saldatura dell'innesto, nel medesimo tempo 
che continua a nutrire le radici. 

L'innesto a spacco laterale viene applicato alla vite quando si tratta 
di innestare dei ceppi vecchi di vite americana ed alle piante da frutto 
quando si ha bisogno di occupare uno spazio vuoto lungo il fusto con 
un novello ramo a legno od a frutto. 

Tale sistema di innesto può servire anche a soggetti giovani, ed ha 
il grande vantaggio di poterlo applicare per le piante da frutto nei 
mesi di aprile e maggio e per la vite nei mesi di agosto e settembre. 

2. — Per la vite questo innesto è chiamato innesto di Cadillac e di 
cui ne tolgo la descrizione dal Trattalo di Vilicolliira del prof. O. Ot- 
tavi. Gasalmonferrato, 1893. 

" Supponiamo un soggetto avente uno o due anni di piantamento; 
in esso l'ordinaria operazione della scalzatura vien fatta verso la fine 
di agosto od in principio di settembre, momento in cui si pratica l'in- 
nesto annuale. 

" Su questo soggetto, a qualche centimetro solamente al disopra 
del terreno, si opera uno spacco laterale, che arriva alla metà o quasi 
alla metà del legno, senza però mai trapassarla (fig. 91, D). 



- 72 - 

" Vi si inserisce allora la marza E, tagliata come si pratica per 
l'innesto a spacco. Nella fig. 91 essa ha una gemma sola, ma sarebbe 
meglio ve ne fossero due C sopra un nodo, ed allora si ha l'innesto 
in B. Bisognerà aver cura di non prolungare di troppo lo spacco la- 
terale fatto sul soggetto D, ma di regolar più esattamente che sarà pos- 
sibile sulla lunghezza del taglio fatto sulla marza E, che deve esservi 
inserita per formare l'innesto A. 





Fig. 91. — Innesto a spacco laterale della vite. 



" La marza E dovrebbe avere, come abbiamo detto, due gemme 
ed essere tagliata spaccandone sopra di esse una terza. Ma a questa 
opportunità, che diremo teorica, non sempre si può obbedire nella pra- 
tica. È da temersi che la marza innestala e prendente una posizione 
divergente rispetto al soggetto sia esposta cosi ad essere urtata e smossa 
dagli operai. Perciò si contentano a Cadillac di darle una lunghezza 
molto minore, tagliandola alla metà circa della lunghezza, che si vede 
nella figura A, e cioè a qualche centimetro al disopra della gemma. 



- 73 - 

" In questo modo la marza avrà un occhio solo invece di due, e 
sarà tagliata nella parte inferiore del meritallo invece di esserlo sul 
nodo; tuttavia, malgrado queste condizioni certo sfavorevoli, l'opera- 
zione, fatta con ogni cura sarà egualmente coronala di successo. 

" La legatura è fatta a preferenza con vimini sottili, i quali resi- 
stono assai bene conservandosi durante tutto l'inverno. „ 

Per eseguire con facilità questo innesto furono immaginati due in- 
nestatoi, una pinzetta cioè ed un coltello, i quali trovansi vendibili 
presso il Comizio agrario di Cadillac. 

Per praticare poi con successo l'innesto di C-adillac, è necessario eseguirlo abba- 
stanza presto. A questo proposito mi piace riportare quanto scriveva sul Giornale vini- 
colo italiano, nel 1888, il Dolt. Guimaldi: 

" È della più alta importanza tìssare l'epoca nella quale 1 innesto, di cui ci occu- 
piamo, debba praticarsi, stantechè alla cattiva scelta di esso son dovuti i pochi insuc- 
cessi, che si sono lamentati in Francia. Può cominciare ad eseguirsi, quando il legno 
dei sarmenti è sufficientemente maturo, aòutc, come dicono i Francesi: però si badi 
bene che, se si fa troppo precocemente, può accadere che, formata la saldatura, il nesto 
emetta un germoglio anticipato: questo non avrà mai il tempo di formarsi perfetta- 
mente e sarà rovinato dalle brine primaverili e quindi si indebolirà la vite senza gua- 
dagno. La esecuzione troppo tardiva arrecherà inconvenienti ancora maggiori, perchè 
la saldatura non avrà tempo di formarsi prima che la linfa abbia finito di circolare e 
l'innesto di sicuro fallirà. A Cadillac l'innesto si opera dalla metà di agosto alla metà 
di settembre, epoca opportuna anche nell'Italia settentrionale, ma che vuol essere ri- 
tardata di almeno un mese nell'Italia meridionale e nella Sicilia. In queste regioni 
specialmente è indisjjensabile l'innestare quando il terreno e l'atmosfera abbiano una 
sufficiente quantità di umidità e quindi dopo una abbondante pioggia ; in caso contrario 
il nesto si disseccherebbe rapidamente e la saldatura non potrebbe di certo avvenire. „ 



XIII. 
Innesto a corona. 



1. — Anche questo innesto è molto 
usato specialmente sopra i soggetti che 
presentano un diametro troppo grande 
per essere innestati a spacco. Si fa dal 
principio alla fine d'aprile, quando cioè 
la corteccia si stacca facilmente dal- 
l'alburno. 

1 soggetti che si vogliono innestare 
a corona devono essere capitozzali du- 
rante l'inverno a cm. 10 al disopra 
del punto dove s'intende fare l'inne- 
sto. Le marze si devono raccogliere 
pure durante l'inverno come abbiamo 
detto per l'innesto a spacco. 

L'operazione dell'innesto a corona 
consiste nel recidere il soggetto Cfig. 92) 




Fig. 92. 
Innesto a corona 



Fig. 'J-ò. 
Marza p. l'innesto 



come per l'innesto a spacco 



si solleva quindi la corteccia, vi si imnaette la marza, tagliata nella sua 



- 74 — 

estremità inferiore, non a bietta ma a becco di flauto, appuntito da 
una sola parte (A, fig. 93). Quando i fusti sono piccoli, si può fare nella 
corteccia una incisione longitudinale per facilitare l'introduzione della 
marza. Quando il soggetto è abbastanza grosso si possono inserire 2, 
3, 4, marze in circolo, da ciò anche il nome di innesto a corona. 
Fatto questo, basta legare meno stretto però che per l'innesto a spacco, 
per evitare delle strozzature e quindi si coprono le ferite con mastice. 
Questo innesto offre il vantaggio di evitare lo spacco del soggetto 
e di poterlo fare più tardi dell'innesto a spacco. 



XIV. 
Innesto inglese. 



1. — In questi ultimi anni, l'innesto inglese ha acquistato una 
singolare importanza, poiché con questo si propagano le viti no- 
strane su ceppi americani, onde evitare i danni della fillossera. 

Il soggetto sul quale si vuol praticare l'in- 
nesto, sia esso talea, sia barbatella, non deve /,, ig^ 
aver meno di mm. 6 di diametro, fig. 94-96; al //' !^M 
di là di 12 o 13 è difficile trovare le marze di 
grossezza uguale. La lunghezza deve essere di 




Fig. 94. 
Taglio del soggetto. 



Fig. 95. 

Taglio della marza 

prima di fare la linguetta. 



Vi 



Fig. 96. — Innesto 
preparato per la legatura. 



cm. 20 a 25, esso deve portare almeno due occhi o due nodi; taglian- 
dolo più corto di cm. 20 si potrebbe correr rischio che avesse a sof- 
frire la siccità al momento della ripresa;- tagliandolo più lungo di 
cm. 25, si troverebbe qualche difficoltà nel piantamento. 



75 - 



Fatta adunque per bene la scelta del soggetto, questo si taglia a 
bietta alla sua estremità superiore (fìg. 94), e ciò con una pendenza 
del 26 al 30 Vo» o» se si vuol meglio, con un angolo di 14 a 17 gradi, 
avendo cura di tenersi a 14 gradi per i sarmenti più esili. Alla prima 
prova è un po' diffìcile di tenersi a questa pendenza, ma con un po' di 
pratica e di colpo d'occhio si viene ad eseguire assai presto il taglio 
all'inclinazione voluta. La quale inclinazione, non è stabilita dal ca- 
priccio, come potrebbe parere, ma è la conseguenza acquistata dalla 
|)ratica di tutti gli innestatori che hanno fatto in grande l'innesto in- 
glese, ed eccone le ragioni. 

Affìnchè quest'innesto sia eseguito irreprensibilmente, bisogna, una 
volta adattati i due pezzi, che i punti di congiunzione non lascino as- 
solutamente alcun vuoto, e che l'innesto sia già solido di perse, senza 
il soccorso della legatura (fig. 96). Quando 
si fanno innesti inglesi a bietta lunga e lin- 
guetta pure assai lunga, le biette, non 
avendo più la rigidità voluta per restare 
nella linea retta che sempre devono conser- 
vare, si piegano sotto la pressione delle lin- 
guette. Queste poi, introducendosi nei tagli 
d'adattamento, formano linee curve quasi 
sempre in senso contrario a quello che do- 
vrebbero avere, e per conseguenza lasciano 
numerosi vuoti che solo una energica lega- 
tura potrà colmare. Se questa legatura viene 
per una causa qualunque a mancare, ecco la 




Fig. 97. - Come si fa la linguetta. 



Fig. 98. 



li 

Innesto inglese già fatto. 



saldatura dell'innesto gravemente compromessa: non vi ha allora che 
una saldatura parziale o l'insuccesso completo. Per l'innesto inglese 
a lunga bietta, la legatura è una cosa indispensabile, una necessità non 
scevra d'inconvenienti, necessità che si fa sentire sino a che la salda- 
tura non si sia completamente operata, mentre per l'innesto a bietta 
relativamente corta, coi pezzi saldamente adattati l'uno all'altro, la 
legatura non ha altro scopo che quello di preservarlo dagli urti che 
potrebbero spostare i tagli: una volta piantato e ben incalzato, esso 
potrà assai bene far senza della legatura. 



— 76 - 

Se si hanno inconvenienti coi tagli troppo lunghi non bisogna per 
([uesto farli troppo corti; al disotto d'un angolo di 14° l'adattamento 
dei due pezzi diviene più diffìcile e meno solido: infine per far bene 
bisogna attenersi alla media che abbiamo dato. 

Anche le linguette (fig. 97) destinate a tener saldi assieme soggetto 
e marza meritano tutta la nostra attenzione. Invece di farle assai lunghe 
o anche solo al terzo della lunghezza della bietta, come si facevano in 
principio, si è potuto riconoscere al giorno d'oggi che esse non devono 
sorpassare i quattro o cinque millimetri a seconda del diametro della 
marza sulla quale si opera (fig. 98). 

Ammettiamo ora la cifra 4 come media, e consideriamo una linea 
trasversale che tagli nel soggetto il centro della sezione da noi fatta 
col coltello: due millimetri al disopra di questa linea si applica il taglio 
ilei coltello innestatoio e lo si fa penetrare verticalmente seguendo la 
direzione del legno sino a due millimetri al disotto. Si ripete l'opera- 
zione sulla marza, che si fa di una sola gemma, assolutamente colle 
medesime norme, avendo cura di rialzare un po' col coltello l'estremità 
di ogni linguetta, allorché si ritira la lama dal taglio fatto, e ciò allo 
scopo di ottenere più facilmente l'unione delle due linguette. 

Quando si cominciò a studiar l'innesto sopra talee o barbatelle, si 
pensò di facilitare quest'operazione per mezzo di macchine. Molti inne- 
statoi meccanici furono inventati per praticare l'innesto inglese ed altri; 
ma l'impiego di essi risultò nella pratica, pieno d'inconvenienti. Con 
essi non si opera né meglio, né più presto di quello che si può fare 
col semplice coltello innestatoio che il vignaiuolo può sempre portare 
nel suo taschino. Il miglior coltello per questo innesto è il Kunde 
(fig. 37) costruito in Italia dalla Ditta Fugini di Brescia. 

Uniti assieme il soggetto e il nesto per mezzo delle linguette che 
abbiamo visto, si fermano le due sezioni l'una contro l'altra con una 
legatura o con un rivestimento di gesso. (Vedi l'articolo dell'Autore nel 
Giornale Vinicolo del 5 e 12 gennaio 1913. 

Molti non danno alcuna importanza al midollo. Difatti, per l'atte- 
chimento dell'innesto, fisiologicamente non ha influenza; è necessario 
però che i punti dove termina e dove comincia il midollo si trovino 
ad eguale distanza dal centro della sezione, affine che le due sezioni 
possano sovrapporsi. 

Fatto l'innesto esso ha bisogno, se non lo si mette subito in terra 
(il che è sempre preferibile, anzi è consigliabile di fare questi innesti 
al risveglio della vegetazione) d' essere tenuto fresco, al riparo dall'aria. 
Si procede quindi alla stratificazione degli innesti, preparando innanzi 
tutto sul terreno, preferibilmente in luogo esposto a Nord, uno strato 
di sabbia fina; su questa si piazzano, uno vicino all'altro, gli innesti 
lasciando tra essi solo un vuoto della lunghezza d' una talea. Si ripete 
questo letto di sabbia per una lunghezza ed altezza sufficiente per riu- 
nirvi la quantità d'innesti che si possiede ; si possono anche fare mucchi 
separati, specialmente se si hanno innesti di più varietà. Il caso essen- 



- 77 - 



ziale è di coprire il mucchio con uno strato di sabbia sufficiente a 
preservarlo dal contatto dell'aria, sino all'epoca del piantamento. L'al- 
tezza minima di questo strato protettore sia di 40 centimetri. 

Ora consiglio di stratificare i nesti nella sabbia umettata, coperta 
con un tetto per preservarla dall' eccessiva umidità ed esposta da un 
lato al sole. In questa stratificazione i resti cominciano a fare 
il callo. 

Per r impianto a dimora, il terreno vuol essere prima scassato e 
lavorato, e, se è argilloso, condizione poco favorevole all'emissione di 
radici, è sommamente necessario di interporre un piccolo strato di 
sabbia tra l'innesto e la terra, a fine di facilitare questa messa delle 
radici. Il migliore terreno è quello sciolto, irrigatorio. 

L'epoca migliore dell'impianto è il mese di aprile-maggio. 

Per piantare in vivaio si apre colla vanga un largo solco, tenendo 
il Iato superiore di esso un' po' in pendenza per appoggiarvi gli innesti 
su talea o su barbatella ; messi 
questi a posto sopra un pic- 
colo letto di sabbia ad una di- 
stanza di cm. 10 gli uni dagli 
altri, si coprono con un altro 
piccolo strato di sabbia sulla 
quale si getta il terreno del 
solco che si aprirà immedia- 
tamente. Se il terreno è secco, 
lo si bagna per tenerlo ade- 
rente air innesto. 

Per facilitare le cure di 
cui hanno bisogno gli innesti 
in vivaio, si piantano le file 
distanti cm. 50 oppure a dop- 
pie file distanti cm. 20 e fra 
una doppia fila e l'altra si la- 
scia uno spazio di l metro. 

Per la riuscita importa che la terra contro i nesti, sia battuta e che 
a 5 cm. sotto al livello del terreno si trovi il punto d'innesto. La se- 
conda gemma deve stare pure coperta, ma col cumulo di terra che 
si sovrappone (fig. 99). 

2. — L' innesto inglese si può fare anche a dimora, in fin di marzo 
o al principio d'aprile sopra soggetti piantati da un anno o due al più. 
Quando il soggetto è più vecchio, vi è meno probabilità di presa, di- 
venta troppo grosso per ricevere l'innesto inglese, e non si può appli- 
care ad esso che l'innesto a spacco ordinario che non dà mai una 
saldatura completa. Per l'innesto sul sito, si taglia generalmente con 
vantaggio il soggetto otto o dieci giorni prima dell'operazione dell'in- 
nesto, e cioè all'altezza a cui questo deve essere praticato. A capo di 
questi dieci giorni il taglio comincia a cicatrizzarsi, i pori del legno 



'à 




im. 



t 



Fig. 99. 



'Mm'^^ 



- Impianto di una barbatella 
innestata all' inglese. 



- 78 - 

sì restringono e si rinchiudono, il pianto della vite cessa. Questa linfa 
non elaborata, restando accumulata nella parte inferiore del soggetto, 
favorisce la formazione di cellule tra il soggetto e il nesto, e, per conse- 
guenza, anche la presa. 

XV. 
Innesto per approssimazione. 

1. — È il più antico di tutti i sistemi d'innesto. La natura ci dà 
degli esempi nelle foreste, dove si trovano talvolta degli alberi uniti 
fra loro per le parti aeree o sotterranee, in seguito al contatto intimo 
e sfregamento continuato prodotto dal vento. 





Fig. 100. — Innesto 

per approssimazione 

senza lingueUa. 



Fig. 101. — Innesto 

per approssimaz. senza linguettE 

con una pianta in vaso. 



Fig. 102. — Innesto 

per approssimazione 

a linguetta. 



L'innesto per approssimazione consiste dunque nel saldare due 
alberi per il loro fusto o per i loro rami. 

L'epoca d'innestare va dal principiare al finire del movimento della 
linfa, quindi dal marzo al settembre. L'operazione è identica, siano i 
soggetti o le marze legnosi o erbacei. 

2. — L'innesto più semplice per approssimazione consiste nel pie 
gare o ravvicinare i due rami o i due fusti che si vogliono saldare, in 



- 79 — 

modo da renderli paralleli e tangenti per una lunghezza di qualche 
centimetro. A questo punto di contatto si leva sopra ciascuno dei due 
rami una fetta permettainente eguale di corteccia e di alburno lunga 
da 3 a 6 centimetri, e quindi si legano solidamente e si intonacano per 
mantenere l'aderenza completa delle due ferite e per impedire l'accesso 
dell'aria, dove il contatto non è assoluto (fig. 100). 

3. — Invece di applicare semplicemente l'una contro l'altra le due 
superfici scoperte, per aumentare la superficie di contatto, si può sol- 
levare sopra ciascuna di queste ed in senso opposto, due linguette 
(fig. 101 e 102) lunghe un terzo della superficie messa a nudo e con uno 
spessore alla base di 2 a 3 millimetri, in modo da non intaccare il mi- 
dollo. Si fanno quindi entrare le due linguette nelle fessure praticate 
dietro ciascuna e poi si lega ed intonaca. Questo si chiama innesto per 
approssimazione inglese, od anche innesto per approssimazione a linguetta 
e con esso si ottiene una più pronta e più perfetta saldatura, che non 
coir innesto per approssimazione semplice. 



XVI. 
Innesto a gemma e ad anello. 

1. — L'innesto a gemma consiste in un pezzo di corteccia senza 
alburno, munito di gemma, che si introduce fra l'alburno e la cor- 
teccia del soggetto. Viene anche chiamato innesto ad occhio, od innesto 
a scudo. 

Si può farlo durante tutto il tempo in cui i soggetti sono in corso 
di vegetazione e che hanno la massima circolazione della linfa. Due 
però sono le epoche caratteristiche di questo innesto; la primavera ed il 
mese d'agosto. In primavera si fa quando i soggetti entrano in vege- 
tazione, ed in questo caso la gemma innestata vegeta immediatamente. 
Da ciò anche il suo nome di innesto a gemma vegetante. Innestando in 
agosto, innesto a gemma dormiente, la gemma non vegeta che nella pri- 
mavera successiva. Per le piante fruttifere si preferisce l'innesto d'a- 
gosto. 

Il ramoscello da cui ricavasi la gemma deve essere dello stesso 
anno, vigoroso, sano ed in pieno succo, in modo che la corteccia si 
stacchi agevolmente dall'alburno. Si scarti la base e la vetta; e delle 
foglie, si lasci un tratto di picciolo. Devesi impiegare sollecitamente. 
Volendo ritardare di alcun giorno, gli si lascia la base per tenerla im- 
mersa nell'acqua. 

Il soggetto deve trovarsi in succhio del pari del ramo che fornisce 
la gemma, anzi è preferibile più che meno. Esso deve essere pure sano 
e vigoroso, non importa l'età purché la corteccia sia liscia, e si stacchi 
facilmente senza lacerazioni, manifestando nell'alburno quell'umidità 
dovuta al cambio, senza del quale la saldatura non succede. 



Preparato il ramo nel modo dianzi accennato, per levare lo scu- 
detto, si fa una incisione trasversale a 2 cni. sotto la gemma. A partire 
da circa eguale distanza sopra la gemma che si vuol levare, si fa scen- 
dere la lama dell'innestatoio sotto la corteccia piano piano, fino al 
detto taglio orizzontale (fig. 103). In tal modo si ha la gemma staccata 
come si vede in (fig. 104). Rimanendo attaccato qualche brandello di 
alburno sotto la gemma, devesi levare destramente colle dita, in 




Fig. 104. 

Gemma staccata 

veduta dal disopra. 



Fig. 103. 
Operazione per levare una gemma da innesto. 



Fig. 105. 
Gemma staccata 
veduta al disotto. 



modo da non intaccare quella leggera protuberanza che trovasi sotto 
l'occhio, che è il suo punto vitale e si potrebbe chiamare anche la sua 
radice. Scientificamente si chiama cnrculiim (C fig. 105). 

iMeglio ancora prima di isolare la gemma, in ogni caso subito dopo, 
si fa un'incisione a T sul soggetto (AB fig. 106) oltre il doppio dell'o- 
rizzontale, si sollevano i lembi della ferita, dove l'incisione verticale 
incontra l'orizzontale e si introduce colla mano sinistra la gemma, fino 
che lo scudetto arriva all'incisione trasversale (fig. 107). In tal modo lo 
scudo rimane coperto da quei lembi, lasciando sporgere soltanto la 
gemma. Fatto questo si lega con della lana o filaccia di tiglio, come è 
indicato in A (fig. 108). 

Questo innesto a gemma nei vivai si fa di solito in basso e cioè 
a 10-12 cm. dal suolo e sopra soggetti giovani di 1 a 2 anni. Esso ha 



- 81 — 

il vantaggio della facilità e rapidità d'operazione e non procura nessun 
guasto rilevante alla pianta in caso d'insuccesso. I vivaisti si servono 
quasi esclusivamente di questo innesto ed è difatti raccomandabile spe- 
cialmente per le piante a nocciuolo. 



Fig. 106. 
Incisione a T per 
l'innesto a gemina 



Fig. 107. 
Gemma immessa 
nell'incisione a T. 



Fig. 108. 
Innesto a gemma 
dopo la legatura 





Fig. 109. — Innesto ad anello terminale. 



Fig. 110. — Innesto ad anello 



2. — L'innesto a gemma vegetante si fa nel mese di aprile, quando 
la pianta è in pieno succo, e dopo si recide il soggetto immediatamente 
sopra all'innesto e si scacchiano via durante tutto l'anno tutti i ger- 
mogli che avessero a sorgere sul soggetto. 

6 — T.^M.\uo - Frittlicoltnra. 



- 82 - 

Invece di una gemma a legno si possono inserire in primavera e 
nel medesimo modo delle gemme a frutto, dei dardi, dei brindilli. 

Questi innesti si fanno sopra i rami che non portano frutto e nelle 
parti che rimangono nude. 

3. — A questa categoria appartiene anche l'innesto ad anello, per 
il quale si opera nel seguente modo. 

Si recide il soggetto al punto in cui si vuol innestare con un taglio 
ben netto nel senso trasversale al suo asse (a fìg. 109 e 110) e poi si 
stacca la corteccia in 4 o 5 strisele lunghe 3 cm. {b fìg. 110). Intanto 
si avrà levato dalla cantina già da due giorni le marze di innesto, che 
saranno avvolte da un cencio bagnato e collocate in un sito caldo, 
onde le gemme si gonfino e la corteccia si stacchi. Al momento del- 




l'innesto, si prende fuori la marza della grossezza del soggetto o del 
ramo che si vuole innestare e si leva con precauzione un anello di 
corteccia alto 3 cm., possibilmente con due gemme. Questo anello 
(e fig. Ili) lo si immette nella parte scoperta del soggetto, si rialzano le 
strisele di corteccia e si legano colla scorza di gelso (d fig. 111). E dì 
capitale importanza che nei primi quindici giorni non penetri nelle 
fessure della corteccia e sopra la parte nuda del soggetto né l'umidità 
né l'aria, perciò é bene fare uso di un mastice o di una buona argilla 
per coprire tutte le parti scoperte ed avvolgere poi tutto con della 
cai'ta o cartocci di granturco per impedire la evaporazione. 

Questo innesto viene usato per il noce, gelso, castagno e si applica 
al piede oppure in testa alla pianta, sopra i diversi rami a breve di- 
stanza dall'estremità del tronco. Il suo vantaggio principale consiste 
in ciò che anche non ottenendo l'attechimento, la pianta si rimette 
presto. 



XVII. 
I soprainnesti. 

1. — Quantunque la scienza ci insegni che l'affinità fra generi vicini 
é tale da poter applicare l'innesto, con tutto ciò nella pratica, si riscon- 
trano delle eccezioni, di cui bisogna tener parola. 

Per esempio é noto, che il pero si innesta sul cotogno, anzi questo 
è il soggetto preferito per la fertilità e qualità delle frutta che si ot- 



- 83 - 

tengono; eppure ci sono delle varietà di peri, come la Decana d'in- 
verno, che non simpatizzano col cotogno, e che moltiplicate su questo, 
danno piante poco longeve e di pochissima vigoria. Per queste varietà, 
volendo averle con tutto ciò innestate sul cotogno, si ricorre ad una 
doppia operazione, e cioè si innesta prima sul cotogno una varietà di 
pero che col cotogno simpatizzi e su quest'ultima si innesta la varietà 
desiderata. 

Questa doppia operazione si chiama il soprainiieslo. 

Il soprainnesto viene anche adoperato per dare alla pianta una 
forma che essa non prenderebbe se venisse lasciata alle sue forze na- 
turali. Cosi ad esempio è noto, che le migliori e più scelte frutta da 
tavola, raramente si prestano per alti o mezzi fusti, perchè deboli di 
vigoria e facili a ramificarsi. Alcune altre varietà darebbero bensì dei 
mezzi ed alti fusti, se il getto venisse affidato nel vivaio ad un tutore. 
Ma di tutori nei vivai se ne fa uso il meno possibile, poiché i fusti 
crescono stentati, ed è bene preferire delle varietà che danno una get- 
tata forte, vigorosa e non ramificata, all'estremità della quale poi si 
può innestare la varietà che si vuole. 

Il soprainnesto si può anche adoperare per migliorare la qualità e 
per aumentare la quantità delle frutta. Ancora nei secoli decorsi venne 
raccomandato a questo scopo il soprainnesto da celebri scienziati, fra 
i quali il Duhamel, il quale disse che col soprainnesto si raggiunge 
un triplice scopo, e cioè di anticipare la fruttificazione, di aumentare 
il volume e la bellezza esteriore dei frutti e di migliorare il loro sapore. 

-Un esperimento che possono fare i frutticoitori sul vantaggio del 
soprainnesto sotto questo punto di vista, è il seguente. Quelli che ten- 
gono nei loro impianti degli alberi che danno sempre delle frutta tic- 
chiolate, provino a reinnestarli con la medesima varietà, ma con marze 
prese da alberi sani. L' esito è quasi sempre coronato da ottimo suc- 
cesso. Io ho provato a reinnestare degli Spina Carpi, e ne sono ri- 
masto soddisfatissimo, come dà buoni risultati il soprainnesto sul San 
Germano d'inverno, sulla Virgolosa, sulla Decana d'inverno, sul Martin 
secco, tutte varietà, senza contare di molte altre locali, che oggigiorno 
danno frutta imperfette e poche, oppure sono infruttifere per troppa 
vigoria. 

A Massa Lombarda si rigenera il pesco affetto da gommosi, col 
soprainnesto ; cosi pei susini, per ottenere dei fusti diritti, si innesta 
il Damas sul Mirabolano e su questo il susino. Così per avere delle 
piante di nespolo con bel fusto, si innesta sul Mespilus Santhie il quale 
alla sua volta è innestato sul biancospino. 

Questo reale vantaggio del soprainnesto ce lo possiamo spiegare 
nel senso, che al punto dell' innesto formasi sempre una strozzatura, 
la quale, impedendo il libero deflusso della linfa elaborata, fa sì che 
questa si arresta sopra al punto d'innesto ed alimenta meglio le gemme 
sovrastanti, disponendole a fruttificare. 

II Prof. Hardy fece già da anni una applicazione molto interes- 



- 84 - 

sante per formare delle spalliere vigorose e fertili di Decana d'inverno 
e Butirra d'Hardenpont. Esso cominciò a piantare i cotogni innestali 
col Cure al piede, e nell'anno successivo fa 3 innesti a gemma all'al- 
l'altezza di 25 a 30 cm. colla Decana d'invei'no e Butirra d' Hardenpont 
per ottenere le tre branche che formano poi la base della impalcatura 
della palmella. Con questo sistema sono state ottenute quasi tutte le 
rinomate spalliere della Scuola di Versailles. 

Ed ora veniamo all'applicazione dei soprainnesti. 

2. — Il sistema d'innesto preferibile è quello a gemma dormiente. 
Per soggetto intermediario si preferisca una vai'ietà vigorosa non solo, 
ma di conosciuta adattabilità ; da noi non possono certo mancare delle 
varietà locali. 

Il primo innesto sul soggetto si fa vicino a terra e poi nell'agosto 
successivo, se l'innesto ha dato un germoglio vigoroso, si può reinne- 
stare colla varietà che si vuole moltiplicare, semprechè si traili di 
forme basse. Trattandosi invece di forme d'alto fusto, conviene atten- 
dere due anni per fare l'innesto definitivo in testa. 

Una osservazione vuoisi fare e cioè, che il soprainnesto deve di- 
stare almeno 20 cm. dal primo innesto, perchè la linfa abbia un per- 
corso facile. 

I>e varietà di peri, le quali, innestate sul cotogno, hanno una vita molto effìmera, 
sono: Beurré d'Apremont, Beurré Bretonneau, Beurré d'Angleterre, Beurre de Lugon, 
Brooraparli, Délices de Lowenjoul, Doyenné Gombault, Ravut, Sarah, Grand Soleil, Ma- 
dame Chaudy, Marie Louise, Sucrée Troyenne, e per queste in Francia si sogliono ado- 
perare per soggetto intermediario: il Cure, Beurré Hardy, Pierre Joigneaux, Jaminet, 
Bergamotte Sageret. Potrebbero servire anche a questo scopo il Beurré d'Amanlis, Bon 
Chrétien d'été, Conseiller de la Cour, Royal d'hiver, Dame vert e Madame Favre, ma 
queste varietà formano un ingrossamento troppo pronunciato sul punto d'inserzione 
dell'innesto. 

Colle vaiietà da tavola più delicate e poco vigorose quali sono : il Beurré Clairgeau, 
Gambier, Henri de Courcelle, Federico de Wiirtemberg, Madame Lyé Baltet, Olivier de 
Serres, Seckel, Duchesse bronzee o panachée, ecc., si ottengono dei mezzi venti sopra- 
innestandole sulle varietà surriferite, così pure viene applicato il soprainnesto per 
quelle varietà la cui corteccia si fende facilmente e che perciò non si prestano per 
mezzo fusto. 

Questa varietà sono per esempio il Van Mons, Angèlique Ledere, Beurré Flou, 
Colmar de Nars, Délices des Chartres, Délices des deux Soeurs, Mad. André Leroy, 
Saint André, Tardive d'Anvers, ed altre ancora. 

In Germania per soggetti intermediari vengono molto adoperati pel pero : Nor- 
mànnische Cyderbirne, Metzer Bratbirne, Neue Poiteau, Englischer Butterbin, Bonne 
Louise d'Avranche, Curato e Butirra Hardy. 

I meli delle varietà : Reinette Ananas, Fenouillet, Reinette de Carmes, Reinette 
brodée. Reinette musquée, Borowitsl^y, Cortipendola, Jacquin, si soprinnestano sul 
Transparente de Croncels, Reinette de Cuzy, Reine de Reinettes, Belle de Pontoise, Ram- 
bour d'hiver ed anche sul Grand Alexandre e Cellini. 

Mercè il soprainnesto si possono ottenere bei mezzi venti di susini mirabolani 
innestati sul susino, innestando prima delle varietà vigorose che formano facilmente 
fusto, quali sono: Belle Louvain, Reine Claude de Bavay, Mitchelson, Prince Englebert. 

Infine col mezzo del soprainnesto si possono coltivare delle varietà 
non adatte al suolo. Cosi ad esempio nei terreni aridi ed esposti ai 



- 85 - 

venti della Provenza, dove bisogna tenere il mandorlo per soggetto, si 
innesta sopra quest'ultimo il pesco e, sopra il pesco, l'albicocco. 

La coltivazione del ciliegio sul S. Lucia, necessita pura il soprainnesto, quando si 
vogliano avere degli alberi grandi in terreni magri con delle varietà di poco vigore, 
(juali sono : l'Anglaise, Remercier, Royale nouvelle, Indule, Gobert. Per soggetto inter- 
mediario si adoperano i ciliegi duracini e le visciole. Anche per l'albicocco, volendolo 
allevare a pieno vento, conviene il soprainnesto. Sul susino si innesta una varietà 
molto rigorosa di altro susino, quali sarebbero il Belle de Louvain, Sainte-Cathérine, 
Heine Claude de Bavav. 



XVIII. 
Cura degli innesti. 

1. — Le cure d'indole generale sono le seguenti : 

a) Mantenere costantemente il terreno soffice e mondato da ma- 
lerbe. 

b) Sorvegliare le legature e rinnovarle quando corre pericolo di 
formarsi una strozzatura. 

e) Mettere a lato degli innesti dei tutori per legare i giovani ger- 
mogli e, trattandosi di innesti per approssimazione, per tener sempre 
fermi due rami posti in contatto. 

d) Cimare e svettare a poco a poco tutti i getti del soggetto, acciò 
la sua vigoria vada a vantaggio del nesto. 

e) Se sopra una pianta si sono fatti pili innesti, se ne conservi 
uno solo e cioè quello meglio riuscito. 

2. — Riguardo alle cure speciali, per l'innesto a spacco diremo, che 
sarà meglio favorire il germoglio di una gemma rivolta contro il centro 
del tronco che non all'i nfuori, affine di dare al fusto una direzione 
verticale. La slegatura si deve fare quando è assicurata la saldatura 
del nesto in autunno anziché in inverno, acciocché l'epidermide ed i 
punti di congiunzione si adattino gradualmente alla temperatura del- 
l'aria libera. 

Le stesse avvertenze valgono per l' innesto a corona, soltanto che 
volendo lasciar sviluppare tutte le due o tre marze per avere altret- 
tanti rami, convien lasciar sviluppare i germogli delle gemme situate 
all'infuori. 

Piantati gli innesti inglesi con quelle cure che abbiamo veduto, 
essi non devono essere assolutamente toccati nel periodo assai deli- 
cato in cui si forma la saldatura. Per mantenere freschezza nel terreno 
si coprono con della terra. In caso di siccità è buona cosa annaffiare 
abbondantemente. In luglio ed agosto, quando la saldatura è in buona 
via di formazione si scalzano colla massima cura senza procurar scossa, 
per tagliare le radichette che spuntano dalla marza. 

Agli innesti per approssimazione fatti durante la vegetazione si ta- 
glia la testa del soggetto al disopra del nodo, solo dopo la completa 



- 86 — 

saldatura, e poco alla volta, affine di non annegare, Y innesto. Anche lo 
slattamento dell' innesto devesi fare quando la saldatura è completa e 
poco alla volta. 11 meglio si è di farvi una tacca sotto il punto d'in- 
serzione, che si approfonda sempre più ogni 20 giorni, onde abituare 
l'innesto a vivere colle proprie forze. Il distacco completo è bene farlo 
nell'inverno anziché in corso di vegetazione. 

All'innesto ad occliio e fatto a gemma vegetante, dopo 15 giorni 
si slega e si taglia il soggetto a dieci o quindici cm. sopra l' innesto, 
allo scopo di lasciarvi un mozzicone che serve poi da tutore al gio- 
vane germoglio. Nell'inverno successivo si leva via completamente 
questo mozzicone, poiché il nuovo getto avrà acquistato una sufficiente 
robustezza ed una direzione normale. Gli innesti a gemma dormiente 
si lasciano intatti colle loro legature per tutto l'inverno, ed in prima- 
vera, prima che entrino in vegetazione, si opera come abbiam veduto 
per gli innesti a gemma vegetante. 

Se nei primi otto giorni, dopo fatto l'innesto ad anello, viene una 
pioggia ed un abbassamento di temperatura, la riuscita è molto com- 
promessa. Dopo 8 giorni si fa una visita, e trovandone qualcuno già 
secco o quasi, si può rinnovarlo sullo stesso soggetto tagliando più 
basso. Se l'innesto ha attecchito, ciò che avviene dopo 15 giorni, si 
levano i legacci e l'involucro. 



XIX. 

Innesti erbacei: Importanza e vantaggi. 
L'innesto Condurso e l'innesto Zerboni. 

1. — Questi innesti vengono applicati soltanto alla vite e per qual- 
che pianta dei paesi caldi. Hanno il vantaggio, oltre che la facilità 
d'attecchimento, di non compromettere l'avvenire della pianta quando 
non riescono. 

E' già noto per legge fisiologica, che gli innesti riescono tanto più 
facilmente e si ha la saldatura più completa, quanto più giovane è il 
tessuto che si mette in contatto. E' naturale quindi che i viticoltori i 
quali devono ricostituire le loro vigne su ceppo americano, si lascino 
attrarre dalla prova di questi innesti. 

2. — In questo trattato mi limiterò di far conoscere sommariamente 
Vìnnesto Condurso. 

Ecco quanto ne dice il prof. O. Ottavi, nella sua opera di Viticol- 
tura teorico-pratica. 

" L'innesto Condurso non è altro che un'innesto inglese fatto con 
elementi erbacei, invece che con legnosi. In Sicilia lo praticano fra il 
maggio e giugno, precisamente quando i due individui sono abbastanza 
sviluppati in modo da potei'si ben differenziare i due tessuti princi- 



pali, il corticale ed il legnoso : allora si sopprimono, nel getto ameri- 
cano tutti i sarmenti inutili, e se ne lascia uno solo, preferibilmente il 
più diritto ed il più robusto, sul quale, scelta la marza euroi)ea d'e- 
gual grossezza, si pratica il ben noto innesto inglese, legando jìoi con 
legaccio che non stringe troppo i tessuti e avviluppando il tutto colla 
solita foglia, legata lentamente con cotone non torto e che deve impe- 
dire alla marza di appassire. „ 



PARTE TERZA 
POTATURA DELLE PIANTE DA FRUTTO 



I. 
Principi generali. 

1. — La potatura degli alberi da frutto è l'arte di disporli e di alle- 
varli per trarne il maggior utile possibile. Oltre che il taglio propria- 
mente detto, comprende quindi un complesso di operazioni quali sono 
la legatura, le incisioni, le cimature, le torsioni e cosi via, che stanno 
in rapporto con esso. 

Dopo la lavorazione del terreno e la concimazione, la potatura è 
la principale operazione nella coltura delle piante da frutto. Bene a ra- 
gione Columella scrisse che chi lavora intorno agli alberi li prega, chi 
li concima li supplica, ma chi pota, li costringe a dar frutta. 

La pratica della potatura, si ben conosciuta in altri paesi, è ancora 
poco diffusa da noi e ciò specialmente per il fatto, che assai pochi 
sono quelli, i (juali della frutticoltura formarono un cespite esclusivo 
di produzione. Le molte piante da frutta che si trovano sparse per le 
campagne sono abbandonate a sé stesse, si lasciano crescere a loro 
piacimento, la loro fronda è fìtta e formata di rami che s'incrociano 
uno coll'altro nel modo più capriccioso, cosi da proiettare ombra so- 
pra una vasta superfìcie del terreno. E che diremo dei raccolti che 
danno queste piante? L'intermittenza di produzione è la loro caratte- 
ristica, cosi che un anno si ricava una quantità di frutta, mentre poi 
per lungo tempo si ha scarso raccolto. Anche la qualità ne scapita, 
poiché nelle piante abbandonate, non essendo sempre equilibrata la 
produzione fruttifera con quella legnosa, ne avviene che la frutta riesce 
meschina e di sapore mediocre. 

Con queste ed altre considerazioni che si potrebbero fare intorno 
agli svantaggi di abbandonare a sé stesse le piante da frutto, il lettore 



- 89 — 

avrà compreso di già che mio scopo è di condurlo a riconoscere, nella 
potatura, una delle pratiche più importanti, e senza della quale è inutile 
discorrere di voler allevare per lucro delle piante da frutto. 

2. — Ma perchè la potatura riesca vantaggiosa, conviene che sia 
fatta con raziocinio, eseguita con esattezza e con moderazione. Questo 
mezzo di coltura, se ben inteso, accelera il godimento dei frutti, li 
rende più voluminosi e saporiti, diminuisce le cause che nuociono alla 
loro produzione, prolunga la durata degli alberi e dà loro la forma 
conveniente. 

La potatura è il mezzo migliore per rimettere una pianta che de- 
perisce e si mostra affievolita o improduttiva, infine è il mezzo di fa- 
vorire la vegetazione a tutto ftostro vantaggio. 

Per ottenere tutti questi vantaggi però, non conviene far violenza 
alla natura, ma assecondarla, studiando il modo di vegetare di ciascuna 
specie e da questo poi ritrarre le cognizioni utili. 

3. — Da quanto precede risulta evidente che bisogna far sopra le 
piante due generi di potatura : 

a) Potatura di formazione, che ha lo scopo di dare alla pianta la 
forma desiderata; di regolare lo sviluppo relativo delle diverse branche 
che ne formano l'ossatura. 

bj Potatura di produzione, che ha lo scopo di provocare lo sviluppo 
dei rami a frutto assicurando loro una buona costituzione, una razio- 
nale disposizione delle gemme da frutto ed una regolarità nella loro 
fruttificazione. Questa potatura deve quindi disporre l'albero per una 
fruttificazione bella, regolare e ben distribuita. 

I principi che reggono la potatura di formazione variano colla spe- 
cie e col vigore individuale della pianta. 

La potatura di produzione all'incontro differisce da una specie al- 
l' altra in modo assoluto e per essere ben praticata bisogna che chi 
opera, conosca perfettamente come si sviluppa l'albero e come sono 
costituiti i rami fruttiferi, pur tenendo conto delle condizioni in cui 
l'albero si trova, del vigore della varietà e dell'individuo sul quale si 
opera. 



II. 

Gemme. 

1. — Come il seme racchiude il principio della vita di una nuova 
pianta, cosi le gemme racchiudono i rudimenti per formare dei nuovi 
rami e fiori. 

Le gemme, come è noto, sono quei corpicelli di figura per lo più 
ovoidale, che si trovano all'estremità dei rami annuali ed anche all'a- 
scella delle foglie. Esse sono formate di scaglie che si sovrappongono 
e rinchiudono un corpo centrale più piccolo, che si allunga e si tra- 



- 90 - 

sforma formando dei rami a legno o dei fiori. Delle gemme si di- 
stinguono quindi quelle che, sviluppandosi, producono dei nuovi rami 
e perciò vengono chiamate gemme a legno : e quelle che producono 
lìori e poi frutti, epperciò chiamate gemme a fruito. 

2. — Le gemme a legno si distinguono da quelle a frutto oltreché 
per la loro forma esteriore ed interna, anche per il tempo che impie- 
gano a formarsi e per la posizione che occupano. 

3. — La gemma a frutto è sempre più grossa, più arrotondata, 
leggermente elastica al tatto ; quella a legno invece, è di forma conica, 
più consistente ed è coperta di squame più serrate. Rispetto alla con- 
formazione interna, se noi facciamo una sezione trasversale ad una 
gemma a fiore, si osserva nel centro di un contorno verde, 4 punti 
rossi, rappresentanti il fiore in embrione. Nella vite la sezione della 
gemma fruttifera si presenta come un oo rovesciato ; se la gemma è a 
legno, la sezione è rotonda. Nelle gemme a legno della maggior parte 
delle piante da frutto la sezione appare tutta verde. Infine le gemme 
a legno si trovano di preferenza sui rami che hanno una direzione 
verticale, mentre quelle a frutto sui rami che hanno una direzione 
orizzontale ed obliqua. 

4. — Delle gemme a legno conviene distinguere : 

a) La gemma terminale, che si trova all'estremità dei rami che 
danno le gettate più vigorose. 

h) Le gemme laterali, quelle che si trovano lungo i rami. 

e) Le gemme latenti o dormienti, che si trovano alla base dei rami 
per una lunghezza media di cm. 6, e di solito non germogliano. Di 
queste il frutticoitore molte volte si serve per ringiovanire i rami. 

Quasi ogni gemma da legno ha una o due sottogemme o soltoocchi, 
|)oco apparenti, collocati ai lati e destinati a sostituire la gemma prin- 
cipale, se questa avesse a perire. Nelle piante a nocciolo, i sottoocchi 
sono ordinariamente gemme a fiori. 

5. — Notevole è la difTerenza di tempo che le gemme impiegano 
per germogliare. Generalmente nelle piante a nocciolo, le gemme che 
non si sviluppano nell'anno successivo alla loro formazione, muoiono. 
Nelle piante a granella le gemme possono rimanere inattive per parec- 
chi anni. Quanto più una pianta proviene dai paesi caldi, tanto minor 
tempo le gemme a frutto impiegano a formarsi. Così la vite, il fico, 
lìoriscono durante il corso della prima vegetazione; le piante a noc- 
ciolo, che provengono da paesi meno caldi, come il pesco, 1' olivo, il 
mandorlo, l'albicocco, richiedono due vegetazioni per costituire i fiori ; 
le nostre piante da frutto indigene, il pero, il melo, il susino, il cilie- 
gio ed il ribes, richiedono tre vegetazioni, e soltanto due quando ven- 
gono sottoposti a coltura forzata. Anche nella stessa specie troviamo 
differenze notevoli. Cosi il ciliegio dolce che è indigeno, porta i frutti 
soltanto sul legno di due anni ; il ciliegio acido, che proviene proba- 
bilmente dall'Asia minore, fruttifica sul legno dell'anno precedente. 
Anche il susino nostro ordinario fiorisce sul legno di tre anni, mentre 



— 91 - 

le susine Regina Claudia, che provengono dalla Palestina, importate 
dai Crociati, fioriscono sul legno dell'annata precedente. 

Quando una gemina a frutto non si dispone a fiorire, alla ripresa 
della vegetazione si sviluppano alla sua ascella due o tre foglie, nel 
secondo anno otto o dieci, nel terzo infine, si ha lo sbocciamento dei 
fiori. 

6. — Le gemme sono per lo più equidistanti una dall'altra e l'in- 
tervallo si chiama inlernodio. 

Le gemme, come le foglie, sono disposte lungo il ramo in un ordine 
particolare, che è diverso secondo la specie. Una gemma si trova esat- 
tamente sulla medesima linea di un' altra sottostante, dopo un certo 
numero di gemme nello spazio intermedio, cosicché questo numero 
varia, ma per lo più sono 5 collocate a spirale. Perciò nella maggior 
parte delle nostre piante da frutto è la sesta gemma che si trova esat- 
tamente sopra la prima. Ne risulta, che se lungo un fusto noi vogliamo 
ottenere un ramo esattamente sovrajjposto a quello inferiore, bisognerà 
cercare la sesta gemma. Sopra alcune specie le gemme sono opposte, 
sopra altre, come nella vite si alternano a destra e sinistra. 



IH. 
Rami. 

1. — Corrispondente alla distinzione che abbiamo fatto delle gemme, 
possiamo fare la distinzione dei rami e cioè chiameremo: rami a legno 
quelli che hanno delle gemme a legno; rami a frutto quelli che possie- 
dono gemme esclusivamente a fruito : rami misti quelli che hanno 
gemme a legno ed a frutto. 

Dei rami a legno si distinguono : 

a) Ramo ordinario a legno che costituisce l'ossatura della pianta. 
Il primo ramo a legno lo abbiamo nel fusto, che nella sua estremità 
superiore si divide in altri rami chiamati branche. Di queste conviene 
distinguere le branche madri principali che sono quelle che stanno in 
immediata comunicazione col fusto; le branche madri secondarie che 
partono dalle branche madri principali e le branche madri terziarie che 
partono dalle secondarie. Nella vite il ramo a legno si chiama sarmento. 

b) Succhione o vermena. E' questa una produzione legnosa a lunghi 
meritalli, che si trova di frequente all' incurvatura dei rami, oppure 
nella parte superiore della corona dell'albero. Se è molto vigorosa, la 
vermena si deve svettare, onde impedire uno squilibrio della pianta. 
Alcune volte però si lascia, e ciò quando si tratta di ringiovanire dei 
rami esauriti. Se la vermena sorge alla base del fusto si ha il pollone. 

e) Rami anticipati o falsi rami. Quando lungo la vegetazione si 
sviluppa qualche sott'occhio, si hanno i rami anticipati o falsi rami. 
Nella vile si chiamano femminelle e quelli che sorgono dalle gennne delle 



- 92 - 

femminelle s chiamano sollofemminelle. Questi rami anticipati si for- 
mano molto di frequente sul pesco e riescono anche a maturare cosi da 
portar fruiti nell'anno venturo. Nelle altre piante invece si sopprimono, 
perchè durante l'inverno non essendo arrivati a maturazione non da- 
rebbero né frutto, né buoni germogli legnosi nel venturo anno. 
2. — Dei rami a frutto abbiamo : 
aj II brindino, che é un rametto sottile, flessibile, della lunghezza 
di cm. 15 a 30, munito di piccole gemme poco sporgenti, meno l'ultima 



Dardo a marzetto. 




Fig. 115. — Pera che alla base del peduncolo 
diede una borsa ed un brindillo. 



Fig. 114. 
Brindillo. 



gemma che é a frutto. Questi rami si possono conoscere anche in estate, 
poiché non si allungano come gli altri e terminano con una coroncina 
di foglie. Come la gemma terminale, anche le gemme mediane possono 
trasformarsi in frutto (fig. 112). 

bj II dardo. E' un ramoscello lungo da cm. 1 a 7, liscio, che tro- 
vasi piantato ad angolo retto lungo i rami e termina con una o più 
gemme a frutto. Nelle piante selvatiche il dardo è appuntito e forma 
una spina, in quelle a granella (fig. 112) termina con una grossa gemma 



- 93 - 

a frutto, raramente con più. Nelle piante a nocciolo, si trovano più 
gemme a fiore con in mezzo ed all' estremità una gemma a legno. 
Questi dardi con più gemme a fiore, si claiamano a mazzelto (fìg. 113). 
Quando da una gemma si sviluppano due o tre foglie nel primo 
anno e nel secondo una coroncina di quattro o cinque foglie, allora 
si sviluppa un dardo grinzoso, appuntito e non a superfìcie liscia 




Fig. 11 



Lamburda di pero. 



Fig. 117. — Ramo misto di pesco. 



come il dardo testé descritto. Per distinguerlo lo chiameremo dardo 
infriiKifero. Ma nelle piante a granella nel terzo anno arrotonda la 
sua estremità, è contornato da sette a nove foglie e diventa frutti- 
fero (vedi d fig. 116). Questi dardi cosi allungati, grinzosi, nelle piante 
a nocciolo fruttificano nel secondo anno, ma si spossano facilmente 
e periscono. 

Questa produzione è propria di alcune varietà, cosi la pera Decana 
e Duchessa è ricca di dardi grinzosi, mentre la Butirra d' Aremberg 



- 94 - 

abbonda di dardi normali; la Passa colmar e 1' Esperen hanno molti 
brindilli. Generalmente le piante deboli abbondano di dardi grinzosi. 

e) La borsa. Durante la maturazione dei frutti a granella, si forma 
alla base di ogni penducolo un ingrossamento procurato dall'accumu- 
larsi di materiali di riserva, che sono destinati alla fruttificazione ven- 
tura. Questi rigonfiamenti sono appunto le borse, le quali danno ori- 
gine alla lor volta a dei dardi e brindilli (fig. 115). 

d) La lamborda. Diverso è il significato che si suol dare dagli 
autori a questa parola lamborda. Dalla maggior parte però viene con- 
siderato per lamborda, quell'aggruppamento di dardi, borse e brindilli 
che si forma in seguito a ripetute fruttificazioni, come si vede nella 
fìg. 117. 

Da ultimo diremo alcunché dei rami misti. 

3. — I rami inisli, chiamati anche ramali, si trovano di preferenza 
sulle piante a nocciolo e specialmente sul pesco. Portano gemme a 
legno, gemme a frutto talvolta solitarie e talvolta raggruppate. Molte 
volte questi ramuli sono provveduti di una gemma alla base, ed allora 
si lasciano per avere il frutto, che è succosissimo. Di essi si può anche 
servirsi per formare l'impalcatura della pianta (fig. 117). 



IV. 
Precetti generali della potatura. 

1. — La potatura è necessaria : 

a) nei primi anni, per ottenere uno sviluppo normale della pianta 
e per darle una forma ; 

bj negli anni successivi, per mantenere la forma, la costanza della 
fruttificazione e la qualità dei frutti. 

2. — Colla potatura si accorcia la vita della pianta. Bisogna ricono- 
scere che coi tagli, colle cimature, noi forziamo la pianta a dare nuovi 
germogli o frutta più grosse, epperciò è naturale che la pianta viene 
spossata più di quello che se venisse lasciata libera. Non per questo 
dobbiamo stancarci di raccomandare la potatura, poiché quel minor 
tempo di vita della pianta viene largamente ricompensato dalla mag- 
giore rendita ottenuta. 

Dopo queste considerazioni, risulta evidente anche il seguente 
precetto : 

3. — Alla pianta bisogna dare la forma che più si avvicina alla sua 
naturale. Operando in tal modo la forzeremo meno. 

4. — // vigore e la fertilità di una pianta variano a seconda del 
clima, del terreno e della località. 

Quanto più al Nord tanto più lunghi e legnosi sono i rami mentre 
al Sud si sviluppano i rami più esili, disposti a fruttificare più abbon- 
dantemente e con maggior regolarità. Cosi avviene anche da noi, che 



- 95 — 

dopo le estati calde ed asciutte si ha sempre maggior fruttificazione. 
Perciò nei paesi più freddi del nostro, per utilizzare al massimo il 
calore, applichiamo le piccole forme addossate ai muri. 

Nei terreni soffici, permeabili, fertili, facili a riscaldarsi, il legno 
matura più presto e le frutta sono più belle, succose ed abbondanti. 
Quanto più un clima è rigido tanto più bisogna ricercare questa qua- 
lità di terreno. I terreni compatti, argillosi, profondi, umidi, danno 
estrema vigoria alla pianta, ma la rendono poco produttiva. 

5. — Il vigore di ima pianta dipende dal nwdo con cui circola la 
linfa. — E' indispensabile quindi per il frutticoitore di conoscere le 
condizioni che influiscono sulla circolazione. 

Ogni specie esige in primavera una temperatura più o meno elevata 
per entrare in vegetazione. Il ribes entra in vegetazione a 3°, la vite 
esige 11". Se nei giorni successivi avviene un raffreddamento della 
temperatura, la circolazione si rallenta e la fioritura è compromessa. 

Nelle piante a granella più che in quelle a nocciolo, avviene sempre 
un rallentamento della linfa, specialmente nei mesi più caldi ed il mo- 
vimento viene ripreso in agosto. Allora abbiamo la cosidetta linfa 
d'agosto, la quale dà di solito dei rami anticipati. 

Questa linfa viene assorbita dalle radici capillari, in corrispondenza 
alle quali e nella medesima direzione si sviluppano anche i rami. Cosi 
pure le radici verticali tendono a far sviluppare i rami verticali e 
quelle striscianti, i rami orizzontali. 

La linfa viene attirata principalmente dalle gemme meglio costi- 
tuite e nell'ascensione non fa sviluppare il l'amo per tutta la sua lun- 
ghezza, ma all'estremità, cosi che lo spazio fra foglia e foglia non cambia. 

6. — // vigore di ana pianta dipende in gran parte dall'eguale di- 
stribuzione della linfa in tutte le sue branche. Se la linfa abbandona 
qualche branca e si porta con maggior affluenza nelle altre, quella 
allora si indebolisce, si esaurisce, dando dei frutti meschini, e che non 
vengono portati a completa maturanza. Egli è quindi necessario, vo- 
lendo conservare ai nostri alberi la loro forma e la sanità, di fare la 
potatura in modo da mantenere un perfetto equilibrio in tutte le 
branche principali. 

Il gran mezzo per ristabilire l'equilibrio consiste nel tagliare poco 
o punto la branca debole e di accorciare la branca forte all' altezza 
della branca debole, avendo cura di tagliare corto anche i rami laterali. 
In seguito a questa operazione, la linfa che viene attratta anche dalle 
foglie, si porta in eguale quantità su tutte le parti e perciò si ha un 
accrescimento regolare. Ma ci sono degli altri mezzi che servono a 
completare l'effetto di questa operazione, e sono : 

a) Inclinare la branca forte e mantenere verticale la debole. 

b) Mozzare molto per tempo i getti della branca forte e più tardi 
possibile quelli della debole. 

e) Sopprimere semplicemente un certo numero di foglie alla 
branca forte, senza svellere il picciolo. 



- 96 - 

d) Lasciare il maggior numero di frutti possibile alle branche 
forli e sopprimere quelli della debole. 

7. — La durala ed il vigore di ima pianta dipendono in gran parie 
dall'equilibrio della parie aerea colle radici. Da questo precetto risulta 
che, ogniqualvolta si trapianta un albero, bisogna fare dei tagli alle 
branche, in proporzione dell'estensione delle radici che vengono lasciate 
nel terreno o che sono state recise. Lo stesso si deve operare quando 
una pianta venisse colta da qualche malattia alle radici, oppure quando 
è vecchia. 

8. — La linfa tende sempre a salire dalle radici alle branche il più 
verticalmente possibile, perciò abbonda nei rami verticali a detrimento 
degli altri. Sulla conoscenza di questo principio si basa l'incurvamento 
dei rami, mezzo per il quale noi impediamo l'ascesa troppo abbon- 
dante della linfa e la forziamo a portarsi verso altri rami. Quando una 
branca è troppo rigogliosa e peixiò poco produttiva di frutta, per ar- 
restare la sua crescita si deve inclinarla più o meno ed al contrario, 
per rinvigorire un ramo debole, non si avrà che portarlo in direzione 
verticale. 

Molti autori raccomandano di tagliare lunghe le branche superiori, 
quando queste sono molto sviluppate in confronto delle inferiori. Ope- 
rando in tal modo dicono, la linfa invece di concentrarsi sopra una o 
due gemme soltanto, viene suddivisa sopra dodici o quindici, e quindi 
quelle branche non potranno crescere con quella vigoria da squili- 
brare la pianta. Ma la quantità di linfa necessaria per quindici gemme, 
non sarà forse superiore a quella che affluisce a due gemme soltanto ? 
Credo di sì, quindi le branche inferiori non ne risentiranno alcun 
vantaggio. Perciò il metodo di tagliare lungo per ristabilire l'equilibrio 
in una pianta deve essere abbandonato, si applichi invece il taglio 
corto alle branche superiori e possibilmente si portino in una posi- 
zione inclinata o si incurvino. 

9. — La linfa fa sviluppare dei germogli molto più vigorosi ad una 
branca tagliala corta, che ad un'altra tagliala lunga. E' facile convin- 
cersi di questa verità inquanlochè, la linfa, avendo da alimentare tre 
o quattro gemme soltanto, queste daranno getti molto più vigorosi che 
se fossero dieci o quindici. 

Volendo perciò ottenere dei rami a legno, si deve tagliare corto, 
perchè i rami vigorosi non portano che poche gemme a frutto ; se 
invece si vogliono far sviluppare dei rami a frutto si taglia lungo, 
poiché i rami .poco vigorosi si caricano d'un numero maggiore di 
gemme a frutto. 

Un'altra applicazione di questo principio l'abbiamo, quando si ha 
un albero spossato, o per la troppa produzione fruttifera, o per ma- 
lattie. Tagliando corto, per uno, due ed anche tre anni, si otterrà una 
quantità di legno sufficiente per riattivare il movimento della linfa e 
per ristabilire l'equilibrio. 

Quest'ultima applicazione sembra essere in contraddizione con 



- 5Jt - 

quello che abbiamo detto nel precetto n.° 6 e cioè, che per ristabilire 
l'equilibrio fra due branche di diverso vigore, si debba tagliar corto 
la branca forte e poco o punto la debole. Questa contraddizione però 
non è che apparente. Difatti si dà vigore ad un ramo tagliandolo lungo 
se gli altri rami sono tagliati corti. Si indebolisce un ramo tagliandolo 
lungo se le altre branche sono tagliate lunghe, essendo la linfa meno 
concentrata. Si dà vigore ad una branca tagliandola corta, se le altre 
branche sono pure tagliate corte, poiché la linfa rimane più concen- 
trata. Infine si indebolisce un ramo tagliandolo corto se le altre bran- 
che sono tagliate lunghe, poiché queste dominando per il maggior 
numero di gemme attirano una maggior quantità di linfa. 

10. — La linfa, tendendo sempre ad affluire air estremità dei rami, 
sviluppa le gemme terminali con maggior vigore di quelle di mezzo e 
della base. Questo precetto devesi applicare ogni qualvolta si hanno 
da tagliare delle piante giovani o che si voglia in genere ottenere il 
prolungamento di qualche ramo. Il taglio di questi rami devesi perciò 
fare sempre sopra la gemma più vigorosa e non lasciare alcuna pro- 
duzione fruttifera al di là di questa gemma. 

11. — Sopprimendo una branca, la linfa va a profitto delle branche 
vicine. Quando una branca é indebolita in modo da non lasciar spe- 
ranza di ristabilirla nel suo primiero vigore, quando essa é affetta da 
qualche malattia la di cui guarigione è dubbia, conviene svettarla ad- 
dirittura prima che muoia completamente, poiché in questo caso, le 
branche vicine ricevendo una maggiore quantità di linfa, si irrobusti- 
scono e presto rimpiazzano il vuoto lasciato dal ramo soppresso. 

12. — Nelle branche in cui la circolazione è rapida e vi affluisce la 
maggior quantità di linfa, si ha anche la maggior produzione legnosa ; 
ed in quelle invece in cui essa non si porta in grande abbondanza, si 
hanno molti frutti e poco legno. Da questo precetto possiamo trarre la 
conseguenza che, quando una branca porta troppo legno, bisogna im- 
pedire un tanto afflusso di linfa, i)er esempio inclinandola orizzontal- 
mente, per forzarla a dare frutti. Se al contrario si volesse aver del 
legno, la si porta in direzione verticale per concentrare la linfa sopra 
due o tre gemme. L'esperienza ha dimostrato, che tagliando ad una o 
due gemme, si hanno dei rami a legno forti e robusti ; tagliando a 
metà lunghezza, il terzo superiore fornisce dei rami a legno, il terzo 
intermediario dei brindilli ed il terzo inferiore dei dardi. 

13. — Quanto maggiori sono gli ostacoli che si oppongono alla libera 
circolazione della linfa, tanto maggiore è la produzione di frutti di quel 
ramo o di quella pianta, (ili alberi cominciano a formare delle gemme 
a frutto soltanto quando è trascorso un dato numero di anni e cioè 
quando sì son provveduti di quel sufficiente numero di organi che 
servono a preparare meglio la linfa e la vegetazione legnosa ha assunto 
un certo sviluppo in modo che la circolazione della linfa si rallenta, 
per l'estensione delle ramificazioni che deve percorrere. 

Le operazioni principali di cui si può servire il frutticoitore per 

7 — Tamaro - Frutticoltura. 



- 98 - 

diminuire l'intensità dell'azione della linfa e pei'ciò per disporre le 
piante a portare frutto, sono le seguenti : 

a) Tagliare molto lunghi i prolungamenti delle branche. 

b) Applicare ai rami che nascono sui prolungamenti, tutte quelle 
operazioni che hanno lo scopo di diminuire il loro vigore. 

e) Praticare il taglio d'inverno molto tardi e cioè quando i nuovi 
germogli hanno raggiunto la lunghezza di cm. 4. 

d) Innestare delle gemme a frutto. 

e) Piegare più orizzontalmente possibile le branche. 

f) Praticare colla sega a mano, in febbraio, alla base del fusto, 
una incisione anullare, per intaccare gli anelli esterni del legno. 

g) Scoprire le radici per un buon tratto in primavera, lascian- 
dole esposte all'aria per tutta l'estate. 

lì) Trapiantare le piante alla line d'autunno e ripiantandole colla 
massima cura, lasciando intatte le radici. 

. i) Scalzare le piante in primavera e mutilare le radici più pro- 
fonde, gròsse e verticali. 

14. — Le branche vengono mozzale durante il corso della vegetazione, 
per la sovrabbondanza di linfa che non potendo produrre del legno, pro- 
ducono dei rami e delle gemme a fruito. Acciò questo principio produca 
lutto il suo effetto, bisogna fare questa operazione al primo risveglio 
della vegetazione e ripeterla altre volte durante l'anno, poiché altrimenli 
succederebbe la formazione di nuove gemme che si svilupperanno in 
legno. 

15. — Quanto più si sforza un albero a dare dei frutti, tanto più lo 
si spossa; più si favoriscono le formazioni legnose, tanto più aumenta di 
vigore. Questo precetto insegna al frutticoitore il modo di condursi per 
ottenere per molto tempo dei buoni raccolti sopra degli alberi robusti. 

Tutti avranno fatto l'osservazione, che quando un albero ha pro- 
dotto una grande quantità di frutti, resta poi per uno, due e anche tre 
anni, senza darne. Ciò avviene perchè l'albero è stato spossato avendo 
esaurite tutte le sue borse, i suoi dardi, le sue lamborde, epperciò deve 
provvedere alla loro ricostituzione che è lenta e dura, come abbiamo 
veduto per alcune piante, degli anni. 

E' meglio produrre poco, ma ogni anno, che non molto ogni 3 o 4 
anni. Oltre le ragioni fisiologiche che si potrebbero addurre per dimo- 
strare la verità di questo asserto, ci sono anche delle ragioni econo- 
miche, inquantochè, producendo poco e costantemente, si avranno 
delle frutta più belle, più saporite, più sviluppale e perciò meglio ac- 
cette sul mercato. 

E' dunque indispensabile che il frutticoitore sappia mantenere 
nelle piante, in giusto equilibrio, la produzione legnosa colla fruttifera ; 
la sanità e la longevità dell'albero dipendono molto da questo equili- 
brio. Nei casi di dubbio, è meglio sacrificare un ramo a frutto di più 
che un ramo a legno, il poco che si viene a perdere nell' annata, si 
riacquista in misura maggiore coi prodotti degli anni venturi. 



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16. — Tutto ciò che tende a diminuire il vigore dei getti e fa affluire 
la linfa nei frulli, concorre ad aumentare la grossezza di questi. Le gemme 
hanno la facoltà di attirare a loro la linfa dalle radici. Ora, se le gemme 
a legno sono molto più numerose delle gemme a frutto, è evidente che 
trattengono una maggior quantità di linfa a detrimento dello sviluppo 
del frutto. Ecco s|)iegata la ragione, perchè dalle piante molto vigorose 
si hanno dei frutti meno grossi, che dalle piante di vigore medio. 

Le operazioni principali di cui si serve il frutticoitore per aumen- 
tare il volume delle frutta, sono le seguenti : 

a) Innestare i fruttiferi sopra soggetti poco vigorosi. 

b) Applicare un taglio d'inverno tale da non lasciare sull'albero 
che i rami necessari alla vegetazione simmetrica ed alla formazione 
dei rami a frutto. 

e) Far nascere i rami a frutto direttamente sulle branche prin- 
cipali e mantenerli più corti possibili. 

dj Quando i rami a frutto sono formati, tagliare corto i rami a 
legno. 

e) Lasciare sulla pianta solo un numero poco considerevole di 
frutta, facendo la soppressione quando hanno raggiunto 11 quinto del 
loro sviluppo completo. 

f) Praticare un'incisione anullare sui rami da frutto sotto al punto 
d'inserzione dei fiori ed al momento della fioritura in modo che que- 
sta incisione non sia più larga di 5 mm. 

g) Innestare dei rami a frutto sugli alberi vigorosi. 

hj Sostenere le frutta pendenti dall'albero con un supporto e col 
penducolo rivolto in basso. 

ij Riparare le frutta durante il tempo del loro sviluppo colle fo- 
glie, acciò il sole e la luce non le colpiscano direttamente. 

17. — La linfa si porta di preferenza verso le branche favorite da 
luce e calore attorno alle quali può circolare liberamente l'aria. Dare 
|)erciò aria e luce a tutte le parti della pianta è una delle regole fon- 
damentali della frutticoltura. 

18. — La linfa affluisce ai rami più vigorosi e più sviluppati ed 
abbandona i rami e le parli più deboli. Tagliando una branca lunga ed 
un'altra corta, il vigore sarà molto maggiore nella prima che nella 
seconda. Quindi bisogna tagliare sempre lunghe le branche deboli per 
rinforzarle. 

19. — Rallentando la circolazione della linfa, si favorisce la lignifi- 
cazione dei germogli, la maturazione dei frulli e la formazione delle 
gemme a frutto. 

In una annata secca e calda i germogli lignificano più presto, i 
frutti anticipano la maturazione e si formano molte gemme a frutto. 
Nelle annate umide il legno non matura e le frutta maturano male. 

Si favoriscono tutti e due questi processi, allevando le piante con- 
tro i muri, scegliendo terreni permeabili e dei soggetti da innesto di 
vegetazione più rapida, come sono: il cotogno per il pero; il melo 
paradiso per il melo e così via. 



- 100 — 

20. — Se la linfa affluisce rapidamente verso l'estremità delle bran- 
che, senza incontrare ostacoli che moderino la sua circolazione, queste 
branche si costituiscono male e la fruttificazione riesce più tardiva ed 
imperfetta. 

La biforcazione delie branche, i tagli annuali successivi che si 
fanno ai rami, rallentano momentaneamente la circolazione ed allora i 
tessuti e le gemme hanno modo di meglio costituirsi. 

21. — .Se la linfa non è sufficiente per tutte le branche, queste si 
sviluppano debolmente, oppure la linfa abbandona certe parti dell'albero 
per portarsi verso le altre allo scopo di rinvigorirle. Ad esempio piantando 
a dimora una pianta con due rami, se questa non riceve sufficiente 
nutrimento la linfa abbandona il ramo più debole e si porta esclusi- 
vamente nel ramo più forte. 

22. — Le foglie servono alla respirazione e nutrizione epperciò sfron- 
dando totalmente si arrischia di far perire le piante. Nelle sfrondature 
che si fanno in estate, bisogna procedere con precauzione e sfogliare 
soltanto le parti puramente necessarie. 

23. — Quei rami o quelle piante aliamo alle quali non possono cir- 
colare liberamente l'uria, la luce ed il calore, diventano esili, s'allungano 
e non producono più né frutti, né legno. Dalla conoscenza di questa re- 
gola, venne la prima idea di dare alle piante delle forme regolari, 
poiché, avendo ciascun ramo una posizione calcolata, si permette a 
tutte le parti della pianta di avvantaggiare dell'influenza dell'aria, della 
luce e del calore. 

In base a questo principio risulta evidente che il frutticoitore non 
deve lasciar crescere i rami contro il centro della pianta per non for- 
mare una chioma troppo fitta di foglie che impedirebbero le benefiche 
influenze atmosferiche. 

24. — // legno vecchio non produce delle gemme se non è forzalo 
dal taglio o da qualche alterazione del legno giovane che esso porta alla 
sua estremità. È perciò necessario, specialmente nelle spalliere, di ta- 
gliare in modo, che le branche principali, di mano in mano che si 
allungano, portino dei rami alla loro base e per tutta la lunghezza, 
affine di guarnire anche la parte centrale della pianta. Se questa ne 
rimanesse sprovveduta, è impossibile far sviluppare delle nuove gemme 
a legno ed allora bisogna ricorrere all' innesto per approssimazione 
con qualche ramo vicino. Ciò si verifica in particolar modo nel pesco. 

25. — Tutti i rami che nascono fuori tempo sono per lo più sterili, 
esili ed incapaci di produrre né legno, né frutti. Queste formazioni a 
cui si è dato il nome di rami anticipati, falsi rami, non si trovano mai 
sopra un albero abbandonato a sé stesso. Esse sono il risultato d'un 
accidente o d'un taglio fatto in una stagione intempestiva. 

In generale possiamo dire che i rami anticipati nascono da tutte 
(|uelle gemme che vegetano prima di raggiungere la loro completa 
maturazione e quindi devono essere soppressi, perchè non servono 
che a indebolire la pianta. 



- 101 - 

26. — Le gemme a fruito si trovano, a seconda delle specie, o snlVe- 
stremiià dei rami o limgo le branche. Da questo risulta che tutti gli 
alberi fruttiferi non possono essere sottoposti a un taglio eguale ma 
esso deve variare, secondo la posizione dei rami a frutto. 

27. — Negli alberi con frutto a granella (pero e melo), tutte le gemme 
sono organizzate in modo da potersi conformare, secondo le circostanze, 
in gemme a legno, in brindilli o dardi. La circostanza che niaggiormenle 
inUuisce è la maggiore o minore quantità di linfa che affluisce alle 
gemme. Quando una gemma è alimentala da una grande quantità di 
linfa, questa allora dà luogo alla formazione di un ramo a legno; se 
invece raffluei>za è minore, si sviluppa un brindillo; se minore ancoia, 
un dardo. Nelle branche si osserverà sempre che l'estremità porla dei 
rami a legno, la parie mediana dei brindilli, e la parte inferiore dei dardi. 

In queste piante quindi le gemme a frutto hanno un duplice scopo 
di dare del legno o dei fruiti. 

28. — Le gemme a frullo nel pero e melo, si trovano ordinariamente 
su rami di almeno tre anni. Questi quindi sono rami specializzati da 
frutto i quali continuano per più anni a dare frutta. 

29. — Sulle piante a granella, le gemme a frutto sono durevoli alVe- 
slremilà dei dardi. Dopo aver dato frutto possono rimanere inattive 
per qualche anno e poi dare un novello ramo a frutto. 

30. — Le piante a granella stentano a dare frutto più di quelle a 
nocciolo. Per il melo e pero bisogna aspettare anche 8 e 10 anni, mentre 
dal pesco si hanno frutti nel terzo anno d'età. Quando però le piante 
a granella cominciano a dare frutto continuano. 

31. — / rami a fruito delle piante a granella, essendo a produzione 
continua, si allontanano lentamente dal centro della pianta e quindi l'al- 
bero assume un aspetto più riunito delle piante a nocciolo, nelle quali la 
maggior parte dei rami a frutto sono più lunghi, avendo anche essi le 
funzioni di accrescimento. 

32. — Nel giuggiolo e nel carrubo, i rami a fruito tendono addirit- 
tura ad accorciarsi e sembrano tanti ingrossamenti del ramo. Essi pure 
continuano per parecchi anni a dare frutto e si chiamano coni gemmari. 

33. — Gli agrumi, il nespolo del Giappone, il melagrano ed il sorbo 
portano i fiori nella gemma apicale ed allora il ramo si arresta nel suo 
prolungamento, però questo è continualo da un getto laterale che prende 
il posto della cima. 

34. — Anche il nespolo ed il cotogno portano i fruiti ali estremila 
dei rami e quindi non si devono tagliare che i rami che hanno già por- 
talo frullo. 

35. — Le gemme a fruito del mandorlo, pesco, albicocco e delle 
piante a nocciolo in genere, si trovano ordinariamente sul legno di un 
anno. Esse danno un solo fiore nel pesco, mandorlo ed albicocco, sono 
trillori nel susino; multitlori nel ciliegio. 

36. — Tatti i rami a frullo del pesco una volta dato frutto non lo 
danno più. Egli è perciò necessario di rinnovare, ossia di svettarli per 
sostituirli con altri di recente formazione. 



- 102 - 

37. — Negli alberi con frutto a nocciolo, le gemme a frutto si for- 
mano già entro nel mese di giugno sul legno dell'annata e non possono 
trasformarsi in genìme a legno. Il ciliegio e qualche altra specie fanno 
molto di sovente eccezione alla prima parte di questa regola, la di cui 
applicazione rigorosa conviene solo al pesco. 

38. - Tutte le gemme a frutto, negli alberi con frutto a nocciolo, 
restano sterili, se non sono accompagnate da una gemma a legno. Da ciò 
la necessità di non fare la potatura dei rami a frutto del pesco quando 
difficilmente si distinguono le gemme a legno da quelle a frutto. 

39. — Nell'olivo, il ramoscello che si sviluppa da una gemma, dà in 
capo a due anni i fiori all'ascella delle foglie. 

40. — La vite ed il fico, hanno la gemma apicale, sviluppatasi sul ramo 
dell'anno precedente, mista e cioè si svolge a germoglio, ma contempora- 
neamente dall'ascella delle foglie si svolgono le gemme a fiore. Nella vite 
le gemme uniflori sono unite a grappolo il quale apparisce nel germo- 
glio dell'annata, ma non tutti maturano nell'annata bensi nell'anno suc- 
cessivo. 

41. — La vite ed il fico danno i migliori frutti sui rami più robusti. 
Questo si deve al fatto che i frutti si trovano sui germogli dell'annata. 

42. — Il ribes ha le gemme moltiflori che appariscono a grappolo 
sui rami di un anno, come nel pesco. 

43. — Sul lampone, i fiori riuniti a grappolo, sorgono dal germoglio 
nato nell'annata come nella vite e sopra rami di un anno. Dopo la frut- 
tificazione questi rami periscono. Nelle varietà a fruttificazione autunnale, 
appariscono dei fiori fertili all'estremità dei germogli radicali dell'annata. 



V. 
Potatura secca e potatura verde. 

1. Potatura secca e verde. — Visto lo scopo della potatura per le 
piante da frutto ed i principi generali che servono di base alle opera- 
zioni inerenti, occorre adesso entrare nei particolari e cioè discorrere 
come questa potatura si eseguisce. 

Le operazioni della potatura che si praticano durante il riposo della 
vegetazione si comprendono sotto il titolo di potatura invernale o pota- 
tura secca. Quelle che si fanno quando la linfa è in movimento od a 
meglio dire in corso di vegetazione, appartengono alla po/a/a/-a d'estate 
o potatura verde. 

In questo capitolo tratteremo della potatura secca ed in particolar 
modo del taglio secco dei rami a legno e dei rami a frutto, che è la 
principale delle operazioni. 

2. Strumenti per la potatura. — Come ho già fatto notare parlando 
degli utensili del frutticoitore (vedi Parte 11), lo strumento più adatto, 
per eseguire i tagli delle piante, è il potatoio (fig. 24). Esso deve avere 



— 103 — 

un manico curvo, lun<,'o da 11 a 13 cni., ed abbastanza grosso per non 
stancare la mano. r>a lama invece di essere in diretto prolungamento 
del manico ed arcuata soltanto all'estremità, è bene sia saldata ad 
angolo convergente col manico, in modo che il coltello senza essere 
adunco, abbia quell'inclinazione voluta per fare dei fagli anche forti e 
sempre recisi. 

Trattandosi di fare dei grossi tagli alle piante, si può adoperare la 
sega oppure il pennato, avendo però sempre cura di ripassare la ferita 
col potatoio, onde togliere alla superfìcie qualsiasi scabrosità. 

Da quando si introdussero le forbici, 1' uso di queste si è molto 
generalizzato anche pel taglio delle piante da frutto, perchè esse hanno 
il vantaggio di rendere molto spedito il lavoro. Ma ho già fatto notare 
nella Parte li, che la forbice deve essere adoperala soltanto per la 
specie a legno molle, come: la vite, il lampone, il fico; non mai per il 
taglio dei rami destinati a fare l'impalcatura della pianta. Colla forbice 
è impossibile fare un taglio ben netto, perchè essa schiaccia alquanto 
il legno, e dovendo operare presso le gemme, si incorre nel pericolo 
di guastarle. 

3. Epoca. — L'epoca del taglio secco non può essere indicata con 
precisione, perchè, non solamente avanza o ritarda a seconda dei vari 
climi o della vegetazione più o meno anticipata, ma ben anco in ra- 
gione della sanità delle piante, delle specie a cui esse appartengono 
e dell'esposizione calda o fredda in cui si trovano. 

Il taglio si deve fare durante il riposo della vegetazione e perciò 
da novembre a marzo. Fra questi due limiti il momento più favorevole 
è quello che segue i forti freddi e precede il primo risveglio della 
vegetazione, ossia il mese di febbraio. 

Tagliando prima dei forti geli, si espone la ferita, per troppo tempo 
prima della vegetazione, all'influenza dell'aria, dell'umidità e del freddo, 
e allora avviene che molte gemme terminali periscono. 

Neppure si devono tagliare le piante quando fa molto freddo, 
inquantochè in tali giornate essendo il legno molto fragile, non si pos- 
sono fare dei tagli ben netti, senza notare che si può incorrere il 
pericolo di frangere molti rami. 

Ritardando il taglio fino al risveglio della vegetazione, i danni 
sono ancora maggiori. Anzitutto noi indeboliamo soverchiamente la 
pianta, privandola di quella linfa già assorbita dalle radici e che si 
trova già distribuita lungo quelle parti dei rami che si sopprimono. 
D'altro lato operando a stagione avanzata si incorre il pericolo di far 
cadere molte gemme a frutto al minimo urto, essendo queste molto fra- 
gili perchè in via di svolgimento. Alle piante a nocciolo è assoluta- 
mente sconsigliabile un taglio tardivo, che provoca il mal della gomma 
o il cancro. Se invece noi fagliamo le piante a nocciolo per tempo e 
cioè nei primi giorni di febbraio, allora la ferita ha tempo di cicatriz- 
zarsi e perciò resta impedito lo sgorgo della linfa dalle ferite, ma 
anche le gemme ascellari, che molto di sovente rimangono inerti, 



- 104 - 

risentendo la prima azione di movimento della linfa, si svilu[)pano e 
danno quei rami di sostituzione che sono tanto necessari. 

Ripeteremo dunque che le piante non si devono tagliare nel tempo 
dei freddi intensi, come pure allorquando questi freddi si presumono 
prossimi; che ogni qualvolta si tratterrà di indebolire una pianta con- 
viene il taglio tardivo, trattandosi di rinvigorirla conviene farlo per 
tempo; infine, che le piante a nocciolo devonsi tagliare presto anziché 
tardi. 



ì 



Vli'^ 



Fig. 118. Fig. 119. Fig. 120. Fig. 

Fig. 118. - Taglio normale. 

Fig. 119. - Taglio troppo vicino alla gemma terminale. 
Fig. 120. - Taglio lontano dalla gemma terminale per rinforzarla. 
Fig. 121. - Sarmento di vite tagliato alla base della sua inserzione; 
ritallo o internodio. 



Da noi si può liberamente tagliare dalla caduta delle foglie a tutto 
febbraio, evitando le giornate umide, nebbiose o di vento. Se si tratta 
di molte piante e di diversa specie, conviene seguire l'ordine con cui 
si sussegue il risveglio vegetativo e quindi si taglino per primo i man- 
dorli, poi gli albicocchi, poi i peschi, quindi i susini, i ciliegi, i peri, 
la vite ed infine i meli. 

Alla fine di febbraio è bene di avere ultimate tutte le operazioni 
di potatura, poiché nel mese di marzo sono molti i lavori di campagna 
a cui si deve accudire. 

4. (^ome si fa il taglio. — Non è indilferente il modo di tagliare i 
rami o le bianche delle piante da frutto. 



105 



Trattandosi di piante a legno duro, il taglio si fa al disopra e dalla 
parte opposta di una gemma, il più vicino possibile, senza però recarle 
danno. A tal uopo colla mano sinistra si tiene in mano l'estremità del 
ramo al punto in cui si vuol recidere, e colla mano destra armata di 
potatoio si pone la lama dalla parte opposta ed all'altezza della base A 
fìg. 118 della gemma, quindi con un colpo risoluto si conduce la lama 
cosi da fare un taglio netto, che termini sopra la punta della gemma, 
e ad una distanza da questa eguale al diametro del ramo. In tal modo 
si fa un taglio a sbieco, che ha il doppio vantaggio di non far soffrire 
la gemma e di cicatrizzare prontamente- 
Tagliando più sotto al punto indicato, si 
corre il pericolo di far soffrire la gemma 
(fìg. 119) e di farla sviluppare perciò con 
meno vigore; se al contrario si avesse a 
tagliare più in alto, il legno disseccherebbe 
- - t fino alla gemma, lasciando perciò un moz- 

zicone che si dovrebbe recidere nell' anno 
venturo, fig. 120. 





Fig. 122. — Sezione longitudinale 
del sarmento precedente; n>, mi- 
dollo ; rf, tramezzo legnoso o dia- 
framma; i, internodio. 



Fig. 123. 
a) Taglio razionale di un ramo 
b^ Taglio non conveniente. 



Nella vite (fig. 121) il taglio si fa a gemma franca, e cioè nel tra- 
mezzo o diaframma che si trova in ogni nodo, come si vede in ci fig. 122. 

E giacché sono a parlare di avvertenze per fare i tagli conviene 
aggiungere, che quando la potatura secca si fa in novembre e dicembre, 
per evitare i danni eventuali del gelo nelle gemtiie terminali, conviene 
tagliare più in alto della gemma che si vuol lasciare per ultima, ed 
in febbraio fare il taglio definitivo a giusta altezza. 

Nelle piante a legno molle e sopratutto di midollo abbondante 
come il fico, il lampone, il taglio deve farsi da 8 a 10 mm. al disopra 
della gemma, perchè la cicatrizzazione non avviene mai al punto stesso 



— 106 — 

in cui è stato fatto il taglio. La grande jiorosità del legno e la quan- 
tità del midollo permettono all'aria ed all'umidità di introdursi fino 
ad una certa profondità nei tessuti e quindi, se il taglio non viene 
fatto ad una certa distanza dalla gemma, può avvenire che questa 
perisca. 

Talvolta al posto ove si deve lare il taglio si trova una gemma 
fruttifera, oppure un dardo od un ramo anticipato. Negli alberi con 
frutto a granella si possono sopprimere queste produzioni ed utilizzare 
una delle gemme latenti. Nelle piante a nocciolo bisogna invece cercare 
di fare il taglio sopra una gemma a legno. 

Trattandosi di recidere un ramo rasente il tronco, il taglio deve 
farsi in modo che la ferita sia più piccola possibile. A tal uopo il 
taglio si fa dal basso all' alto, cosi che il lembo superiore della piaga 
venga a trovarsi rasente il tronco ed il lembo inferiore sia sporgente 
di 2 a 3 mm. (fìg. 123 a). 



VI. 
Principi generali del taglio dei rami. 

Ripeto ancora, il taglio devesi fare con criteri diversi, a seconda 
che si tratti di rami a legno o di rami a frutto. Pei primi, il taglio 
ha lo scopo di costituire la forma, di circoscriverla entro certi limiti, 
e di produrre dei rami robusti, capaci di portare ed alimentare dei 
rami a frutto. Il taglio dei rami a frutto ha lo scopo di mantenere 
costante ed ottima di qualità, la produzione delle frutta. 

1. — Neil' applicazione del taglio noi dobbiamo ricordare le mas- 
sime seguenti : 

a) Gli alberi soltanto in uno stato perfetto di vegetazione danno 
una regolare e perfetta fruttificazione. 

b) Per conservare sane e produttive le singole branche degli 
alberi bisogna che esse ricevano una conveniente quantità di linfa, di 
luce e di calore. 

cj L'albero deve essere contenuto nelle dimensioni che comporta 
la sua età e la sua vigoria. 

dj Bisogna mantenere un giusto equilibrio fra la produzione a 
legno e quella a frutto. Se all'albero si favoriscono soltanto le produ- 
zioni a legno, esso finisce col rimanere sterile; se viceversa lo si 
lascia eccessivamente a fruttificare, va presto in rovina. 

e) Tutti gli alberi in vegetazione normale producono dei rami, 
degradantisi per vigoria, di mano in mano che ci si allontana dal fusto 
e senza incrociarsi. 

fj L'estensione e la forza delle branche devono essere in rapporto 
coU'età, col vigore e colla produzione di frutta. 



— 107 — 

g) I rami a legno ed a frutto che sono della medesima età e della 
medesima natura, devono essere eguali per vigoria, per lunghezza, per 
direzione e per fertilità. 

hj Le branche di maggiore età devono essere più vigorose di 
quelle più giovani. 

i) I rami novelli non devono sorgere che dalle branciie più 
giovani. 

Ij Ogni branca deve occupare uno spazio suo proprio come lo 
esige la forma della pianta. 

m) Poiché le produzioni fruttifere si esauriscono dopo alcuni 
anni, l'accorto potatore deve pensare a tempo a sostituirle. 

nj Rami normali, sani, vigorosi, non si possono ottenere che da 
gemme a legno di un anno ed è soltanto sopra questi che quindi si 
deve fare il taglio. 

VII. 
Taglio secco dei rami a legno. 

1. — Il ramo di un albero può paragonarsi ad un canale che tras- 
porta la linfa contro a degli orifizi chiamati gemme. L'orifìzio estremo, 
che è la gemma terminale, riceve quindi il massimo di linfa e le 
gemme laterali ne ricevono gradualmente di meno, mano a mano che 
si distanziano dalia gemma terminale. Naturalmente che, in proporzione 
alla quantità di linfa ricevuta, si differenziano dalle singole gemme. 

Se un ramo a legno fornito di gemme (fig. 124) si lascia sviluppare 
tale e quale, avremo uno sviluppo di rami come è rappresentato nella 
fìg. 125 e cioè si avranno verosimilmente dal terzo superiore 4 rami a 
legno; dalle 4 gemme intermedie 4 brindilli e dalle 4 inferiori 4 dardi. 

Se invece lo si accorcia sopra l'ottava gemma (fig. 126), ossia se lo 
si taglia a ^/g, le gemme che rimangono vengono molto meglio nutrite 
e daranno delle gettate più vigorose di '/g non soltanto ciascuna, ma 
dalle gemme 6, 7, 8, si avranno dei rami a legno; dalle gemme 3, 4, 5, 
tre brindilli e dalle altre due dei dardi (fig. 126). 

Tagliando a metà e cioè sopra la sesta gemma, si avranno delle 
gettate ancora più vigorose (vedi fig. 127) e verosimilmente si avranno 
dalle gemme 4, 5, 6, tre bei getti vigorosi a legno ; dalla gemma 3 e 2, 
due brindilli e dalla gemma 1, un dardo. 

Se infine noi tagliamo il ramo ad Va. ossia sopra la quarta gemma, 
la linfa affluisce in gran quantità nelle gemme lasciate in modo da 
sviluppare dei rami a legno vigorosi ed appena uno o due di quelle 
a frutto (fig. 128). 

Dopo questo risulta evidente, che tagliando sistematicamente i 
rami di una pianta ad una eguale lunghezza, ad esempio sempre 
corto, si fa un errore madornale, cioè si rovina l' albero anziché 
rinforzarlo. 



— 108 — 

2. — La lunghezza a cui si devono tagliare i rami a legno deve 
perciò variare : 

a) coll'età della pianta ; 
bj colla direzione dei rami ; 
cj colla vigoria; 
d) colla specie. 
Immagini il lettore di avere innanzi a sé una giovane pianta. Noi 
dobbiamo anzitutto pensare, oltreché alle radici, a tutti quei rami che 
sono destinati a sostenere la fronda. É necessario quindi che queste 





Fig. 124. 

Fig. 124, 
Fig. 125. 
Fig. 126 
il 
Fig. 127. 
Fig. 128. 



Fig. 125. 



Fig. 126. 



Fig. 127. 



Fig. 128. 



- Ramo a legno normale con 12 gemme. 

- Ramo precedente non tagliato. 

- Vegetazione ottenuta dopo un anno in 
forte e il debole al ramo della fig. 124. 

- Vegetazione ottenuta col taglio a metà. 

- Vegetazione ottenuta col taglio corto. 



mito al taglio fatto fra 



prime branche siano solide e ben costituite sino alla base e questo si 
ottiene tagliando corto a 4 o 5 gemme per due o tre anni di seguito. 
Passato questo primo periodo, la fronda raggiunge uno sviluppo tale 
che si può lasciar campo alla base delle prime branche di fornirsi di 
rami a frutto, e perciò non si taglia più i rami a legno ad un terzo, 
ossia a 4 o 5 gemme, bensì a metà lunghezza. Questo secondo taglio a 
metà devesi ripeterlo per altri tre anni, fino a che la fronda della 



- 109 - 

pianta si trovi si può dire al completo. Ottenuto questo risultato, non 
si devono lasciare a sé stessi i rami a legno; occorre soltanto mode- 
rare il loro sviluppo, e non tagliandoli più né ad un terzo, né a metà, 
ma a due terzi di lunghezza. Praticamente il primo taglio ad un terzo 
si suole chiamarlo taglio corto, il secondo a metà si chiama appunto 
a metà, il terzo infine a ^/g si chiama taglio lungo o dal forte al debole, 
perchè si fa dove il ramo accenna a diminuire sensibilmente di vigore. 

Riassumendo rispetto all'età, il taglio dei rami a legno devesi fare 
nel seguente modo. Per i primi due o tre anni si tagli ad un terzo di 
lunghezza, ossia a 4 o 5 gemme dalla base, nei tre anni successivi a 
metà lunghezza e quindi si applichi il taglio lungo che equivale circa 
a due terzi. 

Questa regola vale specialmente per il pero e susino ; per il melo 
ed albicocco che hanno maggior vigore, conviene tagliare corto per un 
anno solo e poi tagliare da un quarto a metà ; per il pesco si taglia 
subito a metà. Per la vite il taglio corto si fa a due gemme. 

Quanto più i rami sono vigorosi tanto più si può abbreviare il 
periodo del taglio corto e del taglio a metà. 

Noi sappiamo che i rami verticali sono i più vigorosi perché in 
(jucsti abbonda la linfa (vedi il precetto n.° 8 di Potatura a pag. 96) é 
evidente quindi che per mantenere l'equilibrio in una pianta un ramo 
verticale si taglierà più corto ancora del ramo orizzontale. Difatti in 
pratica, i rami verticali si tagliano a metà, gli obliqui a due terzi e gli 
orizzontali si lasciano intatti od appena sì accorciano. 



Vili. 

Taglio secco dei rami a legno per ottenere dei rami 
a frutto. 

1. — 11 taglio descritto nel Capitolo precedente ha lo scopo di 
formare le branche, ossia le diramazioni principali e diciamo cosi 
l'ossatura della |)ianta. 

Questi rami devono portare lateralmente dei rami a frutto e nul- 
l'altro, ma non sempre si può ritenere che da essi nascano soltanto 
dei brindilli, dei dardi. Avviene più di frequente, e specialmente nelle 
piante a granella, che si sviluppano dei rami a legno. 

Ora è su questi rami a legno laterali che noi dobbiamo operare 
per trasformarli in rami a frutto. 

Intanto ricordo che su questi rami le gemme più lontane sono 
quelle che lasciate, darebbero dei nuovi rami a legno vigorosi, quindi 
la massima che più si taglierà corto, meno le gettate saranno vigorose 
e più si disporranno a dare frutti. 

Partendo da questo principio si deduce, che se noi tagliamo sulle 



- 110 — 

gemme latenti poste alla base del ramo, noi otterremo dei rami ancora 
più deboli e perciò ancora meglio disposti a dare frutti. 

Anche la posizione dei rami ha un'importanza notevole su questa 
produzione dei rami a frutto. 

I rami verticali hanno maggiore tendenza a dare dei rami a legno 
e perciò sono anche più ribelli a trasformarsi in rami a frutto. Quindi 
nelle forme appoggiate, si piegano fino a renderli quasi orizzontali e 
nelle forme libere si tagliano alla base, lasciando un breve moncone di 
Va cm. perchè dalle gemme laterali vengano fuori i nuovi rami. 

Da quanto precede emerge che volendo avere dei rami a frutto 
dai rami a legno, bisogna tagliarli tanto più corti quanto più essi sono 
vigorosi. 

2. — Questo taglio viene chiamato in frutticoltura speronatura la 
quale può essere di due gemme o di quattro a seconda della vigoria 
ed anche della specie di piante. Di questo e del taglio dei rami a frutto 
si tratterrà particolarmente nella Frutticoltura speciale. 



IX. 
Operazioni accessorie della potatura secca. 

La buona riuscita di una pianta da frutto non dipende soltanto 
dalla giusta applicazione del taglio secco ; occorre saper applicare delle 
altre operazioni, le quali se pure accessorie, hanno una rilevante im- 
portanza. 

1. — Slegatura dei tutori. Questa operazione, che deve essere fatta 
ogni anno, consiste nello staccare dal muro, dai reticolati o dai sem- 
plici pali, tutte le ramificazioni, per poter fare agevolmente la potatura, 
per impedire che le legature diano luogo a strozzamenti, per levare le 
foglie morte, gli insetti e loro nidi, che potrebbero trovarsi fra i tutori 
ed i rami, e per ripulire le parti legnose intaccate da muschi od altri 
parassiti. L' epoca più opportuna per questa operazione è la prima 
quindicina di novembre ; dobbiamo però avvertire che, trattandosi di 
piante mollo grandi a spalliera, conviene mantenere le branche prin- 
cipali nella medesima posizione con legature rallentate acciò non pos- 
sano squarciarsi o piegarsi. 

2. — Accecamento. E' una operazione per la quale si levano le 
gemme inutili o che assorbirebbero una troppo grande quantità di 
linfa, a detrimento di altre poste sullo stesso ramo. L'accecamento è 
molto raccomandabile sulle ramificazioni fruttifere del pesco, ma ge- 
neralmente esso viene surrogato dalla scacchiatura. Occorre però un 
occhio molto vigile ed esperto per saper scegliere le gemme che si de- 
vono accecare. Io la ritengo una operazione molto diflìcile e che è forse 
meglio evitarla piuttosto che non esser sicuri nella scelta delle genuiie, 

3. — Incisione longitudinale. Queste incisioni si fanno lungo le 



Ili 



l)ranche e sotto alle gemme, per facilitare la dilatazione dei tessuti 
sotto l'epidermide e perciò favorire il loro sviluppo. L'istrumento da 
adoperarsi deve essere il potatoio ben a dilato oppure l'innestatoio, e 
si opera fendendo colla punta la corteccia senza intaccare l'alburno. 
Alle piante a nocciolo non si devono applicare le incisioni che pos- 
sono provocare il male della gomma. Né bisogna, come consigliano 
certuni, fare le incisioni dalla parte dell'ombra; vai meglio assai farla 
dalla parte del sole, dove la corteccia è più indurita. Però, quando 
si opera durante un tempo caldo e molto secco, sarà pru- 
denza ombreggiare la parte incisa, per impedire il dissecca- 
mento ed il sollevamento della corteccia presso l'incisione. 
Per ottenere buoni risultati dalle incisioni, fa d'uopo operare 
soltanto all'epoca in cui gli alberi si mettono in vegetazione; 
in altro tempo le ferite potrebbero disseccarsi. 

4. — Intaccatura. L'intaccatura si pratica al di sopra di 
una gemma sul ramo che si vuol rinforzare. La profondità 
e larghezza variano da mm. 3 a 10, a seconda della grossezza 
della branca su cui si opera. La tacca si fa arrivare circa ad 
un terzo della periferia. Può farsi orizzontale oppure ad 
angolo (fig. 129) col potatoio. 

Facendo la tacca sotto ad una gemma o ramo, si ottiene 
l'effetto opposto, ma non sempre i risultati sono soddisfacenti. 

Anche (|uesta operazione non devesi fare sopra le piante ^^S ^29 

. , , ., j . , . !.. 1- 1. . Intaccatura 

a nocciolo; sopra la vite ed in generale sopra lutti gli alberi a ^^ ansoio 
legno molle, producono poco effetto; riesce veramente profi- 
qua al pero e pomo, quando si vuole co})rire una parte denudata del fusto. 
Di tutte e tre queste operazioni è bene però che il frutticoitore 
non ne abusi e che. non le applichi che in caso di assoluta necessità, 
inquantochè egli deve tendere a mantenere sempre la scorza dei suoi 
alberi, più liscia possibile. 

5. — Mondatura. È l'operazione che si fa in autunno appena ca- 
dute le foglie. 

Colla mondatura si devono allontanare: 

aj Tutti i rami secchi, disorganizzati, monchi, i quali non fareb- 
l)ero che marcire e propagare il male alle parti sane. 

b) Tutti i rami che si trovano fuori di posto, specialmente nel 
centro della corona, poiché questi, oltre ad impedire la libera circola- 
zione dell'aria e della luce, crescerebbero a detrimento delle branche 
fruttifere. Anche i cosidetti succhioni appartengono a questa categoria, 
che sorgono verticalmente, all'estremità del fusto od alla incurvatura 
dei rami. Questi succhioni, se lasciati, portano via una notevole quan- 
tità di nutrimento. 

e) Se due rami si trovano troppo vicini, si tagli il più debole e 
se uno é sopra e l'altro più sotto, si lasci il primo, poiché il secondo 
avrà già incominciato a soffrire. 

ci) Lo stesso devesi fare quando due rami si incrociano. Il ramo 
più debole deve essere sempre sacrilìcato. 



- 112 - 

e) I rami troppo vicino a terra si svettano, poictiè questi, oltreché 
impedire un accurato lavoro del terreno, danno frutta sempre meschine. 

/) Infine, trattandosi di i)iante d'alto fusto, se si vede che i rami 
sono troppo fitti, si faccia un diradamento, tagliando alla base quelli 
che non si trovano alla dovuta distanza. 

Ad un albero abbandonato da parecchi anni, il più delle volte oc- 
corrono tagli molto forti, i quali, se fatti tutti in una volta, porterebbero 
squilibrio alla pianta e la farebbero perire. In questo caso conviene 
tagliare gradatamente, un poco per anno, seguendo un certo ordine. 

Trattandosi di rami molto grossi, si abbia l'avvertenza di tagliarli 
alla base, più vicino possibile alla loro inserzione. Fatto il taglio colla 




Fig. Ilio. — Ferite ad un tronco fatte da un operaio salito sopra un albero 
colle scarpe armate di borchie. 



sega, bisogna ripassar per bene la ferita con un ferro tagliente, poiché 
allora la ferita rimane liscia e l'acqua non può penetrare tra le fibre. 
E' bene coprire simili tagli con del catrame o carbolineo solubile 
al 5-10 Vo? i quali non solo impediscono l'azione dell'acqua e dell'aria, 
ma, il creosoto che essi contengono, essendo un veleno per le piante, 
fa dissecare per un tratto le cellule della ferita. Queste cellule dissec- 
cate formano una specie di zona di sicurezza, ed impedisce che negli 
strati sottostanti, abbia ad estendersi la disorganizzazione dei tessuti. 
Bisogna adoperare il catrame quando la pianta è in perfetto riposo, 
altrimenti, la linfa in movimento, lo dilaverebbe e il carbolineo dan- 
neggerebbbe invece la pianta. 



— 113 - 

Bisogna ricordarsi che col catrame le sezioni del taglio non si ri- 
marginano, ed allora si può adoperare il seguente mastice, veramente 
buono, di Mùller: 

Si prendano 500 g. di resina di Borgogna e liquefatta al fuoco vi 
si aggiungano 500 gr. di catrame di legno svedese, caldo. Si mescola il 
tutto e si aggiungono ancora 125 gr. di olio di lino. Prima che si raf- 
freddi si versano 60 gr. di alcool (spinto di vino) per mantenere al 
mastice la vischiosità. 11 tutto ben mescolato si mette in vasi che si 
conservano ben chiusi, avendo cura, quando lo si adopera, di riscal- 
darlo fino che ha raggiunto una certa vischiosità. 

6. — Guarigione delle ferile. Molte volte, o per strappi dovuti a 
vento o neve o per inavvertenza del potatore (fig. 130), oppure per opera 
di animali, si hanno sul tronco delle ferite o contusioni tali, che, lasciate 
a sé stesse, farebbero disseccare buona parte del fusto ed anche tutta 
la piante. In questo caso bisogna ripassare i lembi e l'interno della fe- 
rita con un coltello tagliente lino a scoprire il tessuto sano. 11 tutto si 
copre poi con un mastice composto d'argilla, una parte di sterco bo- 
vino senza paglia, mezza jiarle di cenere di legno stacciata fina, più 
un po' di sabbia e di peli di vitello, in modo da formare una poltiglia. 
Si applica questa poltiglia alla ferita e si fascia poi con della corteccia 
di castagno che si lega con vimini o tela di sacco. 

Se nel tronco si sono formate delle cavità, si pulisce prima la pa- 
rete interna asportando gli anelli di legno guasti cogli istrumenti ap- 
positi (fig. 27 e 32) e poi si riempie la cavità con pietra e cemento, 
che sì dipinge poi esternamente con una vernice di egual colore del 
tronco. 

7. — Scorlecciainenlo. Alla operazione precedente devesi far se- 
guire in autunno lo scortecciamento per levare tutti i brandelli di cor- 
teccia, che si sollevano lungo il tronco ed il ramo e danno ricetto agli 
insetti, ai muschi e licheni. 

Questa pulizia si fa coi raschiatoi (fig. 53 e 54) e colle spazzole di 
fili d'acciaio (fig. 55 e 56). Si faranno anche, per distaccare i muschi e 
licheni, (a cui può servire il guanto Sabaté, fig. 65) delle lavature con 
spazzole bagnate con liscivia di cenere o Kainite. 

Nel caso in cui sul tronco vi fossero molti muschi, si può adope- 
l'are con vantaggio, ma con le dovute precauzioni da parte degli operai 
una pennellazione con una soluzione al 12 % di acido ossalico. L'acido 
ossalico fa in brevissimo tempo disseccare tutti i muschi, che da verdi 
diventano di color bruno e cadono. Ho applicato con vantaggio anche 
la seguente miscela: 125 gr. di aloe e kg. 1 V2 di calce spenta, stempe- 
rata in 8 litri di acqua. Si dà questa miscela, lungo tutto il tronco e i 
rami principali, cosi si impedisce l'annidarsi di insetti e la formazione 
di nuovi muschi mentre si distruggono quelli che le vengono a contatto. 

8. — Imbianchimento dei fusti e rami con latte di calce molto denso. 
Compiute le precedenti operazioni nello stesso autunno si fa l'imbian- 
chimento adoperando un pennello od una pompa. 

8 — T.VMARO - Frutticoltura 



- 114 - 

La calce che si adopera deve essere spenta da lungo tempo. 
Gli efletti dell'imbianchimento sono : 

a) Di cauterizzare i resti dei muschi, licheni e le spore, che colla 
raschiatura non sono stati allontanati. 

b) Di facilitare la caduta dei brandelli di corteccia che riman- 
gono appiccicati. 

e) Di distruggere gli insetti o ninfe eventualmente rimaste. 

d) D'impedire la deposizione delle uova e la circolazione alle 
larve. 

e) D'impedire lo sviluppo di altre ciittogame. 

f) Di riparare le piante dai danni dagli sbalzi di temperatura e 
specialmente dal gelo. 

Per le piante che nella vegetazione precedente sono state colpite 
straordinariamente da malattie crittogamiche, come peronospora, tic- 
chiolatura, oidium, ecc., ho trovato conveniente l'imbianchimento con 
una poltiglia bordolese composta del 6 % di solfato di rame e 6 % di 
calce spenta in 100 d'acqua. 

L'imbianchimento in primavera è mano vantaggioso. 

9. — Ringiovanimento (fig. 131). Fra le specie e varietà di piante 
da frutto coltivate, non sono poche quelle che si distinguono per 
un'abbondante e precoce fruttificazione nei primi anni. Passata però 
una certa epoca, si osserva che in queste piante le gettate annuali 
crescono sempre più corte e deboli, la fioritura aumenta a scapito 
della qualità, crescono dei succhioni alle biforcazioni dei rami ed al- 
l'incurvamento delle branche, infine queste piante non danno più nuovi 
germogli ; le frutta non vengono più a maturazione, ma, increspate, 
ancora verdi e ticchiolate, cadono a terra; — i rami si ricoprono di 
licheni e muschi, quelli più lontani dal fusto si disseccano ; — in una 
parola la pianta accenna a morire. 

La causa di questi fenomeni risiede nel fatto che la pianta per la 
troppa fruttificazione si è esaurita, e la presenza dei primi succhioni 
alle biforcazioni delle branche, dimostra che queste non sono più ca- 
paci di alimentare i rami lontani, ma che vogliono riprodursi con rami 
giovani e più vicini. Sta quindi nella abilità ed accorgimento del frut- 
ticoitore d'impedire la morte della pianta. 

La presenza dei succhioni lungo le branche è un primo indizio 
dell'esaurimento, e se noi asseconderemo la natura col recidere le 
branche per metà o per due terzi o vicino al punto in cui sorgono i 
succhioni noi possiamo salvare la pianta. Questo radicale accorciamento 
delle branche si chiama appunto ringiovanimento. 

Il ringiovanimento è un'operazione che si deve fare normalmente 
ogni 10 o 15 anni per alcune specie di piante, quali il pesco, il susino, 
il ciliegio, alcune varietà di meli (Renetta di Champagne, Renetta grande 
di Gassel, Parmaine dorata) e di peri (William, Butirra Napoleone, Bu- 
tirra bianca d'autunno e Buona Luigia d'Avranche). In genere esso di- 
pende invece dal sistema d'allevamento, dal terreno in cui si trovano 



- 115 - 

le piante. Quanto più sciolto e sabbioso è il terreno, quanto più forzata 
è la coltivazione di una pianta, tanto più presto essa invecchia. 

Si applica pure il ringiovanimento in diversi casi con vera efficacia, 
e questi sono ; 

a) Quando le piante soffersero per gelo, per neve, grandine, venti 
per insetti o malattie crittogamiche. 




Fig. 131. — Ringiovanimento di un gelso, un anno dopo fatto il taglio. 



b) Quando sono affette da clorosi. 

e) Quando una pianta riesce improduttiva o di qualità scadente. 
Allora si innestano le branche con la varietà che si desidera, o si 
soprainnesta con la stessa varietà per migliorare la qualità. 

d) Quando una parte della fronda ha preso uno sviluppo non 
proporzionale a quello del fusto. 

Nell'operazione del ringiovanimento bisogna seguire le seguenti 
regole: 

a) Si operi nel mese di febbraio e marzo, o meglio in settembre. 

bj L'amputazione delle branche si faccia sull'incurvamento. 



- 116 - 

e) I tagli non devono avere un diametro superiore di 8 cm. 

d) Il taglio si faccia, senza fare lacerazioni alla corteccia, ad un 
punto liscio e senza nodi, più vicino possibile alla base, per non la- 
sciare monconi. 

e) La direzione del taglio deve essere perpendicolare all' asse 
della branca che si taglia. 

f) La ferita deve essere ripassata con un buon ferro tagliente, e 
coperta con un mastice, per impedire che l'acqua vi penetri. 

g) Si può senza inconvenienti amputare contemporaneamente 
tutti i rami di una pianta, sia che si tratti di ringiovanimento o di so- 
prainnesto. 

h) Nell'anno che segue si devono lasciare tutti i germogli che 
sorgono, indipendentemente della loro posizione ed anche se la pianta 
è stata innestata. 

i) Se a malgrado di questa capitozzatura, la pianta non sviluppasse 
dei rami vigorosi, è indizio che è sofferente, non per esaurimento, ma 
per qualche altra causa. Non trovando questa causa, bisogna allora 
atterrar la pianta e, rinnovando il terreno, sostituirla con un'altra. 

Quando un tronco od un ramo vengono tagliati trasversalmente, nel moncone ri- 
masto si forma intorno al corpo legnoso nella corteccia, o a meglio diie fra il legno ed 
il libro, un tessuto, il quale si rigonfia ed assume presto 1" apparenza di un argine 
anullare. Le cellule legnose tagliate e denudate che sono nel mezzo dell'argine anullare, 
non hanno la facoltà di dividersi, di moltiplicarsi e di divenire la matrice di una neo 
formazione, si disseccano e periscono. Ma il tessuto che forma l'argine anullare, si allarga, 
restringe sempre più la parte centrale morta della regione del moncone e si distende 
alla fine così completamente sulla medesima, che tutta la sezione è interamente coperta 
dalla neoformazione. Questa neoformazione è chiamata callo ed è paragonabile a quella 
che si forma col connettivo che sta sotto alla nostra pelle, quando viene tagliato un 
braccio, una gamba. 

Nelle piante tagliate questo callo ha una importanza particolare poiché in esso si 
formano delle gemme da cui si sviluppano i nuovi germogli della pianta tagliata. Sic- 
come il callo si è incuneato fra il vecchio libro ed il vecchio legno, cosi avviene che i 
nuovi germogli formano un nesso e connesso col vecchio tronco. 

Lo stesso callo si forma quando noi leviamo una porzione di corteccia dal fusto, 
così pure quando un germoglio sorto dal callo dissecca, allora viene sostituito da una 
nuova gemma della base producendo però così un moncone od un bitorzolo dissecato 
che non è infrequente di trovare sui rami di piante troppo sottoposte a tagli continui 
come nei salici, gelsi, querele ecc. 

10. Incurvatura. — Consiste nell'incurvare i rami colla punta in giù 
a semicerchio. Si ricorre a questa operazione per rallentare il movi- 
mento della linfa nei rami eccessivamente vigorosi e costringerli a 
fruttificare (fig. 132). 

11. Legatura in secco e palatura. — La legatura per le forme ap- 
poggiate si fa iramediatainente dopo il taglio e consiste, dopo avere 
determinato la direzione e la distanza delle branche, nel fissarle ai 
tutori con legaccioli di salice, di cotone, ecc. 

Trattandosi di piante libere, il fusto si suole affidarlo ad un palo 
tutore. Questa operazione è chiamata palatura. 



— 117 — 

Molti autori sono contrari ai pali, perchè le piante legate danno 
bensì getti più vigorosi, ma il fusto rimane più esile. E difatti, attorno 
ad una pianta lasciata libera, l'aria circola meglio se anche per lo 
scuotimento del vento si romperà qualche radice, nasceranno altre 
radici giovani, poiché la pianta è costretta a trovarsi dei nuovi punti 
d'appoggio. Per il fatto poi, che ogni parte libera cresce sempre più 
vigorosa di altra tenuta legata, e per il risparmio di tempo e di denaro 
che si ha, non si può fare a meno di parteggiare per quelli che sono 
o contrari alla palatura. Una pianta da frutto bene allevata con fusto 
e rami robusti non può aver bisogno di pali. 

Soltanto ai fusti non diritti, il palo è necessario. 

I pali devono essere diritti, non tanto grossi, secchi e scortecciati. 
Non devono essere tanto grossi perchè colla loro ombra dannegge- 
rebbero il fusto. E' bene siano di castagno o frassino. 

Perchè si conservino a lungo, il requisito principale è quello della 
secchezza ; la carbonizzazione, l'immersione nel catrame, nella soluzione 




Fig. 1.32. Incurvatura di un ramo fruttifero. 



di solfato di rame o ferro, sono mezzi che giovano limitatamente, 
avendo queste sostanze una azione superficiale se al più i pali non 
sono straordinariamente secchi. Per essere sicuri che i pali si conser- 
vino a lungo, bisognerebbe sottoporli, in stabilimenti speciali, ad un 
trattamento di pressione per impregnarli di solfato di rame o subli- 
mato corrosivo. 

L'estremità del palo è bene venga a trovarsi a 5-10 cm. al di sotto 
della prima diramazione della corona, e si fanno le legature come è 
indicato nella Parte sesta Gap. XVIII. 

Si potrà anche tenere fermo il fusto al palo con due anelli, che si 
possono aprire a cerniera, rivestiti di paglia e fìssati uno a circa 10 cm. 
sotto alle estremità del palo e l'altro a metà altezza. Questi anelli si 
possono fare con filo di ferro grosso, quello di scarto del telegrafo. 

Trattandosi di piante appoggiate, allora la legatura in secco consi- 
ste dapprima nel legare le branche più robuste alla intelaiatura contro 
cui esse vengono allevate ; si passa poi alle branche secondarie, quindi 
ai rami a frutto, e di questi, prima si legano i superiori e poi gli 
inferiori. 



— 118 - 

Sul modo di legare e sulla qualità delle intelaiature, mi intratterrò 
più a lungo quando si parlerà delle spalliere e loro armature nella 
Parte sesta. 

X. 
Potatura verde. 

Quantunque sia antichissima la pratica della potatura verde, con 
tutto ciò da noi è ancora assai poco generalizzata. Nella coltura della 
vite è entrata fra le pratiche ordinarie, non cosi nella coltivazione 
delle altre piante da frutto. Eppure sono tanti i benefìzi che si traggono 
colla potatura verde e si eseguisce con tanta facilità, che non si può 
fare a meno di raccomandarla caldamente quale una delle pratiche 
più importanti. 

Vedremo più innanzi lo scopo delle diverse operazioni che si com- 
prendono sotto il titolo di potatura verde ; per ora basta accennare, 
che con questa si completa la potatura secca, si favorisce la fruttifi- 
cazione migliorando la qualità e si facilita infine la potatura secca del- 
l'anno prossimo. 

1. La scacchiatura. — Scacchiare vuol dire : togliere alle piante 
tutte le messe nuove mal situate o superflue, perchè se ne avvantaggino 
i rami, che danno o devono dar frutto e quelli destinati a costituire 
l'ossatura della pianta. 

La scacchiatura devesi perciò cominciare quando sorgono dei ger- 
mogli inutili sul tronco e sui rami. Siccome questi getti crescono a 
danno dei rami normali, è naturale che questa operazione devesi fare 
in primavera, appena essi spuntano e devesi ripetere ogniqualvolta 
avessero da rigermogliare. 

La scacchiatura ha una particolare importanza pel pesco e per la 
vite. Per la proprietà che hanno queste piante di portar frutto soltanto 
sui rami formatisi nell'anno antecedente, il frutticultore ha, nella scac- 
chiatura, un potente mezzo per provvedere, non soltanto ad una buona 
fruttificazione dell'anno in corso, ma anche alla formazione di buoni 
rami a frutto per l'anno venturo. 

Dobbiamo però in particolar modo far delle osservazioni rispetto 
al modo di scacchiare queste due piante. 

Noi, colla scacchiatura, togliamo l'equilibrio naturale esistente fra 
lo sviluppo aereo e quello sotterraneo della pianta. Questo squilibrio 
può essere vantaggioso quando si tratta di una pianta adulta, poiché 
allora la linfa va a rinvigorire quei getti che rimangono. Se invece la 
pianta è giovane oppure molto vigorosa, pel soverchio afflusso della 
linfa, i frutti maturano a stento, spesse volte cadono, e nei peschi ed 
altre piante a nocciolo, essa produce molto facilmente il male della 
gomma. Quindi non si deve fare la scacchiatura in una sol volta, bensi 
incominciare coi germogli posti sulle parti più favorite della linfa, 



- 119 - 

cioè verso la soniinità dell'albero, ed 8 o 10 giorni dopo, si levano via 
quelle delle altre parti. 
Riassumendo : 

a) La scaccliiatura non devesi applicare atTalto sopra piante gio- 
vani, e deve essere limitata per quelle anche adulte, che sono mollo 
vigorose. 

b) Non devesi scacchiare in una sol volta una pianta, si inco- 
minci dall'alto e doj)o 8 o 10 giorni si ritorni, per scacchiare i rami 
interiori. 

e) Per le piante vecchie, deperenti, la scacchiatura ha la massi- 
ma importanza non soltanto pei frutti pendenti, ma perla preparazione 
dei frutti e rami dell'avvenire. 

La scacchiatura si fa meglio colle mani che cogli strumenti da 
taglio. Se i germogli sono troppo sviluppati perchè strappandoli si fa- 
rebbe una ferita troppo lacera, conviene adoperare il potatoio. 

2. La cimaliint. — Consiste nel sopprimere coli' unghia del dito 
pollice, premendo contro l'indice, l'estremità dei germogli. Togliendo 
la cima ai germogli, arrestiamo per il momento il loro sviluppo in 
lunghezza, e la linfa fa ingrandire le foglie, ingrossare i frutti e le 
gemme sottostanti. 

Mentre la cimatura arreca notevoli vantaggi sullo sviluppo della 
frutta, non ha altrettanto benefica influenza sulla qualità dei fruiti. Da 
esperienze fatte, specialmente sulla vite, è risultato, che quanto più si 
cima tanto più grosse riescono le frutta, ma tanto meno dolci ed aro- 
matiche. Cosi si può osservare quotidianamente, che una stessa varietà 
di piante da frutto, allevata a pieno vento e senza cimatura dà frutta 
bensi più piccola, ma più gustosa e dolce di quella ottenuta con una 
forma appoggiala. 

Come per la scacchiatura, la cimatura non si deve fare in una sol 
volta sopra la medesima pianta ma gradualmente, alla distanza di 
qualche giorno, cominciando dai germogli superiori; cosi conviene la 
sua applicazione più o meno rigorosa a seconda del vigore della pianta 
e della sua fertilità. Quanto più produttiva è una pianta, tanto meno 
occorre cimare; cosi, quando si ha eccessivo vigore sarebbe un errore 
cimare troppo corto e, se la pianta è debole, si lascia intatta. 

Colla cimatura ci proponiamo tre scopi: 

a) Di rallentare lo sviluppo dei germogli che crescerebbero 
troppo vigorosi, e di favorire lo sviluppo dei più deboli. 

b) Di mantenere i rami a frutto già costituiti negli anni prece- 
denti e di conservare, migliorando, il frutto pendente. 

cj Di provocare lo sviluppo di nuovi rami o gemme a frutto. 

A raggiungere il primo scopo e cioè di equilibrare la pianta, basta 
sorvegliare se qualche germoglio minaccia di passare gli altri in lun- 
ghezza. In questo caso, cimando il germoglio più vigoroso all'altezza 
dei deboli, si rallenta il suo sviluppo. 

Per raggiungere gli altri due scopi, bisogna distinguere a seconda 
pelle diverse specie di [)ianle. 



120 - 




3, L'incisione anulare. — Anche questa è una operazione che si fa 
esclusivamente alla vite e che riporto dal mio Manuale Hoepli: — Uue 
da tavola. 

"Quando la vite è in piena fioritura, allo scopo di impedire la 
colatura dei fiori nonché di sviluppare di più il grappolo anticipando 
anche la sua maturazione, si suole togliere un anello di corteccia larga 
3 mm, (A fig. 133) immediatamente sotto il primo grappolo, in modo 
però da non intaccarre l'alburno. Questa incisione fa arrestare la linfa 
elaborata dalle foglie superiori a vantaggio dei grappoli. 

" Nell'allevamento delle uve da tavola si può 
applicare questa incisione soltanto quando si de- 
vono sopprimere lutti i getti che portano frutto, 
come sarebbe col sistema Guyot, non mai però 
quando trattasi di cordoni permanenti. 

" Per meglio eseguire l'operazione, anziché ado- 
perare un coltello, si sono costruite delle appo- 
site tanagliette, quali quella del Pulifìci (fig. 67). „ 
4. — Uinfrangimento si opera sui germogli al 
di sopra di cinque o sei foglie, allorquando la 
loro base ha preso una consistenza legnosa. Vien 
fatto specialmente sui germogli degli alberi a gra- 
nella, ma solo quando non si é potuto operare la 
cimatura. L' infrangimento si fa appogiando il ta- 
glio del potatoio contro il ramo al punto in cui 
si vuol recidere, rovesciando col pollice questo 
ramo sopra la lama e invece di svettarlo, lo si 
lascia penzoloni, acciò continui a vegetare anche la parte infranta e 
così evitare che le gemme della parte inferiore, diano per il soverchio 
vigore dei rami anticipati, anziché dei dardi (fig. 134). 

5. — La torsione si applica nello slesso caso dell'operazione pre- 
cedente. Per fare la torsione si prende con due dita della mano sini- 
stra il ramo sul quale si vuol operare e coli' altra mano si torce la 
parte soverchia, sopra la parte inferiore (fig. 135). 

6. — L' incurvamento dei rami consiste, nel curvare a forma di 
cerchio o ad arco certi rami, allo scopo di costringerli a dar frutto. 

7. Legatura in verde. — Consiste nel fissare contro i muri e le arma- 
ture i germogli di prolungamento dei rami delle piante allevate a spal- 
liera, come anche i getti fruttiferi del pesco e della vite. La legatura 
in verde o palizzatura di estate, come viene anche chiamata, serve per: 

a) supplii'e alla sfrondatura. 

b) riparare ai difetti della potatura secca. 

e) facilitare la colorazione e la maturazione dei frutti. 

d) favorire l'afflusso della linfa piuttosto sopra una branca che 
sopra un'altra. 

e) preparare la pianta al taglio secco, rendendolo meno lungo 
e diffìcile. 



Fig. 133. — Incisione 

anulare della vite 

A - l'incisone 



- 121 — 

f) evitare che i giovani germogli si pieghino e si guastino per 
il vento. 

L'epoca nella quale bisogna fare la palizzatura dipende interamente 
dalla specie ed anclie dalla varietà dell'albero, sul quale si opera. È 
evidente che le varietà che danno frutta precoci devono essere paliz- 
zate prima e più tardi le varietà tardive. Ciò dipende anche dalla ve- 
getazione della pianta più o meno rigogliosa, poiché è naturale, che 
una pianta vigorosa bisognerà legarla prima che una debole. Dunque 
noi non diremo, come molti autori, che la palizzatura devesi fare in 
giugno o luglio ; suggeriremo invece di farla nel momento in cui si 
presentano minori inconvenienti. 

Quando il muro non ha reticolati, conviene servirsi di stracci, al- 
trimenti s'impiega il giunco, che è la più economica fra le legature 





'^y Fig. 134. — Intranginiento. 



Fig. 135. — Torsione. 



Nel legare bisogna por mente che il germoglio possibilmente non toc- 
chi il chiodo od il filo di ferro, perchè si potrebbero produrre delle 
ferite, e nelle piante a nocciolo la malattia della gomma. Naturalmente 
le legature bisogna farle rilassate, nella prevenzione dello sviluppo dei 
germogli. 

8. — Taglio verde da molti anche chiamato potatura in verde. Con 
un tal titolo si indicano tutte le amputazioni fatte col potatoio o colla 
forbice, quando gli alberi sono in vegetazione e servono a liberare le 
piante di quei rami, che furono lasciati nella potatura secca per un 
dato scopo che non hanno raggiunto. 

Cosi ad esempio per il pesco, se un brindillo venne lasciato lungo 
per portare frutti e questi non attecchirono, si taglia il detto ramo 
immediatamente sopra alle due prime gemme, per ottenere da queste 
due germogli più vigorosi dalla base. Cosi per la vite. Se dopo lo svi- 
luppo dei germogli uviferi, viene una tempesta che li danneggia, si 
taglia il ramo a frutto, per rinforzare i due germogli dello sperone. 



— 122 - 

Inlìne, se questi rami hanno portato fruito si possono tagliare appena 
il frutto è stato raccolto. 

Un tale taglio si fa quindi dal maggio al mese di settembre e cioè 
appena, quella data parte di ramo, viene riconosciuta inutile. 

Il taglio verde conviene ancora ap])l icario quando si vede minac- 
ciato l'equilibrio fra le branche. 

9. Soppressione dei bolloni, dei fiori e dei frutti troppo numerosi. — 
Negli anni d'abbondanza, se si lasciassero tutti i frutti, essi restereb- 
bero piccoli, di qualità scadente e l'albero si guarnirebbe di un esiguo 
numero di gemme a frutto per l'anno venturo. 

Per gli alberi con frutto a nocciolo, la soppressione si deve fare 
quando gli endocarpi si sono già formati, e cioè in principio di giugno. 
Si abbia cura, nella soppressione, di conservarne meno sui rami deboli 
che sui forti. Per i peschi se ne possono lasciare da 20 a 25 per m^„ 
e sugli albicocchi da 40 a 50. 

Sul pero e sul melo si fa la soppressione presso a poco nella me- 
desima epoca, togliendo i frutti mal formati, i quali in seguito si dira- 
dano in modo, da lasciare una mezza dozzina di pere per ogni metro 
di lunghezza del ramo. Naturalmente tutto ciò dipende dalle varietà di 
I)iante che si coltivano. 

Per il commercio delle uve da tavola, onde ottenere degli acini 
più voluminosi, si suole lasciare un solo, al massimo due grappoli, 
per ti'alcio fruttifero. 

Quando gli acini hanno raggiunto la grossezza di un pisello si 
diradano con forbici (fig. 45) non aguzze a punta accuminata, ma appo- 
sitamente costruite, togliendo quelli meno sviluppati e troppo fìtti. 
Trattandosi di viti giovani o molto vigorose, le quali di solito danno 
grappoli lunghi, si recide addirittura la punta del grappolo per 2 o 3 
cm. di lunghezza. 

Col diradamento si tolgono anche tutti gli acini non fecondati ed 
imperfetti. Alle varietà ad acini grossi si tolgono circa due quinti de- 
gli acini ed alle uve con acini piccoli, circa il quinto. Così gli acini 
lasciati si sviluppano straordinariamente, l'uva matura meglio, più 
presto, non infracidisce, e viene meno colpita dagli insetti. 

E' una operazione questa di somma delicatezza, che per lo più 
viene fatta dalle donne. Nel fare il diradamento, non si deve toccare 
il grappolo, né gli acini che si devono lasciare; bisogna acquistare 
una certa pratica per saper scegliere gli acini da tagliarsi avendo ri- 
guardo anche alla forma del grappolo. 

La soppressione dei bottoni e dei fiori si può applicare con van- 
taggio sopra piante deperenti. A tutti è noto che una pianta da frutto, 
esaurita o vicina a morire, emette una quantità di bottoni e poi di 
fiori. Lasciando queste produzioni, non si farebbe che aflrellare la 
morte. E' quindi consigliabile, quando la pianta è in fioritura, di levare 
delicatamente tutti i fiori. Avviene molto di sovente che allora, alla 
base dei fiori, vengono emessi dei germogli e con ciò la pianta acquista 



- 123 - 

in vegetazione. Per la difficoltà della scelta dei bottoni non possiamo 
consigliare la soppressione di questi, bensì quella dei fiori, che è molto 
più sicura. 

10. Sfogliatura. — Questa operazione ha lo scopo di esporre diret- 
tamente i frutti all'influenza dei raggi solari, perchè diventino più sa- 
l)oriti ed anticipino la maturazione. Si pratica specialmente sui peschi 
e sulla vite, allevati a spalliera. La sfogliatura si comincia quando i 
frutti sono sul punto di maturare, e cioè 10 o 12 giorni prima della 
raccolta. 

Si levano le foglie che stanno fra il frutto ed il muro per uti- 
lizzare meglio i raggi riflessi da quest'ultimo. 

Quando comincia la maturazione dei grappoli e cioè quando gli 
acini cominciano a cambiare di colore, si sopprime qualche foglia 
esterna, e specialmente quelle che danno troppa ombra. Perciò le foglie 
'poste sotto e piegate contro il muro, poi quelle che toccano i grappoli, 
conservando però sempre una o due foglie sopra al grappolo che 
funzionano da riparo. 

11. Privazione della luce. — Si sa che la luce è uno degli agenti 
principali di vegetazione delle piante. Quando si vuole che una parte 
della pianta, perchè troppo vigorosa, non continui a crescere a scapito 
di un'altra, si suole coprire quella più vigorosa con una stuoia distesa 
sopra un telaio : e questo riparo si lascia fino che 1' altra parte rag- 
giunge lo sviluppo desiderato. Questo sistema è impiegato specialmente 
alle spalliere di pesco. 

12. Insaccamento dei frutti. — Per preservare le uve da mensa dalle 
api e vespe, già da tempo si usa insaccarle. Più recente è la pratica 
dell'insaccamento degli altri frutti come le pere e mele che le preser- 
vano dalla ticchiolatura, dalla pirale e da altre insidie. 

Il frutto in realtà in questa vita confinata, oltre essere preservato 
dalle malattie, acquista un aspetto più leggiadro ed aggradevole all'oc- 
chio ; la buccia si rende più sottile, prende delle sfumature più deli- 
cate; si sviluppa meglio e nell'assieme acquista dei pregi incontesta- 
bili molto apprezzati sul mercato. 

L'insaccamento dell'uva fa anticipare di qualche giorno la matu- 
razione, ma non è consigliabile che per le varietà bianche poiché per 
le altre il colorito riesce più sbiadito. 

Per le pere e mele che devono prendere un colorito più intenso, 
i sacchetti devono essere levati 8 o 10 giorni prima del raccolto, per- 
chè possano godere del sole e dell'aria libera. Questo periodo è suffi- 
ciente per far sviluppare alla buccia quel pigmento colorato e che 
rende le frutta più apprezzate. Alle varietà molto colorate, l'insacca- 
mento è meglio non farlo. 

I sacchetti non devono essere tolti bruscamente, per evitare dei 
colpi di sole. Il primo giorno si comincia a scoprire la parte vicina al 
penducolo, il secondo giorno si scopre a metà ed appena nel terzo 
giorno lo si leva del tutto. Queste operazioni si fanno al tramonto del 
sole o nelle giornate coperte. 



- 124 - 

I sacchetti si fanno di carta bianca o giallastra semi lucida, im- 
permeabile, in modo che la luce possa penetrarvi e aperti al di sotto 
specialmente per l'uva. 

Perchè il frutto rimanga aereato bisogna che il sacchetto sia grande 
e si fanno dei fori con uno spillo nella carta ed anche sul fondo, perchè 
scoli via l'acqua. 

La forma può essere varia a seconda della forma presumibile del 
frutto, ma la preferibile è a campana modello Opoix, che sono tenuti 
aperti nel fondo mediante un filo o una lista di cartone. Il sacchetto 
ha una fenditura laterale, che serve per farvi passare il penducolo del 
frutto, poscia si riuniscono i margini piegandoli e si attaccano al pen- 
ducolo, senza farvi entrare le foglie della borsa. La legatura si fa con 
del filo di piombo. 

Si possono anche adoperare dei sacchetti chiusi ed allora il frutto 
viene quasi a contatto della carta, ciò che non è desiderabile special- 
mente per l'uva. 

L'uva si rinchiude nei sacchetti, appena fatto il diradamento degli 
acini, scegliendo naturalmente i grappoli più belli e sani perfettamente, 
poiché c'è molto da temere che l'uva nell'interno marcisca. Se si ha 
questo timore si attenda anzi di fare l'insaccamento, all' invajatura. 

L'insaccamento si raccomanda esclusivamente per le forme appog- 
giate (cordoni, spalliere). Nelle piante libere, esposte al vento, l'insac- 
camento fa cadere di più le frutta. 



PARTE QUARTA 
FORME 



I. 
Perchè alle piante da frutta si danno forme speciali. 

1. — Abbandonando una pianta a sé stessa, essa assume un porta- 
mento speciale, inerente alla sua natura e perciò chiamato portamento 
naturale. Questa pianta si distinguerà fra tutte le altre coltivate per la 
sua robustezza, longevità e dimensione. Se costretta invece a prendere 
una data forma, secondo la volontà dell'uomo avrà un minore sviluppo 
apparente, ma mentre dalla prima si otterrà un prodotto di frutta, 
abbondante si ma saltuario, dalla seconda si otterrà costantemente un 
sicuro prodotto. E qui non si limita il vantaggio delle forme. 

Dando una forma alle piante, noi limitiamo lo spazio da esse oc- 
cupato e perciò abbiamo la possibilità di coltivarne un maggior numero, 
nello stesso spazio e senza danneggiare altre colture sottostanti. Di più 
si assicura il prodotto, si rende più intensiva la produzione, così da 
poter raggiungere lo scopo finale comune a tutte le industrie e cioè di 
produrre il massimo con la minor spesa. 

Se bene si rammenta il nostro benevolo lettore, un consimile ragionamento l'ab- 
biamo latto quando si trattava di dimostrare la necessità della potatura e perciò la sua 
importanza. Difatti lo studio delle forme non è altro che una applicazione continua 
della potatura. Abbiamo dovuto studiare l'organizzazione delle diverse specie di piante 
coltivate per trarne poi dei precetti o norme sui modi di potare, e in questo studio 
delle forme bisognerà richiamare alla mente quelle istruzioni ed applicarle, a seconda 
che lo consente la natura della pianta. Ad una pianta, è vero, si può dare quasi sempre 
la forma che si desidera, ma noi dobbiamo considerare per razionale quella che ci dà 
il maggior reddito. In una parola non tutte le forme si prestano egualmente od anche 
per le specie di piante coltivate per le varietà della stessa specie. 

Se guardiamo nel passato noi troviamo che le forme hanno una 
storia molto più antica della frutticoltura in genere. L'uomo possiede 
per istinto l'idea di dominare e di imprimere la sua volontà e certa- 



- 126 - 

mente nei parchi coltivati si avrà voluto dare alle piante una forma 
piacevole all'occhio per dilettare la dama di corte o per rendere più 
piacevole il soggiorno del principe. 

Dilatti la storia ci racconta come ben allineati, tagliati e ben tenuti 
fossero gli alberi dei ricchi giardini indiani e babilonesi. In tempi più 
moderni sappiamo che i giardinieri francesi davano alle piante dei 
parchi la forma di mostri, di statue, per compiacere re e cortigiani. 

E' sicuro che noi di queste forme non intendiamo parlare. Oggi 
col dare la forma ad una pianta ci proponiamo è vero di renderla 
piacevole all'occhio, ma più ancora di renderla più produttiva. Quindi 
non è il capriccio o il puro senso del bello che ci guida, ma è la pra- 
tica razionale di coltivare le piante da frutto, avvalorata dagli esperi- 
menti più rigorosi di persone competenti. La forma è il mezzo: 

a) di ottenere la produzione massima di frutta dalle singole 
qualità coltivate; 

b) di diminuire i danni dell'ombra ad altre coltivazioni ; 

cj di mantenere l'equilibrio fra le diverse parti della pianta e 
quindi una maggiore regolarità di produzione; 

d) di riparare le frutta dai danni del vento, della grandine ed 
altre intemperie per quanto possibile ; 

ej di affrettare o ritardare a piacere, la maturazione delle frutta ; 
fj di ottenere frutta più grosse, più belle e saporite. 
2. — Le forme che vengono date alle piante da frutto sono molte, 
e variano a seconda della specie, delle condizioni di clima, terreno ed 
infine a seconda delle condizioni economiche. 
Le forme da me proposte sono quelle : 

a) che si ottengono più facilmente; 

b) che si ottengono in breve tempo cosi che presto occupano il 
posto a loro designato ; 

cJ che hanno le branche meglio disposte in modo che i frutti 
possono godere al massimo l'aria e la luce; 

d) che permettono senza difficoltà e con rapidità ed economia 
di tempo a fare le potature e tutte le operazioni necessarie per com- 
battere le malattie. 

Come consiglio di abbandonare le forme cosi dette artistiche che 
soddisfano più che altro il senso estetico o l'ambizione personale di chi 
le ottiene, debbo anche raccomandare di ridurre sempre più quelle 
forme giganti, quegli alberi che obbligano il potatore ad adoperare delle 
scale lunghe e pericolose, in cima alle quali non si può operare mai 
con esattezza e con raziocinio. 

Una delle caratteristiche della nostra frutticoltura in Italia è il pre- 
dominio di queste forme alte, naturali, raramente sottoposte al taglio. 
Se andiamo negli Stati Uniti dove gli impianti sono recenti, razionali e 
fatti per estensioni immense, la caratteristica di quelle piantagioni con- 
siste nell'avere le piante senza fusto. Il fusto è completamente elimi- 
nato. A queste ultime forme noi dobbiamo arrivare nella coltivazione 



- 127 - 

in grande e cioè alla forma a vaso o piramidale e che ora vedo appli- 
cata abbastanza eslesamente per il pesco. I.e forme più piccole e le 
appoggiate conviene applicarle per i fruiteti di speculazione e casa- 
linghi. 

Ed ecco senza altro le forme di cui tratteremo e che ritengo più 
convenienti per le nostre piante da frutto. 



libere 



Forme 

cordone . 



»l)poggiate '^ ad 

palmella 





/ ^• 


piramide 




''' 


fuso 




\3. 


basse 






pieno e mezzo vento 




alberello 




cespuglio 




\ 7. 


ceppala 




8. 


annuo 


permanente 


\ 9. 


semplice 




' 10. 


doppio 




\ li. 


U semplice 




Iì2. 


U doppia 




,13. 
U4. 


verticale a 5 rami 




Verri er a 6 rami 




jl5. 


semplice 




'l6. 


doppia 


II. 

Piramide. 







1. — Fra le forme libere, la piramide è sicuramente delle più im- 
portanti, sia per la sua eleganza, sia per la produzione. A dire il vero, 
dagli scrittori più antichi la piramide è stata più apprezzata che non 
adesso. 

Gli appunti principali che le si fanno riguardano, alcuni la difficoltà di ottenerla, 
altri la produzione, altri infine l' inflennza dannosa che subisce per le intemperie. 

c;he vi siano delle difficoltà per ottenere (juesta forma, non puossi negarlo, e ciò 
ho potuto constatare, non soltanto nella pratica, ma anche visitando dei frutteti nei 
quali in pochi casi ho trovato delle piramidi perfette. I difetti principali di forma che 
ordinariamente si verificano sono due e cioè : l'asse centrale riesce troppo sviluppato in 
confronto delle branche laterali o viceversa. Nel primo caso abbiamo le piramidi poco 
produttive, nel secondo delle piramidi poco resistenti ai venti. Ma tutto questo dipende 
dall'imperizia del potatore, il quale non sa mantenere l'eipiilibrio fra lo sviluppo delle 
branche e quello del fusto. Allora avviene che la linfa, essendo attirata per maggior 
parte dalle branche inferiori, arriva all'estremità molto debole e perciò le branche 
della cima riescono poco o affatto produttive, f^e estremità delle branche inferiori si 
allungano troppo rimanendo debole la base, con evidente pericolo di rompersi col peso 
dei frutti. 

Rispetto alla produzione, molti asseriscono che questa non è tanto rilevante da 
compensare lo spazio di terreno occupato dalla piramide, che i frutti lontani dall' asse 



- 128 - 

centrale si sviluppano poco, e quelli del centro non godono tutti i benefìzi dell'aria e 
della luce. 

10 credo invece che, fra le forine libere, sia la migliore per quantità di produzione. 
Dopo 4 anni d'impianto, dalle piramidi si comincia già avere un discreto raccolto, 

che va aumentando ogni anno tanto da dover diradare molto di frequente anche le 
frutta pendenti. 

Più fondata invece è l'osservazione che le frutta del centro sono poco ventilate e 
che dalle branche si ottengono delle frutta poco sviluppate. 

Per rimediare a questo inconveniente consiglierei di allevare a piramide soltanto 
le varietà estive ed autunnali e non le invernenghe. 

Le intemperie che maggiormente danneggiano le nostre piante da frutto sono : la 
brina, i venti e la grandine. Per la brina è sicuro che la piramide soffre più del pieno 
o mezzo vento, ma da noi son ben rari i casi in cui si formino delle brine tanto forti 
al tempo della fioritura del pero, da danneggiare tutta la pianta. In ogni modo non 
converrà^piantare a levante le piramidi, ma invece a file da nord a sud e possibilmente 
nel mezzo del frutteto, anziché nei contorni. Invece il vento e la grandine danneggiano 
meno questa forma che qualsiasi altra, inquantocliè il maggior peso della pianta gra- 
vita in basso e le frutta vengono riparate dai rami superiori. 

La piramide oggi è preferita anche per le piantagioni industriali 
fatte in grande come si fa in California, dove per ettari ed ettari di 
terreno si pianta in pieno campo. 

2. — Non tutte le specie fruttifere si prestano per la piramide. Le 
varietà più vigorose del pero sono quelle che meglio si adattano, poi 
viene il melo. Anche col ciliegio e susino e specialmente per alcune 
varietà si possono avere delle buone piramidi. 

3. — La piramide, come io la intendo, componesi d'un fusto alto 
da m. 3 a 4, il quale, cominciando da 35 a 40 cm. dal terreno, porta 
dei rami (branche) laterali, la di cui lunghezza diminuisce regolarmente 
di mano in mano che si avvicinano all' estremità. Dico regolarmente, 
poiché per stabilire la lunghezza delle branche bisogna tenere per 
principio, che ogni branca deve avere una lunghezza eguale ad un terzo 
della distanza che separa la sua base dall'estremità. Cosi ad esempio unn 
piramide alta m. 3 dovrà avere le prime branche inferiori lunghe m. 1. 

Nella fig. 136 riporto l'illustrazione di una piramide tipica. 

Le branche non devono mai biforcare e devono portare solo dei 
rami a frutto. Le biforcazioni però molte volte sono utili per rimpiaz- 
zare un vacuo ; ma lasciandole, si incorre nel facile pericolo di squi- 
librare la pianta e di avere dei rami troppo fitti, come si vede nella 
lìg. 137. 

Nei primi anni queste branche devono venir dirette in modo da 
formare col piano orizzontale un angolo di 48°, che negli anni succes- 
sivi poi prende una inclinazione di 45" fino a 40" per il peso delle 
frutta pendenti. Colla inclinazione di 48" si ha la massima ventilazione 
ed una maggior azione della luce. Questa inclinazione ha pure il 
vantaggio di favorire l'allungamento delle branche e contemporanea- 
mente di rinvigorirsi in modo da poter poi sostenere il peso dei frutti. 

11 contrario succede quando le branche formano un angolo di 25" 
o meno. Trovandosi in questo caso quasi orizzontali, acquistano poca 
forza e tendono a piegarsi sempre più colla fruttificazione. 



- 129 - 

Come il lettore vede nella fig. 136, le branche laterali sono 
disposte a serie di 4 quasi unite alla base. Ciò non si può ottenere 
sempre facilmente, anzi dirò che praticamente alla prima serie si 
lasciano anche 5 branche e nelle serie superiori 4, e, se non vengono 




Fig. 136. — Piramide alata. 



tutte unite e sovrapposte una all'altra come si vede nella fig. 137, si 
procura che si alternino, in modo da ottenere un cono completo. 

Nel primo terzo d'altezza è bene che le serie distino fra loro 25 cm., 
nel secondo 30 cm., nell'ultimo terzo 35 cm. e ciò perchè le branche 
inferiori, essendo più lunghe, tendono sempre a piegarsi di più delle 
branche superiori. 

9 — Tamaro - FrutticoHiira. 



- 130 - 

4. — Per formare delle piramidi si scelgano dei soggetti vigorosi 
di un anno (fìg. 138). Preferisco i soggetti di un anno a quelli di due, 
poiché questi ultimi non hanno di solito diritta l'asta di prolungamento, 
in causa del taglio a cui vengono sottoposti nel primo anno di vivaio, 
oppure hanno delle biforcazioni. 




Fig. 137. — Piramide comune. 



L' impianto si fa in linea a 3 o 4 metri di distanza fra pianta e 
pianta (ossia ad una distanza eguale all'altezza a cui si vuol far arri- 
vare la piramide) ed in caso in cui si avessero a piantare lungo il ci- 
glio di un appezzamento, a m. 1,50 di distanza dal viale. 

Nel primo anno d'impianto si recide il soggetto a 50 cm. dal ter- 
reno e sopra una gemma [h fig. 138) opposta alla parte dove il fusto 
rimane incurvato per l'innesto (« fìg. 138). 



131 



La potatura verde comincia quando le giovani gettate hanno rag- 
giunta una lunghezza di 5 cm. Se ne sceglie una per prolungamento e 
la si mantiene diritta mediante un tutore. Dei getti laterali si scelgano 
5 buoni germogli equidistanti uno dall'altro, sopprimendo tutti gli altri. 

A questi germogli si dà una inclinazione di 48° mediante bacchette 
che si incrociano sull'asse della pianta. Praticamente si suole misurare 
la lunghezza del germoglio e si dà poi alla bacchetta una inclinazione 
tale che la sua estremità disti dal fusto di '^j.^ di questa lunghezza. 
Quando questi germogli hanno raggiunto la lunghezza di 50 cm. si 
cimano di 10 cm. riducendoli a 40. Si abbia 
cura di cimare soltanto le gettate forti, le de- 
boli è meglio lasciarle intatte. Molte volte que- 
sta cimatura bisogna rinnovarla 2 e 3 volte 
lungo la stagione. Applicando questa cimatura 
noi favoriamo lo sviluppo del fusto il quale, 
alla fine dell' anno, deve essere la metà o due 
terzi più lungo delle branche laterali e 4 o 5 
volte più grosso. Sul fusto non consiglio perciò 
di fare alcuna cimatura, però quando si tratta 
di ristaurare un albero male equilibrato o 
quando la linfa accenna ad abbandonare le 
branche inferiori, la cimatura del prolunga- 
mento del fusto può recare dei vantaggi. 

Per spiegare i tagli che si devono applicare 
negli anni successivi per formare la piramide, 
tratteremo separatamente il taglio del fusto, il 
taglio delle branche laterali ed il taglio dei 
rami fruttiferi. 

5. — Il prolungamento del fusto si po- 
trebbe chiamare debole, quando la sua lun- 
ghezza non oltrepassa i 25 cm. In questo caso 
conviene lasciarlo intatto ed anzi lasciarvi la 
gemma conica terminale, poiché questa ha 
sempre un vigore superiore alle gemme sottostanti ed assicura uno 
sviluppo maggiore al fusto nell'anno venturo. Se il prolungamento in- 
vece ha una lunghezza superiore a 25 cm. allora bisogna tagliarlo 
sopra una gemma opposta a quella sulla quale si è tagliato nell'anno 
antecedente. Ed a quale altezza mi chiederà il lettore? All'altezza 
a cui si vuol ottenere la prossima serie delle branche, epperciò, al 
primo terzo d'altezza della piramide, a 25 cm., nel secondo terzo 
a 30 cm. ed all' ultimo terzo a 35 cm. Nel caso in cui il prolun- 
gamento avesse una lunghezza di oltre 80 cm. con dei rami conve- 
nientemente disposti, che si alternano coi sottostanti e ad una conve- 
niente distanza, si taglia il prolungamento fino a 75 cm. di altezza 
poiché in tal caso si ha il vantaggio di ottenere due serie di branche 
in un anno. 




Fig. 138. — Primo taglio 

di un pero per ottenere 

una piramide. 



- 132 



Per stabilire la serie, una volta tagliato il prolungamento del fusto 
all'altezza ora enunciata, si scelgano subito le quattro gemme meglio 
situate e dalle quali si spera ottenere le prossime branche per formare 
la nuova serie. Le altre gemme conviene addirittura accecarle. 

Il taglio del prolungamento bisogna farlo in modo da lasciare un 
mozzicone sopra l'ultima gemma, il quale serve poi per tutore del 
germoglio terminale. 





Fìg. 139. — Piramide di due anni 
colle indicazioni del taglio. 



Fig. 140. — Piramide precedente 
di tre anni colle indicazioni del taglio. 



6. — La lunghezza delle branche laterali 1' ho già detta parlando 
sulla generalità della piramide. E cioè : ogni branca deve avere una 
lunghezza eguale ad un terzo della distanza che separa la sua base dal- 
r estremità. 

Per conseguenza ogni anno tutte le branche laterali non si pro- 
lunghino oltre un terzo della lunghezza a cui si è tagliato il pro- 
lungamento del fusto. Così ad esempio se il prolungamento è stato 
tagliato a 30 cm., alla branca si dovrà lasciare un prolungamento non 
superiore a 10 era. 



- 133 — 




Fig. 141. — Piramide precedente nel sesto anno. 



- 134 - 

In tal modo tutte le gemme terminali di queste branche vengono a 
trovarsi a medesima altezza e nel caso in cui non lo fossero, si devono 
piegare con una freccia di legno. 

Il taglio bisogna farlo sopra una gemma rivolta al terreno oppure, 
se si tratta di drizzare una branca, si taglia sopra la gemma che guarda 
la direzione voluta. Non bisogna però mai tagliare sopra una gemma 
rivolta in alto. Se una branca avesse per gemma terminale un dardo, 




Fig. 142. — Piramidi prima della potatura. 

conviene tagliare fino alla prossima gemma a legno, collocando più 
verticalmente la branca, perchè la sua gemma terminale venga a tro- 
varsi al medesimo livello delle altre. 

La potatura verde del ramo di prolungamento consiste nel vigilare 
che il germoglio terminale cresca vigoroso e diritto. Dei germogli la- 
terali, si allevano quelli che devono formare la nuova serie, cimandoli 
a cni. 40 se avessero a superare questa lunghezza. 



— 135 - 

Si cimeranno pure i germogli di prolungamento delle branche in- 
feriori. Si abbia l'avvertenza di scacchiare tutti i germogli che sorgono 
verticali e si mantengano quelli laterali soltanto, svettando anche quelli 
rivolti in basso. Ai germogli che si lasciano, si applica la cimatura 
colle regole indicate parlando della cimatura del pero (Vedi Parte III, 
capitolo XII). 





Fig. 143. - Piramidi dopo la potatura. 



7. — Dovrei parlare delle piramidi alate di cui una l' abbiamo 
rappresentata nella fig. 136. Questa forma non ditlerisce da qiiella già 
descritta che per la disposizione delle branche laterali ; esse sono di- 
sposte simmetricamente le une sopra le altre, lasciando fra loro un 
largo spazio libero. 

Per ottenere questa forma occorre una impalcatura apposita, ma 
io mi limito qui soltanto a citarla, poiché è ben raro il caso di poterla 



- 136 - 

ottenere con una certa perfezione, e poi questa forma serve più per 
dimostrare la capacità del frutticoitore, che per l'economia della pro- 
duzione. 

Il taglio dei rami a frutto è semplicissimo, perchè basta applicare 
sulla piramide la potatura dei rami a frutto che verrà descritta par- 
lando delle singole specie. Bisogna sempre tenere in mente che le bran- 
che della piramide devono portare esclusivamente dei rami a frutto. 




Fig. 144. — Pirainkli potate. 

Tutti quei rami legnosi o troppo vigorosi o che per la loro posizione 
(verticale) potrebbero diventare tali, conviene scacchiarli o cimarli, 
ecc., come abbiamo già descritto a suo tempo. 

Nelle fig. 139 e 141, sono rappresentate tre piramidi di 2, 3, e 6 
anni, colla indicazione dei tagli. 

8. — Molto di sovente avviene di trovai^e nei giardini o frutteti 
delle piramidi di brutta apparenza, perchè non sottoposte ai tagli ra- 
zionali. Si trova per esempio che i prolungamenti del fusto sono stati 



— 137 - 

tagliati troppo lunghi e le branche laterali sono troppo piegate verso 
il centro od a meglio dire troppo verticali. 

Lasciate a sé stesse tali piramidi, le branche inferiori dopo aver 
dato ancora per alcuni anni dei frutti, perirebbero, mentre tutta la ve- 
getazione si porterebbe in alto a formare una specie di scamoglio. Si 
trovano anche delle piramidi aventi le branche inferiori soverchiamente 
sviluppate, ma le superiori ed il prolungamento del fusto molto esili. 

Nel primo caso si veda fino a quale lunghezza le branche inferiori 
sono vegete, robuste -, — si tagliano a questa lunghezza ed il fusto si 
tronca all'altezza corrispondente alle branche che si lasciano e cioè, 
se le branche superiori lasciate avessero una lunghezza di cm. .SO il 
fusto si recide a cm. 60. 

Se la piramide da ricostituire avesse invece le branche inferiori 
troppo forti, allora conviene abbattere il fusto a cm. 30 sopra la serie 
ben costituita ed accorciare le branche delle serie conservate. 

Nelle fotografie (fig. 142-144) abbiamo delle piramidi in diversa 
gradazione di età. 



III. 

Fuso. 



1. — Dopo la piramide il fuso merita il primo posto nei frutteti. 
A questa forma si presta in particolar modo, anzi quasi esclusivamente, 
il pero colle sue varietà meno vigorose non adatte per piramide. Tali 
varietà sarebbero principalmente la Duchessa d'Angou- 
lème. Passa Crassana, Olivier des Serres, Clairgeau, Col- 
mar d'Aremberg. 

Nella fig. 145 abbiamo rappresentato un fuso, che 
potremmo definire cosi: una piramide avente un metro 
o al massimo un metro e mezzo d'altezza e le di cui 
branche laterali, invece di essere lunghe un terzo dalla 
distanza che separa la loro inserzione dall'estremità 
sono invece d'un quinto ed anche più. Le branche della 
base non devono difatti sorpassare la lunghezza di cm. 
20 ai 25. in modo che all'estremità del fusto non si tro- 
vino che delle lamborde o dei dardi. 11 diametro infe- 
riore del fuso misurerà perciò al massimo cm. 50. 

Per l'impianto si scelgano dei soggetti di un anno 
d'innesto, e, come per la piramide, nel primo anno si 
lasciano intatti. 

Nel secondo anno d'impianto si taglia il soggetto 
a cm. 50 dal punto innestato ed al disopra di un'occhio 
opposto al gomito che forma l'innesto. Qualora la pianta fosse prov- 
veduta di buoni getti laterali, si potrà tagliarla anche a cm. 75 d'al- 




Fig. 145 



- 138 - 

tezza. Al disopra della gemma su cui si taglia, si lascia un mozzicone 
di cm. 5, il quale serve per legare il getto destinato a prolungare l'asta. 

Durante l'estate sorgeranno lungo l'asta dei germogli e, sulle gemme 
che non vogliono muoversi ; per provocare lo sviluppo dei germogli, 
si fa superiormente a questa una tacca ed una incisione logitudinale 
al di sotto. Nella parte superiore invece i germogli saranno anche 
troppo vigorosi ed allora converrà cimarli a cm. 15 od al massimo 20. 

11 numero dei germogli che si devono lasciare dipende dalla loro 
distanza e dalla loro posizione. 

Ogni anno il prolungamento si taglierà più o meno lungo, a seconda 
che la parte inferiore del fusto è più o meno guernita di rami. 

Generalmente si taglia lungo, il che equivale in via normale da 
cm. 30 a .35. Le branche laterali si taglieranno sempre, come per la 
piramide, sopra una gemma che guarda terra e ad una lunghezza che 
corrisponda al quinto del fusto lasciato. 

Per ottenere il fuso, più che alla potatura secca, la quale è facile 
e molto spiccia, bisogna stare attenti alla potatura verde. Questa 
consisterà nello scacchiare successivamente tutti quei germogli mal 
situati, di mano in mano che vanno formandosi e nel cimare le bran- 
che ed i rametti laterali in modo che il diametro inferiore del fuso 
non sorpassi i cm. 50 ; — tutte le branche superiori poi gradualmente 
devono essere sempre più coi'te. 

IV. 
Forme basse. 

1. — Su queste forme io devo particolarmente richiamare l'atten- 
zione del lettore, poiché esse convengono tanto per la frutticoltura in 
grande con indirizzo industriale, come per i frutteti. 

Quando un frutticoitore degli Stati Uniti viene in Europa a vedere 
gli impianti dei nostri alberi da frutto, rimane meravigliato come a 
tutte le nostre piante noi lasciamo un fusto, mentre egli ritiene che 
questo sia inutile, perchè esso : 

a) espone maggiormente la pianta ai danni del vento e delle in- 
temperie; 

b) rende la potatura e la difesa delle malattie più costose; 
e) rende più costosa la spesa di raccolta ; 

d) ritarda la fruttificazione della pianta che rimane improduttiva 
per più lungo tempo ; 

e) fa maggior ombra al terreno rendendolo meno adatto a col- 
ture sottostanti ; 

f) obbliga a tenere le piante più distanti, con perdita di terreno 
utile. 

Molti ritengono che le piante in questo modo non abbiano lunga 
vita e sieno di poca produzione, ma questi sono pregiudizi. Quando si 



- 139 - 

ha cura di seguire le norme che andrò ora esponendo. È sicuro che 
una pianta bassa potrà condurre una vita normale, non per un decennio 
come dicono alcuni, ma anche per venti e più anni. Quanto riguarda 
alla produzione, è sicuro che una pianta a pieno vento, di dimensione 
dieci volte maggiore, produrrà più frutta di una pianta bassa, ma se cal- 
coliamo il danno che arreca il pieno vento colla sua ombra, lo spazio 
di terreno che occupa, e la qualità superiore di frutta che si ricava 
dalle piante basse è certo che per frutteti di speculazione queste devono 
essere le forme preferite. 

Dobbiamo convenire che se noi non abbiamo quasi mai adottate 
delle forme basse è perchè la frutticoltura non ha ancora un indirizzo 
industriale specializzato. 

Coltiviamo qua e là delle piante da frutto, abbiamo degli interi 
filari nei broli, nelle aperte campagne e di varietà ordinarie, comuni, 
che fruttificano abbastanza specialmente nei primi anni ma noi vo- 
gliamo però lavorare egualmente il terreno coll'aratro e non è il pro- 
dotto della pianta da frutto che ci preme ma quello delle colture er- 
bacee sottostanti. In queste condizioni è certo che noi non facciamo 
una coltura veramente redditiva di piante da frutto. 

Io credo, e questo lo vado dicendo da parecchi anni, noi dovremmo 
abbandonare in moltissimi casi i pieni e mezzi venti, fare dei filari a 
larghe distanze con le piante basse, per coltivare le piante erbacee. Se 
infine noi vorremo dare agli impianti un indirizzo industriale, sce- 
gliendo delle varietà ricercate dai mercati internazionali, noi dovremo 
coltivare il massimo numero di piante colla minima spesa e questo 
si raggiunge solo con le forme basse. 

Anche per i frutteti casalinghi, le forme basse sono molto racco- 
mandabili. 

2. — Le forme che or ora andremo illustrando richiedono però: 

a) buona preparazione del terreno ; 

b) terreno facile a lavorarsi, possibilmente irrigatorio special- 
mente nei paesi caldi, fertile, di natura siliceo-argillosa, profondo ; 

e) posizioni riparate dai geli e dalle brine ; 

d) varietà molto precoci da mercato, molto produttive e di vi- 
gore medio ; 

e) cure assidue al terreno ed alle piante. 

Le specie che più si adattano sono il pero, melo, pesco, albicocco, 
susino e ciliegio, tutte innestate su soggetti di vigore medio. Cosi il 
melo innestato sul paradiso o dulcigno ; il pero sul cotogno (il pero e 
melo soltanto per varietà molto deboli si innesta sul franco) il ciliegio 
sul mahaleb, il susino sul mirabolano, il pesco sul franco da seme. 

Ordinariamente si prendono delle piante innestate al piede e di 
uno o due anni di innesto e che, cominciando dal basso, siano fornite 
di branche laterali, perchè allora è indizio che la pianta non tende a 
portarsi molto in alto colla sua vegetazione. Al momento dell'impianto 
non si lascino tutte le radici, anzi si recidano le più grosse, lasciando 



140 



invece le più sottili e superficiali. A dimora si collocano in quadrato 
o a quinconce a 4-5 metri di distanza. 

Di solito nei giardini casalinghi, si suole alternare le file di piante 
di pero con quelle di pomo, colla vite tenuta ad alberello o ceppala 
e con cespugli di ribes od uva spina. Volendo invece fare degli im- 
pianti di intere aiuole, allora si mettono a quinconce alla distanza 
sopra accennata. 

Le piante basse si mettono lungo i margini delle aiuole alla di- 
stanza di 2-3 metri, e in tal modo servono anche ad ornare il viale. 

Le forme basse si distinguono: 
in quelle a vaso con branche verti- 
cali, in quelle a branche oblique con 
o senza fusto ed in quelle a chio- 
ma piramidale od arrotondata. 

3. — Forme basse a vaso con 
branche verticali. Questa forma rap- 
presenta un vaso cilindrico portato 
da un fusto alto 30 cm. Il piccolo 
vaso (fig. 146) ha m. 1.80 di circon- 
ferenza ed ha quindi 6 branche ed 
i vasi più grandi hanno m. 3.60 di 
circonferenza con 12 branche. 

Per la formazione del vaso oc- 
corre tagliare il fusto nel primo 
anno a 30 cm. di altezza. Dalle 
gemme terminali si alleveranno tre 
germogli equidistanti che si pie- 
gheranno a 60°, fissandoli ad un 
cerchio avente il diametro del vaso 
e che si tiene sollevato dal terreno all'altezza del fusto per mezzo di 3 
pichetti, piantati nel terreno. 

Nella primavera del secondo anno, ogni branca viene tagliata a 
circa 20 cm. di lunghezza sopra due gemme laterali, sopprimendo le 
gemme rivolte in allo. Da queste gemme laterali si alleveranno altret- 
tanti germogli, i quali, raggiunto che abbiano il cerchio, si legheranno 
a questo e si faranno crescere poi verticalmente. 

Da questo momento comincia la formazione delle branche laterali 
verticali, che si taglieranno ogni anno sopra una gemma in fuori. 

La lunghezza a cui possono essere tagliate varia colla loro vigoria; 
può essere ad Vs a V2 od anche a 7s- Si comincia a tagliare all'altezza 
conveniente la branca più debole e le altre, si devono tagliar* alla 
medesima altezza di questa. 

Naturalmente queste branche devono portare esclusivamente dei 
rami a frutto. 

Per il vaso più grande di m. 3,60 di circonferenza bisogna fare una 
seconda biforcazione prima di piegare verticali le branche. 




[16. Forma bassa a 
a branche verticali. 



- 141 - 

Come si vede questo vaso è una forma semplice, adatta particolar- 
mente per il melo e per frutteti casalinghi. Essa è di beli' aspetto ma 
ha l'inconveniente di dare dei succhioni sempre nel centro. 

4. — Forma bassa a calice ossia a cono rovesciato con o senza fusto. 
Per togliere quest'ultimo difetto praticamente si fanno dei vasi con 
branche oblique in numero di 6, 8, 10, 12, che crescono senza tutore. 

Il processo di formazione è simile a quello precedente. 

Nello stesso anno dell'impianto si taglia la pianta all'altezza alla 
quale si vuole ottenere la impalcatura dei rami e cioè da 20 a 50 cm. 
di altezza. Lungo l'anno si allevano dall'estremità tre germogli equi- 
distanti i quali, nell'inverno prossimo, si tagliano ad ^3 e sopra due 
gemme che guardano ai lati, per avere da queste due nuovi germogli. 

Durante il secondo anno si alleveranno oltre i 6 germogli terminali 
delle tre branche anche quelli laterali, applicando a questi ultimi la 
cimatura nel caso che fossero troppo lunghi e si sopprimono quelli 
che sorgono in basso o verso il centro. 

Nel terzo anno i 6 germogli terminali ottenuti nell'anno precedente 
si devono considerare come branche secondarie che si taglieranno ad 
Vs di lunghezza e pure sopra due gemme, una che guardi a destra e 
l'altra a sinistra. Ai rami secchi si applicherà la potatura secca, per 
avere dei rami a frutto e questa sarà fatta con criteri diversi a seconda 
della specie di pianta e di ciò si parlerà nelle coltivazioni speciali. 

In tal modo alla fine del terzo anno noi avremo una pianta con 
12 branche terziarie, queste si tagliano a metà del loro prolungamento 
e sopra una gemma che guarda in fuori. 

Negli anni successivi i prolungamenti dei rami si taglieranno a '/^ 
e poi a ^/j in modo che le loro estremità vengano a trovarsi ad eguale 
altezza. Il taglio terminale deve essere sempre 
sopra una gemma a legno e che guardi in fuori. 

Si avrà cura di mantenere la forma a vaso 
durante il riposo della vegetazione colla scac- 
chiatura dei germogli che si trovano fuori posto, 
lungo le branche che vanno verso il centro o 
che si incrociano o che sono troppo vicini ; colla 
cimatura di quelli che si vogliono trasformare 
in rami a frutto, colla mondatura e coi tagli di 
ringiovanimento che si faranno ogni singolo anno. 

Queste forme basse acquistano sviluppo di- ^. ..^ 

... ^ . Fig. 147. — Forma bassa 

verso e si lasciera un maggiore o minore nu- a calice. 

mero di branche a seconda del loro vigore. 

Cosi nella fig. 147 abbiamo una forma bassa a vaso che ha preso 
poco sviluppo, nella fig. 148 una forma molto più sviluppata. 

Se invece di partire le branche primarie dal fusto all'altezza di 30-50 
cm. si prendono tre rami che sorgono vicino al colletto e si aprono 
a V sottoponendoli alla medesima potatura di formazione ora descritta, 
si ha la forma bassa senza fusto a calice che prendono facilmente i 
susini ed i ciliegi. 




- 142 — 

5. — Forme basse a chioma arrotondata o piramidale. Ci sono molte 
volte delle varietà che prendono naturalmente la forma piramidale od 
arrotondata. 

Per la prima si applicherà per la potatura di formazione di cui 
abbiamo parlato nel Gap. Il pag. 128. 

La forma arrotondata si dà quando più getti, senza una direzione 
determinata, si sviluppano all'estremità del fusticino. Allora si lasciano 
quelli che sorgono ad una certa distanza fra loro e si tagliano a 5 o 
6 gemme, avendo cura che la gemma terminale guardi da quella parte 
da cui si vuole avere il prolungamento. Molte volte occorre averlo a 
destra, altre a sinistra, epperciò secondo il caso si taglia sopra una 
gemma che guardi a destra o sinistra. Volendo invece che la branca 
si prolunghi nella stessa direzione, allora si faccia il taglio sopra una 
gemma, che guardi il terreno e mai sopra una gemma che guardi in 
alto. Se invece si vuole che la branca si biforchi, ciò che specialmente 
si verifica nei primi tre anni per fare l'ossatura della pianta, allora si 
taglia sopra due gemme, una che guardi a destra e l'altra a sinistra. 

Durante il primo anno si avrà cura di allevare quei getti che de- 
vono servire di prolungamento alle branche e gli altri si mozzano per 
trasformarli in rami fruttiferi. 

Nel secondo anno la potatura secca consisterà nel tagliare le bran- 
che laterali sopra la sesta o settima foglia, coi criteri che ho detto 
poc'anzi, e così ogni anno si va tagliando sempre più lungo fino a che 
nel sesto, la pianta sarà già formata. 







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Fig. 148. — Forma bassa a vaso conico di melo fra due mezzi venti di melo. 



- 143 - 

Dì mano in mano che crescono le branche, si deve aver cura di 
allevare anche i rami fruttiferi e ciò si ottiene colla potatura verde, 
scacchiando le gettate sorte in cattiva posizione o troppo fìtte, cimando 
quelle che si lasciano ed applicando in fine tutte quelle operazioni che 
agevolano la produzione dei rami fruttiferi. Nella potatura secca i dardi 
e le lamborde, come è noto, si lasciano intatte f i brindilli si tagliano 
ad una lunghezza varia a seconda della specie di pianta e, se e' è 
qualche ramo che malgrado della cimatura, non abbia prodotto dei 
dardi, allora conviene reciderlo, acciocché dalla sua base si possano 
ottenere delle nuove gettate. Così, in tre anni, dopo l'impianto, si può 
cominciare già a godere qualche frutto. 

Molte volte, con tutte le attenzioni usate nella scelta delle piante, 
avviene di trovarne alcune che riescono troppo vigorose e poco frut- 
tifere. In questo caso conviene fare la scalzatura e tagliare le radici 
più grosse e verticali. Se anche questo mezzo non riesce, conviene fare 
il trapianto. 

V. 
Pieno e mezzo vento. 

(Formazione del fusto). 

1. — Il pieno vento nel senso assoluto della parola si dovrebbe 
intendere quella forma che prende una pianta lasciata a sé stessa. In 
frutticoltura invece per pieno vento, si suole chiamare queir albero il 
cui fusto ha un' altezza che varia da m. 1,30 a m. 2, ed il mezzo vento 
da m. 0,50 a m. 1,30. 

Vi sono delle piante, come il ciliegio, il mandorlo, il noce, il ca- 
stagno, le quali, innestate sul franco, vengono lasciate a sé stesse e 
prendono la forma del pieno vento. Per queste il frutticoitore ha da 
operare qualche taglio soltanto nel caso che qualche ramo crescesse 
fuori posto e togliesse l'armonia. Invece il melo, pero, innestati sul 
franco, nonché il gelso e 1' olivo, hanno bisogno dì essere guidati nei 
primi anni per ottenere un bel fusto diritto ed una chioma regolare e 
l'altezza del fusto non deve superare m. 1,70. 

Molti frutticoitori giustamente preferiscono il mezzo vento, perchè 
le piante iruttifìcano prima, sono più produttive, danno meno ombra, 
si potano più facilmente e si difendono con minor spesa dai parassiti. 
Difatti oggigiorno, il pieno vento non potrei consigliarlo che per gli 
impianti lungo le strade e viali, o per il ciliegio, mandorlo, noce e 
castagno. L'altezza del fusto del mezzo vento é molto variabile. Così per 
il melo, pero, susino, albicocco, gelso ed ulivo, é bene varii fra m. 1 
e m. 1,30 e per il pesco non deve superare m. 0,50. 

Prima di descrivere le operazioni per ottenere il pieno e mezzo 
vento, occorre premettere alcune norme per ottenere il fusto. 

2. — La bellezza e robustezza del fusto, come pure il giusto rap- 
porto delle sue dimensioni, oltre che dal clima e terreno, dipendono 



— 144 - 

in gran parte dal modo speciale di vegetare e ramificarsi delle singole 
varietà. Ci sono delle varietà di lento o rapido sviluppo nella prima 
età, ce ne sono di quelle le quali, più che a formare un'asta lunga, 
diritta e robusta, tendono a ramificarsi cominciando dal basso rima- 
nendo esile l'asta di prolungamento. È sicui'o che il frutticoitore deve 
prestare attenzione a tutto questo e, mentre coU'arte si può rimediare 
ad alcuni inconvenienti, non consiglierei mai però per l'alto fusto, delle 
piante di lento sviluppo nella prima età e che tendono a ramificarsi. 

Scelta dunque la varietà con questi criteri, si abbia cura di inne- 
starla sopra soggetti ben robusti e sani. Passato l'anno dell' innesto, 
bisogna pensare subito alla formazione del fusto. 

Se il getto del nesto è debole e se ha dei rami laterali, non conviene 
lasciarlo intatto come viene usato da molti, ma invece bisogna tagliarlo 
a due o tre gemme sopra l'innesto per provocare nel secondo anno un 
getto vigoroso. Perchè questo non prenda una direzione sconveniente, 
non conviene tagliare immediatamente sopra la gemma che si intende 
lasciare per ultima, ma lasciare sopra questa un mozzicone di legno, 
il quale serve a legare il getto di prolungamento, quando si trova allo 
stato erbaceo. Nel venturo anno questo mozzicone si recide alla base 
o si può tagliarlo in luglio, coprendo la ferita con mastice. 

Ben raro è il caso di trovare dei nesti che si possano lasciare 
intatti per ottenere il fusto. Almeno per un anno è quasi sempre ne- 
cessario di fare il taglio sopra descritto. 

Negli anni successivi si abbia cura di non tagliare mai la gemma 
terminale, perchè la più vigorosa. Questa attrae la maggiore quantità 
di linfa e con essa si ha il prolungamento perfetto del fusto. Nel caso 
in cui per una ragione qualsiasi la gemma terminale si rompesse, allora 
si tagli a due terzi di altezza e sopra una gemma opposta alla curva 
che ha preso il fusto od alla direzione del nesto. 

Generalmente per ottenere i fusti, si usa di accecare tutte le gemme lungo il gio- 
vane fusto meno quella terminale e cosi pure si sogliono recidere tutti i getti laterali. 

Con ciò si hanno dei prolungamenti lunghi ma piìi deboli il che, se può essere 
vantaggioso per un vivaista speculatore, non lo è certo per un proprietario al quale 
interessa di avere fusti bene equilibrati e vigorosi. 

Difatti le foglie sono gli organi aerei nutritivi più importanti della pianta. Togliendo 
le gemme ed i getti laterali, noi priviamo la pianta di una quantità di organi, i quali, 
oltreché attrarre una maggior quantità di succhi dal terreno, fanno sì che questi, dopo 
elaborati, si immagazzinano nel fusto ingrossandolo. Quindi le gemme debbonsi lasciare 
intatte. 

1 getti laterali, generalmente parlando, sono più corti in basso e 
diventano sempre più lunghi di mano in mano che si ascende all'e- 
stremità del fusto. 

Quando si fa la potatura secca, di questi getti non si tagliano alla 
base che quelli aventi una grossezza superiore ad una matita; i rima- 
nenti si lasciano, tagliandoli da cm. 6 ad 8 di lunghezza, avendo cura 
di lasciare più lunghi quelli più vicini alla radice e di tagliare grada- 
tamente più corti quelli che si portano all'estremità. 



- 145 - 

La potatura verde di questi getti consisterà, nel mozzare tutte le 
gettate verdi sopra la terza foglia, e si lasceranno soltanto i germogli 
cresciuti sotto la cima. 

Operando in tal modo, noi otteniamo una crescita normale e ro- 
busta del fusto tale, che nella maggior parte dei casi la pianta non 
abbisogna di tutore. Ci sono però delle varietà, come il pero d'Amanlis, 
che dà dei getti molto vigorosi, ma ritorti. Allora conviene applicare 
un tutore per guidare il getto di prolungamento. 

Quando questi fusti, proporzionatamente ben robusti, hanno rag- 
giunto l'altezza voluta, nella primavera si tagliano per ottenere la co- 
rona del mezzo vento. 



VI. 
Formazione della corona del pieno e mezzo vento. 

1. — La forma della fronda può essere piramidale, cupoliforme od 
a vaso, ed il frutticoitore deve assecondarla. Nel dubbio sulla scelta 
della forma per qualche varietà, si lasci la pianta senza potatura per 
uno o due anni dopo l'impianto, per rilevare quella che essa tende a 
prendere naturalmente. 

Se nel mezzo si vede che un ramo tende ad elevarsi sopra gli altri, 
il frutticoitore sceglierà la forma a piramide; se vede che i rami sono 
presso a poco della stessa lunghezza allora si deciderà per la chioma 
cupoliforme ; se invece i rami tenderanno a divaricarsi e sporgere in 
fuori, allora darà la forma a vaso. 

Quando si potesse scegliere la forma quella a vaso è la preferibile 
nella generalità dei casi. Difatti colla chioma a vaso è più facile di man- 
tenere l'equilibrio fra i rami ; questi poi sono meglio aereati, perciò si 
mantengono più sani, più robusti, danno frutta in maggior copia e di 
qualità migliore; infine richiedono minor arte nella potatura di forma- 
zione e di mantenimento della pianta. 

Molti frutticoitori trovano dei difetti nella forma a vaso inquantochè 
dà relativamente meno frutta ; i rami sono più danneggiati dal vento e 
dalla neve; si lacerano più facilmente se carichi di frutta. Con tutto 
questo, molte varietà di meli e, più ancora i gelsi, i peschi, albicocchi 
e susini conviene allevarli a vaso. 

Vediamo ora come si ottiene la corona a vaso. 

2, — Ottenuto il fusto e tagliato all' altezza da m. 1 ad 1,20, come 
abbiamo già detto, si svilupperanno lungo l'anno dei getti dalle gemme 
all' estremità. Dì questi si abbia cura di allevarne tre, schiacciando 
tutti gli altri, scegliendo quelli disposti più uniformemente intorno al 
fusto e situati ad eguale altezza, come si vede nella fìg. 149, e che ten- 
dono ad allontanarsi dalla direzione verticale del fusto. Non avendo 
dei getti che corrispondano a questa ultima condizione, allora si pre- 
io — T\>URO - Frutticoltura. 



— 146 — 

para un cercine di salice e si legano sulla sua circonferenza. Durante 
il primo anno non occorre fare alcun'altra operazione. 

Nella primavera del secondo anno, all'epoca della potatura secca, 
ai tre giovani rami o branche primarie si tagliano a metà o ad un 
terzo (a fig. 149) a seconda se i germogli sono più o meno robusti, 
avendo l'attenzione che le due ultime gemme non guardino né in den- 
tro, né in fuori, bensì siano divergenti ai lati. 

E qui dobbiamo fermarci per fare un' altra osservazione che deve 
valere anche pel taglio degli anni venturi. 

Nella scelta dei tre germogli che ci hanno dato le tre prime bran- 
che abbiamo procurato di preferire quelle che stanno più appresso fra 
loro. Ciò non toglie però che ci saranno alcuni centimetri di distanza 





Fig. 149. — Chioma a vaso 
nel primo anno di formazione. 



Fig. 1,50. — Lalprecedente 
nel terzo anno di formazione. 



fra una base e l' altra delle branche e quindi, se tagliamo tutte le 
branche a metà, l'estremità della branca superiore sarà più alta della 
immediatamente sottostante e questa più dell' inferiore. Con questo 
criterio, noi porteremo uno squilibrio, poiché è sicuro che la branca 
superiore si svilupperà molto di più delle inferiori. Per questo, nel 
taglio si deve procedere dal basso in alto, e cioè tagliare a giusta 
lunghezza la branca inferiore, o la più debole, quella di mezzo all'al- 
tezza della seconda e cosi la branca superiore, in modo che le estre- 
mità delle tre branche vengano a trovarsi ad eguale altezza. 

Durante il secondo anno, deve essere cura del frutticoitore di alle- 
vare i due germogli che sorgeranno dalle due gemme terminali delle 
tre branche lasciate, in modo che prendano una direzione divergente 
e si allontanino dal centro della pianta. Anche qui occorre molte volte 
far uso di un cercine, come abbiamo osservato nel primo anno, per 
costringere i getti a prendere una giusta direzione. 



— 147 - 

Dalle gemme sottostanti delle branche, come è naturale, si svilup- 
peranno dei germogli. Quelli verticali o che tendono a portarsi contro 
il centro conviene scacchiarli di mano in mano che si formano; se 
ci sono invece dei germogli che guardano in basso od ai lati, allora si 
può anche lasciarli, avendo cura però di cimarli sopra la quinta foglia. 
Cosi si rinvigorisce la branca e negli anni venturi, se intralciano, si 
possono togliere addirittura, oppure si lasciano per ottenere i primi 
frutti. 

Nella primavera del terzo anno il nostro mezzo vento avrà la forma 
della fig. 150, e cioè avremo G branche secondarie. 




Fig. 151. — Chioma a vaso di quattro anui 



A queste branche si applica nuovamente il taglio a metà o ad un 
terzo, come nell' anno precedente, sopra due gemme divergenti ai lati 
e trovantisi ad eguale altezza. 

Durante il terzo anno si cureranno i 12 getti terminali che sorgono 
dalle branche secondarie, e lungo le branche si scacchieranno o si 
cimeranno i germogli come abbiamo detto. 

Nella primavera del quarto anno la pianta si presenterà come si 
vede nella fig. 151 con 12 branche. Giunti a questo punto questi rami 
si tagliano più lunghi, a due terzi, e sopra una gemma che guardi in 
fuori, non avendo più bisogno di allargare la fronda. 

Questo periodo di formazione della impalcatura può durare tre 
anni, ma qualche volta dura di più e specialmente per le piante vigo- 
rose, le quali esigono talvolta 12 e anche 24 branche. Come è evidente, 
ciò può dipendere dalle condizioni in cui si trova la pianta, e dal vigore 
della varietà che si coltiva. 



— 148 — 



Spesso si deve, nei primi anni, cimare lungo il corso della vege- 
tazione, le branche che minacciano sorpassare le altre in forza; allora 
naturalmente la cimatura devesi fare all'altezza a cui arriva il prolun- 
gamento delle branche più deboli. 

Formata la impalcatura della fronda, negli anni successivi si lasciano 
le piante a sé stesse, procurando soltanto che tutti i rami si manten- 
gano in equilibrio. 





Fig. 152. — Gelso a pieno vento 

colla indicazione del taglio 
nel primo anno di formazione. 



Fig. 154. — Gelso a pieno vento 

colla indicazione del taglio 

nel secondo anno di formazione. 




Fig. 1.53. — Proiezione orizzontale 
del gelso precedente. 



Fig. 1.55. — Proiezione orizzontale 
del gelso precedente. 



Nella fig. 152 si vede un gelso coi segni del primo anno di potatura 
e nella fig. 153 la proiezione orizzontale dei rami dopo tagliati. 

Nella fig. 154 abbiamo lo stesso gelso nel secondo anno di potatura 
e nella flg. 155 la rispettiva proiezione orizzontale dopo potato. 

Nella figura 156 abbiamo il medesimo gelso nel terzo anno con 
12 branche e nella fig. 157 la rispettiva proiezione orizzontale. 

Nella fig. 158 abbiamo un gelso a mezzo vento già formato. 



— 149 — 

3. — Veniamo ora alla formazione del mezzo fusto a chioma pi- 
ramidale. 

Dopo aver parlato abbastanza diffusamente della forma a piramide, 
avrei assai poco da aggiungere, poiché quello che sarà capace di alle- 
vare una piramide le cui branche laterali si dipartono dal fusto, all'al- 
tezza di cm. 50 dal terreno, potrà ancor meglio allevare la corona 
piramidale del mezzo e pieno vento, per le quali forme si comincierà 
operare a oltre m. 1 d'altezza, all'estremità del fusto. 





Fig. 157. — Proiezione orizzontale 
del gelso precedente. 




Fig. 156. — Gelso precedente nel terzo anno. 



Fig. 158. — Gelso a mezzo vento. 



Dirò soltanto che dalla corona piramidale del mezzo e pieno vento 
non si esige quella regolarità nelle branche, che si vuole colla pira- 
mide già descritta. 

Ottenuto il fusto all' altezza voluta, invece di allevare tre rami» 
come abbiamo visto per ottenere la forma a vaso, se ne allevano di 
più come si vede nella fig. 159. In questo caso il primo taglio consiste 
nel tagliare l'asta di prolungamento a due terzi della sua lunghezza- 
Dei rami laterali se ne scelgono 4, al massimo 5, i meglio disposti 
intorno al fusto, e si tagliano a metà, in modo che dopo potati, abbiano 



150 



una lunghezza decrescente, così che la chioma acquista la forma pira- 
midale. Si abbia cura di tagliare il prolungamento dell'asta su una 
gemma opposta a quella sopra la quale è stato tagliato il fusto al mo- 
mento dell'impianto ed i rami laterali si taglino sopra una gemma che 

guardi in basso. Quei rami laterali con 
una direzione troppo verticale si incli- 
nano artificialmente a 45 gradi, frap- 
ponendo una assicella assicurata al- 
l'asse della piramide. Cosi noi abbiamo 
la prima impalcatura della piramide. 
'"I § Nell'anno successivo (fig. 160), dalla 

gemma dell'estremità dell'asta si avrà 




Fig. 159. — Chioma piramidale 

di un pero a pieno vento nel 

primo anno di potatura. 





Fig. 1()0. — Pianta precedente 
nel terzo anno di potatura. 



Fig. 161. 
Pianta precedente nel quarto anno 



potatura. 



un vigoroso ramo, che si taglierà ancora a due terzi. Sotto si saranno 
sviluppati dei nuovi rami dalle altre gemme. Questi si tagliano a metà 
lunghezza, come si fece l'anno precedente per la prima impalcatura 
avendo cura di preferirne tre o quattro soltanto, alternati con quelli 



- 151 - 

inferiori. I rami inferiori della prima impalcatura si saranno allungati 
ed il loro prolungamento si taglia a metà. 

Passato il secondo anno non occorre alzare oltre la pianta. L'asta 
di prolungamento si comincia a tagliare un poco più corta, mentre i 
rami laterali si vanno tagliando sempre più lunghi fino a lasciarli 
intatti. A seconda della pianta, questa operazione si fa oltre che nel 
terzo, nel quarto e qualche volta nel quinto anno dopo l'impianto. 

Nella fig. 161 abbiamo rappresentata una chioma piramidale colla 
indicazione dei tagli nel quarto anno. 

4. — La corona cupoliforme o sierica differisce dalla precedente 
per avere tutti i rami pressoché di eguale lunghezza. Per ottenere 
questa forma, basta sopprimere l' asta verticale e curare invece che 
tutti i rami abbiano una inclinazione, in modo da permettere una ae- 
reazione. Per ottenere una chioma cupoliforme, i rami verticali si ta- 
gliano a metà, gli obliqui a due terzi e gli orizzontali si lasciano 
intatti. Questa forma è molto produttiva e viene preferita da molti alla 
forma a vaso. 

VII. 
Alberello, Cespuglio, Ceppaja. 



1. Alberello. — A questa categoria appartengono gli alberelli che 
si ottengono col ribes (fig. 162) e colla vite. 

Per il ribes se ne parlerà nella 
parte speciale. La vite, in frutticoltura 
dobbiamo considerarla come produt- 
trice esclusivamente di uve da tavola 





Fig. 162. — Alberello di ribes. 



Fig. 163. — Cespuglio di uva spina. 



e la forma ad alberello per questo scopo non è la più conveniente, 
mentre è vantaggiosissima per le uve da vino. 



- 152 - 

2. Cespuglio. — Il lampone, il ribes (fig. 163) ed il rovo hanno i 
rami che si rinnovano ogni secondo anno dalla radice e perciò il loro 
allevamento si deve fare a cespuglio, ed anche di questo si parlerà 
nelle coltivazioni speciali. 

3. Ceppaja. — Il nocciolo ed il fico si possono allevare a questa 
forma tenendo i rami bassi, i quali si rinnovano dal ceppo dopo una 
serie di anni. 



Vili. 
Cordoni. 

1. — Per cordoni s' intendono quelle forme di piante, che consi- 
stono del solo fusto rivestito esclusivamente di rami a frutto. I cordoni 
si dicono orizzontali, obliqui, verticali od a serpentone, a seconda della 
direzione che viene data al fusto. Il cordone è quindi la forma più 
elementare, è l'albero ridotto ai suoi minimi termini. 

La forma a cordone è molto conveniente, perchè facile ad ottenersi 
ed in breve tempo, perchè fruttifica immediatamente e dà frutti sapo- 
ritissimi e di molto volume. II raccolto è abbondante, sicuro, e per il 
poco spazio che il cordone occupa, eleva la rendita del terreno occu- 
pato ad un limite, che non può essere raggiunto da alcuna altra forma. 

Non tutte le specie fruttifere e non tutte le varietà possono però 
elevarsi a cordone. Così ad esempio, a cordone orizzontale conviene 
soltanto allevare il pomo, alcune varietà di pero, ed a cordone verti- 
cale, il pero, la vite; a cordone obliquo il pero; a spira il pero. Si 
possono allevare a cordone anche altre specie fruttifere, come il cilie- 
gio, il nespolo, ecc.; ma sono troppe le cure e l'arte che richiedono, 
per poterle consigliare in generale. Bisogna aver cura di allevare a cor- 
done delle varietà di poco vigore, di brevi cacciate e di raeritalli corti. 

2. Cordone orizzontale. — Il cordone orizzontale è la forma più 
elegante dei cordoni e la più produttiva, alla quale si presta in modo 
singolare il melo. Serve a contornare le aiuole formando una specie di 
siepe che impedisce l'accesso all' interno, e ad utilizzare le strisele di 
terra, che per nessuna altra forma potrebbero servire. 

Per condurre i meli o peri a cordone orizzontale, si piantano i 
soggetti a file ben diritte e ad una distanza varia a seconda della qua- 
lità del terreno e del vigore della varietà. Per il melo innestato sul 
paradiso conviene la distanza da m. 1,50 a 2, e se innestato sul dolcigno 
da m. 2 a 2,50. Per il pero innestato sul cotogno m. 2, e se innestato 
sul biancospino m. 1,50. 

Il cordone orizzontale può essere allevato in due maniere, e cioè 
avente un solo braccio orizzontale o due opposti uno all'altro. Il primo 
si chiama cordone orizzontale semplice od unilaterale (fig. 164); il 
secondo è bilaterale, chiamato anche cordone doppio (fig. 165). 



- 153 - 

Per ottenere un cordone orizzontale semplice, si comincia col ten- 
dere un filo di ferro, all'altezza di 40 cm. dal terreno e lungo la linea 
dove si vogliono i cordoni. Lungo questo filo si piantano i soggetti alla 
dovuta distanza. 

Nel secondo anno, al piede di ciascuna pianta, si infigge nel terreno 
un paletto, che arrivi all' altezza del filo di ferro, anzi lo si lega a 
quest'ultimo, perchè in tal modo reciprocamente si sostengono. Quindi 
si lega la pianta al paletto con due legature; una poco sopra al colletto 
ed una a cm. 20 dal terreno e poi si piega orizzontalmente la pianta, 
dolcemente, al fine di non romperla da nord a sud, oppure da ovest 
ad est. Piegata la pianta, bisogna legarla al filo; allora si fa una lega- 
tura più vicino al paletto ed una seconda a metà ~ lunghezza della 
branca, e la estremità si lascia libera. Le legature non devono essere 
tanto tese, altrimenti si incorre nel pericolo di avere delle strozzature. 

Adattata la pianta nel modo descritto, si applica il taglio, il quale 
consiste nel recidere tutti i rami e le gemme che si possono trovare 
lungo il fusto verticale e sull' incurvatura , poiché lasciandole non 





Fig. 164. Fig. 165. 

Cordone orizzontale semplice. Cordone orizzontale doppio. 

farebbero che assorbire della linfa a detrimento della branca orizzon- 
tale. Lungo questa si tagliano i rami laterali, a due gemme dalla loro 
base; i rami verticali e tutti quelli contro terra si tagliano del tutto e 
l'estremità della branca si accorcia di un terzo della lunghezza totale, 
sopra una gemma che guardi il terreno. 

Durante l'estate si devono sopprimere tutti i getti che nascono 
verticali lungo la branca, ed a tutti i getti laterali si applicherà la 
cimatura e le altre operazioni di potatura verde, descritte a suo luogo. 
Il getto di prolungamento lo si lascia completamente libero od al più, 
se viene a raggiungere una lunghezza superiore a cm. 40, lo si lega al 
filo di ferro, lasciando però sempre libera l'estremità. 

Negli anni venturi, la potatura secca dei rami laterali alla branca 
si fa nel seguente modo. 

Se inavvertitamente sono rimasti, dopo la potatura verde, dei rami 
verticali, questi si devono risolutamente sopprimere alla base. Per gli 
altri rami bisogna comportarsi a seconda dei casi. 

Può darsi ad esempio, che un ramo laterale, per la troppa vi- 
goria e nonostante delle ripetute cimature, torsioni, ecc., non porti alcun 
dardo, ma invece abbia esclusivamente delle gemme a legno. In questo 
caso conviene reciderlo alla base un mezzo centimetro sopra la sua 
inserzione, allo scopo di indebolire la pianta e di far sviluppare dei 



- 154 - 

getti dalle gemme latenti, che si trovano sempre alla base di ogni ramo. 
Naturalmente nella primavera avi'emo l'emissione di più getti, quante 
sono cioè le gemme. Dipenderà dal potatore di scegliere fra questi il 
meglio situato e che più gli conviene : gli altri dovrà scacchiarli. 

Talvolta lateralmente vi è un dardo ad oltre cm. 10 di distanza 
dalla branca. Questa distanza è troppo grande, poiché se si considera 
che questo dardo, dopo aver portato frutto si trasforma in una borsa, 
la quale borsa alla sua volta può emettere un brindillo, lungo il quale 
poi devono venire i frutti avvenire, si comprenderà di leggeri che 
la vegetazione viene a portarsi troppo distante dalla branca madre, 
incoiTendo perciò nel pericolo di avere poca solidità ed anche una 
deformazione. Tenga bene a mente il lettore che il cordone in vege- 
tazione devesi presentare come il ramo di una ghirlanda, avente una 
larghezza non superiore a cm. 30. Nel caso or ora descritto consiglierei 
quindi di recidere anche questo ramo alla base, appena raccolto il 
frutto. 

Un terzo caso può essere il seguente e cioè che un ramo porti due 
o tre dardi entro i cm. 10 di distanza dalla branca. Dato che basti un 
solo dardo per ogni ramo laterale per caricare la pianta di frutta, molti 
potrebbero ritenere che si debba tagliare il ramo immediatamente sopra 
il primo dardo. Ma invece si deve tagliare sopra la gemma immediata- 
mente superiore. 

Tagliando sopra il primo dardo, tutta quella linfa destinata alla 
parte superiore del ramo si concentra su questo, e invece di formare 
dei fiori, dà un getto; in una parola avviene una specie di colatura o 
trasformazione del dardo fruttifero in infruttifero. Lasciando invece 
anche la gemma superiore, allora la linfa viene ad avere maggior sfogo, 
viene meglio elaborata, il dardo inferiore porterà i suoi fiori e la 
gemma superiore servirà a dar frutti negli anni venturi. Potrebbe darsi 
però che sopra al primo dardo se ne trovi un secondo e che tutti e 
due i dardi venissero a portar fiori e frutti. Allora conviene togliere 
delicatamente i fiori dal dardo più lontano, per lasciar fruttificare 
soltanto quelli più vicini alla branca. Di questo si è trattato più ditfu- 
samente nella Parte III, cap. VII e seguenti. 

Invece di portare dei dardi, un ramo laterale potrebbe portare dei 
brindilli. Allora di questi si lascia quello più vicino alla branca, ta- 
gliandolo a cm. 10 di lunghezza. 

Se infine un ramo laterale non ha che delle gemme a legno, allora 
lo si taglia a due gemme, come ho consigliato nel primo anno di 
piegatura. 

Il taglio secco del ramo di prolungamento del cordone, consiste 
neir amputarlo fra il forte ed il debole e sempre con una gemma 
rivolta in basso, contro il terreno. 

Quando l'estremità di un cordone raggiunge il cordone vicino si 
abbia cura di l'innovare ogni anno 1' estremità, con un ramo novello, 
perchè attiri la linfa, A questo scopo conviene tener innalzata l'estre- 



— 155 - 

mità mediante un paletto infìsso obliquamente. L'uso d' innestare per 
approssimazione l' estremità del cordone orizzontale colla pianta vi- 
cina, quando questa viene raggiunta, non lo trovai conveniente. 

Molte volte avviene che lo spazio lasciato a ciascuna pianta non è 
proporzionato al suo vigore. Nel caso in cui la vegetazione ecceda, si 
tende un altro filo di ferro parallelo sopra al primo e distante cm. 40, 
e ciò allo scopo di allevare una seconda branca. Questo però si deve 
fare quando solo la prima branca ha raggiunto il cordone vicino. 
Allora all'incurvatura si alleva un ramo, che nel primo anno si man- 
tiene verticale e nel secondo lo si piega lungo il secondo filo, appli- 
cando le stesse operazioni prima descritte. 

3. — Per formare il cordone bilaterale o doppio, è meglio tendere 
il filo di ferro prima dell'impianto, perchè allora si collocano i soggetti 
in modo da ottenere una branca per lato, lungo la linea del cordone. 

Trattandosi di soggetti di un anno, si tagliano nello stesso anno 
dell'impianto e precisamente sopra due gemme opposte e situate alcuni 
centimetri più sotto del filo di ferro. I due germogli che escono si 
lasceranno crescere liberi verticalmente e nell'anno successivo, si pie- 
gano uno da una parte e l'altro dall'altra, tagliandoli ad eguale lun- 
ghezza. Poi si avrà sempre cura che tutte e due le diramazioni crescano 
di conserva, mantenendole eguali di lunghezza. Per il resto, l'alleva- 
mento del cordone bilaterale non differisce punto da quello del cordone 
orizzontale, ma non è conveniente per la difficoltà di mantenere in 
equilibrio le due branche. 

4. Cordone obliquo. — Per questa forma si adatta meglio il pero 
che il pomo (vedi fig. 166). 

Coi cordoni obliqui si ha il vantaggio di coprire i muri in breve 
tempo, senza menomare la vigoria delle piante. 

Occorre impiegare però una sola varietà, perchè le piante possano 
svilupparsi di conserva. 

Prima dell'impianto, si tendono lungo il muro tre fili di ferro; 
uno a cm. 30 di distanza del terreno, il secondo a metà altezza del 
muro ed il terzo a cm. 20 sotto al culmine del muro. A questi fili si 
legano subito delle assicelle di legno, a mezzo di filo di ferro cotto, 
inclinandole a 50 gradi, ed alla distanza di cm. 40 una dall'altra. 

Indi, si procede all'impianto, impiegando delle piante di un anno 
di innesto che si collocano a cm. 40-50 di distanza e inclinandole subito 
a 50 gradi, legandole alle assicelle. Fatto l'impianto, si tagliano tutti i 
soggetti a due terzi di lunghezza e sopra una gemma che guarda 
innanzi o al di sotto, mai al di sopra. Durante la state si favorisce il 
meglio possibile lo sviluppo del germoglio terminale, ed ai germogli 
lungo il fusto, si applicano tutte quelle operazioni descritte nella po- 
tatura verde e che tendono a trasformarli in rami a frutto. 

Il taglio del secondo anno ai rami laterali sarà identico a quello 
pel cordone orizzontale; cosi pure il ramo di jjrohnigamento lo si 
taglierà fra il forte ed il debole e sempre sopra una gemma che guarda 



— 156 — 

in avanti. Per regolarità, si procura di tagliare possibilmente tutti i 
cordoni di una fila a medesima altezza. Se il ramo di prolungamento 
non fosse ben sviluppato, allora conviene tagliare sul legno di due 
anni, per ottenere un ramo terminale più vigoroso. 

Nel terzo anno il cordone ha di solito raggiunto due terzi della 
sua lunghezza totale. Ai rami laterali e di prolungamento si applicano 
le medesime operazioni degli anni precedenti. 

Quando il cordone è arrivato all'altezza del mui'o, conviene tagliare 
ogni anno il fusto cm. 40 al disotto dell'estremità per lasciar sviluppare 
un getto vigoroso di prolungamento, che forzi la linfa a circolare ab- 
bondantemente lungo il fusto. Le due estremità del muro si rivesti- 
ranno con due palmette semplici, una avente i lati laterali a destra e 
l'altra con una biforcazione sull'ultima pianta. 

Come si vede, il cordone obliquo ha il vantaggio di dare un mag- 
gior sviluppo alla pianta, però abbisogna sempre di sostegno. Così è, 
che questi cordoni si fanno o contro un muro o contro una intelaiatura 
alta m. 2,50. 





Fig. 166. — Cordoni obliqui. 



Fig. 167. — Cordoni orizzontali. 



In cinque anni tutto il muro può essere coperto e nel quarto 
anno si possono raccogliere le frutta. 

5. Cordone verticale. — Quando si ha un muro superiore a m. 2,50 
d'altezza, conviene il cordone verticale (vedi fig. 167). 

L' impianto si fa come pel cordone obliquo, con questa sola diffe- 
renza, che il fusto si mantiene diritto e le piante si mettono alla di- 
stanza di cm. 40 una dall'altra. L'allungamento della branca, e la po- 
tatura annuale sono le stesse del cordone obliquo, cosi pure si farà 
costruire egualmente la intelaiatura, solo, come è naturale, si dovranno 
tenere gli assicelli verticali e distanti fra loro centimetri 30. 

6. Cordone a zig-zag od a serpentone. — Per ovviare l'inconveniente 
dei cordoni verticali, e cioè di vedere in poco tempo deperire i rami 
laterali in basso, si propone la forma a serpentone, che colla sua 
curvatura ripetuta rallenta un poco il corso della linfa. Del resto questa 
forma viene poco usata ed è anche poco apprezzata. La potatura di 
mantenimento è sempre eguale a quella che ho descritto pel cordone 
orizzontale. 



— 157 - 

Riassumendo quanto è stato detto sui cordoni si conclude, che il 
cordone orizzontale conviene per il melo soltanto ed eccezionalmente 
per il pero ; il cordone obliquo è al più vantaggioso per il pero, ma 
per la difficoltà di mantenere l'equilibrio fra i due lati e sopra l'incli- 
nazione del cordone, conviene abbandonarlo. Il cordone verticale è 
invece vantaggiosissimo per il pero e per coprire dei muri alti. 

Il pesco a cordone verticale ed obliquo è sconsigliabile perchè le 
piante hanno breve durata ed abbisognano di continue cure di potatura. 

La vite si alleva a cordone verticale ed a cordone orizzontale 
annuo e permanente. Di questi si tratterrà nella coltura speciale 
della vite. 



IX. 
Forme da spalliera e controspalliera. 

1. — La spalliera non è altro che una intelaiatura in legno, o parte 
in legno e parte in ferro, fatta contro un muro e sulla quale si sten- 
dono le branche delle piante da frutto, allevate in forma regolare. Se 
la intelaiatura non viene appoggiata al muro, ma si trova isolata, lungo 
i lati di un' aiuola, dicesi controspalliera. 

Questo sistema non è una cosa nuova, suggerita dai frutticoitori moderni, ma è 
sempre stata usata anche in antico. E ciò non soltanto per i vantaggi rispetto alla frut- 
tificazione, ma anche perchè serve di ornamento dei giardini o dei viali. La differenza 
che passa fra quanto suggerivano nei tempi antichi e la pratica odierna consiste sol- 
tanto in ciò, che mentre una volta venivano suggerite le forme più bizzarre e capricciose, 
oppure si stendeva ed allacciava ogni ramo in modo affatto irregolare, soltanto allo 
scopo di coprire il muro, ora invece si suggeriscono delle forme regolari, più semplici, 
ad ottenersi, di facile manutenzione e adatte per mantenere la pianta in continuo vi- 
gore, producendo costantemente una considerevole quantità di frutta. 

I vantaggi che si hanno coli' allevare le piante a spalliera sono 
multipli e di questi dobbiamo ora tener parola. 

Anzitutto i rami, le frutta, vengono esposte ad un maggior grado 
di calore, e perciò si ha una più pronta maturazione e sviluppo. 
Essendo allacciato ogni ramo, vengono assolutamente ovviati tutti i 
danni causati dai venti, ciò che è indispensabile specialmente per le 
frutta invernenghe, senza contare ancora che per il poco spazio che 
occupano le spalliere, è permesso al frutticoitore di utilizzare al mas- 
simo il suo terreno, con la certezza quasi di avere un prodotto costante 
e di ottima qualità. Abbandonando certe forme capricciose che possono 
ottenere soltanto pochi ben ammaestrati in frutticoltura, io suggerirò 
forme molto facili ad ottenersi, poco costose e di non difficile manu- 
tenzione. Con una scala doppia di sussidio, un frutticoitore in un 
giorno può fare un lavoro di rendita doppia, che non potando delle 
forme libere. La facilità, con pochi costosi ripari, di salvare le piante 
dai danni dei geli tardivi di primavera e precoci d' autunno, è un 



- 158 - 

vantaggio di cui bisogna tener conto. Da ultimo aggiungeremo che, per 
r aspetto elegante di queste forme, esse servono di ornamento a qual- 
siasi giardino. 

Le forme principali che io consiglio per spalliere e controspalliere 
sono : il cordone verticale di cui si è già parlalo, la forma ad U sem- 
plice e doppia, la palmetta Verrier e la palmetta semplice e doppia. 

2. Forma ad U semplice. — Questa forma è da raccomandarsi per 
il pero, quando si vuole una spalliera non più alta di due metri e mezzo. 
Se il muro è più alto, conviene il cordone verticale. Per il pesco e 
ciliegio questa forma invece è convenientissima ed è molto migliore 
che i cordoni semplici verticali, anche per spalliere di oltre 3 metri 
di altez^ (flg. 168). 

Per ottenere una forma ad U semplice, si fa l'impianto di soggetti 
innestati da un anno, collocandoli alla distanza di 80 cm. se peri, e 
m. 1 se peschi o ciliegi. 

Nel primo anno si taglia il soggetto a cm. 30 da terra, sopra due 
gemme laterali ed opposte. Lungo l'anno si avrà cura di allevare sol- 





Fig. 168. — Forma U semplice. 



Fig. 169. — Forma U doppia. 



tanto i due germogli che esciranno da due gemme terminali, ai quali 
si darà anche subito l'incurvatura per ricondurli alla direzione verti- 
cale, in modo che vi sia una distanza di 40 cm. fra loro. Ciascuno 
di questi bracci si tratta colle medesime regole che ho spiegato per i 
cordoni verticali, avendo l'avvertenza che le due branche crescano 
sempre eguali. In casi diversi si applicheranno le pratiche già spiegate 
per stabilire l'equilibrio fra due rami. 

3. — Palmette Verrier. — Per l' U doppia o palmetta a quattro 
rami verticali, avendo un doppio numero di rami della U semplice, la 
distanza deve essere doppia. 

Questa forma è molto vantaggiosa prima per il pesco, poi per il 
ciliegio e pero (tìg. 169). 

Nel primo anno di impianto, dopo aver tagliato la pianticina d'un 
anno a 30 cm. dal terreno, si alleveranno tre getti, dei quali quello di 
mezzo si terrà verticale, ed i getti laterali verranno avviati a formare 



— 159 - 

una curva in modo che i due bracci si trovino alla distanza di ni. 1,20 
se pero, e di m. 1,50, se pesco o ciliegio. 

Durante il primo anno, come è naturale, si avrà da curare solo lo 
sviluppo dei due bracci laterali e della branca di mezzo. A quest'ultima 
poi in particolar modo bisogna stare attenti, poiché ricevendo essa 
direttamente la linfa, sì incorre nel pericolo che soperchi i primi 
due rami. 

Nella potatura secca del secondo anno si procederà cosi. 

Si incomincia prima a tagliare circa a due terzi l'estremità della 
branca laterale più debole avendo cura che l'estremità sia piegata in 
alto ed il taglio lo si farà sopra una gemma posta in avanti. Se l'estre- 
mità non arrivasse a poter esser piegata verticalmente, allora per un 
tratto la si legherà orizzontalmente e l' altra parte si terrà obliqua, 
acciò prenda vigore. La branca centrale non si deve tagliarla ad un'al- 
tezza superiore a quella cui arrivano le estremità delle branche 
laterali. Per questo, nel secondo anno, non si arriva a tagliarla mai 
ad un'altezza superiore di 20 o 25 cm. e sopra una gemma posta in 
avanti. 

Nel terzo anno si taglieranno le due branche laterali come fossero 
tanti cordoni verticali e la centrale alla distanza di 50 cm. sopra il 
punto di partenza delle due prime branche e sopra due gemme laterali 
ed opposte, le quali serviranno a formarne una seconda U colle bran- 
che distanti fra loro 40 per il pero e 50 cm. per il pesco. Anche du- 
rante questo anno bisogna avere cura che le due branche di mezzo 
non vengano a soperchiare le due esterne. 

Nel quarto anno le quattro branche verticali si tratterranno come 
fossero tanti cordoni verticali e nel taglio si avrà l'avvertenza di ope- 
rare prima sulla branca più debole onde poi tagliare anche le forti ad 
eguale altezza. 

4. — Ci sono anche le palmelte verlicalì a 5 rami, in cui la branca 
di mezzo, oltre a biforcarsi, si allunga e forma una specie di asse 
mediano. Non consiglio questa forma per la difficoltà di mantenerla in 
equilibrio. 

Da alcuni autori questa palmetta viene chiamata palmella Verrier 
a 5 rami. 

5. Palmella Verrier a 6 rami. — Non è altro che la forma ad U la 
quale, invece di portare come l'ultima descritta 4 branche verticali, ne 
porla 6 sempre a 40 cm. di distanza. Le piante si collocano a ni. 2,40 
di distanza, se le branche si vogliono tenere alla distanza di 40 cm., 
e per il pesco e susino, la distanza deve essere di m. 3 dovendo ogni 
branca distare 50 cm. 

La potatura di formazione si fa come per 1' U doppia, soltanto per 
ottenere la terza impalcatura delle branche verticali, bisogna nel terzo 
anno ripetere la potatura già indicata del secondo anno. 

6. Palmella semplice. — Questa forma consiste in una branca ver- 
ticale, avente ad eguale distanza fra loro ed opposte, una serie di 



— 160 - 

branche orizzontali (fìg. 170). La palmetta doppia invece non ha l'asse 
della pianta unico, ma doppio a forma di U (fìg. 171). 

Queste palmette sono adatte tanto per le piante a granella che per 
quelle a nocciolo. Per le prime la prima impalcatura si fa all'altezza 
di 30-40 cm., e per le piante a nocciolo a 40-50 cm. Lo stesso vale per 
le distanze fra le diverse branche. 

Per la palmetta semplice si scelgano dei soggetti di un anno di 
innesto e si piantino ad una distanza che sarà in ragione inversa del- 




Fig. 170. — Palmetta semplice. 



Fig. 171. — Palmetta doppia. 



l'altezza del muro o della controspalliera. Da noi bisogna calcolare le 
distanze in modo che ciascuna palmella venga a coprire 8-12 m^. 

Nel primo anno d'impianto si taglia a 30 o 40 cm. di altezza (fìg. 172) 
in modo che si trovino due gemme laterali opposte all'altezza di 16 a 
20 cm., ed una gemma superiore posta sul davanti. Le due prime gemme 



Fig. 172. — Taglio del primo anno 
per ottenere una palmetta. 




Palmetta nel secondo anno 



sviluppandosi, daranno le prime branche laterali inferiori e quella di 
mezzo il prolungamento della branca centrale. 

Fatto il taglio, si farà una prima legatura alla base del soggetto, la 
seconda a metà e la terza sopra l'ultima gemma del mozzicone lasciato. 

Durante la state si conserveranno i tre germogli delle tre gemme 
terminali, mentre tutti gli altri si scacchieranno. 1 tre germogli si affi- 
deranno a tre fuscelli, ad uno dei quali, quello nel mezzo e verticale, 
si legherà il germoglio di prolungamento del fusto, ed agli altri due si 
darà un' inclinazione di 30° circa sia da un lato che dall'altro, acciò i 



- 161 - 

due germogli laterali che si legano, prendano vigore e crescano egual- 
mente vigorosi. 

Nella primavera del secondo anno, se tutto corre regolarmente, la 
pianta si presenterà come si vede nella fìg. 173. La branca centrale si 
taglierà a circa cm. 45 e sopra una gemma posta in avanti in modo, che 
sotto si trovino due gemme laterali, distanti dalle due prime branche 
laterali cm. 40. La gemma che guarda in avanti ha lo scopo di pro- 
lungare il fusto della pianta, le due gemme laterali serviranno a for- 
mare la seconda impalcatura. Le due prime branche laterali, mante- 
nendole sempre inclinate di 40 gradi, si taglieranno sopra una gemma in 
avanti ed alla medesima altezza a cui è stata tagliata la branca centrale. 

Lungo l'anno si scacchieranno i germogli che si portano in avanti 
od indietro, regola questa che serve per tutte le forme a spalliera. 
Per i germogli che si trovano in alto od in basso della branca, si 





Fig. 174. — Palmetta nel terzo anno. 



Fig. 175. — Palmella di 4 anni 
non bene sviluppala. 



applicherà la potatura verde che ho descritto a suo luogo. Riguardo ai 
germogli di prolungamento delle due branche laterali, non si cimano 
e si procurerà al loro normale sviluppo assicurandoli ad una assicella 
che si terrà nella direzione della branca. Dall'estremità della branca 
centrale si alleveranno invece tre germogli come quelli dell'anno de- 
corso. 

Se tutto va normalmente, la pianta nella primavera del terzo anno 
si presenterà come nella fig. 174. 

In questo caso si taglia il fusto centrale circa a cm. 45, come il primo 
anno, sopra una gemma in avanti ed in modo che sotto a questa si 
trovino 2 gemme laterali che distino dalle seconde branche cm. 40. Le 
due branche immediatamente inferiori si inclinano a 30 gradi e si 
tagliano in modo che la gemma terminale venga a trovarsi a medesimo 
livello della gemma terminale del fusto ; le due branche ottenute nel 
primo anno, si tagliano a cm. 40-50 sopra al taglio fatto l'anno prima 

11 — Tamauo - Frutticoltura. 



- 162 - 

e si inclinano in modo che la loro gemma terminale venga a trovarsi 
a livello delle gemme terminali immediatamente superiori. 

Durante la state si fanno tutte quelle operazioni di potatura verde 
già descritte, avendo sempre di mira di ottenere il prolungamento per 
ogni branca ed ogni anno una nuova serie di branche. La potatura 




Fig. 17G. — Palmetta Verrier a 11 branche. 

secca dei rami laterali alle branche deve essere conforme a quella già 
indicata per ottenere dei rami a frutto. 

Nel quarto anno avremo la palmetta con 3 serie di branche. Se le 
prime branche hanno già raggiunto la lunghezza desiderata della spal- 
liera, si piegano orizzontalmente, le seconde dell'impalcatura superiore 
si piegano a 60 gradi, e le terze branche a 30 gradi. 




Fig. 177. — Palmetta a forma ventaglio a 10 branche. 

Negli anni successivi, per formare le altre impalcature, basterà 
seguire quanto abbiamo detto per le tre prime. In 8 o 10 anni, seguendo 
il sistema che ho spiegato, avremo una palmetta come è indicata 
nella fig. 170. 

Non sempre è possibile ottenere ogni anno una nuova impalcatura, 
oppure molte volte avviene che le branche inferiori rimangono deboli 



/ - 163 - 

e le superiori attirano una straordinaria quantità di linfa. Allora bisogna 
perdere un anno e cioè tagliare il fusto centrale, non all'altezza a cui 
si vuole ottenere la nuova impalcatura, ma a metà distanza, cioè a 
25 citi, invece che a circa 45. Si devono tagliare più corte tutte le altre 
branche ed appena nell'anno successivo si taglierà il fusto all'altezza 
dovuta, per ottenere la nuova impalcatura (fig. 175). 




Fig. 178. 



Palmetta a forma ventaglio a 12 branche. 



Nella palmetta in genere, la difficoltà maggiore consiste nel man- 
tenere il necessario vigore nelle branche inferioii, le quali vengono 
facilmente soverchiate dalle superiori, se non si ha cura di diminuirne 
costantemente il vigore, rallentando il loro sviluppo. Per evitare ciò, 




Fig. 179. — Palmetta a forma candelabro. 

l)u Breuil padre ha immaginato di dare alle branche laterali una di- 
rezione obliqua ascendente, in modo che lo scheletro della pianta si 
presenta come tanti V aperti. Questa forma ha però molti degli in- 
convenienti dei cordoni obliqui. 

7. Palmella doppia. — Questa palmetta (fig. 171) si ottiene tagliando 
il soggetto di un anno sopra due occhi situati lateralmente uno a 
destra e l'altro a sinistra, e guidando i getti che ne derivano a guisa 



— 164 - 

da formare una U larga 40 cm. Sopra queste branche madri poi, si 
prenderanno i bracci secondari laterali, che si terranno alla slessa 
distanza indicata per la palmetta semplice. 

Questa forma è stata suggerita dal sig. Fanon nel 1827, per togliere 
ogni inconveniente a cui si va incontro colla palmetta semplice. Difatti 
egli divise in tal modo il canale adduttore della linfa in due parti 
eguali, cioè a dire, invece di avere una sola branca centrale, ve ne 
sono due che portano le branche laterali. 

È incontestabile che così viene temperata l;i circolazione della 
linfa dalla base alla sommità, ma d' altro canto non bisogna discono- 
scere che ne avviene un altro vizio organico. 

Colla palmetta semplice noi possiamo molto facilmente ottenere 
tutte le branche bene equilibrate, mentre ciò è molto difficile colla 
palmetta Fanon, poiché bisogna sorvegliare incessantemente che le 
due branche madri crescano di egual vigore. Trascurando ogni poco, 
sia nei primi, che nei successivi anni, è molto facile a compromettere 
la vita della pianta. 

Per questo inconveniente, che per me è più grave di quanti si pos- 
sono dare sulla palmetta semplice, consiglio e dò la preferenza alla 
palmetta semplice piuttosto che alla doppia. 

Altre forme poco usate attualmente sono la palmetta Verrier a 11 
branche verticali (fìg. 176) adatta per il pero; i ventagli (fig. 177-178) 
che venivano adottate pel pesco ed il candelabro (fìg. 179) che era pure 
adottato pel pesco. 



PARTE QUINTA 
SISTEMI DI COLTIVAZIONE 



I. 
Frutticoltura estensiva ed intensiva. 

1. — La frutticoltura razionale, nel senso agronomico, non può es- 
sere che una coltivazione intensiva e quindi può sembrare viziosa ed 
inutile la distinzione di frutticoltura estensiva ed intensiva. 

Se noi però poniamo mente alle diverse forme che si possono 
dare alle piante, se consideriamo i diversi prodotti per quantità e 
qualità che (|ueste forme possono dare, se prendiamo in considera- 
zione il vario numero di piante che si possono far stare sopra una 
superfìcie di terreno, applicando una forma piuttosto che un'altra, 
infine la diversità di spese d'impianto, di mantenimento, di capacità 
nel personale, parmi abbastanza dimostrata la necessità di distinguere 
una coltura estensiva da una coltura intensiva delle piante da frutto, 
distinzione importante non soltanto dal lato agronomico in genere, ma 
anche, come vedremo, per le nostre condizioni speciali in Italia. 

Nella frutticoltura estensiva, comprenderemo tutti quei sistemi di 
coltivazione delle piante da frutto che danno un prodotto mediocre e 
non sempre sicuro sopra una superficie relativamente estesa, ma che 
richiedono relativamente poca spesa di impianto, di mantenimento e 
di intelligenza del coltivatore. 

Ascriveremo invece alla frutticoltura intensiva quei sistemi di col- 
tivazione per cui, coir impiego di un rilevante capitale, lavoro ed in- 
telligenza, si ricava costantemente, da una superficie relativamente 
limitata di terreno, un prodotto abbondante e della migliore qualità. 

Alla frutticoltura estensiva perciò appartengono : 
1." La coltivazione campestre. 
2.0 La coltivazione lungo le strade o viali. 
3.» // brolo. 



— 166 - 

Alla frutticoltura intensiva : 

1.° // frutteto casalingo. 

2." Il frutteto di speculazione. 

3." / frutteti misti. 
Per la frutticoltura estensiva occorre una situazione ventilata, ma 
non troppo esposta ai venti, e un terreno profondo, non umido e di 
mediocre fertilità, mai esposto a nord. La forma più consigliabile è il 
pieno vento, raramente il mezzo vento. Le piante devono essere delle 
più fertili, bene sviluppate, sane, vigorose sino dalla prima età, resi- 
stenti alle intemperie e malattie. Devono dare frutta non tanto volumi- 
nose, con buccia resistente, atte a potersi conservare per lungo tempo 
di varietà ricercate dalla maggioranza della popolazione. 

Nella frutticoltura intensiva si dà alle piante tutte le forme, meno 
il pieno vento ; il terreno deve essere fertile e ben preparato e in esso 
si coltivano esclusivamente delle piante da frutto, mentre ciò non 
succede nel brolo o nella coltivazione campestre. Si devono coltivare 
tutte le possibili specie e varietà di frutta, ma specialmente le più deli- 
cate, le più voluminose, quelle insomma che sono richieste dalle fami- 
glie signorili. Si preferiscono le varietà più precoci o della più tarda 
maturazione, perchè appunto più ricercate e meglio pagate. Più che 
alla longevità della pianta si bada alla sua fertilità, perchè poco 
importa se dopo dieci anni bisogna sacrificarla se ha già dato frutti 
quanti un'altra in vent'anni. 



II. 

Frutticoltura campestre. 

1. — La maggior quantità di frutta che troviamo sui nostri mercati 
e che viene esportata anche all'estero, proviene dai campi e quindi 
sarebbe un grave errore il trascurare questa frutticoltura per prediligere 
esclusivamente quella specializzata nei frutteti, colle piante tenute a 
forme speciali, costose, che richiedono molta capacità. 

Io sono convinto che incoraggiando la frutticoltura campestre, noi 
promuoveremo uno dei migliori cespiti di produzione del nostro suolo. 
E che questo sistema di coltivazione possa avere un avvenire lo dimo- 
strano molti paesi esteri, come alcuni Cantoni della Svizzera, il Tirolo, 
la Stiria, il Wùrtemberg, l' Inghilterra, la cui straordinaria quantità di 
frutta, per nove decimi è prodotta nei campi. Gli Stati Uniti d'America 
ci danno un esempio splendido di frutticoltura campestre. Essi non 
trascurarono nessun mezzo per favorire il suo sviluppo. Diffusione stra- 
ordinaria di pubblicazioni popolari, istituzione di grandi vivai, di sta- 
zioni sperimentali, di cattedre di arboricoltura ed infine sono riusciti 
a creare nel Ministero d'Agricoltura una Divisione speciale per la frut- 
ticoltura. Mercè questi sforzi la produzione frutticola è aumentata 



— 167 — 

tanto, che se ne esporta una quantità considerevole e la una seria 
concorrenza alla produzione europea. 

La frutticoltura campestre ben sviluppata darà dunque un grande 
impulso alla produzione di frutta in Italia. 

Per ottenere questo intento, bisogna allevare le piante da frutto 
nei campi, a filari regolari od in appezzamenti l'iservati, come siamo 
abituati pei gelsi, olivi ed agrumi. F"ino ad ora, generalmente teniamo 
sparso qua e là per le campagne un pero, là un melo, un ciliegio e 
così via; ma tutte queste piante vengono abbandonate a loro stesse con 
poco profitto del proprietario e molto danno alle coltivazioni sottostanti. 

Ma se invece fra un campo e l'altro, ed in una località adatta, il pro- 
prietario pianta in uno o più filari le piante da frutto, oppure se utilizza 
i lati di qualche sua strada, il terreno coperto dall'ombra di queste 
piante sarà naturalmente minore. Se anche per un tratto attorno alla 
pianta non converrà coltivare, il proprietario potrà applicare con minor 
spesa tutte le cure necessarie, potrà agevolmente vigilare le sue frutta, 
ed infine avrà raccolto più sicuro, abbondante e migliore di qualità. 

Per raggiungere il miglior risultato occorre però limitarsi alla col- 
tivazione di poche specie e varietà, e riguardo al sistema di allevamento, 
tenersi a quelle forme che richiedono minor lavoro e capacità di po- 
tatura, perchè non si può pretendere che ogni agricoltore sia anche 
frutticoitore (vedi a proposilo quanto è detto parlando delle forme 
basse pag. 138). 

La scelta delle specie di frutta da coltivarsi nei campi non riesce 
difficile, poiché ogni provincia e comune può indicarci per i diversi 
terreni, le specie che meglio allignano. Scostarsi da queste per intro- 
durne di nuove è sempre pericoloso se al più non si hanno delle prove 
incontestabili fatte da altri. Dico espressamente fatte da altri, poiché 
l'agricoltore non deve esperimentare ma volendo dare un indirizzo 
industriale alla coltivazione campestre egli deve piantare delle specie 
e varietà di sicura riuscita, sia rispetto alle condizioni naturali di ter- 
reno e clima, sia rispetto alla ricerca delle frutta sul mercato. 

Per la stessa ragione deve essere limitato anche il numero delle 
specie, e cioè mai più di due in una medesima condizione di terreno. 

2. — Le specie che si prestano per la coltivazione campestre sono 
il melo, il pero, il pesco, l'albicocco, il mandorlo, il ciliegio, il cotogno, 
il susino, il castagno, il noce ed il nespolo. 

Le varietà oggigiorno più raccomandabili sono indicate nella parte 
speciale di questo libro in cui si tratta della coltivazione delle singole 
specie. 

3. — Ed ora veniamo all'applicazione di questo sistema di coltivare 
le piante da frutto nei campi. 

Un agricoltore può avere la sua campagna coltivata: 

a) in rotazione con frumento, mais, prato ecc. ; 

b) a prato stabile (fìg. 180); 
e) a pascolo ; 

d) a vigneto. 



— 168 - 

In tutti e tre i primi casi conviene fare l'impianto a filari orientati 
da sud a nord, distanti uno dall'altro almeno da m. 25 a 30. A questa 
distanza, il danno che i filari arrecano alle coltivazioni sottostanti è 
appena sensibile. 

Per l'impianto non occorre uno scasso reale, basta fare delle 
fosse quando trattasi di piantare sulla fila alla disianza di m. 5 a 7, e 
delle buche quando la distanza è maggiore. Negli anni successivi si 
deve avere cura che il terreno sia lavorato almeno per un metro in- 
torno al fusto e sia sempre tenuto soffice e senza alcuna coltivazione. 

Se il terreno è irrigatorio, gli alberi da frutto soffrono maggior- 
mente, ed allora le distanze da pianta a pianta si possono diminuire 5 




Fig. 



— Prato arborato con piante da frutto. 



bisogna impiantare l'albero alquanto sollevato dal terreno, formando 
attorno a questo un cumulo di terra. 

Trattandosi di un terreno a vigneto, sia questo misto o specializ- 
zato, non conviene piantare degli alberi da frutto Tramezzo alle viti. 
La vite è una pianta che esige molto calore e luce e quindi tutte quelle 
coltivazioni che la privano dell'uno o dell'altra, non vanno che a de- 
trimento della produzione dell'uva. Sui margini però degli appezzamenti 
e specialmente sul lato nord, si possono coltivare quelle piante da 
frutto che non prendono grande sviluppo, quali sono il pesco, l'albi- 
cocco, il nespolo, e il cotogno. 

Infine bisogna tenere conto di quei vigneti, che in conseguenza 
della loro non felice posizione, d'un succedersi d'annate sfavorevoli 
per il clima, per il moltiplicarsi di parassiti, danno meschinissimi 
prodotti, poco rimunerativi. A questa categoria si possono inscri- 
vere tutti quei vigneti che si trovano tuttora in cattivo stato, nelle 



— 169 — 

pianure e vallate dell' Italia settentrionale, nelle insenature dei monti, 
o quelli intaccati o distrutti dalla fillossera. In questi terreni, le sole 
piante da frutto potranno dare dei raccolti da potersi mettere in con- 
fronto. Anzi in generalità sono eminentemente adatti per le piante da 
frutto ; i peschi, gli albicocchi, specialmente le varietà precoci ed in- 
vernenghe di meli e peri, danno dei prodotti abbondanti. 

La trasformazione da vigneto a frutteto può farsi gradatamente 
e di questo se ne parlerà nella Parte Sesta, Gap. XXIII. 

4. — Le distanze a cui si devono fare gli impianti, variano fra 
specie e specie e varietà e varietà. Certo si è che la disposizione delle 
piante deve essere regolare e cioè per ogni specie, per ogni varietà e 
per ogni forma di pianta, conviene formare tanti filari da nord a sud. 
Non v'è di peggio che intercalare sulla medesima fila delle piante di 
diversa altezza. 

Quanto più un terreno è fertile, ben lavorato, profondo, tanto mag- 
giore deve essere la distanza di esse. Nella coltivazione campestre, le 
distanze più convenienti per il pieno vento sono quelle indicate nella 
Parte Sesta, Gap. XIII. 



III. 

Coltivazione lungo le strade o viali. 

1. — La coltivazione è da noi assai poco in uso. In Svizzera, in 
(ìermania ed in alcuni paesi dell'Austria vengono fatti degli estesi 
impianti di pomi e peri per fabbricare poi colle frutta il sidro. Le 
strade, i passeggi di quasi tutti i paesi di campagna sono fiancheggiati 
da alberi da frutta, piuttosto che da piante ornamentali, con evidente 
vantaggio del bene pubblico, poiché i Gomuni affidano in affitto a dei 
singoli coltivatori, la manutenzione ed il raccolto di queste piante. 

I lati delle strade pubbliche e dei larghi viali nelle campagne of- 
frono un terreno eccellente per la coltivazione delle piante da fruito. 
Quivi le acque piovane raccolgono tutte le immondizie delle strade, 
non che la polvere stessa che è pure un discreto concime, e questo 
miglioramento continuato è tanto maggiore quanto più vecchie sono 
le strade. 

Se invece ai lati delle strade si trovano dei fossi profondi a rapida 
pendenza, allora non si accumulano tanti materiali e quindi l'impianto 
non conviene. Non conviene neppure quando la strada viene fatta so- 
pra uno strato roccioso senza alcun strato di terreno sottostante. Biso- 
gnerebbe allora fare delle buche bene ampie e trasportarvi la terra, 
lavoro questo costoso e che non si può suggerire. Del resto lo svi- 
luppo delle strade è tanto grande che si possono trovare dei percorsi 
convenienti. 



- 170 — 

Ad eccezione di quest'ultimo caso, la coltivazione delle piante da 
frutto lungo le strade è convenientissima, poiché in generale gli alberi 
si mantengono costantemente molto produttivi ed anche sani. La con- 
tinua polvere che sta sospesa ha sicuramente influenza sulla feconda- 
zione dei fiori ed impedisce lo sviluppo delle crittogame. Non bisogna 
però nascondere che le piante sono alquanto sensibili ai freddi rigidi 
e prolungati d'inverno, per i quali molte volte periscono-, inoltre le 
primavere molto umide provocano l'aborto dei fiori. Questi danni si 
possono prevenire non piantando nei tratti di strada poco soleggiati e 
dove ristagna l'acqua. 

Gli alberi devonsi allevare, come è naturale, sempre a pieno vento 
e si possono piantare o sui lati della strada slessa, oppure, se la strada 
è stretta, sui margini dei campi vicini. In quest'ultimo caso le piante 
sono meglio difese dagli urti dei rotabili e i prodotti pendenti sono 
più sicuri anche del furto. Piantando lungo i margini dei campi, è 
sufficiente, un solo palo di sostegno mentre lungo le strade, oltre al 
palo occorre contornare il fusto da una specie di gabbia di legno o di 
ferro, solidamente conficcata nel terreno. Questa gabbia, che ha la forma 
di un prisma triangolare, per lo più consta di tre assicelle trasversali 
in modo da formare una specie di reticolato. 

Per riparare dai danni dei rotabili si può anche provvedere pian- 
tando nel terreno, attorno al fusto, delle pietre a guisa di piccoli pa- 
racarri, oppure facendo un cumulo di terra o agglomerando della 
ghiaia. 

2. — Per piantare lungo le strade si prestano i peri, meli, ciliegi, 
susini, noci e castagni, che si mettono alla distanza indicata per la 
coltivazione campestre. L'impianto si fa in modo che ogni pianta venga 
a trovarsi alternata con quelle dell'altra parte della strada. 

Il noce e castagno saranno da preferirsi nelle strade che servono 
da pubblici passeggi, perchè danno maggior ombra. 

Sono certo che molti dei miei lettori dopo aver letto questo arti- 
colo mi osserveranno che ho voluto fare della poesia col trattare delle 
coltivazioni lungo le strade, inquantochè da noi in Italia non abbiamo 
esempi di simili coltivazioni. 

Che per ora non esistano sono anch' io d' accordo (1), poiché un 
impianto in grande di albeii da frutto lungo le strade non mi è stato 
dato ancora di vedere, se al più non si vogliono citare quelle piante 
di gelsi o da frutta che si trovano sui sagrati delle chiese di campa- 
gna — ma che non vi potrebbero essere è cosa di cui non mi so ca- 
pacitare. 

All'estero noi abbiamo degli esempi di interi paesi, nei quali le ri- 
spettive città e borgate ne ricavano un bel lucro, lucro che va a tutto 
vantaggio del rispettivo erario comunale. Nel piccolo Wùrtemberg il 



(1; Quantunque nel comune di Bizzozero in Brianza vi sia un esempio. N. d. T 



— 171 — 

prodotto di frutta ottenuto in questo modo è stato calcolato del valore 
di 8 milioni di marchi. 

Mi si potrebbe inoltre obbiettare che la proprietà pubblica non 
viene sufficientemente rispettata; da ciò l'impossibilità di allevare e 
mantenere in buono stato delle piante da fruito. Ammettere ciò in via 
assoluta mi sembra di far torto alla nostra pubblica moralità, io posso 
però osservare che come vengono rispettate molte piante ornamentali 
che fiancheggiano le nostre strade, i nostri passeggi, si potrebbero 
far rispettare anche le piante da frutto. 

Nel Wiirtemberg, quando un comune fa una strada, provvede al- 
l'impianto degli alberi da frutto i quali, per un periodo d'anni, di 
solito 15, vengono dati in affitto a privati, i quali alla lor volta si 
obbligano di mantenere in buon stato di vegetazione ed alla altezza 
prescritta le piante affidate, raccogliendone naturalmente le frutta. La 
sorveglianza a queste piante è obbligatoria per il personale addetto 
alla manutezione delle strade nonché per le guardie campestri, come 
fossero proprietà private ; — quando poi il prodotto è presso alla 
maturazione, il fittabile stesso provvede ad una sorveglianza speciale. 

A chi volesse provare in Italia questa coltivazione lungo le strade 
pubbliche, nelle quali si teme tanto il furto, consiglierei per prova 
l'impianto di ciliegi. Il ciliegio difatti è bello d'aspetto, rapido nello 
sviluppo, fiorisce e matura in breve tempo i frutti, senza lasciarli cadere. 

3. — Bisognerebbe anche sollecitare perchè lungo le ferrovie ve- 
nissero piantati degli alberi da fruito. L'amministrazione potrebbe con 
poca spesa procurarsi un benefizio non piccolo, favorendo anche il 
personale di sorveglianza (cantonieri) al quale si potrebbe affidare la 
potatura e le cure di coltivazione. 



IV. 
Brolo. 

1. — Con questo termine, che è proprio dell' Italia settentrionale 
ed in particolar modo della Lombardia, intendo designare quell'ap- 
pezzamento di terreno abbastanza esleso, situato di solilo appresso 
alla casa di campagna, cintato di muro o da siepe, nel quale si colti- 
vano delle piante da frutto a pieno o mezzo vento e il terreno sotto- 
stante, a prato, a cereali o ad ortaggi. Da alcuni autori italiani viene 
chiamato pomario, da altri verziere, che sarebbe un termine preso dai 
Francesi che lo chiamano verger (fig. 181). 

Comunque sia, per il sistema poco dispendioso con cui si allevano 
le piante, e per i prodotti considerevoli che dà, il brolo è il vero frut- 
teto della casa di campagna o della azienda agraria, che fornisce una 



- 172 — 

grande massa di frutta ai mercati. Dal brolo si esige un prodotto suf- 
ficiente, se non eccezionale, con la massima economia. 

Per ottenere questi risultati bisogna prestare una certa attenzione 
nella scelta della località e nella scelta della specie e varietà da col- 
tivarsi. 

Ovunque si ha un brolo, è certo che le condizioni di terreno e 
di clima corrisponderanno, poiché di solito è vicino ai fabbricati di 
campagna, che si costruiscono nel miglior sito dell'azienda. 

2. — Per la scelta del numero della specie e varietà bisogna 
distinguere, a seconda che la coltivazione del brolo ha uno scopo spe- 
culativo, di portare cioè le frutta sul mercato, oppure di fornire di 
frutta lungo l'anno la famiglia del proprietario e le famiglie degli ope- 




Fig. 181. 
Appezzamento di un brolo con la coltivazioni; intercalare di fragole. 



rai dell'azienda. Nel primo caso conviene tenersi a pochissime specie 
e varietà, a quelle cioè della cui riuscita si è sicuri. Allora la potatura 
e tutte le operazioni di coltivazione, compresa la raccolta, vengono 
fatte in una volta, e quindi col massimo risparmio di mano d'opera 
e colla più probabile facilità di vendere il prodotto. Non conviene però 
tenersi esclusivamente ad una specie e varietà, poiché non bisogna di- 
menticare che la diversità offre il vantaggio di assicurare maggior- 
mente il raccolto, sia perchè la fecondazione dei fiori riesce meglio 
sia perchè le intemperie e le avversità in genere della vegetazione non 
colpiscono in eguali proporzioni tutte le varietà di piante. 

Nel secondo caso, cioè quando si tratta di avere delle frutta pos- 
sibilmente per tutto l'anno, deve essere maggiore il numero delle specie 
e varietà. 



- 173 - 

Per un brolo di speculazione, nell'Italia settentrionale, l'impianto 
dovrebbe essere fatto nella seguente proporzione per ogni 100 piante : 

50 meli ; 
28 peri ; 
12 prugni; 
10 ciliegi ; 

Totale 100 piante. 

Dove riescono bene i peschi, questi potrebbero sostituire i prugni 
e ciliegi; se discendiamo poi nell'Italia centrale o meridionale, allora 
si può sostituire un certo numero di piante di pero e melo, coll'albi- 
cocco o col mandorlo, oppure cogli agrumi, ecc. 

Per un brolo casalingo, sempre per noi dell'Italia settentrionale, 
conviene tenersi alle seguenti proporzioni : 

38 peri ; 
32 meli ; 
40 meli ; oppure : 8 ciliegi ; 

38 peri ; 6 albicocchi ; 

10 prugni ; 4 prugni ; 

(ì peschi ; 6 peschi ; 

4 ciliegi ; 2 nespoli ; 

2 mandorli; 4 cotogni; 

Totale 100 piante. Totale 100 piante. 

Per l'Italia media e meridionale, si faranno le riduzioni a seconda 
del clima locale. 

Nella scelta delle varietà bisogna aver sempre di mira di coltivare 
non delle varietà eccezionali, ma quelle che maggiormente servono 
pel grande consumo e che sono perciò le più ricercate. Devono inoltre 
essere vigorose, rustiche, fertili, dare frutti bene aderenti che si con- 
servano facilmente dopo la raccolta e maturare lentamente. 

3. — Della preparazione del terreno per l'impianto di un brolo e 
del modo di costruire i muri di cinta o di fare le siepi, qui non ci 
intratterremo, perchè formerà argomento di capitoli speciali nella 
Parte VI. Bisogna invece ora parlare della disposizione degli impianti. 

Un brolo, perchè corrisponda anche alle esigenze del buon gusto, 
deve avere le piante poste regolarmente ed equidistanti una dall'altra, 
in modo da formare tanti lilari in tutti i sensi. Conviene tenere in un 
brolo eguali distanze fra pianta e pianta , indipendentemente dalle 
specie, e cosi come per un pomo d'alto fusto occorre la distanza di 
m. 12, questa distanza si manterrà pure per il pesco, nespolo, e cosi 
via. La distanza di m. 12 da pianta a pianta è la più conveniente. 

Trattandosi di coltivare il terreno sottostante con cereali ed ortaggi. 



- 174 — 

oppure volendolo lasciare a prato, conviene fare dei filari in direzione 
da nord a sud, distanti m. 24 uno dall'altro. Per coltivare cereali e 
ortaggi, bisogna lasciare il terreno libero per un metro per lato della 
fila, per non guastare le radici delle piante colle diverse lavorazioni. 
Oltre ai cereali, quali sono il frumento, mais, ecc., si possono coltivare 
in rotazione i pomi di terra, il trifoglio ; degli ortaggi non bisogna 
coltivare quelli che richiedono frequenti annaffiature, che sono nocive 
alle piante da frutta. Epperciò si potranno coltivare con vantaggio i 
piselli, le fave, i fagioli, i cavoli, le fragole, le cipolle, l'aglio, gli aspa- 
ragi e così via. Volendo coltivare il terreno a prato, bisogna evitare 
quelle essenze foraggere le cui radici vanno troppo profonde, come 
sarebbe 1' erba medica ; e sempre per un metro in giro attorno al fusto 
della pianta da frutto, bisogna mantenere il terreno lavorato e privo 
di cotica. 

Le essenze foraggere che meglio convengono nei broli e che meno 
danneggiano le piante da frutto sono le seguenti : Avena elatior, Dac- 
tylis gloinerata, Poa trivialis, Lolliiim italicuin, Alopecurus pratensis, 
Poa pratensis, Agrostis stolonifera, Cynosorus cristatus, Avena flavescens, 
Festuca pratensis, Lotus corniculatus, Medicago Lupulina, Trifolinm pra- 
tense e Trifolium repens. 

Si possono consigliare le seguenti due miscele per ettaro nei 



A. Terreni 
asciutti, calcari 

x.^ da vigna 

Avena elatior (Ventolana) Kg. 9,5 

Dactylis glomerata (Erba mazzolina) „ 7 

Poa trivialis (Poa comune) „ 4,5 

Lollium italicum (Loglio italico) ....... „ 5 

Alopecurus pratensis (Goda di volpe). ..... „ — 

Poa pratensis (Erba maggenga o Fienarola) . . „ 5 
Agrostis stolonifera (Agrostide comune). ... „ 1 

Cynosorus cristatus (Goda di topo) „ 2 

Avena fiavescens (Avena gialla) „ 5 

Lotus corniculatus (Trifoglio giallo) „ 1 

Medicago lupulina (Tri foglino selvatico). ... „ 1 
Trifolium pratense (Trifoglio comune) .... „ 4 
repens (Trifoglio bianco o ladino). . „ 0,5 



B. Terreni 
treschi 
di piano 



Kg. 



9,5 

7 

3,5 

6 

4 

5 

1,5 

1 

1,5 

1.5 



„ 4 
„ 0,5 



Una miscela che dà pure dei buoni risultati è la seguente 
Per ettaro 

Alopecurus pratensis Kg. 7,50 

Dactylis glomerata „ 13,00 

Garum Garvi „ 5,00 

Lolium italicum „ 19,00 



- 175 - 

La semina di questa miscela presenta i vantaggi seguenti : 

1.» Cresce all'ombra. 

2." Si ha un taglio precoce a primavera che permette di passare 
senza difficoltà dal regime alimentare d'inverno degli animali a quello 
d'estate. 

3." Per la presenza del Carum carvi il foraggio mantiene in buona 
salute gli animali. 

4.° Mediante l'impiego sufticiente di colaticcio e di perfosfato si 
ottiene un foraggio che tanto per quantità, come per valore nutritivo 
può paragonarsi a qualunque altro fieno. 

5." Si possono avere con facilità tre tagli, e quando la primavera 
e l'autunno presentano le condizioni climatologiche favorevoli allo svi- 
luppo dell'erba, si può raggiungere anche i 4 tagli. 

4. — Volendo coltivare il brolo esclusivamente a piante da frutto, 
e a prato, queste si possono disporre in quadralo, (fig. 180) in triangolo 
equilatero od a quinconce. Col primo metodo 4 piante formano un qua- 
drato ; col secondo, 3 piante formano un triangolo equilatero; col terzo 
in ogni quadrato si mette in mezzo una quinta pianta. 

Fra i tre sistemi è preferibile il secondo, che permette di lavorare 
il brolo in tre sensi con un interfilarc di egual larghezza, cosi si ha 
la massima uniformità di sviluppo nelle piante, avendo tutte un'eguale 
superficie a loro disposizione. 

L' impianto a quinconce viene preferito quando si vogliono allevare 
molte piante in un appezzamento , poiché ad esempio avendo un 
quadro di m. 36 di lato e perciò della superficie di m.^ 1296, disponendo 
le piante in quadrato alla distanza di m. 12, ci stanno 16 piante ; di- 
sponendole a triangolo equilatero pure distanti m. 12, ci stanno 18 
piante ed a quinconce, ben 24 piante. 

5. — Io notai sempre un maggior sviluppo dell'albero ed una mag- 
giore produzione, quando sotto all'albero si lavora anziché tenere il 
terreno coperto da erbe che sottraggono troppa umidità e tolgono l'aria 
al terreno. 

V. 
Frutteto casalingo. 

1. — Il frutteto casalingo ha lo scopo di fornire la mensa del pro- 
prietario di tutte le possibili specie di frutta ed in tutte le stagioni. Ma 
non di frequente il proprietario dispone a tale scopo di una estesa super- 
ficie, perciò è naturale che deve dare alle piante le forme ridotte: mezzo 
vento, piramide, cordone, spalliere, ecc.; l'impianto deve essere fatto 
con una certa eleganza, perché serve d'abbellimento alla sua abitazione 
di campagna ed anche di distrazione alla monotonia delle coltivazioni 
campestri. Quindi il frutteto casalingo devesi trovare vicino all'abitato, 
deve essere straordinariamente produttivo, deve dare le migliori varietà 



- 176 - 

di frutta ed avere una aggradevole disposizione architettonica. Esso co- 
stituisce per gli appassionati della coltivazione delle frutta ciò che è 
la serra per i floricultori. Soltanto nei frutteti si possono allevare certe 
varietà di piante, si possono ottenere alcuni prodotti prelibati, perchè 
in questi soltanto si possono, mercè i muri ed altri ripari, difendere 
le piante dai danni degli estremi di temperatura, da quelli dei venti, 
e cosi via. Senza muro di cinta è quindi impossibile immaginare un 
frutteto, come pure occorre l'impiego d'una discreta somma di danaro 
per il suo impianto e la relativa manutenzione. Il frutteto, dà una ren- 
dita sicura, appaga anche l'occhio e quindi può farsi benissimo per 
abbellire una villa. Anche nel frutteto non mancano le attrattive. 

D'inverno si vedono le belle forme delle piante e si studiano even- 
tuahnente gli errori incorsi nella potatura, in primavera si ha la fiori- 
tura che è appariscente come in qualsiasi pianta ornamentale, in estate 
si ha lo sviluppo delle foglie e dei germogli colle diverse gradazioni 
di colorito verde, in autunno sono le frutta pendenti, le quali dilettano 
per le loro forme diverse, per la loro grossezza e per i loro variati co- 
lori. Se si mette poi in confronto il frutteto col giardino, si vorrà rico- 
noscere che i piaceri di quest'ultimo costano molto più cari poiché col 
valore soltanto di una serra si può piantare un frutteto molto più esteso. 

Fino ad ora, in Italia, si possono citare ben pochi esempi di frut- 
teti propriamente detti, che corrispondano anche per la rendita. Questo 
fatto, pur troppo vero, ha portato il discredito alle forme modellate, 
tanto che si ritengono forme di lusso, convenienti ai dilettanti ca- 
pricciosi. 

Chi giudica però in questo modo non tiene conto del poco amore 
fino ad ora prestato alle piante da frutto, alla mancanza di persone 
tecniche capaci di allevare e mantenere razionalmente le piante; non 
si pensa che, in generale, un signore da noi preferisce spendere delle 
centinaia di lire per avere una conifera rara, oppure una data varietà 
di rose, piuttosto che provvedersi d'un capace potatore di piante. Quante 
volte non mi è avvenuto il caso in Lombardia di far visita a qualche 
signore che, nella sua campagna aveva piantato un frutteto, acqui- 
stando dagli stabilimenti le forme modellate ed era malcontento della 
spesa sostenuta pur avendo fatto venire uno specialista all' impianto 
e per alcuni anni di seguito anche all' epoca della potatura ! 

Ma non è il caso di incolpare né lo stabilimento che ha fornito 
le piante, né lo specialista che viene una o due volte l'anno, bensi il 
proprietario stesso, il quale dovrebbe sapere che queste piante ri- 
chiedono lungo tutto l'anno delle cure da una mano abile e conscia 
del proprio operato. Frequentissimo poi è il caso che questi frutteti 
siano in mano di giardinieri, i quali, perchè conoscono la coltivazione 
dei fiori, credono d'essere capaci anche per le piante da frutto. Niente 
di più erroneo : il floricultore ha un'arte ben diversa da quella del 
frutticoitore. Sarebbe lo stesso che affidare un vigneto specializzato 
sul colle ad un coltivatore di marcite che pota anche dei salici. 



- 177 - 

Non intendo di combattere l'amore e la predilezione che si ha 
per i giardini, poiché è questione di preferire un piacere piuttosto di 
un'altro ; vorrei soltanto che la decima parte delle cure che si hanno 
per riparare una palma dal freddo, per riscaldare e ventilare le serre, 
e cosi via, venisse riconosciuta necessai'ia anche per le piante da 
frutto, poiché queste ultime in fine dei conti, sono sempre più utili. 

Se ho la fortuna d'avere fra i miei lettori anche qualche lettrice, 
incoiTo il rischio d'essere tacciato, scrivendo in questo modo, da uomo 
prosaico, ma potrei rispondei'e che assai poche sono le signorine che 
amano soltanto i fiori e invece alla maggior parte piacciono i fiori e le 
frutta. 

2. — Il frutteto casalingo si può farlo in diversi modi, e ciò natu- 
ralmente dipende dalla somma di danaro che si vuole impiegare. 

Non di rado anche nel frutteto stesso si vogliono coltivare degli 
ortaggi, ma questo sistema non è privo d'inconvenienti. Anzitutto la 
coltivazione degli alberi e quella degli ortaggi non si possono fare con- 
temporaneamente con quella comodità necessaria; la concimazione o 
l'irrigazione frequente di cui abbisognano gli ortaggi non sempre sono 
adatte alle piante da frutto, anzi, le frequenti annaffiature, sono piut- 
tosto nocive ; gli ortaggi stessi, perchè ombreggiati, non riescono tanto 
saporiti e neppure tanto precoci, infine coltivando anche degli ortaggi, 
il frutteto perde quella eleganza che è pur necessaria per abbellire 
una villeggiatura. Piuttosto di non avere né frutteto, né orto, sarà meglio 
coltivare gli ortaggi fra le piante da frutto o viceversa, più razionale 
però sarà sempre di coltivare le une e gli altri in appezzamenti separati. 

Non di rado avviene di trovare delle piante da frutto ad alto fusto 
coltivate promiscuamente colle spalliere, cordoni, ecc. Anche questo é 
un errore. Gli alti fusti bisogna lasciarli per il brolo, per la coltivazione 
campestre; se noi li teniamo nel frutteto, agiscono come tanti parassiti 
delle piante sottostanti, mercé le loro radici molto sviluppate assorbono 
tutto il nutrimento e l'umidità, mentre colla loro fronda le privano 
dell'aria e della luce. Al più si possono tollerare delle piante allevate a 
mezzo vento, ma allora è naturale che le forme da adattarsi per le 
altre piante non devono essere né spalliere né cordoni, ma bensi i fusi 
e le piramidi. 

VI. 

Scelta della località 

e distribuzione del terreno per un frutteto casalingo. 

1. — Pel frutteto casalingo bisogna destinare il miglior terreno che 
si ha disponibile, non tanto distante dalla abitazione con l'acqua vicina 
perché, in caso di siccità, si possa in qualche modo provvedere. Il ter- 
reno deve essere possibilmente orizzontale ed in caso di pendenza 
questa sia verso Sud-Est od Ovest e mai verso Nord. 

12 — Tamaiìo - Frutticoltura. 



- 178 — 

Per quanto è possibile, al frutteto bisogna dare una forma rettan- 
golare, il cui asse maggiore sia in direzione perfetta da Nord a Sud. 
Con questa direzione si possono utilizzare i muri per tutta la loro 
lunghezza. Tanto contro il muro rivolto ad Est quanto contro quello 
ad Ovest, si possono allevare dei peri a spalliera ed in quello ad Ovest 
anche dei peschi primaticci ; quello esposto a mezzogiorno si utilizza 
per la vite e per l'altro a tramontana conviene il ciliegio. 

Volendo costruire dei muri isolati, per allevare delle varietà pre- 
giate di pesco od uve da tavola, si costruisca il muro da Nord-Est 
a Sud-Ovest, in modo che da un lato si avrà 1' esposizione di Sud-Est, 
preziosissima per le pesche precoci, per le pere invernali, per l'uva 
da tavola e in genere per tutte le varietà prelibate molto esigenti per 
il calore. 

L'estensione da darsi al frutteto dipende naturalmente dalla entità 
di prodotto che si vuol ricavare. Generalmente parlando, il frutteto 
casalingo non conviene che sia molto esteso, perchè allora diventa 
troppo costosa la sua manutenzione. Si può ritenere che una super- 
fìcie di 200 m.^ è sufficiente per produrre la frutta necessaria ad una 
persona, sarà meglio però abbondare che non essere deficienti. Una 
estensione di 20 are può provvedere di frutta due famiglie, e quindi 
l'estensione media di un frutteto puossi ritenere da 10 a 20 are. 

Destinato il posto, si passa alla costruzione del muro di cinta che 
deve essere di 2,50 o al massimo 3 metri, per non privare le piante 
della luce e dell'aria. Il muro quando è possibile, è bene costruirlo, 
a m. 1,50 dal confine, per poterlo utilizzare con spalliere da tutti due 
i lati. 

Per la distribuzione del terreno si comincia a destinare la direzione 
dei viali. I viali principali devono avere una larghezza di m. 1,30 a 2, 
e quelli secondari di m. 0,80 a 1, sotto ai muri bisogna lasciare uno 
spazio di terreno della larghezza di m. 1,20 a 1,50, ed eventualmente 
di m. 2 contro il muro a mezzogiorno. 

Fatta questa prima disposizione, si divide il terreno in tante aiuole 
le quali devono avere una larghezza diversa a seconda della forma che 
si vuol dare alle piante. Per i peri è sufficiente una larghezza di 2 m., 
per le spalliere isolate m. 2,80-3,40. 

Volendo piantare in un'aiuola tre file di peri, si deve darle la lar- 
ghezza di 5 a 6 metri ; se invece si tratta di piramidi, da 9 a 10 metri. 

E' abbastanza difficile fare un piano generale che possa servire 
d'esempio per l'impianto d'un frutteto casalingo, con tutto ciò mi pro- 
verò coll'aiuto di illustrazioni di chiarire le regole principali. 

2. — Intanto, riassumendo questo ho detto più sopra, le regole 
principali che devono servire di norma per l'impianto d'un frutteto 
casalingo sono le seguenti : 

1.0 II frutteto deve essere cintato da muro. 

2." Contro i muri non si allevino delle forme libere, bensì delle 
forme appoggiate, quali sono le spalliere, i cordoni, per utilizzare al 
massimo il calore. 



- 179 - 

3.0 Nella forma da darsi al frutteto casalingo, nella divisione del 
terreno e nella scelta delle forme da darsi alle piante, bisogna sempre 
provvedere a che le piante godano delia massima luce e calore, con- 
dizioni indispensabili per la fertilità e per la precocità di maturazione 
delle frutta. 

4." Le forme delle piante si devono aggruppare in modo clie si 
adombrino il meno possibile una coll'altra. Ciò si raggiunge, se fra le 
singole forme si lascia una distanza eguale ad una volta od una volta 
e mezza l'altezza che raggiunge la pianta nel suo completo sviluppo. 



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Fig. 182. — Frutteto casalingo. 



5." 11 frutteto deve essere orientato da sud a nord e cosi pure la 
sua linea mediana, in modo che tutti e due i lati del frutteto godano 
egualmente della luce. 

6.0 Da Nord a Sud e nel mezzo, devesi costruire un viale, a cia- 
scun lato del quale si devono disporre le piante a file parallele in 
modo che appresso si trovino le forme più basse, poi le mediane e 
contro il muro di levante e ponente le più alte. Ciò si fa per evitare 
che le piante si danneggino colla loro ombra; quando però i due ap- 
pezzamenti ai lati del viale sono molto larghi, allora si destina per le 
forme più alte la parte centrale. 

3. — Nella fig. 182, abbiamo il disegno di un frutteto casalingo, 
nel quale sono illustrati quattro sistemi diversi d'impianto. Esso mi- 
sura 50 m. in larghezza e 51 in lunghezza, quindi ha una superficie 
totale di m^ 2550. 



— 180 - 

Cintato da muro, l'ingresso è in A, a capo cioè del viale mediano 
che lo divide in due parti. (Nella figura è diviso in quattro parti, poi- 
ché ho voluto l'iunire in un solo disegno quattro sistemi diversi d'im- 
pianto). 

Il viale di mezzo è largo due metri. Sotto ai muri è lasciata un'aiuola 
di terreno larga m. 1,50, ad eccezione della parte sotto al muro esposto 
a mezzogiorno, che è largo m. 2,50. Tutto intorno, c'è un viale secon- 
dario largo m. 1,50. Contro ai muri si allevano delle spalliere o cordoni 
verticali od obliqui, in margine poi all'aiuola e contro al viale, si alle- 
vano dei cordoni orizzontali, con due branche sovrapposte. I cordoni 
orizzontali sono di pero e melo, sotto il muro esposti a Nord si 




Fig. 183. — Frutteto casalingo (proposto da Hardy). 



possono fare invece siepi di ribes, lampone, uva spina, ecc. Le spal- 
liere esposte a mezzogiorno si fanno con peschi od uva, quelle esposte 
a Nord, con cordoni verticali od obliqui di peri e meli primaticci, op- 
pure con palmette di prugni; quelle esposte a levante pure con peschi, 
albicocchi, viti di varietà precoci ed a ponente di varietà tardive. 

I due appezzamenti interni del frutteto vengono anzitutto contor- 
nati da cordoni orizzontali, e quindi nel loro interno si possono disporre 
le piante nel modo più svariato. 

Nel quadro 1 è disegnato un impianto in quadrato di mezzi fusti 
alla distanza di 7 metri, impianto che si può fare anche a triangolo, 
per utilizzare meglio il terreno. 

Nel quadro II si trovano gli stessi mezzi fusti, soltanto nel loro 



— 181 — 

centro è piantala una piramide (segnata con crocetta) e dintorno dei 
fusi, oppure delle piramidi strette a colonna, (Le piramidi sono segnate 
con punti.) 

Nel quadro III si trovano tre file di piramidi distanti 7 metri da 
fila a fila e m. 3,50 sulla fila. Fra una fila e l'altra sono piantate due 
file di fusi alla distanza sulla fila di m. 2. 

Infine nel quadro IV, appresso al viale centrale e distante m. 1,25 
dai cordoni orizzontali, si trova un filare di forme basse che distano 
sulla fila m. 2. Parallelo a questo ed alla distanza di m. 2,50 vi è un 
altro filare di fusi pure distanti fra loro di 2 m., poi vengono tre file 




Fig. 184. — Altro frutteto casalingo proposto da Hardy. 



di piramidi piantate in quadrato e distanti m. 3,50 in tutti i sensi, quindi 
ritornano i fusi e le forme nane. 

4. — Nella fig. 183 abbiamo rappresentato un frutteto suggerito da 
Hardy largo 40 m. e lungo 50, dunque una superficie complessiva di 
20 are, pari a m.^ 2000. 

Il frutteto è orientato perfettamente da Nord a Sud, cintato da muro. 
In A l'ingresso e, sotto al muro di mezzogiorno, c'è un'aiuola larga 
m. 2, e m. 1,50 sotto agli altri muri. I muri servono d' appoggio alle 
spalliere e contro al viale si allevano dei cordoni orizzontali a doppia 
fila, in modo che vengono ad avere l'altezza di m. 0,80. Contro al muro 
di mezzogiorno si piantano invece due cordoni di viti, che raggiun- 
gono l'altezza di m. 1. Il viale di mezzo e quell'intorno parallelo ai 
muri è largo m. 2, gli altri secondari m. 1,50. 



182 




Fig. 185. — Frutteti casalinghi signorili. 



— 183 - 

Le due metà del frutteto sono poi suddivise in quattro aiuole nel 
senso della lunghezza (1, li, 111, IV). La prima aiuola è larga m. 3,25 ed 
in questa, da tutti due i lati del viale di mezzo ed a 25 cm. di distanza 
dal medesimo si trova una fila di cordoni orizzontali (a a) a due piani, 
che arriva all'altezza di 80 cm. 

Nella stessa aiuola, alla distanza di m. 1,20 trovasi un cordone di 
vite (b b) a due piani che raggiunge l'altezza di ni. 1. In (d) poi, alla 
distanza di altri m. 1,50 trovasi una contro spalliera, che non deve su- 
perare l'altezza di m. 1,60. 

L'aiuola II è larga ra. 2,50, ed in mezzo ad essa ci sta una fila di 
piramidi non più alte di m. 2, ed ai lati contro ai viali e distanti da 
questi 25 cm. un cordone semplice orizzontale. 

Nell'aiuola III trovasi una contro spalliera nel mezzo alta 3 m. ed 
ai lati un cordone orizzontale. 

Nell'aiuola IV in (e) c'è una contro spalliera alta m. 1,60, e dall'altro 
lato un cordone orizzontale a due piani (f). 

5. — Nella fig. 184 abbiamo il disegno di un altro frutteto impian- 
tato col sistema Hardy, che non si trova orientato perfettamente da 
Nord a Sud. In questo caso i viali sono perciò tracciati diagonalmente. 

Le aiuole I, I sono piantate come le omonime della fig. 183 soltanto 
sono 50 cm. più larghe, cosi pure le aiuole li, li e III. 111. Gli ultimi 
appezzamenti d'angolo IV, IV sono coltivati a cordoni orizzontali. 

6. — Nella fig. 185 ho disegnati due metà di frutteti casalinghi 
signorili della superficie di m. 4400. La disposizione è la seguente : 

N. 1 : muro con spalliere di viti. 

N. 2: muro con spalliere di peschi e albicocchi precoci dal Iato 
contro levante, ciliegi e susini precoci dal lato contro sud, e peschi ed 
albicocchi tardivi dal Iato contro ponente. Al rovescio di questo muro 
si possono anche fare delle spalliere. 

N. 3: muro con spalliere di albicocchi. 

N. 4: muro con spalliere di peschi. 

N. 5: muro con spalliere di peri per cuocere e per conserve. 

Il muro N. 5 può essere utilizzato per la coltura forzata delle frutta. 

Contro poi a tutti i muri c'è un'aiuola, nella quale, al margine del 
viale, si trova un cordone orizzontale. 

N. 6 : padiglione formato con piante da frutto. 

N. 7 : stanza degli attrezzi. 

N. 8: vasca d'acqua. 

N. 9 : boschetto di fichi, sorbi, giuggioli, oppure di altre piante, con 
concimaia. 

N. 10: mezzi venti di meli e peri, o mandorli, melagrani, o cornioli. 

N. 11 : aiuole per la coltivazione in vaso. 

N. 12: aranciera o serra calda. 

N. 13 : piramidi di pero. 

N. 14 : fosso di cinta fiancheggiato da cespugli di nocciuoli, di co- 
togni e nespoli. 



— 184 - 

N. 15: viale fiancheggiato da viti ad alberello. 

N. 16: viale fiancheggiato da peri a fuso e da cordoni orizzontali. 




Fig. 186. — Frutteto casalingo signorile. 



N. 17: viale fiancheggiato da palmette di peri. 

N. 18: viale fiancheggiato di ciliegi e pruni a piramide od a pai- 
metta, oppure da meli, 



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Fig. 187. — Frutteto casalingo signorile. 



- 186 - 

Appezzamento A : fragole con peschi a mezzo vento. 

„ B: ribes con albicocchi a mezzo vento. 

„ C: lampone con ciliegi a mezzo vento. 

„ D: viti ad alberello od a cordone orizzontale. 

„ E : peri a forma nana, contornati da cordoni oriz- 
zontali. 

„ F: ceppale di fichi. 

„ G: meli a vaso nani. 

„ H: pruni e ciliegi a vaso nani. 

„ /; uva spina con pruni a mezzo vento. 

7. — A chi non piacesse la disposizione troppo regolare di questi 
ultimi appezzamenti, presento nella fig. 186 un'altra disposizione nella 
quale le lettere che distinguono ogni singolo appezzamento, corrispon- 
dono alla leggenda come sopra. 

8. — Infine nella fig. 187, abbiamo il disegno d' un altro frutteto 
signorile, della superfìcie di m^ 6400. Il disegno rappresenta soltanto le 
metà del frutteto. 

N. 1 : padiglione fatto con viti di varietà primaticcie. 

N. 2 : vasca d'acqua. 

N. 3: aiuole con una fila di piramidi e contro ai viali principali, 
dei cordoni orizzontali. 

N. 4: aiuole con una contro spalliera di cordoni verticali od obli- 
qui. Cordoni orizzontali contro ai viali. 

N. 5 : quattro aiuole con palmette ad U. 

N. 6: piramidi o bassi fusti alternati con filari di lampone, ribes, 
uva spina, ecc. 

N. 7 : spazio per la coltivazione in vaso. 

N. 8 : tappeto di fragole, ornato da gruppi di piante, o da alberelli 
di uva spina. 

N. 9 : spalliera di peschi od uva contro il muro di cinta. 

N. 10 : spalliera di peschi contro il muro di cinta. 

N. 11: spalliera di peri e meli da cuocere o primaticci contro il 
muro di cinta. 



VII. 

Frutteto di speculazione. 

1. — Il frutteto di speculazione conviene soltanto quando le con- 
dizioni del terreno e la località sono in massimo grado favorevoli. 

Quando si ha vicina una città grande che consuma una considere- 
vole quantità di frutta di lusso, come sarebbe da noi la città di Milano; 
per la Francia, Parigi ; per l' Inghilterra, Londra ; quando si ha vicino 
una via ferrata, un porto che mette in diretta comunicazione con grossi 



187 




Fig. 188. - Frutteto di 



- 188 - 

mercati, può convenire il frutteto di speculazione, il frutteto cioè colti- 
vato con piante modellate, appoggiate, a spalliera, ecc. 
Per raggiungere però lo scopo, è indispensabile : 

a) che la persona chiamata a dirigere il frutteto abbia una piena 
cognizione della frutticoltura ; 

b) che siano state fatte delle indagini sufficienti per accertarsi 
delle varietà ricercate dal mercato e dei prezzi che si potranno realiz- 
zare, per convincersi dell'opportunità della coltura; 

e) fare l'impianto con la minima spesa; 

d) scegliere le forme più semplici, più facili, che producono il 
massimo ; 

e) coltivare soltanto poche specie e varietà. 

Ammettiamo d'avere un appezzamento rettangolare (vedi fig. 188) 
nel quale si voglia piantare un frutteto in parola. 

Si comincia a circuirlo di un muro alto da m. 2,50 a 3, contro al 
quale si metteranno delle spalliere e, vicino ai viali che vanno in giro, 
dei cordoni orizzontali. 1 viali devono avere una larghezza di m. 2. 

Contro al muro rivolto a mezzogiorno (a), si faranno delle spalliere 
di peschi e vili. In preponderanza gli uni piuttosto delle altre, a se- 
conda della convenienza. I peschi si allevino ad U doppia. Le viti si al- 
levino a cordoni permanenti verticali. Nel caso che non convengano né 
i peschi, né le viti, si coltivino delle qualità invernenghe di peri a 
palmetta. Lungo il viale si mettono due cordoni orizzontali sovrapposti, 
quello inferiore di meli e quello superiore di peri tardivi. 

Contro il muro (h) si allevino a palmetta i peri di qualità più fina 
e delicata autunnali o invernenghe, e contro al viale un coi'done oriz- 
zontale di meli, lo stesso contro il muro rivolto a ponente (e). 

Invece contro al muro (d) a tramontana, dei ciliegi precoci e tardivi 
ad U semplice o doppia. 

Nelle due aiuole nel mezzo (gli) si allevano a basso fusto, a vaso, 
alla distanza di 5 m. degli albicocchi, susini e ciliegi, di varietà adatte 
da coltivarsi a vaso. Ciascuna aiuola è contornata naturalmente da un 
cordone orizzontale semjjlice di meli, e fra i due vasi si possono alle- 
vare dei cespugli di uva spina, ribes o qualche forma nana di pero 
o melo. 

Negli appezzamenti (fi) successivi, si pianta una contro spalliera 
doppia di palmetta di peri, ed in giro dei cordoni semplici di pero. 

Infine negli appezzamenti (ef), se hanno una larghezza almeno di 
2 m., si piantano, contro al viale del muro, dei cordoni orizzontali 
di peri o meli, e nell'altro lato contro il viale di mezzo delle contro 
spalliere di pero non più alte di 2 metri. 

Per l'impianto delle armature, per la costruzione dei muri, valgano 
le stesse considerazioni fatte pel frutteto casalingo. 



- 189 - 
Vili. 

Frutteti misti. 

1. — I friitleli misti hanno lo scopo di riunire in un appezzamento 
la coltura delle piante da frutto con altre coltivazioni. Se in vicinanza 
alla abitazione, oltre al frutteto, si vuol avere un giardino, si può 
disporre in modo die l'uno non danneggi l'altro, anzi lo completi per 
l'estetica ; altre volte si vogliono coltivare degli ortaggi ed allora ab- 




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Fig. 189. — Frutteto giardino in stile simmetrico (scala 1 : 200). 

bianio il frutleto-orlo, mentre il primo si può chiamarlo fnitleto-giardino. 
Infine, un frutteto può servire quale mezzo d'insegnamento nelle scuole 
rurali elementari o nelle scuole normali, e quindi presso ad ogni scuola 
dovrebbe essere un appezzamento di terreno, nel quale gli alunni po- 
tessero esercitarsi non soltanto nella potatura delle piante da frutto, 
ma anche nell'innesto, nella moltiplicazione dei vegetali, nella coltura 



- 190 - 

degli ortaggi, dei fiori. Insomma un insieme clie comprenda in minia- 
tura un frutteto, un vivaio, un giardino, un orto, ed è ciò che io chia- 
merei giardino didatiico. 

Col mettermi a parlare dei frutteti misti, non è mia intenzione di 
suggerire un sistema di coltura per speculazione; mio scopo soltanto 
è di dimostrare, come si possa abbellire una villa mercè le piante da 
frutto, consociandole ai fiori, agli ortaggi e riunire in una parola l'utile 
al dilettevole. 

Meglio di quanto potrei dire con molte parole, mi valgo dei disegni 
che illustrano questo capitolo, per fare i quali ho preso in considera- 
zione le esigenze che può avere un proprietario. 



IV 










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Fig. 190. — Frutteto giardino in stile simmetrico (scala 1 : 200). 



Nella fig. 189 abbiamo il disegno della metà dì un frutteto da col- 
locarsi innanzi ad una casa d'abitazione. 

La superficie complessiva essendo soltanto di m.^ 882 convenne 
dare al frutteto uno stile simmetrico. 

La disposizione è la seguente : 

a) Aiuole con piante ornamentali basse. 

b) Ingresso al frutteto. 

e) Padiglione coperto con piante ornamentali o con viti. 

d) Macchie di piante ornamentati. 

e) Fusi di peri e sotto tappeto verde. 



- 191 - 

f) Forme basse di piante da frutto. 

g) Fiori oppure una grande piramide di pero. 
lì) Piramidi di peri. 

i) Fiori. 

ì) Vasca d'acqua. 

Nella fig. 190 abbiamo un frutteto-giardino ancora più piccolo, nel 
quale però le piante da frutto sono in maggior numero che nel disegno 
precedente. Anche questo disegno, come il precedente, si può applicare 
sul davanti di una casa d'abitazione. 

La sua superficie è di m.^ 250. 

a) Piante ornamentali. 

b) Aiuole con fusi contornate da cordoni orizzontali. 

e) Aiuole circolari con una piramide nel mezzo, o con una pianta 
ornamentale. 

d) Aiuole con fiori. 

e) Aiuola centrale con piramidi e due vasche d'acqua. 

La fig. 191 rappresenta la pianta di tre frutteti-giardini con disegno 
diverso e di stile simmetrico. I frutteti A e B hanno una superficie 
ciascuno di m.^ 900, ed il frutteto C di m.^ 1332. 

Frutteto giardino A : 

a) Padiglione. 

b) Fontana o vasca d'acqua. 

e, d) Aiuole con fiori (rose tenute basse e con piante ornamen- 
tali da foglia) p. es. Dracaene, ecc. 

e) Cordone orizzontale di meli in modo però da lasciare il pas- 
saggio per andare dai quattro lati alla fontana nel mezzo. 

fj Fusi o piante basse da frutto con sotto fragole. 

g) Alberelli di viti, ribes, uva spina o fusi. 

lì) Ingresso. 

l) Aiuole con piramidi di peri, contro il viale cordoni orizzontali 
ed eventualmente intorno ai muri spalliere. 

Le medesime indicazioni valgano anche per i frutteti B e C. 
Nella fig. 192 abbiamo la pianta di un frutteto-giardino di stile pure 
simmetrico. La superficie complessiva è di m.^ 6351. 

a) Padiglioni. 

bj Pergolato di vite. 

e) Vasca d'acqua. 

d) Piramidi di peri. 

e) Fusi di peri. 

f) Alberelli di viti. 

g) Cordoni di meli. 

h) Spalliere e contro spalliere. 
l) Piante ornamentali sempre verdi. 
m) Fiori. 



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Fig. 191. — Pianta di tre frutteti-giardini. (Scala 1 : 600). 



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Fig. 192. — Pianta di mi frutteto-giardino in stile simmetrico. (Scala 1:C00). 
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1114 - 







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Fig. 193. — Frutteto-giardino con casa di abitazione. 



— 195 — 

Nella fig. 193 abbiamo il complesso di una villa. 
11 giardino è immediatamente vicino alla casa. 

a) Casa d'abitazione. 

bj Rimessa, casa d'abitazione del giardiniere, stanza per bagni, ecc. 

e) Scuderia. 

d) Rimessa per la legna. 

e) Concimaia. 

f) Cortile per gli animali di bassa corte. 

g) Locale per il bucato. 

hj Alti fusti di meli e peri. 

i) Spalliere di peschi. 

l) Spalliere di meli, peri primaticci o ciliegi. 
mj Montagnetta. 
nj Piramidi di peri. 

o) Controspalliere doppie con cordoni orizzontali contro ai viali. 
p) Vigneto. 
r) Giardino. 

Infine nella fig. 194 è disegnata la pianta di un giardino-frutteto di 
stile non simmetrico. A spiegazione della figura valga la seguente leg- 
genda : 

a) Casa d'abitazione con aranciera. 

bJ Cortile. 

e) Abitazione rustica. 

d) Fiori. 

e) Alberelli di ribes, uva spina o vite. 

f) Piramidi di piante da frutto. 

g) Pieni e mezzi venti di piante da frutto. 
h) Piante ornamentali, conifere ecc., ecc. 

Per chiarire meglio lo scopo di questo disegno, credo opportuno 
di far seguire una breve spiegazione. 

Molti sogliono destinare a frutteto un appezzamento separato dal 
giardino, mentre qui sarebbe riunito e l'uno e l'altro, perché le forme 
delle piante da frutto completino l'ornamento del giardino o parco. 

La casa d'abitazione con annessa aranciera, ha anche dal lato 
ovest una aiuola che si può destinare a fiori specialmente a rose; dal 
lato est invece c'è una pergola di sempreverdi che conduce in (e), 
uno spazio con nel mezzo una vasca d'acqua ed all'intorno degli 
alberelli di ribes, uva spina, viti. I muri della casa d' abitazione pos- 
sono venire utilizzati per appoggiare delle spalliere di piante da frutto, 
specialmente viti. 

Contro i muri di cinta conviene piantare delle piante sempre verdi 
arboree, mentre invece nelle aiuole interne secondarie, si possono al- 
ternare le piante ornamentali più piccole con dei gruppi di piante da 
frutto allevate a fusi, piramidi, mezzi e pieni venti, a seconda che lo 
permettano le piante ornamentali. 



- 1% — 

La fìg. 195 è la pianta di un giardino, nel quale oltre alle piante 
ornamentali, ai fiori, sono coltivate delle piante da frutto e degli ortaggi. 




Fig. 194. — (iiardino all'inglese con piante da frutto ed ornamentali. Scala (1:000) 



La superficie complessiva è di m.^ 750. 

a) Padiglione di piante ornamentali. 

b) Pergolato di piante ornamentali. 
e) Boschetto. 

d) Fiori. 



197 



e) Gruppo di lìori o vasche di 
acqua. 

f) Spazio per mettere le piante 
da frutto in vaso. 

g) Aiuole di fusi di peri con cor- 
doni orizzontali contro ai viali. 

h) Fragole od altre piante da orto. 

i) Piramidi di piante da frutto. 

l) Spalliere di piante da frutto. 
m) Ingresso con padiglione for- 
mato con cordoni verticali di peri. 
Il) Sedili. 

Nella lìg. 196 abbiamo un pro- 
getto di villeggiatura nel quale il 
giardino (A), V orto (B) ed il frut- 
teto {C), occupano spazi speciali e 
separati. 

Il frutteto e l'orto sono cintali 
da muro, contro il quale si allevano 
delle spalliere. 

a) Casa d'abitazione. 

b) Vasca d'acqua o fontana. 
e) Latrina. 

d) Spazio per mettervi dei sedili. 

e) Padiglione per vedere nella 
strada. 

f) Bagno. 

g) Muro di cinta con spalliere di 
peschi ed albicocchi. 

h^i) Controspalliere isolate di peri. 

k) Controspalliere di peri a pal- 
metta. 

l) Aiuole per la coltivazione de- 
gli ortaggi. 

Il progetto della flg. 197 si può 
applicare per una villa grandiosa. 

Il disegno è in scala da 1 : 2000 
e misura una superficie di m.^ 44.200. 

a) Castello. 

b) Fontana. 

e) Fabbricati rustici con scuderie ecc., ecc. 

e) Casa del portinaio. 

f) Serre. 

Per la scelta delle specie e varietà delle piante 
pel frutteto casalingo. 




Fifj. 19.S. — F'nitleto. orlo e giardino 
di stile simmetrico. (.Scala 1:300). 



ale quanto ho detto 



1<J8 - 








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Fig. 196. 



l'JU 




Fio-. 197. - Villeggiatura con gianlino, orto e friillelo. 



— 20U 



IX. 



Giardino didattico. 

I moderni sistemi di insegnamento elementare che escludono la via 
astratta della dimostrazione per quella oggettiva, la necessità sempre 
più riconosciuta, che alcuni elementi di agricoltura vengano instillati 
agli scolari, ed infine i vantaggi dell'igiene, portano la necessità che, 
annesso ad ogni scuola si trovi un appezzamento di terreno, nel quale 



^ % * % I % ^ •% * 




Fig. 198..- Giardino didattico - Scala 1:250 - .Sup. m.^ 



514,50. 



non soltanto sieno raccolte le principali piante coltivate, ma dove anche 
gli scolari possano esercitarsi. Trattando della coltivazione delle piante 
da frutto, mi è sembrato necessario di parlare brevemente anche sulla 
disposizione da darsi ad un giardino didattico, il quale, secondo me, 
dovrebbe essere occupato per molta parte da piante da frutto e da 
rispettivi vivai. 

Nella figura 198 abbiamo il piano d'un giardino didattico della 
superficie complessiva di 500 m.^ La leggenda è la seguente : 

a) Padiglione coperto di vite o d'una pianta ornamentale, oppure 
vasca d'acqua. 



— 201 - 

b) Viale intorno alla vasca o padiglione con sedili. 

e) Quattro aiuole coltivate a Mori od altre piante ornamentali. 

d) Viale fiancheggiato da spalliere di peri, peschi, vite, ecc. 

e) Fusi di peri, oppure peri e pomi allevati a ceppaia nani. 







ìk^ÌM 



Fig. 199. — Giardino didattico o casalingo - Scala 1:250 - ,Sup. m.- 2000. 



//; Sono due appezzamenti, che si suddividono in tante aiuole 
trasversali larghe m. 1 e che possono servire per seminare le piante 
da frutto. 

gy) Sono due altri appezzamenti da suddividersi in altrettante 
piccole aiuole per coltivare i principali ortaggi. 



— 202 — 



h) Barbatellaio e nestaiuola. 

i) Fragolaio contornato da piante da frutto a cespuglio, come è 
il ribes, l'uva spina, ecc. 

l) Appezzamento da suddividersi in piccole aiuole di 1/2 m.^ per 
coltivare le principali piante velenose e malerbe. 




% ^ 



Fig. 200. — Giardino didattico della superficie di m.' 2000. 



m) Lo stesso come per /, ma invece per coltivare le principali 
piante aromatiche e medicinali. Le aiuole h, /, / ed m sono di eguale 
grandezza per poterle mettere in rotazione. 

n n) Due aiuole da destinarsi a piantonaia e che si possono met- 
tere in rotazione colle aiuole (ff) di eguale grandezza. 



- 203 - 

00) Due appezzamenti da suddividersi in aiuolette di 1 m.- per 
coltivarvi le principali piante agricole. Anche questi due appezzamenti 
si possono mettere in rotazione, ad esempio ogni tre anni, cogli ap- 
pezzamenti (y g). 

p) Mezzi venli di piante da fruito di diversa specie alternati con 
piramidi. 

Nella fig. 199 abbiamo il disegno d'un giardino didattico molto più 
grande e che può servire anche per un giardino casalingo : 

a) Scuola od abitazione del proprietario. 

b) Gradinata coperta di vetri o da una pergola. 
e) Abitazione del custode e riparo degli attrezzi. 

d) Vasca d'acqua con zampillo. 

e) Tappeto verde contornato da fiori e qua e hi con piante or- 
namentali. 

/> Boschetti con jnante da bosco e da Irufto. 
(j) Apiario. 
h) Frutteto. 
i) Orto. 

1) Letti caldi, semenzaio e vivaio. 

n) Pieni e mezzi venti alternati con piramidi, l'usi, ecc. 

o) Campo sperimentale e dimostrativo. 

p) Orto botanico agricolo di piante annuali. 

Infine nella fig. 200 abbiamo un giardino didattico completo: 

a) Strada del villaggio. 

b) Ingresso. 

e) Fabbricato della Scuola. 

d) Padiglione. 

e) P'abbricato pegli attrezzi e palestra di ginnastica. 

f) Orto. 

g) Collezione di piante coltivate da campo di piante nocive. 
h) Vivaio di piante e campo sperimentale dimostrativo. 

i) Semenzaio, letti caldi, fragolaio, asparagiaia. 

l) Piramidi o spalliere di peschi. 
in) Mezzi o pieni venti alternati con piramidi da fiutlo. 
n) Piante forestali e d'ornamento. 
o) Piante da frutto ad alto fusto. 
p) Fiori. 

v) Vasca d'acqua. 
s) Tappeto verde. 

t) Concimaia. 



PARTE SESTA 
COLTIVAZIONE GENERALE 



I. 
Clima. 



Gli elementi che concorrono a caratterizzare il clima sono quattro 
e cioè: il calore, la luce, V acqua e Varia, ciascuno dei quali noi dob- 
biamo ora prendere in considerazione in rapporto alle piante da frutto, 

1. Calore. — Il calore favorisce fino ad un certo punto, la traspi- 
razione e mantiene in attività la vegetazione, ma deve essere accom- 
pagnato da un corrispondente grado di umidità dell'aria e del terreno. 
In Italia, compresa la Libia, al periodo delle pioggie corrisponde un 
abbassamento di temperatura dell'atmosfera ; ai tropici si ha il feno- 
meno inverso e cioè colle pioggie coincide il maggiore sviluppo delle 
piante di quelle regioni. 

La frutticoltura è possibile soltanto nei paesi dove la temperatura 
media annuale arriva almeno a 8 1" C. con una temperatura media 
estiva di 15. 6° C. In Italia questi limiti vengono sorpassati in ogni re- 
gione. 

Sarebbe di grande importanza non solo teorica ma anche pratica, 
sapere di quanto calore abbisognano gli alberi da frutta per compire 
il ciclo annuale della loro vita, quanto calore sia necessario peichè i 
semi germinino, perchè le gemme germoglino, e perchè la pianta 
fiorisca e porti il frutto a maturazione. Se fosse possibile calcolare 
con esattezza queste quantità di calore chiamate costanti termiche della 
vegetazione, si potrebbe stabilire anticipatamente se in una località 
possono vivere queste o quelle piante, se possono portare frutti ma- 
turi e se la loro coltivazione è utile e raccomandabile. 

L' esperienza ha dimostrato che l' accrescimento dipende princi- 
palmente dalla temperatura misurata al sole, perciò si pensò, per deter- 
minare le costanti termiche, di utilizzare le indicazioni di un termometro 



205 



a massima, esposto al sole. Si sommano le temperature diurne date da 
questo termometro a cominciare dal 1" gennaio fino al giorno in cui 
sopra una pianta, illuminata direttamente dal sole, si svolgono le foglie 
dalla gemma, si aprono i primi fiori e maturano i primi frutti, e i nu- 
meri ottenuti si considerano come le costanti termiche. 

La tabella che segue dà le costanti ottenute nel modo indicato 
dopo osservazioni di parecchi anni, eseguite a Giessen nella Ger- 
mania centrale. Queste costanti superano di molto quelle che si leggono 
nei comuni trattati, inquantochè di solito si fa la somma delle tempe- 
rature medie giornaliere del periodo vegetativo e non si sommano le 
temperature dal gennaio in poi. 



Tab. IX. 



Costanti termiche di alcune piante da frutte. 



Nome 
della pianta 




Albicocco 

Castagno 

Ciliegio. 

Corniolo 

Crespino 

Faggio 

Mandorlo . . . 

Melo 

Nocciolo . . . . 

Noce 

Pero 

Pesco .... 
Ribes .... 
Sorbo ancuparia 
Susino .... 
Uva spina . . 
Vite . . . 



3.^.96 
.-.780 



ti!»13 



1 dati però hanno un valore molto relativo, poiché i raggi solari 
agiscono sulle foglie, sui fiori, sui frutti, in un modo essenzialmente 
diverso che sul mercurio del termometro. Bisognerebbe trovare uno 
strumento che ci indicasse la quantità di calore effettivamente con- 
sumata dalla pianta ed un altro che ci indicasse il calore utilizzato 
del terreno e quello derivante dalla luce. 

Con tutto ciò le comparazioni possono avere una qualche utilità, 
specialmente se completate colle osservazioni fenoloifiche. Con queste si 
registra il giorno in cui avviene il risveglio della vegetazione ed il 
tempo impiegato dalla pianta per svolgere le sue diverse fasi. Si ca- 
pisce che nelle osservazioni fenologiche, lo strumento di misurazione è 
la pianta e non il termometro. 



- 206 - 

Finora però non sono stati organizzati degli osservatori a questo 
scopo per una vasta regione o Stato. Le osservazioni fenologiche e 
termometriche bisogna farle almeno per 5 anni di seguito, in una 
stessa regione e sulle medesime piante per poterne trarre utili dedu- 
zioni. 

A mia conoscenza, soltanto il Wùrtemberg organizzò da 25 anni 
ben 63 stazioni fenologiche. Il paese si presta, poiché sopra una super- 
ficie relativamente limitata sono coltivate molte specie di piante da 
frutto, situate nelle condizioni più varie. 

Le deduzioni che si possono ricavare e che interessano la frutti- 
coltura, coi dati raccolti nel Wùrtemberg, sono le seguenti : 

a) Procedendo da sud a nord, le primavere si ritardano ma questa 
perdita di tempo viene poi compensata dalle giornate lunghe e calde 
d'estate. 

h) Ad eguale altitudine e latitudine, la fioritura primaverile e la 
caduta delle foglie viene ritardata andando da ponente a levante. 

Ad ogni 122 Km. di distanza si ha il ritardo d'un giorno. 
e) La fioritura estiva invece è più tarda a ponente che a levante. 

d) Nelle regioni montuose di media altezza, la fioritura primave- 
rile viene ritardata in primavera, mentre quella estiva rimane la stessa. 

e) La maturazione delle frutta invece viene tanto più ritardala 
quanto più si sale, poiché l'autunno comincia prima. 

f) La maturazione a levante è più anticipata di quella a ponente. 

g) Per ogni 100 m. di altitudine corrispondono giorni 1, 2 di 
ritardo di vegetazione e giorni 4, 1 di ritardo di fioritura e di matu- 
razione. 

h) Ad ogni grado di latitudine verso Nord, corrisponde un ritardo 
di vegetazione di giorni 2.6 e si prolunga di 2 giorni il periodo vege- 
tativo. 

ì) Nel Wùrtemberg, in una media di 25 anni, la fioritura del 
ciliegio avvenne il 27 aprile, della vite il 25 giugno, e la maturazione 
dell'uva il 15 ottobre. Il ribes fiori il 25 aprile. 

l) Dalla fioritura alla maturazione, le piante sotto indicate impie- 
garono i seguenti giorni : 

albicocco giorni 133 fioritura 15 aprile 

ciliegio „ 80 „ 27 

lampone „ 83 „ — „ 

melo precoce „ 101 „ 12 maggio 

„ tardivo „ 138 „ 22 

pero precoce „ 100 „ 11 „ 

„ tardivo „ 147 „ 6 

Per sapere se una pianta è adatta in un dato ambiente, è necessario 
conoscere non soltanto la media temperatura dell'aria e del terreno, 
ma anche le rispettive massime e minime che si hanno d'estate e d'in- 
verno. 



207 



Gli estremi di temperatui 


•a ai quali possono 


resistere alcune piante 


sono i seguenti : 








Teni|)eratura in 


gradi e. 




niininia 


massima 


Agrumi 


— 3.5 a — 5 


40" C. 


Banano 


— 2 





Castagno 


— 34 a - 36 


— 


Ciliegio 


- 37 a - 38 


— 


Fico 


— 9 a — 11 


_ 


Gelso 


- 21 a - 23 


_ 


Melo 


- 39 a — 40 


— 


Noce 


- 37 a - 38 


— 


Pero 


- 39 a - 40 


_ 


Pesco 


- 34 a - 36 


— 


Vite 


- 26 


— 



Gaspatin ha scritto che l'agricoltore deve per primo farsi amiche 
le stagioni, il che vuol dire che non conviene fare una coltura se que- 
sta non sopporta le condizioni di temperatura dell'ambiente. 

Per alcune piante da frutto si conoscono i gradi di calore neces- 
sari nelle diverse fasi di vegetazione. Questi dati sono riuniti nella 
Tab. X. 



Tab. X. Gradi di temperatura necessari 

per alcune fasi di vegetazione delle piante da frutto. 





Temperatura per la 


PIANTE DA FRUTTO 


germogliazione 


fioritura 


maturazione 
del frutto 


Aberia 

Agrumi 

Albicocco 

Castagno 

Ciliegio 

Fico . 


Co 

10 
6 
8 

11.2 

8 
11-12 

2 

7 

10 


C» 

10 
17 
8 

17.5 

17.8 

8 

8 

18 

5.4 

18 


Co 

.■50-40 

19 

20 
17.8 

21 


(lelso 




Lampone 

Mandorlo 

Melo 


— 


Olivo 

Pero 

Pesco 

Ribes 

Susino 

Uva spina 

Vite 


21 

20 

17.8 

18 

22 



Riguardo alla temperatura devo ricordare al lettore, che i rilievi 
climatologici vengono fatti tenendo i termometri a m. 2,60 di altezza 



— 208 - 

dal terreno. Avviene però, specialmente nelle zone calde come in Sicilia 
e nella Libia, che durante l'inverno sono non infrequenti degli abbas- 
samenti di temperatura vicino al suolo, talvolta prolungati e dovuti 
al notevole irradiamento notturno. 

L' intensità e la rapidità dei processi di vegetazione, dipendono 
dal grado di calore che si ha nei periodi decisivi per la vita della 
pianta, quali sono la germinazione dei semi, la germogliazione delle 
gemme, la tìoritutura e la maturazione dei frutti. 

La temperatura media annuale di una data regione ha un valore 
molto relativo, mentre è indispensabile conoscere la durata e l'intensità 
dei periodi di gelo, il limite massimo della temperatura estiva e le 
variazioni di temperatura che avvengono nelle giornate più critiche. 

Per difendere le piante dal gelo si ricorre alle coperture, alle col- 
tivazioni contro i muri, ai ripari nelle arancere e cosi via. 

Col troppo calore e la conseguente aridità nel terreno, si arresta la 
vegetazione, cadono le foglie ed i frutti, le piante si coprono di paras- 
siti e l'albero infine deve morire. Se invece la temperatura è sempre 
in aumento, mantenendosi il terreno umido, le piante prendono un ri- 
goglio straordinario, ma portano poche frutta. 

Si possono prevenire i danni dell'aridità del terreno e del sover- 
chio calore coi seguenti mezzi : 

a) coprendo il terreno con stranie o stallatico od altro materiale 
che si abbia a disposizione, affine di limitare l'evaporazione del ter- 
reno per un metro intorno alle piante, non già però quando il terreno 
è già secco, ma bensì in marzo quando è ancora umido ; 

b) irrorando con acqua le foglie alla sera dopo il tramonto ; 

e) annaffiando con conci liquidi, come colaticcio allungato, il 
quale influisce anche sulla grossezza e gusto delle frutta. L'annaffiatura 
non si deve fare però più di due o tre volte durante la stagione, altri- 
menti marciscono le radici superficiali ; 

d) zappando e sarchiando di frequente ; 

e) irrigando il terreno. 

2. La luce. — Senza la luce non è possibile una sana alimentazione 
e traspirazione della pianta. 

Un albero che cresce all'ombra dà rami lunghi e sottili, produce 
fiori, ma non frutti. Solo i rami esposti al sole possono portare frutto. 
11 medesimo efletto lo abbiamo anche sulle piramidi o fusi, allevati 
con rami troppo fitti. 

La luce abbondante, viva, diretta deve avvolgere tutta la pianta. 
Con ciò si favorisce lo sviluppo dei rami laterali, che sono sempre i 
più fruttiferi. Si raccomanda, nelle località a luce scarsa, non soltanto 
di tenere i rami più radi, ma di fare le piantagioni a maggiore distanza. 

La luce influisce in grado eminente sulla fecondazione dei fiori, 
sul sapore, sulla fragranza, sul colorito dei frutti e delle foglie, poiché 
lo strato cellulare della buccia delle frutta funziona in eguale guisa 
delle foglie. Per questo, prima che cominci il processo di maturazione, 



- ^09 - 

bisogna evitare che le pesclie e le albicocche delle spalliere vengano 
adduggiate dalle foglie. 

Dopo il calore, la luce è indubbiamente l'elemento che ha la mag- 
giore influenza sulla quantità e qualità delle frutte. Soltanto dove ab- 
bonda la luce si possono coltivare le varietà tardive. Nelle città, nei 
giardini presso le case, dove di frequente l'aria è offuscata da nebbie, 
da fumo o da pulviscolo, si raccomandano le varietà precoci ; le va- 
rietà tardive si devono allevare soltanto contro i muri a spalliera. 

Quanto più rigido è un clima tanto maggiore è il bisogno di luce 
per la pianta. La luce convertita in calore supplisce alla delìcenza di 
quest'ultimo ed è per questo che nei paesi nordici la coltivazione a 
spalliera è molto estesa e le piantagioni vengono fatte a maggiore di- 
stanza che da noi. 

3. — L'aria è altro degli elementi indispensabili per la vita delle 
piante; senza il suo concorso non può avvenire germinazione di semi, 
elaborazione di succhi, sviluppo e vitalità nelle radici. 

Se in un giardino non circola sufficientemente l'aria, le piante pe- 
riscono oppure non portano alcun frutto. 

Dagli impianti troppo fitti, non si può attendere molto prodotto; 
così pure è necessario che il terreno attorno alle piante sia mantenuto 
soffice, poiché l'aria penetrando, non soltanto serve per la respirazione 
delle radici, ma serve anche a decomporre e rendere assimilabili i ma- 
teriali inerti. Quanto più compatto è un terreno, tanto più piofondo e 
di frequente bisogna lavorarlo. 

Il movimento dell'aria agisce favorevolmente sulla pianta sia dal 
lato meccanico che fisiologico. Meccanicamente, poiché una ventilazione 
moderata favorisce la fecondazione ed impedisce i danni del secco o 
della umidità eccessiva dell'atmosfera; fisiologicamente, perchè si 
rende più attiva la vita della pianta. 

4, — L'acqua è un elemento indispensabile per la vegetazione : nel 
terreno ed allo stato liquido, quale solvente degli elemenli nutritiin ; 
nelle piante, poiché vi costituisce un gran parte del succo; nell'aria 
allo stato gazoso, perché oltre a servire da regolatore del calore, ci 
procura le pioggie ed altri precipitati atmosferici. 

Nel terreno deve però trovarsi nella dovuta quantità poiché, se 
esuberante, le piante non fioriscono e il legno si costituisce male; 
se invece é deficiente, le piante crescono poco rigogliose, sono poco 
longeve, si caricano di fiori e frutti che non sempre portano a ma- 
turazione. Si toglie la soverchia umidità al terreno, mediante lavori 
speciali di miglioramento o col drenaggio ; all' aridità, come ho detto, 
si rimedia coprendo il terreno in primavera, o coll'irrorare le fronde, 
o somministrando concimi liquidi durante la vegetazione. 

L'irrorazione delle fronde é forse il miglior sistema specialmente 
pegli alberi coperti di polvere lungo le strade; bisogna però avere 
l' avvertenza, che l'acqua abbia la temperatura piuttosto supcriore a 
quella dell'atmosfera, altrimenti le foglie cadono. 

14 - Tamaro - Frutticoltura. 



— 210 

In una atmosfera umida o che va soggetta a nebbie, le piante bensì 
fioriscono molto, ma le frutta allegano poco. A questo inconveniente 
non si può rimediare con alcuno artifizio. 

Dal periodo della lìoritura a quello della maturazione, sono prefe- 
ribili le pioggie frequenti ai forti acquazzoni, i quali scorrono via senza 
che il terreno se ne possa imbevere. Le regioni delle colline che hanno 
pioggie meno abbondanti, ma più frequenti del piano, danno anche per 
questo dei maggiori prodotti. 

Le regioni ricche di pioggia richiedono concimazioni e lavorazioni 
diverse delle regioni asciutte. 

Per r Italia, il problema dell'acqua è il più importante ed è di vitale 
importanza per la nostra frutticoltura. L'irrigazione anche delle piante 
da frutto, come vedremo in apposito capitolo, nella Parte sesta, si deve 
estendere molto di più di quanto si è fatto finora. 

5. Conclusioni. — Dopo quanto precede in questo capitolo dobbiamo 
dire che lo studio del clima ha una importanza capitale per rendere 
reddiliva la nostra frutticoltura. 

a) L'albero da frutto richiede durante il periodo di attività vege- 
tativa, temperatura elevata, buona aria, abbondante luce con una nor- 
male freschezza del terreno. 

b) Durante il periodo di riposo, la neve protegge le piante e gli 
inverni miti, con frequenti giornate coperte, nebbiose o asciutte e fredde 
con gelo, sono dannosi. Dannosissime sono poi le forti nebbie se 
seguono i freddi intensi e lunghi. 

e) Le primavere precoci, un maggio soleggiato ma non caldo, con 
pioggie moderate, promettono buon allegamento dei frutti. I rapidi 
sbalzi di temperatura, i jìeriodi lunghi di siccità o di pioggie, così pure 
la persistenza di venti asciutti, sono quanto mai dannosi. Il prodotto è 
tanto maggiore quanto più di frequente si alternano durante l'estate, i 
periodi di tempo sereno con dei brevi periodi di pioggie abbondanti. 
Nel primo mese dell'autunno, la pianta da frutto esige giornate 
calde e serene per maturare i suoi frutti ; in novembre e in dicembre 
invece, le pioggie sono propizie, perché nel terreno, si immagazzina 
dell'umidità che va a vantaggio della vegetazione successiva. 

d) Naturalmente il prodotto dipende anche dalla quantità di ma- 
teriali di riserva che la pianta ha potuto immagazzinare dal tempo 
trascorso dall'ultimo grande raccolto; dalle cure che si hanno avute 
per mantenere sano e vigoroso l'albero; dai materiali nutritivi accu- 
mulati nel terreno e dal loro grado di assimilazione. (ìeneralmente il 
prodotto dipende da quel fattore di produzione che agisce in rapporto 
massimo o minimo. 

Più ancora però delle sostanze nutrienti accumulatesi nel terreno, 
il prodotto dipende dall'andamento delle stagioni nell'anno precedente. 

e) Per ogni specie di alberi vi ha una condizione speciale di 
terreno e di clima che rappresenta il suo optimum, e tutte le variazioni 
di questo sia per una temperatura più alta o più bassa, va a svantaggio 
della fruttificazione. 



— 211 - 

Ogni pianta trovandosi nel suo optimum per un fattore, ha esi- 
genza diversa per un altro fattore. Ad esempio se una pianta nel suo 
optimum esige terreno fresco, nei climi più caldi lo esigerà umido e 
nei climi più freddi, secco. 

Gli agenti atmosferici che vi concorrono maggiormente sul risultato 
dei prodotti dell'anno in corso sono: il calore, nel mese di maggio; 
in giugno, l'umidità dell'aria; in luglio ed agosto, l'umidità del terreno; 
in settembre-ottobre, il sole. 

/) Quando nei mesi di giugno, luglio ed agosto si ha avuto un 
tempo caldo, uniforme, con una media superiore alla usuale, si avrà 
con molta probabilità, se l'autunno e l'inverno non danneggiano, un 
buon raccolto nell'anno seguente. 

Se invece il suddetto jieriodo è stato piuttosto freddo, incostante, 
con una media inferiore a quella solita del paese, si avrà scarso rac- 
colto nell'anno venturo, indipendentemente dall'autunno ed inverno più 
o meno favorevoli. 



II. 

Terreno. 

A parità di condizioni di clima, la riuscita di una coltura dipende 
dal terreno. 

I terreni di buona composizione e di buona preparazione hanno 
un valore inestimabile, poiché da essi tutto si ottiene colla minor 
spesa e col minor lavoro. Questi terreni però sono ben rari. La mag- 
gior parte di quelli che possediamo sono mediocri, quindi per ottenere 
dei prodotti rimuneratori occorrono miglioramenti meccanici e chi- 
mici, occorre applicare la coltivazione più adatta, infine sono neces- 
sarie tutte quelle intelligenti vedute che costituiscono la vera scienza 
della coltivazione. 

1. Composizione del terreno. — Gli elementi principali che costitui- 
scono il terreno agrario sono quattro, e cioè: l'argilla, la silice, il cal- 
care e l'umus. 

Un terreno in cui prevale l'argilla, per la sua impermeabilità, si 
mantiene costantemente umido. Gli alberi ivi piantati nei loro primi 
anni di vita, hanno una vegetazione rigogliosa, ma più tardi poi si 
arrestano nel loro sviluppo. Il legno cresce molle, mal conformato 
e le piante sono poco fruttifere. Le frutta vengono voluminose, ma 
poco succose e si conservano male. Durante l' inverno le piante sof- 
frono per il freddo; nell'estate, screpolando il terreno, le radici sof- 
frono per il caldo, e con questo alternarsi di caldo e freddo si ingenera 
il marciume. I tronchi ed i rami si coprono di muschi e licheni, le 
piante perciò presto si ammalano e muoiono. 

Nei terreni silicei, che hanno proprietà opposte degli argillosi, le 



— 212 - 

piante da frutto si sviluppano lentamente, danno cacciate meno vigo- 
rose ; fioriscono però molto, e danno frutta saporite, ma piccole. 

I terreni calcari sono i meno adatti per le piante da frutto, perchè 
troppo freddi, perchè trattengono molt'acqua e presto anche si asciu- 
gano, screpolandosi. In questi terreni, le piante a granella non riescono 
assolutamente ; soltanto le piante a nocciolo vi crescono ; però sembrano 
sempre ammalate ; sviluppano molte frutta, ma giunte presso alla 
maturanza cadono o rimangono di sapore disgustoso, amaro e piccole. 
Meglio di tutte le altre piante a nocciolo nel calcare, riesce il ciliegio. 

L'uraus non è altro che il prodotto della decomposizione di so- 
stanze organiche vegetali ed animali. In un terreno costituito esclusi- 
vamente di umus nessuna pianta riesce. 

Come si vede, ciascuno di questi quattro elementi preso da sé solo 
non costituisce un terreno fruttifero; una combinazione di due lo rende 
mediocre, fertile in sommo grado se costituito da 

silice 50 7o 
argilla 25 „ 
calcare 15 „ 
umus 10 „ 

Concludendo, un buon terreno da frumento, è sommamente adatto 
per tutte le piante da frutto ; se il calcare abbonda alquanto, allora 
riusciranno meglio le piante a nocciolo di quelle a granella o viceversa. 

Del terreno, più che la composizione immediata hanno importanza: 
la sua profondità ; il comportamento delle sue particelle per trattenere 
l'aria, il calore e l'umidità; la composizione chimica, per quanto questa 
possa influire sulle proprietà fìsiche. 

2. Profondità. — Per le piante da frutto è indispensabile che il 
terreno sia profondo, perchè le radici possano estendersi, penetrare 
negli strati sottostanti. Soltanto a queste condizioni si hanno delle 
piante vigorose, ben sviluppate, longeve e fertili. 

Difatti, lo strato superficiale del terreno è poco utilizzato dalle 
radici di un albero, tanto più che esso va soggetto ad asciugarsi. Lo 
strato veramente attivo è quello sottostante. Nel sottosuolo le radici 
ordinariamente non penetrano, ma esso deve servire da deposito del- 
l'umidità e quindi da sorgente di quella freschezza che nel capitolo 
precedente abbiamo visto essere indispensabile per assicurare la pro- 
duzione di frutta. La profondità più conveniente per questo imma- 
gazzinamento di umidità sarebbe fra i tre e quattro metri. 

E' ovvio aggiungere che per le piante da frutto in genere e spe- 
cialmente quelle con radici molto profonde come il pero, ciliegio, 
noce, castagno, sono molto dannosi nel sottosuolo gli strati imper- 
meabili compatti di creta o marna. 

Trattandosi soltanto di coltivare delle piante a cespuglio od a forme 
nane, la profondità del terreno ha minore intluenza ; esse però esigono 
un terreno ben fertile. 



- 213 - 

3. — Le pruprielà fisiche e specialmente la facollà di Iratlenere 
l'aria, il calore e l'umidità dipendono oltre che dalla costituzione del 
terreno, dalla sua profondità, dall'intensità di evaporazione, dall'espo- 
sizione, dalla pendenza, dalla qualità e quantità di erbe che vi crescono, 
dalla distanza fra le piante, dall'immissione di acque superficiali e 
dalla sottrazione di acque mediante le affossature o drenaggio. 

I terreni argillosi sono generalmente impermeabili, umidi, freddi, 
tenaci, aderenti, diffìcili a lavorarsi, soggetti a sbalzi di temperatura. 

I terreni calcari sono simili ai sabbiosi, ma sono più leggeri e più 
freddi se bianchi. 

I terreni sabbiosi sono molto permeabili, secchi, caldi negli strati 
superficiali e freschi nei profondi, con temperatura relativamente co- 
stante e facile a lavorarsi. 

I terreni umiferi sono mobili, porosi, facili a lavorarsi, ricchi di 
umidità e caldi. 

Dai diversi rapporti in cui si troveranno l'argilla, la calce, la 
sabbia e l'umus, in un terreno si potranno dedurre le rispettive proprietà 
fìsiche. 

L'aria è necessaria nel terreno per la respirazione delle radici e 
per la vita dei batteri i quali, importati col letame, rendono molto più 
attivo il terreno che i concimi chimici. 

L'intensità di evaporazione dà alle frutta il loro gusto caratteristico. 

4. — Mentre le proprietà fisiche servono a preparare un buon am- 
biente alle radici, le proprietà chimiche, procurano a queste il nutri- 
mento per la pianta. 

Ogni terreno ha la proprietà di trattenere una maggiore o minore 
quantità di sostanze nutritive sciolte o solubili nell'acqua, senza lasciarle 
defluire nel sottosuolo. 

Questo è il potere assorbente del terreno che è il vero regolatore 
della fertilità. 

La facoltà assorbente massima è per la potassa, ammoniaca, calce, 
soda, acido carbonico, anidride fosforica ; media per la magnesia e 
l'acido silicico ; molto debole per l'acido solforico e nessuna per il 
cloro e l'acido nitrico. 

Per questo il nitrato viene dato a piccole dosi, altrimenti l'acqua 
lo disperde. 

I terreni ricchi di calce trattengono gli acidi, quelli di acido sili- 
cico le basi e quindi i terreni ricchi di questi due elementi hanno il 
maggiore potere assorbente. 

5. — Da quanto precede si capisce che come per ogni specie e 
varietà di piante vi ha un optimum di terreno per ogni località. 

Prendendo in considerazione le esigenze delle singole specie ri- 
spetto al terreno ed al suo stato colturale, si può dire che.il melo 
preferisce i terreni freschi, profondi e fertili delle vallate ; tuttavia nei 
terreni poco profondi riesce meglio del pero. Le varietà a frutta grosse 
esigono in particolar modo terreni ben fertili. 



- 214 - 

Il pero ha minori esigenze del melo rispetto alla fertilità del ter- 
reno ed alla composizione mineralogica ; invece è più esigente rispetto 
alla profondità, poiché è necessario che ad un certo punto trovi del- 
l'umidità. Nei terreni asciutti, secchi, cadono facilmente i frutti ; oppure 
questi diventano come si suol dire legnosi. Il pero sopporta anche le 
acque nel sottosuolo. 

Il ciliegio è ancora meno esigente del pero, e fa hene anche nei 
terreni magri, sabbiosi, ciottolosi ed anche sulle colline rocciose. 

I susini sopportano l'umidità meglio d'ogni altra pianta da frutto; 
il noce è come il ciliegio, ma è forse un po' più esigente per il calore. 
Il castagno pure -, ma ama i luoghi riparati. 

II nocciuolo non sopporta troppo l'aridità del terreno e neppure 
la poca fertilità; fa molto bene nelle località ombreggiate. 

Il pesco, l'albicocco ed il mandorlo amano i terreni soffici, medio- 
cremente asciutti, caldi e profondi. Il mandorlo, specialmente se inne- 
stato sul susino, tollera un terreno anche più tenace. 

Le piante da frutto cespugliose invece fanno bene in qualunque 
terreno, sono però molto redditive se si trovano in terreno fertile. 

E' indispensabile, per lo sviluppo della frutticoltura, che vengano 
esattamente determinate le condizioni di terreno e di clima più favo- 
revoli per ogni essenza fruttifera. Per quanto riguarda il terreno è in- 
dispensabile che la sua determinazione venga basata sulla sua costitu- 
zione geologica. 

6. — I terreni torbosi sono i peggiori per le piante da frutto. 
Causa la mancanza d'aria, rimangono acidi negli strati sottostanti e 
quando vi arrivano le radici, le piante periscono. Poi vi ha un altro 
inconveniente. Le buche che si fanno sempre all'impianto, funzionano 
come sorgenti di richiamo d'acqua e quindi le piante appena piantate 
ne hanno troppa. 

Per l'umidità e freddezza del terreno, le piante germogliano tardi 
ed i germogli stentano a maturare. 

E' quindi necessario, per chi voglia piantare nei terreni torbosi, 
dopo aver estratta la torba, procurare di emendarli con della calce e 
della sabbia e l'impianto si faccia sempre superficiale, senza fare bu- 
che ed impiegando esclusivamente concimi minerali. 

Delle piante da frutto, le i)iante a nocciolo non riescono ; le va- 
rietà più rustiche delle viti fanno discretamente, meglio fanno i peri 
ed ancora più i meli. 

Dei peri si possono raccomandare le seguenti varietà: Nuova 
Poiteau, Squisita di Charnen, William, Bergamotta d'estate. Tutti i peri 
bisogna che siano innestati sul cotogno, poiché se sul franco, avendo 
radici profonde, deperiscono presto. 

I meli riescono meglio dei peri, applicando delle forme basse. Le 
varietà che riesono abbastanza bene sono le seguenti: Bella di Boskoop, 
Mela di Boikev, Renetta Baumann, Renetta di Gonion, Renetta grigia 
d'autunno. Regina Sofìa e Gharlamowsky. 



III. 

Altitudine, latitudine, situazione ed esposizione. 



1. Altitudine. — Di mano in mano che ci eleviamo sopra il livello 
del mare si ha, per ogni 173 metri di altezza, un abbassamento di 1° C. 
di temperatura. Ciò naturalmente porta con sé una inlluenza varia sulla 
vegetazione delle piante. 

In Italia, la coltivazione delle piante da frutto ad oltre 700 m. di 
altezza, anche nelle provincie meridionali come sull'Etna, è una ecce- 
zione. 

11 limite di altitudine a cui possono trovarsi in Italia alcune specie 
di piante da frutto, è il seguente : 



Agrumi m. 400 

Azzeruolo ,,1800 

Bagolaro „ 800 

Carrubo „ 300 

Castagno „ 600 

Ciavardello .... „ 1800 

Ciliegio „ 1200 

Fico . „ 300 

Gelso „ 800 

Mandorlo „ 500 



Melo ni. 1400 

Nocciuolo „ 1600 

Noce 1000 

Olivo 550 

Pero „ 1200 

Pino da pinoli . . . „ 300 

Querce ballota . . . „ ó(X) 

Sorbo , 1500 

Susino ,,1200 

Vite , 600 



Come abbiamo visto a pag. 206 per ogni 100 metri di altitudine 
corrispondono giorni 1 . 2 di ritardo di vegetazione e giorni 4 . 1 di 
ritardo di fioritura e maturazione. 

La maturazione delle frutta avviene tanto più imperfettamente 
quanto più si sale, poiché l'autunno comincia prima e si fa subito 
piovoso. 

2. — Anche la latitudine ha inlluenza notevole incjuantochè par- 
tendo dall'equatore, ad ogni grado di latitudine corrisponde una dimi- 
nuzione di ^2 grado di temperatura media. I limiti di latitudine per 
alcune specie di piante da frutto, sono i seguenti : 



Agrumi . 
Albicocco 
Anona . 
Azzeruolo 
Banano . 



. . . 35-42« 

... 52» 

. . . :?9" 

... 53^^ 

... 37° 

Castagno 48-54" 

Ciavardello 64" 

Fico 45« 

Fico d'India 25-45" 

Mandorlo 45-50° 

Melagrano 44° 



Melo . . 
Nocciuoic 
Olivo. 
Palma . 
Pero . . 



00° 
64° 
46" 
37° 
55" 



Pesco 47-52° 



Pistacchi( 
Susino . 



30» 
()2" 



L'va spina 35-47" 



Vite 



45° 



— 216 - ^ 

Dalle osservazioni fenologiche finora fatte risulterebbe (pag. 206), 
clie ad ogni grado di latitudine verso nord, corrisponde un ritardo di 
vegetazione di giorni 2.6 e si prolunga di due giorni il periodo vege- 
tativo. 

3. La situazione. — Le piante da frutto si possono coltivare sulle 
montagne od altipiani, sui colli, nelle pianure o nelle valli. 

Sulle montagne od altipiani, le piante da frutto sono sottoposte alla 
medesima iniluenza che abbiamo considerato riguardo l'altezza; di più 
i terreni essendo generalmente poco fertili e molto dominati dai venti, 
le piante crescono irregolarmente, vanno soggette a strappi di rami, le 
frutta riescono piccole con buccia grossa, acquose, ed il prodotto è 
meschino ed irregolare. 

Sui colli, le condizioni sono molto migliori; difatti, anche se il ter- 
reno è meno fertile che nelle vallate, e i prodotti non saranno tanto ab- 
bondanti, sono però migliori e più regolari. Le piante meglio espo- 
ste al sole, meglio illuminate per la loro superficie inclinata, risentono 
maggior calore. La pendenza favorisce lo scolo delle acque e perciò il 
terreno si mantiene più soffice, le radici possono estendersi di più e 
quindi le frutta aumentano di volume, di fragranza e di sapore. Infine 
i colli sono meno esposti ai geli, alle brine, alle rugiade, le quali ul- 
time influiscono tanto sulla conservazione delle frutta. In generale le 
frutta dei colli sono sempre più apprezzate di quelle del piano. 

Le piante nella prima età, sui colli, sembrano crescere più vigo- 
rose che nel piano, finché le radici si trovano in uno strato smosso 
del terreno. Allora all'azione della freschezza del terreno, va com- 
binata l'azione dell'aria, che quivi è molto più energica e quindi si ha 
una grande attività nei batteri. Successivamente però il successo della 
coltivazione dipende più che altro, dalla possibilità delle radici di esten- 
dersi in un buon strato di terreno fresco e ricco di materiali nutritivi. 

Nelle pianure le piante trovano generalmente terre fresche e fertili, 
che favoriscono una vegetazione lussureggiante e danno delle grandi 
rendite in annate favorevoli; ma le frutta sono meno saporite ed 
hanno un aspetto meno attraente di quelle dei colli. Le pianure sono 
inoltre soggette alle brine ed i frutti qualche volta sono poco conser- 
vabili. Nonostante però tutti questi inconvenienti, la coltivazione delle 
piante da frutta puossi benissimo consigliare al piano, poiché in realtà 
si hanno ottimi prodotti e si possono coltivare varietà di frutta della più 
straordinaria fertilità. L'abbondanza del prodotto supplisce ad usura 
al sapore meno fragrante che hanno queste frutta in confronto di 
quelle ottenute sui colli. 

Le vallate presentano, in grado molto maggiore, gli inconvenienti 
delle pianure. Il sole viene tardi alla mattina e scompare presto alla 
sera ; le brine sono frequenti, le rugiade abbondanti, la colatura dei 
fiori, la poca conservabilità delle frutta, l' infierire delle malattie crit- 
togamiche, sono frequenti ; e soltanto le varietà più rustiche, di pomo, 
susino, ciliegio, nocciuolo, castagno, vi possono riuscire. 



- 217 - 

Alcuni autori attribuiscono una influenza forse esagerala alla vici- 
nanza delle foreste, delle grandi masse d'acqua, delle riviere, dei lìunii, 
dei laghi o mari, sulle qualità delle frutta. Certo però un'atmosfera un 
po' umida quale è quella presso alle foreste o vicino al mare non può 
che favorire lo sviluppo delle frutta, rendendole più succose e sa- 
porite. 

Per concludere, diremo che per piantare un frutteto conviene evi- 
lare i siti bassi, umidi e sottoposti alle brine od ai tardi geli come pure 
le alture dominate dai venti, i quali sono svantaggiosi alle piante ; ma 
scegliere piuttosto un luogo riparato, ai piedi di una collina, in una in- 
senatura od in una pianura, dove non regni troppa umidità. 

4. Esposizione. — L'orientazione di un frutteto, specialmente per 
noi dell'Italia settentrionale, ha una certa importanza. 

L'esposizione a mezzogiorno, per l'Italia settentrionale, può consi- 
derarsi come la più vantaggiosa, poiché le piante godono al massimo 
i benefizi del sole e sono riparate dai venti del nord. Nelle provincie 
meridionali a mezzodì si ha l' inconveniente di essere troppo esposti 
ai venti di scirocco, invece l'esposizione a tramontana è vantaggiosa e 
si ottengono frutta più sviluppate e succose. 

Il levante ha lo svantaggio di avere una lunga irradiazione notturna, 
di ricevere al mattino molto presto i raggi solari, epperciò nei jìaesi 
ove le brine sono frequenti, si hanno dei danni considerevoli. 

A ponente all'ora del tramonto, è troppo rapido l'abbassamento 
della temperatura, ma durante la notte si conserva ])iù caldo. 

Come si vede in tutte le esposizioni si possono coltivare le piante 
da frutto : sarà questione di scegliere una specie od una varietà piut- 
tosto di un'altra. Neil' Italia settentrionale, si possono enumerare le di- 
verse esposizioni in ordine decrescente di merito, come segue: sud, sud- 
est, sud-ovest, est, ovest, nord-est, e nord. 

Dalle osservazioni fenologiche (pag. 206) risulterebbe che le fioriture 
primaverili ritardano di un giorno in direzione da ponente a levante, 
ad ogni 122 Km. di distanza e così pure la caduta delle foglie. La fio- 
ritura estiva invece é più tarda a ponente che a levante. 

Per dimostrare l'influenza dell'esposizione sulla qualità dei frutti 
basta riportare i seguenti dati ottenuti dal Prof. Passy nel clima di 
Parigi. 

Mele Calville Contenuto % di zucchero 

esposizione a mezzogiorno 12.1.) 

„ levante 10.07 

Uva Chapelas dorato 

ottenuta da due tralci di una 
stessa pianta, uno esposto a 

Nord 10115 

Sud 17.025 



- 218 — 

IV. 
Distribuzione geografica. 

1. — F/ azione reciproca dell'aria, acqua, luce e calore, e l'intensità 
diversa con cui esse agiscono, producono le diverse variazioni di clima, 
da noi cosi frequenti. Questo fatto è dovuto naturalmente alla costi- 
tuzione geologica dell'Italia, all'imponente giogaia delle Alpi la quale, 
a modo d'anfiteatro, la cinge a settentrione, alla catena degli Apennini 
che la scomparte in due, alla infinita serie di monti secondari e di 
colli ed infine al vasto mare che la circonda quasi d'ogni lato. 

Conseguenza naturale di cotante diversità di clima si è l'abbon- 
danza delle specie fruttifere coltivate, e lo stragrande numero di va- 
rietà che di ogni specie si sono formate. 

Sarebbe prezzo dell'opera raggruppare le diverse specie di piante 
fruttifere e le diverse varietà di queste entro certi confini per stabilire 
cosi delle zone che demarchino i limiti necessari per la utile coltura 
delle medesime. Procurerò di fare ciò rispetto alla specie, non cosi 
posso dire rispetto alle varietà indigene, mancando ancora noi, di una 
pomona italiana. Senonchè fa d'uopo premettere che le piante non 
crescono sempre ed in modo assoluto entro una cerchia delimitata da 
confini fissi ed immutabili; e che anzi le eccezioni diventano tanto più 
numerose quanto più vasto è il paese che forma oggetto di studio, e 
quanto più frequenti sono le cause che contribuiscono alle variazioni 
del clima, come sono i venti, le esposizioni, le vicinanze di bacini 
d'acqua o di foreste. 

l limiti entro i quali un dato numero di piante prospera, viene 
chiamato zona o regione. Per il frutticoitore possiamo distinguere in 
Italia 3 regioni fruttifere e cioè la 

1." Regione delle piante a granella. 
2.» „ „ „ „ nocciolo. 

;ì° „ degli agrumi. 

La regione delle piante a granella è la zona più fredda ed ha i ca- 
ratteri del clima continentale per eccellenza. Oltre il Piemonte, la 
Lombardia, il Veneto e l'Emilia, comprende tutta quella parte interna 
della penisola percorsa dall'Appennino e dalle sue diramazioni. Perciò 
la parte interna della Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi, Cam- 
pania, Basilicata e Calabria. 

La regione delle piante a nocciolo è la regione intermediaria fra le 
regioni calde meridionali e quella del settentrione. Essa comprende 
tutte le regioni costiere dell'Adriatico. 

La regione degli agrumi o dell'olivo, e del niandorlo, comprende le 
zone marittime mediterranee della Liguria, Campania, Calabria, Sicilia, 
Sardegna ed Isole minori, nonché la Libia. 



- 219 — 

Delle 6(ì specie di piante da frutto coltivabili in Ilaiia. almeno una 
quarantina si jìossono coUivare in tutte e tre (|uesle re^noni. Colia in- 
dicazione sopra accennata io intendo caratterizzare la regione nella 
quale le piante a granella, quelle a nocciolo ecc., prosperano e dove 
la loro coltura non soltanto riesce redditiva costantemente ma dà an- 
che i Trutti migliori della specie. Quindi, se nella prima regione, le 
piante a granella trovano la loro zona oUima non viene escluso che si 
possano coltivare, nelle zone meno favorevoli, altre piante da frutto e 
che nelle zone più calde, meglio esposte, si possano coltivare delle 
piante a nocciolo o degli agrumi, ecc. Da ciò la necessità di distin- 
guere i)er ogni regione la zona ottima, che sarà la più estesa, la zona 
fredda e la zona calda. 

Nella Tab. XI sono indicati i caratteri meteorologici delle regioni 
fruttifere sopra indicate e nella Tab. XII sono indicate le piante che 
nella rispettiva regione si trovano nella zona ottima, fredda o calda. 



Tab. XI. 

Caratteri metereologiei delle regioni fruttifere d'Italia. 



Elementi metereologiei 


Val Padana e 
zona peninsu- 
lare interna 


Zona 
marittima 
adriatica 


Zona mariti. 

mediterranea 

e insulare 




i 
ì 


annua 


12.08 - 13 


14.21 


15.86 - 16.42 


Temperatura media 


di Gennaio 
„ Luglio 


1.19 - 4.21 
22.75 - 22.91 


4.49 
24.47 


8.29 - 9.49 
21.41 - 24.70 




E.scursione 


18.54 - 21.72 


19.98 


15.21 - 16.12 




( 

l 


minima 


- 9.17 - 12.07 


- 7.25 


- 2.42 - 4.28 


Temperatura estrema 


massima 


35.71 - .36.30 


37.50 


35.76 - 37..-.0 




differenze 


45.47 - 47.78 


44.75 


39.92 40.04 


Umidità 






66.6 69.4 


70.9 


65 9 - 66.8 




1 


quantità 


1063.7 - 1095.2 


750.9 


601 - 873.4 


Pioggia 












frequenza 


96,7 - 99.6 


91.6 


H-U - 92.8 


Neve 






8.1 - 8.0 


44 


1.2 - 1.8 



2. — Nella regione Padana le nebbie sono più frequenti e predo- 
minano le pioggie primaverili (maggio) mentre in febbraio si ha il mi- 
nor numero di pioggie; i venti di nord ovest predominano neirinverno, 
portando il bel tempo, invece i venti di levante d'estate, portano le 
pioggie. Nel periodo estivo i temporali sono frequenti e violenti. 

Nella regione peninsulare predominano le pioggie autunnali (no- 
vembre-dicembre) ed il minor numero di giorni di pioggia lo si ha 
in luglio. Nel versante prospiciente l'Adriatico predominano, durante 
r inverno i venti N a NO e quello Tirrenico di SO, S e SE. Nell'estate 
prevalgono nel versante Adriatico i temporali che assumono grande 



— 220 



Tab. XII. 



Distribuzione delle piante da frutto in regioni e zone. 



Regione delle 


Regione delle 


Regione degli 


piante a 


granella 


piante a nocciolo 


agrumi, olivo e mandorlo 


Zona 


ottima 


Zona ottima 


Zona ottima 


Bagolaro 




Albicocco 


Aberia 


Castagno 




Azzeruolo 


Agrumi 


Ciavardello 


Ciliegio 


Anona 


Corniolo 




Corbezzolo 


Asimina 


Cotogno 




Fico da consumo 


Banano 


Crespino 




Giuggiolo 


Carrubo 


Faggio 




Pesco 


Eugenia 


Gelso per 


a foglia 


Pino da pinoli 


Feijoa 


Lampone 




Susino 


Fico 


Melo 




Vite per uve mangerecce 


Fico d' India 


Mirtillo 




d'autunno 


Gelso da frutto 


Nespolo 
Noce 




Zona fredda 


Holboelia 
Hovenia 


Nocciuolo 




Castagno 


Kaki 


Pero 




Cotogno 


Mandorlo 


Ribes 




Gelso per la foglia 


Melagrano 


Rovo 




Melo 


Nespolo del Giappone 


Sorbo 




Nespolo 


Olivo 


Uva spina 




Nocciuolo 


Pachira 


Vite per uva da serbo 


Pero 


Palma 






Ribes 


Passiflora 


Zona 


fredda 


Sorbo 


Pavia dolce 


Castagno 




Uva spina 


Persea gratissiraa 


Ciavardello 
Corniolo 




Zona calda 


Pistacchio 
Psidio 


Crespino 




Fico da consumo e da 


Querce ballota 


Faggio 
Lampone 




serbo 
Mandorlo 


Vite per uve precoci 


Mirtillo 




Melagrano 


Zona fredda 


Nocciuolo 




Nespolo del Giappone 


Albicocco 


Ribes 




Olivo per olive da mensa 


Ciliegio 


Rovo 




Vite per uve -precoci 


Melo 


Uva spina 






Nespolo 


Zona 


calda 




Nocciuolo 
Pero 


Albicocco 






Pesco 


Ciliegio 
Fico 






Pino da pinoli 
Susino 


Mandorlo 








Melagrano 






Zona calda 


Nespolo de 


Giappone 




Aberia Holboelia 


Pesco 






Agrumi Hovenia 


Susino 






Anona Pachira 
Asimina Palma 
Banano Passiflora 
Eugenia Pavia dolce 
Feijoa Persea gral. 
Ficodindia Psidio 



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violenza ed i venti di levante ; nel versante Tirrenico predominano 
d'estate i venti di ponente ed i temporali sono distribuiti nelle varie 
stagioni, senza essere intensi. 

Questa zona è limitata per le piante da frutto (ino a circa 000 metri 
di altitudine. 

3. — Regione marittima adriatica ossia regione delle piante a nocciolo. 
Il clima ha un carattere decisamente marino, per conseguenza più 
uniforme e costante e perciò più adatto per le piante a nocciolo di 
fioritura precoce, che temono gli sbalzi di temperatura in primavera. 

E questa si può dire la vera zona intermedia colla mediterranea 
che è per l'Italia la più vasta. 

Il mese in cui piove maggiormente è l'ottobre poi a distanza il no- 
vembre. La minor quantità d'acqua si ha in luglio o febbraio. L' in- 
verno e la primavera hanno valori presso a poco eguali rispetto alla 
pioggia. 

Neil' inverno dominano i venti di nord e nord ovest mentre d'estate 
dominano i venti di levante. I temporali si hanno nell'estate, come 
nella valle Padana e sono violenti. 

4. — La regione degli agrumi, delVolivo e del mandorlo abbraccia 
tutte le isole, la costa mediterranea della Liguria, Toscana, Lazio, Cam- 
pania, Calabria, Puglie e la Libia. 

Se i geografi considerano la Libia, l'Algeria, la Tunisia e il Marocco 
come appartenenti all'Africa, gli storici, gli economisti, i naturalisti ed 
aggiungiamo ancora gli agronomi, devono considerare questi paesi 
come facenti parte integrante dell'Europa. Essi appartengono al bacino 
del Mediterraneo, alla medesima regione agricola, caratterizzata dalla 
coltura dell'olivo, della vite, del gelso, del fico, del carrubo, degli 
agrumi e nella Libia anche della palma. 

I limiti non sono arbitrari ma segnati particolarmente dalla na- 
tura e dal clima. L'Africa propriamente detta non comincia che al 
confine nord del Sahara. Non è quindi esagerato il dire che la Libia 
puossi considerare, anche agronomicamente, come una continuazione 
del suolo italiano. 

II clima del litorale mediterraneo è caratterizzato da una stagione 
invernale piovosa, seguita da una stagione estiva con pochissima o 
punto pioggia. Per questa alternanza dei periodi secchi cogli umidi noi 
dobbiamo in particolar modo attenerci alle coltivazioni arboree, le 
uniche che possano colle loro radici profonde, utilizzare durante l'e- 
state, l'acqua immagazzinata nel sottosuolo. Altra caratteristica del clima 
è la sua mitezza durante l' inverno, nel quale si hanno delle giornate 
splendide, soleggiate, tanto da chiamare questi, i paesi dell'eterna pri- 
mavera. L'agricoltore anche di questa circostanza deve saper trarre un 
utile, coltivando sempre le specie e varietà di più rapido sviluppo e 
precoci, per poter fornire di primizie non soltanto i mercati d'Europa, 
ma anche per utilizzare meglio l'umidità immagazzinatasi nel terreno, 
durante l'inverno. In tal modo l'agricoltore oltre assicurare la vendita 



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dei suoi prodotti a prezzi molto rimuneratori ha il vantaggio di rea- 
lizzare una costante produzione. 

In questa regione è indispensabile per alcune piante la irrigazione. 

La temperatura ])erò è più uniforme, più elevata d'inverno che 
in qualsiasi altra regione e pari d' estate, alla regione adriatica. Spesso 
d' inverno, dopo le giornate serene, per irradiamento notturno, avviene 
un notevole abbassamento di temperatura presso terra (vedi pag. 208) 
che produce dei danni notevoli alle piante specialmente basse. 

Tanto sulle coste del Mediterraneo che nelle isole, l'inverno è più 
asciutto e l'estate |)iù umido che nelle altre zone, da ciò ne deriva che 
d'estate si hanno rugiade abbondanti. 

I mesi più piovosi sono l'ottobre ed il novembre. 

Predominano nell'inverno i venti S.O, S e SE; nell'estate di O, nella 
costa mediterranea. In Sicilia sulla costa di tramontana e di levante i 
venti O nell'inverno e di N K nell'estate; in Sardegna prevalenza dell'O 
e del N O. 

I temporali sono distribuiti lungo tutto l'anno e sono poco intensi. 

Nella Libia, d' inverno si ha raramente il Giùbili (scirocco) ed i venti 
di Nord che alla costa fanno abbassare la temperatura. D'estate il vento 
pernicioso è lo scirocco, perchè secco, caldo e bruciante. 

5. Conclusione. — Come si vede, quanto più ci avviciniamo al Mez- 
zogiorno tanto maggiore è il numero delle specie di piante coltivabili ; 
e nella scelta delle varietà bisognerà preferire, per le regioni meridio- 
nali, quelle varietà a maturazione precoce piutloslo che tardiva. 

1 climi settentrionali, freddi ed umidi, non sono favorevoli alle 
piante da frutto : i frutti sono acquosi, poco zuccherini, poco con- 
servabili e le piante vengono attaccate troppo facilmente da malattie. 
In queste località al più, riescono le piante da frutto a cespuglio, quali 
sono il lampone, il crespino, oppure il susino e ciliegio. 

Nei climi caldi, meridionali, le piante sviluppano poco; le frutta 
però riescono mollo zuccherine, ma non tanto aromatiche, come, ad 
esempio le pere, le mele, l'uva. Per le piante a nocciolo invece, e spe- 
cialmente le varietà ])recoci di pesche, albicocche, un clima caldo è 
favorevolissimo. 

1 climi temperati sono i più favorevoli per le frutta pregiate e da 
commercio, quali sono le pere, le mele e l'uva. Qui le frutta assumono 
il loro sviluppo normale, acquistando la migliore fragranza ed appa- 
renza; le piante alla lor volta crescono vigorose e sono longeve, senza 
eccessiva produzione di legno. Di queste frutta si può coltivare un nu- 
mero stragrande di varietà e specialmente a maturazione tardiva. 



- 223 - 

V. 
Sviluppo e funzioni delle radici. 

Piiiiia di trattare dell'impianto e delle cure necessarie al terreno 
per ottenere un conveniente sviluppo delle piante è bene ricordare al- 
cune nozioni generali che riguardano lo sviluppo e le funzioni delle 
radici. 

Le radici hanno, come è noto, quattro funzioni e cioè di respirare, 
fissare la pianta, assorbire e digerire. 

1. — Se la radice non può respirare, ciò che avviene quando il 
terreno non viene lavorato od è imbevuto d'acqua, muore asfissiata e 
cioè il glucosio contenuto dalle cellule si decompone in alcool, che 
rimane nelle cellule ed in anidride carbonica che volatilizza. Da ciò 
l'odore di spirito che emanano le radici infracidite. 

Oltre favorire la respirazione delle radici, il terreno soffice, si 
rende più attivo; i batteri funzionano maggiormente; viene immagaz- 
zinata una maggiore umidità ; vengono allontanate le malerbe e viene 
evitata la evaporazione e perciò ritardata la secchezza del terreno. 

Questa sofficità oltre che coi lavori la si procura con le concima- 
zioni a base di stallatico e col sovescio fatto in primavera. 

Nei terreni concimati con sovescio le radici riescono sempre me- 
glio sviluppate che in quelli concimati con stallatico. Questa maggiore 
penetrazione delle radici nel terreno la si spiega col fatto che la pianta 
sovesciata decomponendosi lascia dei canali per la penetrazione del- 
l'aria e dell'umidità. Da ciò la convenienza, come vedremo parlando 
della concimazione, di alternare la concimazione chimica col sovescio 
per le piante da frutto. 

Nei frutteti con la coltura intercalare ad ortaggi, conviene alternare 
una pianta da sovescio con un ortaggio. 

Un buon sovescio sono i piselli da foraggio seminati in febbraio- 
marzo che si possono sovesciare in giugno. Si lasciano poi crescere 
le malerbe le quali si sradicano con un estirpatore per seminarvi la 
senape che sovescia il più tardi possibile, in dicembre. Nella primavera 
successiva si possono coltivare gli ortaggi senza stallatico e soltanto 
con concimi potassici e fosfatici. 

2. — La fissazione della piante nel terreno per mezzo delle radici 
le rende stabili in un luogo e resistenti ai venti. 

3. — L'assorbimento dei materiali nutritivi avviene per mezzo dei 
peli radicali, i quali si sviliuppano tanto di più quanto più attiva è la 
traspirazione delle foglie. Se per effetto di una energica traspirazione 
la umidità del suolo viene a mancare, allora i peli radicali si allungano 
e moltiplicano per aumentare la superficie assorbente. Avviene quindi 
che nei terreni freschi e ricchi le radici sono semplici e grosse mentre 
nei terreni asciutti sono molto ramose e sottili ed hanno un maggior 
numero di peli radicali. 



— 224 — 

Per questo quando si trapianta un albero, si mozza il fìttone per 
rinvigorire le radici laterali, le quali essendo più sottili portano un 
maggior numero di peli radicali. 

4. — La digestione consiste nella escrezione di succhi acidi che 
rendono solubili dei materiali nutritivi inerti nel terreno. 

5. — La linfa assorbita dalla radice sale per mezzo dei peli radi- 
cali per i fasci legnosi e, dopo elaborata dalle foglie discende per i 
fasci del libro. Di mano in mano che la radice cresce, i peli radicali 
delle prime radici scompaiono e l'assorbimento dei succhi nutritivi 
viene effettuato dai nuovi peli radicali che si sviluppano sulle radici 
di prolungamento. Così un po' alla volta le radici attive si allontanano 
sempre più dal fusto sia nel senso della profondità che nel senso oriz- 
zontale. È evidente per questo la necessità, di portare le sostanze con- 
cimante sempre più lontane dal fusto. 

6. — Lo sviluppo delle radici è sempre in proporzione a quello 
della parte aerea. Quando questo non avviene bisogna artificialmente 
o tagliare le radici o tagliare i rami. 

Quando un albero vigoroso non dà frutti, molte volte è indizio che 
le rispettive radici sono troppo sviluppate in confronto alla parte ae- 
rea. Gli alberi che hanno i rami molto sviluppati in tutti i sensi ed 
il fusto corto, grosso, raramente hanno un fìttone grosso. Quando 
invece la maggior parte dei rami ha una direzione verticale ed il 
tronco è relativamente sottile e lungo, si può essere certi che quella 
pianta ha molte radici fìttonanti. 

La vite, r olmo, il nocciuolo, il ribes, 1' uva spina, il lampone che 
hanno radici a fibra larga come i rami, assorbono e fanno circolare 
più facilmente una notevole quantità di linfa, perciò la crescita è più 
rapida sia delle radici che dei rami. Lo sviluppo però dei rami è sem- 
pre superiore a quello delle radici. Nelle piante a legno duro invece, 
dove Io scambio della linfa è più lento, perchè limitato agli strati 
esterni dell'alburno, avviene un maggiore sviluppo delle radici ed un 
lento accrescersi dei rami. In queste piante le radici fìttonanti tendono 
a scomparire per lasciar operare le radici laterali. 

7. — In un albero possiamo distinguere le radici orizzontali, obli- 
que e verticali. Le prime sono quelle che forniscono il maggiore nu- 
trimento, le altre danno un debole e grossolano materiale di manteni- 
mento che serve più che altro a sviluppare la parte legnosa. Difalti, 
quando l'albero ha passato la prima età, nella quale ha bisogno di 
sviluppare la sua armatura ossia i rami più grossi, i peli radicali co- 
minciano a farsi più radi nelle radici fìttonanti ed un po' alla volta anche 
scompaiono assieme alle radici. 

8. — Le radici delle piante a foglie persistenti si sviluppano lungo 
lutto l'anno meno nelle stagioni più secche e fredde. Gli alberi a foglie 
caduche ma però giovani e vigorosi, sviluppano pure nuove radici 
lungo tutto l'anno; mentre gli alberi adulti soltanto in primavera ed 
autunno. 



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Le radici che si formano in primavera hanno lo scopo dì alimen- 
tare il fiore, i germogli, il frutto ; quelle di autunno, (dall' agosto in 
avanti) preparano gli alimenti di riserva per le gemme che daranno 
fiori, foglie o rami nell'anno venturo e fanno anche maturare il legno 
dell'annata. Il compito perciò di queste ultime radici é di assicurare 
la vegetazione e la fruttificazione dell'anno venturo; quelle di prima- 
vera, hanno influenza sulla vegetazione in corso. 

Quando i frutti appassiscono in autunno o non maturano, è un 
segno manifesto che manca l'equilibrio fra le radici e la parte aerea 
della pianta; se ciò avviene in primavera ò segno che vi ha carestia 
di alimento o eccessivo movimento di linfa. Quindi non bisogna sti- 
molare in primavera il movimento della linfa per ottenere dei frutti 
mentre non bisogna ostacolare lo sviluppo delle radici in autunno. 

9. — Le radici sono di natura molto diversa a seconda che si sono 
formate quando l'albero portava delle foglie giovani, di mezzo sviluppo, 
adulte o quando erano cadute. 

Le radichette più atte a far produrre dei frutti sono quelle che si 
producono in autunno e cioè quando la temperatura dell'aria tende 
ad abbassarsi. Allora il terreno mantiene ancora il suo calore e le ra- 
dici riescono meglio costituite, più proporzionate che non quelle di 
primavera, quando la temperatura dell'aria tende ad elevarsi ed il ter- 
reno è più freddo. Le prime destinano una parte del loro nutrimento 
a favore della parte aerea le seconde invece lo trattengono tutto a loro 
profìtto. 

Bisogna saper distinguere le radici che alimentano da quelle che 
che si allungano. Le prime sono quasi tutte autunnali ; le seconde, 
sono di primavera. Gli alberi giovani e deboli hanno molto bisogno 
delle prime mentre i soggetti robusti non sviluppano che poche radici 
per l'alimentazione e sì trovano superficialmente. 

10. — E' necessario perciò studiare le radici per comprendere 
quali sono le forze che determinano la loro direzione, la loro natura 
e la loro durata, per interpretare la formazione, la persistenza o la 
soppressione delle radici fittonanti e per apprezzare l'influenza del 
terreno e del clima. Cosi è necessario studiare e conoscere la radice 
della pianta allo stato selvatico poiché dal suo sviluppo e forma si 
potrà regolarsi nell'allevare la pianta domestica. 



VI. 

Preparazione del terreno per l'impianto. 

Scelta la locahtà e fatto il progetto dell'impianto colle norme sug- 
gerite nella Parte V, bisogna procedere alla preparazione del terreno. 

1. — La preparazione del terreno prima dell'impianto, non soltanto 
deve avere lo scopo dì renderlo soffice con un'opportuna lavorazione, 

1.-) - Tamaho - FriilticoUiira. 



— 226 — 

perchè le radici possano estendersi e trovare il dovuto nutrimento, ma 
deve anche provvedere in molti casi a migliorare le proprietà fisico- 
chimiche del medesimo, importandovi dei materiali dei quali si trova 
deficiente, oppure nel liberarlo da una soverchia umidità, perniciosa, 
come abbiamo veduto, alle piante da frutto in generale. 

La lavorazione del terreno consiste in un dissodamento cliiamato 
anche scasso, reale o parziale, per mettere alla portata delle radici e 
rendere assimilabili molti materiali che si trovano nel sottosuolo. 

Per scasso reale s'intende quello, per cui il terreno destinato per la 
coltivazione delle piante da frutto viene rimosso completamente. Questo 
è necessario se si piantano gli alberi ad una distanza inferiore ai 10 metri. 
Quando invece trattasi di piantare dei filari distanti oltre 10 metri, con- 
viene fare una fossa larga 3 metri lungo il filare e se le ])iante sulla 
fila si vogliono piantare ad una distanza maggiore di 10 metri si fanno 
delle buche quadre di m. 3 per lato. Facendo la fossa si mette la terra 
migliore da un lato per metterla poi sotto, in contatto delle radici e 
la terra mediocre dall'altro lato, che si metterà sopra alle radici delle 
piante che si collocano. Anche facendo la buca si separano le due terre 
e trovando della terra cattiva si mette sopra un terzo lato, per poi 
esportarla coi carri. 

2. — La profondità a cui si deve fare lo scasso, le buche o i fossi, 
dipende dalla qualità del suolo, dal clima e dalla natura della pianta. 
Nei terreni leggeri, silicei o calcari bisogna lavorare più profondo che 
non nei terreni compatti, nei quali ultimi le radici, rimanendo anche 
superficialmente, trovano sempre sufficiente umidità. Le stesse consi- 
derazioni devonsi fare rispetto al clima. Nei climi caldi, dove gli al- 
beri sono esposti molto di frequente alla siccità, occorre una lavo- 
razione più profonda che nei climi freschi. Le piante che hanno radici 
fittonanti come la vite, il pesco, il ciliegio, ecc.. esigono un lavoro più 
profondo del melo, susino, delle piante a nocciolo in genere, che hanno 
radici oblique ed orizzontali. 

Ricordiamo sempre che la profondità favorisce lo sviluppo delle 
radici verticali le quali fanno ritardare alle piante la fruttificazione. 
Noi che vogliamo invece delle piante che producano presto e molto, 
anziché estendersi col lavoro nel senso della profondità allargheremo 
le buche, le fosse o meglio ancora si farà lo scasso reale. In tal modo 
noi favoriremo lo sviluppo delle radici laterali che sono le più attive. 

Io credo più conveniente una profondità media di 70 cm., in ogni 
caso col lavoro non si deve mai intaccare il sottosuolo e neppure ar- 
rivare a questo se esso è impermeabile. Specialmente trattandosi di 
buche, se queste avessero per fondo un sottosuolo impermeabile fun- 
zionerebbero come tanti bicchieri nel cui fondo vi ristagnerebbe l'acqua 
e vi sarebbe una continua melma al contatto della quale, le radici 
infracidirebbero. 

Per la stessa ragione coi lavori non si deve andare mai più pro- 
fondi al livello ordinario a cui arriva l'acqua nel terreno. 



- 227 - 

Soltanto in casi eccezionali conviene un lavoro profondo di 1 metro 
Questa operazione conviene farla alcuni mesi i)rima dell' impianto, 
perchè il terreno subisca l'inlluenza degli agenti atmosferici, e cioè 
volendo fare l'impianto in autunno, conviene scassare in agosto, e vo- 
lendo i)iantare in primavera, bisogna scassare nei mesi di novembre» 
dicembre e gennaio. 

3. — Se il terreno non ha una composizione adatta alle esi- 
genze delle piante da frutto e se in particolar modo non contiene 
una sutlìciente quantità di calcare, conviene, prima di operare lo scasso, 
spargere sulla sua superficie dei calcinacci, delle spazzature dì strade. 
Molti preferiscono di fare questo ammendamento durante l' opera- 
zione dello scasso, e cioè di portare i suddetti materiali in fondo 
alle fosse di mano in mano che si procede col lavoro. Questa pratica 
non la consiglierei mai, perchè in questo modo non si ottiene una in- 
tima e completa mescolanza dei materiali importati col terreno, e si 
finisce coll'avere degli strati troppo ricchi di calcare e degli altri più 
poveri, a danno alla vegetazione delle giovani piante. 

Quando si tratta di impiantare un frutteto a coltivazione intensiva, 
e cioè con molte piante vicine una all'altra, conviene anche, prima di 
scassare, spargere dello stallatico grossolano sulla superficie, in modo 
che questo si mescolerà bene colla terra. 

Con questa concimazione, coll'aggiunta di calcinacci, e collo scasso 
per se slesso, si provvede a migliorare le proprietà fisico-chimiche 
del terreno. Ora prima di descrivere il modo di fare lo scasso, conviene 
parlare del modo con cui si deve provvedere per allontanare l'umidità, 
la quale talvolta viene soverchiamente trattenuta per l'impermeabilità 
degli strati sottostanti. 

4. — Per allontanare rumidità si provvede con fosse scoperte, con 
fosse coperte, con tubi di drenaggio. Mediante fosse scoperte si occupa 
troppo terreno, e rendesi meno comodo l'accesso ai diversi ap|)ezza- 
menti del frutteto. Le fosse coperte si devono fare almeno alla pro- 
fondità a cui si intende fare lo scasso, in direzione dell'inclinazione 
del terreno, parallele fra loro, ed alla distanza almeno di 10 metri, con 
una pendenza di mezzo centrimetro per metro. Scavata la terra, si fa 
sul fondo una specie di canaletto, con delle tegole o con delle pietre 
piane. Sopra a queste si mette della ghiaia, e poi la terra. Meglio ancora 
di queste fosse coperte è il vero drenaggio con tubi di terra cotta, i 
quali mettono capo in un emissario comune, che poi si scarica in una 
roggia. 

Il sistema più conveniente però per liberare il terreno di un frut- 
teto da una soverchia umidità consiste, nel servirsi degli stessi viali 
quali mezzi di drenaggio. Intanto, bisogna premettere, che in un terreno 
soverchiamente umido non è consigliabile l'impianto di alberi da 
frutto, e perciò è sempre relativamente poca l'umidità da allontanale. 
Questo sistema che non ho trovato descritto ancora in alcun trat- 
tato, ha il vantaggio di permettere una lunga durata, poiché le radici 



- 228 - 

delle piante sono lontane ; di più esso costa poco ed è di un effetto 
sicuro. 

Per applicarlo si opera nel seguente modo : destinato un appezza- 
mento per frutteto, si comincia anzitutto, prima di scassare, a segnare 
dove si vogliono fare i viali, ed in quel sito si scava tutta la terra fino 
alla profondità a cui si intende scassare ed anche più sotto, facendo 
tanti fossi con la dovuta pendenza e spargendo la terra di sterro sulla 
parte del terreno destinata ad essere piantata e scassata. 

Con questa semplice operazione noi cominciamo già ad alzare la 
superficie del terreno, e renderla perciò meno umida. Sul fondo delle 
fosse si mettono le pietre, che si raccolgono man mano che si fa lo 
scasso, in modo che, quasi sempre, col semplice scasso si riesce a 
trovare sul sito le pietre necessarie per fare il drenaggio e per fare il 
fondo ai nostri viali. Per completare questi ultimi basta coprirli con 
uno strato di 20 cm. di ghiaia un po' fina. 



VII. 
Scasso del terreno. 

1. — Lo scasso si fa succedere a tutte le operazioni che abbiamo 
or ora descritto. 

Lo scasso si eseguisce generalmente a mano colla vanga e, dove 
trovansi molte pietre o degli strati compatti di marna o di tufo, si 
ricorre al bidente, al piccone, al zappone. A qualunque profondità si 
voglia fare lo scasso, è conveniente sempre di non portare lo strato 
superficiale, che è quasi sempre migliore degli inferiori, ad una pro- 
fondità superiore ai 30 cent., perchè le radici delle nuove piante pos- 
sano assimilare immediatamente i materiali nutritivi. 




0,30 A 



Fig. 201. — Sezione di uno scasso in preparazione. 



Come si proceda lo scasso, è troppo noto. Si scava prima una 
fossa in forma di gradinata ffig. 201), i cui gradini sieno eguali fra 
loro, alti ciascuno quanto una fìtta di vanga e larghi il doppio. La ca- 
vata si pone in E meno quella dello strato D che si lascia sul posto, 
ma che pure viene smossa colla vanga o col piccone secondo i casi. 



- 229 - 

Si procede quindi al lavoro della gradinala, ponendo la terra C in t-, 
la terra A in a e la terra B in b, in modo che lo scasso assumerà la 
forma della fìg. 202. 



Fig. 202. — Sezione di uno scasso in lavoro. 



Alla fine rimarrà una l'ossa aperta che si deve colmare con la terra 
scavata prima e che abbiamo collocato in E (fig. 201). Trattandosi di 
un'estensione piuttosto grande ed allo scopo di diminuire la spesa 
di trasporto di questa terra, si divide l'appezzamento da scassarsi in 
un numero pari di regioni eguali fra loro (fig. 203). 



e 


1) 


e 


d 


a 


B 


A 


h 



Fig. 203. — Disposizione per uno scasso di appezzamento grande. 



Nella prima sezione si comincia il lavoro a sinistra in A per la- 
sciarvi la fossa aperta in b, che viene colmata col cavaticcio B delh 
seconda sezione dove si comincia lo scasso a sinistra. 



- 230 - 

Per la terza sezione si fa come per la prima, e cosi via. Se gli 
operai hanno lavorato accuratamente, la superfìcie del terreno dovrà 
presentarsi piana come prima, soltanto sarà sollevata di Va circa della 
profondità a cui si è fatto lo scasso. Con tutto ciò, si notano sempre 
dei piccoli dislivelli che bisogna togliere, mediante una vangatura ge- 
nerale per appianare la superfìcie e cosi poter piantare tutti gli alberi 
ad una regolare profondità. 

Avendo da piantare degli alberi ad una distanza superiore ai 10 m. 
da fila a fila, si può, come ho detto e senza inconvenienti, preparare 
il terreno colle fosse. Queste devono essere della larghezza almeno di 
3 metri, e della profondità di uno scasso reale. Le fosse si tengono 
aperte, fino al momento dell'impianto, avendo cura di tenere separate 
le due terre, quella superficiale da un lato, e quella del sottosuolo 
nell'altro. 

Anche col sistema delle buche, valgono le medesime considera- 
zioni. Queste si fanno della dimensione di 3 metri in quadrato separando 
le due terre e si lasciano aperte fino al momento dell'impianto. 

Infine noteremo, che durante lo scasso si deve liberare il terreno 
dalle radici di male erbe e dai ciottoli. Questo lavoro è adatto a donne 
o ragazzi i quali, di mano in mano che si smuove viene rivoltata la 
terra e la ripassano muniti di una piccola zappa. 

2. — Ciglionatiira e riduzione a gradoni. 

Per fare un impianto sopra un terreno inclinato, bisogna ridurlo 
a terrazze o banchine. Dal lato economico questa spesa è più conve- 
niente per la vite, anziché per le piante da frutto. Per le piante da 
frutto conviene soltanto quando si ottengono delle banchine molto 
larghe, o a meglio dire quando la pendenza è lieve e cioè da 25 a 30 7o- 

La fig. 204 ci dimostra il modo di operare. 

Si comincia col segnare mediante paline la linea di pendenza (AB), 
quindi si apre in basso (B) la linea fondamentale di base, lungo la 
quale dovrà aprirsi la fossa che raccoglierà tutte le acque. 

Indi viene fissata la lunghezza totale del gradone (comprendendo 
anche quella della scarpata) e la si riporta da E verso A, ponendovi 
una palina. Da ciascuna palina, mediante lo squadro agrimensorio, si 
innalzano delle perpendicolari alla linea di pendenza, individualizzan- 
dole con altre paline, le quali segneranno perciò la linea longitudinale 
mediana del gradone. La larghezza totale del gradone chiamata lenza, 
è sempre eguale alla distanza che si intende lasciare fra filare e filare 
delle piante oppure, trattandosi di viti, dal numero di filari che si in- 
tendono piantare in ogni ripiano. Naturalmente quanto più erto è il 
terreno, tanto più corte devono essere le lenze. 

Per formare i gradoni, si comincia sempre dal basso, la terra che 
si trova nella metà superiore si porta alla metà inferiore, e cioè la 
terra scavata in a si porta in b, e quindi non si scassa che il terreno 
che era sotto a. Bisogna badare che i ripiani abbiano una leggera pen- 
denza verso il poggio, in modo che le acque si raccolgano tutte ai 



- 231 - 

piedi della scarpa, dove si fa anche un solchetto che le conduce in 
un canale maggiore e le allontana. La pendenza da dare alla scarpa 
dipende dalla sua altezza, ammenoché non si voglia farla di muro, 
utilizzando le pietre del terreno. In cpiesto ultimo caso la faccia interna 
del muro si deve farla verticale, e quella esposta inclinata, in modo 
che il muro venga ad essere più largo alla base. 




Fig. 204. — Disposizione a terrazze per 1" impianto di agrumeto. 

Per il movimento di terra bisogna cominciare dal basso, mentre 
per completarlo e affinarlo, come sono gli spianamenti dei ripiani, 
l'accomodamento delle scarpate, la sistemazione degli scoli, devesi 
procedere dall'alto in basso. 

3. — Trattandosi di un terreno molto inclinato, non conviene ridurlo 
a banchine, bensì bisogna piantare gli alberi a formelle, che poi si 
allevano a pieno vento, od al ])iù a mezzo vento. 

Le formelle si fanno col medesimo principio delle banchine, sol- 
tanto si fanno quadrate di 1 metro o 2 per lato. La terra cavata contro 
il poggio, la si porta subito al disotto, sostenendola con una palizzata 
o con della cotica d'erba oppure con pietre, facendo un muro a 
mezza luna. 

Vili. 
Chiusure dei terreni coltivati a piante da frutto. 

(I muri di recitilo). 



Se per tutte le coltivazioni è sempre stata riconosciuta la necessità 
di chiudere i terreni, questa necessità è tanto maggiore per un terreno 
coltivato a piante da frutto. 

Le chiusure si possono fare con muri, siepi vive e siepi morte. In 
questo capitolo tratterò soltanto delle chiusure con muri. 



- 232 — 

1. — I mari sono specialmente indicati per i frutteti. L'altezza più 
conveniente è di 3 metri ; in ogni caso non meno di metri 2,50 sopra 
al livello del terreno, per riparare il frutteto dai venti e per allevare 
le piante a spalliera. 

Il miglior materiale per questi iiiuri è la pietra per le fondamenta 
e per circa 30 cm. fuori terra, il rimanente di mattoni. Le fondamenta 
non devono farsi troppo larghe, per impedire alle radici di svilupparsi. 
E' meglio rendere più solido il muro coU'approfondire le fondamenta 
che non coll'allargarle. In ogni caso esse devono essere più profonde 
di quanto si intende lavorare il terreno. 

Una volta si costruivano questi muri della larghezza di 35 cm., ora 
invece si usano molto più economici. Si fanno dello spessore di due 
teste di mattoni, e cioè della larghezza di 25 cm., ed ogni tre metri e 
mezzo si fanno dei pilastri larghi da 35 a 50 cm. per dare maggior 
solidità. 

E' bene, perchè i muri mantengano la dovuta solidità, che siano 
unO' in congiunzione dell'altro e con le porte, non libere, ma intagliate 
nel muro, e cioè che superiormente a queste, il muro possa continuare. 

Occorre che il muro si mantenga sempre asciutto, e le sue faccie 
sieno perfettamente a piombo e che le piante a spalliera non siano 
investite direttamente dalla pioggia. 

Per evitare questo inconveniente, tutti i muri saranno muniti alla 
sommità di una specie di cappello fatto con tegoli, mattoni, lastre di 
pietra, o lavagne, o cemento, in modo da riparare, a guisa di tettoia, 
più o meno sporgente. 

La copertura fatta con mattoni e con cemento è la migliore, per- 
chè mantiene più serrato il muro ed impedisce all'umidità di penetrarvi. 
La pendenza poi deve essere dalla parte opposta a quella in cui si 
intende di utilizzare il muro, perchè l'acqua sgoccioli sul lato esterno 
del frutteto. 

Utilizzando, di un muro, tutti e due i lati, bisogna fare la coper- 
tura a doppio pendìo. 

In generale, per un muro alto 3 metri, la sporgenza del cappello 
necessaria è di cm. 25. Al disotto del cappello vengono poi fissate delle 
sbarre, alla distanza di un metro e sporgenti 50 cm., unite all'estremità 
mediante un lilo di ferro per servire di sostegno alle tettoie mobili. 
Queste tettoie riparano dalle brine e mantengono più alta la tempera- 
tura evitando l'irradiamento del calore. 

Le tettoie mobili consistono di tanti assiti larghi 50 cm. e lunghi 
m. 1 a 3, fatti con sottili tavole oppure di lamiera di latta unita in- 
sieme mediante intelaiatura di ferro o legno. 

Al momento di adoperarle si distendono lungo le sbarre in modo 
che stiano quasi orizzontali, perchè altrimenti porterebbero troppa 
ombra alle spalliere e renderebbero la vegetazione irregolare. 

Si possono fare anche ripari di stuoie o cannicci o con paglia di 
segale ; le stuoie si fanno della larghezza sopi'a indicata e lunghe pa- 



— 233 - 

lecchi metri, percliè per levarle si arrotolano. Sono da preterirsi però 
le tettoie in latta o quelle in legno, perchè trattengono minore umidità 
e in esse non si annidano gli insetti. 

Questi ripari sono molto utili specialmente per le spalliere di 
peschi e viti, perchè riparano dal freddo da novembre a tutto maggio, 
e anche a tutto giugno per le viti precoci. 

Quando le piante sono giovani e non hanno per conseguenza rag- 
giunta la sommità del muro, o quando si tratta di varietà molto deli- 
cate di peschi, viti, limoni, ecc., e che la stagione corre fredda e pio- 
vosa, e quando finalmente vuoisi arrestare la vegetazione di una branca 
per rinforzarne un'altra, si dispongono questi ripari sopra speciali ca- 
valietti di legno a diversa altezza. 

Questi ripari o intelaiature, come avrà già rilevato il lettore, sono 
indispensabili per avere delle belle spalliere di uniforme e sana vege- 
tazione. Si possono chiamare le vere regolatrici del calore, e senza di 
esse, almeno da noi dell' Italia settentrionale, non è possibile allevare 
il pesco a spalliera. 

L'intonaco dei muri deve essere liscio più perfettamente possibile 
e fatto di cemento o gesso, perchè si possa pulirlo da muschi od altre 
crittogame con la maggior facilità e perchè gli insetti non possano 
alloggiarvisi. 

Alcuni vorrebbero dare ai muri il color bianco, altri il nero. Il 
color bianco ha la proprietà di riverberare il calore durante il giorno, 
ma non durante la notte, poiché allora non avviene il processo di nu- 
trizione mediante le foglie. E poi, anche l'opinione che i muri di color 
nero si mantengano caldi per più lungo tempo non è esatta, impe- 
rocché se il color nero ha la facoltà di trattenere molto il calore, ha 
pure una gran forza d'attrazione per il freddo e quindi dopo il tramonto 
del sole in pochissimo tempo i muri neri si raffreddano. 

Io sono delia convinzione che il color bianco è l'unico colore 
che si debba dare ai muri, per avere la massima concentrazione di 
calore sulle spalliere. In una località dove temo le scottature dei gio- 
vani germogli per etietto della troppa irradiazione del calore, non farò 
neppure delle spalliere, o metterò delle varietà che non sottrano. 

2. — Per utilizzare i muri da tutti e due i lati e potervi piantare 
due spalliere, non si fanno i muri al confine del frutteto, ma più al- 
l'interno lasciando al di fuori una striscia di terreno larga 2 metri 
almeno, la quale alla sua volta si chiude al confine con una rete me- 
tallica (fig. 205) A B G D. 

Importante è la orientazione da darsi ai muri, per evitare la espo- 
sizione peggiore che è quella a Nord. Invece di dare una orientazione 
da Nord a Sud sarà meglio scegliere quella da nord est a sud ovest o 
da nord ovest a sud est (fig. 205). 

3. _ Volendo allevare delle spalliere anche nel mezzo del frutteto, 
si costruiscono dei muri isolati, in modo da poter utilizzare da tutti e 
due i lati delle spalliere. E' necessario, per evitare resposizione a Nord, 



234 



che essi abbiano un lato esposto a levante e l'altro a ponente od almeno 
da SE a N O, come è indicato in g, h, i, nella fig. 205. Perchè l'aria 
possa circolare nel frutteto, questi muri non devonsi fare in contatto 
col muro di cinta, ma distanti almeno 3 metri ; si dispongono paralleli 
e distanti uno dall'altro almeno 3 volte la loro altezza. 



s-o 



y- 



g f. 



Fig. 205. - Disposizione di un frutteto 
per utilizzare esternamente i muri di cinta. 



IX. 

Siepi vive. 



Le siepi vive possono servire di riparo ai venti intorno ai frutteti, 
ma devono essere alte quanto un muro, e si fanno di castagno, di ro- 
vere, di carpino, di leccio e cosi via. Queste siepi però si fanno più 
nei giardini e quindi mi -intratterò soltanto delle siepi vive da difesa 
dei broli e campi, in cui si coltivano le piante da frutto. 

Moltissime sono le specie di piante che si prestano per fare siepi 
vive. Qui sotto dò l'elenco, colle principali indicazioni colturali che le 
riguardano. Nella scelta bisogna aver cura che l'essenza. 

a) abbia una ramificazione fitta, cominciando dalla base, e possi- 
bilmente munita di spine ; 

b) che mantenga costantemente le ramificazioni in basso ; 

e) che sia di rapida crescita e possa sopportare tagli frequenti; 
dj che non invada colle sue radici il terreno circostante e cresca 
bene in file serrate. 

Le piante da siepe più adatte sono 1' acero campestre, il bossolo, 
l'arancio trifoliato, il biancospino, la maclura, il fico d'India e la marruca. 
Faccio seguire un elenco di piante che possono servire per for- 
mare la siepe, colle principali indicazioni colturali (vedi Tab. XIII 
a pag. 236-237). 



- 235 - 

X. 

Impianto e cure relative 

al mantenimento delle siepi vive. 

1. — Prima di disporre per rimpianto di una siepe dobbiamo ri- 
cordare che l'Art. 579 del Codice Civile prescrive, che non si possono 
piantare siepi ad una distanza inferiore di 50 cm. dal confine del vi- 
cino, cosi pure devesi ricordare, che le siepi devono distare dai fossi 
di scolo almeno tanto quanto è profondo il fosso. 

2. — Fissata la posizione della siepe, si scava una fossa larga un 
metro, lungo tutto lo spazio che deve essere da essa occupato. 

Al momento dell'impianto si impiegano i concimi indicati per gli 
impianti in genere (Vedi Cap. XVII di questa parte) e poi si collocano 
le piantine di almeno due anni d'età in doppia fila alternata, alla di- 
stanza di 20 cm. per lato. Volendo invece fare un siepe con una lila sola 
di piante, queste si collocano a 15 cm. di distanza. 

Prima dell'impianto, si abbia cura di mondare le radici dalle ra- 
mificazioni rotte e contuse e, dopo si tagliano le piante vicino terra. 
Durante l'anno, si fa una zappatura nel mese di agosto, per mondare 
il terreno dalle malerbe. 

Nel secondo anno, durante l' inverno, si tagliano tutte le piante a 
10 cm. dal terreno e si lavora il terreno fra mezzo alle piante ed almeno 
50 cm. per lato della siepe. Nell'agosto si fa una zappatura. 

Nel terzo anno si tagliano le piante 20 cm. sopra al taglio l'alto 
l'anno scorso e così ogni anno, fino ad arrivare all'altezza a cui si 
desidera la siepe. 

Quando la siepe ha raggiunto l'altezza voluta le cure annuali con- 
sistono in una zappatura e scerbatura accurata durante l'inverno ed 
in luglio col forbicione da siepe si fa (vedi fig. 44, pag. 34) una tosa- 
tura in alto e lateralmente, per mantenere la siepe nelle sue dimensioni. 

Una siepe fatta in questo modo può durare a lungo, ma se non è 
curata annualmente si formano facilmente spazi vuoti, per mancato 
equilibrio fra pianta e pianta e perchè le piante si sguerniscono facil- 
mente in basso, per deficienza di luce ed aria. 

Un metodo migliore, che ha il vantaggio di far crescere più presto 
le piante, di dare meno ospitalità agli insetti e di rendere più facile 
e meno costosa la manutenzione, è la siepe a reticolato. 

Per formare questa siepe, si adopera l'acero, il gelso, ed anche la 
maclura ed il biancospino. 

L'impianto si fa sopra una sola fila, collocando le piante alla di- 
stanza di 15 cm., e tagliandole vicino a terra. 

Nell'inverno del secondo anno si prendono i due rami migliori e 
si piegano a destra e sinistra del fusto, secondo un angolo di 45°, e si 



236 



Le principali piant 




Abies 

Acer campestre 



„ Monspessulanurn 
Atriplex Halimus. . . 
Berberis vulgaris. . . 
Buxus sempervirens . 



Carpinus betulus . 

Cerasus Mahaleb . . 
Clematis vitalba . . 
Citrus triptera . . . 
Cornus Mascula . . 

„ Sanguinea 
Corylus Avellana . . 
Crataegus oxyacantha , 
„ Crusgalli . . 

Evonimus vulgaris . . 
Fagus sylvatica . . . 



Genista sylvestris. . . 
Gleditschia triacanthos 
Hippophae rhamnoides 
liex acquifollium . . . 
luniperus communis . 



Abete 

Acero campestre 

Acero minore 
Atreplice di mare 
Crespino 
Bossolo 

Carpino 

Ciliegio di S. Lucia 

Vitalba 

Arancio trifogliato 

Corniolo 

Sanguinella 

Nocciuolo 

Biancospino 

Lazzcruolo spinoso 

Evonimo o Fusaggine 

Faggio 

Ginestra spinosa 
Spinacristi 
Olivello spinoso 
Aquifoglio 
Ginepro 



Laurus nobilis Alloro 

Ligustrum vulgare Ligustro 



Lycium Europaeuni 
Maclura aurantiaca . 
Morus alba .... 
Opuntia Ficus indica 
Olea europea . . . 
Paliurus aculeatus . 
Parkinsonia aculeata 

Pinus 

Prunus 

Prunus spinosa. . . 
Punica granalum . 
Quercus coccifera. . 
Bamnus catharticus. 
Robinia pseudoacacia 
Rosa canina .... 



Agutoli 

Maclura 

Gelso 

Fico d' Inilla 

Olivastro 

Marruca 

Parkinsonia 

Pino 

Susino selvatico 

Pruno prugnolo 

Melagrano 

Querce spinosa 

Ramno spin cervino 

Robinia 

Rosa canina 



Rubus fruticosus ; Ro\ 



Ruscus aculeatus . 
Tamarix gallica . 
Taxus baccalà . . 
Thuja occidentalis 
Ulex europaeus . 
Ulmus campestris 



Rusco pugnitopo 

Tamarice 

Tasso 

Tuja del Canada 

Ginestrone europeo 

Olmo 



forte, fresco 

tutti meno negli umidi 

eccessivamente scioll 

sterile e sassoso 

fresco 

qualunque 

qualunque, di prefereii 

calcare e non umido 

scoglioso e secco 

calcari e rocciosi 

sabbioso, argilloso 

in ogni terreno 

id. 

id. 

leggei-o e fresco 

qualunque 

id. 

id. : 

qualunque, purché non e\ 
maraente umido o paluj 
qualunque | 

id. j 

sulle spiaggie e sabbi 
fertile e profondo 
qualunque, anche dove > 
sun albero potrebbe allig) 
fertile e leggero 
fertile ed umido 
qualunque 
sciolto e fresco 
id. 
qualunque 
argilloso, calcare 
qualunque 
id. 
sciolto 
fresco 
id. 
asciutti e calcari 
id. 
indifferente 
id. 
id. 
id. 
id. 
salsi 
fresco 
fresco e fertile 
secco, arenoso 
leggero profondo 



ì e cenni colturali. 



23: 



Clima 


Moltiplicazione 


umido 


seme 


fresco 


id. 


caldo 


id. 


id. j 


seme e polloni 


jii:iliim|ue 


id. 


idifferente 


seme 




o per mazze 


id. 


polloni o seme 


i.l. 


id. 


i<l. 


polloni 


id. 


seme 


id. 


polloni e seme 


id. 


id. 


freddo 


id. 


5iialiiin|iic 


id. 


id. 


id. 


id. 


id. 


piuUoslo 


seme 


freddo 




qualunque 


id. 


id. 


seme e polloni 


id. 


id. 


caldo 


seme 


qualunque 


id. 


caldo 


seme e polloni 


fresco 


seme e polloni 


qualiuKiue 


id. 


temperalo 


seme 


id. 


id. 


caldo 


articolazioni 


id. 


seme ed ovoli 


qualunque 


seme e polloni 


temperalo 


seme 


k id. 


id. 


id. 


seme e polloni 


id. 


id 


caldo 


id. 


id. 


seme 


ndifferente 


seme e polloni 


temperato 


id. 


id. 


id. 


id. 


id. 


ndifferente 


seme e polloni 


caldo 


seme e marze 


temperato 


, seme 


id. 


1 id. 


marittimo 


id. 


temperato 


id. 



OSSERVAZIONI 



Si adopera di rado nei frutteti. 

E molto adoperato nelle siepi da campo e dei 

broli. 
Poco usato. 
Idem. 
j Non si usa perchè dannoso ai cereali. 
Molto usalo per fruiteti e giardini. 

Molto usato in Lombardia ma non tanto racco- 
mandabile perchè si dirada. 
Poco usato da solo, di più consocialo. 
Idem. 

Poco usata ma mollo da raccomandarsi. 
Poco usala da sola ma consociata. 
Idem. 
Idem. 

È una delle migliori essenze <la siepe. 
Meno usata della ])reccdcnle. 
Poco usata. 
Idem. 

Idem. 

Abbastanza usata ma è invadente colle sue railici. 

Poco usalo. 

È poco u.salo ma merita di raccomandarlo. 

Poco usato. 

Poco usato o soltanto per ornamento. 

Molto usato per siepe da ornamento. 

Poco usalo. 

Abbastanza esteso. 

Abbastanza esteso in Londiardia. 

Molto esteso nelle provincie meridionali. 

Poco applicalo. 

Molto eslesa. 

Da poco tempo introdotta. 

Poco usato. 

Poco usato, i)erchè delicato al laslio. 

Idem. 

Poco usalo 

Idem. 

Abbastanza usalo, misto con allit- essenze. 

Invade troppo il terreno e si spoglia in basso. 

Idem. 

Idem. 

Poco usato. 

Molto usato nel Litorale. 

Usalo più per siepe dornamento. 

Poco usata o soltanto per ornamento. 

Usato più per siepe dornamento 

Poco usato. 



- 238 - 

fissano opportunamente ad un sostegno provvisorio che dapprima si 
avrà avuto cura di costruire lungo tutta la siepe, oppure si tendono 
due fili di ferro a 40 cm. di distanza uno dall'altro. Nel punto di in- 
contro si legano strettamente i rami uno coll'altro, perchè avvenga 
l'innesto per approssimazione. 

I rami convenientemente incrociati Ira di loro presenteranno cosi 
l'aspetto di un reticolato a maglie romboidali. 

Nella state successiva ogni ramo darà origine a nuovi getti; questi, 
di nuovo si incroceranno fra di loro, legandoli. 

Se la siepe ha vigoria, se al piede è ben guarnita di rami, i getti 
di prolungamento delle piantine non si ridurranno se non quando esse 
avranno raggiunto l'altezza voluta. Avendo invece scarsi rami meschini 
durante l'inverno di ogni anno o di due anni, si raccorceranno i getti 
principali di metà o due terzi della loro totale lunghezza. 

Questo taglio, che ritarderà alquanto l'innalzamento della siepe, 
provocherà un maggior sviluppo di rami basilari e gioverà alla solidità. 

La siepe si arresterà all'altezza voluta con tagli che si praticheranno 
nella stagione morta. Le pareti verticali richiederanno pure tosature 
invernali per evitare un soverchio sviluppo nello spessore. 

Quando la siepe avrà raggiunto un certo sviluppo, la potatura secca 
si sostituisce colla potatura verde nel mese di luglio. 

L'innesto per approssimazione interviene talvolta a dare una soli- 
dità ancora maggiore ed un aspetto bellissimo. 

Di queste siepi bellissime di acero ne vidi nella provincia di Padova. 

Passati alcuni anni, specialmente le siepi doppie non mancano a 
diradarsi. Allora conviene ringiovanirle, tagliandole al piede, scalzan- 
dole bene, e portando della buona terra ben concimata. 



XI. 

Siepi morte. 

Le siepi morte hanno il vantaggio sulle siepi vive, di occupare 
meno spazio, di non ombreggiare il terreno, di non essere ricettacolo di 
insetti e malattie crittogamiche che sovente vi ospitano, ma d'altro 
canto costano notevolmente di più. 

La siepe morta più semplice si fa, stendendo tre fili di ferro, uno 
all'altezza di 15 cm. dal terreno, ed i due altri a 3,5 cm. di distanza 
ciascuno, e fissando a questi, mediante filo di ferro cotto, dei regoli di 
legno o dei paletti o dei rami di piante spinose come robinia, spina- 
cristi, disposti a reticolato o verticalmente distanti 15 cm. fra loro. 

A risparmiare questi paletti di legno si è pensato di preparare dei 
fili di ferro armati di punte, ma sono più adatti per difendere i boschi 
i prati, le campagne estese, dagli animali vaganti più che dalle persone. 



- 239 - 

La migliore siepe morta è senza altro quella a maglia di ferro, 
che si pone in opera nel seguente modo. 

Alle due estremità della siepe si collocano due solidi capi saldi, 
elle possono essere colonne di pietra, ferro a j. ecc., alti quanto il re- 
ticolato. Ogni 6-10 metri di distanza, a seconda dell'altezza, si collocano 
altri paletti di ferro a T, più leggeri però dei capisaldi. A 5 cm. dal 
terreno ed all'estremità si tendono due fili di ferro, meglio se armati 
di punte, i quali fili si sostengono con dei piantoni ad ogni f) metri di 
distanza, che possono essere di legno o di ferro a j.. 11 Ilio di ferro 
superiore ed inferiore si fa scorrere prima entro la maglia di ferro in 
modo che tendendo i fili, si tende anche la maglia. 

Di queste siepi ne feci e consigliai parecchie. Tutta in ferro, alta 
metri uno, viene a costare circa L. 1 il metro corrente. 



XII. 

Armature per le spalliere e materiale usato 

per legare le piante. 

E' indispensabile una armatura per dare alle piante quelle forme a 
spalliera che si desiderano. Ogna branca richiede di essere guidata e 
sostenuta, altrimenti è impossibile che essa si sviluppi regolarmente. 




Fig. 20e. — Chiodo caposaldo Fig. 207. - Chiodo di mezzo 

per legare un capo del filo di ferro. per sostenere il filo di ferro. 

Una volta le armature si facevano esclusivamente con regoli di 
legno in modo da formare un reticolato a maglie quadrale o romboi- 
dali. Con queste armature però, che si devono rinnovare di frequente 
e perciò costano assai, non sempre si raggiunge lo scopo, poiché le 
singole branche non crescono diritte, se al più, oltre all'armatura, non 
si voglia munire ogni branca di un regolo speciale. 

Il filo di ferro zincato per le armature, corrisponde meglio di ogni 
altro per la sua durata, per la poca spesa che per difendersi dagli 
insetti. 

Una armatura semplice è la seguente. Si fissano alle estremità del 
muro e ben saldati con cemento, dei chiodi galvanizzati (fig. 206) alle 
seguenti distanze : i primi a 40 cm. dal terreno e gli altri ad 1 m. 
e l'ultimo almeno a 40 cm. distante dalla sommità del muro. Sulla linea 
su cui deve passare il filo di ferro si conficcano alla distanza di 5 m. 



- 24U — 

dei chiodi galvanizzati e colla capocchia ricurva (fig. 207) che servono 
di sostegno ai fili. Questi chiodi, collocati possibilmente a scacchiera 
(b fig. 208), non devono opporre una grande resistenza, ma soltanto 
sostenere i fili, perciò basta che siano infitti nel muro col martello, 
mentre quelli dell'estremità bisogna che siano murati (a lig. 208). Tanto 
questi chiodi che quelli in capo al muro devono sporgere dalla super- 
ficie del muro 10 cm. 

Il filo di ferro galvanizzato che si raccomanda è il N. 15 e per 
tenderlo, si comincia a fissarlo fortemente al chiodo (a) dell'estremità 




Fig. 208. — Armatura per una spalliera. 



e quindi all'altra estremità si tende con delle macchinette apposite 
quali sono il tenditore fisso (fig. 209) il tenditoio Panizzardi (lìg. 210), 
(|uello Ariighetti (fig. 211), quello a carrucole, quello Barbero-Delodi, 
tutti di semplice congegno. I tenditori fissi servono una sola volta do- 
vendo restare sul filo e costano 15 centesimi l'uno. La macchina Ar- 
riglaetti presso l'A. a Sesto Horentino costa L. 15, quella a carrucole 
L. 1(3 presso l'Amministrazione del giornale // Coltivatore, quella Delodi 
L. 15 presso il signor Barbero di Torino. 

A completare l'armatura occorrono delle assicelle possibilmente di 
abete, perchè più resistenti e perciò più economiche. Queste assicelle 
devono essere ben liscie da tutti i lati, uniformi e diritte. 



- 241 — 

Non devono essere né troppo grosse, perchè allora vengono a co- 
stare troppo ed all'armatura danno un aspetto poco elegante, ne troppo 
sottili, perchè col lenipo si piegano. 

Io consiglio tre dimensioni: 

a) Per spalliere nelle quali le assicelle o regoli, come si vuol 
chiamarli, devono stare verticali, si dà la grossezza di 18 per 24 mm. 

b) Per quelle che devono stare orizzontali od oblique basterà la 
grossezza di 15 per 20 mm. 

cj Per quelle che servono per legare i rami laterali alle branciie 
è sufficiente la grossezza di 10 per 12 mm. 




Fig. 209. - Tenditore fisso. 

Questi regoli si legano ai fili di ferro ben stretti mediante filo di 
ferro sottile e cotto. Nella lìg. 208 abbiamo un'armatura preparata per 
cordoni obliqui distanti fra loro 35 cm. ; volendo invece preparare 
un'armatura per un candelabro, per una palmella, ecc., si collocano 
queste assicelle, al momento dell' impianto, alla distanza e luogo pre- 
ciso, dove si vogliono avere le branche, in modo che le assicelle stesse 
formeranno perciò in precedenza la forma della i)ianla. Molli potreb- 
bero ritenere inutile di fare l'armatura prima che le piante prendano 
un certo sviliuppo. Niente di più errato, poiché mentre l' armatura 
stessa serve di guida al potatore, facendola dopo, non si può fare il 



Fig. 210. — Tendiloio Panizzardi. 



lavoro tanto comodamente e molte volle lungo il corso di vegetazione, 
non avendo indicala la direzione e la distanza, si dà alle branche una 
direzione sbagliata. 

Invece di adoperare delle assicelle di legno nel senso verticale, si 
possono tendere dei fili di ferro galvanizzati del N. 10 a partire da 
30 era. dal terreno e che distino fra loro 10 cm. per le spalliere del 
pesco e cm. 30 per quelle del pero. 

Per le controspalliere, ossia spalliere isolate, il miglior materiale 
per l'armatura è il ferro a T, perchè con questo si ha solidità, eleganza 
ed economia. 

16 — Tamaro - Frutticoltura. 



- 242 - 

Le armature in ferro consistono di due parti : dei pali capisaldi e 
dei pali di mezzo di sostegno del filo, che non devono avere fuori del 
terreno, una altezza superiore di tre metri. 

I capisaldi constano di un palo (a) e di una saetta (b fig. 212). La 
saetta sta unita al palo mediante viti. 

Per provvedere di una base pali, le saette, e acciocché possano 
stare ben fermi nel terreno, o si impiombano nelle pietre, oppure si 
opera nel seguente modo : si prepara uno stampo di legno o forma 
di vaso rovesciato dall'altezza di 25 cm., che si apre a metà mediante 
cerniera. Si prende quindi il palo di ferro e lo si mantiene verticale 
nel centro dello stampo riempiendolo con cemento a rapida presa e 
scaglie di pietra. Dopo un quarto d'ora il cemento ha fatto presa, si 
leva lo stampo ed allora il palo rimane in piedi munito di una base 
solidissima che diventerà poi più dura nel terreno (f). 




Fig. 211. - Tenditoio Arrighetti. 



A 40 cm. dal terreno stanno infisse nei pali, orizzontalmente, delle 
sbarre di ferro (a) sporgenti 10 cm. da tutti e due i lati con all'estre- 
mità un foro, che serve nei capisaldi per tenere fermo il filo di ferro 
e per i pali di sostegno per farlo passare attraverso. All'estremità poi 
dei pali trovasi una specie di architrave in ferro (d), la quale serve 
per stendere i fili una copertura che di solito si fa di tela da vele per 
riparare le due spalliere dalle brine e per concentrare il calore, come 
abbiamo detto per i muri. Come si vede noi abbiamo in questo modo 
un'armatura molto elegante che ci permette di allevare da due parti 
delle spalliere. 

Nella figura è anche indicato il modo per piantare i pali per i 
cordoni orizzontali. 

L'impianto si fa nel seguente modo. Si comincia a stabilire il silo 
ove collocare i pali capisaldi e poi si scava una buca profonda da 40 
a 80 cm. a seconda che si vuole l'altezza della spalliera a 2 od a 3 m. 
E' meglio non superare i m. 2. 

Sul fondo della buca si batte per bene il terreno e quindi si mette 
dentro il palo già unito alla saetta. Nel caso che nel sottosuolo si tro- 
vasse del terreno molle si possono mettere delle pietre. 



- 243 - 

Una volta messo a posto il palo caposaldo e la saetta, si interra 
la buca, comprimendo per bene il terreno intorno alla base. Se adun- 
que si vuole avere la spalliera dell'altezza di 2 m., i pali devono avere 
la lunghezza di m. 2, 10, poiché 40 cm. vengono interrati. Anche la saetta 
corrispondente deve essere più lunga. 

Collocali i capisaldi si piantano i pali intermedi nello slesso modo 
che abbiamo detto per gli altri, e devono trovarsi alla distanza di li ni- 




Fig. 212. - Armatura 



ferro di una conlro-spalliera e di un cordone orizzontale 



quando trattasi di un'altezza della spalliera di 3 m. ; di 4 se l'altezza è 

di soli 2 m. ,^ 

I ferri a T di minima dimensione devono essere di min. .iox.iUo 
di mm. 25 x 25. Invece del ferro a T si può adoperare .1 ferro ad L 
oppure il mezzo rotondo. Migliore ho trovato il lerro a_ T. 

Del filo di ferro si adopera ordinariamente i N. !•>, ovvero K. m 
ogni caso per potersi regolare sulla spesa valgono le seguenti due ta- 
belle per il filo di ferro e per il ferro modulato da sostegni. 



— 244 



Tab. XIV. Lunghezza per kilogramma 

e peso di m. 100 di filo di ferro. 



Numero 

del 

lilo di ferro 


Peso 
di ni. 100 di 


Lunghezza 

di 1 Kg. 

metri 


Diametro 
in decimi 


Prezzo 
variabile 


lunghezza 
Kg. 


di 
millimetro 


di 100 Kg. 
Uve 


5 


0,572 


180 


10 


55 


6 


0,711 


135 


11 


52 


7 


0,882 


115 


12 


49 


8 


1,035 


100 


13 


46 


9 


1,200 


83 


14 


43 


10 


1,378 


71 


15 


40 


11 


1,567 


62 


16 


37 


12 


1,988 


50 


18 


34 


13 


2,450 


42 


20 


33 


14 


2,965 


35 


22 


32 


15 


3,526 


29 


24 


31 


16 


4,380 


24 


27 


30 


17 


5,510 


19 


30 


29 


18 


7,078 


13 


34 


29 


19 


9,310 


10 


39 


28 


20 


11,850 


9 


44 


28 


21 


14,150 


6 


49 


28 


22 


18,348 


5 


54 


28 



Tab. XV. Dimensioni e peso del ferro modulato per sostegni. 



Dimensioni 


Lunghezze metri 


in 
millimetri 


1 
Kg. 


1,20 
Kg. 


1,40 
Kg. 


1,60 
Kg. 


1,80 
Kg. 


2 
Kg. 

















20x20 
23x23 
25x25 
27x27 
30x30 
35x35 
40x40 
45x45 



23x20 
27x25 
30x25 
.35 X 30 
40x35 
45x40 



18x12 
20x14 
23x17 
25x18 
35x17 





A Ferro ad 


U. 




0,660 


0,790 


0,925 


1,050 


1,190 


1,000 


1,200 


1,400 


1,600 


1,800 


1,200 


1,430 


1,700 


1,950 


2,100 


1,350 


1,600 


1,900 


2,150 


2,450 


1,900 


2,280 


2,650 


3,000 


3,400 


2,450 


2,950 


3,450 


3,900 


4,400 


2,900 


3,480 


4,050 


4,650 


5,250 j 


3,350 


4,000 


4,690 


5,350 


6,000 



B. Ferro a T. 



1,140 


1,370 


1,600 


1,850 


2,080 


1,450 


1,680 


1,960 


2,250 


2,550 


1,750 


2,100 


2,450 


2,800 


3,150 


1,950 


2,340 


2,750 


3,150 


3,500 


2,450 


2,940 


3,430 


3,900 


4,400 


3,600 


4,320 


5,050 


5,750 


6,500 



G. Ferro semirotondo. 



0,650 


0,780 


0,910 


1,050 


1,170 


0,800 


0,960 


1,120 


1,280 


1,450 


0,950 


1,150 


1,330 


1,520 


1,700 


1,180 


1,410 


1,650 


1,900 


2,120 


1,200 


1,430 


1,660 


1,950 


2,150 



1,320 
2,000 
2,360 
2,750 
3,800 
4,900 
5,800 
6,700 



2,800 
3,500 
3,900 
4,900 
7,200 

1,300 
1,600 
1,900 
2,360 
2,400 



- 245 - 

In questo capitolo trova ancora posto un arf^omenlo abbastanza 
importante quale è quello delle legature. 

Una buona legatura non deve subire le intluenze igromelriche, 
deve essere dotata di una certa elasticità, che permeila facilmenle ai 
rami o germogli legati di svilupparsi. 
Le legature più usate sono: 
a) I vimini, che servono specialmente per legare al tempo della 
potatura secca tutte le branche sia principali clie secondarie. 

bj I giunchi; servono molto bene al tempo della potatura verde; 
sono elastici, costano pochissimo. 

e) La corteccia del tiglio, gelso, le slìlaccialure di canape si im- 
piegano per la legatura dei grossi rami, ma sono poco elastiche. 

d) La paglia di segale è molto usata ed è utilissima. La segale 
si taglia prima che abbia fiorito, si fa appassire all'ombra e cpiindi si 
immerge in una soluzione di solfato di rame. Questa legatura è delle 
migliori, però non è elegante. 

e) La lana filata serve molto bene, così Io spago e la rafia, ma 
è cara ed il lavoro riesce troppo lungo. 

f) A Montreuil per le spalliere di pesco si pratica con vantaggio 
la legatura fatta con lacciuoli di cimosa, fissali contro il muro con 
apposito chiodo. 

Questo sistema è molto elegante e si i)resta in parlicolar modo 
quando si tratta di esporre una spalliera ad una pubblica mostra, per 
attirare maggiormente l'attenzione dei visitatori. Difalti contro alla 
spalliera si mette un tavolato bianco, si adoperano poi dei lacciuoli di 
color nero di larghezza eguale. 

Fra tutti i diversi legacci proposti, i più convenienli sono ancora 
i vimini per l'inverno ed i giunchi per l'estate. 



XIII. 
Determinazione delle distanze nell'impianto. 

Non si può procedere alla piantagione degli alberi se prima non 
si è stabilita la forma che ad essi si vuol dare. .Sollanlo dopo (ìs.sala 
questa e il soggetto sul quale si vogliono gli alberi innestati, si deter- 
minano le distanze dell'impianto (vedi Tab. XVI a pag. 246). 

La distanza deve essere tale da permettere lo sviluppo sufficiente 
della pianta e che le rispettive ramificazioni si trovino ad una conve- 
niente distanza fra loro, perchè l'aria e la luce possano circolare e 
favorire la fruttificazione. Collo spazio non si deve essere, nò troppo 
avari, né troppo generosi.Le piante destinate per spalliere devono essere 
collocate a distanze tali, che dopo formale, coprano totalmente il .miro 



Tab. XVI. Distanze alle quali si devono piantare gli alberi da frutto. 



ALBERI DA FRUTTO 



Agrumi 
Aranci nei terreni in piano. . . 
„ „ „ „ colle . . . 

Limoni 

Albicocco 
Nei campi o broli a pieno vento 
A ventaglio nei frutteti .... 

Carrubo 
Nei campi a pieno vento. . . . 

Castagno 
Nei castagneti a pieno vento . . 
Ciliegio 

A pieno vento 

„ mezzo , 

Ad u semplice 

„ U doppia 

A palmella Verrier a 5 branche. 

„ 6 „ . 

„ forme basse 



5 
4 

|5-0 

! 

j 5-6 

I 4-5 

I 

n 

I 

12-15 

i 

i 6-10 

I 5-6 

I 0.80 

I 1.60 

2 

2.40 

3-4 



Nano . . . 
Forma libera 



Cotogno 



Fico 
A ceppala m. 3,50 da fila a fila e 
m. 2 sulla fila. 

A pieno vento 

Fico d'India 
Si pianta a strisele distanti m. 6 
una dall'altra. 



Pieno vento 
Gelseto nano 
Ceppale . . 



Gelso 



Giuggiolo 



Pieno vento 

Lampone 
A cespuglio, a file distanti m. l,3:i 
e sulla fila m. 1. 



Mandorlo 



Pieno vento 



Pieno vento 



Melograno 



Melo 

Forme basse innestate sul dolcino. 

Pieno vento innestato sul franco nei 
broli 

Pieno vento innestato sul franco nei 
campi 

Pieno vento innestato sul franco 
lungo le strade 

Mezzo vento innestato sul franco . 

Mezzo vento innestato sul dolcino. 

Cordone orizzontale semplice inne- 
stato sul paradiso 



6-10 

2.5-3 

2 



6-8 

3-4 

3-4 

,8-10 

10-12 

10-12 
8-10 
6-8 



ALBERI DA FRUTTO 



Nespolo e Nespolo del Giappone 

Forme nane 

Mezzi venti 

Noce 
Pieno vento 

Nocciuolo 
Ceppale 

Olivo 

Pieno vento 

Mezzo vento 

Pero 

Piramide innestata sul franco. . . 
„ cotogno . . 

Fuso innestato sul cotogno .... 

Pieno vento innestato sul franco 
nei broli 

^Pieno vento innestato sul franco 
nei campi 

Pieno vento innestato sul franco 
lungo le strade 

Mezzo vento innestato sul franco . 
„ „ „ „ cotogno. 

Cordone orizzontale semplice inne- 
stato sul cotogno 

Cordone verticale innestato sul co- 
togno 

Palmetta semplice innestata sul co- 
togno 

Palmetta doppia innestata sul co- 
togno 

Pesco 

A vaso 

Pieno vento 

Forma ad U semplice 

„ „ „ doppia 

Palmetta Vernier a 6 branche. . . 
,5 „ . . . 



Alto fusto 



Pino da pinoli 



Forma libera 

Ribes ed uva spina 



Alberello . 
Cespuglio 



Sorbo 



Pieno vento 

Su ino 
Regine Claudie ])ieni venti 
Mirabelle „ 

Zwetschen 

Susino a mezzo vento . . 
„ a vaso 



Vite 



Sistema Guyot 

Thomery 

Cordone verticale permanente 



- 247 - 

o la superficie ad esse destinala. Per le forme libere, (|uali sono i pieni 
venti, mezzi venti, piramidi, fusi, ecc., dopo il loro com|)leto sviluppo, 
si deve poter comodamente girare intorno ad ogni pianta per po- 
tarla e per lavorare il terreno. 

Una distanza di 60 cni., fra i rami più esterni di una pianla t- 
quelli dalla pianta vicina, è appena suflìciente. 

In via generale conchiuderemo che è meglio piuttosto aumentare 
che diminuire le distanze, poiché, costringendo la pianla a non pren- 
dere uno sviluppo normale, questa indeiiolisce e perisce presto. 

Trattandosi di frutteti con piantagioni uniformi, la disianza fra 
pianta e pianta deve essere eguale almeno all'altezza massima che po- 
trà raggiungere la pianta. 

Cosi ad esempio in un frutteto a piramidi di peio, essendodiè le 
piramidi raggiungono al massimo 4 metri di altezza, si fa l'impianto 
collocando i soggetti a m. 4 di distanza. 

E' evidente che le distanze quindi devono variare a seconda della 
natura delle piante, della loro forma e della natura del terreno. I limili 
maggiori delle distanze qui sotto indicate, si devono adottare nei ter- 
reni buoni, profondi e fertili, lasciando distanze tninnri pei terreni 
mediocri. Per le forme a spalliera si ha calcolato che il muro deve 
avere un'altezza non inferiore a m. 3. 



XIV. 
Disposizione degli impianti. 

L'impianto si può fare a file, a triangoli equilateri, detto a sel- 
tonce, in quadrato ed a triangoli isosceli. Quello a setlonce consiste 
nel collocare una pianta per ogni angolo di un esagono ed una nel 
centro; in quadrato collocando una pianta agli angoli di un (juadrato: a 
triangolo isoscele collocando in un quadrato olire una pianta agli an- 
goli una anche nel mezzo. 

Il numero necessario delle piante in un ettaro per gli impianti a 
fila si ottiene moltiplicando il numero delle lìle i)er il numero delle 
piante che stanno in una fila. 

Per determinare il numero delle piante nelle piantagioni in trian- 
goli equilateri ed in quadrato, valga la Tab. XVII a pagina seguente 
che può avere utilità tanto per i vivaisti che per i frutticoitori. 

Per avere il numero delle piante negli impianti a setlonce, bi- 
sogna moltiplicare il numero delle file per ogni lato di (piadrato per 
il numero delle piante nella fila e sommare il prodotto a quello otte- 
nuto, moltiplicando il numero degli interfilari col numero delle piante 
che si trovano in essi. 



— 248 - 



Numero di piante contenute in vin ettaro 
a seconda delle distanze. 





N." delle 




N.o delle 


Distanze 


piante in un ettaro 


Distanze 


piante in un ettaro 




collocate in 




collocate in 


delle piante 


■" • ' ; — -^ ~~~ 


delle piante 


' — -.^^ ■ _..— — --^ 


in metri 


triangoli 
equilateri 


quadrati 


in metri 


triangoli 
equilateri 


quadrati 


0,1 


1,154,700 


1,000,000 


1,7 


3,996 


3,460 


0,2 


288,675 


250,000 


1,8 


3,564 


3,087 


0,3 


128,300 


111,111 


1,9 


3,199 


2,770 


0,4 


72,169 


62,500 


2 


2,288 


2,500 


0,5 


46,188 


40,000 


2,2 


2,386 


2,066 


0,6 


32,075 


27,778 


2,4 


2,005 


1,736 


0,66 


26,515 


26,515 


2,6 


1,708 


1,479 


0,7 


23,565 


20,408 


2,8 


1,473 


1.276 


0,8 


18,042 


15,625 


3,- 


1,283 


1,111 


0,9 


14,256 


12,346 


3,2 


1,128 


977 


1 


11,547 


10,000 


3,4 


999 


865 


1,1 


9,543 


8,265 


3,6 


891 


772 


1,2 


8,019 


6,944 


3,8 


800 


693 


1,3 


6,833 


5,917 


4,- 


722 


625 


1,33 


6,529 


5,653 


5,— 


462 


400 


1,4 


5,821 


5,102 


6,- 


321 


278 


1,5 


5,132 


4,444 


7,- 


236 


204 


1,6 


4,511 


3,906 


8, 


180 


156 


1,66 


4,190 


3,628 









La seguente tavola indica il numero necessario delle piante secondo 
la distanza che si vuol tenere fra esse negli impianti a file : 



Tab. XVII I. Numero dei soggetti in un'ara di terreno piantato a file. 



Distanza 


DISTANZA DELLE PIANTE NELLE LINEE IN CENTIMETRI 




delle 


(Le cifre qui sotto rappresentano 


il numero dei soggetti 




linee in 


da pìantars 


in u 
75 


n'ara). 










centim. 


5 


10 


15 


20 


25 


50 


100 


125 


150 


175 


200 


5 


40,000 


20,000 


13,333 


10,000 


8,000 


4,000 


2,666 


2,000 


1,600 


1,333 


1,142 


1,000 


10 


20,000 


10,000 


6,666 


5,000 


4,000 


2,000 


1,333 


1,000 


800 


066 


571 


500 


15 


13,333 


6,666 


4,444 


3,333 


2,666 


1,333 


888 


666 


533 


444 


380 


333 


20 


10,000 


5,000 


3,333 


2,500 


2,000 


1,000 


666 


500 


400 


333 


285 


250 


25 


8,000 


4,000 


2,666 


2,000 


1,600 t 800 


533 


400 


320 


266 


230 


200 


50 


4,000 


2,000 


1,333 


1,000 


800 


400 


266 


200 


160 


. 133 


114 


100 


75 


2,666 


1,333 


888 


666 


533 


266 


177 


133 


106 


88 


76 


66 


100 


2,000 


1,000 666 


500 


400 


200 


133 


100 


80 


66 


57 


50 


125 


1,600 


800 


533 


400 


320 


160 


106 


80 


64 


53 


46 


40 


150 


1,333 


666 


444 


333 


266 


133 


88 


66 


53 


44 


38 


33 


175 


1,142 


571 


380 


285 


230 


114 


76 


57 


46 


38 


33 


28 


200 


1,000 


500 


333 


250 


200 


100 


66 


50 


40 


33 


28 


25 



- 249 - 

Quando si vorrà conoscere il numero dei sog^^etli necessari per 
piantare un'ara, si calcoleranno le distanze che si vogliono stabilire fra 
le linee e fra le piante nelle linee; quindi si osserveranno le cifre che 
rappresentano queste distanze in centinielri nella prima colonna oriz- 
zontale all'alto della tavola e nella prima colonna verticale di sinistra, 
il numero, che si trova nel quadrato di congiunzione, sarà (|ueilo 
cercato. 

Quando invece di un'ara si tratterà di un ettaro, basterà aggiungere 
due zeri alle cifre della tavola per ottenere il totale desideralo. Per 
considerare le cifre fattori che rappresentano le distanze delle linee o 
delle piante nelle linee, come dei decimetri o dei metri invece dei 
centimetri, bisognerebbe sopprimere nei numeri della tal)ella sia uno 
zero trattandosi di decimetri, sia due zeri trattandosi di metri. 



XV. 
Epoca della piantagione. 

1. — La piantagione si può fare durante lutto il tempo in cui le 
piante sono in riposo di vegetazione, cioè dall'autunno alla primavera. 
Se convenga piantare piuttosto in autunno che in primavera e stato 
molto discusso; in ogni caso noi premetteremo che gli impianti non si 
devono fare quando il terreno è troppo umido o durante i forti geli, 
e perciò un impianto nei mesi di dicembre e di gennaio non è, in via 
generale da consigliarsi. Adunque rimane da decidere se convenga 
piantare piuttosto dalla seconda metà di ottobre alla metà novembre, 
anziché in febbraio-marzo e perciò bisogna prendere in considerazione 
il clima, la località, il terreno e la specie delle piante che si vogliono 
piantare. 

Nelle località dove di solito la primavera è asciutta e dove la tem- 
peratura comincia presto ad elevarsi, mentre l'autunno è piuttosto mite, 
conviene sicuramente l'impianto in autunno, poiché allora le piante 
cominciano subito al principio della primavera a sentire i benelìci ellelli 
del calore, attecchiscono facilmente e molto per tempo cominciano a 
formare delle nuove radici. E' questo il caso che giuslilica il detto: 
chi pianta in autunno ijuadagna un anno, oppure quello francese: a la 
Sainte Catherine tout bois prende racine, caso che da noi si verilica in 
molte località dell'Italia centrale e meridionale, .\nche coU'acqua le 
radici si imbevono durante l'inverno di materiali nutritivi che in pri- 
mavera subito, coi primi tepori, vanno a beneiicio della vegetazione. 

Quindi, trattandosi di terreni asciutti, leggeri, soflici, conviene la 
piantagione in autunno anziché in primavera, piantagione che si può 
incominciare per ciascuna specie di mano in mano che cominciano a 
cadere le foglie. Coli' impianto in autunno, se fatto per tempo, le piante 
possono cominciare a formare nuove radici ancora prima dellinverno ; 



- 250 - 

mentre ritardando di troppo, e sopraggiungendo il freddo, le ferite delle 
radici non hanno tempo di cicatrizzarsi e possono anche in parte 
marcire. A questo fatto si deve attribuire qualche insuccesso negli 
impianti di autunno. 

L'impianto di primavera si fa quando il terreno è completamente 
sgelato e quando la temperatura dell'aria comincia ad elevarsi, il che 
equivale per noi dalla seconda metà di febbraio alla prima metà di 
aprile. Quasi tutti gli impianti vengono fatti in quest'epoca, special- 
mente trattandosi poi di climi rigidi, di vallale chiuse da monti, di 
montagne dominate dai venti, di terreni umidi, tenaci, argillosi che 
vanno soggetti a parziali sommersioni, di terreni scassati appena in 
autunno, od anche in autunno avanzato. 

L'impianto di primavera conviene però anticiparlo, il più possibile, 
appena ci si accorge che il terreno comincia a sbricciolarsi in conse- 
guenza del disgelo, e a riscaldarsi per effetto del sole, si proceda alla 
piantagione. 

Delle diverse specie di piante, il pero ed il susino avvantaggiano 
in particolar modo se piantati in autunno. 

2. — Da quanto ho detto risulta evidente, che quando il terreno è 
sgelato, e la temperatura dell'aria è al disopra di zero gradi e il tempo 
è asciutto, dal momento che cadono le foglie alla ripresa della vegeta- 
zione noi possiamo in via generale piantare ciò che è appunto dal- 
l' ottobre all'aprile. Perciò è sempre meglio piantare in ottobre che 
in novembre, in novembre piuttosto che in dicembre e cosi via. Se 
in ottobre si trovano ancora delle foglie, queste si levano prima del 
trapianto. 

3. — Molte volte si può aver bisogno di fare degli impianti fuori 
tempo. Ciò succede quando muore qualche pianta che si vuole im- 
mediatamente rimpiazzare o quando si vuole cambiarla. 

Per questi trapianti bisogna scegliere il periodo durante la vegeta- 
zione nel quale la pianta ha il minore movimento di linfa e cioè nel 
mese di luglio. In questo mese il movimento primaverile della linfa 
subisce una sosta, sia per esaurimento dell'umidità del terreno, sia per 
il calore dell'aria. Tale periodo dura tino alle prime pioggie di agosto 
e si può approfittare per fare il trapianto, il quale però ha sempre 
meno probabilità di riuscita del trapianto fatto in autunno. 

Avendo fatto parecchi trapianti anche fuori stazione ho constatato 
quanto segue : 

a) le piante di 5 a 6 anni, che non hanno più il vigore della 
giovane età e cominciano già disporsi a fruttificare, si prestano meglio 
delle piante giovani al trapianto fuori stagione. Ciò si spiega anche col 
fatto, che le piante adulte hanno maggiori materiali di riserva ed arri- 
vano maturare entro luglio le cime dei germogli dell'annata, il che 
non avviene per le piante giovani ; 

b) le piante più volte ripiantate da un luogo all'altro, si prestano 
meglio al trapianto fuori stagione delle piante che sono rimaste sempre 
allo stesso posto ; 



- 251 - 

e) le piante che non hanno maturate le cime dei Mermoj>li del- 
l'annata, non si devono trapiantare Inori tempo ; 

d) la sfrondatura parziale ed il taglio dei getti non lignilicati 
favorisce l'attect-himento ma di più lo favorisce l'accorciamento con 
dei buoni tagli, dei rami princii)ali; 

e) fatto l'impianto occorre annaflìare abbondantemente lincile la 
stagione si mantiene calda. Avanzandosi l'autunno gli annalìianienli si 
possono fare sempre più radi. 



XVI. 
Scelta degli alberi e loro preparazione per rimpianto. 

Nella scelta delle piante, molte volte si commettono delle inavver- 
tenze i cui elletti si risentono più tardi, (juamlo non c'è più tempo di 
rimediare, se non con sacrilicio di denaro e di rendita. 

1. — Le piante devono essere possibilmente giovani, perchè allora 
più facile ne è l'attecchimento e la durata; devono essere esenti da 
malattie o da ferite, la scorza deve essere liscia, lucida, di colore nor- 
male, il fusto diritto e bene sviluppato, le radici con molte ramilìca- 
zioni specialmente sottili e che si distendano orizzontalmente ; - il 
legno deve presentare una sezione lucida con anelli di colore giallo 
chiaro, senza sfumature o macchie. 

Si ordinino le piante — se non si hanno nel propri vivai, il che è 
meglio di tutto — a vivaisti di lunga professione, di fama incontestata. 
Prima della ordinazione è opportuna una visita al vivaio in autunno. 
Bisogna diflìdare di quelle piante che hanno anticipato la caduta delle 
foglie, che hanno le foglie non bene colorate in verde, e non sono 
uniformemente sviluppate. Non bisogna mai lasciarsi adescare da prezzi 
troppo miti in confronto di altri venditori, poiché allora si corre rischio 
di non avere la qualità desiderata o di ricever piante cresciute in 
fretta, forzatamente, per la grande quantità di concime e che poi diven- 
tano troppo delicate. Un risparmio di denaro in questa oc<-asione può 
cagionare delle perdite più tardi. 

Riescono meglio le i)iante provenienti da vivai che si trovano in 
terreno e clima, simili al luogo dell'impianto. Si preferiscano i vivai 
più vicini, situati in luoghi aperti, sopra terreni di mediocre consi- 
stenza e fertilità. Le piante cresciute in terreni troppo sciolti, sabbiosi, 
diffìcilmente fanno buona prova nei terreni tenaci, se in questi non si 
provvede ad una costosa lavorazione del terreno e ad opportuni am- 
mendamenti. Le piante venute troppo sollecitamente, per le abbondanti 
irrigazioni e concimazioni, diventano poi troppo delicate, ma d'altro 
canto non bisogna esagerare in senso inverso. Se il vivaio si trova in 
terreno troppo arido e povero di materiali nutrienti, anche le piante 



- 252 - 

saranno cresciute lentamente e avendo sofferto sino dalla prima età, 
non si rimettono poi tanto presto. 

In ogni caso, lo sviluppo delle radici e del fusto può dirci molto 
sulla fertilità del terreno del vivaio. Le radici fittonose, con poche rami- 
ficazioni sottili danno indizio di eccessiva fertilità ; radici brevi, tutte 
sottili ci indicano troppa aridità del terreno, una giusta proporzione fra 
le radici grosse e sottili ci indicano la condizione buona che ci 
occorre. 

Il fusto, oltreché avere le qualità sopra accennate, deve essere 
completamente maturo, ossia la sua estremità e le estremità delle rami- 
ficazioni non devono essere pieghevoli come se fossero erbacee, ed è 
per questo che, di solito, conviene l'acquisto di piante provenienti da 
vivai di paesi più caldi. 

Abbiamo detto più sopra che, per l'impianto, occorrono piante 
giovani, ma non per questo intendiamo di impiegare delle piante di 
appena un anno d'innesto. Le piante di un anno d'innesto conviene 
mettere a dimora se sono destinate a cordoni, ma se trattasi di pieno 
o mezzo vento, di piramidi, di palmette, ecc., conviene che abbiano al- 
meno un'impalcatura e perciò un'età che può variare da 2 a 5 anni 
dopo l'innesto, ma non oltre perché il terreno non rimanga per troppo 
lungo tempo infruttuoso. 

Nell'estirpare le piante dal vivaio, bisogna aver cura di lasciare 
intatto il maggior numero di radici ; poi devono essere piantate il più 
presto possibile. 

2. — Per spedii'le in luoghi distanti, bisogna imballarle convenien- 
temente. 

Anzitutto si legano assieme in maiwpoli da 6 a 12, secondo il vo- 
lume, unendo assieme quelle di eguale sviluppo, e si fa una legatura 
con vimini sotto al punto d'innesto, poi un'altra 20 cent, più in alto, 
quindi una terza ed una quarta che unisca le estremità dei rami. 
Trattandosi di spedire delle piante già formate, piramidi, palmette ecc., 
conviene anzitutto legare assieme le rispettive ramificazioni di ogni 
pianta e poi riunirle. 

Fra manipolo e manipolo di piante si mette del muschio, perché 
non rimangano degli spazi vuoti, e cosi pure si avvolgono anche le ra- 
dici di un buon strato di muschio leggermente umettato. Il tutto viene 
poi rivestito con paglia di segale in modo da formare un rivestimento 
completo e solido. In un imballaggio non conviene di mandare più di 
50 piante. 

Durante il transito bisogna tenere gli imballaggi riparati dal sole 
e dalla pioggia. Appena arrivano sul sito, si piantano, e se il tempo 
non lo permette, si projjagginano nel terreno fino sotto al punto d'in- 
nesto. Se invece vi fosse del gelo, si portano le piante come sono im- 
ballate, in una cantina o in un ambiente leggermente umido, ma non 
freddo, e qui si lasciano per tre o quattro giorni, passato il qual tempo 
si sciogliono e si propagginano una per una nella sabbia. Giunto il 



- 253 - 

momento della piantagione, quando cioè non si hanno più a temere i 
geli, quando la terra è asciutta e non gelata e durante una giornata 
serena e senza vento, si ritirano le piante ad una ad una dal luogo di 
conservazione e si preparano per l'impianto. 

3. — Questa preparazione consiste nel tagliare le radici rotte, 
contuse, che hanno avuto qualche ferita quando sono slate estirpale, 
nel tagliare eventualmente anche qualche lìllone, poiché le piante 
che hanno il fittone sono le meno produttive. In ogni caso, deve essere 
cura di mantenere la maggior quantità possibile di radici ed i tagli 
devonsi fare con strumenti ben taglienti e possibilmente in senso 
obliquo, poiché le ferite si rimarginano più iacilmente. 

Se le radici hanno sofferto e ci si accorge che sono troppo secche, 
conviene fare V inzaffardainento, che consiste nell' intingere o nel la- 
sciare per mezz'ora le radici in un liquido composto di acqua, '/a ^' 
terra argillosa, e -J3 di sterco bovino. La parte aerea della pianta si 
lascia intatta, ammenoché non vi sia qualche ramo rotto da togliere. 
Anche durante tutto il primo anno dell'impianto, gli alberi non bisogna 
toccarli. 

Su tale argomento però molti autori hanno espresso opinioni di- 
sparate; cosi gli uni sostengono l'opportunità di lasciare inlatte le 
radici ed i rami, gli altri la necessità di tagliare i rami in proporzione 
alle radici. Dicono che bisogna tagliare irami per evitare lo squilibrio 
fra la parte aerea e sotterranea, mentre i primi aifermano, che anzi un 
maggior sviluppo della parte aerea costringe la pianta a svilupiìare 
delle nuove radici. 

Per decidere una tale questione feci parecchie esperienze (vedi le 
edizioni precedenti di questo libro) e sono venuto alle seguenti con- 
clusioni : 

a) alle radici non conviene tagliare che il fittone e le radici 
contuse. 

b) alle piante a nocciolo bisogna tagliare i rami a! momento 
dell'impianto, perché diversamente le gemme più basse dei rami o del 
fusto abortiscano. 

e) per le altre piante bisogna distinguere pel taglio dei rami, a 
seconda delle circostanze nelle quali si opera. 

d) i rami rotti, contusi, feriti, inutili bisogna semi)re toglierli. 

e) dal punto di vista generale é meglio non abbattere alcun ramo 
poiché in tal modo si favorisce lo sviluppo delle radici. 

f) piantando però presto in autunno ed in un terreno buono, 
dove presumibilmente si avranno forti gettate, conviene tagliare ad un 
terzo i rami formatisi nell'anno precedente ed in tal modo si avvan- 
taggerà la vegetazione di un anno. Le piante giovani si taglino sempre 
più corte delle piante adulte. 

q) Se al contrario si pianta tardi od in primavera e in un terreno 
non buono, non conviene tagliare. Tagliati corti nell'anno successivo 
o dopo due anni, saranno vigorosi. In questo caso converrà al più 



- 254 - 

qualche volta fare una leggera accorciatura per stabilire l'equilibrio 
della parte aerea colla sotterranea. 

h) Piantando degli alberi piuttosto adulti, bisogna tagliare sempre 
nel secondo anno poiché altrimenti sviluppano dei rami infruttiferi 
che indebolirebbero la pianta. 

ì) Il taglio dei rami si faccia sempre dopo l'impianto e prima 
che le piante entrino in vegetazione. 

/) Se le piante hanno sofferto conviene tagliare corto le radici 
ed i rami per facilitare l'attecchimento. 



XVII. 
Concimazione per l'impianto. 

Colla concimazione al momento dell'impianto noi dobbiamo pro- 
porci : 

1." Dì mantenere bene la pianta da 2 a 5 anni. 
2.0 Di mantenere la sofficità al terreno procurata collo scasso od 
altri lavori fatti prima dell'impianto. 

3." Di favorire lo sviluppo delle radici in modo, che queste cre- 
scano numerose e possano estendersi anche sotto allo strato coltivabile. 
Per ottenere tutto ciò è necessario quindi somministrare a larghe 
dosi concimi complessi, voluminosi, di lenta assimilazione e ben di- 
stribuiti nel terreno fino ad 80 cm. almeno di profondità. 

Se noi ad esempio concimiamo il terreno per il granoturco in ra- 
gione di 30 tonnellate di stallatico per ettaro (concimazione ordinaria), 
noi diamo 3 kg. di stallatico per m.^ di superficie di terreno. Questi 
3 kg. vanno a vantaggio dello strato coltivabile del terreno che non 
arriva ad oltre 25 cm. di profondità. 

Se si tratta invece dell'impianto, noi dobbiamo concimare fino a 
70 cm. di profondità ed allora è naturale che bisognerà dare 3 volte 
tanto di stallatico che corrisponderà appunto a 9 kg. per metro qua- 
drato. Poiché la concimazione deve avere effetto almeno per 3 anni, 
cosi per ogni pianta e per ra^ bisognerà darne (3 x 9) 27 kg. Ma lo stal- 
latico non basta. Esso in due o tre anni è già decomposto, di più 
esso é troppo povero di anidride fosforica e di potassa assimilabile. 
Da ciò la necessità di aggiungervi dei concimi di lenta decomposizione 
e dei concimi fosfatici e potassici. 

Una buona concimazione per pianta al momento dell'impianto è 
la seguente : 

' Kg. .30 Stallatico ben decomposto o terriccio. 
i „ 4 Lanino 
Form. I gr. 500 Scorie 

1 „ 100 Perfosfato al lG-1870 
i „ 100 Kainite 



- 255 - 

Lo stallatico ben decomposto ed i terricciati convengono sempre 
poiché danno origine alVnmns, il quale alla sua volta favorisce la de- 
composizione di altri sali minerali. Di più agisce fisicamente, mante- 
nendo soffice il terreno e ne trattiene l'umidità, di cui hanno bisogno, 
in particolar modo, le giovani piante, per sviluppare le radici. Infine 
fornisce il primo alimento alla pianta. Lo stallatico bisogna darlo ben 
decomposto poiché altrimenti danneggia le radici e specialmente (|ui'lle 
delle piante a nocciolo. 

Non avendo stallatico si può adoperare con vantaggio ed in (|uaii- 
titativo corrispondente alla composizione, della torba imbevuta di pozzo 
nero, delle alghe e felci decomposte, spazzature, foglie morte decom- 
poste, vinacce, ecc. 

Le scorie Thomas, più di qualsiasi altro concime fosfatico, con- 
vengono in particolar modo per gli impianti. L'azione però delle 
scorie comincia quando esse vengono intaccate dagli acidi delle radici, 
diversamente l'anidride fosforica resta sempre allo stalo insolubile. Il 
perfosfato invece ha una azione pronta e mentre le scorie conviene 
mescolarle al terriccio o stallatico, il perfosfato si dà da solo sopra 
alle radici. 

Nei terreni però ricchi di calcare conviene sostituire le scorie 
colla polvere d'ossa o col perfosfato, applicando la seguente formola II. 

Kg. 30 Stallatico ben decomposto o terriccio, 
i „ 4 Lanino 
Form. Il „ 0,400 Polvere d'ossa o perfosfato al 1(1-18 7o 
I „ 0,400 Gelso 
^ „ 0,200 Kainite 

Essendo molti i terreni che mancano di solfali, specialmente i ter- 
reni calcari, negli impianti si preferisce l'uso della kainite in confronto 
del cloruro di potassio. Nel caso però che non si avesse la kainite 
si adoperi il cloruro od il solfato potassico in proporzione del quarto 
ossia applicando la seguente formola III. 

Kg. 30 Stallatico ben decomposto o terricciato 
i „ 4 Lanino 
Form. Ili „ 0,400 Polvere d'ossa o perfosfato al l<i-18 7o 
I „ 0,400 (ielso 

„ 0,050 Cloruro o Solfalo potassico. 

Così i cenci di lana si possono sostituire con eguale quantitavivo 
di polvere e raschiatura di corna, polvere e cascami di corna, piume 
e penne, crini e peli, coiattoli, rasatura di pelli e panelli, quantunque 
di questi sia meglio farne, per gli impianti, uso il meno possibile. 

Avendo invece a disposizione della polvere di sangue, o polvere di 
carne, si potrà diminuire la quantità dandone in ragione di kg. 3. 



- 256 - 

Questa dose di concimazione vale per le piante d'alto fusto in ge- 
nere, cosi pure per i gelsi e per gli olivi. 

Trattandosi di viti, di piante da frutto allevate a cordone, a spal- 
liera, a fuso, oppure di piante cespugliose, si limiterà il quantitativo 
in proporzione allo spazio che essi occupano, ed allo sviluppo delle 
radici. 

Circa al modo di concimare al momento dell'operazione, l'ideale 
sarebbe di mescolare le materie fertilizzanti 4 ovvero 6 settimane prima, 
colla terra scavata fuori della buca. Allora si ottiene una intima me- 
scolanza e durante questo tempo, le sostanze organiche comincieranno 
a decomporsi. E' da condannarsi la disposizione del concime a strati, 
poiché allora lo stallatico e le altre sostanze voluminose, formano uno 
strato troppo rilevante di sostanze organiche in decomposizione, dove 
non penetrano le radici, anzi le danneggiano per la reazione acida. 



XVIII. 
L' impianto. 

Questo si deve fare soltanto in giornate senza vento, non fredde e 
quando il terreno non è gelato e tanto meno coperto di brina. 

1. — Ammettiamo di dover fare un impianto in un terreno nel ({naie 
è stato fatto lo scasso generale. 

Si comincia a segnare con paletti la posizione di ogni pianta in 
base al disegno prima fatto, e poi, vicino a ciascun paletto, alla distanza 
di circa un metro, si fa portare in un cumulo di terriccio. Se non vi 
è sotterrato dello stallatico, conviene scavare intorno al palo della 
terra e preparare una fossa profonda e larga quanto occorre per sot- 
terrare comodamente le radici. Colla terra si fa un cumulo vicino, 
mescolando ad essa il concime che si intende impiegare. 

La principale preoccupazione nell'impianto deve essere di mettere 
le piante alla dovuta profondità, che varia a seconda della natura del 
terreno e quella del soggetto sul quale la pianta è innestata. In un ter- 
reno soffice o ciottoloso, è meglio piantare alquanto più profondo che 
in un terreno umido e freddo, poiché in questo ultimo le radici mar- 
cirebbero e la vegetazione sarebbe poco rigogliosa. Nei terreni scoscesi, 
queste regole hanno una eccezione, inquantochè, andando la terra di 
frequente soggetta a corrosione, conviene piantare alquanto più profondo. 

Le piante innestate sul franco ed in genere su soggetti vigorosi, 
tollerano una profondità maggiore che se innestate su soggetti a radici 
superficiali. 

In ogni caso il colletto della pianta, col soprastante punto di inne- 
sto, può servire di norma negli impianti. Il colletto deve trovarsi, 
dopo assodato il terreno, a fior di terra e la prima impalcatura delle 



— 257 — 

radici deve rimanere coperta per 10 cm. Il punto d'innesto deve spor- 
gere di poco dal terreno. Piantando più profondo, le radici non fun- 
zionano bene per mancanza di aria e possono anche marcire, dando 
piante tristi e frutta poco sviluppate e saporite; piantando i)iù su|)er- 
ficialmente, le radici possono soflrire per mancanza di umidità. 

Nell'impianto si deve aver presente che il terreno assodandosi, si 
abbassa da 8 a 12 cm. per metro di profondità a cui é stato scassato, a 
seconda se il terreno è tenace o meno. Per regolarsi intorno alla giusta 
profondità, si segna sul paletto, infìsso nel mezzo della buca, il livello 
del terreno circostante, quindi si prende la pianta e la si mette nella 
buca, tenendo il punto d'innesto 8-12 cm. sopra a (juesto segno, segnando 
pure sul paletto in punto fin dove si vuole che arrivi. Allora si leva 
la pianta e si versa nella fossa la terra mista al concime, fino a che, 
la pianta appoggiata su questa terra, viene a trovarsi all'altezza voluta. 
Un operaio tiene quindi la pianta e ha cura di stender bene le radici, 
ed un altro versa della terra asciutta, non mescolata al concime, la 
ripassa con le mani e la mette fra le radici per evitare che rimangano 
degli spazi vuoti. Quando le radici sono coperte, si comprime la terra 
col rovescio del badile. Molti usano comprimere coi piedi la terra, ma 
ciò non è ben fatto, poiché si strappano le radici. Al più, perchè la 
terra aderisca bene, e trattandosi in particolar modo d'impianti tardivi 
in primavera, conviene fare una annaffiatura. Indi si versa nella buca 
la terramista al letame ancora disponibile. L'albero piantato sembrerà 
a maggiore altezza, anzi bisognerà fare attorno alla pianta una specie 
di rialzo di terra della medesima forma della buca, rialzo che poi scom- 
pare coll'assodarsi del terreno. 

2. — Trattandosi di terreni poco profondi, oppure di terreni 
umidi, per evitare i danni alle radici, si può piantare fuori terra, ossia 
facendo una banchina circolare attorno al fusto, in modo che artifi- 
cialmente viene elevato il livello del suolo da cm. 20 a 2"). Questo 
sistema d'impianto veramente da noi si può applicare di rado, al più 
trattandosi d'impianto di alti fusti di meli, susini e ciliegi in vallale 
eccezionalmente umide mentre nelle nostre esposizioni calde, le radici 
vicine al colletto della pianta ne soffrirebbero. 

L'operazione si fa nel seguente modo. Infìsso nel terreno il palo 
dove si vuol piantare, si lavora per un metro in giro alla profondità 
di cm. 25-30 ossia fino a che si ha della buona terra non umida. Ap- 
pianato il terreno, si lega la pianta al palo, colle radici fuori e quindi 
si vanga il terreno circostante portando la terra buona, che si può 
mescolare con terriccio, contro le radici, coprendole per bene, in modo 
da fare una banchina circolare a forma di cono tronco molto depresso. 
Cosi le banchine non si disfanno per l'azione delle acque e favori- 
scono lo sviluppo delle radici in senso verticale anziché in senso 
orizzontale. 

3. — Infìne resta a dire deìV impianto a buche ed a fosse, che si 
pratica specialmente per le forme a pieno vento. 

17 — Tamaro - Frutticoltura. 



- 258 - 

Le buche si fanno in autunno, per piantare in primavera; ed 
in luglio, per piantare in autunno. 

Si ha cura, nel preparare le buche, di separare le due terre e, quella 
della superficie, si mescola subito col letame o cogli altri concimi che 
si ha intenzione di adoperare, perchè prima dell'impianto, comincino 
a decomporsi e ad amagalmarsi col terreno. 

Giunto il momento dell'impianto, si conficca nel fondo della fossa, 
ed in mezzo un buon palo, in modo che questo non si possa più muo- 
vere; quindi si versa dentro la terra della superficie del terreno che già 
abbiamo mescolata al concime e separata da quella dello strato inerte. 
Giunti all'altezza su cui devono posare le radici, altezza che si deter- 
minerà come ho scritto al principio di questo capitolo, si lega la 
pianta al palo tutore, si distendono il più accuratamente possibile le 
radici e si coprono con della terra fina ed asciutta. Fatto questo, si 
versa l'ultima terra buona mescolata col concime e da ultimo si colma 
la fossa colla terra rimasta dello strato inerte in modo, che intorno 
alla pianta, si formerà una banchina quadrangolare della dimensione 
della buca. Compiuto l'impianto, conviene sciogliere la legatura della 
pianta col tutore, perchè diversamente, assodandosi il terreno, si strap- 
perebbero molte radici. Al più conviene tenere una legatura, ma molto 
larga, perchè il fusto non si inclini. 



XIX. 
Lavori complementari dell'impianto. 

Compiuto l'impianto, non conviene andare intorno alle piante per 
non comprimere il terreno. Quando questo però si è assodato sono 
necessarie, nella maggior parte dei casi, alcune operazioni, che ora 
descriverò. 

1. — Trattandosi di pieni e mezzi venti, il palo si troverà di già 
piantato dal momento della piantagione e quindi appena il terreno è 
assodato si fanno tre legature con dei vimini e non ad co come si usa, 
ma ad o per evitare delle strozzature, frapponendo fra il fusto ed il 
])alo un cuscinetto di paglia. La prima legatura si fa vicino al terreno 
per gli alti fusti, a cm. 20; la seconda a metà altezza e la terza a 
cm. 20 sotto la estremità. Il palo deve essere sempre più basso del- 
l'estremità e collocato a mezzodì nei paesi caldi, a nord nei paesi 
freddi. Il nodo si fa contro al palo. Una legatura comoda è quella in- 
dicata nella Fig. 213. Attorno al palo si fa prima un giro completo colla 
corda di juta, poi nel secondo e terzo giro si avvolge palo e fusto, nel 
quarto giro si avvolge soltanto il palo e poi si fa il nodo e si infila la 
estremità del legaccio, fra il palo ed il fusto. Per quanto riguarda la 



259 



palizzuliira vedasi le norme dettate nella Parie III di (|iieslo trallato 
al capitolo IX pag. 116. 

Se vi sono rimasti dei muschi e dei licheni nei fusto, si lavano 
con una liscivia composta di 1 Kg. di cenere, e '/•.. Kg. di kainite in un 
litro d'acqua. 

Volendo riparare la corteccia dei l'usti, si forma attorno al fusto, 
con tre pali, una specie di gabbia che si riempie di spini. Fig. 21 1 op- 
pure si prendono delle gabbie 
■Ua- HJI^ìi''^ di ferro costruite appositamente 

Jli^ iIl40<^-..i per gli alberi ornamentali lungo 

i passeggi Fig. 21.'). 




Fig. 213. 
Legatura con corda dei tronchi 




S.> 




Fig. 21t. — Palizzalura con pali 



tn^ 



Fig. 215. 
Cal.hia di ferro per prolexgerc H fusto 



2. — Se un fusto non è diritto, non conviene raddrizzarlo forza- 
tamente subito all'impianto, legandolo stretto al palo tutore. Conviene 
invece lasciarlo a sé stesso per qualche tempo, anche per un anno, 
perchè prenda vigore e si arricchisca di succhi; nell'anno succes- 
sivo poi, essendo pilli elastico, si potrà drizzarlo a piacimento. 

3. — Nei primi due mesi, si deve aver cura che le piante non 
soffrano la siccità. Si provvede a questo colla irrigazione o coprendo 
il terreno intorno al fusto e per tutto lo spazio occupato dalle radici, 
con dello stallatico fresco, oppure con della paglia, delle foglie od 
altri materiali grossolani che si hanno a disposizione. 



- 260 — 

4. — Per evitare invece che dissecchino i rami ed il fusto, con- 
viene imbiancarli con una miscela di due parti di calce spenta ed una 
parte di argilla. La miscela viene diluita con acqua per poterla appli- 
care con un pennello. 

Questo intonaco bianco è molto opportuno, anzi, in molti casi è 
necessario per il trapianto, per varie ragioni. 

Nel fusto si trovano, presso alla corteccia, le sostanze di riserva 
(cambio) che servono alla formazione dei primi germogli, quando la 
pianta riprende la vegetazione in primavera. 

In un albero trapiantato, il cambio ha ancora maggiore importanza, 
inquantochè per più lungo tempo esso deve mantenere le nuove pro- 
duzioni erbacee, non funzionando subito le radici. Se in primavera 
comincia presto il caldo, oppure se, come avviene di frequente, domi- 
nano i venti, questi fanno evaporare il cambio, lo rendono meno dif- 
fusibile e la pianta non può a meno di soffrire. L'intonaco serve 
appunto a diminuire questa evaporazione ed è bene sia di color bianco 
perchè rifrange maggiormente il calore, di più, spesso la calce ha la 
facoltà di favorire la vegetazione e di essere anticrittogamica. 

Si ottiene anche buon risultato, avvolgendo i fusti con della corda 
di paglia, ma il riparo serve di rifugio agli insetti. Conviene in ogni 
caso, al cessare dei forti calori dell'estate, di levare questo rivestimento. 

5. — Se le piante, ad onta di queste cure, cominciano ad appas- 
sire, si può ricorrere ad un ultimo mezzo e cioè alla spruzzatura dei 
rami con dell'acqua dopo il tramonto del sole, mediante una pompa 
irroratrice. 

Quando entro la metà di giugno si trova che qualche pianta, pur 
rimanendo verde non ha preso a vegetare, conviene strapparla, e la- 
sciarla colle radici sommerse per una giornata nell'acqua in cui si 
siano stemperate 2 parti di sterco bovino ed una di terra argillosa. 
Quindi si rinnova il taglio delle radici, si tolgono quelle imbrunite e si 
pianta con molta cura, con molto terriccio ed annaffiando abbondan- 
temente ogni giorno e coprendo il terreno con stallatico. 



XX. 

Cure annuali alle piante da frutto. 

// raddrizzamenlo delle piatile e la cura alle radici. 

1. — Nel primo anno basta mantenere il terreno costantemente 
soffice e mondato dalle malerbe almeno per un metro attorno al fusto. 
Poi si cominciano a fare tutte le operazioni di taglio indicate nella 
Parte IV, per ottenere la forma, nonché tutte quelle indicate nella 
Parte 111, cap. IX, e cioè la slegatura dei tutori, le mondature, la gua- 



— 261 - 

rigione delle ferite, lo scortecciamento, i tagli di ringiovanimento e la 
palizzatura, di mano in mano che la stagione e l'età lo richiedono. 

2. ~ Molte volte avviene che, o per un impianto mal fallo, o per 
il vento, o infine per il soverchio carico di frutta, il fusto dellL' piante 
non rimane diritto. Bisogna provveder suhito a questo inconveniente, 
altrimenti il colletto si indebolisce in modo da render la i)ianta meno 
resistente ai venti. 

Nel caso in cui il fusto si sia piegalo causa un impianto imperfello, 
che può avvenire comprimendo il terreno sulle radici più da una parte 
che dall'altra, si può facilmente rimediare nel primo inverno, levando 
la terra attorno alle radici e quindi, a forza di braccia e con cura, per 
non rompere le radici stesse, si porta il fusto nella direzione verticale 
voluta. Fatto questo, si piantano nel terreno due pali in croce, inclinati 
contro il fusto ed a questi lo si assicura. Si ricopre (piindi colla me- 
desima terra che è stata levata. 

La stessa operazione si deve lare quando gli alberi si sono |)iegali 
per il vento; ma allora bisogna badare a togliere dal terreno le radici 
rimaste rotte. Nel ricoprire, si abbia cura di adoperare anche del buon 
terriccio, specialmente dalla parte in cui si sono rotte delle radici, e 
ciò per favorire Io sviluppo di altre. 

Una pianta, collocata a dimora, dimostra dal primo anno di svi- 
luppo, se l'impianto è stato fatto bene. Le foglie di un bel colore 
verde cupo, i germogli vigorosi, sono indizi certi che le radici si tro- 
vano in un ambiente incco di materiali nutritivi e si possono espan- 
dere. Ciò si ottiene con una profonda ed accurata lavorazione del ter- 
reno, nonché con una appropriata concimazione. 

3. — Successivamente, bisogna curare lo sviluppo delle radici. 
Dopo tre anni, le piante avranno esplorato il terreno smosso colla 
fossa per m, 1,-5 di lato, perciò bisogna scavare una fossa intorno di 
cm. 50, profonda (50-70, che si concima e si migliora a dovere. Cosi si 
continua di 3 in 3 anni. 

Se fra le piante c'è (pialche coltivazione campestre (prato, ecc.) 
bisogna lavorare il terreno intorno alla pianta per m. 1,."ì() e periodica- 
mente concimarlo per impedire che le radici si dillondano. 

4. — Finche le piante sono giovani, si può senza inconvenienti, 
rispettando la distanza di m. \,nO, coltivare quali colture intercalari 
delle piante erbacee e specialmente degli ortaggi. Le patate a rapido 
sviluppo, precoci, si possono alternare con fagioli o piselli nani, fra- 
gole, cavoli. Con questi prodotti si riesce a ricavare nei primi armi le 
spese di mantenimento del frutteto. 



— 262 — 

XXI. 
Trapianto di alberi adulti. 

Si possono trapiantare con successo alberi già sviluppati qualora 
però non abbiano un'età maggiore di 10 anni ed un diametro del fusto 
non superiore di 20 cm. Si possono trapiantare anche degli alberi più 
vecchi e di maggiore dimensione, ma per questi il risultato é più 
incerto. 

Le piante da trapiantare devono essere sane, rigogliose, avere una 
bella fronda, delle radici sane, ben sviluppate e non intaccate da mu- 
schi e licheni. 

Gli alberi giovani oltre essere più vigorosi germogliano più presto, 
ma trapiantando degli alberi adulti, si gode più presto il frutto. 



JXM^ 



Fig. 216. — Preparazione della fossa per trapiantare un albero adulto 

L'estirpazione e l'impianto si fa durante il riposo della vegetazione 
e la preparazione della pianta per il trapianto in luglio od agosto. 

1. — La preparazione della pianta che si vuol trapiantare consiste 
(Fig. 216) nel scavare una fossa intorno al fusto in luglio o nell'agosto 
precedente, ossia quando i germogli dell'annata si sono lignificati. Questa 
fossa si fa un metro distante dal fusto e per una larghezza da 80 cen- 
timetri ad un metro, in modo che possa penetrarvi comodamente un 
operaio per lavorare. La profondità varia collo sviluppo delle radici. 
In ogni caso mai inferiore ad 1 metro né inferiore a m. 1,30. Facendo 
questa fossa si tagliano con buon potatoio lungo le pareti interne, le 
radici che sporgono. Arrivati al fondo, con dei pali si vanno a trovare, 
per tagliarle, le radici che sono verticali e che si approfondiscono. 

Fatta questa operazione si riempie di nuovo la fossa con la terra 
scavata mescolandovi però, contro la parete interna del buon terriccio. 

Colmata la fossa si bagna abbondantemente. 



— 263 - 

Il lettore avrà compreso che si fa questo lavoro per provocare dal 
luglio in avanti lo sviluppo di radici novelle le quali, essendo più at- 
tive, faciliteranno l'attecchimento (Fi{|. 217). 

2. — Preparazione del terreno destinalo al collocamento delta pianta. 
Nel luogo destinato all'impianto, si scavano prima dell'inverno le bu- 
che destinate a ricevere le piante, che saranno della dimensione di 
due metri di raggio almeno, poiché devono trovar posto comodamente 
tutte le radici anche nuove della pianta. La profondità varierà da 80 
a 100 centimetri. 

La terra scavata si stralifìcacon letame ed altri concimi di cui abbiamo 
parlato nel Gap. XVll pag. 254 e si bagna con colaticcio o cessino. 



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Fig. 217. — Kffetto della preparazione precedente 

Sei od otto settimane prima del trapianto, si riversa la terra cor- 
retta nella buca riempiendola a metà. 

3. — In primavera, tosto che il tempo lo |)ermelta, e quando il 
terreno è riscaldato si disotlerraiw gli alberi destinati al trapianto. Vo- 
lendo fare un trapianto simile in autunno, bisogna operare presto 
prima che il terreno si rallVeddi. 

Si leva la terra della superlìcie e {|uella della fossa scavala nel- 
l'agosto precedente e di mano in mano che si discende, con un bastone 
acuminato si leva la terra fra le radici in modo da lasciarle un poco 
alla volta completamente libere e intatte. Arrivati sul fondo, spostando 
il fusto da destra a sinistra, si riesce ad estirparlo. 

Ciò fatto si alza l'albero con carrucole o con stanglie legate al 
tronco e lo si trasporta alla nuova dimora. 

4. — Trattandosi di piante ornamentali o sempre verdi oppure 
volendo trasportare delle piante durante il corso della vegetazione, si 
fa il trasporto col pane di terra. A tal line si riveste il pane di terra 
con della tela di sacco o si adoperano degli assiti speciali che si uni- 
scono fra loro in modo da formare una specie di cassa, la «juale si 
solleva dal fondo, facendola scorrere sopra un piano inclinato che 
parte dal fondo della fossa e va alla superlicie del terreno. 

5. — Prima di collocare la pianta nella buca, si taqliano le radici 
che eventualmente si sono lacerate. Dei rami si tolgono quelli superllui, 



- 264 - 

rotti e si lasciano specialmente intatti quelli più giovani e vigorosi 
che sono i primi a germogliare e facilitano con ciò l'attecchimento. 

Dovendo accorciare molto le radici, bisogna anclie in proporzione 
accorciare i rami, per stabilire l'equilibrio. 

Si avrà cura di coprire le ferite con mastice mentre alle radici 
si farà un inzaflardamento (vedi pag. 253). 

6. — Fatto ciò si pone Valbevo nella nuova dimora badando che i 
rami vengano a trovarsi nella medesima esposizione di prima e cioè 
quelli che erano a mezzodì devono trovarsi pure a mezzodi. 

A tale scopo è meglio segnare con calce prima dell' estirpamento 
il ramo esposto a mezzodi e cosi pure il punto di livello del terreno 
a cui si trovava la pianta, per collocarla alla stessa profondità. 

7. — Messo a posto l'albero, si copriranno le radici con la terra 
migliore ed asciutta, mescolandovi anche del terriccio ben decomposto. 
Per evitare che fra le radici rimangano degli spazii vuoti, si me- 
scola alla terra, se possibile, della torba imbevuta di urina e la si com- 
prime bene contro le radici col piatto del badile. Infine si colloca la 
rimanente terra scavata facendo una specie di rialzo, come abbiamo 
parlato trattando dell'impianto in generale. 

L'albero appena piantato non potrà rimanere verticale senza ap- 
poggio ed a tal fine si legheranno con filo di ferro i suoi rami più 
grossi a 3 picchetti equidistanti e collocati a m. 2,50 a 4 dal terreno. 

Per impedire che il terreno inaridisca, è indispensabile di coprirlo 
con dello stallatico o paglia. 

Se il tempo si mantiene asciutto bisogna bagnare abbondantemente 
il terreno in ragione di un ettolitro d'acqua per m.-' e per settimana. 

Il fusto ed i rami bisogno poi imbiancarli come abbiamo già par- 
lato a pag. 113. 



XXII. 

Lavori annuali del terreno. - Mezzi per evitare i danni 
dell'aridità. - Sostituzione delle piante morte. - Cure 
alle piante sommerse da alluvione. - Avvicenda- 
mento e consociazione delle piante da frutto. 

1. Come tutte le piante coltivate, anche quelle da frutto ricliiedono 
che il terreno sia mantenuto soffice e mondato dalle malerbe. 

Le fig. 218 e 219 dimostrano la differenza di sviluppo di due piante 
di melo della medesima età, cresciute in terreno lavorato e non la- 
vorato. 

Lo sviluppo delle radici dipende non soltanto dalla qualità del 
terreno ma anche dalla lavorazione a cui esso viene sottoposto. La 



265 - 



differenza di sviluppo delle radici dimostra l'importanza che ha per 
l'alimentazione delle piante la cura al terreno. La cotica erbosa non 
fa che impedire all'acqua di penetrare nel terreno ed aumenta levapo- 



razione. La (ìg. 219 dimostra che 
superficiale del terreno suflicienle 
quantità di elementi assimilabili, 
approfondi le sue radici lino dove 
le radici delle erbe non arrivano. 



pianta, non trovando nello strato 





Fig. 218. — Pianta di melo cresciuta in 
un terreno costantemente lavorato e 
mondato da malerbe. 



Fig. 219. — Pianta di melo della medesima 
età della precendente. cresciuta in un ter- 
reno non lavoralo e non mondalo da erbe. 



Il terreno deve essere quindi costantemente lavorato per m. 1 a l,5() 
intorno alla pianta. Specialmente importante é questo lavoro, come ho 
detto, pei terreni sciolti che perdono facilmente l'umidità. Col lavoro 
si rendono anche più attivi i bacilli del terreno. 

Alcuni avrebbero ottenuto dei buoni risultati colla mcollimi ne, 
vigneli. Io davvero non mi so spiegare questi buoni risultati. Per 



- 266 - 

((uanta esperienza io abbia fatta non mi è mai accaduto di verificare 
dei casi simili e per mio conto ritengo che la incoltura è sinonimo di 
abbandono del prodotto. 

Naturalmente non tutte le piante risentono eguali vantaggi colla 
lavorazione. Il pero, la vite, che hanno radici profonde ne risentono 
meno del pesco, del susino, del fico, del melo, che hanno radici più 
superficiali. Le piante vecchie, aventi radici profonde, in genere hanno 
minor bisogno di lavori. 

Nel fare la lavorazione del terreno bisogna aver cura di non offen- 
dere le radici e perciò è consigliabile per le piante con radici super- 
ficiali e per tutte le piante giovani, di lavorare con una vanga corta 
oppure anche con una vanga tridente (fig. 6). 

Alle piante da frutto occorrono tre lavorazioni all'anno e cioè una 
vangatura (prima che le piante entrino in vegetazione ed a potatura 
compiala) e due zappature. 

Le zappature hanno per iscopo di distruggere le malerbe, mante- 
nendo soffice la superfìcie del terreno evitando che si asciughi troppo 
durante l'estate. 

La prima zappatura si fa dopo la scacchiatura e prima cimatura 
delle piante, e cioè intorno alla line di maggio o nei primi giorni di 
giugno. La seconda zappatura si fa in agosto ed ha lo scopo di evitare 
l'aridità al terreno e di distruggere le malerbe. E' bene farla due o tre 
giorni dopo la prima pioggia di agosto. 

2. Aridità del terreno. — Le piante da fruttò, specialmente i nuovi 
impianti, soffrono molto per l'aridità del terreno, che si deve evitare. 
Il mezzo più efficace perciò, è quello della preventiva lavorazione pro- 
fonda del terreno destinato per l'impianto. Le radici, hanno l'istinto 
di approfondirsi quanto più il terreno è secco, perciò è evidente, che 
con uno scasso profondo, si estenderanno per trovare la necessaria 
freschezza. 

E' molto utile anche di evitare l'impianto di alberi innestati su 
soggetti che soffrono per la siccità. Per i terreni secchi, bisogna te- 
nersi al franco, abbandonare il cotogno per soggetto del pero, così 
])ure il pomo paradiso pel melo ed il susino per le piante a nocciuolo. 
Le loi-o radici stanno troppo alla superficie e perciò sono troppo 
esposte alla siccità. Il pomo è meglio innestarlo sul dolcigno, il pesco 
sul mandorlo, cosi pure l'albicocco ed il prugno. Quest'ultimo si può 
anche iniìeslare sul mirabolano, che ha delle radici verticali e profonde. 

Attorno alle piante di recente piantagione, è utile coprire il terreno 
dopo la prima zappatura, con della paglia o della lettiera qualunque, 
per trattenere l'umidità più che sia possibile. Nelle terre compatte oc- 
corrono le zappature frequenti. 

Infine, per combattere energicamente l'aridità del terreno, sono 
utili gli annaffiamenti nel primo anno dell'impianto, tanto più fre- 
quenti quanto più il terreno va soggetto, per propria natura o per po- 
sizione, alla siccità. 



- 267 - 

Negli anni successivi si può ricorrere alla irrigazione la quale, 
come vedremo in un espresso capitolo più avanti, è \ùù necessaria in 
via generale di quello che si crede. 

3. Sostituzione delle piante morte. — Trattandosi di sostituire molte 
piante in un sito ristretto, quale sarebbe un frutteto, conviene lasciare 
in riposo il terreno per 5 o 6 anni, coltivandolo con piante che 
richiedono abbondanti concimazioni; — poi si potr;i ellettuare l'im- 
pianto. 

Invece di sostituire una pianta messa a posto da uno o due anni, 
conviene rinnovare la buca in autunno, facendola più lar^a di (|uella 
fatta al momento dell'impianto, ed in primavera si ripianta, poiiandovi, 
se possibile, della terra nuova. 

Volendo invece sostituire una pianta morta per vecchiaia o che 
da lunghi anni si trovava in quel posto, è prudente di non mettere 
in quel sito una pianta della stessa specie. Cosi, se prima era una 
pianta a granella, converrebbe sostituirla con una a nocciuolo od al- 
meno, se prima c'era, per esempio, un pero innestato sul cotogno, so- 
stituirlo con uno innestato sul franco. 

Non potendo far questo, in autumio si apre la buca sul sito in cui 
si trovava la pianta, e, di mano in mano che viene portata fuori, si 
deve pulire la terra da tutti i rimasugli di radici. La buca viene poi 
lasciata aperta tutto l'inverno, e se la pianta è morta in primavera, si 
deve fare la buca subito per lasciare esposta la terra anche al caldo 
dell'estate. 

Giunta la primavera, è molto utile di portare della nuova terra 
riposata, almeno quanta ne occorre a formare un mezzo metro di 
strato intorno alle radici. Si procede poi all'impianto nel modo che 
ho già suggerito a suo tempo, adoperando mollo concime di costituzione 
complessa. 

In ogni caso avverto gli agricoltori, che la sostituzione delle piante 
morte con altre di eguale qualità è una delle cose a cui bisogna pre- 
stare la maggiore accuratezza per riuscire. 

4. Care alle piante sommerse da alluvione. — Dopo le alluvioni il 
terreno viene coperto da un limo il quale impedisce all'aria di pene- 
trare rendendo inattive le radici. E' perciò necessario di fare appena 
possibile una buona vangatura profonda e nel caso in cui piante aves- 
sero manifestamente sofferto bisogna ricorrere ad una concimazione 
complessa con concimi chimici. 

Tre formole, che in un simile caso mi diedero buoni risultali, sono 
le seguenti : 

Per le piante a granella in un frutteto in cui le piante a mezzo 
vento si trovavano alla distanza di 5 metri 

i Kg. 550 di perfosfato 
Form. IV „ 160 di cloruro potassico 
( „ 200 di nitrato di soda 



- 268 — 

Se le ])iaiite non sono clorotiche ma vigorose, si può omnieltere 
il nitrato di soda. 

Per le piante allevate a vaso, a cordone, a fuso, a piramide si pos- 
sono dare 300 gr. per metro quadrato, dalle seguenti tre miscele. 

Per le piante a granella 

Kg. 1,500 di solfato ammonico 
„ 4 „ perfosfato 16-18% 

Form. V { „ 1 „ cloruro potassico 

gesso 
solfato di fei"ro 



ì'j 



Per le piante a nocciolo 



Kg. 1,500 di solfato ammonico 
„ 2 „ perfosfato 16-18 7„ 

Form. VI / „ 1 „ cloruro potassico 



gesso 



\ „ 1 „ solfato di ferro 

Per le jìiante a nocciolo giovani, molto deboli ' 

!Kg. 2 corna torrefatte 
., 12 perfosfato 16-18 7o 
„ 2 sollato di potassa 
^ ., 5 nitrato di soda 

5. Avvicendamento e consociazione. — Anche per le piante da frutto 
occorre avere delle avvertenze nella successione e consociazione come 
per le piante erbacee. 

In via generale si raccomanda di non piantare una pianta dove è 
stata estirpata un'altra della medesima specie, ammenoché non si tratti 
di sostituirne una giovane deperita dopo uno o soli due anni di im- 
pianto. Se muoiono delle piante isolate conviene lasciare lo spazio li- 
bero perchè ne avvantaggeranno le altre. 

Quando invece si deve rinnovare un intero appezzamento allora 
conviene lasciare il terreno per tre o quattro anni in riposo, ossia 
coltivandovi dapprima per uno o due anni del frumento, dell'avena, che 
riescono molto bene e poi si fanno dei lavori più profondi per estir- 
pare Io radici rimaste e per coltivare delle patate, barbabietole od altre 
piante sarchiate. 

Assicurati che il terreno sia ben mondato dalle radici delle piante 
estirpate, si potrà procedere al nuovo impianto e sarà meglio piantare 
delle piante a nocciolo dove erano delle piante a granella od a bacca. 

La consociazione può farsi con le piante erbacee stabile o tempo- 
ranea. 



- 269 - 

La consociazione stabile si fa nei broli, nelle piantagioni campe- 
stri, utilizzando gli interfìlari con dei cereali, prati, avvicendati, ortaggi, 
piante sarchiate, ecc. 

E' temporanea come abbiamo visto nel Cap. \X pag. 2(il i|ii:indo si 
utilizza il terreno nei primi anni dell'inipianlo. prima che le i)iniile da 
frutto occupino tutto il terreno. 

E' utile ed anzi mollo vantaggioso in una gran parte di casi, di 
consociare più specie di piante da frutto nel medesimo appezzamento. 
Cosi si assicura un buon prodotto medio poiché si utilizzano le pro- 
prietà medie della maggior parte dei terreni e si rendoìio meno sensi- 
bili i danni per le cause nemiche, le quali, raramente colpiscono con- 
temporaneamente ed in eguale misura, tutte le specie. 

Naturalmente bisognerà curare che le singole specie occupino cia- 
scuna un filare, poiché come é dannoso di alternare sul medesimo 
filare forme diverse cosi non è vantaggioso di alternare |)iii specie. 

Nella mia pratica trovai vantaggioso nei frutteti con piante a 
mezzo o pieno vento di fare degli interlìlari di peschi, di ribes, uva 
spina, lampone che poi estirpavo dopo 10 anni quando, k- piante a 
mezzo o pieno vento occupavano maggiore spazio. 



XXIII. 
Trasformazione in frutteto di un vigneto fillosserato. 

La coltivazione delle piante da frutto in un vigneto colpito dalla 
fillossera devesi fare in modo che venga a costare il meno possibile e 
che il rispettivo mantenimento non procuri soverchio aggravio al |)ro- 
prietario. Si devono infine produrre frulla di grande commercio, ri- 
chieste dalla popolazione e che con facilità si possano trasportare e 
conservare senza soffrir danni. In una parola si deve fare una coltiva- 
zione estensiva ed é con tali criteri che ho dettato (|uesto ca|)itolo. 

Le piante da frutto che possono convenire per sostituire la vigna 
sono gli agrumi ed il mandorlo nell'Italia meridionale; il pero, il su- 
sino, il pesco, l'albicocco nell'Italia centrale; il pero, melo, pesco e 
susino nell'Italia settentrionale. 

Quando l'infezione fiUosserica é stala constatata, si proceda al- 
l'impianto negli interfìlari cosi che, nei loro primi anni avendo gli 
alberi poca fronda, danneggiano poco le vili e quando (piesle per 
la fillossera muoiono, entrano in fruttificazione le piante da frullo. 

Nella fig. 220 è rappresentalo un vigneto da me ridotto a pescheto. 
Le viti erano piantate (a) ad un metro di distanza su tutti e due i lati 
ed a fdari da Nord a Sud. Appena apparve la fillossera piantai dei pe- 
schi di un anno (in P) facendo delle buche nel mezzo di ogni terzo 
inlerfilare, come si vede nella figura ed a distanza di m. 3 sulla fila. 



— 270 - 

In tal modo non disturbai punto le viti e, quando i peschi entrarono in 
completo periodo di fruttificazione le viti pur troppo non esistevano più. 

Ho creduto bene di allegare questa illustrazione per dimostrare 
graficamente come si deve procedere nell'impianto di un frutteto in 
successione di una vigna. 

Naturalmente bisogna modificare le distanze a seconda della specie. 



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Fig. 220. - Sistema tli riduzione di un vigneto lillosseralo in pescheto. 



XXIV. 
Le piante infruttifere. 



Non si può negare, che anche fra le piante da frutto, come in tutti 
gli esseri organizzati, sì possono trovare dei soggetti affatto sterili. 

11 detto fenomeno però è ben raro e verificandosi conviene natu- 
ralmente innestarlo. 

Spesso però avviene, e specialmente negli impianti vecchi, fra le 
piante di alto fusto o nelle piramidi, che per anni ed anni non si ri- 
cavano che meschinissimi prodotti. Conviene quindi studiare anche 
l'infruttuosità e vedere quali sono le cause che la possono procurare 
e quali i mezzi per rimediarvi. 

Le cause che possono rendere infruttifera una pianta sono multi- 
ple e noi le passeremo in rassegna. 



- 271 - 

1. Clima e terreno non (ulcUli. — Noi sappiamo che ogni pianta ha 
le sue esigenze dì clima e di terreno. i/ini[)ianto d'una specie e va- 
rietà, senza aver fatto prima delle prove di adallaniento, può condurre 
appunto a questi infelici risultali. Molte volte poi avviene, che il friil- 
ticoltore ritiene coUarte, di procurare alla sua piantagione ìv dovute 
condizioni di riuscita, ma non sempre riesce, e la lotta essendo all'alto 
impari, il coltivatore ha quasi sempre la peggio. 

Ad esempio, noi sappiamo che il melo esige un leri-eno :ibbasl:ni/.a 
fertile, fresco e profondo; il pero un terreno asciutto, profondo e caldo; 
facendo l'impianto in condizioni opposte, è ovvio il dire che quelle 
piante non si distingueranno per pi'oduttività. Notisi poi, che nelle 
piantagioni vecchie, si trovano delle varietà che riescono soltanto in 
posizioni mollo privilegiate, mentre una volta riesci vano (iniicrliillo. 
Fra queste le pere: Passa tutti, Virgolose, Spina Carpi. 

Sotto questo riguardo devesi consigliare : 

1." Di non introdurre delle varietà delicate per clima e U'rrenn. 
se non si hanno larghi mezzi per difenderle. 

2." Di scegliere sempre delle varietà piuttosto rustiche, che liori- 
scono tardi e che si dispongono a fruttilìcare anche in seguilo ad 
annate umide e fredde. 

2. La forma, il taglio e lo soiluppo liato (din pianla. — Se noi vo- 
gliamo ad ogni costo allevare una pianta vigorosa, innestata sul franco 
o su altro soggetto pure vigoroso, dandogli una forma ristretta, è certo 
che la produttività ne viene a soffrire. Ad esempio, sarebbe \\\\ errore 
voler allevare a cordone verticale permanente l'uva lugliatica, mentre 
è noto che questa varietà esige taglio lungo. 

Così non si può pretendere che dei meli innestati sul franco, diano 
dei cordoni orizzontali produttivi ; altrettanto succede volendo allevare 
dei susini o ciliegi a forma nana. Hpperciò una data specie e varietà 
di frutta, non si deve allevare che colla forma suggerita dall'esperienza 
e con la quale si è sicuri di ottenere copioso prodotto. 

3. La scella del aogijello sn cui si innesta. - Come per la scelta 
della specie e della varietà, cosi bisogna essere accorti nella scella del 
soggetto. E' evidente che se questo vien piantato in un terreno non 
adatto, non può neppure dar vita feconda, alia varietà che vi si innesta. 

4. L'impianto troppo fitto e profondo. - Nel primo caso le piante 
mancano d'aria e di luce e si può fare il diradamento; nel .secondo 
caso le radici non funzionano bene per mancanza d'aria, ed allora si 
può tentare di sollevare la pianta (ino a che il colletto viene a livello 
del terreno, o levare la terra attorno la pianta oppure Irapiantarlu. 

5. L'impianto nel medesimo sito dorè è perita una pianta di cijuat 
specie. - Le piante poste in questa condizione non soltanto rie.scono 
infruttifere, ma anche poco vigorose. Abbiamo un esem|)io nei nume- 
rosi rimpianti di gelsi che si fanno nelle campagne di Lombardia, h 
ben raro trovare una bella riuscita, ammenocché la terra non venga 
rinnovata del tutto e lautamente concimata. 



— 272 — 

6. Esaurimento del terreno di materie fertilizzanti. — L'infruilnosità 
può dipendere dall'essersi esaurito il suolo dei materiali più importanti 
per l'alimentazione vegetale. L'esaurimento lo si ha in particolar modo 
negli strati inferiori, dove il concime dato alla superficie non può ar- 
rivare, mentre da esso, le radici, che sono profonde, devono trarne il 
nutrimento. A questo si rimedia : 

1.0 Scavando delle buche dove si trovano le radici attive e ver- 
sandovi dei concimi liquidi adatti. 

2.0 Lavorando profondamente e concimando il terreno intorno alla 
pianta, con stallatico decomposto corretto con concimi chimici, come 
viene suggerito nella parte VII pag. 281 che tratta della concimazione. 

7. Esuberanza nel terreno di un materiale fertilizzante piuttosto che 
un'altro. — Noi sappiamo che gli elementi principali fertilizzanti a cui 
deve provvedere l'agricoltore sono l'azoto, l'anidride fosforica, la po- 
tassa e la calce. Dall'aspetto esterno della pianta si conosce se questa 
difetta di uno od altro dei materiali, epperciò il frutticoitore deve 
provvedere con appositi concimi supplementari, pag. 287. 

8. Esaurimento della pianta per abbondanti prodotti precedenti. — 
Questa può essere una causa momentanea a cui presto si provvede 
con abbondanti concimazioni e tagliando corto. 

9. — La pianta può essere troppo giovane. Specialmente le piante 
innestate sul franco ritardano a portare frutti e per lo più la loro pro- 
duzione normale comincia dopo 8-10 anni dall'impianto. Non è sempre 
conveniente di affrettare la fruttificazione perchè la pianta si esaurisce 
in anticipazione, però tagliando lungo i rami, lasciando intatti i brin- 
dilli e diradando la fronda, si arriva a sollecitare la produzione di frutta. 

10. Trascuranza nelle cure di coltivazione. — Le piante poco curate 
si coprono per lo più di muschi e licheni, si ingombrano di rami inu- 
tili, e vengono invase da una quantità di malattie ed insetti. Convien 
diradare i rami, togliendo quelli inutili, accorciando gli altri, raschiando 
dalla corteccia i muschi e licheni e curandoli delle malattie o ferite 
che possono avere. 

Tutte queste si possono chiamare cause esterne di infruttuosità. 

Le cause interne si manifestano o con una esuberanza di vegeta- 
zione legnosa o col deperimento ed esaurimento. 

IL Esuberanza di vegetazione legnosa. — Questa si manifesta con 
uno straordinario rigoglio della pianta che continua a dare delle get- 
tate lunghe, grosse, a meritalli lunghi ma con pochi rami fruttiferi. 

Meno la vite, tutte le piante da frutto troppo rigogliose danno po- 
che frutta. 

L'eccesso di vigore fa colare le gemme a frutto, i fiori, i dardi ; 
trasforma in rami legnosi i brindilli. Questo avviene se le piante si 
trovano nei terreni pingui e freschi, ricchi specialmente di azoto, nei 
cortili delle case, nelle vicinanze delle concimaie, negli orti. 

Il frutticoitore deve porre ostacolo alla straordinaria affiuenza di 
linfa per ridurre l'attività vegetativa. 



- 273 - 

Questo si può ottenere : 

(tj sopprimendo una buona parie dello branche centrali che im- 
pediscono la circolazione dell'aria e della luce. Fatta questa operazione 
nell'anno successivo si lasci la pianta senza tagliare; 

b) tagliando le radici più grosse verticali e quelle laterali più 
attive, facendo un fosso profondo e largo 50 cm. e distante m. 1 a ÌSti) 
dal fusto ; 

e; lasciando scoperte le radici all'aria per ima (|uindicina di 
giorni nel mese di agosto ; 

dj esaurendo l'azoto del terreno con delle coltivazioni come bar- 
babietole, lattughe, cavoli, ecc. 

e) se la fioritura è abbondante ed i frutti cadono subilo, questo 
indica che mancano gli elementi minerali mentre abbonda l'azoto. Si 
rimedia dando dei concimi fosfo potassici, con una delle segucnli 
formole per metro quadrato di terreno occupato dalle radici. 

i Scorie Thomas gr. 150 

Form. Vili I Solfato potassico 60 

( Calce spenta o sfiorila . . ., 1(X) 

i Polvere d'ossa gr. l.")0 

Form. IX j Kainite 210 

( Calce sfiorila 150 

nei terreni calcari 

: Perfosfato 1(5-18 7, gr. 150 

Form. X Gesso 150 

' Solfato potassico ...... fio 

Non riuscendo neanche colla concimazione, si ricorra al rimedio 
radicale del trapianto. 

12. — Potrebbe darsi il caso che un albero si arresti di fruttificare 
ad una data età, i)erchè trova un sottosuolo cattivo, impermeabile od 
acquitrinoso e le radici quindi sono costrette ad arrestarsi nello svi- 
luppo e non più funzionare. Abbiamo in tal modo il deperimento. 

Bisogna allora lavorare bene il terreno intorno, fare dei fossi pro- 
fondi per allontare l'acqua stagnante e fare una concimazione ricosti- 
tuente, applicando ad esempio la seguente formola per pianta adulta 
di 3 metri di raggio : 

/ Kg. 10 di stallatico ben decomposto 
i „ 10 „ scorie 

Form. XI ^ „ 4 „ solfato potassico 

j „ lì „ nitrato di soda 

V „ 0,5000 „ cloruro di sodio 

Il nitrato di soda conviene darlo per metà in primavera e l'altra 
metà in autunno assieme cogli altri concimi. 

18 — TA^f.\no - Frutticoltura. 



— 274 - 

13. — U esaurimento può derivare dall'eccesso di fruttilìcazione. Si 
rimedia favorendo l'attività e lo sviluppo delle radici, e curando con 
opportuna potatura la ])arte aerea. Si favorisce l'attività e lo sviluppo 
delle radici lavorando il teri*eno profondamente, procurando così di 
allargare la zona di esplorazione delle radici stesse. Contemporanea- 
mente a questo lavoro, si deve concimare lautamente con concimi 
complessi, quali sono i terricciati e, durante la state, si deve usare il 
colaticcio diluito in 10 parti d'acqua. Al sopraggiungere della prima- 
vera si dà ancora la seguente miscela per m''' 

1 gr. 55 di fosfato di potassa 
Form. XII 

' „ 25 „ nitrato di potassa. 

Questa miscela si può impiegarla anche per la concimazione liquida 
sciogliendone gr. 150 per ettolitro. 

Quando invece il terreno è sufficientemente ricco d'azoto, può 
darsi il caso, e questo anche avviene di frequente, che manchi l'acido 
fosforico e la potassa, al che si può provvedere con concimi artifi- 
ciali adoperando le formole IV, V e VI oppure soltanto il fosfato di 
potassa in ragione di gr. 55 per m". Infine una pianta può trovarsi 
in istato di deperimento per malattie particolari, quali sono la gomma 
la rogna, oppure per ferite non curate, per colpi di sole, e allora si 
curano le rispettive malattie. La potatura deve essere corta, e bisogna 
impedire che la pianta porti frutti nel primo e secondo anno di rico- 
stituzione. 

14. — Riassumendo, chi ha delle piante infruttifere esamini: 

1." se la qualità del terreno ed il clima sono confacenti alla 
specie e qualità che coltiva, nonché al soggetto sopra cui è innestata; 

2." se la forma e la potatura sono conformi alle esigenze 
della varietà; 

3." se il terreno è esaurito di materiali, sia per mancanza di conci- 
mazione, sia perchè prima c'era una pianta identica nel medesimo sito; 

4." se la pianta è esaurita per abbondanza di produzione; 

5." se le piante sono state abbandonate a sé stesse senza potatura 
e senza cura contro i parassiti ; 

6.0 se le piante hanno una vegetazione legnosa troppo rigogliosa; 

7.0 se le piante sono deperite per mancata attività delle radici o 
per effetto di malattie. 

Non presentandosi alcuno di questi casi, bisogna sacrificare la 
pianta, o farvi dei sopra innesti, poiché é indizio che è sterile d'origine. 

15. — Il frutticoitore deve sempre tenere in mente, che la produt- 
tività di una pianta é assicurata quando : 

a) le foglie possono funzionare normalmente, senza parassiti, e 
l'aria e la luce possono circolare liberamente ; 

h) le gettate non sono eccessive, ma in giusta proporzione fra la 
produzione legnosa e la fruttifera. 



275 — 



e) il tempo di luf,'lio ed agosto dell'anno precedente è slato bello 
e caldo, in modo da favorire la nutrizione delle gemine fruttifere. Ad 
ogni buon anno di uino, segue sempre un buon anno di frulla. 

d) la vegetazione della pianta è sana e normale. 



XXV. 
Impollinazione e fruttificazione. 

(Nuove ricerche nel campo della /rutlicollura). 

1. — Linneo, avendo trovato che nelle piante prevalgono i (lori 
ermafroditi, li ritenne i più perfetti, cioè (|uelli che assicurano mag- 
giormente la buona ed al)bondante frutlilìcazione. I-Igli credette di 
spiegare la sua asserzione col fatto della più facile fecondazione es- 
sendoché, in questi fiori, gli slami si trovano in immediata vicinanza 
dei pistilli, mentre negli altri fiori unisessuali, i detti organi si trovano 
distanti. E con ciò espose la legge detta deWaulogamia alfermando, che 
la fecondazione è maggiorinenle assicurata, quando il pistillo riceve il 
polline dello stesso fiore. 

Le ricerche posteriori hanno però constatato, che molte piante 
hanno soltanto in apparenza dei liori ermafroditi, poiché nei loro liori 
si trovano bensì gli stami vicini ai primordi del frutto, ma le rispettive 
cellule polliniche sono spesso abortite e non alle perciò a fecondare. 
Viceversa, in molti altri fiori, si trovò il i)rimordio del fruito alteralo 
e non atto ad essere fecondato. E Darwin anzi dimostro che la fecon- 
dazioni migliori, quelle che danno i migliori frulli, i semi migliori e 
le piante più fertili, più robuste e vigorose, sono quelle che avvengono 
col polline apjjartenenle ad un'altra pianta della slessa specie. Questa 
dicogamia o /econdazione incrociala la ritenne di molto superiore al- 
Vautogamia e spiegò che il trasporto del polline avviene principalmente 
per opera del vento e degli insetti. Per lo più, lìnchè i fiori sono ricchi 
di nettare, e cioè al principio della fioritura, la visita degli inselli è 
continua e perciò continua è la rispettiva fecondazione ; più lardi quando 
manca questa attrazione del nettare, quando in una parola, il nettare 
inaridisce, gli insetti fanno delle visite più rade ed è allora il vento 
che supplisce alla loro azione. 

La fecondazione incrociata non è da confondersi colla ibridazione, 
la quale è un incrocio fra due piante appartenenti a specie diversa. 

Si osservò pure, che mentre il suolo, il clima e le altre condizioni 
esteriori hanno una influenza notevole sulla formazione delle varietà, 
sulla distribuzione geografica delle piante e sulle loro immigrazioni, 
non agisciscono però affatto come causa diretta a produrre dei carat- 
teri nuovi, ereditari che caratterizzano le nuove specie o le specie 



— 276 - 

incipienti. Invece la generazione alternante, la separazione dei sessi 
nello spazio, il meraviglioso processo della fecondazione il quale, al 
principio della fìoi'itura favorisce l'ibridazione e soltanto in mancanza 
di questa, l' incrociamento nella medesima specie, producono una quan- 
tità sterminata di forme, le quali possono essere adattate alle più di- 
verse condizioni del terreno e del clima. Finché non avvenga alcun 
mutamento nelle condizioni climatiche, la maggior parte di queste 
forme ha poco probabilità di conservarsi e di stabilirsi come specie 
fra le forme vegetali che già occupano una località. Ma se avviene un 
mutamento di clima cosi forte da diradare i rappresentanti delle specie 
primitive, allora esse vengono sostituite dalle nuove forme che alle 
cambiate condizioni si adattano ed abbiamo con ciò le nuove 
specie. 

Spiegata in tal modo la formazione delle specie, rispetto alle varietà 
diremo, che queste mantengono i loro caratteri finché permangono 
intorno a loro le condizioni esteriori in cui si sono formate. Cambian- 
dosi queste cambiano anche le loro proprietà. Ed é cosi che ci pos- 
siamo spiegare le degenerazioni ed anche i perfezionamenti delle varietà 
quando queste vengono portate in ambienti più o meno dannosi. Il 
frutticoitore, per ottere la trasmissione diremo così fotografica dei ca- 
ratteri della varietà, ricorre alla riproduzione agamica. 

Di queste leggi naturali il frutticoitore ha già un concetto sia 
pure empirico poiché nella pratica egli è in lotta cogli efi'etti delle 
medesime. Però in materia di ibridazione, di incrociamenti e di im- 
pollinazione, sarebbero necessari degli studi ordinati e metodici : di 
molti fenomeni creduti causali si potrebbe darsi una ragione ed in 
base a questa, trovare i rimedi che avrebbero una importanza capitale. 

2. — Nel campo della frutticoltura si sa ad esempio che per alcune 
viti di uve da mensa é necessaria l'impollinazione con varietà diverse. 

Negli Stati Uniti d'America del Nord, nel 1887 si cominciarono a 
fare delle indagini anche nel campo di altre piante da frutto. 

A Baltimora, nella proprietà del Signor Davide Franklin, c'era un 
frutteto piantato con 20.000 piante di pero appartenenti tutte alla va- 
rietà William. Per 18 anni questo frutteto non diede dei frutti ed il 
fatto venne denunziato all'ufficio di patologia vegetale del Ministero di 
Agricoltura di Washington perché cercasse di conoscere le cause che 
potevano determinare questa sterilità. Dall' ufficio venne delegato un 
patologo, il Signor Waite il quale da quell'epoca si dedicò esclusiva- 
mente a questo genere di ricerche. 

Egli subito espresse l'opinione che la sterilità di queste piante di- 
pendeva dal fatto che i fiori della vai'ietà William dovevano avere la 
particolarità di non rimanere fecondali col proprio polline. Portato 
artificialmente su alcune piante del polline appartenente ad altra va- 
varietà, queste piante portarono subito dei frutti. Con questa prova 
egli dimostrò che per alcune varietà la frntlificazione é assicurata sol- 
tanto quando vi concorre del polline appartenente a varietà diversa. 



- 277 - 

Fatta una rapida inchiesta nei territorio di Baltimora e linilinii. 
egli ha constatato, che almeno un terzo delle varietà di peri ordina- 
riamente colivati non fruttificano se fecondati dal proprio polline. 

Fra le varietà di peri ordinariamente coltivati, hanno questa par- 
ticolarità le seguenti: William, Anjou, Bonssock, Butirra, Clairgeau, 
Favorita di Clapp, Easter, Howel, Lawrence, Luigia buona di lersey, 
Sheldon, Ricordo del Congresso, Superfin e Nelis d'inverno, 

Waile osservò che lo stesso avviene per alcune varietà di meli. 
ma però in minor numero dei perì. 

Dei ciliegi, non fruttificano i fiori fecondati col proprio polline, le 
seguenti varietà: Napoleone, Bella di Choisy, Regina Ortensia; degli 
albicocchi, la varietà: White Nicholas; dei susini le seguenti varietà: 
Coè, Goccia d'oro, Prugna d'Italia, Frenclie Prune (Susino di Francia), 
Kelsey, Marianna, Miner, Ognon, Peach, Satsuma, Wild (ioose. Come si 
vede i susini hanno specialmente questo difetto e in modo paiticolare 
quelli di origine giapponese ed americana, ad eccezione della varietà 
Robinson. 

La conseguenza di queste osservazioni è la seguente: é un errore 
coltivare assieme e per una grande estensione una sola varietà di frutti 
ma che conviene invece riunire più varietà, sia pur distinte, per 
filari. 

Queste prime deduzioni si possono considerare come punti di 
partenza di ulteriori investigazioni d'importanza notevole per la frut- 
ticoltura. 

3. — Da ulteriori indagini è risultato al Waite, che vi sono (kl li- 
varietà le quali possono fecondarsi per autogamia a seconda delle 
condizioni esteriori e cioè a seconda del clima, del sistema di colti- 
vazioni, del tempo che domina durante la Moritura ed inline dalla sa- 
nità delle piante. 

Ad esempio, se durante la fioritura vi ha un tempo rigido, coperto 
da nubi, o piovigginoso e freddo; se le condizioni della località non 
sono adatte e se le piante sono attaccate da malattie, allora niolte va- 
rietà hanno bisogno, per portare frutti, di essere fecondate dal polline 
di piante sane e cresciute in un ambiente favorevole. Questa snrehbe 
una sterilità occasionale e fra le varietà di pere che può colpire sono : 
Duchessa d'Angoulcme, Manning's Elisabeth, Rose, Bullum, Flemish 
Beauthy Heatheote e Seckel. 

Delle mele le varietà: Belfiore, Primala, Spilzenburg. Willow Twig. 
Winesap. 

Probabilmente ci sono delle varietà che per una o per l'altra delle 
sopra accennate avversità sono più o meno sensibili. Ad esempio si 
constatò che le varietà Le Coulc e Kieilen, nei climi caldi non abbi- 
sognano di fecondazioni incrociate, mentre invece nei climi più freddi, 
sono indispensabili. In California le varietà di pere: William, Favorita 
di Clapp, Clairgeau al contrario che ni nord, non hanno bisogno di 
impollinazione incrociata. 



- 278 - 

La malattia del marciume ai frutti, la Monilia fructigena, pare che 
intacchi maggiormente gli organi femminili dei fiori e nelle piante 
deperenti sulle quali si vede di frequente abbondare la fioritura, que- 
sta rimane infeconda perchè sono i granelli del polline, non atti alla 
fecondazione. 

Cosi dobbiamo ritenere che dipenda da questa fecondità non sem- 
pre sicura per una od altra causa, l'alternarsi periodico di due o tre 
anni della fruttificazione per alcune varietà. 

Studiando attentamente questi casi si deve in via assoluta trovare 
il rimedio e si deve poter conoscere la ragione per la quale, alcune 
piante cominciano a fruttificare quando si indeboliscono, mentre altre 
fruttificano presto e poi diventano sterili. Il primo caso noi ce lo 
possiamo spiegare soltanto in parte e cioè avendo le piante molta 
affluenza di linfa esse tendono a produrre dei germogli legnosi anziché 
dei fruttiferi. Nel secondo caso bisogna convenire che molto devesi 
attribuire alla qualità del polline nella sua maggiore attività quando 
la pianta è giovane. 

Da questi ed altri molti fenomeni che noi pratici osserviamo quo- 
tidianamente nelle coltivazioni si deve arguire la necessità di studiare 
e di fissare per ogni specie e varietà di frutta le condizioni nelle quali 
la fecondazione è più assicurata. 

4. — Poiché il budello pollinico va in contatto soltanto coU'ovulo 
e non coli' involucro dell'ovario, si è creduto che la natura del polline 
non possa influire sulla qualità della polpa del frutto, derivando la 
polpa appunto dall'involucro. E visto che il frutticoitore bada più alla 
polpa che al seme, si credette che la scoperta del Darwin, della fe- 
condazione incrociata, non avesse grande importanza per il frutticoitore. 

Eppure il polline, anche indirettamente, ha una azione notevole 
sulla qualità della polpa. Difatti, perchè nei fiori non fecondati la 
polpa non si sviluppa tanto quanto in quelli fecondati ? Questo si 
verifica specialmente sulla vite la quale dà degli acini meschini coi 
fiori non fecondati. Waite ha notato che tutte le varietà che si possono 
fecondare per autogamia, se fecondate con polline di altre varietà 
daimo delle frutta più belle con molta polpa, ben colorate e molto 
saporite. Ha esperimentato, che i fiori della mela Baldwin, se fecondati 
col polline della mela Belfiore, danno della frutta migliore che se la- 
sciati fecondare col proprio polline. 

La fecondazione incrociata ha inflenza anche sullo sviluppo del 
peduncolo del frutto. Le frutta che si ottengono per autogamia hanno 
il peduncolo sempre più lungo e sottile; quelle ottenute per dicogamia 
hanno le frutta più grosse con peduncolo corto e grosso. Finora io 
avevo osservato soltanto un rapporto costante della grossezza del frutto 
colla lunghezza e grossezza del peduncolo. Così si spiegherebbe anche 
il fatto, di trovare talvolta sopra una stessa pianta delle frutta grosse 
con peduncolo corto e grosso e delle frutta più piccole, ma con pe- 
duncolo lungo e sottile. 



- 279 - 

La conclusione che possiamo trarre per ora è la se|{uenlc : 

a) la fecondazione incrociala inlhiiscr nolevolmenlc sulla produlli- 
vilà della pianla da frullo e sulla qualità dei frulli. La provenienza del 
polline deve avere una azione decisiva ; 

b) possono avvenire delle condizioni cliinaliclie duranle la /iorilura, 
per cui anche le pianle che di solilo (ruUificano per autoijaniia, abbiano 
bisogno della fecondazione incrociala, per dare dei frulli ; 

e) ad una cerla eia, alcune pianle che prima si fecondarono da 
sé stesse, possono aver bisogno della fecondazione incrociala, allrimenli 
il loro prodotto diminuisce notevolmente ; 

d) praticamente nei frutteti, conviene tenere le diverse specie riunite 
a gruppi e tenere vicine, delle singole specie, tpiellf varietà die htuino 
maggiore analogia per l'epoca della fioritura. 

5. — Per la provenienza del polline si osservò, che non tutti 
i pollini appartenenti a varietà diverse hanno ej^uale influenza ed è 
qui che si apre un vasto campo di osservazioni che avranno per ef- 
fetto, di poter consigliare al frutticoitore quali varietà convenga mettere 
vicine per ottenere la scambievole fecondazione. 

11 polline che ha sufficiente energia fecondatrice per gli ovuli del 
proprio fiore, probabilmente avrà ancora maggiore energia, se portato 
sopra altra pianta. La generazione è sempre più vigorosa e vitale, 
quanto minore sarà la affinità fra le due piante che si incrociano. 
Potrebbe però darsi, che con una parentela troppo lontana, il risul- 
tato sia anche nullo. 

Facendo degli incroci di fiori con polline proveniente da piantagioni 
di clima e terreno diversi, si la una mescolanza diciamo cosi di sangue, 
i cui efTetti non si palesano colla produzione in corso. 

Non tutti i granelli di polline sono atti alla fecondazione. Il Signor 
Waugh, isolando i granelli coll'aiuto di una soluzione al ó "/„ di zuc- 
chero li ha analizzati e trovò, che è ben raro il caso che il 50 % dei 
granelli pollinici siano atti alla fecondazione. Trovò poi che fra pianta 
e pianta pur appartenente alla medesima specie e varietà vi sono delle 
difTerenze notevoli e perciò consiglia sempre di unire alle varietà che 
hanno bisogno della fecondazione incrociata, quelle che si fecondano 
da sé, poiché può succedere qualche volta, che queste piante soffrano 
e abbiano perciò bisogno del polline di altre piante. 

S. A. Beach, ha fatto in proposito diverse esperienze col polline 
della vite e verificò : 

a) che il polline di piante che non si fecondano per autogamia, 
non riesce a fecondare altre piante che pure non si fecondano per 
autogamia ; 

b) che le varietà sterili per autogamia si fecondano col polline 
di piante capaci di fecondarsi col proprio polline e questo polline 
trasmette al grappolo la forma e la proprietà dei grappoli che da la 
pianta da cui proviene ; 

e) che nella vite é necessario di estendere le varietà che hanno la 



— 280 — 

facoltà di fecondarsi per autogamia, inquanlochè trovandosi nei vigneti 
([ualche ceppo sterile per autogamia trova nel polline di cjueste piante 
il mezzo di produrre dei fruiti. 

6. — Le esperienze ed osservazioni fatte in America sotto questo 
riguardo, si inferiscono anche all'azione del vento e degli insetti sulla 
fecondazione incrociata. 

E' stato constatato ad esempio, che le piante da frutto, per il poco 
polline che producono, risentono forte danno per il vento che lo di- 
sperde. Da ciò la convenienza di non fare delle piantagioni in località 
esposte ai venti frequenti di primavera ed al caso bisogna riparare la 
piantagione con degli alberi frangiventi collocati dalla parte da cui 
proviene il vento. 

Gli insetti che hanno una parte più attiva ed importante sulla impolli- 
nazione sono i coleotteri, le mosche ma sopratutto gli imenottori, le api, 
che passano rapidamente da un fiore all'altro. L'ape ha una particolare 
influenza sulla fecondazione del pesco, albicocco e susino. Bassford 
riferisce, che nella valle Vaca in California, egli ottenne un notevole 
prodotto da una sua estesa piantagione di ciliegi dal 1890 e cioè da 
{{uando allevò nel frutteto delle api. Durante però la fioritura non bi- 
sogna andare intorno alle piante per non disturbai'e la visita di questi 
insetti. Ricordarsi del proverbio francese : 

Vigne en jloraison — X'aime ni maitre ni servon. 



PARTE SETTIMA 
Concimazione ed irrigazione 



I. 
Importanza della concimazione e della irrigazione. 

1. — Io credo che una gran parte del disagio in cui si trova la 
frutticoltura in Italia sia dovuto alla mancanza di freschezza e di fer- 
tilità del terreno. 

Erroneamente si ritiene ancora che le i)iaiile da fruito, i-oIle loro 
radici sviluppate, trovino umidità sufficiente negli strati sottostanti 
del teri'eno ed il nutrimento, nelle concimazioni fatte alle piante erbacee 
coltivate in consociazione a quelle da frutto. 

A parte il fatto che ([ueste piante erbacee (patate, granturco, ce- 
reali, prati) non sempre ricevono la concimazione a loro necessaria, 
ma per di più i concimi ad esse ap|)Iicati non si adattano alle piante 
arboree; in ogni caso rimangono negli strati supertìciali del terreno, 
poco esplorati dalle radici delle piante arboree. Noi abbiamo oggi 
molli esempi di agricoltori intelligenti che già da tempo riconol)bero 
la necessità di concimare anche le piante da frutto come hanno sc/npre 
fatto per la vite, l'olivo, gli agrumi, pochi però sono convinti, special- 
mente nell'Italia centrale e settentrionale, della necessità di fornire 
l'acqua colla irrigazione. 

Difatti, gli agricoltori della Sicilia, delle Puglie e di altre regioni 
meridionali, appena possono, irrigano gli agrumi e gli altri alberi 
fruttiferi. Nell'Italia centrale a ciò non si pensa, eppure anche qui noi 
possiamo constatare che nelle località dove più a lungo si mantiene la 
freschezza del terreno, i prodotti sono più abbondanti e sicuri che nei 
terreni meno freschi; il prodotto dipende cosi dalla frequenza delle 
pioggie nel periodo che decorre dalla lìoritura alia nmlurazinne dei 
frutti. 



- 282 — 

Basterebbe citare, ad esempio, i pescheti di Massa Lombarda, gli 
impianti di ciliegi dell'Imolese che si trovano nei terreni irrigui da 
orto, le piante da frutto del Pisano e di Lucca, ecc. 

Nell'Italia settentrionale non si manifesta tanto il bisogno di acqua, 
inquantochè durante l'estate, piove più di frequente, ma chi non sa 
che il prodotto delle castagne sui contrafforti alpini e sull'Appennino 
nove volte su dieci, viene compromesso dalla siccità durante l'estate? 
Così noi riscontriamo più abbondali prodotti nei terreni pianeggianti 
del Veneto, della Lombardia e del Piemonte, ed ivi abbiamo i frutteti 
più belli. 

L'irrigazione è ricosciuta già indispensabile per i paesi dell'Italia 
meridionale : per i paesi dell'Italia centrale io la credo utile, anche se 
non strettamente necessaria e vantaggiosa, in molte circostanze nel- 
l'Italia settentrionale. 

2. — La concimazione e l'irrigazione si compensano una coU'altra. 

Tutti avranno osservato che le piante non concimate soffrono molto 
di più per siccità, per gli improvvisi sbalzi di temperatura e sono meno 
resistenti alle cause nemiche, siano queste di natura vegetale od 
animale. 

Fino ad ora però anche nei migliori trattati di frutticoltura si os- 
serva che sull'argomento della concimazione gli autori si limitano a 
tenersi molto sulle generali, e cioè sui concimi preferibili, senza indi- 
care quando convengano gli uni piuttosto degli altri e sotto qual forma 
ed in quale rapporto devonsi fare le miscele. 

La causa di questa lacuna risiede nelle difficoltà di fare varii espe- 
rimenti, dovendo basare il giudizio sopra l'aspetto della pianta, sulla 
qualità e quantità di frutta e i risultati non si possono dedurre con 
quella facilità che si ha esperimentando il frumento, pel quale si può 
pesare la paglia ed il grano. Mentre per i cereali, pei prati e cosi via, 
colla bilancia e coi mezzi che il chimico possiede, ha saputo darci 
la composizione chimica dei rispettivi prodotti, per le piante da frutto 
ben poche sono le analisi che egli ci ha dato ed anche quelle poche, 
non sono state abbastanza ripetute per poterci basare su di esse con 
sicurezza. 

Però, specialmente all'estero, in questi ultimi anni si fecero studi 
ed esperienze, frutto delle quali è la difì'usione sempre maggiore dei 
concimi chimici anche nella frutticoltura. 

Io, che faccio di frequente dei viaggi all'estero, constatai di anno 
in anno dei notevoli progressi di applicazione, specialmente negli sta- 
bilimenti di frutticoltura. 

Se è difficile constatare gli effetti dell'esaurimento, altrettanto facile 
però è discernere una pianta ben nutrita da una mal nutrita. La prima 
avrà le gettate sue vigorose, la corteccia liscia, i rami diritti, vitali, 
sani e la sua fertilità si manifesta sempre costante. 

Alcuni osservano, che come le piante arboree dei boschi vivono 
senza concimazione, cosi potrehbero resistere le piante da frutto. Ma 



- 283 - 

questo esempio non regge. Se in apparenza le foreste od i boschi fanno 
eccezione a questa regola, non è men vero che anche esse devono 
ubbidire alla legge fondamentale della nutrizione, in virtù della quale, 
il prodotto è in rapporto con le risorse alimentari, che il terreno olire 
ai vegetali. Tutti sanno che v'ha dilìerenza fra foresta e foresta e che 
la produzione forestale è strettamente legala alla natura Tisica e chi- 
mica del terreno, vale a dire a (luanlo vi ha di |)iù inlluente nella nu- 
trizione degli alberi. 

Da ciò deriva ad esempio, che le |)ianle laliloglie, perchè più esi- 
genti non prosperano che nei terreni mollo l'erlili ; menile le conifere, 
riescono anche nelle terre più povere. Bisogna poi lener conio della 
differenza della raccolta. Al bosco noi domandiamo del legno ed espor- 
tando questo, togliamo la parte della |)ianla, meno ricca di elementi 
minerali. La concimazione naturale del bosco o foreste risiede nelle 
foglie, frutti e ramoscelli che rimangono sul terreno dopo la loro ca- 
duta e bastano a mantenere la fertilità, mentre noi, dalle piante da 
frutto, esportiamo i fruiti e coi tagli, rendiamo la pianta più debole. 

Non si deve escludere che se noi, malgrado delle condizioni favo- 
revoli, concimassimo i boschi avremmo prodotti maggiori. Lo dimo- 
strano le vigne convenientemente concimale le cjuali danno un pro- 
dotto migliore, più abbondante e rendono le piante più resistenti alle 
malattie. Ma anche per le vili dalla generalità non è riconosciuto ne- 
cessario che l'uso dello stallatico ; mentre gli sludi moderni hanno 
concliiuso, che collo stallatico da solo non si riesce ad avere molti 
vantaggi, se non lo si completa con concimi arliliciali. 

Infine un vecchio pregiudizio che la quantità del prodotto va a 
scapito della qualità, contribuì a trallenere il frutticoitore dal fare una 
concimazione conveniente. Una concimazione razionale non può dare 
che dei prodotti perfetti sotto ogni rapporto. Se i prodotti riescono 
inferiori per quantità o per qualità, vuol dire che il concime difettava 
di qualche elemento fertilizzante, oppure che (|uesto elemento non è 
stato assimilato. 



II. 

Elementi chimici che costituiscono la pianta, come 
vengono assimilati e composti a cui danno luogo. 

1. - Da quanto è stato detto nel precedente capitolo risulta evi- 
dente, che l'arte della concimazione consiste nella razionale alimen- 
tazione delle piante, basata su esatte cognizioni di lìsiologia vegetale. 

La fisiologia vegetale ci insegna che le piante si nutrono dell'aria 
e del terreno e possono considerarsi come laboratori, neirinlerno dei 
quali si elaborano gli alimenti assorbiti per esser trasformati in nuovo 



284 



legno, nuovi rami, foglie, fiori, frutti e semi. E' evidente quindi la ne- 
cessità di conoscere la composizione chimica della pianta, per deduri-e 
i materiali di cui abbisogna per il suo nutrimento. 

2. — Dalle analisi è risultato, che in tutti gli organi bisogna distin- 
guere una parte combustibile ed una parte incombustibile la quale 
ultima, doi)o l'abbruciamento, rimane nelle ceneri. 

La parte combustibile formata di materia organica è composta di : 
1." carbonio ; 2." idrogeno ; 3.° ossigeno e 4.° azoto con un po' di zolfo. 

Le ceneri sono composte di: \° zolfo; 2." fosforo; 3." potassio; 
4." calcio ; 5." magnesio ; 6." ferro. 

Altri elementi contenuti nelle ceneri, in quantità discreta, sono il 
silicio, il sodio, il cloro, il manganese ecc., ma le prove colturali hanno 
dimostrato, che queste non sono indispensabili alla vita della pianta. 

Le sostanze organiche assieme coll'acqua la quale costituisce il 
30-35 7o del peso totale della pianta, formano la parte preponderante. 
La parte minima è rappresentata dalla cenere, come si vede nel se- 
guente specchietto : 



Carbonio 
Idrogeno 
Ossigeno 
Azoto. . 



Totale sostanze organiche 
Ceneri 



Pianta intera Radici Fusti e rami 



46,4 
5,0 

41,1 
1,6 



94,7 7o 
5,3 7o 



43,4 
5,7 

43,4 
1,6 



94,1 7o 

5,9 7o 



46,9 
5,3 

39,6 
1,— 



92,8 7o 

7,2 7o 



Semi 



47,4 

6 
41,1 

2,6 



97,1 7o 
2,9 7o 



Perciò 

a) ì rami danno circa il 3 % del loro peso in ceneri ; 

b) le sole radici ne danno il 6 7o i 
e) i soli fusti e rami circa il 7 7o ; 

d) una pianta intera circa il 5 7o. 

3. — Dunque colle coltivazioni erbacee, esportando le piante intere, 
si esporta di ceneri il 5 y„ circa del loro peso in sostanze minerali, 
mentre colla coltivazione degli alberi, esportandosi dal terreno la sola 
frutta che fa parte dei rami, si esporta il 3 7o di sostanze minerali. Da 
ciò si deduce che le piatile da frullo esauriscono il Icrreiio di soslanze 
minerali meno delle pianle erbacee. 

La proporzione degli elementi minerali è maggiore in tutte le {)arli 
che si avvicinano alla condizione erbacea e cosi è maggiore : 

a) nelle piante erbacee che negli alberi ed in questi ; 

b) nell'alburno che nel vero legno ; 

e) nella corteccia che nell'alburno ; 

d) nel tronco che nelle radici ; 

e) nei rami che nel tronco; 

fj nei rami nuovi che nei vecchi ; 
g) nelle foglie che nelle altre parti. 



- 28.-) 



Il costituente principale della pianta e che forma la base di oj^ni 
sostanza organica, è il carbonio. Questo proviene unicamente dall'anidride 
carbonica dell'aria, ed è assorbito dalle foglie e da tutte le paiti verdi. 

L'idrogeno è dato dall'acqua insieme aWossigeno. 

L'oro/o è preso dalle radici, in soluzione, sotto forma di nitrali o 
di sali amnìoniacali. Questi ultimi, per essere assorbiti, devono trasfor- 
marsi in nitrati. Lo zolfo entra nella pianta coi solfati od il fosforo coi 
fosfati. 

Il potassio viene assimilato coi sali di potassio (cloruri, solfali, 
fosfati di potassio). 

Il calcio è anche introdotto nell'organismo della i)ianla per mezzo 
dei suoi sali, ed in quantità considerevole. Cosi si dica pel inaynesio. 

Il ferro, viene assimilato sotto forma di ossidi, di cloruro e di sali 
molto ossigenati. 

I composti che danno luogo questi elementi nell'organismo della 
pianta sono indicati nel seguente schema. 



Carbonio 
Idrogeno 
Ossigeno 



Carboiìio \ 
Idrogeno ; 
Azoto ) 

Carbonio , 
Idrogeno f 
Ossigeno 
Azoto 

Carbonio ] 
Idrogeno I 
Azoto i 
Zolfo ! 

Carbonio 
Idrogeno , 
Ossigeno I 
Azoto j 
Zolfo ( 

Fosforo 
Potassio 
Calcio 
Magnesio 
Ferro 



I. Idrati di carbonio (zuccheri, cellulosio, amido). 
II. Acidi organici e corpi pedici (mucilaggini). 

III. Grassi. 

IV. Le sostanze cerogeni (pruina). 

V. Gli olii eterei (essenze e le canfore). 
VI. Le gomme e le resini. 
VII. In parte le sostanze coloranti. 

Vili. Una parte di alcaloidi. 



IX. Altra parte di alcaloidi. 



Albuminoidi o Sostanze azotate (albumin: 
lìbrina, glutine, legumina, caseina). 



B. Sostanze minerali (ceneri). 



286 



III. 

Distribuzione delle sostanze organiche e minerali nelle 
diverse parti della pianta. 

1. — Tanto le sostanze organiche che le minerali, sono distribuite 
in proporzioni diverse nei singoli organi della pianta, a seconda della 
specie a cui la pianta appartiene ed a seconda della sua fase di sviluppo. 

Le principali sostanze organiche contenute nel legno delle piante 
da frutto sono : la cellulosa, l'amido, l'acido tannico, l'ossalato di calcio, 
il tartarato di potassio e di calcio ed infine le sostanze azotate. Queste 
ultime sono contenute in maggiore quantità nei germogli, ed è per 
questo che i concimi azotati favoriscono la produzione ei'bacea. 

Nelle sostanze minerali che compongono la cenere del legno si 
osserva, che l'elemento predominante è la calce, a questo segue la 
potassa e l'anidride fosforica. 

Nelle foglie troviamo una notevole quantità di sostanze organiche 
sotto forma di amido, clorofilla, zuccheri, materie coloranti, materie 
grasse e degli acidi ; le quali tutte poi emigrano nelle diverse parti 
della pianta, per ricostituirle o formare le sostanze di riserva. Fra 
queste meritano una speciale considerazione le sostanze azotate, per 
l'azoto che concorre a formarle, ed al quale deve provvedere il frut- 
ticoitore. La foglia è l'organo più ricco di azoto; da ciò la notevole 
influenza dei concimi azotati sull'espansione delle foglie e sulla produ- 
zione fogliacea in genere ; da ciò l'esaurimento di azoto notevole del 
terreno quando si cima, si scacchia, si sfoglia intensivamente o quando 
ad esempio utilizziamo per strame le foglie cadute nei boschi. 

La cenere delle foglie è generalmente più ricca di silice, calce e 
magnesia di quella del legno; mentre contiene molto meno di potassa 
(meno della metà in media) e di anidride fosforica (la metà circa). 

Colle frutta e semi non si esportano notevoli quantità di azoto ; 
ma in ordine decrescente, rilevanti quantità di potassa, di anidride 
fosforica e di calce. 

Tutto l'azoto o la maggior parte di quello contenuto nei frutti si 
trova concentrato nei semi, quale materiale di riserva, sotto forma di 
sostanze albuminoidi. Anche nella polpa e succo si trovano delle note- 
voli quantità di questi materiali azotati, e a questi si ascrive principal- 
mente la loro facoltà nutritiva. Nelle frutta e nei semi, sì trovano an- 
cora amido, zuccheri, mucilaggini, materie coloranti, gomme, acidi 
organici sìa lìberi che combinati con delle basi, quali il ferro, la potassa, 
la calce, la soda. 

La potassa che prevale la troviamo sotto forma di tartarato, di 
ossolato ; mentre l'anidride fosforica la troviamo sotto forma di fosfato 
di calce e di ferro; la calce infine, sì trova combinata cogli acidi, sia 
organici che minerali. 



— 287 



IV. 
Ufficio speciale dei singoli elementi chimici della pianta. 

L'assimilazione degli elementi di cui si compone la pianta, avviene 
per l'attività simultanea delle radici e delle foglie; l'attività delle radici 
dipende principalmente dalla quantità di materiali nutrilivi che esse 
trovano nel terreno, quella delle foglie è sempre attiva, purché possano 
avere a loro disposizione luce, aria e calore suflìcienli. 

Le sostanze assorbite dalle radici sono il fosforo, lo zolfo, l'azoto, 
la potassa, il ferro, la calce, il magnesio e l'acqua in gran parte. 

1. — L'ufficio del fosforo e dello zolfo sembra essere ((nello di 
concorrere alla formazione delle sostanze azotate e del i)rotoplasma. 
Il fosforo influisce notevolmente sulla fecondazione dei Mori, sulla 
formazione e maturazione del legno e sullo sviluppo e maturazione dei 
frutti. Nei terreni poveri di fosforo, il legno ritarda a maturare, si 
sviluppano pochi rami da frutto, con i)oche frutta, le quali anche ca- 
dono facilmente. Per questo, come vedremo più tardi, è molto racco- 
mandata pei vivai la concimazione fosfatica. Il fosforo manifesta più 
energicamente la sua influenza sulla frutlilìcazione. nelle piante a 
nocciolo. 

Il fosforo, nei calcoli della concimazione ed anche per determinare 
la ricchezza dei concimi e dei terreni, viene sempre calcolalo in base 
all'anidride fosforica, ossia alia sua combinazione coU'ossigeno. Questa 
alla sua volta, unita all'acqua, forma l'acido fosforico che. unendosi 
alla calce, al ferro, ecc., forma i fosfati. 

2. — L'azoto concorre coi due precedenti, alla formazione delle 
sostanze azotate e del protoplasma. Esso contribuisce, come abbiamo 
già veduto nel Capitolo precedente, alla vigoria della pianta e quindi 
allo sviluppo del legno, delle foglie e sulla quantità di frutta. In un 
terreno però troppo ricco d'azoto, le piante ritardano la maturazione 
del legno, vanno soggette alla colatura dei (lori, si hanno le frutta più 
colpite da parassiti, i)in voluminose ma insipide, meno zuccherine, e 
maturano anche tardi. Se il terreno è deficiente, si hanno dei rami 
deboli, a brevi meritalli, delle foglie poco sviluppate, poco carnose, di 
color verde sbiadito. 

Le concimazioni azotate non bisogna però darle troppo tardi in 
primavera poiché allora la vegetazione della pianta si protrae troppo 
in autunno e si ha una imperfetta maturazione del legno e dei 
frutti. 

Occorre anche consociare ai concimi azotati, dei concimi fosfatici, 
potassici e calcici, altrimenti si ha un legno molle e non sano. 

3. — Senza il ferro non vi ha formazione di clorofilla, e quindi le 
piante crescono clorotiche. 



- 288 - 

4. — Oltre il ferro occorre poi la potassa, poiché senza la presenza 
di questa, la clorofilla non è capace di formare del biossido di carbonio 
e dell'amido. Se ad una pianta vengono quindi a mancare la potassa 
ed il ferro, devesi anche arrestare la sua crescila poiché dall'amido si 
forma il cellulosio, e cioè l'elemento fondamentale del tessuto erbaceo 
e legnoso. La potassa concorre infine alla formazione delle sostanze 
azotate e rende i rami più resistenti ai freddi ed alle malattie. 

La potassa contribuisce notevolmente a mantenere bella ed appa- 
riscente la vegetazione, facilita la fecondazione dei fiori, fa rinvigorire 
il colorito, fa aumentare la fragranza, il sapore e la ricchezza zucche- 
rina dei frutti, ed anticipa infine la loro maturazione. 

Mancando la potassa le foglie si raggrinzano, prendono poco svi- 
luppo ed i rami non crescono sani. E' per questo che la potassa ha 
tanta influenza sulla produzione dei frutti. 

5. — Il calcio ha una azione importante nel ricambio materiale 
delle piante verdi. Non ha una azione immediata sulla formazione 
del protoplasma, ma serve quale mezzo di trasporto ed è intermediario 
di combinazione pei prodotti secondari. Mancando il calcio, vi ha un 
arresto di sviluppo. Difatti, esso è necessario per la formazione e tra- 
sformazione dell'amido in sostanze solubili che possano circolare. Senza 
il calcio, si trova un agglomeramento di granelli d'amido nelle cellule 
delle foglie. Esso infine influisce notevolmente sulla vivacità dei colori, 
sullo sviluppo dei frutti, sulla loro ricchezza zuccherina e sul loro 
allegamento. Specialmente le piante a nocciolo ne risentono molto 
vantaggio. La calce favorisce anche lo sviluppo dei batteri e mantiene 
il terreno in buon stato di mobilità. 

6. — La funzione del magnesio non è bene definita ; è certo però 
che senza questo elemento le frutta non attecchiscono ; se ne trova 
in quantità notevole nei semi e nelle punte dei germogli. 

7. — Infine l'acqua viene assorbita pure dalle radici, poiché entra 
come solvente dei materiali nutritivi. Essa oltre rendere un servizio 
alla pianta come suo costituente, influisce sulla elasticità dei tessuti, 
sulla rapidità del loro sviluppo. Nelle annate asciutte si ha sempre 
poco sviluppo dei rami e dei frutti. 

8. — L'attività delle foglie avviene per mezzo degli stomi. Per questi 
stomi penetra il biossido di carbonio od anidride carbonica dell'aria la 
quale, cogli elementi dell'acqua, dà origine all'amido e poi allo zucchero. 
Sotto questa ultima forma emigra coi grassi da cellula a cellula nei 
frutti ed in tutte quelle parti dove vi ha bisogno di sviluppo erbaceo 
o di agglomerare delle sostanze di riserva. Da ciò risulta evidente 
l'importanza che hanno le foglie nello sviluppo di una pianta e nella 
rispettiva fertilità. Quanto più essa è ricca di foglie ben sviluppate, 
tanto più si sviluppano le radici. 



- 289 - 



V. 

Riepilogo sulla composizione delle piante 

e sulla loro nutrizione. 

Riepilogando quanto è stato detto sulla nutrizione e sui materiali 
di cui si compone la pianta deduciamo, che le radici assorbono lutti 
i materiali costituenti meno il carbonio, che viene fornito dall'aria. 
Questi materiali vengono assorbiti sotto forma di sali, sciolti neirac(|iia. 

Gli acidi e le basi che costituiscono questi sali sono i seguenti: 

Acidi Basi 

1. Acido carbonico 5. Acqua 6. Potassa. 

2. „ nitrico 7. Calce 

3. „ fosforico 8. Magnesia 

4. „ solforico 9. Ossido di ferro 



Acidi -\- Basi = Sali nutritivi. 

E' da notarsi, che questi sali non vengono assimilati dalle jìiante 
con eguale energia. In ordine decrescente, vengono assimilati : la po- 
tassa, la calce, l'azoto, l'acido fosforico, la magnesia, l'ossido di ferro, 
l'acido solforico. 

L'azoto e l'acido fosforico si trovano, in quasi tutti i terreni, in 
piccolissima quantità. Da ciò la necessità di i)rov vederli colla conci- 
mazione. 

La potassa e la calce difettano specialmente nei terreni sabbiosi 
ed umiferi; mentre nei terreni alluvionali ed argillosi, abbondano. 
Considerato però che le piante da frutto esportano una notevole (pian- 
tila di questi due elementi, bisogna somministrarne quasi costantemente, 
tanto più che la calce, migliora anche fisicamente il terreno. 

L'acido solforico, l'ossido di ferro e la magnesia si trovano sempre 
in quantità sufficiente, quindi gli elementi più importanti che bisogna 
restituire il terreno e su cui si basa la concimazione sono 1 e cioè: 
Vazolo, l'acido fosforico, la potassa e la calce. 



VI. 
Materiali nutritivi necessari ad una pianta da frutto. 

1. — Determinato che la concimazione consisterà nella restituzione 
al terreno di azoto, anidride fosforica, potassa, calce ed al più magne- 
sia, che vengono esportati coi prodotti ; si tratta ora di conoscere la 

19 — Tamaro - Frutticoltura. 



- 290 - 

quantità media di questi materiali clie le singole nostre piante da frutto 
esportano dal terreno. 

In questi ultimi anni, i prof. dott. Steglich e dott. Barili fecero delle ricerche nelle 
stazioni esperimentali di Dresda e Colmar per dare un responso a questo quesito, ed 
essi ci diedero i seguenti risultati : 



Tab. XIX. 

Contenuto percentuale dei principali elementi nelle singole 
parti di una pianta da frutto (in 100 parti di sostanza secca). 



I. Piante da frutto 

A GRANELLA (Steglich) 

(Pero e melo). 

Radice 

Fusto e rami a legno 

Rami a fruito 

Foglie 

Frutta 

II. Piante da frutto 
A NOCCIOLO (Steglich) 

(Ciliegio a frutto dolce e 3iisi;io). 

Radice 

Fusto e rami a legno 

Rami a frutto 

Foglie 

Frutta 



Azoto 


Ani- 
dride 
fosforica 


Potassa 


Calce 


0.349 


O.IOI 


0.284 


0.596 


1 0.597 


0.126 


0.313 


1.265 


0.892 


0.232 


0.526 


2-897 


0.719 


0.214 


1.194 


2.913 


1 0.410 


0.088 


1.061 


0.407 


0.370 


0.115 


0.206 


0.594 


0.307 


0,081 


0.193 


0.593 


1.022 


0.296 


0.462 


2.192 


1.725 


0.766 


2.579 


4.137 


? 


0.246 


0.903 


0.140 



Magnesia 



0.069 
0.098 
0.196 
0.482 
0.118 



0.050 
0.056 
0.203 
0.408 
0.100 



Per sapere poi la quantità di materiali nutritivi di cui necessita annualmente ogni 
pianta per sviluppare i suoi rami, le sue foglie ed i suoi frutti, il prof. Steglich per 
molti anni di seguito misurò le circonferenze del fusto di molte piante, pesando con- 
temporaneamenle le foglie cadute, le radici, il fusto, i rami a legno ed a frutto. 

Egli constatò che l'aumento periferico annuale di un : 



a) melo i 

b) pero 

e) ciliegie dolci 
d) susino 



2 cm. con 328 g. di 

1.5 , „ 158 „ 
2 „ „ 716 , 

1.6 „ „ 173 , 



foglie 



La pianta comincia a fruttificare quando ha 

una circonferenz.t 

a) nei meli di 15 cni 

b) „ peri „ 24 „ 
e) , ciliegi dolci „ 10 , 
d) „ susini „ 15 „ 



ed au 


menta annualmente 


1 diame 


tro col peso di frutta 


4000 g 


di 2 cm. di 2000 g 


5000 , 


„ 1.5 , „ 3000 , 


800 , 


„ 3 „ „ 1600 „ 


1250 „ 


.,1.5 „ „ 1875 „ 



Con questi dati analitici, il dott. .Steglich ha redatto il quadro seguente, che rias- 
sume le esigenze di sostanze minerali di una pianta da fruito, avente una circonferenza 
di 25 centimetri. 



291 - 



Quantità di sostanze che vengono fissato annualmente 
dalle seguenti piante. ' 







SOSTANZE 


Quantità 
di sostanze 


w 


PRODUZIONE 


contenute in 100 parti 
di sostanza secca 


necessarie 
per anno 




ANNUAI 


.E DI UN ALBERO 
cm. di periferia 




in grammi 


-S 


di 25 


NOME 


fi 


.2 


2 


1 


JS 


•s 


^- 






delle sostanze 


S 


1 


é 


& 


1 


^ 




Melo (Steglich) 


Azoto 

Anidride fosforica 


0,46 


1,80 


0,46 


12 


36 


11 


59 


Kg. 4,5 rami 


= Kg. 2,7 sost. secca 


0,14 


0,26 


0,10 


4 


5 


2 


11 


„ 4,2 foglie 


= ., 2,— ., 


Potassa 


0,33 


UU 


0,63 


9 


27 


15 


51 


„ 14,- frutti 


= „ 2,3 „ 


Calce 


1,55 


3,30 


0,06 


42 


66 


1 


109 




Pero (Steglich) , 
= Kg. 2.5 sosl. secca 


Azoto 


066 


160 


0,35 
0,07 


16 
4 


17 
2 


4 


37 


Kg. 4,7 rami 


Anidride fosforica 


0,16 


0,16 


7 


„ 2,6 foglie 


= „ 1.1 , , i 

= n 1,2 „ „ ' 

Ciliegio (Steglich) j 
= Kg. 2,3 .sost. secca 


Potassa 


0,41 


1,00 


1,48 


11 


11 


18 


40 


„ 7,- frutti 


Calce 


160 


2,48 
1,40 


0,18 
? 


40 
15 


27 
61 


2 


69 




Azoto 


0,67 




Kg. 4,2 rami 


Anidride fosforica 


0,13 


0,48 


0,27 


3 


21 


6 


30 


. 2,- foglie 


= , 4,4 „ , J 


Potassa 


o,;« 


1,57 


0,90 


8 


68 


19 


95 


„ 12,- frutti 


= , 2,1 „ „ f 


Calce 


1.30 


4,00 


0,13 


30 


176 


3 


20» 




Susino (Steglich) 


Azoto 


0,.% 


1.90 


? 


13 


21 


? 


V 


Kg. 3,3 rami 


= Kg. 2,3 sost. secca 


Anidride fosforica 


0,15 


0,24 


0,22 


3 


3 


5 


11 


„ 2,8 foglie 


= „ 1,1 , , / 

= „ 2,2 „ , ' 


Potassa 


0,61 


3,50 


0,90 


15 


.{9 


20 


74 


„ 13,5 frutti 


Calce 


1,13, 


43) 


0,14 


2(i 


(•; 


•.\ 


7-. 



' Nelle analisi e nei calcoli di concimazione, il fosforo 
anidriile fosforica, la (|iiale combinandosi coli ai'i|iia dà ori;;! 



delerminato come 



292 - 



La stazione esperimentale di Geneva (Stato di New-York) ha fatto simili ricerche 
importantissime e ne riportò i dati, i quali si riferiscono soltanto alla parte aerea delle 
piante prodottasi in un anno, trascurando perciò la crescita delle radici nonché l'in- 
grossamento avvenuto dei rami di 2 e più anni. Non venne neppure tenuto conto del 
materiale di riserva che in autunno, dalle foglie emigra nei rami. 



Quantità di elementi nutritivi 
contenuti nelle singole parti della pianta. 



Specie 

della 

pianta da 

frutto 



Pero. 



Parte della pianta 



Frutta 

} Foglie 

r Gettata da 1 anno . 

Totale 



V Foglie 

( Gettata di 1 anno. 



614.741 
36.526 
3.191 

654.458 

73.202 
10.581 
2.948 



In 100 parti di sostanza verde 



520.989 

837.11 

98.753 
603.331 
561.963 



0.333 
10.746 
4.538 



0.180 
1.711 
1.233 



14.921 
5.945 



0.469 
7.044 
2.940 



0.182 
1.172 
1.080 



1.131 
4.271 
2.827 



0.101 
11.218 

7.688 



0.135 
5.794 
2.201 



I 1.02 I 0.27 I 1.08 I 1.12 I 0.45 



0.130 
2.795 
1.306 



86.731 829.48 1.29 0.34 1.33 1.67 0.47 



Cotogno . / Foglie 

f Gettata di 1 anno. 



Frutta Spolpa) . . 
(nocciolo) . 

Foglie 

Gettata di 1 anno. 



/ Frutta (polpa) . . 
1 „ (nocciolo) . 

/ Foglie 

Gettata di 1 anno. 



34.927 
4.382 
1.220 



766.255 


1.202 


0.543 


2.405 


541.305 


8.671 


1.825 


4.335 


517.213 


4.918 


1.638 


4.098 



0.171 
19.853 
24.590 



40.529 i 783.78 | 2.12 | 0.71 | 2.66 | 3.( 



73.352 


843.529 


0.738 


4.516 


374.351 


2.870 


20.752 


644.864 


9.070 


5.821 


552.148 


4.861 


104.441 


790.73 


2.70 1 



0.395 
0.741 
1.296 
1.063 



29.886 
1.853 
6.691 
2.184 



459.998 
287.520 
635.587 
464.778 



1.031 

5.177 
7.270 



0.460 I 
1.391 
1.732 I 
1.584 I 



41.073 I 777.( 



0.314 
4.792 
3.278 



0.8 



1.854 


0.085 


0,145 


0.855 


0.801 


0.626 


5.793 


15.919 


5.286 


2.121 


12.615 


1.897 



0.75 2.66 4.13 1.27 



1.899 


0.125 


1.010 


1.010 


8.586 


16.676 


2.842 


16.839 



0.200 
1.010 
5.187 
2.759 



2.70 I 0.81 I 3.47 | 3.76 | 1.17 



293 



Per calcolare la ((iiantilà di materiali che veiiRono c.s|)orl;ill ria un ellaro ili lerrono 
si è calcolato che possono essere piantati per ettaro 100 meli :t(Kl peri. :t(Mi peschi. 
300 susini, 600 cotogni, mantenendo le distanze fra pianta e pi:inl.i ctu- -.i s.>t;li.,iii« «hirc 
in America. 

L'esportazione sarebbe indicata dalla seguente taliolla. 



Tab. XXll. 



Esportazione di materiali nutritivi 
da un ettaro di terreno nella coltivazione delle piante da frutto 





Parte della 


pianta 


Esportazione per ettaro in chilograrami 


della pianta 


II 


04 

3 

< 


■< 


■il 


J_ 

38.4 
123 
0.8 


8 

5 


1 








61474 
3653 
319 


53054 
1575 
167 


26 
39.3 
1.5 


11.1 
6.3 
0.5 


5.1 
&1.4 
3.9 


8.2 


Melo . . 


Foglie 


2Ì2 




Gettate dell'annata . 
Totale 


0.7 




65446 


54796 


66.8 


17.9 


71.5 


73.4 


30.1 



Pesco 



' Foglie 
/ GeUate 



dell'annata . 


21961 
3174 
884 


19183 
1949 ! 
5011 


10.2 
21 

2.4] 


Totale 


26019 


21633 i 


33.6 1 



3.9 
3.3 
0.9 I 



Xi.ì 2.7 
12.3 , :m.8 
2.4 6 , 



37.8 1 43.5 



Cotogno. . ' Foglie 
/ Gettate 



dell'annata . 


20956 17258 
2629 1423 
732 379 


25.2 
22.8 
3.6 


Totale 


243171 19060 


51.6 



11.4 1 
4.8 
1.2 I 



17.4 I 64.8 



3.6 { 
52.2. 

18 I 



73.8 



Foglie 
I Gettate 



Susino . . , Foglie 
' Gettate 



dell'annata . 
Totale 



dell'annata . 
Totale 



23361 i 19750: 
6226 4022 
1746 i lOM, 



20.1 
57.3 

7.5 1 



9.6 


41.1 1 


2.4 1 


9 


372 


107.4 


1.8 


3.6 1 


19.8 1 



IJi 

12J{ 

6.6 
12.6 

2.1 

21.6 

45 
Sii 
3 



31333 1 247761 84.9 1 20.4 | 81.9 | 129.6 1 39.9 



9849 8110 i 
2007 1292 I 
655 328 I 



15.3] 


5.4 


^'^ 1 


3.6 


3.6' 


1.2 



21 J ( 5.1 
20.1 I 30.6 
2.1 ; 11.4 



12511 i 9730 1 33.9: 10.2' 43.5.1 47.1 | 14.7 



i s 


Boijojso} apijpiuv 


12,2 
13,5 
19,4 
17,8 
13,8 
11,3 
17,1 
12,8 
11,6 
13,2 
8,4 
12,7 
7.4 
10,3 
8,8 
8,8 
11,6 
11,8 
9,8 
9,4 


ì^ 


BisaugBK 


S- %' S- Jr S- SJ S- S- Sf :5- ^' %' ^- Jr 5- ^' ?l S- 5- S 




aoiGO 


& S' ;S' s s- § ^- & ^ 5 s s- S' :S' 2- s- s- s- § ^- 




BSSBtOd 


52,3 
47,9 
42,- 
44,1 
36,1 
32,8 
35,3 
32,9 
52,7 
45,1 
40,0 
50,1 
51,8 
47,7 
46,- 
50,- 
57,5 
38,6 
39,0 
44,7 




BDiJojsoi apijpmv 


■ 

' 0,046 
0,056 
0,118 
0,104 
0,132 
0,069 
0,105 
0,041 
0,065 
0,058 
0,044 
0,053 
0,046 
0,033 
0,038 
0,034 
0,045 
0,029 
0,019 

i 0-019 



294 

» 00 

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SS 

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^co~M OS t^ to cr~o X 

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TI TI <M CJ co C^l (M 1-1 

o" o' o" o' o" o o" o" 

"cD~CO~tO~ lO^^-rH^CO'^rH^O^CTl 05 OS in t~- O M O -H O^'S'^th" 

i>-'riOcoi-0 0---<T-iiocoTiT-i'-ic>icocoaiT»<aio 
fOT)<coi.oc;^ocoin-!)<io-ftocOTrcococMi-i(M 
o" o o" o' o' o" o o" o' o" o o" o' o" o o" o" o o" o" 
~«D~t-^~~co~"-ti aT'^- 1-1 00 ^ o~o"co" i^" lO -i>"lr^~ c^~'* ' c^ ' 

^, ?2S5 |SÌS3§8§8SSSgS^ggS?Ìg 

TH Ti T-T t4 Ti Ti O O" O O" Ti O" O" O" O" O' O" O" 

o i> co o 
o o" o~ o" 

CM IO IO Ò 
T^ O" O' r-T 

Tfi I I |-*C3| I |coiniS«Doo50i>-*«ooo 
o~ ' ' ' ' o" o" ' ' ' ^ IO in <n" t" TfT .o" Ti' th' oo' 

~03 00 o io in co o 00 Tii>ojiOT),cv]^i>ooinT*i> 
c>_cooi>_^Ti^è5_wco«Dt~^OTi_T)^ioo5_oo<»oèi> 
THvoso'iooreo't^rsot-rr^THcTpicTincoinco^od 

inTfeoi> It-io->j<coo> leoa5«OJ^i>«>,TCco I 
■<a<'THC-rTjI'Tii(fooeoin'-*TH'TÌ"o«D^incoinTH'TH 

IO «o ■* co I 02 ' cD^ i> Ti l_^ i> Ti T(<^ Ti_ co Tj< o i> l_^ 
ioodMioor-*c4'to'"'tinorogorco'io^co-*'ooor 
aot>ooaot>ooooooooooooooooaoooooooooaooo 

«Otì tJ<tHtìOi0005 

oo' ' ' I I ' ' 'lMeOCOr-<TiOTi' ' ' 

co co IO 00 C5 co «o w i> i 1 00 t IO o o 

oOKnini>t>oo-*-*i>-^Ti-*05 I ir^cOT(<Mai 

« ^' O- O- O' r.' th' o' «' 00 ^^ ^•' 5 ^ g- '^"•O '^ g ^ 

tì O 2 O 2 O 2 

3 - M) ' p bó " O bi) " ' ' ?„ ^ ' ' "^ ' '~ " 
.S 3 se 3 6D 3 bC 

iOOìlOiOOOOOCOOOOOOOOOTHt^OOI>COOO>-H 



«IStfUaBJV 


§ S' S' S' S' S' S- S' 5 S' S' S' 2- 2 2 2 2 2' S' § 


aoiBO 


0,033 
0.022 
0,039 
0.037 
0,156 
0.089 
0,070 
0,028 

0.08 
0,049 
0,029 
0,036 
0,012 
0,021 

0,03 
0,024 
0,025 
0,016 

0,02 
0,015 


BSSB;Od 


0,197 
0,198 
0,255 
0,258 
0,343 
0.200 
0,216 
0,105 
0,295 
0,198 
0,208 
0.208 

0,32 
0,153 
0,199 
0,193 
0,225 
0,095 
0,076 

0,09 



ajana3 



a^BlOOlBO 

aXBXOZB azuBiSos 



oiozv 


0,201 
0,182 
0,250 
0,231 

0,259 
0,263 
0,133 
0,142 
0,141 
0,104 
0,177 
0,130 
0,102 
0,120 
0,127 
0,138 
0,136 
0,055 
0,07 


ooiXBin opioB ]XBnb 

l'xBIOOIBo' ipiov ! 


0,51 
0,99 
1,70 
2,15 
3,61 
1,35 
1,73 
1,09 
1,44 
1,76 
1,23 
0,52 
0,50 
1,04 
1,29 
0,60 
1,16 
0,21 
0,61 
0.48 



BUUEO ip ojaqoonz 



BOOaS BZUBXSOS 



Bnbov 



aiu9s un IP osad 



ounjj un 
ip Dipani osaj 







,J 


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3 1 


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^' -^ - 2 2 

« s -a a - 

2 < 



— 295 — 

Il Prof. Kulisch della Scuola di (leissciihciin, ha pubblicalo le scKuenli analisi de 
terminale con frutta raccolte nel medesimo terreno (Tah. XXIIl). 

I dati più attendibili che si hanno sulla esportazione della vile, sono i se;;uenli : 

1-sportazione per ettaro di 
Anidride fosforica Azoto Potassa 

a) colla produzione di 48 hi. di vino, 

assieme colle vinaccie e feccie .... >•,.') 20,— .v.\,m 

b) coi germogli verdi, legno m. da un 
ettaro di terreno, che produce 48 hi. 

di vino . 17,— '.»2,2 .'>2,(i 

e) esportazione complessiva per ettaro 

producendo 48 ettolitri di vino. . . 2G,.') 117,2 Hl.ti 

II Prof. Doti. Hilgard di Berkeley (California) fece altre analisi mollo inlcrcssunli 
di frutta di cui riporto i dati principali : 

■Susine .\lbioocchc 

Peso medio del frutto 2;i.<> (i2,j 

Polpa p. % !>4.2 i«,K.1 

Succo p. % della jìolpa 83,1 !W,— 

Acidità % del succo <juale anidrifle solforica 0,31 0.68 

Zucchero p. % del frutto fresco 18,.t3 11,10 

Acqua , . 72,82 85,16 

Cenere , . 0„->78 0,491 

Anidride fosforica „ „ 0,081 0.064 

Azoto , „ 0.182 0,11M 

Potassa , , 0,37 0,21» 

Calce . 0,027 0,016 

Magnesia . 0,032 0.018 

2. — Da tutte queste cifre risulta evidente quaiìto segue : 

a) Il contenuto di elementi nutritivi aumenta dalle radici al fusto, 
da questo ai rami e dai rami alle foglie. Nei frutti invece diminuisce, 
Sulle foglie e sui rami a frutto si accumulano i materiali dcslinali a 
costituire e sviluppare il frutto. 

b) Il nocciolo contiene più sostanze nutritive della jjolpa <lel 
frutto. 

e) La massima quantità di acqua e di sostanze organiche è con- 
tenuta nei semi e frutti e, dopo questi, nei fusti e rami, i quali ultimi 
però contengono il massimo di ceneri. Da ciò la necessità di concimare 
largamente le piante giovani, i vivai, poiché collo sviluppo erbaceo che 
si esige, si ha la massima esportazione di materiali minerali. 

d) Allo sviluppo delle frutta inlluisce notevolmente l'acqua od a 
meglio dire la freschezza del terreno. In un terreno arido si hanno 
sempre poche frutta e poco saporite. 

e) Una pianta da frutto esporta dal terreno colla sua vegetazione 
in ordine decrescente la calce, la potassa, l'azoto e l'anidride fosforica, 
nelle proporzioni di circa 8: 4: 3: 1: 

/) Non tutte le parti della pianta contengono in eguale i)ropor- 
zione i suddetti elementi. 



- 296 — 
Per ordine decrescente d' importanza abbiamo i seguenti risultati 



radice 


rami a legno 


rami a frutto 


foglie 


frutta 


1. calce 


1. calce 


1. calce 


1. calce 


1. potassa 


2. azoto 


2. azoto 


2. azoto 


2. potassa 


2. azoto 


3. potassa 


3. potassa 


l potassa 
3.) edanidr. 


3. azoto 


3. anidride 


4. anidride 


4. anidride 


4. anidride 


fosforica 


fosforica 


fosforica 


f fosforica 


fosforica 


4. calce 



L'ordine decrescente d'importanza di ogni elemento per le singole 
parti di una pianta è il seguente per 



l'azoto 



le foglie 
i rami a frutto 
„ legno 
la radice 
le frutta 



l'anidride fosforica 



le foglie 

i rami a frutto 

i frutti 

le radici 

i rami a legno 



la 

le foglie 

i frutti 

i rami a frutto 

la radice 

i rami a legno 



la calce 



le foglie 

i rami a frutta 

la radice 

i rami a legno 

le frutta. 



Da questo si deduce : 

aa) che volendo favorire lo sviluppo fogliaceo, bisogna dare la 
massima e completa concimazione ; 

bb) che avendo da concimare piante di normale sviluppo, con- 
verrà attenersi alle proporzioni del capoverso 3 precedente, ma quando 
si tratterà di ottenere più frutta piuttosto che legno o viceversa, quando 
si tratterà di rinvigorire una pianta, deve differire anche la qualità dei 
concimi. 

g) Confrontando la composizione della cenere del legno con 
quella della cenere delle frutta si osserva : 

aa) nella cenere del legno prevale la calce, poi viene la potassa 
e da ultimo l'anidride fosforica; 

bb) nella cenere delle frutta prevale la potassa dalla metà ai due 
terzi, poi l'acido fosforico e quindi la calce. 

■ Come si vede, tanto per la formazione del legno che delle frutta, 
notevole è l'importanza che ha la calce, ed ammettendo pure che la 
maggior parte dei terreni ne contenga a sufficienza con tutto ciò, trat- 
tandosi di terreni poveri, non potrà essere trascurata nei concimi anche 
raggiunta di calce. 

h) La composizione di una pianta e delle singole sue parti può 
variare colla specie e col clima. 

i) 1 frutti a bacca (compresa la vite), contengono la maggior quan- 
tità di sostanze organiche e di azoto ; poi vengono le frutta delle 
piante a nocciuolo e quindi quelle delle piante a granella. 



l) Maggiore è la esportazione di sostanze minerali colle frulla 
delle piante a nocciuolo, j)oi viene la vite e (juindi le piante a granella. 
Da questo e da quanto è detto nel capoverso precedente si può dedurre 
in via generale che alle piante a bacca ed a nocciuolo occorre un terreno 
pili ricco, più fertile, più profondo delle piante a granella. 

ni) Il legno del cotogno contiene la massima (juantilà di calce: 
((uello del susino e del pesco ne contiene ([ualcosa meno ma non di 
molto ; quello del pero e melo, notevolmente meno. 

n) Le foglie del cotogno sono le più ricche di calce : seguono 
ma non con una grande ditTerenza quelle di susino, pesco e melo. 
Quelle di pero contengono la minor quantità. 

a) La massima (luantità di azoto si trova nelle foglie di melo, 
minore nelle foglie di pesco, cotogno, susino e pero. 

p) Per l'anidride fosforica c'è poca diversità Ira una e l'allra 
specie ed in generale ne contengono poca. 

Le foglie di cotogno sono quelle che ne contengono di più. (|uelk' 
di pesco, meno di tutte. 

Il rapporto in cui si trovano le singole sostanze nutritive fra di loro 
si rileva meglio dalla seguente tabella, preparala in base alle ci Ire di 
analisi ottenute dalla Stazione di (ieneva l'America). 

Anidride fostorica Potassa Calce .MaKiicsia 



/ 


' Melo . . 


. . 0.13 


2.2Ó 


0.20 


0.32 


( 


l Pero . . 


. . 0.36 


2.24 


0.24 


0.30 


F'rutto 

1 


Cotogno . 
1 Pesco . . 
V Susino. . 


. . 0.46 
. . O.il) 
. . O.:^.") 


2.- 

2.05 
1.43 


0.15 
0.12 
0.13 


0.27 
0.23 
0.1« 




Fruito 


in media 0.42 


2.- 


0.17 


0.26 




/ Melo . . 
Pero . . 


. . 0.16 
. . 0.16 


0.31 
0.58 


1.64 
l.()(i 


0..54 
0.10 


Foglie < 

1 


^ Cotogno . 
) Pesco . . 
[ Susino. . 


. . 0.20 
. . 0.16 
. . 0.22 


0.50 
0.65 
1.33 


2.26 
l.iK) 
2.(»3 


0.51 
0..56 
0.64 



Foglie in media 0.18 



0.67 1.1>0 0.54 



q) Nelle diverse frutta, la cenere delle susine è la più n^-ca^di 
potassa (63.83 7o); le albicocche ne hanno 50.36 7o ; » •>t;hi 55.83 % ; 
l'uva 50.95 % ; gli aranci e limoni 48 7o- 

/•; La calce fa molti maggiori dilTerenze nella cenere delle frutta. 
La cenere più ricca di calce è quella del limone, 29.87%; gli aranci 
22 70 7o; i fichi 11.30 7o; l'uva e le susine, 4 7o e le albicocche .H.l/» . 

s) L'anidride fosforica rimane pressoché costante m tutte le 
frutta. La cenere di limone ne contiene al minimo: 11,09 7o; quella di 
arancio e pino 12%; quella di albicocche 13 7»; di susine 14 7o. La 
cenere dell'uva ne contiene la quantità massima di 21.24 "/o- 



- 298 - 

t) Rispetto all'esportazione per ettaro di terreno coltivato, si nota : 

aa) che la massima quantità di sostanza verde viene prodotta 
dal melo. L'esportazione dal terreno fatta col melo è inferiore a quella 
col pesco, quantunque questo dia la metà della produzione vegetale ; 

bb) questa maggiore esigenza del pesco trova la sua ragione nella 
rapida crescita di questa pianta. Al pesco segue il melo. Per queste due 
piante quindi, l'agricoltore deve provvedere con più lauta concimazione; 

ce) il cotogno, il susino ed il pero non sono troppo esigenti. La 
relativa piccola quantità di sostanze che si verificarono pel pero è 
giustificata dal fatto, che a Geneva si sottoposero all'analisi, delle piante 
troppo giovani. In generale però, le piante a granella, avendo una cre- 
scita non tanto rapida, esigono concimazioni, specialmente d'impianto, 
meno abbondanti ; 

dd) il pesco esporta la massima quantità di calce ed è più esigente 
dello stesso susino. E' per questo che il pesco, se allevato in terreni 
non calcari, dà frutti per qualche anno e poi questi diminuiscono ed 
anche perdono di valore. L'esportazione di magnesia corrisponde circa 
alla metà di quella della calce ; 

ee) di azoto e potassa ne richiedono presso a poco circa la me- 
desima quantità. Il melo ed il pesco sono però i più esigenti ; il pero 
susino e cotogno ne richiedono molto meno. Una grande quantità di 
potassa è richiesta per la produzione delle frutta mentre l'azoto serve 
per le foglie ; 

fP l'esigenza delle piante da frutto per l'anidride fosforica è ge- 
neralmente modesta. Il pesco ne adopera la maggiore quantità mentre 
il susino ne richiede la metà. 11 melo ed il cotogno si avvicinano fra 
loro per esigenza di anidride fosforica. 

u) Questi dati servono per dare una base al frutticoitore allo 
scopo di fissare la concimazione. Ma poiché gli effetti della concima- 
zione variano colla qualità dei concimi, col clima e col terreno, è 
necessario prima di tutto di conoscere la qualità dei concimi che il 
frutticoitore può adoperare e poi procedere per via esperimenlale prima 
di fissare in base a terreno, clima e natura della pianta, il definitivo 
modo di concimare. 



VII. 

Concimi naturali. — (Lo stallatico. - I terricciati. - Le 
foglie, i germogli, i rami di potatura, ecc. - Il co- 
laticcio, la pollina, la colombina, il pozzo nero, ecc.) 

1. — Lo stallatico è il principale ed in molte località l'unico con- 
cime applicato. Esso contiene tutte le sostanze nutritive necessarie; 
volume mantiene soffice il terreno, lo migliora fisicamente, poiché 
QOÌVhiinius e colle sostanze umiche che in esso si formano rende 



- 299 - 

più legali i terreni sciolti e più sciolti i terreni tenaci. Aumenta poi la 
freschezza del terreno, rende solubili molti sali minerali lucendoli di- 
sgregare, infine le sostanze umiche trattengono una quantitii notevole 
di potassa, acido fosforico ed azoto, cosi che impediscono il dilava- 
mento. Per questo complesso di proprietà, oltre alla facilità di averlo 
in ogni azienda, lo stallatico ha una cosi larga applicazione. 

Un capo di bestiame dà in un anno circa 2") volte del suo peso 
in stallatico. Naturalmente la composizione di questo varia a seconda 
dell'animale che l'ha prodotto, della qualità del foraggio consumato, 
della qualità della lettiera adoperata ed infine del modo col quale lo 
stallatico è stato conservato. 

Come risulta dallo specchio che segue, lo stallatico di pecora e 
poi quello di cavallo sono i migliori, perchè contengono in proporzioni 
più concentrate, l'azoto, l'anidride fosforica e la potassa. 



Analisi di deiezioni animali. 





Un quintale dei seguenti concimi contiene in Kg. 


Nome 
dei concimi 


Azoto 


Anidride 
fosforica 


Potassa 


Calce 


Sostanza 
organica 

20.-? 
25.4 
31,8 
25.- 

21.2 
19.2 
14.5 

20.- 

0,7 
'22.5 
19,8 

■2.4 


Acqua 


F-etame fresco (compresa la 
lettiera) di 

aj bovini 

b) cavalli 

cj pecore 

dj maiali 

Letame di stalla misto: 

uj fresco 

bj semi-decomposto . 

e) maturo 

dJ composizione media 

normale 

Colaticcio di stalla .... 


0,34 
0,58 
0,83 
0,45 

0,39 
0,50 
0,58 

0,50 
0,15 
1,&3 


0,16 
0.28 
0,23 
0,19 

0,18 
0,26 
0,30 

0.25 
0,01 
1.S1 


0,40 
0,53 
0,67 
0,60 

0.45 
0,63 
0,.50 

0,55 
0.49 
0.85 


0,31 
0.21 
0.33 
0,08 

0.19 
0,70 
0,88 

0,70 

o.a3 

2.40 


77,5 
71.3 
64.6 
72.4 

75,- 
75.- 
79.- 

75.- 
98,2 
56,- 


Escrementi umani freschi . 
Orina umana fresca 
Pozzo nero puro 


1, 1 1,10 
0,60 0,17 
0.55 1 0,28 


0.25 0.62 
0,20 0,02 
0,20 1 0.10 


77,2 
96,3 
«J3/. 



Di questi se ne fa però un uso limitato inquantoclié raramente se 
ne produce a sufficienza. Di più essi si decom|)ono presto, sono pron- 
tamente attivi, richiedono concimazioni più freciuenti e talvolta dan- 
neggiano anche le radici delle piante, producendo una specie di scotta- 
tura, dovuta all'azione diretta dell'ammoniaca e dei sali che si svilup- 
pano. È meglio con questi due letami fare dei terricciati, oppure 
adoperarli pei terreni umidi e perciò freddi. 

Il letame vaccino è quello più comunemente adoperato. 



— 300 — 

Quanto più conceiilrati sono gli alimenti, e meglio nutriti sono 
gli animali, tanto migliore è anche il letame prodotto. Nei paesi viticoli, 
dove non si abbonda di paglia, si adopera per lettiera lo strame dei 
boschi. Sarebbe più vantaggioso adoperare la paglia dei cereali, perchè 
si decompone meglio e più sollecitamente, formando una buona amal- 
gama colle feci solide. Le foglie delle conifere sono molto meno de- 
componibili delle altre foglie di castagno e quercia; le quali son o 
anche più ricche in azoto e più povere di potassa della lettiera di 
palude. 

Lo stallatico fresco non si dovrebbe dare mai alle piante da frutto. 
Conviene invece che sia applicato in ragione di 50 a 70 tonellate per 
ettaro a metà decomposto, ossia ridotto in modo da formare un tutto 
omogeneo, così da non discernere la lettiera dal fieno. Allora sol- 
tanto gli alementi fertilizzanti hanno acquistato una definitiva stabi- 
lità di forma e rendono più duraturo l'effetto del concime. Al più, nei 
terreni tenaci, si può applicare dello stallatico meno decomposto. 

Lo stallatico deve essere adoperato specialmente per gli impianti. 
Colla aereazione che procura al terreno, favoi'isce la ramificazione 
delle radici e lo sviluppo delle radici sottili che sono le più attive. 
All'impianto, come abbiamo parlato a pag. 254, conviene però una ag- 
giunta di raschiatura di corna, unghie, cascami di lana, peli, ecc., cosi 
pure bisogna aggiungere dei concimi artificiali per fare le concimazioni 
di mantenimento. 

2. / terricciati. — Molto è stato scritto e discusso sui vantaggi dei 
composti o terricciati. In generale, col fare dei terricciati, l'agricoltore 
si propone di diluire un ingrasso potente (fimo cavallino, pecorino, 
cascami di lana, di sostanze animali in genere) con una materia inerte 
o poco attiva, oppure si tratta (quando si aggiunge della calce) di affret- 
tare la disgregazione delle materie dure e resistenti, il di cui impiego 
sarebbe ])oco comodo, la distribuzione difficile e la decomposizione 
troppo lenta. 

Per i molti e svariati materiali che si adoperano e per il modo 
con cui vengono preparati i terricciati è evidente che la loro compo- 
sizione è molto complessa e le sostanze nutritive si trovano in uno 
stato facilmente assimilabile. 

Sotto tutti i rapporti, il terricciato è uno dei migliori concimi che 
si possa adoperare in frutticoltura. Sia che si tratti di fare degli im- 
pianti, sia nei vivai, sia alle piante adulte, il terricciato è il concime 
che dà i migliori risultati ed è il più economico. 

11 terricciato per le piante da frutto non sarà però fatto di solo 
stallatico e terra, bensì bisognerà mescolarvi spazzature di strade di 
case e cortili, materie fecali umane, ceneri, calcinacci, foglie d'alberi, 
i prodotti della potatura, pollina, fuliggine, ecc. 

Questi miscugli rivoltati bene e di frequente, disgregati e bagnati 
con urina o pozzo nero, hanno una composizione migliore dello stal- 
latico, e si dovrebbero applicare ogni anno in ragione di kg. 50 per 
pianta. 



— 301 - 

3. — Le foglie, i germogli prodotto dalla cimatura e scacchiatura. i 
rami e tralci, gli avanzi delle coiiscruc, devono essere pure tenuli da 
conto dal frutticoitore, per usarli, decomposti, quali concimi. Conviene 
far decomporre queste sostanze macerandole con pozzo nero Dove 
non si difetta di legna, si possono utilizzare per concime i rami caduti 
colla potatura secca. Si tagliano i delti rami a pezzetti di 10 centi- 
metri e si sotterranno in fosse che si fanno intorno ad ogni pianta, 
oppure longitudinalmente, se le piante sono vicine una all'altra. Onesti 
rami tagliuzzati rendono il terreno più soffice, formano in sette o otto 
anni un buon strato di humus, vantaggioso per la freschezza che man- 
tiene e perchè rende più facile lo smaltimento delle acque nei ter- 
reni umidi. Naturalmente l'effetto di queste concimazioni si fa sentire 
molto tardi ed in quelle località in cui vengono applicate, si usa me- 
scolarvi dello stallatico, oppure si alterna la loro applicazione coi 
concimi chimici. 

4. — // colaticcio, la pollimi, la colombina, il pozzo nero, ecc., sono 
pure molto convenienti pel frutticoitore. Questi materiali servono per 
formare i terricciati, o per migliorare lo stallatico, oppure per prepa- 
rare i concimi liquidi, di cui si parlerà nel prossimo capitolo. 



Vili. 
Concimi liquidi. 

1. _ Uno dei mezzi più energici per favorire lo sviluppo delle 
piante da frutto è incontestabilmente l'aiìplicazione degli ingrassi li- 
quidi al momento in cui la vegetazione è più attiva. In questo mo- 
mento appunto, le piante, hanno maggior bisogno di trovare nei terreno 
dell'umidità che tenga in soluzione dei materiali nutritivi. 

Coi concimi liquidi si ha il vantaggio di un pronto assorbimento, si possono appli- 
care in ogni tempo e si fornisce la pianta di (juegli eleinenli di cui direltaincnle ha 
bisogno. 

Come abbiamo già veduto, parlando della piantagione, le giovani piante hanno 
bisogno molto di frequente di concio liquido nella prima estate dopo fatto rimpianto, 
così pure è molto utile l'applicazione dei concimi liquidi anche alle piaiMc adulte 
durante l'anno, quando improvvisamente ci si accorge che incominciano a deperire. 

Non trovo però conveniente di consigliare solo l'applicazione di questo sistema di 
concimazione nella generalità dei casi. 

Dalle osservazioni che ho potuto fare e che già riferii nelle pas.sate e.lizioni mi 
risulta che, continuando per una serie danni colla concimazione liquida, questa riesce 
pericolosa, perchè esaurisce presto la pianta, la fa invecchiare anzi tempo. 

La concimazione liquida può trovare forse una applicazione conveniente ne. Irutlel. 
coltivati molto intensivamente, dove può essere sostenuta la sposa di trasporto d acqua: 
ma da noi generalmente, dove la fruUicoUura non ci rimunera ancora abbastanza, 
dove dobbiamo anzi abituare le piante a sostenersi ad onta della siccità dove è de- 
siderabile che le radici approfondiscano anziché svilupparsi alla superiic.e, la concima- 
zione liquida l'applicheremo soltanto in casi speciali e cioè, quando si vorrà evitare 
che lungo l'anno, una pianta abbia a deperire per mancanza di special, iiialcnal.. 



- 302 - 

2. — Questi ingrassi si applicano alla sera al tramonto, o meglio 
dopo una pioggia, acciò il terreno abbia modo di imbeversene pro- 
fondamente. È indispensabile anche, che l'ingrasso arrivi alla estremità 
delle radici, ossia in contatto delle radici capillari, e non resti né alla 
superficie, né vicino al tronco. 

A tale scopo, anziché aprire un fossatello intorno alla pianta, come si fa usual- 
mente, è meglio fare, a perpendicolo dei rami estremi della fronda ed in giro al fusto, 
tanti fori con dei pali di ferro, profondi 50 centimetri. In Svizzera e in Germania si 
applicano dei pali iniettori appositi o delle trivelle. Di queste la più economica è quella 
di Bohlken. Invece di adoperare dei pali si possono fare, alla medesima distanza dal 
fusto, delle buche cilindriche di 20 centimetri di diametro e profonde 50 centimetri, in 
modo che le pareti di queste buche rimangano porose ed il concio liquido passi un 
poco alla volta nel terreno. Alla sera si riempiono di concio e poi si coprono con stra- 
maglia, finché il liquido scompare dalla buca che poi si chiude. Di queste buche se ne 
fanno da 4 a 5 a seconda dello sviluppo della pianta. Dovendo lungo l'anno ripetere la 
concimazione, si possono tenere aperte le buche con dei tubi di drenaggio, i quali tubi 
si riempiono con stallatico quando non sono pieni di liquido. 

Il numero dei fori dipende naturalmente dalla quantità di concio che si deve dare. 
Dovendo mantenere esclusivamente con concio in soluzione una pianta di 10 anni delà 
che dà un quintale di frutta all'anno, bisognerebbe naturalmente darle .300 litri di so- 
luzione. 

La concimazione liquida si può fare in tre periodi e cioè: in pri- 
mavera, quando la pianta entra in vegetazione, per favorire lo svi- 
luppo del legno e delle foglie ; in agosto-settembre, per favorire la tras- 
formazione delle gemme a legno in quelle a frutto; e intorno alla metà 
di ottobre, per immagazzinare nei rami delle sostanze di riserva. 

Non bisogna però mai dare tutto il concio in una volta, perché 
andrebbe disperso; ma invece ad intervalli di una settimana per un 
mese di seguito, acciò le radici abbiano tempo di assimilare le sostanze. 

3. — Vediamo ora come si preparano i conci liquidi. 

Per preparare i conci liquidi conviene avere a disposizione una 
vasca di cemento. 

Il concime per il primo periodo deve contenere dell'azoto e della 
potassa per promuovere la formazione del legno e delle foglie. 

A tale scopo si possono adoperare : 

aj Kscrementi umani ed animali, così pure cascami di animali, pelli, sangue ecc. 
Si mettono tutti nella vasca, vi si aggiunge della calce, dell'acido solforico per favorire 
la decomposizione, e del solfato di ferro per fissare le sostanze volatili in ragione di 
1 chil. per ettolitro. Quando hanno finito di fermentare, il che si sollecita mescolando 
di frequente, si allunga con acqua in ragione di 25 volte il loro volume. Filtrando poi 
il liquido attraverso una tela, lo si somministra alle piante. 

b) L'orina fermentata, allungandola con acqua, nel rapporto di 1 a 25. Si conosce 
che l'orina ha terminato di fermentare quando, mescolandola, non fa più schiuma. 

e) Fimo bovino, aggiungendo dell'acqua nella vasca in rapporto di 1 a ^0. Si 
mescola per bene ogni giorno, e dopo 12 giorni si può applicare direttamente alle 
piante, purché abbia terminato di fermentare. 

d) Fimo pecorino, nello stesso modo, soltanto bisogna metterlo in macerazione 
in una maggiore quantità d'acqua e cioè nella proporzione di 1 a 40. 

ej Per dare la potassa conviene preparare le soluzioni separate e mescolarle coi 
concimi sopra indicati al momento dell'applicazione. 

I materiali per dare potassa sono: la cenere (1 : 30 d'acqua), mancando cenere, 
potassa del commercio (1 : 800 litri d'acqua), oppure solfato di potassa (1 : 1000 litri d'acqua. 



Nel concime del secondo periodo, devono invece prevalere l'anidride 
fosforica e la potassa. Per entrambe si adopera : 

a) polvere d'ossa (1 : 400 litri dacc|ua); 

b) farina di sangue (1 : 400 „ 
e) perfosfato (1 : 500 „ 
d) colombina (1 : 100 „ 

per la potassa come sopra. 

Nel concime del terzo periodo devono prevalere nuovamente l'azoto 
e la potassa, quindi si ripeterà la concimazione del primo periodo. 

Considerando i concimi liquidi quali conipleuientari della concimazione normale 
è evidente che i materiali, che devono essere contenuti nella soluzione, devono variare 
a seconda dei casi e dello scopo che ci si prefigge. 

Ad una pianta bene sviluppata, di 10 anni d'età e che dà un quintale di frulla, si 
può dare un ettolitro in soluzione in 4 volte alla distanza di una settimana; trattandosi 
di una piramide o di un mezzo fusto sono sufficienti iiO litri e cosi via, sempre in pro- 
porzione alla produzione della frutta. 

Da ultimo voglio ancora osservare, che non tutte le specie di piante 
avvantaggiano egualmente colla concimazione li(|uida. Ho osservalo ad 
esempio che il susino, la vite, l'avellano ne approlìttano meglio dei 
ciliegi, dei peschi, degli albicocchi e dei mandorli. .\1 noce essa è dan- 
nosa, poiché dà pochissimi frutti e nell'inverno e gelano facilmente le 
ultime gettate, li pero ed il pomo ne approlìttano più di tutte le specie 
di piante. 



IX. 
I concimi potassici. 

La composizione di questi concimi, che sono di prima imi)oit:mza 
Ira i concimi artificiali, è data dalla tabella XXV. 

Abbiamo già visto che dopo la calce, la potassa è uno degli ele- 
menti più importanti per la concimazione. 

Nei terreni per le ordinarie coltivazioni a cereali, concimate in 
rotazione con stallatico, vi ha di solito una quantità sufficiente di po- 
tassa. Trattandosi però di piante da frutto come anche per le viti, che 
hanno una maggiore esigenza, occorre importare della potassa, poiché 
quella del terreno o non è sufficiente, o non si trova in uno stato as- 
similabile. 

1. - 1 sali, che possono servire a dare la potassa, sono anzitutto 
i prodotti greggi delle saline di Stassfurt. Questi, come la kainite, la 
carnallite, la silvinite, contengono dal 9 al 20 % di potassa, ma hanno 
l'inconveniente di avere anche (vedi Tab. XXV) del cloruro di sodio, 
del cloruro di magnesio, del solfato di magnesia, i quali, se dati nei 
terreni aridi e leggeri servono a trattenere l'umidità e mantenerli più 
freschi, ma nella generalità dei terreni, che non soffrono per umidità, 



- 304 - 

danneggiano le radici delle piante colle quali vengono in contatto. A 
questi danni sembrano più sensibili le piante che si trovano in terreni 
non leggeri : gli albicocchi e i peschi più dei ciliegi, peri e meli. 

Ad evitare questi danni conviene somministrarli nell' inverno, per- 
chè, prima della ripresa della vegetazione, abbiano modo di ripartirsi 
e trasformarsi nel terreno. 

Nell'acquisto, s'abbia cura di garantire la ricchezza in potassa so- 
lubile e conoscere le proporzioni allo stato di carbonato, cloruro e 
solfato. 

L'applicazione dei sali greggi in Italia è cominciata appena da 
qualche anno, perchè le spese di trasporto li rendevano troppo cari e 
conveniva l'acquisto dei sali depurati. Ora però ne vengono inìportati 
e la loro applicazione è consigliabile, specialmente per i terreni calcari 
a sottosuolo permeabile. 

Tab. XXV. B. Analisi completa dei sali di Stassfurt. 



NOME DEI SALI 
(in 100 parti sono contenute) 


2 " 

"o a- 

C/2.- 


o 

£ 2 
o o 

•a 


2 1 




3 "3 

.2° 


i 


si 1 

^11 


< 


Conte 

potass 


luto di 

garan- 
tito 


A. Nei prodotti greggi 

1. Cainite 


23 
21,3 


,6 
2,0 


14,5 


12,4 


34,6 


1,7 


0,8 


12,7 


12,8 


12,4 


2. Carnallite. . ' 


— 


15,5 14,1 


21.5 


22,4 


1,9 


0,5 


26,1 


9,8 


9,0 


.3. Silvinite 


5,2 


28,3 


3,6 


1,8 


51,3 


1,8 


4,2 


3,8 


20,7 


15,0 


B. Sali preparati (concentrati) 






















aj Sali fosfatici senza cloro : 




















1. Solfato di potassa al ! ^^Ij ' ' 


97,2 
90,6 


0,3 0,7 

1,6 1 2,7 


0,4 
1,0 


0,2 
1,2 


0,3 
0,4 


0,2 
0,3 


0,7 
2,2 


52,7 
49,9 


51,8 
48,6 


2. Solfato di potassa e magnesia . 


50,4 


- !34,0 


— 


2,5 


0,9 


0,6 


11,6 


27,2 


25,9 


b) Sali solfatici con cloro : 




















V 90-95 Y„ . 
3. Cloruro di potassio - 80-85% . 


_ 


91,7 0,2 


0,2 


7,1 


— 


0,2 


0,6 


57,9 


56,8 


— 


83,5 0,4 


0,3 


14,5 


- 


0,2 


1,1 


52,7 


50,5 


(70-75% . 


1,7 


72,5 0,8 


0,6 


21,2 


0,2 


0,5 


2,5 


46,6 


44,1 


4. Sali calcinati col massimo . . 


— 


44,5 |22,5 


4,6 


12,4 


2,9 


5,3 


7,8 


28,1 


20,0 


5 „ „ col minimo. . . 


— 


25,6 31,1 


6,3 


10,3 


3,5 


10,6 


12,6 


16,2 


15,0 




Carbon. 
doppio di 


Carbon. 
di ma- 












Carbonato doppio di potassa e ma- 


potassa 


gnesia 


. 











gnesia 


40 


,- 


X 


5,6 




1,0 




25,4 


18,8 


18,5 



NE. 1 Kg. di cloruro di potassio puro corrisponde a Kg. 0,63 di potassio : o inversa- 
mente, 1 Kg. di potassa corrisponde a Kg. 1,585 di cloruro di potassio puro. 

1 Kg. di solfato di potassa puro corrisponde a Kg. 0,54 di potassa ed inversamente. 
Kg. di potassa corrisponde a Kg. 0,851 di solfato di potassa. 



2. — I sali potassici preparati, sono depurati dai sali nocivi alla 
vegetazione. 

Di questi ne abbiamo tre: il cloruro di potassio che contiene in- 
circa dal 44 al 57 % di potassa; il solfato potassico dal 48 al 52% di 



- 305 - 

potassa; il solfato doppio di potassa e magnesia (26% di potassa), il 
quale, oltre la potassa, contiene la magnesia, clìe può essere utile per 
molti terreni. 

Nel cloruro di potassio noi abbiamo la potassa più a buon mercato, 
ma per l'eccesso di cloro che contiene riesce talvolta dannoso alla 
vegetazione. Nei terreni sprovvisti di calcare, il cloruro è più nocivo 
che utile ; bisogna riservarlo ai terreni calcari con sottosuolo per- 
meabile e per quelli che non soffrono ordinariamente di siccità. Si im- 
piega di inverno. 

Il solfato di potassa viene generalmente preferito, sia perchè non 
contiene che pochissimi cloruri, sia perchè si adatta a tutti i terreni, 
sia perchè per l'acido solforico che contiene, riesce più attivo e di più 
pronto effetto. E meglio però evitare il solfato che contiene di meno 
del 46 7o di potassa. Si sparge pure d' inverno. Del solfato doppio di 
potassa e magnesia, si fa poco uso. 

Di potassa si possono fare generalmente delle forti anticipazioni, 
perchè il terreno, specialmente l'argillo-calcare, trattiene con molla 
energia la potassa. Nei terreni sabbiosi, poveri di Imimis, ed in (|uelli 
cretacei, o calcari, o torbosi, la potassa viene molto trattenuta. 

La potassa per essere assimilata, deve trasformarsi in carbonaio, 
ciò che avviene in contatto dei carbonati calcari. L'uso quindi della 
potassa rende i terreni sempre meno ricchi di calcare, da ciò anche 
la convenienza di unire ad ogni concimazione potassica, dei concimi 
calcici. Questo spiega il danno, che possono arrecare i concimi potas- 
sici, nei terreni poveri di calce. 

Il danno che il cloruro arreca alle piante, lo si spiega nel seguente 
modo. Il cloruro decomponendosi, mette in libertà il cloro, il (|uak' 
combinandosi colla calce forma il cloruro di calce che se non viene 
dilavato dall'acqua, danneggia le radici. 



X. 

Concimi fosfatici. — (Perfosfati. - Perfosfato doppio. - 
Polvere d'ossa. - Scorie Thomas. - Fosfato d'am- 
moniaca. - Fosfato di potassa). 

1. - Quantunque le piante da frutto richiedano poca quantità di 
anidride fosforica, tuttavia bisogna tenere conto di questo elemento 
importante, non soltanto perché i terreni ordinariamente coltivali sono 
esauriti, ma perchè anche l'anidride fosforica ha una nolevole influenza 
sullo sviluppo ed attechimento dei frutti. Recenti esperienze hanno 
dimostrato che i migliori vini si ottengono dai terreni più ricchi di 
anidride fosforica. 

20 — Tamaro - FrutticoUura. 



- 306 - 

In frutticoltura, per dare l'anidride fosforica, si sogliono adoperare 
concimi indicati nella Tabella seguente. 



Analisi dei pi'ineipali concimi fosfatici. 




Perfosfato 

Perfosfato doppio . . . 
Polvere d'ossa normale 
Scorie Thomas 
Fosfato d'ammoniaca 
„ di potassa. . 

NB. 1 Kg. d'anidride fosforica corrisponde a Kg. 2,183 di fosfato di calce 
puro ed inversamente 1 Kg. di fosfato di calce puro corrisponde a Kg. 0,458 
di anidride fosforica. 



I perfosfati convengono a tutti i terreni, meno a quelli acidi e 
sono propri particolarmente ai terreni calcari — anche se calcari 
puri, oppure argilloso — calcari o siliceo — calcari (basta che conten- 
gano qualche centesima parte di calcare per dichiararli tali), oppure 
nei terreni silicei puri ed aridi, privi di humus; o infine nei terreni 
granitici, ina ad elementi grossolani friabili e inconsistenti. 

L'epoca dell'applicazione non ha quella importanza che ha per i 
concimi potassici ed azotati, poiché le pioggie non fanno disperdere i 
perfosfati. Generalmente in frutticoltura si applicano durante od alla 
fine dell'inverno. 

2. — Il perfosfato doppio contiene in un piccolo volume una quan- 
tità notevole di anidride fosforica assimilabile ed in molti casi, come 
negli impianti di collina, può esserne conveniente l'impiego per dimi- 
nuire le spese di trasporto. S'impiega circa la metà ed anche meno, in 
proporzione del perfosfato semplice, ma la sua distribuzione è pii!i 
difficile. 

3. — La polvere d'ossa non sgelatinata contiene l'anidride fosforica 
insolubile e perchè questo agisca sulle piante, bisogna che si decom- 
ponga la gelatina. Da questa decomposizione ne derivano delle sostanze 
umiche che agiscono sul fosfato di calce tribasico. Se invece si opera 
con polvere d'ossa sgelatinata, conviene usar assieme dello stallatico, 
poiché l'humus di questo, agisce come quello della gelatina. 

L'anidride fosforica della polvere d'ossa ha poi la particolarità, di 
non venire trattenuta negli strati superficiali del terreno come quello 
dei perfosfati, ma invece passa negli strati sottostanti ; da ciò la note- 
vole importanza della polvere d'ossa nella concimazione delle piante 
da frutto, poiché con essa abbiamo il mezzo di alimentare anche le 
radici più profonde. 



— 307 — 

Gli effetti della polvere d'ossa sono tanto più sensibili quanto più 
finamente è macinata, e mescolandovi del gesso, il ([uale allVelta la de- 
composizione delle sostanze organiche. 

Si adopera di preferenza pei terreni sabbiosi, poco fertili. 

4. — Le scorie Tlwiìias non devono contenere meno del ir)",„ di 
anidride fosforica, della quale almeno il 75 % deve essere solubile 
negli acidi. Secondo Wagner, il fosfato sarebbe qui telrabasico e for- 
merebbe un composto di facile decomposizione in alcuni k'rreni, causa 
la temperatura elevatissima colla quale si ottengono le scorie. Olire 
all'anidride fosforica è da notarsi la considerevole quantitii di calce 
(48.5 7o) che contengono, di cui una parte allo stato di calce viva. 

L'azione delle scorie ha una durata di 3 a 4 anni, ('convengono 
specialmente nei terreni non calcari, argillosi, argilloso-silicei o siliceo- 
argillosi, più o meno comi)atti o d'origine granitica, di una sufficiente 
consistenza anche se composti dì elementi fini ; oppure in terreni 
sempre non calcari, ricchi di materia organica, torbosi, acidi ed umidi. 

Difatti gli acidi umici dei terreni torbosi ed acidi, facilitano l'as- 
similazione dell'anidride fosforica delle scorie; di più la calce che 
contengono unitamente al carbonato e silicato di calce neutralizzano 
l'acidità e facilitano la decomposizione della materia organica col favo- 
rire la nitrificazione. Dunque le scorie oltre ad essere un elemento 
concimante funzionano da ammendamento. 

Le scorie si danno pure d'inverno in modo, che colle pioggie e 
colla umidità della neve possano, prima della ripresa della vegetazione 
venire in contatto delle radici capillari, le quali disciolgono ed assor- 
bono il fosfato. 

5. — Il fosfato d'ammoniaca ha il grande vantaggio, di portare con 
un piccolo volume una notevole quantità di anidride fosforica e di 
azoto prontamente assimilabili. Per la grande coltura, questo sale non 
ha avuto fino ad ora una larga applicazione, ma bensì in frutticoltura 
e specialmente per le coltivazioni in vaso, nella formazione dei cosi- 
detti sali nutritivi. Ad esempio il sale nutritivo di Wagner è composto di 

parti 30 di fosfato ammonico 
„ 25 „ nitrato di soda 
„ 25 „ nitrato potassico 
20 „ solfato ammonico 

Si scioglie nell'acqua nella dose di 1 grammo per litro 
Per rifornire il terreno dell'anidride fosforica che csporlii una 
pianta da frutto occorrerebbero ogni anno gr. 5 di anidride fosforica 
per metro quadrato (vedi cap. VI pag. 289) eppcrciò per ettaro una 
delle seguenti quantità : 

Perfosfato kg. 300 

„ doppio « 1^ 

Polvere d'ossa -^ 250 

Scorio Thomas .... . WO 



- 308 - 

e. — Il fosfato di potassa è preparato dalla ditta Albert di Bibrich 
e fino ad ora viene adoperato limitatamente, ma esso avrà un avvenire 
nella frutticoltura intensiva, contenendo una notevole quantità assimi- 
labile di anidride fosforica e potassa. Serve eccellentemente per cor- 
reggere lo stallatico. 



XI. 
I concimi azotati. 

1. Solfato aiumonico. — Esso proviene dalle acque di condensazione 
del gas e contiene il 20-21 % di azoto ed una purezza di 94-99 % 
(1 kg. di azoto ammoniacale corrisponde a kg. 4.714 di solfato). È molto 
solubile nell'acqua e non si disperde facilmente, perchè viene tratte- 
nuto dal potere assorbente del terreno. In tal modo rimanendo più a 
contatto delle radici, queste possono assorbirlo per la quasi totalità. 
Noi sappiamo che le piante assorbono l'azoto per mezzo delle radici 
sotto forma nitrica, ma giova avvertire, che l'azoto del solfato ammo- 
niaco nitrifica abbastanza presto, purché il terreno sia sufficientemente 
umido (3-15 % di umidità) abbia una temperatura compresa fra i 10" 
e 40*^ e contenga una certa dose di calcare. 

11 terreno quindi più adatto per l'applicazione del solfato ammonico 
è l'argilloso-calcare. 

Per la proprietà che ha il solfato ammonico di non essere facil- 
mente trasportato dalle acque, non si deve credere di poterlo spargere 
fin dall'autunno in quantità molto forti, poiché se é vero che esso 
rimane diffuso ed in buona parte inalterato durante l'inverno — nel 
qual tempo non ha la temperatura sopra indicata — al sopraggiungere 
della primavera, il solfato nitrifica prontamente e l'azoto nitrico si 
disperde. Epperciò nella coltivazione delle piante da frutto, non con- 
viene dare tutto l'azoto necessario in autunno col solfato ammonico, 
ma in parte soltanto col solfato ed in luglio-agosto durante la vegeta- 
zione, col nitrato di soda. Nei terreni poi molto leggeri od eccessiva- 
mente calcari, nei quali la nitrificazione é rapida, il solfato ammonico 
devesi dare in luglio agosto in modo che nitrifichi e possa essere 
assorbito subito dalle piante durante l'autunno. Quest'ultima avvertenza 
si deve avere specialmente pei paesi meridionali, dove la mitezza del- 
l'inverno favorisce di più la nitrificazione. 

Lo spargimento si fa assieme cogli altri concimi chimici, sotter- 
randolo, purché i concimi non contengano della calce libera o calcare 
(come le scorie) perchè in contatto col carbonato di calce si forma del 
carbonato ammonico che volatilizza. 

Si può anche mescolarlo con letame. Se ne possono dare fino a 
kg. 300 per ettaro. 

2. — Nitrato di soda o Salnitro del Chili, è il concime azotato per 
eccellenza, che contiene dal 15 al 16 % di azoto nitrico, avente una 



- 301) - 

purezza del 91-97 7„ (1 kg. di azoto nitrico corrisponde a kg. 6.070 di 
nitrato di soda puro, inversamente kg. 1 di nitrato di soda puro, cor- 
risponde a kg. 0.165 di azoto). 

II nitrato ha un'azione pronta ed è adatto per dare rapidamente 
vigoria alle piante, specialmente se sono vecchie, ed hanno radici 
profonde o se sono deperite per insufficienza di alimentazione. 11 ni- 
trato rende anche assimilabili molti materiali del terreno, e mantiene 
questo più fresco. 

Lo si applichi contrariamente a quanto venne suggerito lino ad 
ora, non in primavera, perchè le piante al risveglio della vegetazione 
hanno sufficienti materiali di riserva per germogliare ma durante l'anno, 
in giugno e luglio, a piccole dosi, in modo da dare agio alle piante di 
poterlo meglio utilizzare. Non bisogna però che il nitrato venga in 
contatto delle radici perchè, per la sua azione caustica, riuscirebbe 
dannoso. Conviene sotterrarlo con leggera zappatura. 

II nitrato devesi dare da solo e mai mescolato specialmente coi 
perfosfati. Portato nel terreno, il nitrato forma dei nitrati di potassa e 
di calce che sono direttamente assimilati dalle piante. Ciò spiega la 
necessità, per avere un eflelto dal nitrato, di aver in antecedenza prov- 
veduto sufficientemente il terreno di calce, potassa ed anidride fosforica. 

Per gli impianti ; a complemento del solfato ammonico o di altri 
concimi impiegati, per le piante deperenti ; per completare l'azione 
dello stallatico, il nitrato di soda ha una larga applicazione nella frut- 
ticoltura. 

Sciogliendosi facilmente nel terreno, anche se dato alla superfìcie, 
arriva in contatto delle ultime radici, anzi la sua azione sulle piante 
vecchie non si può spiegare diversamente. Se ne può dare fino 4(K) kg. 
per ettaro, ma si ricordi, che se dato in forti dosi incrosta il terreno. 

3. Nitrato potassico. — Esso contiene 12-1;!.') 7„ di azoto nitrico e 
42-45 7o di potassa solubile. Queste percentuali corrispondono ad una 
purezza di 90-92 7o- (1 kg. di azoto nitrico, corrisponde a kg. 7.214 di 
nitrato di potassa: 1 kg. di potassa corrisponde a kg. 2.149 di nitrato 
di potassa pura; inversamente, 1 kg. di nitrato di potassa corrisponde 
a kg. 0.139 di azoto nitrico ed a kg. 0,465 di potassa). 

Non si usa troppo di frequente questo sale perchè troppo caro 
(L. 50 al quintale), ma del resto con esso si hanno degli effetti sor- 
prendenti, specialmente per le piante da frutto e le viti. Si adopera nello 
stesso modo ed in quantità eguale a quella indicata pel nitrato di soda. 

4. — La calciocianainide, contiene 11 % di azoto e 40-12 7» di calcio. 
È efficace specialmente nei terreni umidi privi di calcare ed ha 

una azione alquanto più lenta del solfato ammonico. In presenza del- 
l'umidità si trasforma gradatamente in carbonato di calce ed ammoniaca. 
Il costo dell'azoto sarebbe di '/s inferiore a quello del nitrato. La cal- 
ciocianamide è il migliore concime azotato che si possa mescolare alle 
scorie e che si può impiegare pei terreni non calcari. 

5. — Il nitrato di calcio è un altro composto ottenuto artificialmente 
ed ha eguale efficacia del nitrato. Finora ce n'è poco in commercio. 



- 310 — 

XII. 
Concimi calcici. 

1. — Le piante da frutto abbisognano molto di calce, come ab- 
biamo già visto nei precedenti capitoli trattando della loro compo- 
sizione. Le piante a nocciolo sono più esigenti di quelle a granella. 
Delle piante a granella vi ha una notevole differenza fra le esigenze 
del pero e quelle del melo. 11 melo richiede difatti quasi una quan- 
tità doppia di calce in confronto del pero, con ciò si spiega perchè 
noi troviamo molto di frequente nei terreni poveri di calcare e sciolti, 
delle vigorose e bellissime piante anche adulte di peri, mentre i meli 
nelle medesime località crescono stentati e vengono colpiti dalla rogna 
o dal cancro. Dei peri poi, quelli innestati sul cotogno richiedono più 
calce di quelli innestati sul selvatico. 

Delle piante a nocciolo, specialmente le foglie contengono molta 
calce. Le ciliegie dolci richiedono una quantità tripla di calcare in 
confronto del susino. Praticamente anche si sa, che se noi nell'impianto 
delle piante à nocciolo adoperiamo molti calcinacci, le preserviamo 
per molti anni dalla gomma. Anche il noce è molto esigente per la calce. 

È stata notata la notevole influenza della calce sulla qualità delle 
frutta a nocciolo e sul contenuto di zucchero. Nei terreni poveri di 
calce non è possibile avere varietà apprezzate, di pesche, susine, albi- 
cocche. Esse per lo più rimangono piccole, acide e facilmente cadono 
prima di maturare. 

2. — In frutticoltura per dare la calce si adoperano i calcinacci, 
la calce viva, il carbonato calcare ed il gesso. L'eft'etto dei concimi 
calcici sulle piante da frutto è sempre subordinato alla presenza di 
lutti gli altri materiali nutritivi nel terreno. 

I calcinacci contengono del gesso, carbonato di calce e sabbia, una 
certa quantità di nitrati di potassa, calce e di soda (2-10%) ed altri 
sali solubili come fosfati, carbonati e cloruri. Si impiegano polverizzati, 
alla dose di 150-200 ettolitri per ettaro, specialmente nel momento 
degli impianti. 

La calce, se è allo stato di calce viva, molto grassa contiene in circa 
il 25 7o di calce pura. È meglio dare la preferenza per i terreni tenaci 
alla calce grassa. La calce viva arresta per il momento la nitrificazione 
dell'azoto organico, ma, dopo qualche tempo, gli dà una attività mag- 
giore e favorisce anche l'assimilazione della potassa, che si trova nel 
terreno. Si dà nell'autunno in ragione di 300 a 500 gr. per m.^ ogni 
di 5-6 anni. SÌ può anche adoperare della calce sfiorita ed a questo 
scopo si porta a cumuli la calce sul campo coprendola con terra. 
Passato qualche tempo si distribuisce la massa sul terreno e si vanga. 
Negli impianti, conviene pure mescolare della calce alla terra scavata. 



- 311 - 

Il gesso contiene, quando è crudo, in media 30% di calce, 41 "'„ di 
acido solforico e 19% di acqua. La purezza del gesso viene determi- 
nata in base all'acido solforico. 

Per gli elletti non vi ha dillerenza fra il gesso crudo ed il gesso 
cotto. Col gesso si jìorlano nel terreno due elementi importanti : la 
calce e l'acido solforico. 11 gesso oltre portare la calce, favorisce la 
nitrificazione delle sostanze organiche azotate del terreno e l'assimila- 
zione della potassa. Per la sua azione eccitante, non conviene dare del 
gesso da solo, ma mescolandolo ad altri concimi. Perchè le colture ne 
profittino bisogna però che il terreno sia argilloso. 

Si dà durante l'inverno ed in quantità variabile, lino a 1(1 (juintali 
per ettaro. 

Il carbonaio di calce o anche le marne calcari convengono pei lei- 
reni sciolti. Bisogna perù che siano polverulenti e darne in (juanlilà 
doppia della calce viva. 



XIII. 

Concimi animali diversi. 

1. — Oltre il colaticcio, la pollina, la colombina, il pozzo nero, di 
cui è stato trattato nel Cap. Vili, si adoperano, in frulticollura, altri 
concimi animali, che sono indicati nel seguente quadro. 



Tab. XXVII. 

Analisi di concimi animali diversi impiegati in frutticoltura. 



1. Carne secca 

2. Cuojattoli 

3. Crini e peli 

4. Crisalidi di bachi da seta. 

5. Guano di pesce 

(5. Lanino 

7. Letto dei bachi 

8. Piume e penne 

9. Polvere e cascami di corna . . 

10. Polvere e raschiatura di corna 

11. Polvere di sangue 

12. Rasatura di pelli 

13. Stracci di lana 



7-14 
8,0 

12,7 
0,8 
7,5 
4,0 
1,63 

14,17 
5,2 

10,2 

11,8 
5,6 
8.0 



Anidri- 
de fo- 
sforica 



0,3-1 



0,8-1,2 

9,1 I 
0,2 

1,55 ' 

l"^ I 

5,5 j 

1^ I 



0,3-0,8 

1,4-1,6 

3,28 

0,3 

0,7 
0,15 



Sosunù 
org«nlc« 



Aequa 
% 



84,6 



86,26 12,96 



1 _ 


i — 


1 56,0 


i 10,0 


68,5 


, 8,5 


78;4 


; 13,4 


773 


t 8.6 



Tutti questi concimi sono di più o meno lenta decomposizione, in- 
quantochè il loro azoto, quantunque in quantità rilevante, si trova allo 



312 



stato di combinazioni organiche (albumina e fibrina animale e vegetale) 
e devesi trasformare in azoto ammoniacale e nitrico. 

Rispetto alla prontezza della loro azione, si possono classilìcare 
come segue, in ordine decrescente : 



Tab. XXVIII. 



Azione dei concimi animali diversi. 



1. Crisalidi di bachi da seta 

2. Letto dei bachi da seta 

3. Polvere di sangue 

4. Polvere di carne 

5. Guano di pesce 



1. Polvere e raschiatura di 

di corna ed unghie 

2. Polvere e cascami di corna 

3. Lanino 

4. Piume e penne 

5. Crini e peli 



1. Stracci di lana 

2. Cuojattoli 

3. Rasatura di pelli 



Considerato perù che gli effetti di questi concimi possono variare 
colla qualità del terreno, colla natura della pianta e col clima, questa 
classificazione si può ritenere buona per norma generale, ma spetterà 
al frutticoitore di provarne praticamente gli effetti nel suo terreno. 

A priori, per le concimazioni straordinarie, quando si tratterà di 
rimettere in vigoria una pianta, che sofferse specialmente per mancanza 
di azoto, converranno i concimi di pronta assimilazione. La loro ap- 
plicazione converrà pure quando si vogliono ripetere ogni anno le 
concimazioni su ogni pianta. 

Se si tratterà invece, di mantenere una pianta in ordinaria vege- 
tazione (ossia per la concimazione di mantenimento) converrà l'appli- 
cazione dei concimi di lenta decomposizione. 

Infine, negli impianti, quando si vorrà dare una larga provvista al 
terreno di elementi fertilizzanti che rimangono per molti anni a dispo- 
sizione della pianta, si ricorrerà ai concimi di molto lenta decom- 
posizione, i quali serviranno anche per rinvigorire una piantagione 
trascurata. Allora questi concimi di lenta decomposizione, incorporati 
nel terreno, coi lavori profondi che in tale occasione si sogliono fare 
per togliere le malerbe e per aereare il terreno, unitamente a quelli 
di pronto effetto, danno sicuro affidamento di buona riuscita. 

Ed ora entriamo in particolarità sui singoli concimi. 

2. — Le crisalidi ed il letto dei bachi da seta, si applichino mesco- 
landoli prima con altrettanta terra asciutta, oppure meglio coi terricciati 
o col letame. La concimazione si fa durante l'inverno. 

3. — La polvere di sangue nitri fica un po' meno rapidamente delle 
crisalidi, ma il suo effetto è più lungo. Si applica durante l'inverno. 

Avendo del sangue fresco da utilizzare, conviene coagularlo prima 
con solfato ferroso (5 %) o con calce viva, e mescolarlo con terricciati. 

4. — La polvere di carne si dà in autunno e si seguono le mede- 
sime norme indicate per i precedenti concimi. 

5. — Il guano di pesce, ha un notevole potere fertilizzante. Esso 
contiene, oltre l'azoto, una rimarchevole quantità di anidride fosforica 



— 313 — 

e di calce. Conviene specialmente pei terreni sciolti ed è di pronta 
azione, cosi che si può impiegare oltre che per gli impianti anche per 
le concimazioni di mantenimento. Conviene darlo in autunno. 

6. — La polvere e le raschiature di corna ed luif/liie, la polvere e ca- 
scami di corna, il lanino, le piume e penne, crini e peli, per la loro 
lenta decomposizione, devono essere mescolale alcun tempo prima 
dell'autunno con letame o terricciati, a cui si può aggiungere del per- 
fosfato, della cenere, del colaticcio, del cloruro di potassio, deve 
rimestare il tutto assieme, anche coi prodotti della cimatura delle piante 
e della potatura (l'ami tagliuzzati, pampini, germogli, ecc.). Si mescola 
di frequente questa massa ed in autunno, si fa la concimazione. 

7. — Per gli stracci di lana, cuojattoli e rasature di pelli si opera lo 
stesso ed essi servono specialmente per gli impianti. Dovendo adope- 
rarli per concimazione di mantenimento, bisogna preparare i suddetti 
miscugli un anno per l'altro e si applicano pure in autunno. 



XIV. 

Altre sostanze fertilizzanti 
che si possono impiegare in frutticoltura. 

Queste sono indicate nella Tabella XXIX a pag. seguente. 

1. — Le alghe marine sono molto utili per gli impianti e per altre 
concimazioni alle piante arboree ed i paesi lungo le sjjiaggie del mare 
ne possono trarre profitto. A tale scopo, ammucchiate che siano, si 
lasciano dilavare dall'acqua piovana e poi, asciugate, si adoperano come 
lettiera. 

Lo stesso dicasi per il falasco o piante palustri, che però non 
occorre dilavare per togliere la salsedine. 

2. — Le torbe, ridotte in polvere, possono essere anche utilizzate 
direttamente per concime, ma in tal caso conviene prima slratilicarle 
con della calce viva, per togliere loro lacidità. Lsse migliorano anche 
le condizioni fisiche dei terreno, rendendolo più so Ilice e più alto a 
mantenere la freschezza. 

Meglio ancora impiegare la torba imbevuta di materie fecali, ciò 
che si ottiene, usandola prima per lettiera. 

3. - Come risulta dalle analisi, le comuni felci dei nostri twschi, 
le eriche, le cjinestre, le foglie morte hanno una composizione complessa 
e molto apprezzabile per la concimazione. Anche per queste conviene 
usarle prima per la lettiera e poi darle imbevute di colaticcio, allo 
piante da frutto, migliorando cosi le condizioni fìsiche del terreno. 
Epperciò si impiegano nelle terre magre, sciolte sabbiose e marnose. 
Se il terreno non è ricco di calcare, conviene, prima dello spargi- 
mento, spolverarlo con calce viva. 



314 



Tab. XXIX. 

Analisi di sostanze fertilizzanti diverse impiegate in frutticoltura. 







Anidride 






Sostanza 




NOME 


Azoto 


fosforica 


Potassa 


Calce 


organica 


Acqua 




»/o 


% 


% 


% 


y 


% 


1. Alghe marine 


■ 
0.3-1,7 


0,2-1 


0,1-0,8 


_ 


_ 


16,33 


2. Cenere di piante frascate 




3,5 


10 


— 


— 


— 


3. , „ , agate . 




2,6 


6 


— 


— 


— 


4. „ „ carbon fossile. 


— 


0,05 


0,15 


30.1 


— 


— 


5. „ „ lignite. . . . 


— 


0,10 


0,37 


31 


- 


— 


6. „ „ torba .... 


— 


0,97 


0,20 


35 


— 


— 


7. „ lisciviata .... 


— 


1,5-2,5 


1,4-1,6 


28-30 


— 


— 


8. „ di legna mista . . 


— 


3,4 


6-10 


28-32 


— 


— 


9. Falasco 


0,893 


0,279 


0,856 


— • 


— 


— 


10. Felci, eriche e ginestre . 


1 


0,1-0,37 


0,2-1,86 


0,2-0,6 


63,7 


20,25 


11. Foglie morte 


0,8-1 


0,1-0,2 


0,16-0,35 


0,4-2 


— 


13-14 


12. Fuliggine 


1,3 


0,4 


2,4 


10 


— 


— 


13. Panello di arachide. . . 


5,5-7,5 


0,6-1,8 


1,4-1,6 


— 


— 


10,4 


14. , „ cocco .... 


3,74 


0,18 


1,96 


0,55 


— 


12,7 


15. „ , colza .... 


4-4,6 


1,8-2,8 


1,3-1,5 


0,71 


— 


11,3 


16. „ „ cotone. . . . 


6,21 


3,05 


1,58 


0,29 


- 


11,2 


17. „ , lino 


4,72 


1,62 


1,25 


0,43 


— 


12,2 


18. „ „ noce .... 


5,53 


1,53 


2,02 


0,31 


— 


13,7 


19. „ „ olivo .... 


0,96 


0,25 


0,79 


0,61 


— 


13,8 


20. „ „ ricino .... 


3,67 


1,62 


1,12 




— 


— 


21. Semi di lupino 


5,66 


1,42 


1,14 


0,28 




13 


22. Spazzature 


0,39 


0,45 


1,06 


5,34 


— 


35,92 


23. Torba 


0,33-2,64 


0,173-0,75 


0,07-1,88 


_ 






24. Vinaccia fresca 


0,95-1,55 


2,08 


4,94 


1,30 




95,96 



4. — Le spazzature sono specialmente ricche di anidride fosforica 
e potassa e con esse conviene fare i terricciati. Si possono considerare 
come un concime un poco più povero dello stallatico di media decom- 
posizione. Esse migliorano le condizioni fìsiche del terreno ed è note- 
vole la quantità di calce che contengono. Si danno d'inverno. 

5. — Le viiiaccie, specialmente quelle da cui non si è estratto il 
cremor di tartaro, sono molto utili, perchè molto ricche di potassa e 
di anidride fosforica. Per la concimazione della vite e delle piante da 
frutto, che richiedono molta potassa, costituiscono uno dei migliori 
residui che stanno a disposizione del viticoltore. La loro azione però 
è molto lenta e quindi conviene stratificare anche queste in precedenza 
con del letame, con della buona terra e decomporle, preparando un 
terricciato da adoperarsi un anno per l'altro. 

6. — In frutticoltura, la concimazione coi lupini, ha una larga 
applicazione nelle coltivazioni in vaso. Essi, oltre a contenere una note- 
vole quantità di tutti e tre gli elementi pricipali, servono anche come 
insettifughi. Prima di spargerli conviene macinarli od almeno schiacciarli 
o torrefarli o bollirli, perchè si decompongano più presto e perdono 
la facoltà germinativa. 



- 315 - 

7. — Anche la fuliggine, quantunque abl)ia un valore concimante 
inferiore di un quinto circa in confronto dei lupini, può avere una 
larga applicazione nella concimazione delle piante da frutto, tenute in 
vaso od a spalliera. La fuliggine è pure insettifuga e rende soflice il 
terreno. 

8. — Le ceneri hanno una larga applicazione in frutticoltura. Do- 
vendo però fare degli actiuisti in grande, conviene fare il contratto a 
base del loro contenuto, poiché vengono molto falsificate, essendo 
grande e forse esagerata la richiesta. 

Le ceneri si impiegano per il loro contenuto di anidride fosforica, 
potassa e calce. La prima si trova allo stato insolubile, la potassa e la 
calce per lo più sotto forma di carbonato. 

Le ceneri migliori sono ([uelle comuni che raccogliamo dai foco- 
lari. Quelle delle fornaci, delle stufe, ecc., hanno un valore inferiore 
perchè, colla temperatura elevata, si formano dei conii)osti meno as- 
similabili. 

Le ceneri di carbon fossile, Ugnile, lorba e le ceneri lisciinale, agi- 
scono più perla calce che contengono la quale, oltre a essere un elemento 
concimante, serve come ammendamento. Di (jueste ceneri se ne pos- 
sono dare in quantità rilevante; la cenere comune si dà quale concime 
di mantenimento alle piante incorporandola ai terricciati o mescolan- 
dola col letame e perfosfato. 

9. — I panelli hanno una scarsa applicazione in Irutticollura. 
perchè oltre ad essere di lento effetto, possono portare nel terreno 
delle muffe che guastano le radici. Avendone a disposizione, conviene 
forse stratificarli prima coi terricciati. 



XV. 

Sovescio. 

1. — Il sovescio consiste nel sotterrare con un lavoro. (U-lle jùanlr 
erbacee che sono state appositamente coltivale ((piali i lupini, i trifogli 
e le piante leguminose in genere) o che crescono spontaneamente 
(malerbe). Queste piante sovesciate ridanno al terreno le sostanze che 
vi avevano preso, di più vi cedono molta materia organica, che migliora 
le sue proprietà fìsiche. Fra le buone piante da sovescio sono da pre- 
ferirsi le leguminose, perchè colla materia organica, oltre a dare tutti 
i materiali assorbiti dall'aria delle altre piante (ossigeno, idrogeno, car- 
bonio) danno anche dell'azoto, che esse sole hanno facoltà di assorbire 
dall'aria, Essendo l'azoto l'elemento più costoso nella concimazione, 
si comprenderà l'importanza del sovescio. 

In frutticoltura, come in viticoltura ed olivicoltura, il sovescio 
può sostituire la concimazione di stallatico purché, al momento della 



- 316 — 

semina della leguminosa, si faccia una concimazione a base di anidride 
fosforica, potassa e calce. 

Per sovescio bisogna adopei-are delle piante che si sviluppano 
presto durante l'inverno ed in primavera. Adoperando delle piante che 
si sviluppano durante l'estate, si sottrarrebbe alle piante da frutto del- 
l'umidità. Per noi fanno benissimo i lupini invernenghi ed il trifoglio 
incarnato; o le fave seminale in gennaio. Per i paesi meridionali, le 
veccia e le fave. 

Il sovescio poi può arrecare dei vantaggi incalcolabili nelle loca- 
lità di collina, nei luoghi difficilmente accessibili per portare lo stalla- 
tico o dove non è possibile estendere l'allevamento del bestiame. 

Circa alla quantità e qualità di concime chimico che conviene dare 
al momento della semina della pianta da sovescio, si possono ritenere 
per buoni i seguenti dati. 

Nei terreni non calcari : 

Scorie Thomas quintali 8 

Cloruro e solfato di potassa. . . „ 2-i 

oppure 

Perfosfato al 15 % „ 4 

Gesso „ 4 

Cloruro o solfato di potassa. . . „ 2-4 

Questa ultima formola si può anche applicare per i terreni non 
calcari. 

Nei terreni umiferi o ricchi di sostanze organiche, il sovescio non 
conviene. 



XVI. 
Esperienze di concimazione. 

Nelle precedenti edizioni di questa mia opera, riferii dettagliata- 
mente sulle esperienze di concimazione da me fatte. In questa edizione 
mi limito a riportare le conclusioni generali a cui sono arrivato. 

Nella parte speciale, trattando delle singole piante da frutto, si ri- 
feriranno le conclusioni speciali. 

1. — I concimi che non sono molto solubili devono essere inter- 
rati e mescolati collo strato superficiale del terreno. 

2. — Quelli che non sono solubili totalmente ma soltanto in parte, 
devono essere pure mescolati colla terra superficiale e sotterrati avendo 
cura però di non danneggiare le radici. 

3. — I concimi molto solubili possono essere impiegati superfi- 
cialmente o semplicemente coperti da terra. 

4. — Certi concimi possono essere mescolati con altri, qualche 
tempo prima del loro impiego; altri invece bisogna somministrarli 
da soli. 



- 317 - 

5. — La concimazione si può fare sia in autunno, sia in primavera, 
sia nell'agosto, però per ciascuna di queste epoche, sono diversi i 
concimi da applicare. 

6. — In estale (luglio) la più consigliabile è la concimazione liciuida 
con colaticcio, mercè la quale le piante si dispongono meglio a frut- 
tificare e nella ventura primavera entrano più presto in vegetazione. 
L'azione però della concimazione liquida è momenlanea. e perciò vo- 
lendola adottare costantemente, bisogna ripeterla annualmente e non 
darla in una sol volta. 

Non viene esclusa anche la probabililà che le piante, trattale a 
lungo con questo nìezzo, si esauriscano invecchiando anzi tempo. 

7. — Le concimazioni a base di cloruro di potassio, op|)ure di 
cenere, o di terriccio o di perfosfato, danno migliori risultati in autunno 
che in primavera. 

8. Le formule contenenti cloruro di potassio o cenere sommini- 
strate in autunno, hanno una marcata influenza per rinvigorire la ve- 
getazione delle piante. Le formule a base di perfosfato invece fanno 
aumentare la fruttificazione. 

Così ad esempio col perfosfato solo, le piaiile più vigorose si 
disposero a fruttificare. 

9. — Le piante concimate in autunno entrano generalmenle in 
vegetazione prima delle piante concimale in primavera. 

10. — Le formule più complesse (cenere, perfosfato e cloruro; 
perfosfato e nitrato di potassa; solfato d'ammoniaca, perfosfato e clo- 
ruro) danno, durante la vegetazione, migliori risultali che in autunno. 

11. — Concimando in autunno piuttosto che in primavera, l'ope- 
razione è più economica e si ottiene maggiore allegamento di frulla e 
frutta più voluminose. 

12. — La concimazione durante la vegetazione è consigliabile quando 
si adoperano concimi di pronto effetto e favorisce in parlicolar modo 
lo sviluppo erbaceo. 

13. — Dopo i concimi liquidi, le formole a base di nitrato e per- 
fosfato sono di più pronto efletto. 

14. — Durante la vegetazione volendo pronmovere la fruttilicazione, 
le migliori formole sono quelle a base di solfato d'ammoniaca unito a 
perfosfato e cloruro di potassio ; per rinvigorire una pianta, é utile 
ancora la cenere. Siccome le piante in primavera hanno sufficienti 
materiali di riserva per germogliare, la concimazione con concimi di 
pronto efTetto è meglio ritardarla al luglio, quando la pianta ha esau- 
rito i materiali di riserva e sta per sviluppare le gemme per produrre 
rami e frutti nell'anno venturo. 

15. — Per la quantità di concimi da applicarsi, bisogna prendere 
in considerazione : 

a) se le le piante si trovano in un terreno ben lavorato e pre- 
parato, contenente a sufficienza della materia organica, della calce, della 
potassa e dell'anidride fosforica ; 



- 318 - 

b) se si tratta di piante vecchie o giovani ossia di piante che 
hanno già dato frutti o se ancora hanno da sviluppare dei rami per 
raggiungere la loro forma e dimensione comune ; 

e) se le piante sono esaurite per esuberante produzione fruttifera 
negli anni precedenti ; 

d) se le piante per loro natura hanno delle radici striscianti o 
fittonanti ; 

e) se il terreno in cui si trovano è di natura argilloso o siliceo; 
calcare od umifero ; secco o fresco. 

16. — Basandosi sull'esperienza acquistata, sulla conoscenza dei 
concimi e del loro effetto sulla vegetazione, si può con una sufficiente 
esattezza determinare la quantità, la qualità dei concimi necessari 
nonché l'epoca ed il modo più conveniente di applicarli, tenendo anche 
conto della specie delle piante, della loro età, della loro vigoria e della 
loro produttività di frutta. 

17. — I dati analitici servono a fissare le proporzioni nelle quali 
devonsi trovare le materie fertilizzanti però sarebbe errato il ritenere, 
che applicando strettamente i dati analitici nella composizione delle 
miscele concimanti, l'albero possa essere sufficientemente nutrito. 

E questo per il fatto che 

a) non tutti gli elementi fertilizzanti sono assorbiti direttamente 
dall'albero ; 

b) molti dei materiali fertilizzanti non vengono in contatto com- 
pleto colle radici ; 

e) molti concimi come i fosfati, non sono egualmente diffusibili 
nel terreno. 

Bisogna quindi molte volte dupplicare e triplicare le dosi, poiché 
bisognerebbe basare la quantità di concime sulla superfìcie del terreno 
coperta dalla chioma dell'albero possibilmente sul volume della terra 
esplorata dalle radici. 

18. — Rispetto ai singoli componenti delle formole esperimentate, 
si é potuto concludere quanto segue : 

a) il terriccio è sempre un buon concime ed il più conveniente 
dal lato economico, specialmente trattandosi di piante in vegetazione 
normale. 

b) al terriccio conviene l'aggiunta di concimi chimici quando si 
tratta di favorire o la fruttificazione o la vegetazione erbacea; 

e) il perfosfato dato in autunno od in primavera promuove la 
fruttificazione ; 

d) la cenere è un buon ricostituente della pianta, sia che venga 
data in autunno, sia in primavera ; 

e) lo stallatico ha sempre bisogno di essere corretto con del per- 
fosfato e cenere, per avere efficacia sulle piante da frutto. Si può anche 
adoperare 100 gr. di scorie e 80 grammi di solfato di potassa per m-. 

fj il rapporto di valore che hanno gli elementi fertilizzanti nei 
concimi diversi applicati alla frutticoltura, si rileva dalla seguente 
Tabella XXX. 



- 319 



Tal). XXX. Valore degli elementi fertilizzanti 

in rapporto al loro effetto sulle piante da frutto. 



NOME DEI CONCIMI 



Prezzo uninatario in Lire italiane 
per Kilogramina di 



Alghe marine, falasco, foglie, ginestre . 

Carne secca e lupini 

Ceneri 

Cloruro, di potassio 

Coiattoli, corna, unghie, crini, penne, peli 

Crisalidi e letto dei bachi 

Fosfato ammonico 

Fuliggine. ... 

Guani 

Kainite j 

Lanino e stracci di lana 

Nitrato di potassa 

, „ soda 

Panelli ' 

Perfosfato d'ossa I 

minerale 1 

Polvere d'ossa 

Polvere di sangue 

Pozzo nero 

Scorie Thomas 

Solfato ammonico 

di potassa ! 

Spazzature 

Stallatico 

Torba 

Vinaccia 



0,8 
1,70 



o,no 

1,70 

i.r>n 

1,70 
1,70 

0,90 
1,00 
1,00 
1,20 
1,70 

1,70 
1.70 
1,20 



0,30 
0,45 



0,45 
0,56 
0,45 
0,52 



0,45 
0,56 
0,52 
0,45 
0,45 
0,45 
0,40 



03 
0,45 
0,30 
0,30 



035 

0.40 
0,60 
0,48 



0/10 
0,40 
0,50 



0,40 



0,40 
0,45 



0,58 
035 
0,40 

o;ì5 



XVII. 
Concimazione dei vivai. 



1. — Per la concimazione del semenzaio rimando il lettore a pa- 
gina 43 dove ho trattato diflusamente questo argomento. 

2. - Nella piantonaia, nei neslai e barbatellai noi desideriamo avere 
molto sviluppo di radici sottili e, specialmente nella piantonaia, svi- 
luppo di rami a legno. 

Per ottenere un ampio sviluppo di radici, occorre che .1 terreno 
sia soffice, lavorato profondamente e che contenga i matenah nutnliv, 
bene amalgamati e distribuiti. K necessario che i concimi siano co.n- 
plessi, e prevalga la calce, poi la potassa, quindi l'azoto e anidride 
fosforica. Ma siccome nella maggior parte dei nostri terreni, 1 anidride 



- 320 — 

fosforica si trova in piccolissima quantità, ed essendo essenziale la sua 
influenza sulla maturazione del legno, cosi di questa conviene darne 
in eccesso. 

Per fare un vivaio e specialmente una piantonaia, si può utilizzare 
(come ho già dello a suo luogo) in particolar modo un bosco dissodato 
o un prato vecchio. Dissodandolo in autunno vi si mescola contem- 
poraneamente della calce spenta all'aria, in ragione di q.li 10 per ettaro. 
Questa calce nitrifica Vhiimiis immagazzinato e facilita la decomposi- 
zione della cotica. 

Se si tratta invece di un terreno coltivato ordinariamente conviene 
in autunno fare pure lo scasso e, dopo terminato, sotterrare, con una 
vangatura, dello stallatico corretto coi concimi, come ho indicato per 
il semenzaio. Questo stallatico mantiene soffice il terreno, riparte bene 
i materiali nutritivi, facendo sviluppare numerose le radici. 

Si adoperi di preferenza dello stallatico composto di un terzo di 
letame bovino, un terzo di letame cavallino ed un terzo di letame ovino. 

La quantità di concime da spargere in autunno per ara di terreno 
destinata a vivaio in genere, sarà quindi la seguente : 

f Stallatico Kg. 500,— 

Form. XIII. ì Scorie „ 0,900 

( Solfato di potassa o cloruro di potassio „ 0,300-0,350 

l Stallatico Kg. 500,— 

Forra. XIV. ] Scorie „ 0,900 

( Solfato di potassa e magnesia . . . . „ 0,600-0,700 



, Stallatico Kg. 500,— 

Forra. XV. ^ Scorie , 0,900 

(Kainite , 1,200-1,400 



Per le piantonaie, purché dati in autunno, si può sostiture, come 
si vede, il cloruro ed il solfato di potassa, col solfato di potassa e 
magnesia o colla kainite, perchè i cloruri dannosi che contengono 
vengono dilavati dalle pioggie invernali. 

/ Stallatico Kg. 500, - 

„ ,„.. ) Polvere d'ossa „ 0,750-0,900 

Form. XVI. ^^^^^ 0,750-0,900 

( Solfato di potassa o cloruro di potassio „ 0,300-0,350 

/ Stallatico Kg. 500,— 

^,,,„ \ Perfosfato 14-21 , 0,725-0,750 

Form. XVII. ; „ r^\-,^- « --r. 

) Gesso „ 0,72o-0,7o0 

\ Cloruro di potassio o solfato di potassa „ 0,300-0,350 

/ Stallatico Kg. 500,— 

Form. XVIII. j Fosfato di potassa „ 0,400-0,500 

( Gesso „ 0,400-0,500 



- 321 - 

Anche applicando queste formole XVI e XVII, si può sostituire il clo- 
ruro di potassio o il solfato di potassa, con altrettanta quantità di 
solfato di potassa e magnesia o con una quantità (juadrupla di kainite, 
come è evidente nelle formole XIV e XV. 

Nelle località dove si difetta di stallatico, allo scopo di immagaz- 
zinare dell'azoto nel terreno, si potrebbe far precedere un sovescio, 
ma questo deve essere fatto per tempo in modo che prima dell'im- 
pianto, il sovescio possa essersi completamente decomposto. 

Dovendo fare la preparazione del teireno ajìpena in primavera 
non conviene adoperare lo stallatico, ma invece dei terricciati, i (juali 
si devono impiegare in quantità doppia di quella indicala per lo stallatico. 

Non aveiìdo terriccio sufficiente, si può aumentare la sua ricchezza 
fertilizzante, bagnandolo fino a che se n'è iml)evulo completamente, 
con colaticcio o pozzo nero, nei quali prima si sciolgono una delle 
seguenti 3 sostanze 



Kg. 3 di scorie Thomas o 
„ 3 „ polvere d'ossa o 
.. 2,5 .. perfosfato al 14-16% 

per metro cubo di terriccio. 

Quando il terriccio è asciutto, lo si sparge sul terreno e Io si sotterra. 

Invece di terriccio si può adoperare della torba pure asciutta, ma 
stata prima imbevuta di orina o pozzo nero con l'aggiunta di una delle 
suddette sostanze. ^ 

Se infine non si avesse neppure la torba allora soltanto in via 
eccezionale, si può ricorrere ai concimi artificiali e precisamente alla 
seguente formola per ara 

/ Fosfato ammonico Kg- <l,30() 

Form. XIX, | Scorie Thomas o polvere d'ossa - <M>()0 

( Cloruro di potassio o solfato di i)olass;i 0,200 

Questi concimi appena mescolati per bene devono subito essere 
sotterrati mediante una vangatura. Bisogna curare che la distribuzione 
sia ben fatta e ciò si ottiene allungando la miscela con molta terra- 

Per la piantonaia invece e per il nestaio, nei quali le piante 
rimangono due o tre anni, questa concimazione devesi ripetere ogni 
anno ; cosi nei barbatellai. 

Come abbiamo visto parlando del vivaio (vedi pag. VA) allo scopo 
di mantenere un giusto equilibrio fra la spesa e la produzione, ogni 
vivaio stabile si deve tenere in rotazione con delle piante erbacee, 
altrimenti il terreno si esaurisce. 



Tamauo - Frutticoltura 



- 322 — 

XVIII. 
Concimazione di mantenimento. 

Nella parte sesta pag. 254 sì ha già parlato della concimazione per 
l'impianto, ora bisogna parlare della concimazione in generale per il 
mantenimento delle piante, che deve essere guidata da criteri alquanto 
diversi. 

1. — Mentre nell'impianto noi dobbiamo aver cura di provvedere 
la pianta di elementi nutritivi complessi ed a varia profondità per 
parecchi anni ; colla concimazione di mantenimento noi dobbiamo 
mantenere la pianta in costante vigore ed equilibrare lo sviluppo dei 
rami a legno collo sviluppo dei rami a frutto. 

La differenza poi essenziale della concimazione sta nel modo di 
portare i principi nutritivi a contatto delle radici degli alberi. Negli 
impianti, a questo si provvede con facilità ; non cosi quando le piante 
sono adulte ed hanno delle radici talvolta a notevole profondità. 

Il metodo più comune consiste nello scavare attorno alle piante 
una fossa circolare, larga e profonda cm. 50, e distante dal fusto tanto 
quanto è distante la periferia delia fronda. In questa fossa si mescola 
sul fondo il concime con altrettanta terra e poi si copre. Trattandosi 
di concimazioni liquide, invece che delle fosse, si possono preparare 
dei fori profondi % distanti fra loro cm. 50, con un palo di ferro, come 
è indicato nel capitolo Vili. Se il terreno è inclinato si fanno dei fos- 
satelli interrotti. 

Le molte esperienze hanno dimostrato a sufficienza che per man- 
tenere una pianta adulta da frutto in giusto equilibrio occorrono con- 
cimi complessi. La pratica ha dimostrato anche la convenienza di con- 
cimare piuttosto a piccole dosi e di frequente che a grandi dosi e di rado. 

I Professori Steglich e Barth hanno trovato che una pianta da 
frutto adulta in produzione normale, avente un tronco della circonfe- 
renza di cm. 25 e le cui radici si estendono per una media superficie 
di terreno di m.^ 20 esporta annualmente per 

metro quadrato Ettaro 

Anidride fosfor. g. 5 Kg. 50 

Azoto „ 17 ,,170 

Potassa „ 22 ,,220 

Calce „ 40 ,,400 

Per restituire questi materiali bisognerebbe dare kg. 5 di stallatico 
per anno e per metro quadrato, ossia Ivg. 100 per pianta. Ma anche qui 
l'azoto è in quantità esuberante, perciò bisogna aggiungere dei concimi 
fosfatici e potassici, tanto più che questi, come ho verificato nelle 



- .-^23 - 

diverse esperienze, inlluiscono notevolmente sulla produzione legnosa 
e fruttifera. 

Lo stallatico si deve dare in autunno ogni anno, sotterrandolo con 
una buona vangatura i)rima dell'inverno, acciocché, prima della prima- 
vera, possa decomporsi. Dopo la vangatura, il terreno lo si lascia irre- 
golare, perchè possano meglio agire gli agenti atmosferici. Facendo 
una concimazione ogni due o tre anni, bisogna darne in (|uanlità doppia 
o tripla, e perchè colla vangatura non si può sotterrare questa quan- 
tità rilevante, bisogna aprire delle fosse. Questa concimazione peiù ad 
intervalli non è senza incovenienti, inquantoché nel primo anno la 
pianta acquista eccesso di vigoria a scapito della fruttificazione. La 
concimazione in copertura, come viene usala da molti, lasciando cioè 
esposto all'aria lo stallatico coprendo il terreno, é da condannarsi, 
poiché favorisce lo sviluppo delle malerbe, annida degli insetti ed una 
gran parte delle materie fertilizzanti vanno perdute. 

Il terriccio è un altro dei concimi utilissimi che si può dare nella 
medesima quantità dello stallatico ed è molto vantaggioso, specialmente 
per le piante giovani, poiché favorisce lo sviluppo delle radici. Con- 
viene però applicarlo in febbraio anziché in autumio, facendo delle 
fosse. 

Non avendo né stallatico, né terricciato, é molto vantaggiosa la 
torba che si lascia imbevere di spurghi di latrina in una vasca e poi 
si lascia asciugare. Se ne adopera nella medesima proporzione dello 
stallatico, kg. 5 per metro quadrato. 

I concimi liquidi, per il mantenimento delle piante, si devono ado- 
perare in via eccezionale, come ho detto nel cap. L\. 

Adoperando tanto l'uno che l'altro dei concimi indicali lino ad 
ora, bisogna sempre correggerli con dei concimi chimici. In quali 
proporzioni lo si debba fare, ciò dipende dallo scopo che ci si propone 
di ottenere colla concimazione, dalla qualità delle piante e dalla natura 
del terreno. 

Rispetto alla scelta dei concimi chimici, valga quanto ho detto in 
particolare nei singoli capitoli ; diremo qui soltanto che : 

a) dovendo dare della calce, si adopererà della calce spenta 
all'aria che poi verrà interrata in autunno assieme allo stallatico; 

b) dovendo dare dell'azoto, si adopererà del solfato ammonico o 
del nitrato di soda ; 

e) per dare dell'anidride fosforica si impiegherà in autunno delle 
scorie o polvere d'ossa; in primavera dei perfosfati; 

(/; per dare della potassa si può impiegare della kainite, del clo- 
ruro di potassio o del solfato di potassa ; 

e) per dare della calce, potassa ed anidride fosforica, si può im- 
piegare della cenere. 

Ogni frutticoitore deve studiare nelle proprie condizioni la formola 
di concimazione più conveniente, ed è un errore quindi ritenere che 
una formola possa valere per tutte le piante, siano queste più o meno 



— 324 - 

rigogliose, più o meno fruttifere ; siano esse di una specie piuttosto 
die l'altra. 

Ripetutamente io ho applicato la seguente formola di concimazione alle piante da 
frutto in genere per il loro mantenimento, per verificare i dati ottenuti dai Dottori 
Steglich e Barth. Questa quantità venne data per m.- 

gr. 100 di nitrato al 15.5% in 3 volte: marzo, aprile, maggio e contenente 
\ in totale gr. 17 di azoto ; 

Form. XX. „ 25 di perfosfato al 20 % e contenente in totale gr. 5 di anidride fosforica; 

I „ 45 di solfato di potassa al 48% e contenente in totale gr. 22 di potassa : 
, 50 di calce viva. 

Ho riscontrato nell'applicazione, che l'azoto era insufficiente pei meli mentre era 
eccessivo pei peschi. I meli risentivano però grande vantaggio colla potassa. Per i 
susini, peschi ed albicocchi, si mostrò deficiente la calce ed i peschi oltre che di calce 
anche di potassa ed anidride fosforica. 

Questa formola applicata ogni anno, specialmente nei terreni poveri di humus, 
non è consigliabile se, ogni terzo anno almeno, non si fa un sovescio od una concima- 
zione a base di stallatico. 

I dati invece ottenuti dalla stazione di Geneva (Stati Uniti) sono più attendibili e 
se in base a questi si faranno le miscele di concimazione, io credo che si otterranno 
migliori risultati. 

Nella parte speciale, trattando delie singole piante da frutto, verrà 
indicata in apposito capitolo, la concimazione più conveniente per 
ogni singola essenza fruttifera. 



XIX. 

Concimazioni diverse 
a seconda dello stato in cui si trovano le piante. 

1. Concimazione di piante deperenti. — Quando il deperimento di 
una pianta dipende dalla deficienza di materiali nutritivi nel suolo, 
allora bisogna ricorrere a delle concimazioni straordinarie ed a brevi 
intervalli. 

Conviene anzitutto scalzare la pianta in autunno e concimare colle 
seguenti forinole XXI, XXII, e XXIII, per m.^ 



Form. XXI. 



Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta 

„ 3 di terriccio 
gr. 100 di Scorie Thomas 

„ 25-30 di cloruro dì potassio o solfato di potassa. 



Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta 
\ „ 3 di stallatico 
Form. XXII. ■ gr. 200-400 di calce spenta 

/ „ 100 di perfosfato al 16 X 

, „ 25-30 di cloruro di potassio o solfato di potassa. 



- 325 - 

/ Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta 

L- vvirr ) " -^ di terriccio 

Form. XXIII. ; .„,, ,. 

j gr. 100 di calce spenta 

l „ 400 di cenere. 

Al sopraggiungere della primavera si dà ancora la seguente mi- 
scela per m.^ 

Form. XXIV ] ^,"f ^'/^ ^'} P^'^'*^^' «■■ '^'^ 

I Nitrato di potassa 20 

Se durante il corso della vegetazione non si avessero a rimarcare 
i buoni effetti, si applicherà nel mese di giugno la concimazione li(|uida 
sciogliendo nell'acqua gr. 1-1.5 per litro, la miscela XXIV. 

Nell'anno successivo si potrà applicare una delle formole seguenti: 

i Scorie Thomas o polvere d'ossa gr. 150 

Form. XXV. \ Cloruro potassico o solfato di potassa „ 60 

( Nitrato di soda 100 

Totale gr. 310 

Da applicarsi in autunno, meno la metà del nitrato che si dà in 
primavera, sotterrandolo colla vangatura. 

/Perfosfato 16-18 % gr. IfiO 

1- x'viTT ) Cloruro potassico e solfato di potassa ., 60 

torm. XXVI. { -.., , ,- ■ ^ ,,^ 

1 Nitrato di soda . „ 100 

( Gesso ^ 150 

lotale gr. -160 
Da applicarsi in primavera 

Scorie Thomas o polvere d'ossa gr. 15(» 

Kainite .240 

Form. XXVII. ' Solfato ammonico ..50 

I Nitrato di soda ,50 

1 Calce spenta .150 

Totale gr. 640 

Il nitrato si dà in primavera. 

Nel terzo anno si ripeterà la concimazione colle formole XXI, XXII 
e XXIII. 

b) Concimazione di piemie troppo vigorose e poco fruttifere. Nella 
maggior parte dei casi, questo fenomeno si deve attribuire all'eccesso 
di umidità e di azoto nel terreno ed alla deficienza di elementi mine- 
rali, principalmente potassa ed anidride fosforica, r.pperciò il frutti- 
coitore deve somministrare dei concimi minerali che portino gli., ele- 
menti minerali, principalmente potassa ed anidride fosforica, tpperciò 
il frutticoitore deve somministrare dei concimi minerali che portino 
gli elementi suddetti, i quali favoriscano in particolar modo la produ- 
zi one della frutta. 



- 326 - 

Anche qui si possono applicare una delle formole XXV, XXVI, XXVII, 
omettendo però i concimi azotati. 

e) Concimazione delle piante molto fruttifere e poco vigorose. Que- 
ste piante di solito fioriscono molto, ma portano difficilmente la frutta 
a maturazione. 

In questo caso bisogna dare una concimazione che ricostituisca 
completamente la pianta, col fornirla dell'azoto, e degli elementi mi- 
nerali, potassa, anidride fosforica e calce. 

In questo caso bisogna concimare in autunno con del terricciato e 
seguire quanto ho detto per la concimazione di piante deperenti. 



XX. 
L'irrigazione delle piante da frutto. 

1. Azione dell'acqua sulle piante da frutto. — L'azione dell'acqua 
è intimamente legata a quella del calore tanto da poter asserire che 
essa non esercita tutta la sua utilità, od almeno tutta la sua azione se 
non vi ha contemporaneamente una temperatura abbastanza elevata. 
Una dimostrazione l'abbiamo nella interruzione della vita vegetativa 
durante l'inverno. Nelle regioni temperate e fredde, l'interruzione è 
dovuta alla mancanza di calore ; nelle regioni calde e intertropicali 
alla mancanza di umidità. In queste ultime regioni però l'arresto di 
vegetazione è meno apparente poiché le foglie non cadono e soltanto 
le radici rimangono inattive. 

Le piante da frutto soltanto nella loro prima età vivono degli ele- 
menti che si trovano nello strato superficiale del terreno. Ma poiché 
questo primo strato si essica nella stagione calda, così é naturale che, 
per assicurarsi l'attecchimento negli impianti, si fanno delle buche 
profonde, si adoperano molti concimi organici, si tiene coperto il ter- 
reno con letame, si impianta presto in autunno anziché in primavera, 
quand'anche non si ricorra alla irrigazione. E' certo che molti dei 
nostri impianti, e non soltanto dell' Italia meridionale, riuscirebbero 
molto meglio, se nel primo e secondo anno dopo l'impianto, si avesse 
dell'acqua per inaffìare od irrigare. 

Passato questo periodo di infanzia, l'albero approfondisce le radici 
nel suolo inerte dove esse stazionano, per nutrirsi dell'umidità che si 
accumula per le pioggie e per l'acqua che deriva dal sottosuolo. 
Quest'ultimo deve servire da sorgente e l'umidità in esso deve trovarsi 
fino a 2-3 metri. 1 terreni che non hanno queste sorgenti o che hanno 
un sottosuolo impermeabile, sono assolutamente disadatti per le piante 
da frutto. Le piante dopo un periodo di pochi anni muoiono improv- 
visamente. 

Queste sorgenti di umidità vengono alimentate annualmente dalle 
pioggie. Pochissimo vi concorrono quelle estive sia perchè, ad esempio, 



— 327 - 

nei climi meridionali ((uesle pioj^gie sono rare, sia percliè, in i|ualsiasi 
regione, o sono di ])oca entità brevi ed evaporano prontamente prima 
che le radici ne ritraggano vantaggio ; opjìure sono torrenziali ed allora 
l'acqua scorre via, prima che il terreno la possa trattenere. 

Il maggior bisogno di acqua la pianta lo lia alla ripresa della ve- 
getazione. In questo periodo, tutta l'umidità di cui si sono imbevute 
le radici nell'autunno e durante l'inverno, passa alle gemme, alle foglie, 
ai nuovi germogli. 

Durante la fioritura il movimento dei succhi subisce una sosta, ma 
subito dopo, |)er l'attecchimento dei frutti, è necessaria l'umidità ac- 
compagnata da calore. In questo periodo le pioggie più frequenti sono 
più utili dei forti acquazzoni. Nei mesi in cui avviene la maturazione 
dei frutti occorrono giornate serene, ma, appena fatto il raccolto, é 
bene che piova abiiondantemente, perchè si possa innnagazzinare del- 
l'actjua nel terreno, per l'anno venturo. 

La mancanza d'acqua nel terreno dopo la lioritura, fa cadere molti 
frutti e, quelli che rimangono, non raggiungono lo sviluppo normale, 
riescono colla buccia rugosa, ((uassa; colla polpa scipita, asciutta, 
senza profumo; i rami della pianta rimangono corti, esili. In Sicilia ad 
esempio gli agrumi irrigati danno in media, un terzo di più di prodotto. 

Nei terreni freschi, i frutti riescono più sviluppati, succosi, di 
sapore più delicato e contengono pochi senìi. La buccia riesce sottile, 
elastica, con colorito normale; la maturazione è più regolare e piutto- 
sto anticipata. I rami e le gettate dell'annata crescono vigorose ed entro 
l'anno compiono completamente la lignificazione. Tutta la vita vegeta- 
tiva viene prolungata e perciò le jiiante riescono più fertili ed anche 
più vigorose. 

Dalla freschezza del terreno dipendono anche gli elletti della con- 
cimazione. Gli agricoltori sanno che nelle annate asciutte, le colture 
risentono poco vantaggio dalle concimazioni, specialmente se queste 
sono a base di concimi artilìciali. H difatti mancando lumidilà che 
disciolga i materiali nutritivi, le radici non possono funzionare e la 
pianta ne soffre. 

Un eccesso di umidità produce i rami meno robusti, colle libre 
più larghe, rendendosi meno resistenti ai freddi ed agli attacchi dei pa- 
rassiti ; cosi le frutta riescono troppo acquose e meno saporite. L'acqua 
eccessiva nel terreno rende infine inattive le radici per la mancanza 
d'aria e se vi ristagna il terreno dà una reazione acida che danneggia 
le radici. 

2. Quantità d'acqua necessaria e modo di usarla. — Finora per 
noi italiani le piante da frutto tipiche per l'irrigazione sono gli agrumi, 
che si diiìusero ai due estremi dell'Italia: nella Sicilia e nella Hiviera 
Ligure. In Sicilia vennero sempre irrigati e gli arabi ne perfezionarono 
il sistema. Quivi si irriga anche il nocciuolo, nelle Calabrie il fico, 
destinato per il consumo diretto dei frutti, mentre per i frutti da essic- 
care la pianta si coltiva nelle alture non irrigabili. 



- 328 - 

Nell'Africa mediterranea bisogna irrigare tutti i fruttiferi dell'Europa 
e della regione intertropicale, se si vuole assicurare il prodotto, e cosi 
in Sicilia e Sardegna, specialmente lungo il litorale, conviene l'irriga- 
zione degli olivi, dei gelsi, dei pistacchi, dei mandorli e di quasi tutte 
le piante da frutto, specialmente nei primi almi, dopo la piantagione. 

Stabilita l'importanza dell'acqua anche per le piante da frutto, non 
è da ritenersi che queste si debbano irrigare come si trattasse di piante 
erbacee. Come abbiamo visto, il maggior bisogno d'acqua si risente 
nella stagione calda, che ricorre dal periodo dopo la fioritura fino alla 
maturazione dei frutti. Nei paesi meridionali, durante questo periodo, 
il bisogno d'acqua sarà maggiore che nelle regioni dell'Italia centrale, 
e qui molto di più che nell'Italia settentrionale. 

E' difficile poter stabilire la quantità d'acqua necessaria per le 
piante da frutto. Questa naturalmente varia colla specie della pianta, 
coll'andamento della stagione e colla natura e posizione del terreno. 
Le piante sempreverdi, come gli agrumi, quelle ricche di fronda e di 
succhi, come le piante a nocciolo, quelle che hanno l' apparecchio 
radicale poco sviluppato richiederanno più acqua. Nei terreni sciolti, 
permeabili, situati in pendio, esposti a mezzogiorno, le piante saranno 
più esigenti di acqua di irrigazione. 

Nella provincia Santa Clara in California, dove non piove mai e 
dove, ciò malgrado, si sono fatti degli estesi frutteti industriali, por- 
tandovi l'acqua artificialmente a mezzo di canali, si irriga sette volte 
all'anno, impiegando per ettaro 1000 m^. d'acqua per volta. 

Nella valle di Jakina, (Washington) dove si hanno in media ogni 
anno 150 mm. di acqua, si irriga 6 volte all'anno, dando 1000 m^ d'ac- 
qua per volta. 

In tutti gli Stati occidentali dell'America del Nord le pioggie sono 
scarse e quasi ovunque si irrigano anche le piante da frutto. Per im- 
magazzinare l'acqua nel terreno, si irriga anche d'inverno. Durante 
l'estate si fa di solito l'irrigazione ogni 20-30 giorni per quattro volte 
cominciando dal maggio. L'ultima irrigazione si fa in settembre. Rara- 
mente si adoperano più di 7500 m^ per ettaro e per anno. Durante la 
vegetazione si ha cura di mantenere sempre il terreno soffice e mondato 
dalle malerbe, per evitare la soverchia evaporazione. 

In Sicilia si fanno negli agrumeti da 6 a 10 irrigazioni per anno, 
impiegando nei terreni consistenti da 400 a 800 m^ di acqua per ettaro 
e per anno, che equivalgono a m^ 1 a 2 per pianta. Nei terreni sciol- 
tissimi, secondo il Prof. Savastano, si impiegano m^ 3 a 4000 e per ogni 
albero da 7 a 10 m^. Il Prof. Alfonso vorrebbe 495 litri per pianta e 
per ogni irrigazione che corrisponderebbe a circa 1200 m^ per anno e 
per ettaro ; il Turrisi Colonna circa 840 m^', il Cusmano 480 m^. 

Considerate le condizioni udometriche delle regioni in cui pro- 
sperano le piante da frutto, io credo che per esse occorrano annualmente 
(dalla caduta delle foglie in autunno alla maturazione dei frutti) 750 mm. 
d'acqua corrispondenti a 7500 m^ per ettaro. 



— ;i2y - 

Nella Valle Padana (vedi Trallalo completo (li af^ricoltura. iloepli HH_>. 
dell'A. nella parte: Climatologia) si hanno annualmente coi |)iecipitati 
atmosferici 1095, 2 mm. d'acqua, pari a 10.'.>52 m-' d'acqua; nella zona pe- 
ninsulare interna 10.637 m» ; nella zona marittima interna, 7509 m'; 
nella zona marittima mediterranea, 8734 m^ e nella zona insulare, ()012. 
Da ciò si dovrebbe dedurre che soltanto nella zona insulare si ha 
stretto bisogno di irrigare. Ma dobbiamo notare che queste medie 
rappresentano lo stato udometrico della intera regione, non ([uello 
speciale in cui si coltivano le piante da frutto. Kcco quindi la 
necessità di indagare per ogni territorio la quantità d'acqua clie cade 
dalla caduta delle foglie in autunno, poiché è da questo periodo che 
si incomincia ad immagazzinare la magf^iore (|uanlilà d'acqua per 
l'anno venturo, e provvedere colla irrigazione durante l'estate, al- 
l'acqua che viene a mancare, per arrivare ai 7-7500 m' d'ac(|ua 
che sono necessari. Questa è una cifra teorica, ma che i molli latti 
pratici mi darebbero per quella che più si avvicina alla realtà. 

Praticamente, se le foglie degli alberi al mattino appaiono legger- 
mente avvizzite o cominciano ad impallidire, se cadono anticipata- 
mente i frutti, questi sono gli indizi che le piante patiscono il secco. 
Per ogni irrigazione, ogni pianta dovrebbe ricevere da 2 a .'i ettolitri 
d'acqua e mai meno. 

Perchè sia di giovamento all'albero, l'acqua deve penetrare negli 
strati sottostanti del terreno e venire in contatto delle radici più sottili 
che sono le più attive. Per questo conviene fare l'irrigazione a lunghi 
intervalli, ma con acqua abbondante, anziché ad intervalli brevi e con 
poca acqua. Le piante adulte necessariamente hanno maggiore bisogno 
di acqua delle piante giovani e per queste ultime l'acqua non occorre 
che arrivi a tanta profondità. 

Le piante giovani possono avere bisogno di irrigazione già in 
maggio, le più adulte in giugno ed anche in luglio; una volta comin- 
ciata la irrigazione bisogna ripeterla, come ho detto, ogni 20 giorni, 
un mese e più a seconda che si manifesterà il bisogno, (ili agrumi, 
ripeto, si irrigano da 6 a 10 volte all'anno; per le altre piante bastano 
3 a 4 irrigazioni dal maggio al settembre. 

L'irrigazione bisogna farla nelle ore nelle quali la dilferenza fra la 
temperatura del terreno e quella dell'acqua è minore. Perciò sono 
preferibili le ore della sera e della notte e, dovendo adoperare del- 
l'acqua di sorgente, bisogna disporre di vasche di raccoglimento, perchè 
essa possa riscaldarsi durante il giorno. Par ottenere il medesimo in- 
tento si può anche dirigere le acque nei siti più lontani alla sorgente e 
poi farla ritornare, perchè intanto si riscaldi. 

Durante l'irrigazione è bene che l'acqua si mantenga in costante 
circolazione, facendola scorrere con moto lento ed uniforme. Nei siti 
più alti bisogna dispensarne in maggior quantità che nei depressi ed 
alle piante che si trovano nelle medesime condizioni bisogna distri- 
buire l'acqua colla maggiore uniformità. 



330 



3. Come si irrigano le piante da frutto. — L'irrigazione delle 
piante da frutto si può fare in vari modi a seconda della località e 
della quantità d'acqua che si ha a disposizione. 

Negli Stati Uniti, ad esempio, dove vi sono frutteti estesissimi irri- 
gati, questi si piantano di solito sulla rottura di prato di erba medica. 
La sistemazione del terreno si fa in modo da poter fare l'irrigazione 
per fossatelli orizzontali e cioè tracciando un canale irrigatore lungo 
la parte più elevata. Questo canale lo si fa di una lunghezza non su- 
periore ai 200 metri e con una pendenza del 2 °Jqq. Lungo questo canale 
si fanno le piantagioni, e collegate ad esse, a quinconce, si collocano 
altre piante. I peschi si piantano a 6-7 metri di distanza fra loro ; gli 
olivi da m. 7 a 9; i peri, meli, albicocchi, ciliegi ed agrumi da m. 9 a 
11 ; i noci a metri 14-17. Quando si vuole irrigare, si fanno tanti fos- 
satelli di presa quante sono le piante della prima fila che trasportano 
l'acqua dalla irrigatrice. Attorno ad ogni pianta si fa un argi nello di 
terreno per trattenere l'acqua. Da ogni pianta si diparte alla sua volta 
un altro fossatello che la mette in comunicazione colla pianta imme- 
diatamente sottostante, in modo che tutte le piante hanno due fossa- 
telli di comunicazione : uno colla pianta superiore dalla quale ricevono 
l'acqua e l'altro con quella inferiore alla quale la trasmettono. 

Questo sistema di irrigazione è molto pratico quando la pendenza 
del terreno è irregolare e quando supera il 6 %• Se la pendenza è re- 
golare ed uniforme, inferiore al 6 Vo, si fanno dei fossatelli lungo curve 
orizzontali, seguendo cosi l'andamento naturale della superficie. 




V 



Fig. 221. — Doccia pensile 
trasportabile, di legno 
incatramato. 




Fig. 222. — Palo di so- 
stegno per le doccie. 



Fig. 223. — Cavalletto di sostegno 
per le doccie. 



Se invece l'impianto non è regolare per trasportare l'acqua si fanno 
di tratto in tratto, lungo il canale irrigatore, delle saracinesche, dalle 
quali, mediante doccie trasportabili di legno incatramato (fig. 221) 
sostenuti da pali (fig. 222) conficcati nel terreno o da cavalietti (fig. 223) 
l'acqua viene condotta presso ogni pianta. Si fanno anche dei canali 
pure in legno, rivestiti di mattoni (fig. 224). 

In questo modo l'irrigazione si fa per aspersione, trattenendo l'acqua 
intorno alla pianta con un arginello di terra (figure 225-226). 

Un altro sistema da me raccomandato che può servire anche per 
la concimazione delle piante adulte, consiste nell'aprire dei fori nel 
terreno con dei pali di ferro, (fig. 227j alla distanza circa di ^/g del 



331 




Fig. 224. - Canali pensili rivestiti di mattoni. 




Fig.1225. — Pianta collocata in piano"con argi- Fig. 22(i —Pianta collocata su terreno indi 
nello preparato per l'irrigazione. nato preparata per l'irrigazione 



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Fig. 227. — Palo di Ferro per Fig. 228. — Irrigazione a fori veduta in sezione ed in 
preparare i fori nel terreno. pianta. 



- 332 - 

raggio della IVouda. ed iniroducendo in (.juesti l'acqua. Questi lori s 
fanno in numero di 4 a (ì a seconda dell'età della pianta (iìg. 228). Na- 
turalmente la profondità dei fori deve variare coH'età della pianta da 
un minimo di 50 cm., lino anche 80 cm., cioè tino all'incontro delle radici. 

Poiché questi fori si ostruiscono facilmente, dovendo ripetere l'ir- 
rigazione, si fanno delle buche più larghe, che si tengono aperte con 
dei tubi di drenaggio. Nell'intervallo della irrigazione si riempiono con 
stallatico. 

Ora si costruiscono dei tubi appositi, lunghi Ho cm. e del diametro 
di 10 cm. con 4 tìle longitudinali da 9 fori ciascuna, cosi che ogni tubo 
ha 36 fori (lig. 229). Questi tubi si piantano nel terreno in modo che 
la bocca arriva appena a sporgere dal terreno. Si versa dentro l'acqua 
od il colaticcio diluito, quando si vuole anche concimare, ed i tubi si 




Fig. 229. — Tubo in 
terra cotta forato per 
la irrigazione delle 
piante da frutta. 





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Fig. 230. — Irrigazione per sommersione. 



coprono con un mattone. Essi offrono la comodità di irrigare in modo 
sicuro e colla massima economia di acqua. Aggiungo ancora che gli 
alberi concimati con questo sistema assumono un rigoglio straordinario: 
essi vengono sottoposti ad una vera alimentazione intensiva e, come 
si ottiene cogli animali, crescono, rapidamente. Questi tubi costano 
circa L. 1,25 l'uno. 

Si è constatato che il liquido si dilTonde per un raggio di m. 2,50 
e per un metro di profondità. Per ogni albero grande bastano 3 tubi 
e nei frutteti si calcolano 3 tubi per ogni due alberi, piantandoli alla 
distanza di m. 2,50 dal fusto. 

L'irrigazione si può fare anche come si usa in Sicilia per soiuiner- 
sione. Attorno ad ogni pianta di agrumi si fa una conca la quale viene 
riempita di acqua ogni volta che si irriga. L'acqua viene condotta per 
mezzo di un canale apportatore A B (lig. 230), che ha una pendenza 
del 5 al 10 per mille e la si costringe a mezzo di paratoie p, ad entrare, 



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per altri canaletti distributori Ci), EF die passano fra le (ile delle 
piante. Da questi canaletti si passa in solchi (s) appositi, che condu- 
cono l'acqua nelle conche scavale intorno al tronco di ogni singola 
pianta. 

Nel fare queste conche si deve avere cura di non denudare le radici 
vicine al tronco e di lasciarle coperte con un buono strato di terra 
(fig. 231). Quando si vuole irrigare col canale CD si mette la paratoia 
in p ed allora l'acqua, costretta a deviare, riempie le singole conche e 
e quando l'acqua arriva in D, si leva la paratoia p per chiudere l'a- 
pertura C e se ne mette un'altra, in p\ per irrigare col canale K F e cosi 
via. Il canale D F è un canale collettore il quale, alla sua volta, può 
servire da canale distributore per altre file di piante sottostanti 

Avendo degli alberi isolali, il canale distributore lo si fa lungo la 
parte più alta del terreno e da ({ueslo si fanno dipartire dei fossalelli 
distributori secondari che conducono l'acqua allo singole conche delle 
piante (lìg. 232). L'acqua raggiunto 
il fossatello a è costretta a passare 
nella conca A, ostruendo in /' il ca- 
nale con della terra. Quando la conca 
ha ricevuto l'acqua sufficiente, si 
chiude la bocchetta e colla stessa 
terra collocata in /? e si passa ad ir- 
rigare successivamente, collo stesso 
metodo, la conca B e C. 






Fig. 231. - Sezione di una conca intorno ad Fig. 232. - Irrlgailone di alberi isolati 
un albero da irrigare. 

Nei terreni non livellati, un metodo semplice consiste nel dirigere 
le acque non seguendo una disposizione regolare, ma facendo seguire 
le curve di livello, in modo da ottenere uno scorrimento graduale e 
continuo. Seguendo l'acqua, facendola entrare in un fossatello. si con- 
tinua a scavare questo fossatello per una linea pressoché on;tzonlale: 
basta dare al suo fondo una inclinazione debolissima del 2 al 3"^. Si 
arriva cosi a tracciare una curva a contorno qualunque, purché 1 acqua 
arrivi presso ogni pianta, attorno alla quale si fa un arginello perche 
l'acqua possa per qualche tempo arrestarsi. 

Quando si ha poca acqua, si rivestono i canali apportatori e di- 
stributori di mattoni o di uno strato di cemento, come si fa in America. 



— 334 - 

Il frutteto viene diviso in tante regioni corrispondenti ciascuna a date 
quole dì livello e le conche si fanno rettangolari (sistema che l'itengo 
introdotto dagli Arabi), divise da un arginello, aprendo il quale con 
una bocchetta, l' acqua entra direttamente dal canale distributore. 
Quando si irriga, la terra levata per fare la bocchetta a (fig. 233), si 
mette di traverso b al canale distributore, per costringere l'acqua ad 
entrare nella conca. Appena questa ha ricevuto l'acqua ritenuta neces- 
saria, si leva la terra da b per ricollocarla 'in a e si passa all'altra 
conca seguendo il medesimo metodo. 

Nella fig. 234 abbiamo rappresentato il medesimo sistema di irri- 




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Fig. 233. — Irrigazione per pjg 234. — Irrigazione per sommersione a'^conche qiia- 
sommersione a concile qua- drangolari a fila doppia, 

drangolari a fila semplice. 



gazione, ma le conche sono a file doppie e quindi si irrigano due per 
volta a destra ed a sinistra. 

L'irrigazione degli alberi si può fare anche per infiltrazione ed 
anzi le piante ne avvantaggiano di più poiché le radici non rimangono 
sommerse, l'acqua si infiltra lentamente e non si produce intorno al- 
l'albero un ambiente troppo umido che provoca tante volte lo sviluppo 
di molte malattie, specialmente crittogamiche. Occorre però una note- 
vole maggiore quantità d'acqua che cogli altri sistemi, si ha poi, lungo i 
fossi, un eccessivo sviluppo di erbe e si va incontro ogni anno ad una 
spesa non piccola per rinnovare i solchi irrigatori. 

Il metodo più semplice consiste nel tracciare coll'aratro un solco 
come si trattasse di una scolina, colla pendenza del 3 al 5 %> profondo 
.30 cm. (fig. 235) vicino al fusto e se le piante sono giovani, più lontano 
(fig. 236) se le piante sono adulte. Con tutti e due però questi sistemi 



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l'acqua viene portata da un solo lato ed ogni anno bisogna cambiare 
il solco portandolo dall'altra parte. Per risparmiare questa spesa si 
può fare la coltura degli alberi coll'aritico sistema del cavalU'tto. in- 
troducendo l'acqua nei due fossi laterali (lig. 237 e 238). 



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Fig. 235. — Irrigazione per imbibizione ili piante giovani. 












Fig. 236 — Irrigazione per imbibizione di piante adulte. 



I solchi irrigatori non si fanno più lunghi di 2()0 inclri. 

Per ovviare rinconvonieiito che !'ac(|ua vi scorra troppo presto 




Fig. 237. — Irrigazione di piantagione su cavalietti. 



prima che il terreno si possa imbevere, ciò che avviene specialmente 
quando l'irrigatrice è da un solo lato, si può far deviare il solco at- 
torno ad ogni pianta (fig. 239) oppure si fa un solco più profondo a 
fondo cieco (fig. 240). 



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Fig. 238. — Distribuzione dell'acqua per irrigare filari di piante con 
doppio canale irrigatore. 




Fig. 239. — Irrigazione per imbibizione a solchi circolari intorno al fusto. 




Fig. 240. — Irrigazione per imbibizione a solchi cicolari a tondo cieco. 




Fig. 241. — Irrigazione di una spalliera. 



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Avendo da irrigare un frutteto con piante più lìtte, conviene portare 
l'acqua per tutto il terreno e nelle figure abbiamo rappresentali sche- 
maticamente i diversi metodi che si possono adottare a seconda delle 
distanze. Anche questi solchi si possono tracciare coll'aratro, dando 
loro una pendenza del 3 al S^/^o ed una lunghezza non superiore ai 
200 metri. 

Infine nella fig. 241 si vede come si possono irrigare le piante 
coltivate contro i muri a spalliera. 



Tamaro - Frutticoltura 



PARTE OTTAVA 

RACCOLTA, CONSERVAZIONE 
ED UTILIZZAZIONE DELLE FRUTTA d) 



I. 
Sviluppo e maturazione delle frutta. 

1. — Le buone e belle frutte da tavola, costituiscono in ogni sta- 
gione, un articolo di commercio molto ricercato e perciò anche ben 
pagato. Per ottenere però questo vantaggio occorre che le frutta ac- 
contentino il gusto e l'occhio del consumatore ; in altri termini devono 
essere saporite, profumate e belle di aspetto, condizioni queste, che non 
sempre si verificano. 

Naturalmente la colpa è del produttore il quale, sia perchè fa poco 
calcolo su questa rendita, molte volte per lui secondaria, sia per igno- 
ranza, trascura delle pratiche razionali facili ad applicarsi, che potreb- 
bero avvantaggiarlo di molto. In questo riguardo è aperto per noi un 
vasto campo, da cui, se ben studiato, si possono trarre notevoli gua- 
dagni. Io credo che se l' agricoltore sapesse quanta maggior rendita 
potrebbe trarre, raccogliendo e conservando più razionalmente le frutta, 
non soltanto vi presterebbe maggiori cure, ma anche le stesse piante 
verrebbero meglio coltivate. 

Siccome la riuscita della conservazione dipende assai dallo stato 
di maturità che viene colta la frutta, cosi è indispensabile che noi 
permettiamo alcuni cenni sulla maturazione. 



(1) G. Rovesti. — Conserve alimentari vegetali. Biblioteca Ottavi 1906. 
M. Marval. — Ma pratique des conserves. Paris 1911. 
G. Pellerin. — Denrées alimentaires. Paris 1911. 
A. Rolet. — Les conserves de fruits. Paris 1912. 
X. Roeques. — Les industries de la conservation des aliments. Paris WO.'j. 



2. — Funzione del frullo. Avvenuta la fecondazione dell' ovario, 
comincia subito nel medesimo ad aflluire le diverse sostanze nutritive 
di natura organica e minerale elaborate dalle foglie e rami. Cosi av- 
viene che il frutto a poco a poco si ingrossa e, lino che rimane di 
color verde, assinmla e respira come le foglie 

Coir assimilazione dell'anidride carbonica dell aria, di questa Iraltiene il carltonio 
ed emette T ossigeno. 11 carbonio colle sostanze nutritive che hanno cniigrulo colla 
linfa, ne forma di altre. Colla respirazione assorbe dell'ossigeno il quale combinandosi 
con una parte delle sostanze nutritive, provoca la combustione o consumo di queste 
sviluppando calore, calore necessario per fornire alle cellide l'energia per aumentare di 
volume e per moltiplicarsi, a misura che il frutto ingrossa. 

Trasformandosi o scomparendo la clorolìlla anche il processo di 
assiinilazione si arresta ed allora rimane l'unica funzione della respi- 
razione come nelle prugne e nelle ciliegie. La respirazione piti attiva 
la si ha nel periodo della fioritura e dopo |)oco tempo diminuisce 
continuamente fino a (juando il frutto comincia ad ammezzire. In 
questo stadio la respirazione è i)ressocchè insensibile. 

Perchè lo sviluppo delle frutta sia attivo occorre l'azione simul- 
tanea dell' aria, della luce, dell' umidità e di un certo grado di calore. 

L'aria come abbiamo veduto è necessaria per l' assimilazione e 
respirazione; la luce ha veramente una minima influenza nella forma- 
zione dei materiali componenti il frutto. Ciò e stato dimostrato dal 
MuUer Thurgau coH'uva il quale ha constatato che i grappoli maturati 
al coperto della luce contenevano eguale quantità di zucchero di quelli 
soleggiati. 

Tab. XXXI. 

Influenza dei raggi solari sulla composizione dell'uva. 

Uva del tralcio 



completa- coperto da 1 coperto da 
mente ' una tela i un» tr'- 
soleggiato I bianca neri 

per il frutto. ! .„ . ji • /• 

Temperatura media m C" 



conponenti trovati in un Icg. di foglie e , ^„™-;|,„ "-J^« [ ""^,lf 
tralci che forniscono il materiale di riserva I °'' I 



Glucosidi . . 12.'i01 

Acido tartarico 3*'*^ 

Anidride carbonica delle ceneri . 3.071 

Ceneri 

Calce 



15.412 
2.181 



Potassa '^^^ 



Anidride fosforica 



0.215 



•JT.Vi 


:«.«J 


8662 




6.690 


i 1.%-. 


2.404 


1 0.442 


12.817 


8.221 


1.918 


0,877 


2.578 


1 1.349 


O.IW 


0.072 



- 340 - 

Non così avviene se invece la pianta od anche soltanto il ramo che porta i frutti, ven- 
gono tenuti riparati dalla luce. Allora si ha una notevole diminuzione di zucchero e di 
tutti gli altri componenti utili. Il Dott. Maccagno ha ciò dimostrato, analizzando il con- 
tenuto dei pampini uviferi; il Dott. Giorgio Ritter ha recentemente pubblicato i risultali 
della sua esperienza, analizzando l'uva (Vedi Tab. XXXI). 

L'umidità è necessaria costantemente specialmente nel periodo del maggiore svi- 
luppo del frutto. 

La temperatura ha sopratutto influenza nelle trasformazioni che subiscono gli 
elementi organici del contenuto del frutto. A 5" C. il processo di maturazione si arresta, 
mentre essa si compie fra un minimo di 15» C. ed un massimo di 30" C. 

3. — Sintomi della maturazione. Benché sia indubitabile che un 
frutto pervenuto allo stato naturale della sua intera crescita, possa 
essere staccato dell'albero senza alcun inconveniente, non per questo 
è vero che sia quello il momento della sua maturità. La pera, la mela 
e molte altre frutta di questo genere si adattano a questa pratica, ma 
non maturano che gradatamente dopo la raccolta. Dunque il completo 
sviluppo delle frutta non indica uno stato assoluto di maturazione, ma 
il momento possibile della raccolta. Ciò significa, che quando la frutta 
è arrivata allo stato finale della sua crescita in volume, benché le ap- 
parenze esterne siano contrarie, e la polpa, per es., sia consistente, e 
l'epidermide sia di color verde più intenso, pure da quel momento 
può essere separata dalla pianta madre, e in conseguenza passare al 
fruttaio per esservi conservata. Ma tutto questo non costituisce la vera 
maturazione della frutta. 

La maturazione è uno stato totalmente diverso. La natura ce lo 
insegna ogni giorno, e in un modo ben chiaro. Quando il momento è 
arrivato, la frutta si distacca spontaneamente dal ramo e cade a terra. 
Questo è il punto finale della compiuta maturità, e tutte le condizioni 
vi si trovano riunite per provarla col fatto. 

Dìfatti quando il frutto ha raggiunto il massimo del suo sviluppo, 
staccandolo dalla pianta, porta seco tutti i succhi nutritizi che concor- 
rono a formare la maturazione. Questi succhi sono rinchiusi in tante 
cellule che costituiscono la polpa, la quale diventa molle, succosa, dolce; 
le cellule si ingrandiscono rapidamente con notevole assotigliamento 
delle pareti ; le fibre si riducono in filamenti delicatissimi. I succhi si 
spandono, ne avviene un processo chimico interno mercé il quale, 
coll'infiuenza dell'aria, della luce e del calore, i succhi che erano prima 
succosi, aspri ed acidi, perdono gli elementi che li costituivano tali, e 
diventano zuccherini ed aromatici. 

Tali sono le fasi diverse delle maturazione, le quali sono piti o 
meno apparenti secondo il caso, il tempo e le circostanze di calore, 
luce ed aria a cui i frutti vengono sottoposti. 

Profittando d'un tale insegnamento, si è imparato la possibilità di 
protrarre la maturazione quasi a piacimento e di ciò parleremo in ap- 
positi capitoli, che tratteranno della conservazione della frutta. Ora 
veniamo a parlare dei segni indicanti lo stato finale della crescita della 
frutta, e quelli della sua definitiva maturità. 



- 341 - 

La risposta a questo doppio quesito non può essere precisa in 
quanto che, il punto fìsso della crescita finale, dipende dalle circostanze 
locali, dal clima, dalle variazioni atmosferiche, e dalle varietà delle 
specie coltivate, ciascuna delle quali può avere, secondo il silo, delle 
abitudini particolari. In generale, quando la frulla cessa di crescere, si 
comincia a trovare in terra qualche frullo precursore che richiama l'atten- 
zione del pratico; è ([uesto un segno approsimativo di possibile raccolta. 

Indipendelemente da questo segno; quando la parte del frutto 
esposta al sole mostra colori più o meno vivi; quando il penducolo 
comincia ad aggrinzarsi e senza sforzi si distacca dal ramo; (juando 
le foglie dell'albero cangiano di colorito ed appariscono giallastre, è 
allora il momento di pensare alla raccolta delle frutta. (C\ò vale spe- 
cialmente per le pere e le mele autunnali e vernine;. Ma questo è il 
primo grado della maturazione. Il secondo è quello in cui il frutto 
conservato in fruttaio, divenuto molle, è arrivalo al punto vero della 
commestibilità. Per questo, la prima regola é fondala sulla consistenza 
del frutto; la seconda, sul colorilo dell'epidermide che, nella maggior 
parte delle pere, ingiallisce. 

Quando i succhi nutritizi contenuti nel frullo, dopo aver termi- 
nato le loro funzioni cessano di essere attivi, il frutto è maturato. 
Allora soprabbondandovi, non possono più slare al di dentro, né intorno 
alle membrane che formano la polpa, senza impregnarle, immergerle, 
ammolirle e far loro provare una specie di dissoluzione. Tale è la 
causa della mollezza dei frutti la quale, giunta a un certo grado, è il 
miglior segno della loro maturità. 

Ma questo "segno non è generale per tutte Io fruita. Alcune pere 
dette di polpa consistente, quasi tulle le mele rimangono dure, o si 
ammolliscono pochissimo, mentre molle pere, tulle le prugne, le albi- 
cocche, le pesche sono considerate mature, solo quando hanno acquis- 
tato un certo grado di mollezza. 

Un altro segno per conoscere la maturità di certi fruiti, come la 
pera e la mela, è quello indicalo dal colore dei granelli che stanno 
racchiusi. Quindi, prima di fare la raccolta, sarà prudente aprire alcuni 
frutti e vedere se i granelli hanno preso la tinta nera o tendente al nero. 

Finalmente si deve dire che ogni frutto ha un segno particolare, 
che di rado inganna un occhio pratico, che l'abitudine insegna. 

lì' questo un certo volume, una forma data, una gradazione speciale 
nel colorito, una tal quale leggera flessibilità della polpa, la facilità più 
o meno di distaccarsi dal ramo, che la pratica ed il paragone fanno 
conoscere. 



342 



IL 

Fasi della maturazione. 
Componenti chimici delle frutta. 

Nella fruttificazione conviene distinguere 4 fasi o periodi. 

1. — I.o Periodo o fase acida. Queslo periodo dura fino a quando 
la buccia rimane verde. Avviene in questo periodo che i frutti assimi- 
liano e respirano, perciò producono della sostanza organica, ma la 
maggior parte di questa viene portata dalla linfa elaborata dalle foglie 
e dalle altri parti verdi della pianta. 

In questo periodo i frutti aumentano notevolmente di volume, si 
arricchiscano di acidi organici, di sostanze tanniche e di amido, tanto 
che per il sapore che hanno i frutti, viene chiamata questa la fase acida. 

2. — IL" Periodo o fase zuccherina. Esso comincia quando la buccia 
perdendo la clorofilla prende un colorito diverso del verde. Perdendo 
la clorofilla cessa l'assimilazione del carbonio ma continua attivamente 
la respirazione, trattenendo l'ossigeno. 

Mentre il frutto continua ad aumentare, ma di poco, il peso ed il 
volume; gli acidi lentamente scompariscono e subentrano gli zuccheri, 
si sviluppano gli aromi di cui alcuni sono idrocarburi, altri degli eteri. 
Da questo ne segue che il frutto, dapprima acerbo, per l'eccedenza di 
acidi e di tannino, con l' ossidazione di questi corpi si dolcifica ed 
acquista profumo ed aroma. 

In questo periodo di maturazione, i mutamenti che avvengono nella composizione 
del frutto sono i seguenti. 

11 succo del frutto mentre aumenta in qjiantità colla maturazione si arrichisce di 
sali minerali ed organici aumentando naturalmente anche il suo peso specifico. 

Lo zucchero viene in parte direttamente dalle foglie, in parte è dovuto alla saccari- 
ficazione dell'amido ed in parte alla decomposizione degli acidi organici e sostanze 
tanniche. Il saccarosio derivato dell'amido, in contatto dell'inverlina, si sdoppia in 
glucosio e levulosio. Se l'invertimento è completo come nell'uva, nelle ciliegie, nel ribes 
e nel fico, non rimane traccia di saccarosio, a maturazione completa. Per lo più però è 
incompleto come nelle pesche, susine, albicocche, pere, mele, banane e arance. 

Secondo Marcadante, lo zucchero può anche prodursi nelle susine verdi mediante 
l'azione dell'acido malico sulla gomma, la quale perciò viene necessariamente a dimi- 
nuire. 

È specialmente il calore che favorisce la formazione dello zucchero il quale aumenta 
lino alla maturazione. 

Lo zucchero è pressocchè in quantità eguale nelle pere e nelle mele. Nelle mele 
prevale il levulosio. In 100 cm.^ di succo si trovano da gr. 0.75 a gr. 6.27 di zucchero greggio 
Sopra 100 parti di zucchero invertito si tovano parli 8.5 a 96.9 di saccarosio. 

Naturalmente la composizione del succo e della polpa di frutta varia per la stessa 
pecie, colla varietà, col terreno, clima, concimazione ed età. 



- :u-A — 

In 100 cm.^ di succo si trovano in medie lo seguenti ([uanlilà di /.ucchcro RrcRgio. 

Nelle pere e mele . -r o.".'. a 0.27 

pesche . . ,7.5 

susine Mirabelle . (;i)« 

R. Clandie . 6.0U 

, „ Zwetschen . 5.5 

La proporzione in cui si trova il glucosio col saccarosio varia cogli stadi di matu- 
razione del frutto. Nelle arance, la materia zuccherina al principio del periodo di matu- 
razione è costituita dal solo glucosio poi ad un rlalo momentn rimane quasi invarialo, 
mentre subentra il saccarosio che aumenta sempre lino a maturazione tomplela 

A differenza degli altri frutti nei iiuali al i)rinclplo della maturazione domina il 
levulosio, nell'uva domina il destrosio o glucosio e soltanto a maturazione completa il 
levulosio si pareggia col glucosio. 

Gli albuminoidi emigrano coslaulemenle dai rami e dalle foglie lino al momento 
che si concentrano nei semi. Successivamente diminuiscono. 

11 cellulosio aumenta costantemente fino alla maturazione e nell'ultimo tempo di 
questo periodo, probabilmente una parte si converte in zucchero. 

Il pectosio che è associato alla materia legnosa, per l'azione combiiuita del calore 
e degli acidi, si riduce in pectina solubile e j)oi in gelatina vegetale, <|uando la polpa 
comincia a rammollirsi. 

Le gomme, le miicilaggini, i gnissi, i quali devonsi considerare come materiali di 
demolizione specialmente degli idrati di carbonio (cellulosa, amido, etc.) aumentano 
lino alla fase del ranimollniento della polpa. 1 grassi si formano nei semi per meta- 
morfosi dell amido. 

Le sostanze lanniche che sono lauto abbondanti nel I Periodo, in questo secondo 
periodo diminuisce tanto che nei frutti iiuituri non se ne trovano più A loro si deve 
il sapore aspro delle frutta acerbe. Questa scomparsa pare che la si debba al fatto, che 
le sostanze tanniche solubili diventano insolubili cristallizzando oppure formano dei 
glomerati che si depositano sulle pareti delle cellule. 

Di alcaloidi finora non se ne sono trovati nei nostri frutti 

Gli acidi organici emigrano dalle foglie nei frutti, però pare che cambino il loro 
carattere chimico. modiJìcandosi. L acidità aumenta lino che il frutto aumenta di volume. 
Se in seguito si nota una diminuizionc. la si deve alle combinazioni che avvengono 
colle basi, formando dei sali oppure alla loro combustione in contatto collosslgeno od 
infine a reazioni diverse. Ogni specie di frutto ha un acido organico speciale. Cosi le 
mele l'acido malico, gli agrumi l'acido citrico, i susini lacido succinico. eie Haramente 
però si trova un solo acido, cosi nell'uva ne abbiamo parecchi ma principalmente 
lacido malico, tannico e tartarico. 

Neil uva lacido tannico e malico scompaiono colla maturazione mentre 1 acido 
tartarico aumenta rimanendo in parte libero ed in parte combinandosi colla potassa, 
formando il tartarato acido di potassa. Quando 1 uva è matura l'acidità dovuta all'acido 
tartarico o tartarato non aumenta. 

Delle materie coloranti, la clorofilla scompare in molte frutta e le altre materie 
coloranti proprie ad ogni frutto si formano colla maturazione sotto lazione della luce. 
Nell'uva, la sostanza colorante rossa (eritrofilla) si forma quando cessa l'assimilazione 
del carbonio da parte dell'acino e deriva dal tannino. 

In quasi tutti i frutti la materia colorante si accunuda nelle cellule epidermiche 
mentre nelle ciliegie rimane sparsa in tutta la parte del frutto. 

I sali minerali aumentano fino alla completa maturazione. K notevole nell'uva, la 
costanza di un eccesso di potassa non combinala coll'acido tartarico, ad onta della pre- 
senza di acido tartarico libero. 

La fine quindi del II.» Periodo di maturazione, che per maggior 
parte dei frutti è la maturazione commestibile, è caratterizzata: 



- 344 — 

a) della scomparsa dell'amido, delle sostanze tanniche e della 
maggior parte degli acidi organici ; 

b) dal massimo contenuto di zucchero. 

La trasformazione delle sostanze componenti il frutto nei diversi periodi di svi- 
luppo, si rilevano delle seguenti analisi fatle a periodi quasi eguali dalla fioritura alla 
maturazione. 



Tab. XXXII. 

Contenuto percentuale di alcune frutta fresche (Ritter). 



SPECIE E VARIETÀ 



Solubili nell'acqua 



Insolubili 
neir acqua 






A. Mele. 

Ranetta d'Inghilterra. . . 

Borsdorf 

Pearmaine dorata d'inverno 
Agostana 

B. Pere. 

Re del Wùrttemberg . . . 

Sanguigna 

Di Siegel 

C. Susine. 

Azzurra scura 

Rosse scure 

I). Ciliegie. 

Duracina rosso chiara . . 

Nera 

Nera dolce 

E. Lampone. 

Di bosco 

Da giardino ...... 

F. Ribes. 

Rosso I 

, II 

Bianco 



9.25 
7.61 
10.36 
5 



1.99 
6.44 



13.11 
3.43 
10.7 



2.8 
4.45 



4.78 
6.44 

7.69 



0.53 
0.61 
0.48 
0.96 



0.08 
0.21 



0.35 
0.32 
0.56 



1.38 
1.46 



0.48 
0.23 



0.43 
0.37 



0.85 
0.43 
0.96 



0.15 
0.12 



1.80 ] 
6.85 

5.11 ! 

5.37 i 0.5 



2.07 
3.18 



2.31 0.45 

1.84 0.49 

2.26 0.30 



2.27 
0.47 



2.8 
0.45 



0.09 
0-64 
0.08 



0.69 

0.72 

0.24 I - 



14.05 
6.98 



4.61 
4.48 

4.14 



345 



Tab. XXXIII. 



Contenuto in grammi di una pera. 
(Varietà : Pera di Salisburgo). 



DATA 


1 


2 

V 

ì 


1 


Albu- 
minoidi 


Legnoso 




Pectina e 
Destrina 


26 Maggio 


0.108 


0.001 


0.0004 


0.0066 


0.002 


0.0017 


0.0103 


5 Giugno 












0.595 


0.0027 


0.0009 


0,0298 


0.04 


0.0068 


0.0448 


15 












1.62 


0.0077 


0.0017 


0.0736 


0.19 


0.0198 


0.1672 


25 „ 












2.9 


0.018 


0.0031 


0.123 


0.42 


0.026» 


0349 


5 Luglio 












3.94 


0.036 


0.0(M2 


0.121 


0.68 


».tM3 


0.4358 


15 










1 6.26 


0,095 


0.0083 


0.167 


0.99 


0.057 


0.7627 


25 










; 11.38 


0,218 


0.0245 


0.252 


1.17 


0069 


1.3165 


4 Agoslo 












16.03 


0.637 


0.0657 


0.207 


1.21 


0.068 


1.7023 


14 












24.99 


1.66 


0.0763 


0.229 


1.34 


0.079 


2.0437 


24 












31.22 


2.23 


0.094 


0.282 


1.2« 


0.098 


2366 


3 Settembre 








1 36.14 


3.59 


0.138 


0.242 


1J>9 


0.065 


1.675 


8 












37.24 


4.18 


0.111 


0.227 


i.2:« 


0.101» 


2.37 



c2 



0.13 
0.72 
2.08 
3.81 
5.26 
8.:{4 
14.43 

lo.iri 

30.52 
37.57 
43.14 
45.5 



Tab. XXXIV 

Composizione percentuale dell'uva spina fresca (Ritter). 









- — ^ 





— ^ 




4» 


DATA 


1 


S 

1 


■^1 
^1 


1.0« 


£ 


- 


II 


7 Giugno 


- 


1.736 




13 
















88.8 


1.826 


1.52 


1.6 


o.lòl 


H.O-'l 


.) Il 


16 


















88-8 


2.06 


1.51 


1.6 


0.614 


0.603 


4.81 


20 


















88.4 


2.08 


1..>1 


1.87 


0.813 


0.626 


4.67 


23 


















88.3 


2.50 


1.61 


1.92 


- 


0.614 


— 


27 


















88.- 


2.54 


1.76 


1.95 


0.84 


0.624 


4.:io 


30 


















87.9 


2.58 


1.90 


2.14 


— 


0.617 


— 


4 Luglio 


















87.7 


2.62 


1^ 


2.14 


0.911 


0.627 


4.15 


7 
11 


















87.7 
87.7 


2.76 
2.76 


1.88 


2.01 
1.87 


0.885 


0.623 
0.613 


4.14 


14 


















87.6 


2.78 


1.67 


1.87 


0.^ 


0.617 


4.-57 


17 


















87.7 


2.80 


1.66 


1.84 


0.744 


0.541 


4.71 


21 


















87.3 


3.02 


1.68 


1.84 


— 


0.553 




25 


















86.- 


3.14 


1.78 


1.84 


0.838 


0.565 


5.80 


28 


















85.7 


3.30 


1.70 


187 


0.84 


0.553 


6.03 


1 Agosto 


















85.2 


3.82 


1.58 


1.87 


0.917 


0.532 


6.1 


4 
















83.5 


4.45 


— 


1.79 


— 


0.503 


— 


8 


















81.il 


.-,:,! 


I .': 


1 cs 


1 122 


(1 1 1 '. 


"HI 



346 



Tab. XXXV. Composizione percentuale della sostanza secca 
dell'uva spina (Bitter). 



DATA 


Zucchero 


Acido 
malico 


Albu- 
minoidi 


Grassi 


Cenere 


Sostanze 
non azotate 


13 Giugno . . 


16.3 


14.28 


13.6 


4.3 


5.58 


45.94 


16 „ 


18.42 


14.28 


13.5 


5.49 


5.39 


42.92 


20 „ 


17.3 


16.12 


13.3 


7.1 


5.4 


40.18 


23 , 


21.3 


16.39 


13.8 


— 


5.25 


— 


27 „ 


21.1 


16.25 


14.7 


1.- 


5.2 


33.75 


30 „ 


21.3 


17.68 


15.5 


— 


5.1 


— 


4 Luglio . . 


21.3 


17.4 


15.- 


7.5 


5.1 


33.7 


7 . 


22.4 


16.34 


15.3 


7.2 


5.08 


33.68 


11 , 


22.4 


15.2 


— 


— 


5.03 


— 


14 , 


22.4 


15.08 


13.5 


6.9 


4.98 


37.14 


17 „ 


22.7 


14.96 


13.5 


6.2 


4.4 


38.24 


21 „ 


23.8 


14.53 


13.25 


— 


4.36 


— 


25 , 


23.8 


13.85 


13.25 


6.21 


4.19 


38.7 


28 „ 


23.5 


13.42 


12.18 


6.- 


3.95 


40.95 


1 Agosto . . 


25.8 


12.S 


10.68 


6.2 


3.6 


41.22 


4 , 


26.9 


10.85 


— 


- 


3.05 


— 


8 , 


30.6 


9.28 


8.7 


6.2 


2.45 


42.77 



3. — II i//." periodo è quello nel quale il frutto diviene mezzo, 
ossia uno stato che sta fra il maturo ed il fradicio e che per alcune 
frutta come le nespole, sorbe, i kaki e qualche varietà di pere ricche 
di tannino, questo stato ò necessario per renderle commestibili. 

Nelle frutta secche invece (mandorle, noci ecc.), si dissecca il mallo 
e rimane il guscio avvenendo una diminuzione di peso del 70-85 7o- 

In questo periodo, nella frutta polposa si lia una notevole dimi- 
nuzione di sostanze organiche e specialmente di acidi organici, di 
amido, di tannino e di zucchero. Gli acidi si uniscono in parte alle 
aldeidi in formazione per dare degli eteri a contatto dell'alcool, eteri 
che danno il profumo ai frutti. 



Questi processi avvengono indipendentemente dall'atmosfera in cui 
tenuti i frutti ma hanno uno sviluppo più o meno rapido a seconda della temperatura. In 
alcuni frutti ricchi di acidi e di amido, durante questo periodo si nota un aumento 
progressivo di zucchero. Per questi bisogna concludere che i suddetti composti si tra- 
sformano in zucchero. 

Degli acidi, quello citrico ha bisogno di una temperatura molto elevata per scom- 
parire ed è per questo che gli aranci maturano soltanto nei paesi molto caldi e l'uva 
dei paesi meridionali è meno ricca di acido tartarico di quella dei climi temperati. 
L'acido malico scompare ad una temperatura ancora più bassa ed è per questo che le 
mele maturano in un clima meno caldo di quello della vite. 

Da questo si deve concludere, che dopo raccolte le frutta, colla 
temperatura dell'ambiente in cui si tengono, si può regolare la scom- 
parsa dell'acidità e quindi regolare il tempo della maturazione. 



- 347 - 

Dopo gli acidi scompaiono i composti tannici a qualunque tem- 
peratura. La peciosi o gelatina di fruita che si forma, riempie le lacune 
dei tessuti avviluppando completamente le cellule. Queste, In tal modo 
private dell'aria devono, per continuare a vivere, cambiare il loro 
modo di esistenza. Da aerobiche che erano lino a questo momento 
diventano anaerobiche e si comportano come veri fermenti, determi- 
nano una leggera fermentazione dello zucchero che contengono pro- 
ducendo dell'alcol, dell'anidride carbonica, degli eteri che si spandono 
nei tessuti. 

E' a questi processi che si deve attribuire la diminuzione del tan- 
nino e dello zucchero il quale ultimo deve anche mantenere la re- 
spirazione. 

Ed è allora che il frutto diventa succolenlo, saporito, profumato, 
vinoso, zuccherino. La buccia prende un colorito seducente, giallo 
pallido o rossastro ed è questo il momento che bisogna consumarlo. 
Esso ha acquistato in questo momento il suo massimo valore e dura 
poco tempo per entrare poi nella disgregazione. A questo punto si 
fanno arrivare specialmente le pere e le mele nei locali di conservazione. 

Per alcuni frutti la scomparsa del tannino e la formazione della 
pectasi produce l'asfissia immediata delle cellule per la privazione 
dell'aria. 

I tessuti dei frutti diventano di color bruno e si rammolliscono, 
ammezziscono, come le nespole, le sorbe, i kaki. 

L'ammezzimento per non confonderlo coli' infracidimento, comincia sempre dal 
centro, perchè è nel centro che per primo risente la privazione dell'aria e poi in via 
centrifuga si estende verso la periferia ed arriva da ultimo sotto alla buccia. Non è 
dovuto quindi questo slato a malattia ma è uno stato finale di maturazione naturale 
di alcuni frutti polposi ricchi di acidi e di tannino. I tessuti ammezziti non hanno 
sapore ed odore disaggradevoli. 

4. — // /F.» ed ultimo periodo è quello deW infracidimento, alla line- 
dei quale i semi rimangono liberi. 

L' infracidimento è dovuto a dei microorganismi, a dei batteri 
venuti dall'esterno e penetrati nel frutto per le screpolature o ferite 
della buccia. In questo caso il fracido comincia dall'esterno e va verso 
l'interno. I tessuti emanano un odore disaggradevole ed in una parola 
mentre l'ammezzimento devesi considerare come uno slato fisiologico, 
r infracidimento è uno slato patologico del frullo provocalo mollo dalle 
ferite che fanno gli insetti. 

5. — La maturazione delle fruita raccolte anticipatamente. 1 frutti 
raccolti anticipatamente hanno naturalmente una composizione diversa 
da quando sono maturi. Se poi al frullo si lascia attaccalo il ramo che 
lo portava e se per qualche tempo questo lo si mantiene in vita, con- 
tinua l'immigrazione da questo e perciò il frutto andrà acquistando 
una composizione che più si avvicina a quella della maturazione na- 
turale sull'albero. 

Anzitutto lo zucchero e l'amido passando dalle foglie al frutto, 
producono un aumento di ricchezza zuccherina. 



— 348 — 

Però le frutta in genere se raccolte molto tempo prima sono più 
piccole, hanno un peso specifico minore, e la polpa va soggetta a delle 
alterazioni. I frutti carnosi invece, se tenuti in un ambiente asciutto, ne 
guadagnano. 

Ricerche sull'uva dimostrano che questa se raccolta ad un certo 
grado di maturità, continua la sua maturazione, indipendentemente 
dal legno che la portava. Così aumentano il cellulosio e le sostanze 
gommose. 1 grappoli però maturati sul ceppo, acquistano una notevole 
e maggiore ricchezza zuccherina e di acido tartarico non aumenta però 
dopo l'ammezzimento. La gomma ed il cellulosio aumentano di poco 
dopo r ammezzimento mentre l'acido tannico aumenta. 

Le mele se raccolte immature o perchè cadute o ferite, collocate 
in un ambiente caldo, diventano più dolci perchè una parte dell'acqua 
evapora e perchè dell'amido si converte in zucchero. L'acidità tannica 
invece diminuisce. 



III. 

Raccolta delle frutta. 

1. — Questa è una operazione importante che devesi fare con 
riguardo per evitare ammaccature, lacerazioni, che fanno andare a 
male di solito le frutta. 

Dobbiamo anche avvertire, che sopra una medesima pianta lo 
sviluppo delle frutta non compiesi in modo uniforme e regolare. Da 
ciò ne consegue che la raccolta deve essere successiva, graduale e fatta 
a più riprese. 

La raccolta di solito si comincia dagli alberi meno vigorosi, più 
vecchi e più esposti ai raggi solari. 1 primi ad essere spogliati devono 
essere i rami della cima, perchè più battuti dal vento. 

2. — Le frutta a nocciolo e le varietà estive ed autunnali di quelle 
a granella che devono servire per il consumo locale, si raccolgono 
quando, con una lieve torsione, si staccano dal ramo. Se destinate a 
lunghi trasporti, è necessario raccoglierle due o tre giorni prima della 
maturazione, a seconda della distanza a cui devono essere spedite. 

3. — Le pere e mele invernali si colgono quando hanno raggiunto 
il pieno loro sviluppo, quando si stacca con facilità il peduncolo e 
prima dei geli. Staccate troppo presto, queste frutta si raggrinzano 
senza che avvenga la completa maturazione e la polpa si fa sugherosa 
e scipita; colte troppo tardi, dopo aver sofferto per la brina, si con- 
servano meno e la polpa si disfà agevolmente, rimanendo scipita e di 
un colore sbiancato e pallido. Alcune varietà autunnali di pere, come 
la Duchessa d'Angoulème e Clairgean, se raccolte alquanto immature, 
restano è vero meno grosse, ma prolungano la loro maturazione. 



— 34 i) 



4. — Per quanto è possibile, si sceglie, per la raccolta, una gior- 
nata di tempo asciutto, ventilato e bello. Per le piante a nocciolo, e 
specialmente per le pesche, si raccolgano le frutta alla mattina quando 
è scomparsa la rugiada, oppure alla sera, quando non fa molto caldo. 
Per le pere e mele che si devono conservare nel fruttaio durante 
l'inverno, è consigliabile di fare la raccolta dopo mezzogiorno lino 



si portano in una rimessa 
per 



alle sedici. Dopo raccolte, si portano in una rimessa acciò si rallred- 
dino, e si lasciano colà 
una quindicina di giorni, come 
vedremo in altro capitolo, per 
allogarle poi nel fruttaio d'in- 
verno. 

Il miglior modo di racco- 
glere le frutta si è quello di 
staccarle ad una ad una e a 
mano, torcendo il picciolo e 
l)adando di non comprimerle; 
poiché le ammaccature pro- 
ducono delle macchie brune, 
che determinano la putrefazio- 
ne. Le pesche delicate delle 
spalliere, per non guastare la 
peluria, si raccolgono con la 
mano munita di una foglia di 
vite, per non toccare diretta- 
mente il frutto con le dita. 
Per le fruita della sommità de- 
gli alberi, bisogna servirsi di 

una scala doppia, oppure di appositi strumenti, chiamati 
raccoglitori. Questi non sono che forbici a pertica, sotto ai 
quali si trova una piccola rete a guisa di borsa, per rac- 
cogliere il frutto spiccato dallo svettatoio (fig. 242). 

Bisogna assolutamente bandire del tutto l'abbacchiatura 
della frutta e lo scuotimento dei rami, e ciò non soltanto per 
la ragione che le frutta, cadendo a terra, vanno soggette a 
contusioni ; ma anche perchè operando in tal modo, si gua- 
stano le borse e le lamburde che si formano alla base del picciolo. 
Per questa ultima ragione raccomandiamo anche, nel raccogliere le 
frutta, di torcere il picciolo e non di strapparlo. 

Le frutta devono essere trasportate con somma diligenza epperciò, 
appena spiccate, si pongono in larghi e bassi canestri, nei quali non 
ci possano stare più di due od al massimo tre strati di frutta. 

Il canestro usato dai frutticultori di Montreuil ha le seguenti 
dimensioni : lunghezze 65 cm., larghezza 48 cm., profondità 25 cni. Prima 
di porre le frutta nei canestri, è bene guernire 
carta, di paglia o di muschio secco e. 




il fondo di ritagli di 
trattandosi di frutta delicate, 



— 350 - 

come le pesche ed albicocche, conviene frapporre anche fra le stesse 
frutta delle foglie fresche dello stesso albero, oppure di vite. 

Le frutta raccolte si portano coi panieri in un luogo asciutto, ven- 
tilato, non abitato e riparato dal sole e dagli insetti, per i quali ultimi 
consiglierei di difendersi, riparando le finestre con delle reti di filo di 
ferro. Questo locale può essere una rimessa, un granaio, purché sia 
ampio, né troppo freddo né troppo caldo. Deve essere anche arredato 
di tavole o stuoie, sopra le quali si distendono le frutta di mano in 
mano che vengono portate. Nel distenderle, si fa una prima separazione 
delle frutta contuse, ferite o che cominciano a guastarsi. 

In questo locale, chiamato fruttaio d'estate, si lasciano le frutta 
invernenghe per 8 o 10 giorni, e l'uva da serbo anche per 20 e più giorni 
fino che il peduncolo comincia ad avvizzire, acciò si asciughino dalla 
umidità superficiale e per vedere se v'è ancora frammista della frutta 
che minaccia di guastarsi. Passata quest'epoca, si portano nel fruttaio 
propriamente detto, dove si tengono fino al momento del consumo e 
cioè per tutto l'inverno e parte della primavera. 

È ovvio aggiungere, che tutte le frutta d'immediato consumo e cioè 
quelle estive, autunnali, si portano anche nel fruttaio d'estate dove si 
imballano, per essere spedite alla loro destinazione. 

Per la raccolta delle singole specie di frutta verrà trattato in par- 
ticolare nella parte speciale di questo libro. 

IV. 
Importanza delle frutta nella nostra alimentazione. 

1. — In ogni periodo storico, presso tutti i popoli, le frutta costi- 
tuirono sempre uno dei cibi più ricercati. Oltre essere oggetto di com- 
piacimento contribuiscono a rendere la nostra alimentazione più variata 
e razionale. 

Il consumo delle frutta é naturalmente maggiore nelle popolazioni 
di campagna, meno intensivo é il loro uso negli abitanti di città dove, 
in certe stagioni, le frutta costituiscono un alimento di lusso. 

Mentre deve essere cura del frutticoitore di rendere sempre più 
basso il prezzo di produzione per generalizzare il consumo delle frutta, 
non è meno interessante di far conoscere e divulgare l'importanza che 
esse hanno nella nostra alimentazione. 

2. — Le olive, le mandorle, le noci e le nocciole sono le frutta più 
ricche di grassi ; meno le banane e le castagne, sono generalmente 
povere di amido ed abbastanza ricche di cellulosio, il quale però bi- 
sogna considerarlo per l'uomo come una materia ingombrante ed assai 
poco digerita. 

L'elemento però che predomina é la materia zuccherina che con- 
ferisce buon gusto al frutto e che é totalmente digerita ed assimilata 
più dell'amido. Gli zuccheri sotto qualsiasi forma sono quindi elementi 
di primo ordine. 



- :sr>i - 

Gli acidi vegetali sono vari. Nelle pere, mele, susine, albicocche e 
ciliegie, troviamo l'acido malico ; nelle uve, l'acido malico e tartarico ; 
nell'uva spina e nel ribes, l'acido citrico e malico; negli agrumi l'acido 
citrico e cosi via. Questi acidi sono elementi calorigeni poiché intro- 
doUi nel nostro organismo si decompongono in acido carbonico, svi- 
luppando calore e producendo una certa energia che non è però pa- 
ragonabile a quella prodotta dalle sostanze azotate, dai grassi e dagli 
idrati di carbonio. 

Di sostanze azotate le frutta sono generalmente povere. Kccetto che 
nelle castagne e noci in cui arriva da 12 al 23 7^ della sostanza secca, 
tutte le altre frutta ne contengono da 8,4 a 9,6 7(,. In media quindi le 
frutta non contengono la quantità di sostanze azotate delle patate; il 
riso, che è il seme farinaceo più povero di sostanze azotate, ne con- 
tiene 8,9 7o; i cavoli fiori 18,9 7o;i piselli 29 7o ; gli spinacci 32,fi 7^ 
della sostanza secca. 

Come si rileva dal seguente specchietto, le frutta contengono assai 
poche sostanze minerali, meno ancora di qualsiasi ortaggio. 

In M) PAini DI CENEHiv 

tenere p. O/o — — — .^ ^ - 

dellii sost. secca Potassa Soda Calce Mapsesia 

Rape 10,55 17,5 11,6 14,2 8,5 

Cavoli fiori .... 11,27 26,4 10,2 16,7 2,3 

cappucci . . 10,80 37,8 14,4 9,4 3,5 

Spinaci 16,50 16,6 35,:^ 11,9 6,4 

Lattuga cappuccia . 18,— 37,6 7,5 11,7 6,2 

Mele 1,7 41,8 — 8,8 5,0 

Pere 1,G 58,6 — 6,5 5,6 

Susine 2,1 69,4 2,3 4,0 4,9 

Ciliegie 2,2 50,1 - 7,0 5,2 

Fragole 3,4 45,5 6,9 12,5 4,7 

Mirtillo 2,9 .37,1 5,2 8,0 6,1 

Mandarini .... 2,7 47,1 2,8 22,8 5,7 

Castagne 2,4 56,7 7,1 3,9 7,5 

Noci 2,1 31,1 2,2 8,(i 13,0 

L'inferiorità delle frutta per il loro contenuto in sostanze ntinerali 
risulta ancora più evidente se si considera come qui appresso, le ceneri 
contenute dai diversi cibi necessari per il mantenimento di un lavo- 
ratore il ([uale ha bisogno di elaborare giornalmente 3080 calorie. 

Col Ceneri Potassa Soda Calce Magneti» Acido fosfor. 

Pane di frumento . . gr. 6,9 2,1 0,1 0,2 0,8 3,4 

Noci 8,8 2,7 0,2 0,7 1,1 3,8 

Pere „ 13,9 5,0 3,6 1,2 0,7 1,3 

Cavoli cappucci . . . „ 104,5 39,5 15.0 9,8 3,6 13,8 
Spinaci „ 198,6 33,0 70,1 23,7 12,7 20,8 



- 352 - 

Le cifre che si riferiscono alle noci possono ritenersi eguali per 
tutti i frutti secchi e quelli delle pere, per i frutti freschi. 

Come si vede, notevolissima è la differenza della quantità di ceneri 
in confronto cogli ortaggi. Degli elementi minerali, la potassa è quella 
che prevale. La maggior parte delle basi è combinata cogli acidi vege- 
tali cosi da formare dei sali che nel nostro organismo poi si decom- 
pono formando dei carbonati alcalini. Gli acidi solforico, cloridrico e 
silicico, mentre abbondano negli ortaggi, nelle frutta sono in quantità 
limitata. 

Pur non attribuendo all'acqua contenuta un valore alimentare è 
bene però far noto che l'uva ne contiene più delle patate ; le banane 
come le patate ; le pere, mele, susine, ciliegie e lampone, contengono 
molto meno acqua di molti ortaggi che si mangiano giornalmente. 

3. — Come si vede, le frutta bisogna considerarle come alimenti 
ricchi di zuccheri ed acidi vegetali ma poveri di sostanze azotate e di 
elementi minerali. Colle frutta soltanto, l'uomo non può vivere ed è 
errata la credenza che ci siano dei popoli che vivono di sole frutta. 
Si dimentica che questi popoli selvaggi hanno a loro disposizione i 
prodotti della caccia e della pesca. 

Non per questo bisogna escludere le frutta dalla nostra alimenta- 
zione e come l'uomo non può vivere di sola carne, latte, uova, spinaci, 
ecc., così è necessario che nella sua alimentazione faccia uso anche 
di frutta. 

Le proprietà termodinamogene delle frutta ossia la proprietà di 
produrre calore onde soppei'ire alle continue perdite di energia del- 
l'organismo sono abbastanza notevoli, come si rileva dai seguenti dati 
forniti dall'Istituto fisiologico della Università di Berlino : 

Noci danno 707 calorie 

Pane di frumento. . „ 252 „ 

Carne „ 98 „ 

Patate „ 98 „ 

Banane „ 97 „ 

Pere „ 69 

Uva „ 68 

Latte „ 67 

Rape „ 57 

Barbabietole .... „ 50 

Cavoli verzotti ... „ 48 ,, 

Spinaci „ 34 „ 

Ravanelli „ 12 

Rispetto alla digeribilità, mentre noi sappiamo che gli albuminoidi 
dei faiinacei e degli ortaggi vengono digeriti soltanto per metà, per le 
frutta non sono state fatte ancora delle esperienze che meritino di 
essere ricordate. Da alcuni dati raccolti dal Prof. Rubner dell'Istituto 
sopra ricordato, sembra che ad esempio le ciliege vengano digerite 



- 353 - 

come e meglio delle barbabietole e del cavolo verzotto. Colle banane 
si perdono nelle feci l'S % delie sostanze azotate. 

In generale pare che l'assimilazione delle sostanze azotate dalle 
frutta non sia inferiore a quella che si verifica cogli ortaggi, é eguale 
a quella del granturco ed alquanto inferiore a quella del pane di fru- 
mento e delle patate. 

Nel calcolare la facoltà nutritiva delle frutta bisogna tener calcolo 
dello stato di maturazione della loro freschezza e del modo con cui 
vengono masticate. E' stato provato che nelle frutta immature assai 
poche sostanze azotate vengono assimilate, che nelle frutta secche la 
digeribilità di tutti gli elementi nutritivi viene notevolmente diminuita 
e che ad esempio le molte sostanze azotate contenute dalle noci non 
vengano assimilate se non sono bene triturate, macinale fra i denti e 
bene insalivate. 

Le sostanze però che facilitano la digestione, sono le cosidette 
sostanze stomatiche contenute dalle frutta, quelle sostanze cioè appeti- 
bili, che eccitano le secrezioni dell'apparecchio digerente e che rendono 
anche le frutta più gradite. Queste sono gli zuccheri, gli acidi e 
gli eteri. 

Le frutta secche o conservate col freddo e collo zucchero, perdono 
la loro fragranza e con essa la rispettiva digeribilità. Molti fruiti se 
cotti come le castagne a 100", acquistano in digeribilità; le pere, mele, 
susine, ciliegie la mantengono. 

Le buccie ed i semi dei frutti non sono affatto digeribili e quindi 
non conviene trangugiarli. Però si deve far notare che sbucciando 
grossolanamente noi togliamo alle frutta delle proprietà stomatiche 
poiché è precisamente sotto alla buccia che risiedono la maggior parte 
delle sostanze aromatiche e che danno profumo al frutto. 

Le frutta, al pari del thè, calle ed alcuni preparali alcoolici agi- 
scono come disinfettanti dell'intestino per i loro acidi, come calmanti 
e rinfrescanti ed hanno anche delle proprietà nervine, ossia aumentano 
l'attività dei centri nervosi. 

Riassumeudo si può concludere che le frulla pur non essendo 
indispensabili per la nostra alimentazione e non essendo un cibo mollo 
nutriente, sono un prezioso complemento. Mercé le fruTla si ha una sana 
variazione di cibo, si evita di nutrirsi di troppo pane od ortaggi 
che caricano soverchiamente lo stomaco. Gli igienisti ne raccoman- 
dano l'uso specialmente nei pasti intermedi del mallino e del po- 
meriggio. 

Le frutta bisogna poi prenderle da sole e masticarle bene. Delle 
bevande alcooliche da prendersi colle frutta e raccomandabile soltanto 
il vino; la birra le rende indigeste e provoca la diarrea. 

Per i malati, per i fanciulli, sono raccomandate molto, tanto le 
frutta cotte che crude. Per coprire l'acidità conviene condirle con 
zucchero. Le frutta più acide (1,6-2,2 7o; sono l'uva spina, le more di 
rovo, il ribes; seguono per ricchezza d'acidi ( 1,1-1,5 %) le pesche, le 

23 — Tamaro - Frutticoltura. 



- 354 - 

albicocche, il mirtillo, le fragole, il lampone. Le pere, mele, l'uva, le 
susine contengono in media 1 % di acidità totale come molti degli 
ortaggi. 

Infine le frutta convengono di più nella stagione calda, quando 
cioè bisogna diminuire l'alimentazione carnea e si ha bisogno di intro- 
durre nello stomaco dello zucchero facilmente assimilabile per sosti- 
tuire il regime carneo e di grassi che bisogna limitare. 



4. — Molto si è esagerato in questi ultimi anni attribuendo alle 
frutta il pericolo di diffondere delle malattie infettive. Nella polpa poi 
i batteri patogeni non trovano un buon terreno per svilupparsi per la 
reazione acida. 

Le frutta sane e non ferite non contengono quindi affatto nel loro 
interno dei batteri. Naturalmente se vengono contuse, o se un bruco 
corrode la polpa fino ai semi, queste frutta possono essere infette, ma 
basterà togliere la parte guasta. 

In caso però di colera, di tifo, è molto facile che colle frutta si 
comunichino queste malattie mediante i batteri che sì depositano sulla 
buccia. Da ciò la necessità di far raccogliere le frutta da persone che 
hanno le mani pulite, di conservarle dopo raccolte in locali non pol- 
verosi, puliti. Lasciare le frutta esposte alle mosche, alle vespe, è anche 
un mezzo per facilitare la diffusione di malattie. 

Quando si hanno delle frutta di ignota provenienza, è sempre op- 
portuno di lavarle con acqua abbondante, corrente e fresca possibil- 
mente sotto ad una fontana. Immergere semplicemente un frutto in un 
bicchiere d'acqua od in una tazza, è una precauzione pressocché 
inutile. 

5. — 11 consumo delle frutta non si potrà però generalizzare nelle 
popolazioni urbane se noi non potremo offrirle più a buon mercato 
specialmente in inverno e primavera e se noi non impediren^o le forti 
oscillazioni dei prezzi per i mancati raccolti. Queste oscillazioni sono 
forse minori oggi che una volta, per i migliorati mezzi di comunica- 
zione ma non vi ha dubbio che il rimedio radicale consisterà nel co- 
stringere le piante a dare frutta costantemente ciò che non si può 
pretendere fino a che la maggior parte delle piante fruttifere non 
vengono potate. Quando si conoscerà la potatura razionale ci sarà 
anche il tornaconto di estendere la coltivazione delle piante da frutta 
e potremo anche dare la frutta più a buon mercato. 

Rispetto al valore nutritivo che hanno, noi oggi paghiamo le frutta 
troppo care ed a ciò valga il seguente confronto di diverse cibarie che 
si possono acquistare sui mercati attuali spendendo una lira. 



35 



Quantità Calorie roiileiiiito 

che si acquista che produce ili 



,ì^ì9}:'^}'^}:ì ■ "^o" ^P'* ''r:' la sostanze azotate 

della cibaria Kg. , ietta quantità Rranuni 

Patate 16,6(iG 19724 :VSÀ 

Piselli 4,166 14747 9;i7 

Pane 3,333 8402 2r)6 

Zucchero 0,680 279 — 

Cavoli cappucci ... 5 — 4000 200 

Latte 5— 3280 16") 

Ciliegie 5— 2900 60 

Mele 5— 2700 20 

Barbabietole da urto . 6,250 2843 !)1 

Arringhe 0,832 2395 194 

Susine 2,500 1550 25 

Carne di bue . . . . 0,784 913 127 

Come si vede ad esempio le ciliegie, le mele svihipijaiio egual nu- 
mero di calorie del latte ma pure il latte si deve preferire per la no- 
tevole quantità di sostanze azotate. 



V. 

Conservazione delle frutta allo stato naturale e gli 
agenti principali che influiscono sulla loro maturazione. 

Colla vendita delle frutta allo slato naturale, il frutticoitore ricava 
il maggior utile, da ciò la necessità di studiare le cause che possono 
deteriorarle. 

Noi sappiamo che gli agenti principali che intluiscono sulla matu- 
razione sono quattro e cioè: il calore, l'aria, la luce e l'umidità. 

1. — Una temperatura piuttosto elevata fa aumentare gli scambi e 
la decomposizione di materiali fra molecola e molecola, ed alfrettare 
la maturazione delle frutta. (2oI gelo e susseguente disgelo, avviene 
invece la disorganizzazione dei tessuti, che si dispongono poi alla pu- 
trefazione. E' per questo che il frutticoitore deve evitare gli estremi di 
temperatura e ricordare che la maturazione si compie fra i 15''e3(»"C, 
mentre al disotto di 5" C si arresta ogni processo vegetativo, compreso 
quello dei fermenti. 

Alla temperatura di 5", conviene però tenere le frutta molto succose 
e già mature, per impedire la putrefazione, quali sono le ciliegie, le 
pesche, le susine e le albicocche che devono servire per uso locale o 
di famiglia. Dovendole tenere per qualche tempo, esse perdono note- 
volmente di fragranza. 

Trattandosi però di pere e mele, di cui si vuol tardare la matura- 
zione, una temperatura di 8" a 10" è sufficiente. 



— 356 - 

Per meglio conoscere i limiti di temperatura entro i quali le frutta 
non si alterano, riproduco i seguenti dati, raccolti dal Ministero di 
Agricoltura degli Stati Uniti, in seguito ad una inchiesta promossa per 
fissare gli estremi con varianti per spedire le frutta a mezzo ferrovia. 

Tab. XXXVI. Temperatura massima e minima a cui resistono le frutta. 



Uva 

Pesche fresche). . 
Albicecche in ceste 

Prugne 

Fragole 

Mele in cumulo 

isolate . . . 
Mandarini .... 

Limoni 

Aranci 

Ananassi . . . . 

Banane 

Noci di cocco . . 

Olive 

Asparagi . . . . 
Pomidoro freschi . 



Temperatura in gradi 

centigradi esterna'massima 

a cui possono sottomettersi 

le frutta 



in refri- 
geranti 
ed altri 

carri 
speciali 



Senza 
imbal- 
.laggio 
in casse 


alla 
rinfusa 

in 
vagoni 





- 6.67 





- 6.67 


1.67 


- 4.44 


1.67 





0.56 


- 3.89 


- 6.67 


- 12,22 


- 2.22 


- 9.44 





- 6'67 





- 6.67 


- 2.22 


- 6.67 





- 3.89 


10.- 





- 1.11 


- 6.67 


-2.22 


-3.89 


-2.22 


- 5.56 


0.56 


- 2.22 



17.18 
12.2 
r2.22 
17.78 
23.33 
23.33 
23.33 
17.78 
12.22 
17.78 
17.78 

17.78 
17.78 

23.33 



uà-" 

^a« 



OSSERVAZIONI 



In pacchi ed entro scatole. 

In canestri, barili e scatole. 

Avvolte con paglia. 

In scatole avvolte con carta. 

In canestri. 

Coperte da paglia. 

Avvolte da paglia. 

Entro scatole. 

Idem. 

In canestri, scatole e barili. 

In barili. 

Entro scatole e barili. 

In barili. 

Idem. 

Entro scat. coperte di muschi. 

In barili. 



2. — Le frutta per maturare hanno bisogno di respirare come tutte 
le altri parti della pianta. L'ossigeno che assorbono serve ad affrettare 
la maturazione; è troppo evidente quindi, che quanto maggiore sarà 
la quantità di ossigeno in contatto colle frutta, tanto più rapida avverrà 
la fermentazione. Da ciò la necessità che i fruttai stiano sempre chiusi. 

3. — La luce è uno degli elementi che concorrono alla maturazione 
dei frutti, difatti la parte più saporita è quella esposta direttamente 
al sole. 

Un'interessante esperienza ha fatto il prof. Sorauer per constatare 
l'influenza della luce sulla diminuzione del peso. Su 4 mele (Renetta 
dorata) esposte alla luce ottenne una diminuzione del peso iniziale in 
4 settimane corrispondente a 8,97 %, allo oscuro di 10,8 %• H risultalo 
sarebbe, che l'oscurità rallenta il processo di maturazione o a meglio 
dire, quei processi che hanno bisogno dell'elemento acqueo. 

Egli avrebbe anche constatato, che la luce bleu favorisce la vege- 
tazione delle muffe più che la luce gialla. 

4. — Se tutti si accordano nel dire che il fruttaio deve essere 



— 357 — 

tenuto all'oscuro od avere una luce dillusa, non lo stesso può dirsi 
rispetto all'uinidilà. 

Ci sono degli autori che raccomandano un atmosfera perlellamente 
asciutta, altri invece la vorrebbero umida. Tanto gli uni che altri pos- 
sono aver ragione, a seconda delle condizioni in cui fecero gli espe- 
rimenti. 

Sta il fatto che le frutta conservate in ambiente asciutto ritardano 
la maturazione più che nell'aria umida, ma d'altra parte non si può 
negare, che la frutta allora deforma per la soverchia evaporazione. 
Nell'aria umida invece, il frutto conserva per piii lungo tempo la sua 
forma come fosse fresco senza aggrinzirsi ; e la maturazione, purché 
siano osservate le altre condizioni di calore, aria e luce, procede ab- 
bastanza lentamente. Se le cose stessero in questi semplici termini, si 
dovrebbe propendere piuttosto per l'aria umida che asciutta, ma c'è il 
pericolo delle muffe. Se una parte delia fruita è contusa, ammaccata^ 
è certo che le mulle si propagano in modo spaventevole. Il meglio sarà 
di mantenere un'atmosfera media, che non si scosti da 40 a 50" del- 
l'igrometro. 



VI. 
Cause di deterioramento delle frutta raccolte. 

1. — Queste possono derivare da una cattiva raccolta, dalla natura 
del terreno, dai vari metodi di coltura, dalla potatura, da parassiti 
vegetali^ed animali. 

Se noi raccogliamo delle frutta in stato avanzato di maturazione e se noi. nel 
raccoglierle, non abbiamo nessun riguardo di portar loro contusioni, ferite, lacerazioni. 
è naturale che queste frutta non soltanto non si po.ssono conservare, ma comunicheranno 
anche la loro putrefazione a quelle sane. 

Quanto' più fertile, umido e ricco di sostanze azotate è un terreno, tanto più molli 
riescono i tessuti e tanto più facilmente vengono intaccate dn parassiti anche le frulla. 
Quelle provenienti invece da terreni secchi, ventilati, bene esposti, poco ricchi di so- 
stanze azotate e da piante poco lussureggianti, sono le più adatte per la conservazione 

Rispetto al metodo di^coltura, quanto piti questo è intensivo ed il 
prodotto abbondante per eccesso di fertilità del terreno, tanto meno 
quelle frutta sono atte a conservarsi. 

Anche la potatura influisce notevolmente. Dalle piante ben potale 
e sulle quali si ha avuto cura di conservare fra i diversi rami le di- 
stanze necessarie per assicurare la ventilazione, si hanno le frutta più 
sviluppate e meglio atte alla conservazione. Confrontando ad esempio 
delle pere ottenute da spalliere non quelle ottenute da piante non ap- 
poggiate, si ha sempre colle prime un migliore risultato. 

Anche l'irrigazione ha una notevole inlluenza. Se questa viene data 
con parsimonia e di mano in mano che le piante ne abbisognano, come 
si tratta per gli agrumi nell'Italia-meridionale, allora l'irrigazione serve 



— 358 - 

a favorire l'allegainento del frutto ed il suo sviluppo. Neil' Italia set- 
tentrionale tutte le piante da frutto non hanno bisogno di irrigazione 
che in casi eccezionali. In ogni caso, le frutta dei terreni irrigui sono 
meno atte alla conservazione. 

2. — Se queste sono cause occasionali che cagionano la putre- 
fazione, gli agenti però che la determinano sono delle crittogame, le 
cui spore possono trovarsi nella stanza di conservazione, oppure sulla 
buccia. Quando queste spore si trovano in condizioni favorevoli, ger- 
minano e vivendo parassite al frutto, lo decompongono facendolo 
andare a male. 

Questi microorganismi difatti, decompongono le sostanze albuminoidi, provocano 
nuove fermentazioni nei componenti delle cellule del frutto rimanendo poi infine, quali 
prodotti ultimi, dell'idrogeno solforato, dell'ammoniaca, ecc., che si rivelano facilmente 
all'odorato. Questi microorganismi sono dei batteri e delle muffe, le quali, nutrendosi 
a spese del frutto su cui si posano, penetrano per le lesioni o ferite e determinano la 
completa decomposizione. 

I^e muffe parassite sono : Botrgtis cinerea, i Cladosporium, Gloeosporium, fructigenuin, 
Helminthosporium carpophiluin, Leptothyrium pomi e carpophilum, Monilia fructigena, 
Mucor, Oidiuin fitiictigenum, Penicilum glaucum, Phoma, Phyllosticta vindobonensis, 
Sclerotiuni cifri. 

3. — Infine gli animali che possono arrecare danno sono i miria- 
podi, le formiche, i topi, i ragni, dei quali si può liberarsene coi mezzi 
che vengono all'uopo suggeriti. 



VII. 
Precetti per la conservazione delle frutta. 

Dopo quanto ho esposto nei precedenti capitoli, le norme per 
riuscire nella conservazione si possono riassumere nei seguenti precetti: 

1. Per le frutta da conservare, non si destinino quelle prove- 
nienti da terreni eccessivamente fertili, poco ventilati, umidi. Conven- 
gono invece le frutta ottenute da terreni sani, aereati, secchi, medio- 
cremente ricchi. 

2. Fare la raccolta con le maggiori cautele per evitare contusioni, 
ferite, ammaccature. Le frutta guastate o intaccate da parassiti conviene 
destinarle subito pel mercato o per fare conserve. 

3. Proteggere le frutta da insetti ed altri animali, cosi pure dalle 
muffe. 

4. Mantenere una temperatura costante nei locali di conservazioni. 
Per le frutta a granella, delle quali si vuol protrarre l'epoca di matura- 
zione conviene la temperatura di 8-10° C; per quelle a nocciolo al disotto 
di 5° C. Durante l'inverno non deve discendere al di sotto di 0*^. 

5. L' esperienza ha dimostrato l'opportunità di esporre le frutta, 
compreso l'uva, appena raccolta e per alcuni giorni, fino a che il 
penducolo accenna ad appassire, nel fruttajo d'estate e cioè in un locale 



- 359 - 

ventilato, poco illuminato ed asciutto. ])er evaporare l'acciua che lascia 
traspirare la superfìcie. Successivamente si collocano le frutta nel frut- 
tajo nel quale si deve rendere possibile una ventilazione o«ni qual- 
volta sia necessario di mantenere la tem|)eraUua e l'umidità enlro quei 
dati limili. Cosi in autunno e d'estate conviene ventilare di notte 
|)er abbassare la temperatura; d'inverno conviene ventilare di giorno 
per elevare la temperatura. 

6. Mantenere per l'uva e per le frutta a nocciolo raml)ieiiU' al- 
l'oscuro. Per le frutta a granella conviene di |)iù una luce dillusa. 

7. Evitare delle correnti d'aria nell'ambiente per manteneie un 
atmosfera piuttosto stagnante. La ventilazione si faccia soltanto nel 
caso indicato più sopra al numero .i. 

8. Avere un'atmosfera media, cioè non troppo asciutta, né troppo 
umida, che non si scosti da 40-50" dell'igrometro. 

9. Impedire la maturazione oltre un dato limile conveniente per 
ciascuna varietà di frutta. 

10. Conservare le frutta lincile non perdono le pro|)rielà organo- 
lettiche loro particolari. 

11. Evitare il contatto di lìutta sane con quelle alterale e queste 
ultime, allontanarle dal fruttaio il più sollecitamente possibile. 

12. Evitare che nell'ambiente di conservazione si trovino delle 
sostanze che emanano odori. 

13. Negli ambienti, è bene che le frutta siano disposte ad un solo 
strato senza toccarsi. Nel caso di esuberante quantità, non si devono 
sovrapporre più di tre strati, avendo cura allora di isolare ciascun 
frutto con della carta o delle materie isolanti quali sono la sabbia, il 
sovero, la polvere di carbone di legna e cosi via. 

14. Quando si ha poca quantità di frutta da conservare e che non 
conviene costruirsi un fruttaio, allora si adoperino i cassettoni, gli 
armadi di muro o delle casse isolate. In queste ultime si abbia cura 
di conservare per ciascuna, le varietà che maturano contemporaneamente. 

15. Nel collocare le frutta si abbia cura che il penducolo si trovi 
in alto. 



Vili. 
Fruttaio. 

Ogni proprietario potrà trovare forse nella sua abitazione di cam- 
pagna una stanza collocata a nord, non abitala, chiusa da doppi ser- 
ramenti, in modo che conservi costante la temperatura e non sia tropjìo 
umida. Per chi non la possedesse e che avesse una quantità limitata 
di frutta da conservare, adoperi delle casse, cassettoni, armadi di muro 
purché asciutti, in cui le frutta si conservano mollo bene. 

Per chi volesse costruire un fruttaio apposito per la sua fruita, dò 
qui le norme generali in base delle quali il lettore potrà trarre anche 



- 360 - 

quei suggerimenti che sarebbero necessari per modificare e ridurre 
una stanza secondo lui adatta per conservare la frutta. 

1. Per costruire un fruttaio, si scelga un terreno ben asciutto, un 
poco elevato ed esposto a tramontana. Le dimensioni del locale saranno 
determinate dalla quatità di frutta che si vuol conservare. Si calcola 
che ogni frutto occupi una spazio di cm. 10^ 

2. Onde difendere il fruttaio dalla temperatura esterna, è bene 
che sia circondato da alberi sempreverdi e che il piano del locale 
venga a trovarsi da 70 cm. ad 1 m. sotto il livello del suolo. Per 
evitare che le acque piovane si accumulino sotto od ai lati, si dà alla 
superfìcie del terreno circostante una inclinazione opposta ai muri, i 
quali devono essere costruiti ed intonacati all' interno ed all' esterno, 
accuratamente di cemento fino sopra al livello del terreno. 

3. L'orientazione deve essere da nord a sud. 

4. Il pavimento deve essere impermeabile e cementato con fondo 
di calcestruzzo. 

5. 1 muri, dello spessore di 30 cm., devono essere doppi, in modo 
da lasciare uno spazio intermediario di 50 cm. per sottrarre l'ambiente 
dalle influenze esterne. Conviene anche, intorno al muro interno, un 
più largo corridoio, di m. 1 a 2, che può servire da ripostiglio di 
attrezzi. (R fig. 243). 

6. 11 fruttaio lo si faccia rettangolare, colle facciate più strette 
esposte rispettivamente a nord e sud. Sul lato sud si fa la porta, per 
la quale si deve accedere ad un vestibolo (V) illuminato da una finestra, 
che serve per l'mballaggio e lo scarico delle frutta. Per mezzo di un'altra 
porta si deve accedere dal vestibolo al locale di conservazione (F). 
Sugli altri lati del fruttajo sì fa una finestra dell'altezza di m. 1.50 dal 
suolo. Nel mezzo del soffitto si apre uno sfiatatojo (o) che comunica 
con un camino che si eleva oltre al tetto. Sotto ad ogni finestra, ed al 
livello del terreno si aprono dei sfiatatoj, muniti di doppia saracinesca 
e di una rete metallica fitta, per evitare che entrino i topi. 

Lo sfiatatojo del soffitto, pure chiudibile, dal basso all'alto, serve 
per allontanare l'aria calda; i due sfiatatoj vicini al pavimento servono 
per smaltire l'umidità e per attivare la ventilazione. 

7. I muri, nell'interno devono essere intonacati di uno leggero 
strato di gesso, perchè più assorbente dell'umidità. 

8. Il suolo del corridojo passante fra mezzo ai due muri, deve 
essere a livello del i)aviniento del fruttajo. 

9. La porta e le finestre del muro esterno, devono essere in cor- 
rispondenza con quelle del muro interno. 

10. La porta del muro esterno si deve aprire per di fuori e deve 
essere munita di controporta, che si apra per di dentro e snodata a 
guisa di paravento. Quando ci sono dei forti freddi si riempie di paglia 
lo spazio fra la porta e controporta. 

11. Le finestre del muro esterno si fanno della dimensione di .50 
cm. in quadrato. Ciascuna finestra è munita di due imposte, delle quali 



- :{6i - 

l'esterna si apre per di fuori e l'interna per di dentro. Diiranlc l'inverno, 
lo spazio fra queste due imposte viene pure riempito di paglia. 

La porta del muro interno è semplice; le due finestre interne sono 
munite di imposte, come le finestre esterne. 

12. Il soffitto si fa di legno doppio, dello spessore di M cm. e 
riempito di polvere di sughero o di pula di riso. Questo soffitto allo 




L 



Fig. 243-244. — Sezione verticale e pianta di un fniUajo. 



m. 2.50 dal terreno, è riparalo da un alto letto di paglia avente molla 
pendenza. Lo spazio fra il soffitto ed il letto può essere utilizzato |)er 
tenere della paglia. 

Queste disposizioni concorrono non soltanto a mantenere costante la 
temperatura dell'ambiente, ma anche per evitare che s'infiltri l'umidità. 
13. Lungo le pareti all'ingiro, vengono collocali tanti piani di 
legno (S) a guisa di scansie, della larghezza di .^)0 cm., sui quali poi si 
distendono le frutta. Questi piani distano uno dall'altro 25 cm. A quello 
più alto si dà una inclinazione di 45 gradi, e di mano in mano che si 



- 362 - 

discende si dà una minore inclinazione in modo che all'altezza di m. 1.50 
dal terreno si trova orizzontale. Ai piani inferiori a questo si dà una 
leggera inclinazione opposta. 

Questa inclinazione è data, per rendere più facile e spedito, l'esame 
della frutta durante la conservazione. Ogni piano è formato di tante 
assicelle larghe 10 cm. e fissate a 3 o 4 cm. di distanza, per aereare la 
frutta. Dalla parte verso il centro ogni piano è munito di un bordo di 
3 cm., per impedire che le frutta cadono a terra. 

14, Nel mezzo del fruttaio rimane uno spazio dove si può collo- 
care una doppia scansia (S). 

Nella fìg. 243-244 ho rappresentato un fruttaio che corrisponde ai 
requisiti sopra indicati. 



IX. 

Cure relative al fruttaio 
ed alle frutta che in esso si conservano. 

Come l'enologo, prima di vendemmiare, appresta alla cantina tutte 
quelle cure che sono necessarie per ottenere dei vini buoni e serbevoli, 
lo stesso deve fare il frutticoitore per il fruttaio prima di collocarvi 
le pere, mele od altre frutta per conservarle. 

Se il fruttaio durante l'estate o meglio durante l'autunno è stato 
trascurato, nel senso che non sia stata fatta una accurata pulizia subito 
dopo tolte le frutta dell'anno antecedente, oppure se durante l'autunno 
è stato tenuto sempre chiuso, è probabile che si conservino e traman- 
dino dei germi di putrefazione, che possono trovarsi non soltanto in 
sospensione nell'aria ma anche aderenti alle pareti, alle scansie od 
altri oggetti del fruttaio. 

1. — Le misure che tutti son d'accordo di prendere a questo riguardo 
consistono: prima in una ventilazione durante l'estate ed in autunno 
nelle giornate asciutte; quindi, quando si approssima il tempo della 
raccolta, in una lavatura accurata del pavimento, nell'imbianchimento 
dei muri con latte di calce, nel lavare tutte le scansie con una soluzione 
al 5 per lOOU, di solfato di rame. Asciugalo l' ambiente dopo queste 
lavature, si chiudono ermeticamente tutte le aperture e si abbruciano 
nell'interno, per ogni 100 m. cubi di volume, 10 miccie di zolfo, di 
quelle che si sogliono adoperare nella cantina, e cioè larghe 5 cm. e 
lunghe 10, acciò l'anidride solforosa che si sviluppa, distrugga ogni 
germe. Uopo 24 ore si riaprono le porte e finestrine per procurare un 
energico aereamento. Una simile solforazione si potrà ripeterla con 
vantaggio per due o tre volte, anche durante il tempo in cui si conser- 
vano le frutta. 



- 363 — 

Molti temono, che la solforazione faccia perdere di colorilo le frutta, oppure che 
queste acquistino un sai)ore disgustoso causa lanidride solforosa. Per verificar ciò ques- 
t'anno lasciai sotto una capanjia di vetro per interi giorni della frutla delicata come la 
pesca, immersa in un atmosfera di anidride solforosa, o non ebbi a rimunare alcun 
inconveniente. .Scopo di «piesto mio esperimento era anche di provare se. una tale 
atmosfera, poteva arrestare il processo di maturazione e di dissolvimento interno. Men- 
trecchè il processo di maturazione veniva rallentato di un tempo trascurabile (un 
giorno) il processo di dissolvimento interno continuò come nella frutta lasciata all'aria 
libera. 

Le pere e le mele prima di portarle nel fruttaio devono essere ben 
pulite, asciugate delicatamente con un pannolino ; si devono scartare 
tutte quelle che appaiono contuse, o che accusano la presenza di bruchi 
nell'interno. Per fare uno scarto piti accurato si lasciano i)er 8 o 10 
giorni distese su un tavolino ed in una stanza asciutta, acciò nel ripren- 
derle per portarle nel fruttaio si possa conoscere mef»Iio (|uel!e dete- 
riorate. (1) Nel fruttaio poi si dispongono sulle scansie in bell'ordine, in 
file regolari, accoste l'una all'altra col picciuolo in alto e in modo che 
non si tocchino. E' naturale che, facendo questa operazione, si separe- 
ranno le frutta delle diverse varietà, di diversa grandezza e di diverso 
ordine di maturazione. 

Molti frutticoitori consigliano di distendere prima sulle scansie del muschio secco 
o della paglia per facilitare l'aereazione. Ma ciò lo ritengo inutile e forse dannoso: è 
vantaggioso soltanto di distendere sulla paglia le frutta raccolte molto umide ed in 
quantità tale, da non aver tempo d'asciugarla col pannolino, come è stato detto poc'anzi. 
In questo caso, per i giorni che precedono il momento di collocarla nel fruttaio, si |)uò 
distenderle sulla paglia acciò la paglia assorba anche l'umidità. 

Siccome la frutta nei primi giorni che si trova nel fruttaio è molto 
satura d'acqua, nel primo tempo di conservazione si ha una rilevante 
evaporazione, cosi è indispensabile nei primi giorni e nelle ore più 
serene, ventilare il fruttaio, per una mezz'ora e poi richiuderlo erme- 
ticamente. 

Passati i primi 20 giorni, basterà fare una visita alla settimana, per 
scegliere la frutta guasta o quella matura, e se il fruttaio è stato cos- 
truito colle norme già descritte, anche le cure del frutticoitore si 
risolvono in ben poca cosa. 

In caso che si volesse togliere un eccesso d'umidità durante l'inverno, 
se il tempo lo permette, si aprono le finestrine, altriiuenti si adoperi 
della calce viva. Per regolare la temperatura, nel mezzo del fruttaio 
bisogna collocare un igrometro ed un termometro. 

Le norme che ho dato per la conservazione valgono specialmente 
per i frutti a granella. 

2. — La frutta a nocciolo si può conservare per lungo tempo, purché 
venga tenuta in un atnbiente dove la temperatura sia molto bassa. La 



(t) l.e mele renette fanno eccezione. Queste, appena raccolte, si devono portare nel 
fruttaio, altrimenti la buccia avvizzisce troppo. 



— 364 — 

conservazione di questa frutta, come sarebbero le pesche, susine, ecc , 
solo è possibile disponendo di una buona ghiacciaia oppure di buone 
credenze-ghiacciaie che si usano in molte famiglie per i legumi, le 
conserve, ecc. Di questo si parlerà più avanti in apposito capitolo. 



X. 

Applicazione del freddo per la conservazione 
e per il trasporto delle frutta. 

Le applicazioni del freddo per la conservazione anche delle frutta, 
ortaggi e fiori, hanno preso un enorme sviluppo in questi ultimi anni 
ed è per questo che ritengo opportuno di farne un cenno in questo 
capitolo speciale. 

1. — Azione del freddo. Il freddo, come viene applicato industrial- 
mente, paralizza l'azione dei microorganismi che alterano le sostanze 
organiche, senza distruggerli. Nelle frutta, arresta o ritarda notevolmente 
il processo di maturazione cosi da permettere la spedizione ed il con- 
sumo di queste per un tempo più o meno lungo. 

2. — Camere frigorifìche e vagoni refrigeranti. Per conservare per 
pochifgiorni delle frutta destinate al consumo di casa, si possono ado- 
perare le credenze-ghiacciaie comuni. In esse si possono conservare 
per qualche giorno le frutta succose come le pesche, susine, ecc. Oggi 
si costruiscono dalla Ditta Dyle et Bacalan, degli impianti Irigorifichi, 
alla portata di piccoli proprietari, del costo a forfait di L. 3000. Questa 
macchina può servire a refrigerare una camera isolata della capacità 
di 12-15 m.^ che costa L. 1700. 

Trattandosi invece di partile in grande, si ricorre alle camere o 
depositi frigorifichi i quali sono ordinariamente allestiti e condotti da 
società. 

Questi depositi sono dei locali più o meno vasti, limitati da pareti 
e porte di legno doppie dello spessore di circa m. 1, nel cui mezzo si 
mettono delle sostanze isolatrici quali sono la pula di riso, la segatura 
di legno, la polvere di sughero ecc. Nell'interno si trovano tanti scom- 
parti quante sono le sostanze che si vogliono conservare. 

Sotto al soffitto sono fissati dei tubi nei quali circola il lit[UÌdo 
rallreddato prodotto da apposita macchina esterna frigorifica. Regolando 
la circolazione di questo liquido è possibile di mantenere fìsso il grado 
di temperatura. 

Una macchina frigorifica (vedi Rocques pag. 2-13) della capacità di 
100 m.'' ..utilizzabili, costa L. 30.000 per l'impianto e si ha una spesa 
annua di L. 10.600 per farla funzionare che corrisponde quindi a circa 



— 365 — 

L. 100 all'anno per m.\ A Londra, dove sono piantati dei deposili fri- 
gorifichi della capacità di 8000 m.» si ha una spesa annua di [.. IH al- 
l'anno per m.^ 

Per il trasporto della frutta si costruiscono anciie dei vagoni 
frigoriferi, nei quali viene mantenuta la temperatura bassa a mezzo del 
ghiaccio o di una macchina frigoritìca. Generalmente però, la costru- 
zione e la manutenzione di questi vagoni costano molto ed ora si 
preferisce sottoporre le frutta imballate ad una prerefrigerazione di 
a 1" e poi si collocano nei vagoni. Delle pesche e ciliegie sottoposte 
a questo trattamento, arrivarono perfettamente a destinazione dopo un 
viaggio di 10 a 12 giorni. Naturalmente che se il vagone avrà le pareti 
doppie, e se, come si propone ora, il vagone slesso sarà raffreddalo, 
collocandolo in un ambiente freddo per qualche ora, prima del cari- 
camento, i risultati saranno ancora migliori. 

3. — Condizioni di rinscila. Le frulla che si vogliono conservare col 
freddo devono essere perfetlamente inlatte. La minima contusione, la 
più piccola scalfìtura compromette l'esito sicuramente. In generale si 
conservano soltanto le frulla con buccia grossa, più scelte e di pri- 
missima qualità. 

Nella camera si collocano di solito le frutta appena raccolte, già 
imballate od avvolte in cotone o carta seta. Il materiale d'imballaggio 
non deve comunicare alcun odore. L'uva si avvolge in un sacchetto di 
carta seta. 

Bisogna abbassare lentamente la temperatura, (8 giorni) mantenere 
oscurità completa ed aria confinata. 

La temperatura di conservazione varia colla specie, colla varietà e 
col grado di maturazione. La temperatura di 0" costituisce il minimo 
poiché i frulli non devono gelare, e 4" C. è la temperatura massima. 

Quanto al grado di umidità, questo deve essere del 75 % per le frutta 
a polpa molle e del 65 % per le altre che si aggrinzano più diftìcilmenle. 

Delle precauzioni speciali sono necessarie specialmente per le frutta 
delicate, quando si ritirano dalle camere frigorifiche. Se portate imme- 
diatamente alla temperatura esterna, si deposita nella buccia dell'umi- 
dità e talvolta la buccia stessa, screpola. 

Perciò bisogna elevare a loro gradualmente (in 24 ore) la tempe- 
ratura fino a 15«, portandole in stanze apposite mollo ventilate. 

Le frutta sottoposte al freddo, perdono completamente il sapore 
ed il profumo. Dopo portate a 15°, ci vogliono ancora 2 giorni e più 
prima che rinvengano. 

Si è notato che le frutta conservate col freddo si mantengono .sane 
per un tempo mollo più lungo di quelle che vengono ordinariamente 
raccolte e consumate, cosi ad esempio le pesche si conservano per 
oltre una settimana ed è questo che permette poi la spedizione a note- 
vole distanza. 

4. — Conservazione delle diverse specie di/ ralla. Le pere e mele sono 
le frutta che si conservano meglio. Si poterono conservare delle mele 



— 366 — 

per 2 anni. Le temperature più convenienti e la durata possibile di 
conservazione sarebbero le seguenti per le singole frutta : 



Mele 


V, a 20 


per 


8-9 


mesi 


Pere 


1 a 4" 


„ 


3-4 


„ 


Susine 


2 a 4« 


„ 


2-6 


settimane 


Pesche 


0" 


„ 


2-3 


mesi 


„ 


0» - lo 


„ 


2-4 


settimane 


Albicocche 


20 


„ 


4 


,, 


Ciliege 


V2 a 40 


„ 


4 


„ 


Uva 


2 a 4"' 


„ 


6-8 


^ 


Ribes 


1 a 30 


„ 


3 


„ 


Fichi 


2 a 40 


„ 


3-4 


„ 


Aranci e limoni 


5 a 70 


„ 


2-3 


mesi 


Noci e frutta secche 


2 a 50 


„ 


3 


„ 



Le mele si raccolgono quando cominciano a cadere le foglie. 

Le pere d'estate conviene raccoglierle 8 giorni prima della matu- 
razione ; quelle d'autunno quando sono ancora consistenti e cioè quando 
comincia cadere spontaneamente qualche frutto dalla pianta ; quelle 
d'invei'no quando hanno raggiunto il completo loro sviluppo. Se rac- 
colte troppo presto si raggrinzano, se troppo tardi riescono scipite. 

Le pesche sono molto delicate e bisogna raccoglierle quando hanno 
ancora la polpa dura, come quando si tratta di spedirle. Si raccolgono 
col penducolo e se possibile con un pezzo di ramo. Lo stesso dicasi 
per le susine e ciliegie. 

Gli aranci e limoni si raccolgono quando sono ancora immaturi. 
Siccome sviluppano molti gas, è necessaria una continua aereazione. 

5. — Conclusioni. L' industria del freddo può darci dei notevoli 
vantaggi in quantochè le frutta imballate od avvolte in carta seta od 
ovata, dopo essere state sottoposte alla refrigerazione, si mantengono 
sane più a lungo per 8-10 giorni in modo da rendere possibile un con- 
sumo graduale o la spedizione a grandi distanze. 

Non credo però che l'industria della refrigerazione si debba spin- 
gerla al punto da portare nel mercato delle frutta fuori stagione. Gli 
acquirenti di queste sono ben in piccolo numero e non arrivano a 
compensare la spesa. 

Limitiamoci invece a piantare delle camere frigorifiche consorziali 
nei centri di produzione di ortaggi, frutta ecc., e serviamoci del freddo 
come un'eccellente preparazione per assicurare il trasporto e facilitare 
la sicura e completa loro maturazione. 



— S67 



XI. 

Conservazione delle frutta fresche 
con materiale inerte od altro. 

Collocando le frutta nelle materie inerti che perciò le riparano 
dell'umidità, dall'evaporazione, dal freddo, dall'ossigeno dell'aria e dai 
germi di alterazione, è probaliiie di conservare le frulla fresche per 
un certo tempo. 

Ancora nel 1896 io feci delle esperienze di conservazione con iiuesti nic/zì o eli 
(jueste esperienze ne diedi relazione nelle precedenti edizioni di questo libro. 
Qui riporto le conclusioni le quali sono ancora di attualità. 

a) La qualità della frutta ha una grande importanza sull'esito della conservazione. 
I,e frutta più succose sono le più difficili a conservarsi, e mentre le pesche si poterono 
conservare al massimo per 10 giorni ad onta di una perdita percentuale nel numero 
di 91,7/0' 1^ pere Passa Crassana, che hanno la buccia consistente e la polpa non deli- 
quescente, si conservarono per 130 giorni senza verificare alcuna perdita. 

b] Prendendo ad esaminare le specie di frutta tli cui e stata esperimentala In 
conservazione, si osservò, che per le pesche il mezzo migliore è il freddo, mantenendo 
la temperatura intorno a zero gradi. Rispetto all'uva, la minor perdita di peso e pre- 
sumibilmente una più prolungata conservazione la si ottiene, lenendola in ima atmosfera 
limitata, in un ambiente chiuso, e perciò quando si tratterà di conservare dclluva. una 
volta posta nel locale di conservazione, bisognerà evitare il massimo possibile l'aerea- 
zione. Stratificare l'uva coi mezzi polverulenti, non è consigliabile, e ciò non per il latto 
di un soverchio essicamento, che anzi viene diminuito, ma perchè si ha una maggior 
perdita per muffe, in quanto la muffa di un acino facilmente si trasmette a tutto il 
grappolo. 

cj Rispetto ai diversi mezzi di conservazione esperinienlali si trovò che, lasciando 
le fratta all'aria libera ed alla luce, si ha la massima evaporazione (per l'uva l'i",, per 
le pere da 10 a M%1 e quindi si possono conservare per minor tempo. Meglio converrà 
tenere le frutta in ambienti chiusi e poco ventilati, come sono dei semplici cassettoni. 
La stratificazione in generale delle frutta con mezzi polverulenti è il miglior mezzo 
consigliabile e fra ((uesti (luello della sabbia asciutta è risultato miglioro. Dopo la sabbbia 
asciutta, si può consigliare la segatura di legno, quindi la sabbia umida e poi l:i terra 

1. — Mezzi polverulenti. Con questi si tratta di stratificare le frulla 
con delle sostanze, che servano di sterilizzatori dell'aria prima che 
venga in contatto alle frutte, di assorbire i prodotti gasosi di queste 
ed infine di rendere meno sensibile la variazioni di temperatura. 

A tale scopo si può adoperare la sabbia, la calce spenta, la polvere 
di sughero, la polvere di carbone di legno e torba, la segatura di legno, 
la pula, i cascami di cotone, la crusca, la cenere, il gesso. 

Questi materiali si possono adoperare tanto per conservare le frutta 
quanto per imballare. 

La sabbia asciutta è uno dei materiali polverulenti piti raccoman- 
dabili. Bisogna che prima venga abbondantemente dilavala con acqua 
e deve essere adoperata asciutta. Per questa conservazione si adope- 
rano delle casse di legno, nel quale sui fondo si stende uno strato di 



- 368 — 

cm. 1 di sabbia. Sopra questa si distendono le pere e mele avvolte 
con carta di seta in modo da lasciare fra frutto e frutto uno spazio 
sufficente che vi possa penetrare la sabbia. Completato uno strato, lo 
si copre con la sabbia per 1 cm., sovrappondovi altri 6 ad 8 strati di 
frutta. Nella sabbia si conservano per un tempo lunghissimo, ed è ap- 
plicato soltanto alle pere e mele. 

Col gesso cotto o colla calce spenta finamente polverizzati gli Ame- 
ricani spediscono dall'America, in casse, moltissima frutta ben conservata. 
Questi due materiali hanno però l'inconveniente in confronto della 
sabbia, di avvizzire maggiormente le frutta e non sono cosigliabili 
specialmente per l'uva e le pesche. 

La polvere di carbone di legna, purché finamente polverizzata e 
perfettamente asciutta, è un eccellente materiale di conservazione. 
Essendo cattivo conduttore del calorico permette di conservare tanto 
d'estate che d'inverno i frutti già maturi senza che si alterino. Difatti, 
la polvere di carbone è anche antisettica ed antiputrida. Per ottenere 
però lo scopo, bisogna che la frutta non si tocchi una coll'altra. 

Anche la polvere di torba è utilissima, però durante la state bisogna 
dilavarla abbondantemente coli' acqua per depurarla e poi essiccarla 
completamente. 

La cenere sola ben stacciata ed asciutta, o mista con della segatura 
di legno, sono anche materiali utilizzabili ma si adoperano più per la 
spedizione. Così in Spagna si adoperano i residui della lavorazione del 
sughero e con questi, in barrili, si spedisce l'uva da tavola. 

Nell'America del Nord si stratificano le frutta anche fra i cascami 
della tessitura di cotone, materiale però che si può adoperare per locali 
non esposti al gelo e comprimendo questi cascami contro le frutta, 
perchè stiano aderenti. 

La conservazione fra il grano è usato da noi nella provincia di 
Imola; al Nord d'Europa si collocano le frutta sotto V avena, l'orzo, il 
nìiglio, cosi pure la pula di frumento e di grano saraceno, quantunque 
la pula viene più adoperata, per imballaggio. 

2. — Materie isolanti. Queste servono per l'imballaggio, quantunque 
si possa conservare anche le frutta, mai però tanto perfettamente che 
colle materie polverulenti. Queste materie hanno lo scopo di riparare le 
frutte dall' aria, dalla luce, dalla soverchia umidità, cosi pure dai funghi 
ed altri parassiti. Quando poi, per sovrabbondanza di prodotto, non si 
può tenere le frutta nel fruttaio separate e distese, si sogliono sovrap- 
porle a strati, frammettendo delle materie isolanti. 

Di queste materie, la più importante è la carta di seta bianca o 
colorata, per fare risaltare meglio i frutti. Colla carta le frutte manten- 
gono la fragranza, il marciume non si propaga, però appena che le 
frutta sono liberate dall'involucro maturano subito completamente. 

E' noto, che una gran parte degli agrumi vengono avvolti da carta 
per imballaggio così pure le pesche, le pere, le mele più delicate. 

Altri materiali che si possono adoperare al medesimo scopo sono : 



— 3()9 - 

lo sfagno, la borracina, le felci, la paglia, l'ooalla per le frulla da lusso, 
avendo cura che siano bene asciutti. Con la boraccina si ollengono 
buoni risultati stratificandola sulle Irutla in tante cassette, che poi 
vengono sotterrate. 

3. — Mezzi gasosi. Questi hanno più che altro lo scopo di mantenere 
l'ambiente di conservazione disinfettato, in modo che alcun -^erme 
dannoso possa svilupparsi. 

Il più comunemente adoperato è il fumo di zolfo, (anidride solfo- 
rosa) ed i vapori di alcool. Si abbruciano gr. 5 di zolfo per m^ L'alcool 
è molto da raccomandarsi specialmente quando si conservano le fruita 
in ambienti ristretti come sarebbero i cassettoni, gli armadi di muro. 
In ognuno di questi si colloca un bicchiere ripieno di alcool e si lascia 
che l'evaporazione avvenga da sé. 

4. — Altri mezzi di conservazione. Fra questi posso accennare alle 
materie coibenti, fra i quali venne proposta la cera e la paraffina. Le 
frutta coinvolte di queste sostanze si conservano a lungo, però prendono 
un sapore disgustoso e quindi si adoperano soltanto nel caso, che si 
vogliono conservare a scopo di studio. 

Cosi si possono conservare le pere e mele precoci, per li e 4 set- 
timane ; le ciliegie per una settimana, immergendo i frutti e poi lascian- 
doli appesi fino che si asciugano in una soluzione di gomma arabica 
al 50 7o. 

Il suggellamento dell' estremità del peduncolo con cera-lacca può 
anche giovare, però è applicabile soltanto per quantità limitata di frutta. 

Molti ritennero, che lasciando il peduncolo del frutto intatto, si 
aveva una conservazione più lunga. Io avrei osservato piuttosto l'op- 
posto, credo però sia indilferente sull'esito della conservazione che il 
frutto abbia intatto il peduncolo o meno. 



XII. 
Imballaggio e spedizione delle frutta. 

Per il commercio è di non poca importanza il modo con cui ven- 
gono imballate e spedite le frutta, poiché da esso dipende lo stato in 
cui arrivano al luogo di destinazione. 

I difetti principali dei nostri sistemi d'imballaggio consistono 
neir ammassare troppa frutta in una medesima cesta o cassa, la quale 
poi non é sufficentemente solida da poter resistere ai disagi del 
viaggio. Da ciò ne consegue, che la frutta arriva alla sua destinazione 
contusa e non inditTerentemente deteriorata. 

Se noi vogliamo che la frutta arrivi in modo che non abbia |)OÌ a 
difettare né per bontà, né per qualità di conservazione, dobbiamo ap- 

24 — Tamaro - Frutticoltura. 



— 370 - 

plicare diversi sistemi d'imballaggio a seconda delle diverse varietà e 
e specie di frutta che si intendono spedire. Anclie sotto questo punto di 
vista distingueremo dunque le frutta a granella, a nocciolo, a bacca 
ed i frutti secchi. 

Questi ultimi non richiedono speciali cure poiché se ben secchi, 
si possono spedire in sacchi o casse. Delle altre tre specie, le frutta a 
granella resistono meglio alla spedizione, poi vengono quelle a nocciolo 
ed a bacca, per le quali due ultime bisognerà perciò apprestare la 
maggior attenzione. 

Le fruita in genere devono essere imballate in modo che le qualità 
e perciò il valore non abbiano a sotfrire. L' imballaggio poi non deve 




Fig. 245. - Casse smontabili. 

essere privo di una certa eleganza, per attrarre l'attenzione del pubblico 
sui mercati o di chi la riceve, come pure per far figurare meglio anche 
le stesse frutta. 

1. — Casse di legno. Di tutti i recipienti che si possono adottare 
per spedire la frutta, la cassa di legno è ancora la migliore, purché 
questa cassa non emani odore e non sia fatta con legno resinoide. Per 
le frutta a granella le casse hanno una capacità tale da poter collo- 
carvi da 24 a 30 kg. di merce. Riguardo alle dimensioni diremo essere 
meglio che siano più larghe e lunghe che non alte, per non collocare 
più strati di frutta uno sopra l'altro. 

Le casse a gabbia, che possono contenere da kg. 3 a 5 di frutta 
(fig. 245) smontabile, sono molto adottate oggi per la spedizione di 
frutta di qualità corrente e di immediato consumo come ciliegie, uva, 
mele, pere. Per le uve scelte e per le spedizioni fuori stagione si adope- 
rano delle cassette di dimensioni più limitate (lìg. 246). 

2. — Cesti. Dopo le casse vengono per importanza i cesti, che devono 
essere preferibilmente di forma quadrata (panieri fìg. 249) anziché 
rotonda ffìg. 247) come si sogliono fare, perché presentano una mag- 



371 - 




L-^^jifflfiJ^ff' 



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zionr^iù^accùriir^"'' '^^ ^'^°° '"''*'' ''''^" speditori italiani per spedi- 







Fig. 248. — Panieri rettangolari. 



372 



giore solidità e si utilizza meglio lo spazio dei vagoni o dei carri, sui quali 
si spediscono. Per i frutti a nocciolo ed a bacca, simili cesti non dovreb- 
bero avere un'altezza superiore a 20 cm; per quelli a granella possono 
essere anche di 40 cm. 

3. — Cesti e panieri. Dopo le casse per importanza seguono i cesti e 
panieri che hanno la forma quadrata, rettangolare e rotonda e sono in 
vimini o liste di castagno. 

I panieri rettangolari (fig. 248) sono a coperchio piatto e della capa- 
cità di 8, 15, 18, 25 kg. Quelli da 8 kg. hanno le seguenti dimensioni 
interne: lungh. cm. 32; largh. cm. 20; alt. cm. 15. Essi contengono 
kg. 4.500 di albicocche ; kg. 5.500 di ciliegie, ed uva. 

I panieri da 12 kg. (cm. 39x25x20) contengo kg. 7 di pesche e albi- 
cocche; kg. 8.500 di ciliegie, prugne, uva, mandorle; kg. 8 di pere o 
mele. 

I panieri da 18 kg. fcm. 44x28x22) contengono kg. 11.500 di pesche 

od albicocche; kg. 13.500 di ciliegie, 
prugne, uva, mandorle; kg. 12.500 
di pere o mele. 

I panieri di 25 kg. si fanno di 
varie dimensioni e contengono kg. 
17 di pere o mele; kg. 19 di prugne 
o mandorle. 

I cesti quadrati (fig. 249) fatti di 
vimini si adoperano per spedire le 
frutta delicate e si fanno di due di- 
mensioni. 1 piccoli (cm. 28x21x9) 
contengono kg. 2 di pesche od albi- 
cocche; kg. 2.500 di ciliegie od uva; 
gli altri contengono (cm. 30x23x11) 
kg. 3.800 di ciliegie od uva ; kg. 2.080 
di pesche o albicocche. Il coperchio 
di questi cesti è curvo. 

In Italia di questi cesti quadrati 
se ne fanno con liste di legno di castagno e senza coperchio, ma della 
capacità di 15 a 20 kg. di frutta. La copertura si fa con della tela che 
si cuce di volta in volta. Si spediscono specialmente le pere e mele. 

4. — // materiale d' imballaggio, come abbiamo già fatto rilevare, 
questo deve essere aggradevole all'occhio e tale da impedire qualsiasi 
contusione. A quest'ultimo scopo devesi adoperare della carta perfet- 
tamente inodora, senza colla, non umida e sufficientemente elastica. La 
carta stampata non conviene. Altri buoni materiali d'impacco oltre la 
carta sono : il musco ben secco, alghe marine pure bene asciutte, pol- 
vere di sughero, paglia d'avena trinciata, pula di riso, segature e 
trucioli di legno non resinoide, ritagli di carta, e l'ovatta per paesi 
freddi. 

5. — Imballaggio. Le pere o mele con polpa e buccia resistenti s'im- 




Fig. 249. — Cesti quadrati. 



— 373 - 

ballano in cesti o casse, stendendo prima sul fondo uno strato di paglia 
od altro materiale soffice, e quindi si dispone uno strato regolare 
di frutta col picciolo orizzontale. Sopra queste si pongono altre fruita, 
avendo soltanto cura che rimanga vuoto il minor s|)azio possibile 
e, quando si arriva colle frutta a 15 cm. sotto al coperchio, si fa 
un nuovo strato regolare, e sopra a questo del nuovo materiale sof- 
fice che viene poi in contatto col coperchio. ì\ naturale che anche vi- 
cino alle pareti si deve mettere del materiale per riparare le frutta dalle 
contusioni. Per chi volesse raggiungere meglio l'intento di far comparire 
le frutta ben imballate, riempia la cassa dal fondo, inchiodando per 
primo il coperchio. 

Per le pere o mele a buccia sottile ed a polpa deliquescente è meglio 
avvolgere ciascun frutto con della carta di seta e frapporre fra frutto 
e frutto dei ritagli di carta od altro. 

Assai più diffìcile è l'imballaggio e la spedizione delle fruita a 
nocciolo. Come abbiamo già fatto rilevare prima, queste bisogna spe- 
dirle in casse basse, cosi che non ci possano stare più di due od al 
massimo tre strati, e ciascun frutto si suole avvolgerlo con una doppia 
carta, frammettendovi dei ritagli di carta od altro. Le pesche non si 
dovrebbero spedire in quantità maggiore di 5 a 10 kg. per cassetta. 

Per le pesche sopraffine si suole fare nel seguente modo. Si pren- 
dono le cassette che non possono contenere più di uno strato di 12 
frutti. Il coperchio non si tocca ; invece si leva il fondo, e contro al 
coperchio si distende dell'ovatta. Sopra questa poi si distende un foglio 
di carta bianca, senza colla e con altri fogli si coprono le pareli. Le 
pesche si avvolgono per metà con carta di seta in guisa, che aprendo 
la cassetta, possano far sfoggio dei loro leggiadri colori, (juindi si riem- 
piono i vacui con ritagli di carta e si chiude il fondo. 

L'uva da vino, viene imballata entro ceste robuste di vimini, lunghe 
m. 0.72, alte m. 0.20, larghe m. 0.50 e capaci di ben kg. 50 d' uva. Per 
il commercio di uve di immediato consumo convengono le ceste della 
capacità di 20 kg. Bisognerebbe preparare delle ceste di forma paral- 
lelepipeda, con tutte e due i fondi fatti a coperchio. Volendo fare 
l'imballaggio, si chiude uno di questi coperchi e lo si fa funzionare da 
fondo. — Si distende sopra uno strato di paglia, che si copre con un 
loglio di carta bianca, bleu o rossa secondo che l'uva è bianca o rossa, 
per farla risaltare. - Sulle pareti si distendono pure dei fogli di carta 
della medesima dimensione, cosi pure ogni strato di grappoli viene 
separato dall'altro con fogli di carta. 

Gli strati di grappoli si devono fare in modo da lasciare meno 
spazi possibili, che si riempiono di grappolini più piccoli. Nel collo- 
carli si abbia poi l'avvertenza che il peduncolo guardi sempre in alto, 
cosi che, contro la carta, non appoggino che gli acini. 

Riempila la cesta, si distende un altro foglio di caria e sopra questo 
della paglia e quindi si chiude. Portando l'uva sul mercato, la cesta si 
apre dalla parte opposta a quella da cui è slata riempila; allora gli 
acini si presentano serrati. 



- 374 - 

Per l'esportazione, durante l'estate ed autunno, l'imballaggio dell'uva 
da mensa si fa ora esclusivamente con gabbiette e, quando cominciano 
i freddi, con cassette di faggio. Una cassetta della capacità di kg. 2.50 
ha le seguenti dimensioni interne: cm. 35x15x12. Queste cassette 
(fig. 246) si riuniscono poi per 12 o 24 in casse più grandi, per facilitare 
il collocamento nei vagoni. 

Ed ecco ora come si fa l'imballaggio in queste cassette. Si inchioda 
il coperchio e si capovolge la cassetta in modo da caricarla dalla parte 
del fondo, il quale naturalmente si inchioda. Si fa cosi perchè quando 
si aprono le cassette appaiono alla superficie soltanto gli acini riuniti. 

Si comincia col collocare in fondo un leggerissimo strato di trucioli 
di carta e poi si rivestono il fondo e le pareti con carta bianca a bordi 
seghettati, se l'uva è rossa o nera ; con carta rosa o hleu, se 1' uva è 
bianca. Si collocano quindi i grappoli uno vicino all'altro e naturalmente 
per un strato solo, avendo cura di appoggiarli leggermente inclinati, 
in modo che il peduncolo si trovi al di sopra. 1 vani fra grappolo e 
grappolo si riempiono coi piccoli grappoli. Il riempimento si fa in modo 
che l'uva sorpassi l'orlo della cassetta appena di 1 cm., perchè sop- 
portino una leggera pressione di chiusura. 

Poi si pone da parte la cassetta o la si sovrappone ad un'altra già 
riempita, e così di seguito si ammonticchiano le cassette una sopra 
l'altra per sottoporre a pressione le uve. Dopo qualche oi-a si ripren- 
dono queste cassette, se qualche acino alla superficie si è contuso lo 
si leva, quindi si prende un foglietto di carta, si copre con qualche 
ritaglio, e si inchioda il fondo. Anche per questa ultima operazione 
bisogna procedere con una certa cautela e cioè si inchioda prima il 
fondo da un lato, e poi leggermente comprimendo, si arriva all'alti'o lato. 

Avendo da spedire in tempo di gelo, si ripara l'uva con due fogli 
di ovatta, che si collocano uno sul fondo e l'altro sotto il coperchio. 

La cassetta deve portare sul lato del coperchio le istruzioni per 
aprire, la marca dello speditore, la qualità dell'uva ed il suo peso netto. 



XIII. 
Conservazione delle frutta nell'alcool e nell'aceto. 

La conservazione nell' alcool o nell' aceto si basa sulla proprietà 
di questi due corpi di incorporarsi facilmente l' acqua ed inoltre di 
essere antisettici in modo che, né muffe uè altri organismi parassiti, 
si possono sviluppare sulle frutta. L'inconveniente principale di questi 
due metodi di conservazione consiste in ciò, che le frutta dopo un po' 
di tempo, per effetto di endosmosi, s'imbevono del liquido in cui 
sono immerse, alterandosi il gusto, la composizione chimica ed anche 
l'aroma. 



- 370 - 

Per recipienti di conservazione si sogliono adoperare dei vasi di 
vetro, piuttosto piccoli o meglio di una capacità tale, che il rispettivo 
contenuto possa venir consumalo in una famiglia nello stesso giorno 
o poco più. La forma, deve essere delle più semplici per poter ottenere, 
nel sciacquarci, la maggior pulizia nel più breve tempo. 

La chiusura dei vasi, che deve essere ermetica, e anche di non 
poca importanza. 

Come è noto, per uso casalingo si sogliono adoperare delle vesciche 
di maiale o bue, ben digrassate con ripetuti lavacri e frizioni di sale, 
oppure si adopera della carta pergamena. Sia per (|ucsta che per le 
vesciche, si rammolliscono prima nell'acqua tiepida e poi si stendono 
sulla bocca del vaso i)er poi legarle con uno spago. Più sem|)lice è la 
chiusura con turaccioli, suggellati poi con della cera lacca o con della 
parafina. 

In questi ultimi tempi si trovano in commercio dei vasi di vetro 
appositi per conserve. Essi hanno il collo a vile ed il coperchio è fatto 
a guisa di capsula di zinco, pure a vite. Siccome lo zinco del com- 
mercio contiene anche del piombo, il quale in conlatto con le conserve 
produrrebbe dei composti nocivi alla salute, gli inglesi inverniciano 
interamente questi coperchi col silicato di soda, di potassa o calce. 

La frutta destinata per le conserve deve essere di prima qualità, 
di maturazione non troppo inoltrata, sana, priva di contusioni o macchie 
e di polpa consistente. 

Nell'alcool si sogliono conservare le frulla a nocciolo, le pere, le pe- 
sche, l'uva ad acini grossi di preferenza moscata, (come è il Moscalel- 
lone) i cedri, i limoni, i bergamotti, gli aranci; nell'aceto sollanto le 
ciliegie e le prugne. 

1. — Per conservare le frutta nell'alcool, quelle a buccia iiscia(ciliegie, 
susine, pere, ecc.), si puliscono con un pannolino e quelle con buccia 
tomentosa (pesche, albicocche) con una spazzola e si lascia ad ogni 
frutto un mozzicone di peduncolo. 

Per impedire che la buccia screpoli nell'alcool, si jìunzecchiano 
le frutta con uno stecco di legno e poi si immergono per un giorno 
in una soluzione zuccherina avente da óO-Wo di concentrazione. Pas- 
sato questo primo giorno si levano le frutta, si fa la depurazione della 
soluzione e, quando è ancora tiepida, si riversa sulle frutta. 

Questa operazione di depurazione si ripete per tre volle, e quindi 
l'ultima volta, colle frulla dentro, si porla quasi all'ebollizione. Dopo 
raffreddate le frutte, si lasciano colare e si immergano nell'alcool a 
55° avendo cura, come naturale, di chiudere poi i vasi ermeticamente. 

I vasi si conservano al buio in locali piuttosto freddi. 

Pere Si fa limbianchiniento iniinergendole neUacpua bollente per 3-4 minuti. 
EstraUe, sì geUano nellacqa fredda, si sbucciano, si punzecchiano e si metlono neiralcool 
aromatizzato con scorza di limone. (Rovesti). 

2. - Nell'ace/o si conservano le ciliegie e le susine (.Zwetsche) che 
servono poi di contorno alla carne come i soltoaceti. 



— 376 — 

Per ogni kg. di ciliegie acide si adoperano 3-4 chiodi di garofani, 
10 gr. di dragoncello, 50 gr. di zucchero, ed 1 litro di buono aceto forte 

Lo zucchero si fa bollire coU'aceto. Intanto si collocano le ciliegie 
colle erbe aromatiche in un vaso e poi vi si versa l'aceto freddo. Si 
chiude il vaso ermeticamente e dopo 20 giorni si possono conservare. 

Le susine si preparano facendo bollire per 4 minuti e per ogni kg. 
di frutta '/g litro di aceto, 450 gr. di zucchero, 2 gr. di chiodi di garo- 
fano 3 gr. di cannella. 

Le prugne si punzecchiano con uno stecco fino al nocciolo e poi 
si versano nell' aceto bollente, zuccherata e aromatizzato. Le prugne 
(mirabelle o regine clandie), si spaccano si ritirano dal fuoco vivo e 
si lasciano raffi'eddare. Si mettono poi i frutti nei vasi ed il succo dopo 
averlo un poco concentrato, si versa sopra, riempiendo poi il vaso con 
aceto e otturandolo perfettamente. Dopo 8 giorni, si leva l'aceto, lo si 
fa ancora bollire per rimetterlo nei vasi che si colmano con nuovo 
aceto. Fatto questo, si chiude definitivamente di nuovo. 

Per impedire la putrefazione alle conserve d' aceto, sarebbe bene 
aggiungere qualche goccia di acido formico. Rendo attente le nostre 
massaie, che se vogliono impedire le muffe dei cetriuoli o peperoni 
conservati nell'aceto, facciano uso di questo acido. Se il miele non va 
in putrefazione lo si deve alla presenza dell' acido formico. 



XIV. 
Conservazione collo zucchero. 

(Confetture) 

1. — Le confetture o conserve di frutta collo zucchero si ottengono 
colla cottura di un miscuglio di frutta e zucchero, portato ad un tale 
grado di concentrazione che la massa non possa più fermentare. Le 
confetture si distinguono in : 

a) confetture propriamente dette, nelle quali i frutti sono interi 
o smezzati, cotti in un siroppo di zucchero ; 

b) marmellate e composte, per le quali la polpa dei frutti viene 
completamente disgregata e cotta con una forte porzione di zucchero; 

e) i siroppi e gelatine costituiti di siroppo di zucchero e succo 
di frutta. 

2. — Gli utensili per cuocere preferibili sono quelli in rame non 
stagnato, a una condizione che la pasta appena levata dal fuoco non 
si lasci dentro a raffreddare. Non si devono adoperare pentole stagnate 
poiché lo stagno altera il colore ed il sapore dei frutti rossi. 

Cosi sono da preferire le marmitte in terra cotta purché siano 
nuove, poiché coll'uso diventano assorbenti e non si possono pulire 



perfettamente. Le pentole smaltate sono utilizzabili linché lo smallo 
rimane intatto. 

E' necessario anche avere uno staccio in crine e per lillrare, si 
adoperino degli imbuti di vetro e della carta speciale da iillro. 

Le schiumarole, i cucchiai, ecc., devono essere di legno, di osso 
o di porcellana. 

Per le gelatine e siro|)pi si possono adoperare per la conservazione 
dei vasi di veti'o ordinari, o delle bottiglie chiuse con carta [)er^(aine- 
nata e turacciolo di sughero paraflnato. 

Le confetture al siroppo, le marmellate e composte o paste, si con- 
servano nella grande industria, in scatole di metallo che hanno il 
vantaggio di costare poco e di essere molto solide. Migliori ancora sono 
i vasi in porcellana con chiusura ermetica. 

I recipienti di vetro però sono i preferibili e specialmente per uso 
casalingo. I vasi di vetro hanno è vero lincon veniente 
della fragibilità ma hanno però il merito di potersi 
pulire perfettamente, di potersi adoparare più volte, di 
poterli verificare costantemente e di presentarsi con 
molta proprietà. 

I vasi di vetro più pratici, sono ciucili posti in 
vendita dalla Ditta F. Weck di Ofilingen, cilindrici, 
con apertura larga, a bordo piatto e liscio (lìg. 250) 
sul quale si mette un anello di gomma e sopra questo 
si posa alla sua volta un coperchio di metallo col- 
r orlo piatto e liscio. 

I^o stesso Weck ha costruito uno slerilizzalore dei 
vasi ottimo per i bisogni della famiglia e che io mi 
servo da oltre 20 anni. '^ 

Esso consiste in un pentolone cilindrico di ferro "^ 

zincato (flg. 251) munito di coperchio e porla un Fi|. 25a^ ^ J^o 

termometro, il cui bulbo arriva a metà altezza della piatto per conser- 
vare la frutta, 
pentola. 

I vasi da sterilizzare, che sono di diversa gran czza, si devono 
riempire per due centimetri al disotto del coperchio e si collocano sopra 
un sostegno (fig. 252) a base circolare fa; t:on una colonna centrale (ò/ 
lungo la quale si uniscono delle molle (d) oppure i supporti dei vasi (g). 
Le molle si fanno scorrere in giù lino a toccare il coperchio del vaso, 
esercitando su questo una certa pressione per tenere fermo il coperchio. 
I supporti scorrevoli hanno lo scopo di poter piazzare nell'apparecchio 
più vasi uno sull'altro. 

Al momento di usare la pentola, bisogna versare tanf acqua che 
basti a coprire i vasi di vetro immersivi. La temperatura del bagno 
deve essere eguale a quella che ha il contenuto dei vasi. Posto l'ap- 
parecchio al fuoco si riscalda l'acqua tino a portarla alla temperatura 
prescritta e per il tempo pure indicato e di cui vedremo più avanti. 

Compiuta la sterilizzazione, si leva la colonna sostegno coi vasi, 
prendendola per il manico e si lascia raffreddare a se. 




— 378 — 

Durante la sterilizzazione è avvenuto, che l'aria rinchiusa nel vaso 
per dilatazione solleva leggermente il coperchio che è tenuto fermo 
soltanto dalla molla e ne esce. Ma quando si raffredda, il coperchio 
spinto dalla molla ricade a guisa di valvola suU' anello di gomma e 
non permette che l'aria rientri. 

Compiuto il raffreddamento, la pressione stessa dell'aria esterna, 
tiene chiuso il vaso. 

Per aprire il vaso, quando si vuole consumare il contenuto, non 
si ha che da tirare l'anello di gomma dalla parte che ha una specie 
di orecchio. In tal modo si dà accesso all'aria ed il vaso si apre. 

Con questa pentola si possono sterilizzare le confetture al siroppo, 
le marmellate e quanto si desidera. E' questo uno degli apparecchi più 
pratici che io conosca per uso di famiglia. 

3. — Conservazione al siroppo di zucchero. La frutta destinata per le 
conserve nel siroppo, deve essere sempre di maturazione non troppo 
inoltrata, sana, priva di contusioni e di polpa consistente. 





Fig. 251. — Pentola di ferro zincato per 
sterilizzare. 



Fig. 252. — Sostegno per tenere nella pen- 
tola sterilizzatrice i vasi di conserva. 



Si prestano mollo bene le mele piccole e mediane. Queste si sbuc- 
ciano e si tagliano per levare i semi. Delle pere si scelgono anche le 
mediane o piccole e si preferiscono quelle aromatiche e dolci. Anche 
queste bisogna sbucciarle. Le pere e mele cotogne, si prestano in par- 
ticolar modo. Dei frutti a nocciolo si conservano le albicocche e pe- 
sche spiccagnole. Si raccolgono 10 o 12 giorni prima della completa 
maturazione, sì immergono nell'acqua bollente per levarne la buccia e 
poi si dividono per metà, onde levare il nocciolo. Anche le prugne si 
preparano in tal modo, soltanto a queste non si leva il nocciolo. I 
lamponi a frutto rosso, l'uva spina verde e della varietà pelosa, il ribes 
a bacche grosse e rosse, si possono anche conservare senza una spe- 
ciale preparazione, tranne il ribes che bisogna sgranare. 

Sbucciate e preparate nel modo anzidetto le frutta, e non avendo 
pronto il siroppo, per non lasciarle esposte all'aria che farebbe pren- 



— 379 - 

der loro un colorilo bruno, si immergono prontamente nell'acqua fredda. 
Qualora avessero a stare più di un giorno nell'acqua, allora conviene 
leggermente riscaldarla ed aggiungere una piccola dose di acido citrico. 
Questa operazione dai tecnici viene detta iinhianchimento. 

Veniamo ora alla preparazione del siroppo di zucchero. 

Lo zucchero da adoperarsi deve essere raldnato e la concentrazione 
della soluzione in ragione di 1 kg. di zucchero in 1 litro d'acqua pos- 
sibilmente pura. (1) Di solito si adopera acqua di pioggia filtrala. Anche 
adoperando dello zucchero più puro del commercio, bisogna sempre 
sottoporre il siroppo ad un processo di depurazione. A tale scopo la 
soluzione anzidetta si porta sul fuoco e, di mano in mano che si forma 
la schiuma, questa si leva. Nel caso che si avesse uno zucchero non 
tanto fino, si aggiungano anche delle chiare d'uovo, le quali servono, 
bene sbattute, a chiarificare e depurare la soluzione. Bisogna continuare 
a schiumare ed aggiungere dell'acqua con relativa porzione di zucchero 
fino a quando non viene più a galla alcuna sostanza etereogenea. 

Preparato in tal modo il siroppo, non si ha che da riem|)ire i vasi 
colle frutta, colmarli col siroppo e quindi chiuderli ernìeticamente. 
Una volta chiusi, si avvolgono con delia paglia e si immergono fino al 
collo nell'acqua bollente a 105" C. Il ribes ed il lampone si lasciano 
immersi per 15 minuti; le pesche, pere, mele, uva s|)ina per '20 minuti 
e le cotogne per 30 minuti. I vasi si lasciano raffreddare nella stessa 
caldaia. 

CoU'apparecchio Weck, si seguono le norme indicale nella se- 
guente tabella. 

Tabella XXXVII. Norme per sterilizzare le frutta al siroppo 
eoli' apparecchio Weck. 



Densità Tem- ' Durata 

del siroppo paratura della 

Nome in ] jitro di sterilizza- 

d' acqua sterilizza- zione 



O.SSKKV.VZIONI 



dei fruiti j zucchero i zione 

I 



j gr. : e," Mi 



Albicocche . . MO 9t' ^" V<:y '«^H» bpez«ite 

2.'> . , intere 

Ciliegie dolci. 300 . -'o 

acide 7.-,(i , -'<' volendo indolcirle 

Lampone. . . . | 500 7.') '•• 

Mele I 750 I 90 ^ 

Pere I 600 KH) -'-SO 

Pesche I 300 I 80 :20 

Ribes I 750 »> ■■^" 

Rovo j 500 ".') •■' 

Susine 750 ' 80 20 

Uva spina ... I 750 1 00 'iO 

(D A7operando 1 apparecchio speciale Weck di conservazione, basta una soluzione 
di gr. 300 al massimo 700 di zucchero in un litro d'acqua. 



~ 380 — 

4. — Le marmellate si preparano facendo cuocere il frutto nel- 
l'acqua, tramenando sempre perchè non attacchi poi si passa al set- 
taccio per togliere i semi e le parti dure. Per ogni chilogramma di 
frutta netta dai noccioli, si prendono 700 gr. di zucchero che si fa 
bollire con un bicchiere d'acqua. Quando lo zucchero comincia a filare 
si aggiunge la polpa di frutta e si fa bollire ancora cinque minuti, poi 
si mette nei vasi. Si adopera per dolci o si serve col burro all'ora del the. 

5. _ Volendo fare invece la pasta di frutta, come specialmente si 
usa colle mele cotogne (cotognata) o colle pesche (persicata) bisogna 
sbucciar prima il frutto, tagliarlo in 4 e metterlo in un recipiente con 
acqua. Poi si fanno bollire i pezzi e, ridotti teneri, si passano allo 
staccio. Per ogni chilo di cotogne o pesche occorrono kg. ^|^ di zuc- 
chero pesto che si fa bollire. 

Si aggiunge il frutto e dopo ^4 o mezz'ora di bollitura si versa la 
pasta nello stampo. 

6. — Le composte servono più per il dessert e conservano forse 
maggiormente l'aroma. Si fanno per lo più di pesche o d'albicocche. 
Il frutto si punge prima con uno spillo poi si lascia cuocere per mez- 
z'ora, ma non deve diventar troppo tenero. 

Tolto dal fuoco si mette il tutto per 24 ore in luogo fresco. Poi i 
frutti sgocciolati si mettono in vasi e si fa bollire lo zucchero finché 
vien denso. Si copre la frutta e dopo due giorni si riempie il vaso 
con spirito di Francia. 

Un modo più semplice di fare la composta è il seguente. Far filare 
lo zucchero e poi gettarvi la frutta tagliata in 4, lasciando bollire 
pochi minuti. Mettere in vasi, coperti con carta pergamena e far bollire 
a bagno maria. 

7. — Gli stroppi di frutta sono una bibita eccellente per l'estate. 
Si fanno di lampone, di ribes, di more e di ciliegie. 

Bisogna lasciar riposare prima i frutti ben maturi almeno 24 ore. 
Poi si spreme oltre un cencio e si lascia altre 24 ore. Indi si fa pas- 
sare senza premere per un cencio più fitto. 

Si pesa tanto zucchero, quanto è il succo del frutto e si mette a 
bollire. Di mano in mano che si forma la schiuma bisogna levarla e 
si confina a far bollire finché la schiuma cessa. Si toglie dal fuoco e 
si mette in bottiglie. 

8. — Colle frutta si possono fare anche gelatine, paste, liquori, aceti, 
tinture, mostarde, canditi ecc., per la cui preparazione conviene che il 
lettore si provveda di pubblicazioni speciali e raccomando special- 
mente quelle citate nella Bibliografìa del presente capitolo. 



- 381 



XV. 
Essiccamento delle frutta. 

1. Generalità. — Anche le frutta, come molti altri prodotti alimen- 
tari, si possono conservare per disseccamento. 

Con questo mezzo si utilizzano le frutta appena raccolte epperciò 
non si ha alcuna perdita; il processo dell'essiccazione non richiede 
profonde cognizioni tecniche, nessun dispendio in apparecchi e vasi 
di conservazione né in zucchero ed altri mezzi costosi che servono a 
conservare le frutta. D'altra parie le fruita essiccate, conservano una 
gran parte del loro aroma, si mantengono a lungo inalterate, possono 
essere spedite colla minima spesa di trasporto nei paesi più lontani. 

Il disseccamento si può ottenere per calore naturale del sole o per 
calore artificiale. Da noi, che non sempre si può avere un costante 
calore solare, conviene seguire per l'essiccazione un metodo misto e 
cioè col calore solare completato dal calore artificiale. Il primo non 
è privo d'incovenienti, i principali dei quali sono: a) di non poter 
fare un sicuro assegnamento sul medesimo ; b) di avere un calore 
irregolare ed interrotto ; e) le frutta esposte alia libera circolazione 
dell'aria durante il disseccamento, per l'effetto dell'ossigeno, si deco- 
lorano e diventano poco appariscenti. 

Il disseccamento artificiale si ottiene con speciali apparecchi chia- 
mali essiccatoi, forni o stnfe per frulla. Questi apparecchi devono essere 
costruiti in modo da produrre e mantenere il massimo calore colla 
minor spesa di combustibile e quindi di allontanare l'acqua dalle frutta 
nel minor tempo, acciò la frutta non perda del suo aspetto e sapore. 

Disseccando ad una temperatura troppo elevata si incorre nell'in- 
conveniente, che la buccia scoppi o s'indurisca, ed i pori, non fun- 
zionando più, impediscono l'evaporazione dell'umidità interna. Disse- 
cando ad una temperatura troppo bassa si lasciano esposte le frutta al 
calore per troppo tempo e quindi si hanno o delle frutta poco saporite 
oppure imperfettamente essiccate. Tutta l'arte perciò di chi accudisce 
al disseccamento consiste nel trovare il giusto calore necessario per 
ovviare a questi inconvenienti. 

E' naturale che i frutti acquosi richiedano un maggior calore dei 
zuccherini. I primi non bisogna però sottoporli rapidamente ad una 
temperatura elevata, quanto forse si può fino ad un certo punto per 
quelli ricchi di zucchero. 

Lo scopo dell'essiccamento non consiste soltanto nel conservare 
la frutta, ma nell'ottenere anche che questa, mantenga il suo gusto e 
aumenti il suo contenuto zuccherino. Difatti, l'amido contenuto nella 
polpa, col calore si trasforma in zucchero, e questo aumento è sempre 



— ;J82 




relativo alla rapidità dell'operazione. La temperatura in genere non 
deve mai oltrepassare i 100"^' C, (per le pere e mele 90^* C, per le pesche, 
e luva e frutta a bacca e nocciuolo in genere 80-JH)" C.) e per ottenere 
che il disseccamento avvenga nel più breve tempo, gli ap|)arecchi di 
essiccazione sono costruiti in modo che intorno ai frutti circoli una 
forte corrente d'aiùa calda. 

2. — Le inucchinc occorrenti per preparare le frutta disseccate 
consistono : in una macchina per sbucciare, in altra per levare il 
nocciolo, trattandosi di ciliegie o prugne, ed 
infine nell'essiccatoio. 

Le macchine più raccomandabili per sbuc- 
ciare sono quelle della fabbrica K. Herzog di 
Reudnitz; cosi pure per levare il nocciolo. 

Gli essiccatoi più importanti sono i se- 
guenti : 

a) A corrente d'aria verticale: Evapo- 
ratore universale M. Tritschler; l' evapora- 
tore di Geisenheini; l'evaporatore Vermorel 
figura 2Ò3); l'evaporatore Alden ; 

b) A corrente d'aria obliqua: Evapo- 
ratore Ryder, l'essiccatoio Fouché, la stufa 
Mayfart;' 

ci A corrente d'aria orizzontale. Questi, 
più che apparecchi sono delle camere di es- 
siccazione come sono quelle costruite da 
Cozens, Fouché ed altri. 

3. — Scelta delle fruita. iNon tutte le frutta 
si prestano per l'essiccamento; le une sono 
soltanto dolci e prive di aroma, altre sono 
troppo acide o troppo acquose, altre hanno 
la polpa troppo deliquescente, altre infine 
lianno la polpa a libra troppo grossolana. 

Si scelgano le frutta con polpa soda e 
con succo denso. Quelle acquose è meglio 
riservarle per siroppi e confetture. 

Le frutta mature disseccano più presto. 
Dopo essiccate sono più gustose, hanno più 
bell'aspetto e più bel colorito. Le frutta im- 
mature si disseccano lentamente e perdono relativamente più di peso. 
Per la medesima varietà e ad eguale stadio di maturazione, le frutta 
più piccole disseccano più presto. 

lutine prima dell'essiccazione bisogna separare le fruita per gran- 
dezza poiché soltanto in tal modo si ottiene una uniforme disseccazione. 
Le mele per l'essicamento devono avere polpa line, morbida, dol- 
cemente acida (10% <^li zucchero 0°^ d'acidi) e tanto consistente da 
poter togliere la buccia senza inconvenienti. Sono migliori le mele di 







Fig. 253. — Evaporatore per 
frutta ■• Vermorel , . 



— ;jh;j — 

media grandezza, di forma regolare rotonda o leggermente depressa. 
Sono consigIiat)ili le varietà seguenti: Cardinale rossa, Nobile di liors- 
dorJ', Imperatore Alessandro, Menetta giallo dorala d'estate, Renetta 
grigia d'autunno. 

Le pere non devono essere troppo dolci, devono avere una forma 
regolare, allungala, con polpa aromatica e fondente quali sono la Lui- 
gia buona d'Avranches, Ricordo del (Congresso, Rutirra d'Amanlis, Ru- 
tirra bianca d'Autunno, Fondante des Rois, Catillac, Martin secco, ecc. 

Delle prugne si preferiscono la Claudia imperiale, la Precoce di 
Bavay, la Mirabolana e cosi via. 

4. — Preparazione delle frulla per iessiccamenlo. Poche sono le 
frutta che possono essiccarsi come vengono raccolte ; la maggior parte 
richiedono una speciale preparazione. 

Le mele ad esempio devonsi sempre sbucciare, tagliare in due o 
|)iù pezzi, a seconda della grandezza, si levano i semi colla capsula che 
li inchiude, poiché sono indigesti. Preparale in lai modo, per non la- 
sciarle all'aria, che ne renderebbe il colorito ruggine o bruno, si im- 
mergono in una soluzione di sale, '/2V0 di concentrazione, ossia 50 gr. 
di sale in 10 litri d'acqua, oppure si mellono in una cassa dove si 
bruciano delle miccie di zolfo (20 grammi per m'). 

(ìiunlo il momento di collocarle nell'essiccatoio, si levano dalla so- 
luzione, si lasciano sgocciolare e quindi .si distendono sui graticci nel 
modo che vedremo più innanzi. Se conservale coi fumi di zolfo, si 
l)orlano direllamenle nel forno. 

Le pere sono più facili a preparare e cioè dopo sbucciate e tagliate, 
non si leva loro le granella : del rimanente anche queste, come qualsiasi 
altra specie di fruita, bisogna toglierle dal contatto dell'aria e provvi- 
soriamente si mettono nella soluzione di sale o in un'atmosfera d'ani- 
dride solforosa come abbiamo visto per le mele. Se le pere non sono 
completamente mature è consigliabile di sottoporle, dopo sbucciate, 
all'azione del vajìore acqueo. A tal uopo si mettono in un canestro a 
larga lessituia e ben coperte. Questo canestro lo si lascia in sospensione 
sopra dell'acqua bollente fino al punto che una paglia si possa intro- 
durre facilmente nella polpa. Di solilo ci vuole una mezz'ora. Con 
(|uesla operazione, la polpa diventa quasi trasparente ed acquista alla 
superfìcie un aspetto lucido per i cristalli di zucchero che si formano. 

Le susine e ciliegie si disseccano tali e quali vengono raccolte, e, 
trattandosi di qualità speciali, si sbucciano immergendole nell'acqua 
bollente e si snocciolano con a|)positi congegni. 

Le albicocche e le pesche si mellono nell'acqua calda o in una li- 
scivia al(;alina bollente, per qualche secondo, allo scopo poi di sbuc- 
ciarle. Levale dalla liscivia si pongono sopra un reticolalo di filo di 
ferro zincalo. La liscivia si fa sciogliendo kg. 0,") ad 1 di carbonato di 
potassa o kg. 1-1,5 di carbonaio di soda in 10 litri d'acqua. Si rinfre- 
scaiìo poi le frulla con dell'acqua buona, si dividono per metà, per 
levare il nocciolo e quindi si solforano lasciandole per 3 ore. 



— 384 — 

E' inutile aggiungere che tutte queste operazioni devonsi fare colla 
massima pulizia e sollecitudine. Gli strumenti metallici devonsi pulire 
frequentemente con liscivia e tenerli asciutti. 

L'aria dell'ambiente e dei locali in prossima vicinanza al forno di 
essiccazione, deve essere priva di polvere e di fumo. 

5. — L'essiccazione. Le frutta non si devono introdurre nell'appa- 
recchio essiccatore se prima la temperatura dell'interno non è stata 
portata a 70° C. Di solito questi apparecchi consistono in graticci so- 
vrapposti uno all'altro e tenuti assieme agli angoli mercè una catena 
che serve ad abbassare od innalzare i graticci di mano in mano che 
occorre. 

Le frutta sul graticcio, se intere, si dispongono col picciuolo in 
su ; se a pezzi, si distendono in modo che possa circolare l'aria fram- 
mezzo. 

Per le frutta a granella occorre una temperatura in media da 80 
a 100° C, per quelle a nocciolo da 10 a 15° di meno. Una volta avviata 
l'essicazione, si leva un graticcio ogni tanto tempo, che viene poi so- 
stituito da un altro. Riguardo al tempo che si devono lasciare diremo 
per norma, che le frutta essiccate, compresse fra le mani, non devono 
lasciare umore. Ad esempio coll'apparecchio di Alden si cambia il 
graticcio per le mele ogni 8 a 10 minuti, per le pere da 8 a 12 minuti, 
le pesche 12-20, albicocche 10 a 15, susine 15 a 20, ciliegie 15 a 20, uva 
da 15 a 20. 

In Francia, le pere e mele finissime, si preparano nel seguente 
modo. Dopo sbucciate, tagliate e levate le granelle, lasciandovi però il 
picciolo, si immergono nell'acqua bollente fino a che lo strato esterno 
della polpa diventa molle come la cera. Allora si portano nel forno e 
si espongono alla temperatura di 80" C, lasciandole fino al momento 
che si chiudono i pori. Estratte, vengono sottoposti ad una compres- 
sione per riportarle poi nel forno dopo raffreddate, ad una temperatura 
di 85-95° C. Così ripetono questa operazione per una terza volta ed 
allora acquistano lo spessore di circa cm. 12. Ben essicate le mettono 
in scatole eleganti spargendo dello zucchero su ogni strato. 

Le frutta candite si preparano sbucciando le pere, o susine, o ciliegie. Con queste 
si fa una gelatina nella quale si immergono le frutta da candire che poi si spolverano 
di zucchero. Fatto questo si lasciano per un po' di tempo esposte all'aria e quindi si 
portano nel forno dove si essicano a lento calore. 

Chiudo questo capitolo col dare alcune cifre riguardanti l' es- 
siccazione. 



385 



Tab. XXXVIII. 



Dati generali sull'essiccazione delle frutta. 



QUALITÀ DiìL FRITTO 



Grado di 

calore 

per l'es- 

sicazione ; 

Co I intere 
ore 



Pere 
Buon Cristiano William . . 60-70 

Andrea Desporles i „ 

Zuccherina di Montliicon . , 

Duchessa di Berry .... 

Monsallard 

Butirra Hardy 

d'Ainanlis .... 
Luigia buona d'Avranches . 
Duchessa d'Angouléme . . 

Pero in inedia (iO-iXl 

Mele 

Susine .')0-7()-!l() 

Albicocche S.'i-iM) 

l'esche 

Ciliegie (;()-8.'i 

Vini Cid-'.Mt 

Fichi |()-,S() 



Durata 

dell'essiccazione 

cogli evaporatori 

per fruita 



Rendita % 
<lel frutto fresco 



12-48 



diverse | frutta 
ore ' essicata 



Spesa di 



zione per 
, Qle 



Lire 



S-12 
(1-7 



11 






11 






10 






14-15 


2.% 


2.00-. 


12-15 


30-35 


. 


:tii 


— 


2.70 


20 


— 


3.10 


18 


— 


:».io 


17-2.-S 




2 



XVI. 
Il sidro o vino di frutta. 



1. — Generalilà. Sino dai leinpi piti antichi e presso (ulti i popoli, 
si prepararono delle bevande, col succo fernienlato delle frulla. Il sidro 
è appunto una di queste bevande, e si ottiene sol succo spremuto dalle 
mele e talvolta anche dalle pere. Nei paesi dove alligna anche la vile, 
si unisce alle pere e mele anche una certa {[uaiilifà di uva, la (juale 
rende il sidro più aromatico e conservabile. 

Come bevanda alcoolica il sidro può slare a lato della birra, sia 
per la quantità di alcool (da 4 ad 8%) «ia per le sue qualità. Uifalti il 
sidro viene raccomandato alle balie per acquistare una mngfjiore ab- 
bondanza di latte, alle persone inclinale alla |)inguedine, all'idropisia ecc. 
E' una bevanda sanissima, rinfrescante e della (juale si fa largo uso 
nella Normandia, Piccardia e nella (lermania meridionale. Da noi, in 
Italia, la fabbricazione del sidro è mollo limitata. Pochi sanno prepa- 
rare convenientemente il sidro e buona parie ne ignora |)ernno il nome 
tant'è, che in molte località ove si fanno degli abbondanti raccolti di 
mele, invece di convertirle in sidro a tempo opportuno e ricavarne 

25 — Tamaro - Frutticoltura. 



— 386 - 

perciò un discreto profitto, le trascurano al punto di doverle dare al 
bestiame come foraggio. 

2. — Scella delle frulla. La qualità e serbevolezza del sidro dipende 
in particolar modo dalla scelta delle mele o pere e del rispettivo rap- 
porto con cui si uniscono le diverse varietà destinate a farlo. 

Tre sapori difìerenti caratterizzano tutte le specie di mele e cioè : 
l'acido, il dolce e l'amaro. 

L'abilità del fabbricatore sta appunto nell'opportuna miscela di 
queste tre qualità. La prima concorre a fornire il sidro dell'acidità che 
lo rende serbevole, la seconda lo rende ricco in alcool e le mele amare 
rendono il sidro stomatico ed aromatico. 

Le mele da sidro non si distinguono soltanto pel loro sapore, ma 
anche per l'epoca di maturazione e difatti abbiamo: le mele precoci o 
tenere che maturano nel mese di settembre ; le mediane e seraitenere, 
che si raccolgono a metà ottobre ; le tardive che maturano al principio 
di novembre. Dalla pi'ima categoria deriva un sidro alquanto debole^ 
e che, quantunque gradevole, è di breve conservazione. Dalla seconda 
categoria si ottiene un sidro più forte e serbevole, dalla terza si ha un 
sidro generoso che si conserva anche per 5 o 6 anni. 

Ecco alcune ricette di miscele che vengono raccomandate dai princijiali autori 
francesi per ottenere i sidri migliori. 

Sidri di Mele puecoci (settembre). 

Doux a l'Aignel . . . V3 Doux à l'Aignel . . . V4 Rouge Bruyère .... V.i 

De Vermeille V:ì Rouge Bruyère .... '/j D'Ognonet '/., 

(ìros amer doux . . . ','3 Blanc Mollet '/i Douce-Morelle .... '/a 



Sidri di mezza stagione (ottobre). 

De Rouget V4 Peau de vache precoce '/a Doux aux vespes . . . '/a 

De Sonnette '/4 Gallot '/ 1 Rambour doux .... '/:i 

Gres amer doux . . . '/j Doux amer '/;ì Petit Amerei '/:> 

Ozanne '," 



Peau (le vaclie tardive V. Peau de vache tardive ','3 

Roquet blanc . . . . '/4 Marin Onfroy Vs 

Bec-d'àne '/4 Bec-d'àne '/:) 

Oltre alla qualità delle mele bisogna tener conto anche della natura ed esposizione 
dei terreni in cui vennero coltivati, ed a tal uopo servano le seguenti norme. 

1. Le mele provenienti da terreni argillosi, elevati, aprichi e riparati dai venti 
marini, danno un sidro assai generoso, ricco di colore e che si conserva a lungo. 

2. Dai terreni pure argillosi, ma poco profondi, si ottiene un sidro meno ricco 
di alcool, di colore e meno conservabile. 

3. Nei terreni sciolti si ottiene un sidro sapido bensì, ma debole e poco conser- 
vabile ; così pure nei terreni marnosi e calcari. 

4. I terreni delle valli profonde ed umide danno sidri deboli, di difficile chiari- 
ficazione e di poco gusto. 

5. Infine i terreni elevali, aprichi, argilloso-silicei, producono le migliori mele 
da sidro. 



— 387 

Una buona varietà di mele da sidro conliene da 10 a 15% di zucchero o dal 4 al 5 "io 
(li acidi (tartrico, nialico e tannico). Lo zucchero colla fermentazione si trasforma in 
alcool, gli acidi concorrono a rendere il sidro più sapido e serbevole In Kenerale le 
pere contengono più zucchero e tannino, ma meno aciflo tartarico e malico delle mele. 

Di grandissima iiiduenza sulla qualità e serbevolezza del sidro i' 
il tempo ed il modo con cui si raccolgono le mele. Raccogliendo troppo 
presto, si ha un mosto troppo acido e si danneggiano anche le piante, 
perciò anche per questa raccolta seguiremo cjuelle norme che abbiamo 
già descritte ])arlando della raccolta delle frutta in genere. 

3. - Fabbricazione del sidro. Le mele che hanno raggiunto il mas- 
simo di zucchero bisogna subilo ammostarle poiché, lasciate a se stesse, 
perderebbero dello zucchero, ])er alcune varietà invece, bisogna lasciarle 
ammonticchiate a strati di 20 a 30 cm. d'altezza, affinchè per una spe- 
cie di lenta fermentazione saccarina che subiscono, i principi saccari- 
ilcabili abbiano tempo di elaborarsi a sufficienza. 

Le mele jìer ammostarle si sottopongono ad una triturazione che 
ha per scopo di ridurle in una polpa omogenea per estrarne poi il sugo. 
La triturazione si fa in diversi modi a seconda dei mezzi |)ecuniari di 
cui si dis|)one, si pestano o si grattuggiano. Per pestarle si adoperano 
dei trogoli a maglio, oppure dei trogoli circolari nei quali si fa circo- 
lare una pesante macina verticale a guisa di ruota, od infine due mulini 
a due cilindri scandali di ghisa, disjiosti parallelamente ed orizzontal- 
mente al disotto di una tramoggia. Per gralluggiarle invece, si adope- 
rano delle macchine simili a ([uelle che si adoperano por le barba- 
bietole. 

La triturazione devesi fare colla massima cura j)er ottenere poi la 
massima ((uantità di succo. Le polpe ben macinate devonsi piesentare 
senza grumi di sorta e formare una pasta omogenea. 

Se le mele erano completamente mature, allora si passa subito la 
jiolpa alla torchiatura, se invece non erano completamente mature, si 
lascia la polpa per una mezza giornata in recipienti ben coperti e 
rimestandola di quando in quando per impedire la fermentazione. Lo 
scopo di questo riposo è di rammollire i tessuti e per sciogliere meglio 
le sostanze aromatiche. 

L'estrazione del mosto dalle polpe, si ottietie sottoponendo la ma.ssa 
alla pressione di un torchio. Nella gabbia del torchio le polpe si di- 
spongo a strati di 10 a 12 cm. di spessore separati uno dall'altro da 
una tela, la quale serve a facilitare lo sgocciolio del mosto. Dopo una 
prima torchiatura si leva la massa, la si spappola con dell'acqua (10 
litri per quintale di inele) indi si lascia in riposo per una giornata, per 
poi ripetere la torchiatura. Il mosto di questa seconda torchiatura si 
può benissimo unire con quello della prima. 

La fermentazione del mosto la si fa subire in botti, le quali devono 
essere conservate e preparate con quelle medesime cure che si sogliono 
applicare alle botti per vino. 



— 388 — 

Nelle botti, o tosto o tardi comincia la fermentazione e perciò 
comincia a notarsi una modificazione. Trasformandosi lo zucchero in 
alcool, il mosto non solo diventa meno dolce ma anche acquista un 
frizzante speciale dovuto all'anidride carbonica. La temperatura più 
adatta per la fermentazione è dai 17 a 20" C. la quale alla sua volta 
dura in media da due o tre settimane. Fino a che la massa è in fer- 
mentazione, bisogna lasciarla in completo riposo; quando poi è ben 
chiarilìcata, allora si travasa per separare il sidro dalle fecce. 

Per norma del lettore diremo che un mosto abbastanza denso, di sapore agro 
dolce piuttosto aspro, con vena di amarognolo è quello che produce il miglior sidro. 
Anche questi mosti si possono correggere come quello d'uva, con aggiunte di zucchero, 
acido tartarico, cremortartaro e così via. 

Nei travasi e nelle ulteriori cure di conservazione non si ha che 
da seguire quei precetti che ci vengono dettali per ottenere del vino 
l)uono, sano e serbevole. 

Il sidro di solito si consuma nello stesso anno che viene prodotto. 
Volendolo conservare oltre al secondo anno bisogna metterlo in bottiglie. 

Anche il sidro, come il vino, va soggetto a delle malattie, delle 
quali le più frequenti sono: T acidificazione, l'amaro, il grassume e 
l'annerimento. Per la cura di queste si seguono i medesimi metodi che 
sono suggeriti pel vino. 



PARTE NONA 

MALATTIE E CAUSE NEMICHE 
DELLE PIANTE DA FRUTTO 



I. 
Malattie e loro classificazione. '•) 

Per inalallia intendo quella (jiinliiiuiiic itllcraziunc clic m>i>iciic nvlln 
funzione normale dctjli oiyani della pianta. 

In questa nuova edizione della mia Frullicollura, mi sono |)ro|)oslo, 
come avrà già rilevato il lettore che conosce le |)recedenli edizioni, 
di riassumere ciò che è stato dillusainenle trattato nella 111' l%(lizione 
e quindi anche in (|uesta jìarte mi son limitato a seguire il seguente 
schema di classificazione: 



'piante' 



Schema di classificazione delle malattie 
consociate nel terreno 

\ 

■ ■ ■ ■) 



' parassite 



1. 


Malerhe 


p;i«- 


:{'.»() 


2. 


Fanerogame .... 


„ 


IVI 


3. 


Muschi e licheni . . . 


„ 


.{91 


A. 


Crittogame 


„ 


:v.r2 




Animali 




\u 


6. 


Cause meteoriche 




IT'.l 


7. 


Ferite 


„ 


INI 




Regime colturale. . 




l'.ll 


.^ 


Cattive condizioni del 






terreno 




IVI 


/ 


Cattive condizioni del- 






l'atmosfera . 




IVI 


U. 


Sostanze nocive Iro- 
vantisi nel terreno o 








nell'aria 


.. 


Il (7 



(1) V. Peglion. - Le malattie crittogamiche delle piante coltivale. Biblioteca A. Ottavi. 
1913. - P. Voglino. - Patologia vegetale - Enciclopedia Agraria Italiana. - Torino V.m. 
(Vedi Trattato completo di Agricoltura del Prof. D. Tamaro pag. 349). 



-sgo- 
li. 
Malerbe - Vischio - Cuscuta. 

1. — Tutte quelle erbe che crescono nel terreno dove non si 
vorrebbe, si chiamano malerbe. 

Queste assorbono una gran quantità di nutrimento dal terreno e, 
mentre non danno nessun utile, impoveriscono il suolo, producono 
ombra e soverchia umidità. Il maggiore danno che ne risente il frut- 
ticoitore è nei vivai, ma anche nei frutteti e broli, se trascurati i lavori 
del terreno, si risentono dei danni notevoli. 

Le malerbe appartengono tutte alle fenerogame e ne sono di annuali 
e perenni. La maggior parte di queste ultime, oltre che per seme si 
moltiplicano per rizoma. 

Si previene l' invasione delle malerbe adoperando semi puri per 
le colture intercalari e impiegando stallatico ben decomposto. Per 
distruggere le malerbe annuali il miglior mezzo consiste nel non lasciar 
maturare il seme, strappando le piante in piena fioritura. Più difficile 
è mondare il terreno degli organi sotterranei. A ciò si provvede con 
accurati rivoltamenti del terreno per esporre le radici e rizomi ai 
calori d'estate od ai freddi dell'inverno; con accurati lavori successivi 
mediante estirpatori e coltivando poi una pianta sarchiata. Tutte le 
malerbe o parti di esse che vengano strappate dal terreno bisogna 
bruciarle oppure si mettono in macerazione con del colaticcio e pozzo 
nero, rivoltandole di frequente in modo, che dopo un anno, si ottiene 
una massa decomposta completamente, che è molto utile per conci- 
mare i vivai e per gli impianti. 

Se il terreno è invaso dal Raphanus raphanistruiu, dalla Sinapis arvensis, con 
delle pompe irroratrici, si bagnano tutti le parti verdi delle piante e quando queste 
sono asciutte dalla rugiada, con una soluzione di solfato di ferro al 15-20"/,,. 

Questa irrorazione si faccia quando le piante hanno sviluppata la quinta foglia, 
e dopo qualche giorno, se non si ha avuto 1' effetto desiderato, si ripete l'irrorazione. 
Cosi si può distruggere anche la Cuscuta, il Cirsiuni arvense, il Polygonum persicaria 
ed il papavero. 

Perchè la soluzione aderisca meglio alle foglie, si suole aggiungere 5 "/o di melassa 
oppure kg. 1-1 '/j di sapone molle per ettolitro. Si impiegano circa 600 litri per ettaro. 

2. — Il vischio e la cuscuta sono le due fanerogame parassite delle 
piante, da frutto. Il (Viscum album L.) lig. 254 nasce da un seme por- 
tato eventualmente dagli uccelli che sono ghiotti delle bacche, sopra un 
ramo, germina fra la fessura della corteccia di ([uesto e, mentre emette 
il fusto, interna nel ramo la radichetta, la quale sviluppa degli austori. 
Questi si arrestano al cambio e persistono in aderenza continua con 
esso, per quanto il tronco della pianta nutrice continui a crescere. 
Fiorisce in giugno e le bacche sono mature dall'ottobre in avanti. Le 
piante danneggiate sono il pero, melo, noce, nespolo, susino, carubbo, 



391 



mandorlo. Il vischio si presenta con folti mazzi di'rami sempreverdi, 



evidenti specialmente d'inverno, sul tronco e 
gna strappare igeili di vischio escavare con 
un ferro tagliente nel ramo lino a scoprire 
il legno vecchio, per levare tutte le radici- 
La cuscuta è una (]onvolvulacea (Cu- 
scuta lupuliformis Krocker), mollo co- 
mune nei prati di erba medica, che av- 
volge la pianta come il vilucchio, priva 
di radici e di foglie: ha invece dei suc- 
chiatori o austori che infigge nei tes- 
suti delle piante per succhiarne il nutri- 
mento. 

I grappoli della vile sono talvolta in- 
laccati e per difenderli basta allontanare 
i focolari di infezione dal campo sot- 
tostante, con una soluzione al 20 7o di 
solfato di ferro. 



ami. Pei- difendeili biso- 



•'"?^. 



h 




Fig. 2S). - 
hit ni) sopra i 



Viscliio ^\7ici;;)i al- 
I tronco (li un albero. 



111. 

Muschi e Licheni. 



1 muschi sono crittogame fornile di clorolìlla e di Toglie, i licheni 
sono piante tallolite risultanti dall'unione simbiotica di algiie e di lunghi. 

Queste piante preferiscono i luoghi umidi e di luce limilata. Si 
trovano in quantità sui tronchi degli alberi nei terreni umidi, spe- 
cialmente dal lato di tramontana e formano un rivestimento chia- 
mato col nome generico di borraccina. 

Tanto i muschi quanto i licheni non sono parassiti nello slrello 
senso della parola, perchè vivono sulla scorza, cioè su zone disorga- 
nizzate; ma coll'involucro formato intorno ai rami ed ai fusti impe- 
discono la respirazione e la traspirazione producendo un danno in- 
diretto. Di più, essi trattengono molta umidità la quale è un elemento 
di disorganizzazione delle parli sane e vegetative, specialmente se queste, 
per una ragione incidentale, vengono ferite. 

La presenza di questi muschi e licheni è dovuta alla imperfetta 
nutrizione delle piante, causa il sottosuolo umido, impermeabile e la 
poca fertilità del terreno. Quando una pianta si nutre imperfeltamenie 
allora è limitata la sua crescita, la scorza si indurisce, non si rinnova 
e quindi i muschi e licheni hanno modo di prendere stanza e di svi- 
lupparsi. Anche l'acquisto di piante da vivaio aventi licheni o muschi 
non devesi fare, poiché la loro presenza è sicuro indizio che le piante 
hanno patito nella loro prima età. 



— 392 — 

I mezzi che si consigliano per combattere i muschi e hcheni sono: 

a) Lavorazione profonda del terreno attorno alle piante e conci- 
mazione abbondante e complessa. 

b) Drenaggio del terreno. 

e) Dopo le pioggie d'autunno, raschiare con spazzole e raschiatoi 
i tronchi e rami e poi imbiancarli con latte di calce e solfalo di 
rame al G^j^. 



IV. 

Crittogame parassite e saprofite 
delle piante da frutto. 



1. — La caratteristica delle crittogame consiste nell'essere sprovviste 
di clorofilla; quindi, per nutrirsi, hanno bisogno di assorbire da altre 
piante le sostanze elaborate, necessarie al loro sviluppo. Perciò i funghi 
hanno la facoltà di attaccare gli organi o le sostanze organiche, di dis- 
solverle e poi di assimilarle. Le crittogame chiamansi parassite, se questa 
azione viene esercitata sopra piante vive; se sopra piante morte, chia- 
mansi saprofite. Ksiste poi un'altra categoria di crittogame, che trae la 
vita da organi viventi, ma lesi da qualche anormalità dell'ambiente. Cosi 
il bacillo del cancro si sviluppa la maggior parte delle volte sopra una 
ferita lacera prodotta dal gelo o da una qualsiasi intemperie ; in questo 
caso il bacillo non provoca il male ma lo aggrava. Bisogna perciò bene 
assodare, nella constatazione di una malattia, se il l'ungo è la causa o 
l'effetto della medesima. Nel primo caso, bisogna lottare contro il fungo, 
nel secondo bisogna rimuovere la causa della malattia. 

I funghi possono essere costruiti da una sola cellula, per esempio i bacteri, gruppo 
molto importante per noi: nella maggior jiarte vi si distingue l'organo vegetativo chia- 
mato micelio, che provvede alla nutrizione, e l'organo riproduttore. 

2. — Come le piante superiori si possono riprodurre per talea, 
così anche i funghi si possono moltiplicare per divisione del micelio. 

La riproduzione però comune a tutti i funghi è a mezzo di spore. 

Le spore corrispondono ai semi delle i^ianle superiori: sono cellule microscopiche 
aventi una protoplasma ed una parete. Talora la spora si forma per divisione della 
estremità di un micelio, in (juesto caso si chiama conidio: o altre volte due lile di un 
micelio si riuniscono assieme, si aggrovigliano e si ha la oospora od uopo, o producono 
un concettacolo speciale, alla cui superfìcie si generano dei sacchetti chiamati asclie che 
rinchiudono le ascospore. 



- 35)3 - 

Le spore conservano per più anni la facoltà gerniinaliva e possono tollerare anche 
un forte calore, l'er germinare richiedono aria, aci|ua, ed tin certo «rado di calore che 
varia da lo a 20" C. La luce viva ostacola la «erniinazione: con luce debole cmI al buio, 
la germinazione e vegetazione dei funghi è (ìiìi rigogliosa. Dalla geniiiiia/ioMe della 
spora derivano uno o più tubi di germinazione che costituiscono poi il micelio. 
Questo si fissa alla superficie della pianta mediante gli austeri : allora abbiamo i funghi 
epi/iti. o penetra neUinterno dei tessuti della pianta attraverso gli stomi o perforando 
le cellule, e abbiamo i funghi endofiti. 

Le malattie causate dai funghi possono pio|)a<<ai-si o per loniie uii- 
celiche o per conidi, o per spore, [/infezione niicelica avviene (juasi 
esclusivamente sotto terra per il conlatto di radici sane con radici am- 
malate. Le infezioni per spore e conidi sono dovute in parte ai vento, 
in parte agli animali ed all'uomo. L'uoiuo può coi semi, con marze di 
innesto, passando da una pianta ammalala ad una piatila sana, tras- 
portare i geriui delle malattie. 

3. — Un fungo parassita altera il protoplasma della pianta attaccala. 
Esso può perforare le pareti cellulari col suo micelio, e allora attra- 
versa la cavità della cellula assorbendone i succhi e esce da altra parte: 
in questo caso si nota esternamente soltanto un iiiyiiilliiiieiilo delTepi- 
dermide o dell'organo intaccato. Può invece penetrare nella cellula 
cogli austori, e allora questi, mercè un fermento diastasico, digeriscono 
completamente l'amido e le sostanze organiche contenute nelle cellule 
che vengono combinale coH'azoto e col fosforo e vanno ad ingrossare 
il fungo: in questo caso sull'organo della pianta si osservano chiazze 
di vario colore ; il tessuto poi si disuitutnizza complelamenU' e mdrciscc. 

Alcune volte i funghi fanno sviluppare irregolarmente una parte 
di un organo in confronto ad un altro. In ((ueslo caso il fungo agisce 
per irritazione. Altre volte agiscono iiiline per inlilliamenlo di sostanze 
estranee nel protoplasma e producono una specie di fermentazione, la 
quale fa aumentare il volume delle cellule e le rende più lumescenli, 
gonfiando i tessuti. 



V. 
Rimedi anticrittogamici e loro applicazione. 

1. — // solfato (li rame e le poltifilie. Il solfato di rame è il rimedio 
anticrittogramico più dilluso e più raccomandabile per la maggior parte 
delle malattie crittogamiche. 

L'azione del solfato di rame non è ancora stala ben ciiiarila. L'opi- 
nione più generalizzata è questa: il solfalo di rame eccita il processo 
vegetativo della pianta, rendendola più vigorosa e perciò più resistente 
alle malattie. Infatti si osserva che, dopo il trallamento, le foglie ac- 
quistano un colore più intenso e diventano più consistenti. Da ciò 
una più intensa assimilazione, un miglioramcnlo generale della nulri- 



— 394 - 

zione della pianta, onde, naturalmenle, frutti più abbondanti e più 
zuccherini. Il soliato di rame si adopera in semplice soluzione nell'acqua 
o nelle cosi dette poltiglie. Nella frutticultura si adoperano di prefe- 
renza le poltiglie, le quali devono possedere 3 qualità; conlenere un 
sale dì rame perfetlainente solubile, avere una buona aderenza e ripartirsi 
facilmente sugli organi delle piante. 

Un sale di rame completamente insoluliile non ha alcuna azione 
fungicida mentre quello sciolto ha un' azione immediala. La semplice 
soluzione presenta pei'ò tre inconvenienti : aderisce poco agli organi 
della pianta, facilmente viene dilavata dalle acque, ustiona le foglie 
delle piante. 

Per questo la semplice soluzione di solfato di rame non viene 
mai adoperata o solo raramente (100-200 gr. per hi. d' acqua : si ripe- 
tono i trattamenti a brevissimi intervalli e dopo ogni pioggia). 

Adoperando invece poltiglie questi inconvenienti si evitano. 

2. — Poltiglie bordolesi : sono composte di solfato di rame e calce 
spenta. 

Per preparare queste poltiglie, bisogna avere le seguenti avvertenze: 

1. Non si adoperino mai né vasi di ferro o di zinco, né strumenti di ferro, bensì 
di legno o di terra. 

2. Il latte di calce sia perfettamente freddo, altrimenti si deposita ossido di 
rame che rende inefficace la poltiglia. 

3. Non si adoperi una poltiglia avente notevole reazione acida: ciò indicherebbe 
la presenza del solfato di rame indecomposto, che produce scottature sulle parti verdi 
della pianta. 

4. Si versa sempre il latte di calce, molto allungato, nel solfato di rame e non 
viceversa 

1^'aggiunta del latte di calce all'acqua contenente solfato di rame produce un intor- 
bidamento dovuto alla decomposizione del solfato di rame, depositandosi il rame allo 
stato di idrossido. Se la qualità di calce aggiunta è sufficiente per scomporre tutto il rame 
disciollo, l'idrossido di rame precipita sollecitamente e l'acqua sovrastante diventa limpida. 
Se la calce vien data in eccesso, allora alla superfice si forma un velo dovuto al carbo- 
nato di calce. Se la calce non é sufficente, lacqua rimane piìi o meno colorata in azzurro. 
Oltre allidrossido di rame ed al solfato di calcio, che depositano, si formano altri 
composti speciali e cioè solfato basico doppio di rame e calcio. Una parte di rame 
rimane disciolta e questa agisce direttamente sulle crittogame ed é in quantità inversa 
a quella di calce usata nella ))reparazione. Quindi quanto più calce si adoprerà tanto 
meno rame sciolto conterrà la poltiglia e la sua azione non sarà cosi sollecita. I com- 
posti rameici insolubili nell'acqua sono destinati a sciogliersi lentamente ed esercitare 
perciò un'azione prolungata sui germi dei parassiti. 

Un eccesso di calce nell'impiego della poltiglia non fa aumentare 1 aderenza della 
poltiglia stessa. 

La calce che si deve adoperare deve essere completamente spenta e per quanto è 
l)ossibile pura, cosi il solfato di rame deve avere un titolo non inferiore al 98 "/o- 

I.a poltiglia bordolese più comunemente impiegata è quella aH'l"/,, di calce spenta 
(P'ormola Cuboni). Per preparare la miscela si sciolga 1 kg. di solfato di rame in 5 litri 
di accjua calda in un recipiente di legno. 

Si prenda poi 1 kg. di calce spenta, mondata da pietruzze e da impurità, e si spap- 
j)oli in altri 10 litri di acqua in modo da ottenere un buon latte di calce. Quindi si 
versi questo latte di calce, facendolo passare per uno staccio, nella soluzione di solfato 
di rame, agitando ben bene ed allungando con S.'i litri di acqua fino ad ottenere un 
bel liquido color celeste che, lasciato in riposo, diventa incolore, depositando la poltigia. 



- 395 - 

Per assicurarsi che la poltiglia sia perfeltaiuenle neutra, si fa uso rielle carte alla 
fenolftaleina che sono bianche e rimangono bianche nella soluzione di solfalo ril 
rame, diventano rosse nel latte di calce. Si può anche adoperare la carta di tornasole. 

Si preferisce generalmente che la poltiglia riesca lievemente acida 

Volendo avere una poltiglia che agisca immediatamente ed in modo energico contro 
i germi, si può consigliare la poltiglia al cloruro aniiiionico (Formola Sostegni) A tale 
line si prepara nel modo sopraindicato una poltiglia all' 1 '/."A, di solfato di rame e di 
calce spenta e vi si aggiungono 125 gr. di cloruro ammoniaco, sciolto a caldo, o di solfalo 
ammonico. Questa poltiglia appena fatta dovrà essere adoperata. 

Per combattere contemporaneamente anche gli insetti, in America dapprima ed 
ora anche da noi, si aggiungono G()-1(K) gr. di verde di Parigi (aceto arsenito di rame per 
ettolitro). Con questa miscela si combatte la ticchiolatura del pero e melo e le torlrici, 
oppure la peronospera e la Cochylis della vite. Bisogna avere l'avvertenza di preparare 
la poltiglia cupro calcica con eccesso di calce. 

3. — Ln poltiglia boryognona si prepata come la pollif^lia bordolese, 
soltanto si adoperano 2 kg. di solfato di lanie ed 1 kg. di carbonaio di 
soda Solvay. Ha il vantaggio che il carbonaio di soda non si altera 
colla conservazione come avviene per la calce. 

Tutte queste poltiglie devono esseie date in modo che tulle le pai li 
verdi le ricevano allo stato massimo di divisione, o meglio polveriz- 
zazione. I trattamenti devonsi perciò fare con pompe che agitino co- 
stantemente la poltiglia polverizzata al massimo grado nella irrorazione. 

4. — Le due poltiglie precedenti non sono aderenti che alla condi- 
zione di essere adoperate fresche, ossia appena preparale. 

La poltiglia al sapone oltre ad essere aderente è anche inalleiabile 
se conservata in recipienti chiusi. 

Il Prof. Francesco Senise, Vice Direttore della Scuola di S. Ilario Ligure mi riferisce 
di avere ottenuto splendidi risultati nella lotta contro la peronospera adoperan<lo le 
seguenti poltiglie al sapone. 



Formola generale . 



Forinola per le acque dure, scie- \ 



Solfalo di rame gr. 500 

Sapone di Marsiglia kg. 2.— 
Solfalo di rame gr. .50» 



nitose o torbide . . . ( .sapone «li Marsiglia kg. 2..50( 
Solfalo di rame gr. .500 



Formola per le acque piovane 



Sapone di Marsiglia kg 1 .VKM.WtO 



Egli sperimentò delle poltiglie nel Napoletano, nella lta-.ili,:.i:i .■ npll:i (Mhil.i i:i 
e trovò i seguenti vantaggi: 

al aderenza perfetta: 

b) conservazione perfetta delle jìompe: 

e) minima esportazione per efletto delle |)ioggie dovuta alle particelle finissime 
che aderiscono a tutte le anfrattuosita anche microscopiche delle foglie; 

d) pochi trattamenti: 

e) irrorazione completa dei grappoli ed allri frutti con buccia liscia o pruinosa : 
fi risparmio di mano doperà e di materia prima: 

g) risparmio di calpestare il terreno, danno rpiesto non piccolo avendo delle 
raccolte sottostanti. 

Ha l'inconveniente di non essere visibile come il traltamento borrlolese o il bor- 
gognone. 



— 396 - 

Si scioglie sempre il solfato di rame in 50 litri d'acqua. Separatamente si scioglie il 
sapone nell'acqua calda in altri 50 litri d'acqua. 

Si versa, contrariamente alla preparazione della poltiglia bordolese, la soluzione 
del solfato di rame in (juella saponosa, agitando fortemente. Facendo il contrario, l'acqua 
resta limpida e nel fondo si ha un precipitato spugnoso, mentre invece si deve avere 
una soluzione colloidale, leggermente azzurra, non limpida, senza precipitato. 

5. — Zolfo. Lo zolfo viene impiegato pei- coinbatlere V Oidiuni e 
molte altre crittogame che vivono alla superficie delle piante. Lo zollo 
dev' essere fine e puro e dev'esser dato in modo da avvolgere la pianta 
con una polvere lìnissima senza grumi. La sua azione è meccanica 
e chimica: meccanica, perchè, come tutte le polveri, ostacola l'estendersi 
delle crittogame; chimica, per la derivazione di anidride solforosa e 
di acido solforoso e solforico, i quali ultimi morti lìcano i miceli dei 
funghi. Lo zolfo, per agire, ha bisogno d'una temperatura di 25» a 35" : 
a questa temperatura la sua azione si può esplicare anche in 24 ore. 
Lo zolfo agisce anche sulla vegetazione; il fogliame delle viti acqui- 
sta maggior consistenza, fa anticipare la maturazione dell'uva e del 
legno, favorisce in sommo grado la fecondazione. 

Per dare lo zolfo si devono adoperare le solforatrici che devono 
getlare lo zolfo molto minutamente, in modo da avvolgere la pianta 
in una nube. 

6. — Lo zolfo raiìialo viene ora molto usato, specialmente quello 
al 3%, per combattere contemporaneamente l'oidio e la peronospora. 

7. — Polliglia zolfo -calcica. Facendo bollire nell'acqua della calce e 
dello zolfo, si formano dei tetra e pentasolfuri di calcio i quali si 
sono trovati efficaci per combattere le cocciniglie, gli Eriophyes, il Tet- 
ranichus, l'Exoascus deformans, i Fuscicladium, la Sphaerotheca mors- 
uvae, la S. paunosa, il Cladosporium carpophilum, la Monilia fructigena 
ed altre crittogame che andremo citando, quando si tratterà delle sin- 
gole malattie. 

Questa poltiglia applicata ai rami colpiti da cocciniglie agisce come 
caustico, corrodendo le uova e gli scudetti sotto ai quali si riparano 
gli insetti e mettendoli a nudo. Agirebbe anche come asfissiante: i poli- 
solfuri infatti, sotto l'azione dell'anidride carbonica dell'aria, si de- 
compongono, formando carbonato di calcio, zolfo molecolare e idro- 
geno solforato, che é velenosissimo. Il carbonato di calcio e lo zolfo 
rimangono fortemente aderenti ai rami e per lungo tempo, impedendo 
cosi che altre cocciniglie vengano a stanziarsi. 

La preparazione si fa nel seguente modo: 

«) Si prendano 3 lig. di calce viva, ancora in i)ietruzze. fresca e pura più che sia 
possibile. Si fa l'estinzione lentamente con pochissima aciiua. (juando è ridotta in una 
poltiglia omogenea, si slaccia per levare le impurità. 

b) A parte si pesano 3 kg. di zolfo puro più che sia possibile e con questo si fa, 
aggiungendo acqua un po' alla volta, un impasto omogeneo, in una specie di polenta 
tenera. 

.Siccome è difficile stemperare omogeneamcnle lo zolfo coH'acqua, conviene aggiiui- 
gere 40 cm.' di alcool denaturato. 



- :v.)7 - 

e) Si prenda poi una riiarniilla di terra (od ima pentola di ferro, non però di rnmei 
della capacità di 30 litri. In i(uesla si versino 2(1 litri dac.|iia, poi i :t kf- di .-alce stem- 
perati nell'acqua e da ultimo la polenta di zolfo, mescolando sempre atlivaiiienle con 
un bastone di legno e con diligenza, per ottenere un tutto omogeneo. 

lì) Ottenuto questo, si metta la marmitta al fuoco, si faccia bollire la miscela 
per un ora. mescolandola vivamente per evitare che si formi deposito. 

Passato «pieslo tempo si levi la marmitta dal fuoco, si filtri il tidto attraverso 
una tela grossolana, lavando la marmitta con ac(pui calda, per portar via lutto il sedi- 
mento (costituito in massima parte di solfito e monusolfnro di calcio) rimasto ade- 
rente alle pareti. Se la operazione è stata fatta bene, la poltiglia avrà un colore 
giallo bruno. 

e) Si porti la poltiglia al volume di 20 litri, aggiungendo acqua fredda e Iole si 
conservi in recipienti chiusi di vetro. Non potendo conservarla in recipienti ben chiusi, 
bisogna avere lavvertenza di ricoprirla di un leggero strato di olio, allo scopo di evitare 
che avvengano delle decomposizioni al contatto dell'aria. 

Nella operazione non si devono adoperare recipienti o spatole di rame, perché 
vengono intaccate. I vapori che si sprigionano durante l'ebollizione, attaccano facilmente 
i metalli, sicché è prudente allontanare, prima dell'operazione, orologi o altri oggetti 
che potrebbero essere danneggiati. 

Si faccia l'applicazione delia poltiglia con un pennello. Dovendo 
adopei'are pompe iiroi-atrici, bisogna averne con iccipienti di legno ; 
ai)pcna adoperate si sciacciui bene la cannula ed il getto. 

L'inverno è la stagione piti propizia per il Iraltatnento. 

Trattandosi di piante a foglie caduche, si pennellano i rami ed i 
tronchi con 3 litri di soluzione concentrala diluiti con 7 litri di ac(|ua. 
Per gli olivi, aranci, evonimi e altre piante sempre verdi bastano 
2 litri di soluzione concentrala diluiti con N litri di ac(|ua. 

Durante la vegetazione si adojiera una soluzione ancora piti diluita 
(litri 1, 5 e litri 8, ó di acqua;, specialmente in primavera, (piando ap- 
pariscono le ])rime foglie, e le prime cocciniglie. 

Una settimana dopo il primo trattamento, se ne faccia un secondo, 
per distruggere le cocciniglie scampate dal primo o nate dopo. 

8. — Miscuglio Slaiu'insclaj. Serve per combattere 1' antracnosi 
della vile e per disinfettare le ferite. Si pennellano le parli aeree della 
pianta con ballulfoli di stracci in cima ad un bastoncino. 

Si prepara, ponendo 10-.')0 kg. del solfato ferroso in commercio in un recipiente di 
terra cotta o di legno, e versan<lo a poco a poco 1 litro <leiracido solforico in com- 
mercio al Mi" B. Si lascia che il sale assorba l'acido solforico e poi si versano KMi litri 
di acqua bollente mescolando tino ad ottenere la completa soluzione del sale. 

Non bisogna mettere metalli in contatto con questa miscela. 

(Lon questo miscuglio si curano anche, con buonissimo elicilo, le 
piante colpite da clorosi, pennellandole durante rinverno. 



398 



VI. 
Malattie dovute a crittogame. 

1. — Rogna e lubercolosi. Con tali termini volgari si sogliono de- 
signare malattie dovute al parassitismo dei batteri. 

«; La Rogna e tubercolosi della vile {Fig. 255 e 257) si manifesta con deformazioni 
del ceppo, dei tralci, e dei grappoli, ricoperti da tubercoli numerosissimi, addossati, in 
modo che gli organi intaccati assumono un aspetto fungoso. La malattia è causata da un 

bacillo (Bacillus tumefaciens, E. Smith) 
che penetra nei tessuti per qualche ferita 
prodotta al ceppo, a fior di7,terra, colla 
vanga o colla potatura ai tralci. 

È meglio svellere ima vite colpita e 
bruciarla; non si ricorra alle propaggini 
j)er la moltiplicazione. 

bj Rogna o tubercolosi dell'olino (Ba- 
cillus .Savastanei E. Smith) (Fig. 2.5() e 2.58). 
Si manifesta sotto forma di tubercoli sparsi 
sui rami, sui virgulti, sul tronco e sul pe- 
dale, prima di consistenza carnosa, lisci, poi 




Fig. 255. — Tralcio di vite 
colpito dalla rogna. 



Fig. 2.5fi. — Ramoscelli di olivo 
colpiti dalla rogna. 



screpolati, legnosi, foggiati a crateri. Il continuo accrescersi del tubercolo produce screpo- 
lature e spacchi nel periderma, indi disfacimento dei tessuti esterni (carie del legno). 
I tubercoli possono anche colpire le foglie ed il frutto (Peglion). 
I rimedi da consigliare sono i seguenti: 

aaj non ])ropagare gli olivi per ovoli o per polloni ; 
bbj moltiplicare le varietà più resistenti alla malattia ; 



— ÒW 

ce) non potare gli olivi sani con arnesi usati nella potatura di lineili malati, 
senza averli prima disinfettati col fuoco: 

dd) rigorosa scelta delle marze di innesto, prelevandole da piaiilc assoluta- 
mente sane; 

eej nei casi di infezione leggera, si taglino i rami attaccati e si bruciano: 

If) se l'infezione è estesa si asportino i tubercoli con un pennato, trattando le 
ferite col miscuglio SUawinsky (pag. 'MÌ7). 




Fig. 257. — Grappolino di vite deformalo dalla^rogn:! 




Fig. 2.')<S. — Tumori prodotti dalla rogna su un ra 



2. — Bacteriosi del gelso, del fico e Mal nero della vile. (Ascobaclc- 
rium luteum). Sulle foglie del gelso si iiianifesla con macchie nera- 
stre, a contorni irregolari, più piccole di quelle della fersa, di colore 
più scuro e prive di orlatura rosso brunaslra. Le foglie poi riman- 
gono perforale ed i rami si mostrano ricoperti di ulcerette ovali che 
dapprima si sporgono e poi si avallano, assumendo una colorazione più 
oscura, corrodendo il ramo fino al midollo. 

Sul ramo di lieo si osservano chiazze brune che mettono a nudo 
le zone legnose dando loro un colore ocraceo. II Cavara attribuisce 
anche all'Ascobacteriuni luteum il mal nero della vile. 



- 400 — 

Non si conosce alcun rimedio diretto contro queste malattie. Si 
possono consigliare i medesimi rimedi suggeriti per la rogna. 

3. — Gommosi delle piemie a nocciolo. Questa malattia è dovuta allo 
stimolo o reazione della pianta alle ferite, all'azione del gelo, alla con- 
cimazione non completa, a parassiti vegetali. 

Secondo il Prof. Comes, un batterio, Bacleriiim gummis^ si noterebbe 
nella mucilaggine che precede la gummi/icazione delle cellule amilifere 
nelle piante affette da gommosi. 

La gommosi avviene tanto nel legno quanto negli strati corticali. 

Quando una parte del legno è degenerata in gommosi, la degenerazione si pro- 
paga, da un ramo passa all'altro, fino al tronco, senEa avere influenza negli strati cor- 
ticali, cosi che della malattia ci si accorge solo tagliando il ramo. 




Fig. 259. — Sezione di un ramo di un anno di ciliegio 
con una ghiandola gommosa nel corpo legnoso. 

M, midollo - li. strato legnoso - rf, ghiandola gommosa - ni, raggi midollari 
assottigliati e degenerati dalla gommosi - a, masse di gomma sparse per il 
legno che impescono lo sviluppo delle fibre legnose - b. cellula di libro defor- 
mata dalla gommosi - /). cellule di legno che cominciano ad essere intaccate. 



Come questo avvenga si rileva dalla fig. 259 in cui è rappresentala la sezione di un 
ramo di un anno di ciliegio, colpito internamente da gommosi. 

\el corpo legnoso H si osserva in d) un agglonieramento di cellule degenerate in 
gomma che chiameremo ghiandola goniinosa, p un agglomeramento, appena al prin- 
cipio del suo sviluppo. Avvenuta la degenerazione, si ])ropaga alle cellule situate alla 
periferia di queste ghiandole, dissolvendo in gomma prima le pareti cellulari, poi il loro 
contenuto. In questo stadio della malattia, avviene uno strano modo di ricostituzione 
dei singoli elementi dei tessuti. Le cellule dei raggi midollari, quantunque l'amido che 
contengono venga trasformato in gomma, si allungano e penetrano nella ghiandola 
gommosa in ; lo stesso avviene per le cellule del libro b. In tal modo il ramo resta senza 
sviluppo per tutto il tratto di degenerazione. I.e cellule vicine, rimaste sane, producono 
bensì un tessuto rimarginante, che si accresce sotto il i)eriderma e dovrebbe sostituire 
il mancato sviluppo di legno e corteccia, ma questo tessuto non arriva che in rari casi 
ad unirsi e porre riparo alla degenerazione patologica. 1 rami in tal modo langui- 
scono sempre più e finiscono col perire. 



101 




4»*f^^-^ 



Qualche volta, dalla parte opposta del ramo colpito, si sviluppano nuovi strali di 
legno, come si vede nella fig. 26(). 

Quando la gommosi intacca la corteccia, allora su questa appaiono piaghe esterne 
come nella iìg. 261. Qui si vedono i tessuti del lloeiua. del cambio ed anche del paren- 
chima corticale, colpite dalla degenerazione. K degno di nota però il fallo che il peri- 
derma non viene inlaccato nei rami giovani: quindi se non avviene il dellusso della 
gomma, la gommosi, che si trova immediatamente sotto 
air epidermide, rimane inavvertita. 

Da quanto precede noi possiamo concludere che 
la gommosi la si può inoculare facilmente colle marze 
di innesto, poiché queste possono contenere, senza che 
subito apparisca, ghiandole goiuiiiose o noduli gom- 
mosi. Quand anche non vediamo sgorgare della gom- 
ma, la degenerazione interna dei tessuti può essere 
molto diffusa negli strali sottocorticali e fino e<l oltre 
al legno. 

Come abbiamo sopra accennalo. i)arecchic sem- 
brano essere le azioni concomitanti a provocare la 
gommosi: le principali sono tre e cioè: i tagli molto 
energici, il gelo ed una iiuperfella nutrizione. Queste 
diverse azioni raccolgono nelle singole parli materiali 
esuberanti in quel dato organo : si ha perciò una 
rapida formazione di nuovi tessuti senza però che i 
materiali siano completamente adatti per portarli a 
completo sviluppo. 

La malattia .si mani festa con masse di 
gomma che sgofgano dal tronco e dai fami; 
tali masse si liquefano nell'acqua e non nel- 
l'alcool. 



Fig. 260. — .Sezione trasversale del fusto di un ciliegio 
di 8 anni, il quale da un lato in 3 e da :> anni è stato 
alterato per la gommosi e che potè sviluppare dei nuovi 
circoli legnosi dalla parte opposta in n - a. ramo che 
si diparte dal fusto - i. una faccia del fusto. 




l'ig. 261. Ferita prodotta 

dalla gommosi sopra un 

tronco di una pianta da 

fruito a nocciuolo. 



I rimedi sono più di ordine preventivo che curativo : 
aa) non concimare con molto letanie ed evitare i terreni argil- 
losi umidi ; 

bb) difendere con diligenza le piante da qualsiasi i)arassita ani- 
male o vegetale ; 

ce) arare superficiamente il terreno per non intaccare coll'aralro 
le radici : 



Tamaro - Frutticoltura. 



— 402 — 

dd) Recidere la parte degenerata fino alla parte sana, formando 
così una ferita che la pianta possa rimarginare senza pericolo di disfa- 
cimento. Si ripari la ferita con un mastice ; 

ee) Moderare la letamazione delle piante, impiegando concimi 
chimici, esclusi gli azotati e con prevalenza di calcari e fosfatici. 

ff) Privare le piante dei rami più deperiti. 

gg) Moderare le irrigazioni. 

hh) Aereare il terreno con profonde lavorazioni e con fossi di scolo. 

ii) Non adoperare per la moltiplicazione piante o parli di piante 
affette da gommosi. 

Il) Evitare la potatura invernale. 

4. — Gommosi degli agrumi. La causa deve essere simile a quella 
della precedente malattia, soltanto intacca gli agrumi e specialmente il 
cedro ed il limone. 

Si manifesta con un intristimento generale della pianta, ingialli- 
mento e poi caduta delle foglie, sviluppo esile dei rami. Sui rami si 
osservano macchie nere, da cui sgorga, dopo alquanto tempo, la 
gomma. Quando la malattia colpisce in giro tutto il fusto, la pianta 
muore in 3-4 anni. Dal 1865 al 1870 questa malattia infierì tanto in 
Sicilia da distruggere tutti gli agrumi. 

Mezzi di difesa: a) Innestare sul melangolo ad un metro di altezza. 
b) Non adoperare mai per soggetti piante ottenute per talee o per 
margotte. 

e) Non scegliere le marze di innesto sopra piante colpite da 
gomma. 

d) Rinunciare alla moltiplicazione per talea, barbatella o margotta. 

e) Applicare i mezzi di difesa indicati più sopra per la gommosi 
delle dupracee. 

5. — Anche sulle radici dell' o//j'o e del fico si sviluppa una ma- 
lattia simile della gommosi. 

6. — Marciume radicale parassitario. Tutte le piante da frutto pos- 
sono essere intaccate da questa malattia, tanto nei vivai quanto a 
dimora. 

Il marciume, chiamato anche mal bianco o putredine delle l'adici 
viene prodotto daWAgaricus (Armillaria) melleus, Rosellinia aquila che 
colpisce specialmente le radici del gelso e la Rosellinia (Dematophora) 
necatrix (1). 

Questi funghi hanno cordoni miceliali chiamati rizomorfe, consistenti in tanti 
filamenti bianchi (fìg. 262), che si internano nei tessuti della radice, uccidendoli e for- 
mando delle falde biancastre. 

Poco prima o poco dopo la morte della pianta, avviene la fruttificazione dei funghi. 

Le fruttificazioni dell'Agarico compaiono di solito dopo le pioggie di settembre od 



(1) Nei tessuti alterati o morti per il marciume, si trova anche un altro fungo la 
Raesleria hypogea la quale in autunno si palesa esternamente con dei cappelli piccoli, 
emisferici bianchi, portati da un piede ancora più bianco, lungo 5 a 6 mm. 



403 



in ottobre, alla base del ceppo della pianta colpita, a gruppi: sono conosciute comune- 
mente col nome dì fungo chiodino, famigliola, ecc.. fungo mangereccio (lig. 2<>:t). 

I frutti della Dematophora hanno l'aspetto di aggregali di sferoline pedicellnle. ncl- 
r interno trovansi le spore, che sitrovano pure 
alla base dei tronchi, al colletto. 

La inolli|)licazione quindi dei due lunghi 
è affidata non solo alle rizomorfe, ma anche 
alle spore: (pielle procurano le infezioni a de- 
corso sotterraneo, da radice a radice, queste 
invece producono a fior di terra ed invadono 
direttamente il colletto e le grosse branche delle 
radici. 

La eslesa diffusione del marciume radicale 
è dovuta alla vitalità delle rizomorfe, che pos- 
sono adattarsi per un tempo assai lungo alla 
vita saprofìtaria, vivendo a spese dei materiali 
organici che abbondano nel terreno. Questa fa- 
coltà unita alla spiccata resistenza del micelio 
e delle rizomorfe in ispecie, all'azione degli 
agenti fisici, fa si che i parassiti stessi si mol- 
tiplichino sopratutto per mezzo degli avanzi 
miceliali rimasti nel terreno. La penetrazione 
del micelio nelle piante ospiti è indubbia- 
mente agevolata poi dalle lesioni che eventual- 
mente presentano le parti sotterranee delle 
piante ospiti : le ferite prodotte durante i lavori 
del suolo, le erosioni causate dagli insetti, le 
alterazioni che susseguono alle punture della 
fillossera sono altrettante vie d' accesso alla 




Fig. 262. — Ceppo di vite morto per 
1 invasione della Dematophora necatri.v. 
a. Micelio filamentoso - b. cordone ri- 
zoido che poi si ingrossa o differenzia 
in rizoforme - e, in d ed e. si vedono 
dei piccoli sclerozi che spuntano alla 
superficie della corteccia della pianta e. 
tanto su questi quanto direttamente sul 
micelio, in condizioni opportune, si for- 
mano dei filamenti fruttiferi conidiofori. 




Fig. 263. — Agaricus melleus. 

Il micelio abbraccia in parte la base 

del tronco morto del fungo. 

Le fruttificazioni escono in copia dalla 

corteccia del tronco. 



malattia, indipendentemente dalla facoltà che hanno 
genere di invadere anche i tessuti sani 



tubi [germinali e il micelio in 



Il marbia^n^o Infierisce specialmente nei terreni forti che -«'-« ^f «,« J,°^°° 
quindi soggetti a ristagni d'acqua. Nei punti in cui questi sono frequent., .1 male è 



— 404 - 

endemico poiché il micelio del parassita non risente alcun danno neppure da una 
prolungata sommersione. 

Nelle sabbie ove diffìcilmente v'è umidità stagnante, il mal bianco è rarissimo (Peglion). 

Aspetto della lualaltia: Le piatile amiiialate iiiostfano sintomi di 
sofferenza dopo 3-6 anni dall'infezione; questi sintomi si possono 
riassumere in una vegetazione stentata, in un aspetto languente, in uno 
sviluppo delle foglie spesso inferiore al normale ed inlltie in un lento 
e graduale disseccamento. Quando la ])ianta è per perline, appariscono 
a fior di terra i corpi fruttiferi dei parassiti, dei quali s])ecialinente è 
comune l'Agarico. 







Fig."2f>4. — Foglia di vite intaccata dalla Plasniopuia oitis. 



Mezzi di difesa: Non si possono consigliare contro questa malattia 
che cure preventive, e cioè: 

a) Allontanare i funghi che compaiono alla base delle piante 
prima dello maturazione delle spora; 

bj Appena conosciuta la malattia estirpare tutte le piante che non 
ne siano perfettamente immuni ; 

e) Disinfettare il terreno con calce o solfato di ferro, abbruciando 
o iniettando 120 gr. di solfuro di carbonio per metro quadrato ; 

d) Non fare nel medesimo posto altri impianti per 3 o 4 anni, 
cambiando poi le linee dei filari; 

e) Usare nell'impianto piante sane provenienti da terreni asso- 
lulainente immuni ; 

f) Drenare il terreno. 



7. ~ PeroiiosiHìre. Alle infezioni peronosporiche sono sof^gelU la 
vile (Feronospora o Plasniopara viticola Buch. e De Ton.) il ribes 
(Pei'onospora ribicola Schraet; ed il lampone (I*. rubi Bbli.) 

La più iniportanle è la peronospora della vite che intacca lutti ^li 
organi aerei, erbacei della vile. Le prime Iraccie coinpaionc» sulle fof^lie 
in maggio, sotto torma di macchie tondeggianti, di color bruno nel 

centro, che sfuma in giallastro alla 
periferia ed inleriormenle si noia 
una efiloresccnza bianca, cristallina. 
Conlluendo più macchie, l'intera 

^. f foglia dissecca e si distacca (lig. 2<)l). 

I grappolini, se colpiti prima, 
durante o dopo la lìoritura, si ricur- 
vano, diventano giallognoli e poi 
bruni (lig. 2(55) con una leggera ef- 
iloresccnza bianca. L'acino imbru- 
nisce (lig. 2(56), prende una linla 
cuojo e talvolta si copie di una ef- 
llorescenza. Sui Iralci, lìnchè sono 
verdi, si notano macchie giigie o 
livide. 

Si può prevedere ogni conlaminazioiie 

(iella peronospora cogli elementi seguenti : 

II) (li primavera : pioggie generali 

fredde e prolungate ; pioggie l)revi ma 

fredde in terreno già umido 




l'ig. 26.'). — Grappolo nel primo periodo 
di sviluppo, intaccato dalla Peronospora 
uilicola. — £1, acini sani - b, acini legger- 
mente colpiti - e, acini molto danneg- 
giali - rf. peduncolo colpito. 




l-ig. IW.. 
:iiii d' uva in grandezza naluralc 
colpiti dalla /Vroiios/ion/ 



b) in estate; pioggie generali fred.le e prolungale, pioggie brevi ma .fredde in 
terreno arido : 

e) arresto della vegetazione, eziolamento delle foglie: 

d) scomparsa dell'amido dagli internodi erbacei, arresto di sviluppo nelle radi- 
cene (Peglion). ,. . ,, 

Ora in Francia si stanno organizzando osservatori per avvertire i viticoltori sulle 

epoche in cui fare i trattamenti. 

La poltiglia bordolese e gli zoHÌ-ramali sono i rimedi di ordine 
preventivo. 



— 406 — 

Il primo trattamento si fa a partire dal primo periodo piovoso 
susseguente alla comparsa dei grappoli fiorali. Durante la fioritura 
bisogna star sempre pronti per un secondo trattamento, specialmente 
quando si hanno rapidi abbassamenti di temperatura e nebbie. 

Talvolta occorre un terzo e quarto trattamento. Per il primo trat- 
tamento si può usare la poltiglia bordolese all' 1 7o di solfato di rame 
e calce; nei successivi trattamenti, specialmente occorrendo intensificare 
la difesa, si potrà usarla all'I '/aVo? aggiungendovi anche gr. 125 per hi. 
di cloruro o solfato animonico. Nelle annate piovose si adoperi la 
poltiglia al sapone (pagina 395). 

Per la difesa dei grappoli si ado- 
pera il zolfo-ramato al 3 7o invece di 
impiegare lo zolfo solo. 

La peronospera del lampone e 
del ribes si combatte nel medesimo 
modo. 





Fig.1267. — Foglia di pesco Fig. 268. — Foglia di pero 

colpita dall' Exoasciis deformans. colpita dalla Taphrina ballata. 

8. — Lebbra, bolla, scopazzi, accarlocciainento delle foglie. Malattia 
molto comune a tutte le piante a nocciolo ma specialmente al pesco e 
al mandorlo (Exoascus deformans Fuck), al susino (E. pruni Fuck), al 
ciliegio (E. cerasi Fuck) oltre che al noce e al nocciuolo (E. jnglandis 
Berck). Sul pero e sul biancospino si ha pure un'alterazione delle foglie 
prodotta dalla Taphrina bullata Fuck. 

Queste crittogame intaccano le foglie (lìg. 267-268) ed i giovani rami 
(fig. 270). Le foglie intaccate ingialliscono, poi diventano rossastre, 
vescicolose, si arricciano, si torcono ed al principio dell'estate cadono. 

Avviene lo stesso sulla corteccia dei giovani rami, cosi che questi 
formano colle foglie, specialmente sul ciliegio e prugno, una massa 
arruffala (scopazzi). 

Sul susino intacca specialmente i frutti giovani, ipertrofizzandoli-, 
li allunga, li schiaccia lateralmente e spesso li incurva e contorce tra- 
sformandoli in bozzacchioni, che cadono al suolo (fig. 269). 



407 



Tulle queste alterazioni sono dovute ni luioelio degli Kxoascus il c|iialc. invadendo 
le foglie o l'ovario dei fiori, passa poi ai rami e alle gemme ove sverna. La mnlattia 
procede sempre dall'alto al basso e la sua intensità è sempre in correlazione colle 
condizioni tìsiche deiranibienle. I rapidi sbalzi di temperatura durante la primavera o 
l'estate, accompagnati da venti freddi u da nubi e da acccpiazzoni freddi, favoriscono 
in particolar modo la intensità della malattia mentre una forte elevazione della tem- 
peratura ed un abbassamentodello stato igrometrico, possono arrestare o indebolire il 
decorso. 





Fig. 269. — Ramo e frutto di susino colpito 

dall'ExoascHS pruni o malattia della lebbra. 

per la quale i frutti si sono trasformati 

in bozzacchioni. 



Fig. 27(1. — Ramo di ciliegio de- 
formato dair£roa.scMS cerasi. — Il 
prolungamento i)rìncipale ò niorlo 
lino all'estremità e si svilupparono 
ranulicazioni laterali. 



Mezzi di difesa, a) Abbondante polatura dei rami inlarcali, tagliando 
specialmente tutte le estfemità dei rami delle piante colpite. Conviene 
addirittura capitozzare le piante molto colpite. 

b) Prima che le gemme sboccino, dal novembre al marzo, irro- 
rare tutta la pianta in 3 o 4 volte colla poltiglia bordolese al 4 % d> 
solfato di rame e calce. Questo rimedio io lo raccomando già da una 
ventina d'anni: il Prof. Peglion, iper^ottenere una maggiore aderenza 
della poltiglia, consiglia di aggiungervi 400J gr. di cloruro ammonico. 
Lo stesso professore raccomanda anche la miscela zolfocalcica, im- 
piegando 3 Kg. di zolfo e Kg. 4 di calce. Si operi sempre in giornate 
asciutte, perchè la poltiglia essichi sollecitamente. 



- 408 - 

e) Concimare le piante colpite con cenere od altro concime po- 
tassico minerale. 

d) Ripetere la irrorazione ad ogni rapido abbassamento della 
temperatura. 

e) Visitare accuratamente ogni tanto, dal marzo all'ottobre, le 
piantagioni, per impedire la maturazione dei corpi fruttiferi. Se una 
pianta viene colpita per la prima volta, raccogliere e bruciare le foglie 
di mano in mano che vengono colpite. 

f) Applicare il trattamento anche ai pruni selvatici. 

g) Non innestare con marze provenienti da piante infette. 
Il) Coltivare varietà resistenti come molti peschi americani. 

i) Badare di non confondere questa malattia coll'arricciamento 
delle foglie prodotto da afidi. In questo caso si devono combattere 
gli afidi. 

9. — Maremme, muffa o mummificazione delle frulla. 

a) Abbiamo la Sclerotinia Fuckeliana (De Bary) che produce la 
cosidetta muffa grigia della vile chiamata anche marciume nobile. E' una 
muffa che si attacca sulla pagina inferiore delle foglie e produce delle 
macchie rugginose con ciuffi di filamenti grigio-cinerini che hanno 
l'aspetto e l'odore di mufta. Se attacca gli acini e si limita ad invadere 
la buccia, questa si aggrinza ed acquista un colore bruno. Essa al- 
lora concentra il loro succo, fa diminuire l'acidità assorbendo molti 
acidi, aumenta la ricchezza zuccherina e rende insolubile una parte 
delle materie azotate, tutti fenomeni che rendono più pregevole il mosto: 
da ciò il nome di marciume nobile. Se invece il parassita penetra 
nell'acino, questo si copre di uno strato uniforme di muffa e bisogna 
scartarlo dalla vinificazione. 

Peglion ha trovato che le uve Aglianico, Cabernet Sauvignon, Tiaiiiiner, Merlot 
sono più resistenti a questa malattia del Moscato, dell'Aleatico, della Sanginella, del 
Gamay, del Trollinger, del Teinturier; vi sono oltremodo soggetti il Dolcetto, il Sangio- 
vese, il Hressana, il Malbech, il Sciasinuso, il Sirah, il Pinot. 

Non si conosce un rimedio specifico, bisogna però combattere 
le tignuole poiché i loro bruchi, perforando la buccia, danno accesso 
alle muffe. 

La stessa muffa intacca anche le pere e mele (fig. 271). 

b) La Sclerotinia cinerea (Bonn) o muffa delle ciliegie, intacca 
anche le pesche e le prugne (fig. 273), la S. laxa soltanto le albicocche 
e la S. fructigena la maggior parte delle frutta polpose (fig. 272), coin- 
prese le nocciole (fig. 274). 

La loro diffusione è favorita dalla puntura degli insetti o da altre 
lesioni. 

Formano sulla buccia cuscinetti emisferici, confluenti, sparsi, ovvero disposti a 
zone concentriche, di colore dapprima bianco grigio, poi carnei e alla fine ocracei e 
nerastri. Contemporaneamente, nell'interno, la polpa si raggrinza ed ispessisce, formando 
una zona dura intorno al nocciolo. 11 micelio intacca tutto o parte della polpa e poi 



- -10!) - 

passa la buccia per frullilicaie. I.e spore alla lor volta, se favorite dallimiidilà e dalla 
temperatura di 'Ò2' C, germinano subito dove cadono, inoltrandosi nelle spaccature o 
ferite dei frutti e inlaccando anche le buccie sane 

I danni aumentano : 

a) Col vento, che la sbattere le frutta contro i rami; 

b) Colle ferite prodotte dalla grandine ; 

e) Colle ferite prodotte da larve di insetti che ro(h)ii() la polpa 
e sulle quali la muda prende stazione volentieri ; 

(/; Colla presenza di molle crittogame, che dispoiigoiio le frutta 
a contrarre (juesta malattia ; 




Fig. 271. — Mela colpita da Sclerotìiia Fu- 
ckeliana che si potrebbe dire intaccata da 
un marciume nero. Difalti il frutto diventa 
nero-carbone, da principio rimane lucente 
poi si raggrinza ed in tale stato può rima- 
nere per più anni. Esaminando al micro- 
scopio si trova che tutto il frutto è invaso 
dal micelio, altre volte il micelio traversa 
la buccia e la copre di macchie grigie fun- 
gose come da flgura. 



Fig. 272. 

Mele colpite dalla Moniliii frm-tiijfim 

che sono rimaste attaccale alla pianta 

per tutto r inverno 



e) Quando seguono delle giornate secche ad un periftdo di 
lunghe pioggie, le frutta screpolano eppercio la .Moiiilia intacca più 
fortemente. 

Mezzi di difesa. Queste Sclerotiiiie arrecano mollo danno alle pesche 
in America; ma da alcuni anni sono penetrate anche da noi ed io ho 
notato delle forti invasioni nel territorio di Itnola. In America hanno 
anche intaccato i giovani germogli. Rilevante è poi il danno che arreca 
alle frutta ammassate durante il trasporlo. 

Appena ci si accorge dell'invasione, bisogna fare la raccolta di lutti 
i frutti, prima che il fungo arrivi a frullilicaie, e poi separare e 
bruciare le frutta guaste. Le fruita inlaccate e lasciate sulla pianta 
disseccano, rimangono appese per tutto T inverno ed il parassita vi 
sverna dentro. 



HO 



Si raccomanda ancora 

a) Irrorare le piante, prima che sboccino le gemme, con poltiglia 
bordolese al 2 % di solfato di rame ed 1 Kg. di carbonato di soda. 

b) Irrorare ancora, prima e dopo la fioritura. Per combattere 
anche gli insetti, gli Americani aggiungono 1 % di arseniato di piombo 
alla poltiglia data all'epoca della caduta dei petali. Un mese dopo, fanno 
una seconda irrorazione con la poltiglia zolfo calcica aggiungendo 1 7o 
di arseniato di piombo. Un mese prima della raccolta delle pesche 
tardive, fanno un terzo trattamento con la poltiglia zolfo-calcica (pa- 
gina 396). 

e) Amputare i rami colpiti fino 
al legno sano e raccogliere e distrug- 
gere i frutti colpiti. 

d) Dare accuratamente il latte di 
calce a tutta la pianta, durante l'inverno, 
lino all'estremità dei rami. 





Fig. 273. - Susina colpita da 
Sclerotinia Monilia cinerea. 



Fig. 274. — Nocciuola colpita 
dalla Sclerotinia fructigena. 



10. — Albugini o Bianco. Queste malattie sono caratterizzate da un 
denso e candido strato lanugginoso che il parassita produce sulle 
foglie, sui germogli e sulle frutta. 

Tutte le albugini colpiscono in parlicolar modo le piante esposte 
a sbalzi di temperatura, come quelle coltivate a spalliera. Da ciò la 
necessità di ripararle alla sera con stuoje e di procurare un ambiente 
umido con irrorazioni alle foglie la sera. Tutte le albugini si sviluppano 
meno in un ambiente umido. Tutte ibernano sulle piante, per Io ])iù 
nelle gemme. 

Queste malattie possono arrecare gravi danni poiché impediscono 
alle foglie di funzionare. Esse anche disseccano o rimangono perforate; 
ancelle i frutti non arrivano a maturare o rimangono deformati. 



aj II bianco del pesco è prodollo dalla Sphaeroteca pannosa Lev, che si combaUe 
(secondo Arthur» con varie irrorazioni, in luglio e agosto, di una soluzione di solfuro 
potassico al 0,5%; nello stesso modo si combatte la nebbia o bianco del ribes. (S. mors 




- 411 — 

uvae Herk); il bianco del nespolo e òia/(cos/>»Ho. U'o'losphaera Oxyacaiilae I) C. ; il bianco 
del susino, albicocco e ciliegio. (P. tridaetyla de Uaryi. 11 bianco del melo chiamalo anche 
nebbia del melo è determinalo dalla Podosphaera leiicotricha che si comhaUe colla sol- 
forazione. 

bì La crittogama od oidio della vite (Lncinula americana llowj lig. 27j si ma- 
nifesta negli internodi inferiori dei giovani germogli, indi sulle foglie e sui grappoli, 
e produce delle macchie minutissime, che poi, allargandosi, conlluiscono, diventano li- 
vide e si ricoprono di una polvere bianco-giallastra, dovuta alle ile ed alle spore del 
parassita. Gli acini avvolti dal fungo, epperò soffocati, si arre- 
stano nello sviluppo, screpolano, si atrofizzano e spesso anche 
animuffiscono. 

Comincia a svilupparsi (juando la temperatura media è 
di 12"; si sviluppa rapidamente con una temperatura media 
di 20'. arresta lo sviluppo a 38" e muore a 4.>''. 

Aspetto della malattia. Macchie brune con polvere bian- 
castra superficiale. 

Mezzi di difesa: Contro l'oidio abbiamo un rimedio pre- 
ventivo e curativo ; lo zolfo, lisso agisce meccanicamente pro- 
teggendo la superficie delle parti verdi con uno strato di 
polvere lina; chimicamente, perchè col calore (25 ■ C. . sviluppa 
r anidride solforosa che è micidiale al fungo. 

Lo zolfo deve essere finissimo e dato prima della liuri- 
lura, quando i germogli non sono più lunghi di .'. cm. Al mo- 
mento in cui le corolle dei fiori cadono a terra deve essere 
fatta una seconda solforazione molto importante, poiché la Mg. /7.->. — Utdio 

,. ,,. . - , ,, ., , , sul grappolo, 

temperatura di quell epoca e favorevole allo sviluppo del- 

l'oidio. Quando gli acini hanno raggiunto la grossezza di 

un pisello, si fa la terza solforazione, che non è sempre indispensabile. 

Le solforazioni devonsi fare nelle ore più calde ed in giornate senza vento. Le viti 
non devono essere bagnate, né da rugiada, né da pioggia. 

.Vlternando le solforazioni con zolfo ramato ed irrorazioni C()n poltiglie ciipro cali- 
che, si combattono efficacemente l'oidio e la peronospora. 

V albuggine del carubbo è prodotta dall' Oidiiim ceratoniae Comes, che si combatte 
come l'oidio. 

11. — Fiinuu/gini, inorfee, mal del cenere. Sotto questi nomi è cono- 
sciuta una serie di malattie le quali si manifestano con rivestimenti 
ed incrostazioni cenerognole o nere che si distendono sulle parti 
malate, deturpandole ed alterandole. Sono queste prodotte da fuiif^hi, 
appartenenti alle Perisporiacee, per molti dei quali però, a causa del 
loro poliniorlìsnio, la biologia non è ben chiara. 

Di solito queste fumaggini si sviluppano (juandt» le piante sono 
colpite da cocciniglie, si nutrono colle dojezioni di <pieste oppure 
colle secrezioni che la pianta emette in condizioni anormali (melala i. 

Quando si palesa la lumaggine per la presenza delle cocciniglie, 
si combattono queste, e la malattia si arresterà nel suo sviluppo. Du- 
rante l'inverno convengono le lavature dei ceppi o rami colla solu- 
zione acida di solfato ferroso del SkaNvinsky (i)ag. :W7). 

a> La fumaggine della ulte è prodotta dalla Fumago vagaiis Pers, che è una torma 
della Capnodium salicinum ed è a compagnata dalla presenza della cocciniglia della 
vite. (Dactylopius vitis). 

b) La fumaggine degli agrumi è prodotta dalla Liniacinia (Mcliola/ Pezigi Sacc. 
che si nutre di un essudato morboso della pianta (Melata, e delle dejc/i..?ii <li .-...winigli.- 
e gorgoglioni. 



- 412 - 

Questo fungo, per (juaulo non i)enetri nei tessuti, ò tuttavia dannoso e, oltre ad un 
manifesto languore (iella pianta, produce una notevole mancanza di frutti. Siccome la 
umidità e la mancanza di luce favoriscono lo sviluppo della malattia, si consiglia, 
oltre ai mezzi suddetti, di : 

1. Fare dei drenaggi. 

2. Rimuovere il terreno lavorandolo profondamente. 

3. Diradare la chioma degli alberi. 

i. Trattare i rami con latte di calce o con cenere liscivata nell'acci uà per distrug- 
gere il fungillo. 

5. Bagnare i rami con forti spruzzi d'acqua la sera delle giornate calde. 
Siccome i frutti degli agrumi vengono anche molto deturpati dalla fumaggine, 
prima di mandarli in commercio in America, si usa pulirli. A tale scopo, come rife- 
risce il Peglion, si collocano i frutti in una botte con segatura umida di legno. Mediante 
un asse munito di manovella, si dà un movimento rotatorio alla botte e la segatura 
inumidita funge da spazzola. 

e) La fumaggine del pero, castagno, ciliegio, susino, ribes e melo è prodotta dal 
Capnodium salicinum Mont ; la fumaggine dell'olivo dell' Antennaria elaeophila Mont, 
alla quale si provvede sempre combattendo le cocciniglie, concimando le i)iante, fa- 
cendo una buona potatura e lavando i rami. 

d) Le altre piante colpite da fumaggini sono: l'albicocco (Capnodium arraeniacae 
Thiim.): il pero e pesco (C. elongatum Berk); l'Eugenia (C. Eugeniarum Cook) ; il fico 
(G. Footh Berck); il nocciuolo (C. personii Berck); il gelso (Meliola mori Sacc). 

12. — Funghi della nebbia. Le piante colpite da questi funghi pre- 
sentano sulle foglie, sui frutti e su tutta la parte erbacea macchie per 
lo più bianche che poi itnbruniscono, facendo disseccare, in tutto od 
in parte l'organo intaccato. 

Gli effetti cagionali da questi funghi sono piuttosto gravi. Il micelio 
vive sulla trama degli organi a spese delle materie plastiche in esso 
contenute; perciò, non trovandosi il sistema vegetativo alla superlìcie, 
non si può combattere coi comuni metodi che distruggono le specie 
epifite, aventi cioè i loro organi esternamente alla pianta. 

Il rimedio migliore per queste malattie è l'irrorazione preventiva 
delle foglie e delle parti verdi con la poltiglia bordolese all' 1-2% 
nonché la raccolta e l'abbruciamento delle foglie dissecate, sia durante 
la vegetazione che durante l'inverno. 

a) Blackrot e marciume nero dell'uva. (Guigardia Bidwellii KUis). K una delle 
malattie più gravi della vite che però fortunatamente in Italia non si riscontra. 

b) Le altre piante che di solito sono colpite dalla malattia della 
nebbia, sono indicate nel prospetto a pagina seguente. 

13. — Cancro e malaltia delle pustole rosse. A. Sotto il nome di cancro 
il pratico intende denominare quelle ferite, prodotte per lo più per gelo, 
che per l'azione irritante di qualche fungo (Nectria ditissima, Nectria 
cinnabarina) od altra azione esterna, non si cicatrizzano ma si ingran- 
discono, formando dei rigonfiamenti allungati che poi si sjniccano in 
modo che il legno rimane allo scoperto. 

Si distingue il cancro aperto (fìg. 280-2<S4 e 292) nel quale si nota di 
solito, nel mezzo della piaga, una discreta superfìcie di legno scoperto 
e per lo più annerita, limata da parecchi cercini, spesso screpolati, 
rigonfi. 



ÌVA 



Tab. XXXIX. 



Prospetto delle malattie della nebbia. 



Piante 


Nome volgare 


Nome 


l'orme diverse sotto cui 


intaccate 


(Iella mal: 


ittia 


del parassita 
Spliaerella cinerescens 


si conosce il parassita 


Azzeriiolo 


Xebl)!:. 












j C_\ lindrosporinan casla- 


Castagno 


Seociiiiie 




S. inacnliformis , 

1 


! nicolum 

1 Phyllosticla maculiformis 


Castagno 


— 




S. punctiforinis 
S. pomaceornm 




Cotogno 


Nebbia 
Imbrunini 


eniod. 


S. sentina 


Scpioria piricola 




foglie Ili: 


!?. 270) 


Sligmatea mespili Sor. 


l'^ntoinospnrinm nicspili 


Arancio e li- 










mone 


Nebbia 




.Si)haerella (".ibclliana 

1 


macnlatnm 
l'hleospora Mori 
1 Seploria Mori 


Celso 


Nebbia o 1 


[orsa 


S. inorifolia 

1 


l'iisariumMori 
1 Cylindrosporinm Mori 
Scptogloenm Mori 


Molo 


Nebbia 




S. pomaccornMi 
S. sentina 




Pero 


- 




S. pomaceoruTii 


Dcpa/ea piricola 
) Septi ria nigerrima 
j . Cyd(miae 
[ Phoma pomorum 




, 




S. sentina 








1 




Macchie del pero 


S, Bellona 


Phylloslicta pirina 




Ini brini ini 


enio 


Stif^niatea mespili 


1 l'.ntomosporium mespili 
1 . macnlatum 




(Ielle foc 


;lie 












\ Septoria piricola (lig. 277) 


' 






I.cptosphaeria Lucilla 


Ilendcrsaania piricola 
( Ascocliyta piricola 




— 




I.eptosphaeria l'omona 


1 Pyllosticta pninicola 


Nocciiiolo 


Nebbia 




S. punctiformis 
Gnomoniella Coryli 




Ribes 


_ 




Sphaerella ribis 




Sorbo 


^ 




sentina 




Nespolo 


Inibrunimento 
1 delle foglie 


Sligmatea mespili 




Ciliegio 


Nebbia 




! Gnomonia ervthros- 
tonia 




Noce 


_ 




Gnomoniella pruni 




Snsino 


, 




Gnomoniella I-eptos- 
tyla 


1 Marsonia juglaiulis ilign- 
1 ra 27S'. 


Albicocco (1) 






Gnomoniella pruni 


1 


Vite 


Nebbia 




Spaerella vilis l'riik 






Marciume 


bian- 


Metasphaeria diplo- 


> Charrinia diplodiella 




1 co della 


vile 


diella 


> Coniothvrinin diplo- 
/ diellà 



(1) Sullalbicocco se si notano sulle foglie e sul frutto delle macchie bruno grigie, 
che acquistano poi un aspetto suberoso, si tratta di un altro fungo Phglloslicla windo- 
bonensix Thiim fig. 279). 



414 




Fig. 27(;. — Imbruiiimento delle fo- 
glie del castagno, pesco e nespolo. 



Fig. 278. — Noce colpila 
dalla Marsonia jiighindis. 








Fig. 277. — Imbrunimento 
delle foglie del pero. 



Fig. 279. 
Phyllosticta Windobonensis. 



415 







Fig. 280. — Sezione trasversale di un tronco di melo di (i anni colpito dal cancro per gelo. 
Il fusto è stato colpito dal gelo, nella parte contro la quale il midollo si estendeva 
contro una gemma. K per questo che il gelo ha potuto entrare cosi profondamente da 
quella parte, trovandosi abbondante il tessuto parenchiniatico del midollo. -- g, Parte 
bianca di un anello legnoso. - /{, Anello legnoso con macchie bianche per dove passano 
i raggi midollari ,'i b, ed i quali in B li' sono morti e disseccali. Lo stato sugheroso K è 
laceralo e disseccato assieme airanello legnoso. I.a pianta è stata colpita dal gelo quando 

era già formato l'anello legnoso / ed ha danneg- 
giato l'anello legnoso sottostante h r col (^uaVe 
era in comunicazione a mezzo dei raggi midol- 
lari. - /, Nuovo anello di legno che si (orma 
sotto al cambio che in B B' si assottiglia. 





Fig. 281. — Ramo di ciliego che mo- 
stra il primo stadio della screpolatura 
del cancro aperto per gelo. 



Fig. 282. — Cancro aperto 
sul tronco di melo 
in stadio avanzato. 



— 416 - 

Si ha il cancro chiuso (fìg. 285) quando nel ramo si rinviene un 
ingrossamenlo globoso o tuberiforme, superiormente spianato e, nella 
punta, incavato ad imbuto. Questa forma si trova di preferenza nei 
rami più giovani. 

Nella lig. 286 abbiamo una biforcazione di nocciuolo coli' infezione 
della Neclria Coryli, le cui spore hanno germogliato all'estremità (a b h, 
limiti deirinfezione coperte di pustole rosse, e e, parte sana.) 

Quando si forma ])er il gelo una screpolatura (fig. 280) o una placca 
(lig. 287), il micelio dei funghi sopranominati attraversa la zona gene- 




Fig. 283. — Sezione di una piaga prodotta dal cancro aperto sul fusto di un melo. 
Ili, Midollo del fusto. - ii\ li-, ir, iv, it, ti'', sono gli anelli di legno annuali 
che si sovrapposero. - r, Anello di legno ultimo ancora vivente mentre 
gli altri sono morti pel gelo. Se fosse morto questo ultimo anello e per 
tutta la ciconferenza dovrebbe perire tutta la parte superiore del fusto. 



ratrice, penetra nei raggi midollari, indi nel legno, Il micelio del fungo 
si fa strada attraverso le ferite della corteccia e attraverso le lenticelle, 
produce una piaga, che può a poco a poco risanarsi in seguito alla 
formazione dei tessuti di rimarginamento, ma che spesso rimane in- 
vece sempre aperta. 

La regione della corteccia intaccata si colora in nero. 

Le piante più danneggiate sono il melo, il gelso, il nocciuolo, il 
pero ed il ribes. 

Mezzi di difesa: a) Evitare le ferite sulla corteccia dell'albero o, 
quando ve ne siano, spalmarle con un mastice o carbolineo. 



41: 



lì) Recidere tutta la parte cancrenosa fino al sano, e spalmare" 
la ferita con mastice o con carbolineo. 
e) (!loncimare con calce. 

ci) C.ollivare varietà, specialmente nei terreni ricchi di sostanza 
orj*anica, resistenti ai cancro. Le calville, il cardinale rosso, la re- 
netta di Champagne e del (-anadù sono 
poco resistenti. Mollo resistente è la va- 
rietà (iravenstein. 

e) Drenare i terreni compatti. 





^*A 



Fig. 284. — Ceppo di vile di :5 anni 
colpito da cancro i)er gelo. 



Fig. 28.'). — Cancro chiuso 
sopra un ramo di melo. 



B Sotto il nome di pustole rosse delle foi/lie si designano due 
malattie prodotte dalla Polystigma ochraceum sul mandorlo e della 
P. rubrum ((ìgura 288) sul susino, funghi appartenenti alla famiglia 
delle Ipocreacee cui appartiene anche la Nectria. 

27 — Tamaro - FrnUicoltura. 



— 418 - 

Le pustole si formano d' estate ; dal color aranciato passano al 
bruno e fanno cadere in luglio le foglie. 

Mezzi di difesa: a) Raccogliere e bruciare le foglie cadute sul terreno 




l'ig. 280. ~ Pollone di nocciuolo coHinfezione 
della Neclria Conjli, le cui spore hanno ger- 
moglialo alla estremità di una biforcazione. 
a-h-b, Limiti della infezione coperte di pe- 
riteci rossi. - C-C, Parte sana. 




Fig. 287. 

P.amo di melo 

con placche di gelo. 




Fig. 288. — Foglia di susino colpita dalla Polystìgwa rubrnni. 

Le macchie nere che si notano sul disegno sono le pustole 

prodotte dalla crillogama. Le macchie chiare sono perforazioni 

prodotte dal C.ltistero'iporiuin anuigdaleaniiìì. 



b) Irrorare in primavera, allo sbocciare delle foglie, con poltiglia 
neutra bordolese al Va 7o se fatta colla soda, oppure al 1 "/„ se colla calce, 
mantenendo sempre la reazione neutra. 



• - 119 - 

14. — Ruggini. Le crittogame che producono le rubigini vivono sotto 
l'epidermide delle Toglie o dei rami determinando gravi malattie o delle 




Fig 289. — Ruggine del pero (Gymnosporangiuin fascimi). 
1. - G, Macchie di ruggine sulla pagina superiore delle foglie di P"«J»* ^^'^''^j' ' 
G\ Ecidi sulla pagina inferiore della foglia di pero. - ■^; " '^«'.'•'«"^ ''V rS dVLi^in- 
„,òflon.o sulla pagina superiore; B, Ecidio sulla pagina inferiore. 3. - Ramo di Sabina 
colfe pustole T !he hanno una notevole quantità di leleulospore o spore invernali ,4). 

ipertrofie degli organi. Si palesano all'esterno mediante pustole di forma 
rotondeggiante eliltica o lineare, di color rosso ruggme, da ciò il 
nome generico di malattie della ruggine. 



420 




Fig. 290. 
Rami di Sabina colpiti dal Gyiiinosporanghinì fiiscum. 




Fig. 291. 
Foglie di pero colpite da Gypnosporangiiim ftiscitiii. 



- J21 - 

La parlicolarità di questi funghi consìsle in ciò clic i diversi stadi 
di sviluppo non si tro-vano sempre so|)ra una stessa specie di pianta, 
ma in piante diverse. Ciascuna di «luesle forme lia un noiiìi' diverso. 




Fig. 292. — Ramo di lampone 

col cancro e delle foglie colpite 

dal l'Iìragiììidiiinì Hubi-Idaei. 



Fig. -Mi. 

Aecidiitm penicillalt 

sul Sorbus aria. 



Il mezzo principale di lotta consiste nell' allontanare o distruggere 
le piante vicine ai nostri alberi da frutto, che ospitano, specialmente 
durante l'inverno, (fuesle crittogame. 

La raccolta delle foglie e dei frutti intaccati, il terreno mon- 
dato da malerbe, lirrorazione, prima che le piante entrino in vegeta- 
zione, colla poltiglia bordolese, sono mezzi di Iplta che possono 



- 422 - 

avere una certa efficacia. Per la ruggine del lampone si raccomanda 
anche la calce caustica mista a zolfo. 

Dò in una tabella, l'elenco delle ruggini (Tab. XLI) che danneggiano 
le piante da fruito, coll'indicazione delle piante sulle quali la crittogama 
vive in parte e che bisogna allontanare dai frutteti e dalla loro vicinanza. 




Fig. 294. — Aecidium grossiilariae. 

Prospetto delle malattie delle ruggini 
e delle piante che la possono ospitare. 



Piante 
intaccate 



Nome 

della crittogama 

della ruggine 



Nome della pianta | Nome della crittogama 
che la ospita sulla pianta ospite 



Cotogno 

Ribes ed uva 

spina (lìg. 294) 
Nespolo 
Pino da pinoli 

Ribes 

Melo 

Melo e Sorbus 
aria (fig. 293) 



Cotogno e 

sorbo 
Lampone 

ilig.292) 
Ciliegio e pesco 
Susino, albi- ! 



Aecidium cydo- 
niae 

A. grossulariae 

A. mespili 
A. pini 

Cronartium ri- 
biculum 

Aecidium Roes- 
telia lacerata 
A. penicillata 



Roaestelia can- 
cellata 



Phragmidiuni 
Rubi-Idaei 



Puccinia Cerasi 
Pruni 



Iberna sulla stessa pianta 



^ Pinus .Strobus 
', „ Cimbra 

Lambertiana 



(iinepro comune 

( luniperus Sabinae 
' I. inacrocarpa 
1 I. virginiana 



I. oxycedrus 
(ìinepro comune 



Periderminum strobi 

Gymnosporangium cla- 

variaeiormis 
G. tremelloides 



/ G. .Sabinae (Fig. 289-291 

I G. juniperinum 
Iberna sulla stessa pianta 



15. — Fniu]hi a cappello. Sotto questo titolo intendo pallaio dei molli 
lunghi che producono dei corpi fruiti (eri in forma di rij^ontiamenti 
sul fusto e sui rami degli alberi. Il micelio di (|uesti funghi non pe- 
netra nel legno giovane ma emette in suo contatto una sostanza spe- 
ciale detta diastasi, che ne uccide lentamente gli elementi costitutivi, 

passa quindi nelle parti morte, ove 
si svilu|)pano in particolar modo i 
lìlamenli miceliari. 

La propagazione avviene per 
mezzo delle spore che, portale dal 
vento in una screpolatura del tron- 
co, germinano. Avviene anche per 
mezzo di rizomorfe che si produ- 
cono nella corteccia : é necessario 
([uiiidi estirpare e bruciare le piante 
maiale od esportarle. Facendo ferite 
() tagli alle piante vicine, bisogna 
ripararle con mastice o catrame, 
l)ei- impediie l'infezione delle spore. 





Fig. 295. 
Tronco d'albero colpito 
dal Polyporus igniarius. 



Kig. 2'Jl,. — Sc/ioiic li;i.s\ci.salc di un l ronco 
d'olivo. A sinistra ed a destra si notano delle 
ferite prodotte dal Pol\n>orits fulviis oìeae. 



Accorgendosi presto di una infezione, si può salvare la pianta, allon- 
tanando tutta la parte guasta, raschiando bene i contorni lino ai tessuti 
sani e dando una pennellata di carbolineo. 

1 principali di questi funghi che inlaccano le piante <la frutto sono: 
l'ohjporus igniarius (fig. 295) che si trova sull'albicocco, sul ciliegio, sul susino, sul 
pero, sul melo, sul mandorlo, sul carrubo, sul gelso e sul noce: 
P. fiiìvus (fig. 2961 sul castagno e sull'olivo; 
/'. foiiientariiia (fungo da esca) sul noce e sul pesco; 



- J2I - 

Polyporiis sidijluiieus (Marciume rosso del legno) sul castagno, sul pero, sul noce, 
sul ciliegio, sul mandorlo e sul carrubo : 
P. cìnnabarinus sul ciliegio e uva; 
P. hispidiis sul gelso, melo e pero. Conunieniente chiamasi Lingua del gelso. 

16. Vajiiolo o Antracnosi. a) Sotto ([uesto nome si comprendono 
malattie causate da crittogame clie producono in primavera,sulle parti 
verdi delle piante, pustole circolari per lo più grigie od oscure, or- 



N^i 




Fig. 297. — Antracnosi wucidata 
della vite. 



Fig. 298. - Giovane germolio 
di vite colpito dall' A/i(rac/iosi. 



late di rosso e poi nero, le quali si allargano e mettono a nudo i 
tessuti interni, cosi che i giovani getti facilmente si spezzano ed i 
rami rimangono deformati. 

Queste pustole invadono anche il picciuolo e le nervature delle 
foglie e, sulla vite, anche il grappolo in modo da ridurre in brandelli 
le foglie e disseccare il grappolo (Hg. 297-301). Sui rami deformati e 
forse anche sulle gemme rimangono gli organi destinati a conservare il 
fungo da un anno all'altro. 



I trattaiuenli per dil'eiulere la vile devono esseie prevenlivi e curativi. 

D'ordine preventivo sono le pennellazioni o bagnature per niezzo 
di un batulolo di stracci legati in cima ad un bastoncino, lon la se- 
guente soluzione : 



Solfato ferroso 
Acido solforico 
Acqua 



Kg. -if) 

3 

litri 100 



un secchio di legno 
si aggiunge a poco 






Si versa prima in una marmitta di terra od 
l'acido solforico sopra il solfato di ferro, jiosc 
a poco l'acqua. (Vedi quanto è detto 
a proposito del miscuglio Skavinski 
pag. 397). 

La prima pennellazione si fa a po- 
tatura secca finita, bagnando anche il 
ceppo, specialmente dove' sono stati 
fatti i tagli; successivamente, alla di- 
stanza di 15 giorni, si fanno due al- 
tre bagnature, se si tratta di ])ianle 
molto colpite. 

Durante la vegetazione, appena ci 
si accorge della comparsa della ma- 
lattia, bisogna ricorrere alla irrorazione 
colla poltiglia bordolese corretta col 
cloruro ammonico. 

b) Oltre alla />//e (Manginia (ileo- 
sporium ampelophaga) vanno soggette 

al vajuolo le piante a granella: abbiamo cosi l' aiitntcnosi del ih'io 
(Gieosperium pyriuum Pegl; del cotogno (G. Cydoniae Mont.;, del 




Fig. 21t9. — Gruppoliiio 
colpito dall' Anlracnosi. 




Fig. 300. — Tralcio di vite <ioformato dall' .In/racnos/. 

cotogno e nespolo (G. minutulum), del melo iC frucligenuni Herk), del 
l'mm spina (G. Ribis Mont.) del ribes {G. curvatum), (ìg. 302 del .s//.s//io 
(Cylindrosporium Padi Karst.) lìg. .303 che perfora le foglie, del noce 
(Marsonia juglandis Sacc), fig. 278, degli (Uirumi e del mandorlo (Pe- 
stalozia Guepinii Desm.). Queste antracnosi, si combattono abbastanza 
efficacemente colle irrorazioni preventive, prima della ripresa della vege- 
tazione, con poltiglia bordolese al 3-5 % con aggiunta di cloruro am- 
moniaco e durante la vegetazione, con irrorazione al 1-2%. 

17. — Ticchiolatura o brnsone. a) Questa malattia fa considerevoli 
danni sul melo (Fusicladium dentriticum che è una forma della Ven- 
turia inaequalis), sul pero (Fusicladium pirinium che è una forma della 
Venturia pyrina). 



— 426 - 

Anche il ciliegio viene intaccato dal t'usisladiuni cerasi che è una 
forma della Venluria cerasi. 

Si manifesta con macchie superlìciali, hruno-plumbee, rotondeg- 
gianti, a margine minutamente fi'angiato, talora poche ed isolate, 
tal'altra in grande numero o confluenti, si da coprire la massima parte 
della foglia. Invecchiando, divengono arsicce e la porzione di organo 
attaccato si lacera e si stacca. 

Oltre alle foglie (tìg. 305) può attaccare i giovani rami (hg. 307-309) 
ed anche i frutti (fig. 304 e 306). In questi casi la pianta soffre fortemente. 

Non sempre però i rami colpiti dalla Venturia, comunemente nota 
col nome di Fnsicladiiim muoiono ; possono anche guarire. Se nel 




Fig. 301. - Vite (varietà Greco» deformata dall' Antracnosi. 



primo inverno non fa tanto freddo, durante la vegetazione, la scorza ha 
tempo di rimarginare ed allora appare come nella fig. 308, cioè colla 
scorza sollevata. La mortalità delle vette è dovuta all'azione del gelo. 
Mentre il Fusicladiiim dentrilicnm, forma imperfetta della Venturia 
inaequalis, colpisce maggiormente le foglie ed i frutti e raramente i 
rami tanto del melo e del pero, quanto la Venturia pyrina colpisce in 
particolar modo i rami. 

Nelle (fig. 309-310) vediauio come il fungo attacca i rami. In A: tro- 
viamo la corteccia sollevala dallo stroma del fungo, che poi si ma- 
nifesta sotto forma di macchie nere. 

Se viene intaccato il frutto (fig. 300), allora pure screpola, ma 



427 - 



([uesla screpolatura è diversa da (juella prodotta dalla malattia cosi- 
detta itvepo/a de/ /"ra///, perchè con questa le fruita marciscono, col Fu- 
sicladiuiìi rimangono mummificate. 

Questo fungo si moltiplica molto anche nei vivai, per mezzo delle 
marze di innesto. Si nota anche che esso colpisce di preferenza certe 
varietà: p. es. Decana d'inverno, Butirra bianca d'autunno, Spina 
carpi, Virgolosa, Curato, Olivier des Serres. 

Mezzi di difesa: La poltiglia bordolese è un rimedio i)revciiliv(» e 




Fig. 302. - Foglia di ribes col pi la dal Gloesporimu rihis. 

(|uindi bisogna applicarla prima della germogliazione, al 4 7o <!' solfalo 
di rame ed altrettanto di calce spenta, corretta con 2o() gr. di solfai*. 
() cloruro ammonico. 

Subito dopo la fioritura, si fa una seconda irrorazione con una 
poltiglia al 1 7o e dopo altri 10 giorni una lerza. 

Siccome questo trattamento con temperatura alta può produrre 
delle macchie di ruggine sulle frutta, specialmente se di qualità deli 
cale, cosi esso si deve fare nelle ore fresche della giornata, alla mat- 
tina od alla sera, oppure in giornate coperte. 



428 



Questi Iraltamenli devono essere com- 
l)letati con una accurata mondatura delle 
piante durante T inverno, levando i rami 
in letti. 

18. — Perforazione e caduta delle fo- 
glie, a) In questo gruppo di malattie com- 




Fig. 303. — l'oglie di susino forate 
dal Cylindrosporiiim Piidi. 



.pP^: 






^l0j^ 




Fig. 304. — Mela colla buccia intac- 
cata dal Ventiiriu inuequalis. - u. Mac- 
chie vecchie - ^, e, Macchie recenti. 




b'ig. 305. — Foglia di melo 
colpita dalla Venturia inaequalis. 



Fig. 306. — Pera con macchie 
di Venturia pyrina. 



prendiamo per primo la malattia dell'olivo detta occhio di pavone pro- 
dotta dal Cijcloconiuni oleaginum Cesi. 

Questa crittogama colpisce tutti gli organi verdi dell'ulivo compreso il frutto. Sulle 
fòglie forma delle macchie rotondeggianti, talora conlluenti, gialle nel centro e di color 



- I2!t - 

verde scuro a gradazioni di linta cosi spiccate da giustificare il nome della uialallia 
Le foglie intaccale si rivoltano ai margini e si staccano. 

Sui germogli, sui peduncoli, sulle infiorescenze forma delle efiloscen/e oscure, fulig- 
ginose: i frutti colpiti rimangono atrofizzati e chiazzati di grigio chiaro. 

Linvasione avviene dal mese di luglio a tutto marzo 

Il fungo si conserva colle foglie cadute, di (|ui la nccessilà di sollcrraric coi 
lavori del terreno. 

l'iia irrorazione colla poltiglia boido- 
lese all' 1 7o fatta in agosto-settembre, è il 
rimedio speeilìco di (|uesla malattia. 





Fig. 307. - I^amo di pe- Fig. :508. - Ramo di pc- Fig. .W.l. 

ro di un anno colpito ro di tre anni colpito l-.stremità di un ramo di pero 

dalla Venttiria pyrina. dalla Ventiiria piirinu. colpito dalla Veiiliiriti purinu. 

Le principali malattie che producono la perloiazione e laivolla la 
caduta delle foglie sono le seguenti : 

/)) Seccume, nebbia o vaiolaliira del fico (Cercospora bolleana Speg.). 
In agosto-settembre le foglie di lieo presentano macchie olivacee difTuse. 
che cominciando da un lato, si estendono poi a tutto l'organo, che 
intristisce, si accartoccia e si stacca dalla pianta madre. Provoca la 
caduta anticipata delle foglie e dei frutti. 

Si può provare per rimedio r irror;v/inne delle foglie con poltiglia 
bordolese. 



- 430 - 

e) La perforazione delle foglie delle piante a nocciolo è determi- 
nata da una specie unica ((^lasterosporium carpophilum Ader) che 
intacca anche i frutti ed i germogli. Non sempre si riesce a prevenire 
la malattia coi trattamenti cuprici. 




Fig. 310. — Sezione di ramo di pero colpito dalia Venturia pyrina. 
st, .Stroma isolato del lungo, che fece rialzare la .scorza k. 



VII. 
Danni e malattie prodotte da animali. 



1. — I danni e le malattie prodotte da animali sono di varia natura: 

a) Alcuni animali danneggiano meccanicamente le piante rosic- 
chiando tutti o parte dei loro organi. Questi animali sono provveduti 
di organi boccali masticatori coi quali rodono le radici (larva del mag- 
giolino); la corteccia (calabrone); le foglie; (i bombici); // libro, l'alburno, 
il legno, scavando delle gallerie (gli scoliti); le gemme (il punteruolo del 
melo); i fiori (cochylis); la polpa del frutto ed il seme (la tignuola del- 
l'olivo). 

b) In altri casi l'animale vive sulla pianta come i parassiti vege- 
tali. Esso fissa un apparecchio succhiatore nei tessuti e ne sugge 
l'umore per suo nutrimento (la fillossera, tutti gli afidi, le cocciniglie), 
producendo Yavvizzimento e disseccazione dei tessuti e degli organi interni. 

e) Infine l'animale può recare guasto provocando, mediante ferite, 
deformazioni morbose e allora : 



— 4M - 

aa) per irritazione si formano dei hiloizoli, nesciche, (jittlle. fascia- 
zioni, distorsioni, ecc. 

bb) Per infiltrazione di umori che l'insetto slesso emette, può av- 
venire la decolorazione parziale o totale degli organi cosi da provocare 
la clorosi, Vitterizia, l'arrossameiilo e cosi via. 

2. — Alla straordinaria proli licita, che in generale |)ossiedono tali ani 
mali, si deve la facile trasmissione e la rapida ditlusione delle malattie 
da loro causate, ma se questa prolificità è costante in ogni specie, 
altre sono le cause per cui in alcuni anni ed in alcune regioni avviene 
un'invasione straordinaria di un dato animale. 1/ alterna irruzione di 
cavallette, di maggiolini è spiegala colla durata della loro metamorfosi, 
ma per la maggior parte degli animali le cause sono determinate dalle 
condizioni di clima, di vigoria in cui si trovano le piante che li ospitano 
ed infine nel maggiore o miuore sviluppo che prendono i nemici degli 
stessi animali parassiti. 

Noi artificialmente possiamo lare abbastanza per combattere i paras- 
siti animali e si farà sempre più col progredire della scienza, ma dob- 
biamo però riconoscere che le cause naturali che limitano il loro dif- 
fondersi, sono di gran lunga più potenti. 

La causa naturale prima è quella della lotta per l'esistenza tanto bene svelata ed 
illustrata dal Darwin. Questi ha dimostrato, ed evidentemente ci persuade, che ogni specie 
ha una zona limitata d azione fuori della <iuale non può estendersi che per poco, perchè, 
per non togliere questo equilibrio, sorgono altri animali o parassiti che dislrugfjono il 
maggior numero possibile di individui della specie invadente per non esserne sopraf- 
fatti, alla loro volta. 

Altra causa naturale è il nutrimento i)iii o meno adatto al loro sviluppo. Nelle 
località dove una data pianta, che fornisce alimento ad un animale e maggiormente 
estesa, è evidente che si svilupperanno i rispettivi nemici. Cosi, quanto più vigorosa <> 
una pianta tanto più essa resiste ai parassiti, invece una pianta, passando dallo stalo 
selvatico a quello colturale, diventa meno resistente. La resistenza poi <^ ancora minore. 
se la pianta non viene coltivata in un clima per essa adatto. Queste <lue cause «li di- 
minuita resistenza vengono spiegate col fatto che una pianta selvatica è provveduta di 
(luegli organi che servono per la sua conservazione, perciò anche per resistere ai parassiti; 
mentre invece, col cambiamento di clima e colla coltura, questi organi di difesa perdono 
la loro forza di resistenza. 

Assai poco, e mollo meno di (piello che comunemente si crede, 
agiscono il clima e le inlemperie per ostacolare lo sviluppo degli 
animali parassiti. 

Vili. 
La lotta contro i parassiti animali. 

1. - La lotta contro i parassiti animali è mollo più diflìcile di quella 
contro i parassiti vegetali. Gli animali, oltre avere una vita molto più 
complicata, hanno anche maggiori organi di difesa e quindi l'agricol- 
tore che si accinge a combatterli, deve conoscere la loro biologia, nonché 
quei parassiti animali o vegetali utili che evenlualmenle contranino 
l'esistenza dei dannosi. 



- 432 - 

La lotta consiste o nel combattere l'animale dannoso in un dato 
periodo di vita o nel favorire lo sviluppo dei parassiti suoi nemici. 

Pur troppo lo studio di questi ultimi non è ancora tanto avanzato 
da poter oggi fare un largo assegnamento, è certo però che col progre- 
dire della parassitologia questa via appare non soltanto la più naturale 
e la più logica ma anche la più sicura. 

Come l'uomo, cosi gli animali vanno soggetti a malattie dovute 
all'azione disorganizzatrice di certi funghi che si svilluppano nel loro 
organismo. Un esempio l'abbiamo nella malattia del calcino nei bachi 
da seta, dovuto al fungo : Bolritis Bassiana. Abbiamo anche animali che 
vivono a spese di quelli a noi dannosi, sia cibandosene direttamente, 
sia vivendo nell'interno del corpo. Questi animali sono quindi preziosi 
per l'agricoltura e si deve favorire il loro sviluppo con ogni mezzo 
possibile. Ausiliari veri, in questo senso, dell'agricoltura se ne trovano 
in tutte le classi, come si rileva dal seguente elenco. 

A. Mammiferi: pipistrelli, riccio, toporagno, donnola, ermellino. 

B. Uccelli: rapaci che distruggono una quantità di rosicanti dan- 
nosi ed anche di insetti; passeri, rampicanti, eralle. 

C. Renili: lucertole, ramarro, orbettino. 
I). Batraci: rana e salamandi-a. 

K. Insetti: a) Coleotteri: Carabo dorato, Calosoma sicofanta, Cici- 
della campestre, Stafilino odoroso. Coccinella; 

bj Ortotteri: Mantide religiosa e Libellula; 

e) Imenotteri: Anomalon circomflesso, Ryssa persuassoria. Icneu- 
moni, Microgastro glomerato, Alisia, Calipto, Pteromali, Crabro, Cinipe, 
Ibalia cultellatur; 

d) Neurotteri: Formicaleone e Emorobio perla; 

e) Ditteri : Tachina larvarium ed altre specie, Sturmia atropi, 
Melopia bisignata, Masicera gen., Palies bellierella, Echinomya gen. 

F. Aracnidi: Scorpioni e ragni. 

G. Anellidi : Lombrici. 

H. Miriapodi : Scolopendra. 

2. — I rimedi per combattere direttamente i parassiti animali sono 
ordine preventivo ed offensivo. 

Di ordine preventivo sono : 
a) tutte quelle precauzioni che deve usare il frutticoitore per 
non importare il nemico con vegetali od altro. Pur troppo i principali 
nemici delle nostre piante coltivate sono stati diffusi dall'uomo stesso 
per inscienza o per incuria. 

La storia della invasione della fillossera ci dà un esempio. Perciò 
l'agricoltore deve anzitutto, prima di importare nei suoi terreni qualsiasi 
vegetale o parti di vegetale, assicurarsi della immunità od almeno pro- 
cedere alla disinfezione. Il miglior modo di disinfezione è quello della 
scottatura coll'acqua calda. La temperatura più conveniente per disin- 
fettare le talee e barbalelle di viti èdiSl-iiS» C. mantenendole immerse 
per 5 minuti. Il prof. Danesi ha rilevato che questa temperatura può 



m 



essere elevala a 58« C. per le viti, però per le piante da i'rullo in {,'enere 
comprese le viti, non conviene i)assare il limite di 53" C. in modo che 
alla loro estrazione l'acqua abbia una temperatura di 52° C 

b) tutte quelle cure che si devono prestare alle piante per evi- 
tare che esse possano daie asilo ai parassiti K qui cade in acconcio 
far rilevare la necessità di mantenere sempre sane, vij^orose le piante 
applicando quelle operazioni colturali che venj^ono consigliate, quali 
le periodiche lavorazioni del terreno, la concimazione razionale, la 
potatura e mondatui'a annuale, la puliluia dei tronchi e rami in au- 
tunno, e cosi via. 

3. — I rimedi d'ordine o/Jeiisii>o possono essere: 

a) Meccanici, che consistono nel catturare ed uccidere gli animali 
La raccolta degli animali si fa a mano, raccogliendo uno per uno gli 
insetti come il maggiolino, oppure 

scuotendo le piante e raccogliendo 
i parassiti in un lenzuolo o in un im- 
buto di latta come per le altiche. Si può 
giovarsi anche di animali insettivori 
come i tacchini per far divorare le 
larve (come quelle del maggiolino) 
a mano a mano che vengono scoperte 
dal terreno niercè l' aratura o vanga- 
tura. Di molto giovamento riesce il 
recidere le parti di pianta offese, rac- 
coglierle in sacchi e distruggerle poi 
al fuoco. Cosi si fa pei rami, foglie, 
frutta. Ai mezzi meccanici appartiene 
anche la raccolta dei nidi, delle uova. 
Talvolta giova disporre degli agguati: 
si lasciano sul lerreno rami morti 
perchè si sa che in ([uesli annidano 
larve che in altra generazione danneg- 
giano le piante vive; o])pure si fanno 
degli anelli di cartone (fig. :511j od altro, 
perchè le larve si incrisalidino, poi si 
Altri mezzi sono: 

b) Fisici: col fuoco, intaccando gli insetti o le ova colla lampada 
di un piroforo; colla scottatura per mezzo d'acqua calda; aslissiando con 
dei vapori velenosi o inlinc colla sommersione del terreno come si fa 
contro la fillossera. 

e) Chimici: sostanze che servono a distruggere gli insetti e perciò 
chiamate insetticide. 

Gli insetticidi si possono distinguere in tre gruppi : 

1« i cosidetti insetticidi esterni che uccidono gli insetti per sem- 
plice contatto femulsione di benzina o petrolio e sapone nell'acqua, 
emulsione di olio pesante di catrame ecc.); 

2h — Tamaiio - Frutticoltura. 




l-ig.:Ml 



Anello eli cartone con cui 
si avvolge una parte del fusto, per- 
chè sotto vi incrisalidano dei bruchi. 



raccolgono e distruggono. 



- 434 — 

2" insetticidi interni, che impediscono il nutrimento agli insetti. 
Con questi si devono bagnare tutti gli organi della pianta che sono 
oggetto di distruzione rendendoli velenosi. L'arsenico ed i sali di bario 
sono i migliori insetticidi interni colla nicotina ed il piretro; 

3° insetticidi misti, sono quelli che agiscono per via interna ed 
esterna. 

Questi sono per lo più a base di nicotina, che allontana le farfalle 
])er il suo odore, (azione insettifuga); se assorbita dall'apparato dige- 
rente (azione interna) e se lo bagna (azione esterna) avvelena l'iiiseUo. 
l)o])o la nicotina viene il piretro. 



IX. 
Mammiferi, Uccelli e Molluschi dannosi. 

1. — Dei mammiferi, conviene ricordare la volpe, il tasso, la martora 
che si nutrono, se possono, di frutta; la talpa che fa danni colle sue 
gallerie (è d'altra parte utile perchè insettivora); i topi campagnnoli ed 
altri topi delle cloache, che rodono le radici, la corteccia dei tronchi. 
Si combattono spargendo sul terreno dei chicchi di granoturco infranto 
mescolato col 2 % di fosfuro di zinco. La lepre si nulre delle corteccie 
degli alberi quando il terreno è coperto di neve; quindi bisogna ripa- 
l'are i tronchi con degli spini. Il ghiro, il moscardino, lo scojattolo si 
nutrono di frutta. A questo si fa la caccia diretta; per i due primi si 
fanno prima dell'inverno delle tane artilìciali, mettendovi musco e 
molte frutta. 1 ghiri si raccolgono in queste tane e passano in letargo. 
Allora è facile a prenderli, 

2. — Gli uccelli più dannosi sono: il frosone che si ciba di gemme e 
di ciliegie; il montanello, \l verdone, \\ fringuello (di semi e di piantine 
in embrione); il crociere (di olive); la nocciolaia (di noci, nocciole e 
susine); il beccafico (di ciliegie, lampone ed uva); i passeri (di gemme 
e di frutti); gazza (pere e ciliegie); il ciuffolotto (gemme); lo storno 
(ciliegie e uva); il merlo (olive, uva e ciliegie); il lordo (ciliegie). 

3. — I molluschi dannosi sono la limaccia che danneggia le piantine 
nel semenzaio. 

1 rospi e gli uccelli distruggono le limaccie in quantilà; l'agricol- 
tore può giovarsi anche delle anitre e dei polli per distruggerle. Altri- 
menti si può ricorrere: 

1. Alla polverizzazione con calce viva delle foglie e delle parli 
colpite, 

2. All'irrorazione delle terreno e delle piante con una soluzione 
di calce viva 1 '/2^ 7o- 

Siccome l'acqua di calce ha una azione immediata, per colpire le 
limaccie non ancora uscite dal terreno, bisogna ripetere l'irrorazione. 



- 435 - 

Le irrorazioni e polverizzazioni vanno fatte di notte o di sera alle 
ore 20-21, perchè a quell'ora le lumache si trovano in maggior quantità 
sulle piante. Applicando la calce viva in polvere bisogna seguire la 
direzione del vento; per le irrorazioni si jiuò ripetere 1" operazioni' 
nella stessa notte. 



X. 
Grillotalpa, Forfecchia e Pidocchio dell'olivo. 



1. — Grillotalpa (Gryllotalpa L.) (lìg. 312). K" un insetto comu- 
nissimo, che scava molte gallerie per cibarsi di insetti. Si accop- 
pia in giugno-luglio, poi la femmina depone da .") a 20() uova in una 
cella ovale nel terreno, donde partono numerose gallerie. 




Fig. .312. — Gnillotalpii vnlqiiri. 

Dopo ló giorni i giovani crescono, svernano tre anni profonda- 
mente nel terreno. 

I danni che arreca sono specialmente nei semenzai, e nei vivai in 
genere. 

Si combatte distruggendo i nidi in luglio e iniettando nel terreno, 
quando le larve sono nate, 40 gr. per m.' di solfuro dì carbonio in 
4-5 fori. 

Può dare buoni risultati la caccia mediante agguati. .\ tale scopo, 
alla fine di settembre si fanno fossatelli tortuosi alla distanza di 
3-4 m. e profondi 25-30 cm. Si riempiono lino al livello del terreno 
con letame paglioso di cavallo o vaccino e poi si copre con terra. 
Durante l'inverno le larve si rifuggiano in questo luogo caldo, favo- 
revole anche alle mute. Nel mese di maggio si aprono questi fossatelli 
e si schiacciano le larve che vi si trovano. 

2. — Forfecchia (Forfìcula auricularia L.), (lìg- 313) anche questo e 
un insetto che si ciba di altri piccoli insetti però durante la notte dan- 
neggia le frutta ed i giovani germogli degli innesti. 




— 436 - 

Mezzi di difesa: a) Se le piante sono in vaso, met- 
tere il vaso dentro un altro contenente acqua. 

b) Collocare vicino dei cannelli di canna, rami 
di sambuco, vuotati dal midollo, tubi di carta, masse 
di letame, ritagli di cuojo, cinghie, corna, paglia, 
fieno umido, vecchie granate di saggina, ecc. dove 
durante il giorno accorrono per nascondersi. 
Prese in agguato si abbrucciano. 
Fig. .313. — For/ìc/(/f( c) Spazzolare durante l'inverno i tronchi delle 

aiiricniaria. piante ed i pali di sostegno. 

3. — Pidocchio dell'olivo (Phlaeothrips oleae Co- 
sta). Questo insetto ha recato e reca molti danni agli olivi special- 
mente nella Lucchesia. 

È un insetto nero, lucente, (il maschio lungo mni. 1-3 e la femmina mm. 1-,")) che 
ha 3 generazioni. Le larve della prima succliiano specialmente le giovani foglioline ed 
i boccioli dei fiori; quelle della seconda, le foglie ed i piccoli frutti; quelle della terza, 
le foglie ed i frutti. Le foglie in corrispondenza delle punture mostrano depressioni cir- 
colari, poi si deformano e cadono. Cosi pure i fiori ed i frutti rimangono piccoli, defor- 
mati, neri e cadono. Nei casi di forte invasione gli alberi si presentano coi rami intristiti 

Per combattere questo insetto bisogna: 
a) diradare la chioma e tagliare i rami secchi ; 
h) pulire i tronchi e i rami con raschiatoi, imbiancare i rami e 
incatramare tutti i tagli ; 

e) bruciare tutti i rami e parte di rami tagliati ; 

d) lavorare profondamente il terreno; 

e) irrorare nella prima decade di luglio, appena lìnita la nascita 
delle larve della seconda generazione, piti numerosa e pili nociva, ado- 
perando la seguente formola del Del (luercio : 

Estratto fenicato di tabacco kg. 1.500 

Polisolfuro di sodio e potassio .... ,, 0.350 
Acqua litri 100 



XI. 
Tingiti e Psillidi o falsi gorgoglioni. 

1. — Tingile o cimice del pero e del melo. (fìg. 315) (Tingis pyri 
Fabr.) è lunga 3 mm. quasi trasparente, col capo nero, dotato di antenne 
sottili, poco ingrossate all'apice; corsaletto a lati membranosi, espansi, 
arrotondati ; parte posteriore del corsaletto carenata, arrotondata ed 
articolata; elitre espanse e arrotondate ai lati, vescicolate nel mezzo, 
trasparenti, ornate di una fascia traversale bruna e di una grande 
macchia apicale dello stesso colore. 



— \M 

Si moltiplicano slraordinariameiile, vivono a colonie sulla pagina 
inferiore delle Toglie dal luglio in avanti. Secondo il Costa, (juesto 
insetto impiegherebbe soltanto 15 giorni nelle sue metamorfosi. 

Le foglie ingialliscono per le punture; sulla pagina inferiore si 
trovano gli insetti ed una grande quantità di escrementi, (ili albeii 
hanno un aspetto malaticcio. 

Mezzi di difesa: a) All'invasione delle tingiti vanno soggette le 
piante poco alimentate, quelle che soffrono per siccità o per im|)erfelta 
l)reparazione del terreno. Bisogna quindi togliere (juesli inconvenienti 
sopralutto per prevenire forti invasioni. 

b) Per distruggere le tingiti ibernanti fare, d'autunno, una forte 
spazzolatura e raschiatura ai tronchi ed ai rami ed una imbiancatura. 
e) Lavare con acqua saponata in primavera tutta la pianta. 

d) Raccogliere le prime foglie inlaccate e bruciarle. 

e) In caso di invasione, irrorare la pagina inferiore delle foglie 
colla seguente emulsione : 

Sapone molle .... Kg. O.-'UM) 

Petrolio ().5(M) 

Acqua litri 10. — 




Fig. 314. 
Larva di Eupliijllura olivina. 



Fig. :{l,x 
Tingis pijri. 




1-ig. 3ir,. 
Ninfa di Eiiphylìttru tìlinina. 



2. — Le psillidi o falsi (jorgoyliuiii allo stato perfetto hanno 1 ali e 
sono foinite di zampe atte al salto. Sono agilissime perhè volano, saltano 
e camminano rapidamente. Le larve succhiano gli umori delle piante 
e secernono dall'addone un umore a goccioline che produce poi la 
fumaggine sui rami e sulle foglie. Sono poco agili e sono per lo più 
coperte di sostanza cotonosa o cerosa bianca. Le punture col loro 
rostro e più ancora le incisioni fatte dalla femmina coli' ovoposi- 
tore, causano spesso delle escrescenze a guisa di galle. Metamorfosi 
incompleta. 

Abbiamo delle psillidi che intaccano il fico (Psylla ficus), «1 castagno, 
il melo, il pesco, il pero (Psylla pyri L. fig. 317), il ciliegio che guastano 
le gemme, i germogli, le foglie ed i peduncoli dei fiori. 

Mezzi di difesa: a) D'autunno lavare i tronchi e rami con acqua 
saponata e poi imbiancarli con latte di calce. 

b) In primavera, al primo apparire delle larve, sopprimere i ger- 
mogli e bruciarli. 



438 



e) Se l'invasione è forte, spazzolare la base dei germogli, dove 
si raccolgono per lo più le larve. Per uccidere poi le larve cadute a 
terra, irrorare il terreno con una soluzione di zolfocarbonato potassico 
al 10 Vo o con dell'acqua calda. 

d) Spolverare le piante con polvere di piretro e stendere sotto 
alle piante un lenzuolo per raccogliere le psille che cadono. 

e) Irrorare le foglie e germogli con la seguente soluzione : 



Acido fenico . 
Sapone molle . 
Acqua .... 



litri 0.500 
Kg. 0.500-0.750 
litri 100. 




Fig. :{17. 



PsijUa pijri. — 1. Poco ingrandita; 2-."?. Molto ingrandita. 
Sulle foglie in grandezza naturale. 



3. — Euplujlluid oliuina (O Costa) o psilla dell'olivo, Colonello, 
Bambacella dell'olivo, Eufìllura dell'olivo (fig. 314 e 316). 

Corpo tozzo, addone triangolare, colore giallo-verdognolo; elitre 
biancastre e leggermente verdiccie, ornate di punti neri. — Larve 
depresse, ovali quasi rotondeggianti, fittamente rivestite di sostanza 
bianca cotonosa. Le larve nutronsi di fiori o dei teneri peduncoli, im- 
pedendo il loro sviluppo. 

Sverna la psilla allo stato adulto sui ramoscelli alla base delle foglie. In niaggio, 
avviene l'accoppiamento e le femmine depongono le uova sulle foglioline apicali dei 
germogli oppure alla base dei racemi floreali. Dopo pochi giorni nascono le larve le 
quali rivestendosi di un involucro cotonoso sono facilmente visibili. 

Pare che compia in un anno 3-4 generazioni. 

Mezzi di difesa: Si consiglia la seguente emulsione saponosa di petrolio: 

Petrolio greggio .... litri G.5 

Sapone duro Kg. 2.5 

Acqua litri 4 



- 4['AÌ - 

Si scioij;lie coiii|)lelaiiieiile )ieiriK-(|iia calda il sapone duro, layliaii- 
dolo prima a piccoli pezzi. Indi si versa la soluzione ancora calda, 
allontanandola però dal luoco, nel jielrolio, agitando per bene in modo 
da ottenere una specie di crema che si può conservare in vasi. 

Per adoperare questa pasta contro la psilia, si sciof,'lie in '_'.')() litri 
d'acqua. 

Si usa questo rimedio con cautela, in modo che non abiiiano a 
risentirne danni gli organi più delicati della pianta. 

Rimedio più radicale sarebbe quello di raccogliere annualmente 
tutti i rametti fruttiferi che hanno, all'ascella delle giovani foglie, la 
nota sostanza cotonosa. Si jìerde cosi, è vero, una parte del rac- 
colto, ma si evita l'attacco dei rami sani e si distrugge una glande 
quantità d'insetti. 



XII. 
Afidi (pidocchi o gorgoglioni). 

1. — ("ili a/idi costituiscono una famiglia ricchissima di insetti, poco 
vivaci, di piccole dimensioni, [)oichè non superano i 6 mm. di lunghezza. 
Si moltiplicano anche per partenogenesi, ossia la femmina depone delle 
uova feconde senza l'accoppiamento del maschio. In un anno per via 
partenogenica si contano più generazioni. 

Intaccano sempre le parti più tenere delle piante, però sulla stessa 
pianta alcuni alìdi preferiscono le estremità dei germogli (lig. 'MH), 
altri le gemme, altri le foglie, i lìori, i frutti ed infine anche le radici, 
i rami ed il fusto. Vivono sempre in grandi colonie ed intai-cano le 
parti più riparate, cioè la pagina inferiore delle foglie, le parti riv(»lte 
a terra dei rami e le parti inferiori delle radici. 

Gli afidi inlaccano la pianta col loro ro.stro succhiatore e fanno si che gli organi 
si atrofizzano od ipertroflzzano ; i tessutisi disfanno nei punti lesi e muoiono. I.e foglie 
si increspano e diventano vescicolose. i rami giovani si incurvano o si deformano. Queste 
deformazioni sono dovute non soltanto alla irritazione dei tessuti prodotta dalle pun- 
ture, ma anche dal succhiamento degli umori della pianta e dalla inoculazione di un 
li<Iuido che emettono dall'apparato boccale e che avvelena i tessuti. 

Gli afidi, quando non trovano sufficiente nutrimento sopra una pianta od un organo 
da essi preferito, dalla forma attera passano alla forma alata, ed emigrano. .Vvvicne 
allora che una stessa specie nelle diverse stagioni vive sopra piante di natura diversa 
e su organi diversi, dando luogo anche a variazioni di forma. 

La diffusione artificiale però è la più temibile, e la fa luomo slesso trasportando 
piante o parti di piante o terra infetta 

Contemporaneamente alla distruzione degli alidi bisogna pensare a <(uelle delle 
formiche. Ln presenza di queste ultime so|)ra una pianta indica già nella maggior parie 
dei casi la i)resenza di afidi. Le formiche allevano e proleggono gli afidi poiché ghiotte 
di succhi dolci, lambiscono i loro escrementi che non sono altro che i succhi delle 
piante diventati dolci o meglio più concentrati, passando per l'apparecchio digerente 
dei pidocchi. Onesta melata che gli afidi producono, offre un eccellente substrato alla 
fumaggine (vedi pag. 411). 



440 - 



Per impedire che le loriiiiche salgano sul tronco, sarà opporUino isolare le piante 
ed impedire la salita con una striscia larga 10 cm. di carta pergamenata, legata ad 
anello all'altezza di 30 cm. dal terreno ed unta ogni 3 giorni da una sostanza vischiosa. 
Questa sostanza vischiosa può essere identica a quella consigliata per la Cheimatobia 
brumata (pag. 45(5), oppure si ottiene facendo sciogliere 
a caldo kg 1 di pece nera in 1 litro di olio di cotone 
o di sesamo. 

Molti icneumoni, la Cocinella septempiinctata, neu- 
rotteri e ditteri, distruggono una quantità di afidi. 

Le piante più colpite dai pidocchi sono anche le 
più estenuate per cattiva coltura; quindi il frutticoitore 
deve concimare e lavorare razionalmente il terreno, 
tenere sempre puliti i tronchi e rami, e d'inverno la- 
varli con acijua saponata al S% di sapone nìoUe; rac- 
cogliere e bruciare i ritagli dei rami di potatura. 





Fig. 318. 

Ramoscello di rosa 

coperto da afidi. 



Fig. 319. — Germoglio di pero intaccato dall' Aphis sorbi 
che col suo pungiglione fece accortocciare le foglie 
i'., grandezza naturale). - II. Individuo non alato del 
Myzus cerasi. - III. Individuo alato del Myziis cerasi. 



Quando si hanno piante in ambienti chiusi come nelle serre, è facile liberarsi 
dai pidocchi facendo dei suffumigi: si brucia circa 1 grammo di avanzi di sigaro 
dissecato per ogni metro cubo d' aria, in modo che le piante rimangono avvolte dal 
fumo per 5 o Ci ore. Nelle serre calde si possono spargere succhi di estratto di tabacco 
sui tubi del calorifero. 

Nella lotta contro gli alidi, dovendo ricorrere alle irrorazioni insetticide, si devono 
usare miscele deboli, atle ad uccidere gli alìdi vulnerabilissimi perchè non protetti da 
cera, ma non tanto forti da compromettere gli insetti che li divorano. Bisogna fare con 
molta diligenza le irrorazioni con insetticidi, adoperando dei polverizzatori finissimi 
che avvolgano la pianta come una nube. .Si opera sempre in giornate senza vento e 
pioggia, al mattino od alla sera o con cielo coperto. 

Una sola irrorazione non è sempre sufficiente: bisogna ripeterla alla distanza di 
10-15 giorni, per colpire i nuovi nati e quelli che eventualmente sono sfuggiti o che hanno 
emigrato. Siccome, a seconda delle specie o dello stadio di sviluppo, hanno diversa resi 
stenza ai liquidi insetticidi, così enumero le principali soluzioni che vengono adoperate : 
a) Soluzione saponosa ('/.-2 parti) nell'acqua calda di sapone molle, diluita con 
acqua fredda fino a portare al volume di 100. 



- Ili 



(".ontro l'atide del ribes e dell'uva spina: 
i Saponefinolle . . 2 parli 

hj Acqua 9.') 

' Spirilo denaturalo 15 
l'er combattere gli alidi del ciliegio e susino: 
^ Sapone molle .... 2 parli 
e) j Estratto di tabacco . . 1 , conlencnlc S-'.i"„ di nicotina 

' Acqua 97 

l'er combattere gli afidi del susino e melo : 
k Sapone molle 2 parti 
</; I.ysolo . . . '/.. - 
' Acqua . . 




Fig. 320. — Galle prodotte dall.l/f/jjs pistaci 



Fer combattere gli afidi del pero : 

( Estratto di tabacco 1-2 parli conlenenlc S-it^ di nicolina 

^^ I Acqua 99-98 „ 

Per combattere gli afidi del pero e melo ed il Fusicladium : 

\ Estratto di tabacco 2 parti contenente 8-9% di nicotina 
^'' ì Poltiglia bordolese 98 

gì Infusione al legno di quassio. A questo scopo si mettano in macerazione per 
2 giorni, Kg. 5 di legno di quassio in 20 litri d acqua. Si decanta il liquido e lo si porla 
a 100 litri, che si applica colle solite pompe 

Questo rimedio è da raccomandarsi specialmente per combattere gli alidi del pesco, 
quantunque possa servire anche per quelli del melo, pero e susino. K raccomandalo 
specialmente per il pesco poiché le foglie di i)esco sono piuttosto delicate per gli altri 
insetticidi e quelli poi a base di estratto di tabacco macchiano le pesche. 

Il) Contro gli afidi del ribes e dell'uva spina è indicala la seguente miscela : Si 
prepara a caldo una soluzione di 125 gr. di sapone molle in 'i, litro d" acqua e questa 
soluzione si versa lentamente, agitando di continuo in 2 litri di petrolio. Quando si ha 
ottenuto una specie di crema aggiungendo un altro litro di acqua, si diluisce il tutto 
con acqua fredda fino ad avere il volume di 100 litri. 

I principali afidi che si combattono con queste miscele sono quelli della Tab XI, Il 



- 442 - 



Afidi delle piante da frutto. 



Nome 
scientifico 


Piante 
intaccate 


Caratteri 
alata 


della forma 

attera 


Apliis auiyg- 
dali 


Mandorlo e 
pesco 


giallo ferrugineo 


giallo bruno tendente al 
rossiccio 


A. avellanae 
Sch. 


Nocciuolo 


verde 




A. coryli Gaetz 


» 


gialla 


bianco-giallognola pelosa 


A. grossulariae 
Kaltb 


Uva spina e 
ribes 


nera con addone verde 


verde erbaceo o bleu 


A. mali Fb. 


Melo, pero e 
cotogno 


nero con addome verde 


verde con capo rosso 


A . pei-sicae 
Kaltd 


Pesco ciliegio 
e susino 


nera lucente con zampe 
nere 


giallo verdastra con fascie 
traversali nere e al di 
sotto verde oliva 


A. pyri Fb. 

A. pistaciae 
(fig. 320) 


pero e melo 
Pistacchio 


giallo verdognola 


dorso nero con fascia longi- 
tudinale bianca 


A pruni Kocli 


Susino e pesco 


bruno polverizzato in 
bianco, addome verde 
giallastro 


verdastra con una linea dor- 
sale e due punti brunaslri 
all'addome 


A. ribis L. 


Ribes 


giallo verdognolo con 
macchia bruna sul 
corsaletto 


giallognola con macchie 
brune 


A sorl)i Kaltb 

(Hg. :ì1!I) 


Sorbo 


bruno scura; gialloros- 
sastra al di sotto 


sferica, giallo verdognola 


Hyalopterus 
pruni Koch 
(afide farine 
so del i)esco) 


Mandorlo, pe- 
sco, e susino 


verde chiaro con fasce 
traversali scure 


elittica coperta di polvere 
di cera 


Lachuns jug- 
landicola 
Kaltb 


Noce 


gialla con anelli ed 
antenne nere 


giallo pallida, appiattita 


Myzus cerasi 


Ciliegio e 
pesco 


nero brinia come il capo 


rosso bruna con macchie 
bianco giallognole 


M. pyrarius 


Pero 


nero bruno il capo e 
torace; giallo bruno 
l'addome 


nero pece e zampe bian- 
castre 



2. — Fillossera della vile (lìg. ;{21-322) (Phylloxera vaslalrix Planch). 
Si manifesta con un deperimento delle viti che si dillonde come una 
macchia d'olio. Nodosità alle l'adici e galle talvolta sulle foglie. 

Mezzi di difesa: a) Distruttivi: iniezioni nel terreno di solfuro di 
carbonio. 



- 4i:{ - 




Fig. 321. — Phyllo.veni vdstutri.r (molto iiifjrandila . 
a-b. Larve e madri altere gallicele e radicicole. - e. Ninfa di lìllossera alata. 
d, Fillossera alala o madre parlenogenica. - f. Femmina. - ni, Maschio. - o, Uovo. 





Fig. 322. — Radice di vite colpita dalla fillossera 



liK 321. 

(,ailosii:i e i)rotuberan/e 

rognose sopra un ramo 

di melo, dovute alla 

Scliizonetira lanigera. 



— 444 — 

b) (durativi : solfuro di carbonio, solfocarbonato potassico e la 
soiniuerslone. 

e) Si ricostituiscono i vigneti con viti americane resistenti oppure 
colla coltivazione nelle sabbie. 

3. — Schizoneura o pidocchio lanigero del melo (Scliizoneura o 
Myzoxylus lanigera Hausmann). É un afide molto dannoso e diflicile a 
distruggei'si che intacca specialmente il melo (fìg. 323), quantunque io 
r abbia trovalo anche sul pero e castagno. 

La forma attera è ovale, depressa, lunga mm. 2-5, col dorso gibboso, di color rosso 
bruno brillante volgente al nero e col corpo cosparso di materia cotonosa, di cui si 
serve per ripararsi d'inverno. 

La forma alata è di color f osco-bruno con corsaletto più pallido, addome carenato 
con 4 ali. 

Dallovo d'inverno nasce in autimno la larva, che iberna nelle screpolature. In 
primavera si ha la forma attera che si moltiplica per 8-12 generazioni per partenoge- 
nesi. La forma attera per diventare madre subisce 4 mute. La forma alata appare in 
autunno, si riproduce pure per partenogenesi e depone da ,3 3 6 uova, da cui nascono 
maschi e le femmine, le quali ultime, dopo accoppiate, depongono l'uovo d'inverno. 

In vicinanza dei tagli, presso le gemme, alla ascella dei rami, delle foglie ed al 
colletto e sulle radici della pianta, si notano delle macchie candide, cotonose, che schiac- 
ciate lasciano un umore sanguigno. Se la malattia è avanzata si notano tumori, come 
si vede nella fig. 323. 

L'effetto si manifesta con la incessante sottrazione di linfa epperciò un grave spos- 
samento della pianta nel mentre la irritazione suscita delle innumerevoli punture, 
conduce allo sviluppo di nodosità e di tumori al tronco e rami. Un poco alla volta 
({uesti tumori generano una specie di cancro che occupa anche tutta la circon- 
ferenza dei rami così da impedire la circolazione della linfa e perciò la nutrizione 
dei frutti. 

Non tutte le varietà di meli vengono egualmente intaccate. 'Vanno più soggette le 
varietà dai frutti più dolci come la Rambour d'inverno, la Calvilla rossa d'inverno, la 
Renetta di Cassel, ecc . così pure quelle che hanno la scorza dei rami poco consistente. 
La mela Gravenstein è delle piti resistenti. 

La quantità di generazioni, il riparo della cera, la formazione delle croste sulla 
corteccia, tutto questo impedisce che la lotta riesca completamente. 

Mezzi di difesa : La migliore epoca per combattere questo insetto è 
la fine di marzo ed aprile, prima che comincino le nuove generazioni. 

I mezzi di difesa che si possono consigliare sono i seguenti : 
a) All'epoca della potatura e non più tardi del mese di marzo, 
si poli largamente la pianta, si mondino i tronchi col pennato e coi 
raschiatoi; poi si distenda per mezzo di pennello una miscela di olio 
pesante di catrame dal 5 al 10 "/o, sapone 3 a 5 Voi acqua 97 a 9"), miscela 
fatta stemperando prima il sapone nell'olio di catrame, ed aggiungendo 
l'acqua gradatamente e agitando. 

Un rimedio molto pratico che provai ultimamente ad Imola è il 
carbolineo solubilizzato preparato in Francia e del quale è rappre- 
sentante per la vendita la Ditta Bonhglioli di Bologna. Per i trattamenti 
invernali si fa una soluzione al 0-4% e per i trattamenti estivi al 1-1 '/^Vo- 

Si abbia cura di far penetrare il liquido nei crepacci della scorza, 
nelle fenditure del fusto e dei rami, e dovunque vi siano ferite con 
cercini di cicatrizzazione o meno. 



— Ilo - 

b) Si bruciano, (|u:uido cadono sul terreno, i rilaj^li di scorza e rami. 

e) Operala (juesta prima cura d'inverno, alla primavera non sarà 
dilTicile di veder coni[)arire qualche colonia dell'alide, che l)isof»ner:'i 
(lislruff^eie prima che si dill'onda, ed asparj^ere su lutla la chioma della 
pianta una soluzione di sapone al li",,, per colpire f»li alìdi che even- 
lualmente si l'ossero sparsi su di essa, ojjpure la soluzione sopraindi- 
cata di carboliiieo solubilizzato. 

cij Per combattere la infezione sulle radici, conviene ricorrere 
all'uso dei solfocarbonali alcalini sciolti al U) 7„ nell'acqua, od ad inie- 
zioni ili solfuro di carbonio in raj^ione di IS-'iO cm.-' per m.'- 

11 Sig. A. Cadoret nel N. 2 del Proj^rés aj^ricole WH'A, raccomanda 
la seguente soluzione: 

Olio di lino ..... gr. 700 

Biacca 1">0 

Bianco di zinco 100 

Si la bollire |)er 10 minuti e poi vi si aggiungono, dopo rallVeddata 
la massa. 100 gr. di essenza di trementina. 

La miscela si applica con un pennello su tutte le parli iiilelU'. In 
solo trattamento generalmente basta. Per maggiore sicurezza si jìossnno 
l'are due pennellazioni, in autunno ed alla line di giugno. 



XIII. 
Cocciniglie. 

1. — Le cocciniglie formano un gruppo ricco di ollic 1000 sjìecie 
con i segueiìti caratteri comuni. 

Maschio con due ali, lunghe antenne e lunghe zampe, senza ro.stro. 

Femmine senza ali e spesso senza antenne e senza zampe, ma con 
un rostro breve. Dopo poco tempo si fissano sulla pianta succhiandone 
gli umori. In questo stato, per difendersi dai nemici esterni, o la pelle 
del dorso si indurisce, diventando coriacea (Lecunium Kermes), o si 
copre di cera in forma di polvere bianca (Duclylopius) o si copre di fila- 
menti cotonosi o di squame larghe di cera (Ceroplasles). 

La maggior parte depongono ova, da cui nascono le larve prive 
di ali, eliltiche, munite di zampe e di antenne con ó o articoli. Molte 
volte le larve stanno riparate per qualche tempo sotto il ventre della 
madre poi diventano mobilissime e sono esse che dillondono il male. 

Le cocciniglie hanno molti insetti predatori che le divorano oppure vivono sopra 
di esse parassitarie. Gli insetti predatori sono specialmente i Cocinellidi, i Dilter. e.l 



luche piccolissime vespe che comport; 



mdosi come la Prospaltelhi herlesei. consigliat 



dal Prof. Herlese per distruggere la Diaspis pentagona. divorano internamente le coc- 
ciniglie, lasciando di esse soltanto le spoglie. 



— 446 — 

I mezzi {generali di difesa contro le cocciniglie consistono: 

(i^nel favorire ia propagazione dei nemici naturali delle cocciniglie; 

b) nel curare le piante dalle fumaggini, le quali di solito accom- 
pagnano ogni invasione di cocciniglie; 

e) nel tagliare i rami molto colpiti, nel curare le ferite, nel dira- 
dare i rami troppo lìtti e nel calcinare quelli che rimangono. Tutti i 
brandelli di corteccia e tutti i rami tagliati devonsi bruciare sul sito; 

(/) nella spazzolatura dei rami meno colpiti con spazzole d'acciaio, 
per levare lo scudetto che ditìende le femmine ibernanti e farle cadere 
a terra. La spazzolatura si deve cominciare dai rami più alti; 

e) nel fare irrorazioni nell'inverno e durante la vegetazione con 
la miscela zolfo calcica nelle proporzioni indicate a pag. 3%. 





Fig. 325. 
Diaspis pcntagoiKi 

I femmina 1. 
(Irandezza naturale. 
/>, Ingrandito. 




Fig. 324. - Ramo di gelso 

colpito dalla Diaspis pentugotui. 

a, Scudetti delle femmine. - <(', .Scudetto ingr. 

/>, Follicoli dei maschi. - b'. Follicolo ingr.' 



Fig. ;?26. 

Diaspis pentagona (maschio) 

a, In grandezza naturale. 

b. Ingrandito. 



2. — Cocciniglia del gelso. (Diaspis pentagona (fig. 324-326) La fem- 
mina è gialla, pentagona, riparata da un scudetto di colore bianco bigio 
ed i maschi sono riparati nell'interno di follicoli che formano dei 
fiocchetti candidissimi. Si hanno 2-3 generazioni. 

I rami di due e più anni si presentano coperti da una crosta costituita dall'inva- 
sione di innumerevoli dischetti di color cenerognolo dalla lungh. di 1-5 mm. 

Per combatterla, oltre ai mezzi sopra indicati si ricorra alla disseminazione della 
Prospaltella berlesei, una piccolissima vespa che ha 5 generazioni, la cui larva succhia e 
vuota la diaspis. 



— -147 — 

Durante l'inverno si possono applicare due delle seguenti emulsioni, dopo la 
spazzolatura: 

a) Sciogliere in 1(1 litri d' acqua un ettogrammo di Soda Sohvay, aggiungervi 
2 ettogrammi di olio di pesce e per ultimo 9 ettogrammi di petrolio grigio o nero. 

b) Sciogliere in 10 litri d"ac((ua 1 ' ,. ettogrammi di Soda Solway. aggiungendovi 
!t ettogrammi di olio pesante di catrame ; agitare Ijene ed adoperare la miscela in giornata. 






Fig. .327. Fig. :{28. Fig.."?20. — Femmina di A/y/j/asp;.'! 

.Scudetto di Miililasiiis Larva di Mijtilaspis fiiltxi fiilixi adulta, veduta dal ventre 
l'iihxi molto ingrandito. molto ingrandita. ed ingrandita IO volle. 




:ì:{0. — Maschio di Mijtilaspis fulòa 
ingrandito 40 volte. 



Fig. 331. — Ramo di melo intac- 
cato dalla Mijtilaspis poiiìoriim. 



3. — Pidocchio il oiryold (Mytilaspis fulva o Lepidosaphes citricolaj. 
Lo scudo della femniiiia ha forma di viigola (fìg. 327) ("lunghezza 
2 3 mm.) di color rosso-bruno lucente: la larva (lìg. 328) è di color 
giallo-aranciato scuro. Tutto lo scudo è circondato da uno stretto orlo 



4-1 .S 



ceroso; la femmina (Mg. 229) è di color bianco; il maschio è rappre- 
sentato nella lìg. 830. Il MijtiUispis e V Aspidiotiis arrecano i maggiori 
danni agli agrumi. 

Per combatterlo, 2 o 3 irrorazioni ogni 10 giorni, colla miscela 
zolfo calcica (formola estiva), all'epoca della nascita delle larve della 
prima generazione. I rametti defogliati si tagliano ed abbrucciano. 

Sul melo abbiamo la Lepidosaphes 
ulmi L. denominata anche Mytilaspis 
pomorum, (fig. 331) che intacca il pero, 
nespolo, susino, ribes ed olivo. 





Fig. y^2 - Scudetti AéiX Aspidiotm 
limona (femmina) sopra un fram- 
mento di foglia di limone. 
Ingrandimento di 18 diametri. 



Fig. 333. 

Femmina di Aspidiotns limonii 

vista di sotto ed ingrandita 

23 diametri circa. 



4. — Bianca degli agrumi. (Aspidiotus limonii). Lo scudetto è cir- 
colare, giallastro, circondato da largo anello ceroso, bianco (fig. 332). 
Femmina gialla, discoide, convessa, senza zampe ed antenne (lìg. 333). 
Maschio alato, lungo 0.7 mm. con un lungo stiletto all'estremitàTaddo- 
minale. Larva elittica, ristretta alquanto alle due estremità, con antenne 
lunghe e pelose; apice dell'addone munito di piccole appendici coniche. 
Color giallo- verdiccio. Lungh. 0.3 mm. 

Alla fine di marzo si ha la prima uscita di larve e poi la schiusa 
dura tutto l'anno. 

I frutti si fanno bruni, si raggrinzano nei punti lesi e cessano di 
crescere. 

Si raccomanda la cura invernale ed estiva colla miscela zolfo- 
calcica. 

5. — Laspidiolus perniciosus, la cocciniglia S. José tanto dannosa 
nel Canada e Slati Uniti a tutte le piante da frutto, per fortuna non è 
stata ancora riscontrata in Europa. 

e. — Cocciniglia del fico. (Geroplastes rusci L.) si distingue come 
tutti i Lecaniti, perchè le femmine non si coprono di scudi protettori, 
ma o segregano lacca o cera, oppure la loro pelle semplicemente si 
indurisce al dorso e per lo più diventa bruna. 

Appartengono ai Lecaniti le seguenti specie: 

a) Pidvinaria della vite (Pulvinaria vitis L.) lig. 334. 

h| Filippia dell'olivo o cocciniglia cotonosa dell'olivo (Philippia oleae Costa). 

cj Cocciniglia dell'olivo (l.ecanium oleae Fabr) fig. 33'). 



— 449 — 

d) Cocciniglia cerifera del chinotto (Ceroplastes sinensis). 

e) Cocciniglia del pesco (Lecanium Persicae) che intacca anche il gelso, il susino 
e la vite. 

f) Cocciniglia delle esperidi (Lecanium hesperiduni Biirmeisteri lig. 337-3.59). 
.Si combatte con i mezzi generali già indicati. 






Fig. 335. 
Scudetti del Lecanium 
oìettf. ingrandito 3 volte. 



Fig. 336. — Femmina di l'ar- 
latoria xizii>hy. vista dal ven- 
ire ed ingrandita 10 volte. 



Fig. 331, 
Tralcio di vite colpito 
diilla Pnhniutriu nitis. 




Fig. 337. — Lecanium hespe- 
ridnin, visto dal dorso ed 
ingrandito circa 6 volte. 





Fig. 338. — Lecaninm hespe- 

ridnni, visto dal ventre 

ed ingrandito 6 volte. 



Fig. 339. — Larva di Lecanium 

hesperidum, vista dal ventre 

e molto ingrandita. 



7. — Pidocchio nero degli agrumi. (Parlatoria zizyphi Lucas) flg. 336. 
La femmina si copre di uno scudo bruno o cfuasi nero, lucente, di 
l'orma rettangolare, con carene longitudinali rilevate, circondate da una 
sostanza cerosa bianca. 



XIV. 
Papilionidi. 

(Farfalle diurne i cui bruchi rodono le foglie). 



1. — Sono farfalle con antenne relativamente corte, terminanti a 
clava, con le (5 zampe abbastanza sviluppate, tanto da essere atte a 
camminare, in ambo i sessi. Ali grandi coli' arco interno delle poste- 
riori alquanto concavo. 

I bruchi presentano due tentacoli carnosi, retrattili, iiosti sul ])rimo 
segmento. 

29 — Tam.^uo - Fnitlicolliira. 



- 450 - 

Le crisalidi si sospendono mediante un filo passato attorno al 
corpo ed hanno il capo diretto in alto. 

2. — Aporia Cralaegi L. (Farfalla del biancospino e del sorbo). I 
bruchi rodono le foglie anche del pero, del melo, del ciliegio e del sorbo. 

La farfalla (lig. 340j è bianca con nervature brune; in maggio-giugno 




Fig. 340. - Aporia Crataegi. 



depone le uova; dopo due settimane nascono i bruchi i quali co- 
prono le foglie con una ragnatela, se ne nutrono e vi ibernano. 

Mezzi di difesa: a) Raccogliere e distruggere i nidi clie si presen- 
tano come tele al principio dell'inverno e che sono facili a scorgei'si 

sui rami spogliati delle foglie. 




Fig. 3 ti. — l'apilio Po lì aliar US. 



Fig. 342. — Vanessa pohjchloras. 



b) Quando i bruchi sono appena nati ed ancora riuniti, spruz- 
zarli con una soluzione al 0.7 "/o di arseniato di piombo. 

e) Cacciare direttamente le farfalle la sera, quando stanno in- 
torpidite sui (ìori. 



— 451 — 

3. — I bruchi del Papilio Podaliiiriis L. (fig. 341) e quelli della 
Vanessa pohjchlonis L. (fig. 342) rodono pure le foglie del pesco, del 
melo, del susino, del mandorlo, del ciliegio e del castagno; si combat- 
tono come la precedente. 



XV. 
Farfalle grosse i cui bruchi (tarli) rodono il legno. 

1. — Rodilegno. (Cossus cossus L.) (fig. 343). Questa grossa farfalla 
e la seguente hanno bruchi che scavano gallerie larghe e lunghe nei 
tronchi degli alberi vivi, che vanno dal basso all'alto. All'ai^ertura delle 
gallerie si notano dei detriti di legno espulso. 

Il bruco è nudo, lucido, giallastro e misura lino a oltre 10 cm. di 
lunghezza. 




Fig. 343. — r.osxii/ì cossus. 

Le farfalle, durante il giorno, stanno immobili (giugno-luglio) sui 
tronchi, a poca altezza dal terreno e depositano le uova nei crepacci 
del tronco. 

Le larve appena nate penetrano subito nella scorza ma solo nella 
primavera dell'anno seguente entrano nel legno e vi fanno gallerie; 
dove rimangono per 3 anni. 

Bisogna uccidere il bruco nella galleria sia introducendo un filo 
di ferro acuto sia iniettando la seguente miscela : 

Solfuro di carbonio parti 9 
Creosoto 1 



Se ne imbevono piccoli batuffoli di cotone che si introducono nella 
galleria chiusa poi ermeticamente con un mastice. 
I bruchi muoiono asfissiati. 



^ 452 - 

2. — Zen-era pyrina. L. (Tarlo bianco degli alberi da frutto (ìg. 344). 
Questa farfalla predilige gli alberi da frutto; la precedente invece si 
trova anche su {|uelli da bosco. 

La farfalla è alquanto più piccola, bianca, con molte macchie dis- 




Fig. 3M. — Zeiizera piiriun. 

seminate, rotondeggianti, di color bleu. Depone le uova in luglio, alla 
base delle gemme; il rispettivo bruco passa poi nel tronco. 

Produce molti danni specialmente nei vivai ; si combatte coiìie il 
precedente. 



XVI. 
Farfalle grosse i cui bruchi rodono le foglie (Bombici). 

1. — I bombici sono per lo più di forma tozza, di grandezza media, 
col corpo coperto di peli più o meno fìtti e lunghi; le antenne sono 
piuttosto sottili ed allungale nelle femmine, pettinate invece nei maschi. 
Le loro ali sono generalmente bene sviluppate. Sono quasi tutti pretta- 
mente notturni ed i loro bruchi fìlano bozzoli. 

2. — Lijmaniria (F^iparis o Ocneria) dispar L. Bombice dispari : è 
uno dei più temibili per la sua grande prolificità e per la sua poli- 
fagia divorando il fogliame di un gran numero di piante da frutto. 

I.a femmina (flg. H45) è bianca con una screziatura bruna a zig-zag: il maschio 
è più piccolo, giallo terreo, marmorizzato in bruno (fig. 346'. 

In estate le femmine stanno sui tronchi o sui grossi rami o sotto le pietre, immo- 
bili, e depositano le uova sulla scorza dei tronchi in mucchietti ovali del diametro di 
t-.5 cm. che copre con la peluria gialla dell'addome. Si vedono bene sulle corteccie 
degli alberi dal luglio in avanti. 

Nella primavera successiva nascono i bruchi, i quali, dapprima uniti e poi separati 
rodono le toglie e passano da un ramo all'altro fino a che il bruco, alla fine di giugno, 
raggiungendo la lunghezza di 10 cm , si incrisalida. Dopo 15 giorni nasce la farfalla. 

Per combattere questo nemico occorre dare la caccia alle uova, sia 
raschiando le placche di uova raccogliendole in un sacco e poi bru- 
ciandole, o meglio ancora incatramando i mucchi di uova con un 



- 453 - 

pennello adoperando 15-20 % di olio di catrame emulsionato. In tal 
modo le uova vengono asfissiate. 

3. — Euproctis clìrijsorrhoea. (Liparis o Porthesia chrysorrhoea) 
(fìg. 347). E' chiamato bruco peloso degli alberi da frutto. La farfalla è 




Fig. 345. 
ì.ijiiianlrìa \Ocnerìa) dispar (femmina). 



Fig. 34(j. 
Limantria (Ocneria) disiìar ( maschio i 



bianca, soltanto l' estremità posteriore è color 
come la seta. Le larve sono pelose e metà più 
precedente. 



giallo d' oro, lucido 
piccole della specie 



In luglio, le farfalle depongono le uova sulle foglie a striscie larghe un centimetro 
e lunghe parecchi centimetri, tortuose, rivestite di peluria dell'addome 

Dopo 15 giorni nascono i bruchi, 
che si raccolgono subito a centinaia, 
rodendo il parenchima delle foglie e 
avvolgendole con molti tili serici, fra i 
quali ibernano. Neil' anno successivo, i 
bruchi si separano divorando ancora le 
foglie, fino al jteriodo dell' incrisalida- 
mento (giugno l 





Fig. 347. 
Hiiproctis chrysorrhoea (l'orthesiaj. 



Fig. 348. 
Orgijd antiqua (femmina, maschio e bruco) 



Per difendersi durante l'inverno, bisogna raccogliere e bruciare i 
nidi che sembrano macchietti di foglie dissecate. 

4. — Orc/yia antiqua L. (fìg. 348). Il maschio ha le ali bene sviluppate 
mentre le femmine hanno due monconi. 

Le ali anteriori del maschio sono brune con alcune fascie trasver- 
sali nerastre più o meno spinate ; le posteriori sono bruno-nerastre. 



— 454 — 

I bruchi sono pelosi, grigi, con lince e disegni giallognoli e con 
ciuffi di peli sul dorso, posti sopra verrucosità. 

Hanno due generazioni, in maggio e sulla (ine di agosto, e si cibano 
di foglie. Le ])iante danneggiate sono l'albicocco, il cotogno, il melo, 
il lampone. 

Mezzi di' difesa : a) Raccogliere e distruggere ,i bruchi scuotendo 
i rami. 

b) Distruggere durante l'inverno le ova]che si trovano sui bozzoli 
attaccati^ai tronchi o sulle Toglie disseccate. 

5. — Melacosoma (Gaslropaclia o Bomhyx neiistria L.) (lig. 34y-350j. 
Farfalla di colore uniforme giallo-ocraceo con due linee trasverse oblique 
sulle ali anteriori. Lunghezza 13.5-18 mm. 




Fig. 349. — Bombijx netistria. 




Fig. 350. - Bruco della Bombix neiistria. 



Bruco di color turchino-grigiastro con una linea longitudinale 
bianca e 6 strie, 3 per lato, interrotte, di color giallo-rosso. 

La femmina depone' le uova ad anello sui rami; in primavera nascono i bruchi 
che fino alla 3* muta vivono insieme entro "una tela formata di fili ove si rifugiano du- 
rante la notte. 

Ai primi di giugno incrisalidano e tessono un bozzolo fra le foglie od i crepacci 
della corteccia. In luglio si ha la farfalla. 

I bruchi vivono delle foglie di quasi tutti gli alberi da frutto. 

Si combatte tagliando i rami cogli anelli delle uova e bruciandoli. 
In giugno si raccolgano i bozzoli e si distruggano i bruchi, in pri- 
mavera, alla notte, quando sono raccolti fra i fili serici. 

6. — Lasiocampa qiiercifolia L. (fig. 351) Farfalla foglia morta o foglia 
di quercia, chiamata così per il suo colore. 

Ha 4 ali dentate, bruno-rossiccie con qualche riflesso violaceo 
air apice, ornate di tre linee trasversali nerastre, ondulate. Corpo 
bruno-rossiccio. Durante'il riposo tiene le ali anteriori piegate a tetto- 
Bruco grigio-bruno, con due colaretti siti tra il primo e il secondo 
e fra il secondo e il terzo anello. 

I bruchi danneggiano dall'aprile al giugno e in settembre, le foglie 
del pero, del melo, dell'albicocco, del pesco, del ciliegio e del susino. 

Mezzi di difesa: Raccolta dei bruchi in un lenzuolo scotendo la 
pianta al mattino. 

7. — Dasgchira piidibunda L. (lig. 352). La farfalla ha un' apertura 
d'ali di 45-50 mm. Le ali anteriori sono grigie con tre strisele trasversali 
scure; ali posteriori bianche con una fascia nebulosa brunastra. 



455 



Bruco giallo-zolfo, con molli ciuffi di peli, dei quali uno rosso, 
all'apice dell'addonie. Lungh. 40 nini. 

Le ova vengono deposte in maggio, sui rami. I bruchi rodono le 
foglie meno le nervature ed in estate si incrisalidano nascondendosi 

fra le foglie od all'ascella dei rami, 
ù.^j^ìZ^r^ \ u formando un bozzolo serico, bianco- 

v^ !-• - ^ \ A&S ^ Danneggia i rovi, i meli, i nocciuoli, 

le noci, i castagni. 





351. — Lnsiociiinpa guercifolia 



Fig. 352. — Dusijchiru ìutdibiinda. 



Mezzi di difesa: a) La caccia al bruco è l'unico mezzo pratico 
eflìcace, e si fa al solito scotendo di prima mattina le piatite per farlo 
cadere sopra una tela. 

b) Tenere sgombro il terreno sottostante, levando le foglie e le 
vecchie corteccie, che vanno abbruciate. 



XVII. 

Geometre o Misurine. 



1. — Corpo medio, piuttosto esile, ali relativamente molto ampie; 
la femmina non raramente manca di ali oppure le ha monche. 



I bruchi portano 3 paia di zampe vere e solo poche (pei 
due ventrali posteriori e due anali spingitrici) zampe false 
per camminar.e devono spingere il 
corpo in avanti, poi, fermatisi sulle 
zampe toraciche, inarcare il corpo 
e portare la parte posteriore di esso 
in modo che l'ultimo paio di zampe 
tocchi o quasi l'unico jiaio di zampe 
ventrali. Questi bruchi, se toccali, si 
drizzano appoggiandosi suH' ultimo 
paio di zampe cosi da sembrare ra- 
moscelli. 

2. — Abraxas yrosstilaricda L. (fig. 353). La 
giallo-biuuo e con una macchia nera nel mezzo 



lo più 
perciò 




Fig. 353. — Abraxas grossulariala. 



farfalla con corsaletto 
capo nero con antenne 



brune; addome giallo- fulvo con macchie nere sul dorso e sui lati; ali 



— 456 — 

anteriori a fondo bianco; ali posteriori con una serie di macchie nere 
lungo il margine e grossi punti sparsi. Lunghezza 17 mm. 

Bruco bianco cereo, con una macchia nera sopra ogni segmento. 
Lunghezza. 28 mm. 

Verso sera, in luglio ed agosto, la farfalla depone delle ova gialle sulle foglie. I 
bruchi all'inverno si ritirano al piede delle piante, si avvolgono nelle foglie cadute per 
risalire nella primavera successiva a rinnovare i guasti. In giugno si hanno le crisalidi 
attaccate con fili ai rami. I bruchi rodono le foglie, i germogli, i fiori dell'albicocco, 
susino, ribes, uva spina, mandorlo. 

Mezzi di difesa: a) Raccogliere e distruggere le foglie cadute in 
autunno. 

b) Vangare d'inverno il terreno. 

e) Distruggere sulle foglie le ova depositate che si conoscono 
facilmente pel colore giallo. 

dj Uccidere i bruchi al mattino, quando le piante sono ancora 
bagnate di rugiada, polverizzandole con polvere di tabacco oppure 
lìori di zolfo, cenere, calce viva, fuliggine fresca. 

e) Irrorare le foglie dopo la raccolta dei frutti colla seguente 
miscela: 

, Arseniato di piombo .... gr. 800-1000 
Fior di farina o melassa . . „ 1000 
Acqua litri 100 

Si impasta la farina in poc'acqua e vi si aggunge l'arseniato di piombo rimesco- 
landolo bene; poi si versa il tutto nel recipiente contenente il resto dell'acqua. La 
miscela si deve mescolare ogni volta che la si mette nella pompa. 

Se l'arseniato di piombo è in pasta, come è da preferirsi, allora lo si scioglie in poca 
acqua e poi si versa la soluzione nel resto dei 100 litri di acqua, senza bisogno di me- 
lassa o di farina (Silvestri). 

3. — Cheimatobia briimula L. (Ilg. 8.54). 1! maschio ha le ali anteriori 
rosso-grigie con linee ondulate scure sfumate e le posteriori di colore 
più chiaro. La femmina ha mozziconi di ali. 

Il bruco da grigio diventa giallo-verdognolo. 

Le femmine appaiono in novembre-dicembre e, salendo dal terreno 
sul tronco, depongono le ova sulle gemme. La larva appare ai primi 
di maggio e divora le foglie legandole assieme a due a tre formando dei 
gomitoli. Divora anche i fiori e le gemme di quasi tutte le piante da 
frutto ma in special tnodo il melo, il pero ed il ciliegio. 

Mezzi di difesa: a) Prima dello sfarfallamento, dalla metà di ottobre 
a metà dicembre, si fa intorno all' albero, all' altezza del terreno di 
m. 1.50, un anello di sostanza vischiosa largo 10-15 cm. oppure si lega 
strettamente intoi'no al tronco una striscia di carta i)erganienata, 
resistente alle pioggie, che si spalma con la sostanza vischiosa. 

Per sostanza vischiosa si può adoperare il goudron oppure una miscela in parti 
eguali di goudron ed olio di pesce, oppure una delle seguenti miscele. 

Si scaldano assieme 500 gr. d'olio di colza e altrettanto di strutto di porco, fino alla 
fduzione di V3. Poi si aggiunge un eguale peso di trementina e di colofonia e si 



mescola semj)re fino a fusione completa. La massa deve ridursi come quella di un 
sciroppo concentrato. Se è troppo liquida, si prolunga la cottura, se è troppo densa si 
allunga con un po' di olio. Ben preparato questo vischio dura per tre mesi. 

Il vischio cosidetto di Oberlin si prepara, pesando in parti eguali olio e colofonia 
I pece ragia). Si fonde la seconda in un vaso di terra, si aggiunge l'olio e si mescola 
tino a che la massa sia completamente rappresa. 

lutine si può preparare un buon vischio, riscaldando con precauzione, in un reci- 
piente di ferro, 700 grammi di catrame (goudron) di legno e .")00 grammi di pece ragia, 
agitando continuamente. Quando la fusione è completa, si aggiungono ,500 gr. di sapone 
nero molle e poi ;iOO gr. di olio di pesce. Si leva 
dal fuoco e si continua a mescolare fino a che 
la massa sia raffreddata. 





Fig. K4. — C.heimatobia briinnitii. 
a, maschio : b, femmina : e, bruco. 



Fig. 355. — Hiberiiiii defoliaria. 
a. maschio : />, femmina : e, bruco. 



E' prudente, ogni 10 giorni, rinnovare l'unguento e levare ogni 
giorno le farfalle che si sono attaccate. 

b) Distruggere le uova sui rami specialnienle in vicinanza alle 
gemiue od alla base dei germogli. Si può applicare la seguente miscela: 



Calce viva . . 
Sale comune 
Silicato di soda 
Acqua . . . . 



Kg. 6.795 a Kg. 9.0(50 

0.906 „ 1.;ì')9 

0.227 „ 0.453 

litri 36.344 



Si spegne la calce in poca acqua, circa la metà (hS litri); nell'altra 
si scioglie il sale e il silicato, (juindi si uniscono i due liquidi. 

Con questo miscuglio si pennellano i gruppetti di 20 a 40 uova, 
facilmente riconoscibili per il color rosso -arancio. Dopo poco tempo 
le uova scompariscono. 

Con questo miscuglio si distruggono anche le uova delle Psylle. 
e) Irrorare le foglie con l'insetticida indicato per i bruchi del- 
l'Abraxas. 

4. — Hibernia defoliaria (llg. 355). 1 bruchi di questa farfalla come 
quelli della precedente distruggono le foglie, i fiori e le gemme di 
quasi tutte le piante da frutto. 

La farfalla ha le ali anteriori di forma triangolare di color bruno giallo-chiaro, 
con due grandi fascie brune e nerastre, che dividono la superficie dell'ala in tre campi, 



— 458 — 

di cui il basilare è quasi del tulio bruno, il mediano ò carallerizzato da un grosso punto 
nerastro. Orlo bianchiccio con macchie nere. Ali inferiori giallo pallide con piccoli 
punti neri o bruni. Apertura alare 40 mm. ; lungh. 11-12 nini. Le femmine sono attere. 

Bruco <li color rosso bruno più o meno scuro. 

Appare in ottobre e la femmina depone le ova sui rami in vicinanza delle gemme. 
1 bruchi nascono in aprile e si nascondono fra le gemme sboccianti, avviluppandole 
con fili serici. Nel terreno incrisalidano in luglio. 

Si combatte come la precedente. 



XVIII. 
Tortrici. 

1. — Le lortrici hanno antenne lìlil'orini nei due sessi. Palpi labiali 
soltanto visibili. Succhiatoio corto e non sviluppato. Addome conico- 
cilindrico, terminato da un ciulfo di peli nei maschi. Zampe corte, le 4 
posteriori armate di 4 spine corte. Ali inclinate a tetto, le anteriori più 
grandi delle posteriori. Bruchi con 16 zampe, sparse di tubercoletti 
piliferi poco distinti. 

Le tortrici hanno, per le dimensioni, molti rapporti cogli altri 
Microlepidotteri, ma la loro struttura le ravvicina specialmente ai 
Noctui. Nello stato di larva, molte involgono con seta le foglie o i fiori 
delle piante; altre vivono insinuandosi nei tessuti molli, in particolare 
in quelle dei frutti. Ordinariamente solitaiie, queste larve incrisalidano 
nel viluppo formato da ciascheduna, nei cunicoli o si gettano in terra. 
La maggior parte ha una sola generazione nell'anno, e sverna come 
larva o crisalide. 

Le farfalle vivono di giorno al coperto, nascoste e quiete, ma sono 
facili a muoversi e prendere il volo. La maggiore attività loro è la 
sera o la notte. 

2. — Coclujlis (Cochylis ambiguella). Tignola o verme 

dell'uva (fig. 356). Ali di color giallognolo; quelle anteriori 

sono attraversale da una larga fascia bruna e circondate 

Q f. ,■ danna trangia più lunga nelle posteriori. 

ambiguella. Bruchi dapprima grigi, poi rosso-carne od anche 

verdognoli. 

Alla metà di maggio quando i germogli sono lunghi 10 cm., nascono le farfalle 
dalle crisalidi che ibernano sul ceppo o sui pali della vite e depongono in maggio da 
30-40 uova sui grappolini - dopo 10 giorni nascono i bruchi che formano un groviglio 
di grappolini con fili serici, divorandoli. La seconda generazione si ha nella i)rima de- 
cade di agosto: i bruchi danneggiano gli acini internandosi in questi e facendoli poi 
avvizzire. Una terza generazione si ha sugli acini in corso di maturazione. Le crisalidi 
della seconda generazione si trovano sui margini delle foglie e nei racimoli; quelle 
della terza negli acini disseccati. 

Mezzi di difesa: a) Vendemmia anticipala e raccolta accurata dal- 
l'agosto in avanti degli acini guasti o caduti in terra. Distruzione di 
questi fuori della vigna. 



450 — 



h) Nei locali dove si conserva l'uva, anticipare in l'ebbraio lo 
slarrallaniento delle crisalidi che si trovano sulle pareli, mediante il 
calore e chiudere le finestre con tele per impedirne l'uscita. 

e) Allontanare durante l'inverno tutti i residui della potatura, 
dopo aver scortecciato accuratamente i tronchi delle viti, spuntate le 
canne e passati sulla lìamma i pali tutori. Si noti che la parte inleriore 
del fusto è più coperta di solito di crisalidi. Se ci sono screpolature 
tanto sul ceppo quanto sui pali, bisogna ripassarle col coltello e dis- 
infettarle. A tale scopo si versa dell'acqua bollente sui ceppi come per 
la i)irale. 

d) Caccia alle farfalline della prima età per lutto il mese di 
maggio, finché se ne trovano. 

e) Raccogliere in agosto gli acini guasti e poi bruciarli. 

3. — Polychrosis (Endemis) bolrana Schilf. Tortrice del grappolo 
d'uva. Presenta costumi analoghi alla Gochjiis, ed a questa si sosti- 
tuisce nelle regioni meridionali Ha con questa anche una certa rasso- 
miglianza, soltanto le ali anteriori hanno un colore fondamentale 
giallo-terreo, con macchie scure e nella parte submediana una macchia 
trasversale rossastra. Le ali posteriori sono grigie. 

Si comballe come la Cochylis. 



4. — Sparcjanolhis pilleriaiia 
Schilf. (Oenophlira pilleriana, Oe- 
nectra pilleriana). Pirale della vile 
(Mg. 357). 



■■y:.r^ 








inseUo perfetlo ; b] insetto e larva. 



.\li anteriori di color giallo-cannella-chiaro, con rillessi dorati e verdi con tre 
strisele strette, rugginose: le posteriori sono grigie, iridescenti. Apertura alare 22-30 mm. 
e lunghezza del corpo 1,5-16 mm. 

Bruco verde sporco con (re strisele longitudinali scure o giallastre e con i bitor- 
zoletti bianchicci in due serie longitudinali, ciascuno dei quali porta un pelo setoloso. 
Testa grossa e nera. 

Appare alla fine di maggio e solo al tramonto. La femmina depone circa 60 uova 
sulla pagina superiore delle foglie della vite. Uopo 10 giorni nascono i bruchi che rosic- 
chiano leggermente le foglie e poi si lasciano cadere giù per un filo e vanno sul tronco 
<love, tessendo un bozzoletto <lelicato. serico, si incrisalidano. Nella primavera succes- 
siva risalgono il fusto rodono le gemme e le estremità dei germogli aggrovigliando le 
foglie e cibandosi di esse fino alla (ine di giugno epoca in cui si incrisalidano. Il danno 
non è sollanlo direUo ma anche indiretto, perchè impediscono lo svilup]io delle foglie e 
dei grappoli a causa dell'aggrovigliamento. 



— 460 - 

Mezzi di difesa: Per il fatto, che a difFei-euza delle due precedenti 
l'nrfalle, questo insetto passa l'inverno sui tronchi allo stato di larva 
adulta lievemente protetta da un involucro sericeo, cosi uno dei mezzi 
più raccomandali è quello di dare la caccia ai bruchi ibernanti sui 
ceppi e sui sostegni, ira il mese di gennaio o quello di marzo. 

Dopo aver fatto una accurata pulizia del tronco e dei pali con 
spazzole d'acciaio che possano penetrare anche nelle fessure si può 
fare una aspersione di insetticidi specialmente dell'emulsione fatta colla 
forinola Targioni, cosi da lui enunciata: 

" Prendi da un lato : solfuro di carbonio (o petrolio) parti 10 in 
peso e olio di pesce parte 1, e dall'altro potassa del commercio parti 
2 e acqua parti 10. Mescola le due soluzioni agitandole in un vaso di 
legno o altro e aggiungi 50 parti d'acqua. 

" Adopera l'emulsione che, per operare sui rami più giovani e sulle 
foglie, potrà essere maggiormente diluita con acqua. „ 

Un'altra eccellente pratica ])er sbarazzarsi della pirale è quella 
(line luglio o principio agosto) di ricercare le placche di uova sulla 
pagina superiore delle foglie, e distruggerle. 

In Francia ove l'invasione della pirale assume talvolta i caratteri 
d'un vero flagello, è molto usata la caldaia a pirale e cioè una caldaia 
portatile in cui si porta 1' acqua all' ebullizione, e che è munita d' una 
catìettiera per spandere quest' acqua sui tronchi durante l' inverno, 
disinfettando anche i tutori e sostegni della vite. 

5. — Vermi dei frulli. Sotto questo nome si intendono quei bruchi 
che si trovano nell'interno dei frutti del pero, del melo, del noce, del 
susino, del lampone, del pesco e del castagno. 

Anche ciuesti sono bruchi di piccole farfalle, appartenenti alla 
medesima famiglia delle precedenti, che svernano allo stato adulto 
entro bozzoli situati tra le screpolature o sotto la scorza degli alberi. 




Fig. 3.j8. — Carpocajìsa jiomonelìa. Fig. 'AVd. — Carpocapsa pruniamt. 

Alla line di aprile o ai primi di maggio si hanno le farfalle che depon- 
gono le uova nei giovani frutti. Le larvette penetrano per il calice e 
scavano una galleria divorando la polpa. In giugno ed in luglio si 
hanno di nuovo gli adulti. 

Si hanno ordinariamente due generazioni. 

I danni possono essere gravi poiché le frutta bacate cadono a terra. 

II verme delle mele e pere è il bruco della Carpocapsa poiiwnella L. 
(lig. 308); quello delle susine della C priiniana Hb. (fig. 359;; quello 
del lampone della C. /oòo/ana ; quello delle castagne della C. splendami 
Hb. ; quello del noce della C. amplana. 



— 461 - 

Mezzi di difesa: 1. Raccolta e distruzione giornaliera dei frutti 
bacati e caduti. 

2. Irrorazioni arsenicali. 

I fiori e i frutti devono essere coperti preventivamente con una 
soluzione di solfato di rame 1 Vo- di calce 1 % e di arseniato di piombo 
1 7o. Si prepara prima la poltiglia bordolese e poi vi si aggiunge per 
ogni hi. 1 kg. di arseniato bene sciolto preventivamente nell'acqua. 

Si spruzzerà (piesta miscela su tutta la pianta, specialmente sui fiori, 
con una irroratrice che polverizzi bene il liquido, avendo l'avvertenza 
di ripararsi il viso con un velo sottile, perchè illiquido è molto velenoso. 

Le irrorazioni si faranno abbondaiìti in tre riprese: 

a) quando i fiori sono ancora chiusi in bottoni ; 

b) alla fine della fioritura ; 

(•; una quindicina di giorni dopo il primo trattamento. 

3. Disporre dei stracci per rifugio ai bruchi, alla biforcazione 
dei rami, in autunno. 

4. Raschiatura dei fusti e dei rami per uccidere il massimo nu- 
mero di larve il)ernanti e dare poltiglia bordolese densa al 4%, du- 
rante l'inverno. 



XIX. 
Tignole. 

1. — Le tignole hanno le antenne semplici in ambo i sessi; suc- 
chiatoio mancante o rudimentale. Addome corto, cilindrico. Zampe 
lunghe e speronale. Ali nel riposo coprenti il corpo a guisa di tetto 
arrotondato, le superiori lunghe e strette, le iiìferiori ancora più strette, 
frangiate e coperte dalle superiori. Bruchi lisci con 1(5 zampe. 

Le larve vìvono raramente libere, o spesso sono minatrici delle 
foglie, scavaiìdo gallerie fra le due pagine di esse, o le avvolgono in 
forma di tubo aperto a una estremità, o formano con bave di seta, 
con frammenti e tritumi una specie di fodero, o avviluppano fiori e 
foglie formando groviglioli. entro i quali si nascondono solitarie oppure 
in colonie numerose, prima vivendo in comune, poi ciascuna da sé, 
in un bozzoletto più fitto, per trasformarsi. 

Altrimenti, la trasformazione si compie da ciascuna separatamente, 
nel luogo stesso dove la larva ha vissuto o si è stabilita all' ultimo, 
dentro il fodero suo o in luogo riposto. 

2. — HijponomeiUa inalinella L. Tignola del melo (fig. 360). In 
aprile appaiono i bruchi che hanno svernato e si costruiscono un nido 
serico col quale avvolgono le gemme e le foglie novelle del melo. Con- 
sumate queste, passano ad altra parte del ramo cosi da sfogliare comple- 
tamente una pianta. Si incrisalida in giugno ed in luglio si hanno le 
farfalle che depongono le ova alla base o dei rami o delle gemme o 
dei piccioli delle foglie. 



— 462 — 

Mezzi di difesa : a) Abbruciare i nidi con una fiamma. 
b) Schiacciare i bruchi quando sono piccoli, avvertendo che si 
lasciano cadere facilmente appesi ad un lilo serico. 

e) Irrorare tutta la pianta nella prima settimana di maggio colla 
poltiglia arsenicale preparata sciogliendo 1 Kg. di arseniato di piombo 
in 10() litri di poltiglia bordolese all' 1 7o 

Quest'ultima viene usata per lissare larseniato di piombo e per otte- 
nere una maggiore aderenza sulle foglie. 

Bisogna usare i composti arsenicali con precauzione, trattandosi 
di sostanze molto velenose. Bisogna lavare le pompe accuratamente 
e le mani, appena l'operaio ha iìnito di operare. Sarà bene anche che 
r operaio sia munito di una 
sottile maschera di velo. 




Fig. 360. — Hijponomeiita malinella. Fig. 361. — Hyponomenta cognatella. 

3. — Altre tignole simili che danneggiano egualmente le piante da 
frutto sono : V Hi/, padelliis L. che intacca il susino ; VHi/. evoni/melliis L. 
che intacca il ciliegio-, VHy. cognatella Uh. (fìg. 361) che intacca il 
susino ed il ciliegio. 

4. — Tignola dell'olivo (Prays oleellus F.). La farfallina ha le ali 
anteriori bianco-cineree, lucenti, variegate di nerastro; ali posteriori di 
color cinereo-cupo. 

Bruco lungo 8-9 mm., di color cenere-gialliccio. 

Appare per 3 volte in un anno. I bruchi danneggiano l'olivo, intro- 
ducendosi nel parenchima delle foglie e scavando gallerie sia ro- 
dendo le gemme fiorali sia penetrando nei frutti per cibarsi del seme 
contenutovi facendoli poi cadere. Sugli olivi colpiti si notano le foglie 
con macchie rossiccie e semitrasparenti e si ha la caduta in settembre, 
delle olive bacate. 

Mezzi di difesa: a) Raccolta e distruzione delle foglie danneggiate 
in febbraio-marzo. 

lì) Raccolta precoce delle olive bacate per molirle subito. 

cj Irrorazione dei fiori,, in maggio od ai primi di giugno, colla pol- 
tiglia bordolese all' 1 7„ a cui si aggiungono grammi 700 di arseniato 
di piombo. 

5. — La Tignola degli agrumi. (Prays ci tri Mill.) è una piccola far- 
fallina, con apertura d'ali di 10-12 mm. Le ali sono di colore cenerino, 
sparso di macchie e punteggiature brune sulle ali anteriori e nel 
margine cubitale delle ali posteriori. 

Larva lunga 6-8 mm. cilindrica, verdognola-chiara se giovane, poi 
diventa bruna o giallognola, con linea stigmatica più chiara ; linea 
dorsale bruna. 




- 463 — 

La femmina depone poche uova fra il calice ed i petali dei limoni ; 
il bruco si insinua poi fino all'ovario e guasta tutti gli organi llo- 
rali, avvolgendoli con una ragnatela. Pare che abbia 5 generazioni : 
aprile, maggio, agosto, ottobre e novembre. Danneggia lutti gli agrumi 
ma specialmente il cedro e il limone. 

Mezzi dì difesa : Raccogliere e bruciare le infiorescenze intaccate. 

Irrorare preventivamente, all'epoca in cui si hanno le generazioni 
con la poltiglia raccomandata per la tignola dell'olivo. 

6. — Tignola minalrice del sorbo. (Lyonetia clerkella) (fig. 362). 
Oltre al sorbo intacca il pero, il melo, il nespolo, il susino, l'albicocco 
e il ciliegio. 

La farfallina ha le ali anteriori grigio-pallide, percorse longitudi- 
nalmente da una stretta fascia bruna. Ali posteriori più scure munite 
di larga frangia. Lungh. 3 mm. 

Le uova vengono deposte sulle foglie il 
bruco scava nel parenchima una galleria ser- 
peggiante. Quando è maturo ne esce e forma il 
bozzolo sulla foglia stessa o su qualche ramo. 
Le foglie intaccate presentano solchi traspa- , 
renti, tortuosi. 

Si combatte raccogliendo e bruciando le 
foglie. ;:^^f 

7. — Tignola del fico. (Simaethis nemorana '^^Mi 
Hb.) Questa tignola, che oltre alle foglie intacca y^fM 
i frutti del fico, ha le ali ad orlo sinuoso, di v^ ' 
color bruno-cannella, più chiare alla base e i~. 
con due linee trasversali ed il margine di co- ^^' 
lor bruno ferruginoso; ali posteriori giallo- ^\^ ^ 
grigie. Lunghezza 6 nmi. "^ f -^ 

Bruco verdiccio, lungo 14 mm. con capo t- 

giallastro, macchiato ai lati, tubercoletti neri H 

muniti di peli sui segmenti. Lungh. 14 mm. l\ 

In luglio i bruchi rodono le foglie non la- % 

sciando che le nervature e intaccano la buccia Fig. 362. — Foglia di ciliegio 

j . ~ ... P j ,. . j t^- u j con gallerie prodotte dalla 

dei frutti, facendoli poi cadere. Si hanno da L,,onetien clerkella. 
una a tre generazioni. Le foglie vengono ac- 
cartocciate e legate con fili serici, dentro l'insetto compie le meta- 
morfosi. 

Mezzi di difesa: a) Levare ed abbruciare le foglie intaccate. 
b) Irrorare le foglie, colla poltiglia bordolese al sapone. Spe- 
cialmente la prima volta, in luglio, bisogna fare questa irrorazione 
con molta cura. 



I 



— 464 — 

XX. 

Scarabei. 

1. — Maggiolino. (Melolontha melolonta L.) (fig. 363). E' un insetto 
molto comune , che esce in aprile-maggio ed in 8 giorni distrugge 
le foglie di tutti gli alberi. Appare di solito ogni tre anni, poiché la 
femmina depone le uova nel terreno a 9-12 mm. di profondità ; le larve 
si cibano di giovani radici nel terreno per compire nel suddetto 
tempo il loro ciclo vitale. 

Mezzi di difesa: a) Caccia diretta agli insetti perfetti scotendo gli 
alberi al mattino e dandoli poi ai maiali. 




Fig. 



Maggiolino. 



Z;^ Caccia alle larve in primavera, facendo seguire l'aratro da 
tacchini, polli, ecc. 

e) Iniezioni nel terreno di solfuro di carbonio in ragione di gr. 30 
per m-, in due dosi, nei mesi di novembre e marzo seguente all'annata 
della deposizione. 

dj Innestare alle larve il fungo del calcino (Botr(/tis tcnella) perchè 
co! contagio si moltiplichi il calcino. 

2. — Carruga delle vile. (Anomala vitis Fabr.). Insetto perfetto 
di un bel color verde-metallico brillante, rare volte dorato, azzurro 
o violaceo; protorace marginato di giallo; addome verde, bronzato 
o violaceo. Lungh. 12-17 mm. 

Larva con capo giallo-rossiccio ed il rimanente del corpo bianco- 
gialliccio, con macchia gialla sui lati de primo segmento. Lungh. 11 mm. 



~ 465 — 

La larva vive sotterra in luoghi sabbiosi ed umidi per un anno e 
mezzo, distruggendo radici, specie quelle della vite. Verso la metà di 
maggio esce l'insetto perfetto che danneggia le foglie delle viti, del ci- 
liegio e del mandorlo, come fossero devastati dalla grandine, lasciando 
intatte le nervature. 

Mezzi di difesa: La caccia diretta, eh' è facile durante il giorno, 
perchè stanno immobili aderenti alle foglie. 

3. — Anche la Carruga degli orli. (Phyllopertha horticola I^.), dan- 
neggia in egual modo le piante da frutto. 



XXI. 

Buprestidi, Bostricidi e Crisomelidi. 

1. — Le uova di questi insetti vengono deposte in agosto-settembre 
sul colletto delle radici. La giovane larva si interna sotto alla corteccia 
e scava una galleria nella quale vive fino che ha bisogno di nutrirsi. 
Uitorna poi sul suo cammino depositando le feci e viene all'apertura 



Fig. 364. 

Invasione dell' Agr il us sinuatiis 
in un fusto (li pero 

(i) insetto perfetto : 

e) larva ; 

/■| parie posteriore della larva: 

gì parte anteriore della larva : 

/)) galleria dapprima stretta |)oi 

in « ed a ]3iù larga ; 
d) screpolature e prominenze del- 
la corteccia in corrispondenza 
alle gallerie, sotto alle (|uali 
vivono : 
Ili un nascondiglio di crisalide 

coll'insetto ; 
Il il medesimo vuoto : 
/>■) un toro sulla corteccia: 
presso II ed i si nota un colorito 
più scuro del legno dovuto 
alla galleria della crisalide. 




della galleria al principio di giugno dell'anno successivo, epoca in cui 
si trasforma in insetto perfetto. 

2. — Sul pero abbiamo di frequente la specie Agrilus siniialus Oliv. 
(fig. 364), il cui dorso ed il ventre sono color di rame, colle elitre senza 
macchie e senza peluria. La malattia si manifesta con screpolature e 
prominenze tortuose della corteccia in corrispondenza alle gallerie. 

30 — Tamaro - Frutticoltura. 



— 466 



3. — Il Capnodis tenebrionis L. intacca il nespolo, il mandorlo e 
molte specie fruttifere. Ha il capo ovale, capo e corsaletto rugosi, 
accuminati verso l'estremità con strie e punteggiature longitudinali 
di color nero piceo- opaco. Lungh. 20 mm. 

Larva stretta verso l'estremità posteriore, simile a quella del Corebo, 
ma distinta per due solchi mediani contluenti sul primo segmento e 
per i minuti e fitti peli sulla pelle che è giallastra. Lungh. ."^O-SS mm. 

Per combattere questi due insetti si raccomanda di rintracciare le 
gallerie e distruggere le larve. Conviene distruggere le vecchie piante 
invase. 

Si spalmi poi con catrame il tratto dei tronchi sospetti. 

4. — Ai bostricidi appartiene il Sinoxi/lon sexdenlatnin Oliv. Apale 
della vile, assai simile al S. muricatum rappresentato dalla fig. 365. 

La femmina, profittando della inserzione di una gemma di un 
tralcio di vile, più sposso sopra che sotto, penetra dentro e scava, 1 
o 2 mm. di profondità, una 
galleria cilindrica circolare, o 
una loggia più o meno cen- 
ti'ale. Qui depone le uova e vi 
poi più lontano sullo slesso 
ramo o sopra altri, per fare 




Fig. 365. — Sinoxylon tmiricatìtm. 

a, coleottero adulto, ingrandito - 
b, antenna - e, parte inflessa 
della antenne - d, fronte. 



Fig. ."566. — Bromius vitis. 



altrettanto. Le larve dal canto loro, partendo dal punto dove son naie, 
scavano cunicoli tortuosi ed irregolari, generalmente discendenti, in 
modo che, incontrandosi, formano dei vuoti, in parte riempiti da escre- 
menti o detriti. 

La metamorfosi e l'accoppiamento degli insetti perfetti avviene 
nei cunicoli. 

Vi è una sola generazione annuale dall'aprile all'agosto, ma vi sono 
diversi ritardatari che compaiono in altri tempi dell'anno. 



— 467 — 

Oltre alla vite, colpisce l'olivo ed il fico. 

La malattia si manifesta con un deperimento e sussej^uente dis- 
seccamento dei rami. 

Fino dalla primavera si nota alla base delle gemme un forellino. 
Si combatte tagliando e bruciando i rami colpiti. 

5. — Ai Crisomelidi appartiene il Bromìiis vitis Fabr. (tìg. 366) 
chiamato Scrivano perchè l'insetto, in giugno, rode le foglie, lasciando 
su queste delle traccie caratteristiche. Vola raramente ed al menomo 
sospetto si lascia cadere a terra. 

D'estate vengono deposte le uova sul colletto della pianta; le larve 
che nascono vivono parassite sulle radici fino alla ventura primavera. 

Si hanno quindi dei danni, oltre che sui germogli, sui fiori e sulle 
foglie della vite, anche sulle radici. 

Mezzi di difesa: Raccolta degli adulti: si fa al mattino scotendo 
la pianta e raccogliendo gli insetti entro un imbuto. Si raccomandano 
le zappature o sarchiature autunnali e primaverili, per cui si espon- 
gono le larve e le ninfe agli agenti atmosferici. 

In caso di forti invasioni, iniezioni di solfuro di carbonio nel ter- 
reno come per la fillossera. 

6. - Altica della vile. (Haltica ampelophaga Suer) (fig. 367 a). Forma 
oblu