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Full text of "Trattato elementare, ovvero Principj di fisica. Trad. 5 tom. [and plates]."

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TAYLOR INSTITUTION. 

ESQUEATHMB 
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TiLuétfJtÓ ELEMENTARE 

X>4. FÌSICA. 



* . M > 



C A, P I T O L O XI. 



Ì)tlU prefrieU ÀeW Aria .• 

($../jLBbiarto veduto ( 645 , r seg. ) quale sia It 
tura deir aria i Abbiamof provato che è un miscu- 
io di due fluidi elastici^ uno de* quali ( rariai pura 
gas ossigene ( 647 ) ) compone circa il quarta del 
volume i e r altro (il gas azotico ( 673 ) ne 
impone circfi i tre qwtuìr Jr-^vAnò di questi fluidi 
il solo^pxoprio a mantenere la vita degli uomini e 
gli ahigiaii (662)^ e alla combustione de' corpi 
664 ) ; il secocido se fosse solo ci soffogherebbe 
ontamenté , ed estinguerebbe subitamente i corpi^ 
fiammati che vi si immergessero '( 688 ) . È' vero 
te se noi respirassimo il primo solo j e senza 'me* 
olanza alcuna , potrebbe farci morire molto presto 
r il calóre' ardente che imprimerebbe a tutto il no- 
ctf cssercf f ééjj. Ammiriamo^ dunque la Provvi* 

A* 

/ 



4 Trattato Elementare 

denza nella composizione e nel miscuglio del fluido^ 
che ella ci somministra per respirare. Qticst'arla sì 
pura 9 e si idonea al mantenimento della vita può es- 
sere paragonata a'iiquori. spiritosi , che sono buoni in 
loro stessi , m^ bisogna firnt uso sobriamente • 

8^. V aria circonda in tutte le parti il globo ter- 
restre 9 e gli serve in qualche maniera d'inviluppo , • 
questo è ciò che si chiama ammosferd • Dobbiamo dun* 
que considerare V aria sotto due diversi rapporti ; L 
in se stessa , IL come formante V ammosfera . In 
qaest' ultima qualità 1* aria ha delle proprietà che 
non ha quando se ;;ne considera sola una porzione» 
e che si fa astrazione di ciò cbe^ vi si mescola d' e- 
traneo . 



I 



ìi t P t S ì e Aé f 

là Aria tonsidtrata in sì itessd i 

§88. V^thy tome tutti gli altri flaidi permanenti 
di qoesta specie ( 590 ), è pesante^ compressibile» 
dastica j traspàrehte, senti colore f invisibile, e iti* 
tondensabile in liquore dal freddo i 

SS9, Non diviènta niai parte costitoente d' alcun 
corpo-, ma le Sue basi (610) cioè^ T ossigene e V 
azoto etitrano bella composizione d'un gran numero •* 
r ossigene entra nella composizione di tutti gli acidi 
e di tutti gli ossidi ea e V azoto in quella degli ani* 
111 Ji e de' vegetabili , supposto cbe queste basi non 
^ieno combinate col calorico • 

S90. Finché rimangono cosi combinate formano un 
fluido che non cessa mai di esserlo j e questa fluidità 
i caudata dalla elasticità , che tende sempre a dilata-» 
fé la massa e che conserva la mobilità respettiva del- 
le parti • Se V aria non fosse cbe compressibile ^ po« 
trebbe (onìi2Lìc un corpo duro come fa la neve forte^ 
mente compressa. 

891. Uaria aderisce forteMedf& alla suferficie de' 
còrpi, td è facile convincersene. Si itietta dell'acqua 
in tin vaso, e si faccia scaldate. Lo strato d'aria 
aderente alte pareti del vato -, che si tì-ova allora fra 
t* acqua e queste pareti , vi diviehe sensibile per la 
farefaziohe ( ti ) causata dal calore. Diventerebbe 
anche sensibile nel vuotò , per la sua dilatazione (^9) 
prodotta dal si30 elaterio. 

1^2. Abbiamo provato di sopra ( 30Z ) che 1' arra 

A3 



é Trattato Elementare 

ì un finid^ pesante . Sì tratta ora di sapere qual sia 
la sua gravità speòijfioa • Questa gravità è il peso che 
ha un corpo sotto un volume conosciuto e determi* 
nato, come per esempio ^un pollice, o un^piede cubi- 
'^0(331)* Un mezzo semplice, e secondo la mia 
idea il più sicuro di conoscere la gravità 3pecilica 
dell'aria è il seguente. 

893. Bisogna procurarsi un matraccio (fig. 124 ) 
d* una capacità un poco grande , come per esempio ^ 
di circa mezzo piede cubico , fornito ^' uqa chiave R. 
Si conosca il peso preciso di questo matraccio vuo- 
tato d'aria pesandolo con ena esattUsima bilancia* 
Di poi sì cerciii di conoscere esattamente la sua ca- 
pacità pesandolo pieno d'acqua distillata» Detraendo 
dal pe^ò totale il peso del matraccio vuotato d' aria 
conosciuto precedentemente, si ha il peso dell'acqua 
che contiene. Siccome il pollice cubico dì quest* ac- 
qua pesa 373 grani e "iin terzo , dividendo il peso 
ridotto in grani dell'acqua che contiene il matraccio 
per 373 e un terzo, il quoziente della divisione dà 
il numero de' pollici cubici che contiene il inatrac- 
ciò • Questo matraccio essendo bene asciutto jiìon si 
tratta che di pesarlo pieno d' aria • Si detrae ancora « 
dal peso che lo tiene in equilibrio , il peso del ma^ 
traccio vuoto di aria ; ed il residuo dà il peso dell* 
aria contenuta nel matraccio^ Si ha dunque I. il pe- 
so del matraccio vuoto d'ogni sostanza; II. la capa- 
cità di questo matraccio , o il numero de* pollici cu» 
bici che contiene > III. il peso di questo numero di 
pollici cubici d' acqua distillata ^ JV* il peso di quc- 



D r F I 8 r e A : 7 

sto medesimo numero di pollici cubici d'aria. li rap- 
porto di questi due ultimi pesi dà il rapporto ddl» 
gravità specifìcbe dell'acqua e dell'aria /.perche la gra* 
vita specifica deli' aria è a quella dell' acqua , come 
il peso del pollice cubico dell'aria è a quello del 
pollice cubico dell' acqua ; e si ha il peso del pollice 
cubico di aria, dividendo il peso dell' aria contenuta 
nel matraccio per il numero dei pollici cubici che 
contiene questo matraccio* Cosi si è trovata la gra- 
vità specifica dell'aria a quella dell'acqua distillata , 
come 12. 3235 a 1000,0000. Dal che ne segue che 
li pollice cubico d'aria pesi e. 4601 di grano; e il 
piede cubico i oncia , dramme , e 3 grani • Vi biso* 
gna dunque quasi 811 piedi cubici di aria e mezzo 
per fare equilibrio a un piede cubico d'acqua che pesa 
settanta libbre. Queste esperienze sono state fatte 
trovandosi ri barometro a pollici 28 , ed il termome- 
tro a gradi io. lopra il zero. 

8^4. Bisogma èonfessaré che questi mezzi non dan- 
no la gravftà specifica dell' aria con una perfetta e- 
sattezza , perchè il matraccio che abbiamo detto (893) 
che dovrebbe essere pesato vuoto d'ogni sostanza , - 
non pu^ essere intieramente vuotato d' aria, poiché 
colla miglior màntcÌMna pneumatica non si può fare il 
vuoto perfetto (917)* Ma la porzione d'aria che 
vi re^ta è si piccola che |K>co ioRoisce ':sul risultato. 
D' altronde non (;onosco mezzi per potec. far me- 
giio. 

^95* Tutti li fluidi elastici de' quali aE)biamo parla* 
to nel Gap. X. sono stati pesati in q^sca '^maniera • 
A4 



S Trattato Eieiiektar£ 

E per rieir.pirae il aiatraccio , senza miscuglio d' zU 
tic sostanze , si fanno passare questi ISuidi V uno do- 
po r altro sotto ona gran campana di vetro (di. 125) 
apfrta e fornita nell'alto d*una viera di ottone B^ 
e d' ona chiave C , e posau sulla tavoletu E P dell' 
apparecchio pneumato-chimico (fiz. 112 ^. Di poi a- 
dattando il matraccio ben vuoto d'aria a iiuesta cam- 
pana e invitando con la cannuccia R del matraccio 
la calmacela C della campana, ed aprendo ,le chia- 
vi » il matraccio si riempie del fluido che contiene la 
campana • 

996. ^icbè r ar»a e un fluido pesante , non deve 
far maraviglia se si sente una fortissima presaione 
fulla mano che si tiene suir apertura superiore d'un 
teciptente^ nel quale si è fatto il vuoto mediante IsL 
macchina pneumatica • Perchè subito che l' aria ^^ta* 
la dilatata dall'azione della macchina, non i:^iùrcaé 
pace di sostenere la pressione dell' aria esterna , co- 
me lo sarebbe stata se con avesse cangiato di den- 
sità ( ^12 ). Dunque la preponderanza della pressio- 
ne dell' aria esterna è quella che fa aderire la mano 
al recipiente ; e questa pressione è tanto più consi- 
derabile , quanto l' aperttira del recipiente è maggio^ 
re, perchè allora la colonna dell'aria ha una base 
molto più larga f 294) • 

897. Ma quello che dovrebbe far maraviglia si è 
che questa pressione dell'aria non ischiaccta i gran 
recipienti ne' quali si fa un vuoto che s'avvicina al 
vuoto perfetto ; perchè la pressione dell' aria su que- 
sti recipsentr eguaglia il peso d' una colonna di mer- 



t3 t f t é t e Ài f 

eut^Ò che avesse per base la larghezza del recipiente, 
e per altezza cifea ibS pollici ( 301 ) : e questo è on 
^zo enorme per sostenersi da on vaso di vetro • Quel 
che li àssicirra da questo accidente è la loro figura 
tototìda in forma di cilindro (flg. tiSJy di volta 
{fig. 127)* La sola ispezione di queste figure fa ve* 
dere che la su(>erficie esterna é più grande dell' in* 
terna i tutte le parti ebe compongono la grossezza 
rassomigliano dunque a quelle delle quali si fanno 
le cantine , e sono altrettanti Cunei o piramidi tron- 
cate che sostengono scambievolmente contro la pres- 
sione che le spinge verso uè -asse o un centro comu- 
ne • La verità di quel che diciamo i chiaramente pro- 
vata dalla seguente esperienza . 

898. E/perienze • Applicate alla macchina pncùmi- 
tiea un recipiente aperto da una parte • dalP altra 
(fìg. 128) coperto d*ona vescica bagnata , perchè vi 
li applichi', e lo chiuda bene per disopra. A misura 
che farete agire lo stantuffo per vuotare il recipiente^ 
il peso deli' aria estertia farà prendere a questa ve- 
scica tesa la forma d' una dollotta rovesciata , e do-^ 
pò qualche colpo di stantuflFò scoppierà con rumore. 
Avanti che la tromba agisca , V elaterio dell' aria hi- 
terna fa equilibrio alla pressione esterna {'fi7/)i ma 
t misura che si dimiriuiice la forza di questo elate- 
rio i diminuendo la densità dell' aria del recipiente , 
r eccesso della forza della pressione esterna spingp 
la vescica in dentro, e finalmente l\ fa scoppiare. Se 
ia vece di vescica si mettesse sul recipiente una sot- 
ti! laatrf A piombo o di vetrp con un caofo frappo- 



IO TRATTATO £l,£IVf£NTARC 

Sto per ben chiuiiere > la lastra di piomba satebbe af 
fondata nel recipiente, e la lastra di. vetro andrebbi 
tutta in pezzi ^ un recipiente di qualunque altra 6 
guca fuori che rotonda^ si romperebbe ^Egualmente 
Quanta volte non è egli successo a' cacciatori , cb 
portano del vino in bottiglie schiacciale, vestite e 
paglie, di romperle ponendole alla bocca, quand( 
non sono pieno , e succiandole per bevefe ; Col sue 
chiare, dilatasi l'aria interna, e il peso dell'aria e 
seriore agindo su' due lati schiacciati , li jpotu V une 
verso r altro , e rompe il vaso • Questa pressioni 
\leiraria esterna è quella che fa aderire iMcipiemi cbi 
spianano bene , al piatto della macchina pneumatica 
899. L Aria è un fluido compressihiU • Si Comprimi 
col suo peso, in maniera che in iMOgo basso è piì 
coiìipresso ed ha più densità che in un luogo alto 
Per questa parte si potrebbe paragonarla a delle cac 
date di lana o di cocon^f, Supponiamo che se ne fac 
ciano cinque o seicento tutte dell' istessa- lunghezza 
dell' iste^sa larghezza , e della medesima grossezza < 
peso, e che si posino tutte le une sulle altre; è fa 
cile il cpncepire che quella di sotto sarà caricata de 
.peso di tutte le altre > che in conseguenza sari schiac 
ciata, ^yrà un minor volume coli' istessà massa , < 
necessariamente più densità • La densità della cardau 
che fosse al disopra sarebbe un poco minore, percb( 
sarebbe un poco meno caricata \ ed jl simile dicas 
delle altre a misura che si considerassero situate pii 
in alto. E* cosi per appunto de' differenti strati d'ari, 
situati gli uni sopra gli altri , come lo proveremt 



D I F I s I e A, Il 

trappoco {959) • Msi <^oti è cosi dell'acqua ehe non è 
punto o quasi punto compressibile (27) . Le diverse 
porzioni della medesima massa d* acqua hanno la 
stessa densità in tutta la loro grossezza. 

900; Ma quali rapporti fra loro osservano la cofTì* 
densazione deiraria e la forza che la comprime? Bay- 
le y e Mdriottf hanno immaginato una esperienza che 
risponde a questa questione, ed eccola, EFGC^f.ii^) 
è un tubo di vetro ricurvo in forma di sifone, il di 
cai braccio più lungo Ed ha circa 8 piedi di lunghez- 
za, ed il più corto 12 pollici, a contart da ^ in G » 
La parte d G* deve t%ittt perfettamente cilindrica e 
di un diametro bene eguale da un capo all'altro, af- 
finchè lunghezze eguali dieno capacità eguali • Il tu- 
bo è aperto in E, chiuso ermeticamente in G, e fer- 
mato stabilmente sopra una forte tavola divisa in pol- 
lici e in linee ò^ d in E ^ t adi d in G* Questo i- 
strumento essendo situato verticalmente, vi si fa scor- 
rere un poco di mercurio in maniera che il gomito h 
F ^ ne sia ripieno. Avant*. di farvi passare il mercu- 
rio , il tubo era ripieno d' un^ aria compressa dall* 
ammosfera (899), il qual peso e eguale a quello d* 
una colonna di mercurio di 28 pollici Cjoi) • Metten* 
do del mercurio nef gomito d , si tlìvìde quest* aria 
in due porzioni , una delle quali e esposta alla pres- 
sione deir ammosfera con cui ella comunica, e l'al- 
tra d G deve essere conMerata come una molla pre^ 
cedentemente tesa dal peSlo dell' ammosfera • 

901. Frattanto se nel traccio più lungo "^i aggiunge 
del mercurio in maniera che ve ne sieno i^ pollici 



11 Trattato Elementahé 

kl disopra del livello eh* è nel braccio più corto i kì 
.iari aumentata d*un terzo la pressione che agisce sul- 
la colonna d G; e questa colonna sarà diminuita d^ 
un terzo, cioè* di 12 pollici sarà rìd&tu a 8. Se se 
ne aggiungano 28 pollici ^ si duplicherà la pressione i 
^ e la colonna sarà diminuita della metà e ridotta a 6 
pollici « St $e ne aggiungano 36 pollici, si verrà a du- 
plicare la pressione, e la colonna sarà dioiinuita di 
du^ terzi, e ridotta a 4 pollici 4 Se se ne aggiungano 
S4 pollici , si quadruplicherà la pressione ; e la colon- 
na sarà diminuita di tre quarti e ridotta a 3 pollici * 

902. Si deve concludere da ciò eht T ariacompnijd 
diminuisce di vilume nelf istessa rapporto nel qnélé 
aumenta la compressione • E siccome la diminuzione 
del volume è una vera condensazion^ (23) ^ ne segue ^ 
che l* aria si condensa in ragione diretta de^ pesi da 
. quali è caricata # 

^03. Frattanto egli è probabilissimo che questa pro- 
porzione non abbia luogo ne' gradi estremi j percb& 
non li concepisce alcun corpo che sia compressibilet 
air infinito « Vi k apparenza che siavi un limite , al 
di U del quale V aria non potrebbe più essere com- 
pressa y qualunque fosse la forza che vi si applicasse 4 
Ma non si sa quale sia questo litflite • Pare dall' es- 
perienze fatte da Boy le y che abbia ridotta l'aria per 
compressione alla decimaterza parte del suo volume * 
Altri sono andati molto plù^jn là , e soprattntp tìalee 
(Statica de\jt/eget. Append. pag. $89 ), che compri- 
mendo r aria con una forza «guale a 37 volte il peso 
dell' ammosfera , dice di aveda ridotta alla trentesimai 



1> I F I S I e A • IJ 

parte del suo volume, in maniera che con questa com- 
pressione r aria sarebbe diventata due volte piA den* 
sa deir acqua , il che si dura fatica a credere . Infatti 
la conseguenza che tira dalla sua esperienza è bene 
aj&Srdata , perchè calcola la forza che gli è stata ce- 
wssarià per fare scoppiare k boipba della quale si i 
servito per questa esperienza , ed in conseguenza la 
forza che ha compressa Taria; egli calcola, dico» 
queste forze , dopo quelli che ha trovato essere ne-i 
cessarla per far rompere ^m filo di ferro di una linea 
e mezzo di diametro . Ma questo filo era di ferro bat- 
tuto , e molto dolce,' e la sua bomba era di ferro fu^ 
so e molto crudo / Ora il ferro di qtiest' ultima oppo<» 
pone alla propria rottura una resistenza molto mino- 
re di quella che vi oppone il ferro dolce. Di più il 
tubo che conteneva V aria si è trovato rotto in più 
pezzi . Non si è dunque potuto sapere con questa es- 
perienza fkio a qual punto sia stata condensata 1* aria , 
e quando la forza che ha adoprata avesse avuta tutta 
r intensità che egli pretendeva, poteva darsi che 1* 
aria condensata fino a un certo punto avesse cessato 
di cedere alla pressione . 

904. Amontùfts ha pensato che questa condensazione 
dell' aria potesse ancora andat più oltre che non lo 
ha creduto H^les . Perchè ha preteco {Memoir. de C 
Accdàem. dn. 1705. fdg* 104^, che la parte inferiore 
d'una colonna d' aria prolungata di 19 leghe verso il 
centro della terra avrebbe a questa profondità una den* 
lità eguale a quella dell* oro • 

905. V dris Vun fiuiéU, ildsHcQ 1 e la sua elasticità 

\ 



t4 Traxtato Elementare 

tende sempre a dilatare la si^ massa .Supponramo itti j 
Vescica ben chiusa j è non contenente che una piccola 
Quantità d'aria.. Fmo a tanto cbe questa vescica sari 
esposta alla pressione deirammosfcta , si manterrà ntlld 
stato suo i in maniera che Taria che contiene «ara della 
Stessa densità dell'aria che la circonda esternamente^ 
906*. Ma sé si pone questa vescica sotto ilrecipien* 
te della maccl^ina fneiimatica ^ e vi si fa il vuoto , a 
rtìisura che si diminuirà la densità dell'aria che circon- 
da ia vescica y V aria che cootìené si dilaterà o la fa- 
ta gonfiare ; e tanto più quaqtd là densità d^ll^ aria 
del recipiente sarà diminuita." Duaquè^l' elasticità deli 
ària tende sem.pre a dilatare la massa i 

90p Della dilatazione dell'aria avviene conie deìÙ 
dondensazione. Non si si fino a qua( punto si po^sg- 
àtrivare,- Secondo Mnsschembrock e /A^^riptte , V ajcia 
^ che è vicina -alla superfìcie della terra ed e$p6ftaalja, 
pressione dell' ammosfe.ra^ i se si faccia^ cessar la pres- 
sione può dilatarsi fino ad occupare uno spazio 4000 
volte più grande cbe quello che occupava • 

908. BayU coti parecchie esperienze successive lia di- 
latàtai r aria la prima volta fino a farle occupare uno 
spazio sf volte più grandef di prima ; dipoi le ha fatto 
prendere un volume 31 volta più grande; dopo 6m 
J volte i dopo 150 volte -, dopo Sooo' volte^ poi loooo , 
e in ultimo luoga 13679 volte, e ciò per la sola for- 
za deir elaterio j In maniera fhe il volume d' una 
rilassa cf aria compressa dal peso dell* ammosfera sareb- 
be ai volume della medesima massa d' aria dilatata 
qoamo potesse esserlo dal sua elaterio nelvùot^ ^cc^ 



Ci F I s I tì a.- 1^ 

ine t a Ìì679' ^^ ^^ P^^ ^S^' molto contare suiresatceX" 
za di questi risultàtiV Io per me ut dubito fortemente . 

f09. V tUsti$'uÀ dell' ariét è ptrfittd : vile a dire 
che se una massa d' aria 'è stata compressa da una 
forza qualunque , e in seguito questa forza cessa la 
ma azione^ la massa d'aria si ristabilisce, ì. compiei 
tamente / ella riprende precisamente^ lo stesso volu- 
me che aveva avanti la compressione ? \t. si ristabilir 
Kt colla medesima prontezza con cui èstata compres- 
si. Ed ecco in cbe consiste l'elasticità perfetta (33 j- 
Se dunque si comprime una vescica piena d' aria , su^ 
(>ito cbe si fa cessare la compressione la vescica ritor- 
nerà nel suo stato primiera > e farà cic^ con tanta ve* 
locità , coni quanta* e stata eoiupressà ^ 

^lo. Non solo r elast]|:ità dell' aria i perfetta, inai 
e ancora inalter alzile 4 Ne la forza ^ né la durata dalla 
compressione alterana ili veruna maniera l'elaterio 
dell'' aria ^ corf qualunque^ forza sia compressa , per 
quanto Juoger tempo si lasci inf questo stato» se la 
causa che la comprime viene finalmente al^cessaref d' 
agire ^ si ristabilisce sempre tanto perfettamente y come 
avrebbe fatto se le fosse data la libertà unf momento 
dopo la compressione * lA. de Rohrval ha custodito pec 
2$ anni dell' aria compressa in una canna a vento ; • 
dopo questa lungo intervallo Paria ha mostratai taota 
(orza di elaterio quanta suole averne in simile circo- 
stanza » perchè ha spinta una palla tanta lungi , quanf«< 
to r avrebbe spinta il j^rima giorna della sua com*' 
ptessione^ 

%lu L' elaterio ^deir aria i canto pia attivo ^ quanta 



V 



té Trattato Elementare 

piA è densa V aria ; il suo elaterip aumenta dunque ii 
misura che aumenta la densità dell'aria^. e ciò nel 
medesimo rapporto y in maniera che l* elaterio dell* 
arid ezHéglU semfre e fa equilibrio alla peeenzA che 
la comprime » e per la sua reazione può produrre Io 
stesso effetto che produrrebbe questa potenza • In un 
vaso di bocca larga LL (fg. i^o)^ immergete la par- 
ce iMferiore d* un barometro KM, nel quale su|6pon- 
go il mercurio a 2S pollici -, supponiamo di pia che 
la temperatura dell' aria sia a 15 gradi. In seguito 
ehiudete esattamente il vaso con un turacciolo 9 atua^- 
verso del quale passino il tubo • la tavola del baro- 
metro, in maniera che non vi sia ^alcuna comunità- 
zione fra V aria di fuori e quella di dentro • Fate poi 
io nianiera che la densità dell' aria interna non si can- 
gi nel tempo di questa preparazione. Qjsando il vaso 
sarà chiuso » il mercurio si manterrà a 28 /pollici : e 
ogni volta che farete lo stesso alla medesima tempera- 
tura di 15 gradi, questo effetto sarà sempre lo stesso 
per quantf tempo possa durare T esperienza , anco 
quando fosse per un gran nvmero d* anni . 

912. Avanti che si chiuda il vaso, l'aria che con- 
tiene comunicando con quella di fuori fa parte dell'ani- 
mosfera , ed essendo grave agisce sul pozzetto del baro* 
metro , e sostiene il mercurio a aS pollici . Subito che il 
vaso 8 chiuso ^ questa stessa massa d' aria non ba|piA 
che il suo proprio peso che è ben pìccolo; maècom* 
pressa dal peso dell* ammosfera , ed ha conservato la sat 
densità; e in virtù della sua reazione che eguaglia quc' 
sto peso (21^9 ella continua a sostenere il mercurio^ 

zZ pollici 



D I F t s r e A. 17 

2Ì pollici. DonqMy L T elaterio dell' aria ^ uguale 
illa potensa che Io comprime : ti. questo elaterio è 
inalterabile (910)^ tfè s* iodebolisce per l'intervallo 
del tempo > poiché ha sempre luogo lo stesso effetto 
per guanto lungo tempo si tetiga la stessa massa d* 
aria aottopos ta ali* esame • 

913, Gli emisferi di Maddeburg imcnaginati da Or* 
rtjir Gsurike Borgomastro di Maddeburg provano a* 
goalmeptc^ia pressione e T alaterio dell' aria • Qi^stf 
emisferi sono due mezze sfere co0cave|dt t>ronz0 A 
^ (fil* 130»^' una delle quali ha un cannello a 
chiave B , medià^nte il quale si può' unire alla mac* 
china pneumatica^ e l'altra iin anello A in mezzo, 
della sua convessità, per potere essere sospesa con fa** 
cilità • Si congiungono insieme questi due emisferi per 
formare una specie di globo ; e per rendere la loro 
ooi^ne pili esatta , Y emisfero A ha i suoi orli con 
Qua slabbratura piana t b^ H lunghezza* della quale 
eccede ta^to al di fuori che al di dentro *, e su questa^ 
slabbratura vi si meue un cerchio di auojo bagnato » 
sul quale s' applica V orlo dell' altro emisfero A , che 
bisogna cercare che spiani perfettamente • Essendo il 
Catto CMÌ preparato , ed il cannello B essendo adat- 
lato alla vite che è nel centro del piatto della mac-- - 
cbioa pneumatica ; per separare questi due etnisferi 
.non vi bisogna altra forza fin ora che quella ptieba* 
m per superare il peso dell* emisfero superiore A > 
fercbè l'aria che è fra loro mediante il suo elaterio» 
fa equilibrio colla pressione dell'aria escerna (911) • 
" Atiss. Fis. Tom. IIL B 



if Trattata ELEMWftAEE 

Ma se aprendo la chiave B si mei te in moto la'mat- 
china > e si tolga cosi l'aria che è fra i due emisferi^ 
e che contrabbilancia la pressionis dell' aria esterna» 
non 9i possono più separare i due emisferi ciie Con 
una grandissima forza . Si chiuda la chiave B , wb si 
stacchino i due emisferi dalla micchiaa pneuoiitieai 
si sospendano ad un punto fisso A » e vi si atucchi 
il peso P» come si vede alla (fii. tii)é Perchè qua- 
tto peso possa separare i due emisferi bisogna che sia 
canto più grande^ quanto maggiore è il diametro dei 
due emisferi , e quanto più perfettamente si sono vuo- 
tati d' aria • Se gli emisferi avessero é pollioi di dia* 
metro , e che si fosse fatto tra loro un vuotd petfei* 
tOy vi bisogaerebbe per separarli almeno 436 libbra 
«ti peso« 

914* Questo effetto non può essere attribuito ch« 
alia pressione dell* aria esterna ^ che non è più equi* 
librata dall'' elaterio dell' aria interna degli emisferi « 
il quale è diminuito tasto più, quanto se M è dimi- 
nuita la dessìUk « La prova si è che aprendo la chiave 
B , se si lascia entrare 1* aria fra i due emisferi $ì se* 
parano adoprando il più piccolo sforao • L'elaterio 
dèir aria interna tendo equivalente alla prtfssione 
dell'aria esterna (911) queste due forze si distruggo- 
no scambievolmenre , o piuttosto ti fanno equilibrio f 
e basta dì superare il pesa d'uno de' due emisferi per 
separarlo dall'altro. 

915. Ciò si prova ancora eoa maggior chiarezza 
mettendo questi emisferi vuoti d* aria totto un reti* 



pirste dJeìla macchina pneumatica {fig. iM)% e dimì- 
iiueodo la densità dell' aria del recipiente » quanto sì 
k «liininutta quella dell'interno de'dae emisferi^ AI- 
torà si icparaiio facilmente sollevando Un poco l'anela 
io A i che è all' emisero soperiore . E se applicando 
di nu#vo r lino all' altro si fa irì maniei^ che l' aria 
p(nt^ rientraf'e sotto il cedipiente , senza rientrare fr« 
i due efoitsferi^ si troveranno attaccai) di nuovo» e 
tanto fortenicrite, q[aanto lo erano per T avariti ; iì 
die prova che è la pressione dell'aria esterna quella 
tìàt produca ia lor<y aderenza . 

Sfiè. In conlegaenla di questi principi si produce il 
vuoto nella rBacchina pneumatica, dviando si applica, 
an recipiente sul piitto, éome abbianSo detto ^9^5)» 
cbe si ap^alica Temisfirò superiore, suir inferiore , é 
cKé si fa discendere lo stantuflfo da un capo all' altro 
del tubo » Vi fa nascere un<^ sp^tio senza aria , nel 
quale V aria del recipiente vi si distende in virtù del* 
la sua eiasticiti (909) , è diviene meno densa di quel 
tbe era avanti, ta pressione adunqiJe dell* art^'ester* 
Da fi aderire il rtcip^iente al piatt<ii , e éon-tanta pii 
Ibrza quanto più fi i(ihìiniiiscé ìa densità dèir aria del 
»cipicnte.;/ 

^ij. lÀ diiataiiione dell* aria del re^f|riélité segue ad 
Igni colpo di stiàtuffo il tapfiìifrto defìe capacità del 
recij^ientè , è del tubo della riiacchiàa • Se la capaci* 
k del recipiefate è dupla dìi qbtÙa del tubo tfcilaraao-^' 
iiiaa , al primo cólpo di stamufb paéserì del tubò ùil 
tfr30D aeir aria diti tleipiente , e ttf CóMegWeiiia fi 

ti 2 



IO THATTÀTO ElEMIVTARB 

densità di quest' aria resterà diminuita d*up tirzo } a! 
secondo colpo di stantuffo passerà un altro terzo d 
quei due terzi che erano restati: al terzo, al quarto 
al centesimo colpo di stantuffo non passerà mai ne] 
tubo che vn terzo dell* aria che era nel recipiente, 
jfktchè la densità À quest'aria diminuisce sempre in 
l^roporzione geometrica, e n%n arimmetica^ Onnqu< 
rimarraiino sempre nel recipiente due terzi dell' ulti« 
mo residuo • Dalchè ne segue die una macchina pneu- 
»atiei , per quanto, perfetlà possa essere, non puà 
giammai produrre un vuoto perfetta. Si avrà una pro- 
va precisa di ciò , adattando alla raaeciiina piaeumati* 
ca un recipiente , nel qisale si ponga li parte inferio- 
re d'un barometro. Supponiamo che il mercurio sia in 
questo barometro a 27 pollici e 9 linee, e che laca<^ 
pacità) del recipiente sia dupla di qMlla del tubo del* 
la macchina. Al primo colpo di stantuffo il mercurio 
si abbasserà di 9 pollici e 3 linee , terzo de* 27 politi 
ci e 9 linee, e si fisserà a xS pollici e é linee; al 
secondo col pò si abbasserì>di 6 pollici e a linee ; tee* 
zo de' 18 pollici , e é linee ; e si fisserà a 1^ pollici 
e 4 linee , e così nel rimanente • Dunquf la densità 
dell' aria si diminuirà nell' istesso rapporto , perché V 
altezza della colonna del merenrio 2 sempre propor* 
zionale alla densità deir aria che la sostiene , e in 
conseguenza al suo elaterio , perchè il suo elatèrio 
aumenta o diminuisce come la sua densità (su)* 

918* Si può dunque, mediante un barometro , cono» 
scere i diverii gradi dt dilatazione o di densità dell' 



6 1 JF I s 1 ^ Atf 22 

irià in Ufi rfcipientè» nei quale in patte si faceti 
il vuoto. 

^19* Abbiania detto disopra (911) che l*eiatericl 
deli* aria è tanto più attivo , quanta più densità Ìia i^ 
irià. L'tfsperienska precedente (^17) ne è una prova. 
Se fi« ha annota la prof a nello jclticppà 4 vem^ , ò 
àthitoppo pnèuméuit9 , genere d* arme oramai nota a 
kitto il nlondo. Si sì che col suo mezzo si spinge unai 
pailà tanto pia forte é tanto lontana , quanto più si 
i coodénsaltà V ària nella conserva dello schioppo « 

9io. La fontana dNcoitipressione somminista eguaì^ 
Meme litta ^rova dell* attività dell* elaterio deli^aria 
fottecneùte €ófidensata# Si chiama fontana Ài cèmpres- 
H09€ Ufi vaso , dal qiùalé si fa zatnpiliàre V acqua ai 
inapt^ dei di lui livella pet 1* elaterio dell'aria (or- 
tcoiettie d&ndMsata . Questa fontana è composta d^ 
«É vaso di >aene A B (/?;* 194 >, al ^«aìe si dà quel- 
la tal MrMa che più piate , come per esempio , d* on* 
peta posati sopra Un ()ledé G D. Vi si aggiunge uà 
èanale K O , aperto da Una ^rte i t daìl' altra , che 
Ihbia WA cannello a ébiive R^ che s*ititita aì vasò« 
h dt cài esti^emità idftrioìe discenda sino in vicinan- 
ti d^ada lifieà dalfoifdoi Ptr potte in azione questa 
fontana, si riempie sino a due terzi incirca dalla mt 
eipacìtà d'aceju», per esempio in A &^ dal luogo òVe 
il invita il canale Uò. Si rimette >jUesto èanaìe af 
su fOttdi ài ivìtd il piccolo pèzzo N^ e vi sì mette 
lo icbiuettò prèmente P (X'jft 135) « ^oì quale si fa 
Miate sL iétÉk molt'arla nel vaso« Dopo di>:he,cbi^ 



%% TeATTATO ELSMUfTARB 

Udendo la chiave R (fig. 134), si toslit Io icdizzeUo 
per invitare nel suo posto uno spillo che perù uooo 
piccoli fori. Bisogna osservare che la canna dello 
schizzetto (fig, 135) riceve. Taria iz un foro posto 
verso P » al disopra del quale bisogma alzare lo staa- 
cuffo , e questo stesso stantuffb nel discendere c^str io^ 
gè r aria a passare per un piccolo foro che vi è in 
fondo al tubo, di fuori a^ quale vi i. una valvola pei 
impedire che Taria o l'acqua ritorni nel tubo dello 
schizzetto quando s'inalza di nuovo lo stantuffo, 

921. L' aria spinta cosi dallo atantuffo passa per il 
canale N O (fig. 1)4}» • m leguito per la respettiva 
sua leggerezza traversa l'acqua, e va a congiungerri. 
air aria /che oecvpa il posto ANB» della quale aumen» | 
ta tanto più là densità • Quest'aria cosi compressa , il ' 
di cui elaterio eguaglia sempre la potenza chf la com- -' 
prime (#11), ha dunque una forza elastica soperiore 
di molto alla pressione dell'aria, esterna che resiste 
all'orifizio N del canale. Qursta forza agisce esidis» 
piega sulla superficie A B dell' acqua , e la costringe 
a salire per il. canale O N con tanta più velocità i ^ 
quanto maggioro è la* differenza fra la densità dell' .."' 
alia che è rinchiusa nel vaso . e quella dell' aria e- 
sterna , ' 

. 9^ip Qjiando si è fortemente compressa l'aria in A 
N B, subito che si apre la ehiave R, l'acqtia esce in ^ 
forma di mnpilloi che eale in principio all'oltezza ^ 
di a5, • 30 piedi : ma siccome quest* aril che spinge ^* 
r acqua aumenra di volume » e per eooseguenza dimt- '^ 

■ ■ ■ 3s 



DÌ Fi I i « A ; 13 

mifluiiet à\ de Arsiti i a misàra the il vaso si Tuoca > il 
tuo elaterio s'indebolisce sempre più» e neirisiesso 
npporto (j^n); e per questa ragioae lo zampillo va 
sempre friù diminuendo d* altezza • 

>a3 Si può porr» in uso utilmente T elaterio dell* 
aria compressa da una colloiia d* acqua , per inaltaro 
Tacq^a medesima • Herom d' Alessandria che vivevs 
120 akni avaoti G* C • > d stato il primo che abbia a. 
^oprato questo meczo , come si può vedere dalla sua 
Ì9ntanà che i composta di due recipienti di metallo 
A B,l£ F (/?/• ijt)» acquali si dà quella forma che 
si vuole, e che sono riuniti per mezzo di tubi dellm 
stessa materia CD » I K, M L , e che Cnidcono in al- 
to in un bacine GN : ii turito posato sopra «n piede 
qualùnque siasi . Il bacino GH comunioa coirecipieo* 
te A B per il tubo C D aperte in D^ f che pe^ta ìa 
C une spillo, che vi s^ invita al insogho; ilqualtuba 
invitandosi in fondo d^l bacino , può levarsi e rimet^ 
tersi al suO^ posto , secondo che k, di bisogne . Il me^ 
iésiroo bacino GH comutiica còl recipiente inferiore E 
F« mediante il tubo 1 K aperto allei due estremità, e 
che va quasi Ano al fonda del recipiente; Finaltnente 
due recipienti comunicane insieme per mezzo del 
ibo M L aperto egualmente nellr due estremità, e 
Jie traversa il recipiente A B quasi in tutta la sua 
iltezza • Per mettere questa fontana in azione , si ern- 
ie d'acqua fino a tre quarti il recipiente AB, svitan-. 
e il tubo CD , che si rimette in seguito al suo po- 
lo* Dopo di che 9 SI mette ttel}* acqea^ nel basino 6 

B4 



ì4 Trattato Elimiktarx 
H in maniera che ti mantenga sempre pieno il toko 
IK. , 

924 Qdesfta colonna d* aequa ch« tende a spandersi 
nel recipiente inferiore E F , comprime col sqo peso 
la massa d* ària, di cui il recipienke è ripieno* Qye- 
st'a'rìa così compressa fugge per il tubo L M, e va a 
esercitare li sào elaterio sulla superficie A B dell* a» 
equa che è ilei recif^iente superi<fre ; flaalmente quesC 
acqua compressa dall' elaterio dell* aria scappa in for-» 
ma di zampillo dal tubo D C« tU'estrMiitì C del 
quale vi si pone uh picdolo s|)illo ^ a cui si 'può faro 
iiAO o più fori per formare come un fascio d* acqua . 

915 Si vede cht in questa marniera V acqua del re* 
dpiente superiore AB passa nel bacino G H, e da 
questo bacino. nel recipiente ififeriore t F^mantenen- 
dq sempre piepo )I tubo I K • ?Dopo 1* operazione si 
vuota il recipiènte ihferiove raedianKe la chiave R che 
i di lotto . 

pi6 E' facile di concepire che io vece 4i formare 
uno zanipillo si potrebbe col médesiitio meiodò inal- 
zare deir acqua ad una certa altézza secondo le cir-- 
costanze . Per £ar ciò bisOgUà avere un luogo eleva- 
to, alla metà del quale si ttovt una sorgente phitto- 
sto abbondante • I due recipienti si potranno fare di 
legno . Si collocherà il superiore un poCo al disotto 
dalla sofj^ente per mezzo della quale gli si sommini- 
strerà dell'acqua, che sarà quella si vorrà inalzare^ 
e nel basso si porrà il recipiente inferiore • Si faranno 
comunicare i due recipienti con due tubi , come abbia- 



I 



tTt F I s I • A?:* xs 

QO itidiòato di sopra (9^^) e in vece del !(ubo D C 
cui è annesso lo «pillo » vi si porri un tubo ascenden* 
te che avrà un* altézza «in poco minore della distanza 
fcrpendicolare che si trova tra i due retipitnti • Qjie- 
Ito tabo ascendente essendo bene invitato al recipied* 
te^ si lascieri gettarq la sorgente io maniera che sea* 
^re et manfenga pieno il tubo analogo al tobo I K* 
Si Tede ci^ in questa maniera V acqua del recipiente 
superiore in vece di inalzarsi in zampillo saliri per il 
tubo ascendente ali* altezza che si vuole sollevare • Si 
potrebbe^con questo metodo inalzare la quarta o la 
quinu parte dell' acqua che somministrasse la sergen- 
te^ Qpando l'acqua del recipiente soperiore è portata 
in altOi te ne rimette della nuova « e si vuota quella 
che i patsau nel recipiente inferiore • In seguito la« 
fciaddo gettare la .sorgente ^^ll* -apertura del tuba 
I K 9 la maccbint comincia a porsi di nuovo ili azi^ 

927. Si poiie a pronto antera r elaterio dell'aria 
per render continuato il getjto, d* Dna tromba che 
non abbia altro èhe im solo ^aatuifo* come lo ab<« 
biamo detto di sopra (41% « e 429^ f parlando dello 
trombe da incendio • 

928. U calore applicato ad una matsa d* aria pto^ 
duce sopra di lei due effetti, h ife aumenta il vola-». 
me, se questo volume ha luogo di distendersi; II. 
le la massa d* aria è Ktenuta da degli ostacoli , in 
maniera che il suo volume non si possa distendere, 
il calore ne atimei^ta V eUtccio , e ciii tanta pia > 



ftlJ TàAtTATO EitMEilTARE 

quanto tntgttoré è la pressione che prova ;U fnam 
drana. ' 

929. 1.^/7 iélm^i dumntd ii wlfime delfdria^ ft 
questo volùfve ba la Itberii ili distendersi . Per as* 
sicftratirene » prendete un ' tubo di vetro luago 15 
pollici il di eui diametro interno sia bene eguale 
in tutta la sua lunghexia, fierchè limfhezxe eguali 
dieno eguali capacità, e che sia ^ chiuso ermettcamen' 
te da «na parte . 

Immergete questo tubo di tutta la sua altessa 
jeolla estremità aperti tenuta in alto nel!' acqua boi** 
lente , e facendo io maniera che non vi enui alcuna 
umlditlì nel suo Interno • (l^ualch^ istante dopo rki. 
rate il tubo dalF aeqsra , e immergete la patt^ aperta 
net Àiercuno un poco caldo » affiftchè non facda rom- 
pile il' lobo , e tenetelo per qualche tedfo cosi in 
lina situazione [quasi orizsontale. A misura cba il 
tubo si raffredderà » si vedrà il mercurio passare nel 
tubo • Per avere un ' secondo termine di temperacu- 
ràf fissa, éttoriliate di ghiaccio pestato la porzione 
del tubo che conti«ne r aria • Quando sarà raffredda- 
to ^al termine del ghiaccio, il terzo della lunghezza 
del tubo sarà ripieno di mercurio, e i àw terzi sa- 
ranno pieni d*arta. E se si facesse passare di nuovo 
il tubo al calore dell* acqua bollente, Paria che 
non né riemfHe che i due terzi, lo riempirebbe ìn« 
tieramente • Dunque , /. il Céil^rt Mumenta il volume 
àelf drin : Dunque , II. un volume d' drid compressd 
Adi t0t9 deie^ dnm4sf0rd\ € eoniiuidtd idi freddo 



» I F I s I e K ; 17 

JUt ihidCcU i di vùlnme éUlU stesi mrU téùrefétftm 
idi cdUre diir 4cfyiM hiUnu ^ cpme » n 3. Se il ca« 
lore fosse duplo di quello dell'acqua boUeatet allo* 
ra il volume dell' aria eondeosata dal gbiaceio m» 
rehbm al mede timo volume d' aria rarefatta da qaestp 
calare » come i a }. ec. 

930. Qiiesti trisultati sono soscettibili di qualche 
variazione secondo V altezza del ml^rcurio nel baro- 
metro, cioè, secondo il valore della pressione dell* 
ammosfera nel tenpo dell* esperienza ( 305 } • Le va* 
riazioni sarebbero molto pia grandi se si adoprasse 
angaria umida, il cbe bisognerà scansare più cbo é 
potrà* / 

931. Ne. segue da ciò, ebe se si riscalda un vaso 
pieno d* aria , egli io parte se no vuota . Questo |è 
il mezzo che si pone io uso quando si vuol far pas- 
sare un liquore in un vaso ebe abbia una piceolissi» 
ma apertura alla quale non ai può mettere nn inib«« 
lo • Scaldando il vssO si rarefì 1* aria che contìeno » 
e cosi si fa che ne perda una parte • In seguito sTim- 
toerge T orifizio nel liquore , e a misura cbo l'aria 
interna si condensa rafreddaodosi , la pressione .del« 
l'aria esterna vi fa entrare il liquore. 

931. IH. Il céUore sumenta l* ildterw iilF urim ék 
trspérziene deità fressiene elee prevd , se il suo vo^ 
lame non ha luogo di stendersi • Supponiamo un tUf* 
bo dt Tetro AB (fii. 137 j di 50 pollici di lungfaeo^ 
u , e ebe neir interno abbia al più una linea di dja^' 
metro 9 e ohe sia curvato in DBC» e terminato^' 



\%% Trattato ÉLÉteEKtAR* 

;óna^la incavata e soitile C cb« abbia 4,06 }>ol« 
■liei di diametro. Sì fissa questo tubo sopra onatavo^ 
la AD graduata in pollici e iti linee * Vi li fa en- 
trare tanto mercurio quanto basti per riempire la 

. •curràturà , in maniera'* che essendo lo strumento po^ 
fato verticalmente , il mercurio si trovi a livella 
aeir uno, è nell'altro braccio, secondo la linea 
punteggiata DG « Si vede betie c>e vi è bisogno 
Che r aria della palla sia della stessa densità che 1' 
irta, esterna , di cut sostiene la pressione ( 905 )é 
Supponiamo ,cbe nel tempo della sperienata questa 
pressione sia eguale a quella d* una colonna di mer^ 
curio di 28 pollici. Se si tuffa nell'acqua bollente 
la parte inferiore dell' isttnménto , in marniera ebe 
la palla C ne sia intieramente c^fntz ^ il mercurio! 
t'inalza nel braccio più lungo di 9 pollici e 4 linee i 
che aono il terzo di 28 pollici . Se dopo aver lascia- 
to raffreddare il tiitto si aggiunge nel braecio più 
lungo una cèlonna di 18 pollici al disopra del suo 
livello i ti verri a duplicare la pressione ebe prova 
rafia nella palla ^ ed in conseguenza la sua densità 
( ^i )• J^i. immerga di nuovo la palla nell'acqua 
bollente, il mercurio sMnalzerà di 18 pollid, e 8 
lince al disopta del ^nto ài quale era avanti F im- 
mersiene^ i quali r8 pollici e 8 linee sono il terzo 
di 5^ pollici , misura della pressione dell' aria che i 
siella pallai iti maniera che queft*ària fi allora^ per 

' il suo elaterio equilibrio ad una poten;^a eguale a un 
pnoi 4i 74 pollici e 9 linee di mercurio; cioè» al 



I 



P I F I f I e A. ap 

peso dtir ammosfera eguale a }8 pollici di mercurio» 

9 al piso de' )8 pollici aggiuott , e al peto di i8 poi* 
liei • e 8 linee sollevati. Dunque, L II cdhn émm 
menta f tUtirio dell* aria; Dunque II il ealare delt 
aciua hlUnte aumenta l* eiattne dell* aria £ una 
quantità eguale al teru» dilla prejsi^e ebe sejfre ; 
poiché quando soffre una pressione dupla , il suo ela- 
terio viene ad essere aumentato d* ima quantità du- 
pla • Se si applicasse a questo tubo un calore duplo 
deir acq«a bollente , il suo elaterio sarebbe aumen- 
tato d' una quantità eguale a' due terzi della pressio-- 
ne che proverebbe ec« 

9M- In queste esperienze avviene da certe piccole 
eose che il mercurio noD si inalza alle altezze che 
abbiamo indicate • Ciò nasce dal volume dell* aria 
nella palla che si estende un poco , per due ragio*- 
ni ; L perchè il mercurio che i inalza nel braccio 
più lupgo d tolto da quello che i nel braccio pi& 
corco, il quale lascia air aria che è nella palla un 
poco pia di luogo da distendersi : IL perchè , siccome 

10 vedremo pia basso ( 1135 ) 9 la capacità della pal- 
la div iene più grande' nell* acqua calda • La densità 
della sua aria diminuisce dunque un poco , perciè la 
forza del suo dateria non è sempre egualmente aa^ 
mentaca , come senza di ciò lo sarebbe • Ma la diffei 
renza è pochissima cosa • 

934. Da quello che abbiamo detto di sopra (9Ì%) 
segue che Vttaterie d' uij^a medesima massa d*ari« 



4d tRATtATO ÉlEMÈ*tTAlÌÈ 

aumenta di diverse quantità ) secondo i dirersi |radì 
iti calore acquali si ttova espòsta. Su questo princi- 
pio i fondata la costruziona dèi térdiotnetro ad aria 
'ài Amont§ns che è il primo nel quale i gradi di ca- 
lore si sieno riportati ad un termine conosciuto • 
(Memèr^ deti* AcCddemis sffnè libi, f^ii i^j; ) 

jr35. Frattanto egli è facile di Veder la cagiehépei 
la quale F aria d* una eainera riscaldata^ da una stu- 
fa , quantunque rarefatta dal calore ,v pure fa equi- 
librio alla prelsiofie dell'' ammosferay ciò naice per- 
thè il calore aumenta il sàò elaterio nel tem^ chi 
diminuisce III sua densità, e 1* aumentaiiòne deÙ^utia 
éòmpeosa la diminuzione dell* altra ^ 

Pl6. V arie dmàésftriàd ì É$n JiUminìé il finUiè 
%Éstnij4lé di m^tenimentà deltd vitd degli nfiMini é 
degli dnimdli y tHd i dHf^d U piU preprid d qmesii 
fmntioHe i Abbiamo fatto vedere ("#4; } che l'aria ani- 
thosferica è coiriposta di «na ^arte d* un fluida ess^n^ 
itali allA reépttazioAe de^li «ofAihi e degli animali^ 
è dr tré ^aftT di ona mofeta , che ae foti$t sola sfa- 
rebbe eapdcé di iofilegatli. Abbiamo provato di pii 
{-6%% ) G^ questa parte e<ienaiate alla tesp1ra:^ioiie i 
ehe 2 1- aria pti^a o vitale , è la sola che sia capace 
a ciò , jSerehi la sua base (Vùénienè ) » adendo uita 
grandissima affiniti coi! una materia carbonosa che 
il trova nel Sangue e ne' pòltifòtii , i\ iombina fucil- 
Éiente con essa, e cosi abbandona una ^rzione del- 
la gran Quantità 4*1 calorico cÉte entra nella s«é 



f> I 9 I: s I « ▲ ; ^ 

composizione , il quii calorica rìinafit pfr nàateiìe- 
ri la tita^ alla quale è eisenaiale. Le |>ati dktli air 
tri fluidi elastici, noni avendo questa grande affinila 
tei caxbo abbandonano il' loro calorico» e non pos- 
sono in eonsegucnaa servire per roàmenere la viu« 
Dunque f arÌM fnrk è U 10U proprie d qpfsts futi* 
%Ì9n€ • Abbiamo ancora fatto vedere ( 663 ) che té 
noi respirassimo sola quest'aria pura, si propria al 
mantenimento della vita , potrebbe fa;:ceU perdere 
bea presto» a motivo della troppo (raarie quantità d| 
calore 5 di coi impregnerebbe tutto il nostro essere , 
il che ci potrebbe produrre una febbre ardente o utt* 
infiammazione di polmoni^ Egli i dunque essenziale 
1 respirare V aria pura » na non dev* essere in trop- 
)a abbondanza . bisogna che la sóa attiviti^ sia temp- 
erata da un alua fluido cbe non abbandoni » come 
' aria pura » il suo calorico , nell' istessa {uisa clié 
emperiamo coli' acqua la fon^a de' liqàori spiritosi • 
3Fa questo fluido è il gas azotico (éi'i )f cbe -€Ofn«» 
)one circa i tre quarti dell' aria aimnosferiea » e cfie 
kon solo serve a temperare 1' attifità dell'^atia pira» 
t» U sua èate (r 4Zi0té) entra nella composizione 
Ielle carni ^ e ferve ^à enimalizzarle {6iéJ*t>^ 
utto eiò cbe abbiamo detto né segue quel cbe abbia- 
no asserito > cioè, che Vdfiéi Mmm9sfèri€é i n§n uh- 
iminu il fluido esuntiUl§ édU rejpirdzUne ietli òe- 
uni f àigli MmmAlij ms MWé^ $hi egfi ìif ìiiK 
r^trh 4 fof /I4 fnnidim # 



\ 



3Z TAAnATO' Elementarb 

; 937* Npft dtv% iunqào fir maraviglia , te quando 
91 poae dn toimalc sotto il recijpiente d^ uoa macchi- ^ 
na fiFheimaticà 9 e cbt vi st fa il Tuoto, T animale 
.muore • Si priva cosi del fluido che è solo che possa 
fomministtargli il principio della vita* 

938. Tatti gli animali non maojono presto ègual-* . 
tntnte nel vuoto* Q)[i uni» cioè quelli che hanno dot ^ 
ventricoli ai cuore .* come gli uomini , gli uccelli ' 
i quadrupedi, e probabilmente i cetacei, vi periscono ^ 
in capo a^pochi minuti. Gli altri, cioè quelli che 
lianno un sol ventricolo al cuore, come i rettili , i 
pesci , sostengono senza morire un vuoto per pii ._ 
ore . Senza dubbio i primi hanno bisogno d' una ^ 
quantità di calorico maggiore , di quella che abbiano ! 
i secondi. 

9j9. Nel vuoto si aggiunge alla privazione delF. * 
aria un* altra causa che fa morire gli animali più pre- 
stò che- nofi morrebbero senza di ciò • Qiiesta i la 
dilatazione dell' aria che si trova nelle diverse cavi- ' 
ti del corpo coAe ancora di quella che si trova ne' ' 
pori de* fluidi . Q^iest* aria non essendo più sot- ' 
toposta alla^ pressione dell* ammosfera , si dilata ^ 
per la forxa del suo elaterio ( 905 ) : distende le 
parti che la contengono , se non trova donde ascire, ^ 
e spesto le fa scoppiare • Sì trovano spesso de' vasi ' 
rotti nel petto degli animali che sono rimasti per ' 
qualche tempo nel vuoto » Succede ancora qualche ^ 
volta agli animali che si tengono nel vuoto, che * 
soffrono delle nansee , ed evacuano per disopra e per di- ^ 

sotto 



o r F r s f e A ; ^3 

lotto f perchè r aria dello stomaco è degV intestini ve-» 
nendo a dilatarsi spinge gli alimenti non digeriti, e 
gli escrementi che le chiudono la strada. 

^40 Gli animali che vivono nell'acqua hanno biso* 
gno d' aria còme gli altri . Così i pesci sanno appro- 
fittarsi di quella che è disseminata nelF acqua, e si 
lanciano spesso alla superficie per prenderne della 
nuova , ed in maggior quantità • Se muojono negli sta- 
gni sotto il ghiaccio, non è da dubitare che ciò nasca 
dalla mancanza dell* aria ; perchè non muojono se si 
ha la cautela di rompere in qualche luogo il ghiae^ 
ciò . In simili circostanze gli animali non hanno da 
temere la dilatazione dell* aria posta nelle varie cavi* 
tli del loro corpo (9^9} , perchè rimangono esposti al- 
la pressione dell' ammosfera • Quando la privazione 
dell' aria non 2 di troppo lunga durata, si può anco- 
ra richiamarli in vita. Ciò è quel che succede qual- 
che volta agli annegati, ed a quelli che sono in de- 
liquio. 

941 L*aria che ha servito un certo /cmpo alla res- 
pirazione, non è più capace per ;mantenere la vita* 
Perchè , come lo abbiamo detto di sopra (662) 1' aria 
pura , che la sóla porzione dell' ammosfera eh' è 
respirabile, si decompone nel petto, e li cangia in« 
gas acido carbonico (735) 9 che è un fluido soffocaoto 
Per questo motivo, quando si trovano parecchie per- 
sone rinchiuse in uà luogo stretto e ^chiuso troppo #r 
sattamente , dopo poco tempo vi fi respira eoa diffi- 
coltà , «e non si abbia attenzione di aprire, per prendere 
della nuova aria . E' cosa comune ancora di troyanii 
Briss. Fis. Tom. III. C 



34 Trattato Eiimentarè 

a respirar dìffiicilnicnce anco in luoghi vasti e aperti da 
più parti, quando vi si trova molta gente riunita, e 
che vi. sono parecchi lumi, perché ciascuna persona 
consuma in poco tetnipo una considerabile porziqne d' 
aria, e ogni lume ne co^nsunia presso, appoco quanto 
un uomo. E* buona cosa adunque ài rinovare p!ùche 
si può l'aria che si riespira^ Vi lono per far ciò di- 
versi mezzi , fra i quali vi è da scegliere é 

9^1 L dri4 ) e prineipalminté t 4W4 VursL , i tsstn^ 
xiale dlU combustione de* corpi i in maniera' che le 
materie le più combustibili non possono infiiiiìmarsi 
che al contatto dell' aria : e ^elle che sono già acce-' 
se si estinguono prontamente se fflancano d' aria 4 
Ciò viene, come abbiamo detto <664J, dall' essere , la 
combustione una eombinazione dell' ossigene base deL 
l'aria pura^ col corpo combustibile. Se quest' ossige<* 
ne manca , la combustione non può dunque aver Ino- ' 
go . Ecco percliè tutti i corpi combustibili o non s' in^ ' 
fiammanog o s'estinguono prontamente nel vuoto. ^ 
Qiaesti medesimi corpi non s' infiammano mai, o s' "* 
estinguono prontamente se sono accesi, quando s( ^ 
tuffano negli altri fluidi elastici fuori che nell' aria ^ 
pura, o neir ammosferica (671 e seg.). Anco ìnque^ ' 
st' ultima non vi è che T^aria pura, che n' è il quarto 
circa , che sia atta alla combustione ( 6^1 ) • Qviando ^ 
questo quarto è consumato , il corpo che vV bruciava ^ 
c'estingue, se l'aria non 2 rinovata;.si fa cessare su ^ 
due piedi un incendio, se il luogo dove ha comincia- ^ 
co a bruciare può essere chiuso da tutte le parti, pur- ^i 
che le sue pareti sieno bastantemente forti per resiste- ^ 



/ '. 



i6 àgli sforzi de* vapori prodotti nel principio dell' 
iflcendio • 

j^4ì i^ ^^i^ prende lu9gù ne* pori di q uési tutte le 
iestéiuTie , soprattutto in quelli che sono ì più apcìiì , 
verso la sup^^rficie • Vi^ sono quattro mezzi di e- 
Itrarrc l'aria clic sta ne* pori de' corpi. Il primo i di 
Eirli scaldare fortemente ; il secondò di farli moltissi- 
Ino rafireddaref; il terzo è di tenerli per qualdie tem? 
JK) nel vuoto ; il quarto di farli disciògliere ih qual- 
che dissolvente . 

$44* Riscaldando un corpo si fa escire ^ aJmenò ini 
^ran parte, l'aria che è ne' suoi pori. Il calore au- 
inenca il Volume dell' aria ^929^ s questo volume au- 
ttiehtatb noti potei^do essere contenuto tie* pori , che 
lon tanno aumentato in capacità proporzionai mante 
illa rarefazione dell'aria ^ bisogna cbd he esca in 
(ran paté. Infatti si vede e si sente uscire l'aria dal- 
le éarni, e da' frutti che si fanno cuocere, da' legni 
ke si fanno bruciare , da' liquori che si fanno bolli- 
é. Ifi quest'ultimo caso si vede l'aria che raréfacen«- 
lost édX calore, si forma in bolle in mezzo del li- 
|0ore. Io traversa , e viene alla superficie . 

94$ Facendo raffreddare considerabllmente un corpo 
i fa uscire una parte dell'aria che è ne' suoi pori* 
otti i ^òrpi che si raffreddano si condolano si le loro 
irci si avvicinano Tune alle alti è, (23^, né ciò puà 
accedere senza che gli spazj che si trovano fra le lo- 
) parti divengano più piccoli , senza che. i loro pori 

ristringano, il che costringe ad uscire, una parte 
II' aria chef ti ti còtìteheva ; come si fai uscire l' u 

dì 



5^ Trattato tÈlememtark 

equa da* pori d'uba spugna bagnata, quando si ria'V 
vicinano le 4i Iti p^rd premendola • 

946 L' aria che è ne' pori de* corpi si sviluppa le 
oendoli per qualche tenip» nel vuoto • Mettete in ui 
vaso di vetro pieno d* acqua* chiara varj corpi come 
un pezzo di legno» una \>ìctra tenera, o qualunqui 
altro corpo solido e molto poroso, in maniera eh 
vi resti intieramente immesso. Posate questo va^so 
piatto della macchina pneumatica, e copritelo con ui 
recipiente • A misura che farete agire lo stantuffo pei 
estrar V aria dal recipiente , vedrete uscire dal corpc 
immerso una gran quantità di bolle d'aria che travet? 
sano r acqua, e vanito a sGOppiare alla ''superficie i 
niescolarsi coli* aria ciie resta nel recipiente. Dunque 
allora 1* aria sviluppa da* pori ee. 

^47 L' aria che è ne* corpi è tanto densa quante 
quella delFammosfera , poiché ne sostiene la pressio- 
ne (900) . Sukitocb^ si lìbera da una parte dt questi 
pressione, tenendola nel vu^to, l'aria si dilata, per 
la forza del suo elaterio (pey) , ed esce da' pori ìa 
tanto maggior quantità, quanto più il vuoto si aviri- 
cina allo stato di vuoto perfetto , come^ si vede , obbli- 
gandola ad attraversai^ l'acqua; perchè te passasse 
immediatamente nell'aria del recipiente non si ve» 
drebbe . Qiiest' aria , che esce da' pori prende sempre 
la forma di globuli sferici ; e ciò succede ad ogni flu- 
ido , che d <ompresso egualmente in tutti i sensi da 
un altro fluido. 

948 Fino che questo corpo rimane ne) vuoto, b 
ficcoia porzione dilatata » che h suta ne' pori « sostit<; 



t> 1 1^ I S I e A 4 3^7 

I fle (>er il tuo elaterio la pressione deir acqua che cif- 

'*' conda U corpo. Ma ^subito che ai lascia leagUe I»' 

. pressione dell' ammosfera faceodo rientrar V aria sor-' 

! to il recipiente , quest' aria dilatata si condensi dP 

nuavo» e questa nuova pressione fa entrare ne' pori 

J r acqua invece .dell' aria che ne è usciata » in manie^' 

] ra ch4 il corpo si trova spesso imbevuto sino al cen* 

I 94f L*aria sì. sviluppa ancora da^pori de* liquori 
. ihe si tengono qualche tempo he^vuoto. Mettete di- 
versi liquori sotto un recipiente » t fate il vuoto • A 
misura che estrarirete l'aria dal recipiente, quella che 
, i ne' pori d$l liquore si unirà io bolle , che aumen- 
[ teraoao In numero e iil grandezza , e che travense- 

• fanno il liquore con canta rapidità da sollevarne un^ 

• .parte, ed ia maniera da fare. apparire una ebuUizióntf 
rimile a quella che si produce co} fOQCO. Ou^^to t 
4u€l che Sttcpede quandi il liquore è facile ad esser 
diviso, come lo e lo spirito di vinc^, e l'at^qua. Mi 
qnando il liquore i viscoso, come la birra; le bolle* 
f aria oOn potendo rompere i loro sviluppi, traispor^ 
tano é' inalzandosi , il liquore Jn forma di schiumai 
Aop)>runendo la pressione dell' ammosfera , còme ab> 
biam /detto , si dà luogo all' aria , che è ite' pori del 
liquóre i di svilupparsi. 

9$o L*iria cbe è Qe'pori de* corpi. si sviluppa quan- 
do ai fanno discio^liere questi corpi ne' dissoìvètitì . 
L^ rrìolecole de* corpi da' disciogliersi disunite e sud- . 
iKvisé dal dissolvente, lasciano libere ed isolate lé^ 
^cd^Qlif d' aria oh^ cbiudevano fra di loro • Opesté 

C 3 



gS TRATTATO Elementare 

partjcelle se ne scappano dunque con faciltlS^ , eil è 

ciò che facilmente si vede , se fi cuopre h) un visa 

pieno d' acqua una quantità di sale o di zucchero . Sì 

vedono in quasi tutto il tempo della dissoluzione le 

bolle d'aria sollevarsi alla so^imità del vaso , » 

qualche volta il loro volume eguaglia quasi quello 

del s»Ie o dJIo zucchero che ti é fatto discioglìere • 

^5f Gli aotichi quando banoo decomposto i corpii 

mediante la distill^ioflè » la fertnemazioney o la 

combustione, baótio creduto esttatre delle qqantit); 

considerabili d'aria, e af di cui vt>Iume, quantunque 

sottoposto alla pressione deir atmosfera, ^ sorpassasse 

di molto quello de* corpiWtoposti'air esperienza. Ma 

erano in errore» I. Spesso questi fluidi non erano a* 

ria , ma alcuno de' fluid! elastici , de* quali abbiamo 

parlato al Csp. ^.'ff.'Qjìesti fluid? Ifion erano conte- 

nuti nelle sostanze the pàrevanotornministrargli; no9 

vi erano che le loro basi (6py|, che combinandosi col 

calorico prendevan'ò la forma aerea* 

9Si Oliando si fa sortir Varia da' pori d'un cor» 
pò, se si espone questo corpo di nuovo all'aria Ii« 
bera, riprende più o meno presta quell'aria- che ba 
perduta» Af. Mariottc l SaigU snlU néiturd,^ $ pr#» 
triet. deir éiria^ pag. t&i.) si è assicurato di ^questo 
fatto con una esperienza molto settiplice. Dopo aver 
purgato d'aria una certa quantità d'acqua, I. facendo- 
la bollire (944) , IL tenendola per qualche tempo nel 
vuoto (946} » ne riempì una piccola boccia, e «la ro- 
vesciò colla bocca in giù in un vaso pieno della me* 
desima acqua » avendo avuto prima T avvertenza 41 



D r F i'* t o Av. 39.. 

£ar f assare Mila boccia una piccola bolla d'aria dd- 
la grossésza d'una nocciola. Appoco appoco vide di- 
minuire la grossezza di questa piccola bolla d' aria » 
che finalmente disparve del tutto nel termine di tre 
giorni ; il che prova che questa bolla jd' aria si era 
iniitiuata appoco appoco ne' pori di quest' acqua , che 
si trovavano vuoti della sostanza che soleva riempir- 
li. K' probabile che succeda lo 1. stesso ad ogni altra, 
materia, con differena. solamente nella quantità del- 
l' aria che vi entra , e del tempo '<be adopra per rien* 
ttailvi. Si concepisce facilmente che un corpo purgato 
diaria , ed esposto di nuova all' aria libera devg es^c*, 
re^cpnsiderato compuiu spugna cbj; siasi forteipeote 
spremuta , e che in seguito si . accosti alla superficie 
i*Mn liquóre* 9i sa che in simil caso il liquore s' in- 
nova ne' pori della spagna 9 egualmente che H'aria,. 
a]ucata soprattutto dalla pressione dell' ampjpsfera , a' 
insinuo 'Oe'^ori 4el cor^ che vi è inaimerso dopo es- 
serne stato purgato. . . : ) . 



s ». 



C4 



40 TjRAirTATe iLzutìnÉiii. 
Z! Arid consideréHM C0mi àmtmosfera Urrntri* 



9^53 In qualunque luogd et trovUmo sulla tetra « 
abbiado sempre dappertisttor dell' atit, ioqualaaqpe cli- 
ma, taato sull^ cima delle più alte moatagoe , -ctie 
nelle vallare: le ptii profonde. La (erra è dooque in* 
cieramefìte inviluppata dall'aria i.Qiiesto. inviluppa i 
ciò che si cbftma dmm^sfe^s' rmesfre , che- gravita 
▼erso il centro della terra é sulla sua superficie 
Cjoi), che è tràsportita ton lei parcecipiando del suo 
moto diurno, e del su& moto annuo, cije ha m^lta 
parte i!bel meccani^chò della natura:, per latte le pro* 
Iprietà che siamo ' per enuriziare ; ' r: 

954 L'étmmasfilrM è un flHÌÌ0 mesvUf £nné gran 
^MntitÀ di sostanxje estrànea • Ancordb£ non avessimo 
un gran numero di fatti idonei 4 convincerci di que* 
sta vetieiàV^ HdAo ratiocinia'J:iasterebbe per c^ndur- 
vici. Perche ella è opinione genoralroenic. ricevuta, 
che non vi sia cora creata, la qnale si annichili, e 
frattanto vediamo ogni giorno un infinito numero di 
sostanze dissiparsi e disparirci dagli occhi. Che diven- 
tano elleno se non passano nell'aria? I liquori che 
si svaporano quasi a siccità ; tutte le particelle che 
continuamente feriscoiio {^^otetro odorato, abbando- 
nando le sostanze che le 'somministrano*, tutto ciò 
che emana tanto in fiàmma^ che in fumo da' corpi che 
bruciano ; in una parola tutto ciò che esala dalla (er- 
ra e dalle acque , dagli animali e dalle piante, entra 
neir ammoscerà, e ne fonila on fluido carico dì csabr 



; Bi'i F I 9 I q A.; 41 

1 2ióni e di vlìrpori; -E siccome in tuut i tempi, ed io 

' ogni luogo non sì riscontrano sempre le sostanjce ne- 
desime , il loro stato deve variare secondo i tempi ed 

- i luoghi • 

955. Possiamo considerare T ammosterà s^tto dUi 

I differenti aspetti • L come un fluido in quiete almeno 
rispettivamente a noi,. perchè le sue parti sono in un 
moto continuo per motivo del calore che le^ rarefa ^ 
del freddo che le condensa, de'ryenti che loro fanno 
mutar luogo ec.l}. come un, fluido agitato. 

Vàmmosfcré consiitrdtM iome nn JlHÌd9 in MéU0 

--..•■■■ ' 

di quitti m 

^$6. Abbiandò per V avanti provato (30^) che V aria 
2 un fluido grave 3 ma quest'aria i quella che compof 
JSó rammmfera; danqìie r àwm^sfiréi è grMve . Ma 
la sua ^avieà è quella -4* un fluido lO d'un liquore 1 
tìta deve dunqm crescert , 9 dimhmH se€$ndo i' 4/- 
ieÌLTLd perpiHiKUlMri 4€itìg C9Unn§\ 4^.9' Jic^ndft^U Idr^ 
ihiZXA dilUi^r0 hiìk ('2^4). In fatti seguendo que- 
irta ptc^rziòM élla agisce sulla terra» o su tutti t 
'corpi che SOrio alla sua superflcte* Ce ne siamo as- 
sicurati cofllt 'seguente esperienza inxqa^inata ^da ?4- 
4CMÌj ed eseguita a Puy^de-D$m9 da M^^^i^r suo 
cognato. ' .. .'.. '■« 

957- Abbiamo fatto vedere (jòil che i il pelo dell; 
atnmosfera quello che sosci^ne il iaercimo fospeji^ 



^t TuAtTAto Elementari 

nel cubo idi T,orricetli onel barometro» Cbo è la 
stes^'ébssi. Pitriir portò danqoe il tubo Torricel-, 
liana fissato sopra una tavola "graduata in pollici e io 
linee a Puy-dc-Démey ed osservò che a misura che 
t* inalzava verso U sommità della montagna » il rner* 
curio. ^ abbassava liei tubo, 'Cd ail cootcario ri alza- 
va a" misura che scendeya verso ló'felde del monte* 
J.a cQloona sostenuta dal peso dcìV ammosfera era 
dilli ^^e'^^piò lunga rrtl- basso che -nelHalio. Ora per 
quanta estensione st sbpponga all' alrhmosfera al diso- 
pra della superficie della terra , dobbiamo credere che 
ella formi ioiorao al Q^Qftco gl^bo un inviluppo, la 
di cui superficie è uniforme e appresso appoco sferi- 
ca ; poiché tutte le partì egiì^lmente tendono verso il 
centro, egualmente che T acqua apparisce piana, qua- 
luhqoe sia la figura che ha il fonflQ del vaso che la 
contiene. In questo stato di cose le colonne d' aria 
à^'fcontare dalla ^òp«iieie dell' ammoìsfera.2^ipo, al Iuq^ 
go ove toccano lA>kérhi , .laranho più .p ineno lun^ 
ghe , secondo ^1W maggiore, o minore.- elevazione d|^* 
Tuoìbi'dtfVe ellenobhamio xei^mùie.^^Qgtlle che ter- 
nsih^do' a* pie d'una montagna tpilo -dnnqi^e più lun^ 
ghe , ed in consegoi^nza più gravi di quelle cjie fini- 
scono alla sua sommità: perciò queste. ultime sosten«> 
gono il 'mètééHo zi uq* altezza ^atiiaore di quella a 
bui lori'èf^Wgòno l0 altre. - 

P58. per sapere in che consiste questo più o questo 
meno ;^ bisogna scegliere un luogo elevato ed accessi- 
bile 9 'di cui si possa facilmente 0iisui;are l' altezza 



© i fisi c.Ap 4j. 

pi rpendicolare 9 e si possa ht ciò a diversa stagioni ^ 
Si prendono due barometri ben comparabili ira loro i 
se ne lascia uno al l^asso con un attento osservatore , 
per vedere se succeda qualche variazione nell'altezzn 
del mercurio, memrè un altro: osservatore porta len* 
tamente V altro barometro verso la sommità del luo»- 
go f A misura cbe questo secondo (osservatore ascen^ 
de» il mercurio si abbassa nelitubo; e ciascuna voi* 
ta cbe il nseroirio i- abbassata d'uiii linea , si misura 
V altezza perpendicolare del luogot ove si fa la sta? 
«ione» Que^a s^i'erienta essetido stat4 n'p tuta parec^ 
el^ie^ volte 'in diversi tempri^- in divkrsi luoghi, e da 
divèrsi fisici, T altezza della colonna dell'aria corri* 
spondenre ad una linea di mercurio si e trovato tsst^ 
re, per un termine medio di circa i^/ tese é mezzo , 
o di 75. piectL.'-Si iuppone;Che.r alteiiza del baromc«> 
tro lasciato abbasso nota siaiifittriata nel tempo àelV 
esperienza, perchè so si fBss»ru:dyat4< qualche varia^ 
«bAè , ciò afSB^be^|irovato ch^jv^ t9 fosse sfata^qualr 
eheduna nellr pressione dell' tHay rdella quale bitof* 
|nava (ener ^Qim) avanti di', deteìv^inarc il risul^ 

tato, i i-riL-5^ . \ 'it ,i> ^ ; . ;; 

^59. Ma>^ikcome'4'iaria dell' ammosfera i un fluido 
compressibile, e che 91 èómprìràè dal proprio péso 
(^99)9 i evidente:: the P^iàm^jfard non' hd nnd den^ 
sitÀ uniformi %ìitfHttd U ^fnépstcmione\ che glistra» 
ti superiori pefliando sugi' inferiori devono tieces^aria* 
mente liserrare, e condensare sempre più questi ulti* 
mi'^ Nel* segue da eiò che le colonne, d* aria corri«pon« 



44 Trattato EtEWESTAR» 

éétìii a ciascuna linea d' abbassamento del (Mercurio 
devono essere tanto, più lunghe ^ a quanto maggior 
distanza sono prese dalla superficie «della terra « Que- 
sto è in fatti ciò' che si è osservato. Ma fino ad un' 
altezasa di loooi o taoo tese al dfsopra del livello 
del mare le differente sono molto piccole » perche la 
gran quantità - de" carpi eartanei de* quali è carica la 
regione più bassa, e 'il gran peso che la comprime ^ 
rendono quasi uniforme la di lei densità* I Signori 
Cdssini^ M^raldit.e di ClUz$Uii dopo un gran nu-« 
mero di esperienze che hanno fatte in diversi tempii 
e in diversi luoghi Isu dÌYer3e montagne |- delle qui^U 
precedentemente avevano geometricamente misurata 
le^ahezze , hanno giudicato che le diCdrenti altezza 
perpendicolari. corrispondenti, nel salire a ciascuna .li« 
nea d'abbassamento del diercorìo nel barometro , ere- 
sMssero ciaschednna #ttn piede* Ma hanno pensato 
con molta verisimigliw^a; i^be questa proporzione non 
cxHmìaua più ai dift'dii ^na rae«za'£c(|e- sopra il li-» 
vello 4iel raareS'pereMpiiqoeatadistanzi'della auper- 
&ie del nostro globo l'aria d molta;(>tu pura; il suo 
elaterio è più libero , ed in cenKguenza i suoi diflfie^ 
reAt}j;tadt di densità AoÉ dipendono rtjtoasi più che 
^alla pressione degli strati superiori • . 

9éo. Coir istesso meiodor^l fàìtthhej mediante' il 
barometro i conóscere preaso appoco F alieeza perpen- 
dicolare delle montagne medie ^ Bisogna sempre sup** 
porte che si sappia a. quale altezza iia< il barometro 
al ii^vello del mare nel tempo che ii £a T esperienza , 



D I F t s I e Ji . 45 

o che SI eonofca T e][evazioDe del luogo dove ^ à li 
falda della montagna di cut si yuole misorar Taltea^ 
za. Abbiamo veduto (958; cb« dal livello del mare 
sino a una mezza lega dii altezza si possono contare 
lai tese e mezzo per ogni linea di mercurio , aggiucr* 
gendo un piede per la. prima , e due per la seconda 
^- (959Ì • ^ dunque il piede dtlla montagna fosse 
al livello del mare » e che il barometro marcasse aS 
pollici; se alla sommità della montagna il barome- 
tro iion fosse più che a 23. pollici e 6. linee , ciò da» 
rebbe 4. pollici e 6. linee » o 54. linee dì differenza : 
il ^he darebbe per T altezza perpendicolare 5535. pie- 
di , 922* tese e mez2o • 

961. A£. de Lue ( Soglio sulli difftrenti modificéi»' 
xÌ9ni delP dmmosfirM) ha data una regola clie pare 
pia sicura per misurare 1- altezza delle montagne me^ 
diante il barometro. Osserva T altezza del baromecro 
al basso,, e alla sommità dei luogo di cur vuole co- 
noscere r altezza • t Nelle tavole logaritmiche che ei 
trovano già fatte, cerca quelle, di queste altezze del 
barometro , espresse in linee : Ln differenzÀ di qufsii 
Ugdritmi di in millesimi di tes4 l' altezxA cercdtém 
Questo metodo, come ognun vede è molto sempli* 
ce. Pure bisogna farvi qualche correzione. Il calore 
che rarefii tutti i corpi, e che varia quasi ogni mo- 
mento fa si che a pressioni simili la colonna del mer- 
curio del barometro può essere pia o meno lunga, 
secondo il grado di temperatura , in cui si ritrova • 
De Lnc ha jtiguardato cpmc termine rnedi^ di quefta 



4^ Trattato ÈiiMtUfAKÈ 

tempefatura per ilmercario^ Quello di io. gradi al 
^sofi^ra dello tttó del termóimètto ordinario • Per 
totreggtre V altezza del sud barometro egli ha duo- 
4(ue fatto un terinómetro » il zero del (}aale è a què^ 
Uti io. gradi i t che da Questo pùnto sino al gradd 
bell'acqua bollènte è divisò io 84. gradi. Ciasche* 
^Utì grado tri pia ò in ^meUo di qUestó termometro 
vVale un sediceilmo di linea dì mercorio^ che bisogna 
detrarre , ó aggiungere alle altezze osservate nel ba- 
fonietro, avanti di prendere i logaritafii^ Egualmente 
il più o il metio del calore fa si che le istesse colon- 
yie d*ari^ del medesimo peso possano essere più 
meno lunghe. Per ricofldurle tutte ad una lunghezza! 
tostante, ha costruito un altro termometro idoneo à 
correggere la temperatura dell* aria • Qjiestò termonier 
tto ha il Suo zero postò a i6. gradi è un quarto del 
termomètro ordiriario', è di là fino al grado dell^a^ 
tfqua bollente é diviso in 14^* gradi , e in ^9. fino al 
termine del ghiaccio • Cosi questo istromento ha. de- 
terminato la teiifperaturà dell'aria alla tommità, e a 
^iè della montagna o del luogo di cui vuole cono- 
scere r altezza . Cìueste due temperature osservate 
che sieno una volta , lei summa e ne prende la me* 
ti , e questa tnetà è quel che chiama il grado medio 
del termometro- Se \itìi di)que«te due temperature è 
al disopra dello Zero, e T altra al disotto 9 sottrae il 
termine minore dal maegiore , e il resto dèlia sottra- 
zione è il grado medio • Inatte tutte que^e correzio- 
ni i moltiplica la dìStieni^ de' logaritmi per il dfoppic^ 



D t F ».s iifi A, 47 

del grado medio del tornometro^ e divide il pro^oc^ 
to per looo. Chiamando ^ T aUezza corretta del luo- 
go, ^ la differeHsac.de'legaritmi, t r il grado mediq 
del termometro, si esprime il tutta eoa questa (brma« 

la ^ HH t^ — 4 . La treta altezisr del luogo è durti 

c[ae la digèrenza de'logarìCIlla^piu o meno il quozien» 
te di questa divisione.' più quésto quoziente se il gra/ 
do medio del termometro à posUi^^o ^ tfieno questo 
quoziente se questo grado è negativo é . 

962. Se 81 desidera di conoscere I^ corrispondenza 
de* due Cerviòmetrt' de' quali; abbiamo parlato « coirei- 
raometro ordioariov ^t troverà nel mio Dizionario di 
fisica Tav. 34: Il terirìometro ordinario ^ sotto il nu* 
mero I, e i d^e altri sotto i numeri XII, e XilL ' 

963. L* altezza fino alla quale si esceqde V ammo- 
ifera al disopra delta superficie della terra sarebbe per 
noi usa interessante cognizione ^ I fisici si sono darà; 
molta penai per deterininarla r Ciò sarebbe stato faci* 
le mediante il barometro, stf Tiria dell' ammosfera; 
avesse ja stessa densità in tutta la' sua estensione: ma; 
non i così (959). Ciò darebbe ancor meno difficile 
se si sapesse secondo quale progressione l'aria si di- 
Iati a misura che si allontana dalla superficie della 
terra , e cbe è meno compressa da sé medesima ; m^ 
abbiamo veduto che manchiamo di queste cognizioni i 
t che è un dipresso quel che sappiamo cbe corrispon- 
de a una linea di mercurio per ogni mezza lega al 
disopra del livello del mare. Le altezze del mercu- 
rio sei barosi^euo osne^vate appiedi e alk cima dtAe 



i$ Tu ATTÀTb ^ Elbmentarb 

iViiC^ae» non possooo duo'qtte darci V altezza, dell' 
A«nittO«feci » poiché queste osservazioni non possono 
Ur<i cb« nella parre inferiore; e non sappiamo q«ale 
Sìa U densità delh parte -tiaperiore. Qisesco è ciò che 
^ ìn^jnato M. de U Hire ( Mem%r. iilt Aecad. 
4W- 17 13. pài. J4), dopo «n'idea A Kepler^ a ser- 
virsi d* un metodo più semplice e pili sicuro. Qjiesto 
iMtvìdo i fondato suU' osservazione de' crepuscoli 
Cif7(). Tatri gK Astronomi convengono che il cre- 
puscolo comincia la mattina , quando il centro del 
sole si trova a f3. gradi al disotto dell* orizzonte , 
prendendo qbesti 18. gradi sopra un cerchio verticale j 
e che finisce la sera quando il centro del sole è ab- 
bassato di egual quantità. In questo caso il raggio so- 
lare avendo, la sua direzione di basso in alto , va a 
toccarf la Superficie dell' ammosiera obliquamente , e 
fefrangendost arriva sino alla terra . So V ammosfera 
fo%%t meno alta che non è » biso|rnerebSe che U sole 
fosse abbassato meno di 18. gradi al disotto dell' oriz- 
zonte , perchè cominciasse il crepuscolo \ al contrario 
ee fosse più alta, il crepuscolo comincierebbe quando 
il cèntro del sole fosse più basso che tS. gradi. Vi é 
dunque un rapporto fra la durata de' crepuscoli > e F 
altezza dell* ammosfera • Do^o la ricerca di questo 
rapporto, M. di U Hire ha conchiuso con verisimi- 
glianza questa altezza essere di 16. leghe ( ved. la 
Mtm. eitéits). Egli è frattanto probabile che l'aria si 
estenda a^ maggior altezza , ma nel medesimo tempo 
vi sia al disopra di 16. leghe troppo poca densità per 
refraogere sensibilmente la luce . 

964. 



I> I F f s i e a; 4P 

954. li peso della colonna del mercttrio loiteRaio 
nel barometro dal peso della colonna d* aria the vi 
corrisponde f'joi ) potendo giàitatnentc insegnarci qua- 
le è il valore della pressione dell' ammosfera sopsa 
una pontone data della superficie della terra , si è 
cercato di conoscere con questo metodo qual'è il pe- 
to totale deir ammosfera . Ma dopo molti calcoli è 
apparto ben difficile il conoscete ciò» ed anche im- 
possibile » perchd eiige altre cognizioni preliminari 
che non abbiamo A Bisognerebbe 1. conoscere esatta- 
mente r'eìttnsione della superficie della terra» cagni* 
lione che i^on si ha » perché la terra non è perfetta- 
mente sferica (nj^* IL bisognerebbe tener conto 
deir altezza delle sue ineguaglianze ; senza di che ti 
(toverebbe il pesb toule maggior cke non i : lU. co- 
noscere i diversi grsfdi di densità dell' aria ne' di^ 
rènti climi, e nelle diverse parti dell' ammosfera 
(pò; }: IV. aver riguardo agli efietti deUa forza cen. 
trifuga, che risulta dal moto di rotazione della terra 
sul suo asse > e che diminuisce gli eBetti della sua 
graviti» ma non egualmente in tutti i luoghi (aià^* ^ 
Si vede quanto sarebbe difficile di prendere esattamea- 
te tutti questi elementi • Cosi è stata abbandonata 
questa ricerea;, che non è altro che una cosa di pura 
curiosità. 

965. Egli i più interessante per noi il conoscere 
qaale è la pressione deU' ammosfera sulla superficie 
del nòstro corpo • Qpesta pressl&ne è enorme , pure 
noi ce ne accorgiamo pochissigio (ji?)* 11 nostro 



101 c< 

/ 



Bii»M}NFis.TeM. III. D 



jo Trattato Elementahè 
corpo è premuto in tutti i punti ctella superficie dall* 
aria dell* ammosfera 9 poiché queitQ fluido , egaalmen- 
te che tutti gli tltri esercita la sua pressione, in tutti 
ì- sensi , e il peso che sostiene à quello d* una colon- 
na d'aria 9 la di cui base è eguale alla suj^rficie del 
nostro corpo 5 e la di cui altezza è quella dell- ann- 
mosfera. Ora il peso di questa colonna d'-aria èegua* 
le a quello d' una colonna di roereurio: della stessa 
base, e di 28. pollici d* altezza (301 )• Dopo ciò è 
facile conoscere il valore di questa pressione sopra di 
noi,. Sì suppone che la superficie del corpo, d' un uo- 
mo di mezzana statura sia di 15. piedi quadri, il che 
non è lontano dalla veriti « Ma un piedo cubico di 
mercurio pesa 9^9* libbre, e 12. once,: a* dramiiiey 
e- 1}. f;rani {vi4sii U mia éfgrs sutts grMitÀ ipgci-^' 
flcM de' C9rpi) .IJiìà colofonia di mercurio d'un piede 
quadro di base, e di 28. pollici di altezza pésa dun- 
que 22x6. libbre, i. oncia, 7. dramme, b 54. grani 
e un terzo, il qual peso moltiplicate per 15. numero 
de' piedi quadri che contiene la superficie d^ un corpo 
umano, dà per prodotto 33241* libbre 13. oneie 4. 
dramme e 23. grani. Ecco la pressione media cb€so£r 
friamo per parte dell' ammosfera. 

9660 Ma- questa pressione che è misurata dall' al- 
tezza del mercurio nel barometro non è costante, 
come Io prova la variazione di questa altezza • Qpe' 
sta variazione è di 3« pollici ; dal che ne segue che 
la maggior differenza fra le diverse pressioni dell' a- 
ria sul nostro corpo 2 eguale al peso d' una colonna 



Q l ìt-i i i t Ai 51 

dlì niàrcurto di 15. piedi quadri di base , e di tre poU 
liei d'altÉzu; il qual peso è; di 3561* libbra lo. on- 
e:è, e 12. grani é tte quarti. Senta dubbio egli h per 
noi OQ bène il provare per f^arte dell' aria questa gran 
prHsieiie, perchè quando ci portiamo sulle montagne 
piÀ alte , dove quésta pressione è raoko minore (957) , 
ci {rbviamd spesso a àtir molto male^ 

967. Abbiairlo (atto vedere di topra (954) che V 
àmmosfera è «h fluido mescolato d* una gran quanti^, 
ti di'fòitari:ée estranee che s*ihaliUtio dai suolo nel. 
1* aria • Tutte h éostante evaporabili prendendo Io 
ieato di vapote, -passafio nell'aria, e vi sMnalaana 
pel la foro le.i^g^zza respetti va . Di più r dtid è ufi 
iissotvekte delt dcqua ; é ve àe è sempre una gran- 
ÀkiìvAì qu2(nt]tà di disciolta in quésto tioido . Pet as^ 
si^urarvene fate h seguente esp^rienta. 

96É. Esperienza . tn ufi vaso bene asctottd e ben 
patito mescolate una lit)bra di gbtacriò pesto é 6. on- 
6ie sai marino o stfuriatò di soda, il che produrrà uH 
freddò molto grande ( io$Ì4 ). Lasciate per qualcher 
tèmpo quésto vaso in ùii luògo ove non ghiacci. Li 
^rett éstértie di quésto vaiò si copriranno appoco 
ippocò d' uno serate molto cotisiderabile di brina ^ 
:te fioii e altra còsa che Inacqua tenuta in dissolu- 
zione dall' aria vicina al vaso , la quale 1' ha abbàm-; 
lionata condensandosi dal freddo , egualtnenté che 
iajl^ acqua caldissima ehé tiene molto ialé in dissò« 
luziòfié, sé né separa ufia porzione 6fl raffreddarsi 
the fa l'acqua *(Jó5^jl. 



51 TRATTATO Elementari 

969. Le materie che dal terréno s* ìnalzatiò noli* u 
ria $f dividono in due classi , V una comprende tutte 
quelle che partecipano della natura dell* acqua ; nelf 
altra sone coniprese le parti saline , grasse, e spirita» i 
se ec. ed alle. quali si>dà il nome ^* eskl^wni . Tat« 
te queste sostanze differentemente mescolate, o mo- 
dificate, prendono diverse forme, e produeono^iflfe* 
tenti fenomeni che si chifinaoo meteore . 

970. Le meteore sono dunque fenomeni che hanno ^ 
lungo neir ammosfera • Se ne distinguono di tre aor- 
te > le meteore acquee , ie meteore luminose » e le me* 
teore infiammate. Non parleremo in questo lisogo 
che delle meteore acquee , perebi tramando deUa Inai 
(1435. € /#;.) parleceny> defle luminose; e tratterò* ^ 
mo d^Ile infiammate parlando dell' elettricità ( %Ì9f. 

e jeg.) .i 

971* Le meteore acquee sono quelle,' che sono prò- ^ 
dotte dall' acqua che sì trova nellVammoifora, tanto . 
iti vapori , che in dissoluzione • Tali sono il sereno » 
la rugiada, la brinata, la nebbia, le nuvole, lapjog* 
già , la neve , e la grandine . Tutto queste meteore 
nascono dall' istesse^cauf e, e sono composte daU*i« : 
stessa materia modificata diversamente. 

972. Nel decorso del giorno il sole scalda la ferrai « 
r aria ^ l' acqua , e tntto quello che si trova eipoaio ^ 
all'azione de'sgoi raggi* U calore comunicato 1 tot- . 
. ti questi corpi scema dopo che il sole ì tramontatf » . 
e più prontamente succede ciò noli' aria ciie nello 1 
terie che sono pia dense v in maniera che l'acqua» 



t> i P i ^ i e A4 Si 

tirtt ; e la maggior parte de* corpi che sono alla dì 
lei superficie conservano questo calore più lungo tenu 
pò, e nella flotte si trovano avere più calore dell', a-^ 
rie • Allora la ihateria del ealore « che come tutti gli 
altri fluidi tende a spanderti uniformente per tutto ^ 
passa dalla tetra e dair acqua nel!' aria , e combinane 
dosi colle parti le più sottili fa loro prendere lo sta^ 
to di vapori che s' inalzano dell* aria per la loro re-^ 
ipettiva leggeretxa « Di piti 1* aria «he s' insinua faciU 
Inerte ne* pori de*cotpi (943^ discioglie una porzio^ 
M d* acqua più o meno grande. Tutte queste pani- 
tette aéqufe cosi inalzate si spandono nella porzione 
dell' atnnaosfera la più vicina alla terra \ e congiunte 
ali* acqua già disdolta » che V aria condensata allora 
dal raffireddasiento può abbandonare e timandare ver- 
so la tetta » producono questa umidità che sensibile 
toeme ti manifesta su' vestiti , quando uno passeggia 
la sera , e alla quale si di il nome di jtertftp . 

97). Se a- queste particelle a£quf>e si trovano mesco- 
late diverse sostanze vegetabili o minerali ^ come spes- 
le succede , allora il sereno che se ne trova impre-- 
gnau» può uVere delle qualità buone o eattive secon- 
iù~~ÌA natura fli 4ueste. E siccome la natura non 
sómmillisti^a per tutto ^ e in tutti ì tehipi le stesse prò. 
ìhiziohi 9 debbiamo tonchiUdete tht il sereno può can* 
1gsn9 di qualità secondo i tempi ed i ìuog&ti Cosi si 
pietendef cke a Rema, € ne' su»i eohtorhi lia perico- 
loso Fespotsti al sereno , mentre senza^Verun perko>' 
io si puè esporti a Pairigi i a Firenze tC, 

t>3 



54 Trattato Elementare 

97^' Quando la terra si riscalda bastantemente nel 
(iorno , il che succede nelle stagioni e ne* climi cal- 
di, queste particelle acquee che formano il sereno 
continuano per tutta la notte ad inalzarsi dalla tert 
tà e restano per un qualche tempo sospese nella bas*^ 
sa regione dell* aria • Ma al* levarsi del sole il cai»* 
re rinasce neir ammoifera , o, l* aria rarefacendosi akr 
bandoaa queste particelle acquee che ricadono allora 
sulla terra , e su tutti i ^ corpi che tono alla sua su- 
perficie, e formano ci(^ che si chiamta rngidds. Vi i 
un* altra sorte di rugiada che non ricade come la pri« 
ma, quantunque sia formata di sostarne simili e che 
si sollevano egualmente da terra; wa queste ultime 
invece di sortire immediatamente dalla terra , e di 
passar nel!' aria , vanno su' funi i sq* rami , e suUe fo- 
glie delle piante e vi si ammassano in goccie, Pee 
convincersi di questo fatto non si deve fare altro ciie 
coprire la sera una pianta qualunque , per esempio di 
cavolo o di lattuga » con una i»mpana di vetro » e 
non ostante la mattina si troverà coperta di rugiada 
come le piante vicine che saranno rimaste scoperte \ e 
la campana di vetro sarà elU purf coperta di rugiada 
che sarà caduta* 

575. Qpando le notti eoioineianoa divenir lunghe, 
come verso la metà o la fitie dell' autunno , la terra 
e i corpi che sono alla sua superficie hanno il tempo 
di raffreddarsi abbasunaa per permettere alla rugiada 
che si ghiacci. I piccoli ghiacci che ne provengono e 
che sono molto sottili e molto vicini gli uni agli alt 



-^ \ 



D r F I s i e a. Sf 

(ri formano allora quello che chiamasi hrinutn . Non 
è necessario per produrla che la terra , o i corpi ter* 
restri , o aache 1* aria abbiano acqoistato il grado di 
freddo che produce la congelazione ; basta che vi Sie- 
na n^olto vicini . Qpel che fa gelare queste piccole 
geccie di rugiada , che formano la brinata è sopraCtut<> 
to il raffreddamento prodotto dair evaporazione (1171) « 
h quale qualche volta è molto aumentata dalla pri- 

p ma azione del sole • Accade spesso che la rugiada , 
the fion è altra cosa che rugiada avanti che il sole 
V. levi y diventi brinata poco dopo che questo astro è 

i lalito suir orizzonte • E quando irsole è bene sco^ 

^ ^o e splendente , è allora il caso in cui la brinata 
eausa maggior danno alle piante ed a* frutti ; perchè 
P evaporazione essendo maggiore» maggiore ne diven*« 
' ta il raffireddamento • - 

[ '■ 976. Accade qualche volta » per certe disposizioni 
leir ammosfera , e per un concorso di cirèostanze assai 
difficili a determinarsi » che s* inalzi una quantità di 
particelle acquee che non sono se non imperfettamen- 
te dÌK:iolte nell'aria 9 o che hanno pren la forma di 
vapori non così sottili, che uniformemente si stenda- 
no nella parte bassa dell' ammosfera • Allora queste 
particelle turbano la trasparenza dell' aria , e forma- 
tto ciò che si dice nebbia • Ne segue da ciò che le 
Debbio devono essere più frequenti ne' luoghi più ca- 
paci di somministrare una gran quantità di queste 

\ particelle aquee • Cosi sono più frequenti, ne' luoghi 
bassi tà umidi y ne' luoghi paludosi e vicini a' fiunii 

B4 



I 



$é Trattatìi Elsmiktake 

ed agli sttgni , che aon lo sono ne'luogbi aKiatti e 
situati in alto. : 

977* Succede qualche volta che alle neboie ti me- 
scolano e si uniscono dell' esalazioni che si manife- 
stano con un cattivo odore, e con un pungente (he 
offende gli occhi e la gola « Si pretende che allora le 
nebbie possano far del danno a* fratti ed a' grani • Si 
attribuisce a lor^ quelle malattie del grano conosciu- 
te sotto il nome di golpe » o di ruuint • Ma io sono 
più portato a /credere che i germi di queste malauie 
sieno nel grano istesso che si semina , o che questo 
germe sia un veleno dlFf^ale è infeti^o il seme^ o 
che queste malattie provengano dalle puntura d* un 
insetto che vi abbia deposte le sue uova . Perchè il 
liquore alcalino adoprato con successo per prevenire 
queste malattie d fra il numero de' liouori che posso» 
no far perire gì' insetti » o che possono senza dubbio 
distruggere questo veleno» perciò la semenza prepa«* 
reta con questo liquore produce un grano che non ì 
più soggetto a queste malattie, quantunque sia espo« 
ito alle stesse nebbie , che quelle alle quali sono 
esposte le semente vicine • Dunque non sono le 
nebbie quelle che producono queste malattie ne' gra- 
ni» 



D I F I f I a a\ 97 

'978. Le nebbie sodo piA frequcnci ncUc fCagiooi 
e ne* climi freildi, che nelle stagioni e ne' climi cal- 
di, pecche allora le particelle acquee edi?apori con» 
densati dal freddo dell* aria » quasi nel momento chn 
escono dalla terra o dalle acque , non possono inai* 
ursi che ad una piccolissima altezza o non . possono 
essere che imperfettamente discioUe . Se il freddo vie* 
ae ad aumentare la nebbia, si ghiaccia e si attacca 
m piccole lastre a' rami, agii alberi, agli abiti, e a' 
capelli de* riandanti , a' crini de' cavalli, e general- 
mente a tutto ciò che si trova esposte, e forma quel 
che fi chiama brina . Qiiesu brina differisce dall' altea 
brinata di co! abbiamo parlato di sopra (975) t ?11* 
yule però rassomiglia moltissimo » nel non aver ma"^ 
luogo che quando la temperatura* i al grado di con* 
gehtsione, o al disetto: mentre vi i spesso della bci« 
nata quantunque la temperatura dell' acia^ sia en pocc^ 
al éi eopra della congelaziefre^ (97)) « 

97^ Quando (e nebbie s* inalzano molto nell'am* 
mosfera , e che se ne fanno degli ammassi o per qualche 
condensazione d'aria, o per f impulso de' venti e«.t 
ciò forma quel che noi chiamiamo nuvole t che 00* 
deggiano a differenti altezze nell' aria.coUa quale stao- 
fio in equilibrio • E siccome V aria ha tante maggief 
densità» quanto i più vicina alla superficie della terj- 
f2 (959)9 nocr deve far ìnderaviglia che quelle nuvola 
dense che sono prossime a sciogliersi in pioggia , siai- 
ne comunemente molto basse . Non vi sono che It 
ànvole leggere e ikde ciif possano sostenersi ad nina 
certa altezza. 



^t Trattato EEemen^tars 

^tTo Poiché le nuvole sono compoate d* acqna o ri- 
dótta Tn vapóri o disciolta nell'aria.» .devono formar- 
i^i'pià che in ògi^i altro luogo in quelle parti che sono 
le pia capaci di soniniinistrarne la materia • Cosi si 
forila un maggior numero di nuvole sopra il mare 
èà i gran laghi » dove V evapofzione è molto più ab» 
botidantt, di quello che si formi sopra i continenti e 
le grand* isdle • Dipenda da questo che il vento che 
viene da' mari porta ordinariamente delle nnvole • 

981 56 nuvole si ammassano o per T azione de* ven- 
ti , o per la condensazione , o rarefazione dell' aria 
che le porta', o per V abbandono del calorico , che le 
teneva in istato di vapori, le particelle acquee delle 
quali' sono composte si riuniscono in goccie , le quali 
essendo divenute per questa riunione troppo pedanti 
per i^ostenersi nell' aria , producono cadendo quel \he 
si chiama ti^ggis. Quando questa Condensazione ^i 
nuvole si fa con più: precipàtazione , ed in una porzio- 
ne poco elevata dell* ammòsfera ^ doveT aria avendo 
pia deniiti (959Ìy è più in istato di sostenerle, le 
^oecie^ che si formano prendono un volume maggiore, 
sono in minor numero , e cadendo acquistano molta 
velociti ; e questo 2 ciò che si osserva nelle pioggie 
di burrasca, che nascono ordinariamente dalie nuvole 
poco elevate. Ma se quesra condensazione si fa lenta- 
mente , o se queste particelle acquee non si riunisco- 
no t non cadono se non perchè l'aria che le soste* 
neva le abbandona dilatandosi , allora le goccie sono 
picetlìssimtB ed in gran numero, molto vicine le une 



I iìi^ altre e cadano Isntamence e coh uiu valociUquiJ 
I sf uBÌfornie. Allora formano una pioggia cttremanc»» 
te sottile cbe potrebbe cbiainarst fièvìsci§ • 

981 II freddo della regione dtlie nuvole è '.qualche 
voka tanto grande p^r i;hiaccìftre Ja particelle acqueo 
che corrp#rlgano le nuvole.* se il freddo le congela 
avanti cbe abbiano avuto il tempo di riunirti in goc*- 
cte y i piccoli gbiaccioli che ne provengono riunendosi 
^ insieme t non si toccando cbe per certi punti della 
loro superficie compongono de'leggerissinli fiocchi, ed 
ecco ciò che noi chiamiamo m^e • 
983 L'ordine e k disposii^ione A questi piccoli 
f gbiaccioli fra loro non k sempre la stessa , ma varia 
I prodigiosamente , e fa cosi variare la figura delia ne* 
ve. Ma quel cbe vi d di singolare si è che questa fi* 
gwa, che non è la nitm in tutti i tempi » lo è co» 
stanteaiente nel medesimo giorno; o almeno nel!' 
iscessat ondata ; cioè i fiotcbi che cadono insieme non 
differiscono che in grossezza ; ma hanno tutti la stel- 
la figura , o per meglio dire sono tsrti composti di 
piccole ramificazioni che ^i rassomigliano. In maniera 
^e la neve d'oggi può avere una figura differente da 
' quella cbe aveva la neve di jeri, ma la disposiziono 
de' pìccoli ghiaccioli è costantemente la stessa in tutti 
i fiocchi che cadono nella sressa ondata • La neve non 
cade dunque ebe d'una specie alla volta, tanto in di^ 
versi giorni , che in diverse ore dello stesso giorno • 
Ciò potrebbe riguardarsi come una cristallizzazione , 
della quale però sarebbe difficile molto il rendero^ra>r 
gione 



éé TlCliirTATO ELIMBNrAltt 

.!.9S4 La mre cade sempre lentameoct e quasi teùtà 
«cccleransne ) perchi eoo pocbisscna massa preseota 
air aria che ella traTersa uaa gran quantità di super-* 
ficie, Qpesto fluido per la sua resistenza le itnpediKc 
dunque -di ricevere 1* aumeoto di Ttlocità che lenxa 
ciò le avrebbe dato T acctieraxione della [aua caduta 

(214) • ' 

9S5 Olivata gran quantità di superficie rende anco-» 
ra la neve molto suscettibile d* evaporazione t in con-^ 
«eguenza diminuisce sensibilmente anche ne* giorni più 
freddi • 

iA6 Se il freddo che qualche volta ttgnt nella re. 
gione delle nuvole dà tempo alle partk^Ue acquee che 
le compongono di riunirsi in goccie » avanri d* essere 
congelate > il (ìreddo che ìb congela né forma de* pic^ 
doli globettf di ghiàccio i i quali si chiamano /r^àtii* 
M> o iragnu^U: 

987 Là grandine dovrèbbe sempre essere perfetu*^ 
mente tonda ^ percbè è composta di acqma » la quale 
«ssèndo stata fluida in un fuèzato che la comprimeva 
da tutte le farti t ba dovuto necessiriaiiiente prendere 
Ena figura sferica • Qpindi è cosa certa che questa 'i 
la figura che ella ha presa nel ntemento della propria 
formasiooe 4 Pure quando arriva in tèrra i per Io pia 
angloare ^ e cib nasce o dall' essersi cominciata a fon* 
dere » o al contrario ba ricevuto un grado di fredde 
capace di ghiacciare le particelle d' acqua » che ba 
toccata nella sua caduta % e che eadevancT con minor 
velociti dilei(aoS;, 



f%i La gratì'dioe non dovrebbe ciset mii piò grossa 
delle fòcciolt della pioggia r còsi se qualche volu se 
ne vede cadere di quella grossa quanto una noce » o 
come un uovo» nasce, come io abbiamo detto (987)9 
dair essere stata tanto fredda da ghiacciare le panU 
celle d* acqua che ha toccano » cadendo » e le si at« 
ucearono ; o dall' essersi più granelli di grandine ri^ 
oniti , ed attaccati insieme . 9ti convincersene l>asta 
esaminare quesri grossi granelli di grandine . Si tro^r 
veranno quasi iempre angolosi» e non mai d* una dea* 
sita uniforme dalla superficie al centro » il che prova 
che sono fatti di milpezsi. Egualmente si osserva eh» 
la grandine che cade sulla sommità delle montagne è 
pili piccola » tutte le alue cose eguali , di quella che 
cade nelle vallate : ella dnnque acquista e ingrossa 
sempre piò nel tempo che cade. 

989 La grandine acquista smesso ca4eodd lina: vielo- 
cita considerabile, perchè mediante la figura sferica o 
ona cimile, per parte dell' aria chf ella traversa pro- 
va la minor resistenza possibile , xelativatnen^ alla 
sua massa; pioch^ I corpi sferia seno quelli cl^:;per 
ina quantità data^di materia hanno la minor super» 
fieie. e questa rasistenza è tanto minore, quanto piik 
grossi sono i granelli • Cosi la grandine » soprattutto 
la grossa produce spesso molto danno » ella uibbia i 
grani , t le viti , ed i polloni degli alberi ; macola . i 
fruti e li fa cadere; ammazza gli animali in campai 
gna ec. Bene spesso si vedono delle intiere, tenute de* 
vactate dalla grandine. 



\ ^t TaVtTAtO f LXMtMtARÈ 

rifpo'Dopotiuieii^che abbiama^j^ito^delle fneteoi;0 ac- 
quee (9fuùgé) è facihcosa il vedere cbe (iftie.^Da-^ 
icopo dalle «tesse cause é ìjt paruceUe dell' ac^ua che 
àAUS^riz e delF acqua; passano ntìV aria soee quel- 
le Thp formano il sereno • lA rugiada d il sereno stes- 
so rkfaduto; li brinata è la ru^iida cl^e si è^hiaccia^ 
ta,' la nebbvi è uh Aei;eno più abbondante; la brina 
è la nebbia cbe si è gbiirctata aderendo a* corpi che 
Hscomra.; le nuvole scite le nebbie portate al una 
ce»taralrèz:2a; la pio|Et|iia ilofio le . nuvola le di cui par- 
ticelle aqnee si tema riunite insieme pir formare del- 
le 'jtoccieì: la tìevY t.ufst xìxkve\t.\t adi tm particeUe 
li Sono gelate avanti d'essei'e riunite in ^occie , finali 
tnente la gragnuela don è altts cosa che. la pioggial 
gfaiaixiata;r - ''" :. 

^9F$t osservatici' Ale sò^te di -tiióti nclr aria dell' 
àtiirti&iteti . L*ittio ndk (i-altra cKé ìilf mòto di tré- 
Molié^ o v4bra(tiolMr lÀn^i^essa alle p^\ di que^o flui- 
do, efcheie agita per qualche teitfpo i^^nza itiiioiverlé 
Wrpd«td; -è'd è quello che ci portai il suòno. L'altr<> 
t tifi-vero^ mota cfi tfaslastòné , mediante il quale una 
jpotziome astit cwsìdcrab'le deir ammosterà è spìnti 
ila-iin lìao^o ali* altro con èna maggiore o minor ve- 
locità, ed in una direzione determinata; il cbeprodi>-' 
ce il ventò # 



r 



Di F • S I: (P-^A.»;. : ó^ 

1 



99% Il suono Mfce da uo moto di.vtbr^zigp^» jm^ 

presso ad un corpo sonoro dall' urto d' un ^Itfo .f;Qz^^ 

fo, comunicato' dal corpo sonoro .ài fluido che- la fìtx 

j conda» e da 'Questo fluido tnasmesso sino al|':oreQCbi|^' 

i cèe sono gli òrgani: desiiriatt a riceverne r)a-4i^{)r^ 

lione. ■:;■>■' .. ,._ .. 

993 Da questa definitione t^^ogue.cbe dobUaRia 
. considerare il suono sotto tce^àtpettV'diy^i^si ; I. ne^ 
' corpo sonoro tbe lo h niscerev'^U. fltl mez;^ che Iq 
' trasmette^ IH. aéir organo cbe/ oeciriccvp T tmpres; 
. «one. ■ ' , 

994 Si cbiamàffd coiff sonori propriamenttf detti 
quelli, i di cui snòni sono dlìstinti^ -compajM^ìi^ ^<^t 
l»ro, e dfi qualche durata/ tali sono QU^U} d^ui^ 

- campana, di una corda di violiao ec« e ^%qifelJl| 
cbe non fanrlo sentire éhe un rumorìi coofiisp^ cpm9 
quello che fa un msso che cade sul payimcntOk Pet- 

I ctvi i corpi sieno sonori bisogna nc^cessaciamQt^ .^ qbir 
i corjli sienò eìastiti , come òr oca provererijo ; ^c^ t-j^ 
loro suono Sproporzionale alle lóro vìhtsaiwt Jcfe 
U durata o per V intensità o ia forza. . :; <- 

995 Supponiamo dunque che si batta ^ pc^ esempio ;**• \ 
Utta campana (fig. 138). Le sua piccole particelle per 

la loro forza elastica si muovano con molta velocitè 
con una sorte di tremolio e d'ondulazione che:èrf<a« 
Cile di sesuire posandovi leggcrnrentt U dita aopra # 



1 

#4 Tk.A t TATO EL£MEKTAR£ 

Per bene intender ciò bisogna cencepire che unacàm- 
jf^nà è composta d* nna serie di zone circolari che 
vanno sino in alto decrescendo in diametro • Ciascu- 
na di qMste zone pxxh essere considerata come un 
«nello schiacciato (/f. 139^ composto di altri cerchi 
Concentrici 9 tanti quanti ve ne possono essere nella 
grossezza • Se si batte questo anello al pnnto a (fig. 
140 } questa parte percossa si potrà verso ; , e nel 
fbedlÀsimo tempo le parti b t d %\ portano verso i e 
verso I», il che costringe il punto e a portarsi verso 
r. Ma nel momento dopo , queste parti tendendo per 
Io loro primo itato^ oitornano al luogo, da cui si 
tono partite; e siccoaie vi ritornano con accelerazio- 
ne f^ 4;, kt portano pia. lungi che il luogo della loro 
quiete. La parte 4 dopo essere ritornata di g in 4» si 
poru dunqne verso /: la parte e verso ib , e le parti 
b t i verso i^ e verso L Ne . viene in conseguenza 
the la campana di etrcolare che era in principio « di- 
Hfetf6' alternativamente ovale in due diversi sensi «Bi. 
sogna dunque che a* luoghi delle curve maggiori le ul* 
lime parti si allontanino le une dalle altre • 
^ 9^5 Qjiesta stessa cosa succede a una corda B D 
(//• '41 ) di cembalo» d*arpa ec« che si tocchi ,pcrehè 
(ter divenire angolare» come BCD» oppure come 
BjgDy bisogna necessariamente che ella si allunghi ^ 
'^^ ed in conseguenza che le sue parti si allontanino • 
997 Vi sono dunque^due sorte di vibrazioni; le 
totali che cangiano U jfigura del corpo» e levibrazio* 
ni particolari , o quelle delle parti insensibiii • 



Di F I s f c a. é$ 

99S. il suono non è dovuto alle vibra2k>ni totali , 
ma a quelle delle porrti insensibili» come ha provato 
M. d^ U IVre (m§m. delF étes^ad. étnn. I7i6.fair26^.) 
Tutte le volte dunque che si potranno separare que- 
ste due sorte di vibrazioni > non si avrà »ai suono 
con quelle che si sono dette totali^ ma quando levi- 
brazioai totali sono accompainale da quelle dalle par- 
ti insensibili , elleno regolano la durarta , la forza , e 
le iflodifìcazioni del suono. 

9^9. Se si fanno cessare le vibrazioni toccando il 
corpo sonoro , il 5«ono ctssa subito , perchè non può 
aver luogo senza queste vibrazioni (991). Per questo 
gli orivolaj mettono sotto il martello destinato a per*, 
enotere la squilla dell* orivolo una pìccola molla che 
Io rialzi) subito che ha battuto, e gì' impedisca che 
continui a toccare • 

lootf.'II moto de' corpi che sono a qualche distan- 
za da noi non può colpire i nostri sensi senza la me« 
diazione d* altri corpi che ricevano questo moto , e la 
comunichino immediatamente air organo • Le vibra- 
zioni del corpo sonoro si farebbercf senza che noi ce 
ne accorgessimo, se fra lui e noi non fessevi un mez- 
zo capace di tcasmelterle • I fluidi elastici sono i mez- 
zi più capaci per questo effetto* Le vibrazioni del cor- 
po sonoro si comunicano dunque all'aria die lo cir- 
conda, producendo un moto simile nell'aria, o per 
meglio dire in quante parti di lei vi .sono capaci di 
riceverlo e di perpetuarlo • 

looi. L' aria infatti è il mezzo il più comune , peti: 
Brisson Fis. Tom. IIL E 



éé Trattato Elementare 
il quale il, suono si trasmette; e il suodo c portato e 
sentito Unto più lontano » quanto più è denso il fluì- 
do per mezzo del quale si propaga^ U suono si porca 
dunque più lontafio da un' aria condefnsata che da un 
aria ordinaria. Ciò deve succedere, perche vi deve es- 
sere uo mono più forte dove si trova un elaterio mag- 
giore, e questa si trova nell'aria condensata (911 }• 
Ma se Taria fosse considerabilmente dilatata^ il suo- 
no non si sentirebbe che a una piccolissima distanza ^ 
e tanto più piccola « a quanto maggior grado fosse por* 
tata la dilatazione -, perchè allora non vi sarebbe la 
densità che si richiede. Qjiesta i la ragione per cui la 
luce, che è un fluido rarissimo, non è capace di trai- 
niettere il suono ^ quantunqtire abbia una perfetta eia-* 
sticità • 

1002. Ma secondo quali proporzioni si faegliqué-^ 
sto accrescimento della forza del suono in un' aria 
condensata ? lìnuksbeé che ha lavorato intorno a qoe^ 
sta ricerca {trans* filoso^ n. ^n) ha trovato che io 
un' aria del doppio più densa y il suono si estende una 
volta più lontano ^ dal che egti ha tonchiisso con!ra- 
gione che il suono aumenta non solo in ragione di- 
retta della densità deiraria, ma in gagione del qua- 
drato di questa densità • Perchè supponiamo che il cor- 
po sonoro A {fig. 143), che deve essere rig[uàrdato co- 
me il centro d' una sfera d' attività che anima de' rag» 
gi sonori in tutti i sensi , poiché questo corpo sono- 
ro si fa sentire da tutte le parti ; supponiamo , io di- 
co ) che questo corpo sia in un' aria » la di cui dènsi- 



6 I F I s 1 e A . S^ 

tìi sia i ; che V orecchia sia posta alla distanza i , i 
i tde abbia per apertura i ei riceverà l'orecchia tutti i 
^ raggi sonori che formano il cono A d e^ e che noi 
" supponiamo necessari per far sentire il suono alla di- 
kanzi i. Supponiamo inoltre che si raddoppj là den- 
sità dell' aria ; e che T orecchia èia alla distanza 2: 
i'esperiehzd prova che ella vi sentiri il suono nella 
I stessa maniera che lo sentiva nel primo caso alla di- 
I ftanzi i. Ma è dimòiti'ato che alla distanza i, To^ 
^ recciiia non riceve che il qoartc^ de' raggi che riceve^ 
Va alla dìstatiza i> poiché Tarea della base del cono 
k i e é quacìrupla della |>ase del cono A d e ^ e V 
apertura dell* orecchia bfè eguale ^ d é. Bisógna 
(dunque che il suono sia quattro v^lte più forte alU 
seconda distanza ode non era alla prima • Si pòvera 
, ancora che per sentire il suono^lla ters^a diitaAza bi- 
sogna che sia vòlte più forte; 16 alla <jùtrta distati- 
ia ; 15 alla qbinta ec. Dunque il sninó auméHtéCHni 
ti quadrato della densità dell* aria . 

top;. Se il suono sì eseguisse in un fluido elastico 
più denso dell' aris, sarebbe portato anche più lon« 
tano. duesto è ciò che ho ptovàto ^ettencfò un cor- 
po sonoro nel gas acido carbonico (735), la di cui 
^ <|«nsiti eccede quella delibarla di circa utitctzó (75 f). 
^ t suonò nello stesso tempo , e nel medesimo luogo si 
*^ e trovato-imolto più fprte, 

Ì004. Se r elaterio deli* ària divenisse più attivo » 
lenza che fa stia densità cangiassf^ come può succe- 
clercf ^er diversi motivi, la forza del iuono ìarebbtf 

t 1' 



I 



68 TuAtTATò Elementare 

aumentata in ragione di questo aumento éi atlivàacP' 
elaterio; così per enunziare in una maniera più gene* 
tale questo aumento d'intensità di suono, bisogna di- 
re che /' inttnsUÀ del suono è come iL prodotto dtlU 
dinsità dell* srid molfipUcats per il suo elaterio . 

1005. I fluidi plastici non sono i soli mezzi che 
possano trasmettere il suono *, si propaga ancora daU 
acqua e 4agU altri liquori , come è stato provato , le 
come possiamo assicurarcene immergendo nelF acqua 
un corpo sonoro in- maniera che non tocchi nessun 
corpo diiro, ed il liquore Io circondi da tutte lepar* 
ti. Bisogna confessare che in questo caso apparisce 
meno forte, e si sente a min#r distanza, e eie viene 
dal dovere essere elastico il mezzo che trasmette il 
suono, ed i liquori lo sono pochissimo (3S)'> e l'In* 
debolimento del suono si fa quasi intieramente alpas-* 
saggio dairaria nel liquore, come lo ha provato T 
Abate Nollet , che ha fatto su di ciò parecchie interes- 
santi esperienze {ved. Metnorit dell* Accad, an. l^^\ 

1006. lì suoao può ancora trasmettersi da' corpi so* 
lidi, purché abbiano il grado d'elasticità necessaria. 

1007. Il suono impiega un tempo sensibilissimo a 
propagarsi, e trasmettersi dal luogo da cui nasce al 
luogo dove si fa sentire ; perchè s^ si vede di IoAta- . 
no qualcuno che spari un fucile, non si sente il ru« . 
more che qualche tempo dopo aver veduto il lampo • 
Ciò nssoe dal propagarsi più veloceiKente la luce, o 
la t\ii azione , éi quello c(ie faccia il suono ; perche , 



b I F I 's 1 e A . 6^ 

la luce hiipiegando circa otto minuti a venire dal sole 
a noi ti 189}, bisogna che percorra circa 7^410 leghe 
ogni «econiio • Sì è dunque applicata questa differenza 
per misurare la vi^locita , colla quale il :suono si pro- 
j>aga. 

looS. La disianza de' luoghi che possiamo discerné^ 
re colla vista sulla superficie della terra è si piccola ^ 
cbe la luce può percorrerla in una'piccolissima frazio- 
ne di secondo ; issiamo dunque senza cernere d' jn« 
gannarci seiisibilmente trascurare questa piccola frazió- 
ne , e figurarci che si veda la luce nell' istante me- 
désimo che si presenta . Così se facciamo tirare una 
cmaonata da un luogo che si può vedere, contando^ 
ti tempo che passa. dop« aver veduta la Ince fino ali* 
istante in ctii il suono ci arriva all'orecchie, si air^ 
r^ il tempo impiegato dai suono a percorrere {questo 
spazio. Ecco*il metodo che si è tenuto per. misurar^; 
là velocità del suono: l'esperienza ne $ stata fatta^da 
parecchi fisici , e ripetuta soprattutto {p^uecchie volte t 
e con molta esattezza ed attenzione da' Signori d& 
Thury , Aforalci e d^ U CailU , sopra una linea di 
146^6 tese , che avea per termine la torre . di Mont-* 
Lhèri e la piramide di Montmartre, rimanendovi 1* 
Osservatorio in mezzo ( Vied. Alem. dell* Accadi. éu$^ 
^73** F^* ij8. e ^eg,) I risultati di queste espeniensse 

^ «ono : . -/ . 

1Ò09. 1 Che la velocità del suono in uh tempcxqme* 
to è di 173 tese pes secondo ; e che è presso appoco 

^ della stessa quantità quando il vento e' in una dire-» 

E 3 



] 



jò Trattato Elementare 

ziooe pcrpCD<Hc«lare a quella del luogo dove e prò* 
dotto il lùono e a quello dove si sente • 

1010. IL Che il suone force o debole si trasmette 
colla medesima velocità; poiché si i sentito da Moot-. 
Lhérl il rumore d' un mortajo caricato solamente d' 
una mezza libbra di polvere e tirato a Montamartre 
Del medesimo tempo dopo veduto il lampo ^ che il ru* 
ttì^e de' cannona che furono ritirati successivamente , 
e la di cut carica era di quasi sei libbre. 

101 1. IIL Che la velocità del suono è la stessa o 
che il tempo sia sereno o piovoso , 

IO 12. IV. Che la velocità del suono i parimente la 
sressa tanto di giórno che di notte* 

IO 13; V. Che la velocità del suono è eguale ne* 
grandi intervalli come ne^ piccoli ; cioi non si ritarda 
vesso la fine come fa la maggior parte degli altri moi» 
ti» e per cènseguenza 2 uniforme* 
"^014. VI* Che la velocità del suono è della mede- 
sima quantità» che il cannone sia diretto verso il luo- 
gò nel qual^ si sente, o che sia diretto in senso con- 
trario , poiché il cannone di Montinartre essendo sta* 
ro diretto verso il nord si è sentito tanto dall' Ossei* 
vatoriò ebe da Mont-Lhèri » nell' istesso intervallo di 
tempo dopo che era apparso il lampo , egualmente che 
quando era diretto verso mezzogiorno • Lo stesso suc- 
cede nelle diverse inclinazioni ; poiché il rumore di* 
morta} » la direzione de'qaalièperpendxcelareall'oriz* 
sonte 9 si è trasmessa nell' isiesso intervallo di tempo 
ebe quello de' cannoni • 



D I F 1 s I e A. 71 

1015. VII. Che la diflfereate dircEÌone del vento con* 
tribuisce ad accelerare o ritardare la velocità del suo- 
no d* una quantità che è stata giadicata presso appoco 
la stessa che quella dst vento che sparava allora. Dal 
che risalta che la velociti del suono è dì 17 $• tese 
r-^m o meno quella del vento , secondo che i in una 
direzione favorevole o contraria • Si potrà con questo 
mezzo t poiché per ora si coaoKe la velocità del suo- 
no , calcolare in tutti i tempi quella del ventole vi- 
ceversa . 

101^. Vili. Che la differente disposizione del^terre- 
BO dal quale il suono si trasmette non contribuisce ad 
aumentare o diminuire sensibilmente la sua velocità • 
Dal che ne segue che^i^omunica in linea retta senza 
seguire le voltate . 

1017. IX. Finalmente che la differente gravità o pres- 
sione dell'aria not^ produce alcuna differenza sensi- 
bile nella velocità del suono ; poiché nel di 21 Mar- 
zo il barometro essendo a 27 pollici alitvee e un quar- 
to, in un tempo tranquillo ^ T intervallo fra il lam- 
po veduto , e lo scoppio del cannone tirato da Monc« 
Lbèra fu trovato all' Osser^ratorio della stessa quanti^ 
ti cbe il giorno 16 del medesiìno^mese, nel quale il 
barometro era a 27 pollici ,611 linee , mediante un 
^eato trasversale , che , come abbiam.o detto ( 1009 )*» 
non cangia in nulla la velocità del suono. 

ioi8. La cognizione della velocità del suono non 
è una sterile e pura curiosità ; ma se ne possono trar- 
re diversi vantaggi • Conosciuta una volta questa ve^ 

E 4 



locità , s! può riguardarla come uat misura tempora- 
ria dell* intervalla fra dui luoghi tra loro distanti^ se 
ne avrà dunque la distanza osservando il [tempo cbe 
passa fra il vedere il lampo e sentire il rumore • Se 
ciò non dà una misura esatu^ saia almeno un presso 
appoco • Si può adoprare utilmente per determinare la 
larghezza d'un gran fiume vicino alla sua imboccatu- 
ra ^ d' un lago , d' uno «tagno» come ancora ladistan- 
za dell' isole fra loro e la terra ferina • Si può anco- 
ra in giornate coperte ^tirando dalla spiaggia dpi mar 
de' colpi di cantiont preservare dal naufragio de* va- 
scelli, che vedendo la lucere sentendo lo scoppio po- 
tranno riconoscere a quale distanza sono del luogo che 
vogliono scansare , >o a cui vogliono prender terra • 

ioi9.Quando il suono incontra degli oreacoli can- 
gia dKdirezione e ci reflette, e il suo angolo di ri- 
flessione è perfettamente eguale a quello della sua in- 
cidenza , perchè 1' aria che gli serve di veicolo ha un 
pe/fetto elateria (907) , ed i appunto ciò che forma 1' 
eco . Perche quello che parla . s^nta l' eco bisogna 
dunque che 1' ostacolo si presenti perpendicolarmente 
alla direzione della voce. Supponiamo uno situato in 
A (fii. 143), e che parli dirimpetto ad un corpo ele- 
vato, per esetnpio una scogliera posta a qualche di->> 
stanza • Se la parte O della scogliera si presenta per- 
pendìcorarmcnte alla voce, e sia tale'quale deve esse- 
re per formare un eco*, il suono sarà riflesso verso 
quello che parla, e gli farà sentir l'eco. Se in P,Q., 
ec, vi sono delle altre parti similmente disposte e più 



D I F 1 s I G A « 73 . 

cfistiDati l'uDe dalle thre da quello cbe parla, l'eco 
ripeterà parecchie volte dì seguito la stesta cosa • Ma 
se tutte queste parti fossero disposte io maniera da 
riflettere il suono verso V , quegli eh' è posto in A , 
e ehm parli non sentirebbe 1* eco , ventre lo senti- 
tebbe bellissimo qualcbedan* altro cbe si trovasse 
inV. 

1020. L*eco ilon si trova mai in campagne rase *, per 
che vi bisognano degli oggetti che s'inalzino sul suo^ 
Io • tn conseguenza non si sente io alto mare né in 
pianure dove non vi sono né case né alberi , ma si 
trctva spesso ne' boschi » nelle vallate» dirimpetto al- 
le scogliere , ed alle iBontagne 4 

1021. Abbiamo considerata il suono tiel corpo so* 
boro che Io fa nascere^ e nel mezzo che lo trasmet- 
te: ci refsta a coi!is!derarlo nell'organo che ne riceve 
1^ impressione. Quest'organo è T orecchio. Gli ana^- 
temici ordinariamente lo dividono in esterno ed in- 
tehio . L* Orecchio esterno è composto di quel che 
porta comunemente il nome d' orecchiò , e che é una 
Specie d* imbuto, il di cui tubo, chiamato condotto 
éiiiitorio , é terminato da una membrana sottile che 
iì chiama membrana del tdmlmroj o timpano. Questa 
membrana é quella cbe separa l'orecchio esterno dal- 
l'interno . L* orecirhio interno comprende le cassa del 
tamburo e il laberinto. La cassa é una cavità p^sta 
dietro al timpano che contiene quattro ossicini , cioè 
il martello, l'incudine, la staffa, e 1' orbicolare . Il 
manico del martello é attaccato al centro del timpa- 



74 Trattato Elementahf 
no; la iua testa al corpo dell'incudine, la quale h 
due branche: alla più lunga è attaccata la staffa, 
fira le due branche vi i V orbicolare • La base dall 
flaffa che è ovale , chiude un' apertura della stessa f 
gura che comunica col laberinro , il quale e compc 
sto del vestibolo , di tre canali semicircolari . e de 
la cbioeciola» La chiocciala, che i la parte ^rincipa 
le deirorecchio , è composta di un nocciola {Jìg. 14^ 
in forma di cono un poco sc£iiacciato , vestito di u 
condotto osseo (fii. 145 j^che fa due giri «e meazo e 
spirale f La cavità di- qmi^io condotto va sempre di 
minuendo nell' avvicinarsi aU apice del cono , e i 
trova Spartita in tutta la sua estensione in due me( 
4 , > , distinte in esterna ed interna per un tramezz 
(flg. 146 ) chiamano Urna spirali ^ una porzione de] 
la .quale t » 2 » ) » è ossea , e V alua 4, 5, 6, è mem 
branacea . ( Vedasi il mio dizionario di fisica al 
la parola éncckio » e vi si troverà la descrizioni 
dettagliata delle diverse parti dell' orecchio , ed i lo 
ro usi ^ • 

1022. V udito è una sensazione eccitata in noi da 
tuoni ricevuti nell* orecchio 1 ora i suoni consiìtonc 
in un moto di vibrazione impresso ad un corpo sono 
ro dair urto d' un ^hro corpo , e comunicato da quc 
sto corpo sonoro all' aria che lo circonda ( 992 ) 
La igura dell'orecchio esterno in forma d' imbutc 
( 102 1 ) favorisce T entrata d' una gran quantità d 
particelle d' aria messe in vibrazione da'corpi sonori 
Qi^esto moto si comunica mediante il condotto udì 



> 



o I F I 5 I e A • 75 

torio fino al timpano: essendovi giunti i suoni » qm^ 
sta membrana è scossa , e 1* azione de* muscoli del 
martello, il di cui manicq è attaccato verso il cen* 
tro di questa membrana tende a tenerla pia o me- 
no tesa: ed in questa maniera si accomoda alladebo* 
lexsa o alla violenza de' suoni , tenendosi tesa per i 
suoni deboli y e rallentata per i suoni troppo for- 

^ J02J. Gli ossicini contenuti nellt cassa del tambu* 
'V ro (lOai) trovandosi scossi dalle vibrazioni dell* a- 
'- ria arrivate sino al timpano , comunicano ^1^ lo'<> 
scosse air aria rinchiusa io questa cassa , egualmente 
<i| che a quella che occupa tutte le cavità dei laberin* 
to, e quest'aria comunicando le sue vibrazioni a tut- 
te le ramificazioni nervose» e soprattutto a quelle 
della lama spirale (fig. 146}, eccita la sensazione 
dell'udho. 

xo%^ I corpi sonori tono capaci d'eccitare in noi 
differenti sensazioni » o perchè sono più o meno den» 
si » più o meno elastici ; o perchè il loro elaterio è 
più o meno teso . Perchè il suono d' una campana e 
dTun campanello differiscono non solo quanto allt 
forza • ma ancora quauto alla natura • D ipiù la stes- 
sa corda più meno tes^ cangia di tuono , e questa 
diflbrenza viene da una rigidità più o^ meno grande t 
dal cbe ne risolta un fremito più o meno pronto ; ed 
^^ in conseguenza de* tuoni più o rtìèno gravi V più o 
*| meno acuti. Qiieste diflferenti patti dell'orecchio,» 
^\ Kjpraitutro quelle della lama spirale ,'che «i può ri- 



ì 



/ 

^4 Trattato ElementakIb 

v^uardare come il graviceipbalo dell' ortcchio » son(^ 
suscettibili di questi differtnti gradi di celerità di vi- 
brazioni r pecchi la lama spirale che separa in due 
parti la chiocciola , e che gira a spirale intorno al di 
lei nocciolo, è più larga sella sua parte infer/ore 4. 
e va sempre diminuendo di larghezza sino ali* alto 
6: ì^l che ne segue che le fibre trasversali che com- 
pongono la sua porzione membranacea 4 , 5 ^ él van- 
no come le corde d* un gravicembalo sempre più de* 
crescendo é Questa differenza di dimensioni dà luogo 
di presumere che queste diverse fibre nervose abbiano 
più rapporto e più proporzione con certi tuoni che 
non certi altri ^ Queste fibre nervose sono dunque 
sempre pronte a ricevere in qual^heduoa delle loro 
parti le vibrazioni di qualunque tuono si sia s cioè i 
tuoni più gravi non iscuotono che le fibre più lunghe 
che sono il loro utiisoiio , meatte i suoni più acuti 
tkotì scuoiano che le fibre le più corte ; 

1^25. E siccome tatte queste ramificazioni o fibre 
nervose hanno maggiore o minor lunghezza , secondo 
die sono destinate a trasmetterci le sensazioni di 
differenti tuoni -, sì concepisce facilmente perchè il la- 
berinto e le sue parti sono tanto grandi in un ragaz- 
zo che in un adulto; perchè se le dimensioni fossero 
state diverse in queste due divergeteti, gli stessi tuo- 
ni avrebbero agito sopra di noi nella nostra infanzia 
in una maniera, e in altro mod^ quando fossimo 
giunti ad una età avanzata; e se 'ad un ragazafo sì 
fossa insegnata la musica dell* età di sette o otto an- 



Di Fisica. 



77 



ni, tion ne saprebbe nulla a venti, o venticinque^ 
1026. Dopò quel che abbiamo detto è facile di ve* 
dere la ragione de'princip), su^ quali è fondata It 
costruzione degri strumenti di musica. Devono esser- 
vi ih questi ^tromenti, egualmente che nell'orecchio 
4elle parti valevoli a ricevere led a trasmettere le vi* 
brazioni di tutti ì diversi turni. Ora si sa che uà 
corpo sonoro , per esempio , una corda , fi delle vibra* 
cioni tanto più frequenti, e rende un suono tanto 
più acuto , quanto è pia corta o più sottile , o tesa 
pia forte , perchè i tuoni dipendono dx un certo nu« 
mero di vibrazioni in «n tempo determinato. Cosi 
in tutti gli stromenti di musica , la parte eonora è 
disposta ia maniera che se ne pu^ cangiare le dimen-» 
sioni , o il grado di tensione . In una chitarra i can- 
tini si accorciano da* tasti, e mediante ciò rendono 
^ de' tuoni più acuti • Al violoncello e ai basso ec. le 
dita fanno T ufficio di tasti; al cembalo e all'arpa 
ec, il gran numero delle corde e le loro lunghezze e 
grossezze diverse producono la varietà delle voci; 
negl' ìstrumenti a fiato si cangia la lunghezza delU 
colonna df aria, che è la parte sonora, chiudendo ed 
aprencjio ijfori che vi sono. Con questo metodo si 
possofìo fare con tali stromenti tutti i diversi tuo* 

1027. Neil' istessa maniera che nella lama spirale 
vi sono delle fibre di lunghezze diverse, l'elaterio di 
ciascuna delle quali è analogo alla frequenza delle 
vibrazioni, o di un tale, o tale altro tuòno ('i€24J9 



7? Trattato ÉLÈMENtÀUÉ 

tosi due o più tuoni dirersi che nel medeskuo Cénì^ 
giungono air orecchio si fanno ^sentire tanto distintala ^ 
niente^ quatito se vi giùngesséiro 1^ Uno dopo 1* altro# ^ 
|>ercfaè etascoti tuono non agisce con efficacia òhe sul-* ^ 
la fibra, /Il ^i cui elaterio è analogo al suo ^ Dobbia^ ^ 
mo giudicare che vi sieiid àtiche nell'aria delle moldi^ ' 
cole die diflCeris^otio in griindétt^ e in gradò d^ela- ' 
terio i e che due o più tuoni diflPcrénti sono trasmessi ' 
ciascuno da del le particelle diaria, 1* elaterio delld - 
qitali e analogo allajrequéiiza delle sue vibrazioni f' 
jn ttianiera che questi diversi tuòni liono tf^asnlesst tut- " 
ti in urì2L volta all' orecchiò dall'intensa rriassa d'aria i 
ma ciasduiio da differenti parti di questa massa. Pei* 
questo itiotit^o parecchi tuoni fatti vicinò ad un cem-^ 
baio fando risuoiiare ciascbeduno ìa cordai cbe à al 
loro untssonòtf 

I02S. Opantutlqué 1^ organò dell^ udito sia doppiò 
Iloti ne seg«e cbe si debba sentire due volte un suo- 
tìù ilemplice ed unico, le due impressioni , cbe Ùl 
questo medcsinjo tuono su^due orecchi tóno riceiruté 
éìi delle fibre corrispoftcienti e simili de* due nervi a- 
cuntici, e tra^mense tutte due nel medesimo tempd 
dlla sede^ dell'anima; per donsegfienza queste due im- 
pressioni devorio essere riguardate come uùa sola » ìi^ 
tìóTi producono effettivamente che una sola seosa&io* 
ttéf e ciò per la stessa ragione che uri oggetto sttn-' 
plictf ed unico" non ci apparisce doppio, quantunque 
la sua^ immagine sia dipinta nel medesimo tempo iif 
ambidue i nostri occhi {i$isi^ì * 



D I F f s I e Atf 7^ 

1029. Udì gran romore stanca l'orecchio ed arrivi 
((ualcbe volta sioò a render sorde per un t€ro(>o, ed 
anche per tettipre le persone che vi sono state espo- 
ste • Nasce ciò , perchè una forte inipressioAe isupi- 
iisce 9 egualmente che negli altri sentimenti , le par- 
ti più delicate » o ùe sconcerta T economia • Dopo un 
gran rumore i suoni deboli sono all'orecchio quel 
che sono ill'occhìo i più piccoli lumi dopo una gran- 
de illuminazione^ Si sono vedute delle persone di- 
ventate assolutamente sorde per essere Itate ttpoite 
ti romore d' una batteria di cannoni é 



t>€' trenti. 



' , tài^i It ventò è un motd di traslazione nelrariay 
mediante il quale una certa porzione dell' ammosfera 
^ è spinta da un luogo in un altro , ton una maggiore 
^o minore velocità ^ ed in una direzione determinata, 
Da\4^ueita direzione ne derivano, come sappiamo, i 
liòmi de'' venti , petché essi prendono differenti nomi 9 
secondo i diversi punti dell' orinonte da' quali sof- 
fiano^ 

\ lo^u I vénti sono divisi in generali o costanti; in 
1 periodici o regolati, e in variabili' 



to Trattato Elementare 

1032. I venti generali o costanti sono quelli 
soffiano sempre dalla niiedesima parte. Talison^i 
ti che si osservano fra i due tropici^ e che spirane 
stàntemente dalPest all'ovete (2070). solamente 
certe picciole variazioni periodiche , secondo le d 
renti inclinazioni del Sole • Bisogna però confes 
che questi venti non sono tanto generali quante 
crede , e che non devono essere riguardati come 
se non in alto mare .- perchè I* in terra non si $ 
tono quasi mai per essere rotti dalle montagne , e 
aftrt ostacoli che incontrano : II. in mare vicino 
spiagge sono egualmente deviati da* venti partico 
che vengono da tèttz. 

1033. I venti periodici sono quelli che soffiano 
riodicamente dà un punto dell* orizzonte in certi t 
pi , e da un altro punto in altro tempo • Tali s 
quelli che soffiano dal sud-est dopo il mese d*0 
bre Ano al mese di Maggio, e dal nordovest dal 
se di Maggio fino ali* Ottobte , fra la costa del Z 
guebar , e 1* isola del Mada^gascar . 

1034. I venti variabili sono quelli che soffiano 
da una parte , ora dall* altra , e che cominciano e 
sano senza veruna regola » tanto rapporto a* luoj 
che a' tempi : e che sono per conseguenza varia 
tanto per la direzione che per la durata , e per v 
cita • Tali sono quelli che si fanno sentire da 
tutto. 



103; 



Di F I # i e A^. 8i 

. I v.eiìtt swo in generale prodotti da uno &bl- 
deireria» cioè perichè ceree partì che fi uova- 
re pià'forsa che le pani vicine ^ si scendono* 
incile oveitfoMiio meno resistenza. Mi quale 
usa che produce iquesta mancanza d' eqùilbrio ? 

è ciò che non sappiamo se non imperfcttamen 
spiegazioni che i fisici hanno exit di questi 
ni sono sì .vaghe e si poco soddisfacenti che il 
rie sarebbe. Uff troppo piccolo schiariintoto a 
materi . Saenco che mi parrebbe più- ragìonevo- 
Ite per causa- prinu e generale de* venti T elet- 

cbe si sa che continuanMAHa regna neli' am- 
wcd alla superficie del nóKro globo. 11 tuono 
>mbe sono in oggi ricoaoKÌuci per fenomeni 
i , sono sempre • quasi sempre accompagnati da 
simf venti . Perchè la causa che produce questi 
on potrebbe ella efseneU stessa che dà origi» 
lei fenomeni.^ Se è la ca\(isa di questi venti;, 
non potrebbe^ elle essere la capsa degli altri ì 
!rita per quel ebeio credo {uoa seria disami- 



in sorte mai il fluido elet trico da un condurrò* 
rizzato bei: còmumcaziòne senza produrre un 
Ilo sensibile alla mano che si approssima al 
ore medésimo ; come vedrema oell' esperienza;» 
228). Se la elettricità può disnqoe essere «ausa 
to in questa esperienza « fer^he si vorrà rrcor* 
un' altra causa ignota trattandast de* venti che 
nell' ammosfera^^ in cui tegni V elettricità.? 
aissoN Fis. Tom. Ili, ¥ 



8l TAAtTATO ElCMSNTAHI 

vq^S. Si può considerare nel verno It tu 'direzio- 
ne , la sua velocità, e la sua foria« La suadirexione 
è detera)inata <, ' come lo abbiamo detto di sopra 
Ciojo), dal punto deir orizzonte di! quale spira, o 
questa direzione è indicata dalle '.bandérole ; ma per 
averla bisogna èssere orientato (^"^ )f; D'alttondek 
banderole non pò^nono dare indizio che del vento 
eh' è alla loro alrezzar Vi sona spesso de' venti ApiA 
alti eh" sono opposit a quelli pia bassi , o almeno so^ 
fiano in una diversi dilezione « 

ro;/. Si è tentafO^ di misurare la: velocitar dft* venia 
lasciando m loro balie ^•rpi' leggeri da trasportarti 
ma r esperienze che tri sono fatte sur qoetto soggmoi 
s' accordano pochissimo fra lera . AUrì§U9 preteorit 
che la velocità del vento il pia impetuoso sia di i% 
piedi per secondo. Dirbdm la S$$s a 6& pierfi iogjksi/ 
e de U C^nJUminw V koL trovata di 85 piedi. E* proba* 
bile che né gli uni nh gli altri abbtmM^ avuta una re- 
gola iieura per gtudieare quale era if ireoto it piùriBi« 
petuoso. Abbiamo dr sopra firof5:ydaco un mezzo pii 
sicuro per misurare Ja velocità del vento ^ 

xQ3?. La forza del vento dipende dalla sua veloci* 
li , e dalla thrassrr^arfa tìit ìq fa ijtJre comiorT o»» 
stacolo'cbe gli è opporrò. 4 mr^je^'t^o vento fa.dun- 



Ciò sarebbe 00 moltiplicare gli enti senza Dediti 
contre r assioma filosofico utiì versale. 

* * V essere orientato vuol dire conoscere da qud 
luogo dove si fa V osservazione 1 veri puntr cardinali 
dell* Orizzonte, cioi F Oriente, TOocicente &c^ 



ffùé taotò pia sforzo i quanto maggior superficie ^l 
Ittieoài roAàtoió. 9ei qìiéftd» èKomlD^it jfi(^/^ 
Tflociti iti vento j $i métcònà pia ò tiieno ali ii un 
mìit^'^ ventò ì a si spiegano pia o menò le vele i* 
Qii vascèllo • Òli aiberì ionò.tneno iòttopiosti idéiie^ 
te roveMiati dai ventò neil^ invernò ctie àMeiiiic ; 
jMìchi là qùeità ultima stagione sona più vffkiti di 
lil^ie^ e dannò ihia presa maggiore mi vcdtaé ^ 
^ Ì9$9* Sfappiàtììò tirare da* graoéìsstmi vantaci d« 
tenti facendo iorò produrre degli tÌÌBCti.«:pec^ 1 qùjali 
k»giìéfd>f>e impiegare la forza d* un graà niiiiièròW 
Mii 6 di aoimali « Sono ì vénti qotìli che fatino 
ffiAe 1 muiini dà grinò ^ da frutte; € dà olior^ 4e 
ttuig^tiirc i àtàppi te. i irenti ióiìo ì* anima* della 
iìMgaiioftei; e ptt questo meizosi tt^asportanò da un 
^ all'tkrs» deir oceano vascelli^'cbe non ai poitreb- 
m ÉMdverè se «oa coti griaidissiÉii dièScòlÙ éitu^ 
ìttUàiétÉàiiittAi 






r * 



f4 TaATTATO EXKMEWIUIIK 

■■! •■• ■'■■ ■' * y^'V: ■ 'fi -Cj^i -i' ' 






•j.:. 



^^^^^ì^. fiyin.etÀ dtìPaci$^i 



1^40. jMLtmalditntQ CDOOsctaiiiQ beoe ia nACiura dtl 
a«€|uà • Àbbitmo pimrato ■( 917 e. /r^. > che è coaipom 
^Ì-^7 pàrciyiiamidkiei^ peso» Mia base deli' aria pai 
ckiatDtta ^sig&m^ e di tre patti della bà^e del gat 
dMgelie o -iàiammabèle » t ohe perv quatta ; ragicMM:.! 
ptò cMaiaare.t^^|«f9# » ck>è gmeyatore dell' *c^4 
Si ^ t^attft fratan t». idU vedete Quali ii^no le sue ;. t^ 
pvied. Egli è assai interessamie il cànoscerle , esseni 
questo -fluido tatuo, f^r aoi necessaria, qi|Aiit€>)*arji 
Se ia iiecessitàc di lai ncio ei se^t^ ftd ogni motMiM 
come quella dell' aria » ci sarebt^e irqpof sih^}^ di (^ 
di meno per lungo tempo • L' acqua o le sue parti a 
stituenti entrano in un gran numero delle produzioi 
delU natura .* senaa dell' acqua non vi i vegetatioae 
è la bevanda degli uomini e degli animali , Cd 
quasi essenziale a' comodi della vita • 

10141. L* acqua si presenta a' nostri occhi in Iresti 
ti 9 sotto de' quali bisogna considerarla • !• Come 1 
quore; 11. come vapore; Uh come ghiaccio. Qjiesi 
tre maniere d'essere che nulla cangiano della si 
essenza, la rendono propria a produrre diversi cSe 
M» 



hi fB t s I o. Wi i^ 



■/•ifr: 



'^nc^d vwmiider'atn mUa itéU^ diiii§Harié 



ij 



ìo^i. l'icqna nello statò di liquore è un fluidd 
insìpido^ visibile ) tTàspasexìte^ senui colore, senili 
odore;, iquasi Mlatro iflcotnpressibiieiJ^bissimo ela^^ 
eo« rbe aderiìsce alla, superficie deHa* maggior parte 
de'cor^i^ che rie discìoglie un gmn tiumero , che nft 
peaetr^ un hdcneto ao^or maggióre i e,<rhe à. capapé^ 
a estiiiguere le costanze' inflamtnace jp^e. vi si> immer^ 
;Dfio^9 D solle quali serene getta Olia ^tn quantni* 
^insÉL definizione non conviene inueràiaeniii cbe aU 
l'wqua perfettamente piai^L ; in consegu^Bosa He è "opàf^ 
:a) colorata ^ odorosa ) e avoite qualche sapore , il 
ricorattiente iliescoUti>C(}n : qualche sostanza estra» 

aca^ 'V ' ■ .-;- ■= •■. •■• .;' • ■ • -J 

" 1043; Là liquiditi delFadqua fiasc'e dali*fcsieiracottt« 
binata, con una gran qua^itità di frateria del caloiré^ 
capace di hianteaere ira le ime ,]^ai?tt tquella mobiliti 
te^tttiva trfae pefmetiè. loro di strìseiacp la une sulle 
altre. e di obbedire al loro pese ; ìil watiieca cbeqùeK 
le della superficie si lU$|»00jgon0^ tutte né! medesimo 
piano orizzontale ( 292 h Subito jcbè questa corabiiia- 
tione i rotta , le pajrti. si rav vicicti^o , il toccarti) , <; 
per questo contattò aderiscono insieme a segno di fon* 
hiare . un dorpo solido ^ come lo diremo ìfrappoca 
tio69>. Tutte le altre sostatkze suscettibili di diven-f 
tar liquide ^ lo divengono i^r l' istessa cai^ . 



tS T*ÀTtATO ElfM8NTAIt« 

1044. L'jeqoa ci i somministrata in due mealerf / 
ci viene h dall' amniosftra per le piogge » U néve , U 
grandine ec. (971 e /e;J; li* dal seno della terralper 
k sorgenti e le fanti che formano poi i ruscelli ed i 
fumi » i qoali rtàiportano lane le loro acque al nuu 
re. L'acque delle piogge ec» sono originariameitts 
somministrate da tutta queir acqua cbe si evapora , re 
^be s'inalza dalle terre , da' laghi 9 dal mare, lo qaa« 
li ricadendo la somministrano perenne aHè sorgenti • 
alle fonti. La prova che le sorgenti sono mamenoto 
dalle acque che cadono dati* ammosfiera si i^ che pe« 
recchie sorgenti si seccano o 'diminviscono almeno 
considcrabilmente dopo unaiiunga siccità 9 e ricomint 
ciano a gettare abondaniememe dopé nuove piogge 
qfaatfdo si ifrnggono le nevi • Si spiega facilmente^ 
ciò perchè le aciqiie delle sorbenti sono dolci > perchè 
le sorgenti anche vicine al mare sono egualmeate del* 
ffi che le più comunemente a mesxacostay o appiè deb 
le montagne , che nelle pianure • 

1045. Non deve far maraviglia cbe questo vapor 
leggiero cbe •* inafxa dal nostro globo neir ammoi- 
fera somministri una quantità^ d'acqua cosi grande « 
quale è quella che è necessaria per il mantenimento 
di tutti i fiutni cbe scorrono sulla terra , se si cossi* 
dert r estensione della superfice cbe lo somministra : 
quasi continuamente coir evaporazione. La quantitl 
d'acqua che s'inalza dal mare i itata da HéUUy etu< 
dicata nelle Transazioni Filoso&be al o. iS^ Egiii4 
trovato mediante precise osservazioni che V acqua sa* 



^ D f F fi i e A. 87 

Iica il. medesimo grado che lo è coaunemente l'a- 
cqua del mare, che ha diiciolta iumi quaDtici di sale 
tgoale alla trentaduesima parte del suo peso , ^d es- 
posta ad un grado di calore eguale a quello che re* 
gna nelle nostre eitati le più calde , perde per l' èva- 
polnuiione la ^ssantesima pane della grossezza di un 
(•lice in due ore.. Cosi il mare perde dunque la gros- 
stasa. di un decimo di police in 12 ore. Una supera 
ficee di io pollici quadrati somministra dunque un poi-' 

I lice, cubico d* acqua in n ore» e per conseguenza una 
Ùia qoadra ne forniiKe 518 pollici cabici» e una le* 

j ga quadra di ^183 tese per lato, o di a; per grado , 

I m:ÌA circa 1^4006 piedi cubici. 

1046. Vediamo -frattanto quante di queste legjba 
quadrate vi sieno che possano somministrare a.qucKa 
«vaporazione. Per avere un'idea della massa immen- 
sa del prodotto dell'evaporazione che si opera sutut* 
tutto il inare, supporremo la metà del globo coperto 
dal mare, e T altra metà occupato da* continènti , ei 
dair isole. In questa supposizióne della mera del giam- 
bo coperto dal mare pecchiamo piuttosto in difetto » 
che in eccesso V La superficie della terra è di circa 
15,797,278 leghe quadrate; la superficie del mare sa-! 
cebbe dunque di 12,8^8,639 leghe quadrate . Prenden- 
do per l'evaporazione giornaliera quella di 12 ore, 
di cui abbiamo parlato I e facendo astrazione di quel' 
che si evapora nelle altre 12 ore, che certamente è 
qualche cosa, come lo prova il sereno (972 }, facen*- 
4o ancora astrazione di quello che si evapora dal re- 

F 4 



88 Trattato ELEiiXKrARs 

sto della superficie diel globo, siamp sicuri dhairr un 
prodotto bene al ^lisotro dalla realicit, eppure' questo 
prodono dell* acqua sosiministrata ogni giorno dal 
mare si trova essere di* io, joìs^yjf,. 377,834 piedi 
crubici; il che &, come si vede, pia di lolinìlicMiì 
di milioni di piedi cubici^ massa enorme, • moko 
pia che bastante per sommiiiisnare allo adolo eoéci^ 
Buo de* fiumi. *^ : j; 

1047. Ma non si vòglia cotfcladere dz ciò che t 
mari non ricevono tifnt'^cqaa, quanta ne sbmmini. 
strano, percBd ve ne è' una porzione die ritorna im>- 
mediatamehte dairanfmòsfera n«' mari per le* pio^ie;', 
nevi ec. che cadonor, un* altra porvioiiB penetra kter- 
i^, e torna af maM per canali sotterranei « Di quel 
che rimane una pbrzion serve, per la* bevanda degli 
animali , per 1^ Vegetazione, ed nna porzione , s' inal- 
za di nuovo in va:porf • 

1048. Tra tutte le acque naturali, la pia por« é 
quella della pioggia:. Se è mescolata con delle sostan- 
ze enranee, elle sono volatili, e si sviluppano <fa lei 
facilmente: per questo le cisterne che ricevono sol- 
tanto acque di questo genere sono di un bonissimo 
uso . Tutte le altre acque non sono mai perfèttamen- 
te pure, ptfrchè oltre il calorico « l'aria, tengono 
quasisempre in dissoluzione cete sostanze estranee che 
danno loro d^JIt qualità , che senza quesro mitcoglio 
non avrebbero . Se queste sostanze sono siline o me» 
talliche, sarà fiacile di discoprirla, versandovi alcune 
goccie di dissoluzione d'argento nell'acido aitroso; 



ri cnomofKo r acqua divci;rà lauiginosa» te coa^enc 
^lie .macerie salice . Se si versino alcitne (occie d' 
ifàsione di noci ^ ili gialla ^ V f^qua iJi verrà iM^a st 
»nt0oga qualche co4a. dì. ferrugìneo. Lo differenti so- 
Miae discioUe nellf acqua sono qtelle che £anno /^ 
p^r mimrdU , :Cosi chiamate • , 

1049. QiiaKdp l'acquai trofipQr mista di , corpi esUi- 
ei che la rendono impura « bisogna ^ercajre. di pqrì^ 
caria, per renderla capace all'usò della, yiu. Fra 
Itti i nezai coooKiuti per otifuec ciò^Upiù usiuto 

la fìkrazìoiìe, ed il piuc efiicsfce i la disiillaa^iò- 
e. i^:fikra2ionc^;nop purga T acqua dalle materia 
rossolane; e tiAtto-^che vi si trova diseioltp passa 
uiì fitto ^ come i sali, i sughi petrosi ec. Qjieste 
)no'le sostanze che formano Ir stalattiti che si tro- 
mo nelle gròtte sotterranee r La divinazione pj^cò 
Kga r acqua da Mtto ci& eh* è fisso , e le sastaiK&« 
olaiili che passano con JUi nel recipiente , si volatir 
zzano prontamente lina seconda volta, e. la lascisf- 
in tutta la sua purità > in conseguenza questo^ it 
)lo mezzo per rendere Tacq^a dìel mare potabl* 



il) Quel che ^a ostacolo aHa d'olcificazione delT 
qua marina, com^* ancora i tnSetodt 'per superare 
^01 difficoltà può verdersi della disertazione Berg- 
Dan: Dill'dcqnd del m^are ; e nelle nptte ed ^ggiun- 
appostevi.. Baomè riporta inoltre un lambicco Im- 
aginato per distillare Kacqna a bordo de' bastinuinti » 
• i molto ingegnoso (Tradut^) 



^ TllilTTAT# EtÉMElfTARE 

1050* V arcqoa , come cotti gli altri liqoarì boq pt^ < 
tè compressibile ^"27 ) ; cioè non si conosce fona g^f 
pace cbe pofsa fare dininuìre 4* osa qoanckiseiwbik)- 
on dato Toliiint d* acqua. Par« bob si deve riguarda* 1 
re come assolucameoce incoaopressibile , percM olla i « 
erpice di trasmettere t saooi ( 1005 ) ; dunque ella è j 
elastica, sebbene lo sia pochissimo. Ma ogiM corfO i 
elastico è nocessariamente compressibile. (31). 

105 X. Le particelle del)' acqua hanno fra loro uni ; 
certa aderenza, che tì bisogna una ul qual forza per 
separarle • La prova di ciò si è cbe una goccia à* ae- e 
qua rimane MSpesa alla pnnu d* uh 4}t^t quanuinqtfi 1 
le parti inferiori della goccia non tocchino altro chi - 
pani di acqua • Per questo se si pongano sulla saper- - 
flcie dell* acqua ^egli aghi , o delle sottili foglie di { 
metallo nou vanno à fondo malgrado la loro graviti 
reipettlva; perchè la raiistenaa deUe particelle dell' 
acqua da dividersi è pia grande dell'eccesso della gra- 
vità supiBcifica di questi corpi su quella d* un egual ro^ 
lume d* acqua. 

1051. Se nell'istante che l'acqua cesia di essate 
ghiaccio si espone al fooco in un vaso aperto e sotto- 
posto alla pressione dell' anmosfera , si riscalda » e si 
rarefi fino a che bolla e noti piA , per quanto lungo 
tempo li riscaldi ; e quando è tanto rarefatta , quanto 
può esserlo 9 il suo volume è aumentato di un ven« 
tisèidesimo ^ ed ha allora 80 gradi di calore . 

1059. Ma se la superficie non hsMt caricata del pe- 
so dcU' ammosfera } bollirebbe molto più presto, ed 



1 1 gQ 01ÌDM calore , come [Kifsivamo conviDCercene 
ìdatUftdo tUa miccbioa pneumatica fuediapte un sìfo^ 
ne ricurvo ij vaso che cootieoe l' acqua ( pz. 147 } 9 
efl iii leguUo facendovi il vuotQ» e togliendo cos^ 
questi tutu la pressione fieU* ammosfera p Se si scaldar 
V acqua leggeriAeiite , come per esempio immergendo 
il vaso che la contiene neU'acqna calda» bollirà tao* 
IO forte come le fosse n n^do supra un gran fo« 
co ( I ) . 

1054. Se al contrario V acqui io%se ritenuta da tut* 
te le parti da alcuni ostacoli invicibili, come Io i 
ndU f€m9U papinisna s riscalderebbe ponsiderabiliiiien* 
te aenza bollire, e il grado di calore che è capace di 
prendere in tal caso ^ prodigioso ^ e. tale che non sareb* 
be forse prudenst il tentare fino a qual punto potesse 
andare • Si sa cbe in quesu pencola il calore i tanto 
forte da far fondere Io sugno ed jinco il piombo , Per 
questo i frutti 9 e le carni vi ^s cùocino prestissimo , 
e nel lorp stesso 9ugOt 



(i) Così non saccedrebbe se si facesse Io stesso 
:on la pressione amtnosferica , perche T acqua bollente 
non ttasioetté un calore bastante da far bollire VtiC^ 
laa che contiene un vaso immersovi. Immergendo piii 
rasi dontenenti tutti dell* acqua , T ono dentro V aU 
TO» il calore trasmesso va decrescendo» a segno» che 
il vaa o ultimo , sr. che sarebbe il pia interno , reste- 
«bbe quasi inaila temperatura dPlV ammosfera ( Tr4r 
Ut. ) 



94 Trattato Elbmsntarè 

labilissime , rende T opctitìonc più proata , ed id 
èoosegwnza il catfreddimemo più sensibile. Cosi i 
capacissimo di supplire al gbtadcio nel ca^o di volere 
freddare i liqaoti < ÌA tagione di questo raffreddaneii- 
tò, c&è ngn dura gtandisiimo tempo, si é ebe odi 
porzione della tnùtiU del calóre in istato di liberti 
contenuta da cjùèité sostanze è icacciata dalla pene- 
trazione feciprocA dell'acqua t del sale ne*|lori l'uni 
dell* altro ^ Il muriatò di %od^i é il sale dcìdo bera- 
ticò non raffreddane l' acqiia cbe d' un sol grado ; 111 
«>da e tiitro di $ ft^dii il tartarito di loda ( S4l di 
Uiineiii ) Al i gradi, .# lin quarto j il sol£aco di soda 
( sai d/gUuifira ) éì-f gradi e npezzo; e il niutìaM 
d' ammoniaco ( àéù sunmémidcé ) di icf gtadi # 
iùézzóé 

ió6o. V aeqaa del maire 9 secóndo l' esperienze de' 

Si^ori de Aidr siili i Finley ^ tìdles ce. lioh tiene in 

dissoldziohe che poco lai marino » cioè circa mesa* 

óncia per libbra dt 16 encié, cioi, un trefitadulesimà 

del si^o pesò. Noli si deve dunque pretendere, comd 

ilcuni banno crédntóv cbe vi siamo àtì 'mar^r delle 

jfniniéfré di <|uestd sale destinate à rimf^iazafaré qilel- 

lo* chi giotàalmelnte le ne est^ae ; perchè ih quescii 

éaso i'^acqnii del mare ne discioglkteb^e ^iù di mezz' 

óncia per libbra , poiché Tacqui più fredda può'dtscio^ 

gliele fino é é óncie/E'più ragionevole il pensare 

cbe notf vi Sia nel mare più sale da (^iscl9gliere ; cÈe 

f equivalente di qneUo che vi sì Ritraevi sia r^^ 

portato dalle acque cbe vi sboccano » e cf&e quello c6o 

iimant fi» In Botritt^ae degli aBimafi e dejìle ptàoMf 



D I F i s ì e A / f^ 

i compensato da una porzione di sale che si estraef 
dalle minière io parecchi luoghi e che vi è egualmea- 
te poruto delle acque .r Per questa ntez») lasaljMrdiae 
iei^mare rimane iempre presso appoco la stessa ( i ) • 

lotf I. V a^qua i capace di escfogiitre i corpi acce-^: 
si , purché j)ossa sussistere sopra loro nello stato di 
lifKire per più lungo fenpo-eiìe non può durare Tac^ 
censioiie» perchè allora ella iMpedisce il contatto del^ 
l'aria r fluido assoloiamentc essenaiale per la combu-i 
idotie 4e* corpi (9^%)* Ma ae si evaporasse e si de« 
soinponesse ; il suo Msigene sr combinerebbe col cor« 
pò che braccia y e il suo sdr^gene (t 17 ) cocAbisando^ 
si col calorico foroierebbe un^ gas» infiammaBiic^ che 
accepdeadosi^ aumenterebbe dr molta T attiviti de( 
fooco. 

V acina c^n/ideréta ntU§ $tau divéf§fé 4 

lotfar Orando* Tacqua è più calda che Tafia chef* 
tocca, la materia def calore,* che tende sempre a 
spandersi uniformemente ^ uscendo tfairaC^qua,ne trasf^ 
porte le parti le pia sottili , e le meno* ad^ref^U al£r 
noma» e combinandosi cop lora» fiducie quesu pot^^ 
tionr dell' acqo9 alla nato" df vapore^ a di: tiirido #w 



(*^) Meritano di essejr vedute (e coifgéeturir def 
S%. ToÈint sulla origiiiir deUa salsedine dell^acTqoa 
marinar Te quali '^tme moltcr i^iodia^iQbr^ e chr sitro^ 
venMuo iff fioer della dissercaaionr di* Berginau ciici- 
tau , ci^ ha per titola^ ZhWMs^ftm dil mmif. iTr0^ 



jrf TRATTATO 'ELEÌWEKTÀRE 

lastìce/ Quésto fluido ha delle proprieU particokS,' 
e- che lo .distingiii^a dall' acqua in liquore. 

XC63. Il va^ref' è 'perfettamente invisibile iiuand^ 
pa^ia-in un - ari V on ><>co asciutta » e la di cui tem- 
peratura éànr p4c9 atta^ coma ftt esempio quando, è 
di it y o 20 gradi, o aL di sq^a. 

1064. Ma se l'aria che ricevie il vapore i gii carp 
ca d* -acqua, e che la sua temperatura non sia che dai 
7 agli S gradi o di sotto; allora 'il vapooe diventa 
apparente , e vi forma ana àuvola sensibilisima d' un 
grigio bianco. Cosi Tediamo fumare in [inverno l'a* 
equa che si escrae da un pozza, un poco profonda» il 
che non succede v' estate* L'apparenza di questa spe. 
#ie di mintola succede , perchè i' acqua che forma il 
vapore non può disciogliersi in un'aria troppo umida' 
e troppo condensata. v^. 

1065. La combinazione del c^orico colle parti ac- 
quee che formano il vapore le rarefa a segno , che in 
questo state di fluido elastico occupano un volume la^ 
Ovvero t-4QO volte maggior di quello cheSavevano nel- 
lo^^tato di liquore; il che dà loro una leggerezza res^ 
pettiva bastante pec^ inalzarsi nell' aria , e superare gli 
attriti che esse provano nel loro passaggio • Qiiesto è 
lo^stesso effetto cbe.produce il calorico sulle basi di 
tutti i fluidi elastici permanenti , de' quali abbiamo 
parlato (5(7» e /<fO- 

io6é. Quando il vapore è esposto ad un forte grado 
di calore » aumenta considerabiimentedi volume • Il calo 
re dell' acqua bòllìente che non rarefa 1* acqua che d'.un 
yemheiesimd ( 1051 ), rarefa il Vapore a segno di far- 

gli 



'D r F ri Ica: 97.- 

occupare un volume 13, o 1400 voke maggiore 
Quello dell' acqua che V ha formato . E* facil cosa 
Esicurarsene .- prendete un tubo di votfo, in fondo 
juale sia soffiata una palla di due pollici di diame- 
: fatevi passare 'un' piccol globalo di acqua d* una 
ìt dì diametro • Le solidità di queste due' sfere so- 
i» loro eode X3814 a i. Fate scaldare quest'ac- 
id e ridotta in vapore, riempiri la palla di Vetro , 
e scaccier!^ tutta l'aria; perchè se voi immergete' 
>ra la cima del tubo nell'acqua un p«co calda 
r non fare rompere la palla) a misura che il va- 
e si -condenserà col raSreddamente , la pressione 
l' ammosfera vi porterà tanta aequa, quanta ve ne 
ìgna per riempire la palla : dunque n' era stata cac- 
a tutta r aria *, dunque V aria riducendosi in vapo- 
ha riem^pito intieramente la palla , ed ha preso un 
urne circa 14000 volte maggiore. 
:o67. Ma se il vapore è ritenuto da degli ostacoli; 
;alore aumenta il di lui elaterio quanto aumente-' 
be il di lui volume, te avesse avuto la libertà^ di 
lenderti. In virtù dì questo aumento di elaterio egli 
iquc fa allora sferzi* f^odigiosi, e capaci di supera- 
osucóli considerabili « Vi sono degli esémp) lumi- 
li in quelle belle, mapchine chiamate tr0$mèe a fH9y 
I e che sono «ggigiorDO. conosciute da tutti i fisicjT^ 
ta tutti gli artisti. In quella che è montatala Chail- 
) il vapore^-alza lo Jtantuflb^del gran cilindro che 
5;piedi di diametro,; e- cho> è canòato^ di più di 
ijoo libbre. r-.^ • -■ . i * 

Brisson Fis. To^. III. G 



pS TkATTÀTQ ElCMIlfrAllE 

1068* Lo sforzo del vapore così cxattedi^o produce^ 
qualche volta de* pericolosi acculeoti # Si iiBfrcscanf 
i canooni che ^anno tirato pet uà certo teiti^ eoa 
quo stoppaccio bagnato » attaccato alla ciUa d* un ba- 
stone . Se accade che lo stoppaccio cbii^da troppo esat* 
tamente il calibro , il vapore che si forma nel fondo 
del cannone non potendo distendersi f rispiage lo.^^ 
faccio con violenza ^ e porta qualche voltai ^b 3 
braccio del cannoniere « Si potrebbe prevenire qneste 
accidente f adoprando nn tubo vuoto in luogo di uo 
l>astone che darebbe esito al vapore. Mi ha fatto-seo)* . 
pre meraviglia che non si faccia uso d' un metodo co^ 
sì semplice » che già da gran tempo s' insegna pubbli? , 
caroente^ 

Z* Àcqké ccnsidiràtd nella Jtdià di ghiàccia 4 

xo69« Ahbiamcf detto di sopra! ( 1043 ) che I* acqui 
non i nello stato di liquote^ se non quando é com* 
binata con nna assai grande quantità della materia 
del calore « per mantener piobili fra loro le sue par- 
ti . Quando per la vicinaAaU d' un' aria fredda ella 
perde del calorico libero , ella si raffredda , ms testa 
nello stato di liquore : se in iegnito ella perde il suo 
calorico combinato^ il quale è necessario per soste- 
nere le siie parti , ed impedir loro di riunirsi e maiK* 
tenere la loro mobilità respettiva allora le sue parti 
si riavvicinano, si toccano più intimamente, e perla ^ 



03 



§ i F ì s i e a: §^ 

ferii Ili «eòéaidne idcrìscònò V uno alll altre sa guilf 
jìk tormftré un cqcikì datò cbè si Mimi thUcciéi 
^ Ì9!J^ V acqoÉ gèiaiicidsi perde dabqué la matèria 
Mcalortf cbe vi èra combidata » tonte lo vedrèniQ 
trappòéò (iùpi) .* Óiicitò (iamggid dell* acqui dallo 
^i itaio di liquore i quelìd di ghiaccio 4 che si cbiiiiia 
fdigèlasìòrii i si deve ittribuire alla pèrdita della 
fifefchrtà del calore ; ò éel calorico corobiUalo ; Cèsi 
li ^niàtio i fisici pèfìa massima patite^ 
'^ iÒ7t: Ùe U Miri i è ÀiHscbtHhrétek kinac* pensi- 
^ itf àlcrimeriti ; JFianhò preteso cKe per là cofigelaaicU 
^\ flè VI bisogiiasierò de* corpuscoli frigorifici iaììtii # 
^1 llìtrosi sparsi ìieir aria , che introducendoci ne* pòri 
( d*ild dttidò, {arrestassero il tìiotò delle iué jpirti$ k 
I lo fissasltrd in uh corpo ÌqWàò e Amo i SécétLàó M^ 
\ ickniroeck !• questi corpi frìgotilSci salini Ò nitrósi 
! fiilaio le ^arti dell^ icqùi inttòducéndasi nt* suoi pò* 
I Hi il. aiiqsentinò il voliime del gbiaidcici rarefa 8eft« 
i (Jolo per la loro péneti^aziònè •- lÌL né ajiitànd Tivà*^ 
l^razioàe^ téddéndo àd^ allònianire le siie pini; Ve-* 
diane sé tutto ciò s*aécotdi tollé fcògiiizioBi à^qui^ 
*atè. 

ioii. Óltre il ' néri essere provata ì* esistéisa iti 
^éiti corpuscoli frigoriÉci ih si n thè i sali ì la nìig» 
^ ^i parte de' qdili faiÉno in fatti la pròprieià di ilaf- 
^1 freddar ¥ icqùa ( iés^)i liatinò nel itm^ itéssGt lai 
>: ^oj^riètà ancori di ireilderla pij]i difficile al ghiacdiir^ 
Èli Questi sali dell* aria che farebbero predrHheiittf 
ii costraiid i iiiibbiut diinqOe d^ ina aitar* l^tn dif^ 



i 



100 'ntlTTATO EtftiteÉiiyiRE 

fé em« da quella de^ sali eh* noi jconosciamòi^ DiprA 
in estate si £a del ghiaccio suail^ssicii» a queU^^dilKl 
inverno. Vi sano eglino srtWait parti, frigorifishe 
netraria.'' Né si dica cKe sonarne! miscuglio ^i sa^ 
le e del ghiaccio di cui sì fa oso ^.perchè bisogoereb^ 
be ancora dire per qual ragione «questo miscugli» n 
fonde diveatanda pili freddo Mo95\)« Non sona do»* 
que i corpuscoli frigorifici saltai quelli che fissano Ift 
parti dell'acqua pec Éirnè ikgbiaccio. r: i.. 

1073. IL Slr sono questi corpuscoli ialini quelli che 
aumentano il^roltme del ghiaccio penetrandolo , per- 
chè fanno «gflino un effetto tutto contrario sulla mag* 
gior parte delle materie, che egualmente che T acqua 
s^ induriscono t ti ghiacciano dal freddo? poiché la 
congelazione di sostanze diverse è senza dubbio prò* 
dotta dalla medesima causa .. 

2074. IlL Come si può egli sostenere che. questi 
corpuscoli salini accelerino T evaporazione del ghiac- 
cio, tendendo ad allontanare le parti ; poiché si so- 
stiene nel medesimo tempo che fissano queste parti e 
fanno a loro riguardo l'ofizio d*ujn glutine? Non vi 
ji egli in ciò una manifesta contraddizione ì Dipjà si 
raccolga con. attenzione della neve o della grandine 
che« venga immediatamente dallp nuvola ; si faccia fon- 
dere e si analizzi l'acqua» non^ yi.si troverà alcun - 
sale. Qijieste- -parti salina non (mao dunque necesM-* 
rie perula -congelazrone*. 

J.I075. L' acqua .«nmenta di volume avvicinandosi 
alla copgelaskMie»..€0(ne lo prova 1* esperienza • Il 



I> I ^'f 6 1 e A. iét 

VM) ^ D ( fy. I4j8 ) ripieno d* acqua iintf ta E , ef « 
leiido tmmerio ia un vaso dovt vi sia un miscuglio 
di Àie e di . ghiaccilo RSTV^ l'acqua s' ìnilia ia 
: principiò da £ fino in F s il che pare che nasca dal 
ristringersi' ehe fa istaatweatnente il vaso, eh' è st^to 
I tono ad un tratto immerso in un meza&o freddo ( 1 1 ; 5 )( 
I sobito dopo r acqua it condensa , e discende appoco, 
I appoco da F fino in G,: dove si ferma pt^r qualche, 
tempo; ma dopo poto venendo a rarefarsi, s'inalza 
rft 6 in H, e poco dopo per una violenta rarefazio- 
ne arriva fino in L Ailoifa V acqua apparisce in B tau 
' ta^torbida^ simile ad an% nuvola; ed allora i cha 
I oomincta a convertirsi in ghiaccio. Mentre che il. 
I ghiaccio sempre più s'indurisce, e che una pirtedell* 
[ acqua contigua al collo dèi vaso B si congela , 1' aCi 
\ qua seguita sempre ad inalzarsi da I 9tviù D^ e ter- 
I mina col sormontare il vaso che la conteneva • 
I 1076. Una volta che- iLgliiaccio sia formato hi un 
: volunie maggiore, ddona gravità specifica minore del«<i . 
; l'acqua^ perchè vi galleggia. Non bisogna in questa, 
caso riguardare il ghiaccio coiiie acqua rarefatta ^ co^ 
me ha fatto GdUleé , perchè è reàlnlente condensata l 'i- 
e l'aumento del suo volume ^ egualmente «he qaell^ 
t-ì deir acqu^ , nel momento della congeiatione ( 1075 ) 
a d dete attribuire air aria» la quale" essendo usciti 
-. da' pori dell' acqua pel ravvicinamento delle sue pAN 
ticelle i si unisce in bolle ^ le quali noii^ potendo sor- 
sì tire dalla mlssa, perchè la superficie 1/ comunemente 
K . la prin^^ Ihiacciau i se spande io c^uesca massa , ed 

G3 



t 



•ccop4 de'fiQQvi posti, che noq occupava quando em 
diss9mtQat9 ne- pori. Cosi 1* hanno pensata i piàceif^ 
bri fisici, JFJnygbettfi flémkerg 9 Aimthttt ^ eifi AUi-. 
rsn^ Infatti 41 osserva ciie il ghiaccio fatto coir acqnt 
bnn purgata 4* ari^ è .feniibilfAefite più pesante deU* 
altrOa» quantunque non 914010 giunti ancora é farne 
del pili pei^ntf q egualmente aUneno che i* a^pqoa \ 
perchè non k possibile di purgarla di tutta Taria ebe 
contiene « Secondo 4^ Afsirsn 1 il ghiaccio fatto cpq 
' r acqua purgata d'aria noq eccede che di un venti* 
dMiiniQ il volume d*a^ua cbe lo ba formato, meq- 
tre che il ghiaccio fatto con dell* acqua non purgati 
diaria, eccede questo folun^ di on nono, o d'nq 
decimo • 

IG77, Qjietfo autnento di volume prodotto da un 
fluido , U di cui elasticità h perfetta ( 907 ) i quello 
che dà tanca forza al ghiaccio. Gii sforzi che ; fa in 
eerti casi lono prodigiosi • E* nou abbastanza/ la fa- 
mosa esperienta di fimyfhens^ nella quale un canno- 
ne di ferro grosso un dito ripieno 4* acqua e ben ebili" 
so , essendo esposto a un force frédde} , scoppiò in due 
luoghi in termine di dodici ore, Mnschinh^tck aven-* 
dn calcolato lo sformo che aveva fatto il ghiaccio in 
un simil caso 1 trovò che tra equivalente a una for» 
xa cai^act di sollevare un péso di 17720 libbro, il 
che d quasi incredibile, (fW. T^m^m^fug.) 

1078. Nosi deve lai maraviglia che il ghiaccio fac- 
cia rompere i vasi di majolica e di porcellana > che 
I9 conctncono, che eoUevi il: selciato , e le pietre, 



- -^sK Fisica. loj 

e faccia sc6jp{)iare i eendotci ,)se non ftt ba la precau- 
siome di tentrli vuoti io itriipo di gelata : che apra 
le pietre, gli alberi ec* La maggior parte di questi 
cfietci non saccedè qoando il ghiaccio i preceduto di 
liti tèmpo asciutto, perchè aJ^Winon si trova sotto 
te ytecre né fra le loro comnitttiture o fessure e ne- 
gli ipacchi degli alberi 1* acqua che possa gelarsi. 

1079W Una massa di ghiaccio formata da una con« 
f!^MÌòvke lenta apparisce assai omogenea e trasparen* 
te dalla Superficte , the è la prima a gelarsi ^ sino a 
falche linea di profondità; perchè le bolle d'alia 
<jbe vi si formano passano , quanto possono » nella 
parte liquida ; ma nel rimanente del toTr mterno , t 
soprattutto nel suo me^zo, il ghiaccio è interrotto da 
oha gran quantità di queste bolle d* aria » e la super- 
ficie soperiore che in principio- ^ra piana» si trova 
bernoccoluta , eti inalbata • 

jcAo. Una congelatione simultanea sparge indiffe« 
renteraente le bolle d* aria in tutta ta massa , la qua-* 
k per questo motivo è intieramente òpaea ; perchè il 
tutto è composto di piccole parti di diverse densità 
(1488), ^ la sup^ficie superiore diventa ahche più 
convessa e più ineguale che nel caso di una léhéa 
coBjSclaztone , perchè T ^aumento del volume del ghiac^ 
cb ( 1076 } è tanto più grande » quanto più la gelata 
è forte. 

I io8f. Il ghiaccio dell* acque correnti Si forma altri- 
menti tìkt quello deir acque stagnanti • Quando il 

G 4 



104 TuATTAte EtXMSKTAHE 

freddo agisce sopra un' ac;qua tranquilla , la fa gbi»:''. 
ctjare prima ndla superficie ; comunicandosi in segai^ 
to di strato in strat^» e penetrando la gtoitm^dtU 
<l';iCqua, aumenta quella df*I ghiaccio cbe si è forma-, 
to il pr^mp • («a massima parte dell' afìn: cbe «ice da'i 
pori dell' acqpa a^ ^ntsura che le sue parti ii ravvici- 
nano per duoirst e ^prendere 9»^ forma solida » noa 
potendo scappare .gialla superbie superiora cbfs.<è gii 
ghiacciata, si spande per dissotto, «dinterfocnpf. me-^ ' 
^o la cont'tnbicà del:gbiaccìo. Però il sghiaccio C,osì 
(orrnato è ordinariamente il più. duro, il più j^itOf 
il; più tjrasparente ^ ^ di un colore cbe si avvicina pii 
fi quello dell' acqua / Nop è cosi delle lastre di gbiac-. 
fkio cbe si vedono galleggiare su' fiupi ciie confH«icia- 
np a ghiacciarsi. Esse hanno molto minor consistto- 
tsi.^ e sono come spugnose ; la toro tuperiicie è ine- 
guale e scabra ; sono opache e d' un colore bianca- 
stro^ il disotto^, e. l'estremità sono spesso y(praccari<^ 
cate d' una consicteFab|le .grossezza di ghiaccio impu- 
ro, e ripieno d'epbe^ di sabbia « di terra ec. E' fac4 
j^a di renéer ragione ài- queste diffie^renze , conside- 
rando la manjejf^', eon cui queste lastre ^li ghìaaio 
|i^no formate, 

,io8z. Odiando il freddo è mplto grande » non solo * 
r aaq^a si ghiaccia, alla r^va de'.fiumi^e ne' seni do- • 
ve l'acqua non è acritata dalla corrente, ma ancora 
ne' luoghi dove le sue parti nqn. hanno v^lcuna velo- 
citila respettiva , cioè dove si muovono- tutte insieme e 



Di Fisica, 105 

d'un moto comune che non ismuove ed allontana le 
uns. riguardo alle. altre. Quaesti sono quet luogbi eh* 
si vedono ne' gran fiumi , dove V acqua sembra sta- 
gnante . Quando resta sorpresa dal ghiaccio una 4^, 
queste supergcie> ne risulta una lastra che è cpndpt<<^ 
ta dalla corrente » il i^e ^là luogo :ì formarsene un' 
altra in quel pjifto e cosi di seguito . Q^ieste lastr^ 
cosi foripate ed/isplate, essendo in principio sottilis-; 
siue si ^z^pT al ^ primo urto » in maniera che ve 
ne, ^no poi M pme , che re^tinointere , o i dt cuifrai^- 
inerti, si.coo^rvino d' una certa grandezza ; il .jc^stor 
è spezzato in mille pezzi da diversi accidqnfi. Il fiu- 
me dunque si trova allora coperto di lastret. di ghiac- 
cio d* un3i cert^ larghezza , che seguitano la corrente , 
e d-una grji^a quantità-di più piccole, ^he ondeggiano 
in balia d^ir acqua, e/ che al menomo Qstacolo ai 
fermano. Òa cìò^ ne nascono due cpse^ L t lastróni 
avendo più massa, e conservando per consegi^nz» 
fa velocità che le piccole lastre > qi^este ultime sono 
continuamente esposte ad essere riscontrate da'jprimi» 
e costrette ad amnia$s^rsi alle loro estremità t e for- 
marvi una crosta cbfs s' inalza spesso al. disopra del 
piano, odi passate disopra o diso^o, e di fermar^ 
mi a causa; dell' attrito . (.aggelata continuando fa 
aderire queste piccole lastre/alle grandi, ma in.uns 
maniera imperfetta , perche non si toccailK che; eoa 
pochi punti d^lla loro superficie • Non ostante questa 
. i una delle cause che aum.enta -consideAbilmente la 



\tS TltATtATÒ EtEMÈWtARJS 

gtQpètz^ ile* gran lastroni . Essebdo dunque forni 
di ìatiiti pezzi fhalk toniti» tiòA è maraviglia te bao 
pòca eonsistenza» é-it sono Adito pia fragili < 
tfie qnelli delle acque stagnanti , e àe sono opach 
là* un icolore biancattro. II; Tutte queste pìccole 
atre irbe passano sotto le gtandi , altre che vi si 
laceàho debolmcate , si kttàccino fiti^rfettamente 
3Ìeme, c'iracchindena fra lóro ftoùlolò Hidlt'ari 
ihà ancora molte (erbe , della rena » ^lUa terra e ; 
tré impurità » cbfe raccolgono nel loro^mitiino > sp 
so toccandone il fonda • Q:i^te ultime lastre e 
riunite fotmalio il ghiaccio impufc'o • 

XoSj. Qixestó ^biàccio imputo ha fatto credere a 
maggiot parte di qnèlli, che abitano «intorno a*f 
mi;^d anco ad .alcuni eccellèf^tl fisici ^ come Boyi 
ébe'U laitre che Cominciano a ghiacciare i fiumi 
formavano in principio nel fondo dell' acqua , e 
inalzavano in seguito alla superficie . Il raziocinio i 
to basta per far t>én^re il contrario , perchè il fre 
dò che fa ghiacciare V acqua vanendo dall* ammosfe 
nòO puè avere il suo fcflfetto in fondo all' acqus 
quando non ab'bia prima fatto geUt tutta quella e 
vi è disopra t Ih oltre nel fondo de' grin fiumi , e 
j^no quelli che tràsport&lìo le tn^ggiori lastre 
^Ucciò, (poiché i|)iccòli fiuiAi più facilmente, eo 
maggiÀr^onteJBza si ghiacciano^ intieramente ) non 
trovalo mai lastre di ghiacciò ; quelle che sona tr 
sjporUtc da quésti fiumi non sono dubque formate n 
fondo. 



[ 9efi|«' E* ben rero che ti «ono; osservate cjaalcbe 
^tta delle lastre tli «bUccio io fondo coli* acqua | 
«e*za che ^«elia disopra fia «tata ghiacciata; ma pi^ 
«oa si irora che i» fondo a' ruscelli o a' piccoli gun 
ini che hanno poca, profóndici 1 ^ non qiai in fondo 
a* griQ fiumi ; di più questo fenomeno i poco fre^uén«> 
te • Non succede mai qnandò ia gelata i forte 1 per* 
che allora i piccoli fiumi ^ che non iscorronp cb^ iq 
superficie » konn^. prontamente firmati del: tuttQ dalla- 
gelata « Ma ^oesto fenotueno -può aver luogo quando 
sinché la gelata è poco forte » j^urcbc tlU duri un cer*t 
(Q tempa. Il fréddo si communtc^ allora appoco ap« 
poco dal terreno delle daie rive fino al mes^o del 
fondo • V aci)ni che in quésto )ào|io non ha che un 
mota lentissimo f ed ancor più trattenuto dall' attrito 
che soffre perpait^ del fondo» puòrafikeddarsi.baiunw 
temeittè per fornure del ghiaccio .sotto V acqua non 
90COC gbiacciaUt Ma questo ghiaccio non i gii di 
quello che ^ trasportato dal fiunoei ; perchè a volere 
die si^icca^ie dal fondo btsognetcbbe che il fredda 
diotinaisle molto ^ td allora non più- si tcdono i fii|« 
mi a trasportare questo ghiaccio t 

1085. La superficie de* gran fiumi, attefa la Teloci<- 
ti della loro corrente si ghiaccerebbe intieramente 
molto più tardi , se i ghiacci non fossero trauemitida 
qualche ostacolo, come da* ponti ec. Per que|to>^buo^ 
oa cosa il dare molta largbciu agli archi de* ponti ^ 
atSne di lasciare alle lasue^di g^iaocio fìù libectifec 
^tf re essere trasjportate % 



igS Tk attuto Element Are 
io86. Qiiaado il ghiaccio^si forma traQqaill«ftien« 
te » e per uq freddo tcucissiino ^ U sua durezza è con* 
sidèrabile » 'e tale ibe lopera alcmia volta quella M 
linariab.'Pare che il gbiaccio sra tantO' più capace di 
/felister^' ad' essere ' r^t^ o ghiacciato»' ^anto è pia' 
I compatto , o sbarazzato d^arb, o quanto maggiore è 
stat» ti freddo che lo ha fermato o in paesi tanto pia 
freddi • I ghiacci di Spitzbérga, € dei mari d' Islanda 
lono'si duri che è dilfficilissimo di romperli col mar« 
celkSV'Ecco una provi' singolare della^-dùrezza e àeU 
la tenacità di questi ghiacci atttentrionali ; Nel rigcH 
roso inverno del 1740 fu costruita a Pietroburgo « se*' 
condole- regole della più- elegante architettura » un 
palazzo di ghiaccio di 51 piedi e meno di lunghezza i 
éi' ì6 e mezzo ili larghezza » e zo^i altezza, senza cbe 
il- peto delle parti supicriori, e della coperta che erapa* 
driieme di ghiaccio, danneggiasse per tiiente il basse 
órdine dell* edifizio^ -La N^va » fiume vicino , dove il 
ghiaiccio era due o tre piedi di grossezza,, me aveva eonw 
Aiinisccati imaterialr. Per auraentafe la maraviglia fii« 
rdflo posti davanti «alla fabbrica é cannoni di ghiac-* 
ciò co' loro carri della stessa materia, e due. morta) 
da boitib'a nelle stesse proporsiioni che quelli di fusio- 
ne. Questi pezzi di «cannone erano del calibro di 
quelli che comunemente portano tre libbre di polve-» 
re, ma si caricarono con un quarto solamente^, e se 
gli diede -fuoco. La palla d* uno di questi cannosi' 
pass^V ^ Sessanta pasà' di distanza» una tavola grosu 



w. ' D I Fisi c.a . iqp 

ixxe filici • Il cannone 9 .la di cui grosstsza tra pià^ 
éi -quattro poljici non iscoppiò in questa scarica . Qtie« . 
sto facto può render credibile quél che rapporta OléU 
Àfégn0 delle fortificazioni di ghiaccio » delle quaU 
•gif assicura' che sanicHaTe uso le nazioni setteocrio- 
mU in feasoLidi bisogno. (De Mn^irnn^ DissirtdxAé^ 

1087. Se supponiamo una massa d' acqua esposta in 
un loogo tranqirillo, dove la temperatura sia di fei, 
o .sette gradi sottcì la congelazione , la quiete tanto 
di questa massa: d' acqua » che. deU' aria che la tocca 
immediatanìente produce spesso un effetto che io ho 
osservato pairecchie roltc , erba non era facile dipre- 
«ed/!re.\ Qiiesto doppio riposo .impedisce che l'acqua 
si ghiacci y sebbene abbia acquietato un grado di fred* 
do molto superiore = a /^uello; che^ .naturalmente le fa 
perdere la liquidità. .Se l'acqua ii^ ^questo stato vie-* 
ne a provare la più legger^ agitazione per parte dell* 
aria^ o di qualche altro corpo che la circondi, ag-. 
ghiaccia immantinente . Se per eseB)pio è in un bic^ 
cbiere e che si voglia versare ,7ion ^i versa altrimeov 
ti dell'acqua/ ma del ghiaccio. Fahrenheit fece lapri;i. 
ma osservazione di questo ^fenomeno .Egli fu che vi- 
de il prim^ colla piui grande sorpresa dell* acqua raf-, 
freddata a* 15 gradi del suo termometro (che corri-- 
nofide ji 7 gradi e cinque noni al. disotto dello zero 
dei termometro a mercurio di àtjjuc) ipantenersi in 
una liquidità perfeti^r&io ^1 momento ia cui si agi*. 



fld ItkkrtJkrò ÈLEMEKtAiii 
tava • Qp^s^A esperUim è rmscka egualmente a pU 
fecchi altri fisici cbtiost di f ipetérlaa Qpei che iri 4 
tfi più singolare si é clié ì' aeqUa tósi fredda di fà-^ 
recehi gìradi sotto al termine delr ghiaccio ^ vehéftdtfà^ 
lehtsi ili èohseguèflia detl' agitazione èhe so le i» 
pvifàéi fa salirci, ilei tempo ckc si gbiaécia^ ilteriftì^ 
lifletro i al gi^ido^ ordinati^ della don^laziòiie i dal 
cl^e ne segue che 1^ acqui dimitiUifcé di freddezti 
eoflgelanddsi ] specie di (iaradóiso cfae ka bisogna di^ 
ttitta 1^ autorità deir«spetiénza per ^eré cssete cit-^ 
dutd i t che; io tenterò di «piegate iit qtulciie ÉU< 
liierat . 

io88. li calorica combinato don uti corpe non ec^ 
£ita alcun grado di caler sensibile f5S8). Vedreosd 
trappoéd ( 109^ ) che àflfincbè il jgkiàcciol diventi liqnoM 
te , o r acqua si niantedga tate , bisogna cde ùìia grad 
^uantitjlt di liiateria del ealotesia combinata coti lei; 
é cbe qùetta qiiantitl di caiòrice combinato non la 
teiidà più dildà, il che hófl le Impedisce di raflfire^ 
dirsi, i misura che ^etde della materia del calore li- 
berò che la penetra ; Perché tfniaritocU conserva il 
Aloricò tfòmbiUatò i mantiene la sua liquiditi^ , quali- 
(ùnqué ella si raflfreddi al disotto del termine della 
éótigeiààione; ÌAì ié passa allò stato di ghiaccio, e^ 
la pèrde necessariamente il calorico ceitAinato^ che 
prendendo lo statò di libertà eccita del calore sensi- 
bile v Ècco perchè quest'acqua dimiiioiscó di freddéat- 
2a jfefanddsi.- 
ioi^. Qp^ndo r acqua non é pura , quando lì trc^^i 



1 F i « i e a: ut, 

va mW^lita Ji sostanze estranee, ba bisognò di uti 
{rado maggiore di freddo per prendere io stato di 
ghiaccio, e q^estQ grido di fceddor-deve essere mag-, 
giore o minore, s<condo lajpatqra^ e la quantità 
delle sqstang^e mescolate air acqua. Ecco pecchi i sa- 
li. Io zucchero 4 gli spiriti ritardano la Congelazione 
dell* acqua • Q^ieste sostanze producono presso appo-* 
co oeli* acqua lo stesso eflfett^^ che vi produce^ la mal- 
teria del calore , tapto libera che combinata > le Iota 
particelle essendo situate fra ciasci^^a. particella d* ac- 
qua « te impediscono di riunirsi ^ e le conservano la 
di lei mobilità respétttva , sino a che la forza della, 
coesione ristringa queste parti , ed obblighi queste par- 
ti estranee a tambiat di Iuq^o , ed a passare nella 
parte ancor liquidai £ccq il perchè quando T adqua 
saturata di sale , di zucchera , o* di' quaUbe spirito si 
agghiaccia, il centro del ghiàccio c^ aerisgfta, lì 
t^ova più che il' restante carico di queste Sostansiie y t 
^tto ghiaccio é pia fréddo che il ghiaccia d' acqua 
pura; E* cosi di tutti i gelati che li sogliono prende-* 
re riesute ; e siccome ve ne Mono di quelli che sono 
più che gli altri carichi di zucchero O' di spiriti , ve 
ne ione per conseguenza di quelU pia: freddi assai di 
ctrti altri ^ 

1090. Ognqnor s^ cbe i fcuuì si gbiacciiftno nelle 
invernate un poco crude'. In una' taf circòstaiiza or** 
dinariantente' perdono tmtfo i( guito; e qiiaikdo sì 
ginacciano' ii vedono per la più incominciare a gua- 
starsi.' Le parti acquee f cbe ^sti fxxOXk <ot|Ceit)^i>o» 



m Trattato Eìementam 
in gran quaucità, cangiaadoaii iù altrettanti ptccoìi 
gLiaccioIi , per li quaFi si aumenta il volume (1076), 
roènpono e fanno scoppiare i ptccoli va4i cbe li rin- 
cVi0onò i il che distrùgge V organizzazione • 

topi. Si osserva qualche cosa di simile sugli uomi- 
ni e^sugli animali* #he abitane paesi Freddi. Non i 
cosi rara di vedere delle persone che hanno perduto 
il naso o lev orecchie per èssere state esposte ad uni 
forti geliita. Questi accidenti non sono senza esem- 
pio» anche ne' climi temperati. Io sono stato testimo- 
nio di un'accidente di questa specie, succedutola 
Poitou, e che fu'molto funeste a due Barcajuoli: 
penderono le dita tutte d* anibedM le mani , -perchè 
fiiiono fatte sghiacciare troppo pfeito. Qiiando un 
iQembro è stato gelato, non vi è spieranza di salvar- 
lo y se non facendolo sghiacciare còlla massima len- 
tézza, tenendolo, per ' esempio , in un luogo dove 
non ghiacci, iòìttié'rsrì per qualche tempo nella neve, 
o nel ghiaccio ptstato tatito che si fonda . Dopo di 
chy si passa nell'acqua un poco meno fredda, in se- 
guito nell'acaua un' poco tiepida , e riscaldandolo co- 
si appoco appocd, e per gradi che crescano assai len- 
tamente • La lentezza ^nello sghiacciare è assoluta- 
mente necessaria. La fusione troppo sollecita, che 
non permetterebbe' alle parti di un corpo ghiacciato 
di riprendere V otdine che hanno psettfuto ,Hiistruggc- 
rebbe in questo corpo I^ organizzazione che tì si vuo- 
le conservare. ' * • 

1092. Ne segue' da ciò che » frutti , che sono gelati 

sugli 



b i F'i s f e a; II? 

sugli albi^ti , sono indispensabilmente perduti , st 
ighiacciana^ troppo presto; un troppo sollecito sciogli- 
mento di ghiaccio non e niente meno nocivo-, che 
una force gelata , che succede tutto ad un tratto ad 
una grande umiditi • 

109;. Non è Io stesso del freddo che fi ghiacciar 
r acqua, co:ne del calore che la fa bollire. L* acqui 
che bolle non aumenta pdii di cilore per quanto lun« 
ga tempo si riscaldi (1052). Ma il ghiaccio, una vol- 
ta che sia formato , e si trova esposto ad un freddo 
che duri un certo tempo , e che vada aumentmdo , 
divent;! più freddo. 

1094. Il ghiaccio diviene più freddo artificialmente 
mescolandovi de' sali , o degli spiriti ardenti, o degli 
acidi. Fra tutti i sali il più capace a raffreddare il 
glìiaccio si è il sai marino, o muriato di soda; e la 
<!ose più conveniente è di tre parti di sale , e otto 
parti di ghiaccio, misurando il peso. 

1095. Quello che vi e di singolare si è, che 1 sali 
spinti fanno fondere il ghkccio [raffreddandolo. Il 
>fhiaccio, che non può essere formato che dal freddo , 
e che pure cessa d' essere ghiaccio raftVeddandosi , è 
un fenemeno ben singolare e difficilissimo a spiegarsi 
per quelli che fanno consistere la liquiditi in un mo- 

, to attuile delle parti del liquido *, e die pretendono 
chs i Sili raffreddino 1* acqua ritardando questo mo- 
to. Perche nel caso presente, i sali rendono li liqui- 
<ii'^ al ghiaccio*, dunque non ritardano il moto; ma 
lo rianimano ; pure essi lo raffreddano ; 4unqi>e que- 
Brisson Fis.ToM. III. H 



114 Trattato EiÉBUMTÀnm 

sto freddo non è il segno dì un moto ritardato • Mi 
questo fenottieno diviene di facile spiegaz^pne dicen^ 
do t che U tiiobilità resp^fitiva delle parti basta per 
la liquidità f e che la di«)inuzione della quantici ìlei 
caloré'Tti istato di liberti basta pef ilraflPreddamento^ 
Ora questo è ciò che ba luogo nel caso di cui si ftat^ 
tà ; perchè il sale e il ghiaccio penetrandosi scanabi& 
volmepte » I ^ ristabiliscono questa mobilità respetti- 
va delle partii il che ajuta la fusione del ghiaccio' 
IL scaccialo per un tempo da* loro pori una porzione 
della matèria del calore libero che vi era « e ve ne i 
isna parre che perde la sua liberti Combinandosi col 
ghiaccio per farlo diventar liquore : per questo il mi* 
scuglio fi raffredda • Questa penetrazione scambievole 
^el sale e del ghiaccio è provata in una maniera in-^ 
contrastabile s I. per la fusione reciproca di queste iuif 
sostanze ; IL perchè occupano dopo la fusione meno 
spazio che avanti < Ma questa fusione 2 una^condizio- 
ne assolutamente essetìziale al raffreddamento /perchè 
se si prosciuga il sale ed il ghiaccio con un freddo dr 
i2, o 14 gradi 9 in maniera che non vi resti più nulla 
d'umidità che possa incominciare la fusione, il mis' 
cuglio non si raffredda, perchè non vi è né fusione/ 
Tiè penetrazione « E se si dicesse che il ghiaccio i al-^ 
^ora talmente raffreddato che il suo freddo non ptt6^ 
andare più in là , rimarremmo convinti del C9ntfario' 
versando su questo ghiaccio dello spirito di vino g 0^ 
dell' acido nitrico o muriatico , il Iraffreddamemo sa- 
rebbe allora grandissimo, e potrebbe andare fino IJ^J 
gradì . 



ii,i fìsica; ix5 

iògè. (^aoiunqué il gbiacctoi sia un corpo solidd 
£ d^risiimo (m86) ^on Ostante evapora cosidtrabtl': 
làcóic^ ed anebe più >bè 1* acqua ia tempi eguali • 
Ciè tìascft 9 come lo pensi di Mdirsri i dalla tesìtuta 
pafUèalare del ghiaccio ; cbé occupando ud iniggioc 
VoluiBÌe dell* acqua (1076) ^ ed ofÌMn^ò ima inaggior 
superficie scabrósa per un gran numéròld* iheguagliàn- 
zé, icYé appunto per questo» noti ostatite là sua du- 
rezza , dare più ìuégò alla causi generale deìrevapo- 
iazione (ioai) i Sì jf^b àggiungeìré a questa caiisa che 
ìasciiìttezza deiraria ed il vento ^ accdmpagnando 
^i^asi letnpre nei tiostri climi le grati gelate i devono 
amitentare di molto 1* evaporazione ; perchè un* aria 
aeécà é più lelispostà i caricarsi de* vapori che s* inai- 
sanò anche in maggior quantità j qùandé quést* ària è 
iócessaiiteoienté rinnovata. 

1097* Subito che il calore si rianima helV aria » e 
tiie diviene superiore al grado che òpera la congela^ 
zione 9 il ghiaccio si combina col calorico ^ e si spàh- 
^, e la sua fusione i più ò menò pronta i^ secondò 
U cfehsiti de* corpi «he lo toccano^ suppónendo tutti 
liaèsti corpi d' una temperatura eguale • Per quésto il 
ibiacGiò li fonde con pid pròtìtezza neil* aria , più 
Icesto iùì marmò ebe sul legno; perchè questi primi 
pDrpi essendìQi più densi ^ toccano il ghiaccio in ùii 
gior numèrd di punti ^ e così gli comuhicarnò più 

dùimetité il lóro calore; Non isghiaccia inai taiitó 
tro né tanto generaldaente , quanto per ùd vento 
ti<lionaìe leggiere ed umido; 

to^ lì |Ìaiiàccio lìon ^i fotide cbe còmbìóadòsi cùA 

k « 



1 16 Trattata EAmentare 
una assai grande quantità di materia del calore , 1 
quale niente aggiunge alla sua temperatura (5S8) • i 
facile di convincersene eolla seguente esperienza 
Meittere in un vaso conveniente una libbra di giiiaccii 
plsco , ed immergetevi un termometro a mercurio d 
de liHC^y il quale d diviso io 80 {radi dal termine 
della congelazione » fino a quello dc:ir acqua bollen 
te \ (|uestO' rstrumento li fisserà al termine della con 
gelazione ossia allo zero . Versate su questo ghiaccie 
pistató una libbra d^ acqua calda a 60 gradi; dopc 
qualche poco di tempo il ghiaccio sarà intieramente 
fuso , e la temperatura del miscuglio si troverà essere 
tuttavia zero. Il che prova che tutta la materia del 
calore libero, capace di far sentire questi 60 gradi di 
calJo, si è combinata col ghiaccio per farlo passart 
allo stato di liquore, e non ne ha aumentato per nul** 
la la t'empeutura. Non sarebbe tosi %t avanti il nii- 
eu^Iio il ghiaccio fosse già in liquore , ed avesse la 
temperatura di un grado al di sopra della congelazio* 
ne : oppure quando avesse la temperatura di sei gradi 
al di sotto della congelazione ^^ allora la temperatura 
del miscuglio sarebbe la metà della somma della dse 
temparature . Se la temperatura dell' acqua fredda fòs- 
se d' un grado al disopra della congelazione , la tem- 
peratura del miscuglio sarebbe di 30 gradi e mezzo « 
metà del 60 più uno; e se la temperatura dell'acqua 
freJda fosse di 6 gradi al dtssotto della' congelaziaN 
ne, quelli del miscuglio sarebbe di 27 gradi, meli 
del 60 meno 6. I Signori LavaisUr ^ e de U PUeé 
{Mcm. dclV Accada 1780. fn^ 373) hanno ènunziaif 



^enòmeoo indipendentemente dalle divisioni ar^ 
t de* pesi e del termometro in una maniera gè- 
f e come seg\^e: Il cdlore necessario per fende * 
biétcie e étudUy ire ^urti dLqùiUè,\be pfh 
'- il medesime p^so X dciud ddlU temperatura 
aciia che si fendi f 4 quella dell* acqua hel^ 






«^ 



ii9 TRATTAT© JtLJIllJSHTÀI^JI 



« A PJ^T hO XIII. 



Dflla Mtnrd f tr9prut4 M FufC^^ 



ì999t ^^uellQ ch^ volgarmente chiamiamo fnoa 
non è altro che un corpo acceso » |c di cui jp^tti s 
diminuiscono ^ svaporano in fiimo » in iSamma , in n 
pore ec. Agli occhi il oa fisici^ questa accensiopc imi 
è altr^ cosa cbc V effetto «li una causa che f i è pc 
molto tempo nascosta alle nestre ricerche > ma dell 
quale possiamo dire che abbiamo al giorno d* oggi fi 
no;KÌoni che non avevamo per T avanti , Si coovien 
nnanimemente oggigiorno , ehe ciò che produce 1* ac 
censione de* corpi è una vera materia » ma che hi b» 
sogno di essere eccitata per agire • E siccome la matt 
ria che fa accendere ì corpi i capace di risplendere < 
farci lume» e quella che li rende visibili è capace é 
acciK^derli i è molto ragionevole il pensare che il prie 
cìpio del fuoco y e quello della luce sieno una soA 
e medesima sostanza nu modificata -diversan^nte . 
, II 00. ]£saminiamo primieramente questa maceria IP^ 



"Di Fisica. 119 

me causa -del calare e dell' accensioae : e vediamo I. 
quale è la saa naeura ; IL quali sono i mezzi di ec- 
citare I9 sua anione. III. in qual maniera si .'propaghi 
Ijiiesta azione ; IV* quali sieno i suoi effetti sui cor- 
pi; V« quali sieno i mezzi di aumentare la sua azio- 
ne, o diminuirla, ed anche di farla cessare. 

Dilld nature del fm9C9. 

iiot. Il principio del fjoco i un fluido sottilìssi- 
mo , rarissimo , elasticissimo » non pesante , sparso in 
tutta la sfera dell'universo , che penetra i corpi con mag- 
giore o minore facilità , che tende quandp è libero ^ 
a porsi in equilibrio da per tutto, ed a cui hanno 
successivamente dato i nomi Ai frinciftp iftfidmmdki-- 
li , frinnpi9 del celere , mdteris del calore , e che i 
moderni hanno chiamato cdUrico. 

zìoa. Questo fluido penetra per ogni parte tutti li 

corpi, anche più duri; esso si combina con molti j t 

piocora di stendersi uniformemente. Esso solo basta 

per riscaldare li corpi: ma non basta esso solo per 

abbruciarli ; bisogna che sia ajutato da un altro flui« 

io , eh* d r-aria pura (664) : né il concorso di questi 

I due ^uidi basta ancora , se la loro azione non venga 

I Ceduta da alcuni mezzi , che gli uomini soli sanno 

L impiegare • 

I 1 103. La materia del calore d di natura fissa ed inalte- 
rabile. Ella è talmente fluida, che aon cessa mai di es- 
^lerlo, quando non si combini con certi corpi: di pia 
ella è la causa principale della fluidità de'eórpi. Per 

H4 



120 Trattato Elemektaii1£ 
la di lei aziooe le loco parti si allontanano » si se« 
parano le une dalle altre, perdono la loro aderenza, 
e ricevono finalmente quella mobilità respettiva, nel- 
la quale consiste la loro fluidità • Qì^ndo diminuisce 
la di le! anione, o quan.-io manca affatto*, le parli si 
riavvicinano ^ ad«?riscono T une all'altre , si legano, 
e riprendono finalmente la consistenza, che ella?vcva 
loro fatto perdere. Io credo ancora che si possa dire, 
che la m.iteria del calore sia la soli sostanzi fluida 
per se stessa , e che senza di lei non essendovi chi 
contrabbilanciasse la tendenza generale che tutte le 
parti delU materia hanno le une verso le altre (194), 
si unirebbero tutte insieme in maniera da formare tut- 
to un solido • 

1 104> La materia del talore è capace di scompagina- 
re i corpi più duri> nulla le resiste, ed ella resiste a 
tutto. Si può riguardarla come un dissolvente univcr* 
sale, proprietà che la distingue essenzialmente da tut- 
te le altre sostanze ^ 

X1Ò5. La materia del calore è presente dappertutto, 
ed ©gni corpo ne i come imbevuto. E' nella terra 
che abitiamo, nell* aria che respiriamo, negli alimen- 
ti che ci nutriscono , ed in noi stessi ; e sebbene ella 
sia capace di tutto distruggere. e coniumare: sicconae 
la sua azione non i giammai ,da per se stessa tanto 
foree da produrre T accensioooc (1102), in vece di 
nuocerci viviamo appunto per essa: fa parte del fluido 
che respiriamo (647), ed e quasi la sola porzione di 
questo fluido , che serva al mantenimento della vita 
(9ì6). 



D I F I S I e A . . IM 

lio6. La, materia del calore, o il calotrco esiste 
spessa ne' corpi in due stati ; in quello di combiiBaziQ* 
se, ed in quello di libertà (5S8; . Nel primo stato 
questa materia non eccita alcun calore sensibile a:* 
nostri organi*! al coótrario nello stato di libertà ella 
eccita un calore tanto più forte , quamo pia è abboo- 
dantc 4 

1107. A eguat terrperatata» diversi corpi non con?- 
tengono sóKo Io stesso volume una egual quantità 
dì hiateria del dalore, o di calorico combinato, ^ ti 
tono fra loro delle differenze indipendenti dalle loro 
densità respettive. Si è cercato di misurare la quan-> 
tità di e:alofico, cbe sono capaci di Contenere le di-» 
verse specie di corpi. I Sigg. Lavoisier, e de U Pia' 
it { Meimrii delf Accad. delle Scienza anno 1780 
^ég. 355* ) hanno fatto a questo fìne delle ingegno-* 
sisslme esperienze «Per bene intender c^iò^ ^ bisogna sa-» 
(fere che quando si rende libera la materia del calo^ 
re combinata in un corpo , ne risulta un gtado di 
calore sensibile, tanto più forte, quanto più se ne 
àvilappa. Questa materia del calore combinata in 
questi corpi è qiiel tht si chiama Calére specifico . Vtt 
trilsiirarlo , questi fisici hanno posti i totfi in un va- 
so interno circondato da tm altro vaso ripieno di 
ghiaccio , il quale era difeso dal calóre dell* ammo- 
iftfra da ud altro contorco di ghiaccio contenuto ili 
Qn terto vaso che vestiva il secondo . II calorico che 
si sviluppa dal corpo che si esperimenta fa passare una 
pane del ghbccio del secondo v^so dallo ^ato di so- 
lido allo stato di liqlCiido > conabinandoti ton Iti'/, ed 



^ft THATTATO EtlMElCTARE 

in coiisegathza lenza nulla aggiungere tlla lua tenW 
lutatura ( ^098 }• Qjiesta ponienc iì ghiaccio foie 
egocciola in un vaiò poeto al diiofco della macchini • 
Si fft quale è la quantità del calorico che deve com* 
binarli col ghiaccio per iarlo fondere (1098 Irlj^quae- 
titi del ghiaccio fbio difnoitra dunque la quante» 
del calorico sviluppato dal corpo messo all' eiperien* 
M,, il che deterttiina il itoo r4/#ri Jpmfico . 

^108. Da quel che abbiamo detto (iioy^ risulta 
t{ìe nel passàggio di un corpo dallo stato di solido a 
quello di Ouido vi i una gran quantità di calore che 
resta assorbito i <òmbinandost con questo corpo ^ ed 
ecco perche nel momento dello sghiacciarsi il fredde 
e ancora sensibilissimo • Lo stesso suiQcede nel passag- 
gio dallo stato di fluido a quello di vaporej^cco per- 
cbè tutte levolti^ che una sostane si evapora al di 
sopra di un cot^ Io raffiredda (1171). Succede il 
eontrarìo , cioè , vi i del calore prodotto quando un 
rorpo passa dallo stato di vapore a quello di fluido, 
o dallo stato di fluido a quello di solido • 

i|09* $• dunque in una eombinaaione o in qual- 
che mniaziooe di stato Qualunque vi £ una diminu- 
zione di calore libero » questo calore ricomparirà in« 
fieramente 9 quando le sostanze ritorneranno al loro 
pristino stato } e reciprocameme ee nella combinazio- 
ne mutazione di stato vi è un aumento di calore 
libero , questo nuovo calore disparirà nel Ritornare 
che faranno le sostanze al loro p^imo stato • Qjiesto 
principio è confermato dall' esperienza , ed i Sigg. Ls- 
vomita e 4t U Pi4€€ {ivi f4l* iià. ) r hanno gene- 



D r f I 3 I e A. ixj 

raltoato fd eittso a tutti i fenomeni del cilora ne|^ 
la teiuente maniera ; Tutti le vtirUwni di r4/#rf , 
mt¥ reélifhi sppdnnti fbe f$ffrt un /ist€m4 4i €$r^ 
fé mmidttdé ft0t9^ si rifrfdHeenp in un érdiiw inwn^ 
^ ; quànd^ il sistemi^ rit^n^ iU 4M tri4tm 4téh 

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p$' m^i fp' V*éUi ri pu> $fcit4re P AzJion$ 
dclfuifif 

iTto. Noi fogliamo adoprar^ cómunementf per fc» 
citare 1* azien^ del ^oco uno di questi tre mescci , 
ciol^ L Turtò o r attrito de* corpi solidi; II. laferv 
neNtai^ioné % V eflferyes^enu } IIL la uniope ^e rag- 
^i Sdiari, 

'flit. Primp mxx0n L'urto o T attrito de' corpi sm^ 
lidi è il nie^zo il più frequente che $i adopri per ec« 
citare V aaiooe del fuoco , Qgnona n che si comin- 
ci^ ad accendere del fuoco, fregando o urtando un 
acciarino centro pna pietra « NoQ vi sono' corpi so^ 
lidi, che noQ possiamo almeno riscildare uruadoU 
e fregandoli , e ve ne lono pochi » il calore de* quali 
ìosì eccitato y non possa aumentare a^iegno di farli 
scintillare o di accenderli; percbè allora il calorico 
libera , che é in queiti corpi si anima ^ Ov pfr la sua 
penetraaione fra le parti, le dispone a combinarsi 
^oir ossigeni che somministra l'aria ambiente; ed 
in questa combinazione consista la combu^tioilb 
(<5I ) * Ma questi effetti lono più o mepo pronti ^ pii| 



,^ V\.irATO EitMENTARÉ 

^ .....ici >ev:ondo la nicura dei corpi che sifre« 
..K ij utcano, e secondo la durezza^ e h 
. . «w.- K.*j;a urti o dc^li attriti . Per quel che ri* 
,..^^4 (& ii.Mora dc'^corpS , quelli che hanno maggior 
...v«cù et DÌù riaterio, sono i più iddnei a riscaldar, 
j «iriimmarsi neirurio o nell'attrito; e slcco* 
v-it*ao dell'attrito cresce per la pressione e per 
i »v*Iw-itì ( loo e io6)y più che la collisione d vio- 
. : I e frequente , più ancora i efficace . In fatti si 
•::.^ hi rovente una fama di acciajo un poco calda 
x.t^.t'nJola a replicati colpi sopra un'incudine. Ciò 
uun Succèderebbe ad ona lama di piombo , parchd 
i»on si arroventa se non dopo essere fuso ; bisogne- 
rebbe che si fondesse sotto il martello , il che Doa 
succede. $e sì sfregano de'Iegni per accenderli , quel- 
li che s* infiammano più facilmente sono i più duri e 
J più secchi . Se uno si h scia strisciare per una cor- 
da , il di lei attrito colle mani vi produce delle re^ 
sciche, come se si fosse tenuto in mano un ferro ro^ 
vente . 

1ZI2. Seconde mtzxo . La fermentazione e Teffer- 
teseenza non possono aver luo^o sen^a eccitare del 
calore, che arriva quJ»Iche vòlta Ano all'accensione. 
Se si mescolino insienrie due Costanze che sieno di- 
spostissime a penetr'iirsì scambievolmenre , e ad io- 
trorfursi ne' pori Tuns dell'altra, vi si eccita un* cf- 
ftrvw^nza che produce del calore? • 

1115. Esperienza. Versate uri acido sopra un zl^ 
tfaliir vi si risveoli^rà una effervescenza, che pfodui?- 
ri un dalortf seasibik • Mescolate dell' ac qua. dell' a- 



Di F i/s t € a. i%s 

tàio sulfarico beoe sflemtnato, vi si produrrà uo ca* 
lore vivissimo, e capace- di far rompere.il vaso «e è 
di materia fragile . Gettate su dell'olio un acido coir^ 
centra€issimo% come l'acidd nitrico disflemnaatissimo » 
la fermentazione può esser tanto viva da accendersi 
ti fu9Co neir istante. Anche uà miscuglio d'acqua t 
di spirito di vino si risj^alda sensibilmente. Tutti que- 
sti effetti nascono daj(li attriti prodotti dalli penttra*- 
2Ìone scadibidvole delle due sostanze; perchè e,li ur- 
ti o gli attriti agitano le particelle de* corpi eguaU 
mente che la mitetii del calòr:; libero , che è fra'lo- 
ro pd»bi : questo moto s' aggiunge air lazione xii qoe^ 
Ita mUteria del calalore, quale può essere aumenta- 
ta o diminuita, ma non mai interrotta totalmente. 
Da ciò n^sce' il grado ;dèl calore che si fa sentire ; 
e se è molto grande, la combinazione coli' ossigenc 
( mi ) ha luogo y dal che ne segue V accensio*- 
ce. 

11x4. La penetrazione scambievole delle due so- 
stanze di cui abbiamo parlato / 1113 ), è provata 
dair esperiens^a , perche il volume è minore dopo il 
miscuglio che avanti. Se si mescola insieme un boc- 
cale d'acqua, e ung di spirito di vino, il miscuglio 
non basterà per riempire un vaso della capacità dei 
due boccali > dunque vi è penetrazione delle due so- 
stante ne' pori T una dell'altra. (Ted. Adem. dell* 
Accéd. delle Scienzje anno 1733 }fng. Ì95 > ^ ^*^* 

17^9 P^i- 433 )• 
Il 15. Abbiamo detlo'di sopra ( 1095 ) che lo spi* 

rito di vin« gettato sul -ghiaccio lo raffredda facen- 



ìió TrÌTTATO ÈLlMÉKTÀltB 

dolo scioglierei abbiamo veduto (X123) che lo Sfltl 
tu di vino mescolato coli* ic^ua li riscalda i due ef- 
fetti ^ che sembraiào opposti ^ sebbene steso j^rodotti 
dalla stessi causa»' perchè lìell'udo, e neiraltrò oa- 
io v*è il Miscuglio di i|uéste due sostanze raedesi« 
tné . la diversità di quella due effetti dipende da uni 
piccoli cosai perchè un grado di calore di più o di 
meno fa sì che Tacqua iia ìiquort ò ghiaccio*; or ciò 
nasce da questa diversità di stato; Neil' uno e oeir 
iltr^ caso vi é una scambievole penetrazione delle 
due sosunie ; il che scàccia per Un certo tempo uni 
porzione della materia jiel calore libero > e pc6duce 
del raffreddamento. CXutfsta penetrazione produce degli 
attriti che écriuno l'azione della nateria dei calori 
ehe vi rimane i td alzano di quichi godo la lempt^ 
tatura • Vi sonò dunque due effetti opposti de* quali 
lion si mabifcsta che V eccesso del più forte snl pìà 
débole. Nell'acqua la penetrazione ì prontisfima ^ 
gli attriti sono dùnque allora hasuntemente fòrti per 
far pia che compensare semplicemente la perditi dcl« 
la maceria del calore i in conseguenza il calore cccL 
tato dagli attriti supera il raffreddamento oauiatodalF 
assenza del calorico • Al contrario nel ghiaccio la pi« 
detrazione i lenta » egualmente che gli attriti ^ che 
^r questa ragione producono poco elfeuo : il calore 
che ecciuno non è dunque Capace di compensare il 
tafteddanitatò prodotto dalla perdita del calorico li. 
bero , che nasce dalla penetràzioae . Di più vi biso- 
gna una gran quantità di nuovo calorico combinato 
iol gbtacdo per &rla pUmt allo auto di Ikftofé 



B i IP t È t e A^ t%i 

( tOfS f t lopS ). Ecco perchè in qaeitp ca$o noo 4 

manifesta che il riffireddamento. 

IX t6. La putfefatìone è pure una vera formentazi^ 

l lìe* Cosi tutti i eorpi che s* impottidiflcono » Combi* 

nandosi colla base dell'aria pura 31 riscaldalo per lo 

lUto di libertà che prende il loro calorico 4 il fieno 

' chioio « stretto avanti di esser secco può fermenta^ 

re e riscaldare a segno di accendersi 6 dar fìioco al 

fienile é 

2117. Terz.0 tMtÌ0,* i. raggi solari riscaldarne tntti 
1 corpi che sono esposti^^Ua loro azione. Qiiestt rag- 
gi sono Certamente composti della materia del caloref 
» animata e meisa in azione dal sole ( 1099. ) . QiiOr 
tit materia f insinua dùnaue fra le particelle de*cor. 
> PU 1^ <i aggiunge alb quantità che questi Corpi 1(1 già 
N^e cotfteoevano : da cìi^ risalta il grado di Calore 
jf che si fa sentire . 

r izt8. Questo grado di calore i Sempre (nolto af 

- disotto di quello che è necessario per T accensione ^ 

io Conseguenza non si sono mai veduti accendersi de' 

; corpi per essere solamente stati espiosti a*raggi del so* / 

: lèrf Ma. questi %i9ii%ì raggi sono capaci di fondere o 

I <i bruciare i corpi fusiDtli tf combustibili, iu de*qùa*^ 

li sì mefltiplicbino ^ il che può farsi ili parecchie ma-^ 

tiiere 4 

1119. Éjperii^ta. J»opra un girati àumei'o dì pìccoli 

tpttchi piani si ricevano i raggi solari , e si iimggtta 

1 tutti al ndedesimo corpo é Questo Corpo uA p\^ ri- 

^4ài0i ^aiitcl maggior ^uniérò di raggi si ktl ca-^ 

^ dcre sopra di li^i ^ Ma le si vogliono moltiplicale^ atf« 

Co di piA biiogoa £uc le se^ttu es{^ri<fiu« 



/ 



JZS TRATTATO-ElElVrfiNTAltE . 

X 1 20.' E jfptrieni,a. Presentate ai raggi solari uno 
specchio concavo, in maniera che il pian dello spec- 
chio, quanto più è possibile, sia perpendicolare a* 
raggi incidenti. Si formerà dinanzi allo specchio un 
cono di luce vviissima . Ne vedremo la ragione ti^p- 
poco, traciand9 della Catottrica (iiéi)..St alK api- 
ce di questo cbno luminoso, punto che si cbiama/i»- 
co dello- specchio, vi si pone qualche corpo, vi si 
fonde, brucia, si calcina, o si vetrifica proniamentei 
secondo la sua natura. La lupcrficie d'uno specchio 
concavo e composta di linee circolari-, ma un cerchio 
è un polìgono di una infinità di lati; la superficie di 
questo specchio è dunque un* insieme di piccolissimi 
specchi piani insensibilmente ipclioati fra loro . Cia- 
scuno di loro riflette verso un istesso punto i ragg 
che riceve , il che riunisce queste immagini in ufl 
ptccolissiitìo spazio . 11 loro numero è tanto più gran« 
de, quanto maggiore' estensione ha la superficie deh 
lo specchiò , e quanto maggiore è il suo diametro« 
si vede facilmente che queste immagini cosi mokipli 
cate sullo stesso corpo possono formare unfocotanu 
ardente , da produrre gli eflf.-tti che abbiamo enunztati 

1121. EsperienzA* Se si presenta ai raggi solari una 
lente convessa di vetro, in maniera che il suo asse prò 
lungatosia parallelo presso appoco ai raggi incidenti, si 
forma dietro alla lente un cono di luce molto viva , nell 
istessa guisa che se ne forma uno in simile circostanzi 
dinanzi dello specchio ^concavo (tizo)^ Ne vedremo 
frappoco la ragione, parlando della Diottrica (^1355) 
Sf. all'apice di questo cono luminoso che si chiamai! 

foco 



foco della. lente, vi si mette qualche còrpo » Vi pro^ 
rt gli stessi efiiBtti, che aì foco dello Sffeccbiò con* 
£avo • Dal che si deve co'nchiadere , id qualunque ina-' 
liierai si rianiicarto i «raggi del sole , producono uà 
calore tanto più attivò, quartto più si trovano riuniti 
ia maggior quantità io un più piccolo spazio ^ 

ixaa^ L'attività del Ìoco di una lente i relativa 

t/Où solo al numero de* raggi riuniti in uno spaziò 

rfato , t per conseguenza a|l* estenlione deìialsuperiicìà 

ielU lènte , o alla grandezza dei .soo diametro , nià 

ucotà alla maniera con cai questi raggi ài riifniscp* 

to/ peretta se fra una lent^ é il sud fpco, verso là 

«era o i due terzi della luiighezaSa deli' 9*«è del cono 

luminóso vi si mette una ^ooda lenu càóvés^a , chis 

iiri diventare più convergenti i raggi; r atticità del 

fi>eo ne resterà considerabiìraente aumentata, quàntun- 

^be vi ili irovi un minor numero di . raggi, riuniti ; 

.foicbè parecchi sono jfmfrcetti dalle parti. tolidè della 

lente* Dal clve nt^tegf^ che il fica è tanta pik dhi^ 

ifi^qiUnté fiù sana dp ini fU dftiaìi ^ tatié àa^ indU 

KHritumicana i rdigi.\Ìn ìàtti ì* esperienza àii ba in- 

f legnato che i raggi che passane verso i* estremiti dei« 

] la lente battilo il loto putito di riunione più vicirrO 

talla lente ^ e fofmaho fra loro degli àngoli più ap«t- 

'iti, cbe non lo fanno Quelli cbe pascano Vèfio tèsiti 

€ che nel tempo itessó quelli dell* estremiti formana 

^DQ foco più attivo di quello cbe ì formato 'dagli al^ 

^tti. (p^ed. Mtnt. daWAcaài. dalia SdanUì dmn^ 

•' trf^ pdi. éf) * 

^ Iii|. Gli effetti prodotti ini corpi da uni lfnt# tf* 
'^; Blllt90KFi^.T0J4nL 1 

I 

/ 

/ 



ijO TaATTATO EtlMlNTAX» 

posta ai rag{i solari dipendono unicamente della tras 
ffènza e dalU figuri . Ogni corpo trasparente avcu 
dunque la figura lenticolare produrrà i medesimi 
fetti • Cosi se ad un pezzo di ghiaccio d' acqua si e 
ri una simile 'figuri e si* esporrà ai raggi solari^ 
formerà dietro a lui un foco ardente . Un liquore qi 
lunque ben traspàrence, come V acqua , lo spirito 
vino I r Olio di trementina ec. contenuto fra dùt e 
lotte sferiche di vetro produce Uò stesso' effetto . 

1:124. Si può dire lo stesso 'degli specchi^ concav 
i loro effetti nòn'dipendoàO che dàlia figura; e e 
polimemo della' superficie^ perchè 5t sond Sfatti, de, 
specchi di gess<^>'ai cartone di paglia che hanno (( 
mato Je'fdcfbl àrdetitl-, r 

;i25. Non pare che i raggi solari producano cale 
se non quanto ' agiscono su qualche corpo • Ho pos 
un dito vicinissimo al foco della gran lente di ] 
TmddiHi yXbe*h\ quattro piMi diametro 1 e non ! 
sentito maggior^lore che sé W foSs! stato 'lonu 
di 10 piedi • Ma quando poneva qualche corpo in 91 
sto foco, si spandeva intorno un- calore sì vive» e 
il mio vi&o appena poterà sostenerlo» 



VitU msmers c^n cui si ^ropais F 4zi^n$ 

iii5. L*tziot)e del fuoco si propaga ne*eorpi indua 
maniere: I. non vi produce che un leggiero moto ta- 
tttdilo, dal che ne risulta un aumento di calore, ttie 
di^unge fra loro (e parti di un corpo ri$caIdato, 
perché questo corpo aumenta di volume fi 134) ; qoe- 
Ito corpo diventa dunque più caldo e pfù grande che 
non era laivanti , mediante il calore che se gli è co-> 
Dtilaicato. Tale è per esempio un pezzo di metallo / 
9 una pietra espòsta al fuoco o a* taggi del sole. tL 
(^iiesta azione del fuoco agita talmente la materia 
^opria del corpo che vi i esposto , che ne disunisce 
fe moltocole , e spesso le solleva , e le dissipa , come 
Mocede a un pezzo di Jegno che si ponga sui carboni 
Kcesi. 

1127* Quando vi 2 sola comunicazione di calore, 
tolto' succede conformemente aile note leggi : il calore 
icqcirstato da un corpo é perduto da Quello che glie 
b bl Cémunicato • Il corpo che ne acquista diventa 
più caldo che non era avanti s ^ quello che ne 
comunica diviene meno caldo ; è questa variazio- 
ne segue ad aver luogo , se si dà tempo » fino a che i 
doe corpi fieno arrivati ad una temperatura eguale , la 
quale è sempre più forte che non era quella del cor- 
po che ne ha acquistato ; ma sempre p:& debole di 
quella del corpo che ha comunicato il calore^ In qut* 

I % 



'i^i Trattato lUMiirriits 

<ta stessa maniera ùd corpo ^ a cui si è impressa uni 
certa quaatità di moto ne va perdendo sempre pia , ; 
misura che ne comunica ad una graft quantità di ma 
teria (14O. 

. ,11 A$* Non succede cosi quando il calore i^ portsn 
sfno air accensione \ allora Ì* azione del fuoco ai pte 
paga crescendo 4 I suoi effetti diventano sempre ^ 
grandi , a misura che agisce sopra uùa mai^gior quan 
titì di materia g In una parola oda scintilla diyenc 

09 incendio • E* facile dopo quel che abbiamo detto d 
render ragione di quesK) fenomeno singolare • 

ii%9» il calorico combinato con unal sostanza qua 
Cunque non fa sentire calote aleunp (588): ma il ca 
lore diventa tanto più grande , e tanto più rapidi soni 
i suoi cflfetti, quanto maggiore è la quantità chepreri 
de Io stato di libertà (ixo6)* Cerchiamo dunque qoc 
che somministra questa gran quantità di calorico ad 
la combustione de* corpi . I corpi non possono brucia 
re che al contatto dell* aria pnra ( 66^ } s perch) t 
combustione consiste neUa combinatione 'della h^t 
di quest'aria chiamata ^ssigenf col combustibile (tfj^i 
Ora l'aria pura contiene una gran quantità diqiiMti 
calorico combinata colla sua base » eh' è V oesigoi 
( 647 e é62 ) • Quando dunque il suo ossigeno \ 
combina col corpo che brucia » il suo caloricp prtod 

10 stato di liberti 9 e si riunisce a quello che avevi 
di già prodotto il principio dell'accensione. Da eS 
risulta un aomento di calore che dispone un maggiei 
numero di particelle del corpp combustibile a conAi* 



I lùjtfitìm X: i-^j 

Airsi eoU'pssigeae' somministrato dairaria che sirtllo-^ 
ra ; perchè se questQ rinovar&i dell* aria non ha lao* 
go 9 cessa la com6ustioné( ( 643 e 653 ) • Qpesta 
naovo ossigene combinaodosi col corpo condbo-* 
stibile , abbandona il suo calorico » il quale 
di^nendo egualmente libero » se ne fugge co*. 
SQOi noti caracteti , vale a dire con calore , luce ci 
Hanma: e quanto più ossigene vi sarà combinato ò is- 
sato in un tempo dato , vi sarà parimente più calori* 
co che tutto in una volta diverrà libero, ed in con- 
seguenza r accensione sarà più viva e più rapida . E* 
&CÌ1 cosa il vedere frattanto perchè i progressi dell* 
infiammazione si facciano sempre crescèndo • 

9x30. In ogni combustione vi è dunque deir ari* 

pota decomposta, del calorico sviluppato e divenato 

libero , ed in conseguenza del calore prodotto ; - mar 

im calore , maggiore o minore secòndo^ la natura del 

corpo che arde^ Perchè secondo l'esperienza di Zs^ 

misiir e da la Pala (Uc. eit. fag. 397), un* onda di 

[Carbone bruciando consama 4037, 5 pollici cubici d* 

aria pnra, e forma 3021 , i pollici cubici di gas acido 

caibonico. Quest'oncia di carbone consuma dunque 

I oncie 4 dramme e 2, 7500 grani d'aria pura (656)» 

t forma.} oncie, 5 dramme e 11 , 6645 grani di gas 

addo carbonico (759}: dal che ne segue cheun'onctt 

C cairbone somministra z dramma e 8,9145 gf^ni ai 

ìecaba, o un poco meno di un settimo del suo peso* 

Jpia siccome la combinazione della base dell* aria pura 

kìo dell' ossigene col carbo forma qui un nuovo fluido 



] 



1^4 THATTATO EliM^NTAH* 

eliscico, combinandosi con una parte del calorica » vi 
è poco calore prodotto^ invece di che il calore che si 
sviluppa dall' aria pura i quando la sua base si combi- 
na- còl fosfora cbe arde » è presso appoco due volte e 
un terzo tanto {rande, che quando quest'aria purasì 
cangia in gas aci<fò carbonico; perchè nel primo casp 
qiìestio calore può [far fondere 68 (oncie e circa '5 
dramme di ghiaccio^ e nel secondo caso non può £u: 
ne fondere che 29 óncte e 4 dramme « 

iiji. I corpi com()ustibilli Sonò dunque quelli che 
hanno maggiore affinità coU'ossigéne ^ che non ne ha 
quest'ultimo colla materia del calore o col calorico 1 
e quanto più è grande questa affinità^ questa disposi- 
zione a combinarsi coli' ossjgene , più i corpi sooo- 
combustibili • Non è dunque il calorico con essi com- 
binato che li renda tali 1 come si credeva: atvsiè proba- 
bile che i corpi i pili combustibili ne contengano pO" 
cbissimo ed anche niente « come Io zolfo, ed M fos- 
foro é 

1132. Una riflessione di peso, àict Lavouirr{Aiim 
deir AccmI. dille Sciènz^e anne 15^77 fMg. 598 ) fé che 
cerve d' appoggio alle precedenti sì è, che quasi (otti 
J corpi possono esistere in tre diversi stati,. o SOCtoIa 
forma solida, o sotto la forma liquida, ciod ;flisi, 
sotto la forma di fluido elastico^ Ojjesti tre stati nofli 
Spendono che dalla quantità più o meno grande A- 
calorico da cui questi corpi sono penetrati, ed a ^uii^ 
sono combinati « La fluidità, e T elasticità sono duO'f 
que le proprietà caratteristidie della presenza del a* 



. Ì5 i ,F I i I e A, i^i 

ioricò» e d| una grande abbondauz;: di calorico « li 
Rìditi e. la densità sono al contrario le prove delibi 
ili lui. mancanza . Quanto dunque è provato ciie')e 
Costanze acriforxnii.e Tarla stessa contengono uiia 
' ^r2MFj quant^ùà di calòriw combinato^ Unto è^probabi-' 
^•.ciie i COfpi solidi, ne contengano poco « 

■''.'■■'-■-• , ■ ' .. ■; 

, Effctn del fuoco sui corpi. 

^ . ■ . 

X133. ìjirincipali eletti del fuoco sui corpi consi- 

itono I. n^l rarefarli ; IL nel farli passare dallo stator 
di solidio a. quello di fluido.: Ifl. nel^^cotìvertirli in 
vapori. , ^ .. ■ .-»■'. 

2ij4i Primo effetto, lì primo camblànaènto che suc- 
cede ad un corpo esposto all' azione jjellà tniterià del 
calore é la rarefazione della sua rriassa« T'aumento 
del suo volume ; e questo t^ttio e si gènefalé,icbepua 
riguardarsi come il carattere cfìstintivo' del /uoco ò dei 
calóre. Vi iono certe sosrainze.cbe ne penetrano del- 
le altre ^ e che nel £empo 'stesso le r.arf fanno -, mat 
non vi é che la rnacécia dei calore'ché s'insinui sen- 
ta eccezione in tutti i corpi, è^cbe» sé là sua àzionef 
e continuata , iSnisòa col disunircie le parti • 

1135. Esperiènza . Prendete una palla * di ' vetro A 
(figi 149) posta air estremità d'utx tvsko A 4: riempi. 
tela di acqua ^ come pure una parte della lùtighezza 
dei tubo» per esempio sino iii 4. punto chef contrasse- 
gnerete con un fìlo\ Immergerete questa palla ^ ch^. 
deve essere molto cottile, nell* acqua bpllenlte: néìr 
isunce deir immeriiojic vedrete racqijà del ìtiio ab- 

I4 



13* TÌaTTÀTO CUMEKTiitS 

basiarsi di più iince sotto il segno 4 » e se nel nu»! 
mento dopo la leverete d.aU* acqua' calda ; la stess* a- 
equa s* inalzerà al disopra del pasto a • La materia 
del calore tende a spandersi isnifòrmecneater dappertut^ 
to (sio%): passa dunque dall'acqua calda nella palla di 
vetro, e nell'acqua che élla Icontieue, jl' che rarefi 
runa e 1* altra « E* evidente che T acqua della palla A 
non è condensata 9 e che al contrario è rarefatta per« 
ch^ I* inalza al disopra del punto m . AL* abbassamento 
di quest'acqua al disotto del puntò 4 nel /primo mo« 
mento della im(qersione non può dunque èssere attri« 
butu alla condensàiione dell' acqua ^ ma 2 dovuta all' 
ingrandimento della capacità della palla ; dunque an^ 
che il vetro i r^reCitto. L'-acqua comincia a discen- 
dercf avanti di' risalire, perche la palla essendo] al con- 
tatto immsidiatò coli' acqua calda , è là prima penetra- 
ta dalla materia del calore ^ l' ingrandimento della |S«« 
capacità precede dunque la rarefazione dell' acquai che 
contiene \ td ecco perchè fquest' acqua comincia dàlP 
abbassarsi al disotto del («snto 4 • 

Ii3<* Ho detto (si3s). che la i^Ua di vetro per 
quesu esperienza deve essere sottile i se fosse d* usa 
certa grossezza la sua superficie esterna , che i al con-? 
tatto immediato dell* acqua sarebbe aumentata avanti 
che lo (osse V interna , e la palla II romperebbe . Qjie* 
sto è ciò che succede a tutti i vasi di vetro groasocbe 
si riscaldano tutto ad iin tratto ; egualmente che a 
quelli che si riscàlctano da Una parte solamente , quando 
ciò non si faccia coq qualche lentezza ; nel qoal caso 
la materia dtl éalctre ba il tempo di passare da una 



HI F I s Fa Ai 137 

parte all' altra del vaso , e di diitribuiirti \n tutu i* 
estensione oniformenietite • I vasi fragili éi rompereb- 
bero egualmente, se essendo caldissimi non si>railted-i 
daasero che in una sola-parte, ^pìerchè tutte te parli 
non potendo allora preitarsi allo sfesso efietlo > na 
racceder ebbe necessariamèmr la rottura • 

U^y.^ Éspethnza: VxìiètMìyhiÌMggiM parte de* 
quali hanno dùrea^aa e tenacità; si rarefanno tutti ed 
aomentàn» di volucne qiianda' si riscaldano • Se ai 
mofe - ifonoscef^é questd efliìfttò ^ per quanto picco- 
le sia , bisogna' fare le seguenti esperienze , per le 
fuali ài farà uso dei fir^mitrè {figi 150.} istruntento 
desKhatò a misurare la rarefazione de* corpi per V 
aziona del calore * E* composto , L d'una lucerna , a 
Spirico di vino D ^, che ha quattro lucignoli di bam- 
bagia simili fra loro per la grossezza, e per la lun- 
ghezza ;'1L di pia leve rinchiuse in una cassetta ci^ 
lindrica di vetro E F , e che si corrispondono in ma* 
niera , che ricevendo il moto dal pezzo G > lo tra-' 
smettono per mezzo di una porzione di ruota denta-» 
ti, e di un rocclietto alla lancetta H^ che , percorre 
orizzontalmente un cerchio diviso in ^oo parti egaa- 
\i. Il braccio di queste leve ad il raggio della por- 
zione di ruota col rocchetto che ella fa girare sono 
(alnae me proporzionati, che il pezzo, G avanzando di 
mi quarto di linea, fa fare alla lancetta H/» un in- 
tiero giro; e siccome la circonferenza del cerchioche 
ella percorre è divisa in 200 gradi, ciascuno de* qua- 
li gradi essendo grande abbastanza per essere diviso 



t^i Trattato EiEMEKTAitt 
*Ìn .'due dair occbio di un attento osservatore , è evi- 
-iÌ9otC:<€faa ii p^t»(à M non poo. avanzare della i6oo*°i^ 
-^arCe di atta lioea, senza che ne dia indizio colmo- 
ito delta lancetta < Bisogna provvedersi di cilindri di 
■divjersi nieialli tatti eguali in lungtie2:;a| e de* qnali 
si tenderà e^al^ IftiSl^Osi^^.f ^ceadoli pas^re pei: 
la stessa trafila « -Ciascuno di questi cijindr^^ deve tt- 
sere terminato da una patte. ton una vite cb^siAdat- 
ta al pezto G $ tnet^trc V altra ji^rté ì iQstcputjt da' 
pezzo li nel quale Jk AssUiq colla vite d^i jyessione 
R. Se vi si pongono i^ccessi^ameiité divèrsi cilindri ^ 
e si accenda la luceri)! ^ tutti si dilungano più amè- 
no sino da* primi gradj di calore., il che manifirsUsi 
dal cammino che (a ik lancetta H b 9 dunque tutti 
sono ratefatti da questa càusa 4. 

SI 38. Se si vogliono paragonare i diversi gradi di 
di rarefazione de'fliversi metalli, si riscalderanno tut- 
ti successivamente in tempi e^guali e cori gli stessi lu- 
cignoli i ed il numero de' gradi che percorrerà la lan- 
cetta per eiaschedun metallo determinerà il rapporto 
ideila Sila rarefazione con quella degli altri.* si vedi! 
pet ifsémpio^ come lo ba provato M. Btrthoud famo- 
sa orivolajo, che la rarefazione dell'ottone è aquel* 
la deiracciajoi come fai à 74. Si pone in uso van- 
tliggiosaitserite quésta diffetenza per corregger V effetto 
del Calote sulle verghe de* penduli ; si combinano al- 
lora delle Verghe di questi due metalli , come lo bao 
fatto M. GìmÙmp li Rùi a Parigi e M. Ellicct a Lon- 
dfas li fanno in maniera che le loro lunghezze sìo^ 



1^4. F I S I « A« IJ^ 

I ftp 10 ragiOQi inrersa de* loro illungacncntì ( 16 fX' 
\ ( y^dési a mie pixjimdrif di Fisias aìU p^r^lét 
' PgniuU )é 

IJ39. Poiché i divetii metalli 3i alluag^no diversa- 
jneme mediante il medesimo grado di calore (li^t^t 
ne segue che t volere che gli strotiienti AY materna* 
tica e d'' astronomia ec. inautq^gano de' rapporti ccm- 
stanci non bisognerebbe i come spesso si £a 9 costruir" 
li di diversi metalli è 

tx^o^ Pet* la stessa ragione si vede perché gli ac* 
fordi prèsto discordino in un gravicetnbalo ^ .quandi 
ti luogp cangia Cemper;(tara : ciò nasce iizXV essere 
alcune delle corde di ottone, altre di (jerro» due 
mettili che si alluDgano in <|uantiti diverse mediana 
te il medesimo grado da calore ^ 

I141. i liquori si raréfanno egualmente che i tO' 
Udì nel riscaldarsi j quelli che adopriamo né^flostri ter^ 
mom'etri ce ne somministrano \k prova i poiché il ca^ 
lore fa salire il termometr0 unicàtijente perchè fa ao-r 
mentare il volume del liquore che Io covj^ofie * Lai 
causa di questo effetto I sempre 1* axiene de)la tnate-^ 
Àt del Calore , che penetrA la tiiassa ^ e ne diifanisctsf 
ed allontana le parti • 

1142^ La ratefaziofte de^ fluidi é maggiore o mino* 
re , più meno pronta secondo le loro diverse na-' 
tre « Per quel che concferne V eitensiòne di questil ra- 
refazione:^ sembra che i fluidi che hanno minor dedst-f 
ti sieno quelli che più si rarefaMo toW iitésso gra* . 
àojA calore r li gas idtogene si rarefa pi{i dell'" aitia^ 



140 Tu ATt A TÓ £LCMBirtÀR E 

Varia pia dello spirito^ di vino, lo spirito di vino più 
deir olio di litio , questo piA deU*acqoa, V acqua pia 
del mercario • Ma st si guarda al tempo necessario 
a ciascun fluido perchè acquisti tutta la rarefaziooe 
di cui è suscettibile , ciò non segue alcuna legge che 
si conosca. Il \ mercurio, quantunque più denso delf 
acqua v* impiega molto meno tempo; V acqua pid 
densa dello spiritò di vino v* impiega più tempo; T 
acqua più densa dell* olio di lino v' impiega mene 
tempo ; Tolio di lino più denso dello spirito di vino 
v' impiega più tempo • Ciò dipende indubitatamente 
da diverse' cause' ^particolari che sarebbe difficile il di- 
scoprire. Di più le quantità di rarefazione che acqui- 
stano diversi fluidi, o non conservano fra loro gli 
stessi rapporti ne* diversi gradi di calore; per esempio 
il rapporto della rarefazioofe dello' spìrito di vino pa- 
ragonata con quella del mercurio e minore ne* gradi 
inferiori che ne'superiori .* partendo dal termine della 
congelazione, 5 , o gradi di rarefazione del mercurio 
non corrispondono che 33,9 gridi di rarefazione 
dello spirito di vino ; e vicino alla temperatura dell*. 
acqui bollente 5 , o gradji di mercurio corrispondo* 
no a 6, 2 gradi delio spirito di vino. Li fluidi 
liquori coi quali ti costruiscono i termometri, e 
la rarefazione e condensazione di queste sostanze 
sono quelle che indicano i diversi gradi di calore. 
Si pub vedere la maggior parte di quelli che sono 
stati immaginati 6tl mio Dizi^ndrU di Fisicd T$m. 



"\ 



B I F I s I € X ; 141 

* it4j< SiCéHÌ0 Mffitn. Quando la mefaziptte; prU 
i mo eìbuos 2 stata spiata fino al suo ultimo periodo « 
L le parti del corpo conservano ant;ora dell* aderenza 
fra loro ì se il calore continua id agire , il corpo pas« 
la aUo stato di liquefazione o di fluidità più o meno 
^ completa , secondò la natura del corpo che si riscat 
da.:» e fecondo il .grado di auività del foocó che % 
& agire. C2^esto i ciò che succede al burro» alla 
cera, a* metalli ec* che si riscaldano fortemeiìce; pas- 
sano essi dallo stato di solido a quello di liquido ì 
cosi pure le pietre che si calcinano, si riducono io 
una polvere impalpabile » e di solide che erano divèn- 
|ono fluide / 

ii44« Qpesto rfiÉfrtto t pia o meno pronto seconda 
la natura del corpo che si riscalda • Tutti i corpi nod 
li fondono, con. tanta prontezza» né allo stesso |;ràdo 
di calore : ve ne bisogna uno maggiore per fondere la 
cera» che pe^ fondere il burro: vi bisognano aiicora 
(radi maggiori di calore per fondere ì metalli» edal- 
suni ne esigono più che alcuni Utri i la stagno ed il 
piombo si fondano mol^>* tempo avantf'di divenir ro- 
venti^ r argento e Toro quasi nel momento ia cui 
divengono roventi : il rame ed il ferro ai arroventa* 
no molto avanti di fondersi ; 

1145. L' azione del calore produce un etfsfto Unto 
più grande » quanto più grande è la reaisténifit che 
prova» o che 2 più ritardata* Sè^il corpo che si riscal- 
da è dt natui:a da cedere alle prima impressione del 
calore » le parti della sup^ticie perdano la loro ade- 



14* TàATTATC^ EttMENt ARE 

renza» ti liquefànno anche avanti #he le parti ioter» 
Ile abbiamo avuto -il tempo iì riscaldarsi, e cosila 
massa si fohcfe stilato per strato come li cera o il 
burro » oppure queste parti si dissipano in fumo ed in 
fiamma come liti deppo di legno che brucia in toper» 
ficie mentre il suo centro i ancora quasi fredda* Ma 
se.le parti della sua superficie hanno fissezza bastane 
tt , se resistono tanto da dare alle pani interne il 
tempo dì' riscaldarsi , la rottura della loro aderenza 
Jeve aver luogo quasi nel medesiipo tet;npo pertutto; 
e la fusione diviene generale in pocfailsimo tempo, 
Qiiesto 2 ciò che succede a* metalli che si fondono '• 
In conseguenza i legni bruciano successivamente, la 
cera e i grasii fci; fondono appoco appoco; ma i me- 
talli più difiicili a fondersi in principio, entrane in 
|>agno perfetto più prontamente, e più completamtn<- 
ie, quando sono arrivati al grado di calore necessa^ 
rio . Per convincèr^ne bisogna hte la. seguente espe^ 
rienza • 

Esperhnxji. Avendo due vasi in tutto simili, e 
posati ^ullo stesso fuoco, si metta nell'uno una lib^ 
bra di cera y B nell'altro una libbra di stagno, onoB 
si muovano in nessuna maniera , La cera si fonder} . 
successivamente e appoco appoco ; lo stagno starà più 
tempo senza cangiare il suo stato apparente ; maquan* 
do comincierà ad entrare in bagno, pochissimo tem^ I 
pò dopo sarà in perfetta fusione , ed allora vi sari 
tutuvia un pezzetto di cera che si manterrà nello | 
stato solido. In maniera che quantunque, lo stagno I 



Di Fisica* ' 143 

non comincr a foodersi cbe molto dòpo U cera , pai^ 
re i fbio iatteramento uvaoti della cera • In una pa»; 
lÙa {li ol) -grassi si accendono piò difiScilmente del^ 
h spirito di 'Vino, nia la loro accensione produce 
Dm grado di calore inolto più grande» La stessa cà« 
ritedì polvere cbe si accènde all'aria aperta non prò, 
duce cbe uno sforzo assai inferiore a quello che è 
capace' di produrre in un cannone. 

11^. Si rendono più facili a fondersi 9 e adunmU 

fior grado di calore i metalli legandoli con qualche ^ 

sitfa sostanza • Le saldature forti sono leghe di que* 

iCa natura 9 cbe si fondono aHin grado di calore mìr 

aore di quello che sar<rt>br necessario per far -fonde) 

teipèTfciche si voglibno saldare. L'ottone che è 

ona lega di rame t di zinco serve di saldatura per il 

rame; l'argento con lega di rame, serve di saldatn-* 

ra |>ec T argento, e cosi degli altri. Il ferro fuso e 

raccia)o, che sono ferro 'legato con una sostanM 

^arboAosa ( 870 ) si fondono ad un grado di ca*- 

lorè Kiinore di quello con cui si fonde il ferro 

lolce, 

1147. Teri,p efettP" Una.materra liquefiitta dalPa*^ 
Lione del calore ( secondo effetto ) continuai a riacaK 
larsi fino al bollore , s*2 di natura da bollile; dopo 
il che non si riscalda di più 9 per quanto lungo tene 
)o si faccia bollire; ma la sua massa termina col 
roflivertirsi in vapore, eon tanta più facilità» -qitaato 
ì meno caricata dal peso dell'aria. L'acqua nei vuo*, 
:o al evapora ad un piccolissimo grado .di calo? 
re. 



444 Trattato Èlekentahè 
1148. L' eballiaioxie de* liquori consiste nel sollé^ 
Vacsl che fa una pprzioae del liquore prodotta 4i 
Kro5se bolle d' ani -fluido traspare nte | che li suceoda* 
no con grandìsiima rapidità ^ traversando il liquori 
dal luogo esposto al fuoco, fino alla sua superficie t 
perchè queste bolle non partono che .<la quel Innsp* 
Cosa è queito 6uido ? £* ella la materia del caloic? 
E' cosa certa che i liquori non bollono senz|i calore» 
ina è certo accora che la materia del calore sola noa 
l|>aita per farli bollire ^ poiché certe sostanze non 
bollono mail per quanto forte si scaldino. Bisofpia 
dunque che queste bolle sieno composte 4i un alM 
fluido. Qpesto altro fluido i una porzione del Jiqa<|i 
re ridotto in vapore per il graui calore cfaf |oftsi 
neir istessa maniera che una góccia di acqua gettaa 
sopra un ferro caldo s'evapora prontamente formafl- 
do parecchi boUoni^ che se fossero coperti d'acqui 
oalda i in vece di /scoppiare passerebbero per il li" 
quore e lo soIlevercl>bero , La, prova che questo Bui* 
do è nna porzione dello stesso liquore ridotto in va' 
pori si è 9 che i metalli in fissione non boUonnO 
giammai, perchè non isvaporano che in superficie., # 
questi vapori che tendono ad inalzarsi non possono 
Haversare la massa • Né si dica che è la loro gravi' 
là- che si oppone al loro sollevarsi ; perchè il incrcu« 
jtio che è il pìg pesante di tutti, eccetto Torà e U i 
platina, bolle come 1* acqua, perchè si riduce in va^ 
pori nel disotto, nel luogo esposto alFazione dei fuo- 
co. Ma questi itessi metalli che soli non possono bol- 
lire 9 



D i ' Fi • I G A ; . «45 

lirt, bollano forùistmo se vi si immerge qualche so- 
stanza che sia capace; di somitnnistrai: de* vapori, co- 
wt per esempio uH pezzo di legno » L^ebaUzione noa 
d dunque solamente V effetto del calore» ma ancora 
fldta da un vapore che traversa » e solleva il liquo- 
«:!I^Cpsì l'azione della materia del calore riduce in 
vapore ana porzione del liquore , e questo sollevando 
ibliqiiore produce Tebullizione. - . - 
.^ai49. Abbiamo detto (1x47) che i liquori non si 
lisealdaao di più quaiido sono/arrivati al termine del- 
^^ebuIUzione , ed ecconefk ragione. Allora la xnassa 
i<«Bcefatta abbastanza per permettere alla materia del 
calore di sottirne colla stessa facilità «. libertà, colla 
^uale vi s' introduce 9 in maniera che non può :accu- 
aiulàrvisi in quantità.. 

X150. Poiché r ebuUizione è prodotta da una por- 
tìot» del. liquore ridotto in vapori ('X149), che at- 
evaversando la massa » A .dissipano-, o passano nell* a- 
ria^ ^e si continua a £ar bollire questo liquore , cu(^ 
feerie sue parti si evaporano successivamente e sino a 
àccità. Cosi si formano i flutti elastici noti perma- 
neteti,- de' quali abbiaoio parlato di sopra (589). 

Y15X. Ma se la dissipazione, di una sostanza è su- 
siiunea, se tutte le sue parti si evaporano ad un trat- 
to, allora produce una esplosione vviolenta, pjerchè 
passando allo stato di fluido elastico, acquista ùo vo- 
lume prodigioso in paragone di quello che aveva per 
L' avanti ( 1066 ) . Qiiesto è ciò che succede nell' in- 
Ranftnazione della polvere da schioppo, egualoiente 
che nella fulminazione della polvere fulminante, é 
Brisson Fis. Tom. III. K 



14^ Ta'aTTATO CttMlNTARlì 

dell'oro o dell* argento faUninatite. Se si fanno ^tlÉ^ 
ste esperienze .di fulminazione» bisogna prendere tutte 
le cautele per Aoii esserne ferito ^ soprattutto se sies> 
perimenti V argènto fulmidante .scoperto uliioacnente 
da M^ Benlnlef dell' Accademia Reale delle Scienze t 
a cui 'non ^1^0 paragonabili tutte le ^Itre eostame 
fulminanti . Vi bisogna il éoiitatu> di un eorpo ccew 
per far detonare \t polvere da achiòppo; bisogM Àc 
prendere all'oro fulminatiteisb p^ào di calore seosifai* 
k perchè fulmint^ mentre cbe il contatto di un cof^ 
pò qualunque anche fceddoKe per quanto piccolo si* 
basta per far detonate V arguto fulmitiante • Ék^l* 
mente una volta che si sia Ibrnlato^ e cbe si sii.j^n» 
dotto ^ non può essere più toccato senza fulmiaare.f 
e questo fa che si possa dice veramente intéUiii^ 

1T52. Da quei cbe abbiamo detto (iti^i ^^^(^»).^ 
Éicil cosa il vedere cbe gli eflfetti del fuoco lui colpi 
r ^ali effetti abbianìQ fissati al numero di tre^ pc^si» 
no ridursi ad un solo« cioi alla rarefazione j poidl. 
la liqueÉizbne, o la fluidità n^n sono che una rare* 
fazione più f^nàe di quella che risulta da un fradò! 
di calore inauffictente per tompttt V aderenza <Ui^ 
parti / e la evaporazióne non è altra cosa chò taà 
raref^ione spinta lino air ultimo suo tèrmine».. 



Ì3!#* Éktti (£ aumentare o iìminuiré t atùne 
iclfuùcè. 

ti53« Vi soào. quattro mézzi ^ co* quali si può^ au- 
itieiyice V azione i ò gli effetti di un médéskiio fuo- 
£Oi di liti i^ocò mantenuto coli' ispessa ntatéria • Que- 
; Itf metti sono , ì. V aumentare ìa mateiru^tie gli scr« 
Ve d* aìimento : lì. iì concentrare questa a£Ìoné\,. o ^ 
idipédirè che Hòn sì estenda, ó si dissipi in iart (roppo 
glande spazio \ Ili. il dirigere quest* azione ver^ò un 
jnedésitiid luogo i ÌV. it soffiare questo fiìècó <^otì del- 
l'aria pura* 

Ì154. Prim0 nùtzjBn Quésto» primo, mézzo é sì usi^ 
iuó che nofii vi i bisógno di prova • l^utti satinò che 
ÌB^<>Ìcnd0 delle legna ó deì carbone ai fuoc^oi gii 
acceso » ia sua azione aumétita • t'ure bisogtia che U 
ftoilticà^ di matèria àggiahtsi trovi lin fiiodo pfoporzio- 
lito ti suo grado d' infiattiniabiìità , ed ai suo volu« 
tie. jfifellè iegnè verdi ^ o un grosso ceppo aggiunto 
ad ori piccolo fuoco noi> farà altro che antiérirsi $ mai 
k queste legna sono ben secche é divise in piccole 
ichei^gé s' accenderanno . Un corpof non può accender, 
si che combiaandosi coli' ossigenò ( 1 1 i i ) ; e questa 
cohìbiii azione nofi pu^ aver luogo che mediante uti 
jcfrto grado- di calore^ Sé ti fuoco j piccolo, e il cor- 
ico di grosso volume, o troppo iozttppato d' acqua , il 
jfcoco s'effinjf'je avanti che il corpo abbia ?.v*a'o il 
'em^ di ribaldarsi bastantemétf «i . Per la stessa r;d^ 

K % 



ìiiS TjlÀTfjyT^ EttMERtARE 

giont una candela accasa cbf si rovesci, si spènj 
dalla cera fusa che inzuppa il lucignolo colandovi a 
pra , e che non aveva ancona acquistilo il grido < 
calore necessario ali* accensione . 

IJ55. Secondo mez^xA • Questo mezzo è di cencat 
trare 1* azione d^ fuoco , o d^ impedire che si esteftd 
e s| dissipi in un troppo graiide spazio • Qpesto d ci 
che fapno i chimici mediante i loro fornelli • Il (uoc 
così i incbiuso diviene come il centro d' una éfera < 
attivila 1 i di cui raggi vanno alle parti del fornèllo 
ma .sono riflessi verso il mezzo, e la loro azioni 
tcovan4osi come concentrata, agisce «on canta più fot 
za . 

1156. Le stufe possono essere riguardile come spci 
eie di fornelli, ne* quali {I calore - si applica ad uo 
gran numero di corpi ad un tratto. Nelle stufe di 
questo genere gli artefici fanno asciugare le loco ver* 
nici grasse . i ■ • ■ -. 

11 57. Un paravento spiegato davanti ad oncafloiiir 
no fa in qualche maniera Tuffzio di fornello ; perdi) 
non solo garantisce dall' aria fredda che può venite 
dalie porte e dalle finestre; ma riflette ancora i rifljj 
del calore e impedisce loro di troppo esteodersi edift 
siparsi • 

ii;«. Terx.0 mezz^. Questo terzo mezzo copsiiM 
nel dirigere verso un {stesso luogo l'azione del fije 
co, o le parti già accese che sì esalano. Qitestof 
ciò che fanno gli orefici , gli «maltatori , i baron» 
traj (fen una lucerna e il loro tubo ferruminatocloi P 



'fe l fi S ì G Ài i4p 

6 Sòl loto SòffletCdw QuelU. fiamma così diretta di vie' 
te attiva a sègbO di fondere il vetro , Io snplto , i 
tdétàHi, ^tebè il s«fBo introduce nella fìimma ìlHu^ 
do idoneo alla combustione • Con questo iitezzo si ot- 
tbngorio due vantaggi) Tuno di eccuarè .un forte 
^adodl calore; l'altro di non riseaìdare che iiluoga 
rtié ài vook tiscaldaré ; 

n5^« Quarto mtzXik* Questo mezzo e di soffiare il 
fiiocio cbll aria pura • Non si conosce un foco tanto 
alh'vb qua iito quello ii^ir«yi>r» che ha fatte su dt 
tìè^inohe belle esperienze ( F'tL Mtm. àelt Avcai^ 
A/ 1782. 1^4^. 4^». è s€g. àn. 178J. p^éT- 5^^-. ^ stg, ) 
Aon ha qbàsi trovate «ostanze che non cedessero alt* 
izioiìe di queiitò fdòto violento . La platina per 1' a-^ 
!Ìòné del vétfb irdéhte ( il quale produce n^aggior 
àìòte ehe aleuti altro fornello rhimico ) non fa altro 
be aixlmòllirsi tin [5ocò« ina scaldata con un fuoco 
>flf!atd coli* aria (iurà ài fonde completamente • I t^^ 
ini orientali che rioti soffrono alcuna alterazione al 
iióre dei vetro ardente , èsj^osti all' azione del fuoco 
affiatò eoli' ària pu^ si rammorbfdisMno a segno da 
itaccarsi insieme ; e tuttavia cotìservano il loro co- 
A, 4utiltiiQqtie ibétiò pefettó,, e non perdono nulla 
•1 ioro peso* 

ìièQ. Abbiamo veduto^ ( tij^ ^ /^I* ) quelli sieno 1 

ezzi di aumentare 1^ aziM'e del froco . Se si vuole 

mtnuiria,' basta sopptimere i mezzi co' quali si au« 

enta • CLaesta soppressione h ìa causa la pia Comune 

ila dimiAuitone ed anche dell' estinziolàé del fuòco # 



IJO TuAT^AtO BtCMtNTikdtB 

Quello 4% una padella ^ o di un cam«|itiQ dk^ fOMn% 
calore st manca di legna» e spesso ancora languisce» 
quantunque non manchi di legna se non si adopra il 
mantice. 

tJéx^ Ma questa estinzione del fuoco non si fa che 
lentamente: vi sono delle circostanse nelle quali | 
necessario farla con maggior velocità- Si sa cbe nulli 
brucia senza il contatto delFaria (664), baitn don* 
que per produrre la privazione dell'aria necessaria » di 
applicare, alla superficie del corpo acceso una mattria 
che non sia combnstiliile » come per esempio V acqo^ ;^ 
Ma bisogna che V acqua possa mantenersi nello sutp 
di liquore per pia tempo cbe Apn dura 1* accensione! 
per questo bisogna gettarvene molta ; parche te $e wi\ 
gma «ha piccola quantità sopra un gran fuoco» que* 
st' acqua provando un grado di calore più violems 
ài qnello che può sostenere air aria aptrta » si decorn- 
ane, il sQO ossigcne si conibina col corpo che ÌM« 
eia ("817), e il suo Idrogene combinandosi col calo* 
rico forma un gas infiammabile , che si accende nelT^ 
istante » ed aggiunge molta attività alla fiamma • 



* 



»T--'Fi • re a; ■' xji". 

Del Ré^fiAiémtn€$ . 



[f2. Abbiamo fitto vedere fii;4} theVinfià 
V Rumenta ,* quando il cor^ acceso si trova atti* 
é una quantità proporzionata di materia éfttal- 
$jt capace d'accèndersi: ferchi allora si sviluppa 
^ pia del calorico cótnbinato^ e cbe divieife .li>- 
l f 112À, # na^K Il rjf/^e ài téntrario non si 
uiiica senza ^indebolirsi (iiyj)*, perchè in questo 
I non vi è nuov^ò calorico sviluppato; e quello cbe 
già libero noto fa cbe estendersi im un pia gra^e 
m, e cosi* diviene più raro nel còrpo che comonica < 
alore. Questa diminuzione di calorico io quesu^ 
pò si chiama ré^reiiéimtntù • 
163. Io quella guisa che i corpi si riscaldano pia 
ttamente gli vni degli altri ( 1 143 ) > cosi non si 
reddano tutti in un tempo dato; uè si conosce be- 
la legge secondo la quale ciò sufecede . Non oscan- 
\\ pue dire in generale che il cnl^rt si cttmunics i» 
ione delle mnise • Per questo si sente ptt freddo 
s «ani quando neH' hiverno si tocchi dll marmo 
el metallo , piuttosto cbe del legno o de' drappi, 
sono menò densi, quantf|nque la temperatura di 
i questi corpi sia U stessa -> perchè il raffreddamene 
dalla mano è ^ perdita cbe fa d' una parte d0l 
I calorico, comunicandola al corpo che.toce:), 
:sta comunicazione è proporzionale p £efso appoco 
a densità del corpo toccato . 

K 4 



II 64. Ma quando le materie che si toccano o si 
mescolano sono clella msdesióìa natura , F eccessi del 
cdUrg delU fiU Cdldd si comunicd mIU meno caldd in 
r^Ì0^ de* velismi . Se si raescolanoisrsieme due piote .d' 
^Oqu3 (^U la temperatura di una delle qua-li sia di 20 gradi 
e quella deir altredÌ5o/latfmperaturadel miscuglio sa« 
rà di 95 gradi cìoi ao gradi di calore conjuoe $ più 15 gra*. 
di metà de* ^q eccesso dei 50 sopra li 20. Se con ^ 
pinta di acqua riscaldala a 40 gr^di se ne mescolaso 
due pinte à jo gradi 9 il calore del miscuglio sarà di 
ao gradi ; perchè i 90 gradi , eccesso dei 40 sopra li 
IO resterebbero spartiti nelle ite pinte cbe bannocii** 
scuna dieci gradi di calore comune . Si troverà anco- 
ra quale deve eslere la temperatura del miscuglioi 
sommando insieme tutti i gradi divCfalorej, e dividendo 
il prodotto pec il tittmeto de* volumi: il quotiente 
della divirione indicherà la temperatura cbe si cerca 
40 4^ IO »i|« IO rS 60 f che divisi per 3 danno 20; L 
neir istessa guisa cbe nel primo esempio 20 -!« 50 S r 
70, che divisi per .2 danno 35, C 

1155. I corpi caldi comunicatio una porzione del ^ 
loro calore a quelli che sono meno caldi, e co' quali 
sono al contatto (n6i); si vede perchè il ghiaccio 
si fonde raffreddancfo le bottii^Iie. Ma questo rafifreé- £ 
damento 8' molto più considerabile di quello che dan- 
no le regole di sopra stabilite f 1163, e I164), per- 
chè in questo caso vi è xim grandissima quantità di 



(*) La pinti è urta nv^ura f^anCw^se che corrispondi 
il peso di 32 oncie della libbra sottile veneta. 



\ 



' "to' i fitte a7 V "^ 1S3 

iealoricd Mmbiiiato col ghiaccio per &rlo passare allo 
stato di liquore ( 10^8 j ; t il calorico combinato noa 
eccita grado veruno di Calore sensibile ( 588 ) ; per 
ìcon^eguenza t)on riscalda 1' acqua-che viene dal ghiàC'^ 
do thè si fónde, quantunque' la perdita Ohe nefanao 
le ()0ttiglie, le raffreddi . Vi è dunque allora del Or- 
lorc cbr si prede ( I log ). 

»i6é. L'aria fredda che tocca i corpi fnik caldi di 
Jet ricevi; dunque una pontone del loro calorica» e 
Cosi diminuisee t»ito più il calote, quanto paà' speS-. 
SO si rinova . Perciò sentianò ^piè freddò ^quando sift* 
tìno esposti al vento, che quando ne siamo difesi. 

II 67. Il raffireddameto non essendo altra cosa che 
lina diminuzione di calore, si devono ^fedett {efesaaro 
isi uri cort)0 che si raffredda tutti gli effetti del fuoco f 
de*qu?n abbiamo parlato ( 1155). I, Quel che era 
tSammà diventa on fumò denso, 1*^ evaporazione si raP 
lenta, e talvolta cessa intieramente: II. le macerie 
liquefatte direngodo meno fluide, e ri^tetidono in se^ 
guito la loro prima consistenza: III. il volume ao«* 
mentató per la tarefrailione si riduce a Imniti più ci^ 
stretti., 

ii68* Quììtdo tutto Cìh si fa eon lenteita, le p^r- 
:i si ravvicinano proporzionalmente e nel loróorffìffcf 
maturale; la massa riprende il suo ptÌTA9(^ stajto» e'ti« 
:orna come era avanti che prova'sse l'' aasiotìe idei Aio^ 
:o > soprattutto se questa atione non le ha tc^to ve« 
:uao de' suoi pritìcipj . Questo è ciò che succede ali* 
>ro che si è faso^ e che in tegnito A lascia laffredda- 



ì$é Trattato ÈLEiifeifTJntÈ 
la hnmér^retè nello spirito di vino, e meglio inCó- 
ti' neir etétii^ V e vaporazione essendo più subitanea ^ 
il raflfreddMhèMo Mrà maggiore^ e T acqua ai gelerà 
pfft presto; dunque ec. 

* ii72é La ragione '^i questo taffréddamentò è che 
una sostanta non può fasaare allo stato di vapore sen^ 
aa ccMbinarsi coflf assai grande quantità di calorico 
(7oéi>s una poraione di questo c^loridp é tolta dal 
corpo sopra cui la sostanza svapora^ e questa dimino- 
stione produce il raffreddamento. Ecco perchè fino a 
taneo che uno non sì è bene asciugato sente: del fi:td« 
do sortendo dal bagno, Quando anche l'aria óelk 
quale si entra tot$9 più calda del bagno • I cacciatoci 
e i militari sanno approfittarsi di questo mezzo per 
bere fresco al campOifC peìr le campagne. Perciò. av*' 
volgono le loro boniglie con téla bagnata ^ e ;ie fi* 
pongono al sole per accelerare T evaporazione . Gelsi 
ai procurano il piaceTS di bever fresco , il che i tdqÌ* 
tà iano 4 • ■ 1 



<^^V^ 



pi F I s I e A. 157 



CAPI T O L O XIV^; 

DeìU naiurs'e dellf iro^Heti 



T 

1173-X.ja luce è lior flutdof che quando agisce sui no- 
stri occhi subico ci fa parssare dalle tenebcé^ alla chia*. 
roiza i ella ci fa, per cosi'dftès éscrr foor di noi 
stessi per andare in faccia agir oggè^i^ ella fa si che 
possiamo giudicarli da lontano: ella dà il tolore t lo 
splendore a tutte le produzioni della natura e dell* 
arte . 

1174. Quésto fluido risiede come intermedio fra il 
corpo visibile e V organo che lo vede ^ occupa con se 
stesso e colla sua azione 1* intervallo che li separa i 
perchè un corpo non può agire sopra un altro ;corpo » 
se non toccandolo immediatamente o^ per mezzo di 
una matèria interposta. Qiiel che rende gli oggettivi- 
cibili è dunque una materia; ma quale è questa ma- 
teria ? 

1175 La luce è capace di accehifere i corpi combu- 
stibili ( 1120 , 1121 ); il fuoco ci fa lame; è dunque 
ragionevole il credere che un solò ed istesso fluido 
produca questi due effetti . Cosi abbiamo detto (io999 
che il principio del fuoco e <}Uello della luce sono un ^ 
ola e medesima sostanza, ma differentemente pxoA^Z 



1 



ISS Trattata ÈiiUBVTÀtt | 

ficaia • Qpesto e il seniimcmo del Dott • Grdvésd(L ! 
4r.* egli fo cbnsiftM b d^tenu della lue» 9 àà f 
calore ia questo » cke per prodarre h luce bif^ògna che le 
particelle di queito Alido fi nmovaiio in linea rètta i 
• per prodarre il calot» bisogna che abbiano un moto 
irregolare • Se ne ha la prova ne' raggi cbe vengono 
immediataneiite dai soie» • cbe qaantanqnè riuniti iti 
grandissmo nomerò io lin piecolissiioo spazio ^ pei 
metto di un vetro ardente» non producono veraoca- 
lor sensibile (ii%i)f meotoecfa^^esi fanno cté%tc sii 
qualche corpo che li ridetta in tutti i sensi » yì sì ec 
Cita uh firado di 4;alori vivissimo. 

1176. Ma^ sidirà^ se ciò fosse non dovrebbe esser- 
vi luc^ lenta calore , ni calore senza luce • ì boitri 
lensi non sono baltaml per dccictere tal .questionéi 
perchd la luce i un fluido che puè essere infinitamén^ 
te raro e debole, a segtio che i nostri occhi tion ìd 
veggano 4 e il calore i suscettibile di un* infiniti «B 
gradi che non possiamo misurare , perchè non vi i 
calore che sia per noi lenaibile, se nel tempo stessoi 
non ha maggiore intensità che quella de.i^li organi de' 
tìostri sensi ; e i corpi noti mancano di calore aàsdttf- 
to, sebbene appariKano freddi, pèrche non conoscia- 
mo lo ztf rò del calore * Per tutto dove vi è calore può 
elservi della Iuce|M||psa che la vergiamo , e per ruttò 
dovè vi è della loce può esservi del calore senza che 
noi lo sentiamo rf 

* 1177. Dopo di aver determinata la natura della lu- 
ti paniamo ad psamitiare I. in qual luogo risegga, e 
Conte si ipanda dalla 104 soi;gente nello spazio cbe il- 



Di f I s I « a« ts9 

lumina; in una parola come la sua azioae si propa^ 
{M • II. Q^Ii sicno le direzioni che i disposu m a». 
Ittitare ne'^uot (H versi moti < tl^t Q^tki lieoo gli of«> 
tacoli che possono farla dangiare éì direzione ^ e qnar* 
li aleno le strade ébt ella frMde quando Cangia . IV. 
Donde risultino i colori che ci fa vedere 4 V. Qjiali 
aieno i suoi eflfetti refati^amenee air òrgano della yi^ 
it», e relativamente a^li sttmnaflti d* Ottica « 

DiìUprppéiiézhftédeiUìuceè 

ttjÈ. la manièra cori cui ai propaga. li luce ^ un 
mistero che non si è ancora svelato'. Seconda Ciri^- 
jfV» o fiuyghfns la propagazione iella Ibcé si fa per 
frimMfi e sedorido Neifvtàti si fa per enrisnéngi 

J179. i primi suppongono atlunque che la materia 
della luce sia un tfuido imnlenso i le di cui parti pte« 
telissime I perfettamente AtWi ed in forma diglobei^ 
ti riempiano senza interruzióne tutu la' sferri dell'" 
universo . "futti i corpi luminosi da per icH:o ,• wmm 
il ioiti e tutti 1 corpi che s" infiammano^ animanor 
quesu materia ^ non trKiportatsdoIa da un luq^ ad 
tm altro v^K ^1^ Con Un moto di vibrazione prea» 
SQf appoco simile a quello che produce il suono; im 
conseguenza hanno sostenuto che^ V azione della luce 
si trasmette alla pi& grad dytunvi te an isMfltC mdi-r 
visibile 



^lóo Trattato Elementare 
• iiSo. I Neutoiuàni pretendono che U luce sia una 
•maiiazione reale di un corpo luoiiooso; che in con- 
fftgarnza il sole, le, stelle, una face accesa ec» lanci- 
no. continuamente attorno di se de' raggi della propria 
soitan^pa • Secondo loro questi raggi sono composti di 
parti che si succedono e ai ;rtnuovanp . perpetuamente 
sei medesimo luogo e con tutta la Telocità della pro- 
pagazione della luce: ìq maniera che quelle parti clie 
e' illuminano in queir istante , non sono quelle eh 
e* illuminerano nel momento dopo . Bi^sogna dunque 
che questa maieria scorra con una rapidità che non 
abbia T eguale; e che le sue .parti si dilatino e si & 
stendapo a segno da occupare degli' 'spazi immensi 
riguardo al. piccolo spazio chp te conteneva, e albr^ 
ve tempo che impiegano a dipfondersi : perchè seconda 
f osservazione fatra da D§n^nÌ€§ Cessini nel 1675 
de} ritardamento delle emersioni de* satelliti di Gio- 
ve ; la luce non impiega che circa otto minuti a giun. 
gere d.tl sole a noi; ella dunque deve percorrere pie 
di 71400 leghe per secondo \ velocità inconcepibile , è 
che difficilmente s'immagina . In Eatti quando la ter- ; 
ra s* avvicina a Giove, T^lmersioni de* satelliti £ [ 
questo pianeta pare che comincino più presto; alcole ' 
erario quando la terra si allontana da Giove , le lo- 
ro emersioni succedono sempre più tardi, allontanan- 
dosi molto, ne' due casi, dal tempo segnato nelle u- 
vole . Il che proviene , seconda ogni apparenza , perchS 
la luce solare che ci riflettono i satalliti , deve Tare 
maggior cammino in un tempo che in un altro, per arri- 
va* 



Di F I s I c aV iiJi 

t del satellite a' nostri occhi , t questo maggior 
nrniao è il diametro deli* orbe annuo della terra . 
:iSi. La piK)pagazione della luce non è dunque i* 
ntanea , come ha preteso CdrnsU . Per questa pair- 
la sua opinione non si sostiene. Ma se siconven- 
I come si deve fare , che i globetti della luce non 
IO perfettamente duri , ma che sieno flessìbili ed 
stici, il che è essenaial perchè possano essere f%i| 
si i e di più che non abbiano una contiauìtà per- 
%y il che è più probabile; ciò basterà per produrre 
sto ritardo che si osserva nella propagazione della 
i ( iito^ . E' vero c(ie a Cdrtesh si oppone anco-* 

che non si avrebbe oscurità» perchè un moto dt 
»sione si comunica in tutti i sensi; ma si può rU- 
dere che in effetto non vi è mai oscurità perfetta ^ 
rbè nella notte la più oscura , qualcuno che sia 
qualche tempo fuori» vede abbastanza per passeg** 
:e» e distingue gli ostacoli che si oppongono af 

passaggio. Il sistema di CsrtesU corretto, po^ 
>be dunque valere quanto quello di Newton : 
to più che iqueste ultimo esige , come abbiamo ve- 
ù { ii8o)>^nel moto della luce una velocità che 
I si concepisce k D'altronde non è così facile 1^ 
gare con quest* ultimo sistema , perchè la.luce ces- 
ubitamente, tolto <rhe sia il corpo laminoso; per«> 

un momento dopo che quei^ còrpo è sparito li 
^scoli che egli ha lasciato esistono aacQra attorno 
101 , f devono conservare una buona parte del 
to prodigioso, che baane ricevuto per parte deltor*' 
luminoso. / 

Bnif f ON Fis. Tom* XUé L 



tói TrattTto Elementare 

1182. Bisogna dunque confessare che queste due 
opinioni di C/trtesio e di Nevt/ton non .siano dimo- 
strate ne l'una né l' alerai e la più savia risposta at 
la questione delU fropugat^ione delU luce farebbe for. 
^ se il dire ; che non se ne sa niente^ Del rimanente 
o si pensi con Carte/io ^e la propagazione della Iri" 
ce si faccia per pressione , e si creda con i<te^t§n cBe 
si (accia per emissione ^ ne risultano gli stessi f^ < 
tiomeni ; così ciascixno potrà scegliete quello de' dui' 
sentifnehti che pia gli piacerà^ Non ostante nondòM ^ 
biamo dissimulare una cosa che milita in favore delJ 
l'opinione di CartesU* E' generalmente ricoifosctuto^ 
da tutti i Fisici che non p 9 ssiamo vedere se n§H fef 
mette della luce .' fuxe tutti i cotpì che diveotanofO'' 
sforici , e sono in grandissimo numero f non ionò 
stimati corpi luminosi^ eppure sotìo capaci di risplen-^ 
dere ed illuminarsi ; esiste dunque altra luce da 
quella che emana da' corpi luminosi « 

V 

DelU direzioni effe segue la, luce ne^ suri 
diversi meti^ 



iiSj. I moti della luce rassomigliano ^ qoelli ésA 
fli altri corpi : ella segue quanto può il primo impùl^f 
ao che ha ricevuto.* si distende in linea rett^ fid 
unto che non incontri ostacoli , o nuovi mezzi 
Be cangino la direzione « Queste linee rette , secoli} ^^ 
ìq le quali ella , o la sua azione si propaga son 



Ò i Fìsica; i4i 

lel che chiamiamo raggi. Questo principio è il iotì^ 
itoento Weir Ottica ; ' ^ 

11S4. Incònttandosi in un corpo opaco, la luce si 
lette in niahiera ^ cbe il suo angDÌo di riflessione è 
naie a quello d'incidenza. C^uesto principio è il 
ddamànto della Catottrica^ 

tjSy. Cb^^^^o i^ luce passa da uri. mezzo iif un 
:ro di una diversa resistenza', i suoi raggi si rifraa* 
rio in maniera, cde il seno d'incidenza è al serio 
refrazione in l'agione constante • Questo prihcìpTó^ 
il fqndamcnto della JDiW/rfV^. 
ri 8^. L'Ottica ha dunque per oggetto la luce dU 
ta ;Ja Catottrica là luce riflèssa : e là &Ìotttit^ U 
'M rifratta i 



Ì>e* principi d'Ottica^ 



187. L'Ottica nei iensò il più strétto è (propria- 
Dte la scienza cbe ha per oggetto gli eflPetti della 
t diretta, ed inyCónséguenza la sciènza della vi- 
le diretta, cioè della visione degli oggetti per ttìe/- 
de* raggi che vengono direttamente e immediatamen- 
Ja questi oggetti a'nostt òcchi, senza essere tie' ri- 
ti he rifratti da Verun cerpo riflettenite^ ó refrin- 
tè. 

18$. Ciascuii punto visibile di uci oggetto ^ potendo 
re veduto dà tutte le parti , si deve considerare 

Li 



i 



1^4 Trattato Elemcmtaìib 

rome il centro comune di un' infinità dì tiggi di Io* 
ce trasmessi o riflessi ()?x« I5i*}i P^^ questo si cbii^ 
iva punto raggiante . Se un occhio si trova situato 
avanii a questo punto visibile A {£g. 15^) » riceveua 
certo numero di questi raggi , che parteado tutti da 
un punto comupe A formano una piramide, la H 
cui base B è appoggiata sull* occhio; e V apice A aU' 
oggetto visibile. Questi raggi arrivano donque 9B 
occhio divergenti; e questa divergenza si misura dal*f 
r angolo G CF, o EC D {fig. 153 ) ch'essi formano 
fra loro . Questo angolo è unto pia aperto , qgaotcì 
più r oggetto è vicino all' occhio , e viceversa • 

1189. Se r oggetto è di una grandezza sensibile |i^ 
trovano parecchi punti visibili A,6,C ce. (/x. 1J4 
voltati verso rocchio, il quale essendo posto in 
luogo qualunque D, E, F, G> H, ec. poiché vi tono i/l | 
taggi lanciati in tutti i sensi ( 118S1) ifii- i^i) % ^ | 
ceve da ciascuno di questi punti una piramide cooif ^ 
posta di raggi divergenti , le quali piramidi convergi; 
no all'occhio ; ed il loro gra^i di convergenza» 
determina .la grandezza apparente dell' oggetto si 
sarà dall'angolo HIH o tìKH {pg. 135 ; che fai 
fra loro. Quest' angolo pure è tanto pia a[ 
quanto 1' oggetto i pia vicino all' occhio ; ed in 
scguenza T oggetto apparisce tanto più grande ; ed f^ 
contrario apparisce tanto più piccolo, quanto nei 
lontano • 

1x90. Noi vediamo dunque gli oggetti mediante 
sorta di raggi ; vediamo ciascun punto di un oggM 



N 



ti I f ì i 1 k Ài ìéi 

per una pÙramide di saggi di^rgenti ( lièS), e ytih 
alno l'oggetto intiero ftt la cpDvergenjEà al hostr(^ 
occhio di tutte queste piramidi cdé partono dà, eia-* 
xoQ póntp (1189). 

1191* Gol raeszo di (queste piramidi gìùdictianio 
ieìU dirtzjbne i nella quale si nova 1* oggetto visibile ^ 
^oalniente che della sua distanza. La direzione 9. 
letBpre netta lunghezza dell'asse FQ^( /^j* 156) della 
piramide} é rapportiamo ìa distanza ai luogo R dell' 
tsie dove i raggi s* incrociano < 

IÌ92. Da quel che abbiamo detto te viene. L che 
im piano posto dirimpetto a un puntò raggiaiite Ò vi-' 
liUle diviene la base d* una. picaipicìe di ìucé 
I1188). 

II 93* É skcomè i taggi cb^ cLe JFormanò questa pi- 
iimide sono divergenti) l/>sua base va^sempre allato 
^ùdo^i a misura . che il piano s' allontana dai puntd 
Hsibile» In conscgaenza/quésto pianò è sempre me- 
io illiiintnato ^ perche a> du<7 distante il diametro del- 
ti piramide 2 doppio di queìio che è ad bria dìstan'» 
ki^ eia soa area é quadrupla. Dunque sopra uner 
l|azio dato i i raggi vi fono quattro volte più radi 4 
^nqoe U luce ^ke ìfitne direttdimnrt À4I punàè rag^ 
]ÌUtHt€ i inithilisee in Végiont del quadrétti ddlU di* 

II 94* in (juelU ^uiia cké la luce s'indd>oÌisce i^ 
Ideilo piano y a mitui^à che si allontana ì cosi dimi-^ 
hitsce suir occhiò quando uno s' aliohtàna sempre più 
kiU' ometto ^ lì cbe fa il che ad un ^érto gss^o H' 



^ 



Ì$^ TRArTATO ELEMJÈKTAMf 

«Ilontaaamento non lo vediamo più ; perchè allora i 
getti <fella luce sona troppo radi ^ e producono iqj 
nostri occbi una troppo debole impressione * 

1195. Questo grado di allontanamento , nel quale 
non 91 vede pijàr Y oggetto varia secondo lo stato del- 
l' occhio y fecondo la natura o le qualità dell* ogget- 
to, e secondo l'intensità della luce che lo rende vi* 
stbile.' L vi sono' degli occhi più sensibili degli altri| 
questi veggono da più lontano : II. i Corpi- lumino)! 
per loro stessi si distinguono molto più di lontano, 
che quelli che rispondono per una luce altrui; III, X 
intehsità della luce deir oggetto , o la maniera colli 
quale I illuminato fa si che si veda a diverse <li« 
stanze , 
' 1196. Quando un corpo ' luminoso per se steiso i 
ad una grah distanza > i raggi che ne vengono ioao 
quasi paralleli; per questo' gli oggietti di- questa spade 
sono veduti quasi colla stessa chiarezza a miliMi 
d? léghe più ó meno lontaoi conae per esempio le 
stelle, 

1 197* Perch8 i raggi della luce si stendono quinto 
possono in ^inea retta ( 1183 ), e la visione si Ca ia: 
questa direzione; quando queste. linee sono imerrot* 
te de qualche ostacolo» la visione non faa luogo* 
Qutst^ ostdcoh produce nn^ ombra tanto fi» gré$mli% 
quanto è più vicino alP oggetto visibile , 
• 1198' Se. la sfera del corpo luminoso è più graide 
del eorpo opaco che prende V ombra , quost' ombra bé 
la forma di un eono , la basa del quale è appoggiata 



D r Ì^*i s I e a; i6j 

sol corpo opaco, e l'apice è ali* estremità dell' om- 
bra, perchè allora i raggi che terminano Y ombra del 
corpo opaco sono convergenti fra loro , e tendono a 
riunirsi in un pumo comune. Tale è l'ombra della 
terra illuminata dal sole . Supponiamo per esempio che 
11 globo G (/f^. 157^ rappresenti il sole, é il globo 
K la terra ; è evidente che i raggi esirenil B 1, A M 
partiti dal sole per venire alla terra ,. passando allato 
della superficie del globo terrestre, andranno e riunir* 
si al punto H, il che armerà un'ombra di figura co- 
nica • Dunque ec. 

t\99* Quando la sfera luminosa è più piccola dt 
quella del corpo opaco , i* ombra hd la. fignrd £ mi 
c§n9 troncato <, perchè allora l'ombra è terminata da 
raggi -divergenti fra loro, che per consei^uenza vanno 
sempre alIontanaDdosi gli uni d {gli altri « Tale è l'om- 
bra disila terra illuminata dalla luna . Se supponiamo 
che il globo L (/;. 158 ) rappresenti la Luna, che il- 
luQ^ina il glebo T della Terra , la di lei oirbra sari 
terminata da' raggi DF, EG* divergenti fra loro • 
C2pest' ombra sarà dunque compresa ndlo spazio 
A F G B » il quale spazio ha la forma di un cono 
troncato; dunque ec. 

I20Q. Se la sfera del corpo laminoso e quella del 
corpo opaco sono della stessa grandezza ^ /* ombra è ci^ 
Undrica e si estende, per cosi dire , all' infinito , per« 
che il globo luminoso C (/?;• 159 ) illuminando il 
globo opaco E, l'ombra del globo opaco è allora ter- 
minata dd/ftzggi paralleli AS, BT, che non possono 

L 4 



lèi T/^ATTATO ELfMENTAHE 

fiè riunirsi mai intieme» ne alloDUoarsi gli unida{{B 
altri . Ouest' cmibri iarà doilqoe compresa nello spi^ 
s^io DSTE, il qoale spazio ha la ft>rma di af\ cilia- 
dro , la di cui lunghezza i , per cosi *dire , infisiu' 
Dunque ec Per questa ragione V ombra de* corpi tq- 
restri ti allunga tasto al levare » ed al tramontare dd 
aole ; perchè i rajgi die vengono da lui essendo qu» 
si parelleli all' orizzonte » si riuniscono molto più ut- 
dì ( f^tdasi il Tbéuméturtus 0f tieni del P. Nicifont 
€ il stippUminto 4 iettd oftréi ) • 

J20I. Ógni corpo opaCo getta dunque xìxC Qxékk 
nella stessa direzione che quella de' raggi della IncCy 
ciod verso la parte opposta alla luce. Perciò amisya 
che il corpo^Iurainosó , o il Corpo opaco cangia postOf 
r ombra Io cangia egualmente. Vedremo T a pplicaxie* 
ne di questo principio parlando degli eclissi del sdf 
( 2010 , € sei. ) 

11Q2. Ogni corpo ópaeo gétt^ tante ombre diveiHi 
quanti sono i corpi luminosi che lo illuminano . 

tioi;. Più r intensità della Iute del corpo lumitteio 
i grande 9 più l'ombra è folta e oscura.' così la dea- 
sita deir ombra èì misura da' gradi dalla luce di ai 
è privo questo spteio. Non è che l'ombra, cbeéuaa 
privazione della luce » sia più forte per un corpo che 
per un altro ; ma dipende dell' esi9tt i contorni dell' 
Mìbra più illuminati 9 il che fa giudicare'relativaaiii- 
te più densa l'ombra* 



J> I F i « I € il* tèff 

X104. Si dìMinguono due lortt di ombre g t'ombra 
Inetta , e Inombra: vèrsa • L' ombra retta è quella cbe 
getta un corpo sopra un piano orizzontate i al quale 
i perpendicolare. Sia EB(^|. 160) on piano oriz^ 
sostale ; GF un corpo perpendicolare sul piauo.) e D 
BJl raggio del sole che tocca la punu G del corpo ^ 
F B e r ombra retta del corpo . V §mird rena F BÌ 
4/ corfa GF sbe U produce ^ C0mi il C0-s9n§ D fi del- 
i* àlt€zx.a delU luce e di seno D E di questa medesi-- 
ma aUez,za . Dal che ne segue cbe il seno il co- sena 
sono eguali , il che succede quando il «ole si è alza- 
to di 45 gradi su|r orizaonte , ToRìbra retta del cor- 
fo i eguale al corpo medesimo , Ella é più grande se 
il seno delP altezza della luce è più piccolo cbe il 
co-seno di questa medesima , il che succede quando 
il sole è alzato meno di 45 gradi sull* orizzone } ti 
i pia piccola quando il seno t più grande che il co- 
leno 9 il che succede quando il sole è alzato più dì 
45 gradi suir orizzonte < Per qu:«ua ragtane V ombro 
I mezzo di sono più corte di estate cbe d'inverno. . 

1205. Vo^^'^i'^ versa è quella cbe geitai un coTpcy 
sopta un piano verticale ^ Pet esempio sia i^ B (fy. 
ì6i) un piano verticale; E C un corpo perpendicolare 
a questo piano ; e SE un raggio del sole che tocchi 
U punta E di questo corpo; CT è T ombra versa ds 
qoeato corpo £C • Tale è T ombra di un biaccio stc^ 
<o gittata sul corpo di un uomo , tale quella di un» 
verga di ferro fissata perpendicolarmente nel muro 
ec. Siccome abbia&io detto cbe 1* ornbra retta è al 



J70 Trattato Elemeniv^he . 

colepo , come il co-seno dell* àhezzx Sella luce è al se-* i 
no di questa nnedesima altezza ( 1904 ; ; cosi /* #fli^>-< f 
versd $ di cprp0 che ia produce , cew^e il sen§ S C del- 
f dltetjA dclU lue» e di suo t9'Seno S F • 

' li^. Abbiamo detto ( 11S9) che se un oggetto i 
d* una grandezza sensìbile si trovano parecchi punti 
visibili voltati rerso V occhio che guarda questo og- 
fetto.* quest'occhio riceve dunque da ciascune* di que- 
sti punti una piramide con^posta di raggi divergenti. 
1* occhia dunque diviene come la base comune di un 
gran numero di piramidi luminose, gli apici delle 
quali $ono i punti raggianti del corpo visibile; e sic- 
come la pupilla dell' occho è un foro; vi passanorut- 
ti senza confondersi e incrociandosi , dopoché forma- 
no altrettante piramidi opposte alle prime per la loro 
base, come lo proveremo fr^ippoco (1521), e vanno 
a portare il loro apice in fondo all'occhio, farvi ì 
ciascuna separatamente la loro impressione . Se si tuo- j 
le essere convinti dell' incrocianiento di queste pira* 
niidi , cha partendo da diversi punti passano per lo 
stesso foro, bisogna fsre la seguente esperienza. 

Esp€riinz.A. All'imposta di una finestra esposta a* 
raggi solari fate tre fori ^, r, b^ tfii. 162 ) a ciascuno' 
de' quali porrete una knte di .foco corto. Ciò rap« 
presenterà tre punti raggianti (iiSSj; ma fate che la 
lente del foro d sia d'un vetro ròs^o, quella i di ve- 
tro turchino e la r di vetro bianco . Presentate di- 
nanzi a questi tre punti raggianti un largo piano che 
porti un foro g , e dietro questo piano un cartone 



»! F I S I e A t A7I 

MjiBCO I sul quale riceverete V immagine dei' trt fasci 
di raggi che pissanò. pel foro ;. Qssfsrveretf che 44 
una piccolfsiina distanza dietro il foro f i tre fascett: 
li^' separati una volta, sorio d'vp color puro..Quelf^ 
)i che partono dal punto r, e cbe vaooo a termina^ 
Dare in r restano sebza colore; quelli de) puptp ;j# 
cbe vantio in d soni) di un bel rosso ; e quelli del 
punto > che vanno in f sch^o di un .turchino schiet* 
ró, Punque L Quest<$ . piramidi luminose passano per 
il forò ^ senza confondersi» IL Pun^ue vi passano in*, 
crociandosi ^..poiché quella di sottp ya a rappreiemar# 
si '4ì sopra, e quella d* alto in sbasso, 

Ìao7. Suppooiamo cbe il fdro;^ rtpRresìenti U pu* 
pilla, e che il cartone bianco Cbe è dietro Ma ilfon* 
do dtir occhio* Poiché quel cbe ò di sopra 'Va/ 4 .di<^ 
pingersi di sotto, ec. ne segue che gli oggetti 8i .di<^ 
pingono in fondo al nostro occhio in una. situa^^ion^ 
rovesciata , pure noi U vediamo dritti ; e deve -essejEli 
cosi , rapporto alla situazione delle loro imm^lginl 
neirocchio ^, perchè riferiamo ««wpre l'oggetto.. nelU; 
direzione del raggio cbe ce ne :iripArta T immagine v 
Supponiamo rogj;etto, ACB 0s* ^i^ì)^ davanti ii(^ 
cui sia posto un ócfbio* ri:àggi]cbe partono da jtutti 
ifunti di quen' oggetto voltati verjo F occhio vapap. 
ad anci^ociarsi nella pupilla E (izo6) e- passano a df«. 
segnare T immagine di quasto oggetto sul fondo DD 
dell'occhio in una situazione i^cs rovesciata» In se* 
quela di questa impressione, il punto A the essendo 
a sinistra i dipiòto a destra dell' occhio , si capportii 



♦7» T»'AriATO EleMektarS 
lii^U^ AhPfU^^ MÌ.As per k stessa ragione si np^ 
fihiA W fhinti> n ««-Uà dìrewout * E B ce w in con- 
«f^unriit» vtdlliitTò qo«siA ojsctio nella situazione na- 
f«« Jilr . iìswiiitò > il «WitìrtWMO di Xr^fcr e di Gdrtt- 
ih n.M <,o«^/). «w^f mppoco vedremo (iji3)i 
fl,„»l.l,J«m/> rottW^^tewi d^l «»o ^"O luogoquan. 
,1o •! ttttt^f^ hH MfcW* quache inflessione. Non bi^ 
^ify-, ,^.«HHvv-«ti* come alcuni pretendono che na- 
fi r^1>^^-s ♦ ^^^^Kii»^ «** saetti rovesciati * e che 1 
-»v;v^ r v^ts^^^wNi dd toccare abbia rettificato il sen< 
!... ;i,.if: w.^% «*««^ « <^*>« (•«'««ó gli oggetti ti ve^' 
i\h ^>^- i>- ^I tontrariò impossibile di vederli 
^?,.r>x^Kk <^ Mila loro iitaazione naturale, quan- 
» NMN Mffo^ dipinti neir occhio in «na iituazione rb- 
ww »s4 • ^chè li vediamo per Ih raggi che si sond 
K^xs«*^» nella pupilla . 
^,l$0 Si chhmzno Mièli ùttUi y ù vilumi qMlli 
y .wua formati da* raggi che partendo dalle estrtmv 
^ ùi UP oggetto vengono convergenti al nostro oc- 
M9 • Tali sond ^i angoli AEB , MEI . Noi vediamo 
&k)^ Mfg^ttl tanto f ià grandi i quanto pia sono aperti 
y[jh spigoli ottici che abbracriana le loro dimensioni^ 
«, skcome qoesti angoli diventane più acuti a misura 
ih» V oggetto f allontana dall' cecino { Y angolo^ 
4ld pia acuto dell'angolo AEB), ne segue che la 
IjNindezza apparente diminuisce cove la distanza aa- 
qitnrà • Per questa ragione , quantunque la luna sii 
pMÉ piccola di marte , giove ec. la veggiamo molto 
|là frasde di questi pianeti , pcrcbi è pia vicina a 



Di F I 8 I e a« X7J 

noi • Bisogna dunque , per giudicare della graodezu 
reale di un corpo , aVer riguardo alla distanza • 

1205» La lontananza respettiva di due oggetti vedati 
nel medesimo tempo si^iudica coli' i^tesso prindpio , 
perchè si possoiio riguardare questi due oggeti come V e« 
stremità d- un solo • Perciò quando entriamo in un viale 
di alberi (/^. 1^4) i quali sieno egualmente altri edis<^ 
posti in due linee ben parallele , ci pare più stretto Q 
più basso all'altra estremità • E'facil cosa il veder* 
che r angolo 6 O 6 d molto più acuto che V angola 
X O I • I due alberi 6 , 6 devono dunque apparirci 
pia vicini Tuno ali* altro, ed io conseguenza il viale 
più stretto in quel luogo • 

12 IO. Un oggetto non luminoso per se stesso e 
nonostante illuminato , ordinariamente non si ved^ 
più se gli angoli ottici hanno meno di un minuto di 
grado s ma i corpi lutiiinosi si veggono sotto angoli 
molto più piccoli. Con vediamo benissimo le stelle, 
quantunque non abbiano un secóndo di grado di dia* 
metro apparente ( 1702 ) . 

I2II* Malgrado là sicurezza di questi principi, ab« 
biamo nonostante un'infìiittà d'illusioni d'ottica,^ di 
etteri di vista, da' quali non ci possiamo difendere « 
E' cosa rara che io veda sotto la vera figura un Qg* 
getto che si mostra da quelche lontananza. Supponia^. 
mo una sfilata d' alberi VIS {fig. 165 ; piant2ti oelU 
circonferenza d'una porzione di cerchio, la di cui 
convessità è voltata verso rocchio Q* Siccome tutti 
questi alberici appariscono egualtTiente illutnioati^ li 



1^4 'TRAttATÒ ÈLÉMENTÀkf 

giudichiamo tutti ad una distdtua eguale dal ìiostfd 
Occhio i Dobbiamo dcitlqùé giudicarli lìèlla circonfe* 
teilzà SJCV d^uh terchiò^ del quale il nostro Occhio 
d occulti il éeiitro; e ^e n« àiamò un pòco ìohìani ^ 
lo spazio VS fortha ùnà si piccola porzione d'un 
gi'ah cerchiò i che ti pare una linea iéàsibilméntereu 
ia VS. Per qdesta ragione il sole e U luna ci sem- 
brano piani circolari, quaùtuhqué sialno globi.* perche 
ì loro Cttitfì Aotì ci appariscono più tumibosl de' lord 
tem{)ii quindi ancóra nói li gìHikiA^ittìo Ifgtialmemd 
lontani da' nosttì òcchi ^ 

mi. Noti giii^ichi^diò èsàttattiente della velociti 
del moto di uh cot^o , t. se non conosciamo la di- 
itatifa che vi è fra lui e noi; li. ie lo spazio che 
(jueito còi'pò percorre ii presenta òhliquanciehté a* no-' 
itri sjfùardi. Perche Suppóniamo due uomini situati 
iìhó in 1 9 e T altro in L (jig. He ) i che il primo si 
pòrti in 3 minuti al pùnto IC> e l'altro ih tempo é- 
||uale al pùnto M, é ciascuno éoti una velociti uni- 
fórme: bisogna fieceisàriadiehte che vadaino con velo- 
citi ineguali ; poiché V uno ha ^iù strada da fare del- 
l' aitfo ih, tèmpo eguale . Pure all' òcchio poito in E 
tutti <Iué apj^ariscòhò ùdiarè éoh velocità eguali ; 
Ijuancto i ^àrà ia ri^ L sari ih N^ quando 1 sarà in 
è i L sarSì ih Of fc ; , è appatìscóno sèmpre tutti dtM 
tthcf dirihipet^o ar altro, ed in tion^eguehza muòverir 
toni velociti ègtiali^ se non si ia che uno i più lon- 
fatìo dell' altro. Per un'altra illusione d'ottiéa sé due 
tiomtiti partendo' dal pònto ì vanno a passi eguali 



Vìinó io K, e l'altro in M, pare air occhio in È 
che vadano con velocità incgualilsime * 

1213. 11 moto diviene insensibile alU vista quandot 
non eccede io secondi di grado pet secotfdo di tetti'' 
fo ; dal che ne segoe Che una gtan Velocità può tsst^ 
re insensibile alla vista per la distanza eccessiva che 
passa tra il mobile e V occhio # Perciò non ci accor-^. 
giamo da un secondo all' altro del moto del iole che 
pare cde non percorra chef %$ secondi di grado per 
ciascun secondo di tempo < 

1214. Se un mobile desctité tna curvale cbel^a^- 
se della visione si trovi nel f iano della curva, noit 

-la distinguiamo più p^r fale. Snpponiadao una candela 
accesa posta in T (Jlg^ 16^) sullacirconferenza del 
cerchio tEXK, che l'asle VR V della visione sia 
nel piano del cerchio ; allorché la Candela j^asserà da 
r ili V apparirà all' occhio ' V essei^si portata da 
7 in C; passando da V in ?i! parrà che ^iasi porta -^ 
da C in X, cosi del testo della curvatura { perche itf 
tatti 1 punti della sui strada pare egualmente lumitìo^ 
sa, non vi è dunque luogof di ctedéfrla più lontana 
in uri punto che in un altro. Qpesta e la ragione y 
per la quale non vediamo muoversi tn^giro i Sjatelli- 
ti di Giove attorno il lóro pianeta j^rincipale i ma (i 
vediamo solo muoversi alternativaniente dà tmus^ » 
^stra s 6 «tfl^ destra s sinistra ^ 



ij6 Trattato ELEi^EKXAJtE 
12 15. I pianeti soU 'orizzonte, come il toh e h 
luna , ci ap^riseono sempre più grandi che quando 
$otiO più alti; più grandi in A (fig. ié&) che in B 
in D • Una delie ragioni di questa illusione ti é » che 
estendo meno luminosi in A a causa de* vapori che 
?i sono quasi sempre vewo rx>riawonte , li gtadtcliia- 
mo più lontani, e per conseguenza più grandi. Non 
ci pare neppure che descrivano la curva circolare D 
FG,maan arco schiacciato DZE. La grandezza 
apparente dt questi astri suir orizzonte deve essere 
principalmente attribuita , come ha detto di P. Aùd* 
lebranche all'interposizione degli oggetti terrettri. 
Una prova di ciò si è , ^hs se ti nascondono colla 
mano o altrimenti tutti i corpi che sono fra noi e la 
luna, in maniera che più non si veda altro cheqnel* 
la, il di lei diametro apparisce sensibilmente diminui- 
to. Vi tono probabilmente anche molte altre ragioni 
di queste torte d'illusioni d'ottica. 

De' trincili dclU CdMtricd. 

I2i6. La Catottrica ]è una scienza , che ha per ogget- 
to gli egetti della Ittcé riflessa. Egualmente che gli al* 
tri corpi la luce esercita i suoi moti in linea retta , 
per quanto le è possibile ( 11S3 ): i suoi raggi sempce 
soggetti alle regole generali,sono soggetti ancora a de- 
yì^e dalla lor prima direzione , quando trovano un cor- 
po^ ^ niega loro iL^atsaggio , e li costringe a torcere 

ed 



Di Fisica. 177 

i a riflettere. Tutti i corpi non luminosi per sesres- 
, ma visibili, rìfletl»no dunque la luce^ senza dì 
le non sarebbero più visìbili • Ma principalmente la 
re si riflette neir incontrar corpi opachi ; perciò si 
sdono meglio quesù corpi trasparenti, e se fossero 
affettamente trasparenti, come l'aria , ncxn si vedreb- 
ere puct^. 

1117. Ma per quanto opaco aia un cerpo,' non ri- 
eete mai tutta la luce, checadt sopra di lui. Si può 
oncepire questa Ibce divisa in tre parti, usa delle 
uali si riflette regolarmente, seguendo dopo )a rlfles- 
ione una direzione che ha un rapporto costante con 
nella che aveva pei L* avanti; un' altra si riflette Ir- 
egolarmentt disperdendosi , e portandosi in tutte Je 
arte di direzioni a motivo dell* ineguaglianza inevi- 
abii^ delle superficie s finalmente una terza parte si 
estingue nel contatto per una causa fino ad ora in- 
:ognita. Non tratteremo in questo luogo che della 
>r ima porzione di luce» di quella cioè, che si riflet- 
te regolarmente , perchè è la sola che sia soggetta a 
quei moti che si possano prevedere. Faremo dunque 
astrazione della luce dispersa ed estiiìta . 

X2i8. L' esperienza prova che la luce, quando si ri- 
flette fa sempre V angolo della sua riflessione eguale 
perfettamente a quello della sua incidenza. Supponia- 
ino una superficie , per esempio » uno ipecchio 4 ^ 
(fii* ^69). Se un raggia di luce vi cade in una di- 
Juione perpendicolare /r, si riflette nella medesima 
direzione , e fa per consegucqjta con questa specchiò 
^n angolo retto riflettendosi nel!' iscessa direzione ^ e 
BxissoN fif.ToM.IIL M 



l'^S Trattato Elementare 
fa per conseguenza u^n angolo recto con questo istei* 
50 specchio Cadendovi sopra . 

i2ip. Se arriva in una direzione obliqua , come pei 
esempio eCj si riflette nella direzione e di' e fa con 
questo specchio T angolo della sua riflessione i^ fi 
perfettamente eguale' air angolo della sua incidenza 
€ e d. 

1220. Poiché r angolo di rifliesstotie della luce l 

sempre eguale al suo àngolo d' incidenza (iZiS^tiifS 

ciò prova che le {^arti che producono la sua riflessio^ 

ne hanno un elaterio peffetto. Siccome non si pu^ 

attribuire questa perfezione d'elaterio alle suffer^ie 

dei corpi, si crede che non sie^io le parti proprie del^ 

le superficie che riflettano la luce: e Ne^t^n Bapea*. 

sato che sia riflessa d^ una potenza riflettente che it 

trova dinanzi la superficie de' corpi, perchè dice (péit** 

312 della SH4 Ottica) che ,i la rfflessfJorte di ub rag- 

)> gìo di luce è prodotta non da t^n puhto particda-*:^ 

>9 re del corpo riflettente, ma da qualche potenza ( 

,, corpo che è egualmente sparsa sopra tutta la sopsr«« 

9, ficìe^ e per la quale il corpo agisce sui raggi, 

9) za toccarli immediatamente „ « Non vi è certi 

te cosa pili simile alle qualità •c^utte ^ di questa f» 

tenz^a rifiittente . Ma quando non si ha i l'cor raggio < 

confessìre che non si sa la causa d'un fatto , (^ il ch^ 1 

sarebbe più seiRpIice e più vero ) si ragiona così. Noi s 

si potrebbe egli dire, che la luce è riflesia dèlie par- ^ 

ti stesse della luce intruse ne* pori de' corpi ^ perctó ^^ 

i corpi più densi, come l'oro, hanno secondo Ntt ti 

tm (pag. 313 dilla sua Òttica) nella loro Ussitttfl ^ 



i 



È i P a i e Ài i^g 

à tùoti ciie parti itìVxdt . la loro superficie può ei^ 
re Juaqùé riguardata come uioa rete , le di cui ma- 
ie sono ripiene della tùateria della luce • La facili- 
i colla quale la maggior parte de* corpi diventaua 
sferici (1182) ^are cfaè comprovi quésta Opioió- 

1211. Qii^sta Ugit general*^ che U tace fa, séni- 
€ il sàù dngélù di ri^nsiéfii eifiaU d quello dclld 
ìé incidenz^a ( làiS) è il fondamento di tutta la 
Itoitrica: ella sola ba^ per rendei* ragione di ini' 
i fetlomeni : iiitttf le altri léggi non sonò altro cb^ 
crollar] , ed applicazioni. Purè per rendeiìa più fa- 
[e a comprèndersi^ esporremo ìe diverse apparènze' 
fi! os$érvaiio àelie divette circostanlite ; e sivèdri 
iesétnefìté che non ^no altro che eorollarj ed ^p-^ 
icaziòni di questo prioaò principiò • 
Hit. Percbi la lucè rèÉesta oi sej[iii V imMiagiM 
i uh dg|;ett0 , bisogna che plét faggi agiScana iùsie* 
^i uno solo tàxttiiie iri fondo del noitjroóécliioun' 
làiaginé troppo debole ^ né, la distìnguererhmo é Óra 
€éti raggi posiono estere divetsamehté disposti ^i« 
ivatiienté gli uni agli altri ^ ^tono ésseié a pa- 
teli fra lo^o » ò convergenti » o divetgenti i e U 
kTécìé sulle quali cadono pds|Qrntf eilere # piane ^ 
^onveisé, o concave. Ècco^ l^èl che incèede id , 
ttti divèrsi. c^Si partetìdèsl tfal principio di iòpta 
iii ) statrilitoì; 

:%ip t Supponiamo bha iiai^rficié piana • | faggi 
cadono paralleli sii ^iiieita super^cie séno ri^esil 
ilkii ì i Ufitì Muitiif^àii sema rieasit jcòll* iue»« 
^ Al i 



Ugo TkATTATÒ EfcEMENTAtl 

fo grado di convergenza ; e i raggi divergenti som 
riflèssi coir isttsso grado di divergenza • In manieri 
che It superficie piane non cangiano in nulla la ài, 
sposiziooe naturale de' raggi della luce. Sitno ||i 
specchi piani gt {fig. 170, r7i , 172}* 

1^24. I raggi dh^ e ea {fig* 170) che sono parat 
leli fra loro, dopo aver toccata la superficie 4^ sono 
riflessi f uno verso h^ e T altro versoi^, facendo col 
Io specchio Turio l'angolo di riflessione ihh^ cgoa 
le al suo angolo d' incidenza fbÀ\ e V alua V an^ 
golo di riflessione gdk> eguale aWno angolo. d'inci< 
deoza ed€\ poiché questi due angoli hanno per m»^ 
sura archi eguali di cerchi eguali , si vede che questi 
due raggi sono paralleli dopo la loro riflessione , co- 
me lo erana avanti la loro incidenza . 

1225. I raggi dtj e Cd ifig. 171) che sono iO»- 
vergenti fra loro in maniera che senza T interposi- 
zione dello specchio 9f ^ anderebbero a riunirsi in Et 
sono riflessi in maniera che facendo ciascuno.!* angt*; 
lo della loro riflessione gbk^^ o idh eguale all'an* 
golo della loro incidenza flfÀ^ o §dc vanno a rìa« 
nirsi in F , punto egualmente distante da* due pontll 
di contatto 4 e ir quanto lo è il punto E. Donfi# 
la loro convergenza dopo la riflessione i la atei 
che avanti^. 

1226. 1 raggi àh^ ed 4 r (fig. 172) che aono £ 
vergenti fra loro , hanno dopo la loro riflessione 
so A t e verso k. il medesimo grado di divergenza ì§^ 
F, che avrebbero avuto in E » se non avendo iucovq 
trato lo occhio e ^ , avessero continuato a muovi 



Ì3 t #- 1 a 1 e A* ilf 

il htUi lóro priitia dtre;Hone • Ora i d\iè punti F , ce 
i SGKìd ifgtlalrtiétltè distami da' punti de*^ Contatti 4> 
e t é Daaqbe |a loro direfgaftsa dopo la rifietsione é 
riitéssa che avanti. 

1227. IL Sapponiamd «ha superActe convessa. I rà{- 
^ paralleli che cadono su questa superficie sono ri- 
flessi divergenti : i raggi convergenti sisno riflessi me-« 
ilo tonVergenti^ e possono ancora perdere tutta ìalo-- 
iò convergertta e divenire parallèli 1 ed anco diver- 
genti » iecdndt) la maggiore o minor curt^atura dei!à( 
inperficie che li riflette: i raggi divergenti sono tì^ 
ikssi più divergènti. In maniera cbòle supcrilicie con- 
cise iéndoito sempre a dis|>erdere i raggi della luce p 
dimifitiéuidoile la loro convergenza « Sitno gli ipeccbì 
fconvésfìlb d (fi. I7J, 1^4, I7j)^ lo rappresento 
qui gfi st>eccbi curvi per due elementi inclinati V ixnó 
liF attiro i perchè tutte le curve sono riunioni di ii*^ 
4eé tette infinitam^me cortei^ e iniensibilmente ineli^* 
^e ^a lord, é fo qtitsti eìtmenti un pocé grandi 
:^r farthl intendere più facilmente. 

ini. I raggi dt^ e td ( /?;.. 173 ) che sono paraÙe-*^ 
^ fra loro, ineontrando lo spacchio convesso bà i M 
tlèeàdó i loro an^li di riéessione /^ r , h di eguali 
Quelli della lòto ioéidènaa g}M ed kAc i setia àu 
.•tergenti ào^o la loro riflessione 
' iit9. I raggi dbytvd {fit* 164} i elle f«il# eon* 
tergenti, in manièfra che sc&ià T interpoiiiiMe del- 
^^cchiò b à andeifebbérò a riubirii id Ai ^ vanna 
Hi quésto medesimo principiò a rignirsi Mk t più loit* 
Ino ^è' tositi de* contatti bf t àcht aòA lo i ilfunK 

Mi 



t%% TuATTATa Elwmwmtarw 

to ny; e il vede cbe le F ÌMÈdìamooeé^éae denta* 
ii t e d della cotva foise pia grude , potrebber o ti* 
fere reflesii piralleli , ed anco divergetti • 

lajo, I raggi a b^ ed (fiz. ti%) che senza Pio» 
pofizione dello fpeccbio convesso t d sa r eb b ero pO* 
chif fimo divergenti in i» , prendono dopo la loro ti* 
flessione una direzione molto più divergente vkrso /» 
cbe accenna un egual grado d' allonunacnento • 

II}!. Supponiamo una superficie concava* I rag^ 
paialleli cbe cadono su questa superficie sono riflessi 
convergenti : i raggi già convergenti sono riflessi pia 
convergenti; e i raggi divergenti sono riflessi meno' 
divergenU, e possono anche perdere tutta la loro dU 
vtrgenta e divenir paralleli, ed anche convergenti. 
In maniera che le superficie concave tendono setnprs 
a riunire i raggi dèlia luce aumentandone la convec* 
ganza, o diminuendone la divergenza • Sieno glìspec* 
ehi concavi h d (//• %^^^ 177, 178 ) • Basta dare uà' 
occhiata a queste figure per vedere la verità che ab«< 
biamo asserito. 

1131. I raggi sk^ e ed dop^ aver fatto i loro ao*~' 
golf »di riflessione eguali a quelli della loro ineideo»^ 
za, e che (fig. ijé) sono paralleli avanti la lorori*^] 
flessione , dopo divengono convergenti in / . 

U}}. I raggi 4^, ù ed (fii. 177), che aeus 
titerposisione dello specchio t d sì sarebbero rtueii 
in m , dopo la loro riflessione si riuniscono in li^ 
molto pia vicino ti punti de' conutti ^ e i » che noi 
è il punto ni. 

n}4» Finalmtott i raggi 4^» t c4 (/f. 17!) à 



\ 



D 1 F I s I e A.^ 185 

avanti la loro riflessione ione divergenti fra loro, 
dopo divengono convergenti verjio #• 

1235., Mediante qupsti principj è facile il prevedere 
tutti gli eflfeui degli specchi , e rendere ragione , ^d 
in g;,enerale spiegare tutti i fenomeni che dipendono 
dalla Catottrica • 

1136. Si chiama specchio un corpo , la di cui su- 
perficie e bastantemente polita per riflettere con rego- 
lacttà la massima parte de' raggi di luca che riceve; 
e per rappresentare le immagini degli oggetti che s« 
gli pongono davanti • Tali sono gli specchi di metaU 
lo , e quelli di cristallo con amalgama . Quaesti ulti- 
mi sono di un uso più frequente > perchè sono di un 
pulimento più bello, e pm durabile, ma hanno un di- 
fetto che non permette che si adoprino negli stro- 
m^pti di Catottrica , come i telescopi ec. dove vi è 
bisogno di una gran precisione • Questo difetto è di 
dare quasi sempre due immagini dell* istesso oggetto^ 
l'una debole colla superficie a ntieriore, e T altra mol- 
to più forte coUo stagno che copre la superficie poste- 
riore. Supponianio la fiamma F {fil^t-j^} di unacan- 
:dela accesa posta avanti uno specchio acdlfi. da un 
punto di questa fiamma partano due raggi F;, Ich 
che cadono sullo specchio, T uno, in ^, sulla super- 
ficie anteriore ab 9 e V altro che penecri sino in b al- 
la superficie posteriore e d • Quest' ultimo sari riflev 
so verso /e formerà un'immagine forte} e T altro 
sari riflesso verso r, e fortnerà un' immagine . debole » 
tanto più^istinta dalla prima, quanto maggioce sari 

M 4 



184 Trattato Elimivtarb 

la grossezza dello specebio s e . QjlMo che diciàtaò 
di OH sol puoto può dirsi di tatti i punti dell' ogget» 
to: le dae immagini dell'oggetto intiero, anticipan- 
do cosi r una suU' altra , renderebbero in un istm- 
mento di Catottrica la visione pochisiimo distinta « 
Ecco* perchè in questi stromesti non ^' impiegano spec* 
chi di cristallo . Succede qualche volta che si vede 
un maggior numero d* oggetti , soprattutto guardando 
obliquamente le fianAma di una candela in uno spec- 
chio di cristallo con amalgama. Queste immagini 
sono prodotte da* raggi che dopo essere riflessi dalla^ 
superficie posteriore non escono tutti , ma una parte 
è riflessa indietro dal cristallo mediante le parti so- 
lide della superficie anteriore, e di là e rimandala 
nuovamente alla superficie posteriore ; il che produce ] 
nna nuova immagine pia debole della precedente, ^ 
pefrchè è formata da un minor numero di raggi. Io 
questa maniera si formano parecchie immagini di se* : 
guito per le riflessioni reiterate de' raggi al di dentro 
del cristallo, e queste immagini vanno sempre inde^ 
bolendosi . - • 

i2;7. Si possono dividere gli specchi in spicchi pis- 
ni , specchi convessi , specchi concavi , e specchi misii» 
Tra gli specchi piani si possono porre gli specchi pris* 
mirici y e gli specchi piramiddli^ perchè noi^ sono ' 
comppsti che di superfkie piane inclinate le unS alle i 
altre . Fra gli specchi concavi si possono mettere gli 
specchi elittici , e gli specchi pdraMicì , le di cui sa* 
perfide sono composte di linee curve , come lo sono 



\ 



D r Fisica. ^Ij 

quelle de' concavi. Gli $p£ccbi misti aono \, cilindri*. 
a, e i fonici^ le A cui luperficie sono cotnpoiu di 
linee rette in on^^ènso» e di curve io un aUro. Di- 
damo qualche cosa di ciascuno di questi specchi ^ e 
della maniera colla quale ^rappresentano le imnasini 
degli oggetti posti davanti a loro. 

- iHeìl» Spt€ehi».fidh»t 

123S. Iti uno specchio piatto ài {fig. 180) V itnnnsr-^ 
gioe di un oggetto, per èsènlffio* ^, apparisce ad un 
occhio posto in >y dietro Io sptfeiéhio d à nella dire-» 
2ione e g, t lettipéé nelF intèAètfòae g delia diritta-' 
ra d'incidenza ri'col raggio rfffésso ef-j ed in cour 
se'gtteirzà ad utla distanza j:, egn^ilea quella alla qua- 
le r oggetto e è posto davaiiti . Perchè siccome ^U 
specchi piani non cTangiano per nieàte la disposizione 
de' ìraggi ehe Cadono ^opra dfi e^si ( 122^ } f ì raggi di'* 
^ vergenti partendo dal putm e sono riflessi terso f ocr 
ctio f dallo specchio a b coir isteSSo grado di diver- 
genza {1226): ed hanno in conseguenza il loro' pus? 
ta di riunione fittizio'g' ad nnà distanza 4 g dietra 
la specchio, eguale alla distanza ài^ aUa quak V: 
Oggetto $ è posfto davanti. 

X2j^ Per la stessa ragibne g(Ii specchi piaetr nifM 
cangiano niente le flgure delle hmnagini ^ eg;tialmeBte 
che le loro grandezze apparenti • Perchè i' raggi c#ti« 
tergenti Km, Ih (/|* z8s J>«partettda MV esuemi* 



ittf Trattato Elsmentare 

tà del ToggettoKL, e cadendo sullo specchio i^ 
sonò fefietsi verso V occMo coqi V isce^so grado di 
convergenza ( ì%i$ ); e in conseguenza fanno vede- 
re r inamagint k ^ ^^^o un. angolo eguale a quello , 
sotto del ^ale V oggetto istesso sarebbe stato vedu- 
to dal pnnto i senza l' interposizione dello specchio 
aè. 

1240. Essendo ciascun plinto delT immagine veduto 
dietro lo specchio inibita distanza eguale a quella di 
questo puntò dell* oggetto per davanti ( 1238 ) , ne se- 
gu6 che se r oggetto K L è inclinato allo specchio , 
la sua immagine 4 /^ sarà .veduta inclinata in senso 
contrario. Ecco p^p^i, a volere che gli specchi in un 
at>pittamétito producalo un buon] eflfeito , bisogna 
aver «intenzione di collocarli ad angoli retti col pa- 
vimento,. .e ben paralleli, alle pareti , che suppongo 
verticali.- 

Ia4t« Se on oggetto AB (fii^^Si) è situato para!- 
lèio ad tf no specchio C D , ed alla medesima distan- 
za-che Tecthio poito in O;. la linea di riflessione 
C D » cioè la parte dello specchio , sulla i^uale cado- 
no i raggi AC» BD^ ec. dell'oggetto AB che si ri- 
flettono verso r occhio p, sarà- la metà della larghez- 
za dell'oggetto AB; perchè le immagini apparendo 
dietro lo specchio ad unaegual disunza a quella del- 
r oggetto davanti (1238}, i raggi O G , O H sono j 
tagliati dallo specchio CD alla metà della loro lae* 
ghtzzàv ed in conseguenza al luogo» dove la loro 
divergenza e b vn^d di quel cbc sarebbe ad una di< 



D I F I I I e A« J87 

itaQZl doppia • Perciò ptr poter vttlete UQ Intiero og: 
getto in uno specchio piano » bisogna che la lungKezt 
za dello specchio sia la metà della larghezza e delU 
Iwnghezza. de)!' oggjeito * Pai che ne segue che datai 
la larghezza e lunghezza dell' oggetto , che deve esl 
ser vedatò in uno specchio, si avrà ancora la tar-r 
gbezza e la lunghezza che deve avere lo specchio, 
perchè r oggetto posto alla stessa distanza dallo spec* 
chio che l'occhio, possa esservi veduto intiero • 

iz42r Ne segi^e ancora che , poiché la lunghezza e 
larghetta dc^la pai;(^ riflettente dello specchio sono 
sudduple della laij|hezza e lunghezza dell', oggetto 
( 1241 ) ,.la parte Riflettente della sis^^ficie dello spec^ 
chio è alla superficie dell' oggetto ii^ ragione di i a 4, 
E per conseguenza se in una certa posizione vediaV 
mo in uno specchio uA oggetto intiero , lo vedremo 
egualmente ad ogni altra distanza , o che ci avvici* 
niamo , o che ci allontaniamo , purché P oggetto s* av- 
vicini o s'allontani nell-istesso tempo, e sia sempro 
alla medesima distanza che Tocchi!» dallo specchio.^ 

l^^}* Ma se ci allontaniamo dallo specchio , rima^ 
Bendo l'oggetto nel medesimo posto, allora la par* 
te della superficie dello specchio cl|e deve rappresèo-» 
tare l'immagine dell'oggetto deve essere piò ^he il 
quarto della superficie dell'oggetto; e per conseguen- 
za se lo specchio non ha di superficie che il quarto 
dell'oggetto, non si potrà pia vedere l'oggetto intie- 
ro. Al contrario se ci avviciniamo allo specchio, 1* 
oggetto rimanendo sempre neiristesso p<(»sto, U par* 



iSg TuAtTATÒ EieMet^tArè 

te riflettente dello specchio sarà minore ébe il qaàttd 
della superficie dell* oggetto . Perciò si vedtà i per co- 
iì dite , più che cytto l'oggetto ìticiero ; e si potreb-* 
be diminuire lost>ecchio iitio ^d Qtìcerrco tenuto, sed- 
2a che ciò impedisse di vedere V ogigetto iniìeto io 
tutu la sua estensione é 

' * ii44« Getieralmente p6r ispiè^aré dolia i»a|gidr fai 
ciìità i fienomèBi degli oggetti veduti in uno sptfccbio 
piano nòti vi é bisogno che d'uti solò priiici)rio. V 
immagine Jt UH •ggitto vedute ié une ipefthh pinne 
ì sempre nella j/etpeniièeta^e filmata dair elette -4 
queiio specchii^ è prelungutd si di dietrei e'qUestd 
immàgine e taitté'^'À di là della ìpeechitr ^ iudnìe f og- 
. $fno è ut di 4kéf\ Coir ajuto di qbesto principiò e! 
dt* primi eltméiÉti déUa geometria , si troverà facile 
hientt la risolaztoàe d\ tutte le questidni che si pds<& 
sbiiò pròpori^e su ^uéita materia • 

k24j[. V eguaglianza degli angoli d' ihcidèntà e di 
tifllessione negli specchi (laiSi) somministrerà Qiì me- 
todo per misurare delle altea^ze inaccessibili mediante 
uno specchio piano. Pesate, per far ciò, il vostro 
spècchio orizzontaimente , cefme in C (/!/• iSj ), ed 
allontanatevi sino a iht ^ssi^tte Vedere > per eiempio i 
la cima di un alberò , il di cui pedale corrispondi 
verticalmente all' apice « Misurate I* elevazione verti* 
tale ED dei vo^ttó ècchio aldi sopra dell' orizzonte ^ 
o cfel piano dello S|;feccbio » egualmente che la distan- 
za E C della sftazione £ dal puntò di riBessiapie C > 
« la distanza B C del pedale dalP albero dl^uestc» 



D I F f s I e A.. x8f 

sttsso puito# Finalmente cercate Dna quarta propor-^ 
zioaale B A alle lince EC,£D»eBC:e sarà V zU 
tez^ cercata* In fatti l'eguaglianza degli angoli d* 
incidenza ACBt e di riflessione DCE (iiiSJ renda 
simili i triangoli ACB, DCE,, che sono rettangoli in 
B, ed in £*, dal che ne segue che questi triangoli 
hanno i loro lati omologhi proporzionali , e che cosi 
EC è a E D neiristeiso rapporto che BC ^ a AB9 
altezza eercata* 



DilU SpU€hÌ0 frìsmMieo • 

1246. Lo specchio prismatico 2 composto di specchi * 
piani inclinati gli uni agli altri , e che hanno ciascun 
no la figuira di un parallelogrammo. Tale è lo spec<> 
chio rappresentato {fig. 184}. Questo specchio ha la 
proprietà di riunire in una sola immagine e senza in- 
terruzione parecchi oggetti , o parecchie parti di oa' 
medesimo oggetto e separate da degli spazi che sono 
vuoti, o riempici da altre figure, che non si rappre- 
sentano nello specchio , Supponiamo per esempio che 
lo specchio sia composto, di quattro faccie inalzate 
perpendicolarmente intorno ^d una base Àk,^ ht (fig* 
1S5 }; l'occhio posto ad una certa distanza come in 
C» all'altezza di un piede in circa al disopra delpia*» 
no su rui è lo Specchio, vedrà da* raggi /r, r£, fA, 
4 ec. riflessi da' punti t^b^ d ec. verso C. tutto ciò che 
sarà disegnato negli spazj irit ^ qk ap ^ Imk^f ^^ 



d l{i é tutto ciò che non vi sarà rinchiuso non si il 
drà nello specchio se P Occhio non si porta tiè a si- 
nistra, né a destra.' si potrà dtiaqué tienjpiré d'ogfcft** 
ti che non vi abbiano telazion» Ogni luogo ebé À 
trova fta i Suddetti spizìw t màichefrarc cosi la figuri 
di cui lo specchio deve rappresentai l' immagine » ole 
ài cui patti sono separate da questi spazj ; il che refi* 
de queste figure difiicili ad indovinarsi $€ntn il soé* 
Corso dello specchio / 

t>ilh Spid^hio PifdiHidéili i 

ii^. Lo specchiò piramidale i éom^it^i dì ipe&M 
jSiani triangolari indicati gli uni agli altri in manié^ 
ta che gli àpici di /tutti i triàngoli hanno xA piinttf 
cimiufie di riuiiioriej il qual forma la punta deila pi- 
tartiidé, Taì^ ^ lo Specchio rapptescfòtato {^i. i86|. 
dùesto specchio ha egualmente the iì prisinatico la 
l^of^rietS di riunire in una toìa immagine t-sen:^aifh 
terrozioiie pia oggetti dispersi e separati da degli spi4 
i) che sono o vuMi i ò riempiti da altre jfigarc Sk 
titm si rappresentalo nello specchio • Supponiamo per 
esempio che lo specchio sia composto di quattro fai*' 
eie triangola ris t che aied {fii. iSf) rappresenti la 
base dello specchio; quel che si troveri disegnata 
negli spazj triangolari A, B, C» &, sarà rappresela 
tato nelle parti corrispopdenti d^b^c^d^ della ba- 
ie > e r immagine non comprenderà nnlla di fiieU^ 



Di T 1 s ì'ti a 4 i i0^t 
che SI potesse esser messo negli. spai| E» t^, G, H, pei; 
iniei\;ompere il disegno, ed impedice che non S'indo-» 
vini il rapporto che le parti -hanno fra loro • Bisogna 
osservare che i raggi riflesii g d h Gì i Gf €C.(figé 
I8S j fanno vedere all^occbio G posto nel prolunga^ 
mento dellVasse della piramide i punti A> B, C»ec. deir 
oggetto in un ordine opposto Cjh^df a. quello che han« 
no sai disegno ; in maniera che il punto A» il punta 
D ec. vanno a riunirsi per formare il centra dell'im- 
magine é Bisogna dunque che tutte le parti della fi- 
gura che sono rinchiuse in ciascono de' triangoli t, :k^ 
3'4> (fil'^^9) sieno poste al contrario, affinchè l' 
immagine veduta nello specchio rappresenti il suoe^ 
getto al naturale # 

Dilla steccliià cenviSid * 

1148. La Superficie degli specchi convessi I otéU 
fiarianente sferica. Questi specchi hanno la proprie- 
ti di spargere i raggi della luce dierifiettono(i2i^}ì 
perchè rendono divergenti qnelli che sono paralleli 
'la^Sj i aumentano la divèrgenia dt quelli che sono 
;ià divergenti (1230)^ diminuiscono la convergenza 
i quelli che sono già conveiigenti 1 e qualche reità li 
cndono paralleli o divergenti (i^%f) • Ne avremo la 
ròva seguendo la legge stabilita di aopra (sssi)^ 
upponiamo un oggetto ̀ (fig4 191 ) posto avanti 
no specchio convesso 4^. De' due fasci di raggi c^e 
irtono dall'estremità dell' oggetto ^1 raffi àftàé 



1^4 Trattato Elementare^- 
elittici, e de' parabolici de* quagli parleremor frappò- 
co ( 12^5, e 1266 )é Trattiai3tia per ora dello sfe- 
rico- 

i2$^yGli specchi concavi hanno Ja proprietà diriu' 
nire iraggi della luce che riflettono ( 1231 ), perchè 
renaono convergenti quelli che sono paralleli (1232): 
aumentano la convergenza di quelli che sono gta con* 
vergenti ( 1233 j: e diminuiscono per lo meno la di- 
vergenza di quelli che sono divergenti ; qualche wùU 
ta li riducono paralleli, ed anche convargenti (^234)' 
e tutti questi effetti aumentaiio proporzionalmente al" 
Ja concavità dello specchio. 

i254r li punto ove i raggi si riuniscono si chiama 
foco . Ma questo foco non è lo stesso in tutte le sor-. 
te di raggi incidenti. I ra^gi paralleli, come ah^di 
(fii* '93 ) sono riflessi dallo specchio concavo mof 
e vanno a riunirsi al punto F, distatue dallo spec- 
chio di una quantità eguale ad un quarto del diame^ 
tro della sfera di cui questo specchio è una parte : e. 
qijesto punto si chiama infoco di raggi paralleli , r 
il verv foco dello specchio* 1 raggi convergenti , co* 
^c f g r A i sono riflessi più convergenti , e vanno à 
riunirsi fra il foco de' raggi paralleli , e lo specchio , 
come per esempio in K . Finalmente i raggi divcrgen-- 
ci, e chepartono da un punto più lontana dallo sp^/ 
chio dj' raggi paralleli, come R Wy R ^ sono riflessi 
convergenti y e vanno a riunirsi al di là d^l foco de^ 
^^i& paralleli , come per esempio in P • Ma se 
punto di divergenza in questi raggi fosse più vicii 



1 



6 i f i S i e Ài , ̧^ 

ilio specchiò che il foco de* raggi paralleli v se p6f 
tempio partissero dal punto lK, darebbero riflèssi di- 
trergctìti , ed andrebbero T una di- quésti g i/eUà /, 
t V altro i versò A ; ' ,y 

i25$. II foco de'i^àggi paf'alìeii e cinque al quarto 
del diametro della sfericità dello specchiò; il foco 
le* raggi ;.Còilvergehti e più vicinò allo specchiò éhe 
Quello de* raggi paralleli ; ed il foco de* raggi diver- , 
trenti he è più loàtalio ; 

Ì256. Gli specchi piani ^ éguaìménte che i convessi 
anno vedere i dorile lo abbiamo ^{^ròvato dì sopra 
!i238i^e 1249} r immagine dietro se, ed ih ùnai si- 
toatìohé conforme a Quella dell' oggetto • Ma gli spec. 
ihi concavi tìori pròducoifo questa effetto sé non quan- 
do l'oggetto impostò fra II foco de* raggi paralleli e 
(0 Specchio ; ed allora quésta imhiàgine e più grande 
kir oggetto^ Sia T Oggetto Àtì (/^. 104) posto da- 
manti lo spècchio' condavo EF^ è più vicina à questa 
occhiò che il fdocò de' faggi paralleli i I due raggi 
A^ > B/, che abbracciano le due èstrènlità dell' òg- 

:q^ e cde Senza V interposizione dello specchiò ad-« 
berò a convergere in ^1 sono riflessi più convcr- 

nti (1235) é vanno a riuiiirsi ìà D, formando iri- 
lòne uri angolo più grande: fanno dunque veder? l' f 
àgine 4 è più grailde deìl' oggetto . 

Ì257. Di più questa knraagine si trova pli .:.rvv : 
rò allo specchio di quel cIìp è Togger-j -. t < ;> 
davanti. Supponiamo A (fi. ipj ) un wt-'^ 

l[uè d' uni oggetto pesto più virino allo sp** » 

N i 



1^5 Trattato Elkmèntark 

Ài quello che lo sia il foco de' raggi paralleli F, di] 
qual punto parte un fascio di raggi divergenti, che ca< 
dando sullo specchio sono riflessi" molto divergenti 
( 1231 ) ed hanno per conseguenza il loro putito fit< 
tizio a più lontano: il che fa vedere T immagine die* 
tro allo specchio pia lontano che aoo è T oggetto 
dalla parte davanti. 

1258. Ma se l'oggetto è posto più lontano dalb 
specchio che il foco F de* raggi paralleli , come pà 
esempio in ^, i raggi e^, ed^ troppo poco divergenti 
quando arrivano allo specchio, sono riflessi conver- 
genti (1234) e vanno a segnare in E 1* immagine del- 
r oggetto. In maniera che se l'occhio si tira indietro 
unto , quanto è necessario , perchè i raggi , dopo cs« 
sersi incrociati nel formar V immagine , abbiano ri-> 
preso il grado d! divergenza conveniente , si vede Pi 
immagine £ fra lo specchio e se. La ragione di tìlk 
sì è che ciascun punto illaminato di un oggetto ci< 
venta visibile per un fascio di raggi ( ixpo). 
mo dunque di vederlo se questi raggi divengono pii 
ralleli o convergenti, il che succede quando Vi 
to non è più vicino allo specchio che il foco de'rig^ 
gt paralleli • Bisogna dunque che V occhio si tiri 
dietro al di là del luogo E dell* immagine , dove 
raggi dopo essersi incrociati ritornano divergenti. 
1279. Qiiesta immagine è s^pre in senso contr 
dell* oggetto • Tale e V imnugme è m dell* oggetto A^ 
(Ai* ^9^): 1^ ragione di ciò si è che non possiate 
vedere un oggetto intiero A B , quando non si fai 



^ Q i 1? i & i t Ài igj 

Mèo Inocchio H un contorso , di questi fasci di rag^ 
divergenti A E , B G , che pattono 4aIIe sue estremità 
l(ii^o). Ora, questo concotsó Aon può aver luogo 
icfic do^o ressero questi fasti incrociati fra T ogget- 
to, e lo specchio j il che non può fare an^meno eh© 
ton Rovesci T immagine . 

ti^o. Su questa proprietà dello specchiò concavo # 
di ràpj)resefttare cioè T imniaginc dell* oggetto davan- 
ti a ié, e noti di dietro, quando questo oggetto è 
|>65to jiìà lontano dallo speccfaìd del foto de* raggi 
paralleli ( ii$S)i i\j questa proprietà, io ^liisij è fon- ^ 
«tata la costruzione de* telescopi catadiottrici ( 1623)) 
perchè in questi sti'oménti non vediamo altra cosa che 
Vimma^ine formata tiel davanti dello specchio é 

t26x* Poiché i raggi paralleli chie: cadono sopra uno 
Ipecchio concavo si riflettono in maniera-^ià riunirsi 
lerso il ino foco ( 1254 }i i raggi lotari the possono 
àdere iulla superficie di uno specchio concavo , po- 
lendo essere riguardati cotfaé sensibilmente p?.r^)!Ielè , 
^vo0o tiuiiirst versò il foco di queì&eo spacchio , e 
^vi un foéo ardètit« (ii2o).. 

; i2é2. Poiché i taggi paralleli diy ile {fìg. 15^3) che 
didoi&O sopra uno specchio condavo m sono rifl^^ssi 
io maniera da riunirsi al suo foco F ( 1254) v r? se- 
^e che i raggi divergenti partendo dal f .»cr> F . ^ c^~ 
do sullo Specchiò sono riflc'ssi paralleli'; C f^om- 
ioistra un mezzo di mandare ad una gran di>::^r:;ra 
10 lume rriolto forte, mettendo per esempio una c^.n- 
la accesa nel foco t dì uno specchio concavo. I r-ng- 



1^ Trattato EiEMENTARE 
gì L nciati da que3Ca candela , e che cadranno sullo 
specchio saranno^ riflessi paralleli e formeranno un luo- 
go cilindro di una luce vivissima . 

1363» Se questo cilindro di luce fosse ricevuto so* 
pra un altro specchio concavo, i raggi che lo com- 
pongono si riunirebbero al foco di questo specchio ,•€ 
vi formerebbero un fuoco ardente • Questa esperien- 
za è stata ripetuta più volte. Si pongono due specchi 
concavi V uno davanti ali* altro , paralleli 1* uno ali 
altro alia distanza di 25 , o 30 piedi. Nel foco dell' 
uno si metta un grosso carbone acceso che si anima 
con un soffietto doppio ; e nel foco dell* altro vi si 
mette un poco d'esca. I raggi partendo dal carbone, 
« riflessi dal primo specchio , vanno a riflettersi aa^ 
che sul secondo 9 e(i a riunirsi i^l suo foco dorè ac- 
cendono r esca . 

1264. Se si mette un oggetto nel centro àinno 
specchio concavo, tutti i raggi che cadranno sullo 
specchio si ^fletteranno su loro stessi , perchè allpra 
r incidenza essendo perpendicolare , lo è ancora lari* 
flessione f I2i8 j. Così un occhio posto al centro/di 
uno specchio concavo non vedrà mai altro che » 
stesso, ma confusamente , t in tutta Testensionedil 
Io specchio » 



( 



Di F I s I c a. ip9 

Dello Specchio Elimco . 

i265« Là superficie di uno specchio elittico è quel- 
id^h dì una ' sferoide elitKca « La proprietà di questo 
specchio, che qualmente che l' disse hi due fochi, 
è Al riflettere ali* uno de' suoi fochi tutti i raggi che 
pactono dall' altro ; in maniera che se si mette per 
J ' esempio ad uno de', suoi fochi una candela accesa ^ la 
sua luce si riunisce all' altro foco • La formizione di 
un tale specchio è dijQSciltissima a perciò se ne fa poc 



oso. 



Dello Specchio Farshlico^ 



ti66. La superficie di uno specchio parabolico è 
quella di una conoide parabolica. La proprietà dique* 
sto specchio si è che i raggi che partono dal suo fo^ 
co, e clie cadono saUa»saa superficie sono riflessi pa- 
( rallelamente al suo assè^^ e reciprocamente , i raggi 
che vengono parallelametìte all' asse dello specchio 
cadonOr^suUa superficie, come per esempio quelli del 
sole , s^rio riflessi al suo foco . Dal che ne segue 
chrun tale specchio se fosse ben fatto, ma è diffici- 
lissimo ad eseguirsi, sarebbe un buonissimo specchio 
ustotio ; 

Dello Specchio Cilindrico • 

f . 1 267. La superficie rifletteate di un tale specchio é 

N 4 



2Ò9 ^ TRATTATO Elementìlre 
ctHtTcInca • Tale è lo specchio rappresentato (^^. r^J. 
La superficie di questo specchiò e composta di linee 
rette nel senso della sua altezza AB, e di linee cir- 
colari nel senso della sua larghezza C D, e qaesto 
si cliiama specchio misto. 

ii6S. Questo specchio ha la proprietà di produrre 
neir i^stesso tempo gli effetti degli specchi piani , e 
quelli degli specchi convessi. Supponiamo G F (fii* 
1^8 ) h sua^ altezza ; un oggetto A E che sia disteso 
davanti a lui : tutti i raggi che partono dai punti A y .4 
B, C, D, E, cadendo sulla superficie GF dellojspec- 
chio, ed essendo riflessi verso T occhio O , dovrebbe- 
ro rappresentar le immagini di questi punti in a y b^ 
Cy di Cj come Io farebbe un specchio piano (^1238): 
la dimensione dunque per questa parte non deve can- 
giarsi (1239). Ma siccome nelF altro senso lo spee- 
chio è curvo; supponiamo che qty {fig. iP9) rappre- 
senti la sua larghezza ; i. raggi Af , Lr , M/ , lìtf 
0;c, Psiy Fy, essendo riflessi verso l'occhio 2, fan- 
no vedere tutti questi puqti A ; L 1 M , N ec* , dell' 
oggetto nello spazio af-y il che diminuisce molto per 
questa parte la diinensiot>e dell' in^magine; proprietà 
dello specchio convesso ( 1249^. Deve succedete Io 
stesso a tutti i punti visibili che sono nelle altre li- 
nee BQP y CRH, DTI, ESK, concentriche alla* su- 
perficie dello specchio. Bisogna dunque che queste 
parti sieno estesissime nel disegno perche 1* immagine 
rassomifji a qualche cosa conosciuta •' 

1269. E siccome lo specchio convesso fa vedere V 



\ 



\t\ 



tesi 



immagine dietro lo specchio pm vicioa che non i t 
oggetto per dayatati (i2$q), questa immag|ÌDe inve- 
ce di essere giacente in ai (fig. 198) con>^ abbiami 

-^ detto dì sopìi2i (iiéS) y si trova ritta coij^e e g^ ed in 
conseguenza ravvicinata: altra proprietp:^d^llo specchia 
convesso ( 1250). 

1270. E se l'occhio s'inalza, come in K> l'altez- 
za dell* immagine aumenta della quantità g b ^ perché 
l'angolo visuale ( >2o8} diventa perciò meno acuto. 
127111 Nella maggior parte cfegii specchi cilindrici 

!^] la superficie curva è convessa ; pure se ne fanno al« 
tri , la superficie de* quali £ concava e scavata ^ Prów 
ducono presso appoco gli smessi efietti 9 pure con que- 
tta dififeTenza , che la superficie essendo convessa , ,y 
iamiagine è veduta dietro lo specchio; e quando è 
concava , Y immagine è veduta davanti allo specchio 
( 1258 >; perche V oggetto è sempre posto più lontano 
che fi foco de' raggi p^Mralleli . 

1272. Se si presenta al sole uno specchio cilindrico 
concavo, si vedranno i raggi riflettersi > non gii ia 
QB foco , ma in una linea luminosa parallela ^ÌÌ* as- 
se , e ad una distanza presso appòco eguale ai quarto 
4el diametro ^ 

Delh Spicchio Conici* 

" I273. ^^ superficie riflettente di un tale specchio ha 
la forma di un cono . Tale è lo ,specchlo-«ppreseiv- 
I uto (//• 200 ) • La' superficie di questo specolo è 



2Òp > TRATTATO Elementare 
ctHtTcIrlca . Tale è lo specchio rappresentato {fig. t^h 
La superficie di questo specchiò e composta di linee 
rette nel senso della sua altezza A ^ , e di linee cir- 
colar! nel senso della sua larghezza C D, e questo 
si chiama specchio misto* 

ii6S. Questo specchio ha la proprietà di produrre 
neir ì^stesso tempo gli effetti degli specchi piani , e 
quelli degli specchi convessi. Supponiamo G F (jii* 
jpS ) la sua altezza ; un oggetto A E che sia disteso 
davanti a lui : tutti i raggi che partono dai punti Ay^ 
B, C, D, E, cadendo sulla superficie GF dellojspec- 
chio, ed essendo riflessi verso T occhio O , dovrebbe- 
ro rappresentar le immagini di questi punti in a ^ b^ 
e y dy Cj come Io farebbe un specchio piano (^1238): 
la dimensione dunque per questa parte non deve can- 
giarsi (1239). Ma siccome nelF altro senso lo spee- 
chio è curvo; supponiamo che qty (fig^ 199) rappre- 
senti la sua larghezza; i raggi Af, Lr, M/, lit$ 
0;c, P;?:, F>, essendo riflessi verso l'occhio Z, fan- 
no vedere tutti questi punti A ^ L 1 M , N ec* , dell' 
oggetto nello spazio afy il che diminuisce molto per 
questa parte la di«iiensioi>e dell' imniagine ; proprietà 
dello specchio convesso (1249^. Deve succedete Io 
stesso a tutti i punti visibili che sono nelle altre li- 
nee BQj; , CRH, DTI, ESK, concentriche alla* su- 
perficie dello specchio. Bisogna dunque che queste 
parti sieno estesissime nel disegno perche 1* immagine 
rassomifji a qualche cosa conosciuta • 

1269. E siccome lo speccluo convesso fa vedere V 



i D.i F I » * e À\ - aof^. 

immagine dietro lo specchio pia vìcioa cb€ non i t 
oggetto per dayatati ("2250), questa immag|ÌDe inve- 
ce di essere giacente in di {fig. 198) com^ abbiami 
detto dì sopra (ii6S)y si trova ritta co^e e g^ ed in 
conseguenza ravvicinata: altra proprietp:^d^llo speccbia 
convesso ( 1250)» 
1270. E se l'occhio s'inalza, come in K^, Taltez- 
! za dell* immagine aumenta della quantità g b ^ perché 
l'angolo visuale ( >2o8} diventa perciò meno acuto* 
' iiji^ Nella maggior p?irtc cfegli specchi cilindrici 
la superficie curva è convessa ; pure ile né famio al« 
tri, la superficie de* quali S concava e scavata «^ Vtó- 
docono presso appoco gli si^essi efietti 9 pure con qut. 
$ta dififeienza , che la superfi(;ie essendo convessa , J' 
iamiagine è veduta dietro lo specchio; e quando è 
concava , 1* immagine è veduta davanti allo specchio 
( 1258 >; perche 1* oggetto è sempre posto più lontano 
che fi foco de' raggi paralleli • 

1272. Se si presenta al sole uno specchio cilindrico 
concavo, si vedranno i raggi riflettersi ^ non gii ia 
QB foco , ma in una linea luminosa parallela ztt as- 
se , e ad una distanza presso appòco eguakt ai quarto 
del diametro ^ 

DcìU Spicchio Cinici t 

iiy^. La sttpetficie riflettente di un tale speccEio ha 
la forma di un cono. Tale è Io .specchio «ppreseiv- 
uto (//• 200 ) • La' superficie di questo specolo è 



2Ò0 ^ TRATTATO ELEMENTARE 

cHitTcIrica . Tale è lo specchio rappresentato {fig*x9lV i 
La superficie di questo specchiò e composta di lioee f 
rette nel senso della sua altezza AB, e di linee cir- , 
còlari nel senso della sua larghezza C D , e questo ^ { 
si cliiama specchio misto. 

ii62. Questo specchio ha la proprietà di produrre 
neir i^stesso tempo gli effetti degli specchi piani , e 
quelli degli specchi convessi. Supponiamo G F (jf|« 
1^8 ) h sua altezza ; un oggetto A E che sia disteso 
davanti a lui : tutti i raggi che partono dai punti A y 
B, C, D, E, cadendo sulla superficie GF dellojspec- 
chio, ed essendo riflessi verso T occhio O , dovrebbe- 
ro rappresentar le immagini di questi punti in a » b^ 
Cy d^ Cj come Io farebbe un specchio piano (^1238): 
la dimensione dunque per questa parte non deve can- 
giarsi (1239). Ma siccome nell'altro senso lo $fcc- 
chio è curvo; supponiamo che qiy (fig. iP9)^ rappre- 
senti la sua larghezza; i. raggi Af , Lr, M/, Nf» 
OXf Pz.i F>, essendo riflessi verso l'occhio Z, 'Sfati- 
no vedere tutti questi pigiti A ^ L 1 M , N ec* 1 dell' ^ 
oggetto nello spazio dfy il che diminuisce molto pct 
questa parte la diinensioi>e dell' immagine j proprietà , 
dello specchio convesso (1249^. Deve succedetelo ^ 
stesso a tutti i punti visibili che sono nelle altre li- 
nee BQP , CRH, DTI, ESK, concentriche alla* su- 
perficie dello specchio. Bisogna dunque che queste 
parti Steno estesissime nel disegno perche l' immagine 
rassomi^^Ji a qualche cosa conosciuta r 

1269. E siccome lo specchio convesso fa vedere 1' 



immagine dietro lo specchio pm vìcioa che non i t 
oggetto per dayaatt ("2250), questa immag|ÌDe inve- 
ce di essere giacente in ai {fig. 198) con>^ abbiami 
detto dì sopra Ci2i68}9 si trova ritta co^e e gy ed in 
conseguenza ravvicinata: altra propri^t^d^llo speccbia 
convesso (1250). 

1270. E se l'occhio s'inalza, come in K> l'altez- 
za dell' immagine aumenta della quantità g b ^ perché 
l'angolo visuale ( >2o8} diventa perciò meno acuto. 

1271* Nella maggior parte cfegii specchi cilindrici 
h superficie curva è convessa s pure se né fanno al- 
tri , la superficie de* quali è concava e scavata ^ prów 
dicono presso appoco gli smessi efietti 9 pure con que- 
«ta dififeienza , che la superiScie essendo convessa , X* 
immagine è veduta dietro lo specchio; e quando è 
concava , Y immagine è veduta davanti allo specchio 
[1258); perche l'oggetto è sempre posto più lontano 
:he il foco de' raggi paralleli . 

1272. Se si presenta al sole uno specchio cilindrico 
oncavo, si vedranno i raggi riflettersi > non gii ia 
m foco 9 ma in una linea luminosa parallela ^tt as« 
e , e ad una distanza presso appòco eguale ai 4}uarto 

el diametro » , 

ì ^ 

DeìU Specchio Conkét 

tiy^. la sttpef ficie riflettente dì un tale speccbioba 
i forma di un cono . Tale è Io ^specchio «ppresen- 
to (//• 200 ) • La> superficie di questo specolo è 



20% Trattato Elementari • 
composta di linee rette nel senso della sua altezza j 
AB« e dt linee circolari nel senso della sua larghez- j 
xa C D s ma in maniera che tutte le linee rette han- 
no un puato comune di riunione A , il quale forma ;- 
la sommità del cono . Qaeste linee di diverse specie ^^ 
hanno fatto dare a questo specchio il nome di spge- r 
fhia misto. 

1274. Questo specchio ha, egualmente che lo spec- - 
chio jcilindrico'(r268 ) la proprietà di produrre nell* l 
istesso tempo gli cfFetti degli specchi piani , e quelli i 
degli specchi convessi. Supponiamo CKL (fit* *oi ) 
il taglio verticale di uno specchio conico ; e le due 
linee C K » FK due delle linee rette che Io compon- 
gono , e chcr hanno un punto di riunione in K « Qae* 
ste due Imee che xappresentano due specchi piani in- 
clinati 1* uno all'altro, ne devono atfcora produrre 
gli effetti . I raggi partendo dai punti A , B , C > cado* 
no sulla superficie dello specchio ai punti ^, h^ ì, ed 
essendo riflessi verso 1* occhio O , devono rappresen- 
ta re questi punti nella base dello specchio in*"an or- 
dine opposto a, by e* Bisogna dire lo stesso de' pun- 
ti D, £; F 9 rappresentati in i, t^f^ egualmente 
che di tutti quelli che si tre vano neUe circonferenze 
de'cerchi , dei quali qui non si vedono che le meta 
AHD, BIE, CGF. Ma siccome da ciascun punto non 
partono raggi semplici, ma fasci di raggi (1188J, lo 
specchio li modifica, come farebbe uno specchio con- 
vesse , in conseguenza 1* immagine pare molto piiì 
piccola dcir oggetto ( 1249) , e più vicina air occhio 



p i f i s i e A^ Z03 

che non sarebbe se lo specchio foisp putameste retto 
(1250;, N 

1275. Dopo quello che abbiamo detto (1273) si 
deve vedere^ nel ccntr© dell* immagine quel che è di» 
segnato nella circonferenza esteriore AHD ; e T estre- 
mità dell' immagine devono essere composte da quello 
che si trova nella circonferenza interna CFG » 

1276. E siccome la curvatura dello specchio aumen-^ 
ta semprepiù , avvicinandosi alla punta del coao» poi- 
ché i, cerchi che lo compongono vanno sempre dimi* 
naendo di diametro ^ ne segue che quel che è il più 
esteso neir oggetto diventa U pICi ristretto nell' imma* 
gine. Ecco perchè questi oggetti sono dì0icìliss!lni a 
riconoscersi senza il soccorso dello specchio . Ninno 
per esempio potrebbe sospettar mai che il cartone an^ 
ncrito (fig. 2®i) debba rappresentare nello specchio 
Dn asso di picche a chi ponesse rocchio nel prolun- 
gamento dell'asse del cono. I punti, 4,^, r,4,^,/,^i 
ce. della circonferenza interna formano vi* estremità 
delP immagine ,• e i punti j, 2, 3, 4, %y 6y 7, 8 del- 
la circonferenza esteriore vanno a riunirsi nel centro 
dell' immagine quasi in un solo punto , ^ 

1277. Questi due ultimi specchi, il cilindrico, ed 
il\ conico non sono di veruna utliiià, e sogliono ser* 
fìt solo per divertimento f 



104 TRATTATO Elementare 

De" principi àelU Diottrica, . 

1278. La Catottrica e una sciènza, che ha per 0^* 
getto gli effetti della luce refratta , cioè considera e 
spiega gli effetti della refrazione c^Ua luce qtfatido 
passa per diversi mezzi , come V aria , V acqua, il ve- 
tro ec. La réfrazione della luce è una deviazione cIì6 
soffrono i raggi passando obliquamente' da un diézzo 
hi un altro di diversa resistenza. 
. 1279» Qaasta réfrazione non si osserva che ne' 
mezzi trasparenti. Bisogna dunque concepire questi 
mezzi solidi o ftuidi come itìaise, 1 di cai pori allU 
neati in tutte le sorte di direzioni , sonò pieni del- 
la materia della luce y come ha pensato Cartesio ti 
ffnyibens ( 1 179 ) > o possono lanciarla passare in li. 
nee rette, come lo iia creduto Necton ( iiSo}.. Sé 
questa materia è animata da una parte ^ ella ttasmét- 
te il suo «noto attraverso da oda superficie all' al^ 
tra. 

1280. Vi sotio due condizioni assolutamente néces* 
iarie, perché la luce si rifranga, cioè, 1. che ella 
passi da un mezzo in un altro pia o nieno resisten- 
te» IL che la sua resistenza sia obliqua al piano che 
aepara i due mezzi. 

I28i. La quantiti di quésta deviazione dei rag^i 
della luce noa e la stessa in tutti i casi . Ella dipen- 
de, L dalla densità più o meno graade del nuovo 
tneizo nel quale passa il raggio di luce; pia questa 



D r Fisica. 10$ 

iensicà i più grande, tatte le altre cose eguali, magr 
;iore è la refrazione • 

izSZf IL Dipende dalla natura del corpo refringen^ 
e: se questo è un corpo grasso, uno spirito atdefi(-« 
e , la refrazìone è maggiore che non sarebbe se n 
'acesse in un corpo di altra natura » sebbene avesse 
a stessa densità • 

12J3. HI. Dipeùde dal grado di obliquità d'inciden- 
sa , colla quale il raggio cade sulla super $cie del 
movo mezzo. La refrazìone aumenta, con questa 
obliquità , e proporzionalmente a lei . 

1284. Se un raggio di luce p C ifig* iOJ- ) P*"* 
lair aria nelracq^a nella direzione p C fet^niicOr 
are al piano 27 ^ , che separa V acqua dall' aria , egli 
ontinua la sua strada hella direzione C P » e non 
offre alcuna refrazìone , perchè manca una delle con- 
Izioni assolutamente necessarie che è T obliquità d. 
DCidenza f i2$o). 

128J. Ma se il ràggio A C passa obliquamente dall' 
r?a neir acqua , in vece di continuar la sua strada 
1 lìnea retta nella direzione i^ B , prende la direzio- 
e C *t, avvicinandosi alla perpendicolafc t P ^^ 
iano D ^ , che separa i due mezzi ; in maniera che 

suo angolo di refrazìone P C ^ è più piccolo che 

suo angolo d* incidenza p C A . 

1286. Se r incidenza fosse pia obliqua. Ha rcfra* 
one sarebbe più coniderabile ; ed è sempre ptopor-» 
onale all' obliquità d* incidenza ( 1283 ); ^^ "^*^|** 
. che in tutti i casi, ntf quali i* mezzi non cengia:-! 



l66 Trattato Elème^také 

1)0, vi é un rapporto costante fra l'angolo di nùu 
spione , e quello d' incidén^^à • Se dutique in un grado 
d^ obliquità detetmitiato, T angolo di refraiiotte ìt 
quello d*iùGÌdeo2a$ éome i a 4-, iti uq grado d*obli« 
quìtà o più grande o più piccolo (guasti due angoli S2l< 
tebbero nello tteiso rappòrto. 

Da questi risultati ^e ne ^os^otió dedurre le ségtìed<i 
ti I^ggi generali 4 

1287* I. Legge é ì raigi ài lucè H rifrangono senl'^ 
pre y quando passine obliquamente da un mezjKji in ufi 
altre di Una densità ^ à in generaUi di una^resiJteH^ 
ta diver'sÀ*^ 

1188. IL Leggeri Quando Ulucé si rifrange passati^ 
do àa Ufi metxfi pia raro , in generale , p/A rtsi-^ 
Stente i in uno piU denso é meno resistente \ t angplé 
lii refrationt e piU piicoU che quello d" inddtntà ) / 
fnceversd * 

1289. IIL Légge. Per quante gran.de piccola sia 
la fefratiànèy il seno de* due angoli di ref razione è 
d* incidenza si mantengono sempre iti rapportò cosiatt- 
tt^ qkjando i metti sonò i medesimi ^ 

/290. Ordiifariamen'te i me22^i più densi sono quel- 
li che appariscono metio resistenti all' azione della 
luce , e che retidotio V angolo di fefrailorie più piccov 
lo che quello d' iocidenza (1281 ) : e al contrario t 
mezzi più rari appariscono più reststetiti , quando notf 
3iet^o corpi infiamtnabili come gli olj y e gli spiriti àr- 
denti ec. 

ti9ti^ Cartesid/f è Fermai considerano la luce cc^'^ 



me un corpo d* uaa grandezza sensibile ^ t ivi, quale 
ì, mezzi agiscono nell' fstessa maniera che pare che 
facciano su gli alcci corpi : e trovando che i mezzi at« 
Uaversati dalla luce producevano su quella degli ef- 
fetti contrarj a quelli che dovevano risultare da*^ prin# 
cip] meccanici , ciascuno immaginò un' ipotasi per ac« 
cordare in questo caso le leggi dell^ meccanica , del- 
le quali non si può dubitare , e gli effetti fisici cbt so-* 
ca quasi egualmente certi « 

1292. Si sa che quanto più I mezzi sonct iTensi piiì 
resistono a' corpi che tendono a separare le loro par- 
ti pcBeiSrandoli( 124 J* ora in questo caso l'angolo 
di refra^ione e più grande che l' angolo d' incidenza 
(1^9) ji perché la velocità verticale del corpo essendo 
diminuita dalla resistenza del mezzo , la velocità 
orizzontale influisce' di più nella direzione della dia- 
gonale che percorre il Corpo ,• obbedendo* a queste 
ftue forze nelle quali si decotlipone il sua mota 
{162). 

\%9l* Ma succede tutto it contrari^ ai raggi della 
luce : quanto più il mezzo che essi atrrayej^san'o è' 
denso, più il seno d'incidenza J^orpassa qile^Io dire-' 
frazione: dunque la velociti venicale^de'taggi e itf 
questo easo aumentatai , e succede loro tutto il con- 
trario di quello che pare indic^ina le leggi della mee-^ 
canica^' 

1294* Cartesio per' accordar ciò coli' ifsperienzà c(je 
aon poteva eludere i pretendeva che quanto più 1 
n^zzi fossero densi ^ più facile paissaggjo* apiìs^^ro^ at 
a luce . Ma questoi^ era il dare di questo fenomeno 



io8 Trattato Elementare 
una ragtdae piti capace di farne dubitare , die di ipie- 
garlo. 

it^f. Fermdt trovando che la spiegazione fisica di 
CéTfesio era impossibile ad essere ammessa , stimp 
mejglio ricorrere alla metafica , ed alle cause finali • 
Si ristringe dafic)u6 a dire che era conveniente-alla 
Sapienza dell* Autore della natura , il fare andare la 
luce da un punto all' akro per la strada del tempo 
più corto, poiché non va p?r la strada più breve» 
che sarebbje la linea retta. Questo principio non par- 
ve migliore di quello di Cartesiù. 

1196. Newton ha trovato più facilmente il modo 
di rendere ragione di questo fenomeno dandogli pes 
causa l'attrazione; pèrche questo principio mastra che 
il moto progressivo della luce non e solamente me- 
no ritardato in Un mezzo più denso, come lo ^élt- 
vtLCartisiof ma che è assolutamente accelerato, e ciò 
per r attrazione del mezzo più denso quando lajoce 
Io penetra . 

1297» Ni solo agisce sopra di lui quando il raggio 
b^ toe<:ato il mezzo recingente e'al punto dell'incideti* 
za^ r incurvazione del raggio comincia un pocoavaa- 
ti, «4 aumenta a misura che s'avvicina al mezzo rti 
fringente, ed anche nell' interno di questo mezzo, fino 
ad una certa profondità. Supponiamo che HI {fig* lo^) 
termini i due mezzi N e ^ , il di cui primo N sia il 
pia raro, per esempio, aria; il secondo più denso, 
cioè , vetro. L* attrazione de' mezzi sarà in questo caso 
come le loro densità. Supponiamo che PS sia il termi- 
ne al quale la forza attrattiva del mezzo il più denso, 



se- 



Di Fisica: 109 

s* estende al di dentro del mezzo più raro N , e el.e 
RF sia il termine al quale si estende V attrazione del 
mezzo più raro M nel mezzo più aenso 0. 

1298. Sia frattanto un raggio di loce A 4 che ca- 
lda obliquamente sulla superfìcie che separa i mezzi, ' 

piuttosto sulla superficie PS dove comincia razion- 
ile del secondo mezzo che attrae di pia • Ogni at- 
trazione facendosi secondo delle linee perpendicolari 
H corpo che attrae, quando il raggio arriverà alpun* 
to 4, comincierà a deviare dalla iua direzione me- 
diante una forza superiore , che lo attrae più verso il 
mezzo o cìie verso il mèzzo N » cioè per una forza 
jChe lo spingerà secondo una direzione perpendicolaA 
alla superficie HI; da ciò nasce che il raggio ^ al- 
lontana dalla linea retta a diascun punto del sux> pat«». 
Saggiò fra PS, ed R F che sono i limici al di dentro 
de^ quali agisce l'attrazione. Descriverà dunque una 
Curva a B i ft2L queste due linee • X Bisogna supporre 
cegnata questa linea curva , sebbene non siasi rappre* 
sentata che con due' linee fette 46, B^» che fanno 
Uii angolo in B^. Ma esjsendo giunto al dì là diRF, 
ti troverà fuori della sfera di attrazione nel mezzo 
N ( 1 197 ) i il che fa sì che sarà attratto in tutti i 
sensi egualmente del mezzo , e per conseguenza si 
avanzerà in linea retta verso C , secondo la direzip- 
ne della tangente alla curva sBi. 

1299. Supponiamo di nuovo cheN sia il m^zzò più 
denso, a il più ra^o-, e-HI la linea che li termina 
Sia'R F la distanza alla quale il mézzo più denso N 

Brisson Fis. Tom. HI. • Q . 



Ito Trattato Elementahi 
estende la sua forza attrattiva nel più raro oi il rag- 
gio A a avendo passito il punto a^ sarà a dire il ve- 
ro nella sfera deli* attraiiooe superiore del mezzo più, 
raro o y ma siccome quest' attrazione agisce con m- 
no di forza che quella del mezzo" più denso N> il 
raggio $* allontanerà continuamente dal suo dritto cam- j 
mino AM, e s* avvicinerà perdicolarmeftte verso Pi 
S : essendo dunque spinto cosi da due fòrze diverse, j 
avrà un mòto composto (i68), per cui invece di àf 
M , descriverà la curva aB m . ^ 

tjoo. Bisogna osservare cho T attrazioaè del tcmù 
più denso, per esempio di N, diminuisce continpa- 
iriente a misura che il raggio va avanzandosi da 1.^ 
verso i limiti dell* attrazione RF, a motivo cbe A 
trova sempre più un minor numero di parti che >, 
giscono; perchè più il corpo s'avvicina ad Rf, pia 
s'allontana dal mezzo superiore H, e più per coqsc- . 
guenza T attrazione di questo mezzo diviene debokiL 
Per questo motivo il raggio desctive una curva 
l^68)\ ^ / ^ u 

1301. Bisogoà osservare che la distanza tra P S, e, ^ 
R F/ limiti dell'attrazione, essendo molto picco» 
la, non si fa atie:nzione, trattandosi di refrazioofii 
alla parte curva del raggio; ma si considera cooc, 
composta di due linee rette AB, BC, o AB,Bm., 

1302. Si vede dunque cottie coli* attrazione si rcn* 
di? ragione di tutto ciò che accade alla luce nel suo, 
passaggio da\un mezzo in. un altro; perche (12^]. 
il raggio'aumenta la sua velocità verticale nel mezzo piiìi 



i) I F I s ICA: iif 

iènìò eh* egif attraversai fino che sia gibRto al puaCO 
ii dove le parti sòperiòri , ed inferióri di quesio cprpa 
igiicoho egualmente sopra di lui. Allora continua il iud 
Eatnmino colla velocità acquistata; fino a che essendo 
Iricmo a sortirne, le parti superiori di xjoesto mezzo 1* 
^traggono p;iu forterhenfe che le parti* inferiori /il che 
e JFacile a vedersi supponendo come abbiamo fatto 
1*1299) che N SÌ2I li mezzo il più dènso, é p il più 
l^rò. In questo caso la velocità verticale del raggio 
I B^ che è presso ai sortire dal mezzo N, i conti- 
^arirenté dimiouita; e la curva in B.m^ che descjive 
iella sua emersione è perfettamente eguale e simile a 
Meilà 4 B ^, che abbiamo detto ( 1298 ) averdescrit- 
^ nella sua incidenza j purcht ti suppongano paralle- 
• le sifperficìe che tefitiirianb il mezzo èefringente . E 
lest? curva 4 B in è in iina posizione opposta a 
iella della prirna 4 B ^ che aveva descritta • Final- 
^nte il raggiò Sotteddò dal mezzo it più deàsò^pas- 
' per gradi di ritardamentò che sono nel medésimo 
'Pporto , è heir istess* ordine , nia inversò ^ a' gradi 
accelerazione che ha avuto neir entrarvi . 
Ì303. Newton che tìeirarte di fare esperienze cri 
*1 pari supcriore cibe ìii quella di adoprarle, ha tro- 
ftp'i esaminando la deviazione dtì ràggio he* diversi 
izzìicbe rattraiiòne esercitata iulle particelle del- 
juce è in ragione della densità di queiti inezzi, 
^ure si eccettuano qutìii che fói^ grass> £ iAfiaìm'-- 
»biJi; 



© 



tÌQ4* Sì deduce ancora ila qae$to principiò deirat« 
trazione la causa per la quale U refrazioae si cangia 
in riflessione ad una cctta obliquità d* incidenza | 
quando ii raggio pa^sa da un mezzo più denso in uqq 
meno denso; perchè nel passaggio del raggio CBda 
un niezzo più densQ p in un .altro N che é men^ , U 
curva h h 4 che descrive ( 1298 ) i ingessa verso ijl 
mezzo più denso o da cui esce » Qra la proporzione, 
fra le sua obliquità , e la forz4 cbt lo chiama vfrs^ 
il corpo f può essere, tale che ^rivi alla $itaaziooq^ 
parallela alfa super^cie H t del me^zq « che egli ab- 
bandona ,t avanti d'easere sortito dai limiti PS, aeT. 
quali r attrazione di questo corpo agisce sopra di lui i 
e si vede che allora deve ritornare verso il mi zzo re^ 
friggente dal quale usciva ^ descrivendo una porzio-' 
ne di curva eguale e simile 9. quelU b B che nven 
descritta uscendf > e riprendere per conseguenza , dopo - 
esserf rientrato oel^mez^o , la medesima inclioa^ioaat 
che aveva avanti di uicirne « 1 

1 JQ5; Dal che ne $egue che quanto più ime^icon^ 
tigui difFeriscono la densit^ tanto rnenp x>bliquità i\ 
Incidenza vi bisogna perché cominci la rimessione; o 
ciò prova r esperienza ; perché il c9$q nel quale irag-^ 
gi Si rigettono alla più piccoU obliquiti d* incidcnsi^ J 
i quello nel quale lo spazio contiguo al ipe^zo f^ 
fringenie è purgato d'aria, dove il vuoto $* avvi 
alla perfetziooe. QsieitOjé ciò che succede nella maèi 
china pneumatica , nella quale quanto più 1' aumei 



b 1 F ì s re À.' li^ 

li vuotò , più ^foDtathtttìlt il tìtitttt unr raggio di 

'' i^éé; Si vede facninèntè 'che tjiiàiido ìì raggio A B 

bassa dà un nfézzò più irairo N in uno più deiKsò 0, 

la èefrizibfle non |>uò mai cànj^iarsiid riflessione ^qua- 

lin^6é siasi P obliquità d* incidenti peròhè. quando la 

late è yicirià ad abbandonare' il inttzó menò denso 

N^r altro ù che gli è cònfi||bò fcotniheià ad agire sii 

,« ìeij ed aùmétita ìà iba velocità verticale ( 1296 }: 

Così ella hoh può mai rimane): distrùtta in quésto pas» 

^gÉi^i poiché è ìì éddtrarid ptri^aMente aumentai 

ti. li taggid deila luce àòà t>ù& iiuh<]uè tìtkrnat ina 

^9é li tiieizò médo denso N: - 

y 1307. la ^pfe^ztoAé che abbiàiiiò data (119^,(9 Jr^j^ò 

è così Ì>ed d^àtcordo co* FéAooièAi > che è almeno prò* 

^abijè èssere V attrazione de' meziì che traversa la ìli* 

te qhéììà, che t)fòdac^ ìa reKazidiVé'^dè' suoi raggiatala 

loti àrdiremcf Ui àssiéiirarto^ perchè T ètft*SzioiD# cotne 

aie tiòn è provata bblli Secessarii chia*reii;a • 

1308. Pure i VèriÀ ii ilire che Vi 2 bh* ètceziéhc 
he diminuisce il Valóre dì questi rè^iefàziònè ; Sicòn* 
lo Niwion ( 1 ^03 } ^ è secóndo ì* èspèrietuui , V ài^ 
ìrazionè de* mezii sblìa luce'ètn raj^otìè difitta dil-t 
t loro densità ; hit nbn è hleAté menò Vero per fcoB* 
essioné dello stesso Newton che gii spiriti ariMnti e 
;Ìi òfU quantufaqùe menò Sènsi icieir aèqùa-, attrag- 
;onò più potentemente di ièi i taggi £ièila )uSe. Non 
i pottebbè égli difi tbé^ iitcOine i b^t della kce ^ 



414 Trattato Elem^entaA 
giscojDo con più for^a sji questi corpi per abbruciarli , 
che su gli altri precedenti { egualmente questi corpi per 
la loro attrazione ggi<conQ^oii..qmggior for;&a su' rag- 
gi della luce per rifrangerli ì Ma quello ^be ^coqcer* 
ta ancor più U fioiti;^ spiegazione si ^ cbe Iq potente 
refrattivf di ciascuno di questi corpi infiammabili pa« 
ragonate fra }oro non seguono il rapporto delle }wk 
densità) come ho trpyatp poli' esperienza . {r(fdf Mi; 
mor. dell' Accadt delU ^ùinz^e 4nn^ 1777. pàg. J48) 
Perchè Folio volatile di jreinentina che ha una mi- 
nor densità deir<4io volatile di spigo e degli oli fis${ 
d'oliva, e àX'jif^^^iftlt dolci, pure ha una maggior 
potenza refringente. Pajrjmentf V0IÌ9 volatile di ca* 
rabe \m una potenza refringente magguxrc dell* olio vo- 
latile di ramerino :|^ che ha p^ggipr 4^i<i^ dell' ,al^ 

y ijoy* Vi «onQ.,8ewpre parecchi rj)ggt di luce che agi- 
scono ÌBSÌ«.iiie*jper ^fgnarei; immagine d^ un oggetto* 
Ma questi (aggi poftfoao essere diversamente disposti 
celati vagente gli un) agli a}trf;. .f osfpqo essere e pa- 
ralleU fta loro^.Q^ coQvergenU| .0 divergenti, e k 
superficie de' mez^r ,refi;jngenti possono essere o piane^ 
o convesse, 9 ^piuqay.e ^ Ecco que^, c/iè succede in qu^ 
sti diversi ^asi^. dopo il principio «.(e leggi stabiliti 
di 3opra 0284 /^x*); ^ 

1310. I Supponia^no che La superficie del mezzo re- 
fringente 3ia piana> e che questo nuovo niezzo nel qua- 
le passa U luce $if più denso, o ^meno.. resistenK 
(1290) che quello dal quale sorte la luce. 



Di Fisica, 215 

13 ti. I raggi paralleK refrangendosi , conservano il 
lóro '(yaraUelrsmo tanto neir-entrarc che neir uscire 
dal mezzo refringétité , purché le due superficie del 
mezzo refringente siano elleno stesse parallele •! due 
raggi E A , E A , f |f^. 205 ) dopo d' essersi refratti av- 
vicinandosi arile perpendicolari!^, p, si trovano paral- 
leli come erano avanti . E -ciò deve essere seconda * 
.ptìiéfpj stabiliti di sopra , perchè il raggio' AC [fii* 
ioS) incentrando la superficie E F del mezzo refrìn- 
léiité^'non deve continuare la strada nella linea retta 
(?*<^, ma deve soffrire una deviazione al punto del 
contatto C , avvicinarsi alla perpendicolare- P f » ed 
atrivare in 4* 

1312. In seguito uscendo dal mezzo refringente, 
supponendo la^ superficie GH, parallela ad E F , deve 
andare in B» allontanandosi dalla perpendicolare Pp • 
qoanto' si era avvicinato nella prima refrazione 
( i^ lì), e trovarsi così^ parallelo alla sua direzione 
C 6 , che avrebbe conservato senza r incontro di un 
mezzo refringente • 

2313. Ma questo parallelismo non può sussistere se 
le due superfìcie K L , H I (fig. aof ) del mmò refriti- 
gléme sono inclinate V una all' altra , perche le due 
refràzibni, una neirengrare^in d, e l'altra oell'usci* 
re in ^ si fanno nello stesso senso ^ e dal punto B si 
vede l'oggetto A in e fuori del suo vero luogo. 



O 4 



tiió Trattato ^lemsktah^: 

13 14. I raggi convergenti divengono meno conv€f« 
genti , passando da un mezzo più raro o più resisteB" 
te , in un mezzo piùr denso o mena resistente ; ed il 
contrerio la loro conteri^fAza aumenta passando dal 
mezzo più denso nel r?ro , Vedasi la fig. 206 nella 
quale i raggi che dovrebbero cofivergerein Evann^.a 
convergere più lontani entrando nel metto refringet** 
te AD> ed ai contraria uscendo da B C vanno acon^ 
vergere in F più vicine^ che non avrebbero fatto «ca- 
sa questa refrazione . Ciò deve essere ancora aecon^ 
i nostri principi. Perchè i due raggi convergenti li^ 
fi (fig* 210 ) iticomrandcr la superficie I ti del mes* 
zo refringente f non continuano la loro strada verso j 
f ) ma sì rifrangano twicinaodosi alla perpendicola- 
re, e Vanna iti ./Er, il che li rende mena tonyer^ 
genti, • ^ 

1315. AI contrario sortendo dalla supertfcie hK u 
rifrangono ^lontanandosi dalla perpendicolare ^ e van- 
no a conrvergeré in k^^f'^^ vicino che* non avfebbeia 
fatto senza di ciò. 

131^, I r^ggt divèrgenti diverigonò tiiena dìvergttf* 
ti passando da un mezzo più raro iir uno più denso / 
ed al concrario la loro divergenza aumenta p^iunip 
da un mezto^ più densa itì uno raro. Vedasr la (fi* 
207 ) f nella quale 1 raggi che dopo essersi incrociati 
sono divenuti divergenti , diminuiscono di divergefftf 
in E, entrando per la supericele AD del nfe^zo refrirn 
gente , e V aun^tentano uscendo da questo mezza in B 



C . In fatti i faggi divergenti Ì^'é^, K^ (fy.Mé) in- 
contrando la superficie L IC del {iiez^o tc^ingeme nofl 
continuano Ijl loro strada verso Q , e G>ìna sì rifìrsMi- 
goDo avvicinandosi alla perpendicplai^e ^ e vanno ili 
f 9^9 il che li rende meno divergenti. 

1317. AI contrario uscencj^ dalla supettfcie IH# ii 
tifraagono aUontasandosi dài|a perpendicolare, e 
vanno verso Itedf^ U che li Huide pia diverj^éA- 

ti. ' '■ ..^ .•;;; ^^ 

1318. IL JSapponiamOt che la Superficie del vHèizòi 
recingente sia convessa g e questOnnuovo àièzzo nel 
qnale passa U luce sia piùt denso, ò mencia tesistencef 
(1290) di qaello 4al puale la luce ésces per ésémpfo 
che queU' ult^ina sia aria ^ e il mctzjo refringeìbte sitf, 
acqù;! ^ 

13 19. i raj;gi parafleìi diyengQfiQ 'convèrgenti • VeV 
dasi la (/^. 2it) che rappresentai, questp fenomeào^ 
Già dév^ essere aneorsC Secondò i dosttì p^ibélpj • Pet-" 
chi i raggi paralleli hiyfg (fif* i2^)<eadcfndo' oibli^ 
quament^ sul mezzo refrin^entQ térn^ùàto dalla su- 
perficie convessa g E 1 g fi le lord obliquiti éSseàderitf 
teùia contrario V una ali* altfa i devono nel rimetter- 
ti, e neir avvicinarsi ciascuna: alla perpendicokte i 
C, o / C tendere a riunirsi verso Tasse A fi • 

1320. Bisogna di più osservare che si rianisconif ai- 
Vnse A B tanto più vicino' alla superficie refringenlé 
X £ r , quanto più Cadono sopra un punto più lonta- 
no dallT asse v perche allora' la ioro iiìctden:tà' è 



21^ /^TifA^Ato^ Elementare 
ohlic^a fX2S|)! ^^st fl fif^io hi sì riunisce all' as- 
se Wj^', e u jaggio\dr iìóh si riunisce che in'D* 
"'i52i,'Sé i Vàggi^onogJà convergenti, quando arri^ 
yaho ii^Ia superficie refcingente convessa, o tendono 
if^ convergere jpr^cisamcnte, al centro della convessità, 
dovè ji loro i>unto nàtjjrale di convergenza si trova 
pia vicino atta superficie re/^ringèate che il centro del- 
la sQa curvatura : o questf raggi tendono a converge- 
re al di Jà di :qaesto stesso centro. 
. ijiiit Nel primo caso i raggi non soffrono alcuna 
déviazSohe (fii, ziì)\ l raggi eoa vergono in A come 
avrebbero fatto senza T interposizione del' corpo refrin. 
gente, berch^ vi manca una condizione essenziale per 
la'refrizìone ," che è 1* obliquità d' ificid'eriza ( 1 280 ) '. 
Perchè i raggi ef^ t db (fig> zij) tendenti a conver- 
gere ih'C, cèntro' deità ci^vessità sonò cSbmealtreiian. 
ti'^pffolùhgamehti de'rìlg^l'di questa convessità. 

1323. N^l secóndo 2aso, cioè quello nel quale i 
r^ggi tendono a c(M vergere più vicino alla superficie 
refringénte che il céhttb della sua curvatura , diventa- 
no convergènti ( /fg. 213 ) essi tendevano a converge" 
rè in t\ né vanno a convergere se non in B. Perchè 
il raggio.! A (fii. 217) tendendo al punto j^ dell' a<se 
AB, più vicino alla superficie refringénte h^f che il 
centrò C, avvicinandosi alla perpendicolare ^ C , si 
allontana da questa superficie, èva ad utiirsi coir asse 
versb ^ / 



]> 1 . F .1 s 1 e Af V zjp 

JiH^ Nfl terzo casoi cioè quando i raggi tec>dpn4 
a convergere a| di |^ d^l 9fitmo deji^ covessti|^ dc^ 
eorop rcifringeate, i ra^gi divengoqo: ffìi^; conveig^nti 
ifigf 214). Teedevano a convergere in Oj ecoumccW 
fffW in Cr perche , il; raggio grh^téi- fv) jendfidq 
aj^ppmo /'fieiraj^ A»ìÌ8, pi* l(int4Po d*lla 5uperifK:ìo 
refrUi^ente h //cbe.non è ìf <;enH^ C, avvicÌKH^ndQt. 
si^jlla perpend^c9Ute 4 C,,$i ayyiftlR^. 4 qoesu «.S0> 
per^ci^ e y\ ad uniirsi coUV^^fj: ^of.t fhe ìl i) p«»Q|o 
dove un altro raggio, venendo dall'altra parte 9 cqX\ì 
H9,^^9.i!^^ào^à' qh^jij^^ a con-' 

vedere cpp- questo XfS&^o fhf. Qjics^'è iJt ca» cKf 
piij copùnpmcnte succede.. , , . . ,. ; 

i3aj[..Se^ i. raggi spn, divei;geoù.ai:ffivftnrfp calla sa» 
perficie refringenxcvp^i^ lo n^eno p^4$HH> una parti 
dèiia loro divergenza {Fedaù In ff;r>V$^t Ucbepuù 
renderli sino paralle|i, a,e4, anche cpave^gepti^ I raggi 
divergenti 4 w , ^ if/*- ^1* ) » arrivafijlo . alla lupect* 
ficif refrin^jente 1»^/ vfiM>n yanno in |ii)e^ r^ua Hcf.$ 
e in ^*, ma soffre cias(:bedano iin fefrazione , che 'Avh 
viciaandoy a^e. perpendicolari f^C,, r C , l.i. f9 49(l}rc$ 
verso ^, ^ ^, e dinjiousce la loro divergenM» ' ^ 
J^l6^ Se arrivando alla superficie refringente i ragn 
gi fossero «aolto meno divergenti come [i raggi 4^%- 
ed f /, ciré il caso il più ordinario, le |,oro refraziQ^ 
ni .^ renderebbero convergenti verso 6 1 



ili» TuÀtTÀt*» tiÉknìj'tÀkt 

''■ijafi ^lippòbUttio ffattàotò che 4 fag|i deìU'Iòcé 
^esilio dal taetM deiiio ià Un ttiékò ràfò^ *' ictié 
fuetto nttftfco'iètfM iùl téUtitiibita ià mi ioj^tfrÉcU 

o: »$k8. t ii^ piiaiiéU àiHtlgbéb éóavèi|iséiiti ; Ikl^ 
elle t tagg) pìi^aileli Jfit|( (fi* ii$ì àrtivàihiJé >Ì' 
ia la^'eriicid còiiviiisi ^ D (* inVè6e <fi tdntiUtuVè' li 
totQ Midà là ììntt tratte yetió fiA hi Vafattd i.éórt- 
^rgtfré ib k i iÌÌ0<K«MftÌddii dille t>«i!^^tidié0liiti'jt 

c»Àe. :■''■' •'•'■■ ■■■' 

132S). I liUÌ tòAHtiè&ti àtirehiéàò pia éòtìvèè^éÉ^ 
ti« Sieild iVaggt iV,*ti i :qaaH ieiita din|iani^td 
di iaetio andrebbero verto M eé • ^ 2d iàdi à Hdtiir- 
Ai ad Uba ^tfl '^iiùlriza ,' mediante la i^iìtiotié iiaé 
iùàùoò i vabrid i timitii ih pi allOàtati^iiidtei ^allf 

iììtì. Sé i talgi tòno ^ivcréebtii' ò A loto '^titS 
iìitdclltf di divergènza cfotòcìdé col c:«ntró <j della 
edtoVe^si^ch'é il ceAtro C éètìi vài éatikiitài Ò li 
éftRrà idi/cbé né è pii^ lòbtabÒ. 

■'iiiU ^el Màìo éas* i raggi Cìi, d^ tièìt soArd- 
'Ad aldoba^efr jiiofid } perche èssendo i èìrggi ftèisi 
dtlla cdDveiiità iD ij A6A Vi i òl>ltqùìtS d'ind- 
deb«i.' 

T33à. Nei ééeoadd case i raggi riiri partendo dal 
pdino r, ndii Vaniid in /, ó in ^; ma alloiitààìiDdd- 
iì dalle' perpendtcoiari « C , C si portano verso x t 
)i é diventano così più div'er^emi ciie non éran*^ 



O l F I $ I « a; zìi 

lilì* Nel tcr^Ep caso i uggì divergevi « e ,it $ dU 
veogaoo mcQO divergenti , parchi in vece d' andar» 
m«o '7^ e.^ 9 si riserraoo verso /ed à alloDtaiiaodosf 
d^Ue pcrpeqdicelrt 4 C » ^ C • Possono divenir paralle^ 
li ed aache conveirgentu secondo U maggiore o mU 
oor divergenza che bàiiQO qt^^ndo arrivaBo alla sa« 
perdete f Di. 

1334. IH. SupponiamP cke la superficie del metto re^ 
friogente sia concava,^ che questo noovo mezzo , nel 
qq4ilc passa |^ Ipce? dia piò denso che quello dal qua^ 
le la luce esce* Figoriamoci cbe siano i due me^ià 
acqua» ed aria» 

I535* I ^^aiggi paralleli divengono divergenti (fii* 
220 ) perchè i raggi paralleli éifCdiifii^ 224 ) arri- 
vando alla superficie refriogente concava ifhi $i ti^ 
frangono avvicinandosi alle perpendicolari fC^ S ^^ 
il cbe li rende divergenti t 

I336« Se i raggi sono convergenti, qiiatido giungo^ 
no alla superfìcie concava > perdono per lo .meno una 
parte della loro convergen|a ifig^ tii)^ e possono 
sino diventar paralleli 9 ed ^nco divergenti,* perche i 
raggi ai^ e df (fig^i^) che tendono aconv^treOt 
divengono convergenti rifrangendosi, e avvicinandosi 
alle perpendicolari / C , e ; C , e non si riuniscoiMi' 
cbe in i • Se fossero meino convergenti , la refraziono 
potrebbe renderli pjralleli ed anco divergenti • 



ili 'Trattato Elementare 

iJhtjj^.'Sevi tìlgjgi '«ono divcrgeiiti ^ quando ghwigòhd 
iiti *iuperfìcié refrìngétite concava ^ò il loro puntò di 
étótve^gehia ti trova {)recis^nientei aì deiitró^delìa iòn- 
Cavità 4 o si trova più viciiio alla ^upetficie féftingeil- 
ié;ché tiòn è il centrai o èi trova p\\ì lontano ; - 
r'ijjà. Nel pHimo éasò i raggt^ ^ iiorr ' soflfronò àlciitili 
deviazióne ; perché non hanno obliquità d' incidenza i 
feicbè ì riggi C <^i e C^ {'fiié'iióy tonò raggi di 
fyìeiti concavità : còtftifiuitfiò duii<{ùé la loro stradi 
tà .*F, ed in ^, come Vivrebbero imcT ittita. T interpol 
iizioné del meixd rcfringetìte i' ^ • "y 

1339 Nel secondo caso i i'aggi divengono tiiéfid 
4ivèrgfenti.(/?^. 223): perchè i ditifc raggi divergènti i^ 
^; e k^Xfig. t3Jt>> MW^ece d* andate in dy e in A, 
V^nno verso aéCi àvvidtlAhdoii zVié (^rpendicòìari / 

1340. Nei terzo caso, e quésto i il pni comune, i 
àeggi. diveilgoiiQi più divergenti (fig. 223): perchè i 
tóggi Ibi éélé (fig. 216), che dovrebbero indare in 
^ , ed in ir , vanno in i e in è per là refrazione che 
iòffronO avvicinandosi alle perpendicolari /C « e ^ C ,' 
èio%\ diventano più divergenti che non erano. 

^34'* Supponiamo ora che i raggi passino da iin 
fteszo'd^nso ili uno più raro, e che questo mèzza 
dtifnsò sia terminato anche dall* altra parte da una su- 
peificie corttavs^. 

Ì342; 1 raggi paralleli divengono divergenti. Per-* 
ch3 i raggi paralleli dd gi {fii* 227) arrivando alla 
Superficie concava e D i^ invece di continuare la lo- 
to strada in linee rette verso fi e verso h si portane^ 



.,. JGl-i • fi SI e A- ,2^3 

verso nty e Pi 3jllo.ntatìandosi dàlie perpendicolari C 
4i C h'y il che li tende divergenti . . 

1543' Se i raggi- sono- cotìyergenti,,© il loro puntd 
il convergenza tende precisamente al centro "C della 
:oocavita e Di; o tende ad un punto, conie^'« più 
micino a questa concavità 5 che non è il centra Cdcl- 
1 curvatura i o tende ad un pianto / che ne' è più 
ontano. 

^B44* Nel primo, caso i raggi 4<, hi non soffròtiò 
Icuna refrazien^ ; perchè essendo .prolung^aitìehti de* 
^S£> C e^ Ci ddla coticavità et) ì non tanno o- 
]ìquità d' inc;4er^za • .^ 

1345. Nel sedendo. caso t raggi, q è^ r i tendendo 
convergete al putito n piò vicino alla Superfìcie 

oncava t) i ^ c^ non è il .suo cen^^p C , vJHnó a 
ionir^i in 0, allontanandosi dalle perpendicolari C 
> C i a il che li, rei!id« ,più convergenti che' non cf- 
mo- . \ ' 

1346. Nel terzo caso ì raggi divengono al contrariò' 
ièno convergenti. Perchè i raggi s Cy t i che'tendof- 
fì^turàlménte a. .convergete il puntd //al dì là del 
n^ro C della (Concavità é D 1 , vaùno , allontanando-^ 

dalle perpendicolari C ^, C f , a riunit'ii in i^, più 
intano che nqn avrebbero fatto sepsta la loro t^fri- 
one . Se fossero poco Convergènti ^ arrivando àlhf 
pertìcie coricava é D i la reifràziiòne jfjotrébbe fender- 

paralleli , ed adcbe divergènti # ., 

1347.1 raggi divergenti arrivando àlìa superfifcie* 

incava e D i div^rigoiio pia divergenti. $ieno i rag- 

E r, E I divergenti del punto É, i quati^ sedtat fi 



114 TKAttÀtO lL£MSNtA&E 

rangiamento del mezzo andrebbero verso i» , ed ;v ; ei 
si 5t portano mediaote fa refraziòné the soffropo» al 
lontanandosi dalle perpendicolari C e, C i, verso i 
e ;;,» il che li rende più divergenti. 

1348. Il rapporto del seno dell* angolo d' incidenti 
al séno deir angolo di refrazione è costante, quaadc 
i mezzi sono gli stessi f 1286 ). Se la refrazione si li 
dall' aria nel vetro , questo rapporto sembra più gra» 
de di 114 a 76 , ma minore di 115 a 76 , cioè pressa 
appoco come 3 a 2. Vi è per dire la verità qualche 
differenza nella quantità della refraztone ^ secondo li 
diverse specie di vetro ; ma una grandissima precisio^ 
^e non è necessaria assolutamente « 

r449# Se la r^ftaztbneSi fa dair aria nell'acqua A 
pioggia o distillata; C4rfr/iV ha trovato che il rappor-i 
to del seno dell* angolo d' incidenza al seno dell' air« 
golg di refrazione è come 250 a 187 , cioi presso ap- 
poco come 4 a 3 • Newt&n lo ha fatto come 529 a. 
346, che appresso appoco è la stessa co'^i;!* 

1350. Poiché il rapporto del seno dell'angolo il* 
incidenza al seno dell' angolo di rèfrazione è daU*t-. 
% ria nel vetro come 3 a a ( 134S); e dall'aria netfi, 
acqua come 4 a 3': se là rèfrazione è in una manieri 
contraria, cioè dal vetro, o dall' acqua nel!' aria , que; 
sto rapportp s^ì nei primo caso come 2 a 3 , e ofl 
secondo come 3 a 4. 

135 li Un raggio di luce che cade sopra una superfi- 
cie ci^rva, tanto convessa che concava |i rifrange ntlla^ 
stessa maniera che se cadesse sópra un piano tJingeoMj 
alla curva nel punto d' itnfìdéùz^ . Perchè U curva e li 

super- 



•. >^ M V 



B- f- F r « f e a; iiy 

Bperficie piana die la tocta hitnno una [iOttione ìu- 
Ditamentc piccola , che è comune fra loro . Dunque 
iiando otia raggio di lucè si rifrange in questa pie- 
ola parte è la stessa cosa che se soffrisse una ce-: 
razione nel piano tangente . 

1352. Dopo qe€l che abbiano detto (1309 e sfg.) 

\ frcìl coM il render ragione delle apparenze dtglf 
iggetti yeduti attraverso diversi mezzi . Poiché i rag- 
p divergenti £^,£4 {ft. aio) divengono p?à' Ji- 
vtfgeoti passando da un mezzo denso in uno pia ra- 
te: terminato da superficie piana (1317) , ne tregue 
àe hanno il loro punto fittizio # di riunione più vi- 
DBO cfae-il loro punto reale E • Dunque se V occhio 
l ^uo nel mezzo raro , gli oggetti situati nel me^- 
IO denso gli appariranno più vicini che non lo sono • 
Da ciò ne viene che il fondo d'un bacino pieno d* 
kque apparisce elevato » e fa si cbe il pesce , e gli 
Miri oggetti , che sono immersi nell* acqua ci appari- 
icano più vicini alla superficie» di quello che 1q so- 
lo io effetto. £ se l'oggetto i un poco grande le 
be estremità appariscono più vicine , il che lo fa ap» 
irire curvo. 

1353. E siccome i raggi convergenti ih^ gh au- 
Itatano h convergenza passando da un mezzo den- 
in UBO pìi? raro terminato da superficie piant 
13x5)9 né segue che si riuniscono più vicino, co- 
le in 4 » ^ ^be faaiK> vedere V oggetto gì sotto un 
tigolo gl^g più aperto, e lo fanno inconseguenza 
indicar più grande. Cosi li pesci, le pietre, le pian. 

BmsiON Fis. Tom. IH. P 



%%é TUÀTTATO ElIMS^tAi^C 

te y ec. appariscono più graadi neli* acqua i cbe nell^ 

1354. Ma siccome Succede il contrariò quando! 
T3i^g} ^ssano da uo mezzo più raro in uno più deo* 
so .'Siccome in simìl caso i raggi divergenti d^vengoBo 
meno divergenti./ 1)1^^ e i ra^i convergenti tneno 
convergenti ^-TJT4 ) , ne segue che gli oggetti poftì 
fiel Arezzo taro devono apparire all'occhio situato nef 
m^zzdr denso più lontani e più piccoli di quello cbe. 
Io sieno infatti é I pesci cbe sono immersi nell'acqul^ 
vedono in tal maniera gli oggetti che sono posti ncL^ 
r aria * 

ììelle Lenti. 

^355- ' vetri convessi 
vorati da due parti in 
%te^S0f terminati da una parte 
superficie sferica convessi ^ hinno la proprietà di ris^ 
aire i raggi delk luce che li attraversano.* vale> di^ 
re, rendono convergenti i raggi pairalleli ( 131^ ^ 
lìiS): aumentano la convergenza de' raggi già con- 
vergenti (1324, e 1329): e per lo meno idimi90>- 
acono la divergenza de' raggi divergenti sino a reil« 
4i2^rli pariglieli, ed anche convergenti ( ^325 j^ilì^hj 
In maniera che dopo aver sofierto le due refrazii 
una nell'entrare, l'altra nell' uscire dil vetro eoft?^ 
vesso > i raggi di tutui le specie tanto paralleli » 
convergenti , o divergenti , si rifinifCono fotmadi 
degli angoli più aperti, e fanno per conseguenza fc^ 
der le immagini degli oggetti più grandi ( laoS ) 



elle Lenn • 

si o le lenti ,^ cro£ i corpi ihi 
forma di sfera , o , che è lei 
la parte e dall' altra dt uni 



6 4 -Fisica:». I47 

^uéilò che sìeno gli oggetti me^eiiini. ì raggi pà* 
tlièd^ t àt if$g. %%:iy^cH:iwi^ \\ refiraxiontf 
si ridairebbero giammai, traversàodd la lente 
1BÌ riuaiscono in /foco d^' r^gg^-parfileli . I raggi 
tergenti A </, ai ^<kc seAzi' le . cf fusioni andreb- 

> a riuoiffi in Zi tti^éi^ttio :ìi Jeòte si riuoi- 
\ìo in h y formando un sku^oIo più aperiò • ì raggi 
irgtnti §ài ce cbe setiza le refra^icfni atìdrebbe- 
illòrìtàtiaodosi , nel iraversarc , la lenir si : riunii 
id in ^ . La por:^ione e e dell' oggetto apparisce 
qùe sotto V angolo vA g ii\. ed in èooiegoenzadel* 
rafldezzà A 4t ec« .: 

I5é. L' Immagine delV oggetti apparisce dietro al- 
ante id on ladgé più lontano (:be quello oelqua*' 
situato r oggetto. Già viene dal divedircf i rag- 
ciascun fasciò che parte da ciatèutf punto dell* 
tto (1190^, meno divergenti per motivo delle 
zioAi ( 1325); ed hanno ili COf(segia«0za il loro 

> fittizio di riunione più Ipnurio/ 11 puntò 1t 
22^)'veduto attraverso alla lente fkm apparisce 
ac in /. / 

j7. Ma (ierchè 1* irrimagi?»fi dell' oggetto sia vc-^ 

dietro alla ledte, bisogna che T oggetto sia si^ 

più vicina alla lente che non è il foco / ( fig* 

de' raggi paralleli i perchè se l'oggetto fosse in 

K 229) più lontano del foco de* raggi paralleli^ 

;i di ciascun fascio arrivando alla superficie m 

lente, essendo troppo poco divergenti, attfaTSC- 

ì la lente, diventerebbero paralleli ed àlicher 

P 1 



/ 



%%% Trawato Elementare 
convergenti (ij*), ip no»: aviebbero puntò fittizii 
di riunione.- «on si vedrebbe., dunque T immagini 
dietro la lente r ' r 

1958. Ma te questi reggi diventano convergeniì, 
quest* immagiiie |Hiò farsi vedé^e^al di qvià della len 
te. fra la lente e Tocckio. Supponcamo C (/ir- i^ti 
il foco de* raggi paralleli della lente un ;f , e lin Of- 
getto posto al di la in AB. 1 fasci de' raggi A a, 
B«i, partendo da ciascun punto , essendo troppo^fo 
co flivcrgeritt Dell'arrivare alla lente , divengono ce» 
vergenti traversandola y e vanno a segnare in ^A 
una immagine rovesciata che puè essere distinta <ÌI 
un occhio postò \xk B , cioi ntl plinto dove i r^(i 
dopo arver segnata ^r immagine, incrociandosi baaiio£ 
ripreso il grador di convergenza conveniente , . é doid 
tutti i fasci <:he vengono da ciascvn punt» possoM 
convergere al iUftdestmo occhio . 

135^ QuMtia tmmigine è necessariamente ravCf 
serata « perchè vi j sono fasci di raggi che soa^ 
incrociatr fra 1* oggetto e la lente, i quali possaoi 
in seguito convergenti airistesso occhio. 

1360. Quesu proprietà delle lenti di formare ^ 
vanti; le immagini degli oggetti lontani è il pn* 
cip]o''sal quale è fondata la costruzione de*tc^ 
scopi diòttrici, csome vedremo frappoco ("1574)* P^J 
che ih un tale telescopio le immagini e non 
corpo sono quelle che fanno T oggetto della 
sione • 

1361. Le lenti fanno entrar neir occhio, raggi 



1 



r t> 1*1 ti C-Ai ^ iXf 

àtì^ di loro nmi vi enferebbero ; perchè léndotìO 
bi lufce meno divefi^iite ( ìi^^fO* -Vti ouetit ragion 
be questi vetri~ct ò^mb redèré gli oggetti c^D^^HKifi- 
gior cbiarexza i lìia- dall' altra patte.- vi . sono partc- 
tbl raggi riflessi e s^rpagliati Qeir\èntrarf » oel. «or?- 
lirei « ntìh. grossetzs;>dél -retro^: it^^elm dì0ììn\à$ùe 
qèalèhé vo)(a:la ebiatt^tea {Au'che^n ranmeota. U 
citiiitoae de* raggi V' • ■ •. r^ -> , 

i^e»; Quel che si guarda ttlrfeversÀ una leale «^ 
lÌmMf^SLfp^tì$cr4eSoxm€è €i4 sfegoe a#prttt«tto qdan- 
deT oggetto è grande» e la lente . à^rita eoo vessa » 
^è'vUot^ gtr;QAmtdeUi réfraziònéfJn'ctt èomo* ^4 
lpt1 per tutd r<pB9tfk&;inotAWridcll!Dbliquhà d*inoì» 
lÉÌau per ciaséùn ' raggio {viti U P^ nas^'' dalli 
dfvàturai djpUa soi^rfitiei e i>erebè' i divèrsi punti 
Mriggsét* esscndor pofti a diverse diatantf da que^ 
Ca iupèrficir (9251)1 i raggi che ne partono» vi asri^- 
'an'è eott difirrenti fgi!a*di di divergtpBà , iquellt eh* 
tvcCfBd'di pia lodiaod essendo niefio^^i vergenti 
iitSV)» L^:istessti cÉpse' possono (aifé' veliere confala*- 
Iharti tferm^paiÀi didl'oggetto mentre che ahrè si vé^ 
ledo <iistiotaBien(e . Ciò si conosce sot^rateiitiio all'ex 
l^eiirità deir imniaginev quahdo le lenti, ^ono idi un 
Bdi tnoltO' t^érto « perchè k frazióni degli of^ 
ì della leete non coAcoftono con Quelle del ne»- 

X3«). Così la cotvatiKa sferica che A dà t tutte 
e sorti di lenti non è la pia propria a far coover* 
Mre i raggi nel pia piccolo spazio. ^ Se si prenota 00 



ajO TilATTAT# iEifeMEMTAM; 

piano ài luogo dmr^ i riggi V iocrocitno ^ $i oiierr 
che forinano Ufi piccolo ;cetcbio che. ha tanta màgio 
Uvghettlk qoaow pli| è larga te nipécficie. sferica cb 
riceve i raggi incrdenti ; è questo è ciò che si ehia 
ma dtefnéti^^ déUMjfericics, hft curva parabolici e 
iporboltcà^ iorebBè la più idonea a .riunire i raggi, 
ìéia. sarebbe tropjfo difficile ad iDveiti «dalli abilità di- 
gli artefici , ed anche con quella cj^rva non vi si rii- 
wirebbe^ perchè tntti i raggi della hsce noti seno ^ 
-gnalmente «'efoai^bili ^ conae Tèdremo in aft|pit( 

Uì95f e H^*-)-- ^ ^ ? '^ j 

13^4; Poiché irraggi che passaiuk: per gli ^rU ddbj 
lènte nen eobcoilioiio con queliti cke passane iWf 
Tasse ( i^óz^Ji 9ifl il: in maniera di lion riicevedb 
quando la lente :ìdìoa aia acròiiiatieE ( i&^ >; si co^ 
pre dunque còfnimenicbte T estremità della leitti 
-perchè i raggi che passati» verso il suo aasè: lormaM 
l'iramagioe la pia precisa e la piQ terminata. Vii 
dunque una gram diffcrenva fica gli effetti delle UM9 
relativameiife airoérica, nella- quale si scelgoj3«irtt- 
-gì tutti che passano verso V asfe » e i lonD efiètii ie> 
lacivamenJte al potere di accendere i corpi , ssel qd 
caso i raggi degli orli soi^io quelli che proito- 
cono ìt maggiore èfictto C Hai j ,e che bisogi»a fiff* 
curarsi!. 



• / " Di F 1 s r c a . 131 

•' D9* Fictri cmtdvi . 
^ X365. I vétri concavi , v^Ié a dire quelli che sono 
^ ttrminatida una parte e dall'altra con una superfim 
Iferlca concava » banno la proprietà di sparpagliare i 
^ raggi della luofe the vi passano attraverso » cioè rea« 
' ióiio divergenti i rsÉggi ptrallcfì ( 1335, e 1341 ) 
' aédnenranò la ^ivis^enzt de^aggi gii divergenti 
( 1340, e 1347 ); e diminuiscono per lo meno la 
6oì!iyergenxa de* raggi Convergcnri sino a renderli pa*- 
éiiVleU ed ancìbe divergenti (133^» e 1346 ) ; e eie 
nrticedé in tutti t cast dopo cbè-tianno sofferto le lo« 
M Vef rarioni , una nèll* eittrare ; V altra nell* uscir* 
^àl^ vetro concavo» Cosi questi vetri prodocono tr# 
Retiti osservabili. 

1366. U Facino vedere gli ometti piò piccoli che 
lioh lo^'sdno; perchè i raggi A4, 8 e (fig. ^'^i) par- 
Iferido dalle estremità dejroggeuò AB, è che smsui 
I* infterposizìont del vetro còncavo C G^ HE atidreb- 
feerÒ a riunirsi in D, lion vaonò , '^dopo le due. rem 
pitóni die soffrono -traversando U vftra> a riunirsi 
d&ei in F; e hnùo per;cotisegaenia^ veder V oggetto 
A 'é tatto r angolo ^ F ^ più piccolo che V angolo 
AFB, SQfto il quale sarebbi* vedQto i' oggetta a« 
non vi fos^e il tetri^/^E vero ^cbe vi tono «leccasi, 
Bt* quali dopo la priana rcfraziena in 4^ ed in # poa* 
s^no i raiggi conservare un grado di eenvergensa ehe 
cenda a riunirli in Mggior vicinanza al vetro che il 
centro della concavità G I H ( 1343 }: allora la* 
setonsa refrazionc si farebbe in senso contrario 4^1a 

P4 



iji Tf ATTAtO ItlMlHfìill 

prima e tenderebbe 2^ renderli piùconvergenci(f J4)}; 
ma siccome T incidenza de* raggi in/, ed io i iion 
pu^ giammai erere cosi obliqua quando in d ed int.» 
]a seconda refrj|zione è neceiuriaoiente pia debek 
della prima, e per conseguensavincapace di compey- 
sarÌ9,« Dal che ne segne ebeii|; tatti i ctu VìfOr 
magifie deve apparire più piccola .die . non i V og- 

a3*7. IL Fanno vedere V DggBtto . piìft v^tno chr 
tolla setitiplice vista. Ciu^icherepop. la distaaxa d^» 
ogt«tfol A) ( fig. ajal )^/àL pp^to dt riimiono vero 
o fittizio de* raggi diverge^U cjbixompongonia. i (aiti 
che vengono da ciaicun pvnto 4eU*oggettai (1191)' 
ma questi raggi divengono più divergenti travarsanda 
il vetro concilio '(][34o e; 1347 ): il ponto dji ria- 1 
mone fittizio ^ diAque più vicino» co^ie in 4.. Sei , 
faggi nella loro incidenza sul vetf^ concavo coBfl^ 1 
vano la loirò divergenza ( 1338 )> perchi il lotopoa- 1 
to di divergenza è al centro della concavità ^ 9» P<^' 
tendone una parte ( 1)39 ) , come fanno^, i. ragp 
B^ , B r (^f. 133 ) la ce^siont che foflftono in i 
t in / neir uscire da questo y^rp ( 1347 ) facendei^ 
io senso comrario'dellA prima» ed essendo più gran- 
de a causa della ntaggiore ojbjiiqiiità d* incidema 
( 1183 ) fa più che coimpcnsare %uesta pìLrdiu>Sa 
li rende più divergenti cbe non erano: rifli^oaagifit 
adunque vedou in if:» e per conseguenza Avvici- 
nata. : 

J3<8. IlL Fanno vedere l' oggetto coi miiioc cbia- 



D i F i-« I « A ; 3^3 

ntta i ftcelid la divervenga delta lact è Jhwcocac» 
(i3^5>). Non ne emra danqae nella pupilla quanta 
n' genererebbe seosa di ciò. Tutt^ questi vetri hak- 
BO va foco virtuale» che se il vétro ^ concavo dal- 
lo due parti si t;ova a mna distanza dal vetro eguak 
alla metà» de* due raggi delle due coaeavità . prrse^ in- 
ateme. Ma se il vetro è concavo da una parte ^ ^ 
piano dell* altra ) il suo foeo virtuale è ad una A: 
etaiSiza eguale al diametro della sua concavità. . | 

..I36p« I colori sj^ila.proprìefì.dtlle diverse parti 
della luce separate Tj^ne d^lle altre per refrazione f 
lifletsione» o altrigienti» per le quali essi eccitano in 
noi: diverse sensaitioniy secondo la differenu del lo- 
xo^gtado di refrangibi^tàs e secondo la gi;andfzza> 
la figura , e forse il g^ado di velocità del mpto delle 
|#ro^ fatticene, quando vengono a fare Ia:lorq im-' 
pressione suU* orgai^o destinato. 4 ffarcelt vedere > 

ì|7o. V* è una gran differenza di opinioni sid co- 
lori fra gli amìcbi e i moderni^ ed anche (ra tè di-^ 
verse sette de* fisici attuali . Secondo 1* opinione d* «^- 
rist0til€^ che era quella cbe altra volta si seguitava , 
R riguardava il colore come una qua^^^ cborisjcdes- 
it oo' corpi colorati^ e r indipendente dalla^ l^ceV jL 
che non [Nò essere cpine frappoco Iredremo ,» 

I37J. I Cartesiani non essendo Soddisfatta, ili 4«t« 
Ita opinione hanno detto i che poiché il corpo colora- 
to no» era applieaté immediatamente, ali*^ organo del- 
U^^MU pei prod^rao la aensaziuae del toloro, e poi* 



X 



*J4 TRATTATO EÌeMIWTARE 

thè ifimii corffO potrebbe agire ini Doserà wnsi len. 
2a QD contatto immtdiato, bisò^^tiava idon<}ue ^e 1 
cp^p! colorati ìnm contribuissero alla seniaziont del 
colore ebe Aediaòte ^Mlche meziM , il quale tiseii. 
4Ìè. rniisso lai moto dalla loro azione» la tniiimttesil 
stiio^aìr orgaM della vista . Hanno aggtonm the poi- 
ché 1* organo della vista non è nella taicurità aflbtto 
ila'^orpi colorati; bisogna ebe il sentitiieiiio Jlrl co- 
lore fia Sólamente prodotto dalla l«ce ehè mèice V 
organo in moto ; e che i corpi colorati debbano es- 
aere considerati come corpi che riflettano la luce eoa 
Certe modificaxioni , venendo la diyersiti 4e*i:()lorì 
dilla diversa tessitura delle patti 4e* corpi» che li 
rende idonei a dare una tale^' o tate altra modifica- 
xfóhe^alla luce » come ancora^tfalU iivetsiti del mo- 
tò dHfe particelle ttéitt 4clla lifte, - 

I J7a'* Ma a Nt^9n sopratCutCo dobbiaradr U vera 
teoria de' cblòri ^ 'la quale 2 fondata sopra eie ve 
espiferi^ze*; e che dà la spiegazione ^i tatti i 
fenomeni : Ecco in quel che censiste qobstt teo« 
ria,-. 

1373* tMssperienza fa giudìcarèf che i raggi della 
luce sono àsanpbsti di particelle » te di cui masse so- 
no diverse fra loro: almeno alcune di queste parti- 
celle banno» come Bon se ne saprebbe dubitare > 
maggióre grossezza e magt^ior (èrza dèlie altre» e 
perdo sono più capaci di conservare la ^loro velocità , 
ed èssere in conseguenza ment» {^leviate dalla loro 



>'-D r F I Me a\ »3S 

éittziottt WLt^nU'i perchè qu^ito in ona sta^oxar 9* 
soira li riceve M ràggio di iMt S (^^ 13^; jopw 
ilb <orpo refr ingente D » qveito taggto 0on si rifrftów 
^fe liiticrsimente- in 0d piimo M, ma ki àmie e li 
i^vliiidèper così ìdìre in patecrbi alcri raggia gli pni 
^^i|itfli «ow> ve^ti 4iào Ui^M^ e gli alcri dà M 
tino in Ni in inaniér^ :chè le^krticelle cher.banno 
la naittor ioTxa lon^.quelte che VaaiMe del voifQ 
ivfnogente & fa ^deviare !ii più tfaUa loro strada ceti- 
lilìnea^'# I^ ^peoiinidare. verta Mi e g^i aieri a misura 
che baoQO pia foraaednrwio meno e pascano più vK 
dm ad N> alKiocariiaiiJIoii «mio i^aUa toro dirctiov 
Be.'patoraJèv>-Iv":<''. '.'^'a ■ rsnr -e 
j<i37i^;;St fiàiiTi^ delia liKey fche pfer. 1« pift 
difl^risconb fra'Iqro in Mrangibiikày tono >pàl:iit)en«* 
fe^il^lU che >difieFÌ$ooìio il pin ino colore } e .qoestt 
2 «ma verità .dédòenuta :da vqr lAfinità d' éiperienve» 
Le particelle le?fiiiì.:i«frad:e 90nò pei> esempio quellfl 
che formano i ja^r-viofetti, e 'Ctòcenccede ^eeoadA 
of^i appireligsA^ ,;cpercbi: ipitté particelie avendo lo 
minor forza, sono ancora quelle cbé urtando, meni» 
l!<^^aiw . dello JviAa; W feccitaAb leiminort >ilmK»<H 
41 W e ci col|(ifeoo^/Hi conseguili» colla s^tmàsioM 
da) ^;54tre-ìl menoi^rte o il meno vivo, quale ò H 
^olet^o. Al contrailo le partieelte che it rifrangono 
mefio » costiinieMnpì^ raggi del cok^re rosso $ fercb^ 
queste particelle avendo più foraa colpiscono l' orf»^ 
00 con maggiore eiìergia^ eccitano le vi)>ra'j(ion( le 
più sensibili;, e eiàgno afietti dalla lensaaionl^. ddl^CTOt 
lore il più vivace > quale è il rosso» 



,:^^ó Trattato ELEMB^tAitE 
ryiijj. L* Ahre::paivii<^lle esìien4o s^pa^ate neiristés^ 
naiBanierat cda^itHio secoQdoJe loro jforze; re^e^ 
thre, produrranno perie;div/»rse .yibrationi cht eccir 
lcrannò,le diverse .lensaziooa -de* oolori idcemedj^ 
egoàlmepte che k^ .partieellc dell': tri a .fceiuno,-. •ai- 
tando le loro ii^iiv^rjsi 'vibrazioni ireilpettivet JN. jdifiB- 
'xenci?aertfamò'ni wfaééi (:toi4>i<r< )^ •.«; 
'^ I3;764^ colori. deTrafgi cc^s) aepacati ^ non e devono 
. tiferò' e jguardad come tstmplicifiiodifiiatìooi tccUte- 
Uii di queste ptiii^^Aggt^ mar totse propcitrà' che 
tonoiloro neceisariamesce aat«!sstv ^i iche coasistttD 
teO^ido tutte levapparentt ndbt/niaita , : odila graó* 
dezza, e per conseguenza nella forzai dtllé loro par* 
tketlè •< DoYr^kbjeffOjdaiahioe tatrn aflUQiitabilL,*t inM« 
pafifcìli da que^r fagct, cioè qètsti;! colori non ^ 
trebboro alterarsi dt vériina refctzioilfe 'O riflóisìontf^l 
e qoistor 4i eiò dte retperitbza^*sieOfìbttmétite'^tOflfer^ 
ma:fercM'per qoanti :ffet%i/:sìtnsr jyttf per separare 
con -ooove re£aEÌoDÌ «o ràggio colpnto • ed onoge'' 
oto qotlunqoe 4lxto dal prisma» npn fogiamtfiai ^OH 
libile di ri'oscirvfj, . - • ^i' 

'i^^fi'E' vero chef alle volte aìtftbno'-tftilii' tjipt^ 
i^eifti decomposioioiii di colori ^ siia«^«e»ti.'aootf colò» 
ri dbe ii sono Ibrioati riunendo #à^|^LdtMi^eilfi'<oW^ 
ri, od allora non & maraviglia cbe to ttF^aziotfohc^ 
eia ritrovare qoe* raggi *'che ti eroiurtdopmi per fòt^ 
nttr<f questo colore # i^ 

ij^Sé Si pQÒ dunque dire ^ vi soflo due sorte di 
colori y gli usi primitivi 9 omogenei t semplici, pso^ 



D f F' I s I e A. ajt7 

dotti «falla l»ct omogenea ,'òda^ ràggi che hinoojoi 
9CCSSO gk^o'cli^^efrangìbilttà, e che tono còmpog^iA 
parti dfCIFÌs^eisa naisai-e ih^lU me^lesima forsaz.éi^ 
li^sonò il fbf^jHfé ^4* 4rdfkÌ4t0 ^ il gidllo ^ il virii^ t 
éttx^rro ^ rinddcp]j il vhhn§^ «tutti i loro tiiwA 
colori'^; ''^i àltti, fecondar} ; eterogenei, composti 
<fe' primi, o del miscuglio de' raggi di di^'ersa* refras- 
gibilità* . i*. . 

1179. Si 'possono produrre, per mezzo della com- 
posìjrìone; ^é' colori fecondar] simili a^cplori primiti* 
Tr^^-quanto alla fona e al colorito, ma h^n rappoi^to 
alla ^rmanenza ed immutabilità. In questa maniera 
si forma 4* aranciato <cofa ékl rosso e con del giallo ; 
del verde con del giallo e dell'azzurro ; deirindaco Coti , 
dell'azzurro e del violetto; e in generale eoo' duo 
colori fra loro vicini • Ma pia un colore è composto » 
meoo égli à vivo' e perfetto , e componendolo di più 
in più, si viene ad estikgwrlo affatto^ 

rjSo. Mediante la composizione si può arrivare an« 
Cora a formare de' colori che non rassomiglino a nis«o 
sano di quelli della luce (omogenea ; ma 1' efietto il 
piùi sid^olare, che può dare la composizione to'eolo-^ 
ri primitivi si è éi produtre il bianco o il brillante 
della luce solare; egli si forma impiegando, a uà 
certo grado , i raggi di tutti i coUni primitivi . Que«< 
sto i quel 'cHie fa che il colore dHla luce sia bianco » 
non essendo altra éosa che 1* unione de' raggi di -tutti 
i coleri mescolati e\ confusi insieme. 

zjti. t raggi del sole traversandlo un prisma trias- 
golare D^ (fìg*^3^) danno fialln parete opposta j;^Aj 



icinvigine Jȓ diversi Colori MNt che iqno iirossdj 
l^^l^tK'Utd» il giaU0^ il vérde i F azztìrrQ^^.r iod%- 
411^:^ il ^ioleicd* la irsigio^tt m ^ che i rag^|divérr 
taiilf«^ colorati tond 4et>arali gli iii^i dsLgiì altri p^ 

I^t2. LM.i;ii«agioe ifUÌonti toòA i toficU ttii bU 
4lUDg4 « rotondata alle 4ue esttètiiità « la sua lun- 
ghezza eguagliando circa drtque volte la Sua latghez- 
aa 9 quando 1' 4ngol9 del ptiìfi^ f di ^^^^^ tà^z 6$ 
|r4di«,La ragiotii sr^ cbe ^JneSi' iotutiagto^ è fonnat^ 
da tutte U ìinni^girli ciColari cbd 4^ tiaiciuia< . specie 
difierente di raggi % < the atìtìcit>aiìp le ùoe sull^ eli- 
tre , secoffdo la (oiu della tefraDgibili^ di 4tt«stÌ 

taggi. 

' llljtf I raggi cbe Jantiò il giallo sotio più deviati 
4al $uq[ Cammino rettilioéo cb? qufUi che danno il 
tosso} qttelii cbe danno il vérdi ^ piiJL di quelli cht 
datino il giallo^ e Cosi di $eg{|ito éitio a quelli che 
danno il violetto , cbe sono i pia allontanati àiUi 
Strada rettilìnea di tntti. 

1)84^ In consegtìenia di qdastò priocipid sit s^fagi^. 
tÉHt attdrno del proprio aue il prisma sul quale ca- 
dono i raggi solari in maniera cbe U rossori- aranci* 
ato, il gisiUo eo. cadano Snccessivarhiente Sopra iin al- 
tro (>risnia fitsé posto ad una certa diSt^aza dal ^ri- 
mo ^ come per eseftipio a là piedi; é cbe i taggi di 
qùfèsti diversi éolori sieno per Tavainti paisati gli uni 
dopeì gli altri per un' aperturit posta fra i due prisnii , 
i raggi rotti , cbe somministretanno questi differenti 
fàggi 5 non si getceraMc» (otti ntiristesso luogo ^ mi 



» ì t i ti e £ i . i3f 

gii uni ai diiopta dagli altri , se V aot^^. tefriagéntc 
j io iiMSOi perché essendo pid rcfcangibill gli uAÌd«r 
gli ahri 9 ion« pia toni dal leeqiidcr prisma ^ come la 
sono stati dal pritiio é 

r}t5« Qp^^'^ scoiplicef esperienza aitate di meno ( 
«lecisiva t ed è quella pet la quale Ntygtt^n tolse tottf 
le difficoltà nelle quali V aveva gettatp la prima ^ e 
che Io ba intieramente convinto delU corrispondenti^ 
che vi i fra il colore e la refrangibìlitsde^ raggi delÙ 

t%t6. I |:olorì de* rj^gi separati dal prisma aoiipo^* 
4onp capgi^r aatiira i né distruggersi i quaatunqu^ji^ 
questi raggi paesino per un mezzo illuminate ^ e s'in- 
crocino gli uni Cògli attti (xio6j %% si trovino vicifti 
j|d un' omiira anche densa , sieno rifl[essi ò totti in 
quaiuBciae maniera i dal che si vede che t (k)Ìori non 
aono modificat'oni dovute alla refrazioaè tf ^ila ri- 
messione i ma proprietà imfliatatnli ed sld^enti alla uè* 
tura de'rag^rf y 

iltj. Se per metzo dt uri vétto lejitieolariiod'^una 
l|§tccbib cmcavo ti v.engono a rianircf tutti i, diversi 
raggi colorati che dà ii pttsiÉe » si Ibrma i) bianco ^ 
liKcef questi medesimi taggì ebef tutti tìqnìti Ialino iot- 
atiato^ il biancfe f danno dopo il punto della ,|oco ri- 
unione^ cioè al di là dlel punto itf eui #" iiierocian0 ^ 
gli ttt%%\ colori ciie davano uscendo dal prismi i Ma 
io un ordine rovesciato a causa dell'^incrMi^nieBio 
^' raggi , La ragione i chiara ^ (ptrchè il . raggio es-, 
itnda bianco avatnii di esserf diviso per m%%W del 



\ 

\ 



240 Tb^ATTATO tiEMElIrARE 

prisma» dfevt esseri» ancora per la riunione delle sue 
' pairtì , che la dirersa refrangjibilirà aveva allontanate 
V une dalle altre « e qaesti riunione non fòb in alca* | 
oa maniera tendere ^ distruggere o allontanare la ni- 
Cura de* colori: devono essi dunque riapparire dopo es- 
sersi iRcrociatt. 

13IS» Parimente se si mescolano in una eerta prò- 
porzione del color rosso ron deir aranciato , del g ial* 
Ito, del verde, dell'azzurro, dell* indaco « e M vie* 
l^tto, si verrà a formare un colore confpoKo che sari 
biancastro ( cioi presso appoco limile a quello che li 
fa mescolando uh poco di nero coh del bianco ) , e 
ch2 Io Sarebbe imierameme se non si perdesse e noa 
si assorbisse qualche porzione di questi colori • 

1389* Si forma eziandio qn colore che si avvicina 
al bianco tingendo un tondo di cartone dei diversi 
colori , e facendolo girare rapidamente in modo che 
non possa distinguersi alcuoo de^ colori in partico- 
lare. 

13 PO. Se ad un raggio solare diviso dal prisma 
(13S1)» e che forma allora una immagine colorata 
bislunga, si prcseifta \in grosso vetro tinto d*uBo de* 
colori primitivi e un poco carico , per esempio nn 
vetro rosso , non passeri traverso di questo vetro che 
il color 'rosso- che formerà un* immagine tonda • 

1391. Se si applicano 1* uno suU' altro due vetri gros- 
si , e colorati uno di rosso ^ e T altiQ di verde produr. 
ranno un* opacità pesfetta , qi^antunque ciascono di essi 
preso separatamente sia th^spaVente ^ perchi uno di essi 

non 



D i F i f r e a; 141 

on lasciando passare che t raggi rossi , e 1* altro i 
iggi verdi, non può giungerne alcuno air occhio, 
jando questi due vetri sono riuniti ; perchè il primo 
on lasciando passare pet esempio che i rossi , il se- 
jndo non ne riceve che de* verdi , i soli che possa 
ras mettere . 

13^. Se si £anno cadere molto obliquamente so- 
ra la superficie interna del prisma i raggi solari; i 
aggi violetti si rifletteranno , e i rossi ec, saranno 
rasmessi ; se si aumenta V obb'quità dell' incidenta , 
)i azzurri saranno pa1riment« riflessi, e gli altri trast» 
sessi; il che nasce dall'essere riflessi più facilmente 
ine' raggi ckfc hanno maggiore refrangibilità l 

I39J. Se due prismi tono posti in maniera che il 
osso dell' una delle immagini , e il giallo dell' altra 
adano sulla medesima parte d' un piano , l' immani- 
\e apparirà aranciata. Se si (k cadere suU' istesso pun« 
il giallo dell' una , e 1' azzurro dell' altra ; l' ini- 
Dagine apparirà verde ec. Ma se al riguardano queste 
inmagini attraverso d' un terzo prisma , la lìefrazio- 
ne J16 separerà in parte i colori } in maniera ch^ il 
^iroo sarà rosso ad, un' estremità, giallo all' altra Ve 
irtociato nel mezzo ; il secondo sarà giallo ad una 
utreniità , azzurro all' altra, e verde nel mezzo'; 
il che nasce dall'avere i dae colori, da' quali è 
composta l' immagine , diversi gradi di refrangibilità 

1394. Tutti i corpi, e principalmente quelli che so» 
sio bianchi , essendo guardati attraverso d' un prisma 
appariscono come ricamati parallelàtnente alla lun- 
Briss. Fis. Tom. III. Q. 



%4^ Trattato CiEUtirtAict 

gbezza del prisma da una parte di rosso e giallo , t 
dair altra d'azzurro e violetto. Cìpeìiti ricami sono 
r estremità di tante immagini dell' oggetto ^ quanti co- 
lori vi soiia iitìla luce , e che/ non cadono tutti nel 
medesimo luogo a motivo dell^ diverse refraagibiliti 
de' raggi . 

13^5. Quando i raggi che traversano, una lente con 
vessa (iii9y e 1329) sono ricevuti sopra un piano 
avanti d' esser riuniti al foco , gli orli della luce ap* 
parisc'ono rosseggianti ; pa se si ricevono questi rag- 
gi dopo la loro riunione , gli orli appariscono quad 
celesti « perchè i raggi rossi essendo meno refratcì 
r<383}9 devono riunirsi più lontano, ed in conit* 
guen'za essere i più vicini agli orli , quando si poogi 
il piano avanti il foco; invece di che, dopo il foco, 
si sono al contrario i raggi azzt^ri riuniti ì prinit 
e*devono racchiudere gli' altri, ed essere cosi verso , 
gli orli ( 1425 ) . ■; 

1396. L'estensióne proporzionale de' sette intervalli ^ 
che contengono i sette^ colori dell* immagine ( 13I1) 
corrisponde presso appoco all' estensione proporzioni- 
le de' sette tuoni della musica . Qpesto è un fenome- 
no ben singolare: ma bisogna guardarsi dal conchio- 
dere che yi sia qualche analogia fra le sensaaiMi 
de' colori, e quella de*- tuoni. Perchè non solo que- 
sta proporzione, non è esatta, ma di più è differen- 
te secondo le d^erenze che si trovano nella naturai 
e le densità de' vetri de' quali son fabbricati i pris- 
mi. 

1396. Qiiesta teoria di Ntyft0É sui colori 2 fonda- 



Di f ì * i t Aé m 

à $epra nn bel segaito d' esperienze \cbe ha fatte , i 
Ielle quali se oe riportano qui le^pcindipali • 

£sfiri€nte sulle iu4li è foniéid U Teoria 
de* C elori • 

iifj. ' Se mediante uii tubo T ( fit. i34 ) situato 
ir imposta d* una finestra si fa entrare un raggio so* 
ìtt SI in una stanza^xoscura , va a formare sulla 
tiuraglia opposta , o so^a un piano bianco che so 
|i presenti «n^ immagine ^ circtolare I semplicemente 
aminosa^ e che non ha altro colore che la lu^e del 
ile . \ 

1^98. Ma se à qucfsto medesimo faggio solare si 
'esenta TangoU D d* un prisma, lmmediatamei;ite si 
alza in una situazione quasi orizsontale P M con 
! seguenti circostanze « I. (X^iesto ràggio pare dila* 
ito in forma di ventaglio ( 137} ) e forma sul pia* 
ji'K L un' immagine lunga M H INDtonda nelle 
tremiti ( 1381^ 1 di cui lati soiió sensibilmente rèe- 
linei . 

il99* n« La larghezza di questa immagine é egdalf 
' diametro del cercltio luminoso , che il raggio sola-^ 
segnerebbe in I seinza 1^ incentro del prisma (1397)} 
il che si può eoncludere che il raggio a«m é dilata* 
I che in un solò Senso (137)) • 
1400. HI. Questa luce (efratta af^parisce dal irisìna 
Qo al piano K 1 1 ^on striscie diversamente coloraf 



^44 TaATTATo Elementare 

*^ ( »J74)> « r immagine M N, che ae è foi 
porca gli stessi colori nell*. ordine che segue di 
in alto: rosso, aranciato, giallo , verde, azzi 
ìndaco, e v^letto ( i?78 ^ e 1381^. 

140 1. Ciò deve far pensare che la luce i un ( 
composto di parti essenzialmente diverse, I. | 
grado di refrangibililà j IL per la proprietà d'ecc 
in noi la sensazione di diversi colori . Questa e 
re la conseguenza che ne ha tirata Ney^tén. 

1402. Da queste due differenze devono risultar 
effetti , de' quali abbiamo parlato ; L Una imma 
più lunga che larga (i^iz) e il99) perchè il ti 
non e dilatato che in un senso • 

1403. IL Un* immagine rotondata nelle estri 
( 13^2 ) , il che nasce dall' esser formata da un m 
ro indefinito d'immagini circolari ( 1^90)^ che 
tictpano le une sulle altre ( 1382 ) il gran nun 
delle quali fa si che i lati squq sensìbilmente t 
linei . , , 

1404. IIL Che i colori che si osservano nelf 
nsagine M. I^ risiedono veramente nella luce , 
che si vedono per istriscie dal prisma sino al p 
K L, 

1405. IV. Che i raggi ona volta separati apparii 
no ciascuno sotto il loro proprio colore del qual 
cingono gli oggetti, che essi illuminaao. 

z406. Vi sono dunque cella luce sette specit 
^2egi«(i37S) capaci di farci vedere altrettanti coh 
senza contar tutti quelli che somministreranno ci 



ti ì P t 3 l t Aé^ ±4$ 

té tàtizé-titae inttfmiedie , e che conci in huitiero id^ 
Infinito r 

^ t4o;^. E' facilic assicurarsi che qeesce apparenze ticn 
k>DO nlodifìca2ioni acrcidentali , ma proprietà ineiciì'^ 
:i, t costanti nella luce ( I7^y6) i Al raggio gii ri^ 
t^tto, come abbiatno detto (1398) si presenti un aù 
;ro prisma, AB {fig\^l^)i ma situato in senso con- 
rtarlo del primo > cioè in guisa che il suo asse faccia 
iQgolo retto coir asse ddl primo è Se lutti cjuesti ti» 
Setti non nascessero se non che da ùnà modifìcaziona 
Mia luce prodotta dal prisma y il secondo dovrel^be 
^é in larghezsea quel che il primo ha fatto in lan- 
(Iiexza \ donde dovrebbe risultarne un* immagine qua« 
bara ÌAm N^; pure non segue cosi .. L' immagine 
lon à che inclinata come M N , 6 si mantiene co« 
Ntantementei della stessa larghezza -$ ed i colori sono 
l^pré gli Stessi 5 e sitnilmente situati respettivamen<» 
N gli uni agli altri. L'inclinazione dell'immagine^ 
^ é il solo cangiamento che vi sia in questo caso» 
irirtie dall' essere i raggi , che sono stati rotti dal 
t^ittso prisma, rótti ancora di pia dal secondo AB. 
^Ksti raggi conservano dùtique costantemente il lo^ 
i^ grado di refrangibilità » egualmjtnte che i loro co^^ 
bti ptoprj , 1 quali sono inalterabili , ed appartengo^ 
feo inseparabilmente a^ raggi cbe^ li portano * 
' i4oStf si può ptocurirsi il piacére di vedere succesf-' 
imamente tutti i cerchi colorati^ di eui é formata l'^ 
kunagine, presentando al raggio refrattò de' vetri co# 
>rati degli ^i%n\ colori dell' immagine 5 di tinta moU 
^ Mticai {ilZo)4 Siccome aiascuno di questi Tetri 



Xi 



t4^Ó Trattato Elimbntare 
non lascia passare che la specie di luce il di cui co 
lore è analogo alla sua trasparen^^ ^ in vece d'ai 
immagine lunga si ha a eiaseuna prova un* immagine 
rotonda , ma uniformemente colacata , e il di cui dia- 
metro eguaglia quello del cerchio luminoso » che noa 
avesse provato alcuna refrazione. Per avere un*immi> 
fine ben tonda bisogna, prima di presentare il vetir 
colorato al raggio refratto, far girare il prisma sfl| 
suo asse fino a che T immagine cesai di discendete p« 
cominciare a risalire . 

1409. Siccome questi vetri colorati lasciano quii» 
che volta passare altri colori che quelli che sonoatth 
loghi , perchè hanno troppo poca grossezza o il 1(M 
colore è poco carico ; si sari piiì certi di vedere sg& 
cessivamente tutti i cerchi colorati facendo la seguesr 
ce esperienza. Dopo aver refratto il raggio della lui 
«e col prisma SVT (fig. 238 ) si presenti al ra^ 
refratto a qualche distapza T'una dall'altra , due 
vole PQ,, pf » con un piccolo foro in ciaschedi 
Xf e Xf dopo la seconda tavola pq un secondo pei» 
tM s V t posto aeiristesso senso del primo* Sftst^| 
girare il primo prisma SVT sul suo asse fiìlii)\ 
e successivamente facendo passare tutti i raggi da' ffifì 
ri X » ;ir e per il prisma s v r , si vedranno tante i%| 
magini tonde , ciascuna del colore del raggio che 
produce ; e ricevendole sopsa un cartone Y y si 
serverà che il giallo va a posarsi più alto che il 
•o, il verde più alto del giallo « e così degli altri 
no al violetto, che va più in alto di tutti CijS)) 
ferchè questi colori sono più rotti da questo 



■ Drf F I s I e A • 147 

risma ael rapporto ftcsso nel quA sofio stati rotti 
al primo. 

1410* Se al raggio già refratto PMN {fii» ^34.) 

presentano diversi specchi ^ questi non cangie ranno 
Pr niente né i colori , né le respettive posizioni 
'37^» * 1386}/ lo specchio piano li riflette tali qua- 

tono ; il convesso indebolisce T intensità de' colori 
diplificando 1* immagine ; il concavo racchiude 1* im« 
tagine nel suo foco, dopo di che la rovescia, e Tin* 
raodisce diminuendone lo splendore y lo specchio ci» 
ndrico dà all'immagine V apparenza d'nn arco ba* 
\nm. Ma in tutti questi cangiamenti i colori si coa<» 
rrvano gli stessi, e mantengono sempre le loro post* 
ioni respettive • Dunque i raggi della luce hanno de* 
radi di refrangibilità, e de' colori inalterabili. 

1411. Newtén ha ancora osservato che i raggi i 
iù rccfrangibili sono anche i più riflessibiti , cioè cba 
i riflettono più presto {^\9x)* In fatti se si riceve 
tn raggio della luce sopra uno de' piccoli lati K I 
^g. 239) d'un prisma rettaiìgolareL K 1 , e cheqfue- 
io raggio faccia colla base L I del prisma un angolo 
in poco meno di 50. gradi , una parte idi questo rag^^ 
^ non si rifrange sensibilmente che nell' uscire ia 
R, e va a formare un' immagine colorata sopra uà 
ertone N N ; perchè all' entrare dalla parte K 1 nofi 
K è quasi obliquità d' incidenza (\%%^)t V altra par^ 
Se del raggio si riflette in linea retta verso O (1236) 
bve si pone un altro prisma TXV, di cui l'angolo 
ceCcingenteX deve essere alnìeno di 55rfra4ii e que- 

<l4 



44^ THATTATO ElfiMENTTARt [ 

Sta porzione Ai ItJèe refrangendosi- ìb questo prismi 'i 
va a formare una secenda immagine colorata sul car- n 
tone^PP. Se si fo girare il primo prisma LKI sul j 
suqr asse (1392^» in maniera che il raggio incidemt a 
TM faccia colla, sua base L I un angolo di circa 4Jf iti 
gradi , la locò della prima immagine Q^R. S comiodi 
a riflettersi verso T altro prisma, ma i raggi yioletd li 
t gli azzurri (X spariscono i primi , e vanno , dopo 
esser passati per il secondo prisma , ad aumentare Io 
splendore di questi colori q nella seconda immagioc 
q.r Jr ia seguito dispariscono egualmente dalla pri* 
npa immagine Q^RS i verdi, i gialli» gli araociacti 
e finalmente i rossi che si riflettono gli ultimi « 

1412. Tutti i raggi non sono dunque egualmente ti« 
flessibili ; e poiché i violetti e gli azzurri che sono i f 
|iiù Wrangtbtli (1374) sono ancora i pia riflessibiU 
(1411 )> la luce è dnnqué composta di parti eteroge- 
aee , delle /quali sono pia refrangibili quello che so- 
no pili riflessibili. 

1413. Se per ciascun colore t gradi di rtfrangibiliià 
• di riflessibilità sono inalterabili , sono parimente 
invariabili i raggi di ciascun colore ( 1376 )• Per cefi" 
vincerne bisogna sottomettere alle seguenti prove 00 
raggio bene omogenep ì e per procurarselo bisogna 
scegliere il rosso o il violetto , che occupano le due 
estremità d^lF imniagine ; perchè questa immagine EF 
(flg. 240) risulta da una serie di cerchi di diversi 
colori che anticipano gli uni sugli altri ( 1403 ): so« 
no dunque le due estremità le sole che possano som- 



Di F I $ re a; h^ 

ministrare liti color puté. Suppbnttmo datìque che si 
scelgajkraggio rosso. 

1414. I. Si fa passare questo raggio per 1^ angolo 4' 
&D prisma. L'immagine di questo raggio refratt^ dal 
prisma rimane rossa e d' un colore uniforme , perchè 
tutti i fili «he la ^rmano sono egualmente refrangi-» 
kiU^ poiché sono dello stesso colore. Non sarebbe 
COSI se fòsse ud raggio solare (ijpS , e segO* 

1415. IL Si fa passare questo raggiei per una lente 
di sette o otto pollici diioco^ (Qi^esto raggio forma 
al foco due coni opposti per il loro apice ^ ma che so- 
no dello stesso Colore in tutta la loro estensione # 
Dunque la condensazione » e Ila dilatazione non can- 
giano in nulla il colore. 

2416. in. Si presenta a questo raggio un vetro 
grosso d' un altro colore. ,0 non lascia passar niil«f 
lat o se una porzione ne trasmette, si mantiene ros^ 
sa • Duùque il coibre non Ì modificato dal vétra 

037^)- 

1417. IV. Si refiette questo raggio con specchi di 
diverse forme. Questi specchi non fanno altro al pia 
che ristringere q allargare questa luce senza farla can« 
giar di colore (1410). Dunque questo colore è della 
natura della Iuce# 

1418. V. Si fa cadere questo raggio su de* corpi di- 
versamente colorati , ed ei tinge del proprio colore 
le superficie che egli illumina di qualunque natura 
elle si sieno. Dunque i có{ori appartengono alla 



250 Trì^ttato Elementare 
luce y e. fono inalterabili in qualunque maniera ; 
1419. Ntwtott per esperimencare tutti i colori uoo 
4dpo l'altre b^ tenuu> il seguente metodo. ;Ha rice- 
tuto il raggio dì luce solare sopra una lente A B 
ifig. 241) posta a dieci o diodici piedi di distanza dal 
foro della finestra , per il quale entrava il raggio . 
Dietro a questa lente, invece d* un cerchio luminoso 
a h e d A è formato un cono il di cui apice era ia 
f . Ma ponendo immediatamente dopo questa lente un 
prisma C D la luce si k refratta in r / in altrettapti 
coni, quante specie di diveréi colori sono nella Àl- 
ee; il che i\ un'immagine r/langa e stretta » nel- 
la quale f colori sono molto più distinti che non lo 
sono comunemente. Perchè nell* immagine stretta i f 
(fii. 240) i centri de' cerchi colorati sono tanto di- 
stinti gli uni dagli altri, quanto lo sono nell' imma- 
gine larga E F; e siccome hanno un diametro molte 
minore, anticipano anche molto meno gli uni sugli 
altri , dal che pe segue che i colori vi sono poco me- 
scolati , e molto più distinti • Di questi raggi colobi- 
ti cosi separati si è servito Ney^t§n per provarli tutti 
gli uni dopo gli altri . 

1420. Per ben riuscire in questa esperienza bisogna 
che la camera sia molto oscura ; che il prisma^e la 
lente sieno ben lavorati, d'un vetro omogeneo e ben 
polito , senza ili o tortiglioni , e coprire con della 
carta nera incollata tutte le parti inutili all' esperien- 
za, affinchè qualche porzione del getto di luce refrat- 



t Di Fisica. >$i 

U o riflessa irregolarmente noa alteri gli eflfeui • 

1421. Poickè il miscuglio del rosso e del giallo pre- 
dace r aranciato (1379)» < l'aranciato nell* immagine 
colorata» chiamata spettri s§Urti si trova posto fra il 
roseo e il giallo; poiché il mescuglio di giallo e d* 
azzurra produce il verde, e il verde si trova nell# 
spettro solare fra il giallo e V aszurro \ finalmente poi* 
che il miscuglio di azzurro e di violetto produce V 
indaco s e quest' ultimo colore si trova nello spettro 
Ira r azzurro e il violetto » si potrebbe sospettere che 
Taranciato, il verde , e T indaco non fossero colori pri- 
mitivi» ma prodotti dal miscuglio di quelli che sòao 
vicini da una parte e dell* altra . Ma Newt§n sì è as« 
sicutato che questi tre colori sono primitivi come gli 
alui quattro colla seguente esperienza • 

1422. Col mezzo di due tubi o portaluce If T (fii* 
:^3^ si fanno entrare ii^ una stanza oscura due getti 
di luce di circa tre linee di diametro • Dieci o dodici 
piedi di distante si ricevono ciascuno sopra una len- 
te L» ed/» dietro le quali si presentano due prismi G » 
g posti in senso cohtrario V uno dell' altro ; cioè con' 
li loro angoli di riflessione al di fuori» e si pone un 
poco più lungi una tavola A B forata iti due luoghi 
C » D » con aperture di tre linee di diametro » e otto 
pollici in circa distanti 1* una dall' altra • Giraldo un 
poco i prismi G » < » e cangiando le posizioni respet* 
ti ve della tavola A B» e del cartone E E» si facoin<- 
cidere (ii^ì) I* U rosso d'una delle due^ immagini 



4J4 TRATtATO ÈiKJMBNtARt 

roloràte, e il già Ud deli* altra: IL il giallo dell'una) 
e l'azzurro dell' altra s ]ll. l'azzurro dell'una, e il 
violetto dell'altra il che sommiaistta ^ I. oa'imffla-< 
^ine aranciata F; IL un' immagine verde ^ IIL un'im^ 
maglne indaco. In seguito si procurano tali (dolori con 
delle luci^ siemplidt ed otiiogeaee , turando uno /le' fo- 
ri C o D , e facendo passare sbccesslvamente sul car^ 
tone E E delle portioni di luce aranciata « verde, a 
indaco d' uno de* due spettri ; e si osservano tutte que- 
ste immagini , una dopo l' altra ^ attraverso d' un al* 
tro prisma H. Ciascuna di questa {immagini prodotte 
dalla luce veniente da an solo prisma si maotiene 
tonda e d'un: eolore uniforme in ruttai la sua estensio- 
ne, o che si veda attraverso il prisma H, oadòccbib 
disarmato; ale immagini Composte de' due Jeolori che 
vengono da* due prismi in una volta, e che adocchio 
nodo appariscono d'sn colore uniforme « diveyagonao* 
vali quando si guardano col prisma , e si vede ubo 
de'dise colori passare al di là dell'altro ( 1377I. vi 
ha dunque ragione a riguardare come colori primitivi 

sempliti r aranciato , il verde , V indaco di cia^ 
schedano spettro solare prodotto da un sol ftiucA 
(1378)' 

1423* AfebiSimo detto di sopra (rjSo) che il ffuscu-» 
glio di tutti i colori primitivi fa %ì , che ninno di lo* 
ro risalti , e produce il bianco o il brillante della lo" 
ce solare: eccone la prova • Si riceva sopra una lente 

1 H ifit. 237 ) di circa 708 pollici di foco un getio 



Di ÌF I s I c a • ^53 

di Ilice refratto da ana prisma ; questo getto dt hice 
passando dalla lente premde la forma di due coni op- 
>osti uniti al foco per i loro Ipici^ che portano tiiu 
lì i colori primitivi in tutta la loro larghezza » con 
questa differenza solamente , che V immagioe si man- 
•ìiene diritta dopo la lente fino al suo foco , ed al di 
ti del foco è rovesciata* Se si métte un cartone bian* 
co ben perpendicolare air asse de* coni ^ e precisamen- 
te al foco L delja lente , non vi si >ed^ un^ piccolo 
:erchio brillante e senza colori , prodotto dal miscu- 
glio ben proporzionato di tutti i colori (^1387^; condii 
eione assofutimente essenziale;- perchè se con una car- 
ta o in altra maniera s* intercetta una fparte de/ raggi 
colorati , questa soppressionir|)roduce sul cerchio brilli- 
Unte una tinta sensibilissimttiW^ bianco, o la luce 
Senza colore, quale ci Viene' dal sole, è dùnque quel* 
la che contiene tutti i colori semplici in una perfetta 
mescolanza (ijSS , 1389); e il nero perfetto non è 
che una privazione di ogni luce semplice o cotnpo* 

1424. Poiché i raggf che portano, differenti eolori , 
hanno gradi diversi di refrangibilità (1364), ne segue 
che la stessa lente, qualunque siasi la sua curvatubi- 
ra , non puè riunire tuttt i raggi al suo foco , perchi 
non riunisce questi raggi che refrangendoli (1355}: vi 
sono dùnque tanti fochi di seguito, quante specie di 
raggi diversamente refrangibilì , e questo è ciò che si 
chiama àb^rrAz^Unc fli refrsniibiUtÀ . Niv^ion ha tro? 



154 Trattato élemé^tahè 
Viio cbe la distanza del primo di questi fochi all'ai- 
timo era tAolco grande, per produrre un difetto leu- 
sìbile nella pratiea » e lo ba trovato colla segueiuc ci' 
perieAza • 

1425. Ha preso un quadrato di cartone DE { fii^ 
242, > la metà del qual^ F D G era dipinta d*azzur* ) 
to, Tahra Hietà F D E di rosso. Hi avvoltato pa^ 
recchtr volte attorno questo cartone un sottil filo di 
seta estrematfiente nera • Ha posto questo cartone co- 
si colorito» ed avvolto da' fili neri perpendicolare all' 
oriàszoAtei ia manteaà che un de' colori fosse a drit« 
ta , e P altro a manca ; ha posto poi vicino al carto* 
tie , ne* confini de' due colori , e verso il basso uda 
grossa randella accesa piC illuminarlo (perchè qu^a 
esperienza deve esser fatu in un luogo oscuro) < Do* 
pò questo alla distanza di circa 6 piedi dal cartone ha 
alzata una lente di vetro M N di 4 pollici e un quar« 
to di diametro ^ e di circa 3 piedi di foco , mediante 
la ^uale ha riuniti i raggiv che venivano da' diversi 
punti del cartone; 1Ì fece convergere colla stessa di- 
stanza di circa 6 piedi dall'altra parte della lente» e 
rappresentare cosi l'immagine del cartone colorato so* 
pra una carta bianca H 1 posta io questo luogo » e 
perpendicolirmente all' orizzonte» ed a' raggi che vi 
cadevano sopra venendo dalla Ifeme. Alla distanza H 
1 dalla lente l' immagine della metà rossa P G E del 
calatone appariva distintissimamente 1 perchè le linee 
nere vi erano ben termins^te) al contrario la metèaz. 
zutra F D G vi appariva sìconfusa che appena sipo« 



Di Fisica; 15$ 

telano vedere le litite nere tirate su questa metà . Pet 
vedere distintamente ^questa metà azzurra bisognava 
portar la carta in 6 i, un pollice e mezzo più vicino 
alla lente M N : ivi la metà azzurra F D G si vede* 
va distintissima, e le linee nere ben interminate» ma 
la metà rossa ^F G E vi appariva confiisissima , é le 
linee'nere vi erano appena visibili /i 3 95)* Si vede 
che sopra un si piccol spazio la differenza di on pol-^' 
lice e mezzo è ben considerabile « 

1426. Io fao trovata questa differenza molto maggio- 
te in una esperienza anàloga a questa f^tta in grande 
colla lente a spirito di vino di M. Tmiaike ( Si ve^ 
déH le Mtm. dell' jiccdd. antf. 1774 pàg. &t )l raggi 
rossi si riuniscono a 10 piedi , i poljifci , t « linee % 
mezzo dal centro' della lente ì e gif azzurri a 9 pie-* 
di, 7 pollici" e lo linee e mezzo t la differènza èdun^ 
que di 8 pollici e s lìnea sopra 10 piedi , 3 pollici , 
Il linee e mezzo» ed in conseguenza molto più gran- 
de che quella di un pollice e mezzo sopra 6 piedi • 1 
raggi violetti si riuniscono a 9. piedi, é pollici» 4 li- 
aee e mezzo dal centro della lante • La differenza e- 
ta dunque di 9 pollici e 7 linee. 

1427. Questa alterazione di refranfibilltà ba fatto 
abbandonare a Nemvtou \ì progetto di perfezionare a 
telescopi diottrici ; e lo ba impegnato a formare il suo 
tele copio diottrico, del quale faremo trappoco (1627) 
menzione • L' aberrazione della sfericità h piccolissima 



Piò Trattato £jl£M£ntare 
in paragone ; perche , secondo NewP^n {Trdtiato i' l 
0HÌC4 pag. 107 ) l' aberrazione di sfericità é all' aber. 
razione di refrangibilid , come x a 5449* 

1428. Pcrcbi per la refrazione della luce in tu 
lente vi sbno tanti fochi di seguito » quante spede éi 
raggi diversamente refrangibili (1424), nonsipuòduB- 
qne «teterminart il foco d* una lente che per una spe»e 
di raggi per volta • Ma siccome il più luminoso fra i 
colori è il giallo , il foco che deve determinarsi i 
quello di questa specie di luce» ed è quello di coid6 
deve faisi uso ; dalla refrazioà di quésti raggi itu 
misurarsi la poteriza refratiiva dtl vetro o del crisul- 
lo per gli usi di ottiq^. 11 seno dell' angolo d* ineideo* 
,zi de' raggi rossi è » secondo Nevyt^n , ( TrstPéU9 Ì 
Ottics pag. é. ), al seno del' loro angolo di refrazio^ 
ne neir acqua » come 4 a 3 » e nel vetro come 17 a 
2t. Si vede bene chf il seno dell'angolo di refrazio- 
ne de' raggi gialli è un poco più piccolo 1 poiché sono \ 
più refrangibili, de* rossi (1383). 

14^9. Da quel che abbiamo detto dei colori sidcve 
concludere che sono proprietà della luce alla quale ap- 
paritngon# (1407 ^e i4i8);ehe vi riseggono in nume- 
ro di sette ben distinti con numero indefinito diraes. 
ze tinte intermedie (r478^- che dalle diverse combioi- 
zioni di queste sette specie e delle loro-mezze tinte si 
formano tutti gli altti colori ; che il lor miscuglio ben f 
proporzionato impedisse che veruno di essi apparisca . e f 

for 



\ 



pi : F I t I e A. 257 

^rma il biacco brillante della luce solare (238^' y 
t che. la loro privatone totale forma il nero per- 

1430. E' facile il persoadersi che tutti i colori , e Im 
\orq mezze tinte fche yeggonsi in riaXura rìtultano 
dalla combinazione di qpfs^e sette specie; perchè q^C'- 
fd^sette colori possono .combhrarsi in 119 maniererà 
dise a due forniscono 21 combinazione; a tre a tre 
ne. danno 35, a quattro a quattro 35 » a cinque a 
iqtnquezi ; e a sei a sei 7 combinazioni; senza coptaro 
le diverse proporzioni o quantità di ciascuno /il cbm 
di delle mezze tinte ali* infinito . 

143 1. Con questi principi si può render ragione di 
^àtti i fenomeni ehe hanno rapporto co' colori. 

I4}i« Se si guarda attraverso d'un prisma un og- 
^tto un pofco grande , soprattutto se è bianco : qoe- 
st' oggetto non apprisce colorato che alle due estremi- 
tà che sono parallele alla lunghezza del prisma . Que- 
sti <!ue orli opposti sono colorati diversamente ; uno 
in rosso, aranciato» e giallo; l'altro in azzurro, in- 
daco , e violetto • Questi colóri sono 1' estremiti d' 
altrettante immagini dell' oggetto quanti raggi diver^ 
^mente refrangìbili sono nella luce (13^4)* Sia >A B 
CD (fi(. 243 ) un parallelojgtammo dì. cartone bian* 
co che si guardi attraverso un prisma H I K; t raggi 
CE, DE partendo dalle sue estremità C| eDandreb* 
bero senza l' interposizione del pjirisma H I K a riu- 
dirsi in E ; ma mediante il prisma , questi si 'rifran<«-' 
|ono, e non tutti egualmente (1373); 1 rossi vanno 
BrismnFis.Tom. UL R ^ x 



25^ Trattato Clcmeittaiix 

a riunirsi in G, i violetti in F, e grintermed} (ti 
questi due pùnti G edf F^ iff altrettaDti punti» quanti 
'sono i raggi diverssLmente refrangibili ^ V occhia po^ 
sto in maniera da ricevere tutti qoesti raggi vedefdun^ 
que nella direzione de'^racgi refratti ritnmagtne s èé 
p alimentata in altezza della quantità i o^ che è di 
quanto si allontanano i raggi per h f efra^ofie / Qua* 
sta immagine è coloiita alle sue due estremità , cioè 
abbasso di rosso fra ii e r* di aranciato fra r t dy t 
di giallo ft2L d eé e f e versa T alto d'^azzuro fra Iti 
m; d*" indacor fra m ed m t di violetto' fra n eà $4 
E'facil cosa il vedere , come abbianio detto, cbequ^ 
stt colori sotto r estremità: di altrettante immagini delf 
oggetto «^ Perchè cia^un colore occupa un* estensione 
simile a quella d^el cartone A B C D che riceve la 
Ittce del soIe^, poiché questa luce è' composta di tutti 
i colori (138^}: SI rossa si distende dunque néirim* 
magine da a \n h-^ T aranciata da e io 1; il giallo di 
d fino in k,; il verdetta r fino in /; T azzurra da i 
iiBo in mi Sindaca de / in i; ; e il violetto da iErfioo 

in tfr 

1433. Ciò spiega chràfametite perchè non vi sona 
che le due estremità dell'immagine che siéoo colora* 
re, e perche il mezt^ resti bianoo^ E' evidente da 
quel che abbiamo detto f^43a)y che i colori antitipana 
molta gli uni sugli altri , e che ve né cono di tolte 
le sperie nell^intetvalla fra h t i; in cofasegiienza h 
perfettament; bianco. Ne"^ piccoli infervalli fra td 
kf e ftà k ed l ne mancano pochissimi; questa spazio 



B ì F i;i i € À; £|^ 

féita hhticoi md d'un bianco meno bello di quelle? 
èei mezzo } non vi «000 dunqae che le due estremità 
da 4 in f 9 e^da / iri «, dove i colori sono bastantf- 
Lméntc separati per esse re^ apparenti, manonsonotan* 
S, brillanti quanto qoelK dello spèttro solare ( fig» 
i^4J formati da oh piccolo getto di luce di qualche 
Ifnea di diawwtro ciie attraversa un prisma ; perchè 
Iti quésto caso i colori anticipfanò molto- menò gli 
uni sugli altri, é soiio, per conseguenza meno mesco j 
lati. 

Ì454. Se r oggetto che ti guarda attraverso il pris- 
ma è piccolo, è vedutr# un poco lontano, allora èco - 
^oritò^ in tutta la sui Superficie* Ciò nasce dairoccu- 
3ire minor luogo ciascuiì colore quanto pid V ogget- 
o è piccolo, mentre la quantità di cui si sonò ai-; 
[intanati i raggi gli uni dagli altri per la refraziò-* 
le, è la stessa; nel qual caso i colori anticipano me- 
lio gli uni sui^li altri (I4n), e ^ono per conseguenza 
meno. mescolati, e più appai'enti, 

1455. Fra tutti i fenomeni che hmno apporto ai 
roiori il pili bello è cértamenre V »ride, o arcobale- 
io; cioè quella fascia semicircolir!^ ornata dei s>tté 
rolorì primitivi ^f578\, e posta fri le nuvole, che si \ 
ftie quariio, avendo le spalle volte al sol*», si^n^rda U 
ari'a nuvoli che si sciol?n in pio* i^ii , e che sia illu- 
rhìriata da ouest* astro purché sia ireiio elevato' che di 
\i gradi al disopra deìV nvhrmfé (Ì4«r6) T 

1436. Antonie ^^' Dominis *!imostra nel suo lit>w>' 
U radiis visus éi ìùcisi fts^^6ato a Venezia nel 161 i: 



»^rrATO iLBMENTAHE 

^.;ijiu i pr^oito da delle goeiìe roto», 
: ,h;ì 4ue refrazioBÌ delia luce solare » ed 
\.. .... fi Kepler aveva avato la scessa opiato- * 

.. *i vtf4e dalle lettere che scrisse a Beranzfr " 

v^ » « ad Ilarriop nel x6o6 • Ma siccome questi 

w.» coooscevano r origine de' colori, la spiega- 

..V ui questa meteora è in qaalcbe parte difettosi. 

^ \rcv^«» siamo debitori dì un* esatta spiegazione; 

.^li Mu resi luminosa applicandovi la sua scoperta 

...Ila decomposisione della luce? e del grad« di rr- 

•cangibilità propria a ciascuna specie di raggio. 

J4)7« Si vedono comunemente due archiT-baleni , ino 
luceroo, i di cui colori sono viv^, ed uno esterno, i 
4i cui coioti sono più deboli. L'ordine di questi co- 
lori è il seguente: nell'arco interno andando dibas- h 
IO in alto si vede prima il violetto, dipoi l' indaco i 
raxzurro, il verde, il giallo, l'aranciato, e il ros- 
so} nell'arco esterno i colori sono con un ordine rot 
vesciato ; in maniera che continuando ad andare di 
basso in alto, si vede in principio il ros^, dipoi V 
aranciato , il giallo , il verde , l' azzurro , 1* indaco j 
e il violetto . 

i4}S. Per ispiegare come ciò succeda , suppoaiamo 
che i cerchi s t D (fif^ 244) t G d s ("^^.^245 ) rap- 
presentino due goccie di pioggia • Il ragggio di loci 
solare S / (]fj. 244) venendo a colpire obliq^am^atc 
la goccia di pioggia in j , invece di cpntiiiaare la sai 
direzione verso F » sarà rifratto avvicinandosi alla 
perpendicolare p C (1285)» «4 ;^adr^ ad urtare Ucon? 



Di F f s i o Ài %éi 

tevitè della goccia in r : la porzione di quésta luttf 
ehe non passa al di là della goccia sarà riflessa versd 
k^ Scendo il iuo angolo di riflesstpne eguale a quello 
' della sua incidenza (tiii)^ ed invece di continuar U 
ma strada in linea retta verso /^ sarà refratra una sé« 
tonda volta allontanandosi dalla perpendicolare p Ci 
perchè passa obliquamente daU* acqua neÌF aria • 

1435;!. Ma siccome questo raggio di lucè, per quaii- 
te sottile egli sia è on i^K}^ di i^a^gi» alcuni più,ai« 
tri meno refrangibili ; il violetto , che è il pia refrah- 
libile di tutti j anderi verse iì punto B; e iì ro^sò 
che I il menò andrà verso il punto Ó • St dunque l'' 
occhiò déir osservatore £ posto in Ò, in tnaniera èhe 
11 getto di luce che viene a coìpirìo, dopo aver sof- 
fertd iléUa goccia di piòggia uba riflesione e due re* ^ 
fraa^lotfi, cioè una nelP entrare ^ e T altra neìruscir# 
[ 1438) ; in ftìsniera dicò^ che Questo [^eto di luce § 
O feccia tol ta|;gio solare S x uti ao^oìo S F Ò dt 
42 g^adi.2 minuti, quest* occhiò vedr^ il^osso helìil 
ilitczté^e Or. Se in seguito T occhia s'inalza fino itt 
8, io maniera che il getto dì luce^.B rhé attiva s^ 
(ui non (aòcia pia col raggio solare S s che ìxn* ango* 
(o di 40 gradi it rniciutl, vedrà nelh sua Irì^va^iòf^é 
juccesiivattierite tutti i colori prispiatic? , ^ dfstii>gti«rl 
Analmente il toletta fiella direziono B ^, . La %%^H^ 
cela succederebbe se Y ercchia dell* osservatore rima- 
hèndó ài suo poste , ciol \É Ó , la goccia di pioggia 
fiaoendcsfe da D la £y e se si supponesse qòeatospa^ 



%S^ " Trattato Elime^ntaiui? 
^io ripieno d'una ferie di goccie di pioggia i «1 v^: 
dre&Lero ^utti in una volta i colori prismatici • 

1440. Supponiamo lal presente delle simili serie di 
goccie di pioggia poste nella circonferenza d'pn nvx- 
zo cerchio , nel di cui centro sìa V occhio dell' osscr- 
vator^ ; si avrà una striscia semicircolare ornata ini 
sette colon primitivi (1378), la di qoì largliezza sari 
eguale allò spazio DE » cioè sarà proporzionale alli 
differenz^^cbe vi è fra^ i ra^gi i più refrangibili, e quel- 
li j che Io sono menOf 

1441* Per ispiegare frattanto )e jipparan^s^ dell' arco 
balepo ^esteriore ^ supponiamo ancora che il raggio fli 
luce solare S s 'fig. 245} venga 91 colpire obliquaiBCii- 
%t in s la goccia di pioggia rappreseiatata da) cerchio 
G d s : invece di continuar^ 4a sàa strada verso Sy 
si rifrangerà avvicinandoci alla perpendicolare p C 
(1285), ed andrà a colpire )a cavita della goccia» pi 
4i la poijzione di questa }uce che non passa jt} di U 
della goccia-, sari riflessa vèr^o r> facendo il suo an- 
golo di riflessione eguale a quello della 3ua Jncideii- 
za ; una parte di questa stessa porzione sarà riflessa 
una seconda volta verso f , facendo sempre jl suo an* \ 
golo di riflessione eguale a quello della sua iincideo- 
za ( 1218}, e dì poi invece di continuar )a strada in 
linea reità vefìo k^ M refrangerà un' altra vo^taaJlofl 
tanandosi dalla perpendicolare jp C. 

1442. Questo raggio di luce /essendo, come nel 
caso precedente {1439J» un fascio di raggi Mciinipiù, 



\ 



D I Fi sica; 261 

alcuni meno refrangibili 1 il rosso che è il meno , si 
rappresenterà verso il funto 0».e il violetto che è il 
più refrangibile ) vtrso il punto B. Se 1* occhio dell* 
osservatore si pone in O ,^ in maniera che il getto di 
loce , che viene a colpirlo , dopo aver sofferto nella 
goccia di pioggia due riflessioni e due refirtzioni » cioè 
una neir entrare ) e l' altra. neirascire, in maniera» 
dicOf che il getto di luce g O faccia col raggio solan- 
te S / un angolo S Jb O di 50 gradi 57 minuti» qiiCr 
st' occhio vedrà il rosso nella direzione O r * Se di- 
poi Toechio s'abbassa sino in B, in maniera che il 
geu,9 di luce g B, che arriva a lui, faccia col raggio 
solare S / uq angolo S à B di 54 gradi 7 minuti ja- 
vrà successivamente veduto nell' abbassarsi tutti i co^ 
lori prismatici, e «estinguerà finalmente il violetto 
nella direzione B ^. Lo stesso suecedere^bbe sei* oc- 
chio dell'osservatore rimanenjlo noi suo posto, cioè 
in O^ la goccia di pioggia salisse da G in H, e se 
sì supponesse questo spazio ripieno d* una serte conti- 
nuata di goccie di pioggia , V occl|io vedrebbe tu^ti a 
un tratto i colori prismatici • 

1443. Frattanto se voi immaginate, con^c nel pri» ~ 
mo caso (1440), simili serie di goccie di pioggia si- 
tuate nella circonferenza d' un semicerchio , di cui T 
occhio dello spettatore occupi il centro ; ciò vi darà ' 
una seconda fascia semicircolare ornata de' sette co- 
lori primitivi (1378) , ma con un ordine opposto a 
quello della prima * 

1444. Quel che abbiamo fin qui supposto succede 

R 4 



ià4 Trattat» Ciemehtare 

'^ffeuivarr:«nte • Qiiafndo om ttavola ii scioglie in 
pi^gS'^» sì trovanù clelfe goccia iq tutti quei posti 
che bisogna*» pttcbè i ragghi emergenti facciano co' ^ag^ 
gi incìdenìti gli angoli che abbiamo detto esser neces* 
sarj per le apparente dell* arcobalèno (143$ 9 e 1441)1 
Rendesi ciò sensibile con una figura* Sapponiamo che \ 
£)F,G}H (fii* 246y rappresentino delle goccìe di piog* 
già , sopra delle quali vs^danso a cadere i raggi sola- 
ri SE, SF, SGy SH: questi raggi ^ dopo averseflfartd 
in E, ed in F due refrazioni|, ed una riflessone 
.fi4)9), sono diretti verso Io stesso occhio pesto ift 
O. L'angolo SEO formato dal raggio incidente' S 
£ 9 e dal raggio emeifgente E O , essendo di 40 gradi 
-J7 minuti si vede il violetta in E : L- angolo S F 
f6rmato egualmente dal raggio incidente S F, e dal 
raggiò emergente F O, essendo di 42 gradi 1 miilu« 
«f , si vede il rosso in F ^ e le altre goccie di f>ioggil 
ehe'si trovano fra E ed F, rimandando alToccbibd^ 
rÉggi enrerge^ti , che formano co' raggi incidenti ^i 
àngoli ch'if sono necess^r), rocchio vede lièllò stesso 
tempo tutti gli ?ltri colori • 

144;^. Parimente i raggi S G\ S H, dopò ater «of- 
ferto in G^ ed in H due refrazioni, e due tifle^iom 
(1441), sonò ancora diretti ver^ lo stesso occhio 
H^osto in O. U angolo S G O formato dal raggio in- 
eidente S G, e del raggio emergente G O, essendo 
do di 50 gradi e 57 minuti , si vede fi rosso in G •* 
r angolo SHO, formato egualmente dal ràggio incr- 
deme S H, e dal raggio emergente H O^ essendo di 



^4 gradi 7 minuti , si vede il violetto in G > e le al- 
tre goccie di pioggia , che si trovano poste fra 6» ed 
H» ritiiandaDdo ali* ocdbio de' raggi emergenti che for* 
macio co* raggi incidenti gli angoli neccsser}, l'oc- 
chio distingue nel medesisio cenlpd tutti gli altri co- 
lorì. 

1446. Si può dire altrettanto di tutte {e simili se * 
rie di goccie di pioggia pòste nelle citconfèwnze de* 
d^ue semicerchi • de'^quali ocfcupa il ccntro'P -occhio 
dello spettatore , il che darà le due fascie col'Otate 
itBÉ , e CHD(3, i colori delle quali saranno 
diSsposti iit ordine contrjario ( 144^ } ; in inaAierfi che 
1% rosso orlerà éSteriortnénté Parco interno, ed iii^ 
ceriorrnente l'arco ester^ìo, mentre al contrario il 
tioietto terminerai tate rnaaaénte V arto interno i eà 
^Seriormente Tarcò esternò. 

^447. I colori dell'arco esterióre sono pfà deboli 
eie quelli dell* arco interiore, perche, cfome ^bbia-» 
fto veduto ( 1441 )y i raggi c^e formano l^'arca c^ 
iteriore soffrono ^na rifleastone di più, il éhe prò* 
^ace rnoltà perdita, pérchjl il getto di luce non A 
tiflette intieramente i e ne e^ce mia pule dlUf 
{occia • 

144$. Se si volessero imitare té apparenze detf ar- 
cobaleno y farebbe facile M farlo , rhedTiante ine glo- 
hì dì vetro ripieni d* acqua che possiamo apporre 
rappresentati da due cèrdkl / » D (fig. 144 ) > e G 
4s i^i» a4^), sospesi per il lofo asse con funicelle 
^fiif) che passinct lo due {^legi^ fisa» tr palco. 



/ 



1^6 Trattato E'lementare 
AU^odo o abbaisindo, mediante il 'tirare delle cor- 
de 9 ijuesci due £lobi , e facendo cadere sopra ciasche- 
dano di essi no raggio sciare Sj in una stanza oscu- 
ra, si veagofìo a formare con questi raggi incidenti 
e co' raggi emergenti gli angoli che abSiamo detto di 
•opra f 143P ) e 1442^, essere necessari ^ per produrre 
le apparenze dell' arco-J>alen# • 

1449. Bisogna osservare che in quefto caso i colo- 
tì si presentando ali* occhio , e si rappresenterebbero 
fopra un jcartone che loro si opponesse in un ordioe 
tutto jdiverso*ida quello del quale abbiamo parlato di 
aopra (l^n)y e che si osserva negli archi-baleni, in 
maniera che i colori violetti si trovano neirimteriòi ^ 
irioc in B, B , e i rossi neir esterno, cioè in 0,0; 
mentre al contrario tieir |rco-baleno {fig. 246 ; il j 
rosso orla esteriormente T arco interno , come in F,l 
n interiormente Y arco esterno come in G , e perciò i 
rossi 9^ irovano d^ dentro, e i violetti di fuori. Mi 
bisogna fare attenzione che vedendo questi colori in 
cjf lo , noi li riportiamo con direzioni che s* incrocia- 
tip ai punti delle emergenze e {fig. 244 J, e g (fg. 
945 } * Perciò vediamo^ i rossi in r , r , e i violetti io 

I4JO. La larghezza delle due strisele colorate cbii 
formano i due archi baleni i maggiore nell' una e | 
neir altra di quello che sieno i limiti , che rinchiu- 
dono i diverti gradi di refrangibilità di ciascuno de' 
r^ggi eterogenei , che compongono il fascio » Neytm 
ba calcolato ^uali devono essere queste larghezze, 




I 

/ed ba determinato quella dell' a 
do 45 minuti j qurlla degl'arco 
minuti, ^ }a loro distanza t 
Hìinuti. Questo i quel che de 
sarebbero e^ttiyaHìcpte se ìli 
punto; ma il suo di^m^ttQ è 
jscuna ^del)e stfriscie , e dimifìf 
piproca; in maniera iche dì 
arco ifìterno é di 9 gradi 15 minpti, 1^ ^ 
arco esterno di 3 gradi 40 rniguti, e la loro distap-r 
. ya reciproca i solapilente di 8 gradi 25 minuti* 

1451. Questa spiegazione dcHf apparente dell' ar^^ 
co-balepo può servire parimente a render ragione df* 
colori che si reggono Ritorno |ino zampillo d* a^qua , 
che U vento agiti, r diyida in gopcie di pioggia^ 
quando il sole Io Uliimina, e che si guardi coUf 
spalle volte al sole; poiché non si yedequestp e^et* 
to ih tutte )e sorte di posizioni} e se n'i fa atten^to^ 
ne a ^ella che ^ necessaria » si rèdrà che allora gli 
angoli formati da' raggi incidenti iche vanpo dal S0I9 
allo ;Kampillo dell' acqua , (s da* raggi emergenti cbt 
tornano dallo zampillo d'acqua airoccbio dello spet*- 
jtatore^ sono soggetti alle stesse condizioni, che gli 
angoli necessari per jie apparenze dell' arco-bài* 
leno, 

9452. Abbiamo détto di sopra (9440, e 1443 ) chef 
due archi-baleni rappresentano ciascheduno una fascia^ 
semicircolare {fig. 246). Ppre è molto probabile jehe 
le goccie di pioggia^ che separano i colori pop itieiiQ 



irfg TRAtTfAtO ElÉMÈNfA^É 

tosi (disposte t ma ecco la ragione di questa dpparén- 
tz. L'occhio essendo |sosto alla somcnità di un cono. 
Vede gli Oggetti che sono solla sua superficie come se 
fossero posti in cerchi coocfentirki inscritti gli uni ne- 
gli altri/ ^prattdtto quaado questi oggetti sono ba- 
stantemente lontafii da lui; perchè quando diversi 
Oggetti sono ad una distana&a molto grande dairec 
chio i appar^Mo tutti essere alla stessa distanzi 
(i2ii). Ora le gòccie d'acqua attraverso delie qua- 
li passano i raggi della luée, che fanefo vedere Tar- 
co-bakao sonò come di^oKe ^op'ra una superficie d* 
iin codo i la sommità del quale è air occhio dello 
Spettatore; in cfonsegùefiza queste goccie devono ap^ 
ferirgli coroè se fossero disposte in tante striscie o 
ardii colorati, come si vedono neir arco^^aleno • Si 
chiama linea Ì aspetto l'asse del cono , il di cui api" 

c^e 1? all'occhio dell' osservatore r il quale asse i per- 
pendicolare al Sòie. 
14^3* £' facile il dedurre da quésti principi la spie- 

glazioftcT di tutti t fenomeni particolari dell* arcob» 

leno. 
I. Per esèmpio: perché gli archi-baleni sieno seiar 

ptt della stessa larghezza? Perchè i gradi di refran^ 

^f^Ht'fà de'rigitf ^05»i ^ violarti che formano i colori 

delle loro estremità sono sempre gli stessi (1407)'; 

producotio dunfque settipré gli stessi alloàtanainentt 

fra' colori . 
^[454. II. Perchè l'arco-balerio cangi situazione a 

letsùfra che la catfgia Foocbio? Perchè le goccie col«^ 



tate sono disposte sotto un angolo deterinlia^to ìn^ 
torno la linea d* aspetto ( ];45>)i la quak variai 
ibisara che si varia p^to. Da ciò nasce ancora che 
ciascuno spettatore vede un arco baleno diversp • Bi* 
(ognà peri^ dire cbe qpestp capgìamepto di^U' atco.ba- 
teoo per ciascuno spettatore, se sono tifiti vicini 1* 
uno air altro V non i vero che rigorp$ameote parlan- 
do; perchè i raggi del sole essendo considerati C€;me 
paralleli, a motivo della grandlssrima lontan.'tnza d{ 
questo pianeta (1750}, due speccatori vicini Tunp 
air altro veggono mo}t9 sensibilmente lo stesso arco 
baleno. 

1455. ni. Da che vSene che 1* arco-baleno form^ 
una porzione di cerchio ora più grande, ora più pie* 
cola? Cii^asce perché la saa grandes^za dipende daU 
la maggiore, o minore estensione della parte delU 
superficie conica (145^) che i al disopra dell* oriz- 
zonte nel tempo che 1' arco baleno apparisce; e que- 
sta porzione i più piccola , q più grande secondo chtf 
la linea d* aspetto è più o meno inclinata od o'bliv 
qua alla superficie della terr4 • Questa obliquità au- 
menta a proportKione che il sole & più alto ; il cht 
fa si che la grandezza dell* arcp-baleno diniouisce a 
proporzione che s'alza il sole. 

x45é. IV^ Perchè 1' areo*balenQ non apparisce^ mal 
quando il sole si e alzato a una certa altezza ? Per^ 
che la superficie conica solU quale deve apparire 
(1452) è nascosta sotto 1* orizzonte quando i) sole 
i alzato più di 42 gradi (t^ìS): perchè in questa 



%^o Trattato Elementare 

taso se. supponete una linea che parta dall' occhio 
dello spettatore parallelamente al raggio solare , que- 
sta linea fa col disotto , egualmente che col diso- 
pra dall'orizzonte un an^lo di più di 42 gradi; io 
(^ònsegilenta il raggiò emergente dalla goccia di piog; ^ 
già, che deve fare col nggio solare (^1439^9 e colla j 
sua parallela un angolo solamente di 42 gradi , si 
trova al disotto dell* orizzonte ; in maniera che iti- 
éontrando \\ superficie della terra, non può arrivare 
all'occhio. Ne segue da ciò che se il sole è alto pia 
4a gradi , ma meno di 54 ( 1442 ) , si potrà vedere T 
^reo-baleno esterno , e non F arco baleno iotei'' 

tìO i 

^45 7- V- Perche si veJonò qualche volta le gam- 
be dell' arco-bileno contigue alla superficie della ter- 
fa , e perché altre voire queste gambe non apparisco- 
no' sincy in terra ? Perche noci si vede V arco baleno 
che nel luogo dove vi sono delle góccie di pioggia: 
or se la pioggia & basta ntemeiite estesa per occuparsi 
i)no spaziò più grande che la porzione visibile della 
superficie conica , sulla quale deve apparire (1451) • 
si vedrà un jarco baleno , che anderi sino in terra; 
altrimenti non si vedrà che nellai partef occupata dal- 
ia pioggia. 

1458. VI. PerchJ le gambe dell' arco-balenó quat 
c^e volta appariscono inegualmente lontane? Se II 
pioggia dalla parte dello spettatore ttrmioà inutf pia- 
no talmente inclinato alla linea d'aspetto, che il 
^iano dalla pioggia^ forma con questaf linea un' angolo^ 



a^uto dalla parte dello spettatore, ed ub angolo ot-' 
tuso dair altra parte ^ la superficie del cono sul ^ua- 
le sono poste le goccie che devono fare apparire M 
li^o baleno (1452) sarà talmente disposta^ che la por- 
Eiooe di quets'arco^ che sarà da istia parte , apparirà 
più vicina air occhio che la porzione dell* altra 
parte « 

145 ^r. VIL C!ome mai f arco*baIeno può egli appari- 
te interrotto è troncato alla sua parte superiore ? 
Non vi bisogna per far ciò altro che una nuvola che 
impeìriisca che i i^aggi della parte superiore dell* arco 
Imngano all'occhio della spettirtoré» Fuor atiTcota sac- 
cedere che non si vedancr altro che le due gambe 
<ieirafco baleno, perchè non yi sono goccie di piog- 
|ìa nel luogo dove dovrebbe apparire la sua f^aifte su- 
ptriore . 

1460. Vili. Perchè l'arco baleno non apparisce setn-^ 
^fe esattamente rotondo: e perché qnalehe volta ap- 
arìsce inclinato? Giù succede perchè l'apparenza 
eHa afuà rotondità esattta dipende dalla sualonianan- 
t che c'impedisce di ben vederla 1/ e se il vento^ 
>in^ la pioggia in macfferaxhe la sua parte sùperio- 
5- eia sénrsibiimecite pi&' lontana dall' occhio che noì^ 
^ è' r inferiore ; Inarco apparirà inclinato ; in queisto 
ISO r ai'co.teileno può* apparire ovale , come app^^risce' 
1» ^erehio inclrnato veduto dt lontano • 

14^1. IX. Percbi l'arco baleno bob apparisce tiòai, 
id p^tii^ di' nt» mézza cerchio'r U centra delV'arco^ 

. \ 



f^i Trattato Elementare 
baleno è nempre nella linea d'aspetto (1452)» laqàa- 
le è perpendicolare al sole 9 dunque nel caso in cai 
il sole è air orizzonte, questa linea rade la terra. Se 
dunque il sole e alto al disopra dell* orizzonte , Fe- 
stremità di questa linea la più lontana dal sole e^ 
fi trova nel centro dell'arco» è al disotto delF oris- 
conte, e per consej^uenza non risibile • Non si poè 
dunque vedere pia d* un mezzo cerchio ; perchè pa 
▼edere il sèmicctchio intiero » bisogna vedere il tuo 
eeptro . 

146Z. Pure 2 vero che se lo spettatore è potta in 
un luogo molto alto, e che il sole sia airoriszev- 
te , ed anco un poco al disotto , allora la linea u 
aspetto (145I', nella quale è il centro dell' arco-ba- 
leno, sarà coQfiderabilmeote* inalzata al disopra dell 
orizzonte! e T arco-baleno occuperà per allora pia d'I' 
un mezzo cerchio. 

X463, Ed ancora se il luogo è estremamente elevi- 
to , e le geccie di pioggia sieno vicine allo spettato- 
re può succedere che V arco-baleno forni un cercfi» 
intiero. 

i4<4* E se la parte superiore di questo cerchio i 
coperta dalle nuvole, e che non vi sia che la sol 
parte inferiore visibile , 1* arco baleno apparirà rol^ 
«ciato* 

1465. La luce della luna refratta e riflessa dalle goc- 
f ie di pioggia produce 1* arco baleno come la luce sola- 
re, e cogli stessi colori, ma sonoquasi sempre più dr 

boli. 



D t' t t 9 i ^ a: 273 

boU^, pcritiè r inteMlU cfelhi luce della luna 'è mol- 
lo inferiore alt* intimità della luce del sole • 

I4tf6. Alla refraaicttie della lace faua dalle goccte 
li* acqua si deve aciribaire ancora la formazione di 
qwi carchi cplorau che li veggono iatorno al sole , alla 
luna, agli altri pianeti, p alle stelle, « che si chia- 
mano cor9n€ • Tulli i fisici convengono cb^ bisogna 
attribuirli, come Tatco^beleno, alla reflazione d/. 
ta^i della luce ncHe igoccte d* acqua, nelle parti del- 
la nave, del ghiaccio «e. della quali è piena T am- 
moscerà -, con questa diOfisrenza che nellf arco baleno 
vi è rìBessiottè e refrasione di raggi' ("«f) 8 , e 1^41 )\ 
t che nelle corone non vi è ohe frefrazione • 
. I467« La grandezza di queste coronr varia gioito * 
essa dipende dalla tnaggiore o minor grossezza di quc«- 
8ti corpi eterogenei chi cifrangono la luée, e dalla 
loro vicinanza a' nostri* occhi . 

1468. QjQÌ che cotrobra quésta teoria*, e che la 
dà. della vertsimigliaaza sic, che $1 può imitare que- 
au meteora anco in un tempo freddo. Guardate una 
candela accesa attraverso il vapore che esala dair. 
acqua cald^ contenuc.a in un vaso posto tra la can- 
gia e il vostro occhio; e vedrete intorno alla fiam- 
sna una corona colorata. Avrete lo stesso effetto sa 
guarderete una candela accesa attraverso d' uno spec- 
chio di vetro ben pulita, ed appannato da piccole 
goccia d'acqua impercettibili, come lo producono in 
tcnapo freddo gli specchi delle carrozze , nelle quaU 
fti aia. della gente . « . 

Bitisa, ¥is. Tom. IIL S 



%ji Trattato Elimbntars 

À* altrettanti prismi accomodati gli uni sugli altri, 
disopra del corpo diffriagente A B C D . Qiicste ( 
sprie di frange o di colori sono rappresentate appra 
iimaado nelle loro proporzioni {fig. 24(^9 per H) 
porto air ombra O del capello , e .contrassegnate % 
mezzo coir iscesse lettere delle loro corrispeodaj 
della {fig. 2^7). Cosi la prima, partendo dall' (M 
bra , i N (flg. 248 ) da una parte , e Z dall' altd 
la seconda &• V; e la' terza L e Q. Si vede oell 
prioia da una parte e dalP altra venendo dall' ombri 
colori seguenti ^ violetto » indaco , azzurro-paUiéo^ 
verde , giallo , e rqfso \ nella seconda segueadQ i 
stesso ordiae azzurro , giallo , rosso ; e nel tene H 
9urro-pallido , giallo- pallido , e rosso. 

1474. La causa della diffrazione della luce non 
ben conosciuta» Pure io credo che si potrebbe itu 
butrne una che è assai verisimile. Sembra provato d 
tutti i corpi hanò un? atmosfera , la di cui deosil 
differisce da quella dell*- aria. Se ciò è vero» i rifl 
della luce che radono gli orli de* corpi devono sgd 
re una ref natone traversando questa ammqsfera II 
X K F {fig. 247. ) La causa de|la difirazione della li 
ce sarà <fuaque la refrazione che ella soffre passas 
attraversò dell' ammosfera\ particolare de' corpi. 1 
fatte alcune sperienze che sembrano provare che 
ammosfere de' corpi hanno un potere refringente 11 
noie di Kjliiello dell* arisi,. perchè quando ho contofl 
to un corpo che ba un potere refringente maggiore 
quello dfU*am, i colori, ia ciascuna s^rie ^i m 



(ìtrattò. t^er far ciò ho preso un tubo di vetro sot^ 
istiiàoi rhof ci^ietf» di mercurio, e Tbo iinniersd 
I raggio solare ^ Il mercurio Rappresentava il sotti! 
I di metallo. ( 1471 } e il tub» ii vetro la Sua àm^ 
•iferà ; 

^475* tn tutte quésta ésperil^riÌBe j è^uaìmehtfe thfT 
quelle selle quali tiofl ho adoprato che tin sottil 
> di metallo ibo ottenuto hoil iblo ti'e ierie dico- 
;i dà ciascun lato tÌ47^/i ina aiizi ita tntg|iot: nii- 
Aó , che io ricéveva toprà lin eactoile curvata ili 
Udo dinanzi 1" ajfparèlcchio • Opkite iminagihi colo-'' 
è. si portavano ^eh'^élteàsiòtie di jptà di nitfzzoeet- 
i il che ini fai irridete clii Ih ifvèfté aiAmosfere vi 
loti solo refràziodé ^ tnk aàche rifleàiidne di lucè $ 
né succede héJtìe goccic di pioggia cìie danno Uap«^ 
mie dell' arcobaltito ( 14} t i k 1441 ) 1 



*i 



^7^ TaItTATO ÈLBMEKtAHl 

Di* Calori €$nsiÀer4ti negli $ggaH ch$ ^ 

ce U fanne wederri. , •■ 

■ ,-■. ^ 

i^76p Siccome i colori appartengono * invariabilmea- « 
te*alla; luce (2408,^ ^417) , i CQj:pi non possono ap- » 
patirò d' un ta|e^0 tal colore , se non che rifiettènilOy 1 
o trasmeuendo raggi di questo colore; .'trasmettondoi s 
Q riflettendo più tag;/;i di questo colora che d'un ab e 
te; o piuttosto, ^appariscono d^l'cpJiore:Cbe risultai dal t 
miscuglio de' raggi che- trasmettono. 9 a riàèttopo • y. 
1477. Ma sicGOcne pat;eccbi corpi esposti alla stasa .: 
atta »; alla stessa- I^Cjefappariscono di diversi colori» 1 
i necessaf:io ct^ vi .sieno fra loro c;ertè dispos^aipni 1 
che lì rendano .i^on^ a riflettere o u^^smettere certe 1 
parti di questa ;1}K^ ^d «sciusipoe; ileUj^ altre • Qpali i- 
eono queste disposizioni^ 

1478* Ne VI te fi dopo un gran numero d' osservazio- ^ 
ni e d'esperienze si è attenuto , 'per rendere ragione 
da'colori de' corpi, alla sola grossezza maggiore 
minore delle piccole lame o particelle che li comppo- 
gono; ha creduto di vederne la prova nelle bolle di 
sapone» le di cui pareti cangiano di colore cangian- 
do di grossezza, egualmente che nelle sonili lame di < 
vetro ehe soffiano-gli smaltatori, e che fanno vedere • 
diversi colori , secondo i diversi gradi di sottigliezza . « 
Ecco in oltre una delle principali prove che Ne^ien. : 
riporta nel suo -trattato : (0mV4 /li. a* f4rf. z. Os ^ 
ierv% 4. f4f* 213 ) • -^t 

t 



z 



1479. HÌNprecò JÌlié l»lt ^Itimivè f «llV'fiiio«».tftìif 

BvMM^tl- Ito tl|llet»b|iio:di <Ìr«à $è0eàìi t «a'qaé^ 
«t«lma 4Ì>(>lieiii(lo>'r «Jàrlr d^U/fiftì ^MM'-pl* riatta 
» sella ( ^x' 249 ) > e premenìlòle dolcemenie ^ i)iii* 
ikro rfftctcotMrvli'-quel dM^scgie; v, . ' 

Ì4S04 li; Qjriisfì: <rwr i< "ifutndi»' (uifi^ «epca- Va' ' ftjaiiid 
enn^-affio» 4i-iKiA VcéAt cb« 1«' lucé^ tìflcsaà' ' dà* 
tri^'^ó ìUllftnM)a«tib si^^MfTvi'Ifraoioròt: vid*^ nel 
^«óùn MgftaLmró^ieoaitoriitM ilk J»tchl' eeloéni '. 
; femur 'Cbc> •vetad)>>^[W>thcòMf'^iiah<ft>' { yeui »< 
«o compMM a.ìi»i«ya .faf<-. 'iJ^Wila «iaè«lili 

tale 0Ìft'<dftfg*iitÌ9^k»li^*.f>ii^>^t.ttt m* iyH 
òMftir.6 i^otbiiffsi|;&é^4 i'ìri(àfit4r|l^<étl- i«iM»d «; 
ie''^'^e¥o,iMton»s«)»tiiAéoS giallo ;> tóUéy violeei. 
», azziirro^te»4^V^Ì!iH0^«o*À) 'lf9tltofi7^zixtttÒl 
arde, giatky^i t0sA;^)p«i^ « 'iz«i^* ve«ie , giali 
».« tosso r;Vefde i' rftisif «fczbrr(y.^r^«rà,'^coMo*i 
EsdWoJvélrdaltrd:» i«ft6{ÌÉfÌH<6'>%ilìcrtf' VferakÀro ; 

i4t II 9ft« Q^ue9tÌ^eAeti^«fflM}o^T»6itl;fHk-!jÌl^1iJc« % 
occdiió in mtmér'i da^^Mé»' la lueedlie lì travétsjir, ' 
Mervò-ehe l'aria IntertKi^i faceva vedere'^ jIt intU 

colorati, canto tranriettcndo che riflétienilb'> ìa itf^ 
9 , Ma allora iovece della nnecbia ned? 4 ai vede 
b piccolo «erchió himinoio', èd-i coiiuré i' calori da 
ael luogo , appafijcoDò téli' ordine' sc^éiiiè .* résio^ 
ialUstrO; nero, violetto, azzurro , Viióieo', giallo, 

S 4 



lio Tra^ttatò Ecficsii^AitE 

rosso; violetto, azzurra r^erdis» giallo, r^i^i ver« 
de-azzerro, rosfo. Ma questi colori eratìo debolisit. 
mi, &iorchè quando U luce p9t|tvt obKquimi^aie at- 
traverso qoeiti vetri, perchè cosi diveoivano tùoìt» 
vivaci . / 

1482. Paragoni!Ddo questi aiielii pl^odotti dt uBalH* 
ce trasmessa , cogli anelli colorati prodotti ^t uqa lu- 
ce riflessa , Neyf^tén trovò che il bUneo era opposte 
al nero, il rosso all' atzurro, ilgialloal vilpletto, e il 
v^rde ad un colore cQfbposto dt.ro;so e ài violette i 
ciod.Ie parti del vetro che -quando sii guarda vm» a 
sopra apparivaflo bianche, erano, ftere.4aindo si vH 
devano attraverso; che al cenerario quelle che mi 
primo caso apparivano ntrf ^ app^lriv^oo bianche . nel 
secondo • Parimente quelle che nel prinio caso appari- 
vano azzurre, neir akro iipparivano rosse; e lo ster- 
eo succedeva degli altri colpii . Ciò si ppò verdere nct 
le fig. 2451, nella quale A<B« C, D sono le superficie 
de' vetri che sì toccano in E; le linee nere segnale 
fra due sono Ia distanze di queste superficie a diverse 
lontanze dal centro; le quali distanze corrispondenti 
9 ciascun anello colorato, Nt^ftf ha trovato essere 
nella progressione ai hnmeuca de' numeri impari ii 
3» 5» 7» 9> II ^«f ® ^ Colori scritti ^al disoprasoao 
veduti per una luce riflessa, e quelli scritti al disono 
per ui^a luce trasmessa. 

1483. Fra i due ^^tri A B , G D i evidente che ?i 
rimane una lama d'aria^ cbe si va assottigliando dilJj 
cireoaferenza verso il centro, e che inaiKa nel lugf» 



E del cootauOf .Questo punto di ròntattb si vede ne^, 
rp per riflessiooe,. perchè iì.fondq^.^lcuro cb'é di sot^^ 
ta«(4489) non. clnfiaEpdaiveme^o.^aasi niente di In^' 
cev4 .Q^sto fnedesimo ponto di cpnMtto si ;yede ló»^ 
minoso per. trasparenza ( i4tirji» pCfc.y lai luce Passai '^ 
Ubiuramemè «ittr^erso di ^o^sti dne: vetri' contìgai . 
Oh questo puatp di contatto alla fiircbnferenaa.' i Cf/ 
Iosa de* cerchi ca^iigiano cojqe gjdivefsi fradi'di -^òs- 
l^xa delle ÌJkmp dell' à^ria c|ie'vi cqrrispondo^o . Inó^^^ 
ttn serrando sj^tnpje ptui i vètci. A B,C pY^onó T^if^* 
fQf.raltrq, i(Vass<^(ii;l!ano j^i órS interni dello irtrato^ 
i'arta A\^,^gsB.E D, e i ^/hj^^ «C*^'^??.- 

tuanp tanto^pli^daj cipmróp Pace dunque eht lé di-; 
Yers^ ^P«f<^2^? if't^ccoìi strati c^nompongonóicot^^ 
pi tiefio una d^e cafioni déìl' ap^^àrenase de"! diversi 
colori che« ci (^apfl.T^cIc^^* M^ ne sono eftìno ts 
^usa unical :»^ r: • 

J4S4. Si è vecTato cfa queròlitaBbramo detto (14$^^; 
«««481) ^h^ yi^fono^lo stesse appa^reoze di.eoIoi;i \tir 
diverse grossezze^ dànqtté^. c^oor soiìo le .sol« grcKÀiize 
che fìroducAilQ qaefte^pparcfn2;e), Bisogna dari(iiìe,ch<èr* 
ó. si laggiungsi, qualcht aftra càusa. P§tchÌ ikm '^1. ^sf 




a|gittDger 

(i figura ! _, 

tessitura del lo^o io|ieln^V^«(aI che dbvrebSero risor- 

tart d^lk dìSerenze nella loro porositl , che fare|i>bés 

IO si che nna di titt i^nicelìe' aiiiàiettereBbé una lu*^ 

cn d*nn colore, e un* altra uni luce d'W alerò colo^ 

re ^ perchè q^acHe^ Ibct, di dtvdisi, còlofi 4*Vofao ^tfctf 



«^4 Trattato ELSKBNTAitt 

d>lor del raggio cfieio iliomina (141S} . Dunque t. 
coìóti flppartcDgOQO alla luce, e |i»oa a* corpi che celi 
fanno vedere « - ; • \ 

- 1488. Vi fono dife* corpi cbt trasmettono faciìmente 
hfiàcéyC le danao un libero passaggio; altri che 
non le ptermetteado di passare ayami la fermaoo^ 
H riflettono 4 Si ckianìano i primi c#rpi Érénparinti i 
e^gli altri C9rpi opéofbi :dv(nd€ viene questa ditkTtn' 
%kr Nivvton {Trdttété itOnicalii. a. p4r^ 3 jr«^ 
fèfikié. 2 pMZ. 287) pretende,' ed io lo credo con ca- 
fione, che T opacità de' corpi veaga. dalla moltitudine 
delle réfraeioni e. riflessioni ehf bannol luogo nelld 
loro jlarti interne^ Secando lui fra. le parti de'corp 
oi|)icHi , e que)Ie de' corpi colorati, vi, song parecchi 
i^iòL) voti, V>* ripièni .di mezti d'^unft: densità di!(crsa 
da quella di questi corpi é Là ^luc^ Hot può dunqve 
tfatr^t^are quei^fe parti senza provltfr no gran numera 
d3*réFrazioni é di rìHestioni cbe ^e itrpediscano di pro' 
yi\^H\ in litlee rette; dal che he segue che la ftìxk^ 
fcipal causa deir opacità si è o la interruzione delie 
^atti de*cor()t o^vcài, o la diversa densità dello pasti 
tlsé li eoitipomsom/" 

148^. Perchè vi sonò de* liquori :trajpàreiKi» ì quali 
4é ài AfescolMOinslérde' divengono «pachi ^ pèrchi ben. 
Itiò <ntefsa di Mita .e potenze refrlngcTnti ^ tali aoao 1' 
tcqùa, é r olio essen'zìale di terebinto . Separatamente 
qùeAi due li^jOòri sono ttàspareatissinni ; ma se ai ifie^ 
scolano insième , il miscaglibldivenia d*u6 biaoeoopi- 
io. Per qoessa lafiooa le atebbic jtatbàsK) la traspaia: 
za dell* aria < 



B I F I f i^c aÌ' ^8$ 

1490. Parimthte vi soBO de' corpi opachi, i qaili 
diventano, trasparenti se si riempiono i loro pori .àf 
usa sostanza , la di cui densità egoali , o almeno sf. 
avvicini molto a quella delle pató di questi corpi • 
Qpesto i dò che succede alla carta -dac si bagni- 0: si 
ónga; Qinndò questa cartii era secca , i pori eran* 
ripieni d' aria » k di cui densiU l diversissima dt 
quella delle parri che compongono la carrca r bagc»[%« 
dola o ungendola si scaccia V àih da' suoi pori » • s^ 
riempiono d* acqua b d' olio , che iono ',sostian<c, . |a^ 
di cui densità s'avvicina molto più a quella delle ipar« 
ri della carta , the àw hctva, la densità dell' arfe > 
di eòi erano ripieni i suoi pori . Nel primo casor la. 
luce prova dunque pia rifrazioni e riflessioni che aoa 
hanno luogo, 'o'aln^eiK) pochissimo nei secondo» 
* r4^i. Per questa ragione, secondo Newton 9 il «Ri- 
gherò , là carta , il legno , sono èòtpi opachi , -ed ai 
contrario il vetro, il diamante ec. sonò corpi .ttra*^ 
parenti. La ragione secondo lui è che le parti vicm^-. 
nel vetro e nel diamante sono della* stessa densili % 
in maniera che l'attrazione che produce la refra^ionp). 
(1294, e se^.) essendo eguale da tutti i lati, 1 caggV. 
^ella luce non vi subiscono né refrazioni né rifles- 
sioni, e quelli che entrano nella prima superficie -de' 
corpi continuano la strada senza inflessione fino all' 
altra superficie , eccettuato il piccolo numero di quel* 
li che urtano le parti solide • Al conttarìo le parli 
vicine nel legno, nel sughero, nella carta, differisco» 
no niolto in densità ( 1490) , in maniera che l' aitr?T 



±ÈÈ TRAtTÀr#^ Elìmentake 
J^eltd yisipne nafmntA 

T498. I fenomeni ileih rislAne , ••la-fnaniera colla 
quale si eseguisce sono uno de' punti i più importamt 
della Jsica, Totto ciò che . Ntwfn . «^ altri hannt . 
icop^rto sulla natura dell» luce e de* colpri, sulle 1^(1 
gi della rsflessiofie, della c4feazioae» t deirinfietriò* 
%e de' raggi si rapporta a que^a teoria. Ma. per ren- 
dere ragione di questi feoomeot bisogna ben conosce^ 
r organo « e almeno le parti di questo organo, medi- 
ante il q.uale si eseguiscono. 

^4^9. L'occhio é IMI gibbo composto di più parti» 
alcune delle quii sono più» altre meno cotìststenu^ 
e rappresentano una specie di guscio formato dall'io- 
sierp^ di diversi strati membranosi chiamati tnniA%\ 
o mimkraue . Le altre partì sono più o meno fimii^ 
C stanno rinchiuse negl' intervalli compresi fra queste 
membrane ; e si chiamano umori . 

iSoo« L' occhic è situato in una cavità ossea delb 
testa, che si chiama orbits^ la di cui figura s'avvici- 
na a quella d' un cono . E' coperto nel davanti dalk 
palpebre , ciascuna delle qu^^li è orlata da, un' ordtflt 
di piccoli p^U molto consistenti • Qpeste palpebri 
sono due prolungimenti della péllp, orlaci nelle Is* 
ro estremità d* uaa cartilagine , "e forniti in tutta b 
loro . .^tensione de' muscoli che servono al lof» 
moto. 

X501. Il globo dell' occhio si trova congiunto alle pal- 
pebre liic.'iantc una membrana sottile , e naturalmente : 

biaB- 



D f F f f r-B a; lig 

Ì>ÌAfl6I i che si chiama ctngìumivs > o Mugineéi » • 
volgarmeot* bUttgo ÀeW occhio . Qiiesta ^ njiembrana à. 
attaccata per una delle sue eitremicà. alla circonfe- 
renza della cornea trasparente (1506)^» e. per. l'altra 
agli orli delle palpebre , ella i oltre a ciò per la sua 
- parte media attaccata agli orli dell' orbita ( 1500 } • 
Qiiffra inembrana riveste tutto V interno delle p:^lpe* 
hit i e li parte anteriore della tunica dell'occhio, 
«hiamarta cornes ^ac4 ( 1506 ) . 

'Ijoa. Si trovano fra l'orbita t il glebf dell'occhio 
i tuoi mulifcolit i suoi vasi, ed una quantità di gras- 
. so che ne jfacilita il moto • I muscoli deir occhio so* 
M ih numero di sei , cioè quattro retti , e due oblii' 
~ qui^i.It^inio de' retti che è di sòjgta serve ad alzare 
f-oeebio, ed i thiamato da questa funzione muscolo 
eln^àt^re o SHpirio\ il seconda che è di sotto j e aa* 
Cagonista al primo , serve ad abbassar T occhio , e si 
.cbiama dbbassut^n > o umile ; il^ carneo che è dalla 
IMirte interna dell* occhio verso il aasa d chiamato 
éddikìére^ o hggitorèy o bevhore y perchè quando si 
legge o si beve si volgono gli occhi verso il naso; 
H quarto che è dalla parte esterna» e the fa girare 1* 
Q|c£fai6 dàlia parte opposta al naso si chiama abdtutO" 
hf , o sdegnosa , perchè si gira l' occhio cosi , quando 
ai guarda qualcbeduno con deprezzo. Oliando que^ 
iti, quattro muscoli agiscono successif amenti e di se- 
guito fanno fare all'occhio un moto circolare» e 
^Oando agiscono tutti insieme e di concerto » tendo* 
no ad appianare l'occhio» e a renderlo xmqo con* 
Vesso . 

Brisson Fis* Tom. III. T 



igo Trattato ELtMEiifAnfi 

150;. II primo de' muscoli obliqui dell' occhio é ct^ 
fiosciuto sotto il noitìe di gra^rde oiliquó^ o grsntf9* 
cledtcrty rWrve a far fare air occhio ceni moti cbe 
esprimono gli occhi dolci < II secondo si chiama pic" 
càh obliqua V or piccoh tr^fflidtore , e sef ve a* moti del- 
l' occhio che indicano indignazione. Questi due m» 
scolf agendo insieme servono a fortere innanzi il 
globo deirocchia, ad allungarlo, ed a renderlo pia 
convesso* Ed è possibile (he quando questi sei musco- 
li agiscono tutti in una voltfa obblighino il globo del- 
l' occhio à schiacciarsi, e cosi la rendano meno coi- 

1504. I quattro muscoli retti ( 1502;} sono aCtacok 
ti fissamente nel fondo dell'orbita (ijoo) alla cir* 
conferenza del foro^ per dove passa il nervo otticor 
(^507K e che percicr si cbiama/^r^ 9mco\ e sonoiC* 
laccati mobirmente all'" orlo anteriore della coioci 
opaca ( i$o6)^ lì grande obliquo sta attaccata fissM 
mente al fondo dell' orbita ^ passa iir seguito il «Mi 
tendine per un anellot cartilaginoso , chiamerò rr#fi!ry%. 
situato dalla {^rte del grande acngolo deli' occhio all' 
orlo deirorbita, e va a terminare alla parte poste' 
riore del globo, dove è attaccato mobilmente. II pie» 
colo obliquo è attaccata fissamente air orla inferiot^ 
deirorbita dalla parte 'dell' ang[olo piccola delPoft; 
chio , ed è attaccata mobilmente alla parte poscerion, 
del globo. 

ijoy. Abbiamo detta f 1499) che il globo dtiroC^ 
chio è composta di membrane e di umori • Si distio*, 
guono le sue membrane » in comuni, e proprie r U 



:a 



\ 



s ^i fièle À: i§t 

Edihùtif sonò la cornea , l' uvea i Ì#tetioa ; le ^to^xi 
ionò r acacnòidè i là jaloide. Vi sono tr« sorte d' 
lintori^ cioè i' Umore àcqueo, F umor ctiitallino , e 
I* tìfltior vitreo ; 

i$66i La cornea FÉ èfV (filmisi) facchiodé tut- 
te té pitti cbe cottìpòn^ono il giolito <loll'o(icbio.' qùe< 
Iti fttembrarià è trasparènte del davanti , ed opaci nel 
tèsto della iuà estensione : la sua pOt:2iociè Éra^|[^artf£ì« 
le tf sì chiama còrnea ii^aspafekti \ e la iua potzio- 
fil éf^aca VEèfi èorri$d o^aca # sciefotiàd • 

i JÌ07. La feconda tiiéitibratia yMg ghì^ , cHè è ehia- 
ilita iividi i fotata he! cJairanti da uh pertiigi<$ ro- 
HiAda A cbiàtiiatd pùpiììd i daestd foro e orlato dà (ani 
Eifcdiò dipinto di diversi éoldri ; è per qtiésté sé gli 
ziitó li riothé d^ itidé rAì di II di qùeito cerchio si 
^ede litia iiriéa btinèi ciifcolare, ò|ié si ciiianià //if^* 
iferiio tiiiaré. La f)tipiiia A ^ù5 diìàtàfsi' pef 1' azi0^ 
ìfi AtHt fibre iongitiidiEiaii Àk {fii^ ^i)i ó Hsttifr-^. 
ftfrii. per ia éontràziohi delle ^bre Nch^cpiafi lei t\ìt 
I osservano alla fadcia pipiterioré dtll' ii'idé i Là por^ 
icTné dell^ùvèa tìG àii Ifig* i^i) coitipreia dal ìig*^ 
lécito ciiiare fino al iie^vò ottico M i e éoiiòiciutà 
>ttò il home di Éoreide , è coihpòsta Ai due lahte i Ìl 
iterna delle quali %\ chiàctia mémii^dnd del RnUchio # 
^està lama dirimpetto al ìf^aménto ciliare si prò'« 
iiiga avanzandosi sulla pòrziòhe àhteriore écXVtMot 
itreò ( I5ii)i arrivando al cristallino {i^itì)\ e 
(iestó prolungamento ÌQ^res>atÒ MH i tiìitiìt iidhtia# 
t^ pt;odHiJfni iiliaf^i d 



ijoS. La cejza «embrMia LLL è chiaiQ^ca mitiìi 
ella riveste la faccia intèrna deiU membrana di {lui. 
schiQ, e s'$Mran;Ba Ì^Q al ^rtstalUno €^ n C ^ 4oveter«! 
mina. Pare che altro non sìa che una materia biani 
canra, p quasi trasparente p e pre&sa appoco siniileal- 
r ostia bianca bagnata , ma essenilo lavau^ell* acquea 
rassomiglia ad una tela |uiis«ima guarnita di 9zn • E^ 
formata dal^a dilatazione del nervo, ottico N > e pa^ 
recchi a^natcimici la guardano come V orgin» imqi6t 
diato dell/ visione i pure altri pretendono (:be Vo^ 
gano immediata sia U membrana del Huiscbio • 

1509. Gli umori deir occhia sono , cQme abl^i^naa 
detto ( 1505 )» in numero di tre. Il primo et il pi) 
anteriore è cbiam^ito um0ne M^que^^ ed occupa lòspa^ 
aùo ch^ ft fra la cornea tcasgarcAte e l'iride ( tjo^t 
e 1507), ^ di,>piÀ quello cbe si dice trovarsi fra la 
pa^te posteriore dell' i,ri()e e il cristallino C^Cai* 
quali due spazj si è dato il nomp di €4mer4 émmtf^ 
rt dell* o^ehi^ 9 9 comupicasQ icisieine mediante la po« 
pilla A • Qpel cbe ii chiaria c.dmna p^mrwé Mf 
ccchh i lo spazio nel quale fonp conteaitf t i 
altri umori» ciof il ccìauIUqQ ( 15 io), e il 

ilfio. 11 secondo umore C^C» chci chiamato «M 
cristallina , o semplicemente criìt^llinf ì sit9ato 
mediataniente dopo Y umore 4cqne9 , dietro Y ìàè^ 
(1507), e dirimpetto alla pupilla A • Qsiesto uidoik 
faa (noU^ ponsi$te<iza *i la sua figura è lenticolareiWl 
ha maggior convfstìit aella v^ p»rte pQSCfr ioie fLn 



I 

Q i P i è m lì i§§ 

,€lfé iitiià sua ^arté aiiteriòre . Partcehi Anatomici 
opinano cht questo umore sia chiuso in un invilup-^ ' 
pb ò mfeni(>raóa {>arUcolaré tanto trasparènte , quan* 
tò qùiir uQsOre^ é cBe hàdno ehiann^ta ardcn^id^ 

1511. il terto umore cliiamato kmpr vf&eé è con-^ 
tenuto nel rimabcnté della capacità interiore del glo- 
bo deir dcchlò L L L li , td bdcdpa i cottie si vede ? 
j^ ài tre quatti di ^ésta capaciti . Si chiaìtia Vi- 
.tfio, ì>erchè rastoni}j;lii at vetiro ftt laiua traspatetl* 
Hi . È* scavato óélla sài [)a><e anteriore i ed in qiie-: 
1Ìk caviti vi e ricevuta Uco^ssità poitéiriore Cif C 
[Ut cristallino (i$Ì9). La niéhiblatia delta quale 
' ^Sto umore è contenuto > e quella che si chiama 
Jéàrìié O505) é dóppia; ^oriHa t>ared:hie cellule, t 
oefli duplicatura di quésU Membrana t posto il cri- 
ftajlifto (1510). 

. 15 12. d^esti tré famorl riOn SoÀo della steksa deiii 
aiti. L'umdre àcqueo , che ha apìiresso zp)foco quelli 
l^ir acqua , é ràentì dènsd degli aftri due . L' um^if 
idfltallipo i il più denso di tutti tre; l'umor vitreor 
étséfìcib più idensò delr unione àcqueo , é rribno denld 
ieir umor cristallino • Cbàès^é noziohi et serVitatfiio 
in Ut Vedere U itràda della tòte hélli visióne degU 

1513. t'occtìib si trovi Itbrafititb ài j^iréifchie m. 
linrìe esteriori » dòn kfiìò dalla catira ^hèìr chiama-^ 
un érbits (1500) nella quale 2 rincbidio^» ma attcorar 
ìallf due palpebre $ ì di cU otlt ^onc) sempre uai da 

Ì?3 



t^4 Tìàti^ìto EleWientare 
certe cai ttlagini p il che rende la loro appUcuion» 
pia eiaua » 

1514» Si di a* peli delle palpebre V uso d'arresure 
nel tempo della vigilia i piccoli corpi che rolano per 
Taria, e che potrebbero appannare la coroea uaspa* 
reme ( 1506)» 

1515. Quanto a^tnuscoli delF occhio (tfoi e ///J 
servono in generale a farlo muovere differentemente 
verso gli oggetti che riguardiamo ; i quali moti si fan- 
no tanto più facilmente • atteso che la figura rotonda 
deir occhio , la mollezza del grasso che lo circonda, 
la flessibilità de* nervi che lo ritengono» lo dispoo*, 
gono moltissimo a cedere alla più picpola azione dcf 
jmòi mijscoli» 

15 16. .Qiianio alle membrane dell* occhio , il loro 
uso è di comefiere gli umori ( 1505 j; e quello degli 
umori è di modificare i raggi della luce in manieri 
da riunirli sulla retina ( 1508 j § ^r farvi le impres- 
sioni necessarie per eccitare questa sensazione che si 
chiama vishm. Vediamo frattanto come si fa quests 
sensazione t 

1517. ^ deve concepire che da ciascun punto ilio- 
minante o illuminato^ A {fig. 25$) p»te un numero 
indefinito di raggi di luce r> Tt r che $odo lanciad 
o riflessi in tutti i sensi, e verso ciascun punto dello 
spazio che lo circonda f^iSS). Qpei raggi cbe cado- 
no sulla cornea trasparente CC , la quale corrispoa* 
de alla pupilla t » formano , mediante la loro dispoli- 
auonè^ una piramide o un (pono C A C » la di cui 



Di F I s i ft a » 295 

lommh]^ è dalla parte dell'oggetto» e la base C C è 
appoggiata sulla cornea trasparente • Siccome non di* 
stinguiamo gli oggetti se non mediante V impressione 
cte fanno questi raggi di luce sulla retina » se andas- 
sero a portarri la base delli piramide, vi farebbero 
delle larghe e deboli impressioni « che si confondereb* 
. bero con quelle de* punti vicini, dunque diversi pun- 
^ d si farebbero vedere sulla stessa pirte dell' organo , 
> e per questo la visione sarebbe confusissima* Per im- 
' fedir ciò , e perchè questi raggi facciano sulla retina 
^ k necessarie impressioni per rendere la visione forte 
^ e distinta, è necessario ctie questi raggi si converta- 
h ao in un altro cono opposto al primo per la sua ba- 
r. se, e il di cui apice vada a toccare il fondo dell' oc- 
k cbio , cioè , bisogna che questi raggi AC, AC, egual-" 
? mente che gli intermedi, nel traversare gli umori 
' t>ir occhio s'inclinino gU uni verso gli altri in guir 
aa da convergere tutti insieme precisamente sulla re- 
tina , come in a . Ora ecco come ciò succede • 

1518. Qviesti raggi avanti di giungere alla retina 
aoffrono tre refrazioni : la prima passando* dall' aria 
aeir umore acqueo , la seconda passando dall' umor 
acqueo nel cristallino , e la terza passando dal criscaL 
lino neir umor vitreo . Per bene in|t:ender ciò suppo- 
niamo r oggetto A (y^. 254) che jmandi all'occhio 
tre raggi di luce AB9 AF, AL. Io dico che per 
mezzo' delle (re refrazioni , che due di questi rag^i 
A Ft AL soffriranno traversando itre umori dell' oc- 

T 4 



±fé Trattato ElémentArk 
cbio , i tre ra^gt aftdcannDO a tiuairst sulla retifta al 
punto 4, ^ / 

1519. Per concepirlo richiamiamo quello che abbia- 
mo detto di sopra statrìlendo i principi della diottri- 
ca : l. Ùtì raggio di luce passando perpendicokrmen-r 
te da un mezzo iti un altro non soSìre veruna refra^ 
zione, <|vialunque siasi la densità del mezzo^ nel 
quale entra il^9^): IL Un raggio di luce passando 
obliquamente da un mezze più raro in uno più den« 
se 9 si rifrange avvicinandosi alta perpendieolare (12851 
1288 )r Ili. Un raggio di luce passando oblì<|maineact 
da un mezzo più denso in uno più raro si rifrange 
allontanandosi dalla perpendicolare ( ix88 ). Cosi il 
raggio A B passando perpendicolarmente dall* aria In 
tutti gli umori dcir occhio deve rendersi in linea zec- 
ta sulla rjfetina al panto n • Ma i raggi A F, AL, 
passando obliquamente dall' aria nell'umorn acqueo^ 
^che è/pià denso dell'aria <x5ia), devono necessaria- | 
lattiit rifrangersi ^ awi^ìnan^iosi uno alla linea S F, ^ 
e r altro alla linea S L, èi^ tono k perpeodicohri t, 
alla superficie nott solo dèlia cornea trasparentt FBLy ^ 
ma anco^ra dell' umore acqueo che ella coocièoe : poì^ ^ 
che queste linee partono dal punto S ^ Cf'ntro della ' ^ 
convessiti di quéste superficie. Questa prima refrazio- i, 
ne li fa dunque arrivare y Tuno al funto K, e Pai- ^ 
tro al punto 1 ; il che facendoli avvicinare 1' uno al- i ^ 
r altro « li rende convergenti . ^ L" 

1520, Per la stessa ragione questi d«e raggi A FKi ^ 

/ 



Di P I s I € Àn %9f 

A L I pasiaado obliquameete dalF umor acfqoéo nei 
aìstalliDO» cbe è più denso deli' umor acqueo (1512^ 
devono rffrangCFSt egualmente avvicinandosi uno al* 
la linea P K » e T altro alla linea P I , cbe sono lei 
perpendicolari alla convessità anteriore K I deieri-. 
'- stallino K 1 N M ; poiché queste linee partano dal 
punto P centro di questa fonvcssità» Qiiesta secon- 
- da refraziene li fa dunque arrivare uno al punto ^;r, 
e r altro punto N ; il cbe facendoli avvicinare gli 
oni agli altri t li rende più convergenti che no» 
frano* 

1521. Per la ragioite contraria idue raggi AFKM^ 
AL I N 9 passando obliqttaenente dal cristallino nel!' 
Oinor vitreo 5 che è ineno denso del cristallino (15 12)^ 
devono rifrangersi allontanandosi Tono dalla l^inea 
O M e r altro dalla lìnea ON i cbe som) le pei(pen^ 
tfic#lari alla convessità posterioref Al N del cristaUtncr 
It I N M , e nel tempo stesso alla concavità deir umor 
vitreo^ nella quale è posta questa CcNivessità del cri^ 
itallinfo ; poiché queste lìnee partono dal punto O ceo« 
tro dì questa concavità e di questa convessità* Ora 
questa terza refrazione facendoli allontanare da que-^ 
^ftt perpendicolari ^ li ravvicina ancor di più fra di ea- 
mi% il che di loro U grado di convergenaa necessaria 
perchè vadano a riunirsi sa la retina al punto 4 col 
iracggio A B ^. Ecco dunque i due coni F A L ^ F #L 
opposti per le loro basi, che abbiamo detto ( ttif) 
«leer necessari per reodeie la vìtioM fotte e étA»^ 



^t Trattata Elimentars 
U y ptìcbè la loro impressione sui ponto m è fatta con 
tutta la luce che può passare dalU pupilla K I, t 
che i riunita ta un si piccalo spazio a segno cb 
4]ue$ta impressione non potrebbe anticipare sulle im- 
pr^siionl cbe farebbero i punti vicini se ve ne fosse- 

\^%i. In fatti supponiamo la freccia AD B (fig^z^j) 
phe tramandi ila ciascun Aff suoi punti illuminati del** 
le piramidi di luce A M C , D /» , B C N ec. sulla cor- 
nea trasparente M N .• tutte queste piramidi s* incro- 
ciano nella. pupilla C (1206, e 1207). Per maggior 
chiarezza non facciamo attenzione ad altro cbe agli 
assi A C, C D, BC, di queste piramidi , cbe sona 
ràggi semplici » Il raggio D C arriverà sulla ratina al 
punto ^ ; il raggio A C arriverà al primo 4 ; il rag- 
gio B C arriverà al punto^. Dopo quel che abbiamo 
detto fi$i9> 1520, 1521) i evidente che i raggicbe 
compongono la piramide D #i soffiriranno» traversao* 
do gli umori dell'occhio» delle rifrazioni che li &- 
ranno convergere precisamente al punto d^ dovo rap- 
presenteranno l'immagine del mezzo della freccia: 
per ragioni simili 9 i raggi cbe compongono la ptrami* 
de A M C ^ soflfrendo le stesse refrazioni andranno a 
convergere precisamente al punto 4 > dove rappreseo- 
teranno Y immagine della punta della frecoia \ t i 
raggi che compongono la piramide B C N andranno 
a convergere precisamente al punto b « dove rappt^ 
senteranno V altra estremità della freccia ^ sarà Io 



D I F X s I e A, z^ 

Kesso di tutte le altre pirnoiiicli , che partendo da' du 
versi punti illuminati deir oggetto, posti fra A» eS), 
come ancora fra D, e B verranno ad appoggiare le 
loro ba$i suir occhio; elleno andranno a convergere 
$ulla retina, e a d pingervi T immagioe dtl punto de]* 
r oggetto dal quale partono, in un ordine relativo» 
i|aello che osservano le dpe piramidi estreme AMCp 
B C N 9 delle quali sabbiamo parlato } U che farà rap* 
presentare V immagine della freccia «ulla retina ixr 
ona situasLÌone rovesciata « 

1523. Avvegnaché te immagini degli oggetti si rap- 
presentino sulla retina in una situazione rovesciata 9 
IMrrcbè li vediamo in una situasnone diritta; Eccone 
la ragione , Noj Veggìamo sempre V oggetto nella di- 
rezione del raggio, o, che è lo stesso ^ nella dire- 
zione dell'asse della piramide che ce oe porta Vinx^. 
magine ( 1207)^ cosi l'occhio vedrai» punta delU 
fr^da ( la quale è dipintfi nel basso dell' occhio) 
nella direzione A 4» e in conseguena;! in alto; vedri 
al contrario r alrra estremità della freccia (la quale 
è dipinta nell'alto dell'occhio^ nella dire^^ione ABf 
«d in conseguenza in basso; dunque vedrà la frec*^ 
eia in una sitoaisione retta ^ sei^bene la sua immagi«- 
ne sia dipinta sulla retina in una situazione rove- 
sciata» ' 

1524» Gli umori degli occhi sono dunque capaci di 
riunire in un punto i raggi che. compongono ciascune 
piramide ì ma questo punto è tanto più lontano ^ quan» 



td più sono divergenti I raggi idcidenti, perché ; 
ècrtk) meno dilposti ai tiiiùi^si i al contràrio e 
punto è tanto più vi£lho , ^ilarito fileno sonò 4 
^enti i «figgi incidenti^ perchè allora sono più 
ati a riunirai. Supponiamo ciie i tdij^gi Kb y Pia 
Ì5 6), -partendo dal panto A, abbiaiio tìéir ar 
iilr occhio ^^ DD^ il ^radO di diver^edza pr 
mente necessaria perchè trafversaiido gli umori d 
at* occhia vadano a eonvéigeire (^técisàménte siul 
lina in ; . E* evidente che ae nulla èàngU nell 
io di quesi^0ccbiai li raggi più divergènti, qua 
t^ hb^^iy siccome pattono da un pimtò più 
air òccfbio di quello che il putito A , artiverac 
fondo dell' occhio ^rima d' essere tiiiniti , ed àt 
110 a convergere* più lotltatio » tome ^r eseni 
i ; al contrario 1 raggi tÉeno divergenti còme 
C/» venendo di pìè. lontano , si riuniranno pri 
essere arrivati al foUidò dell' occhio, per esempi< 
Hell'uno i e nell' altto ea|o )a visiotie sarebbe 
fasa i ^ perché vi sarebbero delle im^Teésioiìi ( 
latfehe (r5t7|. 

' 1525. Frattanto i sebbeflè la di^e^|ed7Ji de' ra 
mrnaisea a misura che Y oggetto s* allontana, < 
n^nti a misura che l'oggetto s'àvficiAa vM^ 
siane è distinta a diverse distanze, ed'eccone 
gione : L II globo deU'^ òCcKicir essendo flessibi] 
achiacGrarsì per 1' azione de* mtricoli ( 15ÒÌ ) , 
Imiarsi^^^n'aizione de' museoll obliqui CXJ03 



p r F f 8 r « At joi 

Mediiiite questo schUcciarsi la cornea • il cristalli^ 
00 s* avvicinano al fondo dell' occhio, t la cotfe^ej 
perde una parte della sua convessità ; i raggi C Jt 
Ck troppo poco divergenti so»o, meno forti a czii^ 
della loro minore obliquiti d' incidenza ( 1283 V ^4 
hanno n?l tempo/ stesso minor cammino da far^ per 
sirrivar^ al fondo dell' occhio ; in maniera che il 
punto / della loro riunione può arrivarvi . Al contra- 
rio per V allungarsi del globo dell'occhio, la cornea 
e il cri$taUino s'allonunano dal fondo dell* occhio, 
e la cornea diviene pia convessa i i raggi B^, B4 
troppo divergenti, sono dunque pia rotti a motiva 
delU loro maggiore obliquiti d'incidenza, ed Iranno 
nel tempo stesso pia strada da fare per giungere al 
feindo deir occhio *> questo fondo può dunque trovarsi 
tanto lont^oo, quaatQ il punto ^ delU loro conver* 
gcnza, 

%Si6. La cornea trasparente ^^ fa porzione d'una 
sfera più piccola che non è il globo dell' occhio , io 
conseguenza i prominente . Questa pron^inenza fa s) 
che vediamo anche degli oggetti posti dalle parti seo-* 
|za della quale non gli vedressimo. 

1517. La pupilla potendo dilatarsi o ristringersi a 
volontà ( 1507 ) , ci serve a misurare la quantità deU 
la luce, della quale abbiama, bisogno, secondo la 
fnaggiore o minore sensibilità de* nostri occhi , e it« 
éondo le circostanze. Q^undo passiamo da un luogo 
molto luminoso io uoo che lo i pocbisiimo , U pn^ 



301 TliAttAtO ÈLÈMÈ^JTÀllÉ 

^illa si difata p«r ricevere la maggior quantità di Id- 
ee |io«ibiIe; setità di chef tìdil si Vedrebbero gli ojj- 
g«tti che (jualcbé nionleftto dopoj cio^ a dite qaail^ 
do ì^ ìttpté$$i&he della tiic« viva cbe a¥€iva atfetto i 
ùostti Mchi ^t fosie dimiAtiita i Al éontracio c^osltidd 
pasciamo da (in luogo ói^ùto ìa un kogd mólto i^ 
laminato la p^^ìU si irbtrittge i pcfrcbd alldt'à la tiof 
j^a luce di offendei 

Ì62S4 E' dosa éèrta cbé 1^ Iciltiagitie dèlio steiid 
oggetto si dipinge ne" ilostri due occhi i t noriosUiìt^ 
1^ oggetto tlorì ci apparisce dot>pid. ùò-tóri ftàsde^ 
eotrìe battno dettd parecchi autori delebri ^ dlal ikJd 
^aré agire che ùii solo occtìió alla Volta i é dall^ci: 
^tfrvi sempre uno dt questi ofgaiii che s^i riposa ; É' 
dosa dena dhe si vede co^'dutf odcdi Itf itéssd Ogget-K 
tOi e che le <jue inliiiìàgttit induisdòifo sulla Visidnt^ 
è dontribùiscodo alla ieniaiione ; perchè si vedef rise- 
glio doli due odchi cUe don un'Eolo ^ il che si pooi 
provare chiudefndo iitió Aerine dcchi*, allora si affati- 
ca nleno la vi^ta ^ e si giudìda più prdtìtàniettte i è 
pia siduramerité quello che st guaMa . Ècco duncpsd 
domef si può risolvere cfjiestÉ, questione . 

tj29\ Sieriò (fue odchi D, e G^ (/f^. 2^7 J diretti 
Vefso Io stesso t^^gefto A E( . le memfcfrarie che rl¥c- 
itotio il {onda dì <|trésti occhi sonò un tesato di 6^ 
fere che appartetìgono a' nervi ottici yedf é verisinhllé 
dhe ne' due occhi d'uno stesso individuo queste mèol- 
hUtìé sì ra^Migiina ordinatiainfeme' pel fiumerO'j 



per la disposizbne, e forse pel grado dV^Iaterifo de"^ 
fili nervosi che le. compongono. Ciò essei^do coiit 
suhito che i dae occhi D« e C si ditigoncf versa un« 
stesso oggetto AB ^ le immagini*^ ifp , dif CàdettàantV 
Tovòv e neir altro sa de'lle partt simili e cornsj^tf- 
dedti t\ il ti tr d^l tessuta di cui ab&iatii piarlaf 
W^e^fe ditó refrazioni clie ne risuttatié essefido^i pet 
così dire alrunissono Tuna dell' altra ^ e pcftcate al- 
fa serfe deiraiiima mediante un solo argano ^ poiché' 
[ due nervi ottici ^i riuniscfona in un aol ramo che 
iblo va al sén^rié'i quresce due sensazióni ^ io dico 9^ 
fido fanna nascere nell* anima che oiia sola tdfeat piùr 
brte e meglio terwnata che per una loia immagine ^ 
toi serajfre identica « prei!(sa appoco* come ir suona che 
lalpisce le du^ orecchie* ( 1028 ) , o radere che: ji ri- 
reve sulle dae membrane pitditarie«r 

15310. Ke segue dfa ciJÌr che si dc^e /vedere Togget-* 
a doppio y quando le éue immagini eadono inèl fo0-^ 
lo deir occhio su jparti cfie non sona analoghe acor- 
ìspondenti; come se nelF occhia dritta D Timmagi- 
\e si cadesse sulla parte t, 1, mentre oeir occhia 
Uknco G rimtifagine si della stessa o^gétta ta^feir^ 
ner sulla parte t^tft ciò succede quandfa le parti 
Einilr non si erovana voltate dalla parte dello éitiu» 
iiggetto ; còme ciaiciaino pu& prc^att preriictfdor un pch. 
10 d2i una parte una de^^due Otchl pn muovetla dal. 
uo luogo . 

f35s. Si tonna le stesste^ apparefl2^ fef ^ dirigOBa i 



^04 Trattato Elsmsntare 

dlae occhi sopra uà oggetto dirimpetto al quale ve nt 
è un altro o pia vicìao, o pii lontano. Qpcst* ulti- 
mo alloca ì veduto doppio. Supponiamo pei eseepio 
un blsione posto a 109 o la piedi di distanzi: dris* 
zate un de* vostri diti a 10^ o 11 pollici distante da' 
vostri occhi f poi guatdate il bastone : vedrete il vo- 
stro dico doppio ; guardate il vostro dito f vedrete il 
bastone doppio. 

1532. Giadicheremo della distanza d'tfh oggetto dal 
grado di divergenza de' raggi cH^ compongono ciascu* 
ni piramide» venendo da ciascun punto Ci 191): ttà 
giudicheremo più sicuramente di questa distanza » qoaa. 
do dirigeremo i due assi ottia sali' oggetto ; gisididie- 
remo allora questa distanza dal luogo in cui i dm 
assi ottici s* incontrano . Un guercio dunque giudia 
meno bene jie distanze di chi si serve di tutti due i 
suoi ocdìK Si chiama asse ottica una linea retta che 
cade perpendicolarmente suir occhio , e passa per il 
suo centro; in^ maniera che si trova nel ptolu^gi- 
mento dell' asse del globo deli' occhio . 

1533. Noi giudichiamo le grandezze apparenti de- 
gliS>ggetti dagli angoli visuali (ii8^). Le grandeas 
apparenti 4'tin oggetto lontano sono dunque recipro- 
camente come le sue distanze. Cioè se & una volta 
pk\ lontano in un caso che in un altro , appacisa 
una volta pia piccolo nel primo che nel. secando, a* 
so . 

1534. Dueoi^iu oggetti vedati soitto lo stesso ango- 
lo , ecbebanntf perconseguenza le grandezze apparta- 

. li 



**^ 



dì F i> i c a ; 30S 

ti eguali,. hanno le grandezze reali proporzionali alle 
]oro distanze » Cosi se un oggetto A » t$%t ndo veda* 
Co sotto lo stesso angolo , sotto il quale si vede V 
oggetto D li trovi in itna distanza tripla di quella 
iteli* oggetto^ ; la grandezza reale dll' oggetto A è 
tripla di quella dell' oggetto B • Così si giudicano le 
fespettive grandezze de' pianeti , quando si sono cono- 
sciute le loro distanze , 

1535. Mi questa proposizióne ( iJH) ^^^ ^^^^ ^^* 
guardarsi ^era se non nel caso che gli oggetti che si 
paragonasi) sieno l'uno e l'altro mólto lontani, seb- 
bene ^ distanze disuguali» Perchè se gli oggetti sono 
a distanze assai piccole dair occhio , le loro grandez- 
ze apparenti non sono giudicate proporzionali agli anr 
goli visuali, né alle loro distanze* Un gigante di 6 
piedi è veduto a 6 piedi di distanza sotto il medesi- 
mo angolo che un nano di due piedi veduto a due 
piedi di distanza; tuttavia il nano è giudicato più pie» 
colo che il gigante. Ci^ nasce perchè quando cono- 
seiamo bene gli oggetti de' quali paragoniamo le gran-, 
dezze, questa nozione influisce molio sul nòstro giu- 
dizio* ' 

1536 Se l'occhio è posto al disopra d'un piano o-* 
tizzontale , le diverse parti di questo piano appari- 
scono inalzarci a proporzione che sono più lontane , 
finché appariranno al pivello deir occhio. Perchè (al- 
lontanandosi appariscono più vicine all' asse ottico 
( 153^ ) > poiché i raggi che mandano al 'nostro^ oc<r 
chio fanno coli' asse ottico degli angoli pia acuti che 
Brjsson Fis, Tom. IH. V 



3#rf Trattato Ilementahe 
quelli cbc fanno con questo medesimo asse i raggi 
che vengono dalle parti cbe sono più vicine a noi, 
Qiiesto è il motivo per il quale quelli cbe sono sul- 
la riva del mare s' immaginano cbe s' alzi a misura 
che fissano i loro sguardi alle parti del nli^e più lon- 
tane « 

I537« Per Io stesso motivo se uno pone al disotto 
dell' occhio un numero qualunque d* oggetti nel me* 
desimo piano , i più lontani appariranno i pia aitile 
se questi stessi oggetti sono posH al disopra dell* oc- 
chio in un simil piano., i più lontani appariranno i 
più bassi* 

1538. Le parti più lontane d'un luogo muro bea 
dritto , semberà per la stessa ragione a qualcbeduno 
che sia un poco lontano ^ cbe si curvino verso di 
lui. Parimente le parti superiori degli oggetti altif 
come per esempio l'alte torri parranno» a chi vi è 
vicino 9 inchinarsi su di lui , e talvolu in «odo da 
spaventare . Quando uno si ponga a giacere supino a 
cinque o sei piedi di distanza da una torre alta , ve- 
drà il fenomeno del quale io parlo «. 

1539* St la distanza fra i due oggetti visibili for- 
ma un angolo insensibile, questi oggetti» quantun- 
que lontani l' uno dall' altro appariscono come se 
fossero contigui. Dal cbe ne segue cbe (un corpo 
continuo non essendo che il risultato di più corpi 
contigui; se la distanza fra più oggetti visibili non i 
veduta cbe sotto angoli insensibili > tutti questi divet* 
i corpi appariranno yn solo corpo continuo . Per quc» 



Stàìràgióhè rndubitaUméntè Inanello di Samrtìdf 1765 J 
tìoù ci àpparisde che uà solò corpo toncinuo ^ jrebbe> 
tìe gli astroiiòfhi lo riguardino Wme un' uhiohc d* UH- 
gran fiutfìefò..dt piccoli satelliti pesti molto Vicinò fr^i* 
loro •. 

15:40. tè rocchio k* avanza diìretVattiehte dabnluo^- 
gb ad Uh altro senza che uho s' accòrga disi suo nio-»^ 
tò , \ìn oggetto poko Utlsfaìmentè a sinistra ^ o a de- 
stra parrà muòversi iti s'en^p contrario • Per questui 
tligion^ essehdò ih un batl^Uo tbé si Aìhove toA mol-* 
tà uniformiti , é senza sto^s^ , la riva e tutti i luo- 
ghi ititorhò sembrano hluiovètsi "è fuggire pier tosi di- 
è ih leh^o contràrio à qùfeUo in cui ii hiuove il bat- 
lèllò , é coh uha vélòòità eguale a ^u^ellà del batttl-^ 
o. Questa è infatti hna regola generale d' ottica ^^ 
rbé quando V òcchio è fhbSso lèn^à thè si aiicorga dìel 
^uó mòto , tifeirisce questo thoto a* trorpi esteriori , t 
iTudica che si muovahò ih séà^o contrarie. In questi 
manjei^ attribuiamo a^ cbrpi cìelesti dè^ moti tht a^ 
^arcengclho realmente alla terra che abitiamo • 

i^4X. ^iel)a stesisa 'iu)>posizione , tioè\che 1^ ottbiie 
tìbn s^ accòrga d^l suo 4not^^ sie Inocchio e T oggetto 
SI muovono tiitti <lUe su delle linee paràllde^ e nel- 
lo kessòlénso , ma the il moto deirotchib sia pia 
rapido che qti^^Uo délF oj^geltfo ^ Toggbttl^) i'ppaHtitbé 
ti muòva ixldiettò ; 

1542. Sé sì Jfivsànò due Id >itt b^^etti lot^CIbi tbesl 
ibiiovaho icoh velociti eguali , è cbé uh tetta iia in 
■Uosa » gli oggetti che realinienté ti m'iMVÒfao apparii 

Vi • •■ ■• 



|0? TRATTAtO EliiliEHTAIl* 

ranoQ fissi , e quel che sta ìq qqiete apparirà muQveri 
si in senscr?ptitrarÌQ . Cosi quandQ delle puvole pò» 
aie damanti la luna sono traspariate rapidamente » ^ 
si guardano gssgmeqte, $ che le|lcrQ parti pare che 
'conservino la Ipro respettiva ^itoaaione frai Joro^ipare 
che |a luna vada in senso ^optrarip • Ciò nasce da| 
seguire che fa )• occhiò i|^a(:chjiialinente }e puyolechi 
guarda » p perciò le ^rede iissi^ ; se guardasse j^ssameoi 
Ite la luna distiagiierebbe il moto delle nuvole • 

1543. Se il centro della pupills, ovvero, il (:he i 
la stessa frpsa. Tasse #tticQ (liìi) si trova dirioh 
petto (^sattamenite nella dìreziofie d*pnj^ lìnea retta» 
questa linea noii apparirà che come un puntq, perc(i( 
in questo caso rp(:chio non può ytdeté pbe T estre- 
inità. 

1^144. SiB rocchio è posto nel pUnoi 4^ una ^per^ 
fi^ie in naniera che pon yi sia cl|f una }ine4 di pe- 
rimetro (ihe possa fermar^ la su| ihimagine sulla k? 
fina , questa superficie apparirà co^ie una linea , per? 
phè non se ne può vfcdf re che }* orlo , 

1545, Se un solido ^ opposto .direttamente nlFoCr 
^l^to, iq i?piaqiera che qqii possa ricevere de* (raggi che dal 
pìéinQ d'un4 delle sue superficie, queste splidQ ayri 
r^ipparenza d'una superficie, perchè in questo casQ, 
X pcchip nQn pi^ vedere che una delle sue £accie, . 

1546. Un arco lontano veduto da un ocipbio che i 
nel medesimp piano non avrà V apparenza che d'ani ! 
linea fretta , perché tutti questi punti appariranno e-, 
gualmente lontani (izii); non si 4i$tin|uerà dunqat 
la sua curvatura ( 1214). 



Di FÌSICA; j6^ 

X547. yna sfera yediatà <ia qaalche distanza £t>pa<^' 
ice come iin cetchioi perché tutte ie iùe parti àp^à-^* 
retidcfci ègùaifheote illuminate; ci appariscono eguale 
tnénit iohtàne (iiii): Così la luna ed il iole ci 
ippàriscòno pi&tii ; sebbene siéno globi» 

Ì548< Le ligure àngofari appariscoìiò tòàdé in un* 
^rta lontananza-, perchè allora non le vedendo che 
Jnperfettamènté , non ile distinguiamo gli aitgoii; 

1549* ^e rocchio guarda obliqiiaMéntè il cenere 
i^utì cerchio lontaiiò» qiìehò èèrciìid apparisce òva- 
£; perché il diametiti perpetìditoìaté ah' becbiò £ ve- 
lato ih scorciò; fcioé i raggi pa^téiiciò dalle èue e- 
tremiti Mmaiiò airòtchio uii angoìò tàiitd ^iùacia- 
ó ; quanto maggióre é 1* obliquità ; iti Véce di che il 
iamétra parallelo a* due òcchi è veduto ia tutta la 
iia festensiorie ; t^eircièi ih betti casi vediamo V aiìéllol 
f Maturilo di una égura elittica » 6 quasi simile i 

Questi sonò ì prìncipaìi fenòmeni delia visione rè.' 
atiVamèhté alle grancjezie éfl alle iSgìiré sì reali i:tié 
ppatenti de' corpi ; Védiàtiiò ifirattàhto iti quaÌ*.màBÌé- 
a distinguiamo i colori di ciaschedui oggéttp ; 

i$Ìoi i colori nei seiisò della vista soii Icideépar-^ 
Icoiàri , che nascono ò sì risvègliaiìd in iioi . hell* 
ccasiòne delle impressioni che hi fatino sugi' òrgani 
ella vista dàlie! diverse specie di lucè : Óra egli è 
robabiié che le particelle dì éiajicaiìà spècie di iiièK 
iBerhcanò Tune dalle altre per là ìnassa f^s)» per 
i grandezza 9 per la figiìrà; e pei gradò ili velocità 
ti iorò rnòtò (iÌ7Ì)i tììéào devono dutli^« faf 



310 TRATrATO iLEWENTARE 

sair organo della vista de}le ìro|>ressio(ii diverse ^ eo^ 
me lo fanDo i dirersi corpi $uir organo del tatto, 
Una parte sferica^ non affetta il nostro tatto come una 
parte cubica , triangolare ec. Essendo diverse le im- 
pressioni che fanno suir organo della y^su le diverse 
specie di ^^ost , le tensaa^iotti devono esserlo egual- 
mente % 

155 1« Qusste idee de' colori si risvegliano e sus^ 
siatono in noi iadìpenden tergente dalle cause, se 1* 
organo rijpeve o conserva un* impressione siniile a 
quella che li h nascere. Per questo motivo dopo a- 
ver fissatagli occhi io un oggetto luminoso come il 
^le » si cominua z vederlo quantunque si ckìudano 
l^i occhi. Se il suo colore non è uno de* semplici 
( 1 37S ) » si v^de la sua imn^gine successivamente sot- 
to diversi colori, perchè le diverse specie della luco 
fanno dell^ impressioni più durevoli Tune delfat 

tr#. . ' ^ ^: 

ij[5a. La durata di queste sensazioni non cessa A' 
esser sensibile: ella è stata misurata dal Czy^d* Arcy 
(Atem. dilC ^ccad. delle Sdinxjf 4n. 1765 fAf.^\ 
Risulta delle sue sperienae che la durata di queste 
sensazioni era d* otto terzi % Segue da ciò un feno- 
meno , che al prÌBK> colpo d' occhio deve parere sin- 
golare , ma che non e per questo meno reale , Ecco- 
lo • Se un corpo perfettamente nero percorresse uno 
spazio egualf al suo diametro in meno d* otto terzi, 
potrebbe pa.ssare avanti i nostri occhi voltati verso il 
chiaro senza che aoi ce ne avvedessimo per quanto 



^ D i F f si G "a: ^ìi 

grosso fosse , e fosse pure grosso q^amo la luna ed 
anche piu^perchè la questo caso U durata della stnr 
Baziooe , fatta su' nostri occhi dalla luee del chia* 
ro sarebbe maggiore che qoèlla del passaggio del 
corpo . \ 

1553. Poiché non possian?o veder nulla , se noa 
mediante la luce ( 1182) , ed i corpi neri non ne rU 
flèttono ponto, non essendo il nero che una*privaziOi« 
he della luce (1429)1 perchè dunque vediarno no! 
quel che è nero? Non è difficile il rispondere a tal 
questione . Quando abbiamo gli occhi fissi sopra un 
corpo perfettametìte nero, non è lui quello che vedia^^ 
RIO, ma le superficie illuminate, o luminose che lo 
rircondano. La luce che elleno tramandano fa im- 
pressione su tutto il fondo del nostro occhio , eccct;- 
Inato il luogo che corrisponde al corpo nero, ilqual 
jfoogo è figurato precisamente cóme il corpo. Il difeu 
Ù> della sensazione in qnesto luogo xì. fa giudicare 
Iella presenza del còrpo nero. La pcoya di ciò si è 
:he noi giudichiamo nelF istessa maniera un corpo 
)erfettamente nero , o un foro profondo , se si pono 
accanto un pezzo di velluto nero della stessa figura, 
5 della stessa grandezza del foro , e che da qualche 
lontananza si guardi V uno e V altro , non potrà dirsi 
ricuraménte qualche di questi due sia il foro , perchi 
tutti due produrranno lo stesso difetto di sensazio- 

\ ^. . . . ■ ^ 

V 4 



3 li TrATI-ATO ELXMKKTAllfi 

1554. Pi^^^so appoco nella stessa maniera distingail« 
mo le ombre , perchè quaftdo sono ben nere non tra- 
mandano alcuna luce,' mi se Aé trovano qualche 
yolta delle colorate 5 come prima di ogni altfo ha os- 
servato Leonardo da VinU eccellente pittore Italiano 
morto a Fontenblà fra le braccia di Francesco I. ^li 
ha riporcata la saa osservazione in un* opera intitola^ 
ra Trattato della pittura^ dove dice: che sulla fine 
del giorno C ombre prodotte sopra uri muro kianoó se- 
no di color turchino t ed ha bene reso ragione di qiie^ 
sto fenomeno • 11 muro bianco e illuminato la sera 
dalla luce rossastra, o giallastra del sole, edallalo^ 
ce azzurra del cielo; se si pone un corpo «paco fn 
il sole e il muro ^ yi produce un' ombra , cioè impe^ 
disce ;illa luce solare d* arrivare in quel luogo ì ma 
la lué^ azzurra del cielo non è intercetta , e vi com* 
parisce ^sola , e non apparisce che in quel luogo dell' 
ombra ^ quantunque il restante del muro ne sia illiH 
minato ^ perchè b luce solare che illumina aqcora ci* 
la questo rimanente ^ essendo più forte impedisce che 
r azzurro comparisca. Ho qualche volta ossiervata 
queste ombre d' azzurro tirante al violetto , e ciò sue-* 
cede quando il cielo è molto sereno • 
. i5;f« Ecco un altro fenomeno della visione che 2 
singola re y e chef merita d* essere spiegato. Qpando 
una stringe gli oc^hi, o che comincia a chiudergli, e 
meglicr ancora quando uno piange, se guarda nel 
tempo scesso una candela accèsa , parecchi raggi di 
loce appariscono essere lanciati dalle parti superic^e 



H t f t S t e Aé ili 

6d inferioife della tìatiìitìa verso gli occhi . Ai. àt là 
ttire ha resi benissimo f agioiie di quésto fcDòmeoo 4 

1 Sia Yi.ifi* 25S) Ic^'fiaiHitia d'una daurfelai H H e4 
! 1 1 le due palpebre che %itUìff»iém\ »pr«aiort«i Va-' 

more dell' otdaÌQ ^ il qaaltf àdéréifdd ali" orici delldi 

palpebre e all' occhiò» come vicicio'ad H^ ed i^ ìot^ 

mera UM SfTecie di prisrtia é La èMtM della caUdeU 

fi lanciando 1 raggi attl^avetao dt ttietlor della. pi^U 

la y si dipinge rovesciata ( l^al } tollai Cecilia in D O 

X: ma gli altri taggt ^ £Ome B A^ cadendo ^oprl 

questo umore triangolare in fì « si fompòAo come 

quelli che traversano od prisma di Vetro* 9- é formadoF 

nel distendersi là toda L che è sospesa alla pàcttf 

inferiore D dell' immàgine POX della fiamma idofll-« 

dcf per conseguènza ci pare che (Provenga i € che ve- 

diattio in BM. Egualmente i ràggi B C Venendo a 

Cadere suU^ umore triangolare' in I si rompono éome 

aé f raveriasfero un prumà di vetro i é si discendono 

pct' la lunghezza di X! K formando un'altea coda che. 

2 toifttt verso H punta JC dell'imm^iné D0 3C 
dalla fiamma , doiide pire cHe pi'oVengav e tht in tat 
nfaniera vediamo^ in B N' • Ferchì le direzioni delle 
impressioni che si faofno in D L, ed* in :^ K , e éllitf 
Ci fanno vedere i raggi BM\ BN, s* incitociàóo nell'' 
oscire dalla (yupilla • La proVa di cij» si i che quandtf 
jf intercettano i raggi superiori B' A H L mediante ndf 
corpo opaco P, la coda Dt disparisce all'occ^ic^^ 
ed in coTiseguenzsf i raggi B ìA che appariscono lan- 
ciati dalla parte inferirne delU fiamlma ft dilk candtf- 



314 Trattato Elementare 
la . Ma quando s* iateccettano i raggi inferiori B C I 
K» la coda X K che sta sospesa alla punta X deli' 
immagine D O X della fiamma » disparisce egualmente 
che i raggi B N che sembrano lanciati dalla parte su- 
periore della fiamma B. Siccome si riunisce molto 
pia umore alle palpebre quando si piange» cosi que- 
sto fenomeno è in quella occasione più sensibile » • 
ciò i quel che in fatti conferma l'esperienza. 

DetU Visione drnfitHale , è detti strumenti 
d' Otticd * ' 

1556. Abbiamo veduto che i nostri occhi finch2 so- 
no sani bastano a* nostri bisogni, ma non alla no- 
stra curiosità. Perchè la visione naturale, anche nel- 
la supposizione che gli organi sieno ben sani , è set- 
toposta a delle condizioni e rinchiusa in limitt molte 
ristretti. Se si trova qualche corpo opaco fra T og- 
getto e noi» non lo vediamo. Se, quantunque non 
vi sia ostacolo , 1* oggetto i troppo lontano o troppo 
piccolo non lo distinguiamo. E* ancor peggio se ino- 
stri occhi sono indeboliti dall* età o da qualche akra 
causa , o se sono naturalmente mal conformati • 

1557. V arte ha saputo rimediare ad una parte di 
quésti inconvenienti somminisrrandoci degli sttomen- 
ti» mediante i quali possiamo vedere di nuov^ gli og- 
getti che cessarono d* essere visibili per noi » distin- 
goere quelli che sono nascosti a* nostri sguardi diret- 

H> quelli pure che «na gran lonunanza, o un* e- 



Pi Fisica* 315 

itrema piccolezza pone fuori di quel che porta la ho^ 
9tra vista . Noi faremo conotcer^ questi istrumeati « 
«{lealmente cN i loro asi . 

Degli Occhiati^ 



1558.' U difètto il più copmuf; della vista, e quasi 
inevitabile in un* età bn petTo avanzata > si e di non 
potere più distieguere i piccoli oggetti • Qtaando so- 
no posti alla distanza ordinaria » che è di 19, o i^ 
\)Ollici , i raggi che compongono ciascun fascio parten^ 
do da ciascun punto ( 1188), si trovano troppo di- 
vergenti , o che V occhio siasi schiacciato dall' età , o 
cbe gli umpri^ab^ano perduta i^aa parte della^ loro 
potenza refringente s giungono nel fondo dell' occhio 
avanti d'essersi riuniti (1524)» Se si pone T ogget- 
to più lontano ) ciò dimiouisce per dire il vero la di« 
vergenza de' raggi ( n8S)^ ma V oggetto apparisce an^^ 
che più piccolo ( 1 189 ) , ed i getti di luce partendo 
éa ciascun,^ punto , divengono, troppo rari (1.194.) e 
fanno SuU' occhio jana debilissima impressione • Per. po- 
tere, ravvicinate V oggetto., e. non ricevere de'r^ggi 
troppo div^rgentL si adapr.ane gli occhiali , cioè vetri 
convessi ctie diminuiscono' la divergenza de' raggi 
(.1355 )• Le pefr^nt che hanno questo difetto, nella 
vista , sono j:liianiate Pnskiti • 

1559. L' invenzione degli occljil^i è della fine del 
secolo XIII* Si attribuisce senza prove sufScienti ad 
tta certo Frate Ro^erio t^c^m Zoccolante d' Oiniord 



^ié ^kAJTÀtÓ ÈLiMÈfifkkÈ 

{F. SU di ciò il Trdtt. £ÒttiU di Smith i et ìsim 
itile fàdUmàh ài M. MohtUctd ièm. i; pdi. 424};lil 
quésta istptìl ii prova che V inVentòte di qiiesci oc- 
diiaii l un i^iòrentiòo cbiatnairo SéUtfiné dèiUÀtnkin 
hiortò nel 131^» é il di cui fepitafl^Oi che si leggeva 
altra volta nella dattedrale di ì^ireoze i gli àtt£ibuÌTÌ 
Ctpressaitieàte questa invéfaziotié ^1)^ jtUsSMdH 
JSpind dell' Ordiàe de* Pf edicatòri mòrto à Pii^ nel 
iiil ptt qy^ittn ài diòe^ li àVeVa anche, fe^li iciM 
f erti i 



ib 

in 
ve 



ar 

d( 



(ì) in S. M. À^àggicré, è non nella Cattfsdraic est* 
Iteva r epitaffio! di Salvifad degli Arìffati òHe àìMà ' 
eòsi; i 

f <1ÙÌ bÌAGE SALVINO b'ARMATd 

btGV ARMATI DI FÌft. INVENTÓR 

DÈGL' OCCHÌALÌ. DÌO GLI PERDONI 

tÉ PECCATA; A^NO; l>. MCCCXVH; 

6li òccbiaìi da risso furono inventati verso iì iiZji 
perchè il Beato Giordano dal Ri va ho. in ùpa sua pre-^ 
dica fatta in Firenze sulla piazza di S. M.' Novelli 
ùi mércólcdi mattina 25 Febtrajo 1305 dice,^ tloA 
a è ancora, venti anni che si trovò 1' arte ili fare jjl} 
À occbiali jf che Canno Vedere htà9 te: 



P I F T S I. (S A, 317 

Ijto. E cosa molto singolare che gli antichi ch$ 
fosescerano gli effetti df^lla reflazione, ppithè ^iseir» 
vivano de}Ie sfere di vetro per accender^ i^rorpiypQH 
abbiano conosciuto V effetto ilt' vetri lentìcolari p€|r 
Ifigrsindire ; ma i^ ancora piò singolare ^he fra T ìqt 
vmzionne degli pccbinli senip^ici , quali $i aciòf rapQ 
per leggere, che è del ijoo, p V inv^n^sione d^* tejc» 
scopi diottrici ( «575) o canocchiali, sieno scorsi 3ÓQ 
9RIII, poiché )* invenzione fli questi ultimi ^ della fipf 
dfl secolo XVf. 

i:j;6|. Uh altro difetto della vista ppppstp a quellci 
fle* presbiti (1558) si*' di pon poter vederi 55 nofj 
gli og^tti vicioissimo. Quelli che hanno questo di- 
fetto $onp chiamati Mippi . Q hanno gli umori degU 
occhi (troppo convessi ( 1509 ) , o «questi umpri hanno 
pò potere refringente troppo grande» p >! globo del}- 
occbio è troppo fillungato, e perciò la refina ( 1508 ) 
i troppo lontana dal cristalliAQ (1510). |Sf^ viene d^ 
^iò (he i raggi che compongofio ciascun fascip parten^ 
do da ciascbtibup punto fiiSS) sono troppo poto di-- 
vergenti \ sì fmTììse^tìt' dun^ut prima d' essere arriva? 
tf al fóndo dpU* occhio, come in f (fig. ^;^6). Perda* 
re a'xaggi il grado di divergenza che^ foro paanqa ^ ai 
fidopranp de* vetri concavi, che aun^entatip la diver- 
genza de- raggi ( 1365 ). Coloro ch(s s^no obbligati 4 
fare uso di questi vetri veggono per dire il vero gli 
oggetti più piccoli che ji natura (1366), ma pi4 4i^ 
stinti e meglio terminati fi )• 

( I ) Se la conformazione viziosa dell' occhio de* 
resbiti , prodotta ordinariamente dall' età | opposta 



^l8 THAtTATO ELÉÌI«EWtJtlt,l 

*. 1561 II Polem«sccpio è un ittrument0^ mediante il 
quale possiamo vedere^ gli oggetti nascosti a* nostri 
«guardi directi 1. Il principal pezzo di questb stramon- 
io è uno- specchio inclinato VX (j^* •►59)f po»to in 
fondo d'una cassetta VXY* aperta dirimpetto allo 
specchio che manda T iHUnagine dell* oggetto S ^ BL V 
air òcchio Y dello spettatore , il quale non può y^ 
derlo senza Io strumento a causa degli osucoli » cbé 
si suppongono fra questo oggetto 5 e T occhio • Questo, 
strumento è stato inventato nel 1637 da H§v^i§ % 
ohe lo ha chiamate^ PeUmosc&pÌ9 ix due parole greche 
HoXì/ai; c§mtattimento > e ^ki 77ojix«u iV yido i parchi si 
può servirsene alla guerra ^ soprattutto negli assedj 1 
per vedere quel che si fa nel campo nemico < 

I56}« Con un telescoppio diottrico (i$74) si potrà 
fare un polemoscopio capace di avvicinare gli ogget- 
ti 9 aggiungendovi una eassetta ^uadraj.D-C È F (fin 
^6q ) che porli sopra uno de* iis^ lati il tubo dell* 0* 



a quella de' miopi, egualitiarite Viziosa, l'età, ciò vré6- 
hnef qualche volta correggere il difetto de' miopi • Ma 
non succedendo tìòg bisogna dire che la causa che 
fa l'occhio miope non è l'inversa di quella che fa l' 
occhio presbite « o che l'età produce ne' miopi effetd 
cÓQtrarj a qucUi che produce ne'^sahi» è ne'presbiti7 
Trsdé 



b I Fisica; 31^ 

lettivo A B (1^79)9 il quale tubo fa un angolo ret--' 
) col còrpo dello strumento. Fra il vetro t)biettivo 

B, e r oculare G ( 1579) si pout Della casieta uno 
secchio piano K che sia< inclinato di 45 gradi all'o^ 
iettivo, e agli occulari, e che T immagine -riflessa 
allo specchio K sia al kko (1357) del vetro ocula-» 
ì G. Per questo mezzo gli oggetti situati dirimpetto 
ir obiettivo A B appariranno dirimpetto all' oculare 

nella direzione G K'^in quella guisj che se tioo- 
i fosse lo specchio K V occulare G e r obiettivo A 
• gli oggetti sarebbero in UM istessa linea • Si ag-' 
unge talvolta un simile apperecchio a* éanoccbiali 
L^ tei tro; con um tal can/occhiale si può vedere una 
tsona nel palchetto accanto » tnentte pare cbc si 
lardi qualcbeduno dirimpetto . 
\ ■ , ■' ■ 

Dille Gàmifg ÓtUfkié 

^ "^ 

2564. La carriera òttica e diìa cassetta , nella quale 
i oggetti bastantemente illuminati si fanno vedere 
tto immagini ingrandite ^ ed in lontananza ^ c'oli* a-» 
to ex specchi , e di vetei ctfnv'essi . La cfestf unione 

quéste Cassette divérsifìcTa mòltor/ se ne fanno cottr 
10 o più specchi piani ( 1138), con degli specchi 
mcavi (1252), ma ci^ si riduce sempre all'essen^ 
ale » che è questo . In una cassetta » il di cui taglio 
rappresentato {fig. J$9 n. 1) e che è chiusa datijit- 

le parti , Fuorché A A in I , si pone nella parte 
priore mtip specchio piano D 4, iacliiiato al fm* 



io d«Ua cassetta «Il 4S gfradi, ed in un foro fatto ia 
E verso i) m^zzo della larghezza da uno de* lati del* 
' la cassetta si pone un ?etro lenticolare ( 1355 ) , U 
lunghezza del foco de' raggi paralleli del quale (1351] 
è eguale presso appoco a quella delle due linee £ L » 
ed jL f prese insieme » Se il (ondo ed i lati della cai* 
netta fono coperti di diversi oggetti » i raggi della Io. 
ce che ne partono f I188 ) » e che cadono sullo spec- 
(chio P d sono riflessi al vetro lenticolare £ , davaii- 
fi a} quale essendo posto 1* occhio distingue le ìtomh 
gin! di tutti questi oggetti ampiificitte ( i};;;) oelb 
lontananza ( 1356;, e nella situazione orizzontale E 
^ • l doe primi effetti risultano dalle proprietà de* f^ 
Itti convessi (iì^y€ il!^6)f e il terzo dalle proprietl 
degli specchi piani ( 1238)» I punti ^ e p sono dua- 
que rapprescnuti in O e in P ^ i punti m e n^inU 
ed in N ec, 

15^5 S^ $n*dae lati della cassetta, perpendicolari 
a quello dove i posto il vetro convesso , si pongont 
degli altri specchi piani, paralleli a questi lati , leim- 
niagiiii saranno naQltipIicate quasi all'infinito, il ciie 
produce un eflfetto piacevolissimo» Bisogna aver Tat- 
tensione di voltare l'apertura A I verso la locet 
Questi stromeòti non sono che di purji curiosità • 

J)ilh C^ff^re Oscurf t ' 

M^é. La Camera Oscura i una'stanza chiusa esatta» 
mente da tutte le parti , eccettnaco un foro fatto nella 
imposta d*una finesu» , o in qualunque altro luogo si ve- 
gli* > 



Di Fisi c a ; 321 

glia i ilei' quale vi è posto un recro couveisa o lea^ 
ticolare ( 1355 } destinato a ricevere i raggi della lu- 
!e riflessi ò emanati dagli oggetti esterni , i quali 
vanno a rappsesentarsi in una situazione rovesciata» 
ma distintameaie , e con li loro colori naturali , so- 
pta OH fondo bianco posto nel di dentro della stan- 
Ea al foco del vetro ( ijJ7 )• 

1567. Si pretende che Gi0. Battista Porta sia stato 
Il primo che abbia osservato l'effetto della camera 
oscura , cioè che abbia osservato cb^e gli' oggetti di 
Fneri si disegnavano come ombre sulla muraglia , e 
he! palco ( f^ed. la sjta Magia Naturale impressa mi 
i^ém). Per conseguenza se gli altribuisce la prima 
invenzione. In fati essendo stato piacevolmente sci* 
[nreso da questo fenomeno, lo studiò, lo perfezionò, 
ed insegnò il' mezzo di rendere questa rappiesenia- 
zione più distinta , mettendo al foro della finestra un 
iretro lenticplare , il di cui foco fosse alla, distanza 
fella muraglia , o di gualche altro fondo bianco • 

1568. Da questo tempo in poi si sono fatte molte 
(pecie di queste camere oscure portatili costruite in 
raric maniere, nelle*. quali si trova sempre quel che 
ri è d'essenziale, cioè un vetro lenticolare, che ha 
il suo foco sopra un fondo bianco situato in un luo« 
go oscuro. Sia ABCD {^g. 159 n. 3.) una cassetta 
più lunga che larga fornita d' un tbbo E , fisso ad uno 
le* suoi piccoli lati , per ricevere un altro tubo mobi- 
le F , che porta un vetro lenticolare , il i\ cui foco 
ì alla distanza del fondo A C • Si vede che per 1 rag- 
gi che s' incrociano passando nel vetre F , 1' oggetto 

Brisson Fis.XoM* lU* X 



5^2 Trattato EifM£NTAit£ 
H si dipinge rovesciato ( 1359/ m fondo delU Cassetta 
ta , o ^ul mura della camera, di cui si é di sopfa 
parlato , e se ne giudicherà meglio àocTora se questo 
fondo A C invece d' essere di legndf sia un vetro spo^* 
lito , o un telaietta di carta unta é 

156^. Se si vuole che 1^ oggetto apparisca dritto } 
qualcheduno che avrà p^sto l'occhio io A i bisogna 
mettere nella cassetta uno specchio inclinaco di 4J 
gradi, come G ^ e far si che la metà del coperchio 
IKL possa aprirsi. Allora se si meue il vetro spolito, 
o il telaio di carta unta sulla parte A L scoperta,! 
raggi riflessi dallo sprecchio G Vi dipingeranno T im« 
magine deU' oggetto in una situazione éiiuA per lo 
spettatore , che avrà 1* occhio in A ^ 

1570. Siccome i raggi della luce di€i vengono 4i 
un oggetto lontana sono mena divergenti di quelli 
che vengono da un più viemo (iiS8)^ j neccessario, 
per avere la loro immagine ben distinta ^ di rendere 
il tubo F mobile, per pcf erlo mandare avanti o in- 
dietro , secondo la distanza degli oggetti che si ¥0-' 
gliono vedere 4 

157 1. In una camera oscura le imuiagini sono un- 
to più grandi, quanto più lungo è il foco del vetta 
lenticolare $ perchè i fasci de*" raggi che partono dalle 
estremità c*eir oggetto si ristringono itieno traversan- 
do la knte, perche la curva essendo minore, la. re* 
ìfrazione è meno forte , non essendo tanto grande V 
obliquità d*" incidenza ( 1283 ) . La grandezza dell* im- 
magine £ alla grandezza deir oggetto , come la di- 
^UDza deir iidmagine dal vetro F i alla digcanzadel* 



il F I s I cf A ; ^i| 

1^ oggetto da qiieito medesimo vetro •' Perchè se i$,b 
Ifii* 259. 0. 3.) e perpendicolare à de; gli àtìgòli \n 
d^ ed ih t- sonò retti , e gli àngoli in e seno egoa- 
ìi i èsseiido opposti pet le sommiti^ ; dunque fg: 4 ^ : : 
te: de: ÌÀà più che è ìungò il foco del vetro ^ tne^ 
'nò è pdiE:tatiÌe la cassetta ; perchè nòdi può avere una ' 
IdóghezTia tnitiorè di quella del foco delia lente ; Ciò 
hi iPattò immaginare M* jit.lMUt uni camera oscu- 
li , ciie è leggerissima , <hé tiene pochissimp luògo , 
è ciie è ÌFacile a tifalpottarst quanto, un ombréllo , là: 
eli cui lente può aveire 30 pollici di l^oco i ed anche 
>ìu. Qiiesta e una piramide quadrata (/i* ijfp. n. 4) 
Tormata d[a quattro tegoli di legno A, B, C, D riuniti 
io aitò da imi vierà Èf ^ e ih basso a*quàtti:ò canti 
r un telaio GHIK- tutte queste fermature sonò a \ 
beràièra; e ciascun lato del telaio si ripiega nel stìo' 
tnèzxo: iti rnanièracne aprendo quattro gancetti iqiiat-* 
ito regoli si piegano» è si riuniscono come le stecche 
f ish ombrello i è accanto i loro le traverse che for- 
itano il telaio . La vierà E P è aperta per ricevere 
àn tubò L che poirtà una lente ; la quale ha il suo' 
beò alia Base della piiramide . Li parte L più sottile 
;be li restante ricevè iin*2^Itra viera MN clie gira 
ti- sopra' con iibertà ^ e che porta alla suai circònfié'- 
renza due piccoli tubi fessi per la loro lunghezza per 
Èar nioiia. Ih quésti ^bi scórrono d* alto ih ^asso 
ine piccoli fusti di metaìio che portano una spècie di 
copèrchio Ò in fondo al quale vi è uno spèccbip pia- 
fkf^ Sì fis^nò agli Mi di quésto copercbiò due per- 



^24 T&ATtVr» Elemsntaiib 
«li diapetralmentt opposti che girano con «n poca d^ 
attrito in doe fori che sodo nell^ ciata^ de' due fosti^ 
i quali due perni sono schiacciati come la testa d^ un 
conspasso. Quando si è aggiunta la seconda viera }t 
N alla prima E F , si può senza muover la piramide, j 
girare lo specchio verse varj punti deir orizzonti i 
ed rndtnare quanto si v«ole per cercare gli oggetti 
che SI desidera vedere . E quando il coperchio O i 
intieramente abbassato , forma colle due viere uos. 
specie di custodia che termina la piramide» e cherioh- 
chiude ii vetro tenticolare, e le specchio • Si cuopro* 
ne di panno, verde, ed ancor^ meglio dimzntino., iSz 
finché i vermi non vi facciano de* buchi , foderato di 
dentro di taffettà neto tre lati intieri della macchi- 
na , ad una parte AEB del quarta tato>^ In A B ed al- 
le parti inferiori de'' due regoli si attacca nna cortint 
di pn panno nero un poco grosso per potersi copriti 
la testa e le spalk • Bisogna ancora che la federa de' 
tre lati avanti' da basso di due o tre dita • 

1^72. Per fare uso i^ì quesra macchioa si pesa io* 
pta una tavola coperta d^u-n foglio di carCt hiaoa» 
e volte le spalle air oggetto PR che si vuol vedite, 
s* introduce un poco la testa sotto la cortina , facen* 
do attenzione che non entri altro lune che quella 
che viene dalla lente posta nel tubo L. 

1573* La caniera oscura serve a molti e diverti iia« 
Può servire come il poleeiescopio (1552 > in anack^ 
tà assediata per vedere quel che si fa nel campo ne- 
mico, allungando i dqe fusti di n^f tallo ^ de'qoaX 



klbiàrnS (ariate iTi sioflrà ( 1571 ) , che coogiungondr 
la; Tieira £ F al copbrcbio O, affinchè si possa alzar 
lo spcccind lai di^ra pel mor«'. Ella sommiDistrà im 
piacevole spettacolo, pYesentòkido delle immagini per* 
fcttaraenté simili lagli oggetti , de* quali imita tiitt| i 
colori, ed i moti, il che nbn può fare; yeriina aUra 
sorte di rappret eAtazione • Con questo stromentp utf ó 
cbe non sappia ti disegno ^ potrà non ostante disegni^- 
■^ sii oggetti colla pia grande esattezza i t qutllé 
Mie sa disegnare ed anciie dipingere potri con qué^t^ 
inezzo perfezionatsi ìieirartè; 

)5^4; I tièìescDpi diottrici soào ttrunrenti compòstf 
Ài tubi , ne' quali sono combinati da* vetri perlopiù 
tenti'coiari i e qualche volta itoncavi ; Qtieiti strumen* 
ti bannó la {^r^rittà di far vedere distintamente de« 
gli ò^ttii tontàfli y che si distinguerebbero confusa-^ 
nénte j *d atìolie niente còlla semplice vi^a • Qjian^ 
do il adoprano questi strucrfenti per gli oggetti terre- 
stri A ctìiamaìid $anèechiàti\ ma quando si adoprano 
p4| gli altri , SI cbiamanb fehìctfpi. 

1575. L* invènkibde del telescòpio è uiàa delle pift 
utili che possa bo vantare {H ultimi secoli ; Per suo 
inèzzo d sbdo state palesate le maraviglie del cielo, 
b r Astronomia è arrivata ad un gradb di t)erfezione 
li cui i secoli andati non hinno tieppur ^tuto fof •« 

^ à. ■ r 



^ig Trattata alimentari 
niarseqe Me4 • Pare cb« a MUldelbuirgo in ZelaiuU 
abbiano avuta la loro origine i telescopi yerso il ij^ 
circa 300 anni dopo la scoperta degli t^cchiali; e che 
la IprQ inren:riotiesi <ieM>a TiZàcc^ri^Jans^n occhia 
laJQ di Middelburgo « Pare ancora che non ia sagad- 
tà del suo spirito , ma i| puro c^aso gli facesse Cut 
questa scoperta, perchè, eoco in qua) maniera si pre- 
tende che Janjftn la facesse. 

iyf6. I suoi ^gliuoli baloccandosi nella bottega é 
suo padre g}i fecero osservare che quando (enevaop 
fra le loro dita due vetri da occhiali , e niett^vaao 
questi due vetri a qualche distanza fra loro^ vedevai 
no la cinta del loro companile molto più grande de| 
solito ^ e con^e se fosse vicinq a loro , ma in pna si- 
tuazione rovesciata • Il padre colpito da questa lingOr 
tariti pensò d^ accomo4are neli' istaqte d«e vf tri ^ 
pra una tavola mediante 4ue ccrcM d'ottone^ che si 
potevano ^llontaiiare e avvicinare fra loro a piacere, 
Con questo mezzo si vedeva meglio 9 di più loaca? 
no« Parecchi curiosi andarono^ lui a vedere il^uio- 
vo fenomeno» ma questa invenzione restò informf, 
e senza verdina utilità. Altri pccbialai ^ella stessa 
città fecero aso di questa scoperta » e per )a npova 
forma che le diedero se ne appropriarono 1* 0nore« 
Ecco la ragione per la quelle si è untq variato d'opi* 
fiione sul vero inventore del telescopio • 

1577. ^^ ^®^* ^^^ ^i telescopio di J'Oìfiiemjtn con* 
posto di due vetri convessi , e che rovesciava l' in* 
magine f per rtddirisaaria si pensè di mettere on v(? 



Di Fisi e a; 32.7 

ito concavo dalla parte dell* occhio in vece d' on ve- 
tro convesso, il che ebbe il sqo effetto. Dipiù uno 
di questi artefici, attento all' effetto della lude, acca, 
modo i vetri di un cubo annerito di dentro, Cosi 
assorbì un'infinità di raggi di luce, che riflettendosi 
sopra tutte le sorte d' oggetti ^ ed anche sopra le pa-^ 
reti interne del tubo, e non arrivando al punto di 
riisRipne, ma da un lato, confondevano, o assorbì* 
vano la principale immagine, Ninno però di questi 
artefici ha fatto telescopi dì più di 15 , 18 pollici di 
lunghezza* Simon Mario in Germania, e Galileo in 
Italia sono stati i primi che abbiano latto de 'lunghi 
telescopi idonei per le osservazioni astronomiche, 

157S. Vi sono diverse sorte di telescopi diottrici 

che differiscono fra loro per lafoVma, e per il nume* 

"re delle, lenti , Tali sono il teltscopio di Galileo , il 

telescopio aereo , il telescopio terrestre gafinochiale \ 

jà il canocchiale d^ notte ^ 



Telescopio di Galileo t 

1579. Il telescopio di Gamico uon è i^ltra cosa che 
il telescopio inventato a Middelburgo ef chiamato Tf^ 
lescopio olandese ^ ma perfe2ÌoDat9 e Catto. più in gran- 
de « fi' composto xli due vetri un« dt^ quali i convet^ 
so , ed è posto dalla patte dell' oggetto , e che porta 
il nome d'#^/fm9e; l'altro ,è concavo posto della 
parte dell' occhio , ed è chiamato oculare , Qjiesii due 

X 4 



328 TuATTATe Elkìientàre 

vetri SODO isitaaci alle due estremità d* un tubo» 6 
lontani l'uno dalf altro di una distanza tale che il 
foco reale dell'obiettivo (che è il punto/ (/i« ai) j 
dovè si riuniscofto i raggi) ( 1355 ), coincida col fo- 
co virtuale dellf oculare ( 1368) /Qiiest' ultimo vetto 
deve esser portato in un piccolo tubo mobile affioc 
di potere avvicinarlo , ed allontanarlo dall' obietii- 
voi perchè il foco dell' obiettivo è unto piti corto, 
quanto più lontano è il ponto , da c^ui partono i rag- 
gi, perchè allora sono menò divergenti, e viceversa 

1580. Per (fostrniré on simile telescopio bisogna 
dunque accomodare alla fine d' on tubo un obiettivo 
j[>iano-convesso » o convesso da' due lati C ifig. a6i}i 
e che sia un segmentcr d'una sfei^a molto grande, ed 
air altra parte un vetro oculare I> còncavo da ambe- 
due le parti , ma formato da uit segmento d' una mi- 
nore sfera, e posto ad una distanza dal vetro obiet- 
tivo che sia tale, che il foco virtuale (1368) di gua- 
sto oculare corrisponda alla medesima distanza dà che 
il fuoco reale dell' obiettivo . Si vede da eiò che la 
di^anza dell' obiettivo dall' oculare deve essere la 
dififeifenza ehe vi è fra la distanza del fo^ò dell' 0- 
biettivo , e <]uella del foco virtuale dell' oculare • Li 
lunghezza del telescopio si determina ' diinque sot* 
traendo la più piccola dalla più grande di queste di- 
stanze. 

1581* I. Supponiamo che il vetro obiettivo sia pia- 
no-convesso, e il vetro oculare piano-concavo; la 



D I F 18 I « a: j>^ 

Ifiogheazà del teÌe$(popio è li differeaza dire vi d fn| 
i diametri delle sfd[r6 di coi sono tegéieDU queste 
\ IcBti (i5«7)» ' ' 

^ 15S2. )L Se il vetro obiettivo i convesso da* dofl 
f IM , e r Gcolare sia concavo < da" due lati , la lutt^ 
t gbezza del telescopio i la differenza cbe vi è fra t 
t raggi delle sfere di coi queste lenti sorio parti. 

^583. HI. Se il vetro obiettivo è convèsso da dM 
Iati y e il vetro oculare sia piano-concavo ^ la lun- 
ghezza del telescopio è la differenza che vi è &a il 
raggio delta sfera di cui è un segmento P obiettivo y 
e il diametro della sfera di cut fa parte 1* oculare « 

7584. IV. Finalnaeme Se il vetro obiettivo è piano^ 
convesso , e T éculare concavo da* due lati ^ la lun-^ 
gbezza del telescopio è la difiereìnza che ti è fra il 
diaiMtró della sfera di cui è parto l'obiettivo^ • il 
raggio di cui T oculare è segmento. 

1585. Supponiamo pes esempio che il .dfeimetro deK 
la sfera di coi ì segmento il vetro obiettivo , sia di 
4 piedi , e cbe quello della ^fera di Cui fa patte V o» 
curare sia di 4 pollici r la ionghe«ta del telescopio 
mtà nel priito* caso ( 1581 j di 44 poUiet» diftrenz» 
di 4 piedi a 4 pollici; nel secondo caso (1582) di 
iz pollici^ differenza di i piedi a 2 pollici v ne) ter<^ 
zo caso ( 15^3 ) di 2ò pollici differenza di 2 piedi a 
4 pollfct ; e nel quarto ciso> ( 1584^ di 46 poUig dif^ 
fetenza di 4 piedi a 2 pollici^ 

1586. Perchè il foco de* raggi paralleli in un vetro 
piano*convcsso è ad una distanza eguale jklla lua^ 



^^O Trattato Elsisevtark 
fhezza del diaihetro di cui qociio retr^ è «d seg« 
meato ^ td ìn.oo^ecro concavo 4^ dae pirti, ^duoa 
distanza egaale alla lunghezza del. taggio » se le dot 
ronv^isit^ fono segmenti della stessa s{era ; ma ad 
una distanza aguale alla lunghezza della metà de' do« 
raggi presi insieme se le dne cnrre sono differenti. 
Ora i fasci de' raggi che partono da ciascun ponto J* 
pn oggetto lontano A B , venendo da molto longi 
sono qoesti paralleli , e possono essere considerati cO' 
fnt tali quando arrirano al vetro obiettivo C cen* 
vesso da* due lati ? andranno a riunirsi in n ^ a 14 
pollici dal centro di questo vetro • Ma arpone il ve- 
tro oculare D concavo da' dqe Iati fra V obiettivo C 
e il suo foco 4^9 ad ona disunza tale che il suo fò- 
co virtuale ( i}ét), che è di due pollici» coincida 
precisamente col foco s h dell' obiettivo ; il che in 
questo caso regola la distane de* due vetri a 2^ poi* 
liei , e cosi isrgli ultimi casi, 

1587. Qiiesto vetro concavo rende dunque i raggi 
paralleli, o anche un poco divergenti di convergami 
che erano (1365^; e rocchio posto in E li ricevei 
per questo mezzo, cèrne se non vi. fossero vetri frap* 
posti fra gli oggiettf e lui » 

1588. Il telescopio di Galileo aumenu il diameuo 
apparente dell' oggetto tantd volte quanto il foco rea- 
le dell* obiettivo cottiiefie il foco virtuale dell' ocu- 
I^rr f Colle «curve che abbiamo supposte di lofii 
i '58j>>9 il diametro dcU* oggetto apparirà dunque nei 
primo ciso ( 1^81 ) u volte più graóde che alla seno. 



fUct vista ; ÌE^l secondo caso ( ij8i ) parimepte 19 
volte; nel terzVcaso (158)) 6 voice; e pel quartQ 
caso (158^) 24 volte e Ciò fi v^c^ere che perphè que- 
sto telescopio iQgratidiscà ipolto, bisogna che Tobiet'» 
tivo sia piano- convesso, e T oculairé concavo da^ d^e 
lati • Qp^ndo $i dic^ ^he ^n telescopio ipgr^ndisce , 
fià non viK)l dir^ che faccia vedfri? gli Qgge^i 0i* 
grandi del naturale ; il-j^be non «pccf de mai ^ nia so- 
lamente che fa vedere gli oggetti più grandi (:l^ non 
appariscono namra)mei|te , atte$9 U }orQ lontananza \ 
in maniera ^he un telescopio cbe si di^e che ingran- 
disce pep esempio |i volte, fa vedere gli oggetti 4' 
una grandezza eguale a quella niella qoale si vedreb^i» 
|>ero colla. lempUce vi<ta ne) cas» che fofsero più vir. 
Cini air occhio 19 vojte di quello che Jo sonOf 

158?* U tdesoopip di Galileo h vedere^ gli oggetti 
pella loro stta^Bibne naturalmente » tna ha pocbi^si^ 
mo campo , perchè t raggi ^or^ooo divergenti dall' OCU;- 
|ire ( 1365 j ; e se <}qest^ divergenza fa loro eccupare 
uno spazio pi^ grande che i) diapietro^ della pupilla,^ 
H'pcchio pop può abbracciare t^tto il c^mpo dello 
jtroiinentQ , o pe abbraccia tanto meno > qpaiito più V. 
allontana dall'oculare (1194)* L* é^teniiope cbe abr 
braccia la vista in un colpo d* occhio à^foenta dunv> 
que a Piisura che Toccbio $* avvicina a}!' oculare, m^ 
il campo dimiopiice 9 misora cbe il telescopio ip- 
gi:apdi$ce di più; perche per ingrandir moUo- bisogna 
eJie r oeglare ita d* un foco corto 9 • faccia per con* 
«eguepza por;ciope d* una piccola sfera, la quale ^b-* 



y 



^ braccia poca e&tensione . I caanocebiaU da teaué sd^ 
bo pìccoli telescopi di Galilea « 



f'iUsc^fh Astr$n$mièi 



15 ^b. Il tekito^ió aiti^oàbmiéD hdn difièriseé dai 
f^tecédente che dill' aìred il suo oculare convi^s^ in- 
vece di còncavo ; Paté che ne siailìd debitori a Ke-^ 
ptey^ che prozie di sostituire nii oculare convesse^ 
àirotolaté cohcavH, che <oir istesta lofagbc^ia dell* 
istrnnlento ^ e le medesime fc«rve de* vetri aumenta 
inolto r estensione del campo : percbS allora i raggi 
ótéetìdo cotlvergenti, dall' oculate ( Ì354 ) 9 1* occhid 
può per ciò più farìlmente riceirere Quelli che veogo^ 
fio dall' éstréttìit) d' Ilo grande oggetto 1 U telescopio 
AstrotiOfiiicd , the si chiama telescépt0 di Kepler t 
àniiqàe donlpo^o di due vetri convèssi ^ o piano-con- 
iféssi , ufto de* (|uaK serve per obiettivo i e V altro per 
oculate po^i alle due estremità d'un t«Boi fé lonta- 
ni l' uhò dall* altro d* una distatea die eguaglia U 
«alma delle lunghezle de* fochi dell* obiettiva ^ ^ 
deir òcnlaéé presi ifisieifaeé 

iÌ9i* Per éostruiré un telescopio astronomico ^bi* 
dogna accotiiodare alla cima d* un tubo d' una conve« 
liiente Idtigbe:iza dn vetro obiettivo piano convesso ì 
6 convesso da' due lati C (fig. 26^)^ e che sia seg- 
itietito di ulna grande sfera ^ e all' altro capò un òcu- 
lite t> contesso da due altri, ma formato da un 



Di F I c 1 e a ; ^31 

segmeRto di sfera più piccola > e posto al di U del fo; 
eo F deir obiettivo d' una quantità F D che è cguala 
alla lunghezza del foco dell' oculare Di in maftieri^ 
che i fochi de' vetri C, e D cqincidano co' medesimi 
punti dove si ferma V imihagine 4 ^ dell' oggetto . 

1592. Si vede dunque che, come abbiamo detto 
ti59o)9 la distanza dell'obiettivo all'oculate deve 
essere la somma delle lunghezze de' fochi dell* obiet-» 
fi^, e dell'oculare p^ese insieme. Questa distapzi^ 
e quella che determina la lunghezza del telescopio , 
Abbiamo detto (i$86) quali sono le lunghezze def 
f«chi de' vetri piano-aonve^si Q convessi da'dpe la« 
U. 

1593* Supponiamo dunque 1. che il vetro obietti- 
vo » e il vetro oculare sieno tutti due piano- con ves-* 
si^ la lunghezza del telescopio è eguale alla sotiima 
de' diametri delle sfere di cui s#flo segmenti questt 
due vetri. 

15^4. II. Se il vetro obiettivo > e il vetro oculata 
sonò tutti due commessi da' due lati la lunghezza del 
telescopio è eguale alla sotnma de' raggi della sfer^ 
di cui fanno parte questi vetri • ^ 

1595. III. Se il vetro obiettivo è convesso da' duQ 
lati 9 e il vetro oculare sia piano-convesso , la lun- 
ghezza del telescopio i eguale al raggio della sfera di 
cui è parte l'obiettivo, più il diametro della sfera di 
^ui r oculare è 4xn segmento » 

1596. Se il vetro ob^ettivo i pianp-convesj;o e iì 
fttxQ oculare sia convesso da ambi i UUt la Imi!! 



334 Trattato Elementare 
^bezza del telescopio è eguale al diamélrò della sfe- 
tz di éui fa patte 1' ol>iettiVo ^ pia il raggiò della sfe« 
tó dì cui l'òdiiare è scgracmò i 

I5P^. Suppoiiiamd ^ coiiiè abbiarÀo fatto disopci 
i X5S5 )ì che il diàmetro della sfera di cui i iegiricd' 
to il vetro obiettivo iia H 4 piedi ^ é fucilo della 
ifera di cui é parte t ocutité sia di 4|ioUici; ti 
lunghezza del ttlésèepior sarà nel ptinò tàsù (ii9ì] 
Bi ji pollici, sommci delle due lùDghezié di 4 pifA 
ali e 4 poUict : nei iecorido éasò ( 15^4)^ dt ii poP 
liei, sonimM delle ìttngbezzé di a piedi»' e 2 pollici : 
hel terzo (faso ^59^ } dipòllici 2<,*soro»a delìédd 
Junghez2te di piedi i^ è 4 pollici; nel quarto casdj 
(ì$9é) di 50 pollici iomttìa dèlie dui iodgbeÀzé dì 
4 piedi i è i pollici ^ ^ 

1S9Ì^ t fasci de^ raggi cbe partono da ciiscurio ^ÙD^ 
ed dell'oggetto ÀEi, potendo èsier riguardati come 
paralieÙ, (.1586) vanno a riunirsi in F, doveformà* 
Ao rrnnmagihe at dell'oggetto; ìa quale è rovescia- 
ta , perché i ràggi cbé vengono dall* estremità dell* 
aggettò si sono incrociati pasiandò per il vetro obiet- 
tivo G (ii$ÈÌ ^ i raggi che formano ciascun Cascetto 
partendo dà- ciaséuh 'puntò ciopo aver forniau ì' jiq- 
fiiagìné di divengono divergenti', è sond in seguitò 
fesi quasi pat-alleli per la fefràzione cbé soffrono trà^ 
irèriatScfo il vétrtf oculare D ( 1315 ) nel tempo ste $d 
tiìé i fasci sono resi convergenti fra fóro ; e V occbior 
^sto in E riceve questi raggi nelr isè^sia maniera che 
iè l'oggetto medésimo^ invece della iòa iintiìigihti 
foste posto nel ^o È; 



» i f iji i e Ài $3J 

159^ Rhiiltà dai ciò che T immagine a h diviene 1^ 
Oj^^etco jimnediato della visione e V pcchto la vedd 
setto Taigoio O^H^ il qaalé é tanto maggiore 
quanto i più lungo il foco dell' obiettivo i e più cot-^ 
to quello dell' occlare. ., 

i6oé. Questo telescopio alimenta il diametro dell' 
Oggetto tante volte ^ quante il foco dell' obiettivo 
contiene quello deir oculare^ Dimodoché se, come 
nel quarto c^so disopra Suppósto ( 1596 ) il foco deli' 
obiettivo é 24 volte più lungo' dV^quello dell^ocala- 
re , il diametro apparente deirogg;^tto sarà ^aumeciUto 
di 24 volte f o che è le Stesso ^ sarà veduto* col tele* 
scopio della sttssi grandezza che iarebbf ad occhio 
HBda se r oggetto fosse alla ventiqàattifesima: parte ^ 
delfar distamza alla quale si trova ( 1589). 

I eoi. Si può anche enunciare nella jiéguénte mi- 
l!rféra la quantità cbe questo^ telescòpio iifigrandisce ; 
la gràndiixd dppéÉrinté deir oigiHé vidnip col itlf* 
SC9fié e alU sud gnutdeitA éipparertié ad $ccbiù hu* 
d$f Cùm€ la dUtanz^a del fcof dtll^ ^hiitiix/o e alla 
distanza del foce délV écHÙrè 4 

1602. Si è dato a: quésto telescopio il nome d'àstro^^ 
cròmico , perchè si adopfa soler per le oiservazióni 
astfodomicbe , perchè Come abbiamo djttOy rovesciar 
(e imiYiagini ^ Queste^ rovesciar le immagini re^de que^ 
Ito telescopio^ poco idoTneo per gli oggetti tertestM,* 
:he^ si vogliotro vedére nella loro sitiiazione^ natura* 
le;^ ed impedirebbe talvolta il' dcodoscérll. Non ^ 
rosi degli» altri che Amo* rototìdi i e§lf e indiftVeét# 



33^ Trattato Eumeiitare 

▼eaerli dritti , o revesciatt . Bisogna solamcatc esser* 
Tire die i moti che appariscono tirsi cU sinisua a 
destra si fanno realmente da destra a sinistsa » comt 
pare i|iielli che pare ciie si Cacciano d' alto in basso, 
rfalmente si fianoo di basso in alcoé 



Teliseépié oino. 

i<e3. Il tel^BScopio aereo è un vero telescopio astro- 
nomico , il di cai obiettivo ed oculare non sono pe« 
sti nello stesso tubo per la ragione che il fioco dclT 
obiettivo essendo molto distante dalla lente , esig^ 
j:ebbe un -tubo lunghissimo e per conseguenza imba- 
razzante , e difficile a maneggiarsi • 11 celebre Hwj' 
ihins è r inventore di questo telescopio. 

1604. Per costruire un telescopio aereo I. si ria- 
za perpendicolarmente un corrente di legno A B 
( fii^ 264 ) della lunghezza che dovrebbe avere il 
tubo del telescopio T e anche un poco più . Avanti di 
rizzarlo si spiana un lato del medesiaio, • vi si ac- 
taccano due regoli paralleli distanti fra loro di na 
police e mezzo, in modo che facciano una specie di 
canale un po*:o più largo di dentro che di fuori , 
che vada da cima a fondo • Alla sommità di questo 
corrente vi é una paleggia che .gira sul suo asse, 
sulla quale passa una corda indefinita G della gro^ 
sezza del dito piccolo , e di lunghezza due volte il h 
eorrente* Qjiesta cordi ha un pezzo di piombo H, ì'''^ 

di 



D ir F i s ì € a; 3137 

il cut psso S eguale a quello dell* obiettivo , e della 
lux armatura. Un'assicella lunga due piedi , e fatta 
n modo che possa scorrere liberamente nella sua sca« 
lellatura porta nel suo mezzo due bracci di legno 
L / che si allontanano dal corrente » e che portano 
id angoli retti un altro braccio E lungo un piede e 
mezzo the sostiene una specie di forchetta F. 

1605. II. Si accomoda un obiettivo nel cilindro I K 
iì sei pollici di lunghezza; si ferma questo cilindro 
sopra un bastone forte e diritto d'un pollice d; gros- 
ie2z:a , e che sopravanza di 8, o jq pollici come si 
irede in/; a questo si attacca una palla d'ottone che 
ft muove liberamente in ntìz porzione di sfera inca- 
rata 9 dove ella è incassata • Qpesta porzione di sfer- 
ra é ordinariamente fatta di due pezzi che si chiudo^ 
no insieme mediante vfna vite-, il che forma una spe- 
cie di ginocchio ', ed afHnchè T obiettivo possa muo- 
rersi più facilménte vi si sospende un peso di circa 
Oftta libbra con un grosso filo d'ottpne; in modo che 
j&vegando quésto filo da una parte o dall* altra si ar- 
rivi a far corrispondere i centri di pravità del peso 
dell'obicttivo, e della palla d^ ottone. Sotto al ba- 
stone si attacca un fil d'ottone elastico che si piega 
in basso finché la sua punta sia tanto al disotto il 
bastone » quanto il centro della palla , e si lega a 
questa punta un sottil filo di seta N V • 

i6o6. ni. Si accomoda il vetro QS^àhfè ia. un ci- 
lindra Q, molto corto^al ^Qàle s'attacca il bastone 
Q^V* Da questd petide un piccolo peso bastante a^^i- 
lanciarlo. Verso Q. si attacca una impugnatura j; R. 
Briìbson Fis. Tom. III. Y 



iìS Trattato EL£MCNTAitk 
traversala da una asse , che V astroaomo P C tiene id 
mano ; e il bastone Q V voltato d^lla parte dell* Oi* 
biettivQ è attaccato al filo di seta VN* Qpesio (io 
dopo esser passato per un foro che è alla fine del ba- 
stone, è volcc^. sopra una piccola cariglia S fermaci^ 
in mezzo al bastone ; in maniera che girandola si aih^ 
men^a, o si diminuisce come si vuole la luagbezsa 
del filo^ ed in conseguenza la distanza dell'obiettivo 
dair oculare, il che equivale al tubo mobile (157^). 
. 1607. IV. Affinchè F agronomo PC pos^a teBerel' 
oculare fermo , e, il filo ben ceso $ ferma il suo brac- 
cio suir appoggio X . 

i6oS..V. Finalmente per scansare la debole lucei 
che potrebbe fatigafc 1* occhio 5 si copre V oculare eoa 
un cerchio 4* ottone che ha nel mezzo un piccolissi-* 
mo foro • * 

1609. Si sono fatti dique^i telescopi il di cai obiet- 
tivo avjcva sino a xoo piedi, di foco f e cke er^no ca* 
paci d' ingrandire molto ; tìnygbens pea evitare V in- 
certezza nella costruzione de' telescopi astronomici ba 
dato una tavola delle proporzioni de' fochi dogli obiet« 
tivi f ed oculari della quale eccone un ristretto . 



bi ÌF i i i é Ai 



W 



télo. fdvólÀ delle ir^àrìÀm àìfctU At'VitH 



ìjetiMi kd HAlàfi i ' 



distanzi «lei 


Diàmetrcjl 


bistatizì del 


Rapporto 


tó de'vetH 


ielV apcr- 


foco de' veti i 


Bel quale 


tiéttivi i 


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oculari . 


iòaó in- 




... .. _. ,. 




pibàìiì 1 








diametri . 


Piedi. 


p^"-|d?ÌSl: 




apparènti 
degli «Bi- 
getti . 


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V* 



^40 Trattato Elsmentarb 

i6iu Se io due o più telescopi di diverse gri 

ze la proporzione tra il foco dell* obiettivo , e 

oculare è la stessa , ingrandiscono egualmente ] 

getti t dal cbe sì dovrebbe conclgidere che i inu 

fare de* gran telescopi . Ma tifletiendovi un poco 

drà cbe quésta consegueuT^a non è giusta • Perei 

il foco deir obiettivo è lungo « più quelle^ dell 

lare pii& essere RropQrzionalmeAte corto » ed ir 

segnenza esser contenuto uq o^ggior numero d 

U in quelle dell* obiettivo ( 1600) « ed eccone i 

gione. Più à grande T obiettivo,, più apertura 

può dare ; riceve dunque più raggi y dunque vi 

luce neir istfromentQ , il che j>ertn^ttt-4i adopra 

oculare d* un foco più corto .. Un altro vantagg 

gran telesc(4>i si è cbe più V obiettivo fa porzic 

una maggiore sfera,», pia esattamente riunisce i 1 

e per conseguenza più f immagine è distinta; < 

il più importante che produr pQSsa uin telescopi 

bisognasse che vi fosse sempre la sjiesu propor 

fra i fòchi degli obiettivi e degli oculari , ne $ 

rebbe cipe poiché cfin un obiettivo d* un piede 1 

sogna un ocalace di éi centesimo di pollice ; co( 

obiettivo di xoo .piedi vi bisognerebbe pn oecoU 

61 pQlllce; e dalle tavole A^ Hnyghens si vede 

uno di circa 6 pollici hastn» U ci^e amplifica dr< 

volta di pia;* 



^èlistapfà^ hVrestre % o GéinécchUU i 

16 12. Il félescòpiò terrestre canocchiale * proprlà- 
Itiedtfe parlaDdd è il teleseo^ìo astronomico ( i^po ) i 
al quale si sono aggiunti due oculari per raddri%zac 
r imAàgihè . Perchè abbiam veduto ( ijyS ) che il te^ 
Ibscopiò astronòmico Ifa vedere gli oggetti rovfssciati ^ 
]1 che 2 aifàtto inditfertote , quando si osservano cor- 
l^i rotondi ^ £oitie i celesti. Ma quando si adopra pe-' 
|li oggetti terrestri àispiabe il vederli rovesciati , pet-^ 
jfidi ^ cérca il nAezxd di raddtizzar V immagine i^ 

tèli. Vtt liìt gfn telescopio che {509$a far ciò^» bi- 
fogna fcoìttiit^e i* equivalente d' un telescopio/ astro^ 
Aomicó f'i59t ) ttiédiantè r obiettivo G (^x* 263 ) eS 
r oculare D situato ad lilla distanza^ l' uno diir altra 
bhe eguagli li sòfoiÀa delle ìutigbezz^ de' loro fochi 
t ^ifi)^ ifra'c)tt^li si VÌetié in Fa formar V immagine 
fovésciata db\ cohié nel telescopio astronomico '{ figé 
àéiìì di {^ói si pone aldi li del vetre oculare D (jtg^ 
ié^ ) due àìtrt ocùlàH KL, a distanze ì'^no dall' 
àlt^os ciasòunà dèlie quali eguagli la sbmmà dell» 
iunghézzà de' fochi de' due Vétri vicini^ Àlìòra i rag- 
li divergenti cHé cóm'podgóno cìascon fasciò, parten^ 
do dal foco F essendo divenuti jparalleli 6el tratersàf 
r oculare D (iJ99)i é i falcétti essendo divehuition- 
vergenti fra lóro ^ vanM ad ibetoeìat^i in Bi indi 
continuande la lóro strada è traversando l'oliolar^I^ 
i raggi che còmpoo^ónd ciascun fascio , Ai paralleli 
(be eriflo diveatipo convèrgemi ^ e Vanto afésiMief 



34^ Trattato Eismentaei 
jn/aoa seconda immagine d^ in senso contrarif 
ideila prim9 1 Ppè raddimza(a » la quale diviene V og- 
getto immediato della visione, ed è veduta ^l foco/ 
dair occhio posto in M ; come V immagine rovesciati 
di (Sg. 262) i veduta al foco F d4r occhio p^sto 
in'E (1J98)» 

1614. Qtieito telescopio ago ^ vedere gli oggetti 
si ciliari come V astronomica » perchè la luce ha do^ 
vetri di pia da traversare 9 il che le fa perdere delU 
sua intensità I a motivo de' raggi che $090 tratteoati 
dalle parti solide de' vetri ^ Perciò se né fa poco oso 
per osservare gli astri » che bisogna vedere chiaramM* 
te, e che è indigerente i} vedere diritti o raveseiati 
a motivo della loro figura rotonda ^ Bisogna so}ameo* 
te ojuervare che in quesi* ultimo caso tutti i moti « 
fanno in segeo contrario a qaello nel quale pue cbc 
si facciano, come abbiamo detto di sopra O^o^). 

1615. 11 telescopio terrestre ingrandisce gli oggetti 
nella stessa proporzione che il tele^opio a^tfonomi- 
co, cioè tante volte, quante, il foco dell* obiettive 
contiene quello à* uno degli oculari , suppónendo cbt 
i tre oculari $ieno segmenti di sfere eguali; in ma- 
niera che ingrandisce nell'istessa quantità che sestp- 
primendo i due oculari K , L (/g. 26 j ) , y occhio foh 
se posto in £. 

1616. Ma se t tre oculari D, K, L, avessero di- 
verse cnrve^ se fossero segmenti di sfere ineguali, hi- 
sognerebbe aggiungere insieme le lunghezze de*|òciii 
di queite tre lentia dividere il prodotto per 3 • ed il 
(^oziente 4ella divisipne sarebbe la lunghezza del fot/ 



D t W i i i i A. 34J 

co deirocalare, che bisognerebbe paragonare alla iati, 
gbezza del foéo dejl* obiettivo per sapere quante vol- 
te il primo sarebbe contenuto nel secondo . Qaeato 
numero di yojte darebbe il jgrado d' jngrapdimeato 
deiristmm^nto. r 

1617. Ne segue da quel cbe abbiamo ietto di sepra 
(ì6iz) cbe un telescopio astronomii^o pilo facilmente 
èsser cangiato in telescopio terrestre , aggiungendovi 
doe oculari , e il terrestre ìq astronomico > sopprimen- 
do due oculari, la facoltà d' ingrandire rimanendo 
iemjire la stessa ( 16 r$ ). 

t6i8. La «ostruzione del telescopio terrestre (1613) 
£a conoscere cbe la sua lu ^^hezza'si trova aggiùngen^ 
do cinque volte il raggio *della sfera, di coi sono 
isegmenti gli oculari , al diametro della sfera di cui 
fa parte V obiettivo j se f obiettivo i piancvconvesso 
( i59t)y ofpnte al raggio'di questa sfera , se T obiet- 
fivo è egualmente convesso da' due Iati { i;94 )• . 

181$. Huyghens ha osservato ài primoche u|ia còu 
che contribuisce molto alla chiarezza delle iikmagioi 
vedute col telescopio tanto terrestre che astroQoarìco si 
è di mettere al luog» F ifii* %6i) o / {fig* z6% ) do- 
ve si forma V immagine davanti all' oculare , più vi- 
cino che si può air occhio , un dtafraàima , cioè un 
anello di legno o di meuUo, la di cui apertura sia 
un poco più piccola della larghezza deir oculare. 
Q^iesto diaframma £erìfÉ^ i raggi irregolarmente refrat- 
ti che verrebbero ad alterare la chiarezza dell' imuu* 
gine • 

V4 



344 Trattato ELiMENiaiRE 

3e C4n0CchÌ4li dd fiottio 

1620. Da qualche tempo %i fanno in Ingbiirerra i 
canocchiali destinati ad osservar» di notte ^ che set- 
vonp principalmente sul mare per tener dietro ad uà 
vascello , scoprire una costa , Y entrata d* un porto 
ec. 

i6r2i. Questi canocchiali , la prima idea de' qoafi 
pare del D$tt. H(fock^ son composti d'un .obiettiTQ 
d'un gran diametro, affinchè possa ricevere molti rag- 
gi di luce , e di due o d* quattro octtlari. Questo 
gran numero d'.oculai^i serve a diminuire principal- 
mente la lunghezza del canocchiale, senza diminui- 
re il potere amplificante , - percbè ciascuno tendendo a 
riunire i raggi più viciDo , nriettendone par^cbi a. del- 
le piccole distanze ^ equt\^algono tptti insieme ad un 
solo oculare di foca' pi à cortOi« con che l' ìstrupnjiQto 
ingrandisce tinto quanto ìI^suql obiettivo i^ d'un io- 
co più lun^o. 

1622. Con questi /canocchiali si vedono gli og|et- 
ti rovesciati . Questo inconveniente è minore che noa 
si crede a prima vista; perchè pefr Toso a cui sooo 
destinati , basta che possano far riconoscere e discifl- 
^uere sensibrlmenfc le masse ; Di pii^ T abitudine ii { 
servirsene deve ben presto difflmoire questo incollr^| 
niente y ed anche, annullarlo* 



Di Fisica. J4| 

JPc'Telescopi Catadiottrici% 

^ 1623. Abbiamo veduto ( 1574 , j seg. ) che I telesco^ 
pi diottrici i>er amplificare molto le itmnagini devoao 
essere molto lunghi , il che li rende difficili a maneg- 
giarsi* Iftoltre'quando si cecca, di farli ingrandire 
moke, il corre il rischio- di farli mancare jpi cbiarcz-f 
2a y e questo' è ciò che ha fatto nascere V i4ea di cp- 
4truÌT€ de' telescopi di rifles^iione^ cioè coii|posti di 
specchi connbioiti con lenti ; il che ha dato loro il 
nome di eatadi^ttarici n Qpesti telescopi nOa banner 
diségno d'essere lunghi tanto qiiant^i telescopi ordì- 
iiràri per 'ingrandire come "quelli * 
* 1^24. Si attribuisce ordinariaioente V invenzione del 
telescopio catadiottrica z,.Neyyton ; put^e non i il pri« 
mo a Ctfi sia veotta questa ièiea^ Non cominciò a 
- pensare a questo telescopio ^ comre Io ha detto egU 
stésso cBe i*et 1666 't e fin dal 1663 Jacop/ù Gregory 
Geometra Sccrzsese arév« data nelt^ ^^s Optica pr^-* 
jpii#jri U descrizione d' vm telefcopioi d4 questo genere» 
Cassegrain in Francia aveva parimente verso quel 
fenirpa avute on'^idea qua^i limite. Mar quel c^ ti 
avrà della pena a credere, si è cbe la prims^ idt;^ di 
questo telescopio sia di cirta 15 armi avanti , ed aip** 
parte Dga indubitatamente al F. AArsenn^y come le 
prova quel che ha detto nella Propoa. 7 detlà sua C^ 
tottricd impressa nej i6$i ^ dove parla degli specchi 
coQcavi combinati i^eme<t >, lai<»es«a coeipo^iene. 



^4S TRAiyrATo Elementare 
«, dice egli , può anche servire per fare ufto spicchio 
» da vedere lontano » ed iograndire gli oggetti , co- 
,, me i canocchiali da vedere da lontano ,, . Se il 
P. Mcr Senne non ha fatto eseguire questo telescopio, 
fa perchè ne fa listalto da Cartesio » cbè gli presen- 
tò delle di6$coltà» ebe pare noa esiscevano ma alle, 
quali cede/ 

1^25. Qiitntunque «oti sia statar Newton che ab- 
bia avuta la priina idea de' telescopi catadiotcrici » pe- 
re a lui ne siamo debitori • U suo telescopio è quello 
che i statò eseguito e ^bblìcato U primo > e ne iu 
meglio vedati i vantaggi » Avendo osservato median* 
te la saa scoperta della decomposizióne della loce 
che una lente» qiialonqae siasi la curva, non può 
riunire tutti i raggi al suo foco, e che vi sono tanti 
fochi di seguito , quante sono le specie de* raggi di- 
versamente reCirangibili ( 1424 ) rinunziò al progetto 
the aveva fatto di perfezionare i telescopi diottrici, 
6 pensò a farne de' catadiottrici . 

1626. Vi sono differenti sorte di telescopi catadiot- 
trici, che differiscono fu loro per la forma, pel nu« 
tvréro , e per la posizione de' loro specchi § e delle lo- 
ro lenti. Tali sono il relè icopie Newtoniane ^ il tele- 
sc0pi0 Gregeridnc , il teles'eepie di Cdssegrdin ^ t il 
hlescefÌ0 di Gidceme le Maire , 



p r F f s f « At 347 

Del TelfìC0fh ffìntm^ne t 

1627. Il telescopio Neutooiano é composto d' upQi 
«pecchi» concavo , d' uno speccl^io piano » e d* un' oca<r 
lare convesso. Per ctstruìre «0 telefcopio di quesu 
specie bisogna situare nel foiido d' un cubo P D D D 
(^^•264) un grande specchio concavo HG di ni^tal-p 
lo, dirimpetto al quale, e sei suo asse si pone uno 
apecct)io piano KI parimente di metallo d*una figura 
glittica, e inclinato di 45 gracU all'asse del telesco^^ 
pio • Questo specchio piano deve essere sitiiato fra il 
grande specchio concavo ed il suo foco , e ad una di- 
istanza da questo foco cbe 3ia eguale alla distanza de| 
centro eli qucfsto piccolo specchio dal foco dell' ocnU<r 
re , il quale è posto io un piccolo tubo laterale 
]L L , nella perpendicolare ali* asse del grande «pecff 
chiO) girata dal centro del piccolo specchio piano. 

1628. Supponiamo: fratttBt0 nn oggetto A B postQ 
dirimpetto a questg^elescopio e ad una gran distan- 
». I ragg'^ che formano ciascun fascio partendo .d4 
ciaKun punto dell'oggetto venendo di molto ^o^ta^ 
no, arrivano quasi paralleli ( 1586)1* e i fasci che 
partono dall' oggetto s' incrociano entrando nel telaio 
scopio ( 1 206 ) ; in maniera cbe il fascio A G e quel- 
lo che viene dal punto A dell' oggetto ; e il fascio BH 
è quello che ;ifiene dal punto B dell'oggetto. Qpesti 
^^tsS f che dopo la loro riflessione sol grande e peccbio 
H Q andranno a rappresentare un' immagine rovescia-!- 
ta 4^ di que$i' o^gettQ al foco f di queno grande 



^4^ TRAtTAtO ELfeMCNtAltE 

Specchio ( 1253 ^ e ( 1254), son ricevuti lial piccolo 
specchio piano K I » e riflessi Verso 1* oculare • . Ma 
gli specchi piani non cangiano in nulla la disposizio* 
tie de' tÈggi della Iu<:e che riflettono ( 1123 ) -, la im- 
magine iti ^1^ sarà dunque rovesciata «- toiie sarebbe 
stata la » ii e-trovaiidosi al foco y d«li* oculare «i 
} raggi che formino ciascun fascio , dopo le reffazto-> 
ili che vi provano neir entrate , e nel sortite , si tro- 
vano presso appoco paralleli ( 1355 )« mentre i fasci 
venendo da' diversi punti degli oggetti convergono io 
O dove si pone V occjiio « 

162^. Qpesio telescopio tdvesda dunque le imma- 
gini ; nla siccome ciò è indifferente per V ispezione 
degli astri, si adopra vantaggiosamente per le ossero 
vaziotii astronomiche ; tanto più che essendovi an so^ 
lo oculare vi è pia chiarezza che in ()uellicbe neban^ 
no pìàYi6i4). 

1630. Col telestopio.N^atòniano l'oggeuo & diflSì 
Cile a trovarsi, perchè l'occhio Mnendosi da bb la- 
to , r oggetto non è nella dir&>ne del suo asse . 
berciò si aggiunge sdì corpo del telescopio un ptceo^ 
lo canocchiale diòttrico» che ha molto campo» il di 
Coi asse è p'2rallelo a quello dell' istrumeilto • Que-* 
sto canocchiale serve a trovar l'oggetto che si vuo- 
le osservare ; perciò si chiama il Tr$vMt§re « 

1631. L* oculare del telescopio NeutonianO tiseftdo 
(osto da una parte ^ rende questo strumeiito comodis- 
simo per osservare gli astri vicini al zenit, ed anche 
sfatto nel zenit» perchè anche quaùdo lo strumento 
I verticale i r osservatore d in nna situazìoifo cémo' 



D I F I s j q A ; 349 

da , il che non ha luogo quando si fa uso d' un 9,U 
tro telescopio , ove V occhio bisogna the si ponga neU 
la di lui estremità* 

163 2,. La quantità che aumenta questa telescopio» il 
diametro apparente dell' oggetto e eguale al numero 
di volte che il foco del grande specchio contiene queL- 
Io dell* oculare. Cosi se il fòco del grande specchio 
è di 5 piedi, t che quello dell* oculare \sia di 2 pol« 
liei , lo strumento ingrandisce 30 volte ; cioè il dia^ 
metro apparente dell'oggetto veduto col telescopio ap^ 
parisce tanto grande quanto apparirebbe alla semplice 
vista, se r oggetto son fosse che alla trf ntesima par« 
tfi della distanza alla qpale si trova, 

Telcfcéph Gregoriano . 

i6);. 11 telescopio Gregoriano è cpmpoÉÉ di due 
specchi concavi., e di due vetri, ocmlart. coimssi , o 
piano convessi* Per costruire, un telescopio di questa 
5peciie bisogna porre bel fondo d'un tubo D D DD 
(fig. aéé ) un gcande specchio concavo HG di metal« 
lo forato nel Suo centro. Dirimpetto al mezzo dique*. 
sto specchio t verso l'altra fine del tubo si pone un 
secondo specchio concavo IK di metallo, parallelo 
al grande , un poco più grande del fioro che t nel 
centro del grande specchio , la di cui concavità fa par* 
te d' una sfera molto più piccola che quella sulla qua* 
le è formato il grande specchio • Questo piccolo spec-^ 
chio I K d«ve esser pesto al di là del foco k é del 
grande specchio jHG ad umi ^ì$tfwi Ule, cheJl fo« 



TwrTATO EtiMÈ*itAfet 
.. j^ctu^o jp^ecbió sia Idotaiio dal foco del grad- 
: uuA ^laaociti elle si trovi in qùeitàptópotzìonei 
^n e# ^it^j; itéknde jpecckio e di focù àil piècùlo i come 

. r\hi^ À$l iràndé specchio i alU spazJé che ^devt ei- 

er(,i frià i ini fochi de* ani specchi • Supponiamo per 
.^'Lupta che il foco del gradde specchio tit di io poi- 

Kt o 240 lineci , é Che il foéo del piccolo specchiai 
512 a 3 pollici^ o ;( linee i si avrà cj^ésta proporiio- 
oc; 240: 36: ^^.'5 e due quinti; in itiahiera che i 
fochi di questi due specchi devono esiere lontani 1' 
uQo dàiraltto di j lifiee é dtie quiriti 1 il che dà la 
distanza d^uao specchiò dall* altro di 23 pollici 5 li- 
aee e duo quinti. All'estremità ^el tubo 0DbD, 
aita quale e posto il gtànde Specchia liGi é diriiti- 
petto il foco che è nel centrò dello Specchiò vi si p0- 
tkt un altro tubo più pìftcold LM lim /) tiel quale si 
(tongonor jbe vetri oculajbr L/, ÌAnii Siccòine le di-^ 
itans^e de* fochi variano un poco sdCondo che gli ogget- 
ti sòHo pia d tiieno lontani^ H ^ér éoùseguenea secoli- 
dò che i (aggi che compongono ciascun hicio (Parten- 
do da ciàsctiri punto dell' oggetto i tetiò médO o più 
dlv^ergénti ( Ì254 ) , bisogna che il piccolo specchiò I iL 
i\É, portato iflì un fusto i tfiòbìlé , per poterlo avvici*- 
iiatre ò allomaiiaté dallo Spéccbiò graód^ ^ iecoadò il 
iisogiiò i 

i^Ì4* Si vede c^a questa costruzione che il télescò- 
f\^ Gregoriano differisce dal Neutòniano » L neir ès* 
«ere il Stiò glande Specchiò forato al centro : II. neir 
tittit il suiT piccolo Specchiò concavo iaveèe di esser 
fottìi nL nèireisere il piccolo specchiò ^ariUelò ali 



Di F I s I a a. 3S< 

grande , e tioo inclinato ; IV. neir ej^servl due ocala^ 
ri invece d'uno: V. nell'essere questi oculari pQlti 
air estremità del tubo , e non sopra un Iat# # 

1635. Supponiamo frattanto ^ come abbiamo fatta 
disopra ( 1628 ) un oggetto A ^ ad una gran dìstan-^ 
za, e ohe i raggi che ne partono s'incrociano entrati-, 
do in questo Strumento < Questi raggi AG< BH so- 
no riflessi convergenti al foco del grande specchio 
(1254), dove vanno a rappresentare rimniagtne 4^ 
rovesciata ( 125^^)5 dopo di che vanno ^ inctociando^ 
si di nuòvo, a cadere divergenti sul piccolo speccijiqr 
ìKi che li riflette convergenti verso gli oculari; pec- 
che il punta della loro divergenza è più lontano d* 
questo specchio ( 1633 ), che non Io è il suo foco de* 
raggi paralleli (ti^Sy^ Quésti raggi locontratìdo i'" 
oculare L l sotio' resi pia convergenti ^ e varino a di- 
segnare Iti f d ona seconda ìvAm^%\m in scaso coff-> 
trario alla prima ah^ cioè raddirizzata , la qo'ale di-^ 
viene V oggetto immediata della visione • E siccòifie 
il luQgo ci Si qfuesta immagine é, per la cbstrazio- 
ne ) il ibcdr del secondo oCvlare M ih, i raggi che for^ 
mano ciascun fascio partendo da ciascun punto ti e« 
:tC0no presso appoca paralleli ("1355 } t i fisci dive^- 
go^o Cenvergemi fra loro, L* occhio pesto in O vede 
ytonque questar immagine ;;rmplificata / secofld<r la gran^ 
(dezza deirangofo yiOip. . 

x6i6. n telescopio Gregìoriano fa veder rimtna|mé 
creila tt€s%z sitaaziane eàe quella: dell* oggettev ^^ I^ 
fa veder utr poco meno cbiara del tj^Iescopio I^eiito- 
niano, percàè U tect ^ dai. Jim%^eiim¥ d«c 0^ 



35* TitAtTATo Elementare 
lari, invtce cTuti solo come nel telescopio Neuto- 
niano • 

1537* La quantità di cui il telescopio Gregoriano 
aumenta il diametro apparente dell' oggetto è eguale 
al quadrato del foco del grande specchio diviso per il 
prodotto del foco del piccolo specchio , moltiplicito per 
il foco dell'ocnlare • Supponiamo , come disopta (1633), 
che il foco del grande specchio sia di 20 follici o di 
240 linee ^ il foco del pìccolo specchio di 3 pollici $ 
o lé linee, e che il foco dell* oculare sii di 20 li- 
nee. Il quadrato di 240 è 57too , il prodotto di 36. 
moltiplicato per 20 è 720. Se duogue si divide 57609 
per 720 , il quoziente 80 mostra il nunaero delle vol- 
te che i aumentato il diametro dell* oggetto veduto 
col telescopio , cioè il diametro apparente dell' ogget- 
to sarebbe veduto col telescopio dell' i^tessa grandez- 
za che lo sarebbe colla semplice vista se V oggetto 
fosse lontano T ottantesima parte di quello che è* 
Telejcopi0 di Cassfgrain* 

1638. Il telescopio di Cduegrain è composto d'uoo 
specchio concavo , d' uno specchio convesso , e di due 
oculari convessi, o piano-convessi situati respettifi- 
mente gli nni agli. altri come lo sondagli specchi e i 
vetri nel telescopio Gregoriano . : . h 

163^. Il telescopio di C4//ffriR>rassQfniglia dunque k 
presso appoco al telescopio GregoiviactQ. Differisce sol ^ 
tVnto I. nella forma del suo piccolo specchio , il quale ip 
h convesso in vece di quello del telescopio Gregoriaot^ te 
che e concavo; !(. nel far vedere l' inumagine rovescila ^; 
ta(r64i), HI. nell' essere a sfericità eguali degli sftc-[\^ 

chi, 



:r 



Dr F I s ì € À.^ 35^ 

chi, p^^ corto d'una quantità eguale al doppio della 
lunghezza del foco virtuale ( 1250) del pìccolo spec- 
chio convesso. Infatti sì concepisce facilirente che il 
piccolo Specchio essendo convesso non può riflettere 
verso il primo oculare L t (fig^ 266^ ì raggi ancora 
convergenti se non che ricevendogli egli sttsso ; poi- 
ché diminuisce la loro convergenza ( 1227 ^ 122^} . 
Ma ciò non può aver* luogo se non quando quesro pìc- 
colo specchio è posto più vicino al grande, di quel 
éhe Io sarebbe se fòsse concavo , d' una quantità egua- 
le al doppio della lunghezza del suo foco virtuale. 
' 1640. Qpesto piccolo specchio convesso nel tèle- 
•ròpio di C4ssegr4Ìn deve dunque esser post? fra il 
grande specchio bonc^vo e il suo foco in maniera 9 
cte il foco virtuale del piccolo specchio convesso cada 
allo stesso punto dove deve trovarsi il foco reale del 
piccolo specchio concavo nel telescopio Gregoriano ; 
ciod questo foco virtuale deve cadere al di là del fo- 
co 4 ^ del grande specchio concavo H G d*una 
quantità che si trova eon questa proporzione • // foJ 
re reaU del gr^ndt specchio cane Affo è al foco virtua-- 
te elei piccolo specchio convesso , eome queje* ultimo fo^ 
r# € 4IC intervallo che dove esservi fra i fochi de* due 
^gfMf i^^l che ne segue (come abbiamo detto J che 
(tiando il piccolo specchio e convesso , il telescopio 
l*fiÌL corto, che non lo sarebbe se questo piccolo 
pacchio fosse concavo e della stessa sfericità » di una 
[lienticà eguale al doppio della lunghezza del foco v tr- 
itale del piccolo specchio convesso. 
T64I. Questo telescopio coveKìa 1* immagine dell' 
Briss. F«: Tom, III. Z 



354 TRATTATO Eluoiitaiis 

oggetto, perchè lo ipecchio convesso che ricette ii 
gì prima che abbiano disegnau 1*. immagine fi 640] 
f klette senza obbligarli ad incrdciarsi : V immagine 
pò la seconfia riflessione de* raggi fi trova dunque 
segnata ne 11^ isresso senso come lo urebbe stata d 
la prima riflessione é 

1642* U telescopio di CasseiréUn ingrandisce ta 
e nella stessa proporzione che il Gregoriano • Ma 
tendo essere più corto, e conservin4o lo $it%to 
tere amplificante può essere impiegato con vantai 
neir Astronomia cui é indifferente che le Imma, 
sieno rovesciate o no ; e nella quale k impottat 
soprattutto sul mare ^ che V istruiuento sia più c< 
che i possibile « Il gran telescopio fatto da D. 1 
e che 2 al Gabinetto di fisica del Ke alU Adbàiu 
un telescopio di questa specie < 



TeUuépia di Jdc^pù la dktairté 



Iéf3l. Il telescopio dì Jacopo Id Maire invtfkt^i 
lui nel 1728,^ lin derivato del telescopio Neutoi 
no (1627}; pure ne differisce nell'essere composte 
un solo specchio concavo , e d' una lente ordina 
convessa « essendovi sofipresso il piccolo specchio | 
no. Per costruire un telescopio, di questa Specie bi 
gna porre nel fondo d' un tubo D D D D {fig^ti 
un grande specchio concavo H G di metallo t attao 
XQ al tubo con una cerniera verso G» e cbeposni 



tiinaui phì omenO; verso H TiìedMnteùrfa. vice ch^ 
travèrsi il jFondo dei tubo» A questo tubo si aggiunger 
la parte £ j^ dell' istéssa grosses&zà del tùbo^ e che va 
allargandosi verso F; All'estremità F D di questa pai - 
té aggiunta è postò il piccolo tubo L ciié porta To- 
tttlare m n. Qpesto piccolo, tubo L è mobile egual- 
tMoté che lo specchio VÌGì t può pei? un iilotò late- 
tale allontanarsi , o avvicinarsi al coricò del gran tu* 
bo t> D , affinché po$sa acconiodarsi a' diversi gradi d'^ 
ndinasiona che si Vuole dare allo Specchio H G • Vi 
4 bli libati numerò d' altri pezzi , una parte de' quali 
i deuinafta a render questi mpti dolci ^ esatti, e cò« 
Éiodi all' esecuzione i ed altri a diriger l* istrumentoi 
Verso i* oggetto che si vnole osservare. Se vi è a leu- 
Uno étarioso dì conoicerli , né troverà la descrizione ^ 
é la figura nelle macchine approvate dall' Accademia 
( iùfà. a. pag. éù) . 

1C44. Sopponiamo frattanto» come abbiamo fatto di« 
idpra (1628) uh oggetto A B ad una gran distanza ;é 
cbe i rftggi che ne partono s' incrocino neir istrùmèn- 
tó. Questi raggi AC, BH sono riflessi convergenti 
il foco del grande specchio (1254J, e vannòfacaus^ 
dcir inclinazione di questo specchio ali* asse ie\ ^raii 
Isbà), nella parte yÉF a rappresentare fimira^inero-^ 
tsiciata a t. E siccome il luo|t6 4 ^ di questa tm- 
ifagìne é» per la costruzione , il luogo del foco deir 
Iculare m n^ i raggi che forma ciascun fascio parten^ 
lo da ciascun punto ne escono quasi paralleìt (7355) ^ 
! i fasci divengono convergenti verso O^dovc T oc- 
Kio posandosi vede questa immagincf àmpìifii;ata . Si 

Z % 



35^ TltATTÀo ElEMEltrTARB 

vede da ciò the bisogna voltare le spalle ali* oggetto 
che li vuole osservare. 

1645. Il telescopio di la Maire fa vedere, egual- 
mente cbe qaeìlQ àX Neyìrton^ T immagine rovesciata*, 
ina ella è più chiara , e disegnati con una luce più 
bella , perchè i suoi raggi sQ^rono una riflessione dì 
i^ieno che nel telescopio Neutoniano , il che permette 
4* adoperare un oculare d'un foco più corto » e in con- 
^egueni^a lo fa ingrandire di più. Perche questo tele- 
scopio amplifica T immagine neir istessa proporzione di 
quello di Necton ^1532) , cioè aumenta lil diametro 
apparente dell* oggetto di una quantità che eguaglia il 
numero delle volte che il foco dello ^specchio ^ntìe- 
ne quello deir oculare *• 

1646. M. Herichell ha costiruitò, anni sono, un 
telescopio di questa specie, dal quale ha tratto un graa 
vantaggio. Per suo mezzo egli ha scoperto due satel- 
liti al suo piatieta , egualmente cKtt A\x€ nuòvi satel- 
liti a Saturno (2622) . Ma si vedo da t\h che abbia- 
mo detto disopra (1653), che si è avuto torto di ri- 
guardarlo, come si è fatto, per T inventore tfi questo 
telescopio ; poiché questo istrumepto era stato inven- 
tato , eseguito , e pubblicato da ]aa9po la Jldairt c\v 
ca 50 anni avanfi che Htrsekell ne avesse avuta idea. 
Non bisogna però togliergli la gloria ; perchè i telf 
scopi che egli ha costruiti sono molto .superiori 1 
quelli che esisiìevano avanti per la loro grandezza! 
per la loro potenza amplificante e per la beltà dclb 
loro esecuzione « 



Ì>e* Gannocekéùi afromatm < * 



( té47« t éannoccbiàli.siiromatici sono qi^elll, il vé^ 
tm. obiettivo de* quali nos Uscì^ vedere alcun coloiK 
a^ iride per quanto grande «ia il diametro della loro 
apertura; Può-dunquèrallora esserci {moka luce fieli' 
ihramentoi il che permette d' adiiipffire un.oralare d* 
lift foco più corto molto» donde jdisiiltii.OAa più gran- 
de amplificazione deir immagitìe ( i6oo ) . Perchè que^^ 
«ti càtf&occhiali sono reritelcsoopi astronomici (1590) ^ 
ma Àoho superiori à quelli cbe iii ecafio per V a^ 
vanti* ■ >-: ■■■:. '■■.•."■■ ■ 

' t&4g. Ne' telescopi diottrici ordinar J( 1^74; m vedo|« 
fio verso gli orli ^eirjobiettivo de* colori: mólto for^ 
che tisultado dalla sfparàziohe^dè^lraggi ( 1^8 1) perla 
tefràd&iotìe che provano traversando gli orli di questo 
vetro, e cbe obbligato a ristringere di molto la lord 
avertuta, per avere rimrbagine distiita* Dopo qual-* 
éhe anno si è immaginata, per correggete questo di« 
fetto, di comporre gli obiettivi di questi telescopi « dì 
diverse sostanze i * 

1^49^. Le prime ti^accie di questa ingeghósi idea si 
trovano in una memoria di Eulero { Meik delt An* 
€dd. a iitlifié^ T§méi Ili.). Ecco eie cbe té dicev^i 
nel i7'47« ,» E* stato ricon^ciuto dagli astronomi cbe 
5f 1 vetci obiettivi che si adopraflo comunemente iieT 

2 3 



35I5 TltAtl^TO ELÉMfiNtAHE 

,, cannocchiali , hanno questo difetto , che prodocono 
,, un* infinità ^i focki 9econdo i diversi gradi di re- 
„ frangibilità de* raggi (1424) • I raggi rossi soffrendo 
„ la più piccola refrazione nel passar pel vetro for- 
,) mano il loro foco ad «na distanza maggiore dal ve- 
), tro die i raggi violetti, la refraxione de* quaU èli 
9, più grande it^^)) »*• Non si riunf^eoBO dunque t 
9f taggi rotti ia'oti sol punto ,^ come si suppone lo 
), Ottica ; ma 11 fdcò sarà esteso sopra uno «pinio 
9, che iar& tanto* p'dl grande^quasto piàli^ngo szA il 
,> foco deir obfectìvor , * » * Né^t9n ( trsttat0 di 0^ 
9, tied^ f4ii. 114;) ba già sospettato che gli obiettivi 
9, composti di due f^tciy lo spazio iatermtdio de'qutlt 
fj fosse ripieno d? ac^ot ^ potrebbero/jecrire à perfezio* 
p^ nare i cannocchiali per rapporto all' aberrazione 
^ della sfericità delle lenti fi 417) ; mi non pare che 
9, egli abbia avuta "1- idei chencbo qiiésto messo f areb« 
t> be possibile di diniinuirc lo spazio nel * quale i fochi 
„ de' diversi raggi si trovane dispersi . Ora egli mi i | 
,, paruto in principio più probabile che una certa <om- 
,, binazione di diversi corpi tras{iaceoCi potrebbe esser 
n capace di rimediare a questo.; inconveniente} ed-^io 
„ son persuaso che m*^ nastri pethi i mstri $imm si 
9, trevi fio disposti in maniera , (he non no rimiti sd- 
„ cuna dif asiano di foco „^ In questa guisa la consi- 
derazione di quel che succede ne* nostri occhi condu- 
ceva Eulero a cercare uà mezzo d* imitare la natura, 
e gli faceva sperare di giungervi per la combinazione 
de* fluidi fra due vetri * Non si pub fate amroenodi 



Di F f sf 1 e 4l. 359 

trovare la sua riflessione ragionevole , perchè i noscr} 
occhi sono veramente acromatici. 

1650* In conseguenza EulerB tevcò le- dimensioni 
^egli obiettivi formati dai vetri e dall' acqua ìrt mo- 
do da potere imitare la combinazione die si trova na^ 
turalmente nell* occhio. Ma i suoi tentativi furono!- 
fiutili • I cannocchiali che &irono eseguiti sii questo 
priiicipiò noti riuscirono , perchè i' acqua e il vetro re- 
lativa^mente alle loro refrazioni medie non produco- 
no delle differenze tanto sensibili nelle refrangibilità 
de* colori* 

, 1651. Dopo che comparve la memoria d* EuleroM* 
d^OUoftd il padre ottico di Londra^ volle trarne par- 
tito . Dopò che fu disputato per qualche tempo su que- 
sta m.ateria, e soprattutto dopo eh» nel 1755 M.^/i- 
nienstierrtéL ebbe fatto abbandonare a M. Ollond al- 
cune opinioni erronee «Ile quali era molto attaccato > 
questo bravo professore fece de* tentativi che riusciro- 
no • Concepì la specanza* di effettuare il suo progetto 
combinando de' vetri di diverse qualità per formaFe 
un obiettivo, meglio che impiegando del vetro, e 
dell* acqua per la ragione che abbiamo detto di sopra 
(1650}. Un vetro biaiichisiimo , e molto trasparente 
chiamato comunemeàte fiint-glass , cristalla d' /»- 
ghilterrd è quello che secondo M, d* Ollond dà V iri- 
di le più considerabili > ed in conseguenza quello ^^nel 
qtiale la refrazione del rosso differisce il più da quel- 
la del violetto. Un vetro verdastro conosciuto in In- 
ghilterra sotto il nome di crt^n gian ^ e, che rassQ- 

2 4 



^^0 Trattato Eiìimintaiib 
miglia molto in qualità al nostro vetro comeune » i 
al contrario quello che da la minor di-Serenza nella 
rcfranglòiliià de* raggi rossi ^ e de* violetti .Queste doe 
sorte di vetri sono le due maierie, delle qui li £ 
Ollond pensò di servirsi dopo aver misurate le loro 
qualità refringenti, ed averle trovate come 3 a %• 

1652. I primi cannocchiali y che furono eseguiti da 
d* OlUnd ebbero un grandissimo successo « I geometri 
9i occuparono a cercar le curve je più proprie a cor- 
reggere l'aberrazione dì refrangibilità. Ma siccome l> 
raro il trovar più pezzi di vetro d' una densità perfet- 
tamente eguale, sebbene della stessa specie, non si 
possono sempre porre, in uso le curve indicate da^ Geo- 
metri» e si è ia necessità di- variarle 4 Perciò gli arte- 
fici sono obbligati .]d' andare a tentone se vogliono per« 
feziqnare le loro opere 4 

265}. Ci contenteremo dunque di riportate in que- 
sto Iisogo le dimensioni de'due eccellenti cannocchiali 
di circa 43 pollici di foco fatti da d*ÓlUndy e che 
sono superiori a tutto eiò che è stato fatto in questo 
genere • U obiettivo è composto di tre vetri , uno de' 
quali è di fiint-tUAS concavo da* due lati posto fra 
due lenti di cro^fm-gUss convesse da* due Iati, I sei 
raggi delle curve , a cominciare da quella della su- 
perficie esteriore delP obiettivo sono in uno di questi 
cannocchiali di 3159450, 235, 315, 320, 320 linee* 
Nell'altro cannocchiale i sei raggi sono di 3 15 ,400, 
238, 2^0, 3i6,\3x6 linee. Q^iest* ultimo ha 43 pol- 
lici , e 5 linee di foco • Questi cannocchiali ingrao* 



D r Fisica. 351 

discotlo da-tóo, fino 200 volte secondo i diversi as- 
sortimenci che si applicano , e producono per conse- 
guenza più effetto che gli antichi cannocchiali di 25 , 
e 30 piedi. 

1654. Si può vedere (fig. 16^) il taglio trasversale, 
d' on' obiettivo di cannocchiale acromatico composto 
di tre vetri , cioè d' un concavo 3 , 4. di fiintgUss , 
posto fra due convessi i, 2, e 5, 6 di croyfjn-gUss • 
Le cuxve essendo differenti, è facile il vedere che de- 
ve restare fra ciascun vetro uno spazio ripieno d*aria 

Ì655. I raggi di luce emanati dall'oggetto, caden- 
do sulla superficie i , soffrono due refrazìoni , una 
nell'entrare, l'altra nell' uscire da questo primo ve- 
tro fi3S3) che è di cro^n glass y e i raggi colorati, 
de**quali sbno composti (1373, e 1374^» si separano 
é divengono apparenti: finalmente traversando le due 
superficie 3 , e 4 del vetro concavo , chehdìfint'glksi 
son rotti in senso contrario , dia più fortemente che 
non lo sarebbero stati dal primo vetro, perchè il SÌ5- 
condo ha più densità (12S1), e più curvatura (1283), 
in maniera che i colori sono tuttavia apparenti s ma 
hanno cangiato situazione ; e quelli che erano in al- 
to si trovano in basso e viceversa. ''Finalmente que- 
sti raggi traversando le due superficie 5 , e 6^ del ter- 
zo vetro, che è di cro'^n-ilass sonò rotti di nuovd 
in senso contracio a quello in cui li ruppe il fiint-glass^ 
ma d'una quantità eguale all'eccesso che aveva pro- 
dotto il flint gUss; dal che risulta una riunione per- 
fetta de' raggi, e per conseguenza una cessazione de". 
colori ( 1387, « nj*7;^. 

Z s 



^6z Trattato Elementare 

1656. Si foQO fatti ancora di questi obiettivi di due 
soli vetri; l'uno i, 2, (^i^ 269 )> di crcwffgldst^ 
e r altro 3, 4 di flint glau ^ i raggi delle curve este- 
riori I , e 4 de* quali sono più lunghi che quelli del- 
le curve interne 2, e 3. Questi obiettivi sono gioito 
più iacili ad eseguirsi che quelli a tre vetri, ma non 
fanno tanta riuscita , né sono tanto perfettamente a- 
cromatici. 

1657. Si^è anche trovato il mezzo di correggere » 
e fino d'annientare per cosi dire le imperfezioni del 
pulimento delle superficie interne mettendo fra i due 

Vetri , invece d'aria una sostanza trasparentissima , la 
di cai densità s'avvicina molto a quella dei' vetri |pi& 
che la densità dell'aria. La migliore di tutte le so- 
stanze è il mastice in lacrime, che essendo bene 
scelto è tra sparentissimo , e s'applica perfetiamente 
beae a^ vetri. Siamo debitori di questa invenzione a 
M. Putois Ingegnere di strumenti ottici, patentato dal 
Re sulla relazione cke ne ha fatta a S. M. T Accade- 
mia R. delle Scienze, 

1658. I microscopi sono istrumenti che servono a 
far vedere grandissimi gli oggetti in loro stessi mol- 
ta piccoli, e ciò mediapte una o più lenti ("1355) 
insieme , e che rappresentano alla vista distintamente 
degli oggetti cke sono impercettibili • I microscopi ci 
ajutano dunque a vedere da vicino, come i -telesco- 
i^i ( 2574^ ^i soccorrono a veder da lonUQO • Qiiafl- 



D 1 F t s I e A # ^^^ 

io questi faoilttand i progressi delV Astronomia , 
(iS75) tanto quelli sond vantaggiosi alla Storia Na- 
turale , • zìH Pitica i 

I659. Vi sono tré iorti di microscopi , cioè il n/i- 
croicopio semplice « il microscopio composto t e il 
tuicroscopio solare « 

MicfScopià femftice * 

ìééio^ ii tnicróscopio Semplice noti é Composto che 
d* una sola lente molto confessa e d'un foco cortis-* 
tissimO' S'incasia questa lent^ in una lami di me- 
tall#i che si sostiene itt qualche maDiefa* purché sia 
cottioda per V osservatore ^ e V oggetio è ordinaria* 
nieme portato da una punta , o da qualche altro so^ 
ttegno « Supponiamo dunque la piccola lente O (fig. 
270) incassata nella lama di metallo £F.' rocchio 
si pone in O vicino t questa lente , e V ogg;ettp d t 
che si suppone piccolissimo ^ è posto quasi al foco del* 
la lente , in maniera che i fasci de*raggi che vengano 
dalle eternità ah escono dalla lente quasi parelleli; 
e solo col piccolo grado di divergenza necessario , e 
quale sarebbe se questi fasci de'raggi partissero da due , 
punti AB molto più lontani. L'oggetto apparisce dun- 
que in AB» e molto più grande (tt9i)t e la gran- 
dezza A B deir immagine è alla grandezza 4 ^ dell* 
oggetto , come la distanza O D della lente dall' im- 
magine i alla distanM<0 e della lente dall'oggetto» 
cioè quati come la distanza « alla quala $i iiedrebbf 

? 6 



^64 Trattato Elementare 
<iistÌQtamente Toggetto, è alla lunghezza /lei foco del- 
la lente O . 

1661. Una lente d'un foco cortissimo forma dun- 
que un microscopio , non solo perchè amplifica V im- 
magine deir oggetto, ma ancora perchè lo fa vedere 
con più chiarezza j perchè lo stesso oggetto vedujto dal 
medesimo foro vuoto , e alla medesima distanza ap- 
parisce quasi tanto grande che quando si guarda at- 
traverso della lente. Supponiamo per esempio l'oc- 
chio posto in C (fig. 271}, dirimpetto e vicino ad 
un piccolissimo foro fatto nella lama di metallo D D» 
e che si guardi per quel foro un oggetto A B posto 
ad una piccolissima distanza • L si vedrà distintamea- 
te, perchè il foro essendo molto piccolo l'occhio noa 
può -ricévere da ciascun punto visibile dell' oggetto, 
per cosi dire-, che un raggio sei^plice , e non un fa- 
scio di raggi (i igo)ch€ avrebbero bisogno d'un certo gra- 
zio di refrazione per unirsi giustamente sulla retina. 
il. La grandezza apparente di questo oggetto sarà no- 
tabilmente aumentata, perchè sarà veduta sotto l'an- 
golo A C B molto più aperio che l'angolo E C F , che 
si supppne esser quello, sotto il quale questo ogget- 
ti potrebbe esser veduto distintamente colla remplice 
vista ; 

1661. Ma se dirimpetto al foro e che si suppone più 
grande del foro C , si pone una lente d d che abbia 
il suo foco pochissimo: più lontano della distanza ^^, 
che è eguale a queHa a cui l' oggetto a b era suppo- 
sto situato' dirimpetto il foro C \ i raggi semplici 4 r, 
bc formeranno,/ neir arrivare .aU<^ Icpte» rangole 



éci ieguale ad ACR> ma vi satanno di pm i raggi 
collaterali 9 che divergendo da' punti a^ ^, ec», e ri- 
i£2Lt)gendosi nella leate potranno entrare neir occhio , 
e far vedere l'oggetto più chiaro .Un microscopio 
amplifica dunque V immagine, perchè si può per suo 
mezzo vdd^r disciniamente. un oggetto posto ad una 
pìccolissima distanza dall' occhio , e questa amplifica- 
zione è relativa alla distanza alla quale si vede V 
oggetto attraverso della lente paragonata alia distan- 
za dell' oggetto veduto ad occhio nudo • In maniera 
che se per mezzg^ d'un rtiicroscppio si può vedere un 
oggetto 500 volte più vicino che a occhio nudo> il 
SHO diametro sarà veduta 500 volte più grande • 

1^63. Ne segue da dm che più 1^ lenti sono picco' 
le e coavesse, oyver* che è lo stesso, più il loro foi 
ce è corto, più es$e sono capaci d'ingrandire le im- 
magini. Enrico Barkfr ha calcolata una tavola, nel« 
la ^uale è espressa in numeri 1^ quantità di eui è 
ji^randito un oggetto veduto attraverso una lente » 
ed ecco la tavola. 



3^8 Trattato Elementare 
étì istrumenii a tre vetri , che è in oggi quello che 
2 più in uso. 

1668. Siepone l'oggetto AB (fig. 272.) un poco più 
lontano dilla l«nte obiettira e che la lunghezza del 
suo foco, e s'illumina bastantemente. I fasci de* rag. 
gi divergenti, che partono da tutti i punti visibile 
(1190) cóme A ^^, B ^f ec. e che coproiio tutta la 
superficie della lente , dopo aver sofferto in questa 
lente^le due refrazioni ordinarie, i raggi che li com- 
pongono diveclgono un poco convergcmi (1359;, co- 
^^ ^ ^ > ^f ec. mentre che i fascetti rimangono di- 
vergenti fra lor^ : e se questi fasci non fossero tiat- 
tenuti, i raggi. dì cui sono composti anderebbero nel 
riunirsi a formare un' immagine rovesciata alla dL 
stanza EF. Ma questi fasci di luce essendo ricevuti 
dalla lente D,'di divergenti che erano divengono nel 
traversarla un poco convegenti fra loro ; e i raggi che 
compongono ciascun fascette divenendo più conver- 
genti di quello che lo fossero , s' incrociano più pre- 
sto , e formano a pochissima distanza V immagine ro- 
vesciata ab.Si pone una seconda lente oculare Fun 
poco più vicina a questa immagine che la lunghezza 
del suo foco ; mediante questa disposizione , i raggi 
divergenti, che partono da* punti ab ec, pendono nel 
traversare questa lente F quasi tutta la loro diver- 
genza , e i fascetti partendo dj. ciascun punlo diven- 
gono fra loro cb^verge»ti a sejno da incrociarsi in 
O , dove si pone J* occhio , e fanno vedere V imma- 
gine 4^, che è allora l'oggetto immediato della vi- 
sione, sotto T angolo i^Oi^ incomparabilmente più 



D i F i SI « A. ^^ 

iHtiée che non sarebbe V angolo A O B , sotto il 
quale r oggetto sarebbe distinto colla vista semplice t 
se non vi fosse lo strumento fra lui « 9 V occhio • 

1669. Qìiesto inicroscopio è molto più comodo del 
semplice* Vi si possono osservare tutte le sorte de' 
più piccoli oggetti trasparenti od opachi , colorati o 
no, e colla quantità di luce, idi cui ciascuno abbi- 
sogna. Se VI fosse alcuno ansioso, di conoscere tutti 
i pezzi che rendono il suo uso comodo air osserva- 
tore, e per le osservazioni, se ne trovesi la.,descrio' 
kione nel n^io Dizjon4rio rMgi$nét0 di Fisica alU 
par$l4 , MlCROSCOPlO^^CpMPOSTO, r^i». VX 
tot. 140. 

X670. Invece deMue oculari soUnedte, st ne inte* 
te qualche volta un maggior nqipero. M. Delharrm 
che ha lavorato in Ollanda , e che é attualmente « 
Parigi ne mette sino cinque .Io non conosco tìiiglio-' 
re mtcroscopio'del suo • Combilìaàdo divets^imente .1 
suoi oculari , tanto relativamente al posto che oeco^ 
pano, che agi* intervalli che li separano, produce 1 
più gtandi effetti, e nella maniera la più soddisfacen^ 
te . 

x67i* L' invenzione del microscopio 2 posteriore a 
quella del telescopio , il quale non 2 stato scoperto 
che circa 300 anni dopo V invenzione degli occhiali 
da leggere ("1575)* ì microscopi non' si conoscono 
che dal principio del secolo XVlI* verso )l anno 
xéao. 



Atìcr0iC0ph séUrè. 

\6j%» Il micrpf copio scalare 2 un'istromento di die 
irica, per mezzo del qua^e si vede in grande in ui 
caiiera oscura T immagibé di picconssimi oggetti ^ 
vameote illamioiti dal sole*. QiieK'istrometito che 
2 venuto^ di Losdrà nel 174} , era. stato inventa 
|k)co Mmpo avanti dal Dottor Luberhuyn dell* Ac( 
demia Ipale delle Scieaze di Berlino , e della Soc 
ti R. di Londra . 

i<73« Per fire uso del microscopio solare , bisogi 
a^ere una camera ben chiusa, e bene oscura, e 
abbia una finestra voltata verso il sóle, ali* impos 
della quale vi sia un foro proprio a ricevere il p( 
ca^i^ce, nel qual foro si accomodano i èubi e al 
pe«KÌ che pottano le due Ialiti e il parta-oggetti , é 
le quali cose 2 cotfl^sto questo microscopio . M 
diaote questo si pub al bisogno introdurre in ques 
(pamera oscura un grosso fascio di luce solare, ci 
si dirige ottzzontalmente con utio specchio piano flfi 
bile posto al di fuori della finestra. Si troverà 
descrizione di tutti quésti pezzi nel mio DizSònàt 
rAgionéto di Fisica mIU pMroU MICROSCOPIO S( 
LARE Tom. JL pag. 144. 

1674* Supponiamo dunque AB (/;. 273.) lo spt 
chio piano, e che al foro della finestra si sia posto 
porta-luce, al quale siasi accomodato un tubo h 
nito d*un vetro convesso C , il di coi foco sia a : 
o>*S pollici di distanza ; sia F G il f iscio delta lu: 



O f F I « I e A * 371 

«olire, chtt cadeodo soUo specchio AB è riflesso neL 
b direzione orizzontile G H verso U lente C » ì% 
quale riuniioe al suo foco i raggi solarf, che cota^ 
poojODo questo iascio • Ora se luppaniamo una picco^ 
4a:^ia0ia di iretro D cbe porti V oggetto posta in qae- 
ito punito Ili luce vita , é cbe vi si avvicini la leitte 
E in. maniera che • il porta-oggetti D sia ad una di« 
ataòM 'vn poco più^grande che quella del suo foco^ 
<iMS>; i raggi di^pafcun fascio cbe partono da o* 
4pii puato dell' ^getto, dopo aver traveruto la tea» 
te £9 foncK Uff poco convergenti fra loroj e tutti 
4}ii0sU £isci essendosi incrociati nella (ente E> se ne 
ramo ^rdivecseodo fra loro^ a rappresentar unMm* 
snagiae rovesciata di questo oggetto» prodigiosameo* 
te amplificata sul muro» o sopra una tela bianca I 
K alzata verticalrafente a 10 » o la piedi di distanza ^ 
verso il fetido della camera» 
\f .«^75. U microscopio solare è^nn istrumento curio» 
eskimo t ed interessantissimo» E' molto utile per prò* 
move» i progressi dell'istoria Naturale e della -Fisi* 
ce» per la facilità che dà di vedere in grande » aenzt 
alcujiu fatica, e da molte persone in una voltiZy-'Of^ 
getti prodigiosamente piccoli/ Un capello apparisce 
grosso come uà manico da granata ^ una pulce gre»- 
de quanto un castrato > ed anche quanto un bue, 
quando si voglia. Uno degli oggetti che faccia mag* 
gior piacere è la circolazione del sangue nella coda 
d' un'anguilla, o la cristallizzazione de* sali, e so* 
prattutto quella dèi sale ammoniaco; il primo di que< 
ati oggeui somiglia ad una carta geografica colorita j 



37^ Trattato ELemeMtare 

tutti i fiami della quale sieao asuniati di un véro 

ototo dei fluido 9 ed il secondo ad una vegetazioBli 

nitncolosa pt r la prontezza con cut- si csègoisce 4 

^'. i6^6. Sì può mediante questo microscopio disejiu- 

re comodamente gli , Oggetti » e di' quella grandtxzt 

^ebe si vuole» perche li loro grandezza appateate 

vària a volontà 4 Per questo nòti vii bTsognaxbe vt- 

-Tiare la distanza del piano IK ;4al. microscopio « e 

cangiare un poco la distanza r«ipetfiv%^delle due kn^ 

ti C ed E .E siccopie il piano jiKr d litrasparehtcy 

poiché é di tela ù' di taffettà, e'>ai v^ei T imtnàgiflt 

dellf;oggctto quasi tanto chiaramente si: davanti '^ co» 

me di dietro; si potrà copiate dietro ^al^piano^ ove 

l'ombra della mano non inttrcetterà la luce coi» 

farebbe se si copiasse davanti é 

. 1677- La lante;:na magica istruraetito che dobbiamo 

al P. Kirkjfr Gesuita tedesco , e che bob è di vernai 

utilità, ma solo di pura curiosità, rassomiglia molto 

per la sua costruzioiìè ed efifetti al microscopio soli' 

re « La luce vi 'ha urt catnmino presso appoco aimHe^ 

e i;jsuoi raggi vanno a dipingere in grande topra un 

piano bianco^ degli oggetti dipinti sopr^ lastre divs* 

tto. S'illumina colla luce d'una candela ^ ed aacof 

meglio con un «grosso: getcb di lisee tohro. 



fin€ dei Tomo Terx^ < 



473 



IN DICE 

Degli Artìcoli 
DEL toMO TERZO. * 



RAPITOLO XI. Dtlle pruneti dilFaria. ti6 

V uria censi dirms in s0 sttssM . 888 
L* aria considerata come ammosfer a ter- 
restre . 955 

V amraesfera considerata Cèrne un fuid0 

in quiete . P56 
Vammesfera considerata come mt fluido 

agitato . p^t 

Del suono m . 992 

De'vemti. 1039 

APlTOLO XII. Dette proprietà dell'acqua . XO40 

V acqua considerscta nello stato di liquore. 1042 

U acqua considerata nello etato ai vapore . xoé2 

U acqua considerata nello. stato di ghiaccio. 1069 

APITOLO XIIL Delta natura proprietà del 

fuoco . Art. 1099 / 

Della natura del fuoco . l iQl 
De*mez.t,i pe* quali si può eccitare Fazione del 

fuoco. xxio 
Della maniera di propagare /' azione del 

fuoco. XI26 

D e L* effetto del fuoco sui corpi.. XI3Ì 
De'mexxi di aumentsire ^^Mminnire F aliene 

del fuoco . . ^T«? . i XI}) 



^ÈÌU Hénutd i pf^priéid dilla 

^^lAi^Mt dilU luct^ 1178 
. ft^otfs ^hé Ugni U hUi ni* diversi 

.,^/> julC Onice i I187 

..^,f} dilla CatonricAi iii6 

V».;/ specchia piano j 1238 

\'^« spicchié priimaticpé ii^ 

.>»^0 specchiò pir'dmidati i I^^ 

JfiUi specchii cenassi* 124$^ 

l^lli specchio ancdvo . j 1252 

^lo specchio ilietici • I26) 

Dilli specchii parahilicé 4 1 266 

i>f//0 specchii cilindrici é tid-j 

Dello specchii conici • 1 27} 

Di^ principi ^i Diittriidd 1278 

Delle lenti. I355 

Ui* vetri ancéivi é 1365 

Discolori. Ì169 

Teoria di* colori é 1373 

£speriente sulle quaii i finiate la teoria 

di*colirÌ4 ^ . 15^7 

Discolori consiiiran mtU igietti ehi ce 

li fanno tederò . 147* 

CAPITOLÒ XV. Dilla ifisiini ditti iggitti. 1494 

Della visiim maturali •• V498 

De//4 vistine artificiali e d^gli strinanti 

d'Ottica. 1556 

Jb^ii Occhiali • 2558 

D' Polemoscopi . 1562 

J}r//4 Camera ottica. 4564 

0r//4 Càmera escura^ 1^66 

WiTtUscopi diottrici é iS7^ 

Telescipii di Odlila • 1579 

TeleìCipii astnnimici • U^o 



Teiesc^pia diteé* iép^ 

TtUscopU ttrrapré^ 9 €émM€^$hiéd€ €_ lìia 

CM^ocshidle da n§tt€ ^ Itfao 

2i$^ Telescopi catadi§ttrici. ì6ii 

Telescopio NentonÌAfio^ lézy 

^Telescopio Gregoriano. téyi 

Telescopio di Cassegrain, l63f 

Telescopio di Jacopo U Maire ^ 164J 

Be^ Cannocchiali acromatici,, 1647 

De* Microscopi * i6$8 

Microscopio semplice* »dd^ 

Microscopia composto^, té66 

MieroscotÌ9 solare^ 1*67 



fine deltJlniikf^ 




HÉi