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Full text of "Trieste vernacola; antologia della poesia dialettale triestina"

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FRIESTE VERNACOLA 

ANTOLOGIA 
DELLA POESIA DIALETTALE TRIESTINA 



A CURA DI 

GIULIO PIAZZA 



MILANO 

CvsA Editrici: Risorgimento 
R. CADDEO & e. 

1920 



PO. 

sn'ò 

T7ZS- 
I3L0 



PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA 




52369<i 



Milano. Coop. Grafica degli Operai, via Spartaco, 6. 



LA F^OESIA DIALETTALE 
TRIESTINA. 



La poesia dialettale triestina non ha una 
tradizione. 

Quando incomincia ? Principia quando il 
dialetto si emancipa dal suo orifi^inario carat- 
tere ladino, (eppure esisteva anche prima? 

E, nel primo caso, perchè intorno al 1812 
venezianeggia col poeta Miniussi, e nel 1875 
venezianeggia ancora, benché meno spiccata- 
mente, col migliore poeta vernacolo che abbia 
avuto Trieste: con Giglio Padovàn ? 

La ladinità del dialetto triestino è oramai 
fuori di discussione. Fino a qualche decennio 
addietro si polemizzava ancora, e si metteva 
perfino in tlubbio l' autenticità dei Dialoirlii 
piacevoli iti dialetto t first ino del prete Don Cjìu- 
seppe Mainati. CÀ fu aii/i, a suo tiinpo, chi 



/ 



VI 



negò bruscamente la friulanità dell'antico dia- 
letto triestino, ingiustamente accusando il Mai- 
nati. Ma se nello scrivere le « Cronache di 
Trieste » il prete Mainati fu un plagiario, non 
per questo è lecito accusarlo di aver inventato 
un dialetto che non esisteva. Nella prefazione 
ai suoi Dialoghi, pubblicati nel 1828, egli avverte 
espressamente di aver voluto conservare almeno 
in parte la memoria di un dialetto che andava 
ad estinguersi e la conoscenza del quale poteva 
per avventura in più di un caso tornare van- 
taggiosa. 

Certo, a primo aspetto, quel vernacolo appare 
molto differente da quello che si parla oggi a 
Trieste; ma non è solamente il dialetto triestino 
che subisce sensibilmente l'evoluzione del tem- 
po. L'illustre glottologo Graziadio Ascoli affer- 
ma che « anche il linguaggio antico della città 
di Venezia era diverso non poco dal moderno 
e n'era in ispecie ben sentita la vena ladina ') >. 
E del resto, per convincersene, basterebbe con- 
frontare il veneziano del Veniero, del Querini, 
del Baffo, con quello del Goldoni, e quello del 
Goldoni col vernacolo adoperato dal Selvatico 



1) O. I. Ascoli : [.' Italia dialettale. Tomo I dell' « Archìvio glot- 
tologico ■>. Saggi ladini, i; 4 (Ermanno Loescher, 1873j. 



- VII — 

e dal Gallina. Non può dunque recar niara- 
viy^iia che a Trieste, cento anni fa, si parlasse 
diversamente da oggi. 

Le traccie ladine o friulane, del resto, esiste- 
vano ancora nella parlata dei nostri nonni. Un 
vecchio triestino: il cav. Felice Machlig, morto 
circa dieci anni or sono, ebbe a raccontare al 
sac. Don Pietro Tomasin che due signorine Leo, 
patrizie triestine, solevano parlare quel linguag- 
gio mezzo friulano che il Mainati ci ha con- 
servato nei suoi Dialoghi. E ancora nel 1880 
e' erano a Trieste dei vecchi che, per dire le 
tredici casate, dicevano le tredich cliasadis. Il 
compianto abate Jacopo Cavalli, morto recente- 
mente nella sua nativa Trieste, dopo aver pro- 
vato l'immensa gioia di vederla redenta, rac- 
colse con francescana pazienza i vecchi cimelii 
triestini dimostranti che a Trieste parlavasi a 
quel modo anche nei secoli anteriori; e quello 
illustre glottologo che tu il prof. Ascoli com- 
mentò poi con la sua profonda dottrina i cimelii 
stessi. I saggi del Mainati sono dunque un pre- 
zioso documento, a testimonianza della ladinità 
del nostro vernacolo, ed è giusto che, a que- 
sto titolo, sia loro attribuito un valore. 

Le correnti veneziane si infiltrarono poi nella 
parlata triestina a poco a poco. 



— vili — 

Ma nella poesia dialettale triestina — poiché 
è di questa che qui si vuol parlare, non di 
glottologia — abbiamo noi la possibilità di sta- 
bilire un preciso confine, una esatta linea di 
demarcazione, fra la poesia vernacola ancora 
ladina o friulana e quella venezianeggiante, o 
almeno venetizzante, venuta in onore più tardi? 

Ecco. Di esempi poetici in dialetto triestino 
antico si aveva fino ad alcuni anni fa soltanto 
un sonetto tramandatoci dagli studiosi. E del 
1796, ed è quasi anonimo, poiché non reca 
altra firma che questa: In segno de venerazione 
un ver trlestin. G. M. B. 

Il sonetto fu scritto per la consacrazione di 
un vescovo, e venne pubblicato la prima volta 
nel Caleidoscopio di Trieste nell'anno 1845; 
poi fu ristampato nel 1882 nell'almanacco // 
canipanone di San Giusto, col seguente com- 
mento: 

« Quel dialetto misto veneto che ora si parla 
a Trieste data dal principio del secolo nostro, 
quando per il forte incremento del suo com- 
mercio, a poco a poco vennero a popolarla 
non pochi estranei (?), allettati dalla speranza 
di subiti e grossi guadagni. Nei secoli ante- 
riori, quando Trieste era ancora di àmbito mo- 



— IX — 

desto, i nostri concittadini parlavano un ver- 
nacolo che molto sapeva del friulano . 

Ma ecco senz' altro il sonetto, con la sua 
tirava intestazione : 

/// memoria per i nuestri posterior dela consa- 
crazion fata nela glesia de San Zust martir del 
nov Vesco nela persona dell' illustrissem e reve- 
rendisscm Monsignor Ignazio Gaetam de Buset in 
Feistenberg ecc. nel am 1796. 

SONET. 

Neil' ani che kì de sora xe segna 
Ai ventitré! ottolier, de donienia el dì, 
Nela glesia catedral che avem noi kì 
El vesco nuestro pastor an consacra. 

' Sua Altezza tirigido consacrator xe sta 
Arzivescovo tie Lubiana, e a Ini unì, 
Come piescriv la glesia, an assisti 

2' Il vesco Derbe col dcgani mitra. 

Ai treni de chel am e de chel niess 
Monsignor consacra vesco de Buset 
Ai chioll el spiritual e temporal possess. 

Grazia riciulcni e picghem Dio bcndett 
Che lo conservis ile ogni mal illes 
Col papa e l'imperator che l'am elett. 

In segno de venerazion, un ver triestin. 

G. M. li. 

I) Cioè il patrizio Iriestiiio Aticlule liaioiic de HiìkìJo, arcive- 
scovo iti Lubiana. - 2i Francesco harono de KalKeisfcId (?), vescovo 
di Arbe. Bernardino Camnicli, ex decano mitrato del Capitolo di 
Trieste. 



Nuova luce sulla antica letteratura dialettale 
triestina recarono poi le reliquie ladine sco- 
perte da Attilio Hortis nelle carte triestine del 
1550, le quali, come accenna il Cavalli, che le 
diede alla luce, stabiliscono l'anello di conti- 
nuità dialettale fra il secolo decimosesto e la 
fine del secolo decimottavo. 

Tra queste carte, evvi un poemetto satirico 
inedito che, secondo il Kandler, sarebbe del 
1619, secondo l'Hortis non posteriore al 170Q. 

Come già fu accennato, tale dialetto andò 
poi lentamente estinguendosi, resistendo peral- 
tro parzialmente in certi modi di dire e in certe 
forme grammaticali, come, ad esempio, nel ti 
son, derivato dall'antico triestino tu so/is, che 
si riscontra nei Dialoghi del Mainati. 

E le correnti veneziane furono così forti che 
nella prima metà del secolo scorso, come già 
accennammo, a Trieste si verseggiava quasi 
soltanto in veneziano. 

Negli ultimi giorni di carnevale il lazzo sati- 
rico e mordace della musa popolaresca scop- 
piettava per bocca di Arlecchino, e per questo 
non inglorioso erede dell'antico Macco latino, 
un uomo di acuto ingegno e di vivace spirito: 
il dottor Lorenzo Miniussi, componeva madri- 
gali e strambotti. 



— XI - 

Il nostro Giuseppe Caprili, nel suo gusto- 
sissimo e pregevolissimo volume / nostri nonni, 
ci dà il ritratto del Miniussi: un faccione sbar- 
bato dall'espressione bonaria, con gli scopet- 
toni ai lati degli orecchi, come si vedono nelle 
incisioni raffiguranti l'Alfieri... o il Donizetti. — 
Vestito alla goldoniana... o quasi. 

Il Miniussi, in ordine di tempo, è il primo 
poeta dialettale triestino, dopo spenta la parlata 
ladina, del quale ci sia stato tramandato qual- 
che componimento. E coi suoi versi si inizia 
pertanto questa raccolta, che comprende i poeti 
dialettali triestini dal principio del secolo deci- 
monono fino ai nostri giorni. 

Dopo i pochi saggi che, oltre al Miniussi, 
ci diedero il dottor Giovanni Tagliapietra e 
Alessandro Revere, fratello del poeta di Osiride 
e dei Bozzetti alpini (care figure già da lungo 
tempo scomparse e che pochi vecchi a Trieste 
ancora ricordano), abbiamo dato posto d'onore, 
doverosamente, alla più pura ed artistica figura 
di poeta vernacolo, che abbia adornato il I^indo 
triestino: al [\'idovàn, l'arguto Polifemo Acca, 
che fu a Trieste uno dei più assidui frei|uen- 
tatori intellettuali della Società di Minerva e 
ilcH'antico caffè Tommaso . da lui cantato 
satiricamente in un deli/ioso pocnR'tto. 



— XII — 

I non più giovani lo ricordano vivamente : 
la fronte calva, la barba da asceta, il sorriso 
calmo ma bonariamente malizioso, la voce 
quasi fievole, ma che sapeva i contrasti e le 
sfumature e le piccole malizie sottili. 

Giglio Padovàn, i cui versi ci appaiono 
tanto spontanei da farci giurare che furono 
scritti a penna corrente, era, invéce, un lima- 
tore instancabile; ma era maestro nell' « arte di 
nascondere l' arte > e i suoi sonetti erano frutto 
di ripuliture, di correzioni, di rifacimenti assidui. 
Tanto, che la seconda sua pubblicazione di 
versi arriva a dieci anni di distanza dalla pri- 
ma, ma questa volta con una precisa suddivi- 
sione delle poesie in due gruppi : quelle in 
dialetto istriano e quelle nel vernacolo triestino 
parlato dalla borghesia. Distinzione, quest' ul- 
tima, non inutile : giacche, contrariamente al 
Belli e al Fucini, Polifemo Acca non prende 
a prestito il linguaggio del popolo ; non fa 
parlare il facchino, il monello, la fruttaiola, la 
portinaia. Simile in questo piuttosto ai poeti 
veneziani, schizza sapienti e gustosi ritratti, 
ma, nel farli, penetra anche nell'anima delle 
figurine ritratte. Talvolta le fa parlare^ mono- 
logare, e dal loro linguaggio balza fuori un 



demoniaco umorismo, che vi fa ridere e vi 
lascia ammirati. 

Cosi, ad esempio, l'uomo metodico vi dirà 
di essere 

prudente, pacifico, bigoto 
ma di preferire 

e! fulmine del papa 
A una macia de seo sera 'I capoto. 

Così di un parlatore stentato vi dirà il poeta, 
con immagine bizzarramente pittoresca, che 

. . . . el xe lui pozzo d' eloquenza, ma 
Ohe voi un' ora a tirar su 'I stagnaco. 

Ma r aculeo della sua satira puii<^e, non 
ferisce. La sua critica è signorile e garbata. 
Tutt'al piij qualche lampo d'amarezza è in lui; 
ma questa non traligna mai nel cinismo. La 
politica esula quasi completamente dai suoi 
epigrammi. Ma tuttavia al poeta danno santa- 
mente ai nervi i 

Montanari calai dale so grote 
Cola bisaca e cole scarpe rote, 
Che s' à cava la fame a nostre spese 
E allesso parla mal de sto paese. 

E in un sonetto originalissimo il f^uiovàn 
raccoglie tutte le voci straniere che inquina- 



XIV 



vano il nostro bel dialetto, e conclude vibra- 
tamente che 

') Col jègher e '1 patòc no se fa scola. 



Dopo il Padovàn, la poesia dialettale trie- 
stina in parte si trasforma, tenta altre vie, scon- 
fina dalla parlata borghese, si democratizza, 
cerca il linguaggio, più caratteristico e piìi 
rude, del popolano. 

E intanto la canzonetta triestina — al cui giogo 
la musa di Polifemo Acca mai aveva voluto pie- 
garsi, perchè egli la riguardava una imposi- 
zione, una cambiale a scadenza fissa — si viene 
librando sulle ali del vento. E molte canzonette 
di inspirazione patriottica, dalle allusioni piiì o 
meno velate, corrono le vie della città, ansiosa 
di redenzione, schiacciata dalle restrizioni della 
polizìa austriaca : espressioni di insofferenza, 
canti di un popolo che morde i freni e sussulta. 

A Roma i ga S^n Piero, 
Venezia ga el leon, 
Da noi ghe xe San Giusto 
Col vedo suo melon... 

si canta per le vie, e dalT accomunare Trieste 
con Roma e con Venezia balza fuori la mal 



\) Jàger è vocabolo tedesco clie vuol dire cacciatore ; patok è 
sloveno e significa torrente. 



— XV 

coiiteiiuta impazienza delia città irredenta, asse- 
tata di respirare aure di libertà. 

Voio mi bel piito 
Ma più de tiitt) 
Che el sia italiaii 

sospira un' altra canzoncina. 
E un' altra ancora : 

Cari stornei andè lontan. 
Stornì la gente ma in italian. 

E ancora: 

Viva Dante, el gran maestro 
De l' italica favela ! 

Sempre ed ovunque, in tutte le occasioni, il 
pensiero alla gran Madre, il culto alla nazio- 
nalità italica. 

Felice di Giuseppe Veneziàn, cugino ed omo- 
nimo di quell'avvocato Felice Veneziàn, che fu 
per molti anni, a Trieste, guida e mente diret- 
tiva del partito liberale nazionale, scrive poesie 
dalle quali traspare un mal contenuto irreden- 
tismo, come L otimista. Un matrimonio disgra- 
zia. Uà rivo del vapor. 

Deghe drento, deghe drento, 
Se sfadiga, ma se va. 
Vegnarà quel gran momento 
Che a Trieste se sarà. 



XVI 



E il gran momento^ infatti, è venuto, come 
la beir anima del Venczicàn l'aveva presagito. 



Contemporaneamente alla poesia del Pado- 
vàn e dopo di lui, dunque, la musa dialettale 
triestina guizza e saltella giocondamente. Tal- 
volta nel riso nasconde una lacrima; nell'a- 
postrofe, allegra o beffarda, un singulto. Ora 
sono poeti gli autori stessi della musica, come 
rUrbanis e il Borghi; ora sono altri rimatori 
che alle note dei musicisti : Silvio Negri, Ernesto 
Luzzatto, Michele Chiesa, Ermanno Leban ed 
altri ancora, specializzatisi nel genere, prestano 
il facile ritmo delle loro strofette. 

Ma non per questo la poesia vernacola di 
San Giusto esula dai volumi. Dal 1903 in poi, 
anzi, una nuova fioritura di poeti del dialetto 
triestino germoglia, accolta con viva simpatia 
dal pubblico dei lettori e dalle impressioni 
della critica. 

Dal 189Q in poi il modesto compilatore di 
queste pagine non diede piìi alcun volume di 
rime dialettali alle stampe, ma si restrinse a 
portare la voce del popolano di Trieste dinanzi 
ai pubblici delle altre città italiane, mosso non 



X'VII - 

da vana ambizione ma dal desiderio soltanto 
di far sapere che il vernacolo nostro, italiano 
come e più degli altri dialetti della penisola, 
aveva diritto di prender posto alia mensa 
comune. 

Ma ecco altri poeti succedergli: Eugenio 
Barisòn, Ferruccio Piazza, Adolfo Leghissa, e, 
migliore di tutti questi, Flaminio Cavedali, dalla 
facile vena e dal verso limpido e ben tornito. 

Nell'ultimo decennio, ecco poi una piccola 
schiera di poetesse salire, con fasci di vivide 
rose in mano, la non tanto facile vetta del 
Parnaso dialettale. Ecco : Gilda Steinbach - 
Amoroso; Haydée - l'Anonima Bruna, una Tra- 
vetta.... Ed ecco, nello stesso tempo, i poeti- 
giornalisti: Augusto Levi e Carlo de Dolcetti; 
e gli studiosi del dialetto, come Giuseppe Stolfa: 
e i poeti letterari, divenuti dialettali quasi direi 
per un capriccio deviatorio della loro musa, 
più aristocratica : il Polli e la Maria Gianni. 



Ma siamo al 1014. Siamo al UJ15. 

Ecco la guerra coi suoi fantasmi, con i suoi 
incubi, col suo grigiore, con le ondeggianti 
alternative di rosee speranze e di cinerei timori, 

OlL'UO PlA/zA - Friestif vernacotti. 2 



— XVIII — 

con le sue angoscie, con le sue promesse, con 
le trepide attese. 

Ecco l' aspettativa fremebonda che V Italia 
rompa gli indugi, nella primavera del 1915, ed 
entri in guerra per liberare le terre irredente. 
Ecco lo scoppio della guerra; le infami escan- 
descenze della plebaglia assoldata dal Governo 
austriaco. Gli internamenti, i confinamenti, le 
carceri, il terrore, la miseria, la fame.... Tutto 
l'orrendo satanico arsenale del terrorismo 
austriaco.... 

Molte cetre dialettali si tacquero, paralizzate. 
La beffa che aveva sghignazzato, scoccando i 
suoi dardi dinanzi agli attoniti sguardi dei 
poliziotti dell' Austria, ora taceva, perchè le 
anime, frementi nella attesa della liberazione, 
sanguinavano sotto il peso delle tiranniche 
costrizioni e attendevano il giorno del riscatto 
per librare al vento le loro strofe inneggianti 
all'Italia, sferzanti gli oppressori e i tiranni. 

Pochi poterono sottrarsi alle persecuzioni 
del Governo austriaco. Essere italiani, e aver 
scritto in italiano, adergendo l' anima verso 
l'Italia, era considerato, naturalmente, un delitto, 
e andava punito. 

Tuttavia, nonostante l'atmosfera di terrorismo 



creata clall'Aiistria, che sfocava contro i citta- 
dini di Trieste la sua rabbia feroce, alcuni 
poeti trovarono modo di scrivere alla macchia 
versi patriottici. Alcune strofe, dettate dalla 
concitata emozione del momento, sgorgarono 
in forma letteraria italiana, con ritmo ed accento 
mercantiniano, ttalla facile penna di Maria 
Gianni, carcerata dall' Austria nel castello di 
Lubiana, e poi internata. 

Ma quel periodo, quegli stati d'animo, quelle 
sofferenze fecero d' altra parte vibrare poche 
cetre dialettali, forse perchè il dialetto triestino, 
mentre ottimamente si presta alla beffa mor- 
dace, male si piega all'espressione del dolore 
sdegnoso che prorompe da un'anima sangui- 
nante, sentimento questo che va quasi sempre 
congiunto, anche involontariamente, ad una 
certa elevatezza di linguaggio letterario. 

Nondimeno, di alcuni versi vernacoli si com- 
piacquero, in quel periodo di tempo, le gen- 
tili fantasie della stessa Maria Gianni, di Gilda 
Amoroso, di Carlo de Dolcetti, di Giuseppe 

Stolfa.... 

* 

Detto ciò, qualche noticina ancora ci sia con- 
cessa sulla parlata triestina. 



— XX — 

A Trieste, come altrove, ma anche più forse 
che altrove, il dialetto della borghesia si diffe- 
renzia da quello parlato dal popolo. Piccole 
diversità di suoni, di costruzione grammaticale 
e anche di terminologia, si riscontrano anche 
fra un rione popolare e V altro, in qualche 
quartiere si avvertono piccoli resti di tradizione 
friulana o ladina; in altri, desinenze e voca- 
boli più simili al veneto. Comunque, riteniamo 
che il vernacolo triestino sia, in generale, uno 
dei più accessibili a tutti. È più rude del vene- 
ziano, e, se vogliamo, anche più sgrammati- 
cato, e diversifica da quello sopratutto nella 
desinenza della terza persona dei verbi della 
seconda e terza coniugazione al presente indi- 
cativo. Mentre il veneziano dice: «la capisse, 
la vede , il triestino dice : « la capissi, la vedi ». 
Ma nonostante la presupposta accessibilità del 
dialetto triestino ai più, abbiamo ritenuto oppor- 
tuno di corredare ogni singolo componimento 
poetico contenuto in questo volume, di note 
esplicative, atte a chiarire il significato dei voca- 
boli che più si scostano dalla lingua letteraria. 

E ci sarà appena bisogno di accennare ora 
allo scopo prefissosi dal compilatore di questo 



volume: additare al lettore come la poesia 
(.lialettale sia da molti anni studiata e coltivata 
con amore a Trieste; farj^di notare ciuaiito 
italiano sia in tutte le sue sfumature il verna- 
colo della nostra Città e quanto italiani lo spi- 
rito e il sentimento di chi lo parla; far rile- 
vare, non senza un certo senso di legittimo 
orgoglio, fatto di amore alla patria ed alla 
nostra nazionalità italiana, come nel vasto e 
olezzante giardino della .letteratura poetica dia- 
lettale, anche Trieste abbia gettato semi fecondi 
e abbia veduto germogliare i suoi fiori. 

E alla piccola musa vernacola, umile ma 
gentile come la violetta mammola dei prati, 
vorremmo dire anche noi ciò che il poeta 
veneziano Maffeo Veniero scriveva nel secolo 
decimosesto alla sua Strazzosa: 

Va pur cussi che sta iiiiiill;i te iiial/a; 

Va povereta ! altiera 

Cussi coi piò per tcra, 

Clio ti è pi bela c|iianto pi tiescal/a I 

GIULIO PIAZZA. 



LORENZO MINIUSSI 



Il dottor Lorenzo Miniussi, triestino, nato nel 1772, 
morto il ò di luglio del 1839, sarebbe stato, a quanto 
mi risulta, fra i primi che a Trieste poetassero in dia- 
letto. Ma anche la sua parlata, come quella di altri 
vecchi triestini, è piuttosto venezianeggiante. Egli scrisse 
in quello scartafaccio ingiallito, conservato nell'Archivio 
della Società di Minerva - di Trieste, del quale parla 
Giuseppe Caprin nel suo prezioso volume l nostri nonni. 

Tutte le sere — scrive il Caprin — quel nobile 
manipolo di assidui intelletti si esercitava nel com- 
porre improvviso, e ingrossava l'albo di schizzi rimati, 
di strofe bizzarre, che diventarono incentivo a una gara 
ilurata molti anni . 

Ed è lo stesso Caprin che sul Miniussi fornisce 
i|uesti dati : 

Nacque in Trieste nel 1772; ottenne la laurea 
nel 1802 per la facoltà legale e canonica; si dedicò 
quindi all'avvocatura. Nel 1S08 venne nominato notaro; 
nel 1818 consigliere di Coverno; quindi nel 1831 pre- 
side del Magistrato di Trieste. Era uomo colto e di 
molto spirito -, 



Quando Don Giuseppe Mainati, ciie si esercitava a 
plasmare in cera, regalò alla Minerva » il busto di una 
macchietta triestina di quell'epoca, conosciuta col no- 
mignolo di v. Bortolo Mata, Lorenzo Miniussi scrisse 
sul quaderno della Società letteraria il seguente sonetto: 

Vardèlo là, vardèlo, mo che belo! 
Caro colli! ch'e! parli proprio el par; 
Con quei oc! incantai, con quei capelo 
Per le strade lo vedo caminar. 

Lo vedo nele recie i dèi ficar, 

E per becar un toco de vedèlo, 

El Deus in adjiitoriam intonar. 

Come i fa in chiesa, là soto el castelo. 

Don Giuseppe mio caro, de Trieste 
In cera se volè far ogni mato. 
Cera ve mancherà, ma no le teste! 

Mi za per mi el proponimento ò fato 
De schivarve come un che ga la peste 
Per paura che fé anca el mio ritrato. 

A questo sonetto si aggiunge quello Sai caligo de 
sti zorni; e sono questi due i soli componimenti in 
vernacolo, del Miniussi, che ci siano stati tramandati. 

Come già notammo, il dialetto, in entrambi, è quasi 
veneziano. 11 loro valore è, piìi che altro, di curiosità 
storica. Pare siano stati scritti fra il 1812 e il 1813 
e sono quasi sconosciuti ai più. 



- 3 - 

Ecco dunque : 

SUL CALI(JC) [)K STI ZORNI. 

Co sto tempo clii voi tazza soiicti, 
" Che mi dasseiio fargliene no posso, 
'^1 Se xe un caligo cussi fisso e grosso 

De poderlo taiar e far paneti. 

L'è nemigo zurado dei poeti 
^' E el ve se peta con tal forza adosso, 
'•' Che el cervelo el ve fa stupido e fiosso 

Incapace de far gnanca conceti. 

Cessa mai xe el caligo de Ouiana 
in confronto de questo, e cossa mai 
Xe fina el caligazzo de Lubiana? 

Tal caligo, per Dio, gnanca lo trovo 
in quei libroni che xe comentai 
^* El Testamento vecio con el niovo. 



1) dasseno, davvero. - 2> caligo, nebbia. 3 el ve se peta con 
tal forza adosso, vi si caccia addosso con tal forza. — -4) //osso, 
floscio. 5) niovo, per nuovo è pretto venciiiano. Il triestino dice 
novo. 



II. 
GIOVANNI TAOLIAI^IETRA. 

il dottor Giovanili Tagiiapietra, medico, nato a Pi 
lario il 26 febbraio 1805, morto a Trieste il 18 marzo 1893, 
fu un insigne poeta, di alto Valore letterario nei suoi 
versi in italiano, un italiano puro, quasi classico, aricg- 
giante a quello di Vincenzo Monti. Un suo volume 
di poesie varie vide la luce nel 1867 (Milano, O. Daelli 
e Comp., editori). Di queste poesie scrisse con molta 
lode Francesco Dall'Ongaro, soffermandosi specialmente 
sulle due cantiche: Dante Aliirhirri al monistcro di 
Fonte Avellana e Giuseppe l'artini, scritte entrambe 
in terzine dantesche. 

Per uno strano contrasto del suo spirito, il Taglia- 
pietra si dilettava quasi a riposo della mente di 
recitare nei ristretti circoli dei suoi amici, che si rac- 
coglievano r.el vecchio Caffè Tommaso di Trieste, 
alcuni sonetti dialettali di sapore piuttosto piccante, 
che trovarono i rapsodi pronti a scriverli e a diffon- 
derli... a bassa voce. Tali sonetti, appunto per il loro 
sapore boccaccevole, non potrebbero esser uni ripro- 
dotti. A titolo di curiosità, e per dare un piccolo saggio 
della musa vernacola del dott. Tagiiapietra, trascrivianin 
i|ui soltanto due suoi sonetti e le due quartine di un 
sonetto che non si potrebbe pubblicare per intero. 



6 - 



A ROSSINI. 

Se trenta almanco dei setantasie 
Ani che ave tirarve zo podessi 
Col ben augurio de ste rime mie, 
La gloria dove inai la mandaressi ! 

Ma nel son dele vostre melodie 
Vive tanta virtù che dovaressi 
Durar quanto dei mondi le armonie 
E divertir con Dio i anzoli stessi. 

Cossa diseu de sto moderno andazzo 
De la musica? Xela in progredir? 
1) No disè gnente?... Vu ride? furbazzo! 

Za le musiche i fa de l'avenir, 
2' Co i canti sofegai nel so strombazzo i 
Ma vu tute le ave da sepelir! 



\) furbazzo!, furbaccliione! 2) strombazzo, frastuono, 
n dialetto di questi versi è piii istriano o veneto che triestino, 
come quello di quasi tutti i poeti di Trieste anteriori al 1870. 



im:r nozze. 

Glie i me diga salvadego e orobiàii 
Poco me importa, no devento rosso; 
Filo caligo e pan glie clamo al pan; 
Son quel che son né go mascarc adosso. 

Vii tie Venezia sé, mi de Piraii, 
Uonca parlarve fiorentin no posso; 
Mènego, vegnì qua, dome la man, 
Trent'ani xe passai che ve cognosso. 

Vu gerì biondo, mi moro perfeto; 
Oavemo tnti do cambia color, 
J\\a verde xe resta sempre l'afeto. 

Son pare e nono, e de sto dopio amor, 
Che con quel de mari torma el terzeto, 
Le contentezze ve auguro i.le cor. 



1) salvùdego, se\\ntico ; urobiàn, ruvido: vocabolo un po' bastardo, 
derivante, evidentemente, dal tedesco grob. — 2) filo caligo filar 
i-aligo v.ile pensare con insistenza a cose tristi e trarne cattivi pro- 
nostici 



AL MIO RAPSODO. 

Quel che no scrivo e fàbrico a memoria 
') E per matezzo rezito al cafè, 
Vu, sior Bepo, per farghene baldoria 
Ve tegnì a mente e pò ve lo scrive. 

Del mio viver pacifico a la storia 
2) Qualche potacio vu me preparè 
Co la corona de la poca gloria 
Che mi no zerco, e vu darme volè. 



1) per matezzo, per celia, per isclierzo. - 2) potacio, pasticcio, 
soorbio. 



III. 
ALESSANDRO REVERE 

(Irntello clol poeta Oiiist'ppe Revetei. 



Nato a Trieste, il 13 d'agosto 1819, morto il 
6 di maggio 1878. Teneva un negozio da cambio- 
valute in Piazza della Borsa, e si dilettava nelle 
ore d'ozio a scrivere poesie vernacole venezijftieggianti, 
che leggeva poi nei circoli degli amici. Non diede 
mai alle stampe i suoi versi. Scrisse una specie di 
poemetto comico-satirico, La Tcrgcsteide, ove schizzò 
con arguzia i tipi che frequentavano il Tergesteo, cioè 
la Borsa di Trieste, sferzando satiricamente il forestie- 
rume che già allora tentava di invadere il campo com- 
merciale cittadino. 

Una gustosa satira scrisse poi sui Medici specialisti. 
Dell'uno e dell'altro di questi componimenti poetici, 
che sono noti a pochissimi, diamo qui, come saggio, 
alcuni hrani. 



10 



DALLA TERGESTEIDE 



Stupisse e glie ne parla tuti quanti 
Cossa sia diventa sta nostra Borsa; 
S'à cazza drento un mucio de birbanti, 
Capitadi ala cacia de risorsa, 
Che tormenta ognidun, disturba e seca 
E spedisse i mincioni per la Meca. 

Ohe n'è vegnudi qua cola chitara, 
Qualchedun cola Bibia soto '1 brazzo, 
Ohe n'à manda un picheto da Ferara 
Alfonso Duca e un altro Galeazzo, 
'^ Che à fato dela Borsa un Balaclava 
Co i centomila omeni sbarcava. 

Tuti quanti propone afari grassi, 
A mile a mile i ga i napoleoni : 
La venda, che doman ghe vien ribassi, 

2) La ciapi do boreti che i xe boni . 

3) Xe lori che consiglia e che tanaja 
'^) A far un zorno prima la fritaja. 



1) Balaclava, porto in Tamia (Crimea meridionale); nella guerra 
del 1854 stazione della flotta inglese. 2) do boreti, un po' di 

quattrini. - 3) che tanaja, che attanagliano, che assillano. — 4) la 
fritaja, la frittata. 



11 

^) Un tal die per disgrazia ga dà fede 

A finì col saltar dala finestra. 

Co l'opio un altro s'à cava la sctle, 
6' Glie va per tresso a tanti la minestra. 

Oa fato aria più d'un pesse straco, 

S'à smagrì qualcliedun ch'el par un braco. 

' Fra i novi capitai glie xe de quei 
Che vendeva vestiti e fulminanti. 
Modena n'à fornì sete oto ebrei, 
E de Greglii le isole altretanti. 
A manda ogni nazion un contingente, 
Lo stesso proprio come xe in Oriente. 

Gorizia, la vicina Fiabilonia, 

Ga fato tuto quel che la podeva; 

Credarè che ve conto una fandonia, 

Le sole done là se reduseva. 

Che tuti quanti i mas'ci, gobi e tirili, 

El gheto à abandonà per i profiti. 

E l'isola de Zante s'à distinto 

E à dà do stentarci de prima classe; 

Uno ga, fin el naso, tuto finto, 

A l'altro i gli'à tradì le gambe in fasse. 

Peraltro i xe puliti e laboriosi. 

Ma cole done assai pericolosi. 

Co xe l'ora de Borsa, le favele 
De tutta t|uesta zente se confoiule, 



5) g(i dà fede, kIì ha creduto, ha avuto fiducia. 6) g/if va 
per tresso, gli va a traverso. - 7) fra i novi capitai, tra i nuovi 
capitati. — S) stentarci, stenterelli. 

«in'Lio PIA7ZA - Trieste vernacola. 3 



- 12 - 



'^) Vien puiei a secar le tavernele, 
1") Biiloti cole barbe negre e bionde, 
Vien canaje, trufoni e manigoldi 
A cavarve per forza fora i soldi. 



'" Un capelon ojà su una barbeta 

Che ariva apena al e... dei più bassoti, 
Fa ombrela a una figura schifoseta 
Che par che zoga sempre ai bussoloti; 
El ga pò de brutezza un tal adobo 
Che no capisso come no '1 sia gobo. 

Mi credo che co crepa sta carogna 
Va a nasser una lite maledeta 
Fra Parma, Reggio, Modena e Bologna 
Che tute insistarà che no M ghe speta, 
Perchè no i vorà darghe sepoltura 
A un cussi bruto mostro de natura. 

I poveri veceti de una volta, 
Stordidi de sta turba aventuriera. 
Trovando che nissun quasi li ascolta, 
Ghe par de far un sogno, una chimera. 
Che el comercio xe in man de babuini 
Che ghe dà ascolto a tanti buratini. 



Q) secar le tavernele, rompere le scatole. — 10) biiloti, vagheggini, 
azzimati, spavaldi. — 11) o/Vi, unto, sporco. 



13 



I MEDICI SPECIALISTI. 



"In zornatia «jh'è tiotori, 
E nostrani la più jiaite, 
C^lie xe còcoli, tesori, 
Che no vive che per l'arte, 
E co i vien vizin al leto 
Torna l'anima nel jieto. 

I se leva ot>ni matina 
Co xe l'alba, come i j>ali, 
2) E se i core in citadina, 
Xe a sollevo dei mortali, 
Po i maladi se ricrea 
Quando i vede la livrea. 

^> Drento el bruii i «^a un fa<j:oto 
De librazzi e tie gazete, 
E corendo ile bon troto 
Come in Asia le stafete, 
I divora sti jj;iornai 
A protito dei maini. 



1) in zorniìda, al di d'oggi. 2) 5^ ; core in ciinttina, se corrotte 
con la vetliiia da nolo. — 3) el Iniin, il liiough.ini, la vettura. 



— 14 ~ 

No i va in zcrca de guadagni, 
1 lavora per passion, 
Dove i sente pianti e lagni, 
Lori i core in prozession, 
E per quanto un sia spianta 
4) I lo cura da bascià. 

^' Lori studia, i sta in zornada, 
Coadiuvai dal microscopio, 
E cussi con un'ociada 
In t'un lampo i vede el dopio 
E i sa dirne che infusori 
Ohe xe drento dei tumori. 

Lori studia e le so cure 
No sta in sole medizine, 
^^* Gh 'entra fasse, bagnadure, 
Qualche volta le papine; 
Cossa importa del dolor 
Co i le peta de bon cor? 



E i xe bravi, no gh'è Cristi ! 
Ma pò, quel che no savè, 
Che i xe tuti specialisti... 
Feme grazia, no ride: 
Deme tempo che ve spiega; 
Po' scazzème de botega. 



4) bascià, Pasciii. - 5) / sta in zornada, sk tengono al conente. 
6) fosse, fasciatuie. 



15 

^' Xc tic moda al dì d'anciio 
Certe cliniche speciali, 
Che e! docente studia el suo 
E no studia i altrui mali ; 
Cussi el basa l'esperienza 
Sula propria sofereui^a. 

Per esempio, chi xe sordo 
Studia i mali delc recie; 
Dato el caso de un balordo, 
Studia i ebeti e le vecic 
Cussi dete rimbambidc 
E le mate imbestialide. 

Quel che vede poco o gnentc 
Studia i mali dela vista, 
^ Quando un orbo ghe va arente 
El ribalta l'oculista; 
Se pò el trata de operarlo 
Par che el voyia divorarlo. 



Se per caso un amala 
(la ogni inferno come Cìiobc, 
Orio sta moda el vien cura 
Per ognuna de stc robe, 
E in un caso xe stai visti 
Trentanove specialisti. 



7) al di d'ancno (vi.'iie/iaiu>), al ;;ioiiio iI'okijì. — S) artnte 
vicino. 0) drio sta moda, secondo qiifsl.t moda. 



16 



Chi voria che no 'I se mova, 
Chi voria ch'el fazza moto, 
'"> Uti sostien che se i lo sbrova 
"^ El se sana de capoto, 
'2) Un voria col solo giazzo 
'3) Sorbetarlo in d'nn tinazzo. 

Sto sistema ga de bon 
Che ognidun fa el so mestier, 
Nel tratar la profession 
No i ga mai un dispiazer. 
I se usa cortesia 
14) Pei- la strada e in spizieria. 

El dotor de vecia scola 
I lo sofega de insulti, 
Sia col ciorghe la parola 
Se i lo trova nei consulti, 
Sia coi forsi e coi sarà, 
'5) Che voi dir: « Vu sé insempià -. 



— 10) se i lo sbrova, se lo scottano. - 11) el se sana de capoto, 
si risana di botto. — 12) giazzo, ghiaccio. - 13) sorbetarlo, farne 
un sorbetto. — 14) s/jizieria, farmacia. ■ 15) inseinpUì, instu- 
pidito, ingrullito. 



IV. 

GIGLIO PADOVÀN 

(l'oliffiiio Acca). 

Nato a Trieste il 27 d'agosto 1836, morto il 31 de- 
cembre 1895. È ritenuto, a ragione, il migliore poeta 
dialettale triestino. Incominciò a pubblicare nel 1875. 
La sua prima raccolta di versi si intitolava Rime in 
dialetto veneto (tip. Appollonio eCaprin), e in essa egli 
non si curò di scindere i versi scritti in dialetto istriano 
da quelli in vernacolo triestino. E diceva, an/i, nella 
premessa : 

Sentire che noi parla veiieziari 

f^ercliè a San Marco iio'l glie xe mai stii ; 

Ma un poco de vernacolo istrian 

In brazzo de la nena l'à impara. 

Wa più tardi, accortosi forse che anche il moderno 
vtrnacolo triestino ha un carattere proprio, una fiso- 
nomia speciale che Io distingue dalla parlata vene- 
ziana e dalla istriana, fece una suddivisione fra versi 
istriani e versi triestini, e ciò giovandosi con molta 
pazienza ed accuratezza, come era sua consuetudine, 
di vocabolari e anche di consultazioni orali a vecchi 



- 18 - 

istriani ed a vecchi triestini. A proposito dei suoi 
versi triestini, peraltro, egli avverte espressamente che 
riproducono il dialetto parlato dalla borghesia. Con 
questa distinzione il Padovan fece una ristampa dei." 
suoi versi, aggiungendone molti altri, nell'anno 1885 
(coi tipi di Giovanni Balestra), e dopo la sua morte il 
nipote di lui, l'egregio prof. Guglielmo Padovan, con 
rispettoso amore e con assidua cura raccolse gli scritti 
editi e inediti del compianto poeta in due bei volumi 
(Stab. art. tip di Giuseppe Caprin, 1899), il primo dei 
quali è dedicato appunto alle Rime triestine e istriane ; 
il secondo a scritti vari, riuniti sotto il titolo Miscellanea. 
Il Padovan a torto, mi sembra, fu paragonato al 
Nalin. Egli è molto più castigato e più fine. La sua 
arguzia non trascende mai per dare un tuffo nella vol- 
garità. Almeno nei sonetti dati alle stampe. Se si 
considerano quelli ch'egli leggeva sotto voce a pochi 
amici, è altra cosa. Forse egli assomiglia piuttosto 
allo Zorutti nello studio dei tipi comici, ma non è 
mai paesaggista. I suoi sonetti per lo più sono ritratti, 
colti dal vero, abbelliti da una singolare ricchezza 
di immagini e osservati con una lente alquanto cari- 
caturale. E vi campeggia un umorismo sàpido, uno 
spirito, seppur bonario, incisivo e penetrante. Il let- 
tore lo vedrà dai saggi che gli presentiamo. 






n) 



EL CAF>OUFFIZIO. 

No so più cossa dir, sior Podestà; 
La spudi fora che la ga ragion : 
Qua xe una vera Babilonia, qua 
Se ghe rimeti un'ala de polmon; 
E no ga torto ste carogne quando 
•' I scrivi che magnenio el pan de bando. 

Mi, pover'oino, vegno la matina, 
Squasi diria co la niarenda in gola, 
A destrigarme più d'una dozina 
De carte che me speta su la tola ; 
Ma se ciamo Sempronio o Cajo o Tizio, 
Sia maladeto quel che xe in ufizio. 

Chi vien zo de Rojan, chi del Boscheto, 
2' Chi ga la gota, chi ga ciolto l'ojo. 
3> Chi la parona co la panza in leto, 

Chi ghe se incanta o no ga più l'orlojo; 

Siche d'un regimento d'impiegai 

No go ne tamburini uè soldai. 



Questo componimento è classificalo dal poeta quale scritto in ver- 
nacolo triestino. Tuttavia, come spesso avviene nelle poesie dell'ar- 
guto Polifèmo, il dialetto è piuttosto veneziane^Riantc. Infatti il 
triestino dirà « distrigarme » piuttosto che • drstrigarmc • (sbrigar- 
mi) e userà poco il vocabolo parona nel senso di moglie. \) de 
bando, a scrocco; star de bando, stare in ozio; tato per de bando, 
tutto inutilmente. '.') ga ciotto l'ojo. ha preso l'olio, cioè l'olio 

di ricino. "ì) parona, padrona: qui nel senso di mojjlie (vedi 

sopra). 



— 20 ^ 

Co Dio voi i me capita e i se incti 
A parlar de Salvini e della Tua; 

•i^ A sbadigliar fazendo spagnoleti, 

5) A rider e classar taco la stua ; 
E in mezo a un batibeco general 
La pena glie fa i corni al caramal. 

Intanto el Magistrato no camina, 
Cressi le istanze e ne vien l'aqua al colo; 
Un ato ga la ninfa in quarantina, 
St'altro me fa le tarme in Protocolo; 
Se perdo la pazienza e salto suso, 
Per un mese i me tien tanto de muso. 

E co le man ligade no se poi 
Meterli a segno sti bufoni ; qua, 
Per far le cosse in ordine, ghe voi 
^> Mustacioni e papuzze de bassa; 
Una scova col manigo, una pala, 
E mi go brazzi de netar la stala. 



4) spagnoleti, sigarette. 5) taco la stua, vicino alla stufa. 

6) papuzze, pantofole : bassa, Pascià. 



21 
ANGELICA E MEDORO 

(Fantasia). 

" Quei sposiiii tacai coniL* cercse, 
Delizia e niaiavegia del paese, 
M'à stuzzegà verserà l'eslrcj iiiato 
De sbozzarve in ilo segni el so ritrato. 

In niezo a un gran consegio 
2> De mutrie e ciaciaroni sfogonai 

Cile parla in diese per capirse niegi(j, 
^' Vestia de zaio vedarè una veda 
^' Con vose gnaga da sbusar la recia, 
5' Un par d'ocieti grisi e petolai, 
^' Un niUHO tiito grespe e caraniai; 
^' E cussi garba, in tanta so malora, 

Che '1 pessecan la spuarave fora. 

El cavai ier par un osci de note, 
**' Anzi un automa co le suste rote: 



n componimento Ati^iiica e Medoro i- in dialetto istriani). Come 
si capirà facilmente, volli comprendere in questa raccolta anche le 
poesie che OìkMo l'aJovàn scrisse in dialetto istriano, scjua sottiliz- 
zare snili- sfumature che possono esistere fra t'una e l'altra parlata 
(l'istriano ha magjjior impronta veneta, nu-ntrc dal triestino non sono 
sparite tutte k- traccie dell'antico friulano o ladino, e ciò per non 
defraudare i lettori di alcuni fra i componimenti suoi più i;raziosi. 
(v'ucsto. che l'autore chiama Fantasia, e invece un quadretto dal 
vero. (Quando il poeta la scrisse, circa quarantacinque anni or scmo, 
utti ne riconobbero jj'i originali. Lui era un funzionario della Lno- 
;^otenenza austriaca: la dama, molto più vecchia dì lui. sembra, una 
sua parente. La descrizione delle due figurine e latta con evidenza 
maravigliosa. 

1) cerese, ciliegie. 2) mutrie, brutte faccie ; ciaciaroni s/ononai, 
chiacchieroni sfegatati. — J) zalo, giallo. — 4i vose gnaga, voce 
stridula. 3i ocifti irrisi e /letolai, occhietti grigi e cisposi. 

'') greipe e caraniai, rughe e sottocchi. 7) garba, agra, aspra: in 
i)uesto caso brutta, ostica. S suste, molle. 



-^ 22 ^ 

''> Tiito quanto iiigobà, storto, ingranfio; 
'"' Per saludar el sionga el colo un mio, 

E tirando su e zo la capelina 
'" Quindese volte el scassa la testina, 
'2' Restando un'ora co la felpa in man 

Come l'orbo ch'aspeta el carantan. 
'3) Co le zampe davanti a picolon, 

Tegnindose l'ombrela solo '1 brazzo, 
■'') El va zirando intorno a zopegon 

Come chi tenta caminar sul giazzo, 

E scoverzendo la zentil sirena 

Par che '1 se storza el filo de la schena. 
'5) Tirando una carega al taolin, 

A onza a onza el ghe se fa vicin ; 

El ghe parla, el ghe ride, el la carezza, 
'6^ El va in brodo de viole, el se imborezza, 

E quando la fa segno 

D'andarsene, el xe là pronto a servirla, 

A tegnirghe la borsa, a rivestirla, 

A meterghe la sciarpa sul scufioto, 
'^) A drezzarghe le pieghe sul daoto. 

E come, terminada la funzion, 

El vescovo scorta dal capelan 
'^^ Fra mile repetoni se la moca, 

El nostro cavai ier 

Sporzendo '1 brazzo a la s^ dolce arpia 

In tuta gloria el se la porta via. 



'») ingranfio, ingranchito. — 10) «« mio, un miglio. — \\) scassa, 
scuote. — 12) la felpa, il cappello di feltro. 13) a picolon. penzoloni. 
- 14) a zopegon, zoppicando. 15) carèga, sedia. 16) el se imbo- 
rezza, va in zurlo, si ringalluzzisce. \1) sul daoto, sul didietro, scher- 
zosamente. 18) fra mile repetoni se la moca, fra mille inchini, se la 
batte. 



- 23 



LA STRIGA GALANTr. 

Sta zingana più negra del carboii, 
Più sutila d'un scheletro d'ombrela, 
'' Che mena a pascolar la sua videla 
2' O va sola de note a sdrondenon, 

3' Zogando a Giara mata sul balcon, 

La ve se buta de sta banda o quela, 
*> La cuca e ridi, la ve fa la bela 
'^ Voltizando col naso a peveron. 

Mi no ve tligo ch'una cossa sola: 
Che ison goloso, e no finisso mai 
^ De curar fin a l'osso la brisiola; 

Ma se i me lià una c|uaja tropo frola, 
Un carcame, o un paneto da soldai, 
Vardo se ghe xe '1 can soto la tola. 



Dialetto triestino. 

1) rhe mena a pascolar la sua videla, che conduce a pascolare la 
sua vitella; qui, come si capisce, è detto in senso ligurato, cioè che 
conduce a spasso la propria figliuola. Anche qui videla è poco trie- 
stino. Si dice piuttosto vedèla - vitello, vedel. 2 a sdrondenon. 
a zonzo. 3; tonando a Giara mata, modo di dire del vecchio trie- 
stino, ora quasi in disuso: significa giocare a caponascondi, .t rim- 
piattino. Qui, stare alla finestra con lo scopo di civettare, cini- 
scomparendo e ricomparendo. 4) <-/;frt, adocchia. S voltizando, 
Ifir.indo i|ua e l.ì. 6 hrisinln, braciuola. 



— 24 



EL SISTEMATICO. 

Dignitoso, pulito, compassa 
E delicato come una doneta, 
No vogio roba che no sia perfeta 
E conto quanti risi go magna. 

Vado in ufizio co la mia fiacheta; 
Fin l'ultimo minuto resto là; 
') Come un specio xe lustro el mio mezà, 
E senza pieghe xe la mia giacheta. 

Co fazzo el mio zireto a l'Aquedoto, 
2' Scometaria che un bovolo me ciapa; 
^) Se vado in biraria, me porto el goto. 

Son prudente, pacifico, bigoto; 
Ma preferisso el fulmine del papa 
■' A una macia de seo sera el caj^oto. 



Dialetto istriano. — 1) mezà, studio, ufficio. Vocabolo venezia- 
nissinio. — 2 bòvolo, lumaca. — 3) gofo, bicchiere. — 4 seo, sego. 



- 25 



, EL SPF.NDACION. 

'> Sparagnar! E per clii? Mo cara da 
2» No la me vegna fora co ste fote: 
^ Ficarò nel pagion le banconote 
Per farghe tiito ci dì la sentinela? 

Sparagnar! Questa sì clic la \c bela! 
^^ Ve capita la schizza e bona note : 
^> Che le braghe sia nove o le sia rote, 

Vogia o no vogia za vignimo a qnela. 

E pò: gala mai visto e! funeral 
D'imi milioner da tuti maledio ? 
Cjran festa in piazza e catafalco in tionio; 

Invece pev chi nior a l'ospeal : 
'' Un zoto avanti e qnatro babe drio : 

Xc pifi ile qiielo che glie basta a un omo. 



Dialetto istriano. 1) S/xiraijnar, risparmiare. 2; /otf, baie, 
corbellerie. 3) Picard nel pagion le banconote, caccerò le banco- 
note nel pagliericcio. 4) /a schizza, la morte. 5) le hraglie, 
i calzoni 6) zoto, zoppo ■ balie, donnirriii'iliv 



26 



EL PARLATOR STENTA. . 

Natura m'à fica soto el palato 
Un muscolo che stento articolar, 
E se vojo mandarve a far squartar 
Devo meterme in man d'un avocato : 

') Sie mesi prima dunque de parlar 
In ton de consilier e deputato, 
Devo adatarme a far el garzonato 
Co i sassi in boca predicando al mar. 

E no ga miga torto quei signori 
Che dandome un'ociada de pietà 
Mormora sotovose fra de lori : 

2) Se vedi a muso che no '1 xe un macaco, 

Anzi el xe un pozzo de talento ; ma 
^' Ohe voi un'ora a tirar su el stagnaco! 



Dialetto triestino. 1) Sie mesi, sei mesi. — 2 macaco, scioc- 
co, stiipido. — 3) stagnaco, seccliia. 



- 27 - 



•> HL SBRAGION. 

-' Su che i te mazza, loco tic frascona, 
Ohe ne voi tanto a chinile una caiulehì ? 
Diese volte ò sona la campanela ; 
Vustu, cagna da Dio, che me spolmona? 

3) Dove xelo quel bieco de fanela 
Che m'à scalda gersera la parona ? 
La camisa de note dove xela ? 

^' Movete, via, petazza buscarona ! 

Xe un'ora che te clamo e che t'aspeto, 
"> Xe un'ora che me sbrego de criar: 
No sastu, sporca, che go mal de peto? 

Guai se me salta, sa, la mosca al naso... 
Ma xe Pasqua, e me devo confessar : 
^ Per questo ingioto, compatisso... e taso! 



Dialetto istri.ino. I) el sbragìon (da iérfl/j/fl/-, sbraitare, urlare), 
sbraitone. 2) toco de frascona, pezzo di vanitosa. — 3 bieco, 
toppa, pezzuola 4 petazza buscarona, pettegola sfacciata. — 

5) me sbrego de criar, mi spacco, mi larero a furia di gridare. 
- 6) ingioto, inghiottisco. 



UiULio Piazza - /i testi r< 



28 



EL PITOR. 

') Corpo de bio, no so più cossa far 
Per finir el ritrato de sto morto; 

2) I parenti vien qua per suo diporto: 
Nissun sa gnente e tuti voi parlar. 

Dopo tre mesi che i me fa sudar, 
Chi lo voria più rosso e chi più smorto; 
Chi el naso assai più drito e chi più storto 
3' Toca, ritoca e torna a sbagazzar. 

^) Ma la classica xe che sti batoci 
Se meti tra de lori a contrastar, 
5) Fintanamai sora el color dei oci; 

Chi lo voi blu, chi negro e del più forte... 
Mo via, che no i se staglii a riscaldar : 
Ohe li farò, magari, uno per sorte. 



Dialetto triestino. - - 1) Corpo de bio, per non dire Corpo di 
Dio. — 2) per suo diiìorto, per proprio divertimento. — 3) sbagaz- 
zar, cancellare. — 4) batoci, battagli ; qui in senso figurativo, scioc- 
chi. — 5) fintanamai : perfino. Il dizionario triestino del Kosovitz 
registra: fintanamai: già (?). Ma questa spiegazione non mi sembra 
esatta. Certo è che questo vocabolo o va sparendo od è oramai 
scomparso dal moderno dialetto triestino. I giovani non l'adope- 
rano più. 



- 20 



EL MATERIALON. 

Vado con le mie femine in Arqiià 
Per visitar la casa de quel tal 
Canonico bislaco, originai, 
Che Laura e sempre Laura n'à canta. 

•' Cossa trovo? Un scritorio, un caramal, 
La sua poltrona e un gato imbalsama; 
E dopo un'ora che me son seca, 
Vegno via, se poi dir. come un stivai. 

I me conta che i omini più fini 
-) Varda quele cagnere co rispeto 
E a peso d'oro le voria comprar : 

Mi digo che i xe mati da ligar; 

Corpo de bio, ma se i le porta in gheto 

Giacobe no ghe dà zinque fiorini. 



Dialetto triestino. — 1) caramal, calamaio. - 2) cagnère, in questo 
caso, bazzecole, cose di poco valore ; ma cagnère vuol dire anche 
roba da cani, p. e., di uno spettacolo teatrale scadente si suol dire: 
xé stada una cagnèra. 



- 30 - 



EL MEDICO A VAPOR, 

Ma chi xe quel Ipocrate eloquente 

1) Co i oci fora e co la felpa in su, 

2) Quel spanipanon che gira eternamente 
Co l'ostensorio de le sue virtìi ? 

Guai se '1 se amala, guai se '1 resta assente, 
El lavativo no funziona più : 
Nissun no vedi né capissi gnente, 
E gnente se poi far senza de hi. 

Co tuto quel vapor che '1 buta fora 

3) Da la caldiera che ghe boje in peto 
*) Fé zento sachi de gialapa a l'ora; 

E in tanta furia el svola ai sui malai. 
Che Morte, straca, no ghe ariva al leto 
Che un'ora dopo che '1 li ga copai. 



Dialetto triestino. — \) felpa, cappello (vedi pag. 22)— 2) spam- 
panon, ciarlatano, gradasso, smargiasso — 3) boje, bolle — 4) fé 
zento sachi de gialapa, fate cento sacchi di gialappa. La gialappa 
era una resina molto in uso nella farmacopea antica, quale purgante. 



- 31 



EL SVENTADON. 

Qiielo che cruna mosca fa un cavalo, 
') E magna e beve e parla a strangolon, 
Che distinguer no sa bianco da zalo 
E voi ficarse in tute le quistion ; 

Quelo che salta da la frasca al palo, 
2) D'ogni storia facendo un zavagion, 
3' Ch'ora ve spenze, ora ve pesta un calo 

E ziga sempre e ga semj^re rason ; 

Che cerca i soldi co 'I li ga in scarsela, 
*^ E puza i guanti sora '1 fogoler, 
O va impizzar la pipa a la mastela ; 

Come xe vero '1 vin de sto bicier, 
') El lassarà un bel zorno la borela 
^' Fra '1 petene e '1 bruscliin del so barbier. 



Dialetto istriano. 1; a strangolon, in fretta, cosi da restare 

strangolato — 2) zavagion, zabaglione, qui nel senso di miscuglio 

3) l'e spense, vi spinge 4) puza, poggia — 5) bore/a, boccia, 

palla da giocare, in questo senso, la testa. n) bntschin, spazzola. 



32 



EL TEATRO GIAZZERA. 

Chi voi tacar la cassa dei polmoni, 

1) Ciapar la ponta e star a leto un mese, 
Vegna qua drento senza el plett inglese. 
Senza intrighi de siarpe e pelizzoni. 

2) Quando supia la bora in sto paese, 
Co l'orchestra s'accorda i finestroni ; 
Ciniselli e Ghiliòm co i so staloni 

3) Poi passar drento e fora per le sfese. 

'i) Quando in platea se bagola o camina, 

5) Canta le tole soto alegramente ; 
In galaria se baia la monfrina. 

Tolève un palco e se nel buso arente 

6) Se move qualchedun, tuto scantina: 

7) Se rompe una tiraca ? — se la sente. 



Dialetto istriano. — El teatro giazzera, cioè il teatro-ghiacciaia, 
era l'antico anfiteatro Mauroner, che fu distrutto da un incendio, 
nell'anno 1876. Esso sorgeva sull'area attualmente occupata dal 
teatro Fenice, in via Cesare Battisti (già via Stadion) — 1) ciapar 
la ponta, buscarsi una pleurite — 2} supia, soffia - 3) sfese, fes- 
sure — 4) se bagola, ci si muove - 5) tole, tavole — 6) scantina, 
oscilla, barcolla — 7i tiraca, bretella. 



- 33 - 



GIUDA. 

Eco Scariòt che sogna ci tradimento 
'^ E se desmissia co la borsa in man ; 
2) Ma Satana Io giianta in quel momento 

Urlando : Son qua mi, razza de can. 

J Giuda glie sbrissa via pien de spavento, 
' Fra le zate lassandoglie 'I pastran, 
E cento cale traversando e cento 
Ne l'orto el ve se fica del piovan. 

Meterse '1 lazzo sora un gran figlier 
E cascar zoso come un pero gnoco, 
Xe la storia d'un lampo, d'un pensier; 

' Ma 'I diavolo, più forca e più lizier, 
Rompe co i denti a la cravata el fioco 
E glie mete un cordon da cavalier. 



Dialetto istriano. - Ij se desmissia, si risveglia 2) lo gua/ita, 
io agguanta, lo afferra 3) ghe sbrissa via, gli scivola di mano — 
4) zate, zampe, artigli — 5) più forca, più .tstuto, più e'-pcrta 



- 34 - 



EL MAGNAPAN. 

Se la zuca no go de Giustìnian, 

Go longo el passo, la voltada pronta, 

E so tirarme i bafi d'oro in ponta 

Per darme un zerto aplomb de cortisan. 

Se come a la berlina el scalzacan 
Me ràmpigo a l'ufizio, cossa conta ? 
^) Caso mai che a i paroni la ghe monta, 
Ciapo la piova col capei in man. 

2) Zento rogne coverzo con un sasso ; 

3) No lezo : firmo, e lassa che la vaga : 
Se qualchedun me ciama, son a spasso. 

4) In comission ronchizo come un tasso, 

5) Né verzo i oci che per cior la paga: 
E più i me disi porco piìi m'ingrasso. 



Dialetto triestino. - 1) se ai paroni la glie monta, se i padroni 
se la pigliano — 2) rogne, fastidi — 3) no lezo, non leggo ; e lassa 
che la vaga, e lascia andare. Anche la desinenza: che la vaga è 
piuttosto venezianeggiante. In triestino si dice piìi frequentemente 
<< che la vadi » — 4) ronchizo, russo — 5) verzo, apro ; cior la 
paga, riscuotere la paga. 



35 - 



1 EL STRABON DE ZITA VECIA. 

Fra sporche androne de grotesca impronta, 

2) Le mude e i barbacani sequestrai; 

3) Tra fetidi gabioti carolai 

•*) Dove su i copi el sol nassi e tramonta : 

5 L'orba taverna sbordelona e sconta, 
Fra l'oche sgionfe e i nidi spenaciai. 
Cristiani, ebrei, maritimi, soldai, 

^* Negri, e carnazza pnbh'ca bisonta: 

Spade, rampini, ombrele e canociai, 
■'t Picatabari, codizi e stramazzi. 
Musica e lavativi pensionai : 

Soto un arco de trapole e stivai. 
Tra clave, seradure e cadenazzi 
Svodo el casson dei secoli scovai. 



Dialetto triestino. - 1) Stratone, spiega lo stesso Padovàn in 
una nota a questo suo bellissimo sonetto clic ha un'an.Iatura quasi 
classica, «jeagrafo e narratore dell' antichità, eruditissimo - 2) li 
mude e i harbacani seqnestnii, le torri e i contrafforti medioevali, 
ora non più del Comuni- e sepolti fra case 3) tra fetidi gabioti 
caroliti, tra fetide catapecchie tarlate 4) sui co/ù, sulle tegole, sul 
soffitto — 5) sbordelona, dove si fanno chiassi licenziosi — 6) negri, 
gente della plebe — 7 Picatubari, appendipanni. 



36 - 



EL NOSTRO ELEMENTO. 

^) Come guar l'inzegno in sta cita ? 
Fra le baie de canevo e coton, 
Fra le doghe, el petrolio e fra '1 carbon, 

2) La passolina, i fighi e '1 bacala? 

Quando vedemo Socrate e Platon 

3) Filosofar su i libri d'un mezà ? 
Colombo in aria d'armador spianta 
E giudice dei scarti Salomon ? 

Quando vedemo in Borsa Galileo 
•** Sul moto specular de le vaine, 
E sul corso dei cambi Tolomeo? 

Diogene fra i barili de le aciughe. 
Mercante de pelami Cimabue, 
E Ciceron sensal de tartarughe? 



Dialetto istriano. — Questo grazioso sonetto satirizza 1' elemento 
prevalentemente commerciale della città di Trieste, ove anche 
l'estro e l'ingegno, specialmente nei decenni passati, venivano 
assorbiti dalle correnti affaristiche e industriali. — \) guar rinzegno, 
affilare l'ingegno — 2) la passolina, l'uva passa — 3) mezà, ufficio, 
studio — 4) vaine, valute, 



V. 

GIULIO PIAZZA 

(MACIETA). 

È il compilatore di queste pagine. Occorre appena 
accennare elle la disposizione progressiva della materia, 
in questo volume, non è fatta in ordine di merito, ma 
bensì in ordine cronologico, il primo dei volumetti 
di versi vernacoli triestini di Giulio Piazza risale al 1SS5. 
Si intitolava Maciete (Edit. A. Fabbri, Trieste). Altri 
due volumetti seguirono: Brustolini e mandole (Editore 
Ettore Vram, Trieste, 1S93) e Fargnòcole (Edit. Ettore 
Vram, Trieste, 1899). Ma parecchi versi, scritti suc- 
cessivamente, rimasero inediti e furono soltanto reci- 
tati dall'autore qua e là in Trieste e provincia e in varie 
altre città della penisola. Cosi non fu mai stampato 
prima d'ora F.l fazzolcton, che qui viene pubblicato, 
non per il suo qualsiasi valore, ma perchè può forse 
offrire una piccola serie di quadretti caratteristici di 
vita popolare triestina. 



38 — 



" EL FAZZOLETON. 



1. 



Maschere senza maschera, 
Che nel mistero del fazzoleton 

2) Ande sempre la sera torziolon 

3) Con un ocio che cuca fra le pieghe 

4) Del sial che ve coverzi tute quante 

5) Dala testa ai zenoci; 
Disème, via, quei oci 

Cossa mai zerca? cossa mai mulina 

Quela man, qualche volta una manina. 

Che se movi nervosa 

Soto la lana del fazzoleton 

E che par spaurosa 

De vignir fora, perchè qualche anel 

Podaria, sul più bel, 

Tradirve, far saltar ala memoria 

Tuta quanta la storia 

Che porte in fondo al peto! 

Porsi un amor segreto, 

O una storia de ieri 

Co i suoi mati misteri? 



1) el fazzoleton, è uno scialle ampio clie può coprire tutta la per 
sona — 2) torziolon, girelloni — 3) cuca, guata, origlia, fa capolino 
— i) sial che ve coverzi, lo scialle che vi copre — 5) zenoci, ginocchi 



- 30 — 

Maschere senza iiiascliera, 

No solo in carncval ne spunte fr)ra, 

Ve vt'clo anche in qnarcsinia, 

Col freclo, cohi piova, cohi In ira. 

E fra i tanti che passa e no lifleti 

Ai cirami ilelc strade, 

Ohe xe cinei die ve nieti 

Fra le più sverodi^nadc. - 

Ma no ! la dona del fazzoletoii 

No xe l'aven tu riera 
*>' Che se remena sempre torziolon 
''^ A San Fiastian o drio dela Bariera! 

Co la bati sui vetri de un cafè 
S' E la fa bazilar quei che xe drento, 

In quel bater glie xe 

Porsi la poesia de un sentimento... 

Porsi xe una morosa 

Dal cor tenero e bon 

Ma pien de gelosia, 
'^' Che lesta, de scondon, 

La ga roba la ciave del porton 

Per corer svelta in strada a far la spia 

Se el su' amante ziveta 

Con qualche smorfioseta; 

E qualche volta - afar anche più serio 

Scopri el fazzoleton 

I fili al adulterio. 



6^ che se remma, clic si aggira senza meta — 7) a San Rastian 
f drio dela Barriera, contrade ovi- si aggirano, a sera tarda, le (ar. 
iillmc — S' la /a />aj//ar, fa ammattire - 9) de scondon, di so- piatto. 



40 



2. 



Eco. Un omo sgambeta in t'una strada 
Pitosto lontaneta e solitaria. 
Sufia la bora, e hi no '1 senti l'aria 
Fresca. Xe piova; e hi gnanca no 'I bada. 

'0^ El xe un mari che fa la scapuzzada. 
El pan de casa stufa; e se no '1 varia, 
Sta bestia-omo, porco e pien de aria, 

''' Ohe par de aver la zata incadenada. 

- El fila svelto e no '1 suponi gnanca 
Che drio, in fazzoleton, la molie trota, 
Tuta in smanie, nervosa, bianca, bianca... 

Scondi '1 fazzoleton sospiri e pianti, 

El sòfiga i sussulti de la fota... 

Piovi... xe bora... fredo... Avanti ! Avanti ! 



10) la scapuzzada, la scappatella — 11) zata la zampa. 



- 41 



* * 



El xe arivà... el se ferina... Dunque là 
Drio M casel del tranvài l'apuntamento! 
El ijuarda l'orologio... El speta... ali ali! 
Per eia el ga pazienza, sacramento! 

A casa, no. Pel pranzo, se un momento 
'2) Se intardiga la pasta... el ziga, el fa 
Sene de inferno; ma per eia, qua, 
Spetar, col fredo, el xe un divertimento. 

Dio! che no la vegnissi qucla bruta... 
Che per mi la fazzessi la vendcta!... 
Speta ! sì, speta ! La glie voi ben tuta ! 

No... la xe qua... Ma no! el se ga sbaliado 
No la xe eia... Ah! st'altra! maledeta! 
La devi pur saver che M xe sposado.- 



12) se intardiga la pasta, se la pasta ritarda di comparire in 
ola. 



tavola. 



42 



- Xe dunque vero quel che siora Rosa 
Me ga dito de lu, bruta canaia! 
13) MI no credevo die cola marmaia 
De fioi, se poi pensar ala morosa. 

1^' El me fazzeva el santo!... e la fritaia 
El preparava!... E quela stomigosa 
No la fazzeva miga la smorfiosa... 

15) Vardèla là tuta bulota e sgaia! 

Ma mi, perdio, glie cambio i conotati ; 

16) Mi co ste man glie refo el capelin. 
i'^) Ciàcole? glie voi altro! ghe voi fati! 

Ola! che nova là, crature bele. 
Che caminè sperando in tei destin! 
is) Qua sto fazzoleton ve fa la pele! 



13) la marmaia de fioi, tutta la marmaglia dei bambini — 14) La 
fritaia el preparava, mi preparava la frittata, cioè me la faceva in 
barba — 15) tuta bulota e sgaia, tutta disinvolta e arzilla — 16) Ghe 
refo el capelin, le racconcio il cappellino — 17, ciàcole, chiacchiere 
— 18) far la pele, fare un colpo, e anche finirla con uno, cioè 
ucciderlo. 



- 43 



- Son mi, soli proprio mi! No me spelavi, 
Cari colombi che elise el rosario ! 
Pregile ben tiiti i santi del limario 
Per la vostra salvezza!... Ah! bravi! bravi! 

'"'Bruto bugiardo! Te me denegavi 
De aver morose! In tuto 'I dizionario 
No se trova parole!... El calendario 
No ga nomi per ti !... Te brontolavi 

Co te fazzevo sene! Bruto infame! 
20' E ti, ziveta, impara con ste sberle, 
-' Con sti gropi in quei oci sgarbelai, 

Che se d'amor, biondina, te ga fame, 
-- Va coi puti, de sera, a... inpirar perle 
E lassa in pase i omini sposai ! - 



19) te me denegavi, mi iieg.ivi ; denegar, è dialetto basso per 
negare, allo stesso modo che disposar, per sposare, deliberado per 
liberato, ecc. — 20) sberle, schiaffi - 21 1 gropi, pugni, oci sgarbe- 
lai, occhi scerpeliati — 22j va coi' puti a inpirar perle, va pure coi 
giovanotti a infilar perledel rosario, naturalmente qui in senso ironie». 



'inno Piazza - Trìr>lf vernacola. 



_ 44 - 



23) E svola s'ciafe che le par tempesta, 

24) Redola un capelin soto la piova, 

Va in aria i cristi, sventola i cfie nova? 
E se scadena i gropi sula testa. 

25) Parolete de fogo salta e sbrova, 
(Lingua italiana che la par foresta), 

26) E le done se pètena la cresta, 

27) E l'omo, in mezo, inbanbinì el se trova. 

28j Ridoto in tochi, distirà nel plocio, 

29) El gran fazzoleton scondimiserie, 

30) Ormai el dormi là, mola per ocio. 

La morosa va via, pesta e sgrafada, 
E lu se speta, a casa, robe serie... 
3') Sburtandose e rugnando i fa la strada. 



23) s'ciafe, schiaffi — 24; ródala, rotola — 25) salta e sbrova, sal- 
tano e bruciano — 26) se pètena la cresta, si acciuffano — 27) /n6a«- 
6/«/, rimbambito, instupidito, ingrullito — 2S) ridoto in tochi, distirà 
net plocio, ridotto a brandelli, disteso nella pozzanghera — 2')]scondi- 
miserie, celamiserie, perchè copre tutta la persona — 30 mola per 
ocio abbandonato — 31) sburtandose e rugnando, spingendosi e 
borbottando. 



- 45 



'}. 

-' El sial in testa e ima datura in hrazzo 
3^ (Cratura insonolida e magrolina) 
A mezanote, a un'ora de niatina 
La va in giro, sfidando e bora e iazzo. 

^^ Soto '1 fazzoleton vedo el tremazzo 

Dela doneta e dela putelina. 
'^' Su per la via Farneto la camina .. 

Passa una guardia - un sior - Passa im paiazzo 

Che torna dal velion. Tuti la guarda 
^^) E i se domanda : Cossa la mulina 
Con quel sial a sta ora cussi tarda? 

La se ferma davanti un'osteria... 

La sta scoltar. . la movi la coltrina... 

I canta... El .xe... No 'I xe .. No... La va via. 



Ì2) uriti cratura, un bambino — 33, insonolida, assonnata - - 34) el 
iremazzo, il tremito — 35) via f-'nrneto (ora via della Ginnastica) 
'itrada di Trieste ove ci sono parecchie osterie - 36) cossa la mu- 
linai, che cosa m.ii va niaccliiii.indo o preparando? 



46 - 



E la va avanti ancora. Un'altra porta... 
E la se ferma: forsi qua... No... gnanca. 
Quante osterie! Madona! E straca morta 
La marcia ancora sula strada bianca. 

Gesù santo! Maria! Tuto ne manca; 
Ma lu no '1 voi lassar la vita storta: 
No M pensa gnente: Me ne son acorta! 
37) E no 'I xe gnanca qua... Voltèmo a zanca ! 

^^) Qua se senti cantar! Tuti inbaiai! 
La su vose! El xe lu! Savevo ben! 
3'') Fora de casa i bezzi el sa trovar 

•10) Per andar nele bètole a fraiar, 
^' A bever quel vinàz che xe velen... 
E sta vitazza no 'I finissi mai ! - 



37) a zanca, a sinistra — 38) tuti inbaiai.', tutti ubbriachi — 
39) /■ bezzi, i quattrini — 40 fraiar, gozzovigliare — 41) vinàc, vi- 
naccio (Caratteristica è nel dialetto triestino più plebeo la desinenza 
del peggiorativo tronco, in àz : vinàz, ontàz, miiU'iz, gìornalàz, per 
dire vinaccio, omaccio, iiionellaccio. giornalaccio, ecc ). 



- 47 



- Toni! vieii qua. Tonili! - Ciò i te domanda. 

Una dona te zerca! - Una morosa! 
•*-' E hi, imbriago, col capei in banda, 
'*3) Fora da quela tana stomigosa, 

El glie va incontro, e M fa: - Ma chi te manda 
Bruta cagna de dio, bruta smorfiosa?! 
-Ah la pazienza mia. Toni, xe granda. 
Ma no posso resister, son furiosa ! 

Xe ogni note sta vita... Mi son stufa. 
Stufa de ti, del mondo, del destili 
Che me ga fato nasser disgraziada ! - 

^' - Babà! te voi star zita? - E i fa barufa; 
■'5' E zo piade e sberle! E zo un papin! 
^*' E la gente se ingruma su la strada. 



A2) capei in banda, cappello sulle ventitré - i3) stomigoso , stoiiia- 
clievole - 44) fìuba.', doi\na, mogUe. Qui in dialetto piuttosto dispre- 
giativo, con la rozzezza degli ubbriachi — 45) piade, calci, papin, sca- 
pellotto. 11 dialetto triestino ha una singolare ricchezza di vocaboli per 
indicare le varie forme di |)ercosse, di schiaffi, pugni ecc. s' ciaf a, 
sberla, scopeloto, papin, pugno, gropo, snsin, rognolada, capelada... 
ed altri ancora. — 46) se ingrnma, si rRccoglic. 



- 48 - 



-Oè! no ve vergogne, bruto viliaco, 
Bastonar vostra niolie in sta magnerà? 
*7' Finìla, bestia! che ve daga un fraco 
De ricordarlo fin donian de sera. - 

- Ola! che nova là? No, sior macaco, 
Se mio mari con mi '1 voi far la guera, 
El poi anca pestarme soto '1 taco, 
*^> Anca coparme a colpi de manèra, 

No voio che nissun ghe daghi adosso, 
Che nissun me lo frati de viliaco, 
49) isio go bisogno dei scartozzi. Posso 

Anca vèderme in fera distirada, 
Tajada a fete... E lei. corpo de Baco, 
El fili drito via per la sua strada! 



47) un fraco, un fracco, un sacco di legnate — 48; w««f/-«, mannaia 
- 49) scartozzi, ganimedi, vagheggini. 



49 - 



50) Povero fazzoleto nero e sbriso! 
Vardè! la xe cussi sempre la dona, 
La difendi la man che la bastona, 
Chi la protegi, la ghe volta e! viso. 

Oh se un fazzoleton va in paradiso, 
I angioli tuti ghe farà corona! 
5'' I ghe farà picar tuto M saliso 
E fodrarglie de raso la poltrona. 

Là tuti i patimenti el scontaria 

E le strussie e le sberle e la passion 

E i morsigoni dela gelosia... 

^2 I lo metaria in sfasa nel Eliso, 
Disendo: Gloria a ti fazzoleton! 
Povero fazzoleto nero e sbriso ! 



50) sbriso, iniseruccio, tritino, modesto — 51) g/te farà picar 
tuto 'l saliso, gli faranno piccliiettare a nuovo tutto il selciato — 
52) sfasa, cornice. 



-SO- 
LE MARGHERITE. 

Una serva andava a spasso 
L'altra sera, per vacanza, 
E una scorza de naranza 
1 Tuto in tnn la fa cascar. 

Cori gente de ogni parte. 
Oh cristiani ! che spavento ! 
2) La xe' ndada in svanimento... 
No i la senti respirar. 

Presto presto ! Qua infermieri !... 
Tre dotori xe za in moto... 
Una gamba... un brazzo roto... 
Trasportèla al ospedal... 

3^ Ziti ! pian ! La verzi un ocio... 
La se movi... La sta drita... 
- El suo nome? - Margherita... 
Ma no posso... stago mal... - 

E i fa, lesti, per portarla. 
^) Ma una guardia : Indrìo, scenàri ! 
Margherite i superiori 
No permeti de portar. - 



Questo scherzo satirico fu scritto all' epoca della dominazione 
austriaca, quando a Trieste !' i. r. polizia aveva proibito ai cittadini 
di portare margjierite all' occhiello, perchè vedeva in quel fiore 
un'allusione sovversiva in omaggio alla regina madre. La poesia a 
suo tempo fu recitata in parecchie città d'Italia, suscitando ovunque 
ilarit.ì ed applausi, e molti giornali la riprodussero. - 1) Tato in 
tun, improvvisamente, ad un tratto ■-- 2) svanimento, svenimento, 
deliquio - 3) /a verzi un ocio, apre un occhio — 4) indrìo, scenàri! 
- Indietro, signori ! scenari - è l'imitazione della pronuncia slovena 
delle guardie austriache che erano incaricate di eseguire gli ordini 
della i. r. polizia. 



I 



i 



- 51 - 



" EL MIO BUGI 



I. 



2' Co vedo 'I mio picioto sgaiibetar, 
3 Rider, corer su e zo, ciorme 'I baston, 
**) Po vignirme darente a sbasuciar, 
Con quel bel nuiso, sporco de carboii, 

Co lo sento ore e ore borbotar 
Quel mezo vola/nk de su' inveiizion, 
Co 'I me vien, la matina, a stuzzigar, 
5' Fifandome : Papà, biiba, bonbon, 

Co '1 bati le manine per pregarme 
De darglie un poclietin del mio cafè, 
^' O una baia de zucaro smoiada, 

Voria star serio, ma no so frenarme, 
Lo ciapo in brazzo, e là, cossa volè ? 
Lo basarla per tuta la giornada. 



1; Baci, vezzcKiiiativo d'affetto per banihini. hi mio filici, il mio 
bambino — 2) el mio /ncioto, il mio piccino — 3) ciorme, prender- 
mi — 4) darente, vicino, d'appresso; sbasuciar, baciucchiare 
5) fifiindome, piagnucolandomi; hulia , bonbon, voci infantili, bnba 
doloro, bonbon dolce — 0) smoiada, bagnata nell'acqua. 



- 52 



II. 



Se ti podessi star sempre cussi, 
Sempre a do ani e senza saver gnente, 
'^ Zogaiido e pastrociaiido tuto '1 dì, 
Ronpendo tuto quel che ti ga 'rente ! 

Se te vedessi pianzer sempre, mi, 
Solo per un bonbon, caro inozente!... 
Ma vegnarà, pur tropo, anca per ti, 
^> De strussiar, de sconbater fra la gente ! 

Amizi dopii come la zivola. 
Zivete fine che te insenpiarà, 
9) Fumi, ràdighi, invidie e tira-mola.,. 

E per calmar la tu' disperazion. 
In quela volta più no servirà 
'0) Né un pùpolo de carta né un bonbon ! 



7) pastrociandi, sgorbiando, impiastricciando — 8) strussiar, 
sconbatter. faticare, combattere — 9) ràdighi, litigi, questioni, ma 
lia anche il significato di difficoltà, ostacoli (in veneziano ràdeghi) 
— 10; pìipolo, figura, pupazzo, incisione, vignetta. 



- 53 - 



'» LASSE PUR 



Al putel apena nato 

A dir mania se glie insegna, 

No M sa gnente, ma el se inzegiia 

Mania, mania a borbotar. 

Se no basta papà e maina, 
El ghe agiungi vin e pan, 
E co 'I piaiizi opur co M clama, 
Sempre M parla in italian. 

2) Lasse pur che i canti e i subii 
E che i fazzi pur dispeti : 

5' Nela patria de Rosseti 
No se parla che italian I 



1 ) La poesia Lasse pur... premiata in un concorso indetto dal Circolo 
Artistico nel 1893, e musicata dal maestro Silvio Negri, divenne po- 
polarissima, e a Trieste come nell'Istria, a Fiume, in Dalmazia, du- 
rante l'epoca della dominazione austriaca, fu cantata per le vie ad 
ogni dimostra/ione politica e lanciata come una sfida sotto il naso 
dei poliziotti - 2 subii, da subiar, fischiare, zufolare — 3 Domenico 
Rossetti, illustre giureconsulto e storiografo triestino, apostolo e 
vessillifero del nazionalismo italiano a Trieste. A ragione il Caprili 
lo definisce •■ il precursore ». Nacque nel 1774 ; morì il 29 di novem- 
bre del 1812. Nel 1810 fondò la societ.ì di Minerva, che è l'ateneo 
triestino e che \ive tuttora, coltivando il nostro movimento letterario. 



— 54 - 

Po sui banchi dela scola 
Scienze e letere l'impara, 
Nela lingua la più cara 
Che se possi iniaginar. 
E una volta giando e forte 
La bandiera el spiegarà 
Per salvar fin ala morte 
Sta preziosa eredità. 

Lasse pur che i canti e i subii 
E che i fazzi pur dispeti : 
Nela patria de Rosseti 
No se parla che italian. 



VII. 

FELICE DI GIUSEPPE VENEZIAN. 

Nato il 21 maggio 1856, morto il 29 settembre 18%. 

Quando, nel 1891, il Circolo Artistico si fece ini- 
ziatore di un concorso di canzonette triestine, ottenne 
il primo premio quella famosa Gigia, col borineto ; 
musicata dal maestro Ernesto Luzzatto, del cui testo 
era autore appunto Felice di Giuseppe Venezian, il 
quale si era presentato col trasparente pseudonimo 
Un Venezian triestin ». 

il Venezian scrisse poi altre canzonette ancora ; 
quasi sempre dall'intonazione patriottica; spesso ve- 
lando l'allusione con garbato spirito simbolico, come 
nelle poesie El matrimonio disgrazia L'arivo del 

vapor L'otimista, ed in altre ancora. 

Per soverchia modestia, non raccolse mai le sue 
poesie in un volume. Quando morì, vi provvide però 
il pietoso pensiero dei suoi famigliari, i quali diedero 
alla luce, in edizione ristretta, un piccolo fascicolo,- 
/« Memoriam, contenente i versi inediti di Felice di 
Giuseppe Venezian, parte in lingua, parte in vernacolo 
(Stab. Art. Tip. G. Caprin. - Trieste 1897), e li distri- 
buirono agli amici. 



56 



L'ARIVO DEL VAPOR. 

Xe tre ani che combaio 
Imbarcado sui vapori, 
Ma lontan, el mio paese 
No me scordo, e i veci amori. 

Tante volte son in vista 
Del Giapon e dela China, 
E te vedo, Gigia, in sogno, 
'> Andar su per Madonina. 

Deghe drento, deghe drento, 
Se sfadiga, ma se va; 
2) Vegnarà quel gran momento 
Che a Trieste se sarà. 

Assai roba go za visto, 
E la Grezia e la Turchia, 
Inghilterra, Spagna, Egito, 
E Brasil e Barbarla. 

E la gente cola coda, 
Abissini, Mori, Indiani, 
Papagai in mezo ai boschi 
Ciacolar che i par cristiani. 



1) Andar su pei- AUidoiiiiui, si intende salire \a via delia iMadon- 
nina: una delle strade dei rioni popolari di Trieste — 2) vegnarù 
iltiel firmi momento.... La polizia austriaca, nonostante i suoi occhi 
d'Argo, non si accorse dell'allusione politica, e lasciò correre il testo 
della canzoncina. Il ritornello, durante la guerra, in Italia, fu stam- 
pato sulle cartoline illustrate. Quel gran momento, venne il 3 di no- 
vembre del 1918. Ma il povero Venezian, che l'aveva vaticinato, già 
da 22 anni dormiva sotterra. 



- 57 - 

Deglie clrento, cleghe clrento, 
Se sfadiga, ma se va; 
Vegnarà quel gran momento 
Glie a Trieste se sarà. 

Ma lontaii, in cavo al mondo, 
Sempre a mente me vegniva, 
El mio ziel, le mie montagne, 
3> De San Bortolo la riva. 

Là su e zo per la marina 
Cole stele se parlava, 
De passion i rusignoi 
Sora i alberi trilava. 

Deglie drento, deghe drento, 
Se sfadiga, ma se va; 
Vegnarà quel gran momento 
Che a Trieste se sarà. 

*> Dai, compari benedeti ! 
No lasse morir la fiama! 
No sentì che la mia bionda 
La xe stufa, la me clama ? 

E ti, atenta ala lanterna, 
Sta a spetar del molo in /ima, 
Sventolando el fazzoleto, 
Che te vedo un' ora prima. 

Deghe drento, (.leghe tirent<i ; 
Se sfadiga ma se va; 
Vegnarà quel gran momento. 
Che a Trieste se sarà. 



ì) de San Bortolo la riia, San Bortolo era il nome artico Jrlla 
liaKUi'i *■'' Bàrcola presso Trieste — 4 Pili.' su, orsù! 



58 



L'OTIMISTA. 

Tiiti l'Ugna, tiiti brontola: 
"Se va zo, ma col brenton ; 
Mi de far tanti miracoli 
No glie vedo la ragion. 

La fortuna se rinova, 
Vien el sol dopo la piova; 
Xe question de bater duro, 
La voltada vien sicuro. 

Sarà ben che i nostri afari 
Per adesso i vaga storto, 
Mi me sazio de speranze 
E me par de no aver torto. 

La fortuna se rinova, 
Vien el sol dopo la piova ; 
Xe question de bater duro. 
La voltada vien sicuro. 

2) Le speranze de Trieste 
Ogi par sogni de mati, 
Ma i xe sogni che un bel giorno 
I se poi cambiar in fati. 

La fortuna se rinova, 
Vien el sol dopo la piova; 
Xe question de bater duro. 
La voltada vien sicuro. 



1) Andai" zò col brenton. È modo di dire poco usato oggi a Trie- 
ste. Tuttavia il Kosovitz nel suo * Dizionario del dialetto triestino » 
(Tipografia figli di C. Amati 1889), lo cita, e spiega : darla a mosca 
cieca ^ uscire di squadra. Il Venezian qui lo usa piuttosto nel senso di : 
si va, si precipita a rompicollo. E in questo senso è usato anche in 
dialetto e più volte lo si riscontra nelle commedie del Goldoni — 2) Le 
speranze de Trieste... ecc. Anche qui il Venezian fu buon profeta. 



- 5g 



BONA FORTUNA. 

') Gigia, col boiiiieto 
A caniinar xe un gusto, 
Da brava svelta, vestite 
E vieii con mi a San Giusto. 

E là su quel uiureto 
2' Se sentaremo arente; 
Coi oci parleremo 
E cola boca gnente. 

A Roma i ga San Piero, 
Venezia ga el leon, 
I^er noi glie xe San Giusto 
3) E el vecio suo melon. 

La luna glie fa ciaro 
Ai monti, al mar lontan; 
Gigia, che bela note... 
*> Guàntime per la man. 



I) borineto, diminutivo ili bora, il vento triestino; boiea, boreale, 
vento di Nord-Est-Nord - 2) arente, accanto. — 3) La comunanza dei 
simboli di Roma e di Venezia con lo storico San Giusto triestino, e 
il pensiero patriottico che questa comunanza aveva inspirato, trova- 
rono subito l'eco di tutti i cuori quando la canzoncina fu cantata per 
la prima volta nella sala del Circolo Artistico, nel carnovale del 
IS9I, e di là si diffuse poi e corse le vie della città. In quanto fcl 
melon di San Giusto, esso è la continuazione di un piccolo errore 
infiltrato nella tradizione popolare triestina. La colonna che sorge 
sul piazzale di San Giusto a Trieste rexge una figura di forma 
conica che sembra sia piuttosto una pina, ma che il popolino bat- 
tezzò per un mellone - i) guàntime per la /««/;, afferrami per la mano. 

Giulio Piazza - l'i teste veniaiola. 6 



- 60 - 

Pensar da quanti secoli 
Quel campanil xe là, 
5) Pensar che in quela ciesa 
Me son inamorà! 

A Roma i ga San Piero, 
Venezia ga el leon, 
Per noi glie xe San Giusto 
E el vecio suo melon. 

^) Scòltime, bionda; el mondo 
Te poi assai girar; 
Cita come Trieste 
Te stentare a trovar. 

Xe vero, tuto '1 giorno 
Se sgoba in tei lavor; 
Epur no se xe bestie, 
Se ga qualcossa in cor. 

A Roma i ga San Piero, 
Venezia ga el leon. 
Per noi ghe xe San Giusto, 
E el vecio suo melon. 

E quando vien la festa, 
■^) Lassemo ogni secada, 
8) A Servola e a Proseco 
^) Se fa la baracada. 



5) in quela ciesa me son inamorà, anche il popolano del nostro 
poeta segue la teoria del Guerrazzi: che gli Italiani si innamorano in 
chiesa — 6) scòltime, ascoltami — 7) lassèmo ogni secada, lascia- 
mo ogni seccatura, ogni briga — 8) Servala e Prosecco, sono ville 
suburbane di Trieste, ove si fanno le scampagnate per bere il buon 
vino — Q) la baracada, la gozzoviglia. 



- 61 - 

'"^ La ciribiricocola 
Farse scaldar col vin, 
E saldi ili gamba, musica ! 

" El goto fa morbin. 

A Roma i ga San Piero, 
Venezia ga el leon. 
Per noi glie xe San Giusto 
E el vecio suo melon. 



10) la ciribii icocola, termine scherzoso per dire la testa : ma è 
poco triestino. Fu importato qui a Trieste delle compagnie comi- 
che veneziane e specialmente da Emilio Zago, che aveva, fra gli 
altri suoi intercalari preferiti : Te gira la tiribicocola! In triestino 
si dice piuttosto: Te gira le carozzete, hai le traveggole; ti gira il 
boccino, ecc. — Hj morbin, allegria, buon umore. 



- 62 - 



EL MATRIMONIO DISGRAZIA 

Me scampa la pazienza, 
No se poi esser santi, 
Se tiro un poco avanti 
') Finisco col s'ciopar. 

2) Sta babà dispetosa 

Xe sempre in tuna gnera. 
La pesca soto tera 

3) Ragion per tarocar. 

A cavarmela ala svelta 
Chi me insegna in carità? 
Tuto l'oro che xe al mondo 
Per goder la libertà! 

Za prima che spuntasse 
1 denti del giudizio 
Son corso al precipizio, 
Me son incadenà. 

Volevo far el furbo, 
'') Drizzarme un fià le coste ; 
I conti senza l'oste 
Go fato. Ben me sta. 



Anche di questa canzonetta, clie fu musicata dalla signorina Ange- 
lina Chiesa, è evidente l'allusione politica. Il matrimonio... disgrazia 
è quello di Trieste con l'Austiia. — 1) s'ciopar, sciiiattare — 2) babà, 
donna — 3) tarocar, litigare, brontolare -- 4) un fià, un poco; driz- 
zarme un fià le coste, rassettarmi un pochino. 



— 63 - 

A cavarmela ala svelta 
Chi me insegna in carità? 
Tiito l'oro che xe al mondo 
Per goder la libertà! 

^> Coi fioi, go mile intrighi, 
^ l^er sparagnar [larolc 

Li tegno nele scole 

A forza de sndor. 

A nozze contro genio 
Ohe manca el fondamento, 
Glie voi per condimento 
La droga de l'amor. 

A cavarmela ala svelta 
Chi me insegna in carità? 
Tuto l'oro che xe al mondo 
Per goder la libertà! 



d) fioi. figlioli 6) s/>aragnar, lispariniarc. 



vili. 
UGO URBANIS 

(BRUNO OUlSAi 
^Vivente . 

E il geniale autore di varie canzonette triestine, 
delle quali scrisse ora soltanto la melodia, ora la mu- 
sica e il testo. 

La più celebre, e fors'anco la più indovinata, è No 
sU'ine tormentar, premiata al primo concorso indetto 
dal Circolo Artistico di Trieste, nel 1891. La canzon- 
cina, rispecchiante quel certo epicureismo eh' è una 
delle caratteristiche del popolo triestino, ebbe vivo 
successo, e varcò i confini di Trieste, diffondendosi in 
varie altre città d'Italia. 



66 



NO STEME TORMENTAR. 

I. 

Pazzo l'amor, xc vero, 
Cossa glie xe de mal? 
Volè che a qiiiiides'ani 
'^ Stia là come un cocal? 

Se tiito e! santo giorno 
Sfadigo a lavorar, 
Xe giusto che la sera 
Me fazzo compagnar ; 
Pazzo l'amor, xe vero. 
No steme tormentar. 

II. 

2) Vado a nudar, sicuro, 
Cossa ghe xe de mal ? 

3) Co sto tantin de caldo 
Xe più che naturai. 

^> Go el vestidin setado, 
E se anca i voi guardar, 
No son cussi malfata 
De averme a vergognar ; 
Vado a nudar, sicuro 
No sterne tormentar. 



1) cocal, alcione — 2) iiucìar nuotare — 3) co s/o laiilin dv 
caldo, con questo po' po' di caldo — 4) scindo, assettato, aderente al 
corpo. 



07 



III. 

Vado a baiar, xe vero. 
Cossa glie xe lic mal ? 
Saltar a l'età mia 
No xe im pecà mortai. 

5) Se gira e se se sbiirta 
^ E se se fa striicar, 

Se torna a casa morte 

E in pie no se poi star ; 

Vado a baiar, xe vero, 

No steme tormentar. 

IV. 

Vailo su e zo pel Corso, 
Cossa glie xe de mal ? 
Go el moro che me speta 
'^< Tacà soto ci feral. 

^ El xe una macia, el scherza. 
No M fa che stiizzigar, 
No 'I voi che sti dedini 
Se stradi i a lavorar; 
Vado su e zo pel Corso, 
No steme tormentar. 



5) se sr shiiilii. ci -.i ^piii^e 6) ^liimii , slrmgcrc, ab- 

bracciare — 7) /</(•(> so/i) ci feral, fermo impalato sotto al fanali- 
S' FI M' nini III (il- in : è im tipo ameno. 



ó8 



V. 

Vado al velion stasera, 
Cossa glie xe de mal? 
Soii giovine, son bela, 
E senio in carneval. 

In niasciiera se ridi 
^ A farli bazilar, 
E a qualchidun la zena 
Se glie la poi scrocar; 
Vado al velion stasera 
No steme tormentar. 

Vi. 
(con vose de veda) 

10 Son vecia e son in tochi, 
Questo glie xe de mal. 
Me tocarà, capisso, 
Finir al ospedal. 

Purtropo go finido 
") De farme cocolar, 

E za che no i me guarda 
Me sfogo a tabacar. 
Ma chi bazzìla, mori; 
No stenle tormentar. 



9) a farli Ixi^ìliir, a faiii ammattire — 10, son in toclìi, sono 
a brandelli, cioè son ridotta in misero stato — 11) cocolar, acca- 
rezzare. 



IX. 

EDOARDO BORGHI 

(ODDO BROOHIERA, 
(Vivente). 

È autore di parecchie canzonette triestine, parole e 
musica divenute popolari specialmente per merito della 
musica, spigliata e geniale. 

Riproduciamo qui La scssolota, che ritrae al vivo 
un tipo popolare triestino. Sessolottc si chiamano a 
Trieste le ragazze occupate nei magazzini a mondare 
il caffè, la gomma, gli agrumi, ecc. Il vocabolo pro- 
babilmente deriva da sesso/a (méstola, votazza). 



70 



LA SESSOLOTA. 

'' De Rena, de via Giulia o via F^emota, 
De l'arsenal, de Greta, o de Rozzòl, 
Xe tuto istesso, bela sessolota, 

-Te resti sempre quela, e chi te poi? 

Ti xe fra i tipi strambi, antichi e veri, 
El tipo triestin più ben stampa, 
E come per Venezia i gondoheri 
Ti xe per noi la gran specialità. 

3 Mostricia ! me inamoro co te trovo 
A involtizzar naranze, in negligé, 
In qualche magazin o al porto novo, 

'* Fra droghe, gome, pevare e cafè 

Cussi ti piasi e ti inamori tanti 
5 Col strassino spontà, ma più- fedel ; 
^ Con una grossa strazza sul davanti, 
■^ Con do za vate e '1 sacco sul zervel. 



1) De Rena, ecc., contrade di Trieste - 2) e (Iti le poi .' e chi 
ti vince? chi può competere con te? — 3) mostricia, birbacciona, 
birichina — 4) f)ivcire, pepe — 5) col sttassiuo spottlù, con lo 
strascico sp '-.to, cioè non appuntato, lacero --ri) slrnzzn. cencio 
-- 7) za va Ir ciabatte. 



- 71 

Ti canti passfgiando per le strade 
8' Cole bandete longhe e 'I fior sul seii, 
^ Né lussi no ti fa né spanipanade ; 

Cussi ala bona, tuti te voi ben. 

Quei oci, sessolota birichina, 
'0 Quel'anda, quel tuo far simpaticon. 
Se poi giurar, xe roba triestina, 
Bisogna dirte, dai, ti xe un bonbon. 



8) te haiidtlc, i cernecchi - 9) spmiipaHadc, millanterie. Il 
vocabolario di Rigatini e Fanfant registra • spampanata » con l'anno- 
tazione « voce familiare > — 10) ninlii andatura. 



EUGENIO BARISON 

vViveiite . 



Pubblicò nel 1903 un volumetto dal titolo: Falisclic, 
rime in dialetto triestino Trieste - Tipografia della 
Società dei Tipografi editrice) Più tardi diede alla luce 
qualche buon sonetto sui giornali. Ma non è molto 
prolifico. 



74 



EL PITOR DE NATURA MORTA. 

Lo vede per la piazza in mezo ai fiori 
^1 C una vecia sportela soto scaio, 

Che '1 erompa rose, verze e pomidori, 
2 Fragole, girasoi e reste d' aio ! 

Cussi missià fra serve e servitori 
In mezo ala salata e al formalo 
3. Lo dogarla per uno de quei siori 
'*' Che '1 spendi tuto e no '1 li meti in taio! 

^) Ma inveze '1 xe un pitor mezo spianta 
Che fiori '1 zerca e fruti dei più bei. 
Per far dei quadri... che no '1 vendarà: 

E quando in studio '1 meti zo i penei, 
Visto che de magnar altro no 'I ga, 
Pacifico M se magna... i sui model ! 



1) Cinta, sincopato di con itnn : solo senio, sotto l'ascella — 
2) feste d'aio, reste d'aglio — 2) lo dogana, lo prenderei — 4) iio'l 
li meli in laio, non risparmia (cioè non mette i denari nel salva- 
danaio - 5) spianta, spiantato, disperato. 



75 - 



EL BASO. 

' Cossa xe 'I baso? El baso xc una s' cioca 
Fata de qiiatro labri che se toca! 
Ora '1 xe dolze, tènaro, amoroso, 
Ora fredo, ora caldo e delizioso! 

Xe l'anima che va de boca a boca, 
Che sora i labri se ga sempre un poca. 
Xe un momento d'union, caro e gustoso, 
Xe '1 pegno de l'amor de sposa e sposo! 

Se basa i fioi co' 1' umide bochine. 
Se basa i veci, i giovini, i sposai, 
Se basa i puti cole signorine. 

Se basa i siori e fin i disperai, 
E ala fontana po' le soldadine 
'Le se struca e sbasucia coi soldai. 



1) lina s'ciocii, imo scliidcco, il niinorc propria del lincio - 2) / 
/ii>i. i fanciulli — 3) /e :ioliiaiìiiir. le amanti dei soldati i) le 
se s/niiii e ^hnaiicia, si abbracciano e si baciiiccliiano. 



Cìiuiio PiA/zA - Trieste vernacola. 



76 



EL GATO. 

El mio gatin xe picelo e grazioso 
') E come un puteliii zogatolon ; 
El xe ladro, el xe furbo, el xe goloso, 
E al mondo no glie xe più gran poltron ! 

Co '1 vedi un can, el xe tuto rabioso, 

2) E pronto '1 sta per darghe zo un sgrafon. 
Ma se '1 poi, el la fa de coragioso, 

3) Scondendose in premura in t' un cantoni 

'*' Coi bàcoli, coi sorzi e pantigane, 
El xe in guera continua e no M se stufa, 
Che a un sorzo '1 ghe sta drio do setimane! 

5' Ma quando '1 ga impignì la panza a ufa, 
^^ Sui copi dele case piìi lontane 
El cori co le eate a far barufa. 



1) E come mi piileliii zogatoloìi, baloccone come un bambinu 
— 2) mi sorn/dji, una graffiata —3) scoiideìido^ie in preiiimn, 
nascondendosi in fretta — 4) bàcoli, sorsi e paiiJigaiie, blatte, 
topi e ratti - 5) a ufa, a sazietà — 6) copi, tegole. 



i 



XI. 

FERRUCCIO PIAZZA. 



A soli 37 anni fu immaturamente rapito ai congiunti 
ed alle muse, vittima di tubercolosi polmonare, il giorno 
4 di maggio 1917, al Semmering presso Vienna, ove 
erasi recato per rimettersi in salute. Era nato in Trieste 
il giorno 3 di maggio del ISSO. Aveva dato promet- 
tentissimi saggi della sua vena, pubblicando tre volumi 
di versi dialettali triestini, e cioè: Vose del f<7/", Tipo- 
grafia Augusto Levi edit., 1903; F/ mondo, Tip. Morterra 
e Comp., edit , 1905; Cative lingue. Tip. Augusto Levi, 
edit., 1907. 



- 78 - 



NONA. 

Nona, ti te ricordi! Ti te ricordi, nona, 
Quando che iero picio e vignivo pianin 
Ne ta tua camereta, davanti M tavolin, 
') E metevo un scagneto vizin la tua poltrona? 

E ti te me vardavi de sora dei ociai, 
Ti lassavi la calza, ti te sufiavi '1 naso, 
E pò ti te sbassavi per poder danne un baso, 
E mi pronto disevo : Nona, una fiaba... dai ! 

E ti ti cominciavi : « Una volta glie iera 
Una regina bela e bionda come 1' oro, 
E un principe de Spagna voleva sto tesoro... 
E con quel de l'Oriente el se ga messo in guera . 

2) E pò ti la giravi e ti vignivi fora 

Con nani gobi e storti ma boni come '1 pan, 
Con draghi che gaveva sie teste e diese man, 
E co ti la finivi, mi te disevo: Ancora! 

Nona ti te ricordi? 'ssai tempo xe passa!... 
Ogi son quasi un omo; e co vegno a pianin 
Nela tua camereta, davanti '1 tavolin, 

3) Rente la tua poltrona, come vinti ani fa, 



1) scagneto, piccolo scanno, sgabello — 2) e pò ti la giravi, 
e poi davi un altro giro al tuo racconto - - 3) rviite, vicino. 



79 - 

Ti xe ti clic ti disi: Conta qnalccissa, dai! 
E mi te conto alora quel che go drento 'I cor, 
La fiaba tanto bela, la fiaba del mio amor... 
E ti ti pianzi intanto tle soto dei ociai. 

Senti, perchè ti pianzi, nona? te digo alora. 
E sn de ti me sbasso per poder darle un baso; 
Ti pronta ti soridi, pò ti ti sufi 'I naso, 
Ti pari via le lagrime e ti me disi: Ancora! ' 



4) li filili via le liisiiinir, discacci le lagrime. 



80 — 



A UNA SIGNORA. 

Bela signora, che la passa via, 
" Vestida meio come una regina, 
La vardi, quela picia putelina 
Che la speta che un soldo la ghe dia. 

La vardi qua sta gente che strassina 
2) Sti pesi, come mussi che i saria. 
Oh no ghe fa vignir malinconia. 
Vedendo sta miseria che camina? 

Ah, ghe fa schifo a lei, quel che lavora. 
Che xe tacai de polvere e sudor? 
Ma i xe ben neti, basta che i se lavi ! 

Ma quel sporco, la sa, bela signora. 
Che zerta gente porta in fondo al cor. 
No xe acqua e savon, che ghe lo cavi ! 



i 



1) vestida nido come una re^z'^rt, vestita meglio di una regina. 
La forma invio come anziché meio clic è un idiotismo popolare, 
purtroppo infiltratosi nel dialetto; ma poiché ha qualche cosa di 
duro e di esotico, vorrei fosse evitato; anche in questo caso si sa- 
rebbe detto benissimo: vestida meio die (o de) una regina — 
2) come mussi clic i saria, come so fossero asini, (costruzione 
grammaticale un po' involuta). 



81 



LE SERVE. 

Co le serve? Matlona beiiedeta, 
' liisogiia star ateiite, bazilar. 

Ogi, una bona, chi la poi trovar? 
La nie lo dighi a mi, siora Marieta ! 

ZiiK]iic in t'un mese go dovìi cambiar. 
-' Una glie roba ; st'altra, 'na muleta. 
La ga sempre un moroso che la speta ; 
- La terza no ghe comoda '1 magnar ! 

— Ghe ne go vìi mi una che, ogni mese, 
Per andar a dormir col suo soldà. 
La se fazea mandar sto telegrama : 

Parti stasera, che xe morta mania ! 
Noi gavenio una mania : quela là 
3) Ohe ne devi aver 'vude almeno cUese! 



I) bnsiliir, aniiiiattirc — 2) un nnilctii, una rajja^ziiia 3) <//r- 
, (.licci. 



82 — 



LA CONFERENZA. 

La sala xe più ciara che de (>ionio ; 
Sie file de poltrone xe ocupade 
De siore e signorine profumade ; 
Do critici, che gira e varda 'torno... 
Qnalche mari, che dormi, e qualche sposo 
Fa de « pùblico scielto e numeroso ! 

Do batude de man : ecolo qua, 
^) Vien el conferenzier : xe una velada, 
Stivai de laca ; e subito un'ociada 

2) Svola sul manoscrito, co '1 lo gà... 

E secondo che '1 xe più o meno grosso, 
Più o meno resta '1 publico comosso ! 

Un sorseto de aqua e una tossida; 

3) E pò '1 scominzia; el disi quatro fote, 
Roba vecia, straveda e bonanote. . 

— Orpo che longa ! - Cossa, za fluida? 
Un aplauso, un bancheto per la scienza... 
Eco cossa che xe una conferenza ! 



1) vclada, marsina — 2) co'l lo gn. quando lo ha — 3) 7 sco- 
iiriitzia, incomincia ; qnalro fole, quattro sciocchezze, quattro 
corbellerie. 



83 



I PROMESSI SPOSI. 

1. 

— Oh boii^ionio, si.u^nora; come va? 
- Xe tanto tempo che no se vedemo. 

— Xe 'na combinazion che se incoiitremo, 
Perchè mia fia se sposa ; no la sa ? 

— Noi no savemo gnente, no savemo. 
Ma la me conti un poco; cossa 'I fa? 

' Chi M xe ? la conti suso! — In verità 
Xe proprio un gran partito, e ciò, speremo.. 

Un giovine niodelo, de giudizio, 
Pien de talento, bona posizion, 
E pò, coto, ma coto, cara mia !... 

Ma hi no M ga un difeto, no '1 ga un vizio, 
2) E bon che no glie digo ; massa bon ; 
Mi soli più inamorada de mia fia. 



1) la conti, suso, suvvia, ci racconti - 2» mussa hoii, troppo 
buono. 



84 



II. 



(Otto giorni dopo}. 

— Ciò, CO se disi le combiiiazion ; 
Adesso se incoiitremo ogni monieiito. 

— Ben, la me conti nn pochetin, che sento, 
Coi sposi, no se parla, va benon ? 

— Se la voi che ghe digo, e! xe un tormento ; 
Per ogni picoiezza xe un muson, 

3) El la cruzia che proprio fa passion ; 
El xe geloso, no 'I xe mai contento. 

— Oh coss'che la me conta; ma, la sa. 
Se go de dirghe tuto, go sentì, 

De certe informazìon che i me ga dà ; 

■•) Gnente de tal insoma ! — Go capì ; 
Melo che la lo lassi in verità,.. 

— Ma se xe quel che ghe disevo mi ! 



3) ci la criisia, la cruccia, la tormenta — 3) giicnle de tal, 
espressione caratteristica del dialetto triestino per significare : niente 
di importante, nulla di speciale, nulla di straordinario. 



85 



MAESTRI E: PROFESSORI. 

Me passe iic la mente mio per un, 
Come de la lanterna nei quadieti. 
O niii primi maestri bcnedeti, 
E mi no me discordo de nissuii. 

E penso a quela volta che pntel, 
Solo per far bacan vesj;;nivo a scola, 
E come un jj^ropo me vien suso in gola, 
E rimpianzo quel temiM) cussi bel! 

E me ricordo i nomi tuti quanti, 
E i soranomi che gavevi alora; 
Soraiiomi ridicoli, che ancora, 
Farla rider, mi digo, fina i santi... 

'^ Oh Pagnarol, oh Cicole in boleta, 
2) Oh Parussola mio co l'ocio storto, 
3» Oh Stropabusi, oh Ciodo, che conforto 
Mi provo co ve vedo, e ti Polpeta, 

■*> E Fritola, e Buganza, e Susta e Naso, 
5) Che cavre me parevi quela volta; 

Vigni qua tuti, che uissuu ne scolta. 

Ve domando perdon, ve dago un baso! 



Nomignoli di professori che il poeta rievoca. Tradotti in italiano, 
siRiiificlierebbero : — I) f'iigiiarol, passero; e itole, non ha alcun 
si(rnificato; dovrebbe essere lo storpiamento di qualche nome 
proprio — 2) f>nnis<iola, cingallegra; nell'uso ha anclie un signi- 
ficato laido — 3) s/iof><ihiisi, letteralmente: tura-buchi, cioè uno che 
rimpiazza, sostituisce un altro in qualsiasi occasione; cioiio, chiodo 
— 4) /rito/a, frittella ; hiisrauza, gelone, pedignone ; sii»/ii. molla - 
5) cavie, capre, ma dicesi nel scuso di persone niaivage, di animo 
cattivo; ;;/(• f>nrcii, mi sembravate- 



- 86 



L' AMOR. 

Cossa che xe l'amor? Signora mia, 
'Sta qua, xe 'na domanda imbarazzante : 
Su sto argomento, za Petrarca e Dante 
Ga scrito dei volumi de poesia. 

Una definizion ? Ohe ne xe tante 
Ma ogniduna glie scondi una bugia. 
L'amor, no se sa ben, cossa che '1 sia. 
Se 'I sia un putin de oro, o '1 sia un birbante. 

Per conto mio, l'anTor, — che se intendemo, 
Mi parlo dei amori de sta vita — 
Xe, la più sana de le malatie, 

E prima o dopo, tuti la gavemo. 
Xe una parola, insoma, 'ssai pulita, 
E che voi dir, un mar de sporcarle! 



XII. 

ADOLFO LEGHISSA 

'Vivente. 

Triestino. - Pubblicò nel 1Q06 una specie di poe- 
metto giocoso: F.l Teatro (Tipografia Evaristo Ber- 
nardis editrice) in vernacolo triestino. Il poemetto 
schizza tipi e figurine del teatro Verdi A'\ Trieste, ambiente 
bene conosciuto dall'autore, che vi fu un tempo occu- 
pato quale direttore dei cori. Ne riportiamo come saggio 
alcune ottave. 11 Leghissa scrisse anche altre poesie 
d'occasione e canzonette, nonché un poemetto dialet- 
tale in terza rima La fadiga d'un mortai (Trieste 191 1 
- Casa Editrice Q. Maylander). 



EL PERSONAL DE TEATRO. 

Omo posado e serio per natura, 
Seco, ben fato, un pochetin nervoso, 
Oci, bafeti e cavelada scura, 
'' In f laida e scarpe lustre come un sposo. 
Quel ciie de tuto devi ciorse cura, 
Che mai no '1 trova un'ora de riposo, 
Xe quel ometo che vede in orchestra. 
Che fermo no sta mai co la man destra! 

La vita '1 ga passado fra le crome. 
Tra quarti, mezi quarti e acidenti. 
Per quel, grasso no '1 xe, ma seco come 
El legno che '1 ga in man, e fra tormenti 

2' El riva, quando 'I riva, a farse un nome 
Per poder guadagnar, pò, con gran stenti 
Ogni do mesi, quel che ga in un giorno 

3 Un tenor zigalon che no sa un corno. 

Responsabile in tuto. Se un cantante 
Xe duro come un pai e no se move, 
Xe lu che no ghe insegna. El xe calante? 
Lo ga stancado lu con massa prove; 



1) flaidii, marsina (11 vocabolo Jlaida deriva da Julda) 
2) et riva, arriva — 3) :.igaloii. da biffar, gridare; sbraitone 
schiamazzatore, 



- 89 - 

Se 'I lo protesta, el ciapa de birbante, 
Glie vien adosso i fulmini de Giove, 
Se 'I ziga un poco e che no 'I fa 'I macaco, 
■•* Xe qualchidun ciie ghe minacia un paco. 

Lu xe sempre in lavor, o al pianoforte, 
O in orchestra, col coro e co la banda. 
O '1 prova che la luse no sia forte, 
O che la scena no sia tropo granda, 
O le comparse che no vadi storte, 
O lampi o toni, tuto lu comanda! 
El devi star atento e far la prova 
Fin per posar un manego de scova. 

Se M ga esigenze, se M glie tien a l'arte, 

Se M voi artisti e boni sonadori, 

Le imprese e le agenzie lo lassa in parte 

5' Disendo che '1 fa spender tropi bori. 

'' Se '1 aceta cussi le robe scarte, 
La stampa zerto no glie buta fiori, 
Cussi lu devi far l'economista 
De una parte e de l'altra far l'artista ! 

^' St' altro che vien no se distaca tanto, 
Per far el suo dover, da quel de sora 
Senza acquistarse tanta gloria o vanto. 
Xe un onieto che suda e che Javora, 



4) //;; f'tìco. in questo senso, un rovescio di bastonate — 5) tropi 
l'oti. troppi quattrini — 6 S'di/r, scadenti — 7) sliillto che 
vini, è il maestro dei cori. Come si vede, la figurina disegnata 
finora era quella del maestro concertatore 



- 90 - 

Impinindo le zuche de bel canto; 
Voi no lo conossè, no M vien mai fora, 
El vivi fra le quinte, mi per questo 
Un schizzo ve farò, ma 'ssai modesto. 

Grassoto ma no tropo, ben portado; 

Bon ocio, bon orecio e bon... palato ; 

Vestido a la moderna; petinado 
^^) A scartazzin ; colar de pel de gato, 
9' De baston e galosce sempre armado. 

Pianista né ben verde né ben fato. 

Ma praticon in tuti quei lavori. 

Anca diriger l'opera, se ocori. 

Oltre dei cori, primo suo elemento, 
El ghe passa la parte ai comprimari ; 
In scena fermo lu no '1 sta un momento ; 
Col libro in man el cori drio i scenari; 
El sona, el bati '1 tempo ; el ghe sta 'tento 
'0 Che in batuda se movi i machinari, 
Insoma, el fa de tuto, e a dirla franca. 
Celebre no '1 sarà, ma guai se '1 manca. 



8) (7 sc.arlassin, a spazzola — 9) galosce, soprascarpe 
hatiida, in battuta, cioè in tempo giusto. 



XIII. 

• FLAMINIO CAVEDALi 

(Vivente % 

Nel 1907 pubblicò il primo volume di versi in dia- 
letto triestino, Dopo el lavor (Trieste, Tipografia della 
Società dei Tipografi). Più tardi, pur essendo assorbito 
dal giornalismo, scrisse versi vernacoli qua e là per i 
giornali. Durante la guerra pubblicò alcuni bellissimi 
versi patriottici nei giornali di Firenze, ove aveva preso 
domicilio, e questi versi furono riprodotti ed ebbero 
larga eco di successo. Dopo la redenzione fece ritorno 
nella sua Trieste nativa e fece ristampare, in un perio- 
dico settimanale, la collana di inspirati sonetti dialet- 
tali. L'attesa, ch'egli aveva scritto nel 1915 mentre si 
attendeva ansiosamente la vittoria dell' Italia -contro 
l'Austria; e furono quei sonetti, sgorgati da un cuore 
italiano, un vaticinio, un lieto presagio. Il libro di Silvio 
Benco, pubblicato dalla Casa Editrice Risorgimento di 
Milano, in tre volumi, sotto il titolo Gli ultimi anni 
della dominazione austriaca a Trieste, illustra ampia- 
mente e con una prosa magnifica molti degli avveni- 
menti e degli stati d'animo accennati dal Cavcdali nella 
sua collana di sonetti. 

Giulio Piazza - Trieste vernacola. 8 



- 92 - 



STORIELA VERA. 

La incontravo ogni giorno, de matina, 
Che la andava in no so che magazin, 

.1) Palida, delicata, scarniolina, 

2' Ma assai graziosa, tanto un bel sestin ; 

El far e l'aria de una signorina; 
E ghe tocava inveze (xe un destin ?) 
Per guadagnarse el pan far la facilina ; 
^) Gon quei brazzeti ! con quel petisin ! 

Po' tanto tempo no la go incontrada, 
''' Me iero squasi za dismentigà ; 
Suo nono vedo un giorno per la strada 

« Bon giorno, caro nono, come el sta ? 
E la biondina dove la xe andada ? » 
El ga guardado el ciel e sospira... 



1) scarmoliiin, magra, esile — 2i ini bei scstiit, un bel farine, 
un fare garbato - 3) petisin, seno piccolo e delicato — 4) dimiieii- 
tigà, dimenticato. 



93 



XE QUA L'INVERNO. 

I. 

Xe qua l'inverno, fermi pei cantoni 
') De le contrade, co la su' foghera. 
2) 1 castagneri brustola i niaroni 
^' E i petorali bòi nela caldiera. 

* 1 pagnaroi cuciai sui cornisoni 
1 guarda malinconichi per tera. 

5' Per zinque mesi adesso senio boni, 
O neve o bora... e altro no se spera. 

^* Beati quei che poi ben ben taparse 
in t' un capoto, o che i sa andove andar 
A ristorarse el stòmigo e scaldarse, 

Ma ghe xe tanti che no poi trovar 

'' Gnanca una strazza per invultizzarse 

E un toco de polenta de magnar ! 



\) los;hrra, fornello, braciere — 2) caslagiteri brustola i tnn- 
I l'Ili, i caldarrostai abbrustoliscono le castagne - 3) peloralcri, 
venditori di pere cotte : petorah', pere cotte; l>ùi, bolliscono ; cnl- 
ilitr<i, caldaia — 4) pagnaroi, passeri; iiiciai, accovacciati — 
5 senio honi per ziin/nr luesi, ne abbiamo per cinque mesi 
6) taparse, rinchiudersi, rintanarsi 7i ntia strazza per 

iiivolti::arse, un cencio per avvolgersi. 



y4 - 



II. 



^) Xe tanti inveze che i ga sie capoti, 
^' Le stiie sempre piene de carbon, 
Galine in te le tecie e vin nei goti, 
E '1 palco caparado pel veglion ; 

E[)ur no i pensa che coi ossi roti 
Xe tanti che se biita sul paion 
Dopo zenà con due fasoi mal coti, 
Studiando cossa i ghe dirà al paron 

Co '1 vegnarà per incassar l'afito 
JO) Del cucio tropo basso per un can 
(Che cola coda el tocarìa el sufito). 

Se penso, mi me morsigo le man: 
Che mondo infame, ma chi mai ga scrito 
11) Per ti bonboni e per ti gnanca pan!?». 



8) sie capoti, sei pastrani — 9) siiic, stufe — IO) t;(c'/o, il ca- 
nile, la cuccia — 11) boiihoiii, dolci. 



y5 



L' ATTESA. 



El più bel mese de la primavera, 
Magio, passava e se aspetava ancora ; 
Ma la vose del cor diseva : — Spera, 
' 1 vegnarà : sto mese no va fora. — 

Fissi i oci sul mar matiiia e sera, 
Sempre a spetar cussi de ora in ora: 

— I vegnara per mar... No, i vien per tera... 

— Ma cossa i spela, un altro ano, alora! — 

De noie chi dornn'va ? Ogni momento 
Pareva de sentir la canonada : 

— Te ga inteso? Mi no, xe stado el vento — 

E passava la note sospirada 

E un altro giorno e un altro in sto tormento. 

Ah ! povera Trieste, disgraziada ! 



' 1) sto iHCSC un Vii Jota, non passcr.i questo mese. 



- 96 - 



II. 

Che giorno, per noialtri, triestini: 

Co se ga inteso urlar per le contrade : 

2) — Fora i taliani — e co i « lecapiatini 
Ga scominzià a spacar lastre a sassade. 

Sfogheve pur, rompe ; ladri, assassini ! 
Ma quele lastre costarà salade : 
Voi dir che i bersaglieri xe vizini ! 
Presto le sentire, le canonade ! 

Xe sta come un sospiro de sollevo. 

3) Che schizzade de ocio in strada, e a casa : 
■*) Ah ! stavolta ghe senio! Eh! mi disevo: 

E ti che no te ieri persuasa: 
« Dà qua la fiasca, moglie mia, che bevo ! 
5) (Oberdan sorideva da la sfasa). 



2) lecapiatini , il vocabolo ò divenuto storico ormai, come il suits- 
cnlotte all'epoca della rivoluzione, francese. /.r(-fl/);V7//';;/ sono chia- 
mati a Trieste gli austriacanti, i devoti alla Casa degli Absburgo — 
3) scltizsade de odo, strizzatine d' occhio — 4i glie senio, e 
siamo — 5) Oberdan sorideva da la sfasa. L' immagine di Ober- 
dan, dalla sua cornice, pareva sorridesse. 



y? 



III. 

Fiiialniciitc dal mar, da Moiifalcoii, 

Se ga sentì la beiicdeta vose : 

El saliido aspetado del canon : 

— Fradei, vigninio a ciorve zo la erose - 

No più ci pianto del cuor, ma la canzon 
Che acompagna le trnpe vitoriose 
A la battaglia per la Redenzion : 
Che al novo Magio glie darà le rose. 

E no poder cantar, zigar eviva ! 
Viva l'Italia, viva el Re, Savoia ! 
Sin che se suga in gola la saliva. 

I disi che se mori de la gioia : 
No saria più a Trieste anima viva ! 
Chi gaveva paura più del boia? 



98 - 



IV. 

^> El < Picelo brusado, i triestini 
T) Se divertiva col * Osservator 

Costreto a publicar i boletini 

E le trovate del governator. 

Come fussimo stai tanti cretini, 
I ne contava i ati de valor : 

— I nemici cacciati oltre i confini ; 

Noi, solo un morto ! — (E quel, de rafredor!) 

Ma za la verità trova la strada 
E la notizia se ga propagado 
Assai più presto che telegrafada. 

^) — Dove te cori ? — Zo a marina vado... 

— Cossa xe nato? — Vienghe a dar l'ociada. 
Sventola el Tricolor d'Italia a Grado ! 



6) el t Picelo* Innsudo. Come è noto, la seta del 23 maggio 1915, 
quando giunse a Trieste la notizia della dichiarazione di guerra del- 
l' Italia all' Austria, il governo austriaco per opera della plebaglia da 
esso prezzolata fece incendiare l'edificio del giornale II Piccolo 
— 7) /'Osservai or, L'Osservatore Triestino, il giornale ufficiale 

8) a ìiiariiia, verso la marina. 



U9 



V. 

E ima iiiatiiia i colpi de mi motiir; 
E i oci, su nel ciel limpido e puro, 
Frenando a stento i palpiti del cuor: 
Passava un aroplan, drito, sicuro... 

Oh, benedelo santo tricolor 
Che te sventoli in alto nell'azuro • 
l.'imagine te xe del Redentor ! 
(Qavemo pianto tuti, ve lo giuro). 

— Una bomba !... Ma che ; iera el messagio 
Che d'Annunzio mandava zo dal ciel 
Che diseva: Fradei, deve coragio! 

Oh, benedeto ti, nostro fradei. 

Dio te compagni sempre in ogni viagio, 

Fin a quel giorno che sarà el piìi bel ! 



- 100 - 



VI. 

El giorno dopo, zo un comunicato : 
— Ieri una nostra squadra d'aréoplani 
Ha bombardato un campo trincerato 
Uccidendo un milione d'Italiani. 

Presso Gorizia, abbiamo ricacciato 

11 nemico, che dopo sforzi vani 

Si ritirò — più avanti — decimato. — 

Ah ! bello quel « più avanti -, fioi de cani. 

Credè che i ne fazeva anche passion ? 
(Dai, se pensemo ben, xe un' ingiustizia ; 
Da l'aleanza ai colpi de canon.... 

Dopo tante proteste de amicizia 

Saltarghe adosso senza remission 

E piombarghe de colpo su... Gorizia...). 



— 101 — 



VII. 

^' El disiloto de agosto, i patrioti < 
\ ga voleste far dimostrazion : 
Mocoli de candela e caiideloti. 

'"' (Roba vaiizada de le precession), 

Quatro ferai coi vetri luti roti, 
Do trombe, un clariiieto e un tamburon 
E zo pel Corso come i mascaroti 
Co' l'alegria de la disperazion. 

Do stanghe con do strazze zaie e nere 
Ohe dava l'espression de un funeral 
") A quel branco de scorze e de foghere. 

Evviva l'Austria (m.... papagài !) 
Pareva che i cantassi el miserere 
Per la morte del vecio carneval ! 



9) el disdotiì df agosto: il 18 agosto ricorreva il genetliaco 
dell'imperatore d' Austria Francesco Giuseppe, di esecrata memoria 
- IO) t'i{//:r<i(/", avanzata — III scorar, jjcnte da poco; Joglicit. 
spiantali, disperati. 



102 



Vili. 

i2j Dal pergole, Fries-Skene, che discorso ! 
Che parole de fogo, che espression ! 
Pareva de sentir parlar un orso 
O un turco che ga perso la ragion. 

(Ridi cavai, ma te mastighi el morso : 
Noi lo savemo, caro pantalon ; 
^3' A Lìpiza una volta te xe corso : 
Te torni presto a galopar, sta bon). 

« Il monarca non fuol che i triestini 
Continuino a parlare in italian ; 
Noi non suoniamo mica i mantolini ! 

(Te sentirà che orchestra, fiol d'un can ; 
Ch' el diavolo all' inferno te strassini ! 
Chi conossi altra lingua? zarlatan !) 



12) pergola, pogginolo. Fiies-Skeiic, il barone Fr es-Skene 

il Luogotenente di Tiieste durante il periodo della guerra —13) a 

Lipisa, località presso Trieste, ove e' erano le scuderie imperiali. 



103 



IX. 

Sua Maestà Apostolica Romana 

Craziosissiniaiuente si è te»nata 

Di negar che Trieste sia italiana 

E per Franz Joseph Stadt l'ha pattezzata 

E fuole ancor la Maestà sofrana 
^*> Che « fia del Fico > sia tenominata 

-< Fia degli Absbiirgo > efuol che la fia Altana 
" Fia Francesco Giuseppe sia chiamata . 

Credè che basti, cani de cadena, 
A disfar venti secoli de storia 
'5) Che disi: muss un papagal de Viena? 

Ande avanti cussi, zighè vitoria. 
Adesso ve cantemo la Novena, 
"* Ve acorzerè co sonaremo el Gloria! » 



14) via del Fico e i-ia lii'll' Altana, sono stradicciuole di città 
vecchia, centri di case di mal affare — 15) iniis-^, asino — 16) ve 
(iioiziiè, vi accorjjerete. 



- 104 - 



X. 

Semo arivadi a l'ultimo tormento : 
Co' fa note se resta tuti in scuro ; 
17' Fame e per zonta, piova, neve, vento : 
In nissun logo no te xe sicuro. 

Te fa un passo, te speta el tradimento : 
Sbiri, spioni, passa rente el muro 
Come i cani co piovi ; ognun sta atento 
Se te fa el viso alegro o '1 muso duro. 

Co riva el colpo de la canonada 
Che rimbombar se senti in lontananza, 
'^) E che voi dir : — sta qua xe un' altra piada 

Deghe quela che vai : soto la panza : 
i9> Quela che chi la ciapa più no sfiada. 
Deghela forte ! no xe mai bastanza.... 



17) pei- solita, in aggiunta — 18) piada, calcio — 19) chi la 
ciapa piìt Ito sfiada, chi lu piglia non fiata più. 



- 105 



XI. 

Oo impara a leger nei coiiumicatì, 
Giorno per giorno so come la va ! 
Co se legi : — I nemici ricacciati — 
Voi dir: bote de orbo in quantità. 

— In un punto ci siamo ritirati : — 
Voi dir che un regimento xe disfà. 
Se te legi : — A nord-est siamo avanzati 
Voi dir, che no i poi moverse de là. 

Per esempio xe scrito: — un contro ataco 
Te poi esser sicuro che voi dir 
20 Che ghe gavemo dado un altro paco. 

Chi che xe intelligente poi capir. 
Chi no: lecapiatini oppur macaco.... 
(Ma no parlo, perchè i me poi sentir). 

20) un alilo f^nco, un' altra buona dose di percosse. 



106 



XII. 

Go preparado intanto una bandiera 
Che seben che mi stago in quinto pian, 
Se la calassi zo la toca tera ; 
Spero che '1 giorno no' sarà lontan.... 

Ma alora, volo farla mi, la guera, 
Go de menarle un poco mi le man 
Sui muso a qualche remo de galera 
Che per salvarse se farà italian; 

Regolaremo più de qualche conto. 

Se trovaremo ben, amizi cari : 

Vedarè che in quel giorno sarò pronto. 

Un ano de galera, due, magari, 
Ma me voio saldar ; e senza sconto, 
Voio che la partita la sia pari. 



107 



XIII. 

AI debole ciaror del mio iiiniin, 
Che pena come Cristo su! Calvario, 
Go aspetà l'ano novo a tavolili, 
E M me xe capita giusto in orario. 

Quanta esateza ne l'itinerario 
Del viaggio per la strada del destini 
Oo ciolto in man el novo calendario 
E go stacado a sorte un foglietin. 

Pasqua! la festa de resurezion... 

Oli che rissusitassi anche Trieste ! 

Che sonassi a San Giusto el campanon ! 

Oh poderle passar le sante feste 
Col Tricolor esposto dal balcon 
Spelando el dindio: l'aquila a due teste! 



(Ht'iio f'iA/ZA • Trieste vernaro/i. 



— 108 



XIV. 

Che canonada ! Questa xe vizin. 
Savoia avanti ! deghe, su, coragio !... 
Che U vedemo presto far la fin 
Che fa la neve co ritorna Magio. 

Magio, bel Magio, verde, tepidin. 
Ritorna presto, torna come el pagio 
Che vien davanti al Santo baldachin ; 
Portine la novela, ti, el messagio : 

Porta le ultime note de V • orchestra ♦ 
Dai campi de la gloria e de l'onor. 
Porta un fià de profumo de ginestra ! 

Porta con ti Vitorio Redentor ! 

Co' un rèfolo spalanca ogni finestra ! 

Dine de meter fora el Tricolor ! 



XIV. 

GILDA AMOROSO-STEINBACH 

f\ DIAVOLINO) 
(Vivente. 

Si fece conoscere dapprima per alcune canzonette, 
ima delle quali, 6V /iir mando (che comprendiamo 
nella presente raccolta) ebbe il premio in un concorso 
bandito dal Circolo Artistico, musicata dal maestro 
Michele Chiesa. Ex Diavolino diede poi alle stampe 
un volumetto di poesie in dialetto triestino, Pcnelade, 
(Libreria Ettore Vram editrice - 1Q13) che ebbe vivo 
successo. Nel periodo della redenzione della sua Trie- 
ste, ella diede alla luce, qua e là per i giornali, varie 
poesie d'intonazione patriottica. 



- no - 



LE DUE CUGINE. 



I. 



Xe note. Strade scure. Imbacucada 
Nela « sortie de bai de pano bianco, 
Cola sua vecia marna sempre a fianco, 
Carmela torna da una gran balada. 

La baia sempre tanto! Cortegiada 
Per l'eleganza e per el moto franco. 
Ma cossa importa? Nel viseto stanco 
Se poi leger la noia sconsolada : 

Cossa servi vestirse? andar fra gente? 
') Za tuto passa e tuto se someia 
E lassa un fredo in cor pezo che gnente. 

La pensa inveze a sua cugina Lidia, 
Che ga un mari, una casa, una fameia... 
E dal fondo del cor ghe vien l'invidia. 



1) tuta sf sonteia, tutto si assoinigiia. 



Ili 



II. 



Xe note. Al scarso ciaro del lumiii 
Lidia, col picio al peto, varda inqueta 
Verso la bianca picola cuneta 
Dove se lagna l'altro piiteliii. 

-• El ga la febre, el ga stropà ci nasin. 
3) El ga el respiro come una segheta ! 
* Cossa glie vien? La povera niameta 
Pianze nel darglie late al picinin. 

Suo mari, in sono, dà una brontolada, 
5) Po 'I torna a ronchizar tranquilamente 
E Lidia sola fa la notolada. 

Senza voler la pensa che Carmela 
Sta baiando a quel' ora alegramente 
E la disi de cor: Beata eia! 



2) slrof>à, turato — 3) ci respiro come una scg lieta . come 
una piccola sega, cioè rantolante - - 4) Cossa t^lic vieii .' che cosa 
rII viene? — 5) mnc/itaar, russare. 



112 — 



QUATRO DONE IN UNA CASA. 



LA SIGNORA DEL PRIMO PIAN 

La dormi fin le diese de matina, 
Po la se fa toilette con aria stanca, 
Avanti déjuner la ciò! la china • 
Per svejar l'apetito che ghe manca. 

Ogni giorno la fa la trotadina 
Nel suo coupé cola cavala bianca; 
La par una pupeta parigina 
Co r abito tailleur che la disfianca. 

De sera in palco, in lusso come a Corte, 
'' La ga un diadema sui cavei rizzadi; 
Ma sempre in zerca de una scossa forte 

Per quei poveri nervi rilassadi ; 
Ghe infastidissi quel mari borghese 
Che no xe bon che de pagar le spese. 

1) risaadi, arricciati. 



113 - 



MADAMA DfL SECONDO PIAN 

2) La xe mi loco de clona lieii forinada, 
Bionda, de un biondo poco naturai ; 

La ga un cagneto in casa e un papagal, 
E del mari la vivi separada. 

La xe sempre de mus'cio profumada, 
La va ai velioni spesso in carneval ; 

3) Ma co xe giorno, la se ciò! per mal 
Se un giovine la ferma per la strada. 

Glie piasi assai la musica e i fiorati, 
•* Per i fioi pici la ga un vero amor, 
La glie dà 'I soldo a tuti i povareti; 

Ogni disgrazia glie fa gran dolor: 
Ma la gente fa zerti soriseti 
Clamandola una dona de bon cor. 



2) «/; loco de dona, un bel pezzo di donna, un.i donna robusta 
3) la se ciol per ma', si offende, se n'ha a male — 4) />f(;, pic- 
coli; fioi pici bimbetti. 



— 114 



LA SIGNORINA DEL TERZO PIAN 

Alta e siitila ma con bele spale, 
5j Con un niuseto schizzo birichin, 
La studia nela sesta liceale 
E ghe fa assai la corte un studentin. 

^> La va al tennis, ai bali, al Comunale, 
A un corso de pitura e de violin ; 
Ma per tuta la strada, fin le scale, 

■^^ Ghe cori sempre drio quel moscardin. 

La legi assai — romanzi specialmente — 
E ale scene de amor la se figura 
D'esser eia abraciada col studente. 

s) Cussi le classi a scola xe un oror ! 
Ma le « seconde » no ghe fa paura : 
Ghe basta esser la « prima v nel suo cor! 



5) mtiseto schizzo, musino camuso — 6) al Comunale, cioè al 
teatro Comunale al teatro Verdi di Trieste) — 7) iitoscardiii, bel- 
limbusto, vagheggino — 8) classi, classificazioni. 



- 115 



LA DONA Dt CASA DEL QUARTO l'IAN 

'^ La riva a tiito: a tender la ciisiiia, 
Far la spesa, le camere, lavar, 

'^ Straponzer i abitini, sopressar, 
E vestir quattro fioi ogni matina. 

Bionda, grassota, rossa e picinina, 
'•'La se dóndola assai nel caminar; 
E co la va un momento zo a comprar. 
La se meli una veda mantelina. 

'-' Ma co xe festa, i fa la baracada; 
Davanti, i fioi coi stivaieti bianchi, 
Eia col capelin, ben inguantada, 

'3) A brazzo del mari la scassa i fianchi, 
La se diverti un mondo in ogni gita, 
E la ridi, contenta dela vita. 



9) Iti riva a luto, arriva a far tutto, cioè fa a tempo a far tutto 
— 10) .-ifrapotiscr t ahitini, rammendare i vestitiiii ; sopressar, 
stirare — 11) la se dòmiola, si dimena (voce più veneziana che 
triestina) - 12j la baracada, la gozzoviglia — 13) la scassa i 
fialidi: , agita, scuote, in questo senso, dimena i fianclii. 



116 - 



MADAMA RICEVE. 

Xe lunedì: Madama ga el gran giorno: 
Sa tuta la contrada. 

^' Se la vedi al balcon dispetinada 
Fin dopo mezzogiorno, 

2) Che la sbati, la forbi, la scoveta 
E la magna velen cola serveta 
(Vecia erose de tute le parone), 
Che glie sconquassa canapè e poltrone. 

^) In quel giorno se magna a sofigon 

'*) Per esser presto pronte a la parada. 
Madama la xe tuta in convulsion: 

5 Dar la traversa bianca per la serva, 
Meter quattro fioreti in un vaseto, 
Cavar la mufa al vaso de conserva, 

t") Dar l'ultima rangiada, 
E pò serarse in camera de leto, 
Per far la sua comparsa dopo un' ora 
In gran toalèt come una gran signora. 



1) dispeltiìada, spettinata — 2) tu sbati, sbatte, cioè, i mobili, 
i tappeti ecc.; la forbì, pulisce ; scot^e/n, spazzola — 3) se tnagua 
a sofigon, si mangia in fretta quasi in modo da soffocare — 4) per 
esser pronta alla parada, alla parata, cioè al ricevimento 
delle visite — 5) traversa, grembiule — 6) l'iiltiina rangiada, 
l'ultimo assetto. 



117 

Sona la cainpanela, sona forte, 
Xe visite sicuro: presto presto, 
Le cori tute do, le sbati porte: 
Oh Dio ! clic cleiusioii! 
Xe l'onio liei carhon! 

Dopo lina dolorosa asputativa 

Sona de novo: ah si! stavolta si! 

Xe siora Ciacoleti. 

Saludi, complimenti, soriseti. 
La sta ben? anca mi ». 

La fa le tre domande de pramatica : 

Cossa glie par de sti tempazzi bruti? 

Che bone idee la ga pel carnoval? 

Come va a casa tuti? 

La parla dele serve, dela moda, 

La critica le amighe, ai scandaleti 
^' Le glie zonta la coda; 
'' E intanto le se sbircia de traverso 

Una M capei e l'altra i biicoleti ; 
^ E una pensa: Che zesta! 

E l'altra: Quanto contrabando in testa! 

Dopo un' oreta siora Ciacoleti 

Se alza e se ne va: 

Complimenti, saludi, soriseti, 
"" Madama, apena sola, tira 'I fià. 
" La studa tuti i lumi, 



7i la glie joiita la coda, vi ag(;itiMgotio lo strascico -- S) /e sr 
shinia ile travet io, si sogguardano di traverso - 9> che zesta! 
che cesta! che paniere! — lOi lira 7 /«<>. tira il fiato — 11) la 
stilila, spegne. 



— 118 - 

'2) La coverzi de fodra ogni poltrona, 
La se cava el bel abito 
E la nieti una vecia vesta! iona, 
Perchè per el mari 
Xe bon anca cussi. 

*3 Co sto povero diavolo vien casa 

Stanco de lavorar, 

La zena no xe pronta. 
'^) Ma se solo el se ris'cia brontolar, 
■5) Madama salta su, nel vivo sponta : 

« Te poi spetar, me par, per un momento 

lera giornada de ricevimento ». 



12) la coverai, copre — 13) vicji casa, sincopato di viene a casa 
— 14) el se ris'cia, si arrischia, si azzarda — 15) Madama salta 
su, nel vivo sponta, scatta, punta nel vivo. 



l'J 



I A MOGLIE PERFETA. 

Quei iiiaridi xe proprio fortunacli 
' Che ga intivà una moglie seria e onesta, 
Senza lussi né grili per la testa, 
De quele clone dei bei tempi andadi. 

Sempre serada a casa sua la resta 
Cussi i pranzi xe in punto cusinadi, 
E i palcheti xe sempre ben lustradi. 
La xe tranquila, economa, modesta. 

Ma per lo piìi ci mari de sta fenice 
Xe tanto inamorà, tanto felice 
E cussi sodisfado dela sorte. 

Che apena che '1 incontra una doneta 
2) Vestida un poco in gringola e ziveta, 
Eco che M ghe fa subito la corte! 



1 (■//<■ gii iiiliiii, che liaiiiio avuto in sorte. A'.' glif iir lulivo 
limi, non ne azzecco, non ne imbrocco mai una ^ 2 in gt ingolli 
in lns<;o, azzimata. 



120 - 



SE ME MARIDO. 

(canzonettn). 

Se me marido, 
Oavè capido? 
Vojo un bel piito 
Ma più de tuto 
Ch'el sia italian. 

Vojo che '1 canti 
Ch'el preghi i santi, 
Ch'el parli presto, 
E tuto questo 
In italian. 

1) Vojo eh' el possi 

2) Coi oci rossi 

3» Dirghe ai sui fioi: 

Fé come noi, 
'•' Parie italian. 



Vedi osservazione al principio di questo capitolo. La canzoncina 
ebbe lieto successo e fu cantata per le vie, anche per merito del suo 
spunto patriottico-nazionale — 1-4; vojo cìi' ci possi - coi oci rossi- 
dii-glie ai suoi, fioi • Fi- come noi - parlù italian. Voglio che 
possa dire, con gli occhi rossi dalla commozione, ai propri figliuoli : 
Fate come noi : parlate italiano. 



121 — 



') AI PUTEI TRIESTINI. 

2' O fioi beati, che godè Trieste 
Nei giorni dela sua iiberazion 
E no gavè provado le tempeste, 
Le infamie, el disonor de l'opression, 
Pensè che sacrifizi e quante teste 
Ga costado la nostra redenzion, 
E benedì, per i passadi afani, 
La bela sorte d'esser italiani! 

fioi, che vivarè liberi e forti 
Nel regno de giustizia e libertà, 
Savè che i noni xe vissudi e morti 
Col santo sogno de italianità; 

Savè quante ingiustizie e quanti torti 
Pativa in gioventù i vostri papà, 
'' E tramandè ai nevodi più lontani 
El giusto vanto d'esser italiani! 

Fioi, che vede da la matina a sera 
Sventolar su Trieste el tricolor, 
Ricordeve la forca zala e nera, 

1 martiri de Tiento, de Belfior, 



1) .1; f'titei trnstiiii, ai fanctiilli triestini - 2) fioi. figliiipM. 
ragazzi - 3) uvvodi. nipoti 



— 122 - 

Sauro, Oberdan !... Giure su la bandiera, 
Pegno de fede, de speranza e amor, 
Che no soportarè mai più tirani, 
Mostrando al mondo d'esser italiani ! 

fioi, che studiare la patria storia. 
Le vite dei eroi de libertà. 
Adesso che godè la gran viteria 
Che za Dante e Mazzini ga sogna, 

'•) Base le bele pagine de gloria, 

1 nomi sacri a l' imortalità 

E, per i nostri Geni sovrumani, 
5) Mostrève degni d'esser italiani! 



4ì hasc, baciate — 5) mostrèvc, mostratevi. 



123 



EL MARI ELEGANTE. 

Ogni niatina xe una brontolada : 
O l'orlo del coleto che glie sega, 
O le braghe no fa una bela piega, 
" O la caniisa xe mal incolada ; 

2) O ghe par la giacheta mastruzzada, 

3) O el ligainbo de seda ghe se sbrega : 

^) Diese fiochi li ingropa e pò el dispiega 
Per trovar la cravata più adatada. 

Ma co '1 xe tuto pronto finalmente 

Del figurin el par taiado fora 

E per strada lo varda drio la gente. 

'' Solo la moglie rugna, sta ignorante! 
Cossa la voi aver de melo ancora 
Che amirar sto mari cussi elegante? 



1) nuil iiicoladii, iiunle inamidata -- 2) iinis/iKzzniiu, incenci- 
cata — 3i ligamho, legaccio; shrtiid, lacera — 4) dùsc fiochi li 
tngfof'a, ecc., prova a fare dieci nodi e poi li scio};lie prima di 
scenliere la cravatta ">) micini, mormora, brontola. 



<iH'ilo l'iA//'\ - I lirstf vriiiiirrla. 10 



124 



M AM A. 

1) El picio dormi in cuna queto queto 
Dopo una note piena de lamenti; 
Quanti afani per mi, quanti tormenti 

Dal giorno che xe nato el mio angioleto. 

E prima che qualcossa el me diventi 

2) Gavarò de subiar per qualche aneto ! 
Ma de farme beato el ga el segreto 

3i Quel bel muso de babà senza denti. 

E dir che vegnarà quela giornada 

Che una dona, mostrando un amor finto, 

La me lo robarà con un' ociada. 

4) Cico solo a pensarghe. Ben bonora 

Me sento za de sòcera l'istinto 
51 E me scominzia l'astio per la gnora! 



1) el picio dorme in cuna, il bambino dorme nella sua culla — 
2) gavarò de siihiar, letteralmente avrò da snfolare, ma vale : 
avrò molto a penare, e sarà da correre molto — 3) quel bel in uso 
de babà scusa denti, quel bel faccione da vecchia senza denti — 
4) cico, mi stizzisco, mi iiidispett'sco — 5) e me scominnia l'astio 
per la gnora, e mi incomincia l'astio per la nuora. 



XV. 

AUGUSTO LEVI 



Triestino, nato il 13 di k^H'i^ìo del 1855, morto il 
10 di marzo del 1Q15. Scrittore dalla musa facilona, 
autore di romanzi popolari, di drammi, commedie, 
poesie, canzonette. Nel gennaio del 1915, pochi mesi 
prima 'che il male ond'era da anni minato lo traesse 
alla tomba, pubblicò un pregevole volumetto di versi 
in dialetto triestino — (Trieste. Stabilimento Art. Tip. G. 
Caprin). 



126 



POVERI VEGETI! 

Dò poveri veceti 

No i voleva più al mondo tribolar, 

E abraciai streti 

I se xe andai negar. 

lera do onesti, boni 

Come el pan, i sgobava 

Tuto el giorno, e i campava 

Se no da signoroni, 

Cussi i se la passava 

Ala meio, e ogni aneto 

A furia de lavor, de economia, 

I fazzeva el viageto, 

Ma no i butava via. 

Un giorno, bruto giorno, — 
1) Qa scominzià el lavor a scarseggiar; 
I veci se ga dà la man atorno 
Per poter rimediar; 
Ma, oh Dio, la sartoria 
lera de stampo antico come lori, 
E a poco a poco a poco xe andai via 
Quasi tuti i lavori. 



l'i £;a S( oì>ilii:;i<i, è iiicoininciato. 



127 - 

Garzone e lavorante 
Dala matina a sera, 
2' lera spesso de bando, 
De sabato la paga tuta intiera 
De quando in quando 
Mancava, e i do veceti 
Impegnava, impegnava 
Fin i lenzioi dei leti. 
Ma tuto inutilmente; 
No tornava el lavor, 
E licenziar la gente, 
Poveri, i ga dovesto con iloior, 



lera una bela sera. 

Un bel ciaro de luna, un ciel brillanta' 

De milior.i de stele; 

Cantava primavera 

Le sue strofe più bele : 

De amor el gran mistero 

Nel peto de ogni amante, 

E in cor dei do veceti 

Colpidi da la sorte, 

Come diamante nero, 

Brilava la salvezza nela morte. 



2) df biiiiiio, in ozio — È facile iiotnre in tutta questa poesia 
un sapore troppj letterario; tuttavia la sentimentalità dell' argo- 
mento in parte scusa questa menda. 



— 128 — 

3) Da più de un'ora a tavola seiitai 
No i fazzeva parola. 
Avilidi cussi noi iera mai, 
El pianto glie fazzeva gropo in gola. 
Nudava i oci in lagrime, dal cor 
I sospiri vigniva suso, come 
El rantolo de chi sta per morir. 
Che strazio! Che dolor 
Che no ga nome! 
Meio, meio finir! 

— Meio, meio morir, no xe altro scampo. 

No la xe vita questa!... 

Disi el veceto alfin, e come un lampo 

L'istessa idea balena de eia in testa. 

Tuti frementi dala comozion 

1 se alza, i se guarda fisso in viso, 

E in un slancio de amor e de passion 

I se abrada, i se basa... 

Fata una volta la risoluzion, 

I se vesti, i va fora, i sera casa. 



I va, i va, i va, streti a brazzeto 
Come do sposi che va a far l'amor; 
I par contenti, i par, ma drento in peto 
Incalza la tragedia del dolor. 



3) sctitai , seduti. 



— 129 - 

Xe el ciel tuto stelà, la lima viagia, 

Susiira el mar clic rompi siila spiagia, 

E par clic zciito vose 

Lontane, misteriose, 

Con cupa melodia 

Canti dei do veceti l'agonia. 



I va, i va, i va ! Ecoli in mar, 

L' aqua i piedi glie bagna... 

I se ferma... El veceto voi basar 

L'ultima volta la cara compagna... 

E avanti, avanti, avanti... 

Xe una note de amanti. 

Dei do veceti e! cor palpita forte. 

Splendi la luna che glie bati in viso, 

I fa l'amor adesso cola morte... 

Dopo i farà l'amor in paradiso. 

1 va, i va, i va — za fin al peto 

Xe r aqua... fin al colo... 

Un baso ancora, poveri veceti... 

Un baso, un baso solo... 

L' aqua se sera su do teste bianche. 

Su quele anime stanche 

Che no ga avù fortuna.... 

.... E tramonta la luna. 



— 130 



EL PORTONIER. 

Chi più felice xe del portonier ? 
Lu nela vita no ga zerti guai, 
No glie manca per bever el bicer, 
E in quanto a afito, noi lo paga mai. 

Poco el lavora anca se el ga un mestier, 
Ma de una cossa a lu ghc importa assai : 
') De leger, quando capita el postier, 
Le cartoline dei afitùai. 

2) Lu con gran poligana e muso roto 

3) Ale serve '1 glie cava i passerini, 
Tra la spuzza de pipa nel casoto. 

Lu '1 conossi i segreti dela vita 

'*) A menadeo de tuti i su' inquilini 

Dal primo pian insina la sufita. 



1) ci postier, il portalettere — 2) potigaiui, astuzia, politica, saga- 
cia. Ma si dice piuttosto poleguiia ed è voce più veneta che pretta- 
mente triestina; nnisn roto, faccia tosta — 3) cavar i passe- 
rini o, più frequentemente, covar i passarti/i, far cantare, cavare 
gli altarini, grattar la pancia alle cicale — 4) o lìicnadeo, a mena- 
dito. Ma anche questa è espressione più veneta che triestina. 



- 131 



" LA BABÀ. 

Tiito el giorno la brontola; per eia 
No va ben gnente. tuto xe mal fato; 
2) La ghe taroca sempre ala pntela, 
Guai se un momento la carezza el gaio. 

3> La serva, disgraziada, no fa tela, 
La devi lavorar proprio a contrato ; 

^'^ Vien zo la casa, vien, orcamastela. 
Se per fatalità se rompi un piato. 

5) Tuto devi esser lustro come un specio, 
6' E se me intrigo mi: Zito! la ziga, 
Protetor dele serve, bruto vecio ! 

Pensa ai tui fati, qua son mi parona! 

Ma in segreto bisogna che ve diga 

Che la xe in fondo una gran brava dona. 



\i 1(1 balta, la donna, ma sclicizosanieiitc iliccsi in s;iiso di moglie. 
Qui vale : mia moglie in tono di scherzo quasi affettuoso — 
2) La glie taroca, tarocar. brontolare, sgridare — 3) no fa tela 
non ci riesce, no:i la azzecca — 4) Orcamastela .' esclamazione 
come per bacco! poffarbacco! — 3,i lustro, lucido — 6) se me in- 
trigo mi, se mi immiscliio io. 



132 — 



VEDOVA. 

Che dolor! che dolor! Che disgraziada ! 
No la se poi calmar, la fa pietà ! 
La pianzi come mata, disperada, 
El mari ghe xe morto un' ora fa. 

Giovine ancora, vedova restada, 
Sola in sto mondo cossa la farà? 
De lu la iera proprio inamorada, 
Tuta la vita la lo pianzarà. 

^) — Via, la se calmi, dai, iera destin... — 
La conforta cussi una vedovela 
Vistida in luto, ultimo figurin. 

— Calma? mai più! sarò sempre in sto stato. 
E guardando l'amica: — Ma che bela! 
Sto vestito che sarta ghe ga fato ? — 



1) dai J via ! suvvia! orsù ! 



XVI. 

CARLO DE DOLCETTI 

( A M U L I O ) 
^Vive^le). 

Giornalista. Prima della guerra scriveva nel battagliero 
» Gazzettino > di Trieste; e si fece fondatore di un perio- 
dico settimanale umoristico: « Marameo»; il quale, ces- 
sato allo scoppio della guerra mondiale, perchè non 
avrebbe potuto far scoccare le sue frecciate satiriche» 
ricomparve dopo la liberazione. Il Dolcetti è buon poeta 
vernacolo, specie nelle inspirazioni patriottiche. Non 
pubblicò alcuna raccolta di versi, ma diede alla luce 
alcune poesie, per lo più d'occasione, nel suo '^ Mara- 
meo >■, che è diffuso assai e bene accetto al pubblico 
dei lettori. 



134 



EL CAN CHE PARLA. 



< Il famoso cane parlante 
Don lia testò varcalo i con- 
fini della Germania per coni - 
piere una tour/ir e nelle prin- 
cipali città degli altri Siati >. 
(Dai giornctli). 



Dire che no xe buli sti tedeschi 
Co i ga fato parlar perfina un can ; 
Se 'I truco se ripeti, sterno freschi, 
') El nius più mus ne ciolarà la man. 
Onori, premi, titoli 

No xe per noi che un bel fogon de paia 
Se '1 mondo fa miracoli 
Davanti a un can che baia. 
Un can che baia? El parla! el parla!... e subito 
Interviste sui sfoi, bordei, bacani ; 
Diseme, e chi se scomoda 
Per noi e i nostri afani ?... 
Un omo svola : — Splendido ! — 
Ma se l'ordegno no lo tien più su : 
— Quel xe un usel mal pratico !... — 
E chi ga avù, ga avù. 



1; mus, asino; ne ciolarà la man. ci prenderà la niaiio. 



- 135 — 

Un altro voi nudar oltre a la Maniga : 

2) — Quel ga figa !... — Ma po' co no M riessi 

3) Che andar in. ..fondo: Gnampolo, 
El mar xe per i pessi !... — 
Scoltènie a mi : la pratica 

La ve dimostrerà 

Che se diventa zelebri 

Co' le bestialità ! 

Guardè sto can : parlandove in cagnesco 

El baia per tedesco 

E 'I ga l'amirazion de tuti i popoli.... 

Bruti per noi sti ani 

Se per poder aver vose in capitolo 

Bisogna nasser cani ! 



2) figli, fegato — 3) giìiiiiipolo, slupìdone. 



136 



1) CANDELA SOVERSIVA ! 



Xe passai oto giorni e sento ancora 
2) El ribalton che ga prova el mio cor 
Quando dal palo dela Tore, in fora, 
Go visto sventolar el tricolor. 

No savevo se dormo o se son sveio, 
Vedevo come in sogno ima realtà ! 
Ma tuto in t' un, cossa volè de... meio ? 
^) Una guardia me sburta e : — Fèsse in là ! 

No xe pili dubio. A un conossente alora 
Che iera là a do passi instupidì, 
Ohe fazzo : — La xe andada in su bonora? — 
A tiro. - E mi: — Che tiro ben riussì! 



I) Su questa graziosa poesia, die fu ripubblicata dall'autore nel 
suo '- Marameo » dopo la liberazione dì Trieste, lasciamo la parola al 
poeta stesso: « Il 20 Settembre 1903, una Domenica in punto a mez- 
zodì, fu fatto all'Austria, qui a Trieste, un bel Marameo! Con la 
complicità degli amici Umberto Menegazzi, Giuseppe Sandiinelli e il 
povero Pepi Sillani, ideai un semplice congegno : il capo di una 
cordicina assicurata ad un contrappeso fu legato intorno ad una 
candela accesa ; consumatasi la candela fino al punto in cui era 
legata la cordicina, questa, strappata dal contrappeso, faceva salire 
suir asta della Torre municipale la nostra santa bandiera tricolore 
che sventolò di lassù per circa un'ora. Il rinvenimento del moccolo 
acceso suscitò i più svariati commenti. Gito giorni dopo, pubblicai 
sul Ga::zettiiio i seguenti versi » - 2) ci i ihn/toii, il sussulto — 
3) me sluir/a, mi spinge. 



- m - 

E la fola zo in Piazza intanto ingrossa. 
Tuta la gente co' la testa in su, 
Co' una man... lacloniantla: — Come?Cossa? — 
E co' l'altra la fa : -^ Resta lassù ! — 

Capita guardie che sta in guardia e guarda 
'*) Se i fioi che passa i xe scandal izai : 
— Nostro sciar deretor sora alabarda 
Veder no piasi publichi scandài ! 

^ Un lugaro che cala in Piazza Oranda 

El pensa: - Oo calado tropo in là. 
(" E una pipa che un zerto odor la manda : 
7) — No xe più afari. I me distudarà ! — 

E la fola se fa sempre più grossa 

Tuta la gente co' la testa in su, 

Co' una man la... domanda : — Come? Cossa? — 

E co' l'altra la fa : — Resta lassù ! — 

Ma finalmente vien de tuta corsa 
Una guardia... amaestrada a secession ; 
L'omo xe ancora in Piazza dela Borsa 
Che le manete le xe za in porton ! 

A quatro a quatro la te fa i scalini, 
E con eia se rcàmpiga un pompieri 
Che gusto mato tirar zo i cordini 
8' Che cambiava la chcba in belvederi 



4) i J'iot, i ragazzi --5) lìtgaro, luclieriiin, ma in senso figurati- 
vo; dal popolo triestino si dicono liit;<ni i tedeschi — 6) titui 
f'ipa ecc., allusione aRli sloveni, causa l'accento, in forma di pipa, 
che I' ortografia slava vuole sia posto su parecchie consonanti dei loro 
vocaboli - 7' /■ UIC disludai il. mi spegneranno -- 8) rlirha. gabbia. 



- 138 - 

Straza in sequestro! — Disi el polizioto. 
Col pévere mi 'desso troverò ! 
Ma, in quela, el vedi in parte un candeloto 
Che... ridi e co' la fiama el fa de no ! 

— Candela disi no?... Per mi za basta, 

Farò reporto nostro saper ior: 
^> Candela jè colpèvere e contrasta ! 
^^1 Mi ce fico candela in Via Tigor ! 

27 Settembre 1903. 



9) colpèvere, idiotismo, per colpevole — lOj mi ce fico candela 
ili via Tigòr, via Tigor era la strada delle carceri. Con questi 
versi è imitato scherzosamente il barbaro modo coi quale le guardie 
austriache maltrattavano la nostra povera lingua. Ed è satirizzata 
anche la loro mentalità. Mi ce fico candela in via Tigòr, vuoi 
dire: « caccio agli arresti la candela perchè essa è la colpevole ». 



— 139 



PRESENTIMENTO. 

Go avù mi presentimento quela sera 
Dandote un baso, prima de partir; 
Sui labri tui, bagnai de pianto, iera 
Come segna col fogo el tuo sofrir : 

« Che no dovessi più veder quel viso 
E no sentir mai più la sua parola ? 
') Che nel tornar a casa, straco e sbriso, 
Gavessi de trovar mia mania soia?... 

Cussi xe stado!... Coi pensier te sento, 
Ma solo col pensier, vizin de mi!.... 
Quela sera, papà, el presentimento 
De la tua fin. ti Io ga 'vù anche ti? 

I ^l>fi\,i, male in .irnese, misero. 



Giulio Piazza - Trieste vernacola. 



XVII. 

GIUSEPPE STOLFA 

(Vivente;. 

Modesto ma appassionatissimo cultore di studi, si 
fece couoscere per una diligentissima versioue in dia- 
letto triestino del primo Canto della Divina Commedia, 
versione alla quale egli dedicò i giorni più preziosi 
della sua vita. La vide e la approvò Attilio Hortis; se 
ne interessò Guido Mazzoni : Silvio Benco la volle stam- 
pare (prima di allora era rimasta affatto inedita) nel fasci- 
colo IV di data 20 luglio 1918 del suo periodico lette- 
rario Umana, premettendovi questa annotazione: v Cre- 
^ diamo di non ingannarci affermando che qnesto rifa- 
« cimento dantesco è destinato a restare, per proprietà 
« dialettale e nerbo e vivacitù di espressione, uno dei 
<^ migliori cimelii del dialetto di Trieste tra lo scorcio 

del secolo decimonono (fu scritto nel 1889) e il prin- 
- cipio del nuovo secolo . Durante la guerra, lo Stolfa 
scrisse parecchi versi patriottici, che sono tuttora inediti 
e che faranno parte di una raccolta, intitolata: Sfoghi e 
pronostici in tempo de guera (1914-1918). Da questa 
raccolta togliamo un sonetto, scritto nel marzo 1915, 
mentre la città di Trieste aspettava, ansiosa, l'intervento 
dell'Italia. 



- 142 - 



OHE VOL PAZIENZA. 

^' Xe quei che me dà dosso perchè credo; 
E no basta convinto, son sicuro, 
Bato sempre sto tasto e bato duro: 
Che a nozze se andarà. Mi intanto vedo 

2) Do galine e un castra passai sul spedo 
Rostirse su 'un bel fogo e me figuro 
Che quando '1 rosto ben sarà maduro 

3) Sarà la tola pronta e anca M coredo. 

Ma prima che i Io tiri via del fogo 
Bisogna ben prontarse e per prudenza 
Darghe una man per capararse M cogo. 

Parche tuti lo sa par esperienza 

Che a star vardar no se guadagna al zogo. 

Ma a nozze se andarà; tempo e pazienza. 



1) Xe quei die me dà dosso, ci sono di quelli che mi danno 
addosso — 2) do g'aliiie, l'Austria e la Oerniaiiia; un (ks/m/, la 
Turchia - 3i to/n. tavola. 



XVIII. 

EDOARDO POLLI 

(Vivente). 



Triestino, poeta e letterato, pubblicò alcuni vnluinetti 
di versi in forma letteraria, che furono lodati dalla cri- 
tica. È poeta piuttosto lirico. Soltanto negli ultimi 
anni si diede a scrivere in vernacolo, e durante la 
guerra diede alla luce un fascicoletto di rime triestine 
raccolte sotto il titolo: Lanterna inaQ-ica. Vn altro 
volume di versi dialettali ha in preparazione e questo 
si intitolerà: Fra do sbari (tra due colpi di cannone). 



144 - 



EL SAPIENTON. 

Con un far de dotor, che no ve digo, 
') In mezo a quatro sempi che lo inchina, 
Podè veder, de sera e de matina, 
In cafè, monta in catedra, l'amigo. 

E là, sfogiando la sua parlantina 
Davanti a quei che no capissi un figo, 
2) El ghe consegna a tuti quanti un spigo, 
De la naranza de'la sua dotrina. 

Me son ficado anca mi un giorno là, 
Per tentar de scrocarghene una parte, 
E son contento perchè go impara 

Che Saffo iera un romanzier persian, 
Pitagora un' etrusca butacarte 
E Zoroastro un senator roman. 



1) qualro sciupi, quattro sciocchi — 2) icn spì^a, uno spicchio. 



— 145 — 



L'APATICO. 

El falinieiito del bancliicr l'atachi 
Lo manda a pico ? E lui ci disi: Schiavo! 
EI suo novo cassier ga alzado i tachi 
"Con tuti i bori? E lui: El xe sta bravo! 

2j Va la niolie con un per de macachi 
3' A far la mata? E in glie mola '1 cavo. 
^ Insoma, tute le disgrazie e i smaclii 
Lo lassa indiferente come un travo. 

I xe vegnudi a dirghe che in sufita 

Ga ciapà fogo, e, perchè M lassi el leto : 

— Alzite, — i fa se no ti voi brusarte! 

Lui, mezo indormenzà, disi: Che vita! 
E, dopo averghe jiensà sii un pocheto, 
El se rivolta do quel' altra parte. 



\< l'Oli, deii.in 2i //// pi i . un paio ì> i^lir mola il mvi 
lascia correre, concede libertà -- 4) siiiacln. affronti. 



146 — 



EL FILANTROPO, 

J) El pesta '1 timbro, e vien el segretario. 
« La comanda, signor comendator? » 
— La Gioghi un poco in man el calendario. 
Doman no semo ai oto? — '< Sissignor! » 

2) — Me pareva anca a mi. Se no zavario, 
Xe un ano che go perso el fio dotor. 
Qualche oblazion pe '1 tristo aniversario 
Ohe voi. Cossa la disi? — « Sissignor! - 

3) — Bezzi e lista eco qua. La cori, su, 
Perchè le redazioni dei giornai, 

Se la ritarda, 'verte no xe più.... 

Ga batù — Chi xe?... Un povaro?... In malora! 
No i lassa in pase, sti pitochi, mai !... 
La dighi che M paron xe andado fora. 



1) el timbro, in questo senso : il campanello — 2) zavario, da 
savariar , vaneggiare, essere fuori di senno ; ma è vocabolo più 
veneziano che triestino. Il Kosovitz infatti non lo registra nel suo 
« Vocabolario -Dizionario del dialetto triestino » — 3) bezzi, denari. 



XIX. 

MARIA ASCOLI 

(L'ANONIMA BRUNA) 
(Vivente). 

I versi di questa gentile scrittrice non furono mai 
raccolti in volume. Videro la luce soltanto, negli anni 
passati, nel « l'iccolo della sera - di Trieste. 



— 148 — 



NOTE MEMORABILE. 

De avernie fato un dispiazcr, pentì, 
lero lontan eh' el me ciamava ancora, 
Ma mi svolavo via come la bora, 
E pensavo : Bisogna far cussi. 

Go batìi duro per la dignità 
Con grandi sforzi fin a carneval, 
Ma al veglion dela Lega Nazional 
Me son comossa e ghe go perdona. 

E quela note go prova nel cor 
Come dona e patriota el più gran gusto 
Quel de sentir sonar l'Ino a San Giusto 
Passegiando a brazzeto del mio amor. 



Qui nessun vocabolo, crediamo, ha bisogno di nota. A proposito 
del veglione della Lega Nazionale soltanto sarà bene ricordare come 
esso sia stato, prima della guerra, il convegno carnevalesco più signi- 
ficativo e patriottico. 



149 



CANZONETISTA. 

Caiizonetista, tuta ravivada 
Dai colori de I' abito e del viso, 
Glie te canti col tuo più bel soriso, 
Movendote graziosa e indiavolada, 

Te vedo, dopo, a zena, in un canton, 
Con un viso de dona sconsolada, 
' Star a veder se un omo in un'ociada 
Te ofri un' ora... de consolazion. 

Onente! No va. Te par 'na dona seria 
Col viso scuro soto la veleta... 
Oliente. Nissun. Te va sola soleta... 
2 E drio i te disi qualche cativeria. 



1) iiii'octiìtld. una occhiata, uno sjjuardo — 2* (hio, dietro. 



- 150 - 



SCAMBIO DE REGALI. 

Dal nostro viagio apena ritornai 
(lero stada in Carintia e lu in Friul) 

1) Mi ala finestra e In soto i ferai, 
Scordavimo de averzer el bau). 

2) El giorno drio, fra '1 verde protetor 
Fazzevimo el seguente dialoghete : 

3) — Picia, che bela! ma ti xe un sjilendor! 
Ti sa, te go portado un regaleto. 

— Che cocolo! un gatin de porcelana, 
E mi, amor mio, per ti go un cagnolin. 
Do simboli scambiai!... Che roba strana! 
E i xe stadi profeti del destin. 



1) solo t ferai, sotto i fanali — 2} el giorno cirio.U domani 
3) pina, piccola. 



XX. 

VIRGINIA ASCOLI 

(UNA TRAVETA) 
(Vivente). 



Sorella della precedente. Nessun volume di versi. 
Pubblicò ella pure, anni addietro, qualche poesia dialet- 
tale nel Piccolo della sera . 



152 



PER LA MODA. 

A noi clone ne piasi, confessemo, 
Andar sempre ala moda e figurar. 
Per questo qualche volta se adatemo 
De farse anca un pocheto criticar. 

Adesso pò savè quel che ne speta? 
Bisogna che imparemo a caminar. 
1) La còtola i voi farne tanto streta 
Che ghe volarà studio a no cascar. 

Un signor che protegi el nostro sesso 
Ga dito: Gnanca furbe no pare; 
Gavè le man ligade... e ancora adesso 
Pensè de farve ben ligar i pie! 



Poesia scritta nel 1910 quando minacciava la moda dell' eiihave 
- Il còtola, gonnella. 



153 - 



I.A MISSION DFA.\ DONA. 

' Co !e piitclc le ga destina 
De andar come impiegate in nn ufi/io, 
Le credi che xe tuto termina 
De la vita de dona el sacrifizio. 

Le benedissi 1' emancipazion 
Che ga crea la santa libertà, 
Che ga messo la dona a paragon 
De l'omo... che xe tanto fortuna. 

Ma per creder bisogna anca provar. 
E quanilo pochi mesi le xe stade 
Solo nna dissiplina militar, 
Le xe tnte avilide e disperade. 

Rabiose assai per la disiinsion, 
Ohe toca dir coi omini cnssì : 
Che dcla dona vera la mission 
Xe solo qncla (.\c trovar mari! 



1) e», qiiaiuli). 



XXI. 

IDA PINZI 

( H A Y D É E ) 
(Vivente). 

Notissima e apprezzata scrittrice e giornalista trie- 
stina; autrice del romanzo Faustina Bori (Ed. Treves, 
Milano, 1913), di novelle, poesie, bozzetti, commedie, 
libri per bambini, ecc. Durante la guerra mondiale pub- 
blicò nei giornali parecchi articoli di guerra che poi 
raccolse in volume (Ed. Treves, Milano), nonché un 
libro di viva attualità: /bimbi di Trieste (Bempo- 
rad, 1918). In dialetto triestino scrisse pochissimo. Tut- 
tavia vogliamo far conoscere una sua graziosa poesia 
vernacola, per mettere in luce un nuovo lato, finora 
sconosciuto ai p'\ù. del suo versatile ingegno. 



Giulio Piazza - Trieste vernacola. 



156 



L' INDECISO. 

Xe proprio un tremendo quesito 
Che perder me fa 1' apetito. 
La bionda opur la rossa opur la mora ? 
No posso risolverme ancora, 
Deciderme proprio no so. 

1) La mora la xe un strìicolo, 
Neri oci e denti bianchi ; 

2) La ridi e la te ciàcola 
Che mai no ti te stanchi. 
La bionda la sospira 
Che un' angiola la par; 

3) La rossa la ve inpira 
Un muso da basar. 

Tremendo, tremendo quesito 

Che perder me fa l' apetito. 

La bionda opur la mora opur la rossa? 

La xe una question tropo grossa, 

Deciderme proprio no so. 



1) strùcolo, specie di pasta dolce, metaforicamente vale: gras- 
soccia, paffutella. 11 vocabolo è frequente, in questo senso, anche 
nei poeti veneziani — 2j ciàcola, chiacchiera - 3i infoila, inpirar 
el muso, arricciare il muso. 



- 157 - 

La mora ridi: Guardilo, 
Che presto clic 'I se infialila! 
La bionda disi timida: 
< La parli cola marna . 
^' La rossa, sta mostricia, 
Col suo naseto in su, 
La sta a sentirme, seria, 
Po la me fa : Cucii ! 

Xe proprio tremendo e! quesito 

Che perder me fa l'apetito. 

La rossa, opur la mora, opur la bionda ? 

Question tormentosa e profonda 

Che proprio risolver no so. 

Deme del cagadubi, 
Deme dell' indeciso, 
Davanti al suo soriso 
Ragion ben me dare. 
Sarìa rabià anca Pàride 
A aver un pomo solo. 
Quando le passa al molo 
A brazzo tute tre. 

Tremendo, tremendo quesito 

Che perder me fa l'apetito! 

La bionda opur la rossa opur la mora ? 

Sposèmcne una, in malora! 

Son pronto a sposar le altre do. 



■l^ ni«<tr:ciii. birl).icciona, birichina. 



XXII. 

MARIA GIANNI 

(Vivente . 

La prof. Maria Oianiii. fra le insegnanti triestine una 
delle più colte e studiose, ebbe, durante la guerra, a 
subire le persecuzioni più dure da parte del governo 
austriaco. Scoperta autrice di una poesia che dileggiava 
i forzati iinbandieramenti dinanzi alle pretese vittorie 
austriache, fu, nell'agosto del 1915, arrestata, processata 
e poi rinchiusa in una fortezza a Lubiana. La stessa 
poesia, rinchiusa in una bottiglia, era stata dalla sua 
autrice affidata alle onde del mare perchè arrivasse ai 
fratelli dell'Italia già redenta. Maria Gianni scrisse poi 
con semplice e schietta sincerità le sue • Memorie di 
prigionia » che pubblicò in varie riprese nel periodico 
letterario triestino ^L'Alabarda . Ella diede inoltre 
alla luce un volume di poesie patriottiche, dal titolo : 
Alto tradimento. 

l'oco scrisse in dialetto triestino, ma di quel poco ci 
sembrano degne di esser conosciute la Variante del 
pntel apena nato, scritta nel febbraio 1Q16 nel castello 
di Lubian.T e Molemo o no molnno? scritta nel luglio 
del 1918 dopo la vittoria italiana del IMave. Perciò le 
riportiamo nel presente volume. 



160 



MOLEMO O NO MOLEMO? 

AI Qimrtier Generale 
Xe seduta segreta, 
Che i parla dei Polachi 

1) Ve flocia la Gazeta > . 

1 parla de le bote 
Che li ga ben conzai. 
No i sa piii da che parte 
Andar zercar soldai. 

2) Carleto al suo compare 
Ohe disi: Cossa femo? 
El Stato xe in malora, 
Molemo o no molemo ? 

Tirandose i mustaci, 
Vardando un dirigibile, 
Quel altro ghe rispondi : 

— Molar? Ma xe impossibile. 

— Ma no ghe xe più viveri, 
Xe svoda la cantina... 

1) Prima de andar far pipe 
4) Mi mazzo la galina. 

— Perdemo la corona, 
L'onore de la razza... 

— La mia no vai un soldo. 
La xe de carta strazza. 



\) flocia, ve f loda, vi dà ad intendere fanfaluche — 2} Carleto. 
l'imperatore d'Austria — 3j andar far pipe. Ug. morire - 4) la 
!faltiia, cioè l'aquila, lo stemma austriaco. 



161 



VARIANTE DEL " PUTEL APENA NATO „. 

Anca i fioi apciia nati, 
Anca i veci iiiibaiiibiiiitii, 
I li arcsta come niati 
l: i li fica qua in presoli. 

Se no basta fioi e veci 
I te ciapa le piitele 
Tute quante, brute o bcie, 
Basta aver figa italian. 

Lasse pur che i canti e i subii 
E die i fazzi pin- nialani, 
Vedarò che i Italiani 
A Trieste i vegnarà. 

In quel giorno de la guera 
Nei cafè gavè robado, 
E la Lega scassinado, 
La Ghiastica bruscà. 

'Desso el Pico/o no parla, 
'' Cave fato el Citaditio 
2) El giornal Icciipiatino 

Glie fa tuti stoniigar. 

Innesta poesia e una specie di parafrasi della nota caii/.onetla tric- 
.'iiia Lassi' pur.... I versi 15, 16, 17 alludono a^li edifici della 
i.rt^'ii .\'nàioiinlr, della Soiirlà ili iiiiiiiiisticii e del Kioriialo irre- 
dentista // l'iirolo, che furono incendiati dalla pleba^^lia austria- 
cante, assoldata dal governo, la sera del 23 di niagn'" del 1915, 
quando giunse la notizia della dichiarazione di guerra dell' Italia 
all'Austria - 1 1 // Ciltadiiio, era il titolo di un libello governa- 
tivo, sorto nel 1915 — 2) /ccupuitiiio, austriacante. 



- 162 - 

Lasse pur che i canti e i snbi 
E che i fazzi pur inalani, 
Vedarè che i Itahani 
A Trieste i vegnarà. 

3) Quei che ziga come mussi 
"•) Che le pigne vadi abasso, 

Che pulito i resta in asso, 

Co cambiemo de paron. 

5) Se 1' Italia sui careti 
Remenè, babe codine, 
Andarà le cartoline 
Col careto a rondolon. 

Lasse pur che i canti e i subii 
E che i fazzi pur malani, 
Vedarè che i Italiani 
A Trieste i vegnarà. 



3) mussi, asini — 4) pigne, era il nomignolo che gli austriacanti 
davano agli Italiani — 5) sui carretti alcune donnicciattole vendevano, 
durante quel tristissimo periodo di costrizioni, cartoline illustrate 
dileggianti l'Italia e i suoi sovrani. 



XXIII. 

ALBERTINA SALOM-VENEZIAN. 



Sono fresche ancora le /olle che ricoprono la salma 
di questa buona e pietosa signora triestina, rapita ai 
suoi cari e alla sua città a soli 43 anni, nel giorno 22 
di gennaio 1920. Presidentessa della Società di assisten- 
za e protezione femminile, la signora Albertina Salom- 
Venezian ne fu l'anima; l'opera sua fu assidua e costante 
opera di pietà e di rigenerazione morale, e specialmente 
fu dedicata a quelle istituzioni che mirano a salvaguar- 
dare le giovani dalle vie del vizio. In seno alla Lega 
contro la tratta delle bianche ella spiegò un'alacre e 
combattiva attività, inspirata a sensi della più alta uma- 
nità. Nei pochi momenti d'ozio che le generose sue 
iniziative le concedevano, la signora Saloni si dilettava 
a comporre poesie sia in lingua sia in dialetto triestino. 
Di queste ultime diamo qui un piccolo saggio affatto 
inedito non indegno di figurare nella presente raccolta, 
— saggio chf debbo alla squisita cortesia del dottor An- 
tonio Suttora, segretario della Società d'assistenza e pro- 
tezione femminile, il quale fu commemoratore e biografo 
affettuoso e riverente della compianta signora. 



— 164 



1^ COLOMBE... 

Colombe bianche, negre e cenerine 
Che sul oriolo vecio de cita 
E tuto intorno gavè fato i nidi 
Svolando intorno per de qua e de là..., 

2' O cufolade solo le finestre 
Gavè sintì de noi gioia e dolor, 
Gavè assistido sempre a tuti i casi 
Che più forte colpiva el nostro cor, 

Gavè visto del nostro Munizipio 
Tuti i ricordi cari via cazzar, 
E '1 palazzo, dei ladri e dei spioni 
L'albergo predileto diventar, 

Gavè inteso là drento nele sale 
Una lingua parlar che no capì, 
Colombe care sempre abituade 
Al dolce idioma che disi de sì, 



1) Questa poesia fu scritta nei giorni della redenzione di Trieste 
(novembre 1918). La terza, quarta e quinta quartina ricordano le bar- 
bare trasformazioni del palazzo municipale fatte per imposizione del 
Governo austriaco durante il periodo del terrorismo — 2) ciifoìndc, 
accoccolate, rannicchiate. 



165 

Gavè sintì la vose dcla sanerà 
Ne l'aria freda e -cupa rimbombar 
E: la strazza del' Austria ^iala e nera 
Dal balcou ticl Palazzo sventolar, 

3' Po tiito in tun el grande cambiamento 
Spetado tanto tempo alfin vij^nìi, 
E i soldai nostri santi e bencdeti 
Che qua a San Giusto xe vignudi su. 

Colombe bianche, negre e zenerine 
^' Che svolè in alto per de qua e de là, 
Ben capì quel che pensa e quel che disc 
In sto momento tuta la cita. 



3) litio in Imi. iniprovvis.Tinente — 4) die t'Vo'c. che volate. 



Fini- 



NOTA. 

Dobbiamo alla cortesia dell'Editore Carlo Schmidl 
di Trieste l'autorizzazione di riprodurre il testo delle 
due canzonette L'ar/vo del vapor e L'Otimista, 
di sua edizione; ed alla Casa Editrice Ricordi di Mi- 
lano il permesso di riproduzione del testo delle canzo- 
nette: Bona fortuna, El matrimonio disrayzià, Se me 
marido, No steme tormentar, La sessolota, Lasse pur..., 
di sua proprietà. 

Tanto a Casa Ricordi che al signor Schmidl espri- 
miamo i nostri ringraziamenti più vivi. 



INDICE 



la poesia dialettale triestina pag. v 

I. - Lorenzo Miniussi: 

Sul caligo de sti zorni 3 

II. - Giovanni Tagliapietra: 

A Rossini . 6 

Per nozze . 7 

Al mio rài)sodo 8 

III. - Alessandro Reverf. : 

Dalla « Tergesteide » 10 

I medici specialisti 13 

IV. - Giglio Padovàn (Polifemo Acca): 

EI capouffizio 19 

Angelica e Medoro (fantasi:i) .... - 21 

La striga galante 23 

EI sistematico - 24 

EI spendacion 25 

E! parlator stenta 26 

EI sbragion ... 27 

EI pitor 28 

EI materialon 29 

EI medico a vapor 30 

EI sventadon 31 

EI teatro giazzer.i 32 

Giuda 33 

EI magnapan 34 

EI Strabon de zita vecia 35 

EI nostro elemento 36 

V. - Giulio Piazza (Macieta): 

EI fazzoleton 38 

Le niar^iherite 50 

E! mio buci ». 51 

Lasse pur ... 53 



-»168 - 

VII. - Felice di Giusef'pe Veneziani 

L'arivo del vapor pag. 56 

L'otiniista 58 

Bona fortuna 59 

El matrimonio disgrazia 62 

Vili. - Ugo Urbanis (Bruno Guisa): 

No steme tormentar 66 

IX. - Edoardo Borghi (Oddo Bro oh/c rei) : 

La sessolota 70 

X. - Eugenio BARISò^;: 

El pitor de natura morta 74 

El baso 75 

El gato 76 

XI. - Ferruccio Piazza: 

Nona 78 

A una signora 80 

Le serve 81 

La conferenza 82 

1 promessi sposi 83 

Maestri e professori 85 

L'amor 86 

XII. - Adolfo Leghissa: 

El personal de teatro 88 

XIII. - Flaminio Cavedali: 

Storiela vera Q2 

Xe qua l'inverno 93 

L'attesa 95 

XIV. - Gilda Amoroso-Steinbach (ExDìavolino) : 

Le due cugine - 110 

Quatro done in una casa: 

La signora del primo pian . . . . » 112 

Madama del secondo pian .... - 113 

La signorina del terzo pian .... 114 

La dona de casa del quarto pian . . ■■• 115 

Madama riceve ^ 116 

La moglie perfeta > 119 



— 169 

Se me uiarido... (canzonetta) pajj[. 120 

Ai piitei triestini ... 121 

El mari elegante 123 

Maina ... 124 

XV. - Augusto Levi: 

Poveri veceti! . .• 126 

El portonier 130 

La babà 131 

Vedova 132 

XVi. - Carlo De Dolcetti (Amuli'o): 

El can che parla 134 

Candela soversiva! ... 136 

Presentimento 13Q 

XVII. - Giuseppe Stolfa: 

Glie voi pazienza .... .... 142 

•XVIII. - Edoardo Polli: 

El sapieiiton .144 

L'apatico .145 

El filantropo 146 

XIX. - ,\\aria Ascoli (l\iiì,>niiiiit linina): 

Note memorabile 148 

Canzonetista . . • 14Q 

Scambio de regali . 150 

XX. - Virginia Ascoli (Una fnivrtnj- 

Per la moda 152 

La mission de la dona . 153 

XXI. - Ida Pinzi (Haydée): 

L'indeciso .... 156 

XXII. - Maria Gianni: 

Molemo o no molemo? 160 

Variante del » Putel apena nato \(A 

XXIIL - Albertina Salom-Vfnezian: 

Colombe 161 

Nota lof) 



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PQ Piazza, Giulio (ed.) 

5923 Trieste vernacola 

T7Z5 
1920 



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