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Full text of "Vita di Benvenuto Cellini;"

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VITA 



DI 



BENVENUTO OELLINI 



TESTO CRITICO 

CK)N INTRODUZIONE E NOTE STORICHE 

PER CURA 

DI 

ORAZIO BACCI 



Col ritratto del Cellini e con altre illiitrarioBl 




IN FIRENZE 

G. C. SANSONI, EDITORE 
1901 



M^crt^ 




HARVARD COLLEGfT LIBRARY 

FROM THE LIBRARY CF 

JOHN ALLAN CHILO 

AUGUST 14, 1930 



TRANSFERHED TO 
LOWELL ME.V.OKIAL LIBRARY 

APR 26 1932 







HARVARD 

UNIVERSITY 

LIBRARY 

N OV hmij 

l'EOPRIBTÀ LEriERARIA 



Fjreuze — Tip. G. Cariieseccbi e Figli. 



FIRENZE MADRE 



NEL IV CENTENARIO DALLA NASCITA 



Di 



BENVENUTO CELLINI 



Firenze, 3 Novembre 1900. 



\ ' \ 



INDICE DEL VOLUME 



Arvertimento Pag. vii 

Introduzione. 

I - § 1. Il manoBcrìtto originale della Vita di Benvenuto 

Cellini. — § 2. Altri manoscritti della Vita .... ix 

n - § 1. Le edizioni a stampa della Vita, — § 2. Qualche 

cenno sulle traduzioni e sulla fortuna della Vita, . xxxiii 
m - § 1. Il testo critico della presente edizione. — § 2. Le 

note storiche lviii 

lY - Qualche osservazione sul carattere, sulla cronologia 

e sulla contenenza della Vita lxxiv 

Lettera di B. Cellini a B. Varchi ecc Lxxxiii 

Il ritratto di B. Cellini (Nota di L B. Supino) lxxxv 

Alberetto genealogico dei Cellini xo-xci 

Testo della Vita 1-423 

Notizia dei documenti editi ed inediti su B. Cellini 425 

Sommario cronologico della vita di B. Cellini 431 

Elenco delle opere d*arte di B. Cellini ricordate nella Vita . . . 439 

Indice delle persone e cose notabili nella Vita 441 

Aggiunte e correzioni 453 

ILLUSTRAZIONI 

1. Ritratto di B. Cellini, e sua firma, a riscontro del frontespizio. 

2. Facsimile del Ms. Originale della Vita, a riscontro della p. xx (Introd.). 

3. Affresco del Vasari, a riscontro della pag. lxxxvii (Introd.). 



V 



AVVERTIMENTO 



Licenzio non senza compiacimento, ma altresì con molta trepida- 
zione, questo volume, che è frutto di più anni di lavoro, come può 
ben comprendere chi sia pratico di simili fatiche, e chi ricordi o 
provi che, non solo il ricostruire un lungo testo, ma anche l' accom- 
pagnarlo poi con assidue e minute cure nella stamperia, esercitano, 
e spesso stancano ogni pazienza. I benevoli vorranno perciò tenere 
un po' conto delle ben note difficoltà che offre un' edizione, com' ora 
si dice, critica, nel giudicare dell'opera mia. 

Quando Giosuè Carducci mi commise, per sua bontà, di appre- 
stare tin' edizione scolastica commentata della Vita di Benvenuto 
Cellinij per la collezione dei Classici italiani da lui diretta, mi ac- 
corsi facilmente che bisognava ricominciar da capo, e rivedere il 
testo. La benemerita Casa G. C. Sansoni consenti allora di dar prima 
in luce quest' edizione critica, integra, alla quale terrà subito dietro 
1' edizione ad uso delle scuole. 

Consigli e aiuti non mi mancarono. Sento l' obbligo di professare 
la mia riconoscenza, prima di tutto, all'illustre Fio Bajna^ antico 
mio venerato maestro, e al mio amatissimo suocero Isidoro Del 
Lungo. Ringrazio, altresì, i dotti e cortesi amici: prof. G. Biagio 
archiv. C Camesecchi^ cav. I, Del Badia, prof. E. BostagnOy prof. 
/. JB, Supino, del quale son lieto poter pubblicare una comunicazione 
sul ritratto del Cellini; e il valente giovane G. Poggi, già mio sco- 
laro, che mi si rese utile anche nel compilare, sulle mie indicazioni, 
l'elenco delle opere d'arte e l'indice delle persone e cose notabili. 



Orazio Bacci 



INTRODUZIONE 



I 

§ 1. Il manoscritto orig^inale della Vita di Benvenuto Celliui. 
§ 2. Altri manoscritti della Vita. 

§ 1. Il codice mediceo palatino 234^ della B. Biblioteca 
Mediceo-Iaurenziana ^ è un volume cartaceo del sec. xvi, legato 
modernamente in pelle verde con fregi dorati. * Misura mm. 
292 X 214. Antica segnatura, n. 65. (Cfr. Bandini, Suppl al 
Cat, voi. Ili, colonna 476). Questo manoscritto chiamo 0. 

Le carte numerate, di antica numerazione, sono 520: la 
520 ha solo queste parole : Dappoi menandai a pisa. C è un 
salto di numerazione , dalla e. 69 all' 80. È ripetuto il nu- 
mero 112 e si salta il 113. La numerazione comincia solo dalla 
carta contenente il principio della Vita: avanti a questa, è 
una carta, sul recto della quale leggesì una dichiarazione 
del figlio di Andrea Cavalcanti, e al verso è attaccata una 
pagina autografa del Cellini, contenente alcune dichiarazioni 
in prosa e un sonetto. — Nella parte interna della legatura 
moderna, su fodera di carta color nocciola, è attaccata una 
strisciolina di carta, su cui è scritto, di mano del sec. xvii: 
de' libri di Andrea di Lorenzo Caualcanti, — Segue, di carta 



' Questa descrizione, che qui riproduco con opportune moditìcazioni ed 
aggiunte, detti già nella JRìvista delle Biblioteche e degli Archivi, voi. VII, 
anno VII, num. 1. 

* Il Plon , neir opera B. Cellini orfeire médaiìleur etc. Paris, 1883, 
p. 114, dice il manoscritto, che assicura d'aver visto e sfogliato, coperto 
di pergamena (parchemin) ; e Gaetano Ouasti, ultimo ripubblicatore (Bar- 
bèra, 1890) della intera Vita, asserisce la medesima cosa: il che non gli 
impedi, per altro, di scrivere sulla copertina dei suo libro: nuovamente 
riscontrata sul manoscritto Laureneiano, 



INTRODUZIONE 



raddoppiata, una guardia, grigia al recto e bianca al verso\ 
si trovan poi cinque carte di color bianco, intercalate nella le- 
gatura moderna, indi una membrana, che era certo un* antica 
guardia del codice. — Sono rappiccicate a striscioline, avanzo 
di carte più antiche, le carte 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 11 (la carta 8 
lascia scorgere appena l'attaccatura, per la legatura), con 
pasta colla. La 6^ è attaccata pure con pasta o colla, ma 
ha nella brachetta, nel verso^ esternamente, le traccio di due 
ostie rosso- verdastre. — • Biattaccate o imbrachettate sono pure 
le carte 29, 30, 31, 32, 33, 333, 334; la carta dei vari quin- 
terni non è sempre di eguale impasto : più gravi, per esempio, 
sono le carte 124-203; alcune carte, come la 1 e la 290, sono 
state corrose dall'inchiostro e ora riparate; altre son mac- 
chiate, come le 459, 460, 502 e seg., dall'umidità; altre quasi 
sfondate da sgorbi e cassature (512, 513). Forse perché si credè 
difficile scrivere nel verso delle pag. 10, 19, esse si lasciaron 
bianche da questa parte. Il codice dovrà essere saviamente 
e sollecitamente riparato: con facilità si avranno sempre nuove 
corrosioni della carta, specie ne' luoghi di forti cassature. — 
Alla carta num. 520, seguono quattro carte bianche, anzi in- 
giallite assai; quindi si trova la membrana corrispondente al- 
l' altra anteriore ; e , corrispondentemente al principio del vo- 
lume, 4 carte bianche, moderne; poi la carta raddoppiata, o 
fodera bianca-grigia. 

Nella carta prima non numerata (recto) si leggono queste 
parole che trascrivo quasi tali e quali; « Di questo singola- 
rissimo libro fu fatta sempre grande stima dalla buona, e 
sempre a me cara memoria del sig.^ Andrea Caualcanti mio 
Padre, quale mai a nessuno uolse lasciarlo copiare scher- 
mendosi ancora dalle replicate istanze, che gliene fece il se- 
renissimo e reverendissimo Principe cardinale Leopoldo di 
Toscana ecc. — Perché 

Sol ne gli Arabi regni una Fenice 
Vive a sé stessa, e genitrice, e prole. 
Onde, del mondo è in pregio: a rai del sole, 
E uil quel che d* hauere a ciascun lice ». 

Al verso si leggono, di mano del Cellini, nella testata della 
pagina, strappata e quasi rosicchiata, varie lettere e parole, 
alcune delle quali incorniciano a sinistra il sonetto. Si noti 



INTRODUZIONE XI 



<he questa pagina è impastata sull* altra, di cui ora forma il 
rovescio. 1 

sq degni Cosa 

sieome io . , , . comin.., andosi q,.ll 

uita (avanzi di lettere) quelle grafie 

che... dall, propia na,. partendol... rata 

me parso di auerne... 

-che mi toccherebbe et non per prosuntione 

ansi per umiltà et di (traccie di lettere cancellate) 

tutto ne' ratio i 

Si legge quindi il seguente sonetto, autografo come il resto 
di questa pagina. 

Questa mia Vita trauagliata io scrino 
Per ringratiar lo Dio della Natuìxi^ 
Che mi die V Alma e^ poi ne ha huto cura^ 
Alte diverse ^mprese ho fatte e* Vino. 

Quel mio crudel Destin, d' offes* ha priuo, 
Vita hor gloria e Virtù più che misura. 
Gratta, ualor beltà', cotal figura 
Che molti io passo e chi mi passa arriuo, 

Sol mi duol grandemente hor eh' io cogniosco 
Quel caro tempo in uanita perduto 
Nostri fragil pensier s' en porta 7 Vento. 

Poi che V pentir non ual staro contento 
Salendo qual io scesi il Benvenuto 
Nel fior di questo degnio Terren Tosco. 



Dopo un segno di divisione, si hanno queste altre parole: 
Io aueuo cominciato a scriuere di mia mano questa mia 
uita come si può uedere in certe carte r appiccate ma consi- 
derando che io perdeuo troppo tempo et parendomi una smi' 
surata uanita Mi capito innanzi un figliuolo di Michele di 
goro dalla pieue a groppine fanciullino di età di anni xiiii 
incirca et era ammalatuccio io lo cominciai a fare scriuere 
et in mentre che io lauorauo gli dittauo la uita mia et perche 
ne pigliauo qualche piacere lauorauo molto più assiduo e fa- 



1 Riferisco fedelmente secondo la grafia, e quanto mi è possibile, secondo 
la loro collocazione, le parole autografe del Cellini. Nel ms. sono quattro 
xighe, la prima delle quali è corrosa, cancellate con tre freghi trasversali. 



xn INTRODUZIONE 



ceuo assai più opera cosi lasciai al ditto tal carica quale 
spero di continuare tanto innanzi quanto mi ricorderò. 

Nella riga di sotto, o d* altro tempo, o d' altro inchiostro (de) 
medesimo forse delle parole che precedono il sonetto) si tro* 
vano quest'altre, cancellate con un tratto di penna, come quelle 
che stanno a capo della pagina 

. . . senza proposito il metterci li sopra scritti versi perché non 
paia che io (traccie di lettere corrose per la rosicchiatura e per 
lo strappo del margine od orlo inferiore della carta). 

Una seconda riga, che v' era certamente, è ora illeggibile. ^ 
Ma, prima di venire alla minuta descrizione del manoscritto, 
in quella parte che propriamente contiene la Vita^ cioè alla 
recognizione delle pagine che si possan reputare autografe del 
Cellini e delle varie mani delle altre, stimo opportuno rico- 
struire, per quanto mi sia possibile e brevemente, la storia 
del codice, ed esporre alcune considerazioni.* 



1 II Tassi nella Prefazione alla sua edizione della Vita (Firenze, Piatti, 
1829) a p. XXIII, rileva che in questa e nelle precedenti lìnee il Cellini volle 
dire le ragioni che a scrivere la propria Vita lo consigliarono per non 
esser preso a sospetto d'orgoglio o di tmnità. E sarà anche vero. 

2 Discorrono in generale del manoscritto, nelle rispettive avvertenze 
alle edizioni della Vita, il Tassi (Firenze, Piatti, 1829), il Molini, (Firenze, 
air insegna di Dante, 1830 e 1832). Il Biakohi (Firenze, Le Monnier, 1852) 
cita la descrizione del Molini, cui attìngono il Camerini (Milano, Sonzogno, 
1870), Gaetano Guasti (Firenze, Barbèra, 1890), che non cita il Molini, 
ma ne copia anche Terrore rilevato già riguardante la legatura e altri. Ac- 
cennano ad esso il Plon, op. cit. p. Ili e segg., e il Casini nella notevole 
biografia del Cellini, in Man. della lett. ital voi. IH (Firenze, Sansoni, 1887, 
p. 230-231). Di particolari osservazioni di costoro, che hanno visto e stu- 
diato più meno il codice, sarÀ fatta menzione a suo luogo. 

Un facsimile della scrittura del Cellini fu dato dal Tassi (ed. cit. , vo- 
lume I), che riprodusse in litografia una lettera del 1565 o 1566, la quale poi 
pubblicò nel voi. III a p. 363. U Plox, op. cit., nella tavola VII riproduce 
dalla fotografia due pagine (che crede tutt* e due, ma a torto,' autografe) : 
la pagina coutenente il sonetto, e la prima del testo della Vita; né la ri- 
produzione è certo ben riuscita. D Plon stesso riproduce tre righe auto- 
grafe, pag. 370, di un ms. Rìccardiano. Un altro fac-simile si ha neir opera 
di C. Pini e G. Milanesi, La scrittura degli artisti italiani ecc. voi. II» 
181, E. MoLiNiER, B, C, Paris, Librairìe de TArt, 1894, dà come autografa 
del Cellini, riprodotta dal Museo Britannico, una mezza pagina di prosa 
con una figura della Fama; ma non v' è di mano del Cellini se non la po- 
stilla a sinistra della figura, che dice La tromba della nostra Fama viener 
da le Braccia, 



INTRODUZIONE xm 



Il Vasari, che parla in vari luoghi del Cellini e delle sue 
opere d'oreficeria e scultura, mostra di sapere (con parole di 
lode per l' autore, che a lui, com' è noto, non fu troppo bene- 
volo) che egli stesso ha scritto la vita e le opere sue. ^ 

Il Magliabechi, in uno zibaldone di notizie su scrittori vari, 
che è il ms. IX. 104 della Nazionale di Firenze, dice che della 
Vita € r originale di mano dell' istesso Benvenuto Tanno i si- 
gnori Cavalcanti.* 

Il CiNELLi nelle Bellezze di Firenze dice che se ne veg- 
gono molte copie. « Una per cosa sicura V anno i signori Bal- 
dinucci ». Quando, più innanzi, parlerò degli altri manoscritti 
della Vita, gioverà ricordare quest'attestazione che si rife- 
risce a una buona copia, la quale si sarebbe tratta assai presto, 
dunque, dal codice originale. Dal Cinelli ^ si trova, anche 
detto che la vita va attorno ms, e se ne veggono molte copie, 
inserendovi al solito varie curiosità. Ma non si deve dimen- 
ticare che il ms. originale in questi anni, circa il 1677, non 
era, come vedremo, ancor uscito dalle mani del Cavalcanti: 
è poi chiaro che il Cinelli parla solo di copie. 

Nelle Notizie letterarie ed istoriche intorno agli uomini 
illustri dell'Accademia fiorentina ^ si riconferma che l' Origi- 
nale è appresso i SS, Cavalcanti^ e si cita il Cinelli, aggiun- 
gendo che da questa sua Vita (più probabilmente, da una delle 
molte copie, anzi che dall' originale) si tolgono alcune delle 
notizie date sul Cellini; si ricorda il capitolo sulla prigionia 
che è manoscritto nella sua Vita. 

Il Negri, ^ con molta indeterminatezza, non infrequente in 
lui, dice che il Cellini scrisse prima di morire la sua Vita, 



1 Vasari, Vite, ed. Milanesi (Sansoni) VII, p. 623. La seconda ediz. 
del Vasari è del L568, (Firenze, Giunti). 

- Le notizie del Magliabechi furono usate da vari, e specialmente dal 
Tassi neirediz. delia Vita della quale parlerò: quivi, a pag. 303 del 
tomo III, si vale anche del codice IX. 105, pur della Nazionale di Firenze. 

3 Le bellezze della città di Firenze ora da M. G. Cinelli ampliate 
ed accresciute, Firenze, 1677, e. 574. Il Cinelli dice che una copia ne pos- 
sedeva il Baldinncoi, e un* altra il Gabburri. 

* Firenze, Matini, 1700 p. 182 e seg. Nella guardia del citato codice 
<lella Nazionale (Zibaldone del Magliabechi) è detto che quelle notizie sono 
inserite con qualche varietà in quesf opera Notizie lett ed istoriche ecc. 

* Istoria degli sci-ittori fiorentini (op. postuma), Ferrara, 1722, pag. 99. 



XIV INTRODUZIONE 



che trovasi presso alcuni: nelle quali parole mi pare accen- 
narsi pid alle copie trattene, che non air Originale. 

Il Baldinucci ^ dice che il Celi ini aveva scritto, in gran 
parte di proprio pugno, un grosso e assai curioso volume di 
tutto il corso della sua vita, sino a quel tempo, il guai vo- 
lume oggi si ritrova, fra molte degnissime e singolari me- 
morie, nella Libreria degli Eredi di Andrea Cavalcanti. Os- 
serva poi che il Vasari non dovette né vedere né leggere 
queir opera, perché, se ciò fosse seguito, egli vi avrebbe tro- 
vato una certa maniera di parlare della propria persona sua, 
che io non so poi, come gli fosse potuto venir fatto il dire 
del Cellini, anche cosi in generale tanto bene, quanto ei ne 
disse ecc. * Osservo, a conferma di quello che ho notato sopra 
circa r informazione del Cinelli, che, essendo il volume del Bal- 
dinucci qui citato, postumo, e questi morto nel 1696, si può 
ben credere che pur oltre il 1677 il ms. originale continuasse 
ad essere presso i Cavalcanti. 

Le Notizie sopra citate poi sembrerebber permetterci di 
asserir questo sino al 1700;^ ma e il modo col quale esse fu- 
rono messe insieme, e ciò che diremo intorno al Bedi, ci in- 
duce a limitare a circa il 1691 la permanenza del Codice 
presso i Cavalcanti. 

Nell'ultimo tomo della IV edizione del Vocabolario della 
Crusca ^ si trova citata del Cellini la € Vita sua scritta da sé 
medesimo; testo a penna, che fu già di Lorenzo Maria Ca- 
valcanti, poi tra i manoscritti di Francesco Bedi»; e nella nota 
dicesi: «Questo libro ora per la prima volta è citato nella 
presente impressione. Fu spogliato da Francesco Bedi, il quale 
cosi scrive di questo codice in una postilla di sua mano in- 
serita nel margine del suo esemplare del Vocabolario:^ Vita 



* Notizie di pi'ofessoì'i del disegno ecc., secolo iii e iv, opera postuma^ 
Firenze, Franchi, 1728, p. 267. 

^ Se il Vasari avesse conosciuta la Vita^ ne avrebbe ben parlato, si può* 
supporre, come poi fece il Baldinucci, nella sua biografia del Primaticcio! 

3 Che vi fosse un altro codice scritto in gran parte di pì'oprio pugno- 
dui Cellini, non lo possiamo ammettere. Il Plon, op. cit. pag. 122, crea un. 
nitro Andrea Cavalcanti!, mal citando il Tassi, li, 198, n. 2. 

* Firenze, 1729, p. 15, e ivi n. 23. 

^ L'esemplare della terza edizione del Vocabolario postillato dal Redi. 
è nella Biblioteca della Fraternità in Arezzo. 



INTRODUZIONE XV 



di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino^ testo a penna 
in foglio di Lorenzo Maria Cavalcanti. Questo autore com- 
pose questa sua vita da se medesimo^ e da se di sua propria 
mano lo cominciò a scrivere , ma non lo continuò di propria 
mano. La cito perché ci sono molte voci appartenenti alla 
Scultura, Pittura e Arte dell' Orefice, le quali sono neces- 
sarie al vocabolario. Questo testo a penna la cortesia del 
sig. Maria Cavalcanti ha poi donato a me Francesco Redi. 
— Questa Vita è stata data anche modernamente alle stampe 
sotto la finta data di Colonia, ma noi non ci siamo serviti di 
questa edizione per essere assai scorretta e difettosa». 

Gio. Palamede Carfani nelP edizione della Vita ^ ricorda 
il manoscritto di Lorenzo Maria Cavalcanti; dichiara di non 
sapere se gli eredi del Eedi lo conservassero o no, e lo dice 
per altro non originale come pare dal poco che se ne cita qua e 
là nel Vocabolario della Crusca. Ma il Carpani, pur diligentis- 
simo illustratore della Vita, come ci dirà a suo tempo Pesame 
dell* edizione che ne procurò, non fu molto fortunato né ritro- 
vatore né giudice de' manoscritti celliniani ; e il suo dubbio 
non può avere, cosi senza nemmeno una prova, valore alcuno. 

Nella prefazione ai Due Trattati di Benvenuto Cellini ^ 
si parla della Vita che è detta « un grosso volume fino a 
questi tempi scritto a penna, e raro non meno per la vaghezza 
degli accidenti in essa con molto brio e vivacità narrati, 
che per la scarsezza dei buoni e corretti esemplari che se ne 
ritrovano. Uno di questi si trovava già nella Libreria di Lo- 
renzo Cavalcanti »; e, riferendosi alle citate Notizie lett, ed 
istor, intorno gli uomini illustri dell' Accad. fior., si dice che 
queir esemplare era P originale stesso di Benvenuto donato poi 
al Redi, che se ne servi per il Vocabolario della Crusca. Si ci- 
tano quindi un emendato manoscritto che dicono conservarsi 
nella Libreria del Palazzo del Granduca (che è il Med. Pal.234i); 
ed un altro che fu modernamente ritrovato fra i libri di Ales- 
Sandro Cavalcanti, non ha guari defunto ultimo di questa il- 
lustre famiglia, ^ dal qual Testo per altro non gran fatto 



' Milano, Classici, 1806-1811, deWAvvertema^ pagine xix-xx, e cfr. iii, xv. 

2 Firenze, Tartinì e Franchi, 1731, p. v e seg. 

5 Un Alessandro di Andrea di Lorenzo dà il Gamurrini, Istor. genealo- 
gica ecc. Firenze, 1673, t. Ili, neir albero Cavalcanti, e del Settecento sem- 
bra; ci confermano che questo fosse della linea di Lorenzo, figliuolo del 



XVI INTRODUZIONE 



corretto sono stati tratti quei pochi esemplari che gli amatori 
di si fatte cose si han fatto per proprio comodo trascrivere. 

Mostra poi, chi scrìsse la Prefazione, di conoscer bene il te- 
sto della Vita, la quale si ricorda (p. x) come pur novellamente 
stampata (riferendosi di certo all' ed. del Cocchi del 1728); e 
riporta per disteso un tratto che riguarda la spiegazione del 
tormentato verso di Dante Pape Satan, pape Satan aleppe. ^ 

Da queste attestazioni che ci riconducono al 1731 e, quello 
che più conta, ci confermano la notizia che il manoscritto ori- 
ginale era dalla libreria Cavalcanti passato in dono al Bedi 
che lo tenne carissimo, il salto è grande al 1805: del quale 
anno raccolgo due nuove testimonianze per questa storia aned- 
dotica del prezioso codice celliniano. 

Il MoRENi * dice che € V originale della Vita, assai diverso 
dalla stampa^ e precisamente quello citato dagli Accadèmici 
della Crusca, era presso i PP. Scolopi di Firenze ed ora il 
possiede l'eruditissimo sig. Segret. Luigi de Poirot». La nuova 
notizia, risguardante il passaggio dell'originale agli Scolopi, 
non trovo né riferita, né confermiita da altri; né ho avuto 
modo di sapere come e quando dal Bedi, ultimo possessore, 
esso sia venuto presso di questi. Quando nel 1775 gli Scolopi 
ebbero in Firenze San Giovannino, che fu già dei Gesuiti, 
l'autografo celliniano era ancora nella loro biblioteca. Più 
tardi, ma non si sa quando, spari, e di questa sparizione non si 
rinviene nessuna notizia precisa. Ma una tradizione, ancora 
viva tra i più vecchi dei pp. Scolopi, narra che in uno spurgo 
di doppioni e di roba inutile fosse venduto anche quel volume, 
e che il bibliotecario se ne accorgesse troppo tardi. ^ 



ben noto Andrea, di cui tra poco, g^li alberi genealogici Cavalcanti della 
Serie Pucci (R. Archivio di Stato in Firenze), che ci danno un Alessandro, 
ultimo di questa linea, nato il 29 novembre 1727. 

1 £ difficile dire secondo che testo sia riprodotto il passo della Vita: 
non esattamente certo né secondo Ted. di Colonia, né secondo alcuno dei 
codici che io conosco, compreso T Originale. Forse fu trascritto da una di 
quelle copie (ora non più nota) del codice di Alessandro Cavalcanti; e su 
questo vedi la Prefazione a pag. vi. 

• Bibliogr, star, ragionata della Toscana, Firenze, 1805, I, p. 244. 

s Conosce T edizione di Colonia e la contraffazione di questa, che an- 
ch* egli crede fatta a Firenze dal Bartolini (1792). 

^ Devo la notizia alla cortesìa dell* amico carissimo prof. Ermenegildo 
Pistelli d. S. P. 



INTRODUZIONE xvn 



L'edizione della Vita del 1805^ ci dà una notizia, dirò 
cosi neg;atiya, ma non trascurabile: che cioè, nonostante tutta 
la cura usata ne' riscontri , l'editore non risale all'Originale. 
Né dov'esso si trovi, apparisce che sia noto all'editore. 

Finalmente abbiamo chi vide, usò e descrisse questo Ori- 
ginale! n Tassi sull'Originale apprestò primo nel 1829 l'edi- 
zione della Vita. Alla pagina xii della Prefazione egli parla 
deir € insigne manoscritto che il Baldinucci affermava di aver 
veduto presso gli eredi di Andrea Cavalcanti e di cui pubblicò 
vari paragrafi nella Vita del Primaticcio »; ma quando, nel 
continuare a far la storia delle cure date al testo, scrive : « o 
si veramente, com* era più a desiderarsi, quello si discuo- 
prisse, sopra ogni altro celebratissimo, già appartenuto a Lo- 
renzo Cavalcanti, e che passato quindi in possesso del dottis- 
simo Francesco Redi aveva servito mercé le sue cure ad ar- 
ricchire la IV Impressione del Tesoro della nostra lingua >, 
sdoppia il Manoscritto, poiché il primo degli eredi di Andrea 
Cavalcanti è, come diremo, precisamente quel Lorenzo (Maria) 
che il Tassi ricorda, e che lasciò sul codice la dichiarazione 
surriferita. 

Il Tassi discorre poi della scoperta e dell'acquisto dell' Ori- 
ginale (cioè del manoscritto che, com'egli dice, appartenne 
prima a Lorenzo Cavalcanti, poi a Francesco Bedi ), fatto dal 
signor Luigi De Poirot; dichiara che dovè ritardare per varie 
ragioni la pubblicazione del suo lavoro, sicché il manoscritto, 
prima che l'edizione uscisse, era passato alla Laurenziana; 
mostra che il manoscritto Laurenziano è tutt'nna cosa con 
quello già usato dal Bedi, e ne rileva i caratteri d'autenticità.^ 

Contemporaneamente a quella del Tassi, si preparava la 
prima edizione del Molini.^ DsìlV Avvertenea a questa e all'al- 
tra ediz. del 1832, tolgo le seguenti notizie. Il Codice fu dal 
Poirot acquistato nel 1810 (nella seconda edizione si dice, in- 



1 Milano, Silvestri; v. V Avvertimento. 

* Il Montani neWAntoìogia (agosto 1832), in nna recensione dell* ed. 
Molìni 1832, dice che il Tassi fece su questo ms. nna lezione, che è negli 
Atti dell' Accademia della Crusca: ma in essi Atti non si trova stampata 
una tal lezione. Bensi nel Diario ms. dell* Accademia è memoria di lezioni 
che il Tassi fece suir argomento, e di esse fa formata la prefazione air edi- 
zione del 1829. 

3 Firenze, AUMnsegna di Dante, 1830, e poi ivi, 1832. 



XVni INTRODUZIONE 



vece, 1811);^ il Poirot mori nel marzo del 1825. Il Me lini aveva 
tratta copia da qualche tempo, ma (non è stato troppo fortu- 
nato questo testo celliniano ! ) non potè pubblicare che il 30 di- 
cembre 1830 il lavoro. Il libraio da cui il Poirot ricomprò il 
Codice era conosciuto € col nome di Cecchino dal Seminario .... 
cosi chiamato perché teneva la sua bottega dirimpetto all'an- 
tico Seminario fiorentino ». 

Oli altri che discorrono del Manoscritto, e che ho già citati, 
non aggiungono alle sopra ricordate né nuove, né originali te- 
stimonianze : non oserei però dire che altre non si possano an- 
cora rintracciare. 

Dalle qui riportate ed esaminate che si ricava dunque? 
Riassumo e aggiungo qualche notiziola non inutile. I primi pos- 
sessori dell* originale del Cellini ci appariscono i Cavalcaiiti. 
Quanto agli eredi del Cellini, da' quali dev' esser passato l'Ori- 
ginale ai Cavalcanti, riferisco le precise e concise parole di G. 
Bugi:* «Madonna Piera sua moglie (del Cellini) mori il 24 
aprile 1588 e fu sotterrata all'Annunziata. Delle sue due figlie 
Separata e Maddalena, questa andò sposa a ser Noferi di Bar- 
tolommeo Maccanti, a cui partorì otto figliuoli. Andrea Simone, 
figlio naturale e legittimo di Benvenuto e di Madonna Piera, 
non ebbe prole, e il 12 luglio 1646 istituì erede universale il ni- 
pote Iacopo Maccanti primogenito della Maddalena. E questi 
per testamento deir 11 aprile 1655 lasciò i suoi beni alla Con- 
fraternita dei Buonomini di S. Martino >} DkW Inventario 
dei 16 febbraio e 20 aprile 1571 pubblicato dal Plon,* fattosi 
alla morte del Cellini, e nel quale è pure una nota dei libri 
et scripture rimaste nella detta heredità et in decta casa et 



' Osserva giustaraente il Plon, op. cit. p. 113, n. 3, che, siccome ce ne 
dà notizia il Morbsi nel 1805, il codice almeno in quest* anno era divenuto 
proprietà del Poirot. 

« Pref. aU'ed. della Vita (Firenze, Sansoni, 1883) p. ix. 

3 Cfr. nel cod. Riccard. 2787 i Ricordi originali degli eredi e. 77"^ ( di 
mano di tomaso fiaschi amministratore per i pupilli): v. Tassi, III, 269. 

^ Op. cit. p. 380 e seg. Il Plon tolse V inventario dall'Archivio di Stato 
di Firenze, filza Invent pupillari di Firenze (1670-1572), num. 2653. Non 
ci apparisóe nemmeno dalla copia per stanze, e con numerazione progres- 
siva degli articoli, che deir Inventario è nel cod. Riccardiano 2787 (Ricordi 
delle rede). Si possono bensi identificare i cod. Riccardiani, 2789, 2788, 2790 
(Debitori^ creditorij ricordi vari). 



INTRODUZIOOT XIX 



prima, non apparisce il manoscritto della FiYa, né saprei rico- 
noscerlo tra i libri che vi sono più genericamente registrati. 
Non si scopre, dunque, come e perché il Codice venisse in 
possesso dei Cavalcanti, tra i quali vediamo designato primo 
Andrea Cavalcanti, che vi appose di sua mano il ricordato 
ex-lihris. Dev'esser questi il ben noto accademico, e, dal 1658^ 
arciconsolo della Crusca, figlio di Lorenzo di Vincenzo. ^ Lo- 
renzo Maria* che lasciò sul codice la dichiarazione che ve- 
demmo, lo donò al Bedi: dunque, certo prima del 1(398, anno 
della morte del Redi, e, anzi, prima del 1691. ^ Ne' primi di 
questo secolo ci è detto esser passato il Codice (non si sa se 
proprio dagli eredi Redi) in possesso dei Gesuiti e quindi 
degli Scolopi. Lo acquista circa il 1805, dal libraio Cecchino 
dal Seminario, Luigi Poirot, che, con testamento del T di de- 
cembre.del 1824, lo lascia alla Biblioteca Medicea Laurenziana. 
E morto il Poirot nel Marzo del 1825, esso con altri manoscritti 



* Il Del Lungo, Dino Compagni, I, 783 e seg. ne dà importantissime 
notizie e ne fa come un ritratto. Vedi anche Novellette intorno a Curzio^ 
Marignoli scritte da A. Cavalcanti per cura di Giulio Piccini (Bologna». 
Romagnoli, 1870), che, nella prefazione, dà qualche notizia biografica. Il 
Gamubbint, Istoria genealogica ecc. Firenze, 1671, p. 71, ha nn alberetto 
dal quale, se non la precisa discendenza e cronologia, si ricava che altri 
Andrea di Lorenzo non ci sono verso la metà del Secento. Questo Andrea 
nacque 11 5 nov. 1610 e mori il 4 luglio 1703, secondo i citati Alberi serie 
Fucci, che non concordano colle date 1672, 1673, che segnano il Biscioni 
ed il Negbi, é che il Piccini riferisce. 

^ Da' medesimi Alberi si rileva che Lorenzo Maria Zanobi mori il 18 
aprile 1699. 

3 Perché il Plon, op. cit. dice il Redi morto nel 1694? La postilla, ci- 
tata già, alP esemplare deirediz. Ili del Vocabolario (1691), ci induce a 
porre verso quest'anno l'entrata in possesso del Redi: in un esemplare 
pur della III, ediz. postillato da Rosso Antonio Martini (conservato all'Ac- 
cademia della Crusca), si ha la medesima notizia, che il codice era presso 
il Redi : non molto dopo, cioè, il 1691. Negli elenchi di codici posseduti dal 
Redi non trovo ricordato questo manoscrittq. Quanto agli eredi, non sap- 
piamo se ne venissero mai propriamente in possesso. Pare che il bali Save- 
rio, ultimo di casa Redi, disperdesse in parte l'avita biblioteca. In un suo 
bizzarro testamento, col quale lasciò eredi i servitori e gentuccia che bazzi- 
cava per casa e lasciò perfino un legato per il mantenimento de' cani e 
de' gatti, volle che la biblioteca Laurenziana avesse i manoscritti ; ma certo 
non li ebbe tutti: non ebbe, per esempio, allora, l'originale Celliniano, se 
pure questo si trovava ancora in casa Redi. Altri manoscritti andarono 
all'Accademia Aretina. 



XX INTRODUZIONE 



di lui passò il 9 dello stesso mese e anno alla Lanrenzìana, 
come risulta dalla dichiarazione del bibliotecario Francesco 
Del Furia, della quale una copia in foglio volante è unita al 
codice ora mediceo-palatino 234*. * 

Del codice, anche qualche anno dopo, non dovette essere 
molto facile servirsi; se il Tassi* dichiara « non essere stato 
in nostro potere di meglio valerci del manoscritto originale 
allorché appunto T utilità se ne rendeva maggiore » e il Molini^ 
deve chiedere alla clemenza sovrana di trarne copia. 

E ora qualche considerazione preliminare intorno alla forma 
dello storico e insigne manoscritto. 

Dalla dichiarazione autografa del Cellini, più innanzi ri- 
portata, si rileva che nel codice è qualche traccia di quelle 
prime carte della Vita che il Cellini cominciò a scrivere 
di sua mano. Questa traccia è evidente nelle strisce su cui 
sono rappiccate le prime carie. Forse egli fece ricopiare anche 



1 « V auno milleottocento venticinque, e questo di nove del mese di 
marzo. In Firenze. 

10 sottoscritto Bibliotecario di questa pubblica Biblioteca Mediceo-Lau- 
renziana, detta volgarmente la Libreria di S. Lorenzo, ho ricevuto dai si- 
gnori cavaliere Arturo Moutalvi, Abate Tommaso Qelli, Vincenzo Agostini, 
e Pietro Bartolini esecutori testamentari nominati dai defunto signore Di- 
rettore Luigi de Poirot con suo testamento del di primo dicembre 1824, 
Rogato S. Antonio Ghelli, T Autografo della Vita di Benvenuto Cellini, da 
detto signore de Poirot lasciato a questa pubblica Biblioteca col detto suo 
Testamento, ed è un tomo grosso manoscritto in carta comune, coperto di 
cartapecora in testata del quale tomo sta scritto € Vita di Benvenuto Cel- 
lini*, e numerato col numero 65, con legacci doppi di pelle in parte strap- 
pati, le carte del quale tomo sono numerate dal n. 1 al n. 519, e di contro 
air ultima carta scritta ve n' è una bianca con scritte le sole parole < Dappoi 
me n andai a Pisa » e detto tomo è in grado non troppo buono, assai usato 
e con la maggior parte delle carte macchiate dì giaUo scuro, con le guardie 
in principio e fine di cartapecora, ed al basso della coperta di qi^esto tomo, 
che è al principio, si trova scritto € de* libri di Andrea di Loreneo Ca- 
valcanti > In fede di che etc. 

C.» Francesco del Furia, Regio bibliotecario >. 

11 codice, quando lo videro il Tassi e il Molini era legato in cartape- 
cora, ma fu ben presto coperto di pelle, prima certo che lo potesse vedere 
il Plon, e per lui il sig. Rembadi, e G. Guasti, che copiarono ingenua- 
mente (giova ripeterlo qui) le vecchie descrizioni del manoscritto, e, pare, 
senza tornar troppo a studiarlo. 

2 Ed^ della Vita, Firenze, Piatti, 1829; cfr. Y Avvertimento, 
^ Pref. air ed. 1830. 



rnenmitjtmtv fi ddkfhm ómM mfiufe-u^ (fmMalgyf 
r^yfz, AA^n, JCu^ (te yr^ aMtfv.Qff-mf cofprt rfr 

^<jùfm fi] if' ii\uhj et iHàf- m m njnfJùf ^wJc 
/jmajMiTij tryM^mn{Ux4 (K\A^r^ <^ feJeyiAf et 

'me t^^^^li & à^ft^md C^ rnì'ft i^cd hj-A V<K\^ - 

h^yn\ y^iituff) ló Ùm^ , 6 ioSc\iO^ vu/mA ftrnk- 

Facsimile del Manoscritto Originale della Vita [e. 475{>]. 



INTRODUZIONE * XXI 



quelle prime carte al figliuolo di Michele di Qoro, o per ayere 
il codice tutto d'una mano, o per utilizzare i quinterni pre- 
parati. * 

Quando il Cellini cominciò a scrivere la sua vita, aveva 
cinquantott'anni finiti: quindi, essendo nato il 3 di Novembre 
del 1500, dette principio al lavoro alla fine del 1558, al più 
presto. La Vita va, col racconto, sino al Novembre del 1562 ; 
ma, come vedremo, si può supporre che Benvenuto vi atten- 
desse anche dopo il 1562, a più riprese. Quella dichiarazione 
fu scritta certo ad opera incominciata e forse inoltrata, prima, 
tuttavia , che e' pigliasse V aiuto d* altro copista e si met- 
tesse, come fece, a scriver da sé. Si riferisce, dunque, solo a 
parte dell'opera e non ci son dette altrimenti le ragioni per 
cui quel fanciullino non continuò sino alla fine : cioè sin dove 
arrivò il Cellini col suo racconto. 

Ho voluto fermar bene i tratti caratteristici della scrittura 
celliniana e, senza riferir qui la minuta analisi che ne ho 
fatto, credo però opportuno dichiarare che molti e particolari 
raffronti dell* originale feci specialmente col Libro di ricordi 
e conti^ autografo (ms. riccardiano 3082) e colle scritture della 
cassetta palatina della Nazionale di Firenze contenente auto* 
grafi Celliniani:^ raffronti non inutili, per la ragione che la 
scrittura del Cellini e quella del fanciullino hanno molti punti 
di somiglianza, come si somigliano facilmente anch'oggi la cal- 
ligrafia d'un ragazzo e quella d'un artefice, la cui mano tratti 
meglio il cesello che la penna. ^ 



1 II Plon, op. cit. p. Ili dice che stracciò le prime carte, poi pentito 
le riattaccò; ma né la dichiarcmione né quello che ora mostra il Codice, 
ci fanno lecito supporlo. 

2 Ho dato una grande importanza al confronto della scrittura di certe 
parole caratteristiche come Benvenuto^ Firenee eco. 

3 II Tassi a p. lxyii della Pref. citata, dice che il copista era della 
famiglia Vestri dalla Pieve a Gruòppine e chiaraavasi egli pure Michele, 
come si rileva da un Ricordo estratto dalle Filze di Giustificazioni dal 
1556 al 1558 del r. Ufizio delle Revisioni e dèi Sindacati di Fireuze, ove 
si legge: Copia di Partite di M, Benvenuto di Giovanni Cellini scultore^ 
levate dai Libri del Castello di Firenze per me Michele di Michele di 
Goro Vestri della Pieve a Groppina di Valdamo di Sopra, finite di le- 
vare questo di 13 di dicemh'e 1556, Ma può essere questo Michele il co- 
pista della Vita che nel 1558- o 59 aveva, secondo apparisce dalla Dichia- 



XXII • INTRODUZIONE 



Opinioni varie, e descrivendo il Codice, e qua e là annotando, 
espressero gli editori della Vita intorno alle diverse mani e 
scritture: opinioni che stimo inutile riferir qui per disteso e 
partitamente esaminare. Anzi, certe discrepanze minime di giu- 
dizio non penso di rilevare neppure nelle conclusioni che tra 
breve esporrò, contentandomi solo di qualche osservazione sui 
punti più capitali. Si sa bene: in questo genere dì cose, più 
che le parole molte, vale Pesame diretto delle scritture nel 
codice; e questo potranno fare qualcuno dei lettori che non 
s'appagassero delle illazioni cui son giunto. 

Le prime carte del codice sono state generalmente credute 
autografe, fors' anche per la poca perspicuità della dichiara- 
zione: tali le avea credute il Eedi, tali le credè il Tassi, che 
pur fu accorto studioso del Manoscritto, e cercò di ricono- 
scerne con cura le mani varie. Non cosi le credè il Molini che, 
anzi, ben distinse e la correzione del Cellini e un* altra che 
egli reputò del Varchi, neir intestazione della Vita. Più strano 
è che stimasse autografe le carte rappiccate il Plon, il quale, 
riproducendo la pagina contenente il sonetto e quella conte- 
nente il principio della Vita, proprio di fronte Tuna all'al- 
tra, ben si doveva accorgere delle visibili diflFerenze calligrafi- 
che, non fosse che per la correzione in testata, cui ho ora ac- 
cennato. Gaetano Guasti poi, se avesse avuta la pazienza di 
-esaminarle, avrebbe visto che le strisce di altre carte, su cui 
son rappiccate le prime, non solo può credersi che contengano, 
ma contengono di fatto, traccio delle prime pagine della Vita^ 
autografe del Cellini, staccate poi. ^ 



razione^ circa 14 anni? Si ha da credere che copiasse le partite di dodici 
anni? Si noti che il padre (ed. Guasti p. 4) nel 1557 s'era impegnato a 
tenere le scritture del Cellini. Il Plon, op. cit. p. Ili, si esprime in modo 
un po' equivoco. In ogni modo, anche se non si debba ammettere che di 
Michele fosse scritto per sbadataggine, non possiamo escludere che il fan- 
-ciullino fosHe della famiglia Vestri. 

* Perché il Cellini facesse cosi, non è facile dirlo: forse, com' ho av- 
vertito, perché volle servirsi* delle carte che nel quaderno corrispondevano 
alle staccate (e perciò salvò le strisce), specialmente se alla prima era unita 
la pagina {verino dinanzi a recto) contenente il sonetto. Del resto, allora 
dovevan fare economia di carta assai più di noi! Scrisse, stracciò; ma ri- 
dettò, poiché sembra che combinino le parole? Fu veramente fortuna che 
gli capitasse in bottega quel ragazzo! 



INTRODUZIONE XXIII 



Delle postille si dette singoiar cura il Molini. Avverto che 
quelle riconoscinte come del Varchi e di Andrea Cavalcanti non 
ho mancato di confrontarle cogli autografi di questi due, che 
non fan difetto nelle biblioteche fiorentine.^ 

Frequenti sono nel codice le cassature, perfin di interi 
passi e di mezze parole: alcune si addiroostran fatte dal co- 
pista dal Cellini scrivendo; altre dal Cellini, che dovè rive- 
dere in qualche parte il manoscritto, altre da altri. Il Tassi 
e il MoLiNi impiegaron molta diligenza nel leggere e nello 
spiegare le cancellature, alcune delle quali non furon certo del 
Cellini del copista, ma di possessori e lettori che vollero 
togliere dal testo alcuni passi di censura a persone potenti o 
amiche, o, anche, introdurre qualche cambiamento, magari 
di grafia. 

Una storia minuta della composizione del testo ci porte- 
rebbe a discorrere, altresi, di certe interruzioni, pur visibili, 
e riconoscibili talora nella scrittura, di cui sarebbe impossibile 
trattare senza occuparci exprofesso della composizione e cro- 
nologia deir opera, di che faremo a suo luogo un breve cenno. 

E riprendo l'esame paleografico del manoscritto. 

Nella carta 1 recto si legge l'intestazione: 

Al nome 5' Dio vivo et immortale 

Vita di Benvenuto Cellini 

oreficie et scultore schritta 

di sua mano propia 

A queste parole è dato un frego trasversale, d'altro in- 
chiostro; e, del medesimo inchiostro, sotto esse, di carattere 
del Cellini è scritto: 

La vita di Benvenuto di m,^ Giovanni Cellini fiorentino 
(cassatura) scritta in (cassatura) Firenze, 

Una terza mano, pur del tempo, con inchiostro più nero, 
aggiunge sopra la parola scritta queste tre: per lui medesimo. 

Sulle strisce cui sono rappiccate le carte, si legge, di mano 
sicuramente del Cellini: 



* Per le postille del Varchi, si ricordi che egli ebbe il Manoscritto fra 
mano nel 1559: cioè, quella parte, che fin allora n'era stata composta. 



XXIV 



INTRODUZIONE 






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Credo ora più pratico riassumere in un prospetto le parti- 
colari conclusioni alle quali son giunto nell' esame del codice, 
facendo in alcune note quelle considerazioni che reputo ne- 
cessarie a dichiarar meglio e a giustificare le mie congetture. 
Distinguo nelle colonne del prospetto prima le mani che hanno 
scritto più meno di seguito il testo, e poi, nelle ultime due, 
le varie mani dei ritocchi, delle postille ecc. Appongo il segno 
interrogativo ai numeri di quelle carte che mi lasciarono qual- 
che dubbio intorno all'appartenenza della loro scrittura. Del' 
resto, nelle note critiche che corredano la mia ricostruzione 
della Vita, ho partitamente indicate le diversità e peculiarità 
della scrittura, che qui si accennano soltanto in compendio. 



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II 



XXVI INTRODUZIONE 



NOTE ILLUSTRATIVE AL PROSPETTO 

1 Alcune correzioni fece lo stesso copista sotto dettatura del Cellini: 
quelle che si posson credere auto^frafe, il Cellini le fece, probabilmente, ri- 
leggrendo il manoscritto. Questo valga anche riguardo alla punteggiatura, la 
quale può darsi benissimo che il Cellini in parte modificasse, rileggendo 
il lavoro. Le correzioni che non si indicano specialmente, s* intende che ap- 
partengono allo scrittore di tutta la pagina. 

' Qui è molto visibile la differenza tra il carattere dell' a^^'un^a e 
quello del copista. 

3 Dalle parole quel giorno sino a ìnodo diasi. Faccio qui notare , una 
volta per tutte, che, nella parte autografa del Cellini, quasi sempre (ed è 
cosa naturale a ritrovarsi in ogni autore che scriva da sé e non detti) le 
correzioni sono fatte, cassandosi una o più parole e scrivendosi di se- 
guito quelle che si sostituiscono. Invece le scritture de' copisti, che pur 
hanno anche cassature di seguito nella stessa riga, e dopo le cassature le 
correzioni, quando siano corrette dopo dagli autori o da altri, mostrano 
più frequentemente le correzioni tra riga e riga, o in margine. 

* La scrittura del Cellini vi è riconoscibilissima: importa osservare che 
si trova qui la parola Benvenuto, molto caratteristica, naturalmente, nella 
grafia celliniana. Alcune pagine, solo per la scrittura di questa parola ap - 
punto, si può escludere che siano autografe. Vedansi le differenze che offre 
questa parola a e. 1* nella scrittura del copista e in quella del Cellini. E già 
che ci sono, indico che il modo di scriverla del Cellini è tipicamente questo, 
confronto con quello del copista: asta del JB, meno sviluppata; le lettere 6, in 
n staccate; ve attaccate; nuto unite, e To in linea col taglio del t 

s Sulla autografia di questa parte (464&-520a) non ci può esser dubbio. 
È superfluo avvertire che la differenza del tempo e deir inchiostro spiega 
certe differenze apparenti della scrittura ora più larga, ora più stretta. 

^ Queste pagine si ebbero comunemente per autografe, come osservai ; 
e a prima vista possorf parere: ma, pur nella somiglianza della scrittura, 
sono assai visibili le differenze, nelle lettere caratteristiche alle quali ho 
accennato. È da avvertire in generale, fin d'ora, che distanza di tempo 
e diversità di momenti (cfr. e. 118a-118&), differenza di carta (la quale 
nelle prime pagine appunto è molto sugante) e d'inchiostro, e penne, la 
maggiore o minor compattezza delle lettere, parole, e righe, sono cause ben 
sufiScienti a spiegarci la varietà che presenta la mano del copista; tanto 
che, più d* una volta, si penserebbe non fosse quella medesima; ma, a grado 
a grado, quasi insensibilmente le pagine riprendono, anche nel loro com- 
plesso, l'aspetto di prima. Cfr. colle prime le e. 149, 193, 328 e seg. e con 
esse (per le diversità accennate), p. es., la 421a, e questa con la 4216; la 
nib e la.l78a; e, nella stessa pagina, come nella 193a, due metà. Sarebbe 
facile riconoscere la mano di questo copista e forse le due altre di copisti, 
negli scartafacci di debitori, creditori e ricordi, parte de' quali scriveva il 
Cellini da sé e parte faceva scrivere e talora sottoscriveva, o, quasi, appro- 
vava. La mano del 2^ copista si ritrova nelle scritture num. 59 e 9 della 
casB. Palat. nella Nazionale di Firenze. 



INTRODUZIONE XXVII 



? Sì noti come, a poco a poco, si allarga la scrittara (cfr. da e. 28 fino a 

-«. 60 e 8eg.)i sicché tutta la pagina ci dà unMmpressione diversa, se ha 

^ 5 parole per riga, o se ne ha 7 e 8. Si noti V errore della e. 606, refugi- 

iione per requisitione, tutto proprio di un amanuense, e così altri simili in 

molte altre. Da e. 125 la qualità della carta è molto più solida. 

^ Dalla pag. 204* la carta ritorna meno grave di prima: qualche diffe- 
>renza peraltro, presentano anche i quinterni successivi (vedi le carte 234 
-e seg.), dove è notevole la diversa impressione che su carta piò leggera 
lascia r inchiostro che è forse il medesimo. 

^ Le parole nel margine deir ultima riga sono, in generale, della rae- 

-^ esima mano del copista, il quale, per abitudine o per regola calligrafica, 

prolunga cosi V ultima riga della pagina, e comincia sempre, anche contro 

il senso del contesto, col ^capoverso e con lettera maiuscola le pagine. Vedi, 

un esempio su moltissimi, a e. 289a. Il copista è più trasandato talora: 

p. es., e. 230-231. 

^ Pur nel solito tipo di scrittura, si possono aver benissimo pendeìue 
-diverse in diversi momenti, specialmente quando si tratti di aggiunte e cas- 
sature per le quali manchi lo spazio. In generale, le postille son credute del 
Varchi; ma non possiamo escludere che alcune siano d* altra mano ; poiché 
il carattere ne è certo molto antico (vedasi anche il contenuto della postilla 
a e. 252& e 3786): saranno forse di Andrea Cavalcanti e del figlio, seppure 
4ion anche di qualcuno di coloro che sino al Poirot possederono e videro 
il codice. Si capisce facilmente che, del resto, io sia rimasto assai dubbioso 
4n certe determinazioni. Ricordo anche avere osservato di sopra, che alcune 
postille, che si riducono a correzioni e giunte, potrebber essere del Cellini 
-stesso: le quali correzioni sono ben da distinguere da quelle che Fautore e 
il copista facevano nel dettare e nello scrivere. Molto difficilmente avrei 
potuto risolvermi a credere o no del Cellini certe cassature di solo qualche 
» parola o lettera; sicché di queste minime cassature non ho potuto tener 
«conto qui, e ben poco anche nella ricostruzione del testo. Si noteranno fre- 
quenti correzioni di un inchiostro assai chiaro, le quali, appunto per il colore 
•deir inchiostro (non malusato nella parte autografa), difficilmente crederei 
del Cellini. Alcjine cancellature possono credersi del Cellini stesso (e. 21a); 
altre di qualche lettore, cui non piacevano le allusioni poco riverenti a 
personaggi come messer Iacopo Cavalcanti (e. 90a), Binde Altoviti (e. 4796), 
Bartolommeo Ammannato (e. 512a: cfr. Tassi, II, 565) o non piaceva di 
-lasciar correre versi e frasi assai sconce (e. 482a). Alcune altre di queste 
postille paion fatte da un lettore della Vita (non il Varchi), che abbia vo- 
iuto fermare brevemente il contenuto della pagina o di parte della pagina. 

il Credo anch^ io che questa postilla sia di mano del Cavalcanti, e cosi, 
quelle di e. 252&, 3786. La parola zaffetica è tolta da quello che si dice più 
avanti nella Vita circa i profumi di eaffeticJia (t66ò). 

^^ Le poche postille che meglio ho potuto riconoscere come del Varchi 
si riducono, in generale, a proposte di correzioni, e a qualche giunterella. 
Dalla famosa lettera del Cellini al Varchi (22 maggio 1559), con la quale gli 
richiede il manoscritto, si capisce bene che le correzioni del dotto amico 
-dovettero esser pochissime. Nel manoscritto quasi sempre rimasero la di- 
zione del Cellini e la proposta del Varchi, intatta Tuna e T altra. 

»8 Del Varchi le crede il Bianchi, p. 154 n. 1. 



XXVni INTRODUZIONE 



Il manoscritto ha indabbìamente grandissimo valore: 
quello di originale; sicché lo stadio degli altri codici e delle 
stampe gioverà quasi soltanto alla conoscenza della storia, 
assai interessante, della Vita, se non ci aiuterà a ricostruire 
il testo di luoghi, per diversa ragione, dubbi pur nell* Origi- 
nale. È inutile insister poi a dimostrare i caratteri di autenti* 
cita di questo manoscritto,^ sicuramente identificato con quello^ 
che mise insieme il Gellini, e dalla sua storia e dalle descri- 
zioni che se ne fecero e, spero, anche da questo mio esame. 

§ 2. Di qualche altro codice hanno dato notizia, come ac- 
cennavo, e questo e quel libro e i precedenti editori, parlando 
oltreché di 0, più o meno esattamente di alcuno dei .codici, di 
cui discorrerò, e, in generale, di copie diverse dell' Originale. 
Se ne parla, per ricordare le citazioni di maggior conto, nel- 
Ted. dei Trattati d'oreficeria e scultura (1731) a p. vi; nelPed. 
della Vita del Carfani (1811), voi. Ili a p. 298, dove si sdop- 
pia il cod. originale; in quella del Tassi (1829) a p. xi del- 
V Avvertimento^ e a p. 446 in nota del volume primo; e, final- 
mente, nell'ed. di G. Guasti (1890), a p. xviii, n. 1, della Pre- 
fazione, dove si fa cenno, oltreché del ms. Poirot, di due co- 
dici, un Magliabechiano (che vi è mal giudicato) e un Pala- 
tino oggi Laureneiano. Poiché, secondo la dichiarazione del 
figlio di Andrea Cavalcanti, non fu concesso a nessuno dì veder 
Torigìnale manoscritto, almeno per qualche tempo; siamo in- 
dotti ad ammettere che le prime copie sieno statte fatte da 
copia clandestina dì 0, essendo alcuna di esse assai antica* 
(cfr. l'ed. del Mouni, 1830, p. vii, e Plon, op. cit., p. 112). 

Persuaso dell'utilità che avrei potuto ricavare pur da que- 
sti codici , come corredo e integramento dell' Originale, seconda 
dichiarerò meglio più innanzi, non mancai di farne diligente 
ricerca in quasi tutte le biblioteche d'Italia e in alcuna di. 
fuori, aiutato anche dalla cortesia di amici e bibliotecari. 



i Correzioni e cassature tatte proprie d* un autore che scriva di sno^ 
d'un copista cui si detti e che corregge gli errori che fa, mentre gli s» 
detta, indico a e. 496, 52% 117», 125», 164», 184», 192», 198*, 200», 227», 267% 
302», 327», 332& ecc. Confermano poi T autenticità del ms., le parti ricono- 
sciute sicuramente autografe, e le caratteristiche delle prime pagine. 



INTRODUZIONE XXIX 



Do breve notizia di quattro codici, cercando di stabilire 
3e relazioni che essi hanno fra loro e coir Originale. 

L B: Lanrenziano palatino CCXXXIV, della Mediceo- 
Lanrenziana (efr. Bandini, Supplem,, t. 3.** col. 176). Codice car- 
tac, in foglio, del sec. xyii; scrittura nitida; di fogli scritti 
•« numerati a recto e verso 740. Ha 2 carte bianche in prin- 
cipio e 8 in fine: sino al cominciar della Vita le carte non 
son numerate. È legato in pergamena con dorature. Precede 
un indice ricchissimo delle cose contenute nella Vita. 

Il Bandini crede che derivi di qui l'edizione della Vita 
fatta dal Cocchi; ma a ciò contradìce il Tassi (I, p. xiii), e 
-già anche il Carfani (II, 437, 438; e III, XV) aveva negata 
^luesta relazione. 

B Ammoderna e corregge: non riferisce, di solito, da le 
postille d* altra mano: il che farebbe crederlo assai vicino di 
tempo all'Originale; ma, d'altra parte, tralascia pur di quelle 
postille che possiam credere assai antiche. 

II. C: Lanrenziano Àntinori 229 (antica segnatura 140. 
A. V). Codice cartac. del sec. xviii. Legato in cartone; carte 
anticamente numerate, a recto e a verso, 381 (l'ultima sola dal 
recto), e tre bianche non numerate in fine. 

Dopo la gtMrdia comincia subito la Vita (p. 1) e finisce 
-al principio della p. 380. 

Ha molte correzioni e indicazioni, e anche macchie e ditate, 
che lo dimostrano preparato per la stampa, e passato di tipo- 
^afia. Dopo la Vita^ di mano diversa e più moderna, si leg- 
gono alcuni Ricordi da un libro degli eredi di Benvenuto 
Cellinif che con molti altri libri, scritti di mano del med.^ e 
■che coi suoi stabili e mobili redo la compagnia di San Mar- 
tino de' Buonuomini molto tempo dopo. Questi ricordi hanno 
la data del 1570, e contengono la notizia, estratta dal libro 
del Provveditore dell* Accademia del disegno (libro segnato 
-di lettera E) dal 1563 al 1571, che il Cellini fu sotterrato nel 
Capitolo della Nunziata, Seguono poi altri ricordi di testa- 
«menti e codicilli e della morte del Cellini. 

C è molto meno fedele ad 0, da cui trascrive liberamente : 
lia, quindi, pochissima importanza, tranne che per mostrare il 



XXX INTRODUZIONE 



concetto che si ebbe nn tempo nel preparare per la stampa 
un testo come quello della Vita. Simiglianze, ma non perfette^ 
si hanno colla stampa Cocchi, ma non si saprebbe dire per 
quale stampa dovette servire C. 

Si trovano correzioni interlineari e postille di varie mani: 
alcune di esse ci riportano ad 0, mentre altre, che si debbono^ 
alla gran libertà dei criteri di C, ce ne allontanano. Parlando^ 
di D, toccherò delle relazioni che si può. credere intercedano^ 
tra C e D. 

III. D : Magliabechiano XYII. Y, 29, nella Nazionale di 
Firenze. Codice cartac, rilegato in cartone, ricoperto di carta 
gialla. La guardia anteriore, di carta bianca raddoppiata; carte 
modernamente numerate 245 al solo recto; carte bianche 155^ 
156, 157, 169'. Accanto al primo verso del sonetto « Questa 
mia vita travagliata io scrivo » leggesi : Di Luigi Gualtieri^ 
e par della prima mano che ha scritto il testo. Si distinguono 
nel codice ben quattro mani : sembra che il testo fosse messo- 
insieme a quinterni fatti copiare alternativamente a vari. 

Di diversa mano sono le postille e le Note e memorie in 
fine. Molte pagine si vanno ora corrodendo per la qualità del* 
r inchiostro. Dopo la carta bianca, ora 237, si hanno alcune pa* 
gine di carta più grave che contengono Note e memorie di- 
verse appartenenti alla presente Vita ritrovate dipoi. Vi è 
menzione che il Cellini fu tra i Deputati sopra l'esequie di 
Michelangelo, col Bronzino, col Vasari e coirAmmannati ; vi 
è* poi il solito ricordo dal libro del Provveditore dell' Accade- 
mia del disegno. A carte 242 si hanno sunti della Vita co»' 
richiami alle pagine del codice; segue una carta bianca, unita 
a quella che copre internamente il cartone. Nel margine si-^ 
nistro, specialmente nei primi quaderni, si trovano moltissimir 
postille che servono, via via, come di sommario del testo. 

È facile dimostrare che D derivi direttamente da per il 
richiamo ai numeri delle carte di questo, che si trovano in; 
vari punti di D. Pitì diflScile è ammettere che D derivi da co- 
pia di 0, d'onde abbia trascritto anche questi numeri. 

I numeri quasi sempre indicano precisamente il punto d'at- 
tacco del testo in 0. Ne riferisco alcuni: 







INTKODUZIONE 


XXX] 


À e. 


22» il 


nnm. 


. 59 


delle carte di 


» 


32* 


» 


98 


» 


» » 


» 


43»» 


» 


131 


» 


» » 


» 


57» 


» 


171 


» 


» > 


}► 


66* 


» 


197 


> 


» » 


» 


69* 


» 


203 


» 


» » 


» 


94»» 


» 


254 


» 


» » 


» 


Ì17* 


» 


308 


» 


> » 


» 


118* 


» 


311 


» 


» » 


» 


129* 


» 


331*^ 


» 


» » 


)► 


144* 


» 


364 


» 


» » 


» 


146* 


» 


368 


< 


» » 



» 158* » 388 » » » 

» 178* » 430*'- » » » 

Notevole il vuoto a e. 15* che conferma che D proviene 
da 0. A questo proposito, avverto che in C questo vuoto spa- 
risce. Onde C, o salta anch'esso senza lasciar segno della 
omissione, o deriva da D (o da copia equivalente). È vero, 
tuttavia, che D ha una omissione più grande che C, da e. 49 
a e. 52 di 0. 

Sulla guardia del cod. è scritto : Dalla Segr. vecchia e non 
dai Gesuiti; v. Archivio nostro, fiUa nona, p. xxxv. 

Il Catalogo Takgioni-Tozzetti della Nazionale fiorentina 
registra: Benv. Cellini: la sua Vita cod. chart. in f.\ fortasse 
autogr, C." fuit di Luigi Gualtieri, 

Per noi che conosciamo 1* autografo, questa osservazione 
vale soltanto a confermare l'importanza del codice D. 

II Carpàni parla di questo manoscritto quando accenna ad 
un manoscritto palatino poi laurenziano 476; segnatura che 
nella sezione Palatina della Nazionale non corrisponde ad un 
manoscritto celliniano. Né a chiarir la cosa giova il catalogo 
della Vecchia Palatina che trovasi nell'Archivio fiorentino di 
Stato. Il Carpani stesso però (II, 503) chiarisce l'equivoco e 
mostra più la sua critica negligenza che una lodevole sincerità, 
scrivendo: € Il manoscritto fiorentino di quest'opera del Cellini, 
coir autorità del quale abbiamo in moltissimi luoghi emendata 
la lezione della prima edizione, conservasi nella Biblioteca 
Ifagliabechìana e non già nella Laurenziana, come per equi- 
voco si è da noi creduto per qualche tempo e detto più volte ». 



XXXII INTRODUZIONE 



lY. E Cod. dell' Accademia di Belle Arti in Firenze, segn. 
101. S. Ricordato dal Tassi, voi. I, p. 446 nota. Legato mo- 
dernamente in cartone e mezza carta-pecora con copertina. 

Pagine numerate, dal solo recto, 340. Tutto d'nna sola 
mano. 

Scrittura moderna, forse de' primi di questo secolo; ma può 
darsi che fosse anche anteriore all' ed. del Cocchi, almeno ; in- 
fatti, per le molte maiuscole, potrebb' essere del secolo passato. 

Dopo una pagina bianca è scritto: Vita | di \ Benvenuto 
Cellini I Scultore \ da lui medesimo scritta \ In rosso, 101. S. 
Segue il Sonetto. 

E corregge, ammoderna senza criterio. Ora parrebbe avvi- 
cinarsi a C ora a D. In generale, dobbiamo dichiarare che le 
relazioni tra e i codici di cui brevemente discorremmo, si 
possono facilmente stabilire; non cosi quelle delle diverse co- 
pie tra loro. Le quali copie non sono certo né tutte quelle che 
si misero insieme, in un modo o nelP altro, né proprio le cro- 
nologicamente genealogicamente più vicine. 

Per ciò che abbiamo detto, e per l'esame e confronto fatto 
pazientemente di più luoghi, sembra che si possano tuttavia, 
ammettere le relazioni de' vari codici, quali le rappresenta il 
seguente specchietto: 



INTRODUZIONE XXXHI 



II 



§ 1. Le edizioni a stampa della Vita. 
§ 2. Qualche cenno sulle traduzioni e sulla fortuna della Vita, 

Per compilare l'elenco che segno delle stampe parziali e 
totali della Vita del Cellini, mi giovarono anche le indica- 
zioni che si trovano nelle prefazioni ad alcune di esse, e 
fonti ben note, come la Serie dei testi di lingua del Gamba 
(Venezia, 1839, p. 107 e sg.); ma non trascurai di ricercare 
diligentemente e vedere da me le stampe medesime. Le de- 
scrivo, con qualche abbondanza di particolari, senza fermarmi 
a minuzie inutili, nell'ordine loro cronologico. 

1. Notizie de' professori del disegno da Cimahue in qua, 
secolo III e iv, dal 1400 al 1550, distinto in Decennali. Opera 
postuma di Filiito Baldinucci fiorentino accademico della 
Crusca, Firenze, Tartini e Franchi, 1728. 

Da p. 268 a p. 277 riferisce, con qualche collegamento, vari 
passi della Vita: dalle parole: Avendo fra le mani le suddette 
opere, cioè il Giove d'argento . . . fino a : A questo il Re disse : 
chi ha voluto disfavorir quesfuomo, gli ha fatto un gran 
favore. 

Come avvertimmo, il Baldinucci dà (a p. 267) notizia del- 
ms. originale della Vita, ma non ci dice di qual testo ei si 
valesse per la sua citazione, né è facile ora stabilirlo. La le- 
zione che accoglie è assai libera in confronto delF Originale. 

2. Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino da 
lui medesimo scritta, nella quale molte curiose particolarità 
si toccano appartenenti alle arti ed all'Istoria del suo tempo, 
tratta da un ottimo manoscritto, e dedicata all'eccellenza di 
Mylord Riccardo Boyle ecc. ecc. In Colonia, Per Pietro Mar- 
tello, 8. a (ma 1728). 

Ha il Ritratto, sottoscritto: Benvenutus Cellini {floren* 
tinus) sculptor et aurifaber, coli' indicazione: 

G. Vasari pinse; Hier. Rossi Sculp. Romae; 31. Tuscher del. 



XXXIV INTKODUZIONE 



Vi è una Lettera a S. E., di Seb. Artopolita. 

Sebbene l'edizione non ne porti il nome, easa fu curata 
da Antonio Cocchi scienziato e scrittore ben noto (1695-(-1798). 
Il Melzi nel Dizionario di op. anon. epseudonime (Milano, 1859) 
scrive : 

« Si la Dedicatoria, che la Prefazione dello stampatore, sono 
del dott. À. Cocchi, e la prefazione fu ristampata a e. 18B 
della p. Il dei Disossi Tosami di esso Cocchi (Fireaze, Bar- 
ducei, 1762 in-4'). La edizione di Colonia venne procurata da 
Gaetano Bernestadt o Berenstadt, virtuoso di musica ; ed ebbe 
un'infelice contraffazione in Firenze nel 1792, dal Bartolini ». 

E basta ricordare che la prefazione fu inserita fra gli scritti 
del Cocchi per togliere ogni dubbio sulla persona del P editore J 

Lo stampatore ai lettori dice dell'importanza della Vita^ 
e dell'utilità morale di questa pubblicazione. Avverte: 

« Ho osservato esattamente (eccetto che in alcuni pochi pe- 
riodi sul principio, che malamente intendere si potevano) la 
struttura deldiscorso, qual io l'ho ritrovata nel M.S., benché 
in alcuni luoghi qualche poco diversa dall'uso stabilito ». 

Il Baretti nei num. iv, viii della Frusta fece acre cen- 
sura della Prefazione del Cocchi, cogliendone occasione per 
scrivere dello stile del Cellini il ben noto e acuto giudizio. 

Il testo del Cocchi non deriva da B, come credè il Bandini 
(l'avvertimmo già) ; più probabilmente potrebbe aver relazione 
con C con altro ms. affine a questo. 

Il Gamba (op. cit., p. 107) avverte che il Bernestadt o Be- 
renstadt è possessore in Firenze di una bella raccolta di libri e 
di disegni] ma su questo nome, e sull'altro di Seb. Artopolita, 
fece argute congetture E. Teza nello scritto La vita di JB. C. 
nelle mani del Goethe, negli Atti delVIst, ven., LUI, 3, p. 301. 

Il Gamba stesso scrive (ibid.) « Vi sono esemplari in car. 
gr. Uno ricco di postille autogr. di V. Alfieri venne dall' egr. 
l)ittore cav. Fabro regalato alla Bibl. di Montpellier l'anno 1828 
— Vend. Pinelli 16 >. 

Anche il Tassi (Pref.,p, lxv) parla dell* esemplare postil- 
lato dall'Alfieri e ne cita alcune postille, che avverte fatte dal- 
TAlfieri sol per proprio studio. 



1 Per il Cocchi v. il IV voi. del Manuale delia leti. iUl, di A. D' Ancona 
e 0. Bacci, nuova ediz. interamente rifatta, Firenze, Barbèra, 1900, p. 141« 



INTRODUZIONE XXXV 



Il cortese bibliotecario della Città e del Museo Fabre a 
Montpellier mi favori notizie precise di questo esemplare po- 
stillato dall'Alfieri; e dalle sae notizie si ricava che le po- 
stille sì trovano solamente da pag. 1 a pag. 5, e sono rilievi 
e spogli di frasi, di quasi nessun valore. 

Un esemplare deiredizione del Cocchi, con postille del Bal- 
do vinetti, possedeva il bibliofilo fiorentino P. Bigazzi. ^ 

3. Nella iv ed. del Vocabolario della Crusca (1729) dagli 
spogli Eedi si fecero citazioni della Vita; ma con poca cura, 
come già indica l'ed. 1805 (p. 577) e più pienamente il Tassi, 
(p. XXVI della Pref.) : « . . . par tuttavia i fatti confronti chiaro 
mostrarono, che non fu usata negli spogli tal diligenza, che 
le voci e gli esempi in esso allegati, corrispondano sempre 
perfettamente a quelli che nel manoscritto consultato si leg- 
gono. Quindi, perché la nostra fatica riuscir potesse in qual- 
che modo opportuna alla nuova compilazione del tesoro di no- 
stra lingua, abbiamo aggiunto un Indice dei vocaboli Celli" 
niani già dalla Crusca adottati, in modo però che al testo 
della presente edizione corrispondessero; comprendendo pure 
in esso quelle voci e quei modi, che nel Vocabolario non sono, 
0, se pur vi sono, mancano non tanto d'autorità e d'esempio, 
ma di quel diverso significato ancora il Cellìni le usava ...» 

E a p. 495 del voi. Ili il Tassi dà V « Indice delle voci , 
dei modi e significati, che si trovano nella Vita e altre opere 
del Cellini ad essa riunite, e che non furono riportati nel Vo- 
cabolario della Crusca; o che, se pur vi sono, mancano però 
di autorità e di esempio. L'asterisco indica quegli articoli nel 
Vocabolario già allegati ». 

4. Nella prefaziane all'ed. dei Tratatti di oreficeria e scul- 
tura (Firenze, Tartini e Franchi, 1731) a p. xix-xx, si riferisce 
il passo della Vita « Comparvi non che pensate, ma so- 
gnate ». È il tratto famoso suir interpretazione del Pape Satan 
Pape Satan Aleppe. 



1 V. la pref, di Gaetano Guasti, p. xxvi, e V Antologia del 22 Ago- 
8to 1832. 



XXXVI INTRODUZIONE 



^OD credo che in questa citazione fosse messo a profitto 
il ms. Originale, come si suppone a p. 587 dell* ed. Silvestri. ^ 

5. Del 1792 è la contraffazione dell* ed. Cocchi, fatta da 
Francesco Bartolini. 

Il Gamba, op. cit. p. 107, dice: 

« Distinguesi dall* originale, si per avere nelle prime facce 
della Dedicatoria linee 21 in luogo di 19, si per essere nume- 
rata anche nella tavola posta al fine. Ha inoltre nel fronti- 
spizio un mascherone senza orecchie asinine, diverso da quello 
della prima edizione. 

Nel frontespizio della prima termina le sesta linea con ap- 
parte -~ e comincia la settima con enti ; nella contraffatta la 
sesta linea termina con toccano, e comincia la settima con 
appartenenti >. 

Di più, il fregio del frontespizio è del tutto differente, e 
eosi le iniziali, l della dedica, e i dell* avvertimento dello 
stampatore. 

Il Carfani (I. p. xx), distingue per la carta più cattiva e 
per essere numerata la Tavola delle persone nominate, l'edi- 
zione contraffatta, nella quale, dice, furono intruse non poche 
arbitrarie ed inutili correzioni, oltre un considerevol numero 
di nuovi errori tipografici. 

Il Silvestri, nella lettera che leggesi nell'ed. 1824, nota che 
vi furono forse altre contraffazioni oltre quella del 1792. 

6. Cellini Benvenuto, Vita da lui medesimo scritta, Mi- 
lano, Silvestri, 1805, 2 voi. in-8** gr. Sul frontespizio Varme dei 
Cellini. Raraediz. 

L'Avvertimento dice de' pregi della Vita, ricorda (pag. vii) 
ehe è settantanni da che gira in istampa. Avverte poi (p. viii): 
« Questa riproduzione, a 4irla come va, per i primi diciassette 
fogli è opera di altro stampatore, che ne depose il pensiero; 
ed essi fogli, con i corrispondenti caratteri, pervennero poscia 
in mio potere, ma non ebbi più per direttore della edizione 
quell'abile soggetto, che n'avea dapprima la cura. Donde av- 



^ Di quest'edizione del 1731 si ha una contraffazione, che in fronte alla 
prefazione ha un fregio tipografico, invece deirarrae del Cellini: cfr. Ted. 
dei Trattati di C. Milanesi (Firenze, Le Mounier, p. xliv). 



INTRODUZIONE XXXVII 



verrà che forse non rìasciranno della stessa fisonomia, per 
cosi 'dire, colle prime le seguenti piccole note, che sono sparse 
al pie di pagina; appunto perché nate da altra penna, seb* 
bene a mio credere non meno colta e valente >. 

Cita Ted. con finta data di Colonia e una contraffatta: onde 
s' è dovuto per necessità adottarla per esemplare. 

Eiferisce in fine (p. 577) i passi allegati nel Vocabolario 
della Crusca, nei quali ritrovansi delle Varianti di conse- 
guenza che possono servire ad emendare le Edizioni di Colonia 
e questa nostra di Milano. Nella pref. a p. ix è detto: « Poscia 
soggiungo altre Varianti, che daranno maggior chiarezza al 
Testo stampato, estratte fra molte altre, o dubbie, o meno im- 
portanti, dalla copia di un Ms. di tutta la Vita, esistente^ 
per quanto credesi, nella Biblioteca Laurenziana di Firenze. 
[Questo è invece, il cod. Magliabechiano]. Peccato che questo 
Estratto manchi di certa quale autenticità, per non averle po- 
tute introdurre nel testo con sicurezza. Nondimeno ho avuto 
in lui tanta fede di prevalermene nel modo che ho fatto. Ag- 
giungo per ultimo una lista di voci usate dal Cellini , e non 
ammesse nel Vocabolario della Crusca >. 

Si difendono i Milanesi dai biasimi del Cellini. Al testo 
seguono i Passi della Vita citati dalla Crusca. Indi (a p. 587) 
xìVL Appendicetta delle Varie Lezioni di un lungo passo di 
questa Vita verisimilmente tratto dall'originale e riferito a 
pag. XIX della Prefazione a' due Trattati del Cellini stam- 
pati in Firenze nel 1731, in confronto di questa nostra. Poi 
(a p. 589) Varie Lezioni scelte da un Estratto di molte altre 
tratte da un Ms. laurenziano (a p. 604): Voci non registrate 
nel Vocabolario della Crusca; e finalmente la Tavola delle 
persone e delle cose piU notabili. 

Per trovarsi qui riunite le citazioni della Vita fatte nella 
IV ed. del Vocabolario della Crusca e le aggiunte ad esse, si 
ha in questa edizione un influsso dell'autografo. Il testo però 
non se ne avvantaggia: le varianti sono riferite, non usate. 

Il manoscritto che è detto sopra Laurenziano, è, forse, in- 
vece, D, ossia il Magliabechiano. 

Il Carfani (i. xxi) dice che Tediz. Silvestri ha inserite nei 
primi fogli le' varianti Laurenziane, e che poi copiò esatta- 
mente l'edizione di Napoli, rimettendo le varianti alla fine 
dell'opera. 



XXXVra INTRODUZIONE 



Il Tassi {Pref., p. xiii) nota che Ted. Silvestri fu eseguita 
coi riscontri del Ms. Magliabechiano e che fu pregiata. 

Dopo il sonetto è il ritratto del Cellini con sotto l'arma 
{Paolo Caroni ine.) 

II primo voi. ha p. x-325; il secondo, continuando la nu- 
merazione, va fino alla p. 632. 

7. Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino 
da lui medesimo scritta, nella quale si leggono molte impor- 
tanti notizie appartenenti alle Arti ed alla Storia dei secolo 
XVI, ora per la prima volta ridotta a buona lezione ed ac* 
compagnata con nota da Gio. Palamede Carfani, Milano, 
Dalla Società Tipografica de' Classici italiani, contrada di S. 
Margherita N. 1118, I806-I8II. 

Nella 1.* carta è il ritratto di Benvenuto Cellini (Paolo 
Caroni incise) e lo stemma dei Cellini. 

Nella 2.* carta è scritto Opere di B. Cellini (volume 1). 

Il Gamba (op. cit.) dice che un esemplare unico in carta 
grande venne impresso per la Libreria del march, Gio. Gia- 
como Trivulzio. 

A p. V del I volume, gli editori agli associati dichiarano 
di essersi procurati materiali per il miglioramento dell'opera 
e d'avere affidata l'edizione al sig. Bibliotecario Carpani : sot- 
toscritti, Giusti, Ferrario e C. 

(p. vji) Pref. del signor Dottor Antonio Cocchi (difesa in 
nota). Seguono (p. xii) Giudizi intorno alle opere di B, Cel- 
lini - del Baretti, Frusta lett, N. Vili - del Tikaboschi, 
Stor. lett, lib. Ili - del Parini, Op., voi. VI, p. 203. 

L'autore (p. xvii e sg.) parla della natura e delle vicende di 
questo libro ; del suo metodo, delle correzioni, note linguistiche 
e storiche. Dice d'aver fatto ricavar varianti da un ms. Lau- 
renzìano: a p. 437 del voi, II dice che il Bandini descrive il 
ms. ; che egli, Carpani, non crede, come il Bandini, che l'ed. 
Cocchi concordi con esso e che sia di Firenze. Altre varianti 
toglie dal Vocabolario della Crusca; e qualche variante fai di 
suo: in queste, di cui dà saggio, non è molto felice. Seguono 
la lettera del Cellini al Varchi, il sonetto Questa mia vita, un 
ricordo tratto dal manoscritto laurenziano (che non è l'Ori- 
ginale), indi il testo della Vita con note, senza divisione in 



INTRODUZIONE XXXIX 



capitoli, sino a p. 453 e alle parole: « ma non resta che ad 
ogni modo io non lo vegga e la possa mostrare ad altri, ma 
non si bene come in quella parte detta >. A pagine 454-465 
il Sommario cronologico e V Appendice alle Annotazioni, 

Il voi. II ha la data 1811. A pag. v gli editori ne scasano 
il ritardo. A pag. vii-xlv il Sommario cronologico di questo 
secondo volarne. Indi da p. i la eontinaazione della Vita ecc. 
< Voglio descrivere il mio Capitolo fatto in prigione e in lode 
di essa prigione » sino alla fine a p. 437 : « dipoi me n'andai 
a Pisa ». 

A pag. 439-496 si hanno Ricordi di B. Cellini (dal 1548 
al 1570); a p. 497 Aggiunta di notizie intorno al Cellini 
(1545-1570). Dopo la p. 502, il Carfani avverte che il mano- 
scritto da lui credato laurenziano era un magliabechiano. ^ 

V Avviso dell'editore^ al principio del III volarne, ci dice 
che questo volume contiene tutte le altre opere del Cellini; 
a p. VII che non si vollero daireditore pubblicare le carte di fa- 
miglia esibitegli. Seguono, la prefazione ai Trattati neiredi- 
zìone del 1731, con note; indi i Trattati; Frammento d'un di- 
scorso; Lettere, Discorsi, e poesie di B. C; Poesie sul Perseo, 

Si hanno poi vari elenchi ed indici, alcuni dei quali assai 
curiosi : l'elenco dei ms. della Vita e dei Trattati ; delle Opere 
di oreficeria e scultura di B. C, delle quali si parla in que- 
sti 3 volumi, — Viaggi di B, C. de' quali egli parla nella 
sua Vita. — Questioni, zuffe e fatti d'arme di B. C. — Ma- 
lattie di Benvenuto Cellini, — Amori, dissolutezze, matri- 
monio e figli di B, Cellini. — Indice delle persone nominate 
nel testo o nelle annotazioni, — Indice delle cose più impor- 
tanti, che non sono accennate negli Indici precedenti. Parole 
<1i B. C. degne di particolare osservazione per la loro irre- 
golarità grammaticale e non ammesse nel Vocabolario. 

Il Tassi {Pref. p. xxxii) per la illustrazione di voci e fatti 
loda il Carfani; ma nota che deve correggersi dove lavo- 
rava su testo scorretto ; e ne rileva gli errori. 

Osserva poi (a pag. xxxiii) che fu ingannato anche sul ge- 
nere dei documenti trasmessigli, malamente trascritti dai co- 
dici Siccardiani. ^ 



1 V. il cap. I di questa Introdu?. a pag. xxxr e Cfr. Tassi, Pref. xiv-xv. 
' Il Tassi porta al numero di 158 i documenti, e dà 19 lettere, di cu! 
solo 5 eran conosciate. 



XL INTRODUZIONE 



Quanto alle relazioni dell'edizione presente eoi manoscritti, 
memori della difficoltà che s* incontra nel rintracciare le fonti 
delle stampe, qnando esse dei manoscritti si valgono libera- 
mente, anzi a caso, non crediamo di poter asserir altro, se 
non che il Cakpani derivò probabilmente le varianti dal codice 
magliabechiano (il nostro D). 

8. Il ean. Domenico Moreni pubblica l'epigramma del padre 
del Cellini, a p. 96 della 

Dissertazione isterico-critica delle tre Sontuose Cappelle 
Medicee, situate nella Imp. Basilica di S. Lorenzo^ Fi- 
renze, 1813. 

A p. 13, 14, 223 e sg. cita la Vita del Cellini; discute del- 
l'autore d'un crocifisso dell'aitar maggiore; cita i Trattati, 
e Ricordi, 

Dell' Epigramma dice «... versi . . . trascurati e dal fioren- 
tino e dal novello Milanese editore della Vita da sé medesimo 
scritta, che si protesta d'averne tratta fedel copia da un Co- 
dice palatino, ed ora Laurenziano, a cui per altri diligenti ri- 
scontri da noi fatti ci potremmo, qualora volessimo, opporre. 
Ciò che manca nell'ultima ediz. dì Milano a p. 14 Un. 29 è 
quanto segue immediatamente dopo la parola acconcio. 

Mio padre, egli dice, aveva un poco di vena poetica na- 
turale st ietta, con alquanto di profetica, che questo certo era 
divino in lui, sotto alla detta arme (dei Medici) subito che la 
fu scoperta fece questi quattro versi : dicevano : 

Qaest*Arme, che sepolta è stata tanto 
Sotto la santa Croce mansueta 
Mostra hor la faccia gloriosa e lieta 
Aspettando di Pietro il sacro Ammanto >. 

Il Carfani nell'ed. 1821, p. 285, risponde che ha ragione il 
Moreni, purché anch' egli cerchi di colmare le lacune che lui, 
Carpani, ha indicate. 

9. Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino da 
lui medesimo scritta, ridotta a buona lezione ed illustrata 
da Gio. Palamede Carfani, Milano per Niccolò Bottoni , 1821; 



INTRODUZIONE XLI 



nella collezione « Vite di uomini illustri scritte da loro me- 
desimi. 

Il tipografo (I, X) dice che ebbe dal Carpani vari miglio- 
ramenti relativi al testo e alle note, raccolti dopo che fa fatta 
r edizione del 1806-1811, della quale si riprodaeono quasi tutti 
i preliminari. 

Nel voi. I a p. 278, il è Sommario cronologico. 

Nelle emendazioni si aggiunge il passo pubblicato dal 
MoRENi suir epigramma deU padre del Cellini (v. Ted. Moreni, 
1813). 

Il voi. IL, a. p. 5 e seg., dà la continuazione della Vita fino 
alle parole per la qual cosa il Duca si mostrò molto sde- 
gnato seco. 

Segue il Sommario cronologico. 

Il voi. Ili dà la continuazione e fine della Vita, a p. 126. 

Si hanno poi Ricordi di B, (7., Aggiunte di notizie^ e le 
altre scritture e memorie celliniane della prima edizione; indi 
il Sommario cronologico. 

Il Carfani riprodusse con qualche diligenza la sua edi- 
zione, ma anche per questa non ebbe foiiiuna, nonostante il 
suo buon volere. 

Il Gamba ne rileva le Aggiunte, 

Non furon fatti i riscontri che l'editore voleva; e ne indi- 
cherà gli errori il Tassi , con quel suo stile ingarbugliato {Pref. 

p. XVII, XVIII, XXVI, XXVIll). 

IO. Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino 
da lui medesimo scritta^ sesta edizione conforme alla lezione 
pubblicata dalVab. Carfani, e per la prima volta divisa in 
libri e capitoli^ Milano, per Giovanni Silvestri, 1824. 

Il tipografo dice d'aver fatta una ristampa nel 1805; che 
il testo fu migliorato dal Carfani, e nel 1821 riprodotto dal 
Bottoni. Chiese al Carpani di riprodurre il testo della Vita 
in quest'edizione economica e quasi popolare. Il Carpani lo 
consigliò a dividere il testo in libri e capitoli. 

A p. vii si ha un ameno ragionamento sul ritratto del Cel- 
lini, rilevato dalla figlia Cleofe. 

È dettvL sesta edizione, perché contando anche l'ediz. 1792, 

in 



XLII INTRODUZIONE 



qnesta è, difatti, la sesta .edizione della Vita (I. 1728; II. 
1792; III. 1805; IV. 1806-11; V. 1821). 

L' Indice è fatto per libri e capitoli e cronologico. In fine 
leggesi: pubblicato il giorno xx febbraio mdcccxxiv. Se ne 
sono tirate due sole copie in carta turchina di Parma, 

Ha troncamenti nel testo (Tassi , Pref, xxxi), come il Nu- 
gent, il Goethe e il Eoscoe nelle loro traduzioni. 

Qnesti troncamenti adotterà il Tassi stesso. 

IQbis II Tassi, (Pref. xxxi) dà notizia d' un' edizione di Pisa, 
Capurro, pur del 1824, che sarebbe una riproduzione dell'edi- 
zione del Silvestri. A me, e ad altri che han cercato per me, 
non fu possibile rintracciarne copia. 

1 1. Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino 
scritta da lui medesimo restituita alla lezione originale sul 
manoscritto Poirot ora Laurenziano ed arricchita W illustra- 
jsioni e documenti inediti dal dott Francesco Tassi, Firenze, 
presso Guglielmo Piatti, 1829. 

Ha un ritratto del Cellini {Giorgio Vasari dipinse; Maur 
rizio Steinla incise). 

Il voi. I ha la Dedica; V Avvertimento; Giudizi sul Cellini; 
la Prefazione del Cocchi, difesa dalle accuse del Baretti; la 
lettera del Cellini al Varchi sulla Vita, tolta dall'originale 
(Pref, p. LXii), un primo estratto dal ms. originale, la dichia^ 
razione del Cavalcanti, e un secondo estratto in facsimile. 

Il voi. II ha il Testo dal cap. I, lib. II, della Vita, che 
finisce in questo volume. 

Il voi. Ili ha Bicordi e Docttmenti, Racconti, Lettere di 
B. Cellini. I ricordi e documenti, il Tassi dichiara di averli 
tratti dalla Eiccardiana o da' pubblici archivi di Firenze. Se- 
guono Poesie del Cellini e gli Indici. 

Il sommario cronologico della Vita è dopo il I e il II vo- 
lume. 

È questa la prima edizione condotta sull'autografo; e ne 
abbiamo già più volte fatto menzione.^ L'Avvertimento parla 



1 Sul Tassi , V. Cenni biografici del dott. F. T. ed Elogio di Francesco 
Del Furia, Firenze, Torelli, 1857. 



INTRODUZIONE XLIIl 



•delle edizioni Cocchi, Silvestri, Carfani, dell' Originale e di 
altri manoscritti (che son tra quelli già indicati). Discorre 
anche dei ritratti del Cellini e di alcnne sne opere d'arte; e 
riferisce, oltre ai soliti, vari giudizi più o meno notevoli di 
alcuni scrittori sul Cellini stesso (Baldinucci, Qiulianelli, Tira- 
-boschi, Parini, Missirini). 

La stampa usci colla data 1829 ma (secondo dice il Molini 
«ella pref. all' ed. 1832) il 30 die. 1830. 

Il Gamba dice (op. cit., p. 108) che se ne tirarono anche 
«esemplari su carta grande colorata. 

Se ne fecero recensioni nella Bibl. itah, tomo 62 p. 23; nel 
Nuovo Giornale dei Letterati, 1831, tomo 23; neìV Antologia, 
tomo XL, fase. 3** p. 37. 

Il merito grande e vero del Tassi è di aver dato, sulle 
traccio del Carpani, una copiosa illustrazione storica della Vita, 
■pur con le trascuratezze e le prolissità che gli eran proprie.^ 

Quanto al metodo dell' edizione, il Tassi dà anche va- 
rianti dei manoscritti Laurenziano e Magliabechiano (I, 61, 
446; II, 25). Nella Prefazione indica a più riprese il metodo 
tenuto, il quale si può riassumere cosi: molta fedeltà, in ge- 
nerale, al manoscritto, ma non rispetto di quelle forme im- 
portanti e caratteristiche che più noi vogliamo ora rispettate 
in un testo come quello del Cellini. Cosi non solo il Tassi 
punteggia, ma corregge alcuni luoghi, pur non toccando di 
solito quella che chiama mancanza di grammatica (p. xxx). 

A p. XXXI giustifica la divisione in capitoli già fatta nel- 

4' edizione del* 24. A pagina xxxii dice che emendò alcune 

cose, servendosi del Cocchi (!), pensando che qualche correzione 

avrebbe fatta pure il Cellini rileggendo il Manoscritto. S*in- 

.gannò sull'autografia (p. xxiii) delle prime dieci carte. 

12. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo, 
fratta dall'autografo per cura di Giuseppe Molini con brevi 
^annotazioni, Firenze, Tipografia ali* insegna di Dante, 1830, 
in 12° piccolo, nella Bibl, italiana in verso ed in prosa, 
voi. XXVI. 



^ Nel cod. 22032 € Addit. Mss. » del British Museum s! ha una rac- 
colta di materiali che hanno servito per 1^ edizione presente e che offrono 
qualche varietà, com'è naturale, rispetto alla forma che il Tassi dette alle 
sue illastrazioni. 



XLIV INTRODUZIONE 



L' Editore ai lettori parla del manoscritto. La copia di esso 
confrontò coir ed. 1821 (Carfani): «non vale la pena di dir 
le ragioni per le quali non ^li fu permesso di darlo in luce 
fino al 30 di dicembre del 1830 »; descrive il codice, dice di 
aver trascurato i manoscritti e le stampe precedenti. 

Ha rettificato alcuni passi; le note ha estratte da que)l& 
del Carfani. Seguono il sonetto, la dichiarazione, il testo della 
Vita, di cui son numerate le righe, cinque per cinque, in ogni 
pagina. In fine si hanno le Annotazioni, V Indice cronologico 
e per pagine, le Correzioni e emendazioni. 

Per la ricostruzione del testo, dichiara d'aver corretto gli 
errori evidenti, le omissioni dell'amanuense (avvertendolo in 
nota), e le negligenze ortografiche. Questo ripeterà anche nel- 
r edizione del 1832. Ha, insomma, tenuto, press' a poco, il cri- 
terio generale del Tassi. 

Nella pagina anteriore al frontespizio e nel frontespizio 
sono due illustrazioni (F. Nenci inv, e dis.-, F, de Fournier 
ine,), che si riferiscono la prima alla p. 350, la seconda alla 
p. 363 del Testo. 

13. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesima 
tratta dall' autografo per cura del dott, Francesco Tassi. 
Firenze, Stamperia di Guglielmo Piatti, 1831, in 16^ pp. 708. 

Al lettore^ Guglielmo Piatti dichiara di riprodurre il solo 
testo della Vita dall' ediz. maggiore Tassi. 

È diviso in libri e capitoli. C è un Sommario cronologico 
con indice per capitoli e pagine. 

14. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo 
tratta dall' autografo per cura di Giuseppe Molini, edizione 
collazionata di nuovo colV originale e ricorretta con brevi 
annotazioni e una scelta di documenti. Firenze, Tipografia 
all'insegna di Dante, 1832, 2 voli. p. xii-734. (Nel secondo 
tomo continua la numerazione). 

Il Gamba (op. cit.) ne ricorda esemplari in car. gr. velina 
d' Inghilterra ed in 4<» piccolo. 

L'Editore ai lettori (G. Molini, Firenze, 30 novembre 1831) 
dice d'aver edita il 30 dicembre 1830 la Vita, di cui molto- 



INTRODUZIONE XLV 



prima aveva finita la stampa. Usci nel giorno medesimo Ted. 
JPiatti. Volle confrontare le due edizioni : ne notò le differenze : 
ricorse al cod. Originale, accorgendosi di alcuni errori suoi e 
eli quelli del Tassi: rìcollazionò il manoscritto. 

Torna a parlare (ripetendo in parte ciò che aveva detto) 
4el manoscritto originale. Dice d'avere aggiunto documenti, 
quali nelle note, quali nelF appendice , scelti fra quelli del 
voi. Ili deirediz. Tassi, avendoli collazionati con diligenza 
cogli originali. Il testo non ha divisioni in capitoli; finisce 
a p. 625. Comincia poi V Appendice a p. 627, con alcuni do- 
cumenti inediti. Una lettera di Melchior Missirini (pag. 709-11) 
annunzia la scoperta d'una statuetta rappresentante Imeneo. 
Segue il Sommario cronologico e indice. 

Una favorevole recensione di questa edizione fece il Mon- 
tani ìieìV Antologia (agosto 1832), confrontandola colle edi- 
zioni Cocchi e Carfani. 

È, con quella del Tassi, T edizione più notevole per le cure 
date al testo. 

15. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo ^ 
adizione conforme a quelle fatte sul manoscritto delV autore ^ 
Firenze, presso Pietro Praticelli, 1842. In 16^ 2 volumetti. 

Ha divisione in capitoli : il primo volumetto ha pp. 298; il 
^8econdo 320. 

A p. 295 finisce la Vita, e segue una breve notizia su casi 
-della vita e opere del Cellini, rilevata, com'è detto, dai do- 
<^umenti pubblicati dal Tassi. Da pag. 297 a p. 319 è il Som- 
mario cronologico per capitoli. 

A p. 319: Sommario de' più importanti Documenti dal 
1561 al 1571 riguardanti la Vita del Cellini e pubblicati 
dal Tassi] degli anni 1561, '62, '63, '64, '65, '66, 67, '69, 
^70, '71. 

Per quello che risguarda il testo, l'edizione non ha impor- 
tanza alcuna in confronto delle precedenti. 

16. Le opere di Benvenuto Cellini arricchite di note ed 
illustrazioni^ Firenze, Società editrice fiorentina, 1843: nella 
Collezione generale dei classici italiani (Tip. di Felice Le 
Monnier), in 8**, pp. 600. 



XLVl INTRODUZIONE 



Ha in piti deired. Tassi; i Trattati dell' Oreficeria e scul- 
tura (secondo V ed. Carfani). Per la Vita e gli altri scritti ha 
seguito la citata edizione Piatti (1829) « scemando solo dalle 
copiose illustrazioni del sig. Tassi (dice V Avvertimento degli 
editori) i raffronti delle diverse lezioni, superflui, come ci 
pare, in ogni edizione posteriore a quella, colla quale il pub- 
blico ne è stato fatto originalmente consapevole ». Segue la 
Prefazione del Tassi ali* ed. 1829, tranne le avvertenze rela- 
tive alla parte tipografica. Si hanno poi i Giudizi intorno 
alle opere di Benvenuto Cellini; la Lettera del Cellini al Varchi 
(rettificata nella lezione secondo il Tassi e con la vera data 
22 maggio 1559), i Due Ricordi e il Sonetto con note del 
Tassi. Viene quindi la Vita con note e con divisione in libri 
e capìtoli, e va sino a pag. 335: seguono i Ricordi e docu- 
menti illustrativi della Vita di B, C, secondo il Tassi; poi 
i Trattati dell' Oreficeria e Scultura. Si dà la pref, dell' ed. 
1731 con note del Carfani; la lettera del Cellini a Don Er- 
nando cardinale de' Medici. 

Il Trattato dell'Oreficeria va da p. 443 a p. 489. 

Si hanno a p. 490 Varianti e aggiunte al Trattato della 
Oreficeria secondo il cod, manoscritto della Marciana^ che 
son date conforme Ted. Tassi (v. nota). A p. 502 il Capitolo 
dell'Arte del Niello (secondo Ted. Tassi, III, 374, da cui è 
riferita una lunga nota). 

A p. 505 il Trattato della Scultura; a p. 525 il Fram- 
mento di un discorso sopra i principj e il modo d'imparare 
r arte del disegno; a pag. 529 il Discoi^so dell' Architettura; a 
p. 535-552 Lettere; a p. 556 il Discorso sopra la differenze^ 
nata tra gli scultori e pittori ecc.; a p. 557 Poesie del Cel- 
lini ; a p. 575 Poesie Toscane e Latine sopra le opere in bronzo 
e in marmo di M. Benvenuto Cellini, estratte dal Codice Rie- 
cardìano 2353. Chiude il volume, V Indice delle materie, 

17. Vita di Benvenuto Cellini da lui medesimo scritta ed ora 
per la prima volta recata ad uso delia gioventù secondo le più 
reputate edizioni, Venezia, Girolamo Tasso, edit. tip., 1844, 
in 32°: nella Biblioteca di opere classiche antiche e moderne. 

Ai lettori^ V editore , dice che si propone di dare una le- 
zione purgata, senza aggiunger nulla; che la Vita per la prima 



INTRODUZIONE XLVII 



Tolta si presenta possibile ad esser letta da giovani costumati. 
Segni specialmente le edizioni recenti del Molini e Tassi. Il 
testo comincia a p. 1 e va fino a p. 497. Non ha divisioni né 
in libri né in paragrafi. Vi sono alcune noterelle, che han 
quasi la pretesa di esser sufficienti. 

Censura questa edizione il Carbone nella prefazione alla 
sua stampa del 1871. 

18. La vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fioren- 
tino, edizione eseguita su qtiella del ms, autografo arricchita 
di moltissime note ed illustrazioni^ Torino, Stab. Tip. Fon- 
tana, 1845, YoU. 3, in 32*^: nella Biblioteca mista-economica 
ovvero JRaccolta di opere edite ed inedite ecc. ecc. 

Dice V Avvertimento dell* editore che la stampa « è fedel- 
mente riprodotta su quella che nel 1843 faceva di pubblica 
ragione la benemerita Società editrice fiorentina, la quale si 
attenne a quella del Piatti >. 

Biproduce le note del Tassi. 

19, La vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fioren- 
tino scritta per lui medesimo in Firenze^ edizione eseguita su 
quella della Società editrice fiorentina^ arricchita di moltis- 
sime note ed illustrazioni, Torino, Cugini Pomba e Compa- 
gnia, 1852, in 16^ voli. 2 (I p. 290; II p. 399): nella Nuova 
biblioteca popolare. 

Gli editori dichiarano d'avere scelto V ed. del 1843. Hanno 
aggiunta la pref. del Tassi all' ed. 1829 (Torino 25 giugno 1852)^ 

Seguono i soliti Giudizi intorno alle opere di B, Cellini. 

Ha divisioni per libri e per capitoli e T indice per ciascun 
volume. 

È pregio singolare di questa stampa contenere tradotta 
r Appendice che il Qoethe fece alla sua traduzione della Vita 
Cellini. 

L'Appendice del Goethe comincia alla p. 353 e va fino 
alla p. 380 del II volume. * 



^ Per questa, vedasi più innanzi a pag. lv e seg., dove si parla della 
traduzione del Goethe. 



XLVIII INTRODUZIONE 



20. La Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo, 
restituita esattamente alla lezione originale con osservazioni 
filologiche e brevi note dichiarative ad uso dei non toscani, 
per cura di B. Bianchi, con vari documenti in fine concer- 
nenti la vita e le opere dell' autore, Firenze, Felice Le Mou- 
nier, 1852, in 16^ 

Nella Prefazione Teditore dice che ha fatto collazionare il 
cod. Lanrenziano snlPed. Mouni 1832, richiamando la lezione 
primitiva, salvo gli sbagli dell'amanuense. Dice delle note, 
della punteggiatura ecc. Ha diviso il libro in paragrafi; ed 
in 2 libri. Avverte che riferirà, come nelle edizioni Tassi e 
MoLiNi, documenti celliniani, divisi in due serie : riconfron- 
tandoli anche questi con gli originali. La descrizione del codice 
Laurenziano è tratta, com'è dichiarato a p. 5, dall' ediz. Mo- 
LiNi 1832. Segue il Sonetto. La Vita va da p. 1 a p. 495. 

Innanzi ai Documenti è questo Avvertimento dove si toma 
a dire della scelta fatta: « In ambedue le edizioni della Vita 
di Benvenuto Cellini fatte da G. Piatti e da G. Molini è 
un* appendice di Documenti, Tra i Documenti già pubblicati 
abbiamo fatto una scelta dei più importanti, dividendoli in 
due Serie, disposta ciascuna per ordin di tempo. Nella Serie 
Prima abbiamo messo quei Documenti che in certo modo ser- 
vono di continuazione e di compimento alle notizie di Benve- 
nuto Cellini, dal punto in che egli lascia lo scrivere {eh* è 
sulla fine del 15G2), sino alV anno della sua morte, cioè al 
1571. U altra Serie si compone di quelli che ci narrano fatti 
taciuti nella Vita, ovvero che ai raccontati aggiungono mag- 
giori pili curiosi particolari ». 

Segue un diligente Sommario cronologico e Vindice. 

Questa edizione segna il massimo punto al quale si arriva 
colla recensione del testo; non essendo; le migliori delle edi- 
zioni seguenti, che ristampe, se pure con qualche ritocco. 
Dopo le edizioni Tassi e Molini, la ed. Bianchi è la IV, più o 
meno diretta, collazione del Testo. 

G. Barbèra nelle 31em. di un editore (1883), p. 134, par- 
lando del Molini , ne loda 1* ed. della Vita del 1832 ; e, venendo 
poi a dire dell' ed. Bianchi, scrive : « Il lavoro del confronto tra 
la ed. Molini e l'autografo fu fatto da Carlo Milanesi e da me; 
il Bianchi faceva le note su le nostre stampe collazionate ». 



INTRODUZIONE XLIX 



Avrò occasione di dire più innanzi espressamente del me- 
todo tenuto dal Bianchi, il quale ebbe più merito come ac- 
corto e sobrio illustratore del testo perla parte storica e, più 
ancora, come annotatore e dichiaratore spesso acuto della 
lingua. Ma nell'una cosa e nell'altra non ebbe sempre né si- 
curezza né coerenza di criteri, come vedremo. 

Questa stampa fu riprodotta anche nella Biblioteca Na- 
zionale economica presso gli stessi editori. 

Nel giornale II Crepuscolo di Milano (anno IV, 1853, 
n.* 10, 12) è un articolo Sul testo della Vita del Céllini, specie 
a proposito di questa edizione Bianchi. Vi si accenna, altresì 
alle edizioni Cocchi, Carfani, Tassi, Molinl 

21. Per le Nozze Pendini- Volpi, Venezia, tip. di G. Gri- 
maldo, 24 aprile 1865 , in 8\ p. p. 6. 

A una lettera di parenti alla sposa, segue una Curiosa in- 
terpretazione data da B. Cellini al verso di Dante: Pape 
Satan, pape Satan Aleppe. 

È dichiarato in nota, che < Qaesto racconto sta nella Pre- 
fazione fatta dall'editore del Trattato dell'Oreficeria ec, Fi- 
renze, 1731, in 4^ a e. xix ». 

Si registra questa stampa, come ricordo e indizio di altre 
riproduzioni e allegazioni fattesi, di su questa o quella edi- 
zione, del celebre passo della Vita, anche in alcuni com- 
menti di Dante. 

22. La Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo, 
corredata di note e ridotta ad uso delle scuole per cura di 
Domenico Carbone , con luoghi scelti dai Trattati dell* orefi- 
ceria e della scultura, Milano, Amalia Bottoni, 1871, in W 
pp. vi-484. 

Nella Prefazione U(omenico) C(arbone) riferisce i giudizi 
del Baretti,.del Parini, del Gioberti, del Cocchi, sul Cellini. 
Dice d'aver condotto e ridotto la sua edizione su quella Bian- 
chi e d'avervi fatto discrete castigature. 

Coi documenti, che deriva dalle edizioni Tassi, Molini, Bian- 
chi, compie la narrazione della Vita sino al 1571. Dà estratti 
dei Trattati. 



INTRODUZIONE 



A pag. 428 finisce la Vita; a pag. 429 comincia V Appen- 
dice alla Vita di B. C, fatta per anni, riassumendosi o rife- 
rendosi i documenti. A pag. 441 Dai Trattati dell* ori ficeria 
e della scultura. — A p. 469 Sommario cronologico della Vita 
di Benvenuto Cellini (coli* indicazione delle pagine). La Vita 
è divisa in Libri e paragrafi come nell'edizione Bianchi. 

Non teniamo conto delle ristampe di quest* edizione. 

23. La Vita di Benvenuto Cellini scritta per lui medesimo 
emendata aduso della costumata gioventii per cura di 1, Gobio 
(7. R. Barnabita, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana, 1871 : 
in 18" pp. 703. 

È del Novembre-dicembre deiranno III (1871) della Bi- 
blioteca della gioventù italiana. 

Se ne son fatte poi ristampe varie. 

A p. 675 finisce la Vita e a pag. 676 comincia V Appen- 
dice che va sino a p. 698. Da pag. 699 a pag. 703 Vindice. 

La prefazione, dopo aver lodato il Concilio di Trento e i 
fondatori d'ordini religiosi che posero riparo alla corruttela 
del Sinascìmento, dice che l'edizione è condotta secondo quella 
del Bianchi. Sulla scorta del Bianchi stesso, si aggiungono 
alcune noterelle, e si recano vari documenti circa gli ultimi 
anni di vita del Cellini. Ha la divisione in capitoli. 

24. La Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo 
ridotta alla lezione originale del codice Laurenziano con note 
e documenti illustrativi e con un saggio delle sue rime, ag- 
giuntevi le notizie pubblicate dal marchese Giuseppe Campori 
intorno alle relazioni del Cellini col cardinale Ippolito d'Este 
ed a* suoi allievi, Paolo Romano, Ascanio da Tagliacozzo, Mi- 
lano, E. Sonzogno, editore, 14, Via Pasquirolo, 1873. pp. 414. 

Della Bibl, classica economica, n.'' 5. 

Buona e garbata V Introduzione di Eugenio Camerini. Vi si 
parla del ms. Originale, delT edizione Cocchi che è censurata; 
e con lode di quelle Carfani, Molini e Tassi. L'ed. è condotta 
su quelle del Molini e del Bianchi; le note derivano, con 
qualche correzione, dalle ed. Carfani e Bianchi. Si hanno do- 
cumenti trascelti da varie stampe, e dalPedìz. dei Trattati di 



INTRODUZIONE LI 



Carlo Milanesi (Firenze, Le Mounier, 1857). Altre notizie si 
aggiungono sulla scorta di Giuseppe Campori. Il testo è diviso 
in libri e capitoli, e va da p. 17 a p. 350. Seguono le Rime 
del Cellini, V Appendice colle Notizie del Campori, Date della 
Vita, Date e transunto dei documenti illustrativi, Vindice 
del volume. 

Xon teniamo conto delle riproduzioni stereotipe di questa 
stampa. 

25. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo, in 
Firenze, G. C. Sansoni, editore, 1883, in 32^, pp. ix, 634. È a 
cura di Guido Biagi. 

ì^élVAvvertenjsa è detto, che la Vita si ristampa secondo la 
lezione del codice Lauremiano, Brevemente, ma esattamente 
e con bel garbo, si tocca delle traversie della vita del Cellini, 
del suo testamento ed eredi. A p. 631 finisce la Vita che è 
divisa in due libri e ha numerati i paragrafi. A p. 333-34 
si hanno Date della Vita di B, C, con riferimenti ai libri e 
paragrafi. 

È una diligente ristampa, con qualche nuovo riscontro sul 
ms. Originale: segue da vicino T edizione Bianchi. 

Ha la notazione tipografica in fine : Finito di stampare il :^S 
Febbraio 1883 in Firenze, nella Tipografìa di O, Carnesec- 
chi e figli, 

26. Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo, 
Firenze, Adriano Salani, editore, 1885, Via S. Niccolò, 102, in 
16^ pag. 396. 

Ha un ritratto del Cellini. 

Il sig. Cesare Causa, in una paginetta che intitolata Proe- 
mio, copia rifa malamente la buona prefazione! na del Biagi 
alla sua ristampa. 

Non è detto secondo che edizione sia dato il testo, ma pro- 
babilmente secondo Tediz. Biagi. Vi sono moltissime divisioni 
in capoversi, per dare alle parti della Vita aspetto più di ro- 
manzo e commedia, e col fine di farsi meglio leggere, in ta) 
modo, al pubblico cui queste edizioni, molto popolari, si ri- 
volgono. 



LII INTRODUZIONE 



27. Nel voi. I del Manuale della leti. it. di Tommaso Ca- 
sini (Firenze, Sansoni, 1886), da p. 262 a p. 382 sono riferiti, 
con accorati collegamenti, e con note accorate e sobrie, più 
passi della Vita. 

11 testo, diviso in libri e paragrafi, deriva dall'ed. Bianchi 

O BlAGI. 

Ricordiamo qaesta stampa frammentaria, perché condotta 
con lodevole diligenza. 



28. La vita di Benvenuto Cellini scritta da lui mede- 
simo nuovamente riscontrata sul codice laurenziano con note 
e illustrazioni di Gaetano Guasti, Firenze, G. Barbèra edi- 
tore, 1890, pp. XXVII, 672, in 16^ Ha il ritratto del Cellini (cfr. 
p. xxii-xxiv, della Prefazione). 

Nella Prefazione, lasciando quello che non si riferisce 
strettamente al metodo deiredizione, il G. dice dell'occasione 
in cui il Cellini scrisse la Vita, delle edizioni anteriori (p. xvii- 
X vili), di' tre codici (Magliahechiano y Palatino oggi Lauren- 
jsiano, e quello Poirot della Laurenziana)\ de' pregi del Cel- 
lini come scrittore, e del metodo dell'edizione. 

Ha seguito le edizioni Molini 1832, e Bianchi. Avverte: 
« non ho mancato al debito d'un diligente editore, di riscon- 
trare il Codice Laurenziano descritto neir^t;t;^/?>w^n^o, quando 
ebbi qualche dubbio, mantenendo certi nessi erroneamente 
sciolti da chi era poco uso a' manoscritti (? !) ». 

Però questo codice, l'editore, come avvertimmo, lo vide le- 
gato in pergamena; perché cosi veniva detto nella descrizione 
che ne dette il Molini (pag. 2). 

Divide la Vita in ììbri e paragrafi, con somn^ario, scostan- 
dosi talora dalla divisione del Tassi. De' documenti non crede 
necessario di ripubblicare nemmeìio tutti quelli del Molini e 
Bianchi: parte ne inserisce nelle note, e ne produce d'inediti 
(p. xxv). Ampliò Valbero genealogico, da Carlo Milanesi pub- 
blicato coi Trattati. 

Si giovò delle postille del Baldovinetti a un esemplare del 
1778, di propr. del sig. Paolo Galletti (scarse, ma alcune im- 
portanti). Espone a p. xxvii qual fu il suo concetto nelle note 
filologiche. 



INTRODUZIONE LUI 



L'Avvertimento derìra dal Molini. — La Vita va da p. 5 
a p. 552. Si hanno poi xciv Documenti, V Albero genealogico 
fino a p. 650. A p. 651 V Indice delle persone e delle cose più 
notabili, che si ricordano nella Vita, nelle note e nei do- 
cumenti. A p. 671, la tavola del volume e Correzioni. 

Questa edizione non rappresenta nessun progresso nella 
recensione del Testo. L'editore non si rende conto criticamente 
delle cancellature e correzioni, e parte dal concetto che il testo 
celliniano si debba, in molti casi, correggere : la qual parola è 
a sazietà ripetuta nelle postille filologiche. Non vogliamo però 
negare a questa stampa il pregio di molte e assai buone il- 
lustrazioni storiche, per le quali l'editore medesimo si professa 
grato a quell'insigne erudito che fu Gaetano Milanesi. 

28^*»- Il medesimo editore procurò pure (Ibidem, 1890) una 
edizione castigata per uso delle scuole. Vi è riprodotta in gran 
parte la Prefazione. Il testo, diviso in libri e capitoli, y2l da 
p. 1 a p. 419. Chiude il volume un breve indice con notazioni 
cronologiche. 



29. La Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo 
espurgata ed annotata per uso delle scuole con una prefa- 
zione di Gurno Falorsi, Firenze, Successori Le Monnier, 1890, 
in 16*^ : p. XXI, 353. 

La Prefazione ha osservazioni pregevoli. L'editore vi di- 
chiara di seguire l'ed. Bianchi con quegli avvedimenti che la 
scuola secondaria richiede. 

Il testo ha divisioni in libri e paragrafi. 

Una eflScace paginetta (341-42j ci riassume le ultime vi- 
cende del Cellini, oltre il racconto della Vita. Segue un Som- 
mario cronologico della Vita di B. C. 

Dalla 8oc, ed. Nazionale di Roma ai annuncia ora un'edizione illu- 
strata, a dispense, della Vita di B. C. 

§ 2. Indico le Traduzioni che ho potuto conoscere, e la più 
parte vedere, della Vita. 

!>• francese 

Di una traduzione inedita del generale Dumouriez, fatta 
circa il 1777, dà cenno il Plon, op. cit., p. 113, e la ricorda 
il Goethe, Werke, Bd. , 27, Berlino, 1872, p. 369. 



LIV INTRODUZIONE 



(1) — 1822 (Parigi), trad. di T. De Saint-Maecel, 1 voi. 
in-8'': cfr. Tassi pref., xi e Plon op. cit, p. 113. 11 Tassi ri- 
leva i molti errori che vi sono, di nomi. 

(2) — 1833 (Parigi), trad. di D. D. Farjasse. Condotta 
suired. Tassi. 

(2bi«) — 1875 Mémoires de B, C. trad, de D. D. Farjasse, 
nouvelle édition illtistrée de 60 gravures, Paris Librairie de 
TEcho de la Sorbonne. 

Vi è una Notice de G, Vasari sur B. C, — NoUce sur 
Irs dernieres années de B. C — Taile chronologique — Ha 
varie note storiche. 

(3) — 1847. (Parigi), trad. di Léopold Leclanché ; 2 voli, in 
16** — Condotta suU'ed. Tassi, Ricordata onorevolmente dal 
JSymonds che citeremo. Il Leclanché tradusse anche il Vasari. 

(3bu) _ 1881. (Parigi, Quantin). È citata pur questa ediz,: 
B, C. Sa vie, écrite par lui méme : trad. de L. Leclanché, il- 
lustrée de eauxfortes par F. Laguillermie 1881 in-8** (ed. di 
lUO esempi.). 

(4) — 1866. (Parigi, Frat. Levy), Benvenuto Cellini par 
À. De Lamartine. PiA che una traduzione, è una rapida ana- 
lisi delle Memorie del Cellini. 

Ha varie noterelle storiche, alcune delle quali contengono 
errori veramente madornali. P. es. a p. 22 : Mazacdo : cet ar- 
tiste fut un des fondateurs de VÉcole italienne dans Vonzième 
siòcle\ a p. 33: Savonarola ennemi des MediciSy et cherehant 
la faveur du peuple, le (il Cellini !) fit condanner et bannir, 

im INGLESE 

(1) — 1771 (Londra), trad. di Tommaso Nugent; 2 voli. in-8**. 
Fu condotta su edizioni scorrette. Il Tassi (Pref., p. x), la dice 
fatta suU'ediz. Cocchi con poche varianti. 

Il Goethe scrisse neìV Ajypendice alla sua versione che nei 
luoghi difficili sorvola, appiana gli scabri o gli indebolisce, 

(2) — 1823 (Londra), trad. di Tommaso •Koscoe ; 2 voli, in-8^ 
Condotta sull'edizione Carfani (v. Tassi, Pref., xvii). 



INTRODUZIONE LV 



(2 bla) — Ì847. Il Symonds cita una seconda edizione del 
1847, e biasima anche l'ed. del '50. 

(2terj — 1350 (Londra, Bon), Memoirs of Benvenuto Cel- 
imi a fiorentine artist, written hy himself, noiv first collated 
tcith the new text of CHuseppe Moliniy and correctcd and en- 
larged from the last Milan edition with notes and observa- 
tions of G, P. Carpaniy translated hy Thomas Koscoe , in 16^ 
pp. viii-504; con ritratto. 

(3) — 1888 (Londra lohn C. Nimmo, 14, King William Street, 
Strand), The li fé of Benvenuto Cellini netvly translated in to 
English hy John Addington Symonds, Second Edition, in two 
volnmes. Con ritratto. Ha qualche nota. 

U Introduction esamina il carattere dell' uomo, dell'artista 
e la veridicità del racconto. Fa osservazioni argute e finissime 
sulle traduzioni, e sulla piena e profonda conoscenza che un 
traduttore accurato acquista del libro che traduce. 

IN TEDESCO 

(1) — 1796. La traduzione del Goethe, singolarissimo vanto 
di questo libro del Cellini, usci prima nelle Horeny 1796-97, 
poi nel 

Ì2) — 1803 (Tubinga), 2 voli, in 8'; e quindi nelle varie 
edizioni delle opere del Goethe. 

Della traduzione e delle edizioni varie dà notizia il bello 
scritto di E. Teza La vita di B. C, nelle mani del Goethe 
negli Atti delVIst, veneto, tomo un, S. vii, t. vii, disp. 3% 
p. 299 e sg. (1894-95). 

Il Goethe si servi della citata trad. inglese di Tommaso 
NuGENT (Teza, Atti d. Ist. ven,, p. 303 e seg.). 

Condusse la traduzione su testi non sicuri. 

Il Tassi {pref,, p. x) rileva quello che il Goethe dice nel- 
V Appendice, meno che benevolmente, del carattere italiano in 
relazione col carattere del Cellini. Per questa ^pp(?nrfica, v. la 
traduz. italiana che ne fu data nella ediz. della Vita (Torino, 
Pomba, 1852). Ecco le divisioni àtW Appendice del Goethe: 

Ànhang zur Lebensbeschreibung des Benvenuto Cellini bfe- 
ztkglich auf Sitten, Kunst und Technik — Gleichzeitige Kttnst- 



LVI INTRODUZIONE 



ler — Nàherea Einfluss auf Cellini — Cartone (di Miche- 
langiolo e Leonardo) — Antike Zierrathen — Torztigliches 
technisches Taleut — Zwei Abhandlungen ttber Goldschmiede 

— arbeiten und Sculptur — Goldschmiedegeschàft — Sculptur 

— Fltlchtige Schilderung Florentinischer Zustànde — Schil- 
derung Cellini 's — Letzte Lebens Jahre — Hinterlassene 
Werke — Hinterlassene Schriften — Ueber die Grundsatze 
nach welchen man das Zeichnen erlernen soli -- Ueber den 
liangstreit der Sealptur und Malerei. 

Della traduzione del Goethe parla con lode il Simonds. 

Il Camerini vlq\\2^ prefazione alla sua citata stampa (p. 11-12) 
scrive: «Il Goethe, il cui spirito abbracciava 1* universalità 
delle cose, s* invaghi di due tipi originali e bizzarri: del Cel- 
lini e del Nipote di Rameau del Diderot. Tradusse la Vita 
e il romanzo o tratteggiamento di quel grande ingegno fran- 
cese, la cui migliore sostanza si volatilizzò nelle conversazioni 
di Parigi: restando quasi il ca2)ut mortuum a' suoi libri; ma 
se alcuno scritto rende immagine di quegl* improvvisi che fa- 
cevano stupire le più spiritose donne e gli nomini piti dotti 
ed arguti del secolo xviii, è certamente quel dialogo di una 
vivezza unica in cui egli confessa uno degli uomini più sin- 
golari di queiretà depravatissima, parassito, lenone, barattiere, 
"che, come Maometto in Dante 

Rotto dal mento in sin dove si traila, 

va mostrando con raro incallimento di coscienza e scintilla- 
mento di spirito tutte le sue piaghe. La versione del Cellini fu 
lavoro più lungo, e forse più grato, per l'affetto, la conoscenza, 
e anche la pratica che il Goethe aveva dell'arti del disegno ». 
E in nota dà questa notizia : « Una donna gentile, la si- 
gnora Sofia Weill-Schott Guastalla, lodata per una traduzione 
del Peter Schlemhil di Chamisso e per una Vita di Lenau, 
aveva per mio consiglio incominciato, e assai bene avviato, un 
dizionarietto in cui si mettevano a confronto le più notevoli 
frasi toscane del Cellini, e le corrispondenti del Goethe. Di- 
stratta da altre cure più gravi, lasciò; ma finito, gioverebbe 
ai traduttori delle due lingue ». ^ 



I Per una lettera dello SchiUer al Goethe sulla traduzione della Vita, 
vedi TopuBc. di Erminia Leporati, Benv, Cellini e la sua autobiografia^ 
Firenze, 1900 : p. 76, 77, 84. 



INTRODUZIONE lvii 



Si disse che il Lessing voleva tradurre il Cellini : non si 
ritrovò traccia di questo disegno. Cfr. la nota all'ed. del KtìR- 
scHNER (p. 532) della traduzione del Goethe (cit. dal Teza, 303 
n. 2). 

IN ALTRE IJNGUE 

1843. — (Qróningen). Traduzione del Cellini in olandese per 
P. VAN Limburq-Brouver. (Cfr. Teza loc. cit. p. 302, n. 1). 

1889. — (Budapest). Benvenuto Cellini ònelitirdsa olaszhól 
forditoUa Szana Tamas (Cfr. Teza. Il Cellini in magiaro 
nella Vita Nuova di Firenze, Anno I, n. 26). Il traduttore 
Tommaso Szana segue, pare, la traduzione del Goethe. 



La fortuna della Vita^ nel senso migliore della parola, 
è attestata dalle numerose edizioni, ristampe, traduzioni che 
se ne fecero, e dalla lettura frequente che si fa tuttavia di 
questo che è uno dei libri più vivi e vitali, talché la fama del- 
l'artefice e dello scrittore si rinverdiscono 'a vicenda. Sebbene 
il Cellini avesse scritto cosi copiosamente di sé, non mancò 
chi scrivesse di lui e nella storia dell'arte, e in quella delle let- 
tere (citammo già più d'un nome discorrendo del Manoscritto 
originale); e il sesto centenario della nascita di Benvenuto, 
che si vuol celebrato a Firenze e a Roma, sarà pur occasione 
ad articoli e discorsi ed epìgrafi. 

La Vita, fu, come vedemmo, conosciuta per le stampe 
assai tardi. 

Fermerò qui solo qualche ricordo, o curiosità, non disutile. 
Un medico letterato (eppure il Cellini beffeggiò tanto i me- 
dici!), il Redi, la fece accogliere nel Vocabolario della Crusca 
per la IV edizione; e un altro scienziato e letterato, minore 
assai per verità, il Cocchi, la dette primo alle stampe. Il Ba- 
RETTi accaparrò alla Vita la simpatia, anche presso i più re- 
stii; il Goethe le assicurò una riputazione universale. 

Non solo parve interessante e piacevol lettura la Vita li- 
bro; ma proprio la vita vissuta dal Cellini parve bel soggetto 
drammatico e romanzesco. 

Trovo: B. Cellini, a tale, n^W American Whig-Revìew 
(New- York, 1851); — nel libro di P. Fornari, Virtù e lavoro; 
racconti storici, Como, Franchi, 1890: B. C. o il lavoro del 

IV 



LVm INTRODUZIONE 



varo del genio; — v'è anche di un F. Lodi, B. C. romanzo 
storico popolare, Milano, Tommasi, 1891. 

È certo più degno di ricordo, che il Barbier compose nel 
1838 il Cellini (v. anche Carducci, Op., ni, 471) in collabora- 
zione con Leon de Yaillt per la musica del Berlioz ; e cosi è 
pur ricordevole (cfr. pag. 321 di questo volume, in nota) il li- 
bretto che dal romanzo del Dumas su Ascanio — del quale ci 
narra la Vita — tolse il Peruzzini nel 1847. .abbiamo anche 
su B. Cellini un dramma lirico di Gius. Perosio, musica del 
M.** Emilio Bozzano, Milano, Ricordi, 1875; un dramma sto- 
rico di LoR. SoNZOGNO, Milano, Sonzogno, 1839. Ho anche il ri- 
cordo che una commedia popolare, intitolata II Cellini alla 
corte di Francia e la fusione del Perseo, fu rappresentata 
nell'ottobre del 1898 al popolare Teatro Nazionale di Firenze; 

Al lavoro del Lamartine sul Cellini, accennai, parlando 
delle traduzioni. 

Leggemmo qualche anno fa che TAccademia di Francia 
aveva premiato una composizione in versi del signor De Bor- 
relly che descrive if Cellini nell'atto di fondere il Perseo. Non 
cercammo di conoscere la poesia, sicuri che essa non può mai 
valere la prosa nella quale è fatto il racconto immortale di 
quella fusione. 

Nell'opuscolo del Lebrun sul Tommaseo (Torino, Unione 
tip., 1875; p. 16, n.* 1) è una curiosa citazione celliniana. Vi 
si riporta un motto del Tommaseo (lo raccolgo trattandosi di 
tant'uomo), che chiamava l'eroico Bixio il Cellini del Paria- 
merito italiano. 

Illustrazioni -e disegni , si hanno e a corredo della Vita , e 
di ispirazione o soggetto celliniano. Rammentiamo il quadro 
di Bernardo Celentano Benvenuto Cellini alla difesa di Ca- 
stel S. Angelo, che trovasi nel palazzo reale di Capodimonte. 



Ili 

§ 1. Il testo critico della presente edizione. — § 2. Le note storiche. 

Nel rassegnare le precedenti stamine della Vita, accennai 
anche al metodo o, quando di metodo non si poteva parlare, 
al carattere di quelle edizioni. 



INTRODUZIONE LIX 



Gli editori della Vita farono molto meno accorti e acuti 
-del Varchi, il qaale a Benvenuto, che lo pregava della revi- 
sione del Manoscritto , rispondeva che « cotesto simplice di- 
scorso della vita sua più gli ssiddìstsiceva in cotesto puro modo 
-che essendo rilimato e ritocco da altrui ». 

Essi, qual più qual meno, si proposero di scusare e, peggio 
ancora, di correggere le capestrerie e irregolarità che sono, 
invece, le doti più singolari e più belle del Cellini. 

Le incertezze e le mescolanze crebbero, pur con editori dili- 
genti, ma ben poco fortunati, quali il Carfani, la cui opera 
attesta il desiderio e il bisogno d* un'edizione definitiva. 

E cosi si perpetuarono, perfino nell'accurata edizione del 
Bianchi, i difetti originali delle prime stampe, che erano an- 
che i difetti delle copie manoscritte: l'infedeltà, Tarbitrio, il 
-conciero, che sono al testo come i già cari rimodernamenti, 
-cagione di tanto scempio nelle opere d'arte. 

La collazione dell'Originale non fu fatta con tutta pazienza; 
nn po' a caso fu condotta V interpretazione della punteggiatura 
e di altri segni grafici. Movendo dal concetto di correggere, 
si videro errori dove non erano e si alterarono forme più che 
legittime. Si ebbero fedeltà inopportune , e libertà , anzi , li- 
-cenze, non giustificabili sin nella stessa pagina. ^ 

Il Crepuscolo a p. 182 del citato articolo osserva : « Il testo 
raffazzonato, racconciato, rifiorito, perdeva in parte le sue scor- 
rezioni ma lasciava pure neiremendarsi il più di quelle vive 
e naturali impronte di stile che lo rendevano cosi vago e ca- 
ratteristico ». 

Tale scritto del Crepuscolo è certo uno dei più notevoli per 
rispetto all'edizione della Vita, e anche al giudizio da fare 
di quella prosa meravigliosa. L'autore (non ho potuto assi- 
curarmi che fosse il Tenga), pur volendo la genuinità della 
lezione, non temeva le correzioni e riduzioni prudenti, giu- 
stificate dair ipotesi, ammissibilissima, dell'ignoranza del gar- 
zoncello amanuense, e dall'altra, molto meno ammissibile, 



* Per citar solo qualche esempio, il Bianchi, nella medesima p.465(c. 
603b di 0), ora scrive (accie ^ ora facce dove ha sempre facete. A p. 55 ha 
VLn dargniene ^ mentre (e. 48b) porta dargnene; salvo a scrivere senza t 
le parole nelle quali in e* è; e cosi e incerto quanto alla forma innel. In- 
serisce talora alcune parole di suo: avevo av. a fatto a p. 359 (e. 419b); un 
di av. a questi a p. 361 (e. 421a). A p. 365 (e. 427a) chiama un me, che non 
<;'è nel Codice, pleonastico e vezzo di lingua! 



LX INTRODUZIONE 



di correzioni che vi avrebbe fatto il Cellini stesso, se avesse 
mai finito o preparato per la stampa la Vita. Bene osserva 
che il Cellini non fu illetterato e che Tessersi rivolto al Var- 
chi mostra il desiderio e il pensiero suo di ritoccar il lavoro; 
ma si badi bene che la lettera di risposta al Varchi mostra 
anche che Benvenuto si persuase di ciò che il Varchi gli ri- 
spondeva: di non far rilimare e ritoccare — come fece per i 
Trattati — a nessuno. Del resto, lo scrittore del Crepuscolo 
credè troppo che dall'edizione del Bianchi fosse rappresentato 
con tutta fedeltà il codice, quando scrisse (p. 238): 

« Noi abbiamo a questo modo il codice, non siam certi 
d'avere la vita del Cellini, quale sarebbe uscita dalle sue mani, 
senza gli sgorbi delPamanuense o le precipitose irregolarità 
d' una pronuncia soggetta a mille accidenti >. 

Tuttavia, il concetto fondamentale della genuinità della 
lezione, prevale, in fin de' conti, su quello delle riduzioni, in 
queste belle parole: «Certo chi avesse studiato ben addentro 
in quel costrutto di modi cosi vivaci e pronti, e quasi diremmo 
impazienti di regolarità, in quei periodi cosi avviluppati di 
proposizioni incidentali, e pur cosi rapidi e disimpacciati, che 
non s'attortigliano lentamente, come nel più dei fraseggiatori 
del Cinquecento, ma corrono presti al fine, dimenticando talora 
nelle sinuosità della corsa l'ordine logico della sintassi; chi 
avesse esaminato quelle sconnessioni apparenti, quelle ellissi, 
quelle brevità proprie del discorso volgare, e paragonate que- 
ste particolarità di forme del Cellini e le storpiature de' vo- 
caboli, e l'anomala sua ortografia ai modi ugualmente volgari, 
alle scorrezioni, alla semplicità di altri scritti popolari di quel- 
la epoca e d'altre parti d'Italia, la quistione avrebbe potuto 
pigliar dal confronto una luce inaspettata e rinforzarsi di più 
validi e vivi argomenti. Ma era d'uopo che, anche per questo 
lato, il testo del Cellini uscisse dal tirocinio delle ristampe ap- 
purato d'ogni addobbo eterogeneo e ridotto alla sua pili sin- 
cera integrità, la quale soltanto poteva dare la misura della 
parte di lingua conforme e di quella ribelle, in esso, al codice 
generale della grammatica ». 

Per ciò che si riferisce alla piti recente edizione integra 
della Vita, la quale non ci offre nulla di nuovo né di note- 
vole per il testo critico, mi contento di rimandare al prece- 
dente capitolo. 



INTRODUZIONE LXI 



Né rinnoveremo, a proposito del nostro testo, le contro- 
versie che si sono esagitate sul metodo da serbare nella rico- 
struzione dei testi antichi; metodo che ha progredito assai 
negli ultimi tempi, e che, da' fentativi empirici, in odio alla 
filologia e alla storia, ci ha condotto ad una rappresentazione 
razionale e conveniente. Dico conveniente, perché, in fondo, 
un metodo assoluto e rigoroso ne' particolari tutti non c'è; e 
l'editore critico si trova dinanzi, quasi per ogni testo, ad un 
caso nuovo (non parlo qui di edizioni scolastiche), reso tale 
da quelle piccole contingenze di luogo e di tempo che egli 
avrebbe gran torto di trascurare. 

Se quanto alle genealogie dei codici le incertezze spesso per- 
mangono, nonostante i più sottili accorgimenti paleografici o 
linguistici, esse sono talora pii\ facili a vincersi. E cosi ci si può 
intendere sulla disposizione delVapparato critico, e nel distin- 
guere l'apparato inutile dall' utile. Ma quanto alla trascrizione 
^ alla riproduzione, le incertezze risorgono: fin dove ha da 
essere fedele riproduzione? Quali cambiamenti si posson fare ? 

Il manoscritto originale, che ha valore d'autografo anche 
nelle parti non di mano del Cellini, non risolve di per sé ogni 
questione di metodo. Il riprodurlo del tutto tale e quale (seb- 
bene tale e quale non possa riprodurre un manoscritto nep- 
pure la fotografia, e lo possa meno che mai la tipografia), non 
meriterebbe il nome di opera critica; come meriterebbe ben 
contrario nome l' uniformare rigidamente quello che è per sua 
natura e fortuna disforme e vario. 

Il Manoscritto, come vedemmo, si può distinguere in due 
parti principali: Tautografa e la non autografa; e questa, quasi 
tutta, messa insieme da un garzoncello di bottega che scriveva 
sotto dettatura. Il garzoncello scrivendo vi portava la sua ine- 
sperienza ortografica e grafica, posta, si può ben giurare, assai 
di sovente a ben duro cimento, e perciò aggravata, dalla fretta, 
4alle irrequietudini, dalle reprimende, del Maestro. 

Ma le scorrezioni dell'amanuense in eerto qual modo rico- 
nobbe e fece proprie il Cellini che dovette pur rivedere, o, di- 
ciam meglio, riscorrere (come sembra) il dettato del ragazzo. 

Perciò non mi parve da seguire il sistema, che pur si presen- 
tava assai tentatore, di ridurre alle forme autografe celliniane 
— prendendole come tipo e norma — l'altra parte. Prima di 
lutto, la cosa non sarebbe stata fattibile in ogni e singolo caso ; 



LXn INTRODUZIONE 



e poi avremmo dovuto talora sostituir errore con errore r 
avremmo visto, assai di frequente, nascere il doppione e risor- 
gere l'irregolarità e il dubbio, quando meno ce lo saremmo- 
aspettato; avremmo sentito tormentarci il sospetto che anche- 
certe forme ripudiate dall'amanuense fossero pure di pieno^ 
gusto dell'autore! 

Questo sarebbe stato un correr dietro a un testo ideale^ 
tanto meno ammissibile, quanto più alla realtà delle cose ci 
richiamava il Codice, miracolosamente assicurato alla reve- 
renza e alla curiosità degli studiosi. Si avverta poi che le dif- 
ferenze tra le due partii sono poco più che di mano: il Cellini 
non era un letterato nemmen lui, e anche la sua scrittura^ 
come pur oggi quella di gente del popolo, rimaneva, e per 
forma e per ortografia, meglio vicina a quella d*un ragazzetto^ 
che non s'approssimasse alle scritture letterate. I suoi molti 
Bicordi autografi ci confermano in quest'osservazione. 

Si avverta ancora che, sebben lievi, si hanno difl^erenze fra 
le scritture del primo amanuense e degli altri: motivo pur 
questo a nuove esitazioni, che crescerebbero, se si volesse,, 
come forse si dovrebbe, esaminare la legittimità e autenticità 
pur delle singole forme de' copisti, il primo de' quali non era . 
nemmen fiorentino; e ricordarci delle allora comuni incertezze 
ortografiche, in un periodo nel quale si venivano appunto for- 
mando e fermando, a grado a grado, colla lingua letteraria^ 
della prosa, le regole dell'ortografia. 

Quanto alle correzioni o revisioni del Cellini alla parte det- 
tata, non è certo agevole determinarne sempre l'importanza. 
Do qui, come saggio, una lista di evidenti errori fatti dal Cel- 
lini medesimo nella parte autografa: 



e. 


467*> cabattini 


per ciabattini * 


» 


471* puchi 


» buchi 


» 


> accaio 


» acciaio 


» 


471*» paca 


» 2^oca 


» 


472* meUura 


> medusa (anche a e. 473*)i 


» 


474* docconi 


» doccioni 


> 


474^ gunse 


» giunse 



^ In questo ed in altri casi il e dovette forse rappresentare il saono pa- 
latale; e lo stesso dicasi per gunse, e, analogamente, per lascarinù II caso- 
contrario ci oflfrirebbe pocetto. 







INTRODUZIONE 


Lxin 




Oc. 


. » forder 


per fonder 






» 


476* anino 


> animo 






> 


» Fotanto 


> cotanto 






> 


477*» miigai 


> mangiai 






» 


478» dan^^ 


» ^an^e 






» 


478* singratiando 


» ringratiando 






» 


479* pocetto 


» pochetto 






» 


» indendevo 


» intendevo 






» 


481* urhine 


» ttrftmo 






^ 


482* daror* 


» danari 






> 


483* ge*6S^o 


» y^ueste 






» 


485* ici)o«e 


» sepolte 






» 


488b ^rorwo 


» giorno 




N 


» 


489* quanto 


» gwando 






» 


491* alpettai 


» aspettai 


• 




» 


491*» alloggia 


» aZ^a loggia 






» 


492* wn ^i^o 


» wn de^o 


4 




» 


493* dt^^^i 


» ^w^/t 






» 


493^ /"e^ie 


» /eci> 






> 


495* arebboro 


» arebbono ^ 






> 


495** lascarmi 


» lasciarmi 






» 


496*» bagnio 


» bagni 






» 


498* coloro 


> collora 






» 


499*» pagerebbe 


> pagherebbe 






» 


» ar^i^e 


» ardite 






» 


500*» a^oro 


» allora 


• 




» 


50P pagerò 


» pagherò 






» 


505* ogliuno 


» ognuno 






» 


» mostrerrede 


» iwo5^rerr«^e 


■ 




» 


509* ^^» 


» c^Zi 






» 


510*» ^wn^o 


» giunto 






» 


» faccefìdo 


» faccenda 






» 


511* mangiasso 


» mangiassi 






» 


» d5 


» co 






» 


518* roro 


» ioro 






» 


518*> wwZZo 


» nuZZa 






» 


» midando 


» midomando 


- 




» 


519* ridissi 


» ridisse 





1 Potrebb'essere uscito fuori da contaminazione, non meramente grafica» 
di arebbono e arebbero. 



LXIV INTRODUZIONE 



Non e' era, perciò, da aspettarsi molto dalle revisioni e cor- 
rezioni d'un cosi distratto o inesperto scrittore! 

Al concetto di cercar piuttosto di riprodurre la pronunzia 
anziché la scrittura delle parole, non mi affezionai più che 
tanto; e perché il carattere della scrittura di è di per sé 
piuttosto fonetico che ortografico, e perché, trattandosi di un 
codice originale di tanta importanza, non mi pareva ben fatto 
eliminare dalla mia trascrizione il corredo di tante particolarità 
grafiche e ortografiche, ben interessanti per altri confronti e 
studi; tanto più che, anche con tal sistema, non sarebbe stata 
la cosa più facile segnarsi, nell' accettare o nel rifiutare, limiti 
sicuri; e, inoltre, una trascrizione non glottologica riesce sem- 
pre imperfetta. 

Come rispetto allo stile, stimai doveroso conservare e non 
correggere i costrutti genuini; cosi per quello che è forma e 
colorito, mi parve necessario mantenere ragionevole fedeltà 
ad 0, accettando le grafie bizzarre, incoerenti, ma, nella loro 
bizzarria e incoerenza appunto, più celliniane. Non, dunque, 
riproduzione fotografica, né diplomatica ; ma trascrizione fedele, 
con discreta interpretazione de* segni della scrittura, mirando 
a rispettare le forme caratteristiche, e accogliendo pur qual- 
che temperamento, di cui non si può fare a meno con nessun 
sistema. 

Cosi facendo, riuscii, se non m'inganno, a non deformare 
la storica e legittima forma d*nn testo, che è ben singolare si, 
ma che trova poi alla sua legittimità facili attestazioni e ri- 
scontri in molte scritture popolari del secolo ; riuscii ad evitare 
gli inutili arbitri, e a serbare il loro carattere originario alle 
capestrerie del manoscritto, evitando il pericolo di ridurre a 
legge ciò che è eslege, e di costruir teoriche per ogni fantasia 
di un copista ignorantello e d*uno scrittore strambo. E pur 
r opera della scelta, c'è stata occasione di esercitarla: nelle 
lezioni dubbie ; nei casi di correzioni e giunte ; nella punteg- 
giatura; e anche nelle delicate e scabrose questioni di stile. 

Ho detto sopra fedeltà ragionevole : confermo queste parole 
che indicano come avessi ben presenti i rischi e i danni d' una 
pedanteria critica, la quale troppo vorrebbe talora accogliere 
e sancire, a quel modo che l'antica pedanteria retorica troppo 
scartava nei testi e idiotismi e licenze. 

Tali norme e criteri, simili procedimenti e accorgimenti. 



INTRODUZIONE LXV 



tntto questo, può parere ben poco agli imperiti; ma è, mi sem- 
bra, quanto di meglio e di più sicuro si possa stabilire e con- 
cordare, secondo i risultati dei moderni studt, sulla ricostru- 
zione de* testi critici. 

Per quanto debba credere d'avere esposto chiaramente il 
metodo che ho tenuto, credo opportuno soggiungere qualche 
più particolare osservazione; senza, per altro, sminuzzar troppo 
regole ed esempi, giacché so di essere stato minuto assai, come 
vedrà il lettore, nelle note critiche al testo. 

Per le cassature e correzioni^ di cui danno ragione esatta 
le note critiche, mi curai di riconoscere se esse, o del Cellini 
del copista, rappresentassero la volontà dell* autore : e come 
tali ne feci conto, preferendo, tuttavia, nell'incertezza, la forma 
primitiva che si offrisse o si scoprisse nel Manoscritto. 

Gli elementi del giudizio sull'originalità delle cassature e 
correzioni mi si fornivano dalla scrittura, dal colore dell* in- 
chiostro, dall'essere o no le cassature e correzioni di seguito, 
e da altre accidentalità ancora. 

L'incoerenza o la falsa analogia è il principal carattere 
della grafia di 0; e poiché l'unificare, come avvertivo, sarebbe 
stato peggio che arbitrio, ho proceduto con ogni cautela, caso 
per caso, secondo indicherò; espellendo tuttavia dal testo le 
forme di evidente errore, e che non aignificano nulla aflTatto 
per la pronunzia, come, oltre quelle notate sopra quali mani- 
festi errori del Cellini, le seguenti: 

e. 29b, 30» carttoccio 
> 40*» pitt/tore 
» 41*» mot/ttegiano 
» » camppo 
» 92» trentta 
» 97» uendettta, e simili 

Nello sciogliere le abbreviature ho avuto presenti le intere 
forme, identiche o affini, dell'amanuense o autografe; mante- 
nendo però, anche queste come assai caratteristiche, certe sigle 
di facil lettura; e procurando di ben distinguere i veri segni 
d'abbreviazione da altri casuali, o posti su qualche parola a 
indicare piuttosto la pronunzia o il distacco, o chi sa che altro 



LXVI INTRODUZIONE 



mai, nella fantasia ortografica di Benvenuto o del fanciullina 
della Pieve a Gruòppina ! 

Venendo d\V unione e divisione delle parole, ricordo che è 
molto difficile, solo per le ragioni di scrittura, determinare 
quando due o più parole siano, nell* intenzione di chi scrisse, 
attaccate o staccate. È assai malagevole a farsi la valutazione 
degli spazi ; e, al solito, ci troviamo anche qui dinanzi a forme 
diverse, anzi opposte; e la divisione in sillabe, pur essa sem- 
pre controversa anc'oggi, non dà regola che fino ad un certo 
punto. ^ Osservando fede al criterio generale più volte espo- 
sto, ho serbate le unioni e divisioni caratteristiche; scrivendo, 
coir incoerenza tutta propria di 0, in modo diverso parole e 
gruppi identici. Abbiamo un al quanto due volte in poche ri- 
ghe (e. 182'*); nella stessa carta (19P) gentil huomo e a di- 
stanza d*una riga gentilhuomo; omessa talora la lineetta d'u- 
nione in fin di riga, e posta invece (e. lOS**) in questi casi 
in=\scambio\ e (e. 261*) quel=\che. Non parliamo poi delle 
parole composte, delle quali, specie Tamanuense, non ebbe idea, 
né chiara né scura. Onde queste grafie fantastiche e disuguali, 
mi parver degne d' esser osservate e conservate, per non ra- 
schiare, neppur di questa verniciatura o pàtina ortografica, il 
testo celliniano. Se talvolta, confrontando in casi dubbi una 
parte coiraltra di 0, fu possibile desumer qualche norma, in- 
vano si sarebbe cercato di raccapezzare una regola qualunque 
per forme come non e che potevan intendersi no' ne; non e' ; 
none. In questi e simili casi diventava obbligo dell* editore, 
interpretare, e modificare lievemente la scrittura a seconda 
della sua interpretazione. 

Irregolarità e contradizioni si riscontrano non meno nelle 
assimilazioni^ nell'uso delle consonanti doppie e scempie^^ìsL 
neir avvicinamento di due parole, sia nell'interno d*una pa- 
rola. Abbiamo, p. es. (e. 126b) addio e subito dopo adio\ ad- 
dirmi (e. 484^) e a dare (e. 492*»); nella stessa pagina (e. 48') 



1 Sebbene si tratti di casi beu differenti, credo mio debito tuttavia ri- 
ctiiamare i ragionamenti, che bau pure un valore assoluto, fatti da Pio 
Rajna, a p. OLII e passim, nella Introduzione alla sua magistrale edizione 
critica del De vuìgari Eìoquentia. Buoni concetti, analogicamente spesso 



INTRODUZIONE LXVII 



accastello e a castello ; aggara (e. 493^ e 504*>) ma a gara 
(e. 494*), e via dicendo. 

L* assimilazione, ho creduto meglio di rappresentarla la- 
sciando unite le due parole, anziché dividendole (come altri 
osano: p. es. a ssoccorrere, as^soccorrere, e. 474*>, e. 479*), sem- 
brandomi che la divisione non rondai ben chiaro il fenomeno di 
retro-riflessione, per dir cosi, della consonante che si rad- 
doppia. 

E pur certi usi di consonanti scempie nell* interno delle pa- 
role, e di assimilazioni e dissimilazioni non rappresentane sem- 
pre la pronunzia; ma piuttosto abitudini grafiche, false ana- 
logie, e pur non sono da ripudiare assolutamente. 

Alcune poi come soghignando (e. 468**, 481**); avedutomi 
(e. 470», 477») che ha pur contro un avvidi (e. 481»); sapiate 
(e 468*); efìmeraic. 474*») e altre, valgono fors'anche in qual- 
che modo a raffigurarci certa attenuazione di pronunzia, non 
del tutto impossibile su labbra toscane, specie fuori di Firenze 
e nel contado. 

Raggruppo ora, esposti brevemente i criteri miei fonda- 
mentali, alcuni casi grafici e ortografici di diversa natura, ai 
quali farò seguire in ordine alfabetico vari esempi, onde si 
potrà rilevare il modo che ho tenuto nel risolvere i molti e 
piccoli problemi che incontravo per via. 

L' h si trova usata ortograficamente spesso; ma non di rado 
illogicamente e per falsa analogia, come in queste forme rac- 
colte passim, e molto significative: ritrhahevo (e. 374»), a 
harte (418*>), hamazato (173*>), hordir^ (502»>), hetà (47**), ho- 
brigo (64*>), hav^dai (211»>), husò (266*>), halto (303»), hoimè, ac- 
canto ad oimè (303^) ecc. ecc. Si trova cassato Duca e riscritto 
Ducha (287»); anticaglie e antichaglie (44*^); scoppietto e schop- 
pietto (U\ 45*>). 

Alle forme del verbo avere , quando son date senz' h , ho 
posto un accento grave: il testo, per esser critico, dev'essere, 
prima di tutto, leggibile. 



applicabili, si trovano in nna dimenticata lettera del Bonàini al Cantù nel 
Giarn, stor, degli Archivi toscani, voi. II, p. 252, (scritta in penna dal 
Bonaini, ma composta da C. Guasti; cfr. Opere ^ V, 381 sg.) ; e nella Re- 
lagone di F. Notati e F. Sei<(si sulla pubblicazione di antichi documenti 
negli Atti del sesto congresso sfor. ital., Roma, 1896, p. 70 e sg. 



LXVIII INTRODUZIONE 



L'u con suono di v nulla si opponeva a trascriverlo v; 
ma ho rispettato ph etimologico o analogico. 

Et scritto anche con sigla, Tho serbato come congiunzione, 
per non stare a discutere i luoghi nei quali fosse per ed\ come 
ho rispettato Ve, promiscuamente usato. Ma il suono e, anche 
per e' e per ei (tanto per questo suono di e era comune il 
segno et o &), ho dovuto pur interpretarlo e' o et ne* luoghi in 
cui Io volesse il contesto. 

L' j, che si trova di solito dopo lettere con aste, è una pura 
rappresentazione grafica, ed ha semplicemente valore di i. 
Siamo nel caso, press' a poco, di un 's caudata e di un 's co- 
mune, le quali da ogni manoscritto riproduciamo senz'altro 
per due esse. 

Il ti per zL per le medesime ragioni di etimologia, analo- 
gia, e magari di falsa scrittura, preferii di conservarlo: il che 
naturalmente non mi ha impedito di conservare, per esempio, 
la finale za (presenza, e. 485b) che si trova in più luoghi. 

L*m e Vn davanti a labiale sono usate promiscuamente 
anch'esse (inpacciato e. 529*>, inbasciata e. 508*, di fronte a 
sempre chiarissimo e. 510*, a comperate pure chiarissimo 
e. 485b). Specie nella parte autografa, IJw o Vm sono rappre- 
sentate da una lineetta sulla vocale precedente la labiale. 
Queste forme ho sciolte ora con w», ora con n, a rappresentare 
la varietà stessa che ci offre il Manoscritto. Noto anche un 
con posto (e. 468a due volte), dove il distacco mostra la falsa 
intuizione etimologica; e cosi contra posi (e. 472*»), maior domo 
(e. 478**»), grande mente (e. 507*), e altri casi che addito per 
la sola simiglianza di scomposizione. 

Ed ecco gli esempi cui accennavo: 

accostami (e. 83*) =r. accosta' mi. 

<id intendere (e. 349^) = ad intendere. È forma anch' oggi non 

ben chiara nella pronunzia fiorentina di ad- 
dintendere. 
andarsene (e. 123**, 243* e altrove) = a andarsene = a 'ndar- 

sene, colla contrazione o elisione d' un' a. Cfr. 
anche : 
(e. 230^) aiutare = a 'iutare 
(e. 236*) avvedere — • a 'vvedere 
(e. 283*) apiccare = a 'piccare 



INTRODUZIONE 



LXIX 



(c, 297*) aiutarmi = a 'intarmi 
(e. 311*) apagare = a 'pagare 
(e. 327*) amjco = a 'mico 



annot 



còlla 



daccqua 
dallui 



dandare 
davere 



(e. 487*) = a noi' = a noia ; troncamento che ha 
larghi riscontri in antico. 

(e. 464*») darebbe un conila, ma il co è da consi- 
derarsi abbreviatura comunissima , e perciò 
scritta per abitudine anche dove non ha da 
essere. Allo stesso modo deve forse intendersi 
nulle (e. 475^ 484») 

(e. 144**) = da' qua. 

è molto importante, a confermarne la retta rappre- 
sentazione in una parola sola, un dal/^= lui 
(e. 315*>). 

(e. 347*») = da 'ndare. 

(e. 345») = da 'vere, 
del humiltà (e. 500») e simili casi di del scempio, debbon es- 
sere, naturalmente, interpretati, secondo gram- 
matica, per deV humiltà o de V umiltà, 

= anche e 'l: cfr. e. 368^ 371», 374^ 

(e. 482^ 484»), da confrontarsi, a mostrare le incer- 
tezze e inesperienze pur del Cellini, con un Gra- 
tia (e. 490») che è un Garzia, 

in vari luoghi dovè trascriversi glie per non fuor- 
viare la pronunzia moderna. 

ci dà un in nel la e. 345*>, e un in el la e. 157*»; 
ma i nella la e. 490*» e un chiarissimo in=/nel 
la e. 388» 

(e. 54») : deiraman. Ha forse colorito dialettale ? 

due volte a e. 471*», autografa. 
mie per mia in vari luoghi. Lo trovo in molti antichi testi toscani. 
piaqque comunissimo il qq per cq. Notisi anche piuaqque 

(e. 509^\ 
quelche lo legittima un quel=/che di e. 2(51*. 
scanna pane (e. 88*») è un buon caso di scomposizione da re- 
gistrare. 
sunun (e. 334» e altrove) può darsi che rappresenti uu 

su 'n un, 0, anche, sun un\ come sununa = su 
'n una, o, anche, sun una, a seconda che si con- 



el 
gratia 



gle 



innel 



lasiassi 
Luscia 



LXX INTRODUZIONE 



BÌdera ìnclnso e ridotto Viti, o (cosa meno pro- 
babile) eufonica V n. 

suo opera (e. 507*>) : V ho rappresentato siu)* opera, volendo col 

suo' (o so') raffigurare la pronunzia fiorentina 
del sìAo cbe si trova, anche pel femminile, nei 
vecchi testi ; suo, qui forse anche per influsso 
dell' di opera. 

voggievo (e. 472*») = è fatto di pronunzia, anch'oggi possi- 
bile, anziché di scrittura. 
Per gli altri casi rimando alle note critiche. 

In generale fa scarso uso di iniziali maiuscole. Mettendo 
quelle che non c'erano dove per la moderna lettura — che 
non si deve perder di vista mai — riescono indispensabili, 
p. es. ai nomi propri, ho lasciate, oltre lo legittime, anche 
quelle che, senza disturbare e forviare il lettore, stanno a 
dare idea della bizzarra incongruenza di tali scritture, o, an- 
che^ rivelano una qualche valutazione di dignità e importanza 
di persone e cose, fatta da chi scriveva. E cosi, dove non si 
opponesse altra ragione, ho serbate le iniziali minuscole, usate 
al solito, promìscuamente. Si noti anche che alcune maiuscole 
sono deliberatamente volute (vedi re corr. in jBc a e. 424*>). 

Alcune maiuscole, come al principio di pagina, non avreh- 
bero più valore per noi, neppure come abitudini grafiche, al 
pari di certe moderne, una volta che il codice vien trascritto 
tipograficamente e non esemplato carta per carta. 

La inesperienza consueta, che diventa regola o elemento im- 
portante in quest'ortografia, è rivelata poi da certe forme di 
cognomi, non scritti mai né rettamente, né uniformemente 
{p. es. Buonaarroti , e. 62b Buonarroti, 468** ecc.) e non colti 
nella loro interezza, ma creduti composti di due o pi& parole 
(abbiamQ un aldo brandi e. 101*, dì fronte ad ala=manni 
(e. IH»). 

Una scrittura da ricordarsi è quella della parola Dio, quasi 
sempre con la maiuscola, che gli è tolta spesso quando di- 
venta idìo : ma abbiamo anche dio, iddio e iDBio (e. 478»>) e 
subito dopo (e. 479», 482*>) idDio-, oddio (e. 477*») e odBio (493», 
495a), nelle quali forme, poiché la pronunzia non ne viene alte- 
rata, è meglio lasciarsi vincer la mano dalle irregolarità di 0. 

Per gli accenti ed apostrofi, non è possibile, invece, la- 



INTRODUZIONE lxxi 



sciarsi vincere dalle continue sregolatezze, se non Yoglìamo 
o1)bligare il lettore a interpretare o a indovinare anche salla 
stampa. 

Segni promiscui di punteggiatura, accentazione, sospen- 
sione ecc. abbondano in ; ma, invano si tenterebbe di cavar 
fuori un sistema da quella congerie di segni, che, anche in 
altre scritture di mano dotta, erano spesso incerti e malfidi. Il 
distinguer poi, in fatto di punti, virgole, piccole linee e simili 
particolarità grafiche, la forma genuina dai ritocchi, è cosa 
delicata e scabrosa. Certi segni son usati, e quasi inventati, 
all'ingrosso, per evitare accostamenti di parole, e non han va- 
lore fisso e sicuro; mescolandosi quelli diacritici con quelli di 
punteggiatura e di abbreviazione. Alcuni sono del tutto irra- 
zionali ; sovrabbondano nella parte non autografa, e credo che 
si possano spiegare come pause fatte nel dettare e mal com- 
prese dal ragazzo. 

L'editore, dinanzi a tanta confusione, è obbligato a pene- 
trare nelle intenzioni e nello spirito dell'autore, e a proporsi 
vere quistioni di sintassi e di stile. Onde la punteggiatura 
adottata deve corrispondere alla interpretazione e alla lettura 
razionale del testo. 

Qualche aspetto, per altro, del Manoscritto può conservarsi 
anche in tal caso: non abbondando nella punteggiatura, non 
mettendo parentesi; facendo i soli capoversi chiaramente in- 
dicati; evitando, insomma, tutto quello che può allontanare 
di troppo dair uso semiculto, e avvicinare a un sistema troppo 
letterario. 

Il confronto con gli altri manoscritti e con alcune stampe 
della Vita mi è parso non di rado opportuno, anzi inevitabile. 
Le copie manoscritte acquistano qualche volta il valore d'in- 
terpretazione deir Originale, in casi dubbi e controversi; ci aiu- 
tano a riconoscere l'antichità di correzioni e aggiunte; suppli- 
scono ne' luoghi di malagevol lettura per recenti cassature 
e per corrosione della carta : — casi tutti, che off'rc , secondo 
apparisce dalla descrizione fattane. E cosi poteva giovare ricor- 
rere talvolta, per le medesime ragioni , alle stampe più auto 
revoli, tra quelle, s'intende, derivate, più o meno direttamente, 
da 0. Non son ricorso tuttavia alle stampe o a' manoscritti per 
ogni piccolezza, tanto più che anche i migliori manoscritti 



LXXII INTRODUZIONE 



posson ben rappresentare la forma primitiva o genuina, ma 
magari anche una forma qualunque scritta a caso, un eiTore 
del copista, o una fortuita coincidenza e corrispondenza con 0. 

Nelle note critiche ho raccolto via via elementi sufficienti 
per la posizione e soluzione de' piccoli problemi, che son ri- 
soluti nel testo. Se qualcuno volesse dimandare: ma che ma- 
teriale sMmbandisce al pubblico con tante minuzie?, risponde- 
rei che, trattandosi d'un manoscritto originale e che può of- 
frire tanto interesse a chi ne studi la storia, i caratteri grafici 
e ortografici ; mi parve difficile peccare di eccessiva diligenza. 
11 registrare anche le piccole cassature e correzioni, illumina 
poi, quando meno ci s'aspetterebbe, le ragioni dello stile. Si 
vengono a conoscere i pentimenti e i procedimenti attraverso 
i quali si è svolta e formata una parola, un costrutto. Assistiamo 
quasi, e facciamo cosi assistere il lettore, al nascere e allo svi- 
lupparsi del Testo, dalla viva voce di Benvenuto, e sotto la 
penna dell'amanuense ; ed acquistiamo al giudizio sull'arte del 
Cellini un nuovo elemento di giudizio : cioè la conoscenza, per 
le sue correzioni e per i suoi pentimenti, d'un senso più fino 
e pili educato di scrittore, che altri non possa supporre. 

11 primo e più notevole vantaggio d'una cosi minuta recen- 
sione, è stato, che le correzioni e aggiunte che si possan cre- 
dere del Cellini, o dell'amanuense, approvate, perciò, dal Cel- 
lini, le ho potuto inserire nel testo. 

Quando in nota dico senz'altro: aman., non è a caso, ma 
per i caratteri della scrittura, per l'inchiostro, e per altre ra- 
gioni, come l'essere le cassature di seguito o no : ragioni che 
spesso è più facile valutare studiando il manoscritto che poi 
riferire o analizzare. 

Ho trascritto le parole citate nelle note, diplomaticamente. 
Questo può giovare a dare un'immagine anche più precisa 
della grafia di 0, per il confronto quasi perpetuo che ne sca- 
turisce della scrittura genuina col testo ricostruito. Ho elimi- 
nato dal testo e indicato in nota le forme errate (v. quanto 
ho detto già a pag. lxii) , e che sarebbero state nel testo come 
errori di stampa e nulla più. 

È in corsivo nel testo una lettera sostituita : la parentesi 
( ) tonda indica lettere aggiunte; la parentesi [ 1 quadra let- 
tere espunte. 



INTRODUZIONE LXXIH 



Richiamo qui 1* attenzione sulle 

ABBREVIAZIONI USATE NELLE NOTE CRITICHE 

= Ms. originale 
B = Ms. Laur. pai. ccxxxiv. 
C = Ms. Laur. Antinori 229 
D = Ms. Magliab. xvn. v. 29 
E = Ms. dell' Accad. di Belle Arti di Firenze 
t = Ed. Tassi, 1829 
m" = Ed. MoLiNi, 1830 e 1832. 
bb = Ed. di B. Bianchi, 1852 
bg = Ed. di G. Biaqi, 1883. 
Una lineetta obliqua / indica la fine della riga nel Manoscritto. 

aman = amanuense 

av = avanti 

cass = cassatura 

Celi = Cellini 

iniz. = iniziale 

soprar = sopra rigo 

§ 2. Mi sono state di grande aiuto per le note storiche la 
edizione del Tassi, che derivò molto, come notammo, dal Car- 
fani, e quella di G. Guasti (G.G.), che aggiunse un buon nu- 
mero di nuove notizie ; ma non ho risparmiato ricerche a fonti 
non usate o poco esplorate : p. es., ho rifatto del tutto le esplo- 
razioni di Archivio per le persone che son ricordate della fa- 
miglia Cellini. Non avrei potuto, tuttavia, instìtuire sempre vere 
e proprie ricerche dirette sulle fonti, a proposito delle diecine 
e diecine di persone e di fatti cui accenna la Vita. Mi sono, 
perciò, contentato di richiamar poche e sicure notizie su per- 
sonaggi ed avvenimenti noti ad ogni lettore mezzanamente 
colto; e quando si trattava di notizie che si trovano dappertutto, 
non mi è parso necessario citar fonti e fare la bibliografia: 
anzi, ho dato sempre parcamente indicazioni bibliografiche. 
Come ho citato a suo luogo con scrupolo le fonti di alcune 
note, cosi professo qui la mia gratitudine a tutti i precedenti 
illustratori e studiosi della Vita. 

Biguardo alla veridicità delle cose narrate o accennate dal 
Cellini, ho detto talora il mio parere; ma, conforme si può 
vedere dalle note che si riferiscono specialmente al soggiorno 
di lui in Francia, una tal ricerca, punto per punto, avrebbe 



LXXnr INTRODUZIONE 



voluto un vero e proprio lavoro a sé, che non era mio propo- 
sito né compito fare. 



IV 



Qualche osservazione sai carattere, sulla cronologia e snlla contenenza 
della Vita, 

Non si potrebbe in poche pagine disegnare, fosse pure 
tracciare e solo presso di noi, lo svolgimento dell'Autobio- 
grafia; né gioverebbe indugiarsi sulP ampio soggetto .a pro- 
posito della Vita celliniana, la quale, ha si qualche relazione 
con altre scritture congeneri, ma è, secondo me, una delle pid 
potenti scritture personali, per quanto in una forma nella quale 
gli elementi personali non mancan mai, riuscendo, peraltro, più 
o meno visibili secondo il carattere dello scrittore e secondo il 
grado di sviluppo raggiunto dal genere autobiografico. GÌ' inizi 
di questo, tralasciando l'antichità, sono, da un lato, popolari; 
letterari, dall' altro (il qual fenomeno ben si riscontra in più e 
più casi), perché si vedono muoversi da punti diversi e poi 
confluire quelle correnti (non domando omai più licenza per 
questa inevitabile parola), che risalgono o al Petrarca e sl' com- 
mentari umanistici, o agli umili e poi sempre più compiuti e 
vìvi scrittori di ricordi , cronache domestiche e diarii ; dai 
Bicordi del senese Mattasalà de' Lambertini, a Donato Vel- 
luti, a Giovanni Morelli, a Bonaccorso Pitti. ^ La Vita deriva 
in parte anche da queste tradizioni confluenti; certo più dalla 
seconda che dalla prima; ma non è da credere che il narratore 
avesse di questa tradizione la coscienza storica che ci for- 
miamo noi, cercando e investigando; e non è da dimenticare 
r importanza acquistata in pieno Binascimento dalla persona- 
lità umana, e il fervido sentimento e amore di sé che ebbe 
il Celi ini. Onde sta bene indicare e rassegnare, per gli eru- 



* Della storia dell' autobiografia in Italia mi occuperò dì proposito in 
altro lavoro. Basti qui rimandare alla prefazione di S. Salvini alla Cronica 
di B. Pitti, Firenze, Manni, 1720; e, per altre notizie sui i)recursori del 
Cellinì, al recente citato studio di Erminia Leporati, B. Celìini e la sua 
autobiografia, dov' è molto amore airarf^omeuto e qualche osservazione 
assai buona. 



INTRODUZIONE LXXV 



-diti, questo o quel codice di cronache o ricordanze, e addi- 
tare, come i più antichi Bicordi d*an altro artista fiorentino, 
quelli di nn Oderigo di Credi, e via dicendo; ma sta meglio 
andar canti nello affermar nessi e derivazioni troppo sicure, 
avvertendo che sarà sempre molto malagevole riconoscere 
qaanto Benvenuto debba all'esempio di scrittori molto pid 
solenni di lui; quanto, invece, alle tradizioni delle cronache 
-e ricordanze che pur mostra di aver conosciute, e quanto 
infine al gusto o capriccio, e, diciam pure, genio suo. 

Uno stretto nesso è fra la Vita e molti passi dei Trattati, 
liei quali s* intrecciano frequentemente ai precetti i particolari 
autobiografici, com^' è naturale che venga fatto a chi parla del- 
Tarte sua. Ond' è che essi Trattati, e in parte anche i Ricordi, 
sono come il compimento della narrazione biografica, sebbene 
con non poche e troppo naturali varietà, anzi contradizioni. 
Quanto ai Trattati, basta scorrere il diligente indice dell' edi- 
zione di Carlo Milanesi, per scorgere quante notizie sulle sue 
opere artistiche vi dia il Cellini. In un luogo poi del cap. XII 
AeìV Oreficeria egli ci narra come pensasse a scriver la vita sua. 
-^ Se non che, standomi cosi disperato, ho reputato che questo 
mio male venissi dagli influssi celesti che ci predominano; però 
io mi messi a scrivere tutta la vita mia, e T origine mia, e tutte 
le cose che io avevo fatto al mondo : e cosi scrissi tutti gli anni 
che io avevo servito questo mio glorioso signore duca Cosimo. 
Ma considerato poi quanto e* prìncipi grandi hanno per male 
che un lor servo dolendosi dica la verità delle sue ragioni, io 
rimediai a questo ; e tutti gli anni che io avevo servito il mio 
Signore il Duca Cosimo, quelli con gran passione e non senza 
lacrime, io gli stracciai e gitta'gli al fuoco, con salda inten- 
zione di non mai pid scrivergli. Solo per giovare al mondo, 
e per essere lasciato da quello scioperato, veduto che m' è 
impedito il fare, essendo desideroso di render grazie a Dio 
in qualche modo dell'essere io nato uomo, da poi che m' è 
impedito il fare, cosi io mi son messo a dire >. 

Quali propositi lo animassero nella sua impresa di auto- 
biografo, rivela anche il bizzarro sonetto iniziale della Vita: 
riconoscenza sMo Dio della natura; sentimento e vanto delle 
alte e diverse 'mprese\ T avversità del fato, mentre egli po- 
teva ben dir di sé, in quel verso bellissimo che piacque tanto 
all'Alfieri : Che molti io passo e chi mi x)assa arrivo. 



LXXVI INTRODUZIONE 



Spigolando poi nelle pagine della Vita, si raccolgono pia 
tratti, nei quali Benvenuto dichiara di averla scritta per la 
professione sua, per narrare certi accidenti dell' arte, e mostra 
come avesse ben chiara l'idea di narrar proprio dì sé e di cose 
attinenti a sé: « E perché io non mi voglio curare di sobri vere 
in questa mia vita cose che s'appartengono a quelli che sobri- 
vono le chronache, però ò lasciato in dietro la venuta dello in- 
peradore con il suo grande exercito » (pag. 312 di questa ediz.). 

Che il Cellini pensasse anche a divulgar la Vita, e che per- 
ciò cercasse di farla leggere a più d' uno nel Manoscritto, ba- 
stano a persuadercene quei luogbi in cui si rivolge ai benigni 
lettori, al piacevolissimo lettore. Perché poi, mentre nel 1568 
apprestò T edizione dei Trattati, non pensasse a pubblicar 
l'Autobiografia, può spiegarcelo il riflettere che essa non è 
compiuta, e che egli non ebbe, quindi, o agio o voglia dì com- 
pierla; e l'avvertire altresì, che, forse, anche se compiuta, egli 
non l'avrebbe mai stampata, non essendo un tal genere di 
scritture molto comune o divulgato, e per non sembrar davvero 
troppo pieno di boriosità. 

Sebbene questa boriosità si manifesta sinceramente subito 
sul bel principio del racconto, dopo la massima solenne sulla 
convenienza, anzi dovere, per gli uomini virtuosi, di deschrivere 
dì lor propia mano la loro vita. Come diversamente parlava 
di sé nella Cronaca Donato Velluti! < Ora seguita di scrivere 
di me Donato giudice ... E quanto fosse più convenevole, che 
altri scrivesse di me e non io; per cagione che ò figliuoli assai 
giovani e fanciulli, e di miei fatti poco avvisati, e altra per- 
sona da ciò non ci è, impertanto ò preso partito d'alcuna cosa 
scrivere, passandomi cortesemente di scrivere cose, che abbiano 
a portare troppo a mie lode o vertù: e se in alcuna cosa tra- 
passassi, noi farò per me lodare, ma pei* memoria delle cose 
che intervenute sono, credendo sia piacere di coloro che leg- 
geranno averle sapute, e spezialmente il modo e la cagione » 
(ed. Manni, 1731; p. 69) ; ^ e cosi press' a poco il Morelli ; ma con 
intenti assai più simili al Cellini scrissero pure una Cronica 
Iacopo Salvìati, e quel tipo assai cellìniano dì Bonaccorso Pitti. 



1 Cosi il testo della Cronaca Velluti, restituito alla lezione deirAnto- 
grafo, che sarà pubblicato da I. Del Lungo, presso la Casa editrice G. 
C. Sausouì. 



INTRODUZIONE LXXVII 



La Vita si estende per un periodo di quasi sessantadue 
anni. Benvenuto aveva cinquantotto anni finiti quando si ac- 
cinse a scriverla: cioè, sullo scorcio del 1558 o su' primi del '59. 
In quell'anno stesso '59 mandò, com' è noto, una parte del ma- 
noscritto al Varchi, cui lo richiedeva con lettera del 22 maggio.^ 

È dunque da credere che il passo dei Trattati citato pid 
sopra, e che ci riporta al tempo della gita del Cellini a Val- 
lombrosa e a Camaldoli (1554),^ accenni ad altro tentativo o 
inizio di quella che fu poi la Vita scritta per lui medesimo. 
L'esame che ho fatto delle carte rappiccate di mostra che esse 
hanno relazione con quella forma che abbiamo ora della Vita, 
« non con quello che il Cellini ci narra di avere scritto .di 
sé nel Trattato dell'Oreficeria, e che non sapremmo preci- 
sare di più. Siamo poi sicuri che nel 1566, e anche dopo, egli 
attendeva ancora a scriver la Vita, per i passi seguenti: « In- 
però egli si mori, et io resto ancora 'avere cinquecento scudi 
4' oro insino a bora, che siamo vicini alla fine dell'anno 1566 » 
(p. 395). — € Appresso a questo io feci un altro errore del 
mese di dicembre 1566 seguente » (p. 420). 

Questi termini si possono con sicurezza indicare; ma chi 
potrà indicare esattamente tutte le sospensioni e riprese e 
licenze del racconto? E come si riuscirebbe, perciò, a desi- 
gnare con tutta precisione, fra le interruzioni, i passi in- 
-dietro, e le lacune, il cronologico svolgimento del lavoro, ac- 
•canto alla cronologia dei fatti? ^ Binuncio, dunque, in tanta 
incertezza, anche a tentare computi più minuti, rilevando solo 
«n passo, verso il fine della Vita, donde apparisce chiaro che 



^ Si veda la lettera del Cellini al Varchi a pag. lxxxiii di quesf Jn- 
4roduzi(me, 

^ Trattati cìt. p. 88. Prima del passo sa riferito si legge : 

«A queste cortesissime parole di Sua Eccellenza illustrissima, io la pregai 
•che prima che egli mi dessi nulla delle mie fatiche, piacendo a Sua Ec- 
cellenza illustrissima, io volevo andare a Yallombrosa et a Camaldoli et 
•air Ermo, et a S. Francesco, solo per ringraziare Iddio che con T aiuto suo 
stesso io avevo dato fine a una cosi difficile opera, avvenutomi in essa di 
quelle estreme difficultà che a suo luogo si diranno ». Cfr. di quesfedizione 
le pag. 389-90. Di tutto ciò non si accorse G. G. : vedi il garbuglio che fa 
nella p. xvi della sua Prefazione. 

3 V. anche G. G. a p. 522, n. 1. della sua edizione; e cfr anche la nota 
a p. 401. 



LXXVm INTRODUZIONE 



il Cellini pensava a continuarla ben oltre, mentre poche pa- 
gine dopo ne levò per sempre le mani, o fosse per le molestie 
delle liti nelle quali si trovò involto, o fosse per le condizioni 
tutt* altro che lietp degli ultimi anni suoi, o per altra ragioue^ 
che ci sfugge. 

Ecco il passo: « Volendo entrare innaltro ragionamento, 
e lasciare per un pezzo il favellar di questa smisurata ribal- 
deria, sono necessitato in prima dire '1 seguito dei cinque anni 
deirafiStto; passato il quale, non volendo quei dna ribaldi 
mantenermi nessuna delle promesse fattemi ec. ec. » (p. 419).. 

Dissi già, a proposito delle Note storiche, di non aver vo- 
luto affrontare il grave problema della veridicità della Vita^ 
che in parte studiarono recentemente il Plon, il Dimier, e 
qualche altro ; e accennavo or ora alle non poche incongruenza 
di essa con quanto si racconta nei Trattati. Il Stmonbs nella 
Prefazione alla versione citata della Vita scrive (p. vii) : € He- 
atterapted no artistic blending of Dichtung und Wahrheit ; the 
word « confessions » could not bave escaped bis lips; a Journal 
Intime wonld bave been incomprebensible to bis fierce and 
virile spirit ». 

Interpretando V espressione, che dev' essere reminiscenza 
goethiana, Dichtung und Wahrheit, un po' liberamente, essa 
può ben significarci il contenuto vario, bizzarro della Vita, la 
quale, ben s'intende, apertasi una volta la discussione, trovò- 
lettori disposti a creder tutto e altri tentati a dubitar d'ogni 
cosa, e risoluti a non accettare, che con beneficio di inven- 
tario (scrive il ricordato Mounier), * ce qu' ih considéraient 
comme une sorte de loìigue gasconnade italienne. Del resto, 
queste osservazioni generali si dovrebbero pur fare, e non 
dimenticar poi alla leggera da chi instituisca una specie di 
requisitoria del racconto celliniano: dato anche che si abbia 
un'autobiografia assolutamente veridica, ci mancherà sempre 
il modo di dimostrarla tale, almeno in qualche parte; e, quindi, 
pur nel migliore dei casi , resterà qualche dubbio : e come si 
pretenderebbe una veridicità assoluta da un uomo appassio- 
nato, volubile, fiero, come il Cellini, il quale si mette, per 
di più, a raccontare la sua vita da' cinquantotto anni in poi ì 
Sé ben si guardi poi a certi passi del racconto, che resi- 



1 Avant-propos del suo studio su B. C, Paris, Librairie de l'Art., p. 6^ 



INTRODUZIONE LXXIX 



stono pure al confronto dei docnmenti, in tanta congerie di 
vicende e aneddoti e figaro, dobbiamo riconoscere e ammirare 
la buona e fida memoria del narratore, ammesso ancora che 
ei si valesse talvolta dei ricordi già appuntati, o di altre carte, 
come quando riferisce e discorsi lunghi, e fatti minuti, e let- 
tere altrui. 

Comunque, peraltro, sì abbia a determinare il valore del 
Cellini storico, dalla sua narrazione escon fuori un uomo un ar- 
tista e uno scrittore indimenticabili: onde la Vita è non solo 
una prosa stupenda, ma un prezioso documento psicologico. 
Accanto allo scrittore e* è il protagonista di quel lungo e intri- 
cato dramma, che dovrebbe pur suscitare la curiosità di qual- 
che antropologo e psicologo moderno, il quale vi troverebbe 
un campo veramente largo alle sue osservazioni. Troppi esempi 
si potrebbero addurre : mi contento di ricordare quella meravi- 
gliosa pagina nella quale il Cellini racconta com'egli premedi- 
tasse r omicidio dell* uccisore del suo caro fratello Cecchino: 
«...Partitomi dal papa seguitavo l'opera et i ferri della zecha et 
per mia innamorata mi havevo preso il vagheggiare quello ar- 
chibusieri che haveva dato al mio fratello » (pag. 105); e l'altre 
nelle quali ci narra come, essendo sul punto di ammazzare un 
innamorato d'una sua modella, ne fosse distolto da sciocche 
parole di lui, e la vendetta che poi ne prese (vedansi le pp. 
297 e sg.). Ora che cosa importa la piena esattezza di questo 
o quel particolare storico (a questi specialmente corron dietro 
gli inquisitori e requisitori), quando sentiamo palpitare tanta 
verità in tante parti del racconto d'una vita, che ben definì 
da sé Benvenuto nel primo verso del sonetto proemiale: 

Questa mia vita travagliata . . . .^ 

E se gli si crede, e non si potrebbe non credere a certi 
accenti di sincerità, il male che dice di sé; gli si creda un 
po' anche il bene: e la raccolta eia distinzione degli elementi 
vari, buoni e cattivi, ce lo rappresenteranno un uomo pieno 
di virtù e di vizi, ma grandi gli uni e le altre; che, o anormale 
o no , la figura del Cellini non è di quelle che si confondano 
nella folla. Bene espresse il Goethe tutta la singoiar potenza 
che senti in quell'animo, colle parole deìV Appendice ricor- 
data alla sua traduzione « Solche Naturen kOnnen als geistige 
Fltigelmànner angesehen werden»: il Goethe, il quale ben 



LXXX INTRODUZIONE 



senti anche quanta virtù rappresentativa abbia la Vita^ della 
vita di tutto il secolo nel quale il Cellini fiori. 

Che questi poi, e nel vizio e nella virtù, somigli a molti 
contemporanei, mi sembra naturalissimo e neppur da discu- 
tere ; la qual cosa non toglie che il complesso delle sue qualità 
buone e cattive non formi di luì un tipo singolare e ben ri- 
cordevole, capace di commuoverci per il suo amore alla fa- 
miglia, di conturbarci per la potenza dell'odio; di suscitare il 
nostro sdegno colle sfacciate parole che dice al Duca (p. 399) : 
« imperò se s.* e.* si voleva servir delle fatiche mie, quella 
mi lasciassi fare la porta di mezzo di S.^ Maria del Fiore,... 
et io mi ubbrigherei per contratto che se io noUa facessi 
meglio di quella che è più bella delle porte di S." Giovanni 
non volevo nulla delle mie fatiche...»; e pur capace di farsi 
quasi perdonare questa imperdonabile sfrontatezza, per il rac- 
conto delle angosce che prova la sua fiera anima d'artista 
durante la fusione del Perseo. 

Onde dalle pagine di questa Vita che all' autore parve bene 
da raccontare, nonostante i suoi delitti e le sue colpe, vediamo 
disegnarsi la figura vera e reale non solo di un orafo fiorentino 
del Cinquecento, ma proprio di lui, Benvenuto Cellini : carita- 
tevole e vendicativo ; devoto all' arte e a' grandi artisti, ma, più 
che non consentano le opere sue, non certo tutte eccellenti, 
orgoglioso e millantatore, avido di denaro, e pur non gretto 
mai; coraggioso, audace, e in servigio della sua Firenze 
tardo e mal fido; perseguitato e protetto; ebbro della lode e 
della gloria, ma non cortigiano; religioso e mal vivente... 
Quando una narrazione ci rida viva e palpitante innanzi agli 
occhi una tale figura, non possiamo rigidamente chiederle e la 
scrupolosa veridicità delle cronache, e sulle opere d'arte del- 
l' autore quel giudizio equamine e oggettivo che può farne oggi 
un critico dotto e tranquillo. Anzi noi ci accorgiamo sempre 
più della straordinaria potenza d' un libro che ha fatto riflet- 
tere tanto simpatica luce anche sull' opere dell' orefice e dello 
scultore, si da poter credere che la fama del Perseo sia, me- 
glio che al bronzo stesso della loggia dei Signori, raccoman- 
data alle inimitabili pagine della Vita. 

Quali opere poi si debbano autenticamente aggiudicare al 
Cellini fra le molte attribuitegli (analisi questa che assai accu- 
ratamente fu tentata dal Plon), e qual posto nella storia dei- 



INTRODUZIONE LXXXI 



r arte competa all' orafo,, al medaglista , allo scultore , non è 
ufficio mio rilevare. Non mi proponevo qui che di tratteggiare 
alcuni caratteri della Vita e del suo autore, uomo singolare, 
« singolare artista, assicurato alla memoria dei posteri specie 
dalla sua arte di scrittore : complesso un po' strano e misterioso^ 
nel quale le caratteristiche dell'uomo, dell'artista, e dello scrit- 
tore si uniscono e si fondono in un tipo immortale. 

Rimarrebbe ora a parlare del Cellini scrittore. E qualche- 
cosa quanto prima ne dirò, con la speranza di poter mostrare 
di non aver letto e riletto invano la mirabile Vita. Ma, perché 
mi sarebbe indispensabile, per raffronti ed esempi, richiamarmi 
spesso a più luoghi del testo che in questa edizione non è 
stilisticamente e filologicamente dichiarato; e mi occorrerebbe 
citar le conclusioni d' un' analisi che qui non è, non che fatta, 
accennata; mi par necessario riserbare come proemio all'edi- 
zione scolastica, che sarà il compimento di questa, la tratta- 
zione (la quale non potrebb' esser d'altronde troppo spiccia) 
del Cellini scrittore. 

Il presente volume rafferma il testo ; in quest' Introduzione 
se ne dà la storia esterna e un po' anche intema; nelle note 
si chiarisce la materia del racconto : la prossima edizione sarà 
come la lettura ermeneutica ed estetica di gran parte del libro, 
se mi bastin le forze e mi accompagni il favore dei giovani 
che inviterò a leggere o a rileggere con me. E con essi, allora, 
€ avendo sott' occhio il commento fatto per loro, più mi pia- 
cerà parlare dell'arte di Benvenuto, nella Vita, e, anche, nei 
Trattati, nei Discorsi, nelle Lettere, e, magari, nelle cosid- 
dette Poesie: insomma, dello scrittore. 

Frattanto, mi sia lecito ricordare fin d' ora due studi miei 
«ulla prosa celliniana: 

n Cellini prosatore, nella Rassegna Nazionale di Firenze 
del 16 ottobre 1896; e una non breve rivista dell'opuscolo di 
K. VossLER, Benvenuto Cellini's Stil in seiner « Vita », Ver- 
such einer psychologischen Stilhetrachtung (Halle, a. s. Nie- 
mayer, 1899), nella Rassegna bibliografica della Letteratura 
italiana di Pisa, fase, di aprile-giugno 1900. 

In questi si trovano già alcune delle idee fondamentali che 
mi propongo di svolgere, è che sono come il germe del nuovo 
lavoro. 



fc I r. I » 



"\- 



1^ 



LETTERA DI BENVENUTO CELLINI 

A BENEDETTO VARCHI 

iatorao alla correzione del Manoscritto della Vita i 



Molto Eccellentìss.™® virtuoso M.' Benedetto 
et maggior mio Oss."*® 

Da' poi che vostra signioria Mi dice, che cotesto simplice 
discorso della vita mia pid vi saddisfà in cotesto paro modo 
che essendo rilimato e ritocco da altrui, la qual cosa non ap- 
parirebbe tanto la verità, quanto io ò schritto ; perché mi son 
guardato di non dire nessuna di quelle cose, che con la me- 
moria io vada a tentone, anzi ò ditto la pura verità, lasciando 
gran parte di certi mirabili accidenti che altri che facessi tal 
cosa ne harebbe fatto molto capitale; ma per bavere hauto 
da dire tante gran cose, e per non fare troppo gran vilume, 
ò lasciate gran parte delle piccole. Io mando il mio servitore 
acciò che voi gli diate la mia bisaccia e il libro, e perché io 
penso che voi non harete potuto finir di leggere tutto, si per 
non vi affaticare in cosi bassa cosa, e perché quel che io de- 



1 Questa lettera, pubblicata già nelle Pittoriche (i. p. 109), e poi dal 
Tassi (I, Lxn), e dal Molini (ed. 1832, 1, vn), ho ricollazionata suir auto- 
grafo, contenuto fra le carte celliniane della cassetta Palatina, di cui a 
pag. 426 del presente volume. La lettera non è tutta autografa, come fu 
creduto: è autografo il poscritto e T indirizzo a tergo. Il resto è di mano 
del primo copista dell' Originale della Vita. — Sulla camicia della lettera 
è scrìtto, di mano del Molini : « faceva parte del cod. Strozziano n. 48L 
intitolato Lettere di diversi letterati scritte a Ben. Varchi, il quale passò 
neirArch. Mediceo sotto il d.» cxxviii e quindi nella Libreria Palatina ». 



LXXXIV LETTERA A BENEDETTO VARCHI 

eideravo da voi l'ò havuto, e ne sono sattisfattissimo, e con 
tutto il quor mio ve ne ringratio. Hora vi priego, che non vi 
curiate di legger più innanzi, e melo rimandiate, serbandovi il 
mìo sonetto, che quello ben desidero, che senta un poco la 
pulitia della vostra maravigliosa lima; e da ora innanzi verrò 
a visitarvi, e servirvi volentieri di quanto io sappia e possa. 
Mantenetevi sano, Vi priego, e tenetemi in vostra buona 
gratia. 

Di Firenze. Addi 22 di Maggio 1559. 

Quando Y. S. pensassi di potere fare qualche poco di aiuto 
a questo mio fratino ^ con quei degli Agnioli, ve ne terrò molto 
obbrigho. Sempre alli comandi di Y. S. paratissimo. 



Benvenuto Cellini. 



A tergo: 

AI molto Mag.co et eccs.™® M.' 
Benedetto Yarchi, mio os.™® 



^ Antonio di Domenico Parigi, che il Cellini aveva adottato. Vedi in 
Tassi il Docum. 59 e il Eicai'do 118, e T Indice di questo volume. 



IL KITEinO DI BENVENUTO CELLINI 



( Nota di I. B. SUPINO ) 



Quando gli artisti del Binascimento, pel nuovo indirizzo as- 
sunto dairarte, popolarono le scene sacre e profane di figure, 
dando a quelle il costume e la fisionomia dei loro contempo- 
ranei, il ritratto divenne per essi soggetto di pid particolare 
studio ; e nelle grandi loro composizioni si vanno appunto 
ricercando le immagini di celebri letterati, artisti, principi, 
monsignori e mecenati. Ma, se la tradizione o le affermazioni 
del Vasari ci danno modo di supporre, che anche gli artisti 
stessi si siano ritratti sotto figura di qualcuno dei loro perso- 
naggi ; certo è però che il desiderio di rendere la propria im- 
magine, individuandola, fu men comune di quello che non si 
voglia generalmente, e si afi^ermò in periodo pid tardo, allorché, 
per citare il pid insigne dei collettori , al cardinale de* Medici 
venne l'idea di raccogliere i ritratti di tutti i pittori di qual- 
che nome, fioriti cosi in quelli come nei tempi passati. 

È però da osservare che ai pittori non solo si presentava 
pid facile, com* è naturale, 1* occasione di effigiar sé stessi 
anche sotto altrui figura, ma riesciva molto pid agevole ren- 
dere con pochi tratti — o per istudio , o per desiderio di richie- 
denti — la immagine propria. Per gli scultori, invece, model- 
lare il proprio ritratto importava far opera in cui la materia- 
lità stessa dell* esecuzione ofiriva difficoltà tali da non invo- 
gliar molto ad imprenderla. Tanto ciò è vero, che, se si vuol 
ricercare l'effigie dei pid grandi fra gli scultori che operarono 
nei secoli xv e xvi, non ci è dato rinvenirla che nelle opere 
di qualche pittore. Donatello, Michelozzo, i Bobbia, Desiderio, 
Mino da Fiesole, Benedetto da Bovezzano, Michelangiolo, il 



LXXXVI IL RITRATTO DI BENVENUTO CELLINI 



Sansovino, Giambologna, e il Cellinì — per non citare che 
qualche nome — non ci lasciarono il proprio ritratto; ma Dona- 
tello, Michelozzo, i Robbia e Iacopo Sansovino furono, rispet- 
tivamente, effigiati da Paolo Uccello, da Masaccio, dall'An- 
gelico e da Andrea del Sarto; il ritratto di Desiderio, il Va- 
sari potè averlo « da alcuni suoi di Settignano »; quello di 
Mino non sa € di cui mano »; il busto di Michelangiolo è mo- 
dellato da Daniele Bicciarelli da Volterra; quello di Giam- 
bologna dal Tacca, e Giorgio Vasari ci lascia, con quello di 
altri artisti, il ritratto di Benvenuto Cellini. 

È vero che Benvenuto fu anche medaglista, ed egli vanta 
in particolar modo, pure in questo ramo dell'arte, l'abilità sua: 
mn, come tanti altri incisori di conj e di medaglie, egli non 
si curò punto di lasciare ai posteri, neppure con questo mezzo, 
la sua immagine. 

Se il ritratto, con adornamento di noce^ trovato in casa del- 
l'artista, come risulta daìV Inventario fatto due giorni dopo 
la morte di lui, fosse opera sua, o piuttosto un ricordo di qual- 
che compagno d'arte, non siamo in grado di affermare. Dubi- 
tiamo che quello sia un ritratto del Cellini, e, in ogni modo, 
come al sig. Gaetano Guasti, ci sembra doversi accogliere l'opi- 
nione espressa dal Plon, il quale, nel porre in fronte al suo 
bel volume la riproduzione di un tondo piccolissimo, in por- 
fido, con l'effigie dell'artista, dentro una cornice quadra con 
qualche adornamento, intese che fosse, massime per la me- 
moria che vi si legge dietro, quello stesso citato neW Inven- 
tario, * « La congettura, aggiunge G. Guasti, sembrami poco 
fondata, non conoscendosi la provenienza, né sapendo qua! 
forma avesse , né se fosse dipinto o in rilievo >. 

Il Vasari, invece, come egli stesso narra nei suoi Ragio- 
namenti sopra le invenzioni da lui dipinte a Firenze nel 
palazzo di loro Altezze Serenissime con lo illustrissimo et 
eccellentissimo don Francesco de' Medici allora principe in 
Firenze » ritrasse il Cellini nella Sala di Cosimo in Palazzo 
Vecchio. Nel Ragionamento sesto della seccmda Giornata, il 
Principe chiede al Vasari la dichiarazione del tondo « dove 
è il duca (Cosimo) a sedere in mezzo a tanti architettori ed 



1 Vi 8i lej^ge a terj^o: Benvenuto Cellini \ nato da Giovanni di An- 
drea I e di Maria di Stepìmno Granacci I iì di d' Ognissanti fiel \ 1500, 



Veccliio. Sala di Cosimo I. (O. Vasari). 



IL RITRATTO DI BENVENUTO CELLINI LXXXVii 



in^gnerì; ritratto di naturale, con i modelli di tante fortifi- 
cazioni », e il Vasari, spiega che « questi sono architetti, 
de' quali Sua Eccellenza si è servito ed hanno modelli in mano 
di fabbriche fatte da lui; quello, che ha modelli di fontane 
in mano è il Tribolo, e sono le fontane fatte alla villa di Ca- 
stello ; il Tasso è quello che ha il modello della loggia di Mer- 
cato Nuovo con Nanni Unghero e il S. Marino. 

— Quest'altro appresso non ha bisogno di vostra dichia- 
razione, dice il Principe, perché conosco che sete voi in com- 
pagnia di Bartolommeo Ammannati scultore e Baccio Bandi- 
nelli; questi due, che contendono insieme chi sono? 

— E Benvenuto Cellini, replica il Vasari, che contende con 
Francesco di ser Iacopo, provveditore generale di quelle fab- 
briche ». 

Ora, come si può vedere dalla riproduzione del tondo, nel 
centro, ed occupante quasi tutto lo spazio è il Duca Cosimo; 
ai piedi, il Sanmarino con Nanni Ungaro ; ai lati : a destra del 
Duca, il Tasso col modellino della loggia di Mercato Nuovo; 
a sinistra, il Tribolo coi modelli delle sue fontane: sopra il 
Tasso, sta il Vasari in compagnia di Baccio Bandinelli, che 
è facile riconoscere in quel vecchio dalla lunga barba bianca, 
vòlto di profilo. Bartolommeo Ammannati poi, nato nello stesso 
anno del Vasari, non può essere quel vecchio accosto al Ban- 
dinelli, ma è rappresentato (sia pure non del tutto conforme- 
mente rfla descrizione vasariana) dietro il Tasso, mezzo na- 
scosto dalla cornice del tondo. Non v'ha dubbio, quindi, che 
neir altro gruppo, composto appunto di due soli personaggi, 
sia da cercare il Cellini che contende col provveditore ge- 
nerale delle fabbriche ducali. Quale dei due possa rappresen- 
tare r artista, ci par quasi inutile discutere, tanto è chiaro 
il sentimento del pittore, che ha voluto, oltre che mettere più 
in luce lo stimato compagno d'arte, dare a lui Tappropriato 
carattere di energica fierezza. È, del resto, evidente che Tal- 
tra figura ha trovato qui un posto solo per illustrare e com- 
piere la scena; dacché è noto come il Cellini avesse effetti- 
vamente col Seriacopi questioni e controversie non poche. 

Questi rilievi si debbono aggiungere a quanto scrisse il Plon: 
il quale, pur arrivando a conclusioni giuste, preferi poi porre 
in fronte al suo volume un dubbio ritratto, che con questo, 
r unico autentico, non ci pare presenti nessun carattere di so- 



LXXXVni IL RITRATTO DI BENVENUTO CELUNI 

mìglianza ! Soggiangeremo anche, come, per seguire le errate 
iscrizioni poste sopra varie figure dell* affresco (e certo in oc- 
casione di un restauro), il Cellini venne indicato in quel per- 
sonaggio che sta accosto al Bandinellì e che il Vasari stesso 
dimentica di nominarci; ma, oltre che T atteggiamento loro 
tranquillo non ci permette di supporre stian contendendo, Veik 
che mostra quella figura esclude in modo assoluto possa trat- 
tarsi del Cellini, il quale al tempo in cui fu eseguito l'affresco 
(MDXLVIII) aveva 48 anni. Tuttavia le parole del Vasari 
fraintese e la falsa iscrizione bastarono per far nascere una 
gran confusione, cosicché molti di coloro che han voluto darci 
Teffigie dell* orefice fiorentino, si sono sbizzarriti in vario modo: 
ora prendendo dall' affresco del Vasari 1* ignoto personaggio, 
ora rifoggiando un tipo fantastico, derivato più o meno da 
quelle due teste, come han fatto vari editori e traduttori della 
Vita. 

Il ritratto autentico, di naturale, si ha, dunque, com' ab- 
biamo visto , interpretando a dovere le indicazioni precise del 
Vasari.^ Questa figura dalla fronte spaziosa, dalla barba folta e 
scura, dallo sguardo vivace e fiero par che rifletta sinceramente 
i caratteri dell'animo e dello spirito irrequieto del Cellini. 



1 La fotografia che si riproduce in questo volume, si deve alla genti- 
ezza del cav. Alinari. 



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ALBERETTO GENEv 



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rn test»m^i>to 


: giugno 15 II 





* Hi Bon vatso, per quest'alberello geneniottico, ili qnelli enmpilitti A 
ilellH Fifa); mn hn modiHunto e rettillviiln, valendomi iiiiovameittu delli 
yiitiiia in fine di qucHlO volnme. Ilo triisuelto le date più prvlMbili, t|ui 
iii'llu J'.iilule qn;intu al uoni|Mito degli anni. 



XCI 



ICO DEI CELLTNI 



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ki 1151. 
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n. 1450, secondo 




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del 1451 


B.11I7. 


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L 
ietta 

I150Ì 



Olrolamo 
11. 1158? 



More 



Llp«rftU BepftTftta 
Marito 1* Bartolomeo orafo, m. 1528 
» f Raffaello Tassi, m. 1515 
» 3* Pagoto Pagoliui, m. 1546? 



Olofan PraueeBco 
n. 5 {.feniiaio 1502 
m. 27 maggio 1529 



figliuoli naturali 



4 
nrftaml Oiofaani 

r. l^KKf, 11.2:2 marzo 1501, 
liito legittimati) . 

61 20 uov. 1561, 

m. nel maggio 
1563 



BIlMbetU 

n. il 29 olt. tf.02 

in. il 21 sctt. 150:i 



ìì. 



6 

LlberaU 

Be parata 

il 15 geuiiaio 
1501 



7 
Antonio 

II. 1.550 

ila Doiiieiiico 

Parigi e d:i 

donna Dorotea, 

adottato 

dal Celliiii 

il 29 nov. 1560 



iiLANEST (ed. dei Trattati di benvenuto CelHni) e da G. Guasti (ed. 
a/ Catasto, e di documenti vari che sono indicati nelle note e nella 
^tevo fissarne di sicure, per V incertezza che si ha, com* è noto, specie 



■■ u 




t^Sj . -^rj^-:- ? 



SONETTO* 



QvESTÀ mia Vita trauagliata io scrino 

Per ringratiar lo Dio della Natura, 

Glie mi die 1* alma e* poi ne ha hnto Cura, 

Alte dinerse *mprese ho fatte e* Vino 
Quel mio Cmdel Destin, d'offes'ha prino, 5 

Vita hor gloria e Virtù più che misura, 

Gratia nalor beltà', cotal figura 

Che molti io passo e chi mi passa arrino, 
Sol mi duol grandemente hor eh* io cogniosco 

Quel caro Tempo in uanita perduto io 

Nostri fragil pensier s'en porta *1 Vento. 
Poi che 1* pentir non ual staro contento 

Salendo quaPio scesi il Benuenuto 

Nel fior di questo degnio Terren Tosco. 

Io aueuo cominciato a scriuere di mia mano questa mia uita, i5 
come si può uedere in certe carte rappiccate ma cOsiderando che io 
perdano troppo tempo et parendomi una smisurata uanita Mi capito 
inanzi un figliuolo di michele di goro^ dalla piene a groppine, fan- 

* Qaetto sonetto e la seguente dichiarazione in prosa si riproducono con tutta fe- 
deltà di grafia e di seg^i dair Originale, dove sono autografi, potendo esser utile tale 
riproduzione anche per qualche confronto. Delle parole e fìrammenti di parole, che si 
trovano avanti il sonetto e dopo la dichiarazione, si ò discorso nelV Jntrodiuiione. — 
8. Del cA«, essendo corrosa la carta, s* indovina il disegno o profilo soltanto. — 10. Si 
legge ancora uel chiaramente: è facile supplire il Q nello spazio corrispondente, in cui 
apparisce la carta di sotto, alla quale la pagana è appiccicata, a motivo della corrosione. 
— 15. Le parole aueuo, e, più sotto, uidere, eta^ farej aperoy cStinuaref ricordtroj sono 
più o meno corrose, ma si leggono ancora assai chiaramente. — 18. Era scritto mieele: 
non pare del Cellinl Vh sovrapposta. 



18. Mlehelo di Gore dalla Pieve a Grop- Giovanni Cellini squltore, levate da 

pine. Il Tassi ( I. lxvii) cita non esat- Libri del Castello di Firenze per me 

tamente un Ricordo, che ho di nuovo Michele di Goro Vestri dalla Pieve a 

estratto dagli Atti degli Offic, di Monte e Groppine di Valdamo di Sopra^ finite 

Soprassindachi dal 1556 al 1558 (Arch. di levare questo di i3 di Dicembre 

di Stato di Firenze), ove si legge: Co- i555. Non si rileva di qui che questo 

pia di Partite di m. Benvenuto di fanciullino si chiamasse Michele, an- 

CXLLIRI, Vita, 1 



2 DICHIABAZIONE 

ciullino di età di anni xiiii, icirca, et era ammalataccio io lo comin- 
ciai a fare scrivere, et Imentre che io lanorauo gli dittano la vita 
mia ; et pche ne pigliano qualche piacere lauorano molto pia assiduo 
e faceno assai più opera cosi lasciai al ditto tal carica, quale spero 
di còtinuare tanto inanzi quanto mi ricorderò. 

1. Bra stato teritto atnmarcUuceio : corr. Celi.? 



che lui (come afferma il Tassi e 0.0. 
ripete), e che a undici anni incirca fa- 
cesse r accennata copia di partite. E se 
già se ne serrira nel 1556, perché avreb- 
be detto il Cellini che gli capitò in- 
nanzi (sembrerebbe, per la prima vol- 
ta) tra il 1558 e il *59l Rimane poi un 
Ricordo autografo, del 29 luglio 1557 
( Tassi, ih, 74), nel quale il Cellini dice 
d* aver convenuto un certo salario e 



certi patti con Michele di Gero Vostri, 
a cominciare dal primo d* agosto pros- 
simo a-venire 1557; e lui mi ha a 
tenere le mie poche scritture che alla 
giornata occorreranno ecc. Michele 
di Coro medesimo è ricordato in re- 
lazione d* interessi col Cellini in Ri- 
cordi autografi ceUiniani del 1554, 1557, 
1566 (Tassi, hi, 59, 80, 144 — Riccardia- 
na, e Arch. de'Buonomini di S. Martino). 



(cl.a) LA VITA DI BENTENUTO DI M* GIOVANNI CELLINI 

FIORENTINO SCEITTA (PER LUI MEDESIMO) IN FIRENZE * 



Tutti gli huomìni d' ogni sorte, che hanno fatto qualche cosa che 
«ia virtuosa, o si veramente che le virtù somigli, doverieno, essendo 
veritieri e da bene, di lor propia mano deschrivere la loro vita; ma 
non si doverrebbe cominciare una tal bella impresa prima che pas- 
sato l'età de' quaranta anni. A vedutomi d'una tal cosa, ora che io 5 
cammino sopra la mia età de' cinquantotto anni finiti, et sendo in 
Fiorenze patria mia, sovenendomi di molte perversità che avengono 
a chi vive, essendo con manche di esse perversità che io sia mai 
stato insino a questa età, anzi mi pare di essere chon maggior mio 
contento d' animo e di sanità di corpo che io sia mai stato per lo 10 
adietro, e ricordandomi di alcuni piacevoli beni et di alcuni innisti- 
mabili mali, li quali, volgendomi in drieto, mi spaventano di mara- 
viglia che io sia arrivato insino a questa età de' 68 anni, con la quali 
tanto feliciemente io, mediante la gratià di Dio, cammino innanzi. 
<c. ib) Con tutto che quegli huomini che si sono affaticati con qualche 15 
poco di sentore di virtù anno dato cognitione di loro al mondo, quella 
sola doverria bastare, vedutosi essere huomo e conosciuto : ma per- 
ché egli è di necessità vivere innel modo che uno truova come gli 
altri vivono, però in questo modo ci si interviene un poco di boriosità 

* Il copista aveva scritto prima: Al nome d* Dio vivo et ^mortale | Vita di Benne- 
nuto Cellini | oreficie et tenitore echritta \ di sua mano propia. H CoUinl vi dette sopra 
un frego transvorsale e scrisse le altre parole. Sulla parola sehritta, fa aggiunto, forse 
dal Varchi, per lui medeeimo : dopo fiorentino è un se cassato ; dopo { tre lettere cassate 
(dffr?). — 3. In O era scritto promia: il p sostituito {propia) sopra Vm, chi potrà diro 
se è del Geli., pensando che nell'adattare una lettera a certo spazio e luogo, si cambia 
facilmente la scrittura? — 7. In O la pagina è a questo punto corrosa e racconciata: 

si leggono le lettere pa ta, che è il finale di mia. B e le stampe danno concordemente 

patria mia-^ ODE tralasciano queste parole. — 18. O glie: pare di mano Geli. Ve pre- 
messa (egli) di altro inchiostro. — 18. In O In {nel) s* indovina più che non si legga, 
ormai: corrosa la carta. — 19. O ha sottolin. boriositàf e in margino boriuzsa, forse di 
mano del Cavalcanti. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



di mondo, la quali à più diversi capi. II primo si è far sapere agli 
altri, che 1* nomo à la linea sua da persone virtuose et antichis- 
sime. Io son chiamato Benvenuto Cellini, figliuolo di m.^ Giovanni 
d'Andrea di Christofano Cellini; mie madre M^ Elisabetta di Stefano 

5 Granacci: et l'uno e l'altra cittadini fiorentini. Troviamo schritto- 
innelle chroniche fatte da i nostri Fiorentini molto antichi et huomini 
di fede, secondo che scrive Giovanni Villani, si come si vede la città 
di Fiorenzo fatta a imitatione della bella città di Roma, e si vede 
alcuni vestigi del Collosseo e delle Terme. Queste cose sono presso 

10 a Santa Grecie, il Campitoglio era dove è oggi il Mercato Vechio f 
la Rotonda è tutta in pie, che fu fatta per il tempio di Marte, oggi 
è per il nostro San Giovanni. Che questo fussi cosi, benissimo si 



4. O v{ie. — 5. In O non è più chiaro troviamOf che forse era stato corretto. I codici 
e le stampe danno troviamo e trovati. Per lo spazio occupato, e per la mancanza del 
segno della coda dell* «, credo vi si dovesse leggere troviamo, di cui s* intravedono 
le lettere finali: si può, quindi, supporre che la correzione sia trovasi^ e forse ve la 
potè ancora leggere il Molini. B troviamo; D C B trovati; t troviamo; mi^ bb bg 
trovati. — 7. Le parole teeondo.,,. Villani in O sono come postilla in margine, eredo 
del Cellini, non destinate forse a entrare nel testo. Segni di richiamo non ce ne sono; e» 
ne potevano essere, forse, dov* ora la carta è corrosa. Visto che esse si trovano di 
fronte alla riga, che contiene le parole huomini,.., città di fio~/^ in mancanza di ri- 
chiami, sembra ragionevole per il contesto inserirle dopo ia parola /tde, B D C B le 
tralasciano, bb ml3 bg le inseriscono dopo /ed»; t avanti a troviamo, — 8. O ha e' «i 
uedtf ma col valore di e congiuntiva anzi che di ei apostrofato. D riproduce un segno 
suir «, ma è suo costume grafico. — 9. In O teme: corr., forse, Celi., la n in m. 



5. Trovlaiie lerttto innelle eroniebe 
ecc. Il Celi, racconterà d'avere avu- 
ta in carcere di Castel S. Angelo la 
Cronaca del villani: il quale (I, 30) ri- 
corda ranflteatro o palagio ne' pressi di 
piazza S. Croce; accenna (I, 3S) agli 
avanzi degli acquedotti; dice che « Cam- 
pidoglio fu ov*è oggi la piazza che si 
chiama Mercato vecchio », e (1, 42) narra 
* come in Firenze fu fatto il tempio di 
Marti, il quale oggi si chiama il Duomo 
di San Giovanni ». Si sono trovate stra- 
de e molte fondazioni romane nel rior- 
dinamento del centro di Firenze. 

9. Aleani veitigi del Ooloiieo e delle 
Terme ecc. Terme furono certo in vari 
pimti della città; e le principali presso 
quella che si chiama ancora via delle 
Terme. Il Colosseo sarà l'anfiteatro {Pe- 
rilasio maggiore)^ da distinguersi dal 
teatro drammatico {Pertlasio piccolo). 
Se fu fatto ricordo col nome di via del 
Parlascio dato ad una prossima via. 
Cfr. C. Lupi, SulVorig. e signif. della 



voce Parlascio, estr. doàV Archivio stor. 
ital, (1880). Il luogo del Campidoglio- 
hanno meglio determinato i recenti sca- 
vi nelle demolizioni del centro di Fi> 
renze: y. L. A. Milani, Reliquie di Fi» 
reme antica in ^fon. antichi, Roma, 
Lincei, 1895. 

11. La Rotonda è tutta in pie, che fa. 
fatta ecc. Con questo nome si richiama 
qui l'idea del Pantheon, che è poi detto 
Rotonda. Gli scavi intorno a S. Giovan- 
ni, e la scoperta fatta nel 1897 d' una 
casa romana a mezzodì del Battistero, 
dimostrano del tutto falsa la tradizione 
del tempio di Marte preesistente al San 
Giovanni. Uno dei lati dell' ottagono- 
dei Battistero viene a tagliare un angolo 
di fondo del tablinum della casa sco- 
perta. Il prof. Milani 1' attribuisce al- 
l' età antesiliana ; le sopredificazioni di 
muri romani sul pavimento dell' atrio 
appartengono a rozze riattazioni del- 
l'età imperiale. Questi rifacimenti for- 
marono il piano originale della casa; e 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



(e. 2a) vede e non si può negare ; ma sono ditte fabbriche molto minore 
di quelle dì Roma. Quello che le fece fare dicono essere stato lulio 
Ceserò con alcuni gentili huomini Romani, che, vinto e preso Fie- 
sole, in questo luogo edificomo una città, e ciascuni di loro prese * 
afiare uno di questi notabili edifitiì. Aveva Julio Cesare un suo primo 5 
e valoroso capitano, il quali si domandava Fiorino da Cellino, che 
è un castello il quali è presso a Monte Fiasconi a dua miglia. Ha- 
vendo questo Fiorino fatti i sua alloggiamenti sotto Fiesole, dove 
è ora Fiorenzo, per esser vicino al fiume d'Arno per comodità dello 
exercito, tutti quelli soldati et altri, che havevano affare del ditto 10 
capitano, dicievano: andiamo a Fiorenzo, si perché il ditto capitano 
aveva nome Fiorino, e perché innel luogo che lui aveva li ditti sua 
alloggiamenti, per natura del luogo, era abbun tantissima quantità 
di fiori. Cosi innel dar principio alla città, parendo a Julio Cesare 



1. L* i di ditte io O ò ridotto ad e (dette)^ ina riman ehiaro il punto, e la forma più 
antica apparisce diti*. — 8t leggeva molte minore : non credo corr. Geli, che non osa 
quasi mai T J, qui sostituito a 0. L* o secondo di molto sembra della stessa mano e 
inchiostro. Potrel)be però essere il solo j correzione piti tarda, e 1* o di molto esser del 
copista. Forse anche si leggeva molto in origine, e 1* o fu allargato, sembrando troppo 
chiuso. — S. In O con inchiostro diverso, ma non saprei da chi, si corresse eesere in 
eeseme (pare) : non escluderei che eeaernej o slmile parola (un pò* Incerta : si ha gli un 
« sopra il rigo anche nelle prime lettere di inchiostro più chiaro), sia stata ridotta ad 
e<««r«, considerando le grossezze delle lettere e«««r, che del resto potrebber trovarsi 
cosi per la qualità della carta. In ogni modo, risulta estere o la lezione prim., e non 
dal dell, corretta, o forse la oorr. Geli. — 5. O ha Innanzi ad aveva un h di altro inch. ; 
Celi. ? — 6. Dopo Fiorino in O el cassato. — 10. In O all' x {exereito) è sovrap. una « : 
difficile dire da chi. Gli altri oodd. esercito. — 18. L*tn è cassato in O ; non credo corr. 
Celi, che pure questa forma e simili usò più volte. B D C S nel\ bb bg n«2, t m** in nel. 
— t3. O ha era due volte, non cass. — 14. Quanto air inel cassato in O, vale 1* ossor- 
vaslone fa tu. B D G K n«<; bb bg n«t, ib>< t in neL 



fra il quarto e il quinto secolo quando 
sorse il San Uiovanui, si dovettero ab- 
battere le casupole o tabern<ie cbe qui 
si troyavano. Sul S. Giovanni sarà pub- 
blicata una notevole monografia del eh. 
architetto N. Nakdini. 

4. In qveato Ivogo edifleomo ana olita 
• eiasoval di lore ecc. Molte leggende 
corsero anche suir origine di Firenze. 
Queste favole (cfr. Dante, Inf. xixi, 149; 
Par. VI, 54 e seg., xv, 126: e v. le oppor* 
lune citaz. fatte nel Comm. del Casini), 
e molte altre sulle fondazioni di varie 
città, formano un importante gruppo 
nella scarsa materia epica originale no- 
stra: cfr. Villa RI, Le origini di Fireti' 
^e, voi I dell' opera / primi due secoli 
aeUa Storta di Firente (g* ed.) ; Firen- 
ze, Sansoni, 1898 ; cap. I : Le origini di 
Firenze. Il Davidsohn (QesohichU von 
FlorenZf I voi., Berlino, Mittler, 1896) 



escogita la fondazione d' una Firenze 
etrusca, non sul luogo dove sorse più 
tardi la Firenze romana edificata da 
Cesare, ma verso San Salvi (v. in pro- 
posito L. A. Milani, Museo topografico 
detVEtruna^ Firenze, 1898). Quanto ai 
notabili edifizi costruiti dai gentili huo- 
mini^ Albino (narra il Villani) prese 
a smaltai*e la città, Macriuo fece fare 
il condotto delle acque in doccie, Gueo 
Pompeo ordinò cbe fossero costruite 
le mura di mattoni cotti, con le torri 
rotonde, e finalmente Marzio fece fai*e 
il Campidoglio a imitazione di quello 
di Roma. 

6. Flerine da Cellifio. Un Fiorino è 
nelle cronache dato come uno dei fon- 
datori di Firenze : ed è anche fatto re, 
quale lo dice, p. es., Chiaro Davanzati 
nella Canzone Ahi dolze e gaia terra 
fiorentina {Antiche rime volgari^ III, 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



questo, bellissimo nome, e posto accaso, e perché i fiori apportano 
buono haurìo, questo nome di Fiorenze pose nome alla ditta città; 
et anchora per fare un tal favore al suo valoroso capitano : et tanto (e. u) 
' meglio gli voleva, per haverlo tratto di luogo molto humile, et per 
5 essere un tal virtuoso fatto dallui. Quel nome che dicono questi 
dotti immaginatori et investigatori di tal dipendentie di nomi, dicono 
per essere fluente a PArno: questo non pare che possi stare, perché 
Roma è fluente al Tevere, Ferrara è fluente al Po, Lione è fluente 
alla Sonna, Parigi è fluente alla Senna; però anno nomi diversi et 

10 venuti per altra via. Noi troviamo cosi, et cosi chrediamo dipendere 
da huomo virtuoso. Di poi troviamo essere de* nostri Cellini in Ra- 
venna più antica città di Italia, e quivi è gran gentili huomini: an- 
chora n'è in Pisa, et ne ò trovati in molti luoghi di Christianità ; 
et in questo Stato anchora n* è restato qualche casata, pur dediti al- 

15 Parme; che non sono molti anni da oggi che un giovane chiamato 
Luca Cellini, giovane senza barba, conbatté con uno soldato pratico 
et valentissimo huomo, che altre volte haveva oonbattuto in istec-^ 
cato, chiamato Francesco da Yicorati. Questo Luca per propria virtù 
con l'arme in mano lo vinse et amazò con tanto valore et virtù, 

so che fé' maravigliare il mondo, che aspettava tutto il contrario: in (e.Sa) 
modo che io mi glorio d'avere lo ascendente mio da uomini vìi^ 
tuosi. 

Ora quanto io m'abbia acquistato qualche onore alla casa mia, 
li quali a questo nostro vivere di oggi per le cause che si sanno, 

I. O dà cMsato Vk inls. {kanrio) e soprarigro gu: dal Varchi ? — 7. O al Amo o 1* < 
non è caaaata, ina pare, a cagione di dne degni rifioriti dafla parola del rtei; — 81. In 
O le parole lo a<c«n(2(;n<« mio sono soUolin. ed è loro sostituito la genealogia mia, forse 
dal Cavalcanti, nello spazio bianco lasciato per ragione del capoverso. Gli altri eodd. 
non hanno che a9cend«nt€ o tcendefUe. 



67). I Cellini potevano ben venire dal ca- 
stello di Cellino, ma è certo artiflzio ge- 
nealogico r aver fatto da Cellino il Fio- 
rino della leggenda. 

C. QoeaU nenie di Floreaio pese ■ooie 
alla ditta eittà... via. L* opinione confu- 
tata dal Cellini proviene da una falsa 
lezione Fluentia, Leonardo Aretino e 
il Poggio crederono però derivato il 
nome dal fluente o corso deirArno al 
quale Firenze era vicina; non era quindi 
Firenze, ma il fiume, fluente: cfr. Ma- 
cbiavelli, Ist, Fior,^ II, 2. Ancora intor- 
no alla denominazione di Firenze, il Celi, 
segue il Villani (f, 38). Su questa etimo- 
logia del nome di Firenze, che, accettata 
anche da molti altri scrittori, è pur 
viva nella tradizione popolare, e sol rac- 



conto del Villani, vedi l' erudito rappor- 
to Colombario di Cesare Guasti, Opere, 
IH, 56 e seg., e L. A. Milani, op. cit, col. 
57 e seg., il quale però opina che il no- 
me Florentia derivi da florert (e cita 
esempi simili), detto di colonia fiorente. 
11. Bl pei treviano ««ert de' nestri 
Cellini éi Ravensa ecc. Può ben aversi 
per favola questa parentela coi Cellini 
di Ravenna ; non meno di quella sul- 
P ammissione alla nobiltà cui crede il 
Plon, p. 3 (secondo il Rioordo auto- 
grafo del \% die. 1564 : Tassi, IH, 54). Il 
vero è, che fu messo a gravezza nel 
1505 suo padre Giovanni {Decima 1505, 
p. 338, — Arch. di Stato di Firenze), e 
che anche Benvenuto fu poi considerato 
de* cittadini. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



e per V arte mia, qnali non è materia da gran cose, al suo luogo io 
le dirò; gloriandomi molto più essendo nato humile, et haver dato 
qualche honorato prencipio alla casa mia, che se io fussi nato di 
gran ligniaggio, e colle mendacie qualità io l'avessi machiata o 
stinta. Per tanto darò prencipio come a Dio piacque che io nascessi, s 

Si stavano innella vai d* Ambra li mia antichi, et quivi havevano 
molta quantità di possessioni ; e come signiorotti, là ritiratisi per le 
parte, vivevano: erano tutti huomini dediti all'arme et bravissimi. 
In quel tempo un lor figliuolo, il minore, che si chiamò Christofano, 
fecie una gran quistione con certi lor vicini e amici; e perchè Puna io 
e 1* altra parte de i capi di casa vi havevano misso le mani, e ve- 
duto costoro essere il fuoco acceso di tanta inportanza, che e' por- 
tava perìcolo che le due famiglie si disfacessino affatto; considerato 
questo quelH più vecchi, d'accordo, li mia levorno via Christofano, 
(c.sft) e cosi l'altra parte levò via l'altro giovane origine della quistione. 15 
Quelli mandomo il loro a Siena: li nostri mandomo Christofano a 
Firenze, e quivi li comperomo una casetta in via Chiara, dal moni- 
sterio di sant' Orsola ; et al Ponte a Bifredi li comperomo assai buone 
possessioni. Prese moglie il ditto Christofano in Fiorenzo, et hebbe 
figliuoli et figliuole, e acconcie tutte le sue figliuole, il restante si 20 
compartirno li figliuoli, di poi la morte di lor padre. La casa di via 
Chiara con certe altre poche cose toccò a uno de' detti figliuoli, che 

i. In O Efendo ò scritto salle parole casiate che »e io /usti: aman. — 3. In O 
r e di jMreneipio è cambiato in i. Poco sotto prencipio è chiarissimo. — 4, In O 1' < di 
ligniaggio fìi ridotto ad «. B D C B leggono i; t mIS i bb bg 0. — Cats. in O l*t di 
wìendacie. — 6. O ha in {nello) cassato. — 11. In O sullO' di n^eto ò sovrapposta un* e di 
linea molto grossa e d'altro inch. — 14. O ha veehi, ma un secondo piccolissimo e, si 
trova soprar., forse dello stesso inch. : quindi probabilmente deiraman. 



9. Criitefano. Secondo Benvenuto, il 
suo trisavolo Cristofano sarebbe il primo 
de' Cellini venuto a Firenze. Nel 1427 ai 
30 dì luglio lo troviamo accatastato nel 
popolo della Badia di Fiesole (Arch. di 
Stato, Portate. S. Giovanni, Piv. di 
Fiesole, 165 e. 259). Invano si cerchereb- 
be nell' Archivio la portata del 1435, che 
0.0. cita per il popolo di S. Martino a 
Montughi, nel qual popolo Cristofano 
d' Andrea, vocato Tofano, è al catasto 
per il 1451 (S. Maria Novella dal n.' 5 
al n.' 11 (Piv.ri di s. Giov. di Firenze e 
S. Stefano in Pane - 747, pop. 8). Pure 
in esso popolo fu accatastato nel 1469 
Andrea di Cristofano d'Andrea, e non 
si fa menzione del padre che per dire 
« cU quali fu levato la testa da' righo- 
latori ». Parrebbe, dunque, che non Cri- 



stofano, ma Andrea, e dopo il 1469, ve- 
nisse in Firenze. Andrea di Cristofano 
d' Andrea lo troviamo in Firenze al ca- 
tasto del 1487 (Quartiere di S. 3f. No- 
vella, piv. di S. Oiov. di Firenze, po- 
polo di S.to Lorenzo drento le mura 
di Faenza). 

19. Prese moglie. Quanto ai nomi e 
all'età delle persone che formavano la 
famiglia di Cristofano, v. VAlberetto gè- 
nealogico. 

21. Casa di via Chiara. La casa di que- , 
sta via, al num. comunale 6, ha la se- 
guente iscrizione, dov' è errato il giorno 
della nascita di Benvenuto: In questa 
casa I nacque Benvenuto Cellini \ il di 
primo di novembre | del i500 \ e vi 
passò i primi anni. \ La portata al Ca- 
tasto del 1427 dice Crìsiof&no lavoratore 



8 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



hebbe nome Andrea. Questo anchora lui prese moglie et hebbe quat- 
tro figliuoli masti. H primo hebbe nome Girolamo, il sicondo Barto- 
lomeo, il terzo Giovanni, che poi fu mio padre, il quarto Francesco. 
Questo Andrea Cellini intendeva assai del modo della architettura 

5 di quei tempi, e, come sua arte, di essa viveva. Giovanni, che fu mio 
padre, più che nissuno degli altri vi dette opera. Et perché, si come 
dice Vitruio in fra l'altre cose, volendo fare bene detta arte, bisognia 
bavere alquanto di musica e buon disegnio; essendo Giovanni fattosi 
buon disegniatore, cominciò a dare opera alla musica, et insieme con 

10 essa inparò a sonare molto bene di viola e di flauto,* et essendo per- 
sona molto studiosa, poco usciva di casa. Kavevano per vicino am- 
muro uno che si chiamava Sfefano Granaccì, il quali haveva parechi (e. 4a) 
figliuole, tutte bellissime. Si come piacque a Dio, Giovanni vidde una 
di queste ditte fanciulle, che haveva nome Elisabetta; e tanto li piac- 

15 que, che lui la chiese per moglie: e perché Puno et l'altro padre be- 
nissimo per la stretta vicinità si conoscevano, fu facile a fare questo 
parentado: et a ciascuno di loro gli pareva d'avere molto bene ac- 
concie le cose sue. Inprima quei dua buon vechioni conchiusono il 
parentado; di poi cominciomo a ragionare della dota; et essendo 

w infra di loro qualche poco di amorevol disputa, perché Andrea di- 
cieva a Stefano: Giovanni mio figliuolo è '1 più valente giovane et 



i. In O toritto mondo : e ora fi logge quMl moddo : casi, e corr. aman. — La parola 
architettura ha casi, ettura, riscritta soprar. <— 6. In O Nùauno ha un e sull' t: aman. — 
7. In O il ru di piccol carattere posto sull'r avanti a uio {Vitruio) non direi delPaman.: 
é di altro inch. certamente. D ha Vitruio con u sovrapposto. — 9. ha hun invece di 
buon. — 12. In O Vi di quali è ridotto ad e con altro inchiostro. I codd. e Io stampe 
danno quale. 



e r altre del 1451 e 1469 ci dicono: sustati' 
ze niente^ e: non à sustanze. La casa 
di via Chiara è ricordata nella cit. por- 
tata del 1487 sotto nome di Andrea. In 
essa portata del 1487 e in quelle del 1501 
(5. M. Novella dal 5 al 10 - e. 400' e 467'). 
per Bartolommeo e Francesco d'An- 
drea, e Giovanni d'Andrea, si danno i 
confini della casa di via Chiara, la quale 
— e nuli' altro — Andrea possedeva, e 
fu divisa quindi fra i tre figli. Questa 
casa fu poi appigionata nel 1524 {Arroto 
1524, S. Oiov., n.* 64, e. 156; e CampiO' 
ni del 1334, Q. S. Giov., Gonf. Leon d'oro, 
e. 340. Arch. di Stato di Firenze). An- 
drea dichiara poi nella portata del 1487 
di essere muratore, e non architetto. 
Benvenuto, parlando de' maggiori suoi, 
cercò di nobilitarli : il che appar chiaro, 
specialmente per le fandonie su Fiorino 



da Cellino, e per i documenti che più 
innanzi si citeranno intorno alle condi- 
zioni disagiate di Giovanni e Benvenuto 
stesso, quando quegli fu licenziato da 
pifTero, e questi sussidiato perché stu- 
diasse quell'arte. 

2. n primo ebbe nomo Girolamo. Quan- 
to all'ordine di età di questi fighuoli, v. 
la nota precedente e V Albereti o genea- 
logico. 

— Bartolomeo, conosciuto comune- 
mente col nome di Baccio Cellini, fu in- 
tagliatore valente di legno e d' avorio. 
É singolare che per tale non lo ricordi 
il CeUini (Vasari, Op. Il, 651; 111,345). 
v. anche per lui il ricordato Alberetto 
genealogico, 

7. Vitmio cioè Vitruvio, autore ce- 
lebre di dieci libri De Architectura. Se 
n'ha un'edizione giuutina del 1522. 



VITA. DI BENVENUTO CELLINI 



di Firenze e di Italia, e se io prima gli avessi volato dar moglie^ 
harei haute delle maggior dote che si dieno a Firenze a' nostri pari ; 
e Stefano dicieva: tu hai mille ragioni^ ma io mi tniovo cinque fan- 
ciulle, con tanti altri figliuoli, che, fatto il mio conto, questo è quanto 
io mi posso stendere. Giovanni era stato un pezo a udire, nascosto 5 
da loro, et, sopraggiunto all' inproviso, disse: o mio padre, quella fan- 
ciulla ò desiderata et amata, e none li loro dinari: tristo a coloro 

(e. ih) che si vogliono rifare in sa la dota della lor moglie. Si bene, come 
voi vi siate vantato che io sia cosi saccente, o non saprò io dare le 
spese alla mia moglie, et sattisfarla alli sua bisogni con qualche 10 
sonmia di dinari manco che '1 voler vostro? Ora io vi fo intendere 
che la donna è la mia, e la dota voglio che sia la vostra. A questo 
sdegniate alquanto Andrea Cellini, il quali era un po' bizzarretto, fra 
pochi giorni Giovanni menò la sua donna, e non chiese mai più. altra 
dota. Si godemo la lor giovinezza et il loro santo amore diciotto i5 
anni, pure con gran disiderio di haver figliuoli: di poi in diciotto 
anni, la detta sua donna si sconciò di dua figliuoli masti, causa della 
poca intelligentia de' medici; di poi di nuovo ingravidò, e partorì 
una femmina, che gli posono nome Cosa per la madre di mio padre. 
Di poi dua anni, di nuovo ingravidò : et perché quei vitii che hanno 20 
le donne gravide, molto vi si pon cura, gli erano appunto come que- 
gli del parto dinanzi; in modo che, erano resoluti che la dovessi fare 
ima femmina come la prima, et gli avevono d'accordo posto nome 
Reparata, per rifare la madre di mia madre. Avvenne che la par- 
tori una notte di tutti e' santi, finito il di d' ognisanti, a quattro ore 25 
e mezo innel mille cinquecento apunto. Quella allevatrice, che sapeva 

(e. Sa) che loro l'aspettavano femmina, pulito che P ebbe la chreatura, involta 
in bellissimi panni bianchi, giunse cheta cheta a Giovanni mio pa- 

7. In O « {none) è cosi scritta: (,e'). B D i; C t loro^ corretto i suoi; B t loro; bb 
bg èf t mi2 li loro. — 11. In O 'laoUr seiobra scritto su altra parola; ma forse seni' 
bra cosi per l' impronta delle lettere del recto, I codici e le stampe leggono *l voler, 
— 15. O ha ri di quali corr. in e: correzione che trovasi altre volte. — 26. O ha V in 
di innel cass. d*aUro incb. 



19. Coaa, o Niccolosa, che fu monaca 
in S. Orsola in Firenze: n. 1499, m. 1528. 
V. Alb. ffeneal.; anche per la Reparata, 
o Liperata, nella quale fu poi rifatto 
il nome deir avola materna. \ 

24. La partorì nna notte ecc. Parrebbe 
da queste parole che Benvenuto na- 
scesse il 2 novembre alle 4 Vt antim., 
ma la partita di battesimo (Archivio 
dell'Opera del Duomo, Reg. Orig. di 
Batt. dal 1488 al 1500, e cfr. lo Spoglio) 
dice: Benvenuto Cristofano et Romulo 



di Giovanni d* Andrea di Cristofano 
CelUnip.'> di S.*o Lorenzo nacque a di 
3 di d.o hore quattro e io quarto. Il 
3 novembre era un martedì. Come an- 
che altri nati del 3, Benvenuto fu bat- 
tezzato il giorno stesso della nascita. 
Nelle parole del Cellini, tanto precise 
da sembrare perfino goffe, è, in fondo, 
un po' d'incertezza, specie nella frase 
una notte di tutti e' Santi. Si riporterà 
alla medesima data del 2 novembre un 
altro passo della Vita. 



10 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



dre, e disse : io vi porto un bel presente, qual voi non aspettavi. Mio 
PADREi che era vero fìlosaplio, stava passeggiando, e disse: quella 
che iDio mi dà, sempre m'è caro; e, scoperto i panni, coli* occhio 
vidde lo inaspettato figliuolo mastio. Aggiunto insieme le vechie 

5 palme, con esse alzò gU. ochi a Dio, e disse: Signiore, io ti ringra- 
tio con tutto *1 quor mio ; questo m' è molto caro, et sia il Benvenuto. 
Tutte quelle persone che erano quivi, lietamente lo domandavano, come 
e* si gli aveva a por nome : Giovanni mai rispose loro altro, se none 
e* sia il Benvenuto ; e risoltisi, tal nome mi diede il santo Battesimo,. 

10 e cosi mi vo vivendo con la gratia di Dio. 

Anchora viveva Andrea Cellini mio avo, che io havevo già V età 
di tre anni in circa, e lui passava li cento anni. Havevano un giorno 
mutato un certo cannone d'imo acquaio, et del detto n'era uscito 
un grande scarpione, il quaH loro non l'avevano veduto, et era dello 

15 acquaio scieso in terra, et itosene sotto una pancha: io lo vidi, e, 
corso allui, gli missi le mani a dosso. Il detto era si grande, che ha- 
veodolo innella picciola mano, da uno degli illati avanzava fuori la (o. 56) 
coda, et da l'altro avanzava tutt' a due le boche. Dicono, che con gran 
festa io corsi al mio avo, dicendo : vedi, nonno mio, il mio bel gran- 

20 chiolino. Conosciuto il ditto, che gli era uno scarpione, per il grande 
spavento e per la gelosia di me, fu per cader morto ; et me lo chie- 
deva con gran charezze: io tanto più lo strignievo piagniendo, che 
non lo volevo dare a persona. Mio padre, che anchora egli era in casa,, 
corse a cotai grida e stupefatto non sapeva trovare rimedio, che 

ss quel velenoso animale non mi uccidessi. In questo gli venne veduto 
un paro di forbicine : cosi, lusingandomi, gli tagliò la coda et le boc- 
che. Di poi che lui fu sicuro del gran male, lo prese per buono aurio. 
Innella età di cinque anni in circa, essendo mio padre in una 
nostra colletta, in nella quali si era fatto bucato, et era rimasto un 

80 buon fuoco di querciuoli, Giovanni con una viola inbraccio sonava 
et cantava soletto intomo a quel fuoco. Era molto freddo: guar- 
dando innel fuoco, accaso vidde in mezo a quelle più ardente fiamme 



8. In O non (rispose) Agg. Boprar. a wai: sembra di mano del Varchi. Tutti i eodd 
inseriscono il non, — 17. In O è corretto picchola. 1 quattro codici cosi leggono; ma bb. 
b(. ritornano all'antica scrittura. — illati^ è evidente errore del copista, ma non corretto 
dal Geli. — 25. Prima era stato scritto ueddsrsif e, al solito, poi tu corretto in uccidesse, 
parola unica sostituita a quest'altre cassate, ma ancor leggibilissime: /acessi male antii mi 
ammazzassi. Nessun codice dà ora queste parole, e certo la corrosione è antica: forse 
aman. — 26. In O è corretto pajo in paro: rimanendo snll'r, piuttosto lunga, risibi- 
lissimo il puntolino deir<: l'r sostituita air i non è certo del Celi, ma sembra aman. 
quindi è probabilmente una cassatura fatta fare dal Celi. D E paio; m'^ paio. Avverta 
che si può escludere che l' r sta stata corretta in i, considerando che V inchiostro con 
cui fu scritta Prò più nero e che Pi sarebbe stato più in evidenza. — 27. In O aurio 
è sottolineato e accanto, probabilmente dal Varchi, fti scritto augurio. La parola auria 
però non fu cassata mai, e rimane, quindi, la forma origln. Celi. I quattro codici hanno 
augurio e cosi mi 2. — 29. In O avanti ai precedente nella e qui, si ha la cass. dell' in. 
— 82. In O è anche qui l'in {innel) è cass. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 11 



uno animaletto come una lucertola, il quale si gioiva in quelle più 
vigorose fiamme. Subito avedutosi di quel che gli era, fecie chiamare 

(c.Ga) la mìa sorella et me, e mostratolo a noi banbini a me diede una 
gran ceffata, per la quali io molto dirottamente mi missi a pìagniere. 
Lui piacevolmente rachetatomi, mi disse cosi : figliolin mio caro, io 5 
non ti do per male che tu habbia fatto, ma solo perché tu ti ricordi 
che quella lucertola che tu vedi innel fuooo, si è una salamandra, 
quali non s' è veduta mai più per altri, di chi ci sia notitia vera : e 
cosi mi baciò e mi dette certi quattrini. 

Cominciò mio padre a 'nsegniarmi sonare di flauto e cantare di 10 
musica, e con tutto che Petà mia fussi tenerissima, dove i piccoli 
banbini sogliono pigliar piacere d'un zufolino e di simili trastulli, 
io ne havevo dispiacere inistimabile ma solo per ubbidire sonavo e 
cantavo. Mio padre faceva in quei tempi horgani con canne di legnio 
maravigliosi, gravi cenboli, i migliori e più belli che allora si vedes- 15 

(e. 6A) sino, viole, liuti, arpe bellissime et eccellentissime; era ingegniere 
et per fare strumenti, come modi di gittar ponti, modi di gualchiere, 
altre machine lavorava miracolosamente, d'avorio e' fu il primo che 
lavorassi bene. Ma, perchè lui s'era innamorato di quella che seco 
mi fu di padre et ella madre, forse per caasa di quel flautetto, fre- M 
quentandolo assai più che '1 dovere, fu richiesto dalli Pifferi della 
signioria di sonare insieme con esso loro. Cosi seguitando un tempo 

7. In O Vin (innel) ò CMiato. — 11. In O tono cassate le parole dopo mtuica sino 
a horgauif che vanno sostituite con e con tutto ... tempi. Le parole cassate occupano 
11 linee intere e S mezxe linee (prima e ultima): esse si leggono cbiarlssimamento e 
sono: et ei mUe in bottega innun $uo palco Franceteo della iolle il quali era gran so- 
natore di horgano et honieHmo musico e conpoeitore. Coti il detto Aiolle mineegniava 
cantar* e comporre et parendo al padre et al maestra che io fu$si motto atto a tal 
tota ti prometteuano gran eoea di me. lo faceua questa cosa peggio uolentieri che in- 
mofimar ti posta al mondo. Solo factuo uolentieri U disegniare e *l fare di terra e 
tiaUl cote, et quiui haueuo molta eomodìtàf perché mio padre era ttato bonissimo disc- 
gniaiore, et grandissimo ualente huomo di molti bellissimi exercitii. Il detto fece in quei 
tempi innanze. Di Francesco Aiolle, celebre musico, n. il 1492, parla il Vasari e più este- 
samente il Baldinucci. Dee, I, sec. IV, pag. 204, Ed. del 1681. Si rileva dal Vasari, 
che ne lasciò il ritratto Andrea del Sarto neir adorazione de* Magi in una delle lunette 
del ohioatro deli*Annunsiata di Firenze. — 12. In O non si legge più ormai, nell'estre- 
mo margine, dove la eorrealone si trova, che di s, ma al principio della nuova riga è li 
cbe eonpie U limiU attestato da tatti i codici e dalle stampe. — 13. In O ubbidì. DaU 
la diataaaa dall' nltima lettera alla fine della riga, dubito che ci fosse scritto ubbidiensta 
come Icirgono le stampe : t avverte che in addietro leggevasi « per ubbidire • . I codici 
hanno tutti ubbidire. ^ 16. In O 1' i avanti a n (ingegniere) fu aggiunto dopo : amau.? 
— 18. O ha dopo machine una virgola, che, segna una qualche pausa, sia pure appros- 
simativa, nel discorso, ma non indica, mi pare, che la proposisiono sia compiuta ; e seb- 
bene non abbiamo nessunissimo segno dopo miracolosamente, questa parola non sem- 
bra da unirsi oonr d' avorio... ma da staoearsene come ban fatto, p. es. bl». b^. 



18. lATiraTa miraeoloMaieBte, é* a?orle doveva ben sapere di non essere esatto 

•* fu il priMo eke lavorMs! !»•■•. Anche nei dir questo, volle ma^ificare la va- 

prima di lui ci f\irono ecoellenti lavo^ lentia di suo padre» ingrandendone e 

raiori in avorio. Al soUto, il CeUiai, che falsandone i meriti. 



12 



VITA DI •BENVENUTO CBLLINI 



per suo piacere, lo sobbì 11 oroo tanto, che e' lo feciono deMor compa- 
gni pifferi. Lorenzo de* Medici e Piero suo figliuolo che gli volevano 
gran bene, vedevano di poi che lui si dava tutto al piffero et lasciava 
in drieto il suo bello ingegnio et la sua bella arte: lo feciono levare 
5 di quel luogo. Mio padre l*ebbe molto per male, et gli parve ohe 
loro gli faoessino un gran dispiacere. Subito si rimise all' arte, et 
fecie uno spechio, di diamitro di un braccio in circa, di osso e avorio, 
con figure e fogliami, con gran pulitia et gran disegnio. Lo spechio 
si era figurato una ruota : inmezzo era lo spechio ; intorno era sette 

10 tondi, ine* quali era intagliato et commesso di havorio et osso nero 
le sette virtù; e tutto lo spechio, e cosi le ditte virtù erano in un 
bilico; in modo che voltando la ditta ruota, tutte le virtù si move- (o.7a) 
vano; et bave vano un contrapeso a i piedi, che le teneva diritte. 
E perché lui haveva qualche cognitione della lingua latina, intorno 

15 a ditto spechio vi fecie un verso latino che dicieva : per tutti li versi 
' che volta la ruota di fortuna, la virtù resta in piede. 

Rota sum ; semper^ quo quo me verto 
Stcbt virtus. 

Ivi a poco tempo gli fu restituito il suo luogo del piffero. Se bene 
so alcune di queste cose fumo innanzi eh' io nascessi, ricordandomi 

17. In O le parole latine mooo della nied. mano aman., ma di altro incbioatro. — 19. 
In O dopo piffero è un legno di richiamo alle parole di postilla margin. «• b«ne .... 
indietro. 



2. LerèHio de* Medlel, comunemente 
detto il Magnifico (e si dovi'ebbe dire 
con più esattezza storica il magnifico 
Lorenzo): n. 1418, ra. I4tf2. Piero perse 
la supremazia su Firenze, com' è poi 
accennato, il 9 di novembre del 1401 
\^eT la venuta di Carlo VI fi : mori nel 
1504, affogando nel Oarigliano. 0. 0. (dal- 
le Deliberazioni e Parlili dei Signo- 
ri e Collegi, voi. 81, dal 1477 al 1478, 
a e. 50 - Arci), di Stato di Firenze) ri- 
ferisce la deliberazione di nomina, che 
è deiril magg^io i^^^' * Elegerunt in 
pifferum et sonitorem diete Domina- 
no nis in locum primi va^antis Joan- 
nem Andree Chrislofori Cellinii ossa- 
rium (lavoratore in osso), cum salario 
et aliùf consuetis, et hoc permicten- 
tìbus legibus et slalutis de materia 
disponentibus. Et interim, et dum ser- 

viet diete Dominazioni, habeat tantU' 
modo expensas et victus ». Questa no- 
mina sembra essere stata la seconda, 
ricavandosi che egli dovette esser dei 
pifferi nel 1478, dairattodi licenziamene 
to del 1514 riferito da 0.0. , seppure iu 



esso non si computarono i pochi anni 
d' interruzione. Rinominato nel 1495, si 
trovava, come Benvenuto scrive appres- 
so, al suo ufizio del sonare, quando 
fu creato gonfaloniere il Sederini. Sta 
bene che, se Giovanni ne fu tolto per 
volere di Lorenzo e Piero de' Medici 
(1192-1491), si dica poi, con allusione alla 
nomina del 1495, ivi a poco tempo gli 
fu restituito il suo luogo del Pi/fe- 
ro. Ed ecco ratto del 3u marzo del 
ril, col quale eg!i fu rimosso, per ina- 
bilità airufficioe per vecchiezza : «ilc£en- 
to qualiter Johannes de Cellinis unus 
ex tibicinibus, sive pifferis, diete Do- 
minationiSy est senex et inhabilis ad 
sonandumf et propterea eius senectu- 
tcìn difficulter potest venire et acce- 
dere quotidie ad sonandum et ser^ 
viendum diete Dominationi proui 
opus est, ideo deliberaverunt et deli- 
berando capscwerunt et penitus re- 
moverunt prefatum Johannem de Cel- 
linis, a dioto eius officio tUHoinis, sive 
pi/feri diotorum Magnificorum excel- 
sorum Dominorum ; et ex quo dictus 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



la 



d'esse, non 1*6 volute lasciare indietro. In quel tempo quelli sona- 
tori si erano tutti honoratissimi artigiani, e v' era alcuni di loro che 
facevano Parte maggiori di seta et lana: qual fu causa che mio padre 
non si sdegniò affare questa tal professione. El maggior desiderio 
che lui haveva al mondo circa i casi mia, si era che io divenissi un 5- 
gran sonatore : el maggior dispiacere che io potessi havere al mondo, 
si era quando lui mene ragionava, dicendomi, che, se io volevo, mi 
vedeva tanto hatto a tal cosa, che io sarei il primo homo del mondo. 
Come ò ditto, mio padre era gran servitore et amicissimo della casa 
de* Medici, e quando Piero ne fu cacciato, si fidò di mio padre in io- 
moltissime cose molte importantissime. Di poi, venuto il magnifico 
Piero Sod crini, essendo mio padre al suo ufitio del sonare, saputo il 
Sederini il maraviglioso ingegnio di mio padre, sene cominciò a ser- 
vire in cose molte inportantissime come ingegniere, e inmentre che *1 
Sederino stette in Firenze, volse tanto hene a mio padre, quanto in- 15. 
(e. 76) maginar si possi al mondo; e in questo tempo io che era di tenera 
età, mio padre mi faceva portare in collo, e mi faceva sonare di flauto, 
et facevo sovrano insieme con i musici del palazo innanzi alla si- 

8. O ha hatto, L*A è eats. di mano Incerta. — 11. In O moU4^ eorr. poi l'« in o con 
altro inchioitro. — 14. In O qui l' e di molte è anche più etiiara e più leggermente corretta. 



Johannes est pauper et senex^ et 
servivit in dicto eorum Palatio prò 
XXXVI annos bene et fldetiter, vo- 
lentes igitur eum in aliquo remu- 
nerare et sue senectuti consulere, et 
providere de aliquo subsidio; ideo sta- 
tuerunt eidem Johanni elymosinam 
consuetam dari sonitoribus dicti eo- 
rum PcUatii; videlicet libs. viij fior, 
par, prò quolibet mense durante vita 
dicti Johannis » (dalle Delib. dei Signori 
e Collegi^ voi. 101 dal 1511 al 1514 a e. 
61 - Arch. di Stato di Firenze). 

3. Arte maggleri di leta e lana. Le 
arti maggiori eran sette e quattordici le 
minoì% quando furono istituite nel 1266. 
La vita di queste arti ebbe poi varie vi- 
cissitudini, per le quali v. Capponi, St. 
d, republ. lib. IH, e. 6 e lib. IV, e. 6 e 
passim; Perrbns, Hist. de Fior. VI, 
307 e passim; e off. Del Lungo, Dino, 
I, p. II, 1056; n, 50. 

10. Piero ne fa eaeeiato. É la seconda 
cacciata de' Medici, che avvenne nel 9 di 
novembre del I4&4. 

11. Di pei venato 11 magnlfieo Fiero Se- 
derini , cioè eletto Gonfaloniere , per 
quel che credevasi, a vita nel settem- 



bi*e del 1508. E fu V unico gonfaloniere 
della Repubblica eletto a vita. Non ri- 
mase in ufficio che fino al 1512, nel 
qual anno fu cassato e confinato (am- 
mirato. Storia^ lib. XXVIII e Razzi, 
Vita del Soderini). 

14. cerne infegnlere. 0.0. cita (e do- 
veva riferirsi al Gaye, Carteggio ecc., 
II, p. 89) uno stanziamento del 28 feb- 
braio 1505 per Giovanni che aveva fatto 
costruire il ponte a Leonardo da Vinci 
per dipingere nella gran Sala del Consi- 
glio repisodio della Battaglia d'Anghiari 
(1440); e crede che possa essere opera 
sua un altro ponte, usato dal Vinci nel 
disegnare il cartone per quel dipinto, ed 
eseguito dal legnaiuolo Benedetto Buchi 
di ciò pagato nel 31 dicembre 1503 {De- 
lib. e stansiam, degli Operai di Pa- 
lazzo, voi. 104, a e. 75. — Arch. di Stato 
in Firenze). 

18. Faoeve aovrano ecc. e nn tavolae- 
c!no ecc. Tavolaccino era il donzello 
de' magistrati e signori, cosi detto per- 
ché nelle pubbliche compai'se precedeva 
portando uno scudo di tavola con Tar- 
me del Comune. Si ricava dal docu- 
mento riferito da G.O., non, come questi 



14 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



gnioria, et sonavo allibro, et un tavolaccino mi teneva in collo. Di 
poi il gonfalonieri che era il detto Soderino, pigliava molto piacere 
di farmi cicalare, et mi dava de' confetti et diceva a mio padre: 
M.<^ Giovanni, insegniali insieme con il sonare quelle altre tue bellis- 

^ sime arte, al cui mio padre rispondeva: io non voglio che e' faccia 
altra arte, che 1 sonare e comporre ; perchè in questa professione io 
spero fare il maggiore huomo del mondo, se iDio gli darà vita. A 
queste parole rispose alcuno di quei vechi signiori, dicendo a m.<* 
Giovanni: fa* quello che ti dice il gonfaloniere ; perchè, sarebbe egU. mai 

«0 altro che un buono sonatore ? Cosi passò un tempo, insino che i Medici 
ritomomo. Subito ritornati i Medici, il cardinale che fu poi papa Leone, 
fece molte carezze a mio padre. Quella arme che era al palazzo de* 
Medici, mentre che loro erano stati fuori, era stato levato da essa 
le palle, et vi havevano fatto dipigniere una gran crocio rossa, quali 

15 era l'arme et insegnia del Comune: in modo che, subito tornati, si 
rastiò la croce rossa, e in detto scudo vi si comisse le sue palle 
rosse, et misso il campo d'oro, con molta belleza acconcie. Mio padre, (e.8a) 
il quali haveva un poco di vena poetica naturale stietta, con alquanto 
di profetica, che questo certo era divino in lui, sotto alla ditta arme, 

5. In O al eui: la I è casi. lin. : forse Geli. ? nella roTitlone? — 10. In O era tcrltto 
medeci e luU* « ora corrosa fu corr. aman. j. 



dice, che il Cellini fu uominato piffero, 
ma soltanto che ebbe un sussidio per po- 
ter continuare a impratichirsi del pif- 
fero, colla speranza che in posterum in 
pi/Terum eligatur: il che non è molto 
disforme dal racconto della Vita, anzi 
concorda colle parole che dice dopo 
« mi stetti a sonare insino ali* età de* 
quindici anni». ^Actenta indigentia 
Tibicinum ex quo pauci sucoedunt 
boni sonitores ob indigentiam et paur 
pertatem^ et constilo eis qualiter Ben- 
venutus ftliics Johannis de Cellinis 
tibicinis, maximam pollicetur,,, spem 
^onandi tale instrumentum et conti- 
nue addiscit talem sonandi artem; et 
aclento qualiter est pauper; quam- 
obrem difficulter^ propter pauperta- 
tem predLctam, tali arti vacare et in- 
cumbere potesti et ad hoc ut ad talem 
virtù tem capessendam anim.etury ob 
honorem diete Dominationis in poste- 
rum in piff'erum eligatur^ Ideo conces- 
serunt dicto Benvenuto Johannis de 
Cellinis provisionem librarum trium 
^t sol. X Fior, paro, prò quoiibet men- 



se^ incipiendi die prima mensis Junii 
proxime futuri». La deliberazione è 
del 27 maggio 1513 {Delib, dei Signoì^ 
e collegi, voi. 104, dal 1511 al 1512, e. 
46. — Arch. di Stato in Firenze). 

8. TeehI ilgniori: gli Otto Priori delle 
Arti, che formavano il Consiglio del 
Gonfaloniere. 

10. i Medio! ritomomo. Piero mori 
com*è detto sopra; gli altri due fra- 
telli, cioè il cardinal Giovanni (poi Leo- 
ne X) e Giuliano duca di Nemours ri- 
tornarono in patria il 4 settembre del 
1512, coir aiuto degli Spagnuoli dopo il 
sacco di Prato. 

12. Qa^lla arme ohe era al palasse de' 
Hediei. L*arme colle palle medicee. Il 
palazzo de' Medici è quello detto ora 
Riccardi dalla famiglia che lo posse- 
dette. Passò al Governo nel 1814, ed è 
ora proprietà della Provincia. 

15. r arme et iaiegnia del Cornane. La 
croce rossa in campo bianco era ai*me 
del Popolo, e, dopo gli ordinamenti di 
Giustizia, entrò come tale nel Gonfalone; 
fu anche insegna dell* oste fiorentina. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



16 



subito che la fu scoperta, fece questi quattro versi; dicievan cosi: 

Quest^arme, che sepulta è stata tanto 
Sotto la santa croce mansueta, 
Mostr*or la faccia gloriosa et lieta, 
Aspettando di Pietro il sacro ammanto 

Questo epigramma fu letto da tutto Firenze. Pochi giorni ap- 5 
presso mori Papa Julio secondo. Andato il cardinale de* Medici a 
Boma, contra a ogni credere del mondo fu fatto papa, che fu Papa 
Leone X, liberale et magni animo. Mio padre gli mandò li sua quat- 
tro versi di profetia. H papa mandò a dirgli che andasse là, che 
buon per lui. Non volse andare: anzi, in cambio di remunerationi, io 
gli fu tolto il suo luogo del palazo da Iacopo Salviati, subito che lui 
fu fatto gonfalonieri. Questo fu causa che io mi missi all'orafo; 
e parte inparavo tale arte, et parte sonavo molto contra mia voglia. 
Dicendomi queste parole, io lo pregavo che mi lasciassi disegniare 
(c.«b) tante hore del giorno, e tutto il resto io mi metterei a sonare, 15 
solo per contentarlo. A questo mi diceva: addunche tu non hai pia- 
cere di sonare? Al quali io dicevo che no, perché mi pareva arte 
troppa vile a quello che io havevo in animo. Il mio buon padre, 
disperato dì tal cosa, mi misse a bottegha col padre del cavalieri 
Bandinello, il quali si domandava Michelagniolo, orefice da Pinzi di 20 
Monte, et era molto valente in tale arte: non haveva lume di nis- 

i. In O è sottolineato mottror, e si ha la poitUla mottra hor. — 5. In O è Utta ; ma 
«oprar, è un o, o del Celi, o deir aman. probabilmente. — 6. In O è terzo casa. lin. ; e 
«oprar, secondo: forse corr. CelL — 8. In O soprar, salla parola leone è un X; Celi.? 



I. feee queliti quattro Tersi. Oltre que- 
sto t6ti*astico, si ricorda di Giovanni 
un sonetto sulla Medicina che fu pubbli- 
cato da C. Milanesi, / trattati del- 
V Oreficeria e della Scultura^ Firenze, 
Le Mounier, 1857, p. lvii, lviii. Cfr. A. 
Mabellini, Le Hme di B. Cellini pubbl. 
e annot., 1891, p. 12-13. Più innanzi Ben- 
venuto citerà un distico proverbiale, 
che non è certo da considerar come 
prova dell'abilità poetica del padre. 

3. Il cardinale de' Medici.... fu fatto 
p^pa. Il cardinale Giovanni fu fatto papa 
a 37 anni il 15 marzo 1513. Mori il 1521. 

11. laeopo Salviati. Fu gonfaloniere 
(dopo otto altri) i>er il primo bimestre 
1514. Aveva sposato Lucrezia primoge- 
nita del magnifico Lorenzo. 

20. Hiehelaffnolo, orefice da Pimi di 
Monte. Si chiamava Brandini, il qual 
cognome U figlio Baccio, n. il 7 ottobre 



1488, cambiò poi, volendosi far credere 
dei nobili Bandinelli di Siena. Era di 
Gaiole nel Chianti, non di Pizzidimonte 
(presso Prato), ov* ebbe qualche posses- 
so : era figlio, non d* un carbonaio, ma 
d'un manescalco. Fu seppellito dal fi- 
glio nella cappella de' Pazzi nella SS. 
Annunziata di Firenze, nel sepolcro che 
egli aveva ottenuto di erigervi con sue 
statue. Ebbe la bottega presso Or San 
Michele, allo sdrucciolo che portava in 
Mercato Nuovo. É lodato da Raffaello 
di Montelupo nel frammento autobio- 
grafico e dal Vasari nella vita del figlio 
Baccio. (Cfr. Vasari, Opere ed. G. Mi- 
lanesi, IV, 551; VI, 133 n. 2, 188 e seg.; 
IV, 553). Il Cellini, néìVIntrodusione al 
Trattato dell* Oriflceria (ed. Carlo Mi- 
lanesi, Firenze, Le Mounier, 1857), p. 8, 
ne parla cosi : « Michelangiolo ore/ice^ 
da Pinsidimonte, fu valente uomOy e 



16 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



stina casata, ma era figliuolo d' un carbonaio : questo non è da bia- 
simare il Bandii! elio, il quali à dato principio alla casa sua, se da 
buona causa la fussi venuta. Quali la sia, non mi occorre dir nulla 
di lui. Stato che io fui là alquanti giorni, mio padre mi levò dal 

5 ditto Michelagniolo, come quello che non poteva vivere sanza ve- 
dermi di continuo. Cosi malcontento mi stetti a sonare insino alla 
età de* quindici anni. Se io volessi deschrivere le gran cose che mi 
venne fatto insino a questa età, et in gran pericoli della propia vita, 
farei maravigliare chi tal cosa leggessi; ma per non essere tanto 

10 lungo, e per bavere da dire assai, le lascierò indietro. 

Giunto all' età de' quindici anni, contro al volere di mio padre, mi 
missi abbottega all' orefice con uno che si chiamò Antonio di Sandro 
orafo, per soprannome Marcone orafo. Questo era un benissimo prati- (e. 9a) 
cone, et molto huomo dabbene, altiero et libero in ogni cosa sua. Mio 

15 padre non volse che lui mi dessi salario, come si usa agli altri fattori, 
acciò che, da poi che volontaria io pigliavo a fare tale arte, io mi potessi 
cavar la voglia di disegniare quanto mi piaceva. Et io cosi facevo 
molto volentieri, e quel mio dabben maestro ne pigliava maraviglioso 
piacere. Aveva un suo unico figliuolo naturale, al quali lui molte volte 

w gli comandava, per risparmiar me. Fu tanta la gran voglia, o si ve- 
ramente inchlinatione, et l'una e l'altra, che in pochi mesi io raggiunsi 
di quei buoni, anzi i migliori giovani dell'arte, e cominciai a trarre 
frutto delle mie fatiche. Per questo non mancavo alcune volte di com- 
piacere al mio buon Padre, hor di flauto hor di cornetto sonando ; e 

85 sempre gli facevo cadere le lacrime con gran sospiri ogni volta che 
lui mi sentiva; et bene spesso per pietà lo contentavo, mostrando 
che ancora io ne cavavo assai piacere. 



lavorò molto universalmente^ et assai 
bene legava gioie. Lavorava di niello 
e di smalto e di cesello con assai buon 
disegno; e se bene egli non russe di 
quegli eccellenti uomini^ e* fu tale che 
e* merita d'essere lodato. Questo uomo 
fu il padre di Baccino, il quale fu 
fatto da papa Clemente cavaliere di 
Santo JacopOf e da per sé sf cercò del 
casato de" Bandineiu: E perché egli 
non aveva né casata^ né a^me, si pre- 
se quel segno eh* ei si portava del co- 
valieri^ per arme. Di costui al suo 
luogo si ragionerà a ba^stanza*. Cfr. 
Cesare Guasti, Opere IV, 6 e segg. La 
villa Bandinelli a Pizzidimonte. 

12. Antonio di Sandro orafo, per aopran- 
nome Marcone orafo. Si chiamò Antonio 
di Sandro di Paolo Giamberti, e fu ma- 
tricolato all'arte dell'orafo il 3 agosto 



1500. Carlo Milanesi nella Tav, alfa- 
betica dei nomi (ed. citata dei Tratta- 
ti) dice sotto Benvenuto CeUini «Di 
15 anni va a imparare Parte dell' ori- 
flceria da maestro Salvestro del Lavac- 
chi »; ma (ibidem p. 46) il Cellini non 
dice altro che « A mio tenipo^ quan- 
do ero giovanetto^ che di quindici 
anni andai a imparare V arte della 
oriflceria^ nella detta arte c'era un 
maestro che si domandava Salvestro 
del Lavacchio, Questo uomo dabbene 
ecc. ». Nella Vita non si fa parola mal 
di questo maestro: nei Trattati si tSk 
menzione di Zanobi di Meo Del Lavac- 
chio orefice, morto a venti anni (ib. p. 9); 
e nei Documenti {Pesi delV opera del Per- 
seo, Tassi II, 42 43; Lodo dato da Fi- 
lippo delVAntella nella Questione dei 
bronzi 0.0. p. 609), di Raffaello del La- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



17 



In questo tempo, havendo il mio fratello carnale minore di me 
daa anni, molto ardito e fìerissimo, qual divenne dappoi de' gran 
soldati che havessi la scuola del maraviglioso signior Giovannino 
de' Medici, padre del Duca Cosimo : questo fanciullo ha ve va quattor- 
(c 96) dici anni in circa, et io dua più di lui. Era una Domenica in su le 22 5 
ore in fra la porta a San GaUo e la porta a Pinti, et quivi si era disfi- 
dato con un garzone di venti anni in circa con le spade in mano : tanto 
valorosamente lo serrava, che havendolo malamente ferito, seguiva più 
oltre. Alla presenza era moltissime persone, infra le quali v' era assai 
sua parenti huomini ; et veduto la cosa andare per la mala via, mes- 10 
sono mano a molte frombole, e una di queUe colse nel capo del po- 
vero giovinetto 'mio fratello : subito cadde in terra, svenuto come 
morto. Io che accaso mi ero trovato quivi e senza amici e senza 
arme, quanto io potevo sgridavo il mio fratello che si ritirassi, che 
quello che gli aveva fatto bastava; intanto che il caso occorse che 15 
lui, a quel modo, cadde come morto. Io subito corsi e presi la sua 
spada, et dinanzi allui mi missi e centra parechi spade e molti sassi : 
mai mi scostai dal mio fratello, insino che da la porta a Sangallo 
venne alquanti valorosi soldati e mi scampomo da quella gran furia, 
molto maravigliandosi che in tanta giovinezza fussi tanto gran va- 20 
lore. Cosi portai il mio fratello in sino a casa come morto, et giunto 
a casa si risenti con gran fatica. Guarito, gli Otto che di già have- 

15. In O era acritto postava/; il h è corr. aman. sul p. — 21. In O rimenai eau. Un. 
e lOTr. portai eorr. o aman. o Geli. 



vacchio o del Lavacchia, forse della 
stessa famiglia. 

1. il mio fratello eamale minore di me 
dna anni. Più sotto dice « questo fan- 
ciullo haveva quattordici anni in circa 
et io dua più di lui » ; era chiamato 
Cecchino del Piffero, Per quello che ne 
scrive Benvenuto più innanzi nella Vi- 
ta^ quando riferisce l'iscrizione latina 
che fu fatta da certi maravigliosi lei- 
tercUi in cui è detto « Obiit die xxvii 
Maii MDxxix » soggiungendo « Era del- 
reta di venticinque anni;... domandato 
in fìra i soldati Cecchino del Piffero, 
dove il nome suo proprio era Giovan- 
francesco Cellini...» parrebbe fosse nato, 
invece, nel 1504. La cit. Portata al Cata- 
sto del 1501 gli dà un anno; ma toglie 
ogni dubbio, e conferma le parole del 
Cellini a questo luogo, la partita di bat- 
tesimo {Registri de* battezzati ; Opera 
di S. M. del FiorCt in Firenze) che dà : 
« Giovanfrancesco et Romolo di Gio- 



vanni d* Andrea Cellini p.o di S. Lor, 
n. a di 5 Gennaio (giovedì) i50S a 
ore 7: e battezzato il sabato 7». 

3. Giovannino de' Medici. Giovanni del- 
le Bande nere, nominato altre volte con 
grandi parole di lode, nacque a Forli nel 
1498 e mori nel novembre del 1526 per 
ferite avute in battaglia a Governo o 
Governolo nel mantovano, come ricor- 
derà più avanti il Cellini stesso. Si chia- 
mò al battesimo Lodovico, ed era figlio 
di Gio. di Pier Francesco de' Medici (fi- 
glio di Lorenzo, fratello di Cosimo pa- 
ter patriae) e di Caterina Sforza Si- 
gnora d'Imola e Forli, figlia del Duca 
di Milano Galeazzo Sforza e vedova d'un 
Riario. Ebbe in moglie una figlia di 
Iacopo Salviati, e fu padre di Cosimo I 
Duca di Toscana. 

22. Oli Otto erano di Guardia e Ba- 
lia: qui stanno ad indicare il magi- 
strato criminale che risiedeva nel Pa- 
lazzo del Podestà. 



CkliìIki, Vita, 



18 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



vano condennati lì nostri avversari, et confinatigli per anni, anchora 
noi confinomo per se' mesi fuori delle dieci miglia. Io dissi al mio (e. lOa) 
fratello: vienne meco; e cosi ci partimmo dal povero padre, et in 
cambio di darci qualche somma di dinari, perché non haveva, ci dette 
6 la sua beneditione. Io me n'andai a Siena a trovare un certo galante 
huomo che si domandava m.^ Francescho Castoro ; et perché un'altra 
volta io, essendomi fuggito da mio padre, me n'andai da questo 
huomo dabbene, e stetti seco certi giorni, insino che mio padre ri- 
mandò per me, pure lavorando dell'arte dell'orefice; il ditto Fran- 
to Cesco, giunto allui, subito mi ricogniobbe et mi misse innopera. Cosi 
missomi a lavorare, il ditto Francesco mi donò una casa per tanto 
quanto io stavo in Siena; et quivi ridussi il mio fratello.et me, et attesi 
a lavorare per molti mesi. Il mio fratello haveva principio di lettere 
latine, ma era tanto giovinetto, che non haveva anchora gustato il 
15 sapore della virtù, ma si andava svagando. 

In questo tempo il cardinal de' Medici, il qual fu poi Papa Cle- 
mente, ci fece tornare affirenze alli prieghi di mio padre. Un certo 
discepolo di mio Padre, mosso da propia cattività, disse al ditto car- 
dinale che mi mandassi a Bolognia a 'mparare a sonare bene da un 

9. In O dello réftcé, come Altrove (o. 415 b) : per la dietro. 



6. nuMitro Franeeioo Oattoro. Non si 
ritrova fra le denunzia originali del 1465 
nel Catasto di Siena quella di questo 
orefice, come afferma e.O. Il Milanesi, 
su Francesco Castori non riferisce nel 
Docutn, per la storia dell* arte senese 
che una sola notizia, nel III Voi., e di ben 
poca importanza. Nel copialettere di 
Balia n.* 347 sono in copia, (a e. 166 e 
177) le lettere scritte dai senesi ai fio- 
rentini per causa di certi anelli portati 
dal Castori in Firenze e consegnati a 
un Francesco Dellavachio, al quale pare 
che dai gabellieri fiorentini venissero 
sequestrati come oggetti di frodo. E per- 
ché si faceva qualche difficoltà a resti- 
tuire questi anelli al Castori, la Repub- 
blica di Siena fu obbligata a tornare a 
scrivere, su questo medesimo afflare, ai 
governatori di Firenze. Come finisse la 
cosa non si sa, perché mancano le let- 
tere responsive. Il Tizio nella Storia di 
Siena (ms., voi. Vili, ali* anno 1515) fa 
ricordo d'una cattura e denunzia fatta 
al Castoro e complici per falsiflcazione 
di monete. Sotto Tanno 1518, nel Libro 
verde dei due angeli (Arch. dell'Opera 
del Duomo di Siena) si legge « M.' Fran- 



cesco di Castoro e compagni ora/l fan- 
no un turibUe per il Duomo ». Fran- 
cesco ebbe un figlio per nome Bernar- 
dino, egualmente orafo e zecchiere della 
Repubblica senese. 

16. U etrdliua de' Mtdiel il q«al fu poi 
papa Olomente. Era figlio naturale di 
Giuliano ucciso nella Congiura de' Paz- 
zi (26 aprile 1478): fu arcivescovo e, 
per Leone X, governatore di Firenze. 
Successe (nov. 1523) ad Adriano VI; mori 
il 25 sett. 1533. Parlerà molte volte di 
lui, delle sue qualità, de' lavori fattigli, 
nella Vita e ne' Trattati, Lo descri- 
verà, con bell'arte, morente, nella Vita. 
Non fa onore al Cellini né quello che 
fece né quello che ci racconterà di sé 
durante e dopo l'assedio di Firenze, né 
quanto scrisse di Clemente VII in un 
passo dei Trattati (ed. ciL p. 84 ) « Da 
poi venne lo sventurato papa Clemen- 
te, il quale le stimava e pregiava assai 
{le virtù), ma egli ebbe tante avversità 
in nel suo papato e dalla patria sua, 
che egli non potette favorirle nel modo 
che era il suo buono animo. Et io ne 
so ragionare, perché lo servii tutto il 
suo papato, et era molto giovane». 



VITA DI BENVENUTO C5ELLINI 19 

<c. Ila) maestro che v'era, il quali si domandava Antonio, veramente valente 
haomo in quella professione del sonare. Il cardinale disse a mio padre, 
che, se lui mi mandava là, che mi farla lettere di favore et d'aiuto. 
Mio padre, che di tal cosa se ne moriva di voglia, mi mandò : onde 
io, volonteroso di vedere il mondo, volentieri andai. Giunto a Bo- 5 
lognia, io mi missi allavorare con uno che si chiamava m.^ Ercole del 
Pififero, e cominciai a guadagniare ; e intanto andavo ogni giorno per 
la letioni del sonare, et in hreve settimane feci molto gran frutto di 
questo maladetto sonare ; ma molto maggior frutto feci dell'arte del- 
l' oreficie, perché, non avendo auto dal ditto Cardinale nissuno aiuto, 10 
mi missi in casa di uno miniatore bologniese, che si chiamava Sci- 
pione Cavalletti : stava nella strada di nostra Donna del Baraccan ; e 
quivi attesi a disegniare et allavorare per un che si chiamava Gra- 
tia Dio giudeo, con il quali io guadagniai assai bene. In capo di sei 
mesi, me ne tomai affiorenze, dove quel Pierino pijQTero, già stato 15 
allievo di mio padre, l' ebbe molto per male ,' et io, per compiacere 
a mio padre, lo andavo a trovare a casa, et sonavo di cornetto et 
di flauto insieme con un suo fratel carnale che aveva nome Girolamo, 
et era parechi anni minore del ditto Piero, et era molto da bene et 

4c 11») buon giovane : tutto il contrario del suo fratello. Un giorno infra li so 
altri venne mio padre alla casa di questo Piero, per udirci sonare; 
et pigliando grandissimo piacere di quel mio sonare, disse: io farò 
pure un maraviglioso sonatore centra la voglia di chi mi ha voluto 
impedire. A questo rispose Piero, et disse il vero: molto più utile 
et honore trarrà il vostro Benvenuto, se lui attende a l'arte del- ss 
l'orafo, che a questa (e)pipherata. Di queste parole mio padre ne 
prese tanto isdegno, veduto che anchora io havevo il medesimo oppe- 
nione di Piero, che con gran coUora gli disse: io sapevo bene che 
tu eri tu quello che mi inpedivi questo mio tanto desiderato fine, et 
sei stato quello che m' ai fatto rimuovere del mio luogo del Palazo, 30 
pagandomi di quella grande ingratitudine che si usa per ricompenso 
de' gran benifltii. Io a te lo feci dare, e tu a me l'ai fatto tórre; io 
a te insegnai sonare con tutte 1' arte che tu sai, et tu impedisci il 
mio figliuolo che non facci la voglia mia ; ma tieni a mente queste 
prophetiche parole : e' non ci va, non dico anni o mesi, ma poche set- 35 

I . In O da <{ quali a mio padre è aatogr. Geli. (v. la descrizione di O nétVlntrod,) : 
la e. lOb è bianca. — 4. In O hond», ma T A è ca«s. lin. ; Geli. ? — 6. In O pare fosse 
«critto ErcoUtco e «co è cast. lin.: Celi.? — S6. In O « pipheraia^ ma 1*«, tra due vir- 
gole, sembra espanta. — 33. In O av. a con tutte alcune sillabe {et? la) cass. Un. aman. 



11. Scipione CaTalletti, figlio di Gio- 18. Girolamo (del Piffero) è ricordato 

vanni: si sa di lui che lavorò pel S. Pe- più innanzi in un passo che riferiremo 

tronio dal 1519 al 1523. Cfr. L. Frati, / co- nelle note critiche, alla pagina 31, alla 

rati della Basilica di S. Petronio ecc. riga 13. 
Bologna, Zanichelli, 1896; p. 29-31, 105. 



20 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



timanei che per questa tua tanto disonesta ingratitudine tu profon- 
derai. A queste parole rispose Pierino et disse: maestro Giovanni, 
la più parte degli huomini, quando gì' invechiano, insieme con essa 
yechiaia inpazano, come havete fatto voi, et di questo non mi ma- 
5 raviglio, perché voi havete dato liberalissimamente via tutta la vostra 

roba, non considerato eh' e* vostri figliuoli ne havevano haver bisogno (e i««> 
dove io penso far tutto il contrario, di lasciar tanto a' mia figliuoli, 
che potranno so venire i vostri. A questo mio padre rispose : nessuno 
albero cattivo mai fé' buon frutto; cosi per il contrario; et più ti 
10 dico, che tu sei cattivo, et i tua figliuoli saranno pazzi et poveri, et 
verrano per la merzé a' mia virtuosi et richi figliuoli. Cosi si parti 
di casa sua, brontolando l' uno a l' altro di paze parole. Onde io, che 
presi la parte del mio buon padre, uscendo di quella casa con esso 
£nsieme, gli dissi che volevo far vendette delle ingiurie che quel ri- 
15 baldo, li haveva fatto, con questo che voi mi lasciate attendere a 
l' arte del disegno. Mio padre disse : o caro figliuol mio, anchora io 
sono stato buono disegnatore: et per refrigerio di tal cosi maravi- 
gliose fatiche, et per amor mio, che son tuo padre, che t' ò ingene- 
rato et allevato et dato principio di tante honorate virtù, a il riposo 
20 di quelle, non mi prometti tu qualche volta pigliar quel flauto et quel 
lascivissimo cornetto, et, con qualche tuo dilectevole piacere, dilectan- 
doti, sonare? Io dissi che si, et molto volentieri, per suo amore. Allora 
il buon padre disse, che quelle cotai virtù sarebbon la maggior ven- 
detta che delle ingiurie ricevute da' sua nimici io potessi fare. Da 
25 queste parole non arrivato il mese intero, che quel detto Pierino, 
f accendo fare una volta a una sua casa, che lui haveva nella via dello 
Studio, essendo un giorno ne la sua camera terrena, sopra una volta 
che lui faceva fare, con molti compagni; venuto in proposito, ragio- (ci 26) 
nava del suo maestro, eh' era stato mio padre; et replicando le pa- 
so role che lui gli haveva detto del suo profondare, non si tosto dette, 
che la camera dove lui era, per esser mal gittata la volta, o pur per 
vera virtù di Dio, che non paga il sabato, profondò ; et di quei sassi 
della volta et mattoni cascando insieme seco, gli fiacomo tutte a dua 
le gambe ; et quelli ch'erano seco, restando in su li orlicci della volta, 



1. In O il che/ è caM. aman. e riieritto abbreviato eh. — 4. In O ar. et di qtietto- 
cais. Un. aman. Allora mio p, principio d'un pensiero che, con alquanto diverse paro- 
le, li ripiglia più sotto. — 7. In O di lasciar è scritto di se^tto all'ultima parola della 
riga, oconpando il margine. Sembra della stessa mano, non del medesimo inchiostro. 
— 9. In O era scritto pel ridotto poi a p 42: corr. aman. — 11. In O su virtuoei so- 
prar, figlino cass. Un. : su richi è poi soprar, figliuoli della medesima mano. — 16. In O 
era scritto hanchora e la prima h ò cass. ; forse aman. — 17. In O era scritto forse eo«« ; 
I' i di coei è sostituì, di altra lettera, e un primo ma è cass. Un. aman. — 20. In O 
sul mi è nna macchia d* inchiostro, che non è una cassatura ed è impressa da macchia 
corrispondente della llb, o viceversa. — 20. In O era scritto qìtello laecivietimo b Ilo ò 
cass. Un. aman. — Soprar, su dilectandoti è de$$o, d'altro inchiostro e probabilmente 
d'altra mano. — 24. In O era scritto forse nimichi e V io ò stretto fra 1' « e il p. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 21 



non si feceno alcun male, ma ben resix>rno storditi et maravigliati ; 
maxime di quello che pocho innanzi lui con ischemo bave va lor ditto. 
Saputo questo, mio padre, armato, lo andò a trovare, et alla presenza 
del suo padre, cbe si chiamava Niccolaio da Volterra, trombetto della 
Signoria, disse : o Piero, mio caro disceplolo, assai mi incresce del tuo 5 
male ; ma, se ti ricorda bene, egli è pocbo tempo cbe io te ne av- 
verti'; et altanto interverrà intra i figliuoli tua et i mia, quanto io 
ti dissi. Poco tempo appresso, lo ingrato Piero di quella infìrmità si 
mori. Lasciò la sua inpudica moglie con un suo figliuolo, (a) il quale 
alquanti anni apresso venne a me p* elemosina in Roma. Io gnene 10 
diedi, si per esser mia natura il far delle elemosine; et appresso 
con lacrime mi ricordai il felice istato cbe Pierino baveva, quando 
mio padre li disse tal parole, cioè cbe i figliuoli del ditto Pierino an- 
cbora andrebbono per la mercé a i figliuoli virtuosi sua. Et di questo 
^c i3a) sia detto assai, et nessuno non si faccia mai beffe dei pronostichi di 15 
uno buomo da bene, bavendolo ingiustamente ingiuriato, perché non 
è lui quel che parla, anzi è la voce de idio istessa. 

Attendendo pure all' arte de V orefice, et con essa aiutavo il mio 
buon padre. L' altro suo figliuolo et mio fratello chiamato Cecchino, 
come di sopra dissi, havendogli fatto dare principio di lectere latine, so 
perché desiderava fare me maggiore, gran sonatore et musico, et 
lui minore, gran litterato legista, non potendo isforzare quel che la 
natura ci inclinava, qual fé me aplicato all'arte del disegno, et il 
mio fratello, quali era di bella proportione et gratia, tutto inclinato 
a le arme, et per essere ancor lui molto giovinetto, partitosi da una 25 
prima electione della scuola del maravigliosissimo signor Giovannino 
de' Medici ; giunto a casa, dove io non era, per esser lui mancho 
bene guarnito di panni, et trovando le sue et mie sorelle, che, di na- 
scoso da mio padre, gli detteno cappa et saio mia belle et nuove, che 
oltra a l' aiuto che io davo al mio padre et alle mie buone et honeste 30 
sorelle, delle avanzate mie fatiche quelli honorati panni mi havevo 
fatti; trovatomi inganato et toltomi i detti panni, né ritrovando il 
fratello, che tor gnene volevo, dissi a mio padre perché e' mi la- 
sciassi fare un si gran torto, veduto che cosi volentieri io mi affati- 

2. SuU'a: di maxime In O è un segno: un principio di «.? — 3. In O era icritto 
arovare : il t sembra essere stato addossato all' r dopo : aman ? — 4. In O soprar, era 
•tato scritto poco chiaram. da Volterra cass. lin. med. Inchiostro e, al segno di richia- 
mo nel margine sinistro, 1' aman. medesimo scrisse da Volterra trombetto della signioria. 

— 5. In O era scritto dieeeplole : fu corr. (Oell. ?) solo V e finale In o : forse di altro 
inchiostro. — 6. In O tempo fu scritto due volte, e la seconda eass. lin. — 9. In O 
sali' n di inpudiea è una lineetta d* altro inchiostro. Av. a il quale è un *a non cass. 

— 10. In O P e di elemosina ò rifatta su altra lettera. Pare che prima si leggesse elo- 
moeina. — 13. Av. a cioè in O una lettera, nascosta ora da macchia. — 21. In O un 
segno di altro inchiostro divide per da che : Oell. ? — 23. In O era scritto inclinanava : 
il secondo na è cass. aman. — 24. In O il quali fu ridotto malamente a quaU, — 25. Era 
scritto in O hancor : 1* h cass. lin. Oell. ? — 82. In O era scritio inganatomi e il mi 
fa eass. lin. : aman ? 



22 



VITA DI BENVENtrrO OELLINI 



cavo per aiutarlo. A questo mi rispose, che io ero il suo figliuol buono, (e. i»> 
et che quello haveva riguadagnato, qual perduto pensava havere: et 
che gli era di necessità, anzi precepto de idio istesso, che chi haveva 
del bene ne dessi a chi non haveva: et che per suo amore io sop- 

5 portassi questa ingiuria ; Idio m'achrescerebbe d'ogni bene. Io, come 
giovane sanza isperienza, risposi al povero afBiitto padre; et preso 
certo mio povero resto di panni et quattrini, me ne andai alla volta 
di una porta della città : et non sapendo qual porta fusse quella che 
m'inviasse a Roma, mi trovai a Lucca, et da Lucca a Pisa. Et giunto 

10 a Pisa, questa era l' età di sedici anni in circa ; fermatomi presso al 
ponte di mezo, dove e' dicono la pietra del Pesce, a una bottega d'un(o) 
oreficeria, guardando con attentione quello che quel maestro faceva,, 
il detto maestro mi domandò chi ero e che io processione era la mia: 
al quale io dissi che lavoravo un pocho di quella istessa arte che 

15 lui faceva. Questo huomo da bene mi disse che io entrassi nella bot- 
tega sua, et subito mi dette inanzi da lavorare, et disse queste pa- 
role : il tuo buono aspecto mi fa chredere che tu sia da bene et buono. 
Cosi mi dette innanzi oro, argento et gioie ; et la prima giornata for- 
nita, la sera mi menò alla casa sua, dove lui viveva honoratamente 

so con una sua bella moglie et figliuoli. Io ricordatomi del dolore che 
poteva haver di me il mio buon padre, gli scrissi come io ero in 
casa di uno huomo molto buono et da bene, il quale si domandava (e. iia> 
maestro Ulivieri della Chiostra, et con esso lavoravo di molte opere 



5. Era scritto in O èopportauo : loprar. fu icritto 9$L — 11. In O anche lu questa s 
di meezo è un piccolo segno. — In O uno oreficeria, — 80. In O Vn di una è coperto 
da macchia d'inchiostro.— 81. In O è scritto ffijo e si ha ona macchia d' inchiostro che 
forse è eass. d' un secondo o. — 82. In O dopo molto le parole da bene cass. lin. aman. 
che le riscrive dopo di seguito. 



9. B giunto a Piaa, queata era Petà 
di sedici anni in circa ecc. Come dirà 
più tardi, stette tutto l'anno 1517, a Pi- 
sa. Gaetano Milanesi (ms. della Bibl. 
comun. di Siena, P. ni, 41, e. 1£) da do- 
cum. originali d*un archìvio (che è quel- 
lo fiorentino de'Buonomini di S. Mar- 
tino), alcuni dei quali passarono al fondo 
palatino della Nazionale di Firenze (v. 
in fine a questo volume il Prospetto dei 
documenti editi e inediti), fa un rias- 
sunto di alcune notizie che si riferiscono 
alla dimora del Cellini a Pisa, con queste 
parole « (1513-1517) Memoria scritta di 
propria mano di Benvenuto Cellini, nella 
quale dice di avere veduto il Testamento 
di sua Madre Maddalena, rogato da ser 
Bartolommeo Braccini, nel quale ordi- 
nava che i suoi fratelli e respettivamen- 
te Hgli non gli domandassero conto di 



quanto suo Padre aveva speso per Lui 
in vitto e Libri nello studiare a Pisa, 
altrimenti gli lasciava per Legato quan- 
to era da Lui dovuto per tale depen- 
denza più le spese per difendersi, fa- 
cendolo quindi Erede insieme con Pier 
Francesco, Gio. Batista ed Iacopo suoi 
Fratelli ; si aggiunge che detta sua Ma- 
dre fece nel 1517 altro Testamento la- 
sciando dei Trentesimi da eseguirsi nel- 
la Chiesa di S. Domenico di Fiesole ». 

1 1. la pietra dolPesee: i lastroni su' qua- 
li si vendeva il pesce portato per Arno. 

23. Ulivieri della Chiostra. Nel libra 
del Tanfani-Ckntofanti intitolato No- 
tizie di Artisti tratte da documenta pi- 
sani, Pisa, 1S97, a p. 253-55,481-88 si parla 
di Ulivieri di Filippo della Chiostra, ore- 
fice pisano, fratello di Tommaso, pari- 
mente orefice, benché a quello inferiore.. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



23 



belle et grande; et che stessi di buona voglia, che io attendevo a 
imparare, et che io speravo con esse virtù presto riportarne a lui 
utile et honore. Il mio buon padre subito alla lectera rispose dicendo 
cosi : figliuol mio, l' amor eh' io ti porto è tanto, che, se non fussi il 
grande honore, quale io sopra ogni cosa osservo, subito mi sarei 5 
messo a venire per te, perché certo mi pare essere senza il lume 
degli ochi il non ti vedere ogni di, come far solevo. Io attenderò a 
finire di condurre a virtuoso honore la casa mia, et tu attendi a im- 
parar delle virtù; et solo voglio che tu ricordi di queste quattro 
semplice parole, et queste osserva, et mai non te le dimenticare : io 
In nella casa che tu vuoi stare, vivi honesto et non vi rubare. 
Capitò questa lectera alle mane di quel mio maestro Ulivieri et 
di nascoso da me la lesse ; di poi mi si scoperse haverla letta, et mi 
disse queste parole: già, Benvenuto mio, non mi ingannò il tuo 
buono aspecto, quanto mi afferma una lectera che m'è venuta alle 15 
mane di tuo padre; quale è forza che lui sia molto huomo buono 
et da bene ; cosi fa' conto d' essere nella casa tua et come con tuo 
(e. iib) padre. Standomi in Pisa andai a vedere il campo santo, et quivi 
trovai molte belle antichaglie ciò è, cassoni di marmo; et in molti 
altri luoghi di Pisa viddi molte altre cose antiche, intomo alle quali, 20 
tutti e' giorni che mi avanzavano del mio lavoro della bottega, 
assiduamente mi affaticavo: et perché il mio maestro con grande 
amore veniva a vedermi alla mia cameruccia che lui mi haveva 
dato, veduto che io spendevo tutte l'hore mie virtuosamente, mi 
haveva posto uno amore come se padre mi fusse. Feci un gran 25 
fructo in uno anno che io vi stetti, et lavorai d'oro et di argento 
cose importante et belle, le quale mi detton grandissimo animo a 
'ndar più inanzi. Mio padre in questo mezo mi scriveva molto pie- 

7. In O erft lerltto dooe\vo eaii. lin. aman. ohe poi di segaito riicrifie solevo, — 
11. In O in {nella) cms: da chi? — 14. In O del non la seconda n ha la forma di h, fono 
per eisereitota coitrulta tanna I, di cui I*aata rimane. — tuo è loprar.: dell* aman. 
— 19. In O e<o : segue un' « molto piccola dello stesso inch. — 27. In O era scritto 
sulla prima dettenj e T o è stato del med. inchiostro formato soli' « ancor chiara. 



Da detto libro si rileva che nel 1514 (30 
marzo 1513) la sagrestia del Duomo com- 
prò da Ulivieri un paio d'ampolle d'ar- 
gento dorato, belle, di oncie 16 e den. 
11, per ducati 16, lire 3, soldi 10; il 25 
maggio 1514 (1513), un bacino d'argento 
dorato, lavorato, bello, di libbre 2 per 
ducati !M; il 30 luglio detto, uno smalto 
dell'Assunzione dorato, bello, di oncie 
8 l|4 e gli fece acconciare il corallo, 
tutto per durati 9 ; il 15 agosto 1515 (1514), 
un manico di noce dorato e smaltato a 
nodi per ducati 54; il 19 giugno 1516 (1515); 



un calice d'argento dorato di libbre 3 
e li2 oncia, e patena simile per ducati 
51. 6. 8 (p. 253-55); e nel detto anno fece 
una testa di S. Bartolommeo (p. 482). 

18. Il campo santo t qaivi trovai molte 
belle antioaflie ecc. Sull'insigne monu- 
mento pisano è da vedere il recente e 
accurato studio di I. 6. Supino II cam- 
posanto di Pisa^ Firenze, Alinari, 1896; 
ma in questo, come nel lavoro del Kosini 
sul medesimo argomento (Pisa, Gapurro, 
1837), sono solamente illustrate le opere 
pittoriche. 



24 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



tosamente che io dovessi tornare a lui, et per ogni lectera mi ricor- 
dava che io non dovessi perdere quel sonare che lui con tanta fa- 
ticha mi haveva insegnato. A questo, subito mi usciva la voglia di 
non mai tornare dove lui, tanto haveva in odio questo maladecto 

5 sonare; et mi parve veramente istare in paradiso un anno intero 
che io stetti in Pisa dove io non sonai mai. Alla fine de Tanno, TJli- 
vieri mio maestro gli venne occasione di venire a Firenze a ven- 
dere certo spazzature d' oro et argento che lui haveva; et perché in 
quella pessima aria m'era saltato adesso un pocho di febbre, con 

10 essa et col Maestro mi ritornai a Firenze; dove mio padre fece(c. isa) 
grandissime carezze a quel mio maestro, amorevolmente pregandolo, 
di nascosto da me, che fussi contento non mi rimenare a Pisa. Resta- 
tomi amalato, istetti circa dua mesi, et mio padre con grande amore- 
volezza mi fece medicare et guarire, continuamente dicendomi che gli 

15 pareva mill'anni che io fussi guarito, per sentirmi un pocho sonare. 
Et in mentre che 'gli mi ragionava di questo sonare, tenendomi le 
dita al polso, perché haveva qualche cognitione della medicina e 
delle lectere latine, sentiva in esso polso, subito eh' egli moveva a 
ragionar del sonare, tanta grande alteratione, che molte volte isbi- 

20 gettito et con lacrime si partiva da me ; in modo che avedutomi di 
questo suo gran dispiacere, dissi a una di quelle mia sorelle che 
mi posassero un flauto; che se bene io continuo havevo la febbre, 
per esser lo strumento di pochissima faticha, non mi dava altera- 
tione il sonare con tanta bella dispositione di mano et di lingua, 

85 che giugnendomi mio padre all' inprovisto, mi benedisse mille volte 
dicendomi, che in quel tempo che io ero stato fuor di lui gli pareva 
che io havessi fatto un grande acquistare; et mi pregò che io tirassi 
inanzi et non dovessi perdere una cosi bella virtù. Guarito che io 
fui, ritornai al mio Marchone huomo da bene, orafo, il quale mi dava 

30 da guadagnare con il quale guadagno aiutavo mio padre et la casa (e. i5ò) 
mia. In questo tempo vene a Firenze uno iscultore che si doman- 
dava Piero Torrigiani, il qual veniva di Inghilterra, dove egli era 
stato di molti anni, et perché egli era molto amicho di quel mio 

4. In O ora scritto in hodio: Vh è cmi., pare, di altro Inohioatro: Celi.? — 16. 
In O aranti in mentn sono dae lettere (pa f) cass. Un. am. : lia poi di gli» 



32. Piero Torri^riani. Più avanti il Celi, 
dirà perché rifiutasse di accettare Toffer- 
ta fattagli dal Torrigiani di andar con lui 
in Inghilterra. Sullo scultore fiorentino 
Torrigiani v. Vasari Vite ed. Milanesi 
(Sausoni) IV. 255 e seg. Sebbene il Va- 
sari non parli del ritorno di lui in pa- 
tria, cui accenna il Cellini, il Torrigiani 
era in Firenze nel 1519, e a certi patti 
vi levò per lavori airestero tre lavoranti 



(V. ibidem^ agg. alla nota prima a p. 
261). Quanto a quello che dice poi della 
figura e delle qualità morali del Torri- 
giani, gioverà confrontare quello che 
ne scrisse il Vasari: era di natura 
tanto superbo e coUoroso, oltre ol- 
V essere di persona robusta^ d" animo 
fiero e cora^gioso^ che tutti gli altri 
bene spesso soperchiava di tcUti e di 
parole. 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



25 



maestro, ogni di veniva da lui ; et veduto mia disegni et mia lavori, 
disse : io son venuto a Firenze per levare più giovani che io posso : 
che havendo a fare una grande opera al mio re, voglio per aiuto 
de' mia Fiorentini; et perché il tuo modo di lavorare et i tua disegni 
son più da scultore che da orefice, havendo da fare grande opere 5 
di bronzo, in un medesimo tempo, io ti farò valente et richo. Era, 
questo huomo di bellissima forma, aldacissimo; bave va più aria di 
gran soldato che di scultore, maximo a* sua mirabili gesti et alla 
sua sonora voce, con uno agrottar di ciglia atto a spaventar ogni 
huomo da qual cosa; et ogni giorno ragionava delle sue bravurie io 
con quelle bestie di quelli inghilesi. In questo proposito cadde in 
sili ragionar di Michelagniolo Buonarroti che ne fu causa un disegno 
che io havevo fatto, ritratto da un cartone del divinissimo Miche- 
lagniolo. Questo cartone fu la prima bella opera che Michelagniolo 
mostrò delle maravigliose sue virtù, et lo fece a gara cor uno altro i5 
che lo faceva, con Idonardo da Vinci, che havevano a servire per la 
(e. I6a) sala del consiglio del palazo della signoria. Rappresentavano quando 
Pisa fu presa da' Fiorentini ; et il mirabil Lionardo da Vinci haveva 
preso per electione di mostrare una battaglia di cavagli con certa 
presura di bandiere, tanto divinamente facti, quanto imaginar si ^ 
possa. Michelagniolo Buonarroti innel suo dimostrava ima quantità di 

1. In O Tm di mia {disegni) è ridutione di aua lettera non più rioonosclbile. — 
S. In O ay. a più giovani è uu i cass. Un., sembra del medesimo inchiostro : quindi 
aman. — 8. li <2 di soldato in O pare ridazione di altra lettera. — Quivi maximo ha 
■olla X due piccole Un. — 9. In O ora scritto da spaventar; da è cass. e atto scritto 
soprar: forse Coli., come V ogni che vien dopo, scritto in marg. destro dopo la cass. 
d* una prima dicitura che ora mal si ricostruisce ; av. a huomo è un y cass. — 10. Bra 
scritto bravurie o V e formatasi suir u par di altro inchiostro. B e le stampe leggono 
braverie D braurie C B bravure, — 12. In O buonarroti è riduzione di altra scrittura 
non più chiara ormai: chiara è una piccola a agg. dopo buona: d* uguale inchiostro ma 
di che mano? — 16. Il Io in O è ridotto, forse, da un lui. — 21. In O Buonarroti ha 
una piecola a dopo buona e il secondo r non si sa se sia ricalcato o cassato : cfr. sopra. 
— In O S {nel suo) e Tt è cass. lin. di altro inoh. 



12, Michelagniolo Bnonarroti n. il 6 marzo 
1475 a Caprese in Casentiuo e m. in Roma 
il IS Febbraio 1561 : per la biografìa v. 
il Commentario e il Prospetto crono- 
logico aggiunti alla vita da G. Milanesi 
alla cit ediz. delle Vite del Vasari voi. 
VII (1881); A. GOTTI Vita di M, B, Fi- 
reuze, 1875; H. Grimm M's Leben, Ber- 
lino, Heltz, 1890 e J. Addington symonds 
The Life of M, B,, London, Nimmo, 1893. 
É ricordato dal Cellini con parole di 
massima lode in molti altri luoghi della 
Vita e nei Trattaci, Quanto ad altre 
scritture del Cellini a Michelangiolo, o 
su lui, y. le indicazioni nella mia pub- 
blicazione: Due lettere inedite di B, 
Cellini a M. B. nella Miscellanea fio- 



rentina d*erudizione e storta pubbl. 
da I. Del Badia^ fase. 20. Il cartone del 
diTÌni8sÌmo Michelayniolo è quello che a 
gara con Lionardo da Vinci, disegnò (1501- 
1505) per dipingere una facciata della 
Sala del Consiglio : incarico che il Gon- 
faloniere Pier sederini dette a Lionardo 
e a Micbelangiolo insieme. Su questo 
cartone che lavorò in una stanza del- 
r ospedale di S. Onofrio, pigliando a 
soggetto non la presa di Pisa, ma la 
battaglia di Cascina (1301), e sulla distru< 
zione che ne fece Baccio Bandinelli (1512), 
cfr. VasaH, ibidem, VII, 159-161. Ne ri- 
mangono solo disegni, copie, incisioni. 
Cfr. Plon, p. 4. 



26 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



fanterie che per essere di state s' erano missi a bagniare in Amo ; 
et in questo istante dimostra che e' si dia alarme, et quelle fanterie 
ignude corrono a l'arme, et con tanti bei gesti, che mai né delli 
antichi né d'altri moderni non si vidde opera che arrivassi a cosi 

6 alto segno ; et si come io ho detto, quello del gran Lionardo era bel- 
lissimo et mirabile. Stetteno questi dua cartoni, uno inel palazo 
de' Medici, et uno alla sala del papa. Inmentre che gli stetteno in 
pie, fumo la scuola del mondo. Se bene il divino Michelagniolo fece 
la gran cappella di papa Tulio da poi, non arrivò mai a questo segno 

10 alla metà: la sua virtù non aggiunse mai da poi alla forza di quei 
primi studii. Hqra torniamo a Piero Torrigiani, che oon quel mio 
disegno in mano disse cosi: questo Buonaaruoti et io andavamo a 
'mparare da fancciulletti inella chiesa del Carmine dalla cappella di 
Masaccio : et perché il Buonaaroti haveva per usanza di ucellare tutti 

15 quelli che disegnavano, un giorno, in fra gli altri dandomi noia il 
detto, mi venne assai più stiza che '1 solito, et stretto la mana, gli 
detti si grande il pugno in sul naso, ohe io mi senti' fiaccare sotto 
il pugno quell'osso et tenerume del naso, come se fusse stato un 
cialdone : et cosi segniato da me ne resterà insin che vive. Queste (e. i66) 

20 parole generorono in me tanto odio, perché vedevo continuamente i 
fatti del divino Michelagniolo, che, non tanto eh' a me venissi voglia 
di andarmene seco in Inchilterra, ma non potevo patire di vederlo. 
Attesi continuamente in Firenze a imparare sotto la bella ma- 
niera di Michelagniolo et da quella mai mi sono ispiccato. In questo 

S5 tempo presi praticha et amicitia istrettissima con uno gentil giova- 

1. In O ar. di state è in oais. lin. : amaa. probabilmente. — 11. In O U con è teritto 
Boprar. aman. — 12. In O è chiara finalmente la desiderata forma di buonaaruoti. — 
14. In O è chiara la riduzione buonaarroti da buona ruoti^ o Geli, o am. — > 17. La 
carta in O è corroiai credo per cafs., ma sono chiare le lettere >{a| e chiari 1 contomi 
di ecare che è poi riscritto nell* altro rigo. — 19. In O è eegnjato^ e 1*^' cass. lin: 
forse d* altro inchiostro. — 22. In O T • d* lehilterra è molto addossato al e : forse scritto 
dopo. — A vederlo, nello spazio bianco del capoverso, seguono cosi mi att cass. lin. am. 



9. la gran cappella di papa Inllo: la 
cappella Sistina la Vaticano, dove sono 
le celebri pitture di Michelangiolo con- 
dotte in più tempi (1508-1513). Fresco 
il Giudizio universale nel 1531 ai tempi 
di Paolo III: lo compi soltanto sulla fine 
del 1511. Cfr. Vasari cit. ed. Milanesi, 
VII. 171 e segg.; 20I-S05; 209 e segg. 

13. cappella di Masaccio. É la cappella 
dei Brancacci nella Chiesa del Carmine 
a Firenze, nella quale Masaccio di Ser 
Giovanni Guidi (n. a S. Giovanni Val- 
damo il 21 dicembre HOl, m. il 1428) 
dipinse alcune storie della vita di S. Pie- 
tro. Queste pitture servirono dì scuola 



a valentissimi artisti. Forse le studiò 
anche il Cellini. Cfr. Vasari cit. ed. Mi- 
lanesi II, 294-298; 305-325. 

16. gli detti ai grande il pugno in ani 
naso. Cfr. Vasari cit ed. Milanesi, nella 
Vita di Pietro Torrigiani, II. 259. Il Va- 
sari non ammette la provocazione di 
Michelangiolo. Su questa differenza nel 
racconto del fatto, cfr. Plon p. 6-7. Il 
Condivi, nella vita di M.B. ricorda il 
fatto, errando però nel chiamare Torri- 
giano (e non Piero) il Torrigiani, uomo 
bestiale e superbo; dice che fu sbandi- 
to per questo di Firenze e fece mala 
morte. 



VITA DI BBKVENUTO CBLLINI 



27 



netto di mia età, il quale anchora lui stava allo orefice. Haveva 
nome Francesco, figliuolo di Filippo di Fra Filippo eccellentissimo 
pittore. Nel pratichare insieme generò in noi un tanto amore, che 
mai né di né notte stavamo l'uno senza Patro: et perché anchora 
la casa sua era piena di quelli belH studii che haveva fatto il suo 5- 
valente padre, i quali erano parechi libri disegnati di sua mano, ri- 
tratti dalle belle anticaglie di Roma; la qual cosa, vedendogli, mi 
innamoromo assai, et dua anni in circa praticammo insieme. In questo 
tempo io feci una opera di ariento di basso rilievo, grande quanta 
è una mana di un fancciullo piccolo. Questa opera serviva per un io- 
serrame per una cintura da huomo, che cosi grandi alhora si usa- 
vono. Era intagliato in esso un gruppo di fogliame fatto all' anticha 
con molti puttini et altre bellissime maschere. Questa tale opera io 
<e. I7«)la feci in bottegha di uno chiamato Francescho Salinbene. Veden- 
dosi questa tale opera per l'arte de gli orefici, mi fu dato vanto del 15- 
meglio giovane di quella arte. Et perché tm certo Giovanbatista chia- 
mato il Tasso, intagliatore di legname, giovane di mia età apunto, mi 
cominciò a dire che, se io volevo andare a Roma, volentieri insieme 
ne verrebbe mecho; questo ragionamento che noi havemmo insieme 
fu di poi il desinare apunto, et per essere per le medesime cause del 20- 
sonare adiratomi con mio padre, dissi al Tasso: tu sei persona da 
far delle parole et non de' fattL H quale Tasso mi disse : anchora io 
mi sono adirato con mia madre, et se io havessi tanti quattrini che 

8. In O ftT. a nel è an il cmi. lin : aman. non laprebbesl il collegare al retto : 
probabilmente confusione di <n e nel. Forse volle dire il pratichare.,. — 12. In O era 
fogliame: Ve è ridotto ad j di altro Inchiostro. — 20. In O era scritto eseermi e li mi 
eaas. di med. inchiostro e rld. ad e ; crederei aman. 



2. Franeeseo figliolo di Filippo. Filippo 
Lippi detto Filippino, pittore fiorentino 
(1457-1504), ebbe tre figli da Maddalena 
di Pietro di Paolo Monti: Qiovan Fran- 
cesco orefice (cfr. Vasari ed. Milanesi 
ni. 476. n. 1), Roberto e Luigi (detto Fi- 
lippo dopo la morte del padre). O.e. av- 
verte che dal Libro de* Battezzati dal 
i500 al i507 (Arch. dell'Opera del Duomo 
di Firenze) si ha che, Oio. Francesco 
nacque il 15 Maggio 1501. 

14. FraneeMo Salinbene figlio d'Anto- 
nio, matricolato all'Arte della Seta il V 
di Febbraio 1507 (0.0.) Sul serrarne per 
cintura fatto dal CelUni, v. Plon p. 139. 

16. OioTambattlata chiamato il Tauo 
(1500-15^). Cosi si chiamò e non Ber- 
nardo, come lo dicono alcuni : figlio di 
Marco del Tasso : valente intagUatore in 
legno. Fu anche architetto e fece il di- 



segno della bella Loggia di Mercato nuovo- 
(1547-1551). Cfr. Vasari ed. Milanesi, 
vi. 95 e passim (v. Indice). Sul ritratto 
del Tasso con altri artisti intorno al 
Duca Cosimo nel soffitto della sala di 
Cosimo nel Palazzo Vecchio in Firenze- 
V. Plon p. 122 e seg. Il Tasso fu de' sette 
artisti richiesti di parere da B. Varchi 
nella quistione sulla precedenza tra la 
pittura e la scultura. V. Due lezioni di 
Messer Benedetto Varchi ecc. In Fio- 
renza, appresso Lorenzo Torrentino, 
MDXLIX. Sulla nota disputa v. la Pre- 
fazione di C. Milanesi uella cit. ediz. 
dei Trattati del Cellini p. xx. e seg. ;. 
Plon. p. 118-119. Nella medesima ediz. 
de' Trattati, C. Milanesi p. 261 pubblica, 
dal cod. Riccard. 2788, un Ricordo del 
Cellini « chome oggi questo di detto (1° 
Agosto 1555), Filippo di Giovanni Bat- 



28 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



mi conducessino a Roma, io non tornerei in drieto a serrare quel 
pocho della botteghuccia che io tengo. A queste parole io aggiunsi 
che se per quello lui restava, io mi trovavo a canto tanti quattrini, 
che bastavano a portarci a Soma tutti a dua. Cosi ragionando in- 
6 sieme, mentre andavamo, ci trovammo alla porta a Sanpiero Gat- 
tolini disavedutamente. Al quale io dissi: Tasso mio, questa porta 
che né tu né io aveduti ce ne siano; bora da poi che io son qui, 
mi pare haver fatto la metà del cammino. Cosi d* acordo lui et io(c.i76) 
dicevamo, mentre che seguivamo il viaggio : o che dirà i nostri vechi 

10 .stasera? Cosi dicendo, facemmo patti insieme di non gli ricordar 
più insino a tanto che noi fussimo giunti a Roma. Cosi ci legammo 
i grembiuli in drieto, et quasi alla mutola ce ne andammo insino a 
Siena. Giunti che fummo a Siena, il Tasso disse, che s*era fatto 
male a i piedi, che non voleva venire più innanzi, et mi richiese gli 

15 prestassi danari por tornarsene: al quale io dissi: a me non ne reste- 
rebbe per andare innanzi; però tu ci dovevi pensare a muoverti di 
Firenze; et se per causa de' piedi tu resti di non venire, troveremo 
un cavallo di ritorno per Roma, et allora non barai scusa di non 
venire. Cosi preso il cavallo, veduto che lui non mi rispondeva, in 

^ verso la porta di Roma presi il cammino. Lui, vedutomi risoluto, 
non restando di brontolare, il meglio che poteva, zopicando, drieto 
assai ben discosto et tardo veniva. Giunto che io fui alla porta, pia- 
toso del mio compagnino, lo aspectai et lo miss! in groppa, dicen- 
dogli: che domin direbbono e' nostri amici di noi, che partitici per 

^5 andare a Roma, non ci fusse bastato la vista di passare Siena? 
Allora il buon Tasso disse che io dicevo il vero, et per esser persona 
lieta, cominciò a ridere et a cantare: et cosi sempre cantando et 
ridendo ci conducemmo a Roma. Questa era apunto l'età mia di 
dicianove anni, insieme col millesimo. Giunti che noi fummo in 

30 Roma, subito mi messi a bottega con uno maestro, che si doman- 
dava Firenzola. Questo haveva nome Giovanni et era da Firenzuola 

1. Lftcorr. di drUto in dietro pare di altro inohloatro: del medeiimo tipo di quella 
notate sopra a buonaruoti, — 7. In O è scritto avedutie ; una lettera dopo e è incerta, 
una Ropr. corrosa : un piccolo ne è Inierito avanti a eiamo, — 18. In O il n5 è lopraT. 
tra di e venire : aman. — 85. In O paeeare è soprar., e andare a caif. aman. — SO. 
In O meeeif ma Tee rtd. d* un i: aman., credo. 



tiòta detto *i Tasso ene venuto a stare 
con esso mecho i;«r fattore per impa- 
rare l'arte ». 

5. porta a San Piero Oattolini : della 
cosi dal nome d' una chiesa allora vi- 
cina, trasformata poi in quella di Ser 
Umido: la porta fu detta e si dice Ro- 
mana, per essere sulla via di Roma. 
SI. Firensola. A. Bbrtolotti, nel li- 



bro Artisti lombardi a Roma nei sec. 
XV, XVI, e XVII, voi. I (Milano, Hoepli, 
1881) a p. 241-2, fa menzione d'una carta, 
la quale ora non è più reperibile, del 21 
Agosto 1521, che si riferiva ad una bot- 
tega del Firenzuola, tenuta insieme con 
Giovanni da Caravaggio e con quel 
Giannotti che sarà poco dopo ricor- 
dato. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 29 



di Lombardia, et era valentissimo huomo di lavorare di vasellami 
et cose grosse. Havendogli mostro un pocho di quel modello di quel 
gerrame che io havevo facto in Firenze col Salinbene, gli piacque 
maravigliosamente, et disse queste parole, voltosi a uno garzone 
che lui teneva, il quale era iìorentino et si domandava Giannotto s 
Giannotti, et era stato seco parechi anni; disse cosi: questo è di 
quelli Fiorentini che sanno, et tu sei di quelli che non sanno. Allora 
io riconosciuto quel Giannotto, gli volsi fare motto; perché inanzi 

(e. 186) che lui andassi a Roma, spesso andavamo a disegnare insieme, et 

eravamo stati molto domestici compagniuzzi. Prese tanto dispiacere la 
di quelle parole che gli haveva detto il suo maestro, che egli disse 
non mi cognoscere, né sapere chi io mi fussi: onde io sdegnato a 
cotal parole, gli dissi : o Giannotto, già mio amico domestico, che ci 
siamo trovati in tali et tali luoghi, et a disegnare et a mangiare et 
bere et dormire in villa tua, io non mi curo che tu faccia testimo- is 
nianza di me a questo huomo da bene tuo maestro, perché io spero 
che le mane mia sieno tali, che sanza il tuo aiuto diranno quale io 
sia. Finito queste parole, il Firenzuola, che era persona arditissimo 
et bravo, si volse al detto Giannotto et li disse : o vile furfante, non 
ti vergogni tu a usare questi tai termini et modi a uno che t* è so 
stato si domestico compagno? Et nel medesimo ardire voltosi a me, 
disse: entra in bottegha et fa* come tu ài detto, che le tue mane 
dicano quel che tu sei: et mi dette affare un bellissimo lavoro di 
argento per un cardinale. Questo fu un cassonetto ritratto da quello 
di porfido che è dinanzi alla porta della Retonda. Oltra quello che ss 
io ritrassi, di mio arrichì' con tante belle mascherette che il maestro 
mio s'andava vantando et mostrandolo per Parte, che di bottegha 
sua usciva cosi ben fatta opera. Questo era di grandeza di un mezo 
braccio in circa; et era accomodato che serviva per una saliera da 
tenere in tavola. Questo fu il primo guadagno che io gustai in Ro- 30 

(e.i9a)ma; et una parte d'esso guadagno ne mandai a soccorere il mio 
buon padre; l'altra parte serbai per la vita mia; et con esso me ne 
andavo studiando intomo alle cose antiche, insino a tanto che e' de- 
nari mi mancomo, che mi convenne tornare a bottega a lavorare. 
Quel Batista del Tasso mio compagno non istette troppo in Roma, 9S 
che lui se ne tornò a Firenze. Ripreso nuove opere, mi venne vo- 
glia, finite che io le ebbi, di cambiare maestro, per esser sobbillato 



5. GImanotto Olanaottl. Il medesimo dello storico e letterato Donato Gian- 

Bertolotti, op. cit. p. 142, dice averne notti. 

trovato cenno in un atto notarile del 25. Retonda: il Pa>t</ieon di Agrippa; 

1539, dove è detto quondam Leonardi: fu adattato a chiesa da Bonifazio IV, col 

il Giannotti fa un atto di vendita {V Giù- nome di S. Maria ad Martires, o, come 

gno 1546) a Pier Luigi Farnese d' una oggi più comunemente si dice, della 

casa in via Giulia a Roma. Era fratello Rotonda, 



30 



VITA DI BENVENUTO CKLLINI 



da un certo Milanese, il quale si domandava maestro Pagholo Ar* 
sago. Quel mio Firenzuola primo hebbe a fare gran quistione con 
questo Arsago, dicendogli in mia presenza alcune parole ingiuriose, 
onde che io ripresi le parole in defensione del nuovo maestro. Dissi 

« ch'io ero nato libero, et cosi libero mi volevo vivere, et che di lui 
non si poteva dolere; mancho di me, restando ha ver dallui certi 
pochi scudi d* acordo ; et come lavorante libero volevo andare dove 
mi piaceva; conosciuto non far torto a persona. Anche quel mio 
nuovo maestro usò parechi parole, dicendo che non mi bave va chia- 

10 mato, et che io gli farei piacere a ritornare col Firenzuola. A que- 
sto io aggiunsi che non cognoscendo in modo alcuno di farli torto, 
et havendo finite l'opere mia cominciate, volevo essere mio et non 
di altri, et chi mi voleva mi chiedessi a me. A questo disse il Fi-(o.soa) 
renzuola: io non ti voglio più chiedere a te, et tu non capitare in- 

15 nanzi per nulla più a me. Io gli ricordai e' mia danari. Lui sbefifan- 
domi : a il quale io dissi, che cosi bene come io adoperavo e' ferri 
per quelle tale opere che lui haveva visto, non mancho bene ado- 
perrei la spada per recuperatione delle fatiche mie. A queste parole 
a sorta si fermò un certo vechione, il quale si domandava maestro 

^ Antonio da Sanmarino. Questo era il primo più eccellente orefice 
di Roma, et era stato maestro di questo Firenzuola. Sentito le mia 
ragione, quale io dicevo di sorte che le si potevano benissimo inten- 
dere, subito preso la mia protetione, disse al Firenzuola che mi pa- 
gassi. Le dispute fumo grande, perché era questo Firenzuola mara- 

^5 viglioso maneggia tor di arme, assai più che ne l'arte de l'orefice; 

1. In O il e di certo tn forae prima un i, yedendoBÌ ancora 11 eaiK>lino. — 12. n Terso 
della 0.19, ferie per eiier la carta troppo lagantc, fu lasciato bianco. — 13. Tn O dopo 
amt è allo caii. Un. am. : 1* inchioitro è il medeaimo. — li. in O è av. <fifMin^ più casa, 
come la parola preced. — 90. In O Vi di orefice è un pò* incerto: pare riacritto Bopra, 
piccoUsilmo. — 81. In O prima mie^ corr. (Celi.?) mia; e coti è ricalcata l'« di ra' 
gione. — 2S. In O dopo dicevo è una correa, della carta. Né i ma. né le atampe ci danno 
altre parole o lettere avanti di eorte : onde, o la correa, é molto antica, o ▼' era qualche 
lettera casa. — In O era acritto benieeimo : Vj (aecondo) é rid. i come aopra (Celi.?). 



1. Paffliole Anaffo. Il BBaTOLOTTi, 
op. cit. voL It pag. 242, ricorda una carta 
giudiziaria del 1521 per una lite che con 
Federigo Musta ebbe Paolo Arsago, il 
-quale da un rogito apparisce già morto 
nel 1563. Il med. Bbrtolotti nel libro 
Artisti suòalpini in Roma ecc. (Mantova 
1881), p. 114, dice che nella congrega della 
Università degli orefici, 25 giugno 1516, 
interviene con altri Paolo d*Arsago. 

20. Antonio da B. Marino. Cfr. Berto- 
LOTTi Artisti lombardi ecc. voi. I, p. 271 ; 
Artisti subalpini p. 235; e la seconda 
delle Lettere romane di Momo (Girola- 



mo Amati), Roma, 1872. Fu uno degli 
eredi di Raffaello d* Urbino, adoprato 
in pubblici incarichi presso la Corte ro- 
mana (v. M. Delfico, Memorie stor, 
della rep. di S.Marino^ 4* ed. Napoli, 
Nobile, 1865, p. 19). Nel GiorntUe di eru- 
dizione (Perugia) voL I, pag. 360, si 
trova il testamento del celebre orefice 
perugino Lautizio di Bartolommeo de* 
Roteili, fatto nel 20 Novembre 1523, e vi 
si nominano Antonio da San Marino e 
suoi eredi, verso i quali Lautizio era 
creditore di novanta ducati, per fattura 
di alcuni boccali d* argento. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 31 

par è la ragione che volse il suo luogo, et io con lo is tesso valore 
lo aiutai, in modo che io fui pagato ; et con ispatio di tempo il ditto 
Firenzuola et io fummo amici, et gli battezai un figliuolo, richiesto 
dallui. 

Seguitando di lavorare con questo maestro Pagholo Arsago, gua- s 
dagniai assai, sempre mandando la maggior parte al mio buon padre. 

(e. sia) In capo di dua anni, aUe preghiere del buon padre mene tK>rnai a 
Firenze, et mi messi di nuovo a lavorare con Francesco Salinbene, 
con il quale molto bene guadagniavo, et molto mi affaticavo a impa- 
rare. Ripreso la pratica con quel Francesco di Filippo, con tutto che io 
io fussi molto dedito a qualche piacere, causa di quel maladetto 
sonare, mai lascii^vo certe ore del giorno o della notte, quale io davo 

(e. 816) alli studii. Feci in questo tempo un chiavaquore di argento, il quale 
era in quei tempi chiamato cosL Questo si era una cintura di tre 
dita larga, che alle spose novelle s'usava di fare, et era facta di i^ 
mezo rilievo con qualche fìguretta anchora tonda in fra esse. Fecesi 
a uno che si domandava Raffaello Lapaccini. Con tutto che io ne 
fussi malissimo paghato, fu tanto l'honore che io ne ritrassi, che 
valse molto più che '1 premio che giustamente trar ne potevo. Ha- 
vendo in questo tempo lavorato con molte diverse persone in Firenze, ^ 
dove io havevo cogniusciuto in fra gli orefici alcuni huomini da bene, 
come fu quel Marchone mio primo maestro, altri che havevano nome 



8. In ori di aiutai è Incerto tra U forma d*< e quella d'>. — 3. Sulla anale di 
amici in O la carta è corrosa: li vede il e; e pare ohe vi foste un cj ridotto a ci. — 
Dopo ò scritto Figliulo. — 6. Anche il verso della e. 20 fu lasciato bianco, perché su> 
gante la carta. — 11. In O fti scritto da prima detito'. corr. aman. — 13. In O dopo 
studii trovasi il tratto seguente: erano in Fircnas quel Qirolamino fratello di Pierino 
pi/ero, et uno altro che ei domandava Giovannino di Daniello, pi/ero, et uno altro do- 
mandato Oiovan Franceeco Porri^ et io* Noi facevamo un conserto di quattro eomettit 
U pii unito et meglio che »i eentieei mai a quel tempo ; et queeto io facevo perché vera- 
mente il ben tonare et la soavità della musica, et anche il desiderio di compiacere al 
povero vechio padre^ che con questa gli mantenni la vita in corpOf che parechi anni 
prima mi Juirebhe Uuciato, Beato a quello che ei poteva Itavere o sentire. Una sera 
infra le altre essendo insiewte noi qwUtro, andammo affare certe serenate a Filippo Stro- 
Mi : di poi fuggitici, d'acordo andammo nella Via Larga, et quivi sonammo anchora : dove 
ci si mccoetò un certo fastidioseUo de* Benci, che cor un donsello della signoria et uno 
comandatore..,. Perché lasciato cosi in tronco, crederei che il tratto sia stato cancellato 
daU* aman. per volontà del Geli, o dal Geli, stesso, che non credè opportuno, o non ebbe 
più volontà di continuare il racconto. Nessnn ms. e nessuna stampa inserisce 11 passo 
cancellato: t mi* lo riportano in nota. — 16. In O rilievo è corr. aman. (per uguaglianza 
dellMnch. e per l'uso d'» forse da ririevo. — In O tonda è cass. aman., dopo han- 
chora, il cui h inls. fu cass. pure aman., e di seguito è riscritto tonda. — 19. In O av. 
t^poteuOf il cui o finale è ritoccato, si ha dovea cass. aman. — 81. In O è incerta la 
forma tra cognioseiuto e cogniusciuto, L*o par ridus. di altro inchiostro, ma non è chiara 
la forma deir«, e To fu forse dall' aman. stesso ridotto ad o da altra lettera cha avesse 
cominciata per isbaglio. — 88. In O soprar, a marchone è mio di lettera più marcata : 
Celi.? - Dopo primo è orefice cass. aman., che riscrisse di seguito maeetro. 



17. Raffaello Lapaoeinl. Troviamo ri- ebber pubblici uffici, anche nelle Storie 
cordata la famiglia e alcuni di essa, che del Nardi, deir Ammirato, ecc. 



32 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



di molto buoni huomini, essendo sobbissato dalloro innelle mie opere, 
quanto e' potettano mi ribumo grossamente. Veduto questo, mi spic- 
cai dalloro, et in concetto di tristi et ladri gli tenevo. Uno orafo in 
fra gli altri, chiamato Giovanbatista Sogliani, piacevolmente mi ac- 
5 comodò di una parte della sua bottegha, quale era in sul canto di 
Merchato Nuovo, a canto a il bancho che era de' Laudi. Quivi io feci 
molte belle operette et guadagniai assai : potevo molto bene aiutare (e. 22a> 
la casa mia. Destossi la invidia da quelli cattivi maestri che prima 
io havevo auti, i quali si chiamavano Salvadore et Michele Gua- 
io sconti: erano ne Parte degli orefici tre grosse botteghe di costoro, 
et facevano di molte faccende: in modo che, veduto che mi offen- 
devano, con alcuno huomo dabene io mi dolsi, dicendo che ben do- 
veva lor bastare le ruberie che loro mi havevano usate sotto il man- 
tello della lor falsa dimostrata bontà. Tornando loro a orechi, si 
15 vantomo di farmi pentire assai di tal parole ; onde io non conoscendo 
di che colore la paura si fusse, nulla o poco gli stimava. Un giorno 

I. L*m av. a nelle in O ha, anche qui, un seg^o di casa. d*aUro inchiostro. Sulla 
finale di potettano è corrosa la carta. — 4. Av. a Oiovanbatieta in O un il legger- 
mente cass., di eguale inch. — 11. In O 1*« di offendevano è ricalcata, forse aman. — 
16. In O av. a colore è lor oasi. aman. In queste due righe la carta è ragnata. 



4. OIoTan Battista Sogliani. Su questo 
non certo famoso orefice è sufficiente 
quello che scrive il Celi, ricordandone 
la bottega. 

9. Salvadore et Michele Gnasoonti, Di 
Salvadore scrive il Celi. Trattati (ed. 
Milanesi) p. Il «fu molto universale, 
massimo nelle cose piccole. Lavorò as- 
sai di niello e di smalto. Questo si può 
lodare. Sappiate che e' sono stati infi* 
nitl di questa arte dell' oreficeria, tutti 
de* nostri fiorentini, e' quali da essa 
arte preso gn^and' animo, e di poi si sono 
volti alla scultura, o all' architettura, o 
ad altre mirabili imprese ». 0.0. dice 
che Salvatore si matricolò il 20 luglio 
H86 e imparò V arte nella bottega di 
Giov. di Stefano Saltarelli. Michele di 
Lodovico di Giuliano Quascon ti, suo cu- 
gino, si matricolò in queir arte il 10 
gennaio 1506. A proposito della rissa 
co*Guasconti, avvenuta il 13 novembre 
1523, particolari taciuti, o non ben ri- 
feriti dal Cellini, si hanno nelle sen- 
tenze degli Otto. Per il pugno o cef- 
fata che dette a Gherardo Guasconti, 
Al condannato a pagare dodici e non 
quattro stala di farina, quando si det- 
tero sicurtà ; quando fuggi dagli Otto, 



andò a bottega, e non a casa dei Gua- 
sconti ; feri nelle braccia e nelle rene il 
detto Gherardo e un Bartolommeo Ben- 
venuti; quindi non è vero che né loro 
a me e né io a loro 7ion ci facemmo 
un m^e cu mondo. Gli Otto condan- 
narono Benvenuto per questo fatto, lo 
stesso giorno, alla pena di morte. Fra 
i rogiti di Ser Marcantonio Mangani si 
legge un atto de* 20 febbraio 1527 col 
quale Michele di Niccolò Guasconti orafo 
e Gherardo suo figliuolo e Giovanni 
d'Andrea di Cristoforo Cellini piffero 
(in proprio nome ed in nome e vece 
di Benvenuto suo figliuolo) fanno pace 
tra loro per le ingiurie, percosse, e con- 
troversie passate. Cade circa in questo 
tempo (14 gennaio 1523), la condanna 
di Benvenuto a pagare altre 12 stala 
di farina per atti di libidine commessi, 
con Giovanni di Ser Matteo Rigeli, a 
danno di Domenico di Ser Giuliano da 
Ripa. Penso che questo Giovanni Rigeli 
sia da credersi una sola persona con 
quel Giovanni Rigogli che più innanzi 
il CeUini ricorda e chiama mio ca- 
rissimo amico (e che da vero amico 
lo assiste in un suo male), e mio ami- 
cissimo. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 33 



occorse, che, essendo appoggiato alla bottegha di uno di questi, chia- 
mato da lai| et parte mi riprendeva, et parte mi bravava : al cui io 
risposi, che se loro havessin fatto il dovere a me, io harei detto di 
loro quel che si dice degli huomini buoni et da bene; cosi ha vendo 
facto il contrario, dolessinsi di loro et non di me. In mentre che io 5 
stavo ragionando, un di loro, che si domanda Gherardo Quasconti, 
lor cugino, hordinato forse da costoro insieme, apostò che passassi 
una soma. Questa fu una soma di mattoni. Quando detta soma fu 

(e. 226) al rincontro mio, questo Gherardo me la pinse talmente adesso che 

la mi fece gran male. Yo Itomi subito et veduto che lui se ne rise, 10 
gli menai si grande il pugnio in una tempia, che svenuto cadde 
come morto; di poi voltomi a i sua cugini, dissi: cosi si trattano i 
ladri poltroni vostri pari: et volendo lor fare alcuna dimostratione, 
perché assai erano, io che mi trovavo infiammato, messi mano a un 
piccol coltello che io havevo, dicendo cosi: chi di voi esca della sua i& 
bottegha, l'altro corra per il confesserò, perché il medico non ci harà 
che fare. Fumo le parole alloro di tanto spavento, che nessuno si 
mosse a l'aiuto del cugino. Subito che partito io mi fui, corsone i 
padri et i figliuoli agli Otto, et quivi dissono che io con armata 
mano gli havevo assaliti in su le botteghe loro, cosa che mai più in io 
Firenze s' era usata tale. E' signori Otto mi fecion chiamare ; onde 
io comparsi; et dandomi una grande riprensione, et sgridato, si per 
vedermi in cappa et quelli in mantello et capuccio alla civile ; han- 
chora perché li adversari mia erano stati a parlare a casa a quei 
signori a tutti in disparte, et io, come non pratiche a nessuno di 25 

(e. S9a) quelli signori non havevo parlato, fìdandomi della mia gran ragione 
che io tenevo : e' dissi, che a quella grande offesa et ingiuria che 
Gherardo mi haveya fatta, mosso da collera grandissima, et non gli 
dato altro che una ceffata, non mi pareva dovere di meritare tanta 
gagliarda riprensione. Appena che Pripzivalle della Stufa, il quale so 
era degli Otto, mi lasciassi fìnir di dire ceffata, che disse : un pugno 
et non ceffata gli desti. Senato il campanuze et mandatici tutti fuora, 

3. L'/o è in O rìd. di li : aman. ? — 7. In O l' A di hordinato ò casa, di altro inch. 
come il p 8opr. ad apo9to poco dopo. — .9. In O 1* « di pin$* ò molto marcata : è ri- 
toccata come altre lettere anche di qaesta pagina : aman. ? — > 14. In O era metti : 
di eguale ineh. la ridoz. dell* » in e. — 21. In O av. e'tignori è gli casi. aman. -^ 28. 
In O Vh di haneJiora caai. di altro inchioitro. — 24. In O è ricalcato l'i di Zi e ri- 
dotto ad j. — 81. In O av. a ceffata è eh casi, aman., il quale riicrisse di seguito 
il eA«. — 32. Avverto che di mandatici li primo i, e 1'» di tutti sono in O ricalcati e 
rid. a ji sembra rid. dell* aman., tanto più ohe il Geli, usò rarissimamente rjF* 



30. PrinsiTalle della Stufa, partigiano in tarda età il 19 maggio 1561 (G. Man- 

de* Medici, promotore d* una congiura ni, Sen^ fiorentini^ p. 124 ; Varchi, iS(. 

contro il Gonfaloniere Sederini (1510), lib. XIII). N^i savonaroleschi non trovò 

fu de* Priori, poi Commissario ad Arez* il Cellini r indulgenza che ebbe, invece, 

zo, Pistoia, Pisa, e dal duca Alessandro come si vede, dal mediceo Prinzivalle 

ascritto fra i 48 senatori nel 1532. Mori della Stufa. 

Ckllini, Vita. 3 



34 



VITA DI BENVENUTO CELLINl 



in mia difesa disse Prìazivalle agli compagni: considerate, signori, 
la semplicità di questo povero giovane, il quale si accusa di haver 
dato ceffata, pensando che sia mancho errore che dare un pugno; 
perché d'una ceffata in Mercato nuovo la pena si è venticinque 
6 scudi, et d*un pugno poco o. nonnulla. Questo è giovane molto vir- 
tuoso, et mantiene la povera casa sua con le fatiche sua molto ahun- 
dante ; et volessi Idio che la città nostra di questa sorta ne ha vessi 
hahundantia, si come la n' à manchamento. Era infra di loro alcuni 
arronzinati cappuccetti, che mossi dalle preghiere et male informa- 
to tione delli mia adversari, per esser di quella fattione di Fra Giro- 
lamo, mi harehbon voluto metter prigione et condennarmi a misura (e. 2S6) 
di carboni: alla qual cosa il buon Prinzivalle attutto rimediò. Cosi 
mi fece una pichola condennagione di quattro staia di farina, le 
quali si dovessino donare per elemosina al monasterio delle Murate. 
15 Subito richiamatoci drento mi comandò che io non parlassi parola 
sotto pena della disgratia loro, et che io ubbidissi di quello che 
condennato io ero. Cosi dandomi una gagliarda grida ci mandomo 
al cancelliere: io che borbottando sempre dicevo: ceffata fu et non 
pugno: in modo che ridendo gli Otto si rimasono. H cancelliere ci 
so comandò da parte del magistrato che noi ci dessimo sicurtà Puu 
l'altro, et me solo condennomo in quelle quattro staia della farina. 
A me che parve essere assassinato, non tanto eh' io mandai per un 
mio cugino, il quale si domandava maestro Anniballe cerusico, pa- 

1. In O ftv. agli ò confiderà mm. Un. aman. — 8. In O dopo errore è un e casa, 
aman. — 8. In O Vh di habundantia cau. del solito segno transversale: qui dMnch. non 
molto diverso. — 13. In O eonddennagione, — 14. In O era scritto limosina t è forse 
rid. ^all'aman. a elemosina con e piccola intercalata, e li ridotto %le, — 21. In O pare 
fosse scritto /arila : rid. dall'aman. a farina. 



10. Fra Girolamo, il celebre Fra Giro- 
lamo Savonarola domenicaDo (nato in 
Ferrara il 21 sett. 1452, m. bruciato a Fi- 
renze il 23 Maggio 149S). Sulla sua vita, 
sui suoi scritti, sull*opera sua di riforma- 
tore politico e de' costumi v. P. Villari 
La statua di 0. 5, 2' ediz. Firenze, Succ. 
Le Mounier 1887-88, e cfr. P. Luotto 
// vero SoKonarola e il Savonarola 
del Pastor^ Firenze, Succ. Le Mounier, 
18©7. I cappuccetti arronzinoci paion 
segnale de* seguaci della fazione di Fra 
Girolamo (piagnoni) come rilevò il Car- 
fani riferendosi al Varchi; e difficilmen- 
te si potrà credere che non stieno a in- 
dicar altro che il modo con cui que' giu- 
dici tenevano il cappuccio; né varrebbe 
citare dalla Storia medesima del Varchi 
un passo (lib. IX. cap. 47) in cui, parlan- 
do del modo di vestire de*fiorentini dopo 



il 1512, ricorda il cappuccio ^ e dice che 
il becchetto,., si ripiega in sulla spalla 
destra e bene spesso s* avvolge al eollo^ 
tf, da coloro ohe vogliono essere più 
destri e più spediti intorno alla testa, 
E cosi dicasi per V arronzinato a p. 36. 
•Il Celi, parlerà più avanti, descrivendo 
la sua prigionia in Castel Santangelo, 
d' un bel tipo di frate, suo compagno 
[di casa Palavisina)^ che gli leggeva 
e commentava le prediche del Savona- 
rola. 

U. Monasterio delle Morate. Cfìr. V Os- 
servatore fiorentino del Lastri, voi. V 
pag. 43. Vi stette giovinetta Caterina de* 
Medici, moglie di Enrico II di Francia, 
e vi mori e fu sepolta Caterina Sforza. 
Cfr. Pasolini Cat. Sforza (Roma Loe- 
scher, 1893), III 5i8, 586-'87. 

23. Annibale oemsloo padre di meuer LI- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



36 



dre di messer Librodoro Librodori, volendo io che lui per me prom- 
mettessi. H' dicto non volse venire: per la qual cosa io sdegniato, 
sofi&ando diventai come uno aspido, et feci disperato iuditio. Qui si 
cognosce quanto le stelle non tanto ci incl(li)nano ma ci sforzano. Ck>- 
nosciuto quanto grande obrigo questo Aniballe haveva alla casa mia, 5 
m' adirebbe tanta collera, che tirato tutto al male, et anche per na- 
tura alquanto collerico, mi stetti a 'spoetare che il detto ufitio degli 
<«• **«) Otto fussi ito a desinare : et restato quivi solo, veduto che nessuno 
della famiglia degli Otto più a me non guardava, infiammato di col- 
lera, uscito del Palazo, corsi alla mia bottegha, dove trovatovi un 10 
pugnalotto saltai in casa delli mia adversari, che a casa et a bot- 
tegha istavano. Trovargli a tavola, et quel giovane Gherardo che 
era stato capo della quistione mi si gettò adesso: al cui io menai 
una pugnalata al petto, che 1 saio, il colletto insino alla camicia 
abbanda abbanda io li passai, non gli havendo tocho la carne o fat- 15 
togli un male al mondo. Parendo a me, per V entrar della mana et 
quello romor de' panni, haver fatto grandissimo male, et lui per ispa- 
vento caduto in terra, dissi : o traditori, oggi è quel di che io tutti 
vi amazzo. Credendo il padre, la madre, et le sorelle che quel fusse 
il di del Giuditio, subito gettatisi inginochione in terra, misericor- so 
dia ad alta voce con le bigoncio chiamavano: et veduto non fare 
alcuna difesa contro di me, et quello disteso in terra come morto, 

1. In O r aman. aveva scritto volen[do lui che. Il Celi, caasò il doy che riscriise in 
margine destro e aggiunse io : prima aveva scritto soprar, io €ti. Aggiunse eh» nel marg. 
ainistro. Soprar, a prommettetti fece nn segno di richiamo, e in margine sinistro ag- 
giunse le parole da il dicto fino a iuditio^ scrivendo le quali tornò a riscrivere uno 
atpido di seguito a u* natpido cass. lin., e ora corroso. — 4. In O ò inelilinano. •*- 19. 
Dopo quel in O alcune lettere forse già ricalcate {di lo f) cass. Un. aman. — 20. In O è 
gettan e «piccolo soprar., aman. -^ SI. O aveva allalta che V aman., fors* anche prima 
di scriver alta, ridusse od, correggendo V l. -^ 22. In O l' o di diiteio^ è sgorbiato o 
ritoccato, come più sotto l's di tecUa. — In O dopo morto è vii cass. aman. ohe lo ri' 
scrisse di seguito dopo troppo. Questo secondo uil quasi sparve per la corrosione che 
della carta fece T inchiostro e fu riscritto in marg. destro: credo dal Oell. 



teodore Librodori. Nel contratto, di censo 
fra il Cellini e M. Bindo Altoviti (9 aprile 
1552, Tassi III, 26e seg.) del quale parlerà 
più innanzi la Vita ò ricordato lÀbrodo- 
rum de Librodoris civem florentinwn 
procuratorem assertum dicli Domini 
Benvenuti, A questo contratto del 9 apri* 
4e si riferisce la ratifica de' 7 maggio, 
fatta in Siena (arrogiti di ser S. A. Manni) 
pubblicata nei Nuovi documenti per la 
storia dell* arte senese ecc. App. alla 
raccolta pubbt. da G. MilaneM^ Siena, 
Torrini, 1898, n' 874, p. 527. Il nominato 
JLibrodoro dev'essere figlio d'Annibale di 
Librodoro. È rammentato come cugino 
<lei Cellini nel Ricordo (18 dicembre 1570) 



estratto da un libro degli eredi di Ben- 
venuto (Carfani, II, 499; Tassi, IH, 224). 
Nel testamento latino di Benvenuto (Tas- 
si, III, 230; O. Guasti ne dà una relazione 
volgare p. 635 e seg.) è ricordato come 
erede da sostituirsi, toties quoties, ai 
figliuoli e come curatore e attore del- 
l'eredità: D. Librodorum Annibalis de 
Librodoris: J. U. Doctorem, Romae 
eommorantem^ eius ex Fratre patrueli 
nepotem,.. Si fa, altresì, menzione di lui 
in un codicillo (in latino. Tassi, III, 241; 
in italiano da 0. Guasti, p. 639) al detto 
testamento, in data 12 gennaio 1570 (1571), 
in cui si nomina un quarto attore del- 
l' eredità. 



36 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

troppo vii cosa mi parve a toccargli; ma furioso corsi giù per la 
scala; et giunto alla strada, trovai tutto il resto della casata, li 
quali erano più di dodici ; chi di loro haveva una pala di ferro, alcuni 
un grosso canale di ferro, altri martella, anchudine, altri bastoni, 
fi Giunto fra loro, si come un toro invelenito, quattro o cinque ne git- 
tai in terra, et con loro insieme caddi, sempre menando il pugnale (o. S4&> 
ora a questo ora a quello. Quelli che in piedi restati erano, quanto 
egli potevano sollecitavano, dando a me a dua mane con martella, 
con bastoni e con anchudine: et perché Idio alcune volte piatoso 

10 si intermette, fece che né loro a me et né io alloro non ci facemmo 
un male al mondo. Solo vi restò la mia berretta, la quale assicura- 
tisi e' mia adversari, che discosto a quella si eron fuggiti, ugniuno 
di loro la percosse con le sua arme : di poi, riguardato infra di ìorcy 
de e^ feriti et morti, nessuno v^era che havessi male. Io me ne an- 

15 dai alla volta di santa Maria Novella, et subito percossomi in frate 
Alesso Strozi, il quale io non , conosceva, a questo buon frate io per 
l' amor de Dio mi raccomandai, che mi salvassi la vita, perché grande 
errore havevo fatto. U buon frate mi disse che io non havessi paura 
di nulla ; che tutti e* mali del mondo che io havessi fatti, in quella 

so cameruccia sua ero sicurissimo. In i spatio d'una ora apresso, gli Otto, 
ragunatisi fuora del loro ordine, fecion mandare un de' più spaven- 
tosi bandi contra di me, che mai s'udissi, sotto pene grandissime a 
chi m'avessi 6 sapessi, non riguardando né a luogo né a qualità, 
che mi tenessi. H mio afflitto et povero buon padre entrando agli 

25 Otto, ginochioni si buttò in terra, chiedendo misericordia del povero 

giovane figliuolo : dove che un di quelli arrovellati, scotendo la cresta (o. 25a> 
dello arronzinato capuccio, rizatosi in piedi, con alcune ingiuriose 
parole disse al povero mio padre : lievati di costi, et va' fuora subito, 
che domattina te lo manderemo in villa con i lanciotti. Il mio povero 

80 padre, pure ardito, rispose, dicendo loro : quel che Idio bara ordinato, 
tanto farete, et non più là. Al cui quel medesimo rispose, che per 
certo cosi haveva ordinato Idio. Et mio padre allui disse : io mi con- 
forto che voi certo non lo sapete, et partitosi dalloro, venne a tro- 
varmi insieme con un certo giovane di mia età, il quale si chiamava 

85 Piero di Giovanni Laudi: ci volevamo bene più che se fratelli fus- 

9. In O dopo bastoni una piccola «, che lembra intercalata : il e seguente ritoccato. 
— 16. In O dopo conotceva è una macchia d* inchloitro, che ora ha corrosa la carta. 
Non credo che copra nessuna lettera — 19. In O di tutti si vede traccia di ogni lat* 
ura, ma la carta è ormai corrosa. — 29. In O avanti a <}l (che) ò un segno gravato dUn- 
cbiostrOy forse un d cass. e poi non riscritto ; il d di domattina è riduzione di un l. * 
aman — È scritto poi laneciotti. 



15. Santo Maria HoTella. Insigne chiesa 16. Aletto Stroiiif traditore di f. Be- 

fiorentina: la sua facciata è opera di nedetto da Poiane (Varchi, lib. XII^ 

L. B. Alberti, costruita a spese di Oio- p. 386, ediz. Le Monnier). 

vanni Rucellai. 35. Piero di Oiovanni Landi sarà ricor* 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



37 



«imo stati. Questo giovane haveva sotto il mantello una mirabile 
ispada et un bellissimo giaco di maglia : et giunti a me, il mio ani- 
moso padre mi disse il caso, et quel cbe gli havevan detto i signori 
Otto : di poi mi baciò in fronte et tutti a dua gli ochi ; mi benedisse 
di quore, dicendo cosi: la virtù de Dio sia quella che ti aiuti: et 5 
portomi la spada et Parme, con le sue mane proprie me le aiutò 
vestire. Di poi disse: fìgliuol mio buono, con queste in mano, o 
tu vivi o tu muori. Pier Laudi, che era quivi alla presenza, non 
cessava di lacrimare, et portomi dieci scudi d'oro, io dissi che mi 

<e. 85ft) levassi certi peletti della barba, che prime caluggine erano. Frate 10 
Alesso mi vesti in modo di frate, et un converso mi diede per com- 
pagnia. Uscitomi del convento, uscito per la porta il Prato, lungo 
le mura mene andai insino alla piazza di san Gallo; et salito la 
costa di Montui, in una di quelle prime case trovai un che si do- 
mandava il Grassuccio, fìratel carnale di miser Benedecto da Mon- 15 
tevarchi. Subito mi sfratai, et ritornato huomo, montati in su dua ca- 
valli, che quivi erano per noi, la nocte cene andammo a Siena. Ri- 
mandato indrieto il detto Grassuccio a Firenze, salutò mio padre, 
•e gli disse che io ero giunto a salvameto. Mio padre rallegratosi 
assai, gli parve mill'anni di ritrovar quello degli Otto che gli ha- »o 
veva detto ingiuria; et trovatolo disse cosi: vedete voi, Antonio, 
ch'egli era idio quello che sapeva quel che doveva essere del mio 
figliuolo, et non voi ? Al cui rispose : di' che ci capiti un' altra volta. 
Mio padre allui : Io attenderò a ringratiare idio, che l' à campato di 
questo. S5 

Essendo a Siena, aspectai il procaccia di Boma, et con esso mi 
accompagnai. Quando fummo passati la Paglia scontrammo il cor- 
riere che portava le nuove del papa nuovo, che fu papa Clemente. 

te. tea) Giunto a Roma mi missi a lavorare in bottegha di maestro Santi 

orefice: se bene il detto era morto, teneva la bottega un suo figliuolo, so 

8. In O AV' Uignori è U cass. fortemente «man., che poi riscrisse di seguito. — 10. L*2 
di caluggine pare ricalcata e non correzione di altra lett. — 13. In O era scritto taneto 
{Gallo) e do è fortemente cassato; pare del medesimo inctiiostro. — 16. L't' di montati 
è in O ridotto a j, con quelle solite gravi corr., la maggior parte delle quali, anche 
per agnagliauza d'inchiostro, abbiamo rieonosciute dell' aman. — 19. O areva prima chf 
poi cass. lin. aman. av. glif e Ve piccola pare intercalata nell' atto stesso, poiché eh non 
fa compiuta in di o che, — 22. In O sull* e di egli è una macchia d* inchiostro. — 27. Il 
do di quando è in O appena leggibile, essendo la carta ormai corrosa dall* inchiostro nel 
posto del d. 



dato come caro amico più avanti, due 
volte; e poi come il maggiore et il più 
caro che io havessi mai al mondo* 

15. il Oratsnooio fratel eamale di miser 
Benedecto da MonteTarobi. La famiglia 
«ra orìunda di Montevarchi. Benedetto 
nacque in Firenze il 19 marzo 1503 e vi 
mori il 18 dicembre del 1565. Fu insi- 



gne storico e letterato, e, com' è detto 
nelP Introdus, ebbe dal Cellini il ms. 
della Vita. Del Cellini, che lo ricorda 
anche più innanzi, rimangono affettuo- 
se lettere a lui. 

27. la Paglia. Fiume in quel d'Orvieto. 

29. maestro Santi orefice. Il Berto- 
lotti Arcati lombardi ecc. (I. 841) lo 



38 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



Questo non lavorava, ma faceva fare le faccende di bottega tutte 
a uno giovane che si domandava Luca Agniolo da Iesi. Questo era 
contadino, et da piccol fancciulletto era venuto a lavorare con mae- 
stro Santi. Era piccolo di statura, ma ben proportionato. Questo gio- 

5 vane lavorava meglio che huomo che io vedessi mai insino a quel 
tempo, con grandissima facilità et con molto disegno: lavorava so- 
lamente di grosseria, ciò è vasi bellissimi, et bacini, et cose tali. Met* 
tendomi io a lavorar in tal bottega presi a fare certi candellieri per 
il vescovo Salamancha spagnuolo. Questi tali candellieri fumo ric- 

10 camente lavorati, per quanto si appartiene a tal' opera. Un decepol 
di Raffaello da Urbino, chiamato Gianfran.<^o , per sopranome il 
Eattore; era pittore molto valente; et perchè egli era amicho del 
detto vescovo, me gli misse molto in gratia, a tale che io hebbi 
moltissime opere da questo vescovo, et guadagniavo molto bene. In. 

15 questo tempo io andavo quando a disegnare in Capella di Michela- 
gniolo, et quando alla casa di Agostino Chigi sanese, nella qual casa 

1. In O «< di questo aoiio unite con una lineetU grave, e pare che, prima o dopo, la 
seconda lettera dovesse essere un* altra (2 ?), — 2. In O l' o di agniolo ò piccolo soprar. 
aman. — In O era ba un principio di h (pare), cass. lin. (aman.t). — S. In O fan- 
cciulletto, — 10. In O era lavorate^ rid. aman. a lavoratj. -"11. In O il da ò soprar.,, 
credo agg. aman., tra Raffaello e Urbino. — 16. In O T o di AgotHno è cass., e ora la 
carta è corrosa dall* inchiostro dove erano altre lettere certo. Soprar, è cMgifB, di se- 
guito nel rigo, tanete cassati lin. ; poi in margine destro è riscritto ehigi eanete^ aman.- 



ideutiflca con un Santo di Cola, cittadino 
ronaano, il quale apparisce anche da 
mandati del 151 3-U {ibid, p. 272). Appar- 
teneva [Sanctus Cole sabbe) all' univer- 
sità romana degli orefici {ibid. voi. II. 
p. 312). 

2. Luca Agniolo da Iesi. Lo ricorderà 
anche più innanzi come valente huomo 
e dirà di sé che era mosso da una ho- 
nesta invidia, desideroso di fare qual- 
che altra opera che aggiugnessi et 
passarsi anchora quelle del ditto va- 
iente huomo Lucagniolo, 

9. Vescovo Salamanca lo rappresente- 
rà spagnolescamente burbanzoso. A un 
vaso che fece per lui accenna ne* Trat- 
ta^i (ed. cit. p. 130). Il Plon, p. 153-154, 
riferendosi ad un documento pubblicato 
dal barone C. Da villikr Recherches sur 
Vorfévrerie en Espagna au Moyen^Age 
et à la Renaissance (Paris, Quentin, 
1879) dice che questo prelato si chiama- 
va Francesco ed era ilglio di Andrea di 
Cabresa e Beatrice Bobadilla, e che ve- 
nuto in Italia, per partecipare al Conci- 
lio di Laterano, era ancora in Roma nel 



1527, e durante il Sacco chiuso in Castel 
Santangelo con Clemente VII. Tornato m 
Spagna vi mori il 1529. Il Plon cerca poi 
di stabilire, tra varie opere d'arte che 
furono di questo prelato, quelle fattegli 
dal Celliui. 

11. Gian Franeeteo per aoprannome li 
Fattore: di cognome Penni pittore Fio- 
rentino, che con Raffaello, Giulio romano, 
(Uovanni da Udine rimise in onore i 
grotteschi. Fu scolaro e erede delle cose 
dell'arte di Raffaello. Figlio di Michele di 
Luca, tessitore di pannllini; nato nel 
1496 e morto a Napoli nel 1536. Queste 
rettificazioni alle date del Vasari, che 
ne lasciò la vita, fece G. Milanesi Vite, 
IX. 7 e vedi IV. 643-652. 

15. Capella di Mlchelagnolo la cappella 
Sistina, nella quale dipinse Michelan> 
giolo; già ricordata. 

16. Casa di Agostino Chigi ricco ban- 
chiere e grande protettore di Raffaello. 
Fece costruire la casa^ che è il palazzo 
alla Lungara, tra il 1509 e 1510, con di- 
segno di Bald. Peruzzi. Raffìsiello vi di- 
pinse il Trionfo di Galatea, e coi suoi 



VITA DI BBITVBNCTO CELLINI 



39 



(e. 266) era molte opere bellissime di pittura di mano dello eccellentissimo 
Raffaello da Urbino; et questo si era il giorno della festa, perchè 
in detta casa habitaya misser Gismondo Chigi fratello del detto mis- 
ser Agostino. Havevano molta boria quando vedevano dell! giovani 
miei pari che andavano a' mparare drento alle case loro. La moglie 5 
del detto misser Gismondo, vedutomi sovente in questa sua casa; 
questa donna era gentile al possibile et oltramodo bella, accostan- 
dosi un giorno a me, guardando li mia disegni, mi domandò se io 
ero scultore o pittore : alla cui donna io dissi, che ero orefice. Disse 
lei, che troppo ben disegnavo per orefice ; et fattosi portare da una io 
sua cameriera na giglio di bellissimi diamanti legati in oro, mostran- 
domegli, volse che io gli stimassi. Io gli stimai ottocento scudi. Al- 
lora lei disse che benissimo gli avevo stimati. Apresso mi domandò 
se mi bastava l'animo di leghargli bene : io dissi che molto volen- 
tieri, et alla presenza di lei ne feci un pochetto di disegno ; et tanto 15 
meglio lo feci, quanto io pigliavo piacere di trattenermi con questa 
tale bellissima et piacevolissima gentil donna. Finito il disegno, sopre^^ 

(e. 27 a) giunse un'altra bellissima gentildonna Romana, la quale era di sopra, 
et scesa a basso, dimandò la detta madonna Portia quel che lei quivi 
faceva : la quale sorridendo disse : io mi piglio piacere il vedere di- 20 
segnare questo giovane da bene, il quale è buono et bello. Io, ve- 
nuto in un pocho di baldanza, pur mescolato im pocho di honesta 
vergogna, divenni rosso et dissi : quale io mi sia, sempre, madonna, 
io sarò paratissimo a servirvi. La gentil donna, anche lei arrossita 
al quanto, disse : ben sai che io voglio che tu mi serva : et portomi 25 
il giglio, disse che io menelo portassi ; et di più mi diede venti scudi 
d'oro, che l'aveva nella tascha et disse: leghamelo in questo modo 
che disegnato me l'ai, et salvami questo oro vechio in che legato 
egli è ora. La gentildonna romana allora disse: se io fussi in quel 
giovane, volentieri io m'andrei con dio. Madonna Porzia agiunse, so 
che le virtù rare volte stanno con i vitij, et che, se tal cosa io fa- 
cessi, forte ingannerei quel bello aspecto che io dimostravo di huomo 

i9. In O dopo a (ba»$o) è una caisatura in fine di riga: forse un b. — 20. In O 
era leritto disst mi piglio : ora tra le due parole è intercalato un jo e il mi ha qualche 
ritocco, credo aman. — 25. In O To di voglio è, come altre lettere di questa pagana, 
ritoccato, probabllm. dal copista medesimo. — 28. In O è tu av. a disegnato^ cast, del 
med. inch. — SI. In Oy strette e addossate, son le lettere di ujrtù ; cosi forse le formò 
sin da principio, Taman. — 32. In O Vio era prima soprar, av. a cosa e poi cass. e 
tu riscritto soprar, dopo. 



discepoli vi decorò una loggia con sto- 
rie di Amore e Psiche. Nel 1580 il palazzo 
passò al cardinale Alessandro Farnese, 
e si chiama ancora la Farnesina. 

30. madonna Porsia. La moglie di Sigi- 
smondo Chigi aveva nome Sulplizia Pe- 
trucci, seconda figlia di Pandolfo: spo- 



sata il 31 marzo 1507. La Porzia, sorella 
minore, fu sposa nel 1525 di Buoncom- 
pagno Agazzari di Siena. Questa corre- 
zione fu tolta da un esemplare della 
Vita (ed. 1728) postillato da Giovanni 
Baldovinetti (v. e.O. Pref. XXVl) cfr. Va- 
sari (ed G. Milanesi) VI. 310, 366-369. 



40 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

da bene : et voltasi, preso per mano la gentil donna romana, con pia- 
cevolissimo riso mi disse: Adio, Benvenuto. Soprastetti alquanto 
intorno al mio disegno che facevo, ri tradendo certa figura di love (e. 27 &) 
di man di Raffaello da Urbino detto. Finita che l' ebbi, partitomi, mi 

5 messi a fare un picholo modellino di cera, mostrando per esso come 
doveva da poi tornar fatta 1* opera; et portatolo a vedere a madonna 
Portia detta, essendo alla presenza quella gentil donna romana òhe 
prima dissi, Funa e l'altra grandemente satisfatte delle fatiche mie, 
mi feceno tanto favore, che mosso da qualche pocho di baldanza, io 

10 promissi loro, che l'opera sarebbe meglio anchora la metà, che il 
modello. Cosi messi mano, e in dodici giorni fini' il detto gioiello in 
forma di giglio, come ò detto di sopra, adomo con mascherini, put- 
tini, animali, e benissimo smaltato ; in modo che li diamanti, di che 
era il giglio, erono migliorati più della metà. In mentre che io la- 

15 voravo questa opera, quel valente huomo Lucagniolo, che io dissi 
di sopra, mostrava di haverlo molto per male, più volte dicendomi . 
che io mi farei molto più utile e più honore ad aiutarlo lavorar vasi 
grandi di argento, come io havevo cominciato. Al quale io dissi, che (e S8a) 
io sarei acto, sempre che io volessi, a lavorar vasi grandi di argento ; 

so ma che di quelle opere che io facevo, non ne veniva ogni giorno da 
fare; et che in esse opere tali era non mancho honore che ne' vasi 
grandi di argento, ma si bene molto maggiore utile. Questo Luca- 
gniolo mi derise, dicendo: tu lo vedrai. Benvenuto; perchè allora 
che tu barai finita cotesta opera, io mi afiretterò di haver finito 

25 questo vaso, il quale cominciai quando tu il gioiello, et con la espe- 
rienza sarai chiaro l'utile che io trarrò del mio vaso, e quello che 
tu trarrai de il tuo gioiello. Al cui io risposi, che volentieri havevo 
a piacere di fare cor un si valente huomo, quale era lui, tal pruova, 
perché alla fine di tale opere si vedrebbe chi di noi si ingannava. 

so Cosi l'uno e l'altro di noi al quanto, con un pocho di sdegnoso riso, 
abbassati il capo fieramente, ciaschuno desideroso di dar fine alle 
cominciate opere ; inmodo che in termine di dieci giorni incirca (e 286) 
ciascun di noi haveva con molta puliteza e arte finita l'opera sua. 
Quella di Lucagniolo detto si era un vaso assai ben grande, il qual 

85 serviva in tavola di papa Clemente, dove buttava drento, in mentre 
che era a mensa, ossicina di carne et buccie di diverse frutte ; fatto 

11. In O IW di gioiello è ridotto ad j ; ma forte potrebb* esser 1^' ridotto ad i. — 21. 
In O l*e di fare è scritta soprar, aman. su cassatura di ne, sembra. — 22. In O ar. a 
grandi è di Argento cass. lin. aman. — 27. In O prima di de il sono dnecass. di seguito 
dee (?) deli; aman. — 80. In O era scritto edegnoro rid., aman.?, a edegnoto; e anche 
altre lettere, forse dall*aman. stesso, son ritoccate in questa pagina. — 85. In O 1*« fu 
soprascritta a clemente, dMnch. med. 



3. figura di OioTe : nelle ricordate sto- stino Chigi, v. sopra la nota alla riga 
rie d'Amore e Psiche della casa di Ago- 16 della pag. 38. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 41 



più presto a pompa che a necessità. Era questo vaso hornato con 
dna bei manichi, con molte maschere pichole e grande, con molti 
bellissimi fogliami, di tanta bella gratia e disegno, quanto inmaginar 
si possa : al quale io dissi, quello essere il più bel vaso che mai io 
veduto avessi. A questo, Lucagniolo parendogli havermi chiarito, 5 
disse: non mancho bella pare a me l'opera tua, ma presto vedreno 
la diferenza de l'uno e de l'altro. Cosi, preso il suo vaso, portatolo 
al papa, restò satisfatto benissimo, et subito lo fece pagare secondo 
l'uso de l' ai-te di tai grossi lavori. In questo mentre io portai l'opera 

(e. 89a) mia alla ditta gentil donna Madonna Portia, la quali con molta ma- io 
raviglia mi disse, che di gran lunga io havevo trapassata la pro- 
messa fattagli; et poi aggiunse, dicendomi che io domandassi delle 
fatiche mie tutto quel che mi piaceva, perché gli pareva che io me- 
ritassi tanto, che donandomi im castello, apena gli parrebbe d'avermi 
sadisfatto ; ma perchè lei questo non poteva fare, ridendo mi disse, i5 
che io domandassi quel che lei poteva fare. Alla cui io dissi, che il 
maggior premio delle mie fatiche desiderato, si era l'avere sadisfatto 
sua signioria. Cosi anch' io ridendo, fattogli reverenza, mi parti', di- 
cendo, che io non volevo altro premio che quello. Allora madonna 
Portia ditta si volse a quella gentil donna romana, et disse : vedete so 
voi che la compagnia di quelle virtù che noi giudicammo in lui, son 
queste, e non sono i vitii? Maravigliatosi l'una e l'altra, pure disse 
madonna Portia : Benvenuto mio, ha' tu mai sentito dire, che quando 
il povero dona a il ricco, il diavol se ne ride? Alla quale io dissi; 

(e 296) et però di tanti sua dispiaceri, questa volta lo voglio vedere ridere : «5 
et partitomi) lei disse che non voleva per questa volta fargli cotal 
gratia. Tornatomi alla mia bottegha Lucagniolo haveva in un car- 
toccio li dinari havuti del suo vaso ; e giunto, mi disse : accosta un 
pocho qui apparagone il premio del tuo gioiello a canto al premio 
del mio vaso. Al quale io dissi che lo salvassi in quel modo insino so 
al seguente giorno ; perché io speravo che si bene come l' opera mia 
inel suo genere non era stata mancho bella della sua, cosi aspettavo 
di fargli vedere il premio di essa. Venuto l'altro giorno, Madonna 
Portia mandato alla mia bottegha un suo maestro di casa, mi chiamò 
fuora, et portomi in mano un cartoccio pieno di danari da parte di ss 
quella signora, mi disse, che lei non voleva che il diavol sene ri- 

(cSOa) dessi affatto; mostrando che quello che la mi mandava non era lo 
intero paghamento che meritavano le mie fatiche, con molte altre cor- 



1. In O ay. vaso è bello casa. Un. aman., e, dopo, hornato ha Vh casa. Un. come 
altro volte. — 4. In O il «o di vaao viene dopo uo (?). caia. : hau«i»i è riduz. aman. 
per le prime lettere. — 9. In O av. a grossi è Za, casa. aman. : prima alllaba certo di 
lavorif scritto dopo grotti. — 26. In O p questa che fu riscritto dopo uoleua è casa, 
di iegaito avanti; aman.: più sotto: earttooeio; e coai dopo aempre. — 33. In O è casa. 
giuntOj e in margine sinistro dall' aman. ò aoatituito uenuto, — 85. In O una lettera 
casa, dopo carttoceiOf e ritoccata 1' a di donar*, aman. 



42 VITA DI BENVENUTO CELL11« 

tese parole degne di coiai signora. Lncagniolo, che gli pareva mil- 
Panni di accostare il suo cartoccio al mio, subito giunto in bottegha, 
presente dodici lavoranti et altri vicini fattisi innanzi, che deside- 
ravano veder la fine di tal contesa, Lucagniolo prese il suo cartoc- 

5 ciò con ischemo ridendo, dicendo: ou, ou, tre o quattro volte, ver- 
sato li dinari in sul bancho con gran romore : i quali erano venticinque 
scudi di giuli pensando che li mia fussino quattro o cinque scudi di 
moneta : dove che io, soffocato dalle grida sue, dallo sguardo e risa 
de' circunstanti, guardando cosi un poco dentro inel mio cartoccio, 

10 veduto che era tutto oro, da una banda del bancho, tenendo gli ochi 
bassi, senza un romore al mondo, con tutt' a dua le mane forte in 
alto alzai il mio cartoccio, il quali facevo versare a modo di una 
tramoggia di mulino. Erano li mia danari la metà pid che li sua;(e.30&) 
in modo che tutti quegU ochi, che mi s' erano affisati adosso con 

15 qualche ischemo, subito volti allui, dissono: LucagniolOi questi di- 
nari di Benvenuto per essere oro, et per essere la metà più, fanno 
molto più bel veder che li tua. Io chredetti certo, che per la invi- 
dia, insieme con lo scorno che hebbe quel Lucagniolo, subito ca- ' 
scassi morto : et con tutto che di quelli mia danari allui ne venissi 

so la terza parte, per esser io lavorante, che cosi è il costume: dua terzi 
ne tocca a il lavorante, et l'altra terza parte alli maestri della bot- 
tegha, potette più la temeraria invidia che la avaritia in lui, qual do- 
veva operare tutto il contrario, per essere questo Lucagniolo nato 
d'un contadino da Iesi. Maladisse Parte sua et quelli che gnene 

26 havevano insegnata, dicendo che da mo innanzi non voleva più fare 
queParte di grosseria, solo voleva attendere a fare di quelle bor- 
dellerie piccole, da poi che le erano cosi ben pagate. Non mancho 
sdegnato io dissi, che ogni uccello faceva il verso suo; che lui par- (e. sia) 
lava sicondo le grotte di dove egli era uscito, ma che io gli prote- 
so stavo bene, che a me riuscirebbe benissimo il fare delle sue co- 
glionerie, et che allui non mai riuscirebbe il far di quella sorte 
bordellerie. Cosi partendomi adirato, gli dissi, che presto gnene faria 
vedere. Quelli che erano alla presenza gli dettono a viva voce il torto, 
tenendo lui in coccetto di villano come gli era, e me in coccetto di 

S5 huomo, si come io havevo mostro. 

n di seguente andai a ringratiare madonna Portia, et li dissi 
che sua signoria haveva fatto il contrario di quel che la disse : che 
volendo io fare che '1 Diavol sene ridessi, lei di nuovo P aveva fatto 
rinnegare Idio. Piacevolmente Puno et l'altro ridemmo, et mi dette 

40 da fare altre opere belle et buone. In questo mezo io cercai, per via 



6. In O uenticinque è scritto sopra a quaranta cast. aman. — 15. In O la parola 
dinari è casa. Un. aman. e riierltta di\nari tal quale di seguito. — 26. In O av. a tolo 
un' m (che era forse il principio di ma)f cass. aman. — 37. In O av. a che uoltndo si trora 
eh* io /aceuaf cass. lin. aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 43 



d'un discepolo di Raffaello da Urbino pittore, che il Vescovo Sala- 
ce. si&) manca mi dessi da fare un vaso grande da acqua, chiamato un'ac- 
quereccia, che per l'uso delle chredenze che in sunesse si tenghono 
per homamento. Et volendo il detto vescovo farne dua di equal 
grandeza, uno ne dette da fare al detto Lucagniolo et uno ne hebbi 5 
da fare io ; et la modanatura delli detti vasi, ci dette il disegno quel 
ditto Gioanfrancescho pittore. Cosi messi mano con maravigliosa 
voglia in nel detto vaso, et fui accomodato d'una particina di bot- 
tegha da uno milanese, che si chiamava maestro Giovanpiero della • 
Tacca. Messomi in ordine, feci il mio conto delli danari che mi pò- io 
tevano bisogniare per alcuni mia affari, et tutto il resto ne mandai 
assoccorrere il mio povero buon padre ; il quale, mentre che gli erano 
paghati in Firenze, s' abbatté per sorte un di quelli arrabbiati che era- 
no degli Otto a quel tempo che io feci quel pocho del disordine, et 
eh' egli svillaneggiandolo- gli aveva detto di mandarmi in villa con i^ 
(e.92a) lanciotti a ogni modo. Et perché quello arrabbiato aveva certi cat- 
tivi fìgliolacci, a proposito mio padre disse : a ogniuno p(i)uò può in- 
tervenire delle disgratie, massimo agli huomini collerosi quando egli 
anno ragione, come intervenne al mio fìgUuolo ; ma veggasi poi del 
rèsto della vita sua, come io V ò virtuosamente saputa levare. Vo- so 
lesse Idio in vostro servitio, che i vostri figliuoli non vi facessiuo 
né peggio né meglio di quel che fanno e' mia a me ; perché si come 
Idio m' à fatto tale che io gli ò saputi allevare, cosi dove la virtù 
mia non ha potuto arrivare, lui stesso megli à campati, centra il 
vostro chredere, dalle vostre violente mane. Et partitosi, tutto questo ss 
fatto mi scrisse, pregandomi per l(a) amor di dio che io sonassi qualche 
volta, acciò che io non perdessi quella bella virtù, che lui con tante 
fatiche mi haveva insegnato. La lectera era piena delle più amore- 
Co. 82&) voi parole paterne che mai sentir si possa; in modo tale che le mi 

mossone a pietose lacrime, desiderando prima che lui morissi di con- so 
tentarlo in buona parte, quanto al sonare, si come idio ci compiace 

1. In O il copiata aveva scritto talamanta e corretse soprar, ca. — 3. In O so* 
prar. è eh cast, d* altro inch. — 4. In O hornaménto ha come altrove 1* h cass. d' altro 
inch. — 8. In O r < di tn(neQ è cass., al solito. — 15. In O egljtu (egli svillaneggiandolo) 
ha le prime due lettere ritoccate e Ij inserito a fatica — In Ò atuuan ha V n casa. 
di altro inchiostro : forse il plurale dipende dalla precedente lezione ei (?) per eglj poi corr. 

— 17. In O è pino rlduz., pare, di più. Altre lettere sono ritoccate nella med. pa)iriDA> 

— 20. In O r A è sopr. a lo {Vò) pare d' altro inch. — 28-29. In O era scritto cortese 
parole che maj/eenti : fu cass. di seguito, aman. 



1. DiMepolo di Eaffaello d'Urbino: il 9. OioTanpiero della Taeea: forse De 

ricordato Gian Francesco Peuni, amico Carpanis : e forse a lui si riferiscono 

del vescovo Salamanca: dirà dopo che due ricordi degli 11 e 21 aprile 1507 (Ber- 

la modanatura delli detti v€isi ci dette tolotti op. cit. I, 243, 271) e mandati 

il disegnio quel ditto Gioanfrancescho di pagamento (ibid. 295-96). 
pittore. 



44 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



tutte le lecite gratie che noi fìdelmente gli domandiamo. Mentre che 
io sollecitavo il bel vaso di Salamancha et per aiuto havevo solo 
un fanciuUetto, che con grandissime preghiere d* amici, mezo contra 
la mia voglia, havevo preso per fattorino. Questo fanciullo era di 

* età di quattordici anni incirca : haveva nome Paulino, et era figliuolo 
di un cittadino romano, il quale viveva delle sue entrate. Era que- 
sto Paulino il meglio chreato, il più onesto et il più bello figliuolo, 
che mai io vedessi alla vita mia; et per i sua honesti acti e co- 
stumi, et per la sua infinita belleza, et per el grande amore che 

*o lui portava a me, avenne, che, per queste cause, io gli posi tanto 
amore, quanto in un petto di uno huomo rinchiuder si possa. Questo 
sviscerato amore fu causa, che per vedere io più sovente rassere- (e. Ma) 
nare quel maraviglioso viso, che per natura sua honesto e manin- 
conico si dimostrava: pure, quando io pigliavo il mio cornetto, subito 

t5 moveva un riso tanto honesto et tanto bello^ che io non mi maraviglio 
punto di quelle pappolate che scrivono e' greci degli dei del cielo: 
questo tal volta, essendo a quei tempi, gli arebbe fatti forse più 
uscire de' gangheri. Haveva questo Paulino una sua sorella che 
haveva nome Faustina, qual penso io che mai Faustina fussi si 

90 bella, di chi gli antichi libri cicalan tanto. Menatomi alcune volte 
alla vigna sua et per quel che io potevo giudicare, mi pareva che 
questo huomo da bene, padre del detto Paulino, mi harebbe voluto 
far suo genero. Questa cosa mi causava molto più il sonare, che 
io non facevo prima. Occorse in questo tempo che un certo Qiania- 

ss corno piffero da Cesena, che stava col papa, molto mirabil sonatore, (e. ssb) 
mi fece intendere per Lorenzo tronbone luchese, il quale è oggi al 
servitio del nostro Duca, se io volevo aiutar loro per il Ferragosto 

1. In O lecite per la corros. della carta, si legge a fatica. — 8. In O faneduUetto, 
— 12. In O per quanto lascia capire la macchia d'inchiostro, era eujccerato e l's fii in- 
terposta dopo, cass. malamente il primo e. Dopo amore è cass. il principio della parola 
cauta^ che venne scritta dopo fu. — In O raeeerenare ha una cassatura del med. 
tnch. dopo ra. — 14. In O cornnetto, — 19. In O qual soprar, a <^ cass. aman.; e poco 
sotto di soprar, a to, ehi a quegli^ essendo cass., que : mi soprar. %menato, — 21. In O ar. 
a p quel uno sgorbio, traccia forse d* un primo p. — 26. In O era he e V h è cass. al solito, 
non saprei sicuramente da ohi. 



19. Faustina, la bella e lussuriosa mo- 
glie deir imperatore Marco Aurelio. 

25. Oianf taeomo piffero da Cesena. Il 
Bertolotti, Artisti lombardi ecc. I, 
p. 243 scrive daudo buone notizie, ma 
assai malamente. « Di Gian Giacomo da 
Cesena, mirabile sonatore, che trasse 
Cellini a sonar pel ferragosto del papa, 
abbiamo yari pagamenti, da cui resulta 
cognominato De Berardini e sembrereb- 
be anche intarsiatore, avendo avuto pa- 
gamento per una tavola intarsiata. Ri- 
cevendo egli il salario complessivo per 



tutta la banda dei pifferi di Castello, non 
comparisce individualmente il Cellini il 
quale si sa che per compiacere a suo 
padre erasi lasciato aggregare alla stes- 
sa. (R. Tes. seg. 1523-27) ». 

27. Ferrafosto. Le Feriae Augusti dei 
Romani in onore di Augusto. e.O. con- 
fonde le feste e baldorie che si facevano 
in quel giorno, pure a Firenze, colla 
festività che Cosimo de' Medici volle a 
commemorare la vittoria di Montemur- 
lo contro i fuorusciti fiorentini e Piero 
Strozzi del r agosto del 1537. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 45 

del papa sonar di sobrano col mio cornetto quel giorno parechi mot- 
tetti, che loro bellissimi scelti havevano. Con tatto che io fusai nel 
grandissimo desiderio di finire quel mio bel vaso cominciato, per 
essere la musica cosa mirabile in sé, et per sattisfare in parte al 
mio vechio padre, fui contento far loro tal compagnia : et otto giorni & 
in nanzi al Ferragosto, ogni di dua ora, facemmo insieme conserto, 
in modo che il giorno d'agosto andammo in Bel vedere, e in mentre 
che papa Chlemente desinava, sonammo quelli disciplinati mottetti in 
modo che il papa hebbe a dire non ha ver mai sentito Musicha più 
suavemente et meglio unita sonare. Chiamato a sé quello Qianiacomo, io 

(e. S4a) lo domandò di che luogo, et in che modo lui haveva fatto ha bavere 
cosi buon cornetto per sobrano, et lo domandò minutamente chi io 
ero. GKaniacomo ditto gli disse a punto il nome mio. A questo il 
papa disse : adunque questo è il figliuolo di mastro Giovanni ? Cosi 
disse che io ero. Il papa disse che mi voleva al suo servitio in fra 15 
gli altri musici. Qian lacomo rispose: beatissimo padre, di questo io 
non mi vanto che voi lo habbiate, perché la sua proifessione, a che 
lui attende continuamente, si è Parte della oreficeria, et in quella 
opera maravigliosamente, et tirane molto miglior guadagno che lui 
non farebbe al sonare. A questo il papa disse: tanto meglio li vo- 20 
glio, essendo cotesta virtù di più in lui, che io non aspettavo. Fagli 

(e. ub) acconciare la medesima provisione che a voi altri ; et da mia parte 
digli che mi serva, et che alla giornata anchora inella altra proces- 
sione ampiamente gii darò da fare; et stesa la mana, gli donò in 
un fazzoletto cento scudi d'oro di Camera, et disse: partigli in modo, s^ 
che lui ne habbia la sua parte. Il ditto Gian lacomo spicchato dal 
papa, venuto a noi, disse puntatamente tutto quel che il papa gli 
haveva detto et partito li dinari in fra otto compagni che noi eramo, 
dato a me la parte mia, mi disse, io ti vo a fare scrivere nel nu- 
mero delli nostri compagni. Al quale io dissi : lasciate passare oggi, so 
et domani vi risponderò. Partitomi da loro, io andavo pensando se 
tal cosa io dovevo accettare, considerato quanto la mi era per nuo- 
cere allo isviarmi da i belli studi della arte mia. La notte seguente 
mi aparve mio padre in sogno, et con amorevolissime lacrime mi pre- 
gava, che per P amor di dio e suo io fussi contento di pigliare quella 3& 
tale impresa; a il quali mi pareva rispondere, che in modo nessuno 
io non lo volevo fare. Subito mi parve che in forma horribile lui mi 
spaventasse et disse : non lo faccendo barai la patema maladi[ti]one 

7. Dopo ò«2 u«cl«r« in O ò oam. aU. «man. — 9. In O dopo Mentito ò la casi. Un. 
aman. — 18. In O il de di attende è scritto dopo ano igorbio, sotto ii quale s* intravede 
però an primo de, — 19. In O av. a lui ò nna corros. della carta, prodotta da macchia 
dMnchiostro : forse 0* era scrìtto no. — 21. In Odopo jnù che io | non aapettauo cass. lin. 
aman. — 24. In O dopo darò ò un altro darò cass. lin. aman. — 29. In O ay. nel 
numero ò infra cass. lin. aman. — 31. In O Vjo ò agg. aman. dopo loro e dell* aman. è la 
riduzione in o dell* a finale di andaua e poi (Un. 82) Pagg. soprar, a cosa di io. — 88. In 
O jnaladione, • 



46 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

et faccendolo sia tu benedetto per sempre da me. Destatomi, per 
paura corsi a farmi scrivere; di poi lo scrissi al mio vechio padre, 
il quale per la soverchia allegreza gli prese uno accidente, il quali 
lo condusse presso alla morte; et subito mi scrisse d'avere sognato 
5 ancbora lui quasi che il medesimo che havevo fatto io. 

E' mi pareva, veduto di haver sadisfatto alla honesta voglia del 
mio buon padre, che ogni cosa mi dovessi succedere a honorata et 
gloriosa fine. Cosi mi messi con grandissima sollecitudine a finire 
il vaso che cominciato havevo per il Salamancha. Questo vescovo 

10 era molto mirabile huomo, ricchissimo, ma difficile a contentare: 

mandava ogni giorno a vedere quel che io facevo; et quella volta (e. 556) 
che il suo mandato non mi trovava, il detto Salamancha veniva in 
grandissimo furore, dicendo che mi voleva far torre la ditta opera, 
et darla ad altri a finire. Questo ne era causa il servire a quel ma- 
is 1 ad etto sonare. Pure con grandissima sollecitudine mi ero misso 
giorno e notte, tanto che conduttola a termine di poterla mostrare, 
al ditto vescovo lo feci vedere: a il quali chrebbe tanto desiderio 
di vederlo finito, che io mi penti' d'havergnene mostro. In termine 
di tre mesi ebbi finita la detta opera con tanti belli animaletti, fogliami 

«0 e maschere, quante inmaginar si possa. Subito la mandai per quel 
mio Paulino fattore a mostrare a quel valente huomo di Lucagniolo 
detto di sopra; il qual Paulino, con quella sua infinita gratia et 
belleza, disse cosi : misser Lucagniolo, dice Benvenuto che vi manda 
a mon strare le sue promesse e vostre coglionerie, aspettando di voi (e 96a) 

^5 vedere le sue bordellerie. Ditto le parole, Lucagniolo prese in mano 
il vaso, et guardoUo assai ; di poi disse a Paulino : o bello zittiello, 
di' al tuo padrone, che' egli è un gran valente huomo, et che io lo 
priego che mi voglia per amicho, et non s' entri in altro. Lietissi- 
mamente mi fece la imbasciata quello honesto et mirabil giovanetto. 

4M> Portossi il ditto vaso al Salamancha, il quali volse che si facessi 
stimare. Inella detta istima si intervenne questo Lucagniolo, il quali 
tanto honoratamente melo stimò et lodò da gran lunga, di quello che 
io mi pensava. Preso il ditto vaso, il Salamancha spagnoleschamente 
disse : io giuro a dio, che tanto voglio stare a pagarlo, quanto lui à 

^ penato a farlo. Liteso questo, io malissimo contento mi restai, ma- 
ladicendo tutta la Spagna e chi li voleva bene. Era infra gli altri 
belli hornamenti un manico tutto di un pezo a questo vaso, sottilis- (e S6&) 
simamente lavorato, che per virtù di una certa molla stava diritto 
sopra la bocca del vaso. Monstrando un giorno per boria monsignor 

40 ditto a certi sua gentil huomini spagnuoli questo mio vaso, avenne 

14. In O fi re di finire ò dopo una g^rosaa macchia d* inchiostro, pld che cauatora. — 
25. In O ay. a eue ò vott casa. lin. aman. — 26. In O dopo bello è una forte casa. aman. 
«otto cai non si distinguon bene tutte le lett. caai. — 29. In O dopo mira | bil ò faneiul- 
letto casi. Un. aman. — SI. In O inel è loprar. a la, agg. aman. — 40. In O av. a giueto 
ò mostrando uà (di cui ndo gik era stato casa.) casa. lin. «man. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 47 



che un di questi gentil huomini, partito che fu il ditto monsignore, 
troppo indischretamente maneggiando il bel maoicho del vaso, non 
potendo resistere quella gentil molla alla sua villana forza, in mano 
al ditto, si roppe; e parendoli di aver molto mal fatto, pregò quel 
chredentier che n' aveva cura, che presto lo portasse al maestro 5 
che lo haveva fatto, il quali subito lo racconciassi, et li prommettessi 
tutto il premio che lui domandava, pur che presto fusse acconcio. 
Cosi capitandomi alle mani il vaso, promessi acconciarlo prestissimo, 
et cosi feci. U ditto vaso mi fu portato innanzi mangiare: a ven- 
tidua ore venne quel che melo haveva portato, il quale era tutto 10 
in sudore, che per tutta la strada haveva corso, avengha che mon* 

(e. S7a) signiore hanchora di nuovo lo haveva domandato per mostrarlo a 
certi altri signiori. Però questo chredentiere non mi lasciava parlar 
parola, dicendo: presto, presto porta il vaso. Onde io volonteroso di 
fare adagio e non gne dare, dissi che io non* volevo fare presio. ts 
Venne il servitore ditto in tanta furia, che accennando di mettere 
mano alla spada con una mana, et con la altra fece dimostratione 
e forza di entrare in bottega; la qual cosa io subito glie ne inter- 
dissi con Parme, accompagniate con molte ardite parole dicendogli: 
Io non telo voglio dare; et va, di' a monsigniore tuo padrone, che so 
io voglio li dinari delle mie fatiche, prima che egli esca di questa 
bottegha. Veduto questo di non haver potuto ottenere per la via 
delle braverie, si messe a pregarmi, come si priega la croce, dicen- 
domi, che se io gnene davo, farebbe per me tanto, che io sarei pa- 
ghato. Queste parole niente mi mossono del mio proposito, sempre 2S 

(e. S7Ò) dicendogli il medesimo. Alla fine disperatosi della impresa, giurò di 
venire con tanti spagniuoli, che mi harieno tagliati a pezi; et par- 
titosi correndo, in questo mezo io, che ne chredevo qualche parte di 
questi assassinamenti loro, mi prommessi animosamente difendermi; 
et messo in ordine un mio mirabile schoppietto, il quale mi serviva 90 
per andare accaccia, da me dicendo: chi mi toglie la roba mia con 
le fatiche insieme, anchora se gli può concedere la vita. (?) In questo 
contrasto, che da me medesimo faceva, comparse molti spagniuoli 
insieme con il loro maestro di casa, il quale a il lor temerario modo 
disse a quei tanti che entrassin drento et che togliessino il vaso, S5 
et me bastonassino. Alle qual parole io monstrai loro la bocca dello 
schoppietto in ordine col suo fuoco, et ad alta voce gridavo: mar- 
rani, traditori, assassinas' egli a questo modo le case et le botteghe 

(e. ssa) in una Roma? Tanti quanti di voi ladri s'appresseranno a questo 

9. In O dopo portato è mangiare casi. lin. aman. che, sotto dettatura, V arerà fono 
scritto troppo pretto, saltando le altre parole. — 18. In O dopo glie sono tre lettere 
(dae delle quali l) cass. aman. — 84. In O al casa. aman. av. a il. — In O dopo 
temerario ò eo/lito cass. Un. aman. — S5. In O ar. il vaso le parole Vopera/et me ba- 
etonassino cass. lin. aman. — 88. In O modo è scritto soprar, a koroy cass. Un. aman. 
e r o di queeto é ritoccato, come più sotto altre parole. 



48 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

i sportello, tanti con questo mio istioppo ne farò cader morti. Et 
volto la bocca d' esso istioppo a il loro maestro di casa, accennando 
di trarre, dissi : et tu ladrone, che gli ametti, voglio che sia il primo 
a morire. Subito dette di piede a un giannetto, in su che lui era, e 

5 a tutta briglia si misse a fuggire. A questo gran romore era uscito 
fuora tutti li vicini ; et di più passando alcuni gentil huomini romani, 
dissono: amazzali pur questi marrani, perché sarai aiutato da noi. 
Queste parole fumo di tanta forza, che molto ispaventati da me si 
partirne; in modo che necessitati dal caso, fumo forzati annarrare 

10 tutto il caso a monsignior, il quale era superbissimo, et tutti quei 
servitori e ministri isgridò, si perché loro eran venuti a fare un tale 
eccesso, et perché da* poi cominciato, loro non l'avevano finito. Ab-(e.886> 
battessi in questo quel pittore che s*era intervenuto in tal cosa; a 
il quale monsigniore disse che mi venissi a dire da sua parte, che 

15 se io non gli portavo il vaso subito, che di me il maggior pezzo sarien 
gli orechi ; et se io lo portavo, che subito mi darebbe il pagamento di 
esso. Questa cosa non mi messe punto di paura, et gli feci inten- 
dere che io lo andrei a dire al papa subito. In tanto a lui passato la 
stizza et a me la paura, sotto la fede di certi gran gentilhuomini ro- 
so mani che il detto non mi offenderebbe, et con buona sicurtà del pa- 
gamento delle mie fatiche, messomi in ordine con un gra' pugniale et 
il mio buon giaco, giunsi in casa del detto monsigniore il quale haveva 
fatto mettere in ordine tutta la sua famiglia. Entrato, havevo il mio 
Paulino appresso con il vaso d' argento. Era né più né mancho come 

85 passare per mezo il Zodiaco, che chi contrafaceva il leone, quale {^ 99a> 
lo scorpio, altri il canchro, tanto che pur giugnemmo alla presenza 
di questo pre taccio, il quali sparpagliò le più pretesche spagnoli s- 
sime parole che ìnmaginar si possa. Onde io mai alzai la testa a 
guardarlo, né mai gli risposi parola. A il quale mostrava di chre- 

30 scere più la stiza; et fattomi porgere da scrivere, mi disse che io 
scrivessi di mia mano, dicendo d'essere ben contento e pagato da 
lui. A questo io alzai la testa et li dissi che molto volentieri lo 
farei, se prima io havessi li mia dinari. Chrebbe collora al vescovo; 
et le bravate et le dispute fumo grande. Al fine prima ebbi li di- 

35 nari, da poi scrissi, et lieto et contento mene andai. Da poi lo intese 
papa Chlemente il quale haveva veduto il vaso in prima, ma non gli 
fu mostro per di mia mano, ne prese grandissimo piacere et mi 
dette molte lode, et in bubblico disse che mi voleva grandissimo bene ; (o. S9^ 
a tale che monsigniore Salamancha molto si penti d'avermi fatto 

6. In O è scritto gentil huomi. — 8. In O dopo di è ispauentati da im/ *i eui. Un. 
aman. — 13. In O inter è toprar. a eon(yenato) casa, o corr. aman. — 14. In O T a di 
da {tua) è riduzione di i, aman. — 15. In O dopo di me era icritto viinor pee^ oaai. 
lin. aman. — 21. In O a pistoiese cast. lin. è loatitulta loprar. la parola puyniala ; credo 
di mano Celi. — 24. In O av. a con due o tre lettere fortemente casi, (col 7) aman. — 
32. In O avanti ad io qualche lettera (ali) fortemente eaitata aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



49 



'quelle sue bravate: et per rappatnmarmi, per il medesimo pittore 
mi mandò a dire che mi voleva dar da fare molte grande opere; al 
quale io dissi che volentieri le farei, ma volevo prima il pagamento 
di esse che io le cominciassi. Anchora queste parole venneno agli 
orechi di papa Chlemente, le quale lo mossone grandemente a risa. 5 
Era alla presenza il cardinale CibO| al quali il papa contò tutta la 
diferenza che io havevo hauto con questo vescovo; di poi si volse 
a un suo ministro, et li comandò che continuamente mi dessi da 
fare per il palazo. Il ditto cardinal Cibo mandò per me, et doppo 
molti piacevoli ragionamenti, mi dette da fare un vaso grande, mag- io 
gior che quello del Salamancha; cosi il cardinal Cornare et molti 

^.40a) altri di quei cardinali, massimamente Ridolfi et Salviati: da tutti 
havevo da fare, in modo che io guadagniavo molto bene.* Madonna 
Portia sopra ditta mi disse che io dovessi aprire una bottegha che 
fusse tutta mia: et io cosi feci, et mai restavo di lavorare per quella 15 
gentile donna da bene, la quale mi dava assaissimo guadagno, et 
quasi per causa sua istessa m' ero mostro al mondo huomo da qual- 
cosa. Presi grande amicitia col signior Gabbriello Ceserino, il quale 
era gonfaloniere di Boma : a questo signore io li feci molte hopere. 
Una infra le altre notabile: questa fu una medaglia grande d'oro so 
da portare in un cappello : dentro isculpito in essa medaglia, si era 
Leda col suo cigno: et sadisfattosi assai delle mie fatiche, disse che 

<e.40fr) voleva farla istimare per pagarmela il giusto prezzo. Et perché la 
medaglia era fatta con gran disciplina, quelli stimatori della arte la 
stimarono molto più che lui non s'inmaginava: cosi tenendosi la me- s& 

4. In O av. a di co è innanzi casa. Ha. aman — 13. In O era scritto mado\ma e poi 
(corr. aman. ?) un' n agg. in margine destro e la r a sinistra, casa. — 25. In O av. a MtP- 
marono è itima casa. Un. aman. 



6. cardinale Cibo. Innocenzio. Era ni- 
pote di Leone X, perché figlio della Mad- 
•dalena sorella di lui. Il Cellini ricorda 
il vaso fatto per lui anche nei Trattati 
(ed. cit p. 130) V. Il Card. L. Cybo del 
-dott. L. Staffetti (Firenze, Succ. Le 
Monnier, 1894). 

11. Oardinal Oomaro: Marco, figlio di 
Giorgio (fratello della Regina di Cipro) 
^ fratello del cardinal Francesco che si 
ricorderà più innanzi. Marco Cornare 
fu cardinale nel 1492 e vescovo di vaine 
diocesi. Il Tassi avverte che i lavori 
fattigli dal Cellini devonsi porre innanzi 
al luglio del 1524, perché in quel mese 
il Cornaro si recò a Venezia per fuggir 
la peste e vi mori quasi subito (Ciacco- 
Nio e Oldoini Vitae et res geatae ecc. 
ili, col. 200). 

12. Bidoni Salviati: il cardinale Nic- 



colò Ridolfi di Firenze, dove fu vescovo ; 
era figlio d* una sorella di Leone X (Con- 
tessina); mori nel 1550. Il cardinale Gio- 
vanni Salviati era pur figlio d* una so- 
rella di Leone X (Lucrezia), la quale aveva 
sposato Iacopo Salviati; mori nel 1553. 
Del Salviati parlerà il Cellini sfavorevol- 
mente più avanti, sempre per ragioni 
tutte personali, mentre lo ricorderà, 
invece, volentieri come arcivescovo di 
Ferrara. Incominciò per lui una salie- 
ra d* argento, che fini poi per il car- 
dinal di Ravenna : v. nella cit. ed. dei 
Trattati p. 248 il ricordo del cod. Ric- 
card. 2788, e cft*. Plon op. cit. p. 166, 
387. 

22. Leda col tuo olfno. Sulla possibile 
identità di questa medaglia con un cam- 
meo del Gabinetto antico di Vienna cfr. 
Plon, op. cit. p. 140-142. 



Ckllivi, Vita. 



60 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



daglia in mano, nulla ne ritrahevo delle mie fatiche. Occorse il me- 
desimo caso di essa medaglia che quello del vaso del Salamancha. 
Et perché queste cose non mi tolgano il luogo da dir cose di mag- 
gior importanza, cosi brevemente le passerò. 

5 Con tutto che io esca alquanto della mia professione, volendo 
descrivere la vita mia, mi sforza qualcuna di queste cotal cose non 
già minutamente descriverle, ma si bene soccintamente accennarle. 
Essendo una mattina del nostro san Giovanni a desinare con molti 
della nation nostra, di diverse professione, pittori, scultori, orefici; 

10 infra lì altri notabili huomini ci era uno domandato il Bosso pittore, 
et Gianfrancesco dicepole di Raffaello da Urbino et molti altri. Et 
perché in quel luogo io gli havevo condotti liberamente, tutti ride- i^- **<"> 
vano et motteggiavano, sicondo che promette lo essere insieme quan- 
tità di huomini, rallegrandosi di una tanto maravigliosa festa. Pas- 

15 sando a caso un giovane isventato bravaccio, soldato del signor 
Rienzo da Ceri, a questi romori, sbeffando disse molte parole inho- 
neste della natione fiorentina. Io, che era guida di quelli tanti vir- 
tuosi et huomini da bene, parendomi essere lo offeso, chetamente, 
sanza che nessuno mi vedessi, questo tale sopragiunsi, il quale era 

20 insieme con una sua puttana, che per farla ridere, anchora seguitava 
di fare quella schornachiata. Giunto allui, lo domandai se egli era 
quello ardito, che diceva male de' fiorentini. Subito disse : io son 
quello. Alle quale parole io alzai la mana dandogli in sul viso et 
dissi: et io son questo. Subito messo mano alParme l'uno et l'altro 

25 arditamente; ma non si tosto cominciato tal briga, che molti entromo («•*!*) 
di mezo, più presto pigliando la parte mia che altrimenti, essentito 
et veduto che io havevo ragione. L'altro giorno apresso mi fa por- 
tato un cartello di disfida per conbattere seco, il quale io accettai 

Ifi. In O r i di riento e di ceri è ridotto a j, corno nella medoaima pagina sono ritoc- 
cate, sembra col medesimo inchiostro, e quindi forse aman.y alcune altre lettere. Questa 
cosa, abbiamo voluto notare espressamonta per dimostrare il carattere, e la frequenza, 
e il valore di certi ritocchi, per quanto si riferisce alla prima mano, — 19. In O «anra 
è soprar, dopo chetamente^ credo aman. — SI. In O 9chomnaGhiata, — 24. In O mc»»o 
• soprar, a 9uhito aman. — 28. In O è ritoccato, pare del medesimo inchiostro, il da di 
dUfida e p: aman. 



8. Rostro San GioTanni. La festa di 
S. Giovanni Battista è il 24 Giugno. Sulle 
feste di S. Giovanni a Firenze, che hanno 
tanta importanza anche nella nostra sto- 
ria letteraria, v. C. Guasti, Le feste di 
S, O, B, in Firenze descritte in prosa 
e in rima ecc. (Firenze, Arte della stam- 
pa, 1887). In Roma ò la chiesa di S. Gio- 
vanni de' Fiorentini, alla quale lavora- 
rono Iacopo Sansovino, Antonio da San 
Callo, e, in fine, Giacomo della Porta. 



10. il Botto pittore Giovambattista di 
Iacopo. Lo ritroverà, ingrato e scono- 
scente in Francia, dove questo artista^ 
che il Cellini, pur chiamandosene scon- 
tento, chiama mirabile, s'avvelenò nel 
1541: V. Vasari Vite ed. Milanesi, VII, 
155- 174. Cfr. Plon op. cit. p. 206. 

16. Riemo da Ceri ossia Lorenzo da 
Ceri capitano di ventura, che dal re di 
Francia fu inviato contro gli imperiali 
che minacciavan Roma. Mori, sconfbr- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



61 



molto lietameDte, dicendo che questa mi pareva inpresa da spedirla 
molto più presto che quelle di quella altra arte mia: et subito me- 
ne andai a parlare a un vechione chiamato il Bevilacqua, il quale 
haveva nome d'essere stato la prima spada di Italia, perché s*era 
trovato pili di venti volte ristretto in campo franco, e sempre ne 5 
era uscito a honore. Questo huomo dabene era molto mio amico, et 
conosciutomi per virtù della arte mia, et anche s*era intervenuto in 
certe terribil quistione infra me et altri. Per la qual cosa lui lieta- 
mente subito mi disse: Benvenuto mio, se tu havessi da fare con 

(e. 42a) Marte, io son certo che ne usciresti ha honore, perché di tanti anni io 
quant' io ti conosco, non t' ò mai veduto pigliare nessuna briga a 
torto. Cosi prese la mia impresa, et conduttoci in luogo con Tarme 
in mano, sanza in sanguinarsi, restando dal mio adversario, con molto 
honore usci' di tale impresa. Non dico altri particolari ; che se bene 
sarrebbono bellissimi da sentire in tal genere, voglio riserbare, queste i& 
parole a parlare de Parte mia, quale è quella che m* à mosso a que- 
sto tale iscrivere; et in essa arò da dire pur troppo. Sebene mosso 
da una honesta invidia, desideroso di fare qualche altra opera che 
aggiugnessi et passassi anchora quelle del ditto valente huomo Lu- 
cagniolo, per questo non mi scostavo mai da quella mia bella arte so 

(e. 426) del gioiellare; in modo che infra l'una et l'altra mi rechava molto 
utile et maggiore honore, et inelluna et nella altra continuamente 
operavo cose diverse da gli altri. Era in questo tempo a Roma un 
valentissimo huomo perugino per nome Lautizio, il quale lavorava 
solo dì una professione, et di quella era unico al mondo. Avengha 25 
che a B.oma ogni cardinale tiene un suggello, in nel quale è impresso 
il suo titolo, questi suggelli si fanno grandi quanto è tutta una mana 
di un pichol putto di dodici anni in circa: et si come io ò detto di- 
sopra, in esso si intaglia quel titolo del cardinale, nel quale s' inter- 
viene moltissime figure : pagasi l'uno di questi suggelli ben fatti cento so 
et più di cento scudi. Ancliora a questo valente huomo io portavo 
una honesta invidia; sebene questa arte è molto appartata da l'altre 

4. In O a ttato è ancor visibile V a finale ridotto ad o, pare d' altro inchiostro. — 
5. In O eamppo, — 11. In O qwtf'io. — 24. In O ora icritto uanle9Ìs»imo e fu corr. 
malamente aman. (med. inch) uatefi^gimo. — 27. In O tutta soprar, aman. — 28. In 
O av. a dodici è died ani \ oaas. lin. aman. — 82. In O dopo una ò in/ casa, forte- 
mente aman. 



tato del non buon successo, in Abruzzo 
nel 1528. Ne parlano vari storici, • otne il 
Segni, r Ammirato, il Guiccianlim. 

3. Berllaeqaa. Secondo il Ovkpani, 
che si riferisce al lib. I della ^toi ia di 
Paolo Giovio (P. lovii Novoco nfusis, 
Hist. sui temporiSf T. I, Ventvia, Co- 
rnino, 155^ p. 28), è forse quel bevila- 
cqua milanese che si trova fra i loo Pre- 



toriani che combatterono sotto gli oc- 
chi del Doge nella Battaglia di Rapallo 
(1494). 

24. Lautiiio figlio di Bartolommeo Ro- 
teili. Ne parla il Cellini nell* Oreficeria : 
V. cit ed. dei Trattati p. 99 e seguenti. 
Q. B. Vermiglioli nel Trattato deUa 
zecca e delle monete perugine (pag. 98 
e docum. XX) dice che era zecchiere in 



52 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



arte che si intervenghono nella oreficeria; perché questo Lauti tio, (e. 43 a) 
faccendo questa arte de' suggelli, non sapeva fare altro. Messomi a 
studiare anchora in essa arte, se bene dificilissima la trovano, non 
mai stancho per faticha che quella mi dessi, di continuo attendevo 
5 a guadagniare et a imparare. Anchora era in Roma uno altro eccel- 
lentissimo valente huomo, il quale era milanese, et si domandava per 
nome Misser Caradosso. Questo huomo lavorava solamente di meda- 
gliette cesellate fatte di piastra, et molte altre cose; fece alcune 
Pace lavorate di mezo rilievo et certi Christi di un palmo, fatti di 

10 piastre sottilissime d'oro, tanto ben lavorate, che io giudicavo questo 
essere il maggior maestro che mai di tal cose io havessi visto, et 
di lui più che di nessuno altro havevo invidia. Anchora c*era altri 
maestri che lavoravano di medaglie intagliate in acciaio, le quali i^'^^) 
son le madre et la vera guida a coloro che vogliono sapere fare be- 

15 nissimo le monete. Attutte queste diverse professioni con grandis- 
simo studio mi mettevo a impararle. Ecci anchora la bellissima arte 
dello smaltare, quale io non viddi mai far bene ad altri, che a im 
nostro fiorentino chiamato Amerigho quale io non cogniobbi, ma ben 
cogniobbi le maravigliosissime opere sue ; le quali in parte del mondo, 

20 né da huomo mai, non viddi chi s'appressassi di gran lunga a tal 
divinità. Anchor a questo esercitio molto dificilissimo, rispetto al 
fuoco, che nelle finite gran fatiche per utimo si interviene, et molte 



6. In O av. BL rì è il casa. Ila. aman. 



Perugia iino dal 1516 con Cesarino (Ros- 
setti). Cfr. Giornale d*erud. artistica, 
voi. II, p. 113. 

7. Caradosso. Il Bbrtolotti, Artisti 
lombardi^ I, p. 241, crede che il Cellini, 
vedendoci un senso ridicolo, inventasse, 
lui la scherzosa novellina sull* origine 
del cognome Caradosso. Di questo parla 
il Cellini nei Trattati, ed. cit. pag. 30-31 : 
e cfr. ibid., p. 72, 89, M, 95. Dal testamen- 
to (1526) pubblicato dal Mlintz e dai docu- 
menti dei Bertolotti, ibidem, apparisce 
che egli si chiamò Caradosso e Poppa. 
Il Milanesi in una nota alla Vita del 
Vasari di Francesco Francia, III, 535, 
,dice che Ambrogio Foppa sopranno- 
minato Caradosso era di Pavia, sebben 
si dica milanese. Fu, non solo lavora- 
tore di coni, ma plasticatore, niellatore 
ed orefice (Cfr. ivi III, 28; IV, 161). Anche 
a me pare che Caradosso sia sopran- 
nome. É in lode di lui il sonetto di 
Bernardo Bellincioni Si ben non lega 
al ramo la natura. Fino dal 1513-14 
lo troviamo orefice a servizio del Papa 



(Bertolotti, ibid., 1, 272-281). Su lavori 
del Caradosso cfr. Plon, op. cit. p. 156, 
203, 274, 275 e vedi anche De deuos bi- 
joux, ouvràges du Caradosso in Nou' 
vel Appendice a p. 29. Suo nipote ed 
erede fu Luttus Caradossus de Foppa, 
sul quale è da vedere il citato libro del 
Bertolotti. 

9. Paeo: piastre, per solito d* argento, 
con immagini sacre, che si danno a ba- 
ciare nelle chiese cattoliche, in seg^o di 
pace ed hanno figure di rilievo, smalto 
o niello. 

18. Amerlffho. Il Cellini ne parla nei 
Trattati come di eccellentissimo ne' la- 
vori di smalto: dice che si servi dei di- 
segni di Antonio del Pollaiolo (ed. cit. 
p. 7, 8). Figlio di Rigo Righi, o Ameri- 
ghi, nacque il 1420 e mori nel 1491. Tra 
gli artisti che parteciparono al con- 
corso per la facciata di S. Maria del 
Fiore (1491) è un Amerigus aurifex. 
V. il Commentario alla Vita di Giu- 
liano e Antonio da San Ornilo del Va- 
sari, voi. vn (ed. Le Monnier), p. 247. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 63 

volte le guasta et manda in mina; anchora a questa diversa pro- 
fessione con tutto il mio potere mi messi; et se bene molto difìcile 

(e. 446) io la trovavo, era tanto il piacere che io pigliavo, che le ditte gran 
difìcultà mi pareva che mi fussin riposo: et questo veniva per uno 
espresso dono prestatomi dallo Idio della natura d'una complessione 5 
tanto buona et ben proportionata, che liberamente io mi prommettevo 
dispor di quella tutto quello che mi veniva in animo di fare. Queste 
professione ditte sono assai et molto diverse Puna dall'altra ; in modo 
che chi fa bene una di esse, volendo fare le altre, quasi a nissuno 
non riesce come quella che fa bene; dove che io, ingegniatomì con 10 
tutto il mio potere di tutte queste professione equalmente operare ; 
et al suo luogo mostrerrò tal cosa haver fatta, si come io dico. 

In questo tempo, essendo io anchora giovane di ventitre anni in 
circa, si risenti un morbo pestilentiale tanto inìstimabile, che in 

<e. 446) Koma ogni di ne moriva molte migliaia. Di questo alquanto spaven- 15 
tato, mi cominciai a pigliare certi piaceri come mi dittava l'animo, 
pure causati da qualchosa che io dirò. Perché io mene andavo il 
giorno della festa volentieri alle antichaglie, ritrahendo di quelle or 
con cera or con disegno; et perché queste ditte antichaglie sono 
tutte rovine, et infra quelle ditte mine cova assaissimi colombi, mi 20 
venne voglia di adoperare centra essi lo schoppietto: in modo che 
per fuggire il commertio, spaventato dalla peste, mettevo uno schop- 
pietto inispalla al mio Pagolino, et soli lui et io cene andavamo 
alle ditte anticaglie. Il che ne seguiva che moltissime volte ne tor- 
navo carico di grassissimi colombi. Non mi piaceva di mettere inel 2» 
mio schoppietto altro che una sola palla, et cosi per vera virtù di 
quella arte facevo gran caccie. Tenevo uno schoppietto diritto, di 
mia mano; et drento et fuora non fu mai spechio da vedere tale. 

(e. A5a) Anchora facevo di mia mano la finissima polvere da trarre, in nella 

quale io trovai i più bei seghreti che mai per insino a hoggi da so 
nessuno altro si sieno trovati: et di questo, per non mi ci stendere 
molto, solo darò un segno da fare maravigliare tutti quei che son 
periti in tal professione. Questo si era, che con la quinta parte della 
palla il peso della mia polvere, detta palla mi portava ducento passi 

IS. In O dopo /atta una cassatura/ di una lettera o due: aman. — 13. In O io è 
intercalato, quasi soprar, aman. — 17. In O av. j^he una lettera cass. aman. — 28. 
In O la parola tale/ è agg. nel margine destro : Celi. — 82. In O av. son ò into cass. 
lin. (forse V o è principio dell* a di ta, rolendosl scriver forse in tal che fU scritto 
dopo) aman. 



14. Morbo peitUeatlale. La peste aveva la peste riprese e si dice, infatti, si ri- 

infierito a Roma nel 1522 e nell* agosto senti; ma non cosi tremenda come per 

del 1523. Il Cellini, che si recò a Roma T innanzi. 

per la seconda volta alla fine del 1523, 23. Pagoliiio. Parlò innanzi di questo 

non potò vedere il periodo più mici- bei fanci alletto suo fattorino, alle pa- 

diale della malattia. Neil' estate del 1524 gine 44, 46. 



64 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



andanti in punto bianco. Se bene il gran piacere, che io traevo da 
questo mio scoppietto, mostrava di sviarmi dalla arte et dagli studii 
mia, anchora che questo fussi la verità, innuno altro modo mi rendeva 
molto più di quel che tolto mi haveva: il perché si era, che tutte le 

5 volte che io andavo a questa mia caccia, miglioravo la vita mia gran- 
demente, perché Pari» mi conferiva forte. Essendo io per natura ma- 
linconico, come io mi trovavo a questi piaceri, subito mi si rallegrava (e isb) 
il quore, et venivami meglio operato, et con più virtù assai, che 
quando io continuo stavo a' miei studi et exercitij ; di modo che lo 

10 scoppietto alla fin del giuoco mi stava più a guadagno che a per- 
dita. Anchora, mediante questo mio piacere, m'avevo fatto amicitie 
di certi cerchatori, Ij quali stavano alle velette di certi villani lom- 
bardi, che venivano al suo tempo a Roma a zapare le vigne. Questi 
tali inel zappare la terra sempre trovavono medaglie antiche, aghate 

15 prasme, corninole, cammei: anchora trovavono delle gioie, come s'è 
dire ismeraldi, zaffini, diamanti et rubini. Questi tali cercatori da quei 
tai villani ha ve vano alcuna volta per pochissimi danari di queste 
cose ditte; alle quali io alcuna volta, et bene spesso, sopragiunto i 
cercatori, davo loro tanti scudi d*oro, molte volte di quello che loro (e. ica) 

20 appena havevano compero tanti giuli. Questa cosa, non istante il 
gran guadagno che io ne cavavo, che era per Pun dieci o più, anchora 
mi facevo benivolo quasi attutti quei cardinali di Roma. Solo dirò 
di queste qualcuna di quelle cose notabile et più rare. Mi capitò alle 
mane, in fra tante le altre, una testa di un dalfino grande quant'una 

25 fava da partito grossetta. Infra le altre, non istante che questa te- 
sta fusse bellissima, la natura in questo molto sopra faceva la arte ; 
perché questo smiraldo era di tanto buon colore, che quel tale che 
da me lo comperò a decine di scudi, lo fece acconciare a uso di or- 
dinaria pietra da portare in anello: cosi legato lo vendè centinaia. 

30 Anchora un altro genere di pietra: questo si fu una testa del più bel 

topatio, che mai fusse veduto al mondo : in questo l'arte adeguava (e. *€&) 
la natura. Questa era grande quant'una grossa nocciuola, e la testa 
si era tanto ben fatta quanto immaginar si possa: era fatta per Mi- 
nerva. Anchora un'altra pietra diversa da queste : questo fu un cam- 

35 meo; in esso intagliato uno Hercole che legava il trifauce Cerbero. 
Questo era di tanta belleza et di tanta virtù ben fatto, che il nostro 
gran Michelagniolo hebbe a dire, non haver mai veduto cosa tanto 

S. Io O era scritto inon, Inuno è toprar., corr. Celi. —^4. In O ar. a di sono due 
lettere caii. lin. aman. (tu). — 12. In O 0\ c^^* quali sembra ridazlone aman. sa <. — 
15. In O av. cammei sono cass. aman. le parole Anchora àlU/, «-> 17. In O T t di ta» è 
scritto di sog^uito alla cass. ohe 1* aman. fece del li. — 28. Dopo 1* a iniz. di acconciare 
in O nna forte cass. o macchia d* inchiostro. — 30. In O dopo si /u è una forte cass. di 
alcune lettore: la cassatura ha corrosa la carta, sicché tra poco non si leggerà più nel 
verso la parola simile che ora io ri leggo. — 35. In O dopo legava, un/ ceruio cere cass. 
aman. il quale non riuscì a scrivere né trifauce, di cui V u è, piccolo, soprar, né cerbero 
di cui il & è riduzione di un u {ceruero). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



65 



maravìgliosa. Anchora infra molte medaglie di bronzo, una me ne 
capitò, nella quale era la testa di love. Questa medaglia era più 
grande che nessuna che veduto mai io ne avessi : la testa era tanto 
ben fatta, che medaglia mai si vidde tale. Haveva un bellissimo ro- 
vescio di alcune fìgurette simile allei fatte bene. Arei sopra di questo 5 
da dire di molte gran cose, ma non mi voglio stendere per non essere 

(e.47a) troppo lungo. Come di sopra dissi, era cominciato la peste in Roma: 
se bene io voglio ritornare un poco in dietro, per questo non uscirò 
del mio proposito. Capitò a B.oma un grandissimo cerusico, il qual 
si domandava maestro lacomo da Carpi. Questo valente huomo, infra 10 
gli altri sua medicamenti, prese certe disperate cure di mali franzesi. 
Et perché questi mali in Roma sono molto amici de' preti, massime 
di quei più ricchi, fattosi cognoscere questo valente huomo, per virtù 
di certi profumi mostrava di sanare maravigliosamente queste cotai 
infirmità, ma voleva far patto prima che cominciassi a curare; e' i5 
quali patti, erano accentinaia et non a dicine. Haveva questo valente 
huomo molta intelligentia del disegno. Passando un giorno a caso 

<e.47fr) dalla mia bottegha vidde a sorta certi disegni che io havevo innanzi, 
I in fra' quali era parechi bizzarri vasetti, che per mio piacere havevo 
disegnati. Questi tali vasi erano molto diversi et varij da tutti quelli ^ 
che mai s'erano veduti insino a quella hetà. Volse il ditto maestro 
lacomo che io gnene facessi d'argento; i quali io feci oltra modo 
volentieri, per essere sicondo il mio capriccio. Contutto che il ditto 
valente huomo molto bene megli pagasse, fu l'un cento maggiore 
r honore che mi aportorno ; perché in nella arte di quei valenti huo- 25 
mini orefici dissono non haver mai veduto cosa più bella né meglio 
condotta. Io non gli hebbi si tosto fomiti, che questo huomo li mostrò 
al papa; et l'altro di dapoi s'andò con dio. Era molto litterato: ma- 

(e.49a) ravìgliosamente parlava della medicina. Il papa volse che lui re- 
stassi al suo servitio ; et questo huomo disse, che non voleva stare 30 
al servitio di persona del mondo ; et che chi haveva bisogno di lui, 
gli andassi dietro. Egli era persona molto astuta, e saviamente fece 
a 'ndersene di Roma; perché non molti mesi apresso tutti quelli che 
egli haveva medicati si condusson tanto male, che l'un cento eran 
peggio che prima : sarebbe stato amazzato, se fermato si fussi. Mostrò 35 

25. In O er& scritto ualii e lu «, casa, aman., fu da lui scritto SU, — 27. In O era 
finiti'. Vi tu. ridotto ad o; aoprar, è acritto r. — S2. In O dopo era sono lo parole molto 
p<ona- attuta/j casa. Un. aman. — 33. In O andentne» 



10. laoomo da Carpi. Giacomo Beren- 
gario: lo dirà molto più innanzi quel 
ciurmadore di maestro Iacopo ceru- 
sico da Carpi, Lasciò più opere me- 
diche e fu professore nello Studio di 
Bologna dal 1502 al 1507. Cfr. G. N. Au- 
Dosi, lÀ dottori forestieri ohe in Bo- 



logna hanno letto ecc. (Bologna, Te- 
baldinì, 1623) p. 39. Ebbe in dono (e può 
esser prova anche questo fatto della 
sua venalità) un S. Giovanni, dipinto su 
tela da Raflfaello, dal cardinale Pom- 
peo Colonna: Vasari, Vite^ ed. G. Mi- 
lanesi, IV, 370-371. Mori in Ferrara, 



56 VITA DI BENVENUTO OELLINI 



lì mìa vasetti in fra molti signori; in fra li altri allo eccellentissimo 
duca di Ferrara ; et disse, che quelli lui lì liaveva hauti da un gran 
signore in Roma, dicendo a quello, se lui voleva essere curato della 
sua infirmità, voleva quei dna vasetti; et che quel tal signore gli 

5 haveva detto, ch'egli erano antichi, et che dì gratia gli chiedesse 

ogni altra cosa, qual non gli parrebhe grave a dargnene, purché (e. 48&> 
quelli gnene lasciassi: disse haver fatto sembiante non voler medi- 
carlo, et però gli ebbe. Questo melo disse misser Alberto Ben de dìo 
in Ferrara, et con gran sicumera mene mostrò certi ritratti di terra ; 

10 al quali io mi risi ; et non dicendo altro, misser Alberto Ben de dio, 
che era huomo superbo, isdegnato mi disse: tu te ne ridi, e? e io ti 
dico che da mill'anni in qua non e* è nato huomo che gli sapessi' so- 
lamente ritrarre. Et io, per non tor loro quella riputatione, standomi 
cheto, stupefatto gli ammiravo. Mi fu detto in Roma da molti signori 

15 dì questa hopera, che aUor pareva miracolosa et antica; alcuni di 
questi, amici mia; et io baldanzoso di tal faccenda, confessai dì ha- 
verlì fatti io. Non volendo chrederlo; onde io volendo restar veri- (c49a> 
tìero a quei tali, n'ebbi a dare testimonianza, e farne nuovi disegni y 
che quella non bastava, avengha che li disegni vechi il ditto maestro ' 

so lacomo astutamente portar seglì volse. In questa pichola operetta 
io ci acquistai assaL Seguitando apresso la peste molti mesi, io mi 
ero scharamucciato, perché mi era morti dì molti compagni, et ero 
restato sano e lìbero. Accadde una sera in fra le altre, un mio con- 
federato compagno menò in casa accena ima meretrice bolognese che 

S5 si domandava Faustina. Questa donna era bellissima, ma era dì trenta 
anni in circa, e seco haveva una servìcella dì tredici in quattordici. 
Per essere la detta Faustina cosa del mio amico, per tutto l'oro del 
mondo io non l'arei tocha. Con tutto che la dicesse essere dì me 
forte innamorata, constan temente osservavo la fede allo amico mio; (c-^^) 

so ma poi che alletto fumo, io rubai quella servicina, la quali era nuova 
nuova, che guai allei se la sua padrona lo avessi saputo. Cosi go- 
detti piacevolmente quella notte con molta più mìa sadisfatione, che 
con la patrona Faustina fatto non hareì. Apressandosi all'ora del de- 
sinare, onde io stanche, che molte miglia havevo camminato, volendo 

35 pigliare il cibo, mi prese un gran dolore dì testa, con molte angui- 

6. In O ni0nté av. a grav0y oaH. lin. e coti li \ lasciaiti av. gnene : aman. — 16. In 
O Voj finale di haverlo è ridotto ad j : «egue una forte casi, di una o duo lettere av. 
/attj che è ridotto da /atto, — 18. In O nuovi soprar, a fame : aman. — 26. In O 
quttordiei. 



non sì sa bene in qual anno, e fu suo 10. mliier Alberto Ben de dio. Anch» 

erede il duca di Ferrara, che più sotto in seguito lo ricorderà come un genti* 

8i ricorda. • luomo ferrarese al servizio del cardi- 

2. dnea di Ferrara Alfonso I d'Este, ual di Ferrara (15i0): superbo, grave,, 

terzo duca di Ferrara e Modena. ingegnoso. E si scorruccerà con lui. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 57 



naie nel bracio manoho, scoprendomisi un carbonchio nella nocella 
della mana mancba dalla banda di faora. Spaventato ugnuno in casa, 
lo amico mio, la vacha grossa et la minuta tutte fuggite, onde io 
restato solo con un povero mio fattorino, il quale mai lasciar mi 

(e.soa) volse, mi sentivo soffocare il quore, et mi conoscevo certo esser s 
morto. In questo, passando per la strada il padre di questo mio fat- 
torino, il quale era medico del cardinale lacoacci, et a sua provi- 
sione stava, disse il detto fattore al padre: venite, mio padre, a veder 
Benvenuto, il quali è con un pocbo di in dispositione alletto. Non con- 
siderando quel cbe la indispositione potessi essere, subito venne a io 
me, et toccatomi il polso, vide e senti quel che lui volsuto non ha- 
rebbe. Subito vòlto al figliuolo, gli disse: o figliuolo traditore, tu 
m'ài rovinato: come possalo più andare innanzi al cardinale? A cui 
il figliuol disse : molto più vale, mio padre, questo mio maestro, che 
quanti cardinali à Roma. Allora il medico a me si volse, et disse: ly 
da poi che io son qui, medicare ti voglio; solo di una cosa ii fo av- 
vertito, che ha vendo usato il coito, sommertale. Al quali io dissi: 

(e. 506) òlio usato quosta nocte. A questo disse il medico : in che chreatura 
et quanto?: e' gli dissi: la nocte passata e innella giovinissima fan- 
ciulletta. Allora avvedutosi lui delle scioche parole usate, subito mi io 
disse : si per esser giovini a cotesto modo, le quali anchora non pu- 
tano, et per essere a buona ora il rimedio, non haver tanta paura, 
che io spero per ogni modo guarirti. Medicatomi e partitosi, subito 
comparse un mio carissimo amico, chiamato Giovanni Rigogli, il quali, 
inchrescendoli e del mio gran male et dell'essere lasciato cosi solo ss 
da il compagno mio, disse: non ti dubitare. Benvenuto mio, che io 
mai non mi spicherò da te, per infin che guarito io non ti vegga. 
Io dissi a questo amiche, che non si apressassi a me, perché spac- 
ciato ero. Solo lo pregavo che lui fusi contento di pigliare una certa 

(e.5ia) buona quantità di scudi che erano in una cassetta quivi vicina al so- 
mio lecto et quelli, di poi che idio mi havessi tolto al mondo, gli 
mandassi a donare al mio povero padre schrivendogli piacevolmente, 
come anchora io havevo fatto, sicondo l'usanza che prommetteva 
quella arrabiata istagione. U mio caro amico mi disse, non si voler 
da me partire in modo alcuno, et quello che da poi occorressi, inel- 85- 

1. In O brando, — In O mi di $eoprendomiH ò s^prar. a doti : aman. — > 3. In O 
av. la vaefia era la metrice/ oasi. lin. aman. — 15. In O av. a ditae due lettere (co f) 
eau. Un. aman. — Un'altra casi. d*una parola av. di {havtndo), — 21. In O Vi 
finale di giovini par ridotto da «: med. ineh. aman. 



7. eardinale laeoaeei. É storpiato il Leone X, morto tra il 1527 e il 1528 

cognome lacobacci e, secondo suppose (Ciacconio e Oldoini op. cit. voi. Ili, 

il Tassi, questo cardinale sarebbe il no- col. 383, 530). 

bile romano Domenico di Cristofano la- 2i. eioTanni ElgegU. v. la nota alla 

cobacci; fatto cardinale nel 1517 da riga 9 della pag. 32. 



58 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



luDo o in nell'altro modo sapeva benissimo quel che si conveniva 
fare per lo amicho. E cosi passammo innanzi con lo aiuto di dio ; et 
con i maravigliosi rimedi cominciato a pigliare grandissimo miglio- 
ramento, presto a bene di quella grandissima infirmitate campai. An- 

s chora tenendo la piaga aperta, dentrovi la tasta e un piastrello 
sopra, me ne andai in sun un mio cavallino salvaticho, il quale io ha- 
vevo. Questo haveva i peli lunghi più di quattro dita; era apunto 
grande come un grande orsachio, et veramente un orso pareva. In (c6i6 
su 'n esso mene andai a trovare il Bosso pittore, il quali era fuor 

10 di Roma in verso Civita vechia, a un luogo del Conte derAnguillara, 
detto Cervetera, et trovato il mio Bosso, il quali oltra modo si ral- 
legrò, onde io gli dissi : i' vengo a fare a voi quel ohe voi facesti a 
me tanti mesi sono. Cacciatosi subito a ridere e abracciatomi et ba- 
ciatomi, apresso mi disse, che per amor del conte io stessi cheto. 

15 Cosi fìlicemente e lieti con buon vini e ottime vivande, accarezato 
dal ditto conte, in circa a un mese ivi mi stetti, et ogni giorno so- 
letto mene andavo in su lito del mare, et quivi smontavo, carican- 
domi di pili diversi sassolini, chiociolette e nichi rari e bellissimi. 
L' utimo giorno, che poi più non vi andai, fui assaltato da molti huo- 

-io mini, li quali, travestitisi, eran discesi d'una fasta di Mori; e pen- 
sandosi d'avermi in modo ristretto a un certo passo, il quali non (o.62a) 
pareva possibile a scampar loro delle mani, montato subito in sul 
mio cavalletto, resulutomi al periglioso passo quivi d'essere o arosto 
o lesso, perché poca speranza vedevo di scappare di uno delli duoi 

25 modi, come volse idio, il cavalletto, che era qual di sopra io dissi, 
saltò quello che è impossibile a chredere ; onde io salvatomi ringra- 
tiai idio. Lo dissi al conte : lui dette alarme : si vidde le faste in 
mare. L'altro giorno apresso sano e lieto me ^ne ritornai in Roma. 

6. In O un ò «oprar, fra sun (ridotto da »ul) e mio : aman. — 8. In O una casa. 
d*una lettera av. tn {annetto): aman. — 10. In Ó av. a del {Anguillara^la. cui a finale 
è rid. di un o) è una cassatura che nasconde la medesima parola del. — 17. In O «u- 
lito ha un j incrociato con i, non rodo se » o j sia anter. o poster, (ma forse era scritto 
«H lieo) : aman. — 24. In O 1' o primo di reeolutomi pare rid. d' un u ; forse d*altro inch : 
anche in questa pagina è ritoccata qualche altra parola. — 28. In O seguono a Roma 
le seguenti parole cass. Un. aman. ohe dorè, o volle, riscriverle facendo capoverso : era 
di già era/ guati tettala la pette di modo di quelli/ ti ritrouauono uiui molto allegrarne/. 
Oltre la cass. lin., queste due righe e un terzo son cass. con freghi transversali di al- 
tro Inch. 



9. il Rouo. V. la nota alla riga 10 
della pagina 50. 

10. luogo del conte del'AngallIara, detto 
Cervetera. Cerveteri piccola terra presso 
Bracciano (Roma). 0.0. opina che que- 
sto conte sia Averso di Flaminio del- 
rAnguillara, che mori nella impresa 
delle Gerbe. Aveva sposato Maddalena, 



sorella di Piero Strozzi maresciallo di 
Francia, e ne ebbe una figlia che andò 
moglie di Giordano di Valerio Orsino 
generale della Republica veneta; onde 
gli Orsini furono eredi dei conti dell' An- 
guillara (Sanso vino, De gliìiuomini il- 
lustri della casa Orsina^ Venezia, I5te, 
p. 25). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



69 



DI già era quasi cessata la peste, di modo che quelli che si ri- 
trovavono vivi molto allegramente l' un l' altro si carezavano. Da que- 
sto ne nacque una compagnia di pittori, scultori, orefici, li meglio 
che fussino in Roma; et il fondatore di questa compagnia si fu uno 
scultore domandato Michelagniolo. Questo Michelagniolo era sanese, 5 

(e. 5ih I et era molto valente huomo, tale che poteva comparire in fra ogni- 
altri di questa proffessione, ma sopra tutto era questo huomo il più 
piacevole et il più carnale che mai si cognoscessi al mondo. Di que- 
sta detta compagnia lui era il più vechio, ma si hene il più giovine 
alla valitudine del corpo. Noi ci ritrovavomo spesso insieme : il man- io 
cho si era due volte la settimana. Non mi voglio tacere che in questa 
nostra compagnia si era Giulio Romano pittore, et Gian Francescho 
discepoli maravigliosi del gran Raffaello da Urbino. Essendoci tro- 
vati più e più volte insieme, parve a quella nostra buona guida, che 
la domenica seguente noi ci ritrovassimo a cena in casa sua, et che i5 
ciascuno di noi fussi ubbrigato a menare la sua comachia che tal 
nome haveva lor posto il ditto Michelagniolo ; et chi non la menassi, 

(e. 53a) fussi ubbrigato a pagare una cena attutta la compagnia. Chi di noi 
non haveva pratica di tal donne di partito, con non pocha sua spesa 
et disagio se n' ebbe approvvedere, per non restare a quella virtuosa ao 
cena svergogniato. Io che mi pensavo d'esser provisto bene per una 
giovane molto bella, chiamata Pantassilea, la quali era grandemente 
innamorata di me, fui forzato a concederla a un mio carissimo amico 
chiamato il Bachiaccha il quali era stato et era anchora grandemente 

2. In O dopo allegramente fu cast. aman. $i caretavoj gran parte, cioè, di carezavano 
che fu ritcritto dopo lun laltro. — 4. In O av. a ei /u, é /» (principio di fu) o »i casi. 
Un. aman. — 14. In O av. aquella due lett. oaas. aman. {al f). — 16. In O era scritto 
giaeeuno e il ^ é sostituito da un e molto grande, del med. inch. : aman. — 20. In O 
anche qni av. a quella due lett. (al f) cass. lin. aman. — 22. In O 1' > di quali {era) è 
ritoccato, ma non ben ridotto ad e. 



5. MielielafBiolo di Bernardino di Mi- 
cUeie. Cfr. Vasari, Vite^ ed. Milanesi, 
IV, 600; V, 92, 93 e n. 1. Uno degU sco- 
lari di Giacomo Cozzarelli. Visse molti 
anni delia gioventù in Schiavonia. Sul 
disegno di Baldassarre Peruzzi (1481- 
1536) senese, fece nel 1524 il mausoleo 
di Adriano VI nella Chiesa de* Tedeschi 
(s. Maria deir Anima). Mori nel 1510. 
Cfr. Baldinucci, Dee. IV, sec. iv, p. 307. 
12. Giallo Romano pittore figlio di Piero 
Pippi de* lannuzzi ; fu pittore e architet- 
to, n. il 1492 e m. il 1 novembre 1516. Di- 
scepolo e coerede di Raffaello, coi dise- 
gni del quale condusse molte pitture 
delle logge papali e della Loggia Chigi; 
lavorò molto, come dirà la Vita, per il 
marchese Federico Gonzaga di Mantova. 



Cfr. Vasari, Vite, ed. Milanesi, V, 523- 
557; Baldinucci Dee. II, sec. iv, p. 238; 
D* ARCO, Istoria della vita e delle opere 
di G. Pippi romano. Mantova, 1838. É 
ricordato dal Cellini nei Trattati, ed. 
cit., p. 108. Fece alcuni disegni osceni 
intagliati da Marcantonio Raimondi, e 
ad illustrazione di essi scrisse tanti so- 
netti P Aretino: svi stampe per le quali 
Marcantonio fu carcerato e corse peri- 
colo della vita. (Cfr. Vasari, Vite, V, 
418: Marcantonio bolognese). 

— Gian Franeeieo : Penni. Cfr. la nota 
alla riga 11 della pagina 38. 

ai. Ba«hlaeeha Francesco pittore, figlio 
di Ubertino Lippini poi Verdi, e detto an- 
che degli libertini ; di famiglia oriunda 
del Borgo S. Lorenzo nel Mugello : u. il 



60 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



innamorato di lei. In questo caso si agitava un poemetto di amoroso 
isdegno, perché veduto che alla prima parola io la concessi al Ba- 
chiacca, parve a questa donna che io tenessi molto poco conto del 
grande amore che lei mi portava; di che ne nacque una grandissima 

5 cosa in ispatio di tempo, volendosi lei vendicare della ingiuria rice- 
vuta da me ; la qual cosa dirò poi al suo luogo. Avengha che Pora (e. 53&> 
si cominciava a'pressare di appresentarsi alla virtuosa compagnia cia- 
scuno con la sua comachia, et io mi trovavo senza, et pur troppo 
mi pareva fare errore manchare di una si paza cosa, et quel che più 

10 mi teneva si era che io non volevo menarvi sotto il mk> lume, in fra 
quelle virtù tali, qualche spennachiata comachiuccia; pensai a una 
piacevoleza per achrescere alla lietitudine maggiore risa. Cosi riso- 
lutomi, chiamai un giovinetto de età di sedici anni, il quale stava 
accanto a me: era figliuolo di uno ottonaio spagniuolo. Questo gio- 

15 vine attendeva alle lettere latine et era molto istudioso : haveva nome 
Diego : era hello di persona, maraviglioso di color di carne : lo inta- 
glio della testa sua era assai più bello che quello antiche di Antino 
e molte volte lo havevo ritratto; di che ne avevo hauto molto ho- (e &io> 
nore nelle opere mie. Questo non praticava con persona, di modo che 

so non era cogniusciuto : vestiva molto male et accaso: solo era inna- 
morato dei suoi maravigliosi studi. Chiamatolo in casa mia, lo pre- 
gai che mi si lasciassi addobbare di quelle veste femminUe che ivi 
erano apparechiate. Lui fu facile, et presto si vesti, et io con bel- 
lissimi modi di acconciature presto achresce' gran belleze al suo bello 

25 viso: messigli dua anelletti agli orechi, dentro vi dua grosse et belle 
perle: li detti anelli erano rotti; solo istrignevano li orechi, li quali 
parevano che bucati fussino; da poi li messi al collo collane d'oro 
bellissime et ricchi gioielli: cosi acconciai le belle mane di anella. 
Da poi piacevolmente presolo per un orechio, lo tirai davanti a un 

so mio grande spechio. Il qual giovine vedutosi, con tanta baldanza (c54&> 
disse; oimè, è quel, Diego? Allora io dissi: quello è Diego il quale 
io non domandai mai di sorte alcuna piacere : solo bora priego quel 
Diego, che mi compiaccia di uno honesto piacere: et questo si è, che 

5. In O ricevuta ha dopo Tu una lett. (a?) oaii. aman. — 7. In O dopo compagnia 
sono ca«8. Un. con/ la «, aman. — 17. In O ò scrìtto antino e un* « ò addossata a molto 
quasi in forma di o (è molto). — 19. In O av. nelle è delle cass. lin. aman. — 90. In 
Ò il primo u di eogniueeiuto è ridotto ad o e pare di altro inch. — In O av. era è un 
in casi. lin. aman. — 24. In O dopo presto è abbelU cass. Un. 



14^, m. il 1557. Ebbe due fratelli, Bar- sec. iv, p. 290. 

tolommeo (Baccio) pittore, e Antonio, 17. Antine, giovane di Bitinia, favo- 
ricamatore. Di quest* ultimo farà ricordo rito e onorato dair Imperatore Adriano, 
il Cellini nella Vita^ a proposito d'un suo di medaglie e statue. Un suo busto co- 
alterco col duca Cosimo sul valore d* uq lossale, ritrovato nel 17fi0 a Tivoli, negli 
diamante. Cfr. Vasari, Vite^ ed. Milane- scavi della Villa Adriana, fu accolto 
SI, VI, 454 e segg.; Baldinucci, Dee. IV, nel Museo Pio-Clemeotino a Roma. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 61 



in quel proprio habito io volevo che venissi a cena con quella vir- 
tuosa compagnia, che più volte io gli avevo ragionato. Il giovane 
honesto, virtuoso et savio, levato da sé quella baldanza, volto gli 
echi a terra, stette cosi alquanto sanza dir nulla ; di poi in un tratto 
alzato il viso, disse: con Benvenuto vengo; bora andiamo. Messoli 5 
in capo un grande sciugatoio, il quale si domanda in Roma un panno 
di state, giunti al luogo, di già era comparso ugniuno et tutti fatti- 
misi incontro: il ditto Michelagniolo era messo in mezo da lulio et 
da Giovanfrancescho. Levato lo sciugatoio di testa a quella mia bella 

lc.55a) figura; quel Michelagniolo, come altre volte ho detto, era il più fa- io 
ceto et il più piacevole che inmaginar si possa, appiccatosi con tutte 
a dna le mane una a lulio et una a Gianfrancescho, quanto egli po- 
tette in quel tiro li fece abbassare, et lui con le ginochia in terra 
gridava misericordia et chiamava tutti e^populi dicendo: mirate, mirate 
come son fatti gli angeli del paradiso ; che con tutto che si chiamino 15 
angeli, mirate che v' è anchora delle angiole : et gridando diceva : o an- 
gioì bella, o angiol degna, tu mi salva, et tu mi segna. A queste parole 
la piacevol chreatura ridendo alzò la mana destra, et gli dette una 
benedition papale con molte piacevol parole. Allora rizatosi Miche- 
lagniolo, disse, che al papa si baciava i piedi et che agli angeli si 20 

<c.556) baciava le gote: et cosi fatto, grandemente arrossi il giovine, che 
per quella causa si adirebbe belleza grandissima. Cosi andati in nanzi, 
la stanza era piena di sonetti, che ciascun di noi haveva fatti, et 
mandatigli a Michelagniolo. Questo giovine li cominciò a leggere, 
et gli lesse tutti : achrebbe alle sue infinite belleze tanto, che saria 85 
inpossibile il dirlo. Di poi molti ragionamenti et maraviglie, ai quali 
io non mi voglio stendere, che non son qui per questo: solo una pa- 
rola mi sovvien dire, perché la disse quel maraviglioso lulio pittore, 
il quale, virtuosa mente girato gli ochi a chiunque era ivi attorno, 
ma più affisato le donne che altri, voltosi a Michelagniolo, cosi disse : so 
Michelagniolo mio caro, quel vostro nome di comachie oggi a co- 
storo sta bene, benché le sieno qualche cosa manche belle che cor- 

(c 56a} nachie apresso a uno de* più bei pagoni che inmaginar si possa. Es- 
sendo presto et in ordine le vivande, volendo metterci a tavola, lulio 
chiese di gratta di volere essere lui quel che a tavola ci mettessi. 35 
Essendogli tutto concesso, preso per mano le donne, tutte le acco- 
modò per di dentro, et la mia in mezzo ; dipoi tutti gli huomini messe 
di fuori et me in mezo, dicendo che io meritavo ogni grande honore 
Era ivi per ispalliera alle donne un tessuto di gelsumini naturali et 
bellissimi, il quale faceva tanto bel campo a quelle donne, massimo 40 
alla mia, che impossibile saria il dirlo con parole. Cosi seguitammo 

5. In O il hen (Btnvenuto) è pili piccolo sopr&r. a venuto : aman. — 6. In O av. 
a {in capo) una lettera e mezza casa. lin. aman. — 17. In O dopo iegna è coti cast. Ha. 
ainan. — 87. In O è scritto inmeizo ma V$ ò malsioora. 



62 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



ciascuno di bonissima voglia quella richa cena, la quale era abun- 
dantissima a maraviglia. Di poi che bavemmo cenato, venne un poco 
di mirabil musica di voce insieme con istrumenti: et perché canta- 
vano et sonavano con i libri inanzi, la mia bella figura chiese da (c.56'/) 

5 cantare la sua parte; et perché quella della musica lui la faceva 
quasi meglio che l'altre, dette tanto maraviglia, che li ragionamenti 
che faceva lulio e Michelagniolo non erano più in quel modo di prima 
piacevoli, ma erano tutti di parole grave, salde e piene di stupore. 
Apresso alla musica, un certo Aurelio Ascolano, che maravigliosa- 

10 mente diceva alla improviso, cominciatosi a lodar le donne con di- 
vine et belle parole, inmenentre che costui cantava, quelle due 
donne, che havevano in mezo quella mia figura, non mai restate di 
cicalare; che una di loro diceva inel modo che la fece a capitar 
male, Paltra domandava la mia figura in che modo lei haveva fatto 

15 et chi erano li sua amici, et quanto tempo egli era che l*era arri- • 
vata in Roma, et molte di queste cose tale. Egli è il vero che se io (e.57av 
facessi solo per deschrivere cotai piacevoleze, direi molti accidenti 
che vi accaddono, mossi da quella Pantassilea, la quale forte era in- 
namorata di me : ma per non essere inel mio proposito, brevemente 

20 li passo. Hora venuto annoia questi ragionamenti di quelle bestie 
donne alla mia figura, alla quali noi havevamo posto nome Pomona, 
la detta Pomona, volendosi spiccare da quelli sciochi ragionamenti 
di coloro, si scontorceva ora in sun una banda ora in su Paltra. Fu 
domandata da quella femmina che haveva menata lulio, se lei si sen- 

25 tiba qualche fastidio. Disse che si, et che si pensava d'esser grossa 
di qualche mese, et che si sentiva dar noia alla donna del corpo. 
Subito le due donne che in mezo l'avevano, mossosi a pietà di Po- 
mona, mettendogli le mano al corpo, trovomo che l'era mastio. Ti- (c.57&) 
rando presto le mani a loro con ingiuriose parole quali si usano dire 

:o ai belli giovanetti, levatosi da tavola, subito le grida spartesi et con 
gran risa et con gran maraviglia, il fiero Michelagniolo chiese licen- 
tia da tutti di poter darmi una penitentia a suo modo. Avuto il si, 
con grandissime gride mi levò di peso, dicendo: viva il signore: 
viva il signiore e disse, che quella era la condannagione che io me- 

35 ritavo, ha ver fatto un cosi bel tratto. Cosi fini la piacevolissima cena 
et la giornata; et ugniun di noi ritornò alle case sue. 

10. In O av. alodar è Za, caas. Un. aman. — 15. In O amici ha tra ami e ci ana 
casa. : aman. — 25. In O qalcìì, — SO. In O avanti a tavola A la caia. lin. aman. In 
questo punto tono un po^ macchiate, e ritoccate, ma leggibili alcune parole. — 34. In O 
la prima volta è scritto tignore e un segno di i toprar. non cade an n ma aa r: agg. 
dell' aman. che la seconda volta aerisae Migniore, 



9. Aurelio Aieolano. Il Carfani lo tizie il Mazzuchblli, Soritt. d'Italia^ 
fa tuit*uDo con T improvvisatore di assai voi. I, p. II, p. 1 157-8. Ne sono a stampa 
fama Eurialo d' Ascoli* del quale dà no- varie Stanze, 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 63 



Se io volessi deschrivere perei samen te quale e quante erano le 
molte opere, che a diverse sorte di hnomini io faceva, troppo serebbe 
lungo il mio dire. Non mi occore per ora dire altro, se none che io 

(e.58a) attendevo con ogni sollecitudine et diligentia a farmi pratico in 

quella diversità et diferentia di arte, che disopra ò parlato. Cosi 5- 
continuamente di tutte lavoravo; et perché non m'è venuto alla 
mente anchora hoccasione di deschrivere qualche mia opera notabile, 
aspetterò di porle al suo luogo; che presto verranno. Il detto Mi- 
chelagniolo sanese scultore in questo tempo faceva la sepoltura de 
il morto papa Adriano. lulio romano pittore ditto se ne andò a ser- io 
vire il marchese di Mantova. Gli altri compagni si ritirorno chi in 
qua et chi in là a sue faccende : in modo che la ditta virtuosa com- 
pagnia quasi tutta si disfece. In questo tempo mi capitò certi picholi 
pugnialetti turcheschi et era di ferro il manico si come la lama del 

(e. 586) pugniale: anchora la guaina era di ferro similmente. Queste ditte ts 
cose erano intagliate, per virtù di ferri, molti bellissimi fogliami alla 
turchescha, et pulitissimamente commessi d*oro : la qual cosa mi in- 
citò grandemente a desiderio di provarmi anchora a affaticarmi in 
quella proffessione tanta diversa dal* altre et veduto eh* ella benissimo 
mi riusciva, ne feci parechi opere. Queste tali opere erano molto più 20 
belle et molto più istabile che le turchesche, per più diverse cause. 
L'una si era che in e* mia acciai io intagliavo molto profondamente 
a sotto squadro ; che tal cosa non si usava per i lavori turcheschi ; 
l'altra si era, che li fogliami turcheschi non sono altro che foglie 

(c.59a) di gichero con alcuni fiorellini di ehlitia, se bene hanno qualche 25 
poco di gratia, la non continua di piacere, come fanno i nostri fo- 
gliami : benché inelP Italia siamo diversi di modo di fare fogliami : 
perché i Lombardi fanno bellissimi fogliami, ritrahendo foglie de 
elera et di vitalba com bellissimi girari, le quali fanno molto piace- 
voi vedere : li toscani et i romani in questo genere presono molt' mi- so 
gliore eledone, perché contra fanno le foglie da chanto detta bran- 
cha orsina, con i sua festuchi et fiori, girando in diversi modi; et in 
fra i detti fogliami viene benissimo accomodato alcuni uccelletti et 
diversi animali, qual si vede chi à buon gusto. Parte ne truova na- 
turalmente nei fiori salvatici, come e quelle che si chiamano bocche ss 

4. In O av. ft sollecitudine è casa. lin. aman. etereitio, — 7. In O piccola cassa- 
tara indecifrabile av. a mente, — 12. In O dopo faccende casa. lin. aman. mi ne. — 18. 
In O tra a e affaticarmi trovasi ope casa. lin. aman. — 31. In O ò scritto da o poi 
segue ha chanto cass. lin. aman. 



10. 4tl morto papa Adriano. Adriano VI cessione di Carlo V, nel 1530. Mori il 
fu papa, tra Leone X e Clemente VII. 28 Giugno 1^0. Baldassar Castiglione 

11. marehofo di MantoTa. Federico Gon- nel 1524 gli aveva procurato i servigi 
zaga fratello del cardinale Ercole ve- di Giulio Romano. (Vasari ed. Milanesi 
scovo di Mantova. Fu duca, per con- V, 535 e n. 1). 



^64 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



di lione, che cosi in alcuni fiori si discerné, accompagniate con altre (e. 59ft) 
belle inmaginatione di quelli valenti artefici, le qual cose son chia- 
mate da quelli che non sanno, grottesche. Queste grottesche hanno 
acquistato questo nome da i moderni, per essersi trovate in certe ca- 

;5 veme della terra in Roma da gli studiosi, le quali caverne antica- 
mente erano camere, stufe, studii, sale, et altre cotai cose. Questi 
studiosi trovandole in questi luoghi cavernosi, per essere alzato da- 
gli antichi in qua il terreno et restate quelle in basso, et perché 
il vocabulo chiama quei luoghi bassi in Roma, grotte ; da questo si 

10 acquistomo il nome di grottesche. Il qual non è il suo nome; per- 
ché si bene, come gli antichi si dilettavano di comporre de' mostri 
usando con capre, con vache et con cavalle, nascendo questi miscugli (e 60a) 
gli domandavono mostri; cosi quelli artefici facevano con i loro 
fogliami questa sorte di mostri: et mostri è '1 vero lor nome et 

16 non grottesche. Faccendo io di questa sorte fogliami commessi nel 
sopra ditto modo, erano molto più belli da vedere che li turcheschi. 
Accadde in questo tempo, che in certi vasi, i quali erano humette 
antiche piene di cenere, fra essa cenere si trovò certe anella di ferro 
commessi d'oro in sin dagli antichi, et in esse anella era legato im 

so nicchiolino in ciascuno. Bicercando quei dotti, dissono, che queste 
anella le porta vono coloro che havevano caro di star saldi col pen- 
siero in qualche stravagante accidente advenuto loro cosi in bene (e.eoft) 
come in male. A questo io mi mossi, a requisitone di certi signori 
molto amici miei et feci alcune di queste anellette; ma le facevo di 

85 acciaro ben purgato: di poi, bene intagliate et commesse d'oro, fa- 
cevano bellissimo vedere ; et fu talvolta che di uno di questi anel- 
letti, solo delle mie fatture, ne hebbi più di quaranta scudi. Se usava 
in questo tempo alcune medagliette d'oro, che ogni signore et gen- 
til huomo li piaceva fare sculpire in esse un suo capriccio o inpresa; 

so et le portavano nella berretta. Di queste opere io ne feci assai, et 
erano molto dificile a fare. Et perché il gran valente huomo ch'io 
dissi, chiamato Caradosso, ne fece alcune, le quali come erano di più (o.6ia) 
di una figura non voleva mancho che cento scudi d'oro del'una: 
la qual cosa, non tanto per il premio quanto per la sua tardità, io 

4)5 fui posto innanzi a certi signiori, ai quali infra l'altre feci una me- 
daglia a gara di questo gran valent' huomo, inella qual medaglia era 
quattro figure, intomo alle quali io mi ero molto affaticato. Accadde 

1. In O accompagnioU e 1' o f a ridotto ad a, sicché vi ti legge guiate^ ma U ridas. 
«ombra di altro Inch. — 2. In O av, artefici è al cass. lin. aman. — 5. In O era scritto 
cauelU e lU è cass. lin. aman., che ha riscritto soprar, me, — At. cau«m«, è cass. 
lin. aman. carne, — 13. In O j^, per gli^ errore, per influsso anche del gli precedente. — 
20. In O era scritto nieeolo e sopr. è hiolino : Varchi? — 21. In O av. partouono è face 
cass. lin. aman. — 22. In O è ttauagante e l'r è piccola, soprar.: aman. — 83. In O era 
scritto a re/ugitione e fugi è cass. e sostituito da quiti (requisitione) soprar.: d* altro 
inch.; Celi. ? — 24. L' e prima di anelUtte è ormai corrosa in O ; se ne intravede appena 
Jl contorno. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



65 



che li detti gentil huomini et signiori, ponendola accanto a quella del 
maraviglioso Caradosso, dissono che la mia era assai meglio fatta 
et più bella, et che io domandassi quel che io volevo delle fatiche 
mie; perché havendo io loro tanto ben satisfatti, che loro me voleano 
satisfare altanto. Ai quali io dissi, che il maggior premio delle fa- 5 
(e. 616) tiche mie et quello che io più desiderava, si era lo aggiugnere apres- 
so alle opere di un cosi gran valent' huomo, et che, aUor signiorie 
cosi paressi, io pagatissimo mi domandavo. Cosi partitomi subito, 
quelli mi mandorno apresso un tanto libéralissimo presente, che io 
fui contento, et mi chrebbe tanto animo di far bene, che fu causa di io 
quello che per lo avvenire si sentirà. 

Se bene io mi discosterò alquanto dalla mia professione, volendo 
narrare alcuni fastidiosi accidenti intervenuti in questa mia trava- 
gliata vita, et perché havendo narrato per l'adrieto di quella virtuosa 
compagnia et delle piacevolezze accadute per conto di quella donna 15 
che io dissi, Pantassilea, la quale mi portava quel falso et fastidioso 
amore ; e isdegnata grandissimamente meco per conto di quella pia- 
le, età) cevoleza, dove era intervenuto a quella cena Diego spagnuolo di già 
ditto, lei havendo giurato vendicarsi meco, nacque una occasione, che 
io deschriverrò dove corse la vita mia a ripentaglio grandissimo. Et 20 
questo fu che, venendo a Roma un giovanetto chiamato Luigi Pulci, 
figliuolo di uno de* Pulci al quale fu mozato il capo per bavere usato 
con la figliuola ; questo ditto giovane bave va maravigliosissimo ingegno 
poetico et cognitione di buone lectere latine ; ischriveva bene ; era di 
gratia et di forma oltra'modo bello : erasi partito da non so che- vescovo, 2^ 
et era tutto pieno di mal franzese. Et perché quando questo giovane 
era in Firenze la notte di state in alcuni luoghi della città si faceva 
radotti inelle proprie strade, dove questo giovane in fra i migliori 
si trovava a cantare allo inproviso ; era tanto bello udire il suo, che 
(e.$s() il divino Michelagniolo Buonaaroti eccellentissimo scultore et pit- so 
tore, sempre che sapeva do v' egli era, con grandissimo desiderio e 
piacere lo andava a udire; e un certo chiamato il Piloto, valentis- 

8. In O io (che par cAaiato) è aopr. tra domandavo e coti : ftman. — 30. In O è scritto 
buona, e aroti è scrìtto di seguito a ruoti cast. lin. aman. 



21. Lnlffi Palei. Figlio di Iacopo di 
Luigi Pulci, autore del Morgante : ebbe 
il nome del nonno, alla cui memoria fu 
grave insulto il delitto contro natura, 
per il quale Iacopo fu decapitato ai 15 no- 
vembre 1531. O.e si riferisce ad un ms. 
in-fol. dell'Archivio di Stato di Firenze 
Casi tragici seguiti in Firenze. (Cfr. 
G. Volpi L, Pulci studio biogr., estr. 
dal Giom. stor. della lete, ital, fase. 
64-65 (1893) p. SO, 28). Come questo Luigi 



Pulci morisse, racconterà più avanti il 
Cellini. 

32. 11 Piloto. Cosi si chiamò Giovanni 
di Baldassarre, nato a Firenze nella se- 
conda metà del Quattrocento. Fu orefice 
e scultore. Lavorò per V apparato che 
si fece a Roma per la venuta di Carlo V. 
Mori il 4 Dicembre 1536. Il Cellini in una 
lettera al Varchi del 9 Settembre 1536 ne 
parla come se fosse già morto; ne parla 
il Vasari nelle Vite di Perino del Vaga, 



Cbllihi, Vita, 



66 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



simo huomo, orefice, et io, gli facevomo compagnia. In questo modo 
accadde la cognitione infra Luigi Pulci e me. Dove passato di molti 
anni, in quel modo mal condotto mi si scoperse a Roma, pregan- 
domi che io lo dovessi per V amor de dio aiutare. Mossomi accon- 
5 passione per le gran virtù sua, per amor della patria et per essere 
il proprio della natura mia, lo presi in casa et lo feci medicare in 
modo, che per essere a quel modo giovane, presto si ridusse alla 
sanità. Inmentre che costui procacciava per essa sanità, continua- 
mente studiava, et io lo havevo aiutato provveder di molti libri si- 
io condo la mia possibilità ; in modo che, cogniosciuto questo Luigi il (e- €Sa) 
gran benifitio ricevuto da me, più volte con parole et con lachrime 
mi ringratiava, dicendomi che se idio li mettessi mai inanzi qualche 
ventura, mi renderebbe il guidardone di tal benifitio fattoli. Al quale 
io dissi, che io non havevo fatto allui quello che io harei voluto, 
15 ma si bene quel che io potevo, et che il dovere delle chreature umane 
si era sovenire l'una Taltra; solo gli ricordavo che questo benifitio, 
che io gli havevo fatto, lo rendessi a un altro che havessi bisogno 
di lui, si bene come lui hebbe bisogno di me ; et che mi volessi bene 
da amico, e per tale mi tenessi. Cominciò questo giovane a praticare 
20 la corte di Roma, nella quale presto trovò ricapito, et acconciossi 
con un vescovo, huomo di ottanta anni, et era chiamato il vescovo 
Ghurgensis. Questo vescovo haveva un nipote, che si domandava 
misser Giovanni : era gentilhuomo venitiano : questo ditto misser ^^ ^^^ 
Giovanni dimostrava grandemente d'essere innamorato delle virtù 
S5 di questo Luigi Pulci, et sotto nome di queste sue virtù se l'aveva 
fatto tanto domestico, come se fussi lui stesso. Havendo il detto 
Luigi ragionato di me, et del grande obrigo che lui mi haveva, con 
questo misser Giovanni, causò che 1 detto misser Giovanni mi volse 
conoscere. Nella qual cosa accadde, che havendo io una sera infra 
30 l'altre fatto un po' di pasto a quella già ditta Pantassilea, alla qual 
cena io havevo convitato molti virtuosi amici mia, sopragiuntoci 
apunto nel' andare a tavola il ditto misser Giovanni con il ditto 

4. In O Ve di aiutar* è scritta sa un* 2. Non leggerei aiutarlo, considerando, cioè, 
la forma di « anteriore, e mal ridotta ad o. Credo, invoco, che il Geli, volesse dettar 
prima aiutarlo e si risolvesse poi per aiutarej ricordandosi del lo av. doveasi. — 7. In 
O il che é quasi loprar. tra modo e per: aman. — 11. In O 1* u di rieeuuto ò macchiato 
e forse corr. aman. — 17. In O sogno {bUogno) segane a bi dopo una cassatura di tre let- 
tere, (jgog) aman. — 88. In O II mo di huomo è scritto soprar. : aman. — 31. In O dopo 
molti un* a/ casa. aman. 



del Bandinelle, del BuonaiTOti. (Cfr. Va- 20-21. il tosooto Gharceniii. Girolamo 

sari Vite ed. Milanesi Y, p. 603; e B.* Balbo vescovo di Ourek nella Carinzia. 

Podestà. Carlo V a Roma neW Archi- Mori nel 1555. Fu dotto scrittore: iodato 

vio della Soc, romana di Storia patria per orazioni latine (Cfr. Mazzuchelli 

1877, I, p. 303; A. Bertolotti Artisti Scrittori d* Italia voi. II, P. 1, pag. 86: 

lombardi I, 243-44). agostini Scrittori venez.^ II p. £40-280). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 67 



Luigi Pulci, apresso alcuna cirimonia fatta, restomo a cenare con 
esso noi. Veduto questa isfaociata meritrice il bel' giovine, subito 
gli fece disegno adosso; per la qual cosa, finito che fu la piacevole 

<e. eia) cena, io chiamai da canto il detto Luigi Pulci, dicendogli, per quanto 

hobrigo lui s'era vantato di havermi, non cercassi in modo alcuno 5 
la pratica di quella meretrice. Alle qual parole lui mi disse : hoimè, 
Benvenuto mio, voi mi. havete adunque per uno insensato? Al quale 
io dissi: non per insensato, ma per giovine,* et per dio gli giurai 
che di lei io non ò un pensiero al mondo, ma di voi mi dorrebbe 
bene che per lei voi rompessi il collo. Alle qual parole lui giurò, che io 
pregava idio, che, se mai e' le parlassi, subito rompesse il collo. Do- 
vette questo povero giovane far tal giuro a dio con tutto il quore, 
perché e' roppe il collo come qui appresso si dirà. Il detto misser 
Giovanni si scopri seco d'amore sporco et non virtuoso; perché si 
vedeva ogni giorno mutare veste di velluto et di seta al ditto gio- 15 

<c 646) vane,* et si cognosceva eh' e' s' era dato in tutto alla scelleratezza, 
et haveva dato bando alle sue belle mirabile virtù, et faceva vista 
di non mi vedere et di non mi cognoscere, perché io lo havevo ri- 
preso, dicendogli che s' era dato impreda a brutti vitii, i quali gli . 
harien fatto rompere il collo come disse. Gli aveva quel suo misser so 
Giovanni compro un cavallo morello bellissimo, in el quale haveva 
speso centocinquanta scudi. Questo cavallo si maneggiava mirabi* 
lissimamente ; in modo che questo Luigi andava ogni giorno a sal- 
tabeccar con questo cavallo intorno a questa meretrice Pantassilea. 
Io havedutomi di tal cosa, non mene curai punto, dicendo che ogni ss 
cosa faceva secondo la natura sua; et mi attendevo a' mia studi. 
Accadde una domenica sera, che noi fummo invitati da quello scul- 
tore Michelagniolo sanese a cena seco; et era di state. A questa 

<c.65a) cena ci era il Bachiacha già ditto, et con esso haveva menato quella 

ditta Pantassilea sua prima pratica. Cosi essendo a tavola a cena, so 
lei era assederò in mezzo fra me et il Bachiacha ditto : in su il più 
bello della cena lei si levò da tavola, dicendo che voleva andare a 
alcune sue commodità, perché si sentiva dolor di corpo, et che torne- 
rebbe subito. In mentre che noi piacevolissimamente ragionavano 
et cenavamo, costei era sopra stata al quanto più che il dovere. Ac- S5 
cadde che, stando in orechi, mi parve sentire isghigniazzare cosi so- 
missamente nella strada. Io tenevo un coltello in mano, il quale io 
adoperavo in mio servitio a tavola. Era la finestra tanto apresso alla 
tavola, che sollevatomi alquanto, viddi nella strada quel ditto Luigi 
Pulci insieme con la ditta Pantassilea, et senti' di loro Luigi, che 4o 

<e. $5fr) disse : o se quel diavolo di Benvenuto ci vedessi, guai a noi ! Et lei 



8. In O era torltto et ui protesto et giuro. Le parole ui protesto et casa. Ha., e so- 
prar, di man. Celi, è acritto p dio gli : giuro è ridotto a giurai (Celi. ?). Il verbo ó é ri- 
maato Intatto. — 84. In O cauallo è aggiunto aman. aoprar. 



68 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



disse : non habiate paura, sentite che romore e' fanno : pensano a 
ogni altra cosa che a noi. Alle qual parole, io che gli avevo cono- 
sciuti, mi gettai da terra la finestra, et presi Luigi per la cappa^ 
et col coltello che io havevo in mano certo lo amazavo; ma perchè 

i gli era in sunun cavaletto bianche: al quale lui dette di sprone, la- 
sciandomi la cappa in mano per campar la vita. La Pantassilea si 
cacciò a fuggire in una chiesa quivi vicina. Quelli che erano a ta- 
vola, subito levatisi, tutti vennono alla volta mia, pregandomi che 
io non volessi disturbare né me né loro a causa di una puttana : ai 

10 quali io dissi, che per lei io non mi sarei mosso, ma si bene per 

quello scellerato giovine, il quale dimostrava di stimarmi si poco: (e. 66a> 
et cosi non mi lasciai piegare da nessuna di quelle parole di quei 
virtuosi huomini da bene; anzi presi la mia spada, et da me solo 
mene andai in Prati; perché la casa dove noi cenavamo era vicina 

13 alla porta di Castello che andava in Prati: cosi andando alla volta 
di Prati, non i stetti molto che, tramontato il sole, a lente pas^ me- 
ne ritomai in Roma. Era già fatto notte e buio, et le porte di Boma 
non si serravano. Avvicinatosi a dua ore, passai da casa di questa 
Pantassilea, con animo che, essendovi quel Luigi Pulci, di fare di- 

^ spiacere a Timo et Taltro. Veduto et sentito che altri non era in 
casa che una servaccia chiamata la Canida, andai a posare la cappa 
et il fodero della spada, et cosi mene venni alla ditta casa, la quali 
era drieto a Banchi in sul fiume del Tevero. Al dirimpetto a questa 
casa si era un giardino di uno oste, che si domandava Romolo : (e* s^^) 

^i questo giardino era chiuso da una folta siepe di marmeruchole in- 
nella quale cosi ritto mi nascosi, aspettando che la ditta donna ve- 
nissi a casa insieme con Luigi. Al quanto sopra stato, capitò quivi 
quel mio amico detto il Bachiacha, il quale o si veramente se Pera 
inmaginato, o gli era stato detto. Somissamente mi chiamò compare 

^ che cosi ci chiamavamo per burla; et mi pregò per l'amor di dio, 
dicendo queste parole quasi che piangendo : compar mio, io vi priego 
che voi non facciate dispiacere a quella poverina, perché lei non ha 
una colpa al mondo : a il quale io dissi : se a questa prima parola 
voi non mivi levate dinanzi, io vi darò di questa spada in sul capo. 

»^ Spaventato questo mio povero compare, subito seli mosse il corpo, (c.67o> 
et poco discosto possette andare, che bisognò che gli ubbidissi. Gli 
era uno stellato, che faceva un chiarore grandissimo: in un tratto 
io sento xm romore di più cavagli et da Tun canto et dalPaltro ve- 
nivano inanzi: questi si erano il ditto Luigi et la ditta Pantassilea 

40 accompagniati da un certo misser Benvegniato perugino, cameriere 

40. In O la Tocale av. il t di benvegniato è incerta tra la forma di u ed a, ma è da 
supporre che aia V a ridotto ad u, d' altro indiiontro. Più aotto è chiaro benuegnato vario 
volte. 



i3. drieto a banchi. A Roma, come Banchi la strada ove più specialmente 
ìli altre città, si chiamò e si chiama tenevano i banchi i mercanti. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 69 



di papa Chlemente, et con loro h avevano quattro valorosissimi ca- 
pitani perugini, con altri bravissimi giovani soldati: erano in fra 
tutti più che dodici spade. Quando io viddi questo, considerato che 
io non sapevo per qual via mi fuggire, m'attendevo a ficcare in quella 
siepe; et perché quelle pungente marmeruchole mi facevano male, 5 
et mi aissavo come si fa il toro, quasi risolutomi di fare un salto 

<c.676) e fuggire; in questo, Luigi haveva il braccio al collo alla detta Pan- 
tassilea, dicendo: io ti bacerò pure un tratto, al dispregio di quel 
traditore di Benvenuto. A questo, essendo molestato dalle ditte mar- 
merucole et sforzato dalle ditte parole del giovine, saltato fuora, al- io 
zai la spada; con gran voce dissi : tutti siate morti. In questo il colpo 
della spada cadde in su la spalla al detto Luigi: et perché questo 
povero giovine que' satiracci l'avevano tutto inferrucciato di giachi 
et d'altre cose tali, il colpo fu grandissimo ; et voltasi la spada, dette 
in sul naso et in su la bocca alla ditta Pautassilea. Caduti tutti a ib 
dua in tera, il Bachiacha con le calze a meza gamba gridava et fug- 
giva. Voltomi agli altri arditamente con la spada, quelli valorosi 
huomini, per sentire un gran romore che haveva mosso l'osteria, pen- 

<e.68a) sando che quivi fussi l'esercito di cento persone, se bene valorosa- 
mente havevano messo mano alle spade, dua cavalietti infra gli altri s<> 
ispaventati gli missono in tanto disordine, che gittando dua di quei 
migliori sotto sopra, gli altri si missono in fuga: et io veduto uscirne 
a bene, con velocissimo corso a honore usci' di tale impresa, non vo- 
lendo tentare più la fortuna che 'l dovere. In quel disordine tanto 
smisurato s' era ferito con le loro spade medesime alcun di quei sol- 2s 
dati et capitani, et misser Benvegnato ditto, camerier del papa, era 
stato urtato e calpesto da un suo muletto; et un servitore suo ha- 
vendo messo man per la spada, cadde con esso insieme, et lo feri 'n 
una mana malamente. Questo male causò, che più che tutti li altri quel 

<c. 686) misser Benvegnato giurava in quel lor modo perugino, dicendo : per so 
lo... di Dio, che io voglio che Benvegnato insegni vivere a Benvenuto : 
e conmesse a un di quei sua capitani, forse più ardito che gli altri, 
ma per esser giovane haveva manco discorso. Questo tale mi venne 
a trovare dove io mi ero ritirato, in casa un gran gentil huomo na- 
poletano, il quale, havendo inteso e veduto alcune cose della mia 95 
professione, apresso a quelle la dispositione de l'animo et del corpo 
atta a militare: la qual cosa era quella a che il gentil huomo era 
inchlinato inmodo che, vedutomi carezare, et trovatomi anchora io 
Della propria beva mia, feci una tal risposta a quel capitano, per la 



6. In O era scritto, pare, a$»auono, ridotto aùtauo dalP aman, Intercalato un i pie- 
colo dopo a, e cast. lin. no. — 25. In O dopo alcun ò traccia d*ana casi, o rasura, forte 
di un i. — 29. In O ar. li altri è un la (forte volerà seri vere laltri) catt. aman. — 
30. In O tra ben e utgnato è una lettera catt. lin. aman. — In O dopo p«r/ lo è una 
forte cast, di due o tre lettere, indecifrabili ; e io uojlio eh è toprar. : Oell. ? 



70 VITA DI BENVENUTO C5ELLINI 

quale io chredo che molto si pentissi di essermi venato inanzi. Apresso 
a pochi giorni, rasciutto alqnanto le ferite e a Luigi e alla puttana (e. 69a> 
e a quelli altri, questo gran gentil huomo napoletano fu ricerco da 
quel misser Benvegnato, al cui era uscito il furore, di farmi far 
5 pace con quel giovane detto Luigi, et che quelli valorosi soldati, li 
quali non havevano che fare nulla con esso meco : solo mi volevano 
cognoscere. La qual cosa quel gentil huomo disse attutti, che mi 
merrebbe dove e' volevano, et che volentieri mi farebbe far pace; 
con questo, che non si dovessi né dalPuna parte né dall'altra rical- 
to citrar parole, perché sarebbon troppo contra il loro honore; solo ba- 
stava far segno di bere et baciarsi, et che le parole le .voleva usar 
lui, con le quale lui voli^ntieri li salveria. Cosi fu fatto. Un giovedì (e. 69fr> 
sera il detto gentil huomo mi meiìò in casa al ditto messer Benve- 
gnato, dove era tutti quei soldati che s' erano trovati a quella iscon- 
15 fìtta, et erano hanchora a tavola. Con il gentil huomo mio era più 
di trenta valorosi huomini, tutti ben armati; cosa che il ditto mis- 
ser Benvegnato non aspectava. Giunti in sul salotto, prima il detto 
gentil huomo, et io apresso, disse queste parole: dio vi salvi, si- 
gniori: noi siamo giunti a voi Benvenuto et io, il quale io lo amo 
so come carnai fratello; et siamo qui volentieri a far tutto quello che 
voi havete voluntà di fare. Miser Benvegnato, veduto empiersi la 
sala di tante persone, disse : noi vi richiedemo di pace et non d* al- 
tro. Cosi miser Benvegnato promisse, che la corte del governator di (e- 80«v 
Boma non mi darebbe noia. Facemmo la pace: onde io subito mi 
25 ritomai alla mia bottegha, non potendo stare una ora sanza quel gen- 
til huomo napoletano, il quale o mi veniva a trovare o mandava per 
me. In questo mentre guarito il ditto Luigi Pulci, ogni giorno era 
in su quel suo cavallo morello, che tanto bene si maneggiava. Un 
giorno in fra gli altri, essendo piovegginato, et lui atteggiava il ca- 
so vallo a punto in su la porta di Pantassilea, isdrucciolando cadde, et 
il cavallo adossogli: rottosi la gamba dritta in tronco, in casa la 
ditta Pantassilea ivi a pochi giorni mori, et adempiè il giuro che di 
quore lui a dio bave va fatto. Cosi si vede che idio tien conto 
de' buoni et de' tristi, et a ciascun dà il suo merito. (^' *^*> 

35 Era digià tutto il mondo in arme. Havendo papa Chlemente 

mandato a chiedere al signor Giovanni de' Medici certe bande di 
soldati i quali vennono, questi facevano tante gran cose in B.oma^ 
che gli era male stare alle botteghe pubbliche. Fu causa che io mi 

12. In O era scritto uoglentieri e il ^ è cats. lin. del med. inch.: aman. — 21. In O è, 
incerta la scrittura delP i primo di empierti :eodjt — 25. In O il j^ di gentil huomo è 
coperto da macchia d'inchiostro: napoletano ha un secondo ta cancell. con forte eass. 



35. tntto il mondo in arme. Allusione tato di Cambra! . La chiesa favori pri- 
alla guerra tra Carlo V e Francesco I, ma V imperatore, poi fu mediatrice di 
scoppiata nel 1521 : si chiuse col trat- pace, indi si dichiarò per la Francia. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



71 



ritirai in una buona casotta drieto a Banchi; et qnivi lavoravo a 
tatti quelli guadagniati mia amici. I mia lavori in questo tempo non 
fumo cose di molta importanza; però non mi occorre ragionar di 
essi. Mi dilictai in questo tempo molto della musica et di tai pia- 
ceri simili a quella. Ha vendo papa Chlemente, per consiglio di mis- 
ser Iacopo Salviati, licentiato quelle cinque bande che gli haveva 

(e. sia) mandato il signior Giovanni, il quale di già era morto in Lombardia, 
Borbone, saputo che a Boma non era soldati, sollecitissimamente 
spinse resercito suo alla volta di Boma. Per questa occasione tutta 
Boma prese Tarme: il perchè, essendo io molto amico di Alessandro 
figliuol di Piero del Bene, et perchè a tempo che i Colonnesi ven- 
nono in Boma mi richiese che io gli guardassi la casa sua; dove 
che, a questa maggiore occasione mi pregò, che io facessi cinquanta 
compagni per guardia di detta casa, et che io fussi lor guida, si 
come havevo fatto a tempo de' Colonnesi : onde io feci cinquanta va- 
lorosissimi giovani, e intrammo in casa sua ben pagati et ben trat- 
tati. Conparso di già l'esercito di Borbone alle mura di Roma, il 

(e. 816) detto Alessandro del Bene mi pregò che io andassi seco a farli com- 
pagnia: cosi andammo un di quelli miglior compagni et io; et per 



10 



15 



2. In O dopo amici ò eais. Un. ftmftn. ilauo/ e di seguito è tcjitto i mia, — 5. In 
O aT. a quella ò allei cast. Un. aman. — In O le parole mieBer iaeopo saluiati 
tono eau. Un. di altro Inchiottro. — 16. In O dopo trattati è djgià cast. Un. aman. — 
Tra ser e cito in esercito è una lett. eaat. (e ?) aman. — 19. In O quelli ha dopo u una 
lett. eass. aman. 



6. laeepo Salvlati. V. la nota alla 
riga 11 della pagina 15. 

7. fiffBlor eiorannl: de* Medici : y. la 
nota alla riga 3 deUa pagina 17. 

8. Borbone. Carlo di Borbone cugino 
di Francesco I, che passò, per disgusti 
sofferti, al servizio di Carlo V (1523). Al 
principio del 1527 si era unito ai tede- 
schi gaidati dal Prundsberg, e aveva 
un* accozzagUa di banditi e malfatto- 
ri. Rimase ucciso, prima di entrare in 
Roma. 

10-11. Alessandro flflinol di Piero del 
Bene. Lo ricorderà più volte anche ap- 
presso. 

11. I Oolonnesl venneno in Roma. Le 
genti dei Colonna entrarono in Roma, 
con a capo il cardinal Pompeo, il 19 set- 
tembre del 1526. Fecero ribeUare U po- 
polo, saccheggiarono U palazzo del Pa- 
pa, onde Clemente VII fu costretto a 
fare un trattato in favore degU impe- 
riali. 

17. Ceapano di già V eaereito di Bor- 



bone ecc. È doveroso avvertire che non 
si possono accettare del tutto i parti- 
colari della narrazione ceUiniana; ma 
sarebbe impossibile discuterne qui. Ac- 
cenno ad alcune opere utiU a consul- 
tarsi sul sacco di Roma : L. Guicciar- 
dini, Il sacco di Boma narrazioni di 
contemporanei raccolte da G. Milanesi, 
Firenze, Le Monnier, 1859 ; tra* diaristi 
romani: Marcello Albertini e il Sacco 
di Roma nel i527; il Diario di M. Al- 
berini (1521-1536); Appendice al Diario 
di M. Alberini per Domenico Orano, 
Roma, a cura della R. Società di storia 
patria 1895-96; Dorez L., Le sac de Ro- 
me^ relation inèdite de Jean Cave or- 
léanais {Mélange d* archeologie et d*ht- 
stoirey XVI, 5); Omont H., Journal au- 
tobiographique du cardinal Jerome 
Aléandre (1480-1530) publié d'après les 
manuscrits de Paris et d* Udine^ 1895 ; 
e del medesimo Les suites du sac de 
Rome par les Imperiane et la campa- 
gne de Lautrec en Italie. Rome, I89ó. 



72 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



la via con esso noi si accompagnò nn giovanetto addomandato Ce- 
chino della Casa. Giugnemmo alle mura di Campo Santo, et quivi 
vedemmo quel maraviglioso esercito, che di già faceva ogni suo 
sforzo per entrare. A quel luogo delle mura dove noi ci accostammo, 

5 v'era molti giovani morti da quei di fuora: quivi si combatteva a 
più potere: era una nebbia folta quanto inmaginar si possa: io mi 
volsi a Alessandro e li dissi : ritiriamoci a casa il più presto che sia 
possibile, perché qui non è un rimedio al mondo; voi vedete, quelli 
montano et questi fuggono. Il ditto Lessandro spaventato, disse : 

10 cosi volessi idio che venuti noi non ci fussimo, et cosi voltosi con (o.82o) 
grandissima furia per andarsene. Il quale io ripresi, dicendogli : da 
poi che voi mi havete menato qui, gli è forza fare qualche atto da 
huomo ; et volto il mio archibuso dove io vedevo un gruppo di bat^ 
taglia più folta et più serrata posi la mira inel mezzo apunto a uno 

15 che io vedevo sollevato dagli altri; per la qual cosa la nebbia non 
mi lasciava discemere se questo era a cavallo o appiè. Voltomi subito 
a Lessandro et a Cechino, dissi loro che sparassino i loro archibusi; 
et insegnai loro il modo, acciocché e' non toccassino una archibusata 
da que' di fuora. Cosi fatto dua volte per uno, io mi affaciai alle 

«0 mura destramente, et veduto in fra di loro un tumulto istrasordina 
rio, fu che da questi nostri colpi si amazò Borbone; et fu quel primo 
che io vedevo rilevato da gli altri, per quanto da poi s'intese. Le- 
vatici di quivi, ce ne andammo per Campo Santo, et entrammo per 
San Piero ; et usciti là drieto alla chiesa di Santo Agniolo arrivammo 

85 al portone di castello con grandissime dificultà, perché il signor Renzo 
da Ceri et il signor Horatio Baglioni davano delle ferite et amaza* 
vono tutti quelli che si spiccavano dal combattere alle mura. Giunti 
al detto portone, di già erano entrati una parte de' nimici in Roma, 
et gli havevamo alle spalle. Volendo il castello far cadere la sara- 
cinesca del portone, si fece un poco di spatio, di modo che noi quat- 
tro entrammo drento. Subito che io fui entrato, mi prese il capitan 
Pallone de' Medici, perchè essendo io della famiglia del castello mi (c.»«) 

7. In O r a- av. Alessandro fu appena accennata dair aman. — 14. In O tnesefo — 
16. In O appiè è soprar, alle parole in surun ronfino casa. Un. aman. — 20. In O O 
scrìtto tumuto eass. Un.; anW fu agg. soprar, e poi in margine destro fu scritto (dal 
Varchi 7) tumulto. — 27. In O era scritto attutii, ma fu cass. 1* a, e rimasero tt initiali : 
quelli ila le due l nascoste da una forte cass. o macchia dMnch. — dal é poco chiaro: 
sembra ridotto ad a un u. 



25. BeoBo da Otri. V. la nota alla riga nella venuta del Borbone, alla difesa di 
16 della pagina 50. Roma. Mirò con tutti i mezzi al domi- 

26. Horatio Bagllenl figlio di Oiovan nio di Perugia. Mori nel 22 Maggio del 
Paolo; militò per i veneziani e per i 152S, combattendo sotto Napoli, 
fiorentini. Come disturbatore della pace 32. Pallone de> Medlei. Forse è quel 
di Perugia, fu rinchiuso in Castel S. An- Marcello Pallone che si trova ricordato 
giolo da Clemente VII che lo destinò, ne* conti per la difesa di Roma, Bbrto- 



30 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



73 



forzò che io lasciassi Lessandro; la qual cosa molto con tra mia vo- 
glia feci. Cosi salitomi su al mastio, innel medesimo tempo era en- 
trato papa Chlemente per i corridori inel castello ; perché non s' era 
voluto partire prima del palazzo di san Piero, non possendo chre- 
dere che coloro entrassino. Da poi che io mi ritrovai drento a quel 
modo, accostarmi a certe artiglierie le quali haveva a guardia un 
bonbardiere chiamato Giuliano fiorentino. Questo Giuliano afaccia- 
tosi li al merlo del castello, vedeva la sua povera casa sa6cheggiare, 
et stratiare la moglie, e' figliuoli ; in modo che, per non dare ai suoi, 
non ardiva sparare le sue artiglierie; et gittato la miccia da dar 
fuoco per terra, con grandissimo pianto si stracciava il viso; el si* 

<c.8S6) mile facevano certi altri bonbardieri. Per la qual cosa io presi una 
di quelle miccio faccendomi aiutare da certi che % erano quivi, li quali 
non ha vevano cotai passione : volsi certi pezi di sachri et falconetti 
dove io vedevo il bisogno, e con essi amazzai di molti huomini de' 
nimici ; che se questo non era, quella parte che era intrata in Boma 
quella mattina, sene veniva diritta al castello; et era possibile che 
facilmente ella entrassi, perché V artiglierie non davano lor noia. Io 
seguitavo di tirare: per la qual cosa alcuni cardinali et signori mi 
benedivano et davonmi grandissimo animo. U che, io baldanzoso, mi 
sforzavo di fare quello che io non potevo : basta che io fu* causa di 
campare la mattina il castello, et che quelli altri bonbardieri si ri- 

<e.84a) messono a fare i loro ufitii. Io seguitai tutto quel giorno: venuto 
la sera, inmentre che l'esercito entrò in Roma per la parte di Tre- 
steveri, havendo papa Chlemente fatto capo di tutti e' bombardieri 
un gran gentil huomo romano, il quale si domandava misser Antonio 
Santa crocio, questo gran gentil huomo la prima cosa sene venne 
a me, faccendomi carezze: mi pose con cinque mirabili pezi di arti- 
glieria inel più eminente luogo del castello, che si domanda da 
l'Agniolo, a punto: questo luogo circunda il castello atorno atorno 
e vede in verso Prati et in verso Boma : cosi mi dette tanti sotto a 
di me a chi io potessi comandare, per aiutarmi voltare le mie arti- 



io 



15 



20 



%ò 



30 



1. Im O è 1011110 fortMò e alcune lett. tono ritoccate ammn. — moUo è toprar., aman. 
— 10. In O av. artiglierie è dette oaas. Un. e toprar. ò eue, aman. — 11. In O dopo vieo era 
coaif cast. Un. aman., che ritoriase sopra el eimile : corrosa la carta. — 19. In O dopo te- 
guitavo é pur cass. Un. aman. — 20. In O l' o di dauonmi ò rid. ad a ; pare, di altro Inch. 



LOTTI, ArtUtti lomb,, I, p. 245. Il Tassi 
cita un libro dell* antica Guardaroba 
ducale (C, p. 71), da cui si rileva che il 
capitan Pallone fu al servizio de* Medici 
dal 1555 al 1572. 

7. eimliaao flortntlno. Un bombardie- 
re di tal nome è tra i salariati del 1527; 
cfr. Bbrtolotti, Artisti lombardi^ I, 



p. 244-245; e Plon, op. cit., p. 17-19. 

26. Antonio Santa croeie. Il Ouicciar- 
din! e 1* Ammirato fanno questo genti- 
luomo romano capitano d* artiglieria si- 
no dal 1517. Nei conti per la difesa, ci- 
tati dal Bertolotti, ibidem, p. 215, lo 
troviamo ricordato come capo de* bom- 
bardieri. 



74 VITA DI BENVENUTO GEL LINI 



glierìe : et fattomi dare una paga innanzi, mi consegnò del pane et 
nn po' di vino et poi mi pregò, che in quel modo che io havevo co- (e. 84&> 
min.ciato seguitassi. Io, che tal volta più ero inchlinato a questa 
professione che a quella che io tenevo per mia, la facevo tanto vo- 

5 lentieri, che la mi veniva fatta meglio che la ditta. Venuto la notte, 
e i nimici entrati in Roma, noi che eramo nel castello, maximamente 
io che sempre mi son dilectato veder cose nuove, istavo conside- 
rando questa inestimabile novità e 'ncendio ; la qual cosa quelli che 
erano in ogni altro luogo che in castello, nolla possettono né vedere 

10 né inmagìnare. Per tanto io non mi voglio mettere a deschrivere 
tal cosa : solo seguiterò deschrivere questa mia vita che io ò comin- 
ciato, et le cose che in essa apunto si apartengono. Seguitando di 
esercitar le mie artiglierie continuamente, per mezo di esse, in un 
mese intero che noi stemmo nel castello assediati, mi occorsa molti (e.85a> 

15 grandissimi accidenti degni di raccontargli tutti; ma per non voler 
essere tanto lungo, né volermi dimostrare troppo fuor della mia pro- 
fessione, ne lascierò la maggior parte, dicendone solo quelli che mi 
sforzano, li quali saranno i mancho e i più notabili. E questo è il 
primo: che havendomi fatto quel ditto misser Antonio Santa crocio 

so discendere giù de PAgniolo, perché io tirassi a certe case vicine al 
castello dove si erano veduti entrare certi dell'inimici di fuora, in- 
mentre che io tiravo, a me venne un colpo di artiglieria, il qual 
dette in un canton di un merlo, et presene tanto, che fu causa di 
non mi far male: perché quella maggior quantità tutta insieme mi 

S5 percosse il petto; et fermatomi l'anelito, istavo in terra prostrato (e. 856> 
come morto, e sentivo tutto quello che i circustanti dicevano; in 
fra i quali si doleva molto quel misser Antonio santa chrocie, di- 
cendo hoimè, che noi habian perso il migliore aiuto che noi ci 
h avessimo. Sopragiunto a questo rumore un certo mio compagno, 

so che si domandava Gianfrancesco piffero, questo huomo era più in- 
chlinato alla medicina che al piffero e subito pia(n)gendo corse per 
una carafiSna di benissimo vin ghreco, havendo fatto rovente una 
tegola, in su la quale e' messe su una buona menata di assentio ; di 
poi vi spruzò su di quel buon vin ghreco: essendo inbeuto bene 

35 il ditto assentio, subito melo messe in sul petto, dove evidente si 

vedeva la percossa. Fu tanto la virtù di quello assentio, che resemi (e 86a) 
subito quelle ismarrite virtù. Volendo cominciare a parlare, non pò- 

9. In O 1*0 di nolla ò ritoccato: T ultimo o di poaa^tlono è Intercalato, e toprar. è 
ne ; aman. — 16. In O av. e«««r« (tanto) tono casa. aman. le lettere e$: La pagina è •u> 
gante ; e, oltre alcuno lettere ritoccate, sono al recto e al vano certe grossezze, per mac- 
ohierelle dMnchiostro, specialm. nella metii superiore. — 22. In O in mentre fu scritto 
•oprar, alle parole in questo in casa. aman. — 26. In O come è scritto soprar, a una 
parola cass. fortemente (forse per). — 29. In O av. sopragiunto una macchia d* inch. 
che non nasconde, paro, lettera alcuna. — 34. In O dopo tu ò un pò/ cass. Un. e dopo 
quel, su boniesimo, salvo il b, cass. Un., è scritto uon {buon). — 36. In O dopo ditto/ è un 
secondo ditto cass. lin. aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



75 



tevo, perché certi sciochi soldatelli mi havevano pieno la bocca di 
terra, parendo loro con quella di havermi dato la comunione, con la 
quale loro più presto mi havevano scomunicato, perché non mi po- 
tevo riavere, dandomi questa terra più noia assai che la perco(8)sa. 
Pur di questa scampato, tomai a que' furori delle artiglierie, segui- 5. 
tandoli con tutta quella virtù e sollecitudine migliore che inmaginar 
potevo. Et perché papa Chlemente haveva mandato a chiedere soc- 
corso al duca di Urbino, il quale era con lo esercito de' venitiani, 
dicendo ali* imbasciadore, che dicessi a sua eccellenza, che tanto 

(e. 86fr) quanto il detto castello durava a fare ogni sera tre fuochi in cima 10 
di detto castello, accompagniati con tre colpi di artiglieria rinter- 
zati, che insino che durava questo segno, dimostrava che il castello 
non saria areso ; io hebbi questa caricha di far questi fuochi et tirare 
queste artiglierie: havenga che sempre di giorno io le dirizava in 
que' luoghi dove le potevan fare qualche gran male; la qual cosa, is 
il papa mene voleva di meglio assai, perché vedeva che io facevo 
V arte con quella avvertenza, che a tal cose si promette. Il soccorso 
de il detto duca mai non venne; per la qual cosa io, che non son 
qui per questo, altro non deschrivo. Inmentre che io mi stavo su a 

(e.87a) quel mio diabolico esercì tio, mi veniva a vedere alcuni di quelli cardi- 20 
nali che erano in castello, ma più ispesso il cardinale Ravenna e il 
cardinal de* Gaddi ; ai quali io più volte dissi eh* ei non mi capitas- 
sino innanzi, perché quelle lor berrettuccie rosse si scorgevano di- 
scosto : il che, da que* palazzi vicini, com* era la torre de' Bini, loro 
et io portavomo pericolo grandissimo ; di modo che per utimo io gli 2S 
feci serrare, et ne acquistai con loro assai nimicitia. Anchora mi 
capitava spesso intomo il signor Oratio Baglioni, il quali mi voleva 

2. In O loro è toprar. a con ; aman. — > 19. In O soprar, a tirar9 è ana lettera tra 
dae punti (.9.) aman. : 1 codd. non hanno traccia di qaetita lettera o sigla, che pare a me 
doTersi intendere guest* (non quelle come bb) correz. di l\ — 15. In O dopo gran è 
dannOf esss. Iin. aman. — 18. In O av. a detto è de il^ ma l' e di de ha un' asta, che è 
riealcaU forse su un' < cass. aman. — 82. In O era scritto eardilal: sull'I fu scritto 
nn' n e soprar, agg. una piccola e finale : di altro inchiostro. — Dopo gaddi si trovano 
le parole che uno/ era cass. Iin. aman. — 23. In O di berrettuccie è cass. con Iin. uccie y 
e aoprar, a ti, scritta, anzi accennata, un' e; d'altro Inch. 



8. duca di Urbino. Francesco Marìa 
della Rovere, nipole di Guido tialdo da 
MoDtefeltro che T adottò, e di Giulio II 
che lo mise a capo delle milizie ponti- 
ficie. Nella guerra fra Carlo V e Fran- 
cesco I comandava l'esercito dei vene- 
ziani, mirando specialmente al proprio 
ingrandimento. 

21. il eardlnale Ravenna e il cardinal 
de'eaddl. Il primo è il celebre Benedetto 
Accolti aretino ; arcivescovo di Ravenna 



nel 1524 : morì a Firenze di 52 anni nel 
21 settembre 1549 (cfr. Mazzuchelli^ 
Scritta, I, p. 1); era stato creato cardi- 
nale pochi giorni prima del sacco da 
Clemente VII con lieeolò Gaddi fioren- 
tino, che, dopo Tuccisione di Alessandro 
de' Medici, tentò con altri di ristabilire 
il governo repubblicano, e mori nel feb- 
braio del 1552. Intorno ai lavori fatti 
dal Cellini per il cardinal di Ravenna 
cfr. Plon, op. cit. passim. 



•*% 



76 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



molto bene. Essendo un giorno in fra gli altri ragionando meco, lai 
vidde certa dimostratione in una certa hosteria, la quale era fuor 
della porta di Castello, luogo chiamato Baccanello. Questa hosteria 
haveva per insegna un sole dipinto imezzo dua finestre, di color (e. 876) 

£ rosso. Essendo chiuse le finestre, giudicò il detto signor Horatio, 
che al dinmpetto drento di quel sole in fra quelle due finestre fussi 
una tavolata di soldati a far gozza viglia; il perché mi disse: Ben. 
venuto, se ti dessi il quore di dar vicino a quel sole un braccio con 
questo tuo mezo cannone, io chredo che tu faresti una buona opera, 

10 perché colà si sente un gran remore, dove debb' essere huomini di 
molta importanza. Al qual signior io dissi: a me basta la vista di 
dare in mezzo a quel sole; ma si bene una botte piena di sassi, 
eh' era quivi vicina alla bocca di detto cannone, el furore del fuoco 
et di quel vento che faceva il cannone, Farebbe mandata atterra. 

ti Alla qual cosa il detto signore mi rispose: non mettere tempo in- (o. 88a) 
mezo. Benvenuto: imprima non è possibile che, inel modo che la 
sta, il vento de il cannone la faccia cadere; ma, se pare ella cadessi 
e vi fussi sotto il papa, saria manche male che tu non pensi; siche 
tira, tira. Io, non pensando più là, detti inmezo al sole, come io 

*o havevo promesso apunto. Cascò la botte, come io dissi, la qual 
dette apunto in mezo in fra il cardinal Farnese e misser Iacopo Sai- 
viati, che bene gli arebbe stiacciati tutti a dui: che di questo fa 
causa che il ditto cardinal Farnese apunto haveva rimproverato, che 
il ditto misser Iacopo era causa del sacco di Roma ; dove dicendosi 

*5 ingiuria Tuno T altro, per dar campo alle ingiuriose parole, fu la 
causa che la mia botte non gli stiacciò tuttadua. Sentito il gran ri- 
more che in quella bassa corte si faceva, il buon signor Horatio con (e. 88*) 
gran presteza se ne andò giù; onde io fattomi fuora, dove era ca- 
duta la botte, senti' alcuni che dicevano : e' sarebbe bene amazare 

^ quel bonbardieri; per la qual cosa io volsi dua falconetti alla scala 
che montava su, con animo risoluto, che il primo che montava, dar 
fuoco a un de' falconetti. Dovetton que' servitori del cardinal Farnese 
ha ver comessione dal cardinale di venirmi a fare dispiacere ; per la 
qual cosa io mi feci innanzi, e havevo il fuoco in mano. Conosciuto 

^5 certi di loro, dissi : o scanna pane, se voi non vi levate di costi, et 

6. In O dopo fra è dua casa. lin. aman., ohe ritorisse due soprar, a quelle, — 
8. In O dopo se è gli caM. Un. aman. Volle dire da prima e* egli? — 9. In O è casa. 
buona, riscritta poi. — 22. In O dopo adui è no casi. Un. aman. — 25. In O dar è scritto 
due volto, e la seconda cass. lin. aman. — 26. In O tuttadua soprar, aman. — 28. In O 
dopo fuora è infra \ casa. Un. aman. — 35. In O dopo di era scritto lororo e il seeondo 
ro è cass. lin. aman. 



23. cardinal Fmrntae. Alessandro Far- (1531-1549). Auche per i lavori fatti dal 
nese, decauo del sacro Collegio, successe CelUni al card. Faniese, cfr. Plon, op. 
a Clemente VII col nome di Paolo III cit. passim. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 77 



se gli è nessuno che ardisca entrare drento a queste scale, io ò qui 
dna falconetti parati, con e' quali io farò polvere di voi ; et andate 
a dire al cardinale, che io ho fatto quello che da i mia maggiori mi 

(e. 89a) è stato commesso, le qual cose si son fatte et fannosi per difension 

di loro preti, et non per offenderli. Levatisi e' detti, veniva su cor- 5 
rendo il ditto signor Horatio Baglioni, al quale io dissi che stessi 
in drieto, se non che io Pamazerei, perché io sapevo benissimo chi 
egli era. Questo signore non sanza paura si fermò alquanto, et mi 
disse : Benvenuto, io son tuo amico. Al quale io dissi : signore, mon- 
tate pur solo, et venite poi in tutti i modi che voi volete. Questo si- io 
gnore, ch'era superbissimo, si fermò alquanto, et con istiza mi disse : 
io ò voglia di non venire più su et di far tutto il contrario che io 
havevo pensato di far per te. A questo io gli risposi, che si bene 
come io ero messo in quello ufitio per difendere altrui, che cosi ero 
atto a difendere hanchora me medesimo. Mi disse che veniva solo ; is 

(e.»fr) e montato che e' fu, esendo lui canbiato più che *1 dovere nel viso, 
fa causa che io tenevo la mana in su la spada, e stavo in cagniesco 
seco. A questo lui cominciò a ridere, et ritornatogli il colore nel viso, 
piacevolissimamente mi disse: Benvenuto mio, io ti voglio quanto 
bene io ò, et quanto sarà tempo che a dio piaccia, io telo mostrerrò: so 
volessi idio che tu gli avessi amazzati que' dua ribaldi, che uno è 
causa di si gran male, e l'altro tal volta è per esser causa di peg- 
gio. Cosi mi disse, che se io fussi domandato, che io non dicessi che 
lui fussi quivi da me quando io detti fuoco a tale artiglieria ; e del 
restante che io non dubitassi. I romori farno grandissimi, et la cosa >& 
durò un gran pezzo. In questo io non mi voglio allungare più inanzi : 

(e. 90a) basta che io fu' per fare le vendette di mio padre con misser Iacopo 
Salviati, il quale gli aveva fatto mille assassinamenti. Pure disave- 
dutamente gli feci una gran paura. Del Farnese non vo' dir nulla 
perché si sentirà al suo luogo quanto gli era bene che io l'avessi so 
amazato. Io mi attendevo a tirare le mie artiglierie, et con esse fa- 
cevo ognindi qualche cosa notabilissima; di modo che io havevo ac- 
quistato un chredito et una gratia col papa inistimabile. Non pas- 

16. In O €tk é intercalata nello spazio bianco, e e fu soprar, tra montato ed etendo. 
— SI. In O, dalle parole voUaai idio dieci righe sono cass. con nna linea da sinistra a 
destra, e con vta^ altra linea transversale le due righe seguenti. Una grave linea oriz- 
zontale é su tutte le parole delle seguenti otto righe, cioè fino a sette righe della e. 90 b. 
È cast. lin. aman. stato av. cauta e tale (artiglierìa) è scritto soprar, a ti grande, cass. 
Un. aman. Soprar, a fatto, e poi in margine sinistro, sono pure cass. le parole di altra 
mano e inch. tale secondo che d" mio pra te ne doleva. Metà della penultima riga delle 
cassate ha ormai, per lo spazio di due parole, corrosa la carta, ma nel recto non son 
corrose le parole. De* codd. B. salta tutto il passo cassato ; C D E le parole da innanzi 
a so mi attendevo. Le stampe, o nel testo, o dandone parte in nota, riferiscono tutto il 
passo. — 31. In O dopo tirare è lartiglie cass. lin. aman. 



27. mìa—t laeopo Salviati. V. la nota alla rig^ 11 della pagina 15. 



78 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



sa va mai giorno, che io non amazassi qualcun degli inimici di fuora. 
Essendo un giorno in fra gli altri, il papa passeggiava per il mastio 
ri tondo e vedeva in Prati un colonello spagniuolo, il quale lui lo 
conosceva per alcuni contrasegni, inteso che questo era stato già al 

5 suo servitio : et in mentre che lo guardava, ragionava di lui. Io che (e. 90b 
ero di sopra a TAgniolo, et non sapevo nulla di questo, ma vedevo 
uno huomo che stava là a fare aconciare trincee con una zagagHetta 
in mano, vestito tutto di rosato, disegnando quel che io potessi fare 
centra di lui, presi un mio gerifalco che io havevo quivi, il qual 

10 pezo si è maggiore e più lungo di un sacro, quasi come una mezza 
colubrina: questo pezo io lo votai, di poi lo caricai con una buona 
parte di polvere fine mescolata con la grossa; di poi lo dirizai be- 
nissimo a questo huomo rosso, dandogli una arcata maravigliosa, 
perché era tanto discosto, che l'arte non prometteva tirare cosi lon- 

15 tano artiglierie di quella sorta: dettigli fuoco, e presi apunto nel 
mezo quel' huomo rosso, il quali s'aveva messo la spada per sac- 
centeria dinanzi in un certo suo modo spagniolesco; che giunta la 
mia palla della artiglieria, percosso in quella spada, si vidde il ditto 
huomo diviso in dua pezzi. Il papa, che tal cosa non aspectava, ne (e.9ia> 

so prese assai piacere e maraviglia, si perché gli pareva inpossibile 
che una artiglieria potessi giugnere tanto lunge di mira, et perché 
quello huomo esser diviso in dua pezi, non si poteva accomodare 
come questo caso star potessi ; e mandatomi a chiamare, mi dimandò. 
Per la qual cosa io gli dissi tutta la diligenza che io havevo usato 

25 al modo del tirare; ma per esser T huomo in dua pezzi, né lui né io 
non sapevamo la causa. Inginochi atomi, lo pregai che mi ribenedissi 
dell' homicidio, et d'altri che io ne havevo fatti in quel castello 
in servitio della chiesa. Alla qual cosa il papa, alzato le mane e 
fattomi un patente chrocione sopra la mia figura, mi disse che mi 

30 benediva, et che mi perdonava tutti gli omicidii che io havevo mai 
fat(t)i, e tutti quelli che mai io farei in servitio della chiesa appo- 
stolica. Partitomi, mene andai su, et sollecitando non restavo mai (e 9i^) 
di tirare ; et quasi mai andava colpo vano. U mio disegnare e i mia 
begli studii et la mia bellezza di sonare di musica, tutte erano in 

35 sonar di quelle artiglierie, et s'i'havessi a dire particularmente le 
belle cose che in quella infernaHtà chrudele io feci, farei maravi- 
gliare il mondo ; ma per non essere troppo lungo me le passo. Solo 
ne dirò qualcuna di quelle più notabile, le quale mi sono di neces- 
sità; et questo si è, che pensando io giorno e notte quel che io po- 

S. In O ay. colonnello è capii/ casa. l!n. aman. — 7. In O av. la e inislale di «a- 
gaglUtta è un* «. — 19. In O dopo huomo è una macchia d* inohiottro che forse naiconde 
una lettera. — 85. In O dopo ne {lo) è un aegno ohe qualche stampa ha inteso per d; 
ma non è chiara né compiuta certo questa lettera. — 31. In O fatj. — »»rvUio è so- 
prar, a sachriJìtiOf cass. Un. amau. — 87. In O troppo ha ritoccate (aman. ?) varie 
lettere. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 79 

tevo fare per la parte mia in defensione della chiesa, considerato 
che i nimici canbiavano le guardie et passavano per il portone di 
santo Spìrito, il quale era tiro ragionevole; ma perché il tiro mi 
veniva in traverso, non mi veniva fatto quel gran male che io de- 
siderava di fare; pure ogni giorno sene amazzava assai bene: in 5 
modo che, vedutosi e' nimici impedito cotesto passo, messono più di 

<c. 92a) trenta botti una notte in su una cima di un tetto, le quale mi in- 
pedivano cotesta veduta. Io, che pensai un po' meglio a cotesto caso 
che non havevo fatto prima, volsi tutti a cinque i mia pezzi di ar- 
tiglieria dirizzandogli alle ditte botti, et aspettato le ventidua ore 10 
in sul bel di rimetter le guardie; et perchè loro, pensandosi esser 
sicuri, venivano più adagio e più folti che '1 solito assai ; il che, dato 
fuoco ai mia soffioni, non tanto gittai quelle botti per terra che m*in- 
pedivano, ma in quella soffiata sola amazzai più di trenta huomini. 
U perché, seguitando poi cosi dna altre volte, si misse i soldati in is 
tanto disordine che, infra che gli eran pieni del latrocinio del gran 
sacco, desiderosi alcuni di quelli godersi le lor fatiche, più volte si 
volsono abottinare per andarsene. Pure, trattenuti da quel lor va- 
loroso capitano, il quale si domandava Gian di Urbino, con grandis- 
simo lor disagio fumo forzati pigliare un altro passo per il rimettere so 

<c 926) delle lor guardie ; il qual disagio importava più di tre miglia, dove 
quel primo non era un mezzo. Fatto questa impresa, tutti quei si- 
gnori eh' erano in castello mi facevano favóri maravigliosi. Questo 
caso tale, per esser di tanta importanza seguito, lo 6 voluto contare 
per far fine a questo, perché non sono nella professione che mi S5 
muove a schrivere; che se di queste cose tale io volessi far bello 
la vita mia, troppe me ne avanzeria da dire. Eccene sola un'altra 
che al suo luogo io la dirò. Saltando innanzi un pezo, dirò come 
papa Chlemente, per salvare i regni con tutta la quantità delle gran 
gioie della Camera appostolica, mi fece chiamare, et rinchiusesi con so 
il Cavalierino et io in una stanza soli. Questo Cavalierino era già 

<e.d3«) stato servitore della stalla di Fillippo Strozzi: era franzese, persona 

7. In O dopo tetto tono le parole II quale le mi c«m. Un. «man. — 10. In O la < 
finale di botti è, come nella medesima parola pid sotto, scritta in di un* e: aman. — 14. 
In O trentta, — 19. In O di Urbino sottolin. di altro inob., col quale, e d* altra mano, 
è scritto in margine destro o da Urbino. — 86. In O dopo io è un* m cass. aman. — 27. 
In O dopo auanzeria ò adire cass. Un. aman. — 28. In O il la è inserito dall' aman., 
ma pid piccolo, tra io e dirò. 



19. Oiaa di Urbino, Capitano spagnuo- lora governala Sua Santità (Clemeo- 

lo, luogotenente del prÌDcipe d' Oranges. te VII). Fu da Giulio Romano ritratto 

Mori nel 1529. Il Varchi (1. IX) dice che nella Storia del Battesimo di Costantino 

era orgoglioso e crudele. in Vaticano. 

31. OaTftlieriiio. Il Vasari (ed. Mila- 32. Filippo Stroiit: ebbe in moglie la 

NEsi V. 530) nella vita di Oiulio Ro- Clarice di Piero de' Medici : fu amba- 

mano dice che questo CaTalierino... al- sciatore in Francia e a Roma. Contro 



80 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



10 



15 



nata vilissima et per essere gran servitore, papa Chlemente lo ha 
veva fatto richìssimo, et sene fidava come di se stesso: in modo 
che, il papa detto e il Cavaliere et io rinchiusi nella detta stanza, 
mi messono innanzi li detti regni con tutta quella gran quantità di 
gioie della Camera appostolica; et mi comisse che io le dovessi sfa- 
sciare tutte dell'oro, in che le erano legate. Et io cosi feci; di poi 
le rinvolsi in poca carta ciascune, et le cucimmo in certe farse adesso 
al papa et al detto Cavalierino. Di poi mi dettone tutto Toro, il quale 
era in circa dugento libbre, et mi dissono che io lo fondessi quanto 
più seghretamente che io poteva. Me ne andai a TAgniolo, dove era {e 935) 
la stanza mia, la quale io potevo serrare, che persona •non mi dessi 
noia; et fattomi ivi un fornelletto a vento di mattoni, et acconcio 
inel fondo di detto fornello un ceneracciolo grandetto a guisa di un 
piattello, gittando l'oro di sopra in su' carboni, a poco a poco cadeva 
in quel piatto. Inmentre che questo fornello lavorava, io continua- 
mente vigilavo come io potevo offendere gli inimici nostri ; et perché 
noi havevamo sotto le trincee degli inimici nostri a manco di un trar 
di mano, io facevo lor danno inelle dette trincee con certi passa- 
toiacci antichi, che erano parechi cataste, già munitione del castello, (e. ua} 

w Havendo preso un sacro et un falconetto, li quali erano tutti a dui 
rotti un poco in bocca, questi io gli empievo di que' passatoiacci ; 
et dando poi fuoco alle dette artiglierie, volavano giù alla inpazata 
facendo alle dette trincee molti inaspectati mali: in modo che, te- 
nendo questi continuamente in ordine in mentre che io fondivo il 

** detto oro, un poco innanzi all' ora del vespro, veddi venire in su l' orlo 
della trincea uno a cavallo in sunun muletto. Velocissimamente an- 
dava il detto muletto : et costui parlava a quelli delle trincee. Io 
stetti avvertito di dar fuoco alla mia artiglieria innanzi che egli giu- 
gnessi al mio diritto : cosi col buon iuditio dato fuoco, giunto, lo in- 

30 vesti' con un di quelli passatoi innel viso apunto : quel resto dettone (e 9**> 
al muletto, il quale cadde morto: nella trincea sentissi un grandis- 
simo tumulto : detti fuoco a l' altro pezo, non sanza lor gran danno. 
Questo si era il principe d'Orangio, che per di drente delle trincee 



1. In O dopo uiliaaima è Aum»7«, casa. lin. aman. — 18. In O, invece che a ventOf 
fa forte scritto da ventoy se, come pare, è nn d sotto lo sgorbio avanti Va: aman. — 
18. In O dttt» è soprar, a lovt che è casa. aman. — 84. In O sali* i di fondivo è accen- 
nata un* Cy che pare di altro inchiostro. 



Alessandro de* Medici si uni coi fuoru- 
sciti fiorentini. A Montemurlo fu preso, 
e rinchiuso a Firenze nel Forte di san 
Cfiovanni {Fortezza da Basso): secon- 
do alcuni s* uccise, secondo altri fu fatto 
uccidere dal duca Cosimo (1539). 

18. ... fattemi ItI qb fomollette ... si 
riferisce a questo lavoro nel trattato 



DeW oreficeria (ed. cit.) cap. XXr, pag. 
126-7. 

33. principe d*Oranf1o. Filiberto di Chà- 
lons, lasciato Francesco I, passò al ser- 
vizio deir imperatore, e fu, morto il 
Borbone, capitano generale. Mori nella 
battaglia di Gavinana contro l'eroico 
Francesco Ferruccio (1530). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 81 



fa portato a una certa osteria quivi vicina, dove corse in breve tutta 
la nobilita dello esercito. Inteso papa Chi emente quello che io bavevo 
fatto, subito mandò a chiamarmi, et dimandatomi del caso, io gli 
contai il tutto, et di più gli dissi che quello doveva essere huomo 
di grandissima importanza, perché in quella hosterìa dove e' V ave- 5 
vano portato, subito vi s' era ragunato tutti e' caporali di quello eser- 
cito, per quel che giudicar si poteva. U papa di bonissimo ingegno 
(e. 95a) fece chiamare misser Antonio santa Croce, il qual gentil huomo era 
capo e guida di tutti e' bonbardieri, come ò ditto: disse che co- 
mandassi attutti noi bonbardieri, che noi dovessimo dirizzare tutte 10 
le nostre artiglierie a quella detta casa, le quali erano un numero 
infinito, et che a un colpo di archibuso ogniuno dessi fuoco; inmodo 
che amazando quei capi, quello esercito, che era quasi in puntelli, 
tutto si metteva in rotta ; et che talvolta idio harebbe udite le loro 
oratione che cosi frequente e' facevano, e per quella via gli arebbe 15 
liberati da quelli impii ribaldi. Messo noi in ordine le nostre arti- 
glierie, sicpndo la commissione del santa Croce aspectando il segno, 
questo lo intese il cardinale Orsino, et cominciò a gridare con il papa, 

(e.95ft) dicendo che per niente non si dovessi far tal cosa, perché erano 

in sul conchiudere l'accordo, et se que' ci si amazavano, il campo 20 
sanza guida sarebbe per forza entrato in castello, e gli arebbe finiti 
di rovinare a fatto : per tanto non volevano che tal cosa si facessi. 
H povero papa disperato, vedutosi essere assassinato drento e fuora, 
disse che lasciava il pensiero alloro. Cosi, levatoci la commessione, 
io che non potevo stare alle mosse, quando io seppi che mi venivano 85 
a dare ordine che io non tirassi, detti fuoco a un mezo cannone che 
io h'avevo, il qual percosse in un pilastro di un cortile di quella casa 
dove io vedevo apoggiato moltissime persone. Questo colpo fece 
tanto gran male ai nimici, che gli fu per fare abandonare la casa. 
Quel cardinale Orsino ditto mi voleva fare o inpichare o amazare so 

(e. 96a) in Ogni modo ; alla qual cosa il papa arditamente mi difese. Le gran 
parole che occorson fra loro, se bene io le so, non facendo profes- 
sione di schrivere istorie, non mi occorre dirle: solo attenderò al 
fatto mio. Fonduto che io hebbi l'oro, io lo portai al papa, il quale 
molto mi ringratiò di quello che io fatto havevo, et commesse al 35 
Cavalierino che mi donasse venticinque scudi, scusandosi meco che 

5. In O 9$ima {grandUaima) è sop^ar. a grandi j axnan. — 20. In O era scritto que. 
Sono sapplite di altra mano e Inch. le lettere Ili. In capolinea seg. è ci eass., ma d*altro 
inoh. — 2i. In O era icritto fininiti: il secondo ni è cais. aman. 



8, Antoni* ganta Croca. V. la Dota uomo d^arme, e ammogliato; poi, ve- 

aUa riga 26 della p. 73. dove, fatto cardiDale nel 1517. Dopo Vac- 

18. Cardinale Oraiao: Francesco oFran- cordo tu. ostaggio con altri quattro car- 

ciotto, in relazione col Poliziano ; prima dinali (Giaccon. cit. m, p. 400 e seg.)- 

Cbi<lisìi, Vita, 6 



82 VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



non haveva più da potermi dare. Ivi a pochi giorni si fece Vaccordo. 
Io mene andai col signor Horatio Baglioni insieme con trecento com- 
pagni alia volta di Perugia; et quivi il signor Horatio mi voleva 
consegnare la compagnia, la quale io per allora non volsi, dicendo 
6 che volevo andare a vedere mio padre imprima, e ricomperare il 
bando che io havevo di Firenze. Il detto signore mi disse, che era (c.wt) 
fatto capitano de' Fiorentini ; et quivi era ser Piero Maria di Lotto 
mandato da i detti Fiorentini, a il quale il detto signor Horatio 
molto mi raccomandò come suo huorao. Cosi mene venni a Firenze 

10 con parechi altri compagni. Era la peste inistimabile, grande. Giunto 
a Firenze, trovai il mio buon padre, il quale pensava o che io fossi 
morto in quel Sacco, o che allui ignudo io tornassi. La qual cosa 
ha venne tutto il contrario : ero vivo, et con di molti danari, con un 
servitore, e bene aca vallo. Giunto al mio vechio, fu tanto Palle- 

15 grezza che io gli viddi, che certo pensai, mentre che mi abbracciava 
et baciava, che per quella e* morissi subito. Baccóntogli tutte quelle 
diavolerie del sacco, et datogli una buona quantità di scudi in mano, 
li quali soldatescamente io me havevo guadagniati, apresso fattoci le (c.97a) 
careze il buon padre et io, subito sene andò agli Otto a riconpe- 

80 rarmi il bando; et s'abbattè per sorte a esser degli Otto un di 
quegli che me l'avevan dato, et era quello che indischretamente 
haveva detto quella volt' a mio padre, che mi voleva mandare in 
villa co' lanciotti ; per la qual cosa mio padre usò alcune accorte 
parole in atto di vendetta causate da i favori che mi haveva fatto 

25 il signor Horatio Baglioni. Stando cosi, io dissi a mio padre come 
il signor Horatio mi haveva eletto per capitano, et che e' mi con- 
veniva cominciare a pensare di fare la compagnia. A queste parole 
sturbatosi subito il povero padre, mi pregò per l'amor di Dio, che 
io non dovessi attendere a tale impresa, con tutto che lui cogno- 

30 scessi che io saria atto a quella et a maggior cosa, dicendomi apresso, 
che haveva l'altro figliuolo et mio fratello tanto valorosissimo alla i^*-*'^' 
guerra, et che io dovessi attendere a quella maravigliosa arte, inella 
quale tanti anni et con si grandi studi io mi ero affaticato di poi. 

1. In O ay. « potermi è damij eais. Hn. «man. — Dopo giorni ò/u oasB. lin. aman. 
— 2. In O le parole il signor,,, la quaU (2 righe precise del ms.) sono sottolin. di altro 
Ineb. — 7. In O ò sottolin., pare di altro inchiostro, Piero Maria di Lotto. — IS. In 
O io (tornasti) è soprar, aman. — 16. In O dopo baciava sono cass. aman. queste pa- 
role pel galdio et allegreMta/ — 18. In O il m« ó soprar, a <o. — È incerta poi tra et 
e H la finale di fatto. Pare più probabile che sia soprascritta la e alla e : aman. — SS. In 
O era eoi : 1* » è cass. fortem. aman. Sulla cassatura è un vero apostrofe, piuttosto che 
un punto. Dopo lanciotti è ali. cass. lin.; dopo patire una lettera cass., e della cassatura 
1* impressione è nel verso. 



1. li feee Paeeordo. Clemente VII ri- lomb.^ I, 245-46. 
mase in Castello prigione, fino al giorno 7. Piero Maria di Lotte, notaro della 

8 Dicembre. Cfr. Bertolotti, Artisti Signoria nel 1527. Era da S. Miniato. 



i 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



83 



Se bene io gli promessi ubidirlo, pensò come persona savia, che se 
veniva il signor Horatio, si per havergli io promesso, et per altre 
cause, io non potrei mai manchare di non seguitare le cose della 
guerra: cosi con un bel modo pensò levarmi di Firenze, dicendo 
cosi: o caro mio figliuolo, qui è la peste inistimabile, grande, e mi 5 
pare tuttavia di vederti tornare a casa con essa; io mi ricordo, es- 
sendo giovane, che io mene andai a Mantova, nella qual patria io 
fui molto carezato, et ivi stetti parechi anni : io ti priego e comando, 
che per amor mio, più presto oggi che domani, di qui ti lievi et là 
tene vada. 10 

^e. 9Sa) Perché sempre m' è dilectato di vedere il mondo, et non essendo 
mai stato a Mantova, volentieri andai, preso que' danari che io ha- 
vevo portati; et la maggior parte di essi ne lasciai al mio buon pa- 
dre, prommettendogli di aiutarlo sempre dove io fussi, lasciando la 
mia sorella maggiore a guida del povero padre. Questa haveva nome 15 
Cosa, et non havendo mai voluto marito, era accettata monaca in 
santa Orsola, et cosi sopra stava per aiuto et governo del vechio 
padre e per guida de V altra mia sorella minore, la quale era mari- 
tata a un certo Bartolomeo scultore. Cosi partitomi con la benedi- 
tion del padre, presi il mio buon cavallo, et con esso mene andai so 
a Mantova. Troppe gran cose harei da dire, se minutamente io vo- 
lessi schrivere questo pichol viaggio. Per essere il mondo intene- 

<c. 9Sb) brato di peste et di guerra, con grandissima difìcultà io pur poi mi 
condussi alla ditta Mantova; inella quale giunto che io fui, cercai 
di cominciare a lavorare; dove io fui messo in opera da un certo 25 
maestro Nichelo milanese, il quali era orefice del duca di detta Man- 
tova. Messo che io fui in opera, di poi dua giorni appresso io me 
ne andai a visitare misser lulio Romano pittore eccellentissimo, già 
ditto, molto mio amico, il quale miser Tulio mi fece carezze inesti- 
mabile, et ebbe molto per male che io non ero andato a scavalcare 3o 
a casa sua ; il quale viveva da signore et faceva una opera pel duca 
fuor della porta di Mantova, luogo detto al Te. Questa opera era 
grande e maravigliosa, come forse hanchora si vede. Subito il ditto 

17. In O dopo eoH è »i èta eaii. Un. «man. — 18. In O ar. altra è una forte cast, 
«otto la qaale si leggono alcune lettere {allof) a man. — 82. In O dopo opera ò una 
lettera fortemente easi. aman. 



16-19. Cesa... altra mia aorella minore... 
maritata a nm eerto Bartelommeo tenitore, 
v. la nota alla riga 10 della pag. 0. Del 
cognato Bartolommeo (sarà stato poi 
uno scultore o uno scarpellino ?), dice 
appresso che mori pure nel 1528. 

26. lioholo milanese. Fu a* servigi di 
Isabella d'Este marchesa di Mantova 
già nel 1514. Cfr. A. Luzio e R. Rbnier 



n lusso di Isabella d* Este^ marchesa 
di Mantova^ nella N. Antologia^ 16 Lu- 
glio 1896, p. 301. 

— dnea di detta HantoTa. V. la nota 
alla riga 11 della pag. 63. 

28. Inlio Bemano. V. la nota alla riga 
12 della pag. 59. 

32. Te. A questo grandioso palazzo 
architettato da Giulio Romano lavora- 



84 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



misser Inlio con molte bonorate parole parlò di me al duca; il quale 
mi comesse che io gli facessi un modello per tenere la reliquia (c.09ri> 
del sangue di Christo che gli anno, qual dicono essere stata portata 
quivi da Longino; di poi si volse al ditto misser lulio, dicendogli 
5 che mi facessi un disegno per detto reliquiere. A questo, misser 
lulio disse: signore, Benvenuto è un huomo che non ha bisogno 
delli disegni d'altrui, et questo vostra eccellentia benissimo lo giu- 
dicherà, quando la vedrà il suo modello. Messo mano a far questo 
ditto modello, feci un disegno per il ditto reliquiere da potere be- 
lo nissimo collocare la ditta ampolla: di poi feci per di sopra un mo- 
delletto di cera. Questo si era un Christo assedere, che inella mana 
mancina levata in alto teneva la sua croce grande, con atto di apog- 
giarsi a essa, et con la mana dirita faceva segno con le dita di 
aprirsi la piaga del petto. Finito questo modello, piacque tanto al (e 9Qh} 
15 Duca, che li favori fumo inistimabili, et mi fece intendere, che mi 
terrebbe al suo servitio con tal patto, che io richamente vi potrei 
stare. In questo mezo havendo io fatto reverentia al cardinale suo 
fratello, il detto cardinale pregò il duca, che fussi contento di la- 
sciarmi fare il suggello pontificale di sua signoria reverendissima; 
so il quale io cominciai. Inmentre che questa tal opera io lavoravo, mi 
sopra prese la febbre quartana ; la qual cosa, quando questa febbre 
mi pigliava, mi cavava de' sentimenti ; onde io maladivo Manta va e 
chi n' era padrone e chi volentieri vi stava. Queste parole furono 
ridette al duca da quel suo orefice milanese ditto, il quale benissimo 

15. In O Duca è scritto soprar, a marchese cass. lin. aman. — 16. In O io è scritto 
soprar, fra c^ e richamente. 



rono molti artisti. Una descrizioDe sto- 
rica di questa villa fu fatta da G. Bot- 
TANi (Mantova, 1783). 

2. un modello p«r tenera la reliquia... 
Non possediamo più questo reliquiario, 
ma ne rimangono uno stampo in bronzo 
e un antico disegno. Forse fu finito nel 
1629 da maestro Niccolò surricordato. 
Sarebbe, forse il più antico fra i lavori 
rimasti del Cellini di data sicura. Cfr. 
E. MOLiNiER B, Cellino Paris, Librai- 
rie de l'Art, p. 18-20. 

17. eardinale evo fratello. Ercole ve* 
scovo di Mantova, cardinale dal ló27. 
Morto il fratello duca Federigo (1540), 
tenne sedici anni il governo del Mon- 
ferrato per i nipoti. Si sottrasse al Pa- 
pato : mori di anni 58 nel presiedere al 
Concilio di Trento (1563). Abbiamo di 
lui una Institutio vitae chrUtianae, 
(CiACCONio, III, p. 481). Nel Trattato Del- 



l' Oreficeria (ed. Milanesi, p. 100) il Cel- 
lini dice d* aver fatto il suggello al car- 
dinale di Mantova fratello carnale 
del duca. Soggiunge poi: «Un altro 
suggello feci, molto più ricco di figure 
al cardinale Ippolito di Ferrara, fratel 
carnale del duca Ercole.... Di quel sug- 
gello di Mantova detto ebbi dugento du- 
cati di mia fattura; e di quel di Fer- 
rara trecento» Più avanti (p. 157) scrive 
« Io ne feci uno d* oro, mezzanotte, al 
duca di Mantova, fatto ch'io ebbi il suo 
al cardinale suo fratello, et oltra tutte 
le diligenzie che io usai, come ho detto, 
io gli feci un manico, il quale era un 
Erculetto a sedere con la sua pelle del 
leone sotto, e con la sua clava in mane 
ecc. > Di questi sigilli discorre larga- 
mente il Plon, op. cit., p. 187 e seg. ; è 
anche da vedere il Mounier, op. cit, 
p. 20 e seg. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 85 

<c.iooa) vedeva che 1 duca si voleva servir di me. Sentendo il detto duca 
quelle mie inferme parole, malamente meco s' adirò ; onde, io essendo 
adirato con Mantova, della stizza fummo pari. Finito il mio suggello, 
che fu un termine di quattro mesi, con parechi altre operette fatte 
al duca sotto nome del cardinale, da il ditto cardinale io fui ben s 
pagato ; et mi pregò che io mene tornassi a Roma in quella mirabil 
patria, dove noi ci eramo conosciuti. Partitomi con una buona somma 
di scudi di Mantova, giunsi a Governo, luogo dove fu amazzato quel 
valorosissimo signor Giovanni. Quivi mi prese un piccol termine di 
febre, la quale non m'impedì punto il mio viaggio; et restata inel io 

<c.ioo6) ditto luogo, mai più l'ebbi. Di poi giunto a Firenze, pensando tro- 
vare il mio caro padre, bussando la porta, si fece alla finestra una 
certa gobba arrabbiata, et mi cacciò via con assai villania, dicen- 
domi che io l'avevo fradicia. Alla qual gobba io dissi: o dimmi, 
gobba perversa, ècc'elli altro viso in questa casa che '1 tuo? No, is 
col tuo malanno. Alla qual io dissi forte : e questo non ci basti dua 
ore. A questo contrasto si fece fuori una vicina, la qual mi disse 
che mio padre con tutti quelli della casa mia erano morti di peste : 
onde che io parte melo indovinavo, fu la cagione che il duolo fu 
minore : di poi mi disse che solo era restata viva quella mia sorella so 

ictoia) minore, la quale si chiamava Liperata, che era istata raccolta da 
una santa donna, la quale si domandava mona Andrea de'BellaccL 
Io mi parti' di quivi per andarmene all'osteria. A caso rincontrai 
un mio amicissimo: questo si domandava Giovanni Rigogli. Isca- 
valcato a casa sua, ce ne andammo in piazza, dove io hebbi nuove ss 
che 1 mio fratello era vivo, il quale io andai a trovare a casa di 
un suo amico, che si domandava Bertino AldobrandL Trovato il 
fratello, et fattoci carezze et accoglienze infinite, il perché si era 
che le fumo istrasordinarie, che allui di me et a me di lui era stato 
dato nuove deUa morte di noi stessi : di poi levato una grandissima » 
risa, con maraviglia, presomi per la mano, mi disse: andiamo, fra- 
tello, che io ti meno in luogo il quale tu mai non immagineresti: 

<cioi&) questo si è, che io ò rimaritata la Liperata nostra sorella, la quale 

5. In O dopo cardinale è fu casi. Un. aman. ; e più sotto av. in (quella) è il cau» 
Un. aman. — 7. In O il im di doue è «oprar, a do. — 81. In O <Ìopo liperata sono oass. 
Un. aman. le parole la detta sorella mi disse, — 25. In O »n è soprar, fra andammo e 
piazza, aman. — 27. In O Aldo brandi: più sotto aeeoglienzee — 83. In O avanti rima» 
ritata ó ma cass. aman: è poi incerto se debba liperata o liberata: direi però il b ri- 
dotto a 'p (del med. inch., aman.). 



8. OoTerno. CasteUo sul confluente chiama (Ub. iii) giovane animoso a di- 

del Mincio e del Po. (Cfr. Dante, Inf, smisura. Il Varcbi (lib. xi) narrandone 

XX, 75-76). V. la nota alla riga 3 della U dueUo (1530), nel quale perde la vita, 

pag. 17. con Dante da CastigUone che seguiva 

Si. eioTamil BlgogU. V. la nota aUa le insegne nemiche, dice che era gio- 

riga 9 deUa pag. 32. vane valoroso e aUievo di Francesco 

in. Bertino Aldobraadl. L'Ammirato lo CeUini (Cecchino del Piffero). 



86 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



certissimo ti tiene per morto. Inmentre che a tal laogo andavamo^ 
contammo l'uno all'altro di bellissime cose avvenuteci; e giunti a 
casa, dov' era la sorella, gli venne tanta stravaganza per la novità 
inaspectata, eh' ella mi cadde imbraccio tramortita ; e se e' non fnssi 
5 stato alla presenza il mio fratello, l'atto fu tale sanza nessuna pa- 
rola, che il marito cosi al primo non pensava che io fussi il suo 
fratello. Parlando Cechin mio fratello e dando aiuto alla svenuta, 
presto sì riebbe ; e pianto un poco poco il padre, la sorella, il marito, 
un suo figliolino, si dette ordine alla cena; et in quelle piacevol 
10 nozze in tutta la sera non si parlò più di morti, ma si bene ragio- {c.iota> 
namenti da nozze: cosi lietamente et con gran piacere finimmo la 
cena. 

Forzato da i prieghi del fratello et della sorella, fumo causa che 
io mi fermai a Firenze, perché la voglia mia era volta a tornarmene 
15 a Roma. Anchora quel mio caro amico, che io dissi prima in alcune 
mie angustie tanto aiutato da lui, questo si era Piero di Giovanni 
Laudi, anchora questo Piero mi disse che io mi dowerrei per alquanto 
fermare a Firenze ; perchè essendo i Medici cacciati di Firenze, cioè 
il signore Ipolito et signore Alesandro, quali fumo poi un cardi- 
lo naie et l'altro duca di Firenze, questo Piero ditto mi disse che io 
dovessi stare fin poco a vedere quel che si faceva. Cosi cominciai 
a lavorare in mercato nuovo, et legavo assai quantità di gioie et 
guadagniavo bene. In questo tempo capitò a Fiorenza un sanese {c.i026> 
chiamato Girolamo Marre tti : questo sanese era stato assai tempo in 
25 Turchia et era persona di vivace ingegno : capitommi a bottegha et 
mi dette a fare una medagb'a d'oro da portare in un cappello: volse 
in questa medaglia che io facessi uno Hercole che sbarrava la bocca 
a il lione. Cosi mi missi a farlo; et inmentre che io lo lavorava, 

10. In O dopo bene è de, casa. Hn. Aman. — 16. In O le parole piero,,, landi sono 
sottol. , forse, del medesimo inchiostro. — 19. In O ò scritto eardininaU. — 88. In O 
il (lione) è scritto soprar, a un: cass. aman. 



16. Piero di OioTannl Landi. V. la nota 
alla riga 35 della pag. 86. 

18. estendo 1 Hedlel caeoiatt di Firenie, 
Era assediata Roma, Clemente VII chiu- 
so in Castel Sant'Angiolo: ai 17 mag- 
gio del 1527 i Fiorentini cacciarono i 
Medici, ed elessero gonfaloniere Niccolò 
capponi. Fattasi poi la pace tra Carlo V 
e Clemente VII (giugno 1529), e combi- 
natosi il matrimonio della figlia natu- 
rale dell'Imperatore, Margherita d'Au- 
stria, con Alessandro de' Medici, Firen- 
ze pati per dieci mesi il memorando as- 
sedio (1530), ed ebbe poi duca, anzi ti- 
ranno, Alessandro. 



24. Girolamo Marretti. Nel Trattato del- 
l' Oreficeria (ed. C. Milanesi p. 76-77> 
questo senese è chiamato Marretta, e si 
dice che la medaglia fU fatta « in nel 
tempo di poi il sacco di Roma di un 
anno in circa ». Si riferiscono anche le 
parole di lode dette da. Michelangiolo, 
che era andato a vederla a bottega^ 
Se questa opera futsi grande^ o di 
marmo o di bronzo^ condotta con quel 
bel disegno^ la farebbe stupire U tnon- 
do^ si che di questa grandezza io la 
veggo tanto bella, che io non credo- 
mai che quegli orefici antichi faces- 
sero tanto bene (p. 76). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



87 



venne Michelagniolo Buonaarroti più volte a vederlo; et perché io 
mi v*ero grandemente affaticato, Patto della figura et la bravnria 
de l'animale molto diversa da tatti qnelli che per inaino allora ave- 
vano fatto tal cosa; anchora, per esser quel modo del lavorare to- 
talmente incognito a quel divino Michelagniolo, lodò tanto questa s 

(ciosa) mia opera, che a me chrebbe tanto l'animo di far bene, che fu cosa 
inistimabile. Ma perché io non havevo altra cosa che fare, se non 
legare gioie, che se bene questo era il maggior guadagno che io 
potessi fare, non mi contentavo; perché desideravo fare opere d'al- 
tra virtù che legar gioie : in questo accadde, un certo Federigo Gi- io 
neri giovane di molto elevato spirito: questo giovane era stato a 
Napoli molti anni, et perché gli era molto bello di corpo e di pre- 
senza, se era innamorato in Napoli di una principessa : cosi, volendo 
fare una medaglia inella quale fussi un Atalante col mondo addosso, 
richiese il gran Michelagniolo, che gnene facessi un poco di disegno, is 
Il quale disse al ditto Federigo : Andate a trovare un certo giovane 

(e.io6&) orefice, che à nome Benvenuto; quello vi servirà molto bene, e certo 
che non gli accade mio disegno ; ma perché voi non pensiate che di 
tal piccola cosa io voglia fuggire le fatiche, molto volentieri vi farò 
un poco di disegno : intanto parlate col detto Benvenuto, che anchora ^ 
esso ne faccia un poco di modellino ; di poi il meglio si metterà in 
opera. Mi venne a trovare questo Federigo Ginori, et mi disse la 
sua volimtà apresso quanto quel maravigli oso Michelagniolo mi 
baveva lodato, et che io ne dovessi fare anchora io un poco di mo- 
dellino di cera, inmentre che quel mirabile huomo gli aveva prò- ^^' 
messo di fargli un poco di disegno. Mi dette tanto animo quelle 

(e.i04a) parole di quel grande huomo, che io subito mi messi con grandis- 
sima sollecitudine a fare il detto modello ; et finito che io l' ebbi, un 
certo dipintore molto amico di Michelagniolo, chiamato Giuliano Bu- 
giardini, questo mi portò il disegno de l'Atalante. Inel medesimo *o 
tempo io mostrai al ditto Giuliano il mio modellino di cera : il quali 
era molto diverso da quel disegno di Michelagniolo, talmente che 
Federigo ditto et anchora il Bugiardino conchlusono, che io dovessi 

9. Id O era icritto denderravo e la prima r è casa. aman. — 17. In O era scritto 
««rtt<|ua, ma ta casi. aman. %m e scritto di segaito ra. 



10. Ftdtrigo Oinori. Nel Trattato del- 
VOre/lceria dice di costui (ed. e loc. 
cit) : Questo gentiluomo amava sopra 
modo e favoriva gli uomini virtuosi y 
tanto esso era amatore delle virtù. Vi 
descrire poi (p. 77 e seg.) la medaglia 
che fece per il Ginori. 

29. eivliaM BBflarAini : fioreatioo (1475- 



1554) allievo di Bertoldo scultore, poi 
del Ghirlandaio. Michelangiolo, motteg- 
giando, lo chiamava ì)eato^ perché si 
diceva contento delle opere sue diligenti. 
Tra esse ò notevole in Firenze il Marti- 
rio di S. Caterina dipinto nella cappella 
de' Ruoellai di S. Maria Novella. (Va- 
sari, Vite, ed. Milanesi. VI 201 e seg.). 



88 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



farlo sìcondo il mio modèllo. Cosi lo cominciai, et lo vidde lo eccel- 
lentissimo Michelagniolo, et me lo lodò tanto, che fa cosa inistima- 
bile. Questo era una figura, come io ò detto, cesellata di piastra; 
haveva il cielo adosso, fatto una palla di christallo, intagliato in 

6 essa il suo zodiaco, con un campo di lapislazuli : insieme con la ditta (e. io4&) 
figura faceva tanto bel vedere, che era cosa inistimabile : era sotto 
un motto di lectere le quali dicevano summa tulisse iuvat Sadisfat- 
tosi il ditto Federigo, me liberalissimamente pagò. Per essere in 
questo tempo Misser Aluigi Alamanni a Firenze, era amico de il 

10 detto Federigo Ginori, il quale molte volte lo condusse a bottega 
mia, e per sua gratia mi si fece molto domestico amico. Mosso la 
guerra papa Chi emente alla città di Firenze, et quella preparatasi 
alla difesa, fatto la città per ogni quartiere gli ordini delle militie 
populare, anchora io fui comandato per la parte mia. Bicchamente 

15 mi messi in ordine; praticavo con la maggior nobiltà di Firenze, i (c.i05a) 
quali molto d'accordo si vedevano voler militare a tal difesa, e fe- 
cesi quelle orationi per ogni quartiere, qual si sanno. Di più si tro- 
vavano i giovani più che *1 solito insieme, né mai si ragionava d'al- 
tra cosa che di questa. Essendo un giorno in sul mezo di, in su la 

so mia bottega una quantità di omaccioni et giovani, e' primi della città, 
mi fu portato una lectera di Roma, la qual veniva da un certo chia- 
mato in Roma maestro Iacopino della Barca. Questo si domandava 
Iacopo dello Sciorina, ma della Barca in Roma, perché teneva una 
barca che passava il Tevero infra ponte Sisto e ponte santo Agniolo. 

25 Questo maestro Iacopo era persona molto ingegniosa, et haveva pia- 
cévoli et bellissimi ragionamenti: era stato in Firenze già maestro (ciosb) 
di levare opere a' tessitori di drappi. Questo huomo era molto amico 
di papa Chlemente, il quale pigliava gran piacere di sentirlo ragio- 
nare. Essendo un giorno in questi cotali ragionamenti, si cadde in 

^ proposito e del sacco et de l'attione del castello: per la qual cosa 
il papa, ricordatosi di me, ne disse tanto bene quanto inmaginar si 
possa ; et aggiunse, che se lui sapeva dove io f ussi, harebbe piacere 

1. In O avanti tccellentUsimo è una lettera (e?) casa. Un aman. — 7. In O è icritto 
èu/mà tulisse : ▼* è una cassatura di una lettera (forse t) : segue iuvat, il cui uà è scritto 
soprar, a una cass. di forte due lettere. Gens, e corr. di inchiostro med. : aman. Credo 
debba leggersi «umma, considerando fuori di posto (come quello che doveva segnare la 
doppia m) la lineetta che è suU'a. — B aumma; D C E aummam; le stampe tummam. 
— 11. In O avanti a mi ai è mol cass. Un.: e dopo molto un suo cass. : aman. — Era, 
appresso, scritto vioaae : la riduzione dell* e ad o è forse, come le altre ritoccature, di 
inch. medesimo, e quindi dell* aman., sebbene calcate piti fortemente. — 10. In O 
a' primi: credo di altro inchiostro l'apostrofe sull's; ma il Cellini dovette certo voler 
dire, e' primi. — 28. In O piglia— ' il uà in capo riga fu omesso, certo per distrazione 
doiraman. 



9. Alnlri AUBannl il noto autore tobre 1495 e morto in Amboise il 18 aprì- 
della Coltivazione^ del Qiron cortese, le 1556. Sulle sue relazioni col Gellini, 
deìVAvarchide: nato in Firenze il 18 ot- t. Plon op. cit. p. 48 e seg. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 89 

di rìhavermì. Il detto maestro Iacopo disse che io ero a Firenze; 
per la qual cosa il papa gli commesse che mi schrivessi che io tor- 
nassi aliai. Questa ditta lectera conteneva che io dovessi tornare al 

(c.i06a) servitio di Chlemente, et che buon per me. Quelli giovani che eran 
quivi alla presenza, volevano pur sapere quel che queUa lectera con- 5 
teneva: per la qual cosa, il meglio che io potetti, la nascosi: dipoi 
ischrissi al ditto maestro lacomo, pregandolo, che né per bene né 
per male, in modo nessuno, lui non mi schrivessL II ditto, chresciu- 
togli maggior voglia, mi schrisse un'altra lectera, la quale usciva 
tanto de' termini, che se la si fiissi veduta, io sarei capitato male. 10 
Questa diceva, che, da parte del papa, io andassi subito, il quali mi 
voleva operare a cose di grandissima importanza; e che, se io vo- 
levo far bene, che io lasciassi ogni cosa subito, et non istessi a far 

<e.i066) contro a un papa insieme con quelli pazzi arrabbiati. Vista la lec- 
tera, la mi misse tanta paura, che io andai a trovare quel mio caro 15 
amico, che si domandava Pier Laudi; il qual vedutomi, suhito mi 
domandò che cosa di nuovo io havevo, che io dimostravo essere 
tanto travagliato. Dissi al mio amico, che quel che io havevo, che 
mi dava quel gran travaglio, in modo nessuno non gliel potevo dire ; 
solo lo pregavo che pigliassi quelle tali chiave che io gli davo, et so 
che rendessi le gioie e Poro al terzo e '1 quarto, che lui in su 'n un 
mio libraccio troverebbe schritto ; di poi pigliassi la roba della mia 
casa, et ne tenessi un poco di conto con quella sua solita amore- 
voleza, et che infra brevi giorni lui sabrebbe dove io fussi. Questo 

c.i07a) savio giovane, forse a un dipresso imaginatosi la cosa, mi disse: S5 
fratel mio, va' via presto, di poi schrivi, et delle cose tue non ti 
dare un pensiero. Cosi feci. Questo fu il più fidele amico, il più sa- 
vio, il più da bene, il più dischreto, il più amorevole che mai io 
habbia conosciuto. Partitomi di Firenze, me ne andai a Roma; et 
di quivi schrissi. so 

Subito che io giunsi in Roma, ritrovato parte delli mia amici, 
dalli quali io fui molto ben veduto e carezato, et subito mi messi 
a lavorare opere tutte da guadagniare, et non di nome da deschri- 
vere. Era im certo vechione orefice, il quale si domandava Raffaello 
del Moro. Questo era huomo di molta riputatione nel' arte, et nel 35 

16. In O è aottol. Pier landi e in margine sinistro è una postilla, forse del Caval- 
canti. — 25. In O dopo /orse è adun cass. Un. aman. — 27. In O più {fidele) è so- 
prar. : aman. Sono sottolin. le parole il fidele.:. che.' — )i9. In O dopo aroma et tono 
cats. aman. lo parole poi schr, — 81. In O soprar, a tutti cass. è parte : aman. Più 
■otto opere è appena leggibile per una macchia d^ inchiostro che cade nel verso sulla 
parola ietàtia. 



31. Sabito eh* io giungi in Roma. Nella 34. Raffaello dal Moro. Il Cellini lo loda 

metà del 1529 il Cellini era già a ser- come intelligente ne' casi delle gioie 

vizio di papa Clemente VII (cfr. Bbrto- {Ore/lo, ed. cit. p. 56), e lo ricorda (p. 61 

LOTTI, Artisti lombardi, I, 246-47). e seg.) a proposito della tinta data a un 



90 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



resto era molto huomo da bene : mi pregò che io fnssi contento an- 
dare a lavorare nella bottega sua, perché haveva da fare alcnne (e.i07&> 
opere d'importanza, le qnali erano di bonissimo guadagno : cosi an- 
dai volentieri. Era passato più di dieci giorni, che io non m' ero fatto 
5 vedere a quel detto maest(r)o Iacopino della Barca; il quale, vedutomi 
a caso, mi fece grandissima accoglienza, et domandatomi quant' egli 
era che io ero giunto, gli dissi che gli era circa quindici giomL 
Questo huomo l'hebbe molto per. male, et mi disse che io tenevo 
molto poco conto d'un papa, il quale con grande istantia di già gli 

IO aveva fatto schrivere tre volte per me: et io, che Thavevo hauto 
molto più per male di lui, nulla gli risposi mai, anzi mi ingozavo 
la stizza. Questo huomo, ch'era abundantissimo di parole, entrò in (c.iosa> 
sun una pesta et ne disse tante, che pur poi, quando io lo viddi 
stracco, non gli dissi altro, se non che mi menassi dal papa a sua 

15 posta: il qual rispose, che sempre era tempo: onde io gli dissi: et 
io anchora son sempre parato. Cominciatosi a 'viare verso il palazo, 
et io seco ; questo fu il giovedì santo ; giunti alle camere del papa, 
lui che era conosciuto, et io aspettato, subito fummo messi drente. 
Era \ì papa innel lecto un poco indisposto, et seco era misser Iacopo 

*o Salviati et l'arcivescovo di Capua. Veduto che m'ebbe il papa, molto 
strasordinariamente si rallegrò : et io, baciatogli e' piedi, con quanta 
modestia io potevo megli accostavo apresso, mostrando volergli 
dire alcune cose d' inportanza. Subito fatto cenno con la mana, il 
ditto mi ssere Iacopo et l'arcivescovo si ritiromo molto discosto da 

25 noi. Subito cominciai, dicendo: beatissimo padre, da poi ohe fu il (e.iOBfr> 
sacco in qua, io non mi son potuto né confessare né comunicare, 
perché non mi vogUono assolvere: il caso è questo, che quando io 
fonde' l'oro e feci quelle fatiche a sci or quelle gioie, vostra san- 
tità dette commessione al Cavalierino che donasse un certo poco 

so premio delle mie fatiche, il quale io non hebbi nulla, anzi mi disse 
più presto villania: andatomene su dove io bave vo fonduto il detto 
oro, levato le ceneri trovai in circa una libra e mezo d'oro in tante 

22. In O uolergli h« alcune lettere ritoccate: credo, aman. 



diamante del papa: nel qual passo è 
il curioso discorso sul Talore di ragio- 
nare^ parlare, favellarCy cicalare. Il 
Bertolotti vide varie partite {Artisti 
lombardi, l, 245) per pietre preziose 
fomite al papa. 

19. Iacopo SalTlatl et V arelvegeoTO di 
Capna. Per il Salviati v. la nota alla 
riga 11 della pag. 15. L* arcivescovo di 
Capua è fra Niooola Soomberg, svevo, 
dell* ordine domenicano, eletto alla sede 
di Capua nel 1520 e fatto cardinale da 



Paolo III nel 1535; mori il 19 settembre 
del 1537 di 65 anni (Ciacconio, m, pag. 
567; QuETiF e EcHARD Soriptorcs ordi- 
7ii8 Pra^dlcatorum, n, p. 103. 

28. a scior qielle ^oie. Sul valore che, 
come di capitale fluttuante, avevano le 
gioie nel Rinascimento, le quali, per- 
ciò, si solevano impegnare da principi 
e da papi, v. r osservazione che fauno 
i professori Luzio-Rbnibr nel citato stu- 
dio sul lusso di Isabella d^Este ecc., a 
p. 313 e seg. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 91 

granellette come panicbo; et perché io non havevo tanti danari da 
potermi condurre honorevolmente a casa mia, pensai servirmi di 
quelli, et rendergli da poi quando mi fusse venato la comodità. Hora 
io son qui a' piedi di vostra santità, la quali è '1 vero confesserò: 
(cioia) quella mi faccia tanto di gratia di darmi licentia, accioché io mi & 
possa confessare e comunicare (e) mediante la gratia di vostra San- 
tità, io riabbia la gratia del mio signor idio. Allora il papa con un 
poco di modesto sospiro, forse ricordandosi de' sua affanni, disse 
queste parole: Benvenuto, io sono certissimo quel che tu di', il quale 
ti posso assolvere d'ogni inconveniente che tu havessi fatto, et di io 
più voglio ,* si che liberissimamente et con buono <animo dissù ogni 
cosa, che se tu avessi hauto il valore di un di que' regni interi, io 
son dispostissimo a perdonarti. Allora io dissi : altro non hebbi, bea- 
tissimo padre, che quanto io ò detto ; et questo non arrivò al valore 
di cento quaranta ducati, che tanto ne ebbi dalla zecca di Perugia, 15 
et con essi n'andai a confortare il mio povero vechio padre. Disse 
{t,ìMb) il papa: tuo padre è stato cosi virtuoso, buono, et dabbene uomo, 
quanto nascessi mai, et tu punto non traligni: molto m'inchresce 
che i danari fumo pochi ; però questi, che tu di' che sono, io tene 
fo un presente, et tutto ti perdono; fa' di questo fede al confessore, 90 
se altro non c'è che attengha a me; di poi, confessato et comuni- 
cato che tu sia, lasciera' ti rivedere, et buon per te. Spiccato che io 
mi fui dal papa, accostatosi il ditto misser Iacopo et l'arcivescovo, 
il papa disse -tanto ben di me, quanto d'altro huomo che si possa 
dire al mondo; et disse che mi bave va confessato et assoluto; di 85 
poi aggiunse, dicendo a l'arcivescovo di Gap uà, che mandassi per 
me et che mi domandassi se sopra a quel caso bisogniava altro, che 
di tutto mi assolvessi, che gnene dava intera autorità, et di più mi 
(eJto«) facessi quante careze quanto e' poteva. Mentre che io mene andavo 

con quel maestro Iacopino, curiosissimamente mi domandava che so 
serrati e lunghi ragionamenti erano stati quelli che io havevo hauti 
col papa: la qualcosa come e' m'ebbe dimandato più di dua volte, 
gli dissi che non gnene volevo dire, perché non eran cose che s'at- 
tenessino allui, però non me ne dimandassi più. Andai a fare tutto 
quello che ero rimasto col papa ; di poi, passato le due feste, lo andai 35 
a visitare: il quale, fattomi più careze che prima, mi disse: se tu 
venivi un poco prima a Roma, io ti facevo rifare quelli mia dua re- 
gni che noi guastammo in castello; ma perché e' le son cose, dalle 
gioie in fuora, di poca virtù, io ti adopererò a una opera di grandis- 

6. Io O comunicare mediante. Credo che un e sia sUto eliio, e non «vvertito, per la 
pronuncia dell* e di comunicare. — 11. In O dopo liberissimamente, che ha qualche lettera 
ritoccata aman., sono cass. Un. le parole diesu ogni cosa ripetute poi. — SO. In O contes- 
terò. — 23-24. In O le parole lareiveeeovo e dieae hanno qualche cais. e alcune lettere 
•oprar : aman. — 27. In O av. bisogniava sono cass. aman. ui mane. Volle, dire da prima, 
•ombra, vi mancava, — 35. In O quello è soprar., aman. 



92 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



sima importanza, dove tu potrai mostrare quel che tu sai fare; et 
questo si è il bottone del peviale, il quale si fa tondo a foggia di 
un tagliere, et grande quanto un taglieretto di un terzo di braccio : (e. nob) 
in questo io voglio che si faccia un dio padre di mezo rilievo, et 

5 in mezo al detto voglio accomodare quella bella punta del diamante 
grande con molte altre gioie di grandissima importanza: già ne co- 
minciò uno Caradosso, et non lo fìni mai; questo io voglio che si 
finisca presto, perchè melo voglio hanchora io godere qualche poco; 
si che va^ et fa' un bel modellino. Et mi fece mostrare tutte le gioie ; 

10 onde io affusolato subito andai. Inmentre che l'assedio era in- 

tomo a Firenze, quel Federigo Ginori, a chi io havevo fatto la me- 
daglia de l'Atalante, si mori di tisico, et la ditta medaglia capitò alle 
mane di misser Luigi Alamanni, il quale in ispatio di breve tempo 
la portò egli medesimo a donare a re Francesco, re di Francia, con 

15 alcuni sua bellissimi schritti. Piacendo oltramodo questa medaglia 

a re il virtuosissimo misser Luigi Alamanni parlò di me con sua (ciiu) 
maestà alcune parole di mia qualità, oltra l'arte, con tanto favore, 
che il Re fece segno di haver voglia di conoscermi. Con tutt-a la 
sollecitudine che io potevo sollecitando quel detto modelletto, il quale 

fo facevo della grandeza apunto che doveva essere l' hopera, risentitosi 
nel'arte degli orefici molti di quelli, che pareva loro essere atti a 
far tal cosa; et perché gli era venuto a Roma un certo Micheletto 
molto valente huomo per intagliare corninole, anchora era intelligen- 
tissimo gioielliere, et era huomo vechio et di molta • riputatione; 

35 erasi intermesso alla cura de' dua regni del papa : faccende io questo 
detto modello, molto si maravigliò che io non havevo fatto capo allui, 
essendo pure huomo intelligente et in chredito assai del papa. A (c.iiifr) 
l'utimo, veduto che io non andavo dallui, lui venne da me, doman- 
dandomi quello che io facevo. Quel che m' à comisso il papa, gli ri- 



2. In O nel margine sinistro sono due linee tr&nsversali, e del med. inch. èioritto: 
bottone. Del raod. inch. sono anche sottolin. le ultime due righe della o. 110% oioò Io 
parole peuiaU,.. quanto: tra et e grande ò cass. aman. la parola quanto (?j che è poi 
riscritta. — 15. In O tua par ridotto a $uoi; aman. ? — 18. In O av. contutta sono cass. 
lin. aman. : Attendendo in p. 



7. Caradosso. V. la nota alla riga 7 
della pag. 52. 

10. l'assedio era intomo a Firenss. L'as- 
sediò durò dal 21 ottobre 1529 al 10 ago- 
sto 1530. 

22. Mieheletto o Michelino intagliatore 
in gemme; fiorentino. V. Vasari, Vite, 
ed. cit. V. 370, 371. Il fatto medesimo, 
cioè la gara con questo intagliatore di 
pietre è narrato nel Trattalo dell' Ore- 
/iceria (ed. cit. p. 84 e seg.). Il Berto- 
lotti Artisti lombardi i, p. 246-17, pen- 



sa che il cognome di Micheletto fosse 
Nardini. Un Michele di Francesco Nar* 
dini orefice figura, infatti, ne* Regi- 
stri delle spese papali 1513-1531. Cfr. 
E. MUNTZ nel fase, di gennaio, anno, I. 
deir Archivio storico delV Arte^ Roma, 
1888. In quanto a' regni rifatti al papa, 
il medesimo Bertolotti nota che uno, 
come risulta anche da un pagamento 
molto arretrato del 1548, ne rilavorò 
l'orefice Gaspare Gallo romano (ibid. I 
p. 247). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



93 



sposi. Allora e' disse: il papa m'a comisso che io vegga tutte que- 
ste cose che per sua santità si fanno. Al quale io dissi che ne di- 
manderei prima il papa, di poi saprei quel che io gli avessi a rispon- 
dere. Mi disse che io mene pentirei; et partitosi da me adirato, si 
trovò insieme con tutti quelli dell'arte, et ragionando dì questa cosa, & 
dettono il carico al detto Michele tutti ; il quale con quel suo buono 
ingegno fece fare da certi valenti disegnatori più di trenta disegni 
tutti variati V uno dall'altro di questa cotale impresa. Et perché gli 
aveva a sua posta l'orechio del papa, accordatosi con un altro gioiel- 

(e.ii2a) liere, il quale si chiamava Pompeo, milanese, questo era molto fa- io 
vorito dal papa et era parente di misser Traiano, primo cameriere 
del papa cominciomo questi dua, cioè Michele e Pompeo, a dire al 
papa che havevano visto il mio modello, et che pareva loro che io 
non fassi strumento atto a cosi mirabile impresa. A questo il papa 
disse, che l'aveva a vedere anche lui; di poi, non essendo io atto, n 
si cercherebbe chi fussi. Dissono tutt'a dua, che havevano parechi 
disegni mirabili sopra tal cosa: a questo il papa disse, che l'aveva 
caro assai, ma che non gli voleva veder prima che io havessi finito 
il mio modello ; di poi vedrebbe ogni cosa insieme. In fra pochi giorni 
io hebbi finito il modello, et portatolo una mattina su dal papa, quel 20 

(ciiffr) misser Traiano mi fece aspectare, et in questo mezo mandò con di- 
ligentia per Micheletto e per Pompeo, dicendo loro che portassino i 
disegni. Giunti che e' fumo, noi fummo messi drente ; per la qual 
cosa subito Michele e Pompeo cominciomo a squadernare i lor dise- 
gni, et' il papa a vedergli. Et perché i disegnatori fuor de l'arte del «5 
gioiellare non sanno la situazione delle gioie, né manche coloro che 
erano gioiellieri non l'avevano insegnata loro, perché è forza a un 
gioielliere, quando infra le sue gioie intervien figure, ch'egli sappia 
disegniare, altrimenti non gli vien fatto cosa buona; di modo che 

11. In O era scritto eaualiere e dopo il ea fu casi. aman. ttaZiere, e riscritto meriere 
— 25. In O ò incerta la forma tra e ed i av. dUegnatoH : credo i corretto dalPaman. in «. 



10. Pompeo milanete. Se ne parla più 
volte. Il Bertolotti, Artisti subalpini 
p. 118 e neU^altra opera cit. Artisti lom- 
bardi I, p. 248-49 e 8eg., indica vari docu- 
menti su lui, e ne stabilisce il cognome 
De Capitaneis (p. 284 e seg.). 0.0. in- 
dica in proposito anche altri documenti 
Dei Libri di amministrazione di Cle- 
mente VII, passati dall'Archivio di Santa 
Maria Novella a quello di Stato in Fi- 
renze. Il Bertolotti notava come il Cel- 
lini dovesse essere molto in vista, anche 
perchè fiorentino, in mezzo a tanti va- 
lenti orefici, per la maggior parte lom- 
bardi (ibid p. 238, 250). Pompeo fu uc- 



ciso dal Cellini il 26 settembre del 1534 
(Bertolotti (rf, p. 289), come vedremo 
a suo luogo. 

II. misser Traiano. U Bertolotti, Ar- 
tisti lombardi^ I, 218, rileva che Tra- 
iano Alicorno è detto nei Registri della 
Tesoreria pontificia cherico milanese» 
notaro, segretario, cubiculario segreto, 
familiare e commensale del Papa, da 
cui ebbe moltissimi benefici e commende. 
Di questi favori parla una lettera del 
Bembo a lui (16 marzo 1530), e che non 
li meritasse avverte il Giovio, pure in 
una lettera del 1535. (Cfr. Tassi, I, p. 208, 
n. 1). 



94 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

tatti que* disegni b avevano fitto quel maraviglioso diamante nel mezo 
del petto di qi;el dio padre. U papa, che pure era di bonissimo in- 
gegno, veduto questa cosa tale, non gli finiva di piacere : et quando 
e'n*ebe veduti in sino a dieci, gittato e' resto in terra, disse a me, (ciisa) 
5 che mi stavo là da canto: mostra un po' qua, Benvenuto, il tuo mo- 
dello, acciò che io vegga se tu sei nel medesimo errore di costoro. 
Io fattomi innanzi, et aperto una scatoletta tonda, parve che uno 
splendore dessi proprio negli occhi del papa, et disse con gran voce : 
se tu mi fussi stato in corpo, tu non Paresti fatto altrimenti come 

10 io veggo; costoro non sapevano altro modo a vituperarsi. Accosta- 
tisi molti gran signori, il papa n^ostrava la diferenza che era dal 
mio modello a' lor disegni. Quando l'ebbe assai lodato, et coloro spa- 
ventati e goffi alla presenza, si volse a me e disse: io ci cognosco 
apunto un male che è d'importanza grandissima: Benvenuto mio, la 

16 cera è facile da lavorare; il tutto è farlo d'oro. A queste parole io 

arditamente risposi, dicendo: beatissimo padre, se io non lo fo me- (ciisfr) 
glio dieci volte di questo mio modello, sia di patto che voi non 
melo paghiate. A queste parole si levò un gran tomulto fra quei 
signori, dicendo che io promettevo troppo. V'era un di questi si- 

90 gnori, grandissimo filosofo, il qual disse in mio favore: di quella 
bella finnusumia et simitrìa di corpo, che io veggo in questo giovane, 
mi prometto tutto quello che dice et da vantaggio. Il papa disse: 
è perché io lo credo anchora io. Chiamato quel suo cameriere misser 
Traiano, gli disse che portassi quivi cinquecento ducati d'oro di Ga- 

95 mera. Inmentre che i danari si aspettavano, il papa di nuovo più 
adagio considerava in che bel modo io havevo accomodato il dia- 
mante con quel dio padre. Questo diamante l'avevo apunto messo 
in mezo di questa opera, et sopra d'esso diamante vi havevo aoco- (c.iiia) 
raodato assedere il dio padre in un certo bel modo svolto, che dava 

30 bellissima accordanza et non occupava la gioia niente: alzando la 
man diritta, dava la beneditione. Sotto al detto diamante havevo ac- 
comodato tre puttini, che cole braccia levate in alto sostenevano il 
ditto diamante. Un di questi puttini di mezo era di tutto rilievo; 
gli altri dui erano di mezo. A l'intorno era assai quantità di puttini 

35 diversi, accomodati con l'altre belle gioie. Il resto de dio padre har 
veva uno amante che svolazava, di' quale usciva di molti puttini, con 
molti altri belli ornamenti, li quali facevano bellissimo vedere. Era 
questa opera fatta di uno stucco bianco sopra ima pietra negra. 
Qiunto i danari, il papa di sua mano megli dette, et con grandis- 

4. la O per diitraziono fu ripetala la num. 112, In vece di 113. — 17. In O &v. a 
patto Bon due lettere {ad) casa. aman. ^ 21. In O timitria ha, dopo «i, cass. le let- 
tere nlria aman. — 28. In O dopo anehora io é ui casa. lin. aman. — 25. In O dopo 
u$petta{vano) è una parola cass. lin. aman. — 83. In O dopo era sono eass. duo lettere. 
Della medes. mano e inoh. che a carte 110*, è una linea nel margine sinistro e sopra ò 
scritto Bottone» 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



95 



(0.1 14Ò) sima, piacevoleza mi pregò, che io facessi di sorte che lui l'havessi 
a' sua di, e che bnon per me. Portatomi via i danari e il modello, 
mi parve milPamii di mettervi le mane. Cominciato subito con gran 
sollecitudine a lavorare, in capo di otto giorni il papa mi mandò a 
dire per un suo cameriere, grandissimo gentil huomo bolognese, che 6 
io dovessi andar da lui e portare quello che io havevo lavorato. Men- 
tre che io andavo, questo ditto cameriere, che era la più gentil per- 
sona che fussi in quella corte, mi diceva che non tanto il papa vo- 
lessi veder queP opera, ma me ne voleva dare un'altra di grandissima 
importanza; et questa si era le stampe delle monete della zeccha di 10 

(e.ii5a) ^ma; et che io mi armassi a poter rispondere a sua santità; che 
per questo lui mene haveva avvertito. Giunsi dal papa, e squader- 
natogli quella piastra d'oro, dove era già isculpito idio padre solo, 
il quale cosi bozato mostrava più virtù, che quel modelletto di cera; 
di modo che, il papa stupefatto, disse: da ora innanzi tutto quello 15 
che tu dirai, ti voglio chredere: et fattomi molti sterminati favori, 
disse: io ti voglio dare un'altra impresa, la quale mi sarebbe cara 
quant'è questa e più, se ti dessi il quor di farla: et dittomi che 
arebbe caro di far le stampe delle sue monete, et domandomi se io 
n* avevo più fatte, e se mene dava il quore di farle, io dissi che be- 20 
nissimo mene dava il quore, et che io havevo veduto come le si 
facevano; ma che io no n* havevo mai fatte. Essendo alla presenza 

<e. 1156) un certo misser Tommaso da Prato, il quale era datario di sua san- 
tità, per essere molto amico di quelli mia amici disse: beatissimo 
padre, gli favori che fa vostra santità a questo giovane, e lui per 85 
natura arditissimo, son causa che lui vi prometterebbe un mondo di 
nuovo ; perché havendogli dato una grande impresa, et ora aggiu- 
gnendognene una maggiore, saranno causa di dar V una noia a l'altra. 
Il papa adirato segli volse e disse 'gli badassi all'ufitio suo; et a 
me impose che io facessi un modello d'un doppione largo d'oro, inel so 
quale voleva che fussi un Christo ignudo con le mane legate, con 
lectere che dicessino: ecce homo; e un rovescio dove fussi un papa 

19. In O e< è CAss. lin. di altro inchiostro avanti domandomi, ani cai m è, pare d'altro 
ineldottro, una lineetta. Tutta la pagina al recto e al v9r»o ha molte lettere con riflo> 
ritare e macchie d' inch. — 29. In O dopo disie leggo gìjy ohe è riduzione di un che : 
aman. Solo t ha inteso dUeegli. 



13. piastra d'oro. Come questo bot^ 
tene magnifico fosse poi smontato e di- 
strutto con altre opere preziose, per pa- 
gare i tributi di guerra imposti da Na- 
poleone I, racconta il Plon op. cit. p. 145. 

23. Tommaso da Prato. É il celebre 
giureconsulto Tommaso Cortesi: rima- 
sto vedovo entrò nello stato ecclesia- 
stico e fu da Clemente VII fatto cardi- 
nale, datario e vescovo: cfr. Ughelli 



Italia Sacra, (Venezia, 1721), VII, p. 868; 
IX, p. 502. Mori in Roma il 16 febbraio 
1543, in età di 73 anni. Nel Palazzo pub- 
blico di Prato era il suo ritratto fra 
quelli di uomini illustri, e sotto vi si 
leggevano questi versi: 

Tommaso de* Cortesi io son da PratOy 
Di Carnata Vescovo e Datario 
Il Settimo Clemente mi ha creato. 



96 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



et uno imperatore, che dirizassino d'accordo una crocie, la quale mo- (c.ii6a> 
strassi di cadere, con lettere che dicessino : uno spiritus et una fides 
erat in eis, Comessomi il papa questa bella moneta, sopragiunse il 
Bandinello scultore, il quale non era anchor fatto cavaliere, et con 

5 la sua solita prosuntione vestita d'ignorantia disse: a questi orafi, 
di queste cose belle bisogna lor fare e* disegni. Al quale io subito 
mi volsi et dissi, che io non havevo bisogno di sua disegni per Parte 
mia; ma che io speravo bene con qualche tempo, che con i mia di- 
segni io darei noia a Parte sua. Il papa mostrò haver tanto caro 

10 queste parole, quanto inmaginar si possa, e voltosi a me, disse: 
va*, pur, Benvenuto mio, et attendi animosamente a servirmi, et non 
prestare orechio alle parole di questi pazi. Cosi partitomi; et con 
gran prestezza feci dua ferri ; e stanpato una moneta in oro, portato 
una domenica doppo desinare la moneta e' ferri al papa, quando la(c-ii6^ 

1^ vidde, restato maravigliato e contento non tanto della bella opera 
che gli piaceva oltramodo; hanchora più lo fé* maravigliare la pre- 
stezza che io havevo usata. Et per achrescere più satisfatione et 
maraviglia al papa, havevo meco portato tutte le vechie monete, che 
s'erano fatte per Padietro da quei valenti huomini che havevano ser- 

20 Vito papa lulio et papa Lione ; et veduto che le mia molto più sati- 
sfacevano, mi cavai di petto un motto proprio per il quale io do- 

a. In O è scrìtto uno (e non unua) e P « aggiunto è poiteriore e d*aUro inehiottro. 
— 15. In O era scritto ben (ridotto poi & bella) servito che/gli; queste parole fnron cats. 
lin. : aman. 



4. Bandinello. Sul padre del Bandì- 
nelli, Y. la nota alla riga 20 della p. 15. 
Si racconterà in seguito nella Vita più 
di un caso che si riferisce a Baccio, odia- 
to e disprezzato dal Cellinì. Come avver- 
timmo, nacque il 7 ottobre H88, e cam- 
biò il cognome Brandini in quello di Bau- 
dinelli : mori il 7 febbraio del 1560. Cfr. 
Vasari, Vite ed. Milanesi VI 133 e seg. : 
e passim. 0.0. indica il seguente docu- 
mento (ricavato dai Libri d^amministra- 
zione di Clemente VII) che comprova es- 
sere stato il Bandinelli a Roma in questo 
tempo: i529^ i gennaio duc.^ quaranta 
di Juli X per ducato^ per tanti pagati 
a Baccio di Michela^nolo ^ scultore^ 
quali se li sono donati per potersi 
intrattenere a lavorare : portò decto 
contanti, 

14. la moneta. Della moneta parlasi 
nel Trattato dell* Oreficeria cap. xiv 
(ed. cit Milanesi, p. 109). Un esemplare 
ò a Vienna (pubblicato dall^ARHANp Les 
MédaiUeurs Italiens e da altri). Il Plon 
op. cit. ha una riproduzione (tav. XI, 



n. 1), da un esemplare del Gabinetto 
reale di Torino. Stando a quello che 
dice il Cellinì neir Oreficeria^ la moneta 
che ha nel diritto Ecce homo non a- 
vrebbe avuto il rovescio che desiderava 
il papa; e questo rovescio fu fatto, inve> 
ce, per un'altra moneta che è ivi descrit- 
ta (p. 110). Nella Vita sono confuse le due 
monete; anzi, diventano una sola. 

21. motto proprio. Voleva dire un breve 
o un decreto. Che Clemente VII lo creò 
maestro delle stampe della Zecca nel 
1529, dando il motuproprio al Datario, è 
provato dal documento I di quelli pub- 
blicati da F. Cerasoli Docum. ined* su 
B. neirArc/i. stor, delVArte (anno VII, 
fase. V, Sett.-Ott. 1891, pp, 372-74), e si 
sa altresì ohe guadagnava 6 scudi al 
mese. (Docum. Il): cfr. Bertolotti, Ar- 
tisti lombardi^ I, 248. Si trovano paga- 
menti fatti al Cellini fino al % Gennaio 
1534. Quanto alla nomina nel 1529, 0.0. 
da* citati Libri d'amministrazione di Cle- 
mente VII (R. Archivio di Stato di Fi- 
renze) rileva: 1529. E addi i2 di giù- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



97 



IO* 



(e.ii7a) mandavo quel detto nfitìo del maestro delle stampe della zecca; il 
quale ufitìo dava sei scadi d*oro di prò visione il mese, sanza che i 
ferri poi erano pagati dal zechiere, che sene dava tre al ducato. 
Preso il papa il mio moto proprio e voltosi, lo dette in mano al da- 
tario, dicendogli che subito me lo spedissi. Preso il datario il moto 
proprio et volendoselo mettere inolia tasca, disse : beatissimo padre, 
vostra santità non corra cosi a furia; queste son cose che meritano 
qualche consideratione. Allora il papa disse: Io v*ò inteso; date qua 
quel moto propio: e presolo, di sua mano subito lo segnò; poi da- 
tolo allui, disse: ora non c'è più replica; speditegne voi ora, per- 
ché cosi voglio; e vai più le scarpe, di Benvenuto che gli ochi di 
tutti questi altri balordi. E cosi ringratiato sua santità, lieto oltra 
modo me ne andai a lavorare. 

Anchora lavoravo in bottega di quel Raffaello del Moro sopra- 
ditto. Questo huomo da bene haveva una sua bella figlioletta, per ^^ 

(e.117 fr) la quale lui mi haveva fatto disegno adesso ; et io, essendomene in 
parte avveduto, tal cosa desideravo, ma inmentre che io havevo que- 
sto desiderio, io non lo dimostravo niente al mondo ; anzi istavo tanto 
costumato, che i' gli facevo maravigliare. Accadde, che a questa po- 
vera fanciulletta gli venne una infìrmità inella mana ritta, la quale ^^ 
gli haveva infradiciato quelle dua ossicina che seguitano il dito mi- 
gnolo et l' altro acanto al mignolo. Et perché la povera figliuola era 
medicata per la inavvertenza del padre da un medicaccio ignorante, 
il quale disse che questa povera figliuola resterebbe storpiata di tutto 
quel braccio ritto, non gli avenendo peggio ; veduto io il povero padre ^* 
tanto sbigottito, gli dissi che non chredessi tutto quel che diceva 
quel medico ignorante. Per la qual cosa lui mi disse non bavere 
amici tia di medici nissuno, cerusici, et che mi pregava, che se io 

(ciiSa) ne conoscevo qualcuno, gnene avviassi. Subito feci venire un certo 
maestro lacomo perugino, huomo molto eccellente nella cerusia; e 
veduto che egli ebbe questa povera figlioletta, la quale era sbigottita 
perché doveva bavere presentito quello che haveva detto quel me- 
dico ignorante; dove questo intelligente disse, che ella non harebbe 
mal nessuno et che benissimo si servirebbe della sua man ritta: 

8. In O prima di uo (v'ò) era scritto «a, oais. aman. — 12. In O dopo cosi tono 
caia. lin. aman. le parole io lieto mene andai alavorare. — 14. In O 1' 2 di quel è so- 
prar, a «.* aman. 



30 



gno ducati 20 portò contanti Benve- 
nuto orefice nuovo maestro dette stani' 
pCy quali se li sono donati per havere 
facto le prime stampe. 

30. Ueomo pemfflao. É un Rastelli da 
Rimini, nato però e vissuto molto tempo 
a Perugia. Fu celebre chirurgo, ai ser- 
vigi di Clemente VII e de' suoi succes- 

Ckllivi, Vita, 



sori fino al 1566. Mori in Roma nel 1566 
di 75 anni. Cfr. Marini, Archiatri pon- 
tifici voi. I, p, 356. Il Bbrtolotti, Ar- 
tisti lombardi^ I, £49, rilevò che, solo 
dopo vari anni dalla morte di Clemen- 
te vn, il Rastelli, che 1* aveva curato 
neir ultima malattia, potè esser soddi- 
sfatto di secento ducati. 

7 



98 



VITA DI BENVENUTO CELUNI 



se bene quelle dua dita ultime fussino state un po' più debolette de 
V altre, per questo non gli darebbe una noia al mondo. E messo mano 
a medicarla, in ispatio di pochi giorni, volendo mangiare un poco di 
quel fradicio di quelli ossicini, il padre mi chiamò, che io andassi 

5 anch^o a vedere un poco quel male che a questa figliuola si haveva (e.iisfr) 
a fare. Per la qual cosa preso il ditto maestro Iacopo certi ferri 
grossi, e veduto che con quelli lui faceva pocha opera e grandissimo 
male alla ditta figliuola, dissi al maestro che si fermassi et che mi 
aspectassi uno ottavo d*ora. Corso in bottega feci un ferrolino d*ac- 

10 ciaio finissimo et torto; e radeva. Giunto al maestro, cominciò con 
tanta gentilezza a lavorare, che lei non sentiva punto di dolore, e in 
breve di spatio ebbe finito. A questo, oltra Paltre cose, questo huomo 
da bene mi pose tanto amore più che non haveva a dua figliuoli 
mastii ; e cosi atese a guarire la bella figlioletta. Ha vendo grandis- 

15 sima amici tia con un certo Misser Giovanni Gaddì, il quale era che- (e.ii9a) 
rico di camera, questo misser Giovanni si dilectava grandemente 
delle virtù, con tutto che in lui nessuna non ne fussi. Istava seco 
un certo misser Giovanni ghreco grandissimo litterato; un misser 
Lodovico da Fano, simile a quello, litterato,* messer Antonio Alle- 

so gretti, allora misser Annibal Caro giovane. Di fuora eramo Misser 
Bastiano venitiano, eccellentissimo pittore, et io; et quasi ogni giorno 

• 

15. In O er& scritto Oaldi: V l fa corr. in di aman. — 19. In O ò scritto aghrétti 
o le lettere Ile sono soprar, aman. — 20. In O dopo giovane è tu cass. Un. aman. 



15. eioTaini Oatdl Fiorentino. Decano 
della Camera apostolica, nel 1530 aveva 
l'incarico delle spese per Parrivo delPim- 
peratore. Ebbe molte altre commissioni. 
<Cfr. Bbrtolotti, Art. loìiib, i, &49). Mori 
m Firenze nell'Ottobre del 1543: fu pian- 
to col sonetto Lasso qiiando /torta da, Xn- 
nib^ Caro, che era stato suo segretario, 
sebbene non sempre d* accordo con lui. 

IS. Olovannl glireco (randistimo lette- 
rato. Il Tassi, seguito da 6.O., suppone 
che sìa Giovanni Vergezio, gentiluomo 
greco, che visse a Roma, e che si recò 
poi a Firenze per presentare al Duca 
Cosimo certi suoi caratteri greci, i quali 
furon riconosciuti migliori di quelli del 
famoso stampatore parigino Roberto 
istefano. 

19. Ledovieo da Tane. É ricordato in 
lettere del Beccadelli e del Varchi, citate 
dal Tassi. Pare morisse in Ratisbona 
circa il 1511. 

— Antonio Allegretti Fiorentino. Se 
n' hanno alcune poesie nelle Raccolte. 
Vedine due sonetti tra Versi di vari 



in lode del Perseo (Trattati, ed. Mila- 
nesi, p. 408). Cfr. Mazzuchelli, Scrit^ 
tori d^ Italia, voi. L, p. I., p. 502. 

20. Annibal Caro fiorane: il celebre 
scrittore marchigiano. Era nato a Civi- 
tanova nella Marca d'Ancona il 19 Giu- 
gno 1507. Mori a Roma il 21 Novembre 
1566. Col racconto del Cellini siamo al 
1530: ben poteva, dunque, il Caro esser 
chiamato giovane. Quasi colle mede- 
sime parole sentiremo ricordati appres- 
so questi personaggi. Riferendosi a fatti 
deir anno 1535, il Cellini dirà ancora del 
Caro che era molto giovane. Quanto 
alle relazioni del Cellini col Caro, cfr. 
anche Plon op. cit. p. 95 e seg. 

21. Bastiano venitiano detto poi, e più 
conosciuto sotto questo nome, del Piom- 
bo, per l*ufl[ìcio del sigillo, che tenne nella 
Curia papale, onde fu distratto dall'oc- 
cuparsi della pittura. Nacque a Venezia, 
di Francesco Luciani, il 1485: mori in 
Roma il 21 di giugno 1547. (Cfr. Vasari, 
Vite ed. Milanesi, volume V, 566-576, e 
passim.). 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 99 



ima volta ci rivedevamo col ditto misser Giovanni: dove che per 
questa amici tia qnel'huomo da bene di Bafifaello orefice disse al ditto 
misser Giovanni: misser Giovanni mio, voi mi oognoscete; e perché 
io vorrei dare quella mia figlioletta a Benvenuto, non trovando mi- 

<c.ii9&) glior mezo che vostra signoria^ vi prego che mene aiutate, e voi 5 
medesimo delle mie facultà gli facciate quella dota che allei piace. 
Questo huomo cervellino non lasciò apena finir di dire quel povero 
huomo da bene, che sanza un proposito al mondo gli disse : non par- 
late più, Bafifaello, di questo, perché voi ne siete più discosto che 
il gennaio dalle more. Il povero huomo molto isbattuto, presto cercò i<> 
di maritarla; e meco istavano la madre d'essa e tutti ingrogniati, 
et io non sapevo la causa : e parendomi che mi pagassin di cattiva 
moneta di più cortesie che io havevo usato loro, cercai di aprire una 
bottega vicino alloro. H ditto misser Giovanni non mi disse nulla 

<c.i8oa) in sin che la ditta figliuola non fu maritata, la qual cosa fu in ispatio i& 
di parechi mesi. Attendevo con gran sollecitudine a finire l'opera 
mia e servire la zecha, che di nuovo mi comisse il papa una moneta 
di valore di dua carlini, inella quale era il ritratto della testa di 
sua santità, e da rovescio un christo in sul mare, il quale porgeva 
la mana a San Piero, con lectere intomo che dicevano: quare dU' ^^ 
biiastif Piacque questa moneta tanto oltra modo, che un certo se- 
ghretario del papa, huomo di grandissima virtù, domandato il Sanga, 
disse : vostra santità si può gloriare d'avere una sorta di monete, la 
quale non si vede negli antichi con tutte le lor pompe. A questo il 

<c.i206) papa rispose : anchora Benvenuto si può gloriare di servire uno im- *^ 
peratore par mio, che lo cognosca. Seguitando la grande opera d'oro, 
mostrandola spesso al papa, la qual cosa lui mi sollecitava dì ve- 
derla e ogni giorno più si maravigliava. Essendo un mio fratello in 
Boma al servitio del duca Lessandro, al quale in questo tempo il 
papa gli bave va procacciato il ducato di Penna ; stava al servitio di ^^ 
questo duca moltissimi soldati, huomini da bene, valorosi, della scuola 
di quello grandissimo signor Giovanni de' Medici, e il mio fratello 
in fra di loro, tenutone conto dal ditto duca quanto ciascuno di quelli 
altri più valorosi. Era questo mio fratello un giorno doppo desinare 

6. In O è seritto /a«/e» e d'altro ineh. è aggiunto te, ma forse è addossata al t an* e. 
— 7. In O un secondo di avanti a dire ò abraso. — 18. In O nel margine sinistro, 
^9\ medeaimo inchiostro e mano di altre postille, ò scritto, su una lineetta trasversale, 
monete. 



17. MOBete di Tftlero di dna earlini. Se veleao. Cfr. Tiraboschi {Stor. d, leti, 

ne parla anche nel Trattato deU'Ore/l- itai., Firenze, Molini, 1812, VII, p. iv, 

cena (ed. Milanbsi, p. 110). Una ripro- pag. 1366-Ó7). 

dazione dal Gabinetto di Francia è nel 30. dncato di Penna. La nomina a duca 

Plon op. cit. tav. 11, e vedi p. 197-98. di Civita di Penne, Alessandro T ebbe da 

22. 11 Sanga. Segretario di Clemente Carlo V nel 1522, per favore di Giulio 

VII; scrittore di poesie latine: mori di de* Medici, non ancora pontefice. 



100 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



in Banchi in bottega d' un certo Baccino della Crocie dove tutti quei 
bravi si riparavano: erasi messo in su una sedia e dormiva. In que- (c.i2ia) 
sto tanto passava la corte del bargello la quale ne menava prigione 
un certo capitan Cisti lombardo, anche lui della scuola di quel gran 
signor Giovannino, ma non istava già al servitio del duca. Era il 
capitano Cattivanza degli Strozi in su la bottega del detto Baccino 
della Crocie. Veduto il ditto capitan Cisti il capitan Cattivanza degli 
Strozi, gli disse: io vi portavo quelli parechi scudi che io v'ero de- 
bitore; se voi gli volete, venite per essi prima che meco ne vadino 

10 imprigione. Era questo capitano volentieri a mettere altri al punto, 

non si curando sperimentarsi ; per che, trovatosi quivi alla presenza (e.i?i (> 
certi bravissimi giovani più volontorosi che forti a si grande im- 
presa, disse loro che si accostassino al capitan Cisti, et che si fa- 
cessin dare quelli sua danari, et che, se la corte faceva resistenza, 

15 loro allei facessin forza, se alloro ne bastava la vista. Questi giovani 
erano quattro solamente, tutti a quattro sbarbati ; e il primo si chia- 
mava Bertino Aldobrandi, l'altro Anguillotto dallucca : de gli altri non 
mi sovviene il nome. Questo Bertino era stato allevato e vero di- 
scepolo del mio fratello, et il mio fratello voleva allui tanto smisu- 

20 rato bene, quanto inmaginar si possa. Eccoti i quattro bravi giovani 

accostatisi alla corte del bargello, i quali erano più di cinquanta (cittì) 
birri in fra piche archibusi et spadoni a dua mane. In breve parole 
si misse mano a l'arme, e quei quatro giovani tanto mirabilmente 
strignevano la corte, che se il capitano Cattivanza solo si fussi mo- 

85 stro un poco, sanza metter mano all'arme, quei giovani mettevano la 
corte in fuga; ma soprastati alquanto, quel Bertino toccò certe fe- 
rite d' importanza, le quale lo battemo per terra : anchora Anguil- 
lotto nel medesimo tempo toccò una ferita inel braccio dritto, che non 
potendo più sostener la spada, si ritirò il meglio che potette; gli 

2. In O «li è soprar. & in: aman. — 3. In O av. a la quale è eh casa. Un. aman. 
— 5. In O av. a signor è g, casa. aman. — 19. In O dise ha una piccola « soprar. 
Soprar, è no ad aeeosta/$si: aman. — 17. In O il primo d di Aldobrandi è chiaro par 
sotto nna macchia d'ineh. — 21. In O il *i, Anale di aceoitatiii è certo di mano aman. 
ma d'ineh. alquanto più chiaro. — 27. In O av. a terra è latracela di ter abraso, poi 
ctas. leggermente con altro inch. — > 28. In O è scritto fraeeio, per influsso, eredo, di 
ferita, — 29. In O più è soprar, tra potendo e eoete/ner, dopo la qual parola è più 
cass. aman. 



1. Baccino della Creole: Bernardino, 
secondo il Bertolotti che ne ha visti 
ricordi, Artisti lombardi cit., i, p. 252. 

6. capitano Cattlvania degli Btroii. 
Bernardo Strozzi capitano della Repub- 
blica fiorentina, per la quale militò nel 
1530. É ricordato dagli storici del tempo. 
U BusiNi {Lettere di Q. B. Susini, pub- 
blicate da O. Milanesi, Firenze, Le Mon- 



nier, 1861) nella lett. XI a Benedetto^ 
Varchi dice che Au, oltre alVessere ani- 
mosissimOy vario ed incostante^ vitu- 
peroso di costumi quanto aicun altro, 
e certo non fu conosciuto.,,. Usò ogni 
sommessione con Lessandro per tor- 
nare a Firenze. 

17. Bertino Aldobrandi. V. la nota alla 
riga 27 della pag. 85. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 101 

altri fecìono il simile; Bertino Aldo brandi fa levato di terra mala- 

<e.i32&) mente ferito. In tanto che queste cose seguivano, noi eramo tutti a 
tavola, perché la mattina s'era desinato più d* un* ora più tardi che 
'1 solito nostro. Sentendo questi romori, un di quei figliuoli, il mag- 
giore, si rizò da tavola per andare a vedere questa mistia. Questo 5 
si domandava Giovanni, al qual io dissi : di gratia non andare, per- 
ché assimil cose sempre si vede la perdita sicura sanza nulla di 
guadagno: il simile gli diceva suo padre: de, fìgliuol mio, non an- 
dare. Questo giovane senza udir persona corse giù pella scala. Giunto 
in Banchi, dove era la gran mistia, veduto Bertino levar di terra, 10 
correndo, tornando adrieto, si riscontrò in Cechino mio fratello, il 

<e.iS3a) quali lo domandò che cosa quella era. Essendo Giovanni da alcuni 
accennato che tal cosa non dicessi al ditto Cechino, disse a Panpa- 
zata, come gli era che Bertino Aldo brandi era stato amazato dalla 
corte. U mio povero fratello misse si grande il mugghio, che dieci is 
miglia si sarebbe sentito ; di poi disse a Giovanni : oimè, saprestimi 
tu dire chi di quelli me Tà morto? H ditto Giovanni disse che si, 
e che gli era un di quelli che haveva uno spadone a dua mane, con 
una penna azurra nella berretta. Fattosi innanzi il mio povero fra- 
tello et conosciuto per quel contrasegno lo omicida, gittatosi con 20 
quella sua maravigliosa presteza et bravuria in mezo a tutta quella 
corte, e sanza potervi rimediare punto, messo una stoccata nella 

<e.i236) trippa, e passato dall'altra banda il detto, cogli elsi della spada lo 
spinse in terra, voltosi a gli altri con tanta virtù et ardire, che tutti 
lui solo gli metteva in fuga: se non che giratosi per dare a uno 25 
archibusiere, il quale per propia necessità sparato Parchibuso, colse 
il valoroso sventurato giovane sopra il ginochio della gamba dritta ; 
et posto in terra, la ditta corte meze in fuga sollecitava a 'ndarsene, 
acciò che un altro simile a questo sopraggiunto non fussi. Sentendo 
continuare quel tomulto, anchora io levatomi da tavola, et messomi so 
la mia spada acanto, che per ugniuno in quel tempo si portava, giunto 
al ponte sant'Agnolo viddi un ristretto di molti huomini: per la qual 

<e.i24a) cosa fattomi innanzi, essendo da alcuni di quelli conosciuto, mi fu 
fatto largo et mostromi quel che mancho io harei voluto vedere, se 
bene mostravo grandissima curiosità di vedere. Imprima giunta noi 9S 
cognobbi, per essersi vestito di panni diversi da quelli che pocho in- 
nanzi io l'avevo veduto ; di modo che, conosciuto lui prima me, disse : 
fratello carissimo, non ti sturbi il mio gran male, perché l'arte mia 
tal cosa mi prommetteva; fammi levare di qui presto, perché poche 
ore ci è di vita. Essendomi conto il caso in mentre che lui mi par- ^o 

1. In O /«dono ha tr& e e e una macchia d'Inch. — 4. In O av. a no$tro è una 
lettera {al) casi. aman. — 17. In O dire è di altra mano, agg. margine destro dopo 
4tt. — 18. In O non ò scritto dua ma ada, e 1* u è d'altro incb. soprar. — 87. In O 
-dopo ginoehio è ana leti, incerta, cass. lin. aman. — SO. In O pare corr. in <o, anziché 
in <u, la prima sillaba; onde tomolto; aman. 



102 



YITA DI BENVENUTO CELLINI 



lava, con quella brevità che cotali accidenti promettono, gli risposi : 
fratello, questo è il maggior dolore e il maggior dispiacere che in- 
travenir mi possa in tutto il tempo della vita mia; ma ista* di buona (ci24&> 
voglia, che, innanzi che tu perda 1» vista, di chi t'à fatto male, ve- 

5 drai le tua vendente fatte per le mia mane. Le sue parole e le mie 
fumo di questa sustantia, ma brevissime. Era la corte discosto da 
noi cinquanta passi, perché MafiGio ch'era lor bargello n'aveva fatto 
tornare una parte per levar via quel caporale che '1 mio fratello 
haveva amazato; di modo che, havendo camminato prestissimo quei 

10 parechi passi rinvolto e serrato nella cappa, ero giunto a punto acanto 
a Maffio, e certissimo l'ammazzavo, perché i populi erano assai, et 
io m'ero intermesso fra quelli, di già con quanta prestezza inmagi- 
nare si possa. Havendo fuor mezza la spada, mi si gettò per di drieto (c.i25a> 
alle braccia Berlinghier Berlinghieri, giovane valorosissimo e mio 

15 grande amico, e seco era quattro altri giovani simili al lui, e' quali 
dissono a Maffio : levati, che questo solo Ramazzava. Dimandato Maf- 
fio, chi è questo ? dissono : questo è fratello di quel che tu vedi là, 
carnale: non volendo intendere altro, con sollecitudine si ritirò in 
Torre di Nona ; et a me dissono : Benvenuto, questo impedimento che 

20 noi ti habbiamo dato contra tua voglia, s'è fatto a fine di bene: 
ora andiamo a soccorrere quello che starà poco a morire. Cosi vol- 
tici, andammo dal mio fratello, il quale io lo feci portare in una 
casa. Fatto subito un consiglio di medici, lo medicorno, non si risol- (ci 25 &> 
vendo a spiccargli la gamba afatto, che talvolta sarebbe campato. 

25 Subito che fu medicato, comparse quivi il duca Lessandro, il quale 
faccendogli careze, stava anchora il mio fratello in sé, disse al duca 
Lessandro : signor mio, d'altro .non mi dolgo, se none che vostra 
eccellentia perde un servitore, del quale quella ne potria trovare forse 

3. In O il dj è scritto su una parola casa, con forte linea: aman. — 5. In O non 
è ben chiara la lettera finale di mia, sebbene pala piuttosto a .* corr. aman. — 12. In O 
la prima z di presttega è scritta su una «; aman. — 22. O il o di voltjci ò scritto sa 
un'« eass. , e macchiata d'inch. 



7. Maffio.... bargello. Il Bertolotti, 
Artisti lombardi i, p. 249 scrive: «tro- 
vo cbe proprio degli auuil529 e 30 tale 
carica era tenuta da Mafflo di Giovan- 
ni, il cui corteo era di 25 fanti e IO ca- 
valli {R, Mand., 1529^30) ». 

14. Berlinghier Berlinghieri. 0.0. av- 
verte che il Busini {Lettere cit.) ricorda 
un Bartolommeo Berlinghieri fra i buo- 
ni popolani ma con poco giudizio^ e 
che, secondo racconta il varchi, fu con- 
finato a Norcia nel 1530. A questa fami- 
glia de' Berlinghieri appartenne proba- 
bilmente Berlingherò, ed è forse quel 



medesimo clie, secondo il Segni, accom- 
pagnando il cardinale Ippolito de* Me- 
dici a Carlo v in Napoli, mori cogli al- 
tri compagni in Puglia, o di veleno, o 
di malaria. Cfr. Tassi, Comm, 

19. Torre di Bona. Vi erano le carceri. 
Più innanzi troveremo: Cosi mi por» 
torno a Torre di Nona luogo detta 
cosit e messonmi nella prigione della 
vita... 

25. dnoa Lessandro. Alessandro de* Me* 
dici allora duca di Penne, come sopra 
è detto. Cfr. la nota alla riga 30 della 
pag. 99. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 103 

de' più valenti di questa professione, ma non che con tanto amore 
e fede vi servissino, quanto io faceva. Il duca disse che scinge- 
gniasse di vivere ; de* resto benissimo lo cognosceva per huomo da 
bene e valoroso. Poi si volse a certi sua, dicendo loro che di nulla 
si manchassi a quel valoroso giovane. Partito ohe fu il duca, Pabun - 5 

(cissa) dantia del sangue, qual non si poteva stagnare, fu causa di cavarlo 
del cervello; in modo che la notte seguente tutta farneticò, salvo che 
volendogli dare la comunione disse: voi facesti bene a confessarmi 
dianzi; ora questo sachramento divino non è possibile che io lo possa 
ricevere in questo di già guasto istrumento: solo contentatevi che 10 
io lo gusti con la divinità degli occhi, per i quali sarà ricevuto dalla 
inmortale anima mia; e quella sola allui chiede misericordia e per- 
dono. Finite queste parole, levato il sachramento subito tornò alle 
medesime pazzie di prima, le quali erano composte de i maggior fu- 
rori, delle più orrende parole che mai potessino inmaginare gli uo- 15 

(e.iS6 h) mini; né mai cessò in tutta notte insino al giorno. Come il sole fu 
fuora del nostro orizonte si volse a me et mi disse: f ratei mio, io 
non voglio più star qui, perché costoro mi farebbon fare qualche 
gran cosa, di che e' s'arebbono a pentire d'avermi dato noia ; e sca- 
gliandosi con Puna et Paltra gamba, la quale noi gli avevamo messo 20 
in una cassa molto ben grave, la tramutò in modo di montare a ca- 
vallo: voltandosi a me col viso, disse tre volte: addio, adio; e l'ul- 
tima parola se ne andò con quella bravosissima anima. Venuto l'ora 
debita, che fu in sul tardi a ventidua ore, io lo feci sotterrare con 
grandissimo honore inella chiesa de' fiorentini ; e di poi gli feci fare 25 
una bellissima lapida di marmo inella quale vi si fece alcuni trofei 

(e.it7a) e bandiere intagliate. Non voglio lasciare in drieto, che domandan- 
dolo un di quei sua amici, chi gli aveva dato quel' archibusata, se 
egli lo ricognoscessi, disse di si, e dettegli e' contrasegni; e' quali, 
se bene il mio fratello s'era guardato da me che tal cosa io non ^0 
sentissi, benissimo lo havevo inteso, e al suo luogo si dirà il se- 
guito. Tornando alla ditta lapida, certi maravigliosi litterati, che co- 
noscevano il mio fratello, mi dettone una epigramma dicendomi che 
quella meritava quel mirabil giovane, la qual diceva cosi: Franci- 

1. In O pro/*9$in4y — 5. In O lahundatia, — 10. In O f (questo) è riduz. di di : 
CMS. d. aman. — 13. In O Saehamento. — 14. In O pazti« dopo pa ha tH abraso, ma 
•e ne rodono ancor tracce. — 32. In O tra lapida e certi si legge sempre la rasara di da. 



25. imella ehitta de' fiorentini. V. la Bargello^ mentre egli solo voleva con 

nota alla riga 8 della pag. 50. Il varchi, mollo ardire^ ma poca prudenza, com- 

ali* anno 1589, scrisse di Cecchino Gel- battere con tutti. 

Uni (Stor, lib. XI): Il qual Cecchino 33. nnaepiframma: cioòunUscrizione. 

avvezzo traile Bande Nere, e non co- Non s' è più trovata, nonostante le dili- 

noscendo paura nessuna, era stato genti ricerche che fece fare, avverte il 

morto in Banchi dalla famiglia del Tassi, Comm. 



104 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



SCO Cellino Fiorentino^ qui quod in teneris annis ad Joannem Me- 
dicem ducevi plures victorias retulit et signifer fuit, facile docu- 
mentum dedit quantae fortitudinis et consilii vir futurus erat, ni 
crudelis fati archibìiso transfossus^ quinto aetatis lustro iaceret, 

5 Benvenutus frater posuit, Obiit die xxvn Maij. MD. XXIX. 

Era dell'età di venticinque anni, et perché domandato in fra i sol- 
dati Cecchino del Piffero, dove il nome suo propio era Giovanfran- 
cesco Cellini, io volsi far quel nome propio, di che gli era cono- (c.mft) 
scinto, sotto la nostra arme. Questo nome io l'avevo fatto intagliare 

10 di bellissime lettere antiche; le quali havevo fatto fare tutte rotte, 
salvo che la prima e V ultima lectera. Le quali lectere rotte, io fui do- 
mandato per quel che cosi havevo fatto da quelli licterati che mi have- 
vano fatto quel bello epigramma. Dissi loro, quelle lectere esser rotte, 
perché quello strumento mirabile del suo corpo era guasto e morto; e 

i*) quelle dna lectere intere, la prima e l'ultima, si erano, la prima, me- 
moria di quel gran guadagno di quel presente che ci dava idio, di 
questa nostra anima accesa dalla sua divinità ; questa non si rompeva 
mai: quella altra ultima intera si era per la gloriosa fama delle sue 
valorose virtù. Questo piacque assai, e di poi qualcuno altro se n' è 

20 servito di questo modo. Appresso feci intagliare in detta lapida (c.i28a) 
Parme nostra de' Oellini, la quale io l'alterai da quel che l'è propia; 
perché si vede in Ravenna, che è città antichissima, i nostri Cellini 
honoratissimi gentiluomini, e' quali hanno per arme un leone ran- 
pante, di color d'oro in campo azzuro, con un giglio rosso posto 

85 nella zanpa diritta, e sopra il rastrello con tre piccoli gigli d'oro. 
Questa è la nostra vera arme de' Cellini. Mio padre me la mostrò, 
la quale era la zampa sola con tutto il restante delle ditte cose; 
ma a me più piacerebbe che si osservassi quella de i Cellini di Ra- 
venna sopra detta. Tornando a quella che io feci nel sepulcro del 
mio fratello, era la branca del lione, et in cambio del giglio gli feci 
una accetta in mano, col campo di detta arme partito in quattro 
quarti; e quell'accetta che io feci, fu solo perché non mi si scordassi (cits^) 
di fare le sue vendette. 



30 



84. In O il di av. & color è riscritto su un in di cui rimane ancora visibile Vi* 
In margine, della toHta mano di altre postille, è scritto arm9 d cellini. ~ 3S. In O era 
■eritto ci •cordarti^ la e e 1'» son ridotte ad «; aman? La forma tcordani non danno 
che GB; B mi ci scordasti: ni^ bb bg mi si tcordasii. 



26. Tora arme de'Cellinl: Nella Cassetta 
pai. di autogr. celliniani nella Biblioteca 
Nazionale di Firenze è (col num. 37) un 
disegno a matita e inchiostro di questa 
arme. Fu riprodotto dal Tassi. I, Comm., 
dopo la pag. 234, e poi in faosimile dal 
Plon, op. cit. p. 2. Intorno e sotto ai- 
Tarme è scritto di mano del Cellini stes- 



so: i tre gigli rossi f campo d*oro d'ar- 
gito,et il rastrello rosso — il lione d*oro 
i campo azzurro. Nel verso si legge : 
La nera artnf de cellinj c^ forme aq- 
quella delti gentili huomini di Rauen- 
na Citta antichissima et trouata f ca- 
sa mia isino da Cristofano Cellini mio 
Bsavo padre d'Andrea mio Avolo, 



VITA DI BENVENUTO CELLINl 105 



Attendevo con grandissima sollecitudine a finire quel' opera d* oro 
a papa Chlemente, la quale il ditto papa grandemente desiderava, 
et mi faceva chiamare dua e tre volte la settimana, volendo vedere 
detta opera, e sempre gli chresceva di piacere: e più volte mi ri- 
prese, quasi sgridandomi della gran mestitia che io portavo di que- 5 
sto mio fratello; et una volta in fra P altre, vedutomi sbattuto e 
squalido più che '1 dovere, mi disse : Benvenuto, o, i' non sapevo che 
tu fossi pazo; non hai tu saputo prima che ora, che alla morte 
non è rimedio? Tu vai cercando di andargli drieto. Partitomi dal 
papa seguitavo V opera et i ferri della zecha et per mia innamorata io 

(«.i29a) mi havevo preso il vagheggiare quello archibusieri che haveva dato 
al mio fratello. Questo tale era già stato soldato cavaleggieri, di 
poi s' era messo per archibusieri nel numero de' caporali col bar- 
gello ; et quello che più mi fece chresciere la stiza, fa che lui s' era 
vantato in questo modo, dicendo: se non ero io, che amazai quel is 
bravo giovane, ogni poco che si tardava, che egli solo con nostro 
gran danno tutti ci metteva in fuga. Cognoscendo io che quella pas- 
sione di vederlo tanto ispesso mi toglieva il sonno e il cibo et mi con- 
duceva per il mal cammino, non mi curando di far cosi bassa in- 
presa et non molto lodevole, una sera mi disposi a volere uscire di so 
tanto travaglio. Questo tale istava a casa vicino a un luogo chia- 
mato Torre sanguigna, a canto a una casa dove stava alloggiato 

(C.129&) una cortigiana delle più favorite di Roma, la quali si domandava la 
signora Antea. Essendo sonato di poco le ventiquattro ore, questo 
archibusieri si stava in su l'uscio suo con la spada in mano, et 25 
haveva cenato. Io con gran destrezza me gli acostai con un gran 
pugnai pistoiese, e girandogli un marrovescio, pensando levargli 
il collo di netto, voltosi anche egli prestissimo, il colpo giunse inella 
punta della spalla istancha e fiaccato tutto Posso, levatosi su, la- 
sciato la spada, smarrito dal gran dolore, si messe a corsa; dove 3o 
che seguitandolo, in quattro passi lo giunsi, e alzando il pugnale 
sopra la sua testa, lui abassando forte il capo, prese il pugnale 
apunto Posso del collo e meza la collottola, e inell'una e neP altra 
parte entrò tanto dentro che il pugnale, che io, se ben facevo gran 

(cisoa) forza di riaverlo, non possetti; perché della ditta casa de PAntea saltò ds 
fuora quattro soldati con le spade inpugnate in mano, a tale che 
io fui forzato a metter mano per la mia spada per difendermi da 
loro. Lasciato il pugniale mi levai di quivi, e per paura di non es- 
sere conosciuto mene andai in casa il duca Lessandro, che stava 

1. In O il ma è loprar. a grandisij{ina) : aman. — 10. In O dopo et ò U caii. Un. 
aman. — 15. In O dopo gè ò io casa, fortemente : aman. — 2i. In O »▼. le vmtiqiMt' 
irò era scritto, casa, aman : la une ma/. — 84. In O gran è aoprar, a facevo aman. 



10. i ferri deUa leolw. Cfr. il Trattato AqW Oreficeria (ed. cit.), p. 111. 



106 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



in fra piaza Navona e la Kitonda. Gianto che io fai, feci parlare al 
daca, i* quale mi fece intendere che, se io ero solo, io mi stessi cheto 
et non dubitassi di nulla, et che io mene andassi a lavorare 1* opera 
del papa, che la desiderava tanto, et per otto giorni io mi lavorassi 
5 drento; massimamente essendo sopraggiunto quei soldati che mi 
havevano inpedito, li quali havevano quel pugnale in mano e con- 
tavano la cosa come l'era ita, e la gran faticha che egli avevano 
durato a cavare quel pugnale dell'osso del collo e del capo di colui, (e.iso6> 
il quale loro non sapevano chi quel si fussi. Sopraggiunto in questo 

10 Giovan Bandini, disse loro: questo pugnale è il mio, e l'avevo pre- 
stato a Benvenuto, il quale voleva far le vendette del suo fratello. 
I ragionamenti di questi soldati fumo assai, dolendosi d' avermi im- 
pedito, se bene la vendetta s' era fatta a misura di carboni. Passò 
più di otto giorni : il papa non mi mandò a chiamare come e' soleva. 

15 Da poi mandatomi a chiamare per quel gentil huomo bolognese suo 
cameriere, che già dissi, questo con gran modestia mi accennò come 
il papa sapeva ogni cosa, e che sua santità mi voleva un grandis- 
simo bene, e che io attendessi a lavorare e stessi cheto. Giunto al 
papa, guardatomi cosi col'ochio del porco, con i soli sguardi mi fece 

20 una paventosa bravata ; di poi atteso al' hopera, cominciatosi a ra- 

serenare il viso, mi lodò oltra modo, dicendomi che io (avevo) fatto (e.i9ia) 
un gran lavorare in si poco tempo ; dapoi guardatomi in viso, disse : 
or che tu se' guarito, Benvenuto, attendi a vivere : et io, che lo 'n- 
tesi, dissi che cosi farei. Apersi una bottega subito bellissima in 

25 Banchi al dirimpetto a quel Raffaello, e quivi fini' la detta opera in 
pochi mesi apresso. 

Mandatomi il papa tutte le gioie, da il diamante in fuora, il quale 
per alcuni sua bisogni lo haveva impegnato a certi banchieri geno- 
vesi, tenevo tutte l'altre gioie, e di questo diamante havevo solo 

30 la forma. Tenevo cinque bonissimi lavoranti, e fuora di questa opera 
facevo di molte faccende ; in modo ohe la bottega era carica di molto 
valore d' opere e di gioie, d' oro et di argento. Tenendo in casa un 
cane peloso, grandissimo e bello, il quale me lo haveva donato il 
duca Lessandro, se bene questo cane era buono per la caccia, per- 

35 che mi portava ogni sorta di uccelli et d' altri animali che amazato (cisi &> 

7. In O che/ gli: dunque non e^* «gli. — 18. In O tr& « e itesii è che io, cast. lin. 
aman. — 21. In O che io fatto. Par certa V omlMlone di una parola. 



1. la Ritonda, cfr. la nota alla riga sini {Lettere cit., pag. 85) dice che era 

25 della p. 29. come lancia di Filippo Strozzi e non 

10. Oioran Baadinl. É ben conosciuto era tenuto né bravo né savio: quale 

nelle storie, specialmente per il duello partigiano dello Strozzi, fu poi imprigio- 

con Lodovico Martelli nel campo del- nato da Cosimo I. 
l 'Grange, durante V Assedio (1530). Fu 25. BalfiMUo del Horo. Ctr. la nota alla 

devoto ad Alessandro de' Medici. Il Bu- riga 34 della p. 89. 



i 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 107 

io havessi con Parchibuso, anchora per guardia d'nna casa questo 
era maravigliosìssimo. Mi a venne in questo tempo, promettendolo la 
stagione inella qu^le io mi trovava, ìneV età di ventinove anni, ha- 
vendo preso per mia serva una giovane di molta bellissima forma 
e gratia, questa tale io mene servivo per ritrarla, a proposito per 5. 
l'arte mia: anchora mi conpiaceva alla giovaneza mia del diletto 
carnale. Per la qual cosa b avendo la mia camera molto apartata 
da quelle de ì mia lavoranti, e molto discosto alla bottega, legata 
con un bugigattolo d'ima cameri^ccia di questa giovane serva; e per- 
ché molto ispesso io mela godevo, e se bene io ho hauto il più leggier la 
sonno che mai altro huomo avessi al mondo; in queste tali occa- 
sioni de r opere della carne egli alcune volte si fa gravissimo e prò- 

<easf affondo, si come avenne, che una notte in fra l'altre, essendo istato 
vigilato da un ladro, il quale sott' ombra di dire che era orefice, 
aocchiando quelle gioie disegnò rubarmele, per la qual cosa sconfit- 15- 
tomi la bottega, trovò assai lavoretti d' oro e d' argento : e sopra 
stando a sconficcare alcune cassette per ritrovare le gioie che gli 
aveva vedute, quel cane ditto segli gettava adesso, e lui con una 
spada malamente da quello si difendeva; di modo che più volte il 
cane corse per la casa, entrato inelle camere di quei lavoranti, che 20 
erano aperte per esser di state. Da poi che quel suo gran latrare 
quei non volevan sentire, tirato lor le coperte da dosso, anchora 
non sentendo, pigliato per i bracci or l' uno or V altro per forza gli 
svegliò, e latrando con quel suo orribil modo mostrava loro il sen- 

(cissfr) tiero avviandosi loro inanzi. E' quali veduto che lor seguitare non 2S 
lo volevano, venuto a questi traditori a noia, tirando al detto cane 
sassi e bastoni, e questo lo potevano fare, perché era di mia com- 
mesione che loro tutta la notte tenessino il lume, per ultimo ser- 
rato molto ben le camere, il cane, perso la speranza del' aiuto di 
questi ribaldi, da per sé solo si messe all' impresa ; et corso giù, non so 
trovato il ladro in bottega, lo raggiunse: e conbattendo seco, gli 
aveva di già stracciata la cappa e tolta ; e se non era che lui chiamò 
l'aiuto di certi sarti, dicendo loro che per l'amor di dio l'aiutassino 
difendere da un cane arrabiato, questi chredendo che cosi fussi il 
vero, saltati fuora iscacciomo il cane con gran fatica. Venuto il ss 
giorno, essendo iscesi in bottega, la vidono sconfìtta et aperta, e rotto 
tutte le cassette. Cominciomo ad alta voce a gridare : hoimè, hoimè ! 

<«JS8a) onde io resentitomi, ispaventato da quei romori, mi feci fuora. Per- 
laqualcosa fattimisi innanzi, mi dissono : o sventurati a noi, che siamo 
stati rubati da uno che à rotto e tolto ogni cosa! Queste parole 40 
forno di tanta potentia, che le non mi lasciomo andare al mio cas- 

16. In O dopo trovò è mal cast. aman. — 84. In O dopo sveglio è egri casa. lin. aman. 
— M. In O dopo bottega sono eas». aman. non u. — 38. In O dopo itpaventato è mi casa. 
lin. aman. 



108 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



8one a vedere se v' era drento le gioie del papa : ma per quella coiai 
gelosia ismarrito quasi afatto il lume degli occhi, dissi che loro 
medesimi aprissino il cassone, vedendo quante vi manchava di quelle 
gioie del papa. Questi giovani si erano tutti in camicia; e quando 

ò dipoi aperto il cassone vidoro tutte le gioie et P opera d*oro insieme 
con esse, rallegrandosi mi dissono : e' non ci è mal nessuno, da poi 
che 1* opera e le gioie son qui tutte ; se bene questo ladro ci à la- 
sciati tutti in camicia, causa che iersera per il gran caldo noi ci (e.itt() 
sp(o)gliammo tutti in bottega, et ivi lasciammo i nostri panni. Su- 

10 bito ritornatomi le virtù al suo luogo, ringratiato idio dissi: andate 
tutti a rivestirvi di nuovo, et io ogni cosa pagherò, intendendo più 
per agio il caso come gli è passato. Quello che più mi doleva et 
che fu causa di farmi smarrire e spaventare tanto fuor della natura 
mia, si era, che talvolta il mondo non havessi pensato che io havessi 

15 fatto quella fintione di quel ladro sol pel rubare io le gioie; et per- 
ché a papa Chlemente fu detto da un suo fidatissimo e da altri, e* 
quali fumo Francesco del Nero, il Zana de' Biliotti suo computista, 
il vescovo di Vasona et molti altri simili : come fidate voi, beatissimo 
padre, tanto gran valor di gioie a un giovane, il quale è tutto fuoco, (cisia) 

^ et è più neParme inmerso che neParte, et non à anchora trenta 
anni ? La qual cosa il papa rispose, se nessun di lor sapeva che io 
havessi mai fatto cose da dare loro tal sospetto. Francesoho del Nero 
suo tesauriere presto rispose dicendo: no Beatissimo padre, perché 
e* non ha hauto mai una tale occasione. A questo il papa rispose: 

25 io Pò per intero huomo da bene, et se io vedessi un mal di lui, io 
non lo chrederrei. Questo fu quello che mi dette il maggior trava- 
glio, e che subito mi venne a memoria. Dato che io hebbi ordine 
a* giovani che fussino rivestiti, presi P opera insieme con le gioie, 
accomodandole meglio che io potevo a* luoghi loro, et con esse me- 

30 ne andai subito dal papa, il quale da Francesco Del Nero gli era (o.i»*H 
stato detto parte di quei romori che nella bottega mia 8*era sen- 

5. In O dopo vidoro sono due lett. cus. Un. amAn. {no f) che foprar. fcriwe tutUi e 
più sotto insieme^ e cassò lo dopo esse e il mi di ralUgrandomisi. — 9. In O è scritto 
epgliammo: un piccolo o in forma quasi di punto è soprar, tra p. e g. aman? 



17. Franeeieo del Bere. SopranDomi- 
iiato il Crà del PiccadìgUo : sotto i Medi- 
ci fu depositario del Comune di Firenze 
insieme a Filippo Strozzi, e sospettato 
•di appropriarsi il denaro pubblico. Cfr. 
quanto di lui scrìssero nelle Storie il 
Varchi aib. ITI, anno 1527) il Giovio (lib. 
XXV) e il BusiNi nella X lettei*a al Var- 
chi, del 31 Gennaio 1549. 

18. VeieoTO di VMona. Girolamo Schio, 
vicentino secondo alcuni, ma nella Gal- 



Ha Christiana (I, 931) è detto « patria 
Vaisonensis ». Fu confessore di Clemen- 
te VII ed incaricato di insigni offici e 
di molte legazioni. Nel 1523 ebbe il ve- 
scovato di Vaison nella contea di Avi- 
gnone: mori in Roma nel 1533 di 52 
anni. (Cfr. il Giovio nelle Storie, lib. 
XXVli). Nel vescovado gli successe Tom- 
maso Cortesi pratese, sul quale vedi 
quanto è scritto nella nota aUa riga 23 
della pag. 95. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 10& 

tito, e subito messo sospetto al papa. Il papa più presto inmaginato 
male che altro, fattomi uno guardo adosso terribile, disse con voce 
altiera: che se' tu venuto a far qui? che e* è? Ecci tutte le vostre 
gioie e Poro, et non mancha nulla. Allora il papa, rasserenato il viso, 
disse : cosi sia tu il benvenuto. Mostratogli l' opera, e in mentre che 5^ 
la vedeva, io gli contavo tutti gli accidenti del ladro e de* mia af- 
fanni, e quello che m' era di maggior dispiacere. Alle qual parole 
molt« volte si volse a guardarmi in viso fiso, et alla presenza era 
quel Francesco del Nero, per la qual cosa pareva che havessi mezzo 
per male non si essere aposto. AlP utimo il papa, cacciatosi a ridere io 

(e.i35a) di quelle tante cose che io gli avevo detto, mi disse : va' e attendi a 
essere huomo da bene, come io mi sapevo. Sollecitando la ditta opera 
. e lavorando continuamente per la zecca, si cominciò a vedere per 
Boma alcune monete false istampate con le mie propie stampe. Su- 
bito fumo poi*tate dal papa; e datogli sospetto di me, il papa disse is 
a Iacopo Balducci zechiere: fa' diligenza grandissima di trovare il 
malfattore, perché sappiamo che Benvenuto è huomo da bene. Questo 
zechiere traditore, p&r esser mio nimico, disse: idio voglia, beatis- 
simo padre, che vi riesca cosi qual voi dite; perché noi habbiamo 
qualche riscontro. A questo il papa si volse al governatore di Roma, 20- 
e disse che lui facessi un poco di diligenza di trovare questo mal- 

(C1S66) fattore. In questi di il papa mandò per me; di poi con destri ragio- 
namenti entrò in su le monete, e bene a proposito mi disse: Ben- 
venuto, darebbet' egli il quore di far monete false? Alla qual cosa 
io risposi, che le chrederrei far meglio che tutti quanti gli uomini 25- 
che a tal vii cosa attendevano; perché quelli che attendono a tal 
poltronerie non sono huomini che sappin guadagnare, né sono huo- 
mini di grande ingegno: e se io col mio poco ingegno guadagniavo 
tanto che mi avanzava, perché quando io mettevo ferri per la zecca, 
ogni mattina inanzi che io desinassi mi toccava a guadagnìare tre so 
scudi il manco, che cosi era stato sempre V usanza del pagare i ferri 

(e.i86a) delle monete, e quello sciocho del zecc(h)iere mi voleva male, perché 
e' gli arebbe voluti bavere a miglior mercato, a me mi bastava assai 
questo che io guadagniavo con la gratia de Dio e del mondo; che 
afar monete false non mi sarebbe tocco a guadagniar tanto. Il 35^ 
papa attinse benissimo le parole; e dove gli aveva dato comessi(o)ne 
che con destrezza havessin cura che io non mi partissi di Roma, 

9. In O le due sz di mezzo sono toprar. su una macchia forte, che è casa, di due ss 
(sembra): aman. — 17. In O le parole sappiamo che benvenuto/ tono scritte soprar, alle 
prime dne delle seguenti (dopo a perché) cass. Un. aman. abenvenuto/ non bisogna pen» 
sare havendol/ gli. Forse d' altro inch., fu virgolata «. — 33. In O hauere ò soprar., 
amaD. 



16. laeopo Baldneei leelilere. Soprin- 1529, come risulta dai pagamenti (Ber- 
tendente della Zecca di Roma fino dal tolotti, Artisti lomb.y I, 25). 



110 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



disse loro che cercassino con diligenza, e di me non tenessin cara 
perché [no] non harebbe voluto isdegniarmi qoal fussi causa di per- 
dermi. A chi e* comesse caldamente, fumo alcuni de* cherici di Ca- 
mera, e* quali, fatto quelle debite diligenze, perché allor toccava, 
5 subito lo trovomo. Questo si era uno istampatore della propia zecca, 

che si domandava per nome Ceseri Macheroni, cittadin romano; e («.ucfr) 
in sieme seco fu preso uno hovolatore di zecca. In questo di mede- 
simo passando io per piaza Na(v)ona h avendo meco quel mio bello 
can barbone, quando io sono giunto dinanzi alla porta del Bargello, 

to il mio cane con grandissimo impito forte latrando si getta dentro 
alla porta del Bargello adosso a un giovane il quale haveva fatto 
cosi un poco sostenere un certo Donnino orefice da Parma, già di- 
bcepol di Caradosso, per haver hauto inditio che colui Phavessi 
rubato. Questo -mio cane faceva tanta forza di volere sbranare quel 

15 giovane, che mosso i birri a compassione, massimamente il giovane 
audacie difendeva bene le sue ragione, e quel Donnino non diceva 
tanto che bastassi, maggiormente esendovi un di quei caporali de' (cUTs) 
birri, eh' era genovese e conoscieva il padre di questo giovane; in 
modo che, fra il cane e quest'altre occasione, facevan di sorte che 

^ volevan lasiar andar via quel giovane a ogni modo. Acostato che io 
mi fui, il cane non cog^oscendo paura né di spada né di bastoni, 
di nuovo gittatosi adosso a quel giovane, coloro mi dissono, che se 
io non rimediavo al mio cane, melo ammazzerebbono. Preso il cane, 
il meglio che io potevo, inel ritirarsi il giovane in su la cappa, gli 

25 cadde certe cartuze della capperuccia; per la qual cosa quel Don- 
nino ricogniobbe esser cose sue. Anchora io vi ricogniobbi un piccolo 
anellino; per la qual cosa subito io dissi: questo è il ladro che mi 
sconfìsse e rubò la mia bottega, però il mio cane lo ricogniosce; e (e.iS7fr) 
lasciato il cane, di nuovo sigli gettò adosso: dove ohe il ladro 

30 mi si raccomandò, dicendomi che mi renderebbe quello che haveva 
di mio. Bipreso il cane, costui mi rese d' oro e di argento et di anel- 
letti quel che gli aveva di mio, e venticinque scudi da vantaggio; 
dipoi mi si raccomandò. Alle quali parole io dissi, che si racco- 

8. In O no non, — S. In O tra na e ona tono dae lett. casa, fortemente (Ij) 
aroan ; né è riscritto o visibile un v. — 9. In O dopo giunto due lettere (as) casi. lin. 
aman. — 18. In O tra donni e no due lettere (lo) cass. fortemente aman. ~~ 83. In O al 
ha, fra a ed 2, una lettera cassata fortemente. 



6. Celeri Maoheronl. Entrato nella 
zecca fin dal tempo del Sacco. Carce- 
rato coi compagni, il suo processo durò 
dair 11 di Aprile al 2 di Maggio del 1532, 
e il Macheroni fu sottoposto due volte 
alla tortura fcfr. Plon, p. 25). 

7. UBO hoTolatore di secca. Si chiama- 
va Raffaello di Domenico, romano (cfr. 



Plon, p. 25). 

12. Dennino orefice da Fama. Donnino 
Rippa di Lorenzo, nominato fra i cre- 
ditori nel testamento del Caradosso 
(1526) : Bertolotti, Artisti lombardi, I, 
p. 278 e segg. Sul Caradosso cfr. quanto 
è detto nella nota alla riga 7 della pa- 
gina 52. 



VITA DI BENTENUTO CELLINI 111 

mandassi a dìo, perché io non gli farei né ben né male. E tornato 
alle mie faccende, ivi a pochi giorni quel Ceseri Macherone delle 
monete false fu impiccato imbandii dinanzi alla porta della zecca; 
il compagno fu mandato in galea ; il ladro genovese fu impiccato in 
Campo di Fiore; et io mi restai in maggior concetto di huomo da 5 

<c.i58a) bene che prima non ero. Havendo presso a fine 1* opera mia, sopra- 
venne quella grandissima inundatione, la quale traboccò d'acqua 
tutta Roma. Standomi a vedere quelche tal cosa faceva, essendo di 
già il giorno logoro; sonava ventidua ore, et Tacque oltra modo 
chrescievano. Et perché la mia casa e bottega el dinanzi era in Bau- io 
chi, et il di drieto saliva parechi braccia, perché rispoodeva in 
verso Monte Giordano ; di modo che, pensando prima alla salute della 
vita mia, dipoi all'honore, mi missi tutte quelle gioie adosso, et 
lasciai quel'hopera d'oro a quelli mia lavoranti in guardia, et cosi 
scalzo disciesi per le mie finestre di drieto, et il meglio che io pò- 15 
tetti passai per quelle acque, tanto che io mi condussi a Monte Ca- 

<c.i386) vallo, dove io trovai milsser Giovanni Gaddi cherico di Camera, e 
Bastiano venitiano pittore. Accostatomi a misser Giovanni, gli detti 
tutte le ditte gioie, che mele salvassi; il quale tenne conto di me, 
come se fratello gli fussi stato. Di poi a pochi giorni, passati i fu- so 
rori dell'acqua, ritornai alla mia bottega, e fini' la ditta opera con 
tanta buona fortuna, mediante la gratia de dio et delle mie gran 
fatiche, che ella fu tenuta la più bella opera che mai fussi vista a 
Roma; di modo che portandola al papa, egli non si poteva satiare 
di lodarmela; e disse: se io fussi uno imperatore ricco, io donerei al 25 
mio Benvenuto tanto terreno, quanto il suo echio scorressi; ma per- 

(c.isda) che noi dal di d' oggi siamo poveri imperatori falliti, ma a ogni modo 
gli darem tanto pane, che basterà alle sue pichole voglie. Lasciato 
che io hebbi finire al papa quella sua smania di parole, gli chiesi 
un mazzieri che era vapato. Alle qual parole il papa disse, che mi so 
voleva dar cosa di molta maggiore importanza. Risposi a sua San- 
tità che mi dessi quella piccola in tanto per arra. Cacciandosi a ri- 

11. In O tono ritoccate alcune lettere delle parole et il/ di drieto: aman. ? — 13. In 
O avanti a mi è un altro mi cass. Un: aman? — 15. In Ò av. diecieei è ecalato cass. 
Un. aman. — 19. lu O ditte è soprar, a mie. cass. Un. aman. — 27. In O dopo falliti ò 
una rasura, nonostante la quale si legge sempre un ma. Non credo sia dell' aman. che 
cassa di solito con linee o sgorbi. B ha U secondo ma, D lo ha cass. ; t ha il ma. 



7. quella grandiuima innndatlone. Que- 17. OioTannl Oaddi. Cfr. la nota alla 

sta è, secondo Ludovico Comesio( De riga 15 deUa p. 98. 

prodiffiosis Tyberis inundationibus , 30. Un massleri che era Tacato. Si con- 

Romae, 1531) la 23* inondazione del Te- serva il motoproprio per virtù del quale 

vere, avvenuta nei giorni 8 e 9 Otto- ebbe il posto di mazziere da Clemen- 

bre del 1530, con grandissimi danni di te VII (Docum. III. — Kal. Maij, anno 

edilizi e perdita d' uomini (cfr. anche octavo, 1531) pubblicato dal Cerasoli, 

Varchi, Storie, ed. cit., Voi. II, p. 423). op. cit. p. 373. 



112 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



dere, disse che era contento, ma che non voleva che io servissi, et 
che io mi convenissi con li compagni mazieri di non servire, dando 
loro qualche gratia, che già gli avevano domandato al papa, qualPera 
di poter con autorità risquotere le loro entrate. Cosi fu fatto. Que- 
5 sto mazziere mi rendeva poco mancho di dugento scudi V anno di 

entrata. Seguitando apresso di servire il papa or di un piccolo la- (c.i39&) 
voro or di un altro, m^in pose che io gli facessi un disegno di un 
calice ricchissimo; il quale io feci il ditto disegno e modello. Era 
questo modello di legno e di ciera in luogo del bottone del calice, 

10 havevo fatto tre figurette di buona grandeza, tonde, le quale erano 
la fede, la speranza et la carità: in el piede poi havevo fatto ac- 
conrispondenza tre storie in tre tondi di basso rilievo : che ineP una 
era la natività di christo, inelP altra la resurressione di christo, inella 
terza si era san Piero crocifisso a capo di sotto; che cosi mi fu 

15 comesso che io facessi. Tirando inanzi questa ditta opera, il papa (c.i40i> 
molto ispesso la voleva vedere; in modo che, avvedutomi che sua 
santità non s' era poi mai più ricordato di darmi nulla, essendo 
vacato un Frate del Piombo, una sera io gnene chiesi. Al hu(o)n papa 
non sovvenendo più di quella ismania che gli aveva usato in quella 

20 fine di quella altra opera, mi disse : 1* ufìtio del Piombo rende più di 
ottocento scudi, di modo che se io telo dessi, tu ti attenderesti a grat- 
tare il corpo, e quella belP arte che tu hai alle mane si perderebbe, 
et io ne harei biasimo. Subito risposi, che le gatte di buona sorte 
meglio uccellano per grassezza che per fame; cosi quella sorte degli 

S5 huomini dabbene che sono inchlinati alle virtù molto meglio le 

mettono in opera quando egli anno abundantissimamente da vivere ; (ci4o&> 
di modo che quei principi che tengono abundantissimi questi cotali 
huomini, sappi vostra santità che eglino annaffiano le virtù: cosi per 
il contrario le virtù nascono ismunte et rogniose: e sappi vostra 

so santità, che io non lo chiesi con in ten tiene di averlo. Pur beato 
che io hebbi quel povero mazziere! di questo tanto m* inmaginavo. 
Vostra santità farà bene, non 1* avendo voluto dar a me, a darlo 
a qualche virtuoso che lo meriti et non a qualche ignorantone che 
si attenda a grattare il corpo, come disse vostra santità. Pigliate 

4. In O dopo poter sono casa. lin. aoiad. rU/qxiotere qo. — 9. In O in margine si- 
nistro dinanzi {que/) sto modello ec. è scritto della solita ignota mano calice : dopo ciera/ 
sono cass. aman. le parole il botto scambio del, — 11. In O «< è appena leggibile tra 
speranza e la: aman. — 12. In O dopo tre ò meda (princ. di medaglie certamente) e 
dopo In/ è so cass. lin. aman. — 18. In O bun, — 27. In O dopo tengono è richisi (mi), 
casa. aman. — 32. In O dopo santità/ due o tre Ietterò cas.. lin. aman. 

18. vn Frate del Piombo. É quello uf- che i laici, fra* quali Bramante, Seba- 

flzio della Curia Romana nel quale alle stiano Veneziano (vedi la nota alla riga 

bolle si appendeva il Piombo o Sigillo 21 della p. 98), Guglielmo della Porta ; 

Pontificio. Lo tennero lungo tempo i e questi assunsero, colla carica, nome ed 

Arati Cisterciensi, quindi lo ebbero an- abito di Frate :cfr. Vasari, ed. cit.,v, 576. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



113 



(e.i4ia) esemplo dalla buona memoria di papa Tulio, che un tale ufitio dette 
a Bramante eccellentissimo architettore. Subito fattogH reverenza, 
inftiriato mi parti'. Fattosi innanzi Bastiano venitiano pittore, disse: 
beatissimo padre, vostra santità sia contenta di darlo a qualcuno 
che si affatica nel' opere virtuose ; et perché, come sa vostra santità, s 
hancora io volentieri mi a£BBttico in esse, la priego che mene faccia 
degnio. Bispose il papa: questo diavolo di Benvenuto non ascolta 
le riprensioni. Io ero disposto a dargniene, ma e' none sta bene es- 
sere cosi superbo con un papa; pertanto io non so quel che io mi 
farò. Subito fattosi innanzi il vescovo di Yasona, pregò per il ditto io 
Bastiano dicendo: beatissimo padre, Benvenuto è giovane, e molto 

(e. 1416) meglio gli sta la spada acanto, che la vesta da frati: vostra santità 
sia contenta di darlo a questo virtuoso huomo di Bastiano; et a 
Benvenuto tal volta potrete dare qualche cosa buona, la quale forse 
sarà più a proposito che questa. Allora il papa voltosi a misser Bar- 
tolomeo Valori, gli disse: come voi scontrate Benvenuto, ditegli da 
mia parte che lui stesso à fatto bavere il Pionbo a Bastiano dipin- 
tore; e che stia avvertito, che la prima cosa migliore che vaca, sarà 
la sua; et che in tanto attenda a far bene, e finisca l'opera mie. L'altra 
sera seguente a dua ore di notte, scontrandomi in Mr Bartolomeo 
Valori in sul cantone della zecca, lui haveva due torcie innanzi et 

(e.i4Sa) andava in furia, domandato dal papa ; faccendogli riverenza, si fermò 
et chiamommi, et nù disse con grandissima afifetione quello che gli 
aveva ditto il papa che mi dicessi. Alle qual parole io risposi, che 
con maggiore diligentia et istudio finirei l'opera mia, che- nessuna ^^ 
mai del' altre; ma si bene senza punto di speranza d'avere nulla 
mai dal papa. Il detto misser Bartolomeo ripresemi, dicendomi che 
cosi non si doveva rispondere ale offerte d' un papa. A cui io dissi 
che ponendo isperanza a tal parole, saputo che io non l' arei a ogni 
modo, pazzo sarei a rispondere altrimenti; e partitomi, mene andai so 



15 



so 



11. In O e molto è foprar. a giovane: aman. ~- 19. In O tra in e tanto sono alcune 
lettere cast, fortemente, e cosi son cassate alcune lettere avanti e dopo la eorr. di aU 
tra: aman. — S7. In O mai è soprar, e tra nulla e dal; aman. 



2. BnuBADte, Donato Lazzeri da Ur- 
bino, soprannominato il Bramante (1444- 
1514) «pittoraccio di poco credito » (cfr. 
il Trattato dell' Ortf/fc«ria: ed. cit. p. 84), 
ma architetto di molto valore. Sulla sua 
vita. cfr. Vasari, Vite, ed. cit. IV, pp. 145- 
168. n Oellini nei Trattati lo nomina 
altre due volte (ed. cit. pp. 221-282). 

15. Bartolomeo Valori. Baccio o Barto- 
lomeo Valori fiorentino; uno dei più di- 
chiarati partigiani de* Medici: quale 
commissario di Clemente VII presso 



roranges all'assedio di Firenze, dal 
tesoro pontificio ebbe oltre a 100 mila 
ducati per sottomettere ai Medici la città 
(cfr. Bertolotti, Artisti lombardi, I, 
250, e Passerini, Qiom.stor. degli Arch, 
toso.). Non soddisfatto abbastanza dei 
Medici, cospirò contro di loro insieme 
con Filippo Strozzi: nella battaglia di 
Montemurlo fU fatto prigioniero e con- 
dotto a Firenze ; decapitato il 20 Agosto 
del 1537: cfr. Sboni, Storie, lib. IX e Var- 
chi, libb. (XII, XIV). 



CSLLIKI, Vita. 



8 



114 



VITA DI BENVENUTO CBLUNI 



a 'ttendere alle mie faccende. H ditto Mr Bartolomeo dovette ridire 
al papa le mie ardite parole, e forse più che io non dissi, di modo 
che il papa stette più di doa mesi a chiamarmi, et in questo (e.iu») 
tempo non volsi mai andare al palazo per nulla. H papa che di 
5 tale opera si struggeva comesse a misser Ruberto Pucci che at- 
tendessi un poco a quel che io facevo. Questo omaccion da bene 
ogni di mi veniva a vedere, e sempre mi diceva qualche amorevol 
parola, et io allui. Appressandosi il papa a voler partirsi per andare 
a Bologna, a l'utimo poi, veduto che da per me io non vi andavo, 

10 mi fece intendere dal ditto Misser Ruberto, che io portassi su l'opera 
mia, perché voleva vedere come io l' avevo innanzi. Per la qual cosa 
io la portai, mostrando detta opera esser fatto tutta la inportanza, 
et lo pregavo che mi lasciassi cinquecento scudi, parte a buon conto, 
e parte mi mancava assai bene de 1* oro da poter finire detta opera. (c.i4Sa) 

15 H papa mi disse : attendi, attendi a finirla. Risposi partendomi, che 
io la finirei, se mi lasciava danari. Cosi mene andai. II papa andato 
alla volta di Bologna lasciò il cardinale Salviati legato di Roma, et 
lasciògU commesione che mi sollecitassi questa ditta opera, e li 
disse: Benvenuto è persona che stima poco la sua virtù, e, manco 

so noi; siche vedete di sollecitarlo, in modo che io la truovi finita. 
Questo cardinal bestia mandò per me in capo di otto di, dicendomi 
che io portassi su T opera; a il quale, io andai allui senza l'opera. 
Giunto che io fui, questo cardinale subito mi disse : dov' è questa 
tua cipollata? à' la tu finita? Al quale io risposi: o monsignor reve- 

S5 rendissimo, io la mia cipollata non ho finita, et non la finirò, se voi 

non mi date delle cipolle da finirla. A queste parole il ditto cardi- (c.i4S») 
naie, che haveva più viso di asino che di huomo, divenne più brutto 
la metà; e venuto al primo a meza spada, disse: io ti metterò in 
una galea, e poi barai di gratia di finir 1' opera. Hanchora io con 

'0 questa bestia entrai in bestia et gli dissi: monsignore, quando io 
farò peccati che meritino la galea, allora voi mi vi metterete; ma 

4. In O *T. papa è pa/ oam. Un. «man. — SI. In O dopo otto di il b* un* e casi. 
Un. Am*n. 



5. Bibtrto Pveei, d^Antonio; nato in 
Firenze nel 146S, partigiano de' Medici 
anch' egli, ma, di carattere migUore che 
il Valori, cercò distogUere Clemente vn 
dal volgere le armi contro Firenze. Come 
il Valori, fu uno dei 48 senatori eletti 
dai duca Alessandro (cfr. Manni. Sen. 
fior., p. 09) : vestito Tabito ecclesiastico, 
in breve fu da Paolo III nominato car- 
dinale a di 31 di Maggio del 1542. MoH 
in Roma nel 1547 {ctr, ammirato, Stor, 
fior,, XXX, XXXI). 



16. Il p*p« ABdmto alla volta di Bolo- 
fna. Parti da Roma ai 18 di novembre 
del 1532, per incontrarsi in Bologna con 
Carlo V e accordarsi con lui su di un 
ConciUo generale da tenersi per calmare 
le discordie religiose, su di una lega 
contro i Turchi e sulle nozze deUa ni- 
pote Caterina (cfr. ammirato, Stor, fior. 
Ub. XXXI, e Giono, Histor, lib. XXVI). 

17. eardlBslo SalvUti locato di BoMt. 
Cfr. intorno a lui la nota aUa riga 12 
della pag. 49. 



' 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 115 



per questi peccati io non ò paura di vostra galea: e di più vi dico, a 
causa di vostra signoria, io non la voglio mai più finire; et non 
mandate mai più per me, perché io non vi verrò mai più inanzi, se 
già voi non mi facessi venir co' birri. Il buon cardinale provò alcune 
volte amorevolmente a farmi intendere che io doyerrei lavorare e 5 
che i' gniene doverrei portare a mostrare ; in modo che a quei tali 

<e.i44a) io dicevo: dite a mon signiore che mi mandi delle cipolle, se vuol 
ohe io finisca la cipollata: né mai gli risposi altre parole; di sorte 
che lui si tolse da questa disperata cura. Tornò il papa da Bologna, 
e subito domandò di me, perché quel cardinale di già gli aveva 10 
schritto il peggio che poteva de* casi mia. Essendo il papa inel mag- 
gior furore che inmaginar si possa, mi fece intendere che io andassi 
con Peperà. Cosi feci. In questo tempo che il papa stette a Bolo- 
gna, mi si scoperse una scesa con tanto affanno agli echi, che per 
il dolore io non potevo quasi vivere, in modo che questa fa la prima is 
causa che io non tirai innanzi Peperà: e fu si grande il male, che 
io pensai certissimo rimaner cieche; di modo che io havevo fatto il 

(e.ii4&) mio conto, quel che mi bastassi a vivere cieco. Mentre che io an-: 
davo al papa, pensavo il modo che io havevo a tenere a far la mia 
scusa di non haver potuto tirare innanzi Peperà; pensavo che, in 20 
quel mentre che il papa la vedeva et considerava, poterli dire ifatti : 
la qual cosa non mi venne fatta, perché giunto dallui, subito con pa- 
role villane disse, daccquà quell'opera; è ella finita? Io la scopersi: 
subito con maggior furore disse : in verità de dio dico a te, che fai 
professione di non tener conto di persona, che se e' non fussi per honor ss 
di mondo io ti farei insieme con quell'opera gittar da terra quelle fine- 
stre. Per la qual cosa, veduto io il papa diventato cosi pessima bestia, 

<e.i45a) sollecitavo di levarmigli dinanzi. Inmentre che lui continuava di bra- 
vare, messami l'opera sotto la cappa, borbotando dissi: tutto il mondo 
non farebbe che un cieco fussi tenuto a lavorare opere cotali. Mag- 30 
giormente alzato la voce, il papa disse: vien qua; che di' tu? Io istetti 
infra dua di cacciarmi accorrere giù per quelle scale; di poi mi ri- 
solsi, e gittatomi in ginochioni, gridando forte, perché lui non cessava 
di gridare, dissi : e se io sono per una infirmità divenuto cieco, sono 
io tenuto a lavorare? A questo e' disse: tu hai pur veduto lume a ss 
venir qui, né chredo che sia vero nessuna di queste cose che tu 

16. In O dopo opTa è eh* cmm. lin. Anum. — SO. In O dopo jMtuavo è che casi. 
eon altro inehiottro, limile n quello (pi& fbiadito) che ha foritto mia loprar. a /atti : non 
eeito aman. ohe ba, inyeeet ridotto (SI) a uéd«ua il uoUua, Tutti 1 oodlol, tranne I che 
ha f^Uif e tutte le itampe hanno mia, — S8. In O opora, ^ S4. In O dopo dio/ è ti oaif. 
Un. aman. — SS. In O leggeil partono e l'o é ridotto ad a con quel medeiimo Inchiostro 
di cui alla nota del r. SO, e eofi è ridotto < ad « e agff. { a d< (mondo), l oodioi hanno 
tutti di mondo ; le stampe dtl mondo, — 86. In O dopo qui una lettera oasi, fortem. (« 7), 



9, Temè n papt da Belegma. Nel mano 1533 (àkhirato, Stor, fior, lib. XXXI). 



116 VITA DI BENVENUTO GELLINI 



di'. Al quale io dissi, sentendogli al quanto abassar la voce: vostra (e.i45&) 
santità ne dimandi il suo medico, e troverrà il vero. Disse: più 
all'agio intenderemo se la sta come tu di'. Allora, vedutomi pre- 
stare audienza, dissi: io non chredo che di questo mio gran male 
5 ne sia causa altri che il cardinal Salviati, perchè e' mandò per me 
subito che vostra santità fu partito, e giunto allui, pose alla mia 
opera nome una cipollata, e mi disse che mela farebbe finire in una 
galea ; e fu tanto la potentia di quelle inhoneste parole, che per la 
estrema passione subito mi senti' infiammare il viso, e vennemi ine- 

10 gli occhi un calore tanto ismisurato, che io non trovavo la via a 
tornarmene a casa: di poi a pochi giorni mi cadde dua ca(ta)ratti 
in su gli ochi: per la qual cosa io non vedevo punto di lume, e da (e.i46a) 
poi la partita di vostra santità io non ho mai potuto lavorare nulla. 
Rizzatomi di ginochioni, mi andai con dio; e mi fu ridetto che il 

>& papa disse : se e' si dà gli ufiti, non si può dare la dischretione con essi: 
io non dissi al cardinal che mettessi tanta maza: che se gli ò il vero 
che abbia male inegli ochi, quale intenderò dal mio medico, sarebbe 
da 'vergi! qualche compassione. Era quivi alla presenza un gran 
gentil' huomo molto amico del papa e molto virtuosissimo. Doman- 

20 datogli il papa che persona io ero, dicendo : beatissimo padre, io ve- 
ne domando, perché m' è parso che voi siete venuto in un tempo me- 
desimo nella maggior collera che io vedessi mai, e inella maggiore 
compassione; si che, per questo io domando vostra santità chi egli 
è; che se gli è persona che meriti essere aiutato, io gli insegnerei (cuefr) 

25 un seghreto da farlo guarire di quella infirmità, queste parole disse 
il papa: quello è il maggiore huomo che nascessi mai della sua 
professione; e un giorno che noi siamo in sieme vi farò vedere delle 
maravigliose opere sue, e lui con esse; e mi sarà piacere che si 
vegga se sigli può fare qualche benifitio. Di poi tre giorni il papa 

so mandò per me un di doppo desinare, et oraci questo gentil huomo 
alla presenza. Subito che io fui giunto, el papa si fece portare quel 
mio bottone del piviale. In questo mezzo io havevo cavato fuora 
quel mio calice; per la qual cosa quel gentil huomo diceva di non 
haver mai visto un' opera tanto maravigliosa. Sopraggiunto il hot- 

35 tone, gli adirebbe molto più maraviglia : guardatomi in viso, disse: (o.u7a> 
gli è pur giovane a saper tanto, anchora molto atto a 'oquistare. Di 
po' me domandò del mio nome. Al quale io dissi : Benvenuto è il mio 
nome. Rispose: Benvenuto sarò io questa volta per te: piglia de' 
fioralisi con il gambo, col fiore et con la barba tutto insieme, di 

1. In O SittedoglU — 7. In O nome ò soprar, «man. ^ 9. In O dopo in (itugli) tono 
alenne lettere fortemente oaMate, aman. ?, delle quali rimane yiilbile un* «: seguono 
poi le parole gli oehi, — 11. In O dopo dua/ è ca eass. lin. aman. e poi caratti e an 
piccolo ta^ di altro Inchiostro e soprar. — 19. In O è domanda/ toglif t lì to ò ridotto a 
t0 d'altro inchiostro. — 27. In O pro/eatin» — 29. In O ar. a XX è on altro di cass. 
lin. aman. — 80. In O U finale ej di eraej ò soprascritto al primitivo ti: aman. 



VITA DI BENVENUTO OBLLINI 117 

poi gli fa* stillare con gentil fuoco, et con quell* acqaa ti bagna gli 
ochi par echi volte il di, e certissimamente guarrai di cotesta infir- 
mità; ma fatti prima porgarei e poi continua la detta acqua. Il 
papa mi osò qualche amorevol parola: cosi mene andai mezso con- 
tento. La infirmità gli era il vero ohe io l'avevo, ma chredo che io • 
Pavesai guadagniata mediante quella bella giovane serva che io 

<e.i476) tenevo nel tempo che io fui rubato. Soprastette quel morbo galico a 
scoprirmisi più di quattro mesi interi, di poi mi coperse tutto tutto 
a un tratto: non era inel modo de l'altro che si vede, ma pareva che 
io fusai coperto di certe vescichette, grandi come quattrini, rosse, io 
I medici non mei volson mai battezzare mal franzese: et io pure 
dicevo le cause che chredevo che fussL Continuavo di medicarmi a 
lor modo, e nulla mi giovava; pur poi a l'ultimo, risoltomi a pi- 
gliare il legnio centra la voglia di quelli primi medici di Roma, 
questo legnio io lo pigliavo con tutta la disciplina et astinentia che i6 
ìnmaginar si possa, et in brevi giorni senti' grandissimo migliora* 
mento ; a tale che in capo a cinquanta giorni io fui guarito e sano 
come tm pescie. Da poi, per dare qualche ristoro a quella gran fa- 

(e.i48a) tica cho io havevo durato, entrando inel inverno presi per mio pia* 

cere la caccia dello scoppietto, la quale mi induceva a andare a m 
l'acqua et al vento, et star pe' pantani; a tale che in brevi giorni 
mi tornò l'un cento maggior male di quel che io havevo prima. 
Rimessomi nelle man de' medici, continuamente medicandomi, sem- 
pre peggioravo. Saltatomi la febbre adesso, io mi disposi di ripigliare 
il legno : gli medici non volevano, dicendomi che se io vi entravo con u 
la febbre, in otto di morrei. Io mi disposi di far contro la voglia 
loro; e tenendo i medesimi ordini che all'altra volta fatto havevo, 
beuto che io hebbi quattro giornate di questa santa acqua de il legnio, 
la feblMre sene andò afatto. Cominciai a pigliare grandissimo miglio- 

<e.i4s&) ramento, et in questo che io pigliavo il detto legno sempre tiravo ae 
inanzi i modelli di quella opera; e' quali in cotesta estinenzia io 
feci le più belle cose e le più rare inventione che mai io facessi 
alla vita mia. In capo di cinquanta giorni io fui benissimo guarito, 
e di poi con grandissima diligentia io mi attesi a 'ssicurare la sanità 
adosso. ^ 

Di poi che io fui sortito di quel gran digiuno, mi trovai in modo 
netto dalle mie imfirmità come se rinato io fussL Se bene io mi pi- 
gliavo piacere nel' assicurare quella mia desiderata sanità, non man- 

t. In O mit€ 4 lopimr. aman. In margine finUtro loUo due linee trM^eriall 4 
MrìUo di altra mano, la loUta di altre poitllle, ricttia, * 6. In O av. wudian/ U tono 
caM. Un. le parole pt vmmo, aman. — 11. In Ó IV <U maj è lorltto di altro Inohloitro 
(pare). Varie lettere fono rltoeoate In qnetta pagina. ~ 16. In O nna lettera eateata 
dope hrmjj : muM è (toneo) eati. Un. dopo ttnti/: aman. — tfl. In O dopo havevo é auto 
eaaf. Un. aman. — 16»26. ìn O Jo fU tono fortemente rltoeeate, e dopo morrH/ tono let- 
tere fortemente oaaf. — 87. In O è ea«f. Un. aman. nn d» dopo im/lrmità. 



118 VITA DI BENVENUTO CELUKI 

cavo ancbora di lavorare; taoto che ìnel' opera detta et inella secca, 
ad ogniona di loro certissimo davo la parte del sao dovere. Abattessi 
ad essere fatto legato di Parma quel ditto cardinale Salviati, il (e.i49a> 
quali haveya meco quel grande odio sopra ditto. In Parma fu preso 
5 un certo borefice milanese falsatore di monete, il quali per nome si 
domandava Tobbia. Essendo giudicato alla forca et al fuoco, ne fu 
parlato al ditto legato, messogli innanzi per gran valente buomo. 
Il ditto cardinale fece sopratenere la eseguitione della giustitia et 
scbrisse a papa Cblemente, dicendogli essergli capitato in nelle 

10 mane uno buomo il maggiore del mondo della proffessione del' ore- 
ficeria, el cbe di già gli era condonato alle forcbe et al fuoco per 
essere lui falsario di monete; ma cbe questo buomo era simplice 
et buono, percbé diceva averne cbiesto parere da un suo confes- (e.i49»> 
soro, il quale, diceva, cbe gnene baveva dato licentia cbe le potessi 

15 fare. Di più diceva: se voi fate venire questo grande buomo a Roma, 
vostra santità sarà causa di abbassare quella grande alterigia del 
vostro Benvenuto, et sono certissimo cbe le opere di questo Tobbia 
vi piaceranno molto più cbe quelle di Benvenuto: di modo cbe il 
papa lo fece venire subito a Boma. E poi cbe fu venuto, cbiamatici 

so tutti a dua ci fece fare un disegno per uno a un corno di liocorno (e.i50a> 
il più bello cbe mai fusse veduto: si era venduto diciassettemilla 
ducati di camera. Volendolo il papa donare al il re Francesco, lo volse 
in prima guarnire riccamente d'oro e comesse a tutti a dua noi 
cbe facessimo i detti disegni Fatti cbe noi gli bavemmo, ciascun 

25 di noi il portò dal papa. Era il disegno di Tubbia afibggia di un 
candegliere, dove, a guisa della candela, si imboccava quel bel corno, 
e del piede di questo ditto candegliere faceva quattro testoline di 
liocorno con semplicissima inventione : tanto cbe quando tal cosa io 
vidi, non mi potetti tenere cbe in un destro modo io non sogbi- 

to gniassi. Il papa s' avide, e subito disse: mostra qua il tuo disegno; 

9. In O capitato h*, Innanxl, due o tre Ietterei CMf. fortemente *nuai. — 11. In O 
il d« di condénato è rid. di Altre lettere: «man. — In O dopo fuow alenne lettere ean. 
fortemente. — 18. In O perehch; Dopo av«m« è eatt. Un. e fortemente thU$ e di ae- 
gnito è ecritto chUito parere : eman. — 19. In O nMto è toprar. aman. — 90. In O 
dopo di è uni (forte pento di terirere unicorno), eatt. Un. aman. — 99. In O è 
catt. Un. seu/ e U di rid. a du e cali toprar. aman. — Dopo volendolo 4 da eatt. Un. 
aman. — 98. In O l' a è pieoolo e Interito dopo come»»»: in hUtJ, Vj è ridotto dai: e 
anche detti é ridns. (aman.?) di ditti, — 96. In O in margine tinittro daranti a qae- 
tte righe tono dne linee tratrertall eome quelle altrore notate. 



0. Tobbia, non milanese, ma di Carne- 99. re Fraieetee. U dono era per Pran- 

rino, secondo dai pagamenti risulta al cesco I di Francia, che nel 1583 fece spo- 

Bbrtolotti {Artisti lombardi^ I, p. 250 sa la nipote Caterina dei Medici a Bn- 

e segg.), cbe enumera i lavori di cui To- rico duca d^Orleans, suo secondo flgUo. 

bia ebbe r incarico e che lo mostrano AUe nozze, in MarsigUa, assistè pure 

artefice di un qualche pregio. Ctr, an- Clemente vn, ohe parti da Roma nel- 

che Plon, op. cit. passim. V ottobre del 1583. 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 119 

il quale era ima sola testa di liocorno: a conrispondenza di quel 
ditto corno, havevo fatto la più bella sorte di testa che veder si 
possa; il perché si era che io havevo preso parte della fatione della 

(€.1506) testa del cavallo e parte di quella del cervio, arrichita con la più 
bella sorte di velli et altre galanterìci tale che subito che la mia 5 
si vide, ogniuno gli dette il vanto. Ma perché alla presenza di questa 
disputa era certi milanesi di grandissima autorità, questi dissono: 
beatissimo padre, vostra santità manda a donare questo gran pre- 
sente in Francia: sappiate che i franciosi sono uomini grossi, et non 
cognosceranno V ecoellentia di questa opera di Benvenuto ; ma si bene io 
piacerà loro questi ciborii, li quali anchora saranno fatti più presto; 
e Benvenuto vi attenderà a finire il vostro calice, e verravi fatto 
dua opere in un medesimo tempo; e questo povero homo, che voi 

{e.i5ia) havete fatto venire, verrà hanchora lui ad essere adoperato. Il papa, 

desideroso di bavere il suo calice, molto volentieri s'appiccò al con- ts 
siglio di quei Milanesi: cosi l'altro giorno dispose quella opera a 
Tubbia di quel corno di liocorno, et a me fece intendere per il suo 
guarda roba che io dovessi finirgli il suo calice. Alle qual parole 
io risposi, che non desideravo altro al mondo, ohe finire quella mia 
bella opera ; ma che se la fassi d' altra materia che d' oro, io facilissi- 20 
mamente da per me la potrei finire; ma per essere a quel modo d'oro, 
bisogniava che sua santità mene dessi, volendo che io la potessi 
finire. A queste parole questo cortigiano plebeo disse: oimè, non 
chiedere oro al papa, che tu lo farai venire in tanta collera che guai 

(€.1516) guai a te. Al quale io dissi: o misser voi, la signoria vostra, inse- S5 
gnatemi un poco come sanza farina si può fare il pane? cosi sanza 
oro mai si finirà quell'opera. Questo guarda roba mi disse parendogli 
al quanto che io lo havessi uccellato, che tutto quello che io havevo 
ditto riferirebbe al papa; e cosi fece. H papa, entrato in un bestiai 
toore, disse che voleva stare a vedere se io era un cosi pazo ohe so 
io non la finissi. Cosi si stette dua mesi passati, e se bene io havevo 
detto di non vi voler dar su colpo, questo non havevo fatto, ann con- 
tinuamente io havevo lavorato con grandissimo amore. Veduto che 
io non la portavo, mi cominciò a disfavorire assai, dicendo che mi 

(e.i5ia) gastigherebbe a ogni modo. Era alla presenza di queste parole uno ss 

8-9. In O dopo presente in è casa oasi. Un. aman. — 16. In O av. a Tiavere è here 
eaif. Un. aman. — 2t. In O tra potè e iti una macchia d' inchiostro. — S7. In O dopo 
disse è nna m caM. Un aman. — 85. In O uno è leritto loprar. a duo/, cara, e Ve finale di 
milanese è ridoz. di nn <, e sua rid. a suo : aman. 



17. Il ras fvarda roba. Pier Qiovanni 586). Secondo racconta il Vasari nel- 

Aliotti, nominato vescovo di Forlì da la Vita del Baonarroti, Michelangelo, 

GiuUo m nell* anno 1551 (cflr. Ughelli, scherzosamente lo chiamava il Tante- 

Italia sctera, Venezia, 1717, voL n, col. oose. 



120 



VITA DI BBNYEKUTO CELLIKI 



milanese sao gioielliere. Questo si domandava Pompeo, il quale era 
parente stretto di un certo misser Traiano, il più favorito servitore 
che havessi papa Chlemente. Questi dua d'accordo dissono al papa: 
se vostra santità gli togliessi la zecca, forse voi gli faresti venir 
6 voglia di finire il calice. Allora il papa disse: anzi sarebon dua 
mali l'uno che io sarei mal servito della zecca che m' inporta tanto, 
et l'altro che certissimo non harei mai il calice. Questi dua detti 
milanesi, veduto il papa mal volto in verso di me, a l'utimo pos* 
setton tanto, che pure mi tolse la zecca, et la dette a un certo gio- 
ie vane perugino, il quale si domandava Fagiuolo per sopranome. Veime 

quel Pompeo a dirmi da parte del papa, come sua santità mi havea (e.i$s&) 
tolto la zecca, e che se io non finivo il calice mi terrebbe del' altre 
cose. A questo io risposi: dite a sua santità, che la zecca e' l' à tolta 
a sé e non a me, e quel medesimo gli verrebbe fatto di quell' altre 
16 cose; e che quando sua santità mela vorrà rendere, io in modo 
nessuno non la rivorrò. Questo isgraziato et sventurato gli parve 
mill'anni di giugnere dal papa per ridirgli tutte queste cose, et 
qualcosa vi messe di suo di bocca. Ivi a otto giorni mandò il papa 
per questo medesimo huomo dirmi, che non voleva più che io gli 
so finissi quel calice, et che lo rivoleva apunto in quel modo et a quel 

termine che io l'avevo condotto. A questo Pompeo io risposi: questa («.iWa) 
non ò come la zecca che mela possa tórre ; ma si ben e' cinquecento 
scudi, che io hebbi, sono di sua santità, i quali subito gli renderò : 
e l' opera è mia, e ne farò quanto m' è di piacere. Tanto corse a ri- 
25 ferir Pompeo, con qualche altra mordace parola, che a lui stesso 
con giusta causa io havevo detto* Di poi tre giorni apresso, un gio- 
vedì, venne a me dua camerieri di sua suitità favoritissimi, che 
anchora oggi n' è vivo uno di quelli, eh' è vescovo, il quale si do- 
mandava Misser Pier Giovanni, et era guardaroba di sua santità; 
^ l'altro si era anchora di maggior ligniaggio di questo, ma non mi 
sovviene il nome. Giunti a me mi dissono cosi: il papa ci manda, 
Benvenuto : da poi che tu non l' ài voluta intendere per la via più (««i^^) 
agevole, dice, o che tu ci dia l'opera sua, o che noi ti meniamo pri- 

t. In O àv. èiretto è tté9èo oaii. Un. aman. — 6. In O dopo nali che io è cmi. 
Un. aman. 



1. PoMpto... Traiano. Intorno ad essi 
cfr. le nota alle righe 10 e 11 della p. 93. 

0. ad tolM la leeea. Alla fine del 1533, 
o nei primi giorni dell* anno seguente; 
poiché, come risulta al BBaTOLOTii 
(op. cit. I S5I), Benrenuto ricevette V ul- 
timo pagamento il % Gennaio del 1534 
per il mese incominciato a* 17 Dicem- 
bre del '33. 

10. Faf Inolo. Tommaso d* Antonio pe- 



rugino, nominato, insieme a Oiovanni 
Bemaroli di Castel Bolognese, stampa- 
tore delle monete della Zeeoapontifloia, 
con motuproprio papale, che fti pubbli- 
cato nel 2" fascicolo éeWArohkHo ttor. 
artistico della città di Romaf Roma, 
1836 (Cfr. Bbrtolotti, Art. lomb., I, pag. 
251-«5S). 

29. MOistr Pltr OioTaui AUotti. C(t, 
la nota alla riga 17 della pag. preoed. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



121 



gione. Allora io li guardai in viso lietiBsimamente, dicendo: signori, 
te io dessi l'opera a sua santità, io darei 1* opera mia et non la sua, 
e per tanto 1* opera mia io non gnene vo' dare; perchè avendola con- 
dotta molto innanai con le mie gran fatiche, non voglio che la vada 
in mano di qualche hestia ignorante, che con poca fatica mela 5 
gaastL Era alla presenza, quando io dicevo questo, quell' orefice chia- 
mato Tobbia ditto di sopra, il quale temerariamente mi chiedeva 
hanchora i modelli di essa opera: le parole degne di un tale scia- 

(ciSia) gnrato che io gli dissi, qui non accade riplicarle. Et perchè quelli 

signiorì camerieri mi sollecitavano che io mi spedissi di quel che 10 
io volevo fare, dissi alloro che ero spedito: preso la cappa, et in- 
nan2d che io uscissi della mia bottega, mi volsi a ima inmaglne di 
Christo con gran riverenza et con la berretta in mano, et dissi: o be- 
nigno et imortalS) giusto e santo signor nostro^ tutte le cose che 
tu ùd sono secondo la tua giustitia, quale è sanza pari: tu sai che 15 
apptmto io arrivo all'età de' trenta anni della vita mia, né mai in 
sino acqui mi fa promesso carcere per cosa alcuna: dapoi che ora 
tu ti contenti ohe io vadia al carcere, con tutto il quor mio tene 
rìngratio. Di poi voltomi a i dna camerieri, dissi cosi con un certo 

(e.isifr) mie viso alquanto rabbuffato: non meritava un par mio birri di 20 
mancho valore che voi signori; si che mettetimi in mezo, et eome 
prigioniero mi menate dove voi volete. Quelli dua gentib'ssimi huo- 
mini cacciatisi & ridere, mi messono in mezo, e sempre piacevo!- 
mente ragionando mi condussono dal governatore di Roma, il quale 
era chiamato il Maghalotto. Giunto allui insieme con esso si era u 
il proccurator fiscale, li quali mi attendevano, quelli signor camerieri 
ridendo pure dissono al governatore: noi vi consegniamo questo 
prigione, et tenetene buona cura. Ci siamo rallegrati assai che noi 
habbiamo tolto l'uffizio alli vostri secutori; perchè Benvenuto ci 
à detto, che essendo questa la prima cattura sua, non meritava birri 10 
di mancho valore che noi ci siamo. Subito partitisi giunsono al papa ; 

<e.i55a) e dettogli precisamente ogni cosa, in prima fece segno di voler en- 

1. In O *T. U è nn* pfoeol* nuteohU dMnchioitro che potrebbe celare un o; un 
piccolo fogno *T. qneetA è forse nn i, Unto più ohe il capolino è lopra U macchia. — li-li. 
In O dopo imnan/ti tono eaM. le parole che e foprar. io, e fU ««cìm< éUlla hotUga: amaa. 



25. 11 Kaghalottò. Qrdgorio Magalotti 
romano , insigne lettorato e giorecon- 
salto; da CtomMito vn ebbe nel 1588 il 
TMOOTado di liparif nel *34 quello di 
CUnsi. Compose un libro sui salracon- 
dotti intitolato Seountati$ et salvioon- 
dueti traotatuM (Romae, 1538) : mori nel 
Dicembre del 1537 a Bologna, dove era 
stato inviato in qualità di legato da 
Paolo in. (Cfr. UoHBLLi, ItaiUk sacra, 



ed. cit., voi. I, e. 78« ; III e 64©). 

S6. preeemrater flieale. Benedetto Va- 
lenti nativo di Trevi, dove raccolse una 
notevole collezione di statue antiche, 
descritto da Francesco Alighieri nel due 
dialoghi De Antiquitatibtis Vaientinis 
(nel n voi. degli Aneddoti letterari di 
O. C. AMADUzzi). Ne parlano 1* Uohblu 
(op. cit. voL m), e il TiRABOSCHi (ediz. 
cit. VII, 1365). 



122 VITA DI BKKYBNUTO CBLUNI 

trmre in forìa, apresso si sforzò di ridere, per essere alla presenza 
alcani signori et cardinali amici mia, li quali grandemente mi favo- 
rivano. Intanto il gorematore et il fiscale parte mi bravaTano, parte 
mi esortayano, parte mi consigliavano, dicendomi, che la ragicme 
5 voleva, che nno che fa fare nna opera a un altro, la può ripigliare 
a sua posta, et in tntt' i modi che allnì piace. Alle qnali cose io dissi, 
che questo non lo prometteva la giustitia, né un papa non lo po- 
teva fare; perché e' non era un papa di quella sorte che sono certi 
signoretti tiraunelH, che fanno a' lor popoli il peggio che possono, 

10 non osservaodo né legge né giustitia: però un vicario di Christo (e.i6$») 
non può far nessuna di queste cose. Allora il governatore con certi 
sua birreschi atti e parole disse: Benvenuto, Benvenuto, tu vai cer- 
cando che io ti faccia quel che tu meritL Voi mi farete honore e 
cortesia, volendomi ùae quel che io merito. Di nuovo disse: Manda 

15 per l'opera subito, e fa' di non aspectar la siconda parola. A questo 
io dissi: signori, fatemi grasia che io dica anchora quattro parole 
sopra le mie ragione. H fiscale, che era molto più dischreto birre 
che non era il governatore, si volse a il governatore, et disse: mon- 
sigm'ore, facciàngli gratia di cento delle parole; pur ohe dia l'opera, 

so assai ci basta. Io dissi: se e' fussi qualsivoglia sorte di huomo che (cisea) 
facessi murare im palaso o una casa, giustamente potrebbe dire a 
il maestro che la murassi: io non voglio che tu lavori più in su la 
mia casa o in sul mio palazo: pagandogli le sue fatiche giustamente 
ne lo può mandare. Anchora se fussi un signore che facessi legare 

S5 una gioia di mille scudi, veduto che il gioielliere non lo servissi 
sicondo la voglia sua, può dire: dammi la mia gioia perché io non 
voglio l' opera tua. Ma a questa cotal cosa non e' è nessuno di questi 
capi; perché la non é né una casa, né una gioia; altro non mi si 
può dire, se non che io renda e' cinquecento scudi che io ò hautL 

90 Si che, monsignori, fate tutto quel che voi potete, che altro non ha- 
rete da me, che e' cinquecento scudi. Cosi direte al papa. Le vostre (e.i56») 
minaccio non mi fanno ima paura al mondo; perché io sono huomo 
da bene, et non ho paura de' mia peccati. Rizzatosi il governatore et 
il fiscale, mi dissono che andavano dal papa, e che tomerebbono con 

85 commessione, che guai a me. Cosi restai guardato. Mi passeggiavo 
per im salotto: et gli stettono presso a tre ore a tornare dal papa. 
In questo mezo mi venne a visitare tutta la nobilita della nation 
nostra di mercanti, pregandomi strettamente che io non la volessi 
stare a disputare connun papa, perché potrebbe essere la rovina mia. 

40 Ai quali io risposi, che m' ero risoluto benissimo di quel che io vo- 
levo fare. Subito che il governatore insieme col fiscale fumo tornati 

16-17. In O 1* r di qiuUtro è loprAr. te mia è rìd. U mU : AnuuB. — 88-S9. In O le. 

pArold pregandomi papa erederei aerltta di muto del C«1L : noU il d, P • 1* A : e 

Tedi eem* è pid atretu U seriUnra. — 89. In O •—•n è toprar., abuui.. 



VITA DI BBKYENCTO OBLLtHI 12S 

(«jns) da pftlazo, fattomi oliiftmare, disse in questo tonore: BenTQuato, cer- 
tamsDto e' mi sa male d' esser tornato dal papa con ima oomeesione 
tale, quale io ò; si che o tu traoTs l'opera sabito, o tu pensa a' fatti 
toa. Allora io risposi, ohe, da poi ohe io non avevo mai chredato 
insino « quel' ora che nn santo vichario di ohristo potessi fare una » 
inginatitia, però io lo voglio vedere prima che io lo ohreda; si che 
fato qnel che voi potete. Anchora il governatore replicò, dicendo, io 
t' A da dire dna altre parole da parto del papa, dipoi segnirb la 
oommessione datamL H papa dice ohe tu mi porti qoi l'opsra, e che 
io la vegga mettere in una scatola e anggellare, dipoi io l' ò appor- lO 

((.mi) tare al papa, il quale promette per la fede sna dì non la muovere 
dal suo suggello chiosa, e subito tela renderà ; ma questo e' vuol 
che si faccia cosi, per haverci anch' egli la parto dell' onor suo. A 
queste parole io ridendo risposi, ohe molto volentieri gli darei l'opera 
mia in quel modo che diceva, perché io volevo saper ragionare come it- 
era fatta la fede di un papa. E cosi mandato per l' opera mia, sug- 
gellata in quel modo che e' disse, glene detti. Bitoinato il governa- 
tore dal papa con la ditta opera in el modo ditto, presa la scatola 
il papa, sicondo ohe mi riferi il governatore ditto, la valse parechi 
volto; di poi domandò il governatore, se l'aveva veduta; il qual disse *» 

(•jMa) che l'aveva veduta, e ohe in sua presenza in quel njodo s' era sug- 
gellata: di poi aggiunse, che la gli era parata cosa molto mirabile. 
Per la qoal cosa il papa diaae : direte a Benvenuto, che i papi hanno 
hautorità dì sciorre et legare molto maggior cosa di questa; et in 
mentre che diceva queste parole con qualche poco di sdegno aperse >& 
la scatola, levando le corde et il suggello con che l' era legata: dipoi 
la guardò assai, et per quanto io ritmassi, e' la mostrò a quel Tubbia 
orefice, il quale molto la lodò. Allora il papa Io domandò se gli ba- 

(tjM) itava la vista di fare nsa opera a quei modo: il papa gli disse che 

lui seguitassi quel' ordine apunto: di poi si volse al governatore et m 
li disse: vedeto se Benvenuto ce la vuol dare; che dandocela cosi, 
Begli paghi tutto quel che l' è stimata da valenti haominì; a si vera- 
mente, volendocela finir lui, pigli nn termine : et se voi vedeto che 
la voglia fare, diesigli quelle comodità che luì domanda giuste. Al- 
lora il governatore disse: Beatissimo padre, io che oogniosco la ^ 
terribil qualità di quel giovane, datemi autorità che io gliene possa 
dare una sbarbazsata a mio modo. A questo il papa disse che fa- 

(biMi) cessi quel ohe volessi con le parole, benché gli era corto ohe e' fa- 
ll, in o ti ■« di •iiwMr* AHpnr. UIUB.--11. laOtoiHrei t HrllWson«ua.«riM 
è an po'BppOfiUtA air «, e db A fOn« la «o 
) ni par* Hritw d'altro Inoh. a mano nall-l 
1 O in aoa di a. ISR- d lana : a gutl noi 

I quella d> sua diitrailosa qnaliiDqne, polcl 
a parala aappllta. La itampa anpplliwiDa 



■ata», aman. — li. ti 




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Mio». - U-U. In C 






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124 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



rebbe il peggio ; di poi quando e* vedessi di non poter fare altro, mi 
dicessi che io portassi li sua cinquecento scadi a quel Pompeo suo 
gioielliere sopra ditto. Tornato il governatore, fattomi chiamare in 
camera sua e con un birresco sguardo, mi disse : e* papi hanno hau- 

■5 torità di sciorre et legare tutto il mondo, et tanto subito si afferma 
in cielo per ben fatto: eccoti là la tua opera sciolta e veduta da 
sua santità. Allora subito io alzai la voce et dissi: io ringratio idio, 
che io ora so ragionare com* è fatta ^a fede de* papi. Allora il go* 
vematore mi disse e fece molte sbardellate braverie, e da poi ve- (cim) 

10 duto che lui dava in nunulla, a&tto disperatosi dalla impresa, ri- 
prese alquanto la maniera più dolce, et mi disse : Benvenuto, assai 
m*inchrescie che tu non vuoi intendere il tuo bene; però va', porta 
i cinquecento scudi, quando tu vuoi a Pompeo sopra ditto. Preso la 
mia opera, mene andai, et subito portai li cinquecento scudi a quel 

15 Pompeo. E perché tal volta il papa, pensando che per incomodità o 
per qualche altra occasione io non dovessi oosi presto portare i di- 
nare, desideroso di rattaccare il filo della servitù mia, quando e' vedde 
che Pompeo gli giunse innanri sorridendo con li dinari in mano, il (e.ieoa) 
papa gli disse villania, e si oondolse assai che talcosa fussi seguita 

^ in quel modo; di poi gli disse: va'truova Benvenuto a bottega sua 
e fagli più oareae che può la tua ignorante bestialità, e digli, che 
se mi vuol finire quel* opera per farne un reliquiere per portarvi 
drento il Corpus domini quando io vo con esso a pricissione, che 
io gli darò le comodità che vorrà a affluirlo; purché egli lavori. Ve- 

«6 nuto Pompeo a me, mi chiamò Axor di bottegha, et mi fece le più 
isvenevole carese d'asino, dicendomi tutto quel che gii aveva com- («.iio») 
messo il papa* Al quale io risposi subito, che il maggior tesoro che 
io potessi desiderare al mondo si era l'aver rihauto la gratia d'un 
cosi gran papa, la quale si era smarrita da me, et non per mio di- 

^ fette, ma b( bene per difetto della mia smisurata infirmità, et per 
la cattività di quelli huomini invidiosi ohe hanno piacere di com- 
metter male; e perché il papa ha 'bundantia di servitori, non mi 
mandi più intomo, per la salute vostra; che badate bene al fatto 

9. In O er» aerltto brmuat4: fa cui. aU • forte Taman. ■orisae 4ri4. 



13. FrtM te bU optra* Nota Q.Q che di 
questo calice il Cellini riparla ancora 
e nella Vita e nei Ricordi t nelle suppli- 
che; ma che non riuscì a terminarlo e 
ropera fu poi compiuta dall'orafo Nicolò 
di Francesco Santini, come si rileva dal 
Diario di Firente di Agostino Lapini 
pubblio, da a. O. Corazzimi (Firenze, 
Sansoni) pp. ld7-«. Benvenuto stesso de- 
scrisse questo magniilco calice in una 
supplica a* soprassindacbi grandaeali 



del SO Settembre 1570: «T importanza 
di detto calice era tre figure d*oro, 
eh* eran desse d* un terzo di braccio, le 
quali dimostravano Fede, Speranza e 
carità, con molti e diversi omamentt 
festivi sopra le teste loro e tre meda- 
glie di mezzo rilievo, le quali andavano 
nel piede del calice, che v* eran storie 
d* importanza condotte alla penultima 
fine* (ofr. Tassi, m, 101). Ne paria lun- 
gamente il Plon , op. cit., pp. 16t e Mgf . 



VITA DI BENVENUTO CSLLINI 125 

(«.i6ia) vostro. Io non mancherò mai né di né notte di pensare a fare tutto 
quello che io potrò in servitio del papa; e ricordatevi hene, che detto 
che voi havete questo al papa di me, in modo nessuno non vi inter- 
venire in nulla de' casi mia, perché io vi farò cognioscere gli error 
vostri con la penitentia che meritano. Questo huomo riferi ugni cosa ^ 
al papa, in molto più bestiai modo che io non gli avevo porto. Ck>si 
si stette la cosa un peso, et io m'attendevo alla mia bottega e mie 
faccende. 

Quel Tubbia orefice sopra ditto attendeva a finire quella guar- 
nitura e homamento a quel corno di liocorno,* e di più il papa gli io 

(e.i6i6) aveva detto che cominciassi il calice in su quel modo che gli aveva 
veduto il mio. E cominciatosi a farsi mostrare dal ditto Tubbia quel 
che lui faceva, trovatosi mal sodisfatto assai si doleva di haver 
rotto con esso meco, e biasimava l'opere di colui, e chi gnene ha- 
veva messe inanzi, e parechi volte mi venne a parlare Baccino della 15- 
Croce da parte del papa, che io dovessi fare quel reliquiere. Al quale 
io dicevo, che io pregavo sua santità, che mi lasciassi riposare della 
grande infirmità che io havevo hauto, della quale io non ero han- 
chor ben sicuro; ma che io mostrerrei a sua santità di quelle ore 
eh' io potevo operare, che tutte le spenderei in servitio suo. Io m'ero 20 

(ciesa) messo a ri trarlo, e gli facevo una medaglia seghretamente; e quelle 
stampe di acciaio per istampar detta medaglia, mele facevo in casa ; 
et alla mia bottega tenevo un compagno che era stato mio garzone, 
il qual si domandava Felice. In questo tempo, si come fanno i gio- 
vani, m'ero innamorato d'una fanciulletta siciliana, la quale era bel- so- 
lissima ; et perché anchor lei dimostrava volermi gran bene, la madre 
sua accortasi di tal cosa, sospectando di quello che gli poteva inter- 
venire, questo si era, che io havevo hordinato per uno anno fuggirmi 
con detta fanciulla a Firenze, seghretissimamente dalla madre; ac- 
cortasi lei di tal cosa, una notte seghretamente si parti di Boma et 30 

(e.i62ft) andossene alla volta di Napoli; et dette nome d'esser ita da Civita 
vechia, e andò da Ostia. Io l'andai drieto a Civatavechia, e feci 
pazzie inistimabile per ritrovarla. Sarebbon troppo lunghe a dir tal 
cose per l' apunto: basta che io stetti in procinto o d'inpazare o di 
morire. In capo di dna mesi lei mi schrisse, che si trovava in Sicilia ss- 
molto mal contenta. In questo tempo io havevo hatteso a tutti i pia- 

8. In O questo ò «oprar., e Altro questo ò poi caas. lin. dopo papa:' Aman. — 4. In O 
eognioteeré è foprar. a U9d4r«, casa. aman. — 25. In O /aneeiulUttaj ò poi una pioeola 
casa. aT. a Siciliana : aman. — 83-84. In O ar. a tal una caaaatura ; è ritoccata V 
di cose: aman. 



15. Baeolae della Or«e«. Cfr. la nota 24. Felice. Felice Quadagni: come si 

alla riga 1 della p. 100. vedrà anche in seguito, fu amicissimo 

21. Medaglia. Medaglia della Pace» di di Benvenuto. Cfr. Bertolotti, ArU 

coi 8i leggerà più avanti la descrizione, lomb., I, 260. 



126 yiTA DI BENVENUTO GSLLINl 

ceri che immaginar si possa, e havevo preso altro amore, solo per 
istigner quello. 

Mi accadde per certe diverse stravaganze, che io presi amicitia 
di un certo prete siciliano, il quale era di elevatissimo ingegno et 
« haveva assai buone lettere latine et ghrecie. Venuto una volta in 
un proposito d'un ragionamento, in el quale s' intervenne a parlare (eJ€s«) 
dell' arte della negromantia ; alla qual cosa io dissi : grandissimo de- 
siderio ho havuto tutto il tempo della vita mia di vedere o sentire 
qualche cosa di quest'arte. Alle qual parole il prete aggiunse: forte 

10 animo e sicuro bisogna che sia di quel huomo che si mette a tale 
impresa. Io risposi che della forteza e della sicurtà del' animo mene 
avanzerebbe, pur che i' trovassi modo a far tal cosa. Allora ri- 
spose il prete: se di cotesto ti basta la vista, di tutto il resto io 
tene satollerò. Cosi fummo da cordo di dar principio a tale impresa. 

15 H detto prete una sera in fra l'altre si messe in ordine, e mi disse 

che io trovassi un compagno, in sino in dua. Io chiamai Vincentio (e.i68>) 
Bromoli mio amicissimo, e lui menò seco un pistoiese, il quale atten- 
deva anchora lui alla negromantia. Andaticene al Culiseo, quivi pa- 
ratosi il prete a uso di negromante, si misse a disegnare i circuii in 

-fo terra con le più belle cirimonie che inmaginar si possa al mondo; 
e ci aveva fatto portare profummi pretiosi e fuoco, anchora profummi 
cattivi. Come e' fu in ordine, fece la porta al circulo; e presoci per 
mano, anno auno ci messe drente al circulo; di poi conparti gli 
ufitij ; dette il pintaculo in mano a quel' altro suo compagno negro- 

25 mante, agli altri dette la cura del fuoco per e' profummi; poi messe («.leia) 
mano agli scongiuri. Durò questa cosa più d'una ora e mezo; com- 
parse parechi legione, di modo che il Culiseo era tutto pieno. Io che 
attendevo ai profummi pretiosi, quando il prete cognobbe esservi 
tanta quantità, si volse a me e disse: Benvenuto, dimanda lor qual- 

^0 cosa. Io dissi che facessino che io fussi con la mia Angelica sici* 
liana. Per quella notte noi non havemmo risposta nessuna; ma io 
ebbi bene grandissima satisfatione di quel che io desideravo di tal 
cosa. Disse il negromante, che bisogniava che noi ci andassimo un' al- 

1. In O dopo haìfuo tono eaia. Anuin. le lettere ali, che doreTano eeter principio 
di altro che ta scritto dopo prMo, — 8. In O mi aoprer. amftn. — 8. In O tutto è 
•oprar. ; Celi. ? — 18. In O dopo tug{romàtia) tono caia, due lettere, ro, rlacrìtte poi di 
«egalto: aman. — SI. In O ej è scritto sn tjt aman. Dopo ttncho/ra sono dne lettere 
{pr, f)f eass. lln. : dopo cattivi è nn richiamo, e ▼! corrisponde in margine nna po- 
«tlUa di mano diversa, che dice eaffetica. Sembra di carattere del Oaralcanti. — 89. 
In O di conparti sono ritoccate e agn^ante le lettere arti ehe sono strette tra oonp e 
gU. Aman. — 80. In O acc di /accscino è soprar, a una cass. : aman. — 88. In O tra »a 
e tic/ationc è una cass. di diverse lettere {ttiita)^ aman. — In O ò cass. aman. 
dcrc/ dopo dccidcrauo. 



16. Tineentie BeMeli, fiorentino, san- Alamanno era banchiere (ofir. Bbrto- 
«ale della Zecca, nella quale suo fratello lotti. Artisti lombardi, i, pp. 853-4, £60). 



VITA DI BENVENUTO GELONI 127 

tra volta, e ohe io sarei satisfatto di tutto quello che io domandavo, 

(<^i646) ma che voleva che io menassi meco un fanciulletto vergine. Presi 
un mio fattorino, il quale era di dodici anni incirca, e meco di 
nuovo chiamai quel ditto Vincentio Bomoli ; e, per essere nostro do- 
mestico compagno, un certo Agniolino Gaddi, anchora lui, menammo 5 
a questa faccenda. Arrivati di nuovo a il luogo deputato, fatto il 
negro mante le sue medesime preparatione con quel medesimo e più 
anchora maraviglioso ordine, ci misse inel circulo, qual di nuovo 
haveva fatto con più mirabile arte e più mirabil cerimonie; di poi 
a quel mio Vincentio diede la cura de'profummi e del fuoco; in 10 
sieme la prese il detto Agniolino Gaddi: dipoi a me pose in mano 
il pintaculo, qual mi disse che io lo voltassi sicondo e* luoghi dove 

le.issa) lui m'accennava, e sotto il pintaculo tenevo quel fanciullino mio 
fattore. Cominciato il negromante a fare quelle terrebiUssime invo- 
cationi, chiamato per nome una gran quantità di quei demoni capi 15 
di quele legioni, e a quelli comandava per la virtù e potentia di Dio 
inchreato vivente et etemo, in voce ebree, assai anchora ghreche e 
latine; in modo che in breve di spatio si empiè tutto il Culiseo l*un 
cento più di quello che havevan fatto quella prima volta. Vincentio 
Romoli attendeva a fare fuoco in sieme con queP Agniolino detto, 30 
e molta quantità di profummi preziosi. Io, per consiglio del negro- 

<e.i6S6) mante, di nuovo domandai potere essere con Angelica. Voltosi il 
negromante a me, mi disse: senti che gli anno detto? ohe in ispa- 
tio di un mese tu sarai dove lei, e di nuovo aggiunse, che mi pre- 
gava che io gli tenessi il fermo, perché le legioni eran l*un mille S5 
più di quel che lui haveva domandato, e che l'erano le più peri- 
colose; e poi che gli avevano istabilito quel che io havevo do- 
mandato, bisogniava carezzargli, e patientemente gli licentiare. Da 
l'altra banda il fanciullo, che era sotto il pintaculo, ispaventatissimo 
diceva, che in quel luogo si era im milione di huomini bravissimi so 

(e.i6$tf) e' quali tutti ci minacciavano: di più disse, che gli era comparso 
quattro smisurati gighanti, e' quali erano armati e facevan segno 
di voler entrar da noi. In questo il negromante, che tremava di 
paura, attendeva con dolce e suave modo el meglio che poteva a 
licentiarli. Vincentio Homoli, che tremava a verga a verga, atten- 85 
deva ai profummi Io, che havevo tanta paura qua(n)t'e loro mi 
ingegniavo di mostrarla manche, e a tutti davo maravigliosissimo 
animo; ma certo io m'ero fatto morto, per la paura che io vedevo 
nel negromante. Il fanciullo s'era fitto il capo in fra le ginochia, 
dicendo : io voglio morire a questo modo, che morti siano. Di nuovo 40 



14. In O dopo faUwf è doto, mm. lln. anum. — In O era aeiitto UfrrthiU: fa 
cambiato 1* • in j • «oprar, •erltto ••ìxm : aman. — 16. In O pontmUia, — 17. In O dopo 
in/€hr9ato tono eaM. Iki. aman. di ««r. — tt. In O nel margine ilnlitro è d* altro in- 
eUoetro la postilla cog, — 86. In O è tcritto ^uai* • ; manca Tn, e il aegno della n. 



128 VITA DI BBNVBNUTO CBLLINI 

io dissi al fanciullo: queste chreature son tutte sotto a dì noi, e (e.i66&> 
ciò che tu vedi si è fummo e ombra; si che alza gli ochi. Alzato 
che gli ebbe gli ochi, di nuovo disse: tutto il Culiseo arde, e 1 
fuoco viene adosso a noi ; e missosi le mane al viso, di nuovo disse 
5 che era morto, e che non voleva più vedere. Il negromante mi si 
raccomandò, pregandomi che io gli tenessi il fermo, e che io £&•- 
cessi fare profumi di zaffeticha: cosi voltomi a Yincentio Bomoli, 
dissi che presto profumassi di zaffetica. In mentre che io cosi diceva, 
guardando Agniolino Gaddi, il quale si era tanto ispaventato che le 

10 luce degli ochi ha ve va faor del punto, et era più che mezo morto, 
al quale io dissi : Agniolo, in questi luoghi non bisogna haver paura, 
ma bisogna darsi da fare et aiutarsi; si che mettete su presto di (c.i67a> 
quella zaffetica. Il ditto Agniolo, in quello che lui si volse muovere, 
fece una strombazzata di coreggie con tanta abundantia di merda, 

16 la qual potette molto più che la zaffetica. Il fanciullo a quel gran 
puzo e quel romore alzato un poco il viso, sentendomi ridere al- 
quanto, assicurato un poco la paura, disse che sene cominciavano 
a' ndare a gran furia. Cosi sopra stemmo infino a tanto che e' cominciò 
a sonare ì mattutini. Di nuovo ci disse il fanciullo, che ve n*era 

20 restati pochi, e discosto. Fatto che ebbe il negromante tutto il resto 
delle sue cerimonie spogliatosi e riposto un gran fardel di libri che 
gli aveva portati, tutti d'accordo seco ci uscimmo del circulo, fic- (e.i676> 
candosi Vun sotto T altro; massimo il fanciullo, che s'era messo in 
mezo, et haveva preso il negromante per la vesta et me per la cappa; 

25 et continuamente in mentre che noi andavamo inverso le case nostre 
in Banchi, lui ci diceva che dua di quelli, che gli aveva visti nel 
Culiseo, ci andavano saltabeccando innanzi, or correndo su pe' tetti 
et or per terra. Il negromante diceva, che di tante volte quante lui 
era entrato inelli circuii, non mai gli era intervenuto una cosi gran 

80 cosa, e mi persuadeva che io fussi contento di volere esser seco 
a consachrare un libro, da il quale noi trarremo infinita richeza, 
perché noi dimanderemmo li demonij, che ci insegnassino delli te- (e.iesa) 
sori, i quali n^è pien la terra, e a quel modo noi diventeremmo ri- 
chissimi; e che queste cose d'amore si erano vanità e pazzie, le 

36 quale non rilevavano nulla. Io li dissi, che se io havessi lettere 
latine, che molto volentieri farei una tal cosa. Pur lui mi persua- 
deva, dicendomi, che le lettere latine non mi servivano a nulla, e 
che se lui havessi voluto, trovava di molti con buone lettere latine ; 
ma che non haveva mai trovato nessuno d'un saldo animo come ero 

4. In O era acrltto mjstj ridotto * mùsoH, am an. — 12. In O tr» hi e togna è nna 
lettera fortem. cassata. .— 14. In O ay. a $trombattata è una lettera casa, fortemente 
del medesimo inehiostro : non sarebbe un i (che ci fa letto) altro ohe sensa capolino.: 
forse «. — 15. In O molto è soprar, aman. — 24. In O «i« soprar, aman. — 25. In O 
prima di 2« coss è cass. lin. aman. i banehif ohe fu poi in banchi. — 81. In O dopo 
trarrttHO^ è con, cass. Un. aman. — 88. In O a quel sono ritoccate : aman. ? 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



129 



io, e ohe io dovessi attenermi al suo consiglio. Con questi ragiona- 

(e.i68ò) nienti noi harrìvammo alle case nostre, e ciascun di noi tutta quella 
notte sogniammo diavoli. Rivedendoci poi alla giornata, il negro- 
mante mi strìgneva che io dovessi attendere a quella ìnpresa; per 
la qnal cosa io lo domandai, che tempo vi si metterebbe a far tal 6 
cosa, e dove noi havessimo a 'ndare. A questo mi rispose che in 
manche d'un mese noi usciremmo di quella inpresa, e che il luogo 
più a proposito si era nelle montagne di Norcia; benché xm suo 
maestro haveva consaehrato quivi vicino al luogo detto alla Badia 
di Farfa; ma ohe vi havèva haute qualche dificultà, le quali non io 

it.i«9a) si harebbono nelle montagne di Norcia ; e che quelli villani norcini 
son persone di fede, et hanno qualche praticha di questa cosa, a 
tale che possan dare a un bisogno maravigliosi aiuti. Questo prete 
negromante certissimamente mi haveva persuaso tanto, che io vo- 
lentieri mi ero disposto a far tal cosa, ma dicevo che volevo prima i6 
finire quelle medaglie che io facevo per il papa, e con il detto m'ero 
conferito et non con altri, pregandolo che lui mele tenessi seghrete. 
Pure continuamente lo domandavo se lui chredeva ohe a quel tempo 

(C1696) io mi dovessi trovare con la mia Angelica siciliana, e veduto che 

s' apressava molto al tempo, mi pareva molta gran cosa che di lei so 
io non sentissi nulla. H negromante mi diceva che certissimo io mi 
troverrei dove lei, perché loro non mancan mai, quando e' promet- 
tono in quel modo come femo allora ; ma che io stessi con gli ochi 
aperti, e mi guardassi da qualche scandolo che per quel caso mi 
potrebbe intervenire, e che io mi sforzassi di sopportare qualche 25 
cosa contra la mia natura, perché vi conoscieva drente un grandis- 
simo pericolo; e che buon per me se io andavo seco a consacbrare 
il libro, che per quella via quel mio gran pericolo si passerebbe, e 

(e.i70a) sarei causa di far me et lui felicissimi. Io che ne cominciavo bavere 

più voglia di lui, gli dissi, che, per essere venuto in Roma un certo se 
maestro GKovanni da Castel Bolognese, molto valent' huomo per far 
medaglie, di quella sorte che io facevo, in acciaio, e che non desi- 
deravo altro al mondo che di fare a gara con questo valent' homo, 
e uscire al mondo adesso con una tale impresa ; per la quale io spe- 
ravo con tal virtù et non con la spada amazare quelli parechi mia 35 

IS. In O trtL hi e togno un* lettera o dae fortemente casaatei e nella pagina sono ri- 
toccate varie lettere. — 19. In O ar. a mi douesti ò doues, eats. lin. aman. — 34. In 
O 11 <i di ado$»o ò scritto au un* » : aman. 



9-10. Badia di Farfa. Farfa, borgo della 
Sabina, poco lontano da Roma, celebre 
per r insigne abbazia benedettina di 
Santa Maria, intorno alla quale cfr. Ma- 
BiLLON-, Annctl. Benedict, 1. xvii, e. 20 
e il Regesto di Farfa compilato da 
Gregorio di Catino^ a cura di I. Oioroi 
e U. Balzani, Roma, Soc. di Stor. pa- 



tria, 1878-189B. 

31. Giovanni da Castel Bolognese. Gio- 
vanni Bernardi (1495-1555), intagliatore 
di gemme e incisore alla Zecca romana» 
venuto a Roma per invito del Giovio e 
coi favori de* cardinali Salviati e Me- 
dici : cfr. Bertolotti, Aroh, stor, lomb, 
1875, pp. 146-147; e Art, lomb. I., 252-269. 



OsLLnn, Vita. 



130 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

nimici. Questo huomo pare mi continuava dicendomi : di gratia, Ben- 
venuto mio, vien meco e fuggi un gran pericolo che in te io scorgo. 
Esendomi io disposto in tutto e per tutto di voler prima finir la mia (0.170&) 
medaglia, di già eramo vicini al fine del mese ; al quale, per essere 
5 invaghito tanto inella mia medaglia, io non mi ricordavo più né di 
Angelica né di nuli' altra cotal cosa, ma tutto ero intento a quella 
mia opera. Un giorno fra gli altri, vicino al* ora del vespro, mi 
venne hoccasione di trasferirmi, fuor delle mie ore, da casa alla mia 
bottega ; perché havevo la bottega in Banchi, et una casetta mi te- 
io neve drieto a Banchi, e poche volte andavo a bottega; che tutte le 

faccende io le lasciavo fare a quel mio conpagno che haveva nome (e.i7ia) 
Felice. Stato cosi un poco a bottega, mi ricordai che io havevo 
a 'ndare a parlare a Lessandro del Bene. Subito levatomi e arrivato 
in Banchi, mi scontrai in un certo molto mio amico, il quale si do- 
16 mandava per nome ser Benedetto. Questo era notaio et era nato a 
Firenze, figliuolo d'un cieco che diceva l'oratione, che era sanese. 
Questo ser Benedetto era stato a Napoli molt'e molt'anni,* di poi 
s' era ridotto in Roma, e negotiava per certi mercanti sanesi de' FigL 
E perché quel mio compagno più e più volte gli aveva chiesto certi 
so dinari, che gli aveva haver dallui di alcune anellette che lui gli (e.i7i») 
aveva fidate, questo giorno, iscontrandosi in lui in Banchi, li chiese 
li sua dinari in un poco di ruvido modo, il quale era l'usanza sua ; 
che il detto ser Benedetto era con quelli sua padroni; in modo che, 
vedendosi far quella cosa cosi fatta, sgridomo grandemente quel ser 
25 Benedetto, dicendogli che si volevano servir d'un altro, per non 
bavere a sentir più tal baiate. Questo ser Benedetto il meglio che 
e' poteva si andava con loro difendendo, e diceva che quello orefice 
lui l'aveva pagato, e che non era atto a hafi&enare il furore de' pazzi. 
Li detti sanesi presono quella parola in cattiva parte, e subito lo (e.i7Sa) 
80 cacciorno via. Spiccatosi dalloro, affusolato sene andava alla mia 
bottega, forse per far dispiacere al detto Felice. Avenne, che apunto 
inel mezo di Banchi noi ci incontrammo insieme: onde io che non 
sapevo nulla, al mio solito modo piacevolissimamente lo salutai; il 
quale con molte villane parole mi rispose. Per la qual cosa mi sov- 
95 venne tutto quello che mi haveva detto il negromante ; in modo che, 
tenendo la briglia il più che io potevo a quello che con le sue pa- 

7. In O av. * uieino è in, Msa. Un. *man. — 10. In O Aranti a e^ ò pe casa. Un. 
aman. (Pe era forte principio d*an altro perché che al Cellini piacque di non ripetere, 
a cosi poca diatanza dal primo). — SO. In O dopo anellette è date/^ caat. Un. aman. 



13. Lessandro del Bene. Cft*. la nota cognome della nota famiglia senese che 

aUa riga il delle pag. 71, e vedi un cenno allora abitava in Roma. Su uno de*Chigi 

nel Bbrtolotti, Artisti lomb. I, 214. (Agostino), cfr. la nota alla riga 16 deUa 

18. Fisi. Parola probabilmente fran- pag. 38. 
tesa dal copista, e da correggersi Chigi, 



VITA DI BENVENUTO CELLIKI 131 

role il detto mi sforzava a fare, dicevo: sor Benedetto fratello, non 
vi vogliate adirar meco, che non v* ò fatto dispiacere, e non so nulla 
di .questi vostri casi; e tutto quello che voi havete che fare con 
Filice, andate di gratta e finitela seco; che lui sa benissimo quel 
che v'à a rispondere; honde, io che none so nulla, voi mi fate torto & 
a mordermi di questa sorte, maggiormente sapendo che io non sono 
huomo che sopporti ingiurie. A questo il detto disse, che io sapevo 
ogni cosa e che era huomo hatto a farmi portar maggior soma di 
quella, e che Felice et io eramo dua gran ribaldi. Pi già s^era ra- 
gunato molte persone a vedere questa contesa. Sforzato dalle brutte it 

(e.i7Sa) parole, presto mi chinai in terra e presi xm mozo di fango, perché 
era piovuto, e con esso presto gli menai a man salva per dargli in 
sul viso. Lui abbassò il capo, di sorte che con esso gli detti in sul 
mezo del capo. In questo fango era investito un sasso di pietra viva 
con molti acuti canti, e cogliendolo con un di quei canti in sul mezo ift 
del capo, cadde come morto svenuto in terra; il che, vedendo tanta 
abondantia di sangue, si giudicò per tutti e' circostanti che lui fussi 
morto. In mentre che il detto era anchora in terra, e che alcuni si 
davano da fare per portarlo via, passava quel Pompeo gioielliere 
già ditto di sopra. Questo il papa haveva mandato per lui per al- m 

<«.i7S6) cune sue faccende di gioie. Vedendo quel' huomo mal condotto, do- 
mandò chi gli aveva dato. Di che gli fu detto : Benvenuto gli à dato, 
perché questa bestia se l*à cerche. Il detto Pompeo, prestamente 
, giunto che fu al papa, gli disse : beatissimo padre. Benvenuto adesso 
adesso à hamazato Tubbia; che io Fò veduto con li mia ochi. A ss 
questo il papa infuriato cernesse al governatore, che era quivi alla 
presenza, che mi pigliassi, e che m' inpiccassi subito inel luogo dove 
si era fatto 1* omicidio, e che facessi ogni diligentia avermi, e non 
gli capitassi innanzi prima che lui mi ha vessi inpiccato. Veduto che 
io hebbi quello sventurato in terra, subito pensai a' fatti mia, con- so 

<e.i74a) sidsrato alla potentia de* mia nimici, e quel che di tal cosa poteva 
partorire. Partitomi di quivi, mene ritirai a casa misser Giovanni 
Gaddi cherico di camera, volendomi metter in ordine il più presto 
che io potevo per andarmi con dio. Alla qual cosa, il detto Misser 
Giovanni mi consigliava che io non fussi cosi furioso a partirmi, ^ 
che tal volta potria essere che '1 male non fussi tanto grande quanto 
e* mi parve : e fatto chiamare Mr Anibal Caro, il quale stava seco, 
gli disse che andassi a 'ntendere il caso. Mentre che di questa cosa 

<c.i74&) si dava i sopra ditti ordini, conparse un gentil huomo romano che 



4. In O dopo eh0 sono sa ari{»pondere T) cms. Un. aman. — 10. In O dopo per- 
sone è casa. lin. audire, — 15. In O av. a molti ò acuti, caia. lin. aman. — 98. In O 
aT. a questa non ò ben ehlaro, per la macchia d'inchloatro, ae dica di o jn. Tatti l «o* 
dici e le atampe leggono di: aolo D legge fii6n^0 e^ questa cosa si dava. — 99. In O dopo 
«t è dif eaaa. lin. aman. 



182 



VITA DI BENVENUTO CELm» 



stava col cardinal de' Medici, e da quello mandato. Questo gentil 
hnomo, chiamato a parte misser Giovanni e me, ci disse che il car- 
dinale gli aveva detto quelle parole che gli aveva inteso dire al 
papa, e che non haveva rimedio nessuno da potermi aiutare, e che 
« io facessi tutto il mio potere di scampar questa prima furia, e che io 
non mi fidassi inessuna casa di Boma. Subito partitosi il gentil 
huomo, il ditto miser Giovanni, guardandomi in viso, faceva segno 
di lachrimare, e disse : oimè, tristo a me , ohe io non ò rimedio nes- 
suno a poterti aiutare. Allora io dissi: mediante Idio, io mi aiuterò 
10 ben da me; solo vi richieggo che voi mi serviate di un de' vostri (o.i75a> 
cavalli. Era di già messo in ordine un cavai morello turche, il più 
bello et il miglior di Boma. Montai in sunesso con uno archibuso 
a ruota dinanzi al' arcione, stando in ordine per difendermi con esso. 
Giunto che io fui a ponte Sisto, vi trovai tutta la guardia del bar- 
15 gello a cavallo et a pie ,* cosi faccendomi della necessità virtù, ardi- 
tamente spinto modestamente il cavallo, merzé di Dio, oscurato gli 
ochi loro, libero passai, e con quanta più fretta io potetti mene an- 
dai a Palonbara, luogo del signor Giovanbatista Savello, e di quivi (e.i75&) 
rimandai il cavallo a misser Giovanni, né manche volsi ch'egli sa- 
io pessi dove io mi fussi. H detto signor Gianbatista, carezato che egli 
m' ebbe dua giornate, mi consigliò che io mi dovessi levar di quivi 
e andarmene alla volta di Napoli, per tanto che passassi questa fu- 
ria; e datomi conpagnia, mi fece mettere in sulla strada di Napoli ; 
in su la quale io trovai uno scultore mio amico, che sene andava 
fs a san Germano a finire la seppoltura di Pier de' Medici a Monte 
Casini. Questo si chiamava per nome il Solosmeo : lui mi dette nuove, 
come quella sera medesima papa Chlemente haveva mandato un suo (e.i76a> 

6. In O era aerltto a$a e il e è supplito di altro Inohfoatro. Tatti i codici e le 
stampe leggono eata. Anche a miter è aggiunta la prima » d' altro inchiostro. — 14. In 
O ò scritto giìUo, sensa alcun segno abbreviativo. 



1. Cardinal de' Hedioi. Ippolito, figlio 
naturale di Giuliano di Nemours e fra- 
tello di Leone X, nominato cardinale 
nel 1529 ali* età di diciotto anni. « Libé- 
ralissimo verso tutti gli uomini eccel- 
lenti » lo dice il Varchi {Stor. fior. ed. 
cit. XII , p. 434) : ambizioso, congiurò 
contro il duca Alessandro senza nessun 
effètto. Mori ad Uri nella Puglia, nel- 
l'Agosto del 1555; col Berlinghieri e con 
altri, che l'accompagnarono nella spe- 
dizione a Carlo V. Cfr. la nota alla riga 
14 della pag. 102. 

18. Giovanbatista Savello gentiluomo 
romano: comandante di un corpo di 
cavalleria, al soldo di Clemente VII. Pre- 
se parte air assedio di Firenze, quindi 



passò ai servigi di Cosimo I e vi rimase 
fino alla morte (1553). Cfr. Sboni, Istorie 
fiorentine^ ediz. cit., pp. 499 e 526. 

25. Pier de' Hedlel. Cfr. la nota alla 
riga 8 della p. 18. 

85-26. Hente Casini. Monte Cassino, ce- 
lebre per r abbazia benedettina dello 
stesso nome, sulla quale abbiamo una 
insigne opera storica del p. L. Tosti, Na» 
poli, Civelli, 1848 e in Opere (ed. Pasqua- 
lucci). 

86. n Solosmee: Antonio, da Settigna-^ 
no, pittore e scultore, scolaro di Andrea 
del Sarto e del Sansovino. Delle sue ope- 
re, e anche di questo sepolcro a Piero 
dei Medici, parla il Vasari, Vite, ed. cit.^ 
voi. v e VI passim. 



VITA DI BBKVBKUTO CELLIKI 133 



cameriere a intendere come stava Thubbia sopra ditto; e trovatolo 
a lavorare, e ohe in lui non era aveùato oosa nissnna, né mancho 
non 8a|>eva nulla, refèrito al papa, il ditto si volse a Pompeo et gH 
disse: tu sei tino sciagfatirato, ma io ti protesto bene, che tu hai 
ertna^cato nn serpente che ti morderà e faratti il dovere. Di poi si s 
volse al cardinal de' Medici, e gH commìsse che tenessi nn poco di 

<o.i76&) contò di me, che per ntflla Itd non mi harebbe voluto perdere. Cosi 
il Soiosmeo ed io cene andavamo cantando alla volta di Monte Ca- 
sini, per andflCroeìie a NapoH insieme. Biveduto che hebbe il Soiosmeo 
le sue faccende a Monte Casini, insieme cene andammo alla volta di i« 
Kapoli. Arrivata a Uh mezo miglio prèsso a Napoli, ci si fece in contro 
uno hoste il quale ci invitò alla sua hosteria, et ci diceva che era 
dtato in Firenze molt'anm oon Carlo Ginori; e se noi andavamo alla 
sua osteria, òhe ci harebbe fatto moltissime oare^ per eser noi 

<e.i77a) Fiorentini. Al quàl odte noi più volte dicemmo, che seco noi non u 
volevamo andare. Cìttedto huomo pur ci passava inanai et hor restava 
in drieto, sovente dicendoci le medesime cose, che ci harebbe voluti 
alla sua osteria. Il pe'rché venutomi a noia, io lo domandai se lui 
mi sapeva insegnate rmà certa dontia siciliana, che haveva nom:e 
Beatrice, la quale haveva una sua bella fligHuoletta che si chiamìava m 
Angelica, et érauio cortigiane. Questo hostiere, paratoli che io l*uc- 
cellitoel, disse: idio dia il malanno alle oortigiane e chi vuol lor 

<e.i776) bene; e dato il pìh ài cavallo, fece segno di andarsene resoluto da 
noi. Parendomi eséermi levato da dosso in un bel ihodo quelta bestia 
di quel' hoste, con tutto ohe di tal cosa io non estessi in capitale, ^ 
perché ùd era sovvenuto quel grande amore ohe io portavo a An- 
gelica, e ragioneendoùe col ditto Solosuneo non senaa qualche amo- 
roso sospiro, vediamo con gran furia ritornare a noi l'ostiere, il 
quale giunto dai tioi, disse: e' sono o dna o Ver tre giórni, che ac- 

<e.i78a) canto alla mìa hoéterià è tornato una donna e itìia fanciuUetta, le ^ 
quali anno cotesto home; ùon so se stono siciliane o d'altro paese. 
Allora io dis« : gli k tanta forza in ine quel nome di Angelica, che 
io vogHò venire alla tutt osteria a ogni modo. Andammocene d'ac- 
cordo insieme cos'oste nella città di Napoli, et scavalcammo alla 
sua osteria, et mi pareva mill'anni di dare assetto alle mie cose, *^ 

1. In O un secondo r« (cameriere) è o«88. Aman. — 5. In O pare una oass. del- 
1* aman. quello sgorbleito aull* o di uno, — 9. In O ay. riv0duto aono caia. le parole 
giunti a fan germano./ aman. — 18. In O V n di andavamo è di diverio Inchloatro. 
B curioso ad osaetrtirii qat coniv la n trovasse uno spailo giusto, quaA le fosse già ri- 
eerbato, tra a e d, —^ 17, lÀ Cf dopo d{emdo/{c{) è una lettera cassata con una piccola 
macchia (n 1), — 20. in Ò beUa ^ aoprar, tra tua e figìioUtta : amkn. — S5. In Ù è 
«crltto non/ 4»te»*i, — ^'. In Ò dopo o avanti a dua è ca#s. fòrte m. aman. dua o due. 
— 8 i. In Ò dopo collotte è casa. Un. aman. drento in n. 



13. eau eiaert: di Lionardo, Oonfa- primi dua mesi del 1527 (ammirato, 
loniere della Repubblica fiorentina nei Stor, lib. XXX). 



134 yiTA DI BENTENUTO CELLIKI 

qual feci prestissimo; e entrato nella ditta casa acanto al'hosteria, 
ivi trovai la mia Angelica, la quale mi fece le più smisnrate careze 
che inmagìnar si possa al mondo. Cosi mi stetti seco da quel' ora 
delle venti dna ore in sino alla seguente mattina con tanto piacere, 
5 che pari non ebbi mai. Et in mentre che in questo piacere io gioiva, (e.i786> 
mi sovvenne che quel giorno apunto spirava il mese ohe mi fu pro- 
misso inel circulo di negromantia dalli demonii. Si che consideri 
ogniuomo che s'inpaccia con loro, e' pericoli inistimabili che io ho 
passati. Io mi trovavo inolia mia borsa a caso un diamante, il quale 

10 mi venne mostrato in fra gli orefici: e se bene io ero giovane an- 
chora, in Napoli io ero talmente conosciuto per huomo da qualcosa, 
che mi fu fatto moltissime careze. In fra gli altri im certo galantis- 
simo huomo gioielliere, il quale haveva nome misser Dofmojmenico 
Fontana. Questo huomo da bene lasciò la bottega per tre giorni che 

15 io stetti in Napoli, né mai si spiccò da me, monstrandomi molte bel- 
lissime anticaglie che erano in Napoli e fuor di Napoli ; e di più mi (e.i7da> 
menò a fare revere(n)tia al viceré di Napoli, il quale gli aveva fatto 
intendere che haveva vagheza di vedermi. Giunto che io fui da sua 
eccellentia, mi fece molte honorate accoglienae ; et inmentre che cosi 

20 facevamo, détte inegli oohi di sua eccellentia il sopra ditto diamante; 
e fattomiselo mostrare, disse che se io ne havessi a privar me, non 
cambia(n)dsi lui di gratia. Al quale io ripreso il diamante, lo porsi 
di nuovo a sua eccellentia, et a quella dissi ohe il diamante et io 
eramo al servitio di quella. Allora e' disse che haveva ben caro il 

25 diamante, ma che molto più caro li sarebbe che io restassi seco; 
che mi faria tal patti, che io mi loderei di lui. Molte cortese parole 
ci usammo Pun 1* altro; ma venuti poi ai meriti del diamante, co- (e.i79^ 
mandatomi da sua eccellentia che io ne domandassi pregio qual mi ' 
paressi a una sola parola, al quale io dissi che dugento scudi era 

so il suo pregio apnnto. A questo sua eccellentia disse ohe gli pareva 
che io non fossi niente iscosto dal dovere; ma, per esser legato di 
mia mano, conoscendomi per il primo huomo del mondo, non riusci- 
rebbe, se un altro lo legasse, di quella eccellentia che dimostrava. 
Allora io dissi, che ÌX diamante non era legato di mia mano, e che 

85 non era ben legato; e quello ohe egli faceva, lo faceva i>er sua pro- 
pria bontà ; e che se io gnene rilegassi, lo migliorerei assai da quel 
che gli era. E messo l'ugna del dito grosso ai filetti del diamante, (casca) 

9. In O dopo diamante è di huo, oais. lin. aman. — 17. In O mnretia. — 28. In 
O è scritto non canbianui, — 25. In O dopo teeo è mi, eaas. Un. aman. — 85. In O 
dopo sua ò m« caM. lin. aman. ForM era scritto ttto e 1* o diventò a quando II Celi, non 
dettò più tuo in0(rito), ma propria hoiUà» ~ 37. In O dopo <2«{ {dito) è dill casa. lin. 
aman. 



17. Tieeré di lapeli. Pietro Alvarez di ri il 12 di Febbraio del 1553. Cfir. Gian- 
Toledo marchese di VillaAranca. Fa no- none, {Storia del Regno di NapoU^ li- 
minato viceré di Napoli nel 1538, e mo- bro XXXI). 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 135 

lo trassi del sno anello, e nettolo alquanto lo porsi al viceré; il quale 
satisfatto e maravigliato, mi fece una poliza, che mi fussi pagato li 
dugento scudi che io l'avevo domandato. Tornatomene al mio allog- 
giamentoi trovai lettere che venivano dal cardinale de' Medici, le 
quali mi dicevano che io ritornassi a Roma con gra(n) diligenza, e di 5 
colpo mene andassi a scavalcare a casa sua signoria reverendis- 
sima. Lecto alla mia Angelica la lectera, con amorosette lachrime 
lei mi pregava, che digratia io mi fermassi in Napoli, o che io ne- 

(e.i8o&) la menassi meco; alla quale io dissi, che se lei ne voleva venir 
meco, che io gli darei in guardia quelli dugento ducati che io ha- 10 
vevo presi dal viceré. Vedutoci la madre a questi serrati ragiona- 
menti, si accostò a noi e mi disse : Benvenuto, se tu ti vuoi menare 
la mia Angelica a Homa, lassami un quindici ducati, accioché io 
possa partorire, e poi mene verrò anchora io. Dissi alla vechia ri- 
balda, che trenta volentieri gnene lascerei, se lei si contentava di 15 
darmi la mia Angelica. Cosi restati daccordo, Angelica mi pregò che 
io li comperassi una vesta di velluto nero, perché in Napoli era buon 
mercato. Di tutto fui contento ; e mandato per il velluto, fatto il mer- 

(cisia) cato e tutto, la vechia che pensò che io fussi più cotto che chrudo 
mi chiese una vesta di panno fine per sé, e molt' altre spese per sua so 
figliuoli, e più danari assai di quelli che io gli avevo offerti. Alla 
quale io piacevolmente mi volsi e le dissi: Beatrice mia cara, ba- 
stat'egli quello che io t'ho offerto? Lei disse che no. Allora io dissi 
che quel che non bastava allei basterebbe a me: e baciato la mia 
Angelica, lei con lachrime et io con riso ci spiccammo, e mene tor- S5 
nai a Homa subito. Partendomi di Napoli a notte con li dinari adesso, 
per non essere appostato né assassinato, come è il costume di Na- 
poli, trovatomi alla Selciata, con grande astutia e valore di corpo 

(e.i8i&) mi difesi da più cavagli che mi erano venuti per assassinare. Di 
poi gli altri giorni apresso, havendo lasciato il Solosmeo alle sue so 
faccende di Monte Casini, giunto una mattina per desinare a l'hoste- 
ria di Adanagni, essendo presso al'hosteria, tirai a certi uccelli col 
mio archibuso, e quelli amazzai; et un ferretto, che era nella ser- 
ratura del mio stioppo, mi haveva stracciato la man ritta. Sebene 
non era il male d' inportanza, apariva assai, per molta quantità di 86 
sangue che versava la mia mano. Entrato nel'hosteria, messo il mio 
cavallo al suo luogo, salito in sun un palcaccio trovai molti gentil 

5. In O neston «egno di abbrerUtnr» è mi gra. — 7. In O tra la e chrimé è, o«m. 
aman., chim; — 11. In O tra vdvUo e ^' ò nn tj caas. aman. — 88. In O qiuUi è 
rìdosione di quitti, — S4. In O dopo hauaua è M9ai vmU eaat. Un. — 87. In O è 
■eritto 9 un ^ paleaccio. 



28. spieiata. Ponte a Selice, fra Capaa dice Dante nel Purgcttorio, xx, 86 ) : 
ed Aversa. è una piccola città neUa Campagna ro- 

32. AAaaaffBl, cioè Anagni {Alagna la mana. 



136 VITA DI BENVENUTO OELLINI 

huominì napoletani, che stavano per entrare a tavola; e con loro 

era una gentil donna giovane, la più bella che io vedessi maL Giunto 

che io fui, apresso a me montava nn bravissimo giovane mio ser- (e.issa) 

vitore con un gran partigianone in mano : in modo che noi, l'arm' e 

ft il sangue messe tanto terrore a quei poveri gentili huomini, ma- 
ximamente per esser quel luogo un nidio di assassini ; rissatisi da 
tavola, pregomo idio con grande spavento, che gli aiutassi. Ai quali 
io dissi ridendo, che idio gli aveva aiutati, e che io ero huomo per 
difendergli da chi gli volesse offendere ; e chiedendo alloro qualche 

10 poco di aiuto per fasciar la mia mana, quella bellissima gentil donna 
prese un suo fazoletto riccamente lavorato d*oro, volendomi con esso 
fasciare: io non volsi: subito lei lo stracciò pel mezo, e con gran- 
dissima gentileza di sua mano mi fasciò. Cosi assicuratisi al quanto, (c.issb) 
desinammo assai lietamente. Di poi il desinare montammo a cavallo, 

15 e di compagnia cene andavamo. Non era anchora assicurata la paura; 
che quelli gentili huomini astutamente mi facevano trattenere a 
quella gentil donna, restando al quanto indietro; et io a pari con 
essa mene andavo in sun un mio bel cavaletto, accennato al mio 
servitore che stessi un poco discosto da me: in modo che noi ra- 
so gionavamo di quelle cose che non vende lo spetiale. Cosi mi condussi 
a Eoma col maggior piacere che io havessi mai. 

Arrivato che io fai a Homa, mene andai a scavalcare al palazo 
del cardinale de* Medici; et trovatomi sua signoria Reverendissima, 
gli feci motto, et lo ringratiai assai dePhavermi fatto tornare. Di (cissa) 

t5 poi pregai sua signioria reverendissima, che mi facessi sicuro dal 
carcere, et se gli era possibile, a(n)chora della pena pecunaria. H 
ditto signiore mi vidde molto volentieri; mi disse che io non dubi- 
tassi di nulla; di poi si volse a un suo gentil huomo il quale si do- 
mandava misser Pierant.^ Pecci, sanese, dicendogli che per sua parte 

80 dicessi al bargello che non ardissi toccarmi. Apresso lo domandò 
come stava quello a chi io havevo dato del sasso in sul capo. Il 
ditto Mr Pierant.^ disse che lui stava male, e che gli starebbe an- 
chor peggio ; il perché si era saputo che io tornavo a Eoma, diceva 
volersi morire per farmi dispetto. Alle qual parole con gran risa il (cisab) 

86 cardinale disse : costui non poteva fare altro modo che questo a vo- 
lerci fare cognio scere che gli era nato di sanesi. Di poi voltosi a 

1. In O népoMani è toprar. ftmaa. — S. In O le pArole giovane,,, mai tono icrttte 
In oalee dopo donna, divUe con un aegno dalle altre parole in riga, aalla quale tecuono 
giunto eh4 io /mi. — > 4. fn O è teritto Utrme il tangue, ma forse 1* « fii, per cagione di 
pronuniia, riunita idi** finale dt larméf come per dire Varm't il iangu; — • fi. In O 
dopo VMi/ è ffi casa. litt. (amaa?), e poi fi rione da capo. -« S6. In O achora, .« 88. In 
O dopo gli è tal casa. lin. aman. 



29. PlerantoB* Pteei. Passò in seguito, belle nel 1551, essendosi adoperato per 
secondo nota il Carfani, al servizio di toglier Siena agli Spagnuoli e darla ai 
Caterina dei Medici, e fu dichiarato ri- Francesi. 



YITA DI BSKYBNUTO CELLINI 187 



me, mi disse: per honestà nostra et tua babbi patientia quattro o 
cinque giorni, cbe tu non pratichi il Banchi ; da questi in là va' poi 
dove tu vuoi, e i paszi muoiano allor posta* Io mene andai a casa 
mia, mettendomi a finire la medaglia, che di già bavevo commoiata, 
della testa di papa Cblemente, la quale io facevo con un rovescio s 
figurato una Pace. Questa si era ima femminetta vestita con panni 

fe.Ute) sottilissimi, soccinta, con una faccellina in mano, che ardeva un 
monte di arme legate insieme a guisa di un trofeo ; et ivi era figu- 
rato una parte di un tempio, in^ quale era figurato il furore con 
molte catene legato, et idi' intomo si era un motto di lettere, il !• 
qmde diceva: Claulduniur Belli Parici Inmentre ch'io finivo la 
ditta medaglia, quello che io bavevo percosso era guarito, e '1 papa 
non cessava di domandar di me: e perchà io fuggivo di andare in- 
torno al cardinale de' Medici avengha che tutte le volte che io gli 
capitavo inanzi, sua signiorìa mi dava da fare qualche opera d'in- is 
portanaa, per la qua! cosa m'inpediva assai alla fine della mia me« 
daglia, avvenne ohe misser Pier Qamesechi favoritissimo del papa, 

<e.i84&) pi^^^ hb cura di tener conto di me: cosi in un destro modo mi disse 
quanto il papa desiderava che io lo servissi Al quale io dissi, che 
in brevi giorni io mostrerrei a sua santità, ohe mai io non m'ero te 
scostato dal servitio di quella. Pochi giorni apresso havendo fimto 
la mia medaglia, la stampai in oro et in argento e in ottone. Mo- 
stratala a Mr Pietro, subito mi introdusse dal papa. Era un giorno 
doppo desinare del mese di aprile^ et era un bel tempo : il papa era 
in Bel vedere. Giunto alla presensa di sua santità, li porsi in mano 2S 
le medaglie insieme con li conii di acciaio. Presele, subito eognio- 
sciuto la gran fona di arte che era m esse, guardato misser Piero 

(cissa) in viso, disse: gli antichi non fumo mai si ben serviti di medaglie. 
Inmentre che lui e gli altri le consideravano, ora i comi, ora le me- 
daglie, io modestissimamente ooimnciai a parlare e dissi: se la pò- so 
tentia delle mie perverse istelle non havessiao haute una maggior 

1. In O è •erltlo il Banchi; e cosi lorlise probabilmente il copista, non intendendo 
il Talora della frate in Banchi, — 6. In O avanti a tt«tHta è nn di oats. lln. aman. — 11. 
in O le parole Olauilduntur BélH Porfat tono seritte dal Celi., dopo rari tentativi di iorl- 
vere eorrattamenle 1* parola eUtudwiUwr : ehla, Olékhtntur, per riscriver la quale (e fa 
•critta claulduntur) ti caMarono con Un. anche le parole Balli Porta*, In margine tini • 
etro, della lolita mano di qneate postille marginali, è scritto medaglia, — %%, In O dopo 
•ton/f al è eass. Un.- 1 doro, -^ S7. In O av. a pitro è piétf casi. lln. aman. 



17. Pier Caneteéki di Firenze, segre- poli, e con Melanthooe, abbracciò le loro 
tario di Clemente VII e a lai oariesimo dottrine e, inquisito pi6 volte, Ai final- 
« a OMlU dei naigliori nomini dei tenrpo, mente condannato e arso a Roma il 3 
come si rileva dai oartega^i ^^^ Mnreto, Ottobre del 1587, essendo stato conse- 
dei Bonfadio, del Plamitlio etc. Stret- gnato a Pio V dal duca Cosimo I. ( Si 
ta amicizia con Oiovanni Valdes, uno confronti Ammirato, Storie fiorentine^ 
spagnnolo protestante rifugiato in Na^ XXV). 



138 VITA BI BENVENUTO GELLINI 

potentia, che alloro haTessi ìnpedito quello che violentemente in atto 
le mi dimostromo, vostra santità senza sna causa et mia perdeva 
un suo fide! 6 et amorevole servitore. Però beatissimo padre, non è 
error nessuno in questi atti, dove si fa del resto, usar quel modo 

s che dicono certi poveri semplici huomini, usando dire, che si dee 
segnar sette e tagliar uno. Da poi che una malvagia bugiarda lin- 
gua d*im mio pessimo adversario che haveva cosi facilmente fatto (0.18M) 
adirare vostra santità, che ella venne in tanto furore commettendo 
al governatore che subito preso m' inpiccassi; veduto dapoi un tale 

10 inconveniente, faccende un cosi gran torto a se medesima, a privarsi 
di un suo servitore, qual vostra santità istessa dice che egli è, penso 
certissimo che, quanto a Dio et quanto al mondo, dapoi vostra san- 
tità n'arebbe hauto un non piccolo rimordimento. Però i buoni e 
virtuosi padri, similmente i padroni tali, sopra i loro figliuoli e ser- 

15 Titori non debbono cosi precipitatamente lasciar loro cadere il brac- 
cio adosso; awengha che lo inchresceme lor da poi non serva a 
nulla. Da poi che idio à inpedito questo maligno corso di stelle, 
e salvatomi a vostra santità, un'altra volta priego quella, che non 
sia cosi facile a l'adirarsi meco. H papa fermato di guardare le me- (e.i8<a) 

M daglie, con grande attentione mi stava a udire; e perché alla pre- 
senza era molti signori di grandissima inportanza, il papa, arrossito 
alquanto fece segno di vergogniarsi, et non sapendo altro modo a 
uscir di quel viluppo, disse che non si ricordava di haver mai dato 
una tal commessione. Allora avvedutomi di questo, entrai in altri 

^ ragionamenti, tanto che io divertissi quella vergognia che lui haveva 

dimostrato. Anchora sua santità entrato in e' ragionamenti delle 

medaglie, mi dimandava che modo io havevo tenuto a stamparle 

cosi mirabilmente, esondo cosi grande; il che lui non haveva mai 

veduto degli antichi medaglie di tanta grandeza. Sopra quello si 

*o ragionò un pezo, et lui che haveva paura che io non gli facessi 
xm' altra orationcina peggio di quella, mi disse che le medaglie erano (e.i86() 
bellissime, e che gli erano molto grate, e che harebbe voluto fare 
xm altro rovescio a sua fantasia, se tal medaglia si poteva istam- 
pare con dua rovesci. Io dissi che si Allora sua santità mi com- 

85 messe che io facessi la storia di Moisè quando e' perquote la pietra, 
eh' e' n' escie l'acqua, con un motto sopra, il qual dicessi: ut biba(t) 
populus. E poi aggiunse: Va', Benvenuto, che tu non l' arai finita 
si tosto che io barò pensato a' casi tua. Partito che io fai, il papa 

5. In O ATAiiti a dire è di CMt. anuui. — 6. In O dopo una è bi eiwa. Un. aa*n. 
(forte il prlneiplo della peroU bugiarda che Tien dopo wuUvagiay — 7. In O è eoritto 

ad poi CASI. , e adtftnario Tiene di legnito nel margine deatro. — 14. In O *▼• i ioro 
è de CAM. amen. — Av. entrai era icritto preei^ caM. Un. aman. — tS. In O ev. a non 

eif è eìf caM. Un. aman. — 81. In O era leritto orettione/i ora è cati. Un. tione eiegne 
al nuoTO rigo tioneina : aman. — 86. In O era lorltto ut biba popolue : il I di bibtU è 
agg. d'altro Inchiostro. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



139 



si vantò alla presenza di tatti di darmi tanto, che io liarei potato 
riccamente vivere, sanza mai più affieiticarmi con altri. Attesi solle- 
citamente a finire il rovescio del Moisè. In qaesto mezo il papa 
si amalo è giadicando i medici che '1 male fossi pericoloso, qael 
mio adversario havendo paura di me, commise a certi soldati napo- 5 

(eosTa) Ictani che facessino a me qaello che lai haveva paara che io non 
facessi aliai. Però ebbi molte fatiche a difendere la mia povera yita. 
Segnitando fini' il rovescio afatto: portatolo sa al papa, lo trovai 
n^ letto malissimo conditiònato. Con tatto qaesto egli mi fece gran 
chareze, e volse yeder le medaglie e e' conii; e faccendosi dare 19 
ochiali e lami, in modo alcano non iscorgeva nulla. Si messe a bran- 
colarle alqaanto con le dita; di poi fatto cosi an poco, gittò an gran 
sospiro, e disse a certi, che gV inchresceva di me, ma che se idio gli 
rendeva la sanità acconcerebbe ogni cosa. I}apoi tre giorni il papa 
mori, et io trovatomi hayer perso le mie fatiche, mi feci di baono is 
animo, e dissi da me stesso, che mediante qaelle medaglie io m' ero 
fatto tanto cognioscere, ohe da ogni papa che venissi io sarei ado- 

fe.itT») perato forse con miglior fortana. Cosi da me medesimo mi missi 
animo, cancellando in tatto e per tatto le grande ingiarie che mi 
haveva fatte Pompeo; e missomi l'arme in dosso e accanto, mene so 
andai a Sanpiero, baciai li piedi al morto papa non sanza lachrime: 
di poi mi ritomai in Banchi a considerare la gran confusione che 
avviene in cotai occasione. Et in mentre ohe io mi sedeva in Banchi 
con molti mia amid, venne a passare Pompeo in mezo a dieci hao- 
mini benissimo armati; e quando egli fa a punto arincontro dove ì^ 
io era, si fermò alquanto in atto di voler quistione con esso meco. 
Quelli ch'erano meco, giovani bravi et volontoriosi, accennatomi 'che 
io dovessi metter mano, alla qual cosa subito considerai, che se io 

(uate) mettevo mano alla spada, ne sarebbe seguito qualche grandissimo 

1. In O dopo vantò tono aleane lettere cam. eman. {jUaf) — 8-9. In O dopo trovai 
è mi eaei. Un.: prlnelplo ferie dell* parole maliMiimo ohe rlen dopo. — Av. tgU è 
il pap, OMt. Mnan. — 15. In O Innensl hau»r è al eesa. Un. aman. — 16. In O ev. 
4di*9i è adi eaet. Un. «man. — S6. In O dopo /«r/ mò è in atto oase. Un. amen. 



3. nreieledel Melfi. I punzoni di que- 
sta medaglia si oonsenrano ancora neUa 
OaUeria degU UfQzi di Firenze, n CeU. 
ne riparla nel Trattato della Oreficeria 
(ed. cit, p. 118), e cosi descrive questo 
roTescio: «E daU* altra banda feci nn 
rovescio figurato quando Moisè era nel 
deserto con i sua popoli et avendo ca- 
restia deir acqua. Iddio lo soccorse in- 
segnandogU che Aron, ft^teUo di Moisè, 
percotessi con la verga una pietra della 
quale saltava vivissima acqua. E questa 
io feci ricchissima di canmielli, di ca- 



vaUi, di moltissimi animali a proposito 
di essa moltitudine di popuU, con un 
motto di lettere a traverso che diceva: 
« Ut bibatpopulus ». É opportuno ricor- 
dare che questa allegoria alludeva al 
celebre pozzo fatto scavare da Clemen- 
te VII in Orvieto (1528) a Antonio da 
S. Gallo. Della-medagUa si fecero varie 
riproduzioni: la piA recente neUa citata 
opera del Plon, tavola XI n. 4 e 5 (e cfr. 
p. 198). 

14-15. U papa aeri: il 25 di Settembre 
del 1584. 



140 VITA DI BENVENUTO OBLLINI 



danno in qnelli ohe non vi kaveVano una cMpa al mondo : però giu- 
dicai che e' fossi il meglio, che io solo metossi a r ipintaglio la 
vita mia. Soprastaio ohe Pompeo fa del dir dna avemarie, ooìa 
ischemo rise inverso di me; e partitosi, quelli sua anche risono 

ò scotendo il capo; e con simili atti facevano molte braverie: qnelli 
mia compagni volson metter mano alla qtdstione : ai quali io adirar 
tamente dissi, che le mie brighe io ero hnomo da per me a saperle 
finire, che io non haveto bisogno di maggior bravi di me; si che 
ognion badassi al fatto suo. Isdegnati qnelli nùa amici, si partimo 

10 da Ine brontolando. In fìra qaesti era il più caro mio amico, ii quale 
haveva nome Albertaecio del Bene, fratel carnale di Alessandro et 
di Albiso, il quale è oggi in lioàe grandissimo ricca. &a questo (e.issfr) 
Albertaecio il più mirabil giovane che io coglioseessi mai, e il pia 
animoso, e a me voleva bene quanto a sé medesiino; e perché lui 

15 sapeva bene che quello atto di pati^itia non eira stato per pusillità 
d' animo, ma per aldacissima bravuria, che benissinio mi conosceva, 
et replicato alle parole, mt pregò che io gli facessi tanta gratta di 
chiamarlo meòo a tutto quel che io havessi in animo di furo. Al qui^ 
io dissi: Albertaecio mio, sopra tutti gH altri carissimo ben verrà 

so tempo che voi od potrete dare aiuto; ma in questo caso^ se voi mi 
volete bene, non guardate a me, e badate al fatto vostro, e levatevi 
via presto sicome hanno fatto gli altri, perché questo uon è tempo 
da perdere. Queste parole fumo dette presto. Intanto H mmkn ima, («.issa) 
di Banchi, allento passo, s* erano aviati inversò la Chiavica, luogo 

S5 detto cosi, et arrivati in su Una chrociata di strade, le quale vaitDO 
in diversi luoghi ; ma quella dove era la casa del mio s&mico Pom- 
peo, era quella strada che diritta porta a Gampo di Fioi^e: e per 
alctme occasione de il detto Pompeo, era entrato in qu^o ispetiale 
che stava in snl canto della Chiavica e soprastato con ditèo spettale 

so alquanto per alcune sue faccende; benché a me fu ditto che lui si 
era millantato di quella bravata che allui pareva ha ver fattami; ma 
in tutt' i modi la fu pmr sua cattiva fortuna; perché amvato ohe 
io fui a quel canto, à][>unto lui usciva dello spetiale, e quéi sua bravi («.tss») 

10. In O dopo «ro « dopo quaU è un al eati. Un. aman. : forte il prineipio della parola 
Alb9rtaeeio, — 19. In O miràbiU, ma T* è più ptceols e pare agg. di iritra mano. — 
16. In O dopo pu$i/ è agglanto (dal Varchi?) ianiwnità nel marf. deetro, e a eéporlgo è 
cass. del med. inch., lUa, — 16. In O BrrauìÈria ; il B inisiale è seritto la oa* • — 19. 
In O è seritto earUHmi, — M. In O tra chia e vica leritta nel marg. deetrb é una forte 
casi.: amen. 



11. Albertaeele del B«»e; fratello di nhrnVJidcìnm{Ist,de^8noiUmp^^.RnL 

Alessandro (vedi la nota alla riga 10 scrittore «tesante e perito di ooaed*arte, 

della p. 71) Il Celltoi lo chiama « mio come si rileta anche da una lettera 

carissimo amico » anche in mia lettera ohe gli indirinò H Bembo (27 gtogno 

a Benedetto Varchi (0 sett. 1536: nei Trat- 1548), e ohe è pubblicata nella raccolta 

tati etc, ed. cit., p. S67). Mori nel com- delle Pittoriche^ ed. SilTestri, IStt, V. 

battimento di Marciano (1554), secondo p. 9S. 



VITA DI BENVENUTO OSLUNI 



141 



si eraao aperti, e V avevano di già rieevnto in mezo. Messi mano a 
Bn pichol pungente pugnaletto, e sforzato la fila de* sua bravi, li 
messi le mane al petto con tanta presteza e sicurtà d'animo, che 
nessuno delli detti rimediar non possettono. Tiratogli per dare al 
viso, lo spav^ito che lui hebbe li fece volger la faccia, dove io lo 5 
punsi apunto sotto Porechio,* e quivi rafPermài dua colpi soli, ohe 
al éioondo mi cadde morto di mano, qual non fa mai mia intentione; 
ma, si come si dice, li colpi non si danno a patti. Ripreso il pugnale 
con la mano istancha et con la ritta tirato faora la spada per la 
difesa della vita mia, dove tutti quei bravi c<Mrsono al morto corpo, 10 

<ea90a) o^ c<mtra a me non f eceno atto nessuno, cosi soletto mi ritirai per 
strada lulia, pensando dove io mi potessi salvare. Quando io fui tre- 
cento passi, mi raggiunse il Piloto, orefice, mio grandissimo amico, 
il quale mi disse:, fratello, da poi che '1 male è fatto, veggiamo di 
salvarti. Al quale io dissi: andiamo in casa di Albertaccio del Bene, 15 
che poco inanzi gli avevo detto che presto verrebbe il tempo che 
io harei bisogno di lui. Giunti che noi fummo a casa Albertaccio, 
le careze forno inistimabile, e presto comparse la nobilita delli gio- 
vani di Banchi d'ogni natione, da' milanesi in fuora; e tutti mi si 
offersono di mettere la vita loro per salvatione della vita mia. An- 20 
chora misser Luigi Bucellai mi mandò a offdrìre maravigliosamente, 

(e 190») che io mi servissi delle cose sua, e molti altri di quelli homaccioni 
simili allui ; perché tutti d' accordo mi benedissono le mani parendo 
loro che colui mi havessi troppo assassinato e maravigliandosi molto 
che io havessi tanto soportato. In questo istante il cardinal Cor- 2& 
naro, saputo la cosa, da per sé mandò trenta soldati, con tanti par- 
tigianoni, picche e archibusi, li quali mi menassino in camera sua 
per ogni buon rispetto; et io accettai l'oferta, e con quelli mene 
andai, e più di altretanti di quelli ditti giovani mi feciono compa- 
gnia. In questo mezo saputolo quel misser Traiano suo parente. 



30 



1. In O è CMi. «l dopo in; per IMnch., V^^i aman. — 9. In O dopo istancha 
ò nn et/ oasi. Un aman. che riscrive et a caporigo. — 10. In O an lecondo no di coreano 
è caBs. Un. aman. — 84. In O dopo aeeaeeinato ò pero casa. Un. aman. — 29. In O il 
e di feciono è soprar, a una. cass. : aman. 



7. mi cadde Berto di mane. Di que- 
8t* uccisione a-venuta il 26 Settembre 
1534 e deU*istruttoria che ne segui, parla 
lungamente il Bertolotti, Art, lornb.^ 
I. p. S53 e segg. (cfr. anche Plon op. 
cit., p. 88 sgg.). 

18. a Piloto. Cfr. la nota aUa riga 32 
deUa pag. 65. 

21. Lnlft Rneellai. Luigi di Cardinale, 
n. il 1405, che, caduta la Repubblica Fio- 
rentina, insofferente di servitù, riparò a 
Roma e vi mori nel 1549 (Cfir. Passeri- 



ni, Genealogia e storia della famiglia 
Ruoellai^ Firenze, 1861). 

25. Cardinal Oeniaro. Francesco Oorna- 
ro, frateUo di Marco (su cui vedi la nota 
aUa riga 11 deUa p. 49) ; eletto cardinale 
nel 1588 da Clemente VII, pur non es- 
sendo ancora ecclesiastico, fu poi inve- 
stito del Vescovado di Brescia nel 1531. 
Mori in Viterbo nel 1543, di anni 65 
(ClACCON., Ili, p. 500). 

30. misser Traiano. Cfr. la nota aUa 
riga 11 deUa pag. 93. 



142 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



primo cameriere del papa, mandò al cardinal de' Medici un gran 
gentil huomo milanese, il qoal dicessi al cardinale il gran male che (e.iti«) 
io havevo fatto, e che sua signoria reverendissima era ubhrigata a 
gastigarmi. H cardinale rispose subito e disse: gran male harebbe 
5 fatto a non fare questo minor male ringraziate Mr Traiano da mia 
parte, che m' à fatto advertito di quel che io non sapeva : e su- 
bito Toltosi, in presenza del ditto gentil huomo, al vescovo di Frulli 
suo gentil huomo e familiare, li disse : cercate con diligentia del mio 
Benvenuto, e menatemelo qui, perché io lo voglio aiutare e difen- 
10 dere; e chi farà centra di lui, farà centra di me. H gentU huomo 
molto arrossito si parti, e il vescovo di Frulli mi venne a trovare 
in casa il cardinal Comare ; e trovato il cardinale, disse come il car- (•a9i») 
dinaie de' Medici mandava per Benvenuto, e che voleva esser lui 
quello che lo guardassi. Questo cardinal Comare, eh' era bizarro 
15 come uno orsachino, molto adirato rispose al vescovo, dicendogli 
che lui era cosi atto a g^uardarmi come il cardinal de' Medici. 
A questo il vescovo disse, che digratia facessi che lui mi potessi 
parlare una parola fuor di quello afare, per altri negotii del cardi» 
naie. Il Comare li disse che per quel giorno facessi conto di havermi 
ÈO parlato. H cardinal de' Medici era molto isdegniato, ma. pure io andai 
la notte seguente senza saputa del Comare, benissimo accompa- 
gniate a visitarlo ; di poi lo pregai che mi facessi tanto di gratia di 
lasciarmi in casa del ditto Coroaro, e b' dissi la gran cortesia che (e.iM«) 
Comare mi haveva usato ; dove che, se sua signoria reverendissima 
S5 mi lasciava stare col ditto Comaro, io verrei ad bavere uno amico 
pianelle mie necessitate; o pure che disponessi di me tutto quello 
che piacessi a sua signoria. U qual mi rispose, che io facessi quanto 
mi pareva. Tornatomene a casa il Comaro, ivi a pochi giorni fu fatto 
papa il cardinal Farnese: e subito dato ordine alle cose di più in- 
do portanza, apresso il papa dimandò di me dicendo che non voleva 
che altri facessi le sue monete che io. A queste parole rispose a 

S5. In O dopo mi/ é un^ m a caporlgo, eass. lin. aman. — S8. In O comaro è 
scritto loprar. a cardinale easi. lin. aman. In margine deatro, della solita mano di altr« 
postille, ò scritto Papa fames; — 80. In O ijnt è scritto su an c^aiaiulo, cass. e rid. 
aman. 



11. veseeTo di Fmlli. Vescovo di Forlì 
era fin dal 1528 Bernardo di Michelozzo 
Michelozzi, da Leone X ascritto alla fa- 
miglia dei Medici: «fedele, lìbera e 
molto uflciosa e servente persona» (Var- 
CHI, Stor, fior, ed.cit. 1. Ili, e. XI), e per 
queste sue qualità tenuto in grande sti- 
ma dai pontefici Leone X, Clemente VII 
e Paolo III, e da essi insignito di ono- 
revoli uffici. Nel 154i fu dal duca Co- 



sioK) I inviato in Francia per congra- 
tularsi della pace stretta fra France- 
sco I e Carlo V, e si cattivò la simpatia 
di questo, che lo propose a Oiulio m 
per il Vescovado di Forlì (cfr. ammi- 
rato, ed. cit. libb. XXXII, XXXIH). 

28-29. fa fatto papa U eardimal Farmose. 
Alessandro Farnese, nominato ponte- 
fice il 13 Ottobre 1534, e coronato il 7 
Novembre, assunse il nome di Paolo IIL 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



143 



sua santità un certo gentil huomo suo domesticbisimOi il quale si 
oliiamaya misser Latino luvinale: disse ohe io stavo fdggiascho 

<ci92&) per uno omicidio fatto in persona di un Pompeo milanese, e aggiunse 
tutte le mie ragione molto favoritamente. Alle qual parole il papa 
disse: io no(n) sapevo della morte di Pompeo, ma si bene sapevo s 
le ragione di Benvenuto, si ohe facciasigli subito un salvo condotto, 
con il quale lui stia sicurissimo. Era alla presenza un grande amico 
di quel Pompeo e molto domestico del papa, il quale si chiamava 
misser Anbruogio, et era milanese; e disse al papa: in e* primi di 
del vostro papato non saria bene far gratie di questa sorte. Al quale io 
il papa voltosigli, gli disse : voi non la sapete bene si come me. Sap- 

(e.i95a) piate che gli uomini come Benvenuto, unici nella lor professione, 
non hanno da essere ubrigati alla legge: or maggiormente lui, 
che so quanta ragione e' gli à. E fattomi fare ii salvo condotto, su- 
bito lo cominciai a servire con grandissimo favore. Mi venne a tro* 16 
vare quel Mr Latino luvinale detto, e mi commesse che io facessi 
le monete del papa. Per la qual cosa si destò tutti quei mia nimici : 
cominciomo a inpedirmi che io non le facessi. Alla qual cosa il papa, 
avvedutosi di tal cosa, gli sghridò tutti, e volse che io le facessi. 
Cominciai a fare le stampe degli scudi inelle quali io feci un mezo so 
sanpagolo, con un motto di lectere che diceva: vas electionis. Que- 
sta moneta piacque molto più che quelle di quelli che havevan 
fatto a mia concorrenza. Di modo che il papa disse che altri non 

4. In O un primo qual è eass. innanzi a qual/.^ aman. — SS. lu O era icritto cfiel 
e la { è stata caia, aman., forte av. di scrivere il. 



2. Latino JnTlnalt, de^Manetii, di 
Roma (1486-1553), canonico di S. Pietro, 
e da Paolo m nel 1534 nominato teso- 
riere di Piacenza e poi commissario ge- 
nerale delle antichità romane. Compose 
anche versi latini e volgari, e fu amico 
e corrispondente dei principali scrittori 
del tempo, in special modo del Bembo, 
del Berni, del Bibbiena, del Castiglione, 
del Trissino (cfr. Marini, Degli Arohior 
triponti/icif Roma, 1784, 1, pp. 384-5, n.)* 

6. Salvo condotto. Su questo, ottenuto 
mediante Latino Giovenale da Paolo III 
ne' primi del suo pontificato (10 ottobre 
1534), quando già da due giorni erano 
cominciate le investigazioni fiscali con- 
tro il Cellini (Bbrtolotti, Art.^ lorrib», 
1, 289), vedi Cerasoli (luogo cit.) 373. Per 
interposizione di Giovanni Gaddi, tra Lo- 
dovico de Capitaneis, fratello dell* ucci- 
so, e Benvenuta fu stipulato uno «Instru- 



mentum pacis» (17 ottobre I53i) davanti 
al notaio camerale Pietro Paolo de Atta- 
vante: vedilo in Bbrtolotti, Artisti 
lombardi^ 1, 289. Lodovico in ricompen- 
sa di ciò ottenne V ufficio del fratello. 

9. mlMtr Anbmorlo Recalcati, proto - 
notarlo apostolico e primo segretario di 
Paolo III. Ma per la sua venalità, dice 
il Varchi {Stor. fior, ed. cit. 1. xvi, eli), 
« perduto giustamente quanto avea in- 
giustamente usurpato, ed essendo dive- 
nuto quasi mentecatto, fu liberato di 
prigione (« dove era stato ritenuto per \o 
avere egli, come si disse, rivelati alcuni 
segreti » ibidem) e se n* andò, chi dice 
a casa sua a viversi quietamente, e chi 
a farsi romito per disperazione ». 

20. meio lanpagolo. Vedine la ripro- 
duzione fatta dal Plon, op. cit. tavola 
XI, n. 6, e la descrizione che egli ne fa 
a p. 199. 



144 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



gli parlassi più di monete, perché voleva che io fossi quello che le (e.i9s&> 
facessi e no altri. Cosi franchamente attendevo a lavorare; e qnel 
Mr Latino luvinale m' introdaceva al papa, perché il papa gli aveva 
dato questa cura. Io desideravo di riavere il moto pr<^rio del' nfitio 

5 dello stampatore della zecca. A questo il papa si lasciò consigliare, 
dicendo che prima bisogniava che havessi la gratia del' homicidio, la 
quale io riharei per le sante Marie di agosto per ordine de' capo- 
rioni dì Roma che cosi si usa ogni anno per questa solenne festa 
donare a questi caporioni dodici sbanditi; in tanto mi si farebbe un 

10 altro salvo condotto, per il quale io potessi star sicuro per insino al . 
ditto tempo. Veduto questi mia nimici che non potevano ottenere 
per via nessuna inpedirmi la zecca, presono un altro expediente. 
Havendo il Pompeo morto lasciato tremila ducati di dota a una sua 
figliuolina bastarda, feciono che un certo favorito del signior Pier (e.i94a> 

15 Luigi figliuol del papa, la chiedessi per moglie per mezo del detto 
signiore : cosi fu fatto. Questo ditto favorito era un yillanetto alle- 
vato dal ditto signiore, e per quel che si disse, allui tochò pochi di 
cotesti dinari, perché il ditto signiore vi messe su le mane, e sene 
volse servire. Ma perché più volte questo marito di questa fanc(i)ul- 

so letta, per compiacere alla sua moglie, bave va pregato il signiore ditto 
che mi facessi pigliare, il quale signiore haveva promisso di farlo come 
e' vedessi habbassato un poco il favore che io havevo col papa, stando 
cosi in circa a dua mesi, perché quel suo servitore cercava di bavere 
la sua dota, el signore non gli rispondendo a proposito, ma faceva 

S5 intendere alla moglie che farebbe le vendette del padre a ogni modo. 
Con tutto che io ne sapevo qualche cosa, e apresentatomi più volte 
al ditto signore il quale mostrava di farmi grandissimi favori : dalla (e.i94»> 
altra banda haveva ordinato una delle due vie, o di farmi ama- 
zare, o di farmi pigliare dal bargello. Comesse a un certo diavo- 

90 letto di un suo soldato còrso, che la facessi più netta che poteva; e 
quelli altri mia nimici, maxime M. Traiano, haveva promesso di fare 
un presente di cento scudi a questo corsetto, il quale disse che la 
farebbe cosi facile come bere uno vuovo fresco. Io che tal cosa intesi, 

. l-S. In O che At, io è casi. Am&D., ed è scritto no leosa nesion legno di abbrev. 
8. In O < coti CMi. Jin. aman,, av. che eoH, — 18. lu O av. a tnetié tono casi. Un. 
aman. le lettere uem, — 27. In O dopo djtto è pier lutgi eaii. Un. aman. 



6-7. tanto Marie di affetto per ordine de' 
eaporieni di Soma. Il 15 d* Agosto in cui 
si celebra PAssunzione di Maria. Come 
osserva il Bbrtolotti, {Art, lomb.t I» 
256-257), moltissimi sodalizi di Roma a- 
vevano il privilegio di liberare un con- 
dannato a morte. Il Cellini fu liberato 
dalla Confraternita dei macellari, isti- 
tuita su* primi del secolo da Adriano VI 



e abolita da Giulio n nel 155t per disor- 
dini a cui dava luogo in tale festività. 
10. nn altro salvo eondotto. «Amplio 
salvacondotto » lo dice più oltre il Oel- 
lini : gli fu mandato Ano a Firenze, dove 
si trovava in attesa delle Marie d* Agosto. 
Esso portava la data del 20 Mano 1585, 
ed era valevole per 6 mesi. {Ctr, Plon, 
op. cit., p. 82). 



VITA DI BENVENUTO CELUNI 146 

andavo con gli ochì aperti, *e con buona compagnia e benissimo ar- 
mato con giaco e con maniche, che tanto havevo hanto licentia. 
Questo ditto corsetto per avaritia pensando guadagniare quelli dinari 
tutti a man salva, chredette tale inpresa poterla fare da per sé solo; 
in modo che un giorno doppo desinare mi feciono chiamare da parte 6 

e.i95a) del signior Pier Luigi; onde io subito andai, perché il signore mi 
haveva -ragionato di voler fare par echi vasi grandi di argento. Par- 
titomi di casa in fretta, pure con le mie solite armadure, mene 
andavo presto per istrada lulia, pensando di non trovar persona in 
su quel' ora. Quando io fui su alt[r]o di strada Julia per voltare al io 
palazo del Farnese, essendo il mio uso di voltar largo ai canti, viddi 
quel corsetto già ditto levarsi da sedere e arrivare al mezo della 
strada: di modo che io non mi sconciai di nulla, ma stavo in ordine 
per difendermi; e allentato il passo alquanto, mi accostai al muro 
per dare larga istrada al ditto corsetto. Onde lui accostatosi al muro, 15 
e di già appressatici bene, cognosciuto ispresso per le sue dimostra- 
tione che lui aveva voluntà di farmi dispiacere, e vedutomi solo a 
quel modo, pensò che la gli riuscissi; in modo che io cominciai a 

{c.i95h) parlare e dissi: valoroso soldato, se e' fossi di notte, voi potresti 

dire di havermi preso iniscambio, ma perché gH è di giorno, benis- 20 
simo cognoscete chi io sono, il quale non hebbi mai che fare con 
voi, e mai non vi feci dispiacere, ma io sarei bene atto a farvi pia- 
cere. A queste parole lui in atto bravo, non misi levando dinanzi, 
mi disse che non sapeva quello che io mi dicevo. Allora io dissi : io 
so benissimo quello che voi volete, e quel che voi mi dite ; ma quella 85 
inpresa che voi havete presa a fare è più dif&cile e pericolosa che ' 
voi non pensate, e tal volta potrebbe andare a rovescio: e ricorda- 
tevi che voi havete a fare cor uno huomo il qaale si difenderebbe 
da cento ; et non é impresa honorata da valorosi huomini, qual voi 
siate, questa. In tanto anchora io stavo in cagniesco, canbiato il so 

(ejdsa) colore Puno e l'altro. Intanto era comparso populi, che di già have- 
vano conosciuto che le nostre parole erano di ferro : che non gli es- 
sendo bastato la vista a manomettermi, disse: altra volta ci rivedremo. 
Al quale io dissi : io sempre mi riveggo con gli huomini da bene, e 

1. In O dopo aperti è ben. casi. lin. aman. — 2. In O dopo licentia è caia. lin. 
a man. mi/ accadde, — 10. In O è loritto altro^ e di diverso inchiostro (chiaro, trovata 
già in altre correzioni) è oass. ro e soprascritto 0. — 25. In O dopo cfte è uol. (prin- 
cipio della parola uolete scritta dopo uo{)f cass. lin. aman. — 26. In O dopo hauete è 
un àf cass. aman. 



6. Pier Luigi Farnese, figlio naturale simi del Varchi (op. cit., libro xvi) e del 

di Paolo III, Gonfaloniere della Chiesa, Segni, (Js^or. fior, ediz. Garoani libb. 

Duca di Nepi e Castro, marchese di No- xi e xii). Cfr. anche affò. Vita di P. L, 

vara e nel 1545 duca di Parma e Pia- Farnese^ e 6. Gosbllini, Congiura di 

cenza : scostumatissimo, fu nel 1547 «uo- Piacenza contro Pier Luigi Farnese ^ 

ciso proditoriamente e si meritò i bia- Firenze, 1864. 

Okluki, Vita, ' 10 



146 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



con quelli che fanno ritratto tale. Partitomi andai a casa il signore, 
il qnale non haveva mandato per me. Tornatomi alla mia bottega» 
il detto corsetto per un suo grandissimo amico e mio mi fece in- 
tendere, che io non mi guardassi più dallui, che mi voleva essere 
5 buono fratello ; ma che io mi guardassi bene da altri, perché io por- 
tavo grandissimo pericolo; che huomini di molta inportanza mi 
bave vano giurato la morte adesso. Mandatolo a ringratiare, mi 
guardavo il meglio che io potevo. Non molti giorni apresso mi 
fu detto da un mio grande amico, che *1 signor Pier Luigi haveva 
10 dato espressa commessione che io fussi preso la sera. Questo mi fu 

detto a venti ore ; per la qual cosa io ne parlai con alcuni mia amici, (e.i9«&) 
e' quali mi confortomo che io subito mene andassi. £ perché la 
comesione era data per a una ora di notte, a ventitre ore io montai 
in su le poste e mene corsi a Firenze: perché da poi che quel 
15 corsetto non gli era bastato l'animo di far la inpresa che lui pro- 
messe, il signor Pier Luigi di sua propria autorità haveva dato or- 
dine che io fassi preso, solo per rachetare un poco quella fìgHuola 
di Pompeo, la quale voleva sapere in che luogo era la sua dota. 
Non la potendo contentare della vendetta in nis8(u)no de' dua modi 
20 che lui haveva hordinato, ne pensò un altro, il quale lo diremo al 
suo luogo. Io giunsi a Firenze, e feci motto al duca Lessandro, il 
quale mi fece maravigliose carezze, e mi ricercò che io mi dovessi 
restar seco. £ perché in Firenze era un certo scultore chiamato il (e.i97a 
Tribolino, et era mio compare, per havergli io battezato un suo 
S5 figliuolo, ragionando seco, mi disse che uno Jacopo del Sansovino, 
già primo suo maestro, lo haveva[va] mandato a chiamare; e perché 
lui non haveva mai veduto Vinetia, e per il guadagno che ne aspec- 
tava, ci andava molto volentieri: e domandando me se io havevo 
mai veduto Vinetia, dissi che no: onde egli mi pregò che io do- 
so vessi andar seco aspasso; al quale io promessi: però risposi al duca 
Lessandro che volevo prima andare insino a Vinetia, di poi tornerei 

9. In O da ò loprar. a che c&m. Ud. am&n. — 16. In O av. haueua alcune lot- 
tere cass. Un. aman. — 17. In O dopo quella é pom (principio della parola Pompeo 
scritta dopo) caia. Un. aman. — 10. In O Tu di nittuno À correi, di nn i: aman? —> 
26. In O è scritto haueuaua, e dopo è cass. Un. aman. già/. 



24. Tribolino. Niccolò di Raffaello detto 
il Tribolo (1500-1550), scultore e archi- 
tetto fiorentino ; fu scolaro di Nanni Uii- 
ghero e di Iacopo Sansovino ; nel 1529 levò 
per papa Clemente la pianta di Firenze 
in rilievo : tra i lavori suoi migliori è il 
disegno pel pavimento a mosaico della 
Biblioteca Laurenziana. (Cfr. Vasari, Vi- 
te, ed. cit. voi. I, 201 e VI pp. 55-99). 

25. Jacopo del SanioTlno. Di cognome 
Tatti, soprannominato del Sansovino 



perché scolaro di Andrea Contucci dal 
Monte San Savino. Condotto a Roma da 
Giuliano di San Gallo, fuggi a Venezia 
in occasione del Sacco, e a Venezia fu 
fatto protomaestro nei lavori delle Pro- 
curatie, e costretto cosi ad abbandonare 
la scultura, in cui era valentissimo, per 
darsi air architettura. Mori il 27 No- 
vembre del 1570 nelP età di 86 anni (cfr. 
Vasari Vite, ed. cit. voi. VII, p. 485 e 
^gg'^ e passim.). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



147 



(c.iwft) volentieri a servirlo : e cosi volse che io gli promettessi, e mi co- 
mandò che inanzi che io mi partissi io gli facessi motto. L* altro di 
apresso, essendomi messo in ordine, andai per pigliare licenza dal 
Duca; il quale io trovai inel palazo de' Pazi, innel tempo che ivi 
era alloggiato la moglie e le figlinole del signior Lorenzo Cibo. Fatto 5 
intendere a sua eccellentia come io volevo andare a Vinetia con la 
sua buona gratia, tornò con la risposta Cosimino de* Medici, oggi 
duca di Firenze, il quale mi disse che io andassi a trovare Nichelò 
da Monte Aguto, e lui mi darebbe cinquanta scudi d*oro, i quai 
danari mi donava la eccellentia del duca che io megli godessi per «io 
suo amore, di poi tornassi a servirlo. Hebbi li danari da Nicholò, e 
andai a casa per il Tribolo, il quale era in ordine,* e mi disse se 
io havevo legato la spada. Io li dissi ohe chi era a cavallo per 
andare in viaggio, non doveva legar le spade. Disse che in Fi- 
renze si usava cosi, perché v' era un certo ser Mauritio, che per tu 

<e.i98a) Ogni pichola cosa harebbe dato della corda a san Giovanbatista ; 
però bisogniava portar le spade legate per insino fuor della porta. 
Io mene risi, e cosi cene andammo. Accompagniammoci con il pro- 
caccia di Vinetia, il quale si chiamava per sopra nome Lamentone : 
con esso andammo di compagnia, e passato Bologna, una sera in 20 
fra l'altre arrivammo a Ferrara; e quivi alloggiati al' osteria di 
Piaza, il detto Lamentone andò a trovare alcuno de' fuora usciti, 
a portar loro lettere e inbasciate da parte della loro moglie; che 
cosi era di consentimento del duca, che solo il procaccio potessi parlar 
loro, e altri no, sotto pena della medesima contumatia in che loro >& 

7. In O del solito inchiostro chiaro, è soprar, aggiunto il S.or, a coti/ è aggiunto 
fflo e in caporiga è cass. mino, — 11. In O dopo amore cass. lin. aman. elori, (principio, 
forse, di parola che non fu più scritta) — 17. In O dopo portar è cass. lin. le/gato e le- 
gate è soprarigo a spade: aman. — > 19. In O dopo quale è cass. lin. aman. haueua nome. 



5. Lorenio Cibo: fratello di Oiovam- 
battista, uomo d*armi assai reputato, 
servi la Chiesa nella guerra di Milano 
<1526); prese parte alla difesa di Bologna 
durante la prigionia di Clemente VII, e 
mori nel 1519, nominato da poco coman- 
dante generale dello Stato ecclesiastico. 
Anche pei sospetti di gelosia verso il 
duca Alessandro, che ne frequentava 
<K>n troppa assiduità la moglie, Ric- 
ciarda Malaspina, ordì la congiura con- 
tro il Duca stesso col cardinale dei Me- 
<lici, cfr. Varchi, Stor. /lor.^ ed. cit., 

1. XIV. 

8. Hioholò da Monte Agnto. É ricor- 
dato più volte dal Celi, come suo grande 
amico. 

15. ter Hanritio da Milano, cancelliere 



degli Otto « uomo crudele e bestiale che 
amministrava le faccende di quel ma- 
gistrato con autorità grande e quasi 
comandava al magistrato, in cambio di 
servirlo in quelle faccende; perché senza 
saputa di lui faceva pigliare gli uomini 
e tenevagli carcerati in prigione stretta 
e fatta a posta per più supplizio, sen- 
zachó per fungo spazio di tempo si sa- 
pessi di loro nuova alcuna». (Segni, 
Jst. fior. ed. cit. p. 271). Simile giudizio 
ne dà il Varchi, {Stor. /tor., ed. cit U- 
bro XII). 

19. Lamentone. Anche nel 1515, se- 
condo si avverte dal Tassi, questo La- 
mentone è ricordato nei Libri dei Sala- 
nati del duca Cosimo come procaccia 
di Venezia. 



148 



YITA DI BENVENUTO CELLINI 



erano. In questo mezo, per essere poco più di venti dna ore, noi cene 
andammo il Tribolo et io, a veder tornare il duca di Ferrara, il (e.i98(> 
qttale era ito a Bel fiore a veder giostrare. Inel suo ritorno noi scon- 
trammo molti ftiora asciti e' quali ci guardavano fiso, quasi isfor- 

s zandoci di parlar con esso loro. H Tribolo, che era il più pauroso 
huomo che io cognosoessi mai, non cessava di dirmi : non gli guar- 
dare, e non parlare con loro, se tu vuoi tornare a Firenze. Cosi 
stemmo a veder tornare il duca; di poi tornaticene aPliosteria, ivi 
trovammo Lamentone. E fattosi vicina a una ora dì notte, ivi com- 

le parse Nicholò Benintendi, e Piero suo fratello, et un altro vecbione, 
qual cbredo che fussi Iacopo Nardi, insieme con parechi altri gio- 
vani; e' quali subito giunti dimandavano il procaccia ciascuno delle (ej99a) 
sue brigate di Firenze: il Tribolo et io stavamo là discosto, per non 
parlar con loro. Di poi che gl'ebbono ragionato un pezo con La- 

15 mentono, quel Nicholò Benintendi disse: io gli cogniosco quei dua 
benissimo ; perché fann' eglino tante merde di non ci voler parlare ? 
Il Tribolo "pur mi diceva che io stessi cheto. Lamentone disse loro, 
che quella licentia che era data allui, non era data a noi. Il Benin- 
tendi aggiunse e disse, che l'era una asinità, mandandoci cancheri 

20 e mille belle cose. Allora io alzai la testa con più modestia che io 
potevo e sapevo, e dissi : cari gentil' huomini, voi ci potete nuocere 
assai, e noi a voi non possiamo giovar nulla; et con tutto che voi 
ci habiate detto qualche parola la quale non si si conviene^ né anche (e.i99&) 
per questo non vogliamo essere adirati con esso voi. Quel vechione 

<5 de' Nardi disse che io havevo parlato da un giovane dabene, come 
io ero. Nicholò Benintendi allora disse: io ò in culo loro e il duca. 
Io replicai, che con noi egli aveva il torto, che non havevàno che 



4. In O è scritto guardavano, — 10. In O farUUo, 



2. duca di Ferrara n qnale era ito a 
Belfiore. Il duca di Ferrara è Ercole II 
figlio di Alfonso I e marito di Renata 
d* Angiò: Belfiore era una viUa di pro- 
prietà ducale a poca distanza da Fer- 
rara. 

10. Hieholò Benintendi, e Piero ano fira* 
tello. Niccolò Benintendi, marito di Ma- 
netta de* Ricci (cfr. A. adbmollo, Ma- 
netta de* Riccijt fti degli Otto e, nel 1529, 
capitano delle milizie fiorentine. Allon- 
tanatosi da Firenze, nonostante il di- 
vieto della Signoria, per odio de* Medici, 
fu confinato col fratello Piero «nella 
città e contado di Venezia » (1530) e di 
nuovo «a Lecco in Lombardia» (cfr. 
BusiNi, Lettere a B, Varchi^ ed. Mila- 
nesi, pp. 77, 151, 161, e Varchi, Stor, 



fior., ed. cit., voi. ii, pp. 409-113). 

II. laeopo Bardi. Il noto storico, nato 
a Firenze nel 1476 e morto esule a Ve- 
nezia r II Marzo 1563. Fieramente av- 
verso ai Medici, fu confinato nel '30 a 
Livorno, e il bando non fu più revocato, 
sicché fu costretto a riparare a Venezia, 
e se ne allontanò solo per recarsi ad 
accusare Alessandro al cospetto di Car- 
lo V in Napoli. Come strenuissimo di- 
fensore della libertà popolare ci è pre- 
sentato dal Varchi {Stor, fior, ed. cit, 
passim) e dal Busmi {Lett. cit, xxix'). 
É opportuno notare che, sebbene il Cel- 
lini lo nomini piO volte vecchione^ quan- 
do lo conobbe a Ferrara egli aveva 59 
anni: più vecchio, certo, di quelli con 
cui lo vide, e fors^auche d* aspetto senile. 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 149 



far nulla de' casi sua. Quel vechio de' Nardi la prese per noi, di- 
cendo al Benintendi che gli avev^a il torto; onde lui par continuava 
di dire parole ingiuriose. Per la qualcosa io li dissi che io li direi 
e farei delle cose che gli dispiacerebbono; si che attendessi al fatto 
suo, e lasciassici stare. Rispose che aveva in culo il duca e noi s 
di nuovo, e che noi e lui oramo un monte di asini. Alle qual pa- 
role mentitolo per la gola, tirai fuora la spada; e '1 vechio, che volse 

<€.s20a} essere il primo alla scala, pochi scaglioni in giù cadde, e lor tutti 
l'un sopra l'altro adóssoglL Per la qualcosa io saltato inanzi, me- 
navo la spada per le mura con grandissimo furore, dicendo: io vi io 
amazerò tutti: e benissimo havevo riguardo a non far lor male, 
che troppo ne harei potuto fare. A questo remore l'oste gridava: 
Lamenton diceva, non fate; alcuni di loro dicevano: oimè il capo; 
altri: lasciami uscir di qui: questa era una bussa inistimabile ; pa* 
re vano un brancho di porci : l' oste venne col lume ; io mi ritirai su, is 
e rimessi la spada. Lamentone diceva a Niccolò Benintendi, che 
gli aveva mal fatto: l'oste disse a Nichelò Benintendi: e' ne va la 
vita a metter mano per l' arme qui, e se il duca sapessi queste vo- 
stre insolentie, vi farebbe appiccare per la gola; si che io non vi 

(e .8005) voglio fare quello che voi meriteresti; ma non mici capitate mai so 
più in questa osteria, che guai a voi. L'oste venne su da me, e 
volendomi io scusare, non mi lasciò dire nulla dicendomi ohe sa- 
peva che che io havevo mille ragioni, e che io mi guardassi bene 
inel viaggio dalloro. Cenato che noi havemmo comparse su un bar- 
cheruolo per levarci per Yineti a; io dimandai se lui mi voleva dare 26 
la barca libera : cosi fu contento, e di tanto facemmo patto. La mat- 
tina a buonotta noi pigliammo i cavagli per andare al porto, quale 
è non so che poche miglia lontan da Ferrara; e giunto che noi fummo 
al porto, vi trovammo il fratello di Nichelò Beneintendi con tre 
altri compagni, i quali aspettavano che io giugnessi ; in fra loro era so 

<cJoia) dua pezi di arme in asta, et io avevo compro un bel giannettone in 
Ferrara. Essendo anche benissimo armato, io non mi sbigotti' punto, 
come fece il Tribolo, che disse: idio ci aiuti, costor son qui per ama- 
zarci. Lamentone si volse a me e disse : il meglio che tu possa fare si è 
tornartene a Ferrara, perché io veggo la cosa pericolosa: di gratia, 36 
Benvenuto mio, passa la furia di queste bestie arrabiate. Allora io 
dissi : andiàno inanzi, perché chi à ragione idio l' aiuta ; e voi vedrete 
come io mi aiuterò da me. Quella barca non[è] ella caparrata per noi ? 
Si, disse Lamentone. £ noi in quella staremo sanza loro, per quanto 
potrà la virtù mia. Spinsi inanzi il cavallo, e quando fu presso a cin* 



18. In O dopo lam§nton è oam. Un. anuin. non /al«. — 18. In O ini « di uottr; dei 
mod. inehioitro, pare, è •gorbiaU, più che loritta, una N o una F. — SO-Sl. In O dopo 
<apitatt è più eaai. Un. e poi in e otteria soprar, a con e strida, easi. Un. : aman. — 
38. in O iW, di pleeola •orlttura, av. tlla fono ò agg. di altra mano. 



i^. 



160 VITA PI BENVENUTO CBLLINI 

quanta passi, scavalcai, e arditamente col mio giannettone andavo in- 
nanzi. Il Tribolo s*era fermato indietro, et era rannichiato in sul cavallo, (e.soi&) 
che pareva il freddo stesso: e Lamentone procaccio (g)onfiava e 
soffiava, che pareva un vento ; che cosi era il sao modo di fare; ma 
6 più lo faceva allora che il solito, stando acconsiderare ohe fìne ha- 
vessi havere quella diavoleria. Qiunto alla barca, il barcheruolo 
misi fece innanzi e mi disse, che quelli parechi gentil' huomini fio- 
rentini volevano entrare di compagnia nella barca, se io mene con- 
tentavo. Al quale io dissi: la barca è caparrata per noi e non per 

10 altri, e m'inchrescie in sino al quore di non poter essere con loro. 
A queste parole un bravo giovane de' Magalotti disse : Benvenuto, 
noi faremo che tu potrai. Allora io dissi: se idio e la ragione che (e.ma) 
io ò, insieme con le forze mie vorranno o potranno, voi non mi fa- 
rete poter quel che voi dite. E con le parole insieme saltai nella 

15 barca. Volto lor la punta del' arme dissi: con questa vi mostrerrò 
che io non posso. Voluto fare un poco di dimostratione, messo mano 
all' arme e fattosi innanzi quel de' Magalotti, io saltai in su l' orlo 
della barca, e tira' gli un cosi gran colpo, che, se non cadeva rove- 
scio in terra, io lo passavo abanda abanda. Gli altri compagni, 

10 scambio di aiutarlo, si ritiromo in dietro : e veduto ohe io l'arei po- 
tuto amazzare in cambio di dargli, io li dissi: levati su, fratello, e 
piglia le tua arme e vattene; bene ài tu veduto che io non posso 
quel che io non voglio, e quel che io potevo fare non ho voluto. Di 
poi chiamai drento il Tribolo e il barcheriuolo e Lamentone; cosi (cìony 

85 cene andammo alla volta di Vinetia^ Quando noi fummo dieci mi- 
glia per il Po, quelli giovani erano montati in su una fusoliera e 
ci raggi unsono; e quando a noi fumo al dirimpetto, quello isciocco di 
Pier Beneintendi mi disse: vien pur via, Benvenuto, che ci rive- 
dremo in Vinetia. Aviatevi, che io vengo, dissi, e per tutto mi lascio 

30 rivedere. Cosi arrivammo a Vinezia. Io presi parere da un fratello 
del cardinal Comare, dicendo che mi facessi favore che io potessi 
haver l'arme; qual mi disse che liberamente io la portassi, che il 
peggio che mene andava si era perder )a spada. Cosi portando 
l'arme, andammo a visitare Iacopo del Sansovino scultore, il quale (e.S09a> 

i5 haveva mandato per il Tribolo ; e a me fece gran chareze, e vuolseci 
dar desinare, e seco restammo. Parlando col Tribolo, gli disse che 
non sene voleva servire per allora e che tornassi un'altra volta. 
A queste parole io mi cacciai a ridere, e piacevolmente dissi al San- 
sovino: gli è troppo discosto la casa vostra dalla sua, havendo a 

8. In O {1 ^ di gonfiava è riduzione di un e, fatta col solito inchiostro pid chiaro. 
— 8. In O barca è soprar, aman. — 13. In O dopo io è ti eass. Un. aman. — Si. In 
O era scritto barcaiuolo ; fa oass. caiuolo e di seguito scritto cheriuolo : aman. — 25-Ì6. 
In O aT. & miglia è una lettera cass. aman: (p?). — 39. In O av. a troppo ò tor casi.. 
Un. aman. 



34. Iacopo 4ol BantoTino. Cfr. la nota alla riga 25 della p. 146. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 161 

tornare un' altra volta. Il povero Tribolo sbigottito disse : io 6 qui la 
lettera, che voi mi havete schritta, che io venga. A questo disse il 
Sansovino, che i sua pari, huomini da bene e virtuosi, potev^an fare 
quello e maggior cosa. Il Tribolo si ristrinse nelle spalle e disse, 
patientia, parechi volte.. A questo, non guardando al desinare abun- 5 

(ctosfr) dante che mi haveva dato il Sansovino, presi la parte del mio com- 
pagno Tribolo, che haveva ragione. E perché a quella mensa il San- 
sovino non haveva mai restato di cicalare delle sue gran pruove, 
dicendo mal di Michelagniolo e di tutti quelli che facevano tal arte, 
solo lodando se istesso a maraviglia; questa cosa mi era venuta io 
tanto a noia, che io non havevo mangiato boccon che mi fussi pia- 
ciuto, e solo dissi queste dua parole : o mr Iacopo li huomini da bene, 
fanno le cose da uomini da bene, e quelli virtuosi, che fanno le belle 
opere e buone, si cognioscono molto meglio quando sono lodati da 
altri, che a lodarsi cosi sicuramente da per loro medesimi. A queste 15 

(c.204a) parole e lui e noi ci levammo da tavola bofonchiando. Quel giorno 
medesimo, trovandomi per Yenetia presso al Rialto, mi scontrai in 
Piero Benintendi, il quale era con parechi,* et avedutomi che loro 
cercavano di farmi dispiacere, mi ritirai innuna bottega d'uno spe- 
tiale, tanto che io lasciai passare quella furia. Dipoi io intesi che so 
quel giovane de' Magalotti, a chi io avevo usato cortesia, molto gli 
aveva sgridati, et cosi si passò. 

Dapoi pochi giorni appresso, cene ritornammo alla volta di Firenze: 
et essendo alloggiati a un certo luogho il quale è di qua da Chioggia 
in su la man mancha venendo inverso Ferrara, l'oste volse essere 25 
pagato a suo modo innanzi che noi andassimo a dormire; et dicen- 
dogli che innegli altri luoghi si usava di pagare la mattina, ci disse : 
io voglio esser pagato la sera, et a mio modo. Dissi a quelle parole, 
che gli uomini che volevan fare a lor modo, bisogniava che si faces- 
sino un mondo a lor modo, perché in questo non si usava cosi. L'hoste so 
rispose che io non gli affastidissi il cervello, perché voleva fare a quel 
modo. Il Tribolo tremava di paura, e mi punzechiava che io stessi 
cheto, accioché non ci facessino peggio : cosi lo pagammo a lor modo ; 

{tJt04Jb) poi ce ne andammo a dormire. Avemmo di buono bellissimi lecti, nuovi 

ogni cosa, e veramente puliti. Con tutto questo io non dormi' mai, S5 
pensando tutta quella notte in che modo io havevo da fare a ven- 
dicarmi. Una volta mi veniva in pensiero di ficcargli fuogo in casa ; 
un'altra di scannargli quattro cavagli buoni, che gli aveva nella 
stalla: tutto vedevo che m' era facile il farlo, ma non vedevo già 
l' esser facile il salvare me et il mio compagno. Preso per ultimo spe- ^0 



13. In O AT. uomini è in casi. lin. aman. — 24. In O dopo alloggiati tono caM. lin. 
aman. le parole a una eerta, — 28. Dalle parole Quel giorno (lin. 16) alla parola Disti 
inelnsWe, oioò dal principio della carta 204a sono 17 righe tutte di mano del Oellini. — 
34. In O era scritto bellisiiMeimi i è cass. aman. il secondo eei. 



152 VITA DI BENVENUTO OELLINI 



diente di mettere le robe e* compagni inella barca, e cosi feci : e at- 
taccato i cavalli all' alzana, che tiravano la barca, dissi che non mo- 
vessino la barca in sino che io ritornassi, perché havevo lasciato un 
paro di mia pianelle nellaogo dove io havevo dormito. Cosi tornato 

5 nel' hosteria, domandai l'oste; il qual mi rispose che non haveva 

che far di noi, e che noi andassimo al bordello. Qaivi era un suo (e.tosa) 
fanciullaccio ragazo di stalla, tatto sonnachioso, il quale mi disse: 
l'oste non si moverebbe per il papa, perchè e' dorme seco una certa 
poltroncella che lai à bramato assai: e chiesemi la bene andata; onde 

10 io li detti parechi di qaelle pichole monete venitiane, e li dissi che 
trattenessi an poco qaello che tirava l'alzana, insinché io cercassi 
delle mie pianelle et ivi tornassi. Andatomene su, presi un coltel- 
letto che radeva; e quattro letti che v' era, tutti gli tritai con quel 
coltello; in modo che io cogniobbi ha ver fatto un danno di più di 

15 cinquanta scudi. E tornato alla barca con certi pezuoli di quelle sarge 
nella mia saccoccia, con fretta dissi al guidatore dell'alzana, che pre- 
stamente parassi via. Scostatici un poco dalla hosteria, el mio compar 
Tribolo disse che haveva lasciato certe coreggine che legavano la 
sua valigetta, e che voleva tornare per esse a ogni modo. Alla 

so qual cosa io dissi che non la guardassi in dua correggie piccine, (o.M6() 
perché io gnene farei delle grande quante egli vorrebbe. Lui mi 
disse io ero sempre in sula burla, ma che voleva tornare per le 
sue correggie a ogni modo, e faccende forza all' alzana che e' fer- . 
massi; et io dicevo che parassi innanzi, in mentre gli dissi il gran 

95 danno che io havevo fatto al' hoste ; e mostratogli il saggio di certi 
pezuoli di sarge et altro, gli entrò un triemito adesso si grande, che 
egli non cessava di dire all'alzana: para via, para via presto: e 
mai si tenne sicuro di questo pericolo, per in sino che noi fummo 
ritornati alle porte di Firenze. Alle quali giunti, il Tribolo disse: 

90 leghiamo le spade per l'amor de Dio, e non mene fate più; che 
sempre m' è parso bavere le budella 'n un catino. Al quale io dissi : 
compar mio Tribolo, a voi non accade legare la spada, perchè voi 
non l'havete mai isciolta, e questo io lo dissi accaso, per non gli («-W^*) 
bavere mai veduto fare segno di huomo in quel viaggio. Alla quale 

t5 cosa lai guardatosi la spada, disse: per Dio che voi dite il vero, 
che la sta legata in quel modo che io l'acconciai innanzi che io 
uscissi di casa mia. A questo mio compare gli pareva che io gli 
avessi fatto una mala compagnia, per essermi risentito e difeso 
centra quelli che ci havevano voluto fare dispiacere ; e a me pareva 

40 che lui l'avessi fatta molto più cattiva a me, a non si mettere a 



8. In O dopo io A non eata. Un. aman. — 13. In O dopo qtMttro tono cast. Io 
lettere r9ll e eh uera è fcritto «oprar.: aman. — 17. In O ar. e dopo campar è nna 
lettera eati. aman. — SI. In O quanU è rìdaiione d'altra parola: forte quattro: 
avendo da prima frantelo V aman. — 8S. In O è nn* h eass. aman. innanxi l'a di atuH, 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



163 



a 'iatarmi in coiai bisogni. Questo lo giudichi chi è da canto sanza 
passione. Scavalcato che io fui, subito andai a trovare il Duca 
Lessandro, et molto lo ringratiai del presente de' cinquanta scudi, 
dicendo a sua eccellentia che io ero paratissimo a tutto quello che 
io fussi buono a servire sua eccellentia. H quale subito m'impose 
che io facessi le stampe delle sue monete: e la prima che io feci 
si fu una moneta di quaranta soldi, con la testa di sua ecc.^ da 

(e.t066) una banda e dall'altra un san Cosimo e un san Damiano. Queste 
furono monete di argento e piacquono tanto, che il duca ardiva di 
dire che quelle erano le più belle monete di christianità. Cosi diceva 
tutto Firenze, e ogniuno che le vedeva. Per la qual cosa io chiesi 
a sua eccellentia che mi fermassi una provvisione, e che mi facessi 
consegniare le stanze della zecca; il quale mi disse che io attendessi 
a servirlo, e che lui mi darebbe molto più di quello che io gli do- 
mandavo; e intanto mi disse che bave va dato commessione al mae- 
stro della zecca, il quale era un certo Carlo Acciainoli, et allui an- 
dassi per tutti li dinare che io volevo; e cosi trovai osserverò: ma 
io levavo tanto assegnatamente li danari, che sempre restavo bavere 
qualche cosa, sicondo il mio conto. Di nuovo feci le stampe per il 
giulio, quale era un san Giovanni in profilo assederò con un libro 

<eJ07a) in mano, che a me non parve mai ha ver fatto hopera cosi bella; e 
dall' altra banda era l' arme del ditto duca Lexandro. Apresso a que- 
sta io feci la stampa per i mezi giuli innella quale io vi feci una 
testa in faccia di un san Giovannino. Questa fu la prima moneta 
con la testa in faccia in tanta sottiglieza di argento, che mai si 
facessi ; e questa tale dificultà non happarisce, se none agli ochi di 
quelli che sono eccellenti in cotai professione. Appresso a questa io 
feci le stampe per li scudi d'oro; innella quale era una chroce da 

6. In O nel margine sinistro dioanxi alle parole 9ue monete è scritto tnoneee^ della 
mano di altre postille : Varchi ? — 9. In O tra ardi e uà è oass. lin. d e dopo e^ 
cast, ler (principio di levano f) : aman. — 19. In O era scritto ojneegniare ; V agg. del e 
« la cassatura dell' J è fatta d* inchiostro più chiaro : Geli. ? 



7. nna meaeU di quaranta Midi. A 
proposito delle monete fatte dal Cellini 
per commissione del duca Alessandro, 
Del Trattato deìV Orefloeria si legge: 
« In Firenze poi io feci tutte le monete 
del duca Alexandre, duca primo di Fi- 
reuze» fumo monete di quaranta soldi 
r una; e per essere il duca ricciuto, si 
domandavano e* riooi del duca Alexan- 
dre : da una banda era la testa del detto 
duca, e dall'altra un san Cosimo et un 
san Damiano ». E il Vasari (nelle Vite^ 
ediz. VII, 390) cosi ne parla « erano cosi 
belle... ohe alcune di esse si serbano 
oggi come bellissime medaglie antiche, 



e meritamente, perché in queste vinse 
sé stesso ». Vedine la riproduzione fatta 
dal Plon, op. cit., tav. XI, n. 7 (e p. 200). 

16. Carle Acciainoli. Carlo di Roberto 
Acciaiuoli, maestro della Zecca fino dal 
1530 (cfr. Orsini, Storia delle monete 
della Repubblica Fiorentina)» 

20. gimlie. Vedine la riproduzione in 
Plon, op. cit., tav. XI n. 8. 

23-24. nn* tetta in faccia di un San Oie- 
▼anmiae. Vedine la riproduzione in Plon, 
op. cit., tav. XI, n. 9. 

28. stampe per li sondi d'ere. Ved. la ri- 
produzione in Plon, op. cit, tarola XI, 
num. 10. 



10 



1» 



80 



15 



154 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



una banda con certi picholi cherubini, e dall'altra banda si era l'arme 
di sua eccellentia. Fatto che io hebbi queste quatro sorte di monete, 
io pregai sua eccellentia che terminassi la mia provisione, e mi con- 
segniassi le sopra ditte stanze, se a quella piaceva il mio servitio: 

9 alle q\ial parole sua eccellentia mi disse benignamente che era molto 
contenta, e che darebbe cotai ordini. Mentre che io gli parlavo, sua 
eccellentia era inella sua guardaroba e considerava un mirabile 
scoppietto, che gli era stato mandato della Alamagnia, il quale bello {c.ton) 
strumento, vedutomi che io con grande attentione lo guardavo, melo 

10 porse in mano, dicendomi che sapeva benissimo quanto io di tal 
cosa mi dilettavo, e che per arra di quello che lui mi haveva pro- 
messo, io mi pigliassi della sua guardaroba uno archibuso a mio 
modo, da quello in fuora; che ben sapeva che ivi n' era molti de' 
più belli e cosi buoni. Alle qual parole io accettai e ringratiai; e 

16 vedutomi dare alla cerca con gli ochi, commisse al suo guardaroba, 
ohe era un certo Pretino da Lucca, che mi lasciassi pigliare tutto 
quello che io volevo; e partitosi con piacevolissime parole, io mi 
restai e scielsi il più bello et il migliore archibuso che io vedessi 
mai, e che io havessi mai, e questo melo portai a casa. Dua giorni 

90 di poi io gli portai certi disegnetti che sua eccellentia mi haveva 
domandato per fare alcune opere d'oro, le quali voleva mandare a 
donare alla sua moglie, che per anchora era in Napoli. Di nuovo io (ctosa) 
gli domandai la medesima mia faccenda, che e' mela spedissi. Al- 
lora sua eccellentia mi disse, che voleva in prima che io gli facessi 

S6 le stampe di un suo bel ritratto, come io havevo fatto a papa Cle- 
mente. Cominciai il ditto ritratto di cera: per la qual cosa sua ec- 
cellentia comisse, che attutte l'ore che io andavo per ritrarlo, sempre 
fussi messo drento. Io che vedevo che questa mia faccenda andava 
in lungo, chiamai un certo Pietro Pagolo da Monte Bitondo, di quel 

3. In O era scritto pro/enione e P aman. eait. le lettere dopo 11 prò e loritse di 
•egntto uUione/. — 4. In O T o di topra ò agg. foprar. del solito Inchiostro chiaro. — 
7. In O ar. a guardaroba è gua casa. lin. aman. -~ 16. In O dopo certo/ è oass. un 
■econdo certo con inchiostro chiaro. — 89. In O nel margine destro, di fronte alle pa- 
role pt«/ro pa^ofo/ è scritto q.'/upietro pagolo galeotti; più sotto, nel margine sinistro, 
di fìronte alla parola hernardonaeeio è scritto Bernardo Baldini (non Sabatini, come 
lesse b) ; nel margine destro, di fronte a lorentino che è scritto loren»in de medici, Qae» 
■te tre postille della stessa mano sono forse da attribuire al Varchi. 



16. Pretino daLmeea. Un «Messer Fran- 
cesco da Lucca, detto Pretino, Guarda- 
roba di Sua eccellenza» eie. trovò il 
Tassi nel Giornale de* Salariati a carico 
della Depositeria Generale dal 1543-1545 
(Archivio Generale delle regie rendite), 
ed è questo sicuramente quello di cui 
parla il Cellini. 

28. moflie, ohe per anehera era in Hapoli. 
Margherita d* Austria, figlia naturale di 



Carlo v e di Margherita Vangest. Le 
nozze furono celebrate in Napoli nel 
Febbraio del 1536; la sposa quattordi- 
cenne arrivò a Firenze solo il 31 Mag- 
gio « ricevuta con grandissima pompa» 
(cfr. Segni Istor, Fior., ed. cit., p. W5, 
e Varchi, Stor. fior,, ed. cit., in, p. 164 
e segg.). 

29. Pietro Pagolo da Monte Biteade. Di 
casato Galeotti, incisore di coni: ne 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



155 



di Homa) il quale era stato meco da pichol fancioUetto in Roma ; e 
troyatolo che gli stava cor un certo Bemardonaccio orafo, il quale 
non lo trattava molto bene, per la qual cosa io lo levai dallui, e be- 
nissimo gP insegnai mettere quei ferri per le monete; e intanto io 
ritrahevo il duca: e molte volte lo trovavo a dormichiare doppo 
desinare con quel suo Lorenzino, che poi l'amazzò, e non altri ; et io 
(t.Mft) molto mi maravigliavo che un duca di quella sorte cosi si fidassi. 
Accadde che Ottaviano de' Medici, il quale pareva che governassi ogni 
cosa, volendo favorire contra la voglia del duca el maestro vechio 
di zecha che si chiamava Bastiano Cennini, huomo all' anticaccia e 
di poco sapere, hayeva fatto mescolare nelle stampe degli scudi quei 
sua goffi ferri con i mia,* per la qual cosa io mene dolsi col duca; 
il quale, veduto il vero, lo hebbe molto per male, e mi disse : va', dillo 
a Ottaviano de' Medici, e mostragnene. Onde io subito andai ; e mo- 
stratogli la ingiuria che era fatto alle mie belle monete, lui mi disse 
asinescamente : cosi ci piace di fare. Al quale io risposi, che cosi non 
era il dovere e non piaceva a me. Lui disse: e se cosi piacessi al 

8. In O AT. a p la qtuil co$a è onde cast. Un. aman. — 10. In O dopo teeha ò Jm eaaf . 
Un. aman. — 12. In O doM è riscritto di inchiottro più bianco,, ma, pare, deUa itetto 



la 



15 



parla il Vasari. {Vite ed. cit. iii, 87 e 
▼II, 642, 543). Pare che lavorasse anche 
al Perseo, poiché ìd un Rapporto dei 
soprassindachi ducali (19 d* Aprile e 23 
Maggio 1554) si legge: (estratto da « uno 
quadernuccio di esso Benvenuto ») « A di 
primo di dicembre 1552 pagati a Pietro 
Polo Romano per avere servito 15 giorni 
a nettare le figure deU* opera del Perseo 
se. 2 1 ». Il rapporto è nella cit. ed. dei 
Trattati, p. 255 e sgg. — Mori a Firenze 
il 19 Sett. 15^4. 

2. Benardonaeeio orafo. Bernardo Bal- 
dini, « intendentissimo gioielliere » (am- 
mirato, Ist. fior, ed. cit. in p. 394 d.), 
stimò, come racconta il Varchi, le gioie 
di S. Giovanni di Firenze {Stor. fior.. 
Il, p. 261), ma non voUe slegarle « non 
gli dando il core di por mano per es- 
ser sacre» (Ammirato <&i£r.). Fu, come 
dice in seguito il CeUini, Provveditore 
di TAccK in Firenze (1 Sett. 1560, Febbra- 
io 1562); e ciò risulta anche da una Rela- 
zione fatta dai soprassindachi al Duca 
Cosimo il S9 Ottobre 1555. (Cfr. Tassi. 
I, p. 351-52). 

6. Lorensino, di Pier Francesco e Ma- 
ria Soderini, n. il 22 marzo 1514. Uccise 
il cugino Alessandro il 6 gennaio 1537. 



Fu detto il Traditore : venne ucciso a 
Venezia nel 1548. É autore della famosa 
Apologia (v. Lisio Or. scelte del sec» xvi, 
Firenze, Sansoni, 1897, p. 133 e seg.). 

8. Ottaviano do' Medici. Non era « del 
ceppo né di Cosimo Vecchio, né di L.0- 
renzo suo fratello », come rispose al Vi- 
telli, elle lo voleva nominare duca di Fi- 
renze dopo r uccisione di Alessandro. 
(Cfr. Varchi Stor. fior. ed. cit. ni, pag. 
199). Crebbe assai di potenza dopo il 
suo matrimonio con Francesca soreUa 
del cardinal Salviati (Varchi, ibid. in, 
pag. 67). 

10. Bastiano Cennini, figlio di Bernardo, 
nato nel 1481 e morto nel 1531. Ed ecco 
le parole che ne scrive il Cellini nel- 
r Introduzione al Trattato deUa Ore/f- 
ceria (ed. cit p. 8) : « Bastiano di Ber- 
nardetto Cennini fu orefice, et ancora lui 
lavorò molto universalmente. Li sua an- 
tichi e lui feciono molti anni le stampe 
deUe monete deUa città di Firenze, in- 
sino a che fu fatto duca Alessandro 
de* Medici , nipote di papa Clemente. 
Questo Bastiano neUa sua giovanezza 
lavorò molto bene di grosseria e di ce- 
seUo : e veramente che questo fu un va- 
lente praticone ». 



166 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

duca ? Io gli risposi : non piacerebbe a me ; che non è giusto né ra- 
gionevole una tal cosa. Disse che io megli levassi dinanzi, e che a 
quel modo la mangerei, se io chrepassi. Eitomatomene dal duca, gli (c»09a) 
narrai tutto quello che noi havevamo dispiacevolmente discorso Ot- 

t taviano de' Medici et io : per la qual cosa io pregavo sua eccellentia 
che non lasciassi far torto alle belle monete che io gli avevo fatto, 
et a me dessi buona licentia. Allora e' disse: Ottaviano ne vuol troppo; 
e tu barai ciò che tu vorrai ; perché cotesta è una ingiuria che si fa 
a me. Questo giorno medesimo, che era un giovedì, mi venne di Boma 

lo uno amplio salvo condotto dal papa, dicendomi che io andassi presto 
per la gratia àéììe sante Marie di mezzo agosto, acciò che io potessi 
liberarmi di quel sospetto del* homigidio fatto. Andatomene dal duca, 
lo trovai nelletto, perchè dicevano che gli aveva disordinato: e finito 
in poco più di dua ore quello che mi bisogniava alla sua medaglia 

15 di cera, monstrandogne(le) finita, li piacque assai. Allora io mostrai a 
sua eccellentia il salvo condotto auto per ordine del papa, e come il 
papa mi richiedeva che io gli facessi certe hopere ; per questo andrei 
a riguadagniare quella bella città di Roma, e in tanto lo servirei della 
sua medaglia. A questo il duca disse mezo in collera: Benvenuto, (e.iOM) 

^ fa' a mio modo, non ti partire, perchè io ti risolverò la provvisione, 
e ti darò le stanze in zecca con molto più di quello che tu non mi 
sapresti domandare, perchè tu dimandi quello che è giusto e ragio- 
nevole : e chi vorrestùche mi mettessi le mia belle stampe che tu m' ài 
fatte? Allora io dissi; signore, e' s'è pensato a ogni cosa, perchè io 

ts ò qui un mio discepole, il quale è un giovane romano, a chi io ò 
insegniate, che servirà benissimo la eccellentia vostra, per insino che 
io ritorno con la sua medaglia finita a starmi poi seco sempre. E 
perchè io ho in Boma la mìa bottega aperta con lavoranti e alcune 
faccende, hauto che io ho la gratia, lasserò tutta la divotione di Boma 

^ a un mio allevato che è là, e di poi con la buona gratia di vostra 
eccellentia mene tornerò allei. A queste cose era presente quello 
Lorenzino sopradetto de' Medici e non altri : il duca parechi volte 
l' accennò, che anchora lui mi dovessi comfortare a fermarmi ; per (ejiM) 
la qual cosa il ditto Lorenzino non disse mai altro, se none : Ben ve- 

^ nuto, tu faresti il tuo meglio a restare. Al quale io dissi, che io vo- 
levo riguadagnare Boma a ogni modo. Costui non disse altro, e stava 
continuamente guardando il duca con un malissimo ochio. Io ha* 
vendo finito a mio modo la medaglia, et havendola serrata nel suo 
cassettino, dissi al duca: signore, state di buona voglia, che io vi 

40 farò molto più bella medaglia che io non feci a papa Chlemente, ohe 



S. In O *▼. Bitomatom«n« tono e«it. lin. aman. Andato/ « aleane lettere * eapo 
dell* altra riga. — 16. In O era Boritto mostrandogné il le è agg. d'Ignota mane (o forte 
dal Geli.?) con inoh. pld chiaro. Dei codici, B legge M09trando§lUU : tutti gli altri e 
tatto le ttampe mostrandogliela, -~ SS. In O dopo che è lui catt. Un. aman. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 



157 



la ragion vnole che io faccia meglio, essendo quella la prima che io 
facessi mai ; e mr Lorenzo qui mi darà qualche bellissimo rovescio, 
come persona dotta e di grandissimo ingegnio. A queste parole il 
ditto Lorenzo subito rispose dicendo : io non pensavo a altro, senone 
a darti un rovescio che fussi degnio di sua eccellentia. El duca soghi- & 
gnò, e guardato Lorenzo, disse : Lorenzo, voi gli darete il rovescio, e 
lui lo farà qui, et non si partirà. Presto rispose Lorenzo dicendo : io lo 

(e.siOfr) farò il più presto eh' io posso, e spero far cosa da far maravigliare il 
mondo. Il duca, che lo teneva quando per pazzericcio e quando per 
poltrone, si voltolò nelletto e si rise delle parole che gli aveva detto, io* 
Io mi parti' sanza altre cirimonie di licentia, e gli lasciai insieme soli. 
H Duca, che non chredette che io mene andassi, non mi disse altro. 
Quando e' sepe poi che io m' ero partito, mi mandò drieto un suo 
servitore, il quale mi raggiunse a Siena, e mi dette cinquanta ducati 
d'oro da parte del duca, dicendomi che io megli godessi per suo 15- 
amore, e tornassi più presto che io potevo : e da parte di Mr Lorenzo 
ti dico, che lui ti mette in ordine un rovescio maraviglioso per quella 
medaglia che tu vuoi fare. Io havevo lasciato tutto l'ordine a Pietropa- 
golo romano sopra ditto in che modo egli avev' a mettere le stanpe ; 
ma, perché l' era cosa dificilissima, egli non le misse mai troppo bene, so 
Restai chreditore della zecha, di fatture, di mie ferri, di più di set- 

(e.2iia) tanta scudi. Mene andai a Roma, e meco ne portai quel bellissimo 
archibuso a ruota che mi haveva donato il duca, e con grandissimo 
mio piacere molte volte lo adoperai per la via, faccende con esso 
pruove inistimabile. Giunsi a Roma ; e perché io tenevo una casetta 85- 
in istrada iulia, la quale non essendo in ordine, io andai a scaval- 
care a casa di Mr Giovanni Gaddi cherico di Camera, al quale io 
havevo lasciato in guardia al mio partir di Roma molte mie belle 
arme e molte altre cose che io havevo molte care : però, io non volsi 
scavalcare alla bottega mia ; e mandai per quel Filice mio compagno, 8<> 
e fé cesi mettere in ordine subito quella mia Casina benissimo. Dipoi 

15. In O dopo io è $u, c&ss. Un. aman. : forse anticipazione della parola tuo dettata 
poi. -~ 19. In O av. a romano è de casi. Un. aman. — Dopo aueua è un segno nero, credo, 
east. d* on* a forte sparita colla pronunzia. — SI. In O av. a fatture è mie caas. lin. 
aman. — È incerta la lesione, ma eettanta sembra loprascrltto a eeetanta : aman. 



17-18. quella medaf Ila che tu tuo! fare. 
Nella Galleria degli Uffizi in Firenze è 
una medaglia col busto del duca Ales- 
sandro nel diritto, ed una corona col 
motto Solatia luetus exigua ingentis 
nel roTescio. Sebbene il Giulianelli, 
nelle Memorie degli intagliatori mo- 
derni ecc., Livorno, Fantechi, 1753, 
p. 133, l'attribuisca a Francesco da Pra- 
to, inclina a credere che questa sia di 
Benvenuto il Plon, che la riproduce 



da un esemplare in bronzo dorato del 
British Museum (op. cit., tav. LXI, n. 1), 
e la descrive a p. 826 e sgg. — 00. ri* 
corda che, secondo autorevoli opinioni, 
essa sarebbe da attribuire a Domenico 
di Polo. 

25. Oinnsi a Roma. Ai primi del Giu- 
gno 1535, come si rileva da una lettera 
di M. Franzesi al Varchi, in data del 
12 dello stesso mese, Benvenuto era certo- 
in Roma. 



168 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

l'altro giorno yi andai a dormir drento, per essermi molto bene messo 
in ordine di panni e di tutto quello che mi faceva mestiere, volendo 
la mattina seguente andare a visitare il papa per ringratiarlo. Ha- 
vevo dua servitori fanciulletti, e sotto alla casa mia ci era una la- 

5 vandara, la quale pulitissimamente mi cucinava. Ha vendo la sera (csiifr) 
dato cena a parechi mia amici, con grandissimo piacere passato 
quella cena, mene bandai a dormire: e non fu si tosto apena pas- 
sato la notte, che la mattina più d' un* ora avanti il giorno io senti* 
con grandissimo furore battere la porta della casa mia, che l'un 

10 colpo non aspectava P altro. Per la qual cosa io chiamai quel mio 
servitor maggiore, che haveva nome Cencio : era quello che io menai 
nel cerchio di negromantia: dissi che andassi a vedere chi era quel 
pazo che a quell* ora cosi bestialmente pichiava. Inmentre che Cencio 
a(n)dava io, acceso un altro lume, che continuamente uno sempre 

15 ne tengo la notte, subito mi missi adesso sopra la camicia una mi- 
rabil camicia di maglia, e sopra essa un poco di vestacela a caso. 
Tornato Cencio, disse : oimè padrone mio, egli è il bargello con tutta 
la corte, e dice, che se voi non fate presto, che getterà l'uscio in 
terra ; e anno torchi e mille cose con loro. Al quale io dissi : di' loro, 

so che io mi metto un poco di vestacela adesso, e cosi in camicia ne (e.8iia) 
vengo. Inmaginatomi che e' fossi uno assassinamento, si come già 
fattomi dal signor Pierluigi, con la mano destra presi una mirabil 
daga che io havevo, con la sinistra il salvo condotto, di poi corsi 
alla finestra di drieto, che rispondeva sopra certi orti, e quivi viddi 

89 più dr trenta birri : per la qual cosa io cognobbi da quella banda non 
poter fuggire. Messomi que' dua fanciulletti inanzi, dissi loro, che 
aprissino la porta quando io lo direi loro apunto. Messomi in ordine, 
la daga nella ritta e '1 salvo condotto nella manca, in atto veramente 
di difesa, dissi a que' dua fanciulletti : non habbiate paura, aprite. 

so Saltato subito Vittorio bargello con du' altri drente, pensando facil. 
mente di poter mettermi le mani adesso, vedutomi in quel modo in 
ordine, si ritirorno indrieto, e dissono : qui bisogna altro che baie. 
Allora io dissi, gittato loro il salvo condotto: leggete quello; e, non 

4. In O dopo mia è «i casa. Un. aman. — 5. In O dopo sera è cenato casa. Un. 
aman. — 14. In O é scritto adava. — 19. In O dopo eoge è un secondo cose casa. lin. 
aman. — SI. In O è scritto glia cass. lin. aman. e già soprar, d' ignota mano con inch. 
chiaro. — 2i. In O dopo con è una cass. Un. aman. — 29. lu O dopo eorti è alla cass. 
lin. aman. 



11. Cencio. Secondo il Berto lotti, tata dall'antico. 
Art. lomb. I, 255, non sarebbe quel Vin- 30. Vittorio bargello. Come si rileva 
cenzo Romoli di cui nella nota alla dal Bbrtolotti (Art. lomb. 1 p. 256), in 
riga 16 della pag. 126, ma un Vincenzo questi anni (1531 e 1535) non era in Roma 
Mantovano, divenuto orefice di valore nessun bargello di nome Vittorio: un 
alla scuola di Benvenuto: nel 1551 ven- Vittorio Puliti lo troviamo, invece, a co- 
leva al papa una testa di Ottaviano imi- minciare dal Maggio del 1589. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 169 

mi possendo pigliare, mancho voglio che mi tochiate. Il bargello 
allora disse a parecchi di qaelli, che mi pigliassino, e che il salvo 

<e.ntfr) condotto si vedria da poi. A questo, ardito spinsi inanzi Parme e 
dissi : idio sia per la ragione : o vivo fuggo, o morto preso. La stanza 
si era istretta: lor fecion segnio di venire a me con forza, et io 5 
grande atto di difesa : per la qual cosa il bargello cognobbe di non 
mi poter bavere in altro modo che quel che io havevo detto. Chia- 
mato il cancielliere, inmentre che faceva leggere il salvo condotto, 
fece segno dua o tre volte di farmi mettere le mani adesso ; onde io 
non mi mossi mai da quella resolutione fatta. Toltosi dalla impresa, io 
mi gittorno il salva condotto in terra, e senza me se ne a(n)darono. 
Tornatomi a riposare, mi senti' forte travagliato, né mai possetti 
rappiccar sonno : havevo fatto proposito che, come gli era giorno, di 
farmi trar sangue; però ne presi consiglio da misser Giovanni Gaddi: 
e lui da un suo mediconzolo, il quale mi domandò se io havevo hauto 15 
paura. Or cognoscete voi che giuditio di medico fii questo, havendogli 

<eJisa) conto uu caso si grande, e lui farmi una tal dimanda! Questo era 
un certo civettino, che rideva quasi continuamente e di non nulla; 
e in quel modo rìdendo, mi disse che io pigliassi un buon bichier 
di vin ghreco, e che io attendessi a stare allegro et non ha ver paura, so 
Mr Giovanni pur diceva : maestro, chi fussi di bronzo o di marmo, a 
questi casi tali harebbe paura ; hor maggiormente uno huomo. A que - 
sto quel mediconzolino disse: mon signore, noi non siamo tutti fatti 
a un modo : questo non è uomo nò di bronzo né di marmo, ma é di 
ferro stietto: e messomi le mane al polso, con quelle sua spropo- ^^ 
site risa disse a Mr Giovanni: hor toccate qui; questo non é polso di 
huomo ma é d* un leone, o d' un dragone : onde io, che havevo il polso 
forte, alterato, forse fuor di quella misura che quel medico babbuasso 
non haveva ìnparata né da Ipochrate, né da Galeno, sentivo ben io 
il mio male, ma per non mi far più paura né più danno di quello che ^ 
hauto io havevo, mi dimostravo di buono animo. In questo tanto 
il ditto Mr Giovanni fece mettere in ordine da desinare, e tutti di 

{t.mb) compagnia mangiammo: la quale era, insieme con il ditto Mr Gio- 
vanni, un certo Misser Lodovico da Fano, mr Antonio Alleghretti, 
Mr Giovanni Ghreco, tutte persone litteratissime, Mr Ani bai Caro, w 
quale era molto giovane ; né mai si ragionò d' altro a quel desinare, 

6. In O av. il bargello è uittorio eats. Ha. aman. — 10-11. In O dopo fatta dne lett. 
cast. 1ÌD./: 11 fM è toprar. a ««; aman. È scritto poi adarono. — 14. In O av. a gaddi 
è ds cait. Un. aman. — 15. In O la « di mediconeolo é, d' altro Inchiostro, corr. di «. 
— 25. In O dopo polso è una parola fortem. cassata {eone f). 



15. un amo medieoniolo : il Cellini uè dal 1528 (Marini, 2)«^;i Archiatri poti- 

riparla, chiamandolo maestro Bernar- ti/ici Roma, Pagliarioi, 1781, I, 5434). 
(lino. Fu supposto che fosse Bernardino 34. Lodovieo da Fano ecc. Y. la nota 

Lilii da Todi, medico della Curia fln alla riga 19 della pag. 98. 



160 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

clie di questa brava faccenda. E più la faoievan contare a quel Cencio 
mìo servìtorino, il quale era oltra modo ingegnioso, ardito e bellissimo 
di corpo ; il che tutte le volte che lui contava questa mia arrabbiata 
facenda, facendo V attitudine che io faceva, e benissimo dicendo le 

5 parole anchora che io dette bave va, sempre mi sovveniva qual cosa 
di nuovo ; e spesso loro lo domandavano se egli haveva hauto paura: 
alle qual parole lui rispondeva, che dimandassino me se io havevo 
hauto paura perché lui haveva hauto quel medesimo che havevo 
hauto io. Venutomi a noia questa pappolata, e perchè io mi sentivo 

te alterato forte, mi levai da tavola, dicendo che io volevo andare a 

vestirmi di nuovo di panni e seta azurri, lui et io; che volevo an- (e.2i4a> 
dare in processione ivi a quattro giorni, che veniva le sante Marie^ 
e volevo il ditto Cencio mi portassi il torchio bianco acceso. Cosi 
partitomi andai a tagliare e' panni azurri con una bella vestetta di 

15 ermisino pure azurro et un saietto del simile; e allui feci un saio 
et una vesta di taffettà, pure azurro. Tagliato che io hebbi le ditte 
cose, io mene andai dal papa: il quale mi disse che io parlassi col 
suo Mr Ambruogio; che haveva dato ordine che io facessi una grande 
opera d'oro. Cosi andai a trovare misser Anbruogio; il quale era 

so informato benissimo della cosa del bargello, et era stato lui d'accordo 

con i nimici mia per farmi tornare, et haveva isghridato il bargello 

che non mi haveva preso; il qual si scusava; che centra a uno salvo 

condotto a quel modo lui non lo poteva fare. H ditto mr Ambruogio 

. mi cominciò a ragionare della faccenda che gli haveva commesso il 

S5 papa; di poi mi disse che io ne facessi i disegni, e che si darebbe 
ordine a ogni cosa. Intanto ne venne il giorno delle sante Marie: e 
perchè l'usanza si è, quelli che hanno queste ootai gratie, di consti- (c.si4&> 
tuirsi inprigione, per la qual cosa io mi ritornai al papa e dissi a sua 
santità, che io non mi volevo mettere in prigione, e che io pregavo 

80 quella, che mi facessi tanto di gratia che io non andassi prigione. 
Il papa mi rispose che cosi era V usanza, e cosi si facessi. A questo 
io m' inginochiai di nuovo, et lo ringratiai del salvo condotto che 
sua santità mi haveva fatto; e che con quello mene ritornerei a ser- 
vire il mio duca di Firenze, che con tanto desiderio mi haspettava. 

35 A queste parole il papa si volse a un suo fidato e disse: faccisi a 
Benvenuto la gratia senza il carcere ; cosi segli acconci il suo moto 
propio, che stia bene. Fattosi acconciare il moto propio, il papa lo 
risegnò-: fecesi registrare al campidoglio; di poi, quel deputato 

1. In O é scritto eompar*: ntaré è soprar, (di mano del Varchi?). In qaoste linee 
e più innanxi sono varie lettere ritoccate, o più marcate : aman. — 8. In O dopo paura 
è uè eass. Un. aman. — Dopo eh*/ è io cass. Un. aman. ohe lo riscrisse poi. — 13. In 
O bianco ò scritto soprar, a bjanco corr. e oass. aman. ? Dopo <uet$o/ è cors cass. Un, 
aman. — 20. In O ò scritto dtllbargello. — 21. In O è scritto /omanars. — 27. In O 
gratia, — 81-32. In O dopo faeetsi ò cass. Un. aman. allora e dopo mingino/ chiaj sono 
due lett. cass. lin.: aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 161 



giorno, in mezo a dna gentilhuomini molto honoratamente andai in 
processione, et hebbi la intera gratia. 

Dappoi quatro giorni appresso, mi prese una grandissima febbre 
con freddo inistimabile ; e postomi alletto, sabito mi giudicai mor- 

(eJiSa) tale. Feci chiamare i primi medici di Roma, in fra i quali si era un 5 
maestro Fran.^o da Norcia, medico vechissimo e di maggior chredito 
che ha vessi Roma. Contai alli detti medici quale io pensavo che fussi 
stata la causa del mio gran male, e che io mi sarei voluto trar san- 
gue, ma io fui consigliato di no,* e se io fussi a tempo, li pregavo 
che mene traessino. Maestro Francesco rispose, che il trarre sangue 10 
ora non era bene, ma allora si, che non harei hauto xm male al 
mondo: ora bisogniava medicarmi per un'altra via. Cosi messone 
mano a medicarmi con quanta diligentia e' potevano e sapevano al 
mondo : et io ogni di peggioravo a furia, in modo che in capo di 
otto giorni il mal chrebbe tanto, che li medici, disperati della im- 15 
presa, detton commessione che io fussi contento, e mi fussi dato tutto 
quello che io domandavo. Maestro Francesco disse : insinché v' è fiato, 
chiamatemi a tutte V ore, perché non si può inmaginare quel che la 
natura sa fare in un giovane di questa sorte ; però avvenga che lui 

(e.ti5&) svenissi, fategli questi cinque rimedi Pun dietro all'altro, e mandate so 
per me, che io verrò a ogni ora della notte; che più grato mi sa- 
rebbe di campar costui, che qual si voglia cardinal di Roma. Ogni 
di mi veniva a visitare dua o tre volte Mr Giovanni Gaddi, e ogni 
volta pigliava in mano di quei miei belli scopietti e mie maglie e 
mie spade, e continuamente diceva : questa cosa è bella, e quest' altra 95 
é più bella : cosi di mia altri modelletti e ceselline ; di modo che io 
me l' avevo recato a noia. Et con esso veniva un certo Mattio Fran- 
zesi, il quale pareva che gli paressi mi 11' anni hanchora allui io mi 
morissi ; non perché allui ha vessi a toccar nulla del mio, ma pareva 
che lui desiderassi quel che misser Giovanni mostrava haver gran so 

(ctiea) voglia. Io havevo quel Filice già detto mio compagno, il quale mi 
dava il maggiore aiuto che mai al mondo potessi dare uno huomo 
a un altro. La natura era debilitata e avvilita afatto; e non mi era 
restato tanta virtù che, uscito il fiato, io lo potessi ripigliare ; ma si 
bene la saldezza del cervello istava forte, come la faceva come quando 85 

80. In O dopo qu€$ti è eass. lin. aman. cinguetti/. •— 25. In O ar. àietua ò diceva 
non chiaram. scritto e oaai. lin. aman. Certe lettere tono ritoccate. — AU' J di franteti 
ò corrosa la carta. -~ 36. In O ar. eoms è »i oass. Un. aman: il secondo cowm ò dMn- 
chiostro più colorito e scritto come di piccola lettera fra faceva e qwxnào : aman. ? 



6. Frameeieo da Horela. Di casato Fu- burlesco di qualche valore, amicissimo 
sconi, medico di Adriano vi, Clemen- di molti letterati e anche del Cellini, che 
te VII e Paolo IH. Cfr. Marini, Archia- trovasi nominato in sei delle undici let- 
tre pontt/lci, I, 385-387. tere del Franzesi pubblio, nelle Prose 
27. Hmttio Fransoti fiorentino: poeta Fiorent, racoolte dallo Smarrito (1661). 

Gbllivt, Vita. 11 



162 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



io non havevo male. Inperò stando cosi in cervello, mi veniva a tro- 
vare alletto un y echio terrìbile! il quale mi voleva istrascioare per 
forza drento in una sua barca grandissima ; per la qual cosa io chia- 
mavo quel mio Felice, che si accostassi a me e che cacciassi via 

5 quel vechio rìbaldo. Quel Felice che mi era amorevolissimo correva 
piagnendo e diceva: tira via, vechio traditore, che mi vuoi rubare 
ogni mio bene. Mr Giovanni Gaddi allora, eh' era quivi alla presenza, 
diceva: il poverino farnetica, e ce n'è per poche ore. Quel* altro 
Mattio Franzesi diceva: gli à letto Dante, e in questa grande 

10 infermità gli è venuto questa vagillatione : e diceva cosi ridendo : 
tira via, vechio ribaldo, e non dar noia al nostro Benvenuto. Vedu- 
tomi schernire, io mi volsi a mr Giovanni Gaddi et allui dissi: caro (csie») 
mio padrone, sappiate che io non farnetico, e che gli è il vero di que- 
sto vechio che mi dà questa gran noia : ma voi faresti bene il meglio 

15 a levarmi dinanzi cotesto isciagurato di Mattio, che si ride del mio 
male : e da poi che vostra signoria mi fa degnio che io la vegga, 
doverresti venirci con mr Antonio Allegretti o con Mr Annibal Caro, 
o con di quelli altri vostri virtuosi, i quali son persone d'altra di- 
schretione e d' altro ingegno, che non è cotesta bestia. Allora Mr Gio- 

20 vanni disse per motteggio a quello Mattio, che si gli levassi dinanzi 
per sempre ; ma perché Mattio rise, il motteggio divenne dadovero, 
perché mai più Mr Giovanni non lo volse vedere, e fece chiamare 
Mr Ant.o Alleghretti e mr Lodovico, e mr Annibal Caro. Giunti che 
furono questi huomini dabene, io ne presi grandissimo conforto, e 

25 con loro ragionai in cervello un pezo, pure sollecitando Felice che 
cacciassi via il vechio. Misser Lodovico mi dimandava quel che mi 
pareva vedere, e come gli era fatto. Inmentre che io gnene dise- 
gniavo con le parole bene, questo vechio mi pigliava per un braccio, (c.2i7a) 
e per forza mi tirava a sé ; per la qual cosa io gridavo che mi aiu- 

30 tassino perché mi voleva gittar sotto coverta in quella sua spa- 
ventata barca. Ditto quest'ultima parola, mi venne uno sfinimento 
grandissimo, e a me parve che mi gettassi in quella barca. Dicono 
che allora in questo svenire, che io mi scagliavo e che io dissi di 
male parole a mr Giovanni Gaddi, si che veniva per rubarmi, e 

35 non per carità nessuna; e molte altre bruttissime parole, le quale 
fecion vergogniare il ditto mr Giovanni. Di poi dissono che io mi 
fermai come morto : e soprastati più d' un' ora, parendo loro che 
io mi freddassi, per morto mi lasciorono. E ritornati a casa loro, 

15. In O dopo alevarmi/ è ui cass. Un. aman. -~ 22. In O dopo chiamare è an casi, 
lln. aman. 



9. gli à letu DanU: (lnf.,uu S2-SÌ). Gridando: Guai a voi anime prave. 
« Ed ecco verso noi venir per nave 17. Antonio Allogrettl. Cfr. la nota alla 

Un vecchio bianco per antico pelo, riga 19 della p. 98. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



163 



lo seppe quel Mattio Franzesi, il quale schiisse a Firenze a mr Bene- 
detto Varchi mio carissimo amico, che alle tante ore di notte lor mi 
havevano veduto morire. Per la qual cosa quel gran virtuoso di 
Mr Benedetto, e mio amicissimo, sopra la non vera ma si ben chreduta 
morte fece un mirabil sonetto, il quale si metterà al suo luogo. Passò 5 

<e.si7&) più di tre grande ore prima che io mi rinvenissi ; e fatto tutti e* ri- 
medi del sopraditto maestro Fran.^o, veduto che io non mi risentivo, 
Felice mio carissimo si cacciò a correre a casa maestro Fran.co da 
Norcia, e tanto pichiò, che egli lo svegliò e fecelo levare, e piagnendo 
lo pregava che venissi a casa, che pensava che io fussi morto. Al io 
quale, maestro Fran.<» che era coUorosissimo, disse : figlio, che pensi 
tu che io faccia a venirvi ? se gli è morto, a me duol egli più che atte; 
pensi tu che con la mia medicina venendovi io li possa soffiare in 
culo e rendertelo vivo? Veduto che '1 povero giovane sene andava 
piangendo, lo chiamò indrieto, e gli dette certo olio da ugnermi 15 
e' polsi e il quore, e che mi serrassino istrettissime le dita migniole 
de' piedi e delle mane ; e che se io rinvenivo, che subito lo mandas- 
sino a chiamare. Partitosi Felice, fece quanto maestro Fran.^ gli 
aveva detto ; e essendo fatto quasi di chiaro, e parendo loro d'esser 
privi di speranza, dettono ordine a fare la vesta et a lavarmi. In un so 
tratto io mi risenti', e chiamai Felice, che presto presto cacciassi 

(c2i8a) via quel vechio che mi dava noia. Il qual Felice volse mandare per 
maestro Franzo ; et io dissi che non mandassi, e che venissi quivi 
da me, perché quel vechio subito si partiva et haveva paura di lui. 
Accostatosi Felice a me, io lo toccavo, e mi pareva che quel vechio ss 
infuriato si scostassi ; però lo pregavo che stessi sempre da me. Com- 
parso maestro Franzo, disse che mi voleva campare a ogni modo, e 
-che non haveva mai veduto maggior virtù in un giovane a' sua di 
di quella ; e dato mano allo schrivere, mi fece profumi, lavande, un- 
tione, impiastri, e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenti' con ^^ 
più di venti migniatte al culo, forato, legato e tutto macinato. Es- 
sendo venuto molti mia amici a vedere il miracolo de il resuscitato 
morto, era comparso huomini di grande importanza et assai; pre- 
sente i quali, io dissi, che quel poco del' oro e de' danari, quali po- 
so. In O il no di dettono ó loprar. amitn. 



1. Benedetto VareU. Nato in Firenze 
il 19 Marzo 1503 e morto a Montevarchi, 
ài dove era oriundo, il 18 Dicembre 1565. 
Fu gran partigiano degli Strozzi e li se- 
gui nelle varie loro vicende a Bologna, a 
Venezia, a Padova, e nel 1536 in Toscana, 
oeir impresa che fini colla sconfitta di 
Sestino. Nonostante ciò, chiamato a Fi- 
renze da Cosimo I ebbe nel 1543 V inca- 



rico di scrivere la storia fiorentina di 
quegli ultimi anni, e r adempì con fe- 
deltà, come è noto, ma anche con lode- 
vole e singolare libertà di giudizio. (Cfr. 
G. Milanesi Introduzione alla più vol- 
te cit. ediz. della Stor. fior,). Per le 
relazioni con Benvenuto vedi quanto è 
detto nella Introdì^ioney e cfr. Plon. 
op. cit. passim. 



164 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

tevano essere in circa ottocento scudi fra oro, argento, gioie et da- 
nari, questi volevo che fussino della mia povera sorella clie era a 
Firenze, quale haveva per nome mona Liperata; tutto il restante 
della roba mia, tanto arme, quanto ogni altra cosa, volevo che fus- 

9 sino del mio carissimo Filice, e cinquanta ducati d* oro più, accioché (3i8&> 
lui si potesse vestire. A queste parole Filice mi si gittò al collo, di- 
cendo che non voleva nulla, altro che mi voleva vivo. Allora io dissi : 
se tu mi vuoi vivo, toccami accotesto modo, e sghrida accotesto vec- 
chio, che a di te paura. A queste parole v* era di quelli che spaven- 

^^ tavano, conosciuto che io non farneticavo, ma parlavo a proposito et 
in cervello. Cosi andò faccendo il mio gran male, e poco miglioravo. 
Maestro Francesco eccellentissimo veniva quattro volte e cinque il 
giorno : mr Giovanni Gaddi, che s' era vergogniato, non mi capitava 
più innanzi. Comparse il mio cognato, marito della ditta mia sorella: 

15 veniva di Fiorenzo per la heredità: et perché gli era molto huomo 
da bene, si rallegrò assai l'avermi trovato vivo: il quale a me dette 
un conforto inistimabile il vederlo, e subito mi fece carezze dicendo 
d'essere venuto solo per governarmi di sua mano propria; et cosi 
fece parechi giorni. Di poi io nelo mandai, havendo quasi sicura 

^ isperanza di salute. Allora lui lasciò il sonetto di mr Benedetto Var- 
chi, quale è questo: 

IN LA CHREDUTA KT NON VERA MORTE DI (c.tl9o) 

BENVENUTO CELLINI. 

Chi ne consolerà, Mattio? chi fia 
che ne vieti il morir piangendo, poi 
che pur è vero, oimé, che sanza noi 
25 cosi per tempo al ciel salita sia 

Quella chiara alma amica, in cui fioria 
virtù cotal, che fino a' tempi suoi 
non vidde equal, né vedrà, credo, poi 
il mondo, onde i miglior si fuggon pria? 
80 Spirto gentil, se fuor del mortai velo 

s'ama, mira dal Ciel chi in terra amasti, 
pianger non già '1 tuo ben, ma '1 proprio male. 
Tu ten sei gito a contemplar su 'n cielo 
r alto Fattore, e vivo il vedi hor quale 
95 con le tue dotte man quaggiù il formasti. 

Era la infìrmità stata tanta inistimabile, che non pareva possibile 
di venirne a fine,* e quello huomo da bene di maestro Fran.co da 

85. In O Taman., colla sua migliore scrittara ha tcrltto il sonetto, che a prima vista 
può parere antog^. Coli. L* ultimo rerfo cominciava con le dué e in due è corr. tu* 
forse di roano del Varchi, ohe appose al sonetto la firma Bened, Var, Dopo la cass. aman. 
di moitratti viene /ortna$ti/. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 166 



Norcia ci durava più fatica che mai, et ogni giorno mi portava nuovi 
rimedii, cercando di consolidare il povero is temperato istrumento, e 
con tutte quelle inistimabil fatiche non pareva che fussi possibile 

(e.si9fr) venire a capo di questa indegnatione ; in modo che tutti e* medici se- 
ne erano quasi disperati, et non sapevano più che fare. Io che havevo & 
una sete inistimabile, e mi ero riguardato, sicome loro mi havevano 
ordinato, di molti giorni : e quel Felice, che gli pareva haver fatto 
una bella impresa a camparmi, non si partiva mai da me; e quel 
vechio non mi dava più tanta noia, ma in sogno qualche volta mi 
visitava. Un giorno Felice era andato fuora, e a guardia mia era i^ 
restato un mio fattorino et una serva, che si chiamava Beatrice. Io 
dimandavo quel fattorino quel che era stato di quel Cencio mio ra- 
gazzo, e che voleva dire che io non lo havevo mai veduto a' mia 
bisogni Questo fattorino mi disse che Cencio haveva hauto assai 
maggior male di me, e che gli stava in fine di morte. Felice haveva ^^ 
lor comandato che non melo dicessino. Detto che m* ebbe tal cosa, 
io ne presi grandissimo dispiacere : di poi chiamai quella serva detta 
Beatrice, pistoiese, e la pregai che mi portassi pieno d'acqua chiara 
e fresca uno infrescatoio grande di chris tallo, che ivi era vicino. 

<c.noo) Questa donna corse subito, e melo portò pieno. Io li dissi che melo *^ 
appoggiassi alla bocca, e che se la mene lasciava bere una sorsata 
a mio modo, io li donerei una gammurra. Questa serva, che m'aveva 
rubato certe cosette di qualche inportanza, per paura che non si ri- 
trovassi il furto, harebbe hauto molto a caro che io fussi morto,* di 
modo che la mi lasciò bere di quell'acqua per dua riprese quant'io ^^ 
potetti, tanto che buonamente io ne bevvi più d'un fiasco: di poi mi 
copersi e cominciai a sudare e adormenta'mi. Tornato Felice di poi 
che io dovevo haver dormito in circa a un'ora, dimandò il fanciullo 
quel che io facevo. H fancciuUo gli disse: io non lo so: la Beatrice 
gli à portato pieno quello infrescatoio d'acqua, e l'à quasi beuto ^ 
tutto; io non so ora se s'è morto o vivo. Dicono che questo povero 
giovane fu per cadere in terra per il gran dispiacere che gli ebbe ; 
dipoi prese un mal bastone, e con esso disperatamente bastonava 
quella serva, dicendo : oimé, traditora, che tu me l' ài morto ! lumen- 
tre che Felice bastonava e lei gridava, et io sognavo; e mi pareva '* 
che quel vechio haveva delle corde in mano ; e volendo dare ordine 
di legarmi, Felice l'aveva sopraggiunto, e gli dava con una scura, 

(c.Mot) io modo che questo vechio fuggiva, dicendo; lasciami andare, che 
io non ci verrò di gran pezo. In tanto la Beatrice gridando forte era 
corsa in camera mia: per la qual cosa svegliatomi, dissi: lasciala ^ 

1. In O dopo ogni giorno tono casa. lin. aman. le parole nuo/vi rimedii che furono 
potpotte a portava, -~ 5. In O pare fotse loritto /ar§i ma 1* < (/are) sembra eia etata 
•opraioritta al «i, aman. -~ 12. In O quel ò soprar, tra di e eaneto, aman. — 14. In O 
ar. a queeto è h (forse principio di lui) eass. aman. — 81. In O dopo ttUto ò nn so- 
eondo tuttOf cass. lin. aman. — 34. In O tu è soprascritto a un <3l : aman. 



166 VITA DI BENVENUTO CBLLINI 

stare, che forse per farmi male eia m' à fatto tanto bene, che tu non 
hai mai potuto con tutte le tue fatiche far nulla di quel che V à fatta 
ogni cosa: attendetemi a 'iutare che io son sudato; e fate presto. 
Riprese Filioe animo, mi rasciugò e confortò : et io che senti* gran-* 
5 dissimo miglioramento, mi promessi la salute. Oonparso maestro 
Francesco, veduto il gran miglioramento, e la serva piagnere, e '1 fat- 
torino correre inanzi e 'ndrieto, e Filice ridere, questo scompiglio 
dette da chredere al medico che vi fussi stato qualche stravagante 
caso, per la qual cosa fussi stato causa di quel mio gran migliora- 
lo mento. Intanto comparse quel' altro maestro Bernardino, che da prin- 
cipio non mi haveva voluto cavar sangue. Maestro Francesco, va- (e.f2ia)' 
lentissimo huomo, disse : o potentia della natura, lei sa e* bisogni 
sua, e i medici non sanno nulla. Subito rispose quel cervellino di 
maestro Bernardino e disse: se e' ne beeva più un fiasco, e' gli era 
15 subito guarito. Maestro Fran«<^ da Norcia, huomo vechio e di grande 
autorità, disse: egli era il malan che dio vi dia. E poi si volse a me, 
e mi domandò se io ne harei potuta ber più: al quale io dissi che 
no, perché io m'ero cavato la sete afatto: allora lui si volse al ditto 
maestro Bernardino e disse : vedete voi, che la natura haveva preso 
to apunto il suo bisogno e non più e non manco? Cosi chiedev'ella il 
suo bisogno, quando il povero giovane vi richiese di cavarsi sangue : 
se voi cognoscevi che la salute sua fussi stata ora inel bere dua 
fiaschi d'acqua, perché non l'aver detto prima ? e voi ne haresti hauto 
il vanto. A queste parole il mediconsolo ingrogniate si parti, e non 
S5 vi capitò mai più. Allora maestro Francesco disse che io fussi ca- 
vato di quella camera, e che mi facessi n portare inverso un di quei 
colli di Roma. Il cardinal Comare, inteso il mio miglioramento, mi 
fece portare a un suo luogo che gli aveva in Monte Cavallo: la sera 
medesima io fui portato con gran dib'genza in sur una sedia ben (eJSifr) 
so coperto e saldo. Giunto che io fui, cominciai a vomitare; inel qual 
vomito mi usci dello stomaco un verme piloso, grande un quarto di 
braccio : e' peli erano grandi et il verme era bruttissimo, macchiato 
di diversi colorì, verdi, neri e rossi: serbossi al medico; il quale disse 
non haver mai veduto una cotal cosa, e poi disse a Felice : babbi or 
35 cura al tuo Benvenuto, ohe è guarito e non gli lasciar far disordini; 
perché se ben quello 1' à campato, un altro disordine ora telo ama- 
zerebbe: tu vedi, la infermità è stata si grande, che portandogli 
l' olio santo noi non eramo stati a tempo ; ora io oogniosco che con 
un poco di patientia e di tempo è' farà anchora dell'altre belle opere. 
Poi si volse a me e disse: Benvenuto mio, sia savio e non fare di- 



1. In O era scritto /ale; è eorr. maU, toprar. ; d*aItro inehlottro. -~ 9. In O è •eritto 
aiutare, -~ SO. In O dopo «tto è caas. lin. aman. dover* e dopo non/ pan, e tra ehi* 
edev^ ella è caii. della il lin. aman. fl quale aveva frainteso pan per man^ eMedella per 
ehiedev* ella, — 2i. In O del solito inefaiostro più chiaro è eorr. in i r« di m«<i»eoiMo(o. 



40 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



167 



sordini nessuno : e come tu se* guarito voglio che turni faccia una 
nostra Donna di tua mano, perché la voglio adorar sempre per tuo 

(t.ma) amore. Allora io gnene promessi; dipoi lo domandai se fussi bene 
che io mi trasferissi in sino a Firenze. Allora e' mi disse che io mi 
assicurassi un po' meglio, e che e* si vedessi quel che la natura fa- 
ceva. Passato che noi (avemmo) otto giorni, il miglioramento era tanto 
poco, che quasi io m'ero Tenuto a noia a me medesimo; perché io 
ero stato più di cinquanta giorni in quel gran travaglio: e resolu- 
tomi mi messi in ordine ; e in un paio di ceste il mio caro Filice et 
io cene andammo alla volta di Firenze; e perché io non havevo 
schritto nulla, giunsi a Firenze in casa la mia sorella dove io fui 
pianto e riso a un colpo da essa sorella. Per quel di mi venne a ve- 
dere molti mia amici ; fra gli artri Pier Laudi, eh' era il maggior et 
il più caro che io havessi mai al mondo: l'altro giorno venne un 
certo Nicholò da Monte Aguto, il quale era mio grandissimo amico, 
e perché gli aveva sentito dire al duca: Benvenuto faceva molto me- 
glio a morirsi, perché gli è venuto qui a dare in una caveza, e non 
gne (ne) perdonerò mai: venendo Nicholò a me, disperatamente mi 
disse: oimé Benvenuto mio caro, che se' tu venuto a far qui? non 
sapevi tu quel che tu hai fatto contro al duca ? che gli ò udito giu- 
rare, dicendo che tu sei venuto a dare in una caveza a ogni modo. 

(e.S286) Allora io dissi: Nicholò, ricordate a sua eccelentia che altretanto 
già mi volse fare papa Chlemente, e a si gran torto ; che faccia te- 
ner conto di me, e mi lasci guarire, per che io mostrerrò a sua ec- 
cellentia, che io gli sono stato il più fidel servitore che gli ara mai 
in tempo di sua vita, e perché qualche mio nimico harà fatto per 
invidia questo cattivo ufitio, aspetti la mia sanità, che come io posso 
gli renderò tal conto di me, che io lo farò maravigliare. Questo cat- 
tivo ufitio l'aveva fatto Giorgetto Vassellario aretino, dipintore, forse 
per remuneratione di tanti benifitii fatti allui; che havendolo trat- 
tenuto in Roma e datogli le spese, e lui messomi assoqquadro la 

6. In O nutnoft il verbo dopo noi, — 18. In O 11 secondo gn» è soprAr. di ftltro 
ineh. e earAttere. 



10 



15 



to 



S5 



30 



11. ttimnii a FIrenie. Il 9 di Novembre 
del 1535, come si rileva da una lettera 
del Varchi al Bembo, in data del 10: 
« M. Benvenuto nostro, che cosi vera- 
mente si può chiamare, venne ier sera 
da Roma in ceste, non al tutto netto 
di febbre, ma di sorte che non c'è più 
dubbio al mondo né pericolo alcuno 
della vita ». E il Bembo rispose al Var- 
chi, mostrandosi lietissimo della buona 
nuova : in data 28 detto, Bembo Lett, 
voL lU, lib. IX. 

13. Pier L«n4l. Cfr. la nota alla riga 



35 della p. 36. 

15. Ilekolò dA Monte A«nto. Cfr. la 
nota alla riga 8 della p. 147. 

29. Oierffette YMtellarlo. Giorgio Va- 
sari aretino (1512-1674), il noto autore 
delle Vite de* più eccellenti pittori , 
scultori ed architettori. Per le notizie 
biografiche, vedi quanto egli stesso dice 
nella Descrizione delle opere di G, V, 
(fino al 1566). Il Cellini lo nomina spesso 
nella Vita e nelle Rime (edite dal Mi- 
lanesi in appendice ai Trattati^ ed. cit. 
pp. 324, 326, 381, 398) ma con parole di 



168 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



casa ; perché gli aveva una sua lebbrolina secca, la quale gli aveva 
usato le mane a grattar sempre, e dormendo con un buon garzone 
che io havevo, che si domandava Manno, pensando di grattar sé, 
gli aveva scorticato una gamba al detto Manno con certe sua spor- 

5 che manine, le quale non si tagliava mai Pugna. Il ditto Manno prese 

da me licenza, e lui lo voleva amazare a ogni modo: io gli messi (cttSa) 
d'accordo ; di poi acconciai il detto Giorgio col cardinal de' Medici, 
e sempre lo aiutai. Questo è il merito, che lui haveva detto al duca 
Lessandro eh' io havevo detto male di sua eccellentia, e che io m'ero 

10 vantato di volere essere il primo a saltare in su le mura di Firenze 
d'accordo con li nimici di sua eccellentia fuorasciti. Queste parole, 
sicondo che io intesi poi, glie ne faceva dire quel galant'huomo di 
Ottaviano de' Medici, volendosi vendicare della stizza che haveva 
haute il duca seco per conto delle monete e della mia partita di Fi- 

15 renze; ma io ch'ero innocente di quel falso apostomi, non hebbi una 
paura al mondo: et il valente maestro Fran.«o da Montevarchi con 
grandissima virtù mi medicava, e ve lo haveva condotto il mio ca- 
rissimo amico Luca Martini, il quale la maggior parte del giorno 
si stava meco. Intanto io havevo rimandato a Roma il fidelissimo 

so Fillce alla cura delle faccende di là. Sollevato alquanto la testa dal 
primaccio, che fu in termine di quindici giorni, se bene io non po- 

4. In O scorticato ha tal casa, fra tcorti e eato. — 6. In O Io ò soprar, a lui: aman. 
— 8. In O avanti a Questo ò qt (forse principio di questo con iniziale minuscola) caas. 
lin. aman. Varie lettere sono ritoccate nella pagina. 



nou molta stima, sebbene il Vasari ab- 
bia accennato a lui, nelle Vite citate, 
con imparzialità e giustizia. {Opere ed. 
Milanesi, voli. Ili, V, VII passim). 

3. Manno Sbarri, orefice fiorentino, 
amicissimo del Vasari {Vite, ed. cit. 
voi. V, 373 e VII, 10) : su di lui vedi la 
Memoria del Ronchini, Manno ore/Ice 
fiorentino^ negli Atti della Deputazio- 
ne di 8tor. patr, delV Emilia, 1873 e 
Bertolotti, Art, lomb.j I, p. 858 e cfr. 
Plox op. cit. pp. JW7-8 e passim. 

12. file ne faoeva dire quel ralant'lLaomo 
di Ottaviano de' Mediei. Su Ottaviano de* 
Medici vedi la nota alla riga 8 della pag. 
155. 

16. maestro Franeetco da Montevareki. 
Medico, e appassionato delle arti belle. 
Neir Ercolano dice il Varchi : « essen- 
do ito a Ferrara con maestro France- 
sco Catani da Montevarchi, che è quel 
grande e dabbene uomo che voi sapete, 
per dover medicare T illustrissima et 



eccellentissima signora duchessa ». E 
in seguito: « r eccellentissimo Maestro 
Francesco Catani col quale sono con 
molti e strettissimi nodi indissolubil- 
mente legato ». 

18. Lnoa Hartimi. Grandemente auto- 
revole alla corte di Cosimo I, da cui, nel 
1555, ebbe la carica di Provveditore in 
Pisa. Fu anche poeta, e due suoi capi- 
toli burleschi si leggono in appendice 
alle Poesie del Bernt (Leida, 1824). Il Cel- 
lini fu di poi (1536) in corrispondenza con 
lui per una medaglia da farsi al Bembo 
(vedi la lettera nella ed. cit dei Trat- 
tati p. 270) : gli diresse, altresì, il Ca- 
pitolo che compose in prigione, e scrisse 
poi un sonetto per la sua morte edito dal 
MORENi: Sonetti d* Angiolo Attori, 1823, 
p. 21 (e cfr. Trattati, ed. Milanesi, p. 
390). V. anche Plon op. cit. passim, e 
Gigli raccolta di Studi sulla Divina 
Commedia, dove è una Notizia di Luca 
Martini a pp. zxxi e seg. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 169 



{e.mb) tevo andare con i mia piedi, mi feci portare innel palazzo de* Medici, 
su dove è il terrazino : cosi mi feci mettere a sed(e)re per aspettare il 
duca che passassi. E facendomi motto molti mia amici di corte, molto si 
maravigliavano che io havessi preso quel disagio a farmi portare in 
quel modo, essendo dalla infirmità si mal condotto; dicendomi che 5 
io dovevo pure haspettar d'esser guarito, e dipoi visitare il duca. 
Essendo assai insieme ragunati, e tutti mi guardavano per mira- 
colo ; non tanto 1* ha vere inteso che io ero morto, ma più pareva loro 
miracolo, che come morto parevo loro. Allora io dissi, presente tutti, 
come gli era stato detto da qualche scellerato ribaldo al mio signor io 
duca, che io mi ero vantato di volere essere il primo a salire in su 
le mura di sua eccellentia, e che apresso io havevo detto male di 
quella: per la qual cosa a me non bastava la vista di vivere né di 
morire, se prima io non mi purgavo da questa infamia, e conoscere 

icMia) chi fussi quel temerario ribaldo che havessi fatto quel falso rap- i* 
porto. A queste parole s'era ragunato una gran quantità di que' gen- 
til'huomini; e mostrando bavere di me grandissima compassione, e 
chi diceva una cosa e chi un'altra, io dissi che mai pid mi volevo 
partir di quivi insin che io non sapevo chi era quello che mi haveva 
accusato. A queste parole s' accostò fra tutti que' gentil' huomini «o 
Maestro Agostino, sarto del duca, e disse: se tu non vuoi sapere 
altro che cotesto, ora ora lo saprai. A punto passava Giorgio sopra- 
ditto, dipintore: allora maestro Agustino disse: ecco chi t'à accu- 
sato : ora tu sai tu se gli è vero o no. Io arditamente, cosi come io 
non mi potevo muovere, dimandai Giorgio se tal cosa era vera. Il «5 
ditto Giorgio disse che no, che non era vero, e che non haveva mai 
detto tal cosa. Maestro Austino disse: o inpiccato, non sai tu che io 
lo so certissimo? Subito Giorgio si parti, et disse che no, che lui 
non era stato. Stette poco et passò '1 Duca; al quali io subito mi 
feci sostenere innanzi assua ec.^^^, e lui si fermò. Allora io dissi so 
che io ero venuto quivi a quel modo, solo per iustificarmi. Il Duca 
mi guardava et si maravigliava che io fussi vivo; dipoi mi disse 

(e.m6) che io attendessi a essere huomo dabbene et guarire. Tornatomi a 
casa, Niccolò da Monte Aguto mi venne a trovare, e mi disse che 
io havevo passato una di quelle furie la maggiore del mondo, quale 85 
lui non haveva mai chreduto; perché vidde il male mio schritto 
d'uno immutabile inchiostro, e che io attendessi a guarire presto 
e poi mi andassi con dio, perché la veniva d' un luogo e da huomo, 
il quale mi harebbe fatto male. E poi ditto guarti, e' mi disse: che 
dispiaceri a' tu fatti a quel ribaldaccio di Ottaviano de' Medici? Io *o 



1. In O con i ò soprar. 4d aloane lettere casa. Un. aman. e il r# di portare viene 
in fuori sul marg. destro dopo una cass : aman. Al principio poi della e. 223 b sono cass. 
aman. le parole Alla presenza In ea». — 9. In O come ò soprar: aman. — 11. In O 
ar. a ealire è «a cass. aman. — 17. In O è scritto moetando» — 19. O era soprar, aman . 



170 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



gli dissi che mai io havevo fatto dispiacere allui, ma che lui ne 
ha ve va ben fatti a me: e contatogli tutto il caso della zecca, e' mi 
disse : vatti con dio il più presto che tu puoi e sta* di buona voglia, 
che più presto che tu non chredi vedrai le tua vendette. Io attesi 

5 a guarire : detti consiglio a Pietro Pagolo ne' casi delle stampe delle 
monete; dipoi m'andai con Dio, ritornandomi a Roma, sanza far 
motto al duca o altro. 

Giunto che io fui a Roma, rallegratomi assai con li mia amici, 
cominciai la medaglia del duca; e havevo di già fatto in pochi giorni 

10 la testa in acciaio, più bella opera che mai io havessi fatto in (css&a) 
quel genere, e mi veniva a vederer ogni giorno una volta al mancho 
un certo isciochone, chiamato mr Fran.oo Soderini; e veduto quel 
che io facevo, più volte mi disse : Oimé, chrudelaccio, tu ci vuoi pure 
inmortalare questo arrabbiato tiranno. £ perché tu non facesti mai 

15 opera si bella, a questo si cognosce che tu sei svicerato nimico no- 
stro, e tanto amico loro, che il papa e lui t'^no pur voluto fare 
impiccar dua volte a torto: quel fu il padre e il figliuolo; guardati 
ora dallo spirito santo. Per certo si teneva che il duca Lessandro 
fussi figliuolo di papa Chlemente. Anchora diceva il ditto Mr Fran.«o 

20 e giurava ispressamente, che, se lui poteva, che m'arebbe rubato 
que' ferri di quella medaglia. Al qual io dissi, che gli aveva fatto 
bene a dirmelo, e che io gli guarderei di sorte, che lui non gli ve- 
drebbe mai più. Feci intendere a Firenze che dicessino a Lorenzino 
che mi mandassi il rovescio della medaglia. Niccolò da Monte Aguto, 

n a chi io l'avevo schritto mi schrisse cosi, dicendomi ohe n' aveva do- 
mandato quel pazo malinconico filosapho di Lorenzino; il quale gli (e.i25&) 
aveva detto che giorno e notte non pensava ad altro, e che egli lo 
farebbe più presto ch'egli avessi possuto: però mi disse, che io non 

12. In O dopo veduto sono o&ai. aman. le parole ciò che io /aeevo, •— 16. In O pur 
e fare tono soprar, aman. — 2i. In O dopo medaglia/ ò il quale oaM. Un. aman. •» 
27. In O Io è soprar: aman. 



12. meiter Franeeseo Sederini. Fu con- 
finato a Spello nel 1530 con gli altrì an- 
timedicei (Varchi, ed. cit. Il 412) «E 
mori poi (1551) » dice il Busini, Lettere 
cit. XXIJ, « quello scioccone di messer 
Francesco Soderini che non fece mai 
la migliore opera che lasciare mille 
scudi di entrata a messer Tommaso e 
ne farà bene la Cecca siciliana ». 

18. eke il dmea Leuaadre fiMi flflinele 
di papa Ohlemente. Che questa fosse ere- 
denza comune, mostra anche il Varchi 
Stor. /for., ediz. cit., I, 379. II, 433. Ma 
il Varchi stesso, in principio delia sua 
storia, lo dice figliuolo naturale di Lo- 
renzo duca d* Urbino : fu seguito in ciò 



dal Segni, Stor. fior,, ed. cit. p. 5. 

26. pase mallneenlee fllosapke di Loren- 
line. È opportuno confrontare il se- 
guente passo del Giovio Istorie del suo 
tempo j trad. da L. Dombnichi, I, xxxviii. 
« Lorenzino con volto pallido e con fron- 
te manìnconosa passeggiava solo, pò* 
chissimo e con pochi ragionando. Fre- 
quentava i luoghi solitari e riposti della 
città, e mostrava si manifesti segni 
d* umor maninconico eh* alcuni tacita- 
mente avevano cominciato a farsi beffa 
di lui, alcuni altri più accorti sospet- 
tavano che neir animo suo andasse di- 
segnando e macchinando qualche terri- 
bile impresa». 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 171 



ponessi speranza a' suo rovescio, e che io ne facessi uno da per me 
di mia pura inventione; e che finito che io l'avessi, liberamente lo 
portassi al duca, che buon per me. Avendo fatto io un disegno d' un 
rovescio qual mi pareva a proposito, e con più soUecitudine che io 
potevo lo tiravo inanzi ; ma perchè io non ero anchora assicurato di 5 
quella ismisurata infirmità, mi pigliavo assai piaceri ineP andare a 
caccia col mio scoppietto insieme con quel mio caro Filice, il quale 
non sapeva far nulla dell'arte mia, ma perchè di continuo di e notte 
noi eramo insieme, ogniuno s'inmaginava che lui fussi eccellentis- 
simo nel' arte. Per la qual cosa, lui ch'era piacevolissimo, mille io 
volte ci ridemmo insieme di questo gran chredito che lui si haveva 

{cjg»a) acquistato; e perché egli si domandava Filice Guadagni, diceva mot- 
teggiando meco: io mi chiamerei Filice guadagnipoco ; se non che 
voi mi havete fatto acquistare un tanto gran chredito, che io mi 
posso domandare de' guadagni assai. Et io gli dicevo, che e' sono 15 
dua modi di guadagniare: il primo è quello che si guadagna a sé, 
il sicondo si è quello che si guadagna ad altri; di modo che io lo- 
davo in lui molto più quel sicondo modo che '1 primo, avendomi egli 
gnadagniato la vita. Questi ragionamenti noi gli avemmo più e più 
volte, ma in fra l'altre un di del' Epifanìa che noi eramo insieme 2o 
presso alla Magliana, e di già era quasi finito il giorno : il qual giorno 
io havevo amazato col mio scoppietto del' anitre e del' oche assai 
bene; e quasi resolutomi di non tirar più, il giorno cene venivamo 
sollecitamente in verso Roma. Chiamando il mio cane, il quale chia- 
mavo per nome Barucco, non melo vedendo innanzi, mi volsi, e vidi 25 
che il ditto cane amaestrato guardava certe oche che s' erano appol- 
laiate in tm fossato. Per la qual cosa io subito iscesi ; messo in or- 
dine il mio buono scoppietto, molto lontano tirai loro, e ne investi' 

(e.2S6ò) dua con la sola palla; che mai non volsi tirare con altro che con la 

sola paUa, con la quale io tiravo dugento braccia, et il più delle so 
volte investivo; che con quell'altri modi non si può far cosi; di modo 
che avendo investito le dua oche, una quasi che morta et l'altra 
ferita, che cosi ferita volava malamente, questa la seguitò il mio 
cane e portommela , l'altra veduto che la si tuffava adrento inel fos- 
sato, li sopraggiunsi adesso. Fidandomi de' mia stivali ch'erano as- 35 
sai alti, spignendo il piede innanzi, mi si sfondò sotto il terreno : se 

6. In O dopo piaceri è an c&as. Un. «man. — 8. In O dopo pereh*/ è da casa. 
Ila. aman. — 18. In O dopo più ò il cass. Un. aman. — S4. dopo roma ò uen e dopo 
cane cais. Un. aman che per nom. 



81. Mafllaiia. Castello da caccia in Giulio II; che poi Leone X, a cui piace- 

riva al Tevere a non molta distanza da va molto il cacciare, vi si recava spesso. 

Roma. 0.0. ricòrda che lo costruì In- Nella cappella fu dipinto da Raffaello il 

Aocenzio Vili e che fu accresciuto da martirio di santa Cecilia. 



172 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



bene io presi Poca, havevo pieno io stivale della gamba ritta tutto 
d'accqua. Alzato il piede all'aria, votai Tacqua, e montato a cavallo, 
ci sollecitavano di tornarcene a Roma; ma perchè egli era gran 
freddo, io mi sentivo di sorte diacciare la gamba, ohe io dissi a Fi- 

5 lice: qui bisognia soccorrer questa gamba, perché io non cognosco 

più modo a poterla sopportare. Il buon Filice sanza dire altro scese (o.S27a) 
del suo cavallo, e preso cardi e legniuzzi e dato ordine di voler far 
fuoco, in questo mentre che io aspectavo havendo poste le mane in 
fra le piume del petto di quel' oche, senti' assai caldo; per la qual 

10 cosa io non lasciai fare altrimenti fuoco, ma empie' quel mio stivale 
di quelle piume di quell'oca, e subito io sentii tanto conforto, che 
mi dette la vita. Montati a cavallo, venivamo sollecitamente alla volta 
di Roma. Arrivati che noi fummo in un certo poco di rialto, era di 
già fatto notte, guardando in verso Firenze, tutti a dua d' accordo 

15 movemmo gran voce di maraviglia, dicendo: o dio del cielo, che 
gran cosa è quella che si vede sopra Firenze ? Questo si era com'un 
gran trave di fuoco, il quale scintillava e rendeva grandissimo splen- 
dore. Io dissi a Filice: certo noi sentiremo domane qualche gran 
cosa sarà stata a Firenze. Cosi venuticene a Roma ; era un buio gran- 

so dissimo : e quando noi fummo arrivati vicino al Banchi e vicino alla 

casa nostra, io havevo un cavalletto sotto, il quale andava di por- (c.2«7») 
tante furiosissimo, di modo che, essendosi el di fatto un monte di 
calcinacci e tegoli rotti nel mezo della strada, quel mio cavallo non 
vedendo il monte, net io, con quella furia lo salse, di poi allo scen- 
so dere traboccò, in modo che fare un tombolo: si messe la testa in 
fra le gambe ; onde io per propria virtù de dio non mi feci un male 
al mondo. Cavato fuora e' lumi da' vicini a quel gran remore, io 
ch'ero saltato in pie, cosi, sanza montare altrimenti, mene corsi a 
casa ridendo che havevo scampato una fortuna da rompere il collo. 

90 Giunto a casa mia, vi trovai certi mia amici, a i quali, inmentre che 
noi cenavamo in sieme, contavo loro le istrettezze della caccia e quella 
diavoleria del trave di fuoco che noi havevamo veduto: e' quali di- 
cevano : che domin vorrà significar cotesto ? Io dissi : qualche novità 
è forza che sia advenuto a Firenze. Cosi passatoci la cena piacevol- («•**«•) 

95 mente, l'altro giorno al tardi venne la nuova a Roma della morte 
del duca Lessandro. Per la qual cosa molti mia conoscenti mi veni- 

10. In O non ò fopr*r. a io: più * destra òun altro non oass. lln. aman. <— 19. la O 
dopo aro/ ma tono oass. lln. aman. le parole trovammo a casa aleuni noitri ami/ei. — 
SI. In O ò scritto u {eaualUtto) senza nessan segno di abbrevlaxlone. — 29. In O dopo 
collo è trovai cass. lln. aman. 



35. morte del dnea Loiaandro. Avvenne renze, Sansoni, 1807, p. 131 e seg. Va.r- 
nella notte fra il 5 e il 6 Gennaio del 1537. chi, Stor. /fon, ed. cit III 182-88 e Sboni, 
Cfr. Lisio Orat, scelte delseo. XV/, Fi- Jstor, /lor,, ed. Oaroani, p. 815. 



VITA DI BENVENUTO CKLLINI 



173 



yan dicendo : ta dicesti bene, che sopra Firenze saria accaduto qual- 
che gran cosa. In questo veniva assaltachione in sun una sua 
mulettaccia quel mr Fran.<^ Soderini. Ridendo per la via forte alla 
'npazata, diceva: quest'è il rovescio della medaglia di quello iscel- 
lerato tiranno, che t'aveva promesso il tuo Lorenzino de* Medici: 5 
e di più aggixigneva : tu ci volevi inmortalare e* duchi : noi non vo- 
glian più duchi: e quivi mi faceva le baie come se io fussi stato 
un capo di quelle sette che fanno e' duchi. In questo e' sopraggiunse 
un certo Baccio Bettini, il quale haveva un capaccio come un cor- 
bello, et anchora lui mi dava la baia di questi duchi, dicendomi : noi io 
gli abbiamo isducati, e' non harem più duchi, e tu cegli volevi fare 
inmortali: con di molte di queste parole fastidiose. Le quale venu- 
temi troppo a noia, io dissi loro: o isciocconi, io sono un povero 

(e.288&) orefice, il quale servo chi mi paga, e voi mi fate le baie come se io 

fussi un capo di parte; ma io non voglio per questo rimproverare i* 
a voi le insatiabilità, pazie e dappocaggine de' vostri passati ; ma io 
dico bene a cotesto tante risa iscioche che voi fate, che innanzi che 
e' passi dua o tre giorni il più lungo, voi harete un altro duca, forse 
molto peggiore di questo passato. L'altro giorno appresso venne a 
bottega mia quello de' Bettini, e mi disse : e' non accadrebbe lo ispen- «o 
dere dinari in corrieri, perchè tu sai le cose inanzi che le si faccino: 
che spirito è quello che tele dice? E' mi disse, come Cosimo de' Me- 
dici figliuolo del signor Giovanni era fatto duca : ma che gli era fatto 
con certe conditioni, le quali l'arebbono tenuto, che lui non harebbe 
potuto isvolazare a suo modo. Allora toccò a me a ridermi di loro, ^^ 
e dissi: cotesti huomini di Firenze hanno messo un giovane sopra 

(e.229a) UQ maraviglioso cavallo, poi gli anno messo gli sproni, e datogli la 
briglia in mano in sua libertà, e messolo in sun un bellissimo campo, 
dove è fiori e frutti e moltissime delitie ; poi gli anno detto che lui 
non passi certi contrasegniati termini : or ditemi a me voi, chi è so 
quello che tener lo possa, quando lui passar li voglia. Le leggio non 
si posson dare a chi è padron di esse. Cosi mi lasciorno stare et non 
mi davon più noia. 

1. In O le parole dicesti hens si leggono a pena, per la forte cassatura del veno, 

— 15.J[n O dopo per ò eh« oass. lin. aman. È la forte cassatura ricordata nella nota 

preced. — 82. In O era scritto co$imjno e la oorrez. in eo»imo coli' o soprar, è delPaman. 



3. megser Franceieo Soderini. Cfr. la 
nota alla riga 12 della p. 170. 

9. Baeeio Bettini. A questo, secondo 
narra il Vasari, Mlclielangiolo « fece e 
donò un cartone d* una Venere con Cu- 
pido che la bacia, che è cosa divina ». 
Di lui si servi il Busini per mandare al 
Varchi le sue ben note Lettere sull'As- 
sedio di Firenze. 

22. Ceiimo de* Medici figlimelo del si- 



gnor GioTanni era fatto dnea. Il 9 di Gen- 
naio 1537 prese il titolo di duca, men- 
tre prima facevasi chiamare solamente 
« capo e governatore della repubblica ». 
Che precisamente si avverasse quan- 
to il Cellini dice aver preveduto, al- 
lorché ricevette la nuova di tale ele- 
zione, si può vedere nelle Storie del 
VARcm, lib.^JCV, e del Sbgni, Ub. Vili. 



174 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

Avendo atteso alla mia bottega, e seguitavo alcune mie faccende 
non già di molto momento, perché mi attendevo alla restauratione 
della sanità, e anchora non mi pareva essere assicurato dalla grande 
infìrmità che io havevo passata. In questo mentre lo imperatore tor- 

5 nava vittorioso dalla impresa di Tunizi, et il papa haveva mandato 
per me, e meco si consigliava che sorte di onorato presente io lo 
consigliavo per donare allo imperadore. Al quale io dissi, che il più. 
aproposi to mi pareva donare a sua maestà una croce d'oro con un 
Christo, al quale io havevo quasi fatto uno homamento, il quale sa- 
io rebbe grandemente aproposito e farebbe grandissimo honore a sua 

santità et a me. Avendo già fatto tre figurette d'oro, tonde, di gran- («-M^^) 
deza di un palmo in circa queste ditte figure furno quelle che io 
avevo cominciate per il calice di papa Chlemente : erano figurate per 
la fede, la speranza et la carità: onde io aggiunsi di cera tutto il 

15 restante del pie di detta crocie ; e portatolo al papa con il Christo di 
cera e con molti bellissimi ornamenti, sadisfece grandemente al papa ; 
e innanzi che io mi partissi da sua santità rimanemmo conformi di 
tutto quello che si haveva a fare, e appresso valutammo la fattura 
di detta opera. Questo fu una sera a quattro ore di notte: el papa 

so haveva dato commessione a mr Latino luvinale che mi facessi dar 
danari la mattina seguente. Parve al detto mr Latino, che haveva 
una gran vena di pazo, di volere dar nuova inventione al papa, la 
qual venissi dallui stietto; che egli disturbò tutto quello che si 
era hordinato ; e la mattina, quando io pensai andare per li dinari, 

25 disse con quella sua bestiale prosuntione : a noi tocca a essere gì' in- (ctsoa) 
ventori, et a voi gli operatori. Innanzi che io partissi la sera dal 
papa, noi pensammo una cosa molto migliore. Alle qual prime j>a- 
role, non lo lasciando andar più innanzi, gli dissi : né voi né il papa 
non può mai pensare cosa migliore, che quelle dove e' s'interviene 

zo Christo ; si che dite ora quante pappolate cortigianesche voi sapete. 
Sanza dir altro si parti da me in coUora, e cercò di dare la ditta 
opera a un altro orefice ; ma il papa non volse, e subito mandò per 
me e mi disse, che io havevo detto bene, ma che si volevan servire 
di uno ufitiuolo di Madonna, il quale era miniato maravigliosamente, 

35 e eh' era costo al cardinal de' Medici a farlo miniare più di dumila 

5. In O dopo TunUi/ è una lett. casa. Un. «man. — 28. In O tra an e dar è pi 
casa. lin. aman. Varie parole «ono ritoccate In queata pag. : aman. 



5. Impresa di Taniai. Carlo V giunse 18. oallee di papa Chiomante. È il ca- 

a Napoli dopo la conquista di Tunisi, lice di cui ha già parlato alle pagine 112 

il 30 novembre del 1535: il Cellini ha e segg. 

intercalato il racconto deir uccisione di 34. nfltlnolo di Madonna. Su questo ero- * 

Alessandro (1537) e dei fatti che la segui- cifisso, 1* ufiziolo etc. cfr. quanto dice il 

rono a proposito del rov^cto della me- Cellini stesso nel Trattato dell* ore/I' 

doglia promessogli da Lorenzino. certa^ cap. Vili, p. 52 sgg., ed. cit 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 176 

scudi: e questo sarebbe a proposito per fare un presente alla im- 
peratrice; e che allo imperadore farebbon poi quello che h(a)vevo 
ordinato io, che veramente era presente degnio di lui; ma questo si 
faceva per haver poco tempo, perchè lo imperadore s'aspettava in 
Roma in fra un mese e mezo. Al ditto libro voleva fare una coperta & 
d*oro massiccio, ricchamente lavorata, e con molte gioie addorna. 

(C.M06) Le gioie valevano in circa sei mila scudi: di modo che, datomi le 
gioie e Poro, messi mano alla ditta opera, e sollecitandola, in brevi 
giorni io la feci comparire di tanta bellezza, che il papa si maravi- 
gliava e mi faceva grandissimi favori, con patti che quella bestia io 
dePIuvinale non mi venissi intorno. Avendo la ditta opera vicina 
alla fine, conparse lo inperadore, a il quale s'era fatti molti mira- 
bili archi trionphali, e giunto in Roma con maravigliosa pompa qual 
tocherà a schrivere ad altri, perché non vo' trattare se non di quel 
che tocca a me, alla sua giunta subito egli donò al papa un dia- '^ 
mante, il quale lui haveva compero dodici mila scudi. Questo dia- 
mante, il papa mandò per me e me lo dette, che io gli faces(si) un 
anello alla misura del dito di sua santità; ma che voleva che io 
portassi prima el libro al termine che gli era. Portato che io hebbi 
el libro al papa, grandemente gli sodisfece: di. poi si consigliava ^ 

(casia) meco che scusa e' si poteva trovare con lo imperadore, che fussi va- 
lida, per essere quella ditta opera inprefetta. Allora io dissi che la 
valida iscusa si era, che io harei detto della mia indispositione, la 
quale sua maestà harebbe facilissimamente chreduta, vedendomi cosi 
macilente e scuro come io ero. A questo il papa disse, che molto ^^ 
gli pi(a)ceva, ma che io arrogessi da parte di sua santità, faccen- 
dogli presente del libro, di fargli presente di me istesso : e mi disse 
tutto il modo che io avevo attenere, delle parole che io havevo a 
dire, le qual parole io le dissi al papa, domandandolo, se gli pia- 
ceva, che io dicessi cosi. Il quale mi disse: troppo bene diresti, se 
a te bastassi la vista di parlare in questo modo allo inperadore, che 
tu parli a me. Allora io dissi, che con molta maggior sicurtà mi ba- 
stava la vista di parlare con lo inperadore; avengha che lo inpera - 
tore andava vestito come mi andavo io, e che a me saria parso par- 

2. In O è icritto huevo. — 17. In O 6 scritto propriam., /ae««-/ (e il ti è rimasto 
nella penna dell* aman.). — 19. In O è scritto che/gli: quindi è chiaro doversi scri- 
Tere che gli tra e non ch'tgli era come bb, bg. eoo. — 26. In O è scritto pjctua. In que- 
ste pagine sono assai copiose le sviste dell' aman. — 27. In O dopo Utttto sono cass. 
lin. aman. le parole dicendo come il papa, — 30. In O dopo te cass. lin. aman. lu. 



12. Conparie Io Inperadore. Entrò in questa entrata vedili, desunti dai Diari 

Roma il 5 aprile 1536, con grandissima di Biagio da Cesena, neir articolo di B. 

pompa recandosi, attraverso gli archi di Podestà.: Carlo V a Roma neiv anno 

Costantino, di Tito, di Settimio Severo, i536 neir Arch, della Soc. rotti* di stor, 

alla Basilica vaticana. I particolari di patr. Ili, p. 301 e sgg. 



30 



176 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



lare a uno hnomo che fussi fatto come me ; qual cosa non mi Inter- (cssifr) 
veniva cosi parlando con sua santità, innella quale io vi vedevo 
molto maggior deità, si per gli ornamenti echleslastici, quali mi mo- 
stravano una certa diadema, insieme con la bella vechiaia di sua 

5 santità: tutte queste cose mi facevano più temere, che non quelle 
dello imperadore. A queste parole il papa disse : va*, Benvenuto mio, 
che tu sei un valente huomo : facci honore, che buon per te. Ordinò 
il papa dua cavalli turchi i quali erano istati di papa Chlemente, et 
erono i più belli che mai venissi in christianità. Questi dua cavalli 

10 il papa commesse a m. Durante suo cameriere che gli menassi giù 
a i corridori del palazo, et ivi li donassi allo imperadore, dicendo 
certe parole che lui gP inpose. Andammo giù d'accordo; e giunti 
alla presenza dello imperadore, entrò que' dua cavalli con tanta Mae- 
stà e con tanta virtù per quelle camere, che lo imperadore e ogniuno (c.ssta) 

15 si maravigliava. In questo si fece innanzi il ditto mr Durante con 
tanto isgratiato modo e con certe sue parole bresciane, annodando- 
sigli la lingua in bocca, che mai si vidde e senti peggio: mosse lo 
inperatore alquanto a risa. In questo io di già havevo iscoperto la 
ditta opera mia; e avedutomi che con gratissimo modo 16 inperatore 

so aveva volto gli ochi inverso di me, subito fattomi innanzi, dissi: 
sacra mesta, il santissimo nostro Papa Paulo manda questo libro di 
Madonna a presentare a vostra Maestà, il quale si è scritto a mano 
e miniato per mano de il maggior huomo che mai facessi tal pro- 
fessione; e questa richa coperta d*oro e di gioie è cosi inprefetta 

85 per causa della mia indispositione : per la qual cosa sua santità in- 
sieme con il ditto libro presenta me anchora, e che io venga apresso 
a vostra maestà a finirgli il suo libro ; e di più tutto quello che lei 
h(a)vessi in animo di fare, per tanto quanto io vivessi, lo Servirei. 
A questo lo imperatore disse: il libro m*è grato e voi anchora; ma (c.2326) 

so voglio che voi me lo finiate in Roma; e come gli è finito e voi gua- 
rito, portatemelo e venitemi a ti*ovare. Di poi in nel ragionar meco, 
mi chiamò per nome, per la qual cosa io mi maravigliai, perché non 
c'era intervenuto parole dove accadessi il mio nome; e mi disse 
haver veduto quel bottone del piviale di papa Chlemente, dove io 

S5 havevo fatto tante mirabil figure. Cosi distendemo ragionamenti di 
una mez'ora intera, parlando di molte diverse cose tutte virtuose 

1. In O dopo fatto è mt cms. Un. «mun. e in margine destro è scritto come m«f pare 
d* altro inch. ma aman. — 11. In O ivi é soprar, a gli cass. lin. aman. — IS. In O 
ay. en^ro è pò casa. lin. aman. — 81. In O queita {libro), — 88. In O era scritto •chri- 
»to: sono cass. le lett. dopo «e. e soprar, ò ritto; d* altro inchiostro: Celi.? — 88. In 
O hutiii. 



10. m. Durante ■ao cameriere. Durante mera di Paolo III, che nel 1544 lo no- 

Duranti, di Brescia e prelato, molto minò Cardinale e quiudi Vescovo di Bre- 

dotto, dice il Tassi, nelle belle lettere scia. Mori nel Dicembre del 1557. cfr. 

e nella giurisprudenza, prefetto di Ca- Ciacconio, op. cit. Ili, p. 703. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



177 



e piacevole; e perchè a me pareva esserne uscito con molto mag- 
giore honore di quello che io m' ero promesso, fatto xm poco di ca- 
denza a il ragionamento, feci reverentia e partimmi. Lo inperatore 
fu sentito che disse: donisi a Benvenuto cinquecento scudi d'oro 
subito: di modo che quello che li portò su, dimandò qual era Thuomo 5 

(e.t3Sa) del papa che haveva parlato allo inperatore. Si fece innanzi Mr Du- 
rante, il quale mi rubò li mia cinquecento scudi. Io mene dolsi col 
papa; il quale disse che io non dubitassi, che sapeva ogni cosa, 
quant'io m'ero portato bene a parlare allo imperadore, e ohe di 
quei danari io ne harei la parte mia a ogni modo. Tornato alla hot- io 
tega mia, messi mano con gran sollecitudine a finire l'anello del dia- 
mante; el quale mi fu mandato quattro, i primi gioiellieri di Koma; 
perché era stato detto al papa, che quel diamante era legato per 
mano del primo gioiellier del mondo in Yinetia, il quale si chiamava 
maestro Miliano Targhetta, e per essere quel diamante al quanto sot- i5 
tile, era impresa troppo difìcile a farla sanza gran consiglio. Io hebbi 
caro e' quattro uomini gioiellieri, infra i quali si era un milanese do- 
mandato Gaio. Questo era la più prosuntuosa bestia del mondo, e 
quello che sapeva manco ; e gli pareva saper più : gli altri erano mo- 

(e.233i) destissimi e valentissimi huomini. Questo Gaio innanzi a tutti comin- ^ 
ciò a parlare e disse: salvisi la tinta di Miliano, e a quella. Benvenuto, 
tu farai di berretta ; perché si come '1 tignerò un diamante è la più 

1 . In O molto ò soprar, tra con e maggiore : aman. — 7. In O nn primo doUi è 
eaaa. Un. aman. — 17. In O era scritto ed è casa. Un. gio/iellieri av. ad huomini^ che 
poi fa posposto ; aman. 



11. l'anello del diamante. Cfr. i capi- 
toli vili e IX del Trattato delV Oreficeria 
(ed. cit.); nei quali appunto 8* insegna 
come s* acconcia e si tinge il diamante. 
Con maggiori particolari Benvenuto vi 
narra questo stesso fatto ; bisogna no- 
tare però, che tre e non quattro gioiel- 
lieri vi ebbero parte: cioè Raffaello del 
Moro, Gasparre Romanesco e Gaio (iMd, 
p. 56). 

15. Miliano Targhetta. « Questo è un 
uomo vecchio, né mai e* è stato notizia 
al mondo di altro uomo che meglio ab- 
bia saputo accomodare in su la foglia 
et in su la tinta gioie » dice Gaio al pon- 
tefice nel citato luogo dei Trattati^ p. 
56. E più giù (p. 61) anche Benvenuto 
Io chiama « un mirabile uomo ». 

18. €alo. Giovanni Pietro Marliano, 
milanese. Ne troviamo ricordato il nome, 
con quelli di Paulo d'Àrsago e di Ga- 
sparo Galli (Gasparre romanesco), tra 
gli intervenuti alla Congrega della Uni- 



versità degli orefici il 25 Giugno 1516 
(Bertolotti, Art. subalp, 114). Nel 1523 
insieme col Caradosso stimò le gioie 
che il pontefice dava in pegno a Iacopo 
Fuccaro (Fugger) e nipoti; fu gioielliere 
secreto di S. S. dal 1528 al *48. Ebbe an- 
che r uffizio di sollecitatore delle lettere 
apostoliche, per qualche tempo. Fra i 
suoi lavori si ricorda, che egli acconciò 
una cassettina rec^alata dal papa alla 
viceregina di Napoli; si sa che provvide 
rubini, zaffiri, anelli alla corte papale. 
(Bertolotti, Art. lomìt. I, 258-9). Se- 
condo il Bertolotti, il Cellìni considera 
a torto Gaio come la più prosuntuosa 
bestia del mondo^ poiché * dalle varie 
notizie che ne abbiamo risulta espertis- 
simo gioielliere » (ibid. p. 258). Pare che 
morisse nel 1548. 

21. la tinta etc. « Del come si fa la 
tinta a' diamanti » diffusamente tratta 
il e. IX del Trattato deW Oreficeria (ed. 
cit). 



CKLLI9I, Vita, 



12 



178 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



bella e la più difìcìl cosa che sia ineP arte del gioiellare, Miliano è il 
maggior gioielliere che fassi mai al mondo, e questo si è il più dificil 
diamante. Allora io dissi, che tanto maggior gloria mi era il conbattere 
con un cosi valoroso huomo d^una tanta professione. Dipoi mi volsi 
5 agli altri gioiellieri e dissi : ecco che io salvo la tinta di Miliano, e 
mi proverò se, faccendone, io migliorassi quella : quando che no, con 
quella medesima lo ritignieremo. U bestiai Gaio disse, che, se io la 
facessi a quel modo, volentieri le farebbe di berretta. Al qual io dissi : 
adunque faccendola meglio, lei merita dua volte di berretta. Si, disse ; 

10 et io cosi cominciai a far le mie tinte. Messomi intorno con grandis- 
sima diligentia a fare le tinte, le quali al suo luogo insegnerò come le 
si fanno. Certissimo che il detto diamante era il più dificile che mai (cssia) 
né prima né poi mi sia venuto innanzi, e quella tinta di Miliano era 
virtuosamente fatta; però la non mi sbigotti anchora. Io auzzato i 

15 mia ferruzi dello ingegnio, feci tanto che io non tanto raggiugnerla, 
ma la passai assai bene. Di poi, conosciuto che io havevo vinto lui, 
andai cercando di vincer me, et con nuovi modi feci una tinta, che 
era meglio di quella che io havevo fatto di gran lunga. Di poi man- 
dai a chiamare i gioiellieri, e tinto con la tinta di Miliano il dia- 

20 mante, da poi ben netto, lo ritinsi con la mia. Mostrolo a* gioiellieri, 
un primo valent* huomo di loro, il quale si domandava Baffael del 
Moro, preso il diamante in mano, disse a Gaio: Benvenuto à pas- 
sato la tinta di Miliano. Gaio, che non lo voleva chredere, preso il 
diamante in mano, e* disse : Benvenuto, questo diamante è meglio 

S5 dumila ducati, che con la tinta di Miliano. Allora io dissi: da poi (C.234&) 
che io ho vinto Miliano, vediamo se io potessi vincer me medesimo ; 
e pregatogli che mi aspettassino un poco, andai in sun un mio pal- 
chetto, e fuor della presenza loro ritinsi il diamante, e portatolo 
a' gioiellieri. Gaio subito disse : questa è la più mirabil cosa che io 

90 vedessi mai in tempo di mia vita, perché questo diamante vai me- 
glio di diciotto mila scudi, dove che appena noi lo stimavamo dodicL 
Gli altri gioiellieri voltisi a Gaio, dissono : Benvenuto è la gloria de- 
Parte nostra, e meritamente e alle sue tinte e allui doviamo fare 
di berretta. Gaio allora disse : io lo voglio andare a dire al papa, e 

sò voglio che gli abbia mille scudi d*oro di legatura di questo dia- 
mante. E corsosene al papa, gli disse il tutto; per la qual cosa il 
papa mandò tre volte quel di a veder se l'anello era finito. Alle ven- 
titre ore poi io portai su Panello: e perché e' non mi era tenuto (csssa) 
porta, alzato cosi dischretamente la portiera, viddi il papa insieme 

40 col marchese del Guasto, il quale lo doveva istrigniere di quelle 

15. In O dopo io/ sono o&it. lln. aman. le parole tanto ra che vengono dopo 11 non. 
— 30. In O fnU, — 38. In O dopo perche è al casa. Un. aman. 



21. Raffael dal More. Su di lui cfr. la 40. marohesedelGiiaflto. Alfoasod'Ava- 

DOta alla riga 31 della p. 89. los: neir impresa di Tunisi fu luogote- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 179 



<;os6 che lui non voleva fare, e senti' che disse al marchese : io vi 
dico di no, perché a me si appartiei^e esser neutro e non altro. Ri- 
tiratomi presto in dietro, il papa medesimo mi chiamò ; onde io presto 
entrai, e portogli quel bel diamante in mano, il papa mi tirò cosi 
da canto, onde il marchese si scostò. Il papa inmentre che guardava 5 
il diamante, mi disse: Benvenuto, appicca meco ragionamento che 
paia d' inportanza, e non restar mai in sin che il marchese istà qui 
in questa camera. E mossosi a passeggiare, la cosa che faceva per 
me, mi piacque, e cominciai a ragionar col papa del modo che io 
havevo fatto a tignere il diamante. Il marchese istava ritto dacanto io 
appoggiato a un panno d'arazzo, e or si scontorceva in sun un pie 
et ora in sun un altro. La tema di questo ragionamento era tailto 

/(e.s35&) d' inportanza, volendo dirla bene, che si sarebbe ragionato tre ore 
intere. Il papa ne pigliava tanto gran piacere, che trapassava il 
dispiacere che gli aveva del. Marchese, che stessi quivi. Io che avevo 15 
mescolato inne' ragionamenti quella parte di fìlosophia che s' appar- 
teneva in quella professione, di modo che, ha vendo ragionato cosi vi- 
cino a un' ora, venuto a noia al marchese, mezo in collera si parti : 
allora il papa mi fece le più domestiche careze che inmaginar si possa 
al mondo, e disse : attendi. Benvenuto mio, che io ti darò altro pre- 20 
mio alle tue virtù, che mille scudi che m' à ditto Gaio che merita 
la tua fatica. Cosi partitomi, il papa mi lodava alla presenza di quei 
suoi domestici, infra i quali era quel Latin luvenale, che dianzi io 
havevo parlato. Il quale, per essermi diventato nimico, cercava con 
ogni studio di farmi dispiacere; e vedendo che il papa parlava di 25 

,<e.236a) me con tanta affetione e virtù, disse: e' non è dubbio nessuno che 
Benvenuto è persona di maraviglioso ingegnio; ma se bene ogni 
uomo naturalmente è tenuto a voler bene più a quelli della patria 
sua che agli altri, anchora si doverrebbe bene considerare in che 
modo e' si dee parlare di un papa. Egli à havuto a dire, che papa so 
Chlemente era il più bel principe che fussi mai, e altrettanto vir- 
tuoso, ma si bene con mala fortuna ; e dice che vostra santità è tutta 
al contrario, e che quel regnio vi piagne in testa, e che voi parete 
un covon di paglia vestito, e che in voi non è altro che buona for- 
tuna. Queste parole fumo di tanta forza, dette da colui che benis- 9^ 
simo le sapeva dire, che il papa le chredette. Io non tanto non l'aver 
dette, ma in consideration mia non venne mai tal cosa. Se il papa 

4. In O m» è soprar, a una lettera casa. aman. — 17. In O coti è soprar, aman. 
— 23. In O è incerta la forma tra iuuenale e iuuinale : forse è 1* « oorr. d* i aman. — 
37. In O mai è soprar, aman. 



nente generale di Carlo v, e per lui, della morte di Francesco I di Francia 

governatore del Milanese : nel M4 per- (30 marzo 1547) : cfr. Varchi, libb. XIV 

alette la celebre battaglia di Ceresola e e XV; Segni, libro XI; ammirato, lib. 

-due anni dopo mori, il giorno stesso XXXII. 



180 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



bavessi possuto con suo honore, mi harebbe fatto dispiacere gran- 
dissimo; ma come persona di grandissimo ingegnio, fece senbiante 
di ridersene: niente di mancho e' riservò in sé nn tanto grand' odio 
in verso di me, che era inistimabile, et io mene cominciai a Vve- 
ò dere, perché non entravo innelle camere con quella facilità di prima, 

anzi con grandissima dificultà. E perché io ero por molt'anni pra- (e.236&> 
tico in queste corte, e m*inmaginai che qualche uno havessi fatto 
cattivo ufitio contro a di me; e destramente ricercandone mi fu 
detto il tutto, ma non mi fu detto chi fussi stato ; et io non mi po- 
lo tevo inmaginare chi tal cosa havessi detto, che sapendolo, io ne 
harei fatto vendette a misura di carboni. Attesi a finire il mio li- 
bretto ; e finito che io V ebbi, lo portai dal papa, il quale veramente 
non si potette tenere che egli non melo lodassi grandemente. Al 
quale io dissi, che mi mandassi a portarlo come lui mi haveva pro- 
15 messo. Il papa mi rispose, che farebbe quanto gli venissi bene di 
fare, e che io havevo fatto quel che s'apparteneva a me. Cosi dette 
commessione che io fussi ben pagato. Delle quale opere in poco più 
di dua mesi io mi avanzai cinquecento scudi : il diamante mi fu pa- 
gato a ragion di cencinquanta scudi e non più ; tutto il restante mi 
ao fu dato per fattura di quel libretto, la qual fattura ne meritava più 

di mille, per essere opera ricca di assai figure e fogliami e smalti (c.237a> 
e gioie. Io mi presi quel che io possetti bavere, e feci disegno di 
andarmi con dio di Roma. In questo il papa mandò il detto libretto 
allo imperadore per un suo nipote domandato il signore Sforza, il 
25 quale presentando il libro allo Imperadore, lo imperatore l' ebbe gra- 
tissimo, e subito domandò di me. Il giovanetto signore Sforza, am- 
maestrato, disse, che, per essere io infermo, non ero andato. Tutto 
mi fu ridetto. Intanto messomi io in ordine per andare alla volta 
di Francia, e' me ne volevo andare soletto ; ma non possetti, perchè 
so un giovanetto che stava meco, il quale si domandava Ascanio; que- 
sto giovane era di età molto tenera, et era il più mirabil servitore 
che fussi mai al mondo ; e quando io lo presi, e' s' era partito da un 

20. In O dopo fattura è de/ cau. lin. aman. 



20. qiiAl librotto. Non si è più ritro- 
vato : cfr. Plon., op. cit. p. 291 e sgg. 

24. signor* Sforsa. Sforza Sforza figlio 
di Bosio conte di Santa Fiora e di Co- 
stanza Farnese, figlia naturale di Paolo 
III. Appunto in quest'anno 1536, sedi- 
cenne, 8* arruolò neir armata di Carlo v, 
nella quale dette tante prove di valore 
che fu nominato Capitano generale della 
Cavalleria italiana e spagnuola. — Sotto 
Carlo IX di Francia ebbe gloriosa parte 
nella difesa di Poitiers e di Moncontour. 



Mori nell' Ottobre del 1575 (cfr. Davila, 
1. VIII, e Thuani, Hist., voi. II, lib. XLV). 
30. Aflcanio, De* Mari; di Ta^iacozzo. 
Segui il Cellini a' Parigi, e vi rimase 
dopo la sua partenza ai servigi di En- 
rico II. Sposò una Costanza, figliuola 
di Girolamo della Robbia della cele- 
bre famiglia fiorentina: in un docu- 
mento è nominato Signore di Beaulieu. 
— (Cfr. Jal, Dictionnaire critique de 
Biographie et d* Histoire: De Mari 
Ascanio). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 181 



SUO maestro, che si domandava Francesco, eh* era spagniuolo e ore- 
fice. Io che non harei volato pigliare questo giovanetto per non ve- 
nire in contesa con il detto spagniuolo, dissi a Ascanio: non ti vo- 

<c.23:6) glio, per non fare dispiacere al tuo maestro. E' fece tanto, che il 

maestro suo mi schrisse una polizza, che liberamente io lo pigliassi. 5 
Cosi era stato meco di molti mesi; e per essersi partito magro e 
spunto, noi lo domandavamo il vechino ; et io pensavo che fussi un 
vechino, si perchè lui serviva tanto bene; e perché gli era tanto 
saputo, non pareva ragione che inePetà di tredici anni, che lui di- 
ceva di havere, vi fussi tanto ingegno. Hor per tornare, costui in io 
quei pochi mesi messe persona, e ristoratosi dallo istento divenne 
il più bel giovane di Boma ; e si per essere quel buon servitor che 
io ho detto, e perché gì* inparava l'arte maravigliosamente, io gli 
posi uno amore grandissimo come figliuolo, e lo tenevo vestito come 
se figliuolo mi fussi stato. Vedutosi il giovane restaurato, e' gli pa- i5 
reva havere hauto una gran ventura a capitarmi alle mane. Andava 
ispesso a ringratiare il suo maestro, che era stato causa del suo 
gran bene; e perché questo suo maestro haveva una bella giovane 
per moglie, lei diceva: Surgetto, che hai tu fatto che tu sei diven- 
tato cosi bello ? E cosi lo chiamavano quando gli stava con esso loro. »> 

<e.2a8o) Ascanio rispose a lei : madonna Fran.c% è stato lo mio maestro che 
m'à fatto cosi bello e molto più buono. Costei velenosetta Thebbe 
molto per male che Ascanio dicessi cosi : e perché lei haveva nome 
di non pudica donna, seppe fare a questo giovanetto qualche careza 
forse più là che Poso dePhonestà; per la qual cosa io mi avvedevo ss 
che molte volte questo giovanetto andava più che 1 solito suo a ve- 
dere la sua maestra. Accadde, che*havendo un giorno dato mala- 
mente delle busse a un fattorino di bottega, il quale, giunto che io 
fui, che venivo di fuora, il detto fanciullo piagnendo si doleva, di- 
cendomi che Ascanio gli aveva dato sanza. ragion nessuna. Alle qual so 
parole io dissi a Ascanio : o con ragione o senza ragione, non ti venga 
mai più dato a nessun di casa mia,* perché tu sentirai in che modo 
io so dare io. Egli mi rispose ; onde io subito mi gli gittai addosso, 
e gli detti di pugna e calci le più aspre busse che luì sentissi mai. 
Più tosto che lui mi posse t te uscir delle mane, sanza cappa e sanza s^ 

<c.j386) berretta fuggi fuora, e per dua giorni io non seppi mai dove lui si 
fussi, né mancho ne cercavo; se none, in capo di dua giorni, mi 
venne a parlare un gentilhuomo spagniuolo, il quale si domandava 
don Diego. Questo era il più liberale huomo che io conoscessi mai 

1. la O il che è scritto mAlameute soprar. a tpagn. casa. Ha. aman. — 8. la O loao 
▼arie ritoccature ia queati retti: ti p Ùl: è casa, i Uta' dj; e Hor p è scritto dopo uà 
p. casa. amaa. — S6. la O uà primo uolU ò cass. amaa. — 29. la O fancciullo, — 
88. la O yen/ casa. lio. av. gtntilhuoino. 



1. Fraaceaeo di Valenza secondo il Bertolotti, Art. lomb.^ I, 259. 



182 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

al mondo. Io gli avevo fatte e facevo alcune opere, di modo che gli 
era assai mio amico. Mi disse che Ascanio era tornato col suo ve- 
chio Maestro, e che se e' mi pareva, che io gli dessi la sua berretta 
e cappa che io gli avevo donata. A queste parole io dissi, che Fran.c<> 
5 si era portato male, e che gli aveva fatto da persona mal chreata ; 
perché se lui m'avessi detto, subito che Ascanio fu andato dallui,. 
si come lui era in casa sua, io molto volentieri gli arei dato licen- 
tia ; ma per haverlo tenuto dua giorni, poi né me lo fare intendere, 
io non volevo che gli stessi seco; e che facessi che io non lo ve- 
to dessi in modo alcuno in casa sua. Tanto riferi don Diego: per la 
qual cosa il detto Fran.co se ne fece beffe. L'altra mattina seguente 
io vidi Ascanio, che lavorava certe pappolate di filo accanto al ditto (e.ss9a)} 
maestro. Passando io, il ditto Ascanio mi fece riverenti a, e il suo 
maestro quasi che mi derise. Mandommi a dire per quel gentilhuomo 
15 don Diego che, se a me pareva, che io rimandassi a Ascanio e' panni 
che io gli avevo donati; quando che no, non se ne curava, e che a 
Ascanio non mancheria panni. A queste parole io mi volsi a don 
Diego e dissi : signor don Diego, in tutte le cose vostre io non viddi 
mai né il più liberale né il più dabbene di voi; ma cotesto Fran.^o 
90 è tutto il contrario di quel che voi siete, perché gli è un dishonorato 
marrano. Ditegli cosi da mia parte, che, se innanzi che suoni vespro, 
lui medesimo non m' à rimenato Ascanio qui alla bottega mia, io 
ramazzerò a ogni modo, e dite a Ascanio, che se lui non si leva 
di quivi in quel' ora consachrata al suo maestro, che io farò allui 
S5 poco manche. A queste parole quel signor don Diego non mi rispose 

niente, anzi andò e messe in opera cotanto spavento al ditto Fran- (c.«5dft> 
Cesco, che lui non sapeva che farsi. Intanto Ascanio era ito a cercar 
di suo padre, il quale era venuto a Homa da Tagliacozzi, di donde 
gli era ; e sentendo questo scompiglio, anchora lui consigliava Fran.^^o 
80 che dovessi rimenare Ascanio a me. Fran.«o diceva a Ascanio: vavvi 
da te, e tuo padre verrà teco. Don Diego diceva : Fran.<^o, io veggo 
qualche grande scandolo: tu sai meglio di me chi è Benvenuto; ri- 
menagnene sicuramente, et io verrò teco. Io che m'ero messo in 
ordine, passeggiavo per bottega aspettando il tocco di vespro, di- 
S5 spostomi di fare una delle più rovinose cose che in tempo di mie 
vita mai fatta havessi. In questo sopraggiunse don Diego, Fran.^o, 
et Ascanio, et il padre, che io non conosceva. Entrato Ascanio, io 
che gli guardavo tutti con l'occhio della stizza, Fran.c» di colore 
ismorto disse : eccovi rimenato Ascanio, il quale io tenevo, non pen- 

4. In O V aman. per distrazione scriveva poi beret che è cass. lin. — 8. In O il 
ne è nel mar^. sinistro: d'altro inch.: Celi.? I cod., tranne C ohe le;ge non me lo /art f. 
né me lo /are. B né poi me lo /are. Le stampe né me lo, tranne m^ ohe le^ge me lo. — 
15. In O e panni toprar. aman. — 16. In O ^uan^o. — 23. In O amaeterò, — 24. la 
O dopo io è gli/ eats. Un. aman. — 28. In O di doìide è riduz. di don/ de : aman. — 
32-38. In O tra rime e nagnene è una forte cass. aman. — 35. In O mje. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



183 



sando farvi dispiacere. Ascanio reverentemente disse: maestro mio, 
perdonatemi, io son qui per far tutto quello che voi mi comande- 

{cuoa) rete. Allora io dissi: Se' tu venuto per finire il tempo che tu m'ai 
promesso? Disse di si, e per non si partir mai più da me. Io mi 
volsi allora e dissi a quel fattorino a chi lui haveva dato, che gli 5 
porgessi quel fardello de' panni; e allui dissi: eccoti tutti e' panni 
che io t' avevo donati, e con essi hahbi la tua libertà e va' dove tu 
VQoi. Don Diego restato maravigliato di questo, che ogni altra cosa 
aspettava. In questo, Ascanio insieme col padre mi pregava, che io 
gli dovessi perdonare e ripigliarlo. Domandato chi era quello che io 
parlava per lui, mi disse esser suo padre ; al quale, di poi molte pre- 
ghiere, dissi : e per eser voi suo padre, per amor vostro lo ripiglio. 
Essendomi risoluto, come io dissi poco fa, di andarmene alla volta 
di Francia, si per aver veduto che il papa non mi haveva in quel 
concetto di prima, che per via delle male lingue m'era stato intor- 15 
bidato la mia gran servitù, e per paura che quelli che potevano non 

{cMOb) mi facessin peggio; però mi ero disposto di cercare altro paese, per 
veder se io trovavo miglior fortuna, e volentieri mi andavo con dio, 
solo. Essendomi risoluto una sera per partirmi la mattina, dissi a 
quel fidel Felice, che si godessi tutte le cose mia insino al mio ri- 20 
torno ; e se aveniva che io non ritornassi, volevo che ogni cosa fussi 
suo. E perché io havevo im garzone perugino, il quale mi haveva 
aiutato finir quelle opere del papa, a questo detti licentia, havendolo 
pagato delle sue fatiche. Il quale mi disse, che mi pregava che io 
lo lasciassi venir meco, e che lui verrebbe a sua spese; che s'egli 25 
accadessi che io mi fermassi a lavorare con il Re di Francia, gli era 
pure il meglio che io havessi meco deli mia Italiani, e maggior- 
mente di quelle persone che io cognoscevo che mi harebbon saputo 

c.24ia) aiutare. Costui seppe tanto pregarmi, che io fui contento di menarlo 

meco innel modo che lui haveva detto. Ascanio trovandosi ancora so 
lui alla presenza di questo ragionamento, disse mezo piangendo: 
dipoi che voi mi ripigliasti, i' dissi di volere star con voi a vita, e 
cosi ò innanimo di fare. Io dissi al ditto che io non lo volevo per 

6. In O dopo eccoti una parola poco chiara e panni/ eats. Un. aman. — 11. In O 
av. {ut ò m eass. Un. aman. — 16. In O cotetta casa. Un. e soprar, la mia: sembra di 
mano del Varchi. — Non è ben chiaro se dica c?ie o dj. De* codici solo B di quelli; tutti 
rU altri e le stampe che. — 27. In O del-^li ha cass. del med. inoh. il primo l, — 30. 
In O ancora lui soprar, aman. 



22. nn (anone perniino. Girolamo Pa- 
scucci. (Cfr. il Ricordo del CeUini del 16 
Genn. 1560) : questi poi accusò Benvenuto 
di aver sottratto gioie a papa Clemente 
nel tempo del Sacco. NeU'aprile del *38 il 
Cellini ebbe contesa con lui, ma presto 
si pacificò, come appare da una fideius- 



sio prò domino Benvenuto Io* Cellini 
auri/lce in urbe, de non offendendo 
Hieronimum perusinum auri/icem (in 
data del 22 Aprile 1538), pubbUcata dal 
Bertolotti, Arca, stor. lomb.t 1875, p. 
144-45. La fldeiussio fu approvata il 24 
aprile deUo stesso anno. 



184 VITA DI BENVENUTO CKLLINI 

modo nessuno. H povero giovanetto si metteva in ordine per venirmi 
drieto a piede. Veduto fatto una tal resolutione, presi un cavallo 
anchora per lui, e messogli una mia valigetta in groppa, mi caricai 
di molti più homamenti clie fatto io non harei ; e partitomi di Roma 

5 ne venni a Firenze, e da Firenze a Bologna, e da Bologna a Vinetia, 
e da Vinetia mene andai a Padova: dove io fui levato d'in su Poste- 
ria da quel mio caro amico, che si domandava Albertaccio del Bene. 
L'altro giorno apresso andai a baciar le mane a mr Pietro Bembo, 
il quale non era anchor cardinale. Il detto Mr Pietro mi fece le più. 

10 sterminate carezze cbe mai si possa fare a huomo del mondo ; dipoi (e.S4i6) 
si volse ad Albertaccio e disse: io voglio che Benvenuto resti qui 
con tutte le sue persone, se lui ne havessi ben cento; si che risol- 
vetevi, volendo anche voi Benvenuto, a restar qui meco, altrimenti 
io non ve lo voglio rendere: e cosi mi restai a godere con questo 

15 virtuosissimo signore. Mi bave va messo in ordine una camera, che 
sarebbe troppo honorevole a un cardinale, e continuamente volse 
che io mangiassi accanto a sua signoria. Dipoi entrò con modestissimi 
ragionamenti, mostrandomi che harebbe hauto desiderio che io lo 
ritrahessi; et io che non desideravo altro al mondo, fattomi certi 

so stucchi candidissimi dentro in uno scatolino, lo cominciai ; e la prima 
giornata io lavorai dua ore continue, e bozzai quella virtuosa testa 
di tanta buona gratia, che sua signoria ne restò istupefatta; e come 
quello che era grandissimo innelle sue lettere e innella poesia in su- (cuta) 
perlativo grado, ma di questa mia professione sua signoria non en- 

25 tendeva nulla al mondo ; il perché si è che allui parve che io V ha- 
vessi finita a quel tempo, che io non Thavevo a pena cominciata; 
di modo che io non potevo dargli ad intendere ch,e la voleva molto 
tempo a farsi bene. All'utimo io mi risolsi a farla il meglio che io 
sapevo col tempo che la meritava: e perché egli portava la barba 

80 corta alla venitiana, mi dette di gran fatiche a fare una testa che 
mi sadisfacessi. Pure la fini e mi parve fare la più bella opera che 
io facessi mai, per quanto si aparteneva a l'arte mia. Per la qual 
cosa io lo viddi sbigottito, perché e' pensava che havendola io fatta 
di cera in dua ore, io la dovessi fare in dieci d'acciaro. Veduto poi 

55 che io non l'avevo potuta fare in dugento ore di cera, e dimandavo 

12-13. In O dopo rùoluetemj è A. eats. lin. «niftn. — 23. In O è Boritto topra lativo 
grado: in iup é «oprar. : Varchi? I cod. e le stampe superlativo, tranne D che ha tuia 
non chiara abbreviatura. — 27. In O dopo non è gli casa. lin. aman. 



4. partitoHi di Roma. Il secondo gior- 1470, morto a Roma il 18 Gennaio 15i7. 

no dopo la Pasqua del *37 (1 aprile), come Sulla sua vita e sulle sue opere cfr. v. 

risulta da una lettera del Varchi al Bem- Gian, Un decennio della vita di m. P. 

bo in data del 5 aprile di detto anno. B,, Torino, Loescber, 1885; e Gaspary, 

7. Albertaeelo del Bene. Su di lui cfr. Stor. della lett. ital., voi. Il, p. 2^, p. 60 
la nota alla riga 11 della pag. 140. e sgg. (trad. ital.). Fu creato cardinale 

8. Pietro Bembo : nato in Venezia il da Paolo III il 23 Marzo 1539. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



185 



Q.Ì426) llcentia per andarmene alla volta di Francia, il perché lai si stur- 
bava molto, e mi richiese che io gli facessi un rovescio a quella sua 
medaglia al mancho, e questo fu un cavai Pegaseo in mezo a una 
ghirlanda di mirto. Questo io lo feci in circa a tre ore di tempo, dan- 
dogli bonissima gratia; e essendo assai sadisfatto, disse: questo ca- 5 
vallo mi par pure maggior cosa V un dieci, che non è il fare una te- 
stolina, dove voi havete penato tanto : io non son capace di questa 
dificultà. Pure mi diceva e mi pregava, che io gnene dovessi fare in 
acciaro, dicendomi: di gratia fatemela, perché voi mela farete ben 
presto, se voi vorrete. Io gli promessi che quivi io non la volevo io 
fare, ma dove io mi fermassi a lavorare gl(i)ene farei senza mancho 
nessuno. Inmentre che noi tenevamo questo proposito, io ero andato 

(e.stsa) a mercatare tre cavalli per andarmene alla volta di Francia; e lui 
faceva tener conto di me segretamente, perché haveva grandissima 
autorità in Padova; di modo che, volendo pagare i cavalli, li quali 
havevo mercatati cinquanta ducati, il padrone di essi cavalli mi 
disse : virtuoso huomo, io vi fo un presente delli tre cavallL Al quale 
io risposi : tu non sei tu che megli presenti ; e da quello che megli 
presenta io non gli voglio, perché io non gli ò potuto dar nulla delle 
fatiche mie. Il buono huomo mi disse, che, non pigliando quei ca- 
vagli, io non caverei altri cavagli di Padova e sarei necessitato a 
'ndarmene a piede. A questo, io mene andai al magnifico mr Pietro, 
il quale faceva vista di non saper nulla, e pur mi carezzava, dicen- 
domi che io soprastessi in Padova. Io che no* ne volevo far nulla, et 
ero disposto a 'ndarmene a ogni modo, mi fu forza accettare li tre ss 

3. In O dopo ptgateo è co caas. Un. anuin ; ò poi scritto girlanda. — 6. In O par 
par e dopo jmre è aè (forto principio di atsai) casa. Un. aman. — SO. In O av. a fati- 
eht è mje casa. lin. aman. 



3. eaTal P«(ateo. Era Temblema del 
Bembo. 

0. di fnsia fatemela. Che il CeUini fi- 
nisse la medaglia incominciata pel Bembo 
in questa occasione , è assai dubbio. Il 
Plon (op. cit. tav. LXI, 2 e si efr. /( me- 
dagliere mediceo di I. B. Supino Fi- 
renze 1899) riproduce una medaglia che 
porta nel diritto la testa del Bembo con 
una barba lunghissima, nel rovescio un 
cavai pegaseo, senza però la ghirlanda 
di mirto di cui è fatta menzione in que- 
sto luogo deUa Vita; e congettura (ibi- 
dem, p. 328 sgg.) che il C. « après sa 
sortie de prison » abbia rimesso le ma- 
ni su questo lavoro interrotto, modi- 
ficandone il rovescio e rappresentando 
il Bembo colla barba intiera, mentre 
nel primo disegno lo rappresentò con 



«barba corta alla viniziana » dopo molta 
incertezza. Cfr. la beUa lettera al Var- 
chi in data 9 Settembre 1536 ed. cit. 
dei Trattati, p. 267 e seg., dalla quale, 
e da un*altra del Varchi al Bembo nel 
voi. V deUe Pittoriche, p. 198, risulU , 
che già il CeUini aveva pensato a una 
medagUa pel Bembo anche prima che lo 
incontrasse a Padova. La fuse, invece 
di coniarla. Mancano gli elementi ne- 
cessari per risolvere la questione, che 
0.0. risoUevò nel suo Commento aUa Vi- 
ta, seguendo opinione contraria a queUa 
del Plon, cioè non credendo la meda- 
glia riprodotta da lui identica a questa 
di cui parla qui B. e che rimase imper- 
fetta. Su due altre medaglie fatte pel 
Bembo da Valerio BeUi e da Leone Leo- 
ni, vedi U Plon, op. cit. pp. 329-330. 



15 



20 



186 



VITA PI BENVENUTO CELLINI 



cavalli; e con essi mene andai. Presi il cammino per terra di Gri- (o.2i36> 
gioni, perché altro cammino non era sicuro, rispetto alle guerre. Pas- 
sammo le montagne dell* Alba e della Berlina: era agli otto di di 
maggio, et era la neve grandissima. Con grandissimo pericolo della 
5 vita nostra passammo queste due montagne. Passate che noi le ha- 
vemmo, ci fermammo a una terra la quale, se ben mi ricordo, si 
domanda Yaldistà : quivi alloggiammo. La notte vi capitò un corriere 
fiorentino, il quale si domandava il Busbacca. Questo corriere io 
V havevo sentito ricordare per huomo di credito e valente nella sua 

10 professione, e non sapevo che gli era scaduto per le sue ribalderie. 
Quando e' mi vedde all' osteria, lui mi chiamò per nome, e mi disse 
che andava pei- cose d' inportanza in Lione, e che di gratia io gli 
prestassi dinari per il viaggio. A questo io dissi, che non havevo 
danari da potergli prestare, ma che volendo venir meco di compa- (c.244a> 

15 gnia, io gli farei le spese in sino a Lione. Questo ribaldo piagneva 
e facevami le belle lustre, dicendomi, come per e* casi d'inportanza, 
della natione essendo mancato danari a un povero corrieri, un par 
vostro è ubbrigato aiutarlo : e di più mi disse che portava cose di 
grandissima inportanza di mr Filippo Strozzi: e perché gli aveva una 

to guaina d' un bichiere coperta di quoio, mi disse innel orechio, che in 
quella guaina era un bichier d'argento, e che in quel bichiere era 
gioie di valore di molte migliaia di ducati, e che e' v' era lettere di 
grandissima inportanza, le quali mandava mr Philippo Strozzi. A 
questo io dissi allui, che mi lasciassi rinchiuder le gioie adesso a 

i^ lui medesimo, le quali porterebbon manco pericolo che a portarle in 
quel bichiere ; e che quel bichiere lasciassi a me, il quale poteva valere 
dieci scudi in circa, et io lo servirei di venticinque. A queste parole 
il corrier disse, che sene verrebbe meco, non potendo far altro, per- {cUib) 
che lasciando quel bichiere non gli sarebbe honore. Cosi la moz- 
zammo; e la mattina partendoci, arrivammo a un lago, che è in fra Val- 
distate e Vessa: questo lago é lungo quindici miglia, dove e' s'arriva 
a Vessa. Veduto le barche di questo lago, io hebbi paura ; perché le 
dette barche son d'abeto, non molte grande e non molte grosse, e non 
son confitte, né manche impeciate; e, se io non vedevo entrare in un 'al- 



sa 



2. rispetto «11« (verre. Nel 1537 gli 
Imperiali, dopo cbe Carlo v ebbe com- 
piuta la ritirata dalla* Provenza, com- 
batterono coi Francesi in Piemonte fino 
alla tregua di Nizza, conclusa nel no- 
vembre di queir anno. 

3. dell* Alba e delU Berlin». Albula, 
monte nelle Alpi retiche : Bernina, va- 
lico fra Talta Eugadina e la valle di 
Foschiavo. 



7. Valdistà. Più sotto chiama questo 
luogo Valdistate: cioè Walenstadt 

8. il Bnsbaeea. Il Cellini lo nomina 
anche nel Ricordo del 15 Gennaio 1560 
e altrove, nella Vita, spesse volte. 

10. Filippo Stroni. Cfr. la nota alla 
riga 32 della p. 79. Lo Strozzi capitanava 
allora i fuorusciti fiorentini. 

31. VoBsa cioè Weesen sul W'alensee. 






VITA DI BENVENUTO OELLINI 187 



tra simile quattro gentil huomini tedeschi con i lor quattro cavagli, io 
non entravo mai in questa; anzi mi sarei più presto tornato adietro • 
ma io mi pensai, alle bestialità che io vedevo fare a coloro, che quelle 
accque tedesche non affogassino, come fanno le nostre della Italia. 
Quelli mia dua giovani mi dicevano pure : Benvenuto, questa è una 5 
pericolosa cosa a entrarci drente con quattro cavalli. A e' quali io 

(eJ45a) dicevo: non considerate voi, poltroni, che quei quattro gentil huo- 
mini sono entrati innanzi a noi, e vanno via ridendo? Se questo fussi 
vino, come l*è acqua, io direi che lor vanno lieti per affogarvi drento; 
ma perché l'è acqua, io so ben che e' non hanno piacere d'affogarvi, io 
si ben come noi. Questo lago era lungo quindici miglia e largo tre 
in circa; da una banda era un monte altissimo e cavernoso, dall'altra 
era piano e erboso. Quando noi fummo drento in circa quattro miglia, 
il ditto lago cominciò a far fortuna, di sorte che quelli che vogavano 
ci chiedevano aiuto che noi gli aiutassimo vogare: cosi facemmo un 15 
pezzo. Io accennavo, e dicevo che ci gettassino a quella proda di là : 
lor dicevano non esser possibile, perché non v'è acqua che soste- 
nessi la barca, e che e' v' è certe seche, per le quale la barca subito 
si disfarebbe e annegheremmo tutti, e pure ci sollecitavano che noi 
aiutassimo loro. E' barcheriuoli si chiamavano V ull' altro, chiedendosi 20 

f.Uih) aiuto. Vedutogli io sbigottiti, havendo un cavai savio, gli acconciai 
la briglia al collo e presi una parte della caveza con la man man- 
cina. H cavallo che era, si come sono, con qualche intelligenza, pa- 
reva che si fussi avveduto quel che io volevo fare, che, avendogli 
volto il viso inverso quell'erba fresca, volevo che, notando, anchora «5 
me istrascicassi seco. In questo venne una onda si grande da quel 
lago, che la soprafece la barca. Ascanio, gridando: misericordia, padre 
mio, aiutatemi, mi si volse gittare adesso; il perché io messi mano 
al mio pugnaletto, e gli dissi che facessino quelche io havevo inse- 
gnato loro, perché i cavagli salverebbon lor la vita si bene, com'io so 
speravo camparla anchora io per quella via; e se pid e' mi si git- 
tassi adesso, io l' ammazzerei. Cosi andammo innanzi parechi miglia 
con questo mortai pericolo. Quando noi fummo a mezo il lago, noi tro- • 
(e.246j) vammo un po' di piano da poterci riposare, e in su questo piano viddi 

ismontato quei quattro gentil' huomini tedeschi. Quando noi volemmo 35 
ismontare, il barcherolo non voleva per niente. Allora io dissi a' mia 
giovani : ora è tempo a far qualche prue va di noi ; si che mettete 
mano alle spade, e facciano che per forza e' ci mettine in terra. Cosi 
facemmo con gran difìcultà, perché lor fecion grandissima resistenza. 
Pure, messi che noi fummo in terra, bisogniava salire dua miglia su per 40 
quel monte, il quale era più difìcile che salire su per una scala a pinoli. 

5. In O dopo mja è giova/ oass. Un. «man. — 11. In O il come è Boprar. a che 
caat. lin. : d ' altro inchiostro e mano. Celi. ? : tutti i codici e lo stampe hanno si ben 
come o si bene come. 



188 VITA DI BENVENUTO CELLINl 



Io ero tutto armato di maglia con istivali grossi e con uno scoppietto 
in mano, e pioveva quanto idio ne sapeva mandare. Quei diavoli di 
quei gentil huomini tedeschi con quei lor cavalietti a mano facevano 
miracoli, il perché i nostri cavagli non valevano per questo effetto, e 

5 chrepavamo di fatica a farli salire quella difìcil montagna. Quando 

noi fummo in su un pezo, il cavallo d'Ascanio, che era un cavali' un- (c.S46ft) 
ghero mirabilissimo; questo era innanzi un pochetto al Busbacca 
corriere, e '1 ditto Ascanio gli aveva dato la sua zagaglia, ohe glene 
aiutassi portare; avvenne che per e* cattivi passi quel cavallo isdruc- 

10 ciolò e andò tanto barchoUone, non si potendo aiutare, che percosse 
in sula punta della zagaglia di quel ribaldo di quel corriere, che 
non V aveva saputa iscansare : e passata al cavallo la gola a banda 
a banda, quel* altro mio garzone, volendo aiutare anchora il suo ca- 
vallo, che era un cavai morello, isdrucoiolò in verso il lago, e s'at- 

15 tene a un respo, il quale era sottilissimo. In su questo cavallo era 
un paio di bisaccie, nelle quale era drento tutti e' mia danari con 
ciò che io havevo di valore : dissi al giovane che salvassi la sua vita, 
e lasciassi andare il cavallo in malora: la caduta si era più d'un (cMTc) 
miglio e andava a sotto squadro, e cadeva nel lago. Sotto questo 

M luogo appunto s' era fermato quelli nostri barcheruoli ; a tale che se 
il cavalo cadeva, dava loro a punto addosso. Io ero innanzi a tutti, 
e stavamo a vedere tombolare il cavallo, il quale pareva che andassi 
al sicuro in perditione. In questo io dicevo a' mia giovani : non vi 
curate di nulla, salvianci noi e ringratiamo idio d*ogni cosa; a me 

*5 mi sa solamente male di questo povero huomo del Busbacca, che à 
legato il suo bichiere e le sue gioie che son di valore di parechi 
migliaia di ducati, all'arcione di quel cavallo, pensando quel' essere 
più sicuro : e' mia son pochi cento di scudi, e non ho paura di nulla 
al mondo, purché io habbia la gratia de dio. Il Busbacca allora disse : 

^^ e' non m' inchresce de' mia, ma e' m' inchresce ben de' vostri. Dissi ai- 
lui : perché t' inchresc' egli de' mia pochi, e non t' increscie de' tua as- 
sai ? Il Busbacca disse allora dirrovelo in nel nome di Dio ; in questi 
casi, e nei termini che noi siamo, bisogna dire il vero. Io so che i vo- 
stri sono iscudi, e' son da dovero ; ma quella mia vesta di bichiere, (cMTft) 

'^ dove io ò detto esser tante gioie e tante bugie, è tutta piena di ca- 
viale. Sentendo questo, io non possetti fare che io non ridessi : quei 
mia giovani risono ; lui piagneva. Quel cavallo si aiutò, quando noi 
l'havevamo fatto ispacciato. Cosi ridendo ripigliammo le forze, e met- 
temmoci a seguitare il monte. Quelli quattro gentil huomini tedeschi, 

40 eh' erono giunti prima di noi in cima di quella ripida montagna, ci 
mandomo alcune persone, le quali ci aiutorno ; tanto che noi giu- 
gnemmo a quel salvatichissimo alloggiamento: dove, essendo noi 

^ 20. In O è OMt. Un. amftn. tti di quitti 'e di segalto In margine destro é riscritto ìli 
(qualli). 



VITA DI BENVENUTO CKLLINI 189 



molli, istraclii e affamati, fummo piacevolissimamente ricevati, et 
ivi ci rasciugammo, ci riposammo, sodisfacemmo alla fame, et con 
certe erbaccie fu medicato il cavallo ferito ; e ci fu insegnato quella 

(e.2i8a) sorte d* erbe, le quali n' era pieno le siepe. E' ci fu detto, che tenen- 
dogli continuamente la piaga piena di quelP erbe, il cavallo non tanto 5 
guarire, ma ci servirebbe come se non havessi un male al mondo : 
tanto facemmo. Ringratiato i gentil huomini, et noi molto ben risto- 
rati, di quivi ci partimmo e passammo innanzi, ringratiando idio che 
ci aveva salvati da quel gran pericolo. Arrivammo a una terra di 
là da Vessa : qui ci riposammo la notte, dove noi sentimmo a tutte 10 
l' ore della notte una guardia, che cantava in molto piace voi modo ; 
e per essere tutte quelle case di quelle città di legno di abeto, la 
guardia non diceva altra cosa, se non che s' avessi cura al fuoco. Il 
Busbacca, che era spaventato della giornata, a ogni ora che colui 
cantava el Busbacca gridava in sogno, dicendo: hoimé idio, che io 15 
affogo e questo era lo spavento del passato giorno ,* e arroto a quello, 

(e.t486; che s* era la sera inbriacato, perché volse fare a bere quella sera con 
tutti e' tedeschi che vi erano; e tal volta diceva: io ardo; e tal volta; 
io affogo; gli pareva essere alcune volte innello 'nfemo mar^rizato 
con quel caviale al collo. Questa notte fu tanto piacevole, che tutti so 
e' nostri affanni si erano conversi in risa. La mattina levatici con 
bellissimo tempo, andammo a desinare a una lieta terra domandata 
Lacca. Quivi fummo mirabilmente trattati; dipoi pigliammo guide, 
le quale era(no) di ritorno a una terra chiamata Surich. La guida 
che menava, andava su per un argine d' un lago, e non v' era altra >& 
strada ; e questo argine anchora lui era coperto d* acqua, in modo 
che la bestiai guida sdrucciolò, e il cavallo e lui andomo sotto Pacqua. 

(e.S49a) lo che ero drieto alla guida a punto, fermato il mio cavallo, istetti 
a veder la bestia sortir dell* acqua ; e, come se nulla non fussi stato, 
ricominciò a cantare, e accennavami che io andassi innanzi. Io mi 90 
gittai in su la man ritta, e roppi certe siepe : cosi guidavo i mia 
giovani e '1 Busbacca. La guida gridava, dicendomi in tedesco pure, 
che se que* populi mi vedevano, mi harebbono ammazzato. Passammo 
innanzi e scampammo quell'altra furia. Arrivammo a Surich, città 
maravigliosa, pulita quanto un gioiello. Quivi riposanmio un giorno ^ 
intero: di poi una mattina per tempo ci partimmo, capitammo a 
un'altra bella città chiamata Solutomo: di quivi capitammo a Usanna, 

6. In O guarir9bb9f ma bbe è di «Uro incb. e di altra mano. — se n5 gli avesH 
caas. lin. aman. — 8. In O innanzi ba an ritoccato d' altro incb. — 12. In O dopo 
quelU/ ò la casa. lin. aman. e cosi tutte U dopo città, — 16. In O tra gio e rno è un 
no, eass. lin. aman. — 17. In O dopo bere ò con casa. lin. aman. — 84. In O era= '. Il 
no rimase nella penna dell* aman. 



23. Laeea, cioè Lacben. SoUure; in tedesco Solothurn. 

ai. Snriek. Zurich (Zurigo). — Usanna. Cioè Losanna. 

37. Solntemo: Soletta; in francese 



190 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



da Usanna a Ginevra, da Ginevra a Lione, sempre cantando e ri- 
dendo. A Lione mi riposai quattro giornate ; molto mi rallegrai con 
alcuni mia amici ; fui pagato della spesa che io bavevo fatta per jl (c.349») 
Busbacca. Di poi in capo de i quattro giorni presi il cammino per la 

s volta di Pangi. Questo fu viaggio piacevole, salvo cbe quando noi 
giugnemmo alla Palissa, una banda di venturieri ci volsono assassi- 
nare, e non con poca virtù ci salvammo. Di poi cene andammo in- 
sino in Parigi sanza un disturbo al mondo: sempre cantando e ri- 
dendo giugnemmo a salvamento. 

10 Riposatomi in Parigi alquanto, mene andai a trovare il Rosso 

dipintore, il quale stava al servitio del Re. Questo Rosso io pensavo 
che lui fussi il maggiore amico che io havessi al mondo, perché io 
gli avevo fatto in Roma i maggior piaceri che possa fare un huomo 
a un altro huomo : e perché questi cotai piaceri si posson dire con 

15 brieve parole, io non voglio manchare di non gli dire, mostrando (c.s50a} 
quant'è sfacciata la ingratitudine. Per la sua mala lingua, essendo 
lui in Roma, gli aveva detto tanto male deP opere di Raffaello da 
Urbino, che i discepoli suoi lo volevano amazare a ogni modo: da 
questo lo campai guardandolo di e notte con grandissime fatiche. 

20 Anchora per haver detto male di maestro Antonio da San Gallo molto 
eccellente architettore, gli fece torre un' opera che lui gli aveva fatto 
bavere da mr Agniol de Cesi : dipoi cominciò tanto a far contro 
a di lui, che egli P aveva condotto a morirsi di fame; per la qual 
cosa io gli prestai di molte dicine di scudi per vivere. E non gli 
havendo hanchora riauti, sapendo eh' gli era al servitio del Re, lo 



2b 



2. la O è av. a quattro un segno (f) che è interpretato per. A me sembra una 
lettera non voluta finire : de* codici solo B legge il per, che leggono però le stampe. — 
6. In O dopo ei è cass. lin. aman. uol/. — 10. In O av. mene è and. cass. Hn. aman. 
— li. In O d* altro inch. e mano è scritto ioprar. a Re Frane' (meglio ohe frane' come 
lesso m^). — 16. In O sembra che aman. avesse scritto tpoMciata ridotto poi a tfaccia- 
ta. — 18. In O P« di discepoli sembra agg. d* altra mano: Celi.? 



2. Fui pagato della speia: da Filippo 
di Federigo Strozzi, soprannominato 
Picchio, come può vedersi nel Ricordo 
già citato dei 15 Gennaio 1560 (cfr. Tassi, 
III, 91). Costui poi richiese al Cellini in 
prestito il giaco e le maniche di maglia 
« di valore più di 100 scudi d*oro > e se 
le giocò « in pregio di 200 scudi d* oro 
in oro» (cfr. Ricordo di.). 

6. alla Palissa : La Palice. 

IO. il Rosso dipintore. Su di lui cfr. la 
nota alla riga 10 della p. 50. 

20. Antonio da San Gallo : il giovane 
per distinguerlo dallo zio omonimo: 
presso il quale e T altro zio Giuliano, 
studiò architettura in Roma, aiutando 



Bramante come architetto della Basilica 
vaticana: lavorò inoltre a Loreto nella 
Chiesa di S. Maria; a Orvieto, dove per 
ordine di Clemente VII costruì il famoso 
pozzo, e altrove, attendendo special- 
mente a disegni e restauri di fortezze. 
Mori in Terni, dove si era recato per 
dirigere il corso della Marmerà nel 1516 
(cfr. Vasari, ed. cit., V. 447-473 e pas- 
sim). Il Cellini ne parla, con parole di 
non molta stima, nel Trattato dell* Ar- 
chitettura, ed. cit. p. 223. 

22. mesBor Agnolo do Cosi. É ricor- 
dato anche dal Vasari nelle Vite, per 
i lavori che fece fare a diversi artisti. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



191 



andai, come ò detto, a visitare : non tanto pensavo che lui mi rendessi 
(e^50&) lì niia dinari, ma pensavo che mi dessi aiuto e favore per mettermi 
al servitio di quel gran Be. Quando costui mi vedde, subito si turbò 
e mi disse : Benvenuto, tu se' venuto con troppa spesa innun cosi 
gran viaggio, maximo di questo tempo, che s' attende alla guerra e 
non a baiuccole di nostre opere. Allora io dissi, che io havevo portato 
tanti dinari da potermene tornare a Boma in quel modo che io ero 
venuto a Parigi, e che questo non era il cambio delle fatiche che io 
havevo durate per lui, e che io cominciavo a chredere quel che mi 
haveva detto di lui Maestro Antonio da Sangallo. Volendosi mettere 
tal cosa in burla, essendosi aveduto della sua sciagurataggine, io 
(c.25ia} gli mostrai una lettera di cambio di cinquecento scudi a Ricciardo 
del Bene. Questo sciagurato pur si vergogniava, e volendomi tenere 
quasi per forza, io mi risi di luì, e mene andai insieme con un pit- 
tore che era quivi alla presenza. Questo si domandava lo Sguazzella: 
anchora lui era fiorentino ; anda* mene a stare in casa sua con tre 
cavalli e tre se(r)vitori a tanto la settimana. Lui benissimo mi trat- 
tava, et io meglio lo pagavo. Di poi cercai di parlare al re, al quale 
m'introdusse xm certo mr Giuliano Baonaccorsi suo tesauriere. A 
questo io soprastetti assai ; perché io non sapevo che il Bosso ope- 
rava ogni diligenza che io non parlassi al re. Poiché il ditto Mr Gio- 
ic.ìiih) vanni sene fu aveduto, subito mi menò a Fontana Biliò e messemi 
drento inanzi al Be da il quale io hebbi un* ora intera di gratissima 
audienza: e perché il Be era in assetto per andare alla volta di Lione, 
disse al ditto mr Giovanni che seco mi menassi, e che per la strada 
si ragionerebbe di alcune belle opere, che sua Maestà haveva in 
animo di fare. Cosi mene andavo insieme apresso al traino della 
corte, e per la strada feci grandissima servitù col cardinale di Fer- 



ie 



15 



so 



25 



3. In O il «i è soprar, a mj c«m. Un. aman. — 8. In O era scritto queste e fa 
corr. questo e poi I* erano rid. ad era: aman. — 11. In O dopo io sono cass. fortem. 
una lettera o due. — 18. In O av. e è ond cast. Un. aman. — 17. In O è scritto »eui- 
tori : s Oprar, a tanto ò un d* altro inch. e mano. 



12. Rieciardo del Bene. DeUa stessa 
famigUa di Alessandro: vedi la nota 
aUa riga 10-11 deUa pag. 71. 

15. Sgnaiiella. Andrea; probabilmen- 
te di cognome Chiazzella: scolaro e imi- 
tatore di Andrea Del Sarto, fu da lui 
condotto in Francia, ove rimase al ser- 
vizio di Francesco I. Cfr. Vasari, Vite, 
ed. cit., voi. V, p. 29. 

19. Oinliano Bnonaeeersi. Un Giuliano, 
Buonaccorsi ricorda il Varchi, Stor. 
Aor., ed. ciL, II, p. 247, tra coloro che 
nel '30 a Lione soUecitarono presso il 
re di Francia il pagamento dei debiti 



contratti con mercanti fiorentini. 

22. Fontana Bilie. Fontainebleau, della 
quale il Cellini parlerà molto in segui- 
to, al tempo del suo ritorno e della nuova 
dimora in Francia. Vedi particolarmen- 
te V. Vatont, Le pcUais de Fontaine- 
bleau, son hiitoire et sa description, 
Paris, 1852. 

24. alla volta di Lione. Il re giunse a 
Lione il 6 Ottobre dei 1537, cfr. Belle- 
FOREST, Les grandes Annales et Hist. 
yen» de la France. Voi. II. 

28. cardinal di Ferrara. IppoUto, figlio 
di Alfonso duca di Ferrara: eletto arci- 



192 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



rara, il quale non haveva anchora il cappello. E perché ogni sera io 
havevo grandissimi ragionamenti con il ditto cardinale» e sua signoria 
diceva che io mi dovessi restare in Lione a una sua badia, e quivi 
potrei godere in fine a tanto che il re tornassi dalla guerra, che se- (c.252a) 
5 ne anda^ alla volta di Granopoli, e alla sua badia in Lione io harei 
tutte le comodità. Giunti ohe noi fummo a Lione, io mi ero amma- 
lato, e quel mio giovane Ascanio aveva preso la quartana; di sorte 
che m'era venuto annoia i franciosi e la lor corte, e mi pareva 
milP anni di ritornarmene a Roma. Vedutomi disposto il cardinale a 

10 ritornare a Roma, mi dette tanti dinari, che io gli facessi in Roma 
un bacino e un boccale d*ariento. Cosi cene ritornammo alla volta 
di Roma in su bonissimi cavalli, e venendo per le montagne del 
Sanpione, e essendomi accompagniato con certi franzesi, conili quali 
venimmo un pezzo, Ascanio con la sua quartana et io con una feb- 

15 bretta sorda, la quale pareva che non mi lasciassi punto : et havevo (c.S32fr) 
sdegniate lo stomaco di modo che io ero stato quattro mesi che io 
non chredo che mi toccassi a manggiare un pane intero la settimana, 
e molto desideravo di arrivare in Italia, desideroso di morire in Italia 
et non in Francia. Passato che noi havemmo li monti del Sanpione 

xo detto, trovammo un fiume presso a un luogo domandato Indevedro. 
Questo fiume era molto largo, assai profondo, e sopra esso haveva 
un ponticello lungo e stretto, sanza sponde. Essendo la mattina una 
brinata molto grossa, giunto al ponte, che mi trovavo innanzi a tutti, 
e conosciuto molto pericoloso, comandai alli mia giovani e servitori 

25 che scavalcassino, menando li lor cavalli a mano. Cosi passai il detto 

ponte molto felicemente, e me ne venivo ragionando con un di quei (««wsa) 
dua franzesi, il quale era un gentil huomo; quell'altro era un notaro, 
il quale era restato adietro alquanto e dava la baia a quel gentil 
huomo franzese e a me, che per paura di non nulla havevano voluto 

30 quel disagio del' andar a piede. Al quale io mi volsi, vedutolo in sul 
mezo del ponte, e lo pregai che venissi pianamente, per che egli era in 
luogo molto pericoloso. Questo huomo che non potette manchare alla 

17. In O av. a toccassi ò fussi case. Un. aman. In marg. sin., di fatela alle prime dae 
linee, è una postilla casa, che dice g* di/etto /u hereditato da figliuoli. È probabilm. di 
mano del Cavalcanti. — 28. In O dopo quaU sono d e un* altra mezza lett. ; dopo era una 
lett. casa. lin. aman. 



vescovo di Milano in età di anni 15, e, che si chiama d* Este. Mori nel dicem- 

11611539, nominato cardinale da Paolo IH, bre del 1572. Cfr. Ciacconio, voLlII,p. 

coli* appoggio della Corte di Francia. 650, e Muratori, Antichità Estensi, 

Aspirò anche al papato dopo la morte p. Il, pp. 834-397. 
di Qiolio III, ma dovette ritrarsi in- 5. Oranopoli è Grenoble, 

nanzi alla gagliarda opposizione dei Me- 19. Sanpione : cioè il Sempione. 

dici e dei Farnesi. Protesse eruditi ed 20. Indevedro. Forse U fiume IHveria, 

artisti, e fece costruire a Tivoli la villa nella Val di Vedrò, 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 193 

sua franciosa natura, mi disse in francioso, che io ero huomo di poco 
animo, e che quivi non era ponto di pericolo. Mentre che diceva queste 
parole, volse pugnere un poco il cavallo, per la qual cosa subito il 
cavallo isdrucciolò fuor del ponte, e con le gambe inverso il cielo cadde 
a canto a un sasso grossissimo. E perché idio molte volte è miseri- 5 
cordioso de' pazzi, questa bestia insieme con 1* altra bestia e suo 
cavallo dettono innun tonfano grandissimo, dove gli andomo sotto 
e lui et il cavallo. Subito veduto questo, con grandissima presteza io 
mi cacciai a correre, e con gran dificultà saltai in su quel sasso, e 
spenzolandomi da esso, aggiunsi un lembo d'una guamacca che 10 
haveva adesso questo huomo, e per quel lembo lo tirai su, che an- 
chora stava coperto dall'acqua, e perché gli aveva beute assai acqua, 
e poco stava che saria affogato, io, vedutolo fuor del x)ericolo, mi ral- 
legrai seco d' avergli campato la vita. Per la qual cosa costui mi ri- 
spose in franzese e mi disse, che io non havevo fatto nulla; che la im- 15 
portanza si era le sue schritture che valevan di molte dicine di scudi : 
e pareva che queste parole costui mele dicessi in collera, tutto 
molle e barbugliando. A questo, io mi volsi a certe guide che noi 
havevamo, e comissi che aiutassino quella bestia, e che io gli pa- 

(e.254a) ghorei. Una di quelle guide virtuosamente e con gran fatica si mise 20 
a 'intarlo, e ripescògli le sue schritture, tanto che lui non perse nulla; 
quell'altra guida mai non volse durar fatica nissima a 'intarlo. Ar- 
rivati che noi fummo poi a quel luogo sopra ditto, noi havevamo 
fatto una borsa, la quale era tocca a spendere a me, desinato che 
noi havemmo, io detti parechi danari della borsa della compagnia a ts 
quella guida che haveva aiutato trar colui dell'acqua; per la qual 
cosa costui mi diceva, che quei danari io glene darei del mio, che 
non intendeva di dargli altro che quel che noi eramo d'accordo, d'aver 
fatto l' ufitio della guida. A questo, io gli dissi molte ingiuriose pa- 
role. Allora misi fece incontro l'altra guida, qual non haveva du- se 
rato fatica, e voleva pure che io pagassi anche lui; e perché io dissi : 
anchora costui merita il premio per haver portato la croce: mi ri- 

(C.254Ò) spose, che presto mi mostrerebbe una croce alla quale io piagnerei. 
Allui dissi che io accenderei un moccolo a quella croce, per il quale 
io speravo che allui tocherebbe il primo a piagnere. E perché questo 35 
è luogo di confini infra i venitiani e tedeschi, costui corse per po- 
puli, e veniva con essi con un grande ispiede inanzi. Io che ero in 
sul mio buon cavallo, abassai il fucile in sul mio archibuso : voltomi 
a' compagni dissi : al primo amazzo colui ; e voi altri fate il debito 



4. In O inuert9 soprar, a fuor del casa. Un. è eorr. inverto: aman., che aveva er- 
rato ripetendo fuor del. — 7. In O il no di tonfano è toprar. a tonfo, rid. I* o fin. ad a : 
aman. o Celi.? — 11. In O tra questo e huomo l'aman. scriBse e casa. lin. huesto» — 80. 
In O dopo quelle è due oass. lin. aman. — 28. In O il nd è soprar, tra mai e uoUe : 
aman. 

Ckluhi, Vita, 13 



194 VITA DI BENVENUTO CBLLINI 



vostro, perché quelli sono assassini di strada, et hanno preso questo 
poco dell' occasione solo per assassinarci. Quell'oste, dove noi have- 
vamo mangiato, chiamò un di quei caporali, ch'era vechione, e lo 
pregò che rimediasse a tanto inconveniente, dicendogli : questo è un 

5 giovine bravissimo, e se bene voi lo taglierete a pezzi, e' ne ama- 
zerà tanti di voi altri, e forse potria scaparvi delle mani da poi fatto 
il mal che gli ara. La cosa si quietò, e quel vechio capo di loro 
mi disse : va in pace, che tu non faresti una insalata se tu havessi 
ben cento huomini teco. 

10 Io che conoscevo che lui diceva la verità, e mi ero risoluto di (c.»55a) 
già e fattomi morto, non mi sentendo dire altre parole ingiuriose, 
scotendo il capo dissi : io harei fatto tutto il mio potere, mostrando 
essere animai vivo e huomo: e preso il viaggio, la sera, al primo 
alloggiamento, facemmo conto della borsa, e mi divisi da quel fran- 

15 cioso bestiale, restando molto amico di quell' altro che era gentil 
huomo ; e con i mia tre cavalli soli cene venimmo a Ferrara. Sca- 
valcato che io fui, me ne andai in corte del duca per far reverentia 
a sua eccellenzia, per potermi })artir la mattina per alla volta di 
santa Maria dal Loreto. Havevo aspettato i usino a dua ore di notte, 

20 e allora comparse il duca : io gli baciai le mane ;,mi fece grande 
accoglienze, e commisse che mi fussi dato l'acqua alle mane^ Per la 
qual cosa io piacevolmente dissi: eccellentissimo signore, egli è (e.sssfr) 
più di quattro mesi che io non ho mangiato, tanto che sia da chre- 
dere che con tanto poco si viva; però cogniosciutomi che io non mi 

25 potrei confortare de' reali cibi della sua tavola, mi starò cosi ragio- 
nando con quella, inmentre che vostra eccellentia cena, ellei et io a 
un tratto medesimo aremo più piacere, che se io cenassi seco. Cosi 
appiccammo ragionamento, e passammo insino alle cinque ore. Alle 
cinque ore poi io presi licentia, et andatomene alla mia osteria, trovai 

30 apparechiato maravigliosamente, perché il duca mi haveva mandato a 
presentare le regaglie del suo piatto con molto buon vino ; e per essere 
a quel modo soprastato più di dua ore fuor della mia ora del mangiare, 
mangiai con grandissimo appetito, che fu la prima volta che di poi 
e' quattro mesi io havevo potuto mangiare. Partitomi la mattina, (c.i56o) 

35 mene andai a Santa Maria dalLoreto, e di quivi, fatto le mie ora- 
tione, ne andai a Roma ; dove io trovai il mio fìdelissimo Filice, al 

2. Dopo a$sa*$inarei in O due lettere (do) cass. lin. «man. — 18. In O av. alla è 
ire oaas. aman. — 28L In O av. a ragionamento è an il cass. del med. Inchiostro : pro- 
babilmente aman. 



19. Santa Maria dal Loreto : il celebre Raffaello da Montelupo ». Cosi ^na let- 

Santuario di Loreto nelle Marche. tera di Mattio Franzesi al Varchi, da 

36. ne andai a Boma: « Domenica (16 Roma in data del 19 Dicembre 1537. 

Die. 1537) venne qua di Francia m. Ben- ( Vedila nelle Prose fiorentine, voi. I, 

venuto orefice, ed oggi è arrivato m. p. IV ). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



196 



quale io lasciai la bottega con tutte le masseritie et hornamenti sua, 
et ne apersi un* altra a canto al Sugherello profummierei molto x)id 
grande e più spatiosa ; e mi pensavo clie quel gran Re Franzo non si 
havessi a ricordar di me. Per la qual cosa io presi di molte opere 
da diversi signori, e in tanto lavoravo quel boccale e bacino che io 
havevo preso da fare dal cardinal di Ferrara. Havevo di molti la- 
voranti e molte gran facende d' oro e di argento. Havevo pattuito 
con quel mio lavorante perugino, che da per se s'era ischrito tutti 

<e.s56i) i danari che per la parte sua si erano ispesi, li quai danari s' erano 
ispesi in suo vestire et in molte altre cose : con le spese del viaggio 
erano in circa a settanta scudi: delli quali noi e' eramo accordati 
che lui ne scontassi tre scudi il mese ; che più di otto iscudi io gli 
facevo guadagnare. In capo di dua mesi questo ribaldo si andò con 
dio di bottega mia, e lasciommi impedito da molte faccende, e disse 
che non mi voleva dar altro. Per questa cagione io fui consigliato 
di prevalermene per la via della iustitia, perché m*ero messo in 
animo di tagliargli un braccio ; e sicurissimamente lo facevo, ma li 
amici mia mi dicevano che non era bene che io facessi tal cosa, 
avenga che io perdevo li mia denari e forse un'altra volta Roma, 
perché i colpi non si danno a patti, e che io potevo con quella schritta 
che io havevo di suo* mano, subito farlo pigliare. Io mi attenni al 

<e.S57a) consiglio, ma volsi più liberamente agitare tal cosa. Mossi la lite 
all'auditore della camera realmente, e quella convinsi; e per virtù 
di essa, che v* andò parechi mesi, io da poi lo feci mettere in car- 
cere. Mi trovavo carica la bottega di grandissime faccende, et in fra 
l' altre tutti gli ornamenti d' oro et di gioie della moglie del signor 
Gierolimo Orsino, padre del signor Paulo oggi genero del nostro duca 
Cosimo. Queste opere erano molto vicine alla fine, e tutta via mene 
chresceva delle importantissime. Havevo otto lavoranti, et con essi 
insieme, e per honore e per utile, lavoravo il giorno et la notte. In 
mentre che cosi vigorosamente io seguitavo le mie imprese, mi venne 



10 



15 



80 



%ft 



9. In O è incerWt la forma tra quaj e quali che sarebbe corr. malfatta. — 10. In O edile. 



27. Gierolimo Orsino, Capitano rino- 
matissimo, signore di Bracciano, sposò 
Francesca Sforza dei Conti di Santa- 
fiora. Suo figlio, Paolo Giordano, di non 
minor fama militare del padre, tolse in 
moglie nel 1553 Isabella dei Medici figlia 
di Cosimo I, e r assassinò nel 1576. (Cfr. 
S ANSO VINO, Degli uomini illustri della 
casa Orsina, lib. IV, e Ratti, Della fa- 
miglia Sforza , parte I , p. 226 ). Tra 
carte inutili, il Bertolotti ritrovò un 
Inventario delle robe sequestrate al Cel- 
lini il 23 Ottobre 1538 nel quale si Te- 



de quali erano gli ornamenti d' oro e 
le gioie che 1* Orsini gli aveva afildato 
e che volle gli fossero restituite : « De 
mandato R.mi d. Gubernatoris acces- 
simus ad domum dicti Benvenuti ad 
effectum ispiciendi res et jocalia eidem 
data per Ill.mum d. Hieronimum Orsi- 
num et illa sibl et suis restituenda prout 
aperta capsa reperimus de iusdem bo- 
nis, primo. 

Uno pezo d' oro ponderis prò ut in 
duobus peziis pLumbi quos facto exhi- 
buerunt dominus I>aurentius et alii acto- 



196 



VITA DI BENVENUTO CELUNI 



10 



una lettera mandatami con diligenza dal cardinale di Ferrara, la quale 
diceva in questo tenore: Benvenuto caro amico nostro. AUi giorm 
passati questo gran re christianissimo si ricordò di te, dicendo, che (e.257&) 
desiderava haverti al suo servitio. Al quale io risposi, che tu m' avevi 
promesso, che ogni volta che io mandavo per te per servitio di sua 
maestà, subito tu verresti. A queste parole sua maestà disse : io vo- 
glio che si gli mandi la comodità da poter venire, sicondo che me- 
rita un suo pari : e subito comandò al suo amiraglio, che mi facessi 
pagare mille scudi d' oro da il tesauriere de* rispiarmi. Alla presenza 
di questo ragionamento si era il cardinale de* Gaddi, il quale subito 
si fece innanzi e disse a sua maestà, che non accadeva che sua maestà 
dessi quella commessione, perché lui disse haverti mandato danari a 
bastanza, e che tu eri per il cammino. Ora se per caso egli è il con- 
trario, si come io chredo, di quel che à detto il cardinal de' Gaddi, 

15 hauto questa mia lettera, rispondi subito, perchè io rappicherò il filo, (e.i58a) 
e farotti dare li promessi danari da questo magnanimo re. 

Ora avvertisca il mondo e chi vive in esso quanto possono le 
maligne istelle coli* avversa fortuna in noi humani ! Io non havevo 
parlato due volte a* mie* di a questo pazzerellino di questo cardina- 

20 luccio de* Gaddi ; e questa sua saccenteria lui non la fece per farmi 
xm male al mondo, ma solo la fece per cervellinaggine e per dappo- 
caggine sua, mostrandosi di bavere hanchora lui cura alle faccende 
degli uomini virtuosi che desiderava bavere il re, si come faceva 
il cardinal di Ferrara. Ma fu tanto i scimunito da poi, che lui non 

25 mi avisò nulla ; che certo io per non vituperare uno sciocco fantoc- 

cino, per amor della patria, harei trovato qualche scusa per rattop- (e.2386> 
pare quella sua sciocca saccenteria. Subito hauto la lettera del re- 
verendissimo cardinale di Ferrara^ risposi, come del cardinal de* Gaddi 
io non sapevo nulla al mondo, e che se pure lui mi havessi tentato 
di tal cosa, io non mi sarei mosso di Italia senza saputa di sua si- 
gnoria reverendissima, e maggiormente che io havevo in Boma, una 
maggior quantità di faccende che mai per l*adietro io havessi haute ; 
ma che a un motto di sua maestà christianissima, dettomi da un 
tanto signore, come era sua signoria reverendissima, io mi leverei 
subito, gittando ogni altra cosa a traverso. Mandato le mie lettere, 



30 



35 



12. In O era scritto diceva, ora leggasi dUè, e 1* « ò rlduz. d* un e : indi dae lettere 
cass. (uà). — 28. In O dopo tti in reuerendUrìmo sono due altre t* casa. aman. 



res dicti lU.mi domiDi, videlicet dom. 
Luca lobaDnes Ungalittus et dom. Bene- 
dictus eiusdem domini familìares qui 
mediis eorum juramentis affirmarunt 
et dixerunt recognoscere diamantes tres, 
rubinos sex, duas smeraigdes prò ut in 
quadam podiza quam facto exibuerunt. 
Item uno carneo parvi momenti. Item 



dictam quantitatem auri ponderatam 
prò ut in duobus petiis piombi exbibitis 
ut super demptis tamen in ponderatione 
denariis tresdecim , faciuntur scuta qua^ 
tuor et unum tertium » (Bbrtolotti, 
Art. lomb., J, p. 265). 

10. Cardinale de* Oaddi. Su di lui cfr. 
la nota alla riga 21 della p. 75. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



197 



quel traditore del mio lavorante perugino pensò a una malitia, la quale 
<e.t59a) subito gli Venne ben fatta rispetto alla avari tia di papa Pagolo da 
Farnese, ma più del suo bastardo figliuolo, allora chiamato duca 
di Castro. Questo ditto lavorante fece intendere a un di que* segre- 
tari del signor Pierluigi ditto, che, essendo stato meco per lavorante & 
parechi anni, sapeva tutte le mie faccende, per le quale lui faceva 
fede al ditto signor Pier Luigi, che io ero huomo di più di ottanta 
mila ducati di valsente, e che questi dinari io gli avevo la maggior 
parte in gioie ; le qual gioie erano della chiesa, e che io V avevo 
rubate nel tempo del sacco di Boma in Castel sant'Agniolo e che ve- io 
dessino di farmi pigliare subito e segretamente. Io havevo una mat- 
tina infra l' altre lavorato più di tre ore innanzi giorno in sull'opere 
della sopraditta isposa, et inmentre che la mia bottega si apriva 
<e.S59&) e spazzava, io m'ero messo la cappa adosso per dare un poco di 

volta; e preso il cammino per istrada iulia, isboocai in sul canto is 
della Chiavica; dove Chrespino bargello con tutta la sua sbirreria 
mi si fece in contro, e mi disse : tu se' prigion del papa. Al quale io 
dissi: Chrespino tu m'ai preso in iscanbio. No, disse Chrespino, tu 
se' il virtuoso Benvenuto, e benissimo ti cogniosco, e ti ho a menare 
in Castel sant'Agniolo, dove vanno li signiori e li huomini virtuosi m 
pari tua. £ perché quattro di quelli caporali sua mi si gittomo ad- 
dosso e con violenza mi volevan levare una daga che io havevo 
acanto e certe anella che io havevo in dito, il ditto Chrespino alloro 
disse: non sia nessun di voi che lo tochi: basta bene che voi facciate 
<e.S60a) Tufìtio vostro, che egli non mi fugga. Di poi accostatomisi, con cor- ts 
tese parole mi chiese l'arme. Inmentre che io gli davo l'arme, mi 
venne considerato che in quel luogo appunto io havevo ammazzato 
Pompeo. Di quivi mi menomo in castello, et in una camera su di 
sopra innel mastio mi serrorno prigione. Questa fu la prima volta 
che mai io gustai prigione in sino a quella mia età de' trentasette so 
anni. Considerato il signor Pierluigi fìgliuol del papa la gran quan- 
tità de' danari, che era quella di che io ero accusato, subito ne chiese 
gratia a quel suo padre papa, che di questa somma de' danari gle 
ne facessi una donagione. Per la qual cosa il papa volentieri gnene 

8. In O II uo ài aueuo è seritto piccolo tr« aue e la. È poi scritto la ma maggior. 
— 16. In O dopo chiauica tono cam. Ha. «man. le parole a pùnto in. 



1. Urorante peraflno. Girolamo Pa- 
scucci, sol quale cfr. la nota alla riga 28 
4eUa p. 183. 

3. Amea di Oattro. Pier Luigi Farnese 
<cfìr. la nota alla riga 6 della p. 145) fu 
<lal papa nominato duca di Castro nel 
1530. 

13. topraditta isposa. Isabella dei Me- 
dici (vedi la nota alla riga 27 della p. 195. 



16. Chrespino bardelle. Crespino de* Bo- 
ni che « con 50 fanti e 20 cavalli » (!) ar- 
restò il Cellini, probabilmente il 16 Ot- 
tobre, avendo avuto luogo r interroga- 
torio il 24 dello stesso mese, otto giorni 
dopo V arresto, come il Cellini stesso 
dirà più oltre. (Si confronti anche il 
più volte citato Bbrtolotti, Art, lomb., 
I, p. 260). 



198 VITA DI BENVENUTO CBLLINI 

concesse, e di più gli disse che anchora glene aiuterebbe riscuotere: 
di modo che, tenutomi prigione otto giorni interì, in capo degli otto 
giorni, per dar qualche termine a questa cosa, mi mandomo a esami- (c.280&) 
nare. Di che io fu' chiamato in una di quelle sale che sono in castello 

i del papa, luogo molto honorato, e gli esaminatori erano il govemator 
di Roma, qual si domandava mr Benedetto Conversini pistoiese, che 
fa da poi vescovo de Iesi; l'altro si era il procourator fiscale, che del 
nome suo non mi ricordo ; V altro, eh* era il terzo, si era il giudice 
de' malifici, qual si domandava mr Benedetto da Cagli. Questi tre 

IO huomini mi cominciorno a esaminare prima con amorevole parole, da- 
poi con asprissime e paventose parole, causate perché io dissi loro: si- 
gnori mia, egli è più d'una mezora, che voi non restate di domandarmi 
di favole e di cose, che veramente si può dire che voi cicalate, o che (o.S€ia> 
voi favellate: modo di dire, cicalare, che non à tuono, o favellare, che 

15 non voi dir nulla; si che io vi priego che voi mi diciate quelche voi 
volete da me, e che io senta uscir delle bocche vostre ragionamenti, 
e non favole e cicalerie. A queste mie parole il governatore, eh' era 
pistoiese, e non potendo più paliare la sua arrovellata natura, mi 
disse : tu parli molto sicuramente, anzi troppo altiero ; di modo che 

so cotesta tua alterigia io tela farò diventare più humile che un canino 
a i ragionamenti che tu mi udirai dirti, e' quali non saranno né cica- 
lerie né favole, come tu di', ma saranno una proposta di ragiona- 
menti ai quali e' bisognerà bene che tu ci metti del buono a dirci la 
ragione di essi. E cosi' cominciò. Noi sapiamo certissimo che tu eri (c.26i&> 

s& in Roma al tempo del sacco, che fu fatto in questa isfortunata città 
di Roma; e in questo tempo tu ti trovasti in questo Castel san- 
t' Agniolo, e ci fusti adoperato per bonbardiere ; e perché l'arte tua 
si é aurifice e gioielliere, papa Chlemente per haverti conosciuto in 
prima, e per non essere qui altri di cotai professione, ti chiamò innel 

30 suo sechreto e ti fece isciorre tutte le gioie de i sua regni e mitrie 
et anella, e dipoi fidandosi di te, volse che tu gnene oucissi adosso : 
per la qual cosa tu ne serbasti per te di nascosto da sua santità 
per il valore di ottanta mila scudi. Questo ce 1' à detto un tuo la- 
vorante con il quale tu ti se' confidato e vantatone. Ora noi ti di- 

35 ciamo liberamente, che tu truovi le gioie o il valore di esse gioie: (cS62a) 
dipoi ti lasceremo andare in tua libertà. Quando io senti' queste pa- 

7. In O dopo fu è poi casi. Un. aman. 



6. B«Bodetto CoBTdriini pistoiese, do- Giugno Ì538 {Lettere diprinoipi, hb. II» 
minato vescovo di Forlìmpopoli o Ber- p. 57). Mori nel 1553. (Cfr. Ughelli, /ro- 
ti ooro nell* Ottobre del 1537, e nel *40 Ha sacra, voi. I, p. 284, voi. II, p. 114). 
vescovo di Iesi. Nel *38 governatore di 7. proeenrator fiscale. Benedetto Va- 
Roma, come da una lettera che il Niz- lenti, sul quale é da vedere la nota alla 
zardo Girolamo Dandini gli diresse il 7 riga 26 della p. 121. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 199 



role, io non mi possetti tenere di non mi muo(ve)re a grandissime 
risa; di poi riso alquanto, io dissi: molto ringratio idio, che per 
qnesta prima volta che gli è piaciuto a sua maestà che io sia car- 
cerato, pur beato che io non son carcerato per qualche debol cosa, 
come il più delle volte par che avenga a i giovani. Se questo che voi 5 
dite fussi il vero, qui non e* è pericolo nissuno per me che io dovessi 
essere gastigato da pena corporale, havendo le legge in quel tempo 
perso tutte le sue autorità ; dove che io mi potria scusare, dicendo, 
che. come ministro, cotesto tesoro io lo havessi guardato per la sacra 
e santa Chiesa appostolica, aspettando di rimetterlo a buon papa, o si io 

(e.86S6) veramente da quello che e* mi fussi richiesto, quale ora saresti voi, 
se la stessi cosi. A queste parole quello arrabbiato governatore pi- 
stoiese non mi lasciò finir di dire le mie ragione, che lui furiosa- 
mente disse: acconciala in quel modo che tu vuoi, Benvenuto, che 
annoi ci basta bavere ritrovato il nostro ; e fa' pur presto, se tu non i5 
vuoi che noi facciamo altro che con parole. E volendosi rizzare e 
andarsene, io dissi loro: signori, io non son finito di esaminare, si 
che finite di examinarmi e poi andate dove a voi piace. Subito si 
rimissono assedere, assai bene in coUora, quasi mostrando di non 
voler più udire parola nissuna che io allor dicessi, e mezo solle- so 
vati, parendo loro di haver trovato tutto quello che loro desideravono 

(e.268a) di Sapere. Per la qual cosa io cominciai in questo tenore: Sappiate, 
signori, che e' sono in circa a venti anni che io habito Roma, e mai 
né qui né altrove fui carcerato. A queste parole quel birro di quel 
governatore disse : tu ci ài pure ammazzati de gli uomini. Allora io 25 
dissi: voi lo dite, et non io; ma se uno venissi per ammazzar voi, 
cosi prete, voi vi difenderesti, e ammazzando lui le sante legge ve- 
lo conportano : si che lasciatemi dire le mie ragione, volendo potere 
referire al papa e volendo giustamente potermi giudicare. Io di nuovo 
vi dico, eh* e' son vicino a venti anni che io habito questa maravi- so 
gliosa Roma, et in essa ò fatto di grandissime faccende della mia 
professione : e perché io so che questa è la sieda di Christo, e' mi 

(e.S€3ò) sarei promesso sicuramente, che se un principe temporale mi havessi 
voluto fare qualche assassinamento, io sarei ricorso a questa santa 
cattedra et a questo vicario di Christo, che difendessi le mie ragione, ss 
Oimè, dove ò io a 'ndare adunque? e a chi principe che mi difenda 
da un tanto iscellerato assassinamento? Non dovevi voi, prima che 
voi mi pigliassi, intendere dove io giravo questi ottanta mila ducati? 
Anchora non dovevi voi vedere la nota delle gioie che à questa 
camera appostolica ischritte diligentemente da cinquecento anni in 40 

1. In O dopo non, cus. Ita. amAn. posMelti fa (ref) — È poi •critto muore, — 14. 
In O béuenuto. — 2S. In O dopo sono è pattati casa. Un. «man. — 94. In O dopo fui 
una o due lett. casa, del med. Inch. aman. — 28. In O è •eritto conportà^ forte da In- 
tendere eonportano. 



200 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



qua ? Di poi che voi havessi trovato mancliaiueiito, allora voi doveri 
pigliare tutti i miei libri, insieme con esso meco. Io vi fo intendere 
che e' libri dove sono ischritte tutte le gioie del papa e de' regni, 
sono tutti inpiè, e non troverrete mancho nulla di quello che haveva (cseu) 

5 papa Chlemente, che non sia ischritto diligentemente. Solo potria 
essere, che quando quel povero huomo di papa Chlemente si volse 
accordare con quei ladroni di quelli imperiali, che gli avevano ru- 
bato Roma e vituperata la chiesa, veniva a negotiare questo accordo 
uno ohe si domandava Cesere Iscatinaro, se ben mi ricordo; il quale 

10 ha vendo quasi che concluso l'accordo con quello assassinato papa, 
per fargli un poco di carezze, si lasciò cadere di dito un diamante, 
che valeva in circa quattromila scudi: e perché il ditto Iscatinaro 
si chinò a ricorlo, il papa gli disse che lo tenessi per amor suo. Alla 
presenza di queste cose io mi trovai in fatto : e se questo ditto dia- 

15 mante vi fussi manco, io vi dico dove gli è ito; ma io penso sicu- 
rissimamente che anchora questo troverrete ischritto. Di poi a vostra 
posta vi potrete vergogniare di bavere assassinato un par mio, che (e.mb) 
ò fatto tante honorate imprese per questa sieda appostolica. Sappiate 
che se io non ero io, la mattina che gli inperiali entromo in Borgo, 

so sanza impedimento nessuno entravano in castello ; et io sanza esser 
premiato per quel conto, mi gittai vigorosamente alle artiglierie, che 
i bonbardieri, e' soldati di munitione havevano abbandonato, e messi 
animo a un mio compagniuzo, che si domandava Raffaello da Monte 
lupo, iscultore, che anchora lui abbandonato s' era messo in nun 

S5 canto tutto ispaventato, e non facendo nulla; io lo risvegliai; e lui 
et io soli amazzamo tanti de' nemici, che i soldati presono altra 
via. Io fai quello che detti una archibusata allo Scatinaro per vederlo 
parlare con papa Chlemente sanza una reverenza, ma con ischemo (c.265a) 
bruttissimo, come luteiiano e impio che gli era. Papa Chlemente a 

so questo fece cercare in Castello chi quel tale fussi stato per inpic- 
carlo. Io fui quello che feri il principe d' Orangio d' una archibusata 
nella testa, qui sotto le trincee del castello. Apresso ho fatto alla 



9. Oetar* Iseatinart. Non si chiamaYa 
Cesare ma Oiovan Bartolommeo Gatti- 
tiara, nipote di Mercurio di Qattinara 
gran cancelliere di Carlo V. Concluse 
con Clemente VII la capitolazione del 6 
Giugno 1527, che poi non fu osservata. 
(Vedila in fine alla Relazione sul sacco 
di Roma del Guicciardini). Neirautobio- 
grafia di Raffaello daMontelupo (Vasari, 
Viti, ed. Milanesi, IV, 561-62), a propo- 
sito di ciò, si legge : « Quando si vidde 
la speranza era vana, si cercò fare 
acordo; e in questo potrei dire di molte 



cose, come più volte vinne per tratare 
acordo in Castello un signor dimandato 
il Catinaro; dove una volta venendo per 
tratare 1* acordo, da uno del castello li 
fu tirata una archibusata e ferito *n un 
braccio. Cosi stette la cosa molti giorni 
inanzi si ratachassi la pratica ecc. ». Il 
Cellini si vanta poco piCi sotto d* averlo 
colpito lui coli* archibuso. 

23. BafllMllo da HtBt«lnpa; de* Sini- 
baldi Aglio di Baccio, scultore e archi- 
tetto: lavorò a Loreto con Antonio da 
San Gallo ; a Firenze, nella sagrestia di 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



201 



santa Chiesa tanti homamenti d' argento, d' oro e di gioie, tante me- 
daglie e monete si belle e si honorate. È questa adunche la teme- 
raria pretesca remuneratione, che si usa a uno huomo che vi à con 
tanta fede e con tanta virtù servito e amato? andate arridire tutto 
quanto io v'ò detto al papa, dicendogli, che le sue gioie eU' à tutte; 
e che io non hebbi mai dalla chiesa nulla, altro che certe ferite e 
sassate in cotesto tempo del sacco; e ohe io non facevo capitale 

<c265ò) ^' altro che di un poco di remuneratione da papa Pagolo, quale lui 
mi haveva promesso. Hora io son chiaro e di sua santità e di voi 
ministri. Mentre che io dicevo queste parole egli stavano attoniti a 
udirmi ; e guardandosi in viso 1* un l' altro, in atto di maraviglia si 
partimo da me. Andomo tutti attre d* accordo a riferire al papa tutto 
quello che io havevo detto. Il papa vergogniandosi, commesse con 
grandissima diligenza che si dovessi rivedere tutti e' conti delle gioie. 
Di poi che ebbon veduto che nulla vi manchava, mi lasciavono stare 
in Castello senza dir altro: il signor Pier Luigi, anchora allui pa- 
rendogli haver mal fatto, cercavon con diligenza di farmi morire. 
In questo poco del' agitation del tempo il re Francesco haveva di 

(e^66a) già inteso minutamente come il papa mi teneva prigione, e a cosi 
gran torto : havendo mandato per inbasciadore al papa un certo suo 
gentil' huomo, il quale si domandava mon signior di Morluc, ischrisse 
a questo che mi domandasse al papa, come huomo di sua maestà. 
Il papa, che era valentissimo e maraviglioso huomo, ma in questa 
cosa mia si portò come dapoco e sciocco, e' rispose al ditto nuntio 



10 



tft 



to 



t. In O dopo ftomatMnti è casi. Un. «m*n. doro. — 10. In O dopo minUtri sono 
caw. lln. am«n. le parole detto/ queste par {ole), — 14. In O dopo dovetei è rj cati. 
Un. aman. 



S. Lorenzo, sotto la guida del Buonar- 
roti, ed altrove, specialmente a Roma, 
dove fu nominato architetto di Castel 
Sant'Angelo. (Cfr. Vasari, Vite, ed. ciU, 
voi. IV, 543-562). 

10. Mentre ehe io dicevo queste parole. 
L* ipterrogatorio del CelUni fu riportato 
di su* i^^sf ri de* costituti dal Berto- 
lotti, Art. lomb.t I, 261. Benché alcuni 
luoghi del ms. siano stati consunti dal- 
r umidità, tuttavia è facUe vedere come 
differenti siano quelle risposte del CeUi- 
ni, in realtà, da queste che egli riporta 
neUa Vita, lì Bertolotti aocusò il C, ad- 
dirittura, di millanteria: 00. cercò di di- 
fenderlo da questa accusa : ma, vera- 
mente, non è possibUe negare che il C, 
narrando neUa Vita questo processo fa- 
moso, ablùa, secondo la sua natura, ec- 
ceduto nel rappresentare sé stesso sotto 



un aspetto troppo favorevole, attribuen- 
dosi maggior fierezza di quella che non 
appaia didla parte conservataci deU' in- 
terrogatorio. É vero, peraltro, che in 
questo non saranno state registrate tutte 
testualmente le risposte balde del Gel- 
lini ; ed è vero, altresì, che egli dettava 
dopo molti anni, e forse non ben ricor- 
dava; e ^'altronde, non poteva supporre 
che, al lume de' documenti, avrebbero 
indagato 1 lettori se certe cose le disse 
veramente o, soltanto, ebbe la buona in- 
tenzione di dirle. E forse, dettando, gli 
parve proprio d'averle dette. 

21. mon sifnier Al HerUe. Giovanni di 
Monluc, frateUo di Blaise di M., celebre 
maresciaUo; nel 1558 fu nominato vesco- 
vo di Valenza nel Delflnato: ambasciatore 
a Varsavia nel 1573, riusct a far eleggere 
re di Polonia Enrico d^Angiò. Mori nel 



202 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



del re, che sua maestà non si curasse di me, perché io ero uomo 
molto fastidioso con l' arme, e per questo facevo avertito sua maestà 
che mi lasciassi stare, perché lui mi teneva prigione per homicidii 
e per altre mie diavolerie cosi fatte. Il re di nuovo rispose, che inel 

5 suo regno si teneva honissima iustitia; e si come sua maestà pre- 
miava e favoriva maravigliosamente gli uomini virtuosi, cosi per il 
contrario gastigava i fastidiosi ; e perché sua santità mi havea lasciato (e.M6&) 
andare, non si curando del servitio di detto Benvenuto, e vedendolo 
inel suo regno, volentieri l'aveva preso al suo servitio ; e come huomo 

10 suo lo domandava. Queste cose mi fumo di grandissima noia e danno, 
con tutto che e' fussino e* più honorati favori che si possa deside- 
rare per un mio pari. H papa era venuto in tanto furore per la ge- 
losia eh' gli aveva che io non andassi a dire quella iscellerata ribal- 
deria usatami, che e' pensava tutti e' modi che poteva con suo honore 

15 di farmi morire. Il castellano di caste! sant'Agniolo si era un nostro 
fiorentino, il quale si domandava mr Giorgio, cavaliere degli Ugo- 
lini. (Questo huomo da bene mi husò le maggior cortesie che si possa 
usare al mondo, lasciandomi andare libero per il castello a fede mia (e.26Ta) 
sola ; e perché gV intendeva il gran torto che m' era fatto, volendogli 

so io dare sicurtà per andarmi a spasso per il castello, lui mi disse che 
non la poteva pigliare, avenga che il papa ist(im)ava troppo questa 
cosa mia, ma che si fiderebbe liberamente della fede mia, perché da 
ugniuno intendeva quanto io ero huomo da bene : et io gli detti la 
fede mia, e cosi lui mi dette comodità che io potessi lavorachiare 

^ qualche cosa. A questo, pensando che questa indegniatione del papa, 
si per la mia innocentia, anchora per i favori del re, si dovessi ter- 
minare, tenendo pure la mia bottega aperta, veniva Ascanio mio 
garzone in Castello e portavami alcune cose da lavorare. Benché 
poco io potessi lavorare, vedendomi a quel modo carcerato a cosi 

so gran torto, pure facevo della necessità virtù: lietamente il meglio (e.»76) 
che io potevo mi conportavo questa mia perversa fortuna. Have- 

8. In O era •critto culanre ; corr. aman. àdart; dopo non è Aau«n/ caia. Un. aman. 
— 21. In O è scritto, per errore, istaua e di mano e d* inchiostro recente sono caas. 
le lettere aua e soprar, è imaua. — 91. In O coportavo. Scrivo conportavo, com'è dato 
più sotto. 



1579. (Cfr. Oallia chrisHana, voi. VI, 
p. 368). In quest*anno era certamente 
a Roma, ma il Plon, che ricercò dili- 
gentemente nella sua corrispondenza, 
non vi ha trovata nessuna traccia di 
questa sua intercessione a favore di 
Benvenuto (Plon, op. cit., p. 46). 

16. mr Oiercio eavaliere dofli Ugoliai. 
Nel Ruolo dei cavalieri Oerosolimi" 
tani, a p. 160, trovò il Tassi un Ugo- 
lino fra Giorgio, nel Febbraio i5H 



Commendatore di Prato: ma questi 
non si potrebbe creder tutt*uno con quel 
Giorgio Ugolini che il Varchi cita, sotto 
r anno 1500, come « 0ova/ne amorevoli* 
della patria e di buone facultà » {Stor, 
fior., ed. cit., 1. XI, p. 278). Nei Registri 
della Depositeria, dice il Bbrtolotti, 
{Art. lomb,, I, 268) di aver trovato docu- 
menti relativi a questo Ugolini, compa- 
gno di prigione di Benvenuto, ma non 
dice quali. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 20B 

vomì fatto amicissimi tutte quelle guardie e molti soldati del Ca- 
stello. E perché il papa veniva alcune volte a cena in Castello, e, 
in questo tempo che c'era il papa, il castello non teneva guardie, 
ma stava liberamente aperto come un palazo ordinario ; e perché in 
questo tempo che il papa stava cosi, tutti e' prigioni si usavono con b- 
maggior diligenza riserrare: onde a me non era fatto nessuna di 
queste cotal cose; ma liberamente in tutti questi tempi io mene 
andavo per il castello : e più volte alcuni di quei soldati mi consiglia- 
vano che io mi dovessi fuggire, e che loro mi harieno fatto spalle, 

feJ68a) conosciuto il gran torto che m' era fatto : a i quali io rispondevo la 
che io havevo dato la fede mia al castellano, il quale era tanto huomo 
dabbene, e che mi haveva fatto cosi gran piaceri. Eraci un soldato 
molto bravo e molto ingegnoso ; e mi diceva: Benvenuto mio sappi 
che chi è prigione non è ubrigato né si può ubbrigare a osservar 
fede, si come nessuna altra cosa ; fa' quel che io ti dico, fuggiti da i& 
questo ribaldo di questo papa e da questo bastardo suo figliuolo, 
i quali ti torranno la vita a ogni modo. Io che m'ero proposto più 
volentieri perder la vita, che manchare a quello huomo d abene del 
castellano della mia promessa fede, mi conportavo questo inistimabil 
dispiacere insieme con un frate di casa Palavisina grandissimo pre- so 

(e.s68&) dicatore. Questo era preso per luteriano : era benissimo domestico 
compagno, ma, quanto a frate, egli era il maggior ribaldo che fussi 
al mondo, e s' accomodava a tutte le sorte de* vitii. Le belle virtù 
sua io le ammiravo, e' brutti vitii sua grandemente aborivo, e libe- 
ramente ne lo riprendevo. Questo frate non faceva mai altro che ri- ss 
cordarmi come io non ero ubrigato a osservar fede al castellano, per 
esser io inprigione. Alla qual cosa io rispondevo, che si bene come 
frate lui diceva il vero, ma come huomo e' non diceva il vero; perché 
un che fussi huomo e non frate, haveva da osservare la fede sua 
in ogni sorte d' accidente, in che lui si fussi trovato : però io che ero so 

(cMU) huomo e non frate, non ero mai per manchare di quella mia sim- 
plice e virtuosa fede. Veduto il ditto frate che non potette ottenere il 
conronpermi per via delle sue argutissime e virtuose ragioni tanto 
maravigliosamente dette dallui, pensò tentarmi per un'altra via; e 
lasciato cosi passare di molti giorni, inmentre mi leggeva le prediche 35 
di fra lerolimo Savonarolo, e' dava loro un cemento tanto mirabile , 

13. In O av. aoldato è tlo (?) cau. Itn. aman. — 13. In O in gtgioto. — 16. In O 
è riscritto e casa. aman. di questo. — 20. In O dopo fraie ò cass. Un. aman. pala antioipaz. 
di palauièina. — SS. In O dopo tutte è cass. Un. aman. le sorte, riscritto le' sorte. — 
98. In O eourompermj. 



20. un frate il eata PalaTisiiia : valen- Art, lornb., I, 268). Il Caro in una lettera 

tissimo oratore, catturato per luterane- al Ouidiccioni, in data del 25 Giugno 1540, 

Simo : la sua prigionia durò sette mesi parla di un Frate Pallavicino arrestato 

e diciotto giorni (Registri della Deposi* di recente : forse è questo stesso, impri- 

teria, 1538-*39, f. 87, cit. dal Bertolotti, gionato di nuovo nel '40. 



204 VITA DI BENVENUTO CELLINl 

<5he era più bello cbe esse prediche; per il quale io restavo inva- 
ghito, e non saria stata cosa al mondo che io non havessi fatta per 
Ini; da manchare della fede mia in fnora, si come io ò detto. Vedu- 
tomi il frate istupito delle virtù sue^ pensò un'altra via; che con un 

V bel modo mi cominciò a domandare che via io harei tenuto se e* mi 
fussi venuto voglia, quando loro mi havessino riserrato, a aprire 
quelle prigione per fuggirmi. Anchora io, volendo mostrare qualche (tM9b) 
sottigliezza di mio ingegnio a questo virtuoso frate, gli dissi, che 
ogni serratura dificilissima io sicuramente aprirrei, o maggior mente 

10 quelle di quelle prigicme le quale mi sarebbono state come mangiare 
un poco di cacio fresco. Il ditto frate, per farmi dire il mio seghreto, 
mi sviliva, dicendo che le son molte cose quelle che dicon gli uomini 
che son venuti in qualche chredìto di persone ingegniose, che se gli 
avessino poi a mettere in opera le cose di che loro si vantavano, 

15 perderebbon tanto di chredito, che guai a loro : però sentiva dire a 
. me cose tanto discoste al vero, che, se io ne fussi ricerco, pense- 
rebbe eh* io n' uscissi con poco honore. A questo, sentendomi io pu- 
gnere da questo diavolo di questo frate, gli dissi che io usavo sempre (csroc) 
prometter di me con parole molto manche di quello che io sapevo 

10 fare ; e che cotesta cosa che io havevo promessa delle chiave, era la 
più debole; e con breve paroje io lo farei capacissimo che Pera si 
come io dicevo ; e inconsideratamente, si come io dissi, gli mostrai 
con facilità tutto quel che io havevo detto. Il frate facendo vista di non 
sene curare, subito benissimo aprese ingegniosissimamente il tutto. E 

85 8Ì come di sopra io ò detto, quello huomo da bene del castellano mi 
lasciava andare liberamente per tutto il Castello; e manche la notte 
non mi serrava, si come attutti gli altri e' faceva; anchora mi lasciava 
lavorare di tutto quello che io volevo si d'oro e d'argento e di cera; 
e, se bene io havevo lavorato parechi settimane in un certo bacino (cJTO») 

80 che io facevo al cardinal di Ferrara, trovandomi affastidito dalla 

prigione, m'era venuto annoia il lavorare quelle tale opere; e solo 

mi lavoravo, per manche dispiacere, di cera alcune mie figurette: la 

qual cera il detto frate mene buscò un pezzo, e con detto pezzo messe 

• in opera quel modo delle chiave che io inconsideratamente gli avevo 

95 insegniato. Havevasi preso per compagnie e per aiuto un cancelliere 
che stava col ditto castellane. Queste cancelliere si domandava Luigi» 
et era padovano. Volendo far fare le ditte chiave, il magniane li sco- 
perse; e perché il castellano mi veniva alcune volte a vedere alla 
mia stanza, e vedutemi che io lavoravo di quelle cere, subito rice- 
vo gniobbe la ditta cera e disse: se bene a questo povero huomo di (ciru) 
Benvenuto è fatto un de' maggior torti che si facessi mai, meco 
non do ve v' egli far queste tale operatione, ohe gli facevo quel pia- 

10. in O priffine. — 28. In O loprar. a cura oass. è uUta: aman. — S9. In O tra 
in e un è cer. caM, lin. aman. — 35. In O insegniate. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 206^ 



cere che io non potevo fargli : bora io lo terrò istrettissimo serrato 
e non gli farò mai più nn piacere al mondo. Cosi mi fece riserrare 
con qualche dispiacevolezza, massimo di parole dittemi da certi soa 
affetionati servitori, e' quali mi volevano bene oltramodo, e ora per 
ora mi dicevano tutte le buone opere che faceva per me questo si- ^ 
gnor casteUano; talmente che, in questo accidente mi chiamavano 
huomo ingrato, vano e sanza fede. E perché un di quelli servitori 
più aldacemente che non sigli conveniva mi diceva queste ingiurie, 

{t.mb) onde io, sentendomi innocente, arditamente risposi, dicendo che mai 

io non mancai di fede, e che tal parole io terrei a sostenere con virtù io- 
della vita mia, e che se più e' mi diceva o lui o altri tale ingiuste 
parole, io direi che ogniuno che tal cosa dicessi sene mentirebbe per 
la gola. Non possendo sopportare la ingiuria, corse in camera del 
castellano e portoiomi la cera con quel model fatto della chiave. Su- 
bito che io viddi la cera, io gli dissi che lui et io havevamo ragione ; t5 
ma che mi facessi parlare al signor castellano, perché io gli direi li- 
beramente il caso come gli stava, il quale era di molto più inportanza 
che loro non pensavano. Subito il castellano mi fece chiamare, et io 

(e.272a) gli dissi tutto il seguito; per la qual cosa lui ristrinse il frate, il 

quale iscoperse quel cancelliere, che fu per essere inpiccato. Il detto so 
castellano quietò la cosa, la quale era di già venuta agli orechi del 
papa ,* campò il suo cancelliere dalle forche, e me allargò inel mede- 
simo modo che io mi stavo in prima. Quando io veddi seguire questa 
cosa con tanto rigore, cominciai a pensare ai fatti mia, dicendo: se 
un' altra volta venissi un di questi furori, e che questo huomo non 95 
si fidassi di me, io non gli verrei a essere più ubbrigato, e vorrei 
adoperare un poco li mi^ ingegni, li quali io son certo che mi riu- 
scirieno altrimenti che quei di quel frataccio: e cominciai a farmi 
portare delle lenzuola nuove e grosse, e le sudice io non le riman- 
davo. Li mia servitori chiedendomele, io dicevo loro che si stessin so 

(ej72ò) cheti, perché io V avevo donate a certi di quei poveri soldati ; che 
se tal cosa si sapessi, quelli poveretti portavano pericolo della ga- 
lera; di modo che li mia giovani e servitori fidelissimamente, ma- 
ximo Felice, mi teneva tal cosa benissimo segreto, le ditte lenzuola. 
Io attendevo a votare un pagliericcio, et ardevo la paglia, perché 35 
nella mia prigione v' era un cammino da poter far fuoco. Cominciai 
di queste lenzuola a fame fascie larghe un terzo di braccio: quando 
io hebbi fatto quella quantità che mi pareva che fussi a bastanza 
a discendere da quella grande altura di quel mastio di Castel San- 
t'Agniolo, io dissi a i mia servitori, che havevo donato quelle che *^ 
io volevo, e che m* attendessino a portare delle sottile, e che sempre 

2. In O piaere, — 25. In O P e dopo furori è avanzo del pcAe cass. lin. aman., 
e toprar. è che, ~~ 26. In O più è loprar. aman. — 35. In O dopo paglia casi. lin. 
aman. le parole perché «ra diuer/. 



206 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

io renderei loro le endice. Questa tal cosa si dimenticò. A quelli mia (ctrsc) 
lavoranti e servitori il cardinale Santiquattro e Comaro, mi feciono 
serrare la bottega, dicendomi liberamente, che il papa non voleva 
intender nulla di lasciarmi andare, e che quei gran favori del Be 

5 mi havevano molto più nociuto che giovato ; perché l' ultime parole 
che haveva dette monsignior di Morluc da parte de' re, si erano 
istate, che monsigno* di Morluc disse al papa che mi dovessi dare 
in mano a' giudici ordinari della corte ; e che, se io havevo errato, 
mi poteva gastigare, ma non havendo errato, la ragion voleva che 

10 lui mi lasciassi andare. Queste parole havevan dato tanto fastidio 
al papa, che haveva voglia di non mi lasciare mai più. Questo ca- 
stellano certissimamente mi aiutava quanto e' poteva. Veduto in 
questo tempo quelli nimici mia che la mia bottega s'era serrata, con {cjtju) 
ischerno dicevano ogni di qualche parola ingiuriosa a quelli mia ser- 

15 vitori e amici che mi venivano a visitare alla prigione. Accadde un 
giorno in fra gli altri che Ascanio, il quale ogni di veniva dua volte 
da me, mi richiese che io gli facessi una certa veste tta d'una mia 
vesta azzurra di raso, la quale io non portavo mai : solo mi haveva 
servito quella volta che con essa andai in processione: però io gli 

20 dissi che quelli non eran tempi, né io in luogo da portare cotai veste, 
n giovane ebbe tanto per male che io non gli detti questa meschina 
vesta, che lui mi disse che sene voleva andare a Tagliacozze a 
casa sua. Io tutto appassionato gli dissi, che mi faceva piacere a 
levarmisi dinanzi ; e lui giurò con grandissima passione di non mai 

25 più capitarmi innanzi. Quando noi dicevamo questo, noi passeggia- (cSTia) 
vamo in tomo al mastio del Castello. Avenne che il castellano an- 
chora lui passeggiava : incontrandoci appunto in suo' signioria, e 
Ascanio disse : io mene vo, e addio per sempre. A questo io dissi : 
e per sempre voglio che sia, e cosi sia il vero: io commetterò alle 

30 guardie che mai più ti lascin passare : e voltomi al castellano, con 
tutto il quore lo pregai, che commettessi alle guardie che non la- 
sciassino mai più passare Ascanio, dicendo a suo' signioria : questo 
villanello mi viene a chrescere male al mio gran male ; si che io vi 
priego, signior mio, che mai più voi lasciate entrar costui. Il castellano 

35 li inchresceva assai, perché lo conosceva di maraviglioso ingegnio : 

17. In O dopo faeetsi è eer=/ casa. Un. aman. — Dopo uestetta è p^r te casa. lin. 
aman. — 21. In O eo$i oass. Un. aman. av. e'iuj, — 27. In O tuo qui e più sotto para 
av. a signioria. — 81. In O il re di quore è soprar. a una o doe lett. casi. : aman. 



2. Santiqaattro e Comaro. Autonio scorie a Carlo V e a Francesco I. (Cfr. 

Pucci, nipote di Roberto su cui vedasi quello che dicono ì* ammirato, Istorie 

la nota alla riga 5 della p. 114. Fu no- /lorent., Ili, 339-375, e il Ciacconio, III, 

minato cardinale « dei Quattrosanti co- 522). — Sul cardinale Francesco Cor- 

renati » nel 1531 : mori nel 15i4, dopo naro è da vedere la nota alla riga 25 

aver sostenuto con lode onorevoU amba- della pag. 141. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 207 



apresso a questo egli era di tanta bella forma di corpo, cbe pareva 

(e.8746) che ogniuno, vedutolo una sol volta, gli fussi ìspressamente affetionato. 
U ditto giovane se ne andava lachrimando, e portavano una sua stor- 
tetta, che alcune volte lui seghretamente si portava sotto. Uscendo 
del castello e havendo il viso cosi lachrimoso, si incontrò in dna di 5 
quei mia maggior nimici, che Puno era quel'Ieronimo perugino 
sopra ditto e l'altro era un certo Michele, orefici tuttadua. Questo 
Michele, per essere amico di quel ribaldo di quel perugino e nimico 
d' Ascanio, disse : che vuol dir che Ascanio piagne ? Forse gli è morto 
il padre ? dico quel padre di Castello. Ascanio disse a questo : lui è 10 
vivo, ma tu sarai hor morto; et alzato la mana, con quella sua 
istorta gli tirò dua colpi, in sul capo tuttadua, che col primo lo 
misse in terra, e col sicondo poi gli tagliò tre dita della man ritta, 

(c.ì75o) dandogli pure in sul capo. Quivi restò come morto. Subito fu rife- 
rito al papa, e il papa, in gran collera, disse queste parole : da poi 15 
che il re vuole che sia giudicato, andategli a dare tre di di tempo 
per difendere le sua ragione. Subito vennono e feciono il detto ufìtio 
che haveva lor comesso il papa. Quello huomo da bene del castel- 
lano subito andò dal papa e fecielo chiaro come io non ero consa- 
pevole di tal cosa, e che io l'avevo cacciato via. Tanto mirabilmente 20 
mi difese, che mi campò la vita da quel gran furore. Ascanio sene 
fuggi a Taglia cozze a casa sua, e di là mi schrisse, chiedendomi 
mille volte perdonanza, che cogniosceva bavere hauto il torto a 
aggiugnermi dispiaceri ai mia gran mali ; ma, se dio mi dava gratia 
che io uscissi di quel carcere, che non mi vorrebbe mai più abban- S5 

<c.275() donare. Io gli feci intendere che attendessi a 'mparare, e che se dio 
mi dava libertà, io lo chiamerei a ogni modo. Questo castellano ha- 
veva ogni anno certe infermità che lo trahevano del cervello a fatto ; 
e quando questa cosa gli cominciava a venire, e' parlava assai : modo 
che cicalare ; e questi umori sua erano ogni anno diversi, perché una so 
volta gli parve essere uno orcio da olio: un'altra volta gli parve 
essere un ranochio, e saltava come il ranochio; un'altra volta gli 
parve esser morto, e bisogniò sotterrarlo : cosi ognianno veniva in 
qualcun di questi cotai humori diversi. Questa volta si cominciò a 
immaginare d' essere un pipistrello e, in mentre che gli andava 85 
aspasso, istrideva qualche volta cosi sordamente come fanno i pipi- 

(c876a) strelli, anchora dava un po' d' atto alle mane et al corpo, come se 
volare havessi voluto. Li medici sua, che sene erano aveduti, cosi 

4. In O lui è loprar. aman. — 21. In O dopo quel è furore cass. lin. aman. — 24. 
In O aggiugniermj hh giù soprar. e ritoccata Ve: aman.? — ìt5. In O più soprar, aman. 
— SS. In O dopo ognianno ò g cass. Hn. aman. 



6. leroDimo perugino. Girolamo Pa- 7. Michele. É forse quel Michele di 

scuoci, su cui off. la nota alla riga 22 Francesco Nardiui (o Nardi?) su cui è 
della pag. 183. la nota alla riga 22, della p. 92. 



208 VITA DI BENVENUTO CELUNI 



li sua servitori vechi li, davano tutti i piaceri che inmaginar pote- 
vano : e perché e* pareva loro che pigliassi gran piacere di sentirmi 
ragionare, a ogni poco e' venivano per me e menavanmi dallui. Per 
la qual cosa questo povero huomo tal volta mi tenne quattro e cinque 
5 ore intere, che mai havevo restato di ragionar seco. Mi teneva alla 
tavola sua a mangiare al dirinpetto a sé, e mai restava di ragionare 
o di farmi ragionare; ma io in quei ragionamenti mangiavo pure 
assai hene. Lui povero huomo non mangiava e non dormiva, di modo 
che me haveva istracco, che io non potevo più ; e guardandolo alcune 

IO volte in viso, vedevo che le luce degli ochi erano ispaventate, per- (e.87Sfr) 
che una guardava innun verso, e l'altra in uno altro. Mi cominciò 
a domandare se io avevo mai hauto fantasia di volare : al quale io 
dissi, che tutte quelle cose che più dificile agli uomini erano state, 
io più volentieri havevo cerco di fare e fatte; e questa del volare, 

15 per havermi presentato lo idio della natura un corpo molto atto e 
disposto a correre et assaltare molto più che ordinario, con quel poco 
dello ingegno poi, che manualmente io adopererei, a me dava il quore • 
di volare al sicuro. Questo huomo mi cominciò a dimandare che modi 
io terrei: al quale io dissi, che, considerato gli animali che volano 

so volendogli mitare con V arte quello che loro havevano dalla natura, {cìTia} 
non e' era nissuno che si potessi imitare, senone il pipistrello. Come 
questo povero huomo senti quel nome di pipistrello, che era Tumore 
in quel che peccava quel'anno, messe una voce grandissima, dicendo: 
e' dice il vero, e' dice il vero ; questa è essa, questa è essa : e poi 

85 si volse a me e dissemi: Benvenuto, chi ti dessi le comodità, e* ti 
darebhe pure il quore di volare? Al quale io dissi che, se lui mi 
voleva dar liberta da poi, che mi bastava la vista di volare insino 
in Prati, faccendomi un paio d' alie di tela di rensa incerate. Allora 
e' disse : e anche a me ne basterebbe la vista ; ma perché il papa 

so m* à comandato che io tenga cura di te come degli ochi suoi ; io 

cogniosco che tu sei un diavolo ingegnioso che ti fuggiresti: però (e.377^) 
io ti vo' fare rinchiudere con cento chiave, accioché tu non mi fugga. 
Io mi messi a pregarlo, ricordandogli che io m'ero potuto fuggire, 
e, per amor della fede che io gli avevo data, io non gli arei mai 

85 manchato; però lo pregavo per l'amor de dio, e per tanti piaceri 
quanti mi haveva fatto, che lui non volessi arrogere un maggior 
male al gran male che io havevo. In mentre che io gli dicevo queste 
parole, lui comandava espressamente che mi legassino, e che mi me- 
nassino in prigione serrato bene. Quando io viddi che non v' era altro 

40 rimedio, io gli dissi, presente tutti e' sua : serratemi bene e guarda- 
temi bene, perché io mi fuggirò a ogni modo. Cosi mi menomo, e 

3. In O il me di menauanmj è soprar. aman. — tS. In O è scritto d^eiU: V* é 
c&as. aman. e r« è rid. ad i d* altro inch. — 81. In O era scritto ttnonte: lembra 
caia. aman. l' ultima «. — 88. In O il m< è loprar. a ti cass. aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 209 



chiusonini con maraviglìosa diligenza. Allora io cominciai a pensare 
il modo che io havevo a tenere a faggirmi. Subito che io mi veddi 
chiuso, andai examinando come stava la prigione dove io ero rin- 
chiuso ; e parendomi haver trovato sicuramente il modo di uscirne, co- 
minciai a pensare in che modo io dovevo iscendere da quella grande 5 
altezza di quel mastio, che cosi si domanda que l'alto torrione: e 
preso quelle mie lenzuolo nuove, che già dissi che io ne havevo fatte 
istrisce e benissimo cucite, andai exammando quanto vilume mi ba- 
stava a potere iscendere. Giudicato quello che mi potria servire, e 
di tutto messomi in ordine, trovai un paio di tanaglie, che io havevo 10 
tolto a un savoino il quale era delle guardie del castello. Questo 

(ci7») haveva cura alle botte et alle citeme ; anchora si dilettava di lavo- 
rare di legniamo : e perché gli aveva parechi paia di tanaglie, infra 
queste ve n^era un paio molto grosse e grande: pensando, che le 
fussino il fatto mio, io glene tolsi e le nascosi drento in quel paglie- i5 
riccio. Venuto poi il tempo che io mene volsi servire, io cominciai 
con esse a tentare di quei chiodi che sostenevano le bandelle; e per- 
ché V uscio era doppio, la ribaditura delli detti chiodi non si poteva 
vedere; di modo che, provatomi a cavarne uno, durai grandissima 
fatica; pure di poi alla fine mi riusci. Cavato che io hebbi questo 20 

(e.279a) primo chiodo, andai inmaginando che modo io dovevo tenere che 
loro non se ne fussino avveduti. Subito mi acconciai con un poco 
di rastiatura di ferro rugginoso xm poco di cera, la quale era del 
medesimo colore appunto di quelli cappelli d*aguti che io havevo 
cavati ; et con essa cera diligentemente cominciai a centra fare S5 
quei capei d*aguti in sulle lor bandelle: e di mano in mano tanti 
quanti io ne cavavo, tanti ne contrafacevo di cera. Lasciai le ban- 
delle, attaccate ciascuna da capo e da pie con certi delli medesimi 
aguti che io havevo cavati ; di poi gli avevo rimessi, ma erano ta- 
gliati, di poi rimessi leggiermente, tanto che e* mi tenevano le ban- so 
delle. Questa cosa io la feci con grandissima difìcultà, perché il ca- 

(e^796) stellano sogniava ogni notte che io m*ero fuggito, e però lui man- 
dava a vedere di bora in bora la prigione ; e quello che veniva a 
vederla haveva nome e fatti di birro. Questo si domandava il Bozza, 
e sempre menava seco un altro, che si domandava Giovanni, per 35 

IS. In O botte ha V e corr. In j d' inch. più recente. — 14. In O tra pen e sando 
{pensando) è un do cam. Un. aman. — 81. In O dopo dijicultà è gu cass. lin. aman. 



11. un taToino. «Il Savoino guardiano sulta dal seguente pagamento: «solvi 

delle botti e cisterne del Castello. . . ri- et numerare faciatìs Henrico de Oziaco 

sulta da documenti che era un Enrico alias Savoia ad custodiam vividariorum 

de Oziaco savoiardo »: BERT0L0TTI,ilr^ et cisternarum arcis Sancti Angeli de- 

lomtf., I, £68) Era anche bombardiere : put. ducat sex etc. » (Bbrtolotti, Art, 

ebbe il ritratto negli afin*e8cbi che si fé- sub., p. 75 sgg.). 

cero in Castel S. Angelo nel 1545 : ma 35. eiovaBiil per lepraneme Pedifniene» 

nel Dicembre era ancor vivo, come ri- Che era di Prato lo dice il Cellini. 

CcLLixi, Vita, 14 



210 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



sopra nome Pedignione : questo era soldato, e *1 Bozza era servitore. 
Questo Giovanni non veniva mai volta a quella mia prigione, che 
lui non ini dicessi qualche ingiuria. Costui era di quel di Prato, et 
era stato in Prato allo spetiale: guardava diligentemente ogni sera 
5 quelle bandelle e tutta la prigione, et io gli dicevo : guardatemi bene, 
perché io mi voglio fuggire a ogni modo. Queste parole feciono ge- 
nerare una nimicitia grandissima infra lui e me; in modo che io (cMOa) 
con grandissima diligenza tutti quei mia ferruzzi, come se dire ta- 
naglie, e un pugniale assai ben grande, et altre cose appartenente, 

10 diligentemente tutti riponevo innel mio pagliericcio : cosi quelle fa- 
scie che io havevo fatte, hancora queste tenevo in questo paglie- 
(ri)ccio ; e come gli era giorno, subito da me ispazzavo : e se bene 
per natura io mi diletto della pulitezza, allora io stavo pulitissimo. 
Ispazzato che io havevo, io rifacevo il mio letto tanto gentilmente, 

15 e con alcuni fiori, che quasi ogni mattina io mi facevo portare da 
un certo lavoino. Questo savoino teneva cura della citema e delle 
botte; e, anche, si dilettava di lavorar di legniame; e allui io rub[u]ai 
le tanaglie, con che io sconficcai li chiodi di queste bandelle. Per tor- 
nare al mio letto, quando il Bozza et il Pedignione venivano, mai (cJ80») 

so dicevo loro altro, se non che stessin discosto dal mio letto, acciochè 
e* non me lo inbrattassino e non me lo guastassino ; dicendo loro 
per qualche occasione, che pure per ischemo qualche volta che cosi 
leggiermente mi toccavano un poco il letto, per che io dicevo : a i 
sudici poltroni; io metterò mano a una di coteste vostre spade, e 

2 5 farowi tal dispiacere che io vi farò maravigliare. Parv*egli esser 
degni di toccare il letto d'un mio pari? A questo io non harò ri- 
spetto alla vita mia, perché io son certo che io vi torrò la vostra; 
si che lasciatemi stare colli mia dispiaceri e colle mia tribulatione ; 
e non mi date più afianno di quello che io mi habbia; se non che (c*28u) 

30 io vi farò vedere che cosa sa fare un disperato. Queste parole co- 
storo le ridissono al castellano, il quale comandò loro ispressamente, 
che mai non s' accostassino a quel mio letto, e che quando eveni- 
vano da me venissino sanza spade, e che m' avessino benissimo cura 
del resto. Essendomi io assicurato del letto, mi parve haver fatto 

^5 ogni cosa : perché quivi era la importanza di tutta la mia faccenda. 
Una sera di festa in fra l' altre, sentendosi il castellano molto mal di- 
sposto, e quelli sua omeri chresciuti, non dicendo mai altro se non 



1. In O è icritto hottga, m* la prima t investe un poMa «. — 8. In O dopo 
era ò pra—/teMe casi. lin. aman. — 9. In O appartenente e V e fin. è rid. ad i: aman. 
-> 11. In Ò è scritto paglieeeio o unlV e è ana lineetta di abbrev. d*incb. mod. Su 
giano V r, e tu Upauo, tua lembrano agg. dall'aman. — SS. In O dopo letto sono cass. 
lin. aman. le parole onde io dicevo; poco più sotto innanzi a coteete A oass. lin. cotte: 
aman. — SS. In O era scritto al (non quel) e T I è cass.; soprar, quel; aman. — 84. 
In O dopo retto è Avendo cass. lin. aman. — 87. In O av. altro è una forte cassa- 
tura di una o due lettere. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 211 

che era pipistrello, e che, se lor sentissino che Benvenuto fossi volato 
via, lasciassino andar luì, che mi raggiugnerebbe, perché e* volerebbe 

<e.tti&} di notte anchora Ini certamente più forte di me, dicendo : Benvenuto è 
un pipistrello contrafatto, e io sono un pipistrello dado vero; e perché 
e' m* è stato dato in guardia, lasciate pur fare a me, che io lo giù- 5 
gnerò ben io. Essendo stato più notti in questo humore, gli aveva 
stracco tutti i sua servitori ; et io per diverse vie intendevo ogni 
cosa, maximo da quel savoino che mi voleva bene. Besolutomi questa 
sera di festa a fuggirmi a ogni modo, in prima divotissimamente a 
dio feci oratione, pregando sua divina maestà che mi dovessi di- io 
fendere e aiutare in quella tanta pericolosa inpresa,* di poi messi 
mano attutte le cose che io volevo operare, e lavorai tutta quella notte. 

(o.88Sa) Come io fu' a dua ore innanzi il giorno, io cavai quelle bandelle con 
grandissima fatica, perché il battente del legnio della porta, e anche 
il chiavistello facevano un contrasto, il perché io non potevo aprire : is 
hebbi a smozzicare il legno: pure alla fine io apersi, e messomi 
adosso quelle fascie, quale io havevo avvolte a modo di fusi di accia 
in su dua legnetti, uscito fuora, mene andai dalli destri del mastio ; 
e scoperto per di drento dua tegoli del tetto, subito facilmente vi 
saltai sopra. Io mi trovavo in giubbone bianco et un paio di calze so 
bianche e simile un paio di borzachini, inne' quali havevo misso 
quel mio pugnialotto già ditto. Di poi presi un capo di quelle mie 

^28t&) fascie e V accomandai a un pezzo di tegola antica ch'era murata inel 
ditto mastio : a caso questa usciva fuori apena quattro dita. Era la 
fascia acconcia a modo d'una staffa. Appiccata che io l'ebbi a quel ss 
pezo della tegola, voltomi a dio, dissi: signiore idio, aiuta la mia 
ragione, per che io 1' ò come tu sai e perché io mi aiuto. Lasciatomi 
andare pianpiano, sostenendomi per forza di braccia, arrivai in sino 
in terra. Non era lume di luna, ma era un bel chiarore. Quando io 
fui in terra, guardai la grande altezza che io havevo isceso cosi ani- so 
mosamente, e lieto mene andai via, pensando d'essere isciolto. Per 
la qual cosa non fu vero, perché il castellano da quella banda haveva 
fatto fare dua muri assai bene alti, e sene serviva per istalla e per 

4e-i83a) pollaio : questo luogo era chiuso con grossi chiavistelli per di fuora. 

Veduto che io non potevo uscir di quivi, mi dava grandissimo di- ** 
spiacere. Inmentre che io andavo innanzi e indietro pensando ai fatti 
mia, detti de' piedi in una gran pertica, la quale era coperta dalla 
paglia. Questa con gran dificultà dirizai a quel muro ; di poi a forza 
di braccia la salsi insino in cima del muro. E perché quel muro era 
taggliente, io non potevo haver forza da tirar su la ditta pertica; 40 



5. In O tra e e stato è di ptcool carattere me : aman. ? Poco sotto av. a più è di 
casa. aman. — 11. In O era scritto tanta e Va fin. è con eass. rid. ad o: aman.? più 
sopra era {$tato più) notttj ma la rid. dell* « ad i pare, per 1* inch., dell* aman. — 38. 
In O dopo II primo m tino è un secondo cass. Un. aman. 



212 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



però mi risolai a 'piccare un pezzo di quelle fasciò, che era P altro 
fuso, per che uno de' dua fusi io l'avevo lasciato attaccato al mastio 
del castello: cosi presi un pezzo di quest' altra fascia, come ò detto, 
e legatala a quel corrente, iscesi questo muro, il qual mi dette gran- 
5 dissima fatica e mi h aveva molto istracco, e di più havevo iscorti- 

cato le mane per di dentro, che sanguinavano; per la qual cosa io (c.2S»&> 
m'ero messo a riposare, e mi havevo bagniato le mane con la mia 
orina medesima. Stando cosi, quando e' mi parve che le mie forze 
fussino ritornate, salsi all'ultimo procinto delle mura, che guarda 

10 in verso Prati: e havendo posato quel mio fuso di fascie col quale 
io volevo abbracciare un merlo, e in quel modo che io havevo fatto 
innella maggior altezza, fare in questa minore; havendo, come io 
dico, posato la mia fascia, mi si scoperse adosso una di quelle 
sentinelle che facevano la guardia. Veduto inpedito il mio dise- 

15 gno, e vedutomi in pericolo della vita, mi disposi di affrontare 
quella guardia; la quale, veduto l'animo mio diliberato, e che an- 
davo alla volta sua con armata mano, sollecitava il passo, mo- (e.284a> 
strando di scansarmi. Al quanto iscostatomi dalle mie fascie, pre- 
stissimo mi rivolsi indietro; e se bene io viddi un'altra guardia, tal 

20 volta quella non volse veder me. Giunto alle mie fascie, legatole al 
merlo, mi lasciai andare; per la qual cosa, o si veramente paren- 
domi essere presso a terra, havendo aperto le mane per saltare, o 
pure eran le mane istracche, non possendo resistere a quella fatica, 
io caddi, e in questo cader mio percossi la memoria e stetti isvenuto 

25 più d'un' ora e mezzo, per quanto io posso giudicare. Di poi, volen- 
dosi far chiaro il giorno, quel poco del fresco che viene im'ora in- 
nanzi al sole, quello mi fece risentire, ma si bene stavo ancora fuor 
della memoria, perché mi pareva che mi fussi stato tagliato il capo, (e.28i&> 
e mi pareva d'essere innel purgatorìo. Stando cosi, a poco a poco, 

30 mi ritomorno le virtù innel' esser loro, e m'aviddi che io ero fuora del 
castello, e subito mi ricordai di tutto quello che io havevo fatto. E 
perché la percossa della memoria io la senti' prima che io m'ave- 
dessi della rottura della gamba, mettendomi le mane al capo nele 
levai tutte sanguinose: di poi cercatomi bene, cogniobbi è giudicai 

S5 di non haver male che d' inportanza fussi; però, volendomi rizzare 
di terra, mi trovai tronca la mia gamba ritta sopra il tallone tre 
dita. Né anche questo mi sbigotti : cavai il mio pugnialotto insieme 
con la guaina ; che per bavere questo un puntale con una pallottola (c->85a> 
assai grossa in cima del puntale, questo era stato la causa del' ha- 

40 vermi rotto la gamba; perché, contrastando l'ossa con quella gro- 
seza di quella pallottola, non possendo l' ossa piegarsi, fu causa che 
in quel luogo si roppe: di modo che io gittai via il fodero del pu- ^ 

26. In O sembra caas. l'< di far; In questo punto è corrosa la carta. — 33. In O 
dopo al è j>o e dopo capo è nc{7s oass. lin. aman. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 213 



gniale, e con il pugniale tagliai un pezzo di quella fascia che m^era 
avanzata, et il meglio che io possetti rimissi la gamba insieme ; di 
poi, carpone con il detto pugniale in mano andavo in verso la porta : 
per la qual cosa giunto alla porta, io la trovai chiusa ; e veduto una 
certa pietra sotto la porta apunto, la quale, giudicando che la non 5 

(C.S856) fussi molto forte, mi provai a scalzarla ; di poi vi messi le mane, e 
sentendola dimenare, quella facilmente mi ubbidì, e trassila fuora; 
e per quivi entrai. Era stato più di cinque cento passi andanti da il 
luogo dove io caddi alla porta dove io entrai. Entrato che io fui 
drento in Boma, certi cani maschini mi si gittomo adosso e mala- io 
mente mi morsono ; ai quali, rimettendosi più volte a fragellarmi, io 
tirai con quel mio pugnale e ne punsi uno tanto gagliardamente, 
che quello guaiva forte, di modo che gli altri cani, come è lor na- 
tura, corsono a quel cane: et io sollecitai andandomene inverso la 
chiesa della Trespontina cosi carpone. Quando io fui arrivato alla 15 

<e.s86a) bocca della strada che volta in verso Santagniolo, di quivi presi il 
cammino per andarmene alla volta di Sanpiero, per modo che fac- 
cendomisi di chiaro addosso, considerai che io portavo pericolo; e 
scontrato uno acqueruolo che haveva carico il suo asino e pieno le 
sue coppelle d' acqua, chiamatolo a me, lo pregai che lui mi levassi 90 
di peso e mi portassi in su il rialto delle scalee di Sanpiero, dicen- 
dogli : io sono un povero giovane, che per casi d' amore sono voluto 
iscendere da^ una finestra ; cosi son caduto, e rottomi una gamba. E 
perché il luogo dove io sono uscito è di grande inportanza, e por- 
terei pericolo di non essere tagliato a pezi, però ti priego che tu mi «5 
lievi presto, et io ti donerò uno scudo d'oro; e messi mano alla mia 

<c.2866) borsa, dove io vene havevo una buona quantità. Subito costui mi 
prese, e volentieri mesi misse adosso, e portommi in sul ditto rialto 
delle scalee di Sanpiero; e quivi mi feci lasciare, e dissi che cor- 
rendo ritornassi al suo asino. Subito presi il cammino cosi carpone, so 
e mene andavo in casa la duchessa, moglie del duca Ottavio e figliuola 
dello imperadore, naturale, non legittima, istata moglie del Duca Les- 
sandro, duca di Firenze ; e perché io sapevo certissimo che apresso 
a questa gran principessa e' era di molti mia amici, che con essa eran 
venuti di Firenze; anchora perché lei ne haveva fatto favore, me- 9) 
diante il castellano ; che volendomi aiutare disse al papa, quando la 

icma) Duchessa fece l' entrata in Roma, che io fu* causa di salvare per più 

17. In O dopo andarmtne sono cms. lin. aman. le parole usrto tanpiero, — > 27. lu 
O av. a borsa è scarsella oass.'lin. aman. Nella Un. Beg.mesi pare rid. di mjsi; aman. 



15. eliiesa della Trespontina : S. Maria Alessandro dei Medici, fu dimandata ìm 

della Traspontina, nota chiesa di Roma, isposa da Cosimo, ma r imperatore la 

37. la DnelieBBa ecc. É Margherita (cfr. dette a Ottavio Farnesei nipote dei Papa , 

la nota alla riga 22, p. 154) figlia della allora in età di 15 anni e, di già, prefetto 

naturale di Carlo V. Rimasta vedova di di Roma. Margherita entrò solennemen- 



214 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

di mille scudi di danno che faceva loro tma grossa pioggia; per la 
qnal cosa lui disse eh' era disperato, e che io gli messi quore, e disse 
come io havevo acconcio parechi pezzi grossi di artiglieria in verso 
quella parte dove i nugoli erano più istretti, e di già cominciati a 

5 piovere un'acqua grossissima; per la qual cosa cominciato a spa- 
rare queste artiglierie, si fermò la pioggia, e alle quattro volte si 
mostrò il sole, e che io ero stato intera causa che quella festa era 
passata benissimo; per la qual cosa, quando la duchessa lo intese, 
aveva ditto : quel Benvenuto è un di quei virtuosi che stavano con 

10 la buona memoria del Duca Lessandro mio marito, et sempre io ne 
terrò conto di quei tali, venendo la occasione di far loro piacere : e 
ancora aveva parlato di me al Ducha Ottavio suo marito. Per queste (e.S87&> 
cause io me ne andavo diritto a casa di sua eccellentia, la quale 
istava in Borgo vechio in un bellissimo palazo che v'è; e quivi io 

15 sarei stato sicurissimo che il papa non m'arebbe tocco: ma perchè 
la cosa che io havevo fatta insin quivi era istata troppo maravigliosa 
a un corpo humano, non volendo idio che io entrassi in tanta vana- 
gloria, per il mio meglio mi volse dare anchora una maggiore di^i- 
plina, che non era istata la passata ; e la causa si fu, che inmentre 

so che io mene andavo cosi carpone su per quelle scalee, mi ricogniobbe 
subito un servitore che stava con il cardinal Comaro ; il qual cardi- 
nale era alloggiato in palazzo. Questo servitore corse alla camera del 
cardinale, e isvegliatolo, disse : mon signior reverendissimo, gli è giù 
il vostro Benvenuto, il quale s' è fuggito di Castello, e vassene car- (o.s88a> 

^ poni tutto sanguinoso : per quanto e' mostra, gli à rotto una gamba, 
e non sappiamo dove lui si vada. Il cardinale disse subito : correte, 
e portatemelo di peso qui in camera mia. Giunto allui, mi disse che 
io non dubitassi di nulla: e subito mandò per i primi medici di 
Roma ; e da quelli io fui medicato : e questo fu un maestro lacomo 

90 da Perugia, molto eccellentissimo cerusico. Questo mirabilmente mi 
ricongiunse l'osso, poi fasciommi, e di suo' mano mi cavò sangue; 
che, essendomi gonfiate le vene molto più che l'ordinario, anchora 
perché lui volse fare la ferita alquanto aperta, usci si grande il furor 

7. Dalle parole < che sino a tuo marito il rimanente della o. 987a è aatogr. del Cel- 
linl. ~ 9. In O sono casa, dal Celi, le parole cJutl mio avanti a ed la. — 19. In O aT. a 
DuchCf è casa. lin. dal Celi. Duea o (principio evidentem. di ottauio poi scritto). ~ 16. 
In O iWa finale di istata è soprar. : aman.? — > 27. In O dopo mja è un* 9, cass. lin. 
uman. — 81. In O riconggiuntt. 



te ìq città il 3 Novembre 1538, quaudo 36, ed. Moore): mail fatto sembra confer- 
ii Cellini trovavasi già prigione in Castel- mato da recenti esperienze scientifiche. 
io. (Cfr. Varchi, ed. cit., lib. XIV e XV). 21. eardioal Ooraaro Francesco , sul 
6. sì fermi la plog^a. Era credenza quale vedi la nota alla riga 25 della 
che collo sparo delle artiglierie la piog* p. 141. 

già cessasse (come al suonar delle cam- 29. laeomo da Ferocia. Vedi la nota, 

pane, cfr. Dantb, Cantoniere, sonetto alla riga 30 della p. 97. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 215 

di sangue, che gli dette nel viso, e di tanta abbundantia lo coperse, 

(e JS86) che Ini non si poteva prevalere a medicarmi : e bavendo preso questa 
cosa per molto male aurio, con gran difioultà mi medicava; e più 
volte mi volse lasciare, ricordandosi che ancbora allui ne andava non 
poca pena a bavermi medicato, o pure finito di medioarmi. U cardi- 5 
naie mi fece mettere in una camera segbreta, e subito andatosene 
a palazzo con intentione di chiedermi al papa. In questo mezzo s' era 
levato un remore grandissimo in Roma : che di già s' era vedute le 
fascie attaccate al gran torrione del mastio di Castello, e tutto Roma 
correva a vedere questa inistimabil cosa. In tanto il castellano era io 
venuto in ne' sua maggiori umori della pazzia, e voleva a forza di 
tutti e' sua servitori volare anchora lui da quel mastio, dicendo che 

(eJ89a) nessuno mi poteva ripigliare se non lui con il volarmi drieto. In 
questo, mr Ruberto Pucci, padre di mr Pandolfo, havendo inteso 
questa gran cosa, andò in persona per vederla; di poi se ne venne i5 
a palazzo, dove si incontrò nel cardinal Cornare, il quale disse tutto 
il seguito, e si come io ero in una delle sue camere di già medicato. 
Questi dua huomini dabene d'accordo si andomo a gittare ingino- 
chioni dinanzi al papa ; il quale, innanzi che e' lasciassi lor dir nulla, 
lui disse : io so tutto quel che voi volete da me. Mr Ruberto Pucci «o 
disse : Beatissimo padre, noi vi domandiamo per gratia quel povero 
huomo, che per le virtù sue merita havergli qualche dischretione, e 
apresso a quelle, gli à mostro una tanta Bravuria insieme con tanto 
ingegnio, che non è parsa cosa humana. Noi non sappiamo per qual 
peccati vostra santità l'à tenuto tanto in prigione; però, se quei ss 

(e.S89&) peccati fussino troppo disorbitanti, vostra santità è santa e savia, e 
facciane alto e basso la voluntà sua ; ma, se le son cose da potersi 
concedere, la preghiamo che a noi ne faccia gratia. Il Papa, a questo 
vergogniandosi, disse : che m' aveva tenuto in prigione a riquisitione 
di certi sua, per essere lui un poco troppo ardito; ma che cognio- so 
sduto le virtù sue e volendocelo tenere appresso a di noi havevamo 
ordinato di dargli tanto bene, che lui non havessi haute causa di 
ritornare in Francia : assai m' inchrescie del suo gran male ; ditegli 
che attenda a guarire: e de' sua afiani, guarito che e' sarà, noi lo 
ristoreremo. Venne questi dua homaccioni, e dettonmi questa buona 35 

(e.S90a) nuova da parte del papa. In questo mezo mi venne a visitare la no- 
biltà di Roma, e giovani e vecchi e d' ogni sorte. Il castellano, cosi 
faor di sé, si fece portare al papa; e quando fu dinanzi a sua san- 

1. In O dopo tanta/ è lo ca«s. lin. aman.; anticipai, del lo (coperte). — > 16. In O 
dopo andò lono cats. lin. aman. le lettere i*t, — 20. In O dopo so ò qu cass. lin. aman. : 
principio forse del quel ohe fa scritto dopo. — SO. In O dopo eetere ò un eass. lin. 
aman.y ripetuto poi. — 81. In O non si sa se fa scritto prima volendocelo rid. poi il 
e ad tf ehe fn cass. forse d* altro inch. — 34. In O dopa tua/ è dann (<) cass. lin. aman. 



14. Ruberto Pnocl. Cfr. 8U di lui la nota alla riga 5 della p. 114. 



216 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



tità; cominciò a gridare dicendo, che se lui non megli rendeva in 
prigione, che gli faceva un gran torto, dicendo : e' m' è fuggito sotto 
la fede che m' aveva data ; hoimè, che e' m' è volato via, e mi pro- 
messe di non volar via ! El papa ridendo disse : andate, andate, che 

s io velo renderò a ogni modo. Aggiunse il castellano, dicendo al 
papa: mandate allui il governatore, il quale intenda chi Vk aiutato 
fuggire, perché se gli è de' mia huomini, io lo voglio impiccare per 
la gola a quel merlo dove Benvenuto è fuggito. Partito il castellano, 
il papa chiamò il governatore sorridendo, e disse : questo è un hravo 

iO huomo, e questa è una maravigliosa cosa ; con tutto che, quando io 

ero giovane, hanchora io iscesi di quel luogo proprio. A questo il (csooi) 
papa diceva il vero, perché gli era stato prigione in castello per ba- 
vere falsificato un Breve, essendo lui abreviatore di Parco maioris: 
papa Lessandro l'aveva tenuto prigione assai; di poi, per esser la 

15 cosa troppo brutta, si era risoluto tagliargli il capo, ma, volendo 
passare le feste del corpus domini, sapendo il tutto il Farnese, fece 
venire Pietro Chiavelluzzi con parechi cavalli, e in Castello corroppe 
con danari certe di quelle guardie ; di modo che il giorno del corpus 
domini, in mentre che il papa era in processione. Farnese fu messo 

90 in un corbello e con una corda fu collato insino atterra. Non era 
anchor fatto il procinto delle mura al Castello, ma era solamente il 
torrione, di modo che lui non hebbe quelle gran difìcultà a fuggirne, 
si come hebbi io : anchora, lui era preso a ragione et io a torto. Basta (ctdia) 
che si volse vantare col governatore d' essere istato anchora lui nella 

29 sua giovanezza animoso e bravo, e non s' avedde che gli scopriva le 
sue gran ribalderie. Disse : andate, e ditegli liberamente vi dica chi 
gli à aiutato : cosi sie stato chi e' vuole, basta che allul è perdo- 
nato, e promettetegl(i)elo liberamente voi. Venne a me questo gover- 
natore, il quale era stato fatto di dua giorni innanzi vescovo de Iesi : 

80 giunto a me, mi disse : Benvenuto mio, se bene il mio ufìtio è quello 

13. In O dopo. maiorU è il cass. Un. aman. — 27. In O il che dopo basta è aec«a- 
tato, di altro Inchiostro. 



13. Pareo maiorlf . Il Collegio degli Ab- 
breviatori di Parco maggiore e minore 
fu istituito da Pio II e constaya di 72 
ufficiali scelti fra gli uomini più dotti 
ed eruditi. (Cfr. Ciampini, Dissert, hi- 
stor, de Collega Abbreviatorumde Par- 
co majori erectione, Romae, 1691, e Mo- 
RONi, Diz, eccles,). 

17. Pietro Cblarollnui. Secondo il Pan- 
vinio nella continuazione delle Vite dei 
Pontefici del Platina, chi aiutò il Far- 
nese nella fuga da Castel S. Angelo fu 
un suo parente, Pietro Marganio. 



26. rr^ ribaldorio. Il Farnese fu ve- 
ramente imprigionato in Castel S. An- 
gelo e ne fuggi nel modo accennato dal 
Cellini, ma non sappiamo per quale col- 
pa; certo sotto Innocenzo VIU, e non 
sotto Alessandro VI. (Cfr. Onofrio Pan- 
viNio, Continuaz, alle Vite del Plati- 
na: Vita di Paolo III). 

29. ToseoTo do Iesi. Benedetto Conver- 
sini fu nominato vescovo di lesi nel 1540. 
Si confronti quanto se ne disse nella 
nota alla riga 6 della p. 196. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 217 



f 



che spaventa gli nomini, io vengho a te per assicurarti, e cosi ò 
autorità di prometterti per commessione espressa di sua santità, il 
quale m* à ditto che anche lui ne fugg^ ma che hebbe molti aiuti e 
molta compagnia, ohe altrimenti non l'aria potuto fare. Io ti giuro 
per i sacramenti che io ho adosso, che son fatto vescovo da dua 5 

(C.891&) di in qua, che il papa t' à libero e perdonato, e gli rinchresce assai 
del tuo gran male; ma attendi a guarire e piglia ogni co^a per il 
meglio, che questa prigione, che certamente innocentissima tu hai 
hauto, la sarà istata la salute tua per sempre, perché tu calpesterai 
la povertà, e non ti accadrà ritornare in Francia, andando a tribù- ì9 
lare la vita tua in questa parte e in quella. Si che' dimmi libera- 
mente il caso come gli è stato, e chi t'à dato aiuto; di poi confor- 
tati e riposati e guarisci. Io mi feci da un capo e gli contai tutta 
la cosa come V era istata appunto, e gli detti grandissimi contra- 
segni, insino a dell' acqueruolo che m'aveva portato adosso. Sen- is 
tito ch'ebbe il governatore il tutto, disse: veramente queste son 
troppe gran cose fatte da uno huomo solo : le non son degne d' altro 

<o.s9Sa) huomo che di te. Cosi, fattomi cavar fuora la mana, disse : ista' di 
buona voglia e confortati, che per questa mana che io ti tocco, tu 
se' libero, e, vivendo, sarai felice. Partitosi da rne che haveva tenuto «) 
a disagio un monte di gran gentil huomini e signiori che mi veni- 
vano a visitare, dicendo in fra di loro: andiamo a vedere quello 
huomo che fa miracoli, questi restorno meco ; e chi di loro mi offe- 
riva e chi mi presentava. Intanto il governatore giunto al papa, co- 
minciò a contar la cosa che io gli avevo ditta ; e appunto s' abbate 25 
a esservi alla presenza il signior Pier Luigi suo figliuolo ; e tutti fa- 
cevano grandissima maraviglia. Il papa disse: certamente questa è 
troppo gran cosa. H signior Pier Luigi allora aggiimse, dicendo : Bea- 
tissimo padre, se voi lo liberate, egli vene farà delle maggiori, per- 

(C.2926) che questo è uno animo d' uomo troppo aldacissimo. Io ve ne voglio so 
contare un' altra, che voi non sapete. Ha vendo parole questo vostro 
Benvenuto, innanzi che lui fussi prigione, con un gentil huomo del 
cardinal Santafìore, le qual parole vennono da una piccola cosa che 
questo gentil huomo haveva detto a Benvenuto ; di modo che lui bra- 
vissimamente e con tanto ardire rispose, insino a voler far segnio ss 
di far quistione. Il detto gentil huomo referito al cardinale Santa 
Fiore, il qual disse, che se vi metteva le mani lui, che gli caverebbe 
il pazzo del capo. Benvenuto inteso questo, teneva un suo scoppietto 



aman. 



S. In O era scritto esperta, e il ressa {espressa) viene di seguito a erta, cass. Ila. 



33. eariinal Bantaflor*. Guido Ascanio turale di Paolo III. Cardinale nel 1531, a 
Sforza, figlio di Bosio conte di Santa 16 anni: mori nel 1564. Cfr. Ciaoconio, 
Fiora, e di Costanza Farnese, figlia na- III, 566, e Ratti, Della famiglia Sforza. 



218 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

in ordine, con il quale lui dà continuamente in un quattrino; e un 
giorno affacciandosi il cardinale alla finestra, per essere la bottega 
del ditto Benvenuto sotto il palazo del cardinale, preso il suo scop- 
pietto, si era messo in ordine per tirare al cardinale. E perché il (o.s9Sa) 
5 cardinale ne fu avvertito, si levò subito. Benvenuto, perché e' non 
si paressi tal cosa, tirò a un colombo terraiuolo che covava in una 
buca su alto del palazo, e dette al ditto colombo in nel capo : cosa in- 
possibile da poterlo chredere. Ora vostra santità faccia tutto quel 
che la vuole di lui ; io non voglio manchare di non velo haver detto. 
10 E' gli potrebbe anche venir voglia, parendogli essere stato prigione 
a torto, di tirare una volta a vostra santità. Questo è uno animo 
troppo afferato e troppo sicuro. Quando gli ammazò Pompeo, gli 
dette dua pugnalate innella gola in mezo a dieci huomini che lo guar- 
davano, e poi si salvò, con biasimo non piccolo di coloro, li quali eran 
15 pure huomini da bene e di conto. Alla presenza di queste parole si era (csdSfr) 
quel gentllhuomo di santa Fiore con il quale io havevo hauto parole, e 
affermò al Papa tutto quel che il suo figliuolo haveva detto. H papa 
stava gonfiato e non parlava nulla. Io non voglio manchare che io non 
' dica le mie ragione giustamente e santamente. Questo gentil huomo 
so di Santa Fiore venne un giorno a me e mi porse un piccolo anellino 
d' oro, il quale era tutto inbrattato d' ariento vivo, dicendo : isvivami 
questo anelluzo e fa' presto. Io che havevo innanzi molte opere d'oro 
con gioie inportantissime, e anche sentendomi cosi sicuramente co- 
mandare da uno a il quale io non havevo mai né parlato né veduto, 
t5 gli dissi che io non havevo per allora isvivatoio, e che andassi a un 
altro. Costui, sanza un proposito al mondo, mi disse che io era uno 
asino. Alle qual parole io risposi, eh' e' non diceva la verità, e che (o.s94a> 
io ero uno huomo in ogni conto da più di lui,* ma che, se lui mi 
stuzzicava, io gli darei ben calci più forte che uno asino. Costui ri- 
so feri al cardinale e li dipinse uno inferno. Ivi a dua giorni, io tirai 
drieto al palazo in una buca altissima a un colombo salvatico, che 
covava in quella buca; e a quel medesimo colombo io havevo visto 
tirare più volte da uno orefice che si domandava Giovanfran<^ della 
Tacca, milanese, e mai l'aveva colto. Questo giorno che io tirai, il 
M colombo mostrava appunto il capo, stando in sospetto per l'altre 
volte che gli era stato tirato; e perché questo Giovanfran^o et io 

12. In O incerto se amòMo abbia cms. d'inch. recente U linea d*abbreT. — 16. In 
O dopo parole è le q cass. lin. aman. — 90. In O dopo anellino sono casa. lin. aman. 
queste parole il quale era tutto. — 24. In O è scritto hauo e fa tentata la oorr. Poi è 
soprascritto uo: aman. ? — 27. In O dopo cuino sono cass. due lettere {noT)t e di seguito 
cass. alle qual parole/; aman. 



33. OloTiB FraoeeBoo della Taeea. Fu e a lui si riferirebbe un documento, se- 
forse fratello di Qiovan Pietro della Tao- condo congettura OG, edito dal Berto* 
ca (cf^. la nota alla riga 9 della p. 43) lotti, Art, lomb., I, 295. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 21& 



eravamo rivali alle caccio dello stioppo, essendo certi gentil haomini 
e mia amici in su la mia bottega, mi mostromo dicendo : ecco lassù 

(e.t94ò) il colombo di Giovanfrancesco della Tacca, a il quale gli à tante volte 
tirato : or vedi, quel povero animale sta in sospetto, apena che e' mo- 
stri il capo. Alzando gli ochi, io dissi: quel poco del capo solo ba- 5- 
sterebbe a me a amazzarlo, se m'aspettassi solo che io mi ponessi 
a viso il mio stioppo. Quelli gentil huomini dissono, che e* non gli 
darebbe quello che fu inventore dello stioppo. Al quale io dissi : 
vadine un boccale di ghrego di quel t>uono di Palonbo oste, e che 
se m' aspetta che io mi metta a viso il mio mirabile Broccardo, che io- 
cosi chiamavo il mio stioppo, io lo investirò in quel poco del ca- 
polino che mi mostra. Subito postomi a viso, a braccia, senza appog- 
giare o altro, feci quanto promesso havevo, non pensando né al car- 
dinale né a persona altri; anzi mi tenevo il cardinale per molto mio 
patrone. Siche vegga il mondo, quando la fortuna vuol torre a 's- n 

(e.f95a) sassinare uno huomo, quante diverse vie la piglia. H papa gonfiato 
e ingrogniato, stava considerando quel che gli aveva detto il suo 
figliuolo. Dua giorni apresso andò il cardinal Comaro a dimandare un 
vescovado al papa per un suo gentil huomo, che si domandava mr An- 
drea Centano. Il papa è vero che gli aveva promesso un vescovado : 20 
essendo cosi vacato, ricordando il cardinale al papa si come tal cosa 
lui gli aveva promesso, il papa affermò esser la verità e che cosi 
gitene voleva dare; ma che voleva un piacere da sua signioria re- 
verendissima, e questo si era, che voleva che gli rendessi nelle mane 
Benvenuto. Allora il cardinale disse: o se vostra santità gli à per- ^^ 
donato e datomelo libero, che dirà il mondo e di vostra santità e di 
me? H papa replicò: io voglio Benvenuto, e ogniun dica quel che 

(e.»5d) vuole, volendo voi il vescovado. Il buon cardinale disse, che sua 
santità gli dessi il vescovado, e che del resto pensassi da sé, e fa- 
cessi da poi tutto quel che sua santità e voleva e poteva. Disse il 30 
papa, pure alquanto vergogniandosi della iscellerata già data fede 
sua: io manderò per Benvenuto, e per un poco di mia sadisfatione 
lo metterò giù in quelle camere del giardin seghreto, dove lui potrà 
attendere a guarire, e non si gli vieterà che tutti gli amici sua lo 

8. In O r« di quale è oorr. d* altro inchiostro In i: dopo vadine due lettere caa- 
aate aman. — IS. In O dopo postomi é un'asta d'altro Inchiostro, principio forse della 
correx. in poetomelo che hanno alcane stampe. — 18. In O dopo a'prc$/$o ò uenne oass. 
lin. aman. e soprar. andOf aman. — > 98. In O affermò ha le lettere rmò riscritte dopo 
una oorr.: aman. — 84. In O dopo rendeeei è be cass. lin. aman. — 89-80. In Odopo «' 
che sono cass. lin. aman. le parole allaltr a; dopo da cass. m« ed è riscritto ee; dopo 
eantità cass. poteua/, — 31. In O dopo iecellerata sono oass. lin. aman. le parole data 
fede eua, — 98. In O girdin. 



19. Andrea Oentano. Non se ne hanno strato dairughelli. Il Celliui ne riparla 
sicure notizie ; il suo nome non è regi- più oltre. 



220 VITA DI BENVENUTO CKLLINI 



vadino a vedere, e anche li farò dar le spese, insin che ci passi questo 
poco della fantasia. Il cardinale tornò a casa e mandommi suhito a 
dire per quello che aspettava il vescovado, come il papa mi rivoleva 
nelle mane; ma che mi terehhe in una camera bassa innel giardin 

s seghreto; dove io sarei visitato da ugniuno, si come io ero in casa (e.s96a) 
sua. Allora io pregai questo mr Andrea, che fassi contento di dire 
al cardinale, che non mi dessi al papa e che lasciassi fare a me; 
per che io mi farei rinvoltare in un materasso e mi farei portare 
fuor di Homa in luogo sicuro ; per che se lui mi dava al papa, cer- 
aio tissimo mi dava alla morte. H cardinale, quando e* le intese, si chrede 
che lui Tarebbe volute fare; ma quel mr Andrea, a chi toccava il 
vescovado, scoperse la cosa. Intanto il papa mandò per me subito e 
fecemi mettere, si come e* disse, in una camera bassa innel suo 
giardin seghreto. Il cardinale mi mandò a dire che io non mangiassi 

15 nulla di quelle vivande che mi mandava il papa, e che lui mi man- 
derebbe da mangiare ; e che quello che gli aveva fatto non haveva 
potuto far di mancho, e che io stessi di buona voglia, che m* aiute- (e.f966) 
rebbe tanto, che io sarei libero. Standomi cosi, ero ogni di visitato, 
e ofertomi da molti gran gentil huomini molte gran cose. Dal papa 

20 veniva la vivanda, la quale io non toccavo, anzi mi mangiavo quella 
che veniva dal cardinal Comare, e cosi mi stavo. Io havevo in fra 
gli altri mia amici un giovane chreco di età di venticinque anni : 
questo era gagliardissimo oltra modo e giucava di spada meglio che 
ogni altro huomo che fussi in Eoma: era pusillo d'animo, ma era 

^5 fìdelissimo huomo dabene e molto facile al chredere. Haveva sentito 
dire che il papa haveva detto che mi voleva remunerare de' miei 
disagi. Questo era il vero, che il papa haveva detto tal cose da 
principio, ma inelP ultimo da poi diceva altrimenti. Per la qual cosa (c.«97o) 
io mi confidavo con questo giovane ghreco e gli dicevo: fratello caris- 

^ Simo, costoro mi vogliono assassinare, si che ora è tempo aiutarmi : 
che pensano che io non mene avegga, facendomi questi favori istra- 
sordinari, gli quali son tutti fatti per tradirmi. Questo giovane da 
bene diceva: Benvenuto mio, per Eoma si dice che il papa t'à dato 
uno ufìtio di cinquecento scudi di entrata si che io ti priego di gratia, 

85 che tu non faccia che questo tuo sospetto ti tolga un tanto bene. E 
io pure lo pregavo con le braccia in chrocie che mi levassi di quivi, 
perché io sapevo bene che un papa simile a quello mi poteva fare 
di molto bene, ma che io sapevo certissimo che lui studiava in farmi 
seghretamente per suo honore di molto male ; però facessi presto e (cS97») 

to cercassi di camparmi la vita da costui: ohe se lui mi cavava di quivi, 



8. In O dopo che sono cmb. Un. aman. le parole era' fatto (forse voleva agglangrer 
veÉCovo). — 6. In O dopo dj (dire) sono cass. Un. le parole non/ mi dare e rlser. soprar. 
dire al cardinale/ che non mi deeèi: aman. — 9. In O il che di perche è soprar. aman. 
— 19. In O dopo gran cose è il papa cass. lin. aman. Più sotto è scritto maggiavo. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 221 



innel modo che io gli arei detto, io sempre harei riconosciuta la vita 
mia dallui ; venendo il bisogno, la ispenderei. Questo povero giovane 
piangendo mi diceva: o caro mio fratello, tu ti vuoi pure rovinare, 
et io non ti posso manchare a quanto tu mi comandi ; si che dimmi 
il modo, et io farò tutto quello che tu dirai, se bene e' fìa contra 5> 
mia voglia. Cosi eramo risoluti, et io gli avevo dato tutto F ordine, 
che facilissimo ci riusciva. Chredendomi che lui venissi per mettere 
in opera quanto io gli avevo ordinato, mi venne a dire che per la 
salute mia mi voleva disubbidire, e che sapeva bene quello che gli 

(c^98a) aveva inteso da huomini che stavano appresso a il papa e che sa- lo^ 
pevano tutta la verità de' casi mia. Io che non mi potevo aiutare 
in altro modo, ne restai malcontento e disperato. Questo fu il di del 
Corpus Domini nel mille cinquecento trenta nove. Passatomi, tempo 
da poi questa disputa, tutto quel giorno sino alla notte, dalla cucina 
del papa venne una abbundante vivanda: anchora dalla cucina del 15 
cardinale Cornaro venne bonissima provvisione : abbattendosi a que- 
sto parechi mia amici, gli feci restare a cena meco ; onde io tenendo 
la mia gamba isteccata innel letto, feci lieta cera con esso loro ; cosi 
soprastettono meco. Passato un'ora di notte di poi si partirno; e 
dua mia servitori m'assettorno da dormire, di poi si messono nel- sa 

(C.29S&) l'anticamera. Io havevo un cane nero quant'una mora, di questi 
pelosi, e mi serviva mirabilmente alla caccia dello stioppo, e mai non 
istava lontan da me un passo. La notte, essendonu sotto il letto, ben 
tre volte chiamai il mio servitore, che melo levassi di sotto il letto, 
perché e' mugliava paventosamente. Quando i servitori venivano, «5 
questo cane si gittava loro adesso per mordergli. Gli erano ispa- 
ventati e havevan paura che il cane non fussi arrabbiato, per che 
continuamente urlava. Cosi passammo insino alle quattro ore di 
notte. Al tocco delle quattro ore di notte entrò il bargello con molta 
famiglia drento nella mia camera: allora il cane usci fuora e gittossi sa 
adesso a questi con tanto furore, stracciando loro le cappe e le calze, 

(e.s99a) e gli aveva missi in tanta paura, che lor pensavano che fussi arrab- 
biato. Per la qual cosa il bargello, come persona pratica, disse: la 
natura de' buoni cani è questa, che sempre s* indovinano e predicono 
il male che de' venire a' lor padroni : pigliate dua bastoncelli e di- ss 
fendetevi dal cane, e gli altri leghino Benvenuto in su questa sieda, 
e menatelo dove voi sapete. Si come io ò detto, era il giorno pas- 
sato del Corpus Domini, et era incirca a quattro ore di notte. Questi 



1. In O «o è soprar, e gli arei rldaz. d' altra parola: aman. ? — 10. In O dopo Cti 
è un fecondo (!}l, casi. lin. aman. — IS. In O dopo trtnta era otto soprar. : e appena 
visibile per la cass : noue è cass. Un., ma sono poi ricassate le linee. Più sotto dopo 
{un'ora di) notte è una lettera oass. : si che ò corrosa la carta, e ▼* ò anche una linea 
d*altro ìnch. » 18. In O era scritto cena e il ra è soprar, {cera) al na cass. Un. aman. 
— 29. In O dopo molta è ma cass. lin. aman. — S8. In O quattro è soprar, a tre e 
portavano (▼. pag. seg.) a me/nauano cass. lin. aman. 



222 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



mi portavano tarato e coperto, e quattro di loro andava innanzi, 
faccendo iscansare quelli pochi huomini che anchora si ritrovavano 
per la strada. Cosi mi portorno a Torre di Nona, luogo detto cosi, e mes- 
somi innella prigione della vita, posatomi in sun un poco di materasso, 

-9 e datomi uno di quelle guardie, il quale tutta la notte si condoleva (o.M9»} 
della mia cattiva fortuna, dicendomi: hoimè povero Benvenuto, che 
hai tu fatto a costoro? Onde io benissimo mi avvisai quel che mi 
haveva a 'ntervenire, si per essere il luogo cotal*, e anche perché 
colui melo haveva avisato. Istetti un pezo di quella notte col pen- 
to siero a tribularmi qoal fussi la causa che a dio piaceva darmi cotal 
penitentia; e perché io non la ritrovavo, forte mi dibattevo. Quella 
guardia s' era messa poi il meglio che sapeva a confortarmi ; per la 
qual cosa io lo scongiurai per V [ajamor de Dio, che non mi dicessi 
nulla e non mi parlassi, avengha che da me medesimo io farei più 

15 presto e meglio una cotale resolutione. Cosi mi promesse. Allora io (c.«»«) 
volsi tutto il quore a Dio,* e divotissimamente lo pregavo, che gli 
piacessi di accettarmi innel suo regno; e che se bene io m*ero dolto, 
parendomi questa tal partita in questo modo molto innocente, per 
quanto prommettevano gli ordini delle legge; e se bene io havevo 

20 fatto degli homicidi, quel suo vicario mi haveva dalla patria mia 
chiamato e perdonato coli* autorità delle legge e sua: e quello che 
io havevo fatto, tutto s' era fatto per difensione di questo corpo che 
sua maestà mi hayeva prestato: di modo che io non conoscevo, si- 
condo gli ordini con che si vive innel mondo, di meritare quella 

S5 morte; ma che a me mi pareva che m'intrervenissi quello che aviene 

a certe isfortunate persone le quale, andando per la strada, casca (e^oo*) 
loro un sasso da qualche grande alteza in su la testa e gli amazza: 
qual si vede ispresso esser potenti a delle stelle : non già che quelle 
sieno congiurate contro a di noi per farci bene o male, ma vien fatto 

30 innelle loro congiontione, alle quale noi siamo sottoposti : se bene io 
cogniosco d'avere il libero albi trio: e se la mia fede fussi santamente 
esercitata, io sono certissimo che gli angeli del cielo mi porterieno 
fuor di quel carcere e mi salverieno sicuramente d'ogni mio affanno; 
ma perché e' non mi pare d'esser fatto degno da dio d'una tal cosa, 

S5 però è forza che questi influssi celesti adenpieno sopra di me la loro 
malignità. E con questo dibattutomi un pezo, da poi mi risolsi, e su- 
bito appiccai sonno. Fattosi l'alba, la guardia mi destò e disse: o (csoio) 

4. In O dopo uita è insic casi. lin. aman. — 15. la O dopo aUora è ti casa. Un. 
aman. — 19. In O 1* » di Ugge è corr., d' altro inchiostro, di «. Subito dopo è intatto 
delle legge. — 25. In O dopo a (me) è una oaas. aman. d*una lettera. — > 86. In O quali è 
rid. di quale: d'altro inch. — Si. In O dopo eoea tono caM. lin. le parole « /orsa, aman. 
— 95. In O adenpieno ha una casa, dopo ad (sono forse casa, le lettere ie): aman. — > 
37. In O dopo sonno sono eass. lin. aman. le parole venuto lai/ (eioè lalha) aman. 



3. Torre di Kona. Vedi la nota alla riga 19 della p. 102. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 223 



sventurato huomo dabene, ora non è più tempo a dormire, perché 
gli è venuto quello che t'à a dare una cattiva nuova. Allora io dissi: 
quanto più presto io esca di questo career mondano, più mi sarà 
grato, maggiormente essendo sicuro che V anima mia è salva, e che 
io muoio a torto. Christo glorioso e divino mi fa compagno alli sua 5 
discepoli e amici, i quali, e lui e loro, fumo fatti morire attorto: cosi 
attorto son io fatto morire, e santamente ne ringratio idio. Perchè 
non viene innanzi colui che m'à da sententiare? Disse la guardia 
allora : troppo gV inchresoe di te e piange. Allora io lo chiamai per 
nome, il quale haveva nome mr Benedetto da Cagli ; dissi : venite 10 

<c.soi5) innanzi, Mr Benedetto mio, ora che io son benissimo disposto e re- 
soluto ; moko più gloria mia è che io muoia a torto, che se io mo- 
rissi a ragione : venite innanzi, vi priego, e datemi un sacerdote, che 
io possa ragionar con seco quattro parole ; con tutto che non bisogni, 
perché la mia santa confessione io Vt> fatta col mio signiore idio; 19 
ma solo per osservare quello che ci à ordinato la santa madre chiesa; 
che se bene e* la mi fa questo iscellerato torto, io liberamente le per- 
dono. Si che venite, mr Benedetto mio, e speditemi prima che '1 
senso mi cominciassi a offendere. Ditte queste parole, questo huomo 
da bene disse alla guardia che serrassi la porta, perché sanza lui so 
non si poteva fare quello ufìtio. Andossene a casa della moglie del 
signior Pierluigi, la quale era insieme con la duchessa sopraditta; 

(c3a2a) e fattosi innanzi a loro questo huomo disse: illustrissima mia patrona, 
siate contenta, vi priego per l'amor de dio, di mandare a dire al 
papa, che mandi un altro a dar quella sententia a Benvenuto e fare ss 
questo mio ufìtio, perché io lo rinuntio e mai più lo voglio fare: e 
«on grandissimo cordoglio sospirando si parti. La duchessa, che era 
li alla presenza, torcendo il viso disse: questa è la bella iustitia 
che si tiene in Boma da il vicario de dio! il duca già mio marito 
voleva un gran bene a questo huomo per le sue bontà e per le sue so 
virtù, e non voleva che lui ritornassi a Roma, tenendolo molto caro 
appresso a di sé: e andatasene in là borbottando con molte parole 
dispiacevole. La moglie del signior Pierluigi, si chiamava la signiora 

10. In O dopo nome è ques casa. lin. aman. — 17. In O era scritto e' fa, ridotta ad 
ella, ma la prima 2 ò d* inchiostro diverso. — 80. In O av. a di8$é è ac (?) casa. lin. aman. 
— 21. In O dopo far» è lufitio cass. lin. aman. — 21. In O andostene ò riduz. d*un 
nndatatenef che ancor si può scorgere ridotto ad o 1* a e sul ta scritta la «. La forma 
delPs potrebb* essere dell'aman. ma è d'altro inch.: t (ma lesse sotto la corr. ?) legge, 
come lez. del ms. orig. andata: m^2 bb bg. andoMsene; DB andatatene, OS andossene, — 
9S. In O I' fin di dispiacevole fu, al solito, cambiato in i d* altro Inoh. — Le parole si 
ehiamaua.». ierolima sono come postilla nel margine sinistro e la signiora soprar, a 
madonna cass. lin. aman. 



10. Benedetto da Cagli. Benedetto Va- ma (come anche il Celi, la chiama poi) 

lenti su cui cfr. la nota alla riga 26 di Lodovico Orsini, Conte di Pitigliano: 

della p. 121. • cfr. Sansovino, Storia della Casa Ot^ 

33. moglie eoi signior Pierluigi, Qirola- Sina, p. 80. 



224 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



lerolima, se ne andò dal papa, e gìttandosi ginochioDÌ, era alla pre- 
senza parechi cardinali, questa donna disse tante gran cose, che la 
fece arrossire il papa, il qnale disse : per vostro amore noi lo lascie- 
remo istare, se bene noi non havemmo mai cattivo animo inverso di (o.302&) 
5 lui. Queste parole le disse il papa per essere alla presenza di quei 
cardinali, i quali havevano sentito le parole che haveva detto quella 
maravigliosa e ardita donna, lo mi stetti con grandissimo disagio, 
battendomi il quore continuamente. Anchora stette a disagio tutti 
quelli huomini che erano destinati a tale cattivo ufìtio, insino che 

10 era tardi all'ora del desinare; alla quale ora ogni huomo andò ad 
altre sue faccende, per modo che a me fu portato da desinare : onde 
che, maravigliato, io dissi: qui ha potuto più la verità, che la ma- 
lignità degli influssi celesti; cosi priego idio, che se gli è in suo 
piacere, mi scampi da questo furore. Cominciai a mangiare, e si bene 

15 come io havevo fatto prima la resolutione al mio gran male, anchora (e.sosa) 
la feci alla speranza del mio gran bene. Desinai di buona voglia : 
cosi mi stetti sanza vedere o sentire altri insino a una ora di notte. 
A quell* ora venne il bargello con buona parte della sua famiglia, il 
quale mi rimesse in su quella sieda che la sera dinanzi lui m'aveva 

20 in quel luogo portato, e di quivi con molte amore voi parole, a me, 
che io non dubitassi, e a' sua birri comandò che havessin cura di 
non mi perquotere quella gamba che io havevo rotta, quanto agli 
occhi sua. Cosi facevano, e mi portomo in castello, di donde io ero 
uscito ; e quando noi fummo su da halto innel mastio, dov' è un 

«5 cortiletto, quivi mi fermomo per alquanto. In questo mezo, il castel- 
lano sopraditto si fece portare in quel luogo dove io ero, e cosi ama- (csosfr) 
lato e afflito disse : ve' che ti ripresi ? si, dissi io ; ma ve' che io mi 
foggi', come io ^i dissi ? e se io non fussi stato venduto, sotto la fede 
papale, un vescovado da un venitiano cardinale, e un romano da Fslt- 

30 nese, e' quali l'uno e l'altro à graffiato il viso alle sachre sante legge, 
tu mai non mi ripigliavi ; ma da poi che ora da loro s' è messa 
questa male usanza, fa' anchora tu il peggio che tu puoi, che di 
nulla mi cura al mondo. Questo povero huomo cominciò molto forte 
a gridare, dicendo : hoimè ! oimè ! costui non si cura né di vivere né 

35 di morire, et è più ardito che quando egli era sano: mettetelo là 
sotto il giardino, e non mi parlate mai più di lui, che costui è causa 
della morte mia. Io fui portato sotto un giardino in una stanza oscu- (csoia) 
rissima, dove era dell' acqua assai, piena di tarantole e di molti vermi 
velenosi. Fummi gittato un materassuccio di capechio in terra, e 
per la sera non mi fu dato da cena, e fui serrato a quattro porte: 
cosi istetti insino alle dicianove ore il giorno seguente. Allora mi 
fu portato da mangiare : a i quali io domandai che mi dessino alcuni 

28, In O di {dissi) e il <2 è rid & < (<») d* altro ineh. — 30. In O dopo sa/ di sachrs 
tono CAM. Un. aman. le lettere nt ; poco sotto è eas. ss m dopo ora : aman. 



40 



VITA DI BENVENUTO OBLLINI 225 

di quei miei libri da leggere: da nessuno di questi non mi fu par- 
lato, ma rìferimo a quel povero huomo del castellano, il quale ha* 
veva domandato quello che io dicevo. L'altra mattina poi mi fu por- 
tato un mio libro di Bibbia vulgare, e un certo altro libro dove eran 
le chronache di Giovan Villani. Chiedendo io certi altri mia libri, & 

(C.304&) mi fu detto che io non harei altro, e che io havevo troppo di quelli. 
Cosi infelicemente mi vivevo in su quel materasso tutto fradicio, che 
in tre giorni era acqua ogni cosa; onde io stavo continuamente senza 
potermi muovere, perché io havevo la gamba rotta; e volendo an- 
dare pur faor del letto per la necessità de' miei eschrimenti, andavo io 
carpone con grandissimo affanno per non fare lordure in quel luogo 
dove io dormiva. EEavevo un' ora e mezo del di di un poco di riflesso 
di lume, il quale m'entrava in quella infelice caverna per una pic- 
colissima buca ; e solo di quel poco del tempo leggevo, e '1 resto del 
giorno e della notte sempre stavo al buio patientemente, non mai li^ 

(c305a) fuor de' pensieri de dio e di questa nostra fragilità humana ; e mi 
pareva esser certo in brevi giorni di haver a finir quivi e in quell 
modo la mia sventurata vita. Pure, il meglio che io potevo, da me 
istesso mi confortavo, considerando quanto maggior dispiacere e' mi 
saria istato, inel passare della vita mia, sentire quella inistimabil 20 
passione del coltello; dove istando a quel modo io la passavo con 
un sonnifero, il quale mi s' era fatto molto più piacevole che quello 
di prima: e a poco a poco mi sentivo spegnere, insino a tanto che 
la mia buona conplessione si fu accomodata a quel purgatorio. Di 
poi che io senti' essersi lei accomodata et assuefatta, presi animo 25 
di comportarmi quello inistimabil dispiacere insino a tanto quanto 

(C.305&) lei stessa melo comportava. Cominciai da principio la bibbia, e divo- 
tamente la leggevo e consideravo, et ero tanto invaghito in essa, che 
se io havessi potuto, non harei mai fatto altro che leggere : ma come 
e' mi manchava el lume, subito mi saltava adosso tutti i miei dispia- 3a 
ceri, e davamni tanto travaglio, che più volte io m' ero resoluto in 
qualche modo di spegnermi da me medesimo ; ma perché e' non mi 
tenevono coltello, io havevo male il modo a poter far tal cosa. Però 
una volta infra l'altre havevo acconcio un grosso legno che vi era 
e puntellato in modo d'una stiaccia; e volevo farlo iscoccare sopra 35 
il mio capo ; il quale melo harebbe istiacciato al primo : di modo che, 

(c.306a) acconcio che io hebbi tutto questo edifitio, movendomi risoluto per 
iscoccarlo, quando io volsi dar drento colla mana, io fui preso da cosa 
invisibile e gittato quattro braccia lontano da quel luogo, e tanto 
ispa ventato, che io restai tramortito : e cosi mi stetti da 1' alba del 40 



5. In O dopo io è al fpriucipio di altri Bcritto poi) casa. Iìd. aman. — 13. la O 
dopo una sono casa. lin. aman. le lettere U. — 91. In O mero ha l' o piccolissimo, quasi 
dimenticato dall' aman. ; cosi molto addossate sono al in qualcìu ; e mi di spegnermi è 
soprar.: aman. 

Cbllini, Vita. 15# 



226 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



giorno insino alle dicianove ore che e' mi portorno il mio desinare. 
I quali vi dovettono venire più volte, che io non gli avevo sentiti ; 
perché quando io gli senti', entrò drento il capitan Sandrino Monaldi, 
e senti' ohe disse : o infelice huomo ; ve' che fine ha hauto una si rara 
5' virtù! Sentite queste parole, apersigli ochi: per la qual cose viddi 
preti colle toghe indosso, i quali dissono: o voi, dicesti ohe gli era 
morto. Il Bozza disse: morto lo trovai, e però lo dissi. Subito mi (csoct) 
levomo di quivi donde io ero, e levato il materasso, il quale era 
tutto fradicio diventato come macheroni, lo gittorno fuori di quella 

40 stanza ; e riditte queste tal cose al castellano, mi fece dare un altro 
materasso. E cosi ricordatomi che cosa poteva essere stata quella 
che m' avessi stolto da questa cotale inpresa, pensai che fussi stato 
cosa divina e mia difensitrice. Di poi la notte mi apparve in sognio 
una maravigliosa chriatura informa d'un bellissimo giovane, e a modo 

i5 di sghridarmi diceva : sa' tu chi è quello che t' à prestato quel corpo, 
che tu volevi guastare innanzi al tempo suo ? Mi pareva rispondergli 
che il tutto riconoscevo dallo idio della natura. Addunche mi disse, (csoia) 
tu dispregi l' opere sue, volendole guastare ? Lasciati guidare allui, 
e non perdere la speranzza della virtù sua: con molte altre parole 

^0 tanto mirabile, che io non mi ricordo della millesima parte. Cominciai 
a considerare che questa forma d' angelo mi ha veva ditto il vero : e 
gittato gli ochi per la prigione, viddi un poco di mattone fracido 
cosi lo strofinai l' uno coli' altro, e feci a modo che un poco di savore : 
di poi cosi carpone mi accostai a un taglio di quella porta della pri- 

2^ gione, e co' denti tanto feci, che io ne spiccai un poco di schegiuzza ; 
et fatto che io hebbi questo, aspettai quella ora del lume che mi ve- 
niva alla prigione, la quale era dalle venti ore e mezo insino alle 
ventuna e mezo. Allora cominciai a schrivere il meglio che io po- 
tevo in su certe carte che avanzavano innel libro della bibbia, e (c.3076) 

30 riprendevo gli spiriti mia dello intelletto isdegniati di non voler più 
istare in vita ; i quali rispondevano a il corpo mio, iscusandosi della 
loro disgratia ; et il corpo dava loro isperanza di bene : cosi in dia- 
lago ischrissi 

Afflitti spirti miei, 
35 Oimé chrudeli, che vi rinchresce vita! 

Se contra il Ciel tu sei, 
Chi fia per noi? chi ne porgerà baita? 
Lassa, lassaci andare a miglior vita. 

3. lu O era scritto Maritino ; tino è cass. lin. e drino é scritto aopr&r. am&u. — 5. In 
O dopo queéte è ro casa. lin. aman. — 10. In O av. a riditte è dill casa. Un. aman. 



3. Sandrino Monaldi; capo delle mi- nato nel 1530 a Piombino come antiuiedi- 
lizie.florentine durante V assedio : confi- ceo. (Cfr. VARcni, Stor. fior.. II. 110-413). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 227 



De' non partite anchora 
Che più felici e lieti 
Promette il Ciel, che voi fussi già mai. 

Noi resteren qualche ora, 
Purché dal magno Idio concesso siéti h 

Gratia, che non si torni a maggior guai. 

<c.so8a) Ripreso di nuovo il vigore, da poi che da per me medesimo io mi 
fui confortato, seguitando di legger la mia hibbia, e* mi ero di sorte 
assuefatto gli ochi in quella oschurità, che dove prima io solevo leg- 
gere una ora e mezo, io ne leggevo tre intere. E tanto maraviglio- io 
samente consideravo la forza della virtù de Dio in quei semplicis- 
simi huomini, che con tanto fervore mi chredevano, che Idio con- 
piaceva loro tutto quello che quei s' inmagi navano : promettendomi 
anchora io de l'aiuto de Dio, si per la sua divinità e misericordia, 
e anchora per là mia innocentia : et continuamente, quando con ora- is 
tione e quando con ragionamenti volti a Dio, sempre istavo in questi 
alti pensieri in dio; di modo che e' mi cominciò a venire una dilet. 

<(e^86) tatione tanto grande di questi pensieri in dio, che io non mi ricor- 
davo più di nessuno dispiacere che mai io per V adietro havessi 
hauto, anzi cantavo tutto il giorno salmi e molte altre mie conposi- so 
tione tutte diritte a Dio. Solo mi dava grande affanno le ugna che 
mi chrescevano ; perché io non potevo toccarmi, che con esse io non 
mi ferissi : non mi potevo vestire, perché, o le mi si arrovesciavano 
in drento o in fu(o)ra, dandomi assai dolore. Anchora mi si moriva e* 
denti in bocca; e di questo io m'avvedevo, perché, sospinti i denti 2^ 
morti da quei eh' erano vivi, a poco a poco sofforavano le gengie, e 

<e.809o) le punte delle barbe venivano a trapassare il fondo delle lor casse. 
Quando mene avedevo gli tiravo, come cavargli d' una guaina, sanza 
altro dolore o sangue : cosi me n' era usciti assai bene. Pure accor- 
datomi anche con quest'altri nuovi dispiaceri, quando cantavo, quando "'O 
horavo, e quando schriv(ev)o con quel matton pesto sopraditto; e 
cominciai un capitolo in lode della prigione, et in esso dicevo tutti 
quelli accidenti che da quella io havevo hauti, qual capitolo si schri- 
verrà poi al suo luogo. Il buon castellano mandava ispesso seghre- 
tamente a sentire quello che io facevo: e perché l'ultimo di di luglio 35 
io mi rallegrai da me medesimo assai, ricordandomi della gran festa 

<c.9096) che si usa di fare in Roma in quel primo di d'agosto, da me dicevo: 
tutti questi anni passati questa piace voi festa io l' ò fatta con le fra- 
gilità del mondo ; questo anno io la farò horamai con la divinità de 
dio: e da me dicevo: o quanto più lieto sono io di questa che di *o 

9. In O r di oschurità sembra ritoccato d* altro Inch. — 24. la O V ì d' in ò 
fltato Inserito amnn. av. n : è scritto poi fura. — 31. In O è tchriuo, invece di $cri- 
ueuo. — 33. In O ò cass. lin. aman. dira av. sekriuerra. 



228 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

quelle ! Quelli che mi udirno dire queste parole, il tutto referimo al 
castellano; il quale con maraviglioso dispiacere disse: o Dio! colui 
trionfa e vive in tanto male. Et io istento in tante comodità, e muoio 
solo per causa sua ! Andate presto e mettetelo in quella più sotter- 

s rania caverna, dove fu fatto morire il predicatore Foiano di fame : 

forse che vedendosi in tanta cattività, gli potria uscire il ruzzo del (e^ioa) 
capo. Subito venne dalla mia prigione il capitano Sandrino Monaldi 
con circa venti di quei servitori dal castellano; e mi trovomo che 
io ero giuochi oni, e non mi volgevo alloro, anzi adoravo un dio padre 

IO addorno di angeli, et un christo risuoitante vittorioso, che io mi ha- 
vevo disegniati innel muro con un poco di carbone che io havevo 
trovato ricoperto dalla terra, di poi quattro mesi che io ero stato ro- 
vescio innel letto con la mia camba rotta ; e tante volte sogniai che 
gli Angeli mi venivano a medicarmela, che di poi quattro mesi ero 

15 divenuto gagliardo come se mai rotta la non fussi stata. Però ven- 
nono a me tanto armati, quasi che paurosi che io non lussi un ve- 
lenoso dragone. H ditto capitano disse: tu senti pure che noi siamo (e.si06) 
assai, e che con gran remore noi vegniamo a te, e tu a noi non ti 
volgi. A queste parole, inmaginatomi benissimo quel peggio che mi 

so poteva intervenire, e fattomi pratico e costante al male, dissi loro: 
A questo idio che mi porta a quello de' cieli ò volto V anima mia e 
le mie contemplatione et tutti i mia spiriti vitali, et a voi ò volto 
appunto quello che vi si appartiene perché quello che ò di buono in 
me voi non sete degni di guardarlo, né potete toccarlo : si che fate, 

2ò a quello* che è vostro, tutto quello che voi potete. Questo ditto ca- 
pitano, pauroso, non sapendo quello che io mi volessi fare, disse a 
quattro di quelli più gagliardi : levatevi Parme tutte da canto. Levate 
che se Pebbono, disse: Presto presto saltategli a dosso e pigiatelo. (c3iu> 
Non fussi costui il diavolo, che tanti noi doviamo haver paura di lui? 

so tenetelo hor forte che non vi scappi. Io sforzato (h)e bistrattato da loro, 
inmaginandomi molto peggio di quello che poi m'intervenne, alzando 
gli echi a christo dissi: o giusto idio, tu pagasti pure in su quello 

4. In O r u di eatua è loprar. ; fune aman. — 9. In O dopo padr€ è pieno casi. 
lin. aman. — 18. In O con è premesso a un cais. lin. aman. — SO. In O dopo male è on 
e easi. Un. aman. — 28. In O era scritto lobbono e 1* o è con*, in «, forte dall' aman.» 
■ebbene d* inch. più nero : in questa pagina, come in altre, V inchiostro ò assai disu> 
gnale. — 80. In O era scritto hèbbi bistrattalo da/ loro e si capisce come e bistrattato 
ali* orecchio dell* aman. sia parso hehhiy e come il loro abbia dato la finale talo, DI htbbi 
sono cass., probabilm. dall' aman., le lettere bM. 



5. predicatore Foiano. Benedetto Tiezzi e perciò, tradito dal Malatesta a Cle- 
nativo di Foiano in Valdichìana, dome- mente VII, fu rinchiuso in Castel San- 
nicano del convento fiorentino di Santa t' Angelo e vi mori di fame, a gran di- 
Maria Novella. Devoto e seguace del Sa- sdoro del papa. (Cfr. Varchi, Stor. /lor., 
vonarola, durante l*Assedio predicò con ed. cit. voi. I e II, pp. 386-7. Busini, Lei- 
veemenza contro la famiglia dei Medici, tere cit.t passim.). 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 229 



alto legno tutti e* debiti nostri : perchè addanolie à 'pagare la mia 
innocentia i debiti di ohi io non conosco ? o pure sia fatta la taa vo- 
lantà. Intanto costoro mi portavano via con un torchiacelo acceso : 
pensavo io che mi volessino gittare innel trabochetto del Sammalò : 
cosi chiamato un luogo paventoso, il quale n' à inghiotitti assai cosi s 
vivi, perché venghono a cascare inne' fondamenti del Castello giù 
innun pozzo. Questo non m* intervenne : per la qual cosa me ne parve 

^c.siift) bavere un benissimo mercato ; perché loro mi posono in quella brut- 
tissima caverna sopra detta, dove era morto il Foiano di fame, et ivi 
mi lasciorno istare, non mi faccende altro male. Lasciato che e*zn'eb- io 
bono, cominciai a cantare un De Profundis clamavit, un Misererò, et 
in te Domine speravi. Tutto quel giorno primo d'agosto festeggiai con 
Dio, e sempre mi iubbilava il quore di speranza e di fede. H sicondo 
giorno mi trassono di quella buca, e mi ripor torno dove era quei miei 
primi disegni di quelle inmagine de idio. Alle quali giunto che io fui, ^^ 
alla presenza d' esse di dolcezza et di letitia io assai piansi. Da poi il 
castellano ogni di voleva sapere quello ohe io facevo e quello che 

<(c.3i8a) io dicevo. 11 Papa, che haveva inteso tutto il seguito, e di già li 
medici havevano isfidato a morte il ditto castellano, disse: Innanzi 
che il mio castellano muoia, io voglio che e' faccia morire a suo modo ^ 
quel Benvenuto, eh' è causa della morte sua, acciò che lui non muoia 
invendicato. Sentendo queste parole il castellano per bocca del duca 
Pierluigi, disse al ditto: addunche il Papa mi dona Benvenuto, e 
vuole che io ne faccia le mie vendette? Non pensi addunche ad altro 
e lasci fare a me. Si come il quor del papa fu cattivo inverso di 2^ 
me, pessimo e doloroso fu innel primo aspetto quello del castellano: 
et in questo punto quello invisibile, che mi haveva divertito dal vo- 
lermi ammazzare, venne a me pure invisibilmente, ma con voci chiare, 

ic%ub) e mi scosse, e levommi da iacere e disse: Oimè! Benvenuto mio, 

presto presto ricorri a Dio con le tue solite oratione, e grida forte ^ 
forte. Subito spaventato mi posi in ginochioni, e dissi molte mie 
oratione ad alta voce : di poi tutte, un qui habitat in aiutorium ; di 
poi questo, ragionai con Idio un pezo : et in uno istante la voce me- 
desima aperta et chiara mi disse : vatti a riposa, et non haver più 
paura. E questo fu, che il castellano havendo dato commesione brut- '5 
tissima per la mia morte, subito la tolse e disse : non è egli Benve- 
nuto quello che io ò tanto difeso, et quello che io so certissimo che 
è innocente, e che tutto questo male se gli è fatto attorto? O come 
Idio harà mai misericordia di me e de i mia peccati, se io non per- 
dono a quelli che m' anno fatto grandissime offese ? perché ò io a ^® 

<e^i9a) offendere un huomo da bene, innocente, che m' à fatto servizio e bo- 
ia. In O tieondo è icritto soprar, a terzo casa, li a. aman. — 81. In O ar. a 9ubilo 
è Jo caas. Un. aman. La earta è qui corroia ; e in alcuni ponti (ma non da impedire 1% 
■sicura lettura) anche alcune delle pagine che seguono. 



230 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

nore? Vadia^ che incambio di farlo morire, io gli do vita et libertà;: 
e lascio per testamento che nissuno gli domandi nulla del debito 
della grossa ispesa che qui gli arebbe a pagare. Questo intese il 
papa, e V ebbe molto per male. Io istavo intanto colle mie solite ora- 

^ tione e schriuevo il mio capitolo, e cominciai a fare ogni notte i più 
lieti e i più piacevoli sogni che mai inmaginar si possa; e sempre 
mi pareva essere insieme visibilmente con quello che invisibile avevo 
sentito e sentivo bene ispesso, a il quale io non domandavo altra 
gratia, se non e* lo pregavo, e strettamente, che mi menassi dove io 

10 potessi vedere il sole, dicendogli che era quanto desiderio io havevo; 

e che se io una sola volta lo potessi vedere, da poi io morrei con- (c.3i36^ 
tento. Di tutte le cose che io havevo in questa prigione dispiacevoH, 
tutte mi erano diventate amiche et compagne, et nulla mi disturbava. 
Se bene quei divoti del casteUano che aspettavano che il castellano 

15 m' inpiccassi a quel merlo dove io ero sceso, si come lui haveva detto, 
veduto poi che il detto castellano haveva fatta un* altra resolutione 
tutta contraria da quella ; costoro, che non la potevano patire, sempre 
mi facevano qualche diversa paura, per la quale io dovessi pigliare 
spavento per la perdita della vita. Si come io dico, a tutte queste 

20 cose io m*ero tanto addimesticato, che di nulla io non havevo più 

paura, e nulla più mi moveva. Solo questo desiderio, che il sogniare (c.si4o) 
di vedere la spera del sole. Di modo che seguitando innanzi, colle 
mie grande orationi, tutte volte collo affetto a christo, sempre di- 
cendo : o vero fìgliuol de dio, io ti priego per la tua nascita, per la 

fi tua morte in chroce e per la tua gloriosa resurressione, che tu mi 
facci degno che io vegga il sole, se none altrimenti, a^mancho in 
sogno ; ma se tu mi facessi degno che io lo vedessi con questi mia 
ochi mortali, io ti prometto di venirti a visitare al tuo santo sepulcro. 
Questa resolutione e queste mie maggior prece a dio io le feci a* di 

30 dua d' ottobbre nel mille cinquecento trentanove. Venuto poi la mat- 
tina seguente, che fu a* di tre di ottobre detto, io m' ero risentito 
alla punta del giorno, innanzi il levar del sole, quasi un'ora; e sol- (cSi**)» 
levatomi da quel mio infelice covile, mi messi adosso un poco di 
vestaccia che io havevo, perché e* s' era cominciato a far fresco : e 

35 stando cosi sollevato facevo ora tione più di vote che mai io havessi 
fatte per il passato; che in dette oratione dicevo con gran prieghi 
a christo, che mi concedessi almancho tanto di gratia, che io sapessi 
per ispira tion divina per qual mio peccato io facevo cosi gran peni- 
tentia; e da poi che sua maestà divina non mi haveva voluto far 

9. In O dopo pregano è ettr» casa. lin. amaD. — 18. In O dopo paura/ è do casi.. 
Un. aman., forse anticipazione di douetti ohe vien poi. — 19. In O il la ar. aperdtfa 
ò quasi del tutto corroso, ma è chiaro il disegno delle due lettere. L' a dopo dico ò molto 
addossata a tutte. — 29. In O dopo orationi sono oass. lin. aman. le lettere ttol. — 
25. In O r « prima di retureteione è soprar, a una lett. casa. — 29. In O sotto odio- 
dopo a è il segno /\ d* inch. rosso. -^ 35. In O, d^altro incb., è ridotto ad i V e di oratione^ 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 231 



degnio della vista del sole almancho in sogno, lo pregavo per tutta 
la sua potentia e virtù, che mi facessi degno che io sapessi quale 
era la causa di quella penitentia. Dette queste parole, da quello in- 
yisihile, a modo che un vento, io fui preso e portato via, e fui me* 

(e.sisa) nato in una stanza, dove quel mio invisibile allora visibilmente mi 5 
si mostrava in forma humana, in modo d' un giovane di prima barba ; 
con faccia maravigliosissima, bella, ma austera, non lasciva; et mi 
mostrava innella ditta stanza, dicendomi: quelli tanti huomini che 
tu vedi, sono tutti quei che insino a qui son nati e poi son morti. Il 
perché, io lo domandavo per che causa lui mi menava quivi : il qual io 
mi disse : vieni innanzi meco e presto lo vedrai. Mi trovavo in mano 
un pugnialetto et indosso un giaco di maglia; e cosi mi menava 
per quella grande stanza, mostrandomi coloro che a infinite migliaia, 
or per un verso, or per un altro, camminavano. Menatomi innanzi, 
usci innanzi a me per una piccola porticella in un luogo come in t5 
una strada istretta ; e quando egli mi tirò drieto a sé innella detta 

(C.3156) istrada, all'uscire di quella stanza mi trovai disarmato, et ero in 
camicia bianca sanza nulla in testa, et ero a man ritta del ditto mio 
compagnie. Vedutomi a quel modo, io mi maravigliavo, perché non 
ricognocevo quella istrada; et alzato gli ochi, viddi che il chiarore 20 
del sole batteva in una pariete di muro, modo che una facciata di 
casa, sopra il mio capo. Allora io dissi: o amico mio, come ò io da 
fare, che io mi potessi alzare tanto che io vedessi la propia spera 
del sole ? Lui mi mostrò parechi scaglioni che erano quivi alla mia 
man ritta, e mi disse : va quivi da te. Io spiccatomi un poco dallui, m 
salivo con le calcagnia allo indietro su per quei parechi scaglioni, e 
cominciavo a poco a poco a scoprire la vicinità del sole. M* affrettavo 

(c.si6a) di salire; e tanto andai in su in quel modo ditto, che io scopersi 
tutta la spera del sole. E perché la forza de* suoi razi, al solito loro, 
mi fece chiudere gli ochi, avedutomi dell* error mio, apersi gli occhi, sa 
e, guardando fiso il sole, dissi: o sole mio, che t'ò tanto desiderato, 
io voglio non mai più vedere altra cosa, se bene i tua razzi mi ao- 
ciecano. Cosi mi stavo con gli occhi fermi in lui ; e stato che io fui 
un pochette in quel modo, viddi in un tratto tutta quella forza di 
quei gran razi gittarsi in su la banda mancha del ditto sole; e re- 35 
stato il sole netto sanza i suoi razzi, con grandissimo piacere io lo 
vedevo ; e mi pareva cosa maravigliosa che quei razzi si fassino le- 
vati in quel modo. Stavo a considerare che divina gratia era stata 

(eu)]6&) questa, che io havevo quella mattina da dio, e dicevo forte: o mi- 

rabil tua potentia, o gloriosa tua virtù! quanto maggior gratia mi ^0 
fai tu, di quello che io non m'aspettavo! mi pareva questo sole 

17. Tn O dopo disarmato lono casa. lin. amftn. le parole ansi in camicia. — 3S. In O 
dopo stato eaM. Ud. aman. un pochette j ripetuto poi. — 35. In O dopo gittarsi è da casa, 
lin. aman. ; e coiì un* «^ av. a restato. — 41. In O dopo partua è senMa/ casa. lin. aman. 



232 VITA DI BENVENUTO CBLLINI 

sanza i razzi sua, né più né manoho, un bagno di purissinK> oro 
istrutto. Inmentre ohe io consideravo questa gran cosa, viddi in mezzo 
a detto sole cominciare a gonfimre, e chrescere questa forma di questo 
gonfio, et in un tratto si fece un christo in chroce della medesima 

5 cosa che era il sole; et era di tanta bella gratia in benignissimo 
aspetto, quale ingegno humano non potria inmaginare una millesima 
parte ; et in mentre che io consideravo tal cosa, dicevo forte : mira- 
coli, miracoli ! o iDio, o chlementia tua, o virtù tua infinita, di che (cSiTa) 
cosa mi fai tu degno questa mattina! Et in mentre che io conside- 

10 ravo e che io dicevo queste parole, questo christo si moveva inverso 
quella parte dove erano andati i suoi razzi, e innel mezzo del sole 
di nuovo gonfiava, si come haveva fatto prima ; e chresciuto il gonfio, 
subito si converti innuna forma d' una bellissima madonna, qual mo- 
strava di essere assederò in modo molto alto con il ditto figliuolo 

15 in braccio in atto piacevolissimo, quasi ridente; di qua e di là era 
messa in mezo da duci angeli bellissimi tanto, quanto lo inmaginare 
non arriva. Anchora vedevo in esso sole, alla mana ritta, una figura 
vestita a modo di sacerdote: questa mi volgeva le stiene, e 1 viso 
teneva volto inverso quella madonna e quel christo. Tutte queste (e.8i76) 

so cose io vedevo vere, chiare e vive, et continuamente ringratiavo la 
gloria de Dio con grandissima voce. Quando questa mirabil cosa mi 
fu stata innanzi agli oohi poco più d'uno ottavo d*ora, da me si 
parti ; et io fui riportato in quel mio covile. Subito cominciai a gri- 
dare forte, ad alta voce dicendo: la virtù de Dio m' à fatto degno 

i5 di mostrarmi tutta la gloria sua, quale non ha forse mai visto altro 
ochio mortale: honde per questo io mi cogniosco di essere libero e 
felice et in gratia a Dio; e voi ribaldi, ribaldi resterete, infelici, et 
nella disgratia de Dio. Sappiate che io sono certissimo, che il di di 
tutti e santi, quale fu quello che io venni al mondo nel mille cin- 
to quecento apunto, il primo di di novembre, la notte seguente a quattro 
ore, quel di che verrà voi sarete forzati a cavarmi di questo carcere 
tenebroso; et non potrete far di manche, perché io 1*6 visto con gli (csisa) 
occhi mia et in quel trono di Dio. Quel sacerdote, qual era volto 
inverso i Dio, e che a me mostrava le stiene, quello era il santo 

85 Pietro, il quale avocava per me, vergogniandosi che innella casa sua 
si faccia ai christiani cosi brutti torti. Si che ditelo a chi voi volete, 
che nissuno non ha potentia di farmi più male ; e dite a quel signior 
che mi tien qui, che se lui mi dà o cera o carta, e modo che io gli 



10. In O dopo ti è tira {tirava f) eaai. lin. « dopo i e av. a suoi é una n casi. lin. 
amaa. — 16. In O ay. braceio è mano/cMu, lin. aman. — 18. In O dopo wi$o è haue 
oaM. Un. aman. — 20. In O dopo uedwo è eh (antloip. di chiare) casa. lin. aman. — S4. 
In O ay. a virtù è b eaas. lin. aman. — 28. In O tranne di, invece di c^, lono riscritte 
tali e quali loprar. alle medesime parole casa. Un. aman. dj tutti e $anH/, Segno nn eh 
casa. Un. aman. — 87. In O dopo eh€ sono oass. Un. aman. le parole che uoi non ha/uet€ 
poi: U più ay. a maU ò soprar, aman. — 38. In O dopo carta è tant cass. lia. aman. 



VITA DI BBN VENUTO OELLIMI 233 



10 



possa sprimere questa gloria de Dio che mi s*è mostra, certissimo 
io lo farò chiaro di quel che forse lui sta in dubbio. 

Il castellano, con tutto che i medici non ha vessino punto di spe- 
ranza della sua salute, anohora era restato in lui spirito saldo, e si 
era partito quelli humori della pazzia, che gli solevano dar noia ogni 

{tMSb) anno: e datosi in tutto e per tutto all'anima, la coscientia lo rimor- 
deva, et gli pareva pure che io havessi ricevuto e ricevessi un gran- 
dissimo torto ; e faccende intendere al Papa quelle gran cose che io 
dicevo, il papa gli mandava a dire, come quello che non chredeva 
nulla né in Dio né in altri, dicendo che io era inpazzato, e che 
attendessi il più che lui poteva alla sua salute. Sentendo il castellano 
queste risposte, mi mandò a confortare, e mi mandò da schrivere e 
della cera e certi fuscelletti fatti per lavorar di cera, con molte cor- 
tese parole, che mele disse un certo di quei sua servitori che mi 
voleva bene. Questo tale era tutto contrario di quella setta di quegli ^^ 
altri ribaldi, che mi harebbon voluto veder morto. Io presi quelle 

(csida) carte e quelle cere, e cominciai a lavorare : e 'n mentre che io lavo- 
ravo schrissi questo sonetto indiritto al castellano. 

S* ì' potessi, signior, mostrarvi il vero 

Del lume etemo, in questa bassa vita, ^ 

Qual' ho da Dio, in voi vie più gradita 

Saria mia fede ohe d'ogni alto impero. 
Hai se '1 chredessi il gran pastor del chiero, 

Che Dio s'è mostro in sua gloria infinita, 

Qual' mai vide halma prima che partita (^ 

Da questo basso regnio aspro e sincero; 
Le porte di iustitia sachre e sante 

Sbarrar vedresti, e '1 tristo impio furore 

Cader legato e al ciel mandar le voce. 
S' i' havessi luce, hai, lasso, almen le piante so 

Sculpir del ciel potessi il gran valore. 
(e.3i9&) Non saria il mio gran mal si greve croce. 

Venuto l'altro giorno a portarmi il mio mangiare quel servitore 
del castellano, il quale mi voleva bene, io gli detti questo sonetto 
ischritto ; il quale, seghretamente da quelli altri maligni servitori, che 35 
mi volevano male, lo dette al castellano: il quale volentieri m'arebbe 

14. In O dopo parole è mi di eass. Un. amao. — 19. e ses. In O sono Inquadrati 
con linea e eaii. i reni: 

8i potetti tignior mostrami il utro 
Del' lume ettemo in queeta batta uita 
QuaV ho* da £>jo, Jn uoi uie, 

i quali sonoi tranne fi doppio t di ettemo e un segno a Del, riprodotti tali e quali nella 
prima quartina riscritta poi. — SS. In O dopo Non è mi cass. Un. aman. 



234 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



lasciato andar via, perché gli pareva che quel torto che m'era ìstato 
fatto, fussi gran causa della morte sua. Prese il sonetto, e lettolo più 
d* una volta, disse : queste non sono né parole né concetti da pazzo, 
ma si bene d* huomo buono e dabbene : e subito comandò a un suo 

5 sechretario che lo portassi al papa, e che lo dessi in propia mano, 
pregan(d)olo che mi lasciassi andare. Mentre che il detto seghretario 
portò il sonetto al papa, il castellano mi mandò lume per il di e per la 
notte, con tutte le comodità che in quel luoco si poteva desiderare ; (c.ssoa) 
per la qual cosa io cominciai a migliorare della indispositione della 

10 mia vita, quale era divenuta grandissima. H Papa lesse il sonetto 
più volte : di poi mandò a dire al castellano, che farebbe ben presto 
cosa che gli sarebbe grata. E certamente che il papa m'arebbe poi 
volentieri las(c)iato andare ; ma il signor Pierluigi ditto, suo figliuolo, 
quasi contra la voglia del papa, per forza mi vi teneva. Avicinan- 

?-> dosi la morte del castellano, inmentre che io havevo disegniato et 
sculpito quel maraviglioso miracolo, la mattina d'ogni santi mi mandò 
per Piero Ugolini suo nipote a mostrare certe gioie ; le quali, quando 
io le viddi, subito dissi: questo è il contrasegnio della mia libera- 
tione. Allora questo giovane, che era persona di pochissimo discorso, 

il) disse: a cotesto non pensar tu mai, Benvenuto. Allora io dissi: porta (e.3306) 
via le tue. gioie, perché io son condotto di sorte, che io non veggo 
lume se none in questa caverna buia, innella quale non si può di- 
scernere la qualità delle gioie; ma, quanto all'uscire di questo car- 
cere, e' non finirà questo giorno intero, che voi me ne verrete a ca- 
vare: e questo è forza che cosi sia, et non potete far di mancho. 
Costui si parti e mi fece riserrare ; e andatosene, soprastette più di 
dua ore di orinolo; di poi venne per me senza armati, con dua ragazi 
che mi haiutassìno sostenere, e cosi mi menò in quelle stanze larghe 
che io havevo prima, questo fu ('!) 1638, dandomi tutte le comodità 
che io domandavo. Ivi a pochi giorni, il castellano, che pensyra che 
io fussi fuora e libero, stretto dal suo gran male, passò di j[uesta 
presente vita, et in cambio suo restò mr Antonio Ugolini suo iratello, 
il quale haveva dato a din tendere al castellano passato, suo fratello, («-J*!» 
che mi haveva lasciato andare. Questo mr Antonio, per quanto io in- 

^•^ tesi, hebbe commessione dal papa di lasciarmi stare in quella prigione 
larga, per insino a tanto che lui gli direbbe quel che s'avessi a fare 

3. In O r ft di una è soprar. aman. — 4. In O la finale n« di dabbene è casa, fortem. 
ed è riicritta di segiiito ; io fin. di sechretaio è riscritto rio^ aman. : nelle due casa, ora è 
alquanto corrosa la carta. — 6. In O dopo andare è dallal eats. lin. aman. — 13. In 
O è scritto leujato e Vj e Va sono molto addossati. — 16. In O dopo miracolo/ ò una 
cass. Un. aman. — 28. In O largite hasuirA una forte oass. : ansi propriamente sotto 
la cass. si scorgono i profili d' un* { e d* un j. — 29. In O dopo/u è un' l d*altro inch. 
— 33. In O dopo haveva sono le parole promesso al castellano cass. lin. aman. 



2» 



30 



29. qnetto fu ('1) 1688. Il Cellini non è 32. mr Antonio Urolial. Successe al 

qui esatto, perché siamo al 1539. fratello il primo di Dicembre del 1539. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



23& 



di me. Qael mr Dorante bresciano già sopra ditto si convenne con 
quel soldato, spetiale pratese, di darmi a mangiare qualche licore in 
fra i miei cibi, che fassi mortifero, ma non subito; facessi in termine 
di quattro o di cinque mesi. Andomo inmaginando di mettere in fra il 
cibo del diamante pesto ; il quale non à veleno in sé di sorte alcuna, 
ma per la sua inistimabil durezza resta con i canti acutissimi, et non 
fa come Taltre pietre ; che quella sottilissima acutezza a tutte le pietre, 

(e.3Si6) pestandole, non resta, anzi restano come tonde; et il diamante solo 
resta con quella acutezza: di modo che entrando innello stomaco, in- 
sieme con gli altri cibi, in quel girare che e' fanno e cibi per fare la 
digestione, questo diamante s* appicca a i cartilaggini dello stomaco 
e delle budella, e di mano in mano che 'l nuovo cibo viene pigniendo 
sempre innaùzi, quel diamante appicato a esse con non molto ispatio 
di tempo le fora ; e per tal causa si muore : dove che ogni altra sorte 
di pietre o vetri mescolata col cibo non ha forza d*appicarsi, e cosi 
ne va col cibo. Però questo mr Durante sopraditto dette un diamante 
di qualche poco di valore a una di queste guardie. Si disse che questa 
cura V aveva hauta un certo Lione aretino orefice, mio gran nimico. 
Questo Lione ebbe il diamante per pestarlo: e perché Lione era po- 
verissimo, e *1 diamante doveva valere parechi decine di scudi, costui 
dette ad intendere a quella guardia, che quella polvere che lui gli 

(U2Sa) dette fussi quel diamante pesto che s'era ordinato per darmi; e 
quella mattina che io V ebbi, me lo messono in tutte le vivande ; 
che fu un venerdì: io l'ebbi in insalata et in intingoli et in mine- 
stra. Attesi di buona voglia a mangiare, perché la sera io havevo 
digiunato. Questo giorno era di festa. E ben vero che io mi sentivo 
scrosciare la vivanda sotto i denti, ma non pensavo mai a tal ribal- 
derìe. Finito che io hebbi di desinare, essendo restato un poco d'in- 
salata innel piattello, mi venne diritto gli ochi a certe stieze sotti- 
lissime, le quale m'erano avanzate. Subito io le presi, e accostatomi 



to' 



IS- 



SO- 



2!> 



sa- 



3. In O dopo non è uj cais. Un. antan. — 4. In O av. a mettere è darn (voleva 
scrìver darmi dapprima) oasi. Ifn. aman. — 15. In O dopo cosi è ai $m casa. Un aman. 
(Porte il Gellini aveva dettato prima amuove, emaltUce), 



1. air Durante breteiano. Durante Du- 
ranti, su cui vedi la nota alla riga 10 
della p. 176. 

18. Lione aretino oreHee: Leone Leoni 
orefice e scultore di getto, assai famoso : 
nacque in Arezzo (o a Menagio nel Mi- 
lanese, ma di padre aretino). Nel No- 
vembre del '38 successe in qualità di 
incisore nella Zecca romana a Tommaso 
Perugino, e usci da tale ufficio nel *40, 
anno in cui fu condannato al taglio della 
mano destra per aver sfregiato iu fac- 
cia un tedesco, Pellegrino de Lenti, gio- 



ielliere del papa. Per intercessione del 
card. Arcbinto e di monsignor Duranti, 
la pena gli fu commutata in quella della 
galera, di dove nel 1545 fu liberato per 
protezione dei Dori a. Da Roma passò 
a Genova, indi a Venezia : entrato ai 
servigi di Carlo v, viaggiò a Bruxelles^ 
e a Malines: mori in Milano il 2i Giu- 
gno del 1590. (Cfr. Bertolotti, Art, 
lomb., I, 298-301 e Casati^ Leone Leoni 
d" Arezzo e G. P. Lomazso, Milano,. 
1884 e Les médaiUeurs de la Renaisa.y 
nella Bibl, interri, de VArt, 



236 VITA DI BENVENUTO CELLINI 



al lame delift finestra, che era molto luminosa; parte che io le guar- 
davo, mi venne ricordato di quello ischrosciare che m'aveva fatto 
la mattina il cibo più che il solito : e riconsideratole bene, per quanto 
gli ochi potevan giudicare, mi chredetti resolutamente ohe quello (e.S23fr) 
li fussi diamante pesto. Subito mi feci morto resolutissimamente, e cosi 
cordoglioso corsi divotamente alle sante oratione ; e come resoluto , 
mi pareva esser certo di essere ìspacciato e morto : et per una ora 
intera, feci grandissime oratione a Dìo, ringratiandolo di quella cosi 
piacevol morte. Da poi che le mie stelle mi hayevano cosi destinato, 

10 mi pareva hayeme hauto un bu(o)n mercato a uscirne per quella 
agevol via ; e mi ero contento, et havevo benedetto il mondo e quel 
tempo che sopra di lui ero stato. Hora mene tornavo a miglior regnio 
con la gratia de Dio, che mela pareva havere sicurissimamente ac- 
quistata : e in quello che io stavo con questi pensieri, tenevo in mano 

15 certi sottilissimi granelluzzi di quello chreduto diamante, quale per 

certissimo giudicavo esser tale. Hora perché la speranza mai non (csisa) 
muore, mi parve essere sobbillato da un poco di vana speranasa ; qual 
fu causa che io presi un poco di coltellino, e presi di quelle ditte 
granelline, e le missi in su 'n un ferro della prigione ; dipoi appoggia- 

20 tovi la punta del coltello per piano, agravando forte, senti* disfare la 
ditta pietra ,* e guardato bene con gli ochi, viddi che cosi era il vero. 
Subito mi vesti* di nuova isperanza e dissi: questo non è il mio nimico 
mr Durante, ma è una pietraccia tenera, la quale non è per farmi 
un male al mondo. E si come io m* ero risoluto di starmi cheto e di 

i5 morirmi in pace a quel modo, feci nuovo proposito, ma in prima ringra- 
tiando Idio e benedicendo la povertà, che si come molte volte è la 
causa della morte degli huomini, quella volta elicerà stata causa 
istessa della vita mia ; per che havendo dato quel mr Durante mio M»») 
nimico, o ohi fussi stato, un diamante a Lione, che me lo pestassi, di 

so valore di più di cento scudi, costui per povertà lo prese per sé, et a 
me pestò un berillo cetrino di valore di dna carlini, pensando forse, 
per essere anchora esso pietra, che egli facesse el medesimo effetto 
del diamante. In questo tempo il vescovo di Pavia, fratel del conte 
di Sansicondo, domandato monsìgnior de* Bossi di Parma, questo ve- 

^5 scovo era prigione in Castello per certe brighe già fatte a Pavia; 
e per esser molto mio amico, io mi feci faora alla buca della mia 

6. In O l*r di cordoglioso è soprasor. a unW (col doglioso): aman. — li. In O 
dopo pensieri è te cmb. Un. aman. — 26. In O dopo che è ispes—/ cais. lin. aman. : 
(voleva dire dapprima ispesse volte). — 32. In O et è soprasor. a un cass. aman. — 
■3S. In O dopo pauja è da san sicon cass. Un. aman. — 84. In O dopo domandato è il 
cans. lin. aman. 



Zi. memtlrnior dt* Eostl di Parma. Gio* Conte Alessandro Langasoo (ISSS). e im- 
van Girolamo de' Rossi, da Clemente VII prigionato, ma, di naovo nel 1550, resti- 
ne! 1530 nominato vescovo di Pavia, fu tuito vescovo da Giulio III e nominato 
poi deposto dal vescovado, per sospetto Governatore di Roma: mori il 6 d* Aprile 
di aver avuto mano nell* uccisione del del 1564 a Prato, dove erasi ritirato, ri- 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



237 



prigione, e Io chiamai ad alta voce, dicendogli che, per uccidermi^ 
quei ladroni m* avevan dato un diamante pesto : e gli feci mostrare 

(ej)S4a) da un suo servitore alcuna di quelle polveruze avanzatemi: ma io 
non gli dissi che io havevo conosciuto che quello non era diamante; 
ma gli dicevo, ohe loro certissimo mi havevano avelenato da poi la 5^ 
morte di quel huomo da hene del castellano ; e quel poco che io vi- 
vessi, lo pregavo che mi dessi de* sua pani uno il df, per che io non 
volevo mai più mangiare cosa nissuna che venissi dalloro: cosi mi pro- 
misse mandarmi della sua vivanda. Quel mr Antonio che certo di tal 
cosa non era consapevole, fece molto gran romore e volse vedere io 
quella pietra pesta, anchora lui pensando che diamante egli fussi ; 
e pensando che tale imprésa venissi dal papa, se la passò cosi di 
leggieri, considerato che gli ebhe il caso. Io m* attendevo a mangiare 
deUa vivanda che mi mandava il vescovo, e schrivevo continua- 

(e.3841) niente quel mio capitolo della prigione, mettendovi giornalmente is- 
tutti quelli accidenti che di nuovo mi venivano, di punto in punto. 
Anchora il ditto mr Antonio mi mandava da mangiare per un certo 
sopra ditto Giovanni spetiale, di quel di Prato, e quivi soldato. Que- 
sto, che m* era nimicissimo, e che era istato lui quello che m' aveva 
portato quel diamante pesto, io gli dissi che nulla io volevo man- 90 
giare di quello ohe egli mi portava, se prima egli non me ne faceva 
la chredenza : per la qual cosa lui mi disse, che a* papi si fanno le 
chredenze. Al quale io risposi che si come i gentili huomini sono 
ubbrigati a fare la chredenza al papa ; cosi lui, soldato speziai villan 
da Prato, era ubrigato a far la chredenza a un Fiorentino par mio. ^5- 
Questo disse di gran parole, et io allui. Quel mr Antonio, vergognian- 

(e.S25a) dosi al quauto, e anchora disegnato di farmi pagare quelle spese che 
il povero castellano morto mi haveva donate, trovò un altro di quei 
sua servitori, il quale era mio amico, e mi mandava la mia vivanda ; 
alla quale piacevolmente il sopra ditto mi faceva la chredenza sanza ^^ 
altra disputa. Questo servitore mi diceva come il papa era ogni di 
molestato da quel monsignior di Morluc, il quale da parte del Re 
continuamente mi chiedeva, e che il papa ci haveva poca fantasia 
a rendermi; e che il cardinale Farnese, già tanto mio patrone et 

14. In O dopo mandaua è ti m cass. liu. aman. — 18. In O dopo spetiale è quivi 
caia. Un. aman. 



nunziando al vescovado e alla carica. 
(Cfr. UoHELLi, JtcUia sclera, I. 1106). 
Compose anche non dispregevoli rime 
iialiane, edite in Venezia nel 1711, fra le 
quali è anche un sonetto sul Perseo (ri- 
pubbl. dal Tassi, IN, 472). Il Cellini lo 
ricorda anche nel Trattato delV ore/I- 
certa, ed. cit, p. 87. 

32. moBsigBior di MorUe. Vedi la nota 



alla riga 21 della p. 201. 

34. eardJnale Famtte Alessandro, Aglio 
di Pier Luigi, nominato cardinale da 
Paolo III nel 1534, a 14 anni : nel 15 la 
legato a Parigi presso Francesco I e 
Carlo V: aspirò sovente alla tiara, ma 
non r ottenne mai per la violenta oppo- 
sizione che gli fecero i Medici : mori nel 
Marzo del 1585. (Cfr. Ciacconio, III, 558). 



238 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



-15 



amico, haveva hanto a dire che io non disegniassi uscire di quella 
prigione di quel pezzo: al quale io dicevo, che io n'uscirei a dispetto 
di tutti. Questo giovane dahbene mi pregava che io stessi cheto, e 
che tal còsa io non fussi sentito dire, perché molto mi nocerebbe; 

:5 e che quella fidanza che io avevo in Dio, dovessi aspettare la gratia 
sua, standomi cheto. AUui dicevo, che le virtù de Dio non hanno 
haver paura delle malignità della ingiustizia. Cosi passando pochi (c.sssfr) 
giorni innanzi, comparse a Roma il cardinale di Ferrara; il quale 
andando a fare reverentia al Papa, il papa lo trattenne tanto, che 

10 venne Torà della cena. E perché il papa era valentissimo huomo, 
volse havere assai agio a ragionare col cardinale di quelle francio- 
serie. E perché innel pasteggiare vien detto di quelle cose che fuora 
di tale atto tal volta non si dirieno; per modo che, essendo quel 
gran re Franzo in ogni cosa sua libéralissimo, et il cardinale, che 
sapeva bene il gusto d el re, ancora a lui apieno conpiacque al papa 
molto più di quello che il papa non si inmaginava; di modo che il 
papa era venuto in tanta letitia, si per questo, e anchora per che 
gli usava una volta la settimana di fare uua chrapula assai ga- 
gliarda, perché dappoi la gomitava. Quando il cardinale vidde la (c.S96a) 
buona dispositione del papa, atta a conpiacer gratie, mi chiese da 
parte del re con grande istantia, mostrando che il Re haveva gran 
desiderio di tal cosa. Allora il Papa, sentendosi apressare all' ora del 
suo vomito, e perché la troppa abbundantia del vino anchora faceva 
l'ufitio suo, disse al cardinale con gran risa: ora ora voglio che ve 
lo meniate a casa; e date le ispresse commessione, si levò da ta- 
vola; et il cardinale subito mandò per me, prima che '1 siguior Pier- 
luigi lo sapessi, perché non m'arebbe lasciato in modo alcuno uscire 
di prigione. Venne il mandato del Papa insieme con dua gran gen- 
tilhuomini del ditto cardinale di Ferrara, e alle quattro ore di notte 
passate mi cavorno del ditto carcere e mi menomo dinanzi al car- 
dinale, il quale mi fece innistimabile accoglienze; et quivi bene allog- 
giato mi restai a godere. Mr Antonio, fratello del castellano, e in (c.ssM) 
luogo suo, volse che io gli pagassi tutte le spese, con tutti que' 
vantaggi che usano volere e' bargelli e gente simile, né volse os- 



ÌO 



25 



30 



12. In O dopo pasteggiare le parole si dice di ruolte co caia. lin. aman. — 29. In O 
dopo del ò uo casa. Ila. aman. — S4. In O dopo bargelli è etimi casa. Un aman. 



29. cardinal di Ferrara. Sul card. d*Kste 
vedi la nota alla riga 28 della p. 191. 

30. mi eaTomo del ditto earcere. Non 
ai primi di Dicembre, come falsamente 
si è congetturato da alcune lettere del 
Caro e dell'Alamanni (Caro, Lettera al 
Varchi, 5 die. 1539, e alamanni. Versi 
e Prosey ed.Le Monnier, 1859,11,463-5), 



ma il 24 di quel mese : e V ordine della 
scarcerazione si conserva tra le Carte 
Ugolini neir Archivio di Stato in Firen- 
ze, sottoscritto da Benedetto Conversini 
« A. Car. Farnesius data securitate ». 
Cfr. K. Casanova La liberaz, di B. 
nella Mise, fior, di erudizione e storia, 
ir, 22-23. 



VITA DI BENVENUTO CBLLINI 239 



servare nulla di quello che il castellan passato haveva lasciato 
che per me si facessi. Questa cosa mi costò di molte decine di 
scudi« e perché il cardinale mi disse di poi, che io stessi a buona 
guardia s*i volevo bene alla vita mia, e che se la sera lui non mi 
cavava di quel carcere io non ero mai per uscire ; che di già haveva 5 
inteso dire che il papa si condoleva molto di havermi lasciato. M' è 
di necessità tornare im passo indietro, perché innel mio Capitolo 
s' interviene tutte queste cose che io dico. Quando io stetti quei pa- 
rechi giorni in camera del cardinale et dipoi innel giardin seghreto 
del papa, infra gli altri mia cari amici mi venne a trovare un cas- io 
siere di mr Bindo Altoviti, il quale per nome era chiamato Bernardo 

(c.ssTa) Galluzzi, a il quale io havevo fidato il valore di parechi centinaia di 
scudi, e questo giovane innel giardin seghreto del papa mi venne a 
trovare e mi volse rendere ogni cosa, onde io gli dissi che non sa- 
pevo dare la roba mia né a 'mico più caro né in luogo dove io avessi 15 
pensato che ella fussi più sicura : il quale amico mio pareva che si 
scontorcessi di non la volere, et io, quasi che per forza, gnele feci 
serbare. Essendo Putima volta uscito del castello, trovai che quel 
povero giovane di questo Bernardo Galluzzi detto si era rovinato : 
per la qual cosa io persi la roba mia. Anchora nel tempo che io ero 20 
in carcere, un terribil sogno, mi fu fatto, modo che con un calamo 
ischrittomi in nella fronte, parole di grandissima importanza; e quello 

rc.3276) che me le fece mi replicò ben tre volte, che io tacessi et non le ri- 
ferissi ad altri. Quando io mi svegliai, mi senti' la fronte contami- 
nata. Però innel mio capitolo della prigione s' interviene moltissime 25 
di queste cotal cose. Anchora mi venne detto, non sapendo quello 
che io mi dicevo, tutto quello che di poi intervenne al signior Pier- 
luigi, tanto chiare et tanto appunto, che da me medesimo ò consi- 
derato che propio uno angel del cielo me le dittassi. Anchora non 
voglio lasciare indrieto ima cosa, la maggiore che sia intervenuto a so 
om altro huomo; quaPè per iustificatione della divinità de dio e de 
i seghreti sua, quale si degniò farmene degnio : che d'allora in qua, 

14. In O dopo r€nd€r« è casi. Un. aman. atroìtare. — 15. In O n« amjco. — 18. 
In O dopo 8€rba/re lono con più linee casa, yarie parole; idio (?) poi quant... qìt«*to 
.... /che io tonoj vi ho potuto loggere. — 21. In O dopo calamo lono caia. Un. le parole : 
una croce inneità/ {fronte è intatto) é quello €ti mela fece . mi disse/ ben tre uolte che io 
taeesai. Soprar, a una croce inneità/ sono le parole iscrittomi inneità : Mele ha tra me e 
ie casa. «e. Tatto di mano dell* aman. 



11. Bindo AltoTlti. Se ne parlerà più Lelte re, ed. Milanesi, Firenze, Le Mon- 

oltre, in occasione del busto che il C. nier, 1875, p. 465, n. 1). 

gli fece. 27. PlerUIgi. L*ucci8Ìone di Pier Luigi, 

19. Bernardo OalIuBBl. Di nobile fami- com' è detto nella noia alla riga 6 della 

glia fiorentina : suo figlio Francesco p. 145 avvenne nel 1517, otto anni dopo 

ebbe a pigione una casa di Michelan- la pretesa rivelazione che qui racconta 

giolo Buonarroti. (Cfr. M. Buonarroti, il Gel lini. 



240 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

che io tal cosa vidi, mi restò uno isplendore, cosa marayigliosa, sopra 
il capo mio, il quale si è evidente a og&i sorta di huomo a chi io 
l' ò voluto mostrare, qual sono stati pochissimi. Questo si vede sopra 
l' ombra mia la mattina innel levar del sole insino a dua ore di sole, (e.s28a> 

h e molto meglio si vede quando V herbett-a à adosso quella molle ru- 
giada : anchora si vede la sera al tramontar del sole. Io mene aveddi 
in Francia in Parigi, perché 1* aria in quella parte* di là è tanto più 
netta dalle nebbie, che là si vedeva espressa molto me^io che in 
Italia, perché le nebbie ci sono molto più frequente; ma non resta 

10 che a ogni modo io non la vegga; et la posso mostrare ad altri, ma 
non si bene come in quella parte ditta. Voglio descrivere il mio ca- 
pitolo fatto in prigione ed in lode di detta prigione ; di poi seguiterò 
i beni e' mali accadutimi di tempo in tempo, e quelli anchora che mi 
accadranno innella vita mia. 

15 Questo Capitolo schrivo a Luca Martini, chiamandolo in esso come 

qui si sente. 

Chi vuol saper quant*è il valor de Dio, 
E quant'un huomo a quel ben si assomiglia, 
Convien che stie *n prigione, al parer mio. 
20 Sie carco di pensieri e di famiglia, 

Et qualche doglia per la sua persona, 

E lungo esser venuto mille miglia. (c.S28ò:> 

Hor se tu vuoi poter far cosa buona, 
Sie preso attorto; e poi istarvi assai, 
^5 Et non bavere aiuto da persona. 

Anchor ti rubin quel po' che tu hai : 
Pericol della vita; ebbi s trattato, 
Senza speranza di salute mai. 
Et sforzinti gittare al disperato, 
30 Rompere il career, saltare il Castello: 

Poi sie rimesso in più cattivo lato. 
Ascolta, Luca, hor che ne viene il bello: 
Ha ver rotto una gamba, esser giuntato. 
La prigion molle, et non haver mantello. 
:)5 Né mai da nissuno ti sie parlato, 

E ti porti il mangiar con trista nuova 
Un soldato, spetial, villan da Prato. 
Hor senti ben dove la gloria pruova 
Non v'esser da seder, se non sul cesso; 
10 Pur sempre desto a far qualchosa nuova. 

29. In O av. sforzinti è i cass. Un. Amftu. — 35. In O dopo nissuno I*o, piccolo assai^ 

pare cass. d* altro inch. — 38. In O dopo questo verso Hor senti oc. sono oass. Un. amau. 

le parole 

Son hauer da seder senon in sul. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 241 



Al servitor comandamento spresso 

Che non ti hoda parlar, né dieti nulla; 

Et la porta apra un picoiol picciol fesso. 
Hor quest'è dove un bel cervel trastulla: 

Né carta, penna, inchiostro, ferro o fuoco, 5 

(e.329a) Et pien di bei pensier fin dalla culla. 

La gran pietà, che se n'é detto poco 

Ma per ogniuna inmaginane cento, 

Che attutte ò riservato parte e loco. 
Hor, per tornar al nostro primo entento io 

E dir lode, che merta la Prigione, 

Non basteria del ciel chiunche v* è drento. 
Qua non si mette mai buone persone, 

Se non vien da ministri, o mal governo. 

Invidie, isdegno, o per qualche quistione. 15 

Per dir il ver di quel ch'io ne discemo, 

Qua si cognosce e sempre iDio si chiama, 

Sentendo ognior le pene dello inferno. 
Sie triste un quant' [e] e* può al mondo in fama, 

e stie 'n prigione in circa a dua mal' anni, 90 

E' n'esce santo e savio, et ogniun l'ama 
Qua s' afiBnisce l' alma, e '1 corpo, e' panni ; 

Et ogni homaccio grosso si assottiglia; 

E vedesi del ciel fino agli scanni. 
Ti vo' contar una gran maraviglia : S5 

venendomi di schrivere un capriccio, 

Che cose in xm bisogno uu huomo piglia: 
Yo per la stanza, e' cigli e '1 capo arriccio; 

Poi mi drizzo a un taglio della porta, 

E co' denti un pezzuol di legnio spiccio: so 

(e.389b) E presi un pezzo di matton per sorta, 

E rotto in polver ne ridussi un poco ; 

Poi ne feci un savor coli' acqua morta. 
Allora allor della poesia il fuoco 

M'entrò nel corpo, e chredo per la via S5 

Onde esce il pan; che non v'era altro loco. 
Per tornare a mia prima fantasia, 

Convien, chi vuol saper che cosa è '1 bene. 

Prima che sappia il mal, che Dio gli dia. 

10. In O Mento, — 15. In O inuidie è scritto di mano del Geli, sul margine sinistro, 
tome eorr. di Puttaiu ohe y* era prima scritto ; e ohe è fortem. cass., tanto che n* é cor- 
rosa la carta. Al Terso seg. è cass. del medesimo inchiostro 1* e di dire, — M. In O >n- 
e<r«o è rldns. di altre lett., aman. — 39. In O ar. a Dio ò una lett. cass. del medesimo 
inoh. : dopo il verso ti /a ntdare ec. è, sempre della med. mano, E* la* come principio 
d* on Terso non pid scritto. 

Cbllini, Vitr- 



242 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



10 



16 



20 



SS 



SO 



35 



D'ogpi'arte la prigion sa fare e tiene; 
Se tu volessi ben dello spetiale, 
Ti fa sudare il sangue per le vene. 

Poi V à in sé un certo naturale, 
Ti fa loquente, animoso e audace, 
Carco di bei pensieri in bene e in male. 

Buon per colui che lungo tempo iaoe 
'N una scura prigion, e po' al fin n' esca : 
Sa ragionar di guerra, triegua e pace. 

Gli è forza che ogni cosa gli riesca; 
Che quella fa Phuom si di virtù pieno. 
Che '1 cervel non gli fa poi la moresca. 

Tu mi potresti dir: quelli anni ài meno: 
E* non è 1 ver, che la t'insegnia un modo 
Ch' empier te ne può' poi '1 petto e 1 seno. 

In quanto a me, per quanto io so, la lodo; 
Ma vorrei ben eh' e' s' usassi una legge : 
Chi più la merta non andassi in frodo. 

Ogni uom eh' è dato in cura al pover greggie 
Addottorar vorries' in la prigione, 
Perché sapria ben poi come si reggie: 

Farla le cose come le persone, 
E non s' uscirla mai del seminato, 
Né si vedria si gran confusione. 

In questo tempo ch'io ci sono stato. 
Io ci ò veduti frati, preti e gente, 
E starci men chi più l'à meritato. 

Se tu sapessi il gran duol che si sente, 
Se 'nanzi a te sene va un di loro! 
Quasiché d'esser nato l'uom si pente. 

Non vo* dir più : son diventato d' oro, 
Qual non si spende cosi facilmente, 
Né sene farla troppo buon lavoro. 

E'm'è venuto un'altra cosa a mente, 
Ch'io non t'ò detto. Luca ov'io lo scrissi, 
Fu in su *n un libro d'un nostro parente. 



(c.SSOa) 



(C.SS06) 



16. In O io BoprAr. a to. — 18. In O dopo . . . /rodo/ è a OApo^erso Tutti qtu, 
CMS. lin. aman. — 19. In O 1* al {pover) è riduz. di il. Il verso seg. addottorar uorriei 
in la prigione è corr. soprar, a questo cass. lin. aman. : JLo uorrei addottorar prima 
in prigione. In qaesta medesima carta 830* è corrosa quasi la parola etaroi; cass. lin. 
r in d* innSusBi e dopo «« . . . loro, cass. I* intero verso Non ti diria lauemaria amiMnte. 
<— 86. In O dopo parente^ da capo Nel^ e, come altro principio di verso, .Che per le. Il 
verso Hor poi che attorto qui no eono H primo tranne *l primo finale é scritto di mano 
Oell. sopra le parole cass. lin. L* d fatto cento xtolte o più a. Più sotto sono cass. dopo 
Il patemoetro le parole aneftor di quella ciancia (e soprar, a quella è cass. eiaecuna) ; 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 243 



Che in sulle margin per lo lungo missi 

Questo gran duol, ohe m'ha le membra istorie, 

E che il savor non correva, ti dissi; 
Che a far un o bisogniava tre volte 

Intigner lo stecco; che altro duol non stimo 5 

Sia nello inferno fra 1* anime avolte. 
Hor poi che attorto qui no sono U primo, 

Di questo taccio; e torno alla prigione, 

Dove il cervel e '1 quor pel duol mi limo. 
Io più la lodo che l'altre persone; 10 

E volendo far dotto im che non sa, 

Sanza essa non si può far cose buone. 
Ho fusse, come io lessi poco fa, 

Un che dicessi, come alla piscina, 

Piglia i tua panni. Benvenuto, e va! i5 

Canteria '1 credo e la salveregina. 

Il paternostro, e poi darla la mancia 

a' ciechi, pover, zoppi ogni mattina, 
cssia) O quante volte m'àn fatto la guancia 

Palida e smorta questi gigli, a tale 20 

Ch' io non vo' più né Firenze né Francia ! 
E se m'avien ch'io vada allo spedale, 

E dipinto vi sia la Nunziata, 

Fuggirò, ch'io parrò uno animale. 
Non dico già per lei degnia e sagrata, ts 

Né de' suoi gigli gloriosi e santi, 

Che hanno il cielo e la terra inluminata ; 
Ma, perché ognior ne veggo su pe' canti 

Di quei che hanno le lor foglie a uncini, 

Harò paur che non sien di quei tanti. 90 

O quanti come me vanno tapini, 

Qual nati, qual serviti a questa inpresa, 

Spirti chiari, leggiadri, alti e divini! 
Vidi cader la mortifer impresa 

Dal ciel veloce, fra la gente vana, 35 

Poi nella pietra nuova lampa accesa; 



« 11 Celi, ha riscritte soprar, le parole e poi daria la mancia : indi ha oasB. il verso 
thè dice amsnte i ciechi la mattina e riscritto sotto. 

a ciechi pouer, toppi ogni mattina 
L* inchiostro di queste corr. e cass. pare alquanto diverso. — 34. In O mortifer ha li 
t rldns. di nn'/r e Ta finale oass., ed è ag^unto un i av. 'mpreea. 



20. qiieiti gigli. Nello stemma dei Far- Francia, e uno in quella di Firenze, per 
nesi erano sei gigli : tre neir arme di divtsion fatto vermiglio* 



244 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

Del Castel prima romper la campana, 
Che io n'uscissi; e me 1* aveva detto 

Colui che in cielo e 'n terra il vero spiana: (e.ssu) 

Di brano, appresso a questo, un cataletto 
5 Di gigli rotti hornato; pianti e croce, 

E molti afflitti per dolor nelletto. 
Yiddi colei che l'alme affligge e quoce, 
Che spaventava or questo, or quel; poi disse: 
Portar ne vo' nel sen chiunche a te nuoce. 
10 Quel degnio poi nella mie fronte schrisse 

Col calamo di Pietro a me parole, 
E eh* io tacessi ben tre volte disse. 
Vidi colui che caccia et affrena il sole. 
Vestito d'esso in mezo alla sua corte, 
15 Qual ochio mortai mai veder non suole: 

Cantava un passer solitario forte 
Sopra la rocca hond'io, per certo, dissi. 
Quel mi predice vita, e a voi morte. 
Et le mie gran ragion cantai e scrìssi, 
so Chiedendo solo a *Dio perdon, soccorso, 

Che sentia spegnier gli ochi a morte fìssi. 
Non fu mai lupo, leon, tighre, e orso 
più setoso di quel, del sangue humano; 
né vipra mai più venenoso morso: 
25 Quest'era un crudel ladro capitano, 

'1 maggior ribaldo, con certi altrì tristi; 

Ma perché ogniun noi sappia il dirò piano. (e.838a) 

Se havete birrì affamati mai visti. 
Che 'ntrino appegniorar un povereto, 
30 Gittar per terra Nostre donne e Chrìsti; 

Il di d'agosto vennon per dispetto 
A tramutarmi una più trista tomba: 
Novembre, ciascun sperso e maladetto. 
Ha ve' agli or echi una tal vera tromba, 
35 che '1 tutto mi diceva, et io a loro, 

sanza pensar, perché '1 dolor si sgombra. 
E quando privi di speranza foro. 
Mi detton per uccidermi un diamante 
Pesto, a mangiare, e non legato in oro. 
40 Chiesi chredenza a quel villan furfante, 

che '1 cibo mi portava; e da me dissi: 

8. In O quel ha una casa. fin. : forse di un lo : aman. ? — 12. In O dopo uolU è mi 
casa. lin. aman.? — SI. In O £2 è ridotto ad II: aman.? — 41. In O dopo il ▼erio : 
C?iel cibo . . . dUii è casa. Un. aman. il principio d* un altro Que*to non i. 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 246 

Non fu quel già 1 nimico mio durante. 
Ma prima i mie' pensieri a Dio remissi, 

Pregandola perdonassi *I mio peccato; 

Et Miserere lacrimando dissi. 
Dal gran dolore alquanto un po' quietato, 5 

rendendo volentieri a Dio quest'alma, 
^0,3326) Contento a miglior regnio e d' altro stato, 

Scender dal Ciel con gloriosa palma 

Un angel vidi; e poi con lieto volto 

Promisse al viver mio più lunga salma, io 

Dicendo a me: per Dio, prima fie tolto 

Ogni avversario tuo con aspra guerra, 

Restando tu fìlice, lieto e sciolto, 
In gratia a quel eh* è padre in cielo e 'n terra. 



Standomi innel palazzo del sopraditto cardinal di Ferrara, molto i5 
ben veduto universalmente da ogniuno, e molto maggiormente visi- 
tato che prima non ero fatto, maraviglÌ£mdosi ogni huomò più, dello 
essere uscito e vivuto infra tanti ismisurati affanni ; inmentre che io 
ripigliavo il fiato, ingegniandomi di ricordarmi dell'arte mia, presi 
grandissimo piacere di risohrivere questo soprascritto capitolo. Di so 
poi, per meglio ripigliar le forze, presi per partito di andarmi a spasso 
all' aria qualche giorno, e con licentia e cavagli del mio buon oardi- 
<e.S5Sa) naie, insieme con dua giovani romani, che uno era lavorante dell'arte 
mia; l'altro suo compagnio non era de l'arte ma venne per tenermi 
compagnia. Uscito di Boma, me ne andai alla volta di Tagliacozze, ss 
pensando trovarvi Ascanio allevato mio sopraditto ; e giunto in Ta- 
gliacozze, trovai Ascanio ditto, insieme con suo padre e frategli e 
sorelle e matrigna. Dalloro per dua giorni fu' carezzato, che inpos- 
sibile saria il dirlo: partimmi per alla volta di Boma, e meco ne 
menai Ascanio. Per la strada cominciammo a ragionare dell'arte, di so 
modo che io mi struggevo di ritornare a Boma, per ricominciare le 
opere mie. Giunti che noi fummo a Boma, subito mi accomodai da 
lavorare, e ritrovato un bacino d'argento, il quale havevo comin- 

8. In O dopo del è eo aisal itretto : quindi nelU riga ò soprar, oaat. in, e «alma 
*▼. a palma. — 16. In O tra in e nel è casa, oasa : aman. — SI. In O ar. a megìio è 
con* easf. Un. aman. — S4. In O 1* a di ma ò corrosa : e cosi più sotto 1* « di quaniità 
(al ver*o) : V a dovette essere scritta su un j ora sbiadito. 



32. MI aeeomedal da UTorare. Nel pa- in bronzo dell* imperatore Vitellio, e ne 
lazzo del cardinale Gonzaga, dove Ip- ricevette uno scudo d*oro per trarne 
polito d*E8te abitava, fece il Cellini quat- fili da legare i Pater noster di una co- 
irò candelieri d* argento e un calice ; rona. Queste notizie sono tolte da un 
rendette, inoltre, al cardinale una testa Registro di spese particolari del cardi- 



246 



VITA DI BENVENUTO CELLINI 



10 



15 



20 



ciato per il cardinale innanzi che io fassi carcerato. Insieme col ditto (o.sssfc) 
bacino si era cominciato un bellissimo boccaletto. Questo mi fu ru- 
bato con molta quantità di altre cose di molto valore. Innel detto 
bacino facevo lavorare Pagolo sopraditto. Anchora ricominciai il 
boccale, il quale era composto di figurine tonde e di basso rilievo ; 
e similmente era composto di figure tonde e di pesci di basso rilievo 
il detto bacino, tanto ricco e tanto bene accomodato, che ogniuno 
che lo vedeva restava maravigliato, si per la forza del disegnio e 
per la inventione, e per la pulitia che usavono quei giovani in su 
dette opere. Veniva il cardinale ogni giorno almancho dua volte a 
starsi meco, insieme con Mr Luigi Alamanni e con mr Gabbriel Ce- 
sano, e quivi per qualche ora si passava lietamente tempo. Non 
istante che io havessi assai da fare, anchora mi abbundava di nuove 
opere; e mi dette a fare il suo suggello pontificale. U quale fu di (cSMa) 
grandezza quanto una mana d'un fanciullo dì dodici anni ; e in esso 
suggello intagliai dua istoriette in cavo; che Tuna fa quando san 
Giovanni predicava nel diserto, V altra quando sant*Ambruogio scac- 
ciava quelli ariani, figurato in su 'n un cavallo con una sferza in mano, 
con tanto ardire e buon disegnio, e tanto pulitamente lavorato, che 
ogniuno diceva che io havevo passato quel gran Lautizio, il quale 
faceva solo questa professione: e il cardinale lo paragonava per 



8. In O dopo dUegnio sono cass. 11d. aman. le parole • j»er la fw/tadtl dUegnio, 
— 16. In O ea/uo è corr. di ea/po : aman. — 20. In O quel e più sotto djtti tono ri- 
toccati : aman. 



naie Ippolito d'Este, tenuto per Tanno 
1540 dal tesoriere Tommaso Mosti: vi 
sono menzionati anche « i gargioni de 
M.° Benvenuto auriflce » cioè Paolo e 
Ascanio, che ricevettero una provvisione 
mensile di quattro scudi in oro il primo, 
e di tre il secondo, oltre alcuni doni in 
vestiti di molto pregio. (Cfr. Campori, 
Notizie inedite delle relazioni tra il 
cardinale Ippolito d*Este e Benvenuto 
CeUini, Modena, 1862). 

3. eoao di molto valore. < Uno bacile 
d' argento con una figura de argento 
dentro» e *Doi bocali d* argento de 
octo peti tutti <f argento » sono ricor- 
dati nel già citato Inventario del 23 Ot- 
tobre 1538. (Cfr. Bbrtolotti, Art, lomb.^ 
I, 267). 

11. Luift Alamanni. Cfr. la nota alla 
riga 9 della pag. 88. 

17. sant'Ambmogio.... flfnrato in sn *n 
nn eavallo. Secondo la leggenda popola- 
re, San t* Ambrogio apparve a cavallo, 



vestito degli abiti pontificali, in soccorso 
dei Milanesi nella battaglia di Parabiago 
(21 febbraio 1339), assicurando ai suoi 
protetti la vittoria contro Lodovico Vi- 
sconti. Questo sigillo ò descritto dal CelL 
anche nel XIII cap. del Trattato del- 
V Oreficeria (ed. cit., p. 100) : « In questo 
suggello era intagliato Santo Ambrogio 
a cavallo con una sferza in mano che 
cacciava gli Arianni : e perché in que- 
sto spazio si messe due istorie, che cosi 
erano e* titoli del cardinale detto, si era 
fatto una divisione per lo lungo e da 
una banda si era intagliata la detta 
istoria de Santo Ambruogio. A canto a 
questa poi era intagliato la istoria di 
Santo Giovanni Battista quando e* pre- 
dicava nel deserto. Erano tutte a due 
queste istorie copiosissime di figure ». 
Vedine la riproduzione fatta dal Plon, 
op. cit. tav. X, n. 1 e p. 191. 

20. LantUio di Bartolomeo Roteili, su 
cui vedi la nota alla riga 24 della p. 51. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 247 

propria boria con gli altri suggelli de i cardinali di Roma, quali 
erano quasi tutti di mano del sopra ditto Lautitio. 

Anchora m'aggiunse il Cardinale, insieme con quei dua sopra 
ditti, che io gli dovessi fare un modello d*una saliera; ma che ha- 
rebbe voluto uscir dell' ordinario di quei che havean fatte saliere, s 
Mr Luigi sopra questo approposito di questo sale, disse molte mi- 

(U34&) rabil cose; Mr Gabbriello Cesano anchora lui in questo proposito 
disse cose bellissime. Il Cardinale molto benignio ascoltatore, e sad- 
disfatto oltra modo delli disegni, che con parole haveano fatto questi 
dua gran virtuosi, voltosi a me, disse: Benvenuto mio, il disegnio io 
di mr Luigi e quello di Mr Gabbriello mi piacciono tanto, che io non 
saprei qual mi torre V un de' dua. Però a te rimetto, che 1* ài a met- 
tere in opera. Allora io dissi : vedete, signiori, di quanta inportanza 
sono i figliuoli de' re e degli imperatori, e quel maraviglioso splendore 
e divinità che in loro apparisce. Niente di manche se voi dimandate un 15 
povero humile pastorello, a chi gli à più amore e più affetione, o a 
quei detti figliuoli o ^i sua, per cosa certa dirà d' avere più amore 
a i sua figliuoli. Però ancora io ò grande amore ai miei figliuoli che 

(c.335a) di questa mia professione partorisco : si che '1 primo che io vi mo- 

strerrò, monsignior Reverendissimo mio patrone, sarà mia opera e so 
mia inventione, perché molte cose son belle da dire, che faccendole 
poi non s' accompagniano bene in opera. £ voltomi a que dua gran 
virtuosi, dissi: voi havete detto, et io farò. Mr Luigi Alamanni al- 
lora ridendo, con grandissima piacevolezza in mio favore aggiimse 
molte virtuose parole: e allui s'avvenivano, perché gli era bello 25 
d'aspetto e di proportion di corpo, e con suave voce: Mr Gabbriello 
Cesano era tutto il rovescio, tanto brutto e tanto dispiacevole ; e cosi 
sicondo la sua forma parlò. Haveva mr Luigi con le parole disegniato 
che io facessi una Venere con un Cupido, insieme con molte galan- 
terie, tutte approposito : Mr Gabbriello haveva disegniato che io fa- 30 

C.3S5&) cessi una Hamphi trite moglie di Nettunno, insieme con di quei Tri- 
toni di Neptxmno e molte altre cose assai belle da dire, ma non da 
fare. Io feci una forma hovata di grandezza di più d'un mezzo braccio 
assai bene, quasi dua terzi, e sopra detta forma, sicondo che mostra 
il mare abbracciarsi con la terra, feci dua figure grande più d' un 35 
palmo assai bene, le quale stavano a sedere entrando colle gambe 
l'una nell'altra, si come si vede certi rami di mare lunghi che en* 
tran nella terra; e in mano al mastio mare messi una nave richis- 
simamente lavorata : innessa nave accomodatamente e bene stava di 

4. In O è corrout la carta ad harebbe per effetto d* una forte eass. del verta, — 
17. In O tua forte casa, dopo tua ba corrosa la carta: vi si scorge il disegno della 
parola dira. — 98. In O parole ha tra par e oU xxn lo eass. lin. aman. — 86. In O dopo 
mare è intreccia eass. lin. aman. — 37. In O av. luna è en eass. lin. aman. — 88. In O 
dopo naue sono due o tre lett. eass. lin. aman, {ttaf): anche tra me e nte In ricehitti' 
matutnte sono due lett. eass. aman 



248 VITA DI BENVENUTO OELLINI 



molto sale; sotto al detto havevo accomodato quei quattro cavalli 
marittimi: in nella destra del ditto mare havevo messo il suo tridente. 
La Terra havevo fatta ima femmina tanto di bella forma quanto io 
havevo x^otuto e saputo, bella e gratiata ; e in mano alla ditta havevo (cssei) 

6 posto un tempio ricco e adorno, posato in terra, e lei in sun esso 
s' apoggiava con la ditta mano: questo havevo fatto per tenere il 
pepe. Neil' altra mano posto xm corno di dovitia, addorno con tutte le 
bellezze che io sapevo al mondo. Sotto questa iddea, et in quella parte 
che si mostrava esser terra, havevo accomodato tutti quei più bei 

10 animali che produce la terra. Sotto la parte del mare havevo figurate 
tutta la bella sorte di pesci et chiocciolette, che comportar poteva 
quel poco ispatio: quel resto del hovato, nella grossezza sua feci 
molti ricchissimi h ornamenti. Poi aspettato il cardinale, qual venne 
con quelli dua virtuosi, trassi fuora questa mia opera di cera: alla 

16 quale con molto remore fu il primo Mr Gabbriel Cesano, e disse: 
questa è impcperà da non si finire innella vita di dieci huomini; e 
voi, monsigniore reverendissimo, che la vorresti, a vita vostra non (o.3S66) 
V aresti mai ; però Benvenuto v' à voluto mostrare de* sua figliuoli, 
ma non dare, come facevano noi, i quali dicevamo di quelle cose che 

80 si potevano fare, e lui v' à mostro di quelle che non si posson fare. 
A questo, mr Luigi Alamanni prese la parte mia, che non voleva 
entrare in si grande inpresa. Allora io mi volsi a loro, e dissi : mon- 
signiore reverendissimo, e a voi pien di virtù, dico, che questa opera 
io spero di farla a chi 1* ara bavere, e ciascun di voi la vedrete finita 

S5 più ricca l*un cento che 1 modello; e spero che ci avanzi anchora 
assai tempo da fame di quelle molto maggiori di questa. Il cardinale 
disse isdegpiiato : non la faccende al Be, dove io ti meno, non ohredo 
che ad altri la possa fare : e mostratomi le lettere, dove il re in un 
capitolo ischriveva che presto tornassi, menando seco Benvenuto, io (e.ssTa) 

30 alzai le mane al cielo dicendo: O quando verrà questo presto? Il 
cardinale disse che io dessi ordine e spedissi le faccende mie, che 
io havevo in Boma, in fra dieci giorm. Venuto il tempo della par- 
tita, mi donò un cavallo bello e buono; e lo domandava Tomon, 
perché il cardinal Tomon l'aveva donato a luL Anchora Pagolo e 

14. In O dopo ujrtuoti ò nottr cui. Un. aman. -^ 19. In O ò lei. originale /«ca- 
vano ; V n è ridotta d* altro inoh. ad m: faoevanw leggono tutte le stampe e i ood. tranne 
che legge /acevuno, ma non yoller leggere facevano, o e' era gii la oorr. ? — 26. In O 
r i fin. di maggiori pare ridai, d* nn « : del med. ineh. : aman. ? — SI. In O dopo io è 
in/ me casi. Un. aman. 



28. che ad altri la pena faro. Infatti Francasco I adoperato negU aiEui più 

Benvenuto la terminò, conforme o quasi difflciU e deUcati : mori nel 1562 : ric- 

al modeUo, pel re Francesco. Cfr. Plon, chissimo, fu largo di protezioni verso i 

op. oit,f p. 170, e la Vita più oltre. letterati, e il Mureto e il Lambino fe- 

34. eardinal Tomon. Francesco di Tour- cero quasi sempre parte del suo nume- 

non, fatto cardinale nel 1530 : uno dei roso seguito. Cf^. Thuani, Bistoriae^ 

più valenti ministri del secolo, e da IT, 324, e Giacconio, op. cit.t in, 50&-11. 



VITA DI BENVENUTO OELLINI 249 

Ascanio, mia allevati, fumo prò vis ti di cavalcature. Il cardinale di- 
vise la sua corte, la quale era grandissima: una parte più nobile ne 
menò seco : con essa fece la via della Romagna, per andare a visi- 
tare la madonna delLoreto, e di quivi poi afferrara casa sua; Paltra 
parte dirizzò per la volta di Firenze. Questa era la maggior parte ; 5 
et era una gran quantità, con la bellezza della sua cavalleria. A me 

(e.3S7ò) disse cbe se io volevo andar sicuro, che io andassi seco; quando 
che no, che io portavo pericolo della vita. Io detti intentione a sua 
sigpnioria reverendissima di andarmene seco ; e cosi come quel eh' è 
ordinato da i cieli convien che sia, piacque a Dio che mi tornò in io 
memoria la mia povera sorella carnale, la quale haveva haute tanti 
gran dispiaceri de' miei gran mali. Anchora mi tornò in memoria le 
mie sorelle cugine, le quali erano a Viterbo monache, una badessa 
e r altra camarlinga, tanto che V eran govematrioe di quel ricco mo- 
nisterio; e haveodo haute per me tanti grevi affanni, e per me fatto i5 
tante oratione, che io mi tenevo certissimo per le orationi di quelle 
povere verginelle d'avere impetrato la gratia da Dio della mia sa- 
lute. Però, venutemi tutte queste cose inmemoria, mi volsi per la 
volta di Firenze; e dove io sarei andato franco di spese o chol 

(c.338a) cardinale o coli' altro suo traino, io me ne volsi andare da per me ; w 
e m' accompagniai con un maestro di oriuoli eccellentissimo, che si 
domandava maestro Cherubino, molto mio amico. Trovandoci a caso, 
facevamo quel viaggio molto piacevole insieme. Essendomi partito 
el lunedi santo di Boma, ce ne venimmo soli noi tre, e a Monteruosi 
trovai la ditta compagnia, e perché io havevo dato intentione di an- ss 
darmene col cardinale, non pensavo che nissuno di quei miei nimici 
m'avessino hauto a vigilare altrimenti. Certo ohe io capitavo male 
a Monteruosi, perché innanzi a noi era istato mandato una frotta di 
huomini bene armati, per farmi dispiacere; e volse Idio che inmentre 
che noi desinavamo, loro, che havevano hauto indizio che io mene ^ 
venivo sanza il traino del cardinale, erano messisi innordine per 
farmi male. In questo appunto sopraggiunse il detto traino del car- 

6. In O dopo gran è g oass. Un. aman. — 11. In O av. la mja è una oaM. Un. 
aman. — 14. In O govér/natriei : ma Vie ridosione di 0, d' altro ineh. — S4. In O av. 
a lunedi non è chiaro ci, ma nemmeno si vede ii pantolino dell'»'; dopo ué/nimmo ò pia- 
eeuolne casa. Un. aman. (casa, con linee, del med. inch.). — 82. In O si vedono ancora 
soiBeientem. le parole detto cardinale, cass. Un. tra il e detto : ma la carta è corrosa e 
peggio si leggono le parole corrisp. del verso {del mio ciuallo). 



22. maestro ClieniblBe: Sforzani di CO- il Bbrtolotti, Artisti in relas. coi 

gnome ; nativo di Reggio e chierico mo- Oonsckoa, Modena, Vincenzi, 1885, pag. 

denese. Era soprannominato il ParoKi- 95-96. 

ro : fu, come maestro di orioli, al servi- 24. lunedi santo, che nel 1540 fu il 22 

gio degli Estensi ed anche del papa, da di Marzo. 

cui riceveva una provvisione mensile di — soli noi tre. Il Cellini, cioò, Paolo 

4 ducati. (Cfr. Bbrtolotti, Art, lomb,y e Ascanio. 

I, 270 ; e Campori, Gli orologieri de- <- Monteruosi. É un paese tra Roma 

gli Estensi, Ne riferisce alcune lettere e Viterbo. 



250 VITA DI BENVENUTO CELLINI 

dinale, e con esso lietamente salvo mene andai insino a Viterbo; (e.sssi) 
che da quivi in là io non vi conoscevo poi pericolo, e maggiormente 
andavo innanzi sempre parechi miglia ; e quelli huomini migliori che 
erano in quel traino tenevano molto conto di me. Arrivai lo Iddio 
6 gratia sano e salvo a Viterbo, e quivi mi fu fatto grandissime ca- 
rezze da quelle mie sorelle e da tutto il monisterio. Partitomi di Vi- 
terbo con i sopraddetti, venimmo via cavalcando, quando innanzi e 
quando indietro al ditto traino del cardinale, di modo che il giovedì 
santo a venti dua ore ci trovammo presso a Siena a una posta; e 

10 veduto io che v* era alcune cavalle di ritorno, e che quei delle poste 
aspettavano di darle a qualche passeggiere, per qualche poco gua- 
dagnio, che alla posta di Siena le rimenassi, veduto questo, io di- 
smontai del mio cavallo Tornon, e messi in su quella cavalla il mio 
cucino e le staffe, e detti xm giulio a un di quei garzoni delle poste. (e.8S9a) 

15 Lasciato il mio cavallo a' mie' giovani che me lo conducessino, su- 
bito innanzi m'avviai per giugnere in Siena una mez*ora prima, si 
per vicitare alcuno mio amico, e per fare qualche altra mia faccenda : 
però, se bene io venni presto, io non corsi la detta cavalla. Giunto 
che io fai in Siena, presi le camere all'osteria buone che ci faceva 

80 di bisogno per cinque persone, e per il garzon de Phoste rimandai 
la detta cavalla alla posta, che stava fuori della porta a Cammollia 
e in su detta cavalla m' avevo isdementioato le mie staffe e il mio 
cucino. Passammo la sera del giovedì santo molto lietamente ; la mat- 
tina poi che fu il venerdì santo, io mi ricordai d«lle mie staffe e del 

85 mio cucino. Mandato per esso, quel maestro delle poste disse che noD 

melo voleva rendere, perché io havevo corso la sua cavalla. Più volte (o.ss9») 
si mandò innanzi e indietro, e il detto sempre diceva di non mele voler 
rendere, con molte ingiuriose e insopportabil parole; e Poste dove 
io ero alloggiato mi disse: voi n'andate bene se egli non vi fa altro 

30 che non vi rendere il cucino e le staffe: e aggiunse dicendo: sap- 
piate che quello è il più bestiai huomo che havessi mai questa città, 
e à quivi duoi figliuoli, huomini soldati bravissimi, più bestiali di lui ; 
si che ricomperate quel che vi bisognia, e passate via sanza dirgli 
niente. Biconperai un paio di staffe, pur pensando con amorevol pa- 

35 role di riavere il mio buon cucino: e perché io ero molto bene a ca- 
vallo, e bene armato di giaco e maniche, e con un mirabile archibuso 
all' arcione, non mi faceva spavento quelle gran bestialità che colui 
diceva che haveva quella pazza bestia. Anchora havevo avezzo quei {cWìa) 
mia giovani a portare giaco e maniche, e molto mi fidavo di quel 

40 giovane romano, che mi pareva che non se lo cavassi mai, mentre 



17. In O il e di uicitare che